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JAGA JAZZIST

Mathias Eick tromba, basso, tastiere e vibrafono, Harald Frøland chitarre e effetti, Even
Ormestad basso e tastiere, Andreas Mjøs vibrafono, chitarre, batteria e elettronica, Line
Horntveth tuba e percussioni, Martin Horntveth batteria e drum-machines, Lars
Horntveth sax tenore, clarinetto basso, chitarre e tastiere, Andreas Schei tastiere, Ketil
Einarsen flauti, wind ontroler, percussioni e tastiere, Lars Wabø trombone e percussioni.

all’auditorium FLOG, 26 Aprile 2005


La Scandinavia non cessa mai di serbarmi sorprese. Sarà il clima che costringe a
tante ore dell’anno al chiuso, sarà vedere il sole sei mesi all’anno (onde poi per gli
altri sei cercarlo artificialmente in qualsiasi maniera), o forse il fatto di venire dalle
regioni di Babbo Natale, ma un regalo a me l’ha fatto. E’ indubbio poi che negli
ultimi anni la Norvegia stia sfornando gruppi a iosa, dal rockabilly , al Jazz più free,
per non parlare del cantautorato del terzo millennio dei Kings of Convenience.
Come collocare i dieci ragazzotti biondi e allegri di Tonsberg, una piccola cittadina
vicino Oslo, in questo calderone musicale?

Se in studio è notevole la determinazione della loro “lucida follia” nel sintetizzare


jazz ed elettronica, in una musica fatta di fiati su basi drum’bass, ed inizi distorti su
aperture acustiche, con batterie swing su basi trip hop, nella migliore delle scuole
nipponiche della sperimentazione, o “come Aphex Twin sulle performances di
Charles Mingus”, come li ha definiti un giornale del luogo, dal vivo è notevole la
sferzata di rock psichedelico con tinte orchestrali nei pezzi, specie in quelli più
acidi, dimostrando di attingere a piene mani dagli ultimi lavori dei loro connazionali
Motorpsycho, veterani nazionali, che possono essere considerati senza dubbio i
loro fratelli maggiori, (galeotto un progetto del 2003 fatto dai due gruppi, “In the
Fishtank, per la Konkurrent).
Il concerto è iniziato alle undici di sera di fronte ad un pubblico discretamente
eccitato ed impaziente, tra l’altro il loro farsi attendere mi ha permesso più di una
sbirciatina superficiale del loro set strumentale, che, tenendo presente si tratti di
un gruppo di dieci elementi, ognuno dei quali suona in media due strumenti, è di
tutto rispetto. Il brano di apertura è la mitica “Kitty-wù”, con un vibrafono dal
suono dolce ad accompagnare i sogni in culla di un bambino schizoide, svelati dagli
effetti elettronici dal suono masticato dei sampler, mentre la cassa della batteria
Ludwig (trasparente, come i fan degli Zeppelin potranno apprezzare) scandisce i
cambi di tempo del pezzo, e con esso i cambi di strumenti dei nostri, dal sax alla
chitarra, dal campionatore alla tastiera per passare a “Reminders”, dopo la quale
sono stati presentati due pezzi presenti nel loro ultimo album, “WHAT WE MUST”,
uscito all’inizio di quest’anno sempre per la Ninja Tune. La cosa che più rimane
impressa dei loro concerti è proprio l’alternanza tra stati di profonda introspezione
sonora, per lo più dominati dal vibrafono di Andreas Mjøs (ad un certo punto
suonato tra i tasselli con un archetto per violoncello!) l’organo e il clarinetto basso
suonato da Lars Horntveth , a momenti di pura esplosione orchestrata dai fiati, a
cui dà spesso il via lo stesso Lars col sax soprano, dopo aver poggiato il clarino e
la chitarra acustica. Non mancano le fasi di assolo, come quello di Mathias Eick,
che mollato il contrabbasso, prende la tromba perdare il via ad un muro sonoro
assieme agli altri fiati,per poi lanciarsi in un assolo dove la distorsione data al
microfono gli dà quasi la voce di un Kazoo (Frank Zappa docet!)

Foto del live al


Montreaux Jazz Festival

Il finale della prima parte del concerto è dato da un effetto del sintetizzatore, che
ricreando l’atmosfera di un aurora scandinava, complici le luci bassissime, imita
un’aria vocale, alla quale si uniscono i musicisti in coro in seconda battuta, facendo
vibrare la sala in un finale mistico accompagnato da luci strobo . Subito dopo i
fantastici dieci se ne vanno, (per finta), ritornano subito e ci regalano ben due bis,
il tutto per un totale di più di due ore di musica! Nell’ultimo finale Martin
Horntveth alla batteria (vero frontman della serata), richiama la scaletta ai suoi,
gli urla i pezzi da suonare, poi si lancia in uno stacco di drum'bass tra lui e
Andreas alle percussioni, acompagnati dal moog del tastierista Andreas Schei e
dalle corde del basso di Even Ormestad premute sui tasti come fossero quelli di
una Roland.Laserata termina poi con Animal Chin, il pezzo che apre il loro primo
album, A living Room Hush, e la confusione è lancinante: è un rave? Un concerto
rock? Forse entrambi, forse niente di
tutto questo. Terminata la loro performance, energetica come uno zabaione al
mattino, e sfiancante come una notte in un'harem,si ha l'impressione di aver
assistito al trionfo del contemporaneo,dove a volte si può avere la fortuna di
incontrare artisti, piacciano o meno,impegnati in una ricerca di commistione tra
diverse attitudini sonore oltre che tra i generi, senza alcuna inibizione e senza
false promesse, ma con lo stesso spirito e la spontaneità di qualche jazz'man di
inizio secolo,(alla faccia dei postmodernisti!) Sto esagerando? Certo che sì, ma non
è bello esagerare di tanto in tanto?

Roberto Massafra

DISCOGRAFIA ESSENZIALE:

A Livingroom Hush - International Edition / New Kim Hiorthøy cover art


2002 (Ninja Tune / Smalltown Supersound)

The Stix - International Edition / New Kim Hiorthøy cover art


2003 (Ninja Tune / Smalltown Supersound)

Motorpsycho + Jaga Jazzist Horns


In the fishtank - CD + Vinyl
2003 (Konkurrent)

What We Must
2005 (Ninja Tune/Smalltown Supersound/Sonet)