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comunione e liberazione

Lettere
IL PUNTO CHE PUÒ GUARDARE LE STELLE
Un incontro tra l'astrofisico Massimo Robberto e gli studenti
di una scuola media di Lodi, a parlare di universo, telescopi e
amicizia. Tra lo stupore e le domande, la scoperta che «ci si
può innamorare sempre di una cosa grande»
09.06.2017

È ancora possibile oggi suscitare un vero interesse nei


nostri studenti nei confronti della realtà? Lo abbiamo
visto accadere a fine maggio, a Lodi. Nella sala
polivalente dell’Istituto Canossa il professore Massimo
Robberto incontra gli studenti della scuola media. Massimo Robberto all'Istituto Canossa di Lodi

Massimo, observatory scientist della Nasa presso lo


Space Telescope Science Institute di Baltimora negli
Stati Uniti, dialoga per due ore con studenti e professori
sulla sua passione per il cosmo e le stelle. Lo scienziato,
che è il responsabile della “camera per il vicino
infrarosso” del nuovo telescopio spaziale James Webb,
mostra agli studenti le più recenti immagini delle galassie
fatte dal telescopio spaziale Hubble e presenta il futuro
telescopio ormai prossimo al lancio nello spazio.

Ininterrotte le domande dei ragazzi. Chiede Alessandra:


«Come hai capito di essere appassionato a questo
lavoro? Questa passione è nata da qualche bisogno?». E
Thea: «Che strada hai dovuto fare per arrivare dove sei
ora?». Ancora, Riccardo: «Sei felice della tua scelta e del
tuo lavoro?».
«Il mio lavoro ha scelto me», risponde lo scienziato: «Fin
da ragazzo avevo una grande curiosità che non veniva
mai meno, e quando ho messo gli occhi per la prima
volta in un telescopio mi sono detto: “Voglio vedere,
voglio capire”. Erano gli anni dello sbarco sulla Luna e lo
spazio per me era la grande avventura, la grande
scoperta. Le scelte poi si sono sviluppate tenendo nel
cuore questa ferita, questa passione. Certamente sono
felice ed ho il privilegio di fare un lavoro che amo».

«Ma che cosa sono le stelle per te?», domanda Giovanni.


E Riccardo: «Quando vedi le stelle, a cosa pensi?». E
Robberto: «Le stelle per certi aspetti sono sistemi
estremamente semplici, che hanno il compito
fondamentale di produrre i metalli e permettere ai
pianeti, alla terra di esistere. Noi siamo polvere di stelle e
penso che la nostra esistenza, rispetto al tempo
trascorso dall’inizio, è come l’ultimo istante che è
passato, ha la durata di un batter d’occhio. Siamo la cosa
più effimera che si possa immaginare nell’universo
eppure siamo quel punto che lo può guardare, da dove
la natura stessa si guarda. Che strana importanza ci è
data; siamo la voce del creato e lo diciamo per il tavolo,
il foglio di carta, l’aria che respiriamo che non lo sanno».

La curiosità dei ragazzi si scatena. Omar vuole sapere


qual è la costellazione preferita dello scienziato. «La
nebulosa di Orione», risponde il professore: «In questa
regione, in questo momento, stanno nascendo delle
stelle con i loro pianeti. Scopriamo fenomeni nuovi.
Quando le stelle nascono sono estremamente vicine e,
se si scontrano, può accadere una gigantesca esplosione.
Avevamo trovato alcune stelle che sembravano essere
state lanciate da una esplosione. I conti però non
tornavano perché osservando vedevamo che andavano
tutte nella stessa direzione e non nell’altra e questo non
è possibile. Mancava un dato alla nostra osservazione; ci
sono voluti dieci anni per vedere che una stellina si sta
spostando dalla parte opposta. Così abbiamo ricostruito
l’esplosione avvenuta nel 1485 e capiamo meglio cosa è
successo. Proprio come dicevano i Greci: il cosmo è un
ordine».

La ragione si sente sfidata e Giovanni si domanda quale


sia lo scopo ultimo della ricerca dell’astrofisico. Risposta:
«Soddisfare la nostra curiosità. La nostra curiosità è
come quella dei bambini che, guardando il cielo, si
chiedono: “Come? Perché?”. Da questa curiosità nella
storia sono emerse le prime domande e le prime
risposte. Le domande sono la cosa più grande che
abbiamo. Non c’è nessuna domanda banale. Ogni volta
che s’incontra una risposta nasce una nuova domanda.
Per esempio una delle domande più importanti nella
storia della cosmologia è: perché di notte il cielo è buio?
Oppure, dove va a finire tutta questa luce? Occorre che
l’universo sia nato e si espanda. Questa complessità
ordinata ci provoca una curiosità e il bisogno dello
strumento giusto per conoscerla. La nostra ricerca nasce
dal gusto di fare una cosa grande che ci mette insieme al
lavoro e di farla insieme per lasciare anche a te un
mondo migliore».

Le domande non finirebbero più, dalle più complesse


alle più semplici. Nessuna domanda infatti è “banale” e
Massimo le prende tutte molto seriamente. Aanche
quelle dei professori, che si aggiungono a quelle degli
studenti. «C’è stato qualcosa che ti ha cambiato la vita?»,
chiede un’insegnante. E Massimo: «È una grande opera
costruire la propria vita e non si può farlo da soli.
L’aiuto più grande che ho avuto è stata una compagnia
guidata, certi amici che mi hanno preso sul serio. Gli
amici veri mi hanno preso per mano». «Ma allora cosa
significa per noi tendere alle stelle?», chiede ancora
un’altra docente. «La fortuna che abbiamo come
scienziati è quella di avere a che fare con la realtà, con i
dati. Dobbiamo trattare bene la realtà perché quello che
abbiamo davanti è sempre di più di quello che pensiamo.
E stando davanti alla realtà, facciamo un piccolo passo
indietro. Dalle stelle, che sono la cosa più altro da noi,
impariamo ad amare la realtà più del nostro tornaconto,
la verità più di quello che pensiamo».

I ragazzi, al termine dell’incontro, si avvicinano a


Massimo per fargli ancora altre domande. Lo scienziato
ha ridestato il fascino dell’esplorazione, della scienza
come ricerca, dell’avventura della conoscenza della
realtà. Nel dialogo con lui abbiamo visto come l’io si
ridesta nell’incontro con una persona curiosa e
appassionata a tutto quello che c’è. Perché, come
Massimo ci ha detto, «non si è mai troppo giovani (o non
più giovani) per innamorarsi di una cosa grande».

Carola, Lodi