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MEDIOPLATONICI

OPERE, FRAMMENTI,
TESTIMONIANZE
A cura di Emmanuele Vimercati Testi greci e latini a fronte

BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
Direttore
GIOVANNI REALE
MEDIOPLATONICI
OPERE, FRAMMENTI,
TESTIMONIANZE

Testi greci e latini a fronte

Introduzione, traduzione,
note e apparati di commento
a cura di Emmanuele Vimercati

BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
Direttore editoriale Bompiani
Elisabetta Sgarbi

Direttore letterario
Mario Andreose

Editor Bompiani
Eugenio Lio

ISBN 978-88-587-7130-3

© 2015 Bompiani/RCS Libri S.p.A.


Via Angelo Rizzoli 8 - 20132 Milano

Realizzazione editoriale: Vincenzo Cicero - Rometta Marea (ME)

I edizione Il Pensiero Occidentale novembre 2015


SOMMARIO

Prefazione 7
Introduzione 9

Eudoro di Alessandria – Testimonianze e frammenti 65


[Anonimo] Commentario al Teeteto di Platone 141
[Anonimo] Commentario dell’Alcibiade I di Platone 341
[Anonimo] Commentario del Politico di Platone (?) 349
Gaio – Testimonianze 355
Albino (Prologo e testimonianze) 369
Lucio – Testimonianze e frammenti 401
Nicostrato – Testiominianze e frammenti 419
Calveno Tauro – Testimonianze e frammenti 457
Severo – Testimonianze e frammenti 531
Arpocrazione – Testimonianze 557
Alcinoo, Didascalico 585
Attico – Frammenti 711
Apuleio di Madaura – Opere filosofiche 791
Celso, Discorso vero (da Origine, Contro Celso) 1161
Numenio di Apamea – Frammenti 1353
Cronio – Testimonianze e frammenti 1463

Indice dei concetti 1489


Indice delle fonti degli autori frammentari 1567
Bibliografia medioplatonica 1987-2015 1581
Indice generale 1615
PREFAZIONE

La proposta di lavorare a questo volume mi fu rivolta dal prof.


Giovanni Reale ormai più di dieci anni fa. Nel corso del tempo il
progetto iniziale ha subito revisioni e ampliamenti, al fine di coprire
un periodo della storia della filosofia – il Platonismo dei primi tre
secoli dell’Impero –, che, sebbene mai veramente trascurato dalla
storiografia, è stato oggetto di una vera a propria “rinascita” nei
decenni più recenti, tanto in Italia, quanto all’estero. Tuttavia, ben-
ché negli ultimi tempi gli studi sul cosiddetto “Medioplatonismo”
– una categoria filosofica sulla quale ci si interrogherà nell’Introdu-
zione – si siano molto arricchiti, per lo meno nel panorama italiano
una raccolta di testi come questa mancava ancora, sia come proget-
to unitario, sia, in alcuni casi, a livello di singoli autori.
Si è così pensato di dare un contributo agli studi sul Mediopla-
tonismo che, senza trascurare i risultati del fecondo dibattito scien-
tifico, fosse utile anche a lettori meno specializzati sull’argomento.
In tal senso, alcuni autori o opere contenute in questa raccolta – a
nostra conoscenza – compaiono per la prima volta in traduzione
italiana completa, mentre altri autori, sebbene già tradotti, sono ad
oggi disponibili in edizioni ormai datate o difficilmente reperibili.
Spero che l’aver raccolto in un corpus unitario testi spesso trattati
separatamente dagli interpreti possa risultare di aiuto, per avere
uno sguardo di insieme su un periodo ampio e articolato della
storia della filosofia. Tenuto conto proprio dell’ampiezza dell’ar-
co cronologico coperto e della complessità dei problemi coinvolti,
questo lavoro non pretende certo di essere esaustivo o di fornire
risposte definitive a questioni che rimangono tuttora aperte – alcu-
ne delle quali, credo, lo rimarranno a lungo. Piuttosto, si è pensato
di mettere a disposizione dei lettori una raccolta di testi compatta,
comprensiva di originale greco e latino a fronte, di una traduzione,
di sintetiche presentazioni dei singoli autori e opere, con riferi-
menti bibliografici essenziali e, possibilmente, aggiornati, e di un
8 EMMANUELE VIMERCATI

sobrio apparato di commento, costituito da: un corpo di note a


ciascuna opera; un Indice dei concetti – che consente di avere un
quadro di insieme su come un medesimo problema sia stato af-
frontato da autori diversi –; un Indice delle fonti; e una bibliografia
generale sugli studi più recenti.
Come si comprende dunque, questo libro è progettato innan-
zitutto come uno strumento di lavoro, che delega invece a una
sede monografica la trattazione delle questioni più specifiche o
controverse – non ne mancano di certo, anche a causa della fram-
mentarietà di molti autori. I criteri seguiti nel corso del lavoro, a
cui ho qui fatto cenno, sono indicati più dettagliatamente nell’In-
troduzione, la quale, com’è facile capire, non si propone certo di
sintetizzare sommariamente il pensiero platonico del primo Impe-
ro, ma, piuttosto, di avviare alla lettura degli autori, illustrandone
alcune costanti metodologiche e dottrinali, alla luce dei testi e della
tradizione storiografica.
Questo volume, che è dunque pensato per inserirsi nella pre-
sente collana, è stato preceduto da alcuni miei lavori preparatori
dedicati a Platone e al Platonismo, di alcuni dei quali do conto al
termine dell’Introduzione.
In conclusione, mi pare doveroso esprimere alcune parole di rin-
graziamento alle persone che mi hanno aiutato nel corso del lavoro
o con le quali ho avuto occasione di confrontarmi: il prof. Giovanni
Reale, che ha promosso e sostenuto questo volume e che ricordo qui
con particolare gratitudine e commozione; il prof. Roberto Radice,
al quale mi lega un rapporto di collaborazione e di amicizia ormai
quasi ventennale; la dott.ssa Selene Iris Siddhartha Brumana, che
ha pazientemente rivisto il testo greco e latino; la dott.ssa Valentina
Zaffino e la dott.ssa Anna Nagy, che mi hanno aiutato nella compila-
zione e nella revisione, rispettivamente, dell’Indice delle fonti e della
bibliografia a fine volume.
Ringrazio inoltre l’editrice Bompiani, in particolare la dott.ssa
Elisabetta Sgarbi, per aver accolto la pubblicazione del volume, ed
Enzo Cicero, per aver risolto i non facili problemi redazionali che
l’impaginazione ha comportato.
La responsabilità di eventuali errori, inesattezze o lacune, natu-
ralmente, è soltanto mia.
Emmanuele Vimercati
INTRODUZIONE

1. “Medioplatonismo”?

Fu Karl Praechter, nel 1920, a introdurre il termine “Medio-


platonismo” (der mittlere Platonismus) negli studi di filosofia
antica, riferendosi con esso al periodo di transizione nella tra-
dizione platonica tra la fine dell’Accademia e Ammonio Sacca,
maestro di Plotino e fondatore del Neoplatonismo1. Così facen-
do, Praechter cercò di dare maggiore organicità alla presenta-
zione che, di quello stesso periodo, aveva fatto Eduard Zeller,
qualche decennio prima2.
In verità, il tentativo di introdurre una stagione intermedia
nello sviluppo di una corrente filosofica non era nuovo: un ter-
mine analogo era stato impiegato, tempo prima, da August Sch-
mekel per la Scuola stoica3. La coniazione “Mediostoicismo”,
presto accolta da alcuni studiosi – tra cui lo stesso Praechter4
– e poi diffusasi nella comunità scientifica, non mancò di trova-
re resistenze, a cominciare da quelle di Max Pohlenz, il quale

1
Cfr. Friedrich Ueberwegs Grundriß der Geschichte der Philosophie des
Altertums, hrsg. von K. Praechter, Ernst Siegfrid Mittler und Sohn, Berlin,
192011, pp. 536-568 (§ 70).
2
Cfr. E. Zeller, Die Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen
Entwicklung, III, 2, Reisland, Leipzig, 19235, pp. 175-260 (cap. I, 6-8). D’al-
tronde, nella precedente edizione dell’opera curata da Praechter (190910, pp.
320-326) gli autori “medioplatonici” erano ancora classificati come “Platonici
pitagorizzanti ed eclettici”, forse sulla scorta dell’interpretazione di Zeller.
3
Cfr. A. Schmekel, Die Philosophie der mittleren Stoa in ihrem geschicht-
lichen Zusammenhange, Weidmannsche Buchhandlung, Berlin, 1892 (rist.
Georg Olms Verlag, Hildesheim-New York, 1974).
4
Il quale parla infatti di “Media e Nuova Stoa” (190910, pp. 292-299, §
65).
10 EMMANUELE VIMERCATI

fece notare che gli antichi, mentre ebbero chiara l’esistenza di


un’“Accademia di mezzo”, non ebbero alcuna nozione di una
“Stoa di mezzo”, intermedia tra una stagione “antica” e una
“nuova”, ma riconobbero un’unica tradizione stoica, seppur
con significative differenze al suo interno5. Panezio e Posido-
nio, ad esempio, furono – semplicemente – “Stoici”, sebbene
avessero tenuto posizioni non sempre compatibili con i fonda-
tori della Scuola, come d’altronde non era infrequente vedere
in tutta la tradizione del Portico.
Ebbene, un problema analogo sembra essersi posto, special-
mente negli ultimi decenni, anche per la tradizione platonica,
la quale, peraltro, non godeva della globale compattezza che
già gli antichi apprezzavano nella Scuola stoica6. Infatti, dagli
immediati discepoli di Platone sino alla chiusura della Scuola
di Atene nel 529 d.C., il Platonismo assistette a vicende alter-
ne e non di rado disomogenee, come la stessa tradizione antica
riscontrò interrogandosi, ad esempio, sulla questione dell’unità
dell’Accademia platonica7.
I pioneristici sforzi di Zeller e di Praechter apportarono
significativi risultati alla ricerca, ma non riuscirono a dare un
organico quadro d’insieme all’età medioplatonica, la cui pre-
sentazione rimaneva vincolata a categorie quali “ortodossia”,
“eclettismo” e “sincretismo”, che non rendono piena ragione
della complessità del fenomeno8. Molti autori, poi, erano classi-

5
Cfr. M. Pohlenz, Die Stoa. Geschichte einer geistigen Bewegung, Vanden-
hoek & Ruprecht, Göttingen, 1959, tr. it. di O. De Gregorio, La Stoa. Storia
di un movimento spirituale, 2 voll., La Nuova Italia, Firenze, 1967, vol. I, pp.
387-388.
6
Cfr. Cicerone, De finibus III, 22, 74; inoltre, M. Baltes, Was ist antiker
Platonismus?, in Id., DIANOHMATA. Kleine Schriften zu Platon und zum Pla-
tonismus, Hrsg. von A. Hüffmeier, M-L. Lakmann u. M. Vorwerk, Teubner,
Stuttgart-Leipzig, 1999, pp. 223-247, in partic. pp. 223-225.
7
Su alcuni di questi aspetti segnalo R. Chiaradonna (a cura di), Filosofia
tardoantica. Storia e problemi, Carocci, Roma, 2012; inoltre, PA, III, 1993, pp.
243 ss.
8
Sull’inadeguatezza di queste categorie cfr., ad esempio, P. Donini, Le
scuole, l’anima, l’impero: la filosofia antica da Antioco a Plotino, Rosenberg &
INTRODUZIONE 11

ficati a seconda della scuola filosofica alla quale, di volta in vol-


ta, essi si mostravano inclini (quella pitagorica e quella stoica,
soprattutto), sicché la natura del Platonismo del primo Impero
sembrava confinata a un magmatico periodo di transizione, il
cui principale o unico merito era quello di preparare il Neo-
platonismo9. A buon diritto, alcuni decenni dopo, John Dillon
constatava ancora che il Medioplatonismo «sembra destinato a
rimanere nella posizione di quei noiosi tratti di strada nel Mid-
West degli Stati Uniti, che vengono attraversati il più in fretta
possibile per raggiungere la vivacità di una delle due coste. Nel
Platonismo, analogamente, si cerca di passare in tutta fretta da
Platone a Plotino, dando tutt’al più uno sguardo sbrigativo al
lungo scolasticismo accademico compreso fra i due autori, che
riveste una così grande importanza nella formazione intellettua-
le di Plotino»10.
Nei decenni successivi a Praechter gli studi sul Platonismo
del primo Impero si sono progressivamente intensificati, segno
non solo di un vitale interesse per questo periodo, ma anche
di una sua parziale, ma progressiva emancipazione dalla mera
qualifica di “scolasticismo”, la quale sembrerebbe declassare i
filosofi in questione a didattici espositori di una sapienza stu-
diata con una certa pedanteria, sottoposta a critiche cavillose e
tramandata con scarsa originalità – connotati fortemente ridut-

Sellier, Torino, 1982, pp. 13 ss., 103; Id., The history of the concept of eclecti-
cism, in J.M. Dillon-A.A. Long (eds.), The Question of “Eclecticism”. Studies
in Later Greek Philosophy, University of California Press, Berkeley-Los An-
geles-London, 1988, pp. 15-33; Id., Science and Metaphysics. Platonism, Aris-
totelianism, and Stoicism in Plutarch’s On the Face in the Moon, ibidem, pp.
126-144; J.M. Dillon, “Orthodoxy” and “eclecticism”: Middle Platonists and
Neo-Pythagoreans, ibidem, pp. 103-125.
9
La funzione preparatoria della filosofia tardoellenistica e protoimperiale
emergeva ancora nel celebre studio di W. Theiler, Die Vorbereitung des Neu-
platonismus, Weidmann, Berlin, 1930.
10
Cfr. J. Dillon, The Middle Platonists. A Study of Platonism (80 BC to
AD 220), Duckworth, London, 1977, 19962, ed. it. a cura di E. Vimercati, I
Medioplatonici. Uno studio sul Platonismo (80 a.C.-220 d.C.), Vita e Pensiero,
Milano, 2010, p. 35.
12 EMMANUELE VIMERCATI

tivi per un fenomeno storico-filosofico così influente sui secoli


successivi.
Ora, non v’è dubbio che, come in molti altri casi, anche
quella di “Medioplatonismo” sia una categoria storiografica
novecentesca, che rispecchia la moderna propensione a clas-
sificare i filosofi in scuole e in correnti di pensiero, con finalità
squisitamente interpretative e, non di rado, con un (più o meno
elevato) margine di arbitrarietà11. Pertanto, alla luce del fatto
che il mondo antico non conobbe certo il termine platônismos12,
la categoria di “Medioplatonismo”, se non adeguatamente chia-
rita e circoscritta, rischia di apparire oltremodo discrezionale.
A dissuaderne dall’impiego vi sarebbe innanzitutto l’impres-
sione che i Platonici del primo Impero non sembrino concor-
rere a costruire un corpus dottrinale unitario, ma, piuttosto, a
confrontarsi sul terreno dell’interpretazione di Platone, con
esiti talora armonici, altre volte contraddittori13. Proprio la
dissonanza tra le conclusioni di taluni autori ha spinto alcuni
interpreti alla prudenza circa l’adozione di una simile catego-

11
A ben vedere, lo stesso andrebbe detto anche del “Neoplatonismo”,
sul quale, tuttavia, sembrano persistere minori interrogativi, forse perché in
esso le forze centripete appaiono prevalenti su quelle centrifughe, che invece
connoterebbero di più gli autori della stagione precedente. Nella sua Intro-
duzione a Plotino (Laterza, Roma-Bari, 1984, p. 3), infatti, Margherita Isnardi
Parente riscontrava che «quando si parla di neoplatonismo, si usa un termine
moderno: i neoplatonici, quelli che noi chiamiamo così e consideriamo tali,
chiamavano se stessi semplicemente “platonici”» (così anche L.P. Gerson,
Aristotle and Other Platonists, Cornell UP, Ithaca-London, 2005, p. 2). In ve-
rità, l’avvento del Neoplatonismo rappresentò il compimento di un processo
iniziato diverso tempo addietro. È inutile dire che le categorie otto- o nove-
centesche coprono lunghi tratti della filosofia antica (e non solo); su alcune
o molte di esse, d’altronde, ci si potrebbe forse interrogare. Sull’opportunità
e i limiti di simili categorie segnalo, di recente, R. Chiaradonna, Questioni
preliminari, in Id. (a cura di), Filosofia tardoantica, pp. 14-17.
12
Compare però l’espressione to platônikon, al neutro (cfr. Attico, fr. 9,
par. 4 des Places), che si avvicina al moderno termine “Platonismo”.
13
Cfr. M. Bonazzi, Towards Transcendence: Philo and the Renewal of Pla-
tonism in the Early Imperial Age, in F. Alesse (ed.), Philo of Alexandria and
Post-Aristotelian Philosophy, Brill, Leiden-Boston, 2008, pp. 233-251, in par-
tic. p. 233.
INTRODUZIONE 13

ria onnicomprensiva14. Più che una Scuola coerente di pensie-


ro, dunque, il Platonismo di quest’epoca è stato a lungo inteso
come un mero periodo di gestazione della successiva – e, appa-
rentemente, più definita – stagione neoplatonica.
Vi sono però altri elementi che invitano a guardare con mi-
nor sospetto alla categoria di “Medioplatonismo”, che, ad oggi,
è stata assunta da molti studiosi – non senza il contributo di
John Dillon, nel suo noto studio The Middle Platonists15.
In primo luogo, a partire dalla seconda metà del I secolo
a.C. si assiste a una rinnovata esigenza metafisica, che era ve-
nuta meno per (quasi) tutta l’età ellenistica. Non di rado ciò
fu legato alla percezione di una frattura interna alla tradizione
platonica, e riconducibile alla stagione scettica dell’Accademia.
D’altronde, proprio la questione dell’unità della Scuola platoni-
ca, più volte dibattuta nell’età imperiale, non poté sorgere senza
ragione, e scaturì dalla consapevolezza che, in precedenza, non
tutti avevano interpretato o sviluppato con fedeltà il pensiero
di Platone. Ora, la tesi dell’unità dell’Accademia, sostenuta da
Plutarco e dall’Anonimo Commentatore del Teeteto16, è inve-

14
Cfr., ad esempio, M. Frede, Numenius, in ANRW, II, 36, 2 (1987), pp.
1034-1075, in partic. pp. 1040-1041; H. Tarrant, Platonism before Plotinus, in
L.P. Gerson (ed.), The Cambridge History of Philosophy in Late Antiquity, 2
voll., Cambridge UP, 2010, vol. I, p. 66; L. Deitz, Bibliographie du platonisme
impérial antérieur à Plotin: 1926-1986, in ANRW, II, 36, 1 (1987), pp. 124-
182, in partic. p. 126; prudente anche G. Boys-Stones, Post-Hellenistic Philo-
sophy. A Study of its Development from the Stoics to Origen, Oxford UP, 2001.
15
Cfr. Dillon, I Medioplatonici, cit.; una giustificazione di questa categoria
si può trovare anche in P. Donini, Medioplatonismo e filosofi medioplatonici.
Una raccolta di studi, in Id., Commentary and Tradition. Aristotelianism, Pla-
tonism and Post-Hellenistic Philosophy, ed. by M. Bonazzi, de Gruyter, Ber-
lin-New York, 2011, pp. 283-296, in partic. pp. 283 ss.; e in F. Ferrari, Verso
la costruzione del sistema: il medioplatonismo, «Paradigmi», 21 (2003), pp.
343-354, in partic. pp. 343-348; S. Lilla, Introduzione al Medio platonismo,
Institutum Patristicum Augustinianum, Roma, 1992; A. Michalewski, La puis-
sance de l’intelligible. La théorie plotinienne des Formes au miroir de l’héritage
médioplatonicien, Leuven UP, 2014, pp. 9-11.
16
Per Plutarco si ricordi il titolo dell’opera n. 63 del Catalogo di Lam-
pria: L’Accademia di Platone è una sola; inoltre, Adversus Colotem 1122A5-7;
14 EMMANUELE VIMERCATI

ce respinta da Numenio, il quale interpreta la stagione scettica


come un travisamento dell’autentico pensiero platonico, che
ne eliminò alcune dottrine e ne stravolse altre. Numenio esor-
tò dunque a tenere distinto Platone dall’Accademia, la quale
avrebbe aderito all’insegnamento del Maestro solo fino allo
scolarcato di Polemone: nell’imprimere una svolta scettica alla
Scuola, invece, Arcesilao si sarebbe ispirato più a Pirrone, che
non a Platone17. Il tentativo medioplatonico di sistematizzare il
pensiero del Maestro dipese dunque anche dall’intento di re-
agire all’interpretazione antidogmatica propugnata dall’Acca-
demia in età ellenistica. Ci si potrebbe forse interrogare – ma
non è oggetto del presente lavoro – se questa interpretazione
antidogmatica fosse, a sua volta, la reazione a un precedente
tentativo – seppur disorganico e incompiuto – di sistematizzare
Platone già da parte degli Accademici antichi18.
In questo senso è significativo che proprio nel corso della
prima età imperiale si diffonda l’uso dell’aggettivo “Platoni-
co”, per indicare gli autori che si erano mantenuti fedeli all’in-
segnamento di Platone e che si discostavano dalla precedente
tradizione “accademica”, identificata con la stagione scettica
ellenistica19. L’emergere della contrapposizione tra “Platonici”

Anonimo Commentatore del Teeteto, coll. LIV-LV; su questo, cfr. A. Corti,


L’Adversus Colotem di Plutarco. Storia di una polemica filosofica, Leuven UP,
2014, pp. 137-198; D. Babut, L’unité de l’Académie selon Plutarque. Notes
en marge d’un débat ancien et toujours actuel, in M. Bonazzi-C. Lévy-C. Steel
(eds.), A Platonic Pythagoras. Platonism and Pythagoreanism in the Imperial
Age, Brepols, Turnhout, 2007, pp. 63-98; M. Bonazzi, Academici e Platonici. Il
dibattito antico sullo scetticismo di Platone, LED, Milano, 2003, pp. 179-211.
17
Cfr. Numenio, frr. 24-25 des Places.
18
Come avevano voluto, ad esempio, Ph. Merlan, From Platonism to Neo-
platonism, Nijhoff, The Hague, 19753, e H.J. Krämer, Der Ursprung der Geist-
metaphysik. Untersuchungen zur Geschichte des Platonismus zwischen Platon
und Plotin, Grüner, Amsterdam, 19672, secondo i quali il processo di sistematiz-
zazione di Platone cominciò già con l’Accademia antica. Sullo stile di Platone e
sulla struttura dei dialoghi segnalo, di recente, M. Migliori, Il Disordine ordina-
to. La dialettica di Platone, 2 voll., Morcelliana, Brescia, 2013, vol. I, capp. I-II.
19
Cfr., ad esempio, Gaio, 6 T Gioè: «[...] i Platonici di maggior riguardo:
Numenio, Gaio, Massimo di Nicea, Arpocrazione, Euclide e – sopra tutti –
Porfirio»; inoltre, J. Glucker, Antiochus and the Late Academy, Vandenhoeck
INTRODUZIONE 15

e “Accademici” divenne quindi, già nell’antichità, la linea di


demarcazione tra quanti potevano essere considerati legittimi
interpreti ed eredi del pensiero del Maestro e quanti, invece, si
erano posti al di fuori della tradizione più genuina. Se stiamo a
Numenio, l’inizio della deriva andrebbe imputato all’introdu-
zione dell’epochê (la “sospensione del giudizio”) nel discorso
filosofico, la quale diede, al contempo, un’impronta antidogma-
tica e antimetafisica alla Scuola di Platone20.
In secondo luogo, tra i Platonici del primo Impero è facil-
mente riscontrabile un’omogeneità metodologica, nel senso che
tutti gli autori in questione si propongono di interpretare i testi
di Platone e di sistematizzarne il pensiero, per poi trasmetterlo
in una forma anche didatticamente fruibile. Questo procedi-
mento trova riscontro nella composizione di: 1) commentari
filosofici, non di rado sequenziali e sistematici; 2) compendi del
pensiero di Platone, articolati per discipline21 e spesso contami-
nati con altre scuole filosofiche22, i quali assumevano l’aspetto
di veri e propri manuali di filosofia; 3) opere di natura mono-
grafica, che cioè esponevano il pensiero di Platone attorno a
un determinato tema e che talora assomigliavano a commentari
non sistematici. Esempi di queste opere sono, rispettivamente,
l’anonimo Commentario al Teeteto, il Didaskalikos di Alcinoo
e il De animae procreatione in Timaeo di Plutarco23. A questi
& Ruprecht, Göttingen, 1978, pp. 206-225; Bonazzi, Academici e Platonici,
pp. 208-211; F. Ferrari, Quando, come e perché nacque il platonismo, «Athena-
eum», 100 (2012), pp. 71-92, in partic. pp. 72-73; Michalewski, La puissance
de l’intelligible, pp. 9-11. Ancora in Agostino (De civitate Dei VIII, 12) leggia-
mo: «Noluerint se dici peripateticos aut academicos, sed platonicos».
20
Cfr. ancora Numenio, frr. 24-25 des Places.
21
Solitamente, logica o dialettica, fisica o teoretica, ed etica o pratica.
22
Soprattutto il Pitagorismo, l’Aristotelismo e lo Stoicismo.
23
Esempi di presentazioni manualistiche del pensiero platonico sono an-
che il De Platone et eius dogmate di Apuleio e la sintesi della filosofia plato-
nica nel III libro delle Vite di Diogene Laerzio (in particolare, III, 67-80); su
questo cfr., ad esempio, P. Donini, Le scuole, l’anima, l’impero, pp. 63-66; M.
Baltes, Mittelplatonische ejpitomaiv zu den Werken und der Philosophie Pla-
tons, in Id., E3IN2+0A7$. Kleine Schriften zur antiken Philosophie und
homerischen Dichtung, Hrsg. von M.-L. Lakmann, Saur, München-Leipzig,
2005, pp. 155-169; PA, III, 1993, pp. 171 ss.; M. Tuominen, The Ancient
16 EMMANUELE VIMERCATI

lavori si aggiunsero le traduzioni e le parafrasi latine di opere


filosofiche greche, tra cui quella del Timeo curata da Cicerone
e quella del trattato (pseudo)aristotelico Sul cosmo, curata da
Apuleio.
Va detto che anche in precedenza i dialoghi platonici furono
sottoposti a lettura e a commento – per lo meno a partire da
Crantore, che fu forse il primo esegeta del Timeo di Platone24 –,
come forse doveva essere inevitabile in un contesto ormai orga-
nizzato in scuole, a cominciare dalla stessa Accademia. L’excur-
sus storico-filosofico nel libro A della Metafisica di Aristotele,
ad esempio, ci dà l’idea di come, a quel tempo, un tema potesse
essere sviluppato in un contesto scolastico. Tuttavia, nel corso
della prima età imperiale l’interpretazione e l’esposizione del
pensiero di Platone divengono il regolare procedimento filo-
sofico, al punto che, sotto certi aspetti, esse incarnano il senso
stesso del fare filosofia. L’esegesi e la trasmissione del pensiero
platonico poggiano cioè sul convincimento che quest’ultimo
riassuma in sé lo spirito della filosofia e i suoi principali con-
tenuti, i quali, dunque, non richiederebbero altro che di essere

Commentators on Plato and Aristotle, Acumen, Stocksfield, 2009, pp. 1-40;


R. Chiaradonna, Commento, in P. D’Angelo (a cura di), Forme letterarie della
filosofia, Carocci, Roma, 2012, pp. 71-103; A. Neschke-Hentschke, Der Plato-
nische Dialog als Prototyp der Gattung «Philosophischer Text» und Gegenstand
der Exegese, in Argumenta in dialogos Platonis, Teil 1: Platoninterpretation
und ihre Hermeneutik von der Antike bis zum Beginn des 19. Jahrhunderts,
Hrsg. von A. Neschke-Hentschke, unter Mitarbeit von K. Howald, T. Ruben
und A. Schatzmann, Schwabe Verlag, Basel, 2010, pp. 5-22; Ead., Übersicht
über die Auslegungsgeschichte der Platonischen Dialoge in der Antike (1. Jh.
v.Chr. bis 6. Jh. n.Chr.), ibidem, pp. 23-50; F. Ferrari, Esegesi, commento e
sistema nel medioplatonismo, ibidem, pp. 51-76; Michalewski, La puissance de
l’intelligible, pp. 39-45.
24
Così vuole Proclo, In Timaeum I, 76, 1-2; 277, 8 Diehl. Tuttavia, non è
certo che Crantore abbia composto un commentario sequenziale ed esaustivo
del Timeo di Platone, o se, invece, si sia limitato a commentarne passi scelti.
In età ellenistica, Panezio ebbe interessi filosofici e filologici per i dialoghi
Platonici (cfr. frr. A105, A107-108 Vimercati, T146, T148-149 Alesse, frr. 127,
120-130 van Straaten), mentre a Posidonio è apparentemente attribuito un
commentario al Timeo (fr. A331 Vimercati, fr. 85 Edelstein-Kidd, frr. 395a,
461 Theiler).
INTRODUZIONE 17

estratti o esplicitati dai dialoghi e inseriti in una cornice armoni-


ca, capace di essere poi tramandata con uniformità.
In terzo luogo, tra i Platonici del primo Impero si riscontra,
seppur con qualche differenza, una certa omogeneità contenu-
tistica, convogliante attorno a un nucleo di tematiche frequen-
temente o regolarmente affrontate dai principali testi di questo
periodo. La centralità del Timeo non fu mai messa in discussio-
ne e, con essa, le principali questioni che nel dialogo vengono
affrontate, a cominciare da quelle di natura cosmologica, con
le quali si apre la sezione più strettamente filosofica del testo25.
Queste pagine del Timeo contengono, in nuce, alcuni temi chia-
ve dell’esegesi medioplatonica: dio, le Idee e la materia (i tre
principi); la “generazione” del cosmo, comunque vada intesa; il
rapporto tra i paradigmi eidetici e la realtà sensibile; l’anima del
mondo, le anime individuali e gli dèi generati. Attorno a que-
ste tematiche ruota buona parte dei testi medioplatonici, senza
naturalmente che vengano trascurati altri aspetti del pensiero
platonico, contenuti nel Timeo o in altri dialoghi.
Nell’affrontare questi temi, poi, pressoché tutti gli autori
medioplatonici sembrano assestarsi su posizioni dualistiche, nel
senso che il principio materiale del cosmo è generalmente con-
siderato irriducibile a quello intelligibile o intelligente, cioè alle
Idee e a dio. Ciò sembra valere anche per autori come Eudoro
e Numenio, nei quali il tentativo di ricondurre la realtà a un
unico principio – rispettivamente, l’Uno o “dio supremo” e il
Primo dio26 – non può dirsi concluso. Tale approccio dualistico
mi pare una discriminante tra il Medioplatonismo e Plotino,
con il quale si apre una stagione nuova, segnata, piuttosto, da
un monismo in cui i piani ontologici della realtà procedono im-
mediatamente l’uno dall’altro, quasi ad essere gradi diversi del
principio, cioè dell’unica natura divina, in forma più o meno
molteplice.
Ma anche la relazione del Medioplatonismo con le altre
scuole filosofiche è sintomatica di un periodo non facilmente

25
A partire da 27a ss.
26
Cfr. Eudoro, fr. 4 Mazzarelli; Numenio, frr. 11 ss. des Places.
18 EMMANUELE VIMERCATI

riducibile alla tradizione precedente o a quella successiva. La ri-


scoperta delle opere esoteriche di Aristotele generò un confron-
to sempre più serrato con lo Stagirita, i cui esiti furono oscil-
lanti: talvolta, infatti, egli fu visto come un potenziale alleato in
chiave metafisica, mentre in altri casi fu guardato con qualche
sospetto, specialmente laddove le sue dottrine sembravano irri-
ducibili a quelle platoniche27. I colleghi aristotelici, d’altronde,
proprio in quegli anni erano intenti alla stessa attività di com-
mento, anch’essa con esiti fluttuanti, nei confronti degli scritti
esoterici riscoperti28. L’atteggiamento “conciliarista” che, nono-
stante tutto, sarà predominante nel corso del Neoplatonismo,
era ancora in fase di maturazione. La polemica antiaristotelica
ci è attestata in campo logico – le critiche alle categorie furono
frequenti –, ma, in alcuni casi, anche fisico – si pensi alle accuse
di Attico all’empietà di Aristotele, il quale avrebbe negato la
provvidenza divina, e alla teoria dell’etere – ed etico – l’insisten-
za sui beni corporei e su quelli esterni avrebbe svalutato il ruolo
della virtù in vista della felicità29. Apparentemente più esplicita
è la volontà di opporsi ad alcuni tratti dello Stoicismo, special-

27
Cfr., ad esempio, P. Moraux, Der Aristotelismus bei den Griechen, von
Andronikos bis Alexander von Aphrodisia, Bd. II: Der Aristotelismus im I. und
II. Jh. n. Chr., de Gruyter, Berlin, 1984, ed. it. L’Aristotelismo presso i Greci,
Volume secondo, tomo 2: Gli Aristotelici nei secoli I e II d.C., a cura di G.
Reale e V. Cicero, Vita e Pensiero, Milano, 2000, pp. 6 ss.
28
Cfr. Cicerone, De finibus V, 5, 12 (non semper idem dicere videntur).
29
Sul rapporto tra Platonismo e Aristotelismo nel primo Impero segna-
lo soprattutto Th. Bénatouïl-E. Maffi-F. Trabattoni (eds.), Plato, Aristotle, or
Both? Dialogues Between Platonism and Aristotelianism in Antiquity, Georg
Olms Verlag, Hildesheim-Zürich-New York, 2011; G.E. Karamanolis, Plato
and Aristotle in Agreement? Platonists on Aristotle from Antiochus to Porphy-
ry, Clarendon Press, Oxford, 2006. L’atteggiamento dei Platonici nei con-
fronti di Aristotele varia a seconda degli autori, ma all’inizio dell’età imperiale
sembra ancora oscillante: se Plutarco sembra essere nel complesso accondi-
scendente nei confronti di Aristotele (cfr. Karamanolis, pp. 85 ss.), Eudoro,
Lucio e Nicostrato criticano la sua teoria delle categorie; Attico è fortemente
antiaristotelico su molti fronti, e qualche traccia in tal senso sarebbe forse
rinvenibile anche in Numenio (cfr. Karamolis, pp. 127 ss., 150 ss.). Con il
tempo, tuttavia, specialmente a partire da Porfirio, la tesi “conciliarista” tende
a prevalere (cfr. Karamanolis, pp. 243 ss.).
INTRODUZIONE 19

mente in campo fisico – dove il corporeismo del Portico non


poteva certo essere condiviso dalla metafisica medioplatonica
– e logico – dove sono note le critiche di Plutarco, tra l’altro,
alla teoria delle nozioni comuni, specialmente nel De commu-
nibus notitiis. Di contro, in molti testi medioplatonici emerge
uno spiccato apprezzamento per Pitagora, considerato maestro
di Platone e, in qualche modo, padre della sapienza filosofica –
talora entrambi eredi di Mosè, come vuole Numenio30.
A ben vedere, dunque, nei primi tre secoli dell’Impero non
mancarono elementi di continuità, che consentirono al Platoni-
smo di resistere alle forze centrifughe, incentivate dal costante
confronto con le altre scuole filosofiche o dal ricorrente dia-
logo con i movimenti religiosi emergenti. Sotto certi aspetti,
dunque, il Platonismo del primo Impero fu un’epoca di tran-
sizione, poiché non sancì la conclusione di un processo, ma
ne segnò una tappa intermedia; sotto altri, invece, può essere
inteso come un nuovo inizio, poiché esso introdusse un me-
todo e concetti di larga diffusione e di duratura fortuna nel
dibattito filosofico successivo – destinati a spingersi ben oltre la
stessa stagione neoplatonica. Se, dunque, la categoria di “Me-
dioplatonismo” rimane una coniazione moderna, il suo valore
sta nel cogliere le novità che distaccavano quest’epoca della
filosofia da quella precedente, l’uniformità sottesa al processo
interpretativo e sistematizzante il pensiero platonico, e l’intro-
duzione di procedure metodologiche e contenuti filosofici che
diverranno imprescindibili persino fino al mondo moderno. In
tal senso, riteniamo che, seppur con cautela, non sia fuori luo-
go parlare di una stagione “medioplatonica” nella storia del
Platonismo antico31. Si tratta ora di vedere, per sommi capi,
quali siano le caratteristiche di quest’epoca e quali ne siano i
possibili confini.

30
Cfr. Numenio, frr. 1a; 7; 8; 24 des Places.
31
In tal senso, condivido la prudente assunzione di questa categoria so-
stenuta da Chiaradonna, Questioni preliminari, in Id. (a cura di), Filosofia tar-
doantica, p. 16: nonostante incontestabili rilievi critici (alcuni dei quali anche
noi, in questa Introduzione, abbiamo messo in luce), «[...] un uso prudente e
20 EMMANUELE VIMERCATI

2. Interpretare, sistematizzare e tramandare Platone

Il Platonismo non è Platone. Comprendere questo significa


comprendere il senso stesso dell’attività degli autori che chia-
miamo “(medio)platonici”.
Ebbene, l’esegesi del pensiero platonico cominciò, se non
quando Platone era ancora in vita, certamente subito dopo la
sua morte. Le divergenze interpretative tra Speusippo, Seno-
crate ed Aristotele, e, nondimeno, le critiche che lo Stagirita ri-
volge al pensiero platonico, in più di un caso lasciano trasparire
un vivace dibattito all’interno dell’Accademia, talora risalente
all’epoca in cui Platone era ancora alla guida della Scuola. Temi
quali quello della “generazione” del cosmo, quello dell’anima
del mondo o quello della partecipazione – con il suo corollario
relativo al “terzo uomo” – furono ben presto discussi in ambi-
to accademico, se teniamo fede alle testimonianze dello stesso
Aristotele, di Plutarco, di Proclo e di Simplicio32, ma anche alle
non trascurabili affinità tra le aporie sollevate da Platone nel
Parmenide e le critiche formulate da Aristotele in Metafisica
A, 933.

consapevole di queste distinzioni (sc. “medioplatonismo” e “neoplatonismo”)


è malgrado tutto preferibile». Su alcuni dei tratti principali del Mediopla-
tonismo segnalo M. Bonazzi, (Medio)platonismo, ibidem, pp. 30-37, di cui
abbiamo tenuto conto nelle pagine che seguono.
32
Cfr. Aristotele, De caelo I, 10, 279b32 ss. (= Speusippo, fr. 94 Isnardi
Parente, fr. 61a Tarán; cfr. anche il frammento successivo, 95 Isnardi Parente,
61b Tarán); Plutarco, De animae procreatione in Timaeo 1013A-B; Proclo, In
Timaeum I, 76, 1-2; 277, 8 Diehl (su Crantore); Simplicio, In Aristotelis De
Caelo 303, 34-304, 16 (= Senocrate, fr. 74 Isnardi Parente-Dorandi); inoltre,
H. Tarrant, Plato’s First Interpreters, Duckworth, London, 2000, pp. 44-46,
53-56.
33
Su cui, tra gli altri, Platone, Parmenide, Introduzione, traduzione e note
di F. Ferrari, Rizzoli (BUR), Milano, 20072, pp. 56-79; F. Fronterotta, 0E-
4E;I6. La teoria platonica delle idee e la partecipazione delle cose empiriche.
Dai dialoghi giovanili al Parmenide, Scuola Normale Superiore, Pisa, 2001;
M. Migliori, Dialettica e verità. Commentario filosofico al “Parmenide” di Pla-
tone, Vita e Pensiero, Milano, 2000; Aristotele, Metafisica, Saggio introdutti-
vo, testo greco con traduzione a fronte e commentario a cura di G. Reale, 3
INTRODUZIONE 21

Agli inizi dell’età imperiale, tuttavia, l’esegesi dei testi plato-


nici assumeva un valore più connotato e di ben diversa portata,
perché la distanza temporale da Platone era ormai considere-
vole, perché nel frattempo lo Scetticismo ellenistico aveva dif-
fuso una lettura “socratizzante” e antidogmatica di Platone, e
perché, con la chiusura dell’Accademia, la concorrenza dello
Stoicismo e la riscoperta degli esoterici di Aristotele, il Plato-
nismo si trovava ad affrontare pericolosi rivali, che rischiavano
di minacciare la sua stessa esistenza, specie nella sua forma più
dogmatica e tradizionale – cioè metafisica.
La scelta di rinnovare e di promuovere l’esegesi platoni-
ca, pertanto, non fu affatto casuale. Ogni opera di interpre-
tazione, infatti, impone una serie di scelte ben precise, a co-
minciare dall’autore e dai testi che si decide di interpretare.
Il fatto, poi, di scegliere l’esegesi come metodo sistematico
– cosa che gli Accademici antichi non erano ancora giunti a
fare, ammesso che ne avessero avuto il proposito – implicava
la convinzione che esistessero un’auctoritas e un gruppo di te-
sti detentori della vera sapienza. In tal senso, nel corso della
prima età imperiale Platone non fu più visto semplicemente
come il fondatore di una scuola o di una corrente di pensiero,
ma come il depositario stesso del sapere filosofico, cioè come
colui che, meglio di altri, lo seppe condensare nelle proprie
opere. Ciò significa che, secondo gli interpreti medioplatonici,
il pensiero di Platone, se ben compreso, era di per sé autosuf-
ficiente, cioè conteneva quanto serve per fare filosofia e, dun-
que, per raggiungere la verità e la felicità di vita34. In qualche
modo, Platone non richiedeva tanto di essere corretto o inte-
grato con il pensiero di altri autori – se non occasionalmente
–, quanto, piuttosto, di essere esplicitato con il ricorso ad essi.
Il richiamo ad altre filosofie, dunque, non dipese innanzitutto
dalla convinzione che esse avessero migliorato o completato

voll., Vita e Pensiero, Milano, 1993, vol. III, pp. 74-86. Sull’interpretazione
aristotelica di Platone segnalo, di recente, L. Palpacelli, Aristotele interprete
di Platone. Anima e cosmo, Morcelliana, Brescia, 2013.
34
Cfr., ad esempio, Attico, fr. 1 des Places; Apuleio, De Platone et eius
dogmate I, 182-188.
22 EMMANUELE VIMERCATI

il pensiero di Platone, ma dall’esigenza di chiarire ciò che era


già contenuto negli scritti platonici, in forma più o meno espli-
cita. In prima istanza, dunque, tale richiamo si rendeva utile a
livello esegetico.
Ma ciò presuppone anche che si sia convinti di una gerarchia
di verità, nel senso che, quanto di vero esisteva nelle altre scuole
filosofiche, era in sintonia con il pensiero platonico o era riduci-
bile ad esso. In tal senso, la linea sapienziale più attestata negli
autori medioplatonici è quella che, partendo da Mosè, discende
a Pitagora e a Platone, eventualmente passando per Socrate35.
In questi autori, e soprattutto in Platone, la filosofia raggiunge
il proprio culmine. Il fatto, poi, che Mosè e Pitagora fossero
figure legate a una tradizione religiosa – addirittura profetica
– rende l’idea di quale dovesse essere l’atteggiamento tenuto
anche nei confronti di Platone.
All’interno del corpus platonico, poi, un posto di rilievo fu
dato al Timeo, considerato l’autentica summa della sapienza
platonica36. La centralità di questo dialogo dovette forse dipen-
dere da una duplicità di fattori: da un lato, esso era uno dei testi
in cui la dimensione dialogica era più ridotta e che, dunque, si
avvicinava a un “trattato” di filosofia; l’esposizione del contenu-
to filosofico, infatti, è per lo più affidata a un lungo monologo
tenuto da Timeo, il quale contribuisce così a dare un quadro
più sistematico del pensiero platonico. In secondo luogo, il

35
Cfr., ad esempio, Numenio, frr. 8; 24 des Places; cfr. anche PA, II, 1990,
pp. 178 ss. (Pitagora come discepolo di Zoroastro), 190 ss. (Platone e Mosè),
275 ss. (Pitagora, Socrate e Platone come “classici” della filosofia).
36
Così anche F. Ferrari, Interpretare il Timeo, in T. Leinkauf-C. Steel
(eds.), Plato’s Timaeus and the Foundation of Cosmology in Late Antiquity, the
Middle Ages and Renaissance, Leuven UP, 2005, pp. 1-12, in partic. pp. 4 ss.;
F. Ferrari, Il Timeo degli antichi, «Athenaeum», 92 (2004), pp. 255-264; PA,
III, 1993, pp. 209 ss. Sulla permanenza del Timeo nella tradizione filosofica,
segnalo inoltre R.D. Mohr-B. M. Sattler (eds.), One Book, the Whole Uni-
verse. Plato’s «Timaeus» Today, Parmenides Publications, Las Vegas, 2010;
G.J. Reydams-Schils (ed.), Plato’s Timaeus as Cultural Icon, University of No-
tre Dame Press, Notre Dame (Indiana), 2003; Inoltre, G. Reydams-Schils,
Demiurge and Providence. Stoic and Platonist Readings of Plato’s Timaeus,
Brepols, Turnhout, 1999.
INTRODUZIONE 23

Timeo contiene molti capisaldi dottrinali di Platone, a livello


cosmologico, ontologico e antropologico. In tale condizione,
questo dialogo si prestava bene ad essere assunto come testo
fondamentale del sapere platonico – accanto ad altre opere, tra
cui la Repubblica, il Parmenide e il Fedone.
Le ragioni che spinsero i Medioplatonici a ricorrere al me-
todo esegetico come forma prediletta della filosofia furono
probabilmente due: da un lato, con la chiusura dell’Accademia
attorno all’86 a.C. era venuta meno la sede istituzionale in cui
veniva praticato l’insegnamento della filosofia platonica, attra-
verso il confronto dialogico tra i maestri e gli allievi; ciò impose
agli autori medioplatonici di ricorrere alla scrittura come stru-
mento per mantenere il contatto con i testi di Platone e per
rievocare quel senso di appartenenza che, con la chiusura della
Scuola, era stato soppresso. Dall’altro lato, l’interpretazione dei
testi platonici si rivelò funzionale alla costruzione del “sistema”
del Platonismo, cioè al compattamento del pensiero di Platone
in un insieme organico di dottrine, capace di essere traman-
dato. L’appartenenza formale all’Accademia fu sostituita con
l’adesione a un corpus ben definito e condiviso di teorie: da una
tradizione istituzionale – la successione degli scolarchi – a una
dottrinale – la trasmissione, cioè, di un sapere “magisteriale”37.
Ebbene, il Platonismo si potrebbe definire come il sistema
della filosofia platonica38. Gli scritti di Platone vennero cioè letti

37
Cfr., ad esempio, Ferrari, Esegesi, commento e sistema nel medioplatoni-
smo, pp. 54-55 (con riferimenti alle interpretazioni di P. Hadot e di P. Donini);
Michalewski, La puissance de l’intelligible, pp. 31-35.
38
Cfr. Ferrari, Quando, come e perché nacque il platonismo, p. 74. Per “siste-
ma” assumo la definizione fornita da P. Donini (cfr. Testi e commenti, manuali e
insegnamento: la forma sistematica e i metodi della filosofia in età postellenistica,
in ANRW, II, 36, 7 (1994), pp. 5027-5100, in partic. p. 5034, n. 15): «Un orga-
nismo di pensiero assolutamente coerente, in cui tutte le parti che lo articolano
sono tra loro ben connesse e logicamente congruenti e il risultato complessivo è
quello di prospettare una totalità di concetti che spiegherebbero tutto quel che
c’è da spiegare». La tesi di una sistematizzazione del pensiero platonico è sottesa
o espressa anche nei seguenti titoli: M. Bonazzi-J. Opsomer (eds.), The Origins
of the Platonic System. Platonisms of the Early Empire and Their Philosophical
Contexts, Éditions Peeters, Louvain-Namur, 2009; inoltre, M. Bonazzi, Il pla-
24 EMMANUELE VIMERCATI

nella convinzione che, al di là dell’impianto formale dialogico e


delle fluttuazioni di contenuto tra le singole opere, essi sotten-
dessero una dottrina coerente e compiuta. Coerente, perché i
dialoghi sarebbero in piena armonia tra loro, e compiuta, per-
ché essi conterrebbero un pensiero non aperto, ma, sotto certi
aspetti, definitivo. «L’insegnamento di Platone ha molte voci
(polyphônos), non molte opinioni (polydoxos)», afferma Stobeo,
riferendo forse Eudoro39. Nel suo Prologo, d’altronde, Albino
sostiene: «Pertanto, affermiamo che non esiste un unico e de-
terminato punto di inizio nella dottrina di Platone, la quale,
infatti, è perfetta (teleios) e assomiglia alla figura di un cerchio;
come, dunque, nel cerchio non esiste un unico e determinato
punto di inizio, così neanche nella dottrina di Platone»40.
Ciò comportò un massiccio lavoro esegetico, che talora sem-
bra darci l’impressione che gli interpreti di Platone manchino
di una propria autonomia di pensiero. A ben vedere, rispetto al
sistema che si proponevano di costruire, i filosofi medioplatonici
non avvertirono innanzitutto l’esigenza di essere originali, ma,
piuttosto, quella di interpretare adeguatamente le opere di Plato-
ne, per svelarne l’autentico ed unitario significato. In questo spi-
rito, ancora Plotino poté affermare: «I nostri ragionamenti non
sono né recenti, né novità, ma di vecchia data, se pure a quel tem-
po erano espressi in forma involuta; i nostri attuali ragionamenti,
in questo senso, sarebbero interpretazioni che dimostrano, sulla
base della testimonianza degli scritti platonici, che tali dottrine
sono antiche»41. Ciò naturalmente non significa che i Mediopla-
tonici manchino di originalità, perché l’opera di interpretazione
e di sistematizzazione impose loro di oltrepassare gli intenti di
Platone, sia quando i nostri filosofi si sforzavano di sciogliere i
nodi più ambigui o oscuri dei dialoghi, sia quando cercavano di
individuare linee di continuità dietro la lettera del testo, sino a

tonismo, Einaudi, Torino, 2015, pp. 81-83; L.P. Gerson, From Plato to Platonism,
Cornell UP, Ithaca-London, 2013, pp. 227 ss.; M. Bonazzi-P. Donini-F. Ferrari (a
cura di), Sistema, tradizioni, esegesi. Il medioplatonismo, «Rivista di Storia della
Filosofia», 70.2 (2015), numero monografico; PA, III, 1993, pp. 235 ss.
39
Cfr. Eudoro frr. 25; 30 Mazzarelli.
40
Cfr. Albino, Prologo IV.
INTRODUZIONE 25

condensare il fluido pensiero platonico all’interno di un appara-


to dottrinale, sia quando ritenevano di trarre conseguenze che,
secondo loro, erano implicite negli scritti platonici. Fare “siste-
ma”, dunque, significò privilegiare le costanti dottrinali rispetto
alle variabili, considerate invece marginali o riducibili alle co-
stanti stesse. Un’operazione del genere non poté che modificare
l’originaria fisionomia del pensiero di Platone, perché esso venne
piegato a finalità che gli erano estrinseche. Per fare ciò i Medio-
platonici non esitarono a servirsi di un bagaglio terminologico e
di una forma di pensiero più definiti e raffinati come quello della
tradizione aristotelica e di quella stoica, le quali furono non di
rado assunte, più o meno strumentalmente, in vista dell’esegesi
del pensiero platonico e del suo compattamento42.
Questo processo ebbe inizio già con Antioco, l’ultimo signi-
ficativo esponente dell’Accademia e il primo a ritornare frut-
tuosamente alla sapienza degli “antichi”43, nella convinzione
che gli immediati successori di Platone – Speusippo e Senocrate
– ed Aristotele fossero stati continuatori tutto sommato fedeli,
e sostanzialmente concordi, dell’insegnamento del Maestro44. Il
ritorno antiocheo al dogmatismo e il suo atteggiamento conci-
liarista funsero da premessa alla fondazione del Medioplatoni-
smo propriamente detto, il quale, dal canto suo, sembrò volersi
smarcare con più decisione dal corporeismo stoico, mantenen-
do talora qualche cautela nei confronti di Aristotele.
A dare una visione sistematica del pensiero platonico contri-
buirono tre metodi, frequentemente impiegati dagli interpreti:
41
Cfr. Plotino, Enneadi V, 1, 8, 10-14 (trad. di R. Radice).
42
Sulle somiglianze tra Platonismo, Aristotelismo e Stoicismo, cfr., ad
esempio, Baltes, Was ist antiker Platonismus?, pp. 226-228; inoltre, M. Bonaz-
zi-Ch. Helmig (eds.), Platonic Stoicism-Stoic Platonism. The Dialogue between
Platonism and Stoicism in Antiquity, Leuven UP, 2007 (e la mia recensione
in «Rivista di Filosofia Neoscolastica», 100 (2008), pp. 433-440); Bonazzi, Il
platonismo, pp. 76-80.
43
Cfr. Cicerone, Academica posteriora IV, 13 («Il nostro amico Antioco
si sarà preso il permesso di ritornare dalla casa nuova in quella vecchia [...]»
(trad. di A. Russo)).
44
Cfr. ibidem 17 (gli Accademici e i Peripatetici «si trovano d’accordo tra
loro sui contenuti essenziali e differiscono solo di nome» (trad. di A. Russo)).
26 EMMANUELE VIMERCATI

quello di organizzare lo studio dei dialoghi a partire da una loro


precisa successione, quello di illustrare il pensiero platonico
sulla scorta della tripartizione della filosofia – non di rado ri-
condotta allo stesso Platone – e quello di spiegare il testo dei
dialoghi ricorrendo a citazioni tratte dai dialoghi stessi – il co-
siddetto procedimento Platonem ex Platone. Un chiaro esem-
pio del primo metodo è testimoniato dal Prologo di Albino, una
breve opera che si occupa di chiarire che cosa sia un dialogo e
quale sia la corretta classificazione e l’ordine più efficace con
cui leggere i testi platonici. La stessa ripartizione dei dialoghi in
tetralogie, perfezionata da Trasillo, dovette rispondere a questa
esigenza classificatoria e sistematizzante. Il Didaskalikos, inve-
ce, è un manuale di filosofia platonica improntato alla triparti-
zione delle branche filosofiche in teoretica, pratica e dialettica
– una classificazione non troppo dissimile da quella attestata
nel De Platone et eius dogmate di Apuleio, dove pure la discus-
sione logica manca, e da quella, più ellenistica, riscontrabile in
Attico45. Il metodo Platonem ex Platone, infine, rimanda alla mi-
nuzia filologica degli interpreti, convinti che il corpus platonico
fosse coerente e che, pertanto, Platone fosse il miglior esegeta
di se stesso46. Nel De animae procreatione in Timeo di Plutarco
compaiono esempi di questo metodo esegetico47.
In qualche caso – va detto – la minuziosa attenzione per i te-
sti ingenerò la critica di aver trasformato la filosofia in filologia
– come osserva Seneca e come riscontriamo ancora nel severo

45
Cfr. Apuleio, De Platone et eius dogmate I, 187; Attico, fr. 1 des Places
(Platone è il fondatore della tripartizione della filosofia in logica, fisica ed
etica, mentre secondo gli Stoici essa risaliva a Senocrate, cfr. SVF II, 38; Seno-
crate, fr. 1 Isnardi Parente-Dorandi, fr. 1 Heinze). Cfr. anche PA, IV, 1996, pp.
205 ss.; G. Invernizzi, Il Didaskalikos di Albino e il medioplatonismo. Saggio di
interpretazione storico-filosofica con introduzione e commento del Didaskalikos,
2 voll., Edizioni Abete, Roma, 1976, vol. I, pp. 9-16.
46
Cfr., ad esempio, Attico, fr. 1 des Places.
47
Questo metodo aveva un corrispettivo in quello denominato Homêron
ex Homêrou saphênizein (“chiarire Omero a partire da Omero”): cfr. Zetema-
ta codicis Vaticani, in H. Schrader (ed.), Porphyrii quaestionum homericarum
ad Iliadem pertinentium reliquias, p. 297, 16.
INTRODUZIONE 27

giudizio di Plotino su Longino, il quale fu «un filologo, ma in


nessun modo un filosofo»48.
Se l’interpretazione dell’opera di Platone era funzionale a
inquadrarne il pensiero, l’inquadramento dottrinale era a sua
volta necessario per poter essere più facilmente tramandato,
cioè per dare vita a una tradizione (diadochê o paradosis). Essa,
d’altronde, non poteva che presupporre un’auctoritas e un cor-
pus di dottrine degni di essere studiati e consegnati ai posteri.
L’esegesi e la sistematizzazione, cioè, diventavano un desidera-
tum per fondare il Platonismo come tradizione49.
Matthias Baltes ha ritenuto di individuare un nucleo di
dottrine dogmatiche attorno alle quali si coagulò la tradizione
platonica: 1) la dottrina dell’anima del mondo e della sua incor-
ruttibilità, dalla quale dipende anche l’esistenza del cosmo; 2)
la dottrina della libertà dell’anima, nonostante il suo coinvolgi-
mento nella sequenza del destino; 3) la dottrina dell’“eternità”
del mondo; 4) la dottrina della metempsicosi; 5) la dottrina dei
piani ontologici della realtà; 6) la dottrina del luogo metafisico
delle Idee50.
Su alcuni di questi aspetti torneremo più avanti. Va qui os-
servato che il compattamento del pensiero platonico convogliò
nella condivisione di alcuni principi dottrinali comunemente
difesi dagli autori medioplatonici, e che in Platone presentava-
no ancora un aspetto difforme, dipendente dai singoli dialoghi.

48
Cfr. Seneca, Epistola 108, 27 (ma anche Epistola 33, 7-8); Porfirio, Vita
di Plotino 14, 19-20.
49
A tal proposito, mi paiono suggestive le somiglianze riscontrate da L.P.
Gerson (cfr. Aristotle and Other Platonists, pp. 25-26) tra la tradizione pla-
tonica e quella cristiana delle origini: 1) entrambe hanno un fondatore con-
siderato come padre di una lunga tradizione; 2) entrambe consistono di un
insieme di dottrine più ampio di quanto sia stato sostenuto dal fondatore; 3)
entrambe possiedono testi canonici, che pure sono oggetto di dibattito; 4) en-
trambe discutono dell’interpretazione di questi testi canonici; 5) in entrambe
le tradizioni, le dottrine formulate dalla tradizione sono considerate in armo-
nia con il fondatore. Le due tradizioni, d’altronde, nascono e si sviluppano nel
medesimo contesto storico, sicché non sorprende che possano esservi state
somiglianze nel loro rispettivo costituirsi.
50
Cfr. Baltes, Was ist antiker Platonismus?, pp. 235-241.
28 EMMANUELE VIMERCATI

Ma, se si riconosce una tradizione, se ne devono anche rico-


noscere gli esponenti fedeli o infedeli. Non sorprende che, in tal
senso, il Platonismo si sia più volte posto la questione dell’unità
dell’Accademia – se, cioè, coloro che hanno preteso di inserirsi
nel solco della tradizione lo abbiano fatto legittimamente o no.
Interpretare Platone significò dunque esprimere un giudizio di
merito non solo sulle dottrine filosofiche – di Platone e di altri
autori –, ma anche sui filosofi stessi che lo avevano letto. L’accu-
sa di “infedeltà” o di “dissidenza” (diastasis) rivolta da Nume-
nio ad Arcesilao e ai suoi successori presuppone l’esistenza di
un solco dottrinale e, dunque, di un parametro di giudizio sulle
dottrine e sui suoi interpreti.
Ciò impone altresì di affrontare i problemi secondo un me-
todo storico-filosofico – e non solo sistematico –, alla luce di
come la tradizione – quella considerata più autentica – li aveva
letti nel passato. Confrontare Platone, gli Accademici, Aristo-
tele e gli Stoici, significò porsi il problema della loro (dis)con-
tinuità storica, nella convinzione che – in più di un caso – essi
avessero tramandato lo stesso testimone: il pensiero di questi fi-
losofi era talora espresso in modi diversi, ma rimaneva coerente
nella sostanza. L’interpretazione storico-filosofica divenne, così,
decisiva anche per comprendere lo spessore teoretico dei pro-
blemi, che non esulavano da come gli esegeti li avevano affron-
tati in passato. L’esegesi, la storia della filosofia e la speculazione
finivano con l’essere un tutt’uno.

3. Filosofia e religione

Un fenomeno decisivo per comprendere il Medioplatonismo è il


rapporto tra filosofia e religione. Se esso è già chiaramente atte-
stato nei dialoghi platonici, sulla scorta della tradizione orfica e di
quella pitagorica51, il proliferare di movimenti religiosi tra la fine

51
Segnalo, tra gli altri, A. Bernabé, Platón y el orfismo: diálogos entre reli-
gion y filosofía, Abada Editores, Madrid, 2011; Ph.S. Horky, Plato and Pytha-
goreanism, Oxford UP, 2013; interessanti considerazioni anche in G. Fornari,
INTRODUZIONE 29

dell’età ellenistica e l’inizio di quella imperiale costrinse la filosofia


e la religione a ripensare tale rapporto. L’interazione tra questi due
mondi fu, potremmo dire, di mutuo interesse, perché la metafisi-
ca e l’antropologia platoniche trovarono una certa consanguineità
con alcune proposte religiose, mentre la religione ricercò nella fi-
losofia l’attrezzatura formale necessaria per fondare le proprie cre-
denze. Ciò dipese anche dal decentramento geografico a cui, con
la chiusura dell’Accademia, il Platonismo andò incontro, orientan-
dosi inizialmente verso Alessandria d’Egitto e il Vicino Oriente.
Dei due versanti della questione, ci interessa qui indagare
soprattutto quello filosofico, cioè come il Platonismo abbia me-
tabolizzato i contenuti e la terminologia di ispirazione religiosa.
A tal proposito, mi paiono rilevanti tre aspetti: l’impiego del
metodo allegorico, la ripresa del tema della “sapienza primitiva”
e l’intrecciarsi di argomenti filosofici e religiosi nella spiegazione
dei principi metafisici e del destino escatologico delle anime.
L’allegoria era stata impiegata in modo sistematico dagli
Stoici come metodo interpretativo della simbologia e delle tra-
dizioni religiose, allo scopo di porre in relazione la fisica con
la “teologia”52. L’allegoria stoica, sistematizzata in allegoresi,
aveva dunque tra i suoi scopi principali quello di ripensare il
concetto di “teologia”, così come era stato concepito dalla tra-
dizione precedente, in particolare da Platone e da Aristotele.
Essi, infatti, avevano inteso quel concetto per lo più in due ac-
cezioni: in senso più generico, “teologia” era il racconto sugli
dèi – dunque, una declinazione della mitologia nel campo del
divino –; in senso più specifico, soprattutto in Aristotele, “teo-
logia” divenne sinonimo di “protologia” o, più in generale, di
metafisica. Nel primo caso la teologia era declassata a mero rac-
conto fiabesco, estraneo al rigore del metodo filosofico; nel se-
condo caso, invece, essa veniva fatta coincidere con una scienza
in particolare – quella che si occupa delle sostanze immobili,
Da Dioniso a Cristo. Conoscenza e sacrificio nel mondo greco e nella civiltà
occidentale, Prefazione di E. Morandi, Marietti 1820, 20062, pp. 502 ss.
52
Sui precedenti impieghi dell’allegoria cfr. D. Obbink, Early Greek alle-
gory, in R. Copeland-P.T. Struck (eds.), The Cambridge Companion to Allego-
ry, Cambridge UP, 2010, pp. 15-25.
30 EMMANUELE VIMERCATI

separate e, dunque, divine53. Questa seconda accezione di “te-


ologia” come scienza dei primi principi è ancora attestata nella
tradizione medioplatonica, specie in quella di maggiore ispira-
zione aristotelica, come il Didaskalikos di Alcinoo54.
Gli Stoici si avvalsero invece dell’allegoresi per rivalutare il
retroterra religioso greco, innestandolo nel loro discorso filoso-
fico. Con questo metodo il Portico si sforzò di dimostrare che
tra il piano filosofico e quello religioso non esisteva alcuno iato,
bensì una diretta continuità, nella misura in cui l’unico dio, che
era il logos, aveva molti nomi e molte manifestazioni. L’allegoria
stoica si proponeva così di dimostrare, tra l’altro, che l’oggetto
della filosofia e quello della religione erano il medesimo, cioè il
logos, principio divino universale. Il testo più significativo in tal
senso è probabilmente l’Inno di Cleante a Zeus55, nel quale il
dio Zeus è, al contempo, principio fisico e oggetto di culto reli-
gioso, attraverso la pluralità dei suoi nomi, ben attestata ancora
nel ritratto che di dio compare nell’Asclepius e nel De mundo
di Apuleio56.
Insistendo sul ruolo della “teologia” come terreno di con-
tatto tra la fisica e la religione, gli Stoici asseverarono il fatto
che anche i poeti, pur senza il metodo scientifico della filosofia,
non mancavano di cogliere occasionalmente la verità e avevano
un ruolo decisivo nella sua divulgazione. Mediante l’allegore-
si il Portico si sforzò di mostrare che tra il racconto dei poeti
e la ragione filosofica non vi era necessariamente opposizione,
ma, talora, una certa complementarietà. Ciò implicò anche
un’iniziale e parziale rivalutazione degli scritti di Omero, che
troviamo attestata già nei primi Stoici e che troverà poi spazio
anche nella letteratura (medio)platonica57, come riscontriamo

53
Ho discusso di questo in E. Vimercati, Sul rapporto tra metafisica e “te-
ologia” in Platone e in Aristotele, «Aquinas», 55 (2012), pp. 9-44 (con biblio-
grafia relativa).
54
Cfr. Alcinoo, Didaskalikos III, 4; VII, 1; VIII, 1; XI, 3.
55
Cfr. SVF I, 537.
56
Cfr. Asclepius XX; Apuleio, De mundo XXXVII, 370-372.
57
Cfr. SVF I, 274; sui Medioplatonici cfr. qui di seguito. Su questi aspet-
ti segnalo l’introduzione di R. Radice in G. Lucchetta-I. Ramelli, Allegoria.
INTRODUZIONE 31

in Plutarco58 e, poi, soprattutto in Porfirio, il quale considerò il


Poeta come un vero e proprio filosofo, il primo della tradizione
greca, dedicandogli non poche opere, tra cui le Questioni ome-
riche, L’Antro delle Ninfe nell’“Odissea” e La filosofia di Ome-
ro (quest’ultima non pervenutaci)59. L’intento di Porfirio, il cui
debito nei confronti della tradizione medioplatonica è noto60,
sembra quello di voler comporre una vasta sintesi dell’intera ci-
viltà ellenica, con particolare riguardo alla poesia, alla religione
e alla filosofia, nel tentativo di mostrare che ciascuna di queste
tre parti è manifestazione di un’unica verità, ossia della sapienza
primitiva che da Omero discende fino a Plotino61.
In questo suo tentativo, Porfirio fu immediatamente prece-
duto da Cronio, del quale egli stesso riferisce l’interpretazione
allegorizzante di Omero, tesa a mostrare che il racconto omeri-
co non era semplicemente un mito, ma esprimeva sotto forma
di immagini e di enigmi un profondo contenuto filosofico rela-
tivo alla natura delle cose e al viaggio delle anime umane62.
L’eredità del metodo stoico fu recepita specialmente da Filo-
ne di Alessandria – uno dei casi più emblematici di allegoresi in
tutto il mondo antico. L’incidenza dell’approccio filoniano di-
pese soprattutto da tre elementi di novità: il recupero della me-
tafisica, la fede nella Rivelazione del Dio biblico e il sistematico
ricorso a Platone per commentare il testo dei Settanta. Nel far
convergere la trascendenza metafisica e la trascendenza religio-

Volume I: L’età classica, Vita e Pensiero, Milano, 2004, pp. 7-8, 21-24; G.W.
Most, Hellenistic allegory and early imperial rhetoric, in Copeland-Struck
(eds.), The Cambridge Companion to Allegory, pp. 26-38. I passi stoici con-
siderati all’origine della loro interpretazione allegorica della mitologia antica
sono SVF II, 1009 e 1070, attribuiti a Crisippo.
58
Cfr., ad esempio, De Iside et Osiride 351D-E; 360F-361B.
59
Su questo rimando a G. Girgenti, Introduzione a Porfirio, Laterza, Ro-
ma-Bari, 1997, pp. 27-29, 32-54, 154.
60
Mi limito a segnalare lo studio di M. Zambon, Porphyre et le moyen-pla-
tonisme, Vrin, Paris, 2002.
61
Su allegoria e filosofia nel mondo tardo-antico segnalo ancora H. Dörr-
ie, Spätantike Symbolik und Allegorese, in Id., Platonica Minora, Wilhelm Fink
Verlag, München, 1976, pp. 112-123.
62
Cfr. Cronio, frr. 8-11 Leemans.
32 EMMANUELE VIMERCATI

sa, armonizzate in un impianto dottrinale platonico ed espresse


con un vocabolario stoico, Filone rappresenta – prima di Plu-
tarco – l’innesto dell’allegoresi nella letteratura di ispirazione
platonica. Per la prima volta, cioè, la parola “teologia” qualificò
un oggetto trascendente e rivelato, metafisico e religioso, pla-
tonico e biblico, passando attraverso il filtro della tradizione
stoica e contribuendo così a produrre una sintesi dottrinale per
certi versi unica.
In Plutarco troviamo invece un massiccio ricorso alle tra-
dizioni orientali, per dimostrare la loro consanguineità con la
religione greca e l’accordo di entrambe con le verità espresse
dalla filosofia ellenica. Non solo, dunque, alcune divinità gre-
che avrebbero un loro corrispettivo nella religione egizia63, ma
queste due tradizioni – filosofica e religiosa, greca ed egizia –
avrebbero avuto proprio in Egitto un loro fecondo punto di
incontro64. Il racconto mitico, pertanto, assume in Plutarco un
autentico valore veritativo, poiché esso, attraverso l’interpreta-
zione allegorica, è considerato il «riflesso di una verità superio-
re», la stessa di cui si fa portavoce il logos filosofico65.
L’insegnamento di Plutarco fu recepito e ampliato da Nu-
menio, il quale interpretò la sapienza di molti popoli “barba-
ri”66, anche quelli più orientali, dimostrando che quest’ultima,
con altri metodi, convergeva attorno alle stesse verità rinvenute
dal mondo greco. L’intento di molti di questi filosofi fu dunque
quello di costruire un grande mosaico dei saperi, al fine di so-
stenere che il mondo greco, attraverso la poesia, la religione e la
filosofia, aveva trasmesso una sapienza compatta – che non ave-
63
In De Iside et Osiride 362B, ad esempio, Plutarco identifica Osiride con
Dioniso e Serapide con Osiride; in 361E egli identifica Serapide con Plutone
e Iside con Persefone.
64
Cfr. ibidem 354D-E.
65
Cfr. ibidem 358F-359A; De Pythiae oraculis 402E; 406B-407A. Su que-
sto, di recente, R. Hirsch-Luipold, Religion and Myth, in M. Beck (ed.), A
Companion to Plutarch, Blackwell, Oxford, 2014, pp. 163-176; Michalewski,
La puissance de l’intelligible, pp. 35-39.
66
Secondo l’espressione di Matthias Baltes, Der Platonismus und die Weis-
heit der Barbaren, in Id., (3,12+0$7$. Kleine Schriften zur antiken Philo-
sophie und homerischen Dichtung, pp. 1-26; inoltre, PA, I, 1987, pp. 16-32.
INTRODUZIONE 33

va nulla da invidiare alla nascente dottrina cristiana, alla qua-


le intendeva contrapporsi –, oppure che tutte le civiltà, quella
greca e quelle barbare, avevano nei secoli tramandato un’unica
concezione delle cose67, cioè un’unica sapienza risalente alla
notte dei tempi e comune all’umanità intera. Alla prima posi-
zione aderirono autori quali Celso e Porfirio – sostenitori di una
contrapposizione frontale tra Grecità e Cristianesimo –, alla se-
conda autori quali Plutarco e Numenio – favorevoli invece a co-
gliere le affinità tra le diverse culture, più che le loro divergenze.
La critica di Celso, infatti, poggia su due capisaldi principali:
il Cristianesimo non sarebbe altro che una forma corrotta di
Giudaismo, a sua volta ritenuto una forma corrotta di religione
egizia; e ciò che di vero è stato sostenuto dal Cristianesimo era
già contenuto, e con maggior coerenza, negli scritti platonici68.
Viceversa, Numenio sostiene la consonanza tra la dottrina dei
Bramani, quella dei Giudei, quella dei Magi e quella degli Egizi,
le quali sarebbero a loro volta conformi con il pensiero di Pita-
gora e con quello di Platone69. Un’unica e autorevole sapienza
universale, dunque, che potremmo riassumere con una nota do-
manda retorica di Numenio: «Che cos’è infatti Platone, se non
un Mosè che parla attico?»70.
L’idea di una sapienza primitiva e veritiera, che avrebbe at-
traversato i secoli, è ben attestata in Plutarco, il quale riferisce
l’antica concezione, comune a teologi e a legislatori, a poeti e
a filosofi, a Greci e a barbari, secondo la quale in natura esi-
sterebbe un principio di bene, regolatore dell’universo, e un
concorrente principio malvagio, sorgente di disordine71. Celso,
nondimeno, era convinto che i diversi popoli appartenessero
a una stirpe comune e che avessero tratto la loro sapienza da
un corpus dottrinale originario (un palaios logos), rispecchiato,
tra gli altri, negli insegnamenti di Lino, Museo, Orfeo, Fereci-

67
Logos, come la chiama Celso (cfr. Origene, Contro Celso I, 14a-16b).
68
Cfr., di recente, C. Moreschini, Storia del pensiero cristiano tardo-antico,
Bompiani, Milano, 2013, pp. 45-56.
69
Cfr. Numenio, frr. 1a-1c; 10a des Places.
70
Cfr. Numenio, fr. 8 des Places; inoltre, PA, II, 1990, pp. 480 ss.
71
Cfr. Plutarco, De Iside et Osiride 369B-D; 367C-368B; 370C-371A.
34 EMMANUELE VIMERCATI

de, del Persiano Zoroastro e di Pitagora72. Una prima versio-


ne di questa teoria è attribuita da Seneca a Posidonio, il quale
introdusse il tema della sapienza filosofica delle origini e della
sua corruzione nelle età successive73. Le due teorie non sono
dunque congruenti, e, tuttavia, in entrambe compare l’idea di
un sapere primitivo dal quale si sarebbero prodotte le scienze
e le tecniche, e al quale si sarebbero ispirate tutte le nazioni.
Secondo Posidonio, poi, uno dei testimoni più maturi di que-
sta sapienza originaria sarebbe stato Omero, considerato capo-
stipite della civiltà ellenica in molti dei suoi saperi74. Sebbene
tale teoria sia espressamente attestata soprattutto a partire da
Posidonio, non è escluso che gli interpreti medioplatonici ne
avessero rinvenuta traccia già in Platone, se è vero che questi
era considerato il depositario del sapere filosofico75.
Abbiamo infine prova della reciproca permeabilità tra il pia-
no filosofico e quello religioso anche in sede terminologica e
argomentativa. L’accusa di empietà, che Attico rivolge ad Ari-
stotele, è rivelatrice della tendenza a giustificare il ruolo di dio

72
Cfr. Origene, Contro Celso I, 14a-16b. Tra i popoli menzionati vi sono
gli Odrisi, i Samotraci, gli Eleusini, gli Iperborei, ma anche i Galattofagi di
Omero, i Druidi (tra i Galli) e i Geti. Su questi aspetti cfr. anche Boys-Stones,
Post-Hellenistic Philosophy, pp. 106-122.
73
Cfr. Seneca, Lettera 90, 5-32 (= Posidonio, fr. A321 Vimercati, fr. 284
Edelstein-Kidd, F448 Theiler); inoltre, F. Alesse, Il saeculum aureum e le ori-
gini della civiltà secondo Posidonio (Seneca, Epist. 90), in F. Calabi-S. Gastaldi
(eds.), Immagini delle origini. La nascita della civiltà e della cultura nel pensiero
antico, Academia Verlag, Sankt Augustin, 2012, pp. 139-153; Radice in Luc-
chetta-Ramelli, Allegoria. Volume I: L’età classica, pp. 8-12.
74
Strabone I, 1, 1 (= Posidonio, fr. A124 Vimercati, T75 Edelstein-Kidd,
T28, fr. 251a Theiler) afferma che la scienza della geografia è competenza del
filosofo, come dimostra il fatto che i primi ad occuparsene furono filosofi, tra
i quali vi fu Omero.
75
Possibili motivi di ispirazione furono Timeo 20c-27a (le vicende dell’A-
tene antica); Protagora 320c-322d (il mito di Prometeo); Politico 268d-274e (il
mito sulla storia del cosmo); Leggi III, 676a-679e (il ciclico generarsi e dissol-
versi degli Stati). Su questi passi si vedano i saggi di M. Bonazzi, F. Zuolo e S.
Gastaldi contenuti in Calabi-Gastaldi (eds.), Immagini delle origini. La nascita
della civiltà e della cultura nel pensiero antico, pp. 41-58, 87-120.
INTRODUZIONE 35

nel cosmo sulla base di argomentazioni non soltanto filosofiche,


ma anche religiose. Difendere la “generazione” temporale del
cosmo, cioè la sua autentica – e non solo simbolica – venuta
all’essere, secondo Attico si rendeva necessario per tutelare la
provvidenza di dio nelle vicende umane. La tesi aristotelica
dell’eternità del cosmo, infatti, sarebbe stata doppiamente ri-
provevole: perché andava contro il magistero di Platone – come
interpretato da Attico – e perché defraudava dio del suo ruolo
di garante nel cosmo76. L’atteggiamento reverenziale che alcuni
autori medioplatonici tennero nei confronti di dio e di ogni di-
scorso che lo riguardasse traspare anche in Numenio, il quale
invita coloro che vogliano comprendere il Primo dio e il Secon-
do a «pregare» e, poi, a «distinguere»77. La preghiera e il ragio-
namento assomigliano qui a due lati della stessa medaglia, come
due strade che concorrono a raggiungere l’unico oggetto della
contemplazione. Ciò, non sorprende, compare soprattutto nel
versante più vicino al Pitagorismo.
Nondimeno, la ricorrenza del tema dell’inconoscibilità e
della conseguente ineffabilità di dio – ben attestata nell’Ascle-
pius, nel X capitolo del Didaskalikos, in alcuni frammenti di
Numenio e negli Oracoli Caldaici78 – non sembra estranea al
coevo dibattito religioso, laddove non la si voglia ricondurre
al noto, ma fugace accenno, in Timeo 28c. L’inaccessibilità di
dio, d’altronde, è ben attestata anche in Filone, nel quale l’esi-
genza filosofica di rendere ragione del principio e la fede in un
Dio che non si mostra nella pienezza del Suo volto trovano un
loro compromesso79. A tratti, sembra così che la letteratura me-
dioplatonica muova i primi passi in direzione di quel deus ab-

76
Cfr. Attico, frr. 3-8; 18-25 des Places.
77
Cfr. Numenio, fr. 11 des Places, sulla scorta di Platone, Timeo 27c; 48d.
78
Cfr. Numenio, frr. 2; 17 des Places; Oracoli Caldaici, frr. 3; 16; 18; 77 des
Places; ma anche Celso in Origene, Contro Celso VI, 65; VII, 42.
79
Su questo aspetto segnalo F. Calabi, Conoscibilità e inconoscibilità di
Dio in Filone di Alessandria, in Ead. (a cura di), Arrhetos Theos. L’ineffabilità
del primo principio nel Medio Platonismo, ETS, Pisa, 2002, pp. 35-54; Ead.,
God’s Acting, Man’s Acting. Tradition and Philosophy in Philo of Alexandria,
Brill, Leiden, 2008.
36 EMMANUELE VIMERCATI

sconditus, che tanta fortuna avrà nella tradizione neoplatonica,


specie in quella di matrice cristiana. Ciò contribuisce a spiegare
il considerevole arricchimento del vocabolario apofatico circa il
primo principio, al quale vengono progressivamente attribuiti
caratteri di trascendenza rispetto alla ragione e alla possibilità
di essere veicolato dal linguaggio discorsivo80.
In ambito psicologico, invece, non è infrequente il ricorso a
motivi della tradizione poetica greca – Omero, specialmente – e
alla letteratura rivelata per giustificare il tema della discesa delle
anime nel cosmo e i loro destini escatologici dopo la morte del
corpo. Anche in questo caso, l’impiego del metodo allegorico,
specialmente in Numenio e in Cronio81, contribuì a costruire
l’idea di una sapienza comune a più popoli e, dunque, alla per-
suasione che le argomentazioni dei filosofi e i racconti dei poeti
convergessero verso un unico fine – sino al punto che taluni
poeti, come Omero, erano considerati filosofi82.

80
Ho fatto una ricognizione dell’impiego del termine arrhêtos in età me-
dioplatonica in E. Vimercati, Dal non-essere alla trascendenza. L’evoluzione
del termine arrhetos in età medioplatonica, in AA.VV., Silenzio e parola nella
Patristica, XXXIX Incontro di Studiosi dell’Antichità Cristiana (Roma, 6-8
maggio 2010), Institutum Patristicum Augustinianum («Studia Ephemeridis
Augustinianum», 127), Roma, 2012, pp. 197-213; si veda anche il più ampio
studio di S. Lilla, Il silenzio nella filosofia greca (Presocratici, Platone, Giu-
deo-Ellenismo, Ermetismo, Medioplatonismo, Oracoli caldaici, Neoplatonismo,
Gnosticismo, Padri Greci): galleria di ritratti e raccolta di testimonianze, In-
stitutum Patristicum Augustinianum («Studia Ephemeridis Augustinianum»,
133), Roma, 2013, pp. 21-25; inoltre, i saggi contenuti in Calabi (a cura di),
Arrhetos Theos. L’ineffabilità del primo principio nel Medio Platonismo, cit.
81
Cfr. Numenio, frr. 30; 33-37 des Places; Cronio, frr. 9-11 Leemans.
82
Oltre a Strabone I, 1, 1 (= Posidonio, fr. A124 Vimercati, T75 Edel-
stein-Kidd, T28, fr. 251a Theiler), già citato, cfr. anche Numenio, fr. 34 des
Places (i filosofi della natura chiamarono il Capricorno e il Cancro con il ter-
mine “Porte del Sole”, alludendo a Odissea XXIV, 12).
INTRODUZIONE 37

4. I capisaldi dottrinali del Medioplatonismo

In questo paragrafo non pretendo, naturalmente, di esaurire la


complessità e le sfaccettature del pensiero medioplatonico, ma
desidero piuttosto fornire un quadro generale di lettura delle
opere raccolte in questo volume, valorizzando i temi che ricor-
rono con maggior frequenza. Ulteriori precisazioni si ritrove-
ranno nelle presentazioni ai singoli autori ed opere, oltre che
nell’apparato di note83.

4.1. La teoria dei primi principi


La teoria dei tre principi – comprensiva anche della “teologia”,
secondo l’appellativo del Didaskalikos – è uno dei capisaldi del
Medioplatonismo, che, con qualche variante, trova sistemati-
ca applicazione fino agli immediati predecessori di Plotino84. I
tre principi sono comunemente identificati con dio, le Idee e la
materia, sebbene ciascun autore li declini poi a modo proprio.
L’origine immediata di questa teoria è difficilmente rinvenibile,
ma, benché essa possa risalire alla tradizione manualistica el-
lenistica, ne troviamo chiara attestazione per la prima volta in
Filone (ma si vedano anche le Lettere 58 e 65 di Seneca)85. Sin-
golarmente presi, i tre principi ricorrono nel Timeo, dove però
83
Alcune delle seguenti osservazioni sono state anticipate nella mia in-
troduzione a Dillon, I Medioplatonici, pp. 7-23; una sintesi su questi aspetti è
stata di recente fornita da Bonazzi, Il platonismo, pp. 83-109.
84
Cfr. Plutarco, Quaestiones convivales 720a-b (su cui, però, le perplessità
di F. Ferrari, Dio, idee, materia. La struttura del cosmo in Plutarco di Cheronea,
D’Auria, Napoli, 1995, pp. 242 ss.); Alcinoo, Didaskalikos VIII-XI; Apuleio,
De Platone et eius dogmate I, 190-193; Asclepius XIV-XV (Dio e la materia);
Aezio, Placita, pp. 287-288 Diels; Alessandro di Afrodisia in Simplicio, In
Aristotelis Physicam, p. 26, 10 ss. Diels.
85
Cfr. Filone, De opificio mundi 16-19; 23-25; su Seneca, cfr. G. Scarpat,
La Lettera 65 di Seneca, Paideia, Brescia, 19702; P. Donini, Le fonti medio-
platoniche di Seneca: Antioco, la conoscenza e le idee, in Id., Commentary and
Tradition, pp. 297-314; Id., Le scuole, l’anima, l’impero, pp. 190-196; Micha-
lewski, La puissance de l’intelligible, pp. 53 ss.; B. Inwood, Seneca, Plato and
Platonism, in Bonazzi-Helmig (eds.), Platonic Stoicism-Stoic Platonism, pp.
149-167; su questi e altri aspetti del pensiero senecano, cfr. ancora B. Inwood,
Reading Seneca. Stoic Philosophy at Rome, Oxford UP, 2005.
38 EMMANUELE VIMERCATI

le Idee sono oggetto di contemplazione da parte del demiurgo,


ma non il prodotto della sua attività pensante, e il “terzo gene-
re” non ha quel distinto carattere materiale che la tradizione
medioplatonica sovente gli attribuisce. Il ruolo delle Idee come
pensieri di dio sembra germinalmente attestato in Antioco86,
che pure si muove ancora in un contesto immanentistico, ed è
ormai consolidato in Filone, in cui il logos riveste, tra l’altro, il
ruolo di attività intellettiva e di parola creatrice di Dio, che si
esercita nella creazione del mondo su imitazione del cosmo no-
etico87. Entrambi questi casi, tuttavia, rivelano il debito di tale
teoria nei confronti della tradizione stoica, sebbene sia proprio
del Medioplatonismo l’aver posto tale attività eidopoietica in
un contesto di rinnovata e spiccata trascendenza, che è invece
estranea alla filosofia del Portico e, come pare, all’ultima Ac-
cademia. Il carattere materiale che la chôra del Timeo assume
nella tradizione platonica risale invece all’interpretazione che
Aristotele ne diede in due passi della Fisica e del De caelo88. Nel
complesso, la derivazione dei tre principi dal Timeo è rivelativa
dell’importanza che il tema cosmogonico rivestì nella letteratu-
ra medioplatonica, mentre la subordinazione delle Idee a dio
preannuncia l’ipostatizzazione dei piani ontologici della realtà,
che sarà poi una costante del Neoplatonismo.
La presentazione di dio è uno degli aspetti di maggior no-
vità nel Medioplatonismo, il quale si sforza di far coesistere, in
modo più o meno coerente, la trascendenza di dio e la sua atti-

86
Cfr., ad esempio, Cicerone, Academica posteriora VII, 28-VIII, 31; Ora-
tor 2, 8-3, 10; inoltre, Dillon, I Medioplatonici, pp. 131 ss.; G. Boys-Stones,
Antiochus’ metaphysics, in D. Sedley (ed.), The Philosophy of Antiochus, Cam-
bridge UP, 2012, pp. 220-236, in partic. pp. 230 ss.
87
Cfr. R. Radice, Platonismo e creazionismo in Filone di Alessandria, Vita e
Pensiero, Milano, 1989, pp. 229-309. Circa l’influsso della concezione filonia-
na sulla tradizione medioplatonica in senso stretto rimando invece a R. Radi-
ce, «Didaskalikos», 164, 29-30 e la probabile influenza di Filone di Alessandria,
in «Archivio di Filosofia», 61 (1993), pp. 45-63; Invernizzi, Il Didaskalikos di
Albino e il medioplatonismo, vol. I, pp. 87-100 (lo status delle Idee), 101-109
(le Idee come pensieri di dio).
88
Cfr. Aristotele, Fisica IV, 2, 209b11-12; De caelo III, 8, 306b17-19.
INTRODUZIONE 39

vità demiurgica, la sua natura di Essere-in-sé e il suo carattere


ineffabile, il suo essere Intelletto primo di matrice aristotelica
e la sua attività eidopoietica. In questa delicata conciliazione,
il versante più vicino al Pitagorismo insiste comprensibilmente
sull’irriducibile trascendenza di dio89, mentre quello più vicino
all’Aristotelismo predilige il suo ruolo di Intelletto primo, sulla
scorta del Motore immobile di Metafisica XII.
Il X capitolo del Didaskalikos contiene una celebre descri-
zione di dio; in un passo, in particolare, l’autore afferma: «Poi-
ché l’intelletto è migliore dell’anima, e dell’intelletto in potenza
è migliore quello in atto che pensa al contempo ed eternamente
tutte le cose90, e più bella di questo è la sua causa e ciò che
può esserci ancora al di sopra di queste realtà, questo sarà il
Primo dio, che è causa dell’eterna attività dell’intelletto di tutto
il cielo»91. Per sommi capi, le parole di Alcinoo sembrano qui
riferirsi a una tripartizione dei gradi del divino: rispettivamen-
te, l’anima (del mondo), l’intelletto del cielo (che è in potenza
o in atto) e il Primo dio (che è causa dell’intelletto del cielo).
Al Primo dio Alcinoo attribuisce connotati a prima vista con-
traddittori, che rivelano il carattere gestatorio della trattazione
medioplatonica del principio: infatti, se per un verso dio è In-
telletto primo che pensa se stesso e i suoi pensieri – sulla scorta
del Motore immobile aristotelico – ed egli stesso oggetto di in-
tellezione, per un altro verso egli è quasi ineffabile – come Pla-
tone aveva lasciato intendere in Timeo 28c. Questa complessa
natura di dio, secondo Alcinoo, può essere colta con tre diverse
procedure dialettiche, che vengono tradizionalmente qualifica-
te con il nome di via negationis, via analogiae e via eminentiae.
La prima anticipa la teologia negativa di ispirazione neoplato-
nica e rimanda alla necessità di sottrarre al principio qualsiasi

89
Ricavabile soprattutto da Platone, Timeo 28c (la difficoltà di rinvenire
il padre dell’universo e l’impossibilità di comunicarlo); Parmenide, 137c ss.
(l’ipotesi “se l’Uno è”); Repubblica VI, 508b (l’Idea del Bene).
90
”$PDQRZ`Q dovrebbe significare qui: “che abbraccia tutte le cose con un
unico sguardo”, ovvero “che coglie tutte le cose ‘in un colpo solo’”.
91
Cfr. Didaskalikos X, 2.
40 EMMANUELE VIMERCATI

determinazione; la seconda è invece ricalcata sul paragone tra


il Sole e l’Idea del Bene nel VI libro della Repubblica; mentre la
terza rimanda piuttosto ai gradi ascensivi verso il Bello nell’ero-
tica del Simposio92.
Un’analoga gerarchia del divino compare anche in Apuleio,
secondo il quale «della prima sostanza o essenza sono costituiti
il primo dio, la mente (mens), le forme delle cose e l’anima»,
da cui sembrerebbe tuttavia che le Idee siano correlate con il
secondo piano ontologico, la mens, e non direttamente con il
Primo dio, come in Alcinoo93.
Non sorprende, invece, che un senso di maggior trascenden-
za del Primo dio si respiri sul versante pitagorico e religioso
del Platonismo, specialmente in Eudoro, Filone, Numenio e
nell’Asclepius. L’originalità della tesi di Eudoro consiste soprat-
tutto nell’aver tentato una conciliazione tra l’approccio moni-
stico e quello dualistico, subordinando il tradizionale binomio
pitagorico monade-diade a un Uno primigenio, “dio supremo”
(hyperanô theos) e principio di tutte le cose94. I frammenti di
Numenio, invece, non sono sempre facilmente conciliabili tra
loro, perché a tratti essi definiscono il Primo dio come Esse-
re-in-sé (autoon) e come “Colui che è” – collocandolo dunque
in un contesto ontologico95 –, mentre altre volte essi lo iden-
tificano con il Bene della Repubblica, anteponendolo, così, al
demiurgo e dotandolo di uno status privilegiato96. Quale che sia
la condizione del principio, Numenio sembra tuttavia ammet-
tere l’esistenza di un Primo dio, il Padre, trascendente e scevro
da ogni contatto con la materia, e di un Secondo dio, agente

92
Cfr., rispettivamente, Platone, Repubblica VI, 508a-c; Simposio 210a ss.
93
Su questi aspetti segnalo anche Michalewski, La puissance de l’intelligi-
ble, pp. 63-65 (Apueio), 66-67 (Alcinoo); Donini, Le scuole, l’anima, l’impero,
pp. 106-109; Invernizzi, Il Didaskalikos di Albino e il medioplatonismo, vol. I,
pp. 31-42 (i tre principi), 43-53 (i procedimenti per cogliere dio).
94
Cfr. Eudoro, frr. 3-5 Mazzarelli.
95
Cfr. Numenio, frr. 13; 17 des Places.
96
Cfr. Numenio, frr. 16; 18-19 des Places. Questa ipotesi differisce da
quella di Attico, secondo il quale il demiurgo platonico coincide con il Bene
della Repubblica (cfr. fr. 12 des Places).
INTRODUZIONE 41

demiurgico e produttore del cosmo97. In un noto frammento,


poi, l’Apamense afferma che «il Secondo dio e il Terzo sono
uno solo», e che la loro separazione dipende dal contatto con
la materia, la quale – come affiora anche dal fr. 52 des Places –
non è un mero soggetto neutrale, ma agisce attivamente – e ne-
gativamente – sulla natura stessa del Secondo dio, violandone
l’unità originaria98. Questo carattere attivamente malvagio della
materia è invece assente nella tradizione più fedele all’Aristo-
telismo, la quale, come nel caso del Didaskalikos99, tiene fermo
il carattere passivo e sostanzialmente neutrale del sostrato ma-
teriale. Il mondo del divino, pertanto, in Numenio sembrereb-
be articolato su tre piani: il “Padre” (patêr), cioè il Primo dio
trascendente, il “Produttore” (poiêtês), cioè il dio demiurgico,
e il “Prodotto” (poiêma), cioè il cosmo, che è contaminato di
materia. Riprendendo il Timeo platonico, in questo l’Apamense
anticipa però le tre ipostasi plotiniane100.

4.2. L’anima del mondo e la demonologia


La rilevanza dell’anima del mondo dipende, a sua volta, dalla
centralità del tema della “generazione” del cosmo, che sarebbe
impossibile senza l’esistenza di un’anima, dall’urgenza di giusti-
ficare la conoscenza degli intelligibili101, oltre che dalla progres-
siva gerarchizzazione dei piani ontologici, all’interno dei quali
l’anima cosmica gioca un significativo ruolo di mediazione. A
questo stesso ruolo, oltre che a un retaggio del mondo religio-

97
Cfr. Numenio, frr. 12; 21 des Places. Su questi aspetti segnalo, tra gli
altri, J. Halfwassen, Geist und Selbstbewußtsein. Studien zu Plotin und Nu-
menios, Franz Steiner, Stuttgart, 1994, pp. 36 ss.; E. Di Stefano, La Triade
divina in Numenio di Apamea. Un’anticipazione della teologia neoplatonica,
CUECM, Catania, 2010, pp. 31-68.
98
Cfr. Numenio, fr. 11 des Places.
99
Cfr. Didaskalikos VIII.
100
Su questo, ancora, Donini, Le scuole, l’anima, l’impero, pp. 142-146; di
recente, segnalo C.S. O’Brien, The Demiurge in Ancient Thought. Secondary
Gods and Divine Mediators, Cambridge UP, 2015, pp. 139-158.
101
L’anima cosmica, infatti, è fonte di tutte le anime (cfr. Apuleio, De
Platone et eius dogmate I, 199).
42 EMMANUELE VIMERCATI

so, risponde anche la rivalutazione dei demoni, frequentemente


attestata nella letteratura medioplatonica.
Nel Didaskalikos, in particolare, l’anima cosmica è presenta-
ta come un’entità eterna, non generata, ma ordinata dal demiur-
go, il quale la risveglierebbe dal proprio torpore, destandola a
contemplare gli intelligibili, affinché essa ne accolga le forme.
In ciò, si potrebbe dire, consiste il suo essere stata “prodotta”.
In tal modo, essa avviluppa la totalità del cosmo, determinan-
done il movimento ordinato e il trascorrere del tempo, che –
come per Platone – è un’immagine mobile dell’eternità102.
La demonologia medioplatonica, invece, è ben attestata so-
prattutto in Plutarco e in Apuleio, entrambi autori, tra l’altro,
di un’opera dedicata al daimonion socratico, sul quale tornò an-
che Massimo di Tiro in un paio di orazioni103. Apuleio, in par-
ticolare, definisce i demoni come «esseri viventi di specie ani-
mata, dotati di ragione, di un’anima soggetta a passioni, di un
corpo aereo, di vita eterna. Di queste cinque prerogative che ho
ricordato, le prime tre sono in comune con noi, la quarta è loro
propria, l’ultima è in comune con gli dèi immortali, dai quali
però differiscono perché, a differenza di questi ultimi, essi sono
soggetti a passioni»104. Tra le diverse tipologie di demoni, poi, il
Madaurense menziona le anime (considerate come demoni già
da Platone e dalla tradizione orfica)105 e i “geni” familiari della
tradizione romana (genius, lemur, lar, larva)106.

4.3. La materia e la “generazione” del cosmo


Quello della materia è un tema piuttosto delicato, perché da
esso dipendono, tra l’altro, la comprensione del dualismo me-
dioplatonico, il significato di “generazione” del cosmo e, in
qualche caso (Numenio, ad esempio), anche la giustificazione

102
Cfr. Didaskalikos XIV, 3; Platone, Timeo 37d.
103
Plutarco è autore del De genio Socratis; Apuleio scrive il De deo Socra-
tis; le orazioni di Massimo sono le nn. 8-9 Trapp (Chi è il demone di Socrate?).
104
Cfr. Apuleio, De deo Socratis 148.
105
Cfr. Platone, Timeo 90a; Fedone 107d; Repubblica X, 617e; 620d-e.
106
Cfr. Apuleio, De deo Socratis 150 ss.; sulla demonologia di Apuleio
segnalo Moreschini, Storia del pensiero cristiano tardo-antico, pp. 37-44.
INTRODUZIONE 43

del male. Si riscontra innanzitutto che la tradizione mediopla-


tonica, seppur con qualche differenza al suo interno, non perce-
pì un sostanziale conflitto tra la definizione del “terzo genere”
nel Timeo107 come spazialità (chôra), ricettacolo (hypodochê) e
materiale da impronta (ekmagheion), e quella aristotelica della
causa materiale come hyle, un termine che, com’è noto, Pla-
tone non usa in accezione tecnica e che è invece applicato da
Aristotele alla lettura del testo platonico108. Pur accogliendo
l’identificazione tra la chôra e la hyle, alcuni autori si mostra-
no più fedeli all’interpretazione aristotelica della materia, della
quale ricordano il carattere recettivo della forma, mentre altri
rimarcano piuttosto lo stato di caotica agitazione in cui il ricet-
tacolo platonico si troverebbe prima dell’intervento ordinatore
del demiurgo. A ben vedere, la differenza tra le due letture non
è da poco, perché, se la prima rileva soprattutto la neutralità
della materia e, con essa, il suo stato di potenziale passività, la
seconda non può non contemplare una qualche forma di movi-
mento originario nel ricettacolo, il quale, dunque, non sarebbe
puramente passivo, né neutrale.
Il primo caso ci è attestato soprattutto nel Didaskalikos109,
che ricorda l’amorfa natura di sostrato della materia, priva di fi-
gura e di qualità, e il suo potenziale carattere corporeo; il secon-
do caso, invece, ricorre in autori come Plutarco, Attico e Nu-
menio110, i quali, per giustificare l’archetipico moto irrazionale

107
Cfr. 49a-52d.
108
Il termine hylê compare in Timeo 69a6; cfr. inoltre, Aristotele, Fisica IV,
2, 209b11-12; De caelo III, 8, 306b17-19; si veda, infine, M. Migliori, Ontolo-
gia e materia. Un confronto tra il Timeo di Platone e il De generatione et cor-
ruptione di Aristotele, in M. Migliori (a cura di), Gigantomachia. Convergenze
e divergenze tra Platone e Aristotele, Morcelliana, Brescia, 2002, pp. 35-104,
in partic. pp. 69-71.
109
Cfr. cap. VIII.
110
Cfr., ad esempio, Plutarco, De animae procreatione in Timaeo 1014D-E;
1015E; 1027A (la presentazione della materia in Plutarco, tuttavia, differisce a
seconda delle opere; su questo cfr., ad esempio, Ferrari, Dio, idee, materia, pp.
81 ss.); Attico, frr. 23; 26 des Places; Numenio, fr. 52 des Places; inoltre, E. Vi-
mercati, La materia e il male in Numenio di Apamea, «Filosofia e Teologia», 26
(2012), pp. 77-92; F. Jourdan, Materie und Seele in Numenios’ Lehre vom Übel
44 EMMANUELE VIMERCATI

della materia attestato nel Timeo (52e), ricorrono a un’anima


malvagia, a cui Platone sembrerebbe alludere in un passo delle
Leggi111. Il principio psichico connaturato alla materia sareb-
be, così, all’origine del movimento di quest’ultima112, mentre lo
stato caotico del moto dipenderebbe dalla natura irrazionale o
malvagia dell’anima che lo determina.
Fermo restando che entrambe queste posizioni attestano la
coeterna convivenza del principio materiale accanto a quello
intelligente e a quello intelligibile, nel secondo caso la materia
non si limita a ricevere passivamente le forme, ma, almeno in
Numenio, essa reagisce, ostacolando l’operato di dio – il quale,
dunque, sembra non completare la propria azione ordinatrice –
e provocando in lui una scissione, generatrice del Secondo dio e
del Terzo – rispettivamente, il demiurgo e il cosmo stesso.
L’interpretazione monistica, invece, secondo cui dio o l’Uno
è anche generatore del principio diadico, nella tradizione me-
dioplatonica è minoritaria, essendo prospettata soltanto dagli
autori più legati alla tradizione pitagorica – soprattutto Eudo-
ro –, i quali sono però oggetto di critica da parte dello stesso
Numenio, egli pure Pitagorico.
È inutile dire, poi, che, in molti casi, la presentazione ter-
minologica e concettuale della materia passò attraverso il filtro
delle filosofie ellenistiche – specialmente lo Stoicismo – e, qual-
che volta, di Filone di Alessandria113.
Qualche differenza si riscontra anche a proposito dell’inter-
pretazione della “generazione” del cosmo, che dipende innan-

und Bösen, in F. Jourdan-R. Hirsch-Luipold (Hrsg.), Die Wurzel allen Übels.


Vorstellungen über die Herkunft des Bösen und Schlechten in der Philosophie
und Religion des 1.-4. Jahrhunderts, Mohr Siebeck, Tübingen, 2014, pp. 133-
210; Jourdan F., La matière à l’origine du mal chez Numénius (fr. 52 des Places,
Calcidius; cf. fr. 43 des Places, Jamblique), «Philosophie antique», (2014), pp.
185-235; O’Brien, The Demiurge in Ancient Thought, pp. 158-167.
111
Cfr. X, 896d-e.
112
Cfr. Platone, Fedro 245c ss.
113
Come ho cercato di mostrare in E. Vimercati, La materia nel Didaska-
likos di Alcinoo (Cap. VIII), in L.M. Napolitano Valditara (a cura di), La sa-
pienza di Timeo. Riflessioni in margine al ‘Timeo’ platonico, Milano, Vita e
Pensiero, 2007, pp. 431-460, in partic. pp. 442-444.
INTRODUZIONE 45

zitutto dal significato che si volle attribuire all’aggettivo genêtos,


ovvero al verbo gegonen, impiegato da Platone nel Timeo
(28b7). La polivocità di genêtos non è facilmente riproducibile
in italiano, sicché in sede di traduzione ho di norma preferito
tradurre il termine con il più letterale “generato”, posto tra vir-
golette, evitando così arbitrarie connotazioni e delegando ogni
possibile spiegazione in sede interpretativa, che può variare a
seconda dei singoli passi114. L’urgenza di intendere il dettato del
testo platonico – specialmente nel significato del verbo gigno-
mai – fu percepita sin dagli Accademici antichi, i quali si posero
innanzitutto la questione se il cosmo sia stato “generato” nel
tempo, oppure no115. L’interpretazione medioplatonica preva-
lente attribuisce alla descrizione platonica della cosmogenesi un
carattere simbolico, ovvero didascalico: il cosmo sarebbe stato
“generato” non nel senso che vi è stato un momento in cui esso
non era, ma nel senso che esso è causato. Si tratterebbe, dun-
que, di una “generazione” ab aeterno116.
L’interpretazione “cronologica” della cosmogenesi, invece,
è propugnata da autori quali Plutarco, Attico e Arpocrazione,
talora per motivazioni di carattere religioso: secondo Attico,
infatti, negare l’effettiva produzione del cosmo da parte del

114
In particolare, ho per lo più evitato di tradurre genêtos con l’italiano
“venuto all’essere”, che mi pare poco perspicuo, se non addirittura fuor-
viante.
115
Cfr. i già citati passi di Aristotele, De caelo I, 10, 279b32 ss. (= Speu-
sippo, fr. 94 Isnardi Parente, fr. 61a Tarán; cfr. anche il frammento succes-
sivo, 95 Isnardi Parente, 61b Tarán); Plutarco, De animae procreatione in
Timaeo 1013A-B; Proclo, In Timaeum I, 76, 1-2; 277, 8 Diehl (su Crantore);
Simplicio, In Aristotelis De Caelo 303, 34-304, 16 (= Senocrate, fr. 74 Isnar-
di Parente-Dorandi); inoltre, PA, V, 1998, pp. 373 ss., 426-436; M. Baltes,
Gegonen (Platon, Tim. 28b7). Ist die Welt real entstanden oder nicht?, in K.A.
Algra-P.W. van der Horst-D.T. Runia (eds.), Polyhistor. Studies in the histo-
ry and historiography of ancient philosophy presented to Jaap Mansfeld on his
sixtieth birthday, Brill, Leiden, 1996, pp. 76-96; Id., Die Weltentstehung des
platonischen Timaios nach den antiken Interpreten, Teil I, Brill, Leiden, 1976.
116
Cfr., ad esempio, Eudoro, fr. 6 Mazzarelli; Albino, 12 T Gioè; Calveno
Tauro, 25 T-28 T (?) Gioè; Severo, 6 T-8 T Gioè; Didaskalikos XIV, 3; Celso
in Origene, Contro Celso I, 19.
46 EMMANUELE VIMERCATI

demiurgo significherebbe minacciare la presenza della prov-


videnza divina nel cosmo, il che sarebbe stato segno di em-
pietà117.
Per risolvere questo spinoso problema, Tauro – nella testi-
monianza di Filopono118 – distingue quattro significati del ter-
mine genêtos: “generato” si dice infatti 1) di ciò che, anche se
di fatto non è generato, «ricade nello stesso genere delle cose
generate», così come possiamo dire che una cosa è visibile an-
che se non l’abbiamo effettivamente vista; 2) di «ciò che teori-
camente è composto», anche se in realtà non è composto, come
ad esempio un accordo musicale, in cui si può ritrovare la ten-
sione fra l’acuto e il grave; 3) di ciò che è in perenne divenire; 4)
di ciò la cui esistenza deriva dall’esterno, cioè da una causa – nel
caso del cosmo, da dio.
Proprio quest’ultima interpretazione, mi pare, dovette rive-
stire una qualche importanza nel dibattito medioplatonico119.

4.4. L’etica
Non è forse troppo riduttivo affermare che i motivi guida dell’e-
tica medioplatonica furono due: quello dell’assimilazione a dio
(la homoiôsis theô) e quello della moderazione delle passioni (la
metriopatheia). L’“assimilazione a dio, nel limite del possibile”,
risaliva a un noto passo del Teeteto di Platone (176b), che veni-
va ritenuto concorde con l’insegnamento di Pitagora e, prima
ancora, con quello di Omero120. La moderazione delle passioni,
invece, risentiva del dibattito accademico e aristotelico, il quale,
accanto al primato delle virtù come beni psichici, aveva accolto
anche i beni corporei e quelli esterni in vista della felicità, tra

117
Cfr., ad esempio, Arpocrazione, 21 T Gioè; Attico, frr. 3-4; 23 des Pla-
ces; si veda anche la lettura di Filone, De opificio mundi 7-9, naturalmente a
commento del testo biblico.
118
Cfr. Calveno Tauro, 23 F Gioè.
119
Sulla cosmologia medioplatonica segnalo il lavoro di C. Köckert, Chri-
stliche Kosmologie und kaiserzeitliche Philosophie, Mohr Siebeck, Tübingen,
2009, in partic. pp. 7-174.
120
Cfr. Eudoro, fr. 25 Mazzarelli.
INTRODUZIONE 47

i quali il piacere e l’amicizia121. La tripartizione dei beni, infat-


ti, è accolta anche in ambito medioplatonico, accanto ad altre
classificazioni, tra cui quella in “beni divini” e “beni umani”,
che potrebbe risentire anche del dibattito ellenistico, e special-
mente mediostoico, sul contributo di alcuni indifferenti in vista
della felicità122.
Se Antioco ed Eudoro sembrano non di rado dipendere dal
contesto etico ellenistico123, il motivo dell’assimilazione a dio
e quello della metriopatheia, si giocavano in chiave pitagori-
ca e antistoica124, perché lo sradicamento delle passioni, cioè
il conseguimento dell’apatheia, era considerato un’operazione
non possibile, né, tantomeno, auspicabile. Le passioni, così,
tornavano a giocare un ruolo positivo nella costituzione della
persona e non erano più considerate, soltanto o principalmen-
te, come sorgenti di vizio125. Anche l’approccio alle virtù segna
un parziale distacco dal Portico, perché, se il loro essere intese
come “disposizioni” e la loro interdipendenza sono attestate sia
nella filosofia stoica126, sia in quella medioplatonica127, quest’ul-
tima solitamente nega che la virtù sia riducibile a scienza e che
essa sia autosufficiente in vista della felicità – due tesi centrali
dello Stoicismo e debitrici del magistero socratico128. La stes-

121
Cfr., ad esempio, Didaskalikos XXVIII; Apuleio, De Platone et eius
dogmate II, 237 ss.
122
Cfr. Eudoro, frr. 29-32 Mazzarelli; Didaskalikos XXVII; inoltre, Dioge-
ne Laerzio VII, 127-128 (su Panezio e Posidonio). Sul dibattito mediostoico,
anche in relazione alla tradizione platonico-aristotelica, segnalo E. Vimercati,
L’etica di Panezio e la tradizione classica, «Philosophia», 40 (2010), pp. 338-376.
123
Stoico, in particolare: cfr. Dillon, I Medioplatonici, pp. 160-164.
124
Il tema della metriopatheia è particolarmente sviluppato da Plutarco
nel De virtute morali; di recente, cfr. J. Dillon, Plutarch and Platonism, in
Beck (ed.), A Companion to Plutarch, pp. 61-72, in partic. pp. 62-63; Id., I
Medioplatonici, pp. 231 ss.
125
Cfr., ad esempio, Didaskalikos XXXII-XXXIII.
126
Cfr., ad esempio, SVF I, 202; III, 197-198; 262; 295-304.
127
Cfr., ad esempio, Didaskalikos XXIX; Apuleio, De Platone et eius dog-
mate II, 228.
128
Cfr. SVF III, 49-67; 256-257; 260; F. Alesse, La Stoa e la tradizione so-
cratica, Bibliopolis, Napoli, 2000, pp 243-249, 339-343.
48 EMMANUELE VIMERCATI

sa definizione di virtù come “disposizione”, d’altronde, era di


origine aristotelica129, sicché anche il debito nei confronti dello
Stoicismo sembra in realtà risalire più addietro.
Una questione non trascurabile nell’etica medioplatonica è
quella che concerne il destino (heimarmenê; fatum). L’impor-
tanza di questo tema dipese forse da due esigenze: quella di giu-
stificare la provvidenza di dio nel cosmo e, al contempo, quella
di lasciare spazio al libero arbitrio dell’uomo, cioè alla sua re-
sponsabilità morale. A questi due quesiti il Medioplatonismo
dovette giungere sospinto dalla riflessione stoica, la quale aveva
richiamato l’urgenza di una spiegazione “scientifica” della real-
tà – riconducibile, cioè, a una precisa catena causale –, che fosse
tuttavia compatibile con l’autonomia dell’agire umano. Proprio
gli Stoici, del resto, avevano intrecciato a filo doppio il tema
del destino con quello della provvidenza divina. Alla luce delle
critiche a cui il determinismo stoico era andato incontro – ben
attestate, ad esempio, nel De fato di Alessandro di Afrodisia
–, si poneva dunque il problema di giustificare ciò che i mo-
derni usano chiamare “compatibilismo”, il quale veniva ricon-
dotto allo stesso Platone. Afferma infatti Alcinoo che, secondo
Platone, «tutto è inscritto nel destino e, tuttavia, non tutto è
predestinato»130. L’immagine del destino come legge, attestata
nel Didaskalikos e in Apuleio, rende l’idea di che cosa i Medio-
platonici intendessero con quel concetto: non una normativa
dispotica e capillare a cui l’anima si troverebbe sottomessa, ma
una disposizione di ordine generale che lascia all’anima il pote-
re di decidere “ciò che dipende da lei”, ma che, al contempo,
ne stabilisce le inevitabili conseguenze131. Apuleio si spinse così
ad articolare due forme di provvidenza, una dipendente diret-
tamente da dio, l’altra in potere degli dèi generati, responsabili
dell’applicazione della volontà del Padre nel cosmo132.

129
Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea II, 5-6, 1105b19 ss.
130
Cfr. Alcinoo, Didaskalikos XXVI, 1, p. 179, 1 ss. Hermann.
131
Cfr. ibidem; Apuleio, De Platone et eius dogmate I, 205-207.
132
Su questi aspetti dell’autonomia morale segnalo il recente volume mi-
scellaneo curato da P. Destrée-R. Salles-M. Zingano (eds.), What is up to us?
INTRODUZIONE 49

4.5. La logica
L’importanza della logica in età medioplatonica dipese, in par-
te, dalla riscoperta degli esoterici di Aristotele e, con essi, delle
opere catalogate nell’Organon, e, in parte, dall’eredità del di-
battito ellenistico, specie sul criterio di verità.
Circa il primo aspetto, due temi assumono particolare rilie-
vo: il dibattito sulle categorie e la teoria del sillogismo. Le cate-
gorie di Aristotele furono presto oggetto di una serrata critica
da parte di molti interpreti medioplatonici, i quali rinfacciarono
allo Stagirita un’articolazione disorganica o insufficiente, rivol-
gendogli obiezioni molto puntuali, tanto da essere qualche vol-
ta cavillose e persino un poco speciose. Al di là dei dettagli dei
singoli casi, sembra che le critiche contro Aristotele avessero
un motivo di fondo: la convinzione, cioè, che le categorie ri-
guardassero per lo più gli enti sensibili, e non quelli intelligibi-
li, i quali, invece, sfuggirebbero alla classificazione aristotelica.
Questa convinzione perdura ancora nelle Enneadi di Plotino
(VI, 1-3)133.
Se, da un lato, tale persuasione escludeva che le categorie
potessero interferire nell’esegesi di Platone o metterne in dub-
bio le conclusioni, dall’altro ciò non impediva preventivamente
una loro assunzione per meglio spiegare una parte della realtà
– appunto quella che ricade sotto i sensi. Tale assunzione diven-
ne però sistematica soprattutto con Porfirio, il quale, più che
contrapporre Platone e Aristotele, si muoverà nella direzione
di una loro sintesi.
La teoria del sillogismo, sebbene formalmente attestata
nell’Organon, venne fatta risalire a Platone e inserita nel con-
testo della sua dialettica – non senza un’influenza stoica, anche
in questo caso. Le due presentazioni più chiare di tale teoria

Studies on Agency and Responsibility in Ancient Philosophy, Academia Verlag,


Sankt Augustin, 2015; inoltre, A. Magris, Destino, provvidenza, predestinazi-
one. Dal mondo antico al cristianesimo, Morcelliana, Brescia, 2008, pp. 425 ss.
133
Cfr., tra gli altri, R. Chiaradonna, Sostanza, movimento, analogia. Plo-
tino critico di Aristotele, Bibliopolis, Napoli, 2002; Moraux, L’Aristotelismo
presso i Greci, Volume secondo, tomo 2: Gli Aristotelici nei secoli I e II d.C.,
pp. 88-96, 100-131; L.P. Gerson, Aristotle and Other Platonists, pp. 76 ss.
50 EMMANUELE VIMERCATI

compaiono nel VI capitolo del Didaskalikos e nel Peri hermene-


ias attribuito ad Apuleio. Queste presentazioni, e specialmente
quella apuleiana, risentono non di rado dell’elaborazione logi-
ca stoica e, così perfezionate, dovettero fungere da importante
premessa al dibattito logico nella tarda antichità e nell’alto me-
dioevo.
Un secondo aspetto di rilievo nella logica medioplatoni-
ca è la riflessione sulla teoria della conoscenza e sul criterio
di verità, che aveva già animato il dibattito ellenistico. Ne
abbiamo traccia, fra l’altro, in alcune opere di Plutarco e di
Galeno134, nella sezione conclusiva – per come ci è pervenu-
ta – dell’anonimo Commentario al Teeteto e nel IV capitolo
del Didaskalikos. Proprio il Didaskalikos è di particolare in-
teresse per comprendere l’approccio tenuto da alcuni autori
medioplatonici nei confronti della filosofia stoica, in questo
caso a proposito della teoria delle nozioni naturali (physikai
ennoiai). Alcinoo, infatti, interpreta tali nozioni nel contesto
della teoria platonica della reminiscenza, identificandole con
la memoria che l’anima incarnata ha delle Idee, contemplate
intellettualmente quando essa era separata dal corpo. In tal
modo, pur mantenendo il ruolo di criterio di giudizio, le no-
zioni naturali vengono inserite in un quadro dottrinale ben
diverso da quello originario, che era stoico: esse, cioè, ven-
gono assunte nel sistema platonico e chiamate a fondare la
dottrina epistemologica dell’innatismo135. A completamento
di questo processo di assimilazione, nel capitolo successivo
Alcinoo chiama in causa la teoria dell’induzione, interpretata
secondo canoni aristotelizzanti, la quale avrebbe il compito di
suscitare le nozioni naturali, cioè di risvegliare il ricordo delle
Idee nell’anima ormai incarnata136. Questo procedimento ope-
rato da Alcinoo rivela l’impiego di un linguaggio ormai franco

134
In modo particolare, e rispettivamente, il De communibus notiitis ad-
versus Stoicos e il De placitis Hippocratis et Platonis – due opere che, non
casualmente, si confrontano con le posizioni degli Stoici.
135
Cfr. Didaskalikos IV, 6.
136
Cfr. ibidem V, 7.
INTRODUZIONE 51

nella filosofia – in questo caso, il concetto stoico di “nozione


naturale” –, del quale si ricorda l’impiego originario, ma che
viene strumentalmente e coscientemente piegato a servire a
uno scopo diverso, cioè metafisico137.

5. I criteri della presente raccolta

Una volta illustrati alcuni capisaldi dottrinali del Medioplatoni-


smo, si tratta ora di definirne gli estremi cronologici e, per così
dire, la cartografia degli autori. Beninteso, per quasi tutti gli stu-
diosi il pensiero di Plotino e, prima di lui, quello di Ammonio
Sacca – per quanto per sappiamo –, rappresenta un punto di
svolta nella tradizione platonica, tale, cioè, da poter essere con-
siderato come l’inizio di una nuova e, forse, più definita stagio-
ne. Viceversa, circoscrivere il “Medioplatonismo” è un’impresa
ardua, per una molteplicità di fattori.
In primo luogo, la nascita del “Platonismo” non dipese da
un atto fondativo – come fu, ad esempio, l’apertura dell’Acca-
demia –, ma si costituì sotto forma di processo, cioè in modo
graduale e, talora, disomogeneo. Stabilire quando far iniziare
tale processo e chi ne si stato il promotore non è cosa semplice.
Di norma, tuttavia, una volta superata la stagione del “pam-
posidonismo”, durante la quale si erano volute vedere tracce
embrionali di Platonismo già nel filosofo apamense138, oggi gli
studiosi sembrano per lo più orientati su due autori: Antioco di

137
Su questo segnalo, ad esempio, R. Chiaradonna, Platonismo e teoria della
conoscenza stoica tra II e III secolo d.C., in Bonazzi-Helmig (eds.), Platonic Stoi-
cism-Stoic Platonism, pp. 209-241, in partic. pp. 209-215; inoltre, G. Boys-Sto-
nes, Alcinous, Didaskalikos 4: in Defence of Dogmatism, in Bonazzi-Celluprica
(a cura di), L’eredità platonica. Studi sul platonismo da Arcesilao a Proclo, pp.
201-234. Sulla teoria della conoscenza nel Didaskalikos ricordo ancora Inver-
nizzi, Il Didaskalikos di Albino e il medioplatonismo, vol. I, pp. 17-30.
138
Cfr., ad esempio, W. Jaeger, Nemesios von Emesa. Quellenforschungen
zum Neuplatonismus und seinen Anfängen bei Poseidonios, Weidmann, Ber-
lin, 1914; Theiler, Die Vorbereitung des Neuplatonismus, cit.; inoltre, la discus-
sione in Dillon, I Medioplatonici, pp. 146-152.
52 EMMANUELE VIMERCATI

Ascalona ed Eudoro di Alessandria139. In entrambi i casi, come


si vede, la nascita del Platonismo viene ricondotta alla chiusura
dell’Accademia o agli anni che ne seguirono.
A questa prima difficoltà – fissare un terminus post quem
– se ne aggiunge una seconda, cioè che tanto Antioco, quanto
Eudoro ci sono pervenuti in forma largamente frammentaria,
sicché la nostra conoscenza del loro pensiero è insufficiente
per trarre conclusioni definitive su molte questioni. Allo sta-
to attuale, dunque, il primo filosofo di respiro medioplatonico
sul quale siamo adeguatamente informati continua a rimanere
Filone di Alessandria, nel quale, tuttavia, la filosofia platonica
è funzionale all’esegesi biblica – dunque, può presentare diffor-
mità rispetto sia all’insegnamento di Platone, sia al mainstream
del Medioplatonismo –, e, nel quale, d’altra parte, alcuni assi
portanti della filosofia medioplatonica appaiono già consolida-
ti, senza che sia facile intuirne l’origine storica.
In terzo luogo, va osservato che, per certi versi, in età impe-
riale il Platonismo era divenuto una sorta di filosofia “ecume-
nica”, alla quale venivano educati molti intellettuali che si av-
viavano alla vita pubblica140. Non sorprende, dunque, rinvenire
139
Senza trascurare Varrone, che risente della riflessione di Antioco e che
pure gioca un suo ruolo nel dibattito culturale del I secolo a.C., e del quale
siamo informati soprattutto attraverso Cicerone (negli Academica) e Agostino
(soprattutto nel XIX libro del De civitate Dei). Mi pare tuttavia che l’impatto
diretto della riflessione di Varrone sulla tradizione medioplatonica successiva,
specialmente su quella alessandrina, sia minoritario, rispetto a quello eserci-
tato da Antioco e da Eudoro; cfr., di recente, D. Blank, Varro and Antiochus,
in Sedley (ed.), The Philosophy of Antiochus, pp. 250-289. L’edizione di riferi-
mento per i frammenti di Antioco rimane quella curata da H.J. Mette, Philon
von Alexandria und Antiochos von Askalon, «Lustrum», 28-29 (1986-1987),
pp. 9-63.
140
Per definire questi intellettuali, spesso aderenti alla Seconda Sofistica, si
sono usati termini quali pepaideuomenoi (“eruditi”, “intellettuali” o “uomini
di cultura”), Popularphilosophen o Halbphilosophen: cfr., ad esempio, G. An-
derson, The Pepaideuomenos in Action: Sophists and their Outlook in the Ear-
ly Empire, in ANRW, II, 33, 1 (1989), pp. 79-208; C. Moreschini, Aspetti della
cultura filosofica negli ambienti della Seconda Sofistica, ibidem, II, 36, 7 (1994),
pp. 5101-5133; inoltre, M. Trapp, The Role of Philosophy and Philosophers in
the Imperial Period, in Beck (ed.), A Companion to Plutarch, pp. 43-57.
INTRODUZIONE 53

tracce della dottrina platonica in autori che si siano dedicati agli


studi di filologia, all’arte letteraria o a quella retorica – tra cui
Apuleio, Aulo Gellio, Massimo di Tiro, Erode Attico e Longi-
no –, così da fare del Platonismo un fenomeno assai magmatico
e ramificato. Ciò non ci autorizza, tuttavia, a considerare come
“platonici” in senso stretto tutti gli autori e gli scritti in cui si-
ano rinvenibili notizie sulla filosofia platonica o che possano
fungere da fonti sul pensiero medioplatonico.
Ancora, come ho osservato in precedenza, molti autori di
ambito religioso attingono alla filosofia platonica per fondare
la loro fede, ovvero intrecciano le verità filosofiche con quelle
religiose, come fossero un tutt’uno, non di rado subordinando
le prime alle seconde; tra costoro si segnalano alcuni autori cri-
stiani – Giustino, Ippolito e Clemente, tra gli altri141 –, alcuni
di matrice gnostica – tra cui Valentino e Basilide142 – e, tra le
opere, gli Oracoli Caldaici. In più di un caso, dunque, non è
facile distinguere con nettezza la filosofia dalla religione o dalla
teologia, sebbene il principio di subordinazione della prima alle
seconde possa fungere da utile criterio discriminante.
Infine, va ricordato che, anche all’interno della filosofia in
senso stretto, il confine tra le diverse scuole è spesso fluttuante:
le opere De fato di Alessandro di Afrodisia e dello pseudo-Plu-
tarco, ad esempio, furono importanti anche per il dibattito pla-
tonico sul libero arbitrio, così come furono strette le relazioni
tra il Pitagorismo e il Platonismo imperiali – specialmente in
Moderato di Gades, Nicomaco di Gerasa e Numenio di Apa-

141
Cfr., ad esempio, C. Moreschini, Storia della filosofia patristica, Mor-
celliana, Brescia, 20052, pp. 65 ss., 100 ss. Id., Storia del pensiero cristiano tar-
do-antico, pp. 235-247, 296-308, 159-171; Dillon, I Medioplatonici, pp. 452-
456; sul Platonismo di Giustino segnalo, ad esempio, G. Girgenti, Giustino
martire. Il primo cristiano platonico, Presentazione di C. Moreschini, Vita e
Pensiero, Milano, 1995; G. Girgenti (a cura di), Giustino, Apologie, Rusconi,
Milano, 1995.
142
Cfr. ibidem, pp. 37 ss., 48 ss.; G. Chiapparini, Valentino gnostico e pla-
tonico. Il Valentinianesimo della “Grande notizia” di Ireneo di Lione: fra esegesi
gnostica e filosofia medioplatonica, Vita e Pensiero, Milano, 2012; Moreschini,
Storia del pensiero cristiano tardo-antico, pp. 284-287.
54 EMMANUELE VIMERCATI

mea. Un discorso analogo andrebbe fatto anche per gli autori


di opere matematiche o scientifiche, quali Teone di Smirne o
Galeno, nei quali il Platonismo si interseca fittamente con il Pi-
tagorismo o con discipline quali la matematica, la musica, l’a-
stronomia e la medicina, tra le altre143.
Come si vede, dunque, in senso lato il Platonismo imperiale
costituisce una galassia di autori vasta ed eterogenea, nella qua-
le non è facile orientarsi, specie se si vuole evitare il rischio di
ritenere che “tutto sia Platonismo”. In funzione della presente
raccolta, dunque, bisognava stabilire un canone orientativo di
massima, che potesse fungere da punto di partenza per ogni
eventuale innesto successivo. In qualche modo, si rendeva ne-
cessario fissare una soglia minima di filosofi che potessero esse-
re considerati “Medioplatonici”, tali, cioè, da rientrare in una
raccolta compatta, che non voglia essere né troppo riduttiva,
né onnicomprensiva, poiché ne verrebbe soffocato il respiro,
o minata la coesione. Ora, ogni scelta è arbitraria e, pertanto,
richiede che siano giustificati sia gli autori che sono stati inclusi,
sia, a maggior ragione, quelli che sono stati omessi. A tal propo-
sito, ho proceduto come segue.
Circa l’origine del Medioplatonismo, andava fatta una pri-
ma scelta, soprattutto tra Antioco ed Eudoro. Paradossalmente,
nessuno dei due viene considerato dalle fonti antiche come un
“Platonico”: il nome di Antioco, infatti, è associato dalle fonti
alla “quinta Accademia”144, mentre di Eudoro, che viene pure
definito come “Accademico”, sono noti gli interessi per il Pi-
tagorismo145. Il Medioplatonismo, cioè, sembra trovarsi nella
143
Su questi aspetti rimando ai saggi contenuti in Bonazzi-Donini-Ferrari
(a cura di), Sistema, tradizioni, esegesi. Il medioplatonismo, cit.; su Teone di
Smirne segnalo inoltre il lavoro di F.M. Petrucci, Teone di Smirne, Expositio
rerum mathematicarum ad legendum Platonem utilium, Introduzione, tradu-
zione e commento, Academia Verlag, Sankt Augustin, 2012.
144
Cfr. Sesto Empirico, Schizzi pirroniani I, 220; Numenio, fr. 28 des Places.
145
Cfr. frr. 1; 3 ss. Mazzarelli; inoltre, M. Bonazzi, Eudoro di Alessandria
alle origini del platonismo imperiale, in M. Bonazzi-V. Celluprica (a cura di),
L’eredità platonica. Studi sul Platonismo da Arcesilao a Proclo, Bibliopolis,
Napoli, 2005, pp. 115-160; Id., Pythagoreanising Aristotle: Eudorus and the
systematisation of Platonism, in M. Schofield (ed.), Aristotle, Plato and Pytha-
INTRODUZIONE 55

singolare condizione di essere stato “inaugurato” – se così è le-


cito esprimersi, in mancanza di una data di inizio – da un autore
non Platonico. A ben vedere, tuttavia, una differenza tra i due
filosofi può essere fatta. Antioco è senz’altro una figura chiave
nella tradizione accademica, poiché, com’è noto, propugnò un
ritorno al dogmatismo e agli “antichi”146, sancendo così, a sua
volta, una sorta di “distacco” (diastasis) dallo Scetticismo elle-
nistico147. L’approccio dogmatico, il recupero del Timeo, il ten-
tativo di conciliazione tra alcuni aspetti della filosofia platonica,
di quella aristotelica e di quella stoica, e il dibattito sullo status
delle Idee, furono aspetti certamente innovativi rispetto alla tra-
dizione precedente e anticipatori della stagione medioplatonica.
Tuttavia, d’accordo con altri interpreti148, mi pare che Antioco
assomigli di più a una figura di passaggio, piuttosto che al “ca-
postipite” del Platonismo imperiale. Il ritorno al dogmatismo,
cioè, non sembra un criterio sufficiente per parlare di Mediopla-
tonismo, perché anche alcune filosofie ellenistiche – gli Stoici, in
particolare – erano dogmatiche e perché già Filone di Larissa,
maestro di Antioco, aveva introdotto modifiche allo Scetticismo
accademico149. D’altronde, proprio agli Stoici Antioco si rifece

goreanism in the First Century BC. New Directions for Philosophy, Cambridge
UP, 2013, pp. 160-186.
146
Un termine che doveva probabilmente indicare Platone, Speusippo,
Senocrate, Polemone, accanto ad Aristotele e a Teofrasto (così Dillon, I Me-
dioplatonici, p. 94).
147
Sull’Accademia di Antioco cfr, di recente, R. Polito, Antiochus and the
Academy, in Sedley (ed.), The Philosophy of Antiochus, pp. 31-54; Bonazzi, Il
platonismo, pp. 64-72; PA, I, 1987, pp. 33-41.
148
Cfr. Dillon, I Medioplatonici, p. 145; Moraux, L’Aristotelismo presso i Gre-
ci, Volume secondo, tomo 2: Gli Aristotelici nei secoli I e II d.C., pp. 79 ss.; la pri-
orità di Eudoro sembrerebbe presupposta anche in Alkinoos, Didaskalikos. Lehr-
buch der Grundsätze Platons, Einleitung, Text, Übersetzung und Anmerkungen
von O.F. Summerell und Th. Zimmer, de Gruyter, Berlin-New York, 2007, p. IX.
149
Cfr. Ch. Brittain, Philo of Larissa. The Last of the Academic Sceptics,
Oxford UP, 2001; Glucker, Antiochus and the Late Academy, pp. 82-83, 88-
89, 417-418; H. Tarrant, Scepticism or Platonism? The Philosophy of the Four-
th Academy, Cambridge UP, 1985, pp. 41-65; Dillon, I Medioplatonici, pp.
91-145; nel riconoscere l’esistenza di cinque Accademie, la quarta delle quali
guidata da Filone di Larissa e la quinta da Antioco di Ascalona, la stessa tra-
56 EMMANUELE VIMERCATI

su più temi, logici, fisici ed etici, talora reinterpretati in chiave


veteroaccademica o peripatetica150: ad esempio, il criterio di ve-
rità, il logos (in qualche caso identificato con l’anima del mondo
e con il demiurgo), l’oikeiôsis come principio dell’etica e la vita
secondo natura come suo fine151. Il connotato fondamentale del
nascente Medioplatonismo, invece, non è il ritorno al dogmati-
smo, ma alla metafisica, che in Antioco non è ancora delineata
con chiarezza152. Da questo punto di vista, la distanza tra Eudoro
e Antioco è marcata, perché nell’Alessandrino, complice anche
la sua adesione al Pitagorismo, non sembra esserci più dubbio

dizione antica sembra consapevole delle novità apportate dai due filosofi al
precedente insegnamento accademico (cfr., ancora, Sesto Empirico, Schizzi
pirroniani I, 220). Quanto all’interpretazione della teoria delle Idee, Dillon (I
Medioplatonici, pp. 131-136) dubita che esse siano state concepite da Antioco
come realmente oggettive e trascendenti, come era invece per Platone, e ritie-
ne invece che egli le interpretò secondo un paradigma stoico.
150
Sesto Empirico (Schizzi pirroniani I, 235) afferma che Antioco «fece
entrare la Stoa nell’Accademia, fino al punto che si disse di lui che insegnava
Stoicismo nell’Accademia» (trad. di A. Russo). D’altronde, Antioco seguì le
lezioni di Mnesarco, allievo di Panezio (cfr. ancora Numenio, fr. 28 des Pla-
ces). Di recente, cfr. D. Sedley, Introduction, in Id. (ed.), The Philosophy of
Antiochus, pp. 1-8, in partic. p. 3.
151
Cfr., ad esempio, Cicerone, Academica priora 19 ss. (sulla rappresen-
tazione catalettica come criterio di verità); Academica posteriora 27 ss. (sui
principi fisici); De finibus II, 11, 34; V, 9, 24 ss.; 24, 71; 30, 91-92 (sui prin-
cipi della vita etica; la teoria dell’oikeiôsis viene originariamente ricondotta
a Polemone); lo stesso Cicerone riconosce polemicamente la natura stoica
dell’insegnamento di Antioco (cfr. Academica priora 132); inoltre, Dillon, I
Medioplatonici, pp. 102-108 (sulla rappresentazione catalettica); pp. 108-114
(sull’oikeiôsis e sul Bene supremo); pp. 121-124 (il logos, identificato con il
demiurgo e con l’anima del mondo platonici); Donini, Le scuole, l’anima,
l’impero, pp. 75-81; M. Bonazzi, Antiochus’ Ethics and the Subordination of
Stoicism, in Bonazzi-Opsomer (eds.), The Origins of the Platonic System, pp.
33-54; Polito, Antiochus and the Academy, in Sedley, (ed.), The Philosophy of
Antiochus, pp. 45 ss.; Ch. Brittain, Antiochus’ epistemology, ibidem, pp. 104-
130, in partic. pp. 112-120; T.H. Irwin, Antiochus, Aristotle and the Stoics in
degrees of happiness, ibidem, pp. 151-172; M. Schofield, Antiochus on social
virtue, ibidem, pp. 173-187, in partic. pp. 176-178.
152
Cfr., ad esempio, G. Boys-Stones, Antiochus’ metaphysics, ibidem, pp.
220-236, in partic. pp. 232-235.
INTRODUZIONE 57

sulla trascendenza dei primi principi, la struttura dei quali è va-


riamente riscontrabile anche nella tradizione successiva. Proprio
il ritorno alla metafisica andò di pari passo, nel tempo, con la vo-
lontà di affrancarsi dal corporeismo stoico e dalle conseguenze
che esso portava con sé. Anche il dibattito sulle categorie aristo-
teliche, che è attestato in Eudoro e che manca invece in Antioco,
segna la differenza tra i due autori, separati dalla riscoperta degli
esoterici di Aristotele e, dunque, dall’inizio del confronto diret-
to con lo Stagirita153. Alla luce del fatto, poi, che un rapporto
di discepolato diretto tra Eudoro e Antioco non è dimostrabile
con certezza154, mi pare che vi siano ragioni sufficienti per far
cominciare questa raccolta con l’Alessandrino, che segna uno
spartiacque più netto rispetto ad ogni altro filosofo precedente.
Tra gli autori principali del Medioplatonismo, per evidenti
ragioni di spazio e di complessità non ho potuto includere alcu-
ni dei maggiori, tra cui Filone di Alessandria, Plutarco, Galeno
e Massimo di Tiro, alcuni dei quali sono già rappresentati in
questa collana o lo saranno a breve155. Ciascuno di essi, infatti,
merita uno o più studi a sé stanti. Negli anni più recenti l’in-
teresse per questi filosofi si è progressivamente intensificato,
sebbene in più di un caso manchi ancora un’edizione italiana
completa degli scritti156. Di questi autori ho però tenuto conto,
nel limite del possibile, negli apparati di commento.

153
Cfr., ad esempio, R. Chiaradonna, Platonist approaches to Aristotle:
from Antiochus of Ascalon to Eudorus of Alexandria (and beyond), in Scho-
field (ed.), Aristotle, Plato and Pythagoreanism in the First Century BC. New
Directions for Philosophy, pp. 28-52, in partic. pp. 42 ss.
154
Cfr. Donini, Le scuole, l’anima, l’impero, p. 100; Glucker, Antiochus
and the Late Academy, pp. 90-97; Chiaradonna, Platonist approaches to Ar-
istotle, p. 41; sull’eredità di Antioco ad Alessandria, cfr., di recente, C. Lévy,
Other followers of Antiochus, in Sedley (ed.), The Philosophy of Antiochus, pp.
290-306; M. Bonazzi, Antiochus and Platonism, ibidem, pp. 307-333.
155
Cfr. Filone di Alessandria, Tutti i trattati del Commentario allegorico
alla Bibbia, a cura di R. Radice, presentazione di G. Reale, Bompiani, Milano,
2005; l’edizione di Massimo di Tiro, che sarà curata da Selene Iris Siddhartha
Brumana, è di prossima pubblicazione in questa stessa collana.
156
Tra le altre, segnalo l’edizione del Corpus Plutarchi Moralium, pubbli-
cato dalla casa editrice D’Auria (Napoli).
58 EMMANUELE VIMERCATI

Altri autori sono stati omessi, specialmente quelli che gravi-


tano in ambito sofistico, retorico, letterario o filologico; tra di
essi, Aulo Gellio, Timeo il Sofista e lo pseudo-Didimo, oggetto
di recenti studi da parte di Maddalena Bonelli e di Stefano Va-
lente157. Su Longino, poi, si è già ricordata l’opinione di Plotino,
secondo il quale egli fu «un filologo, ma in nessun modo un fi-
losofo»158. Questo severo giudizio dovette incidere sulla succes-
siva fortuna dell’autore, sul quale più di recente si è soffermata
l’attenzione di alcuni studiosi, specialmente di Luc Brisson, di
Michel Patillon e di Irmgard Männlein-Robert, i quali hanno
messo in luce le tracce di riflessione filosofica, e non solo filo-
logica, dell’autore159. Ho tuttavia l’impressione che, almeno in
alcuni di questi autori, la componente retorica o erudita preval-
ga sulla pregnanza filosofica dei contenuti. Per questo motivo
sono state escluse anche le opere strettamente retoriche o lette-
rarie di Apuleio, nelle quali, tuttavia, trapela a tratti l’adesione
dell’autore al magistero platonico160.
Per una ragione analoga, non sono stati considerati gli autori
e le opere di natura prevalentemente religiosa, nei quali, cioè,
l’apparato filosofico è per lo più funzionale alla giustificazione

157
Cfr. M. Bonelli, Timée le Sophiste: Lexique platonicien, Texte, traduction
et commentaire par M.B., avec une introduction de Jonathan Barnes, Brill, Lei-
den-Boston, 2007; S. Valente, I lessici a Platone di Timeo Sofista e Pseudo-Didi-
mo, introduzione ed edizione critica, de Gruyter, Berlin-New York, 2012.
158
Cfr. Porfirio, Vita di Plotino 14, 19-20.
159
Cfr. Longin, Fragment – Art rhétorique, Texte établi et traduit par M.
Patillon et L. Brisson; Rufus, Art rhétorique, Texte établi et traduit par M.
Patillon, Les Belles Lettres, Paris, 2001; L. Brisson-M. Patillon, Longinus Pla-
tonicus Philosophus et Philologus, I: Longinus Philosophus, in ANRW, II, 36,
7 (1994), pp. 5214-5299; Longinus Platonicus Philosophus et Philologus, II:
Longinus Philologus, in ANRW, II, 34, 4 (1998), pp. 3023-3108; I. Männlein-
Robert, Longin, Philologe und Philosoph. Eine Interpretation der erhaltenen
Zeugnisse, Saur, München-Leipzig, 2001.
160
Le tracce di Platonismo riscontrabili nelle opere retoriche e letterarie
di Apuleio sono naturalmente importanti per una valutazione complessiva
sull’autore (in questo concordo con R. Fletcher, Apuleius’ Platonism. The Im-
personation of Philosophy, Cambridge UP, 2014, pp. 1-15), che in questa sede
non possiamo fare.
INTRODUZIONE 59

di una “credenza”, di una fede, o al rapporto con essa, come nel


caso degli autori cristiani e di quegli gnostici, nonché di opere
come il Poimandres o gli Oracoli Caldaici.
Infine, sono stati esclusi quegli autori, spesso minori, dei
quali non esistano edizioni, o non ne esistano di definitive. Tra
di essi: Dercillide, di cui rimangono notizie in Teone, in Pro-
clo e in Simplicio161; Trasillo, sul quale una raccolta di testimo-
nianze, seppur non definitiva, compare in uno studio di Harold
Tarrant162; Ammonio l’Egiziano, che fu maestro di Plutarco,
dal quale possiamo desumere alcune informazioni163; Ierace e
Iunco, delle cui opere rimangono brevi estratti in Stobeo164;

161
Cfr. Teone di Smirne, Expositio rerum mathematicarum ad legendum
Platonem utilium, pp. 198, 9 ss. Hiller; Proclo In Platonis rempublicam, p. 24,
6 ss.; 25, 15 ss. Kroll; In Platonis Timaeum, p. 20, 9 ss. Diehl; Simplicio, In Ari-
stotelis Physicam, p. 247, 30 ss.; 256, 31 ss. Diels; inoltre, M. Baltes und M.-L.
Lakmann, s.v. Derkylides, in DNP, 3, 1997, col. 483; W. Kroll, s.v. Derkylidas,
n. 2 (Derkylides), in RE, V, 1, 1903, col. 242; J. Dillon, s.v. Dercyllides (87), in
DPhA, II, 1994, pp. 747-748.
162
Il carattere provvisorio dell’edizione di H. Tarrant (cfr. Thrasyllan Pla-
tonism, Cornell UP, Ithaca-London, 1993, pp. 215-249) è precisato nella pre-
fazione dallo stesso curatore (p. IX), il quale fa notare che le testimonianze
raccolte sono funzionali alla lettura del suo volume; su Trasillo cfr., inoltre,
M.-L. Lakmann, s.v. Thrasyllos, n. 2, in DNP, 12/1, 2002, coll. 496-497; W.
Gundel, s.v. Thrasyllos, n. 7, in RE, VI, A, 1, 1936 (1992), coll. 581-584.
163
Cfr., ad esempio, Plutarco, De E apud Delphos 391E-394C; Quaestiones
convivales 744B; inoltre, Dillon, I Medioplatonici, pp. 228-230; B. Puech, s.v.
Ammonios (138), in DPhA, I, 1989, pp. 164-165; M. Baltes-M.-L. Lakmann,
s.v. Ammonios, n. 5, in DNP, I, 1996, col. 600; H. v. Arnim, s.v. Ammonios, n.
12, in RE, I, 2, 1894, col. 1862.
164
Cfr. Stobeo, Anthologium, vol. V, pp. 1026, 10-1031, 13; 1049, 11-1052,
16; 1060, 10-1065, 11; 1107, 16-1109, 18 Wachsmuth-Hense; inoltre, K. Pra-
echter, Hierax der Platoniker, «Hermes», 41 (1906), pp. 593-618; Id., s.v. Hie-
rax, n. 9, in RE, VIII, 2, 1913, coll. 1410-1411; R. Goulet, s.v. Hiérax (116),
in DPhA, III, 2000, pp. 682-683; M. Baltes-M.-L. Lakmann, s.v. Hierax, n. 4,
in DNP, 5, 1998, col. 536; K. Praechter, s.v. Hierax, n. 9, in RE, VIII, 2, 1913,
coll. 1410-1411; R. Goulet-B. Puech, s.v. Iuncus, in DPhA, III, 2000, pp. 980-
981; W. Kroll, s.v. Iuncus, in RE, n. 1, X, 1, 1918, coll. 953-954; J.A.A. Faltin,
Die Junkos Fragmente bei Stobaeus, Freiburg i.B., 1910 (Diss.); F. Wilhelm,
Die Schrift des Junkos peri; ghvrw~ und ihr Verhältnis zu Ciceros Cato Maior,
König-Wilhelm-Gymnasium, Breslau, 1911.
60 EMMANUELE VIMERCATI

Nigrino, se, come pare, il dedicatario dell’opera di Luciano fu


un filosofo medioplatonico165; oltre alle figure menzionate da
Porfirio nella Vita di Plotino, su alcune delle quali siamo ben
poco informati.
Gli autori inclusi nella raccolta, invece, sembrano ormai ap-
partenere in modo consolidato alla tradizione storiografica sul
Medioplatonismo, a partire dagli studi di Praechter, per giun-
gere a quelli di Dillon. Ancora Franco Ferrari, in un recente
lavoro sulle origini del Platonismo, stila il seguente elenco di fi-
losofi medioplatonici166: Antioco (sul quale ci siamo già espres-
si), Eudoro, Plutarco, Attico, Severo, Gaio, Albino, Alcinoo,
Apuleio, il Commentatore anonimo del Teeteto, Massimo di
Tiro e Numenio. Abbiamo integrato questo canone con i brevi
frammenti dei commentari anonimi all’Alcibiade I e al Politico,
con i rimanenti autori inclusi nella raccolta di Adriano Gioè167 –
Lucio, Nicostrato, Calveno Tauro e Arpocrazione –, con Celso,
che rappresenta una delle più importanti reazioni greche e pla-
toniche al nascente fenomeno del Cristianesimo, e con Cronio,
“compagno” o allievo di Numenio.
Integrati con le figure maggiori – Filone, Plutarco, Galeno e
Massimo di Tiro – e con quelle, pur minori, delle quali manca
ancora un’edizione definitiva, gli autori compresi nella presente
raccolta possono ben costituire un canone di partenza sufficien-
temente restrittivo, ma non riduttivo, per intendere la categoria
di “Medioplatonismo”. Un’eventuale ampliamento di questo
canone è senz’altro possibile, ma soggetto a dimostrazione e a
precisazioni nelle singole circostanze.
Su tutti questi autori, negli ultimi decenni è stato fatto mol-
to, in termini sia di edizioni e traduzioni, sia di saggi e studi
monografici. Delle principali edizioni e traduzioni diamo conto
nella presentazione di ciascun autore, oltre che, per le più re-
centi, nella bibliografia finale. Tra le principali raccolte di au-

165
Cfr. M. Baltes-M.-L. Lakmann, s.v. Nigrinos, in DNP, 8, 2000, coll.
891-892.
166
Cfr. Ferrari, Quando, come e perché nacque il platonismo, pp. 74-75.
167
Cfr. qui sotto.
INTRODUZIONE 61

tori e testi, invece, segnalo soprattutto Der Platonismus in der


Antike, monumentale lavoro sistematico inaugurato da Hein-
rich Dörrie e da Matthias Baltes, e quella curata da Adriano
Gioè, che comprende alcuni dei Medioplatonici frammentari
del II secolo d.C., con traduzione e dettagliato commento168.
Alcuni degli autori o delle opere incluse nella presente raccolta
compaiono per la prima volta in traduzione italiana integrale
(a quanto ci consta, Attico, Numenio, Cronio e il De Platone et
eius dogmate di Apuleio), mentre altri autori qui contemplati
erano stati tradotti in edizioni oggi datate e, talora, di non facile
reperibilità169.
Quanto agli apparati di commento, invece, abbiamo proce-
duto come segue.
Come è facile comprendere, in questa sede è impossibile
dare conto della vastità e della complessità dei problemi coin-
volti dai singoli autori e passi, che imporrebbero ognuno una
trattazione a sé stante. Ciascun autore e ciascuna opera, pertan-
to, sono preceduti da una presentazione che intende fornire so-
prattutto alcune coordinate di lettura, anche per il lettore meno
specializzato. Tenuto conto della natura introduttiva delle sin-
gole presentazioni e del carattere spesso lacunoso delle notizie
in nostro possesso, dopo alcuni cenni cronologici e biografici
sui singoli autori mi sono soffermato soprattutto sui principali
contenuti dei frammenti e delle opere pervenutici, al fine di dar-
ne un quadro di massima, corroborato da qualche riferimento
alla letteratura critica, specie la più recente.
L’apparato di note al testo è volutamente essenziale e si li-
mita per lo più a: 1) i riferimenti alle opere di Platone, special-
mente nelle loro citazioni letterali; 2) i riferimenti ad altri autori
– nel limite del possibile, anche quelli inclusi nella presente rac-
colta, per i quali ci si potrà tuttavia avvalere anche dell’Indice
168
Cfr. Filosofi medioplatonici del II secolo d.C. Testimonianze e frammenti.
Gaio, Albino, Lucio, Nicostrato, Tauro, Severo, Arpocrazione, edizione, tradu-
zione e commento a cura di Adriano Gioè, Bibliopolis, Napoli, 2002.
169
Per il Prologo di Albino, alcuni capitoli iniziali del Didaskalikos e per
alcuni frammenti di Attico ho potuto consultare una traduzione del tutto
provvisoria di Claudio Mazzarelli, che ringrazio qui indirettamente.
62 EMMANUELE VIMERCATI

dei concetti, alla fine di questo volume; 3) alcuni problemi di


natura filologica funzionali alla comprensione del testo; 4) cen-
ni a problemi filosofici, quando necessari per comprendere i
singoli passi; 5) una bibliografia essenziale, su alcuni problemi
significativi coinvolti dai diversi passi.
Per maggiore leggibilità, in sede di commento il greco è sta-
to spesso traslitterato, tranne quando si è ritenuto utile o indi-
spensabile lasciarlo in originale (ad esempio, nei casi di varianti
testuali).
Infine, ho incluso nel volume un Indice dei concetti, che mi
pare utile per avere un quadro sistematico su problemi discus-
si da più autori, spesso in modo frammentario; un Indice del-
le fonti degli autori frammentari; e una bibliografia degli studi
sul Medioplatonismo nell’ultimo trentennio circa. Come ben si
comprende, dunque, il presente volume intende essere uno stru-
mento di lavoro, più che uno studio completo e definitivo170.

170
Il presente volume è stato preceduto da alcuni miei lavori preparatori,
dedicati a Platone e alla tradizione platonica; tra gli altri: 1) articoli: Plutarco
sul federalismo (Arat. 24, Philop. 8), «Aevum», 79 (2005) pp. 61-78; La mate-
ria nel Didaskalikos di Alcinoo (Cap. VIII), in L. M. Napolitano Valditara (a
cura di), La sapienza di Timeo. Riflessioni in margine al ‘Timeo’ platonico, Vita
e Pensiero, Milano, 2007, pp. 431-460; The role of the electronic lexicography
in the research on Plotinus: the meaning of logos in its relationships with the
Aristotelian nous, in M. Achard, W. Hankey, J.-M. Narbonne (éds.), Perspec-
tives sur le Néoplatonisme, International Society of Neoplatonic Studies, Actes
du Colloque de 2006, Les Presses de l’Université Laval, Quebec City, 2009,
pp. 31-50; Dal non-essere alla trascendenza. L’evoluzione del termine arrhetos
in età medioplatonica, in AA.VV., Silenzio e parola nella Patristica, XXXIX
Incontro di Studiosi dell’Antichità Cristiana (Roma, 6-8 maggio 2010), In-
stitutum Patristicum Augustinianum, Roma, 2012, pp. 197-213; La materia e
il male in Numenio di Apamea, «Filosofia e Teologia», 26 (2012), pp. 77-92;
Sul rapporto tra metafisica e “teologia” in Platone e in Aristotele, «Aquinas»,
55 (2012), pp. 9-44; 2) curatele: F. von Kutschera, Platons Philosophie, 3 voll.,
Mentis Verlag, Paderborn, 2002, ed. it. a cura di E. Vimercati, La filosofia di
Platone, Vita e Pensiero, Milano, 2010; J. Dillon, The Middle Platonists. A Stu-
dy of Platonism (80 BC to AD 220), London, 1977, 19962, ed. it. a cura di E.
Vimercati, I Medioplatonici. Uno studio sul Platonismo (80 a.C.-220 d.C.), Vita
e Pensiero, Milano, 2010; 3) lessici, tra i quali: L. De Martinis-M.J. Falcone-E.
Vimercati (eds.), Plutarch, Lexicon (VI), electronic version by R. Bombacigno,
INTRODUZIONE 63

6. Abbreviazioni

Le abbreviazioni impiegate con maggior frequenza nel corso


del volume sono le seguenti:

ANRW = Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, Heraus-


gegeben von Wolfgang Haase und Hildegard Tempori-
ni, de Gruyter, Berlin-New York, 1972-.
DK = Die Fragmente der Vorsokratiker, Griechisch und Deutsch,
von Hermann Diels und Walther Kranz, 3 voll., Weid-
mannsche Verlagsbuchhandlung, Berlin, 1960-196110.
DNP = Der neue Pauly. Enzyklopädie der Antike, hrsg. von H.
Cancik und H. Schneider, Metzler Verlag, Stuttgart-Wei-
mar, 1996-.
DPhA = Dictionnaire des philosophes antiques, publié sous la
direction de R. Goulet, voll. I-Vb (con un volume di
Supplementi), Éditions du CNRS, Paris, 1989-2012.
LSJ = H.G. Liddell, R. Scott, H.S. Jones, R. McKenzie, A
Greek-English Lexicon, Oxford UP, 19409.
PA = H. Dörrie, M. Baltes, Ch. Pietsch, M.-L. Lakmann,
Der Platonismus in der Antike, 7 voll., Frommann-Holz-
boog, Stuttgart-Bad Cannstatt, 1987-2008.
RE = Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswis-
senschaft, neue Bearbeitung unter Mitwirkung zahlrei-
cher Fachgenossen, Herausgegeben von G. Wissowa,
Verlag J.B. Metzler, Stuttgart-Weimar, 1894-.
SSR = Socratis et Socraticorum reliquiae, collegit, disposuit,
apparatibus notisque instruxit G. Giannantoni, 4 voll.,
Bibliopolis, Napoli, 1990.
SVF = Stoicorum veterum fragmenta, collegit H. von Arnim, 4
voll., Teubner, Leipzig, 1905-1924 (rist. Saur, München-
Leipzig, 2004) (il IV volume, di indici, è opera di M.
Adler).

2 voll. + Cd-Rom, Biblia, Milano, 2015 (in corso di pubblicazione); R. Radice,


in collaboration with I. Ramelli and E. Vimercati, Plato, Lexicon (I), 1 vol. +
Cd-Rom, Biblia, Milano, 2004.
EUDORO DI ALESSANDRIA

TESTIMONIANZE E FRAMMENTI
Presentazione

Fermo restando che le origini di una cosiddetta tradizione “me-


dioplatonica” non sono determinabili con chiarezza, Eudoro
può forse essere considerato uno dei suoi primi esponenti, se
non addirittura il primo. Su altri autori che operarono all’incir-
ca nello stesso periodo – tra cui Dercillide – siamo ancora meno
informati.
Eudoro è stato soggetto a una vicenda particolare negli studi
di filosofia; infatti, a fronte della relativa scarsità di testimonian-
ze che lo riguardano, più di un interprete ha voluto attribuirgli
un considerevole corpus di opere e di dottrine, le quali, in ve-
rità, non trovano (pieno) riscontro nei passi pervenutici. In tal
senso, si può dire che Eudoro abbia parzialmente condiviso la
sorte di altri autori ellenistici – Posidonio, in particolare, ante-
riore di qualche generazione rispetto all’Alessandrino –, rispet-
to ai quali la frammentarietà delle notizie pervenuteci ha spinto
non a circoscrivere, ma ad accrescere le dottrine che legittima-
mente potevano essere loro ricondotte. In assenza di notizie più
certe, dunque, gli interpreti si sono sforzati di individuare, nel
corso del I secolo a.C., un prôtos heuretês e un terminus post
quem a partire dai quali tracciare un nuovo inizio nella storia
della filosofia antica. Come, dunque, si è assistito a lungo a una
corrente interpretativa ribattezzata “pamposidonismo”, così si
è pure parlato di un “paneudorismo”, due tendenze in verità
non estranee fra di loro, poiché, se Eudoro è stato spesso inteso
come l’iniziatore del Medioplatonismo, a Posidonio sono sta-
te a lungo ricondotte dottrine reputate anch’esse influenti sul
platonismo imperiale o, addirittura, embrionalmente medio- o
neoplatoniche1. Contro alcune di queste forzature gli interpreti

1
Gli studi più noti in tal senso sono quelli di W. Jaeger, Nemesios von
Emesa. Quellenforschungen zum Neuplatonismus und seinen Anfängen bei
68 EUDORO DI ALESSANDRIA

hanno già da qualche tempo preso le distanze2, sebbene Eudo-


ro rimanga un autore di riferimento per comprendere l’origine
del successivo dibattito platonico. Certo, avere qualche notizia
in più sull’Alessandrino contribuirebbe non poco a illuminare
il retroterra del cosiddetto “Medioplatonismo”, in un’epoca di
transizione qual è il I secolo a.C. D’altronde, Eudoro fu profon-
damente influenzato dalla tradizione pitagorica in senso stretto,
ma anche da quella accademica e da quella aristotelica, secondo
un’abitudine che tenderà ad affermarsi in una certa corrente del
Platonismo successivo.
Eudoro accoglie la tripartizione ellenistica della filosofia in
etica, fisica e logica (fr. 1), presentate – come pare – in ordi-
ne differente o inverso rispetto agli Stoici. Alcuni frammenti
– certi o incerti – riferiscono la posizione etica di Eudoro, la
quale sembra recepire parte del dibattito veteroaccademico e,
al contempo, inaugurare una feconda tradizione successiva.
L’Alessandrino articolava l’etica in tre ambiti, rispettivamente
dedicati alla teoria (dei valori), all’impulso e all’azione3. Ciascu-
no di questi ambiti, poi, era precisato in ulteriori articolazioni.
Sebbene questa tripartizione originaria sembri peculiare dell’A-
lessandrino4, la sua impostazione e il suo vocabolario riprendo-
no largamente il dibattito ellenistico sulle passioni, e special-
mente la tradizione stoica, la quale, a sua volta, aveva non di
rado risentito dell’insegnamento platonico, come nel caso di
Posidonio. In tal senso, è legittimo dire che Eudoro si inserisce

Poseidonios, Weidmann, Berlin, 1914, e di W. Theiler, Die Vorbereitung des


Neuplatonismus, Weidmann, Berlin, 1930.
2
Segnalo, tra gli altri, J. Rist, recensione a H. Tarrant, Scepticism or Plato-
nism? The Philosophy of the Fourth Academy, Cambridge UP 1985, «Phoe-
nix», 40 (1986), pp. 467-469; M. Bonazzi, Eudoro di Alessandria alle origini
del platonismo imperiale, in M. Bonazzi-V. Celluprica (a cura di), L’eredità
platonica. Studi sul platonismo da Arcesilao a Proclo, Bibliopolis, Napoli, 2005,
pp. 115-160, in partic. pp. 117-118.
3
Cfr. frr. 1 e 23.
4
Cfr. J. Dillon, The Middle Platonists. A Study of Platonism (80 BC to
AD 220), Duckworth, London, 1977, 19962, ed. it. a cura di E. Vimercati, I
Medioplatonici. Uno studio sul Platonismo (80 a.C.-220 d.C.), Vita e Pensiero,
Milano, 2010, p. 160.
PRESENTAZIONE 69

con tratti originali in una discussione che, nei secoli precedenti,


aveva da tempo consolidato termini e concetti, divenuti talo-
ra “scolastici”. Il tema del telos sembra aver rivestito un ruolo
importante nell’etica eudorea – com’era già per le filosofie elle-
nistiche –, la quale identifica lo scopo della vita etica con l’as-
similazione a dio nel limite del possibile, sulla scorta del noto
passo del Teeteto di Platone (176b), in verità qui ricondotto a
Pitagora5. La contestuale ripresa del motto pitagorico «Segui
dio» sembra tuttavia connotare il principio platonico in senso
maggiormente religioso. Ebbene, se per Platone la precisazione
“nel limite del possibile” intendeva riferirsi alla finitezza che
compete alla natura umana, Eudoro la riferisce invece a quella
parte in noi che è in grado di assimilarsi a dio, cioè l’intelletto.
All’assimilazione si giunge dunque, secondo Eudoro, vivendo
secondo la virtù – come sosteneva anche la tradizione stoica,
sulla scorta del magistero socratico –, la quale veniva fatta ri-
entrare nei cosiddetti “beni divini”. Questi ultimi erano intesi
come i beni dell’anima – ai quali Eudoro sembra aver dato una
spiccata predominanza –, e contrapposti ai “beni umani”, in-
dividuabili con quelli del corpo e con l’abbondanza dei “beni
esterni” – accessori rispetto ai beni divini6.
In campo fisico, i frr. 3-5 riferiscono una dottrina apparen-
temente originale, poiché introducono una duplice interpreta-
zione dei principi: da un lato, infatti, secondo Eudoro andrebbe
ammessa l’esistenza di un primo principio – denominato anche
“dio supremo” –, posto al vertice dell’intero impianto cosmo-
logico; dall’altro lato, invece, andrebbe teorizzata una coppia
di principi – il tradizionale binomio pitagorico “monade-dia-
de” –, subordinata al primo Uno. In tal modo, Eudoro cercava
di conciliare la posizione dualistica del Pitagorismo originario
con la lettura che di essa venne data all’interno dell’Accademia,
specialmente da Speusippo e da Senocrate. L’originalità della
lettura di Eudoro sta nell’aver assimilato il dualismo pitagorico
all’interno di un più generale contesto “monistico”, per il quale

5
Cfr. fr. 25.
6
Cfr. frr. 29-30.
70 EUDORO DI ALESSANDRIA

l’intera realtà, a cominciare dalle prime due systoichiai, derive-


rebbe da un unico principio trascendente. Le fonti di questa
interpretazione non sono facilmente individuabili, ma alcuni
passi del Timeo e, ancor più, del Filebo di Platone potrebbero
esserne stati all’origine – soprattutto nell’insistenza sul ruolo
del demiurgo come causa della generazione del cosmo e sulla
causa della mescolanza di Limite e Illimitato nel cosmo fisico,
intesa come “principio”7. D’altronde, la distinzione tra “princi-
pi” ed “elementi” era stata notoriamente sottolineata dalla filo-
sofia stoica8, che poté essere un ulteriore punto di riferimento
per l’Alessandrino – se necessario, anche in termini polemici in
merito al corporeismo e all’immanentismo stoico. Infine, non è
escluso che sull’individuazione di un unico principio della real-
tà, divino e totalmente trascendente, abbia influito la rinascita
degli studi aristotelici nel I secolo a.C. e, in particolare, la de-
scrizione della natura di dio come Motore immobile nel libro
XII della Metafisica9. La legittimità dell’interpretazione eudorea
della protologia pitagorica fu oggetto di discussione già nella
tarda antichità10, ma è probabile che essa abbia avuto un influs-
so notevole sulla tradizione del Platonismo imperiale.
Sempre in ambito fisico, Eudoro si interessò di questioni
astronomiche e geografiche. Nel primo caso egli sembra aver
concordato con gli Stoici nel sostenere che il cielo è costituito
di fuoco e che gli astri sono esseri viventi. In ambito geografico,
invece, egli si inserì nel dibattito ellenistico – attestato anche
per Panezio e Posidonio – circa la suddivisione della Terra in
zone climatiche11.
Infine, in campo psicologico, Eudoro sembra aver voluto
conciliare la tesi di Senocrate – secondo cui l’anima è un «nu-

7
Cfr., ad esempio, Platone, Timeo 28c ss.; 53b ss.; Filebo 23c ss.
8
Cfr. SVF II, 299; 409.
9
Su questi aspetti segnalo ancora Bonazzi, Eudoro di Alessandria alle ori-
gini del platonismo imperiale, pp. 121 ss.; inoltre, L.M. Napolitano, Il plato-
nismo di Eudoro: tradizione protoaccademica e medioplatonismo alessandrino,
«Museum Patavinum», 3 (1985), pp. 27-49.
10
Segnalo soprattutto, nella presente raccolta, il fr. 52 des Places di Numenio.
11
Cfr. frr. 9 ss.; 34 ss.
PRESENTAZIONE 71

mero dotato di moto proprio» – e quella di Crantore – che con-


sidera l’anima come «una commistione fra la natura intelligibile
e quella opinabile relativa ai sensibili».
In campo logico Eudoro è uno dei primi esempi di riflessio-
ne sulle categorie di Aristotele, verso le quali egli si atteggiò in
modo critico. A tal proposito, dal fr. 17 sembrerebbe desumibi-
le una delle tesi più importanti di Eudoro: quella, cioè, secondo
cui le categorie aristoteliche sarebbero applicabili soltanto al co-
smo fisico, mentre non avrebbero valore per il mondo intelligi-
bile e, dunque, non intaccherebbero in alcun modo la metafisica
platonica. Questa posizione ebbe un notevole influsso sulla tra-
dizione platonica successiva, culminando con la celebre critica
di Plotino ad Aristotele nei suoi trattati Sui generi dell’essere12.

Indice dei contenuti

PARTE PRIMA: TESTO E TRADUZIONE DELLE TESTIMONIANZE E DEI


FRAMMENTI SICURI
1. L’articolazione della filosofia [fr. 1]
2. I principi e le cause di tutte le cose [frr. 2-5]
3. L’anima [frr. 6-8]
4. L’astronomia e la geografia [frr. 9-13]
5. Critica alle categorie di Aristotele [frr. 14-22]

PARTE SECONDA: TESTO E TRADUZIONE DELLE TESTIMONIANZE NON


SICURE
6. L’articolazione dell’etica [fr. 23]
7. Il fine della vita etica e l’assimilazione a dio [frr. 24-25]
8. Il fine della vita etica e la felicità [frr. 26-28]

12
Cfr. Plotino, Enneadi VI, 1-3; sulle critiche di Eudoro alle categorie cfr.,
inoltre, M. Griffin, Aristotle’s Categories in Early Roman Empire, Oxford UP,
2015, pp. 78-96; P. Moraux, Der Aristotelismus bei den Griechen, von Andro-
nikos bis Alexander von Aphrodisia, Bd. II: Der Aristotelismus im I. und II. Jh.
n. Chr., de Gruyter, Berlin, 1984, ed. it. L’Aristotelismo presso i Greci, Volume
secondo, tomo 2: Gli Aristotelici nei secoli I e II d.C., a cura di G. Reale e V.
Cicero, Vita e Pensiero, Milano, 2000, pp. 88-96.
72 EUDORO DI ALESSANDRIA

9. La classificazione dei beni [frr. 29-32]


10. Gli elementi, la natura e la struttura del cosmo [frr. 33-36]
11. Il cielo [frr. 37-40]
12. Le stelle [frr. 41-46]
13. Il Sole [frr. 47-48]
14. La Via Lattea [frr. 49-50]
15. Le zone climatiche della Terra [frr. 51-52]
16. I corpi celesti e i corpi atmosferici [fr. 53]

Premessa al testo

Nella traduzione ci siamo attenuti alla seguente raccolta: Clau-


dio Mazzarelli, Raccolta e interpretazione delle testimonianze e
dei frammenti del Medioplatonico Eudoro di Alessandria. Parte
prima: testo e traduzione delle testimonianze e dei frammenti si-
curi, «Rivista di Filosofia Neoscolastica», 77 (1985), pp. 197-
209; Parte seconda: testo e traduzione delle testimonianze non
sicure, ibidem, pp. 535-55513.

Le edizioni di riferimento impiegate da Mazzarelli nella citazio-


ne dei passi sono le seguenti:
ACHILLES TATIUS, Introductio in Aratum, in Commentariorum in
Aratum reliquiae, E. MAASS ed., Berolini, 19582 (18981).
ALEXANDER APHRODISIENSIS, In Aristotelis Metaphysica commen-
taria, CAG, vol. I, M. HAYDUCK ed., Berolini, 1891.
ANONYMUS I ET II, in Commentariorum in Aratum reliquiae, cit.
The Oxyrhinchus Papyri, B.P. GRENFELL-A.S. HUNT edd., vol.
XIII, London, 1919.
PLUTARCHUS, De animae procreatione in Timaeo, H. CHERNISS
ed., London-Cambridge (Mass.), 1976 (Loeb Classical Li-
brary, Plutarch’s Moralia, vol. XIII, 1).

13
Una nuova edizione dei frammenti di Eudoro è stata annunciata da
Mauro Bonazzi e Riccardo Chiaradonna (così in H. Tarrant, Platonism before
Plotinus, in L.P. Gerson (ed.), The Cambridge History of Philosophy in Late
Antiquity, 2 voll., Cambridge UP, 2010, vol. I, p. 73).
PRESENTAZIONE 73

SIMPLICIUS, In Aristotelis Physicorum libros commentaria, CAG,


vol. IX, H. DIELS ed., Berolini, 1882.
SIMPLICIUS, In Aristotelis Categorias commentarium, CAG, vol.
VII, C. KALBFLEISCH ed., Berolini, 1907.
STOBAEUS IOANNES, Anthologium, 5 voll., C. WACHSMUTH-O.
HENSE edd., Berolini, 1884-1912 (il vol. II è a cura di C.
Wachsmuth).
STRABO, Geographica, H.L. JONES ed., London-Cambridge
(Mass.), 1932, rist. 1982 (Loeb Classical Library, The Geog-
raphy of Strabo, vol. VIII).
1.
(Stobeo, Anth. II, 7, 2, p. 42, 7 ss. Wachsmuth)
“Estin ou\n Eujdwvrou tou` ΔAlexandrevw~, ΔAkadhmiakou` ILlo-
sovfou, diaivresi~ tou` kata; ILlosoILvan lovgou, biblivon
ajxiovkthton, ejn w|/ pa`san ejpexelhvluqe problhmatikw`~ th;n
ejpisthvmhn, h|~ ejgw; diairevsew~ ejkqhvsomai to; th`~ hjqikh`~
oijkei`on. “Ecei dΔ ou{tw~. Trimerou`~ o[nto~ tou` kata; ILlosoILvan
lovgou to; mevn ejstin aujtou` hjqikovn, to; de; fusikovn, to; de; logikovn.
Tou` dΔ hjqikou` to; me;n [5] peri; th;n qewrivan th`~ kaqΔ e{kaston
ajxiva~, <to; de; peri; th;n oJrmhvn>, to; de; peri; th;n pra`xin. Tau`tΔ
ejsti;n aJdromerh` th`~ hjqikh`~ ei[dh, prw`ton me;n to; qeavsasqai th;n
ajxivan tou` pravgmato~ o{per aiJrei`sqai mevllomen, oujde; ga;r oi|ovn
te genevsqai th;n oJrmh;n eu[logon, eij mh; meta; th;n qewrivan: hJ
qewriva dΔ ejsti; perivskeyi~ tou` pravgmato~ kai; oi|on ejpivkrisi~
kata; to;n peri; aujtou` logismovn: deuvteron de; to; th;n oJrmh;n tw/`
perinohqevnti kalw`~ ejpibalei`n: trivton to; th;n pra`xin aujtoi`~
[10] ejpisunavyai. Tau`tΔ ejsti; ta; prw`ta mevrh tou` hjqikou`
lovgou qewrhtikovn, oJrmhtikovn, praktikovn. Touvtwn dΔ e{kaston
uJpodiairei`tai.
Tou` ga;r peri; th;n qewrivan th`~ kaqΔ e{kaston ajxiva~ to; me;n
peri; tw`n skopw`n kai; tw`n legomevnwn telw`n tou` bivou, to; de; peri;
tw`n sumballomevnwn eijj th;n tw`n telw`n peripoivhsin ... to; mevn
PARTE PRIMA

TESTO E TRADUZIONE DELLE TESTIMONIANZE


E DEI FRAMMENTI SICURI

[L’articolazione della filosofia]

1.
(Stobeo, Anth. II, 7, 2, p. 42, 7 ss. Wachsmuth)
Di Eudoro di Alessandria, filosofo accademico, esiste dunque
una Suddivisione del discorso filosofico, un libro che vale la pena
di possedere, nel quale egli passa in rassegna, per problemi, tut-
to il sapere scientifico; di questa suddivisione io esporrò ciò che
riguarda propriamente l’etica. Le cose stanno così. Il discorso
filosofico consiste di tre parti: l’etica, la fisica e la logica. Dell’e-
tica, a sua volta, una parte riguarda la teoria dei singoli valori
(axiai), <una parte l’impulso (hormê)> e una parte l’azione (pra-
xis). Le specie dell’etica, in linea di massima, sono queste: in
primo luogo, l’individuare il valore dell’azione che intendiamo
scegliere; infatti, non è possibile che l’impulso divenga ragio-
nevole, se non si accompagna alla riflessione teorica; la teoria è
un’indagine sull’azione e una sorta di giudizio correlato con il
ragionamento su di essa; in secondo luogo, l’aggiungere oppor-
tunamente l’impulso a ciò che è stato pensato; in terzo luogo,
il riconnettere ad essi l’azione. Le parti principali del discorso
etico sono queste: quella dedicata alla teoria, quella dedicata
all’impulso e quella dedicata all’azione. Ciascuna di esse, poi, si
suddivide ulteriormente.
Della parte che ha per oggetto la teoria dei singoli valori,
infatti, una sottoripartizione riguarda gli scopi e i cosiddetti
fini della vita, un’altra riguarda i mezzi che contribuiscono al
76 EUDORO DI ALESSANDRIA

ejsti peri; tw`n ajretw`n kai; tw`n kakiw`n, to; de; peri; tw`n kata; ta;~
ajreta;~ poiw`n (o{per kai; kalei`tai [15] carakthristikovn), to; de;
peri; tecnw`n, to; de; peri; ejpithdeumavtwn. Tou` me;n peri; ajretw`n
to; me;n i[dion, to; de; koinovn: i[dion mevn, oi|on peri; dikaiosuvnh~,
peri; ajndreiva~, swfrosuvnh~, fronhvsew~, tw`n a[llwn: koino;n
de; to; protreptikovn, tou`to ga;r eij~ to; movnw~ ejndeivxasqai
th;n ajreth;n kai; th;n kakivan. Kai; oJ me;n peri; th;n qewrivan th`~
kaqΔ e{kaston ajxiva~ lovgo~ eij~ tosouvtou~ tovpou~ genikou;~
tevmnetai: oJ ga;r peri; ajgaqw`n kai; kakw`n polla;~ perievcei
diairevsei~, aujtivka to;n peri; [20] tw`n legomevnwn prohgmevnwn,
to;n peri; ILliva~: kai; hJdonh`~ kai; dovxh~ kai; eujfui?a~. Tw/` de; peri;
ILliva~ kata; geitnivasin uJpavgei to;n peri; e[rwto~ tovn <te> peri;
sumposivwn. Ouj mh;n ajllΔ oJmoivw~ touvsde suvmpanta~ eij~ to;n
peri; ajgaqw`n kai; kakw`n wJ~ genikwvtaton uJpevtaxe lovgon.
Tou` de; peri; th`~ oJrmh`~ lovgou oJ mevn ejsti peri; th`~ eijdikh`~
oJrmh`~, oJ de; peri; paqw`n. “Htoi ga;r pa`n pavqo~ oJrmh; pleonavzousa,
h] tav ge plei`sta meqΔ oJrmh`~ kai; [ta;] ajrrwsthvmata.
[25] Tou` de; peri; th`~ pravxew~ lovgou o} mevn ejsti peri; tw`n
oijkeiouvntwn prov~ tina~ pravxei~, o} de; peri; tw`n ajllotriouvntwn
ajpov tinwn pravxewn, o} de; tw`n aijtivwn ajpodotikov~ tw`n
ejpitelouvntwn tina;~ scevsei~ h] kinhvsei~, o} de; peri; th`~
ajskhvsew~, o} de; peri; th`~ ijdivw~ kai; oJmwnuvmw~ tw/` gevnei
legomevnh~ pravxew~. Kai; oJ me;n peri; tw`n oijkeiouvntwn prov~
tina~ pravxei~ diairei`tai eij~ te to;n uJpoqetiko;n kai; to;n
protreptikovn: e[nioi ga;r kai; tou`ton uJpo; tovnde tavttousin. ÔO
de; peri; tw`n [30] ajpotrepovntwn kalei`tai paramuqhtikov~, o}~
kalouvmenov~ ejsti pro;~ ejnivwn paqologikov~: tou` de; peri; th`~
oJmwnuvmw~ legomevnh~ pravxew~ kai; eijdikh`~ o} mevn ejsti peri;
tw`n kaqhkovntwn, o} de; peri; tw`n katorqwmavtwn. ΔEpei;; de; tw`n
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 1 77

perseguimento dei fini […], un’altra le virtù e i vizi, un’altra le


qualità correlate alle virtù (questa parte si chiama anche “studio
dei caratteri”), un’altra le tecniche, un’altra le professioni (epi-
têdeumata). Della ripartizione che riguarda le virtù una parte è
specifica, mentre l’altra è comune: quella specifica si occupa,
ad esempio, della giustizia, del coraggio, della temperanza, del-
la saggezza e delle altre virtù; quella comune è invece la parte
protrettica, perché è unicamente rivolta a mostrare la virtù e il
vizio.
Il discorso che ha per oggetto la teoria dei singoli valori si
articola in numerosi argomenti generali: la trattazione dei beni e
dei mali, infatti, contiene molte suddivisioni, come ad esempio
quella relativa ai cosiddetti “preferibili” e quella relativa all’a-
micizia, al piacere, alla fama e alla buona disposizione naturale.
Alla parte dedicata all’amicizia egli riconduce per affinità anche
quella dedicata all’amore <e> quella dedicata ai simposi. Tut-
tavia, egli subordinò indistintamente tutte queste trattazioni a
quella che si occupa dei beni e ai mali, come a quella più gene-
rale in assoluto.
Del discorso che ha per oggetto l’impulso un aspetto riguar-
da l’impulso in senso specifico, mentre un altro riguarda le pas-
sioni. È chiaro infatti che ogni passione è un impulso eccessivo
e che anche la gran parte delle debolezze (arrôstêmata) si ac-
compagna a un impulso.
Del discorso relativo all’azione una parte riguarda ciò che
predispone a determinate azioni, un’altra ciò che dissuade da
determinate azioni, un’altra fornisce le cause che portano a
compimento determinate condizioni o determinati movimenti,
un’altra riguarda l’esercizio, un’altra ancora riguarda l’azione
propriamente detta e omonima al genere. La parte che riguar-
da ciò che predispone a determinate azioni si suddivide in una
sezione ammonitiva e in una protrettica; alcuni subordinano
infatti anche questa a quella. Il discorso relativo a ciò che di-
stoglie si chiama consolatorio, discorso che in alcuni autori si
chiama trattazione delle passioni; della cosiddetta azione omo-
nima e specifica, invece, una parte riguarda le azioni convenien-
ti e un’altra le azioni moralmente rette. Ma, poiché delle azioni
78 EUDORO DI ALESSANDRIA

kaqhkovntwn kai; tw`n katorqwmavtwn a} mevn ejsti kaqΔ eJautav, a}


de; kata; th;n pro;~ tou;~ plhsivon scevs in, sunevsth tovpo~ oJ peri;
tw`n carivtwn ejk tou` lovgou tou` kata; th;n pro;~ tou;~ plhsivon
scevs in uJpavrcwn. Pavlin dΔ ejpei; tw`n kaqhkovntwn kai; tw`n
katorqwmavtwn a} [35] me;n levgetai suvnqeta, a} de; ajsuvnqeta,
sunevsth <ejk tou`> kata; ta; suvnqeta oJ peri; bivwn lovgo~, ou|
mevro~ w]n oJ peri; gavmou katΔ ijdivan ejtavcqh dia; to; plh`qo~ tw`n
ejn aujtw/` zhthmavtwn. ”WstΔ ei\nai tou;~ pavnta~ tovpou~ kata; to;n
<peri;> th`~ pravxew~ lovgon, <uJpoqetikovn, protreptikovn>,
paramuqhtiko;n <h]> paqologikovn, <aijtiologikovn>, peri;
ajskhvsew~, peri; kaqhkovntwn, peri; katorqwmavtwn, peri; ca-
rivtwn, peri; bivwn, peri; gavmou.
[40] ÔO me;n ou\n hjqiko;~ lovgo~ eij~ tau`ta kai; tosau`ta
tevmnoitΔ a[n: ajrktevon de; tw`n problhmavtwn protavttonta ta; ghvnh
kata; th;n ejmoi; fainomevnhn diavtaxin, h{n tina peivqomai pro;~ to;
safevsteron dih/rhkevnai.

2.
(Alessandro di Afrodisia, In Arist. Metaph., p. 58, 25 ss. Hayduck)
ÔUfΔ hJmw`n de; zhtou`ntai aiJ ajrcai; kai; ta; ai[tia tw`n o[ntwn. peri;
me;n ou\n tw`n ajrcw`n tau`ta ei[rhtai Plavtwni. fanero;n de; ejk
tw`n eijrhmevnwn ‘o{ti duoi`n aijtivain ejsti; movnon kecrhmevno~. tw`n
tessavrwn aijtivwn w|n ejxevqeto ou|to~ toi`~ duvo fhsi; kecrh`sqai
Plavtwna, th/` te uJlikh/` kai; th/` kata; to; ei\do~: ta; ga;r ei[dh kai;
aiJ ijdevai aujtw/` tou` ei[dou~ eijs i; parektikai; aijtivai, w{sper ou\n
kai; aujtoi`~ [5] pavlin toi`~ ei[desi kai; tai`~ ijdevai~ to; e}n ai[tion
tou` ei[dou~: hJ ga;r dua;~ u{lh~ ejn aujtoi`~ ejpevcei lovgon. fevretai
e[n tisi grafh; toiauvth “ta; ga;r ei[dh tou` tiv ejstin ai[tia toi`~
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 2 79

convenienti e di quelle moralmente rette alcune lo sono per sé,


mentre altre lo sono in rapporto al prossimo, è sorto il luogo co-
mune sui benefici che deriva dalla trattazione sviluppata in rap-
porto alla disposizione verso il prossimo. D’altro canto, poiché
delle azioni convenienti e di quelle moralmente rette alcune si
dicono composte, altre non composte, dal discorso relativo alle
azioni composte è sorto il discorso sulle vite; benché sia parte
di quest’ultimo, il discorso sul matrimonio è stato ordinato per
conto proprio per il gran numero di ricerche in esso contenute.
Di conseguenza, ci sono tutti i luoghi comuni relativi al discorso
sull’azione: quello ammonitivo, quello protrettico, quello con-
solatorio, quello dedicato alle passioni, quello eziologico, quel-
lo relativo all’esercizio, quello relativo alle azioni convenienti,
quello relativo alle azioni moralmente rette, quello relativo ai
benefici, quello relativo alle vite, quello relativo al matrimonio.
Ebbene, il discorso etico si potrebbe articolare in tutte que-
ste parti; bisogna però cominciare con i problemi, preordinan-
do i generi secondo l’ordine che pare opportuno a me, qualun-
que sia quello che, a mio avviso, garantisce la suddivisione più
chiara1.

[I principi e le cause di tutte le cose]

2.
(Alessandro di Afrodisia, In Arist. Metaph., p. 58, 25 ss. Hayduck)
Noi ricerchiamo i principi e le cause degli enti. Sui principi,
dunque, Platone ha detto queste cose. E, da ciò che è stato
detto, è chiaro che egli ha impiegato soltanto due cause. Delle
quattro cause che questi (sc. Aristotele) ha esposto, egli dice che
Platone ha impiegato queste due, cioè quella materiale e quella
formale. Le Forme e le Idee, infatti, sono per lui le cause pro-
duttrici della forma, come dunque l’Uno, a sua volta, è causa
della forma anche delle Forme e delle Idee stesse; la Diade, in-
fatti, ha in esse la funzione di materia. In alcuni manoscritti è ri-
portata questa versione del testo: «le Forme, infatti, sono cause
80 EUDORO DI ALESSANDRIA

a[lloi~, toi`~ de; eijdovs i to; e}n kai; th`/ u{lh”. kai; ei[h a]n diΔ aujth`~
legovmenon ejpi; toi`~ oujk eijdovs i th;n Plavtwno~ dovxan th;n peri;
tw`n ajrcw`n o{ti to; e}n kai; hJ uJpokeimevnh u{lh ajrcai; kai; o{ti
to; kai; th/` ijdeva/ ai[tion tou` tiv ejstin. ajmeivnwn mevntoi hJ prwvth
grafh; hJ dhlou`sa o{ti ta; me;n ei[dh toi`~ a[lloi~ tou` tiv ejstin [10]
ai[tion, toi`~ de; ei[desi to; e{n. iJstorei` de; ΔAspavs io~ wJ~ ejkeivnh~
me;n ajrcaiotevra~ ou[sh~ th`~ grafh`~, metagrafeivsh~ de; tauvth~
u{steron uJpo; Eujdwvrou kai; eujarmovstou.

3.
(Simplicio, In Arist. Phys., p. 181, 7 ss. Diels)
Kai; oiJ Puqagovreioi de; ouj tw`n fusikw`n movnwn ajlla; kai; pavntwn
aJplw`~ meta; to; e{n, o} pavntwn ajrch;n e[legon, ajrca;~ deutevra~ kai;
stoiceiwvdei~ ta; ejnantiva ejtivqesan, ai|~ kai; ta;~ duvo sustoiciva~
uJpevtatton oujkevti kurivw~ ajrcai`~ ou[sai~. gravfei de; peri;
touvtwn oJ Eu[dwro~ tavde: “kata; to;n ajnwtavtw lovgon fatevon tou;~
Puqagorikou;~ to; e}n ajrch;n tw`n pavntwn levgein, kata; de; to;n
deuvteron [5] lovgon duvo ajrca;~ tw`n ajpoteloumevnwn ei\nai, tov
te e}n kai; th;n ejnantivan touvtw/ fuvs in. uJpotavssesqai de; pavntwn
tw`n kata; ejnantivwsin ejpinooumevnwn to; me;n ajstei`on tw/` eJniv, to;
de; fau`lon th`/ pro;~ tou`to ejnantioumevnh/ fuvsei. dio; mhde; ei\nai to;
suvnolon tauvta~ ajrca;~ kata; tou;~ a[ndra~. eij ga;r hJ me;n tw`nde
hJ de; tw`ndev ejstin ajrchv, oujk eijs i; koinai; pavntwn ajrcai; w{sper
to; e{n”.

4.
(Simplicio, In Arist. Phys., p. 181, 17 ss. Diels)
kai; pavlin “diov, fhsiv, kai; katΔ a[llon trovpon ajrch;n e[fasan ei\nai
tw`n pavntwn to; e{n, wJ~ a]n kai; th`~ u{lh~ kai; tw`n o[ntwn pavntwn ejx
aujtou` gegenhmevnwn. tou`to de; ei\nai kai; to;n uJperavnw qeovn”.
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 3-4 81

dell’essenza, per gli altri, mentre, per coloro che sanno, l’Uno è
causa dell’essenza anche della materia»2. Da questa versione del
testo si dovrebbe dire, per coloro che non conoscono l’opinione
di Platone in merito ai principi, che l’Uno e la materia-sostrato
sono principi e che l’Uno è causa dell’essenza anche dell’Idea.
Tuttavia, la prima versione del testo è migliore, perché mostra
che le Forme sono causa dell’essenza delle altre cose, mentre
l’Uno è causa dell’essenza delle Forme. Aspasio riferisce che
quella è la versione più antica del testo, mentre questa è stata
modificata successivamente, e ben adattata, da Eudoro3.

3.
(Simplicio, In Arist. Phys., p. 181, 7 ss. Diels)
E i Pitagorici, invece, non solo delle realtà fisiche, ma anche
di tutti gli enti in quanto tali dopo l’Uno, che dicevano essere
principio di tutte le cose, ponevano come principi secondari ed
elementari i contrari: ad essi, che non sono più principi in sen-
so proprio, subordinavano anche le due serie (systoichiai). Su
questi argomenti Eudoro scrive ciò che segue: «Nel senso più
alto del discorso bisogna dire che, secondo i Pitagorici, l’Uno
è principio di tutte le cose; ma in un secondo senso essi affer-
mano che i principi delle realtà compiute sono due: l’Uno e la
natura contraria ad esso. Di tutte le cose concepite per contrap-
posizione, quella buona è subordinata all’Uno, mentre quella
cattiva è subordinata alla natura contrapposta all’Uno. Perciò,
secondo loro questi ultimi non sono nemmeno principi in senso
universale. Se infatti uno è principio di alcune cose, l’altro di
altre, non sono principi comuni di tutte le cose come l’Uno»4.

4.
(Simplicio, In Arist. Phys., p. 181, 17 ss. Diels)
E ancora: «Perciò – dice (sc. Eudoro) – anche in un altro senso
(i Pitagorici) hanno affermato che l’Uno è principio di tutte le
cose, perché da lui si genererebbero sia la materia che tutti gli
enti. Secondo loro, questo principio è anche il dio supremo (ho
hyperanô theos)».
82 EUDORO DI ALESSANDRIA

5.
(Simplicio, In Arist. Phys., p. 181, 19 ss. Diels)
kai; loipo;n ajkribologouvmeno~ oJ Eu[dwro~ ajrch;n me;n to; e}n
aujtou;~ tivqesqai levgei, stoicei`a de; ajpo; tou` eJno;~ genevsqai
fhsivn, a} polloi`~ aujtou;~ ojnovmasin prosagoreuvein. levgei gavr:
“fhmi; toivnun tou;~ peri; to;n Puqagovran to; me;n e}n pavntwn ajrch;n
ajpolipei`n, katΔ a[llon de; trovpon duvo ta; ajnwtavtw stoicei`a
pareisavgein. kalei`n de; ta; duvo tau`ta stoicei`a pollai`~
proshgorivai~: to; [5] me;n ga;r aujtw`n ojnomavzesqai tetagmevnon
wJrismevnon gnwsto;n a[rren peritto;n dexio;n fw`~, to; de; ejnantivon
touvtw/ a[takton ajovriston a[gnwston qh`lu ajristero;n a[rtion
skovto~, w{ste wJ~ me;n ajrch; to; e{n, wJ~ de; stoicei`a to; e}n kai;
hJ ajovristo~ duav~, ajrcai; a[mfw e}n o[nta pavlin. kai; dh`lon o{ti
a[llo mevn ejstin e}n hJ ajrch; tw`n pavntwn, a[llo de; e}n to; th`/ duavdi
ajntikeivmenon, o} kai; monavda kalou`s in”.

6.
(Plutarco, De an. proc. in Tim. 1012D ss.)
tau`ta prw`ton o{sa~ parevschke toi`~ ejxhgoumevnoi~ diafora;~
a[pleton e[rgon ejsti; dielqei`n ejn tw`/ parovnti, pro;~ de; uJma`~
ejntetuchkovta~ oJmou` <ti> tai`~ pleivstai~ kai; perittovn. ejpei; de;
tw`n dokimwtavtwn ajndrw`n tou;~ me;n Xenokravth~ proshgavgeto,
th`~ yuch`~ th;n oujs ivan ajriqmo;n aujto;n uJfΔ eJautou` kinouvmenon
ajpofhnavmeno~, oiJ de; Kravntori tw`/ Solei` prosevqento, mignuvnti
th;n yuch;n [5] e[k te th`~ nohth`~ kai; th`~ peri; ta; aijsqhta;
doxasth`~ fuvsew~, oi\maiv ti th;n touvtwn ajnakalufqevntwn
safhvneian w{sper ejndovs imon hJmi`n parevxein.
2. “Esti de; bracu;~ uJpe;r ajmfoi`n oJ lovgo~. oiJ me;n ga;r oujde;n h]
gevnesin ajriqmou` dhlou`sqai nomivzousi th`/ mivxei th`~ ajmerivstou
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 5-6 83

5.
(Simplicio, In Arist. Phys., p. 181, 19 ss. Diels)
E del resto, trattandone con precisione, Eudoro dice che essi
pongono l’Uno come principio e sostiene che dall’Uno si ge-
nerano gli elementi, che essi designano con molti nomi. Dice
infatti: «Affermo dunque che i seguaci di Pitagora ammettono
che l’Uno sia principio di tutte le cose, ma in un altro senso
introducono gli elementi supremi nel numero di due. Essi chia-
mano questi due elementi con molti nomi: il primo di essi è
denominato “ordinato, definito, conoscibile, maschio, dispari,
destro, luce”; il secondo, invece, che è contrario al primo, è de-
nominato “disordinato, indeterminato, inconoscibile, femmina,
sinistro, pari, tenebra”. Sicché come principio viene posto l’U-
no, come elementi l’Uno e la Diade indefinita, benché entrambi
gli Uno, a loro volta, siano principi. Ed è chiaro che altro è
l’Uno principio di tutte le cose, altro è l’Uno che si contrappone
alla Diade, e che essi chiamano anche Monade»5.

[L’anima]

6.
(Plutarco, De an. proc. in Tim. 1012D ss.)6
Passare subito in rassegna tutte le divergenze che queste affer-
mazioni7 hanno suscitato fra gli interpreti sarebbe al momento
un’impresa troppo ardua, e insieme persino superflua per voi
che vi siete imbattuti nella gran parte di esse. Ma, dato che,
tra gli uomini più illustri, alcuni furono attratti da Senocrate,
secondo cui l’essenza dell’anima è un numero che muove sé da
se stesso, mentre altri convennero con Crantore di Soli, che fa
dell’anima una commistione tra la natura intelligibile e quella
opinabile relativa ai sensibili, penso che la chiarezza che deriva
dall’aver precisato queste tesi ci fornirà, per così dire, lo spunto
per il nostro tema.
[2] Il discorso è breve in entrambi i casi. Gli uni, infatti,
ritengono che, con la mescolanza tra l’essere (ousia) indivisibile
84 EUDORO DI ALESSANDRIA

kai; meristh`~ oujs iva~: ajmevriston me;n ga;r ei|nai to; e}n meristo;n
de; to; plh`qo~, ejk de; touvtwn givgnesqai to;n ajriqmo;n tou` eJno;~
oJrivzonto~ to; plh`qo~ kai; th`/ ajpeiriva/ pevra~ [10] ejntiqevnto~, h}n
kai; duavda kalou`s in ajovriston (kai; Zaravta~ oJ Puqagovrou
didavskalo~ tauvthn me;n ejkavlei tou` ajriqmou` mhtevra to; dΔ e}n
patevra: dio; kai; beltivona~ ei\nai tw`n ajriqmw`n o{soi th`/ monavdi
proseoivkasi), tou`ton de; mhvpw yuch;n to;n ajriqmo;n ei\nai: to;
ga;r kinhtiko;n kai; to; kinhto;n ejndei`n aujtw`/. tou` de; taujtou`
kai; tou` eJtevrou summigevntwn, w|n to; mevn ejsti kinhvsew~ ajrch;
kai; metabolh`~ to; de; monh`~, yuch;n gegonevnai, mhde;n h|tton
tou` iJstavnai kai; i{stasqai duvnamin h] tou` kinei`sqai [15] kai;
kinei`n ou\san. oiJ de; peri; to;n Kravntora mavlista th`~ yuch`~
i[dion uJpolambavnonte~ e[rgon ei\nai to; krivnein tav te nohta;
kai; ta; aijsqhta; tav~ te touvtwn ejn auJtoi`~ kai; pro;~ a[llhla
gignomevna~ diafora;~ kai; oJmoiovthta~, ejk pavntwn fasivn, i{na
pavnta gignwvskh/, sugkekra`sqai th;n yuchvn: tau`ta dΔ ei\nai
tevssara, th;n nohth;n fuvs in ajei; kata; taujta; kai; wJsauvtw~
e[cousan kai; th;n peri; ta; swvmata paqhtikh;n kai; metablhth;n
e[ti de; th;n taujtou` kai; tou` eJtevrou dia; to; kajkeivnwn eJkatevran
[20] metevcein eJterovthto~ kai; taujtovthto~.
3. ÔOmalw`~ de; pavnte~ ou|toi crovnw/ me;n oi[ontai th;n yuch;n
mh; gegonevnai mhdΔ ei\nai genhthvn, pleivona~ de; dunavmei~ e[cein,
eij~ a}~ ajnaluvonta qewriva~ e{neka th;n oujs ivan aujth`~ lovgw/ to;n
Plavtwna gignomevnhn uJpotivqesqai kai; sugkerannumevnhn:
ta; dΔ aujta; kai; peri; tou` kovsmou dianoouvmenon ejpivstasqai
me;n ajivdion o[nta kai; ajgevnhton, to; dΔ w|/ trovpw/ suntevtaktai
kai; dioikei`tai katamaqei`n [25] ouj rJav/dion oJrw`nta toi`~
mhvte gevnesin aujtou` mhvte tw`n genhtikw`n suvnodon ejx ajrch`~
prou>poqemevnoi~ tauvthn th;n oJdo;n trapevsqai. toiouvtwn de; tw`n
kaqovlou legomevnwn, oJ me;n Eu[dwro~ oujdetevrou~ ajmoirei`n
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 6 85

e quello divisibile, non si mostri nient’altro se non la genera-


zione del numero; infatti, l’Uno è indivisibile, mentre la molte-
plicità è divisibile, e da essi si genera il numero, quando l’Uno
definisce la molteplicità e pone un limite all’illimitatezza, che
essi chiamano anche Diade indeterminata (e Zarata, il maestro
di Pitagora, chiamava quest’ultima “madre” del numero, men-
tre chiamava l’Uno “padre” del numero; perciò diceva anche
che i numeri sono migliori nella misura in cui assomigliano alla
Monade). Secondo loro, tuttavia, questo numero non è anco-
ra anima, perché gli manca la capacità di muovere e di essere
mosso. Aggiungendo poi alla mescolanza l’identico e il diverso,
il primo dei quali è principio di movimento e di mutamento,
mentre il secondo è principio di permanenza, è nata l’anima, la
quale è capacità tanto di stabilizzare e di stabilizzarsi, quanto di
muoversi e di muovere. Crantore e i suoi seguaci, invece, sup-
ponendo che l’attività peculiare dell’anima sia soprattutto quel-
la di giudicare le realtà intelligibili e quelle sensibili, e le loro
differenze e somiglianze all’interno di ciascuno dei due ambiti e
reciprocamente fra di essi, affermano che, per poter conoscere
tutte le cose, l’anima deve essere composta dalla mescolanza
di tutti questi fattori; essi sono quattro: la natura intelligibile,
che è sempre identica e la stessa, la natura passiva e mutevole,
che si trova nei corpi, e poi la natura dell’identico e quella del
diverso, perché ciascuna delle prime due partecipa di alterità e
di identità.
[3] Tutti costoro, senza eccezione, pensano che l’anima non
sia nata nel tempo e che non sia generata, ma che abbia molte-
plici facoltà, nelle quali Platone per ragioni espositive ha risolto
la sua essenza, presentandola però a parole come generata e
commista; essi ritengono che Platone pensi la stessa cosa anche
del cosmo: egli sapeva bene che esso è eterno e “ingenerato”
(agenêtos), ma intraprese questa strada perché si accorse che,
per chi non avesse presupposto né una sua “generazione” (ge-
nesis), né un concorso originario di “principi generativi” (tôn
genêtikon), non sarebbe stato facile comprendere il modo in cui
esso era ordinato e governato. Essi dicono in generale queste
cose; Eudoro, dal canto suo, ritiene che né gli uni, né gli altri
86 EUDORO DI ALESSANDRIA

oi[etai tou` eijkovto~: ejmoi; de; dokou`s i th`~ Plavtwno~ ajmfovteroi


diamartavnein dovxh~, eij kanovni tw`/ piqanw`/ crhstevon, oujk i[dia
dovgmata peraivnonta~ ajllΔ ejkeivnw/ ti boulomevnou~ levgein
oJmologouvmenon.

7.
(Plutarco, De an. proc. in Tim. 1019E-F)
To;n de; trovpon w|/ lambavnousi ta;~ eijrhmevna~ aJplw`~ kai;
safw`~ Eu[dwro~ ajpodeivknusi. skovpei de; provteron ejpi; th`~
ajriqmhtikh`~. a]n ga;r ejkqei;~ tou;~ a[krou~ lavbh/~ eJkatevrou
to; h{misu mevro~ kai; sunqh`/~, oJ sunteqei;~ e[stai mevso~ e[n te
toi`~ diplasivoi~ kai; toi`~ triplasivoi~ oJmoivw~. ejpi; de; th`~
uJpenantiva~, ejn me;n toi`~ diplasivoi~ a]n tou;~ a[krou~ ejkqei;~ tou`
me;n ejlavttono~ to; [5] trivton tou` de; meivzono~ to; h{misu lavbh/~,
oJ sunteqei;~ givgnetai mevso~: ejn de; toi`~ triplasivoi~ ajnavpalin,
tou` me;n ejlavttono~ h{misu dei` labei`n tou` de; meivzono~ trivton,
oJ ga;r sunteqei;~ ou{tw givgnetai mevso~. e[stw ga;r ejn triplasivw/
lovgw/ ta; ıV ejlavcisto~ o{ro~ ta; de; ihV mevgisto~: a]n ou\n tw`n
ıV to; h{misu labw;n ta; triva kai; tw`n ojktw; kai; devka to; trivton
ta; ıV sunqh`/~, e{xei~ ta; qV taujtw`/ tw`n a[krwn uJperevconta kai;
uJperecovmena. ou{tw~ me;n aiJ mesovthte~ lambavnontai.

8.
(Plutarco, De an. proc. in Tim. 1020C)
ÔO me;n ou\n Eu[dwro~ ejpakolouqhvsa~ Kravntori prw`ton e[labe
to;n tpdV, o}~ givgnetai tou` e}x ejpi; ta; xdV pollaplasiasqevnto~:
ejphgavgeto dΔ aujtou;~ oJ tw`n xdV ajriqmo;~ ejpovgdoon e[cwn to;n obV.

9.
(Achille Tazio, Isag. 2, p. 30, 20 ss. Maass)
Eu[dwro~ oJ ILlovsofov~ fhsi Diovdwron to;n ΔAlexandreva
maqhmatiko;n touvtw/ diafevrein eijpei`n [5] th;n maqhmatikh;n th`~
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 7-9 87

manchino di verosimiglianza; a me pare invece che sia gli uni


che gli altri fraintendano l’opinione di Platone, se si deve usare
il criterio della plausibilità non per esporre dottrine proprie, ma
con l’intenzione di dire qualcosa che concordi con lui.

7.
(Plutarco, De an. proc. in Tim. 1019E-F)
Il modo in cui (i Pitagorici) trovano i suddetti medi è spiegato
con semplicità e chiarezza da Eudoro. Considera per primo il
medio aritmetico. Se, posti gli estremi, prendi la metà dell’uno
e la sommi alla metà dell’altro, il risultato sarà il termine medio,
sia tra i doppi che tra i tripli. Nel caso del medio subcontrario
(hypenantia), se nei numeri doppi poni i termini estremi e pren-
di un terzo del minore e la metà del maggiore, il risultato è il
termine medio; nei numeri tripli, viceversa, bisogna prendere la
metà del minore e un terzo del maggiore, e il risultato sarà così
il termine medio. Nel rapporto fra numeri tripli, infatti, sia 6 il
termine minore e 18 il maggiore; se dunque prendi la metà di 6,
cioè 3, e un terzo di 18, cioè 6, li sommi, otterrai 9, che supera
ed è superato dagli estremi di una stessa parte. Così dunque si
trovano i medi.

8.
(Plutarco, De an. proc. in Tim. 1020C)
Eudoro dunque, seguendo Crantore, prese per primo il numero
384, che è il prodotto di 6 moltiplicato per 64; il numero 64
attrasse costoro perché 72 ne costituisce i 9/8.

[L’astronomia e la geografia]

9.
(Achille Tazio, Isag. 2, p. 30, 20 ss. Maass)
Stando al filosofo Eudoro, il matematico Diodoro di Alessan-
dria8 affermava che la matematica differisce dalla fisica (physio-
88 EUDORO DI ALESSANDRIA

fusiologiva~, o{ti hJ me;n maqhmatikh; ta; parepovmena th`/ oujs iva/


xhtei`, povqen kai; pw`~ ejkleivyei~ givnontai, hJ de; fusiologiva
peri; th`~ oujs iva~, tiv~ hJlivou fuvs i~, povteron muvdro~ ejsti; kata;
ΔAnaxagovran h] pu`r kata; tou;~ Stwi>kou;~ h] kata; ΔAristotevlhn
pevmpth oujs iva mhdeni; tw`n tessavrwn stoiceivwn ejpikoinwnou`sa,
ajgevnnhtov~ te kai; a[fqarto~ kai; ajmetavbolo~. diaferouvsa~
gou`n tauvta~ ejn tai`~ zhthvsesin ejpipeplevcqai th;n eJtevran
deomevnhn th`~ eJtevra~.

10.
(Achille Tazio, Isag. 13, p. 40, 25 ss. Maass)
Zw`/on dev ejstin, wJ~ Eu[dwro~, e[myuco~ oujs iva. tou;~ ajstevra~ de;
zw`/a ei\nai ou[te ΔAnaxagovra/ ou[te Dhmokrivtw/ ejn tw`/ Megavlw/
<dia>kovsmw/ dokei` ou[te ΔEpikouvrw/ ejn th`/ pro;~ ΔHrovdoton
ΔEpitomh/`, dokei` de; Plavtwni ejn Timaivw/, ΔAristotevlei ejn deutevrw/
Peri; oujranou`, Crusivppw/ ejn tw`/ Peri; pronoiva~ kai; qew`n. oiJ
de; ΔEpikouvreoiv fasi mh; ei\nai zw/vdia, ejpeidh; uJpo; swmavtwn
[5] sunevcetai, oiJ de; Stwi>koi; to; ajnavpalin. Poseidwvnio~ de;
ajgnoei`n tou;~ ΔEpikoureivou~ e[fh, wJ~ ouj ta; swvmata ta;~ yuca;~
sunevcei, ajllΔ aiJ yucai; ta; swvmata, w{sper kai; hJ kovlla kai;
eJauth;n kai; ta; ejkto;~ kratei`.

11.
(Anonimo I, Isag. 6, p. 96, 24 ss. Maass)
Zw`nai dev eijs in ejn oujranw`/ kai; ejpi; gh`/~ pevnte. w|n duvo movnai
oijkou`ntai, miva me;n hJ metaxu; tou` ajrktikou` kai; qerinou`
tropikou`, eJtevra de; hJ metaxu; ceimerinou` mevcri~ ajntarktikou`,
aiJ de; loipai; ajoivkhtoi duvo me;n dia; yucrovthta, aiJ uJpo;
ajrktiko;n kai; ajntarktikovn, miva de; dia; qermovthta, hJ uJpo; to;n
ijshmerinovn, <h}> kalei`tai diakekaumevnh. oijkou`men de; hJmei`~
th;n para; qerino;n [5] tropiko;n tekmairovmenoi, o{ti hJmei`~
tauvthn e[conte~ th;n oijkoumevnh~ <ejn> dexia`/ me;n e[comen th;n
dia; yucrovthta ajoivkhton kata; borra`n zwvnhn, ejn ajristera`/ de;
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 10-11 89

logia) in questo, cioè che la matematica ricerca ciò che consegue


all’essenza, da dove e in che modo si generino le eclissi, mentre
la fisica si occupa dell’essenza, di quale sia la natura del Sole,
se sia una massa incandescente – come sostiene Anassagora –,
oppure fuoco – come sostengono gli Stoici –, oppure – come
sostiene Aristotele – una quinta essenza che non ha nulla in co-
mune con i quattro elementi, essendo ingenerata, incorruttibile
e immutabile. Queste due scienze dunque, pur distinguendosi
nei loro ambiti di ricerca, si implicano, perché hanno bisogno
l’una dell’altra.

10.
(Achille Tazio, Isag. 13, p. 40, 25 ss. Maass)9
Un vivente, come dice Eudoro, è un essere dotato di anima.
Che gli astri siano esseri viventi non lo sostengono né Anassa-
gora, né Democrito nella Grande cosmologia, né Epicuro nella
sua Epitome ad Erodoto. Sostengono invece questa tesi Platone
nel Timeo10, Aristotele nel secondo libro de Il cielo11 e Crisippo
nella sua opera La provvidenza e gli dèi12. Gli Epicurei negano
che siano esseri viventi, perché sono tenuti insieme da corpi,
mentre gli Stoici sostengono la tesi contraria. Secondo Posido-
nio, gli Epicurei ignorano che non sono i corpi a contenere le
anime, ma le anime a contenere i corpi, come anche la colla
tiene insieme se stessa e le cose esterne.

11.
(Anonimo I, Isag. 6, p. 96, 24 ss. Maass)13
Le zone nel cielo e sulla terra sono cinque. Di queste, solo due
sono abitate – una, quella tra il circolo polare artico e il tropico
estivo, e l’altra, quella tra il tropico invernale e il circolo antar-
tico –, mentre le altre sono disabitate, due a causa del freddo –
quelle al di là del circolo polare artico e antartico – e una a causa
del caldo – quella equatoriale, che è chiamata zona torrida. Noi
abitiamo la zona prossima al tropico estivo e ne abbiamo pro-
va dal fatto che, trovandoci in questa regione abitata, abbiamo
a destra la zona disabitata per il freddo portato dal vento del
90 EUDORO DI ALESSANDRIA

th; n diakekauv menhn: eij ga;r th; n uJp o; ceimerino; n tropiko; n


wj/kou`men, dexia`/ me;n h\n a]n hJmi`n hJ diakekaumevnh, ajristera; de;
hJ pro;~ to;n novton kateyugmevnh. tine;~ dev, w|n ejsti Panaivtio~
oJ Stowi>ko;~ kai; Eu[dwro~ oJ ΔAkadhmai>kov~, oijkei`sqaiv fasi
th;n diakekaumevnh th`~ kravsew~ tou` ajevro~ ginomevnh~ e[k te
tou` sfodrotevrou~ ei\nai [10] ejkei`se tou;~ ejthsiva~ kai; ejk
tou` th;n ajnapnoh;n th`~ ejkei` megavlh~ qalavssh~ mignuvnai th;n
ajnaqumivasin th`~ yucrovthto~ pro;~ th;n th`~ qermovthto~ kau`s in.

12.
(Anonimo II, Isag. 2, p. 142, 19 ss. Maass)
Simili modo et de Corona Ariadnes (Arat. 71, 2). hanc
enim per Dionysum quasi exornatam in carmine suo et ille
Coronam manifeste, quod fabulationem primus reddidit. de
tali constitutione stellarum homines committunt, non qualem
Iuppiter praecipit. istas enim appellationes et [5] significationes
stellarum postea aliquando Berossus ait in Procreatione ita
significans exposuit nihil ad constitutionem mundi ab eo
factam. talia quippe aliqua Eudorus dicit.

13.
(Strabone, Geogr. XVII, 1, 5)
ΔAllΔ ejw` tau`ta, pollw`n eijrhkovtwn, w|n ajrkevsei duvo mhnu`sai
tou;~ poihvsanta~ kaqΔ hJma`~ to; peri; tou` Neivlou biblivon,
Eu[dwrovn te kai; ΔArivstwna to;n ejk tw`n peripavtwn: plh;n ga;r
th`~ tavxew~ tav ge a[lla kai; th`/ fravsei kai; th`/ ejpiceirhvsei
taujtav ejsti keivmena parΔ ajmfotevroi~. ejgw; gou`n ajporouvmeno~
ajntigravfwn eij~ th;n ajntibolh;n ejk qatevrou qavteron
ajntevbalon: povt ero~ dΔ [5] h|n oJ tajllovtria uJpoballovmeno~,
ejn “Ammwno~ eu{roi ti~ a[n. Eu[dwro~ dΔ hj/tia`to to;n ΔArivstwna: hJ
mevntoi fravs i~ ΔAristwvneio~ ma`llovn ejstin.
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 12-13 91

nord, e a sinistra la zona torrida; se infatti abitassimo la zona


posta sotto il tropico invernale, la zona torrida si troverebbe
alla nostra destra, mentre a sinistra si troverebbe quella glaciale
meridionale. Secondo alcuni, tra cui lo Stoico Panezio e l’Ac-
cademico Eudoro, la zona torrida è abitata, sia perché l’aria è
mite, sia perché i venti periodici spirano con più forza in quelle
zone, sia perché le evaporazioni oceaniche, che là sono massic-
ce, mescolano l’esalazione del freddo con l’ardore del caldo.

12.
(Anonimo II, Isag. 2, p. 142, 19 ss. Maass)
Lo stesso vale anche per la Corona di Arianna14. È chiaro infatti
che essa è stata, per così dire, adornata da Dioniso in un suo
carme e che è stato proprio lui a chiamarla Corona, perché per
primo ha creato su di essa un mito. È su questa disposizione di
stelle, che non è quella prescritta da Zeus, che gli uomini dibat-
tono. Infatti una volta, tempo dopo, egli espose questi nomi e
designazioni delle stelle – dice Berosso nella Generazione15 –,
dichiarando che nulla era stato fatto da lui per la costituzione
del mondo. Eudoro dice senz’altro cose del genere.

13.
(Strabone, Geogr. XVII, 1, 5)
Ma tralascio questi problemi, perché ne hanno parlato in molti,
tra i quali basterà menzionare i due che ai tempi nostri hanno
scritto il libro dedicato al Nilo: Eudoro e il Peripatetico Ari-
stone16; infatti, tranne l’ordine espositivo, tutto il resto, come
compare nei due autori, è identico sia per stile che per modalità
di trattazione. Dal canto mio, non avendo a disposizione copie
per fare un confronto letterale, ho confrontato un autore con
l’altro; chi dei due si sia appropriato del lavoro altrui, lo potrai
scoprire al tempio di Ammone! Eudoro accusava Aristone; lo
stile, però, è piuttosto quello di Aristone.
92 EUDORO DI ALESSANDRIA

14.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 159, 23 ss. Kalbfleisch)
Plhquntikw`~ de; eijpovnto~ tou` ΔAristotevlou~ prov~ ti de; ta;
toiau`ta levgetai, oiJ peri; to;n ΔAcai>ko;n kai; Swtivwna w/jhvqhsan
mh; w{sper oujs ivan kai; oujs iva~ kai; poso;n kai; posa; kai; eJnikw`~
kai; plhquntikw`~ levgomen, ou{tw~ kai; ejpi; tw`n prov~ ti to; prov~
ti kai; ta; prov~ ti levgesqai, ajlla; movnon plhquntikw`~. oujde;
ga;r wJ~ miva oujs iva to; zw/`ovn ejstin, ou{tw~ kai; ta; prov~ ti ejn eJniv
ejstin, ajllΔ ejn [5] pleivosin, oi|on path;r uiJov~, hJmivsu diplavs ion:
ta; ga;r pro;~ a[llhla oujk e[stin e}n oujde; a[n ti~ ei[poi to; pro;~
a[llhla, ajlla; movnw~ ta; pro;~ a[llhla: ou{tw~ ou\n oujde; to; prov~
ti, ajlla; movnw~ ta; prov~ ti. tau`ta de; ejpisthvsante~ ou|toi tou;~
palaiou;~ tw`n kathgoriw`n ejxhghta;~ aijtiw`ntai, Bovhqon kai;
ΔArivstwna kai; ΔAndrovnikon kai; Eu[dwron kai; ΔAqhnovdwron, mhvte
ejpisthvsanta~ mhvte ejpishmhnamevnou~, ajlla; kai; toi`~ ojnovmasi
sugkecumevnw~ crhsamevnou~ kai; eJnikw`~ ejkfevronta~ ejnivote
to; prov~ ti, tou` ΔAristotevlou~ plhquntikw`~ ajei; proferomevnou.

15.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 174, 14 ss. Kalbfleisch)
Aijtia`tai de; oJ Eu[dwro~, dia; tiv ajntidih/rhmevnou tou` kaqΔ auJto;
tw/` prov~ ti peri; me;n tou` prov~ ti dieivlektai oJ ΔAristotevlh~,
peri; de; tou` kaqΔ auJto; oujkevti.

16.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 187, 10 ss. Kalbfleisch)
Eu[dwro~ de; oJ ΔAkadhmai>ko;~ ejgkalei` wJ~ ouj suntavttetai to;
ptero;n tw/` pterwtw/`: to; me;n ga;r ptero;n ejnergeiva/ levgetai, to; de;
pterwto;n dunavmei, wJ~ dunavmenon pterwqh`nai: eij de; ejnergeiva/
gevnoito, ouj pterwtovn, ajllΔ ejpterwmevnon levgetai. oJmoivw~ de;
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 14-16 93

[Critica alle categorie di Aristotele]

14.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 159, 23 ss. Kalbfleisch)
Poiché Aristotele parla delle cose relative usando il plurale,
Acaico, Sozione e i loro seguaci17 ritennero che delle cose relati-
ve non si dica “la cosa relativa” e “le cose relative” – come dicia-
mo “essenza” ed “essenze”, “quanto” e “quanti”, sia al singolare
che al plurale –, ma che se ne parli solo al plurale. A differenza
del vivente, infatti, che è un’unica sostanza, i relativi sono qual-
cosa che ha sede non in un unico ente, ma in molteplici, come
ad esempio padre-figlio, mezzo-doppio; le cose reciprocamente
relative, infatti, non sono una unità e non si potrebbe dire “la
cosa reciprocamente relativa”, ma solo “le cose reciprocamente
relative”; allo stesso modo, dunque, non si può dire “la cosa
relativa”, ma solo “le cose relative”. Consapevoli di ciò, costoro
accusano gli antichi interpreti delle categorie – Boeto, Aristo-
ne, Andronico, Eudoro e Atenodoro – di non averlo né capito
né fatto trasparire, ma di aver usato anche una terminologia
confusa, dicendo talvolta anche al singolare “la cosa relativa”,
quando invece Aristotele si esprime sempre al plurale.

15.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 174, 14 ss. Kalbfleisch)
Da parte sua, Eudoro avanza questa critica: perché Aristotele,
dopo aver contrapposto il “per sé” al “relativo”, ha discusso del
“relativo”, ma non del “per sé”?

16.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 187, 10 ss. Kalbfleisch)
L’Accademico Eudoro critica il fatto che l’ala (pteron) non si
combina con l’“alabile” (pterôton): l’ala, infatti, è detta in atto,
mentre l’“alabile” è detto in potenza, perché ha la capacità di
venire dotato di ali; se fosse in atto, non si direbbe “alabile”,
ma “alato” (epterômenon). La stessa distinzione vale anche per
94 EUDORO DI ALESSANDRIA

kai; ejpi; tou` phdalivou diorivzetai, o{ti ouj pro;~ phdaliwtovn,


ajlla; pro;~ pephdaliwmevnon a]n levgoito, kai; hJ kefalh; pro;~
kekefalwmevnon.

17.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 206, 10 ss. Kalbfleisch)
kai; Eu[dwro~ de; tw/` peri; th`~ oujs iva~ lovgw/ to;n peri; th`~ poiovthto~
lovgon kai; meta; tou`ton to;n peri; tou` posou` sunezeu`cqaiv
fhsin: th;n ga;r oujs ivan a{ma tw/` poiw/` kai; posw/` sunuILvstasqai,
meta; de; tau`ta th;n cronikhvn te kai; topikh;n kathgorivan
paralambavnesqai: pa`san ga;r oujs ivan pou` te ei\nai kai; potev,
dhlonovti th;n aijsqhthvn.

18.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 236, 28 ss. Kalbfleisch)
Eu[dwro~ de; ejgkalei` o{ti eijpw;n i[dion ei\nai th`~ diaqevsew~
to; eujkivnhton fhsi; pavlin ei[per ei[dh aiJ e{xei~ kai; diaqevsei~:
“oujkevti ga;r i[dion e[stai to; eujkivnhton th`~ diaqevsew~: kai; ga;r
hJ e{xi~ eujkivnhto~ e[stai: kai; ga;r eij i[dion zwv/ou h\n to; logikovn,
oujk a]n h\n oJ kuvwn zw/`on a[logo~ w[n. kai; eij pa`sa e{xi~ kai;
diavqesi~, oujdemiva de; diavqesi~ e{xi~, pw`~ ouj sunacqhvsetai to;
ta;~ e{xei~ mh; ei\nai [5] e{xei~…”

19.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 246, 22 ss. Kalbfleisch)
ÔO de; Eu[dwro~ aijt ia`tai wJ~ tw/` protevrw/ taujto;n o]n tou`to
to; ei\do~ th`~ poiovthto~: ‘aiJ ga;r fusikai; dunavmei~, eij me;n
eujmetakivnhtoi tuvcwsin, diaqevsei~ e[sontai, eij de; movnimoi,
e{xei~’.
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 17-19 95

il timone (pêdalion): non si può dire in riferimento a “ciò che


può essere dotato di timone” (pêdaliôton), ma a “ciò che è stato
dotato di timone” (pepêdaliômenon), e la testa in riferimento a
“ciò che è stato dotato di testa”.

17.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 206, 10 ss. Kalbfleisch)
Eudoro afferma che alla trattazione della sostanza si collega la
trattazione della qualità e, dopo questa, quella della quantità;
infatti, la sostanza coesiste con il “quale” e con il “quanto”,
mentre la categoria temporale e quella locale sono accolte dopo
quelle; ogni sostanza, infatti – quella sensibile, voglio dire –,
esiste in un luogo e in un tempo.

18.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 236, 28 ss. Kalbfleisch)
Eudoro critica il fatto che, dopo aver detto che è proprio della
disposizione (diathesis) il fatto di essere facilmente mutevole,
(Aristotele) afferma poi che, pur essendo specie diverse, gli
abiti (hexeis) sono anche disposizioni (diatheseis): «L’essere
facilmente mutevole non sarà più proprio della disposizione,
perché anche l’abito sarà facilmente mutevole; e infatti, se fosse
proprio dell’animale l’essere razionale, il cane, che è irrazionale,
non sarebbe un animale. E, se ogni abito è anche una disposi-
zione, mentre nessuna disposizione è un abito, come si potrà
evitare di essere condotti a dire che gli abiti non sono abiti?».

19.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 246, 22 ss. Kalbfleisch)
Eudoro critica il fatto che questa specie della qualità è identi-
ca a quella precedente: «Le facoltà naturali, se sono facilmente
mutevoli, saranno disposizioni (diatheseis), se invece sono per-
manenti, saranno abiti (hexeis)».
96 EUDORO DI ALESSANDRIA

20.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 256, 16 ss. Kalbfleisch)
ΔAlla; pw`~, fhsi;n Eu[dwro~, ejn me;n tw/` prwvtw/ ei[dei th`~
poiovthto~ qermovthta~ kai; yuvxei~ kai; novson kai; uJgeivan ejn
tai`~ diaqevsesi kathrivqmhsen, ejntau`qa de; wJ~ eij~ a[llo ei\do~
th;n paqhtikh;n poiovthta aujta;~ katalevgei…

21.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 263, 19 ss. Kalbfleisch)
ΔAndrovniko~ de; pevmpton eijsavgei gevno~, ejn w|/ tavttei manovthta
puknovthta, koufovthta baruvthta, leptovthta pacuvthta, ouj
th;n kata; to;n o[gkon, ajlla; kaqo; ajevra levgomen lepto;n ei\nai
kai; tou` uJdato~ leptovteron: ... Eu[dwro~ de; th;n pacuvthta kai;
leptovthta eij~ e{teron tavttei gevno~, ta;~ de; a[lla~ ou[.

22.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 268, 13 s. Kalbfleisch)
Eu[dwro~ de; ajporei`, tiv dhvpote to; me;n mano;n kai; pukno;n kai;
lei`on kai; tracu; qevs in shmaivnei, oujkevti de; kai; hJ kampulovth~
kai; hJ eujquvth~.
I. TESTIMONIANZE E FRAMMENTI SICURI, 20-22 97

20.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 256, 16 ss. Kalbfleisch)
Ma come ha potuto – dice Eudoro – annoverare fra le disposizio-
ni (diatheseis), nella prima specie della qualità, il caldo e il freddo,
la malattia e la salute, quando invece in questo passo le colloca,
come in un’altra specie, nell’ambito della qualità passiva?

21.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 263, 19 ss. Kalbfleisch)
Dal canto suo, Andronico introduce un quinto genere (sc. di
qualità), in cui ordina radezza-densità, leggerezza-pesantezza,
finezza-grossezza, non in relazione alla massa, ma nel senso in
cui diciamo che l’aria è fine e che è più fine dell’acqua; […] Eu-
doro, invece, ordina grossezza e sottigliezza in un altro genere,
ma non le altre.
22.
(Simplicio, In Arist. Categ., p. 268, 13 s. Kalbfleisch)
Eudoro solleva una difficoltà: perché il rado e il denso, il liscio
e il ruvido significano una posizione, ma non così il curvo e il
diritto?
23.
(Seneca, Epist. 89, 14 s.)
Ergo cum tripertita sit philosophia, moralem eius partem
primum incipiamus disponere. Quam in tria rursus dividi
placuit, ut prima esset inspectio suum cuique distribuens et
aestimans quanto quidque dignum sit, maxime utilis – quid
enim est tam necessarium quam pretia rebus inponere? –
secunda de impetu, de actionibus tertia. Primum enim est ut
quanti quidque sit iudices, secundum ut impetum ad illa capias
ordinatum temperatumque, tertium ut inter impetum tuum
actionemque conveniat, ut in omnibus istis tibi ipse consentias.
[15] Quidquid ex tribus defuit turbat et cetera. Quid enim
prodest inter <se> aestimata habere omnia, si sis in impetu
nimius? quid prodest impetus repressisse et habere cupiditates
in sua potestate, si in ipsa rerum actione tempora ignores nec
scias quando quidque et ubi et quemadmodum agi debeat?
Aliud est enim dignitates et pretia rerum nosse, aliud articulos,
aliud impetus refrenare et ad agenda ire, non ruere. Tunc ergo
vita concors sibi est ubi actio non destituit impetum, impetus
PARTE SECONDA

TESTO E TRADUZIONE
DELLE TESTIMONIANZE NON SICURE

[L’articolazione dell’etica]

23.
(Seneca, Epist. 89, 14 s.)
Ora, detto che la filosofia è composta di tre parti, cominciamo
innanzitutto ad esaminarne l’etica. Questa, a sua volta, è parso
opportuno suddividerla in tre parti, di modo che la prima fosse
un’indagine volta a stabilire che cosa vada assegnato a ciascu-
no e a giudicare quale sia il valore di ogni cosa – un’indagi-
ne utilissima: che cosa, infatti, è tanto necessario da stabilire il
prezzo delle cose? –, la seconda si occupasse dell’impulso e la
terza delle azioni. In primo luogo, infatti, devi giudicare quale
sia il valore di ogni cosa; in secondo luogo, devi suscitare verso
quelle cose un impulso ordinato e moderato; in terzo luogo,
devi trovare l’accordo tra il tuo impulso e l’azione, per esse-
re coerente con te stesso in tutte queste situazioni. [15] Una
qualunque mancanza in una delle tre parti crea disordine an-
che nelle altre. A che giova, infatti, aver ponderato tutto fra
sé e sé, se sei sfrenato nell’impulso? A che giova aver represso
gli impulsi e avere in proprio potere le passioni, se nell’azione
concreta ignori il momento opportuno e non sai quando, dove
e come bisogna fare ciascuna cosa? Altro, infatti, è conoscere
grado e valore delle cose, altro frenare le membra, altro frenare
gli impulsi e accingersi ad agire senza frenesia. Allora, dunque,
la vita è coerente con se stessa, quando l’azione non manca di
impulso, e quando l’impulso è accolto in ragione del valore di
100 EUDORO DI ALESSANDRIA

ex dignitate rei cuiusque concipitur, proinde remissus <aut>


acrior prout illa digna est peti.

24.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 47, 4 ss.)
ΔAllΔ ou|to~ me;n dhmotele;~ eijshvgage to; tevlo~, Plavtwn de;
dievstixe prw`to~ to; katΔ a[ndra kai; bivon ijdiavzon e[n te tw/`
Timaivw/ kajn tw/` Prwtagovra/.

25.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 49, 8 ss.)
Swkravth~, Plavtwn taujta; tw/` Puqagovra/, tevlo~ oJmoivwsin qew/`.
Safevsteron dΔ aujto; dihvrqrwse Plavtwn prosqeiv~ to; «kata;
to; dunatovn», fronhvsei dΔ ejsti; movnw~ dunatovn, tou`to dΔ h\n
to; katΔ ajreth;n <zh`n>. ΔEn me;n ga;r qew/` to; kosmopoio;n kai;
kosmodioikhtikovn: ejn de; tw/` sofw/` bivou katavstasi~ kai; zwh`~
[5] diagwghv: o{per aijnivxasqai me;n ”Omhron eijpovnta «katΔ
i[cnia bai`ne qeoi`o»: Puqagovran de; parΔ aujto;n eijpei`n: «”Epou
qew/`»: dh`lon wJ~ oujc oJratw/` kai; prohgoumevnw/, nohtw/` de; kai;
th`~ kosmikh`~ eujtaxiva~ aJrmonikw/`. Ei[rhtai de; para; Plavtwni
kata; to; th`~ ILlosoILva~ trimerev~, ejn Timaivw/ me;n fusikw`~
(prosqhvsw de; kai; Puqagorikw`~), shmaivnonto~ ajfqovnw~ th;n
ejkeivnou proepivnoian: ejn [10] de; th`/ Politeiva/ hjqikw`~: ejn de;
tw/` Qeaithvtw/ logikw`~: peripevfrastai de; kajn tw/` tetavrtw/ peri;
Novmwn ejpi; th`~ ajkolouqiva~ tou` qeou` safw`~ a{ma kai; plousivw~.
To; dev ge poluvfwnon tou` Plavtwno~ <ouj poluvdoxon>. Ei[rhtai de;
kai; ta; peri; tou` tevlou~ aujtw/` pollacw`~. Kai; th;n me;n poikilivan
th`~ fravsew~ e[cei dia; to; lovgion kai; megalhvgoron, eij~ de;
taujto; kai; suvmfwnon tou` dovgmato~ suntelei`. Tou`to dΔ [15]
ejsti; to; katΔ ajreth;n zh`n. Tou`to dΔ au\ kth`s i~ a{ma kai; crh`s i~
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 24-25 101

ogni cosa, e quindi è più debole o più forte a seconda di quanto


quella cosa meriti di essere ricercata18.

[Il fine della vita etica e l’assimilazione a dio]

24.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 47, 4 ss.)
Ma questi (sc. Omero) introdusse il fine in accezione socio-poli-
tica, mentre Platone, nel Timeo e nel Protagora, fu il primo a di-
stinguere il fine particolare di ogni singolo uomo e di ogni vita19.

25.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 49, 8 ss.)
Socrate e Platone sostengono la stessa tesi di Pitagora, cioè che
il fine consiste nell’assimilazione a dio (homoiôsis theô)20. Pla-
tone, però, l’ha espresso con maggior chiarezza, aggiungendo
«nel limite del possibile»: è possibile unicamente al pensiero
(phronêsis), e questo è <il vivere> secondo virtù. In dio, infatti,
vi è la capacità di produrre e di governare il cosmo; nel sapien-
te, invece, vi è la disposizione dell’esistenza e la condotta di vita;
a questo allude Omero, quando dice: «e lui dietro i passi della
dea camminava»21; Pitagora, oltre a costui, dice: «Segui dio»22; è
chiaro che non si tratta di un dio visibile e che ci precede, ma di
uno intelligibile armonizzatore del buon ordine cosmico. Plato-
ne lo dice in riferimento alla tripartizione della filosofia: nel Ti-
meo in termini fisici (e, si aggiunga, anche pitagorici), come uno
che interpreta senza invidia la suddetta opinione di Pitagora;
nella Repubblica in termini etici23; nel Teeteto in termini logici;
anche nel quarto libro delle Leggi si parla della sequela di dio in
modo chiaro ed esaustivo24. In realtà, l’insegnamento di Platone
ha molte voci, <non molte opinioni>. Egli parla in molti modi
anche del problema del fine. Anche la varietà dell’espressione
gli deriva dal suo essere dotto e magniloquente, ma essa con-
corre a un significato identico e consonante con la sua dottrina,
cioè quella del vivere secondo virtù. Ciò consiste nel possesso
102 EUDORO DI ALESSANDRIA

th`~ teleiva~ ajreth`~. ”Oti de; tevlo~ aujth;n hJgei`tai, tevtacen ejn
Timaivw/ <eijpw;n> kai; tou[noma: fravsw de; kai; tajkroteleuvtion
th`~ perioch`~: e[cei dΔ ou{tw~: «oJmoiwvsanta de; tevlo~ e[cein tou`
proteqevnto~ ajnqrwvpoi~ uJpo; qew`n ajrivstou bivou prov~ te to;n
parovnta kai; to;n mevllonta».

26.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 51, 15 ss.)
Tou`to me;n ou\n to; tevlo~: to; dΔ aujto; sunwnuvmw~ eujdaimoniva
para; Plavtwno~ methgmevnon.

27.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 52, 7 ss.)
ÔHdu; dΔ ejsti;n oijkei`on yuch`~ kai; swvmato~ pavqo~, eij~ to; kata;
fuvs in ejk tou` para; fuvs in ajgwgovn, w{sper oJ Plavtwn ejn tw/`
Timaivw/ wJrivsato.

28.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 52, 13 ss.)
Dhmovkrito~ kai; Plavtwn koinw`~ ejn th`/ yuch/` th;n eujdaimonivan
tivqentai. Gevgrafe dΔ o} me;n ou{tw~: «Eujdaimonivh yuch`~ kai;
kakodaimonivh.» «Eujdaimonivh oujk ejn boskhvmasi oijkevei, oujde;
ejn crusw/`: yuch; oijkhthvrion daivmono~». Th;n dΔ <eujdaimonivan
kai;> eujqumivan kai; eujestw; kai; aJrmonivan, summetrivan te kai;
[5] ajtaraxivan kalei`: sunivstasqai dΔ aujth;n ejk tou` diorismou`
kai; th`~ diakrivsew~ tw`n hJdonw`n: kai; tou`tΔ ei\nai to; kavllistovn
te kai; sumforwvtaton ajnqrwvpoi~. ÔO de; Plavtwn tw/` Dhmokrivtw/
kata; tou`to sunav/dwn gravfei peri; tou` kuriwtavtou tw`n ejn hJmi`n
dei`n uJpolabei`n «wJ~ a[rΔ aujto; daivmona hJmi`n devdwken oJ qeov~»
kai; ejn aujtw/` to; eu[daimon. Levgei de; tou`tΔ ejn tw/` hJgemonikw/`
th`~ yuch`~ e{xin tina; poia;n [10] kai; diavqesin: touvtou de;
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 26-28 103

e, insieme, nell’impiego della virtù perfetta. Che egli consideri


quest’ultima come fine, l’ha disposto nel Timeo, <dicendone>
anche il nome. Citerò anche la conclusione del passo, che recita
così: «divenuto simile (sc. all’oggetto contemplato), (ciascuno
deve) raggiungere il fine della vita migliore predisposta dagli
dèi per gli uomini per il presente e per il futuro»25.

[Il fine della vita etica e la felicità]

26.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 51, 15 ss.)
Questo, dunque, è il “fine”: lo stesso termine è stato sostituito
da Platone con il sinonimo “felicità”.

27.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 52, 7 ss.)
Il piacere è una passione propria dell’anima e del corpo, tale da
condurre da uno stato contro natura a uno secondo natura; così
lo ha definito Platone nel Timeo26.

28.
(Stobeo, Anth. II, 7, 3, p. 52, 13 ss.)
Democrito e Platone pongono concordemente la felicità nell’a-
nima. Il primo scrive così: «La felicità e l’infelicità sono proprie
dell’anima». «La felicità non risiede nel bestiame, né nell’oro:
è l’anima la sede del demone»27. <La felicità> egli la chiama
tranquillità d’animo, benessere, armonia, proporzione e imper-
turbabilità; essa si costituisce a partire dalla distinzione e dal
discernimento dei piaceri; e questa è la cosa più bella e più utile
per gli uomini. Platone dal canto suo, d’accordo in questo con
Democrito, scrive che della parte più nobile in noi bisogna ri-
conoscere che «dio ce l’ha data proprio come un demone»28
e che in essa sta la felicità. E dice che questa, nell’egemonico
dell’anima, è un abito (hexis) qualitativamente determinato e
104 EUDORO DI ALESSANDRIA

tajgaqou` ta; me;n pavqh katavrcein, o{ron de; kai; pevra~ ei\nai to;n
logismovn. ΔAkouvein gou`n pavresti: «Duvo ga;r au\tai fuvsei phgai;
meqei`ntai rJei`n (hJdonh; kai; luvph), w|n oJ me;n ajrutovmeno~ <o{qen
te dei` kai; o{ph/ kai; o{pw~> eujdaimonei`,» oJ de; mhv, toujnantivon.
ΔEn me;n toivnun tw/` th;n hJdonhvn kai; th;n luvphn ojnomavsai th;n ajpo;
tw`n paqw`n sunivsthsi th`~ eujdaimoniva~ ajrchvn: ejn de; tw/` to;n
[15] ajrutovmenon o{qen te dei` kai; o{ph/ kai; o{pw~ eujdaimonei`n,
to; tw/` logistikw/` dioristiko;n ei[rhke th`~ eujdaimoniva~. Kata;
tou`to me;n ou\n ajllhvloi~ sumfevrontai: kaqa; de; Plavtwn ejn
me;n th`/ eujlogistiva/ tivqetai to; prohgouvmenon ajgaqo;n kai;
diΔ auJto; aiJretovn, ejn de; th` hJdonh/` to; ejpigennhmatikovn, o{per
oi[etai kaujto;~ ei\nai caravn te kai; ajtaraxivan sunwnuvmw~, ejx
ejpakolouqhvmato~ <ajllhvloi~ diafevrontai>.

29.
(Stobeo, Anth. II, 7, 4, p. 54, 10 ss.)
Plavtwn de; toiauvth/ crh`tai diairevsei, qhvsw de; kata; levxin ejk
tou` prwvtou tw`n Novmwn kai; dia; to; kavllo~ th`~ fravsew~ kai; dia;
th;n safhvneian: «Ditta; dΔ ajgaqav ejsti, ta; me;n ajnqrwvpina, ta; de;
qei`a, h[rthtai dΔ ejk tw`n qeivwn qavtera: kai; eja;n me;n de;chtaiv ti~
ta; meivzona, parivstatai kai; ta; ejlavttona: eij de; mhv, stevretai
[5] ajmfoi`n. “Esti de; ta; me;n ejlavttona, w|n hJgei`tai me;n uJgiveia,
kavllo~ de; deuvteron, to; de; trivton ijscu;~ ei[~ te drovmon kai; eij~
ta;~ a[lla~ pavsa~ kinhvsei~ tw/` swvmati, tevtarton de; dh; plou`to~
ouj tuIOov~, ajllΔ ojxu; blevpwn, a[n per a{ma e{phtai fronhvsei. }O
dh; prw`ton au\ tw`n qeivwn hJgemonou`n ejstin ajgaqw`n, hJ frovnhsi~:
deuvteron de; meta; nou` swvfrwn yuch`~ e{xi~: ejk de; touvtwn metΔ
ajndreiva~ kraqevntwn trivton a]n [10] ei[h dikaiosuvnh, tevtarton
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 29 105

una disposizione (diathesis); a questo bene danno inizio le pas-


sioni, mentre il confine e il limite ne è il ragionamento. Si posso-
no dunque ascoltare le seguenti parole: «Sono queste due fonti
(sc. il piacere e il dolore) che in natura scorrono in libertà; chi
attinge ad esse <dal luogo, nel modo e nella maniera giusti>,
ottiene la felicità»29, e per chi non si comporta così, vale il con-
trario. Ebbene, nel nominare il piacere e il dolore egli stabilisce
che il principio della felicità scaturisce dalle passioni, mentre,
dicendo «chi attinge ad esse dal luogo, nel modo e nella manie-
ra giusti, ottiene la felicità», egli ha attribuito al ragionamento il
tratto distintivo della felicità. In questo, dunque, essi concorda-
no fra di loro; ma, dato che Platone colloca nella ragionevolezza
il bene preferibile e da scegliersi per se medesimo, e nel piacere
colloca il bene che ne consegue e che anch’egli considera sino-
nimo di gioia e di imperturbabilità, di conseguenza <essi diffe-
riscono l’uno dall’altro>.

[La classificazione dei beni]

29.
(Stobeo, Anth. II, 7, 4, p. 54, 10 ss.)
Platone ricorre invece alla seguente divisione, che citerò lette-
ralmente dal primo libro delle Leggi, per la bellezza dello stile
e per la sua chiarezza: «I beni sono di due tipi, quelli umani e
quelli divini, e quelli umani dipendono da quelli divini; se uno
accoglie quelli maggiori, si procura anche quelli minori; in caso
contrario, resta privo di entrambi. Tra i beni minori il principale
è la salute; al secondo posto viene la bellezza; al terzo il vigore
nella corsa e in tutti gli altri movimenti del corpo; al quarto la
ricchezza non cieca, ma di vista acuta, se cioè tien dietro alla
saggezza. Tra i beni divini, invece, al primo posto, in posizione
dominante, vi è appunto la saggezza; al secondo l’abito (hexis)
temperante dell’anima accompagnato dall’intelligenza; al terzo
la giustizia, che nasce dalla mescolanza di queste virtù con il
coraggio; al quarto il coraggio. Tutti questi beni sono per natura
106 EUDORO DI ALESSANDRIA

ajndreiva. Tau`ta de; pavnta ejkeivnwn e[mprosqen tevtaktai fuvsei,


kai; dh; kai; tw/` nomoqevth/ taktevon ou{tw~».

30.
(Stobeo, Anth. II, 7, 4, p. 55, 5 ss.)
“Eti kai; tou`ton ejndiastelou`mai to;n trovpon: Plavtwn poluv-
fwno~ w[n, oujc w{~ tine~ oi[ontai poluvdoxo~, pollacw`~ dih/rv htai
tajgaqovn. Dicw`~ me;n tw/` gevnei: tw`n ajgaqw`n ta; me;n qei`a, ta;
de; ajnqrwvpina: qei`a me;n ta;~ peri; th;n yuch;n ajreta;~ levgwn,
ajnqrwvpina de; ta;~ peri; to; swmatiko;n mevro~ eujexiva~ kai; ta;~
ajpo; tw`n [5] ejkto;~ legomevnwn eujporiva~. Tricw`~ de; toi`~ tovpoi~.
Tw`n ga;r ajgaqw`n ta;~ me;n peri; yuchvn, ta;~ de; peri; sw`ma, ta;~
dΔ ejn toi`~ ejkto;~ ajreta;~ ei[poi~ a]n kai; eujexiva~ kai; eujporiva~.
Pentacw`~ de; toi`~ ei[desi. Prw`ton me;n ga;r tajgaqo;n th;n ijde;an
aujth;n ajpofaivnetai, o{per ejsti; qei`on kai; cwristovn: deuvteron
de; to; ejk fronhvsew~ kai; hJdonh`~ suvnqeton, o{per ejnivoi~ dokei`
katΔ aujto;n ei\nai tevlo~ th`~ ajnqrwpivnou [10] zwh`~: trivton
aujth;n kaqΔ auJth;n th;n frovnhsin: tevtarton to; ejk tw`n ejpisthmw`n
kai; tecnw`n suvnqeton: pevmpton aujth;n kaqΔ auJth;n th;n hJdonhvn.
Tauvtai~ kevcrhtai tai`~ diastolai`~ ejn tw/` prwvtw/ tw`n Novmwn
mavlista kajn tw/` )Llhvbw/.

31.
(Stobeo, Anth. II, 7, 4, p. 55, 22 ss.)
“Allw~: Movnon me;n to; kalo;n ajgaqovn: kaqovti tw`n o[ntwn oujde;n
ajgaqovn, eij mhv ti metalavboi th`~ ajreth`~, w{sper hJ dalo;~ kai;
oJ sivdhro~ tou` purov~, ou| cwri;~ oujde;n aJplw`~ qermovn: meta; dΔ
a[llwn ajgaqw`n tw`n triw`n genw`n, o{son meteivlhfen aujth`~ ta; duvo,
ta; swmatika; su;n toi`~ ejktov~. ÔW~ ga;r th`~ selhvnh~ ajfwvtisto~
[5] me;n hJ oujs iva kaqΔ auJthvn, metalhvyei de; th`~ hJliakh`~ aujgh`~
fwtivzetai, ou{tw~ oujde;n o} mh; metevcei th`~ ajreth`~ ajgaqovn. Toi`~
ga;r ajnqrwpivnoi~ to; duvnasqai wjfelei`n ejk tw`n qeivwn pavrestin.
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 30-31 107

anteposti a quelli umani, e anche il legislatore deve attenersi a


un tale ordine»30.

30.
(Stobeo, Anth. II, 7, 4, p. 55, 5 ss.)
Spiegherò poi con chiarezza anche nel modo seguente: Platone,
che ha molte voci, e non – come pensano alcuni – molte opinio-
ni, ha suddiviso il bene in molti modi. Secondo il genere li ha
suddivisi in due gruppi: dei beni, alcuni sono divini, altri uma-
ni; egli chiama “beni divini” le virtù dell’anima e “beni umani”
le buone condizioni della parte corporea e l’abbondanza dei
cosiddetti “beni esterni”. Secondo i luoghi li ha suddivisi in tre
gruppi. Dei beni, infatti, si può dire che alcuni riguardano l’ani-
ma, altri il corpo, altri hanno sede in realtà esterne: virtù, buone
condizioni fisiche e abbondanza di risorse31. Secondo le specie,
poi, li ha suddivisi in cinque gruppi. Al primo posto, infatti,
egli pone l’Idea stessa, e questo è un bene divino e separato; al
secondo il composto di saggezza e piacere, e questo ad alcuni
sembra essere di per sé il fine della vita umana; al terzo la sag-
gezza per se stessa; al quarto il composto delle scienze e delle
tecniche; al quinto il piacere per se stesso. Platone opera tali di-
stinzioni nel primo libro delle Leggi, soprattutto, e nel Filebo32.

31.
(Stobeo, Anth. II, 7, 4, p. 55, 22 ss.)
Altrimenti: solo ciò che è moralmente bello è buono; come nes-
sun ente è buono, se non partecipa in qualcosa della virtù, così
il tizzone e il ferro non si scaldano se non partecipano del fuo-
co, senza il quale nulla assolutamente diventa caldo; questi due
beni, quelli corporei con quelli esterni, stanno insieme agli altri
beni dei tre generi, in quanto partecipano della virtù. Come in-
fatti l’essenza della Luna è di per sé priva di luce, ma si illumina
partecipando dell’irraggiamento solare, così nulla che non par-
tecipi della virtù è buono. Nelle cose umane, infatti, il potere di
recare giovamento deriva dalle cose divine.
108 EUDORO DI ALESSANDRIA

32.
(Stobeo, Anth. II, 7, 4, p. 56, 24 ss.)
Eij pa`n to; kalo;n diΔ auJto; aiJretovn… Kata; me;n Plavtwna pa`n.
Kai; ga;r ajreth;n pa`san kai; th;n kaqΔ eJkavsthn e{xin spoudaivan
kai; th;n ejnevrgeian, hJti~ ejsti; pra`xi~ meta; lovgou.ΔWnomavsqai
gou`n kalovn, o{ti klhtikovn ejstin ejfΔ auJtov. Tw/` dΔ ΔAristotevlei
dokei` ta;~ me;n e{xei~ oujk ei\nai diΔ auJta;~ aiJretav~, diΔ a[llo
gavr ti, th;n [5] ejnevrgeian. Pa`sa ga;r e{xi~ dia; tauvthn wJ~ to;
ou| e{neka, tou`to <de;> diΔ auJto; aiJreto;n uJpavrcei, wJ~ crh`s i~
kai; tevlo~ tou` bivou. Kai; th;n eujdaimonivan ou|to~ me;n ajpo; th`~
crhvsew~ ajnafwnei`, Plavtwn de; kai; ajpo; th`~ kthvsew~. ΔAllΔ
oJ me;n presbuvtero~ ejn toi`~ Novmoi~ kai; ejn tw/` Timaivw/ kaiv
tisin a[lloi~ tau`ta katakecwvriken, oJ de; newvtero~ ejn toi`~
ΔHqikoi`~.

33.
(Pap. Ox. 1609 recto, col. II)
dokh`/ de; ejkei` fa[ivn]esqai ouj | ga;r ejpΔ ejkeivnou tou` katovptrou |
oJra`tai a[llΔ hJ ajnavklasi~ ejpi; | to;n oJrw`nta: peri; me;n ou\n | touvtwn
ejn toi`~ eij~ to;n Tiv|maion ei[[r]htai ouj dei` de; ei[|dwlon toiouvton
ajkouvein oi||on to; kata; Dhmovkriton h] ΔEpiv|kouron h] wJ~
ΔEmpedoklh`~ | ajporroa;~ faivh a]n ajpievnai | ajpo; ejkavstou tw`n
[5] k[a]toptri|zomevnwn kai; t[...] | perieouvsa~ [...

34.
(Achille Tazio, Isag. 4, p. 32, 7 ss. Maass)
Kalw`~ a]n e[coi peivqesqai tw`/ Crusivppw/: fhsi; ga;r ejk tw`n
tessavrwn stoiceivwn th;n suvstasin tw`n o{lwn gegonevnai.
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 32-34 109

32.
(Stobeo, Anth. II, 7, 4, p. 56, 24 ss.)
Tutto ciò che è moralmente buono è da scegliersi per se me-
desimo? Secondo Platone, tutto. Infatti, è buona ogni virtù, la
disposizione (hexis) corrispondente a ciascuna virtù e l’attivi-
tà, che è un’azione accompagnata dalla ragione. Egli lo chiama
kalon (= bellezza morale), perché è tale da potersi chiamare
da sé (klêtikon eph’hauto). Secondo Aristotele, le disposizioni
non sono da scegliersi per se medesime, ma per qualcos’altro,
cioè per l’attività. Ogni disposizione, infatti, va scelta in ragione
dell’attività come del “ciò in vista di cui”, e questo è da sce-
gliersi per se medesimo, come uso e fine della vita. E, mentre
Aristotele proclama a gran voce che la felicità deriva dall’uso,
secondo Platone essa deriva anche dal possesso (delle disposi-
zioni). Ma il più vecchio ha scritto queste cose nelle Leggi, nel
Timeo e in qualche altro dialogo, mentre il più giovane le ha
scritte nell’Etica33.

[Gli elementi, la natura e la struttura del cosmo]

33.
(Pap. Ox. 1609 recto, col. II)34
Sembri apparire là; infatti, su quello specchio non viene vista
l’immagine, ma il suo riflesso verso colui che vede; di queste
cose, dunque, si è detto nel commento al Timeo. D’altro can-
to, non bisogna intendere un’immagine tale quale la intendono
Democrito o Epicuro, oppure come direbbe Empedocle, come
degli effluvi che provengono da ciascuno degli oggetti rispec-
chiati e […] permanendo […]35.

34.
(Achille Tazio, Isag. 4, p. 32, 7 ss. Maass)
Sarebbe bene dare retta a Crisippo36: a suo dire, infatti, la com-
posizione del Tutto si è generata a partire dai quattro elementi e
110 EUDORO DI ALESSANDRIA

ai[tion de; th`~ monh`~ touvtwn to; ijsobare;~: duvo ga;r uJpokeimevnwn
barevwn, gh`~ kai; u{dato~, duvo de; kouvfwn, puro;~ kai; ajevro~, th;n
touvtwn suvgkrasin aijtivan ei\nai th`~ tou` panto;~ tavxew~ (w{sper
gavr, eij h\n oJ [5] kovsmo~ baruv~, kavtw a]n ejfevreto, ou{tw kaiv, eij
kou`fo~, a[nw: mevnei de; tw`/ i[son e[cein to; baru; tw`/ kouvfw/), to;n
de; aijqevra kai; oujranovn, ei[te oJ aujto;~ ei[te diavforo~, e[xwqen
ei\nai sfairiko;n sch`ma e[conta. meta; de; tou`ton ejnto;~ aujtou`
to;n ajevra ei\nai kai; aujto;n sfairikw`~ perikeivmenon e[xwqen th`/
gh/`. ejndotevrw de; aujtou` trivthn ei\nai sfai`ran th;n tou` u{dato~
peri; aujth;n th;n gh`n metaxu; tou` ajevro~ kai; th`~ gh`~. [10] ejn
de; tw`/ mesaitavtw/ th;n gh`n ei\nai kevntrou tavxin kai; mevgeqo~
ejpevcousan [wJ~ aiJ sfai`rai]. kai; ta;~ me;n a[lla~ trei`~ sfaivra~
h] tevssara~ peridinei`sqai, th;n de; th`~ gh`~ movnhn eJstavnai.
e[xwqen de; th;n tou` puro;~ sfai`ran kai; ejndotevrw, meta; tauvthn
de;, th;n tou` ajerv o~ dedwvkasin oiJ A Δ rcimhvdeioi peridinei`sqai,
ejn mevsw/ dΔ ei\nai th;n tou` u{dato~ [15] kai; th;n th`~ gh`~ dia; th;n
toiauvthn aijtivan: ei[ ti~ ga;r (fasiv) lavboi tw`n swmavtwn ta;
baruvtata, oi|on movlibdon, kai; pavlin aujta; ta; koufovtata, oi|on
fellovn, [ejxivsh~] kai; i[sa ajllhvloi~ sthvseie kai; ijsovstaqma
poihvseie kai; sundhvseie, sumbhvsetai mhdevteron uJpo; tou`
eJtevrou e{lkesqai: oi|on, ei[ ti~ bavloi tau`ta eij~ qavlassan,
sumbhvsetai mhvte kavtw eij~ to;n buqo;n kaqevlkesqai to;n fello;n
uJpo; tou` molivbdou [20] mhvte to;n movlibdon uJpo; tou` fellou`
ajnevlkesqai eij~ th;n ejpifavneian tou` u{dato~, ajllΔ wJ~ ejpivsh~ uJpΔ
ajllhvlwn ajnqelkovmena metaxu; th`~ ejpifaneiva~ tou` u{dato~ kai;
tou` buqou` ei\nai to;n movlibdon kai; to;n fellovn. tessavrwn ou\n
o[ntwn tw`n stoiceivwn sumbevbhke to; pu`r kai; to;n ajerv a koufovtata
o[nta ejpi; th;n a[nw fora;n e[cein th;n oJrmh;n kai; peridinei`sqai. o{ti
de; pu`r kai; ajhr; koufovtata kai; ajnwferh`, dh`lon [25] me;n kai;
ejk th`~ o[yew~, ajlla; me;n kai; ejk tw`n para; toi`~ ijatroi`~ sikuw`n,
ejn ai|~ oJrw`men ajpolambanovmenon to; pu`r a{ma tw`/ ajerv i tou` kata;
bavqo~ ai{mato~ th;n ajnagwgh;n poiouvmena, ajlla; kai; ajpo; tou` ejn
toi`~ luvcnoi~ purov~, o{per a[nw ferovmenon to; ejn th`/ koilovthti tou`
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 34 111

la causa del suo permanere è l’equilibrio dei pesi. Poiché infatti,


dei sostrati, due sono pesanti – la terra e l’acqua – e due sono
leggeri – il fuoco e l’aria –, la loro mescolanza è causa dell’ordine
del Tutto (come infatti, se il cosmo fosse pesante, sarebbe attirato
verso il basso, così anche, se fosse leggero, sarebbe attirato verso
l’alto; invece, esso rimane fermo, perché il pesante e il leggero
sono in equilibrio), e l’etere e il cielo, che siano la stessa cosa
oppure cose differenti, sono esterni e hanno figura sferica. Dopo
l’etere, al suo interno, c’è l’aria, che avvolge sfericamente la terra
al suo esterno. Ancora più interna rispetto ad essa c’è una terza
sfera, quella dell’acqua, posta intorno alla terra, intermedia fra
l’aria e la terra. Nella parte più centrale c’è la terra, che ha ordine
e dimensione di centro. E le altre tre o quattro sfere ruotano in
senso circolare, mentre quella della terra rimane ferma.
I seguaci di Archimede37 ammettono che, all’esterno, la sfera
del fuoco e, più all’interno, dopo questa, quella dell’aria, ruota-
no in senso circolare, e che nel mezzo vi sono quella dell’acqua e
quella della terra, per la ragione seguente: se, infatti – dicono –,
si prendessero i corpi più pesanti, ad esempio il piombo, e, vi-
ceversa, quelli più leggeri, ad esempio il sughero, si ponessero
gli uni nella stessa quantità degli altri, li si rendesse uguali nel
peso e li si legasse insieme, accadrebbe che nessuno dei due sa-
rebbe trascinato dall’altro; ad esempio, se li si gettasse in mare,
accadrebbe che né il sughero sarebbe trascinato in basso verso
il fondo dal piombo, né il piombo sarebbe trasportato dal su-
ghero in alto verso la superficie dell’acqua, ma, come trascinati
l’uno dall’altro con ugual forza, il piombo e il sughero si trove-
rebbero a metà strada fra la superficie dell’acqua e il fondo. Es-
sendo dunque quattro gli elementi, accade che il fuoco e l’aria,
che sono molto leggeri, tendono ad avere una spinta verso l’alto
e a ruotare in senso circolare. Del resto, che il fuoco e l’aria
siano molto leggeri e che tendano verso l’alto è evidente: innan-
zitutto, a occhio nudo; poi, dalle ventose applicate dai medici,
nelle quali vediamo che il fuoco, trattenuto insieme con l’aria,
determina la risalita del sangue in profondità; infine, dal fuoco
nelle lanterne, il quale, trasportato verso l’alto, fa salire l’olio
112 EUDORO DI ALESSANDRIA

luvcnou e[laion ajnima`tai. ajlla; me;n kai; dalo;n ei[ ti~ ejxavya~
strevyeie, kavtw fevresqai to; pu`r oujk a]n dunhqeivh: ajnwferh`
ga;r i[scei th;n oJrmhvn. [30] pavlin de;, ei[ ti~ ajsko;n plhvseie
pneuvmato~ kai; ajposILvgxei<e>, rJiy v ei<e> de; eij~ u{dwr, oujde;n
h|tton ejpipolavzei oJ ajskov~. o{ti de; hJ gh` kai; to; uJdwr bareva kai;
katwferh`, ouj dei` lovgou th`~ peivra~ didaskouvsh~.

35.
(Achille Tazio, Isag. 5, p. 35, 29 ss. Maass)
Diovdwro~ de; eJxacw`~ to;n kovsmon fhsi; noei`sqai ejfΔ eJkavstou
e[nnoian didou;~ ou{tw~: «kovsmo~ ejsti; suvsthma ejx oujranou` kai;
gh`~ kai; tw`n metaxu; fuvsewn». pavlin: «kovsmo~ ejsti;n oijkhthvrion
qew`n». nu`n ou\n to; plhvrwma levgei ejkto;~ tw`n ejn aujtw`/. trivton:
«oJ kovsmo~ ejsti; suvsthma ejk qew`n kai; ajnqrwvpwn». tou`to [5]
o{moion tw`/ bivw/, wJ~ ei[ ti~ levgoi «povli~ ejsti;n ejx ajrcovntwn kai;
ajrcomevnwn». tevtarton: «kovsmo~ ejsti;n aijqhvr». ou|to~ de; pu`r
eijlikrine;~ w]n ajnwvterov~ ejsti tou` fusikou` kovsmou. pevmpton:
«kovsmo~ ejsti;n hJ tw`n ajplanw`n sfai`ra». touvtou kai; Plavtwn
ejn Timaivw/ mevmnhtai. e{kton: «kovsmo~ ejsti;n oJ diakosmhvsa~ ta;
pavnta». e[oike de; nu`n hJ provnoia levgesqai.

36.
(Achille Tazio, Isag. 21, p. 50, 20 ss. Maass)
kovsmon de; th;n tw`n o{lwn suvstasin para; th;n diakovsmhsin kai;
eujtaxivan ejkavlesan oiJ palaioiv, wJ~ kai; ”Omhro~ «kosmh`sai
i{ppou~ te kai; ajnevra~ ajspidiwvta~» kai; pavlin «aujta;r ejpei;
kovsmhqen a{mΔ hJgemovnessin e{kastoi» th;n eujtaxivan levgwn.
aijqh;r de; levgetai ajpo; tou` ai[qesqai (purwvdh~ gavr ejstin) h] ajpo;
tou` ajei; [5] qei`n kai; oJrma`n, ejpeidh; ajei; perifevretai, ajh;r de;
ajpo; tou` a[ein (a[ein ga;r to; pnei`n), oujrano;~ de, o{qen ejklhvqh,
proeivrhtai.
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 35-36 113

nel cavo della lanterna. Ma allora, se uno accendesse una torcia


e la capovolgesse, il fuoco non potrebbe essere trasportato ver-
so il basso, perché ha la tendenza a salire verso l’alto. Viceversa,
se uno riempisse di aria un otre, lo legasse stretto e lo gettasse
in acqua, nondimeno l’otre galleggerebbe. D’altro canto, che
la terra e l’acqua siano pesanti e tendano verso il basso, non ha
bisogno di argomentazioni, perché lo insegna l’esperienza.

35.
(Achille Tazio, Isag. 5, p. 35, 29 ss. Maass)
Diodoro38 sostiene che il cosmo è concepito in sei modi e, di cia-
scuno di essi, egli fornisce il concetto nel modo seguente: «Il co-
smo è l’insieme (systêma) del cielo, della terra e delle nature inter-
medie»; secondo: «Il cosmo è la dimora degli dèi». Ora, dunque,
egli dice che la perfezione è esterna alle cose che si trovano in
esso. Terzo: «Il cosmo è l’insieme degli dèi e degli uomini». Que-
sto significato è simile alla vita quotidiana, come se uno dicesse:
«La città è il sistema dei governanti e dei governati». Quarto: «Il
cosmo è l’etere». Quest’ultimo però, essendo fuoco puro, si trova
più in alto del cosmo fisico. Quinto: «Il cosmo è la sfera delle stel-
le fisse». A questo significato fa riferimento anche Platone nel Ti-
meo39. Sesto: «Il cosmo è colui che ha dato ordine a tutte le cose».
In questo caso, però, sembra che si parli della provvidenza.

36.
(Achille Tazio, Isag. 21, p. 50, 20 ss. Maass)
Gli antichi chiamarono “cosmo” l’insieme di tutte le cose, in ra-
gione del loro ordine e della loro buona disposizione, come dice
anche Omero parlando della buona disposizione: «per ordinare
cavalli e uomini armati di scudi»40 e, ancora: «E dunque, dopo
che furono in ordine ciascuno coi capi»41. “Etere” (aithêr) deriva
da “ardere” (aithesthai) (infatti, è infuocato) o da “correre sem-
pre ed essere in perenne in movimento” (aei thein kai horman),
perché l’etere è sempre in movimento circolare; “aria” (aêr), in-
vece, deriva da aein (aein, infatti, significa “soffiare”). Infine, da
dove abbia tratto nome il “cielo”, lo si è detto in precedenza.
114 EUDORO DI ALESSANDRIA

37.
(Achille Tazio, Isag. 5, p. 36, 13 ss. Maass)
oujrano;~ de; hjtumolovghtai, h[toi ejpei; o{ro~ palaiov~ ejstin h] ejpei;
sfairoeidh;~ w]]n e[ndoqen auJtou` hJma`~ oujrei`, o{ ejsti fulavssei, h]
ejpei; ajnwvtatov~ ejsti (tw`/ de; o{rw/ to; a[nw dhlou`n Frugw`n i[dion, wJ~
Neoptovlemo~ ejn tai`~ Frugivai~ fwnai`~) h] ajpo; tou` oJra`sqai h] ajpo;
tou` ojrouvein (kinei`tai gavr) h] ajpo; tou` ou\ro~ ei\nai kai; [5] e[scato~
o{ro~. levgetai de; pollacw`~. oujrano;~ hJ tw`n ajplanw`n sfai`ra ...
Zhvnwn gou`n oJ Kitieu;~ ou{tw~ aujto;n wJrivsato: «oujranov~ ejstin
aijqevro~ to; e[scaton, ejx ou| kai; ejn w|/ ejsti pavnta ejmfanw`~. tou`to
de; kai; pavnta perievcei plh;n auJtou`» eu\ pavnu eijpwvn: oujde;n ga;r
eJauto; perievcei, ajllΔ eJtevrou ejsti; periektikovn. tou` de; ou{tw~
wJrismevnou oujranou` mevmnhtai kai; Plavtwn kai; ΔAristotevlh~
ejn deutevrw/ [10] Peri; oujranou`. levgetai de; oujrano;~ kai; hJ
eJkavstou tw`n planhvtwn sfai`ra, kaqΔ o}n lovgon ejn oujranw`/ famen
ei\nai. kai; e[ti oujrano;~ pa`~ oJ meta; to;n ajevra tovpo~, oJpovso~
eijlikrinhv~ ejstin aijqhvr. kai; e[ti oujrano;~ levgetai pa`n to;
uJperavnw blepovmenon ejn th/` o[yei mh; prov~ ti o[n, kaqo; levgomen
to;n oujrano;n ojranovn. aujto;~ de; kai; a[llotΔ a[llw/ oJratov~ ejstin,
o{pw~ a]n ojxuvthtov~ ti~ e[coi blevpein. kai; e[ti oujrano;~ levgetai
[15] oJ kovsmo~, o} Dio;~ oijkhthvrion levgomen, ou| Plavtwn mevmnhtai
ejpi; tou` hJlivou «oJ me;n dh; mevga~ – ejn oujranw`/ Zeuv~» eijpwvn.
ΔEpivkouro~ de; pollou;~ kovsmou~ uJpotivqetai kai; oJ didavskalo~
aujtou` Mhtrovdwro~.

38.
(Anonimo I, Isag. 3, p. 92, 29 ss. Maass)
ejpi; touvtoi~ dh; toi`~ stoiceivoi~ e[xwqen ejsti pavnta perievcwn
oJ oujranov~, sqai`ra pevmpth, ou[te baru;~ ou[te kou`fo~, ajlla;
memigmevnhn ejk pavntwn e[cwn th;n kra`s in (dio; kai; th;n suvstasin
ejk th`~ kravsew~ bebaivan e[cei), kai; wjnovmastai para; to;
ojrouvein, o{ ejstin oJrma`n: prowvrmhse ga;r oJ oujrano;~ tw`n a[llwn
stoiceivwn.
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 37-38 115

[Il cielo]

37.
(Achille Tazio, Isag. 5, p. 36, 13 ss. Maass)
“Cielo” viene spiegato etimologicamente così: o perché è un an-
tico confine, o perché, essendo sferico, ci custodisce, cioè ci pro-
tegge al suo interno, o perché è altissimo (indicare l’alto al confine
è tipico dei Frigi, come Neottolemo nei canti frigi), o per il fatto
di essere visto, o per il fatto di slanciarsi (si muove, infatti), o per-
ché è custode ed estremo confine. Si dice dunque in molti modi.
“Cielo”, la sfera delle stelle fisse […]. Zenone di Cizio lo defini-
va così: «Il cielo è l’estremità dell’etere, da cui e in cui esistono
chiaramente tutte le cose. Esso abbraccia tutte le cose, tranne se
stesso»42. Egli dice molto bene, perché nulla abbraccia se stesso,
ma abbraccia un’altra cosa. A questa definizione del cielo fanno
riferimento anche Platone ed Aristotele, nel secondo libro Sul cie-
lo43. Il cielo è detto anche la sfera di ciascuno dei pianeti, ragion
per cui diciamo che essi si trovano in cielo. Inoltre, cielo è anche
ogni luogo che sta subito dopo l’aria, tanto grande quanto è il
puro etere. E ancora, si dice cielo tutto ciò che viene visto in alto
nella visione non rivolta a un oggetto determinato, ragion per cui
chiamiamo il cielo (ouranos) oranos. Certo, esso è visibile in modi
ogni volta differenti, a seconda della capacità visiva di ciascuno.
Infine, si chiama “cielo” il cosmo, che diciamo dimora di Zeus, a
cui fa riferimento Platone, quando del Sole dice «il grande [sovra-
no] che sta in cielo, Zeus»44. Epicuro e il suo maestro Metrodoro,
invece, suppongono che i cosmi siano molti45.

38.
(Anonimo I, Isag. 3, p. 92, 29 ss. Maass)
Oltre a questi elementi, all’esterno c’è il cielo che abbraccia
ogni cosa, la quinta sfera; né pesante né leggero, è derivato dal-
la mescolanza di tutti gli elementi (ecco perché la sua struttu-
ra, che deriva dalla mescolanza, è stabile) e prende nome da
orouein (muoversi velocemente), cioè “slanciarsi”; infatti, il cie-
lo sospinge in avanti gli altri elementi.
116 EUDORO DI ALESSANDRIA

39.
(Achille Tazio, Isag. 6, p. 37, 13 ss. Maass)
dh`lon de; kai; ejk tou` ei\nai e}x zwv/dia uJpo; gh`n, e}x de; uJpe;r gh`n. ejpΔ
oujdeno;~ de; a[llou schvmato~ hJ toiauvth eujtaxiva kai; perifora;
givnetai h] ejpi; tou` sfairikou`. to; de; sfairoeide;~ sch`ma didovasi
tw`/ kovsmw/: sfai`ra me;n ga;r oJ oujranov~, sfairoeidh;~ de; hJ gh`.
diafevrei de; eJkavtera, h|/ to; me;n sfairoeide;~ sch`ma kai; ejxoca;~
e[cei [5] kai; koilovthta~, to; de; th`~ sfaivra~ sch`ma pantacovqen
i[son kai; ajpo; tou` mevsou kevntrou ejkballomevna~ eujqeiva~ eij~
th;n ejpifavneian i[sa~ e[con, w{sper oi\no~ kai; oijnw`de~ to; th`~
oi[nou oujs iva~ meqektikovn. e[stin ou\n oJ oujrano;~ sfai`ra, o{qen
th;n kuvklw/ fora;n poiei`tai. peri; o}n kai; h{lio~ th;n perifora;n
poiei`tai [10] (« {Hlie, qoai`~ †i{ppoisin eiJlivsswn Ilovga»:
kai; ga;r ejx ΔWkeanou` ajnatevllonta aujto;n oJrw`men («ΔHevlio~
dΔ ajnovrouse lipw;n perikalleva livmnhn») kai; pavlin ej~
ΔWkeano;n kataduovmenon («ejn dΔ e[pesΔ ΔWkeanw`/ lampro;n
favo~ hjelivoio»). oujk a]n de; tou`to ejgivneto, eij mh; th;n kuvklw/
perifora;n ejpoiei`to. oiJ de; Puqagovreioi, ejpei; pavnta ejx
ajriqmw`n kai; grammw`n sunestavnai qevlousi, th;n me;n gh`n fasin
e[cein sch`ma kubikovn, to; de; pu`r puramoeidev~, to;n dΔ ajevra
ojktavedron, to; de; u{dwr eijkosavedron, [15] th;n de; tw`n o{lwn
suvstasin dwdekavedron.

40.
(Anonimo I, Isag. 3, p. 92, 7 ss. Maass)
fasi; de; Diovdwro~ kai; Kodra`to~ kai; oJ didavskalov~ mou
ΔIsidwriano;~ diafevrein sfaivra~ to; sfairoeide;~ tauvth/, h|/ hJ
me;n sfai`ra kukloterw`~ pantacovqen eij~ leiovthta ajphvrtisai,
to; sfairoeide;~ de; kuvklo~, ouj mh;n i[so~, ajllΔ e[cwn eijsoca;~
kai; ejxocav~. e[stin ou\n hJ gh` sfairoeidh;~ ejn koilovthsiv te
tapeinoumevnh kai; ejn [5] ajnasthvmasin uJyoumevnh. h}n ou\n
oijkou`men hJmei`~ gh`n, mastov~ ejstin kai; w{sper korufh;
th`~ pavsh~, kaqavper kai; ta;~ nhvsou~ ejn mevsw/ tw/` pelavgei
ejpanabavsa~ tw`/ u{dati oJrw`men. ou{tw kai; th;n pa`san oijkoumevnhn
gh`n nhvsou trovpon ejpevcei<n fasi;n> tw/` o[gkw/ tou` ajnasthvmato~
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 39-40 117

39.
(Achille, Isag. 6, p. 37, 13 ss. Maass)
È chiaro (sc. che il cosmo è una sfera) anche dal fatto che vi
sono sei costellazioni zodiacali sotto la terra e sei sopra la terra.
Su nessun’altra figura geometrica vi sono una buona disposi-
zione e un moto circolare di questo genere, se non sulla sfera.
Attribuiscono al cosmo la forma sferica: in verità, però, il cielo
è una sfera, mentre la terra ha forma sferica. Tra le due cose
c’è differenza, perché la forma sferica ha protuberanze e cavità,
mentre la figura della sfera è uguale in tutte le sue parti ed ha
uguali le rette tracciate dal centro alla superficie, così come c’è
differenza tra “vino” e “vinoso”, ossia ciò che partecipa dell’es-
senza del vino. Il cielo è dunque una sfera, e perciò produce il
movimento circolare. Attorno ad esso anche il Sole compie la
propria rivoluzione: «O Sole, che con veloci cavalle fai rotea-
re la tua vampa»46; infatti, lo vediamo sorgere dall’Oceano («Il
Sole salì, lasciando il mare bellissimo»)47 e di nuovo tramontare
nell’Oceano («E il lucido raggio del Sole calò nell’Oceano»)48.
Ma ciò non accadrebbe, se non producesse il movimento cir-
colare. I Pitagorici, invece, poiché ritengono che tutte le cose
siano costituite di numeri e di linee, dicono che la terra ha for-
ma di cubo, il fuoco di piramide, l’aria di ottaedro, l’acqua di
icosaedro, e che la struttura del Tutto ha forma di dodecaedro49.

40.
(Anonimo I, Isag. 3, p. 92, 7 ss. Maass)
Diodoro, Codrato e il mio maestro Isidoriano50 sostengono che
le sfere differiscono da un oggetto sferiforme in questo: la sfera
è perfettamente tonda e liscia in tutte le sue parti, mentre l’og-
getto sferiforme è, sì, un globo, ma non è uniforme, bensì ha
cavità e protuberanze. La terra, pertanto, è sferiforme, perché si
abbassa in cavità e si innalza in rilievi. La terra che noi abitiamo,
dunque, è un’altura simile a una mammella, una sorta di som-
mità di tutta la terra, come vediamo anche che le isole in mezzo
al mare fuoriescono dall’acqua. Così <dicono> che anche tutta
la terra abitata si estende alla maniera di un’isola, elevandosi
118 EUDORO DI ALESSANDRIA

ejpanakuvptousan: sumbaivnei ga;r to; u{dwr kata; tina mevrh th`~


gh`~, kaqΔ a} a]n tuvch/, pote; me;n pleonavzein pote; de; lhvgein ou{tw~,
[10] w{ste ejpinhcomevnhn fevresqai th;n gh`n, kai; to; pavqo~ ouj
peri; to; pavscon, ajlla; peri; to; bastavzon, kaqavper kai; ejn th`/
qalavssh/ givnetai: to; <ga;r> u{dwr uJpo; tw`n ajnevmwn kinouvmenon
ajnwvmalon deivknusi th;n ejpifavneiavn pote me;n kurtoumevnwn
kumavtwn dia; th;n tou` pneuvmato~ sfodrovthta, ei\qΔ uJpo; th`~
fusikh`~ ajnavgch~ eij~ leiovthta diaceomevnwn. eij ou\n sumbaivh
ku`ma uJyhlo;n uJpodramei`n nau`n, ejpaiwrivzei [15] me;n aujth;n eij~
u{yo~, diacuqe;n de; sugkataspa`/ kai; th;n nau`n. kai; hJ kivnhsin
ouj th`~ eJautou` movnhn e[cei fuvs in, ajlla; kai; th;n tw`n loipw`n, kai;
oujde;n a[moiron th`~ tw`n loipw`n metousiva~.

41.
(Achille Tazio, Isag. 10, p. 39, 6 ss. Maass)
ΔAsthvr ejsti kata; Diovdwron sw`ma qei`on oujravnion th`~ aujth`~
meteilhfo;~ oujs iva~ tw`/ ejn w|/ ejsti tovpw/, sw`mav ti lampro;n
kai; oujde;pote stavs in e[con ajllΔ ajei; ferovmenon kuklikw`~.
wJsauvtw~ de; wJrivsato kai; Poseidwvnio~ pro; aujtou` oJ Stwi>kov~.
to; de; «oujdevpote stavs in e[con» ejpi; me;n tw`n planhvtwn ou{tw~
eijrh`sqai dokei`, [5] plh;n kajpi; tw`n ajplanw`n pro;~ tou;~ wJ~
e[tucen aijtiwmevnou~ ouj kalw`~ e[cein th`~ aujth`~ ejnnoiva~ e[cetai:
oujdevpote ga;r stavs in e[cousi tw`/ uJpo; tou` kovsmou periavgesqai,
ka]n ejpΔ aujtou` mevnwsin: tw`n ga;r ajstevrwn oiJ me;n ejmpephgovte~
tw`/ oujranw`/ ajplaneiv~ levgontai, oiJ de; th;n ejnantivan ferovmenoi
plavnhte~. aujtoi; de; eJpta; o[nte~ katwtevrw tou` oujranou` kai; tou`
aijqevro~ peridinouvmenoi to;n ejnantivon th`/ tou` kovsmou strofh`/
[10] drovmon trevcousin, w{sper eij new;~ eij~ borevan a[nemon
feromevnh~ ejpibavth~ eij~ novton trevcei <ejn> aujth`/ th`/ nhi; trevcwn.
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 41 119

sulla massa della protuberanza: accade infatti che l’acqua, in


alcune parti della terra, dove capita, a volte straripa, a volte si
ritira, sicché la terra, che galleggia, si muove. E l’affezione non
concerne ciò che la subisce, ma ciò che la solleva, come si verifi-
ca anche nel mare: l’acqua, <infatti>, quando è mossa dai venti,
presenta una superficie irregolare, perché le onde si gonfiano
per la forza del vento e poi, per necessità fisica, si disperdono
sulla superficie piana del mare. Se dunque accade che un’onda
alta si insinua sotto una nave, la solleva in alto, ma, una volta
che si è dispersa, trascina giù anche la nave. E il movimento non
è della nave, ma dell’acqua. Bisogna sapere che ciascuno degli
elementi non possiede solo la propria natura, ma anche quella
degli elementi restanti, e nessuno è esente dalla partecipazione
degli altri.

[Le stelle]

41.
(Achille Tazio, Isag. 10, p. 39, 6 ss. Maass)
Secondo Diodoro, una stella (astêr) è un corpo divino, celeste,
che partecipa della stessa sostanza (ousia) del luogo in cui è si-
tuato; è un corpo luminoso, mai in quiete, ma che, anzi, gode di
un perenne moto circolare. Prima di lui, una definizione analo-
ga l’ha data anche lo Stoico Posidonio51. L’espressione “mai in
quiete” sembra che si dica dei pianeti, sennonché lo stesso con-
cetto si applica anche alle stelle fisse, a dispetto di coloro che,
a vanvera, obiettano che questa tesi non regge: quelle, infatti,
non sono mai in quiete, perché subiscono un moto circolare
ad opera del cosmo, pur rimanendo fisse su di esso. Delle stel-
le, infatti, quelle incassate nel cielo sono dette “fisse”, mentre
quelle trasportate in direzione contraria sono dette “erranti”
(pianeti). I pianeti, che sono sette, muovendosi circolarmente al
di sotto del cielo e dell’etere in senso contrario al rivolgimento
del cielo, corrono una corsa come se, quando una nave si muo-
ve verso nord, il navigante corresse verso sud, correndo <sulla>
120 EUDORO DI ALESSANDRIA

eijs i; de; aujtw`n aiJ kinhvsei~ dittaiv, h{ te kosmikh; kai; hJ ijdiva: dio;
kai; pro;~ suvgkrisin tw`n ajplanw`n ou{tw plavnhte~ ejklhvqhsan
h[toi ajpo; tou` plana`n hJmw`n ta;~ o[yei~ (kai; ga;r plavgioi fevrontai
kai; ajnapodivzousin ejnivote, e[sqΔ o{te de; proswtevrw cwrou`s in)
h] ajpo; tou` aujtou;~ plana`sqai kai; mh; [15] th;n aujth;n poreivan
poiei`sqai toi`~ ajplanevs in. o{qen kai; “Arato~ th;n poreivan, diΔ
h|~ fevretai oJ hJlio~, plavnhn ei\pen aujtou` kai; a[lhsin «kai; ta;
me;n ou\n borevw kai; ajlhvs io~ hjelivoio». oiJ de; Puqagovreioi ouj
movnon tou;~ plavnhta~ ajstevra~ bouvlontai ijdivan kivnhsin e[cein,
ajlla; kai; tou;~ ajplanei`~, ou{tw mevntoi kinei`sqai kai; peri; to;n
i[dion kuklei`sqai kuvklon, w{sper tou` panto;~ mh; metabaivnonto~
eJtevrwqi, ajlla; [20] peri; to;n aujto;n tovpon eiJloumevnou.

42.
(Achille Tazio, Isag. 11, p. 40, 15 ss. Maass)
oiJ Stwi>koi; de; ejk puro;~ levgousin aujtouv~, puro;~ de; tou` qeivou
kai; aji>divou kai; ouj paraplhsivou tw`/ parΔ hJmi`n: tou`to ga;r
fqartiko;n kai; ouj pamfaev~.

43.
(Achille Tazio, Isag. 12, p. 40, 21 ss. Maass)
oiJ de; Stwi>koi; sfairiko;n e[cein sch`ma levgousi, kaqavper kai;
to;n h{lion kai; to;n perievconta oujranovn.

44.
(Achille Tazio, Isag. 13, p. 41, 5 ss. Maass)
o{ti de; oiJ ajstevre~ zw`/a, crw`ntai pro;~ ajpovdeixin oiJ Stwi>koi;
touvtoi~: «pavnta ta; ejn tw`/ oujranw`/ purwvdh [kai;] kata; fuvs in
kai; polucronivw~ kinei`tai kai; kuklikw`~. oujkou`n kai; krivs in
e[cei. eij de; krivs in e[cei, kai; zw`/av ejstin». kai; o{ti poikivla~
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 42-44 121

nave stessa. I loro movimenti sono duplici: quello cosmico e


quello proprio. Perciò anche in confronto alle stelle fisse furo-
no chiamati così, “erranti” (pianeti), o perché fanno vagare i
nostri occhi (infatti, si muovono in senso obliquo e talvolta tor-
nano indietro, quando cioè procedono troppo avanti), o perché
essi stessi vagano e non fanno lo stesso tragitto delle stelle fisse.
Ecco perché anche Arato chiamò “peregrinazione” (planê) e
“percorso” (alêsis) il tragitto seguito dal Sole: «Ebbene, alcune
(costellazioni) si estendono tra il nord e il percorso del Sole»52.
Secondo i Pitagorici, invece, non solo le stelle erranti hanno un
movimento proprio, ma anche quelle fisse si muovono e ruota-
no in senso circolare su una propria orbita, come fa l’universo,
che non trasmigra da un luogo all’altro, ma gira sul medesimo
luogo.

42.
(Achille Tazio, Isag. 11, p. 40, 15 ss. Maass)53
Gli Stoici sostengono che esse (sc. le stelle) sono costituite di
fuoco, ma di un fuoco divino ed eterno, diverso da quello che
c’è qui da noi; quest’ultimo, infatti, è corruttibile e non è total-
mente luminoso.

43.
(Achille Tazio, Isag. 12, p. 40, 21 ss. Maass)54
Gli Stoici sostengono che (le stelle) hanno forma sferica, come
anche il Sole e il cielo che li abbraccia.

44.
(Achille Tazio, Isag. 13, p. 41, 5 ss. Maass)55
Per dimostrare che le stelle (asteres) sono esseri viventi, gli Stoi-
ci si servono della seguente argomentazione: «tutti i corpi cele-
sti, per natura, sono costituiti di fuoco e si muovono in senso
circolare per periodi di tempo lunghissimi. Pertanto, essi hanno
anche capacità di discernimento. E, se hanno capacità di discer-
nimento, sono anche esseri viventi». Sostengono anche che esse
122 EUDORO DI ALESSANDRIA

e[cousi kinhvsei~. tou`to de; toi`~ zwv/oi~ e{petai. kai; o{ti pavnta
ta; stoicei`a zw`/a [5] e[cei. a[topon de; to; crei`tton pavntwn tw`n
stoiceivwn zwv/wn a[moiron eijpei`n.

45.
(Achille Tazio, Isag. 14, p. 41, 13 ss. Maass)
ΔAsthvr mevn ejstin, wJ~ a]n oJ tou` Krovnou h] tou` ÔErmou`, ei|~
ajriqmw`/, a[stron de; to; ejk pollw`n ajstevrwn suvsthma, wJ~ hJ
ΔAndromevda h] oJ Kevntauro~. oi\de de; th;n diafora;n kai; “Arato~
«a[stra diakrivna~: ejskevyato dΔ eij~ ejniauto;n ΔAstevra~» levgwn.
Diovdwro~ de; kai; oiJ a[lloi maqhmatikoi; ijdivw~ kai; koinw`~
ta; zwv/dia a[stra [5] kalou`s i kai; ajstevra~ paratiqevmenoi
Plavtwna a[stra tou;~ eJpta; plavnhta~ ejn tw`/ Timaivw/ eijrhkovta.
to;n Kuvna mevntoi ajstevra o[nta ejn tw`/ bivw/ a[stron levgomen. ajllΔ
oJ me;n ajsthvr kai; a[stron, oujkevti de; to; ajnavpalin. ou{tw~ mevntoi
oJ Kallivmaco~ «pri;n ajstevri tw`/ Berenivkh~» ejpi; tou` Plokavmou
fhsivn, o}~ ejx ajstevrwn suvgkeitai eJpta; eu\ katafanw`n (tou`ton
de; to;n Plovkamon oujk oi\den “Arato~, [10] parethvrhse de;
Kovnwn oJ maqhmatikov~). swvmata de; hJnwmevna, o{sa uJpo; mia`~
e{xew~ kratei`tai, oi|on livqo~ xuvlon, kai; ei[h a]n e{xi~ pneu`ma
swvmato~ sunektikovn, sunhmmevna dev, o{sa oujc uJpo; mia`~ e{xew~
devdetai wJ~ ploi`on kai; oijkiva (to; me;n ga;r ejk pollw`n sanivdwn, hJ
de; ejk pollw`n livqwn suvgkeitai), diestw`ta dev wJ~ corov~. tw`n de;
toiouvtwn dittai; aiJ diaforaiv: ta; me;n ga;r ejx wJrismevnwn
swmavtwn kai; [15] ajriqmw`/ lhptw`n wJ~ corov~, ta; de; ejx ajorivstwn
wJ~ o[clo~. ei[h ou\n oJ me;n ajsthvr sw`ma hJnwmevnon, to; de; a[stron ejk
diestwvtwn kai; wJrismevnwn: ajriqmo;~ ga;r ajstevrwn ejfΔ eJkavstou
deivknutai. Pivndaro~ de; to;n ajstevra a[stron ojnomavzei levgwn
«mhkevqΔ aJlivou skovpei “Allo qalpnovteron ejn aJmevra/ faenno;n
a[stron» kata; th;n sunhvqeian.
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 45 123

godono di vari movimenti. Ciò consegue al fatto che sono esseri


viventi. Infine, sostengono che tutti gli elementi posseggono es-
seri viventi. Sarebbe assurdo affermare che il migliore di tutti
gli elementi è privo di esseri viventi.

45.
(Achille Tazio, Isag. 14, p. 41, 13 ss. Maass)
Una stella (astêr), come quella di Crono o quella di Ermes, è
una sola di numero, mentre una costellazione (astron) è un si-
stema di molte stelle, come Andromeda o il Centauro. Anche
Arato conosceva la differenza, quando diceva: «distinguendo
le costellazioni, per l’anno pensò le stelle»56. Diodoro e gli altri
matematici, invece, in privato e in pubblico chiamano i segni
zodiacali “costellazioni” e “stelle”, citando Platone, che nel Ti-
meo chiama “costellazioni” i sette pianeti. Eppure il Cane, che
è una stella, solitamente lo chiamiamo costellazione. Ma la stella
si chiama anche costellazione, mentre l’inverso non vale mai.
Callimaco tuttavia, «prima della stella di Berenice», parla così
della Chioma, che è costituita da sette stelle ben visibili (Arato,
invece, non conosceva questa Chioma, ma la osservò il mate-
matico Conone). Sono concepiti come corpi unitari tutti quelli
che sono dominati da un’unica condizione (hexis), come una
pietra o un pezzo di legno, e la condizione sarebbe un soffio di
coesione del corpo. Corpi “assemblati” sono invece tutti quelli
che non sono legati da un’unica condizione, come una nave e
una casa (la prima, infatti, è composta da molte assi, la seconda
da molte pietre); corpi “separati”, quelli come un coro. Questi
ultimi, poi, sono di due tipi diversi: alcuni, infatti, sono costi-
tuiti da corpi determinati e numericamente definibili, come un
coro; altri, invece, sono costituiti da corpi indeterminati, come
una folla. La stella, dunque, sarà un corpo unitario, mentre la
costellazione sarà costituita da corpi separati e determinati: di
ciascuna, infatti, si può indicare il numero delle stelle. Dal can-
to suo, Pindaro chiama la stella “costellazione”, dicendo, come
d’abitudine: «Non cercare di giorno un altro astro (astron) lu-
minoso più ardente del Sole»57.
124 EUDORO DI ALESSANDRIA

46.
(Achille Tazio, Isag. 21, p. 51, 11 ss. Maass)
ijstevon de;, o{ti ejxwmavlisan a[strou kai; ajstevro~ th;n
diafora;n oiJ poihtaiv: tou;~ ga;r plavnhtav~ pote me;n a[stra
pote; de; ajstevra~ ojnomavzousin: wJsauvtw~ de; kai; to;n Seivrion
ajstevra o[nta a[stron ojnomavzousin. safe;~ de; poihvsei
Pivndaro~ a[stron to;n h{lion kalw`n dia; touvtwn: «eij dΔ a[eqla
garuven “Eldeai, ILvlon h\tor, MhkevtΔ [5] ajelivou skovpei
“Allo qalpnovteron ejn aJmevra/ faenno;n a[stron ejrhvma~
diΔ aijqevro~». mhvpotΔ ou\n pro;~ tou;~ ajplanei`~ <dia; th;n> tou`
fwto;~ aujtw`n uJperoch;n a[stra aujtou;~ kalou`s in.

47.
(Achille Tazio, Isag. 20, p. 48, 6 ss. Maass)
Mevgeqo~ hJlivou mei`zon gh`~ fasin. kai; oi} me;n podiai`on, oi} de;
ojktaplasivona, oi} de; ejnneakaidekaplasivon<a>, fevresqai
de; aujto;n th;n ejnantivan toi`~ ajplanevs i fora;n kata; th;n ijdivan
kivnhsin ajpo; dusmw`n ejpΔ ajnatolav~, a[gesqai de; uJpo; th`~
ajplanou`~ ajpo; tw`n ajnatolikw`n merw`n ejpi; ta; dutika; kata; to;n
Eujripivdhn levgonta:
[5] deivxa~ ga;r a[strwn th;n ejnantivan oJdovn
dovmou~ tΔ e[swsa kai; tuvranno~ iJzovmhn.
ΔAtreu;~ ga;r eu|re tw`n planhvtwn th;n ejnantivan foravn, w{sper kai;
hJlivou ajpo; ajnatolw`n kuliomevnou kai; feromevnou eij~ dusmav~:
w{sper gavr, eij tuvcoi muvrmhx ejpi; th`~ e[xwqen perifereiva~
e{rpwn ajpo; dusmw`n ejpΔ ajnatola;~ th;n ejnantivan tw`/ trocw`/ [10]
poiouvmeno~ poreivan, sumbhvsetai aujto;n uJpo; me;n th`~ tou`
trocou` peridinhvsew~ ajpo; ajnatolw`n ejpi; dusma;~ a[gesqai,
uJpo; de; th`~ ijdiva~ kinhvsew~ ajpo; dusmw`n ejpΔ ajnatolav~, hJmi`n de;
duskatavlhpton ei\nai th;n ijdivan aujtou` kivnhsin, a{te de; mikra;n
ou\san (dio; kai; paratrevcei hJmw`n th;n o[yin hJ tou` muvrmhko~
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 46-47 125

46.
(Achille Tazio, Isag. 21, p. 51, 11 ss. Maass)
Bisogna però sapere che i poeti attenuano la differenza tra
astron (“costellazione”) e astêr (“stella”): i pianeti, infatti, a
volte li chiamano astra, altre volte asteres. Così, anche Sirio,
che è un astêr (“stella”), la chiamano astron. Lo renderà ben
chiaro Pindaro, chiamando il Sole astron in questi versi: «Se
desideri cantare delle gare, anima mia, non cercare di gior-
no un altro astro (astron) luminoso più ardente del Sole nel
cielo solitario»58. I poeti, però, in riferimento alle stesse fisse,
<in virtù> dell’intensità della loro luce non le chiamano mai
astra.

[Il Sole]

47.
(Achille Tazio, Isag. 20, p. 48, 6 ss. Maass)
La grandezza del Sole dicono sia maggiore di quella della terra.
Alcuni sostengono che esso è grande un piede, altri otto volte
tanto, altri ancora diciannove volte, e che esso si muove lungo
una traiettoria opposta a quella delle stelle fisse, secondo il movi-
mento proprio da occidente a oriente, che è condotto dalle sfera
delle stelle fisse da oriente a occidente, come sostiene Euripide:
«una volta mostrata la via contraria delle costellazioni,
custodii la mia dimora e mi sedetti da signore»59.
Atreo, infatti, aveva scoperto la traiettoria opposta dei piane-
ti, come anche del Sole, che si muove rotolando da oriente a
occidente; infatti, se una formica si trova a camminare sulla su-
perficie esterna di una ruota da occidente a oriente, seguendo
la direzione contraria a quella della ruota, le capiterà di esse-
re condotta da oriente a occidente dalla rotazione della ruota,
ma da occidente a oriente dal movimento suo proprio; e a noi
capita che il suo movimento specifico sia difficile da cogliere,
perché è piccolo (perciò il movimento della formica sfugge alla
126 EUDORO DI ALESSANDRIA

kivnhsi~ ojxutevra~ ou[sh~ th`~ trocou`), to;n aujto;n trovpon novei


kai; ejpi; hJlivou: e[stw ga;r [15] troco;~ oJ oujrano;~, oJ de; muvrmhx
ajnti; hJlivou. th;n de; dei`xin tauvthn ejpΔ aujth`~ th`~ sfaivra~ e[stin
ijdei`n: ejan; ga;r uJpoqwvmeqa prw`ton ajnatevllein Krio;n kai; to;n
h{lion ejn touvtw/ ei\nai ejpi; hJmevra~ lΔ th;n metavbasin aujtou` ajpo;
tou` Kriou` euJrivskomen eij~ to;n Tau`ron ginomevnhn (o} dΔ ejsti;
meta; to;n Kriovn). ajpo; tw`n dutikw`n a[ra merw`n ejpi; ta; ajnatolikav,
ajllΔ oujci; ajnavpalin ajpo; tw`n ajnatolikw`n ejpi; ta; dutika; [20]
euJrivskomen ferovmenon aujtovn. dh`lon ou\n: kinei`tai kai; fevretai
kata; th;n ijdivan kivnhsin ajpo; tw`n dutikw`n ejpi; ta; ajnatolikav.

48.
(Anonimo I, Isag. 6, p. 97, 30 ss. Maass)
fevretai de; oJ oujrano;~ ajpo; tw`n ajnatolw`n ejpi; ta;~ dusmav~, oJ
de; h{lio~ kai; oiJ loipoi; plavnhte~ th;n ejnantivan, toutevstin
ajpo; tw`n dusmw`n ejpi; ta;~ ajnatolav~, wJ~ ei\nai diplh`n kivnhsin
aujtw`n ge, th;n me;n ejrcomevnwn, th;n de; feromevnwn, kaqa; ejpi;
tou` trocou` kai; muvrmhko~ kai; th`~ nhvo~ kai; tou` ejn aujth`/ pro;~
th;n ejnantivan aujth`~ [5] fora;n e[conto~. pepoivhke de; tou`to oJ
dhmiourgov~, i{na mh; meta; rJuvmh~ ferovmenon to; pa`n eJteroklinh`/
mivan th;n kivnhsin e[con sfodravn, ajnqelkovmenon de; kai; th`~
ejntovnou fora`~ meiouvmenon th/` tw`n planhtw`n pro;~ toujnanivon
oJlkh/` eujstaqestevran th`~ kinhvsew~ th;n oJrmh;n lambavnh/. wJ~
de; oiJ mu`qoi paivzousin, ajpestravfh tau`ta ta; a[stra <dia;> ta;
Quevsteia dei`pna kai; <ejn>evmeine th/` fora`/ planwvmena.

49.
(Achille Tazio, Isag. 24, p. 55, 8 ss. Maass)
ÔO de; galaxiva~ ei[rhtai me;n w{~ ejstin oJrato;~ kai; movno~ ejpi; th`~
sfaivra~ aijsqhtov~, tw`n a[llwn o[ntwn nohtw`n. peri; de; touvtou
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 48-49 127

nostra vista, perché quello della ruota è più veloce). Pensa che
la stessa cosa vale anche per il Sole: la ruota sia il cielo e la for-
mica stia al posto del Sole. Questa dimostrazione si può vedere
sulla stessa sfera celeste: se, infatti, supponiamo che per primo
sorga l’Ariete e che il Sole si trovi in questa costellazione per
trenta giorni, scopriamo che il Sole passa dalla costellazione
dell’Ariete a quella del Toro (cioè il Sole viene a trovarsi dopo
l’Ariete). Scopriamo dunque che il Sole si muove da occidente
a oriente, e non, viceversa, da oriente a occidente. È chiaro,
dunque: secondo il suo movimento specifico, il Sole si muove e
procede da occidente a oriente.

48.
(Anonimo I, Isag. 6, p. 97, 30 ss. Maass)
Il cielo si muove da oriente a occidente, mentre il Sole e gli altri
pianeti si muovono nella direzione contraria, cioè da occidente
a oriente, sicché il loro movimento è duplice: uno in quanto si
muovono, l’altro in quanto sono trasportati, come nel caso della
ruota e della formica, e in quello della nave e del navigante che
si muove su di essa nella direzione contraria ad essa. Questo l’ha
fatto il demiurgo, affinché il Tutto, trasportato con slancio, non
si inclinasse da una parte per il fatto di avere soltanto un movi-
mento impetuoso, ma, tirato in senso contrario e rallentato nel
suo incalzante incedere dall’attrazione dei pianeti in direzione
contraria, ricevesse un impulso più controllato al movimento.
Come i miti raccontano con divertimento, questi astri si volsero
indietro <a causa del> banchetto di Tieste e continuarono a
procedere vagando.

[La Via Lattea]

49.
(Achille Tazio, Isag. 24, p. 55, 8 ss. Maass)
La Via Lattea si è detto che è visibile e che è la sola ad essere
percepibile sulla sfera celeste, mentre tutte le altre realtà sono
128 EUDORO DI ALESSANDRIA

fhsi;n ΔEratosqevnh~ ejn tw`/ Katamerismw`/ muqikwvteron to;n


galaxivan kuvklon gegonevnai ejk tou` th`~ ”Hra~ gavlakto~: tou`
ga;r ÔHraklevou~ e[ti brevfou~ o[nto~ [kai;] to;n masto;n th`~ ”Hra~
[5] ejpispasamevnou sfodrovteron ejkeivnhn ajntispavsai, kai;
ou{tw pericuqevnto~ tou` gavlakto~ kuvklon genevsqai pagevnto~.
to; de; aujto; kai; ejpi; tou` ÔErmou` levgei gegenh`sqai ΔEratosqevnh~,
wJ~ a[ra oJ ÔErmh`~ tou` mastou` th`~ ”Hra~ ejpespavsato. a[lloi de; ejk
th`~ sumbolh`~ tw`n duvo hJmisfairivwn levgousin aujto;n gegonevnai.
e{teroi dev fasin, w|n ejsti kai; Oijnopivdh~ oJ Ci`o~, o{ti provteron
dia; touvtou ejfevreto oJ h{lio~, [10] dia; de; ta; Quevsteia dei`pna
ajpestravfh kai; th;n ejnantivan touvtw/ pepoivhtai periforavn, h}n
nu`n perigravfei oJ zw/diakov~. e[sti de; muqw`de~ tou`to kai; yeu`do~:
tiv ga;r ejrou`s in oiJ tau`ta levgonte~ peri; th`~ selhvnh~ kai; tw`n
pevnte ajstevrwn… ouj ga;r dh; kai; ou|toi dia; ta; Quevsteia dei`pna
ajpestravfhsan. a[lloi de; ejk mikrw`n pavnu kai; pepuknwmevnwn
kai; hJmi`n dokouvntwn hJnw`sqai dia; to; diavsthma to; ajpo; tou`
oujranou` [15] ejpi; th;n gh`n ajstevrwn aujto;n ei\naiv fasin, wJ~ ei[
ti~ aJlavs i leptoi`~ kai; polloi`~ katapavseiev ti.

50.
(Anonimo I, Isag. 5, p. 95, 23 ss. Maass)
oJ de; galaxiva~ kalei`tai mevn, wJ~ oiJ muvqoiv fasin, oi} me;n <diΔ>
ΔErakleva, oi} de; <diΔ> ΔErmh`n, o{te prosetevqh<san> tw/`
mazw/` th`~ ”Hra~ uJpo; tou` Diov~, i{na klevyeien oJ qeo;~ toi`~
tevknoi~ ajqanasiva~ trofhvn. hJ dev, ejpei; hjganavkthse pro;~ th;n
klophvn, ejxanevsth kai; th;n qhlh;n tou` stovmato~ ajpevspase biva/
ejkmuzw`nto~ e[ti [5] tou` paidivou, w{ste to; <ejk> th`~ qhlh`~ rJevon
tw`/ oujranw/` kuvklw/ pericuqe;n ejktupw`sai to; sch`ma th`~ ejkroh`~.
to; de; ajlhqev~, diav th;n leukovthta ferwnuvmou proshgoriva~
e[tucen. e[sti de; oJ katakecrismevno~ ejn th/` sfaivra/ khrw`/ leukw/`.
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 50 129

intelligibili. A tal proposito, nel Catamerismo Eratostene dice60,


in tono chiaramente mitico, che la Via Lattea è nata dal latte
di Era; quando era ancora un neonato, infatti, Eracle tirò con
forza la mammella di Era, mentre lei tirava in senso contrario,
e così, dal latte sparso e coagulato tutto intorno, nacque la Via
Lattea. Ma Eratostene dice la stessa cosa anche di Ermes, cioè
che in verità fu Ermes a tirare la mammella di Era. Altri, inve-
ce, dicono che essa è nata dall’incontro dei due emisferi. Altri
ancora, fra cui Enopide di Chio, sostengono che prima il Sole
si muoveva attraverso di essa, ma poi, a causa del banchetto di
Tieste, si volse indietro e si mise a percorrere l’orbita contraria
a questa, cioè l’orbita ora descritta dallo zodiaco. Questo rac-
conto, però, è mitologico e falso; coloro che sostengono questa
tesi, infatti, che cosa diranno della Luna e dei cinque pianeti?
Certo non si sono volti indietro a causa del banchetto di Tieste.
Secondo altri, infine, la Via Lattea è costituita da stelle molto
piccole e ravvicinate, che a noi sembrano unite a causa della
distanza tra il cielo e la terra, come se qualcuno avesse cosparso
qualcosa con tanti piccoli granelli di sale.

50.
(Anonimo I, Isag. 5, p. 95, 23 ss. Maass)
Secondo alcuni miti la Via Lattea si chiama così <per via di>
Eracle, secondo altri <per via di> Ermes, quando furono av-
vicinati da Zeus alla mammella di Era, affinché il dio rubasse
per i figli il nutrimento dell’immortalità. Era, però, si irritò per
il furto, si alzò in piedi e gli strappò il capezzolo dalla bocca
con forza, quando il bambino stava ancora succhiando, sicché
il latte che scorreva <dal> capezzolo, sparso tutto intorno nel
cielo, lasciò come impronta la figura tracciata dal suo scorre-
re. In verità, però, la Via Lattea ricevette una denominazione
appropriata a causa della sua bianchezza. La Galassia è stata
cosparsa di cera bianca sulla sfera celeste.
130 EUDORO DI ALESSANDRIA

51.
(Achille Tazio, Isag. 30, p. 65, 15 ss. Maass)
Tw`n de; ejn tai`~ duvo eujkravtoi~ zwvnai~ oijkouvntwn, i{na
safevsteron dievlwmen, oiJ mevn eijs i perivoikoi, oiJ de; a[ntoikoi, oiJ
de; ajntivcqone~, oiJ de; ajntivpode~: perivoikoi mevn, o{soi th;n aujth;n
oi[khsin oijkou`s in, oi|on oiJ th;n bovreion oijkou`nte~ perivoikoiv
eijs in ajllhvloi~, kai; pavlin oiJ [5] th;n novtion perivoikoiv eijs in
ajllhvloi~: a[ntoikoi de; oiJ th;n novtion toi`~ th;n bovreion oijkou`s i
zwvnhn, kai; ajntoikoumevnh ejsti;n hJ bovreio~ th`/ notivw/ kai; hJ
novtio~ th`/ boreivw/: ajntivcqone~ de; oiJ kata; diavmetron ejn tai`~
oJmoivai~ zwvnai~ oijkou`nte~, oi|on ejn th`/ boreivw/ ejn tw`/ uJpe;r gh`~
hJmisfairivw/, oJmoivw~ de; kai; ejn th`/ notivw/: ajntivpode~ oiJ kata;
diavmetron ejn tai`~ ejnantivai~ zwvnai~ oijkou`nte~, oi|on tw`n pro;~
tw`/ Karkivnw/ oijkouvntwn ajntivpodev~ eijs in oiJ pro;~ tw`/ Aijgovkerw/.
oiJ me;n [10] ou\n perivoikoi th;n aujth;n e[cousin ajei; nuvkta kai;
hJmevran kai; ta;~ ejthsiva~ w{ra~, oiJ de; a[ntoikoi th;n me;n aujth;n
e[cousin ajllhvloi~ hJmevran kai; nuvkta, ouj ta;~ aujta;~ de; tropav~:
ejn Karkivnw/ ga;r genovmeno~ oJ h{lio~ hJmi`n qevro~ boreiotevroi~
ou\s i poiei`, toi`~ de; notiwtevroi~ ceimw`na. o{tan de; ejn Aijgovkerw/
gevnhtai, hJmi`n me;n ceimw`na boreiotevroi~ ou\s i, toi`~ de; th;n
novtion oijkou`s i qevro~ poiei`. kai; pavlin tw`n ijshmeriw`n [15]
dissw`n oujsw`n ejn me;n Kriw`/ h{lio~ genovmeno~ hJmi`n ejarinhvn,
toi`~ th;n bovreion, toi`~ de; ajntoivkoi~ metopwrinh;n ijshmerivan
poiei`. eja;n de; Chlai`~ gevnhtai, hJmi`n me;n metopwrinhvn, toi`~ de;
ajntoivkoi~ ejarinh;n ijshmerivan poiei`. ajpo; de; th`~ tou` Kriou`
ijshmeriva~ th`~ parΔ hJmi`n ejarinh`~ oJ h{lio~ ajnabaivnwn ejn Karkivnw/
qevro~ me;n hJmi`n poiei` kai; au[xei ta;~ hJmevra~, ta;~ de; nuvkta~
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 51 131

[Le zone climatiche della Terra]

51.
(Achille Tazio, Isag. 30, p. 65, 15 ss. Maass)
Fra coloro che abitano nelle due zone temperate – per fare una
suddivisione più chiara – alcuni sono “perieci”, altri “ante-
ci”, altri ancora “antictoni”, altri, infine, “antipodi”. “Perieci”
sono tutti quelli che abitano la medesima regione geografica:
ad esempio, coloro che abitano la regione settentrionale sono
“perieci” (limitrofi) tra di loro, e, viceversa, coloro che abita-
no la regione meridionale sono “perieci” (limitrofi) tra di loro;
“anteci” sono coloro che abitano la zona meridionale rispetto a
coloro che abitano quella settentrionale – la zona settentrionale
è contrapposta a quella meridionale, e la meridionale a quel-
la settentrionale –; “antictoni” sono coloro che abitano nelle
zone diametralmente simili: ad esempio, nella zona settentrio-
nale nell’emisfero sopra la terra, e similmente anche nella zona
meridionale; “antipodi”, infine, sono coloro che abitano nelle
zone diametralmente opposte: ad esempio, coloro che abitano
lungo il tropico del Cancro sono “antipodi” di coloro che abita-
no lungo il tropico del Capricorno. I “perieci”, dunque, hanno
sempre identici la notte, il giorno e le stagioni dell’anno. Gli
“anteci”, invece, hanno rispettivamente identici il giorno e la
notte, ma non hanno gli stessi solstizi: quando il Sole si trova in
Cancro, infatti, per noi, che siamo più a nord, è estate, mentre
per coloro che sono più a sud è inverno. Quando invece il Sole
si trova in Capricorno, per noi, che siamo più a nord, è inverno,
mentre per coloro che abitano la regione meridionale è estate. E
viceversa: poiché gli equinozi sono due, quando il Sole si trova
in Ariete, da noi, che abitiamo la zona settentrionale, determina
l’equinozio di primavera, mentre presso i nostri “anteci” de-
termina l’equinozio d’autunno. Quando invece è nelle Chele
(sc. dello Scorpione), da noi determina l’equinozio d’autunno,
mentre presso i nostri “anteci” determina l’equinozio di pri-
mavera. Risalendo poi dall’equinozio dell’Ariete, che da noi è
quello primaverile, fino al Cancro, il Sole da noi produce l’esta-
132 EUDORO DI ALESSANDRIA

ejlavttou~ poiei` [kai; th;n ijshmerivan [20] th;n ejn Kriw`/ parΔ hJmi`n
ejarinhvn, aujtoi`~ metopwrinhvn. kai;] ejn Chlai`~ de; genovmeno~
eij~ Aijgovkerw katabaivnwn parΔ hJmi`n me;n meioi` ta;~ hJmevra~ kai;
ta;~ nuvkta~ au[xei ceimw`na ajpergazovmeno~, parΔ ejkeivnoi~ de;
au[xei th;n hJmevran kai; th;n nuvkta meioi` qevro~ poiw`n. kaqovlou
de; eijpei`n, o} hJmi`n poiei` Karkivno~, tou`tΔ ejkeivnoi~ Aijgovkerw~,
o} dΔ hJmi`n Aijgovkerw~, tou`tΔ ejkeivnoi~ Karkivno~, o} dΔ hJmi`n Kriov~,
tou`tΔ ejkeivnoi~ [25] Chlaiv. kai; to; ajnavpalin. oiJ de; ajntivcqone~
ta;~ nuvkta~ kai; ta;~ hJmevra~ parhllagmevna~ e[cousin: toi`~ ga;r
uJpe;r gh`n ajnatevllwn oJ h{lio~ ajntivcqosin hJmevran poiei`, toi`~ de;
uJpo; gh`n nuvkta. kai; pavlin parΔ hJmi`n duvnwn oJ h{lio~ nuvkta poiei`,
para; de; toi`~ kavtw ajnatevllei hJmevran poiw`n. tropa;~ mevntoi
kai; ijshmeriva~ ta;~ aujta;~ e[cousin oiJ a[nw bovreioi toi`~ kavtw
[boreivoi~], toutevstin oiJ ajntivcqone~. oiJ [30] de; ajntivpode~
pavnta ejnantiva kai; macovmena e[cousin: o{te me;n ga;r parΔ hJmi`n
nuvx ejsti, parΔ ejkeivnoi~ hJmevra, kai; o{te parΔ ejkeivnoi~ qevro~,
ejn th`/ kaqΔ hJma`~ oijkoumevnh/ ceimwvn. kai; kaqovlou, o{te toi`~ ejn
<th`/> notivw/ zwvnh/ ajntoikou`s i ceimwvn ejsti kai; hJmevra, tovte toi`~
ejn th`/ boreivw/ oijkou`s i qevro~ ejsti; kai; nuvx. w{ste kai; nuvkta~ kai;
hJmevra~ kai; tropa;~ kai; ijshmeriva~ kai; oijkhvsei~ ejnantiva~ oiJ
ajntivpode~ e[cousin.

52.
(Anonimo I, Isag. 6, p. 97, 7 ss. Maass)
kalou`ntai de; oiJ tauvta~ oijkou`nte~ ta;~ zwvna~ perivoikoi
a[ntoikoi ajntivcqone~ ajntivpode~, perivoikoi me;n oiJ th;n aujth;n
oijkou`nte~ zwvnhn dia; to; peri; to;n aujto;n oijkei`n tovpon, a[ntoikoi
de; [ajllhvloi~] oiJ th;n uJpΔ Aijgovkerw zwvnhn toi`~ uJpo; to;n
Karkivnon oijkou`s in, ajntivcqone~ de; oiJ ejn tw/` kavtw hJmisfairivw/
kata; kavqeton [5] oijkou`nte~ toi`~ ejn tw`/ qerinw/` h] ceimerinw`/
tropikw/` oijkou`s in. a[nw de; oiJ aujtoi; kai; ajntivpode~ levgontai,
ajntivcqone~ me;n dia; to; a[nw ei\nai kai; kavtw, ajntivpode~ de; dia;
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 52 133

te, allungando i giorni e accorciando le notti; quando invece si


trova nelle Chele e discende verso il Capricorno, da noi accor-
cia i giorni e allunga le notti, generando l’inverno, mentre da
loro allunga i giorni e accorcia le notti, generando l’estate. Per
dirla in termini generali: ciò che da noi è prodotto dal Cancro,
da loro è prodotto dal Capricorno, ciò che da noi è prodot-
to dal Capricorno, da loro è prodotto dal Cancro, ciò che da
noi è prodotto dall’Ariete, da loro è prodotto dalle Chele (sc.
dello Scorpione), e viceversa. Gli “antictoni” hanno le notti e
i giorni invertiti: per gli “antictoni” che abitano sopra la terra,
il Sole, quando sorge, produce il giorno, mentre per quelli che
abitano sotto la terra produce la notte. E, viceversa, quando da
noi tramonta, produce la notte, mentre per coloro che abitano
di sotto sorge producendo il giorno. I settentrionali, però, sia
quelli che abitano di sopra, sia quelli che abitano di sotto – cioè
i loro “antictoni” – hanno gli stessi solstizi e gli stessi equino-
zi. Gli “antipodi”, invece, hanno tutte le condizioni opposte
e contrastanti: quando infatti da noi è notte, da loro è giorno;
quando da loro è estate, nella zona che abitiamo noi è inverno.
In generale: quando per coloro che abitano nell’altro emisfero,
nella zona meridionale, è inverno e giorno, allora per coloro
che abitano nella regione settentrionale è estate ed è notte. Di
conseguenza, gli “antipodi” hanno contrari le notti, i giorni, i
solstizi, gli equinozi e le zone geografiche.

52.
(Anonimo I, Isag. 6, p. 97, 7 ss. Maass)
Coloro che abitano queste zone sono chiamati “perieci”, “an-
teci”, “antictoni”, “antipodi”: “perieci” quelli che abitano la
medesima zona, per il fatto di abitare attorno al medesimo luo-
go; “anteci” quelli che abitano la zona del Capricorno e quelli
che abitano la zona del Cancro; “antictoni” quelli che abitano
nell’emisfero che sta perpendicolarmente al di sotto rispetto
a coloro che abitano nel tropico estivo o in quello invernale.
Nell’emisfero superiore gli stessi sono chiamati anche “antipo-
di”, ma sono chiamati “antictoni” per il fatto che si trovano sia
134 EUDORO DI ALESSANDRIA

to; kata; kavqeton ajllhvlwn sth`nai. suntovmw~ de; eijpei`n, oiJ


perivoikoi ta; aujta; diΔ eJkatevrwn ajllhvloi~ e[cousi, tav~ te tou`
ejniautou` w{ra~ kai; ta;~ nuvkta~ kai; ta;~ hJmevra~ ta;~ aujtav~. oiJ
a[ntoikoi to; me;n tw`n hJmerw`n e[cousin wJsauvtw~, to; de; tw`n hJmerw`n
[10] ou[. oiJ ajntivpode~ ou[te to; tw`n hJmerw`n ou[te to; tw`n wJrw`n.
plh;n kai; tauvth/ oiJ ajntivcqone~ ajllhvlwn diafevrousin, o{sw/ tw`n
a[nw ajgovntwn makra;~ hJmevra~ oiJ kavtw kolobwtevra~ e[cousi ta;~
eJautw`n hJmevra~. to; de; ai[tion hJ tw`n kuvklwn ajnisovth~.

53.
(Achille Tazio, Isag. 32, p. 68, 2 ss. Maass)
Diafevrei de; metevwra metarsivwn, h|/ ta; me;n metevwra ejn oujranw`/
kai; aijqevri ejstivn, wJ~ h{lio~ kai; ta; loipa; kai; oujrano;~ kai;
aijqhvr, metavrsia de; ta; metaxu; tou` aijqevro~ kai; th`~ gh`~, oi|on
a[nemoi nefevlai o[mbroi ajstrapai; brontai; komh`tai dokivde~
pwvgwne~ lampavde~ i[ride~ a{lwe~ diav/ttonte~ rJumoi; rJuvake~.
II. TESTIMONIANZE NON SICURE, 53 135

sopra che sotto, e “antipodi” per il fatto che si trovano perpen-


dicolarmente opposti gli uni rispetto agli altri. Per dirla in bre-
ve, i “perieci” hanno, gli uni rispetto agli altri, reciprocamente,
le stesse condizioni: le stesse stagioni dell’anno, le stesse notti e
gli stessi giorni. Gli “anteci” hanno identici i giorni, ma non le
stagioni. Gli “antictoni” hanno identiche le stagioni, ma non i
giorni. Gli “antipodi” non hanno identici né i giorni, né le sta-
gioni. Sennonché gli “antictoni” differiscono fra di loro anche
in questo: coloro che abitano di sotto hanno i giorni più corti
rispetto a quelli che, abitando di sopra, hanno giorni lunghi. La
causa di ciò è la disuguaglianza dei cicli di rotazione.

[I corpi celesti e i corpi atmosferici]

53.
(Achille Tazio, Isag. 32, p. 68, 2 ss. Maass)
C’è differenza tra i corpi celesti (meteôra) e quelli atmosferici
(metarsia), perché i corpi celesti si trovano nel cielo e nell’etere,
come il Sole, gli altri corpi, il cielo e l’etere, mentre i corpi atmo-
sferici si trovano a metà strada fra l’etere e la terra; ad esempio:
i venti, le nubi, le piogge, i fulmini, tuoni, le comete, le meteore,
le lingue di fuoco, le torce, gli arcobaleni, gli aloni, le stelle ca-
denti, le code e i torrenti di fuoco.
NOTE ALLA TRADUZIONE

1
Su questa ripartizione del discorso etico cfr. anche il fr. 23, qui di seguito.
2
Nell’edizione di W.D. Ross (Oxford 1924, 19533), il testo di Aristotele,
Metafisica I, 6, 988a10-11, recita invece così: ta; ga;r ei[dh tou` tivv ejstin ai[tia
toi`~ a[lloi~, toi`~ dΔ e[desi to; e{n («Infatti le Idee sono cause dell’essenza [cau-
se formali] delle altre cose, e l’Uno è causa dell’essenza [causa formale] delle
Idee»).
3
Su Aspasio, Peripatetico del II secolo d.C., cfr., ad esempio, R. Sharples,
s.v. Aspasios, n. 1, in DNP, 2, 1997, coll. 104-105; A. Gercke, s.v. Aspasios, n.
2, in RE, II, 2, 1896, coll. 1722-1723; R. Goulet, s.v. Aspasios (461), in DPhA,
I, 1989, pp. 635-636; P. Moraux, Der Aristotelismus bei den Griechen von An-
dronikos bis Alexander von Aphrodisia, 3 voll., De Gruyter, Berlin, 1973-2001,
ed. it. a cura di G. Reale (e altri), L’Aristotelismo presso i Greci, 3 voll., Vita e
Pensiero, Milano, 2000, vol. II, 1, pp. 221-284.
4
Sui Pitagorici cfr. anche Aristotele, Etica Nicomachea II, 5, 1106b29-30
= fr. 58B7 DK; Metafisica I, 6, 988a14-17. Speusippo rifiutava invece l’identi-
ficazione fra Uno e Bene, e fra Diade e Male (cfr. Metafisica XIV, 4, 1091b30-
35; inoltre, Speusippo, frr. 54-59, 65 Isnardi Parente).
5
Cfr. anche Aristotele, Metafisica I, 5, 986a20 ss.
6
Cfr. Senocrate, fr. 78 Isnardi Parente-Dorandi, fr. 54 Heinze.
7
Cfr. Platone, Timeo 35a1-b4.
8
Matematico del I secolo a.C.; cfr. M. Folkerts, s.v. Diodoros, n. 8, in
DNP, 3, 1997, coll. 589-590; F. Hultsch, s.v. Diodoros, n. 53, in RE, V, 1905,
coll. 710-712; R. Goulet, s.v. Diodoros d’Alexandrie (127), in DPhA, II, 1994,
pp. 782-783; Moraux, L’Aristotelismo presso i Greci, vol. II, 2, pp. 83-84.
9
Cfr. SVF II, 687; Posidonio, fr. A188 Vimercati, fr. 149 Edelstein-Kidd,
fr. 400a Theiler.
10
Cfr. 41d-e.
11
Cfr., ad esempio, II, 1, 284a-b; 3, 286a.
12
Cfr. anche SVF II, 684; 686; III, 372.
13
Cfr. Panezio, fr. A57 Vimercati, T158 Alesse, fr. 135 van Straaten.
14
Cfr. Arato, Fenomeni, vv. 71 ss.
15
Dovrebbe trattarsi di Berosso di Babilonia, astronomo del IV-III seco-
lo a.C., del quale però non ci è nota un’opera con questo titolo (il cui corri-
spettivo greco sarebbe forse Genesis). Questo passo è incluso nella raccolta
di F. Jacoby (FGrH 680, F17). Su Berosso di Babilonia (e sullo (pseudo-?)
138 EUDORO DI ALESSANDRIA

Berosso di Cos) cfr. B. Pongratz Leisten, s.v. Beros(s)os von Babylon, in


DNP, 2, 1997, coll. 579-580; E. Schwartz, s.v. Berossos, n. 4, in RE, III, 1,
1897, coll. 309-316; J. Campos Daroca, s.v. Bérose de Babylone, in DPhA,
II, 1994, pp. 95-104 (p. 96 sullo (pseudo-?) Berosso di Cos); R.E. Gmir-
kin, Berossus and Genesis, Manetho and Eudoxus. Hellenistic Histories and
the Date of the Pentateuch, T&T Clark, New York-London, 2006, pp. 93-94
(con bibliografia).
16
Aristone è un filosofo peripatetico (in precedenza accademico) del I
secolo a.C.; cfr. R. Sharples-E. Kr., s.v. Ariston, n. 2, in DNP, 1, 1996, col.
1116; A. Gercke, s.v. Ariston, n. 54, in RE, II, 1, 1895, col. 956; F. Caujolle-Za-
slawsky e R. Goulet, s.v. Ariston d’Alexandrie (393), in DPhA, I, 1989, pp.
396-397; Moraux, L’Aristotelismo presso i Greci, vol. I, pp. 212-213.
17
Su Acaico e Sozione cfr. Moraux, L’Aristotelismo presso i Greci, vol. II,
1, pp. 207-216; E. Zeller, Die Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen
Entwicklung, vol. III, 1, Reisland, Leipzig, 19094, pp. 805-813.
18
Su questa ripartizione del discorso etico cfr. anche il fr. 1, qui sopra.
19
Cfr., ad esempio, Timeo 89d-90d; Protagora 328d ss. e 349a ss. (l’unità
delle virtù e il loro fondamento scientifico); 355b ss. (virtù, scienza e metretica).
20
Il riferimento più immediato è Platone, Teeteto 176b1-2.
21
Cfr. Odissea II, 406 (trad. di R. Calzecchi Onesti; la dea è Pallade Atena,
citata al v. 405), ripreso non letteralmente da Platone, Fedro 266b6-7.
22
Sulla sequela di dio in Pitagora, cfr., ad esempio, Giamblico, Vita di
Pitagora 18, 86; 28, 137 (dove tuttavia compare il verbo akoloutheô); Stobeo,
Eclogae II, 49, 16 Wachsmuth-Hense; Boezio, De consolatione philosophiae I,
130-135; 141-143 (il motto pitagorico era forse contenuto nell’opera aristote-
lica Sui Pitagorici (Diogene Laerzio V, 25), andata perduta, e fu tramandato
poi da Aristosseno); un’eco si ritrova in Platone, Fedro 248a1-2.
23
Cfr., ad esempio, Platone, Repubblica VI, 500c; X, 613b; in generale, sul
tema dell’assimilazione a dio in Platone si veda S. Lavecchia, Una via che con-
duce al divino. La «homoiosis theo» nella filosofia di Platone, Vita e Pensiero,
Milano, 2006.
24
Cfr. Platone Leggi IV, 716c ss.
25
Cfr. Platone, Timeo 90d5-7.
26
Cfr. Platone, Timeo 64c7-d3; 81e1 ss.
27
Cfr. Democrito, fr. 68B170-171 DK.
28
Cfr. Platone, Timeo 90a3-4.
29
Cfr. Platone, Leggi I, 636d8.
30
Cfr. Platone, Leggi I, 631b6-d2 (con lievi variazioni testuali rispetto
all’edizione platonica di J. Burnet).
31
La tripartizione dei beni sembra essersi diffusa in ambito accademi-
co-peripatetico (cfr. Diogene Laerzio III, 80-81).
32
Cfr. Platone, Leggi I, 630d-631d; Filebo 66a-d (con qualche variazione
rispetto alla testimonianza di Stobeo).
33
Cfr., ad esempio, Platone, Leggi II, 660d-663e, 726a-734e; Timeo
NOTE ALLA TRADUZIONE 139

86b-90d; Aristotele, Etica Nicomachea I, 1, 1094a1 ss.; 6, 1098a5 ss.; II, 4,


1105b19 ss.; III, 8, 1114b26 ss.
34
Cfr. Empedocle, fr. 31B109a DK.
35
Cfr. inoltre Empedocle, frr. 31A57, 86, 88, 89, B84, 88, 89, 101, 106,
DK.
36
Cfr. SVF II, 555.
37
Su questo si può vedere l’opera di Archimede sui Galleggianti (cfr. Ope-
re di Archimede, a cura di A. Frajese, UTET, Torino, 1974, pp. 517 ss.).
38
Matematico di Alessandria (cfr. supra, n. 8).
39
Cfr., ad esempio, 34a; 40b.
40
Cfr. Iliade II, 554 (trad. di R. Calzecchi Onesti).
41
Cfr. ibidem III, 1 (trad. di R. Calzecchi Onesti).
42
Cfr. SVF I, 115.
43
Presupposta nel Timeo, la definizione è esplicitata in Aristotele, De caelo
I, 9, 278b11 ss.
44
Cfr. Platone, Fedro 246e4 (la citazione esatta è oJ me;n dh; mevga~ hJgemw;n
ejn oujranw`/ Zeuv~).
45
Cfr. Epicurea, frr. 295-308 (pp. 211-216) Usener; Diogene Laerzio X, 45
(ma anche 41-43).
46
Cfr. Euripide, Fenicie 3.
47
Cfr. Odissea III, 1 (trad. di R. Calzecchi Onesti).
48
Cfr. Iliade VIII, 485 (trad. di R. Calzecchi Onesti).
49
Cfr. Filolao, fr. 44A15 DK; cfr. inoltre Platone, Timeo 55d8 ss.
50
Su Diodoro, Codrato e Isidoriano cfr. i riferimenti in H. Diels, Doxo-
graphi Graeci, de Gruyter, Berlin-Leipzig, 19292, pp. 659 (s.v. Achilles), 684
(s.v. Isidorianus).
51
Cfr. Posidonio, fr. A68 Vimercati, fr. 128 Edelstein-Kidd, fr. 271b Theiler.
52
Cfr. Arato, Fenomeni 319.
53
Cfr. SVF II, 682.
54
Cfr. ibidem.
55
Cfr. SVF II, 686.
56
Cfr. Arato, Fenomeni 11-12.
57
Cfr. Pindaro, Olimpiche I, 6.
58
Cfr. ibidem.
59
Cfr. Euripide, fr. 861, 2 Nauck.
60
Cfr. Catasterismi 44 (Eratosthenes, Sternsagen (Catasterismi), Grie-
chisch/Deutsch, herausgegeben, übersetzt und kommentiert von J. Pàmias
und K. Geus, Utopica, Oberhaid, 2007, p. 210).
[ANONIMO]
COMMENTARIO AL TEETETO
DI PLATONE
Presentazione

Il presente papiro è stato pubblicato per la prima volta da


Hermann Diels e Wilhelm Schubart nel 1905. Si tratta di un
commentario, giuntoci anonimo, al Teeteto di Platone. La col-
locazione cronologica del papiro in età medioplatonica è sem-
brata pressoché certa. Guido Bastianini e David Sedley, infatti,
curatori di una seconda edizione (nel 1995), lo hanno collocato
nel II secolo d.C.1, pur ritenendo che l’opera possa essere sta-
ta composta in epoca anteriore – forse attorno alla fine del I
secolo a.C. –, sulla base di indizi dottrinali del tutto ipotetici2.
In assenza di conferme, è forse prudente ampliare la forbice
temporale al periodo 45 a.C.-150 d.C. Ad ogni modo, si tratta
del primo – o di uno dei primi – commentari filosofici a noi per-
venuti, considerato il fatto che sui commenti di età ellenistica
siamo poco informati3.
È ancor più complesso stabilire l’identità dell’autore,
occasionalmente identificato con Albino – autore del Prologo
e, come si è a lungo ritenuto, del Didaskalikos4 –, con Eudoro
o con qualche altro autore della tradizione accademica o me-
dioplatonica5. Il carattere puramente ipotetico di queste attri-
1
Cfr. G. Bastianini-D. Sedley (edd.), Commentarium in Platonis «Theaete-
tum» [PBerol inv. 9782], in Corpus dei papiri filosofici greci e latini (CPF). Testi
e lessico nei papiri di cultura greca e latina. Parte III: Commentari, Olschki,
Firenze, 1995, p. 227.
2
Cfr. ibidem, pp. 246 ss., 254 ss. (in partic. p. 256).
3
Segnalo che, stando a Proclo (In Tim. I, 76, 1-2), già Crantore avrebbe com-
posto un Commentario al Timeo di Platone, intorno al 300 a.C. o poco prima.
4
Rimando alle premesse, rispettivamente, ad Albino e ad Alcinoo (Di-
daskalikos) per la questione dell’identità dei due autori, che ad oggi vanno
considerati distinti.
5
Su queste tesi cfr., ad esempio, J. Dillon, The Middle Platonists. A Study
of Platonism (80 BC to AD 220), Duckworth, London, 1977, 19962, ed. it. a
cura di E. Vimercati, I Medioplatonici. Uno studio sul Platonismo (80 a.C.-220
144 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

buzioni va di pari passo con quello sulla datazione dell’opera.


L’autore si mostra comunque un seguace di Platone, del quale
difende la posizione filosofica e la coerenza tra le opere (e spe-
cialmente quella interna al Teeteto, com’è naturale), affermando
altresì l’unità della tradizione accademica6. Infatti, pur essendo
spesso puntuale, il commento non è sempre neutrale ed “aset-
tico”, ma in più di un caso l’intento esegetico si accompagna
a una difesa delle affermazioni e delle dottrine contenute nel
dialogo platonico, in contrasto con le posizioni di altre scuole
filosofiche – specialmente gli Stoici e gli Epicurei7. In altri casi,
l’autore difende la propria interpretazione di Platone, a dispet-
to di altre letture, anch’esse platoniche8.
Dopo una lacuna iniziale, il testo commenta il Teeteto di
Platone dalla conclusione del prologo fino a 153d-e, a cui
si aggiunge qualche frammento sparso. La porzione di com-
mento, dunque, non è amplissima e, tuttavia, è sufficiente per
farci un’idea del metodo e dell’approccio filosofico dell’au-
tore. La porzione di testo pervenutaci si sofferma soprattut-
to su tre problemi, fra loro correlati: quello dell’epistêmê,
cioè della scienza intesa come conoscenza valida, quello della
reminiscenza e quello del criterio di verità. La scienza non
viene qui indagata in quanto ambito del sapere – cioè nei
suoi contenuti epistemici, quali, ad esempio, l’aritmetica, la

d.C.), Vita e Pensiero, Milano, 2010, pp. 310-312; H. Tarrant, The Date of
Anon. in Theaetetum, «Classical Quarterly», 33 (1983), pp. 161-187. Segnalo
lo status quaestionis, ancora, in Bastianini-Sedley (edd.), Commentarium in
Platonis «Theaetetum», pp. 246 ss., 251 ss. (con una rassegna dei possibili au-
tori dell’opera, in verità poi tutti respinti, per ragioni differenti). Segnalo inol-
tre D. Sedley, Three Platonist Interpretations of the Theaetetus, in Ch. Gill-M.
McCabe (eds.), Form and Argument in Late Plato, Clarendon Press, Oxford,
1996, pp. 79-103; H. Tarrant, Plato’s First Interpreters, Duckworth, London,
2000, pp. 142-182; M. Bonazzi, Academici e Platonici. Il dibattito antico sullo
scetticismo di Platone, LED, Milano, 2003, pp. 181-211.
6
Cfr., ad esempio, coll. XIX, 46 ss.; XXIV, 30 ss.; XLV, 34 ss.; LII, 44 ss.;
LIV, 38 ss.; LVI, 14 ss.; LVII, 15 ss.; LIX, 2 ss.
7
Cfr. coll. V, 3 ss.; XXII, 39 ss.; LXX, 12 ss.
8
Cfr., ad esempio, col. II, 11 ss.
PRESENTAZIONE 145

geometria, l’astronomia –, ma nel suo essere un sapere fon-


dato. L’indagine si preoccupa dunque di definire l’essenza
della scienza, e non i suoi contenuti. Ebbene, la scienza vie-
ne definita come «un’opinione corretta legata alla causa del
ragionamento»9, riconducendo così la fondatezza del sapere
scientifico alla cognizione causale che lo determina e che lo
distingue da una mera conoscenza empirica10. La prima, in-
fatti, è semplice, mentre la seconda è composta, così come
sono composti gli oggetti della scienza stessa – cioè i conte-
nuti scientifici11. Il commentario si sofferma poi sulla natura
dell’apprendimento e della conoscenza, sviluppando un lun-
go excursus di carattere matematico. In funzione della defini-
zione di “scienza” viene poi introdotto il tema platonico del-
la reminiscenza, che l’autore impiega (anche) per giustificare
la fondatezza del sapere scientifico, sulla scorta della teoria
delle “nozioni comuni”12. Infine, nella conclusione della por-
zione pervenutaci l’autore affronta il problema del criterio di
verità, discutendo in particolare della posizione di Protagora
e di quella di Pirrone, specialmente sul rapporto tra perce-
zione e scienza.
Tra gli altri contenuti di maggior interesse filosofico, alcuni
dei quali tipicamente medioplatonici, segnalo: la presentazione
della teoria dell’oikeiôsis, sostenuta in modo significativamente
diverso rispetto agli Stoici13; la dottrina dell’assimilazione a dio,
desunta proprio dal Teeteto di Platone14; la teoria delle “buone
doti naturali” (euphyiai)15.

9
Cfr. col. III, 1 ss.; la definizione è tratta, con sostanziali modifiche, da
Platone, Menone 97e-98a.
10
Cfr. anche Aristotele, Metafisica I, 1, 981a24 ss.
11
Cfr. col. XV, 2 ss.
12
Cfr. coll. XLVI, 43 ss.
13
Cfr. coll. V, 3 ss.
14
Cfr. coll. VII, 14 ss.; Platone, Teeteto 176b.
15
Cfr. coll. IX, 32 ss.
146 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

Indice dei contenuti

NB: il testo è un commento sequenziale al Teeteto di Platone,


dalla conclusione del prologo a 153d-e. Le osservazioni filo-
sofiche sono dunque alternate a considerazioni molto più cir-
coscritte, sicché l’indice dei contenuti che presentiamo qui è
solo indicativo. Esso tiene conto soprattutto delle tematiche di
natura filosofica, senza considerare – per necessità di cose – il
commento puntuale dell’autore, in dettaglio. Nel testo, partico-
larmente ampio e articolato è l’excursus matematico al punto 6
dell’indice.

1. Prologo [coll. I-IV]


2. La teoria dell’appropriazione (oikeiôsis) [coll. V-VIII]
3. Le buone doti naturali e le virtù [coll. VIII-XIV]
4. Coincidenza di scienza e sapienza [coll. XIV-XVIII]
5. La definizione, l’oggetto e le caratteristiche della scienza [coll.
XVIII-XXV]
6. Le “potenze” e le “lunghezze” in ambito matematico [coll.
XXV-XLVI]
7. La scienza, le nozioni naturali e la reminiscenza [coll. XLVI-L-
VIII]
8. Scienza e percezione: il criterio di verità [coll. LVIII-conclu-
sione]

Premessa al testo

Nella traduzione ci siamo attenuti alla seguente edizione: G.


Bastianini-D. Sedley (edd.), Commentarium in Platonis «Thea-
etetum» [PBerol inv. 9782], in Corpus dei papiri filosofici greci
e latini (CPF). Testi e lessico nei papiri di cultura greca e latina.
Parte III: Commentari, Olschki (Unione Accademica Naziona-
le. Accademia Toscana di Scienze e Lettere «La Colombaria»),
Firenze, 1995, pp. 262-475.
La precedente (e prima) edizione del papiro è la seguen-
te: Anonymer Kommentar zu Platons Theaetet (Papyrus 9782),
PRESENTAZIONE 147

nebst drei Bruchstücken philosophischen Inhalts (Pap. n. 8; Papp.


9766, 9569), unter Mitwirkung von J.L. Heiberg, bearbeitet
von H. Diels und W. Schubart, Weidmann («BKT», II), Berlin,
1905.
COMMENTARIUM
IN PLATONIS «THEAETETUM»

[col. I] [. . . . . . . . Pr]wtagov-
[r . . . . . . . . . . .]crh
[. . . . . . . Prwta]gov ≥ ran
[. . . . . . . . . . .]upodh-
[5] [. . . . . . . . . . . . .]anei:
[. . . . . . . . . . . .]demen
[. . . . . . . . . . . .].tikw`/:
[. . . . . . . . . . .].otie
[. . . . . . . . . . . .].swn
[10] [. . . . . . . . . . . . .]uth/
[. . . . . . Prwt]agovra/
[. . . . . . . . . . . . .]lloi

[. . . . . . . . . . . . .].aixe
[. . . . . . . . . .so]fistai;
[15] [. . . . . . . . . . .].hn ka-
[. . . . . . . . . . . .]seudo
[. . . . . . . . . . . . .]ende
[. . . . . . . . . . . .]w/ h]≥ m≥h;
[. . . . . . . . .Pr]wtagov-
[20] [r . . . . . . . . . . .]e≥to e-
[. . . . . . . . . . . . . .]aito≥
[. . . . . . . . . . . . . .]op ≥ er
[. . . . . . . . . . . . . . . .]w":

desunt fere 23 vv.

[47] [. . . . . . . . . . . . . . . .]o~
[. . . . . . . . . . . . . . . .]ri
[ANONIMO]
COMMENTARIO AL TEETETO
DI PLATONE

[Prologo]

[col. I, illeggibile]
150 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

desunt fere 4 vv.

[col. II] auth/. a{ma de; kai; Qe[≥ ovdw-]


ro" me;n eJtai'ro" h\n≥
tw'/ Prwtagovra/, oJ d[e;]
Qeaivthto" ejnetuvg-≥
[5] canen tw'/ suggravm-
mati tw'/ Prwtagov ≥ r ≥ o ≥ u
≥ ≥
tw'/ Peri; ajlhqeiva", ejn≥ ≥ w|/≥
peri; ejpisthvmh" l≥ev≥gei≥.
tau'ta me;n ou\n≥ aj≥nag-
[10] k≥a≥[i`]on h\n proanaka-
qhvrasqai. tw'n de; Pla-
twni≥k≥w≥'[nº t≥ine" w/jhv-
qhs≥[an per]i≥; krithrivou
ei\ªnai] t≥[o;]n≥ d≥iavlogon,
[15] ejp[≥ e]i;≥ kai; pleonavzei
ejn th'/ peri; touvtou skev-
yei. to; ≥ d j oujc≥ ou{tw" e[-
cei, ajlla; pro ≥ vkeitai pe-
ri; ejpisthvmh" ≥ eijp[e]i'n
[20] t[h']"≥ aJ[≥ pl]h`"≥ ≥ kai; ajs[u]n-
qevtou: eij" tou'to de;≥ aj-
n[a]gkaivw" peri; krith-
riv[o]u skopei'. levgw de;
nu'≥n≥ kri≥thvrion to; [d]i j
[25] ou| k≥r≥i≥vn≥omen wJ" ojr[g]av-
no≥u≥. [d]ei' ga;r e[cein w|/
kr≥i≥no≥u'men ta; prav-
gmata, ei\≥ta o{tan ajkr≥i≥-
be;" h\/ tou'to, hJ tw'n ka ≥ -≥
[30] lw ≥ ≥ ' " kriqev n twn mov -
ni≥ m≥ o ≥ " paradoc ≥ h; gi≥ v-≥
n[≥ e]t[≥ a]i ejpisth ≥ m v≥ h≥ .≥ ajl-
l j ou|t[oiv] fasin auj ≥ to;n
pe≥ r i ; e p
j i s t
≥ ≥≥ ≥ ≥≥ ≥≥ ≥ ≥ ≥ ≥h v m h "
[35] proqe≥ vm ≥ enon zht[ei' ≥ n]
ejn me;n tw'/ Qeaithvtw/
peri; a} oujk e[stin dei-
COLONNA II 151

[col. II] […] nello stesso tempo anche Teodoro era compa-
gno di Protagora, mentre Teeteto era a conoscenza dell’opera
di Protagora Sulla verità, in cui questi parla della scienza (epi-
stêmê)1. Da queste opinioni bisognava dunque purificarsi in via
preliminare.
Tra i Platonici, alcuni ritennero che il dialogo riguardasse il
criterio, anche perché si sofferma a lungo sull’indagine su que-
sto aspetto2. Le cose, però, non stanno così: l’intento è invece
quello di parlare della scienza, quella pura e non composta; a
tal scopo è inevitabile che egli indaghi il criterio. Chiamo ora
“criterio” ciò attraverso cui giudichiamo, come fosse uno stru-
mento. Infatti, è necessario avere ciò con cui giudichiamo le
cose. Quindi, qualora questo sia esatto, l’accoglimento stabile
delle cose ben giudicate diviene scienza.
Ma questi affermano che, essendosi proposto di investigare
sulla scienza, nel Teeteto egli mostra intorno a quali oggetti essa
152 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

knuvnai, ejn de; tw'/ Sofi≥-


sth'/ peri; a} e[stin. pros-≥
[40] h'lqon me;n≥ ou\n ejgguv",
ouj mh;n e[tucon taj-
lhqou'":≥ ouj ga;r zhtei'
th;n u{lhn,≥ per[i;] h}n≥ ≥ st≥ r ≥ e≥ v-≥
f≥e≥t≥a≥i≥ hJ [ej]p≥[i]st≥h≥vm≥h,
[45] ajlla; tiv"≥ ou≥js≥[iv]a au≥jt≥h≥'". e{te-
ron dev ejstin≥ t≥ou't≥o ej-
k≥e≥i≥vn≥ou, wJ" ejpi; tw'n te-
cnw'n≥ ≥ a[llo mevn ejstin
to; zh ≥ tei
≥ 'n≥ eJk ≥ av≥ sth"
[50] th;n≥ ouj ≥ s iv a n, a[ llo de;
to; th;n u{lhn, peri; h}n≥
pragmateuvontai≥ .≥ ejej--
[col. III] pe≥i; d≥[e; ejpi]sthvmh h\n
dovxa ojrqh; deqei'sa aij-
tiva/ logismou' < tovte ga;r
i[smen ta; pravgmata,
[5] o{tan mh; movnon eijdw'-
men o{ti e[stin ajlla; kai;
dia; tiv < h\san de; oiJ ta;"
aijsqhvsei" ejkteti-
mhkovte" dia; to; e[cein
[10] a≥u≥jtav" ti plhktiko;n
aj≥natiqevnte" aujtai'"
kai; th;n ajkrivbeian,
prw'ton me;n tauvthn
b≥asaniei' th;n uJpov-
[15] lhmyin, ei\≥ ta metabhv-
setai ≥ ejpi; dovxan ojr-
qhv ≥ n , meta; tauvthn ejpi;
dov
≥ x an oj r qh; n meta;
l≥ovgou, kai; e≥jnqavde ka-
[20] t≥[a]p≥a≥u≥vs≥e≥i≥ t≥[h;]n zhvth-
[sin: eij] g≥[a;]r p≥r≥oslavboi
t≥[o;n] d≥[e]smo≥;n≥ th'" aijtiv-
a≥[", giv]n≥e≥t≥a≥i≥ a≥u≥j[t]w'/ tev-
le≥ i≥ [o]"
≥ ≥ oJ≥ th≥ '[≥ "] to
≥ i≥ auv
≥ th"
COLONNE II-III 153

non verta, mentre nel Sofista mostra intorno a quali oggetti essa
verta. Costoro si sono dunque avvicinati al vero, ma non l’han-
no colto. Egli, infatti, non indaga la materia a cui si rivolge la
scienza, ma quale sia l’essenza di quest’ultima. Del resto, questo
argomento è diverso da quello: come nel caso delle arti, altro è
indagare l’essenza di ciascuna, altro indagare la materia di cui
si occupano.
[col. III] Poiché dunque la scienza è «un’opinione corretta
legata alla causa del ragionamento»3 – allora, infatti, conosciamo
le cose, quando non solo sappiamo che sono, ma anche perché
– e poiché coloro che avevano sopravvalutato le percezioni sen-
sibili, perché hanno una certa capacità di colpire, attribuivano
loro anche l’esattezza, per prima cosa egli passerà al vaglio que-
sta congettura, poi passerà all’opinione corretta e, dopo questa,
all’opinione corretta con ragione; e, a quel punto, porrà fine
all’indagine. Se, infatti, si aggiungesse il vincolo della causa, il suo
154 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[25] ej≥p≥i≥[s]t≥h≥v[mh]"≥ l≥ov≥g≥]o". t≥a≥;


m≥e≥;[n] ou\n to≥i≥a≥u≥'t≥a ka≥i≥;
ej≥n≥ th`/ ejxhg≥h≥vsei sa-
[f]h≥n≥isqhvsetai. fevr[e-]
[t]ai≥ ≥ de≥ ;≥ kai; a[llo prooi≥ v-
[30] mi≥ o ≥ n uJpovy[u]cron
scedo;n tw'n≥ i[swn
stivcwn, ou| ajrchv:
“a\r ≥ a≥ v≥ ge≥ , w\ pai', fevrei" to ≥ ;n
p≥e≥[ri;] Q≥e≥aithvt≥o≥u lovgon…”
[35] t≥o; d≥e; gnhvs iovn ejstin
o≥u≥| ajrchv: “a[rti, w\ Teryiv-
wn”. e[oike de; pepoi-
hkevnai me;n drama-
ti≥ k ≥ o;n to;n≥ dia ≥ vlogon
[40] to ≥ u' Sw k
≥ ≥ ≥ ≥ ≥ u" pros-≥
r a t
v o
di≥ a ≥ ≥ l egomev nou Qeo-
dwvrw/ te kai; Qeaithv-
tw/: ei\ta, ejpei; e≥i\cen
polla; ajgkuvla, pros-
[45] evqhken to; prooivmi-
on≥, wJ" Eujkleivdou ajpo-
mn≥ h ≥ moneuvonto"
pr ≥ o;" Teryivwna w|n
hjk ≥ h ≥ kovei≥ Sw ≥ k≥ r≥ a
≥ vt≥ o
≥ u".
[50] oJ [d j] Euj ≥ k leiv d h"
≥ tw' ≥ n ejl-
l[o]givmwn h\n≥ Swkra-
tikw'n kai≥; h\rxevn ge
t[h≥'"≥ ojnoma≥s≥qeivsh"
[col. IV] Megarikh'" a≥i≥J[r]e≥vsew", h{-
ti" u{steron ej≥g≥e≥vneto
sofistikwtevra: ejmbri-
qei' toivnun ajndri; ejpe-
[5] fhvmisen to;n diavlogon
o[nta karterovn. ouj ga;r
dh; di j h{n fhsin aijtiv-
an, i{na mh; parapodiv-
zoi ejgkeivmena “kai; ej-
[10] gw; e[fhn”, “kai; ejgw; ei\-
COLONNE III-IV 155

discorso su una tale scienza diverrebbe completo. Questo genere


di questioni sarà chiarito anche nel corso dell’interpretazione.
Circola anche un altro proemio, piuttosto freddo, delle stesse
righe, che comincia così: «Ebbene, ragazzo, porti con te il discor-
so che riguarda Teeteto?». Ma il proemio autentico è quello che
comincia così: «È da poco che sei arrivato, Terpsione […] ?».
Sembra che egli abbia composto un dialogo di tipo dram-
matico, in cui Socrate conversava con Teodoro e con Teeteto;
in seguito, ricco com’era di molti accorgimenti, aggiunse il pro-
emio, in cui Euclide racconta a Terpsione ciò che aveva udito
da Socrate. Euclide fu uno dei Socratici più illustri e fondò la
cosiddetta [col. IV] Scuola Megarica, che in seguito divenne
più sofistica4; è a un uomo di valore, dunque, che egli dedicò il
dialogo, in tutta la sua possanza.
Il motivo, infatti, non è quello che egli riferisce, cioè perché
non gli fossero d’intralcio inserzioni quali «E io dissi», «E io
156 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

pon”, kai; “peri; tou' ajpo-


krinomevnou o{ti≥ “sun-
evfh” kai; “oujc [wJ]m≥o≥lovgei”.
kevcrhtai g[ou']n ejpi; pol-
[15] lw'n toiouvtw/ cara-
kth'ri kai; oujk ejnocle[≥ i']
oujde;n ejn ejkeivnoi". pe-
rievcei de; to; prooivmi-
on tw'n proshkovn-
[20] twn kai; praktw'n uJ-
pografhvn, a} oiJ St≥[w]i≥>k≥oi;
kaqhv≥konta oj[nomav-]
zousin. ta; de; to ≥ [u'
≥ i≥ a ≥ ta]
safevstata kei'ta[i pa-]
[25] ra; toi'" Swkratik[o]i'"≥ ≥
kai; ouj dei'ta[i] ejxhghv-
sew": ei\pev te o{ti pa'-
sa ajnav≥gkh ei[h tou'ton
ejllovg≥imon genevsqai
[30] ei[≥per≥ eij" hJl[i]kivan≥ e[≥l-
qoi. eij eujfuh;" oJ Qeaivth-
to", poiva ajnavgkh ejl-
lovgi≥ mon aujto;n genev-
sqai≥ ejlqovnta eij" hJli≥ -
[35] kivan≥ provsqen≥ mh; no-≥
shvsa≥nta mhde; ajscolh≥-
qevnta mhde; di j a[llhn
oJmoivan aijtivan ejmpo-
disqevnta… ta; ga;r toiau'-
[40] ta kata; to; eijko;" levge-
tai, oujci; de; kata; to; aj-
nagkai'on, ejpei; tai'"
eujfui?ai" ouj provsestin
to; bevbaion, ajlla; to;
[45] wJ" kata; to; plei'ston
ajlla; o{≥tan gev ti" sce-
do;n pavsa" e[ch/ ta;" euj-
fui?a", w{sper oJ Qeaiv-
thto"≥ ,≥ kai; ouj movnon
COLONNA IV 157

osservai», e, in riferimento al personaggio che risponde, «As-


sentì» e «Non fu d’accordo». In verità, di uno stile del genere si
serve in molti dialoghi, e in essi non c’è nulla sgradevole.
Il proemio contiene un abbozzo delle azioni appropriate
(prosêkonta) e praticabili (prakta), che gli Stoici chiamano “con-
venienti” (kathêkonta)5. I problemi di questo genere, però, nei
Socratici sono chiarissimi e non richiedono una spiegazione.
[Teeteto 142d1-3] «e disse che costui sarebbe necessaria-
mente diventato famoso, se fosse giunto ad età matura».
Se Teeteto era per natura ben dotato, che necessità c’era che
diventasse famoso una volta giunto ad età matura, se prima non
si era ammalato, non aveva sofferto per mancanza di tempo e
non era stato impedito da un’altra causa del genere? Le cose di
questo genere si dicono secondo verosimiglianza, non secondo
necessità, perché alle buone doti naturali non appartiene la cer-
tezza, ma il fatto di accadere “per lo più”. Ma qualora una abbia
quasi tutte le buone doti naturali, come Teeteto, e non solo que-
158 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[50] ge tauvt≥ a", ajlla; kai; ta;"


ajskhvs ≥ ei"
≥ aujtw'n, kai;
oJ toio≥u≥'t≥o" givnetai ejl-
[col. V] lovgimo["], eja;n m≥hv ti kw-
luvsh/ p≥a≥[r]a; [t]h;n e[xw-
qen aijtivan. eij me;n tw'n 143d1-5
ejn Kurhvnh/ ma'llon ej-
[5] khdovmhn, w\ Qeovdwre,
ta;≥ ejkei' a[n se≥ kai; peri;
ejkeivnwn ajnhrwvtwn,
ei[ tine" aujtovqi≥ peri; ge-
wmetrivan h[ tina a[l-
[10] lhn filosofivan eijs i;n
tw'n nevwn e≥jp≥i≥m≥evlei-
an poiouvmen≥oi, nu'n dev
h|tton ga;r ejkeivnou" h]
touvsde filw'. khvdetai
[15] me;n kai; Kurhnaivwn,
kata; to;n aujto;n de;≥ ≥ lovgon
kai; wJntinwno ≥ u'
≥ n≥ ajn-
qrwvpwn: w/jkeiwvme-
qa ga;r toi'" oJmoeidevs i:
[20] ma'llon mevntoi wj/-
keivwtai to≥[i'" eJ]a≥u≥t≥ou≥'
polivtai≥[": ejpiteivnºe≥-
tai ga;r kai; aj[nivet]a[i] hJ
oijkeivwsi": o{[≥ soi to]ivn≥ un≥ ≥
[25] ajpo; th'" oijkeiwv ≥ sew"
eijsavgousi th;n dikaio ≥ -≥
suvnhn, eij me;n levgou-
s≥in i[shn auJtou' te p≥ro;"
a≥uJto;n kai; pr≥o≥;"≥ t≥ªo;nº e≥[-
[30] [s]caton Musw'n, teqevn-
to" me;n touvtou swvze-
tai hJ dikaios[uv]nh, ouj
sugcwrei't≥ ai≥ [d]e;≥ [ei\-]
nai i[shn: para;≥ ga;[r th;n]
[35] ejnavrgeiavn ejstin ka ≥ [i;]
th;n sunaivsqhsin. hJ
COLONNE IV-V 159

ste, ma anche la capacità di esercitarle, una persona del genere


diviene [col. V] famosa, se non è impedita da una causa esterna.

[La teoria dell’appropriazione (oikeiôsis)]


[143d1-5] «Se mi preoccupassi di più di quelli di Cirene, o
Teodoro, ti chiederei delle condizioni di quella città e dei suoi
abitanti, se là alcuni giovani si dedichino alla geometria o a
qualche altra disciplina filosofica; ora, invece, quelli li amo meno
di questi (sc. di Atene)».
Si preoccupa anche dei Cirenei, ma con lo stesso criterio con
cui si occupa di qualunque altra comunità di uomini; noi, infat-
ti, ci appropriamo (ôkeiômetha) nei riguardi dei membri del-
la nostra stessa specie6; egli, però, si appropria maggiormente
nei riguardi dei suoi concittadini; l’appropriazione (oikeiôsis),
infatti, può essere più o meno intensa; perciò tutti coloro che
introducono la giustizia a partire dall’appropriazione, se dicono
che quella propria, verso se stessi, e quella verso l’ultimo dei
Misi sono uguali, posto questo, preservano la giustizia; non è
però condivisibile che esse siano uguali, perché ciò contrasta
con l’evidenza (enargeia) e con la percezione di sé (synaisthêsis).
160 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

me;n ga;r pro;" eJauto;n


oijkeivwsi", fusikh ≥ v ejstin
kai; a[logo", hJ de; pro;"
[40] tou;" plhsivon fusikh;
me;n kai; aujthv, ouj mevn-
toi a[neu lovgou. eja;n gou'n
katagnw'men ponh-
r≥ivan tinw'n, ouj movnon
[45] yevgomen aujtouv", ajlla;
kai;
≥ ajllotriouvmeqa
pro;
≥ " aujtouv", aujtoi; de;
aJm ≥ artavnonte" ouj-
k ajpodevkontai me;n
[col. VI] t≥a≥; g≥ j e≥jc≥ovm≥e≥na, ouj duvnan-
ta≥[i] d≥e≥; mish'sai auJtouv".
ou≥jk≥ e[stin toivnun i[sh
hJ oij≥k≥eiv≥wsi" pro;" eJ-
[5] auto ≥ ;n≥ k[ai; ≥ p]ro;" oJntin-
ou'n≥ ,≥ o{pou ≥ ≥ mhde; pro;"
ta;≥ eJa u t
≥ ≥ ≥ ≥ ≥ w n
' mev r h ejp j i[-
sh["] ≥ w/ k
j e i w
≥≥ ≥ m
v eqa. ouj≥ ga;r
oJmo ≥ ≥ iv w " e c
[ ≥ ≥ omen pro; "
[10] ojfq≥a≥lm≥[o;]n≥ ka≥[i;] davktu-
lon, i{na m≥h≥; levgw pro;"
o[nu≥ca" k≥a≥i;≥ trivca", ejpei;
oujde; pro≥;"≥ th;n ajpobo-
lh;n aujtw'n oJmoivw"
[15] hjllotriwvme[≥ q]a,≥ ajlla;
ma'llon kai≥ ;≥ h|t≥ t≥ on.
eij de; kai; aujt≥ oi; ≥ fhvsou-
si≥ ejp ≥ ≥ iteiv [ n]e sqa[i]
≥ th;n
oijke≥iv≥ws≥i≥[n], e≥[[s]t≥ai me;n
[20] filanqr≥[wpiv]a≥, ejl≥e≥vgxou-
si de; t[ouv]t≥[ou" a]iJ pe-
ristavsei≥"≥ n≥[auagw`]n, oJ-
pou ajna≥g≥[kh mov]n≥o≥n
swvzesqai to;n≥ e{te- ≥
[25] ron aujtw'n: ka ≥ ]n≥ ≥ mh≥ ; gev-
nwntai de;≥ pe≥ ris ≥ ≥≥ - t av
COLONNE V-VI 161

L’appropriazione verso se stessi, infatti, è naturale e non razio-


nale, mentre quella verso il prossimo è anch’essa naturale, ma
non è priva di ragione. Se, ad esempio, accusiamo alcune perso-
ne di malvagità, non solo le biasimiamo, ma anche ci estraniamo
(allotrioumetha) rispetto a loro, mentre essi, sbagliando, non ac-
cettano [col. VI] le conseguenze, ma non possono odiarsi. L’ap-
propriazione verso se stessi, dunque, non è uguale a quella ver-
so chiunque altro, perché neanche verso le nostre stesse parti ci
appropriamo in modo uguale. Infatti, non ci rapportiamo allo
stesso modo verso un occhio o verso un dito, per non parlare di
unghie e capelli, poiché nemmeno rispetto alla loro perdita ci
estraniamo allo stesso modo, ma di più o di meno.
Se, poi, anch’essi diranno che l’appropriazione si intensifica,
rimarrà la filantropia, ma le disavventure dei naufraghi li confu-
teranno, nel caso in cui sia necessario che si salvi soltanto uno
di loro due; e, anche se non sopraggiungono delle disavventu-
162 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

sei", ajll j au ≥ jt≥ oiv ge ou{-


tw" diavk[einta]i≥ wJ"≥ ej-
legcq≥h≥s≥o≥vm≥enoi o{qen
[30] kai; ejrwt≥w≥'s≥i≥n oiJ ejx jA-
kadhme≥[iva]" ou≥{t≥w≥"≥.: ej-
p j i[sh"≥ o≥u≥j s≥[wv]z≥[etai] k≥a-
ta; t[ou;]"≥ jEpik ≥ [u]r
≥ o ≥ [e]i
≥ vo
≥ u"
≥ ≥
hJ dikaiosuvnh kai ;
≥ ≥ ≥k a-
[35] ta; tou;" Stwi>kouv"≥ ajl ≥ -
la; mh;n kata; tou;" jEpi-
koureivou" ouj swvze-
tai hJ dikaiosuvnh, wJ"
oJmologou's i, pro;" ou}"
[40] oJ l≥ov≥go": oujde; kata; tou;"
Stw≥i>kou;" a[ra dia; tiv
ga≥;r≥ o≥u≥j swvzetai kata;
tou ≥ ;"≥ jEpikoureiv
≥ ou~,
ei[≥ ti≥ "≥ aujtw'n≥ punqav-
[45] noi≥ t≥ o, ≥ fhvsousi, o{ti
oujk ajpoleivp ≥ ousi
≥ oij-
ke≥ivwsin p≥ro;" tou;"
[col. VII] plhsivon eja;n ou\n ajpo≥-
leivph≥te uJmei'" ajno-
moivan, a\rav ge oujc oJra'-
te, o{ti tou'to to; plei'-
[5] on ajnagkavsei pote;
mh; oJmoiv≥ w" stocav-
zesqai≥ tou' te eJautw'n
lusitelou'" kai; tou'
tw'
≥ n pl≥hs≥iv≥on… ejx≥a≥r≥-
[10] kei' de; k≥ai; ejpi; t≥ev≥c≥n≥h≥"≥
kai; ejpi; ajreth'" p≥a≥ra-
baqei;" ka]n ei|" ajriqmo;"
eJkavteron a≥u≥jtw'n aj-
fanivsai: o{qe≥ n≥ oujk aj-
[15] po; th'" oijkeiwv ≥ sew"
eijsavgei oJ Plavtwn th;n di-
ka ≥ i≥ osuv
≥ nhn,
≥ ajlla; aj-≥
po≥ ≥ ; th' " [o; ]
≥ ≥ ≥ "≥ to;n≥ ≥ qe-
p r ≥
COLONNE VI-VII 163

re, essi sono però in condizione tale che finiranno con l’essere
confutati7. Ecco perché gli Accademici argomentano in questo
modo: ugualmente la giustizia non è preservata né secondo gli
Epicurei, né secondo gli Stoici; ma secondo gli Epicurei la giu-
stizia non è preservata, come riconoscono coloro contro cui è
rivolto il ragionamento; dunque, non è preservata nemmeno se-
condo gli Stoici. Infatti, se uno chiedesse loro perché secondo gli
Epicurei non è preservata, risponderebbero: «perché gli Epicurei
non ammettono appropriazione nei confronti del [col. VII] pros-
simo»8. Se dunque voi ammettete che l’appropriazione è disegua-
le, non vedete che questo suo essere maggiore o minore costrin-
gerà talvolta a mirare al proprio vantaggio in modo diverso dal
vantaggio del prossimo? Ma, sia in una tecnica, sia in una virtù,
un solo numero, se trascurato, basta a sopprimere l’una o l’altra.
Ecco perché Platone introduce la giustizia non a partire
dall’appropriazione, ma a partire dall’assimilazione a dio, come
164 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

o;n oJmoiw≥v[sew]~, wJ≥~≥ deiv-


[20] xomen. t≥h≥;[n de;] o≥ijk≥e≥i≥v-
wsin tau≥v[thn] p≥o≥lu-
qruvlhton ouj mov[no]n
oJ Swkravth" ei≥js[avg]ei
ajlla; kai; oiJ para; tw'/
[25] Pl ≥ av ≥ twni≥ sofist[aiv ≥ .]
au ≥ ≥≥ t
j h' " de ; ≥ ≥ ≥ ≥ ≥ ≥ oi≥ j-≥
d h ; t h "
'
ke≥ i≥ w ≥ ≥ ≥ ≥ ≥ hJ≥ mevn≥
s
v e w "
ej[s]t≥i≥n≥ k≥h≥dem≥on≥i≥k≥h;
[h} pro;~ eJa]u≥[tou;~ kai;]
[30] [p]r≥[o;~] tou≥;"≥ p≥l≥[hsivon ejs-]
t≥[ivn], wJ" ajn ti≥ ei≥j [i[]s≥oi
[h\san, hJ d jaiJretikhv, h|/] a≥i≥j-
ro[uv ≥ ]meqa eJautoi'" taj-
ga[q]a ≥ ;,≥ ou ≥ jk ≥ ≥ au ≥ jt≥ [w`
≥ n e{ne-]
[35] k[a
≥ auj t w` n ] k h
≥ ≥ ≥ vm
d o ≥ e≥ n≥ o
≥ i≥ ,≥
aj[l]la; ≥ boulov m enoi
aujta; genevsqai hJmi'n.
dhloi' o{ti hJ pro;" eJau-
to;n kai; tou;" oJmoeidei'"
[40] oujk e[sti≥n aiJretikhv:
oujdei;" ga;r aiJrei'tai eJ-
autovn, ajlla; eJauto;n
me;n ei\nai, tajgaqo;n
de; eJautw/' ei\nai, khvde-
[45] tai de; eJauto ≥ u' kai; tw'n
[col. VIII] plhsivon. dia; tou'to e[-
fh “eij me;n tw'n ejn Ku-
rhvnh/ ma'llon ejkh-
dovmhn”, dhlw'n o{ti hJ
[5] toiauvth oijkeivwsiv"
ejstin khd≥ emonikhv ≥ .
kai;≥ ma'll ≥ ≥ on ej p iqu- 143d5-6
mw' eijde≥ vn≥ ai≥ ≥ ti≥ vn≥ e" hJ-
mi'n tw'n ne≥ vw ≥ n≥ ≥ ejpiv≥ -≥
[10] doxoi≥ gi≥ vn≥ e≥ s ≥ q≥ a ≥ i≥ ≥ ejpi-
eikei'". k≥a≥iv peri≥; t≥w'n
ejnqavde≥ n≥e≥vw≥n≥, e≥i[≥p≥e≥r≥
COLONNE VII-VIII 165

dimostreremo9. Questa appropriazione così dibattuta non è


solo Socrate a introdurla, ma anche i Sofisti in Platone10.
Dell’appropriazione in quanto tale, una è curatrice, che è
verso se stessi e verso il prossimo, come se fossero in qualche
modo uguali, e un’altra è elettiva, grazie alla quale scegliamo i
beni per noi stessi, non curandoci di essi per se stessi, ma volen-
do che ci appartengano. Egli mostra che l’appropriazione verso
se stessi e verso i propri simili non è elettiva; nessuno infatti sce-
glie se stesso, ma sceglie di esistere e che il bene gli appartenga,
mentre si cura di se stesso e del [col. VIII] prossimo. Perciò dis-
se: «Se mi preoccupassi di più di quelli di Cirene», dimostrando
che questo tipo di appropriazione è curatrice.

[Le buone doti naturali e le virtù]


[143d5-6] «[…] desidero piuttosto sapere quali dei nostri giovani
hanno probabilità di diventare persone equilibrate».
«Dei giovani di qui, ancor più che di quelli di Cirene,
166 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

peri; tw'n ej[n K]urhv ≥ nh/


ma'
≥ l lon e p
j ≥ ≥≥i [q]u mw'
≥ eij-
[15] devnai t≥[iv]n≥e" uJpofaiv-
nousi ejlpivda" tou' ge-
nevsqai mevtrioi. tau'- 143d6-8
ta dh; auj[tov"] t≥e≥ s≥k≥o-
pw' kaq j o{s[o]n ≥ du
≥ vn≥ a ≥ -≥
[20] mai kai; tou;"≥ ≥ a[[≥ ll]ou ≥ "≥
ejrwtw' oi|[" a]n oJrw' to]u;"≥
nevou" ejqevl ≥ o ≥ nt[≥ a"]
suggivgnesqai. ejn≥ ≥ [to]i'"≥ ≥
ejrwt≥ikoi≥'" levg≥etai≥
[25] o{ti tou' spoudaivou ej-
sti;n to; g[n]w'n≥a≥i≥ t≥o;≥n≥
ajxievr≥[as]t≥o≥n. zht≥ei'-
tai≥ ou\n≥ p≥w≥'"≥ o≥J Q≥ea≥i≥v-
thto" e[l[aqe]n ≥ ≥ [aujto;]n≥
[30] w]n e[uj ≥ ] fu h
≥ ≥ [
v ". aj pokri-]
tevo[n ≥ t]o iv
≥ ≥ ≥ ti] ouj-≥
n u n o [
{
de; ou|to" aujto;n≥ e[l ≥ a-≥
qen: ouj pavnta"≥ ga;r
tou;" kalou;" d≥i j eJautou'
[35] euJrivskei, ajll j e[≥stin ou}"
kai; di j a[llwn≥. kai; tou'-
to ejdhvlwsen, o{ti auj-
tov" te skopei'≥ kaq j o{-
son ejndevceta ≥ i kai;
[40] tou;" a[llou" ejrwta' ≥ /,
oi|" oJra/' sumbavllon-
ta" tou;" nevou".kai;
ga;r to; toi's≥de h≥] toi's-
de sune[i']nai mhnuvei
[45] tou;" eujfue[i']". nu'n dev 143e7-9
kai; mhv moi a[cqou, ouj-
[col. IX] k e[sti≥n≥ kalov", pros-
evoik ≥ e≥ ≥ de;≥ soi; ≥ thvn te
sim ≥ ≥ ≥ov t h ta kai; to; e[-
xw≥ tw'n ojmmavtwn:
[5] h|tton≥ de; h] su; tau't j e[-
COLONNE VIII-IX 167

desidero sapere quali mostrino speranze di diventare perbene».


[143d6-8] «Queste cose, certo, le indago da me stesso, per
quanto posso, e interrogo quegli altri con cui vedo che i giovani si
incontrano volentieri».
Nelle opere sull’amore si dice che è proprio dell’uomo vir-
tuoso riconoscere la persona degna di essere amata. Ci si do-
manda dunque come mai gli sia sfuggito che Teeteto era per na-
tura ben dotato. Bisogna allora rispondere che neppure lui gli
era sfuggito; egli, infatti, non trova tutti i belli da se stesso, ma
alcuni li trova anche grazie ad altre persone. E ha dimostrato di
indagare da se stesso, per quanto possibile, e di interrogare que-
gli altri con cui vede che i giovani si incontrano. Perché anche
il fatto di stare in compagnia degli uni o degli altri rivela coloro
che sono per natura ben dotati.
[143e7-9] «Ora, invece – non prendertela con me! –, non [col.
IX] è bello, ma assomiglia a te nel naso camuso e negli occhi
sporgenti; questi difetti, però, li ha meno pronunciati di te».
168 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

cei. oJ Qeovdwro" to;n


kalo ≥ ;n≥ kata; ta; uJpo ≥ ;≥
tw'[n] pollw'n nomi-
zov≥mena to;n ejk th'"
[10] morfh'" toiou'ton, oJ-
mo≥ivw≥"≥ de; e≥jk [t]w'n auj-
tw'[n] k≥ai; t≥o≥;n a≥[ij]s≥crovn,
fhsi≥ vn≥ ≥ te to;n Qe≥ aiv-
thton≥ ejoik ≥ evnai tw'/
[15] Swkravtei ka ≥ tav te≥
th;n simovt≥ h ≥ ≥ a ka
t ≥ i≥ ;
to; e[xw≥ e[ce≥in≥ ta; [o[]m-
mat≥[a], o≥uj mevn≥t≥[o]i≥ ejp j i[-
sh"≥ t≥w≥'/ Swkr≥[av]t≥e≥i≥:
[20] oJ de; S≥w≥k≥ravth≥[" ma']l≥-
lon≥ o[≥ i\]de≥ ≥ kalo;n≥ [to;n]
kalw"≥ ≥ le≥ vgonta < t[≥ ou'-]
t j e[sti≥ [≥ n] to;[n] frovn[imon <]
wJ" pr ≥ o ≥ e≥ l[≥ q]w;n≥ ≥ ejr ≥ e≥ i`.
[25] to; ga;[r] eujm≥[a]q≥h≥' o[n≥t≥a 144a3-6
wJ" a≥[l≥l≥w/ c[alepo;]n≥
pra'on a≥u\ e≥[i\nai d]i≥a-
ferovn≥[t]w≥", k[ai; ejpi;]
touvto≥i≥"≥ a≥jnd≥[r]e≥i'o≥n
[30] par j oJnti≥ nou'n≥ ,≥ ejgw;
me;n≥ ou[ ≥ t≥ j a]n wj/ovmhn
genevsqai o[u[]te≥ ≥ oJr ≥ vmenon. to; eujma-
≥ w'≥ gi≥ g≥ n≥ o
qe;" kata;≥ to; logisti-
ko;n th'" yuch'", to;
[35] pra'on k≥a≥i≥; ajndrei'on
kata; to; q≥u≥moeidev".
dokei' de≥; ta≥; toiau'ta
parapodivzein ajl-
lhvloi" ejp ≥ i≥ v≥ ge≥ ≥ tw'n euj-
[40] fui>w'n: ou ≥ j≥ ga ≥ ;r w{sper ≥ ≥
ejpi; tw'n≥ te≥ l ≥ wn aj-≥
eiv
retw'n≥ o≥u{tw≥"≥ kai; ej-
pi; tw'n eujfui>w'n≥ e≥j-
x ajna≥vgkh≥"≥ hJ ajn≥t≥[a]ko-
COLONNA IX 169

Teodoro, d’accordo con le opinioni dei più, considera bella


una persona che abbia un aspetto del genere, e con lo stesso
criterio giudica anche la persona brutta, e afferma che Teeteto
assomiglia a Socrate nel naso camuso e per il fatto di avere gli
occhi sporgenti, anche se non in ugual misura a Socrate; Socra-
te, però, sa che bello è piuttosto colui che parla in modo bello
– cioè il sapiente, come dirà più avanti.
[144a3-6] «Infatti, un uomo dotato di una facilità di apprendimento
che è difficile trovare in un altro, che sia, poi, straordinariamente
mite e che, oltre a questi pregi, sia coraggioso più di chiunque altro,
ebbene non pensavo che esistesse, né lo vedo esistere».
La facilità di apprendimento si riferisce alla parte razionale
dell’anima, la mitezza e il coraggio alla parte irascibile. Quali-
tà di questo genere sembrano però di impedimento reciproco,
almeno in riferimento alle buone doti naturali. Infatti, a dif-
ferenza di quanto avviene con le virtù perfette, nel caso delle
buone doti naturali non vale necessariamente la [col. X] coim-
170 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[col. X] louqiva, ajlla; ta; polla;


kai; ejnantiou'ntai ajl-
lhvlai". dia; tou'to kaiv
fhsin oJ Qeovdwro":
[5] “ou[te wj/ovmhn genev-
sqai ou[te oJrw' gignov-
menon”. oujk eij ajnevlpi-
ston d j aujtw'/ kai; oujc [o{-
ra/' gignovmenon, eujqe≥ v-≥
[10] w" kai; ajduvnaton. tw'/
g j ou'n Qeaithvtw/ mar≥-
turei' wJ" e[conti tau'ta.
ajll j oi{ te ojxei'" w{s≥[per] 144a6-b1
ou|to" kai; ajgcivnoi≥ k≥[a]i≥;
[15] mnhvmone" wJ" ta;
polla; kai; pro;"≥ ≥ ta; ≥ "≥
ojrga;" ojxuvrropo ≥ ≥ ] eijs in,
[iv
kai; a/[ttonte" fevrontai≥
w{sper ta; ajnermav ≥ ti- ≥
[20] sta ploi'a, kai; man≥i≥k≥[wv-]
teroi h] ajndreiovt≥e≥r≥o≥i≥
fuvontai. ojxuvth" ka≥i≥;
ajgcivno≥[i]a kai; t≥o; mnh≥-
monik[o;]n eu ≥ jf≥ ui?ai≥ ≥
[25] tou' logist[i]k ≥ ou'
≥ ka ≥ i≥ ;≥ oj-≥
xuvth "
≥ ≥ ≥ m[e; ] n ≥ kat j a g
j ≥ -
ci≥ vn≥ oi≥ an
≥ ≥ ≥ k ata; to; rJ a /-
di≥ vw "
≥ ≥ ≥ ≥no ei' [ n kai; ] ej n -≥
t≥r≥e≥vc[w`~], to≥; de≥; m≥[nh-]
[30] monik≥o≥;n≥ kata≥; to≥; [kr]a≥-
t≥e≥i≥'n tw'n n≥ohq≥e≥v[n-]
t≥w≥n. oiJ toiou'toi o≥u≥\n≥
wJ"≥ ≥ ejp≥ iv≥ pa`n eujki≥ vn≥ h- ≥
toiv≥ eijs in kai; ses ≥ obh- ≥
[35] mevn≥ w" oJrmw's in
w{sper fevretai ta; ajn-
ermavtista ploi'a ≥ kouv-
fw" me;n dia; to; mh;
gegomw'sqai, eijkh'/
COLONNA X 171

plicazione, ma, anzi, nella maggior parte dei casi esse sono in
opposizione reciproca11. Perciò anche Teodoro dice: «non pen-
savo che esistesse, né lo vedo esistere». Il fatto che sia una cosa
inaspettata e che egli non ne veda l’esistenza, non significa im-
mediatamente che sia anche una cosa impossibile. Egli attesta
dunque che Teeteto possiede queste doti.
[144a6-b1] «Ma quelli che sono acuti come lui, pronti e di buona
memoria, il più delle volte sono anche facilmente preda dell’ira
e, nel loro slancio, sono trasportati come le imbarcazioni prive di
zavorra, e sono per natura più esagitati che coraggiosi».
Acume, prontezza e buona memoria sono buone doti natu-
rali della parte razionale, e l’acume che concerne la prontezza
riguarda la facilità e la duttilità del pensare, mentre la buona
memoria riguarda la padronanza delle cose pensate. Le persone
di questo genere, dunque, sono molto agili e si slanciano con
entusiasmo, proprio come le imbarcazioni prive di zavorra si
muovono con leggerezza, perché sono senza carico, ma a casac-
172 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[40] d≥e≥; di≥a; to; mh; e[cein e{r-


ma. kai; oiJ toiou'toi ou\n
tw'n nevwn≥ mani≥k≥wv≥-
teroi h≥[p≥e≥r ajndrei-
ovt≥e≥roi fuvontai. to; ga;r
[col. XI] ajndrei'
≥ on oujk e[mplh-
kton, ajlla; stavs imon.
oi{ te au\ ejmbriqevste- 144b1-3
roi nwqroiv pw" ajpan-
[5] tw's in pro;" ta;" maqhv-
sei" kai; lhvqh" gevmon-
te". oiJ de; baruvteroi ouj-
k e[conte" to; ojxu; ajm-
bluvteroiv eijs in ejn tw'/
[10] manqavnein kai; ejpi-
lhvsmone" givnontai.
kata; me;n ou\n tou;" pa-
laiouv", ejpei; pollai; aiJ
ajretai; kai; kata;
[15] eJkavsthn miva eujfui?a,
zhthqhvsetai eij ajn-
t≥akolouqou's i ajll≥hv-
lai" aiJ eujfui?ai: k≥[a]i≥; oJ-
mologei'tai to; mh; p[av ≥ n-]
[20] tw". ouj mevntoi ajduvn[a-]
ton to;n mivan e[conta ≥
kai; ta;" a[lla" e[cein. ka ≥ -≥
ta; de; tou;" Stwi>kou;"
oujde; zhtei'tai tou'to≥,
[25] mivan ge uJpobavllon≥-
ta" eujfui?an≥ p≥a≥vs≥[ai]"
ta≥i'" ajretai'["]. eijkavz[o]u≥-
si≥ ≥ g[a;]r to; hJgem ≥ n[≥ i]ko
≥ o ≥ ;n≥
kh ≥ ≥ rw' / euj p l [av
≥ ] s[t]w / pe
≥ ≥ -
[30] fu ≥ ti≥ [a{p]an[ta
≥ kov ≥ d]ev
cesqai s[chvmat]a.≥ o{-
qen ouj d[iavkena] a}
ejrwta/' jAr≥[ivstwn] o≥J C≥i≥'-
o": eij miva e[≥[sti;n e]uj≥f≥u-
COLONNE X-XI 173

cio, perché non hanno zavorra. I giovani di questo genere, dun-


que, sono per natura più esagitati che coraggiosi. Il coraggio,
infatti, non è impulsivo, [col. XI] ma stabile.
[144b1-3] «I più composti, invece, affrontano gli studi con una
certa pigrizia e sono pieni di oblio».
«I più seri, mancando di acutezza, sono più ottusi nell’apprendere
e dimenticano facilmente».
Secondo gli antichi12, dunque, poiché le virtù sono molte e per
ciascuna vi è un’unica buona dote naturale, ci si domanderà se le
buone doti naturali si implichino reciprocamente; e di comune ac-
cordo si ritiene che questo non valga del tutto. In verità, non è im-
possibile che chi ne ha una abbia anche le altre. Secondo gli Stoici
questo problema non si pone, perché essi sottendono un’unica
buona dote naturale a tutte le virtù. Rappresentano infatti l’egemo-
nico come una cera ben malleabile, atta per natura a ricevere tutte
quante le figure. Pertanto, non è vano l’interrogativo di Aristone di
Chio: se c’è una sola buona dote naturale, c’è anche una sola vir-
174 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[35] i?a, miva e[s≥t≥[i]n k≥a≥[i;] ajr≥e-


thv: ajll≥[a;] m≥h≥;n miva e[s-
tin eujfu≥i?a≥, wJ" oJmo-
logou's i pro;" ou}" oJ lov-
go": miva a[ra e[stin ajre-
[40] thv. oJ de; ou{tw" leivw" 144b3-5
te kai; ajptaivstw" kai;
ajnusivmw" e[rcetai
ejpi; ta;" maqhvsei" te
kai; zhthvsei" meta;
[45] pollh'" pra/ovthto"
oi|on ejlaivou r≥Je≥u≥'ma a≥j-
yofhti; rJevonto". oi|-
on dei' ei\nai ejn tai≥'"≥ zh-
[col. XII] thvsesi kai; ≥ maqhvsesi
uJpogravf≥ ei, o{ti dei' leiv-
w" proi>evnai, tou't≥ j e[-
sti;n mh ≥ ;≥ diaphdw'
≥ n-
[5] ta, ajpt≥ a ≥ ≥≥ i s
v tw" mh;
pro≥s≥kr≥o≥uvonta, ajn≥u-
sivm≥w≥"≥ d≥ev, i{≥na kai; p≥ro-
ko≥vp≥th/. dei' de; pros-
ei'n≥ai k≥[a]i≥; th;n praov-
[10] thta kai;≥ ≥ mh; ajgriaiv-
nein, w{sper ≥ ≥ kai; to; e[-
laion rJe≥ i' ajyofhtiv.
w{ste qaumavsai to; 144b6-7
thlikou'ton o[nta ou{-
[15] tw" tau'ta diapravtte-
sqai. to; thlikou'ton
ajnti; t≥o≥u' nevon o[nta.
qaumas≥to;n ou\n eij kai;
ejn touv
≥ tw/ ≥ th'" hJlikiv-
[20] a" ejmmelw'" zhtei'.
eujagge≥ l ≥ ~. uJf j e}n ajna-
≥ ei` 144b8
gnwstevon: ejxakouv-
etai de;≥ ≥ “kala; ≥ ajggevl-
l≥e≥i"”. Qeaivthto", w\ 144d1
[25] S≥w≥v[k]rat≥e", tov ge o[n≥v[o-]
COLONNE XI-XII 175

tù; ma c’è una sola buona dote naturale, come convengono coloro
contro cui è rivolto il ragionamento; dunque c’è una sola virtù13.
[144b3-5] «Costui, invece, si accosta agli studi e alle ricerche in
modo così fluido, sicuro ed efficace, con tanta serenità, come un
filo d’olio che scorre senza far rumore».
Egli descrive come bisogna essere nelle ricerche [col. XII]
e negli studi: ossia, che bisogna procedere in modo fluido, cioè
senza strappi, sicuro, senza inciampi, ed efficace, per poter fare
anche progressi. Bisogna poi aggiungervi pure la serenità e la ca-
pacità di non irritarsi, come anche l’olio scorre senza far rumore.
[144b6-7] «tanto che ci si stupisce che una persona della sua età
ottenga questi risultati in una maniera del genere».
“Della sua età” sta per “così giovane”. È dunque sorpren-
dente che anche a quest’età egli conduca la ricerca in modo
adeguato.
[144b8] «Mi dai una buona notizia».
Va letto come una parola sola. Si intende dire: “Annunci
cose belle”.
[144d1] «Teeteto, o Socrate, è il suo nome».
176 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[ma. t]ou' [m]e;n ojnovma-


[to" tou'] p≥a≥t≥r≥o;" oujk [ej-]
[mnhvsqh Qe]ovdwro"≥, i[-
[sw" o{ti Q]ea ≥ ivtht[≥ o"] ej-≥
[30] [x ojlivgou ej]foivt≥ a ≥ .≥
[th;n mevn]toi ouj[siv ≥ an] 144d1-5
[dokou's iv] moi ejp[iv ≥ tro-]
[poiv tine]" di≥ ef[qar-] ≥
[kevnai. ajl]l≥ j o{m≥w≥[" kai;º
[35] [p≥ro;[" th;n t[w'ºn≥ ªcrºh≥-
ma≥vtw≥[n ej]leu≥q≥er[i]ovt≥h≥-
ta≥ qa[um]a≥sto≥v", w\ Swv-
kr ≥ [".
≥ ate ≥ g]enniko;≥ n lev-
[g]ei" ≥ to [
; ≥ n] a n
[ d
≥ ≥ ra. ejpiv-
[40] thde[" ej]mnhv ≥ s qh tou'
patro;[≥ "] kai;≥ th'" dia-
fqora'"≥ tw' ≥ n crhmav-
twn t≥h'" uJpo; tw'n ej-
p≥[i]t≥rov≥[p]wn, i≥{na deiv-
[45] x[a"] t≥[hn;] ejle≥uqev[r]i≥on
e≥[u[noia]an q≥h`/ wJ" g≥en≥ni-
[col. XIII] kovn. ejn ga;r≥ toi'" mavli-
sta kai; tou'to skopei' ≥ , eij
ejleuqevriov" ejstin ≥ oJ
nevo" h] ou[, wJ" th'" ajne-
[5] leuqeriovthto" iJka-
nh'" ou[sh" lumhvna-
sqai≥ p≥a≥vn≥t≥<a>. o{qe≥n kajn
th'/ P≥oli≥[t]eiva≥/, s≥k≥o-
pw'n tou;"≥ eu≥jf≥u≥ei'"
[10] ka≥[i;] m≥hv, fhsi≥vn≥ “[aj]l≥[l]a≥; mhv
se≥ [lav]qh/ ajne[leu]qe-
riovth ≥ "≥ proso[u']sa.”
eij me;n a[ra hJma'[≥ "] tou' 145a10-12
swvmatov≥ " ti oJmoivou"
[15] fhsi;n ei\nai ejpai-
n[w']n≥ h] yevgwn≥ ouj
[p]a≥vnu a≥u≥jtw'/ a[xi≥on
t≥o≥;n≥ [n]o≥u'n pro≥[s]e≥vcein.
COLONNE XII-XIII 177

Teodoro non si ricordava il nome del padre, forse perché


Teeteto era suo allievo da poco tempo.
[144d1-5] «Il patrimonio credo che l’abbiano sperperato certi
suoi tutori. Tuttavia, anche nella liberalità in fatto di denaro egli
è ammirevole, o Socrate. Un uomo nobile, stando a quanto dici».
Ho ricordato di proposito il padre (sc. di Teeteto) e lo sper-
pero della sua fortuna da parte dei tutori, per mostrare la pro-
pensione liberale e per indicarla come un atteggiamento nobile.
[col. XIII] Fra i suoi principali ambiti di indagine, infatti, c’è
anche questo, se il giovane sia liberale o no, perché l’illiberalità
è sufficiente a rovinare ogni cosa. Ecco perché anche nella Re-
pubblica, nell’indagare su coloro che sono per natura ben dotati
e su coloro che non lo sono, egli dice: «Ma non ti sfugga la
presenza dell’illiberalità»14.
[145a10-12] «Se, dunque, egli dice che nel corpo siamo in qualche
modo simili, lodandoci o biasimandoci, non vale proprio la pena
dargli retta».
178 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

e[l≥e≥g[en] oJ Qeovdw≥[r≥o"
[20] to≥;n Q≥e≥a≥[iv]thto[n] t≥w≥'/
Swk≥[rav]tei ejo≥[i]ke≥vnai
kat≥av t≥e th;n si≥mov-
th≥t≥a≥ kai; to; e[xw≥ tw'n
ojmm[av ≥ t]wn. kata;≥ tou' ≥ -
[25] to o[u\ ≥ f]h si
≥ ≥ ≥ n auj t o
≥ ;n≥
ei\n[ai ≥ . . . . . . .]ist [.].

d[. . . . . . . . .] . .[. . .]
h[. . . . . . . . . . . . . . ]
tel≥[. . . . . . . . . . . .]
[30] pro.[ . . . . . . . . . .].
to[. . . . . . . . . . . . .]
.[ . . . . . . . . . . . .].[.].
.[ . . . . . . . . . . .] . . n≥
q[. ≥ . . . . . . . . . . .]io
[35] m[. ≥ . . . . . . . . .]n[. ≥ .]a≥
b[.≥ . . . tiv d j eij ] p ≥ [tev
o ≥ ]rou 145b1-4
t[h;
≥ ] n [yuc]h; n e p
j ≥ ≥ i≥ -≥
a
n≥[o]i' p≥[ro;"] a≥jr≥e≥[thv]n
te k≥ai; [sofiv]a≥n… a\r j ou≥jk a[-
[40] x≥ion [tw'/] m≥e;n a≥jkouv-
san≥[ti pr]o≥qum≥[e]i'≥sqa≥i≥
ajnaskev ≥ yasq[ai] to ≥ ;n≥ ≥
ejpaineqevn≥ ta ≥ ≥ , [t]w / ' ≥ d[e;]
proquvm[w]"≥ eJ[≥ aut]o;n≥ ≥
[45] ejpideik[n]uvn≥ [ai…] wJmo ≥ -≥
loghvqh a[uj ≥ t oi` ~ ta]u 't≥ a
[col. XIV] e{kas≥ton [iJ]kano;n ei\nai
ajp[o]faivnesqai a{per
kai≥; e≥[m≥peirov" ejstin,
to;n≥ de≥; Qeovdwron
[5] ejn toi'" maqhvmasi ei\-
nai iJkanwv ≥ taton. ejpei;
ou\n≥ oJ toiou'to" ejp[ai-]
nei`[≥ t]h;n yuchvn t[i]no", ≥
oujk [a]]n≥ diayeusqeivh≥.
[10] dia; t≥ou'to a[x[i]o≥n spou-
davsa≥i≥ tw'/ [m]e≥;n ajkouv-
COLONNE XIII-XIV 179

Teodoro aveva detto che Teeteto assomigliava a Socrate nel


naso camuso e negli occhi sporgenti15. In ciò nega che egli sia
[…].
[145b1-4] «Che dire, invece, se egli lodasse l’anima di uno dei
due per la virtù e la sapienza? Non varrebbe la pena che chi ascolta
desiderasse esaminare la persona lodata, e che questa mostrasse
premurosamente se stessa?».
Avevano concordato su questo, [col. XIV] che ciascuno è
capace di esprimersi su ciò su cui è anche competente, e che
Teodoro era molto competente nelle matematiche. Poiché dun-
que è una persona del genere a lodare l’anima di qualcuno, non
potrebbe sbagliarsi. Perciò vale la pena che colui che ascolta
si preoccupi di indagare se colui che è stato lodato sia effetti-
180 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

sant≥[i] ske≥vyasqai to;n


ejpain≥eqevn≥t≥a a\rav ge
toio[u']t≥ov" e≥js≥tin h] ou[,
[15] tw'/ d≥[e;] ep≥j[ain]eqevn-
ti p≥[ro]quv≥m≥w≥" parev-
c[esqai] au ≥ Jt[≥ o;n] ejx≥ e≥ t≥ as-
qhs[ov ≥ m e]n ≥ n≥ .≥ aj[l]la;
o 145c2-3
mh; [ajna]du ≥ vo ≥ u ≥ [ta;] wJm ≥ o-
[20] logh[m]ev ≥ na
≥ [skh]p tov
≥ -
men≥[o"] p≥aivz[o]n≥t≥a lev-
gein t≥[ov]nde. ejpe≥i; wJ-
molo≥v[g]h≥sen≥ o{[ti] ejpei;
pe[paiv]deut≥[ai Q]e≥ovdw≥-
[25] [ro~ ej]pain[. . . . . . .]
[. . . . .] yu[c . . . . . . .]
[. . .]eiea ≥ uto[.≥ . . . . . .]
[. . .].n.≥ eita[≥ . . . . . .]
[. º.le≥ [.ºn ≥ ea ≥ u ≥ [.≥ . . . . .º
[30] [. .].[. .].et[. ≥ . . . . .]
.
[. . . . . . . . . . . . . . . .]
[. . . . . . .]a≥[. . . . . . . . .]
[. . . .]l≥l≥o≥i≥"≥ [. . . . . .]
[. .] kai; “o{ra [mh; paiv-]
[35] zwn e[leg[en”, ejpidei-
knuvei oJ Sw[krav ≥ th"]
wJ" aujtou' aj[≥ n]a[duom]ev-≥
no
≥ u ≥ ≥ ka ≥ i;≥ oujk[ev ≥ ]t[i ejmm]ev-
nonto ≥ ≥ " t[o]i' " ≥ wJ[≥ molo-]
[40] gh≥me≥v[n]oi" d≥[i]a≥; t≥o;≥ [mh;]
q≥[ev]l≥ein≥ e≥Jaut[o;n de]i-
k≥[nuv]nai. manq≥av[nei"] 145c7-8
p≥ou para; Qeodwv[rou]
gewmetriv
≥ a" a[tt[a…] ≥
[45] ouj[k] ei\pen “manqavn[ei"] ≥
p[≥ ara;] Qe≥ w ≥ d≥ wvrou ge≥ w ≥ -≥
[col. XV] metrivan…” ajll[av] “ti≥ na;≥ th ≥ '"≥
gewmetriva["”. o]uj≥ g[a;r ≥
peri; th'" sun≥[q]e≥vt≥ou
ejpisthvmh" [ej]sti;n
COLONNE XIV-XV 181

vamente tale oppure no, e, d’altro canto, che colui che è stato
lodato si premuri di offrirsi come oggetto di verifica.
[145c2-3] «Ma tu non sottrarti agli accordi presi, con il pretesto
che costui parli per scherzo».
Poiché aveva concordato sul fatto che Teodoro, essendo un
uomo istruito, loda […] l’anima […].

[Coincidenza di scienza e sapienza]


[…] e «Bada che non abbia parlato per scherzo», Socrate mo-
stra che egli si sta sottraendo e che non si attiene agli accordi
presi perché non vuole mostrare se stesso.
[145c7-8] «Da Teodoro impari dunque qualche nozione di
geometria?».
Non ha detto «Da Teodoro impari la geometria?», [col. XV]
ma «qualche nozione di geometria». Il suo discorso, infatti, non
riguarda la scienza composta, che alcuni chiamano anche siste-
182 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[5] aujtw'/ oJ l≥ovgo≥[",] h}n kai;


sus[t]h≥m≥a≥tik[hv]n ti-
ne[" ojnomavz[o]usin,
ajlla; peri; th≥'[" aJ]plh'",
oi{a ejsti;n kai; [hJ] ka ≥ t≥ a≥ ;≥
[10] e{kaston qewv[≥ r]hm ≥ ≥ a
gnw's i" tw'n [k]at[a;]
gewmetrivan≥ ka ≥ i; mo ≥ u-
sikhvn. ejk de; t[ouv]twn
tw'n kaq j e{ka[st]on
[15] miva ti" ajpot[el]e≥i≥'t≥[ai]
suvnqeto". hJ t≥[oiv]n≥un≥
aJplh' prot[≥ evra ejs]ti≥ n;≥
th'" sunqevt[≥ ou. kai;]
tauvthn aujto;[" m]e;n≥ ≥
[20] wJrivsato ejn≥ [tw'/] Me≥ v-
nwni dovxan≥ [ojr]qh;n
deq≥[ei's]a≥n
aijtiva/ logism≥[o]u≥': jA-
ristotevlh≥"≥ d≥[e; uJ]pov-
[25] lhmyin≥ m≥e≥t≥a≥; [ajp]o-
deivxew[":] ≥ Z[hv]n[w]n≥
de; e{xi[n≥ ej n p]ro[s]d
≥ ev≥ -
x[e]i≥ f[antasi]w`[n] aj-
meª≥ tavptwt]on≥ uJ[≥ p]o;≥ lov-
[30] go[u . . . . . .]s≥[. . . . . .]
to≥[. . . . . . . . . . . .]h≥
tw.[. . . . . . . . . . .]e
p≥[.].[. . . . . . . . . kai;] ga≥;r 145d4-5
ej[gwv, w\ p]ai≥ ',≥ parav te
[35] t[≥ ouvtou k]ai; par j a[llwn≥
ou}"≥ a]n≥ oi≥ [wmaiv ti touv-
twn ejpai≥ ?e≥ [≥ i]n.≥ ei≥ j" pro-
troph;n tw'n n≥e≥vwn
p≥r≥o;" to; mh≥; ojkn≥e≥i'n
[40] a≥uj≥tou;" man≥q≥avnein
l≥evgetai ta≥u≥'t≥a≥: ouj ga;r
[a]ijsc ≥ unqhvso ≥ ntai man-
[q]avnein, o{te ge kai; Sw-
COLONNE XV 183

matica, ma la scienza semplice, che è anche la conoscenza di


ciascun teorema geometrico e musicale. Da queste scienze par-
ticolari si realizza un’unica scienza composta.
Pertanto, la scienza semplice è anteriore a quella composta.
Ed è questa che egli stesso nel Menone ha definito come «opi-
nione corretta legata alla causa del ragionamento»16, Aristotele
come «supposizione con dimostrazione»17, Zenone come «di-
sposizione non modificabile dalla ragione nell’accoglimento
delle rappresentazioni»18 […].
[145d4-5] «Anch’io, ragazzo, (imparo) da lui e da altri che reputo
competenti in una di queste discipline».
Queste cose sono dette per esortare i giovani a non esita-
re ad apprendere; infatti, non si vergogneranno di apprende-
184 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

kravth" th≥l≥[i]kovsde
[45] w]n ajovknw≥["] ej≥m≥avnqa-
[col. XVI] nen. a\r j ouj to; manqav- 145d7-e6
nein ejsti; to; sofwv-
teron givgnesqa≥i≥ pe-
ri; o} manqavnei ti~…
[5] pw'" ga;r ou[… sofiva/ dev
g j oi\mai sofoi; oiJ sofoiv.
naiv. tou'to de; mw'n
diafe≥vrei ti ejpisthv-
mh"… to; poi'on… hJ so-
[10] fiva. h] oujc a{per ejpisthv-
mone", tau'ta kai;
sofoi≥v… tiv mhvn… taujto;n
a[ra ejpisthvmh kai;
sofiva ≥ … oJ lovgo" hjrwv-
[15] thtai ou{tw", ei[ ti" pa-
raleivpoi ≥ kataskeu-
hvn ti≥ n≥ w ≥ n lhmmav-
twn: oJ m≥anqavnwn
sofwv≥t≥e≥r≥o" givneta≥i:
[20] oJ sofw≥vt≥ero" ginovme-
no" sofivan ajnalam-
bavnei: hJ de; sofiva ej-
pisthvmh ejstivn: oJ≥ a[-
ra ≥ manqav ≥ nwn ejpi[s]t ≥ [hv
≥ ]-
[25] mh ≥ n a n
j a
≥ ≥ ≥ l ambav n ei
≥ .
[oJ d]e;≥ ajnti≥ ; touvtou ejp[≥ i-]
[fevr]e≥i≥ “ta≥u≥jto;n a[r≥a
[ejpi]s≥thvm≥h kai; [sof]i≥va≥”,
[wJ~ ij]s≥odunam[ou'nta.]
[30] [e[]fh ga;r aujtw/' [“a{-
[p]er ≥ ejpisthvmo ≥ [ne",]

[ta]u'ta kai; s[o]foi≥ v”≥ . [oJ]
[m]e;n≥ ga;r di[h]r[qrw]m ≥ [ev
≥ -]
no" lovgo" t[oiou'tov]"
[35] ejs
≥ t≥ in:
≥ oJ manqav ≥ nw ≥ n≥ ≥
sofwvtero" givnetai:
oJ sofwvte≥r≥o" ginov-
COLONNE XV-XVI 185

re, perché anche Socrate alla sua età apprendeva senza esitare.
[col. XVI]
[145d7-e6] «L’apprendere non è forse il diventare più sapiente in
ciò che si apprende? – Come no? – È grazie alla sapienza, penso,
che i sapienti sono sapienti. – Sì. – E questo differisce in qualcosa
dalla scienza? – Questo che cosa? – La sapienza. – Non è forse
vero che in ciò di cui hanno scienza, in questo sono anche sapien-
ti? – Ebbene? – Dunque scienza e sapienza sono la stessa cosa?».
Il ragionamento procede in questo modo, se si tralascia l’an-
teposizione di alcune premesse: chi apprende diventa più sa-
piente; chi è più sapiente acquista sapienza; ma la sapienza è
scienza; dunque chi apprende acquista scienza. Egli invece, al
posto di questo, conclude dicendo «Dunque scienza e sapienza
sono la stessa cosa», considerandole equivalenti. Ha detto, in-
fatti, «In ciò di cui hanno scienza, in questo sono anche sapien-
ti». Il ragionamento si articola in questo modo: chi apprende
diventa più sapiente; chi diventa più sapiente acquista sapienza;
186 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

meno≥"≥ sofivan ajna-


l≥amba≥vnei≥: oJ a[ra man-
[40] qavnwn sofivan ajna-
l≥amb≥a≥vnei. ejpei; de;
sunecwrh≥vq≥h to; a{-
per ejpi≥ st ≥ hv ≥ monev"
[eij]si≥ n≥ ,≥ ta ≥ u' ≥ t j aujtou;"
[45] [kai; s]ofouv", doqhv ≥ se-
[col. XVII] tai to; ei\nai taujto;n
ejpisthvmhn kai; so-
fivan. ejk me;n ga;r tou'
tou;" aujtou;" ei\nai
[5] ejpisthvmona" kai; so-
fou;" ouj sunavgetai to;
ei\nai taujt≥ o; ≥ n ejpisthv-≥
mhn kai; sof≥ iv≥ an, w{s-
per oujd j ejk tou' tou;"
[10] auj[t]ou ≥ ;"≥ ei\nai gramma-
tik ≥ ≥ ou; " kai; mousikou;"
sunavgetai to; ei\nai
taujto;n grammatikh;n
kai≥; m≥ousikhvn, ejk de;
[15] tou' oujk a[lla ei\nai ej-
p[is]t
≥ hv
≥ mona" a[lla
d[e;
≥ s]ofo u;
≥ ", ajlla; tauj-
tav,≥ ta ≥ ≥ ≥ ≥ e[sta
u t
j ov n ≥ i≥ ≥ ej-≥
pi≥ s t h
≥ ≥≥ ≥ ≥ m
v h kai; sofiv a.
[20] ka ≥ ≥ [i; ] g a;
≥ [ r] e i
≥≥ j ta; aujta;≥ h\-≥
s≥an≥ g≥[ra]m≥matikoi;
a{p[er] m≥ousikoiv, tauj-
to;n≥ a≥]n≥ h\n gramma-
tik≥h≥; [k]a≥i; mousikh.v
[25] par[i]w ≥ ;n≥ ≥ ejn≥ qav
≥ de par-
edhv[lws]en
≥ o{ti peri;
th'[" aJplh`]~≥ ejpisthv-
mh[" ejsti;n aujt]w'/ oJ lov-
go",≥ [prosqei;" t]w'/ “so-
[30] fwvt≥[eron givgne]sqai”
to; “pe[ri; o} man]qavnei
COLONNE XVI-XVII 187

dunque chi apprende acquista sapienza. Ma, poiché si era con-


cesso che in ciò di cui si ha scienza, in questo si è anche sapienti,
[col. XVII] si darà che scienza e sapienza sono la stessa cosa.
Perché, dal fatto che costoro abbiano scienza e siano sapien-
ti non segue che scienza e sapienza sono la stessa cosa, come
dal fatto che costoro siano grammatici e musici non segue che
grammatica e musica sono la stessa cosa – mentre dal fatto che
non si ha scienza di una cosa e sapienza di un’altra, ma delle
stesse cose, segue che scienza e sapienza sono la stessa cosa. E
infatti, se essi fossero stati grammatici nelle stesse cose in cui
sono musici, grammatica e musica sarebbero la stessa cosa.
Di passaggio qui ha mostrato che il discorso concerne la
scienza semplice, aggiungendo a «diventare più sapiente» l’e-
spressione «in ciò che si apprende».
188 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

ti"”. [oJ de; aJmar]tw;n 146a2-5


ka≥ i≥ ;≥ o}[≥ " a]n ajei; aJ]martav-
nh/≥ [kaqed]e[i' ≥ ]tai, w{s-
[35] pe[r ≥ fasi; n ] oi≥ j≥ pai'de"
oiJ [sfairivz]onte",
o[n[≥ o": o}" d j a]]n perigev-
nh≥[tai ajna]mavrth-
to≥["] b≥a≥[sile]uvsei hJmw'n
[40] ka[i;] e≥jp≥[itav]xei o{ti a]n
bouvl≥ht≥[ai] aj≥pokriv-
nesq≥ai≥. [gevn]o" paidi-
a'": ejsf≥ [aiv ≥ ri]zon ga;r
ejn tavxe≥ [sin], ≥ kai; oiJ me;n
[45] ajpotugc[av ≥ ] nonte"
wjnomavz[o]nto ≥ o[noi,
oJ de; tugc≥[av]nwn basi-
leuv", kai; o≥u≥|[t]o≥" pros-
evtassen t[o]i≥'" [aJ]m≥ar-
[col. XVIII] tavnous≥in. kai; fivlou" 146a7-8
te kai; proshgovrou"
ajllhvloi" givnesqai…
ouj ga;r e[cqra", ajlla; fi-
[5] liva" ojfeivl ≥ ei ei\nai
ai[tion to; dialevges-
qai. gennaivw" te kai; 146d3-4
filodwvrw", w\ fivle,
e}n aijthqei;" po≥l≥la;
[10] divdw" kai; p≥o≥i≥k≥iv≥la
ajnti; aJplou≥'. oJ me;n
Swkravth" h[reto,
tiv ejstin ejpisthv ≥ -
mh, tou't j e[stin tiv
[15] ejstin ≥ th'/ ejpis[t]hv ≥ mh/

to; ei\nai ejpisth ≥ ≥ m
v hn.
oJ de≥; p≥[oll]a;" ka≥t≥h-
riqmh≥vs≥a≥t≥[o] o≥i≥|o≥n ge≥-
wmetr[iv]a≥n≥, m≥ous[i-]
[20] khvn, h{ma≥r≥ten≥ [de;]
ou[te th;n≥ oujs iva[n] aj-
COLONNE XVII-XVIII 189

[146a2-5] «Colui che sbaglia, e colui che di volta in volta


sbaglierà, si siederà al centro alla stregua di un asino, come dicono
i bambini che giocano a palla. Ma chi rimarrà senza sbagliare sarà
nostro re e ci ordinerà di rispondere a qualunque domanda egli
voglia».
Una specie di gioco; infatti, essi si lanciavano la palla in fila,
e quelli che non riuscivano a prenderla venivano chiamati asini,
mentre chi ci riusciva veniva chiamato re, e questi dava ordini a
quelli che sbagliavano. [col. XVIII]
[146a7-8] «[…] e diventino fra loro intimi amici?».
Il dialogare deve infatti essere causa di amicizia, non di odio.

[La definizione, l’oggetto e le caratteristiche della scienza]

[146d3-4] «Con generosità e munificenza, amico, richiesto di una


cosa sola, ne dai molte e di vario genere, invece di una semplice».
Socrate ha chiesto che cosa sia “scienza”, cioè che cosa sia per
la scienza l’essere scienza. L’altro, dal canto suo, ne ha enume-
rate molte, come la geometria e la musica, e ha sbagliato perché
non ha fornito l’essenza della scienza e perché ne ha enumerate
190 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

podou;" th'" ejp[i]s≥t≥[hv-]


mh" kai; polla;" k≥[a-]
tariqmhsavme[no".]
[25] [hJm]a≥vr≥[t]hto d j auj[t]w/'
eij ka≥[i;] mivan e[tax[en]
ajn≥ t[i;] tou'
≥ gevnou"≥ [to;]
ei\≥ do["] ajpodouv", d[ia; ≥ ]
tw n
'
≥ ≥ ≥ uJ s tev r wn ta;
[30] provtera
≥ oJri≥ s
≥ av
≥ mªe-]

n≥o≥". w≥J" ei[ t≥i≥n≥o≥[" ejro-]
m≥e≥vnou≥ tiv ejsti≥ [zw'/-]
o≥n≥ [e]i[po≥i≥ “a[nqr[w-]
po", i{ppo"”. ta; m≥[e;n]
[35] ga;r provtera t≥w≥'n≥
uJp j aujta; kathg≥ o ≥ -≥
rei'tai, oujkevti≥ de≥ ;≥ e[m-≥
palin. kai; ta; me;n≥ gev-
nh met[ev]cetai kai;
[40] aJplouvsterav ejstin≥ ,≥
ta; de; ei[dh metevc≥ei
kai; e[stin poikilwv-
tera. oJ ga;r a[nqrw-
po" kai; zw'/ovn ejstin
[45] kai; pro;" touvtw/ lo-
giko;n kai; qnhtovn.
[col. XIX] to; me;≥ n ou\n “polla; div-
dw"” ejpi; th'" ejxari-
qmhvsew" tw'n ejpi-
sthmw'n, to; de; “poi-
[5] kivla ajnti; aJplou'” o{-
ti ei[dh ejxevqeto,
tau'ta de; poikilwv-
tera tou' gevnou". to;
d j aujto; a]n eijrhvkei,
[10] kai;≥ eij mivan movnhn
wjnomavkei ejpisthv-
mhn,
≥ fevre gewme-
trivan. aJplou'n me;n
ga;r hJ ejpisthvmh wJ"
COLONNE XVIII-XIX 191

molte. Ma per lui avrebbe sbagliato anche se ne avesse stabilita


una sola, fornendo la specie al posto del genere e definendo le
realtà che precedono per mezzo di quelle che seguono. Come
se uno a cui si domandi «che cos’è un animale?» rispondesse
«un uomo, un cavallo». Le realtà che precedono, infatti, si pre-
dicano di quelle che ricadono sotto di esse, e non viceversa. E
i generi sono partecipati e sono più semplici, mentre le specie
partecipano e sono più complesse. L’uomo, infatti, è un animale
e, oltre a ciò, è razionale e mortale. [col. XIX] L’espressione «ne
dai molte», dunque, si riferisce al computo delle scienze, men-
tre quella «di vario genere, invece di una semplice» dipende dal
fatto che egli ha posto le specie, e queste sono più complesse del
genere. Avrebbe detto la stessa cosa anche se (Teeteto) avesse
nominato una sola scienza, ad esempio la geometria. La scienza,
infatti, è qualcosa di semplice, perché è partecipata e non com-
192 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[15] a]n metecovmenon


kai; ajsuvnqeton w≥J"
p≥ro;" ta; uJp j aujthvn,
p≥oikivlon de; hJ gew-
m≥etriva wJ" metevcon
[20] kai;
≥ suvnqeton. o{tan 146d6-e3
lev≥ gh/" skutikhvn, mhv
ti≥ a[llo fravzei" h]
ejpisthvmhn uJpo-
dhmavtwn ejrgasiva≥"≥…
[25] oujdevn. tiv d j o{ta≥n te-
ktonikhvn… mhv ti a≥[l-
l≥o h] ejpisthvmhn≥
t≥h'" tw'n xulivnwn
skeuw'n ej[≥ r]gasiva"… ouj-
[30] de; tou'to. ejr ≥ o
≥ m ≥ e≥ vn≥ ou

tiv ejstin ejpi≥ sthvm ≥ h
ajpokrinovme≥ n≥ o" ≥
skutikh;n oujde;n≥ a[llo
levgei" h] ejp≥isthvmhn
[35] th'" tw'n u≥Jpodhmav-
twn ejrgasiva": hJ ga;r
skutikh; ejpisthvmh
h\n uJpodhmavtwn
ejrgasiva". oJmoivw" dev,
[40] ka]n tektonikh;n
ei[ph/", oujde;n a[llo≥
levgei" h] ejpisthvmhn≥
tou' ta; xuvlina skeuvh
ejrgavzesqai. tou'to
[45] ga;r i[dion th'" sku-
t≥ikh'". parekdevde-
ktai, fasivn. ajntistrev-≥
[col. XX] fei me;n ga;r ajllhvloi"
tov te pra'gma kai; oJ o{-
ro", ouj≥ pavntw" de; tauj-
to; levgei tw'/ ojnovma-
[5] ti. eij ga;r e[ro≥ito≥v ti" “tiv
ejstin a[nq≥rwpo~…”,
COLONNE XIX-XX 193

posta rispetto a ciò che ricade sotto di essa, mentre la geometria


è qualcosa di complesso perché partecipa ed è composta.
[146d6-e3] «Quando dici “arte del calzolaio”, dici forse altro
da “scienza della fabbricazione delle scarpe”? – Nient’altro. – E
quando dici “arte del falegname”? – Dici forse altro da “scienza
della fabbricazione degli oggetti di legno”? – No, questo».
«Interrogato su che cosa sia “scienza”, rispondendo “arte
del calzolaio” non dici nient’altro che “scienza della fabbrica-
zione delle scarpe”. L’arte del calzolaio, infatti, è scienza della
fabbricazione delle scarpe. (Parimenti, se dici “arte del falegna-
me”, non dici nient’altro che “scienza del fabbricare oggetti di
legno”)». È questa, infatti, la peculiarità dell’arte del calzolaio.
Si tratta di un malinteso, a loro dire. [col. XX] L’oggetto e la
definizione, infatti, sono tra loro convertibili, ma la definizione
non dice esattamente la stessa cosa del nome19. Se, infatti, si do-
mandasse a uno «che cos’è un uomo?», ed egli rispondesse «un
194 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

oJ de; ei[[poi] “zw'/on


lo≥giko;n≥ q≥n≥htovn”, tw'/
t[o;] zw'/o≥n l≥ogiko;n
[10] q≥nhto;n a[n≥qrwpon
ei\nai ouj fhvs ≥ o ≥ men o{-
ti≥ ejrwthqeiv" “tiv ejs-
ti≥ n a[nqrwpo"…” ajpe-
krivqh “a[nq≥ rw ≥ p ≥ o≥ "”.
[15] k≥a]≥n ga;r ejperw≥t≥hv-
s≥h≥/" tinav “tivno"≥ h\n
ΔA≥cilleu;" [u]i≥jov"≥…”, oJ de; ei[-
p≥h/ “Phlevw≥" uiJov" ΔA-
cil[≥ l]eu ≥ ;" h\n”, fhvsomen
[20] [o{ti ej]perwt≥ h ≥ qei;"
“ti≥ v[≥ n]o" h\n [u]ijo ≥ ;" ΔAcil-
[l]e[uv"…”] ajp ≥ ekriv qh “ΔAcil-
l≥euv≥"”. tou'to ga;r a[ll j wJ"
s≥u≥m≥b≥evbh≥ken: fhmi;
[25] t≥oivn≥u≥n≥ o≥{ti ouj pro;"
t≥o≥u≥'t≥o≥ [teivn]ei aujtw'/
o≥J [lov]g≥o≥", [ajlºl≥a; pariv-
sth ≥ si≥ n≥ ≥ [o{]ti≥ ouj pro;"
e[po"≥ ≥ ajpe≥ kriv ≥ nato.
[30] ejp≥ ≥ ≥ ≥ ≥ ei;" ga;r
e r wt h q
[per]i;≥ a[uj ≥ ]t[ou'
≥ ] pravgma-
t≥[o]", t≥o≥u≥'to≥ de; kata; to; tiv
ej≥s≥t≥i≥n≥ l≥ambavnetai,
auj≥t≥o;" kata; to; prov"
[35] t≥i ajpek≥rivqh: to; ga;r
tw'nd≥ e≥ ≥ ei\nai tw'n
prov" ti≥ v ejstin. e[ti kai;
qewvr ≥ h
≥ m≥ a dialekti-
ko;n uJp ≥ o ≥ gravfei, o{ti
[40] ouj de≥i≥' d≥[i]a≥; tw'n uJstev-
rwn≥ o≥Jr≥i≥vz≥esqai ta;
provtera, w≥J" eij dia;
tw'n p≥eriecomevnwn
ajpodwvs ≥ e[i] aujto; di j eJ-
[45] autou' oJr[≥ i]ei't≥ a ≥ i: wJ" ei[
COLONNA XX 195

animale razionale mortale», per il fatto che l’animale razionale


mortale è un uomo non diremo che, alla domanda «che cos’è un
uomo?», egli ha risposto «un uomo». Perché allora, se chiedessi
a uno «di chi era figlio Achille?», ed egli rispondesse «Achille
era figlio di Peleo», diremo che, alla domanda «di chi era figlio
Achille?», egli ha risposto «Achille». Così, infatti, ha risposto,
ma per accidente.
Secondo me, dunque, il suo ragionamento non è finalizzato
a questo, ma indica che Teeteto non ha risposto in modo per-
tinente. Infatti, interrogato sulla cosa stessa – e questo rientra
nella categoria del “che cos’è” –, egli ha risposto con la categoria
della relazione. Essere di questo o di quello, infatti, è un relativo.
Inoltre, egli sta delineando un teorema dialettico, cioè che non
bisogna definire le realtà che precedono per mezzo di quelle che
seguono, perché, se si spiegasse una cosa per mezzo degli ele-
menti in essa contenuti, la si definirebbe per mezzo di se stessa;
196 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

t≥i" ejrom≥e≥vnou “tiv ejstin


[col. XXI] a[nqrwpo"…” ei[poi “Sw-
kravth"”, a[uj]to; di j eJau-
tou' wJrivsato: oJ ga;r
Swkravth" a[nqrw-
[5] pov" ejstin ou{tw"
kai; ei[ ti" ejromevnou
“tiv ejstin ejpisthvmh…”
ei[poi “skutikhv”, dia;
tw'n u{steron≥ wJ[r]ivsa-
[10] to: hJ ga;r ejpisthvm≥h
th'" tw'n uJp≥o≥d≥h≥mav-
twn ejrgasiva" ejpi-
sthvmh ejstivn. oujk≥ou'n 146e4-5
ejn ajmfoi'n, ou| eJkatev-
[15] ra ejpisthv ≥ mh, tou`-
≥ ouj[ko]u'n≥
to oJrivze≥ i"…
ejn eJkatev≥ ra/ t[h'/] te
skutikh'/ k[a]i≥ ;≥ th'/ te-
ktonikh'/, o≥u≥| eJ≥k≥ate≥v-
[20] ra ejsti;n e≥jp≥ist[hv-]
mh levgwn oujk [a[llo]
poiei'" h] le≥vgei["] o[u|]
hJ ejpisthvmh ejp ≥ i≥ -≥
sthvmh ejstivn…≥ to; ≥ dev≥ 146e7-10
[25] ge ejrwthqe;n,≥ w\≥ Qe-≥
aivthte, ouj tou'to h\n, ≥
tivnwn hJ ejpisthv-≥
mh, oujde; oJpo≥vsai
tinev": ouj ga;r ajri-
[30] qmh'sai a≥uj≥ta;" bou-
lovmenoi hjrovm[eq]a≥,
[aj]lla; gnw'nai [ejp]i-
sthvmhn aujto; o{ti≥
pot j ejstivn. ejperw- ≥
[35] thqeiv" “tiv ejstin≥ ej-
pisthvmh” ajnti; tou'<tou>
tivnwn ejsti;n ajpev-
dwken: aiJ ga;r ejn ei[-
COLONNE XX-XXI 197

e, così, se, alla domanda «che cos’è [col. XXI] un uomo?», uno
rispondesse «Socrate», egli lo definirebbe per mezzo di se stes-
so, perché Socrate è un uomo. Parimenti, se, alla domanda «che
cos’è “scienza”», uno rispondesse «l’arte del calzolaio», egli la
definirebbe per mezzo di elementi che seguono. La scienza della
fabbricazione delle scarpe, infatti, è una scienza.
[146e4-5] «In entrambi i casi, dunque, non definisci forse ciò di
cui ciascuna delle due è scienza?».
«Non è forse vero, dunque, che in entrambi i casi, sia
nell’arte del calzolaio, sia nell’arte del falegname, dicendo di
che cosa ciascuna delle due è scienza, non fai altro che dire di
che cosa la scienza è scienza?».
[146e7-10] «Ciò che ti è stato chiesto, o Teeteto, non era questo,
ovvero di quali oggetti sia la scienza, né quante ve ne siano. Infat-
ti, abbiamo posto la domanda con l’intento non di enumerare le
scienze, ma di sapere che cosa sia mai la scienza in quanto tale».
Interrogato su «che cos’è “scienza”?», invece di questo ha
indicato di quali cose lo è; le scienze specifiche, infatti, lo sono
198 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

dei ejpisth'mai tinw'n


[40] eijs in, wJ" gewmetriva,
skutikhv. ajlla; kai; mi-
a'" ejrwthqei;" to;n
lovgon polla;" ejxh-
riqmhvsato, wJ" gew-
[45] metrivan, skutikhv ≥ n,
ta;" a[lla". oi|on peri; 147a2-5
phlou', o{ti pot j ejstivn,
[col. XXII] eij ajpokrinaivmeqa
au≥jt≥w'/ phlo;" oJ tw≥'n
cu≥t≥revwn≥ kai; ph≥l≥o≥;"≥
oJ tw'n≥ ijpnoplaqw'n
[5] ka[i; ≥ ] phlo;" oJ tw'n plin- ≥
qo[u]lkw' ≥ n, oujk a]n ge-
loi ≥ 'o ≥ i≥ ei\men… th'/ me-
ta ≥ ≥ hl ≥ vy≥ ei kevcrhtai ≥
ajna≥gkaiotavth/ o≥u[-
[10] sh/ d≥ia; tou' safhniv-
z≥e≥in pro;" to; ejlevg-
x≥a≥i ta; hJmarthmev-
n≥a≥. wJ" ejpi; tou' phlou'
oJ≥ ejrwthqeiv
≥ " tiv ejstin
[15] aJmartav ≥ n ei levgwn
t[o;
≥ ] n tw' n plinqoul-
[k]w'n, ≥ to;n tw'n ijpno-
p≥l≥a≥qw'n: ou[te ga;r
t≥h≥;n≥ oujs ivan aujtou' aj-
[20] p≥o≥divdwsi kai; pol-
l≥o≥u≥;" ejxariqmei'tai
p≥h≥lou;", kaiv tina"
[d]e; tou;" crwmevnou"
aujtoi'". h] oi[ei tiv" ti 147b2
[25] su ≥ niv
≥ hsiv tino" o[no-
ma ≥ o} mh; oi\den o{ti ej-
stiv≥ n… to; eJxh'" ejn th'/
l≥e≥vx≥ei: oi[ei, sunivhsivn
t≥iv≥" tino" o[noma o}
[30] m≥h≥; oi\den o{ti ejstivn…
COLONNE XXI-XXII 199

di qualche cosa, come la geometria o l’arte del calzolaio. Ma,


interrogato sulla definizione anche di una sola, ne ha enumerate
molte, come la geometria, l’arte del calzolaio, e così via.
[147a2-5] «Ad esempio, a proposito dell’argilla, (se uno ci
domandasse) che cosa mai essa sia, [col. XXII] se gli rispondes-
simo che c’è l’argilla dei vasai, l’argilla dei costruttori di forni e
l’argilla dei produttori di mattoni, non saremmo ridicoli?».
Platone ricorre alla “sostituzione”, che è quanto mai neces-
saria, perché mette in luce gli errori in vista della confutazione20.
Ad esempio, a proposito dell’argilla, colui al quale si domanda
che cosa essa sia, sbaglia se dice che è l’argilla dei produttori di
mattoni o quella dei costruttori di forni; egli, infatti, sia non ne
esprime l’essenza, sia enumera molte argille e alcune persone
che le usano.
[147b2] «O pensi che comprenda il nome di una cosa uno che
non sa che cosa essa sia?».
L’ordine della frase è: «pensi comprenda uno il nome di una
cosa, se non sa che cosa essa sia?». Se infatti ignora la cosa, non
200 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

e≥ja≥;n ga;r ajgnoh/' to;


p≥r≥a'gma, oujde; to≥; tou'
p≥r≥avgmato" o[noma
e≥i≥[setai, tw'/ to; o[noma
[35] shmei'on ei\naiv ti-
no ≥ ". ≥ oJ toivnun to; pra'-
gma ≥ ajgnow'n oujde;
to
≥ ≥ shmei'on aujtou'
;
gn≥ wv ≥ setai. jEpivkou-
[40] r≥o" ta; ojnovmatav fh-
sin safevstera ei\nai
tw'n o{rwn, kai; mevn-
toi kai; geloi'on ei\-
n≥a≥i≥ ei[ ti" ajnti; tou' eij-
[45] pei'n “cai're Swvkra-
te"”
≥ levg≥ oi “cai're zw'/-
on≥ logi≥ ko;n qnhtovn”. ≥
[col. XXIII] ajlla; oiJ o{roi ou[te pro;"
to; ajspavzesqai ou[te≥
wJ" tw'n ojnomavtwn
suntomw≥vt≥eroi pa-
[5] ralambavn≥ontai, ajl-
la; pro;" t[o; aj]naplw'-
sai ≥ ta;" ko[in]a ≥ ;"≥ ejn-
noiva": ≥ to[u' t o] d ≥ j oujk ejg-
givnetai ≥ a [
[ ≥ ne]u ≥ tou' la-
[10] bei'[≥ n] to; gevn≥ o ≥ ≥ " e{ k a-
st≥ o ≥ n≥ kai; ta;"≥ diafo-
r≥av"≥. skutikh;n a[ra 147b7
ouj [s]u≥n≥ivhsin o}" a]n ej-
p≥i≥s≥t≥hvmhn ajgnoh/'.
[15] ou≥j t≥ou't≥o≥v fhsin, o{ti
a[[ne]u≥ tou'≥ ejpisthvmhn
eij[dev]nai ouj[≥ k] ejstivn
skut≥ ikh; ≥ n ejp[iv]stas- ≥
qa ≥ ≥ aj]ll[a;
[i, ≥ ] o{ti [eja;n] qh/'
[20] [ti"] th ≥ ;n≥ ≥ sku ≥ [ti]k
≥ h;
≥ n≥ ej-
p≥[isthv]m≥h≥n≥ [ei\n]a≥i≥ aj-
gn[ow']n≥ tiv ejs≥[ti]n≥ e≥jp≥i-
COLONNE XXII-XXIII 201

conoscerà nemmeno il nome della cosa, perché il nome è segno


di qualcosa. Pertanto, colui che ignora la cosa non conoscerà
nemmeno il suo segno.
Epicuro sostiene che i nomi sono più chiari delle definizioni
e che sarebbe davvero ridicolo se uno, invece di dire «Salve, So-
crate», dicesse «Salve, animale razionale mortale»; [col. XXIII]
ma le definizioni non servono né per salutare, né perché sono
più sintetiche dei nomi, ma per spiegare le nozioni comuni (koi-
nai ennoiai). Ma ciò non avviene se non si comprende ciascun
genere e le differenze.
[147b7] «Allora non comprende l’arte del calzolaio chi ignora la
scienza».
Non intende dire questo, cioè che senza conoscere la scien-
za non si può avere scienza dell’arte del calzolaio, ma che, se
uno afferma che l’arte del calzolaio è una scienza ignorando
che cosa sia “scienza”, non comprenderà nemmeno l’arte del
202 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

st[hv]m≥h≥, o≥ujde; t≥h;n s≥k≥u≥-


t≥i≥k≥h;≥n≥ nohvs≥e≥i ka≥q j o}
[25] levge≥t≥ai ejpisthvm≥h≥.
g≥e≥l≥o≥i≥v[a] a≥[ra≥ h≥J ajpovkri- 147b10-c1
si" [tw'/] e≥j[rwt]h≥qevn-
ti ej[≥ pi]st≥ h ≥ v[≥ vmh] tiv≥ ejstin,
o{tan≥ ajp[okrivn]ht≥ ai ≥
[30] tevcnh" t[i]no; ≥ " o[no-
ma. tino;" [ga;]r ejpisthv ≥ -
m≥h≥[n] a≥jpo≥k≥[riv]netai
ouj [tou']t≥ j e≥jr≥w≥[t]h≥qeiv".
aJma≥rtavne[i] o{≥sti" ej-
[35] per≥w≥thqe≥[i;]" “tiv ejstin
t[evcnh…” t≥evcnh"
t[in]o;"≥ le≥ v[≥ ge]i≥ o[noma,
fevre ge[wm]etriv ≥ a". aiJ
ga;r toiau ≥ ≥ ≥ tev≥ cnai
t
' ai
[40] tinw'[n] e[ij ≥ ]sin ≥ ≥ a} me-
tacei[riv≥ z o]n t
≥ ai.
≥ ouj
tou'to d≥[e; ej]p≥hrwthv-
qh, tivnw≥[n] e≥jstivn, ajl-
la; tiv ejst≥i≥n≥. e≥[peitav gev 147c3-4
[45] pou ejxo;n≥ fa≥uvlw"
kai; bracevw"≥ ≥ ajp ≥ okriv-
nesqai pe[riev ≥ ] rcetai ≥
ajpevraton ≥ ≥ [oJ d ]o vn≥ .≥ fauv-
[col. XXIV] lw" me;[n] aJplw'["], bra- ≥
cevw" de≥ v≥ o{t≥ i≥ ≥ oiJ o{r ≥ oi
suntom≥w≥vt≥e≥ro[iv] eijs in
h] ei[ ti≥"≥ [t]a≥; u≥j[f]e≥[s]t≥w≥'-
[5] ta ei[dh p≥eir≥w≥'/[t]o ej-
xariqm≥ei'sqa≥[i], a≥jpev-
raton de;≥ oJd[ovn] o{t≥ i≥
ta; kaq j e{kas ≥ to ≥ [n] ≥ tr
≥ ov≥ -
pon tina; a[p[ei]rav ≥
[10] ejstin. oi|on ka[i;] ejn≥ 147c4-6
th'/ tou' phlou' [ejr]w-≥
thvsei fau'lovn≥ [po]u≥
kai; aJplou'n≥ [eijpei']n
COLONNE XXIII-XXIV 203

calzolaio nella misura in cui essa è detta “scienza”.


[147b10-c1] «È dunque ridicola la risposta di colui che, se gli è
stato chiesto che cosa sia “scienza”, risponda con il nome di un’ar-
te. Perché risponde con la scienza di una certa cosa, mentre non è
questa la domanda che gli è stata posta».
Sbaglia colui che, se gli è stato chiesto «che cosa è l’arte?»,
risponde con il nome di una qualche arte, ad esempio la geome-
tria. Le arti di questo genere, infatti, sono arti di alcune cose,
delle quali esse si occupano. Ma non gli era stato chiesto questo,
“di quali cose è”, bensì “che cosa è”.
[147c3-4] «E poi (sarebbe ridicolo) perché, potendo rispondere
banalmente e in breve, farebbe un giro interminabile».
[col. XXIV] “Banalmente” nel senso di “semplicemente” e
“in breve” perché le definizioni sono più sintetiche di quanto
non lo sia uno che cerchi di enumerare le specie che ricadono
sotto il termine. «Un giro interminabile» perché i particolari
sono in qualche modo infiniti21.
[147c4-6] «Ad esempio, anche nella domanda sull’argilla era in
204 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

o{ti gh' uJgrw'/ f≥[ura]qe≥[i'-]


[15] sa phlo;" a]n≥ e≥i≥[h≥, t≥o≥;
d j o{tou caivre≥in≥ e≥ja'n≥.
wJ" kai; pro;≥["] to≥;n≥ ej-
rovmenon “t[iv] e≥js≥[t]in
phlov"…” rJav/d[io]n kai; ≥
[20] aJplou'n eijpe[i'≥ ]n o{[ti] ≥
gh' uJgrw'/ fur[aqei'-]
sa (ouj ga;r movn[on] u{d≥ a-
ti, ajlla; kai; oi≥[n≥[w/] kai;
eJtevroi" tisiv. e≥jxa≥[r]k≥e[i']
[25] ou\n ou{tw" oJr≥ivz[es]q≥ai
gh' uJgrw'/ fur≥a[qei']sa)
tivno" dev ejstin [o]ujk≥ev-
ti dei' prostiqevnai, ≥
oi|on plinqoulko ≥ u',
[30] ijpnoplavqou. mevmfe-
tai toi'" toiouvtoi" o{-
roi" jAristotevlh",
wJ" tw'/ th'" ciovno≥",
o{ti u{dwr pephgov",
[35] kai; tw'/ tou' phlou',
o{ti gh' uJgrw'/ pefu-
ramevnh, kai; tw' ≥ / tou'≥
oi[nou o{ti u{dwr sesh-≥
pov", wJ" jEmpedoklh'"
[40] “sape;n ejn xuvlw/ u{-
dwr”. ou[te ga;r hJ ciwvn,
fhsivn, u{dwr, ou[q j oJ
phlo;" gh,' oujde; mh;n
oJ oi\no" e[ti u{dw≥r≥. “ouj
[45] ga;r ajpodekt≥e≥von,
fhsivn, kaq j w|n mh; aj-
lhqeuvetai to; gevno",
ajll j ejf j o{swn kath- ≥
gorei'tai ajlhqw ≥ '"≥
[col. XXV] [to; aj]podoqe;n gevno"”.
[e[st]w ejpi; tou' o≥i[nou
[mh;] ajlhqeuvesqai to;
COLONNE XXIV-XXV 205

certo senso banale e semplice dire che l’argilla è terra imbevuta di


umidità, e lasciar perdere invece il “di chi”».
«Come a colui che chiede “che cosa è l’argilla?” è facile
e semplice rispondere che essa è terra imbevuta di umidità
(infatti, non è imbevuta solo di acqua, ma anche di vino e
di altri liquidi; la definizione “terra imbevuta di umidità” è
dunque sufficiente), e non c’è bisogno di aggiungere di chi è, ad
esempio del produttore di mattoni o del costruttore di forni».
Aristotele critica tali definizioni22, e così pure quella della neve
come acqua solidificata, quella dell’argilla come terra imbevuta
di umidità e quella del vino come acqua putrefatta – come dice
Empedocle, «acqua putrefatta nel legno»23. Né infatti – dice – la
neve è acqua, né l’argilla è terra, né, tanto meno, il vino è ancora
acqua. «Non bisogna infatti dimostrare questo – dice – per le
cose per le quali non si predichi secondo verità il genere, ma per
tutte quelle di cui il genere indicato si predica secondo verità».
[col. XXV] Poniamo che, a proposito del vino, non si predichi
206 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

ge≥ v≥n≥o" o{ti u{dwr ejstivn.


[5] fhvsei gavr ti"≥, ka]n do-
qh'/ o{ti≥ p≥rovteron h\n
u≥{dwr≥, aj≥l≥la; nu'n ge
[ouj]ke≥ vti≥ ≥ ejstivn, ajmevlei
[ouj] me≥ t≥ a ≥ b≥ avllei pavlin
[10] [eij]" u{d≥ [w]r: pw'" ejpi; tou'
phl ≥ [o]u
≥ '≥ [o]ujk ejrou'men
o{ti gh≥' e≥js≥tin toiou'tov
ti uJp≥o≥; uj≥grou' pepon-
qui'a≥… me≥vnei ga;r e[ti gh'.
[15] o{qen≥ k≥a≥i≥; ajnaxhran-
qevnto ≥ "≥ ≥ to ≥ u'≥ uJgrou' pav-
l[i]n e[s ≥ i≥ ≥ gh'. e[dei d j auj-
ta
[to;]n,≥ w{sper ejpi; tou'
[p]ne≥ vont≥ o ≥ " ejndoiav-
[20] [sa" eij] d≥e≥voi favnai o{ti
[ejsti;]n≥ ajh;r kinouvme-
[no"] e≥jp≥h≥vnegken
[“eij] d≥ j a[[r]a≥ kai; ejpi; touv-
t≥o≥u d[ei'] s≥ugcwrei'n,
[25] o{ti≥ ajhvr ejstin kei-
nouvmeno"”, ≥ ou{tw" kai;
ejpi; tou' phlou': kata;
[ga;]r≥ to; o{moion ajpe-
[d]o≥vq≥hsan oiJ o{roi.
[30] [peri;] d≥u≥navmewvn ti 147d3-5
h≥Jmi'n Qeovdwro"
[o{]de e[grafen, th'"
[t]e trivpodo" pevri
[k]ai; pentev ≥ podo" aj-
[35] po ≥ faiv n wn o{ t i mhv-
ke≥ i ouj suvmmetroi
t≥h'/ podieiva/. ejpi;
k≥efalaivwn ta; legov-
menav ejstin tau'ta.
[40] Qeovdwro" ejktavxa"
tetravgwnon podo;"
eJno;" ejdeivkn≥ uen toi'"
COLONNA XXV 207

secondo verità che il genere è acqua. Si dirà infatti che, anche


concesso che prima fosse acqua, ora però non lo è più, e certo
non si trasforma di nuovo in acqua; nel caso dell’argilla, come
possiamo non dire che è terra che ha subìto una certa affezio-
ne da parte dell’umidità? Infatti, la terra continua a permanere.
Ecco anche perché, una volta asciugatasi l’umidità, tornerà ad
essere terra. Come nel caso del vento, avanzando il dubbio se
si dovesse affermare che è aria in movimento, aggiungeva «se
dunque anche a tal proposito bisogna riconoscere che è aria in
movimento», così avrebbe dovuto dire anche in merito all’argil-
la; le definizioni, infatti, erano state fornite in termini analoghi.

[Le “potenze” e le “lunghezze” in ambito matematico]


[147d3-5] «Teodoro ci stava tracciando una figura sulle potenze,
quella di tre piedi e quella di cinque, mostrando che esse non sono
commensurabili all’unità di un piede».
Per sommi capi, le cose che si dicono sono queste. Una volta
costruito un quadrato di un piede, Teodoro mostrava ai seguaci
208 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

peri; Qeaivthton o{ti


t≥ouvtw/ tw'/ tetragwv-
[45] nw/ ajsuvmmetrovn
ejstin to; trivpoun te-
travgwnon kai; pen-
ta≥ vp
≥ oun kata; ≥ ta;" pleu-
[rav]" aj[f j] w|n e{k ≥ aston

[col. XXVI] ejg≥ evne≥ t≥ o ≥ ≥ kai; [ej x ari]qmouv -
meno" ≥ ta; aj s [uv m m]e-
tra t≥etravgw≥[na pro-]
h'lq≥e≥n mevc[ri] t≥o≥u' e≥J-
[5] pta≥[k]a≥idekav≥p≥od≥[o]".
ejp≥[ei; t]o≥ivnun a[pe[ir]a≥
h\n≥ [t]a≥; toiau't≥a t[etr]av-
gw[na, ej]pe[i]ravq≥ h ≥ [san]

oiJ p[eri; ≥ ] to; n Qeaiv t[h-] ≥
[10] ton≥ [k]aqol ≥ ikw'
≥ /
per[ila]bei
≥ 'n≥ ,≥ w{st[e ≥ eJ-]
ni; oj[≥ nov]ma[t]i uJpota ≥ v-
xa[i. h\l]q≥[on] o≥u\≥n ejp≥i;
to;[n ajriqm]o≥;n dia; t≥o;
[15] [aj]ka≥[tavlhkt]o≥n, tw'/
p≥av≥nt≥a" tou;" ajri-
[q]mo[u; ≥ ]"≥ su ≥ m ≥ ]trou"
≥ m[ev ≥
[ei\]na[i] ≥ pr[o; "] ajl ≥ lhvl[ou"]
[. . . . .]u t[oiv]nun ≥ h[. . .]
[20] .[. . . ij]sa ≥ k
v i" i[ s ≥ n t[. .]
o
.[. . . . . . .]n≥ [p]ros[. .]
[. . . . . . . .].[. . . . ].[. .]
[. . . . .]. . .[. . . .]np≥[. .]
m≥[. . . .].ei[. . . .]ete[.]
[25] b≥a≥q≥.[. .]e≥.[. . .] t≥etrav-
gwn[a.≥ o{]sa≥ o[u\]n eu{ri-
skon≥ [e[]con ≥ ta ≥ ajri-
qmo;[n] pr ≥ ≥ ≥ ≥ ]kh,≥ wJ"≥
o m [hv
to;≥ tr[iv ≥ ]pou [n
≥ kai; pen-]
[30] tevpoun ≥ k [ai;
≥ ] eJx≥ [av ≥ -]
po≥u≥n≥ (o≥J ga;r≥ t≥riva k≥[ai;]
p≥e≥vn≥t≥e kai; e}x ajriq≥[m]o≥i;
COLONNE XXV-XXVI 209

di Teeteto che il quadrato di tre piedi e quello di cinque piedi


sono incommensurabili con questo quadrato rispetto ai lati di
cui ciascuno [col. XXVI] è il prodotto.
E procedette a enumerare i quadrati incommensurabili fino
a quello di diciassette piedi. Ora, siccome i quadrati di questo
genere erano infiniti, Teeteto e i suoi cercarono di includerli con
un universale, così da classificarli sotto un unico nome. Giun-
sero dunque al numero per la sua inafferrabilità, poiché tutti i
numeri sono commensurabili fra di loro […] prodotto di due
fattori uguali […].
Pertanto, tutte quelle figure che essi riscontravano avere un
numero prodotto da fattori diseguali, come quelle di tre, di cin-
que e di sei piedi (il tre, il cinque e il sei, infatti, sono nume-
210 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

promhvkei"≥ eijs ivn), t≥a;


d≥h; toiau't[a c]w≥r≥[iv]a≥ [du-]
[35] navmei" e≥j[k]a≥v[l]esa≥n≥
touvtwn d[e; ≥ ] ta; ≥ me;≥ n≥ ≥
ejpi≥ vpeda≥ s[≥ uvmmetra]
pr≥ o;≥ " to; p[odiei'
≥ on]
ejp[iv
≥ ]pedo [n],
≥ a [iJ
≥ de;] pleu- ≥
[40] rai; ajsuvmmetr ≥ ≥ [pr]o;"≥
oi
th≥;n≥ tou' podie≥ivou
tetragwvnou≥ [p]l≥eu-
ravn≥. o{sa de; ei\[c]e≥n
tetragwvnou[" ajr]i≥-
[45] qmou;" wJ" to;n≥ tev[≥ s-]
sara ≥ kai; ejnneva ≥ kai; ≥
eJkkaivdeka, t[au't]a≥
wjnovmasan mh ≥ v[≥ k]h.≥
ouj ga;r movnon ta ≥ ;≥ ejp[iv
≥ -]
[col. XXVII] peda prov" te a[llh≥la
kai; pro;" to; podia≥i'≥on
suvmmetrav ejstin≥, ajl-
la; kai; aiJ pleurai≥; k≥ai;
[5] pro;" ajllhvla" kai;
pro;" th;n tou' podieiv ≥ -
ou pleura;n, tw'/ e[c ≥ ein
lovgon o}n ajriqmo;"
pro;" ajriqmovn. ejpei;
[10] toivnun pa'" ajriqmo;"
panti; ajriqmw/' suvmme≥-
trov" ejstin dia; to; e[-
cein ejlavciston koi≥-
no;n mevtron th;n m[o-]
[15] navda, dia; tou'to w{s-
per monavda ejxevq[e-]
to oJ {de} Qeovdwro"≥
{pro"} to; podiei'on te-≥
travgwnon, i{na touv-
[20] tw/ m≥e≥t≥r≥h'tai ta; te-
travgwna ta; e[conta
ta;" pleura;" summev-
COLONNE XXVI-XXVII 211

ri prodotti da fattori diseguali), ebbene queste le chiamarono


“potenze”. In esse i piani sono commensurabili con il piano
del quadrato di un piede, mentre i lati sono incommensurabili
con il lato del quadrato di un piede. Tutte quelle che, invece,
avevano numeri quadrati, come il quattro, il nove, il sedici, que-
ste le chiamarono “lunghezze”. Infatti, non solo [col. XXVII]
i loro piani sono commensurabili fra di loro e con il lato del
quadrato di un piede, ma anche i loro lati sono commensurabili
fra di loro e con il lato del quadrato di un piede, perché hanno
come rapporto quello di un numero a un numero. Ora, dato
che ogni numero è commensurabile con ogni numero, poiché
ha l’unità come minimo comun divisore, per questo Teodoro ha
posto come unità il quadrato di un piede, per poter misurare i
quadrati che hanno i lati commensurabili con esso e quelli che
212 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

trou" kai; ta; mhv: ajna;


lovgon de; toi'" ejpipev-
[25] doi" proh/vei aujtoi'"
hJ skevy i" kai; peri;
tw'n sterew'n. ke-
falaiwdw'" me;n tau'-
ta: skopw'men de;
[30] nu'n e{kaston aujtw'n
oiJ palaioi; ta; tetravgw-
na dunavmei" wjnov-
mazon: hJ ga;r duvna-
miv" tinov" ejstin duv-
[35] nami": duvnatai de;
to; ejpivpedon tetrav-
gwnon grammhv aj-
f j h|" ejgevneto: w{ristai
ga;r th'" peperasmev-
[40] nh" to; mevgeqo", ka]n
nohvsh/ ti" ejp j i[son
aujth;n cwrou'san
eJauth'/ poihvsei te-
travgwnon uJpo; i[swn
[45] pleurw'n periecov-
menon. eij de; ejpi; e[lat-
ton h] ejpi; to; plei'on
(eJkavteron de; touvtwn
[col. XXVIII] ejp j a[pe[i]ron e[stin≥ lam-≥
bavnein)≥ , po ≥ ihvsei pro-
mhvkh c≥w≥riva. o≥{q≥en
oJ me;n e≥[ij]dw;" tet≥r≥a-
[5] gwvnou≥ p≥leura≥;n oi\-
den k[ai;] t≥o; aj≥po; t≥auv-
th", oJ d[≥ e; e]ijd≥ w;"≥ par-
allhl[ogr]a
≥ vm
≥ mou

th;n≥ eJ[tev]ra ≥ ≥ tw'
n ≥ n pleu-
[10] rw'n≥ , oujk≥ oi\den≥ kai;
[t]h;n≥ eJtevran,≥ eja ≥ ;n
[mh;] k≥ai; to; ejm≥b≥ado;n
[auj]tou' ejpis≥t≥h≥'tai.
COLONNE XXVII-XXVIII 213

hanno i lati incommensurabili; con procedura analoga ai pia-


ni, la loro indagine procedeva anche riguardo ai solidi. Questi
problemi sono affrontati per sommi capi; esaminiamoli ora uno
per uno.
Gli antichi chiamavano i quadrati “potenze”; la potenza, in-
fatti, è potenza di qualcosa; ad avere la potenza del piano qua-
drato è una linea su cui esso è stato costruito; la lunghezza di
una linea determinata, infatti, è definita, e, se si pensa che essa
produrrà una figura a una distanza uguale a sé, si costruirà un
quadrato delimitato da lati uguali. Se invece la produrrà a una
distanza minore o maggiore (ciascuna di esse [col. XXVIII] si
può prendere all’infinito), si produrranno figure con lati dise-
guali24. Ecco perché chi conosce il lato di un quadrato conosce
anche il quadrato costruito su di esso, mentre chi conosce uno
dei due lati di un parallelogrammo non conosce anche l’altro, a
meno che non ne conosca anche l’area. In tal caso, infatti, egli si
214 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[tov]te ga;r sko≥p≥ei', tiv"


[15] [ej]pi;≥ [t]h;n ejkte ≥ qei' ≥ san
[ge]nom[evnh] to ≥ ≥ ed
v
[t]o;≥ ejmb[ado;]n≥ [g]enna' ≥ /.
oJ to[iv]nun≥ [Qe]ovd≥ wro" ≥
[t]et≥ [r]av ≥ gw[non]≥ ejkqei;"
[20] [o]u≥| h≥J p≥l≥[eura;] p≥odov",
[to; d j ej]mb≥[ado;n p]odo≥v"
(a{[pa]x ga;r [e}]n≥ e{n≥), e≥jp≥e-
[deivkn]uen o≥{t≥i≥ t≥[o;] t≥e-
t≥r≥av≥[g]wnon ou| to; ejpiv-
[25] pe≥ d≥ on ≥ triv≥ poun ejsti;n
[k]ai≥ ;≥ [p]avl ≥ [i]n≥ to; pentev-
[pou]n≥ t[oiov ≥ n]de≥ ta; me;n
ej[piv]pe≥ d≥ [a ≥ e[ c]ei pr ≥ ov
≥ "
t≥e≥ a[≥ll≥[hla] k≥a≥[i;] p≥r≥o;"
[30] to; podia[i']on su≥vm≥me-
tr≥a≥, ta;" de; ple≥[u]ra;"≥
p≥[rov]"≥ te≥ [ajl]lhv[la]"≥ kai;
[p]r≥o≥;["] th;n≥ pod≥i≥aivan aj-
[suv]mm ≥ [ev≥ ]trou": ≥ oujde;
[35] [ga;r e[st]in≥ ≥ ko ≥ ≥ ≥ nin o;
m[ev
≥ t ron,] o} me t≥ r≥ h ≥ vs≥ ei
a[uj ≥ ] t a
≥ ≥ [
v ". e[ ] s tin
≥ d e≥ ;≥ kai;
to
≥ ≥ ; d [ iv p o]u n
≥ tet r
≥ ≥ a -
v
gwn[o]n ajsuvm≥m≥etron
[40] tw'/ p≥[o]dieivw≥/ k≥a≥t≥a;≥
th;n [pl]euravn≥, a≥jl≥la;
parh≥'[lq]en, f≥a≥s≥ivn,
aujtov, di≥ o ≥ v[≥ t]i ejn≥ tw'/ Mev-
nwni e[d≥ e≥ [i]x ≥ e≥ n≥ ≥ o{ti
[45] to; ajpo;≥ [t]h'"≥ dia ≥ gwniv
≥ -
ou te[t]r[av ≥ ] g w n
≥ ≥ ≥ ≥ ≥ o n di-
plavs[i]o ≥ v[≥ n] ejs ≥ t≥ i≥ n≥ ≥ tou'
ajpo; th'≥"≥ [pl]eur≥a'" te-
[col. XXIX] tragwvnou. o[iJ] dev [fas]i
mh; parelh[l]uq[evn]a≥i
aujto;n to; divp≥o≥[un].
kai; ga;r eij mh;≥ pe≥ [ri]e ≥ v-≥
COLONNE XXVIII-XIX 215

domanda quale linea, tracciata sulla linea posta, produca l’area


in questione.
Teodoro, dunque, avendo posto un quadrato con il lato di
un piede e l’area di un piede (uno per uno, infatti, fa uno), di-
mostrava che il quadrato il cui piano è di tre piedi e, ancora,
quello analogo di cinque piedi, hanno i piani commensurabili
fra loro e con quello di un piede, e i lati, invece, incommensu-
rabili fra loro e con quello di un piede; non esiste infatti una
misura comune per misurarli.
Anche il quadrato di due piedi è incommensurabile con
quello di un piede per lato, ma (Platone) lo ha tralasciato – di-
cono – perché nel Menone aveva dimostrato che il quadrato
costruito sulla diagonale è doppio rispetto al quadrato costruito
sul lato25. [col. XXIX] Altri sostengono invece che (Platone)
non ha tralasciato il quadrato di due piedi. Infatti, anche se
216 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[5] cetai uJpo; [ij]s≥a≥v[ki"]


i[swn, ajll j e[ij"] i[[sa"]
ge diairei't[ai] p[odi-] ≥
eiva". oiJ d j aujtoi; ≥ [kat]a;≥
taujta; proi>[ov]nt[≥ e"]
[10] fhvsousi mhde≥ ;≥ [th;n]
eJxavpoda a[uj]to ≥ ;[≥ n ejk-]
qhvsesqa[i duvna-]
min: diaire[th; ga;r]
eij" i[sa trivp[oda duvo]
[15] h] divpoda t≥[riva. dh'-]
lon d j o{ti k[ai; th;n] oj-
ktavpoda pa ≥ [≥ rele]uv-≥
setai kai; th;n≥ [dek]av-≥
poda kai; dw[dekav ≥ -]
[20] poda kai; te[ssares-]
kaidekavpod≥[a kai;]
pentekaid[e]ka≥v[po-]
da. kai; ga;r to≥uvtw≥[n]
eJkavsth, eij kai≥ ; m[≥ hv]
[25] ejstin i[sh ijsavki",≥ [aj]l-
la; duvnataiv ge diai≥ -≥
rei'sqai eij" i[sa. mhv-≥
pote de; ouj dia; tou'-
to, ajlla; dia; to; eu[ko-
[30] lon: rJa/idi≥on ga≥;r≥ tou'
ejkteqevnto" d≥i≥p≥lav-
sion ajnagravyai to;
ajpo; th'" diagwnivou.
hJ de; trivpou" kai;
[35] pentavpou" kai; o{-
sai toiau'tai pra ≥ -
gmateivan e[cousin
pro;" to; fanh'nai aj-
suvmmetroi th/` p≥o-
[40] dieiva/. e[stin me≥vn-
toi aujta;" ajna[g]r ≥ av
≥ -
fein ou{tw": e[stw
tetravgwnon to; ABG
COLONNA XXIX 217

non è delimitato da fattori uguali, tuttavia si divide in uguali


potenze di un piede. Costoro, però, seguendo lo stesso proce-
dimento, diranno che Platone non porrà nemmeno la potenza
di sei piedi, perché è divisibile in parti uguali, due di tre piedi
o tre di due piedi. È chiaro che egli tralascerà anche le potenze
di otto, di dieci, di dodici, di quattordici e di quindici piedi;
anche ciascuna di esse, infatti, benché non sia prodotto di due
fattori uguali, si può però dividere in parti uguali. Forse, però,
il motivo non è questo, bensì la semplicità della questione. È
facile infatti costruire il quadrato sulla diagonale, che è doppio
rispetto a quello posto. Ma il quadrato di tre piedi, quello di
cinque piedi e tutti quelli analoghi impongono una certa fati-
ca per dimostrare che sono incommensurabili con quello di un
piede. Tuttavia, si possono costruire nel modo che segue26.
Si dia il quadrato ABC con il lato di un piede, AB. È chiaro
218 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

pleura;n e[co≥n≥ po-


[45] do;" eJno;" th;n AB. dhlonovti
to; ajpo; tauvth" podo;"
[col. XXX] e[stai ejnplatou'": a{pax
ga;r e}n e{n. ka[i;] ejkbeblhv-
sqw ≥ ejp j eujqeiv ≥ a" th'" AB
eu ≥ ≥ q
j ei' a v ti" kai; ajfh/rhvsqw
[5] [aj]p j aujth'" th'/ AB i[sh hJ
[B]D, kai; ajnagegravfqw
[ajp]o; th'" BD to; BGDE te-
[trav]g≥wnon: givnetai dh;
[i[so]n to; ajpo; th'" BD
[10] [t]w'/ ajpo; th'" AB: o{lon
de≥ ;≥ to; AE oujkevti tetrav-
gwnon, ajlla; parallh-
lovgrammon. pavlin ejk-
beblhvsqw ejp j eujqeiva"
[15] th'" AD eujqei'av ti" kai;
ajfh/rhvsqw th/' BD i[sh
hJ [D]Z, k≥ai; ajnagegrav-
f≥[q]w≥ aj≥p≥o;≥ tauvth" te-
t≥r≥[avg]w≥non to; DZEH
[20] g[ivne]tai ≥ dh; to; DZEH
t[etr]avg≥ wnon i[son
oJ[pot]e
≥ r
≥ w/
≥ ou'n tw'n
p[roe]kteqevntwn
tet≥[r]a≥gwv≥nwn, o{lon
[25] de; t≥o; AH cwrivon par-
allhlovgrammon. pav-
l≥in ejkbeblhvsqw ej-
p≥ j e≥[uj]qeiva" th'" AZ euj-
[qei'av t]i", ≥ kai; ajfh/rhv-
[30] [sqw t]h/' DZ i[sh hJ ZQ
ka ≥ i≥ ;≥ dih/rhvsqw hJ AQ
divca kata; to; D sh-
me≥ i'≥ on. kai; kevntrw/
m≥[e;]n tw'/ D, diasthv-
[35] mati de; tw'/ DA, hJmi-
k≥uvklion perigegrav-
COLONNE XXIX-XXX 219

che il quadrato costruito su questo lato [col. XXX] sarà di un


piede quadrato; uno per uno, infatti, fa uno. E si tracci una retta
come prolungamento della retta AB, e su di essa si distingua il
segmento BD uguale ad AB, e su BD si costruisca il quadrato
BCDE. Il quadrato su BD è uguale al quadrato su AB. L’intera
figura AE, invece, non è più un quadrato, ma un parallelogram-
mo. Daccapo, si tracci una retta come prolungamento della ret-
ta AD, e si distingua il segmento DF uguale a BD, e su di esso
si costruisca il quadrato DFEG. Il quadrato DFEG è uguale
a entrambi i quadrati precedentemente posti, mentre l’intera
figura AG è un parallelogrammo. Daccapo, si tracci una retta
come prolungamento della retta AF, si distingua il segmento
FH uguale a DF e si bisechi AH nel punto D. Si descriva il
semicerchio AKH con centro in D e raggio DA, si tracci FK
220 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

fq≥ w to; AKQ kai; h[cqw


p≥ro;" ojrqa;" th'/ H
E≥ hJ ZK, ka≥i; ejpezeuv-
[40] cqw hJ KD. ejpei; euj-
qei'a hJ AQ dih/vrhtai
eij" me;n i[sa kata; to;
D≥ shmei'on, eij" de; a[-
[n]isa kata; to; Z, to; ≥ uJpo;
[45] tw' n
≥ ≥ AZ, ZQ me ta;
≥ tou'
a≥jpo; [t]h≥'" me≥taxu; tw'n
t≥o≥m≥w'≥n≥ tou' DZ i[son
e≥j[s]t≥i;n tw'/ ajpo≥; th'" DQ. ajlla; th'/
[col. XXXI] DQ i[sh≥ hJ [D]K≥. to; a[ra aj-
po; th'" DK≥ [i[]son ejsti;n
tw'/ uJpo; tw ≥ 'n≥ AZ, ZQ
kai; tw'/ aj[po; th'"] D
[5] Z. ajlla; t[w' ≥ /] ajpo; th'"
DK i[sa ej[sti;]n≥ ta; [aj]po ≥ ;≥
tw'n≥ DZ ≥ , [ZK.] t a
≥ ; a[ r a a jp
≥ o;
tw'n D≥Z, [ZK i[]sa ejst≥i;n
tw'/ uJpo; [tw']n AZ, ZQ
[10] kai; tw'/ a≥j[po; th'"] DZ.
koino;n [ajfh/rhvs]qw
to; ajpo; t[h' ≥ " DZ: l]oi≥ -≥
po;n a[r ≥ ≥ ≥ to;
a ≥ ajpo; t]h'"≥
ZK loi≥ p ≥ ≥ / [tw'/] ujp
w' ≥ o;
[15] tw'n A[≥ Z], QZ ≥ ≥ son≥ ej[stiv]n.≥
[i[ ]
to; d j uJ[po;] tw ≥ 'n≥ ≥ AZ ≥ ,≥ ZQ
ejst[i;]n≥ [to; uJ]p≥o; t≥[w']n
AZ, ZH: [i[sh g]a;≥r hJ Z≥Q
th/' ZH≥: [to; a[ra ajp]o≥; t≥[h']"
[20] ZK i[s[on ejsti;n tw'/]
AH par ≥ [all]h
≥ ≥ [grav
lo ≥ ]m-≥
mw/. e[st≥ [i ≥ ou\ ] n ≥ ≥ aj s [uv ] m -≥
metron≥ t[o; aj]p[o; ≥ th' "]
ZK tw'/ AH≥ par ≥ [a]l ≥ -≥
[25] lhlogravm[m]w ≥ ,
/ ≥ [o} p]e -≥
rievcei ejn e≥Ja≥utw'/ [triv]a≥
tetravgwn≥a po[diei'-]
COLONNE XXX-XXXI 221

perpendicolare a GE e si congiunga KD. Dato che la retta AH è


divisa in parti uguali nel punto D, e in parti diseguali nel punto
F, il rettangolo generato da AF e FH insieme con il quadrato
DF, costruito sui segmenti intermedi, è uguale al quadrato co-
struito su DH. Ma [col. XXXI] DK è uguale a DH. Perciò il
quadrato costruito su DK è uguale al rettangolo generato da
AF ed FH più il quadrato costruito su DF. Ma al quadrato co-
struito su DH è uguale la somma dei quadrati costruiti su DF
ed FK. Perciò la somma dei quadrati su DF ed FK è uguale al
rettangolo generato da AF ed FH più il quadrato costruito su
DF. Si sottragga l’area comune, cioè il quadrato costruito su
DF; il rimanente quadrato costruito su FK è uguale al rimanen-
te rettangolo generato da AF e HF. Ma il rettangolo generato
da AF e HF è il rettangolo generato da AF ed FG; FH, infatti,
è uguale a FG. Perciò il quadrato costruito su FK è uguale al
parallelogrammo AG. Pertanto, il quadrato costruito su FK è
incommensurabile con il parallelogrammo AG, che contiene in
sé tre quadrati di un piede uguali fra loro.
222 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

a i[s<a> ajllhvlo[i]".
[col. XXXII] w{sper de; oiJ peri; Qeaiv-
tht≥o≥n metevbhsan ej-
pi; tou;" ajriqmou;" wJ"
safe≥stevrou", ou{tw"
[5] kai; aujtoi; proscrhsov-
meqa aujtoi'" eij" e[ndei-
xin≥ tou' prokeimevnou
pa'" me;n ou\n ajriqmo;"
duvnatai tetragwni-
[10] sqh'nai: h\n ga;r tetra-
gwnisqh'nai to; aujto;n
ejf j eJauto;n genevsqai:
ouj mh;n pa'" ajriqmov"
ejstin tetravgwno": ej-
[15] kei'no" gavr ejstin te-
travgwno" oJ ijsavki" i[-
so". hJ me;n ou\n monav"
ejstin tetravgwnon,
kai; oJ tevssera: di;" ga;r
[20] duvo tevssera. kai; oJ ejn-
neva: tri;" ga;r triva ejn-
neva kai; oJ eJkkaivdeka:
tetrav
≥ ki" ga;r tevssera
devk ≥ a e{x: kai; ajei; oJ gi-
[25] novm ≥ eno" ajpo; tw'n
eJxh'" ajriqmw'n oi|on
ajpo; tou' pevnte, ajpo;
tou' e{x, kai; tou'to ej-
p j a[p≥eiron. oiJ dh; me-
[30] taxu; touvtwn tw'n
tetragwvnwn piv-
ptonte" ajriqmoiv
eijs in promhvkei": ajni-
sav
≥ ki" ≥ ga;r a[nisoi, wJ"
[35] oiJ≥ metaxu; tou' eJno;"
kai≥ ;≥ tw'
≥ n tessavrwn
[oJ] duvo kai; oJ triva, kai; o<iJ>
m≥etaxu; tw'n tessav-
COLONNA XXXI-XXXII 223

[col. XXXII] Come Teeteto e i suoi seguaci passarono ai


numeri, perché più chiari, così anche noi li impiegheremo per
dimostrare il problema che abbiamo di fronte. Ogni nume-
ro, dunque, si può elevare al quadrato: elevarlo al quadrato,
infatti, significa moltiplicarlo per se stesso; però non ogni nu-
mero è quadrato: quadrato, infatti, è quello prodotto di due
fattori uguali. L’unità, pertanto, è un quadrato, e così anche il
quattro, che è due volte due. E il nove, che è tre volte tre. E il
sedici, che è quattro volte quattro; e così via per i quadrati dei
numeri successivi, cioè per il quadrato di cinque, per quello di
sei, e così all’infinito. I numeri che cadono in mezzo a questi
quadrati sono “rettangoli”, perché sono il prodotto di fattori
diseguali: ad esempio, i numeri compresi fra l’uno e il quattro,
cioè il due e il tre; quelli compresi tra il quattro e il nove, cioè
224 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

r≥wn ka<i;> ejnneva oJ pevn-


[40] te, e{x, eJptav, ojktwv: me-
taxu; tw'n ejnneva kai;
eJkkaivdeka oJ devka, e{n-
deka, dwvdeka, devka
triva kai; devka tevsse-
[45] ra kai; penteka[iv]de-
ka. ajnti; toivnun tw' ≥ n
ajriqmw'n metavla ≥ -
be ta; tetravgwna≥, kai;
[col. XXXIII] euJrh≥vs≥ei" pavnta m≥e;n
ta; [ej]pivpeda suvmm≥e-
tra≥ ajllhvloi" kai; th/'
p[odi]eiva/, tina; de; auj-
[5] tw'[≥ n] kai; ≥ ta;" pleura;"
e[c[o]n
≥ ta
≥ summev ≥ trou"
p[ro;" t]h;n podieiv ≥ an
pl[e]u ≥ r
≥ ≥ av n t a;
≥ me; [ n o]u\n≥
kat≥ ≥ j a[m ≥ ≥ ≥ fw suv m m
≥ ≥ ≥ e tra
[10] m≥h≥v[kh] wj≥n≥[ov]masan≥, ta;
de; k≥a≥[t]a; m≥e≥;n ta; ejpivpe-
da s≥u≥v[mmetra,] kata; de;
ta;" p≥[leura;]"≥ ajsuvmme-
tra ≥ ≥ du ≥ [nav
≥ m]ei", ≥ tw/' koi-
[15] nw/' pr o
≥ ≥ ≥ [s]c r
≥ ≥ hsav me-
n[≥ o]i [oj]no ≥ ≥ [
v m]a ≥ i≥ [ej]kkeiv-
t
s[qw
≥ t]o[iv n u]n ≥ ta; tetrav
≥ -
g[wn]a≥ tav[≥ x]ei≥ e{ka[st]on
[e[con] ejn eJ≥autw'/ o{swn
[20] [ejsti;n to;] e≥jp[iv]p≥edo≥n≥,
t≥o≥i≥'[" de; kata; ta;]"≥ [pl]eu-
ra;≥[" sum]m[evtr]oi" ej[pi-]
ge[grav]fq[w hJ] eJkavst≥ h ≥ "≥ ≥
pos[ov ≥ ]
v th ["]:

aV bV gV
[25] aV bV gV dV eV ¸V zV hV qV
wJ" dªe; ≥ ] m[et]a ≥ ≥ ] tou'
x[u; ≥ eJ-
no;" k≥a≥i≥; t≥w≥'[n t]e≥s≥s≥a≥v-
rwn duvo p≥[romhv]k≥[ei]"
COLONNE XXXII-XXXIII 225

il cinque, il sei, il sette e l’otto; quelli compresi tra il nove e il


sedici, cioè il dieci, l’undici, il dodici, il tredici, il quattordici
e il quindici.
Ai numeri sostituisci ora i quadrati, e [col. XXXIII] troverai
che tutti i piani sono commensurabili tra di loro e con il qua-
drato di un piede, ma che alcuni di essi hanno anche i lati com-
mensurabili con il lato di un piede. Quelli commensurabili da
entrambi i punti di vista essi li chiamarono “lunghezze”, mentre
quelli commensurabili rispetto ai piani, ma incommensurabi-
li rispetto ai lati, essi li chiamarono “potenze”, impiegando il
nome comune.
Si pongano dunque in ordine sequenziale i quadrati, cia-
scuno recante in sé il quantitativo numerico del piano, e sopra
quelli che sono commensurabili rispetto ai lati si scriva la rispet-
tiva quantità:

Come fra l’uno e il quattro sono stati riscontrati due numeri


226 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

e≥u≥Jr≥evq≥hs≥a≥[n] ajr≥i≥q≥[m]o≥iv,
[30] o≥u{≥t≥w≥"≥ m≥et≥axu; tw'n
t≥e≥s≥s≥av≥r≥wn kai; tw'n
ej≥n≥n≥eva tevs≥[s]are" pro-
mh≥vkei≥"≥ [duav]di p≥eris-
seu≥vont≥[e"] t≥w'n pro;
[35] eJautw'n:≥ [ka]i;≥ p[av]lin
oiJ≥ me≥ tax[≥ u; t]w'n≥ ≥ eJxh'"
tetragwv[≥ n]wn≥ ≥ duav-
di periss[≥ e]uvo ≥ u ≥ s≥ i≥ ≥ tw'n
pro; aujtw'n: ka ≥ ≥ ≥ je≥ i;
i ; a
[40] proiovntwn ka ≥ ta; e{-
kaston diavs[t]hm ≥ a
dua;" prosteqh ≥ ≥ v s etai,
o{sosper h\n ajriqmo;"
tw'n promhk≥w≥'n, oi}
[45] metaxu; euJrevqhsan
tou' te eJno;" kai≥; t≥ou'
tevssara tetr≥a≥gw≥vnou.
tau'ta me;n ou\n≥ [p]ros-
epimemetrhvsqw d≥i≥a;
[col. XXXIV] to; glafurovn: oJ de; Qeov-
dwro" ejdeivknuen
aujtoi'" o{ti to; trivpoun
kai; pentevpoun te-
[5] travgwnon ajsuvmme-
trav ejstin kata; to; mh'-
ko" th'/ pleura'/ tou'
podieivou tetragwv-
nou. kai; ou{tw" kata; 147d5-7
[10] mivan eJkavsthn pro-
airouvmeno" mevcri
th'" eJptakaidekav-
podo", ejn de; tauvth/
pw" ejnevsceto.
[15] wJ" peri; th;n trivpoda
kai; pentavpoda duv-
namin, ou{tw" kai; ta;"
a[lla" dunavmei" ta;"
COLONNE XXXIII-XXXIV 227

prodotti da fattori diseguali, così tra il quattro e il nove se ne


sono riscontrati quattro, che superano quelli precedenti di due.
E, di nuovo, quelli tra i quadrati successivi superano i prece-
denti di due. E, proseguendo, ad ogni intervallo si aggiungerà
un due, che è il numero dei numeri prodotti da fattori diseguali
riscontrati fra i numeri quadrati “uno” e “quattro”.
Aggiungiamo dunque queste cose per precisione; ma [col.
XXXIV] Teodoro mostrava loro che il quadrato di tre piedi e
quello di cinque piedi sono incommensurabili per lunghezza
con il lato del quadrato di un piede.
[147d5-6] «E così, scegliendone una per una fino a quella (sc. la
potenza) di diciassette piedi: a questa, in qualche modo, si fermò».
Come per la potenza di tre piedi e per quella di cinque pie-
di, così, poste anche le altre potenze affini, dimostrò che sono
228 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

oJmoiva" ejktiqevme-
[20] no" ejdeivknuen o{ti
toi'" me;n ejpipevdoi"
eijs i;n suvmmetroi, ouj-
ci; de; kai; kata; ta;"
pleurav", oi|on th;n
[25] eJxavpoda, eJptavpo-
da, ta;" a[lla" ta;" eJ-
xh'" ta;" mevcri th'"
eJptakaidekavpodo"
uJpexh/rhmevnwn
[30] th'" ejnneavpodo"
kai; eJkkaidekavpo-
do". zhtou's in dia;
tiv mevcri th'" eJpta-
kaidekavpodo" pro-
[35] elqw;n e[sth. kaiv ti-
nev" fasin o{ti≥ oJ Qe-
ovdwro" gewmevtrh"
w]n kai; mousiko;" e[-
meixen gewmetri-
[40] ko;n kai; mousiko;n
qewvrhma: gewme-
triko;n me;n ou\n to;
kata; ta;" dunavmei",
mousiko;n de; to; th' ≥ "
[45] eJptakaidekavpodo ≥ ".
ou|to" ga;r oJ o{ro" ejle≥ vg≥ -
cei o{ti ouj diairei't≥ai
oJ tovno" eij" i[sa hJmi≥tov-
nia: ejpei; ga;r oJ tovno≥"
[col. XXXV] ejsti;n ejn ejpogdovw/
lovgw/, eja;n diplasi- ≥
avs≥ h/" to;n ojktw; kai;≥
to;n ejnneva, givnon-
[5] tai eJkkaivdeka kai≥ ;
ojk
≥ twkaivdeka, w|n
m≥evs[o]"≥ e≥jsti;≥n oJ eJpta-
kaivde≥ka eij"≥ a[nisa
COLONNE XXXIV-XXXV 229

commensurabili con i piani, ma non anche rispetto ai lati – cioè


la potenza di sei piedi, la potenza di sette piedi e quelle succes-
sive fino alla potenza di diciassette piedi –, con l’eccezione della
potenza di nove piedi e di quella di sedici piedi.
Ci si domanda perché, una volta giunto alla potenza di di-
ciassette piedi, si sia fermato. Alcuni sostengono che Teodoro,
che era un geometra e un musico, mescolò un teorema geome-
trico con uno musicale; quello geometrico, dunque, secondo
le potenze, e quello musicale secondo la potenza di diciasset-
te. Questo termine, infatti, rivela che il tono non si divide in
semitoni uguali: infatti, poiché il tono [col. XXXV] consiste
nel rapporto di nove a otto, se raddoppi l’otto e il nove ottieni
sedici e diciotto, in cui è frapposto il diciassette, che divide gli
230 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

diairw'n t[o]u≥;" a[krou",


[10] w≥J"≥ devde≥ikt≥ai ejn
[toi']" eij" to;n Tivmai-
o≥[n uJp]o≥mnhvmasin.
e[[≥ nioi d]h;≥ ajrevskon-
t[≥ ai tw'/] ejxari≥ q≥ m ≥ o≥ uv-
[15] me≥ [≥ no]n ta;" dunavmei"
wJ" [e[]tuc ≥ e≥ n≥ sth'naiv
p≥w≥["], a≥jlla; kinei' le-
govm≥[e]n≥on to≥; “pw" ej-
nevsc≥eto” w{ste aijtiv-
[20] an [ej]p≥iz≥htei'≥n≥ tou'
[s]th ≥ '[≥ nai]. mhv ≥ po≥ te
≥ a[-
me[inon] h\/ levg≥ ein
o{t≥ i p[≥ roh']lqen≥ mevcri
th'[" eJp]ta ≥ kaidekav-≥
[25] podo"≥ ejpeidh; oJ eJk-
kaivd≥eka≥ dhloi' o{ti
mo≥vn≥o≥n≥ t≥etravgw-
non [ou|] t≥o;≥ [cw]r≥ivon
ejsti;n≥ [eJ]kka≥[iv]deka
[30] i[s
≥ hn e[c ≥ ei th;n periv-
metron kai; to; ejmba-
dovn, t[ou']to de; h\n ou| hJ
ple≥ [≥ ura;] te≥ ssa ≥ vrwn≥ :
tevs≥[s]a≥[r]e" ga;r pleu-
[35] rai; [eJk]a≥vsth tessav-
rwn g≥[iv]no≥ntai eJkkaiv-
deka≥. [aj]ll≥a; kai; to; aj-
po; tw ≥ 'n≥ tessavrwn
eJkkaivdeka ≥ : tetrav-
[40] ki" ga;r tevssara dev-
ka e{x. tw'n de; ejnto;"
th'" tetra≥vdo" ta; ejm-
bada; le[iv]petai th'" pe≥-
rimevtrou. eja;n ga;r h/\
[45] hJ pleura; duvo, to; me;n≥
ajpo; tauvth" givnetai≥
tessavrwn: di;" ga;r
COLONNA XXXV 231

estremi in parti diseguali, come si è dimostrato nel Commenta-


rio al Timeo27.
Alcuni ritengono che, nell’enumerazione delle potenze, egli
si sia interrotto in qualche modo “a caso”. Ma l’espressione “in
qualche modo si fermò” ci spinge a ricercare la causa del suo
interrompersi. Forse è meglio dire che egli è arrivato fino alla
potenza di diciassette piedi perché il sedici dimostra che solo
il quadrato la cui area è sedici ha il perimetro uguale all’area, e
questo quadrato è quello con il lato di quattro piedi. Quattro
lati, infatti, ciascuno di quattro piedi, fanno sedici. Ma anche il
quadrato di quattro è sedici: quattro per quattro, infatti, fa se-
dici. I quadrati minori di quattro, invece, hanno le aree inferiori
ai perimetri. Infatti, se è il lato è due, il quadrato costruito su di
232 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

duvo tevssara: hJ de; pe≥-


[col. XXXVI] rivmetro" ojktwv: tetr≥av-
ki" ga;r ta; duvo ojktwv.
pavlin eja;n hJ pleu-
ra; triw'n, to; me;n aj-
[5] po; tauvth" ejnneva:
tri;" ga;r triva ejnneva
hJ de; perivmetro"
pleivwn: ejpei; ga;r
tevssarev" eijs in pleu-
[10] raiv, w|n eJkavsth tri≥-
w'n, suntiqevmenai
au|tai poiou's i to;n
dwvdeka: tetravki
ga;r triva dwvdeka.
[15] meta; de; th;n pleu-
ra;n th;n tw'n tessav-
rwn e[cei e[mpali:
to; ga;r ejmbado;n
mei'zon th'" peri-
[20] mevtrou, wJ" eja;n hJ
pleura; pevnte, to; aj-
po; tauvth" givne-
tai ei[kosi pevnte:
pentavki ga;r pevn-
[25] te ei[kosi pevnte. hJ
de; perivmetro"
givnetai ei[kosi: ejpei;
ga;r tevssarev" eijs in
pleuraiv, w|n eJkav-
[30] sth ejsti;n pevnte,
tetravki ta; pevnte ei[-
kosi. kai; loipo;n aj-
ei; proi>ovnti to; ejm-
bado;n mei'zon th'"
[35] perimevtrou.
hJmi'n ou\n eijsh'l- 147d7-e1
qev ti toiou'ton: ejpei-
dh; a[peiroi to; plh'-
COLONNE XXXV-XXXVI 233

esso è quattro; due per due, infatti, fa quattro; [col. XXXVI] il


perimetro, però, è otto, perché due per quattro fa otto. Anco-
ra, se è il lato è tre, il quadrato costruito su di esso è nove; tre
per tre, infatti, fa nove. Ma il perimetro è maggiore: essendovi
quattro lati, ciascuno dei quali è di tre, la loro somma è dodici:
tre per quattro, infatti, fa dodici. Dopo il lato di quattro, invece,
accade il contrario: l’area, infatti, è maggiore del perimetro. Se,
ad esempio, il lato è di cinque, il quadrato costruito su di esso
è venticinque; cinque per cinque, infatti, fa venticinque; il pe-
rimetro, però, è venti; essendovi quattro lati, ciascuno dei quali
è di cinque, cinque per quattro fa venti. Proseguendo con gli
altri numeri successivi, l’area è sempre maggiore del perimetro.
[147d7-e1] «A noi, allora, venne in mente qualcosa del genere:
234 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

qo" aiJ dunavmei" ej-


[40] faivnonto, peira-
qh'nai sullabei'n
eij" e{n, o{tw/ pa≥vsa≥"
tauvta" prosagoreuv-
somen ta;" dunav-
[45] mei". ejpei; aiJ gram-
mai; ejpidevcontai
to; ajovriston, ei[ ti" auj-
ta;" h] au[xoi h] diairoi',
[col. XXXVII] oJrivzontai d j uJpo; tw'≥n
ajriqmw'n, mete≥vb[h-]
san ejp j aujtouv". uJpo≥-
gravfei dev o{ti ejpei≥; to;
[5] a[peiron ajperivlh-
ptovn ejstin, ≥ kai; ajovr ≥ [i-]

st[o]"≥ ejn≥ tw'/ toiouvtw/
hJ diav ≥ no[i]a, dei' kaq j o{-
son≥ ejndevc ≥ etai ka-
[10] qol≥ikw'/ tini peri-
l≥a≥m≥bavnein kai; o≥J-
[riv]z≥ein au≥jt≥ov, wJ" aj-
[peiv]rwn o[n≥t≥wn t≥w'n
[kaq j] e{kast[o]n ≥ ≥ ajnqrwv ≥ -
[15] [p]wn≥ ajpotemovme-
[n]o"≥ oJ≥ diale ≥ ktiko
≥ ;"≥
[t]w'n≥ eJterogenw'n
[ka]i;≥ tw' ≥ n oJmogenw' ≥ n mevn,
ou≥j mevntoi oJmoei-
[20] d≥w'≥n≥, to; toi[o]u'ton ei\-
d≥[o" ej]kavle≥sen a[n-
[qrw]pon. o≥[u{]tw" ou\n
k[ai;
≥ ej]nqavde,≥ ejpei; a[-
p[eir]oi
≥ ejfaivnonto ≥
[25] a[iJ ≥ ] k a
≥ ≥ mhvkh dunav
ta; ≥ -
mei"≥ ≥ ejpeirav ≥ q hsan ≥
[oiJ] pe≥ r ≥ i;≥ Qeaivt≥ hton

k[oin]w'/ ojn[ov]mati≥
p[eri]l≥a≥[b≥ei'n pavsa".
COLONNE XXXVI-XXXVII 235

poiché le potenze apparivano infinite di numero, sforzarci di


raccoglierle in un unico termine con il quale chiamare tutte queste
potenze».
Dato che le linee accolgono l’in(de)finito, se le si allunga o le
si divide, [col. XXXVII] ma sono definite dai numeri, passaro-
no a questi ultimi. Egli abbozza dunque questa procedura: dato
che l’in(de)finito non si può abbracciare e che l’intelligenza è
in(de)finita in una cosa del genere, bisogna per quanto possibile
abbracciarlo con qualche universale e dargli una definizione.
Così, sebbene i singoli individui siano infiniti, il dialettico, se-
parandoli dalle realtà di genere diverso dal loro e da quelle del
loro stesso genere, ma di specie diversa, ha chiamato tale specie
“uomo”. Sicché dunque anche qui, poiché le potenze secondo
le lunghezze apparivano infinite per numero, Teeteto e i suoi
seguaci cercarono di coglierle tutte con un nome comune.
236 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[30] to≥;n≥ ajr≥i≥q≥m≥o≥;n pavn- 147e5-7


ta divca dielavbo-
me[n]: to;n me;n dunav-
m≥[en]o≥n [i[]son ijsavki"
g≥iv≥n≥e≥sqai tw'/ te-
[35] tr≥ a≥ g≥ wv
≥ nw/ to; sch'-
ma ≥ ≥ eikav
aj p ≥ sante"
te≥ tr ≥ ≥ a g
v wnov n te kai;
ijsovpleuron ≥ proseiv-
pome[n]. oJ ajriqm≥o;"
[40] a[peirov" ejstin kata;
to; au[xesqai: ouj d≥u≥vna-
tai ou\n ti" to; ejp j a[≥pei-
ron proi>o;n per≥ila-
bei'n. pw'" ou\n ei\pen ≥
[45] to;n ajriqmo;n pavn-
ta… tou'to ga;r h[dh pe-
rieilhfovt≥ o" ejsti;≥ n
to;n suvmpanta. toiou' ≥ -
[col. XXXVIII] to dh; dei' ejxakouvein,
o{ti o}" a]n h\/ ajriqmov",
ejkei'no" h[toi tetrav-
gwnov" ejstin h] pro-
[5] mhvkh". ejduvnato
me;n ou\n kai; eij" a[r-
tion kai; peritto;n
dielei'n kai; prw'-
ton kai; suvnqeton, ajl-
[10] la; ejcrhvsato tw/' t≥e≥-
tragwvnw/ kai; pro-
mhvkei i{na ejfar≥m≥ov-
sh/ toi'" megevqes≥i≥n.
to;n ou\n dunavmen≥ o ≥ n
[15] i[son ijsavki" givnes ≥ qai

ajriqmovn, tou't j e[stin
o{sti" uJpo; duvo i[swn
ajriqmw'n perievce-
tai oi|on oJ tevssera:
[20] ou|to" ga;r perievcetai
COLONNE XXXVII-XXXVIII 237

[147e5-7] «Abbiamo suddiviso in due l’insieme dei numeri: il


numero che si può ottenere dal prodotto di due fattori uguali
l’abbiamo rappresentato con la figura del quadrato, e l’abbiamo
chiamato “quadrato” ed “equilatero”».
Il numero è infinito nel suo aumento, e una cosa che procede
all’infinito non si può abbracciare. Come, dunque, ha potuto
dire «l’insieme dei numeri»? Infatti, uno che parla così ne ha
già abbracciato tutto l’insieme. [col. XXXVIII] Bisogna allora
intenderlo nel senso che ciò che è numero è o quadrato o ret-
tangolare. Avrebbe dunque potuto anche suddividerlo in pari e
dispari, e in primo e composto, ma ha impiegato il quadrato e il
rettangolo per adattarlo alle grandezze.
«Ebbene, il numero che può risultare dalla moltiplicazione
di due fattori uguali – cioè il numero delimitato da due numeri
uguali, ad esempio il quattro, che è delimitato da due numeri
238 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

uJpo; i[swn: di;" ga;r duvo


tevssera: to;n ou\n t[o]i≥-
ou'ton ajpeikavsante"≥
tw'/ schvmati tw'/
[25] tetragwvnw/ ajpo;
touvtou proseivpomen
kai; to;n ajriqmo;n
tetravgwnon kai;
ijsovpleuron: oujdei;"
[30] ga;r ajriqmo;" ou[te
pleura;" e[cei ou[te
gwniva", kaq j oJmoiov-
thta de; th;n tw'n
megeqw'n tetravgw-
[35] no", trivgwno", pro-
mhvkh", ijsovpleuro"
ojnomavzetai. to;n 147e9-148a4
toivnun metaxu; touv-
tou øtouØ, w|n kai; ta;
[40] triva kai; ta; pevnte
kai; pa'" oJ ajduvnato"
i[so" ijsavki" genev-
sqai ajll j h] pleivwn
ejlattonavki" h] ejlavt-
[45] twn pleonavki" giv-
netai, meivzwn de;
kai; øhJØ ejlavttwn ajei;
pleura; aujto;n peri-
[col. XXXIX] lambavnei, tw'/ pro≥mhv-
kei au\ schvmati ajp≥ei-
kavsante" promhvkh
ajriqmo;n ejk≥al≥evsa-
[5] men. ej[d]eivknumen
o{ti oiJ metaxu; ≥ tw'n
tetrag ≥ w
≥ ≥ n
v wn≥ iqmw'n
aj r
pr o mhk
≥ ≥ ≥ ≥ ≥ ei" eij s ivn. tou'-
to≥ ou\ n ≥ fhsiv n , o{ti oiJ
[10] m≥eta[x]u≥; touvtou,
t≥ou't≥ j [e[s]tin tou' eJno;"
COLONNE XXXVIII-XXXIX 239

uguali: due per due, infatti, fa quattro –, l’abbiamo rappresentato


con la figura quadrata e l’abbiamo perciò detto “quadrato”
ed “equilatero”»; nessun numero, infatti, ha lati o angoli, ma,
in rapporto alla somiglianza con le grandezze, è chiamato
“quadrato”, “triangolare”, “rettangolare”, “equilatero”.
[147e9-148a4] «Il numero intermedio fra questi – fra cui il tre, il
cinque e ogni numero che non può risultare dalla moltiplicazione
di due fattori uguali, ma che deriva dalla moltiplicazione di
un fattore maggiore per uno minore o di uno minore per uno
maggiore, e che è sempre circoscritto da un lato maggiore e da uno
minore – [col. XXXIX] l’abbiamo rappresentato con la figura del
rettangolo e l’abbiamo chiamato numero rettangolare».
«Mostravamo che i numeri intermedi fra quelli quadrati
sono rettangolari». Intende dunque dire che i numeri intermedi
240 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

k≥a≥i; tess≥avr≥wn (ou|to"


[de;] t≥etr≥av≥g[w]nov" ejstin
[p]l≥eura;n [e[]c≥wn rJh-
[15] [t]h;≥n th;n≥ [d]uvo), oiJ toiv-
nu ≥ n metax≥ u ≥ ;≥ tw'n te-
tr≥ ≥ a gwv n wn ajriqmw'n,
[oi|]ov"≥ ejstin oJ triva kai;
oJ≥ pevnte, ≥ promhv ≥ kei"
[20] e≥i≥js ivn: ajduvnatoi ga;r i[-
s≥o≥[i ij]savki" g≥e≥nevsqai.
[kai;] pavn[te]" oi≥J t≥ouvtoi"
[o{mo]io≥[i pr]o≥m≥hvkei": uJ-
[po;] ga; ≥ r ajn[iv ≥ ]swn≥ pleu-
[25] [rw']n pe≥ r ≥ ≥ vcon≥ tai:
i e
ajl ≥ ≥ l a; e{ k as t≥ o["] aujtw'n
g[iv]netai h]≥ ejlattonav-
k≥i≥" pleivwn wJ" oJ e{x
(d[i;]"≥ ga;≥r triva≥ e{x, ajlla; oJ di;"
[30] [ejlattonav]k≥i≥" ejstivn,
[meivz]w≥n≥ [de;] oJ triva) h]
pleonavk≥i"≥ ejlavttwn
wJ"≥ tri;" ta; duvo givnetai
oJ a[uj ≥ ]to; ≥ ["] oJ e{x. ajlla; nu'n
[35] [pl]eo ≥ na vk
≥ i": oJ≥ ga;r triva
[ejpi;] to ≥ duvo meivzwn
n
;
[ejp]i; ejlavttona. pa≥vn≥t≥w" ou\≥n to;n toiou'ton
a≥j[ei;] meivzwn kai; ejlavt-
t≥[wºn≥ p≥leura; perilam-
[40] b≥a≥vn≥e≥[i] d≥i≥a; to; ajnivsou"
ei\na[i] ta ≥ ;" periecouvsa"
pleur [ ]
≥ ≥ ". tou;" toiouvtou"
av
ou\n ajr ≥ iqmou;" tou;" ajei;
uJpo; meizovnwn kai;
[45] ejlas≥s≥ovnwn perie-
comevnou" pleurw'n
ajpeikavsante" toi'"
promhvkesi schvmasi
promhvkei" ajriqmou;"
[50] ejkalevsamen.
COLONNA XXXIX 241

fra questi, cioè l’uno e il quattro (quest’ultimo è un numero


quadrato con un lato razionale di due), i numeri intermedi
fra quelli quadrati, come il tre e il cinque, sono rettangolari;
infatti, non possono risultare dalla moltiplicazione di due
fattori uguali. E tutti i numeri simili a questi sono rettangolari;
essi sono infatti delimitati da lati diseguali; ma ciascuno di essi
risulta o dalla moltiplicazione di un fattore maggiore per uno
minore, come il sei (infatti, sei è tre per due, dove due è il
fattore minore e tre quello maggiore), o dalla moltiplicazione
di un fattore minore per uno maggiore, come lo stesso
numero sei, che è due per tre. In quest’ultimo caso, però, la
moltiplicazione è per il fattore maggiore, perché due per tre è
un fattore minore moltiplicato per uno maggiore. In tutti i casi,
dunque, questo tipo di numero è sempre circoscritto da un lato
maggiore e da uno minore, perché i lati che lo delimitano sono
diseguali. «Abbiamo dunque rappresentato i numeri di questo
tipo, quelli che sono sempre delimitati da un lato maggiore e
da uno minore, con le figure rettangolari, e li abbiamo chiamati
numeri rettangolari».
242 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[col. XL] o{sai me;n grammai; to;n 148a6-7


ijsovpleuron kai; ejpiv-
pedon ajriqmo;n te-
tragwnivzousin, mh'-
[5] ko" wJrivsmeqa.
hJ grammh; protevra
ejsti;n th'" pleura'".
hJ me;n ga;r grammh; ka-
q j auJthvn, hJ de; pleura;
[10] tw'n prov" ti: hJ ga;r
pleurav tinov" ejstin
pleurav. ajpo; tou' aj≥r≥ci-
kwtevrou toivnun wj-
novmasen. o{sai ou\n
[15] grammai; to;n ejx auj-
tw'n genovmenon aj-
riqmo;n ijsovpleuron
kai; ejpivpedon tetra-
gwnivzousin. duvna≥-
[20] tai ga;r ijsovpleuro≥"
me;n ei\nai, ouj mh;n≥ e≥j-
pivpedo", eij grammi-
kw'" lambavnoito. ≥ du ≥ v-≥
natai
≥ de; to; ij s ov p l [eu-]

[25] ron ei\nai kai; ejpivp ≥ e≥ -≥
don kai; oujdevpw te-
travgwnon wJ" ta; ej-
pivpeda ijsovpleura
trivgwna. o{tan dh; touv-
[30] toi" prosteqh'/ to; i[-
sa" e[cein tevssa≥ra"
gwniva" kai; tevssara"
pleura;" eJkavsthn ≥ eJ-
kavsth/, tovte dh; givne-
[35] tai tetravgwn≥ on. ≥ ej-
a;n de; kai; ejp≥h/'≥ ajriqmo;≥"≥
tai'" pleurai'" kai;
tw'/ ejmbadw/', gi≥vne-
tai rJhta;. kai; to; toiou'-
COLONNA XL 243

[col. XL] [148a6-7] «Tutte le linee che rendono quadrato un


numero equilatero e piano, le abbiamo definite “lunghezza”».
La linea è anteriore al lato. Infatti, la linea è per sé, mentre il
lato è relativo, perché il lato è lato di qualcosa. Egli li denominò
quindi a partire da ciò che è più originario.
«Tutte le linee che rendono quadrato un numero equilatero
e piano prodotto da esse…». Infatti, può essere equilatero
senza essere piano, se lo si considera in termini lineari. Ed è
possibile che ciò che è equilatero sia anche piano, e non sia
quadrato, come i triangoli piani equilateri. Quando a ciò si
aggiunga che essi hanno quattro angoli e quattro lati uguali fra
loro, allora diventa una quadrato. E se i lati e l’area hanno anche
244 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[40] ton tetravgwnon mh'-


ko" wJrisavmeqa.
o{sai de; to;n eJteromhv- 148a7-b2
kh, dunavmei", wJ" mhv-
kei me;n ouj
[40] summevtrou" ejkeivnai",
toi'" de; ejpipevdoi" a}
duvnantai. a[nw eij-
pw;n “ijsovpleuron kai;
ejpivpedon ajriqmo;n
[45] tetravgwnon” ejdhv-
lwsen o{ti ta; toiau'-
[col. XLI] ta t≥e≥travgwna kai; ta;"
pleu≥ra;" ka≥i≥; ta; e≥jpiv-
peda ≥ e[cei su ≥ vmme-
tra pro ≥ ≥ ≥ ≥ ≥ podiei'-
"
; t o ;
[5] on≥ te≥ t≥ rav ≥ gwnon. ejn-
qavde≥ mev≥ ntoi oujk ej-
mn[hvsq]h≥ t[o]u'≥ ijsopleuv-
rou, [aj]l≥lav fhsin: o{sai
de; g[r]a≥mmai; to;n eJ-
[10] ter≥[o]m≥hvkh wjnomav-
same≥n dunavmei".
ta; ga;[r] ≥ ajpo; tw'n toiouv-
twn
≥ t e
≥ ≥ ≥ ≥ gwna
t r av ≥ ta;
me;≥ n [ejpiv]pe≥ da ≥ e[ cei
[15] su ≥ m
v m [
≥ etr]a, ouj k evti de;
kai; ta;" [pl]eu ≥ rav ".
kai; per[i;] ta; sterea; a[llo 148b2
t≥o≥i≥ou'ton. uJpe;r tou'
mh; ejk≥t≥e≥[ivn]e≥in, øeijØ w{s-
[20] per ejp≥i; tw'n tetragwv-
[n]wn die≥ x≥ h/ ≥ vei o{ti ta;
[m]e;n aujt≥ w ≥ 'n≥ kat j a[m-
[f]w≥ su ≥ ≥ [
v m]m et
≥ rav
≥ ejsti≥ n≥
[t]w'/≥ p[o]d ≥ ≥ ≥ ≥ ]w/ tetra-
i e [iv
[25] [g]wvn≥ w/,≥ ta ≥ ;≥ de;≥ kata; to; ej-
p≥ivpe≥d≥on≥ movnon,
k≥ai; me≥t≥a≥ba[iv]nein ej-
COLONNE XL-XLI 245

un numero, divengono razionali. «E questo tipo di quadrato


l’abbiamo definito “lunghezza”».
[148a7-b2] «Tutte quelle che rendono quadrato un numero
rettangolare le abbiamo invece definite “potenze”, in quanto non
sono commensurabili alle precedenti per lunghezza, ma lo sono
con i piani che esse sono in grado di formare».
Prima, dicendo «un numero piano equilatero quadrato», ha
mostrato che i [col. XLI] quadrati di questo genere hanno sia
i lati che i piani commensurabili con il quadrato di un piede.
Qui, però, non ha menzionato l’“equilatero”, ma dice: «tutte le
linee che rendono quadrato un numero rettangolare le abbiamo
invece denominate “potenze”». I quadrati costruiti su linee di
questo tipo hanno i piani commensurabili, ma non anche i lati.
[148b2] «E per i solidi vale qualcosa del genere».
Per non dilungarsi – come quando sui quadrati spiegava che
alcuni di essi sono commensurabili con il quadrato di un piede
da entrambi i punti di vista, mentre altri lo sono soltanto rispet-
246 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

p≥i; to;n a≥jr≥iqmovn, dia;


tou
≥ ≥'to su≥n≥temw;n ei\-
[30] p≥e≥n: “ka≥[i;] peri; ta; ste-
[rea; a[llo] to ≥ iou'
≥ to”. oJ ga;r≥ ≥
[n]oh ≥ ≥ [
v s]a [
≥ " t]a; ejpi; tw'n
ejpipevdwn nohvsei
[k]ai≥ ;≥ ta; ejpi; tw'n ste-
[35] [r]e[w' ≥ ]n.≥ eJno;" ga;r dei',
[t]o≥u≥' p≥rosq≥ei'nai pleu-
[r]a;n mivan, kai; ta\lla
[o{]m≥oia e[stai lamba-
[n]ovmena ajna; lovgon.
[40] wJ[" ≥ t]oivnun tw'n te-
tr[ag]w
≥ vn≥ wn
≥ schmav-
tw n
≥ ≥ ≥ a} m e;
≥ ≥ h\n suvm-
n
me≥ t≥ r≥ ≥ a th' / podieiva/
dunav ≥ m ei kai; mhvkei
[45] kai; p≥l≥avtei, kai; tau'ta
mh≥vk≥h≥ wjnovmasan,
a} de; plavtei me;n ouj-
kevti de; k≥a≥i≥; t≥h/'≥ pleu-
ra/`, kai≥; tau≥'t≥a≥ dunav-
[50] mei" ejk ≥ av≥ lesan tw'/
koinw'/≥ proscrhsav ≥ -
[col. XLII] menoi ojnovmati, ou{tw"
kai; ejpi; tw'n sterew'n
h\lqon ejpi; ta; ku≥b≥i≥k≥a;
schvmata kai; ejtivqe-
[5] san kuvbon ou| aiJ trei'"
pleurai; eJkavsth po-
dov", kai; genovmenai ej-
p j ajllhvla" poiou's i e{na≥
stereo;n povda. kai; pro-≥
[10] airou'nte" kuvbon duvo
podw'n kai; a[llon tri-
w'n ei\ta tessavrwn, eu{-
riskon aujto; me;n to;
stereo;n pro;" to; stere-
[15] o;n suvmmetron (e[cei
COLONNE XLI-XLII 247

to al piano – e passare al numero, per questo, tagliando corto,


disse: «e per i solidi vale qualcosa del genere». Chi infatti ha
compreso ciò che vale per i piani, comprenderà anche ciò che
vale per i solidi. Infatti, c’è bisogno di una sola cosa, di aggiun-
gere un lato, e gli altri aspetti, che saranno simili, si coglieranno
per analogia. Come dunque, delle figure quadrate, alcune erano
commensurabili con la potenza di un piede in lunghezza e per
estensione, e queste le hanno denominate “lunghezze”, mentre
altre lo erano per estensione, ma non anche nel lato, e queste le
hanno chiamate “potenze”, impiegando il nome comune, [col.
XLII] così anche nei solidi essi giunsero alle figure cubiche, e
posero un cubo i cui tre lati sono ciascuno di un piede e, mol-
tiplicati fra loro, producono un piede solido. E, scegliendo un
cubo di due piedi, un altro di tre e poi uno di quattro, riscon-
trarono che il solido in sé è commensurabile con quel solido
248 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

ga;r lovgon o}n ajriqmo;"


pro;" ajriqmovn) ta;" de;
pleura;" ajsummevtro[u",]
a[llou" de; kuvbou", w|n
[20] ta; sterea; ai{ te pleu-
rai; suvmmetroi h\sa ≥ n≥
pro;" to;n podiai'o[n]

kuvbon, wJ" to;n ojktwv
(touvtou ga;r pleurai≥; eJ-
[25] kavsth duvo: di;" ga;r du≥vo
tevssera, di;" tevss≥e≥[ra oj-]
ktwv) kai; to;n ei[kos ≥ i≥ ≥ eJ-
ptav (tri;" ga;r triva ejnneva,
tri;" ejnneva ei[kosi eJptav).
[30] metevbhsan ou\n kai; ej-
pi; touvtwn ejpi; tou;" aj-
riqmouv", i{na perioriv-
swsi kaqolikw'/ tini,
kai; w{sper tou;" ejpipev-
[35] dou" tou;" ijsavki" i[sou"≥ ≥ aj-
peivkazon tw'/ tetra ≥ -
gwvnw/ schvmati kai≥ ;
wjnovmazon tetragw ≥ v-≥
nou", tou;" de; ajnisavki"
[40] ajnivsou" promhvkei",
ou{tw" kajnqavde tou;"
stereou;" tou;" ijsavk≥i"
i[sou" ijsavki" kuvbou",
tou;" de; ajnisavki" ajniv-
[45] sou" ijsavki" promhvkh
stereav. ejpei; de; tw'n
kuvbwn eijs ivn tine"
kai; kata; <ta;> sterea; kai;
kata; ta;" pleura;" suvm-
[50] metroi, touvtou" d j, ei[per
a[ra, mhvkh wjnovmazon,
tou;" de; kata; me;n ta;
sterea; summevtrou",
kata; de; ta;" pleura;"
COLONNA LXII 249

(infatti, ha un rapporto di un numero a un numero), mentre i


lati sono incommensurabili; e trovarono altri cubi, i cui solidi e
lati erano commensurabili con il cubo di un piede, come l’otto
(i suoi lati, infatti, sono ciascuno di due, perché due per due fa
quattro e due per quattro fa otto) e il ventisette (tre per tre, in-
fatti, fa nove e tre per nove fa ventisette). Anche nel caso di que-
sti, dunque, essi passarono ai numeri, per definirli con qualche
universale, e, come i numeri piani, che sono il prodotto di due
fattori uguali, essi li rappresentarono con la figura del quadra-
to, e denominarono “rettangolari” quelli risultanti dal prodotto
di due fattori diseguali, così anche qui denominarono “cubi” i
numeri solidi risultanti dal prodotto di tre fattori uguali, e “so-
lidi rettangolari”28, invece, quelli risultanti dal prodotto di tre
fattori diseguali. Ma, siccome alcuni cubi sono commensurabili
sia rispetto ai solidi, sia rispetto ai lati, questi invece, se mai, li
denominarono “lunghezze”, mentre quelli commensurabili ri-
spetto ai solidi, ma incommensurabili [col. XLIII] rispetto ai
250 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[col. XLIII] ajsummevtrou≥", touvtou"


de; kata; to; o{moion≥ toi'"
provs ≥ qen du ≥ n≥ a≥ vm≥ ei"
stere≥ av ≥ " . wJ [ "] d j ejpi; tw'n
[5] ejpi≥ p e d
v
≥ ≥ ≥ ≥ ≥ ≥ w n aj r iqmw' n
h\[sa]n ajduvnatoiv ti- ≥
ne≥"≥ [i[]s≥oi ijs≥avki" givne-
sqa[i, aj]l≥l j h] p≥leivwn
ejla[t]t≥ona≥vk≥i" h] ejla≥vt-
[10] tw[n] pleonavki" h\n
ajri[q]mov", ou{tw" kai;
ej[pi;] tw' ≥ n sterew'n
oiJ m[e;≥ ] ou\n≥ ajn≥ isav
n ≥ ki"
a[n[isoi] ajnisavki" ≥ sfh-
[15] niv≥ s[koi ka]lou'ntai
(ou|to≥[i ga;r p]avsa" ta;"
pl≥[eura;"] e[cousin ajniv-
sou"≥), oiJ [dev eij]sin ijsavki"
i[soi≥ a≥jn≥i≥savki". tw'n dh;
[20] [ijs]av[k]i"≥ i≥[s≥wn ajnisavki"
[o]iJ≥ me≥ ;n≥ ≥ ej[la]ssonav ≥ ki"
plinqiv ≥ d e" kalou' n tai,
wJ" tri;"≥ ≥ t[r]iva ejnneva,
di;≥ " ejnn[ev]a≥ devka ojktwv:
[25] [ej]la ≥ vt≥ [tw]n≥ g[a;]r hJ tou' u{-
[y]o≥u≥[" pl]e[ur]a; tw'n loi-
p≥w'n: [oiJ] d[e;] pleonavki"
dok≥[iv]d≥e≥", wJ"≥ di;" duvo
tevs≥s≥[ar]a, t[ri;]" tevssara
[30] dwvdeka. ≥
[col. XLIV] wJ" de; ejn toi'" tetra- ≥
gwvnoi" oJ eJkkaiv≥ deka
ajriqmo;" h\n oJ auj ≥ to;"≥
th'" te perimevt≥ ro ≥ u ≥ ,≥ ou|

[5] pleura; tevssera, kai;
tou' ejmbadou', kai; mev-
so" e≥jdeivknuto th'" te
uJperbolh'" kai; th'"
ejlleivyew" th ≥ '"≥ pro;"
COLONNE XLIII-XLIV 251

lati, questi, per affinità con i precedenti, li denominarono “po-


tenze solide”. Come nel caso dei numeri piani alcuni non pote-
vano risultare dal prodotto di due fattori uguali, ma il numero
era o un fattore maggiore per uno minore, o uno minore per
uno maggiore, così vale anche nel caso dei solidi. Quelli dunque
che risultano dal prodotto di tre fattori diseguali sono chiamati
“cunei” (questi, infatti, hanno tutti i lati diseguali), mentre altri
risultano dal prodotto di due fattori uguali per uno diseguale.
Fra quelli invece che risultano dal prodotto di due fattori ugua-
li per uno diseguale, quelli in cui il fattore diseguale è minore
sono chiamati “mattoncini” – ad esempio, tre per tre fa nove, e
due per nove fa diciotto –; il lato dell’altezza, infatti, è minore
degli altri; quelli in cui, invece, il fattore diseguale è maggiore
sono chiamati “aste” – ad esempio, due per due fa quattro, tre
per quattro fa dodici.

[col. XLIV] Come nei quadrati il numero sedici era lo stesso


sia del perimetro, con il lato di quattro, sia dell’area, e si era
dimostrato essere intermedio tra i casi in cui i lati e i perimetri
sono reciprocamente maggiori e minori gli uni degli altri, così
252 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[10] a[llhla tw'n te≥ pleu-


rw'n tw'n te≥ perimev-
trwn, ou{tw" kai; o≥J e}x
kubisqei;" poiei≥' to;n
diakovs ia devka e}x ijsav-
[15] zonta to;n ajriq ≥ m
≥ o ≥ n;≥
tou' [s]te≥ reou' tw'/ ajri-
qmw'/ th'" perimevtrou.
oiJ d[e;] ejnto;" kai; ejpev-
keina h] uJperbavllou-
[20] si h] ejlleivpousi.
kai; ejpi; tw'n ste[r]e-
w'n toivnun o{sai m≥[e;n]
grammai; kubiko;n
ajriqmo;n eij" kub[i-]
[25] ko;n sch'ma ajnavg[ou-]
si, tou;" me;n tou ≥ v[≥ twn]
kuvbou" mhvkh wjn≥ o ≥ v-≥
mazon, ejpei; ka≥i; ka-
ta; mhvkh eijs i;n s≥uvmme-
[30] troi, h] a[llo ti ajna; lov-
gon: o{sai de; mh; kubi-
ko;n ajriqmo;n ajnavgou-
sin eij" sch'ma kubi-
ko;n dunavmei" wjnov-
[35] mazon h] a[ll ≥ o
≥ ti ajna;
lovgon dia; t≥o; ajsummev-
trou" me;n ei\nai toi'"
mhvkesi, toi'" de; ajp j au≥j-
tw'n genomevnoi"
[40] summevtrou".
a[ristav g j ajnqrwvpwn 148b3
w\ pai'de".
dia; tou' prosteqei-
kevnai to; “a[rista
[45] g j ajnqrwvpwn” dh≥loi'
o{ti sfovdra ajrevske-
tai: e[q≥hken de; au≥jta;
kai; ejph/vnesen didav-
COLONNA XLIV 253

anche il sei, elevato al cubo, dà duecentosedici, che rende il


numero del solido uguale al numero del perimetro. Quelli al di
sotto o al di sopra, invece, sono o maggiori, o minori.
Perciò, anche nel caso dei solidi, di tutte le linee che traducono
il numero cubico in figura cubica, denominarono i cubi “lunghez-
ze”, perché sono commensurabili anche rispetto alle lunghezze, o
qualcos’altro di analogo; di tutte quelle che, invece, non traduco-
no il numero cubico in figura cubica, li denominarono “potenze”,
o qualcos’altro di analogo, perché sono incommensurabili nelle
lunghezze, ma commensurabili nei cubi costruiti su di esse.
[148b3] «Ottimo, fanciulli».
Aggiungendo «ottimo», mostra la sua piena soddisfazione;
ha esposto e lodato queste cose per insegnare come va fatta una
254 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

skwn pw'" zhthtev-


[50] on. prw'≥ton me;n ou\n
ajpo; tw'n ajsafes≥t≥ev-
rwn≥ e≥jp≥i≥; ta; safe≥vs≥te-
ra de≥i≥' m≥etabaivnein,
[col. XLV] wJ" ajpo; tw'n≥ megeqw'n
metevbhsan ejp ≥ i; tou;"
ajriqmouv":≥ de[uv ≥ t]eron
d j ejpi; ta; ka ≥ [q]olikwv
≥ te-
[5] ra: e≥jp≥i≥s≥[t]h≥m≥onikwv-
ter[o]n ga;r tw'n kaq j e{-
kas[t]on to; pa's i toi'"
oJmo≥[ivoi]" e≥jf[a]r≥m≥ovzon,
wJ" [uJ]p≥o≥; eJ≥no≥;" me;n o{-
[10] rou≥ periev ≥ cetai ta;
te[t]rav ≥ g wna ta; mhv-
k[h, uJ]po; de; eJno;" ta;
te[tr]avgwna≥ aiJ≥ dunav-
mei≥ [":] ≥ triv≥ ton≥ de; euj-
[15] c≥rh[stovt]e≥r≥on givne-
tai t≥[o; lhf]q≥evn, eja;n
ka[i; a[lloi"] oJ≥moeidev-
si hJ aj[gwg]h; e≥jfarmov-
≥ ,≥ [kaqav]per
zh/ ≥ kai; ejnqav-
[20] de≥ ≥ t[h' ≥ / auj ] t h'
≥ / ejcrhvsan-
[t]o≥ ejfov ≥ ≥ th'/ tw'n
dw/
[aj]riqmw' ≥ n ejpi; tw'n
[ej]pipevdw ≥ n≥ megeqw'n
[k]ai≥; t≥[w'n s]t≥e≥rew'n.
[25] w≥J[" ou\n e[qo]"≥ h\n toi'"
p≥ala≥[ioi'"] d≥i≥davskein,
kai; e≥[i[ p]w≥["] oiJ newvte-
roi ≥ [to; a]ujt≥ o;≥ tou'to, ou{-
tw" m[e]tav ≥ baine ≥ ejpi;
[30] to; kaqo ≥ ≥ ≥ l ikwv t eron
qewv ≥ rhm ≥ a≥ diatei'non
ejp≥ ≥ i; pav n t≥ a≥ ta; o{moia,
[ma'llon eu[]c≥rhs≥ton
[o[n. ejrrev]t≥wsan ou\n
COLONNE XLIV-XLV 255

ricerca. In primo luogo, dunque, bisogna passare dalle cose


meno chiare a quelle più chiare, [col. XLV] come essi sono pas-
sati dalle grandezze ai numeri; in secondo luogo, bisogna pas-
sare alle cose più universali; ciò che si adatta a tutti i casi affini,
infatti, è più scientifico dei casi particolari, perché le lunghezze
quadrate sono delimitate da un’unica definizione, e da un’unica
lo sono le potenze quadrate; in terzo luogo, l’assunto diviene
più utile se il procedimento si adatta anche ad casi dello stes-
so genere, proprio come anche qui hanno impiegato lo stesso
metodo dei numeri per le grandezze piane e per quelle solide.
Come dunque gli antichi erano abituati a insegnare (anche se
personaggi più recenti hanno in qualche modo avuto la stessa
consuetudine), egli passa al teorema più universale che copre
tutti i casi affini, che è più utile. Vadano dunque alla malora
256 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[35] o≥iJ≥ uj≥p≥o≥; ajg≥noiva" palai-


[a'" aj]g≥wgh'" ajpeiroka-
[livan] h] filot≥imivan
[h] a[]l≥l≥o ti toiou'to pros-
[avp]t≥ont[e]"≥ t≥w'/ Plav-
[40] [tw]ni. ≥ Kai; ≥ mhvn, w\ 148b5-7
[Swv]krate ≥ ",
≥ o{ ge ejrw-
[ta/'"] peri; ≥ ejpisthv
≥ mh"
[oujk a]]n≥ du ≥ naiv mhn aj-
[po]k≥r[iv]nasqai w{sper
[45] [per]i;≥ [to]u' mhvkou" te
k≥[ai;] t≥h'≥" dunavmew".
wJ"≥ eJ≥ni; me;n ei[dei
pe[r]ila≥bovnte" ta;
o{moia tetravgwna
[50] mhvkh ejkalevsamen
a[llw/ de; dunavmei",
ou{tw" ouj duvnamai
peri; ejp ≥ isthv
≥ mh"
[col. XLVI] cwrivsa" aujth≥;n tw'n
a[llwn ajpokr≥ivn[a-]
sqai peri; au≥jt≥h≥'".
ajlla; th;n ejpisthvmhn, 148c6-7
[5] w{sper nundh; ejgw;
e[legon, smikrovn ti
oi[ei ei\nai ejxeurei'n
kai; ouj tw'n pavnth/
a[krwn… ejn toi'" provs-
[10] qen, hJnivka prouka-
lei'to aujtou;" eij"
koinologivan, e[fa-
sken o{ti kai; aujto;"
peira'tai manqav-
[15] nein kai; pro; ≥ " me;n
ta\lla pra ≥ vw≥ " e[cei,
e}n de; mikro;n ajpo-
rei' peri; ejpisthvmh"
o{ti povt j ejstivn tou'[t]o≥
[20] toivnun ejpanorq≥[ou'-]
COLONNE XLV-XLVI 257

coloro che, per ignoranza del procedimento antico, rivolgono


a Platone accuse di grossolanità, di ambizione o altre calunnie
del genere.
[148b5-7] «E tuttavia, Socrate, alla tua domanda sulla scienza
non saprei rispondere come a quella sulla lunghezza e sulla po-
tenza».
«Come abbiamo abbracciato in un’unica specie i quadrati
simili e li abbiamo chiamati “lunghezze”, e quelli che abbiamo
abbracciato in un’altra specie li abbiamo chiamati “potenze”,
così, a proposito della scienza, non posso [col. XLVI] separarla
da altre cose e dare una risposta in merito».

[La scienza, le nozioni naturali e la reminiscenza]

[148c6-7] «Ma scoprire che cos’è la scienza, come dicevo poco fa,
credi che sia una cosa dappoco e non fra le questioni più impor-
tanti?»
In precedenza, quando li esortava a discutere, diceva di
provare anche lui ad apprendere, di essere tranquillo sulle al-
tre questioni, ma di avere un piccolo dubbio a proposito della
scienza, cioè che cosa mai essa fosse. In questo, dunque, egli
258 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

tai, o{ti oujk e[stin≥


mikro;n euJrei'n,
ajlla; tw'n a[krw≥[n o{-]
ti de; oujk e[stin to≥; [tu-]
[25] covn, dh'lon ejk t≥ou'
dei'n dialabei'n pe-
riv te oujs iva" aujth'", kai;
eij diafevrei tevcnh"
kai; eij ejggivnetai kai;
[30] toi'" mh; spoudaiv-
oi" kai; peri; th'" uJp≥o≥-
beblhmevnh≥" au≥j-
th'/ u≥{lh" t≥iv ejstin.
peirw' mi≥m≥ouvme- 148d4-7
[35] no" th;n peri; ≥ tw'n
dunavmewn ajpovkri-
sin, w{sper tauv ≥ ta"≥
polla;" ou[sa"≥ eJni;≥ ei[≥ -
dei perievlabe", ou{-
[40] tw" kai; ta;" polla;"
ejpisthvma" eJni; lo≥v-
gw/ proseipei'n.
aiJ ga;r fusikai; e[nnoi-
ai devontai diarqrwv-
[45] sew", pro; de; touvtou
ejpibavllousi me;n
toi'" pravgmasi tw'/
e[cein aujtw'n i[cnh,
ouj mh;n tranw'". dia;
[col. XLVII] t≥o≥u≥'to≥ o≥u[te o≥J Qe≥a≥ivth-
t≥o"≥ iJ≥k≥a≥nw'≥["] e≥[i\]c≥en
l≥evge≥i≥n≥ per≥i≥; ejp≥i≥sthv-
mh ≥ ["
≥ o]u[t≥ e≥ a[l ≥ l≥ o ≥ u≥ ≥ ou{-
[5] tw~
≥ ≥ [aj ]k ou'
≥ s ai [rJ ]av/di-
on h\[n], wJ" diek ≥ ≥ eleuv -
eto S[w]kr[av ≥ t ]h "
≥ ≥ . ouj 148e5-7
me;n≥ dh;≥ au ≥ \≥ ou ≥ jd≥ e≥ ;≥ ajpal-

l≥agh≥'nai tou' mevlein.
[10] wj[div]ne≥i" gavr, w\ fiv-
COLONNE XLVI-XLVII 259

introduce una correzione, cioè che non è una cosa dappoco sco-
prirla, ma è una delle questioni più importanti. Che non si tratti
di una questione ordinaria è chiaro dall’esigenza di distinguere
sia sulla sua essenza, sia se differisca dall’arte e se insorga anche
nei non virtuosi, e che cosa sia la materia che le soggiace.
[148d4-7] «Cerca di imitare la risposta sulle potenze: come hai
abbracciato in un’unica specie queste, che sono molte, così cerca
di esprimere anche le molte scienze con un’unica definizione».
Le nozioni naturali (physikai ennoiai), infatti, richiedono
un’articolazione; prima di ciò, afferrano le cose perché ne han-
no delle tracce, ma non in modo chiaro29. [col. XLVII] Perciò
né Teeteto era riuscito a dare una spiegazione adeguata della
scienza, né era facile sentirsela dire da qualcun’altro, così come
Socrate lo esortava a fare.
[148e5-7] «Né, del resto, so rinunciare ad occuparmene. – Perché
260 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

le [Qe]aivthte≥, d≥[i]a; to;


mh; [k]enov", ajll j ejgkuv-
m≥wn≥ e[i\]n≥a≥i. ka≥ivtoi
mh; ej[≥ pit]ug≥ cavn≥ w ≥v n
[15] oJ≥ Q[eaivthto]"≥ oujk ≥ ajfiv-
[s]tato ≥ ≥ [tou' ] s k
≥ ≥ ei'
op ≥ n
pe≥ r i
≥ ≥≥ ; [th' " ] ej p i s
≥≥ ≥≥ t h -
v
[m]h", ≥ [tiv] pov ≥ t≥ j ejs ≥ t≥ iv≥ n.
[h\]n≥ g≥a;≥r≥ p≥l≥h≥vr≥h≥"≥ wJ"
[20] [w]]n e[uj]f≥uh;" tw≥'n koi-
[n]w'n ejn≥n≥oiw'n, ka≥i≥;
[ouj]k e≥i\[cen auj]ta;~ s≥fo≥v-
[dra ejpikek]alummev ≥ -
[n]a". ≥ a\ [ ra ka]i ; ≥ ≥ ejpi-
o t
{ i 149a4
[25] [t]hdeu w
v
≥ ≥ ≥ ≥ t h; n auj t h;n
[tevv]c[n]hn≥ ≥ ajkhv ≥ k oa"…
a\r j ou\n h/sqou [≥ o{ti kai;
auj≥t≥o;" th;≥n≥ aujth;n tev-
cn≥hn e[c≥w th'/ mh-
[30] [triv, o{ti ma]ieuvom≥ai…
[ejx ejkeivn]h" e[l≥e≥g≥e≥n≥
e≥Ja≥[uto;]n≥ maieut≥i≥k≥ovn,
o{[≥ ti hJ] didaska[l]iva≥ auj ≥ -
t[ou'
≥ t]oiauv t hø~ Ø
≥ h\ n .
[35] [a[ll]w"≥ m[e;]n ga;r ajpe-
[faivn]eto≥ [k]ai;≥ ei\≥ cen ≥
[dovg]m≥ata, e≥jn d≥e; tw'/
[didav]skein a≥u≥jtou;"
[par]e≥ske≥uva≥zen
[40] [tou;"] m≥a≥n≥qavnonta"
[levgei]n per≥i; tw'n
p[rag]m
≥ a
≥ vt≥ wn, ajna-
ptuv ≥ [ s]swn aujtw'n
ta;" fusi≥ k ≥ " ejnnoiv-
a;
[45] a" kai; diarqr ≥ w'≥ n. kai;
tou'to ajkovl≥o≥[u]qon
tw'/ dovgm≥a≥t≥i≥ t≥w'/ ta;"
legom≥evna≥" m≥aqhvsei"
[col. XLVIII] ajnamnhvsei" e[i\]n≥a≥[i] k≥[ai;]
COLONNE XLVII-XLVIII 261

hai le doglie, caro Teeteto, in quanto non sei vuoto, ma gravido».


Per quanto non vi pervenisse, Teeteto non smetteva di inda-
gare sulla scienza, su che cosa mai essa fosse. Infatti, essendo
per natura ben dotato, era pieno di nozioni comuni (koinai en-
noiai) e non le aveva nascoste del tutto.
[149a4] «E hai sentito dire che io pratico la stessa arte?».
«Hai dunque compreso che anch’io possiedo la stessa arte
di mia madre, cioè l’ostetricia?». A partire da quell’arte, egli
si diceva ostetrico perché il suo insegnamento era di questo
genere. Con altre modalità, infatti, esprimeva il suo punto
di vista e aveva dottrine, ma nell’insegnamento faceva sì che
fossero i discepoli stessi a parlare delle cose, facendo spiegare
e articolare le loro nozioni naturali. E questo consegue alla
dottrina secondo cui i cosiddetti apprendimenti (mathêseis)
[col. XLVIII] sono reminiscenze (anamnêseis) e ogni anima
262 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

pa'san ajnqrwvpou
yuch;n teqea'sqai ta;
o[nta kai; dei'n aujth'/
[5] oujk ejnqevsew" maqh-
mavtwn ajlla; ajna-
mnhvsew". peri; de;
touvtou tou' dovgmato"
rJhqhvsetai ejn toi'" eij"
[10] ta; Peri; yuch'" uJpo-
mnhvmasi.
mh; mevntoi mou kateiv- 149a8-9
ph/" pro;" tou;" a[ll≥o≥u".
tou'to de; i{na mh; o[iJ
≥ ] me≥ ;n≥ ≥
[15] katafronhvswsi≥ ≥ wJ"≥
oujdeno;" ajxivou, oiJ d[e;]
pavnu qaumavswsin
kai; mh; prosivwsi≥ d≥[e-]
diovte" ejlevgc≥esq≥a≥i.
[20] oiJ de; a{te oujk eijdovte" 149a8-9
tou'to me;n ouj levgo≥u≥s[i]
periv mou, o{ti de; ajto≥-
pwvtatov" eijmi kai; po ≥ i≥ w'≥
tou;" ajnqrwvpou" aj-
[25] porei'n. oiJ de; ajgno-
ou'nte" o{ti maieuti-
kov" eijmiv fasivn me ei\-
nai ajtopwvtaton pa-
raskeuavzonta tou;"
[30] a[llou" ajporei'n. pav-
scousi de; tou'to oiJ pros ≥ -
iovnte" dia; to; ajnagkav-
zesqai aujtoi; levgein
peri; tw'n ijdivwn ejn-
[35] noiw'n. oujdemiva auj- 149b5-6
tw'n e[ti aujth; kui>sko-
mevnh te kai; tivktousa
a[lla" maieuvetai.
aiJ mai'ai, mevcri duvnan-
[40] tai kui?skesqai kai; tiv-
COLONNA XLVIII 263

umana ha contemplato i veri enti e non ha bisogno di un’immis-


sione di apprendimenti, ma di reminiscenza. Di questa dottrina
si parlerà nel commentario all’opera Sull’anima.
[149a6-7] «Tu, però, non andare a parlare di me agli altri».
Questo per evitare che alcuni lo disprezzino come uno che
non vale nulla, mentre altri ne restino impressionati e non gli si
avvicinino nel timore di essere confutati.
[149a8-9] «Quelli, non sapendolo, non dicono di me questo,
bensì che sono un tipo molto strano e che sollevo aporie fra gli
uomini».
«Ma quelli, ignorando che sono un ostetrico, dicono che
sono un tipo molto strano perché sollevo aporie nelle altre
persone». Subiscono questo coloro che gli si avvicinano perché
costretti a parlare loro delle proprie nozioni.
[149b5-6] «Nessuna di loro, del resto, finché è gravida e non
abbia partorito, fa da levatrice alle altre».
«Le levatrici, fino a quando riescono a rimanere incinte
264 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

ktein, ouj maieuvontai,


ajll j o{tan parallavxw-
si to;n toiou'ton crov-
non.
[45] o{ti a[loco" ou\sa th;n 149b9-10
loceivan ei[lhcen.
kata; me;n th'" gameth'"
to; a[loco" ajnti; to ≥ u' oJ-
[col. XLIX] movloco" ≥ h} koi n
≥ ≥ n≥ ou'
w ≥ -
sa to≥u' levcou≥": to; g≥a;r a–
ajnti≥; tou' oJm≥ou', wJ"≥ kai;
ajkovl≥o≥u≥q≥o"≥. ejpi; de; th'"
[5] ΔArte≥vmido" to; [a[]loco"
ajnti≥; tou' ejs≥t≥e≥r≥h≥mevnh
lo≥ vc ≥ o[u: to;] ga;r a– ejnqavde
sterh
≥ t≥ iko;
≥ n, w{sper
kai; ej[≥ pi;] th ≥ '"≥ ajgavmou. ≥
[10] ste[rivf]ai" ≥ me;n ou ≥ \n≥ ≥ a[ra 149b10-c2
oujk e[d≥ wke ≥ maie[uv]es-
[qa]i≥, o{ti h≥J ajn≥qrwp≥[iv]nh
[fuvs i]" aj[sqen]e≥stevra h]
[la]b≥e≥[i']n≥ [tevcn]hn w|n
[15] [a]n h/\ a[peiro]"≥.
[sterivfa]i" kai; steiv-
[rai" oujk e[d]wke ≥ maieuv-
[esqai dia; to;] mh; ≥ keku-
[hkevnai] mh ≥ ≥ d e; tekei' n:
[20] [oJ ga;r a[nq]rwp ≥ ≥ ≥ o " ouj duv-
[natai kthv]s≥[a]sqai ejn
[touvtoi~ tevc]nhn ejn oi|"
[. . . . . . . . ouj] proh-
[gei']t≥ai p≥[rovpe]i≥r≥a tev-
[25] cn≥ h ≥ ".
o[uj
≥ k]ou'[≥ n k]ai; to ≥ vd≥ e eij- 149c5-6
kov" te ka[i;] ajnagkai'on,
ta;"≥ ≥ kuouv[sa]" kai; mh;
g[i]gn≥ wvsk[e]sq≥ a ≥ i ma'l-
[30] l≥[on uJ]p≥o≥; t≥w≥'n maiw'n…
e≥[ijs iv tine"] a≥i} mh; kuou'-
COLONNE XLVIII-XLIX 265

e a partorire, non fanno le levatrici, ma solo quando hanno


oltrepassato quel periodo di tempo».
[149b9-10] «[…] perché, non essendo sposata (“alochos”), ha
ricevuto il compito di proteggere il parto (“locheia”)».
In riferimento a una donna sposata, alochos significa [col.
XLIX] homolochos o “compagna di letto”: l’D-, infatti, sta per
“insieme”, come in akolouthos (“conseguente”). Nel caso di
Artemide, però, alochos sta per “priva di letto”; in questo caso,
infatti, l’D- è privativo, come in agamos (“non sposata”).
[149b10-c2] «Alle donne sterili, dunque, ella non ha concesso
di fare da levatrici, perché la natura umana è troppo debole per
apprendere un’arte su cose di cui non ha esperienza».
«Alle donne sterili e infeconde non ha concesso di fare da
levatrici perché esse non hanno né concepito, né partorito;
l’uomo, infatti, non può acquisire un’arte nelle cose in cui l’arte
non sia preceduta da un’esperienza preventiva».
[149c5-6] «Non è dunque naturale e necessario anche questo, che
siano soprattutto le levatrici a riconoscere se una donna è gravida
oppure no?».
Ci sono alcune donne che non sono gravide, ma che assomi-
266 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

si, aj≥[ll j ejoiv]k≥a≥si tai'"≥ ejg-


kuvm≥o≥s≥i, wJ" o{sai uJpo-
b[avlle]s≥qai boulovme-
[35] n[ai ejsq]ivo ≥ usi kai; ≥ piv-
[nousi] ta ≥ ≥ ; di[oi]d ou'
≥ nta
[ta;" g]aste ≥ ≥ ≥ ≥ r
v a ". ta; " ou\n
[kuouvs]a" kai;≥ ≥ mh; dia-
[ginwvs]kousi ≥ aiJ mai'ai.
[40] [kai; m]h;≥n kai; didou'saiv 149c9-d2
g[e far]m≥a≥vkia aiJ mai'ai
[kai; ejpav/]dousai giv-
no≥n≥t≥[a]i e≥jgeivrein te
ta;" wjdi'≥ na" kai; mal-
[45] qakwt≥ ev≥ ra", ≥ eja;n bouv-
lwntai, ≥ poiei' n.
o{tan me;n ejpispeuv-
dwsi ta;" wjdi'na",
ejgeivrousi d≥idou'sai
[50] farmavkia t≥a; sunta-
cuvnonta. [o{]t≥[a]n de;
[col. L] parhgorw's i tou≥;"≥ [p]o≥v-
nou", pauvousi ta≥;[" wj-]
di'na" <bradivona~> provter[on.]
kai; eja;n nevon o]n≥ [dov-] 149d3
[5] xh/ ajmblivskein,≥ ajm ≥ -≥
blivskousin…
to; nevon ajnti; tou≥' m≥[h;]
tevleion. to; toiou≥'t[o]
ou\n eja;n dokh'/ ejk≥[ti-]
[10] trwvskein, paras≥[keu-]
avzousi tou'to.
o{ti kai; promnhvstri≥ -≥ 149d5-8
aiv eijs in deinovtatai
wJ" pavssofoi ou\sa ≥ i≥
[15] peri; tou' gnw'nai≥ poiv-
an crh; poivw/ ajndr≥[i;]
sunou'san wJ" ajrivs≥[tou"]
pai'da" ti≥vk≥tein.
wJ" prosh'kon [t]a≥i≥'["]
COLONNE XLIX-L 267

gliano a donne gravide, come quelle che, volendo farsi credere


tali, mangiano e bevono cose che gonfiano il ventre. Le levatrici,
dunque, sanno riconoscere quelle che sono gravide e quelle che
non lo sono.
[149c9-d2] «E inoltre, somministrando farmaci e facendo
incantesimi, le levatrici sanno stimolare le doglie e, se vogliono,
sanno alleviarle».
Quando affrettano le doglie, le stimolano somministrando
farmaci induttori. Quando invece [col. L] alleviano i dolori,
prima rallentano le doglie.
[149d3] «E se fossero dell’idea di far abortire un feto immaturo,
lo fanno abortire?».
“Immaturo” sta per “non compiuto”. Perciò, se sono dell’i-
dea di far abortire un feto di questo tipo, lo fanno.
[149d5-8] «[…] sono anche abilissime mediatrici di nozze,
perché sanno tutto su come riconoscere quale donna debba unirsi
a quale uomo per generare i figli migliori».
Essendo compito delle levatrici quello di organizzare matri-
268 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[20] maivai" e[rgon to≥; p≥r≥[o-]


mna'sqai kat j ajllh≥v-
lou" kai; sunarmovz[ein]
fhsi;n o{ti deinovtat[≥ aiv]
eijs in sunora'n p[o-]
[25] taph;n dei' potapw/'
sunoikou'san ajriv-
stou" pai'da" tivktei[n.]
paradhloi' o{ti oiJ ga≥v-
moi paidopoii?a" c[av-]
[30] rin oiJ kata; fuvs in≥, k≥ai;
touvtwn de; krei≥vt≥t≥ou"
oiJ cavrin tou'≥ ajrivsto ≥ u≥ ["]
genna'n. eij" gunai'≥ ka 149e6-7
dev, w\ fivle, a[llhn≥ me;n
[35] oi[ei tou' toiouvtou, a[l-
lhn de; sugkomid≥ h' ≥ "≥ …≥
th'" aujth'" ajpevfh-
nen tevcnh", th'" ge-
wrgikh'", to; eijdevnai
[40] tou;" karpou;" sullev-
gein kai; ejpivstasqai,
poiva/ gh'/ aJrmovzei
poi'a spev≥ rmata. ka-
ta; taujta; toivnun hJ auj-
[45] th; e[stai tevcnh hJ
skeyomevnh peri; t≥w'n
eij" gunai'ka spermav-
twn poi' j aJrmovttei
kai; peri; th'" t≥ouvtwn
[col. LI] maie≥uvsew". au{t≥h ga;r≥
ajnaloge[i'] th'/ su ≥ g≥ ko ≥ -
midh'/, ouj[k] e[stin≥ de≥ ;
o{moion: o[uj] ga; ≥ r yi[l]w' ≥ "
[5] u{lh" lovgo ≥ ≥ [n] ej p ev [ c]ei
hJ g[un]h; [o]u≥jde; o≥J ajnh;r
tou' spev[r]m≥ato", ajl-
la; eJ≥kavt≥[er]o≥" aujtw'n
e≥[m≥yuc≥[ov"] e≥js≥t≥in, w≥{[s-]
COLONNE L-LI 269

moni e di favorire unioni armoniose, egli afferma che esse sono


abilissime nel capire quale donna debba accasarsi con quale
uomo, così da generare i figli migliori. Accenna inoltre al fatto
che i matrimoni secondo natura sono funzionali alla procrea-
zione e che ancor migliori di questi sono i matrimoni funzionali
alla procreazione dei figli migliori.
[149e6-7] «Per una donna, amico, pensi che altra sia l’arte di
questo (sc. del seminare), altra quella del raccogliere?».
Egli ha messo in luce che è compito della stessa arte, l’a-
gricoltura, saper raccogliere i frutti e conoscere quali semi si
adattino a quale terra. In rapporto a ciò, è la stessa l’arte che
ricerca quali semi si adattino a una donna e quella che si pre-
occupa [col. LI] di farli partorire. Quest’arte, infatti, è analoga
alla raccolta dei frutti, ma non è uguale: la donna, infatti, non
corrisponde semplicemente alla materia, né l’uomo al seme, ma
270 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[10] te≥ [po]l≥l≥o[u' lov]g≥ou ejsti;n


≥ ;≥ [aJr]m≥ovz[ein] t≥ou;"
to
k[. . .].[.].[. . . .]o≥u th'"
m[. . .].[. . . . . . . .]mha
r[. . . . . . . . .]a" e[le-
[15] ge≥ [.≥ . . . . . . . .]nm ≥ a"

t[.
≥ . . . . . .]a.[.]. .[. .]
y[. . . . . . ouj] ga;r pro ≥ v[≥ s-] 150a9-b3
es≥[ti gunaixi;n] e≥j[niv]o-
t≥[e me;n ei[dw]l≥a≥ [tiv-]
[20] k≥[tein, e[sti d j o{t]e≥
ajl≥h≥[qi]nav, [tou'to] de;
mh; [rJ]av/d≥ i[o]n≥ ≥ [e]i\nai
di[ag]n
≥ w'
≥ ≥n [a]i .≥ eij ga;r
prosh' ≥ n , me g
v ≥ istov n≥
[25] te k[a]i; kavllis ≥ ≥ ton e[r-
gon [a]]n≥ h\n≥ ≥ ta ≥ ≥≥ ≥ ≥-
i "
' ma iv
ai" [to; krivne]i≥n taj-
lhq≥[ev" te] k≥ªai;º mhv. aiJ
gunai'k≥[e]"≥ oJte; me;n
[30] ei[dw[la tiv]ktousin,
o{ta[n tevra]t≥a tivktw-
sin≥ [h] uJp]hn≥ e≥ vm ≥ [i]a,
≥ oJte;≥
d[e; ajlh]qh' ≥ , o{ [ t]a n
≥ ka-
ta; [fuvs i]n.≥ ouj tou'to ≥ ≥ ou\≥ n
[35] fh[si]n,≥ o{[≥ ti] ouj provses-≥
tin≥ t≥a≥i≥'"≥ gunaixi; to;
pot≥e; m≥[e;]n≥ ei[dwla
aujt≥a≥;"≥ t≥[iv]k≥t≥ein, pote;
de; ajlhqi≥nav: yeu'do"
[40] ga;r tou'to≥. ajlla; a]n uJ-
perbibavsh/", e[stai
safev": “ouj ga;r provs ≥ es-
tin tai'" gunaixi; to;
mh; rJav/dion ei\nai dia-
[45] gnw'nai oJte; me≥;n ei[-
dwla tivktei, e≥[s≥t≥i≥n
d j o{te ajlhqina≥v. eij ga;r
[col. LII] prosh'n.” tiv dev, eij pros-
COLONNE LI-LII 271

ciascuno dei due è un essere animato, sicché è molto importan-


te adattare […].
[150a9-b3] «Infatti, alle donne non capita di partorire talora dei
fantasmi, e qualche volta dei figli veri, e che ciò non sia facile da
distinguere. Se capitasse, infatti, per le levatrici sarebbe un’opera
di assoluta importanza e bellezza il saper discernere il vero dal
non vero».
Le donne, infatti, a volte partoriscono fantasmi, quando
partoriscono mostri o hanno false gravidanze, a volte figli veri,
quando questi sono secondo natura. Egli non afferma dunque
questo, cioè che non capita alle donne di partorire talora fan-
tasmi, talora figli veri; questo, infatti, è falso. Ma, se farai una
trasposizione, sarà chiaro: «non capita alle donne che non sia
facile distinguere quando una partorisce fantasmi e, qualche
volta, figli veri. Se infatti [col. LII] capitasse…». Che cosa con-
272 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

h'n to; mh; rJav/dion ei\-


nai diaginwvskein,
povte me;n ei[dwla
[5] tivktousin, povte de;
ajlhqinav… kavlliston
a]n h\n aujtw'n e[rgon,
eij dievkrinon to; ajlh-
qe;" kai; mhv. nu'n d j ouj-
[10] k e[sti duvskolo" hJ tw'n
toiouvtwn diavgnw-
si".
mevgiston de; tou't j e[ni 150b9-c3
th'/ hJmetevra/ tevcnh/
[15] basanivzein duna-
to;n ei\nai panti; trov-
pw/ povteron ei[dw-
lon kai; yeu'do" ajpo≥-
tivktei tou' nevou hJ dia≥v-
[20] noia h] govnimovn te
kai; ajlhqev".
ejdhvlwsen o{ti ouj tou'-
to e[legen a[nw, o{ti
ouj provsestin tai'" gu-
[25] naixi;n to; oJte; me;n
ei[dwla tivktein, oJte;
de; ajlhqinav, ajlla; o{ti
ou{tw" ajkoustevon
wJ" ejxhghsavmeqa.
[30] kata; tou'to ou\n pr≥e-
sbeuvei th;n eJauto ≥ u'
maieutikh;n ma'l-
lon th'" tw'n gunai-
kw'n, o{ti par j ejkeiv-
[35] nai" me;n oujk e[stin≥
duvskolon diagnw'-
nai to; tecqevn, <eij> ei[-
dwlovn ejstin h] aj-
lhqev": ta;" de; tw'n
[40] nevwn dianoiva" ouj
COLONNA LII 273

seguirebbe, se capitasse che non sia facile distinguere quando


partoriscono fantasmi e quando figli veri? Sarebbe la loro opera
più bella, se discernessero il vero dal non vero». Ora, però, non
è difficile distinguere questo genere di cose.
[150b9-c3] «L’assoluta grandezza della nostra arte sta in questo,
nel saper valutare in ogni modo se il pensiero del giovane partorisce
un fantasma e una falsità, oppure una cosa feconda e vera».
Egli ha mostrato che prima non ha detto questo, cioè che
alle donne non capita di partorire talora fantasmi, talora figli
veri, bensì che deve essere inteso come lo abbiamo interpreta-
to. Il motivo per cui, quindi, egli ha maggiore considerazione
della propria arte maieutica rispetto a quella delle donne è che
nel caso di queste ultime non è difficile distinguere se ciò che è
stato partorito sia un fantasma o un figlio vero, mentre, nel caso
274 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

rJav/dion diagnw'nai
povtera yeudei'" e[-
cousi dovxa" h] ajlh-
qe[i']". ejpizhthvsei-
[45] en≥ a[n ti", eij duvnatai
ei[dwlon
≥ ei\nai h]
yeu' ≥ ≥ do" o} ejnnoei'
[col. LIII] oJstisou'n, kaq j ou{" ge
aiJ maqhvsei" a≥jna-
mnhvsei" eijs ivn. ajll j e≥ij≥
me;n ejlevgeto [o{t]i oJ-
[5] moivw" hjpivs≥t≥[an]t≥o
[a]iJ≥ yucai; kai; a[iJ] pav ≥ lai≥ ≥
kai; ejnswm[a]twq ≥ ≥ ei' -
sai, ka]n≥ hJm[i' ≥ n . . . . . .]
hJ ajporiv≥ a k[. ≥ . . . . . .]
[10] to" lovg≥ [o]"≥ e[.]st[. ≥ . . . .]
tw'n m≥[. . .]s≥e≥[. . . . .]
rhvse[. . . .]m≥e[. . . .]
t[.]n[. . . . . . . . . .]t≥a
[.]nh[. . . . . . . . . .]e
[15] [. .]a≥u≥[. . . . . . . . . . .]e≥
[.]on[. . . . . . . . . . .]ei≥ ≥
[. .]e[. . . . . . . . . . .]
[.]wst[. ≥ . . . . . . . . . .]
[.]osk[.≥ . . . . . . . . . .]
[20] [. .]h[. . . . . . . . . . . .]
[.]r≥aim≥[. . . . . . . . . .]
d≥[.] b≥rad[ev]w≥n p[roskriv-]
n≥onta[i] e≥[ij]"≥ swvm≥at≥a≥
kai; aiJ me≥;n≥ eij" [to]i≥a≥vde
[25] aiJ de; eij" toiav ≥ de, k[a]i; aiJ
me;n ejn t[oi]o ≥ uv
≥ toi["]
≥ e[-
qesi, aiJ d[≥ e;] ejn≥ ≥ t[≥ oio]uv-
toi". pav[≥ lin de; aiJ] me;≥ n
qa'tton, a[iJ ≥ de;] br ≥ av
≥ -
[30] dion ajn[ami]mnh/v-
skontai≥. [e[nia]i≥ de; kai;
pante≥ªlw'" ej]p≥i≥te≥-
COLONNE LII-LIII 275

delle menti dei giovani, non è facile distinguere se esse abbiano


opinioni false o vere.
Si potrebbe indagare se può essere un fantasma o il falso
ciò che chiunque concepisce, [col. LIII] per lo meno secondo
coloro per i quali gli apprendimenti sono reminiscenze. Ma, se
si dicesse che le anime avevano lo stesso grado di conoscenza,
sia quelle di un tempo, sia una volta incarnate, anche se a noi
[…] l’aporia […].
[…] dei lenti sono associate ai corpi, alcune a corpi di un
certo tipo, altre a corpi di un altro tipo, alcune con abitudini
di un certa sorta, altre con abitudini di un’altra sorta. Ancora,
alcune ricordano più velocemente, altre più lentamente. Alcune
276 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

qolwm≥[evn]a≥i≥ o≥ujd≥[e; kriv-]


n≥ant[e~ oujd]evn, d≥[iav-]
[35] kei'nt≥[ai eij]k≥h', dio;
yeudo≥[~ ejnno]ou's[i]n.
a[gonov["] e≥ij[mi s]o≥f≥iva". 150c4
oujc aJplw'≥ ": f]hvs ≥ ei

gou'n proelq≥ w; ≥ n
[40] o{ti ejsti;n me;n≥ sofov",
ouj pavnu dev. ajll j a[go-≥
nov" eijmi th≥'" ejn a≥[l-
lw/ sofiva": ouj ga;r
aujto;" didavskei, ajl-
[45] la; ta;" tw'n nevwn
ejnnoiva" diar≥qro≥i',
wJ" kai; aiJ mai'ai ta;
[col. LIV] tw'n a[llwn maieuv-
ontai. kai; w{sper ej-
kei'nai pavlai tivktou-
sai, o{tan maieuvwn-
[5] tai oujkevti tivktou-
sin, ou{tw" kai; oJ Sw-
kravth" kaq j auJto;n
me;n kai; ejkuvei kai; e[-
tikten, maieuovme-
[10] no" de; ta;" dovxa"
tw'n nevwn wJ" pro;"
ejkeivnou" a[gono"
h\n.
kai; o{per h[dh polloiv 150c4-7
[15] moi wjneivdisan, wJ"
tou;" me;n a[llou" ej-
rwtw', aujto;" de; ouj-
de;n ajpofaivnomai
peri; oujdeno;" dia;
[20] to; mhde;n e[cein so-
f[ov]n, ajlhqe;" ojnei-
divzousin.
o{tan ejrwtw' tina",
oujde;n ajpofaivno-
COLONNE LIII-LIV 277

poi, totalmente annebbiate, senza aver distinto nulla, si trovano


disorientate e perciò concepiscono il falso.
[150c4] «Sono incapace di generare sapienza».
Non in termini assoluti; del resto, nel prosieguo dirà di es-
sere sapiente, ma non del tutto. Piuttosto, sono incapace di ge-
nerare la sapienza in un altro. Infatti, egli non insegna in prima
persona, ma articola le nozioni dei giovani, come anche le le-
vatrici [col. LIV] fanno nascere ciò che appartiene agli altri. E
come queste, che hanno partorito tempo prima, quando fanno
da levatrici non partoriscono più, così anche Socrate concepiva
e partoriva in prima persona, ma, quando si metteva a far nasce-
re le opinioni dei giovani, era incapace di generare.
[150c4-7] «E ciò che molti mi hanno già rinfacciato, che io
interrogo gli altri, ma non esprimo nulla su nessun argomento
perché non possiedo sapienza, è un rimprovero veritiero».
«Quando interrogo qualcuno, non esprimo nulla, ma
278 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[25] mai, ajll j aujtw'n ej-


k≥eivnwn ajkouvw: giv-
netai de; tou'to diov-
ti oujde;n e[cw so-
f≥o≥;n wJ" pro;" toiauv-
[30] thn didaskalivan.
h] eij≥ aJplw'" ajkou-
stev
≥ on to; mhde;n e[-
cein sofovn, oujk e[-
stai tauvthn th;n
[35] s≥o≥fivan sofov" h}n
ajnativqhsin qew/',
h] h}n oiJ a[lloi toi'"
sofistai'". ejk toiouv-
twn levxewvn ti-
[40] ne" oi[ontai jAkadh-
mai>ko;n to;n Plav-
twna, wJ" oujde;n do-
gmativzonta. deivxei
me;n ou\n oJ lovgo" kai;
[45] tou;" a[llou" jAkadh-
mai>kou;" uJpexh/rh-
mevnwn pavnu ojliv-
[col. LV] gw[n ≥ g]e≥ dogmativzon-
ta", kai ≥ ;≥ mivan ou\san
ΔAkadhvmeian kata;
to; kaj[≥ k]eivnou" ta; ku-
[5] riwvt≥ a≥ ta
≥ tw'n do-
gmavtw≥n taujta; e[-
ce≥[i]n t≥w'/ Plavtwn[i.]
h[dh m≥[ev]nto≥i to;n≥
Plavtwna e[c≥ein≥
[10] dovgmata ≥ kai;≥ ajp[o-] ≥
faivnesqai pe≥ p ≥ o≥ i≥ -≥
qovtw"≥ pavr[estin]
ejx a[uj]tou' la[mbav ≥ n]ei≥ [n.]

to; de;≥ a[i[ ]
≥ ≥≥t i [on touv tou] 150c7-8
[15] tovd≥[e: m]a≥ie[uvesqaiv me]
oJ qe[o;" aj]n≥a[gkavzei,]
COLONNE LIV-LV 279

ascolto loro stessi; questo accade perché non possiedo sapienza


relativamente a questo tipo di insegnamento». O, se il «non
possiedo sapienza» va inteso in termini assoluti, non sarà
sapiente di quella sapienza che egli attribuisce a dio, o di quella
che gli altri attribuiscono ai sofisti.
A partire da discorsi di questo tipo alcuni considerano Pla-
tone un Accademico, perché non avrebbe sostenuto alcuna
dottrina. Orbene, il discorso dimostrerà sia che gli altri Acca-
demici, ad eccezione [col. LV] di pochissimi, hanno sostenuto
dottrine, sia che esiste un’unica Accademia, perché anch’essi
hanno i loro capisaldi dottrinali identici a quelli di Platone. Del
resto, che Platone avesse delle dottrine e che le esprimesse con
convinzione è possibile desumerlo da lui stesso30.
[150c7-8] «La causa di ciò è questa: il dio mi costringe a fare da
levatrice, ma mi ha impedito di procreare».
280 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

gen≥[na']n≥ d≥[e; ajpekwv-]


l≥u≥[sen].
e≥jdh≥v[lw]s≥en [. . . . . . . .]
[20] ote[. . .].tou[. ≥ . . . . .]
[.]. .[. . . .]om[. . . . . . .]
[. . . . . .]fo[. . ejpei-]
da ≥ ;n≥ t[oi' ≥ ]"≥ nevo ≥ [i"] dia ≥ -≥
levghta[i]: ≥ tov t [e g]a ≥ ta;["]
;r
[25] ejkeivnwn dovx[a"] ajn[a-]
krivnei. ai[tio"≥ [d]e; to≥u≥v-
tou oJ qeo;" pa[ras]keuav-
sa" mh; man[qav]n≥e[in]
ta;" yucav", aj[lla; ≥ ajna-]
[30] mimnh/vskesq≥ [ai. ≥ eij ]
ga;r ejgevnna ejn≥ [noiva~,]
oujkevti a]n tovt[e ≥ h\n]
ajnavmnhsi".
eijmi; dh; ou\n≥ a[ujto;" me;n] 150c8-d1
[35] ouj pavnu≥ ti [s]o≥[fov"].
nu'n≥ peri; eJau≥[tou' yev-]
gei eij kaq j eJa[utou' tev-]
ta[ta]i≥ to; ka[thgovrhma]
tw/' maieuv ≥ e[sqai.
≥ kai;]
[40] dia; t[o]u'to eJ[auto;n auj-]
to" ejnqavde [ejpainw'n]
ouj kathgore≥ i≥ ' eJa ≥ [≥ ut]ou'≥
to; mh; ei\nai eJa≥uto≥;n
sofovn, ajlla; to; mh;
[45] p≥avnu ti sofovn. ouj≥dev 150d1-2
tiv moiv ejstin eu{r≥hma
toiou'to gegono;"
th'" ejmh'" yuch'" e[k-
[col. LVI] gonon. ≥
eu{rh ≥ m ≥ a ≥ kai; e[ggonon
oujc≥ aJplw'", ajlla; o{-
tan
≥ ≥ a[llou" maieuvh-
[5] t≥ai≥. kai; o{ti eij" tou'to
a≥jnoistevon dhloi'
ta; ejpiferovmena, o{-
COLONNE LV-LVI 281

Ha dimostrato […].
[…] ogni volta che discute con i giovani: in quell’occasione,
infatti, egli verifica le loro opinioni. Causa di questo è il dio, che
ha predisposto le anime non ad apprendere, ma a ricordare. Se
infatti generasse nozioni, allora non ci sarebbe più reminiscenza.
[150c8-d1] «In verità, dunque, io non sono del tutto sapiente».
Ora, in merito a se stesso, si lamenta se l’accusa è rivolta
contro di lui per il fatto di essere un ostetrico. Perciò in questo
caso, lodando se stesso, egli non rimprovera se stesso di non
essere sapiente, ma di non essere del tutto sapiente.
[150d1-2] «Né possiedo una scoperta tale che sia frutto di
generazione della mia anima».
[col. LVI] “Scoperta” e “frutto” non in termini assoluti, ma
qualora faccia da ostetrico ad altri. E che vada riferito a questo
282 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

ti oiJ aujtw'/ suggi-


novmenoi par j aujtou'
[10] o≥u≥jd≥e;n e[maqon.
[aj]l≥l j aujtoi; par j auJtw'n 150d7-8
[po]lla; kai; kala; euJrovn-
t[e"] te≥ kai; tekovnte".
kai; pw'" e[ti ajnamimnh/v-
[15] skon≥ tai aiJ yucaiv, ei[ ge
h] manqavnousin h] euJ-
rivskousin… levgontai
me;n euJrivskein kai; oiJ aj-
polevsantev" te kai; u{-
[20] steron labovnte" auj-
tov. h[dh mevntoi oujk aj-
ei; crh'tai tw'/ th'" aj-
namnhvse≥ w" ojnovma-
ti, ajlla; o{tan prohgou-
[25] mevnw" peri; touvtou
skoph/'. ejdhvlwsen
de; ejn tw'/ Mevnwni
eijpwvn: “diaferevtw
de; mhdevn ei[te dida-
[30] kto;n ei[te ajnamnh-
sto;n aujto; levgomen.”
th'" mevntoi maieiva" 150d8-e1
oJ qeo;" kai; ejgw; ai[tio".
ouj ga;r iJkanai; aiJ e[nnoiai
[35] ajpofh'nai sofovn, a]n
mh; h/\ o≥J prosdiarqrwv-
swn.
ejnivoi" me;n to; gignov- 151a3-5
menovn moi daimovni-
[40] on ajpokwluvei sunei'-
nai, ejnivoi" d j eja/'.
to; eja/' ajnti; tou' oujk ej-
nantiou'tai, ejpei; oujkev-
ti a]n h\n to; Swkravtou"
[45] daimovnion ajpotre-
ptiko;n aijeiv, ejpitrev-
COLONNA LVI 283

lo dimostra quanto segue, cioè che coloro che lo hanno fre-


quentato non hanno imparato nulla da lui.
[150d7-8] «[…] ma sono loro che, da se stessi, scoprono e
generano molte cose».
Ma come possono le anime ancora ricordare, se o apprendo-
no o scoprono? Si dice che “scoprono” anche coloro che hanno
perso qualcosa e che poi lo ritrovano. Certo, non sempre si usa
il termine di “reminiscenza”, ma preferibilmente quando si in-
daga su questo. Egli lo ha mostrato nel Menone, dicendo: «non
ci sia alcuna differenza se lo chiamiamo oggetto di insegnamen-
to o di reminiscenza»31.
[150d8-e1] «Della maieutica il dio e io siamo causa».
Le nozioni, infatti, non sono sufficienti a rivelare che uno è
sapiente, se non vi sia chi aggiunge l’articolazione.
[151a3-5] «[…] con alcuni il demone che è in me mi impedisce
di stringere rapporti, mentre con altri me lo permette».
“Permette” sta per “non si oppone”, perché il demone di
284 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

pon pote; sunei'nai.


tauvthn te th;n wjdi'- 151a8-b1
na ejgeivrein te kai; aj-
[50] popauvein hJ ejmh; tev-
[col. LVII] cnh duvnatai. ≥
th;n ejk th'"≥ ≥ ajp ≥ o
≥ r ≥ iv≥ a"
wjd[i']na [hJ ejm]h;≥ te≥ v-
cnh ejgeivre[i] mevn
[5] o{tan ømh;Ø a≥Jp≥lw'"
punqavnht≥[ai], p≥auvei
dev o{tan b≥o≥h≥qh/' par-
evcousa ajfo[r]ma;" kai;
oJdhgou'sa ≥ ≥ to;[≥ n] pros-
[10] dialegovmen[on.] ≥
ejnivoi" dev, w\ Qea ≥ iv≥ th- 151b2-3
te, oi} a[n moi mh; ≥ ≥ dov-
xwsiv pw"≥ ejgkuvmo-
ne" ei\na≥[i.]
[15] kai; mh;n e≥jn≥ tw'/ Su≥[m-]
pos≥[iv]w/ fh≥s≥iv≥n≥ o≥{[ti]
kuo≥u'≥s i p≥[avnt]e≥" a[[n-]
qrw≥poi k≥[ai; ka]ta; y≥[u-]
ch;n ka[i;] k[ata; ≥ sw'ma:]
[20] kai;≥ e[ij
≥ ] kov ~ ≥ [ej s ti]n ≥ t[ou'
≥ -]
to t[≥ o; yu]c[≥ h/' kuv]h'sa[≥ i]
ajnavm≥ nh≥ [≥ sin] ei≥ \na[≥ i.]
pw'" o≥u≥\n≥ [ejnqav]de≥
fhsi;≥ [o{ti kai;] e≥Ja≥utw'/≥
[25] doke[i' tina" ei\]n≥ai [aj-]
kuvmon≥a≥"≥… [ejp]i≥; [to]uv≥tou
toivnun ajkou≥stevo[n]
“ejpi; tou'de tou' bivou”.
oujde; gavr eij ejnh'n po-
[30] te, kata; pa'san ejn-
swmavtwsin duvna[n-] ≥
tai e[cein aujta; prov-
ceira: o≥{qen oujde; m[av-]
thn proevtaxe tou'
[35] “ejgkuvmone"” to; “pw"”,
COLONNE LVI-LVII 285

Socrate non sarebbe stato dissuasivo sempre, se talvolta lo aves-


se esortato a stringere rapporti.
[151a8-b1] «Stimolare e interrompere queste doglie: ecco di che
cosa è capace [col. LVII] la mia arte».
«Le doglie suscitate dall’aporia, la mia arte le stimola quando
si limita a domandare, e le interrompe quando va in soccorso
suscitando occasioni e facendo da guida al suo interlocutore».
[151b2-3] «Ad altri, Teeteto, che non mi sembrino in qualche
modo gravidi».
In realtà, nel Simposio si dice che «tutti gli uomini sono gra-
vidi sia nell’anima che nel corpo»32; ed è verosimile che questo
essere gravido nell’anima sia la reminiscenza. Come può dun-
que dire qui che anche a lui stesso alcuni non sembrano gra-
vidi? In questo caso bisogna allora intendere «in questa vita».
Infatti, se qualche volta è stato possibile, non possono avere
queste cose a portata di mano in ogni incarnazione; ecco perché
non è un caso che abbia posto prima di “gravidi” “in qualche
286 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

ajlla; i{na ejxakouvh≥-


tai trovpon≥ tin[a;] m[h; ≥ ]
ei\nai≥ ejgkuv ≥ ≥ m ona[",]
kata; to; provceiro[n:]
[40] ejn de; tw'/ kaqovlo[u]
lovgw/ e[i\n]ai≥ toia[uv-]
ta" ajnavg≥k≥h.
w|n pollo≥u;" me;n 151b5-6
dh; ejxevdwka Pr≥[o-]
[45] divkw/, pollou;" de≥; a[l-
loi" sofoi'" te ka[i;]
qespesivo ≥ i≥ "≥ ajndrav-
si. oJ≥ ga;r≥ fil ≥ ov
≥ sofo"
sunkavqht≥ a ≥ ≥ i me; n
[col. LVIII] t[oi'"] ajxiv ≥ o i", tou;
≥ " de;
m[h; toio]uv[to]u≥" kata;
to≥; [fil]a≥vn[q]rwpon
z[euvx]e≥i t[o]i'" katal-
[5] lh≥v[loi]"≥. ou≥{[t]w" kai;
to;n≥ Q≥[eavgh s]unevsth-
sen≥ P[rodiv ≥ ]kw/. eijpw;n
de;≥ to[u;
≥ " so]fista; " qes-
pesiv≥ o[u" ≥ ka]i; sofou; "
[10] ejd[hvl]wsen≥ o{ti th'"
to[iauv
≥ th" sofiv ≥ a" a[go-
[nov" ejstin.] kai; oujk oi[- 151c7-d3
[ontai eujn]o≥iva/ tou'to
[poi]e≥[i'n, p]ov≥rrw o[nte"
[15] [tou'] e≥ij[d]e≥v[nai] o{ti ouj-
[de]i;" qeo;"≥ d[uv ≥ ]snou"
[ajn]qrwv ≥ p [o]i "≥ ,≥ oujd j ejgw;
[dus]noiva/ oujde;n toi-
[ou'to] dr ≥ w'
≥ , ajl ≥ lav moi
[20] [yeu']d[ov ≥ ] " ≥ sugcwrh'-
te
[sai kai;] aj≥lhqe;" ajfa-
[nivsai] oujdamw'" qev-
[mi". o]iJ ejn tai'" zhthv-
[sesi e]ujqunovmenoi
[25] [uJpo; ej]mou' ajgnoou's i o{ti
COLONNE LVII-LVIII 287

modo”, ma perché si intenda che in un certo modo non sono


gravidi, cioè rispetto all’avere a portata di mano; in generale,
però, è necessario che le anime siano gravide.
[151b5-6] «Molti di loro li ho affidati a Prodico, e molti ad altri
uomini sapienti e venerandi».
Il filosofo, infatti, siede [col. LVIII] con persone degne,
mentre quelle che non sono tali, per sua benevolenza, le unirà
con persone adatte a loro. Così mise in contatto anche Teagete
con Prodico.
Chiamando i sofisti venerandi e sapienti, ha mostrato che è que-
sto tipo di sapienza che egli è incapace di generare.

[Scienza e percezione: il criterio di verità]

[151c7-d3] «[…] e non credono che io lo faccia per benevolenza,


perché sono ben lontani dal sapere che nessun dio è malevolo
verso gli uomini, né io faccio nulla di simile per malevolenza, ma
perché non mi è affatto lecito ammettere il falso e cancellare il
vero».
«Coloro che nelle ricerche sono da me sottoposti a verifica
ignorano che, per benevolenza verso di loro, sottraggo la loro
288 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[dia;] t≥o≥; eujnoei'n auj-


[to]i'"≥ ≥ a≥jfairw' aujtw'n
y≥e≥u≥dodoxivan: ou[-
te≥ [d]e; qeo;" oujdei;"
[30] duv
≥ sn[o]u" ajnqrwv-
po ≥ i≥ ", ≥ ou ≥ jd≥ j ejgw; uJpo;
dus[≥ n]oi≥ va" oujde;n
to[i]ou't≥ o drw', ajlla;
wjfelw' ajfairw'n
[35] aujt≥w'n≥ yeudodo-
xivan≥: o≥uj ga;r ejfei'tai
mo≥i o≥[u[]t≥e yeu'do" sug-
cw ≥ r ≥ [h'
≥ ]sai ou[te ajlh-
q[e;
≥ "≥ aj[f]anivsai. oJra/'",
]
[40] t[iv
≥ ] levgei ≥ peri; eJau-
tou' ≥ , o n
{ ≥ fasi eijrw-
neuvesqai… o{ti eijkav-
zei eJauto;n qew'/
kat≥a≥; to; eujnoei'n toi'"
[45] ajnq≥rwvpoi", kai;, to;
touvtou oujc h|tton,
o{ti o≥u[te yeu'do" su≥g≥-
cw[r]ei' ou[te ajlhqe;"
ajfaniv≥ zei. ejn w|/ tov≥ te
[50] th'"≥ [ej]pisthvmh" dh- ≥
lou ≥ '[≥ t]ai kai; to;≥ th'" crh-
stovt≥h≥to", ka≥q j h}n
[col. LIX] pronoei' tw'n s≥u[m]bal-
lovntwn. pw'"≥ d≥e;
levgei o{ti ou[te yeu≥'do"
a]n sugcwrhvs≥ei[en]
[5] kai; øoujkØ ajlhqe; ≥ ["] ouj
≥ k≥ a][≥ n]
ajfanivseien, ≥ crwv m e-

no" touvto ≥ i" ejn ta[≥ i'"] zh-≥
thvsesin… e[ti de; k[≥ ai;] ej[≥ n]
th'/ Politeiva/ ejdo ≥ v[≥ q]h,
[10] o{ti tw'/ y≥eu≥vde≥i c≥r≥w'≥n-
tai oiJ a[rconte"≥ e≥jn≥ f≥ar-
mavkou ei[dei. levgw≥ t≥oiv-
COLONNE LVIII-LIX 289

falsa opinione. Né alcun dio è malevolo verso gli uomini, né io


faccio nulla di simile per malevolenza, ma reco loro giovamento
sottraendo la loro falsa opinione. Non mi è infatti permesso né
ammettere il falso, né cancellare il vero». Vedi che cosa dice su
se stesso, lui che dicono essere ironico? Cioè che paragona se
stesso a dio in termini di benevolenza verso gli uomini, e, non
meno importante di ciò, che non ammette il falso e non cancella
il vero. In questo emerge il valore della sua scienza e della sua
bontà, in rapporto alla quale [col. LIX] egli provvede a coloro
che stringono un legame con lui.
Come mai dice che non potrebbe ammettere il falso, né po-
trebbe cancellare il vero, avvalendosi di queste procedure nelle
sue ricerche? Inoltre, anche nella Repubblica si ammise che i go-
vernanti ricorrano al falso come a una specie di farmaco33. Dico
290 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

nun o{ti [ej]n tai'" zhthv-


sesi punqavnetai kai;
[15] oujk ajpofaivnetai, w≥{[s-]
te ou[te yeu'do" ou[[t j aj-]
lhqe;" tivqhsi: toi'"
mevntoi ejmpeivroi"≥ [th'"]
meqovdou lelhqov ≥ t[w"]
[20] deiknuvei to; eJa ≥ utw /'≥ [aj-]
revskon. to; [d]e≥; yeuvd≥[e-]
sqai aJplw'" m≥e≥;n≥ a≥j[po-]
dokimavzei≥, o≥[i[]e≥[tai de;]
o{ti ejstivn po≥[te ajnag-]
[25] kai'on. dia; t[ou't j oujk ei\-]
pen ajlhqe;" k[ruv ≥ yai]
h] parelqei'n, [o{ti to;]
toiou'tovn ejst[iv ≥ pote]
crhvs imon, aj[≥ l]l≥ j ajfa-≥
[30] nivsai, dia; touvt≥ou≥ dh-
lw'n th;n ouj k≥ata≥; kai-
ro;n oujde; ejn devonti
tou' ajlhqou'" ajp≥wvlei-
an. dokei' ou\n≥ m≥oi oJ ej- 151e1-3
[35] pistavmenov" ti aijsqav-
nesqai tou'to o}≥ ejpivsta ≥ -≥
tai. ka[i;≥ ] w{ ~
≥ ge nu n
' ≥ fa iv≥ -
netai ouj k
≥ ≥ ≥ a[ l lo tiv ej s tin ≥
ejpisth≥vmh h] a≥i[sqh-
[40] si". oJ ejpistavmenov" ti≥
aijsqavnetai touvtou
o} ejpivstatai: e[ij] de; to≥;
aijsqavnesqai e≥jp[ivsta-]
sqai h\n, givne[t]ai hJ≥v
[45] ejpisthvmh ai≥ [s ≥ q ≥ i≥ [".]
≥ hs ≥
ai[sqhsin nu'n ouj to;
aijsq≥ h ≥ rion [aj]kou-
≥ thv
stevon, ajlla; ajntivlhm-
yin hJntinou'n. pw'"
[50] Qeaivthto" a[n[w] ejpe-
[col. LX] rwt≥hqei;" peri; ejp≥ist≥hv-
COLONNE LIX-LX 291

allora che nelle ricerche egli pone domande e non esprime pun-
ti di vista, sicché non pone né il falso, né il vero; d’altra parte, a
coloro che sono esperti del suo metodo, egli mostra con riserbo
il suo parere. La falsità egli la respinge nel modo più assoluto,
ma pensa che in alcuni casi sia necessaria. Perciò non ha detto
“occultare” o “eludere” il vero, perché una cosa del genere è
talora utile, ma “cancellare”, indicando con ciò l’inopportuna e
indebita distruzione del vero.
[151e1-3] «Mi pare dunque che chi ha scienza di qualcosa,
percepisca ciò di cui ha scienza. E, almeno come mi sembra ora,
nient’altro è scienza se non percezione».
«Chi ha scienza di qualcosa, percepisce ciò di cui ha scienza;
ma, se percepire è avere scienza, la scienza è percezione».
“Percezione” non va inteso qui come l’organo di senso, ma
come una qualsiasi apprensione.
Come mai Teeteto, che, [col. LX] interrogato prima su che
292 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

mh" tiv ejstin, kai; e[ij-]


pw;n gewm[etr]iv[an]
ka[i;≥ ] a[l ≥ l
≥ a"
≥ ka[t]ar ≥ i≥ q
≥ m
≥ h≥ -≥
[5] savm≥ ≥ e no", nu' n ep
j i
≥ ≥≥ ; [th; ] n ≥
ai[sqhsi≥ n ka[≥ tafeuvg]ei≥ ,
kai; tau't≥ a g[e]w[≥ mevtrh]"≥
w[n, th'[≥ "] te s[≥ u]n[≥ evsew]"
ejle[g]c[ouv]s≥h≥"≥ [ta;" aijsq]h≥v-
[10] sei" [.].t. . n≥[. . . .]
men[.]nas≥[.]no≥[. . . . . .]
a≥p≥[. . .]e≥[. . . . . . . . . .]
n[. . . . . . . . . . . . . . .]
.[.]to ≥ [≥ . . . . . . .]a[≥ . . .]u≥
[15] [. . . . . . . . . . . .]pl ≥ o≥ [≥ . .]
[. . . . . . . .].naise≥ [≥ .]
[. . . . . . . . .]kaimh≥[.]~
[. . . . . ejpis]thvmh ajl-
[l . . . . . . . .]get≥o≥detou
[20] [. . . . . . . . .]oumet≥[.]
[. . . . . . . . . .]agara
[. . . Prwta]govreio"
[. . . . . . . . .]evn≥ ou ej-
[. . . . . . . . ej]pisthv-
[25] [m . . . . . . . .]" aijsqh-
[. . . ejspoud]avkei
[gavr pe]r≥i;≥ t≥[a; ej]keivnou
[suggravm]m[a]ta oJ Qe-
[aivthto"] su ≥ mbal ≥ w;n
[30] [Qeodwvr]w/≥ tw'/ ejkeiv-
[nou fivl]w/: d[h]loi' de;
[kai; ejp]ei≥ d≥ a ≥ ;[n] puqo-
[mevno]u≥ Sw ≥ krav tou"
[eij ejn]evtucen t≥w'/ Pe-
[35] [ri; aj]lhq≥e≥[iva]" sug-
[gravm]m≥a≥t≥i≥, l[ev]gh/ oJ
[Qeaivt]h≥t≥[o"] o≥{t≥i≥ ejnte-
[tuvchk]e[n] pol ≥ l
≥ a ≥ vki".
[tiv ou\n q]au ≥ ≥ ≥ n eij
m a s tov
[40] [ejpisthv]mhn e[qeto
COLONNA LX 293

cosa fosse la scienza, aveva risposto “la geometria” e aveva enu-


merato altre arti, ora si rifugia nella sensazione, e questo pur
essendo uno studioso di geometria e nonostante l’intelligenza
confuti le percezione […]?
[…] Teeteto, infatti, si era occupato dei suoi scritti (sc. di
Protagora), frequentando Teodoro, che ne era amico; questo
emerge anche quando, alla domanda di Socrate se egli fosse a
conoscenza dell’opera Sulla verità, Teeteto dice di conoscerla
bene. Perché ci si stupisce, dunque, se egli pose la scienza […].
294 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[. . . . . .].[.]ote ka≥i;
[. . . . . . . .]a≥[.].n pa-
[. . . . . . . .]uid[.].ou ai[sqh-
[sin ejp]is ≥ thv
≥ m ≥ hn
≥ ei\-
[45] [nai…] eu\ g[e] ≥ kai; gen- 151e4-5
[naivw]",≥ w\≥ pa[i' ≥ ]: crh; ga;r
[ou{t]w [aj]pofa[i]nov≥ me-
[non] levgein≥ .≥ ejpei; oJ
[col. LXI] Qeaivthto" ejperwth-
qei;" peri; ejpisthvmh"
tiv ejstin, ei\pen “kai;
w{"≥ ge nuni; faivnetai”,
[5] ajpodevcetai Swkrav ≥ -
th"≥ o{ti oujk ojknei' lev-
ge[i]n o} faivnetai auj-
tw'/≥ kai; nomivzei ei\-
nai≥ th;n ejpisthvmhn.
[10] ou≥j ga;r ejk≥e≥i'nov fhsin
to≥; Purrwvneion, o{ti
oujde;≥n kaqoristikw'"
a[n ti≥" dogmat≥iv≥zoi,
ajllav fhsin faivnes-
[15] qai aujtw'/. kata; ga;r to;n
a[ndra ou[te oJ lovgo"
krithvrion, ou[te ajlh-
qh;" fantasiva, ou[te
piqanh;, ou[te kata-
[20] lhptikh;, ou[te a[llo
t≥i≥ t≥o≥i≥o≥u≥'ton, ajll j o{ti
nu'n aujtw'/ faivne[t]a≥i.
eij de; toiou'tovn ejstin
h] oujk e[stin oujk ajpo-≥
[25] faiv≥ netai dia; to; oi[e-
sqai≥ ijsokratei'" ei\-
nai tou;" eij" ta; ejnan-≥
tiva lovgou" kai; ejxoma-
livzein ta;" fantasiv-
[30] a", kai; mhdemivan ejn
aujtai'" ajpoleivpein
COLONNE LX-LXI 295

[…] che la percezione è scienza?


[151e4-5] «Hai detto bene e con stile, ragazzo; infatti, è così che
bisogna parlare ed esprimersi».
Visto che, [col. LXI] interrogato su che cosa sia la scien-
za, Teeteto rispose «e, almeno come mi sembra ora», Socrate si
compiace del fatto che egli non esita a dire che cosa gli appare e
che cosa ritiene sia la scienza. Infatti, non usa quell’espressione
nel senso pirroniano, cioè che non si può dire nulla in modo
definitorio, ma dice che a lui appare. Secondo Pirrone, infatti,
il criterio non è né la ragione, né la rappresentazione vera, né
quella persuasiva, né quella catalettica, né altro di questo ge-
nere, ma ciò che ora gli appare. Se una cosa sia o non sia tale
non lo afferma, perché ritiene che gli argomenti pro e contro
siano equipollenti, omologa le rappresentazioni e non ammette
296 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

diafora;n kata; to; aj-


lhqe;" h] yeu'do", pi-
qano;n h] ajpivqanon,
[35] ejnarge;" h] ajmudrov ≥ n,
katalhpto;n h] ajk ≥ a- ≥
tavl h
≥ ≥ ≥ p ton, aj l la; pav-
sa" ei\nai oJmoiva", ouj-
de; tou'to dogmativ-
[40] zonto", wJ" e{petai
to; diexavgein kata;
th;n ajei; prospivptou-
san fantasivan, ouj-
c wJ" ajlhqh', ajll j o{ti
[45] nu'n aujt≥ w'/ faivne-
tai. kinduneuvei" 151e8-152a4
mevntoi lovgon ouj fau'-
lon eijrhkevnai peri;
ejpisthvmh", ajll j o}n
[50] e[legen kai; Prwtagov-
ra". trovpon dev tina
[col. LXII] a[ll≥on ei[rhken ta; auj-
ta; tau'ta: fhsi;n ga≥v[r]
pou pavntwn crh[mav ≥ -]
twn≥ mevtron ≥ a[ n qr [w-]

[5] pon ei\[≥ n]ai, tw'n m[e; ≥ n]
o[ntwn wJ" e[st[in,]
tw'n de; mh; o[ntwn
wJ" ou≥jk e[sti[n]. ka≥[i;] a≥[uj-]
to;" hjpivsta[to] o{ti d≥i≥[a-]
[10] fevrei hJ P≥[r]w≥ta≥govr≥o[u]
dovxa th'"≥ Q≥[e]a≥ith≥v[tou]
≥ ;≥ ejp[i]st[hv]mh
peri ≥ [".]

dia; tou ≥ t
' o [ei\ p ]e ≥ [“kin-]
duneu ≥ ve[≥ i" lovgon ouj]
[15] fau'l ≥ [o]n
≥ ≥ [eijrhkevnai,]
t≥r≥ov≥[pon d]ev t≥[ina a[llo]n≥
e[i[rhke ta;] a≥u≥j[ta; t]a≥u'ta”.
b.[. . . . . . . . .]o≥mou
[. . . . . . . . . . . .]w≥n
COLONNE LXI-LXII 297

in esse alcuna differenza rispetto al vero e al falso, al persuasivo


e al non persuasivo, all’evidente e all’oscuro, al comprensivo
(katalêpton) e al non comprensivo (akatalêpton)34, ma pensa che
tutte siano uguali. E non dichiara nemmeno in forma dottrinale
ciò che ne consegue: il tenere una condotta di vita in accordo
con la rappresentazione che di volta in volta gli si presenta, non
in quanto vera, ma perché ora gli appare35.
[151e8-152a4] «Sembra proprio che tu abbia dato una definizione
non banale della scienza; anzi, è quella che dava anche Protagora,
che, però, ha detto queste stesse cose in modo un po’ [col. LXII]
diverso. Infatti, egli afferma pressappoco così: “di tutte le cose è
misura l’uomo, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che
non sono in quanto non sono”».
Socrate stesso sapeva bene che l’opinione di Protagora sulla
scienza differiva da quella di Teeteto. Perciò ha detto «sembra
proprio che tu abbia dato una definizione non banale… ha det-
to queste stesse cose in modo un po’ diverso». […].
298 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[20] [. . . . . . . . . . . .]t≥a
[. . . . . . . . . . . . .]h≥
[. . . . . . . . . . . .]e≥n

desunt fere 5 vv.

[. . . . . . . . . . . .].s[. .]
[30] d[. . . .].[. . . . . .]si[. .]
ajlhqh[.
≥ . . . . .]non
di j ou| kr[iv
≥ netai: f]hs ≥ [i;
≥ ]n
ga;r ei\n[ai skotivh]n
gnwvm≥[hn, tauvt]h≥" d≥e≥;
[35] to; me;[n h\n e[m]f[a]si~,
ajnti; th'[" aijs]q≥hvsew"
t≥a≥ssom≥[evnh], t≥o; de; nov-
m≥o≥" ajn≥t≥[i; th'"] dovx≥h≥"≥.
pavnt[a d j ei\nai] ta ≥ uvt[≥ h/]
[40] prov[~ to e[leg]e≥ d[i]a;
t[o;
≥ ] rJei'[≥ n, w{ste] lamba≥ v-≥
nesq[ai pa'n to; fai]nov-
menon≥ [pro;~ to;] kri'-
non: t[ou'to d jej]sti; ≥ to; ≥
[45] ejn th'/ n≥[euvsei eij]~ e{-
t≥eron≥ kai; n≥[oo]uvme-
non kai≥; l≥[egovme]n≥on
kai; uJf≥e≥s≥to≥v["], w≥J["] d≥e≥x≥i≥-
o;" ajriste≥r≥o≥u≥' dex≥[i]ov",
[50] wJ" to; o{m≥oi≥on≥ oJmoivw/
o{moion, wJ" t≥[o;] mevga
[col. LXIII] pro;" to; mikrovn. a[l-
lw" de;≥ pavnta prov"
tiv fasi≥ oiJ Purrwvnei-
oi, kaqo; oujde;n kaq j auJ-
[5] tov ejstin, pavnta de;
pro;" a[lla qewrei'≥ tai. ou[t≥ e≥ ≥ ga;r crw'ma ou[te sch'-
ma ou[te≥ fwna;" ou[-
te geustav, oujk ojsfran-
tav, oujc aJptav, oujk a[l-
[10] lo ti aijsqhto;n e[cein
COLONNE LXII-LXIII 299

[…] mediante il quale viene giudicato; dice infatti che c’è


una “conoscenza oscura”, e, di questa, un aspetto è “parvenza”,
che sta per la “percezione”, l’altro è “convenzione”, che sta per
l’“opinione”. Disse che, per questa, tutte le cose sono relative,
a causa del loro scorrere, sicché ogni fenomeno viene colto in
rapporto a chi lo giudica; questo è ciò che è sia pensato, sia
detto, sia sussistente nel rapporto con un’altra cosa, come chi
è a destra è a destra di chi è a sinistra, come ciò che è simile è
simile a ciò che è simile, come il grande [col. LXIII] è relativo
al piccolo.
Secondo i Pirroniani, invece, è un altro il modo in cui tutte
le cose sono diverse, in tanto che nulla è per sé, ma tutte le cose
sono considerate in relazione ad altre. Secondo loro, infatti, né
colori, né figura, né suoni, né sapori, né odori, né oggetti tan-
gibili, né qualsiasi altro sensibile, hanno proprietà intrinseche;
300 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

ijdiovthta: oujk a]n ga;r


ta; aujtav ge o[nta dia-
fovrw" ejkivnei para;
ta; diasthvmata, para;
[15] ta; sunqewrouvmena
aujtoi'", wJ" ajpo; th'"
qalavtth" diafovr ≥ w"

tupouvmeqa, para ≥ ;≥ ta;"
tou' ajevro" katastav-
[20] sei". ajlla; oujde; ta; aij-
sqhthvria e[cein ijdiv-
an uJpovstasin: oujk a]n
ga;r ajpo; t≥w'n aujtw'n
a[llw" ejkinei'to ta;
[25] zw'/a, wJ" th/' me;n qa-
liva/ h{dontai ai\ge",
tw'/ de; borbovrw/ u{-
e", eJkatevrw/ de; touv-
twn pros ≥ kov
≥ ptousin
[30] a[nqrwp≥oi. ajpo; de;
tw'n aij≥s≥q≥htw'n me-
tabaivno≥usin kai; ej-
pi; to;n lov≥gon, wJ" kai;
touvtou prov ≥ " ti o[nto":
[35] a[llou" ga;r a[llw"
su[g]katativqesqai
kai; tou;" aujtouv" ge
metativqesqai kai;
mh; ejmmevnein auj-
[40] tw'/. oujkou'n ou{tw" 152a6-8
pw" levgei wJ" oi|a
me;n e{kasta ejmoi;
faivnetai, toiau'ta
me;n e[stin ejmoiv, oi|a
[45] de; soiv, toiau'ta de; au\
soiv: a[nqrwpo" de;
suv≥ te kajgwv…
a≥jk≥olouqei' tw'/ pavn-
[col. LXIV] ta rJei'≥n≥ to; mhde;n ei\-
COLONNE LXIII-LXIV 301

se infatti rimanessero gli stessi, non ci solleciterebbero in modo


differente, a seconda delle distanze, di ciò che viene visto in
concomitanza con loro – ad esempio, riceviamo delle impres-
sioni differenti dal mare –, delle condizioni atmosferiche. Ma
nemmeno gli organi di senso hanno una sussistenza propria;
altrimenti, gli animali non riceverebbero sollecitazioni diverse
dalle stesse cose – ad esempio, alle capre piace il foraggio, ai
maiali il fango, mentre gli uomini provano avversione per en-
trambe queste cose. Dai sensi passano anche alla ragione, con-
vinti che anche questa sia relativa: le persone danno l’assenso
ognuna in modo diverso dall’altra, e le stesse persone cambiano
e non permangono nel loro assenso.
[152a6-8] «Non dice dunque in qualche modo così, cioè che,
quale ciascuna cosa appare a me, tale è per me, e quale appare a
te, tale è per te – uomo sei tu e uomo sono anche io – ?».
Dal fatto che [col. LXIV] tutto scorre segue che nulla è sta-
302 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

nai pa≥v[gi]on m[h]de; [t]o;


aujtov (o≥[u[]t≥[e] ga;r to; kr≥[i'-]
novn ejstin ou[te to; kri-
[5] nov[men]on≥ ), ajll j wJ" a]n≥
a[ll ≥ w[≥ "] pr ≥ osp
≥ evs ≥ h/, toi-
au'ta≥ [n]e[≥ n]om ≥ ≥ vsqai≥ . dia;≥
i
tou't≥ [≥ o] o[i|a] me;n ejgw;≥ e[-
paq≥o≥n, [toia]u'ta ød jØ e[[s]t≥in≥
[10] ejmoiv, oi|a≥ [d]e≥; s≥uv, t≥o≥ia≥[u'-]
ta soi≥v.
kai; ouj≥ movnon g≥[ivnetai]
kata;≥ [t]auvth[≥ n th;n uJ-]
povq[e]si≥ n w|[n a]n e[ch/ pa-]
[15] qw≥ 'n≥ ≥ [h] e{]xe≥ [≥ wn krith;" oJ]
a[nqr[w]p ≥ [o"
≥ ajlla; kai;]
m≥e≥vtr[on . . . . . . . . .]
o≥un≥t≥[. . . . . . . . . . .]
t≥a≥i≥ ejk[. . . . . . . . . . .]
[20] [. . . . . . . . . . . . . . .]
[. . . . . . . ejpakolou-] 152b1-3
qhv[≥ swmen ou\n aujtw'/.]
a\r≥ j [oujk ejnivote pnev-]
on≥ [≥ to" ajnevmou tou']
[25] a≥ujt≥o≥u≥' o≥J [me;n hJmw'n]
r≥Ji≥goi', oJ d≥ j ou≥[… k≥[ai; oJ me;n]
hjre≥vm≥a≥, oJ de; sf[ovdra…]
dia; tou' eijrhkevn[ai “ej-]
pa ≥ kolouqhvsw[≥ men ou\n]
[30] aujtw'/” dhloi' o{t[i ejpako-]
louq ≥ e≥ i≥ '≥ th'/ toia[uv-]
th/ uJpoq≥ e≥ vs ≥ ei to; m[h; ≥ ]
ei\nai ijdiovthta aj[≥ nev-]
mou tino;" mhd≥[e; ta;]
[35] o{moi≥a pavsce[in uJpo;]
tou' aujtou' p≥avnt≥[a. kai;]
prosevq≥hken “t≥o≥[u' auj-]
tou'”, ejpei≥ ;≥ tw'n aj[≥ nev-]
mwn o[≥ iJ] me≥ vn ei≥ s j≥ i≥ n≥
[40] yucroiv, oiJ≥ de; qe[r]moi≥ v,≥
COLONNA LXIV 303

bile e identico (non lo è né chi giudica, né chi è giudicato), ma,


a seconda del diverso modo con cui ci si presentano, tali sono
ritenute le cose. Perciò, quali sono le affezioni che io ho rice-
vuto, tali sono le cose per me, quali sono le affezioni che tu hai
ricevuto, tali sono per te. Stando a questa ipotesi, l’uomo diven-
ta non solo giudice delle affezioni che eventualmente riceva, ma
anche misura […].
[152b1-3] «[…] Seguiamolo (sc. un uomo sapiente), dunque.
Non è forse vero che, talora, mentre soffia lo stesso vento, uno di
noi ha freddo, e l’altro no? E uno poco, l’altro molto?».
Dicendo «Seguiamolo (sc. un uomo sapiente), dunque», di-
mostra di seguire un’ipotesi di questo tipo, cioè che nessun ven-
to ha una proprietà intrinseca e che non tutte le persone subi-
scono affezioni uguali da parte della stessa cosa. E ha aggiunto
«lo stesso» perché, dei venti, alcuni sono freddi, altri caldi, af-
304 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

i{na mh; para; tou'to≥


dokh'/ sumbaivn≥ein
to; tou;" me;n rJigou'n,
tou;" de; mhv. ajllav, fev-
[45] re, pnevonto" borevou
kai;≥ ejn tw'/ aujtw'/ o[n-≥
twn tovpw/ kai; kata;
[col. LXV] t[h;
≥ ]n≥ aujt≥ h;n w{ran (qhv-
sei ga≥;r kai; tau'ta oJ Prw-
tag≥o≥vra", ejpei; kai; to;
[ajnavst]h≥ma kai; hJ w{ra
[5] [tou' e[t]ou" kaq j h}n pnei'
[po]lu ≥ ;≥ duv≥ natai eij" to;
[ajn]om ≥ ≥ w" diaqei'nai)≥ ,
o iv
[kai;] ajp ≥ avntwn ge tw'n-
[a[ll]wn≥ oJmoivwn o[n-
[10] [twn, oJ] me;n rJigoi' oJ
[de; ou[, k]ai; tw'n rJigouvn-
t≥w≥[n oJ] me;n sfovdra
rJ[igoi' oJ] d≥e; hjrevma.
povt≥[er]o≥n≥ ou\n tovte 152b5-6
[15] aujto≥; ejf j eJautou' to;
pneu'ma yucro; ≥ n
h] ouj yucro;n fhvso-
men≥ …≥ [e[]stin ti to; poi-
h's≥ [an,
≥ e[s]tin ≥ ti to; pav-
[20] [s]co≥n≥: e≥i≥j d≥e≥; uJpenantiv-
[a uJ]p≥[o; tou'] a≥ujtou' pavs-
[c]o≥u≥s≥i≥n≥, [oJ]m≥ologhvsou≥-
[s]i mh; ei\nai wJrismev-
n≥hn th;n tou' poihv-
[25] sa ≥ nto"≥ ijdiovthta: ouj-
k a]n ga;r to; aujto; ejn tw'/
au ≥ jt≥ w'/ crovnw/ diavfo-
ra [e]ijrgavzeto pavqh.
o{qen ≥ oiJ Kurhnai>koi;
[30] m≥ovna t≥a; pavqh fasi;n
k≥a≥talhptav, ta; de; e[-
xwqen ajkatavlhpta.
COLONNE LXIV-LXV 305

finché non sembri dipendere da questo il fatto che alcuni hanno


freddo, e altri no. Ma, ad esempio, quando soffia la tramontana
nello stesso luogo e [col. LXV] nella stessa stagione (Protagora,
infatti, porrà anche queste distinzioni, siccome anche l’altez-
za e la stagione dell’anno in cui soffia influiscono molto sulla
differenza nelle disposizioni), anche se tutte le altre cose sono
uguali, uno ha freddo, l’altro no, e, di quelli che hanno freddo,
uno ne ha molto, l’altro ne ha poco36.
[152b5-6] «Dunque, diremo che, in sé, il vento è freddo o non
freddo?».
È qualcosa ciò che agisce, ed è qualcosa ciò che patisce; se le
persone subiscono affezioni opposte da parte della stessa cosa,
concorderanno nel dire che la proprietà intrinseca di ciò che
agisce non è definita: infatti, la stessa cosa nello stesso momento
non produrrebbe affezioni diverse.
Perciò i Cirenaici sostengono che solo le affezioni sono ap-
prensibili (katalêpta), mentre le cose esterne sono inapprensibi-
306 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

o{≥ti me;n ga;r kaivomai,


fasivn, katalambav-
[35] n≥w≥, o{ti de; to; pu'r ejs-
tin kaustikovn, a[dh-
lon: eij ga;r h\n toiou'to,
pavnta a]n ejkaiveto uJ-
p j aujtou'. h] peisov- 152b6-7
[40] meqa tw'/ Prwtagov-
ra/ o{ti tw/' me;n rJigou'n-
ti yucrovn, tw/' de; mh;
ou[. h] peisqhsovme-
qa aujtw'/ o{ti oJ aujto;"
[45] a[nemo" yucro;"
mevn ejstin tw'/ rJi-
gou'nti, ouj yucro;"
de;≥ tw'/ mh;≥ rJigou'
≥ n-
ti…≥ eij ga;r h\n≥ ≥ yucrov",
[50] ej[r]ivgou a]n≥ kai; ou|to".
[col. LXVI] givnet≥ai ou{[tw~ kai;]
oJ dexio;" [a[llw/ m]e;n≥
dexi≥ov", a≥[[llw/ d]e≥; ou[.
oujkou'n ka≥[i; faivn]e≥- 152b9-c2
[5] tai o[u{]tw ≥ "≥ ≥ eJk≥ [atev
≥ rw/…]
naiv. to; dev≥ ge “f[aivnetai”]
aijsqavneta[i…] ≥ e[[≥ sti gavr.]
fantasiv a
≥ ≥ [a[ r ]a ≥ k[ai;
≥ ai[-]
sqhsi≥" tau≥j[to;]n≥ [e[n te]
[10] qermoi'" ka≥[i; p]a≥'[si toi'"]
toiouvt≥oi≥". o≥{[t]a≥n [sko-]
ph/'", kata; to; t≥ri≥vt≥[on]
sch'ma hjrwvt≥[h]t≥[ai auj-]
tw'/ oJ lovgo
≥ ":≥ o[i| ≥ ]a≥ eJ[≥ kav-]
[15] stw/ faiv[neta]i, t[oiau'-]
ta kai; e[s[ti]n auj ≥ tw/':≥ [kai;]
oi|a faivn[e]tai, ≥ toi [au'
≥ -]
ta kai; a[ij]s[qavne]ta ≥ [i.
≥ ej-]
x w|n sun[avgetai: oi|a]
[20] e{kasto" ai≥j[sqavnetai,]
toiau'ta k[ai; e[stin auj-]
COLONNE LXV-LXVI 307

li (akatalêpta). Che io brucio, infatti – dicono –, lo comprendo,


ma che il fuoco sia caustico, è oscuro; se infatti fosse tale, ogni
cosa sarebbe bruciata da esso37.
[152b6-7] «O daremo retta a Protagora, secondo cui per chi ha
freddo, è freddo, per chi non ha freddo, non lo è?».
«O daremo retta a lui, secondo cui lo stesso vento è freddo
per chi ha freddo, e non è freddo per chi non ha freddo?» Se
fosse freddo, infatti, avrebbe freddo anche lui. [col. LXVI] Allo
stesso modo, anche chi è a destra, è a destra rispetto a qualcuno,
ma non rispetto a qualcun altro.
[152b9-c2] «Ebbene, appare così a ciascuno? – Sì – E questo
“appare” significa “percepisce”? – Proprio così – “Apparenza” e
“percezione”, dunque, sono la stessa cosa per il calore e per tutte
le cose di questo genere».
A bene vedere, la sua argomentazione segue il terzo modo.
«Come le cose appaiono a ciascuno, tali esse anche sono per
lui; e, come le cose appaiono, tali anche le percepisce». Da cui
si conclude: «quali ciascuno percepisce le cose, tali esse anche
308 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

tw'/. oJ de; aij[sqhvsew"]


ejpoivs≥e≥i≥ to≥[u[noma, fa;~]
o{ti ai[sqh[si" ka]i≥; e≥jp≥[i-]
[25] sthvmh ta[ujtov]n≥ ejstin.
tou' de; lovgou≥ [t]o;≥ me;≥ n
prw'ton lh'm ≥ m
≥ a.
Prwtagovra"≥ tivqh-
sin, o{ti oi|a eJkavstw/
[30] faivnetai, toiau'ta
kai; e[stin, wJ"≥ ejpi; tou'
ajnevmou tou'≥ aujtou'
o{ti tw'/ me;n y≥ucrov",
tw'/ de; ouj yucrov". to;
[35] de; deuvteron kata- ≥
skeuavzei Plavtwn
levgwn o{ti t[o;] fa ≥ ivne≥ -
tai aijsqavnetaiv≥ ejst[i]n: ≥
pa'san ga;r ajnt≥ivlh≥m≥-
[40] yin ei[te di j aijsqhth-
rivou ei[te di j [a[l]l≥ou ti-
no;" ejkavloun≥ [ai[]sqh-
sin. oi|a g j a[r j a[ijsq]av≥ne- 152c2-3
tai e{kasto", t[≥ oi]au ≥ 'ta
[45] øtoiautaØ eJkav[≥ st]w/ kai;
kinduneuvei≥ ≥ [ei\]nai.
Prwtagovra"≥ [m]e;n
eijrhvkei: oi|a aij[s]q≥avne-
[col. LXVII] tai e{k[asto", toi]a≥[u']t≥a
[kai; e[]st[in aujtw'/: oJ] de;
[S]wk[ravth" . . . . . .]e≥
[. . . . . . . . . . . . .]e≥i≥
[5] [. . . . . . . . . . . . .]au ≥ ≥
[. . . . . . . . . . . . . .].
[. . . . . . . . . . . . .]en≥ ≥
[. . . . . . . . . . . . .].e≥
[. . . . . . . . . . . . .].
[10] [. . . . . . . . . . . . . .]
[. . . . . . . . . . . . .].
[. . . . . . . . . . . . ai[-] 152c5-6
COLONNE LXVI-LXVII 309

sono per lui». Ma egli apporrà il nome di “percezione”, soste-


nendo che percezione e scienza sono la stessa cosa. Il primo
assunto dell’argomentazione lo pone Protagora: come le cose
appaiono a ciascuno, tali esse anche sono, come nel caso del-
lo stesso vento, che esso è freddo per l’uno, ma non è freddo
per l’altro. Il secondo assunto lo stabilisce Platone, dicendo che
«“appare” significa “percepisce”». Ogni comprensione, infatti,
sia tramite un organo di senso, sia tramite qualcos’altro, essi
l’hanno chiamata “percezione”.
[152c2-3] «Quali dunque ciascuno percepisce le cose, tali è
probabile anche che siano per ciascuno».
Protagora ha detto: «quali ciascuno percepisce [col. LXVII]
le cose, tali esse anche sono per lui». Ma Socrate […].
310 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[sqhsi"] a≥[r≥a to≥[u' o[n-]


[to" ajeiv] ejstin k≥a≥i≥;
[15] [ajyeude;]"≥ wJ" ejpisth≥v-
[mh ou\sa. l]evg≥ ei ≥ o{ti e[s-
[tin . . . .] kaq j auJ-
[to; . . . . . aj]naskeu-
[. . . . . . Pr]wtagov ≥ -
[20] [r. . . . . . . . .]aitwn ≥
[. . . . . . . . . .] pavnta
[. . . . . . . . . . .]h≥ken
[. . . . . . . . . .]. .oio
[. . . . . . . . .]. eij hJ
[25] [ai[]sq ≥ h≥ s≥ [i"]
≥ ejp ≥ [it]ugcav
≥ -
[ne]i≥ touv[≥ tw/] o}" aujth;n
[. . . . . . . . .] ejpitug- ≥
[can . . . . . .] ejs ≥ t≥ i≥ n≥ ≥ aj-
[. . .]lh ≥ ~≥ ≥ givnetai ej-
[30] [pist]h≥vmh to≥u≥'to de;
[. . . . sum]p≥[ev]rasma
[. . . . . . . . .]l≥[.] lovg≥o≥u
[. . . . . . . o]uj≥de≥; d≥ovx≥a.
[ejgw; ejrw'] k≥a≥i; mavl j o≥uj 152d2-4
[35] [fau'lon l]ovgon wJ["] a[-
[ra e}n me;]n≥ aujto; ≥ kaq j auJ-
[to; oujdev]n≥ ejstin, ouj-
[d j a[n ti pr]oseivpoi"
[ojrqw'" ouj]d j oJpoion-
[40] [ou'n ti. o]u≥jk eujkata-
f[rovnhtov]n fhsin
to;[n lovgo]n to;n peri;
tou≥' [rJei']n≥ t≥a;" o≥ujs iva"
kat[a; ≥ to;] e[n≥ d≥ [o]xon

[45] p[eiv
≥ qont]a[i] ≥ ga;r tauv-≥
th/ [kai; a{pante]" poih-
≥ i≥ ;≥ [kai; sofoi; o]iJ≥ ple
ta ≥ i≥ '-≥
[col. LXVIII] stoi. oujde;n ou\n e[stin
aujto; kaq j aujtov, tou't j e[s-
tin, oujde;n kaq j auJto;
e[cei th;n uJpovstasin,
COLONNE LXVII-LXVIII 311

[152c5-6] «Perciò una percezione è sempre di ciò che è, e non è


falsa, perché è scienza».
Dice che è […] per sé […] predispone […]. Se la sensazio-
ne sopraggiunge a questo che […] sopraggiunge […] diviene
scienza. Questo […] conclusione […] discorso […] né opinio-
ne.
[152d2-4] «Io lo dirò, e non sarà certo un discorso banale: in realtà,
nulla è uno in sé e per sé, né potresti chiamarlo correttamente
qualcosa o qualcosa che sia di un certo tipo».
Egli sostiene che la tesi secondo cui le sostanze scorrono non
va disprezzata, se si bada alla sua autorevolezza. Infatti, se ne
dicono convinti sia tutti i poeti, sia la gran parte dei sapienti.
[col. LXVIII] Nulla, dunque, è in sé e per sé, cioè nulla ha
un fondamento sostanziale, cioè nulla ce l’ha intrinsecamente,
312 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[5] tou't j e[stin, oujde;n ka-


ta; ijdivan, ajlla; pavnta
prov" ti. th;n me;n ou\≥ n
oujs ivan dhloi' eijp[wv]n:
“oujd j a]n ti proseivpoi≥ "”.
[10] to; ga;r tiv ejmfaivnei ouj-
sivan: to; de; poso;n dia;
tou' eijrhkevnai “e}n me;n
aujto; kaq j auJtov”: to; de;
poio;n dia; tou' “oJpoion-
[15] ou'n ti”. ajll j eja;n wJ~ 152d4-5
mevga prosagoreuvh/",
kai; smikro;n fanei'-
tai, kai; eja;n baruv, kou'-
fon. to; mevga kai; to;
[20] smikro;n kai; baru;
kai; kou'fon tw'n prov"
tiv ejstin: kata; ga;r t≥[h;n]
pro;" e{teron scevs≥i≥n≥
qewrei'tai. oujde;n ou\n
[25] kaq j eJautov ejstin mev-
ga: h\n ga;r a]n ajei; mevga
nu'n de; to; aujto; mi-
kro;n faivnetai sum-
blhqe;n eJautou' meiv-
[30] zoni: oJmoivw" de; k≥a≥i;
ejpi; smikrou' kai; ba-
revo" kai; kouvfou, o{ti
nu'n me;n toi'a, nu'n de;
toi'a faivnetai kata;
[35] ta;" pro;" a[llo kai; a[l-
lo scevsei".
xuvnpantav te ou{tw" 152d5-6
wJ" mhdeno;" o[nto" <eJnov~>
mhvte tino;" mhvte oJ-
[40] poiouou'n. w{sper
oujde;n h\n mevga (euJriv-
sketo ga;r to; aujto; mi-
krovn), ou{tw" kai; ta\l-
COLONNA LXVIII 313

ma tutto è relativo. Egli si riferisce dunque alla sostanza dicen-


do «né potresti chiamarlo qualcosa». “Qualcosa”, infatti, indica
la sostanza. Si riferisce invece alla quantità dicendo «uno in sé e
per sé» e alla qualità con «di un certo tipo».
[152d4-5] «Ma se lo chiamerai grande, apparirà anche piccolo, e,
se pesante, leggero».
Grande, piccolo, pesante, leggero sono relativi; infatti, sono
considerati secondo la relazione rispetto ad altro. Nulla dun-
que, per sé, è grande; altrimenti, infatti, sarebbe sempre grande.
Ora, tuttavia, la stessa cosa appare piccola se confrontata con
qualcosa di più grande di sé; e lo stesso vale anche nel caso del
piccolo, del pesante e del leggero, perché essi appaiono talora
in un modo, talora in un altro, a seconda delle loro relazioni con
una cosa o con un’altra.
[152d5-6] «E così per tutte le cose, perché nulla è uno, né un
qualcosa, né di un certo tipo».
Come nulla era grande (si è riscontrato infatti che la stes-
sa cosa era piccola), così anche tutte le altre cose ammettono i
314 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

la pavnta ejpidevce-
[45] tai ta;" ejnantiva" ka-
thgoriva" dia; to; mh-
de;n ei\nai e{n, tou't j e[s-
tin mh; e[cein wJris-
mevnhn posovthta

[col. LXIX]

desunt fere 24 vv.


[25] .[. . . . . . . . . . . . . .]
[aij]n≥iv≥t≥[tetai . . . . .]
sumbavlh a≥jl[. . . . . toi-]
ou'to apet[. . . . . . .]
ajmfoi'n h[. ≥ . . . . . . .]
[30] kai; aujtw[. . . . . . . .]
non panta[. . . . . . .]
tai. dio[. . . . . . ta; toi-]
au'ta o[n[ta prosago-]
reuvome≥[n . . . . . . . e[-]
[35] stin≥ d≥[e; oujdevpote.]
[t]o≥; r≥J[evon katav tina~]
o≥u≥[t≥ j au≥jx≥[avnetai ou[te]
m[e]iou'tai, w{[sper] ≥
a}≥ ijd≥ iv≥ w" p[oiav
≥ ejsti. duvna-]
[40] sqai≥ ga;r ejw ≥ ≥ [
' si movnon]
to;n aujto;[≥ n prosqhv-]
khn lam[bav ≥ nein, oJ-]
moivw" de; k≥[ai; ejk mei-]
wvsew" tos≥[w'/de to;n]
[45] aujto;n givn≥e≥s≥[qai ejlavt-]
tona. ajnta≥k≥o≥[louqei']
ga;r tau'ta [ajl]l[hvloi",]
au[xhsi" [m]eiv≥ [wsi"]
ijdivw" p[oioiv, w{ste]
[col. LXX] [su]gcwrhqevnto" eJno;"
[touv]twn ≥ kai; ta; loipa;
[de]d≥ovsqai kai; ajnaire-
[qev]n≥to" kai; ta; loipa;
COLONNE LXVIII-LXX 315

predicati opposti, perché nulla è uno, cioè non ha una quantità


definita […].
[col. LXIX] […] Lascia intendere […].
[…] tali cose chiamiamo “enti” […] ma non “sono” mai.
Ciò che scorre, secondo alcuni non aumenta, né diminuisce,
come le cose che sono propriamente qualificate. Infatti, ammet-
tono che solo lo stesso individuo possa accogliere un’aggiunta
e, parimenti, anche diventare più piccolo di una certa quantità
in seguito a una diminuzione. Aumento, diminuzione e indi-
vidui propriamente qualificati, infatti, si implicano a vicenda,
sicché, [col. LXX] se si concede una sola di queste cose, si con-
cedono anche le altre, e, se si nega una sola di queste cose, si
negano anche le altre.
316 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[5] [ajn]h/rh'sqai. to;n de;


[per]i; tou' aujxomevnou
[l]ovg≥ on
≥ ejkivnhsen
[m]e;n prw'to" Puqa-
[govºra ≥ ", ejkivnhsen
[10] [de;] kai; Plavtwn, wJ" ejn
[to]i'"≥ eij" to; Sumpovs ion
[uJ]p≥e≥mnhvsamen: ejpi-
[cei]rou's i de; eij" aujto;
[kai;] oiJ ejx ΔAkadhmeiva",
[15] m≥[a]rturovmenoi mevn
o{ti≥ ajrevskontai tw'/
ei\nai aujxhvsei", dia; de;
to; tou;" Stwi>kou;" ka-
taskeuavzein tou'to,
[20] ouj deovmenon ajpodeiv-
xew["], didavskonte"
o{ti ejavn ti" ta; ejnargh'
qevlh/ ajpodeiknuv-
nai, e{tero" eij" to; ejnan-≥
[25] tivon piqanwtevrwn
eujporhvsei lovgwn.
kai; peri; touvtou pavn- 152e2-4
te" ejxaivs ioi oiJ sofoi;
plh;n Parmenivdou
[30] sumfevresqon, Prwta-
govra" te kai; ÔHravklei-
to" kai; ΔEmpedoklh'".
peri; tou' fevresqai
pa≥ vnta pavnte" sofoi;
[35] [s]umfwnou's in uJpe-
xh/rhmevnou Parme-
nivdou: ou|to" ga;r ajpo-
b≥levya" eij" th;n tou' ei[-
dou" fuvs in, parel-
[40] qw;n de; th;n u{lhn
fhsivn: “oi\on ajkivnh-
tovn te qevlei tw'/ pan-
ti; o[noma ei\nai”. pe-
COLONNE LXX 317

L’argomentazione che ha per oggetto l’uomo che cresce è


stata avanzata per la prima volta da Pitagora, e poi anche da
Platone, come abbiamo osservato nel Commentario al Simpo-
sio; argomentano in questa direzione anche gli Accademici, di-
chiarando che, secondo loro, esistono gli aumenti; ma, siccome
gli Stoici stabiliscono questo, che non richiede dimostrazione,
spiegano che, se qualcuno vuole dimostrare cose che sono evi-
denti, qualcun altro si avvarrà di molti argomenti più persuasivi
in direzione contraria.
[152e2-4] «E su questo tutti i sapienti più illustri, tranne
Parmenide, sono d’accordo: Protagora, Eraclito ed Empedocle».
«Sul fatto che tutte le cose sono in movimento tutti i sapienti
concordano, ad eccezione di Parmenide»; quest’ultimo, infatti,
guardando alla natura della forma, e tralasciando invece la materia,
afferma: «“solo e immobile” vuole essere il nome del tutto»38. Eb-
318 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

ri; me;n ou\n tw'n a[llwn


[45] fusikw'n rJav/dion
labei'n o{ti fasi;n fev-
resqai ≥ pavnta, ajlla;
kai;≥ ≥ jEmpedoklh'" aj-
po ≥ r
≥ roa;
≥ " ajpoleivpei
[col. LXXI] kaiv fh ≥ ≥ [sin o{ti ajni-]
cn[e]uvou[si ≥ aiJ kuvne"]
“kevrm≥a≥t≥[a qhreivwn]
melevwn” [. . . . . . . . . .]
[5] tou't≥ov g j o{t[i . . . ajpo-]
qnhv/≥[s]k≥on≥[t. . . . . .]
[kai; tw']n≥ p[o]i ≥ [htw'
≥ n] 152e4-5
o[iJ
≥ a[ k roi] t h'
≥ " [poihv se-]
w[" eJk]atev ≥ r a" ,
≥ [kwmw/ -]
[10] div[≥ a]"≥ me;n jEpiv[carmo",]
tragw/ ≥ diva" de;≥ [ {Omhro"].
ΔEpivcarmo", oJ[milhv-]
sa" toi'" Puqa[goreivoi",]
a[lla t[ev] ti≥na eu\≥ [ejdivdas-]
[15] ke≥n d[rav]m≥at≥[a, kai; to;]
[peri; t]o≥u' a≥uj≥xom≥[evnou, o}]
l[ovgw/] ejfod[ikw/' kai; pi-]
[s]t[w' ≥ / ej]pe≥ vr ≥ a[ine. ouj mh;n]
a[ll j wJ"≥ ≥ a[[≥ fodoi givnon-]
[20] tai provso[doiv ≥ te ejnar-]
gev". eij ou\c≥ [ejstwv~ ti~]
gi≥v[ne]tai m≥[eivzwn h] ej-]
l≥[av]t≥t≥wn: e≥[ij de; tou'to,]
oujs ivai a[ll[ote a[llai]
[25] givnon≥t≥ai [dia; th;n sun-]
ech' rJuvs in. ka ≥ [i;
≥ ejk]wm ≥ w/
≥ -v≥
dhsen aujto; ejpi≥ ; tou' aj-
paitoumevnou sumbo ≥ -≥
la;" kai; [aj]rnoumev ≥ n ou
[30] to≥u' aujtou' ei\nai dia; to;
ta; me;n prosgegenh'-
sqai, ta; de; ajpelhlu-
qevnai, ejpei; de; oJ ajpai-
COLONNE LXX-LXXI 319

bene, quanto agli altri filosofi della natura, è facile desumere che,
a dir loro, tutte le cose si muovono; ma anche Empedocle ammet-
te effluvi, [col. LXXI] e afferma che le cagne seguono le tracce di
«frammenti di membra ferine»39 […]. Questo […].
[152e4-5] «E, fra i poeti, i più grandi dei due generi di poesia:
Epicarmo per la commedia, Omero per la tragedia».
Epicarmo, che aveva frequentato i Pitagorici40, rappresen-
tò bene sia qualche altra scena drammatica, sia quella relativa
all’uomo che cresce, che egli sviluppava con un ragionamento
sistematico e attendibile. Tuttavia, il fatto che si verifichino per-
dite e aggiunte è evidente, se uno non rimane stabile, ma diven-
ta più grande o più piccolo; ma, se è così, le sostanze divengono
di volta in volta differenti a causa del continuo scorrere. Ed egli
rappresentò comicamente la scena, in cui l’uomo richiesto del
contributo per il banchetto negava di essere la stessa persona,
per il fatto di aver avuto aggiunte e perdite; e, quando l’uomo
320 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

tw'n ejt≥[uv]p≥t≥hsen auj-


[35] to;n kai≥; ejnekalei≥'t≥o≥,
pavlin k[aj]ke≥iv≥n≥o≥u≥ [fav-]
skonto"≥ [a[ll]o≥ me;[≥ n] e[i\ ≥ -]
nai to;n t[etu]pth
≥ kov
≥ -
ta, e{tero[n de;] to; ≥ n≥ ejg-
[40] kalouvm[e]n≥ on.
≥ ”Omh-≥
ron de; tr[a]gw/diva" ei\-
pen poih≥t≥hvn, ejpei;
to; pala[io;]n≥ hJntin-
ou'n poivh≥[s]i≥n periev-
[45] cousan h≥J[r]wi>ka;" prav-
xei"≥ wj[≥ nov]mazon tra-
gw/div[≥ an]. tiv" ou\n a]n 153a1-2 (?)
e[ti prov" [ge] tosou'
≥ t o
stratovpe[do]n ≥ kai; st≥ r ≥ //[thgov
≥ a ≥ n…

deest col. LXXII ubi lemma


153a7-10 legebatur

[col. LXXIII] tou't j e[stin sunevcetai,


kai; aujto; genna'tai
ejk fora'" kai; trivye-
w". to; “touvt≥ w” ≥ dui>kw'".
[5] au|
≥ t ai dev , h{ te fora; kai;
hJ tri'y i", kinhvsei". hJ
me;n fora; oJmologou-
mevnw", ajlla; kai; hJ tri'-
yi", eij kai; mh; kivnhsi",
[10] oujk a[neu≥ g≥e kinhvse-
w". genevsei" de; tauvta"
ei\pen purov". kai; ga;r
u{lh trivyanto" aujth;n
ajnevmou pu'r ejxevlam-
[15] yen,≥ kai; oiJ livqoi tri-
bovmenoi kai; krouovme-
noi≥ ajfia's i pu'r. k≥a≥i; tou'
Aijtna≥ivou de; puro;" kai;
tw'n l≥e≥gomevnwn ÔH-
COLONNE LXI-LXXIII 321

che aveva fatto la richiesta lo colpì e venne accusato, anche lui


replicò, a sua volta, che altro era colui che aveva colpito, altro
colui che veniva accusato.
Ha chiamato Omero “poeta tragico” perché un tempo qual-
siasi poesia che comprendeva gesta eroiche veniva chiamata
“tragedia”.
[153a1-2] «Chi dunque (potrebbe opporsi) a un esercito così
grande e a uno stratego […]».
[…]. [col. LXXII, mancante]
[153a7-10] […].
[col. LXXIII] «[…] cioè è tenuto insieme, ed esso stesso
è generato da spostamento e sfregamento». “Questi” è duale:
queste cose, spostamento e sfregamento, sono movimenti. Lo
spostamento – per comune accordo –, ma anche lo sfregamen-
to, se anche non è movimento, non avviene senza movimento.
Egli le ha chiamate «generazioni del fuoco». Infatti un bosco,
quando il vento vi sfrega contro, si incendia, e le pietre sfre-
gate e urtate, emettono fuoco. E (dicono) che questa si deve
considerare la causa dell’accensione del fuoco dell’Etna e delle
322 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[20] fai≥ste≥i≥vwn tauvthn oi≥[-


[e]sqai ≥ d≥ei'n th;n aijtiva[n]
[th']" ejxavyew", o{ti o[.]
[. .]n≥ta au..[. .]o≥[. . .]
[. .]t≥h'/ t≥r≥[ivyei . . . .]
[25] [f]ai≥ no ≥ vm ≥ ena [. . .] ejxa-
yavn≥ t[w]n. o{t≥ [a]n ≥ de; lev-
gw ≥ ≥ ≥≥ ≥ ≥ s i u p
J o; tou ' p
≥ ≥ uro; "
ge≥ n≥ n≥ a' ≥ s qai ta; o[ n ta,
t≥[ou'] k≥a≥u≥s≥t≥i≥k≥o≥u≥' levgou-
[30] [si], ajl≥la; uJpo; th'" ejx auj-
t≥o≥u' q≥ermovthto".
kai; mh;n tov ge≥ t≥w'n zw/'- 153b2-3
w≥n gevno" ejk tw'n auj-
tw'n≥ touvtwn fuve≥ tai.
[35] ka ≥ i;≥ ≥ ta; zw'/a ejk qermou'
k[a]i≥ ;≥ puro;" genna'tai:
ou ≥ ≥ ≥ ;r j g a ≥ ≥ to ≥ ;≥ sp ≥ e≥ vr ≥ m ≥ [a]
≥ zw/o-
gonei' ≥ , aj l l j hJ ej n [auj ] tw/'
qermovth": ta; go≥u'n ka≥-
[40] te≥yugmevna spevrma-
ta≥ oujk e[stin govnima
ka≥i; ta; uJphne≥vmia≥ w/j≥a;
ouj duvnatai teles ≥ fo-

rhqh'nai. hJ d j ejn th'/ 153b9-10
[45] yuch'/ e{xi" ouj ≥ c ≥ ≥ ujp ≥ o;≥ ≥ m[a-]≥
qhvs ≥ ew" me; n ≥ kai; m e-

levth", kinhv[s]e[≥ wn o[n-]
twn, kta'taiv te m≥a≥q≥hv-
mata kai; sw≥/vze≥t≥ai || […
[col. LXXIV]
desunt fere 3 vv.

[. .]n[.≥ . . . . . . . . . . . .]
[5] m[.].[.
≥ . . . . . . .].im
≥ a≥
.an[. . . . . . . . .]n tw'/
.ejm≥ [. . . . . . . . . .]ai≥
ei≥mh[. . . . . . . . .]u≥
kan≥[. . . . . . . . . .].e
COLONNE LXXIII-LXXIV 323

cosiddette attività vulcaniche, che […].


[…] quando dicono che gli enti sono generati dal fuoco, in-
tendono dire quello che brucia, ma dal calore che promana da
esso.
[153b2-3] «E anche la stirpe dei viventi nasce da queste stesse
cose».
Anche gli animali sono generati da calore e fuoco; infatti,
non è il seme a generare l’animale, ma il calore in esso conte-
nuto; i semi raffreddati, del resto, non sono fecondi, e le uova
“piene di vento” non possono giungere a maturazione.
[153b9-10] «E la condizione (hexis) dell’anima non è dall’ap-
prendimento e dallo studio, che sono movimenti, che riceve le
conoscenze e si conserva […]».
[…]. [col. LXXIV]
324 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[10] [.]o≥~. t≥o;≥ m≥e≥;[n a[ra aj]g≥a- 153c3-4


[qo;]n≥ kivnh[si" k]atav te
[yu]ch ≥ ;n k[≥ ai; ka]ta ≥ ; sw'-
[ma, t]o; de;≥ t[ouj ≥ n a]ntiv on…
[hJ kiv]nhsi"≥ ≥ me;≥ n≥ ou\n
[15] [kai; s]wvm ≥ ato" ajgaqo;n,
[kai;] yu ≥ c ≥ [h']", hJsu ≥ c≥ i≥ va
≥ ≥
[de; ka]k≥[ovn, eij] p≥r[os]upa-
[kou]s≥[t]ev[on] t≥w/' “[t]o≥; de;” t≥o≥;
[“ka]k≥ov≥n”. g[ivn]etai ga;r
[20] [ou{t]w" p≥l≥h≥'r≥e" ajn[ta-]
[po]doq ≥ evn: “to; de; [kako;n]
[th']" yuch'"≥ k[≥ ai; tou']
swvmato" hJs ≥ [uciva”.]
ka i
≥ ≥≥ ; ej p i ; ≥ touv toi≥ " [to;n ko-] 153c8-d1
[25] [lo]fw≥'na ajna≥g[kavzw]
[pr]o≥s≥bibavzw≥n≥ [th;n]
[crus]h'n seir≥a≥;n [wJ"]
[oujde;n a[l]lo h] t≥[o;n h{-]
l[≥ ion {O]mh ≥ o" le≥ v[≥ gei].
≥ r
[30] k[≥ olo]fw ≥ n
' a me;n≥ [h] ka-
[ta; th;n] pa ≥ roi ≥ ivan d[≥ h;]
m
pev[ra"] tw'n≥ pra ≥ g≥ m ≥ av-
t[wn], levgetai≥ ga;r ej≥n th'/
s≥[unh]qeiva/ “to;n kolo-
[35] f≥[w'n]a≥ ejpevqhke≥n”, h]
k≥[at]a≥; to; ej≥n≥ tw'/ Pa≥n≥-
i[wniv]w/ duvo yhvfo ≥ u"
[qevsqa]i≥ K[≥ ol]of≥ [w]ni≥ v-≥
[ou" . . . . . . . . . . . .]
[40] [. . . . . . . . . . . . . . .]
[. . . . . . . . . . .]to ≥ u ≥ [.]
[. . . .]oi[. cr]u≥s≥h'n de;
[seirav]n fhsin t≥h;n
[tw'n] a≥[strwn pro≥;[~] a[≥l≥-
[45] [lela] t≥avxin≥, h|" to;n≥
[h{lion] hJg≥ ei'sqai. k[≥ ai;] 153d1-2
[dhloi' o{]ti≥ e{w" me;n a]n≥
[hJ peri]fora; h/\ kinou-≥
COLONNA LXXIV 325

[153c3-4] «L’uno, dunque, è bene, il movimento nell’anima e nel


corpo, mentre l’altro è il contrario?».
Il movimento del corpo e dell’anima, dunque, è bene, men-
tre la quiete è male, se dopo “mentre l’altro” va sottinteso “il
male”. Così, infatti, c’è piena corrispondenza; «mentre il male
dell’anima e del corpo è la quiete».
[153c8-d1] «E a questi esempi intendo aggiungere il coronamento
finale, la catena d’oro, con cui Omero non indica nient’altro che
il Sole».
“Coronamento” è impiegato o in senso proverbiale per in-
dicare il termine delle cose – si dice infatti per abitudine “ha
posto il coronamento” –, oppure in riferimento al fatto che,
nell’assemblea panionica, i Colofoni ponevano due voti […].
[…] con “catena d’oro”41 si riferisce all’ordine vicendevole
degli astri, la guida dei quali è il Sole.
[153d1 ss.] «E mostra che, finché perdura in movimento la rivo-
326 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[mevnh] k≥ai; oJ h{lio", pa≥vn≥-


[50] [ta e[sti] kai; swv/zeta[i] || […

[col. LXXV] desunt fere 31 vv.

[.]hn[. . . . . . . . . . . .]
≥ i[.
ejp ≥ . . . . . . . . . . .]
h[.≥ . . . . . . . . . . . . .]
[35] tw≥[. . . . . . . . . . .].o≥[.]
en[. . . . . . . . . . . . ].[.]
. . .[. . . . . . . . . . .]o.[.]
[. . . . uJpovla]be to[iv-] 153d8-e2?
[40] [nun, w\ a[rist]e, ouJtws[iv:]
[kata; ta; o[mm]at≥ a ≥ prw'-≥
[ton o} dh; kalei'"] crw'-≥
[ma leukovn, m]h;≥ ei\n[ai] ≥
[aujto; e{terovn ti] e[xw ≥
[45] tw≥'[n sw'n ojmm]a≥vt[wn mh-]
d j [ejn toi'" o[mmasi mh-]
d[ev tin j aujtw'/ cwvran]
a≥jp≥[otavxh/": h[dh ga;r]
a]n≥ [ei[h te o[n pou ejn]
[50] tav[≥ xei kai; mevnoi kai;] || […

[fr. A] [. . . . . . . . . . . .]qh
≥ [. .]
[. . . . . . . . . . .].eau ≥ tou'
≥ .
[dei' de; kai; ka]ta; mevro≥[~] 157b8-9
[ou{tw levgein] kai; per≥[i;]
[5] [pollw'n aJqro]i≥s≥q≥ev[n]twn …

[fr. B]
[157d7-9]
[20] [. . . . . . . . . . . .].[. . .]
[. .]est.[. . . . g]ivne-≥
sqai≥ ≥ ka≥ [i;
≥ ] ta ≥ j[≥ ga]qa;
≥ k[ai;]
ta; kala; kai; o{sa dihvl-≥
qomen. h\n de; tau'ta
[25] ta; ai≥jsqhta≥; kai; ta; aijs≥-
qanovm≥[en]a≥. mh; to≥[iv-] 157e1-4
COLONNE LXXIV-LXXV; FRAMMENTI A-B 327

luzione e il Sole, tutte le cose sono e si preservano […]».


[…]. [col. LXXV]
[153d8-e2] «Ebbene, ottimo amico, considera questo: per quanto
riguarda gli occhi, anzitutto, ciò che tu chiami colore bianco non
è, in sé, qualcosa d’altro al di fuori dei tuoi occhi, né dentro gli
occhi, e non devi assegnargli una qualche collocazione; altrimenti,
infatti, si troverebbe già in ordine e sarebbe stabile e […]».

Fr. A
[157b8-9] «E bisogna parlare in questi termini sia di ogni singola
cosa, sia di molte cose prese insieme […]».

Fr. B
[157d7-8] […].
[…] sia le cose buone, sia quelle belle, sia tutte quelle che
abbiamo esposto divengano. Queste erano le cose percettibili e
quelle che si percepiscono.
328 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

nu≥[n ajpolivp]w≥men
o{s[on ejllei']p≥o≥n aujtou≥'.
le≥[ivp]etai [de;] e≥j[n]u≥p≥n≥[iv-]
[30] wn≥ t≥[e] pe≥vri k≥ai; novsw≥[n]
tw'n te a[l ≥ l ≥ w
≥ n≥ ≥ kai; m[a-]
[niva]", o{sa te par ≥ ak[ouv
≥ -]
e[in] h] parora'n≥ ≥ h[ t[i ≥ a[ l -]
l[o≥ par]ai≥ s ≥ q≥ a ≥ vn≥ e≥ s
≥ qa≥ [i] ≥
[35] [levg]etai. a} provt[e-] ≥
[ron] e[legen, ≥ k[a]tesk
≥ e≥ [uv
≥ -]
[asen] th;n≥ Prwtag ≥ o
≥ ≥ -
v
[rou] dovxan: a} de; nu'n
[f]hsin ejnantiva ejsti;n
[40] [p]r≥o≥;" ejke≥iv≥[n]hn. pw'"
o≥[u\]n≥ w{sper kataskeu-
[av]zwn ei\pen “mh; par-
evlqwmen [o{]s≥on loi≥-
p[ov]n”… o{ti k≥[ai; t]o≥; kom≥i≥v-
[45] zein≥ ejn[stavs]ei" kai≥ ;≥
lu≥ vs
≥ i≥ n≥ ≥ ka ≥ [tas]keuav
≥ z[ein]
[. .]. .[. . . . . .]qw[. . .]
[.].[. . . . . . . . . .]. . .
[.].[. . . . . . . . . . . . .]
[50] [.].[. . . . . . . . . . . . .]

[fr. C, col. I]
_ _ _
[20] [. . . . . . . . . .]s[.]a ≥ iai

[. . . . . . . . . o]ujde≥ i≥ ;"≥
[. . . . . . . . . . .]devxh ≥
[. . . .]pe[.
≥ aijs]qhvse-≥
[. . . . .] pa ≥ r
≥ a
≥ ªiºs
≥ q≥ hv
≥ s ≥ e-

[25] [. . .] pe≥ ri;
≥ s hm ai
≥ ≥ ≥ nomev -
[nwn] ejs ti
≥ ≥ ≥ n. o i s
\
≥≥ ≥ qa ga; r 157e4-158a2
[pou o{ti ejn pa's i] touv-
[toi" oJm]ol≥[ogo]u≥mev-
[nw" ejl]ev[gces]q≥ai do-
[30] [kei', o}n] a≥[r≥t≥[i dih/'m]en
[lov]go≥[n,] w≥J"≥ p≥a≥[n]t≥o;"≥
[ma'llon] hJm≥i'n≥ yeu-
FRAMMENTI B-C 329

[157e1-4] «Non tralasciamo dunque quanto ancora ne manca.


Resta da parlare dei sogni e delle malattie, e, fra le altre cose, della
follia e di tutto ciò che si dice di udire, di vedere e di percepire in
modo distorto».
Ciò che aveva detto prima costituiva l’opinione di Protago-
ra; ciò che dice ora è contrario a quell’opinione. Perché mai ha
detto, allora, come se la costituisse, «non tralasciamo quanto
ancora manca»? Perché avanzare obiezioni e stabilire una so-
luzione […].

Fr. C, col. I
[157e-158a2] «Forse sai, infatti, che in tutti questi casi si ritiene
comunemente che venga confutato il discorso che facevamo poco
330 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[dei'" aijs]q≥h≥vs≥ei" ejn a[uj-]


[toi'" gigno]m≥evna".
[35] [peri; tw']n≥ ej≥nupnivwn
[kai; fa]nt≥ a ≥ siw'
≥ n tw'n
[kata; maniv]a~≥ h\n≥ o{son
[. . . . . . .]. aij≥ sqhvse-
[. . . . . . .]etai hJ prwv-≥
[40] [th . . . . .] dovx[a . . .]e

minima vestigia 10 vv.

[fr. C, col. II]


_ _ _
≥ [≥
sime

[fr. D]
[. . . .]pe[. . . . . . . . .]
[. . . .] prosf≥[. . . . . .]
[. . . .]atar≥t≥[. . . . . .]
[. . . .]poio[. . . . . . .]
[5] [. . . .]iautw≥[. . . . . .]
[. . . . .]n k≥a≥i≥; a[l≥lw≥n≥
[. . . . . . . . .]. auj
≥ tw'n≥
[.].[. . . . .]. pravgmato~≥
ta[. ≥ . . . .]nounei. . .
[10] m. .r.[. . . .]at≥ .≥ .[. . .]
uJpovm≥n≥h≥[m]a≥. ajlla; ajna≥g-
kaiovtatav t≥ev [ej]stin≥
kai≥; i[sw≥" ta[uv]th/ oujk a[-
kaira. dokei' dev moi
[15] ej≥ne≥[rgw']" genovmena≥
pr ≥ [o;
≥ " tou;]"≥ pleivou"
tw'[≥ n Pl]atwnikw']≥ n, oi{]
f[a]sin peri; krithri≥ v[≥ ou]
e[i\]na[i t]o;n Qeaivt[hton:]
[20] ka≥i≥; [t]a; e≥ijrhmevna≥ [uJ-]
pom[i]mnhv≥[sk]e≥i hJ[ma'"]
tou' .[. .] ejpi; kefa[laiv-]
wn d[ie]lqei'n pe[ri;]
FRAMMENTI C-D 331

fa, perché in quei casi, più che in ogni altro, le percezioni che si
generano in noi sono false».
Quanto ai sogni e alle rappresentazioni che dipendono dalla
follia […].

Fr. D
[…] Ma sono assolutamente necessari e forse non inopportuni
in questo caso. Mi sembra che siano efficaci contro la gran parte
dei Platonici, secondo i quali il Teeteto si occupa del criterio;
quanto è stato detto ci ricorda di […] esporre per sommi capi
su […]. Ma alcuni hanno detto […].
332 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

[. . . .ti]ne;~ mevn[toi]
[25] [. . . . . .]~ e≥[fasan [. .]
[. . krit]h≥vrion wJ" [. .]
[. . . . . .].ioi
≥ kai; et[. ≥ .]
[. . . . . .]n dokei' x[. .]
[. . . . . . . . . .]re.[. . .]
[30] [. . . . . . . . . .]sta[.
≥ .]
[. . . . . . . . . .]e[. .]
_ _ _

[fr. E]
_ _ _
]a
].
].
].e≥
[5] ]on≥
_ _ _

[fr. F]
_ _ _
]n
]ai.[

]nto[≥
]to.[
_ _ _

[fr. G]
_ _ _
. .[
osw≥[
q[
[.]u[≥
_ _ _

[fr. H]
_ _ _
]p≥[
]t≥ais[
FRAMMENTI E-H 333

[i frammenti E-U sono illeggibili]


334 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

]r.[
_ _ _

[fr. I]
_ _ _
]as[≥
]n.[
].[
_ _ _

[fr. L]
_ _ _
]n[
]t[
]s[
_ _ _

[fr. M]
_ _ _
].ol[
]o.[

_ _ _

[fr. N]
_ _ _
]s≥t[
].[
_ _ _

[fr. O]
_ _ _
]e[≥
]to[
_ _ _

[fr. P]
_ _ _
].t[
].e≥[
_ _ _
FRAMMENTI I-P 335
336 [ANONIMO] COMMENTARIO AL TEETETO

]r.[
_ _ _

[fr. I]
_ _ _
]as[≥
]n.[
].[
_ _ _

[fr. L]
_ _ _
]n[
]t[
]s[
_ _ _

[fr. M]
_ _ _
].ol[
]o≥.[
_ _ _

[fr. N]
_ _ _
]s≥t[
].[
_ _ _

[fr. O]
_ _ _
]e[≥
]to[
_ _ _

[fr. P]
_ _ _
].t[
].e≥[
_ _ _
FRAMMENTI Q-U 337
NOTE ALLA TRADUZIONE

1
Traduco epistêmê non con “conoscenza” – come fanno G. Bastianini-D.
Sedley –, ma con il più tradizionale “scienza”, per evitare possibili fraintendi-
menti con altri vocaboli della sfera del conoscere (gnôsis o dianoia, ad esem-
pio). Per “scienza” bisogna qui intendere per lo più la conoscenza rigorosa,
cioè dotata di fondamento (cosa che non vale per tutte le conoscenze), e non
un ambito del sapere (come la geometria o l’astronomia).
2
Sul tema del criterio cfr., ad esempio, Didaskalikos IV.
3
La definizione è tratta, con sostanziali modifiche, da Platone, Menone
97e-98a. Su questa definizione cfr. S. Martinelli Tempesta, Alcune considerazio-
ni su Platone, “Menone”, 98a3 (aitias logismô), «Acme», 53.2 (2000), pp. 3-18.
4
Cfr., ad esempio, Diogene Laerzio II, 106-108.
5
Com’è noto, kathêkon è termine stoico, che ricorre anche nel titolo di
opere di numerosi autori del Portico.
6
Il passo che segue è una delle più importanti testimonianze sulla teoria
dell’oikeiôsis. Sul tema rimando a T. Engberg-Pedersen, The Stoic Theory of
Oikeiosis. Moral Development and Social Interaction in Early Stoic Philosophy,
Aarhus UP, 1990; R. Radice, «Oikeiosis». Ricerche sul fondamento del pensie-
ro stoico e sulla sua genesi, Vita e Pensiero, Milano, 2000; C.-Uh. Lee, Oikeio-
sis. Stoische Ethik in naturphilosophischer Perspektive, Alber Verlag, Frei-
burg-München, 2002; R. Bees, Die Oikeiosislehre der Stoa. I. Rekonstruktion
ihres Inhalts, Königshausen & Neumann, Würzburg, 2004.
7
L’esempio dei naufraghi dovrebbe derivare da Carneade (cfr. Lattanzio,
Divinae Institutiones V, 16, 9-10, che dipende da Cicerone, De republica), a
cui dovrebbe riferirsi anche l’appellativo di “Accademici” subito dopo.
8
Cfr. Epicurea, fr. 523 (pp. 318-319) Usener.
9
Cfr. Platone, Teeteto 176b.
10
Si è fatto riferimento a Platone, Liside 221e, Simposio 205e (per Socra-
te), e a Protagora 337c e Carmide 163c-d (per i Sofisti: Ippia e Crizia) (così
Bastianini-Sedley, p. 495).
11
Su cui Aristotele, Etica Nicomachea VI, 13, 1144b ss.
12
Con palaioi (lat. antiqui o veteres) si indicavano per lo più Platone, Ari-
stotele e la tradizione veteroaccademica (cfr. J. Dillon, The Middle Platonists.
A Study of Platonism (80 BC-AD 220), Duckworth, London, 19962, ed. it. I
Medioplatonici. Uno studio sul Platonismo (80 a.C.-220 d.C.), a cura di E. Vi-
mercati, Vita e Pensiero, Milano, 2010, pp. 79, 94, 97, 108, 109, 111, 118, 129,
con riferimento ad Antioco di Ascalona, spesso in Cicerone, De finibus V).
13
Su Aristone, cfr. SVF I, 373-376 (sull’unicità della virtù).
340 ANONIMO COMMENTARIO AL TEETETO

14
Cfr. Platone, Repubblica VI, 486a4 (con lievi variazioni).
15
Cfr. Teeteto 143e8.
16
Cfr. nota 3.
17
Questa definizione non ricorre nelle opere di Aristotele pervenuteci; cfr.
però De anima III, 3, 427b25; Fisica V, 4, 227b13-14; Topici V, 2, 130b15-16;
3, 131a23 (sull’epistêmê come hyolêpsis); Etica Nicomachea VI, 3, 1139b31-32
(l’epistêmê come hexis apodeiktikê).
18
Cfr. SVF I, 68; 70.
19
Le regole della definizione sono qui tratte da Aristotele, Topici VI, 4,
141a23 ss.
20
L’autore sembra riprendere Aristotele, Topici II, 5, 112a21 ss.; VI, 11,
149a5 ss.
21
Cfr. Platone, Filebo 16c ss.
22
Cfr. Topici IV, 5, 127a10 ss.
23
Cfr. Empedocle, fr. 31B81 DK.
24
Cioè figure “allungate”, come il rettangolo.
25
Cfr. Platone, Menone 82b-85b.
26
Cfr. anche Euclide, Elementi II, 14 (con riprese letterali).
27
Cfr. Platone, Timeo 35b-36d.
28
Cioè a forma di parallelepipedo.
29
Cfr. anche Didaskalikos IV, 6 (p. 155, 20 ss. Hermann; sull’articolazione
delle nozioni comuni, di origine stoica, e sulla loro assimilazione alle Idee
platoniche, conosciute in sede prenatale; l’identificazione compare anche nel
Commento al Teeteto, qui sotto).
30
Si fa qui riferimento agli Accademici Scettici, di età ellenistica (a partire
dallo scolarcato di Arcesilao, iniziato attorno al 268/64 a.C.); al contempo, si
rivendica l’unità della tradizione accademica – tema molto dibattuto nell’an-
tichità – e il suo carattere dogmatico. Sulla presunta unità dell’Accademia si
può vedere anche la testimonianza di Numenio (cfr. frr. 24-28 des Places), ma
anche l’introduzione a questo volume.
31
Parafrasi di Platone, Menone 87b7-c1.
32
Cfr. Platone, Simposio 206c1-3.
33
Cfr. Platone, Repubblica III, 389b.
34
Cioè al “catalettico” e al “non catalettico”.
35
Sulla gnoseologia pirroniana cfr., ad esempio, Sesto Empirico, Schizzi
pirroniani I, 19-22; Diogene Laerzio IX, 106 (in generale, 77-79, 92 ss).
36
Per Protagora cfr. fr. 80B1 DK.
37
Cfr. Diogene Laerzio II, 92.
38
Cfr. Parmenide, fr. 28B8, v. 38 DK (ma la citazione è tratta da Teeteto
180e1).
39
Cfr. Empedocle, fr. 31B106 (ma anche 101) DK.
40
Cfr. Epicarmo, fr. 23B2 DK.
41
Cfr. Iliade VIII, 18.
[ANONIMO]
COMMENTARIO ALL’ALCIBIADE I
DI PLATONE
Presentazione

Questo breve e lacunoso testo papiraceo è stato collocato da-


gli editori intorno alla fine del II secolo d.C.1 Si tratta di un
commentario all’Alcibiade I di Platone, databile, come sem-
bra, al periodo compreso tra la fine del I secolo a.C. (l’epoca
di Eudoro) e la fine del II secolo d.C. (la datazione del papiro),
sebbene manchino conferme definitive. I riferimenti alla teoria
degli effluvi – riconducibile ad Empedocle – e a un commento
al Timeo, composto anch’esso dall’autore di questo stesso com-
mento, non sono tuttavia sufficienti per chiarire la struttura e i
contenuti del testo.

Premessa al testo

Nella traduzione ci siamo attenuti alla seguente edizione:


AA.VV. (a cura di), Commentarium in Platonis «Alcibiadem»
[POxy 1609 r + PPrinc inv. AM 11224C r], in Corpus dei papiri
filosofici greci e latini (CPF). Testi e lessico nei papiri di cultura
greca e latina. Parte III: Commentari, Olschki (Unione Accade-
mica Nazionale. Accademia Toscana di Scienze e Lettere «La
Colombaria»), Firenze, 1995, pp. 56-58.

1
Cfr. AA.VV. (a cura di), Commentarium in Platonis «Alcibiadem» [POxy
1609 r + PPrinc inv. AM 11224C r], in &RUSXVGHLSDSLUL¿ORVR¿FLJUHFLHODWLQL
&3) 7HVWLHOHVVLFRQHLSDSLULGLFXOWXUDJUHFDHODWLQD3DUWH,,,&RPPHQWD-
ri, Olschki, Firenze, 1995, p. 52.
COMMENTARIUM
IN PLATONIS «ALCIBIADEM»

Fr. A

[col. I] ———
ºpo≥
º..u≥n
ºntau
ºmen
[5] º.in
ºti≥n
ºei
ºth
———
[col. II] ———
dokh/` de; ejkei` faªivnºesqai: ouj
ga;r ejpΔ ejkeivnou tou` katovptrou
oJra`tai, ajllΔ hJ ajnavklisi~ ejpi;
to;n oJrw`nta. peri; me;n ou\n
[5] touvtwn ejn toi`~ eij~ to;n Tiv-
maion ei≥ª[ rºhtai: ouj dei` de; “ei[-
dwlon” toiou`ton ajkouvein oi|-
on to; kata; Dhmovkriton h] ΔEpiv-
kouron, h] wJ~ ΔEmpedoklh~
[10] ajporroa;~ faivh a]n ajpi≥e≥vnai
ajpo; eJkavstou tw`n≥ k≥ªatºoptri-
zomevnwn kai; t≥ª± 9º
perieousas.ª
———
[ANONIMO]
COMMENTARIO ALL’ALCIBIADE I
DI PLATONE

Fr. A

[col. I, illeggibile]

[col. II] […] sembri apparire là; infatti, non è visto su quello
specchio, ma (si vede) il riflesso verso colui che guarda. Di que-
sti problemi, dunque, si è detto nel commento al Timeo; non
bisogna allora intendere eidôlon (= immagine) come in Demo-
crito o in Epicuro, oppure, come direbbe Empedocle, che efflu-
vi (aporroai) si dipartono da ciascuno degli oggetti riflessi […]1.
[col. III, illeggibile]

1
Sulla teoria degli effluvi in Empedocle, cfr. frr. 31A57; 86; 88; 89; B84;
89; 101; 109a DK.
346 [ANONIMO] COMMENTARIO ALL’ALCIBIADE I

[col. III] ———


x≥ª

n≥ª
n≥ª
———

Fr. B
———
…ºfr≥o≥ª plhsi-
avsai kai; e{pesqai; ou{tw~
a[ra eJauto;n gnªoivh a]n mav-
lista. a\rΔ ou\n mhª
[5] ti mevcr≥i≥ ajgaqoª
aujtou;~ kai; mh; swf≥ª
te~ oujk a]n eijdeivhm≥ªen ta; eJ-
autw`n kaka; kai; ajªgaqav… ± 2
ga;r i[smen o{ti ep..ª
[10] tino~ aujto;n pr...ª
toivnun uJpe;r toiauªt- sumbev-
bhken ajduvnaton ª A
Δ l-
kibiavdh~ ªejºs≥ti;n ..ª
ΔAlkªiºbiavdhn ouj≥d≥ª
[15] ΔAlkiºbiavdou p≥w≥ª
º..ª
———
FRAMMENTO B 347

Fr. B

[…] avvicinarsi e seguirlo; così, dunque, si potrà conoscere al


meglio se stessi. […].
[…] se non ci comportiamo in modo saggio, non potremo co-
noscere i mali e i beni che ci riguardano […].
[…].
[ANONIMO]
COMMENTARIO AL POLITICO
DI PLATONE (?)
Presentazione

Questo breve e lacunoso testo papiraceo è stato collocato nel II


secolo d.C.1 I pochi frammenti rimasti riportano il testo di due
passi del Politico di Platone, che rientravano probabilmente in
un più ampio e sistematico commentario al dialogo platonico.
Le somiglianze tra la struttura di questo testo e quella dell’ano-
nimo Commentario al Teeteto rendono meno probabile che si
tratti di una semplice interpolazione o di una citazione all’inter-
no di un’opera di altra natura.

Premessa al testo

Nella traduzione ci siamo attenuti alla seguente edizione: Mau-


ro Tulli (a cura di), Commentarium in Platonis «Politicum»
[PBerol inv. 11749], in Corpus dei papiri filosofici greci e latini
(CPF). Testi e lessico nei papiri di cultura greca e latina. Parte III:
Commentari, Olschki (Unione Accademica Nazionale. Accade-
mia Toscana di Scienze e Lettere «La Colombaria»), Firenze,
1995, pp. 224-226.

1
Cfr. Mauro Tulli (a cura di), Commentarium in Platonis «Politicum»
[PBerol inv. 11749], in Corpus dei papiri filosofici greci e latini (CPF). Testi
e lessico nei papiri di cultura greca e latina. Parte III: Commentari, Olschki,
Firenze, 1995, pp. 221.
COMMENTARIUM
IN PLATONIS «POLITICUM» (?)

[col. I] ———
ª≥ ± 11 º suggram-
ªma ± 10 º oi≥J de; al-
ªl ± 10 ºr≥a≥m≥mena
ª ± 9 ºido~ h[ tini
[5] ª ± 9 ºeno~ ouj≥de;n
ª ± 9 ºmeno~ per≥i;≥
ª ± 9 ºl≥ew~ ª± 2ºphs≥e≥i
para; ga;r oi\ºm≥ai tou;~ nov- 300b1-6 (?)
mou~ tou;~ ejk≥ peivra~ pol-
[10] lh`~ keimhvºn≥h~ kaiv tinwn
sumbouvlwºn e{kasta cari-
evntw~ suºmbouleusavntwªnº
kai; peisºavntwn qevsqai
to; plh`qºo~, oJ para; tau`ta
mou~ tou;~ ejk≥ peivra~ pol-
[15] tolmw`n drºa`n, aJmarthvma-
to~ aJmavrthºm≥a pollaɪplavsion
———
[col. II] ———
taª ± 16
kaª ± 16
… taª ± 15
gmª ± 6 dia; tau`ta dh; 300c1-3
[5] toi`ª~ peri; o{t j ou\n novmou~
kai; ªsuggravmata tiqemev-
noi≥ª~ deuvtero~ plou`~ to;
p≥a≥ra; tau`t≥ªa mhvte e{na mhv-
te plh`q≥ªo~ mhde;n mhdev-
[10] pote ejªa`n dra`n mhd j oJtiou`n.
epeiª ± 14
gegra≥ª ± 13
———
[ANONIMO]
COMMENTARIO AL POLITICO DI PLATONE (?)

[col. I]
[…]

[Politico 300b1-6 (?)] «ritengo infatti che contro le leggi sta-


bilite da una lunga esperienza e per consiglio di uomini che le
hanno meditate con attenzione nei singoli dettagli e che hanno
persuaso la popolazione a promulgarle, chi osasse agire contro
queste leggi commetterebbe un errore, (sconvolgendo) in misura
ancora maggiore […]».

[col. II]
[…]

[Politico 300c1-3] «per coloro che stabiliscono su qualunque


cosa leggi e norme scritte, “seconda navigazione” sarà non per-
mettere che contro di esse né un individuo, né una folla di gente
faccia mai nulla, ma proprio nulla!».
[…].
GAIO

TESTIMONIANZE (T)
Presentazione

Gaio è forse una delle figure più enigmatiche della storia del
Medioplatonismo. A dispetto delle scarse testimonianze perve-
nuteci, infatti, la letteratura moderna ha variamente speculato
intorno all’esistenza di una cosiddetta “Scuola di Gaio”, che sa-
rebbe stata molto influente sulla tradizione medioplatonica del
II secolo d.C. e della quale sarebbero stati allievi – a vario titolo
– autori quali Galeno e Apuleio1. Tra Ottocento e Novecento,
poi, l’importanza di Gaio fu ulteriormente accresciuta dal fatto
che il Didaskalikos, uno dei più noti manuali medioplatonici,
venne per lungo tempo attribuito al filosofo “Albino”, autore
del Prologo e allievo dello stesso Gaio, del quale pubblicò le
lezioni2. In un quadro del genere, dunque, Gaio sarebbe stato
all’origine di uno dei mainstream del Platonismo del II secolo
(se non addirittura imperiale).
A cominciare soprattutto da John Dillon – che aveva inizial-
mente tenuto conto, seppur in modo critico, di questa tesi –,
gli studi più recenti si sono intiepiditi circa l’effettiva esistenza

1
Un completo e puntuale status quaestionis è fornito da A. Gioè in Filo-
sofi medioplatonici del II secolo d.C. Testimonianze e frammenti (Gaio, Albino,
Lucio, Nicostrato, Tauro, Severo, Arpocrazione), a cura di A.G., Bibliopolis,
Napoli, 2002, pp. 56-61; in precedenza segnalo, tra gli altri, J. Dillon, The
Middle Platonists. A Study of Platonism (80 BC to AD 220), Duckworth, Lon-
don, 1977, 19962, ed. it. a cura di E. Vimercati, I Medioplatonici. Uno studio
sul Platonismo (80 a.C.-220 d.C.), Vita e Pensiero, Milano, 2010, pp. 307 ss.
2
Cfr. Albino, 7 T; 8 T Gioè. A sostegno del rapporto tra Gaio, Albino
(considerato come autore del Didaskalikos) e Apuleio ricordo soprattutto T.
Sinko, De Apulei et Albini doctrinae Platonicae adumbratione, Apud Bibliopo-
lam Societatis Librariae («Sumptibus Academiae Litterarum Cracoviensis»),
Cracoviae, 1905, che teneva conto della tesi di J. Freudenthal, Der Platoniker
Albinos und der falsche Alkinoos, Calvary & Co., Berlin, 1879 (= Id., Helle-
nistische Studien, 3, pp. 241-327), secondo il quale “Albino” sarebbe stato
l’autore del Didaskalikos.
358 GAIO

di un “circolo di Gaio”. Tale ipotesi, infatti, presupponeva non


solo che Albino fosse l’autore del Didaskalikos3, ma anche che
Gaio avesse operato nell’ambiente ateniese, un dato che, inve-
ce, le testimonianze non confermano4.
Pertanto, le informazioni sicure su cui possiamo contare
sono poche, a cominciare da due passi di Galeno in cui egli
afferma di aver assistito a Pergamo alle lezioni di un allievo di
Gaio e, qualche anno dopo (tra il 149 e il 157 d.C.), a Smirne,
alle lezioni di Albino5. Considerato dunque che Gaio doveva
essere di una generazione più anziano rispetto a Galeno, la sua
collocazione cronologica è stata posta nella prima metà – forse
agli inizi – del II secolo d.C. La località di insegnamento di Gaio
rimane incerta, ma non sembra improbabile che egli abbia ope-
rato in Asia Minore, mentre trova scarsi riscontri una sua per-
manenza stabile ad Atene. Anche sul suo pensiero siamo poco
informati: una volta assunto che opere quali il Didaskalikos di
Alcinoo e il De Platone et eius dogmate di Apuleio ebbero una
pluralità di fonti – tra le quali una sintesi della filosofia plato-
nica composta da Ario Didimo6 –, non è facile individuare un
corpus di dottrine attribuibili con sicurezza a Gaio. Per ripren-
dere Dillon, ai nostri occhi la filosofia di Gaio sembra purtrop-
po rimanere più shadow che non substance.

3
Come ritenne J. Freudenthal, qui sopra (ma cfr. anche la nostra presen-
tazione al Didaskalikos, in questo volume).
4
Cfr., ad esempio, J. Whittaker, Platonic Philosophy in the Early Centuries
of the Empire, in ANRW II, 36, 1 (1987), pp. 81-123; T. Göransson, Albi-
nus, Alcinous, Arius Didymus, Acta Universitatis Gothoburgensis, Göteborg,
1995, pp. 17 ss.; ancora, Gioè in Filosofi medioplatonici del II secolo d.C., cit.
5
Cfr., rispettivamente, Gaio, 3 T; Albino, 1 T. Sulla cronologia di Gaio
segnalo Göransson, Albinus, Alcinous, Arius Didymus, pp. 34 ss.
6
Ne accenneremo nelle presentazioni al Didaskalikos e ad Apuleio.
PRESENTAZIONE 359

Indice dei contenuti

VITA, FAMA E DISCEPOLI


1 T (?)-8 T
I DUE CRITERI DI ESPOSIZIONE DELLE DOTTRINE SECONDO PLATONE
9T

Premessa al testo

Nella traduzione ci siamo attenuti alla seguente edizione: Filo-


sofi medioplatonici del II secolo d.C. Testimonianze e frammenti.
Gaio, Albino, Lucio, Nicostrato, Tauro, Severo, Arpocrazione,
edizione, traduzione e commento a cura di Adriano Gioè, Bi-
bliopolis («Elenchos», XXXVI), Napoli, 2002, pp. 45-52.
Fra parentesi sono indicati i riferimenti alle raccolte di T.
Göransson [G.] (Albinus, Alcinous, Arius Didymus, Acta Uni-
versitatis Gothoburgensis, Göteborg, 1995) e di H. Dörrie-M.
Baltes [D.-B.] (cfr. H. Dörrie, M. Baltes, Ch. Pietsch, M.-L. Lak-
mann, Der Platonismus in der Antike, 7 voll., Frommann-Holz-
boog, Stuttgart-Bad Cannstatt, 1987-2008).
VITA, FAMA ET DISCIPULI

1 T (T6 Göransson; 75c Dörrie-Baltes)


(FD III 4, n. 103 = SIG3 II n. 868 C)
Qeov~. Tuvca ajgaqav. Delfoi; e[dwkan Gai?w/ Xevnwno~ ILlosov[fw/]
poleiteivan aujtw`/ [kai;] ejggovnoi~ aujtou`, [promant]eivan,
proxen[ivan], proedrivan, prod[i]kivan, ajsulivan, ajtevl[ei]
an pa`san, ga`~ kai; o[ijkiv]a~ e[nkthsin kai; ta\lla teivmia o{sa
toi`~ kaloi`~ kai; ajgaqoi`~ ajndravs i divdotai. “Arconto~ Flabivou
Swklavrou, boule[u]ovntwn )Lllevou to[u`] Eujboulivdou kai;
)Ll[o]davmou tou` Lamprivo[u].

2 T (T7 G.; 75b D.-B.)


(FD III 4, n. 94 = SIG3 II n. 868 B)
[Qeov~]. Tuvca ajgaqav. Delfoi; e[dwkan Bakcivw/ Truvf[wno~, kaqΔ
uJoqesivan] de; Gai?ou, PaILvw/, kai; Zwsivmw/ tw`/ kai; Sw[t]iv≥[mw/]
(?) Caropeivnou kai; Klaudivw/ Neikostravtw/ ΔAqhnaivoi~ kai;
M. Sextivw/ Kornhlianw`/ Mallwvth/, ILlosovfoi~ platwnikoi`~,
aujtoi`~ kai; tevknoi~ aujtw`n, poleiteivan, proxenivan, prodikivan,
ga`~ kai; oijkiva~ e[nkthsin kai; ta\lla teivmia o{sa toi`~ kaloi`~
kai; ajgaqoi`~ ajndravs i divdotai. “Arconto~ Eujboulivdou tou`
Eujboulivdou (praec. Tauri 1T).

3 T (T8 G.)
(Galeno, De affectuum dign. 8, 3, p. 28, 9-15 De Boer)
ÔUpoplhvrwsa~ de; tettareskaidevkaton e[to~ h[kouon ILlosovfwn
politw`n, ejpi; plei`ston me;n Stwi>kou`, )Llopavtoro~ maqhtou`,
bracu;n dev tina <crovnon> kai; Platwnikou`, maqhtou` Gai?ou,
dia; to; mh; scolavzein aujto;n eij~ politika;~ ajskoliva~ eJlkovmenon
VITA, FAMA E DISCEPOLI

1 T (?) (T6 Göransson; 75c Dörrie-Baltes)


(FD III 4, n. 103 = SIG3 II n. 868 C)
Dio. Buona sorte. I Delfi conferirono la cittadinanza al filosofo
Gaio, figlio di Senone, a lui e ai suoi discendenti, il diritto di
precedenza nel consultare l’oracolo, la prossenia, la proedria, la
precedenza in sede di giudizio, l’inviolabilità (asylia), l’esenzio-
ne da ogni imposta (ateleia pasa)1, il diritto di possedere terra
e casa, e tutti gli altri onori che si conferiscono agli uomini per
bene. Era allora arconte Flavio Soclaro, e buleuti Filleo figlio di
Eubulide e Filodamo figlio di Lampria.

2 T (?) (T7 G.; 75b D.-B.)


(FD III 4, n. 94 = SIG3 II n. 868 B)
Dio. Buona sorte. I Delfi conferirono a Bacchio di Pafo, figlio
di Trifone e, per adozione, di Gaio, a Zosimo o Sotimo, figlio
di Caropino, e a Claudio Nicostrato, Ateniesi, e a M. Sestio
Corneliano di Mallo, filosofi platonici, a loro e ai loro figli, la
cittadinanza, la prossenia, la precedenza in sede di giudizio, il
diritto di possedere terra e casa, e tutti gli altri onori che si con-
feriscono agli uomini per bene. Era allora arconte Eubulide,
figlio di Eubulide.

3 T (T8 G.)
(Galeno, De affectuum dign. 8, 3, p. 28, 9-15 De Boer)
All’età di quattordici anni frequentavo le lezioni di filosofi no-
stri concittadini, specialmente di uno Stoico, allievo di Filopa-
tore, e, per un breve <periodo>, anche di un Platonico, allievo
di Gaio, che non aveva tempo di insegnare perché coinvolto in
362 GAIO

uJpo; tw`n politw`n, o{ti movno~ aujtoi`~ ejfaivneto divkaiov~ te kai;


crhmavtwn ei\nai kreivttwn, eujprovs itov~ te kai; pra`o~.

4 T (T9 G.; 76.3 D.-B.)


(Porfirio, Vit. Plot. 14, 10-14)
ΔEn de; tai`~ sunousivai~ ajneginwvsketo me;n aujtw/` (scil. tw`/
Plwtivnw/) ta; uJpomnhvmata, ei[te Sebhvrou ei[h, ei[te Kronivou
h] Noumhnivou (test. 14 Leemans) h] Gai?ou h] ΔAttikou`, kajn toi`~
Peripathtikoi`~ tav te ΔAspasivou kai; ΔAlexavndrou ΔAdravstou
te kai; tw`n ejmpesovntwn.

5 T (T5 G.; 76.5 D.-B.)


(Codex Coislinianus 387, fol. 534v)
ΔEn de; th`/ ILlosoILva/ dievpreyan: Plavtwn, ΔAristotevlh~ oJ touvtou
maqhthv~, w|n to;n me;n Plavtwna uJpomnhmativzousi plei`stoi:
crhsimwvteroi de; Gavi>o~, ΔAlbi`no~, Priskianov~, Tau`ro~,
Provklo~, Damavskio~, ΔIwavnnh~ oJ )Llovpono~, o{sti~ kai; kata;
Priskianou` hjgwnivsato, pollavki~ de; kata; ΔAristotevlou~.

6 T (T2 G.; 76.4 D.-B.)


(Proclo, In Plat. remp. II, p. 96, 10-15 Kroll)
Kai; mavlisqΔ o{ti polloi; th`~ peri; aujto;n (scil. to;n ejn Politeiva/
tou` ΔHro;~ mu`qon) ejfhvyanto katanohvsew~ kai; tw`n Platwnikw`n
oiJ korufai`oi, Noumhvnio~ (test. 21 Leemans), ΔAlbi`no~, Gavi>o~,
Mavximo~ oJ Nikaeuv~, ΔArpokrativwn, Eujkleivdh~, kai; ejpi; pa`s in
Porfuvrio~ (181 T Smith), o}n ejgw; pavntwn mavlista tw`n ejn tw/`
muvqw/ kekrummevnwn genevsqai fhmi; tevleon ejxhghthvn.

7 T (T1 G.; 77.6 D.-B.)


(Codex Parisinus Graecus 1962, pinax fol. 146v BV)
ΔAlbivnou <ejk> tw`n Gai?ou scolw`n: uJpotupwvsewn Platwnikw`n
dogmavtwn, aV bV gV dV eV ıV zV hV qV iV iaV (sequ. Albini 6T).
TESTIMONIANZE 4-7 363

attività politiche dai suoi concittadini, poiché lo reputavano il


solo ad essere giusto, al di sopra delle ricchezze, affabile e mite.

4 T (T9 G.; 76.3 D.-B.)


(Porfirio, Vit. Plot. 14, 10-14)
A lezione gli (sc. a Plotino) si leggevano i commentari, di Seve-
ro, di Cronio2, di Numenio3, di Gaio o di Attico, e, tra i Peripa-
tetici, di Aspasio, di Alessandro, di Adrasto e di autori in cui ci
si imbatteva.

5 T (T5 G.; 76.5 D.-B.)


(Codex Coislinianus 387, fol. 534v)
Nella filosofia si distinsero: Platone e il suo allievo Aristotele,
tra i quali moltissimi commentano Platone; molto utili sono
Gaio, Albino, Prisciano, Tauro, Proclo, Damascio, Giovanni
Filopono, il quale polemizzò con Prisciano e spesso anche con
Aristotele.

6 T (T2 G.; 76.4 D.-B.)


(Proclo, In Plat. remp. II, p. 96, 10-15 Kroll)
(Ritengo necessario esporre quanto segue) soprattutto perché
furono in molti a proporsi di intenderne il significato (sc. del
mito di Er nella Repubblica), compresi i Platonici di maggior
riguardo: Numenio, Gaio, Massimo di Nicea, Arpocrazione,
Euclide e – sopra tutti – Porfirio4, che io considero un eccel-
lente interprete, specialmente di tutte le allusioni nascoste nel
mito.

7 T (T1 G.; 77.6 D.-B.)


(Codex Parisinus Graecus 1962, pinax fol. 146v B´)
Di Albino, Dalle lezioni di Gaio: lineamenti delle dottrine plato-
niche, libri I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI.
364 GAIO

8 T (T4 G.)
(Prisciano, Solut. ad Chosr., p. 42, 8-10 Bywater)
Usi quoque sumus utilibus quae sunt ex Strabonis Geographia;
Albini quoque ex Gaii scholis exemplaribus Platonicorum
dogmatum.

DE DUPLICI RATIONE EXPONENDIS


DOCTRINIS SECUNDUM PLATONEM

9 T (T3 G.; 109.1 D.-B.)


(Proclo, In Plat. Tim. I, pp. 340, 21-341, 9 Diehl)
Tiv ou\n to; e}n ajxivwma kai; koino;n ejn touvtoi~… o{ti dei` to;n lovgon
suggenh` toi`~ pravgmasin ei\nai, w|n dh; kai; e[stin ejxhghthv~. kai;
ejoivkasin ejnteu`qen ajforma;~ labovnte~ oiJ peri; A Δ lbi`non kai; Gavio> n
Platwnikoi; diorivzein, posacw`~ dogmativzei Plavtwn, kai; o{ti
dicw`~, h] ejpisthmonikw`~ h] eijkotologikw`~, kai; ouj kaqΔ e{na trovpon
oujdΔ wJ~ mivan ajkrivbeian tw`n pantoivwn ejcovntwn lovgwn, ei[te peri;
tw`n o[ntwn ei\en ei[te peri; tw`n dia; genevsew~ uJILstamevnwn, ajllΔ h|/
per e[cei ta; pravgmata, tauvth/ kai; tw`n lovgwn sundih/rhmevnwn toi`~
pravgmasi kai; ou{tw~ ejcovntwn tou` te ajkribou`~ pevri kai; tou` safou`~
wJ~ ta; uJpokeivmena aujtoi`~ pravgmata, wJ~ tou;~ me;n tw`n lovgwn levgein
[tw`n dogmavtwn legovntwn], o{ti ta; pravgmata wJdi; e[cei kai; oujk a]n
a[llw~ e[coi, tou;~ de; o{ti to; eijko;~ toi`onv de ejsti; tw`n pragmavtwn: dei`
ga;r o{moion ei\nai to;n lovgon toi`~ pravgmasin: oujde; ga;r a[llw~ a]n
aujtw`n th;n fuvsin ejxhghvsaito h] suggenw`~ e[cwn pro;~ aujtav: dei` ga;r
o} to; pra`gma sunh/rhmevnw~ ejstiv, tou`to ei\nai aujto;n ajneiligmevnw~,
†i{na kai; ejkfaivnh/ to; pra`gma kai; uJfeimevno~ h\/ th`~ fuvsew~ aujtou`.
TESTIMONIANZE 8-9 365

8 T (T4 G.)
(Prisciano, Solut. ad Chosr., p. 42, 8-10 Bywater)
Ci siamo avvalsi anche delle informazioni utili tratte dalla Geo-
grafia di Strabone e dall’opera di Albino Dalle lezioni di Gaio:
lineamenti delle dottrine platoniche.

I DUE CRITERI DI ESPOSIZIONE


DELLE DOTTRINE SECONDO PLATONE

9 T (T3 G.; 109.1 D.-B.)


(Proclo, In Plat. Tim. I, pp. 340, 21-341, 9 Diehl)5
Qual è dunque, in questo caso, l’assioma unico e comune? È che
il ragionamento deve essere congenere alle cose di cui esso è ap-
punto interprete. E sembra che, a partire da queste premesse, i
Platonici della cerchia di Albino e di Gaio distinguano in quanti
modi Platone espone le proprie dottrine, e cioè in due modi: o
con criterio scientifico, o con criterio di verosimiglianza. Infatti,
i ragionamenti di Platone, nella loro varietà, non seguono un’u-
nica procedura e non possiedono lo stesso grado di esattezza,
a seconda che riguardino gli enti veri (ta onta) o quelli che esi-
stono per via di generazione (ta dia geneseôs hyphistamena): al
contrario, i ragionamenti rispecchiano la medesima suddivisio-
ne degli oggetti a cui essi si riferiscono e possiedono lo stesso
grado di esattezza e di chiarezza degli oggetti che soggiacciono
loro, sicché alcuni ragionamenti affermano che le cose stanno
in un dato modo e non in un altro, mentre altri affermano che
nelle cose c’è un certo grado di verosimiglianza. Infatti, il ra-
gionamento deve essere affine ai suoi oggetti, perché, se non
fosse congenere agli oggetti stessi, non potrebbe interpretarne
la natura: bisogna infatti che il ragionamento esprima in modo
esteso ciò che la cosa è in modo contratto, per poter manifestare
la cosa ed essere subordinato alla natura della cosa stessa.
NOTE ALLA TRADUZIONE

1
Al contrario di Gioè, Filosofi medioplatonici del II secolo, p. 47, intendo
qui asylia nel senso di “inviolabilità” e ateleia nel senso di “esenzione dalle
imposte”, sulla scorta di G. Thür, s.v. Asylia, in DNP, 2, 1997, col. 143; P.
Rhodes, s.v. Ateleia, ibidem, coll. 150-151; LSJ, s.v. asylia, nn. 1-2 (inviolabili-
tà), mentre l’esenzione dai tributi compare solo come ultima accezione (n. 4);
ibidem, s.v. ateleia, n. II (“exemption from public burdens”; ed ex ateleias nel
senso di “without payment, gratis”). Così anche in Severo, 1 T (?), in cui Gioè
interpreta asylia come “esenzione dalle imposte” – come noi, sia in questa che
in quella sede.
2
Cfr. Cronio, testimonianze, C. (memoria) Leemans.
3
Cfr. Numenio, T14 Leemans.
4
Cfr. 181 T Smith.
5
A commento di Platone, Timeo 29b4 ss.
ALBINO

PROLOGO
[INTRODUZIONE ALL’OPERA DI PLATONE]
_________________________
TESTIMONIANZE (T)
Presentazione

Albino, originario di Smirne, fu allievo di Gaio, insieme al qua-


le fu oggetto della disputa novecentesca relativa alla cosiddetta
“Scuola di Gaio”1. Albino, infatti, che pubblicò un gruppo di
Lezioni di Gaio2 e il più famoso Prologo (un’introduzione alla let-
tura dei dialoghi platonici), fu a lungo identificato con l’autore
del Didaskalikos e considerato il tramite attraverso cui l’interpre-
tazione platonica di Gaio sarebbe stata accolta anche da Galeno
e da Apuleio. La fondatezza di questa tesi è stata più di recente
messa in discussione. Infatti, se sono certi i contatti tra Gaio e
Albino, e tra Albino e Galeno3, meno certo è che Apuleio abbia
avuto rapporti con Albino e che, forse attraverso la mediazio-
ne di quest’ultimo, abbia fatto di Gaio la fonte del proprio De
Platone et eius dogmate. Gli studi più recenti sembrano dunque
attenti a non sopravvalutare il ruolo di Albino nella tradizione
medioplatonica del II secolo d.C., e propensi a circoscrivere la
sua figura alle testimonianze pervenuteci e al testo del Prologo.
Ebbene, il Prologo è un’introduzione metodologica alla let-
tura dei dialoghi di Platone. L’opera sarebbe collocabile intor-
no alla metà del II secolo d.C., dunque in un’epoca compatibi-
le con quella dell’Albino allievo di Gaio4. L’interesse del testo
consiste nel fatto che esso ci testimonia quale fosse l’atteggia-

1
Su cui cfr. le presentazioni, rispettivamente, a Gaio, al Didaskalikos e
ad Apuleio. Sulla figura di Albino segnalo lo studio di B. Reis, Der Platoni-
ker Albinos und sein sogenannter Prologos, Prolegomena, Überlieferungsge-
schichte, kritische Edition und Übersetzung von B. R., Dr. Ludwig Reichert
Verlag, Wiesbaden, 1999, pp. 18-48 (su vita e opere); inoltre, O. Nüsser, Alb-
ins Prolog und die Dialogtheorie des Platonismus, Teubner, Stuttgart, 1991.
2
Cfr. Albino, 4 T; 5 T.
3
Cfr. Albino, 1 T.
4
Cfr. G. Invernizzi, Il «Prologo» di Albino. Introduzione, traduzione e note,
«Rivista di Filosofia Neoscolastica», 71 (1979), pp. 352-361, in partic. pp. 352-353.
372 ALBINO

mento che poteva guidare un esegeta o un filosofo mediopla-


tonico nella lettura delle opere di Platone. In tal senso, l’opera
può essere accostata alle pagine dedicate da Diogene Laerzio,
qualche tempo dopo, al medesimo tema5.
Suddiviso in sei capitoli, il testo affronta quattro tematiche
principali: 1) la definizione e le caratteristiche del “dialogo”
(capp. I-II); 2) la classificazione dei dialoghi di Platone, a se-
conda del loro contenuto e del loro metodo (cap. III); 3) l’or-
dine da seguire nella lettura dei dialoghi stessi (cap. IV); 4) le
condizioni e le finalità della lettura dei dialoghi (capp. V-VI).
La definizione e la classificazione dei dialoghi non sembrano
particolarmente innovativi, mentre più originale è la discussio-
ne che ne segue e il tentativo di dare una spiegazione dei criteri
adottati. Nella classificazione dei dialoghi, il Prologo sembra
tenere conto della loro suddivisione in tetralogie, che viene tra-
dizionalmente attribuita a Trasillo (I secolo d.C.), ma che con
ogni probabilità dovette diffondersi già in epoca precedente,
visto che nel testo è menzionato Dercillide (I secolo a.C.)6.
Nelle rimanenti testimonianze, particolare rilevanza assu-
mono il tema dell’anima e, ancor più, quello della “generazio-
ne” del cosmo.

Indice dei contenuti


PROLOGO [INTRODUZIONE ALL’OPERA DI PLATONE]
1. Metodo di indagine e definizione di “dialogo” [cap. I]
2. Caratteristiche del dialogo [cap. II]
3. Tipologie e classificazione dei dialoghi di Platone [cap. III]
4. L’ordine dei dialoghi [cap. IV]
5. Condizioni per fare filosofia e per leggere Platone [cap. V]
6. Finalità dei dialoghi di Platone [cap. VI]
TESTIMONIANZE
Vita, fama e opere
1 T-7 T
5
Cfr. Diogene Laerzio III, 49-51; Reis, Der Platoniker Albinos und sein
sogenannter Prologos, pp. 85-104.
6
Cfr. Prologo IV.
PRESENTAZIONE 373

L’anima
8 T-11 T
Il mondo è “generato” e “ingenerato”
12 T-13 T (?)
I due criteri di esposizione delle dottrine secondo Platone
14 T
Ricordo dell’autore
15 T

Premessa al testo
* Nella traduzione del Prologo ci siamo attenuti alla seguente
edizione: Der Platoniker Albinos und sein sogenannter Prologos,
Prolegomena, Überlieferungsgeschichte, kritische Edition und
Übersetzung von Burkhard Reis, Dr. Ludwig Reichert Verlag
(«Serta graeca. Beiträge zur Erforschung griechischer Texte»,
7), Wiesbaden, 1999. Nell’edizione di Reis vengono mantenu-
ti i riferimenti alla paginazione di Karl Friedrich Hermann in
ΔAlbivnou eijsagwgh; eij~ tou;~ Plavtwno~ dialovgou~, in Platonis
dialogi secundum Thrasylli tetralogias dispositi, ex recognitione
C.Fr. Hermanni, vol. VI, Teubner, Lipsiae, 1858, pp. 147-151,
che anche noi riportiamo.
Tra le altre traduzioni in lingua moderna, segnalo: G. Inver-
nizzi, Il «Prologo» di Albino. Introduzione, traduzione e note,
«Rivista di Filosofia Neoscolastica», 71 (1979), pp. 352-361.
** Nella traduzione delle testimonianze, invece, ci siamo atte-
nuti alla seguente edizione: Filosofi medioplatonici del II secolo
d.C. Testimonianze e frammenti. Gaio, Albino, Lucio, Nicostrato,
Tauro, Severo, Arpocrazione, edizione, traduzione e commento a
cura di Adriano Gioè, Bibliopolis («Elenchos», XXXVI), Na-
poli, 2002, pp. 77-86.
Fra parentesi sono indicati i riferimenti alle raccolte di T.
Göransson [G.] (Albinus, Alcinous, Arius Didymus, Acta Uni-
versitatis Gothoburgensis, Göteborg, 1995) e di H. Dörrie-M.
Baltes [D.-B.] (cfr. H. Dörrie, M. Baltes, Ch. Pietsch, M.-L. Lak-
mann, Der Platonismus in der Antike, 7 voll., Frommann-Holz-
boog, Stuttgart-Bad Cannstatt, 1987-2008).
ªEijsagwgh; eij~ th;n tou` Plavtwno~ bivblonº

ΔAlbivnou provlogo~

I. [H. 147] [ {Oti] tw/` mevllonti ejnteuvxesqai toi`~ Plavtwno~


dialovgoi~ proshvkei provteron ejpivstasqai aujto; tou`to, tiv
potev ejstin oJ [5] diavlogo~. ou[te ga;r a[neu tevcnh~ tino;~ kai;
dunavmew~ gegrammevnoi eijs ivn, ou[te tecnikw`~ gnwrivsai rJa/vdion
tw/` ge qewriva~ ajpeivrw~ e[conti, ajrevskei de; tw/` ILlosovfw/ peri;
panto;~ ouJtinosou`n th;n skevy in poiouvmenon th;n oujs ivan tou`
pravgmato~ ejxetavzein, e[peita tiv tou`to duvnatai kai; tiv mhv, pro;~
o{ tiv te crhvs imon pevfuke kai; [10] pro;~ o} mhv. levgei de; w|de: peri;
pantov~, w\ pai`, miva ajrch; toi`~ mevllousi kalw`~ bouleuvesqai:
eijdevnai peri; ou| a]n hJ boulh; h] para; tou`to aJmartavnein ajnavgkh:
tou;~ de; pollou;~ levlhqen, o{ti oujk i[sasi th;n oujsivan eJkavstou:
wJ~ ou\n oujk eijdovte~ ouj diomologou`ntai ejn ajrch/` th`~ skevyew~,
proelqovnte~ de; to; [15] eijko;~ ajpodidovasin: ou[te ga;r
eJautoi`~ ou[t j a[lloi~ oJmologou`sin. i{na ou\n mh; tou`to pavqwmen
ejntugcavnonte~ toi`~ Plavtwno~ dialovgoi~, aujto; tou`to, o{per
e[fhn, skeywvmeqa, tiv potΔ e[stin oJ diavlogo~. e[sti toivnun oujk
a[llo ti h] lovgo~ ejx ejrwthvsew~ kai; ajpokrivsew~ sugkeivmeno~
<periv> tino~ tw`n politikw`n kai; [20] ILlosovfwn pragmavtwn
meta; th`~ prepouvsh~ hjqopoii?a~ tw`n paralambanomevnwn
proswvpwn kai; th`~ kata; th;n levxin kataskeuh`~.
[INTRODUZIONE ALL’OPERA DI PLATONE]

PROLOGO DI ALBINO

[Metodo di indagine e definizione di “dialogo”]

[p. 147 Hermann]


I. A chi intenda affrontare i dialoghi di Platone conviene in-
nanzitutto stabilire proprio questo: che cosa sia mai il dialogo.
Infatti, i dialoghi sono scritti non senza una certa arte e abilità1,
e, almeno per chi non ha esperienza di contemplazione, non è
facile apprenderli a regola d’arte2. Secondo il filosofo (sc. Plato-
ne), chiunque intraprende una ricerca su ogni cosa, deve inda-
gare l’essenza della cosa, e, in seguito, che cosa essa possa o non
possa, e in vista di che cosa essa sia, per sua natura, utile o no.
Ecco le sue parole3: «In ogni cosa, mio caro fanciullo, per co-
loro che vogliono deliberare bene c’è un solo principio: cono-
scere su che cosa verte la deliberazione; altrimenti, nel merito si
cade inevitabilmente in errore; ai più sfugge il fatto che essi non
conoscono l’essenza di ciascuna cosa; siccome, dunque, non la
conoscono4, non si mettono d’accordo all’inizio della ricerca, e
allora, con il prosieguo dell’indagine, ne pagano il prezzo: infat-
ti, non concordano né con se stessi, né con gli altri». Per non in-
cappare in questo inconveniente quando affrontiamo i dialoghi
di Platone, dunque, ricerchiamo proprio ciò che diceva lui, che
cosa sia mai il dialogo. Ebbene, esso non è altro che un discorso
composto di domanda e risposta <su> qualche tema politico e
filosofico, con un’idonea caratterizzazione dei personaggi coin-
volti e con un tono stilistico adatto.
376 ALBINO

II. Lovgo~ me;n ou\n levgetai oJ diavlogo~ kaqavper oJ a[nqrwpo~


zw/`on. ejpei; de; oJ lovgo~ ejsti;n oJ me;n ejndiavqeto~ oJ de; proforikov~,
ajkousovmeqa: tou` proforikou`: kai; ejpei; touvtou oJ mevn ejsti
[25] kata; dievxodon legovmeno~, oJ de; kata; ejrwvthsin kai;
ajpovkrisin, i[dion tou` dialovgou ejrwthvsei~ kai; ajpokrivsei~:
o{qen oJ <diavlogo~> lovgo~ ejx ejrwthvsew~ <kai; ajpokrivsew~>
ei\nai levgetai. to; de; periv tino~ tw`n politikw`n kai; ILlosovfwn
pragmavtwn provskeitai. diovti oijkeivan ei\nai dei` th;n
uJpokeimevnhn u{lhn tw/` dialovgw/: au{th dev ejstin hJ politikh; [30]
kai; ILlovsofo~. wJ~ ga;r th/` tragw/diva/ kai; o{lw~ th/` poihvsei oijkeiva
[H. 148] u{lh uJpobevblhtai <hJ> tw`n muvqwn, ou{tw~ tw/` dialovgw/
hJ ILlovsofo~, toutevsti ta; pro;~ th;n ILlosoILvan. to; de; meta;
th`~ prepouvsh~ hjqopoii?a~ tw`n paralambanomevnwn proswvpwn,
<diovti> diafovrwn <tw`n> ejn toi`~ lovgoi~ o[ntwn to;n bivon, tw`n
me;n ILlosovfwn, tw`n de; soILstikw`n, [5] <tw`n de; ijdiotikw`n,>
ta; oijkei`a h[qh dei` eJkavstw/ ajnatiqevnai, tw/` me;n ILlosovfw/ to;
gennai`on kai; to; aJplou`n kai; to; ILlavlhqe~, tw/` de; soILstikw/` to;
poikivlon kai; to; palivmbolon kai; to; ILlovdoxon, tw/` de; ijdiwtikw/` to;
oijkei`on. ejpi; touvtoi~ fhsi; kai; th`~ kata; th;n levxin kataskeuh`~:
kai; mavla eijkovtw~: wJ~ ga;r th/` tragw/diva/ kai; th/` [10] kwmw/diva/
to; oijkei`on mevtron dei` parei`nai kai; th/` legomevnh/ iJstoriva/ to;
plavsma, ou{tw~ kai; tw/` dialovgw/ th;n oijkeivan levxin kai; suvnqesin,
e[cousan to; ΔAttikovn, to; eu[cari, to; ajpevritton, to; ajnendeev~. eij
dev ti~ legovmeno~ lovgo~ mh; kaqavper ei\pon eijdopoiouvmeno~,
ajllΔ ejndeh;~ w]n touvtwn levgoito ei\nai diavlogo~, oujk [15] ojrqw`~
a]n levgoito. ou{tw to; para; tw`/ Qoukudivdh/ legovmenon † tw`n
dunavmewn † eijdopoiei`n th;n ijdiovthta tw`n dialovgwn ouj fhvsomen
ei\nai diavlogon, ajlla; ma`llon duvo dhmhgoriva~ katΔ ejnquvmhsin
ajllhvlai~ ajntigegrammevna~.
PROLOGO II 377

[Caratteristiche del dialogo]

II. Pertanto, si dice che il dialogo è un discorso (logos) così


come si dice che l’uomo è un essere vivente. Ora, dato che esi-
stono due tipi di discorsi, quello interiore (endiathetos) e quel-
lo proferito (prophorikos), dobbiamo intendere il dialogo nel
senso del discorso proferito; e, poiché quest’ultimo può essere
narrativo o basato su domanda e risposta, lo specifico del dialo-
go sono domande e risposte; perciò si dice che «il <dialogo> è
un discorso che consiste in domanda <e risposta>». Si aggiunge
poi «su un tema politico e filosofico», perché il soggetto mate-
riale deve essere caratteristico del dialogo; tale soggetto è quello
politico e filosofico. Infatti, come la tragedia e, in generale, la
poesia hanno come [p. 148 H.] soggetto caratteristico <quello>
mitico, così il dialogo ha quello filosofico, ossia ciò che riguar-
da la filosofia. Segue l’espressione «con un’idonea caratterizza-
zione dei personaggi coinvolti», <perché>, visto che i filosofi, i
sofisti e <i semplici cittadini> si differenziano nei discorsi per il
loro stile di vita, bisogna attribuire a ciascuno le caratteristiche
che gli sono proprie: al filosofo la nobiltà, la semplicità e l’a-
more per il vero, al sofista l’indole poliedrica, la mutevolezza e
l’amore per l’opinabile, e al semplice cittadino ciò che gli è pro-
prio. Inoltre, si dice «e con un tono stilistico adatto», e a buon
diritto: infatti, come la tragedia e la commedia devono avere il
loro metro appropriato, e la cosiddetta “storia” la sua forma
stilistica, così anche il dialogo deve avere il linguaggio e la strut-
tura che gli sono propri: il dialetto attico, l’eleganza, l’equilibrio
e la compiutezza. Se invece si desse il nome di “dialogo” a un
discorso foggiato in modo diverso da come ho descritto, che sia
privo di queste caratteristiche, si fornirebbe una denominazio-
ne sbagliata. Il passo di Tucidide, † che riescono † a riprodurre
lo specifico dei dialoghi, non diremo che è un dialogo, ma piut-
tosto che sono due demegorie intenzionalmente contrapposte
l’una all’altra.
378 ALBINO

III. ΔEpei; ou\n o{ tiv potev ejstin oJ diavlogo~ teqewrhvkamen,


[20] peri; th`~ diafora`~ aujtou` tou` kata; Plavtwna dialovgou
i[dwmen, toutevsti peri; tw`n carakthvrwn, povsoi tev eijs in
oiJ ajnwtavtw kai; povsoi ejkeivnwn uJpodiaireqevntwn eij~ tou;~
ajtovmou~ ejsthvsan. to<...> peri; me;n ou\n carakthvrwn ejn toi`~
eJxh`~ telewvtata meta; uJpografh`~ eijrhvsetai, ejnqavde de;
gnwstevon tosou`ton peri; tw`n [25] ajnwtavtw carakthvrwn, o{ti
duvo o[ntwn, uJfhghtikou` kai; zhthtikou`, oJ me;n uJfhghtiko;~
h{rmostai pro;~ didaskalivan kai; pra`xin kai; ajpovdeixin
tou` ajlhqou`~, oJ de; zhthtiko;~ pro;~ gumnasivan kai; ajgw`na
kai; e[legcon tou` yeuvdou~: kai; o{ti oJ me;n uJfhghtiko;~ tw`n
pragmavtwn stocavzetai, oJ de; zhthtiko;~ tw`n proswvpwn. [30]
tw`n me;n ou\n Plavtwno~ dialovgwn uJpavgontai tw/` me;n fusikw/`
oJ Tivmaio~, tw/` de; logikw`/ Kratuvlo~, SoILsthv~, Politikov~,
Parmenivdh~: tw/` de; politikw/` Politeiva, <Kritiva~,> Mivnw~,
Novmoi, ΔEpinomiv~: tw`/ de; hjjqikw`/ ΔApologiva, Krivtwn, Faivdwn,
<Fai`dro~,> Sumpovs ion, ΔEpistolaiv, Menevxeno~, Kleitofw`n,
)Lvlhbo~: tw/` de; [35] peirastikw/` Eujquvfrwn, Mevnwn, “Iwn,
Carmivdh~, <Qeaivthto~:>: tw/` de; maieutikw/` ΔAlkibiavdh~,
Qeavgh~, Luvs i~, Lavch~: tw/` de; ejndeiktikw/` Prwtagovra~: tw`/ de;,
ajnatreptikw`/: ÔIppivai <bΔ>, Eujquvdhmo~, Gorgiva~.

IV. [H. 149] ΔEpei; ou\n teqewrhvkamen th;n diafora;n aujtw`n


wJ~ pevfuke givgnesqai kai; tou;~ carakth`ra~, ejpi; touvtoi~
levgwmen, ajpo; poivwn dialovgwn dei` ajrcomevnou~ ejntugcavnein tw/`
Plavtwno~ lovgw/. diavforoi ga;r dovxai gegovnasin: oiJ me;n gavr ajpo;
tw`n [5] ΔEpistolw`n a[rcontai, oiJ de; ajpo; tou` Qeavgou~: eijs i; de;
oiJ kata; tetralogivan dielovnte~ aujtou;~ kai; tavttousi prwvthn
PROLOGO III-IV 379

[Tipologie e classificazione dei dialoghi di Platone]5

III. Dopo aver osservato, dunque, che cosa sia mai il dialogo,
soffermiamoci sulla differenziazione del dialogo platonico in
quanto tale, cioè sulle sue tipologie, su quante siano quelle più
generali e su quante ne stiano alla base, una volta che quelle
siano state suddivise nelle loro parti non ulteriormente scom-
ponibili. <…> Delle tipologie diremo più avanti nel modo più
completo con l’ausilio di uno schema, ma, sulle tipologie più
generali, bisogna qui tenere presente quanto segue: 1) che esse
sono due, quella espositiva e quella investigativa: quella espo-
sitiva è funzionale all’insegnamento, all’azione e alla dimostra-
zione del vero, mentre quella investigativa è funzionale all’eser-
citazione, alla controversia e alla confutazione del falso; 2) che
quella espositiva ha per oggetto le cose, quella investigativa le
persone.
Ecco come vengono classificati i dialoghi di Platone:
1. (tipologia) fisica: Timeo;
2. logica: Cratilo, Sofista, Politico, Parmenide;
3. politica: Repubblica, <Crizia>, Minosse, Leggi, Epinomide;
4. etica: Apologia, Critone, Fedone, <Fedro>, Simposio, Epi-
stole, Menesseno, Clitofonte, Filebo;
5. peirastica (peirastikos)6: Eutifrone, Menone, Ione, Carmi-
de, <Teeteto>;
6. maieutica: Alcibiade, Teagete, Liside, Lachete;
7. accusatoria (endeiktikos)7: Protagora;
8. confutativa (anatreptikos): i due Ippia, Eutidemo, Gorgia.

[L’ordine dei dialoghi]

[p. 149 H.]


IV. Una volta osservata, dunque, la naturale differenza fra i dia-
loghi e le loro tipologie, passiamo a dire da quali dialoghi si
debba cominciare per affrontare la dottrina di Platone. Infatti,
vi sono opinioni differenti: alcuni cominciano dalle Epistole,
altri dal Teagete. Ci sono, poi, coloro che li dividono in tetralo-
380 ALBINO

tetralogivan perievcousan to;n Eujquvfrona kai; th;n ΔApologivan


kai; to;n Krivtwna kai; to;n Faivdwna: to;n me;n ou\n Eujquvfrona,
ejpei; kai; ejpaggevlletai tw/` Swkravtei ejn aujtw/` hJ divkh, th;n de;
ΔApologivan, [10] ejpeidh; ajnagkai`on aujtw/` ajpologhvsasqai:
ejpi; touvtoi~ to;n Krivtwna dia; th;n ejn tw/` desmwthrivw/ diatribhvn,
e[peita to;n Faivdwna, ejpei; ejn aujtw/` tevlo~ tou` bivou lambavnei oJ
Swkravth~. tauvth~ th`~ dovxh~ eijs i; Derkullivdh~ kai; Qravsullo~,
dokou`s i dev moi proswvpoi~ kai; bivwn peristavsesin hjqelhkevnai
tavxin ejpiqei`nai: [15] o{ ejsti me;n i[sw~ crhvs imon pro;~ a[llo ti,
ouj mh;n pro;~ o} hJmei`~ nu`n <boulovmeqa.> boulovmeqa de; ajrch;n
kai; diavtaxin didaskaliva~ th`~ kata; soILvan euJrei`n. fame;n ou\n
Plavtwno~ lovgou mh; ei\nai mivan kai; wJrismevnhn ajrchvn: ejoikevnai
ga;r aujto;n tevleion o[nta teleivw/ schvmati kuvklou: w{sper ou\n
kuvklou miva kai; [20] wJrismevnh oujk e[stin ajrchv, ou{tw~ oujde;
tou` lovgou.

V. Ouj mh;n dia; tou`to oJpwsou`n kai; wJ~ e[tucen ejnteuxovmeqa aujtw/`:
oujde; ga;r eij devoi kuvklon gravfein, ajfΔ ouJtinosou`n shmeivou
ajrcovmenov~ ti~ gravfei to;n kuvklon: ajllΔ ajfΔ h|~ a]n e{kasto~ hJmw`n
scevsew~ e[ch/ pro;~ to;n lovgon ajrcovmeno~ ejnteuvxetai [25] toi`~
dialovgoi~. scevsei~ de; pleivou~ kai; diavforoiv eijs in hJmw`n pro;~
to;n lovgon. hJ me;n gavr ejsti kata; fuvs in, oi|on eujfuh;~ ajfuhv~: hJ de;
kata; th;n hJlikivan, oi|on w{ran e[cwn tou` ILlosofei`n h] parhbhkwv~:
hJ de; kata; proaivresin, oi|on ILlosoILva~ h] iJstoriva~ e{neka: hJ de;
kata; e{xin, oi|on protetelesmevno~ h] ajmaqhv~: [30] hJ de; kata; th;n
u{lhn: oi|on ejneuscolw`n ILlosoILva/ h] perielkovmeno~ uJpo; tw`n
peristavsewn. oJ me;n ou\n kata; fuvs in eu\ pefukwv~, kai; kata; th;n
hJlikivan w{ran e[cwn tou` ILlosofei`n, kai; kata; th;n proaivresin
e{neka tou` ajreth;n ajskh`sai prosiw;n tw/` lovgw/, kai; kata; th;n
PROLOGO V 381

gie e che per prima pongono quella che comprende l’Eutifrone,


l’Apologia, il Critone e il Fedone; l’Eutifrone perché in esso vie-
ne notificato a Socrate il processo; l’Apologia perché Socrate
deve per forza difendersi; segue il Critone, per la discussione
in carcere; quindi, il Fedone, perché in esso Socrate giunge al
termine della propria vita. Di questa opinione sono Dercillide
e Trasillo8. Tuttavia, a me pare che abbiano voluto fissare un
ordine in base ai personaggi e alle vicende delle loro vite; ciò
è probabilmente utile per altri scopi, ma non per <le nostre
intenzioni> di ora. Noi vogliamo individuare il punto di inizio
e la struttura dell’insegnamento secondo sapienza. Pertanto, af-
fermiamo che non esiste un unico e determinato punto di inizio
nella dottrina di Platone, la quale, infatti, è perfetta e assomiglia
alla figura di un cerchio; come, dunque, nel cerchio non esiste
un unico e determinato punto di inizio, così neanche nella dot-
trina di Platone.

[Condizioni per fare filosofia e per leggere Platone]

V. Tuttavia, non per questo affronteremo la lettura di Platone


in un modo qualsiasi e come capita: infatti, nemmeno quando
bisogna disegnare un cerchio lo si disegna a partire da un punto
qualsiasi; piuttosto, affronteremo i dialoghi a partire dalla con-
dizione in cui ciascuno di noi si trova rispetto alla dottrina (di
Platone). Le nostre condizioni nei riguardi della dottrina plato-
nica sono molteplici e differenti: una dipende dalla natura, a se-
conda che si abbia o no una buona inclinazione naturale; un’al-
tra dipende dall’età, a seconda che si abbia l’età per filosofare
o che la si sia superata; un’altra dall’intenzione (proairesis), che
si abbia di mira la filosofia o una ricerca più generale; un’altra
ancora dalla propria disposizione (hexis), che si sia competenti
o alle prime armi; un’altra, infine, dalle contingenze materia-
li, che si abbia tempo libero per dedicarsi alla filosofia o che
si sia distolti dalle circostanze. Pertanto, chi abbia una buona
inclinazione naturale, l’età giusta per filosofare, l’intenzione di
accostarsi alla dottrina platonica per esercitare la virtù, un livel-
382 ALBINO

e{xin protetelesmevno~ toi`~ maqhvmasi, kai; ajfeimevno~ ajpo; tw`n


politikw`n peristavsewn, a[rxetai ajpo; tou` ΔAlkibiavdou pro;~ to;
traph`nai kai; ejpistrafh`nai kai; gnw`nai ou| dei` th;n ejpimevleian
poiei`sqai. <wJ~ de;> w{sper pro;~ paravdeigma kalo;n [H. 150]
<o]n> ijdei`n, tiv~ ejstin oJ ILlovsofo~ kai; tiv~ aujtou` hJ ejpithvdeusi~
kai; ejpi; poiva/ uJpoqevsei oJ parΔ aujtw/` lovgo~ prosavgetai, dehvsei
tw/` Faivdwni eJxh`~ ejntugcavnein: levgei ga;r ejn touvtw/, tiv~ ejstin
<oJ> ILlovsofo~, kai; tiv~ ejstin h{ ge ejpithvdeusi~, kai; ejpi;
uJpoqevsei tou` [5] ajqavnaton ei\nai th;n yuch;n diveisi to;n peri;
aujth`~ lovgon. meta; tou`to th/` Politeiva/ devoi <a]n> ejntugcavnein:
ajrxavmeno~ ga;r ajpo; th`~ prwvth~ genevsew~ uJpogravfei pa`san
th;n paideivan, h/| crwvmeno~ ajILvkoito a[n ti~ ejpi; th;n th`~ ajreth`~
kth`s in. ejpei; de; dei` kai; ejn gnwvsei tw`n qeivwn genevsqai, wJ~
duvnasqai kthsavmenon th;n [10] ajreth;n oJmoiwqh`nai aujtoi`~,
ejnteuxovmeqa tw/` Timaivw/: aujth/` ga;r th/` peri; th;n fuvs in iJstoriva/
ejntugcavnonte~ kai; th/` legomevnh/ qeologiva/ kai; th/` tw`n o{lwn
diatavxei ajnt<ikru;> oyovmeqa ta; qei`a ejnargw`~.

VI. Eij dev ti~ kai; ejn kefalaivw/ duvnaitΔ a]n katidei`n th;n
proshvkousan tavxin tw`n dialovgwn th/` kata; Plavtwna [15]
didaskaliva/ – tw/` ta; Plavtwno~ aiJroumevnw/ (ajnagkaivou ga;r
ejsti qeata;~ genevsqai kai; th`~ eJautou` yuch`~ kai; tw`n qeivwn
kai; tw`n qew`n aujtw`n kai; tou` kallivstou nou` tucei`n) dei`
prw`ton me;n ejkkaqa`rai ta;~ yeudei`~ dovxa~ tw`n uJpolhvyewn:
oujde; ga;r oiJ ijatroi; nenomivkasi provteron th`~ prosferomevnh~
trofh`~ ajpolau`sai to; [20] sw`ma duvnasqai, eij mh; ta;
ejmpodivzonta ejn touvtw/ ti~ ejkbavloi. meta; de; to; ejkkaqa`rai
ejpegeivrein kai; prokalei`sqai dei` ta;~ fusika;~ ejnnoiva~ kai;
tauvta~ ejkkaqaivrein kai; eujkrinei`~ ajpofaivnein wJ~ ajrcav~.
ejpi; touvtoi~ wJ~ prokateskeuasmevnh~ th`~ yuch`~ dei` aujth/` ta;
oijkei`a ejmpoiei`n dovgmata, kaqΔ a} teleiou`tai: tau`ta [25] dev
ejsti fusika; kai; qeologika; kai; ta; hjqika; kai; politikav: i{na
<de;> ta; dovgmata mevnh/ ejn th/` yuch/` ajnapovdrasta, dehvsei
PROLOGO VI 383

lo avanzato di conoscenze e un’esistenza libera dagli impegni


politici, costui comincerà dall’Alcibiade, per cambiare rotta e
giungere a capire di che cosa ci si debba prendere cura. Per
vedere poi, come di fronte a un bel modello, [p. 150 H.] chi sia
il filosofo, quale sia il suo stile di vita e su quale presupposto si
fondi la sua dottrina, egli dovrà proseguire leggendo il Fedone.
Infatti, in questo dialogo (Platone) spiega chi sia <il> filosofo
e quale sia il suo stile di vita, e, partendo dal presupposto che
l’anima sia immortale, egli illustra la propria dottrina in merito
ad essa. Dovrebbe poi seguire la lettura della Repubblica: infat-
ti, a partire dalla nascita (Platone) descrive l’intero processo di
formazione, grazie al quale si può giungere a conseguire la vir-
tù. Siccome, poi, bisogna anche conoscere le realtà divine, per
potersi assimilare ad esse con il possesso della virtù, leggere-
mo il Timeo: infatti, accostandoci all’indagine sulla natura, alla
cosiddetta “teologia” e all’organizzazione del Tutto, avremo in
piena chiarezza davanti agli occhi le realtà divine.

[Finalità dei dialoghi di Platone]

VI. Ammesso che si possa individuare, anche a grandi linee,


l’ordine dei dialoghi adatto all’insegnamento secondo Platone,
chi decide di abbracciare la dottrina platonica (infatti, bisogna
riuscire a contemplare la propria anima, le realtà divine e gli
dèi stessi, e anche l’intelletto più bello) deve innanzitutto pu-
rificarsi dalle false opinioni e dai pregiudizi. «Anche i medici,
infatti, sono convinti che il corpo non possa metabolizzare il
nutrimento che riceve, se prima non si espelle ciò che in esso
è di impedimento»9. Dopo la purificazione, bisogna risvegliare
e stimolare le nozioni naturali, bisogna purificare anche queste
ultime e renderle ben distinte, come principi. A questo pun-
to, essendo l’anima in qualche modo predisposta, bisogna in-
fonderle le dottrine che le sono proprie, in grado di renderla
perfetta: si tratta di dottrine fisiche, teologiche, etiche e politi-
che. Affinché, <però>, queste dottrine rimangano ben radicate
nell’anima, senza che possano sfuggire, devono essere vincola-
384 ALBINO

<ejn>apodeqh`nai tw/` th`~ aijtiva~ logismw/`, i{na ti~ bebaivw~ e[ch/


tou` prokeimevnou skopou`. ejpi; touvtoi~ dei` peporivsqai to;
ajparalovgiston, i{na mh; uJpov tino~ soILstou` parenecqevnte~
trevywmen [30] ejpi; ta; ceivrw th;n eJautw`n e{xin. i{nΔ ou\n
ejkbavlwmen ta;~ yeudei`~ dovxa~, dehvsei ejntugcavnein Plavtwno~
toi`~ tou` peirastikou` carakth`ro~ dialovgoi~, e[cousi <gavr>
to; ejlegktiko;n kai; to; legovmenon kaqartikovn: i{na dev ti~ ta;~
fusika;~ ejnnoiva~ eij~ fw`~ prokalevsaito, toi`~ tou` maieutikou`
carakth`ro~ dialovgoi~ dehvsei [35] ejntugcavnein: tou`to gavr
ejstin aujtw`n i[dion. i{na dev ti~ ta; oijkei`a dovgmata paralavbh/, toi`~
tou` uJfhghtikou` carakth`ro~ dialovgoi~ dehvsei ejntugcavnein:
tou`to gavr ejstin aujtw`n i[dion, ei[ ge ejn [H. 151] touvtoi~ ejsti;
me;n ta; fusika; dovgmata, ejsti; de; kai; ta; hjqika; kai; ta; politika;
kai; oijkonomikav, w|n ta; me;n ejpi; qewrivan kai; to;n qewrhtiko;n
bivon e[cei th;n ajnaforavn, ta; de; ejpi; pra`xin kai; to;n praktiko;n
bivon, a[mfw de; tau`ta ejpi; to; oJmoiwqh`nai qew/`. i{na [5] de; ta;
deqevnta a[fukta hJmi`n uJpavrch/, toi`~ tou` logikou` carakth`ro~
dialovgoi~, o[nto~ kai; aujtou` uJfhghtikou`, dehvsei ejntugcavnein:
e[cousi ga;r tav~ te diairetika;~ kai; oJristika;~ meqovdou~ kai;
prov~ ajnalutika;~ kai; sullogistikav~, diΔ w|n ta; me;n ajlhqh`
ajpodeivknutai, ta; de; yeudh` ejlevgcetai. pro;~ de; touvtoi~
ejpei; [10] dei` kai; ajparalogivstou~ ujpo; soILstw`n ei\nai, toi`~
tou` ejndeiktikou` kai; ajnatreptikou` carakth`ro~ dialovgoi~
ejnteuxovmeqa, ejn oi|~ e[stin ejkmaqei`n, o{pw~ te dei` ejpai?ein tw`n
soILstw`n kai; o{pw~ aujtoi`~ kai; o{ntina trovpon prosfevresqai
kakourgou`s i peri; tou;~ lovgou~.
PROLOGO VI 385

te «alla considerazione della causa»10, per poter rimanere saldi


nello scopo che ci si è proposti. Inoltre, bisogna fare attenzione
a non farsi ingannare, per non ripiegare in peggio la propria
disposizione (hexis), fuorviati da qualche sofista. Per espellere
le false opinioni bisognerà dunque affrontare i dialoghi di Pla-
tone di tipo peirastico, che presentano l’elemento confutatorio
e quello che chiamiamo purificatorio. Per portare alla luce le
nozioni fisiche, poi, bisognerà leggere i dialoghi di tipo maieu-
tico, perché questa è la funzione loro peculiare. Per acquisire
le dottrine specifiche, bisognerà leggere i dialoghi di tipo espo-
sitivo, perché questa è la loro funzione peculiare: infatti, [p.
151 H.] essi espongono tanto le dottrine fisiche, quanto quel-
le etiche, politiche ed economiche, delle quali le prime fanno
ascendere alla contemplazione e alla vita contemplativa, mentre
le seconde sono rivolte alla prassi e alla vita pratica; entram-
be, poi, portano ad assimilarsi a dio. Affinché queste dottrine
permangano stabilmente in noi, bisognerà leggere i dialoghi di
tipo logico, che sono anche di tipo espositivo: infatti, essi pre-
sentano i metodi della divisione e della definizione, dell’analisi
e del sillogismo, grazie ai quali si dimostra il vero e si confuta il
falso. Infine, dato che bisogna fare attenzione anche a non farsi
ingannare dai sofisti, leggeremo i dialoghi di tipo dimostrativo
e confutativo, nei quali si può apprendere come vadano intesi
i sofisti, e come e con quale metodo ci si debba opporre loro,
quando ricorrono ad argomentazioni capziose.
VITA, FAMA ET SCRIPTA

1 T (T10 Göransson)
(Galeno, De libr. propr. II, p. 97, 8-11 Müller)
ΔEpanh`lqon me;n ou\n ejk ÔRwvmh~ eij~ th;n patrivda peplhrwmevnwn
moi tw`n ejk geneth`~ ejtw`n eJpta; kai; triavkonta, triva dev moi
bibliva parav tinwn ejdovqh gegrammevna, pri;n eij~ Smuvrnan ejk
Pergavmou metabh`nai Pevlopov~ te tou` ijatrou` kai; ΔAlbivnou tou`
Platwnikou` cavrin.

2 T (= Gaio, 5 T)
(Codex Coislinianus 387, fol. 534v)
ΔEn de; th`/ ILlosoILva/ dievpreyan: Plavtwn, ΔAristotevlh~ oJ touvtou
maqhthv~, w|n to;n me;n Plavtwna uJpomnhmativzousi plei`stoi:
crhsimwvteroi de; Gavi>o~, ΔAlbi`no~, Priskianov~, Tau`ro~,
Provklo~, Damavskio~, ΔIwavnnh~ oJ )Llovpono~, o{sti~ kai; kata;
Priskianou` hjgwnivsato, pollavki~ de; kata; ΔAristotevlou~.

3 T (= Gaio, 6 T)
(Proclo, In Plat. remp. II, p. 96, 10-15 Kroll)
Kai; mavlisqΔ o{ti polloi; th`~ peri; aujto;n (scil. to;n ejn Politeiva/
tou` ΔHro;~ mu`qon) ejfhvyanto katanohvsew~ kai; tw`n Platwnikw`n
oiJ korufai`oi, Noumhvnio~ (test. 21 Leemans), ΔAlbi`no~, Gavi>o~,
Mavximo~ oJ Nikaeuv~, ÔArpokrativwn, Eujkleivdh~, kai; ejpi; pa`s in
Porfuvrio~ (181 T Smith), o}n ejgw; pavntwn mavlista tw`n ejn tw/`
muvqw/ kekrummevnwn genevsqai fhmi; tevleon ejxhghthvn.
TESTIMONIANZE (T)

VITA, FAMA E OPERE

1 T (T10 Göransson)
(Galeno, De libr. propr. II, p. 97, 8-11 Müller)
All’età di trentasette anni, dunque, tornai da Roma in patria, e
ricevetti da alcune persone tre libri che avevo scritto prima di
recarmi da Pergamo a Smirne per ascoltare il medico Pelops e
il Platonico Albino.

2 T (= Gaio, 5 T)
(Codex Coislinianus 387, fol. 534v)
Nella filosofia si distinsero: Platone e il suo allievo Aristotele,
fra i quali moltissimi commentano Platone; molto utili sono
Gaio, Albino, Prisciano, Tauro, Proclo, Damascio, Giovanni
Filopono, il quale polemizzò con Prisciano e spesso anche con
Aristotele.

3 T (= Gaio, 6 T)
(Proclo, In Plat. remp. II, p. 96, 10-15 Kroll)
(Ritengo necessario esporre quanto segue) soprattutto perché
furono in molti a proporsi di intenderne il significato (sc. del
mito di Er nella Repubblica), compresi i Platonici di maggior ri-
guardo: Numenio, Gaio, Massimo di Nicea, Arpocrazione, Eu-
clide e – sopra tutti – Porfirio11, che io considero un eccellente
interprete, specialmente di tutte le allusioni nascoste nel mito.
388 ALBINO

4 T (= Gaio, 7 T)
(Codex Parisinus Graecus 1962, pinax fol. 146v BV)
ΔAlbivnou ejk tw`n Gai?ou scolw`n: uJpotupwvsewn Platwnikw`n
dogmavtwn, aV bV gV dV eV ıV zV hV qV iV iaV (sequ. Albini 6T).

5 T (= Gaio, 8 T)
(Prisciano, Solut. ad Chosr., p. 42, 8-10 Bywater)
Usi quoque sumus utilibus quae sunt ex Strabonis Geographia;
Albini quoque ex Gaii scholis exemplaribus Platonicorum
dogmatum.

6 T (T1 Göransson; 83.5 Dörrie-Baltes)


(Codex Parisinus Graecus 1962, pinax fol. 146v GV)
Tou` aujtou` (scil. ΔAlbivnou), peri; tw`n Plav<t>wni ajreskovntwn,
trivton (praec. 4 T).

7 T (T14 G.; 88.6b D.-B.)


(Ephraem Syrus, Against Bardaisan’s “Domnus”,
ed. and transl. C.W. Mitchell, p. III)
But thou knowest that it is said in the book (called) ‘Of Domnus’
that “the Platonists say that there are swvmata and also ajswvmata”,
that is to say, corporeal and incorporeal things. But these
inquiries do not belong to the Platonists, even if they are written
in the writings of the Platonists; but they are the inquiries of the
Stoics which Albinus introduced into his book which is called
‘Concerning the Incorporeal’, according to the custom followed
by sages and philosophers who in their writings set forth first
the inquiries of their own party and then exert themselves to
refute by their arguments the inquiries of men who are opposed
to their school of thought. But in the writings of the Stoics and
the Platonists this took place, for the Platonists say that there are
swvmata and ajswvmata, and the Stoics too (say) the same thing.
But they do not agree in opinion as they agree in terms. For
the Platonists say that corporeal and incorporeal things exist in
nature and substance, whereas the Stoics say that all that exists in
TESTIMONIANZE 4-7 389

4 T (= Gaio, 7 T)
(Codex Parisinus Graecus 1962, pinax fol. 146v B´)
Di Albino, Dalle lezioni di Gaio: lineamenti delle dottrine plato-
niche, libri I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI.

5 T (= Gaio, 8 T)
(Prisciano, Solut. ad Chosr., p. 42, 8-10 Bywater)
Ci siamo avvalsi anche delle informazioni utili tratte dalla Geo-
grafia di Strabone e dall’opera di Albino Dalle lezioni di Gaio:
lineamenti delle dottrine platoniche.

6 T (T1 Göransson; 83.5 Dörrie-Baltes)


(Codex Parisinus Graecus 1962, pinax fol. 146v G´)
Dello stesso autore (sc. di Albino), Le dottrine di Platone, libro
terzo.

7 T (T14 G.; 88.6b D.-B.)


(Ephraem Syrus, Against Bardaisan’s “Domnus”,
ed. and transl. C.W. Mitchell, p. III)
Ma, come ben sai, nell’opera (intitolata) De Domnus si dice che
«i Platonici sostengono l’esistenza di somata e di asomata», cioè
di realtà corporee e incorporee. Tuttavia, pur essendo trattate
negli scritti dei Platonici, queste indagini non appartengono ai
Platonici; piuttosto, esse sono oggetto di attenzione degli Stoici;
Albino le inserisce nel suo trattato dal titolo L’incorporeo, se-
condo l’usanza dei saggi e dei filosofi, che nei loro scritti prima
illustrano le tematiche della propria corrente e poi si propongo-
no di confutare con proprie argomentazioni le indagini di quan-
ti si oppongono alla loro scuola di pensiero. Ma negli scritti
degli Stoici e dei Platonici accade questo: i Platonici sostengono
l’esistenza di somata e di asomata, e anche gli Stoici sostengono
la stessa cosa. Tuttavia, benché concordino in sede terminolo-
gica, essi divergono nel merito della questione. Infatti, secondo
i Platonici le realtà incorporee esistono in natura e in termini
di sostanza, mentre per gli Stoici tutto ciò che esiste in natura
390 ALBINO

nature and substance is corporeal (lit. is a body), but that which


does not exist in nature, though it is perceived by the mind, they
call incorporeal.

DE ANIMA

8 T (T11 G.)
(Tertulliano, De an. 28, 1, p. 39, 25-29 Waszink)
Quis ille nunc vetus sermo apud memoriam Platonis de
animarum reciproco discursu, quod hinc abeuntes sint illuc et
rursus huc veniant et fiant et dehinc ita habeat rursus ex mortuis
effici vivos? Pythagoricus, ut volunt quidam; divinum Albinus
existimat, Mercurii forsitan Aegyptii.

9 T (T12 G.)
(Tertulliano, De an. 29, 3-4, p. 41, 13-23 Waszink)
Et nos enim opponemus contrarietates nati et innati, visualitatis
et caecitatis, iuventae et senectae, sapientiae et insipientiae;
nec tamen ideo innatum de nato provenire, quia contrarium
ex contrario fiat, nec visualitatem iterum ex caecitate, quia de
visualitate caecitas accidat, nec iuventam rursus de senecta
revivescere, quia ex iuventa senecta marcescat, nec insipientiam
ex sapientia denuo obtundi, quia de insipientia sapientia
acuatur. Haec et Albinus Platoni suo veritus subtiliter quaerit
contrarietatum genera distinguere, quasi non et haec tam
absolute in contrarietatibus posita sint quam et illa quae ad
sententiam magistri sui interpretatur, vitam dico et mortem.
TESTIMONIANZE 8-9 391

e in termini di sostanza è corporeo (è un corpo); ciò che non


esiste in natura, invece, benché sia colto dall’intelletto, essi lo
chiamano incorporeo.

L’ANIMA

8 T (T11 G.)
(Tertulliano, De an. 28, 1, p. 39, 25-29 Waszink)12
Ora, che dire di quell’antica dottrina, ricordata da Platone, sul ri-
corso ciclico delle anime, secondo la quale esse, una volta lascia-
to questo mondo, si ritrovano laggiù, per poi ritornare ad essere
ancora qui, sicché dai morti tornano a generarsi i vivi? Secondo
alcuni si tratta di una dottrina pitagorica13; secondo Albino, inve-
ce, essa ha un’origine divina, forse dal dio egizio Mercurio.

9 T (T12 G.)
(Tertulliano, De an. 29, 3-4, p. 41, 13-23 Waszink)14
Infatti, anche noi contrapporremo, come contrari, il generato e
l’ingenerato, la vista e la cecità, la giovinezza e la vecchiaia, la
sapienza e l’ignoranza; tuttavia, non sosterremo certo che l’in-
generato deriva dal generato perché un contrario si genera dal
suo contrario, né che – a sua volta – la vista deriva dalla ceci-
tà, perché è la cecità che colpisce la vista, né che la giovinezza
rivive dalla vecchiaia, perché la vecchiaia è uno sfiorire della
giovinezza, né che – daccapo – l’ignoranza deriva da un offu-
scamento della sapienza, perché la sapienza si accresce a partire
dall’ignoranza. Per timore di queste obiezioni al suo Platone,
anche Albino cerca di distinguere sottilmente i generi di con-
trari, come se i contrari di cui si è detto non fossero stati posti
anch’essi nel genere dei contrari in modo così assoluto come
quelli che egli interpreta secondo l’opinione del suo maestro –
cioè la vita e la morte.
392 ALBINO

10 T (T13 G.)
(Giamblico, De an.,
ap. Stobeo, Ecl. I, 49, p. 375, 10-11 Wachsmuth)
KatΔ ΔAlbi`non de; th`~ tou` aujtexousivou dihmarthmevnh~ krivsew~
aijtiva~ gignomevnh~ tw`n katagwgw`n ejnerghmavtwn (sequ.
Harpocr. 16 T).

11 T (T16 G.)
(Proclo, In Plat. Tim. III, p. 234, 9-18 Diehl)
Kai; oiJ me;n th;n logikh;n yuch;n movnhn ajqavnaton ajpoleivponte~
fqeivrousi thvn te a[logon zwh;n suvmpasan kai; to; pneumatiko;n
o[chma th`~ yuch`~, kata; th;n eij~ gevnesin rJoph;n th`~ yuch`~
th;n uJpovstasin didovnte~ aujtoi`~ movnon te to;n nou`n ajqavnaton
diathrou`nte~ wJ~ movnon kai; mevnonta kai; oJmoiouvmenon toi`~
qeoi`~ kai; mh; fqeirovmenon, w{sper oiJ palaiovteroi kai; e{pesqai
th`/ levxei krivnante~, diΔ h|~ oJ Plavtwn fqeivrei th;n a[logon,
qnhth;n aujth;n kalw`n, tou;~ ΔAttikou;~ (fr. 15 des Places) levgw
kai; ΔAlbivnou~ kai; toiouvtou~ tinav~.

DE MUNDO GENERATO ET INGENERATO

12 T (T15 G.; 81.7, 139.3 (ll. 42-69) D.-B.)


(Proclo, In Plat. Tim. I, pp. 218, 28-219, 13 Diehl)
Pavlin toivnun to; h gevgonen h kai; ajgenev~ ejstin oi{ me;n
ejxhghvsanto to; me;n provteron h– dasuvnante~, to; de; deuvteron
yilwvsante~, o{soi fasi;n aujto;n ejrei`n peri; tou` pantov~, kaqΔ
o{son gevgonen ajpΔ aijtiva~, eij kai; ajgenev~ ejstin, i{na genovmenon
aujto; qewrhvsante~ th;n ejn aujtw/` fuvs in kativdwmen. kai; o{
ge Platwniko;~ ΔAlbi`no~ ajxioi` kata; Plavtwna to;n kovsmon
ajgevnhton o[nta genevsew~ ajrch;n e[cein: w|/ kai; pleonavzein tou`
TESTIMONIANZE 10-12 393

10 T (T13 G.)
(Giamblico, De an.,
ap. Stobeo, Ecl. I, 49, p. 375, 10-11 Wachsmuth)
Secondo Albino, causa delle attività che fanno discendere l’a-
nima (sc. nella materia) è l’errato giudizio del libero arbitrio
(autexousion).

11 T (T16 G.)
(Proclo, In Plat. Tim. III, p. 234, 9-18 Diehl)15
Alcuni concedono che solo l’anima razionale sia immortale, e
dichiarano invece la corruttibilità dell’intera vita irrazionale e
del veicolo pneumatico dell’anima, ai quali essi accordano la
sussistenza (hypostasis) in riferimento all’inclinazione dell’ani-
ma verso il divenire (genesis), mentre mantengono immortale
soltanto l’intelletto, come il solo che permane, che tende ad
assimilarsi agli dèi e che non si corrompe; di questa opinione
sono gli interpreti più antichi, che seguono alla lettera il passo
in cui Platone dichiara la corruttibilità dell’anima irrazionale,
chiamandola mortale: mi riferisco ad Attico16, ad Albino e agli
altri interpreti di questo genere.

IL MONDO È “GENERATO” E “INGENERATO”

12 T (T15 G.; 81.7, 139.3 (ll. 42-69) D.-B.)


(Proclo, In Plat. Tim. I, pp. 218, 28-219, 13 Diehl)17
Quanto poi all’espressione ê gegonen ê kai agenes estin, alcuni
l’hanno interpretata considerando la prima ê come aspirata e la
seconda come dolce: tutti coloro, cioè, secondo i quali Timeo
si accinge a parlare del Tutto in quanto “è nato” (gegonen) a
partire da una causa, anche se è “ingenerato” (agenes), affinché,
avendolo studiato come “generato” (genomenon), ne compren-
diamo la sua natura profonda. È appunto questa l’opinione del
Platonico Albino, secondo il quale per Platone il cosmo, pur
essendo “ingenerato” (agenêtos), ha un principio di generazio-
394 ALBINO

o[ntw~ o[nto~, ejkeivnou movnw~ ajei; o[nto~, tou` de; kovsmou pro;~ tw/`
ajei; ei\nai kai; genevsew~ e[conto~ ajrchvn, †i{nΔ h\/ kai; ajei; w]n kai;
genhtov~, oujc ou{tw~ w]n genhto;~ wJ~ kata; crovnon – ouj ga;r a]n h\n
kai; ajei; w[n – ajllΔ wJ~ lovgon e[cwn genevsew~ dia; th;n ejk pleiovnwn
kai; ajnomoivwn suvnqesin, h}n ajnagkai`on eij~ a[llhn aijtivan aujtou`
th;n uJpovstasin ajnapevmpein presbutevran, diΔ h}n prwvtw~ ajei; ou\
san e[sti ph/ kai; aujto;~ ajei; w]n kai; ouj movnon genhtov~, ajlla; kai;
ajgevnhto~: kaivtoi tou` Plavtwno~ ejn toi`~ eJxh`~ mhdamou` levgonto~
pw;~ me;n genhtovn, pw;~ de; ajgenev~ to; pa`n.

13 T (?) (139.3 (ll. 4-11) D.-B.)


(Proclo, In Plat. Tim. I, p. 218, 2-7 Diehl)
Kai; oiJ me;n palaiovteroi tw`n ejxhghtw`n fasin, o{ti to; pa`n ph/;
me;n ajgenev~ ejsti, ph/; de; genhtovn, kai; dia; tou`to kai; oJ peri;
aujtou` lovgo~ eijkovtw~ ejsti; ph/; me;n wJ~ ajgenhvtou, ph/; de; wJ~
genhtou`: kaivtoi ge oJ Plavtwn ouj tw/` ajgenei` kai; tw/` genhtw/` to;
ph/; sunevtaxen, ajlla; tw/` tou;~ lovgou~ poiei`sqai.

DE DUPLICI RATIONE EXPONENDIS


DOCTRINIS SECUNDUM PLATONEM

14 T (= Gaio, 9 T)
(Proclo, In Plat. Tim. I, pp. 340, 21-341, 9 Diehl)
Tiv ou\n to; e}n ajxivwma kai; koino;n ejn touvtoi~… o{ti dei` to;n lovgon
suggenh` toi`~ pravgmasin ei\nai, w|n dh; kai; e[stin ejxhghthv~. kai;
ejoivkasin ejnteu`qen ajforma;~ labovnte~ oiJ peri; ΔAlbi`non kai;
Gavi>on Platwnikoi; diorivzein, posacw`~ dogmativzei Plavtwn,
kai; o{ti dicw`~, h] ejpisthmonikw`~ h] eijkotologikw`~, kai; ouj kaqΔ
TESTIMONIANZE 13-14 395

ne (geneseôs archê) che gli consente di avere qualcosa in più


rispetto al vero essere (to ontôs on): infatti, mentre quest’ultimo
è solamente eterno, il cosmo, oltre ad essere eterno, ha anche
un principio di generazione, tanto da essere eterno e insieme
“generato” (genêtos); non, però, generato in senso cronologico
– perché in questo caso non sarebbe anche eterno –, bensì nel
senso che esso ha una ragione della sua “generazione” (genesis)
nel fatto di essere costituito da parti molteplici e disomogenee.
Questa composizione rimanda necessariamente la sussistenza
(hypostasis) del mondo a una causa diversa e preposta al cosmo
stesso, che è eterna in senso primario e grazie alla quale il cosmo
è in qualche modo eterno, e non solo “generato”, ma anche “in-
generato”; anche se Platone non dice mai che il Tutto è in certo
modo “generato” e in certo modo “ingenerato”.

13 T (?) (139.3 (ll. 4-11) D.-B.)


(Proclo, In Plat. Tim. I, p. 218, 2-7 Diehl)18
Stando agli interpreti più antichi, il Tutto è in qualche modo
“ingenerato” (agenes) e in qualche modo “generato” (genêton);
pertanto, anche il ragionamento che lo riguarda si basa su un
criterio di verosimiglianza e tratta di esso come di qualcosa in
qualche modo di “ingenerato” e in qualche modo di “genera-
to”; a dire il vero, Platone aveva riferito la locuzione “in qual-
che modo” (pê) non ai termini “ingenerato” e “generato”, ma
all’espressione “parlare (sc. del cosmo)”.

I DUE CRITERI DI ESPOSIZIONE DELLE DOTTRINE SECONDO PLATONE

14 T (= Gaio, 9 T)
(Proclo, In Plat. Tim. I, pp. 340, 21-341, 9 Diehl)19
Qual è dunque, in questo caso, l’assioma unico e comune? È
che il ragionamento deve essere congenere alle cose di cui esso
è appunto interprete. E sembra che, a partire da queste premes-
se, i Platonici della cerchia di Albino e di Gaio distinguano in
quanti modi Platone espone le proprie dottrine, e cioè in due
396 ALBINO

e{na trovpon oujdΔ wJ~ mivan ajkrivbeian tw`n pantoivwn ejcovntwn


lovgwn, ei[te peri; tw`n o[ntwn ei\en ei[te peri; tw`n dia; genevsew~
uJILstamevnwn, ajllΔ h|/per e[cei ta; pravgmata, tauvth/ kai; tw`n
lovgwn sundih/rhmevnwn toi`~ pravgmasi kai; ou{tw~ ejcovntwn tou`
te ajkribou`~ pevri kai; tou` safou`~ wJ~ ta; uJpokeivmena aujtoi`~
pravgmata, wJ~ tou;~ me;n tw`n lovgwn levgein [tw`n dogmavtwn
legovntwn], o{ti ta; pravgmata wJdi; e[cei kai; oujk a]n a[llw~ e[coi,
tou;~ de; o{ti to; eijko;~ toi`ovnde ejsti; tw`n pragmavtwn: dei` ga;r
o{moion ei\nai to;n lovgon toi`~ pravgmasin: oujde; ga;r a[llw~
a]n aujtw`n th;n fuvs in ejxhghvsaito h] suggenw`~ e[cwn pro;~ aujtav:
dei` ga;r o} to; pra`gma sunh/rhmevnw~ ejstiv, tou`to ei\nai aujto;n
ajneiligmevnw~, †i{na kai; ejkfaivnh/ to; pra`gma kai; uJfeimevno~ h\/
th`~ fuvsew~ aujtou`.

MEMORIA

15 T (T17 G.)
(Fozio, Bibl., cod. 167, 114 a 14-b 20, II, pp. 155, 14-156, 20 Henry)
ÔOmou` ta; kefavlaia tou` tetavrtou nhV, tw`n de; tessavrwn biblivwn
shV oi|~ parativqhsin, wJ~ e[fhmen, oJ ΔIwavnnh~ e[k te tw`n ejklogw`n
kai; tw`n ajpofqegmavtwn kai; tw`n uJpoqhkw`n dovxa~ te kai; crhvsei~
kai; creiva~. ΔAgeivrei de; tauvta~ ajpo; me;n ILlosovfwn, ajpov
[...] Ai[saro~, ΔAttikou`, ΔAmelivou, ΔAlbivnou, ΔAristavndrou,
ÔArpokrativwno~, [...] ÔIevrako~, [...] ΔIouvgkou, [...] Noumhnivou,
[...] Sebhvrou, [...] Tauvrou.
TESTIMONIANZE 15 397

modi: o con criterio scientifico, o con criterio di verosimiglian-


za. Infatti, i ragionamenti di Platone, nella loro varietà, non se-
guono un’unica procedura e non possiedono lo stesso grado di
esattezza, a seconda che riguardino i veri enti (ta onta) o quelli
che esistono per via di generazione (ta dia geneseôs hyphista-
mena): al contrario, i ragionamenti rispecchiano la medesima
suddivisione degli oggetti a cui essi si riferiscono e possiedo-
no lo stesso grado di esattezza e di chiarezza degli oggetti che
soggiacciono loro, sicché alcuni ragionamenti affermano che le
cose stanno in un dato modo e non in un altro, mentre altri
affermano che nelle cose c’è un certo grado di verosimiglianza.
Infatti, il ragionamento dev’essere affine ai suoi oggetti, perché,
se non fosse congenere agli oggetti stessi, non potrebbe inter-
pretarne la natura: bisogna infatti che il ragionamento esprima
in modo esteso ciò che la cosa è in modo contratto, per poter
manifestare la cosa ed essere subordinato alla natura della cosa
stessa.

RICORDO DELL’AUTORE

15 T (T17 G.)
(Fozio, Bibl., cod. 167, 114 a 14-b 20, II, pp. 155, 14-156, 20 Henry)
Complessivamente i capitoli del quarto libro sono cinquan-
totto, mentre i capitoli dei quattro libri nel loro insieme sono
duecentootto, nei quali – come dicevamo – Giovanni presenta
opinioni, citazioni e massime derivate da estratti, da apoftegmi
e da precetti. Giovanni le raccoglie da filosofi, da [...] Esara,
Attico, Amelio, Albino, Aristandro, Arpocrazione, [...] Ierace,
[...] Iunco, [...] Numenio, [...] Severo, [...], Tauro.
NOTE ALLA TRADUZIONE

1
Cfr. Platone, Fedro 270d1-7; 277b1-3, 6.
2
Cfr. Platone, Cratilo 425a6-b2.
3
Cfr. Platone, Fedro 237b7-c5.
4
Nell’edizione del Fedro di J. Burnet (Oxonii, 1901) manca la negazione
ouk, che invece compare qui nell’edizione di Reis. In assenza della negazione,
il significato della subordinata dovrebbe essere: «come se la conoscessero».
5
Questo paragrafo ha un parallelo in Diogene Laerzio III, 49-51.
6
Cioè che sottopone a prova.
7
Intesa come dimostrazione e controdimostrazione (Reis traduce con
“gegenbeweisender Typ”).
8
Su Dercillide e Trasillo, cfr. M. Baltes und M.-L. Lakmann, s.v. Derkyli-
des, in DNP, 3, 1997, col. 483; W. Kroll, s.v. Derkylidas, n. 2 (Derkylides), in
RE, V, 1, 1903, col. 242; J. Dillon, s.v. Dercyllidès (87), in DPhA, II, 1994, pp.
747-748; M.-L. Lakmann, s.v. Thrasyllos, n. 2, in DNP, 12/1, 2002, coll. 496-
497; W. Gundel, s.v. Thrasyllos, n. 7, in RE, VI, A, 1, 1936, coll. 581-584; H.
Tarrant, Thrasyllan Platonism, Cornell UP, Ithaca and London, 1993.
9
Cfr. Platone, Sofista 230c5-7.
10
Cfr. Platone, Menone 98a3.
11
Cfr. 181 T Smith.
12
A commento di Platone, Fedone 70c4 ss.; ma cfr. anche Repubblica X,
614b2 ss. (il mito di Er).
13
Cfr., ad esempio, frr. 14A1; 8; 8a DK (al fr. 9 si attesta il rapporto tra
Pitagora e gli Egizi in materia di scienze matematiche).
14
Ancora, a commento di Platone, Fedone 70c4 ss.; ma cfr. anche Repub-
blica X, 614b2 ss. (il mito di Er).
15
A commento di Platone, Timeo 41d1 ss.
16
Cfr. fr. 15 des Places.
17
A commento di Platone, Timeo 27c4-6.
18
A commento di Platone, ibidem.
19
A commento di Platone, Timeo 29b4 ss.
LUCIO

TESTIMONIANZE (T) E FRAMMENTI (F)


Presentazione

La collocazione cronologica di Lucio ci resta alquanto oscura.


Dalle testimonianze, infatti, non si evincono informazioni sicu-
re, se non il fatto che egli fu anteriore a Nicostrato, che «prese
le mosse dalle posizioni di Lucio»1. Non possediamo nemmeno
la certezza, se non in termini di plausibilità, che egli sia vissu-
to nel II secolo d.C.2 L’appartenenza di Lucio alla tradizione
medioplatonica, in passato messa in dubbio da qualcuno, non
sembra essere oggi più in discussione3.
In termini filosofici, le testimonianze inseriscono Lucio nel
dibattito imperiale sulle Categorie di Aristotele, alle quali –
come pare – egli dovette rivolgere numerose critiche. Come os-
servato da Simplicio all’inizio del proprio commentario4, l’im-
portanza di Lucio consiste soprattutto nell’essersi inserito nel
dibattito protoimperiale su Aristotele e sulla sua logica, il quale
lascerà rilevanti tracce anche nella tradizione neoplatonica, a

1
Cfr. Lucio, 1 T.
2
Cfr., ad esempio, M. Baltes-M.-L. Lakmann, s.v. Lukios, in DNP, 7,
1999, col. 504; A. Gioè in Filosofi medioplatonici del II secolo d.C. Testimo-
nianze e frammenti. Gaio, Albino, Lucio, Nicostrato, Tauro, Severo, Arpocrazio-
ne, edizione, traduzione e commento a cura di A.G. Gioè, Bibliopolis, Napoli,
2002, p. 132; cfr. invece D. Sedley, Plato’s ‘Auctoritas’ and the Rebirth of the
Commentary Tradition, in J. Barnes-M. Griffin (eds.), Philosophia Togata II.
Plato and Aristotle at Rome, Oxford UP, pp. 110-129, in partic. p. 117, per
una cronologia anteriore di almeno un secolo. Mi pare tuttavia che l’espres-
sione impiegata da Simplicio – «Lucio, Nicostrato e i loro seguaci», 3 T – lasci
intendere che i due filosofi non fossero troppo lontani nel tempo, tanto che da
diversi interpreti le dottrine di Lucio e di Nicostrato sono state considerate
affini o unitarie (cfr. Gioè in Filosofi medioplatonici del II secolo d.C., pp. 133-
134, e riferimenti relativi).
3
Cfr. ancora Gioè, Gioè in Filosofi medioplatonici del II secolo d.C., p.
132.
4
Cfr. ancora Lucio, 1 T.
404 LUCIO

cominciare da Plotino, menzionato dallo stesso Simplicio. In


breve, le problematiche che insorgono nell’interpretazione del-
le categorie di Aristotele sono: 1) se esse siano logicamente vali-
de e correttamente articolate; e 2) se esse siano compatibili con
l’interpretazione di Platone e utili a tale scopo. Circa il primo
aspetto, stando alle testimonianze Lucio sembra essersi soffer-
mato sui seguenti problemi: 1) se i complementi ineriscono alla
sostanza in quanto sostrato come “parti” rispetto al tutto – tesi
che Lucio respinge; 2) l’articolazione aristotelica delle categorie
è, sotto certi aspetti, insufficiente, sotto altri, eccessiva, oppure
confusa; 3) se le categorie si predichino anche degli intelligibili
– il che comporterebbe alcune aporie –, o soltanto dei sensibili;
4) quale rapporto sussista tra le categorie della sostanza, della
qualità, della quantità e della relazione5.

Indice dei contenuti

LUCIO NICOSTRATO SCRISSERO SOLTANTO APORIE CONTRO LE CA-


E
TEGORIE DI ARISTOTELE
1T
IL COMPLEMENTO DELLA SOSTANZA NON È NEL SOSTRATO “COME
PARTE”
2F
L’ERRONEA DIVISIONE DELLE CATEGORIE
3 T-4 T
GENERI SENSIBILI E GENERI INTELLIGIBILI
5T
IL CORPO È SOSTANZA
6T

5
Sulle critiche di Lucio e di Nicostrato alle categorie aristoteliche cfr.,
inoltre, M. Griffin, Aristotle’s Categories in the Early Roman Empire, Oxford
UP, 2015, pp. 103-128; P. Moraux, Der Aristotelismus bei den Griechen, von
Andronikos bis Alexander von Aphrodisia, Bd. II: Der Aristotelismus im I. und
II. Jh. n. Chr., de Gruyter, Berlin, 1984, ed. it. L’Aristotelismo presso i Greci,
Volume secondo, tomo 2: Gli Aristotelici nei secoli I e II d.C., a cura di G.
Reale e V. Cicero, Vita e Pensiero, Milano, 2000, pp. 97-131.
PRESENTAZIONE 405

LA DIVISIONE DELLA QUANTITÀ


7T
LA QUALITÀ PERTIENE ALLA SOSTANZA PIÙ CHE LA RELAZIONE
8T
LA QUANTITÀ PRECEDE LA QUALITÀ
9 T (?)
RICORDO DELL’AUTORE
10 T

Premessa al testo

Nella traduzione ci siamo attenuti alla seguente edizione: Filo-


sofi medioplatonici del II secolo d.C. Testimonianze e frammenti.
Gaio, Albino, Lucio, Nicostrato, Tauro, Severo, Arpocrazione,
edizione, traduzione e commento a cura di Adriano Gioè, Bi-
bliopolis («Elenchos», XXXVI), Napoli, 2002, pp. 117-127.
Fra parentesi sono indicati i riferimenti alla raccolta di H.
Dörrie-M. Baltes (cfr. H. Dörrie, M. Baltes, Ch. Pietsch, M.-
L. Lakmann, Der Platonismus in der Antike, 7 voll., From-
mann-Holzboog, Stuttgart-Bad Cannstatt, 1987-2008).
SOLAS DUBITATIONES ADVERSUS ARISTOTELIS
CATEGORIAS SCRIPSERUNT LUCIUS ET NICOSTRATUS

1 T (T86.4 Dörrie-Baltes)
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 1, 18-2, 5 Kalbfleisch)
”Alloi~ de; h[resen ajporiva~ movna~ gravyai pro;~ ta; legovmena,
o{per Louvkiov~ te pepoivhke kai; metΔ aujto;n Nikovstrato~ ta; tou`
Loukivou uJpoballovmeno~, scedovn ti pro;~ pavnta ta; eijrhmevna
kata; to; biblivon ejnstavsei~ komivzein ILlotimouvmenoi, kai; oujde;
eujlabw`~, ajlla; kataforikw`~ ma`llon kai; ajphruqriakovtw~:
plh;n kai; touvtoi~ cavri~, kai; o{ti pragmateiwvdei~ ta;~ polla;~
tw`n ajporiw`n proebavlonto kai; o{ti luvsewv~ te tw`n ajporiw`n
ajforma;~ kai; a[llwn pollw`n kai; kalw`n qewrhmavtwn toi`~ meqΔ
eJautou;~ ejndedwvkasi. Plwti`no~ de; oJ mevga~ ejpi; touvtoi~ ta;~
pragmateiwdestavta~ ejxetavsei~ ejn trisi;n o{loi~ biblivoi~ toi`~
Peri; tw`n genw`n tou` o[nto~ ejpigegrammevnoi~ tw/` tw`n Kathgoriw`n
biblivw/ proshvgage.

QUOD COMPLET SUBSTANTIAM


IN SUBIECTO NON ESSE UT PARTEM

2F
(Simplicio, In Arist. categ., p. 48, 1-11 Kalbfleisch)
ΔAporou`s i de; oiJ peri; to;n Louvkion kai; tou`to pro;~ to; mh; wJ~
mevro~ levgesqai to; ejn uJpokeimevnw/.
“Eij ga;r ta; sumplhrwtika; th`~ oujs iva~, fasiv, mhvrh aujth`~
ei\nai levgomen, sumplhroi` de; aJplw`~ me;n tou` swvmato~ tou`
aijsqhtou` to; ei\nai crw`ma sch`ma mevgeqo~ kai; aJplw`~ poiovth~
kai; posovth~ (a[croun ga;r kai; ajschmavtiston oujk a]n ei[h sw`ma),
tou`de de; tou` swvmato~ oi|on ciovno~ leukovth~ kai; yucrovth~,
LUCIO E NICOSTRATO SCRISSERO SOLTANTO APORIE
CONTRO LE CATEGORIE DI ARISTOTELE

1 T (T86.4 Dörrie-Baltes)
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 1, 18-2, 5 Kalbfleisch)
Altri preferirono invece scrivere soltanto aporie contro le tesi
di Aristotele, come fecero Lucio e, dopo di lui, Nicostrato, che
prese le mosse dalle posizioni di Lucio, cercando essi di avanza-
re obiezioni a quasi tutte le tesi contenute nel libro delle Catego-
rie, e senza cautele, ma piuttosto con aggressività e sfrontatez-
za; tuttavia, bisogna anche essere loro grati, perché sollevarono
molte aporie complesse e perché fornirono ai loro successori
delle premesse per risolvere le aporie e per sviluppare molte
altre dottrine affascinanti. Dopo di loro, il grande Plotino con-
dusse le indagini più articolate in tre interi libri dal titolo I gene-
ri dell’essere1, dedicati al libro delle Categorie.

IL COMPLEMENTO DELLA SOSTANZA


NON È NEL SOSTRATO“COME PARTE”

2F
(Simplicio, In Arist. categ., p. 48, 1-11 Kalbfleisch)2
Lucio e i suoi seguaci sollevarono anche questa aporia, in rela-
zione al fatto che ciò che è in un sostrato non viene detto “come
parte”.
«Se infatti – dicono – affermiamo che i complementi della
sostanza sono parti di essa, e che il colore, la figura, la grandezza
e, in breve, la qualità e la quantità completano, in generale,
l’essere del corpo sensibile (senza colore né figura, infatti,
non sarebbe un corpo), e che, d’altro canto, di questo corpo
determinato, ad esempio la neve, la bianchezza e la freddezza
408 LUCIO

ajnavgkh duoi`n qavteron, h] mh; levgein tau`ta ejn uJpokeimevnw/ h] mh;


kalw`~ ajpofavskesqai tw`n ejn uJpokeimevnw/ to; mh; wJ~ mevrh ei\nai.
pw`~ de; kai; ejn uJpokeimevnw/ o{lw~ ta; sumplhrwtika; dunato;n
levgesqai… ouj ga;r hJ Swkravtou~ morfh; ejn uJpokeimevnw/ ejsti;n
tw/` Swkravtei, ajllΔ ei[per a[ra, ta; toi`~ h[dh teleivoi~ e[xwqen
ejpeisiovnta, tau`ta a]n ei[h ejn uJpokeimevnoi~ aujtoi`~”.
Tauvthn de; th;n ajporivan luvwn oJ Porfuvrio~ (55 F Smith).

DE MENDOSA DIVISIONE CATEGORIARUM

3T
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 62, 27-63, 1 Kalbfleisch)
Kai; Kornou`to~ de; ejn oi|~ pro;~ ΔAqhnovdwron kai; ΔAristotevlhn
ejpevgrayen kai; oiJ peri; to;n Louvkion de; kai; to;n Nikovstraton,
w{sper pro;~ ta; a[lla pavnta scedovn, ou{tw~ kai; pro;~ th;n
diaivresin ajnteirhvkasin. lhptevon de; ejn o{roi~ wJrismevnoi~
ta;~ ajntilogiva~ trich/` diasteilamevnou~ aujtav~. kai; ga;r oiJ
me;n wJ~ pleonavzousan aijtiw`ntai th;n diaivresin, e{teroi de; wJ~
ejlliph` katamevmfontai, trivtoi dev eijs in oiJ a[lla ajntΔ a[llwn
eijsh`cqai ghvnh nomivzonte~: gegovnasi dev tine~ kai; pleivona
a{ma ejgkalou`nte~, oiJ me;n e[lleiyin a{ma kai; pleonasmovn, oiJ de;
pro;~ touvtoi~ kai; ejnavllaxin tw`n genw`n (F.D.S. 831, 5-15).

4T
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 64, 18-19, 29; 65, 2-3 Kalbfleisch)
ΔAlla; dia; tiv, fasi;n oiJ peri; to;n Louvkion, tou;~ sundevsmou~
paralevloipen, eij levxei~ kai; ou|toi shmantikaiv… ouj ga;r de;
a[shmoi (F.D.S. 585). [...] ejpizhtou`s in de; kai; ta; a[rqra pou`
tacqhvsetai (F.D.S. 555, 1-2). [...] ajllΔ aiJ ajpofavsei~ kai; aiJ
sterhvsei~ ai{ te diavforoi tw`n rJhmavtwn ejgklivsei~ ejn tivni
tacqhvsontai…
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 3-4 409

completano l’essere, delle due necessariamente l’una: o non si


afferma che questi complementi sono in un sostrato, oppure non
è esatto negare, delle cose che sono in un sostrato, che esse non
vi siano “come parti”. Del resto, in che modo i complementi si
possono dire “in un sostrato”? Infatti, la forma di Socrate non
è in un sostrato “Socrate”, ma, semmai, sarebbero nei sostrati
stessi le determinazioni che provengono dall’esterno a realtà già
perfette».
Questa aporia è risolta da Porfirio…3

L’ERRONEA DIVISIONE DELLE CATEGORIE

3T
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 62, 27-63, 1 Kalbfleisch)4
Cornuto, nell’opera Contro Atenodoro e Aristotele, Lucio, Ni-
costrato e i loro seguaci, come a quasi tutte le altre tesi, così
hanno avanzato critiche anche alla divisione (sc. delle categorie).
Bisogna però comprendere in termini precisi le critiche, distin-
guendole in tre gruppi. Infatti, alcuni obiettano alla divisione il
fatto di essere eccessiva, altri la accusano di essere insufficiente,
altri ancora ritengono che siano stati introdotti alcuni generi al
posto di altri; ce ne sono poi alcuni che le rivolgono più critiche
insieme: taluni, di essere insufficiente e insieme eccessiva, altri,
in aggiunta, anche di confondere i generi.

4T
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 64, 18-19, 29; 65, 2-3 Kalbfleisch)
Ma perché – osservano Lucio e i suoi seguaci – ha omesso le
congiunzioni, se anch’esse sono espressioni semantiche? Infatti,
non sono prive di significato […]. Indagano anche la colloca-
zione degli articoli […]. Ma le negazioni, le privazioni e le di-
verse coniugazioni dei verbi dove saranno collocate?
410 LUCIO

GENERA SENSIBILIA ET GENERA INTELLEGIBILIA

5T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 73, 15-28 Kalbfleisch)
Eij dev ti~ ajporei`, povteron ta; aijsqhta; movna kai; genhta; diei`len
ejn touvtoi~ oJ ΔAristotevlh~ kai; ajphriqmhvsato h] pavnta ta;
oJpwsou`n o[nta, kai; o{lw~ povteron a[lla ejsti; ta; nohta; ghvnh h]
ta; aijsqhtav, h] tina; me;n ta; aujtav, tina; de; e{tera: kai; ga;r eij me;n
a[lla, paralevleiptai pavnth/ ejkei`na: eij de; ta; aujtav, sunwvnuma
e[stai ta; aijsqhta; toi`~ nohtoi`~: kai; pw`~ e[stai koinwniva th`~
aujth`~ oujs iva~, ejn oi|~ to; provteron e[stin kai; to; u{steron, kai;
to; me;n paravdeigma, to; de; eijkwvn… eij de; oJmwnuvmw~ levgontai ejpi;
tw`n nohtw`n aiJ devka kathgorivai, oujk e[sontai aiJ aujtaiv, ei[per
ojnovmato~ movnou tou` aujtou` koinwnou`s in, ajlla; pleivw e[stai ta;
ghvnh, ouj perilhfqevntwn tw`n nohtw`n. e[ti de; pw`~ oujk ajpivqanon
ejn ejkeivnoi~ ajtrevptoi~ ou\s in ei\nai to; pavscein kai; ta; prov~
ti, parafuavdi ejoikovta ejn toi`~ kata; ta; aujta; prohgoumevnw~
eJstw`s in… eij de; ta; mevn ejsti koina; nohtoi`~ kai; aijsqhtoi`~, ta; de;
i[dia, paralevleiptai hJ touvtwn diavrqrwsi~. tau`ta me;n ou\n kai;
oJ qeiovtato~ Plwti`no~ ajporei` kai; oiJ peri; to;n Louvkion kai;
Nikovstraton.

CORPUS ESSE SUBSTANTIAM

6T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 125, 13-16 Kalbfleisch)
To; de; sw`ma, kaqovson me;n trich/` diastato;n kai; metrei`sqai
pevfuken, poso;n uJpavrcei: kaqovson mevntoi uJpokeivmenovn
ejstin kai; taujto;n kai; e}n ajriqmw/` mevnon tw`n ejnantivwn ejsti;
dektikovn, kata; tou`to oujs iva ejstivn: w{ste ouj kalw`~ oiJ peri; to;n
Louvkion ejgkalou`s in wJ~ to; sw`ma th`~ oujs iva~ o]n eij~ to; poso;n
metenegkovnti.
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 5-6 411

GENERI SENSIBILI E GENERI INTELLIGIBILI

5T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 73, 15-28 Kalbfleisch)
Ammettiamo che ci si domandi se Aristotele, tra questi (sc. i
generi) abbia diviso ed enumerato solo le cose sensibili e gene-
rate, oppure tutte quante le cose, e, nel complesso, se i generi
intelligibili siano diversi da quelli sensibili, o se alcuni siano gli
stessi, altri diversi. Infatti, se sono diversi, i generi intelligibili
sono stati omessi totalmente; se invece sono gli stessi, i sensibili
saranno sinonimi degli intelligibili; e come può esserci comu-
nanza della stessa sostanza fra cose delle quali una è preceden-
te, l’altra seguente, l’una modello, l’altra copia? Se invece le die-
ci categorie si predicano degli intelligibili per omonimia, non
saranno le stesse, perché ne condividerebbero soltanto il nome,
mentre i generi saranno più numerosi, perché gli intelligibili
non ne sono stati compresi. Del resto, non è forse assurdo che
fra gli intelligibili, che sono immutabili, vi siano il patire e i re-
lativi, che assomigliano ad accessori5 rispetto a ciò che permane
primariamente nella medesima condizione? Se, invece, alcuni
generi sono comuni agli intelligibili e ai sensibili, mentre altri
sono propri di ciascuno (sc. dei due), la loro l’articolazione è
stata omessa. Queste aporie sono portate alla luce dal divinissi-
mo Plotino, e da Lucio, da Nicostrato e dai loro seguaci.

IL CORPO È SOSTANZA

6T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 125, 13-16 Kalbfleisch)6
Il corpo, in quanto si estende su tre dimensioni ed è per sua
natura misurabile, è quantità; ma, in quanto è sostrato e, per-
manendo identico e uno di numero, è in grado di accogliere i
contrari, è sostanza; perciò sbagliano Lucio e i suoi seguaci ad
accusare Aristotele di aver trasferito il corpo, che appartiene
alla sostanza, nella quantità.
412 LUCIO

DE QUANTITATIS DIVISIONE

7T
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 127, 30-33; 128, 5-8 Kalbfleisch)
ΔEgkalou`s in de; oiJ peri; to;n Louvkion kai; Nikovstraton th`/
diairevsei prw`ton me;n wJ~ mh; deovntw~ kai; to; mevgeqo~ poso;n
legouvsh/: phlivkon ga;r e[dei tou`to levgein, poso;n de; to;n ajriqmovn,
to; de; koino;n h] a[llo ti h] oJmwnuvmw~ tw/` eJni; tw`n eijdw`n poso;n kai;
aujto; ojnomavzein. [...] Aijtiw`ntai de; kai; to; eij~ duvo genevsqai
th;n diaivresin: e[dei ga;r meta; to;n ajriqmo;n kai; to; mevgeqo~
trivton ei\do~ tavttein to; bavro~ h] th;n rJophvn, wJ~ ΔArcuvta~ kai; wJ~
u{steron ΔAqhnovdwro~ e[taxen kai; Ptolemai`o~ oJ maqhmatikov~.

QUALITATEM SUBSTANTIAE PROPIOREM


ESSE QUAM RELATIONEM

8T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 156, 14-23 Kalbfleisch)
Eij toivnun protevtaktai ta; kaqΔ auJta; tw`n prov~ ti kai; ta; wJ~
ejn uJpokeimevnwn tavxei prou>pavrconta tw`n wJ~ sumbebhkovtwn
ejpiginomevnwn, dh`lon o{ti prohgei`tai to; poio;n tw`n prov~ ti.
kai; th`/ oujs iva/ de; oijkeiovteron, wJ~ kai; oiJ peri; to;n Louvkion
ejgkalou`s in: oijkeiovteron ga;r to;n Swkravth dhlw`sai ajpo; tou`
simou` kai; tou` ejxofqavlmou kai; progavstoro~, a{per ejsti;n poiav,
h] ajpo; tou` dexiou` kai; ILvlou kai; tw`n a[llwn tw`n prov~ ti. a[llw~
tev, fasivn, eij~ duvo diairoumevnwn tw`n legomevnwn, eij~ te to;
kaqΔ auJto; kai; eij~ to; pro;~ e{teron, ajrxavmenon peri; tw`n kaqΔ
auJto; levgein, ejn oi|~ hJ oujs iva kai; to; posovn, e[dei kai; to; poio;n
prosqevnta ou{tw~ ejpi; ta; prov~ ti metabh`nai.
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 7-8 413

LA DIVISIONE DELLA QUANTITÀ

7T
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 127, 30-33; 128, 5-8 Kalbfleisch)7
Lucio, Nicostrato e i loro seguaci criticano la divisione innanzi-
tutto per il fatto che essa definisce impropriamente “quantità”
anche la grandezza; infatti, bisognava definire quest’ultima “di-
mensione”, il numero “quantità”, mentre ciò che è comune ad
entrambi andava designato o con un nome diverso oppure an-
ch’esso con “quantità”, per omonimia con una delle due specie.
[…] Essi criticano anche il fatto che la divisione sia bipartita:
infatti, bisognava introdurre una terza specie dopo il numero e
la grandezza, cioè il peso o la gravità, come hanno fatto Archita
e, successivamente, Atenodoro e il matematico Tolomeo.

LA QUALITÀ PERTIENE ALLA SOSTANZA PIÙ CHE LA RELAZIONE

8T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 156, 14-23 Kalbfleisch)
Se dunque i “per sé” precedono i relativi, e le realtà che preesi-
stono in quanto inerenti alla disposizione dei sostrati precedo-
no quelle che seguono come accidenti, è chiaro che la qualità
precede i relativi. Essa è anche più prossima alla sostanza, come
obiettano anche Lucio e i suoi seguaci: infatti, è più appropriato
descrivere Socrate a partire dal naso camuso, dagli occhi spor-
genti e dal ventre rigonfio, che sono tutte qualità, piuttosto che
dalla posizione destra, dall’essere amico e dagli altri relativi. In
altri termini – dicono – dividendo in due gruppi le suddette
categorie – cioè nel “per sé” e nel “relativo ad altro” –, dopo
aver cominciato a parlare di ciò che è per sé, in cui rientrano
la sostanza e la quantità, bisognava così passare a discutere dei
relativi, dopo avervi aggiunto anche la qualità.
414 LUCIO

QUANTITATEM QUALITATI ANTERIOREM ESSE

9 T (?)
(Simplicio, In Arist. categ., p. 206, 21-24 Kalbfleisch)
Tine;~ de; ejn th`/ fusikh/` oujs iva/ prohgei`sqai th`~ ejpinoiva~ th`~
poiovthto~ to; poso;n levgousin: ouj ga;r wJ~ a[poiov~ ejstin hJ u{lh,
kaqo; u{lh ejstivn, ou{tw~ pote; kai; a[poso~ uJpavrcei.

MEMORIA

10 T
(Ibn al-Nadīm, Fihrist, ed. Flügel I, 255 (transl. Dodge, p. 614))
I found on the back of a piece [of writing] in an ancient hand a
list of the names of those whose names have come down to us
from among the commentators on the books of the philosopher
(scil. Aristotle) on logic and other [fields] of philosophy: they
are Theophrastus, Eudemus, Herminus, Jovianus, Iamblichus,
Alexander, Themistius, Porphyry (3h T Smith), Simplicius,
Syrianus, Maximus, Aedesius, Lycus, Nicostratus, Plotinus.
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 9-10 415

LA QUANTITÀ PRECEDE LA QUALITÀ

9 T (?)
(Simplicio, In Arist. categ., p. 206, 21-24 Kalbfleisch)8
Alcuni sostengono che, nella sostanza sensibile, la quantità pre-
cede la nozione di qualità: infatti, se è vero che la materia, in
quanto materia, è priva di qualità, essa, però, non è mai priva
di quantità.

RICORDO DELL’AUTORE

10 T
(Ibn al-Nadīm, Fihrist, ed. Flügel I, 255 (transl. Dodge, p. 614))
Sul retro di un documento scritto in una grafia antica ho rin-
venuto una lista di nomi che ci sono giunti fra i commentatori
delle opere del filosofo (sc. Aristotele) riguardanti la logica e al-
tri ambiti della filosofia: essi sono Teofrasto, Eudemo, Ermino,
Gioviano, Giamblico, Alessandro, Temistio, Porfirio9, Simpli-
cio, Siriano, Massimo, Edesio, Lico, Nicostrato, Plotino.
NOTE ALLA TRADUZIONE

1
Cfr. Enneadi VI, 1-3.
2
Cfr. Aristotele, Categorie 2, 1a24-25.
3
Cfr. 55 F Smith.
4
Cfr. Aristotele, Categorie 4, 1b25-27.
5
Il termine paraphyadi compare come hapax legomenon in Plotino VI, 2,
16, 1 (to de “pros ti” paraphyadi eoikos pôs an en prôtois?), forse sulla scorta di
Aristotele, Etica Nicomachea I, 4, 1096a21-22, dove è attribuito al “relativo”.
6
Cfr. Aristotele, Categorie 6, 4b23-25.
7
Cfr. nota precedente.
8
Cfr. nota precedente.
9
Cfr. 3h T Smith.
NICOSTRATO

TESTIMONIANZE (T) E FRAMMENTI (F)


Presentazione

Un decreto onorario di Delfi, databile al II secolo d.C., menzio-


na un Claudio Nicostrato che ai più è parso identificabile con il
filosofo medioplatonico. È difficile accertarsi di una cronologia
più precisa, la quale, tuttavia, dovrebbe essere anteriore a quel-
la del filosofo Attico1.
Nicostrato è spesso associato a Lucio in merito alla critica
alle Categorie aristoteliche, un tema che lascerà viva traccia nel
dibattito platonico successivo, a cominciare da Plotino, Enne-
adi VI, 1-32. Le obiezioni di Nicostrato ad Aristotele si soffer-
mano soprattutto sui seguenti temi: 1) il concetto di omonimia,
da Aristotele trascurato o frainteso, nella definizione e nella
trattazione; 2) l’insufficienza o l’inadeguatezza della divisione
delle categorie; 3) la predicabilità delle categorie rispetto agli
intelligibili – il che comporterebbe alcune aporie –, oppure sol-
tanto rispetto ai sensibili; 4) le categorie della quantità, della
qualità e dell’avere; 5) la trattazione degli opposti (antikeimena)
e dei contrari (enantia); 6) il movimento, anche applicato alle
categorie3.

1
Cfr. Nicostrato, 1 T; A. Gioè in Filosofi medioplatonici del II secolo d.C.
Testimonianze e frammenti. Gaio, Albino, Lucio, Nicostrato, Tauro, Severo,
Arpocrazione, edizione, traduzione e commento a cura di A.G., Bibliopolis,
Napoli, 2002, p. 181.
2
Citato qui in Nicostrato, fr. 2 T.
3
Sulle critiche di Lucio e di Nicostrato alle categorie aristoteliche cfr.,
inoltre, M. Griffin, Aristotle’s Categories in the Early Roman Empire, Oxford
UP, 2015, pp. 103-128; P. Moraux, Der Aristotelismus bei den Griechen, von
Andronikos bis Alexander von Aphrodisia, Bd. II: Der Aristotelismus im I. und
II. Jh. n. Chr., de Gruyter, Berlin, 1984, ed. it. L’Aristotelismo presso i Greci,
Volume secondo, tomo 2: Gli Aristotelici nei secoli I e II d.C., a cura di G.
Reale e V. Cicero, Vita e Pensiero, Milano, 2000, pp. 97-131.
422 NICOSTRATO

Indice dei contenuti

VITA E FAMA
1T
LUCIO E NICOSTRATO SCRISSERO SOLTANTO APORIE CONTRO LE C A-
TEGORIE DI ARISTOTELE
2T
L’INIZIO DELLE CATEGORIE
3T
GLI OMONIMI
4 T (?)-8 T
IL VANEGGIAMENTO DI ARISTOTELE E I GENERI SUBORDINATI
9T
L’ERRONEA DIVISIONE DELLE CATEGORIE
10 T-11 T
GENERI SENSIBILI E GENERI INTELLIGIBILI
12 T-13 T
LA DIVISIONE DELLA QUANTITÀ
14 T
LA QUALITÀ
15 T-17 T
LA CATEGORIA DELL’“AVERE”
18 F-19 T
GLI OPPOSTI
20 T-27 F
IL MOVIMENTO
28 T
L’AUMENTO E IL MUTAMENTO
29 F
RICORDO DELL’AUTORE
30 T (?)-31 T
PRESENTAZIONE 423

Premessa al testo

Nella traduzione ci siamo attenuti alla seguente edizione: Filo-


sofi medioplatonici del II secolo d.C. Testimonianze e frammenti.
Gaio, Albino, Lucio, Nicostrato, Tauro, Severo, Arpocrazione,
edizione, traduzione e commento a cura di Adriano Gioè, Bi-
bliopolis («Elenchos», XXXVI), Napoli, 2002, pp. 155-180.
VITA ET FAMA

1 T (= Gaio, 2 T (?))
(FD III 4, n. 94 = SIG3 II n. 868 B)
[Qeov~]. Tuvca ajgaqav. Delfoi; e[dwkan Bakcivw/ Truvf[wno~, kaqΔ
uJoqesivan] de; Gai?ou, PaILvw/, kai; Zwsivmw/ tw`/ kai; Sw[t]iv≥[mw/]
(?) Caropeivnou kai; Klaudivw/ Neikostravtw/ ΔAqhnaivoi~ kai;
M. Sextivw/ Kornhlianw`/ Mallwvth/, ILlosovfoi~ platwnikoi`~,
aujtoi`~ kai; tevknoi~ aujtw`n, poleiteivan, proxenivan, prodikivan,
ga`~ kai; oijkiva~ e[nkthsin kai; ta\lla teivmia o{sa toi`~ kaloi`~
kai; ajgaqoi`~ ajndravs i divdotai. “Arconto~ Eujboulivdou tou`
Eujboulivdou (praec. Tauri 1T).

SOLAS DUBITATIONES ADVERSUS ARISTOTELIS CATEGORIAS


SCRIPSERUNT LUCIUS ET NICOSTRATUS

2 T (= Lucio, 1 T)
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 1, 18-2, 5 Kalbfleisch)
“Alloi~ de; h[resen ajporiva~ movna~ gravyai pro;~ ta; legovmena,
o{per Louvkiov~ te pepoivhke kai; metΔ aujto;n Nikovstrato~ ta; tou`
Loukivou uJpoballovmeno~, scedovn ti pro;~ pavnta ta; eijrhmevna
kata; to; biblivon ejnstavsei~ komivzein ILlotimouvmenoi, kai; oujde;
eujlabw`~, ajlla; kataforikw`~ ma`llon kai; ajphruqriakovtw~:
plh;n kai; touvtoi~ cavri~, kai; o{ti pragmateiwvdei~ ta;~ polla;~
tw`n ajporiw`n proebavlonto kai; o{ti luvsewv~ te tw`n ajporiw`n
ajforma;~ kai; a[llwn pollw`n kai; kalw`n qewrhmavtwn toi`~ meqΔ
eJautou;~ ejndedwvkasi. Plwti`no~ de; oJ mevga~ ejpi; touvtoi~ ta;~
pragmateiwdestavta~ ejxetavsei~ ejn trisi;n o{loi~ biblivoi~ toi`~
Peri; tw`n genw`n tou` o[nto~ ejpigegrammevnoi~ tw/` tw`n Kathgoriw`n
biblivw/ proshvgage.
VITA E FAMA

1 T (= Gaio, 2 T (?))
(FD III 4, n. 94 = SIG3 II n. 868 B)
Dio. Buona sorte. I Delfi conferirono a Bacchio di Pafo, figlio
di Trifone e, per adozione, di Gaio, a Zosimo o Sotimo, figlio
di Caropino, e a Claudio Nicostrato, Ateniesi, e a M. Sestio
Corneliano di Mallo, filosofi platonici, a loro e ai loro figli, la
cittadinanza, la prossenia, la precedenza in sede di giudizio, il
diritto di possedere terra e casa, e tutti gli altri onori che si con-
feriscono agli uomini per bene. Era allora arconte Eubulide,
figlio di Eubulide.

LUCIO E NICOSTRATO SCRISSERO SOLTANTO APORIE


CONTRO LE CATEGORIE DI ARISTOTELE

2 T (= Lucio, 1 T)
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 1, 18-2, 5 Kalbfleisch)
Altri preferirono invece scrivere soltanto aporie contro le tesi
di Aristotele, come fecero Lucio e, dopo di lui, Nicostrato, che
prese le mosse dalle posizioni di Lucio, cercando essi di avanza-
re obiezioni a quasi tutte le tesi contenute nel libro delle Catego-
rie, e senza cautele, ma piuttosto con aggressività e sfrontatez-
za; tuttavia, bisogna anche essere loro grati, perché sollevarono
molte aporie complesse e perché fornirono ai loro successori
delle premesse per risolvere le aporie e per sviluppare molte
altre dottrine affascinanti. Dopo di loro, il grande Plotino con-
dusse le indagini più articolate in tre interi libri dal titolo I gene-
ri dell’essere1, dedicati al libro delle Categorie.
426 NICOSTRATO

DE CATEGORIARUM INITIO

3T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 21, 2-5 Kalbfleisch)
ΔAporou`s in oiJ peri; to;n Nikovstraton, tiv dhvpote peri; tw`n
kathgoriw`n eijpei`n proqevmeno~ ouj peri; aujtw`n eujquv~, ajlla;
peri; tw`n a[llwn didavskei tw`n te oJmwnuvmwn kai; sunwnuvmwn
kai; parwnuvmwn. pro;~ ou}~ kalw`~ uJphvnthsen oJ Porfuvrio~.

DE HOMONYMIS

4 T (?)
(Simplicio, In Arist. categ., p. 24, 6-9 Kalbfleisch)
ΔAporou`s i de; kai; dia; tiv, kaivtoi peri; levxewn proqevmeno~
eijpei`n, ajllΔ ouj peri; aujtw`n tw`n pragmavtwn, o{mw~ peri;
oJmwnumiva~ me;n oujde;n levgei, peri; de; tw`n oJmwnuvmwn didavskei,
kaivtoi prohgoumevnh~ th`~ kata; th;n oJmwnumivan ejnnoiva~, ei[per
ajpΔ ejkeivnh~ ta; oJmwvnuma.

5 T (?)
(Simplicio, In Arist. categ., p. 25, 10-14 Kalbfleisch)
ΔAporou`s i de; kai; tou`to, pw`~ oJmwvnuma ejkei`na movnon ei\pen, w|n
o[noma movnon koinovn, kaivtoi th`~ oJmwnumiva~ kai; ejn rJhvmasin
ou[sh~, wJ~ ejpi; tou` hjndrapovdistai, kai; ejn metocai`~, wJ~ ejpi; tou`
hjndrapodismevno~, kai; ejn sunde;smoi~: kai; ga;r tou` h] kai; tou`
h[toi polla;~ diafora;~ oiJ dialektikoi; paradidovasin (F.D.S.
972).

6T
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 26, 21-27, 33 Kalbfleisch)
ΔAporou`s i de; kai; pro;~ to; koino;n to; o[noma tw`n oJmwnuvmwn levgesqai
oiJ peri; to;n Nikovstraton. oJ ga;r eijpw;n kuvna o{ti me;n mh; bou`n mhde;
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 3-6 427

L’INIZIO DELLE CATEGORIE

3T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 21, 2-5 Kalbfleisch)2
Nicostrato e i suoi seguaci sollevano un problema: perché mai
Aristotele, una volta deciso di parlare delle categorie, non ab-
bia discusso subito di queste tematiche, ma di altre, come gli
omonimi, i sinonimi e i paronimi. A costoro ha ben risposto
Porfirio…3

GLI OMONIMI

4 T (?)
(Simplicio, In Arist. categ., p. 24, 6-9 Kalbfleisch)4
Avanzano (sc. Nicostrato e i suoi seguaci?) anche questa critica:
perché, pur essendosi proposto di parlare delle parole (lexeis),
ma non delle cose stesse, tuttavia egli non dica nulla dell’omoni-
mia, mentre tratta degli omonimi, sebbene la nozione di omoni-
mia sia precedente, perché gli omonimi derivano da essa.

5 T (?)
(Simplicio, In Arist. categ., p. 25, 10-14 Kalbfleisch)5
Avanzano (sc. Nicostrato e i suoi seguaci?) anche questa critica:
come abbia potuto chiamare “omonime” soltanto quelle cose
che hanno in comune solo il nome, nonostante il fatto che l’o-
monimia si riscontri anche nei verbi – come ad esempio in “egli
ha (è stato) asservito” –, nei participi – come in “avendo (es-
sendo stato) asservito” – e nelle congiunzioni: infatti, i dialettici
illustrano molte differenze tra ê ed êtoi.

6T
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 26, 21-27, 33 Kalbfleisch)6
Nicostrato e i suoi seguaci criticano anche il fatto che il nome
degli omonimi sia detto “comune”. Infatti, chi dice “cane” ha
428 NICOSTRATO

i{ppon h] a[llo ti levgei tw`n toiouvtwn ejdhvlwsen, o} de; bouvletai


shmaivnein, ou[pw dedhvlwken: tivna ga;r tw`n kunw`n, povteron to;n
ajstrw/`on h] to;n cersai`on h] to;n qalavttion h] to; peri; th;n gnavqon
sumbai`non spasmw`de~ pavqo~, ou[pw dh`lon. eij ou\n mhde;n
shmaivnei, oujde; o[noma a]n ei[h, w{ste oujde; oJmwvnumon: ta; ga;r
oJmwvnuma koino;n e[cein o[noma ejlevgeto. eij de; prosqhvkh~ dei`taiv
tino~ pro;~ to; shma`nai tiv tw`n pollw`n ejkeivnwn ejsti; to; rJhqevn,
oi|on o{ti to;n ajstrw/`on levgei h] a[llon tina; tw`n kunw`n, oujkevti
koino;n mevnei to; o[noma: th`/ ga;r prosqhvkh/, kaqΔ h}n mavlista
shmaivnei o} bouvletai, ijdiwqhvsetai: w{ste eij me;n mh; shmaivnei
ti, oujk e[stin o[noma to; ejpi; tw`n wJ~ oJmwnuvmwn ajpodoqevntwn
legovmenon: eij de; th`/ prosqhvkh/ th`/ i[dion eJkavstou poiouvsh/
to; o[noma shmaivnei, oujkevti kaqo; koinou` ojnovmato~ metevcei
oJmwvnumav ejstin, oJpovte to; meta; th`~ prosqhvkh~ oujkevti ou[te
o[noma movnon ejstivn, ajlla; lovgo~. w{ste ka]n mh; shmaivnh/ ti, oujk
e[stin o[noma: to; ga;r o[noma shmantiko;n ei\nai bouvletai: ka]n
shmaivnh/ me;n meta; th`~ prosqhvkh~ de;, pavlin oujk e[stin o[noma
ajlla; lovgo~ dia; th;n th`~ diafora`~ prosqhvkhn, ajllΔ oujde; koino;n
e[ti dia; th;n diaforavn. o{lw~ de; katΔ oujde;n tw`n tou` koinou`
shmainomevnwn ei[h a]n koino;n to; tw`n oJmwnuvmwn legovmenon
o[noma: ou[te ga;r kata; to; diaireto;n koinovn: a[llo ga;r a[llh~
sullabh`~ tou` ojnovmato~ metevcon oujkevti a]n ei[h oJmwvnumon: ou[te
kata; to; o{lon me;n a[llote de; ejn a[llou crhvsei ginovmenon: a{ma
ga;r eJkavstw/ tw`n oJmwnuvmwn legomevnwn uJpavrcei to; o[noma: ou[te
kata; to; ejn prokatalhvyei kai; ijdiovthti a{ma, kai; diovti e[mellen
e{kaston a[llote a[llo metalambavnein o[noma, wJ~ ejn tw/` qeavtrw/
tou;~ tovpou~ kai; oujkevti pavlin oJmwvnuma: ajlla; mh;n oujde; wJ~ hJ
fwnhv: hJ me;n ga;r fwnhv th;n aujth;n pa`s in ejmpoiei` diavqesin toi`~
ajkouvousin, to; de; oJmwvnumon a[llhn a[lloi~ e[nnoian parevcetai,
ei[per a[ra ti shmaivnei, eij de; mh; a[llhn a[lloi~, ajshvmanton
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 6 429

mostrato di non voler dire né “bue”, né “cavallo”, né alcun al-


tro animale del genere, ma non ha ancora mostrato che cosa
intenda significare: non è ancora chiaro, cioè, a quale “cane” si
riferisca, se a quello della costellazione astrale, a quello di terra,
a quello di mare, o al dolore spasmodico alla mascella. Ora, se
non significa nulla, non sarebbe nemmeno un nome, e, quindi,
nemmeno un omonimo, perché – si diceva – gli omonimi hanno
un nome comune. Se invece c’è bisogno di un aggettivo per in-
dicare a quale di quelle numerose realtà si riferisca l’espressione
pronunciata – cioè alla costellazione astrale o un altro “cane” –,
il nome non rimane più comune, perché con l’aggettivo, che
gli conferisce un significato specifico, diventerà proprio. Di
conseguenza, se non significa qualcosa, il termine che esprime
le cose definite come omonime non è un nome; se invece tale
termine ha significato in virtù dell’aggettivo che rende proprio
il nome di ciascuna cosa, gli omonimi non sono più tali perché
partecipano di un nome comune, perché il nome accompagnato
dall’aggettivo non è più solo un nome, ma è un discorso. Per-
ciò, se non significa qualcosa, non è un nome: il nome, infat-
ti, intende avere un significato; se ha un significato per mezzo
dell’aggettivo, daccapo, non è un nome, ma un discorso, per via
dell’aggettivo che specifica la differenza, ma, ancora, non è più
comune, per via della differenza.
Insomma, secondo nessuno dei significati di “comune” sa-
rebbe comune il nome che esprime gli omonimi; non sarebbe
comune, infatti, nel senso di “divisibile”, perché una cosa non
sarebbe più omonima di un’altra, se partecipasse di una sillaba
diversa del nome; né lo sarebbe nel senso della totalità in uso
ora a una cosa, ora a un’altra, perché il nome appartiene con-
temporaneamente a ciascuna delle cose che si dicono omonime;
né lo sarebbe nel senso di ciò che è stato assegnato in origine
e che insieme è divenuto proprio, anche perché ogni cosa do-
vrebbe assumere un nome diverso ogni volta, come i posti a
teatro, e, anche in questo caso, non sarebbe più omonima; ma
non è comune nemmeno come la voce, perché la voce suscita
la stessa disposizione in tutti coloro che ascoltano, mentre l’o-
monimo, se significa qualcosa, ingenera un concetto diverso in
430 NICOSTRATO

mevnei kai; oujkevti ejsti;n o[noma. tine;~ de; luvonte~ th;n ajporivan
fasi;n o{ti ouj pa`n o[noma shmantikovn ejstin: tricw`~ ga;r tou`
ojnovmato~ legomevnou, tou` me;n kata; to;n carakth`ra, ka]n mh;
katatetagmevnon h\/ ejpiv tino~ shmainomevnou, wJ~ to; blivturi,
tou` de; katatetagmevnou me;n mh; mevntoi carakth`ra e[conto~
ojnovmato~, wJ~ oJ ajlla; mhvn suvndesmo~ o[noma tw/` oijkevth/ teqei;~
uJpo; tou` Diodwvrou (S.S.R. II F 7, ll. 14-19) tou;~ th`~ grammatikh`~
diorismou;~ diapaivzonto~ kai; tou;~ fuvsei levgonta~ ei\nai ta;
ojnovmata, tou` de; kai; carakth`ra e[conto~ ojnomatiko;n kai;
katatetagmevnou, wJ~ to; Swkravth~ kai; Plavtwn kai; ta; a[lla
ta; ojnovmata legovmena, tiv kwluvei to; oJmwvnumon ajkatavtakton
ei\nai, carakth`ra e[con ojnovmato~… duvnatai ga;r koino;n ei\nai
cwri;~ th`~ katatavxew~ lambanovmenon. ajllΔ ajduvnaton, fai`en
a[n, toiou`ton ei\nai to; ejn tw/` o{rw/ tw`n oJmwnuvmwn pareilhmmevnon
o[noma: to; ga;r w|n rJhqe;n ajforivzei tina;~ eij~ ou}~ katetavcqh,
to; de; tw/` carakth`ri movnon o[noma ouj katatevtaktai. eij ou\n
ajkatavtakton, oujk a]n uJpavgoito tw/` oJrismw/`, h] eij katatetagmevnon
ei[h, oujk a]n ei[h koinovn: oujde; ga;r koinhv ei\nai hJ katavtaxi~
duvnatai. ajlla; kai; to; oJ de; kata; tou[noma lovgo~ e{tero~ wJ~
katatetagmevnou pavntw~ ejstivn: to; ga;r to;n carakth`ra movnon
e[con oujde; lovgon e[cei tinav: tiv~ ga;r a]n ei[h lovgo~ tou` blivturi,
mhde;n shmaivnonto~… eij de; katatevtaktai, oujk e[stin koinovn,
wJ~ oujde; oiJ o{roi kata; th;n diavforon katavtaxin to; diavforon
e[conte~.

7T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 29, 24-29 Kalbfleisch)
”Wste mavthn ejgkalou`s i pavlin oiJ peri; to;n Nikovstraton wJ~ ejn
movnh/ th`/ oujs iva/ dokou`nti levgein th;n oJmwnumivan tw/` ΔAristotevlei,
ei[per to;n th`~ oujs iva~ lovgon e{teron ei\pen ejn toi`~ oJmwnuvmoi~,
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 7 431

ciascuno, e, se invece non ne ingenera di diversi, resta privo di


significato e non è più un nome. Alcuni risolvono l’aporia di-
cendo che non tutti i nomi hanno un valore semantico; infatti,
il nome si dice in tre accezioni: quello che ha la tipica forma
nominale, anche se non si riferisce a una realtà significata, come
ad esempio blityri7; quello che si riferisce a una realtà signifi-
cata, senza però avere una forma nominale, come ad esempio
la congiunzione alla mên, che da Diodoro8 è stata attribuita al
suo schiavo come nome per deridere le definizioni della gram-
matica e gli assertori del fondamento naturale dei nomi; infine,
quello che ha una forma nominale e che si riferisce a una realtà
significata, come “Socrate”, “Platone” e gli altri nomi di uso
abituale. Che cosa impedisce che un omonimo non si riferisca
a una realtà significata, pur avendo forma nominale? Infatti,
può essere comune anche se considerato separatamente dal suo
riferimento. Ma è impossibile – essi direbbero – che il nome
considerato nella definizione degli omonimi sia di questo tipo,
perché l’espressione “dei quali” definisce alcuni uomini a cui
il nome si riferisce, mentre il nome che è tale solo per la sua
forma nominale non si riferisce a nulla. Se dunque non ha un
riferimento semantico, non può rientrare nella definizione; se
ce l’ha, non può essere comune, perché il riferimento non può
essere comune. Ma anche l’affermazione «il discorso relativo al
nome è diverso» riguarda necessariamente un nome riferito a
un significato, perché, se il nome avesse solo la forma nominale,
non avrebbe una definizione; infatti, quale sarebbe la definizio-
ne di blityri, se questo non avesse alcun significato? Se invece
(il nome) si riferisce a un significato, non è comune, come non
lo sono nemmeno le definizioni, che recano una differenza a
seconda delle diverse realtà significate.

7T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 29, 24-29 Kalbfleisch)9
Perciò Nicostrato e i suoi seguaci tornano invano a criticare
Aristotele, come se questi sostenesse che l’omonimia si dà solo
nella sostanza, perché, a suo dire, il discorso definitorio della
432 NICOSTRATO

kaivtoi kai; ejn poiw/` ou[sh~ oJmwnumiva~, ei[per leuko;n kai;


crw`ma kai; leukh;n fwnh;n levgomen, kai; ejn tw/` kei`sqai kai; ejn
a[llai~ kathgorivai~. pro;~ ga;r tauvthn th;n ajporivan uJpantw`n oJ
Porfuvrio~ (51 F Smith).

8T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 30, 16-23 Kalbfleisch)
Prosaporei` de; oJ Nikovstrato~ peri; tw`n oJmwnuvmwn, kai; e[ti
safevsteron ΔAttiko;~ (fr. 41 des Places) th;n ajporivan ejxevqeto.
eij ga;r sunwvnumav ejstin w|n tov te o[noma koino;n kai; oJ oJrismo;~
koinov~, e[cei de; kai; ta; oJmwvnuma tov te o[noma koino;n oJmwvnuma
kalouvmena kai; to;n tou` oJmwnuvmou oJrismovn: ejfΔ eJkavstou ga;r
oJmwnuvmou ajlhqe;~ eijpei`n o{ti o[noma movnon koinovn, oJ de; kata;
tou[noma lovgo~ th`~ oujs iva~ e{tero~: ta; a[ra oJmwvnuma sunwvnumav
ejstin. e[stin de; kai; ta; sunwvnuma sunwvnuma: pavnta a[ra ta; to;
aujto; o[noma e[conta sunwvnumav ejstin. luvei de; kai; tauvthn th;n
ajporivan oJ Porfuvrio~ (52 F Smith)...

DE ARISTOTELIS VANILOQUIO ET GENERIBUS SUBALTERNIS

9T
(Simplicio, In Aristot. categ., p. 58, 15-17; 23-27 Kalbfleisch)
OiJ de; peri; to;n Nikovstraton mataiologivan ejgkalou`s in ejn
touvtoi~: tiv~ gavr, fhsivn, ajgnohvsei o{ti ejpisthvmh ejpisthvmh~
oujk a[n pote tw/` divpodi dienevgkoi h] tetravpodi, w{sper to; zw/`on…
[...] aijtiw`ntai de; kai; <o{ti> ejn toi`~ uJpallhvloi~ gevnesin
o{sai tou` kathgoroumevnou fhsi;n diaforaiv, tosau`tai kai; tou`
uJpokeimevnou e[sontai: o[ntwn ga;r uJpallhvlwn tou` zwv/ou kai; tou`
logikou` zw/vou, ejpeidh; tou` zwv/ou diaforaiv eijs i tov te logiko;n
kai; to; a[logon, pw`~ oi|ovnte tou` logikou` zwv/ou to; me;n ei\nai
logikovn, to; de; a[logon…
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 8-9 433

sostanza è diverso negli omonimi, sebbene l’omonimia si dia


anche nella qualità, visto che parliamo sia di “colore bianco” sia
di “voce bianca”, e anche nel giacere e nelle altre categorie. Nel
rispondere a questa aporia, Porfirio…10

8T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 30, 16-23 Kalbfleisch)11
Nicostrato solleva un’ulteriore aporia circa gli omonimi; tale
aporia è stata illustrata con chiarezza anche maggiore da Atti-
co12. Se infatti sinonime sono quelle realtà che hanno il nome
comune e la definizione comune, anche gli omonimi hanno in
comune il nome – essendo chiamati “omonimi” – e la definizio-
ne di omonimo –; di ogni omonimo, infatti, è vero dire che solo
il nome è comune, mentre il discorso che definisce l’essenza
rispetto al nome è diverso; gli omonimi, dunque, sono sinonimi.
Ma anche i sinonimi sono omonimi: quindi tutte le realtà che
hanno lo stesso nome sono sinonime. Anche questa aporia è
stata risolta da Porfirio…13

IL VANEGGIAMENTO DI ARISTOTELE E I GENERI SUBORDINATI

9T
(Simplicio, In Aristot. categ., p. 58, 15-17; 23-27 Kalbfleisch)14
Nicostrato e i suoi seguaci lo accusano di vaneggiare in que-
sti termini: chi infatti – afferma – ignora che una scienza non
potrebbe mai differire da un’altra scienza per il fatto di essere
bipede o quadrupede, come l’animale? […] Lo criticano anche
<perché> nei generi subordinati sostiene che «quante sono le
differenze del predicato, tante saranno anche quelle del sog-
getto»: infatti, essendo “animale razionale” e “animale” uno
subordinato all’altro, poiché “razionale” e “irrazionale” sono
differenze di “animale”, come può pertenere ad “animale ra-
zionale” il fatto di essere, al contempo, razionale e irrazionale?
434 NICOSTRATO

DE MENDOSA DIVISIONE CATEGORIARUM

10 T (= Lucio, 3 T)
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 62, 27-63, 1 Kalbfleisch)
Kai; Kornou`to~ de; ejn oi|~ pro;~ ΔAqhnovdwron kai; ΔAristotevlhn
ejpevgrayen kai; oiJ peri; to;n Louvkion de; kai; to;n Nikovstraton,
w{sper pro;~ ta; a[lla pavnta scedovn, ou{tw~ kai; pro;~ th;n
diaivresin ajnteirhvkasin. lhptevon de; ejn o{roi~ wJrismevnoi~
ta;~ ajntilogiva~ trich/` diasteilamevnou~ aujtav~. kai; ga;r oiJ
me;n wJ~ pleonavzousan aijtiw`ntai th;n diaivresin, e{teroi de; wJ~
ejlliph` katamevmfontai, trivtoi dev eijs in oiJ a[lla ajntΔ a[llwn
eijsh`cqai ghvnh nomivzonte~: gegovnasi dev tine~ kai; pleivona
a{ma ejgkalou`nte~, oiJ me;n e[lleiyin a{ma kai; pleonasmovn, oiJ de;
pro;~ touvtoi~ kai; ejnavllaxin tw`n genw`n (F.D.S. 831, 5-15).

11 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 64, 13-15 Kalbfleisch)
OiJ de; ejlleivpein ajpofainovmenoi th;n diaivresin, wJ~ oiJ peri; to;n
Nikovstraton, dia; tiv, fasivn, tw/` me;n poiei`n to; pavscein, tw/` de;
e[cein oujk ajntevqhken to; e[cesqai…

GENERA SENSIBILIA ET GENERA INTELLEGIBILIA

12 T (= Lucio, 5 T)
(Simplicio, In Arist. categ., p. 73, 15-28 Kalbfleisch)
Eij dev ti~ ajporei`, povteron ta; aijsqhta; movna kai; genhta; diei`len
ejn touvtoi~ oJ ΔAristotevlh~ kai; ajphriqmhvsato h] pavnta ta;
oJpwsou`n o[nta, kai; o{lw~ povteron a[lla ejsti; ta; nohta; ghvnh h]
ta; aijsqhtav, h] tina; me;n ta; aujtav, tina; de; e{tera: kai; ga;r eij me;n
a[lla, paralevleiptai pavnth/ ejkei`na: eij de; ta; aujtav, sunwvnuma
e[stai ta; aijsqhta; toi`~ nohtoi`~: kai; pw`~ e[stai koinwniva th`~
aujth`~ oujs iva~, ejn oi|~ to; provteron e[stin kai; to; u{steron, kai;
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 10-12 435

L’ERRONEA DIVISIONE DELLE CATEGORIE

10 T (= Lucio, 3 T)
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 62, 27-63, 1 Kalbfleisch)15
Cornuto, nell’opera Contro Atenodoro e Aristotele, Lucio, Ni-
costrato e i loro seguaci, come a quasi tutte le altre tesi, così
hanno avanzato critiche anche alla divisione (sc. delle categorie).
Bisogna però comprendere in termini precisi le critiche, distin-
guendole in tre gruppi. Infatti, alcuni obiettano alla divisione il
fatto di essere eccessiva, altri la accusano di essere insufficiente,
altri ancora ritengono che siano stati introdotti alcuni generi al
posto di altri; ce ne sono poi alcuni che le rivolgono più critiche
insieme: taluni, di essere insufficiente e insieme eccessiva, altri,
in aggiunta, anche di confondere i generi.

11 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 64, 13-15 Kalbfleisch)
Coloro che denunciano l’insufficienza della divisione, come Ni-
costrato e i suoi seguaci, si domandano: perché all’agire si con-
trappone il patire, mentre all’avere non si contrappone l’essere
posseduto?

GENERI SENSIBILI E GENERI INTELLIGIBILI

12 T (= Lucio, 5 T)
(Simplicio, In Arist. categ., p. 73, 15-28 Kalbfleisch)
Ammettiamo che ci si domandi se Aristotele, fra questi (sc. i
generi) abbia diviso ed enumerato solo le cose sensibili e gene-
rate, oppure tutte quante le cose, e, nel complesso, se i generi
intelligibili siano diversi da quelli sensibili, o se alcuni siano gli
stessi, altri diversi. Infatti, se sono diversi, i generi intelligibili
sono stati omessi totalmente; se invece sono gli stessi, i sensibili
saranno sinonimi degli intelligibili; e come può esserci comu-
nanza della stessa sostanza fra cose delle quali una è preceden-
436 NICOSTRATO

to; me;n paravdeigma, to; de; eijkwvn… eij de; oJmwnuvmw~ levgontai ejpi;
tw`n nohtw`n aiJ devka kathgorivai, oujk e[sontai aiJ aujtaiv, ei[per
ojnovmato~ movnou tou` aujtou` koinwnou`s in, ajlla; pleivw e[stai ta;
ghvnh, ouj perilhfqevntwn tw`n nohtw`n. e[ti de; pw`~ oujk ajpivqanon
ejn ejkeivnoi~ ajtrevptoi~ ou\s in ei\nai to; pavscein kai; ta; prov~
ti, parafuavdi ejoikovta ejn toi`~ kata; ta; aujta; prohgoumevnw~
eJstw`s in… eij de; ta; mevn ejsti koina; nohtoi`~ kai; aijsqhtoi`~, ta; de;
i[dia, paralevleiptai hJ touvtwn diavrqrwsi~. tau`ta me;n ou\n kai;
oJ qeiovtato~ Plwti`no~ ajporei` kai; oiJ peri; to;n Louvkion kai;
Nikovstraton.

13 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 76, 13-17 Kalbfleisch)
ΔAporou`s i de; kai; pro;~ to;n peri; th`~ oujs iva~ lovgon o{ te Plwti`no~
kai; oiJ peri; to;n Nikovstraton, pw`~ e}n gevno~ hJ oujs iva: eij ga;r
koinovn ti kai; th`~ nohth`~ kai; th`~ aijsqhth`~ ei[h, pro; ajmfoi`n
e[stai kai; ajmfoi`n kathgorhqhvsetai, kai; dh`lon o{ti ou[te sw`ma
ou[te ajswvmaton e[stai, i{na mh; to; sw`ma kai; ajswvmaton gevnhtai
kai; to; ajswvmaton kai; sw`ma.

DE QUANTITATIS DIVISIONE

14 T (= Lucio, 7 T)
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 127, 30-33;
128, 5-8 Kalbfleisch)
ΔEgkalou`s in de; oiJ peri; to;n Louvkion kai; Nikovstraton th`/
diairevsei prw`ton me;n wJ~ mh; deovntw~ kai; to; mevgeqo~ poso;n
legouvsh/: phlivkon ga;r e[dei tou`to levgein, poso;n de; to;n ajriqmovn,
to; de; koino;n h] a[llo ti h] oJmwnuvmw~ tw/` eJni; tw`n eijdw`n poso;n kai;
aujto; ojnomavzein. [...] Aijtiw`ntai de; kai; to; eij~ duvo genevsqai
th;n diaivresin: e[dei ga;r meta; to;n ajriqmo;n kai; to; mevgeqo~
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 13-14 437

te, l’altra seguente, l’una modello, l’altra copia? Se invece le die-


ci categorie si predicano degli intelligibili per omonimia, non
saranno le stesse, perché ne condividerebbero soltanto il nome,
mentre i generi saranno più numerosi, perché gli intelligibili
non ne sono stati compresi. Del resto, non è forse assurdo che
fra gli intelligibili, che sono immutabili, vi siano il patire e i rela-
tivi, che assomigliano ad accessori16 rispetto a ciò che permane
primariamente nella medesima condizione? Se, invece, alcuni
generi sono comuni agli intelligibili e ai sensibili, mentre altri
sono propri di ciascuno (sc. dei due), la loro l’articolazione è
stata omessa. Queste aporie sono portate alla luce dal divinissi-
mo Plotino, e da Lucio, da Nicostrato e dai loro seguaci.

13 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 76, 13-17 Kalbfleisch)
Plotino, Nicostrato e i suoi seguaci sollevano anche un’aporia
in merito alla discussione sulla sostanza: come, cioè, possa esse-
re uno solo il genere della sostanza. Infatti, se fosse un genere
comune alla sostanza intelligibile e a quella sensibile, le prece-
derebbe entrambe e sarebbe predicato di entrambe, ed è chia-
ro che non sarebbe né corpo, né incorporeo, per evitare che il
corpo sia anche incorporeo e che l’incorporeo sia anche corpo.

LA DIVISIONE DELLA QUANTITÀ

14 T (= Lucio, 7 T)
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 127, 30-33; 128, 5-8 Kalbfleisch)17
Lucio, Nicostrato e i loro seguaci criticano la divisione innan-
zitutto per il fatto che essa definisce impropriamente “quanti-
tà” anche la grandezza; infatti, bisognava definire quest’ultima
“dimensione”, il numero “quantità”, mentre ciò che è comune
ad entrambi andava designato o con un nome diverso oppure
anch’esso con “quantità”, per omonimia con una delle due
specie. […] Essi criticano anche il fatto che la divisione sia
bipartita: infatti, bisognava introdurre una terza specie dopo
438 NICOSTRATO

trivton ei\do~ tavttein to; bavro~ h] th;n rJophvn, wJ~ ΔArcuvta~ kai; wJ~
u{steron ΔAqhnovdwro~ e[taxen kai; Ptolemai`o~ oJ maqhmatikov~.

DE QUALITATE

15 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 231, 20-21 Kalbfleisch)
Aijtia`tai de; oJ Nikovstrato~, o{ti eijpw;n e}n ei\do~ poiovthto~ oujc
e}n ejphvgagen, ajlla; duvo, thvn te e{xin kai; th;n diavqesin.

16 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 257, 31-36 Kalbfleisch)
Levgonto~ de; tou` ΔAristotevlou~ w{sper ta; ojligocrovnia crwvmata
ajpo; pavqou~ givnetai, ou{tw~ kai; ta; polucrovnia ajpo; tou` aujtou`
sumbaivnein, a[logon nomivzousin oiJ peri; to;n Nikovstraton to;
pavnta ta; crwvmata pavqou~ ejgginomevnou givnesqai kai; mavlista
ta; suvmfuta kai; oujs iwvdh, w{sper to; th`~ ciovno~: ejn ga;r toi`~
paradeivgmasin toi`~ ajpo; tou` fovbou kai; th`~ aijscuvnh~ wJ~
ejpiginovmena ta; pavqh parevqeto, w{ste kai; ejpi; pavntwn ou{tw~
e[oiken doxavzein.

17 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 268, 19-22 Kalbfleisch)
OiJ de; peri; to;n Nikovstraton kai; th;n manovthta kai; puknov-
thta poiovthta~ ILloneikou`sin deiknuvnai, to; pu`r mano;n ei\nai
paratiqevmenoi kai; to;n ajevra, th;n de; gh`n puknh;n ouj kata;
qevs in, ajlla; kata; poiovthta. rJhtevon de; pro;~ aujtouv~, wJ~ kai; ejn
touvtoi~ kata; to;n qei`on ΔIavmblicon.
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 15-17 439

il numero e la grandezza, cioè il peso o la gravità, come hanno


fatto Archita e, successivamente, Atenodoro e il matematico
Tolomeo.

LA QUALITÀ

15 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 231, 20-21 Kalbfleisch)18
Nicostrato critica Aristotele perché, dopo aver parlato di «una
sola specie di qualità», non ne ha introdotta una sola, ma due,
l’abito e la disposizione.

16 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 257, 31-36 Kalbfleisch)19
Siccome Aristotele sostiene che, come i colori di breve durata
si generano da una passione, così anche quelli di lunga durata
scaturiscono dalla stessa, Nicostrato e i suoi seguaci considera-
no irragionevole che tutti i colori si producano dall’insorgere
di una passione, specialmente quelli connaturati e sostanziali,
come quello della neve; infatti, negli esempi desunti dalla pau-
ra e dalla vergogna egli ha presentato le passioni come soprag-
giungenti, dando così l’impressione che questo fosse il suo pa-
rere anche in tutti gli altri casi.

17 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 268, 19-22 Kalbfleisch)20
Nicostrato e i suoi seguaci si ostinano a dimostrare che la ra-
dezza e la densità sono qualità, affermando che il fuoco e l’aria
sono radi, e che la terra è densa, non secondo la posizione, ma
secondo la qualità. Contro di loro, però, va detto che anche in
questo caso per il divino Giamblico21…
440 NICOSTRATO

DE HABENDI PRAEDICAMENTO

18 F
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 368, 12-369, 14 Kalbfleisch)
ÔO de; Nikovstrato~ ejgkalei`:
“dia; tiv, fhsivn, oujk e[qhka~ ta; ojktw; shmainovmena tou`
e[cein, a{per ejn tevlei tou` biblivou dihriqmhvsw, kai; dia; tiv oujk
ajpevkrina~ ta; ajllovtria th`~ prokeimevnh~ kathgoriva~, o{per
poiou`s in oiJ poluvshmon fwnh;n diairouvmenoi… ouj ga;r i[smen
nu`n, tiv potev ejstin tw`n kathriqmhmevnwn to; devkaton tou`to
gevno~. eja;n ga;r ajkribologh`taiv ti~, oujde;n tw`n ejkkeimevnwn to;
e[cein to; wJ~ gevno~ shmaivnei. prokeivsqw de; aujth; hJ ejpi; tevlei
tou` ΔAristotevlou~ rJh`s i~ ou{tw~ e[cousa: “to; e[cein kata;
pleivou~ trovpou~ levgetai. h] ga;r wJ~ e{xin kai; diavqesin h] a[llhn
tina; poiovthta: legovmeqa ga;r ejpisthvmhn e[cein kai; ajrethvn.
h] wJ~ posovn, oi|on o} tugcavnei ti~ e[cwn mevgeqo~: levgetai ga;r
trivphcu~. h] wJ~ ta; peri; tw/` swvmati, oi|on iJmavtion h] citw`na. h]
wJ~ ejn morivw/, oi|on ejn ceiri; daktuvlion. h] wJ~ mevro~, oi|on povda
h] cei`ra. h] wJ~ ejn ajggeivw/, oi|on oJ mevdimno~ purou`. h] wJ~ kth`ma:
e[cein ga;r oijkivan kai; ajgro;n legovmeqa. legovmeqa de; kai;
gunai`ka e[cein kai; hJ gunh; a[ndra: e[oiken de; ajllotriwvtato~ oJ
nu`n rJhqei;~ trovpo~ tou` e[cein ei\nai: oujqe;n ga;r a[llo tw/` e[cein
gunai`ka shmaivnomen h] o{ti sunoikei`”. ejn de; touvtoi~ to; me;n
o[gdoon to; e[cein gunai`ka h] a[ndra kai; aujto;~ parh/thvsato wJ~
mhvte tou` oJmwnuvmw~ legomevnou e[cein aJptovmenon, ajlla; ma`llon
to; sunei`nai dhlou`n. to; de; prw`ton safw`~ ejstin tou` poiou`: to;
ga;r e{xin e[cein kai; diavqesin oujde;n a[llo, fhsi;n oJ Nikovstrato~,
shmaivnei, eja;n metalavbwmen eij~ to; tiv ejstin, h] to; ejpisthvmona
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 18 441

LA CATEGORIA DELL’“AVERE”

18 F
(Simplicio, In Arist. categ., pp. 368, 12-369, 14 Kalbfleisch)
Nicostrato obietta:
«Perché – afferma – non hai classificato gli otto significati
dell’avere che hai annoverato alla fine del libro, e perché non
hai tenuto distinti i significati estranei alla suddetta categoria,
proprio come fanno coloro che differenziano un suono con più
significati? E così, ora non sappiamo che cosa sia mai questo de-
cimo genere fra quelli annoverati. A voler essere precisi, infatti,
nessuno dei significati esposti esprime l’avere come genere. Ma
citerò la conclusione del discorso di Aristotele, che recita così:
“L’avere si dice in più modi. Infatti, 1) lo si può dire come abito,
come disposizione o come un’altra qualità: diciamo infatti di
‘avere’ una scienza e una virtù. 2) Oppure, lo si può dire come
quantità, ad esempio in riferimento all’altezza di una persona;
si dice infatti che uno ‘ha’ una statura di tre cubiti. 3) Lo si può
riferire ai vestiti che si portano attorno al corpo: ad esempio,
‘avere’ un mantello o una tunica. 4) O come in una parte: ad
esempio, ‘avere’ un anello in una mano. 5) O come una parte:
ad esempio ‘avere’ un piede o una mano. 6) O come in un vaso:
ad esempio, ‘avere’ il medimno del grano. 7) O come un posses-
so: infatti, diciamo di ‘avere’ una casa e un campo. 8) Diciamo
anche di ‘avere’ una donna e che la donna ‘ha’ un uomo; sembra
però che quest’ultimo modo di avere sia il più estraneo, perché
il fatto di ‘avere’ una donna non significa altro se non che vivia-
mo con lei”22.
L’ottavo di questi significati – l’“avere” una donna o un
uomo –, dunque, l’ha rigettato anche lui, nella convinzione
che “avere” non si riferisca nemmeno all’essere detto in senso
omonimico, ma che indichi piuttosto lo stare insieme. Il primo
significato, invece, è chiaramente proprio della qualità: infatti,
l’“avere” un abito e una disposizione – osserva Nicostrato –, se
lo traducessimo in termini di essenza (to ti estin), non significa
altro che essere sapiente ed essere in una disposizione abitua-
442 NICOSTRATO

ei\nai kai; eJktiko;n ei\nai, a{per ejsti;n tou` poiou`. ajlla; kai; to;
mevgeqo~ e[cein kai; trivphcun ei\nai tou` posou`, kai; to; trivton
de; kai; tevtarton kai; to; e{bdomon tou` e[cein shmainovmenon
safw`~ e{kastovn ejstin ejn th`/ tou` prov~ ti kathgoriva/: kai; ga;r
to; iJmavtion, fhsivn, e[cein kai; daktuvlion e[cein i[son ejsti;n tw/`
oijkivan e[cein kai; kekth`sqai, kai; e[stin tw`n prov~ ti: to; ga;r
kth`ma tou` kthvtoro~ kai; oJ kthvtwr tou` kthvmato~. kai; to; pevmpton
de;, toutevstin to; movrion e[cein oujk a[dhlon o{ti kai; tw`n prov~ tiv
ejstin, ei[per mevro~ pro;~ o{lon, kai; a[llw~ th`~ kata; th;n oujs ivan
ejsti; kathgoriva~: eja;n ga;r metalabw;n ei[ph/~, tiv ejstin to; e[cein
povda~ kai; cei`ra~, ejrei`~ kata; to;n ajkribh` lovgon, ka]n ajsuvnhqe~ h\/,
to; pepodw`sqai kai; keceiridw`sqai kai; koinw`~ to; oujs iw`sqai,
a[hqe~ o]n kai; tou`to: dialektikw/` de; oujc ou{tw~ sunhqeiva~
wJ~ ajkribeiva~ mevlei. h{marten ou\n, fhsivn, mh; ajpokrivna~ ta;
a[lla shmainovmena, wJ~ eijdeivhmen, tiv~ potev ejstin hJ tou` e[cein
kathgoriva”.

19 T
(Giamblico ap. Simplicio, In Arist. categ.,
pp. 369, 37-370, 11 Kalbfleisch)
Mavthn ou\n oJ Nikovstrato~ ejgkalei` wJ~ ejn toi`~ tou` e[cein
shmainomevnoi~ mh; ajpokrivnonti to; kata; to; gevno~ e[cein, eij mh;
a[ra o{ti mh; prosevqhken oJ ΔAristotevlh~ tw/` trivtw/ kai; tetavrtw/ o{ti
tau`tav ejstin kata; to; gevno~, ta; de; a[lla ejkto;~ ajpoblhtevon: ajllΔ
ou[k eijs in aiJ toiau`tai prosqh`kai sunhvqei~ th`/ ΔAristotelikh/`
suntomiva/. to; de; kai; ejn mevsw/ qei`nai ta; th`~ kathgoriva~
shmainovmena gumnavzonto~ h\n, wJ~ oi\mai, tou;~ ejnteuxomevnou~
pro;~ ajgcivnoian. oJ mevntoi Nikovstrato~ uJpo; ta; prov~ ti kai; to;
trivton kai; to; tevtarton ajnavgwn sugkruvptei th;n ajlhvqeian: ka]n ga;r
kthvmatav ejstin ta; iJmavtia kai; oJ daktuvlio~, ajlla; katav ge th;n
perivqesin kai; to; e[cesqai proceivrw~ diafevronta tw`n a[llwn
kthmavtwn, wJ~ kai; tw/` Plavtwni dokei` th`~ tou` e[cein givnesqai
kathgoriva~.
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 19 443

le, che sono caratteristiche proprie della qualità. Ma l’“avere”


un’altezza e l’essere alti tre piedi è proprio della quantità; il ter-
zo, il quarto e il settimo significato di “avere”, invece, rientrano
ciascuno nella categoria del relativo; infatti – dice – “avere” un
mantello e “avere” un anello è uguale ad “avere” e a “posse-
dere” una casa, il che è proprio dei relativi: il possesso, infatti,
si riferisce al possessore e il possessore al possesso. Il quinto
significato, cioè “avere” la parte, è chiaro che rientra sia nei
relativi, se è vero che una parte si riferisce a una totalità, sia,
diversamente, nella categoria della sostanza: ad esempio, se ti
domandassi che cosa significhi “avere” piedi e mani, a voler es-
sere precisi risponderesti che – pur essendo desueto – significa
“essere dotati di piedi” ed “essere dotati di mani” e, in generale,
“essere sostanza”, per quanto insolito sia anche questo discor-
so; ma a un dialettico l’abitudine non interessa come l’esattezza.
Pertanto – osserva Nicostrato –, Aristotele ha sbagliato nel non
tenere distinti i significati estranei, per farci comprendere quale
sia mai la categoria dell’“avere”.

19 T
(Giamblico ap. Simplicio, In Arist. categ.,
pp. 369, 37-370, 11 Kalbfleisch)23
Invano, dunque, Nicostrato lo (sc. Aristotele) accusa di non
aver distinto, tra i significati dell’“avere”, l’“avere” secondo il
genere, tranne per il fatto che Aristotele non ha aggiunto al ter-
zo e al quarto significato che sono proprio questi i significati se-
condo il genere, e che, invece, gli altri vanno esclusi; ma aggiun-
te di questo tipo non si confanno alla concisione aristotelica.
L’aver posto in mezzo (sc. all’elenco) i significati della categoria
è tipico – mi pare – di chi allena i lettori alla perspicacia. Nel
ricondurre il terzo e il quarto significato alla categoria dei rela-
tivi, Nicostrato nasconde la verità: i mantelli e l’anello, infatti,
pur essendo possessi, differiscono dagli altri possessi perché si
indossano e si maneggiano facilmente, come anche Platone ri-
tiene sia specifico della categoria dell’avere.
444 NICOSTRATO

DE OPPOSITIS

20 T
(Giamblico ap. Simplicio, In Arist. categ.,
p. 381, 17-24 Kalbfleisch)
Eij mh; oJmwvnumo~ h\n oj o{ro~ (scil. tw`n ajntikeimevnwn), h\n a]n tw/`
o[nti koino;~ lovgo~ kai; koino;n gevno~ pavntwn tw`n ajntikeimevnwn:
ejpei; de; to; mh; duvnasqai peri; to; aujto; sunupavrcein kai; pro;~ to;
aujto; a[llw~ mevn, fhsi;n oJ ΔIavmblico~, qewrei`tai ejn toi`~ prov~
ti, a[llw~ de; ejn katafavsei kai; ajpofavsei kai; a[llw~ ejn toi`~
loipoi`~ tw`n ajntikeimevnwn, ajlhqeuvei oJ ejx ajrch`~ lovgo~, to; oJmwvnuma
ei\nai ta; ajntikeivmena. diov, fhsivn, kai; h{marten Nikovstrato~
wJ~ pro;~ e}n gevno~ aujtw`n th;n ajntilogivan poiouvmeno~.

21 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 385, 10-12 Kalbfleisch)
Nikovstrato~ de; deiknuvnai nomivzei, o{ti ta; ejnantiva pro;~
a[llhla levgetai, oujk ajpo; tw`n uJpo; to; ejnantivon ajlla; ajpΔ aujtou`
tou` ejnantivou poiouvmeno~ th;n ejpiceivrhsin.

22 T
(Simplicio, In Arist. categ., p. 388, 4-7 Kalbfleisch)
ÔO mevntoi Nikovstrato~ aijtia`tai, o{ti mh; movnon ejn tw/` aujtw/` gevnei
<ta; ejnantiva uJfevsthken, ajlla; kai; ejn ejnantivoi~: ejn me;n ga;r
tw`/ aujtw`/ gevnei> tw/` crwvmati to; leuko;n kai; mevlan, kai; gluku;
kai; pikro;n ejn tw/` cumw/`, dikaiosuvnh de; kai; ajdikiva ejx ejnantivwn
genw`n: th`~ me;n ga;r ajrethv, th`~ de; kakiva to; gevno~.

23 F
(Simplicio, In Arist. categ., p. 390, 14-19 Kalbfleisch)
Eijpovnto~ de; ΔAristotevlou~ th`/ tw`n a[krwn ajpofavsei ta; mevsa
carakthrivzesqai, ajntilevgei Nikovstrato~, wJ~
TESTIMONIANZE E FRAMMENTI 20-23 445

GLI OPPOSTI

20 T
(Giamblico ap. Simplicio, In Arist. categ.,
p. 381, 17-24 Kalbfleisch)24
Se il termine (sc. di “opposti”, antikeimena) non fosse omo-
nimo, ci sarebbero in realtà un discorso definitorio comune e
un genere comune a tutti gli opposti; ma, siccome il non poter
coesistere nel medesimo oggetto e in relazione al medesimo og-
getto – osserva Giamblico – si constata in un modo nei relativi,
in un altro nell’affermazione e nella negazione, e in un altro an-
cora negli opposti rimanenti, vale il discorso iniziale: gli opposti
sono omonimi. Perciò – dice – anche Nicostrato ha sbagliato
nella sua c