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IL PENSIERO SCIENTIFICO NEL CINQUECENTO E NEL SEICENTO

Tra Cinquecento e Seicento si assiste in Europa a un rapido progresso delle scienze, in particolare
del metodo scientifico. La scienza si svincola dalla tradizione filosofica aristotelico-scolastica tra-
sformandosi nella scienza moderna, autonoma dalla filosofia e dalla teologia, la quale elabora pro-
cedure metodologiche specifiche → rivoluzione scientifica.
La scienza moderna si distingue da quella precedente per il suo carattere quantitativo (a differenza
dell’analisi qualitativa della precedente tradizione). Il nuovo metodo scientifico parte dal presuppo-
sto che l’essenza delle cose è inattingibile, o che comunque esula dalle finalità della scienza, la
quale deve invece indagare i rapporti tra le cose ed esprimerli attraverso una misurazione oggetti-
va e universalmente comunicabile: per questo la matematica diventa uno strumento indispensabi-
le per quantificare i fenomeni naturali come oggetti specifici della ricerca scientifica. Anziché in ter-
mini di «cause finali», tipici della tradizione aristotelica, la nuova scienza interpreta le connessioni
tra i fenomeni come «cause efficienti» e meccaniche. Il meccanicismo naturale è la conseguenza
della quantificazione della scienza: la connessione necessaria con cui in matematica le diverse
proposizioni geometriche o le diverse operazioni aritmetiche e algebriche discendono le une dalle
altre diventa in fisica la necessità con cui la causa è connessa all’effetto. Inoltre, la connessione
causa/effetto viene sottoposta anche a verifica empirica: la sperimentazione è il secondo mezzo
metodologico fondamentale: per raggiungere una precisione sempre maggiore sono necessarie
tecniche sempre più raffinate.

La rivoluzione astronomica: Copernico (1437-1543).


I rapporti tra matematica e astronomia sono sempre stati molto stretti. Tra Cinquecento e Seicento
la «rivoluzione astronomica» si attua attraverso due elementi: l’applicazione di leggi matematiche
allo studio degli astri e il progressivo abbandono di alcune ipotesi teoriche intoccabili. A Copernico
spetta il merito di aver rimosso quella del geocentrismo, mutuata dal sistema di Claudio Tolomeo
(II d.C.): egli aveva rappresentato l’universo come un sistema finito, limitato dal cielo delle stelle
fisse e avente come centro la Terra, considerata immobile e attorno alla quale i pianeti ruotano in
orbite circolari con moti precisamente determinati.
La variazione più importante compiuta da Copernico è l’eliocentrismo: al centro dell’universo vi è
il Sole, attorno al quale gravita la Terra – la quale ruota anche su sé stessa. La ragione per cui Co-
pernico adotta questa ipotesi è metodologica: essa è molto più semplice ed elimina alcune difficol-
tà teoriche. La prospettiva di Copernico è semplificare il sistema tolemaico, non sostituirlo; infatti,
egli conferma alcuni aspetti della tradizione astronomica aristotelica: concepisce ancora l’universo
come finito e chiuso nella sfera delle stelle fisse; continua a pensare che i movimenti dei corpi ce-
lesti siano circolari (moto perfetto) e costanti nella velocità. La collocazione del Sole al centro
dell’universo viene mutuata dalla filosofia neoplatonica: il Sole emana la luce, dunque è l’immagine
sensibile della divinità da cui emana il reale. La conseguenza filosofica maggiore dell’abbandono
del geocentrismo, però, riguarda l’abbandono parallelo dell’antropocentrismo, come dimostra Gior-
dano Bruno con la teoria dell’infinitezza dell’universo.
Tycho Brahe (1546-1601) → Brahe propone una soluzione intermedia tra il sistema tolemaico e
quello copernicano: per lui, infatti, la Terra rimane al centro dell’universo, e attorno a essa ruotano
il Sole, la Luna e il cielo delle stelle fisse. Attorno al Sole, invece, girano i cinque pianeti → sempli-
ficazione matematica e geocentrismo. Brahe dimostra anche che l’orbita di una cometa è ellittica,
mettendo in crisi la concezione aristotelica del moto celeste come moto circolare perfetto.
Keplero (1571-1630) → la connessione tra matematica e astronomia diventa molto più stretta: la
matematica non fornisce più solo uno schema geometrico per la costruzione del sistema astrono-
mico, ma anche gli strumenti per definire le leggi che regolano i moti celesti. Keplero tentò di ricon-
durre a unità il sistema solare tramite la matematica. Il tentativo si tradusse nella formulazione di
leggi matematico-astronomiche relative ai rapporti tra i pianeti, le loro distanze e le loro velocità:
1. «Le orbite dei pianeti sono ellissi di cui il Sole occupa uno dei due fuochi» → viene confer-
mata l’ipotesi di Brahe delle orbite ellittiche. La dottrina aristotelica della circolarità dei moti
celesti subisce un altro colpo, anche se continua a sopravvivere.
2. Quando il pianeta è più vicino al sole procede più velocemente e viceversa. Questa tesi li-
quida quella della velocità uniforme dei pianeti.
Nonostante questo, l’obiettivo di Keplero è lo stesso di Aristotele, cioè il riconoscimento della per-
fetta regolarità dei moti celesti: semplicemente, questa assume ora forme diverse.
3. Si definisce il rapporto tra il tempo impiegato da un pianeta per compiere l’intero giro attor-
no al Sole e la sua distanza da esso.
Ancora una volta si conferma che nell’universo vige un ordine matematico, e in esso si riflette la
perfezione del suo divino creatore.

Galileo Galilei (1564-1642).


In base alle innovazioni introdotte da Galileo viene ulteriormente ridimensionata l’influenza del pen-
siero aristotelico sulla filosofia moderna e, contemporaneamente, viene definito un nuovo rapporto
tra filosofia e scienza e tra filosofia e religione.
Vita e opere → nato a Pisa, dove studia matematica. Dopo una prima esperienza come insegnante
a Pisa e una quasi ventennale a Padova, nel 1610 – stesso anno in cui, dopo aver modificato il
cannocchiale, fece le sue scoperte astronomiche, diventando famoso in tutto il mondo – viene
chiamato a Pisa con la nomina di «matematico e filosofo primario» del granduca di Toscana e
«matematico primario» dello Studio pisano senza obbligo di insegnamento: l’elevato stipendio e la
libertà da ogni impegno didattico gli consentono di concentrarsi esclusivamente sulla ricerca. Tra
1612 e 1616 escono tre opere importanti in cui cerca di dimostrare la teoria copernicana dell’elio-
centrismo: viene denunciato al Sant’Uffizio e, per difendersi, scrive una lettera a Cristina di Lorena,
in cui sostiene che la Bibbia si occupa non di problemi scientifici, ma di questioni morali e religiose.
Nel 1616 la teoria copernicana viene condannata e Galileo viene ammonito di non difenderla più.
L’ascesa al soglio pontificio di Urbano VIII lo induce a scrivere il Dialogo sopra i due massimi siste-
mi del mondo, tolemaico e copernicano (1632). Anche se presenta la dottrina copernicana come
semplice ipotesi matematica, il tentativo fallisce: viene denunciato nuovamente all’Inquisizione e
costretto all’abiura, alla quale si accompagnano gli arresti domiciliari.
Scienza e Scrittura → da quando venne condannata l’ipotesi copernicana – poiché in contraddizio-
ne con alcuni passi della Bibbia – Galileo si impegnò nella difesa dell’autonomia della ricerca
scientifica dalla teologia e dall’autorità scritturale. I suoi interventi sono contenuti in una serie di let-
tere teologiche. La difesa di Galileo si fonda su due elementi: natura e scrittura hanno una comune
origine divina → nella natura si ritrova la legge che Dio ha impresso nel mondo, mentre nella Scrit-
tura si ascolta l’insegnamento che egli impartisce agli uomini. Ma la manifestazione divina assume
finalità e forme espressive diverse nelle due: la Bibbia ha il fine etico-pratico di istruire gli uomini su
come comportarsi per conseguire la salvezza eterna e si esprime con il linguaggio degli uomini – ai
quali è destinato il suo messaggio etico. Il linguaggio della natura può invece essere decifrato dagli
scienziati soltanto con procedure sperimentali e dimostrazioni matematiche. Se l’atteggiamento di
Galileo verso l’autorità scritturale è conciliante, il suo rifiuto dell’autorità aristotelica è invece radica-
le: l’eliminazione dei fondamenti aristotelici della concezione medievale della natura e dell’universo
permea tutta la sua attività; questo intento viene attuato non sul piano della speculazione filosofica,
ma sul terreno concreto della ricerca scientifica.
La matematica → il matematismo di Galileo è fondato sull’assoluta fiducia nella validità oggettiva
della matematica e nella sua indispensabilità per la descrizione e la spiegazione della natura: essa
è comparabile a un «libro scritto in lingua matematica». Per Galileo la realtà naturale è stratificata
su due livelli:
• Esperienza – aspetto più superficiale – per come si presenta alla sensibilità soggettiva →
irriducibile a un’interpretazione scientifica
• Struttura riconducibile a rapporti matematici precisamente misurabili e calcolabili – livello
più profondo.
La struttura più profonda può tradursi in conoscenza assoluta se la scienza della natura diventa
matematica: l’intelletto umano, infatti, quando conosce matematicamente è uguale a quello divino
– benché intensivo e non estensivo – e la conoscenza umana è uguale a quella divina su singole
proposizioni che sono anche alla portata dell’uomo. La struttura matematica dell’universo esprime
una realtà assoluta e una verità necessaria, da cui dipende anche Dio → completa autonomia del-
la scienza da ogni autorità umana o rivelata e dalla dipendenza dalla teologia.
Conseguenza del matematismo è la rigorosa distinzione tra qualità oggettive riconducibili a rappor-
ti matematici e qualità soggettive che dipendono solo dalla percezione soggettiva dell’uomo. La
scienza della natura, per avere validità necessaria, deve occuparsi solo delle qualità oggettive: si
realizza così una cesura con la scienza naturale aristotelica – che considerava le qualità sensibili
come manifestazioni della forma sostanziale delle cose – ed esclude come non scientifica un’anali-
si qualitativa. Galileo sostiene che la realtà naturale deve essere considerata in termini di quantità
misurabili – dunque un’analisi quantitativa – perché non è possibile conoscere l’«essenza vera e
intrinseca delle sostanze naturali», e che ci si deve limitare a cercare alcune «affezioni» della so-
stanza: la considerazione finalistica della natura si deve sostituire con una connessione dei feno-
meni di tipo causale-meccanico.
Il metodo sperimentale → i rapporti matematici, quando non sono considerati nella loro astratta pu-
rezza, possono essere scoperti solo mediante l’esperienza. Per condurre a risultati apprezzabili,
essa deve essere guidata da un preciso metodo sperimentale: prima la formulazione di un’ipotesi
relativa a una certa connessione causa-effetto, poi l’esperimento, che consiste nel provocare artifi-
cialmente l’azione della causa supposta nell’ipotesi. L’esperimento ha la funzione di riprodurre i
procedimenti naturali in condizione di migliore osservabilità, isolando il nesso causale oggetto di in-
dagine da tutte le connessioni che non interessano e riducendo al minimo i fattori di disturbo che li-
mitano la verificabilità dell’ipotesi.
La fisica → Galileo rifiuta la rigorosa distinzione aristotelica tra fisica e matematica, fondata sul di-
vieto di «passare da un genere all’altro». Tra le maggiori conquiste scientifiche vanno ricordate le
prime due leggi della dinamica:
1. La «legge di inerzia» → una sfera che ruota su un piano orizzontale tende a conservare un
moto uniforme e una velocità costante per un tempo inversamente proporzionale alla resi-
stenza che trova. Potenzialmente, eliminando qualsiasi resistenza, la sfera potrebbe muo-
versi indefinitamente. Ciò è l’opposto della dottrina aristotelica che prevedeva come stato
naturale dei corpi la quiete e il movimento come una situazione provvisoria.
2. La «legge di caduta dei gravi» → la tradizione aristotelica insegnava che la velocità di ca-
duta è direttamente proporzionale alla massa di un corpo. Galileo e altri scienziati avevano
però osservato empiricamente che ciò non era vero: egli suppose allora che la velocità di
caduta fosse proporzionale allo spazio percorso (poi lo sostituì con il tempo).
L’astronomia → con i suoi strumenti di osservazione (cannocchiale e telescopio), Galileo eliminò
alcuni presupposti della concezione aristotelico-scolastica dell’universo e sostituì all’elucubrazione
filosofica la «certezza che è data dagli occhi»:
• Scoperta delle macchie solari e dell’irregolarità della superficie della Luna → cade la tesi
aristotelica della differenza di natura tra sostanze terrestri, soggette al cambiamento e cor-
ruttibili, e quella celeste, perfettamente omogenea e inalterabile.
• Scoperta dei quattro satelliti di Giove → non solo la Terra può averne.
• La Via Lattea è composta da una moltitudine di stelle che appaiono indistinte perché sono
molto più lontane di quelle individuabili singolarmente → il cielo delle stelle fisse non è l’ulti-
ma sfera che completa e racchiude l’universo.
Il significato di queste scoperte è mostrare il carattere unitario dell’universo e l’impossibilità di con-
trapporre la fisica terrestre all’astronomia celeste. Ma la negazione di una diversità della Terra ri-
spetto al resto dell’universo indebolisce il sentimento geocentrico e l’antropocentrismo.
Galileo crede, inoltre, che la costituzione dell’universo attenda solo di essere dimostrata scientifica-
mente e pensa di poterlo fare tramite una teoria delle maree: le maree sarebbero prodotte
dall’effetto congiunto dei due movimenti della Terra (rotazione e rivoluzione), dimostrando così la
verità dell’ipotesi copernicana. In realtà, la corretta spiegazione delle maree – effetto dell’attrazione
della Luna – era già stata data da Keplero.

Francis Bacone (1561-1626) → Londra.


Bacone può essere inserito nella «rivoluzione scientifica» anche se nel suo metodo non si ritrova-
no le moderne procedure scientifiche: esso condivide con quello galileiano la combinazione di
esperienza e ragionamento, ma è privo del riferimento alla matematica e all’analisi quantitativa dei
fenomeni – una delle condizioni imprescindibili della scienza moderna – anzi, egli è legato all’anali-
si formale e qualitativa dei fenomeni tipica della tradizione aristotelico-scolastica che, peraltro,
combatte ferocemente. La contiguità di Bacone con la nuova temperie culturale è piuttosto rappre-
sentata dalla consapevolezza del valore e delle possibilità della scienza proiettata sull’attività prati-
ca, cioè della tecnica: egli è stato, più che altro, messo in relazione con la rivoluzione industriale.
La sua opera più importante è il Novum Organum (1620): l’intenzione è quella di essere una «nuo-
va logica» che si oppone all’Organon aristotelico. L’opera è redatta in forma di aforismi, che
dovevano preludere forse a un ampliamento successivo.
Critica della tradizione e nuova concezione della scienza → Bcone ha una concezione evolutiva
del sapere: l’antichità rappresenta l’infanzia, mentre la maturità viene conseguita con l’età moder-
na. Anche per questa sua prospettiva, Bacone sarà uno degli autori cui gli illuministi guarderanno
con maggiore simpatia.
Bacone accusa la filosofia precedente – che identifica con la tradizione aristotelico-scolastica – di
astrattezza e inconcludenza, in cui non si riesce a trovare un’unione tra pensiero e realtà e che
dunque non ha finalità oltre l’esercizio verbale. La sua aspirazione è invece un grande rinnova-
mento della scienza che non si esaurisca nella dimensione teoretica, ma che consenta di realizza-
re il dominio dell’uomo sulla natura. Ciò è però possibile solo conoscendone le leggi, perché «sa-
pere è potere». Una simile concezione della scienza comportava la rivalutazione della tecnica, in-
tesa ora come strumento di azione sulla natura – non come forma di imitazione della natura (tradi-
zione classica) – e che abbia consapevolezza teorica delle connessioni oggettive tra cause ed ef-
fetti.
Il metodo → per Bacone il metodo deduttivo della tradizione aristotelica è inadeguato perché le
conclusioni a cui perviene si limitano a esplicitare ciò che è già contenuto nelle premesse. Per an-
corare il sapere alla realtà sensibile, Aristotele aveva affiancato al sillogismo il procedimento indut-
tivo, che però si limitava a passare dai casi particolari alla loro generalizzazione, saltando gli assio-
mi medi. All’induzione aristotelica Bacone contrappone un nuovo metodo induttivo che dal partico-
lare trae gli assiomi risalendo per gradi la scala delle generalizzazioni, fino a pervenire agli assiomi
generalissimi: gli assiomi medi sono quindi generalizzazioni relative che riconducono a unità molte-
plici casi particolari, senza tuttavia risalire a principi generalissimi, perché questi, anche se ricavati
induttivamente, sono sempre distanti dalla realtà sensibile. Il metodo induttivo di Bacone si compo-
ne di due parti:
Pars destruens → parte critica che elimina i pregiudizi (idola) che ostacolano la corretta conduzio-
ne della ricerca. Essi sono di quattro tipo:
• Idola tribus → appartengono alla tribù umana (es. la fallibilità dei sensi).
• Idola specus → carattere individuale e dipendono da cari fattori (ambiente, cultura).
• Idola fori → prodotti dal linguaggio umano: esiste sempre una discrepanza tra parole e si-
gnificati ad esse attribuiti.
• Idola theatri → pregiudizi indotti dalle diverse scuole filosofiche.
Pars costruens → parte costruttiva che deve determinare le cause dei fenomeni. Lo strumento
per farlo non consiste nella misurazione matematica, bensì nella definizione della «forma» delle
cose, intesa come «natura naturante». Bacone resta legato all’analisi qualitativa della realtà, uno
dei caratteri essenziali della tradizione classica.
La ricerca della forma dei fenomeni avviene attraverso la compilazione delle «tavole»: tabule pre-
sentiae, dove si scrive la presenza del fenomeno di cui si ricerca la causa; tabule abesntiae in pro-
ximitate e tabule graduum, dove si registrano i casi in cui il fenomeno aumenta o diminuisce per
gradi. Attraverso la loro compilazione si può formulare una prima ipotesi che deve essere verificata
empiricamente con un esperimento.
Il programma enciclopedico e l’utopia scientifica → nel De dignitate et augmentis scientiarum
(1623), Bacone riprese il progetto di un’enciclopedia del sapere – punto di partenza dell’Enciclope-
dia di Diderot e Alembert. Il criterio organizzativo di Bacone si fonda sull’idea che il sapere umano
è articolato in base alle tre facoltà fondamentali dell’uomo:
 Memoria → corrisponde la storia.
 Immaginazione → fondamento della poesia.
 Ragione → da cui dipende la filosofia, a sua volta distinta in teologia, scienza della natura e
scienza dell’uomo.
In Nuova Atlantide, opera postuma, Bacone delinea una società utopica nella quale gli scienziati
detengono il potere politico e assieme promuovono il bene dei cittadini e il miglioramento dell’esi-
stenza umana in generale. Gli scienziati di diversa formazione lavorano in piena collaborazione. La
Casa di Salomone baconiana rispecchia l’istituzione dell’Accademia delle scienze, che si avviava a
diventare, in tutti i paesi europei, il centro della vita culturale e scientifica. L’opera di Bacone costi-
tuirà infatti un prezioso modello per i promotori della fondazione della Royal Society a Londra
(1662).