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In data 21 Maggio 2010 all'Università di Bologna si è svolta la Giornata Studio con

argomento “Le Piante Officinali: Aspetti sanitari, erboristico-farmaceutici e paesaggistico-


ornamentali”. Il programma della giornata è stato suddiviso in tre sessioni:
-Aspetti sanitari
-Aspetti erboristico-farmaceutici
-Aspetti ornamentali e paesaggistico-ambientali.
Per ogni sessione sono state esposte varie relazioni, che verranno qui riassunte.

ASPETTI SANITARI

Aspetti sanitari delle piante officinali: malattie da virus e da fitoplasmi


Maria Grazia Bellardi

Sono state esposte considerazioni riguardanti la necessità di provvedere ad una profilassi più
idonea per le piante coltivate, spesso soggette ad infezioni da virus e fitoplasmi, infezioni
che portano ad un cambiamento qualitativo e quantitativo del prodotto, sia perché portano
alla diminuzione della resa delle coltivazioni, sia perché influiscono sul metabolismo
cellulare dei tessuti e sulla sintesi dei principi attivi.
I virus maggiormente diffusi in Italia, spesso trasmessi da afidi, sono : il CMV (virus del
mosaico del cetriolo), il BBWV-1 (virus dell'avvizzimento della fava) e l'AMV (virus del
mosaico dell'erba medica), quest'ultimo causa di sintomatologie fogliari riferibili ad un
“mosaico giallo”, mentre il CMV è causa di necrosi del picciolo e di una maculatura
clorotica della lamina fogliare.
Tra i fitoplasmi molti cause di infezioni riguardano l'Emilia Romagna. E' stato preso ad
esempio il caso dell'Echinacea purpurea, in cui, se attaccata da fitoplasmi, i fiori da rosa
diventano virescenti e malformati. Le fitoplasmosi sono quindi malattie economicamente
gravi perché compromettono molto la produttività delle coltivazioni causando sbilanci
ormonali, sterilità dei fiori, fillodia, giallumi, necrosi del floema, nanismo e deperimento.
E' quindi preferibile adottare una prevenzione adeguata per ottenere un prodotto migliore
che possa competere con la merce importata, di dubbia sanità.

Fattori che influenzano la produzione dei metaboliti secondari


Alberto Bianchi

I metaboliti secondari sono prodotti del metabolismo delle piante che non sono essenziali
per la semplice crescita, ma piuttosto l'importanza di questi prodotti per lo sviluppo
dell'organismo è di natura ecologica in quanto sono usati o come meccanismi di difesa
contro predatori o per la competizione interspecifica per facilitare i processi riproduttivi. I
fattori che influenzano la produzione dei metaboliti possono essere sia fattori genetici che
fattori ambientali, quali la temperatura, la latitudine, la luce, l'acqua, il terreno, l'altitudine e
le allelopatie. Un fattore importante che può stimolare lo sviluppo di un nuovo metabolita
all'interno di una certa pianta può essere anche un attacco parassitario, ampiamente
documentato in vari esempi di letteratura. Tutto ciò dimostra come queste sostanze coinvolte
nel biochimismo delle piante abbiano un significato fisio-ecologico, piuttosto che per la
semplice crescita.

Metabolic profiling di piante officinali affette da agenti patogeni


Federica Pellati, Stefania Benvenuti
In questa parte di relazione sono stati esposti i risultati di uno studio effettuato su
Hypericum perforatum e Digitalis lanata. Nel caso dell'iperico sono stati analizzati gli
estratti metanolici sia di esemplari sani che di esemplari infetti da fitoplasmi e ciò ha
permesso di individuare che nelle piante infette i contenuti di componenti biologicamente
attivi rispetto alle piante sane (come la rutina, l'iperoside, l'isoquercitrina e l'amentoflavone)
sono diminuiti, mentre il contenuto di acido clorogenico risulta raddoppiato. Alcuni
contenuti sono invece risultati analoghi sia in piante sane che in piante infette. Tutto ciò
dipende dalla presenza di agenti patogeni che determinano cambiamenti della biosintesi dei
metaboliti secondari nei tessuti infetti delle piante, con inibizione delle via biosintetica dei
flavonoidi e incremento della biosintesi degli acidi fenolici.
Inoltre, per quanto riguarda la resa dell'olio essenziale, questa risulta essere drasticamente
ridotta nelle piante infette, a causa delle necrosi dei tessuti che alterano le vie biosintetiche.
Nel caso della digitale è stato effettuato un metabolic profiling dei glucosidi cardioattivi, che
ha dimostrato come il fitoplasma agisce profondamente sul contenuto dei principi attivi,
diminuendone il contenuto. Queste differenze tra piante sane e piante infette sono dovute
alle modificazioni istologiche dovute alla presenza del fitoplasma. In più, la rapida
senescenza dei tessuti può accelerare i processi di degradazione enzimatica dei principi
attivi. Questi studi dimostrano quanto sia importante prevenire l'attacco di fitoplasmi che
possono compromettere la qualità del prodotto finale e la sua efficacia terapeutica.

Variazioni del metabolismo secondario indotte da fitoplasmi: il caso di Grindelia robusta


Francesco Epifano

Pianta erbacea originaria del nord America, Grindelia robusta è da sempre nota come pianta
medicinale, utilizzata dagli indiani d'America contro tosse e affezioni cutanee. La droga è
costituita dai capolini da cui si estrae un essudato ricco di tannini, flavonoidi, saponine e
acidi diterpenici. L'olio essenziale è stato studiato ai fini di identificare eventuali variazioni
nella produzione di metaboliti secondari volatili in piante infette da fitoplasmi, ed anche in
questo caso è stato dimostrato come anche il metabolismo secondario della Grindelia
robusta possa essere influenzato dagli attacchi patogeni. Le variazioni più significative sono
state a livello del limonene, del borneolo e del bornil acetate e si pensa che questa possa
essere una risposta della pianta contro l'attacco patogeno, nel tentativo di difendersi.

ASPETTI ERBORISTICO-FARMACEUTICI

Etnobotanica come fonte di nuove piante di interesse farmaceutico


Ferruccio Poli, Francesca Calandriello

Mentre in molti paesi in via di sviluppo la medicina si basa su farmacia di sintesi , la


maggior parte della popolazione fa uso di medicine tradizionali ricavate dalle piante per far
fronte ad ogni tipo di malattia.
Per effettuare un programma di sviluppo di nuove droghe che utilizza le piante come punto
di partenza, sarebbe quindi importante effettuare uno studio sulle popolazioni e sui luoghi
che ne fanno uso. Per questo compito l'etnobotanica e la medicina tradizionale sono in grado
di fornire informazioni utili come pre-screnning per selezionare delle piante per studi in
campo farmacologico.
I criteri di valutazione per la scelta della popolazione e dei luoghi di studio possono essere
riassunti nei seguenti punti:
1. Scegliere una popolazione che risieda in una regione ben diversificata
floristicamente, poiché la diversità aumenta anche la disponibilità di piante e
aumentano le probabilità che nei principi attivi di tali piante si trovino effettivamente
molecole farmacologicamente attive ed in uso.
2. La popolazione scelta deve risiedere nello stesso territorio da molte generazioni,
poiché in linea di principio le suddette popolazioni dovrebbero aver avuto modo di
conoscere, esaminare e sperimentare la flora locale ed essere a conoscenza in linea di
massima dei suoi effetti.
3. Infine la cultura deve avere una tradizione, cioè le conoscenze devono essere
trasmesse attraverso le varie generazioni., di guaritore in guaritore.
Forniti questi criteri, si può affermare che medicine quali la medicina tradizionale cinese
(MTC), la medicina tradizionale indiana (Ayurveda) e la medicina tradizionale africana
(MTA) presentano queste caratteristiche.
L'Ayurveda, o medicina tradizionale indiana, da un punto di vista etimologico sta a
significare “conoscenza completa della vita”, medicina che va intesa come l'insieme di tutte
le conoscenze capaci di donare salute, nel senso di assenza di malattie, in un individuo, ma
anche come l'insieme delle conoscenze che porta anche ad un benessere mentale, spirituale e
sociale. L'Ayurveda fa uso di un notevole numero di piante nelle sue metodiche
terapeutiche, che possono rappresentare una notevole fonte di informazione per individuare
specie interessanti alla moderna ricerca farmacologica.
Un esempio può essere la Withania somnifera , un frutice eretto di piccole dimensioni della
famiglia delle Solanaceae, che nel mondo occidentale non è molto utilizzata a scopo
farmaceutico, mentre nel' Ayurveda trova largo impiego per il trattamento di numerosi
squilibri fisiologici, ma anche nel potenziamento dei livello di salute nei soggetti sani. In
Italia però questa specie è stata ritrovata solo in Sardegna e Sicilia, esemplari su cui sono
stati condotti alcuni studi che hanno dimostrato come gli esemplari sardi e quelli siciliani
siano molto lontani fra loro, al contrario di quanto accade tra quelli indiani e siciliane, dove
la distanza genetica è minore rispetto a quella tra le piante indiane e quelle sarde. Negli
esemplari sardi ciò che ha stupito e interessato è stato l'alto contenuto in withaferina A, dieci
volte superiore rispetto al contenuto riscontrato negli esemplari indiani. La popolazione
sarda può quindi essere considerata un'ottima fonte di questo composto, tenendo conto che
evidenze sperimentali hanno dimostrato che la withaferina A è in grado di inibire
l'angiogenesi in cellule tumorali.
Passando ad un'altra preparazione, per individuare alcune piante potenzialmente attive sui
processi di emostasi è stata presa in considerazione una preparazione ayurvedica
denominata MAK-5, facente parte di un gruppo di preparazioni tradizionalmente usate per
la prevenzione di malattie e per ritardare i processi di invecchiamento. Uno studio effettuato
su questa preparazione ha dimostrato, in vitro, che questa miscela di piante previene
l'aggregazione piastrinica. La ricerca etnobotanica sule numerose piante utilizzate dalla
tradizione ayurvedica per il trattamento delle disfunzioni del sangue e del morso dei serpenti
e scorpioni, è stato possibile identificare un gran numero di specie utilizzate per preparare
un decotto secondo le metodiche classiche ayurvediche, di cui poi il liofilizzato è stato
utilizzato per effettuare un saggio in vitro per verificarne gli effetti sulla cascata coagulativa.
Questo saggio ha permesso di valutare quale fossero le piante che inducevano le variazioni
più interessanti, che risultano essere Hemidesmus indicus, Rubia cordifoglia, Alstonia
scholaris. Al momento sono in atto studi che aiutino a comprendere con precisione quali
siano gli effetti di questi decotti sulle diverse fasi della cascata coagulativa, mentre si sta
altre sì procedendo per una caratterizzazione selettiva degli estratti al fine di identificare le
classi chimiche maggiormente coinvolte nei fenomeni biologici.

Tecniche separative per l'analisi di polifenoli in prodotti erboristici


Roberto Gotti

Tra i metaboliti secondari i più diffusi sono i polifenoli, alcuni dei quali hanno attività bio-
farmacologiche dimostrate. È importante disporre di metodi analitici convalidati per la
determinazione dei polifenoli in matrici naturali complesse. Attualmente la tecnica ritenuta
più efficiente è la cromatografia liquida HPLC, tecnica molto utile nell'identificazione. Di
notevole importanza sono i risultati delle analisi di estratti di Echinacea, grazie ai quali sono
stati messi a punto metodi rapidi e efficienti per il controllo della qualità di estratti di
Echinacea e di preparazioni commerciali quali capsule e soluzioni idroalcoliche.
Probabilmente le catechine sono le più importanti e più studiati polifenoli, ed esercitano una
grande attrazione per la loro comprovata efficacia quali antiossidanti naturali.

Estrazione ed analisi quantitativa di aloina ed aloe-emodina in piante e prodotti erboristici


da Aloe sp.
Maria Augusta Raggi, Roberto Mandrioli

Tradizionalmente gli estratti ottenuti da piante del Aloe sono utilizzate per le loro proprietà
emollienti, cicatrizzanti, idratanti e lenitive per uso esterno, infatti l'essudato di foglie di
Aloe contiene numerosi principi attivi a struttura antrachinonica e antronica, tra i quali il più
importante è l'antrone aloina, ad attività purgante. Attraverso un metodo HPCL con
rivelazione a serie di fotodiodi è stato possibile determinare i livelli di aloine e aloe-
emodina negli estratti e nelle formulazioni commerciali considerati, riuscendo ad ottenere
buone rese d'estrazione e riproducibilità, al fine di analizzare varie parti della pianta e di
estratti secchi e sviluppare un metodo analitico adatto ad un controllo di qualità dei prodotti
erboristici e formulazioni commerciali, oltre a poter essere utilizzato come conferma per
identità e formulazioni.

Gli estratti vegetali attivi nel controllo dell'infiammazione


Ester Speroni

Gran parte della popolazione mondiale è frequentemente afflitta da affezioni di tipo


infiammatorio, spesso croniche, il che porta ad un largo consumo di farmaci che spesso,
ancora più se l'uso è prolungato, provocano degli effetti collaterali non trascurabili. Per
questo motivo si assiste ad un sempre più frequente ricorso a rimedi naturali ed alternative.
Tra i numerosi prodotti utilizzati i più interessanti sono Harpagophytum procumbens,
Uncaria tomentosa e Leontopodium alpinum.
La prima pianta, comunemente nota come “artiglio del diavolo” presenta nella droga
principi attivi quali i glicosidi arpagoside, arpagide e procumbide. Detta pianta viene
utilizzata in fitoterapia come analgesico e antiinfiammatorio, anche se quest'ultimo
meccanismo non è ancora definito.
La seconda pianta è una liana originaria della foresta amazzonica, nota come “unghia di
gatto”. Nelle droga, rappresentata dalla corteccia, sono presenti alcaloidi ossindolici,
tetraciclici e pentaciclici, saponine triterpeniche, epicatechina, procianidine e fitosteroli.
L'Uncaria ha proprietà antiossidante, antiinfiammatoria oltre a modulare la risposta
immunitaria, con potenziamento dell'attività delle cellule natural killer e dei linfociti T
citotossici.
Infine la terza pianta, un'Asteracea delle Alpi Europee, presenta nella droga, costituita dalle
infiorescenze, tannini, flavonoidi e fitosteroli ad azione antiinfiammatorie, antibatteriche e
analgesiche. Attualmente l'interesse verso queste piante è aumentato, così come quello di
verificarne l'efficacia, avvalorandone l'uso tradizionale, cercando anche di correlare l'attività
terapeutica di alcuni composti chimici a cui ricondurre tali attività. Gli studi effettuati su
Leontopodium hanno dimostrato che l'attività antiinfiammatoria più rilevante si ottiene con
gli estratti lipofilici delle parti aeree, mentre per quanto riguarda gli effetti analgesici è stato
rilevato che l'estratto in diclorometano delle radici ha capacità maggiori rispetto all'estratto
del parti aeree. In conclusione gli studi effettuati su estratti di differenti piante consentono di
verificare le eventuali proprietà e di confrontarne l'efficacia delle diverse parti della pianta
utilizzate, ma anche di paragonare i differenti metodi di estrazione e quali risultino migliori
per ottenere un dato prodotto.

Tannini idrosolubili con attività gastro-entero protettiva


Roberta Budriesi, Matteo Micucci

Nella tradizione molte estratti ad azione antispasmodica e spasmolitica vengono usati come
coadiuvanti nel trattamento della diarrea, anche se non sempre esistono studi che permettano
di comprendere il meccanismo di azione. Uno degli estratti utilizzati è quello ricavato da
Castanea sativa sotto forma di decotto. Perciò sono stati condotti studi sugli effetti
dell'estratto naturale di castagno nei confronti di contrazione indotta da diversi agonisti,
quali carbacolo, serotonina, istamina, cloruro di bario, cloruro di potassio, utilizzando come
modelli segmenti di ileo e colon. Si è così arrivati a conclusione che l'estratto di castagno
inibisca la risposta contrattile indotta dai precedenti elementi, diminuendo le contrazioni del
colon e dei disturbi diarroici. Alla fine, è quindi risultato che l'estratto di castagno possieda
un'attività antispastica/spasmolitica, ed esplica le sue funzioni attraverso differenti
meccanismi che coinvolgono i sistemi colinergico ed istaminergico.

Preparazioni erboristiche e fitocosmetiche. Aspetti formulativi e metodologie produttive.


Federica Bigucci, Barbara Luppi, Vittorio Zecchi

Molte piante sono usate per la produzione di prodotti salutistici e cosmetici. É opportuno
però che sia definita un'opportuna forma di dosaggio, per garantire uno scambio adeguato di
sostanze. Un esempio di queste preparazioni sono le microcapsule contenenti oli essenziali,
una formulazione che permette una migliore stabilità, una sicurezza d'impiego e un aumento
di biodisponibilità ed un rilascio modificato. Un esempio di incapsulamento, tramite spray-
drying, fa uso di una frazione lipofila, all'interno di una struttura di contenimento idrofila.
L'olio preso in considerazione è quello di Neem, rivestito con alcool polivinilico e pectina
associati a gomma arabica. L'olio è risultato migliorato nelle sue caratteristiche
organolettiche e protetto nei confronti da fenomeni di degradazione ambientale.

Alimenti funzionali e componenti nutraceutici di origine vegetale


Silvana Hrelia

Dopo recenti scoperte, la popolazione dei paesi industrializzati si è resa conto del ruolo che
alcuni alimenti possono avere nel mantenimento dello stato di salute, detti alimenti
funzionali. Gli alimenti funzionali sono una classe di prodotti che hanno caratteristiche
metaboliche e regolatorie al di sopra di quelle presenti negli alimenti comuni. Questi
alimenti funzionali non sono solo nutrienti, bensì nutraceutici, ovvero nutrizionali e
farmaceutici, che oltre ad avere le caratteristiche di un alimento, hanno anche caratteristiche
benefiche per la salute umana. È importante quindi consumare frutta e verdura, per
diminuire il rischio di cancro e malattie coronariche, ma anche alimenti contenenti composti
a proprietà antiossidanti, come composti fenolici, composti organosolforici, isotiocianati e
monoterpeni. È suggerito un consumo di almeno 400 g di frutta e verdura al giorno,
suddivisi preferibilmente in cinque diversi momenti ed anche di cinque diversi colori,
poiché ogni colore è correlato alla presenza di diversi elementi nutraceutici.

Molecole ad azione antitumorale da specie vegetali


Patrizia Hrelia

La comparsa di un tumore è un processo di profonda complessità biologica, che può


impiegare anni a manifestarsi o anche decadi. In quanto l'attuale chemioterapia antitumorale
è molto tossica, si ricercano molecole che possano prevenire o rallentare lo sviluppo
tumorale e che siano meno tossiche. Già è noto il ruolo di una dieta ricca in frutta e verdure,
quindi attraverso diete strategiche è possibile ridurre i rischi di tumore. Tra le varie molecole
studiate, di grande interesse sono gli isotiocianati ed le antocianine, presenti in vegetali di
ampio consumo, che sembrano essere coinvolti negli stadi più precoci del processo
cancerogeno. Sembra che esse modulino il metabolismo dei cancerogeni e inibiscano la
proliferazione cellulare e la capacità invasiva e metastatizzante. Al momento molto lavoro
sperimentale deve essere compiuto su queste e altre molecole, ma momentaneamente la loro
potenziale attività antitumorale potrebbe giustificare la loro applicazione come pool
bioattivo nella nutrizione umana, anche se mancano informazioni precise sugli effetti a
lungo termine di una supplementazione dietetica con isotiocianati o antocianine.