Sei sulla pagina 1di 144

Karl Rahner

AI GIOVANI
RISPONDO COSÌ...
Scambio di lettere su problemi scottanti

città nuova editrice


Titolo originale:
Mein Próblem
© Verlag Herder, Freiburg im Breisgau 1982
Traduzione dal tedesco
di Guglielmo Corti

Quarta edizione, aprile 1986

Grafica e illustrazione di copertina di Gy. Szokoly

© 1984, Città Nuova Editrice


via degli Scipioni 265 - 00192 Roma
Con approvazione ecclesiastica
ISBN 88-311-4342-5
PRESENTAZIONE

La lode più bella di Karl Rahner e senz'altro la sua


disponibilità, la sua prontezza a dare aiuto, il carattere fon­
damentalmente missionario e pastorale del suo pensiero teo­
logico. Aia nel presente libretto, il suo concreto interesse verso
ogni credente si tinge. in più, della dimensione umana pro­
pria della « direzione spirituale »: egli si apre ai singoli e ai
loro problemi, che rivive in sé e cui tenta di dare una risposta
attinta alla sua larga esperienza, nel contesto pensoso e ras­
serenante di una concezione profondamente religiosa della
vita. E si tratta qui della vera vita, quella realmente vissuta
e sofferta dai giovani d'oggi, nella varietà dei sentimenti e
delle situazioni degli ambienti e delle concezioni. Per tutti,
credenti o atei dichiarati oppressi fino all'idea del suicidio
o immersi in una candida vita mistica, Rahner ha una pa­
rola profonda, che e fondamentalmente equilibrante e ras­
serenante sul piano umano: come egli stesso riconósce, nelle
sue risposte prevale infatti l'elemento umano. perché il gio­
vane porta tutto se stesso nelle proprie domande, e deve perciò
essere avvicinato anzitutto come persona. Però l'elemento cri­
stiano non solo epresente come una costante profonda che tut­
to configura, ma appare continuamente in sprazzi potenti,
in frasi sintetiche e vigorose, che si imprimono a fondo nella
memoria e nel cuore, essendo il concentrato di una vita tutta
dedicata a Dio e alla conoscenza di Dio.
5
Ciò che nel libro stupisce, edificando, è la serenità, i/
lore umano con cui i singoli giovani vengono « accettati »,
anche se i loro atteggiamenti o pensieri parrebbero dover su­
scitare\ in realtà un certo disgusto in un animo profonda­
mente cristiano. Predomina invece l'incontro deWuomo con
l'uomo e l'autore si mostra veramente « padre ». Padre che
sa rivivere dolorosamente la tragedia altrui, aprendo il cuo­
re alla speranza: che sa appoggiare e sostenere, tranquilliz­
zare e ridimensionare, ma che a ll occorrenza sa anche usare
la mano forte, sa rimproverare, spronare ed esigere. Stupisce
inoltre la genialità di alcune sue risposte: le soluzioni non
sono mai scontate e quasi prefabbricate, ma si adeguano sem­
pre, con vigore creativo, ai singoli e alle loro situazioni.

Si sente la ricca esperienza umana, si sente la forte tem­


pra del pensiero, ma si sente anche che i singoli e le loro si­
tuazioni sono rivissuti « teologicamente », cioè sono avvici­
nati e riconosciuti nel loro carattere di assolutezza ed irre-
petibilità, dato dal loro rapporto con Dio, che viene contem­
plato con animo adorante. E questo il segreto della « accet­
tazione » degli altri, che è profondamente umana perché
profondamente religiosa.

L ’elemento cristiano, come si e accennato, è trattato per


lo più a squarci e a sprazzi: ma a volte è più diffuso, in pa­
gine profonde e illuminanti - seppur sempre sobrie - in cui
appare il grande teologo; cosi, tra l'altro, quando tratta della
preghiera, della confessione sacramentale o dei rapporti ses­
suali prematrimoniali: oppure del problema del dolore, che
non rappresenta un'ipoteca sulla fede, ma anzi la fonda.
Ovunque poi è diffuso il pensiero della Chiesa, dimensione
sociale del nostro vivere in Dio, nel suo mistero insondabile.
6
È un librò che veramente arricchisce, sia per l’esperien­
za umana con cui mette in contatto, sia per i consigli che of­
fre; sia per l'impronta religiosa di fondo, che dona all’uomo
vera saggezza ed umanità.

Guglielmo Corti

7
UNA PAROLA DI PREMESSA

Ecco come è nato questo libro: un sacerdote im­


pegnato in cura d’anime tra i giovani di una grande
città, ha fatto indirizzare a me queste lettere; proba­
bilmente, senza colpa da parte mia, ha esaltato troppo
la mia persona agli occhi di questi giovani e ha fatto
loro sperare più di quanto io sia in grado di offrire; e
nello stesso tempo, con soave violenza, mi ha indotto
a dare la risposta, o almeno a cercare di farlo.
Le lettere dunque sono genuine: ciò che questi
giovani scrivono, è proprio quanto interiormente li
agita; esse vengono qui riportate senza omissioni, solo
qua e là è stata tralasciata qualche espressione per mo­
tivi di discrezione nei confronti degli scriventi; e per
questo stesso motivo sono stati cambiati i nomi.
Queste lettere sono importanti per se stesse, in­
dipendentemente dalle mie risposte; danno la possibi­
lità agli altri giovani, ed anche ai pastori d’anime, ai
genitori e agli insegnanti, di gettare uno sguardo su
ciò che muove oggi la gioventù. Perciò si dovrebbe
non solo prendere in considerazione la risposta, ma
anche cercare di imparare dalle lettere stesse. N atu­
ralmente hanno origine in un ambiente preciso e de­
limitato: x loro autori, è chiaro, non sono giovani che
soffrono la fame e neppure giovani ormai completa­
9
mente irretiti nel mondo della droga; sono persone
normali, i cui problemi però meritano non minore
considerazione di quelli vissuti in situazioni di vita
estreme.

Le mie risposte non hanno certo la pretesa di do­


minare completamente la problematica che trova
espressione nelle lettere: i ragazzi pongono sempre do­
mande che coinvolgono tutta la loro vita personale, e
a tali domande non si può mai dare una risposta piena
e completa. Quanto vengo qui rispondendo, perciò, è
limitato e imperfetto, se lo si commisura alle doman­
de stesse.

Non so rendermi conto, inoltre, se riesco anche


solo approssimativamente ad essere in sintonia con la
mentalità di questi giovani. Mia intenzione è di dare
loro una risposta da cristiano; eppure nelle lettere, e
anche nelle mie stesse risposte - ne sono senz’altro co­
sciente -, in realtà non trova piena espressione l’aspet­
to più profondo dell’annuncio del cristianesimo. Le
lettere si muovono, non completamente, ma certo
prevalentemente, anche se non esclusivamente, tra le
realtà e i problemi umani, cioè in un campo che pre­
cede le realtà più proprie annunciate dal cristianesimo
nella rivelazione del Dio vivente in Gesù. Tuttavia ho
ritenuto che con i ragazzi è necessario parlare anche di
queste cose, senza voler con ciò dare l’impressione di
non avere altro da offrire ai giovani d’oggi che un
semplice umanesimo orizzontale.

Ho risposto con gioia a queste lettere, anche se a


prima vista ciò può sembrare estraneo alla sfera dei
10
miei particolari compiti professionali; e da esse ho im­
parato non poco. Forse anche il lettore dovrà ammet­
terlo, e forse potrà imparare qualcosa, qua e là, anche
dalle mie risposte.

K arl R ah ner

il
DOV È QUAGGIÙ LA FELICITÀ?

Caro Padre Rahner,

desidero scriverle qualcosa sulla felicità, sul vivere felici, per


quanto io forse sia la persona meno adatta a dire qualcosa
proprio su questo argomento.
Vivo in una buona situazione borghese: ho fratelli, ho
genitori non separati, casa ed auto; dunque esternamente è
una «famiglia buona efelice ». In questa famiglia, compo­
sta di cinque persone intelligenti, uno dei membri ora è cam­
biato radicalmente. Persegue altri obiettivi, conduce un tipo
di vita che si svolge prevalentemente di notte, beve, fuma;
prima ha cambiato scuola, ora è stato costretto addirittura
ad abbandonarla. Se per caso non lo sapesse, questa è la mia
silhouette.
I pensieri di mio padre e di mia madre, glieli espongo
ora infila: in collegio? « No », meglio proibizioni. Via da
casa, in un ambiente tutto nuovo? «No, assolutamente
no! »: meglio più proibizioni. Questa edificante girandola si
è ripetuta spesso ormai nel giro di due anni.
A scuola questo Wurstel - è il nome che tutti mi ap­
pioppano - fino alla terza era un alunno eccellente: poi i voti
si fecero brutti, i vestiti trasandati, i capelli scompigliati.
« Un segno tipico di decadenza », mi si diceva sempre. Due
anni dopo, questo wiirstel cambiò scuola, ma per un anno
13
solo;poi la lasciò, questa volta per sempre. Motivo: « Discorsi
non opportuni per il clima scolastico » e « Irresponsabile per­
manenza al davanzale della finestra » è detto nel rapporto
del preside.
Ora questo Wurstel non va a scuola, non ha nulla da
fare e scrive una lettera sulla felicità. Magica parola, che si
cerca, che si adora, cui si anela; magica parola chefa morire
gli uomini più che mostrare loro la vita. A nche i miei amici
cercano la felicità. «Amici » è una parola benevola: se mi
trovo nei guai, nessuno mi aiuta, perché nessuno può farlo.
Sono troppo inseriti in questo mondo « felice »: ma la felicità
non la cercano più disperatamente. Si sdraiano a terra, si
fanno una fumata o sniffano (talvolta si rifilano una dose,
ma è difficile qui procurarsele) e aspettano. « Sto veramente
bene solo quando riesco a non pensare » dice uno. Ma la sua
felicità non l'ha trovata: non fa che tirare avanti la sua vita
senza senso.
Un altro, almeno ogni quindici giorni va a finire in
ospedale, gli fanno una lavanda gastrica, una trasfusione di
sangue e lo dimettono. Lo sanno: tornerà ancora. E quando
ritorna, ride: « Eccomi qua » dice, e spesso aggiunge una pic­
cola variante: « Eccomi qua, ancora! » con un tono di me­
raviglia. Ride, ma la sua felicità, lui, non l'ha trovata.
Se si guardano in viso e si incontrano i loro sguardi,
e possibile comprenderli con molta semplicità, questi falliti
all'apparenza, il cui errore è stato quello di non tollerare più
tutte le proprie cognizioni. La loro condanna a morte è com­
prendere che per essi - e per me - non vi e più, da tempo, la
possibilità di imboccare una direzione diversa, la direzione
completamente diversa.
Felicità, essere felici: una calamita demoniaca che at­
tira e trascina, e che poi distrugge con la sua forza terrifi­
cante.
14
A πιο questa mia gente, perché parlano senza pensare ai
possibili significati. Perché reagiscono con semplicità e spon­
taneità, e non sopportano più nulla. Perché hanno finito di
seguire i loro pensieri, non per il fatto di essere giunti a una
soluzione, ma per il fatto che non la sopportano più. Cosi la
pensano e cosi vivono: si autodistruggono con il grande obiet­
tivo: la felicità.
Per questo obiettivo, anch'io come loro ho preso la fuga:
la fuga davanti a me stesso, perché il mio ambiente si è al­
lontanato. A quindici anni ho rotto con la famiglia, e ho
avuto rapporti con tutti i miei sentimenti. Ho cercato rifugio
nell'amore e ho sfruttato l'amore per troppa debolezza, senza
neppure accorgermene. M i sono gettato nella religione, per
riconoscere che non la voglio. M i sono gettato nell'alcool per
piangere senza vergogna di me stesso. M i sono gettato nella
droga, per poter vivere senza dover pensare, e me ne sono di
nuovo tirato fuori, per poter cercare ancora.
Caro padre Rahner, su tutto ciò ho solo una domanda
da farle: sa darmi una risposta? Dov'è quaggiù la felicità?

Norbert

Caro Norbert,

ciò che nella tua lettera - pur con tutto lo sgomento


con cui l’ho letta - mi ha maggiormente colpito ad un
primo sguardo, è stata la schiettezza, anzi la durezza
con cui dipingi te stesso. Quante cose hai sperimenta­
to e sofferto, già a diciassette anni! In un primo m o­
mento avrei avuto la tentazione di lodarti in modo
particolare per la schiettezza della tua amara autocri-
15
fica. Poi ho esitato e mi sono chiesto: Ma cosa c’è die­
tro tutto questo? Come è possibile trattarsi cosi, pren­
dersi, in un certo senso, per il colletto e scuotersi, anzi
oltraggiare se stessi? Non è anche questo - chi può
dirlo? - uno stratagemma per raggiungere nella vita
ancora un pezzetto di quella felicità che tu brami e di
cui vai a caccia?
Lo sai: non sono uno psicologo del profondo,
anzi, nemmeno un semplice psicologo, perciò questa
domanda vorrei piuttosto porla a te, senza tentare di
darne io una risposta. Ma se tu insulti te stesso - lodan­
do espressamente o segretamente le altre persone del­
la tua famiglia - è chiaro che lo fai perché in qualche
modo riconosci ancora un metro, uno scopo, che è
quello giusto per te, e allontanandoti dal quale tu
metti in questione te stesso.
Perché non ammetti dunque con più schiettezza
e coraggio che tu, in fondo, vorresti essere diverso da
come sei? Che desideri poter vivere, e vivere effetti­
vamente, in modo diverso da come fai? Che però non
ti sforzi di superare questo divario e ti ostini invece,
caparbio e quasi superbo, nel tuo stile di vita e - am­
mettilo! - quasi te ne vanti? È dovuto forse al fatto
che tu, semplicemente, non saresti capace di vivere in
modo diverso da come effettivamente vivi? Che tu
come uno che vorrebbe camminare, ma porta le stam­
pelle per una frattura - non puoi proprio far altro e
perciò, in fondo, nori ne hai colpa?
Non lo credo proprio, e spero che non sia cosi.
Invece - insisto nella mia domanda - il fatto non
è che a te la felicità di una vita normale - nella quale
saresti certo all’altezza delle pretese che in fondo hai
su te stesso - si presenta tanto povera e misera, che non
16
riesci a convincerti come si possa condurre una vita
cosi « normale », cosi « ragionevole »? Non ti chiedi
se quel poco di felicità che sgorga da una vita normale,
quella dei tuoi genitori e dei tuoi fratelli, non appaghi
più di quella « felicità » ingannevole che ora ricavi
dalla tua vita, senza sapervi rinunciare e rimanendone
tuttavia sempre deluso? Non so se con questa doman­
da mi sono realmente accostato al vero problema della
tua vita; ma voglio almeno tentarlo. E allora devo dir­
ti: Tu aspiri a troppa felicità. Ciò a cui tu aspiri, non
lo troverai mai in una normale vita borghese; perciò
tenti altre vie e ne resti deluso. Che cosa avverrebbe
se tu rinunciassi a questa esagerata pretesa di felicità?
Naturalmente, potresti chiedermi subito: « Perché
devo rinunciarvi? Chi mi obbliga a non pretendere
tanto dalla vita? ».
Sono convinto che dietro questa pretesa alla fe­
licità si nasconde, anche se non ne sei cosciente, una
segreta ma effettiva mancanza di fede. Per sé, tu as­
serisci di credere in Dio; ma è poi vero? Se Dio è re­
almente la felicità ultima e ineffabile, la felicità che
tutto riempie, davanti alla quale si ha da rinunciare
alla vita, si ha da dimenticare se stessi per raggiunger­
la, perché vuoi comprimerla nel breve attimo, nel
« qui » e nell’« adesso » in cui ora vivi? Perché non sai
aspettare che giunga il compimento della tua vita con
la morte? Perché non sai farti carico, con forza d’ani­
mo, del dovere quotidiano, del quotidiano servizio
agli altri, anche se ciò non ti rende « high » come la
droga o altre cose con le quali si cerca di raggiungere
forzatamente un’ebbrezza di felicità, sia essa l’amore,
sia il potere o qualche altro stato ingannevole?
Perché vuoi esigere ora dalla vita che essa sia o
17
uno splendore irradiante, inebriante, oppure l’oscurità
stessa della notte? Osservando i tuoi genitori e i tuoi
fratelli, potresti forse dire che essi, in fondo, altro non
sono che borghesucci gretti e meschini, che esigono
ben poco dalla vita: sono già contenti se l’abitazione
è riscaldata, se il cibo è passabile, se lo stipendio è un
po’ più alto di quello del vicino e se le pantofole sono
calde e comode. Ma tu li puoi considerare anche in
modo diverso, anche se è difficile dire se ai tuoi cari
si adatti questa o quella interpretazione, perché solo
da tutta la vita e dalla morte risulta quale sia l’inter­
pretazione esatta.
Potrebbe anche essere che i tuoi, all’apparenza
bravi borghesucci, siano invece persone che, non esi­
gendo dalla vita ora e subito la grande felicità, trascor­
rono i loro giorni nella pazienza, nella sobrietà e nel
coraggio, come chi è deciso a percorrere giorno per
giorno una lunga strada polverosa. Che non bramano
ciò che tu brami, ma aspettano per il futuro la felicità
vera, la felicità completa, la felicità che è veramente
tale. Persone che sanno rinunciare con coraggio alle
piccole esperienze felici di quaggiù, che non cadono
nella disperazione per le cosiddette « frustrazioni »,
che non si lasciano prendere dal panico per l’ossessio­
ne di dover raggiungere ad ogni costo la felicità, e per
di più tramite quegli eccessi con cui tu credi di dover­
tela procurare per essere veramente felice.
Ciò che ti dico, all’apparenza può sembrare
astratto, può suonare come una predica di quelle che
i parroci tengono con facilità e disinvoltura dal pul­
pito. Eppure forse ho ragione.
Come poi si possa liberare qualcuno da tale er­
rato atteggiamento di fondo, non lo so precisamente.
18
In passato si era soliti dire che solo la grazia di Dio ne
è capace. È vero; ma forse potresti chiedere a te stesso
se essa per caso non ti sia già stata offerta, e perciò, pre­
gando e invocando il Dio silenzioso, chiedere a te stes­
so se in fondo non sia facile ciò che si potrebbe chia­
mare conversione e totale trasformazione della vita.
Se tu, qui ed ora, come al primo giorno di una nuova
vita, cominciassi a fare ciò che in segreto pur riconosci
come il tuo reale dovere, il coraggioso e amaro dovere
quotidiano; se tu avessi il coraggio di accettare l’ap­
parente banalità e la noia di tale dovere come qualcosa
di vero e qualcosa che si muove lentamente verso la
vera felicità; se tu volessi ammettere, come in fondo
hai già notato, che il tuo attuale modo di vivere non
è giusto, che questo non-voler-cedere, questa capar­
bietà non è grandezza e ardimento, è invece un’estre­
ma viltà; se tu dunque cominciassi con coraggio a vi­
vere nella normalità senza aspettarti sensazioni imme­
diate di felicità, allora avrebbe forse già inizio, senza
esperienze spettacolari, quella svolta verso la quale
pur sospiri.
Tu mi chiedi: Dov’è la felicità?
Anzitutto, usando una formula estrema, potrei
dirti: Non lo so. Ma vorrei soggiungere (non accusar­
mi di stravaganza teologica): Per me è Dio, l’Incom-
prensibile, il Mistero in se stesso; e io professo che solo
questo Dio può essere per me la felicità completa ed
eterna. Ma mi è possibile sapere come risulta in con­
creto questa felicità? No: non la possiedo ancora; ne
ho al più un indicibile e misterioso presentimento, e
per questo non devo idolatrare e divinizzare le piccole
felicità di questa vita. Ad esse, mi è possibile anche ri­
nunciare e lasciarle perdere.
19
L’adempimento del dovere - che i gretti borghe­
si grettamente da me richiedono e, o meraviglia!, in
fondo hanno ragione - è solo il coraggio di andare
avanti, trascurando l’idolo di una falsa felicità del mo­
mento: andare avanti verso quella felicità che sola
merita questo nome.

Saluti cordiali dal tuo


K arl Rah ner

20
SPESSO MI INDISPETTISCO DI TUTTO

Molto reverendo Padre Rahner,

da poco sono entrata in un periodo di scontentezza di me stes­


sa e incapacità di avanzare per la mia strada, indipenden­
temente dalle altre persone.
Un osservatore esterno direbbe che io, in simili situa­
zioni (in cui sono personalmente impegnata), per esempio nei
momenti di delusione, di sfida personale o di decisione, cado
in uno stato di insicurezza, anzi di depressione. E ciò chepiù
crea difficoltà per la soluzione dei miei problemi, è la mia
stessa reazione: mi chiudo in me stessa e mi indispettisco del
prossimo.
In concreto: quando devo prendere una decisione indi­
pendentemente dai miei genitori o contro di loro, sono assa­
lita da grossi dubbi. A proposito, devo dire che ho quasi di­
ciannove anni e, in verità, stimo i miei genitori, ma sto an­
cora « cercando la mia identità ». A casa scoppio in lacrime,
perché non so e non voglio accettare la mia situazione, e an­
che me stessa e il mio comportamento. Quindi mi indispettisco
di tutto, in particolare delle mie lacrime, e mi sento poco va­
lutata dal mio ambiente; allora, come ho detto, mi chiudo
in me stessa. « Ha la luna per traverso », « E muta e intrat­
tabile»... sono le reazioni. Spesso accade il contrario: mi
comporto come se fossi di buona luna, come se fossi in grado
21
di aprirmi al prossimo, se fossi piena di disponibilità per gli
altri. Allora vengo accettata come sono... Una reazione
umana?
In tali situazioni, la soluzione migliore è dunque una
maschera? Un sorriso posticcio? (Leparole però mi restereb­
bero tronche in gola esvolgerei passivamente questa mia par­
te). M i è necessaria una maggiore autonomia e indipenden­
za per superare la mia scontentezza? M i sarà possibile im­
parare ad essere più sicura? A d esempio, reagire con calma
a ll aggressività e trovarmi in sintonia con le mie reazioni?
Col mio malumore rovino la mìa vita, la mia gioia di
vivere e la mia speranza. E certamente per l'impazienza con
me stessa ( « qualcosa deve pur cambiare ») che getto via tut­
to e mi isolo dall'esterno.
Forse la causa di ciò sta anche nel fatto che io conscia­
mente (inconsciamente) vorrei andarmene da casa e non ho
ancora trovato gli amici giusti: amici che mi « accettino »
anche in queste situazioni E invece si naufraga ancora nei
grandi gruppi, dove sono costretta quasi a recitare davanti
al prossimo...
M i ha tolto quasi ogni speranza il fatto che a questo
punto, il problema (e i problemi connessi) si aggrava da anni
e mi opprime continuamente l'ansia dì nuovi giorni di de­
pressione...
Spero che mi perdonerà se la lettera è scritta in modo
poco conciso. Ho tentato dì scrivere con franchezza, ma non
sono contenta del risultato. E diffìcile scrivere ciò che è im­
portante - e scrivere tutto sarebbe troppo.

Con cordiali saluti, riconoscente per ogni sua risposta,

sua Ulrike

22
Cara Ulrike,

probabilmente dovrei sapere molto di più su di te per


poterti dare una risposta realmente significativa. Tu
dici che stai ancora cercando la tua identità. Vera­
mente, se devo essere sincero, non so bene cosa signi­
fichi, perché fino alla fine della vita non ci si conosce
mai a fondo, e la cosiddetta identità propria la si sco­
pre realmente solo se, fiduciosi, ci si abbandona con
tutte le proprie contraddizioni e oscurità in Dio, il
quale, come dice la Scrittura, conosce il nostro cuore:
lui solo.
Tu esponi le contraddizioni che vivono in te e
che ti rendono infelice. Piangi, e poi ti irriti delle tue
stesse lacrime; vuoi essere accettata, e perciò reciti una
parte fittizia, e nello stesso tempo sei di malumore per
questo motivo. Tu, come dici, metti una maschera sul
tuo viso, e poi non approvi il fatto; cerchi l’autono­
mia, e vuoi che gli altri ti diano appoggio. Vuoi an­
dartene da casa, e non sai ancora bene dove potrai tro­
vare il gruppo di amici tra cui ti sentirai accolta. In­
fine ogni giorno ti accompagna l’angoscia di nuove
depressioni.
Che cosa si può dire di tutto questo ? In passato,
nella letteratura spirituale, una tale ridda di sentimen­
ti si indicava col termine « desolazione », e si stabili­
rono delle regole per superare questo stato. Forse
quelle regole appaiono fuori moda e anche venate di
volontarismo, come se avessero per presupposto che
in fondo è facile uscire dalla propria pelle e, al coman­
do di un altro, diventare una persona lieta e beata, una
persona senza « desolazione ». Ma forse quelle regole
non sono poi cosi stupide come appaiono di primo ac­
23
chito. Udendole, non ci si dovrebbe irritare, bensì ten­
tare una volta di applicarle, e solo cosi vedere e pro­
vare se abbiano davvero pòco senso.
Nella Lettera di san Giacomo sta scritto: « Qual­
cuno di voi è angustiato? Preghi ». Hai già provato a
farlo con serietà? Hai già presentato a Dio la tua de­
pressione? Hai tentato di rivolgerti a lui con fidu­
cia, anche se a te pare di parlare davanti a una parete
oscura?
Sant’Ignazio di Loyola ci fa una raccomandazio­
ne: nella « oscurità dell’anima », nell’inquietudine do­
vuta a vari tipi di tentazione che ci spingono ai dubbi
sulla fede, alla perdita della speranza, alla mancanza di
carità, al crollo completo della vita spirituale, non
dobbiamo mai permetterci qualche mutamento nelle
norme di vita che ci siamo date. Dobbiamo restare
fermi alle decisioni prese prima, cioè nei momenti di
pace e di serenità d’animo. Anzi, Ignazio ci raccoman­
da che in questo tempo di « mancanza di consolazio­
ne », come egli lo chiama, si cerchi addirittura
d’adempiere con esattezza e con maggiore intensità
tutti i buoni propositi presi nei periodi di gioia. Dice:
« Chi si trova nella mancanza di consolazione, si sforzi
di perseverare nella pazienza e pensi che presto sarà
consolato, se usa ogni diligenza contro tale stato ».
Ignazio inoltre sollecita la nostra attenzione sui
motivi di tale desolazione: potrebbe essere una conse­
guenza del fatto che noi, nei periodi in cui tutto ci an­
dava interiormente bene e potevamo vivere in letizia
tra le realtà umane e religiose, ci siamo lasciati andare.
Potrebbe anche darsi che tale desolazione sia per noi
l’occasione di mettere a prova la nostra fedeltà e for­
tezza. Potrebbe darsi che questo periodo di desolazio­
24
ne ci sia dato per imparare che da noi stessi siamo so­
lamente deboli e abbisogniamo realmente dell’aiuto
di Dio e della sua grazia.
Ora, queste regole contro la desolazione deline­
ate dagli antichi maestri di vita spirituale, appena le
udiamo, è possibile che le accogliamo con un sorriso
scettico, oppure con irritazione e con facile repulsio­
ne. Forse pensiamo che per la loro semplice dottrina
dello sforzo di volontà a quei vecchi signori, era facile
parlare; ma se ci esaminiamo con spirito di autocriti­
ca, ci sarà possibile notare che anche in questi periodi
è certamente possibile fare qualche cosa, anche se non
tutto; che per la nostra autodeterminazione vi sono
sempre vari modi di comportamento; che non biso­
gna semplicemente lasciarsi andare e fare della pro­
pria depressione un facile pretesto per non agire in
nessun modo, abbandonandosi ad essa senza volontà
alcuna.
Per navigare contro il flutto della depressione, ci
è sempre data una possibilità, forse modesta, ma cer­
tamente reale : un po’ di preghiera è possibile anche in
quello stato. Vi sono inoltre anche altre possibilità, di
tipo apparentemente profano, per resistere contro tali
depressioni. Perché non pensare agli altri anche in
queste situazioni, a come aiutarli e a come far loro
qualche piacere? Perché non mostrare loro qualche
bella attenzione anche in questo tempo? E perché, al­
meno, non si va a prendere un po’ d’aria e a fare una
passeggiata, invece che starsene a casa imbronciati e
disperati ? Perché non cercare di scoprire qualche stra­
tagemma semplice ed utile, che possa portarci un po’
d’aiuto? E perché non accettare e considerare anche
questo tempo di depressione come un periodo che, lo
25
si sa bene, non durerà poi per sempre? E perché non
si dovrebbe, anche in una fase depressiva, esigere da
se stessi di non farne soffrire troppo il prossimo?
Sono a conoscenza di molti casi in cui persone
passate attraverso tali periodi depressivi, si sono rese
conto e hanno ammesso di essere riuscite a superarli
solo per la semplice speranza che non sarebbero poi
stati eterni, e che alla fine si esce poi da questa oscura
galleria nel cammino della nostra vita. In qualche caso
sono riuscite a sostenere la situazione anche per non
breve tempo. Chi non si arrende semplicemente alla
sua depressione, chi con intelligenza e coraggio cerca
di dominarla e procura di inserirla ordinatamente nel
grande piano della propria vita, riesce infine a supe­
rarla in modo umanamente e cristianamente egregio.
Ancora una cosa: probabilmente per poterti dare
un consiglio buono, si dovrebbe sapere o tentare di ca­
pire qual è il motivo reale e concreto della tua depres­
sione. Cerca tu stessa di scoprirlo meglio e con più
chiarezza: in queste cose è possibile essere, ad un tem­
po, pazienti e medici di se stessi. E possibile ridere di
se stessi; è possibile ammonire se stessi, cercando di
non prendersi troppo sul serio e scoprendo cosi, con
una certa perspicacia, da cosa provenga realmente la
depressione. Forse si è sperimentata una delusione in
qualche campo, una delusione che si sarebbe dovuto
e anche potuto ingoiare con forza senza che diventasse
causa di una depressione che si estende su un periodo
piuttosto lungo della nostra vita.
Osserva tu stessa per quale motivo soffri in que­
sto tuo stato d’animo, e non avrai certo ragione di di­
sperarti. Non è possibile fare tutto; non è possibile far­
lo neppure con se stessi; ma è possibile essere tanto
26
calmi da sopportare se stessi - sempre con lo sguardo
rivolto a Dio -, anzi, tanto da provare una certa gioia
per quello che si è e per quello che si fa. Sei ancora gio­
vane e da te può uscire una realtà che - non solo in
gretto senso borghese, ma anche secondo il metro di
una vera umanità - vale la pena di essere vissuta e di
essere portata nell’assolutezza definitiva di Dio.
Scrivi che mi sarai riconoscente per qualsiasi mia
risposta. Forse questa risposta non è tale da meritare
tanta riconoscenza; tuttavia sforzati coraggiosamente
di ricavare frutto da questi semplici consigli, e forse
nel cammino della vita ti avvicinerai non poco alla
meta che ti sei prefissata.
Ancora una cosa come breve appendice. Tu as­
serisci di volerti allontanare dalla famiglia. Forse, col
tempo, sarà proprio questa la strada che si rivelerà ne­
cessaria perché tu possa trovare pienamente te stessa,
anche se non sarà il caso di giungere a ciò con la rot­
tura e con la ribellione. Ma fino a quando, per motivi
esteriori o interiori, vivrai in famiglia e fino a quando
i tuoi, come si dice, ti daranno ai nervi, sforzati, te lo
raccomando!, di sentirti responsabile dei tuoi cari, di
ciascuno a suo modo, e cerca di pregare per loro. È me­
raviglioso come, se dagli altri non si pretende ma si ri­
conosce di dover dare e si cerca di farlo, il rapporto
con questi « altri » cambia fondamentalmente e di­
venta più facile. Di’ qualche preghiera per i tuoi ge­
nitori e i tuoi fratelli.

Cordialmente
tuo K a r l R a h n e r

27
DIO SA IN PRECEDENZA SE IO NON HO FEDE?

Caro Padre Rahner;

vorrei scriverle una lettera su un argomento che mi occupa


molto: è il problema della predestinazione.
Spesso ho riflettuto come io, da cattolico, mi pongo da­
vanti a tale questione; ma nelle mie riflessioni non ho mai
trovato una risposta soddisfacente alle mie domande. Perciò
desidero anzitutto esporle i miei pensieri.
M i pare soprattutto importante la questione se noi uo­
mini siamo accettati o rigettati da Dio già dall’inizio e per
divina predestinazione, oppure se sarà decisivo il nostro at­
teggiamento verso di lui in seguito, nella vita. Ho udito spes­
so che Dio non ci costringe a credere in lui e ad amarlo, ma
che è dato alla nostra libertà rispondergli di si. Questo vor­
rebbe dire che noi uomini possiamo decidere da noi stessi e
possiamo metterci dalla parte di Dio con libera volontà.
Questo mi sembra certamente molto illuminante, ma se
continuo a riflettere, tale affermazione mi si mostra non poco
problematica. Per farmi comprendere meglio, ricorrerò
all’esempio di Giuda. Spesso si trova nel Nuovo Testamento
che Gesù conosceva la sua via dolorosa e gli uomini che
l’avrebbero causata. Ne concludo che Giuda e gli altri erano
già stati predeterminati da Dio a svolgere il ruolo di « cat­
tivi » nella vita di Gesù.
28
Dunque, Giuda aveva la possibilità di diventare un
uomo diverso da quello che avrebbe tradito Gesù? I nemici
di Gesù potevano realmente scegliere di essere con o contro
di lui?
No, effettivamente no. Era necessario che vi fossero un
paio di uomini che subentrassero nella parte di nemici di
Gesù, perché, in conformità all'Antico Testamento, era ne­
cessario che si giungesse alla crocifissione e poi alla risurre­
zione di Cristo. Dunque, alcune persone erano predestinate
a diventare nemici di Gesù, perché altrimenti non avrebbe
potuto aver luogo la risurrezione. La domanda può sembra­
reforse comica, ma per loro era realmente possibile diventare
altri uomini, uomini di Gesù? Allora, è realmente dato an­
che a me di decidere proprio da me stesso se avere un atteg­
giamento positivo o negativo verso la persona di Dio?
Anzi, mi viene ora in mente che non è poi molto im­
portante giungere alla persuasione che, per me, Dio esiste; in­
fatti egli ha già stabilito in precedenza se io avrò o non avrò
fede in lui.
Si dice poi che Dio ci conosce e ci ama già da prima del­
la nostra nascita. Egli sa come noi, nella vita, ci comporte­
remo nei suoi confronti. Dunque, posso decidere proprio da
me stessa se dire di si al Signore?
Non so se le mie domande siano giustificate; forse la ri­
sposta sarà estremamente semplice, ma queste domande a me
sembrano importanti.

Molti cari saluti e cordiali ringraziamenti per il suo


aiuto
sua Christiane

29
Cara Christiane,

questa lettera è interessante per me, perché in fondo


mi rallegro che ancor oggi vi sia qualcuno che si in­
teressa delle questioni teologiche che per secoli, fin
dai tempi del Nuovo Testamento, affaticarono grandi
spiriti e furono causa di accese controversie.
Non devi ritenere che per il tuo problema ci sia
una soluzione veramente trasparente: ovunque entra
in gioco Dio, la risposta non può essere tale da susci­
tare in noi la reazione: « Ah! ora la cosa è chiara! ».
Una simile risposta sarebbe certamente falsa, perché
con la nostra soluzione avremmo abbracciato e sog­
giogato l’incomprensibilità di Dio, senza della quale
egli non sarebbe veramente Dio. Può essere possibile
solamente una cosa: in questi casi noi esprimiamo va­
rie proposizioni, delle quali da una parte non possia­
mo asserire con chiarezza inequivocabile la contrad­
dittorietà (e asserire perciò che l’una o l’altra di queste
due asserzioni è sicuramente falsa), e dall’altra non ci
è dato comprenderne chiaramente la positiva compa­
tibilità. Per questo, di fronte al tuo problema ci tro­
veremo senz’altro davanti a una serie di asserzioni, che
noi tutti non possiamo semplicemente rifiutare,
quantunque non ci risulti chiara la loro compatibilità
e deducibilità da un principio comune.
Dunque, come uomini saggi e come cristiani cre­
denti, dobbiamo dire: Nella mia esistenza vi è la liber­
tà e vi è la responsabilità; non posso sottrarmi a questa
mia responsabilità appellandomi al fatto che Dio mi
ha « predestinato ». Non posso affermarlo, anche se
bisogna pur ammettere che non so con precisione in
quale punto della mia vita si realizzi questa libertà,
30
questa responsabilità. Io, come un complesso unico,
sono per cosi dire un « io » affidato a me stesso, che
non può dissolversi in un conflitto tra necessità e co­
strizione, per quanto resti pur vero che nella mia vita
ci sono anche tali necessità interiori ed esteriori, alle
quali io resto assoggettato.
Ed ora una seconda proposizione che non posso
senz’altro collegare alla prima, ma sono tuttavia co­
stretto ad affiancargliela, perché al di sopra della mia
responsabilità personale esiste appunto Dio infinito e
incomprensibile. Questa seconda proposizione (un
po’ lunga) può essere cosi formulata:
Dio, nella sua scienza infinita, conosce da sempre
anche la storia della mia libertà. Essa, nella sua tem ­
poralità, sta di fronte alla semplice divina eternità
(vedi come cerco di evitare il concetto di antecedenza,
espresso dal « pre » di « predestinazione »). Questa co­
noscenza di Dio, che appartiene alla sua semplice eter­
nità, al suo semplice « presente eterno », non elimina
però la mia libertà. Questa mia libertà, che è finita e
della quale inevitabilmente il responsabile sono io, è
e resta avvolta non solo dalla conoscenza di Dio, ma
anche dalla sua potenza creatrice. Anzi, da questa po­
tenza la mia libertà è sorretta, sia nelle buone azioni,
sia nel male che commetto, in quanto questo male è
pur sempre una realtà positiva che, per esistere, deve
avere a fondamento l’opera creatrice di Dio. Con ciò,
noi non siamo predestinati nel senso di una costrizio­
ne o di una necessità che eliminerebbe la nostra liber­
tà; ma poiché nel nostro essere e agire (anche nel no­
stro agire libero) vi è qualcosa di reale e perciò qual­
cosa di bene (perfino nelle nostre azioni cattive), dob­
biamo fare risalire a Dio con animo grato questa realtà
31
e perfino questo atto della nostra libertà, come dono
della sua potenza creatrice e anche della sua grazia
amorosa; infatti tutta la mia più profonda irrinuncia­
bile realtà, che si identifica con « me », è suo dono an­
che in quanto libera. Questa provenienza di tutta la
mia realtà da Dio, tuttavia, non elimina me stesso nel­
la mia realtà e neppure nella mia reale libertà, anzi,
addirittura ne è il fondamento.
Dio e la mia realtà e libertà, non sono concorren­
ti tra i quali si debba quasi dividere e spartire il tutto;
il tutto viene da lui, ma in quanto viene da lui ha an­
che, nelle sue punte più alte, la qualità propria di Dio
stesso (naturalmente solo in modo analogico): poter
essere Libertà, e perciò Amore.
Ecco: ho esposto due principi, dei quali tu dirai:
Non riesco a capire come possano accordarsi, non mi
è chiaro come il tutto possa positivamente unirsi in
un’evidente armonia. Ma come uomo pensante e
come cristiano convengo che, pur non potendo e non
dovendo accomunarli in una armonia trasparente, li
devo umilmente lasciare uno accanto all’altro nella
loro pluralità, e in questo modo rendere omaggio e
adorazione all’incomprensibilità di Dio. In un certo
senso si può dire che solamente il cristiano riesce a far
si che questo Dio resti veramente Dio, senza imprigio­
narlo e fissarlo, come un punto particolare, nel sistema
di coordinate da noi stessi costruito. In quanto io spe­
rimento la libertà e ritengo la mia responsabilità come
veramente mia e imprescindibile da me; in quanto io
nello stesso tempo credo ed accetto Dio come l’in­
comprensibilità della mia esistenza, ho ragioni
senz’altro sufficienti per esprimere questi principi e
per ritenerli giusti. Contemporaneamente vedo che
32
non sarebbe invece giusto rigettare l’uno o l’altro di
questi principi perché non riesco a vederne la positiva
compatibilità reciproca. E non ho neppure il diritto di
ridurre questi principi, con estrema superbia intellet­
tuale, a un sistema ultimo che io stesso possa do­
minare.
Vorrei ricordare che anche i filosofi e i teologi
cristiani a volte non hanno saputo, qua e là, sottrarsi
al pericolo di presumere d’oltrepassare questi confini
posti al pensiero umano, e, circa la compatibilità di
questi principi, hanno voluto saperne più di quanto è
concesso. In questa breve lettera, non mi è possibile
esporre dove, nei vari sistemi cristiani e non censurati
dalla Chiesa, io ritengo di vedere tale sconfinamento
oltre i limiti; tutto ciò poi ti annoierebbe solamente e
sarebbe superfluo per la tua vita religiosa. Ma penso
che è davvero meraviglioso sperimentare come la
realtà di Dio e del mondo sia più profonda e inaffer­
rabile di quanto può essere da noi soggiogato col
pensiero.
È vero poi che questa incomprensibilità di Dio si
sormonta non tentando di dominarlo col pensiero,
bensì amandolo. Solo questo è il modo retto di proce­
dere anche nell’amore umano: se uno ama l’altro solo
per ciò che di lui ha compreso e per ciò che corrispon­
de agli ideali e ai desideri che egli stesso su di lui ha
concepito, in verità non lo ama. E necessario accettar­
lo cosi com’è, in se stesso e per se stesso. Solo in questo
modo, con questo amore si ottiene veramente di tro­
vare l’altro nella sua realtà più propria. Qualcosa di si­
mile vale pure di Dio e della sua incomprensibilità.
Forse tu dirai che avrei dovuto applicare tutti
questi problemi anche ai casi concreti della storia del­
33
la salvezza e della perdizione, che avrei dovuto parla­
re, per esempio, dei nemici di Gesù, i quali, senza pre­
giudizio della loro libertà e colpevolezza, furono na­
turalmente inseriti dalla grandezza di Dio nel suo po­
sitivo piano salvifico, senza che, per questo, potessero
giustificarsi davanti a Dio stesso. È vero che Dio, per
quelli che lo cercano e lo amano, può cavare grazia e
salvezza anche dal male dovuto all’umana libertà de­
gli altri; già Paolo l’ha sottolineato (cerca tu stessa il
passo nella Lettera ai Romani); e tuttavia ha soggiun­
to che l’uomo non ha il diritto di compiere in libertà
questo male che Dio usa a salvezza degli altri.
Tanti saluti e auguri cordiali. Devi fare l’espe­
rienza di te stessa nella tua libertà, e insieme nella pro­
vocazione dell’amore di Dio all’attuazione di questa
libertà; sentirti cioè una persona che, con fiducia e ab­
bandono, affida all’amore di Dio anche la propria li­
bertà, incomprensibile a te stessa.

tuo K art. R a h n e r

34
RINGRAZIARE DIO TRA TANTE MISERIE?

Caro Padre Rahner,

sono particolarmente orgoglioso di poterle scrivere, soprattut­


to per il fatto che negli ultimi tempi (cioè da quando, in un
certo senso, prendo parte agli avvenimenti attuali della
Chiesa e mi occupo anche di pubblicazioni teologiche) ho udi­
to e letto molto su di lei, eperciò sono anche a conoscenza della
sua importanza perla Chiesa eper i cristiani. E chiaro perciò
che la sua visita e la messa celebrata tra noi, sono state per
me una grande gioia. In quell’occasione mi ha particolar­
mente legato a lei qualcosa per me molto importante: sono in­
fatti il ragazzo cui lei ha regalato il biglietto per lo spettacolo
dell'Opera. Vorrei sinceramente esprimerle la mia gratitu­
dine!
Tra noi giovani vi è un « Gruppo di lavoro sociale »,
nel quale mi sono impegnato a fondo: il compito che vi svolgo
è di perse molto semplice: non dobbiamofa r altro che pensare
a un vecchietto solo, che vive nel Ricovero: per esempio, fargli
visita ogni settimana.
Per me, questo incontro con i vecchi è stata una vera
provocazione: finora non avevo avuto occasione di trattare
con persone in età (i miei nonni, li vedo al massimo tre volte
all'anno, perché abitano molto lontano). Questo incontro mi
ha mosso e occupato tutto l’anno: è stato spesso stimolo e oc-
35
castone di riflessioni e (ancora spesso) di problemi di cui ho
preso coscienza solo in questo modo. All'inizio mi impegnavo
con grande idealismo: intendevo portare a questa gente di­
versivi, divertimento, vivacità e gioia. Ma questo idealismo
è svaporato abbastanza in fretta: tutto il clima, tutta l'at­
mosfera erano terribilmente deprimenti. Ognuno era apati­
co. Anche quando mi sforzavo di sorridere a qualcuno, mi
guardava con indifferenza. Tutto il Ricovero è una gigan­
tesca istituzione di massa, e ci si trova come un numero tra
quattromila.
Da un anno mi prendo cura di una certa signora Ai.
Va verso gli ottanta ed è in Ricovero da sei anni: sta quasi
sempre a letto, perché ha le gambe rattrappite; con ciò, è an­
cora una delle più agili nella sua camera. All'inizio rima­
nevo sempre deluso per quanto poco essa, apparentemente, ri­
cevesse dalla mia visita. La sua reazione era sempre o di dif­
fidenza o di indifferenza. Ma con il prolungarsi del mio
contatto, con l ’approfondirsi del nostro rapporto, ho scoperto
altre cose: che essa (e probabilmente anche la maggioranza
degli altri), per quel tipo di gestione, perla sua vecchiaia, ma
soprattutto per le sue sofferenze personali addirittura paz­
zesche, è estremamente amareggiata. Questa amarezza è an­
che la causa delle continue e spesso infantili contese reciproche
e del fatto che i pazienti, pur giacendo vicini da otto anni,
per aperta diffidenza non si parlano più l'un l'altro. Con­
seguenza di questa amarezza e anche il fatto che essi
all'esterno si mostrano cosi terribilmente indifferenti.
La stessa sera, mi reco in un circolo di preghiera. Can­
tiamo belle canzoni sulla vicinanza e sull'amore di Dio, e lo
ringraziamo di tutto ciò che è avvenuto nella giornata. Ma
io ho molta difficoltà a ringraziarlo. Certo, potrei farlo per
la mia vita: tutto mi va davvero bene. Ma come posso re­
almente ringraziarlo, se non riesco ad allontanare dalla
36
mente una domanda che questa vecchia donna, pur piena di
fede, mi ha rivolto: « Perché devo soffrire tutto questo, se per
tutta la vita mi sono realmente sforzata di vivere come Dio
voleva da me? Perché Dio non mi fa morire? Vorrei vera­
mente finirla con questa vita! ».
Una volta ho vissuto con particolare intensità questa
esperienza: nel tratto tra il Ricovero e il Gruppo di preghie­
ra, ho potuto leggere brevemente la notizia che un terremoto
aveva travolto molte vite umane. Dopo di ciò, non fu i più
in grado di partecipare ai canti. M i sembra un ideale bello
e vagheggiato, ma estremamente insincero: un mondo santo,
ma inesistente.
Caro Padre Rahner, vorrei pregarla di aiutarmi a su­
perare questo terribile contrasto.

Saluti cordiali
Alexander

Caro Alexander,

anzitutto trovo veramente grandioso il tuo lavoro in


queiristituto per anziani; vi fai delle esperienze, sulla
vita umana e i suoi abissi, di fronte alle quali la mag­
gior parte dei tuoi coetanei si ritira. Non potrai impe­
gnarti per sempre in quella istituzione, ma per ora vi
realizzi qualcosa di realmente cristiano e vi impari ve­
ramente molto per la tua vita cristiana di adulto.
Naturalmente non ti posso scrivere su tutti i pro­
blemi che presenta quell’istituto stipato da tanti an­
ziani; ma per il fatto che tali situazioni non dovreb­
bero esistere, eppure per esperienza sai che non ti è
37
possibile mutarle, sorge per te il compito di riflettere
e di sperimentare come può un cristiano prendere po­
sizione di fronte a queste realtà incomprensibili, che
non dovrebbero esistere, ma che è impossibile rimuo­
vere. Tuttavia ora non vorrei scriverti di questo: se
pensi alla croce di Cristo, hai davanti a te il caso ve­
ramente più radicale di questo problema fondamen­
tale della vita, e anche l’unica soluzione realistica e
onesta, che comporta altresì una soluzione felice.
In quell’istituto vieni a contatto con molte per­
sone anziane, che sono o semplicemente vecchie, o
amareggiate senza loro colpa; oppure talvolta, a dirlo
con schiettezza, sono preda ormai della decadenza se­
nile. Considera sempre che tali dolori e amarezze sono
certamente terribili, ma quando non hanno più nulla
a che fare con la colpa personale (questa affermazione
non ti spaventi), sono meno gravi davanti a Dio, e tro­
vano più facilmente la soluzione nell’eternità, di quel­
lo che invece è veramente colpa e peccato, e tuttavia
si compie e si tollera quasi con naturalezza, anche in
piena salute. I problemi più profondi infatti sono
quelli della libera colpa davanti a Dio, e naturalmente
anche quelli dei dolori e delle infelicità che ne scatu­
riscono.
Anche per il cristiano questa realtà è difficile da
comprendere e da accettare, ma è proprio cosi. Ora tu
mi domandi come Dio possa permettere tutto il do­
lore che tu in quell’istÌtuto per anziani sperimenti in
modo tangibile. Ho già scritto un saggio sull’argo­
mento, dal titolo: « Come può Dio lasciarci soffri­
re? ». Penso che in questa breve lettera sia proprio il
caso di rimandarti a quello scritto, che non ti è impos­
sibile rintracciare se te ne interessi in parrocchia. An­
38
che in quel saggio, alla domanda tua e della vecchia
signora, spiego solo che a questa domanda non si può
dare risposta, perché, nonostante tutte le risposte par­
ziali, ragionevoli e giuste, essa in ultima analisi è irri­
solvibile e recede in quel mistero incomprensibile che
è Dio stesso, tanto che accettare nella speranza que­
sto nostro dolore, è il solo modo concreto con cui noi,
per amore, accettiamo il Dio dell’eterna incomprensi­
bilità.
L’uomo (non so se tu a sedici anni puoi già com­
prenderlo adeguatamente) è precisamente l’essere che
non può accontentarsi, nell’anima e nel cuore, di ciò
che percepisce e comprende, per quanto possa essere
bello o magnifico. Perciò, quando tenta di oltrepassa­
re questi limiti, giunge immancabilmente di fronte
alla incomprensibilità di Dio. Sorge allora per lui il
problema di avere l’inverosimile coraggio di un amo­
re contraddistinto dalla convinzione che la vera e in
fondo unica felicità dell’uomo è precisamente l’amore
stesso verso quel Dio che pur non si può raggiungere.
E questo coraggio, egli lo deve avere proprio di fronte
alla sofferenza del mondo, naturalmente quale frutto
di una forza che deriva solo da Dio.
Se tu in quell’istituto sperimenti che quegli an­
ziani, tormentati, ammucchiati in una vita comune,
non sanno produrre qualcosa di simile - che pure a te,
per il tuo idealismo giovanile, non sembra poi tanto
difficile - pensa che tutte quelle proteste, quei reclami
e ribellioni, che in quelle persone sembrano raggiun­
gere il culmine, non sono in realtà un fatto personale
di cui esse abbiano responsabilità di fronte a Dio.
Quando qualcuno, per esempio, viene trafitto da
un ferro rovente, grida disperato, anche se è l’uomo
39
più santo: non è capace di pensare a Dio, è semplice-
mente inghiottito dallo strazio, dal dolore. Il suo amo­
re verso Dio, però, lo ha realizzato nelle fasi preceden­
ti della vita, quando nella libertà e nel possesso di sé,
era veramente se stesso e si abbandonava al mistero di
Dio.
Qualcosa di simile avviene anche per questi an­
ziani: non sono più in grado forse di realizzare rapporti
personali con Dio; dobbiamo tuttavia confidare che
essi li hanno già realizzati in precedenza, e questa, che
è la vera opera della vita, è stata accettata da Dio.
Quando un anziano continua a possedere fino al mo­
mento della morte la chiarezza e la libertà nel realiz­
zare un rapporto personale verso Dio (fatto che suc­
cede, e anche non raramente, come so ad esempio di
un mio confratello), di pregare « nel nome del Padre
del Figlio e dello Spirito Santo » e di morire con queste
parole sulle labbra, è qualcosa di splendido, è una gra­
zia di Dio. Ma se nel Ricovero vieni a contatto con
persone afflitte e amareggiate, che non ne sono più ca­
paci, questa è certamente un’esperienza amara e dura
da sopportare nella vita - come tutte le esperienze
dell’incomprensibile dolore nel mondo -, ma è pur
sempre un’esperienza che non deve scuoterti nel tuo
ottimismo cristiano di fondo circa il valore della vita.
Queste persone, in ultima analisi, già da tempo sono
state abbracciate dal silenzioso amore di Dio.

I più begli auguri per te, per la tua attività nel Ri­
covero e nella comunità.

tuo K a r l R a h n e r

40
LA MIA SPINA PIÙ GRANDE È LA PREGHIERA

Caro Padre Rahner,

ogni giorno mi si presentano dei problemi, che spesso non rie­


sco a risolvere, in parte per pigrizia a riflettervi sopra, ma
soprattutto perché da solo non so giungere a una risposta. La
mia spina più grande è la preghiera, il colloquio con Dio.
Certamente non è sufficiente comportarsi secondo quanto è
dovuto e comandato, cioè agire, in termini stretti, secondo i
comandamenti di Dio. La preghiera per gli altri, per me,
per la vita in genere, è sicuramente molto importante; ma io
per lo più non riesco a distogliermi dal tran tran quotidia­
no, dalle piccole e grandi preoccupazioni della vita, per par­
lare con Dio. E impressionante il modo in cui, alle preghiere
della sera, torno sempre a immergermi in altri pensieri e mi
distraggo, tanto che la mia preghiera talvolta si protrae ad­
dirittura per mezz’ora; ma di questo tempo, a stento dedico
a Dio dieci minuti. E veramente scoraggiante per me ilfatto
che ho già tentato molti cambiamenti - come per esempio re­
citare solo brevi formule, tipo un Padre Nostro o simili.
Ma presto il lassismo è stato maggiore dell’idealismo, e oggi
mi trovo allo stato di prima.
Certamente sono riconoscente a Dio per le molte cose che
ha donato e continua a donare a me e agli altri. Durante
la giornata penso a lui con gratitudine; ma appena dedico
41
un po’di tempo alla preghiera, quando mi siedo in una chie­
sa fredda, pur sentendomi pieno di riconoscenza per il mio
rapporto con Dio, appena voglio pregare mi perdo in parole
prive di significato; per esempio spesso dico quasi inconscia­
mente: «Mio Dio, aiutami», benché tutto sia in ordine.
Non so se Dio sia contento della mia preghiera; sono certope­
raltro chepotrebbe andare meglio, ma come? Come mi èpos­
sibile combattere il lassismo, la pigrizia, l’incostanza? Come
posso mai imparare a pregare?
Spesso ho presente che per Dio la preghiera è estrema-
mente importante. In ogni amicizia il colloquio personale
conta più di tutto. Proprio per questo è tanto deprimente per
me non saper pregare bene. Ma nel mio intimo spero e con­
fido in Dio: che un giorno vorrà darmi una « illumina­
zione ».

Tanti tanti saluti riconoscenti

Gùnther

Caro Gùnther,

ciò che scrivi di te e della tua vita di preghiera è m i­


rabile, e non merita certo il giudizio critico che ne dai.
Si, tu preghi. Che si tratti poi di un Padre Nostro o di
una preghiera più lunga, questo non ha molta impor­
tanza. Anche quando uno dice semplicemente: « Dio
mio, aiutami », è una cosa meravigliosa: non è neces­
sario sapere con precisione come Dio ci debba aiutare
quando tutto è in ordine. Quando poi alla preghiera
vera e propria precede un certo tempo di riflessione,
42
in cui ci si occupa di se stessi, allora si ha quel tipo di
preghiera, raccomandato dai maestri di vita spiritua­
le, che è la meditazione. In essa si riflette anzitutto su
Dio, sui nostri doveri e compiti, sulle nostre necessità
e bisogni, e questa riflessione sfocia poi lentamente
nella preghiera vera e propria. Con ciò, non voglio
certamente dire che tu non possa imparare a pregare
molto meglio: certamente lo puoi e lo devi. Nessuno,
fin quando è in vita e questa sua esistenza terrena non
è ancora sfociata nell’eterna lode di Dio faccia a faccia,
può dire di aver raggiunto il modo più alto e più per­
fetto di pregare. In questo campo siamo sempre ap­
prendisti.
Ci sono vari metodi con cui si può imparare len­
tamente a pregare meglio, perché la preghiera, per
quanto sia grazia e dono di Dio, ha peraltro dei pre­
supposti psicologici umani, di cui bisogna tener con­
to, se si vuole realmente pregare. Come nelle altre at­
tività spirituali, è necessario imparare lentamente a
concentrarsi e ad applicarsi interamente all’attività:
ciò vale naturalmente del « raccoglimento » nella pre­
ghiera. È necessario da una parte prendere realmente
le distanze dalla molteplicità superficiale della vita, e
dall’altra imparare precisamente come portare davan­
ti a Dio questa molteplicità di pensieri, doveri, preoc­
cupazioni, delusioni, gioie, ecc., e in un certo senso
« raccoglierle ».
Oltre a ciò, vi sono anche molti « trucchi », in
senso buono, per pregare meglio e con più facilità.
Sono elencati nel libro degli Esercizi di Sant’Ignazio.
Leggili tu stesso. Cerca, per esempio, di soffermarti a
riflettere sulle singole parole di una preghiera che co­
nosci a mente, chiarendone a te stesso e approfonden­
43
done il contenuto. Questa riflessione meditativa do­
vrebbe poi, naturalmente, sfociare nella preghiera
vera e propria. Per quanto sia forse estraneo al gusto
d’oggi, ti raccomanderei di recitare qualche volta, tu t­
to da solo, il rosario. La sequela calma, rilassata, delle
medesime parole e uno sguardo al mistero della vita
di Gesù che si contempla, sono in grado - se uno non
è impaziente e tenta anzi di essere un po’ lento - di
creare nell’anima un vero silenzio, in cui ci si avvicina
a Dio.
Infine, i maestri di vita spirituale sanno bene che
quello che importa nella vera preghiera, non è la
quantità dei pensieri che si espongono a Dio, e nep­
pure, in fondo, la molteplicità delle preghiere e dei
desideri con cui, in certo senso, si cerca di occuparlo
(anche se per noi, e non propriamente «per Dio la
preghiera è estremamente importante »), ma un silen­
zio raccolto ( potrei dire addirittura uno stato di vuo­
to) in cui tutto l’uomo si affida con fiducia e amore al
mistero silenzioso di Dio. Come non si può imparare
solo con lezioni teoriche ad usare gli sci, ma è neces­
sario precisamente sciare per imparare a sciare, e come
bisogna sempre incominciare di nuovo, e bisogna rial­
zarsi se si cade, cosi è della preghiera: a pregare si im­
para solo pregando.
Dalla tua lettera risulta chiarissimo che tu pre­
ghi. Non smettere, ricomincia sempre di nuovo. Hai
iniziato e, con pazienza, devi imparare sempre meglio.
Se si interpretano continuamente e sempre daccapo le
nuove esperienze della vita, esse stesse ci sono sempre
occasione per un nuovo, finora sconosciuto modo di
intrattenersi con Dio nella preghiera. Portare davanti
a Dio le novità della vita, non importa se si tratti di
44
esperienze beate o dolorose, di benedizioni visibili o di
amare delusioni su se stessi: in tal modo tutto nella
vita può diventare preghiera; e pregando si impara a
pregare.
Mi invii sempre il vostro giornaletto giovanile: è
davvero grandioso come tu sappia impegnarti al ser­
vizio del tuo gruppo, dimentico di te e tutto dedito al
lavoro. Porta davanti a Dio nella preghiera anche le
necessità e richieste che pubblicate sul vostro giorna­
letto; e qualche volta ricordati anche di colui che ti
scrive questa lettera.

Cordiali saluti

K arl R ah ner

45
QUANDO LA VITA QUOTIDIANA
DIVENTA UN TORMENTO

Caro Padre Rahner,

anzitutto vorrei ringraziarla di cuore per la possibilità che


ho di scriverle. Ciò mi ha dato un po’di gioia, perché da mol­
to tempo ho udito parlare di lei. Le scrivo con semplicità
quello che sento.
La mia situazione attuale è senz’altro cattiva. Il per­
ché, non lo so neppure io di preciso. A d ogni modo, penso spes­
so alla morte. E ad essere sincero, mi diverte pensarci. Non
ho affatto timore davanti ad essa, ma solo curiosità. Porse
questo mio atteggiamento deriva dal fatto che leggo molto
Hermann Hesse. Tutta la sua malinconia e la sua tristezza
egli la presenta come qualcosa di assolutamente positivo.
Le vacanze sono passate. A l presente vivo di ricordi e
mi trovo nella merda più che durante le ferie. Bevo più di
allora, perché non c’è nulla da fare e perché i compagni di
scuola ti incoraggiano. Non nepossopiù: deve capitare qual­
cosa.
Con i miei genitori ho rotto completamente, e l’unica
persona che mi è rimasta è N. Finora ci siamo visti ognifine
settimana. Ma i suoi genitori sono gentaglia. La lasciano
fuori solofino alle ventuno e hanno espresso il parere che an­
darla a trovare ogni settimana sia troppo. Sapessero che cosa
combinano con questo! N. è assolutamente dipendente dai ge­
46
nitori. Deve obbedire. È inutile esitare o disperarsi.
Perché mi capita tutto questo? Perché? Per me la vita
quotidiana è diventata un tormento. Il desiderio di prote­
zione e di amore viene ostacolato e represso rigorosamente da
ogni parte.
Lei, Padre, vive per la sua fede: io la ammiro e la in­
vidio per questo. Quanto a me, mi dispiace: non ho ancora
trovato questa fede, per quanto mi sforzi a cercarla. Dubito
di tutto, soprattutto di me. Vivo nel sogno e non nella realtà.
So di essere un idealista sul piano umano. Ma devo lasciar
cadere ogni ideale solo perché la realtà mi dimostra qualcosa
di diverso? No; piuttosto vado alla malora con i miei ideali
ma non vi rinuncio.
Deve sapere che la settimana scorsa un mio compagno
di scuola - gli volevo bene e ci comprendevamo - si è sparato.
Da allora sono terribilmente depresso. Spesso avevamo par­
lato insieme del suicidio, ne avevamo discusso. Ora egli lo ha
attuato. A l suo funerale ho pianto come un bambino. Ma
forse egli ora si trova bene; forse di là si sta meglio di prima.
M i creda, Padre: dopo tale esperienza, non ho avuto
altro pensiero che fare la stessa cosa. Ma forse cè ancora
qualcuno, forse l'unica persona che sinceramente amo. Fare
ciò adesso sarebbe volgare. Ma in tali momenti ciascuno è il
prossimo di se stesso. Certe volte mi sono messo a riflettere se
non sia il caso di finirla con N , per «avere via libera ».
Certamente non capirà bene. Anzi , non so neppure se
avrei dovuto scrivere tutte queste cose. Tuttavia la prego di
voler comprendere le mie idee. Perciò attendo una risposta.

Grazie per la fatica che le do e saluti cordiali.

Robert

47
Caro Robert,

anzitutto devo dirti che ho lasciato giacere a lungo la


tua lettera. Non avrebbe dovuto accadere, ma pur­
troppo è stato cosi, e se per questo motivo tu avessi ri­
cevuto una delusione anche da me, sfortunatamente
non posso farci più niente, posso solo pregarti di trarre
profitto da questa delusione, di aggiungerla alle altre
di cui parli nella tua lettera, e di superarle tutte
insieme.

Spero che nel frattempo tu ti sia un poco cambia­


to, grazie a quell’azione educatrice che la vita stessa ci
offre. Spero che dalla morte del tuo amico che si è spa­
rato, tu abbia imparato qualcosa di giusto: comunque
la conclusione da dedurne non è affatto quella di gio­
care con l’idea del suicidio. Non devi giudicare il tuo
amico, perché la morte di ogni uomo è un mistero che
non possiamo scandagliare; e in ogni caso la tua morte
è diversa dalla sua: se tu tentassi di sfuggire a te stesso
in questo modo, sarebbe una viltà che non risolvereb­
be nessun problema della vita, anzi lo renderebbe de­
finitivo. Per il resto, vorrei dirti con molta semplicità
e in modo addirittura primitivo: smetti di bere! (Spe­
riamo che tu l’abbia già fatto!). Non sentire il tuo rap­
porto con i genitori come un’infelicità per la quale
devi compatirti, bensì come un compito che devi as­
solvere. I genitori spesso sono persone limitate, è ov­
vio; questo tuttavia non è un motivo per « romperla
totalmente » con loro, ma piuttosto un impegno da
cui imparare ad acquistare comprensione e pazienza
con gli altri, a non ricercare la colpa dei contrasti sem­
pre e solo negli altri, a riuscire anche ad attribuire a se
48
stesso, con spirito autocritico, un eventuale poco in­
telligente apporto a tali contrasti.
Forse i tuoi problemi con N. si sono già risolti da
soli. È una supposizione completamente sbagliata? Se
non lo fosse, la nuova esperienza non ti dovrebbe au­
torizzare a dimenticare il passato, in modo poco intel­
ligente, come se si trattasse di semplici mutamenti che
vanno e vengono col volgere del tempo. Chiedi a te
stesso se hai imparato realmente qualcosa datali espe­
rienze e se, per esse, ti conosci meglio, tanto da non
crollare al primo mutamento dei sentimenti o al m i­
nimo desiderio di protezione. I genitori di N. sono sta­
ti realmente gentaglia, se poi i tuoi sentimenti per
quella ragazza sono cosi facilmente mutati e tu in fon­
do sei contento di aver nuovamente « via libera »? Bi­
sogna avere il coraggio di imparare realmente dalle
proprie esperienze. Esse possono anche trasformarsi
poi in una « beata sciocchezza », che si giudica con in­
dulgenza, ma che poi non si commette scioccamente
da capo, come purtroppo fanno i più.
Io non so se ti ho veramente compreso. Comun­
que, hai fatto bene a scrivere tutto, anche se non ho
dato risposta a tutto ciò cui accenni. Continua ad in­
teressarti con coraggio della fede, che tu ritieni di non
aver ancora trovato; se fai questo, possiedi già almeno
in germoglio la fede vivente. Non devi lasciar cadere
gli « ideali », perché la realtà vera si nasconde in essi,
e non in ciò che gli uomini vili, miopi e pigri ritengo­
no realtà.
Tu dici che mi ammiri per la mia fede. Eppure
essa non è cosi semplice neppure per me; anch’io devo
impegnarmi per essa ogni giorno, come raccomando
di fare a te. Se poi alla mia età forse do l’impressione,
49
agli altri e a me stesso, che essa sia più facile che per
i giovani, se ne deve concludere purtroppo, che tale
facilità testimonia non la grandezza della fede, ma
l’effetto di un certo raffreddamento, che prende piede
con l’età. Sono cose che non si conoscono mai bene.
Tu ed io dobbiamo sempre imparare a credere
nell’eterno Iddio, nella cui infinita ampiezza e incom­
prensibilità trovano soluzione tutti i nostri problemi,
anche e precisamente quando noi stessi non sappiamo
come ciò avvenga.

Saluti cordiali dal tuo

K arl R ah ner

50
PER AMARE DIO NON HO BISOGNO DELLA CHIESA

Caro Padre Rahner,

credo che sia meglio cominciare direttamente. Dopo molte ri­


flessioni, credo in Dio ma non nella Chiesa. Il perché, non
mi è facile provarlo. In parte perché la Chiesa, a mio parere,
ha un passato « tenebroso » (vedi il Medioevo), in parte per­
ché io mi avvicino a Dio anche senza Chiesa, so pregare an­
che senza Messa, e ciò per me è più vantaggioso. M i dà quasi
nausea vedere gente che biascica preghiere imparate a me­
moria o proposte dagli altri, senza curarsi del significato.
Per questo, a me sembra ridicolo recitare il rosario, perché
in esso - a parte una certa attenzione alla Messa o a Dio -
non trovo nessun senso. Non si potrebbe recitare allo stesso
modo anche una ricetta di cucina? Allo stesso modo, per me
non ha senso andare a confessarsi, perché non credo che un
prete, solamente con un paio di parole e con una preghiera
come « penitenza », possa rimettermi i peccati. In tal modo
potrei continuare a commettere peccati, e poi farmeli « ri­
mettere ». Perché invece non dovrei portare io le conseguenze
dei miei peccati, se io li ho commessi? Per me, farseli rimet­
tere da un uomo, è solo segno che si ha paura di presentarsi
a Dio con i propri peccati e farne vera penitenza. Purtroppo
io, come molti altri, non ho la forza di farne espiazione nella
vita, perciò questa avverrà dopo la morte.
51
Oltre a ciò, non sono d'accordo con tutto il rituale della
Chiesa, perché ritengo che un pero credente non abbia biso­
gno di simboli per la sua fede. Anzi, credo di ricordarmi di
aver letto una volta nella Bibbia che non bisogna mettersi a
pregare pubblicamente negli angoli delle strade o nelle sina­
goghe. il Padrenostro e dopo queste parole che a me danno
tanta pace. Questo passo per me è il più importante del Nuovo
Testamento.
Qualche imita credo anche di non aver ragione e dubito
delle mie convinzioni. In quei momenti perciò vorrei avere
nella Chiesa una fede tanto forte come quella in Dio. Spero
che lei mi possa aiutare a comprendere la Chiesa, perché io
non la veda in modo tanto negativo. Mi interesserebbe ve­
ramente sapere cosa lei ne pensa.

Nella speranza di ricevere una risposta, la saluta con


tutto il cuore

Gregor

Caro Gregor,

ho letto la tua lettera, lo ammetto volentieri, con un


certo divertimento, anzi qualche volta mi ha fatto ri­
dere. Se ritieni che invece del rosario si possa non
meno bene recitare una ricetta di cucina, mi sorge il
sospetto che tu non lo abbia mai recitato. Se avessi già
tentato di farlo con una certa frequenza, avresti capito
che già nella monotonia di questa preghiera - a pre­
scindere dall’essenza propria della preghiera come
tale - è presente un particolare vigore di pace, di ri­
52
lassamente), di coraggio nel rimanere in se stessi, lon­
tano da ogni trambusto quotidiano. Ma questo solo
per inciso.
Entrando nei particolari, mi meraviglio che voi
giovani abbiate tante difficoltà sulla Chiesa. Voi incli­
nate oggi - a differenza di noi vecchi individualisti di
un tempo ormai passato - a qualcosa che si potrebbe
chiamare « socialismo », comprendendo bene la paro­
la: oggi i giovani vogliono l’unità, esigono maggiore
vicinanza reciproca, fraternità, servizio al prossimo.
Ma se l’unità non si deve risolvere semplicemente in
una simpatia di gruppo che facilmente si dissolve, se
deve servire a dare vere fondamenta all’uomo e alla
sua vita, essa esige anche una strutturazione: sono ine­
vitabili l’organizzazione, l’ordine, la disciplina e la ri­
nuncia a sé da parte dei singoli.
Per me è strano: volete essere « socialisti », e non
avete nessuna comprensione della Chiesa; ma essa è
pure una società, una comunità, in cui vi sono doveri
e norme naturali che bisogna accettare con una certa
dimenticanza di sé. Ovviamente, se si fa ciò con sem­
plicità e sincerità, si trova poi la benedizione che que­
sta società può riversare sui singoli. E come della fa­
miglia: se ne può sperimentare la protezione e l’aiuto
reciproco, solo se si compiono i doveri che questo tipo
di vita comune inevitabilmente richiede. Cosi è della
Chiesa.
Ho già sentito spesso affermare da taluni, che a
loro sarebbe possibile avvicinarsi a Dio senza la Chie­
sa: lo troverebbero nella natura, ecc. Ovviamente, an­
che un cristiano non può dubitare che chiunque ob­
bedisce con fedeltà e generosità alla propria coscienza,
può alla fine trovare Dio; ma non può darsi che una
53
coscienza più aperta alla verità e alla sua pienezza am­
metta che anche la comunità della Chiesa è una realtà
che Dio esige da noi, tramite appunto questa coscien­
za? E non può darsi che precisamente attraverso que­
sta Chiesa ci si avvicini al Dio infinito in modo più ra­
dicale e più spoglio di sé? Che vi si facciano quelle
esperienze di Dio che solo nella Chiesa, appunto, è
possibile fare? Ed è proprio vero che se si vive nella
Chiesa e con la Chiesa, si è costretti a biascicare pre­
ghiere e a raccontar giù peccati per ottenerne la remis­
sione? Non è vero che chi comprende realmente, nel­
la fede, la celebrazione eucaristica, sperimenta in que­
sta sacra cerimonia una vicinanza a Gesù Cristo, alla
sua vita, alla sua morte in croce ed alla sua risurrezio­
ne, che altrove non può trovare ? E non è possibile por­
si cosi nel coro degli oranti in modo vivo e personale?
Inoltre, come cristiani normali, è possibile cerca­
re quel servizio divino, quella comunità di preghiera,
quella celebrazione eucaristica che è più vicina alle
proprie esigenze personali, che crea minori difficoltà,
frequentando cioè questa o quella Messa in questa o
quella comunità. Ma squalificare come ridicolo bia-
scichio di preghiere ciò che si compie nelle celebrazio­
ni della Chiesa, è semplicemente ingiusto. Nella tua
vita hai forse un’unione e comunanza cosi ovvia e in­
discussa con il santo Iddio della vita eterna, che non
ritieni necessarie, per i tuoi peccati, le parole di remis­
sione pronunciate da Gesù per mezzo della Chiesa?
Devo dirti con sincerità che la tua frase: « Un vero
credente non ha bisogno di simbolismi per la sua
fede » la trovo terribilmente insensata.
Non sei un uomo composto di anima e di corpo?
La tua realtà più profonda, il nocciolo della tua per­
54
sonalità, non deve esprimersi necessariamente in pro­
cessi vitali? Puoi rinunciare all’arte, alla musica? E in
esse, non vi è pur sempre il simbolismo con cui un
uomo esprime i processi più profondi della propria
esistenza? E perché allora dovrebbe essere altrimenti
nella dimensione dei nostri rapporti con Dio? Una
preghiera dimostrativa all’angolo della strada, non è
certamente una concretizzazione dei nostri rapporti
con Dio, soprattutto quando (ed è questo che Gesù
biasima) la si fa solo per proclamare davanti agli altri
la propria devozione.
Che le parole di Gesù contro questa esibizione
della propria devozione siano le più importanti del
Nuovo Testamento... affermare ciò è semplicemente
sciocco. Contraddice in modo tangibile con le inten­
zioni di Gesù, il quale nelle sue parole, ovviamente,
non può dire sempre e contemporaneamente ciò che
è il culmine, ciò che per lui è decisivo; ma Gesù dice
anche che bisogna amare Dio con tutto il cuore e con
tutte le forze, e risulta ovvio che per lui questa asser­
zione è più importante di quella che tu ritieni come
la più importante nel Nuovo Testamento. Natural­
mente si potrebbe dire che in tutte le parole di Gesù,
anche se presentate nella loro individualità, vi è sem­
pre il suo messaggio completo, quello da cui Gesù è
mosso e che vuole portare a noi. Ma ciò non muta il
fatto che, con varia urgenza e potenza, il culmine del
messaggio di Gesù venga presentato in maniere diver­
se e con diversa urgenza e intensità.
Ovviamente in ciò che ti ho esposto, e a cui non
posso aggiungere molto di più in una breve lettera
come questa, non ti ho ancora per nulla descritto ciò
che costituisce la vera ed ultima essenza della Chiesa.
55
Ma se gli uomini sono e devono essere creature che vi­
vono in società, e se vi sono uomini che credono in
Gesù come nel solo uomo per mezzo del quale essi
possono giungere a Dio e ascoltare la sua suprema pa­
rola di salvezza, di perdono, di grazia e di vita eterna,
allora è necessario che vi sia la comunità di questi uo­
mini schierati intorno a Gesù, allora è necessario che
vi sia la Chiesa.
E allora è necessario anche - certamente con pa­
zienza, con apertura, con dedizione - imparare a dare
e non a ricevere, e in questo modo crescere nella vita
di tale comunità raccolta intorno a Gesù. Cerca anche
tu di farlo!
Dici di avere il desiderio di giungere ad una fede
nella Chiesa tanto ferma come quella che hai in Dio.
Però, di per sé, tu non devi avere in essa la stessa fede,
cioè la stessa identificazione assoluta di te con questo
tuo contrapposto, cioè la Chiesa, come l’hai con Dio.
Infatti la Chiesa non è Dio, e una identificazione e de­
dizione suprema e assoluta tale da esigere la nostra esi­
stenza, possiamo averla solo nei confronti di Dio. Ma
come vi sono anche altre realtà, oltre a Dio e presso di
lui, verso le quali noi dobbiamo avere un rapporto po­
sitivo - precisamente perché Dio stesso lo esige - cosi
dobbiamo e possiamo cercare e trovare anche il rap­
porto positivo con la Chiesa.
Cerca di realizzarlo, con pazienza e anche con
spirito critico verso te stesso; non ritenere esaurite e
definitive le esperienze ecclesiali che finora hai fatto.
Come davanti a una persona talvolta, forse, si prevede
che con essa avremo esperienze meno soddisfacenti,
ma poi lentamente si notano le sue doti - come la
prontezza ad aiutare o la fedeltà - cosi può avvenire
56
nei confronti della Chiesa. Tu stesso dici che a volte
credi di aver torto e di dubitare delle tue stesse con­
siderazioni. Se ciò è vero, sei già ormai sulla strada ret­
ta: la strada che ti avvicinerà alla Chiesa.

Ti saluto anch’io, come scrivi tu, « con tutto il


mio cuore »

tuo K a r l R a h n e r

57
ANGOSCIA DI FRONTE AD OGNI SCELTA

Caro Padre Rahner,

un problema che mi si presenta ininterrottamente - sono una


ragazza di diciassette anni - è il seguente: Vorrei assumermi
la responsabilità di ogni atto, di ogni decisione, epoi sentirmi
in accordo con me stessa. Ma da una parte mi distoglie da
ciò la ricerca delle mie comodità, e cerco di giustificarmi con
dei pretesti: una volta sono troppo stanca, dopo una lunga
giornata di scuola, per occuparmi dellefaccende domestiche;
un’altra volta penso: Perché devofarlo proprio io? Si potreb­
be obiettare: Perché non devo farlo proprio io? Ma questa
domanda non misi presenta mai in quei momenti: non sono
accessibile, sono irretita nel mio egoismo.
D ’altra parte - e questo è per me il punto più grave -
vi è in me una forte dose di viltà, anzi di paura, il che si­
gnifica che io a voltefaccio e dico talune cose, perché la massa
lefa ole dice. Non ho semplicemente il coraggio di dichiarare
che io sono di idee completamente diverse o che non intendo
fare qualcosa perché non lo ritengo buono. Spesso mi è capi­
tato che avevo già sulle labbra la risposta giusta, ma ho detto
tuttavia qualcos’altro.
Peraltro so sempre bene quando dico ofaccio qualcosa
di sbagliato, oppure tralascio di dire e di fare. E questa con­
sapevolezza mi opprime: è come la voce della cattiva coscien­
58
za. Talvolta, al momento di prendere delle decisioni, mi sen­
to fa v a ta da una grande oppressione che mi agita: prima
di essere, per cosi dire, schiacciata, devo decidere. A volte mi
viene un impulso giusto dall’interno, e cosi riesco a raccoglie­
re le mieforze efare il bene; ma seprendo una decisione sba­
gliata, mi sento a disagio, quasi come chiusa in trappola.
L ’oppressione di dover decidere e di essere tesa tra decisioni
giuste e sbagliate, spesso addirittura mi sfinisce. Per princi­
pio, ho sempre la volontà di fare ciò che è giusto, ma spesso
la volontà non è sufficientemente forte e mi mancano i punti
d’orientamento.
Credo che lei, caro Padre Rahner, nella sua ricca espe­
rienza di vita, mi possa aiutare. Vorrei trovarmi libera da
questa inumana coercizione eprendere cosi le decisioni rette.

Le auguro ogni bene; con riconoscenza

sua Barbara

Cara Barbara,

veramente io non credo proprio che tu viva sotto una


« inumana coercizione ». Certamente nella condotta
della nostra vita, nel trattare con gli altri, dobbiamo
sempre e continuamente decidere cosa dire e cosa non
dire, cosa fare e cosa non fare. Ed è anche altrettanto
naturale - se siamo sinceri e abbiamo capacità auto­
critica - che a volte dobbiamo poi ammettere di non
aver agito o parlato rettamente in questo o quello.
Questi fatti della nostra vita non devono essere mini­
mizzati, banalizzati, o facilmente scusati; ma se poi
59
per questi sbagli soffriamo troppo, se ci fanno cadere
nella depressione, ciò non è segno di impegno morale,
certamente lodevole, ma è effetto di un falso orgoglio,
che ci spinge in modo errato a farci sentire scontenti
del nostro agire. Non dobbiamo prendere troppo sul
serio gli errori quotidiani che, in fondo, sono forse solo
relativamente importanti.
Naturalmente è tuo dovere dare una mano nelle
faccende domestiche e non scusarti per essere troppo
stanca, quando si richiede il tuo aiuto. È possibile ri­
flettere seriamente su queste piccole mancanze, chie­
dendosi se in esse non si nasconda ed operi un egoismo
camuffato, che non è certamente da sottovalutare.
Tuttavia te lo ripeto: non bisogna lasciarsi troppo op­
primere dalle imperfezioni e neppure dalle piccole
meschinità della nostra vita.
Non sei affatto « chiusa in trappola »; se giudichi
te stessa con serenità e spassionatezza, devi sempre
dire ed essere convinta che in fondo questa trappola
è aperta. Se oggi non hai detto una parola buona a un
tuo prossimo, digliene una almeno domani. Se oggi te
la sei svignata e hai lasciato il lavoro agli altri, certa­
mente alla prossima occasione agirai meglio. Lo puoi,
e se risvegli sempre di nuovo tale volontà, non devi
poi continuamente rivivere in modo tragico i tuoi
passati errori, e puoi correggere molte di quelle colpe
quotidiane che noi, uomini deboli e dalle corte vedu­
te, commettiamo purtroppo sempre.
Se si cade, poi si risorge. Se si è trascurato qual­
cosa, poi lo si recupera. La pazienza con sé - la pazien­
za è doverosa non solo con il prossimo, ma anche con
noi stessi - è pur una virtù cristiana. Bisogna essere
misericordiosi anche con se stessi, come abbiamo il
60
dovere di esserlo con gli altri e con le loro debolezze.
Sii lieta e contenta, e non prenderti troppo sul se­
rio. Dobbiamo certo sentirci responsabili nella nostra
vita, ma nella nostra vita ci sono anche molte cose di
cui non siamo responsabili affatto. Queste e quelle
non si possono separare, perciò la seria responsabilità
con se stessi e la misericordia con se stessi, sono due
virtù che non è facile distinguere e dividere; ma pra­
ticarle insieme è un singolare compito della nostra
vita, da accettare con gioia e con fiducia.

Ti auguro ogni bene

tuo K a r l R a h n e r

61
DI PER SÈ, SI DOVREBBE VIVERE
IN MODO TUTTO DIVERSO

Caro Professore Padre Rahner,

devo dire che la mia vita trascorrefelice e non devo confron­


tarmi con problemi molto diffìcili. Probabilmente proprio
per questo penso a molte cose. Vorrei dunque scriverle su un
argomento particolare, che mi occupa.
M i sono interessata un poco della vita di san Francesco
d’Assisi, e il suo stile di vita mi ha semplicemente entusia­
smata: la felicità che provava nella povertà, la sua unione
con Dio, che era tanto più forte in quanto viveva nella na­
tura. Ne era quasi un pezzo, come i gigli nel campo e gli uc­
celli sugli alberi. Viveva della Scrittura e attingeva forza
dalla straordinaria purezza della sua vita. M i sgomenta il
fatto che noi, che io non sono in grado di romperla con i modi
usuali di vita, per incamminarmi, come lui, su un'altra via,
forse diffìcile all’inizio. Molti di noi sono aperti ai suoi in­
segnamenti, ma non ci lasciamo veramente trascinare a se­
guirlo. Non penso con ciò che dobbiamo aderire all’Ordine
francescano, ma penso al suo distacco, al suo agire pieno e
chiaro, alla sua fiducia in Dio.
Ilpretesto che oggi i tempi sono cambiati, puòforse essere
vero, ma il problema dell’angoscia di fronte al nuovo è ri­
masto. Francesco d ’Assisi è riuscito a superarlo.
In realtà, comprendo che mi è possibile percorrere una
62
nuova strada nelle piccole cose e che non devo abbandonare
tutto, tuttavia sono un po’ triste per ilfatto che non ce la fac­
cio, che non riesco a separarmi da tutto perseguire solo le re­
altà veramente essenziali della mia vita.
La ringrazio di aver seguito i miei pensieri.

Molti cari saluti

Marianne

Cara Marianne,

grazie a Dio, tu non hai problemi difficili, e non ti tor­


menti ad arte, come molta gente, convinta che solo
cosi si è moderni e si è profondi. Francesco d’Assisi fu
un uomo meraviglioso, un vero cristiano, un santo.
Molti ritengono che egli, dopo Gesù, sia veramente il
più grande nella Chiesa e nel regno dei cieli. Ma ogni
uomo ha nella vita un compito proprio, che Dio ha
progettato per lui. Ciascuno è una persona umana uni­
ca, un cristiano unico, irripetibile, e per questo motivo
non è bene voler semplicemente copiare anche san
Francesco.
Se tu sia chiamata a una povertà simile alla sua,
se tu possa vivere in un contatto tanto immediato con
la natura, se tu possa seguire Gesù in tanta semplicità,
nello stile di questo santo (quelle particolarità della
vita di Gesù dalle quali Francesco fu particolarmente
colpito, che però non costituiscono certo tutti i parti­
colari vissuti da Gesù), è un interrogativo al quale evi­
dentemente non posso dare una risposta io, e proba­
63
bilmente la risposta sarà più un no. che un si.
Tu vivi in tempi diversi da quelli di san France­
sco, la tua storia personale e la situazione che ne deriva
ti pongono altri compiti, differenti da quelli affidati
a lui. Certamente, il radicalismo con cui questo santo
visse la sua sequela di Gesù, il Crocifisso, ci deve ispi­
rare sentimenti di vergogna. Certamente può essere
per noi un esempio di come non si debba, con una ov­
vietà che in fondo è mancanza di fede, accettare il tipo
di vita del proprio ambiente, con la sua superficialità
e profanità. Ha certamente qualcosa da dirci; ma lo
stile di vita veramente nostro, forse anche molto « al­
ternativo », dobbiamo trovarlo proprio noi. Per espri­
mermi con un po’ di sentimentalismo: non devi di­
ventare un san Francesco, ma una « santa Marianne ».
Che cosa poi questo significhi di preciso, naturalmen­
te io non lo so. Non devi perciò essere triste se il tuo
stile di vita non è tanto semplice, né è semplice tro­
varne uno, come tu ritieni, da poter identificare con
quello di Francesco.
Può darsi che tu riconosca la tua strada solo passo
passo, lentamente; non devi eludere, con impazienza,
la fatica di questa ricerca sempre rinnovata; non devi
essere «un po’ triste » che le cose non sono cosi sem­
plici. Io da sessantanni vivo in un Ordine, cerco di se­
guire le norme proprie di questo genere di vita, ma la
strada concreta che ogni giorno devo percorrere, la
devo scoprire ogni giorno di nuovo.
In fondo, non siamo quaggiù per costruirci una
vita secondo un nostro ideale, ma per farci donare
ogni giorno da Dio la vera vita della grazia e della li-
bertà.
Va’ avanti con letizia!
64
Ho saputo che da non molto tempo hai ricevuto,
con molta serietà, il sacramento della Cresima. Con
esso, anche neU’ambito della Chiesa è giunta a portata
di mano la promessa di Dio, che, se il tuo cuore resta
pieno di buona volontà, sarai guidata dallo Spirito di
Dio, anche se non possiedi la carta topografica della
strada che devi percorrere.

Ti auguro ogni bene

tuo K a r l R a h n e r

65
PARALIZZATO DAL MIO UMORE TETRO

Molto reverendo Padre Rahner,

la fede mi interessa, ma non ho saputo avvantaggiarmene


tanto come altri (ad esempio nella nostra comunità). Credo
in Dio, ma che Gesù fosse suo Piglio, lo credo già di meno.
La Chiesa poi con la sua organizzazione, con la trasposizio­
ne dei valori nellaprassi, mipare molto meno credibile. I cri­
stiani mi fanno l’impressione di agnellini che - talvolta per
paura ma soprattutto per la tendenza generale a rimuovere
la lotta interna che ciascuno deve sostenere sino alla sua fine
- cercano un sostegno senza volerpensare. Le mie convinzio­
ni sono diverse.
Mia meta è stato ed è sempre lo sforzo di mantenere il
mio pensiero il più libero possibile. Potrei descrivere cosi le
mie idee: esiste un angolo e uno dei suoi lati è rappresentato
dal cristianesimo con le sue dottrine. L ’altro lato è la scienza
accumulatasi nel corso del tempo, che gli si contrappone, ma
che appare chiara, cioè che dona senz’altro il sentimento di
essere nel giusto. La mia vita è solo la bisettrice, cioè la dia­
gonale tra la dottrina cristiana e le altre concezioni. A que­
sta idea, credo, non rinuncerò mai, perché bisogna sempre
conservare la libertà di pensiero e la possibilità di confronto.
Questo, per l’indipendenza.
Ho sedici anni, e la mia esistenza finora è stata libera
66
dal dolore, non ho conosciuto disagi. Per disposizione, inclino
alla melanconia estrema, anzi, spesso alla disperazione. Sono
per lo più prigioniero di stati d'animo d ’ogni genere e con­
traddizioni. Per quanto mi sforzi di non vivere da misan­
tropo, di cercare contatti con gli altri ed aprire loro il mio
cuore e la mia anima, sperimento una micidiale spersonaliz­
zazione, che quasi mi riduce a pezzi. La comunità lavora
si sotto un gonfalone ancora tanto cristiano, ma le grida di
aiuto, flebili e pur penetranti, se vengono senz'altro accolte
inconsciamente dalprossimo, sono compensate con scherno in­
diretto, oppure tutti schivano il sentimento che opprimerebbe
- si tratti anche del mondo di Gesù Cristo -, per non creare
disturbi alla propria vita interiore.
La prego di darmi un accenno o una indicazione che
mi permetta di plasmare la mia situazione in modo degno
di essere vissuta. Non vorrei diventare uno di quegli uomini
problematici e rinunziatari. Bene, talvolta bevo; i pensieri
di suicidio non si sono ancora tramutati in atteggiamenti
maniaco-depressivi. A l momento presente vivo solo per
l’arte; la musica di Gustav Mahler mi dà la chiave per
identificarmi completamente con una personalità. I suoi la­
menti mi scuotono fino nel più profondo. Egli, credo, deve
aver avuto gli stessi sentimenti e gli stessipensieri del mio spi­
rito sconvolto. Se io fossi in grado di comporre, le sue opere
sarebbero le mie, per espressione eper impegno, prescindendo
dalfatto che egli era un genio e io non sono nulla. Io invece
mi accontento di scrivere - è la mia unica valvola di sfogo
per chiarirmi questa mia guerra eper riuscire a sostenere la
lotta come hofatto finora. E sono cose stridenti, terribili, ad­
dirittura perverse, che sorgono sull’esempio di Franz Kafka
e George Orwell, prescindendo da tutti i difetti del mestiere.
Forse io le scrivo tutto questo perché il nostro corso di
sci ha avuto un decorso più spaventoso delle previsioni più
61
spinte. Come uomo di comunità, sono ancora fondamental­
mente rinunciatario su tutta la linea, perché la mia indole
dannata resta sempre per me un peso opprimente. Anche per
il soddisfacimento di impulsi elementari e importanti come
la sessualità, sono di impaccio a me stesso. I momenti di se­
rena ilarità sifanno semprepiù rari, e se si èprofeti di sven­
tura si trova poco consenso in pubblico. Si finisce per restare
ancora nell’isolamento a dilaniarsi interiormente. Le sbron­
ze di birra sono i momenti coscienti dell’autoinganno.
Concludendo, vorrei aggiungere ancora che con i miei
genitori ho un rapporto magnifico, ma che essi, nonostante
i colloqui numerosi eprofondi, non hanno mai voluto com­
prendere il mio carattere o accettarlo. Anche i miei pochi
amici sanno offrirmi una ben scarsa comprensione. Il fatto
poi che io non sia precisamente un tipo calmo, ma talvolta
perfino vivace - perciò all’apparenza nient’affatto « timi­
do » -, è una meraviglia anche per me stesso. Esteriormente
nella vita procedo con le mie gambe, ma interiormente sono
in lotta. Il mio sogno: un amico o meglio un’amica, nel cui
grembo mi sia possibileposare il capo epiangere a gran voce.
Ma questa immagine resta pur sempre un sogno lontano,
come tanti.
Più sincero dì cosi non potevo essere; e mi fa bene, perché
per lo più davanti agli altri sono obbligato a portare una
mascheraperpotere in qualche modo scampare. Non mi resta
che pregarla ancora di un consiglio, di un vero aiuto.

Con osservanza

Maximilian

68
Caro Maximilian,

voglio dirti anzitutto che di fronte al tuo scritto mi


sono sentito quasi impotente. Ritengo che quanto
scrivi all’inizio della tua lettera, cioè il rapporto col
cristianesimo, con Gesù e con la Chiesa, non sia effet­
tivamente tanto importante da dovergli dare qui una
risposta. E molto più importante, invece, quello che
tu, subito dopo, dici di te stesso. Cioè la tua solitudine
e lacerazione intima, i tuoi sogni insoddisfatti: questa
situazione che vivi come una prigionia; e poi la tua
misantropia e difficoltà di contatto. Il fatto che in te
vi sia tutto questo, nonostante che tu abbia un rappor­
to magnifico con i tuoi genitori, che la tua vita este­
riore non ne scapiti e che tu sia intelligente tanto da
sentirti spinto a scrivere, in tutto ciò dunque - dovrai
pure ammetterlo - è in gioco una causa generale di ca­
rattere psichico depressivo, causa che non dipende da
circostanze esteriori ed occasionali della tua vita. Se
dunque quanto racconti di te è l’espressione esteriore
di una causa intima, che a priori e per presupposto di­
sturba in singoli particolari oggettivi i tuoi rapporti
col cristianesimo, vedi quanto mi sia difficile darti un
consiglio; per questo, come t’ho detto, mi sento impo­
tente. Quale consiglio, quale consolazione si può dare
a un uomo come te? Con indicazioni buone, ma facili
e scontate, non è possibile eliminare questo stato
d’animo di fondo nella vita. Eppure: non ti è possibile
ammettere con schiettezza questa tua situazione?
Non ti è possibile dire a te stesso: Questo mio stato
d’animo fondamentale per ora io lo devo sempre tener
presente - anche se non è affatto detto ormai che l’ul­
teriore sviluppo della tua vita (anche sotto l’aspetto
69
biologico e fisiologico) escluda per sempre che tu pos­
sa venirti a trovare un giorno in uno stato d’animo
fondamentale di gioia e allegrezza. Ma fino a quando
le cose in te stanno come al presente, tu devi tener
conto di ciò, con calma e serenità.

D’altra parte non devi semplicemente abbando­


narti a questo tuo stato d’animo; certo, non puoi farlo
svanire nel nulla e tramutare te stesso, con un sempli­
ce ordine, in una persona lieta e giuliva. Ma sappi bene
che non è affatto una necessità assoluta restare come
ti trovi ora; che da un tale stato d’animo, è possibile
ricavare deduzioni sulla realtà in se stessa, solo con
grande autocritica e prudenza; che non è affatto ne­
cessario comportarsi come chi asserisce che il sole non
esiste perché per ora i nuvoloni non permettono di ve­
derlo. Ti è possibile lavorar su di te con pazienza, cer­
care di sviluppare gli aspetti positivi del tuo stato
d’animo. Ce ne sono, infatti. Un uomo pur tanto me­
lanconico a motivo del proprio carattere, come tu mo­
stri di essere, ha peraltro delle possibilità di ottenere
qualcosa di positivo proprio da questo stato d’animo
stesso. Tu, proprio per questo tuo atteggiamento sen­
timentale di fondo, non ti sei lasciato andare ad una
vita quotidiana primitiva e superficiale (però non
devi, ovviamente, cercar rifugio nelle sbornie di bir­
ra!), sai comprendere la musica di Mahler. Non è que­
sto un dono positivo nella tua vita, che un uomo su­
perficiale certamente non possiede? Tu, cosa in cui i
giovani per lo più mancano, hai comprensione per i
tuoi genitori, per la loro dedizione a te, altrimenti non
potresti trovare « meraviglioso » il tuo rapporto con
loro. Non è anche ciò qualcosa di veramente mirabile,
70
per il quale potresti pur nutrire sentimenti di ricono­
scenza?
Non hai molti amici e non trovi persone con cui
ti sia possibile una vera amicizia. Ma non devi nutrire
troppo il desiderio di « posare il tuo capo nel grembo
di un’amica e piangere », perché il vero amore, pur
con tutto il sostegno reciproco, presuppone persone
che sappiano stare sui propri piedi, che sappiano esse­
re padrone, con coraggio, della propria esistenza, e con
questa forza, con questa capacità possano star vicine
all’altro, senza ridurre l’altro a soddisfazione del pro­
prio egoismo.
Come vedi, non posso suggerirti una facile ricet­
ta, che ti dia la possibilità di trasformare la tua vita in
uno spasso gioioso; ma non è affatto necessario. Io
penso che tu debba affrontare con coraggio il compito
che la tua situazione ti impone; anzi, sono convinto
che tu puoi, che tu sei in grado di formarti, precisa-
mente a partire da questa situazione, una vita grande
e profonda. Non è assolutamente necessario che tu sia
uno « spirito dissennato ». Col tempo naturalmente
comprenderai che l’arte, che la musica non sanno of­
frire da sole il significato profondo dell’esistenza, ma
che ti è necessario e possibile plasmarti una vita con
Dio, in unione e fedeltà a lui.
Tu dici: « Io credo in Dio ». Prendi con serietà
questa tua affermazione; vedi di attuarla nella vita.
Forse da questo Dio ti è stata assegnata una vita seria
e pesante. Ma non è possibile anche il contrario? Noi
non possiamo sceglierci una vita a nostro piacimento
o a discrezione dei nostri desideri tanto problematici.
Dobbiamo accettarci cosi come siamo; ma se faccia­
mo questo con vera onestà, con coraggio e con speran­
71
za, accettiamo Dio stesso. Non è il Dio che ci destina
ad una prigionia disperata: egli forse ha stabilito per
noi un lungo tratto di vita in cui siamo costretti a ti­
rare avanti con fatica, ma egli resta pur sempre il Dio
della luce eterna.
Caro Maximilian, alla fine di questa lettera, che
può senz’altro essere troppo breve, mi trovo realmen­
te imbarazzato come all’inizio. Ma forse questa stessa
ammissione che devo pur fare, è anch’essa un piccolo
aiuto alla tua vita. Alla conclusione del tuo scritto,
non avresti dovuto porre quel « con osservanza »: noi
cristiani siamo fratelli che, riconoscendo la propria in­
capacità di dar consigli, possono restare intimamente
vicini. Con ciò, ti faccio i più begli auguri: non cedere;
non vi è motivo di lasciarti sprofondare in un dubbio
disperato e solitario.

Cordialmente

tuo K a r l R a h n e r

72
LA VITA È COME UIMA TRAVERSATA
SULLA CRESTA

Caro Padre Rahner;

un giorno un amico mi portò con sé ad una riunione della


gioventù cattolica. Ivi manifestai le mie idee, dicendo di non
essere in grado di accettare Dio come qualcosa dì scontato:
non vi è nessun fondamento per farlo, e anche Gesù non ne
sarebbe un motivo sufficiente. Nessuno potrebbe contraddir­
mi, qualora io affermassi che le sue straordinarie doti le ha
avute solo per caso, e che in ciò egli ha gabbato l’umanità.
Contrariamente a quanto mi aspettavo, i presenti alla di­
scussione non si mostrarono affatto inorriditi di me, e mi ac­
cettarono cosi come ero. Per questo motivo, andai ancora con
una certa frequenza a quelle riunioni.
Durante un periodo abbastanza lungo di degenza in
ospedale, ebbi poi molto tempo a disposizione, e perciò anche
tempo per riflettere su Dio (ammesso che esista; naturalmen­
te, anche negarlo per motivi puramente razionali, mi è al­
trettanto impossibile). Quel tempo di riflessionefu certamen­
te un serio passo verso di Lui, tuttavia io sono sempre molto
insicuro e alla ricerca. Solo le circostanze mi hanno portato
ad interessarmi un po’più da vicino della « realtà cristia­
na ». Tuttavia è possibile osservare che la malattia e la po­
vertà materiale sono un buon terreno di coltura per la fede;
e la Chiesa cattolica lo ha ben compreso: infatti continua a
73
porgere la sua fede a tali persone, fungendo cosi, per loro, da
sostegno. Ma io sento di appartenere ad un altro tipo di per­
sone, cioè all’uomo del benessere. Quest'uomo soffre. Non ha
nessun appiglio fìsico. Quando interrompe anche per breve
tempo la sua ansiosa ricerca di possesso, trova il vuoto inte­
riore, la delusione, la mancanza dì valori. Credo che ciò si
noti in modo più doloroso nella gioventù, eppure essa desi­
dererebbe migliorare. Ma non so proprio come. Ci si chiude
nei confronti dell’ambiente, come in un reattore atomico, ma
all’interno c’è il bollore, il turbamento. Noto anche che tutta
la vita è come una traversata sulla cresta: ogni giorno è pos­
sibile precipitare, per l'alcool o per le esperienze sessuali.
La Chiesa è in grado di aiutare anche « questa » gio­
ventù? Certamente non con cerimonie e formule, e tanto
meno con la sontuosità. Le sette che si circondano di mistero
sono più interessanti. Portano un'alternativa al grigiore
quotidiano, anche se ciò avviene solo perché recano un altro
grigiore.
La prego, caro Padre Rahner: mi apra l'accesso a una
Chiesa che sappia dare anche all'uomo del benessere un ap­
poggio almeno simile a quello che dà ai poveri ed agli am­
malati.

Molte grazie per la fatica che vuol prendersi

suo Franz

Caro Franz,

tu sei studente di matematica; sospetto perciò che tu


abbia una mentalità quale oggi è molto frequente fra
gli studiosi di scienze naturali. È possibile infatti, per
74
una specie di malattia professionale, che lo studioso di
scienze abbia, per cosi dire, una macchia cieca nell’oc­
chio, cioè che il suo ragionamento sia sempre ancora­
to, in modo positivistico, a ciò che è immediatamente
sperimentabile, che può essere perscrutato o domina­
to solo in modo sperimentale o razionale. Con una tale
mentalità, naturalmente, non è facile trovare un ac­
cesso a quel mistero che attraversa la nostra vita, e che
noi, in modo retto ma contemporaneamente un po’
grossolano, tradizionalmente chiamiamo Dio. Tu,
precisamente come scienziato, devi aver tanto spirito
autocritico, da tener almeno conto di questa limita­
zione della tua intellettualità, dovuta alla tua profes­
sione.
Ora, è vero che anche la povertà e la malattia
sono situazioni che possono condurre l’uomo a Dio,
ma certamente solo se egli procede sulla strada retta,
perché tali situazioni potrebbero essere altrettanto
buon terreno di coltura per l’ateismo. Sarebbe vera­
mente pensiero primitivo ritenere che tale situazione
sia l’unica in cui possa germogliare la fede in Dio. I
grandi pensatori nella storia dell’umanità, soprattutto
i greci e gli occidentali, si sono occupati positivamen­
te del problema di Dio, senza essere perciò poveri o
ammalati. Ritengo inoltre che quanto tu aggiungi,
cioè che la Chiesa cattolica ha avuto ed ha l’accortezza
di comunicare la sua fede ai poveri e agli ammalati,
per prestare cosi loro un appoggio, sia veramente un
po’ primitivo.
Infatti, anzitutto noi stessi, noi uomini formia­
mo la Chiesa; la concezione che presso l’uomo ci sia
una Chiesa con una sua astuta tattica per qualche sco­
po prefissato, è una distorsione della realtà. Io, per
75
esempio, sono uno che aspira a Dio, e contemporanea­
mente sono membro della Chiesa in quanto è la co­
munità di questi credenti, perciò non mi sento mani­
polato nella mia fede da una astuta potenza esteriore.
Tu dici di non appartenere, per sé, a quei poveri
e agli ammalati che hanno bisogno di Dio, perché sei
un « uomo del benessere ». Non capisco precisamente
cosa vuoi intendere con questo termine. Tu stesso dici
che « quest’uomo soffre ». Che cosa è dunque che ca­
ratterizza il suo « benessere »? Tu dici che non ha nes­
sun « appiglio fisico ». Pensi forse ad un « appiglio
psichico»? L’uomo che nella propria vita fa l’espe­
rienza del vuoto interiore, della delusione e della
mancanza di valori, è certamente un uomo che può e
deve trovare Dio, altrimenti deve abbandonarsi di­
sperato all’assurdità della vita, o rifugiarsi con spon­
taneità, che però in fondo diventa colpevolezza, nella
banalità del quotidiano, con i suoi doveri e i suoi pia­
ceri.
Io ritengo che l’unica reazione onesta e respon­
sabile di tale uomo in questa situazione, sia precisa-
mente convincersi della realtà di Dio. Ora, natural­
mente, in una breve lettera non posso portarti la di­
mostrazione che legittimi questa mia persuasione: la
cosa non è tanto semplice. In questo campo, sei tu che
devi prendere l’iniziativa, e se non vuoi semplicemen­
te trovar rifugio in Dio nel bisogno e nella malattia
con una fede sempre combattuta, ma vuoi giungere a
tale convinzione in modo serio, responsabile e frut­
tuoso per la vita, devi dedicarti anche alla fatica di
cercare una risposta al problema di Dio all’interno
della Chiesa, nelle opere moderne di teologia e filoso­
fia. Non vorrei segnalarti in modo particolare qualche
76
opera di questo tipo; ma, per esempio, leggi quelle di
Hans Kùng relative a questo problema, oppure, se
non trovi nulla di meglio, anche il mio « Corso fon­
damentale sulla fede. Introduzione al concetto di cri­
stianesimo ». Naturalmente, perché queste opere pos­
sano esserti utili, devi studiarle con pazienza, con un
certo sforzo e con una sincera apertura, senza voler sa­
pere tutto meglio, sin dall’inizio.
Del resto, anche già nella tua situazione attuale
è intelligente e raccomandabile un contatto personale
con la Chiesa. La Chiesa non consta solo di belle « ce­
rimonie e formule », oppure di « sontuosità »; essa
non intende solo portare un diversivo al grigiore quo­
tidiano come le sette che, stando a quanto scrivi, tu
trovi più interessanti. La Chiesa è la comunità di co­
loro che, in un sommo sforzo della loro esistenza, van­
no pellegrinando incontro all’eterno mistero che chia­
miamo Dio, e che conformano la loro vita quotidiana
e la loro vita civile precisamente al loro atteggiamen­
to di fondo davanti a questo mistero. L’uomo del be­
nessere, di cui tu parli - e che è un uomo pieno di sof­
ferenza per i problemi ultimi della vita -, ha bisogno
anche lui di un accesso a Dio, e può in fondo trovarlo
solo nella convivenza fiduciosa con altri, che cercano
di soddisfare, in virtù di Gesù Cristo, a questo com­
pito eterno della vita.

Saluti cordiali

tuo K a r l R a h n e r

77
MI È TANTO DIFFICILE ANDARE IN CHIESA

Caro Karl Rahner,

le scrivoperché sono convinto che, per la sua ricca esperienza,


lei è aperto con la gioventù e ne comprende i problemi. Sono
studente universitario di pedagogia efilosofia. Mio padre è
un accademico, un uomo molto religioso; ho inoltre settefra ­
telli. Siamo una famiglia borghese, ma qui « borghese » lo
vedo come qualcosa senz 'altro positivo (noto questo, perché i
giovani per lo più usano questa parola in senso metaforico
per indicare la « gretta società borghese », molto negativa ai
loro occhi).
Quantunque io sia l’unico erede maschio della nostra
tribù, non sono mai stato trattato con preferenze, perciò non
sono il classico «galletto nelpollaio ». Per questa eguaglian­
za di valutazione per ogni membro della famiglia, è venuta
a formarsi tra noi figli una stretta armonia. Tutta l’inte­
razione familiare si basa su un amore profondo. I miei ge­
nitori, per tutta la loro esistenza, hanno lavorato e vissuto
solo per noi figli. L ’obiettivo più alto di mio padre è sempre
stato educarci come cristiani perfetti.
Ma proprio in questo, che è il suo sogno più alto, egli
non è riuscito. Tuttavia, prima di addentrarmi nel proble­
ma religioso, vorrei dipingerle brevissimamente i miei anni
giovanili.
78
A d otto anni entrai nella gioventù cattolica come chie­
richetto; inoltre appartenevo agli scouts. A dieci anni il no­
stro gruppo si sciolse, e io passai dalle inferiori al ginnasio.
A sedici anni divenni caposquadra, e l’anno dopo capo grup­
po della Croce Rossa giovanile. Tutte queste attività ebbero
fine a diciotto anni, l’anno della maturità. Dopo una breve
ripresa, ottenni finalmente la maturità, cominciai lo studio
universitario, ed entrai in una associazione studentesca cat­
tolica. Questo è il breve quadro della mia giovinezza, che
certamente ha influito su di me.
Il problema che già dai diciassette anni mi occupa, ri­
guarda il campo religioso. Io sono un « cristiano convinto »,
anche se credo che per essere tale sarebbe necessario avere al­
meno una piccola formazione teologica. Quantunque essa a
me manchi, io stesso mi designo cristiano, sia perché spesso mi
rompo il capo su problemi religiosi di vario tipo, sia per l’edu­
cazione ricevuta.
Un vero cristiano frequenta normalmente la messa do­
menicale. Io a messa non ci vado quasi mai! Devo ammettere
apertamente che mi comporto cosi in parte per pigrizia, ma
soprattutto perché la « messa austriaca » - vivo in Austria
- è una « messa morta ». Può essere un giudizio - o un pre­
giudizio - molto duro e per chiarirlo meglio le descrivo ciò
che è per me una « messa viva »: è una messa di gente en­
tusiasta, durante la quale si cantano vangeli, la gente grida,
applaude... qualcosa di molto emotivo e non strettamente ra­
zionale. Spesso questo tipo di celebrazione si svolge nel mio in­
timo: è una celebrazione che irradia gioia efelicità: da essa
mi è possibile attingere forza.
A d una messa come questa io andrei spesso, e non solo
la domenica: Purtroppo esiste solo nella mia fantasia, quan­
do a casa mi butto sul letto e rifletto, eforse addirittura du­
bito, perché spesso mi viene qualche dubbio sull’esistenzaper­
79
sonale di Dio; ma sono dubbi che passano. Non creda che io
non abbia cercato di trovare un contenuto nella nostra mes­
sa; ma cosa devo fare se essa non mi dice nulla? M i costa
gran fatica andare in chiesa. Vorrei potermi alzare, ap­
plaudire (per esempio per una predica toccante) e cantare a
gran voce. Invece tutto mi opprime: la calma, le persone, la
mistica particolare che regna in chiesa. Tutto ciò lascia muta
la mia eccitabilità interiore, abbatte il mio slancio emotivo.
La messa scorre come il lavoro alla catena di montaggio. E
sempre uguale, silenziosa e morta. A dirla con brutalità:
« la messa è un'abitudine »!
M i interesserebbe veramente sapere se anche per lei tal­
volta la celebrazione di una tale messa non sia stata un'abi­
tudine e un dovere pesante sulla sua strada. A me, come cri­
stiano convinto, non è possibile, invece che andare a messa,
comunicare con Dio nell’intimo del pensiero, anche nella
mia stanza? E confessare a lui i mìei problemi? Nella sua
giovinezza, era anche lei un cristiano convinto? Per quale
motivo si decìse ad intraprendere lo studio teologico? Non le
sorge mai qualche dubbio su una trascendenza personale? 0
forse è solo caratteristica dei nostri tempi dubitare su tutto
e non accettare nulla dalle persone anziane?
Una sua risposta mi darebbe una gran gioia!

in carità cristiana

suo Bernhard

Caro Bernhard,

perdonami se subito all’inizio ti dico che in una lette­


ra, necessariamente breve, non mi sarà possibile af­
frontare quanto tu dici della tua vita sinora trascorsa
80
in famiglia e a scuola, e neppure rispondere alle do­
mande che tu, a conclusione della tua lettera, rivolgi
a me stesso. Vorrei dirti qualcosa solo sul problema
della messa domenicale.
Invero, tu ammetti che talvolta tralasci la messa
per pigrizia; ma la pigrizia bisogna pur vincerla. T ut­
tavia il tuo problema è la « messa austriaca », anche se
in altre regioni d’Europa può presentarsi una situazio­
ne identica. Dici che per te la messa è morta. Ora, io
vorrei anzitutto chiederti se ti sforzi sufficientemente
di frequentare una celebrazione che presenti per te le
minori difficoltà. I tipi di celebrazione nelle nostre
chiese sono senz’altro molto vari, e perciò sarebbe tuo
dovere, tra i molti che ti sono possibili, trovarne uno
che ti ponga minori difficoltà.
Tu parli di una « mistica particolare » che domi­
na nella chiesa. Ma non potresti vedere in ciò anche
un significato positivo? Figurati dunque che tutte le
celebrazioni domenicali siano come tu le desideri e
come le rappresenti nella tua lettera. Proprio ogni do­
menica ti piacerebbe « alzarti, applaudire e cantare a
gran voce»? Ti sembrerebbe possibile sottomettere
ogni domenica a tale celebrazione anche tutti gli altri
cristiani, che hanno pure i loro diritti e la loro men­
talità?
Certamente ci sono cristiani che vanno a messa
solamente per abitudine; ma in base a che cosa tu pre­
sumi di avere il diritto di condannare come abitudi­
nari tutti quelli che partecipano, la domenica, a una
messa normale? Prendere parte a una celebrazione re­
ligiosa come a un « obbligo grave », non è, date le cir­
costanze, senz’altro un servizio e un dovere genuina­
mente umano?
81
Se dall’università torni in famiglia magari di ma­
lumore, rivolgere ai tuoi genitori o alle tue sorelle una
parola gentile, che pur non ti esca proprio dal cuore,
non è tuttavia forse un compito significativo? Perché
non dovrebbe essere parimenti significativa la parte­
cipazione a un servizio divino che non ti solletichi su­
bito, fin dal primo momento, l’emotività? La comu­
nione con uomini che non ti sono immediatamente
simpatici non è forse qualcosa di più grande e di più
profondamente umano che sperimentare una piccola
simpatia di gruppo? La partecipazione comunitaria al
ricordo della morte e della risurrezione del Signore,
che ha un significato decisivo anche per la tua vita,
non è forse una realtà più grande e più magnifica che
poter lasciare libeiro corso alle proprie emozioni forse,
in fondo, superficiali?
Se a te piace una turbinosa musica jazz, è forse
questo un motivo sufficiente per rinunciare ad una
buona esecuzione della nona sinfonia di Beethoven,
invece che prepararti ad essa, all’inizio forse con fati­
ca, per comprendere realmente questa sovrana mani­
festazione del genio umano? Io dubito che tu finora
abbia cercato, con sufficiente intensità e applicazione,
di trovare nella messa un contenuto, anche se la sua
forma esteriore non facilita assolutamente questo in­
tento.
Certo tu, come cristiano convinto, puoi pregare
nella tua stanzetta, chiedere a Dio perdono dei tuoi
peccati e confidare a Lui i tuoi problemi. Il Concilio
di Trento riconosce che, anche fuori dell’atto sacra­
mentale, esiste una cosiddetta « comunione spiritua­
le », e non la considera affatto alla stregua di un sem­
plice « come se », bensì come un vero atto di unione
82
a Cristo nella sua grazia. Ma ciò significa forse che gli
atti ecclesiastici rituali nella comunità dei fedeli non
abbiano senso, o almeno siano superflui? Ai tuoi ge­
nitori e alle tue sorelle, puoi pensare con amore da
ogni parte del mondo, e questa è senz’altro una realtà
di vera comunione. Eppure con i membri della tua fa­
miglia tu devi cercare un’unione che dia una dimen­
sione sensibile e comunitaria a quello che vive nel
profondo della tua personalità, e che in questo modo
va crescendo.
L’interiorità, la solitudine religiosa da una parte
e gli atti religiosi dall’altra, non sono affatto in con­
traddizione. Gli atti religiosi comunitari, ovviamente,
sono connessi con le azioni rituali comunitarie. Chi fa­
cilmente sfugge queste difficoltà, deve poi chiedersi
se saprà veramente e a lungo continuare a celebrare
nella sua vita l’intimo servizio divino del cuore.
Per ciò che riguarda me stesso (sfiorando in que­
sto modo la tua domanda finale) è ovvio che non si
può evitare il pericolo dell’abitudine nel celebrare a
lungo la santa messa tralasciando la celebrazione stes­
sa. Altrimenti, forse pur evitando di per sé l’abitudine,
si finisce per rattrappire, sempre nei tempi lunghi,
l’intimo processo del cuore, di cui si mena tanto van­
to. Se però voglio essere sincero, non essendo io natu­
ralmente un teologo di morale, tenderei ad ammette­
re che anche un cristiano, coscienzioso e fedele, può
tralasciare, una volta tanto, la messa domenicale. In­
fatti, pur non essendo giustificato da malattia o da
motivi simili, può - con sincera autocritica e con de­
terminazione a non lasciarsi semplicemente trascinare
dall’umore - giungere alla conclusione che in quel
giorno la sua disposizione interiore non è sufficiente.
83
che una degna partecipazione alla messa domenicale
richiederebbe da lui più di quanto egli possa dare in
quel momento. I moralisti potranno far cadere un loro
giudizio su questa mia opinione, e tu non devi certo
prenderla come un pretesto per seguire facilmente e
comodamente la tua pigrizia nonché una certa invo­
luzione delle tue capacità religiose.
La tua vita finora è stata pressappoco quella che
deve essere appunto la vita di un giovane cristiano.
Bada che questo tuo sviluppo nella direzione prece­
dente continui, non lasciarlo insabbiare. Se ne hai oc­
casione - sei stato anche chierichetto - cerca di pren­
dere parte attiva a un servizio divino che nella sua ce­
lebrazione, nelle sue forme esteriori si avvicini a quel­
lo che tu desideri certamente con molta ragione.

Con molti cordiali saluti,

tuo K a r l R a h n e r

84
TANTI BEI PROPOSITI,
MA QUANDO SI ARRIVA AL SODO..

Caro Padre Rahner,

vorrei scrìverle una lettera sui miei problemi e le mie preoc­


cupazioni. Per darle maggiore possibilità di comprendermi,
vorrei anzitutto descrìverle alcune situazioni essenziali del­
la mia vita.
Sonofiglio di genitori molto religiosi; miopadre lavora
in una posizione molto elevata, e in questa prospettiva sono
stato educato. Ho frequentato il ginnasio e, cosa di cui sono
molto contento, ho fatto parte di organizzazioni giovanili,
sia come chierichetto, sia come capo gruppo. Avendo sofferto
di nevrosi e di depressione, fu i ricoverato dai miei genitori
nel reparto chiuso di una clinica per malattie nervose, dove
passai le settimane più tristi della mia vita. Il motivo: un
tentativo di suicidio e vari accessi depressivi. Per questo ri­
covero fu i esentato dal servizio militare. A l suo posto, passai
tre mesi in Israele lavorando in «wkibbuz. Da allora, sono
iscritto a diritto nella università di..., ma con scarso successo:
l'ultimo semestre, alprimo esame di Stato, sono stato bocciato.
Frattanto mi sono iscritto anche a una associazione studen­
tesca, nella quale mi trovo molto bene. In questa mia vita,
certamente per colpa in gran parte mia, hanno preso piede
alcuni particolari che non so se riuscirò a superare. La mia
preoccupazione più grande è che io non ho né volontà né co­

raggio per vincere me stesso. Sono come un sughero galleg­
giante: mi muovo dove mi trascinano le onde, quantunque
sappia bene che non è la via retta. M i è infinitamente dif­
fìcile restare a casa la sera; questo tempo lo trascorro preva­
lentemente nella sede del gruppo studentesco o da amici, per
lo più giocando a carte, bevendo e discutendo.
A ciò si aggiunge anche la pigrizia: lascio cadere tutti
i miei propositi, certamente buoni, non appena mi si richiede
un po’di sforzo. Molte volte ormai ho tentato di smettere di
fumare, ma ogni volta ho desistito. Non so mettermi al ta­
volino a studiare se non quando la mia situazione accade­
mica è in pericolo oaddirittura quasi già compromessa. Vivo
secondo il detto: lo spirito èpronto ma la carne è debole. Dopo
ogni delusione sono piuttosto abbattuto e depresso; comincio
allora a bere e a sognare un mondo migliore. Sono ormai
giunto alpunto di non preoccuparmi più come andrà il gior­
no dopo: tutto mi è uguale e mi sono abituato a questo ritmo:
ogni giorno comincia e finisce allo stesso modo. Bevo molto
e mi perdo nei sogni per mezza giornata. Sono invaso da un
senso di impotenza; vorreifare qualche cosa contro i miei di­
fetti, ma non sono capace di nessuno sforzo. Cosi a poco a poco
sono diventato inutile.
Siccome però vorrei essere qualcuno, inganno me stesso.
A volte mi raffiguro realtà che non esistono; efino al punto
di non comprendere più se è qualcosa di reale ose è qualcosa
che mi immagino o che desidero che esista. Forse anche in
questa lettera c’è qualcosa che non è reale, per quanto io tenti
di restare il più possibile oggettivo e critico. Quandopoi sogno
un mondo felice efortunato, mi sento realmente bene. Spesso
questi miei sogni si trasformano in canzonette romantiche,
in una fuga dalla realtà.
Nonostante questa mia inclinazione al romanticismo,
come taluni la chiamano, mi manca la capacità di imme­
86
desimarmi nelle altre persone. Quando mi trovavo ancora
alla scuola superiore, ero il confidente di molti miei condi­
scepoli. Venivano da me, mi esponevano i loro problemi, e io
dovevo consigliarli. Per difetti di vario genere, come la man­
canza di riserbo sulle confidenze di vario tipo o come la pre­
sunzione, all’improvviso tutti gli amici che si erano confidati
con me mi lasciarono. Fu per me un grave choc, e da allora
ho perso la capacità di immedesimarmi con le altre persone,
dote che prima certamente possedevo. Talvolta ignoro perfi­
no le regole più elementari della convivenza, e a volte nep­
pure le voglio ammettere. Dal tempo in cui ho perso la con­
fidenza di quelle persone, sento in me un bisogno smisurato
di approvazione. Cerco di apparire più di quello che sono;
vorrei impormi ai miei amici, eperciò li inganno. Una volta
mi vantai di aver superato un esame, quantunque fossi stato
bocciato. Quando gli altri membri dell’organizzazione gio­
vanile lo seppero, me ne chiesero una giustificazione che non
potei dare (e la sera mi ubriacai). Non so mostrarmi come
sono: ne sarei troppo depresso; inoltre, certamente, sono troppo
vile per farlo.
Forse tutto sarebbefacile da superare se non mi trovassi
in una situazione di profonda dipendenza dai miei colleghi
e amici. Una volta un buon compagno di scuola del ginnasio
mi fece addirittura piangere quando, per divertimento, vol­
le mandarmi a casa senza motivo, solo per farmi soffrire.
Forse sono troppo sensibile. Non vorrei ferire mai nessuno,
vorrei mantenere sempre tutto ciò che ho costruito. Sono mol­
to legato alla tradizione: spesso mi è stato consigliato di in­
dirizzare la mia strada in un’altra direzione: cambiare
luogo, lasciare gli amici, il tipo di studio e la vita che con­
duco; ma non so decidermi ad abbandonare il mio passato,
perché ho il timore di perdere il contatto con i miei amici.
Nonostante il tipo di vita sociale che conduco, mi è dif-
87
ficìle mostrare agli altri il mio affetto. In questo nodo si in­
terruppe anche il rapporto che avevo con una ragazza e che
mi dava molta gioia, perché non ebbi il coraggio di mostrarle
che desideravo qualcosa di più intimo dell'amicizia; e questo,
nonostante io sapessi che l'inclinazione era reciproca. Ebbi
paura di perdere un pezzetto della mia libertà, un pezzetto
della mia intangibilità, un po’ del mio « Humphrey Bo-
gart ».
M i riesce raramente, quando sto con amici, incomin­
ciare un discorso serio, o intavolarlo su un tema delicato.
Non riesco a sopportare le serate in cui si parla poco; piuttosto,
quando gli altri non hanno nulla da dire, mi mostro un
gran chiacchierone, e tento in questo modo di intrattenere
tutti; solo quando ho bevuto sono in grado di parlare agli al­
tri con sincerità e vera schiettezza. Sono conosciuto come un
fanfarone, e perciò alcuni non mi prendono più sul serio. In
questo modo, poiché talvolta diverto tutta la compagnia, mi
acquisto la simpatia degli altri, con le mie osservazioni pre­
suntuose e millantatrici; ma per l’incapacità di mostrarmi
serio nel gruppo, non riesco a stare realmente vicino agli
altri.
Oltre a tutto ciò, io non sono capace di essere duro. Tut­
te le volte che devo dare un rifiuto a chi mi chiede qualcosa,
sono sopraffatto da una profonda tristezza. Per questo mo­
tivo, riparo ogni tipo di apparecchi - ho abbastanza talento
in questo campo -, aiuto qua e là, mentre dovrei portare a
termine ciò che sarebbe di aiuto per me. Non ho il coraggio
di chiedere la restituzione di denaro prestato, oppure di dir
di no a chi mi chiede una sigaretta, quantunque non abbia
poi i soldi per comperarmela. Sebbene abbia un gran numero
di amici, mi sento abbandonato. Cammino da solo sulla mia
strada, perché non ho trovato e non trovo nessuno che divida
con me la vita o affronti la stessa battaglia che io sostengo.
88
Per il mio bere, per i miei modi e la mia vita abbastanza ec­
centrici, ho perso la fiducia della maggiorparte degli amici.
M i manca l’umiltà, il coraggio di ammettere i miei errori.
Gli altri giustamente disprezzano la mia superbia. Già alla
scuola superiorefacevo imbestialire i professori, perché volevo
sempre aver ragione. E facile essere umili e modesti quando
si ha successo e si conoscono ipropri talenti. Non cosi quando,
per i propri fallimenti, si ha bisogno di successo; se questo non
c’è, si cerca di tenersi su con grandi chiacchiere.
Tutti questi problemi e difetti si rispecchiano anche nel
mio rapporto con la Chiesa. Una volta ero un chierichetto ze­
lante, virtuoso, risparmiatore e sempre pronto ad aiutare. A
quattordici anni passai due mesi in Irlanda per imparare
l’inglese; alloggiavo in un istituto dove si pregava molto, per­
ché era diretto dall’« Opus Dei », un’associazione laica. Ne
ero tanto entusiasta che volevo addirittura entrarvi, ma un
sacerdote dell’« Opus Dei » mi consigliò di aspettare. Con lo
stesso entusiasmo avuto in Irlanda, presi parte ad altre ma­
nifestazioni organizzate dall’« Opus Dei »: cosi ad esempio
un campo di lavoro, in cui aiutavamo i contadini nei lavori
dei campi, o in Friuli, nella ricostruzione delle case distrutte
dal terremoto, o anche in un campo da sci. Ho avuto persino
l’intenzione di farmi prete; ma poi ho cominciato a bere e a
fumare, diventando sempre più debole e pigro.
Oggi vado raramente alla messa domenicale, e mi con­
fesso solo nelle feste più importanti, e mi lascio perfino tra­
scinare ad espressioni contro Dio e la Chiesa. Tuttavia io
credo in Lui, talvolta prego, perché sono convinto che ci deve
pur essere qualcosa che noi chiamiamo Dio. Nella mia fede
infantile, sono sempre contento quando, durante la preghie­
ra, sento un pizzicore alla schiena, perché sono convinto che
allora Dio è in me, Anche oggi non ho completamente accan­
tonato il pensiero di farmi prete, ma mi manca un segno da
89
Dio, che mi voglia usare come suo strumento. Inoltre mi
mancano molti presupposti per questa professione, come la
convinzione, la forza, la diligenza, il coraggio ecc. Inoltre ho
paura di prendere tale decisione anche per l’obbligo del ce­
libato.
Tuttavia ritengo che non sia importante esserlo; impor­
tante per me è che alla fine della mia vita possa dire che essa
ha avuto veramente un senso. A l presente, in ogni caso, non
posso certo fare questa affermazione. La fede che possiedo è
solo quella che mi è stata inculcata dai miei genitori, e che
non è cresciuta in me. Ho paura perciò di perderla comple­
tamente, per la mia vita tutt’altro che esemplare, perché già
da ora spesso mi chiedo se la fede sia o no necessaria. Vivo
giorno per giorno, attendo da Dio un segno che mi aiuti a
uscire da questo cerchio infernale: migliorare cioè il passato
solo con ripetute bugie, ammazzare nel bere la depressione e
il sentimento di inferiorità, avviarmi decisamente verso la
mia rovina.
Ovviamente, non ho solo qualità cattive:per esempio ho
molta sensibilità per la musica, sono pronto ad aiutare, sono
estroverso e, con gli amici giusti, pieno di vitalità e di umore.
Ho già discusso con alcune persone come mi sia possibile
uscire da questo pantano, ma per lo più ho ricevuto risposte
molto insoddisfacenti. Perciò pregherei lei, Padre Rahner,
teologo conosciuto epieno di esperienza, di espormi Usuopun­
to di vista e il suo progetto di risoluzione.

Saluti amichevoli

Matthias

90
Caro Matthias,

tu hai ventun anni; con ciò, non si è certo alla fine. Da


te può uscire ancora qualcosa di bello. Hai già vissuto
quindici anni della tua vita in modo ragionevole e
giudizioso, hai fatto buone esperienze tra la gente, hai
avuto amici che si confidavano con te; sei stato in Ir­
landa e in Israele, dove hai potuto vedere come ci si
possa rendere utili. Hai perfino prestato la tua colla­
borazione all’« Opus Dei » e hai notato che una vita
intensamente religiosa al servizio di Dio e degli uomi­
ni può rendere felici. Perché tutte queste buone espe­
rienze della tua vita non dovrebbero essere una prova
che un giorno ti troverai nuovamente in una situazio­
ne di superamento di quanto, come tu stesso senti,
nella tua vita è distorto?

Certamente la tua malattia, la tua inclinazione


alla depressione, che ti ha già portato in una clinica
per malattie nervose, è un segno che per te vi sono del­
le difficoltà indipendenti dalla tua colpevolezza; ma
anche queste difficoltà possono essere affrontate e su­
perate. L’importante è che tu non ceda. Sei stato boc­
ciato a un esame; ma un esame si può ripetere con suc­
cesso, perché, nonostante la bocciatura, si è già studia­
to qualcosa, e con un po’ di diligenza è possibile ag­
giungere quello che manca per superare la seconda
prova.
Tu, in parte senza tua colpa, in parte per tua col­
pa (non lo si può negare), vivi in uno stato di debo­
lezza e di scoraggiamento, hai l’impressione di non
poter semplicemente uscire da questo « cerchio infer­
nale ». Anzitutto vi è il pericolo che uno, inconscia­
91
mente, prenda questa debolezza e depressione a pre­
testo per non fare nulla di quello che pur si potrebbe
realmente fare in questa situazione. In questo campo,
devi essere critico con te stesso. Forse non sei in grado
di studiare tutto il giorno e di sgobbare sul tuo diritto,
ma ti è sempre possibile trattenerti, almeno una volta,
al tuo tavolo di studio mezz’ora più di quanto inizial­
mente ti piacerebbe.

Come tu stesso convieni, bevi spesso e troppo.


Nel bere, cerchi rifugio dalla depressione. Tuttavia,
tu non sembri veramente alcoolizzato, e perciò devi
dire a te stesso con schiettezza e sincerità che non hai
nessuna scusa se semplicemente ti lasci andare al bere.
È possibile dominarsi, è possibile evitare le occasioni
in cui si beve troppo; non sei affatto obbligato a bere
e a giocare alle carte nella tua associazione studente­
sca; ti è possibile abbracciare una condotta di vita più
regolata. Quando fumi troppo e bevi troppo perché
sei scontento di te - e forse talvolta ne hai una ragione
obiettiva - tieni presente che anche in una situazione
del genere non è questa l’unica uscita, l’unico mezzo
per liberarsi da tale stato d’animo.
Ho l’impressione che tu, con le tue doti chiara­
mente notevoli e superiori, tenda agli estremi. Forse il
tuo stato deriva in ultima analisi dal fatto che tu esigi
da te stesso troppo e in maniera sbagliata; quando poi
non riesci a raggiungere l’alto obiettivo che ti sei pro­
posto, ti lasci cadere nella depressione, dalla quale
hanno origine tutte le cose che nella tua lettera enu­
meri lungamente, con schiettezza e autocritica. Non
ti sarebbe possibile un po’ di modestia lodevole, il cul­
to bene inteso della mediocrità, il soddisfarti di ciò
92
che è normale, evitando di tendere troppo in alto per
non cadere poi in basso?
L’accettazione schietta della vita come per lo più
è a noi data: nella quale cioè le ore splendide e i suc­
cessi notevoli sono rari, ti farebbe certamente molto
bene. Ancora una cosa: cominciando da un punto
qualsiasi e anche modesto della tua vita, imponi a te
stesso e sappi ottenere qualcosa che forse ti pesa.
Non è necessario che tu ti faccia santo tutto in
una volta o che diventi quello che vorresti essere nei
tuoi sogni; ma ti è possibile rinunciare, almeno due
volte al giorno, a un paio di sigarette, o alzarti puntua­
le per qualche giorno, oppure obbligarti per un po’ di
tempo allo studio. Se tu esigi da te stesso questo o
quello, e realmente lo ottieni, anche se apparentemen­
te si tratta di piccolezze, vedrai che lo farai di nuovo,
perché alcune rinunce (per esprimermi in modo pate­
tico) possono rendere felici, liberandoci dalla depres­
sione o dalla cosiddetta frustrazione di cui oggi tanto
si parla.
Vedi che ho potuto dire ben poco in confronto
alla tua lunga lettera; inoltre quanto più impressio­
nante è la rappresentazione che tu fai di te stesso, tan­
to più sbiadita e ordinaria appare la mia risposta. Forse
ciò deriva dalla mia mancanza di acutezza e di com­
prensione per gli altri, ma forse è anche un segno che
a te, per quanto tutto appaia tanto problematico, non
manca in fondo poi molto: cioè che nella tua vita, con
coraggio e schiettezza, qualcosa si aggiusti e qualcosa
meglio si organizzi, in modo che continui quello svi­
luppo che aveva preso l’avvio nei tuoi primi anni e
che in questi ultimi tempi, certamente, non è ancora
svanito.
93
Sono convinto che da te uscirà ancora qualcosa
di bello. Nella vita di molti si riscontra un periodo si­
mile a quello che tu stai attraversando, e che non sarà
certamente il motivo conduttore dei tuoi anni futuri.
Penso che ci rivedremo presto e potremo ancora
intrattenerci insieme. Tuttavia, come ritengo, la cosa
principale è questa: comincia ora, metti in pratica una
cosa qualsiasi, ma rilevabile, per quanto piccola; essa,
nella sua piccolezza, porta in sé la promessa che la tua
vita sarà proprio come tu te la rappresenti nei tuoi so­
gni, e come, in conclusione, Dio la vuole da te.
Se per caso mi vuoi scrivere ancora, sappimi dire
per quali piccoli mutamenti ti sei deciso.
Una frase che oggi non si usa più volentieri, per­
ché si resta facilmente imbarazzati e si temono le pa­
role grandi, oso tuttavia dirla a te: io prego per te.

Cordialmente

tuo K a r l R a h n e r

94
CONFESSARSI? SÌ,
MA PERCHÉ A UN PRETE?

Caro Karl Rahner,

eccole oggi un’altra lettera da parte mia, poiché le ho già


scritto un’altra volta. Oggi le chiedo un consiglio su un altro
problema, che interessa tuttavia la religione.

«Chierichetto, educato cristianamente! Fetente! -


proprio tu avevi bisogno di rubare! ».

Queste espressioni e un bombardamento di insulti do­


vetti subire un bel giorno, quando ero ancora adolescente.
Ma era vero: i miei amici ed io ci eravamo dati iz//’hobby,
unicamente per noia - non ne avevamo certamente la neces­
sità -, di « spolverare » i negozi. Fui pizzicato dalla polizia
in un negozio di generi alimentari; mi si mandò a casa e io
stesso dovetti raccontare tutto. I miei genitori rimasero dav­
vero sbalorditi di me e mi mandarono a confessarmi. Da
parte mia mi sentivo un eroe, un rivoluzionario contro lo
sfruttamento e il capitalismo. E avrei dovuto inginocchiarmi
tutto contrito in un confessionale e confessare un fatto di cui
ero orgoglioso! Tuttavia, per non deludere un’altra volta i
miei genitori, andai a confessarmi. M i sembrava di recitare
una « tragicommedia », perché confessavo qualcosa di cui in
fondo non ero affatto pentito.
95
Eppure, proprio a questo comportamento eravamo stati
educati da giovani: la scuola stessa ci costringeva ogni anno
ad andarci a confessare due volte. La recita si svolgeva pres­
sappoco cosi: a tutti gli alunni veniva detto che due giorni
dopo si sarebbe andati a confessarsi. Gli insegnanti ci por­
tavano in chiesa. Entravamo tutti. Uno dopo l’altro spari­
vamo nel confessionale. La confessione però consisteva sem­
plicemente nello «sbrodolare» una formula imparata a
memoria e una litania di peccati, come avevamo sentito nelle
ore di religione, ad esempio: « Ho picchiato i fratelli, ho di­
sobbedito ai genitori, non ho voluto andare dal dentista... ».
Certamente tutti questipeccati, difetti osimili, contrassegna­
no la nostra vita, perché non siamo perfetti, siamo uomini.
Ma ha senso andare a raccontarli tutte le volte?
Molto spesso di sera tento di riflettere sul mio compor­
tamento esugli errori della giornata trascorsa. Non mi èpos­
sibile confessarli direttamente a Dio, prendendo coscienza
dei miei sbagli epentendomi di averli commessi, e cercando
i modi di smantellare tale comportamento? Comunicando
tutto ciò a Dio in un colloquio intimo, senza parole? Chie­
dendo a lui il perdono?
E proprio necessario confessarsi a un prete? Lei non ha
colpe, eperciò forse lei non sa che cosa sia veramente inginoc­
chiarsi in un confessionale e confidare a uno sconosciuto le
proprie realtà più intime. Per esempio, la prima volta che
dormii con una ragazza, mi volli confessare, perché i rap­
porti sessuali prematrimoniali sono proibiti dalla religione.
Andai in una chiesa, entrai nel confessionale, ma quando
aprii la bocca lo feci solo per tirare il fiato: abbandonai il
confessionale. In quel momento tra me e me pensai: « Dio sa
già tutto, sa anche che io non mi sonopentito; perché dunque
devo confessarmi? ». Ho detto tutto a Lui di sera, in una
breve preghiera.
96
La confessione non diventa spesso un’alibi, non la si
travisa e non se ne abusa? Sono convinto che oggi, al tempo
della tecnica, la confessione abbia perso il significato che ave­
va nei tempi passati, di carattere più mistico. L ’uomo ha per­
so la devozione di una volta, in seguito alla perdita di emo­
tività. La ragione reagisce, e se considero il problema della
confessione dalla parte della ratio, non mi appare logico
esporre apertamente la mia vita intima a un prete, che dalla
Chiesa è statofatto rappresentante di Dio. Dio infatti sa già
tutto, anzi è l’unico che mi conosce nelpiù intimo. Da questo
punto di vista, sarebbe sufficiente parlare di ciò a Dio, da
solo, nella propria cameretta, perché ciascuno, che non sia un
uomo spirituale come lei, vive sempre nelpeccato, e ogni gior­
no dovrebbe prendere nota scritta delle proprie colpe, per po­
terle esporre in confessione.
Cerchi di confessarsi un giorno come un normale cit­
tadino, in un confessionale qualsiasi! Se avrà tante colpe
quante ne ho io, capirà forse questo problema.

Spero in una sua risposta, e le mando molti cari saluti,

suo Georg

Caro Georg,

il problema della confessione, del sacramento della


penitenza e del suo significato, è tanto complicato e
multiforme che, se devo scriverne qualcosa in una
breve lettera, non posso poi senz’altro aggiungere nul­
la sui rapporti sessuali prematrimoniali. Si tratta di un
problema ancora più complesso, sul quale, ad ogni
modo, devi riflettere anche tenendo presente il signi­
97
ficato che assume per la ragazza e per la sua vita fu­
tura.
Ma restiamo al tuo problema, quello della con­
fessione. Ovviamente, non ha significato alcuno
esporre in confessione un elenco di peccati, soprattut­
to se non se ne è affatto pentiti. Secondo la dottrina
della Chiesa, il vero dovere di accostarsi alla confes­
sione sacramentale vi è solo quando, per la serietà del
fatto e per la libertà e il giudizio soggettivo, si tratta
realmente di una colpa davanti a Dio, la quale di­
strugge essenzialmente l’accordo amoroso con Lui.
(Solo in questo senso si parla di peccato «grave », che
secondo la dottrina cattolica deve essere rimesso dalle
parole di assoluzione di Dio che noi percepiamo nelle
parole della Chiesa).
Su questa base, è certamente ovvio che una ra­
gazzata, uno scherzo giovanile anche di cattivo gusto,
come tu esponi all’inizio della tua lettera, non soggia­
ce al dovere dell’assoluzione sacramentale ad opera
della Chiesa. Se poi possa essere ragionevole confessa­
re anche questi « peccati », è un’altra questione. In
ogni caso, la confessione di colpe contro la legge di
Dio, che non siano né oggettivamente né soggettiva­
mente colpa grave, ha senso solo se il penitente è ve­
ramente pentito di ciò che ha fatto. Se tu, ai tempi in
cui con i compagni ti davi alle ruberie nei negozi, fossi
stato già in grado di pentirti realmente, non lo posso
dire io. Ad ogni modo, ora sei in grado di considerare
che con queste storie non si combatte certo il capita­
lismo e lo sfruttamento e non si può senz’altro diven­
tare eroi e rivoluzionari.
Sei anche in grado di considerare che queste cose
sono oggettivamente insensate, per quanto soggetti­
98
vamente allora non ti apparissero tali. Naturalmente
non ha senso alcuno confessare i propri peccati « sbro­
dolando » formule imparate a memoria; è senz’altro
un pervertimento di questo sacramento. Ovviamente
ora non posso scrivere un trattato sul modo di impo­
stare un buon insegnamento religioso per portare i
giovani alla confessione frequente, evitando un tale
deterioramento della prassi penitenziale. Ciò che fa­
cevate da giovani, forse guidati da una prassi pedago­
gica scadente dell’insegnante di religione, era natural­
mente qualcosa di fuori luogo. Ma ora sei cresciuto e
dovresti cercare di instaurare un giusto rapporto, ap­
punto da cristiano adulto, con questo sacramento.
Certamente anche fuori del sacramento della pe­
nitenza si possono confessare a Dio le azioni che in
qualche modo, o grave o leggero, offendono gli uomi­
ni o il nostro rapporto con Dio e il suo santo amore...
Ed è anche dottrina della Chiesa che, se questo pen­
timento ha luogo precisamente per amore di Dio, il
peccato è già perdonato da parte di Dio stesso. Con
ciò, non si vuol dire che l’intervento sacramentale del
rappresentante della Chiesa nella confessione non
abbia senso; ad una retta considerazione, è proprio
in esso che, in modo corrispondente all’essenza
dell'uomo e alla natura di membro della Cliiesa, il
processo di intima conversione a Dio raggiunge la sua
perfezione.
Anzitutto è ovvio che anche i sacerdoti sono pec­
catori e devono confessare i loro peccati alla Chiesa
nel sacramento della penitenza; e si spera che lo fac­
ciano; anzi sono convinto che, in generale, la frequen­
za al sacramento della penitenza è più alta nei sacer­
doti che nella maggior parte dei cosiddetti laici. Mi
99
meraviglio poi che tu ritenga che la confessione da­
vanti alla Chiesa da parte del cristiano colpevole non
abbia senso. Non hai mai sentito dire che oggi molte
persone riescono a superare i loro tormenti e disagi
psichici chiarendone a se stessi l’intima essenza, in col­
loqui con lo psicologo, lo psicoterapeuta o lo psicolo­
go del profondo? Anche sui divani di questi psicologi
possono avvenire cose non molto razionali, e spero che
tu non abbia mai bisogno di queste « confessioni », da
usarsi solo se psichicamente necessarie. Tuttavia la
prassi sempre più diffusa di queste « confessioni psi­
chiche » dimostra che l’uomo anche nei casi normali
non riesce ad essere padrone di sé come tu ritieni ov­
vio, con un po’ di faciloneria.
Chiedi dunque a te stesso se la conversione ge­
nuina, autocritica, che corrisponde realmente davanti
a Dio alla serietà e alla radicalità della colpa, abbia
realmente luogo in te con la frequenza di cui ti vanti
nella tua polemica contro il sacramento della peniten­
za. Io ne avrei qualche dubbio. Se tu nel corso della tua
vita, di fronte a peccati veramente gravi, avessi com­
preso che, in sé e per sé, la colpa non può essere rimessa
dall’uomo, che necessita della remissione da parte di
Dio, di un perdono che corrisponda al Suo libero amo­
re; se tu avessi compreso che con Dio, con il santo ed
ineffabile Dio, non si può trattare, in vita, con quella
leggerezza con cui molti si comportano (essi in fondo
presuppongono silenziosamente che quanto è passato
non esista più neppure davanti a Dio), allora, ne sono
convinto, comprenderesti meglio quanto sia meravi­
glioso sperimentare qualcosa di simile a quello che
sperimentarono i peccatori nel Vangelo: quei pecca­
tori ai quali Gesù disse: « I tuoi peccati ti sono perdo­
100
nati »; e di fronte al fatto i circostanti meravigliati e
scossi dissero: « Chi può rimettere i peccati all'infuori
di Dio? ». All’infuori di Dio, il cui perdono non è cosi
facile e ovvio, come tu sembri presupporre. E anzi
(perdonami, ma mi viene in mente proprio questo)
con una certa autocompiacenza anche là dove tu dici
di aver peccato.
Si può aggiungere ancora una cosa: rifletti che
tutti i peccati, anche se sembrano nascosti nel profon­
do del cuore, sono colpe contro il prossimo. Ciò vale
anzitutto dei peccati che feriscono immediatamente e
tangibilmente l’amore del prossimo, il che è chiaro
nella maggior parte dei casi. Ma vale in fondo anche
per quelle colpe che sembrano interessare esclusiva-
mente l’interiorità privata. Anche i cattivi pensieri,
anche l’egoismo sfrenato, anche la superbia e cose si­
mili (Gesù lo ha notato), agiscono in fondo anche con­
tro il rapporto verso il prossimo. Ora, solo se si vede
e si prende sul serio anche la dimensione sociale (se
possiamo dire cosi) del peccato, si può comprendere
che esso è sempre diretto anche contro la comunità
della Chiesa, e che perciò anche da questo punto è si­
gnificativa e importante la parola di remissione da
parte della Chiesa, della santa comunità degli uomini
in Dio. Il Concilio Vaticano II dice espressamente che
nel sacramento della penitenza vengono perdonate
unitamente sia la colpa degli uomini contro Dio, sia
quella contro la Chiesa.
Voi, giovani di oggi, affermate sempre di avere
una comprensione più profonda e radicale per la so­
cietà, per la teologia politica, per la critica sociale, per
i compiti della comunità dei popoli, ecc., ben più di
noi, individualisti dei tempi passati. Io penso che non
101
sarebbe male se diventaste un pochino più « socialisti
religiosi » (intendendo bene il termine) anche nei
confronti del sacramento della penitenza.
Non ho certo detto tutto sul sacramento peni­
tenziale della Chiesa, sulla sua importanza e posizione
nella vita religiosa di un vero cristiano. Ma se cominci
dagli accenni che ho qui proposto e se a poco a poco,
attraverso altre esperienze di vita, cerchi di approfon­
dire interiormente la serietà della vita umana davanti
a Dio e alla sua incomprensibile santità, allora, ne sono
convinto, potrai giungere ad un rapporto più positivo
anche con il sacramento della penitenza; al di sopra di
tutte le cattive esperienze che hai potuto fare negli
anni della tua fanciullezza con questo dono che il
Gesù pasquale ha fatto alla sua Chiesa.

Con i migliori auguri

tuo K a r l R a h n e r

102
NON NE EBBI MAI SENSO DI COLPA

Caro Padre Rahner,

sono studente di teologia, ormai vicino agli esami finali. In


seguito, vorrei darmi al lavoro scolastico e pastorale. Ho
avuto una educazione cristiana: mio padre è molto impe­
gnato in campo ecclesiale. A sette anni divenni chierichetto
e da allora in poi presi parte a diversi gruppi giovanili, sem­
pre in contatto conpersone e istituzioni ecclesiastiche. In par­
ticolare ho avuto contatti molto buoni con alcuni sacerdoti
molto aperti. La mia vita dunque è caratterizzata dal rap­
porto conpersone credenti e da esperienze personali su sfondo
ecclesiale.
Ed ecco il mio problema. A quindici anni conobbi la
mia prima amica; non avevamo ancora diciotto anni che
dormimmo insieme. Il nostro rapporto, prima molto stretto,
cessò a ventun anni, perché le nostre concezioni sulla vita e
i nostri modi di vivere erano troppo diversi.
Poi conobbi altre due ragazze, con le quali ebbi pure
qualche contatto sessuale. Due anni e mezzo fa, conobbi la
mia donna di oggi; un anno dopo cifidanzammo. Durante
ilperiodo delfidanzamento rimase incinta, e ci siamo sposati
(intendevamo comunquefarlo senz’altro in seguito). Vivia­
mo felici insieme, e godiamo di nostro figlio.
Non ne ebbi mai senso di colpa, pur riconoscendo di es­
103
sere stato un po’sventato, e in confessione non evitai mai un
confronto schietto.
Vorrei dunque chiederle: si tratta solo di un senso mo­
rale affievolito, o si tratta invece di un mutamento in corso,
un grande mutamento, dietro cui la Chiesa (quella ufficia­
le) va zoppicando a stento? Come vede lei il problema dei
rapporti sessuali prematrimoniali, e in questo senso anche
extramatrimoniali, quando l’inclinazione reciproca è real­
mente molto grande e,forseper circostanze esterne, non sipuò
giungere ancora al matrimonio? Alla questione del lungo
tempo intercorrente tra la maturazione sessuale e la possibi­
lità, condizionata dalla situazione economica e formativa,
di un matrimonio, si può rispondere solo con l’« ascesi », e
anche nei casi in cui il rapporto è cosiprofondo che in tempi
passati, allorché i periodi di formazione erano più corti, il
matrimonio sarebbe stato ovvio? Quali domande si devono
porre due non sposati quando vogliono esprimere il loro rap­
porto anche in questo modo corporeo?
Non sono il solo con questo problema - molti miei amici
si comportano allo stesso modo, oppure trovano davvero trop­
po poco aiuto per potersi orientare.
La prego, ci mostri una possibilità di orientamento!

Saluti cordiali

Bertram

Caro Bertram,

dalla tua lettera si nota che hai studiato bene la teo­


logia: ti riesce relativamente facile concentrare quasi
104
in un’unica breve paginetta tutti i problemi relativi
alla morale sessuale che oggi occupano e preoccupano
il cristiano. Ma, lo spero, tu comprenderai anche che
risponderti, come tu chiedi, in modo tanto breve, non
è possibile. Per questo, non intraprendo neppure il
tentativo di dare risposta a questi problemi, tenendo
conto, come sarebbe necessario, sia della situazione
psicologica e sociale dell’uomo d’oggi, sia della dottri­
na tradizionale della Chiesa. Su ciò, non è opportuno
gemere per l’affievolimento morale dei giovani
d’oggi, né viceversa è necessario puntare su un m uta­
mento nella dottrina della Chiesa, i termini del quale,
però, non si sa bene dove siano situati.
Permettimi dunque (di più non posso né voglio
fare qui) di porti alcune domande. Mi meraviglio che
tu, in riferimento alla tua vita precedente in questo
campo, affermi apoditticamente: «Non ne ebbi mai
senso di colpa »; allora, in che consistette propriamen­
te il «confronto schietto » (con te? con la tua vita?)
che, secondo le tue parole, tu non hai mai evitato in
confessione? Hai riflettuto abbastanza su quello che
alle tue amiche è venuto dalle esperienze comuni, del­
le quali però il responsabile sei tu? Anche nella loro
vita tutto è stato cosi semplice, senza gravi scosse e
senza ferite profonde, come tu mostri di presupporre?
Mi rallegro che tu ora viva in un matrimonio felice.
Ma ti è possibile scusare con assoluta tranquillità i rap­
porti avuti con quella che ora è tua moglie nei due
anni e mezzo precedenti il vostro matrimonio, se devi
pur riflettere che tale « periodo di fidanzamento » -
data la mancanza di un impegno assoluto, mancanza
effettiva, se pensi alle tue precedenti ragazze - avreb­
be pur potuto risolversi in un modo completamente
105
diverso per la tua donna, che ora, grazie a Dio, ami e
a cui sei fedele?
Tale rapporto con la tua donna prima del matri­
monio, fu veramente e a priori tanto « profondo »,
come tu scrivi, dato che tu ti mostri cosi tranquillo e
disinvolto nei confronti delle tue precedenti ragazze?
Anche il rapporto con loro fu altrettanto «profon­
do »? Se si, non potresti certo pensarvi con tanta tran­
quillità e presunzione; se no, come ti fu possibile in­
trattenere con loro un rapporto tanto intimo, come è
pur sempre il « dormire insieme » a diciotto anni?
Nella tua attività, non ti sei trovato ancora di fronte
ad esperienze tali da farti riflettere seriamente sulla
tua vita precedente e da farti paventare di mettere fa­
cilmente fuori gioco, per un « mutamento » troppo
facilmente postulato, la morale sessuale tradizionale
della Chiesa?

Ovviamente, so bene che con questo non ho dato


una risposta veramente sufficiente alle molte doman­
de che poni nella tua lettera. Ma tu sei pur un teologo
e sai leggere i libri di teologia. Al di là della teologia
morale, vecchia e ammuffita, dei tempi andati, vi
sono pure teologi seri e libri seri e schietti, che affron­
tano questi problemi. Confrontati con essi, verifica
ciò che dicono; verifica la tua stessa vita e, attraverso
lo studio e l’esperienza, giungerai a un complesso di
norme sulla morale sessuale, che ti porranno vera­
mente all’altezza di ciò che è richiesto dai tempi, non­
ché richiesto dalla morale matrimoniale della Chiesa
ai nostri giorni.
Mi dispiace di non poter scrivere altro in una let­
tera come questa; ma tu sei abbastanza intelligente e
106
ben disposto da comprendere la m ia impossibilità di
aggiungere altro in un breve scritto.
T u tti gli auguri più belli per te, per il tuo m atri­
monio, per il tuo bam bino e il tuo lavoro

tuo K a r l R a h n e r

107
DUE POSSIBILITÀ DI DARE UN SENSO ALLA VITA

Molto Reverendo Professor Rahner,

poiché negli ultimi tempi mi sono occupato intensamente del


problema del senso della vita, ascolterei volentieri a proposito
ilpensiero di un adulto esperto e seguace della vita spirituale.
lo ho costruito la seguente teoria: la vita dì un essere
monocellulare non ha nessun sensoper il monocellulare stesso;
ne ha invece per i viventi di grado evolutivo superiore, per
esempio gli uomini, qualunque poi sia nel caso specifico questo
senso. Questo fatto può essere ragionevolmente considerato
come elemento di una sequenza infinita, non limitata nel
tempo; e se ne può concludere che ogni forma apparente della
vita ha un senso obiettivo solamente se considerata da un
grado superiore - ad esempio vedendo l'umanità intera come
parte di questo sistema. Per il singolo perciò, secondo la mia
idea, vi sono solo due possibilità per dare alla vita un senso
oggettivo (di possibilità soggettive ce ne sono certamente mol­
te, per esempio la nicotina, l'alcool, il denaro, il lavoro). Una
prima possibilità sarebbe: fa r qualcosa per raggiungere un
sistema che ha durata eterna; per esempio la gloria, che si ac­
quista in seguito a una prestazione che entri nella storia.
La seconda eforse più semplice possibilità consisterebbe
nel credere che noi siamo bensì parti subordinate di un si­
stema, ma questo stato viene concluso con la fine dell'esisten­
108
za terrena, e vi èpoi uno stato al di fuori del sistema dimen­
sionalmente limitato, che si presenta allora come il senso og­
gettivo della vita terrena, la quale costituisce cosi una tappa
di passaggio. Questa strada è certamente più rischiosa, tut­
tavia anche più comoda nell'attuazione. Per questa mi sono
deciso, e cerco un paio di argomenti razionali o teologici per
questa teoria.

Grazie in anticipo per la fatica che vorrà assumersi

Karl

Caro Karl,

trovo interessante come tu, pur tanto giovane, comin­


ci a filosofare; la maggior parte dei ragazzi della tua
età è troppo amante della comodità per fare qualcosa
di simile. Certamente nella tua filosofia, in cui cerchi
di assegnare a ogni essere un posto determinato in un
« sistema », dovresti riflettere che l’uomo non è solo
un pezzo subordinato a un sistema generale superiore,
ma fondamentalmente - per la sua conoscenza del si­
stema stesso - ha un rapporto completamente diverso
con il complesso della realtà. Un rapporto in ogni
modo completamente diverso da quello che è il rap­
porto di una semplice parte, che è appunto esclusiva-
mente parte del sistema e che non sa nulla di questo
tutto, e perciò non può avere una propria presa di po­
sizione illuminata, libera e responsabile, nei confronti
del tutto. Si aggiunga che l’uomo - in quanto ha o può
avere un rapporto cosciente e amoroso anche verso il
109
primo principio complessivo di tutta la realtà - anche
nei confronti di questo primo principio, che noi chia­
miamo Dio, può e deve porsi il problema del signifi­
cato in modo completamente diverso da quelle realtà
del sistema cosmico universale, che per principio sono
chiuse in una sfera infraumana con la sua limitata
realtà.
Naturalmente, il vero senso per l’uomo non va
cercato solo nella nicotina, nell’alcool, nel lavoro e nel
denaro, ma neppure nella gloria o in qualche presta­
zione che entri nella storia, perché sono tutte cose fon­
damentalmente caduche e non hanno certo « durata
eterna ». L’ultimo, il vero e definitivo significato della
realtà per l’uomo - data la sua apertura, or ora ricor­
data, in spirito e verità, verso il complesso della realtà
e il suo divino primo principio - consiste nel fatto che
questo primo principio - infinito, che solo ha in sé il
significato pienamente comprensibile, come sappia­
mo se non altro dalla rivelazione cristiana - desidera
comunicarsi con l’uomo nella grazia e in ciò che noi
chiamiamo la visione immediata di Dio.
Dato che, alla fine della tua lettera, dici di voler
prendere sul serio, nella tua vita, questa teoria, credo
che potrai realmente giungere alla comprensione del
significato della realtà complessiva e della vita umana
quale ci è offerta dalla fede cristiana.

Saluti cordiali

tuo K a r l R a h n e r

110
QUANDO MI IMMAGINO DI DOVER PARLARE
DI DIO PER PROFESSIONE...

Molto reverendo Padre Rahner,

vorrei cominciare con una domanda, aggiungendo poi la


spiegazione. Ecco la mia domanda: per una professione, che
cosa è più importante: le doti o l’amore? E questo può sosti­
tuire quelle?
Ho diciannove anni e da alcuni mesifrequento la scuo­
la speciale di pedagogia religiosa, con lo scopo di diventare
insegnante di religione. E una decisione che hopreso improv­
visamente, dopo essermi inutilmente impegnata in un altro
tipo di formazione. Per due mesi, non sapevo proprio come
sarebbe andata; poi in due giorni mi sono decisa per la pe­
dagogia religiosa. Ma dal mese di novembre mi continuano
a tornare dubbi, e mi chiedo sefare l’insegnante di religione
sia la professione giusta per me. Cerco di allontanare conti­
nuamente questo dubbio, ma non mi è facile, perciò ora ho
stabilito di prendere una decisione definitiva entro Pasqua.
Per questo mi darebbe molta gioia un suo consiglio.
Perché dubito che questaprofessione sia adatta per me?
Io mi potrei definire piuttosto calma e limitata nei contatti.
In ogni caso mi è diffìcile formulare a parole i miei pensieri
ed esprimere ciò che dovrei dire (specialmente a voce). Le
persone che mi conoscono bene sanno ciò che penso, ma ai
bambini (vorrei insegnare soprattutto nella scuola dell’obbli­
111
go) non saprei certamente comunicare l’essenziale della no­
stra fede.
Un secondo motivo è il timore di intorpidirmi, oppressa
dal lavoro. Come insegnante di religione, avrei ventiquattro
ore settimanali; non sembra troppo, ma si tratta di dodici
classi, e in ogni caso di tre classi parallele. Ciò significa che
in tre classi dovrei impartire sempre lo stesso insegnamento,
anche se èpossibile dare uno svolgimento proprio alle singole
lezioni.
Non si finisce necessariamente per intorpidirsi? E pos­
sibile esporre le cose in modo sufficientemente attraente anche
perla terza volta? La mia convinzione è: No. Credo che non
riuscirò, nonostante l’amore per i bambini eper la professio­
ne. Conosco la canzone: « Confidare sempre in Dio... », ma
è sufficiente? E sufficiente il desiderio di comunicare ai
bambini un po’dell’amore di Dio per noi uomini? Altri pre­
supposti non trovo purtroppo in me.
Sono contenta di averle potuto scrivere questa lettera,
perché sono stata costretta a formulare ciò che da tempo porto
nel cuore.

Saluti cordiali

Gabriele

Cara Gabriele,

naturalmente la professione cui ora miri comporta


certo delle difficoltà per le tue predisposizioni. Ven­
tiquattro ore di insegnamento religioso non sono una
piccola cosa. So che si deve continuamente combatte-
112
re il pericolo di una abitudinarietà priva di anima. Ma
a me sembra di cogliere nella tua lettera una religio­
sità seria, anzi tu scrivi che hai il desiderio di « comu­
nicare ai fanciulli un po’ dell’amore di Dio per noi uo­
mini »; con ciò sono presenti i presupposti decisivi per
tale professione e perciò tutte le altre difficoltà, che
non intendo certo minimizzare, sono superabili. Per­
ché non dovresti riuscire a dire ai fanciulli ciò che ti
riempie il cuore? Tu sei stata, come odo, capo di un
gruppo giovanile; hai fatto perciò sicuramente l’espe­
rienza del contatto con i giovani, e probabilmente la
tua « limitatezza di contatto », non è poi tanta come
ritieni. La calma, la modestia e simili qualità, che tu
consideri una difficoltà per questa professione, posso­
no invece svolgervi un ruolo senz’altro positivo.
Naturalmente non so se tu (che sei già quasi ven­
tenne) potrai incontrare altre esperienze che sinora
non hai fatte, e che potrebbero comportare anche un
mutamento nei tuoi piani attuali. Una cosa del genere
tu non la puoi escludere a priori, ma puoi anche sem­
pre aspettare con serenità, tutta fiduciosa in Dio e nel­
la sua guida, come tu stessa scrivi.

Tanti auguri e saluti cordiali

tuo K a r l R a h n e r

113
NON RIESCO A RESTARE SOLA

Caro Padre Rahner,

non so se riesce a ricordarsi della ragazza vestita di bianco,


che le porse il regalo il giorno del suo compleanno passato nel
nostro gruppo. Quella ragazza sono io. Una settimana fa
sono andata dalpadre spirituale del nostro gruppo; abbiamo
parlato di alcuni problemi molto seri, per i quali non ho an­
cora trovato soluzione. Egli ha pensato chepotrei rivolgermi
a lei con molta serenità, perché si tratta di argomenti che in­
teresseranno certamente molti giovani.
Perciò mi permetta di scriverle un po’ di me, esponen­
dole i miei problemi. Ho venti anni, frequento corsi di teo­
logia, perché desidererei diventare assistente pastorale. Da
un anno sono andata via di casa e ora ho un appartamen­
tino mio. A ll’inìzio ho goduto molto di questa libertà, chepoi
per me è diventata un problema. Ho molti amici, cui sono
molto affezionata e che sono affezionati a me. Essi per lo più
abitano ancora con i genitori, eperciò spesso vengono a farmi
visita. E avvenuto cosi che negli ultimi mesi ogni sera ho
avuto molta gente e c’è sempre stato qualcosa.
Sono lieta che queste persone abbiano fiducia in me,
perché sanno che da me sono sempre - realmente sempre - ben
accolte. Ma con tutto questo, ho semplicemente dimenticato
come restare sola, e ho anchepurtroppo dimenticato di creare
114
il silenzio per poter pregare. Sono irritata e nervosa, il mio
modo di trattare con gli altri è un po’giù un po' su, dormo
troppo poco ecc.
D ’altra parte non riesco a sopportare che non venga
nessuno, che non ci sia qualche novità. Inoltre nonfaccio nul­
la per mandar via gli altri eper dire loro che desidererei an­
che restare un po ’sola. Sono spessopersone che, lo so, si sentono
sole, che hanno bisogno di aiuto, che hanno bisogno di me.
Trovare una soluzione è molto difficile per me, perché
sento spesso di aver bisogno degli altri, di non riuscire a stare
senza di loro, quantunque mi accorga che a poco a poco tutto
finirà a rotoli.
Desidererei veramente poter tornare al silenzio, poter
di nuovo pregare, ma non trovo la strada giusta, perché non
voglio perdere gli amici, dato che, onestamente, posso aiutare
gli altri.
Ho voluto esporle tutto questo con semplicità e mi ral­
legrerei molto di due righe da parte sua.

Saluti cordiali

Irmgard

Cara Irmgard,

mi ricordo molto bene di te, il giorno del mio comple­


anno.
Ritengo che il tuo problema, considerato bene e
ridotto alla sua intima essenza, sia in fondo il proble­
ma della vera libertà umana. Osserva: se la libertà,
quando è vera e viva, consistesse semplicemente nel
fare questo od omettere quello, sarebbe relativamente
facile nella vita umana. Certamente in questa vi sono
115
talune situazioni in cui si deve prendere una decisione
univoca, per qualcosa o contro qualcosa: non si posso­
no sposare due uomini nella stessa volta; ovviamente
è necessario talvolta - come nel mio caso - rinunciare
al fumo, se vi è un pericolo serio per la salute; se uno
si fa certosino, chiude radicalmente la porta a molte
cose che nella vita degli altri sono legittime.
In breve: vi sono molte decisioni della libertà che
comportano un si o un no netti, precisi al cento per
cento. Ma spesso le cose non stanno cosi: e spesso deve
essere considerata, accettata o sopportata l’altra situa­
zione della libertà.
Ciò vuol dire che spesso all’uomo è non solo pra­
ticamente inevitabile, ma anche proibito prendere
delle decisioni cosi semplici, sicure al cento per cento.
Per esempio: un religioso ha deciso con voto di essere
povero; nonostante ciò ha una camera riscaldata, ha
biancheria in ordine e un cibo forse migliore di molti
altri, che sopportano una povertà più amara della sua.
E questo, non solo è cosi di fatto, ma può e deve es­
serlo.
In generale: la vita è un miscuglio inevitabile di
realtà contraddittorie. Tu forse prima te ne stai in una
chiesa silenziosa, e poi te ne vai a ballare, in un turbi­
nio di persone, e per te è un disastro. Talvolta te ne vai
a passeggiare da sola, talaltra vi è con te qualcuno, la
cui presenza ti allieta e ti consola. Dobbiamo tener
presente che in molti casi della nostra vita, non pos­
siamo e neppure dobbiamo rinunciare a questa me­
scolanza di diversi elementi.
Qui comincia il problema serio, che è anche il
tuo. Tutto ti sarebbe facile, se tu entrassi in un chio­
stro di carmelitane e rinunciassi a tutti i tuoi amici; ti
116
sarebbe facile se tu ti abbandonassi, senza ritegno e
senza responsabilità, all’andazzo della tua vita. Ma a te
non è permesso né questo, né quello. Piuttosto, in
quanto è possibile, tu devi attuare nella tua vita, se si
può dire cosi, una mescolanza intelligente di realtà
contraddittorie. Il che è realmente molto difficile. Vi
è per esempio della gente (purtroppo anch’io sono tra
loro) che sostengono la ragionevolezza di gustarsi tal­
volta una sigaretta, per ottenere un po’ di distensione,
ma che con ciò non diventano certo fumatori abituali.
Questo stile di vita, anche se non opportuno e consi­
gliabile per tutti, è senz’altro un modo ragionevole di
gustare il piacere. Cosi anche nella tua vita, come tu
stessa noti, ti è necessario unire elementi contraddit­
tori, e disporli rettamente. Ma per questo, a volte bi­
sogna essere decisi a rinunciare e insieme non rendere
facile la rinuncia con un radicalismo unilaterale. In
ciò, suppongo, consiste propriamente il tuo problema.
Tu devi trovare il coraggio e la decisione sia di
studiare realmente, sia di star sola, di non lasciarti
prendere tutta e sempre dagli amici e dai conoscenti,
di ricordare loro, al momento opportuno, che hai
qualcosa di importante da fare. Contemporaneamen­
te non ti è permesso renderti facile la vita vivendo sola
come un eremita. Cerca, con una certa energia respon­
sabile, di prenderti il sonno di cui hai bisogno, datti in
precedenza talune regole di vita da osservare poi re­
almente con un preciso controllo su te stessa.
Sant’Ignazio di Loyola consiglia, per la ricerca di
tali norme di comportamento, che le regole per una si­
tuazione siano cercate in un certo senso in un’altra si­
tuazione. Quando uno ha una fame da lupo, non do­
vrebbe chiedersi quale sia la quantità ragionevole di
117
cibo che deve consumare. È un problema da porsi
quando non si ha fame in modo particolare. Se fra il
trambusto degli uomini si sente il desiderio della so­
litudine, è forse la situazione buona per chiedersi
come poter conquistare questa solitudine e questo si­
lenzio. Tale mescolanza, in qualche grado controllata
e progettata nella propria vita, è un compito che bi­
sogna imporsi sempre di nuovo, ed è certo più difficile
di un tipo di vita unico, vissuto con fanatismo.
Tu non devi perdere i tuoi amici, e non devi nep­
pure diventare una persona che non sappia più osser­
vare il silenzio né pregare. Io però non ti posso dare
una ricetta per questa mescolanza nella tua vita; è un
tipo di vita per cosi dire dialettico, che tu stessa devi
trovare. E necessario saper improvvisare e insieme sa­
persi dare norme precise da osservare. Fa’ gli Esercizi
spirituali, eventualmente: con essi tu usciresti dalla
tua vita normale di solitudine e di confusione, per po­
ter esaminare davanti a Dio con sincerità e spirito au­
tocritico, questi due ingredienti della tua vita, e potre­
sti comprendere forse meglio come tu stessa puoi de­
terminare, questa mescolanza nella tua vita, che è tuo
compito preciso.
Dato che ora vivi da sola, più di prima sei re­
sponsabile di te stessa e questa tua abitazione persona­
le è in un certo senso il campo di prova di uno stile di
vita responsabile che, tra realtà diverse e addirittura
contraddittorie, sa affrontare il compito di trovare
un’armonia di questi opposti, raggiunta in fondo di
propria responsabilità.

Saluti cordiali
tuo K a r l R a h n e r
118
SENZA ILLUSIONI LA VITA È INSOPPORTABILE

Caro Padre Rahner,

ho molti problemi e non trovo risposta. In ultima analisi do­


vrò pur trovarla io, seguendo la mia coscienza; ma ho biso­
gno di qualcuno che mi porga la mano.
Come èpossibile che davanti ad ognipersona che espone
- anche in un libro - una sua opinione o ideologia, in modo
anche non del tutto credibile, io sia riconoscente di averla in­
contrata? Credo cosi di sapere un pezzetto in più di « veri­
tà».
Talvolta mi immagino di poter costruire questa mia
ideologia: voglio raggiungere la felicità senza danneggiare
gli altri uomini. Suona molto semplice e sarebbe cosisuperato
tutto il problema, per esempio, dei rapporti extramatrimo­
niali. Qualche volta cerco di persuadermi spasmodicamente
che io - se dormo con qualcuno o sono tenera con lui - faccio
solo del bene. Ma in fondo tutto questo non mi porta mai la
pienezza di cui sempre si parla.
Ho paura davanti alla realtà e mi lascio manipolare.
So che la fede in Dio si deve guadagnare ogni giorno, e la
evito; inoltre ho paura delle sue richieste come: purezza, ri­
nuncia di sé, disciplina, fedeltà, prontezza al sacrifìcio, sa­
persi ritirare e molte altre. Qualche volta, quando voglio
avere un po’ di felicità, accendo il registratore e per un paio
119
di minuti sono felice, provo una specie di equilibrio psichico.
Ma presto tutto ritorna come prima.
Si dice che questi castelli in aria sono pericolosi, perché
non si sapiù distinguere l’illusione dalla verità, ma io temo
dì non poter affatto sopportare una realtà senza illusioni. Ho
paura della realtà. La realtà per me è: faccende domestiche
da sbrigare, professori che rimbrottano, prediche quotidiane
di mia madre. Ho paura di essere una che dice sempre di no,
e con questo perdere gli amici. Devo ammettere che il rifiuto
dell’uomo può essere riparato soltanto da Dio? Penso che solo
con l'aiuto di Dio posso riconciliarmi con me stessa.
Ma nella Chiesa io non so trovare vera soddisfazione.
Quando penso: « Chiesa », a questopensiero lego « castità »,
che a me pare una cosa inumana, un rifiuto perfino del sod­
disfacimento personale. Tuttavia se la parola « inumana »
io la debba derivare dall’uomo come Dio lo ha voluto e lo
ha creato... non lo so. Cos’è che costituisce propriamente il
« vero » uomo? Capisco chiaramente che ho una strada lun­
ga da percorrere per giungere a Dio. Ma voglio tentare di
arrivare a lui. Più ci rifletto, più sento il desiderio di sapere
la « verità » (cheprobabilmente però non sarò mai in grado
di comprendere).
Alla Chiesa poi sono attaccate troppe, troppe realtà che
all'uomo appaiono come negative. La Chiesa offre rinuncia,
sacrifìcio, autodisciplina, ma non sa spiegare agli uomini in
modo plausibile come queste realtà siano per loro la vera sor­
gente della gioia, della felicità. Nonostante tutto questo mio
scetticismo, resto sempre convinta che le idee della Chiesa sono
buone, e che solo tramite essaposso trovare Dio. Ma come mi
è possibile trovare questi valori, se sono sepolti sotto pregiu­
dizi, cattive spiegazioni, cattivi esempi, ricerca del proprio
comodo e del potere?
Caro Padre Rahner, ovviamente non aspetto una ri­
120
sposta a tutte queste domande. Spero solo (e lo desidero ar­
dentemente) che lei, per la sua grande esperienza sacerdotale,
possa portare un po’ di luce nelle mie tenebre totali.

La ringrazio per la fatica che si vuole assumere

Christine

Cara Christine,

io ti scrivo con la coscienza cattiva, perché per molto


tempo ho lasciato giacere questa lettera. Intanto nella
tua vita molte cose sono cambiate. Tu hai un bambi­
no. Questo bambino è il tuo bambino. Con lui hai dato
l’avvio a una storia e ne sei responsabile (corresponsa­
bile). È una storia che non avrà mai termine, che segna
qualcosa di eternamente definitivo davanti a Dio.
Una vita come è la tua attuale, cambia molte
cose. Con ciò io non posso dire molto, invero, relati­
vamente alla tua lettera. Leggila tu stessa ancora una
volta, e chiediti se le frasi di questa lettera, considerate
attentamente, non siano in contraddizione le une con
le altre e se questa contraddizione non sia l’eco della
contraddizione che tu devi sostenere nella tua vita. Se
guardi il tuo bambino, ti appare anche l’indescrivibile
responsabilità della tua vita, ma è certamente una
realtà di cui tu in fondo non hai paura, perché l’ami
e l’accetti in pieno. In questo punto della tua vita, le
richieste come la rinuncia a sé, la fedeltà, la prontezza
al sacrificio, il sapersi ritirare e molte altre ti sono
comprensibili ed accettabili. Ora senti davvero che è
121
possibile raggiungere una felicità vera, e non qualcosa
come accendere il registratore pensando che in questo
semplice modo si possa ottenere l’equilibrio psichico.
Se in questo momento della tua vita tu sei coraggiosa,
se lasci che le paure valgano per quel che sono, e gior­
no per giorno sai affrontare con onestà il dovere quo­
tidiano, non devi aver paura di dire di no e di perdere
gli amici veri, che cioè siano degni di essere tuoi amici.
Puoi consolarti pensando che la rinuncia dell’uomo
verrà senz’altro accolta da Dio; da Dio, del quale in
fondo, forse si sa solo qualcosa quando si sa accettare
la rinuncia a non quando, rinchiudendosi in se stessi,
si pensa che la rinuncia sia l’ultima parola della pro­
pria vita e addirittura della realtà.
Non vorrei continuare a scriverti sui tuoi rap­
porti con la Chiesa. Tuttavia tu fai in modo di riuscire
a poco a poco, a meglio comprenderla nella tua vita
e attraverso le esperienze autocritiche che tu stessa fai.
Tu stessa del resto dici che, nonostante il tuo scettici­
smo, sei convinta che le idee della Chiesa sono giuste,
che « solo tramite essa » si può trovare Dio. Tu noti
inoltre che quanto nella Chiesa non ti piace forse de­
riva da « pregiudizi, cattive spiegazioni, cattivi esem­
pi, ricerca del proprio comodo e del potere ». In fon­
do, tutto ciò deriva propriamente non dalle « idee del­
la Chiesa » da ciò che essa predica, ma dalle esperienze
che si possono fare e dalla personale buona volontà.
Anzi, noi tutti siamo Chiesa in comunione vivente,
Chiesa che al di sopra di tutte le delusioni, ci dà la fi­
ducia in una conclusione beata della nostra vita, che
è stata definitivamente assegnata a noi non per le no­
stre grandi idee, ma per la vita di Gesù, il Crocifisso
e Risorto.
122
Io penso che tu non v iv a in « tenebre totali », ma
che tu sappia accogliere con calma, coraggio e fiducia
quel « po’ di luce » che g ià splende - grazie a D io an­
che senza di me - nella tua vita, forse precisamente dal
volto del tuo bimbo.

Cordialm ente

tuo K a r l R a h n e r

123
DIRE SEMPRE DI NUOVO ADDIO..

Caro Padre Rahner,

io sono il carpentiere che, alla nostra riunione, per alcuni


momenti le stette davanti. Le rivolgo una domanda, non
tanto per rivolgere una domanda a un signor professore, ma
per ricevere una risposta pratica. La interrogo perché come
un albero spero una crescita migliore da lei, terreno pro­
fondo.
L'addio, che cosa è ? Negli ultimi tempi, tante volte
si è ripetuto per me l'addio, con tante varianti, che non so
più distinguere se sia separazione o addio, arrivederci o ad­
dio, delusione o addio, principio o addio, morte o addio.
E un addio, quando un mio amico cede senza più spe­
ranza alla prepotenza della droga?
E un addio, quando due colleghi e amici improvvisa­
mente muoiono?
E un addio se io per due anni ho investito in una ra­
gazza amore, dolore, quadri, lettere e pazienza, e improv­
visamente non sento più nessun bisogno di questa ragazza?
E un addio, quando io muoio? Continueranno a vi­
vere anche le realtà più fragili al di fuori dei miei valori?
Da cosa dipende che l'addio si sviluppa in speranza op­
pure in abbandono?
Quando ci si è abituati ad una persona, l'addio è la
124
stessa cosa che la rinuncia ad altre sigarette?
Quando si ama una persona, è possibile separarsi da
essa come fece Abramo col suo unico figlio?
Una cosa tuttavia è sicura: io vivo con molta intensità
ogni addio. E tuttavia non so mai cosa devo imparare da esso
e quale conseguenza devo trarne.
Posso vedere l’addio
e udirlo nel mio pianto;
se ne può andare in ogni direzione,
me ne mostri una!

Grazie

suo Klemens

Caro Klemens,

noi ci conosciamo già: tu sei il carpentiere, e spero che


possa sostenere presto l’esame artigianale. Non sono
certo il terreno profondo su cui l’albero della tua vita
può trovare una crescita migliore, ma voglio tuttavia
tentare di scrivere un paio di frasi in risposta alle tue
domande. Tu chiedi cosa sia l’addio.
Orbene, come tu stesso noti, ci sono concetti di­
versi di commiato, e non è facile metterli d’accordo.
Un commiato in senso stretto comporta che ci sia sta­
to un rapporto intimo con colui al quale si dice o si è
necessitati a dire addio. Le persone assolutamente in­
differenti o le realtà assolutamente indifferenti vanno
per la loro strada, senza che si possa parlare nei loro
confronti di un vero e proprio addio; si può veramen-
125
te parlare di addio solo delle persone e delle cose che
hanno avuto per noi un vero significato. Inoltre ci si
può accomiatare anche dalla propria persona stessa:
infatti, almeno nella morte, ciascuno in un certo senso
prende commiato da se stesso, dalla libera disponibi­
lità di sé e della sua vita, quale compito adempiuto o
non ancora adempiuto, e si è costretti ad affidarsi
completamente e totalmente a Dio. Ma questo è un
addio che non è facile paragonare ad altri addii.
Io credo che bisogna essenzialmente distinguere,
nel commiato, se ci si separa da una persona o da una
cosa con o senza colpa. Chi viene meno alla fedeltà,
chi abbandona qualcuno cui è realmente debitore di
attenzione e di amore, prende senz’altro un cattivo
commiato. Chi allontana o in un certo senso butta via
una buona esperienza della sua vita, chi non la custo­
disce nella memoria della sua esistenza che pur gli ap­
partiene, anch’egli prende un commiato colpevole. Il
problema è naturalmente se non sia possibile porvi ri­
medio e tornare alla persona o alla esperienza che si è
abbandonata; e nei singoli casi la situazione può essere
diversa. Tuttavia, quando non si può più ritornare alla
persona da cui ci si è separati o all’esperienza che si è
lasciata perdere, è certamente sempre possibile, per
grazia di Dio, ottenere il perdono anche di questa col-'
pa. Ma questo recupero per il quale - ad opera di Dio
e in modo incomprensibile - uno riacquista in un cer­
to senso quel che ha perso, è in ogni caso un qualcosa
che può essere raggiunto solo con una vera preghiera
di pentimento, con una penitenza sincera e un reale
dolore del cuore per il danno subito. Non vi è certo
posto per la leggerezza, la pigrizia mentale o la facile
rimozione.
126
Al contrario, però, vi sono anche commiati che
non hanno nulla a che fare con la colpa, anzi sono per­
fino compiti e doveri della vita. La Sacra Scrittura co­
nosce e approva il fatto che l’uomo, crescendo, abban­
doni il padre e la madre. Anche a un commiato di que­
sto genere può andare unita la sofferenza, può essere
richiesta una esperienza di solitudine e insicurezza.
Ma è un commiato necessario, perché per l’uomo è ne­
cessario raggiungere l’indipendenza e rendersi piena­
mente responsabile della sua vita.

Di commiati simili a questo ce ne sono molti.


San Paolo ricorda di aver abbandonato ciò che era
proprio del fanciullo. Noi dobbiamo sempre di nuovo
prendere commiato da qualcosa cui ci eravamo attac­
cati, che ci sembrava addirittura necessario nella vita.
Anzi, ogni notte prendiamo commiato dal giorno che
ci è stato donato. Dobbiamo imparare a rinunciare a
questo e a quello, che per noi significa gioia o soddi­
sfazione, perché riconosciamo che la rinuncia è neces­
saria per una vita più alta, più ricca e più piena. E in
questo modo si dà l’addio anche a persone che ci sono
molto vicine. Il missionario che parte per l’estero deve
lasciare molte cose e persone che tanto ama.
Chi si sposa, in qualche modo esce dalla cerchia
dei suoi amici e deve concentrare la sua vita, in modo
nuovo, sul proprio coniuge. Chi abbraccia realmente
una professione e vuole portar frutto in essa, deve
prendere commiato da soddisfazioni e attività alle
quali si era applicato con gioia nei precedenti anni
della giovinezza. Si potrebbe quasi dire che solo quan­
do si è imparato ad accomiatarsi si può vivere, matu­
rare, condurre una vita vera, degna di essere vissuta.
127
In quale direzione si debba andare accomiatan­
dosi, è diverso da caso a caso, e non posso ora esportelo
in una breve ricetta valida per tutti i casi. Tu, alla fine
della lettera, dici che spesso piangi quando un addio
è inevitabile. Si potrebbe quasi aggiungere: impara a
piangere, continuando ad avanzare. Impara a dire ad­
dio, senza guardare indietro.
Conosci dalla Bibbia il racconto della moglie di
Lot, che fu tramutata in statua di sale, quando si fermò
a contemplare la maledizione che scendeva sulla sua
città, come se solo là fosse possibile trovare la felicità
e la vita. Impara a non voltarti indietro, ma a guardare
in avanti, nella convinzione consolatrice che anche
dopo un addio - voluto dalla sorte o dal dovere - da­
vanti a te c’è sempre la meta vera, completa e beata.
Ti auguro di poter superare in splendore il tuo
esame professionale; e anche questo segnerà un com­
miato, perché comporterà nuovi doveri finora non
sperimentati. Non guardare indietro, va’ avanti!

Ti desidero ogni bene

tuo K a r l R a h n e r

128
A DIO NON PENSO QUASI MAI

Caro Padre Rahner,

per sé, la mia situazione è buona: mi sento molto bene e ho


gioia di vivere. A l primo sguardo, tutto in me può apparire
in ordine. Ma spesso mi trovo davanti a dei problemi che mi
rendono insicuro. Per lo più la loro soluzione viene nel tempo
e ne provo soddisfazione; ma negli ultimi anni mi si è posto
continuamente un interrogativo al quale non so dare una ri­
sposta sicura:

da una parte credo in Dio e accetto l’idea di una vita


eterna dopo la morte; dall’altra amo troppo le comodità della
vita. M i piace godere, e nella vita vorreifar carriera e gua­
dagnare molto. Quando si tratta di queste cose, sono orgo­
glioso e forte nelle decisioni. Sono molto attivo, ma talvolta
ho l’impressione di vivere selvaggiamente, senza imporre
alla mia vita una chiara direttiva e senza darle un senso
profondo. Talvolta mi manca perfino la forza di andare in
Chiesa o di innalzare una breve preghiera. In questo campo
sono molto parsimonioso. Quando rifletto al tempo che dedico
a pensare a Dio, ne concludo che è addirittura quasi niente.

Perciò vorrei chiederle: è sufficiente solo credere in Dio


e condurre una vita dì per sé castigata, in cui però Dio non
129
sia quasi mai al primo posto? 0 si deve anche essere attivi
nel senso di Dio - con la Chiesa - per non dover subire una
«triste sorpresa» dopo la morte, quando ci presenteremo a
Dio?
Su questo problema ho discusso spesso con amici della
mia età, ma nessuno ha saputo dove si debba tracciare la li­
nea tra la vita buona e la vita cattiva, la vita goduta e la
vita impegnata, cioè « tra paradiso e inferno ».
Spero di essermi spiegato sufficientemente e la prego di
aiutarmi.

Sentiti ringraziamenti in anticipo

Gernot

Caro Gernot,

nella tua lettera dipingi la tua situazione in modo


molto comprensibile, e io penso realmente che sia la
situazione di ogni uomo, che si trova tra il cielo e la
terra, tra Dio e il mondo. Abbiamo un comandamen­
to: amare Dio con tutto il cuore, e perciò senza divi­
sioni, e tu senti anche l’urgenza e la gravità di questo
comandamento. Ma noi siamo uomini posti tra il
mondo e Dio. Per ciò che riguarda l’indivisibilità e un
amore radicale per Iddio, non solo è una meta lontana,
ma dobbiamo anche averlo presente e tenerne conto
nella nostra condotta di vita.
Ma per toccare subito l’altro aspetto del nostro
problema potrei dirti: con tutta calma, tu puoi essere
orgoglioso, nutrire la volontà di far carriera e guada­
130
gnare. In questa fase della tua vita e nella tua concreta
situazione, questa volontà non è necessario che sia po­
sitivamente ispirata dall’amore di Dio. Dio non lo ri­
chiede da te, almeno per ora. Le motivazioni mondane
che determinano questa vita non sono cattive solo per
il fatto che esse non escono in modo percettibile e spe­
rimentabile, dal profondo del cuore, ove Dio a noi si
comunica e vuol essere amato. Però anche in questa si­
tuazione iniziale, in divenire, non bisogna credere a
Dio in modo astratto, ma cercare di amarlo, di prega­
re, e al di sopra dei propri piani legittimi e impegna­
tivi, al di sopra dei propri sforzi individuali, bisogna
vivere e lavorare in una « comunità » di vario tipo (la
famiglia, la Chiesa, il gruppo giovanile ecc.), assumer­
si responsabilità, saper mettersi al servizio degli altri.
Tutta la grandezza di una tal vita è naturalmente
qualcosa di indefinibile, un miscuglio asistematico di
realtà celesti e realtà terrene, che non si può piena­
mente dominare e definire, ma che richiede sempre
un po’ di improvvisazione. Il tuo compito è precisa-
mente accettare questa situazione con abbandono,
con fiducia in Dio, con pazienza.

Tu chiedi - e io in fondo ne sono convinto -, che


la mia risposta possa essere solo un incoraggiamento
a sostenere con pazienza e fiducia il tuo problema.
Non ti posso raccomandare di essere già da ora un
uomo tutto celeste, pieno di amor di Dio, senza nes-
sun’altra motivazione; e non posso ovviamente nep­
pure dirti: « Va’, immergiti nelle realtà mondane, ab­
bandonati alla tua smania di operare e al tuo orgo­
glio ». Non potrai mai evitare di essere contempora­
neamente un uomo di questa terra e un figlio di Dio:
131
con calma, devi essere sia l’uno sia l’altro e confidare
che il conto della tua vita torni, anche se non puoi v e ­
rificarlo con precisione e non puoi stabilire che in
questo conto tutto risulti esatto.

Cordialm ente

tuo K a r l R a h n e r

132
CHIAMATI ALLA VITA,
MA PER CADERE NELLA MORTE

Molto Reverendo Padre Rahner;

sono molto lieto di poterle scrivere, perché ho un problema che


solo uno specialista come lei può risolvere.
Io non credo in Dio. Questo non è solo un modo di dire
che hanno in bocca molti ragazzi; vi ho riflettuto molto, e
sono convinto che sarebbe meglio non credere in Dio, perché
altrimenti si dovrebbe pure ammettere che egli è un sadico
e odia l'umanità. Sono giunto a questa conclusione rifletten­
do e convincendomi che in questo nostro mondo regna la mi­
seria, l'inganno, l'omicidio e simili. Se Dio fosse il nostro
buon padre, certamente non permetterebbe questo. Infatti
nessun padre, sia pure il peggiore, getta i suoi figli nel dolore.
Tuttavia un padre terreno dì questo genere, qualora agisse
come Dio, lo comprenderei meglio: infatti la Chiesa ci inse­
gna che Dio è onnipotente e un padre terreno non lo è. Dio
ha dunque il potere assoluto; secondo la fede romano-catto­
lica, e la fede delle altre religioni, ci ha creati ed è bene in­
tenzionato verso di noi. E se egli sa tutto, deve ben anche aver
saputo, nel momento in cui ci creava, quale evoluzione
avremmo seguito.
Nella Bibbia si trova un passo in cui si descrive la di­
struzione di Sodoma e Gomorra. La gente che vi abitava
aveva peccato contro Dio efu punita con la morte. Anche per
133
noi dunque Dio ha preparato l'annientamento? Ci ha creati
per distruggerci? Non vedo in questo nessuna logica, ed in
ogni caso nessuna bontà.
0 forse noi sfuggiamo alla potenza di Dio? Infatti
molti assassini, che hanno offeso uno dei più importanti co-
mandamenti dì Dio, se ne vanno in giro impuniti! Non è
più in grado di emettere un giudizio, non ha più potere su
di noi? Gli succede come a Frankenstein, che fu sopraffatto
dalle sue stesse creature?
Vede dunque che le mie idee non collimano affatto con
quelle della Chiesa. M i sarebbe perciò molto grato ricevere
da lei una risposta ai miei problemi.

Molti ringraziamenti in anticipo

Axel

Caro Axel,

anzitutto mi meraviglio che tu partecipi apertamente


a un gruppo giovanile cattolico pur dichiarandoti un
ateo convinto. Forse in te, sotto le riflessioni che pur
vogliono essere razionali, vi è dell’altro, almeno la do­
manda se non esista poi qualcosa che sia Dio.
Ora tu comprenderai che in una breve lettera, in
un paio di pagine, non mi è possibile rispondere a fon­
do alla questione che sollevi.
In ogni modo vorrei dirti che anche per me la do­
manda circa il dolore nel mondo, circa la terribile in­
felicità che - causata dalla natura o dagli uomini - re­
L34
gna in questa terra, cioè l’ateismo che sorge dal pro­
blema del dolore, è l’unica forma di ateismo che mi dà
seriamente da pensare. È stato detto che dopo Au­
schwitz non sarebbe stato più possibile credere in Dio:
questa asserzione non la ritengo esatta, ma la ritengo
seria, perché sorge dalla disperazione causata dalle
mostruosità che succedono nel mondo.
Tuttavia chiedo a me stesso: tutto questo dolore
diventa più sopportabile, più leggero, più facile da su­
perare, se si è atei? Oppure tale posizione non è che ri­
conoscere la definitività di tutte queste mostruosità
della terra? È possibile assumersi la responsabilità di
ammettere ciò, che è una definitiva negazione di si­
gnificato? Se ci si sente solidali con gli uccisi nelle ca­
mere a gas, con i fanciulli bruciati dalle bombe al na­
palm, con i reclusi nei campi di concentramento, non
è proprio doveroso allora - anche se con uno sforzo su­
premo dello spirito e del cuore - imporsi il pensiero
che esiste realmente quella potenza, quella sovranità
infinita di amore, in cui tutte queste terribili realtà
possono risolversi in beata pienezza di significato ?
Certamente, non si tratta di farsi un concetto po­
sitivo di Dio, a partire dal quale si cerca poi di dissol­
vere in un misero inganno tutto quello che ci turba e
ci spaventa nel profondo. Non è certo cosi; ma io vor­
rei chiedere proprio a te, a te che ti richiami alla logica
e alla riflessione oggettiva: non hai forse un concetto
di Dio troppo primitivo, troppo cortocircuitante, in
base al quale, naturalmente, il dolore del mondo resta
una contraddizione assoluta?
Se Dio è molto più grande del male, pur infinito,
della terra, è pur sempre inconcepibile come questo
male possa coesistere con Dio; tuttavia non vi è con­
135
traddizione nel fatto che un Dio infinitamente buono
possa permettere questo male del mondo, precisa-
mente perché, nella sua pienezza - per noi inconcepi­
bile - di vita, di essere e di significato, è in grado re­
almente di dare soluzione e pienezza di significato a
questo dolore terreno.
Perciò le cose stanno proprio cosi: l’ateo, per il
quale questo dolore ha il carattere di definitività as­
soluta e inspiegabile, è costretto ad ammettere che il
male è fondamentalmente trascurabile, limitato, che
è una realtà inevitabile della natura che si evolve in sé
e che continuamente si dissolve nelle sue forme.
L’ateo è proprio colui che ha meno diritto di conside­
rare importante il dolore del mondo. Chi invece crede
che esiste un Dio santo, giusto, amoroso, infinitamen­
te potente, è in grado di comprendere tutta l’impor­
tanza del problema « dolore ». Con ciò non lo risolve,
ma può realmente rendersi conto che dalla sua posi­
zione può comprendere questo problema in modo ra­
dicale, molto più dell’ateo, che, in fondo, è costretto
ad accontentarsi, per principio, dell’assurdità di que­
sto mondo, di questa evoluzione della natura, di que­
sto passare e cadere di tutte le cose.

Non devi immaginarti un Dio incapace di fronte


a tanto dolore. Se facessi questo, avresti realmente un
concetto di Dio sbagliato. Non ti è imposto di affer­
mare che tu comprendi come Dio e il dolore possano
coesistere senza porre problemi; ma per questo non
devi asserire che Dio - se è realmente Dio, cioè infi­
nitamente superiore a tutti i tuoi concetti umani su di
lui e a tutto quanto tu puoi aspettarti da lui - non è
in grado di superare questo dolore.
136
I marxisti hanno spesso dileggiato la fede cristia­
na come un analgesico buono per coloro che, per il
male del mondo, su questa terra sono svantaggiati. Ma
io ti domando: per questi poveri, per questi svantag­
giati, per questi emarginati, affamati e morenti, e in
fondo anche per te, hai forse una risposta migliore?
Tu puoi ben dire, con disprezzo, che i cristiani si con­
solano con la speranza del paradiso, perché non sanno
cavarsela in questo mondo. Ma sospetto che diresti
questo fino a quando per te le cose andassero bene.
Credo che il problema di Dio derivante dal dolore, nel
modo con cui tu lo affronti, può essere posto solo da
quelli che possono permettersi il lusso di fare del do­
lore un problema intellettuale. Ma coloro che il dolore
lo provano veramente fino in fondo, sono costretti o
ad abbandonarsi a una disperazione radicale, oppure
ad affermare che il loro dolore non è poi tanto brutto,
che la morte è la cosa più normale che si possa pensare.
Oppure crederanno in Dio come a quella suprema
realtà incomprensibile, nella quale solamente può alla
fine trovar soluzione il loro problema veramente ama­
ro; beninteso solo nell’amore incondizionato per que­
sto Dio incomprensibile.
Tu interpreti le tue esperienze di dolore come ar­
gomenti contro Dio; ma delle tue esperienze di feli­
cità, di gioia, di protezione, di pienezza di significato,
non hai mai tentato di farne un argomento per l’esi­
stenza di un Dio eterno, fonte di luce e di beatitudine?
Oppure ritieni il male quale impulso ad una protesta
assoluta, e il bene di questo mondo come una banale
ovvietà? Sei giusto, sei oggettivo di fronte all’ambiva­
lenza delle tue esperienze? Rifletti: non rendere asso­
lute le amarezze che la vita ti presenta. Un po’ di luce
137
è immensamente superiore alle tenebre, che pur ap­
paiono infinite.
Ho l’impressione che questa mia risposta, neces­
sariamente un po’ aggressiva, non sia particolarmente
grandiosa e capovolgente. Ma forse ti sprona ad essere
cauto e a non considerare troppo ovvie o profonde le
tue argomentazioni.

Ti porgo i miei saluti cordiali, invitandoti a re­


stare con serenità nel gruppo giovanile

tuo K a r l R a h n e r

138
QUANDO L'AMORE DEL PROSSIMO
NON SI METTE IN EVIDENZA,
MA APPARE INSIGNIFICANTE...

Caro Padre Rahner;

vorrei scriverle di un dissidio nella mia vita, la quale del


resto è veramente felice, e mi farebbe piacere ricevere da lei
un paio di consigli. Noi cristiani abbiamo, perla nostra vita,
un motto molto bello: «Am a il prossimo tuo come te stesso »,
e poniamo in atto molte attività: anch'io, per esempio, tal­
volta presto la mia opera in un ospedale tra bimbi handi­
cappati, oppure scrivo lettere di auguri a vecchi, magari pa­
renti. Dunque, cerco un po' di essere buona e amichevole col
mio prossimo. Tuttavia qualche volta mia madre mi dice:
« Tu parli molto dell'amore del prossimo e mi critichi se li­
tigo con gli altri. Ma in concreto non fa i proprio niente. Non
sai prenderti ancora nessuna responsabilità nella famiglia e
dimentichi spesso le tue belle parole ». Riflettendovi, devo
convenire che ha ragione, perché da una parte parlo real­
mente molto di come impostare la vita sull'esempio di Gesù,
ma d'altra parte me la prendo molto comoda quando, per
esempio, devo interessarmi della zia o svolgere qualche altro
compito ingrato.
Credo che il problema consista in questo: io lega sempre
l'amore del prossimo a qualche fatto grandioso, in cui, sepos­
sibile, collocare al centro me stessa; fatto che dovrebbe uscire
dalla misura del quotidiano. A l contrario, invece, anche
139
una normale vita di famiglia potrebbe significare amore del
prossimo. Oppure, se io - come mi è capitato or ora - inter­
rompo un rapporto con un amico, non voglio più aver a che
fare nulla con lui, reagisco con degnazione e irritazione, mi
mostro cinica e probabilmente molto ridicola. Ma mi sento
in qualche modo superiore se gli lascio scorgere la mia avver­
sione. Ma cosa devo dunque fare? So bene che sarebbe amore
del prossimo mostrarsi pienamente normale, nonostante tut­
to. lo, però, semplicemente non ci riesco.
Forse questo particolare mostra chiaramente come è
difficile per me essere realmente cristiana, e come per lo più
mi èfacile essere buona all’esterno, ma nelpiccolo, in privato,
non ho coraggio e forza per compiere un passo di avvicina­
mento, di perdono. Vorrei essere una cristiana vera, ma non
riesco ad andare avanti.
Caro Padre Rahner, mi può aiutare ad uscire da que­
sto dissidio?

Con molti cordiali saluti

Renate

Cara Renate,

tua madre in fondo ha ragione, anche se quell’accusa


potrebbe essere rivolta a tutti gli uomini, e probabil­
mente anche a lei stessa. Tutti parliamo molto
dell’amore del prossimo (per lo meno allorché non in­
tendiamo offrirlo, ma lo aspettiamo dagli altri). Que­
sti discorsi spesso restano solo belle parole senza una
realizzazione nella vita concreta in famiglia, nel no­
140
stro ambiente, nei doveri quotidiani. Può essere cer­
tamente ragionevole romperla con una amicizia da
cui non risulta nulla. Ma ciò non deve comportare
un’offesa dell’amore al prossimo: il sussiego, là stizza
e il cinismo non dovrebbero certamente apparite nella
tua separazione dall’amico. Sarebbe veramente contro
la carità di cui anche ora gli sei debitrice.
Dici di non riuscire ad avanzare nell’amore del
prossimo, per quanto tu voglia essere una vera cristia­
na. Ora, noi tutti ci troviamo sempre in questa situa­
zione, di restare cioè al di sotto delle esigenze della ca­
rità col prossimo. È un dissidio sempre presente, e non
è facile superarlo. Certamente io non ho una facile ri­
cetta per giungere ad una tale carità trionfante; non
l’ho per te e neppure per me. Possiamo solo, pieni di
pazienza, accettare continuamente i doveri che il no­
stro prossimo ci pone, cercando di soddisfarli giorno
per giorno. Con tutte le loro preoccupazioni, con tutte
le pretese e anche con tutto ciò che ci dà ai nervi. Tu
non puoi mettere in opera la carità, ma puoi solamen­
te, nel momento presente, come ti giunge giorno per
giorno, accettare il prossimo, beneficarlo, aiutarlo e
sostenerlo, come lo incontri nella vita quotidiana.
Agisci cosi, e allora tutta la tua vita sarà un continuo
uscire dal dissidio di cui soffri.

Cordialmente

tuo K a r l R a h n e r

141
SI PUÒ RESTARE
IN QUALCHE MODO BAMBINI
ANCHE DA ADULTI?

Caro Padre Rahner,

forse sono una persona particolarmente sensibile alle reazioni


dell ambiente, anche se qualche volta non le voglio nemmeno
sentire. Ma ci sono momenti in cui mi rendo particolarmente
cosciente del dolore di un singolo, del dolore di tutti gli uo­
mini; allora posso sentirmi infinitamente infelice, se consi­
dero quanti momenti di delusione vi sono in una vita, quan­
ti sentimenti non corrisposti, quante malattie inutili. M i
vengono in mente eventi grandi e piccoli che, se considerati
in sé hanno un peso e degli effetti molto vari, ma nelpresente
provocano lo stesso tormento, le stesse lacrime, lo stesso dolore.
Perlo più, naturalmente, ci penso in momenti in cui io
stessa sono soggetta a estreme oscillazioni di sentimento, cioè
quando sono o molto lieta, o molto triste. Noto poi che i molti
« colpi di spillo », le difficoltà piccole ograndi nella mia vita
- all'apparenza cosi radiosa e lieta - non mi hanno affatto
rinforzata o meglio preparata a ll « età adulta ». A l contra­
rio, ho l 'impressione che un pezzo di me stessa vada perduto,
lacerato, dolorosamente tagliato via da me, chepur voglio es­
sere, con piena sincerità, un bambino davanti a Dio e da­
vanti alla vita.

142
M i pongo il problema filosofico, se questa forma di pre­
parazione alla vita sia necessaria e ragionevole per l’uomo
in sé; se egli non riceva da Dio, nei momenti di bisogno, la
forza di cui necessita, senza che altri debbano prima sforzar­
si di inculcargliela. M i pongo il problema teologico, se l’uomo
non debba confidare, per profonda convinzione, che Dio è un
padre amorevole e che ci aiuta. Dal mio punto di vista per­
sonale, senza presunzione o esagerazione, devo dire che ho
sempre sperimentato come Dio mi protegga quale padre; pre­
cisamente quando, con i sentimenti stravolti, non so più an­
dare avanti, o quando sonofortemente oppressa, Dio mi aiu­
ta indicandomi una via, mostrandomi una luce, e io devo
solo avere il coraggio di seguirla.
Spesso mi rimprovero la debolezza di essere troppo cre­
dulona, troppo sentimentale, troppo tenera e compassionevo­
le. Ma, dopo tutte le esperienze che mi sono state donate, cre­
do semplicemente che nella vita si deve cercare il bene, che
non devo essere troppo realista e « adulta », ma posso restare
un bambino. E inoltre che anche come laica, nonostante tutti
i naufragi e gli sforzi difettosi o inutili, si può parlare di Dio
e professare che il cristianesimo è lo scopo più alto della vita.
Volentieri crederei a tutto questo, ma mi sento sola, ab­
bandonata epiena di dubbi, specialmente quando vedo altre
persone acquistare, in silenzio senza farsi notare, grandezza
e superiorità, mentre credevo che i nostri ideali di essere
bambini fossero comuni. M i sento allora piena di dubbi e
quasi in balia di questi scettici tanto superiori.
Probabilmente molti vivono in questa solitudine deci­
sionale, molti sono scoraggiati per il piccolo dolore nella vita
quotidiana all'apparenza tanto radiosa, molti hanno di­
menticato il sorriso limpido del fanciullo. Ma non c’è una
consolazione, una speranza anche in valori che in questo
mondo sono validi quanto i molti altri chefin dalla fanciul-
143
lezzo, ci sono stati indicati come giusti e meritevoli disforzo?
Molto Reverendo Padre Rahner, le sarei veramente ri­
conoscente se, in questa mia insicurezza (infantile) su tale
argomento, mi mostrasse una strada che mi faccia avanzare
e mi dia sicurezza nella fede. E soprattutto mi liberi da que­
sta mìa solitudine interiore.

La ringrazio in anticipo

Irene

Cara Irene,

ad essere sincero, dovrei dire anzitutto che la tua let­


tera è tipica di una persona che si trova in un periodo
di trapasso da una fase infantile a una fase adulta. La
lettera è assennata, forse un po’ ostentatamente assen­
nata; pone un problema filosofico che deriva piutto­
sto dal cuore e dalle esperienze dirette della vita con­
creta. Su questo aspetto della tua lettera non posso ve­
ramente dirti nulla.
Mi meraviglio piuttosto (parlandoti con schiet­
tezza) che tu sappia interessarti, con tanto altruismo,
degli altri, dei loro dolori e disinganni. Forse si tratta
di una predisposizione - che non è ancora necessaria­
mente una virtù cristiana - nata da una libertà disin­
teressata. Ma questa disposizione può essere una dote
per diventare realmente una persona aperta verso gli
altri, disinteressata nella libertà. Queste doti sono
sempre un grande compito che Dio ci affida. In questa
tendenza a interessarti degli altri, non ti devi lasciar
144
turbare da persone del tuo ambiente che sono egoiste
e pensano a sé. Devi con forza conservare il tuo corag­
gio di non voler diventare troppo « realista » e troppo
« adulta ». Essere un adulto realista spesso non è altro
che semplice egoismo, che fa disseccare la vera vita di
una persona. Infatti l’uomo, come deve essere real­
mente, deve avere il coraggio di riconoscere e custo­
dire le esperienze grandi e gratificanti della propria
vita; l’esperienza che l’amore paterno di Dio ci pro­
tegge, che nella strada si aprono sempre nuove vie su
cui è possibile avanzare, se ci si prende la fatica di ve­
derle.
Non lasciarti turbare da gente che si vanta forse,
con superiorità, del proprio scetticismo. Col tempo,
tali persone si irrigidiscono in una sterilità che li rende
piccoli, poveri borghesucci, incapaci di avanzare.
Tacciano di sentimentalismo tutti i sentimenti grandi
e profondi, ai quali presumono di essere superiori, ma
col tempo si mostrano solo piccoli e sofferenti. Non
farti impressionare da loro, abbi il coraggio di rischia­
re un po’, e di venir delusa talvolta anche da te stessa,
dagli altri e dalla vita esteriore. Non importa affatto:
è meglio talvolta che i sentimenti vengano sconvolti,
piuttosto che non osare più di averne.
Essere adulti ed essere fanciulli non sono con­
trapposti che si escludono. E se tu finora, nelle diverse
dimensioni della tua vita, sei stata e sei veramente fe­
lice, ora, con riconoscenza a Dio dei doni che ti ha fat­
to, non devi lasciarti turbare dallo scetticismo moder­
no, caratteristico di gente che afferma che solo la de­
lusione è verità.
Ho sentito che sei una eccellente collaboratrice
nel gruppo giovanile e che hai anche successo nello
145
studio. Se qualcuno accetta con semplicità e ricono­
scenza a Dio una vita simile, e in più è pronto a con­
tinuare sulla retta via anche attraverso i periodi diffi­
cili, deve essere aperto come un fanciullo alla gaiezza
e alla felicità nella propria vita, e proprio cosi è adulto.

Con tutti i migliori auguri

tuo K a r l R a h n e r
INDICE

Presentazione (Guglielmo C orti)..................... pag. 5

Una parola di premessa........................................ » 9


Dov’è quaggiù la felicità...................................... » 13
Spesso mi indispettisco di tutto........................... » 21
Dio sa in precedenza se io non hofede? » 28
Ringraziare Dio tra tante miserie?..................... » 35
La mia spina più grande è la preghiera » 41
Quando la vita quotidiana
diventa un tormento..................................... » 46
Per amare Dio non ho bisogno della Chiesa. . » 51
Angoscia di fronte ad ogni scelta....................... » 58
Di per sé, si dovrebbe vivere
in modo tutto diverso................................... » 62
Paralizzato da mio umore tetro........................... » 66
La vita è come una traversata sulla cresta. . . . » 73
Mi è tanto difficile andare in chiesa................. » 78
Tanti bei propositi,
ma quando si arriva al sodo........................ » 85
Confessarsi? Si, ma perché a un prete? » 95
Non ne ebbi mai senso di colpa......................... » 103
Due possibilità di dare un senso alla vita . . . . » 108
147
Quando mi immagino di dover parlare di Dio
per professione......................................... pag. I l i
Non riesco a restare sola.................................. » 114
Senza illusioni la vita è insopportabile » 119
Dire sempre di nuovo addio............................ » 124
A Dio non penso quasi mai............................. » 129
Chiamati alla vita, ma per cadere nella morte » 133
Quando l’amore del prossimo non si mette in
evidenza, ma appare insignificante » 139
Si può restare in qualche modo bambini anche
da adulti?.................................................. » 142

148