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Per

la prima volta
un accademico, psichiatra illustre,
si occupa del misterioso
e discusso fenomeno
degli «incontri ravvicinati del quarto tipo»

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«Mi sentivo sdraiato su un tavolo, abbastanza alto, non molto largo,
circondato da piccoli esseri dalla testa grossa che mi infilarono un
ago nel collo. Ero terrorizzato. Urlavo, e in quel momento ebbi quasi
un collasso.» Di racconti bizzarri come questo John E. Mack se ne è
sentiti fare parecchi, nel suo studio di psichiatra al Cambridge
Hospital. Gente che ha cominciato a fluttuare nell’aria, che ha
attraversato le pareti, che è stata aspirata da raggi luminosi
all’interno di astronavi, che si è trovata immobilizzata su una tavola
mentre gli alieni la esaminavano o peggio. Gente che è stata
sottoposta a interventi chirurgici, a cui sono stati impiantati dei
sensori nel cranio, a cui sono stati tolti e rimessi i globi oculari.
Uomini a cui è stato prelevato lo sperma, donne sottoposte a
inseminazione artificiale e a successiva rimozione dell’embrione.
Scopo di tutto questo, secondo le vittime, creare a bordo delle
astronavi una specie ibrida, umano-aliena. Di una sola cosa Mack
era certo: tutti questi pazienti sembravano aver subito un grave
trauma psicologico e tutti – invitati a parlarne – gli riferivano ricordi
confusi di rapimento e di violenza sessuale. Così, per recuperare le
memorie represse, è ricorso all’ipnosi. E sono venute a galla storie
talmente sconcertanti che forse avrebbero spinto un altro scienziato
ad archiviare il problema. Il dottor Mack ha invece deciso di
approfondire la ricerca. Ha raccolto e studiato quasi cento casi di
rapimenti a opera di alieni, e svolto centinaia di ore di colloqui e
terapie. Alla fine si è convinto che le testimonianze dei suoi pazienti
erano attendibili, che i loro racconti non erano allucinazioni né
sogni, ma il frutto di esperienze drammaticamente reali. In questo
libro spiega perché. E si augura che Rapiti insinui lo stesso dubbio,
se non la stessa convinzione, in ogni lettore dalla mente aperta.

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John E. Mack è professore di psichiatria alla Medical School del
Cambridge Hospital e direttore del Centro per il Cambiamento
psicologico e sociologico. Nel 1977 ha vinto il Premio Pulitzer con
A Prince of Our Disorder, una biografia di T. E. Lawrence. Vive a
Chestnut Hill, nel Massachusetts.

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Ingrandimenti

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John E. Mack

RAPITI!
Incontri con gli alieni

Introduzione di Roberto Pinotti


Traduzione di Stefano Di Marino

ARNOLDO MONDADORI EDITORE

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ISBN 88-04-39144-8

Copyright © 1994 by John E. Mack, M.D.


© 1995 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Titolo dell’opera originale:
Abduction: human encounters with aliens
I edizione settembre 1995

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Indice

Introduzione
Premessa
I I rapimenti UFO

II Rapimenti UFO: una panoramica

III Ricorderai quando avrai bisogno di sapere

IV «Personalmente, non credo agli UFO»

V Estate del ‘92

VI Un’alienazione di sentimenti

VII Se me lo avessero mai chiesto

VIII Liberazione dal manicomio

IX Sara: fusione delle specie ed evoluzione umana

X Paul: costruire un ponte tra due mondi

XI La missione di Eva

XII La montagna magica

XIII Il viaggio di Peter

XIV Un essere di luce

XV Arthur: un rapito consenziente

XVI Intervento alieno ed evoluzione umana

Bibliografia
Ringraziamenti

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Rapiti!

A Budd Hopkins
che ha aperto la via

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Introduzione
di Roberto Pinotti

Quando un celebre professore della prestigiosa Università americana di


Harvard, psichiatra di fama e vincitore del Premio Pulitzer, si accosta al
controverso problema degli UFO, dal 1947 tema di una continua polemica
all’interno e all’esterno della comunità scientifica internazionale, la cosa
costituisce di per se stessa una notizia. Se a questo si aggiunge poi il fatto che
l’interessato – il professor John E. Mack – si è occupato specificamente di
quell’enigma nell’enigma degli UFO costituito dai casi di «rapimento» o
«sequestro» (abductions) di cui un non irrilevante numero di soggetti si è
detto e si dice vittima da parte di fantomatiche «entità» associate al fenomeno,
ecco che allora i «benpensanti» insorgono. Tanto più che il libro all’origine
della questione, che viene ora presentato in edizione italiana, è diventato in
USA un bestseller, suscitando tremende gelosie da parte di chi, preferendo
snobbare l’argomento, tocca con mano il successo di un collega coraggioso.
Così, ad Harvard, vi è stato chi, chiedendosi se il professor Mack non
avesse finito con l’esporre il «buon nome» dell’Ateneo, ha cercato perfino di
creargli problemi nel senato accademico; oppure chi, ancor più subdolamente,
si chiede come mai la moglie di Mack abbia preferito separarsi dal marito da
quando questi ha preso a occuparsi dei «rapiti»; o ancora chi ha sottolineato il
fatto che il professore avrebbe perso diversi amici in questi ultimi tempi.
Tutte argomentazioni sterili e fatte in malafede, indici esclusivi e palesi di
invidia e di miopia intellettuale.
Oggi come in passato, infatti, realtà e ricerche «scomode» sono lasciate
«fuori della porta» a fare anticamera per anni, per il solo timore che possano
«destabilizzare» la Ricerca Scientifica (ovvero, si dovrebbe dire, il ruolo dei
«pontefici» della Scienza Ufficiale). Come ieri quelli della Religione, i
«Sacerdoti» della Scienza (autoproclamatisi tali nei loro Senati Accademici)

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non tollerano «eretici» o atteggiamenti «eterodossi». Il che non toglie che alla
fine i fatti finiscano con l’ottenere giustizia, come nel caso di due «folli» quali
Galileo e Einstein. Da sempre il vero scienziato non è il cattedratico imbelle e
«seduto», bensì un ribelle, dalle posizioni sovente antitetiche a quelle
dell’establishment.
Il professor John E. Mack ha deciso, dopo un profondo travaglio interiore,
di mettere in gioco il suo ruolo accademico producendo i risultati di una
ricerca inquietante dalle conclusioni ancora più inquietanti: e cioè che il
fenomeno delle abductions ha una sua realtà oggettiva, controllata da Altre
Intelligenze; entità non-umane estranee al nostro mondo. In questo libro lo
studioso non si limita a presentare nei dettagli l’esperienza di tredici suoi
pazienti che in stato di regressione ipnotica raccontano di «incontri
ravvicinati» con piccole creature umanoidi, glabre, calve, macrocefale e dai
grandi occhi; ma, sfidando l’ostracismo della comunità scientifica
«benpensante», giunge a confermare l’autenticità di tali «incontri».
«Potrà sembrare bizzarro» egli scrive «ma questi racconti non sono il
prodotto di una forma di malattia mentale. Queste persone parlano con
sincerità di qualcosa di estremamente importante che è accaduto loro e ha
lasciato il segno. E i sentimenti e le reazioni che mostrano mentre ricordano –
le paure, il tremito, il sudore – sono assolutamente reali.» Qualche collega lo
ha impietosamente criticato, ma Mack non se ne cura. In privato, in effetti –
egli dice – molti di tali critici hanno poi dovuto dargli ragione. «Sono sempre
attento nelle diagnosi – rileva – e nel corso delle mie indagini ho escluso
qualsiasi possibilità di problemi psicologici e sociali… L’idea di una possibile
relazione con altre forme di intelligenza è troppo importante perché io
l’abbandoni.» L’obiettivo della ricerca dello psichiatra di Harvard, il fine
ultimo del suo lavoro gratuito di assistenza ai «rapiti» è in effetti quello di
aiutarli ad accettare l’esperienza vissuta e a superare la paura: «Paura di non
essere creduti, e paura di quel “vuoto temporale” in cui, avendo perso ogni
controllo razionale, qualsiasi cosa può essere accaduta al di fuori della loro
volontà. Il panico è una tipica reazione di chi può sentirsi cavia involontaria
di chissà quali spaventose manipolazioni». Manipolazioni, quelle sui «rapiti»,
che oggi altri autori segnalano e registrano su altri soggetti in diversi altri
Paesi. In Inghilterra, ad esempio, Carl Nagaitis e Philip Mantle hanno riunito
nel volume Without Consent (Senza consenso) una folta casistica dello stesso
tipo di quella raccolta da Mack, mentre in Italia un ricercatore dell’Università
di Pisa, il professor Corrado Malanga, sta affrontando per il Centro Ufologico
Nazionale (il più valido e accreditato organismo del genere nel nostro Paese)
il problema dell’approfondimento di alcuni analoghi casi italiani di abduction,
in collaborazione con una équipe di psichiatri. E in tutto questo, come d’altro

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canto sottolinea lo stesso Mack, la cautela è d’obbligo.
Poi, naturalmente, vi sono coloro per i quali il fenomeno degli UFO – che
da oltre 48 anni esiste, resiste e persiste a qualsiasi semplicistica spiegazione
o smentita – non ha alcuna realtà oggettiva. Per costoro si tratterebbe di un
mito socio-psicologico, sul tipo delle «leggende metropolitane». A maggior
ragione, pertanto, secondo costoro le esperienze del «rapiti» non devono avere
realtà oggettiva. Mentre in Italia tale approccio è sostanzialmente sostenuto
dal «Centro Italiano Studi Ufologici» a dispetto anche dell’evidenza, nel
novembre 1994 un neuroricercatore canadese della Laurentian University
dell’Ontario, il professor Michael Persinger (già noto per aver cercato di
legare i fenomeni UFO a quelli di attività tellurica), ha suggerito che sia i
fenomeni di «rapimento» da UFO che quelli riferiti a esperienze di tipo
«mistico» siano dovuti solo a un eccesso di incontrollata attività elettrica nei
lobi temporali del cervello umano (in rapporto con la memoria e
l’autocoscienza). Tutto si ridurrebbe insomma a «visioni interiori» non
oggettive indotte con effetti comuni da una causa precisa: l’esposizione dei
neuroni a campi elettromagnetici (Persinger ha addirittura realizzato uno
speciale elmetto producente tali effetti per verificare la sua teoria). Va
comunque ricordato che la presenza di UFO è sovente associata al
rilevamento di campi elettromagnetici, come conferma un’ampia casistica al
riguardo.
Già nel 1977 il ricercatore svizzero Claude Rifat aveva attribuito a una
particolare zona encefalica, il cosiddetto «locus coeruleus», «visioni» di tipo
onirico a suo dire indotte in certi testimoni di eventi UFO. Peccato, però, che
ciò non spieghi l’evidenza fisica che invariabilmente il fenomeno UFO si
lascia dietro, «firmando» così con tracce materiali la propria presenza.
A chi si riempie la bocca con concetti quali «Psicologia della percezione»
e cita a vanvera il libro del famoso psicologo Carl Gustav Jung sugli UFO
«Su cose che si vedono nel cielo» (titolo originale: Von Dingen, die am
Himmel gesehen werden, edito in Italia dalla Bompiani e dalla Sonzogno e
oggi purtroppo esaurito) va ricordato che lo stesso famoso caposcuola della
psicoanalisi post-freudiana, e senza mezzi termini, ha sottolineato che la
«teoria psicologica» sugli UFO da lui suggerita non vale comunque a dare
ragione della totalità del fenomeno. Fenomeno che per quanto riguarda la sua
percentuale di casi irrisolti, egli scrive, potrebbe essere riferibile a «vere
apparizioni materiali, entità di natura sconosciuta provenienti probabilmente
dagli spazi e che erano già visibili, forse da lungo tempo, agli abitanti della
Terra, ma che per il resto non hanno rapporti di sorta col nostro mondo». Il
che è poi quello che oggi ci dice Mack: «È davvero così difficile per la nostra
cultura» egli si chiede «accettare l’idea di Altre Intelligenze, capaci di

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penetrare nel nostro mondo?». Evidentemente è così.
È comunque probabile che il fenomeno dei «rapiti» non sia una novità. Nel
1670 vide la luce in Francia un volumetto di genere esoterico intitolato Il
Conte di Gabalis, ovvero conversazioni sulle scienze segrete, scritto da
Nicolas Pierre Henry Montfaucon De Villars, un abate sui generis che,
polemico con la Chiesa del tempo, fu condannato all’epoca del Cardinale
Mazarino. Ma vediamo cosa scriveva costui 315 anni fa.
«Durante il regno del vostro Pipino» afferma testualmente il Conte di
Gabalis (il colto protagonista delle conversazioni in questione) «il famoso
cabalista Zedechia si era prefisso di convincere la gente che gli elementi sono
abitati da tutti quei popoli dei quali vi ho descritto la natura (qui indicati col
termine Silfi). L’espediente che escogitò fu di consigliare ai Silfi di mostrarsi
a tutti nell’aere. Essi lo fecero con magnificenza; si vedevano nell’aria queste
meravigliose creature in forma umana, (come) schierate a battaglia, che
marciavano in buon ordine, o reggendo le armi, o accampate sotto tende
superbe; oppure su navi aeree di mirabile struttura, la cui flotta volante
navigava secondo gli zefiri. Che cosa successe? Credete che a quella gente
ignorante sia venuto in mente di ragionare sulla natura di quei meravigliosi
spettacoli? Il popolo credette subito che fossero stregoni che si erano
impossessati dell’aria per suscitare tempeste e far grandinare sulle messi. I
sapienti, i teologi e i giureconsulti furono ben presto della stessa opinione; lo
credettero anche gli imperatori; e questa ridicola fantasia andò tanto avanti,
che il saggio Carlo Magno e dopo di lui Luigi il Buono comminarono gravi
pene a tutti questi pretesi tiranni dell’aria. Potete vedere questo nel primo
capitolo dei Capitolari di questi due imperatori. I Silfi, vedendo che il popolo,
i pedanti e perfino le teste coronate si erano messi così sulla difensiva contro
di loro, per disperdere la cattiva opinione che si aveva della loro flotta
innocente, risolsero di rapire uomini di ogni parte, di mostrare le loro belle
donne, la loro repubblica e il loro governo, e poi di rimetterli a terra in vari
luoghi del mondo. Fecero ciò che avevano progettato. La gente che vedeva
scendere questi uomini accorreva da tutte le parti, preoccupata che fossero
stregoni che si erano allontanati dai compagni per venire a gettare veleni sulla
frutta e sulle fontane, e, secondo il furore che tali fantasie ispiravano,
trascinava quegli innocenti al supplizio. È incredibile il numero che ne fecero
morire con l’acqua e con il fuoco in tutto il reame. Avvenne che un giorno, tra
gli altri, a Lione si videro scendere dalle navi aeree tre uomini e una donna;
tutta la città si raduna là intorno, grida che sono maghi e che Grimoaldo, duca
di Benevento, nemico di Carlo Magno, li manda per rovinare le messi della
Francia. I quattro innocenti hanno un bel dire, per difendersi, che sono dello
stesso paese, che sono stati rapiti da poco da uomini prodigiosi che hanno

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mostrato loro meraviglie inaudite e li hanno pregati di riferirlo. Il popolo
ostinato non ascoltò la loro difesa; stava per gettarli nel fuoco, quando il
brav’uomo Agobardo, vescovo di Lione, che aveva acquistata molta autorità
quando era stato monaco in quella città, accorse al rumore e, avendo udito
l’accusa del popolo e la difesa degli accusati, sentenziò gravemente che l’una
e l’altra erano false, che non era vero che quegli uomini erano scesi dall’aria,
e che quello che dicevano di avervi veduto era impossibile. Il popolo credette
più a quello che diceva il buon padre Agobardo che ai suoi propri occhi, si
calmò, rimise in libertà i quattro ambasciatori dei Silfi e accolse con
ammirazione il libro che Agobardo scrisse per confermare la sentenza che
aveva pronunciata; così la testimonianza dei quattro testimoni fu resa vana.
Tuttavia, siccome erano sfuggiti al supplizio, furono liberi di raccontare
quello che avevano veduto, cosa che non avvenne affatto senza scalpore… e
di là sono venute tutte le storie di fate che trovate nelle leggende amorose del
secolo di Carlo Magno e di quelli che seguirono…».
Fin qui, testualmente, quanto scrive nel 1670 Montfaucon De Villars. Va
da sé che quanto è riferito in questo libro anticipa sorprendentemente sia le
odierne manifestazioni ufologiche che gli odierni casi di «rapimento» da
UFO.
I primi casi – anche se quello, nel 1961, dei coniugi americani Barney e
Betty Hill resterà il più noto e il meglio documentato – riferiti ai fenomeni di
abduction risalgono al 1954, in Iran e in Italia (in località Grigignano
d’Aversa, nel napoletano), poi seguiti da un clamoroso quanto sconcertante
episodio del 1957 in Brasile. Ma è con gli Anni Sessanta che i «rapiti» si
moltiplicano, per arrivare fino a oggi. Ed è un bene che l’iniziativa nello
studio di questo sconvolgente aspetto del problema degli UFO sia adesso
passata dalla ricerca personale e per certi aspetti ancora amatoriale di un Budd
Hopkins a quella altamente professionale di uno psichiatra come John E.
Mack. Anche in Italia, dove il Centro Ufologico Nazionale (CUN) resta con il
suo recapito (C.R 823, 40100 Bologna) il punto di riferimento obbligato per
chiunque desideri approfondire con studi ad hoc eventuali esperienze di
abduction, la questione si avvia ad essere trattata in termini sempre più
professionali: quelli giusti.
Naturalmente gli inguaribili scettici avranno sempre qualcosa da obiettare.
Perché, come ha scritto Herbert Spencer, «vi è un principio che ostacola
qualsiasi informazione, che è prova contro ogni argomento e che non può
mantenere l’Uomo in eterna ignoranza: questo principio è il disprezzo prima
dell’indagine». Certo, come ha scritto Malka Norman, del Cambridge
Hospital, sul tema dei «rapiti», «la gente è scettica, l’argomento è difficile e le
prove sono poche. Ma John E. Mack è uno degli analisti più apprezzati e il

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suo contributo alla medicina è sempre stato indubbio». Ecco perché questo
libro merita di essere letto e conosciuto. Esso, oltre tutto, potrebbe indurre i
protagonisti di eventuali casi del genere a venire allo scoperto. Non sarà mai
troppo tardi.
Dr. Roberto Pinotti
Segretario Generale del
Centro Ufologico Nazionale e
Direttore della rivista
«Notiziario UFO»

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Premessa

Un autore che s’imbarchi in un’avventura originale quanto la presente deve


obbligatoriamente chiedersi se possano essere stabiliti dei legami con le sue
opere precedenti. Nel mio caso, il filo conduttore è il tema dell’identità –
ossia la volontà di scoprire chi siamo nel senso più profondo e più vero. In
retrospettiva, questo obiettivo mi ha accompagnato sin dall’inizio,
influenzando tanto le mie analisi cliniche dei sogni, degli incubi, delle
motivazioni dei suicidi degli adolescenti, quanto le mie ricerche biografiche
sui pazienti, gli studi sulla corsa alle armi nucleari e, più recentemente, sulla
psicologia transpersonale. Sono arrivato alla conclusione che il fenomeno dei
rapimenti ci costringa, se lo valutiamo seriamente, a riesaminare la nostra
percezione dell’identità umana, a considerare chi siamo da una prospettiva
cosmica.
Questo libro non riguarda semplicemente gli UFO o i rapimenti ad opera di
alieni. Esamina il modo in cui questo fenomeno, che possiede caratteristiche
sia traumatiche che trasformative, può espandere il senso di noi stessi e la
comprensione che abbiamo della realtà e risvegliare la nostra sopita
potenzialità di esplorare un universo ricco di misteri, significati nascosti e
forme di vita intelligenti.
Quando esaminiamo un fenomeno che risiede ai confini della realtà come
noi la concepiamo, i termini classici diventano imprecisi o sono chiamati ad
assumere nuovi significati. Vocaboli come «rapimento», «alieno», «avvenire»
o persino la parola stessa «realtà» devono essere ridefiniti per non perdere le
sottili distinzioni del loro significato. In tale contesto, considerare i ricordi, in
maniera troppo letterale, «veri» o «falsi» può essere restrittivo per farci
comprendere ciò che abbiamo imparato sulla coscienza umana dalle
esperienze di rapimento ad opera di alieni che verranno esaminate in queste
pagine.

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I
I rapimenti UFO

Nell’autunno del 1989, quando una collega mi chiese se volevo incontrare


Budd Hopkins, la mia risposta fu: «Chi è?». Mi fu spiegato che si trattava di
un artista di New York impegnato a lavorare con persone che raccontavano di
essere state portate da creature aliene nelle loro navi spaziali. A quel tempo la
mia opinione fu più o meno che quel tipo doveva essere pazzo quanto loro.
No, no, insisté la mia collega, si trattava di una faccenda seria, basata su fatti
reali. Dopo poco tempo mi recai a New York per altri motivi – era il 10
gennaio del 1990, una di quelle date che si ricordano perché segnano un
momento in cui cambia tutta la tua vita – e la mia collega mi portò a
conoscere Budd.
Niente, nei miei ultimi quaranta anni di pratica psichiatrica, mi aveva
preparato a quello che Hopkins aveva da raccontarmi. Fui impressionato
dall’affabilità, dalla sincerità, dall’intelligenza e dalla premura con cui si
occupava delle persone che lavoravano con lui. Ma trovai ancora più
interessanti le esperienze che aveva raccolto tra persone venute da tutti gli
Stati Uniti per narrargli le proprie vicende in seguito alla lettura di uno dei
suoi libri o dopo averlo ascoltato in televisione. Quelle storie
corrispondevano, a volte sin nei minimi dettagli, a quelle di altri «rapiti» o
«soggetti a esperienze aliene» come vengono chiamati in gergo.
Molte delle informazioni specifiche che i rapiti fornivano riguardo ai
mezzi di trasporto e alla forma delle navi spaziali, le descrizioni degli interni
delle navi stesse, e le varie operazioni eseguite dagli alieni durante i rapimenti
non erano mai state diffuse o mostrate dai mezzi di comunicazione. Oltre a
ciò i soggetti venivano da molte parti del paese e non avevano mai avuto
contatti tra di loro. Per altri aspetti sembravano persone praticamente normali,
e si erano decisi a parlare timorosi della diffidenza o del totale scherno

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suscitati in passato dalle loro storie. Erano venuti per incontrare Hopkins
affrontando considerevoli spese personali e, tranne qualche rara eccezione,
non avevano avuto nulla da guadagnare concretamente dal racconto delle loro
esperienze.
In un caso una donna era violentemente trasalita quando Hopkins le aveva
mostrato un disegno raffigurante una creatura aliena. Aveva chiesto come
avesse fatto a disegnare l’essere che lei aveva incontrato, visto che avevano
appena iniziato a parlarne. Quando Hopkins le spiegò che il disegno era stato
eseguito da un’altra persona proveniente da un’altra parte del paese la donna
rimase profondamente turbata perché si era resa conto che un’esperienza che
sino a quel momento aveva voluto considerare un sogno, aveva un fondo di
realtà.
Sotto certi aspetti la mia reazione fu simile a quella della donna. I dati
raccolti da Hopkins nel corso di quattordici anni attraverso l’analisi di più di
duecento casi di rapimento ad opera di alieni, erano racconti di esperienze che
avevano le caratteristiche di fatti reali: racconti altamente dettagliati che non
sembravano seguire gli abituali schemi simbolici, vicende con un impatto
molto intenso sia sul piano emotivo che fisico, le quali a volte lasciavano
piccole lesioni sui corpi dei rapiti, e l’autenticità delle storie era comprovata
da un grande numero di dettagli. Se queste esperienze erano in qualche modo
«reali», si apriva tutta una serie di nuovi interrogativi. Quanto spesso si
verificavano fatti del genere? Se c’era realmente un così grande numero di
casi, chi aiutava queste persone ad affrontare queste esperienze e quale
trattamento medico era più indicato? E quale era la risposta della medicina?
Queste e molte altre domande troveranno un riscontro all’interno di questo
libro.
Nell’intento di soddisfare il mio ovvio ma in qualche modo confuso
interesse, Hopkins mi domandò se non desiderassi incontrare alcuni dei
«rapiti». Accettai con una curiosità accompagnata da una sottile vena di
ansietà. Nella sua abitazione, tre mesi dopo, Hopkins organizzò un incontro
tra me e quattro rapiti, un uomo e tre donne. Tutti fornirono resoconti molto
simili delle loro esperienze di rapimento. Nessuno di loro sembrava soffrire di
disturbi psichici, salvo che in modo indiretto, cioè erano profondamente
turbati in conseguenza di qualcosa che, almeno a giudicare dalle apparenze,
era loro accaduta. Non c’erano indizi per sostenere che le loro storie fossero
frutto di allucinazioni, di errate interpretazioni di sogni o un prodotto
dell’immaginazione. Nessuno di loro mi sembrò una di quelle persone che
inventano storie bizzarre per trarne un guadagno personale. Avvertendo il mio
evidente interesse, Hopkins mi domandò se desiderassi occuparmi io dei casi
dell’area di Boston di cui era già a conoscenza. Ancora una volta accettai

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l’invito e, nella primavera del 1990, cominciai a incontrare i rapiti a casa mia
o negli uffici dell’ospedale.
In più di tre anni e mezzo di lavoro con i rapiti ho incontrato oltre cento
individui che si sono rivolti a me per avere un giudizio riguardo alla
possibilità di essere stati oggetto di un rapimento o altre esperienze
«anomale». Tra queste persone, sessantasei (di un’età compresa tra i due e
cinquantasette anni, quarantasette donne e ventinove uomini, tra cui tre
ragazzini dell’età di otto anni o meno) hanno contribuito a formare i miei
parametri di valutazione, peraltro piuttosto rigidi per stabilire l’autenticità di
un rapimento: il ricordo, conscio o con l’aiuto dell’ipnosi, di essere stati rapiti
da esseri alieni in un’astronave extraterrestre, deve essere narrato con
emozioni adeguate alle esperienze descritte e non deve sussistere nessuna
apparente malattia mentale che possa giustificare in altro modo la storia. Ho
sottoposto a sedute di ipnosi regressiva, della durata variabile da una a otto
ore, quarantanove di queste persone e ho messo a punto un approccio
terapeutico che descriverò in breve.
Sebbene io riconosca di avere un enorme debito e nutra un profondo
rispetto per i pionieri in questo campo, come Budd Hopkins, che hanno avuto
il coraggio di indagare e raccogliere informazioni che contrastano con il
comune senso della realtà della nostra società, questo libro è ampiamente
basato sulla mia esperienza clinica. Ciò è avvenuto perché questo argomento
è così controverso che non esiste nessuna autorità scientifica comprovata alla
quale potessi far riferimento per sostenere i miei argomenti e le mie
conclusioni. Quindi riferirò in primo luogo ciò che ho appreso dai miei stessi
casi e trarrò delle interpretazioni e conclusioni in base a queste informazioni.
L’esperienza del lavoro con i rapiti ha avuto profonde ripercussioni su di
me. L’intensità delle energie e delle emozioni chiamate in causa mentre i
rapiti ricordano le loro esperienze ha una natura completamente differente da
quella che ho incontrato nella mia pratica ospedaliera. La vicinanza del
terapeuta, l’aiuto e la comprensione che sono richiesti in questi casi hanno
influenzato il mio modo di concepire il lavoro dello psichiatra in generale.
Oltre a ciò sono giunto alla conclusione che il fenomeno dei rapimenti abbia
importanti implicazioni filosofiche, spirituali e sociali. Oltre tutto, più che in
ogni altra ricerca in cui mi sia cimentato, questo lavoro mi ha spinto a sfidare
il punto di vista prevalente e la coscienza della realtà con cui sono cresciuto e
che ho sempre applicato nel mio campo clinico-scientifico. Secondo questo
modo di considerare la realtà – chiamato a seconda dei casi occidentale,
newtoniano-cartesiano o paradigma scientifico materialistico-individualista –
la realtà è fondamentalmente ancorata al mondo materiale o meglio a ciò che
può essere percepito dai sensi fisici. In questa linea di pensiero l’intelligenza è

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principalmente un’attività cerebrale degli esseri umani o di altre specie
avanzate. Se, al contrario, l’intelligenza è considerata parte di un universo più
ampio, questa percezione è un esempio di «soggettività» o una proiezione dei
nostri processi mentali.
Ciò che il fenomeno dei rapimenti mi ha spinto (dovrei dire
inevitabilmente) a credere è che noi siamo parte di un universo o di più
universi popolati da varie forme di intelligenza dalle quali ci siamo allontanati
con la perdita dei sensi che ci permettevano di percepirle. È diventato chiaro
per me che anche la nostra visione ristretta del mondo sta alla base della
maggior parte dei principali atteggiamenti distruttivi che minacciano il futuro
dell’umanità – l’insensata avidità del sistema delle multinazionali che crea
ampie differenze tra ricchi e poveri e contribuisce a creare fame e malattie, la
violenza diffusa in tutto il mondo che sfocia in omicidi di massa che
potrebbero portare a un olocausto nucleare, e la distruzione ecologica su
ampia scala che minaccia la sopravvivenza dell’intero ecosistema della Terra.
Ci sono, naturalmente, altri fenomeni che possono spingere a mettere in
discussione il comune punto di vista materialista-dualista. Tra di essi
troviamo esperienze vicine alla morte, pratiche meditative, l’uso di sostanze
psichedeliche, viaggi sciamanici, danze che inducono uno stato di estasi,
rituali religiosi e altre pratiche che aprono il nostro essere a quello che in
occidente chiamiamo «stato di coscienza non ordinario». Ma nessuna di
queste pratiche, credo, ci parla più efficacemente nel linguaggio che noi
conosciamo meglio, il linguaggio del mondo fisico. Perché il fenomeno dei
rapimenti ci raggiunge, per così dire, proprio dove viviamo. Il rapimento ad
opera degli alieni, appartenga o meno alla realtà di questo mondo, irrompe
rudemente nel mondo fisico. Oltre a ciò la sua capacità di raggiungere e
alterare la nostra coscienza è potenzialmente immensa. Tutti questi argomenti
verranno discussi ampiamente nei casi clinici che costituiscono la parte
centrale di questo volume e, in maniera più dettagliata, nell’ultimo capitolo.
Uno dei più importanti interrogativi sollevati dalla ricerca svolta sui casi di
rapimento è se il fenomeno sia fondamentalmente nuovo in relazione agli
avvistamenti dei «dischi volanti» e degli altri oggetti volanti non identificati
(abitualmente conosciuti come UFO) negli anni Quaranta e alla scoperta
(avvenuta negli anni Sessanta) che queste astronavi avevano degli
«occupanti», o se si tratti di un nuovo capitolo nella lunga storia delle
relazioni degli umani con veicoli o creature apparsi dai cieli, storia che risale
all’antichità.

Esseri provenienti dal cielo

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o da altre dimensioni nella storia
[Alla stesura di questo paragrafo ha grandemente contribuito con la sua ricerca Dominique
Callimanopulos.]

Gli incontri tra umani ed esseri provenienti da altre dimensioni sono stati
raccontati per millenni da miti e leggende di molte culture. In contraddizione
con la metafisica post-rinascimentale, predominante nelle società occidentali,
che pone l’uomo al centro del creato, al di sopra e separato dalle altre forme
di vita, ci sono popoli nel mondo che in vari modi, abitualmente comunicano
con intelligenze non-umane e spiriti. Questi contatti e i miti da essi generati
fanno parte integrante della cosmogonia di molte culture non occidentali,
ciascuno di essi costituisce una sorta di scheletro ontologico dal quale dipende
l’equilibrio tra la cultura, i costumi e lo stile di vita di questi popoli.
Attraverso la storia, molte società hanno riconosciuto che la coscienza è
un’entità molto più importante di quanto pensiamo noi in occidente – un
setaccio o meglio una ricetrasmittente che ci consente di comunicare con
forze non sempre visibili, diverse dalle nostre. Il pensiero occidentale
contemporaneo (che ritiene che siamo i soli esseri nell’universo) si rivela,
infatti, una prospettiva minoritaria, un’anomalia.
Nel corso delle varie epoche, gli esseri umani hanno sempre riferito di aver
avuto contatti con una moltitudine di dèi, spiriti, angeli, fate, demoni, ghoul,
vampiri e mostri marini. Di tutti si racconta che abbiano voluto istruire,
dirigere, minacciare o stringere amicizia con gli umani con finalità e propositi
tra i più svariati. Sebbene numerosi di questi esseri siano quasi di casa sulla
Terra, la maggior parte di essi sono visitatori provenienti da altre dimensioni.
Il cielo, in particolare, è sempre stato il dominio per eccellenza di esseri non-
umani ed è diventato il simbolo di molte dimensioni extraterrestri, soprattutto
oggi che le frontiere del mondo hanno cominciato a restringersi. Come ha
notato Ralph Noyes:
«Eravamo abituati a popolare la Terra con spiriti e dèi. Ora che li abbiamo
cacciati il cielo è diventato la loro dimora» (Noyes, 1990).
A Truk, nelle isole Marshall, gli abitanti credono per tradizione in un
mondo esterno che corrisponde in qualche modo alla nostra moderna
concezione dello spazio profondo. È un regno di mistero e potere, al quale la
gente di questo mondo deve la sua esistenza. Un tempo c’era, oltre a ciò, un
continuo dialogo tra gli abitanti di questo mondo e quelli del mondo esterno
degli spiriti (Goodenough, 1986). Allo stesso modo gli indiani Hopi hanno
sempre tratto insegnamenti dai Kachinas, esseri in forma di spirito provenienti
da altri pianeti, che li hanno addestrati nelle tecniche dell’agricoltura,
fornendo la guida morale e spirituale che è alla base della loro cultura (Clark
e Coleman, 1975). Gli abitanti dell’Irlanda sono convinti che le fate e il

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«piccolo popolo» non siano di questa Terra ma abbiano avuto origine in altri
pianeti. Le fate spesso viaggiano nei cieli su navi simili a nuvole chiamate «le
navi delle fate» e «le navi spettro» (Rojcewicz, 1991).
Mircea Eliade, il famoso studioso di mitologia, ha ampiamente
documentato il significato simbolico della differenziazione tra Cielo e Terra,
che illustra la separazione e il legame tra il mondo umano e quello spirituale.
Secondo Eliade «i miti arcaici di tutto il mondo parlano della vicinanza
estrema che esisteva in tempi primordiali tra Cielo e Terra. In illo tempore gli
dei vennero sulla Terra e si mescolarono con gli uomini. Gli uomini, da parte
loro, potevano ascendere ai cieli scalando le montagne, gli alberi, o con una
scala, o anche trasportati dagli uccelli» (Eliade, 1957).
I miti dell’ascesa, spiega Eliade, le immagini della Terra e dei cieli in
qualche modo uniti, si ritrovano in molte tribù (tra cui quelle australiane, dei
pigmei e degli abitanti dell’Artico) elaborate da culture nomadi e sedentarie e
poi trasmesse direttamente alle grandi culture urbane orientali dell’antichità.
Quando i cieli furono separati violentemente dalla terra, quando l’Albero
della Liana che univa il cielo alla Terra fu abbattuto e la montagna dalla cui
cima si poteva toccare il cielo fu rasa al suolo… allora quell’epoca
paradisiaca terminò e l’uomo entrò nella sua attuale condizione (Eliade,
1957).
«In effetti, tutti questi miti sembrano indicare che l’uomo primitivo godeva
di una beatitudine, di una spontaneità e di una libertà che ha sfortunatamente
perduto in conseguenza della caduta… questa è infatti l’origine dei miti sulla
separazione tra Cielo e Terra… la perdita dell’immoralità, della spontaneità,
della libertà, della possibilità di ascendere al cielo e incontrare facilmente gli
dei, della familiarità con gli animali e della conoscenza del loro linguaggio.
Queste doti e qualità sono andate smarrite in conseguenza di un fatto che si
perde nella notte dei tempi… la caduta dell’uomo, espressa come
un’ontologica mutazione della sua condizione in seguito a uno scisma di
portata cosmica» (Eliade, 1957). Solo alcune persone, dotate di speciali
qualità, appartenenti a ciascuna cultura – gli sciamani ad esempio – possono
continuare a muoversi tra Cielo e Terra, tra il mondo degli umani e quello
degli spiriti.
I Koryak della Siberia ricordano un’era mitica del Grande Corvo, quando
gli uomini potevano salire al cielo senza difficoltà; ai nostri giorni,
aggiungono, solo gli sciamani sono capaci di un simile prodigio. I Bakairi del
Brasile pensano che, per lo sciamano, il cielo non sia più grande di una casa e
che lo stregone può raggiungerlo con un semplice battito di ciglia (Eliade,
1957).
Esistono innumerevoli miti, storie e leggende che riguardano esseri umani

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e sovrumani che possono volare nei cieli e viaggiare liberamente tra Cielo e
Terra. Ancora, secondo il parere di Eliade, «il volo e l’ascesa sono attestati a
tutti i livelli delle culture arcaiche sia nei rituali o nelle mitologie sciamaniche
e nelle pratiche estatiche, sia nei miti e nel folklore di altri membri della
società che non hanno pretese di essere distinti per l’intensità della loro
esperienza religiosa. Un gran numero di simboli e significati che riguardano
la vita spirituale e, soprattutto, il potere dell’intelligenza sono legati
all’immagine del “volo” e delle “ali”, tutti questi elementi esprimono una
frattura tra l’universo e l’esperienza quotidiana… la trascendenza e la libertà
devono essere ottenute attraverso il volo» (Eliade, 1957).
Sembrerebbe che le persone rapite oggi dagli UFO siano i prosecutori di
una tradizione ampiamente documentata di ascese e comunicazioni
extraterrestri. Ma i rapimenti e gli effetti sui rapiti possiedono una loro
propria unicità. Peter Rojcewicz, uno studioso del folkore, ha analizzato i
rapiti del giorno d’oggi e i soggetti venuti a contatto con altri fenomeni aerei
o di rapimento e allude alla possibilità dell’esistenza di una intelligenza, uno
spirito, un’energia, una coscienza che risiede dietro le esperienze con UFO e
gli incontri straordinari di qualsiasi tipo, in grado di modificare la propria
forma e apparenza per adattarsi ai tempi (Rojcewicz, 1991).
Rojcewicz cita la lunga storia degli avvistamenti di strani fenomeni aerei,
di luci o di esseri e oggetti luminosi. Nei tempi antichi si parlava di
avvistamenti di «carri celesti… carri che volavano nel cielo, città volanti che
scintillavano e si muovevano nel cielo… Ci sono anche molte differenti
descrizioni di scintillanti scudi nel cielo, simili a triangoli. Croci di fuoco
sono state spesso osservate nell’Europa occidentale». Nota anche la presenza
di nuvole o di luci nebulose che circondano oggetti misteriosi, tra i quali gli
UFO, così come la spontanea apparizione di figure religiose luminescenti nel
cielo, osservate frequentemente da migliaia di persone. Negli Stati Uniti,
nell’ultimo secolo, gli americani hanno osservato spesso la presenza di
imbarcazioni – schooner o navi – che veleggiano nel cielo (Rojcewicz, 1992).
Jerome Clark, dopo un’attenta indagine degli avvistamenti di navi spaziali
avvenuti alla fine del 1890, concluse che i veicoli visti frequentemente nel
cielo degli Stati Uniti potevano essere gli UFO contemporanei interpretati
secondo la tecnologia e la mitologia del tempo (Clark, 1991).
Secondo Mario Pazzaglini, uno psicologo che si è interessato al fenomeno
dei rapimenti per un gran numero di anni, manifestazioni di natura «UFO-
associata» sono state registrate negli ultimi diecimila anni a cominciare da
un’iscrizione di Ezechiele nel Vecchio Testamento in cui è tratteggiata una
visione contenente ruote, angeli, luci e nuvole (Pazzaglini, 1992).
Fenomeni celesti inusuali sono anche presenti nei racconti dei Romani, dei

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Greci del quarto secolo, e nel Medioevo. A volte si manifestano come stelle,
fuochi nel cielo, croci, luci o raggi, apparizioni che a volte scompaiono
semplicemente e altre lasciano una traccia. Molti di questi avvistamenti
furono testimoniati da migliaia di persone e interpretati come miracoli
religiosi. Spesso questi fenomeni si adattavano facilmente alle credenze
spirituali dei testimoni.
Il fenomeno di esseri umani trasportati in altre dimensioni ha anch’esso
una lunga storia in molte culture. I Tibetani hanno a lungo creduto che gli
esseri umani potessero separare il corpo «etereo» da quello «astrale» e
viaggiare «fuori del corpo» per ore o giorni a volte. «Hanno esperienze in vari
luoghi poi ritornano.» I Tibetani distinguono differenti gradazioni di
sottigliezza e consistenza, o densità, degli esseri. La mente, o la coscienza
della materia grezza, non può comunicare con gli esseri astrali. In alcuni casi,
quando il livello più grezzo della mente viene sottomesso, la mente più sottile
diventa attiva. Allora si verifica la possibilità di comunicare (o di vedere) con
un altro essere che è più astrale del nostro corpo e della nostra mente. (Il
Dalai Lama, 1992.) Un esempio contemporaneo occidentale di tali esseri è
costituito dagli «spiriti guida» di cui parlano molti soggetti.
Rojcewicz inserisce i rapimenti ad opera degli UFO in un ampio ventaglio
di esperienze paranormali, tra le quali annovera anche le esperienze oltre la
morte, poteri psichici, spirituali, mistici, esperienze fuori-del-corpo e incontri
con vari esseri – quali streghe, fate e lupi mannari – che spesso causano, nei
soggetti umani che ne hanno esperienza, una sostanziale mutazione dei valori
e dell’orientamento. La domanda su come e perché accadano questi fatti,
naturalmente, rimane senza risposta. C’è molto da discutere anche su come
strutturare queste domande.
Il più comune degli interrogativi, se cioè i rapimenti avvengano davvero, ci
porta a considerare cosa sia la percezione e quali siano i livelli della
coscienza. La più evidente domanda è se esiste una realtà indipendente dalla
coscienza. Essa è individuale o collettiva? Se è collettiva, allora come può
venir influenzata e come si determina il suo contenuto? I rapimenti UFO sono
frutto di una coscienza collettiva? Se, come viene affermato in certe culture,
la coscienza pervade ogni manifestazione dell’universo, allora quale funzione
hanno i rapimenti UFO e le varie esperienze mistiche nella nostra psiche e nel
resto del cosmo?
Queste sono domande cui non è facile rispondere. Forse tutto quello che
possiamo fare a questo punto è ammettere la validità degli interrogativi
mentre ascoltiamo le esperienze di coloro che hanno compiuto un passo oltre
l’idea della realtà comunemente accettata dalla nostra società. L’esperienza
dei rapimenti UFO, sebbene unica sotto molti aspetti, contiene degli elementi

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di somiglianza con altre esperienze drammatiche e capaci di provocare una
trasformazione accadute a sciamani, mistici e persone normali che hanno
avuto degli incontri paranormali. In tutti questi fenomeni la coscienza umana
è stata profondamente trasformata. Il soggetto (uomo o donna che sia) viene
iniziato a uno stato non abituale dell’esistenza che conduce, alla fine, con la
reintegrazione del sé, a un’immersione e un approfondimento della coscienza
non accessibile in una fase precedente. A volte il processo avviene attraverso
la malattia o attraverso un evento traumatico di qualche tipo e a volte
l’individuo è semplicemente spinto in una sequenza di stati dell’esistenza dai
quali emerge con nuovi poteri o capacità sensitive. «Durante la sua
iniziazione, lo sciamano impara come penetrare in altre dimensioni della
realtà e restarvici; questi processi, qualsiasi sia la loro natura, gli forniscono
una capacità sensoriale attraverso la quale può percepire e integrare queste
nuove esperienze… attraverso i sensi inspiegabilmente affinati dello
sciamano il sacro si manifesta» (Eliade, 1957). Come molti rapiti l’iniziato
pone la sua nuova sensibilità al servizio di una saggezza che può essere usata
dal suo popolo.
La Rivelazione non è accessibile unicamente a coloro che perseguono
l’Illuminazione ma può bussare a qualsiasi porta in qualsiasi tempo. All’inizio
di questo secolo, un certo dottor Buche descrisse ciò che sembra essere
un’esperienza archetipica: «Lui e due amici avevano trascorso la sera
leggendo Wordsworth, Keats, Browning e specialmente Whitman. Si trovava
in uno stato di estasi quasi passivo. Di colpo, senza avvertimento di sorta, si
sentì avvolto da qualcosa che sembrava una nuvola di fiamma… Poi seppe
che la luce veniva dalla sua interiorità; così calò su di lui un senso di
esaltazione, di gioia immensa, accompagnata o seguita da uno stato di
illuminazione intellettuale impossibile da descrivere. Nel suo cervello sfavillò
un lampo di luce improvviso di brahaminico splendore, lasciandolo poi per
sempre in uno stato paradisiaco» (Eliade, 1965).
L’esperienza di interiorizzare quello che sulle prime viene percepito come
una luce esteriore capita frequentemente durante lampi mistici e/o viaggi
trascendentali che sfociano nella rinascita spirituale. Forse può essere
tracciata un’analogia con gli incontri con gli UFO dove il rapito è
inizialmente «colpito da un raggio di luce», vede una nave luminosa e poi
viene portato all’interno di essa. I rapiti di origine brasiliana in particolare
sembrano aver percepito nuvole luminescenti, spesso di colore rosso, in
associazione con astronavi spaziali (Story 1980).
Il mistico e lo sciamano, come il rapito, compiono un pellegrinaggio, di
solito con entusiasmo, per ricevere una nuova dimensione di esperienza o
conoscenza. Ciò implica una rinascita che a volte è molto stressante, un

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ripercorrere i passi sino a un’area preternaturale, primordiale per
ricondizionare la coscienza dell’individuo. Il conseguente caos psichico è una
metafora del caos precosmogenico, amorfo sebbene penetrante, al quale
l’individuo è stato esposto. Il rapito è un moderno Dante, le cui prove
ontologiche rimangono sconosciute. Ritornato nel suo letto o alla sua auto
dopo il tempo trascorso con gli alieni, lotta per mantenere la sua visione del
mondo. Molto spesso intraprende il viaggio da solo, e molte volte la sua
assenza non viene notata da coloro ai quali si rivolge per trovare una
conferma di ciò che gli è accaduto.

Il fenomeno dei rapimenti nel mondo

Un altro problema riguarda la diffusione mondiale dei casi di rapimento ad


opera di alieni, o i racconti del fenomeno; esso può diventare oggetto di
un’altra trattazione.
I rapimenti da parte di UFO sono stati registrati soprattutto nei paesi
occidentali o comunque in quei paesi dove sono predominanti la cultura e i
valori occidentali. Visto che lo scopo dei rapimenti si può comprendere
soprattutto nel contesto di una crisi ecologica globale, che consegue alla
visione materialistico-dualista occidentale, si può dire che i «rimedi» proposti
dagli alieni vengano somministrati dove più ve ne è necessità – negli Stati
Uniti e in altri paesi occidentali industrializzati. Di conseguenza in molte
culture l’ingresso nel mondo fisico dei veicoli spaziali, e perfino di creature
molto probabilmente provenienti dallo spazio o da un’altra dimensione, non
sarebbe così eclatante come accade in società dove i contatti con il mondo
spirituale o «esterno» nell’ambito della nostra esistenza fisica sarebbero
considerati degni di attenzione. La prima pubblicazione riguardante il
fenomeno dei rapimenti da parte di entità aliene apparve in Brasile, e
riportava il caso di rapimento subito dal figlio di un fattore, Antonio Villas
Boas, nel 1957. I racconti di avvistamenti di UFO in tutto il mondo, tuttavia,
sono molto più numerosi delle prove di rapimenti veri e propri. La guida più
esaustiva dei fenomeni di rapimento in tutto il mondo fu raccolta nel 1987 da
Thomas Bullard, uno studioso del costume popolare dell’Università
dell’Indiana (Bullard, 1987). Bullard compila una lista di racconti di
rapimenti raccolti in diciassette paesi tra i quali Inghilterra, Germania ovest,
Spagna, Brasile, Australia, Argentina, Uruguay, Canada, Finlandia, Cile, Sud
Africa, Unione Sovietica, Francia, Bolivia e Polonia.
Gli Stati Uniti conducono la classifica numerica dei rapimenti, seguiti
dall’Inghilterra e dal Brasile, principalmente grazie al numero di ipnotisti e
terapeuti che lavorano con i rapiti in questi paesi. Per illustrare questo punto

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basta ricordare che la Cina vanta il maggior numero di testimoni di
avvistamenti di UFO – nell’agosto del 1981 un milione di cinesi vide
simultaneamente un UFO a forma di spirale (Chiang, 1993) – ma non vi sono
registrazioni di successivi interrogatori dei testimoni.
Lo studio terapeutico delle esperienze di rapimento è, tuttavia, in aumento.
Nel maggio 1993 la seconda stazione televisiva della Germania ha trasmesso
un documentario di quarantacinque minuti riguardante il fenomeno dei
rapimenti che ha vinto il più prestigioso premio televisivo tedesco. Tuttavia,
in seguito a quella trasmissione, due terapeuti avevano offerto gratuitamente i
loro servigi ai rapiti, ma solo venti persone si sono presentate. Come in altri
paesi, il rapimento rimane un’esperienza spaventosa con la quale la maggior
parte delle persone preferirebbe non confrontarsi a meno che i sintomi
conseguenti all’incontro non lo richiedano.
Persino i racconti degli avvistamenti UFO sono, nel mondo, circondati dal
segreto. I rapporti sugli UFO del ministero della Difesa spagnolo sono stati
resi pubblici nel 1992. Essi contengono, per la maggior parte, racconti di
avvistamenti effettuati da personale della forza aerea. Rimane ancora molto
lavoro da fare per persuadere gli altri stati a rendere a loro volta pubblici i
rapporti segreti sull’argomento.
In alcuni paesi, dove la popolazione coltiva ogni genere di credenza
soprannaturale, le esperienze di rapimento vengono confuse o semplicemente
accostate ad altri fenomeni paranormali. Cynthia Hind, una ricercatrice
sudafricana, racconta: «Le loro reazioni sono simili a quelle che avrebbero
degli occidentali davanti a dei fantasmi, non necessariamente spaventati (o
almeno non sempre) ma certamente diffidenti riguardo a quanto hanno visto»
(Hind 1992).
I rapiti delle altre parti del mondo sembrano avere avuto contatti con una
varietà maggiore di entità rispetto agli americani. Queste entità vanno da
piccoli ometti a grandi creature, a esseri mostruosi e comprendono individui
nudi di ambo i sessi e creature umanoidi con testa, piedi e mani di ogni forma
e dimensione. Una coppia di olandesi recentemente ha descritto i visitatori
UFO come esseri fragili apparentemente del colore dell’arcobaleno – verdi,
arancione e viola (comunicazione personale, settembre 1992).
Ma la qualità universale dell’esperienza del rapimento rimane. Molto
spesso, coloro che sperimentano un rapimento vengono attirati verso una
potente fonte luminosa, e spesso stanno guidando. Invariabilmente sono in
seguito incapaci di testimoniare su un lasso di tempo, più o meno lungo, che
va «perduto» e frequentemente presentano cicatrici psicologiche e fisiche
legate all’esperienza. Questo genere di cicatrici va da incubi e stati di ansia
sino a una cronica agitazione nervosa, depressione e perfino psicosi, ma si

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manifesta talvolta in cicatrici realmente fisiche: punture o segni d’incisione,
tagli, bruciature e abrasioni.
Alcuni incontri sono più sinistri, traumatizzanti e misteriosi. Altri
sembrano avere uno scopo educativo. Molto spesso i rapiti vengono istruiti o
avvertiti di non rivelare le loro esperienze.
Ancor meno documentate del vero rapimento sono le conseguenze
dell’esperienza. In seguito al suo lavoro con i rapiti, Gilda Moura, una
psicologa brasiliana, racconta delle abilità paranormali che molti rapiti
brasiliani hanno dimostrato dopo l’esperienza. Queste comprendono un
aumento della capacità telepatica, chiaroveggenza, visioni e la capacità di
ricevere messaggi spirituali che spesso hanno a che vedere con l’ecologia del
mondo, il futuro dell’umanità e la giustizia sociale. Molti rapiti decidono di
cambiare la loro professione dopo l’esperienza (Moura, alla stampa).
È probabile che con la pubblicità accordata alle tecniche terapeutiche e di
ipnosi che in questo periodo vengono sperimentate per la prima volta negli
Stati Uniti, nei prossimi anni saranno disponibili molte più informazioni
riguardo ai rapimenti avvenuti anche in altre parti del pianeta. Perché nel resto
del mondo certamente non manca la consapevolezza del fenomeno dei
rapimenti come si evince dalla proliferazione degli istituti, degli uffici e delle
organizzazioni finalizzate allo studio degli UFO.

Rapimenti del giorno d’oggi

La storia moderna del fenomeno dei rapimenti ad opera di entità aliene


comincia con l’esperienza di Barney e Betty Hill nel settembre del 1961
(Fuller, 1966). Gli Hill, una ben consolidata coppia interrazziale che viveva
nel New Hampshire, soffrivano da due anni di fastidiosi sintomi quando
andarono, seppur con riluttanza, a consultare uno psichiatra di Boston,
Benjamin Simon. Barney soffriva di insonnia e Betty aveva incubi ricorrenti.
Entrambi soffrivano in maniera così persistente di attacchi d’ansia che per
entrambi era diventato intollerabile continuare la propria esistenza senza
affrontare l’analisi di una notte di settembre in cui non ricordavano cosa fosse
successo per due ore durante il ritorno da una vacanza a Montreal. Salvo che
per la sofferenza correlata con l’incidente che descrissero, il dottor Simon non
rilevò altri segni di malattia mentale.
Gli Hill raccontarono che la notte del 19 settembre 1961 la loro auto fu
rapita da piccoli umanoidi con occhi dall’aspetto inusuale. Poco prima
avevano notato una luce che si muoveva senza una traiettoria precisa e poi
uno strano veicolo. Con il binocolo Barney era stato in grado di vedere le
creature all’interno dell’astronave. Gli Hill non ricordarono ciò che era

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successo durante le ore successive prima di essere sottoposti ad alcune sedute
di ipnosi con il dottor Simon. Il dottor Simon raccomandò agli Hill di non
raccontarsi a vicenda i dettagli che stavano emergendo. Gli Hill riferirono
che, dopo essere stati prelevati dalla loro auto, erano stati condotti dalle
creature aliene su una nave spaziale contro la loro volontà. Ognuno di loro
disse che, sull’astronave, furono fatti adagiare su un tavolo e sottoposti a
dettagliati esami medici che comprendevano prelievi di brandelli di pelle e
campioni di capelli.
Gli esseri comunicavano con gli Hill per via telepatica, non verbale «come
se si fossero espressi in inglese». Agli Hill fu detto di dimenticare ciò che era
accaduto.
A dispetto della convinzione del dottor Simon che gli Hill avessero
condiviso qualche genere di sogno o fantasia collettiva, una sorta di folie à
deux, i coniugi continuarono a insistere nella loro convinzione che quegli
eventi erano realmente accaduti e che non si erano comunicati i dettagli che
corroboravano i loro racconti durante l’indagine sui sintomi provocati
dall’esperienza. Barney, che morì nel 1969, era stato particolarmente
riluttante a credere nell’effettiva realtà dell’esperienza per timore di apparire
irrazionale. Ma alla fine Barney ammise che: «Abbiamo visto e siamo stati
parte di qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che avevo mai visto
sinora». Betty, che continua a parlare pubblicamente della sua esperienza,
crede anch’ella alla realtà dei fatti accaduti. Nel 1975 fu realizzato anche un
film sul caso Hill intitolato The UFO Incident con James Earl Jones nel ruolo
di Barney, trasmesso in televisione negli Stati Uniti.
Numerosi libri e articoli hanno documentato esperienze di rapimenti negli
anni seguenti alla vicenda degli Hill. Tuttavia è stata la ricerca pionieristica
dell’artista e scultore Budd Hopkins di New York (il suo lavoro si è svolto nel
corso di due decadi con centinaia di rapiti), che ha stabilito la reale
consistenza del fenomeno dei rapimenti ad opera di entità aliene. Il primo
libro di Hopkins, Missing Time, pubblicato nel 1981, documentava i periodi
di tempo privi di logiche spiegazioni e i sintomi associati che testimoniavano
l’effettiva realtà dei fenomeni di rapimento e i dettagli caratteristici di tali
esperienze (Hopkins, 1981). Hopkins inoltre scoprì che le esperienze di
rapimento probabilmente erano correlate con piccoli tagli prima di allora
rimasti inspiegabili, ferite corporali, cicatrici a mezzaluna e che i racconti
suggerivano anche che fossero stati inseriti piccoli oggetti e «impianti» nei
nasi, nelle gambe e in altre parti del corpo delle «vittime». Nel suo secondo
libro, Intruders, pubblicato nel 1987, Hopkins spiegò gli episodi a sfondo
sessuale e riproduttivo che avevano cominciato a essere associati al fenomeno
dei rapimenti (Hopkins, 1987). Lo storico della Temple University, David

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Jacobs, ha ulteriormente specificato lo schema di base dell’esperienza del
rapimento (Jacobs, 1992). Jacobs identifica l’esperienza prima di tutto come
un esame manuale o strumentale con osservazioni e procedure di tipo
urologico e ginecologico. In seconda istanza, si verificano altri eventi che
includono un esame per mezzo di macchine, nonché la visualizzazione e la
presentazione di bambini ibridi. Infine ci sono dei fatti accessori, tra questi
attività e processi di vario genere sia fisici sia mentali e sessuali.
Nessuno dei suoi lavori, a mio credere, è arrivato a trattare veramente le
profonde implicazioni del fenomeno dei rapimenti per quel che riguarda
l’espansione della coscienza umana, l’apertura alla percezione di altre realtà
oltre il mondo fisico e la necessità di cambiare il nostro atteggiamento
nell’ordine cosmico se i sistemi di vita della Terra vogliono sopravvivere
all’assalto dell’uomo.
La prevalenza del fenomeno dei rapimenti alieni negli Stati Uniti
comprende un’analisi su quasi seicento americani eseguita
dall’organizzazione Roper tra il giugno e il settembre nel 1991 (Hopkins,
Jacobs e Westrum, 1991). I risultati rivelano che un numero variabile tra
diverse migliaia e diversi milioni di americani possono essere stati
protagonisti di rapimenti o di fatti ad essi correlati. I risultati ottenuti dalla
Roper sono stati criticati per il fatto che i sistemi indicatori scelti a prova di
possibili rapimenti – avvistamenti di strane luci, periodi di tempo non
spiegabili, la sensazione di volare – in effetti non significano realmente che si
sia verificato un rapimento. Ma una più seria difficoltà nella stima di dove si
siano verificati più rapimenti risiede nel fatto che non sappiamo cosa
realmente sia un rapimento alieno – per esempio se rappresenti un evento nel
mondo fisico o se sia un’inusuale esperienza soggettiva con manifestazioni
psichiche. Un problema ancora maggiore risiede nel fatto che la memoria, in
relazione al fenomeno dei rapimenti, si comporta in modo alquanto singolare.
Come nel caso di Ed (capitolo III) o in quello di Arthur (capitolo XIII) il
ricordo di un rapimento può essere dimenticato fino a quando, molti anni
dopo, non viene stimolato da un’altra esperienza o da una situazione che
possa associarsi con il fatto originario. Il soggetto che ha vissuto
un’esperienza del genere può essere considerato, prima dell’evento
catalizzante, sul versante negativo del confine e su quello positivo dopo di
esso.

Chi sono i rapiti?

Nessuno degli sforzi per caratterizzare i rapiti come un gruppo omogeneo ha


avuto successo. I soggetti in questione sembrano essere presi a caso da tutti

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gli strati della società (Bullard, 1987; Hopkins, 1981, 1987; Jacobs, 1992). Gli
esempi che ho raccolto durante la mia ricerca comprendono studenti,
casalinghe, segretarie, scrittori, uomini d’affari, professionisti dell’industria
informatica, musicisti, psicologi, una receptionist di un night club, una
guardia carceraria, un agopunturista, un assistente sociale e un benzinaio.
Sulle prime pensavo che fossero predominanti persone appartenenti alla
classe lavorativa, ma questa convinzione si è rivelata artificiosa e motivata dal
fatto che le persone che hanno meno appoggi economici e sociali sembrano
meno riluttanti a farsi avanti. Per contro i rapiti che occupano posizioni di
preminenza nel mondo politico ed economico temono l’umiliazione, il rifiuto
e la minaccia che potrebbe derivare alla loro posizione se le loro esperienze
fossero rese pubbliche. Uno degli uomini con i quali ho lavorato mi lasciò un
appunto con un numero di telefono e una casella postale in una città nella
quale non viveva. Non mi disse il suo vero nome finché tra noi non si fu
stabilita una certa fiducia. Un diplomatico ampiamente conosciuto, noto nei
circoli che si occupano degli UFO come rapito, ha sfruttato tutte le sue facoltà
per evitare di essere identificato pubblicamente e di trovarsi in situazioni
imbarazzanti (Hopkins, 1993).
Gli sforzi per stabilire uno schema della psicopatologia al di là dei disturbi
associati con un evento singolo o ripetuto non hanno avuto successo. Gli
esami psicologici eseguiti sui rapiti non hanno rivelato prove di disturbi
emotivi o mentali che possano aver determinato questo genere di esperienze
(Bloecher, Clamar e Hopkins, 1985; Parnell, 1986; Parnell e Sprinkle, 1990;
Rodeghier, Goodpaster e Blatterbauer, 1991; Stone-Carmen, ancora in fase di
stampa). Gli esempi da me considerati annoverano tra i rapiti un ampio
numero di persone che godono di ottima salute mentale e capacità di
adattamento emozionale. Alcuni soggetti sono persone di certo autosufficienti
che sembrano aver bisogno principalmente di aiuto per integrare le loro
esperienze di rapimento con il resto della loro esistenza. Altri invece sono
stati sopraffatti dall’impatto traumatico e dalle implicazioni filosofiche delle
loro esperienze e hanno necessità di un gran numero di consigli e di aiuti sul
piano emotivo.
L’organizzazione di un’intera batteria di esami psicometrici richiede spese
elevate e un alto consumo di tempo. Avevo deciso di sottoporre quattro dei
miei casi agli esami di alcuni psicologi. Un giovane di ventun anni, che
sapevo essere rimasto piuttosto traumatizzato – era infatti uno dei due casi, su
settanta, che fu necessario ricoverare per ragioni psichiatriche – rivelò un
complesso disegno di disturbi emotivi e di turbe del pensiero nelle quali causa
ed effetto in relazione all’esperienza del rapimento non potevano essere
separate. Gli altri tre casi invece mostrarono un livello normale senza che si

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potessero trovare segni evidenti di psicopatologie.
Lo sforzo di scoprire un tipo psicologico associato alle vittime dei
rapimenti è stato ugualmente infruttuoso (Basterfield e Bartholomew 1988;
Mack, in corso di stampa; Rodeghier, Goodpaster e Blatterbauer, 1991). Lo
psicologo Kenneth Ring ha sottolineato l’esistenza di personalità predisposta
all’incontro con esseri alieni (Ring, 1992; Ring e Rosing, 1990) cioè la
tendenza di un individuo che è stato affetto da esperienze fuori dell’ordinario
a essere più aperto ad esse anche in futuro. Ma in questa, come in ogni ipotesi
concernente la personalità dei rapiti, è importante tenere a mente che gli
incontri possono, in molti casi, essere iniziati nella prima infanzia e che
persino bambini di due anni hanno raccontato di aver subito esperienze di
rapimenti (nella mia casistica ho due bambini di meno di tre anni). Causa ed
effetto nella relazione tra il rapimento e la formazione della personalità sono
virtualmente impossibili da classificare.
Ugualmente non c’è uno schema chiaro della struttura e dell’interazione
familiare nel caso dei rapiti. Quando cominciai questo lavoro rimasi colpito
dal fatto che molti rapiti venivano da famiglie divise o che avevano avuto uno
o più genitori alcolisti. Ma alcuni dei casi da me esaminati provenivano da
famiglie integre e perfettamente normali. Sembra esserci anche una carenza di
relazione tra alcuni soggetti vittime di rapimenti e i loro genitori, e un certo
numero delle persone da me esaminate si lamentano della freddezza e della
sterilità emozionale nei rapporti con la famiglia (per esempio Joe). Alcuni
rapiti raccontano che un alieno di sesso femminile ha detto loro di essere la
loro «vera» madre e di essersi resi conto in qualche modo vago ma profondo
che ciò rispondeva a verità, cioè che essi non sono «di qui» e che il padre e la
madre terresti non sono i loro veri genitori. Ho esaminato diversi casi in cui
un parente di una vittima di un rapimento sembra aver avuto più successo
nella vita di altri parenti e attribuisce ciò al calore e all’amore ricevuti durante
la vita dagli alieni stessi! Sembra, come nel caso dell’abuso sessuale, che gli
alieni siano interessati alla fragilità degli uomini e intendano esplicare
qualche sorta di ruolo finalizzato alla guarigione o alla consolazione. È
necessario svolgere una attenta ricerca riguardo a questo argomento.
Ho ricavato l’impressione che i rapiti siano un gruppo di persone
singolarmente aperte e intuitive, meno tolleranti del normale rispetto
all’autoritarismo della società e più flessibili ad accettare la diversità e le
esperienze fuori dell’ordinario degli altri. Alcuni dei casi da me esaminati
riportano una varietà di esperienze psichiche che sono state notate anche da
altri ricercatori (Bartholomew, 1989, Basterfield, in fase di stampa), ma anche
in questi casi devono essere considerati con attenzione, in primo luogo, il
particolare segmento della popolazione rapita che si rivolge a me, i

32
preconcetti correlati agli effetti delle loro esperienze di rapimento e il risultato
del nostro lavoro insieme. Misure sofisticate, come gli esami per verificare la
capacità di apertura, l’intuizione e l’abilità psichica che possono distinguere i
rapiti come gruppo rispetto a un campione di persone esenti da questo genere
di esperienze, devono ancora essere sviluppate o applicate nel campo della
ricerca sui rapimenti ad opera di entità aliene.
Un’associazione con l’abuso sessuale è già stata suggerita nella letteratura
relativa ai rapimenti (Laibow, 1989), ma anche qui, errori correlati a ricordi di
esperienze traumatiche, o al contrario – esperienze traumatiche di un certo
tipo (rapimenti) che aprono la psiche al ricordo di traumi di altro genere
(abusi sessuali) – possono condurre a esasperare in maniera errata questa
associazione. Ho lavorato con una donna, per esempio, che si era recata da un
famoso psicoterapeuta per risolvere problemi correlati a un incesto e a un
presunto abuso sessuale. Ma durante una delle sedute la donna ricordò un
UFO atterrato vicino a casa sua quando aveva sei anni, dal quale erano emersi
dei tipici alieni che l’avevano portata a bordo dell’astronave. Per la prima
volta la donna sperimentò forti emozioni, soprattutto la paura, durante una
seduta terapeutica. Il terapeuta che indirizzò la donna da me mi disse che era
«pulita», cioè che non aveva una familiarità diretta con il fenomeno dei
rapimenti e che non sospettava di aver avuto quell’esperienza. Questo non è
stato l’unico caso di rapimento nell’esperienza mia o di altri ricercatori (per
esempio Jacobs, 1992) che si è rivelato mascherare un abuso sessuale o un
altro evento traumatico. Ma è accaduto molto spesso anche il contrario – cioè
che sia venuto alla luce un caso di rapimento mentre si investigava su un
abuso sessuale o di altra natura traumatica.
Si è tentato inoltre di collegare il fenomeno dei rapimenti con quello degli
abusi sessuali satanici (Dean, in corso di stampa; Wright, 1993) e con quello
dei disordini delle personalità multiple che, come gli abusi sessuali, sono
traumi psicologici nei quali si verifica il meccanismo della dissociazione
(Frankel, 1993; Ganaway, 1989; Spiegel e Gardena, 1991). Ma è importante
rendersi conto che la dissociazione è un mezzo attraverso il quale la
personalità supera un’esperienza traumatica rifiutando una parte di sé per
mantenere delle emozioni sconvolgenti lontano dalla coscienza, pur
permettendo al resto della psiche di funzionare come meglio può. La
«dissociazione» di per sé non ci dice nulla riguardo alla fonte o al contenuto
dell’esperienza traumatica originaria. I rapiti useranno la dissociazione come
mezzo per affrontare le loro esperienze traumatiche, cioè per allontanarle
dalla coscienza e questo metodo può persino essere considerato prevalente tra
queste persone (Jacobson, in corso di stampa). Ma il fatto che i soggetti si
servano di questo meccanismo di difesa non ci rivela nulla sull’esperienza

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traumatica originaria. A volte sono convinto che nella professione che si
occupa della salute mentale siamo come quei generali che vengono accusati di
combattere sempre l’ultima guerra, invocando le diagnosi e i meccanismi
mentali ai quali siamo abituati quando ci troviamo di fronte a nuovi e
misteriosi fenomeni, specialmente se questi mettono in discussione il nostro
abituale modo di pensare.
I primi casi sui quali lavorai nella primavera del 1990 confermarono ciò
che Hopkins, David Jacobs, Leo Sprinkle, John Carpenter e altri pionieri in
questo campo avevano già scoperto. I soggetti riferivano di essere stati rapiti
contro la loro volontà da creature aliene, a volte attraverso i muri delle loro
abitazioni e sottoposti a procedimenti elaborati di analisi che sembravano
essere finalizzati a scopi riproduttivi. In alcuni casi ci sono racconti di
testimoni estranei che confermano la loro assenza durante il periodo del
rapimento. Questa gente non soffriva di evidenti sintomi di disturbi mentali,
salvo quelli derivati dall’esperienza e ricordavano con emozioni vivide quelle
che a loro erano sembrate esperienze particolarmente reali. Oltre a ciò queste
esperienze sono spesso accompagnate da avvistamenti di UFO da parte di
amici, familiari o altri appartenenti alla stessa comunità, tra i quali anche
giornalisti e reporter. Spesso i soggetti riportano tracce fisicamente
riscontrabili sui corpi, quali tagli e piccole ulcere, che tendono a guarire
rapidamente, e non seguono alcuno schema o modello identificabile
psicodinamicamente, come avviene per le stimmate.
In breve stavo trattando con un fenomeno che mi rendevo conto non
poteva essere spiegato secondo i parametri della psichiatria, giacché era
semplicemente «non possibile» nella struttura del pensiero scientifico
occidentale. Potevo allora allargare il campo di indagine e sfruttare la
psicologia oltre i limiti ragionevoli, trascurando quei fenomeni che non erano
passibili di spiegazione psicologica, come le prove fisiche e il fatto che questi
fenomeni fossero presenti nei bambini e persino negli infanti; cioè avrei
dovuto insistere su una interpretazione psicologica che si adattasse
all’ideologia scientifica occidentale. Altrimenti dovevo aprirmi alla possibilità
che la nostra struttura comunemente accettata della realtà fosse troppo
limitata e che un tale fenomeno non potesse essere illustrato sulla base dei
suoi parametri ontologici. In altre parole per comprendere cosa stava
succedendo era necessario stabilire un nuovo parametro scientifico.

Lavorare con i rapiti

Con questo dilemma avvicinai Thomas Kuhn, autore del classico The
Structure of Scientific Revolutions (Kuhn, 1962) che analizza come cambiano

34
gli schemi della scienza, per ottenere il suo consiglio riguardo alle mie
ricerche. Conoscevo Thomas Kuhn da quando eravamo ragazzi, perché i suoi
genitori e i miei erano amici a New York e io spesso avevo partecipato ai
ricevimenti natalizi nella casa dei Kuhn. Trovai che il parere ricevuto da lui e
da sua moglie Jehane, molto competente nel campo del folklore e della
mitologia, mi fosse molto utile. Il particolare che constatai più illuminante fu
l’opinione di Khun che i parametri scientifici occidentali avevano assunto la
rigidità di una teologia, che questo sistema di pensiero era retto da strutture,
categorie e polarità di linguaggio come reale-irreale, esiste-non esiste,
oggettivo-soggettivo interiore-esteriore, accaduto-non accaduto. Suggerì che
nel proseguire le mie indagini rinunciassi per quanto mi fosse possibile a tutte
queste formule linguistiche e raccogliessi semplicemente le informazioni così
come venivano, evitando di considerare se quello che venivo a sapere si
adattava alla visione comunemente accettata. Più tardi avrei potuto esaminare
ciò che avevo raccolto considerando se fosse possibile qualche formulazione
teoretica coerente. Questo, a grandi linee, è stato l’approccio che ho cercato di
seguire.
Quando viene a trovarmi un possibile rapito, indirizzato a me dalla rete di
organizzazioni che si occupa di UFO, o da un altro psichiatra o che abbia
trovato da solo la via dopo aver sentito parlare del mio lavoro dai mezzi di
comunicazione, gli spiego che lo (o la) considero come un co-investigatore.
Sebbene i rapiti comprendano che io mi occupo della ricerca sul fenomeno,
spiego loro che la mia prima responsabilità riguarda il loro benessere e la loro
salute. L’approccio investigativo e terapeutico di cui mi servo è cambiato e
ancora sta trasformandosi nel corso degli ultimi tre anni e mezzo (Mack,
1992). Per prima cosa svolgo un colloquio generale che solitamente dura tra
un’ora e un’ora e mezzo. Durante questa seduta ottengo una storia del
fenomeno eventualmente correlato con il rapimento e cerco di sapere quanto
più possibile sulla persona in questione e sulla sua famiglia. A volte intervisto
anche altri membri della famiglia che possono o meno essere collegati con il
rapimento.
I rapiti possono avere molti ricordi consci della loro esperienza anche
senza l’aiuto dell’ipnosi. Un giovane di diciannove anni ricordò i dettagli di
un rapimento subito all’età di quattro anni sin dal nostro primo colloquio.
Raccontò con ansia di essere stato «prelevato» in una radura dietro casa da
alcuni alieni di colore grigio a mezzogiorno e poi trascinato in una nave
spaziale. Fu in grado di descrivere l’UFO e le creature con un gran numero di
dettagli. Una volta sulla nave era incapace di muoversi e fu forzato a
distendersi in un cubicolo dove fu inondato da un raggio di luce laser, poi gli
furono sottratti dei brandelli di pelle con uno strumento cilindrico. Dopo di

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ciò fu riportato indietro e ricevette la raccomandazione «di correre via subito»
lungo il sentiero che conduceva al complesso residenziale dove viveva.
Ma spesso i rapiti raccontano che ci sono vaste aree della loro esistenza
non ancora recuperate alla sfera dei ricordi consapevoli e che ciò li disturba
nella vita di tutti i giorni. Sebbene generalmente sappiano che queste
esperienze possono essere state traumatiche e che l’attività che svolgeranno
per ricordarle potrebbe disturbarli, la maggioranza dei rapiti che ho
conosciuto preferisce svolgere un’indagine ulteriore riguardo alle proprie
esperienze. È molto più difficile, come essi hanno sperimentato, sapere che
esistono ampie porzioni della loro esistenza mentale inutilizzabili che
confrontarsi con ciò che in qualche modo avvertono come accadute anche se
dovessero rivelarsi eventi traumatici.
L’induzione di uno stato mentale fuori dell’ordinario, una forma
modificata di ipnosi nei miei casi, sembra un procedimento molto efficace per
portare a livello conscio le esperienze che i rapiti hanno tenuto sino a quel
momento chiuse in un angolo della mente e per scaricare il loro impatto
traumatico. Quasi non comprendo perché questo si dimostri così
drasticamente vero. I rapiti sono, con rare eccezioni, soggetti molto
predisposti all’ipnosi, sebbene io non sappia di nessuno studio che li abbia
messi a confronto sotto questo profilo con altre categorie, specialmente di
altri sopravvissuti a traumi. A volte le tecniche di rilassamento più semplici
sono più che sufficienti a riportare alla luce i loro ricordi. È come se l’ipnosi
cancellasse, in una sorta di immagine allo specchio dell’alterazione originaria
della psiche, le forze inibitorie imposte al tempo del rapimento.
Queste forze inibitorie sono avvertite dai rapiti come molto più potenti
delle loro stesse difese mentali. Possono in alcuni casi convincersi che quasi il
novanta per cento dell’energia che impedisce loro di ricordare è il risultato di
un’induzione esterna o meglio di un ottundimento della memoria realizzato da
un meccanismo messo in atto dagli alieni stessi. Secondo i racconti dei rapiti,
gli alieni comunicherebbero loro che non ricorderanno, o non dovrebbero
ricordare, ciò che è accaduto. A volte viene loro spiegato che ciò è
determinato dalla necessità di proteggerli e, in realtà, nel caso di bambini in
tenera età, ricordi coerenti a livello cosciente di esperienze traumatiche e
dolorose potrebbero avere delle ripercussioni sulla vita quotidiana (come nel
caso di Jerry, capitolo VI). I soggetti magari credono di disobbedire
specificatamente alle ammonizioni delle creature aliene alle quali spesso si
sentono legati o alleati a un livello molto profondo, quando cooperano con me
ricordando i loro rapimenti. Queste sensazioni richiedono che io li rassicuri
dicendo che, da quel che ne so, non sono mai derivati dei danni dal solo fatto
di ricordare il rapimento in un contesto di adeguato supporto.

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L’economia e la storia del processo di ricostruzione dei fatti nel fenomeno
di rapimento è uno degli aspetti più interessanti. Il ricordo dettagliato di
esperienze mai venute alla luce consciamente può essere catalizzato anni,
anche molte decadi, dopo il fatto, da qualcosa di visto o sentito che abbia
anche un minimo rapporto con il vero rapimento. Deve essere ancora
compreso quale combinazione di fattori che coinvolgono il rapito e le creature
aliene determini il tempo in cui avviene il ricordo, compreso il momento in
cui il soggetto sceglie di volerne sapere di più della sua storia.
Il genere di ipnosi, o meglio di stato mentale non ordinario, che io uso si è
modificato con la pratica e l’esperienza del metodo di respirazione olotropica
sviluppato da Stanislav e Christina Grof (Grof, 1985, 1988, 1992). Il metodo
di respirazione Grof utilizza respirazioni rapide e profonde, musiche
evocative, una forma di lavoro corporale, disegni di mandala sia per
l’indagine dell’inconscio che per la crescita mentale. Nel porre l’accento
soprattutto sulle tecniche di respirazione, il metodo Grof ha molti punti in
comune con le pratiche meditative. Ho scoperto che la respirazione, come
sistema per equilibrare e integrare la pratica dell’ipnosi, è un metodo
inestimabile nel lavoro da svolgere coi rapiti. Ciò è collegato con la
straordinaria intensità delle energie chiamate in causa – connesse
apparentemente con il potere dell’esperienza originale – che si manifestano in
sensazioni corporali, movimenti e forti emozioni, specialmente di terrore,
rabbia, tristezza, suscitate dal ricordo dell’esperienza quando essa ha luogo.
A volte c’è il pericolo che il racconto, il ricordo degli avvenimenti che
accompagnano il rapimento possa sopraffare le difese mentali dei soggetti,
con il risultato di trascinarli in uno stato di confusione traumatico. Attraverso
la pratica della respirazione, durante il processo di ipnosi nella seduta stessa,
il soggetto si sente più protetto e può affrontare la sua esperienza con maggior
forza. Spiego al rapito, all’inizio della seduta, che sono più interessato al fatto
che riesca a confrontarsi con il ricordo del rapimento piuttosto che a «ricavare
una storia». Sono loro che vogliono ricordare e la storia, gli spiego, emergerà
spontaneamente nel momento propizio.
Critici e scettici spesso asseriscono che il ricordo ottenuto con l’ipnosi è
spesso impreciso e che c’è la possibilità che il soggetto sviluppi un ricordo
per compiacere (o per adattarsi) alle aspettative del terapeuta, per mettere in
dubbio la realtà stessa del fenomeno dei rapimenti. Non credo che queste
critiche abbiano un reale fondamento. Il fatto che il ricordo sotto ipnosi sia a
volte impreciso riguarda soprattutto i testimoni di un processo, dove
l’argomento trattato non riguarda personalmente l’esistenza del soggetto
esaminato (Concilio degli Affari Scientifici, 1985). In caso di rapimenti ad
opera di entità aliene, le esperienze rivestono una fondamentale importanza

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per i soggetti che sono fortemente motivati a ricordare ciò che è loro
avvenuto.
Se il fenomeno dei rapimenti alieni, come sospetto, si manifesta nel nostro
mondo spazio-temporale (fisico), ma non gli appartiene in senso letterale, la
nostra nozione di precisione del ricordo riguardante ciò che accade o non
accade può non venire applicata, almeno non nel senso fisico letterale. In
queste circostanze le esperienze raccontate dai testimoni e il nostro parere
clinico sulla loro autenticità, possono solo significare che siamo in grado di
giudicare la realtà dell’esperienza.
La supposizione che il rapito possa cercare di compiacere il terapeuta
durante la seduta di ipnosi – perché probabilmente l’ipnotizzatore vuol
trovare tracce di un rapimento – perde di credibilità se si considera quanto
traumatizzanti siano i rapimenti per i soggetti e quanto intensa sia la
resistenza a portare al livello conscio ciò che hanno provato o anche
semplicemente ad accettare la realtà del fenomeno in sé. Come vedrete negli
ultimi capitoli di questo volume a volte ho bisogno di far ricorso a ogni
briciolo di cooperazione e aiuto da parte dei rapiti per procedere nei meandri
dell’esperienza dimenticata. Oltre a ciò, i rapiti sono particolarmente resistenti
alla suggestione. Per verificare le critiche suddette io e altri investigatori
abbiamo cercato ripetutamente di trarre in inganno i rapiti suggerendo
elementi specifici – capelli sul capo degli alieni, angoli nell’interno delle
astronavi ad esempio – solo per venire contraddetti direttamente dai soggetti
al riguardo di questi argomenti. I rapiti, in linea di massima, sanno quello che
hanno provato e non possono essere dissuasi, anche a dispetto del loro stesso
scetticismo riguardo alla realtà dell’evento stesso.
Questa discussione, come le mie conversazioni con i Kuhn, solleva
interessanti problemi epistemologici che ci accompagneranno nel corso di
tutto questo libro, specialmente quelli che riguardano la coscienza come
strumento di conoscenza. In questo lavoro, come in qualsiasi ricerca di tipo
clinico, la psiche del ricercatore o, più precisamente, l’interazione della psiche
del paziente e quella del medico, è il mezzo per acquisire conoscenza. Ma
deve essere sottolineato che sebbene noi analizziamo e formuliamo teorie per
quanto possibile oggettive, le informazioni originali sono ottenute con un
metodo non dualistico, cioè attraverso uno sviluppo intersoggettivo del
rapporto tra ricercatore e rapito. Allora l’esperienza, il racconto di
quest’esperienza e la ricezione di essa attraverso la psiche del ricercatore
sono, in assenza di una verifica fisica della «prova» (sempre molto labile,
come vedremo, nel campo dei rapimenti), il solo mezzo attraverso cui
possiamo acquisire delle nozioni sui rapimenti.
Dopo la prima seduta prego i soggetti di chiamare me o la mia assistente,

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Pam Kasey, che è presente durante quasi tutti gli incontri, per una successiva
discussione. Generalmente mi chiamano ma se non lo fanno sono io a
occuparmene. Siamo interessati a comprendere come il soggetto ha reagito
alle forti emozioni suscitate durante la seduta, a conoscere successivi ricordi
emersi, e come reagisce a quello che noi chiamiamo lo «shock ontologico»
del rapimento perché, a dispetto del forte senso di ricordo sperimentato
durante la seduta di ipnosi, i soggetti possono essere ancora convinti della
possibilità che queste esperienze siano dei sogni o qualche altro genere di
disordine mentale curabile. Lo scetticismo non scompare mai completamente
e può verificarsi uno shock, persino dopo numerose sedute di ipnosi,
specialmente se un secondo rapito racconta di essere stato testimone o di aver
condiviso l’esperienza confermando precisamente ciò che il primo ha narrato.
Incontri regolari con il gruppo di sostegno, svolti in un’atmosfera privata e
amichevole dove è possibile socializzare, sono un aspetto importante del mio
lavoro con i rapiti, perché i membri di questo gruppo si sentono estremamente
isolati e incapaci di comunicare, salvo che con altri soggetti, un aspetto
fondamentale della loro esistenza senza paura di essere rifiutati o essere
considerati ridicoli. Nel gruppo di sostegno trovano una comunità di individui
con esperienze simili, nell’ambito dei quali i rapiti possono condividere ciò
che hanno vissuto o che stanno ancora vivendo, possono rimanere aggiornati
su ciò che sta succedendo nel campo dei rapimenti in generale e possono
esplorare i vari possibili significati e le implicazioni delle esperienze nelle
loro esistenze individuali e collettive.
Sebbene uno o più ricercatori professionali siano presenti durante gli
incontri del gruppo di sostegno, è importante che i rapiti sviluppino un
sistema di sostegno autonomo tra loro al di fuori del momento degli incontri.
A volte ciò implica incontri di piccoli gruppi di persone, altre volte sono
sufficienti dei contatti telefonici. Come ho ripetuto, i rapiti non sono,
generalmente, persone mentalmente disturbate. Ma devono superare
esperienze fortemente traumatiche e shockanti, si sentono isolati dalle
strutture comuni di pensiero della società e spesso necessitano di un grande
sostegno da parte di persone a conoscenza dei loro problemi o che sono al
corrente del fenomeno dei rapimenti.
Spesso è utile per un rapito avere una regolare relazione con uno
psicoterapeuta che sia a conoscenza del fenomeno.
Quando ho cominciato il mio lavoro c’erano assai pochi psichiatri che si
occupavano di questo campo, e alcuni producevano considerevoli danni
cercando di adattare queste esperienze in categorie diagnostiche a loro
familiari, molto spesso riguardanti altre forme di abuso traumatico. Ma tutto
questo sta cambiando e nell’area di Boston e in altri centri metropolitani c’è

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un crescente numero di medici che sono disposti a credere alla realtà del
fenomeno dei rapimenti e sono in grado di lavorare con questi soggetti,
sebbene pochi siano preparati ad affrontare le forti emozioni suscitate dai
ricordi che i rapiti rivivono sotto ipnosi. Programmi di istruzione, cominciati
nel 1992 sotto la guida e l’appoggio di Robert Bigelow, influente uomo
d’affari di Las Vegas, e organizzati in varie città americane da ricercatori del
campo, quali John Carpenter, Budd Hopkins e David Jacobs, stanno
svolgendo un’opera di informazione riguardo al fenomeno dei rapimenti
alieni presso molti medici specializzati nella cura dei disturbi mentali.

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II
Rapimenti UFO:
una panoramica

Indizi di rapimenti

Sebbene alcuni rapiti possano ricordare solo un’unica esperienza drammatica,


quando si indaga accuratamente su un caso del genere di solito emerge che gli
incontri hanno avuto luogo sin dalla fanciullezza e, a volte, anche
dall’infanzia. Gli indizi rivelatori di rapimenti avvenuti in età giovanile
comprendono il ricordo di una «presenza» di «piccoli uomini» o di altri
piccoli esseri in camera da letto, di luci intense inesplicabili sempre in
camera, ronzii o sensazioni vibratorie, esseri fluttuanti nell’ingresso o
all’esterno della casa, visioni ravvicinate di UFO, sogni particolarmente vividi
di essere rapiti e trascinati in strane stanze o luoghi chiusi dove si viene
sottoposti a procedimenti di analisi, e amnesie temporali di una o più ore
(Hopkins, 1981) durante le quali i genitori non sono stati in grado di trovare i
figli. Risvegliarsi come paralizzati, con un senso di terrore e avvertire
presenze o strani esseri nella stanza sono indizi comuni sia nei bambini che
negli adulti.
A volte le creature aliene vengono ricordate come amichevoli compagni di
gioco, o persino come guaritori (nel caso di Carlos, ad esempio, il rapito sentì
di essere stato letteralmente guarito dagli alieni da una forma di polmonite
così grave da mettere in pericolo la sua vita). Spesso, durante la prima
infanzia, gli alieni si presentano come protettori, ma gli incontri diventano più
seri e traumatizzanti a mano a mano che i soggetti si avvicinano alla pubertà.
Tuttavia i bambini in tenera età (ad esempio Colin, il figlio di Jerry, il cui
caso è riportato nel capitolo VI) possono rimanere terrorizzati dall’esperienza
di essere sottratti alla propria famiglia e trascinati in cielo contro la propria

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volontà, per essere sottoposti a procedimenti dolorosi. Frequentemente accade
che il bambino racconti ai genitori esperienze, che considera reali, ma che
riceva la risposta che si tratta solo di sogni. Alla fine i soggetti imparano a
«nascondere nel subconscio» la loro esperienza e spesso decidono di non
parlarne con nessuno sinché, da adulti, non decidono di indagare su di essa.
I rapimenti si ripetono nelle famiglie, a volte per tre o più generazioni
(Howe, 1989). Anche in questo caso la vaghezza dei ricordi – la peculiare
mescolanza tra le difese psicologiche e l’apparente controllo esercitato sul
ricordo imposto dagli alieni – rendono difficile stilare delle statistiche utili
riguardo al numero o alla percentuale dei parenti coinvolti. Nei casi di Jerry e
di Arthur, ad esempio, i soggetti mi contattarono dopo una conversazione
avuta con un parente, anch’esso coinvolto in fenomeni simili, che aveva
catalizzato la loro memoria. I genitori che, alla fine, confermano avvistamenti
UFO, o persino esperienze di rapimenti, spesso sulle prime negano sia le loro
esperienze che quelle dei figli, per il desiderio di evitare il trauma del ricordo
del rapimento. A volte i bambini vedono un genitore sulla nave spaziale ma,
quando si confrontano le dichiarazioni del figlio e quelle del genitore, questi
può non ricordare di essere stato a sua volta rapito. A volte può accadere il
contrario – un genitore, nel caso di Joe e di Jerry, o un parente più vecchio,
magari ricorda di essere stato rapito con il figlio o un parente più giovane e si
sente profondamente turbato per il fatto di non essere riuscito a proteggere il
bambino. O, di converso, un bambino può provare del risentimento verso un
parente o un genitore, che può darsi non ricordi l’esperienza, per non essere
stato protetto.
Sebbene i rapimenti o le esperienze ad essi correlate possano ripresentarsi
per tutta la durata di un’esistenza, lo schema e la sequenza temporale di questi
fenomeni non sembra chiaro. Alcuni soggetti sono convinti che i rapimenti
abbiano luogo in momenti di particolare stress, di predisposizione mentale o
di vulnerabilità. Ma questo non è un fatto assodato con sicurezza. Uno degli
aspetti più sconvolgenti del fenomeno, sia per i ricercatori che per le vittime,
sebbene per ragioni differenti, è l’imprevedibilità del suo ripetersi.
Ci sono altri sintomi legati all’inconscia associazione con particolari
elementi delle esperienze di rapimento. Possono rivelare una probabile storia
di rapimenti, ma non hanno un significato definitivo di per se stessi. Tra di
essi ricordiamo una sensazione generalizzata di vulnerabilità, specialmente di
notte, la paura degli ospedali (derivata dalle analisi cui il soggetto viene
sottoposto sulle navi spaziali), la paura di volare, degli ascensori, degli
animali, degli insetti e del contatto sessuale. Particolari suoni, odori,
immagini e attività che provocano sensazioni fastidiose senza una specifica
ragione in seguito risultano magari legate ai rapimenti. Insonnia, paura del

42
buio e di rimanere soli durante la notte, l’ossessione di dover chiudere le
finestre per proteggersi dagli intrusi, dormire con la luce accesa (da adulti),
sogni traumatizzanti e l’incubo di trovarsi in luoghi chiusi o in una strana
nave spaziale, sono comuni tra i rapiti.
Strane abrasioni, tagli o altri segni sul corpo apparsi durante la notte,
inspiegabili perdite di sangue dal naso, dalle orecchie, dal retto, sono
fenomeni che di per sé possono anche passare inosservati ma che acquistano
significato in associazione al fenomeno dei rapimenti alieni. Altri sintomi, che
in seguito si rivelano specificatamente legati ad alcuni aspetti dell’esperienza
di rapimento, comprendono dolori al seno, fastidi di carattere urologico o
ginecologico, tra i quali inspiegabili difficoltà nel corso della gravidanza e
persistenti sintomi gastrointestinali.
Per un medico come me, istruito secondo i principi della tradizione
occidentale, la ricerca nei casi di rapimento presenta particolari stimoli,
giacché molte delle informazioni non si adattano ai parametri accettati della
realtà. La tentazione è di ammettere la veridicità di alcune esperienze,
specialmente quelle che sembrano avere senso rispetto ai nostri paradigmi
spazio-temporali, e rifiutarne altre che sono troppo «lontane» da essi, cioè
troppo lontane da ciò che ci sembra possibile da un punto di vista fisico.
Sospetto che una tale discriminazione non sia né saggia né utile. Perché
l’intero fenomeno è così bizzarro, considerato dal punto di vista ontologico
occidentale, che dar credito a certe esperienze perché, almeno
apparentemente, si adattano alla nostra visione e rifiutarne altre a causa della
loro singolarità, sembra piuttosto illogico. Il criterio che uso per stabilire se
credere o meno al racconto di un rapito è semplicemente quello di stabilire se
il fatto viene sentito come reale dal soggetto e trasmesso sinceramente e
genuinamente a me.

Tre classi di informazioni

Applicando lo schema di lavoro sopraccitato ho scoperto che è utile


distinguere tre classi o livelli di informazioni. Per primo viene ciò che può
essere definito il livello elementare dell’A-b-c. Riguarda fenomeni come
l’avvistamento visuale o via radar di UFO, fenomeni luminosi e sonar
derivati, tracce di bruciato rimaste sul terreno, gravidanze interrotte, lesioni
superficiali o impianti lasciati sui corpi dei rapiti in seguito alle esperienze.
Questi sono fenomeni che sembrano verificarsi in un universo fisico familiare
per la scienza occidentale e possono essere studiati con metodi empirici. Gli
ufologi – gli avvistatori di UFO – si preoccupavano principalmente di studiare
i fenomeni direttamente riscontrabili prima della scoperta della sindrome dei

43
rapimenti.
In secondo luogo ci sono fenomeni che potrebbero far parte del nostro
universo spazio-temporale se solo avessimo la conoscenza tecnologica e
scientifica per analizzarli. Tali potrebbero essere i fenomeni «extraterrestri»
che suggeriscono l’esistenza di tecnologie progredite di migliaia di anni
rispetto a noi. Questi fenomeni non sono, almeno in linea teorica, in
contraddizione con le leggi fisiche stabilite dalla scienza occidentale. Tale
categoria potrebbe comprendere il modo in cui le navi spaziali sono in grado
di arrivare sino a noi (i «sistemi di propulsione»), come questi veicoli possano
accelerare sino a raggiungere incredibili velocità, il modo in cui gli alieni
fanno «fluttuare» le persone attraverso porte, finestre e muri, l’ottundimento
della memoria dei soggetti rapiti, dei potenziali testimoni e altre forme di
controllo mentale, la creazione di feti ibridi umani e alieni, visti o portati in
presenza dei rapiti sulle navi, la creazione o l’apparizione di immagini
potentemente vivide di panorami che i rapiti recepiscono come reali (ad
esempio nel caso di Catherine nel capitolo VII). Sebbene non ne
comprendiamo il meccanismo, questi effetti non richiedono, di per sé, un
radicale cambiamento dei nostri parametri di giudizio. Progressi spettacolari
nel campo della fisica, della biologia, della neuroscienza e della psicologia
potrebbero, in via ipotetica, far luce su di essi. Infine ci sono quei fenomeni
ed esperienze riferite dai rapiti per i quali non possiamo concepire nessuna
spiegazione secondo l’ontologia newtoniana-cartesiana o persino secondo
quella einsteiniana spazio-temporale. Questi fenomeni comprendono
l’apparente capacità di viaggiare con il pensiero che possiedono gli alieni e, in
alcune occasioni, anche i rapiti stessi (come descrive Paul nel capitolo X), il
convincimento dei rapiti che le loro esperienze non avvengano nel nostro
universo spazio-temporale, o che spazio e tempo siano «crollati», la
consapevolezza dell’esistenza di altre forme di realtà oltre la nostra, oltre il
«velo» (un’espressione frequentemente usata), la profonda sensazione di una
apertura o di un ritorno alla sorgente dell’essere e della creazione, o
Coscienza cosmica, che i rapiti immaginano come un’indescrivibile luce
divina o «Casa» (un’altra parola usata comunemente), il fatto che molti
soggetti sentano di possedere una doppia personalità umana-aliena, cioè che
essi stessi abbiano origini aliene (ad esempio Peter, Joe e Paul nei capitoli
XIII, VIII, X) e la sensazione di rivivere in maniera coinvolgente avvenimenti
del passato, compresi il grande cerchio della vita e della morte. In più, gli
alieni sembrano capaci di cambiare forma; spesso inizialmente appaiono ai
rapiti in veste di animali – gufi, aquile, procioni e cervi sono tra le creature
che i rapiti hanno visti in una prima fase – mentre le navi spaziali stesse
possono essere mascherate da elicotteri, o come nel caso di uno dei miei

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clienti, come un enorme canguro apparso nel parco quando il paziente aveva
sette anni. Il legame con gli spiriti animali è molto coinvolgente per diversi
rapiti (per esempio in Carlos e Dave). Questa dimensione sciamanica
necessita di un ulteriore studio. Tali fenomeni non possono venir compresi
secondo gli schemi delle leggi della scienza occidentale sebbene, come ho
sottolineato, trovino numerose conferme nelle credenze sviluppatesi migliaia
di anni orsono in altre culture non occidentali.

Fenomenologia. I racconti dei rapiti

La fenomenologia dei rapimenti riassunta nei successivi paragrafi verrà


sviluppata in seguito con maggiori dettagli nel corso della trattazione dei
singoli casi.

Quando comincia un rapimento?

La maggior parte degli incontri che poi si risolvono in rapimenti alieni inizia
tra le mura di casa o quando la vittima sta guidando l’automobile. In alcuni
casi il soggetto si trova a passeggiare nel bosco. Una donna fu rapita da un
gatto delle nevi durante un giorno d’inverno. Alcuni bambini sono stati rapiti
nel cortile della scuola. Il primo indizio del verificarsi di un rapimento a opera
di alieni può essere una intensa e inspiegabile luce azzurra che fluttua nella
camera da letto, uno strano rumore o un ronzio, un inspiegabile senso di
apprensione, la sensazione di una presenza inusuale o perfino la visione
diretta di uno o più esseri umanoidi nella stanza e, naturalmente, la visione
ravvicinata di un veicolo dall’aspetto bizzarro.
Quando un rapimento ha inizio nel corso della notte o, come capita
frequentemente, durante le prime ore del giorno, il soggetto può, sulle prime,
ritenere di sognare. Ma un’indagine più accurata rivelerà che il soggetto non
era affatto addormentato o che l’esperienza è iniziata durante uno stato di
veglia. Sulle prime, il soggetto può provare un leggero cambiamento di
coscienza ma questo stato dell’essere è reale, o anche più potente, quanto
quello «normale». A volte si verifica un momento di shock e di tristezza
quando il rapito scopre, nel primo colloquio o durante la seduta di ipnosi, che
ciò che sino a quel momento ha considerato un sogno rassicurante, si rivela
una sorta di bizzarra, minacciosa e vivida esperienza che può essere accaduta
diverse volte e per la quale non ha spiegazione.
Dopo il primo contatto, il rapito viene di solito fatto «fluttuare» (questa è
la parola più comunemente utilizzata) attraverso il muro, la finestra o

45
attraverso il tetto dell’automobile. I soggetti rimangono particolarmente
colpiti di scoprire che sono passati attraverso delle superfici solide, provando
solo una leggera vibrazione. In molti casi un raggio di luce sembra servire
come fonte di energia o addirittura da «rampa di lancio» per trasportare il
rapito dal punto dove inizia il rapimento sino al veicolo in attesa. Di solito il
soggetto è accompagnato da uno, due o più esseri dall’aspetto umanoide che
lo guidano all’interno della nave. A un certo punto, all’inizio di questo
processo, il soggetto scopre anche di essere stato intorpidito o completamente
paralizzato dal tocco di una mano o di uno strumento manovrato da uno degli
esseri. I rapiti possono essere ancora capaci di muovere il capo e abitualmente
riescono a vedere cosa succede, sebbene di frequente chiudano gli occhi in
modo da poter negare o evitare la realtà di quanto sta accadendo. Il terrore
associato con la sensazione di impotenza si mescola con la natura spaventosa
dell’intera esperienza.
Quando i rapimenti cominciano in una stanza, il soggetto inizialmente può
darsi non veda l’astronave che è la fonte della luce e si trova fuori della casa.
Gli UFO variano di dimensione da pochi a centinaia di metri. Vengono
descritti a forma di sigari metallici e argentei, di dischi o di veicoli a forma di
cupola. Dal fondo dell’astronave provengono forti luci azzurre, bianche,
arancione o rosse che apparentemente sono collegate al sistema di
propulsione; spesso queste luci provengono anche dagli oblò che circondano
la parte superiore. Dopo essere stati trascinati fuori dalla propria casa, i rapiti
di solito vedono una piccola nave spaziale che può stare in equilibrio su
lunghe gambe. In un primo momento i soggetti vengono portati all’interno di
questa nave che poi sale verso un’astronave «madre» di dimensioni molto più
ampie. Altre volte l’esperienza comincia quando il soggetto viene
direttamente trascinato in cielo fino a una grande nave e vede la Terra e la
propria abitazione diventare drammaticamente sempre più piccole. Spesso il
rapito lotta in questo e in successivi momenti per por fine all’esperienza ma i
suoi sforzi raggiungono pochi risultati, se non quello di dargli la sensazione di
non essere semplicemente una vittima passiva. Bisogna scoprire se i rapimenti
possano essere interrotti e se cercare di farlo sia o meno una buona idea
(Druffel, in corso di stampa). Ci sono piccole variazioni riguardo a ciò che i
soggetti provano durante questa fase del rapimento. Arthur (capitolo XV) per
esempio, racconta di essere salito sull’UFO su una specie di passerella che si
estendeva dal velivolo sino all’auto che sua madre stava guidando quando
iniziò il rapimento.

Testimonianze autonome

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L’osservazione di un rapimento da parte di un testimone può sempre
verificarsi, ma queste testimonianze sono, a mio avviso, relativamente rare e
limitate dalla loro stessa natura. Come in molti aspetti del fenomeno, la prova
può essere coinvolgente ma allo stesso tempo sottilmente ingannevole e
difficile da sostenere come richiederebbe una prova certa. Mariti e mogli, per
esempio, sono abitualmente «addormentati» mentre il coniuge viene rapito e
rimangono «dormienti» per tutta la durata del fatto. Il rapito si sente, a volte,
molto frustrato perché le sue urla non riescono a svegliare il coniuge
addormentato che può sembrare in preda a uno stato di incoscienza molto più
profondo del sonno, quasi fosse morto.
Hopkins documentò un caso, oggi molto controverso – come sembrano
essere tutte le scoperte nel campo dei rapimenti UFO – in cui una donna gli
narrò senza essere stata sollecitata di aver visto dal ponte di Brooklyn la sua
cliente, Linda Cortile, che veniva rapita dal suo appartamento al ventesimo
piano di un edificio sull’East River, da piccoli esseri che la trasportarono in
un veicolo spaziale che poi si tuffò nel fiume sottostante (Hopkins, in corso di
stampa). Queste osservazioni corrispondevano esattamente a quanto aveva
detto Miss Cortile a Hopkins quando questi l’aiutò a ricordare il rapimento
avvenuto nel novembre del 1989. Questo è, a mia conoscenza, l’unico caso
documentato dove un individuo che non fosse il soggetto abbia raccontato di
aver assistito allo svolgersi di un rapimento. C’erano stati altri testimoni ma
apparentemente erano stati rapiti con Linda. I testimoni di un rapimento sono
di solito essi stessi dei rapiti coinvolti nello stesso avvenimento, e suscitano
dei dubbi sull’obiettività delle loro dichiarazioni. A volte il rapito può essere
dato per scomparso per mezz’ora o più o, in casi rari, per giorni, come
avvenne nel famoso caso di Travis Walton (Walton, 1975; Tormé, 1993), da
membri della sua famiglia o da altri. Ma in queste circostanze nessuno ha
visto il rapito che veniva trasportato su una nave spaziale e non ci sono prove
certe che il rapimento sia la causa dell’assenza.
Uno dei miei primi casi, una giovane donna di ventiquattro anni, fu rapita
con una amica adolescente dopo mezzanotte nella cantina della casa della sua
amica. I genitori delle ragazze si disperarono perché non riuscirono a trovare
tracce delle due amiche durante la notte. Secondo entrambe le ragazze i
genitori avevano cercato nelle cantine durante le prime ore della mattina e
avevano verificato che le ragazze non erano là. Alle sei del mattino entrambe
erano tornate nelle cantine.
Un’altra delle mie clienti fu rapita assieme a una compagna di collegio dal
dormitorio. Vide realmente la sua compagna di stanza essere trascinata verso
la porta attraverso la quale fu rapita. Quando gli esseri riportarono indietro la
compagna, la mia cliente osservò «che aveva la testa a penzoloni e i capelli

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erano scarmigliati; pensai che fosse morta». Poi anche lei fu rapita e perciò la
sua credibilità di testimone può essere messa in discussione. Gli avvistamenti
da parte di altre persone di un UFO nelle vicinanze di un luogo dove si è
verificato un rapimento costituiscono un altro genere di prova a conferma,
specialmente se il rapito stesso non ha personalmente visto la nave spaziale.
Vedremo nel caso di Catherine (capitolo VII) come la ragazza rimase
sconvolta scoprendo dai giornali, la mattina successiva al suo rapimento, che
un UFO era stato avvistato mentre viaggiava sulla stessa rotta che lei si era
sentita costretta a intraprendere in auto durante la notte. La sua corsa culminò
in un rapimento che avvenne in un sobborgo boscoso a circa quindici miglia a
sud di Boston, ma Catherine non vide mai l’UFO personalmente, salvo che
sul terreno vicino alla sua auto mentre avveniva il rapimento. Peter (capitolo
XIII) racconta di essere stato portato su un UFO dalla sua casa nel
Connecticut, mentre tre sue amiche, che stavano facendo una passeggiata,
testimoniano di aver visto un UFO vicino alla sua abitazione. Il caso manca di
prove concrete per il fatto che le tre donne non andarono a controllare in casa
se Peter era realmente sparito.

Dentro le navi spaziali. Gli alieni

Alcuni dei rapiti ricordano di essere stati portati a bordo della nave spaziale
attraverso la chiglia o attraverso portelli di forma ovale posti sul fianco,
sebbene spesso non riescano a rammentare il momento in cui hanno fatto il
loro ingresso a bordo. Una volta all’interno possono all’inizio scoprire di
trovarsi in una piccola stanza scura, una sorta di vestibolo. Presto però
vengono trascinati in una o più sale di maggiori dimensioni dove si
svolgeranno diverse operazioni. Queste stanze sono fortemente illuminate con
una luminosità indefinibile proveniente da fonti indirette poste sui muri.
L’atmosfera può essere umida, stantia, e, in alcuni casi, può avere un odore
rivoltante. I muri e il soffitto di solito sono convessi e solitamente bianchi,
sebbene il pavimento possa presentarsi di colore scuro, o perfino nero. Sui lati
delle stanze, che possono avere delle balconate, vari livelli e alcove, si
allineano console simili a quelle usate per i computer e altri strumenti.
Nessuno degli strumenti o degli equipaggiamenti hanno un aspetto simile a
quello cui siamo abituati (Miller, in corso di stampa). L’arredamento è ridotto
al minimo, limitato generalmente a sedie la cui forma si modella sui corpi e
tavoli con una sola gamba a supporto che, durante le operazioni, può
inclinarsi. L’ambiente è generalmente sterile, freddo, tecnologico, simile a
quello di un ospedale, eccezion fatta quando si presenta qualche tipo di
allestimento più complesso. Maggiori dettagli riguardanti l’interno delle

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astronavi e, naturalmente, delle procedure del rapimento saranno fornite nella
trattazione dei singoli casi.
All’interno delle astronavi i rapiti, di solito, vedono molti altri esseri alieni
occupati in varie operazioni riguardanti il controllo degli strumenti di bordo o
le procedure del rapimento. Gli esseri descritti nei casi da me raccolti sono di
varia natura. Hanno l’aspetto di entità luminose piccole o grandi che possono
anche essere trasparenti o almeno non completamente solide. Sono state viste
anche delle creature simili a rettili (Carlos, capitolo XIV) che sembrano
possedere delle parti meccaniche. A volte si sono visti degli aiutanti umani
che lavorano assieme a esseri alieni dall’aspetto umanoide. Per la maggior
parte comunque l’entità più frequentemente vista dai rapiti si presenta con le
sembianze di una piccola creatura umanoide «grigia» alta circa un metro e
mezzo. Gli esseri di colore grigio sono di due tipi: «droni» più piccoli od
operai simili a insetti che si muovono o scivolano come robot dentro e fuori
dalle navi e compiono vari compiti specifici, e un capo, leggermente più alto,
un «dottore», come spesso viene chiamato dai rapiti. Sono state viste anche
«ausiliarie» di sesso femminile o altri esseri adibiti a specifiche funzioni. Il
genere degli esseri non viene determinato tanto da differenze anatomiche
quanto da una sensazione intuitiva che i rapiti hanno difficoltà a spiegare a
parole.
I piccoli esseri grigi posseggono teste grandi a pera, allungate sulla nuca,
lunghe braccia con due o tre dita, torso sottile e gambe affusolate. Raramente
sono stati visti i piedi nudi che generalmente sono coperti con stivali formati
da un pezzo unico. Con rare eccezioni (Joe, capitolo VIII) non si notano
genitali esterni. Gli esseri sono calvi, senza orecchie, possiedono rudimentali
narici e una sottile fessura al posto della bocca che raramente si apre o
esprime emozioni. I tratti più evidenti nei lineamenti sono grandi occhi neri
che si allungano alle estremità assumendo un aspetto più tondo verso il centro
del volto e appuntiti verso l’esterno. Non sembrano avere pupille o iridi
sebbene in rari casi il rapito abbia avuto la possibilità di notare una sorta di
secondo occhio all’interno di quello principale con una sezione più scura che
funge da lente.
Il capo o il «dottore» è leggermente più alto e ha lineamenti simili a quelli
degli esseri grigi più piccoli, salvo il fatto che può apparire più anziano o
rugoso. Ha chiaramente il comando di tutte le operazioni che si svolgono a
bordo della nave spaziale. L’atteggiamento dei rapiti verso il capo è
ambivalente. Di solito scoprono di aver conosciuto un essere-capo nelle loro
vite e che hanno un forte legame con esso, un legame che implica un potente,
e spesso reciproco, rapporto affettivo con l’essere. Allo stesso tempo gli
rimproverano il controllo che ha esercitato sulle loro esistenze. La

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comunicazione tra alieni e umani avviene per via telepatica, da mente a
mente, da pensiero a pensiero e non è necessaria la conoscenza di nessun
linguaggio noto.

Operazioni

Le operazioni che avvengono a bordo delle astronavi sono state descritte


dettagliatamente nella letteratura riguardante i rapimenti (Bullard, 1987;
Hopkins 1981, 1987; Jacobs, 1982) e verranno riepilogate solo
sommariamente in questa sede, ma alcune di esse verranno descritte nel
dettaglio nei vari casi. Possono essere classificate in due tipi: fisiche e
informative.
Il rapito di solito viene spogliato e trascinato a forza nudo, o vestito di un
solo indumento che può essere una maglietta, su un tavolo della misura di un
corpo umano, dove avvengono le varie operazioni. Gli esseri alieni sembrano
studiare all’infinito i loro prigionieri, osservandoli dettagliatamente spesso
con i grandi occhi che tengono vicinissimi alle teste degli umani.
Vari strumenti vengono adoperati per penetrare virtualmente in ogni parte
del corpo dei rapiti, inclusi naso, narici, occhi, orecchie e altre parti del capo,
braccia, gambe, piedi, addome, genitali e, più raramente, il petto.
L’operazione più comune, ed evidentemente più importante, riguarda il
sistema riproduttivo.
Alcuni dei soggetti che hanno sperimentato un rapimento possono anche
aver visto bambini dall’aspetto ibrido, adolescenti e adulti che riconoscono
come della loro stessa razza per intuizione o perché gli alieni stessi glielo
rivelano. A volte gli alieni magari tentano di far accudire e crescere da madri
umane queste creature che sembrano essere quasi filiformi, o incoraggiano i
bambini umani a giocare con gli ibridi.
Inutile dire che tutto ciò è profondamente sconvolgente per i rapiti, almeno
all’inizio, e la prima volta che ricordano l’esperienza. Il loro terrore può
essere attenuato in qualche modo dalle rassicurazioni fornite dagli alieni che
non accadrà loro nulla di male e da varie procedure simili all’anestesia o
comunque in grado di ridurre l’ansia messe in atto dagli alieni stessi. Queste
operazioni utilizzano strumenti che operano sull’«energia» o le «vibrazioni»
(parole spesso usate dai rapiti) del corpo. Tali procedure sono in grado di
attenuare grandemente il dolore o la paura dei rapiti, e perfino indurre stati di
profondo rilassamento. Ma in altri casi sono completamente inutili e il terrore,
il dolore e la rabbia fanno breccia nonostante le attrezzature usate per ridurre
le emozioni. Come riporterò dettagliatamente in diversi dei casi trattati, la
natura traumatica, simile a quella dello stupro, dei ricordi dei rapimenti, o

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persino il processo stesso, possono venire alterati quando il rapito raggiunge
nuovi livelli di comprensione di ciò che sta accadendo e mentre le relazioni
con gli esseri alieni stessi cambiano nel corso del nostro lavoro.
In definitiva l’aspetto puramente fisico e biologico del rapimento sembra
avere a che fare con una sorta di meccanica genetica o quasi genetica con il
proposito di creare una razza ibrida tra alieni e umani. Non abbiamo prove di
alterazioni genetiche provocate dagli alieni in senso biologico strettamente
inteso, sebbene sia possibile che ciò sia avvenuto.

Informazioni e alterazione della coscienza

L’altro aspetto importante, collegato con il fenomeno dei rapimenti, riguarda


la raccolta di informazioni e l’alterazione della coscienza dei rapiti. Non si
tratta di un processo puramente conoscitivo ma di un fenomeno che tocca
profondamente la vita spirituale ed emozionale dei soggetti, e cambia
radicalmente la percezione di se stessi, del mondo e del proprio posto
all’interno di esso. Le informazioni concernono il destino della Terra e la
responsabilità umana per le attività distruttive che hanno luogo sul nostro
pianeta. Vengono indotte attraverso la comunicazione telepatica direttamente
da mente a mente, tramite potenti immagini mostrate su schermi simili a
quelli televisivi, a bordo delle astronavi stesse. Può darsi che le informazioni
siano indotte quando i rapiti sono bambini o adolescenti (Arthur nel capitolo
XV e Ed nel capitolo III) ma le loro implicazioni non vengono
completamente comprese sino a un momento successivo. L’investigatore
sembra giocare un ruolo importante nello stimolare i rapiti a procedere e a
rendersi conto del significato dell’informazione che hanno acquisito durante
rapimenti che magari hanno avuto luogo nel corso di numerosi anni.
Scene della Terra devastata da un olocausto nucleare, vasti paesaggi
rappresentanti territori e mari contaminati privi di vita, immagini apocalittiche
di giganteschi terremoti, tempeste di fuoco, inondazioni e persino spaccature
nel pianeta stesso vengono spesso mostrate dagli alieni. Queste scene sono
particolarmente sconvolgenti per i rapiti che tendono a viverle come
esperienze in grado di predire letteralmente il futuro del pianeta. Alcuni rapiti,
mentre vengono mostrate le immagini, ricevono degli incarichi da svolgere
durante questi futuri olocausti, ad esempio nutrire i sopravvissuti, oppure
viene detto loro, come accade in certi passi profetici della Bibbia, che alcuni
moriranno mentre altri sopravviveranno e saranno trasportati in un altro luogo
per partecipare all’evoluzione della vita nell’universo.
Alcuni ricercatori nel campo dei rapimenti credono che queste immagini
non siano mostrate con il proposito di alterare il corso della storia di un

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pianeta in maniera positiva. Piuttosto, affermano, gli esseri alieni stanno
studiando le reazioni dei soggetti e li ingannano facendo credere loro di essere
preoccupati del nostro destino mentre stanno prendendo possesso del nostro
pianeta dal momento che il loro è stato probabilmente distrutto da una
catastrofe scientifica o tecnologica molto simile a quella che dovrebbe
abbattersi su di noi (Hopkins e altri secondo comunicazioni rese
personalmente all’autore tra il 1990 e il 1993 e il caso di Scott nel capitolo
V). Gli esperti argomentano inoltre che se gli alieni fossero realmente
preoccupati del nostro benessere si manifesterebbero più apertamente e
interverrebbero in modo diretto nei nostri affari per migliorare la situazione.
Gli alieni stessi, quando vengono messi di fronte a questo genere di
obiezioni, dicono che non siamo pronti per accettare la loro esistenza e che
reagiremmo con aggressività nello stesso modo con cui reagiamo a tutto ciò
che è diverso da noi e che non riusciamo a comprendere. Ma la cosa più
importante, affermano gli alieni, è che i loro metodi sono differenti dai nostri.
Non vogliono portare dei cambiamenti con la forza ma piuttosto attraverso un
mutamento della coscienza che possa condurci a scegliere un differente corso
degli eventi. Alcuni rapiti ricevono informazioni riguardanti battaglie per il
destino della Terra e il controllo della mente umana, tra due o più gruppi di
esseri, alcuni dei quali sono più evoluti o «buoni» mentre altri lo sono di
meno e quindi devono essere considerati «cattivi».
I rapiti di solito ricordano dettagli più scarsi del loro ritorno sulla Terra
rispetto a quelli che riguardano le circostanze del rapimento. Di solito
vengono riportati al loro letto o all’auto dalla quale sono stati sottratti, ma a
volte vengono commessi degli «errori». Possono essere riportati a una certa
distanza, persino a chilometri dalla loro casa. È una circostanza rara e io non
ho raccolto testimonianze di tali evenienze sebbene Budd Hopkins mi abbia
raccontato di casi del genere. Errori meno gravi sono più comuni, ad esempio
il rapito viene riportato a letto con la testa rivolta nella direzione sbagliata,
con il pigiama a rovescio o rivoltato oppure vanno persi alcuni abiti o gioielli.
In seguito al rapimento la capacità di ricordare ciò che è avvenuto varia
naturalmente da soggetto a soggetto. A volte l’accaduto viene rammentato
come un sogno. Il rapito può svegliarsi con inspiegabili tagli o altre lesioni,
piccoli gonfiori sottopelle, mal di capo o perdita di sangue dal naso. Di solito
i soggetti sono piuttosto stanchi e si sentono come se fossero passati
attraverso qualche esperienza stressante.

Aspetti fisici

I fenomeni fisici che accompagnano i rapimenti sono importanti, ma

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acquistano significato principalmente per il fatto che corroborano le
esperienze stesse; giacché gli effetti tendono a essere lievi e non potrebbero
convincere di per se stessi un analista educato secondo la logica scientifica
occidentale del loro significato. Per esempio, sebbene i rapiti siano certi che
tagli, cicatrici, abrasioni e piccole ulcerazioni recenti, che appaiono sui loro
corpi dopo le esperienze, siano collegate con le operazioni fisiche avvenute
sulla nave, queste lesioni sono troppo banali di per se stesse per avere un
significato in senso medico.
Di frequente i rapiti vivono l’esperienza che qualche genere di oggetto sia
stato inserito nei loro corpi, specialmente nella testa, ma anche in altre parti
così che gli alieni possano controllarli o raggiungerli, nello stesso modo con
cui localizziamo gli animali. Questi cosiddetti impianti possono essere
individuati come piccoli noduli sotto la pelle e, in diversi casi, alcuni piccoli
oggetti sono stati recuperati e analizzati biochimicamente, con il microscopio
elettronico.
Non ci sono prove che qualcuno degli impianti recuperati sia formato con
materiale raro o da sostanze comuni ma mescolate in maniera inusuale.
Discutendo con un ingegnere chimico e con altri esperti in materiali
tecnologici mi è stato detto che sarebbe estremamente difficile operare una
diagnosi certa della natura di ogni sostanza sconosciuta, senza avere maggiori
informazioni sulla sua origine. Nella migliore delle ipotesi sarebbe difficile
provare, ad esempio, che una sostanza non sia di origine terrestre o perfino di
origini biologiche umane.
Ammettendo che, in realtà, questi oggetti siano stati lasciati nel corpo
umano da esseri alieni, cosa virtualmente impossibile da provare, non sarebbe
stato difficile per gli alieni, alla luce di altre cose miracolose che sembrano
essere capaci di fare, adattare un piccolo oggetto al corpo umano creandolo
secondo le componenti chimiche del corpo stesso. Se così fosse un’analisi
non registrerebbe nulla di inusuale. Questa realmente è la mia esperienza nel
caso di Jerry (capitolo VI) che era fortemente convinto che i due piccoli
noduli apparsi sul suo polso dopo un’esperienza di rapimento non erano mai
stati là precedentemente. Accettò di farli rimuovere da un mio collega
chirurgo ma il laboratorio di patologia non trovò nulla di rimarchevole nel
tessuto.
Ci fu una considerevole agitazione tra i ricercatori che si occupano di
rapimenti quando fu «scoperto» il primo impianto. Alla fine, ci sarebbe stata
una prova concreta della realtà dei rapimenti, un vero oggetto recuperato dal
mondo alieno, la pistola fumante che avrebbe chiuso la bocca agli scettici. Io
ora non sono così convinto che il fenomeno si rivelerà un prova certa in
questo senso. Sperare ciò può rappresentare una sorta di errore «logico». In

53
altre parole potrebbe essere sbagliato aspettarsi che un fenomeno la cui vera
natura è difficile da definire, e del quale uno dei propositi può essere allargare
ed espandere i nostri mezzi di conoscenza oltre gli approcci puramente
materiali della scienza occidentale, rivelerà i suoi segreti a una epistemologia
e a una metodologia che opera a un livello più basso della coscienza. Una
teoria che volesse cominciare ad analizzare il fenomeno di rapimento
dovrebbe tener conto di cinque dimensioni fondamentali. Queste sono:
1. L’alto grado di attendibilità dei racconti dettagliati di rapimenti, narrati
con emozioni adeguate alla reale esperienza da testimoni apparentemente
degni di fede.
2. L’assenza di patologie psichiatriche e di altri fattori psicologici o
emotivi che possano avere rilevanza su quanto raccontato.
3. I cambiamenti fisici e le lesioni riscontrati sui corpi dei soggetti non
seguono nessuno schema psicodinamico chiaro.
4. La correlazione con fenomeni riguardanti UFO visti indipendentemente
da altri mentre avvenivano i rapimenti (fatti ai quali i rapiti possono non aver
assistito).
5. I racconti di rapimenti avvenuti a due o tre anni di età (Colin nel
capitolo VI).

Riflessi e postumi dei rapimenti

È superfluo dirlo, i rapimenti incidono profondamente sulle vite dei soggetti


che ne sono protagonisti. Sono traumatici e sconvolgenti, ma possono avere
anche l’effetto di mutare le loro vite, inducendo a significativi cambiamenti
della personalità e a una crescita sul piano spirituale. Se questo elemento di
trasformazione, dipendente in parte dal lavoro terapeutico intregrativo con il
ricercatore, sia intrinseco al fenomeno del rapimento stesso, o sia determinato
dalla natura traumatica dell’esperienza, è una delle domande alle quali questo
libro cercherà di trovare una risposta.

Traumi

L’aspetto traumatico ha quattro dimensioni. In primo luogo ci sono le


esperienze stesse. Essere paralizzati e trascinati contro la propria volontà da
esseri alieni in un ambiente estraneo ed essere sottoposti a operazioni che si
presentano coi caratteri di uno stupro, alcune delle quali particolarmente
umilianti per la dignità umana, è ovviamente molto sconvolgente. In questa
luce è sorprendente che i rapiti non siano più disturbati dal punto di vista

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emozionale di quello che sono.
In secondo luogo, i rapiti sperimentano per tutta la vita un senso di
isolamento e di distacco da tutti coloro che li circondano. Che ricordino o
meno consciamente molti elementi delle loro esperienze, i rapiti sentono di
essere in qualche modo «differenti» dagli altri, di non appartenere a questa
società anche se, almeno superficialmente, sembrano integrarvisi. Da bambini
viene detto loro che i loro racconti sono sogni, o persino bugie, in questo
modo i soggetti imparano a tenere queste cose per sé e a sentirsi molto soli
con le loro esperienze. Un bambino molto arguto di otto anni mi guardò con
incredulità quando gli chiesi se aveva parlato ai suoi amici dei suoi «incontri»
che aveva acutamente saputo distinguere da semplici sogni, perfino quando
avevano a che fare con gli UFO. «Non voglio che sappiano che ho avuto degli
“incontri”. Penso che un sacco di gente che conosco inorridirebbe se sentisse
dei racconti così spaventosi… Penso che quella gente direbbe: “Ehi, ma è una
cosa pazzesca!”» Quel bambino in effetti era molto popolare tra i suoi amici e
tra gli insegnanti e nessuno aveva ravvisato nulla di insolito in lui. Anche da
adulti i rapiti imparano a non parlare delle loro esperienze, salvo che in
circostanze in cui sentono di potersi fidare, sapendo che probabilmente si
troverebbero ad avere a che fare con scetticismo e false interpretazioni, se non
con un giustificato dileggio.
Terzo, i rapiti sperimentano quello che ho denominato «shock ontologico»
quando si rendono pienamente conto della realtà dei loro incontri. Essi, come
tutti noi, sono cresciuti con la convinzione che sulla Terra siamo gli unici
abitanti dell’universo e che non sarebbe semplicemente possibile per degli
esseri intelligenti – che secondo la nostra realtà non esistono – entrare in
contatto con il nostro mondo. I rapiti tendono a persistere nella speranza che
verrà trovata una spiegazione psicologica per le loro esperienze, persino
quando mi confessano che quanto è loro accaduto è reale come la
conversazione che stiamo intrattenendo.
Infine i traumi collegati ai rapimenti sono differenti da tutti gli altri perché
possono ripetersi in ogni tempo. Molti traumi, ad esempio quelli collegati a
esperienze di guerra, agli stupri o alla violenza sui minori, sono circoscritti
nel tempo; accadono e poi hanno un termine, persino se vengono reiterati per
un certo periodo di tempo. Ma i rapimenti sono inattesi e il loro ripetersi
durante la vita di un individuo non segue uno schema prevedibile. I genitori
rapiti per prima cosa cercano di investigare sulle loro stesse esperienze
quando scoprono che uno o più dei loro figli stanno subendo esperienze
simili. La scoperta che non possono adempiere al loro compito di protezione
in qualità di genitori avrà ragione della propria riluttanza ad accettare il
fenomeno, motivandoli a confrontarsi con le loro esperienze rimosse in modo

55
da poter essere d’aiuto ai figli.
In aggiunta a questi strascichi specificatamente traumatici, i rapiti possono
anche soffrire di vari sintomi che si manifestano a lungo termine collegabili,
sebbene in maniera lieve, con l’esperienza del rapimento. Questi sintomi
comprendono paure di vario genere, come vedremo in seguito, riguardo a
ospedali e aghi, mal di testa, dolori al setto nasale, indolenzimento alle
membra, problemi di natura gastrointestinale, urologica, ginecologica e
disturbi delle funzioni dell’apparato sessuale (come accade a Jerry nel
capitolo VI). È in qualche modo ironico che, considerati questi postumi
patologici, così tanti rapiti testimonino di essere guariti da diverse malattie
che vanno da ferite superficiali alla polmonite, alla leucemia infantile e
persino, in un caso cui mi è capitato di assistere personalmente, al
superamento di un’atrofia muscolare a una gamba provocata dalla
poliomielite. È interessante notare che non tutti i rapiti subiscono le
traumatiche operazioni che caratterizzano il fenomeno (per esempio Arthur
nel capitolo XV).
Non credo si tratti di semplice resistenza o di rifiuto. Alcuni individui
sembrano venir selezionati principalmente per essere istruiti, persino
«illuminati», una sorta di «riprogrammazione» come la definì una donna, da
esseri che di solito sono di una specie più intelligente e illuminata. Forse
questi individui che sembrano avere una leadership spirituale, possiedono una
coscienza differente, hanno meno paura di altri rapiti. È un interrogativo che
merita un’ulteriore indagine.
Come verrà analizzato in diversi casi in questo libro, un rapimento può
causare gravi malesseri in una relazione coniugale o di altra natura
sentimentale. Questo avviene specialmente quando in una coppia uno dei due
è diventato soggetto di rapimento e l’altro evidentemente no, ma scopre che
non può o non vuole accettare la realtà delle esperienze del suo partner. Le
relazioni vengono compromesse anche nel caso in cui un componente della
coppia attraversa significativi sviluppi della personalità, risultanti
direttamente o indirettamente dall’esperienza, lasciando il compagno più o
meno indietro (per esempio il caso di Eva nel capitolo XI).

Aspetti che riguardano la trasformazione


o l’alterazione della coscienza

In questo libro riserverò una maggiore attenzione agli aspetti riguardanti la


crescita spirituale e ai mutamenti caratteriali provocati dal fenomeno dei
rapimenti di quanto sia stato fatto sino a ora in altri lavori letterari
sull’argomento. Ci sono diverse ragioni alla base di questa decisione. Per

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prima cosa, credo che questo lato del fenomeno sia stato trascurato o visto
come incompatibile con la dimensione traumatica di un rapimento come
spesso viene descritto.
In secondo luogo è mia impressione che quest’area ampiamente
inesplorata sia di considerevole interesse. Infine, e ciò rappresenta l’aspetto
più interessante, penso, c’è la mia personale esperienza di psicoterapeuta dei
rapiti: mi sembra di aver ricevuto molte più informazioni riguardo a questo
argomento di quanto ne abbiano ricevute altri ricercatori. Tuttavia non è
comunque chiaro perché ciò avvenga. Forse le persone che decidono di
rivolgersi a me sono individui che, ricercando l’aiuto di uno psichiatra,
s’inoltrano nell’analisi delle proprie esperienze attraverso l’esplorazione della
loro coscienza. Probabilmente i rapiti avvertono la mia disponibilità ad
ascoltare esperienze e informazioni che magari sembrano «troppo ardite» ad
altri ricercatori, e la mia personale evoluzione può, infatti, avermi reso più
aperto ad accettare le informazioni che essi cercano di comunicare. In ogni
caso mi sforzo di essere scrupoloso il più possibile cercando di non
indirizzare i soggetti verso una direzione precisa, così che, se le informazioni
emerse durante la seduta hanno rilevanza riguardo all’espansione spirituale o
della coscienza, questo avvenga liberamente e spontaneamente e non in base a
domande specifiche da parte mia.
Giacché gran parte di questo libro riguarda il mutamento spirituale e della
personalità derivato dal fenomeno dei rapimenti, elencherò solo brevemente
in questa sede i tipi di esperienze che possono rientrare in tale categoria. Di
primaria importanza è la necessità che, prima della trasmissione delle
informazioni in grado di provocare un cambiamento nella coscienza, avvenga
un cambiamento nelle relazioni tra il soggetto e gli alieni. Sebbene la
relazione con gli alieni possa essere giocosa, perfino intima, nella prima
giovinezza, essa tende a cambiare assumendo caratteristiche più traumatiche e
sconvolgenti quando si avvicina la pubertà e inizia il processo di riproduzione
«ibrida». Quando hanno luogo le prime operazioni traumatiche i rapiti
tendono a sentirsi vittime di esseri ostili che li osservano freddamente o
semplicemente come cavie in un progetto che serva a soddisfare le necessità
degli alieni. Possono sentirsi traditi dagli esseri alieni mentre muta la natura
della loro interazione.
Ma mentre il nostro lavoro procede in profondità, specialmente quando
viene acquisita la realtà dell’intelligenza aliena e i rapiti accettano la loro
mancanza di controllo nel processo, le caratteristiche spaventose e ostili della
relazione sembrano condurre a un rapporto più ambivalente nel quale ha
luogo una utile comunicazione tra umani e alieni e da cui deriva un mutuo
beneficio. I rapiti possono anche sviluppare un profondo amore verso gli

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alieni – in qualche modo si tratta di un sentimento più coinvolgente
dell’amore che si instaura in una relazione umana – e magari avvertire che
questo sentimento è ricambiato. Il contatto visivo sembra giocare un ruolo
importante in questo processo. Quando, ad esempio, i rapiti rimproverano
aspramente gli alieni per la sottrazione dello sperma o degli ovuli nel progetto
di riproduzione ibrida, può darsi che comincino a rendersi conto che stanno
partecipando a un processo che ha il valore di contribuire alla creazione e
all’evoluzione della vita.
Come è testimoniato in molti aspetti del fenomeno del rapimento, è
difficile nell’area dei mutamenti della personalità o della crescita spirituale
separare causa ed effetto, o perfino pensare in termini di causalità al
fenomeno. Ad esempio un rapito riceve (e comunica) informazioni
riguardanti un’esperienza di vita precedente perché la sua consapevolezza
crede possibile la reincarnazione? O l’emergere alla coscienza del ricordo di
una vita passata, facilitato dal nostro lavoro insieme, conduce a un
allargamento dell’orizzonte personale e a un ampliamento della percezione di
se stessi in relazione a un progetto più importante della coscienza universale?
Il fatto che la relazione tra rapiti e alieni possa evolversi così
drammaticamente nel tempo mi spinge a interrogarmi sulla divisione degli
alieni tra buoni e costruttivi e ostili e ingannevoli… mi suggerisce l’idea che
gli esseri luminosi siano buoni e caritatevoli, per esempio, mentre i «grigi»
siano egoisti e indifferenti. Questo tipo di taxonomia combacia in maniera
sospetta con il tipo di polarizzazione che caratterizza i gruppi umani o le
relazioni emotive e può avere poco a che fare con il modo in cui possono
avvenire le relazioni intraspecie o interdimensionali al di là del nostro mondo.
Per di più è circostanza comune tra i rapiti sperimentare, ad esempio,
l’incontro sia con esseri luminosi che con i grigi (Arthur, capitolo XV) o con
esseri simili a rettili e altri generi di creature (Carlos, capitolo XIV) durante lo
stesso rapimento. È possibile che stiamo trattando processi di relazione
reciproci di natura evolutiva e non comprensibili nei termini lineari delle
polarità a noi abituali.
I tipi di esperienze durante i rapimenti che possono essere collegati alla
crescita spirituale sono i seguenti:
1. Accade di «venir sollecitati» in modo eccessivo durante l’esperienza,
cioè di sperimentare pienamente il terrore e la rabbia associati con l’inutilità
di opporsi alla strumentazione intrusiva della nave. Quando interviene
l’accettazione della realtà degli esseri diventa possibile una relazione più
reciproca nella quale hanno luogo la crescita personale e l’apprendimento.
Dalla «morte dell’ego» seguono altri livelli di trasformazione.
2. Gli alieni sono riconosciuti come intermediari, o entità intermedie, tra lo

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stato totalmente corporeo degli esseri umani e la sorgente primaria della
creazione o Dio (inteso come coscienza cosmica piuttosto che come
personificazione di un singolo essere). Sotto questo aspetto sovente i rapiti
avvicinano gli alieni agli angeli o ad altri esseri portatori di luce (tra questi
sono compresi anche i «grigi»).
3. I rapiti possono pensare di tornare a loro volta alla sorgente cosmica o
alla «Casa», un reame di indescrivibile bellezza, o comunque non
appartenente al nostro spazio-tempo. Quando ciò avviene durante una seduta
di ipnosi si verificano sensazioni coinvolgenti di gioia indescrivibile, persino
orgasmica. Al contrario i soggetti possono scoppiare in lacrime, in preda alla
tristezza, quando devono lasciare la loro dimora cosmica, perché il ritorno
sulla Terra li costringerà in una dimensione puramente corporale.
4. Vite passate vengono rivissute con emozioni adeguate a ciò che viene
ricordato. Ciò avviene soprattutto quando il ricercatore al momento opportuno
imposta la seduta incentrandola su quegli incontri dell’infanzia che vengono
alla luce. I rapiti possono lamentarsi o semplicemente osservare di essere
«ancora» qui sulla terra, o di essere «di ritorno» o di essere «ritornati». Il
ricordo delle vite precedenti sembra assumere rilevanza riguardo allo sviluppo
e alla crescita personale del soggetto come ho visto nei casi di Dave e di Joe.
Le vite precedenti forniscono ai soggetti (e al ricercatore) una differente
prospettiva sul tempo e la natura dell’identità umana. Il ciclo della vita e della
morte fornisce un differente senso della continuità della vita e della brevità
dell’esistenza, suggerito da una prospettiva cosmica. La Coscienza viene vista
così come non inseparabile dal corpo, e la nozione di un’anima con
un’esistenza separata da quella del corpo diviene rilevante.
5. Una volta acquisita la nozione della divisione della coscienza dal corpo
diventano possibili altre esperienze di tipo «transpersonale»; l’identificazione
della coscienza con un numero virtualmente infinito di esseri ed entità
attraverso lo spazio-tempo avviene di frequente. Paul (nel capitolo 10), tra i
casi da me scelti come esempi, si ritrovò durante una seduta tra i dinosauri o
altri esseri simili a rettili di un’altra era ed era presente quando un UFO si
andò a schiantare diverse decadi prima della sua nascita, in un’occasione in
cui gli alieni furono distrutti dall’ostilità e dalla paura degli uomini. Un altro
rapito, un giovane brasiliano, scoprì che i suoi incontri con gli alieni gli
aprirono la mente all’identificazione con i miti e le entità spirituali del
folklore del suo paese, dai quali lo avevano allontanato i suoi studi basati
sulla scienza occidentale.
6. Un aspetto distinto ma importante di questo tipo si esperienza
transpersonale è la sensazione provata dal soggetto di possedere una doppia
identità umana e aliena. Nella loro identità aliena i rapiti possono scoprire di

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essere in grado di fare molte cose che gli «altri» alieni hanno fatto a loro e ad
altri esseri umani, come studiare le menti o persino operare dei procedimenti
di tipo riproduttivo. L’identità aliena sembra essere connessa in qualche modo
con l’anima della parte umana, e uno dei compiti che i rapiti devono
affrontare è l’integrazione delle loro identità umana e aliena, un’operazione
che sfocia nella rivitalizzazione della loro umanità.
7. Rivivere le esperienze dei rapimenti porta i soggetti ad aprirsi ad altre
realtà che si trovano oltre lo spazio-tempo, reami che vengono variamente
descritti come esistenti dietro a un «velo» o a qualche altra barriera che li ha
tenuti in una «scatola» o nascosti alla realtà fisica. Quando chiediamo
spiegazioni riguardo a queste esperienze i rapiti hanno difficoltà a trovare le
parole per descrivere ciò che è accaduto e parlano di «collasso» dello spazio-
tempo, della non rilevanza delle nozioni di spazio e di tempo e di essere in
molti tempi e luoghi allo stesso momento.

Il risultato di tutte queste esperienze per i rapiti è la scoperta di un nuovo e


differente senso del loro ruolo nel disegno cosmico, un ruolo più umile,
rispettoso e in armonia con a Terra e il sistema di vita del nostro pianeta.
Emozioni di rammarico, rispetto per il mistero della natura e un accresciuto
senso della sacralità del mondo naturale vengono provate assieme a una
profonda tristezza di fonte alla crisi senza speranza attraversata dall’ambiente
naturale della Terra. Uno dei pazienti di John Carpenter descrisse se stesso
come se fosse diventato un «figlio dell’universo» dopo aver acquisito la
consapevolezza del rapimento. Il significato e le implicazioni di questi
cambiamenti della coscienza per il possibile futuro dell’umanità saranno
discussi più dettagliatamente nei casi portati come esempi e nel capitolo
finale.
I tredici casi presentati in questo libro – otto uomini e cinque donne – sono
stati selezionati tra i settantasei rapiti che ho intervistato sulla base dei
seguenti criteri:
1. Le loro storie, sebbene per certi versi complesse, mi sembrano
sufficientemente chiare da permettere una narrazione coerente.
2. Ogni caso sembra illustrare in profondità uno o più aspetti centrali del
fenomeno dei rapimenti.
3. Ogni persona voleva raccontare la propria storia con o senza l’uso del
proprio vero nome.
4. Conosco piuttosto bene tutti i soggetti. Ma ci sono rapiti che ho
conosciuto da più tempo o con cui ho lavorato più in profondità. Se ho deciso
di non raccontare le loro storie è perché non posso rendere giustizia alla
ricchezza delle loro esperienze in modo sufficientemente chiaro e conciso.

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L’ordine con cui sono riportati i casi riflette generalmente una sorta di
progressione da semplici storie a narrazioni più complesse di tipo
multidimensionale. L’ultimo caso suggerisce ciò che il fenomeno dei
rapimenti da parte di esseri alieni può comportare riguardo alla
trasformazione delle nostre istituzioni e vite collettive.

61
III
Ricorderai
quando avrai bisogno di sapere

Ed è un perito di circa quarantacinque anni, impiegato presso una società che


produce materiale altamente tecnologico nel Massachusetts, sposato con
Lynn, una scrittrice con la quale condivide l’interesse per la scienza e la
tecnologia. Un giorno, nell’estate del 1989, Ed e Lynn stavano passeggiando
per la Marginal Way di Ogunquit, nel Maine, un sentiero sulla scogliera che
segue la costa rocciosa per diversi chilometri. Improvvisamente Ed scoprì di
avvertire un senso di tensione, di malumore e turbamento. Poi cominciò a
sudare e a sentirsi spaventato e afferrò strettamente la mano di Lynn. Non
aveva idea di cosa gli avesse provocato quella sensazione di malessere. Ed
pratica regolarmente la meditazione ed è convinto che ciò possa aver
contribuito a far affiorare ricordi importanti. Ha subito anche una serie di
esperienze traumatiche durante l’infanzia, forse collegate con un rapimento ad
opera di alieni. Sin da bambino Ed provava timore alla vista degli studi
medici e delle operazioni – insomma davanti a tutto ciò che aveva a che fare
con la medicina – anche prima di sottoporsi a una tonsillectomia all’età di
nove anni.
Un giorno, sulla spiaggia, una settimana o poco dopo la passeggiata a
Ogunquit, al termine di una giornata di completo riposo, racconta, «il ricordo
mi tornò alla mente». Ed cominciò a ricordare un’esperienza vissuta
nell’estate del 1961 quando era alle scuole superiori. Durante i mesi
successivi riaffiorarono altri dettagli attraverso quelli che lui stesso definisce
dei «flashback». In conseguenza di questi ricordi cominciò a interessarsi del
fenomeno degli UFO e si recò alla conferenza del MUFON (Mutual UFO
Network, un’organizzazione composta da semplici cittadini) a New York.
Diverse persone conosciute attraverso l’organizzazione gli consigliarono di

62
rivolgersi a me, così decise di telefonarmi in ufficio nel luglio del 1992. Da
quel momento ho svolto diversi colloqui con Ed e Lynn e l’ho ipnotizzato con
lo scopo di scoprire maggiori dettagli dell’esperienza avvenuta quando
frequentava la scuola superiore. Ed e Lynn hanno anche partecipato agli
incontri del mio gruppo di sostegno.
Il caso di Ed è importante per due ragioni principali. In primo luogo,
l’intervallo temporale intercorso tra la sua esperienza da adolescente e il
momento del ricordo suggerisce un procedimento che comprende
l’acquisizione di informazioni, l’immagazzinamento e il recupero delle stesse
e l’integrazione tra un progetto di ampie dimensioni e l’esistenza di grandi
potenzialità. In secondo luogo, la narrazione resa da Ed in stato di alterazione
emotiva sembra, da quello che sappiamo riguardo ai rapimenti, più plausibile
di quella da lui stesso fornita in base ai ricordi resi in stato di piena coscienza
di sé. Questo fatto viene a sostenere la tesi riguardante la validità dell’ipnosi
come procedimento finalizzata a recuperare ricordi di rapimenti autentici e
significativi in relazione alla esperienza reale e suggerisce che, almeno nel
caso dei rapimenti UFO, l’ipnosi possa essere un mezzo per ottenere
chiarezza piuttosto che un veicolo di distorsione.
In questo capitolo racconterò dapprima la storia del rapimento del giovane
Ed come lui stesso la ricordò nel nostro incontro del 23 luglio del 1992. In
seguito aggiungerò particolari più precisi emersi durante l’ipnosi praticata l’8
ottobre, dettagli che conferiscono significato e maggiore coerenza alla sua
vicenda e alla sua esistenza successiva. Ed rammenta anche, seppure meno
nitidamente, alcuni incontri con gli alieni avvenuti durante la sua infanzia.
Nel luglio del 1961, Ed, il suo amico Bob Baxter e i genitori di questi
compirono una gita sulla costa del Maine. Una notte umida e nebbiosa si
fermarono in un punto dove la costa era rocciosa; Ed non ricorda il punto
esatto, salvo che si trovava a nord di Portland. I Baxter si erano sistemati per
la notte in una capanna mentre i ragazzi dormivano nel furgoncino che aveva
dei sedili reclinabili sul retro. La vettura era parcheggiata a forse un centinaio
di metri di distanza dal mare. Ed e Bob stavano parlando di quanto si
sentissero «arrapati» e fantasticavano «sugli incontri che avrebbero fatto sulla
spiaggia». Ed crede di essere stato addormentato quando «la prima cosa di cui
mi ricordo è di essere stato sul ciglio di un precipizio,» in un «bozzolo»
sormontato da una «specie di bolla di vetro». Si ritrovò nudo all’interno di
una piccola stanza con muri ricurvi trasparenti. L’atmosfera della stanza era
rassicurante e calda, Ed poteva rendersi conto che la superficie era spessa e
«sentire il vento sibilare tutto intorno». È convinto di aver sentito frammenti
di musica melodica, forse classica, provenire dall’esterno, forse dalle case
vicine. Non c’è dubbio che, nella mente di Ed, ciò sia effettivamente accaduto

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sebbene definisca la sua esperienza «oltre la possibilità di essere descritta
dalle parole».
Assieme a Ed nel baccello c’era una piccola e snella figura femminile con
capelli lunghi e lisci di un biondo argentato. Sebbene Ed non riesca a
ricordare specificatamente precedenti esperienze di rapimento, la figura
«aveva qualcosa di familiare» e lui stesso ha vaghi e «alquanto sinistri»
ricordi di «qualcosa di estraneo» accaduto nella sua infanzia. La figura
femminile aveva naso e bocca di piccole dimensioni, occhi grandi e intensi e
una sorta di testa «triangolare» con una fronte «piuttosto ampia».
Ed la trovò «singolarmente attraente» e «piuttosto consapevole di esserlo».
La figura femminile, che sembrava capire i suoi pensieri senza che Ed dicesse
nulla, gli confermò, per esempio, che erano al sicuro e che non sarebbe caduto
nel precipizio sottostante. Ed si sentiva sessualmente eccitato e la figura
femminile «si rese conto del mio stato». Sebbene piuttosto «vago» riguardo a
come avvenne la cosa, Ed dichiarò che «ebbero un rapporto». Secondo le
parole di Ed, quest’atto fu simile a un rapporto sessuale tra umani con
«palpeggiamenti del seno», l’inserimento del pene nella vagina e un’attiva
partecipazione di entrambi gli individui. È interessante notare che, sebbene
Ed fosse vergine a quell’epoca, non ricorda esattamente l’esperienza e si sia
sentito ancora vergine quando, qualche tempo dopo, ebbe dei rapporti
sessuali.
Dopo il sesso, che Ed definisce «coinvolgente» e «più che soddisfacente»,
si rese conto che l’essere femminile voleva occuparsi assieme a lui di
«impegni più importanti… Sa, dottore, una volta soddisfatti i bisogni fisici
immediati iniziò la lezione. E così cominciò a spiegarmi delle cose». Ed
voleva scrivere le cose in modo da poterle ricordare ma la figura femminile
glielo impedì e «si limitò a operare sui miei sensi telepaticamente, da mente a
mente». Avvertendo la sua frustrazione lo rassicurò dicendogli che:
«Ricorderai quando avrai bisogno di sapere».
In questo nostro primo colloquio il ricordo di Ed riguardo al contenuto
delle informazioni ricevute dall’entità femminile fu frammentario, ma
rammentò che si sentiva tanto «sbalordito» da rimanere con «la bocca aperta
per lo stupore». Ed era stato educato secondo i principi della chiesa cattolica
romana, aveva frequentato la scuola parrocchiale sino al quarto livello e nulla
di quanto aveva imparato lo aveva preparato a messaggi di tale importanza
cosmica e spirituale. In qualche modo l’essere alieno operò un’apertura nella
coscienza di Ed.
Alcune delle informazioni riguardavano «il comportamento umano in
relazione alla politica internazionale, al patrimonio naturale, alla violenza, al
cibo e cose del genere. Cominciò a spiegarmi che le leggi dell’universo hanno

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un loro percorso. In questo momento è come se l’uomo stesse guidando sul
lato sbagliato della strada… quello che può succedere è inevitabile, lo sai. È
come se da una parte ci fossero le leggi dell’universo e dall’altra il modo in
cui gli umani si stanno comportando e poi… bang!!!… è inevitabile quello
che accadrà…». Il padre di Ed lavorava come macchinista in una compagnia
di commercio tra le più importanti del New England e il credo di Ed,
inculcatogli dalla sua famiglia «altamente patriottica», era che lui avrebbe
dovuto diventare un «perito tecnico» nel campo dell’elettronica e aiutare la
nazione a «sconfiggere i maledetti comunisti… dobbiamo sviluppare una
tecnologia più potente e migliore per uccidere quei fottuti comunisti prima
che loro uccidano noi».
Sebbene le informazioni fossero, in qualche modo, del tutto nuove per Ed,
per lui «avevano un senso».
A Ed fu detto della strada «fortemente distruttiva» che stiamo
intraprendendo e che si sarebbe rivelata catastrofica anche per il pianeta. È
convinto che, in seguito a quell’incontro, il suo intero modo di pensare risultò
cambiato. «Come posso spiegarlo? Lei disse che, se accettavo, io, le mie
emozioni, le mie conoscenze, tutte le mie percezioni, sarebbero state
sottoposte a un cambiamento e che il mio stile di vita sarebbe stato
leggermente differente da quel momento. L’analogia più calzante che mi
viene in mente è come se cambiassimo un poco del software e qualcosa
dell’hardware in un computer. Sulle prime, quando cominci a lavorare, non te
ne accorgi poi dici, “ehi un momento, il software lavora in maniera differente,
è più veloce. Ha più capacità”.» La figura femminile rassicurò anche Ed che
non sarebbe più stato disturbato da incontri spaventosi con esseri alieni
negativi. «Avvertii nella mia mente la consapevolezza di precedenti incontri
spaventosi con una razza di alieni negativi. La figura femminile mi disse: “Sì,
sì, sì, ma adesso è passata. Non torneranno. Non potranno confonderti più”.»
Lei «fece riferimento a… al suo popolo, gli alieni positivi, come a un gruppo
che veniva da un altro luogo» e spiegò che la squadra che era con lei serviva
come «gruppo di sostegno» per le sue attività.
In seguito all’incontro, Ed scoprì di essere più intuitivo e più sensibile a
tematiche sociali, politiche e scientifiche, e «che gli altri ragazzi mi
guardavano come per dire “ehi, ma questo è pazzo!”». Sebbene non proprio
nel senso accademico convenzionale, Ed scoprì di avere un’istintiva
dimestichezza con la fisica e la chimica moderna, con quelle materie, come la
relatività di Eisntein, che trattano la micro e la macro realtà, la curvatura dello
spazio e i paradossi delle leggi scientifiche. Si rese conto che poteva parlare
agli altri adolescenti di questi argomenti e i suoi compagni affermavano che le
sue parole «avevano senso». Questi cambiamenti di Ed sembrarono stimolare

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la curiosità dei suoi insegnanti.
Egli aveva progettato di diventare un supertecnico al servizio della patria,
ma una volta iniziata la facoltà tecnica si ritrovò «emozionalmente
paralizzato» e «frustrato, nervoso e scontento». Dopo meno di un semestre
dalla facoltà di ingegneria si trasferì alla facoltà di arti umanistiche dove
«cercai di scoprire il nocciolo della civiltà, di capire la natura e la struttura
della civiltà umana». Cominciò a interessarsi «di storia romana, greca e tutta
quella roba» approfondendo quella che egli definisce «la grande ricerca».
Sebbene Ed non sia a conoscenza di incontri successivi, sente oggi che
l’esperienza vissuta da adolescente è rimasta dentro di lui e, di tanto in tanto,
ha dei brevi «flashback» o «visioni» del bozzolo o di altri particolari
geografici del luogo dove avvenne l’incontro. Tra i venti e i trent’anni
divenne un solitario.
Sia Ed che Lynn hanno origini nordiche. Si incontrarono frequentando
un’organizzazione culturale dove studiavano storia e letteratura del Nord
Europa. Lynn aveva la sensazione di «avermi già conosciuto». Oltre al loro
comune interesse per la scienza e la tecnologia, la natura e i paesi lontani,
Lynn aveva i capelli biondi. Alla fine degli anni Settanta, dopo cinque anni di
fidanzamento, si sposarono. La coppia non ha figli, sebbene Ed e Lynn
abbiano provato ad averne. Hanno dei problemi di fertilità, tra cui tre
interruzioni spontanee della gravidanza di Lynn; questo fatto forse può essere
una conseguenza del rapimento, Lynn stessa ha attraversato periodi di tempo
dei quali non riesce a ricordare nulla e altre esperienze che inducono a
sospettare che anche lei abbia avuto degli incontri.
Quando incontrai Ed aveva dei problemi a trovare la sua «nicchia», si
sentiva «perso nel deserto» e aveva la sensazione di picchiare «la testa contro
un muro». Lynn afferma che questo stato d’animo può aver contribuito alla
loro difficoltà di avere dei bambini perché «ci trovavamo sempre in uno stato
di animazione sospesa, in attesa di una luce per proseguire».
Ed si è sempre sentito molto vicino alla natura, ai boschi, agli alberi e alle
piante e ritiene di «poter parlare alle piante». Avverte una disperata «pulsione
verso la Terra», un desiderio di mettere insieme i pezzi di quello che sa essere
«simile a una scatola di costruzioni» e di essere stato sfidato a farlo. Ha
praticato la meditazione e ha studiato le filosofie orientali durante la sua
battaglia per trovare la «vera via». Sia lui che Lynn hanno la sensazione che il
«tempo nel deserto» di Ed può essere stato utile e che al di là di tutti i mezzi
che ha provato, può trovare un modo per integrare le sue pulsioni ecologiche
e spirituali con le sue qualità nel campo della scienza e della tecnologia.
Al termine della prima seduta discutemmo del fatto che l’esperienza
adolescenziale di Ed avvenne due mesi prima del caso di Betty e Barney Hill,

66
e lui espresse, con qualche difficoltà, il desiderio di acquisire attraverso
l’ipnosi ulteriori ricordi, specialmente riguardo alle informazioni che l’essere
femminile alieno gli aveva fornito nella capsula.
Dopo il nostro primo incontro, Ed scoprì di sentirsi sempre più turbato
«per il futuro» riguardo «all’eco-instabilità» e «alle aggressioni alla Terra».
Desiderava sempre di più trovare una guida che gli dicesse cosa doveva fare e
si sentiva stimolato a scoprire maggiori dettagli riguardo «a quello che lei mi
ha detto». Era determinato ad andare più a fondo nella sua esperienza di
quella notte del Maine attraverso l’ipnosi, così fissammo una seduta per l’8 di
ottobre, undici settimane dopo il nostro primo colloquio.
Prima della regressione io ed Ed descrivemmo con maggiori dettagli la
nebbia di quella notte di luglio, la posizione del furgone in relazione al mare
(si trovava a circa un centinaio di metri dal bordo della strada), la capanna
dove alloggiavano i genitori di Bob, e la natura lievemente rocciosa della
costa dove avevano trascorso la notte (in confronto con il più aspro terreno e
il precipizio sulla scogliera del promontorio dove si trovava il bozzolo). Gli
feci descrivere i sedili reclinabili dell’auto e i preparativi che i due ragazzi
avevano fatto prima di andare a dormire, dei quali acquisii maggiori dettagli
durante l’ipnosi. Mentre stava raccontando i preparativi per la notte, parlò
delle sue paure notturne risalenti forse all’età di quattro anni, quando si
svegliava in preda al panico urlando per chiamare i genitori, dopo aver
sognato di comminare lungo un sentiero «di una ferrovia… in seguito i binari
scomparivano verso una sorta di notte senza stelle, completamente nera».
Durante il periodo in cui faceva questo sogno provava «una grande ansietà di
dormire la notte e aveva paura di stare da solo in una camera buia».
Dopo averlo indotto al rilassamento ipnotico, indagai con Ed su altri
dettagli dei preparativi per la notte. Descrisse le preoccupazioni materne della
signora Baxter riguardo il comfort e il calore dei giacigli dei ragazzi e ricordò
che lui aveva dormito in un sacco a pelo mentre Bob dormì con le coperte.
Ricordò anche i discorsi suoi e di Bob riguardo alle ragazze («eravamo
entrambi vergini»). Ricordò il rumore delle auto proveniente dalla strada, la
nebbia «che ci avvolgeva come un sudario» e disse di essersi sentito «un poco
a disagio per qualche problema o per qualcosa del genere, non so dirlo con
esattezza». Mentre Ed aveva la sensazione «di scivolare nei miei pensieri»
avvertì «qualcosa di formicolante» nell’area alla base della testa, in cima al
collo e si scoprì «spaventato» mentre i ricordi di un tempo cominciavano a
tornargli.
La sensazione di formicolio aumentò e Ed disse: «Sento qualcosa intorno
alla macchina». Crede di essere stato addormentato ma non ne è sicuro, forse
stava sognando di «farsi» una graziosa fanciulla incontrata in una delle

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spiagge circostanti. Poi vide una o due figure attraverso i finestrini dell’auto,
una «coppia di esseri di aspetto umano, ma cribbio!, i loro occhi erano
veramente grandi!». A quel punto della seduta la paura di Ed aumentò ed egli
ricordò di aver provato la sensazione di sentirsi «mortificato, come se
qualcuno stesse per saltarmi addosso e dovessi combattere per la mia
maledetta vita!».
Mentre la sensazione di formicolio alla base della nuca persisteva, Ed si
sentì trascinato via dall’auto. Emise un suono simile a un gemito e tornò a far
capolino la rabbia; in seguito si sentì di nuovo rilassato, quasi «felice», la qual
cosa lo sorprese. Due o tre degli esseri «mi guardavano» e Ed provò «la
sensazione di fluttuare come se il mio corpo fosse sospeso nell’aria». A
questo punto della seduta Ed si sentiva confuso e cercò di «riprendere il
controllo della situazione». Lo incoraggiai a persistere sulla vera esperienza.
Fu allora che vide una nebbia grigia intorno a lui, «la sensazione di formicolio
si estese ad altre parti del cranio» e si sentì «vagamente consapevole di un
cambiamento di scena». Poi disse: «È come se stessi facendo dello zapping
con il telecomando all’interno di una struttura atomica fatta di celle,
attraverso la quale sto penetrando. Ecco… sto solamente penetrandovi. Come
se l’unica cosa che mi sia consentita sia procedere all’infinito».
Poi Ed si sentì «proiettato in un tunnel» come se stesse «letteralmente
viaggiando» senza «punti di riferimento… ero consapevole di qualche
processo di teletrasporto… di qualche sorta di movimento». Continuava a
combattere («le regole della strada ti dicono di combattere come un
demonio!») ma si rese conto che le regole cui era abituato non potevano
essere applicate e che «loro stavano avendo ragione di me» così che «non
avevo altra scelta se non lasciare che accadesse» e, in effetti, «accadde».
Poi Ed sentì di essere «molto irrigidito» e di essere «all’esterno da qualche
parte lungo la costa; fluttuavo da qualche parte». Ricordò di aver udito «una
superficie premere contro di me» e divenne più perplesso riguardo al fatto che
stava «muovendosi sull’acqua, da qualche parte della costa senza visibili
mezzi di propulsione» sebbene avesse «la strana sensazione che loro fossero
intorno a me». Sentì che gli esseri erano «molto gentili» e non operavano su
di lui nessuna «intimidazione mentale» e non vi era nessuna «rigidità nel
modo in cui mi trattavano» ma «era come se stessero dicendo “ti controlliamo
completamente”».
Poi «vidi una specie di baccello con una cupola». Gli sembrò di essere
trascinato all’interno di esso e si rese conto di non avere il controllo del
proprio corpo. «Mi sentii come trascinato dentro… non so come siamo entrati
attraverso il fondo ma eravamo là». Questo era possibile sul piano fisico
perché l’astronave sembrava sospesa nel vuoto, protesa oltre la roccia.

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All’interno del veicolo Ed notò una luce luminescente di colore azzurro
argento. Si accorse che la sua visione era limitata e si sentì pieno di rabbia.
«Odio trovarmi in questa posizione priva di controllo. La odio, la odio;
maledizione!» Provava dolore alla fronte e si sentiva confuso, «disorientato
mentalmente e psichicamente… il portafoglio ce l’ho a casa, non ho neppure
la carta di identità con me». Ebbe anche un’erezione e ciò lo mise in
imbarazzo «perché era una cosa contraria alla mia educazione».
C’erano almeno una mezza dozzina di esseri nella stanza che Ed definì un
«anfiteatro» e «una specie di teatro chirurgico» aggiungendo che «c’erano
luci tutt’attorno». Uno degli esseri sembrava «essere il dottore al comando del
gruppo». Questo essere emanava delle vibrazioni «che lo identificavano come
una femmina». Gli altri li definisce dei «droni» o «membri della squadra che
andavano e venivano, facendo delle cose». L’essere femminile aveva lunghi
capelli color argento e grandi occhi neri senza pupille e iridi. Stava guardando
Ed «con quei grandi occhi scuri amorevoli e sensuali che emanavano una
grande dolcezza come se fosse una donna saggia e matura che comunicava
con me per via telepatica…». In quel momento Ed non aveva nessun controllo
della situazione.
L’essere femminile «pensò» il suo nome e Ed chiese: «Come fai a
conoscermi?», osservando in seguito, «sei molto sexy». Sebbene lei lo stesse
osservando («Guarda diritto dentro di me»), egli sentì che non gli permetteva
di guardarla a sua volta. Ebbe la sensazione di aver cercato di emettere un
suono dalla gola ma «non vuole venire» e riprovò la sensazione che aveva
avuto inizialmente di essere «completamente ammutolito». Si sentì
«affondare in una nebbia grigia». L’essere disse a Ed: «Stai bene. Non
opporti. Non opporti». Comprendeva la sua paura e «mi leggeva nel cervello
come un libro aperto».
L’essere femminile comprese anche che Ed voleva fare del sesso con lei.
«Mi leggeva nella mente come in un libro. Poteva girare le pagine a suo
piacimento». Ma con una «espressione divertita» l’essere gli disse qualcosa
come: «Sì, ti piacerebbe ma non è il modo in cui avverrà». Invece gli spiegò
che avevano bisogno del suo sperma per «le loro necessità… per creare dei
bimbi speciali» e «per il lavoro che dobbiamo fare per aiutare la gente del tuo
pianeta». Ed continuava a lottare contro la sensazione di impotenza e di
mancanza di controllo ma, in qualche modo, si era rilassato e si era convinto
che stava venendo usato per uno scopo utile.
Una specie di «tubo» o «contenitore» fu posto sul pene di Ed e lui si sentì
«molto rilassato». Ebbe la sensazione di avvertire un formicolio o meglio una
frizione che crebbe di intensità. Dopo che ebbe eiaculato l’essere femminile
«mi disse con il pensiero: “Bene. È stato grande”, esprimendo la sua

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approvazione «perché avevano raccolto un ottimo campione». Poi si sentì
accaldato e sudato. Questo fatto completò la prima parte dell’esperienza.
Dell’essere femminile Ed disse: «C’è qualcosa in lei che mi dà fiducia,
qualcosa di amorevole, che si preoccupa per me, che desidera il mio aiuto».
Poi aggiunse con un certo imbarazzo: «Non ho mai avuto un’esperienza
simile in vita mia».
A quel punto la scena cambiò e Ed si sentì come se «fossi in un altro
posto… improvvisamente» si trovava «nel bozzolo con i muri trasparenti»
che aveva ricordato prima dell’ipnosi. Non rammentava «come ero arrivato da
un posto all’altro». L’essere femminile «voleva parlarmi» e lui si sentì
spaventato da ciò che stava per accadere.
I restanti quaranta, quarantacinque minuti della nostra seduta di ipnosi
furono occupati da ciò che Ed ricordava riguardo alle informazioni ricevute
durante il rapimento. La sequenza del nostro dialogo non può riportare
accuratamente l’ordine di questi pensieri e le immagini che rivisse a quel
tempo.
Il racconto era costellato di immagini apocalittiche. L’essere comunicava
con Ed per via telepatica in quelli che Ed definisce «termini allegorici»,
inviandogli un messaggio di «instabilità del nostro pianeta, un’instabilità eco-
spirituale ed emotiva… Le eruzioni vulcaniche sono un simbolo… un
torreggiante pinnacolo di rabbia in eruzione. Non erano eiaculazioni di
piacere ma eruzioni di angoscia. State attenti! Pulsanti onde di eruzione, che
ondeggiano, travolgono e avviluppano tutto intorno a voi». Ed protestò:
«Perché mi parli per allegorie? Non sono un poeta».
Ma la comunicazione continuava senza sosta. L’essere femminile gli
spiegò: «Tu hai una possibilità, possiedi una sensibilità interiore, Ed,
comprendi il senso delle cose. Puoi parlare con la Terra e la Terra ti parla».
«E le cose mi parlavano», aggiunse poi Ed, «gli animali, gli spiriti…
potevo comunicare con la Terra. Potevo avvertire l’interscambio della
natura». Il dialogo con l’essere femminile continuava, ma egli non era più
spaventato.
L’essere femminile, il cui nome Ed ricorda come qualcosa di simile a
«Ohggeka» o «Ageeka», sottolineò queste qualità e ricordò la responsabilità
che aveva per questo dono. «Ascolta la Terra. Ascolta la Terra, Ed. Puoi
sentire ciò che la Terra ti dice. Puoi avvertire l’angoscia degli spiriti. Puoi
sentire le grida disperate dei disequilibri. Ciò ti salverà. Ti salverà… Stanno
per accadere delle cose,» disse lei, ma Ed doveva «ascoltare gli spiriti» e
anche se si sentiva atterrito non era sconvolto. «Mi trasmise un lampo… aprì
un canale e ne alzò il volume. Alcuni (degli spiriti) stavano piangendo: alcuni
invece erano allegri. Lei mi trasmise tutte queste cose nel giro di pochi

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secondi. “Tutte queste cose puoi vederle, sentirle, provarle dentro di te. Gli
altri possono credere che tu sia pazzo”.» La Terra stessa, disse l’essere, era
furiosa per la stupidità di noi uomini e «la pelle della Terra sta per schiacciare
alcuni parassiti» che non sanno come «vivere in armonia» con essa.
Chiesi a Ed come ciò sarebbe avvenuto. «Convulsioni della Terra»,
rispose, «come se volesse vomitarli o espellerli… Saranno allontanati da noi.»
Nel frattempo l’essere cominciò a dire a Ed che c’era «uno scopo più grande»
e che lui doveva «ascoltare la musica della natura, le squisite melodie della
natura. La musica ti farà comprendere, e ti lascerà in armonia con le tue
emozioni, le tue intuizioni, le premonizioni. Hai un dono che riguarda
emozioni, premonizioni e intuizioni». Ed, imbevuto della dottrina della sua
formazione cattolica nella quale «Dio parla al Papa, il Papa parla ai preti che
poi parlano alla gente», reagì con diffidenza. Ma l’essere tagliò corto al suo
sarcasmo e insisté che lui doveva sfruttare i doni che aveva ricevuto dalla
nascita.
A quel punto ricordò di aver visto realmente gli spiriti sotto forma di
«creature gaie e giocose, che volteggiavano attorno a lui». Gli chiesi di
descrivermeli. «Sono come forme di energia… di molti tipi differenti. Hanno
forme e colori diversi», a quel punto cominciò a ridacchiare. Trovava
«divertenti» le loro «contorsioni» e «buffe» le cose che erano in grado di fare.
Gli chiesi di farmi un esempio. Potevano «fluttuare nell’aria» disse e
«cambiare le leggi della natura», cosa che sembra voler dire che potevano
assumere forme differenti. Uno degli spiriti «mi parlava». Aveva lunghi
capelli argentei ed era alto solo una ventina di centimetri come una sorta di
«microfolletto». Lo spirito disse: «Bene, vedi che ho assunto questa forma in
modo che tu possa vedermi e rivolgerti a me. Ma non sono costretto a essere
così se non voglio e posso cambiare il mio aspetto in una moltitudine di
forme… mi sono trasformato in un corpo buffo perché tu possa sentirti a tuo
agio, perché so che certi altri tipi di creature ti fanno paura, per esempio i
serpenti e i ragni, così mi vedi sotto questo aspetto».
Poi Ed comprese che anche lui e gli altri esseri umani «avevano il potere di
cambiare le leggi della natura se fossero riusciti ad accedere a certe parti del
loro essere» e questa rivelazione lo spaventò. Gli chiesi che cosa lo atterrisse.
«Oh, Gesù, se usassi quel potere nella maniera sbagliata…»
Chiesi a Ed di fornirmi ulteriori particolari riguardo a queste facoltà. Parlò
della possibilità di «vedere come sono fatte le leggi dell’universo» e disse
qualcosa riguardo al «punto dove è nato l’universo». Di nuovo l’essere
femminile lo avvertì di non usare male la sua capacità di comprensione.
«Adesso vedi quali sono le trappole del tuo pianeta» disse. A quel punto della
seduta Ed si sentì come «impossibilitato a vedere altre cose». Gli domandai

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cosa aveva visto riguardo alla nascita dell’universo.
Ed: Una incredibile luce accecante.
John Mack: È stata lei a mostrartela?
Ed: Sì.
J.M.: Cosa hai provato?
Ed: Era troppo forte… ma era come… oh maledizione!… ricorda quel
passaggio della decima sinfonia di Mahler? Arrivò, come se fosse cominciato
improvvisamente. Come la nascita della galassia. Proprio così. «Ma (disse lei)
non voglio che tu ne sappia troppo. Devi sapere. Devi essere saggio riguardo
a come parlerai di questa cosa, riguardo a quando e a dove ne parlerai. Ci
sono persone che useranno la tua mente per propositi malvagi.»
Lo riportai all’angoscia provata dagli spiriti. Oltre all’«interazione giocosa
con la natura, il modo in cui dovevano vivere», Ed ricordò di aver visto
«forme distorte di entità, di spiriti messi fuori posto a causa di qualcosa di
sbagliato che l’uomo aveva fatto provocando molti danni, e dolore a se stesso,
agli altri e a Madre Natura». Gli erano state mostrate «forme grottesche…
orribili. C’erano forme grigie, nere, maligne che gli esseri alieni stavano
cercando di guarire o riequilibrare. Occorreva un grande sforzo (per i
guaritori) per impedire alle forme maligne di crescere in grandezza e
malvagità». L’entità femminile continuò: «State distorcendo, creando una
grande malvagità nel tentativo di acquisire potere… Noi stiamo cercando di
tenerla sotto controllo e di rimettere le cose a posto. Ora puoi vedere quanto
deformi e malvagie siano, Ed, sono grigie, orribili, masse distorte. Guarda
queste forme di energia, Ed, quanto sono allegre e carine e quanto sembrano
sane e vedi come sono le altre».
Ed parlò ancora delle informazioni ricevute riguardo le conseguenze «del
nostro modo di contaminare il pianeta». Le forme malvagie e distruttive sono
state create dallo squilibrio «della psiche umana collettiva… cose scure e
grigie che arrivano a succhiare e distruggere ogni cosa. Si limitano a vagolare
come pazze, e, nella loro follia, distruggono tutto ciò che trovano sul loro
terreno». Gli chiesi quale sarebbe potuto essere il risultato finale. «Seguiranno
il loro corso,» disse, «finché non esauriranno la loro carica negativa e
ritorneranno al loro stadio abituale e felice; devono operare fuori dal loro
sistema, come se spurgassero il pus da una ferita. Questa non guarisce finché
il pus non viene espulso».
Gli chiesi che cosa gli era stato chiesto, che cosa doveva fare lui. Rispose,
parlando di quello che gli era stato detto riguardo alla sua stessa
sopravvivenza di fronte «ai cambiamenti catastrofici della Terra» che erano in
arrivo. «Sta dicendomi, sta mostrandomi che ho dentro di me i mezzi per
sopravvivere. Possiedo questa dimensione superiore. Sta a me la scelta di

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ascoltarla oppure no… devo ascoltare la mia voce interiore, qualcosa che si
trova profondamente dentro di me, e devo ascoltare la Terra». La sua
compagna, Lynn, si rese conto Ed, aveva compreso intuitivamente ciò che
l’essere gli aveva detto e «alla fine non era rimasta sconvolta».
Gli domandai se l’essere femminile nel baccello sapeva che un giorno
avrebbe incontrato Lynn. «Sapeva» disse. «Mi ha dato la sensazione che certe
cose non dette abbiano una risonanza» e che il compito di Lynn sarebbe stato
di «insegnare agli umani che avrebbero ascoltato… ci saranno degli uomini
che ascolteranno prima che accada e si prepareranno.»
Gli domandai se gli era stata fornita qualche informazione sulla possibilità
di prevenire il cataclisma. «No, no, no» rispose. «Non sono abbastanza.
Troppo pochi ascolteranno, ma quei pochi che lo faranno lavoreranno
secondo le leggi della natura, e sopravviveranno per insegnare ad altri che poi
ascolteranno e diranno: “Oh cribbio, ci siamo rovinati da soli”.» Gli domandai
di spiegare se il cataclisma sarebbe avvenuto in senso fisico letterale o
metaforico. Disse che «ci sarebbero state delle convulsioni meteorologiche e
geologiche». Trovando che tutto ciò fosse piuttosto sconfortante gli domandai
come queste informazioni ricevute dagli spiriti avrebbero aiutato lui o
chiunque altro a sopravvivere. Senza esitazione mi rispose «che gli spiriti
della natura creeranno dei paradisi sicuri» per quelli che sopravviveranno. Gli
domandai quale utilità avrebbero avuto questi paradisi se tutto fosse andato
distrutto. Disse che sarebbe stata più una ricostruzione – non semplicemente
una distruzione – un riequilibrio e ribadì che gli umani «dovevano imparare a
lavorare in questo pianeta in armonia con le leggi della natura e a non
distruggere la Terra», a usare le «materie prime» nel «modo corretto». Poi «la
Terra si sarebbe riequilibrata da sola».
Rimasi in dubbio se tutto ciò dovesse essere inteso in senso letterale, e sul
significato della distinzione tra catastrofe spirituale e fisica. Con qualche
difficoltà Ed comprese la mia incertezza e disse: «Una persona deve imparare
a riequilibrarsi. Io devo riequilibrarmi spiritualmente per poter ascoltare
questi messaggi. Quando li sentirò saprò a quale livello fisico operare, saprò
quali punti sulla Terra sono sacri e quali accessibili». A questo punto
cominciavamo a sentirci entrambi stanchi e decidemmo di por fine alla
seduta.
Dopo che lo ebbi portato fuori dallo stato di regressione, Ed osservò che
quelle informazioni erano sempre state «davanti ai miei occhi» come se
fossero «state scritte su una pagina» ma «io avevo sempre guardato altrove…
lei le aveva messe a mia disposizione per tutto il tempo» ma «avevo paura di
conoscerle». Si sentiva imbarazzato da ciò che mi aveva detto e parlò della
responsabilità di tradurre il suo «accesso alla loro dimensione», la sua

73
conoscenza e la preoccupazione per l’imminente collasso del sistema
planetario, in termini utili per la società. Si sentiva come «un miracolato», una
persona in possesso di nozioni straordinarie. «È come cercare di essere
Superman e Clark Kent allo stesso tempo. Non si può andare sempre in giro
con mantello e calzamaglia. Bisogna diventare una specie di Clark Kent.»
«Mi piace questa interpretazione» disse Ed. «Amore e compassione per la
Terra o per gli esseri della Terra, siano essi corporei o incorporei… non
amore in senso letterale, ma un amore più profondo». Sia Ed che Lynn ora
capivano perché l’essere femminile «aveva messo dei blocchi» alla sua
capacità di ricordare e di parlare della sua esperienza. Se fosse tornato
indietro e avesse cominciato a parlare «delle leggi della natura» avrebbe
rischiato di essere «preso per pazzo». Si trovava di fronte al dilemma di
quanto potesse essere efficace la sua opera. «Chi potrà mai ascoltare… un
semplice perito meccanico?»
Ed non provò la sensazione che il suo incontro e il recupero dei ricordi
fossero una esperienza particolarmente sconvolgente. Sentì come se «una
grande nuvola fosse stata spazzata via dal mio inconscio perché era proprio di
quello che si era trattato». Discutemmo ancora riguardo a come, secondo le
parole di Lynn, «muoversi responsabilmente». Un passo sul quale fummo
d’accordo fu la validità di parlare con altri soggetti per mettere in comune le
informazioni ricevute e costruire delle affinità nella loro comunità in via di
edificazione.

Discussione

Sebbene non sia inusuale per un rapito ricordare un unico, importante


incontro, è interessante notare che esso avvenne quando Ed era un
adolescente ed egli non fu in grado di ricordarlo per i successivi trent’anni. Le
energie impiegate nella trasmissione, immagazzinamento e recupero delle
informazioni rimangono tra i misteri principali del fenomeno dei rapimenti.
Come abbiamo visto, il rapimento in età adolescenziale di Ed sembra aver
operato sottilmente sulla sua psiche per tutta la vita, rendendolo in qualche
modo differente, forse più intuitivo e sensibile alle problematiche della
natura, rispetto ai suoi contemporanei. Ancora non sappiamo quale sia la
causa e quale l’effetto, se la sua apertura stessa a queste problematiche possa
averlo predisposto a essere scelto per un rapimento, cosa questi esseri possano
volere. Non comprendiamo completamente perché debbano essergli ritornati
alla mente così tanti ricordi di quell’esperienza. Sembra tuttavia che, da uomo
maturo, sia in una posizione migliore per applicare le conoscenze a una sorta
di richiamo della Terra, per integrare le informazioni ricevute durante il

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rapimento coi doni psicologici e la sua esperienza professionale. Non è ancora
chiaro come egli, assieme a Lynn, riescono a mettere in atto questo processo.
Il prelievo forzato di sperma per un programma di procreazione di una
specie ancora sconosciuta sembra essere una caratteristica dei rapimenti dei
quali sono vittime gli uomini. Le informazioni sui disastri ecologici,
accompagnati da visioni potentemente apocalittiche, sono un altro aspetto
comune delle informazioni trasmesse dagli alieni agli umani. La caratteristica
singolare nel caso di Ed è l’ampiezza dei dettagli ricavati da un unico
rapimento e il fatto che le informazioni sono state originariamente trasmesse
nell’estate del 1961, due mesi prima del rapimento di Barney e Betty Hill,
avvenuto nel settembre dello stesso anno. Molto di quello che fu detto e
mostrato a Ed riguardo al collasso del sistema di vita del pianeta e alla
violazione che gli uomini stavano imponendo alla natura è ben noto, almeno
attraverso il movimento per l’ambiente naturale. Un testo ben documentato
come Beyond the Limits of Grozvth di Donella Meadows (Meadow, 1992)
chiarifica le conseguenze, se non le cause, della distruzione dell’ambiente.
Ciò che è di particolare interesse è il potere dell’informazione per una persona
come Ed. Il suo apprendimento non è stato semplicemente intellettuale. Le
realtà trasmessegli dall’essere alieno, l’impellente disastro ecologico e
spirituale derivato dalla disarmonia degli uomini con la natura, penetrò
profondamente in ogni parte del suo essere. Come lui stesso disse, il suo
intero essere, la sua «intera percezione» fu mutata da quell’incontro.
Non è chiaro in che misura considerare letteralmente le visioni
apocalittiche ricevute da Ed. Hanno le caratteristiche dei racconti appartenenti
alla tradizione profetica, in cui gli avvertimenti relativi a un disastro si
mescolano alla necessità di un radicale cambiamento. Se queste immagini
siano una concreta predizione o uno stimolo al cambiamento, com’è ovvio
non lo si può stabilire. Che Ed abbia accolto queste informazioni abbastanza
seriamente da cambiare la sua vita e convincersi a trasmettere ciò che ha
saputo a coloro che vogliono ascoltarlo è invece un fatto certo.
Durante il rapimento sono interessanti gli incontri diretti con gli spiriti in
grado di cambiare forma, in particolare riguardo alla possibilità delle forme
negative di assumere l’aspetto di spiriti malvagi o demoniaci. Il punto di vista
occidentale non trova spazio per tali entità e tende a considerarle come
prodotti della fantasia o proiezioni della psiche, sebbene altre culture ne
ammettano l’esistenza. Per esempio in un meeting svoltosi in India nell’aprile
del 1992 al quale partecipai con un piccolo gruppo di ricercatori professionisti
invitati a discutere il fenomeno dei rapimenti con i capi tibetani, i Lama
identificavano gli alieni con gli spiriti sconvolti dall’invasione e dalla
distruzione del patrimonio naturale della Terra che anch’essi abitano. Un

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fisico tibetano spiegava che in conseguenza della nostra ignoranza,
dell’attaccamento al mondo materiale, dell’aggressione al pianeta, questi
spiriti si sono infuriati e stanno provocando «delle interferenze negative». Un
capo spirituale tibetano considerava gli alieni sotto forma di spiriti turbati
dalle distruzioni operate dagli uomini nei loro reami. Essi sono stati obbligati
a venire tra noi, nel tentativo di farci comprendere la verità e di trasformare il
nostro modo di pensare.
Un’ultima parola deve essere spesa riguardo all’uso dell’ipnosi nel caso di
Ed. Precedentemente al nostro primo incontro, Ed aveva ricordato molti
particolari del suo rapimento. Ma il suo ricordo conscio prima della
regressione tendeva a semplificare l’esperienza e, più significativamente, a
trasferire il racconto in termini più in sintonia con i desideri e l’immagine di
se stesso che poteva avere un adolescente rispetto a quanto abbia
dolorosamente ricordato durante la seduta. Molti dettagli imbarazzanti
riguardanti l’impotenza e la mancanza di controllo non gli furono consentiti
se non sotto ipnosi. In particolare l’immagine di un accoppiamento sessuale,
con la partecipazione attiva di un essere femminile, fu sostituita
dall’estrazione forzata piuttosto umiliante di sperma mentre l’essere lo
osservava approvando l’intera operazione. Questo secondo scenario, che
ovviamente è più sconvolgente, è più comune nelle esperienze di rapimenti di
uomini e, oltretutto, più credibile.
Tutto ciò suggerisce che, almeno nel caso di Ed, le informazioni ricordate
dolorosamente sotto ipnosi sono più affidabili di quelle ricordate a livello
cosciente, che sembrano essere state in modo inconsapevole adattate a essere
compatibili con i desideri di Ed e la sua autostima. Ci sono altri dettagli
ottenuti durante l’ipnosi riguardo al trasporto sino all’astronave, al numero
degli esseri (la figura femminile a capo del gruppo piuttosto che una singola
«donna») alle due camere (piuttosto che il singolo bozzolo) e al gran numero
di informazioni trasmesse dalla femmina aliena, che rendono la storia ottenuta
durante la regressione più credibile, o almeno più coerente con altri racconti
di rapimenti.

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IV
«Personalmente,
non credo agli UFO»

Sheila N. aveva quarantaquattro anni quando le fu suggerito di prendere


contatto con me, nell’estate del 1992, dallo psichiatra dell’ospedale dove
aveva svolto il suo periodo di internato come assistente sociale non molto
tempo prima. Stava cercando comprensione e sollievo dallo stress provocatole
da quelli che lei definiva «sogni elettrici», cominciati otto anni prima, in
seguito alla morte della madre. Lo psichiatra che Sheila aveva consultato per
sette anni la incoraggiò a contattarmi, ma fu l’interesse e la conoscenza che lo
psichiatra dell’ospedale, aveva del mio lavoro a metterci in contatto. Il caso di
Sheila presentava alcuni dei sintomi che psicoterapeuti e altri medici che si
occupano della salute mentale riscontrano quando affrontano casi di
rapimento UFO.
Sheila era stata molto legata alla madre, ed era rimasta profondamente
turbata dalla sua morte e dagli avvenimenti verificatisi nei sette giorni del suo
ricovero, nel gennaio del 1987. La madre di Sheila, che cinque anni prima
aveva sofferto di un attacco di cuore, nel 1984 fu ricoverata per un intervento
di endarterectomia, un’operazione chirurgica finalizzata a rendere più agevole
il flusso di sangue arterioso nelle coronarie. Sulle prime sembrò superare bene
l’operazione, ma in seguito si verificò una emorragia cerebrale che ne causò il
decesso sette giorni dopo. Sheila era incapace di trovare una relazione tra
l’operazione e le sue fatali complicazioni e aveva la sensazione che i medici si
fossero comportati in maniera scostante e priva di interesse verso la madre. Si
convinse anche che sua madre era stata tenuta in vita artificialmente senza che
ve ne fosse necessità dopo che era stata persa ogni speranza e che ciò l’aveva
privata della sua dignità. L’insensibilità di questo trattamento risultò
particolarmente sconvolgente per Sheila considerando anche l’incesto subito

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dalla madre a opera del padre. Secondo le parole di Sheila sua madre era stata
«derubata della sua dignità da bambina a causa delle pulsioni sessuali del
padre». In seguito alla morte della madre si verificò una crisi nella relazione
tra Sheila e il marito, che lei riteneva responsabile di non riuscire a consolarla
adeguatamente nel suo dolore. «Jim non riesce a sopportare l’idea della
malattia. Deve per forza essere felice», disse.
Nei giorni successivi al funerale, Sheila aveva provato un grande dolore. A
volte si ritrovava a camminare da sola di notte per la strada, in preda a una
grande irritazione, come se «non potesse capitarle nulla di peggio», ma allo
stesso tempo si sentiva incapace di piangere. Sheila prese nota nel suo diario,
il 9 febbraio, quattro settimane dopo l’operazione della madre, di aver visto
qualcosa nel cielo: «Si trattava di oggetti volanti piuttosto che macchine».
Cominciò anche a fare dei sogni ricorrenti nei quali provava terrore, era
incapace di muoversi, e il suo corpo vibrava come se «fosse stato carico di
elettricità». All’inizio definì questi sogni una sorta di «esperienze spirituali»;
le trasmettevano la sensazione che qualcosa o qualcuno stesse controllando il
suo corpo, quasi fosse «posseduto» da un demone. In seguito cominciò a
considerare la possibilità che i sogni fossero ricordi di rapimenti. I sogni
normali, secondo Sheila, erano più frammentari, mentre quelli «elettrici», in
cui le capitava di vedere delle creature aliene, sembravano «progredire
naturalmente verso una direzione precisa».
Nell’ottobre del 1984, nove mesi dopo la morte della madre, la crisi nei
rapporti con suo marito arrivò al punto che Sheila sentì la necessità di
spostarsi in un’altra camera. «Tentai numerose volte di discutere le ragioni
della mia depressione con mio marito. Non voleva starmi a sentire.» Si era
resa conto di non potergli parlare dei suoi strani sogni e, oltre a ciò, aveva
cambiato camera da letto in parte anche per «proteggerlo» e «lasciarlo
dormire». Lui non aveva protestato di fronte alla decisione di Sheila di
dormire in un’altra stanza e, da quel momento, non avevano più condiviso lo
stesso letto.
Poco dopo questi avvenimenti Sheila domandò al pastore della sua chiesa
metodista di indicarle qualcuno con cui iniziare la psicoterapia, ma quando il
terapeuta insistette, contro la sua volontà, per parlare al pastore della sua
condizione, sorsero delle difficoltà. Frustrata dalla mancanza di progressi
nelle sue sedute settimanali e incapace di fidarsi del terapeuta, Sheila cadde in
uno sconforto ancora più profondo.
Nel luglio del 1985 Sheila seppe che il pastore, al quale si sentiva molto
legata, aveva ricevuto dai suoi medici la notizia che sarebbe morto entro tre o
cinque anni per un cancro diagnosticatogli quattro mesi prima. Oltre alla
perdita della madre e alla fatale malattia del pastore, dal novembre del 1983,

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Sheila aveva perso altri amici e membri della famiglia. Rifiutando di
accondiscendere alle richieste di Sheila, il terapeuta insisteva ancora sulla
necessità di parlare al pastore e al marito del lavoro che Sheila stava
svolgendo con lui. Sentendosi disperatamente sola e abbandonata, il 17 luglio
del 1985, Sheila comprò un barattolo di aspirina e ingerì venti pastiglie con la
«ferma intenzione di prenderle tutte». Tuttavia, ad esclusione di un generico
malessere fisico e di un persistente ronzio nelle orecchie, non soffrì altri
effetti. Poco prima che io la incontrassi, Sheila mi scrisse che «il suicidio non
è il mio modo di affrontare le difficoltà» e che «voglio rassicurarla che non è
mia intenzione riprovarci in nessuna circostanza».
Poco dopo questo episodio Sheila cominciò a sottoporsi alle cure di uno
psichiatra, il dottor William Waterman. Sebbene il suo intervento sembrasse
aver alleviato il dolore per la morte della madre, Sheila si sentiva lontana dal
comprendere o dal liberarsi dai «sogni elettrici», che continuavano a
tormentarla. Tra questi sogni particolarmente sconvolgente fu quello che
avvenne l’ultimo dell’anno del 1989. Stava dormendo al piano inferiore della
sua abitazione mentre sua figlia, Beverly, e Jim si trovavano nelle stanze al
piano superiore. Come era già successo, in un sogno avvenuto nel 1984, udì
un forte rumore e si rizzò a sedere con il corpo «carico di elettricità…
Qualcosa mi costrinse a rimettermi sdraiata», ma non ricordò di aver visto «i
piccoli esseri umanoidi» come era successo nella prima occasione. Sei mesi
dopo l’episodio dell’ultimo dell’anno Sheila scrisse al dottor Waterman:
«Prima del primo gennaio del 1990, pensavo che tutti quegli “esseri” che
entravano nella mia camera fossero solo simboli di un sogno. Ho cominciato a
considerare che l’ostilità e l’aggressività da me sperimentate di fronte a essi
abbiano un legame con il ricorrere dei miei sogni a “carattere spirituale”. Nel
mio sogno, quelle “cose” fanno sul serio, e anch’io».
Un articolo che Sheila aveva letto sul giornale locale nel 1985, in seguito
recuperato, parlava di avvistamenti UFO avvenuti in città al tempo della
morte di sua madre. Come scrisse al dottor R., uno dei medici da lei
consultati, «quell’articolo mi fece sorgere il dubbio che ci potesse essere un
legame tra la morte di mia madre e tutto questo». In seguito raccolse tutte le
notizie di avvistamenti che riuscì a trovare e cominciò a domandarsi se, in
realtà, i suoi «sogni elettrici» fossero semplicemente dei sogni e se fosse vero
che la sua persistente paura della notte avesse un legame con il dolore per la
morte della madre.
Decisa a superare «la paura della notte a qualsiasi costo» e desiderando
disperatamente «metter fine ai sogni», Sheila e il dottor Waterman tentarono
diversi metodi, cercando in particolare il modo di recuperare ricordi
dimenticati. Considerarono, per poi rinunciarvi, la possibilità di una seduta di

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ipnosi con l’aiuto di sedativi. Infine, con una certa riluttanza da parte di
Sheila, nell’estate del 1990 contattò, su consiglio del dottor Waterman, uno
psichiatra, il dottor G., di un ospedale di Boston specializzato nell’uso
terapeutico dell’ipnosi, per analizzare la fonte dei suoi malesseri e liberarsi
dall’ansia. Il dottor G. chiese a un altro medico, il dottor R., che era
interessato a studiare più approfonditamente l’ipnosi, di interpellare Sheila.
Gli esami accurati cui Sheila si sottopose comprendevano, oltre all’analisi
della sua vicenda personale, la valutazione neuropsicologica della possibilità
che soffrisse di un forma di epilessia al lobo temporale e un periodo di
osservazione durante il sonno. Nei suoi appunti sulla storia neuropsicologica
di Sheila, il dottor R. scrisse che in uno dei sogni la paziente «sta seduta sul
suo letto e vede diverse piccole figure, la prima delle quali si trova ai piedi del
suo letto e l’altra alla porta. Camminano in maniera difficoltosa e hanno la
forma di piccoli umanoidi». In un altro sogno, continuava, «giace coperta da
un lenzuolo e vede due piccoli esseri che incombono sopra di lei».
Lo psicologo che svolse la valutazione neuropsicologica definì «disturbati»
i sonni di Sheila ma annotò che la donna «nega di avere altri abituali sintomi
di depressione». Lo psicologo prese in considerazione un incidente avvenuto
durante la scuola superiore, nel quale Sheila era stata leggermente ferita al
lato destro del capo, che le aveva causato, nei giorni successivi, nausea e una
leggera sensibilità e, durante gli esami, una certa difficoltà di concentrazione,
una «variazione delle funzioni reattive» e un’«irrequietezza motoria», e
diagnosticò un possibile «Disordine Iperattivo e Mancanza di Capacità di
Concentrazione». Sheila scrisse a margine della copia del responso di non
essere d’accordo con questa teoria. «Non ho mai creduto che questa diagnosi
fosse valida nel mio caso.» Notando la tensione di Sheila durante gli esami, in
aggiunta alle sue personali vicende, gli psicologi considerarono la possibilità
che fosse affetta da un «disordine di tipo ansioso» e da disturbi da stress post-
traumatico, «causati dal dolore per la perdita della madre, dagli incubi e dalla
sua esagerata reazione di panico». Conclusero, comunque, «che il test
dell’Intelligenza ha rivelato che la signora N. è una donna dall’intelligenza
molto brillante, dotata di qualità superiori alla media». L’osservazione
condotta durante una notte di sonno non rivelò altro «salvo l’ansia e la
difficoltà a dormire».
Secondo i suoi appunti, tra l’agosto del 1990 e il luglio 1992, Sheila si recò
a ventiquattro appuntamenti con il dottor R. e/o il dottor G., sottoponendosi
ad almeno sette sedute di ipnosi. Le sedute di terapia duravano circa un’ora e
l’ipnosi si protraeva tra i quindici e i ventidue minuti.
Nel suo diario Sheila scrisse che, nel 1991, il dottor G. l’aveva avvertita
che sebbene l’ipnosi potesse rivelare «materiale su cui lavorare» non

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«garantiva ricordi precisi» e «poteva essere una rielaborazione di fantasie o
esperienze personali». Il fulcro della terapia si concentrava sull’effetto
prodotto dall’operazione chirurgica della madre, il funerale e sull’approccio
cognitivo e esistenziale finalizzato a ridurre il disagio dei suoi «sogni»,
insistendo specialmente sul fatto che non erano «reali». «Non mi sentii mai al
sicuro» disse Sheila parlando della terapia. Nel maggio del 1992, Sheila
accettò che le prescrivessero 5 milligrammi di Klonopin, per combattere
l’ansia e nel giugno accettò anche di prendere un antidepressivo, il Wellbutin,
da assumere nella misura di cento milligrammi prima di dormire. Continuò a
prendere entrambe le medicine sino ai primi di agosto. Secondo l’opinione di
Sheila, il dottor G. continuava a collegare i suoi sogni con la depressione.
Nella lettera che mi scrisse, il dottor G. ripeté che l’ipnosi poteva non portare
alla luce ricordi precisi e scrisse anche che «era difficile stabilire se la
paziente fosse soggetta ad allucinazioni o influenzata da credenze religiose».
Affermò che il mio desiderio di considerare vere code che gente come Sheila
racconta era «un atteggiamento molto più che obiettivo» e affermò che,
sebbene la mia buona disposizione d’animo, la comprensione e l’aiuto che
potevo fornire a Sheila potessero portare a un miglioramento, «non
necessariamente ciò confermava la realtà dei rapimenti». Discussi tutti questi
argomenti insieme al dottor G., che generosamente si offrì di allestire una
tavola rotonda presso il suo ospedale per dibatterli in sede accademica.
Durante la conferenza, alla quale partecipò un folto pubblico, furono discussi
gli argomenti sollevati dal caso di Sheila. Il dottor G., basandosi su altri casi
differenti, espresse nuovamente i suoi dubbi sulla validità dell’ipnosi come
mezzo per conoscere i particolari del rapimento di Sheila. I complessi
interrogativi che riguardano l’ipnosi e i ricordi da essa indotti per quel che
riguarda i casi di rapimento sono stati in precedenza discussi nel primo
capitolo.
Sheila disse a Julia, un’altra rapita con la quale parlò prima che avessi la
possibilità di vederla, che sotto ipnosi aveva visto «uno scheletro senza naso e
bocca, un pezzo di metallo arricciato» con una manopola e una punta rotante
come «un trapano», un rettangolo della grandezza di dodici per diciotto
centimetri del colore della crosta di una torta, con sottili scanalature, che le
provocava grande terrore, e che ricordava anche che l’avevano costretta a
distendere le braccia legandole con un tubo di gomma. Nelle note che mi
inviò nei primi giorni del gennaio del 1993, Sheila scrisse: «Non discussi
questi argomenti con il dottor G. perché temevo che ne negasse la veridicità e
volevo essere padrona di ricordarli da sola. Gliene parlai molto dopo. Mi
chiese come avevo reagito al tempo in cui li avevo vissuti. Gli dissi che li
avevo immediatamente sostituiti con l’immagine di un bellissimo giardino

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fiorito pieno di colibrì. Commentò questo fatto e interpretai la sua reazione
come un incoraggiamento a liberarmi dalle mie paure».
A un certo punto della valutazione e della terapia, quando gli aveva fatto
vedere l’articolo sugli avvistamenti UFO nel 1985, Sheila riferì che il dottor
G. aveva detto: «Personalmente, non credo agli UFO». Secondo Sheila in due
occasioni il dottor R. aveva detto: «Non crederà veramente ai Marziani,
vero?». Lei afferma di non aver mai usato la parola «marziani»; aveva
giudicato questi commenti «condiscendenti» ed essi avevano minato la sua
fiducia nei due terapeuti. (Sia il dottor G. che il dottor R. asseriscono di non
aver mai detto frasi del genere.)
Il 31 luglio nel 1992 scrisse a entrambi gli psichiatri comunicando la sua
decisione di porre termine alla terapia.
In seguito Sheila notò delle incoerenze nel sogno del marzo del 1984 e
chiese: «Perché mi sono addormentata quando gli altri incubi mi svegliano?
Perché si è svolto proprio nella mia camera dove mi trovavo quando ho
sognato?». E infine la domanda più importante di tutte: «È stata una
esperienza reale e, se è stato così, cosa è accaduto di tanto doloroso che non
riesco a ricordare?».
Poco dopo aver scritto quelle lettere Sheila parlò con il dottor T., uno
psichiatra di sua conoscenza che la incoraggiò a prendere contatto con me. In
maggio aveva registrato dalla tv la miniserie prodotta dalla CBS sui rapimenti
intitolata «Intruders». Sebbene non fosse riuscita a vederla da sola, portò il
nastro con lei all’incontro con il dottor T. poiché pensava potesse servirle per
la sua tesi. Rinunciando alla discussione che avevano preventivato, Sheila
dichiarò che aveva un altro progetto, segnatamente di collegare, magari
scrivendo un libro, a sua personale esperienza con i medici al problema della
soddisfazione delle esigenze dei pazienti. Raccontò al dottor T. le sue
esperienze con i terapeuti, le difficoltà che aveva affrontato per ottenere aiuto
e gli diede il nastro della miniserie che il dottor T. aveva tanto apprezzato.
Riguardo all’esperienza del marzo del 1984 gli disse che c’era «una
possibilità che non fosse affatto un sogno». Il 12 agosto il dottor T. e Sheila si
incontrarono nuovamente, a quell’epoca il dottore aveva confrontato la sua
storia con i casi riportati in «Intruders». Disse a Sheila: «Scrivere un libro può
essere un’idea, ma qui si tratta di un’altra faccenda». E le diede il mio nome e
numero di telefono. Il giorno dopo Sheila chiamò il mio ufficio.
Non mi fu possibile vedere Sheila per diverse settimane e chiesi a Julia di
parlare con lei. Si incontrarono il 27 di agosto e Sheila trasse un notevole
giovamento dalla loro conversazione; essa l’aiutò a trovare conferma della
possibilità che ci fosse una relazione tra i suoi sogni elettrici e l’esperienza del
marzo 1984. Sheila disse che la notte prima del loro incontro, Beverly aveva

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raccontato di essersi svegliata alla cinque di mattina «incredibilmente
spaventata», dopo aver visto una inspiegabile luce verde che era penetrata
nella sua camera da letto attraverso la ventola della finestra, creando un
effetto luminoso sul muro opposto al suo letto. L’incontro con Julia
rappresentò per Sheila la prima volta in cui trovò qualcuno in grado di
crederle e capirla.
Il primo di settembre, Julia mi disse che Sheila l’aveva chiamata per dirle
che la notte precedente aveva fatto un altro «sogno elettrico» nel quale era
rimasta paralizzata con un forte dolore al fianco mentre le avevano inserito
nell’osso un lungo ago. Provava grande ansia e disperazione; accettai di
incontrarla non appena i miei impegni me lo avrebbero consentito. Pochi
giorni dopo, parlammo a lungo al telefono e il nostro primo incontro – una
seduta di quattr’ore nella quale ripercorremmo la vicenda di Sheila che si
sottopose a una lunga ipnosi – fu fissata per il 4 settembre.
Sheila era cresciuta in una piccola città a ovest di Boston. Era la terza di
cinque fratelli.
Da piccola aveva frequentato la chiesa presbiteriana, poi si era unita alla
chiesa congregazionale, e, durante la scuola superiore, aveva cominciato a
frequentare con alcuni amici la chiesa metodista, dove era diventata amica del
pastore al quale si era rivolta per ricevere aiuto subito dopo la morte della
madre. Da bambina aveva frequentato i corsi del sabato e aveva cominciato a
considerare la Bibbia un importante punto di riferimento della sua vita.
Beverly frequenta una scuola cristiana. Sheila ha sempre considerato Dio
come «una fonte di energia» ma le sue esperienze di rapimento, o, più
precisamente, il modo in cui queste esperienze hanno incrementato il dolore
per la morte della madre, hanno messo a dura prova la sua fede. Secondo la
Bibbia, mi disse, poco prima della iniziale regressione, «dovresti amare Dio
più dei tuoi genitori. Ero furiosa con me stessa perché non erano quelli i
sentimenti che provavo».
Da bambina Sheila svolgeva un’intensa attività atletica e nel campo della
musica ed era socialmente attiva. «Mi piaceva stare con la gente», disse.
Incontrò suo marito, Jim, che ora fa l’insegnante, quando frequentava la
scuola superiore e lui il college. Dopo il college Jim si arruolò nell’esercito
per tre anni e incoraggiò Sheila a uscire con altri ragazzi, cosa che lei fece
«ma il mio cuore non se la sentiva». Cercò attivamente di riprendere i contatti
con Jim scrivendogli per tutto il periodo della ferma. Si sposarono nel 1970 e
Beverly nacque nel 1975. Sheila dice che il matrimonio aveva perfettamente
funzionato sino alla morte di sua madre e all’inizio dei «sogni elettrici».
Sheila frequentò il college e una scuola per assistenti sociali presso un istituto
del Massachusetts, ottenendo il suo diploma nel 1980. Al tempo del nostro

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primo incontro stava lavorando all’unità psichiatrica per adulti presso un
ospedale generico a ovest di Boston.
Il primo ricordo di Sheila che possa essere collegato con il fenomeno dei
rapimenti è un incidente che le capitò prima dei sei anni. Lei e suo fratello,
una notte, videro qualcosa che chiamarono «Gaw». Sheila scrisse in seguito
che «Gaw senza dubbio aveva lo stesso aspetto degli esseri entrati poi nella
mia camera (nel 1984)». Un altro incidente capitò tra i sei e gli otto anni.
«Vidi qualcosa uscire dall’armadio» nella sua camera, disse. Chiamò aiuto e i
suoi genitori accorsero, controllarono la stanza e la rassicurarono che era stato
un sogno, ma «immagino che avessi i miei dubbi… Sentivo che ciò che avevo
visto era reale…». L’essere aveva l’aspetto di un’ombra. Si diresse verso la
finestra e scomparve. Da quel giorno Sheila tiene sempre chiuse le porte degli
armadi. Perfino antecedentemente alla nostra prima regressione, Sheila
associava quell’essere con le entità che aveva visto nella sua camera nel 1984.
Da adolescente, Sheila stava guidando un’auto con sua madre e un paio dei
suoi parenti mentre l’altro fratello e suo padre si trovavano in una seconda
vettura (con cinque figli dovevano avere due auto) per far visita ai nonni
paterni. Gli occupanti dell’auto dove si trovava Sheila videro una luce
brillante che sembrava una palla allungata sopra l’orizzonte e parallela ad
esso. «Era proprio una di quelle cose impossibili da spiegare». Prima di
cominciare la terapia nel novembre del 1984, Sheila aveva raccontato la sua
esperienza del 1984 alla sorella Melissa. Questa l’ascoltò con serietà,
l’abbracciò e chiese altri particolari, poi raccontò a Sheila le proprie
esperienze collegate a quell’avvenimento. Fino al 1989, Sheila aveva sempre
negato la possibilità che fosse un fatto reale. Come lei stessa puntualizzò:
«Non è sorprendente che coloro che non hanno avuto esperienze del genere
abbiano tanta difficoltà ad accettarle?».
Melissa raccontò a Sheila un incidente avvenuto quando aveva sette o otto
anni e Sheila ne aveva tredici o quattordici, nel quale aveva visto «qualcosa di
grande e argenteo nel cielo che l’aveva spaventata e costretta a piangere».
Quando ne aveva parlato al padre questi aveva liquidato l’argomento dicendo
che era solo un sogno. Melissa disse che da adulta si era sentita perseguitata
da quel ricordo e aveva cercato l’aiuto di un ipnoterapeuta ma che ogni volta
che si avvicinava all’esperienza cominciava a tremare e a piangere.
A vent’anni Melissa aveva visto una palla di luce penetrare attraverso le
porte scorrevoli del suo appartamento, oscillare nella stanza e scendere
nell’ingresso «attraverso un muro».
Quando Sheila confidò a un cugino di suo padre che avrebbe cominciato a
venire da me, il cugino le disse di aver visto un UFO nel cortile posteriore
della casa dei vicini e la sorella maggiore di Sheila, Laura, aveva intuito «un

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forte rumore e delle luci rosse» simili a quelle che aveva visto Sheila. Ma
Sheila e Laura avevano rapporti piuttosto distaccati e la sorella non le aveva
mai raccontato nulla di questo fatto.
L’apparente coinvolgimento di Beverly, la figlia di Sheila, nel rapimento è
un fatto importante nella scelta di Sheila di esplorare l’esperienza. Lei, come
molti rapiti che hanno dei parenti, è profondamente turbata dall’impossibilità
di proteggere i propri figli. Al tempo in cui Beverly aveva quattordici o
quindici mesi e ancora dormiva nella culla, Sheila ricorda di essersi svegliata
in piena notte e di essere scesa al piano inferiore, cosa che, per lei, era
piuttosto inabituale. Aveva visto «qualcosa di bianco sulle scale» e si era
chiesta che cosa poteva avervi lasciato. Quando aveva acceso le luci si era
accorta che era Beverly, addormentata con indosso il pigiama e senza
lenzuolo. Quando Beverly aveva otto anni, Sheila la portò da un pediatra per
accertarsi di una possibile infezione all’orecchio. Il dottore rimosse un
oggetto «tutto sporco» della misura di una piccola gomma da matita e le
eliminò. Beverly insistette, piangendo, di non aver mai messo l’oggetto
nell’orecchio, ma disse che, da quando era in grado di ricordare, si era sempre
coperta le orecchie con un telo o con il lenzuolo per impedire di lasciarle
esposte. Come accade spesso con i bambini rapiti, Beverly, da piccola, aveva
sovente tagli e perdite di sangue inspiegabili.
Sheila e io ci incontrammo il 21 settembre, il 12 ottobre e il 23 novembre
per sottoporla a regressioni ipnotiche. Il dottor Waterman fu presente durante
la seconda e la terza seduta. Siccome non l’avevo mai vista prima, metà della
nostra prima seduta fu dedicata alla compilazione dei dettagli del background
familiare di Sheila, la sua vicenda personale, e le esperienze che lei e la sua
famiglia avevano vissuto collegabili al rapimento. Inizialmente Sheila si
dimostrò una donna piuttosto timida, ansiosa, che parlava a bassa voce e che,
chiaramente, aveva affrontato un notevole disagio per incontrarmi. La sua
ansia, come scoprii in seguito, era accresciuta dalle precedenti difficoltà
incontrate con gli psichiatri che l’avevano avuta in cura. La preoccupazione di
mantenere il controllo di sé e la paura di perderlo erano evidenti a prima vista.
Prima di iniziare la regressione, il cui scopo era il recupero dei ricordi
collegati con i fatti del marzo del 1984, Sheila e io ripercorremmo le memorie
consce dell’episodio e io le chiesi di disegnare uno schema delle stanze e
delle camere da letto della casa. Poco prima di iniziare la regressione Sheila
parlò con me dei cambiamenti di confessione religiosa e della sensazione di
isolamento che stava provando. Nelle sedute di ipnosi Sheila parlava a voce
molto bassa, mentre i movimenti del suo corpo riflettevano intense energie
corrispondenti alle «tremende» pressioni e alle altre forze che sentiva su di sé.
Prima della seconda seduta chiesi a Pam Kasey di prendere nota di questi

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movimenti.
Sotto ipnosi Sheila disse immediatamente di essere spaventata da «quel
rumore» e da «quelle luci». La riportai a un momento precedente di quella
notte e le chiesi di descrivere ciò che era avvenuto quando era andata a letto.
Disse di essersi coricata alle undici, dopo suo marito, e di aver cercato senza
riuscirci di farsi abbracciare (a quell’epoca dormivano ancora nello stesso
letto). È convinta di essersi addormentata sul lato sinistro, ma la successiva
cosa che ricordò fu di essersi svegliata sulla schiena dopo aver udito un
rumore molto forte e acuto e aver visto una luce rossa intermittente
«proveniente dalle finestre, da tutte le finestre… Jim era come morto,» disse
«la sua bocca era aperta e le luci gli davano un colore bizzarro». A quel punto
si spaventò talmente che fui costretto a rassicurarla che gli esseri non
sarebbero venuti nella stanza dove stavamo lavorando.
Sentendosi confusa, Sheila si issò sui gomiti e vide diverse di «quelle
cose» entrare nell’ingresso. Una di esse alzò una mano come per fare un
segnale alle altre. Con il respiro che cominciava a diventare affannoso, e
molti incoraggiamenti da parte mia a respirare normalmente e a ritrovare il
controllo di sé, Sheila descrisse tre figure con «braccia e gambe scheletriche»
che venivano in fila verso la sua camera. Due di esse arrivarono ai piedi del
suo letto, le luci rosse intermittenti e il rumore cessarono mentre gli esseri ai
piedi del letto si limitarono a guardarla. Mentre la sua paura aumentava,
Sheila mi disse di volersi adagiare ancora in modo che gli esseri non la
vedessero, ma si rendeva conto che non era possibile.
Parte delle sue paure erano determinate, osservò Sheila, dal fatto che aveva
già visto quegli esseri («Li conosco») e che «Non voglio vederli ancora». La
sua paura stava crescendo mentre il suo corpo si agitava in dolorose
contorsioni e i suoi arti si contorcevano, tendendosi e rilassandosi. Gli occhi
delle creature erano «terrificanti», disse e ricordò che aveva paura di essere
toccata da loro. Mentre continuava ad agitarsi contorcendosi, Sheila vide una
luce bianca sopra di sé e capì di avere le braccia immobilizzate lungo i
fianchi.
«Non è la mia stanza», disse e gemette: «Voglio andare a casa, non so
dove sono qui». Poi vide molti esseri «andare avanti e indietro. Difficile dire
quanti sono perché sono dappertutto».
Qualcosa la toccò all’addome e in quel momento gridò: «Non vogliono
lasciarmi le braccia. Lo fanno sempre». Poi avvertì l’«orribile pressione» e il
dolore di «qualcosa di squadrato» che premeva contro il suo corpo attraverso
la parete addominale. «La cosa più spaventosa è che non hai il controllo di
te», disse. Sheila fece del suo meglio per esprimere la rabbia e l’umiliazione
che stava provando. Ma tutto quello che riuscì a dire fu che avrebbe preso a

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calci quegli esseri, li avrebbe fatti a pezzi e «rimandati a casa».
Il particolare più spaventoso degli esseri erano gli occhi, disse Sheila.
«Sono così grandi… differenti.»
Verso la fine della regressione chiesi a Sheila di descrivere il posto dove si
trovava. «Non somiglia alla mia camera da letto» disse. «Mi pare di essere su
un tavolo» che «sembra duro». Il suo corpo «era accaldato» a causa «della
mia resistenza» e «dei tentativi che avevo fatto per andarmene». Ritornò sul
«potere degli occhi», specialmente quelli della creatura che definì «il capo…
controlla con i suoi occhi. Tutti lo rispettano».
Come sono solito fare, parlai con Sheila il giorno successivo. Si sentiva
«confusa» e «vulnerabile» perché l’esperienza le era sembrata «in qualche
modo reale». Era determinata a prevenire quei «sogni». Le dissi che non
sapevo come aiutarla ma che forse potevo assisterla quando si sarebbe
confrontata con quelle esperienze. Accettò di «affrontare il mistero» con me.
Il dottor Waterman aveva sentito i miei interventi sui rapimenti e
ammetteva la possibilità che il caso di Sheila potesse essere un esempio di
quel genere di fenomeno. Annullò i suoi impegni per partecipare alla nostra
successiva regressione. Prima di indurre Sheila in ipnosi, alla presenza del
dottor Waterman, cercai di sapere quale ritenesse essere l’opinione del dottore
riguardo ai rapimenti. «Penso che creda che possano essere veri» mi disse.
Sheila si presentò più sicura di sé alla seconda regressione. A dispetto della
paura, il ricordo delle emozioni sconvolgenti della prima regressione, e la
sensazione «di aver subito una tremenda violazione personale», era decisa,
quasi ansiosa di proseguire. «Ho vissuto a sufficienza con quell’esperienza»
dichiarò. Più tardi Sheila mi scrisse di quanto la nostra prima seduta fosse
servita ad interrompere il suo isolamento, di quanto avesse convalidato la sua
esperienza, e rafforzato la sua energia e la sua determinazione. Nel corso della
revisione di quanto era accaduto nella prima seduta disse: «Non mi importa di
quello che possono pensare gli altri, so quello che ho visto».
Ripercorremmo la prima seduta, che Sheila ricordava piuttosto
accuratamente, ad eccezione dell’oggetto squadrato che era stato premuto
sulla sua parete addominale, che adesso era diventato rettangolare,
approssimativamente della misura di due centimetri e mezzo.
Coscientemente, Sheila mi assicurò che non aveva voluto «mentire» ma che
era rimasta sconcertata dal dolore e non aveva potuto esprimersi chiaramente.
Chiese «una direzione, un obiettivo» e io le suggerii di esplorare ancora
l’incidente del marzo 1984, cominciando da dove ci eravamo interrotti.
Ancora una volta Sheila descrisse le luci brillanti, il rumore, la sua paura e
lo stato confusionale e quanto si sentisse frustrata di non poter svegliare suo
marito. Raccontò degli esseri che erano venuti nella sua camera e nuovamente

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portò l’attenzione sugli occhi del capo. Ora apparivano neri, non marrone
come aveva detto la prima volta, e fissarli le dava la sensazione «che fosse
tutto nero intorno a me».
I movimenti del corpo e il comportamento descritti nelle note di Pam
Kasey potrebbero spiegare meglio le sensazioni di Sheila dalle sue stesse
parole. Apriva e chiudeva le mani, allungando le braccia. Agitava le gambe e
aggrottava le sopracciglia. La sue spalle si tendevano e si rilassavano come in
preda a convulsioni. Il respiro si fece difficile poi più tranquillo. A volte si
verificarono momenti di silenzio accompagnati da piccoli movimenti
continui.
Ricordò che furono piantati degli aghi «direttamente nella mia fronte».
All’inizio fu doloroso poi «mi sentii solo rilassata». Gli aghi piantati nella
fronte sembrarono provocare un «intorpidimento» della mano e del braccio
destro. Poi «il capo» si avvicinò a lei con qualcosa che sembrava un ventaglio
con un «ago all’interno… cercai di fermarlo perché avevo paura», disse. Poi
le sue gambe si tesero e si agitarono mentre descriveva il capo che si
avvicinava con l’oggetto simile a un ventaglio. Le sue gambe erano
«leggermente divaricate», la sinistra diritta e la destra piegata, mentre uno
degli esseri le piantava l’ago sul fianco sinistro. Anche quando l’ago fu
rimosso dalla gamba essa le sembrò «rigida e dolente».
Dopo di ciò vide «molti di quegli esseri» che «incombevano su di me». Era
imbarazzata di non avere vestiti addosso. Poi ci fu «qualcosa sopra di me»
che sembrava un rasoio elettrico con un oggetto «nero sopra; non posso dire
se lo stessero tenendo loro», disse, mentre uno degli alieni «lo manteneva
sopra di me» e lo trascinava sopra il suo addome da sinistra a destra,
provocandole una sensazione di calore. Sembrava trattarsi del rettangolo nero
di cui aveva parlato prima. Il suo corpo cominciò a essere più teso, agitato e
Sheila gemette mentre raccontava che lo strumento simile a un rasoio veniva
passato «sul fianco destro, molto lentamente, nel punto in cui immagino si
trovi la mia ovaia destra o l’appendice» mentre «cercano di tenere ferma la
mia gamba (destra)». Provò un intenso dolore mentre lo strumento veniva
premuto in quel punto.
Dopo pochi minuti il corpo di Sheila si immobilizzò e lei cominciò a
tormentarsi insistentemente la camicetta dicendo, «ho caldo». Non aveva
«tempo di prestare attenzione» a quello che era stato rimosso dalla parete del
suo addome.
Era sicura, comunque, di aver visto «il rettangolo nero». Parlò ancora della
paura, della rabbia e del dolore, poi disse: «Vedo i loro occhi. Non voglio più
vederli».
A quel punto la scena cambiò e a Sheila fu mostrato qualcosa che

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sembrava una enorme finestra di vetro dipinto di rosso con un oggetto di
lattice marrone e oro che separava i pannelli, i quali si curvavano formando
un’ampia cupola; queste finestre si allineavano per tutta la lunghezza del
muro. La sensazione che provò fu: «Ero davvero là». La cupola a forma di
cono era sconvolgente per la sua incombenza «e mi faceva paura guardarla».
Allo stesso tempo, il luogo sembrava molto bello come «le stelle del nord…
una cascata di oro puro». Il senso di profondità pareva creato da scanalature
che salivano a spirale verso il soffitto. Quando chiesi a Sheila cosa la
spaventasse tanto mi rispose: «È una sensazione di potere, non posso dire
altro». «Mi hanno sottratto ogni ricordo», concluse.
Riemersa dalla regressione, Sheila disse di essere triste, cosa che attribuì al
fatto di sentirsi «come se fossi spogliata e priva di controllo su me stessa».
Cercando di recuperare il suo atteggiamento abituale, dichiarò: «In quella
circostanza, il mio deodorante ha fallito lo scopo, puzzo», ma in maniera più
significativa osservò quanto fosse stato sconvolgente scoprire «che il mio
corpo non era mio».
Il dottor Waterman, impressionato dalla potenza e dall’apparente
autenticità di ciò che Sheila aveva provato durante la seduta, nelle settimane
seguenti si sforzò di superare il suo scetticismo in modo da poterle essere più
utile nell’«affrontare il mistero» assieme a noi. In una telefonata successiva,
Sheila espresse una profonda gratitudine per il lavoro che stavamo svolgendo,
parlò dell’isolamento che aveva provato per il fatto di non essere creduta, e
confermò la sua decisione «di sfidare le credenze» della psichiatria riguardo
alle esperienze di rapimento. Confidò inoltre il suo desiderio di svolgere un
lavoro connesso alla sua esperienza con i medici in relazione al rapimento, un
lavoro che avesse come fine quello di soddisfare le esigenze dei pazienti.
Julia e Sheila ebbero una lunga conversazione telefonica diversi giorni
dopo la regressione. Sheila voleva sapere se io le credevo e aveva molte
domande da porre sull’ipnosi e sui meccanismi che permettono di ricordare e
dimenticare. Si domandava se erano possibili alterazioni nei ricordi recuperati
con l’ipnosi, e cosa aveva impedito ai suoi ricordi di riaffiorare da soli.
Immaginava potesse trattarsi di semplice paura.
Prima di iniziare la terza seduta di ipnosi, alla quale partecipò anche il
dottor Waterman, ripercorremmo ciò che era accaduto nelle sei settimane dal
nostro primo incontro. Solo tre notti prima, intorno alle tre di notte, Sheila
aveva avuto un altro «sogno elettrico» nel quale aveva provato un senso di
«semi incoscienza».
Era soprattutto turbata dalla mancanza di controllo e dal fatto che non
poteva proteggere Beverly. Colse appieno un sentimento condiviso da molti
rapiti quando disse: «Si vive sempre con una certa paura che possa succedere

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di nuovo».
Dopo questa discussione parlammo della prima esperienza di Sheila nel
mio gruppo di sostegno. I soggetti sono «tutti sulla stessa barca», notò «una
barca che adesso non posso ignorare», parlò di quanto fosse stato
sconvolgente per lei rendersi conto che quello che era successo poteva essere
vero e delle sue difficoltà a trovarvi qualcosa di buono. «Non so se vorrei
vivere per sempre sotto il controllo di altri», disse. Aveva delle difficoltà a
vivere con le implicazioni di ciò che aveva scoperto durante le sedute di
ipnosi. Riguardo agli esseri, si domandava: «Da dove vengono?». La cosa più
fastidiosa per Sheila «peggio del ventaglio e dell’ago, del tubo e del rasoio
elettrico e degli aghi sulla fronte era l’oscurità… è una esperienza terrificante
il buio», disse «guardare nei loro occhi e immaginare come sono arrivati là, e
poi tutto viene avvolto nel buio».
Sheila aveva deciso di indagare sull’esperienza del primo dell’anno del
1990 durante la quale aveva provato quella sensazione di «elettricità».
«Sentivo che qualcosa mi aveva forzato», ma non aveva visto gli esseri.
All’inizio della regressione ripercorremmo gli avvenimenti dell’ultimo
dell’anno. Nei suoi appunti sul diario del 12 gennaio, Sheila aveva scritto:
«Avevo avuto paura per tutta la notte. Fu il sogno più terrificante che avevo
fatto da molto tempo». Quella sera il padre di Sheila, sua sorella Melissa e la
figlia di questa, Kimberly, erano venuti a trovare Sheila, Beverly e Jim. Se ne
erano andati alle undici e Sheila era andata letto alle undici e mezza «perché
ero stanca». Beverly aveva appena convinto Sheila a scambiarsi le camere
perché quella di Sheila era più grande e aveva il telefono. Spiegando che non
aveva avuto il tempo di preparare la camera di Beverly per sé, Sheila aveva
deciso di dormire al piano inferiore su un lungo sofà nel soggiorno. Preso un
cuscino dal piano superiore si era riparata con una coperta, sentendosi triste al
pensiero che sua madre non era con lei.
Sheila aveva scritto nel suo diario che stava preparandosi per andare a
letto. «Ero spaventata, avevo paura di dormire da sola.» Il soggiorno era
«lontano da Beverly e da Jim». Ricordava il ronzio del condizionatore e il
pendolo del piano inferiore. Crede che, a dispetto della paura, riuscì a
addormentarsi. Fu svegliata intorno a mezzanotte – secondo l’orologio del
videoregistratore che segnava le 12,02 – spaventata dai «fuochi d’artificio»
che sembravano venire dalla strada dove la gente si era radunata. «Si stanno
divertendo stanotte». Fu spaventata da una luce che era entrata nella stanza e
disse: «È troppo luminosa». Poi la luce «se n’è andata» e quindi: «Mi alzo per
vedere da dove provenisse». Era ancora sveglia quando l’orologio aveva
suonato le dodici e mezza.
La riportai a quando aveva guardato l’orologio del videoregistratore e le

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chiesi cosa aveva fatto in seguito. Disse di essere rimasta alla finestra e di
aver visto una luce in un punto del vialetto dei suoi vicini e di averla collegata
a quella nella sua camera. Poi, a dispetto della paura di un’intensità tale da
costringerla a rabbrividire, si era distesa ancora sul divano per sfuggire al
timore. Ricordò di aver visto il grande organo nel salotto vicino e le piante
nella stanza dove si trovava. A quel punto la sua paura stava aumentando.
Adagiata sul fianco sinistro Sheila cercò di prendere sonno, «Non ci misi
molto, ero terribilmente spaventata».
Ricordando quanto si era sentita sola e lontana da Beverly e da Jim, Sheila
disse: «Vidi ancora la luce. Cercai di capire da dove veniva». Sembrava
arrivare dal lato della casa. «Era veramente brillante. Poi la guardai, e divenne
scura.» Aveva paura della luce e chiese come fare per andarsene via. Quindi
vide qualcosa di arancione e rosa con «una macchia nera all’interno». Ora,
distesa sulla schiena invece che sul fianco, vide una fonte luminosa così
potente che mi chiese: «Ha acceso la luce?». Poi si trovò in mezzo «a
qualcosa di grigio simile alla nebbia». All’inizio del suo diario del 12 gennaio
1990, Sheila aveva scritto «grigia e a forma di V… Non posso vederli»,
continuava il diario, «ma c’erano due di loro vicini a ciascun punto del mio
corpo – al collo, all’attaccatura delle braccia, e a circa sei centimetri dalle
caviglie – cinque di loro in tutto. L’unico modo in cui posso descrivere ciò
che facevano è che mi facevano male e due coppie erano in posizione
perfettamente simmetrica, d’altra parte potevo sentire la loro presenza anche
dopo essermi svegliata. Sembravano così reali…». Il suo respiro era faticoso e
ansimante e ora si sentiva come se fosse stata in piedi ma avesse voluto
sdraiarsi. Disse di non sentire «freddo» come se si trovasse in «una specie di
bolla grigia a temperatura ambiente, senza muri definiti o soffitto piatto».
Poi Sheila aggiunse con voce grave: «Vedo solo i loro occhi. Voglio
andare via. Sono proprio di fronte a me».
«Dove?», chiesi.
«Nella materia grigia.» In seguito ebbe luogo una lotta durante la quale
Sheila fu costretta a guardarli negli occhi anche se voleva evitare di farlo,
desiderando piuttosto scappare. Notò quanto «grandi» e «intensi» fossero i
loro occhi, e che «non li vidi sbattere mai le palpebre». Costretta a guardarli,
cedette: «Vedo i loro occhi». Grazie a questa ammissione o per il fatto di
averli guardati, o forse per entrambe le cose, cominciò a sentirsi più rilassata.
Sheila ammise che questo le faceva pensare «di essere pazza, come quando ti
accorgi che non sai cosa stai facendo, come se fossi matto o qualcosa del
genere, quasi ti mancasse il contatto con la realtà».
Quasi piagnucolando Sheila parlò del terrore di perdere il controllo. «Loro
mi controllano», disse; «devo arrendermi.» Si sentiva «derubata» da loro e

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allo stesso tempo «dipendiamo l’una dagli altri». I suoi pensieri tornarono alla
luce abbagliante «troppo brillante» che l’aveva spaventata. Poi Sheila vide
qualcosa di «arancione» fuori della finestra «molto vicino al terreno». Con
enorme difficoltà, a dispetto dei miei incoraggiamenti, riuscì solo a dire «vedo
una massa enorme arancione di forma ovale».
Sheila chiese «di tornare agli occhi e di parlare della dipendenza da essi…
mi hanno detto proprio così», disse dopo aver perso il controllo.
Riconoscendo che né lei né io capivamo cosa significasse, Sheila disse:
«Dipendiamo entrambi uno dall’altro. Devo accettare la (loro) presenza nella
mia vita» o almeno «durante la notte». Non credeva che «sarebbero venuti da
me di giorno». Quando le chiesi come le era stata comunicata questa
informazione disse: «L’ho saputo e basta. So quello che pensano.
Comunicano ma non so come». Non le piaceva tutto questo. «Non mi piace
che siano qui», ma accettava la realtà di quello che aveva riconosciuto.
Sheila ebbe parecchie difficoltà a tornare seduta dopo il termine della
regressione. Collegò chiaramente gli occhi con gli stessi che aveva visto nelle
precedenti regressioni. Questa volta non si sentiva circondata dall’oscurità
quando guardava nei loro occhi, si accorse perfino di essere rilassata ma trovò
l’idea «che dipendiamo gli uni dagli altri» spaventosa perché «questi esseri
non sono amici. Non li inviteresti certo a passare le vacanze con te». Si
domandava se fossero «ingannevoli… non si può dipendere da chi cerca di
ingannarti. Non ci si può fare affidamento». Ma non era sicura di questo.
Discutemmo se l’interdipendenza cominci quando ci si sottomette al loro
controllo. Parlammo anche del desiderio degli uomini «di rimanere al
controllo di se stessi» e delle conseguenze distruttive di questo atteggiamento.
«Devi arrenderti per acquisire equilibrio» disse. Gli esseri umani devono
avere il controllo di sé per socializzare durante il giorno. «Questo è il
controllo durante il giorno» disse. «Durante la notte devi arrenderti per avere
un equilibrio perfetto.» Terminammo domandandoci se la perdita del
controllo durante la notte possa avere dei vantaggi durante il giorno. «Penso
di sì», rispose Sheila. «In che modo?»
«Ecco una cosa a cui non so rispondere», disse Sheila. Il dottor Waterman
rimase impressionato da ciò che avvenne in quella seduta e nei giorni che
seguirono. Sheila continuò a integrare ciò che aveva scoperto in quella
regressione, specialmente nei loro incontri. Sheila sembrava al dottor
Waterman, «una persona differente», sorridente, preoccupata per lui (suo
padre era morto da poco) e molto più sicura di se stessa. Più tardi mi scrisse
che era impressionata per i cambiamenti del suo modo di vedere le cose,
«cambiamenti di opinione… Qualcosa di differente». La vidi al gruppo di
sostegno il 14 dicembre, tre settimane dopo l’ultima seduta. Sembrava dotata

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di maggiori energie, con una luce diretta, luminosa, negli occhi, e disse di
sentirsi più speranzosa. Parlammo dei suoi sforzi di aiutare altri rapiti che
stavano lottando con la sensazione di non avere alcuna speranza di
comprendere la loro esperienza, come aveva fatto lei stessa.

Discussione

È sempre difficile ammettere di non sapere qualcosa. Nel campo della


psichiatria inoltre c’è la tendenza, forse abbastanza naturale, di cercare di
adattare i dati psicologici e i fenomeni emozionali a categorie conosciute. La
totale incertezza è spesso, fonte di disagio. Nel caso di Sheila l’emergere dei
suoi «sogni elettrici» e altri sintomi di una condizione traumatica conseguente
alla morte della madre creavano una certa logica che conduceva a una
spiegazione del suo caso fondata su un dolore irrisolto, depressione, o un
disordine mentale provocato dallo stress postraumatico derivato dalla perdita
della madre, alla quale era stata molto legata. Gli interventi terapeutici
orientati in questa direzione non erano riusciti ad alleviare il disagio di Sheila,
e alla fine dell’estate del 1992, la sua disperazione era diventata insostenibile.
In retrospettiva c’erano diversi sintomi, nel caso di Sheila, che non si
adattavano alla diagnosi che individuava la causa dei suoi problemi nella
depressione conseguente a un prolungato dolore. Sebbene Sheila soffrisse
d’ansia a causa dei «sogni elettrici» che la tormentavano periodicamente (il
suo sintomo principale), non c’era nulla nelle sue esperienze oniriche che
indicasse una sofferenza direttamente collegata alla perdita della madre, né
era riscontrabile la perdita di autostima o il rimorso che di solito
accompagnano la depressione cronica. Persino l’impulsivo tentativo di
suicidio nel luglio del 1985 era una reazione genuina a un problema di
sfiducia nel terapeuta che l’aveva fatta sentire disperatamente sola. Sheila
mostrava sintomi di una condizione di stress postraumatico con generale
ansietà, sogni paurosi, e difficoltà di dormire. Ma la domanda che esigeva una
risposta riguardava la causa delle sue sofferenze. La morte della madre aveva
profondamente turbato Sheila e così la crisi del suo matrimonio. Tuttavia
nella sua opposizione a questi problemi – ai quali sembra aver reagito
ragionevolmente bene – o nel contenuto dei suoi sogni, c’era ben poco ad
avallare l’ipotesi che fossero la principale fonte del suo stato traumatico
costante. Una valutazione neuropsichiatrica del 1991 documentava l’ansia di
Sheila ma non mostrava prove di depressione e la descriveva come una
persona «le cui funzioni mentali sono sopra la media». Non erano state
scoperte altre cause del suo trauma se non il rapimento.
Il caso di Sheila ha le tipiche caratteristiche del rapimento alieno. Queste

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comprendono sogni spaventosi che sembrano più reali dei normali incubi,
ricordi – alcuni disponibili consciamente, altri emergenti grazie all’ipnosi – di
intrusioni nella sua camera da parte di esseri umanoidi, di venir portati in un
ambiente strano e sottoposti a procedimenti chirurgici. In tre sedute di ipnosi
siamo stati in grado solo di grattare la superficie di ciò che Sheila sembra aver
passato. Unirsi a lei nell’esplorare il mistero che circonda queste esperienze e
fornendole l’opportunità di esprimere gli effetti che il suo inconscio aveva
tenuto nascosti, si è dimostrata una terapia efficace.
Qualcuno potrebbe obiettare che il miglioramento clinico di Sheila è il
risultato della conferma delle sue false credenze. Ma non c’è nulla nella
valutazione psicologica di Sheila che lasci intuire la propensione a sviluppare
pensieri fantastici o a essere vittima della suggestione. Oltre a ciò, gli
psicotici che sviluppano false convinzioni generalmente non migliorano
quando queste trovano conferma, perché a questo scopo devono impiegare
troppe energie a discapito di altre funzioni vitali.
Infine c’è la testimonianza del dottor Waterman, inizialmente scettico
riguardo ai rapimenti ma aperto a una collaborazione con me. Avendo
conosciuto Sheila per più di sette anni, considera sincere le sue risposte sotto
ipnosi, un riflesso di esperienze traumatiche delle quali non è possibile
individuare altra fonte se non ciò che Sheila ha raccontato. Il fenomeno dei
rapimenti sfida la nozione di realtà del pensiero scientifico occidentale.
Secondo questo punto di vista non crediamo semplicemente possibili queste
cose. Tuttavia non siamo riusciti sino ad ora a trovare spiegazioni
convenzionali per i problemi di persone che come Sheila le hanno
sperimentate. Sheila stessa scrisse, commentando il suo caso, al dottor G.:
«Semplicemente non ha senso nel mondo che conosciamo». Ma come disse
una volta Freud, la teoria non impedisce ai fatti di verificarsi. A tutti coloro
che lavorano nel campo della salute mentale possiamo solo chiedere di
mantenere le menti aperte quando si trovano a contatto con fenomeni come i
rapimenti di alieni che non comprendiamo e di resistere alla tentazione di
fornire spiegazioni premature.
Sebbene Sheila abbia avuto più difficoltà di altri rapiti a recuperare i suoi
ricordi e ad affrontare il loro drammatico contenuto, mostra i sintomi di un
processo di trasformazione che mi suona familiare. In associazione con la sua
stessa resa di fronte alla perdita di controllo su se stessa ha cominciato a
comprendere le conseguenze per se stessa come individuo e per l’equilibrio
ecologico del pianeta, messo in pericolo dal nostro desiderio di potere e
controllo su ogni cosa. Non sappiamo se questo cambiamento di opinioni sia
solo un effetto delle sue esperienze traumatiche o sia intrinseco nel fenomeno
dei rapimenti. È interessante a questo riguardo che la decisione di Sheila di

94
accettare l’interdipendenza con gli alieni, seguita dalla preoccupazione per il
sistema ecologico della Terra, è sorta quando ha accettato di guardare negli
occhi il capo degli alieni e di lasciarsi andare.
Il fenomeno dei rapimenti alieni è una fonte potenzialmente ricca di
informazioni e comprensione di noi stessi e dell’universo che ci circonda. Ma
per ottenere delle conoscenze che possiamo in qualche modo utilizzare, prima
dobbiamo ammettere la nostra grande ignoranza della natura e dei suoi
segreti. Come Sheila scrisse al dottor R., «Un giorno, qualcuno potrà
raccontarle una esperienza simile alla mia. Non ho ancora una spiegazione
“scientifica” ma questo non significa che la mia sia una posizione di
ignoranza. Se possiamo ammettere che la psichiatria non può comprendere
tutti i disturbi mentali, perché non dovremmo credere che la scienza non
possa spiegare tutto quello che accade in questo mondo?».

95
V
Estate del ‘92

Scott aveva ventiquattro anni quando ci incontrammo per la prima volta nel
novembre del 1991, dopo che ebbe espresso il desiderio di frequentare il mio
gruppo di sostegno mensile per rapiti. A quell’epoca stava incontrando uno
psicoterapeuta a causa di stati di ansia correlati con un rapimento ad opera di
alieni, ed era convinto che il gruppo potesse fornirgli l’opportunità di
incontrare altri rapiti e condividere i conflitti che erano sorti dentro di lui in
seguito alla sua esperienza. Avevo stabilito la regola, che applico ancora oggi,
di incontrare personalmente i rapiti prima di ammetterli nel gruppo. Il caso di
Scott mette in luce alcune drammatiche trasformazioni personali che
avvengono quando un rapito si rende conto della realtà del rapimento e delle
emozioni conseguenti. Scott è anche un componente di quella schiera sempre
crescente di rapiti che scopre di avere una doppia personalità, umana e aliena,
con il procedere del suo lavoro di analisi.
Scott è un giovane alto, robusto e massiccio le cui maniere leggermente
sprezzanti nascondono sensibilità e capacità di ragionamento, qualità che si
sono acuite da quando ci siamo conosciuti. Sebbene abbia ricevuto
un’educazione tradizionale molto formalista possiede un carattere forte e
indipendente. Scott lavora come attore e regista oltre che aiutare suo padre
all’officina meccanica e possiede un autentico talento manuale che gli
consente di riparare egualmente bene sia un’auto che un pianoforte. Suona
questo strumento sin da bambino e gli piacerebbe scrivere canzoni. Avrebbe
voluto anche diventare pilota, ma «tutte quelle analisi mediche» cui è stato
sottoposto in seguito alla sua esperienza di rapimento glielo hanno reso
difficile. «Sono sempre stato occupato», dice Scott, «a tenere la mente lontana
da quello che mi stava accadendo.»
Nell’estate del 1992 Scott attraversò un periodo nel quale la sua abituale,

96
quasi animalesca, diffidenza gravata dalla paura (si riferiva a se stesso come a
un «maniaco della sicurezza» e aveva paura ogni notte di essere rapito. Inoltre
aveva dotato la sua casa di un sistema di allarme radio che metteva in
funzione la notte, con telecamere di sorveglianza come deterrente e un
microfono alla porta d’ingresso, con un altoparlante vicino al letto per i
controlli notturni) lasciò il posto per un certo periodo a sentimenti più intensi
di vulnerabilità, impotenza e a una sensazione di distacco dalla sua famiglia.
Fu questa tendenza ad allentare l’autocontrollo che aprì la strada a una
trasformazione del suo rapporto con l’esperienza del rapimento e a favorire
profondi cambiamenti nella sua coscienza.
La sorella di Scott, Lee, di diciannove mesi più giovane di lui, è anch’ella
una rapita, sebbene sia più lenta a recuperare i ricordi dell’esperienza. Per
molti anni si è attaccata alla possibilità che le sue paure per i rapporti sessuali
intimi siano collegate a un abuso da parte del padre o di qualcun altro.
Un’indagine accurata della sua storia personale ha dimostrato l’infondatezza
della possibilità di un abuso come fonte delle sue paure, mentre una potente
seduta di ipnosi cui si sottopose nel novembre del 1992 rivelò una
sconvolgente esperienza avvenuta all’inizio dell’adolescenza durante la quale
fu portata a bordo di un UFO da esseri alieni, che le inserirono uno strumento
sonda nella vagina per rimuoverle qualche sorta di tessuto, forse un’ovaia.
Dieci giorni dopo Lee si imbarcò per un viaggio, precedentemente pianificato,
verso l’India della durata di diversi mesi per raggiungere una crescita
spirituale, e in particolar modo per studiare il buddismo tibetano.
Dopo aver letto la relazione del caso di suo fratello, che la madre le aveva
spedito in India, Lee si preoccupò che il breve accenno alla sua vicenda la
dipingesse come una vittima. Avrebbe voluto leggere un racconto «molto più
dettagliato nel descrivere la serie di incontri che non aveva provocato traumi
psichici o sessuali, ma le aveva fornito un’impagabile opportunità di crescita
spirituale e sensibilità verso tutti gli esseri senzienti, dagli insetti agli abitanti
di altri pianeti in altre dimensioni. Questa correzione», continuava, «mi
farebbe sentire di meno una vittima di uno stupro intergalattico e sarebbe più
fedele al mio reale stato d’animo… un’esperienza che mi ha fatto quasi
scoppiare la testa con un’espansione della coscienza. Mi sento stranamente
grata». Precedentemente, nella stessa lettera, aveva scritto: «Il buddismo
tibetano conferma molti degli incontri spirituali che i rapiti “consapevoli”
hanno avuto».
La madre di Scott e Lee, Emily, ha quarantotto anni, lavora in una
proprietà immobiliare e aiuta il marito Henry nel lavoro. Può darsi che anche
lei sia stata rapita, ma il particolare più evidente in Emily, un fatto di grande
importanza in questo caso, è la straordinaria fermezza e il sostegno fornito ai

97
suoi figli. È l’unico genitore che viene regolarmente al mio gruppo di
sostegno, e sebbene abbia sofferto molto in seguito allo stress provocato dai
rapimenti subiti dai figli, Emily ha completamente accettato la realtà di quello
che Scott e Lee le hanno raccontato. In più, è profondamente convinta che
stiano attraversando una fase di crescita spirituale e una definitiva
illuminazione. Questo atteggiamento, quale che si dimostri in ultima analisi la
realtà, è unico nella mia esperienza tra i genitori dei rapiti.
Il padre di Scott, Henry, è stato meccanico per venti anni e ha
recentemente iniziato un nuovo lavoro. Henry è molto cauto nel parlare dei
suoi sentimenti e delle sue opinioni, ma è comunque d’aiuto ai figli. Crede a
ciò che hanno raccontato, ma nei confronti degli UFO e degli alieni ha un
atteggiamento che richiede prove più concrete. Scott ha un fratello, Robert,
che non ricorda di essere stato vittima a sua volta di rapimenti alieni. Emily
descrive Robert come un ascoltatore «distaccato» ma che assume un
atteggiamento di sostegno quando l’argomento viene sollevato in casa. Robert
è sposato e ha tre figli, due bambine di tre anni e un bimbo di un anno e
mezzo (nel gennaio del 1993), nessuno dei quali sembra coinvolto con i
rapimenti. Scott si sente grato per la sua vita familiare generalmente positiva e
non riesce a connettere le sue esperienze di rapimento con nessun trauma
nascosto.
Quando incontrai Scott per la prima volta stava affrontando da diversi mesi
il trauma conseguente a un rapimento avvenuto nell’aprile del 1990 nel quale
aveva visto consciamente degli esserini (i «piccoli») nella sua stanza.
Collegava quell’esperienza con il ricordo degli stessi esseri comparsi nella
sua camera e l’avvistamento di un «disco volante» quando aveva dieci anni.
Attraverso delle organizzazioni che si occupano degli UFO e una lunga lista
di persone alle quali aveva chiesto aiuto, Scott aveva consultato una terapeuta.
Quest’ultima gli era stata di aiuto e nel loro lavoro insieme, che includeva
anche delle sedute di ipnosi, aveva recuperato dei ricordi di rapimenti risalenti
sino all’età di tre anni. Scott frequentò il gruppo di sostegno sin dal novembre
1991; ci incontrammo diverse volte al di fuori di esso. Sostenne con me due
sedute di ipnosi nel marzo e nel dicembre del 1992 nelle quali volle scoprire
ed esprimere le sue emozioni sepolte più intensamente e provare un modello
curativo più co-investigativo e meno terapeutico.
Ottenni maggiori dettagli sulla storia personale di Scott dai registri medici
del Children’s Hospital Medicai Center di Boston, al quale il giovane si era
rivolto sin dall’età di quattordici anni per sottoporsi a valutazioni in seguito a
«episodi confusionali precedentemente etichettati come attacchi». A sei mesi
sua madre ricordava che aveva avuto un collasso in seguito alla febbre e
affermava che all’epoca del quinto compleanno il ragazzo aveva avuto «un

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collasso generale» senza febbre ma accompagnato da un forte dolore alle
orecchie. A quel tempo non fu visitato da un medico specialista ma da un
medico generico che attribuì l’attacco all’eccitazione della giornata. Scott
considera quegli episodi come «un attacco di panico post-rapimento».
La prima esperienza di rapimento che Scott ha potuto ricordare risale a
quando aveva tre anni. Nell’estate del 1991, con l’aiuto dell’ipnosi, lui e la
sua terapeuta stavano esplorando gli eventi collegati con il periodo in cui
aveva nove anni quando «saltai indietro all’età di tre anni mentre giocavo nel
giardino… e improvvisamente… boom. Mi guardai attorno, stavo giocando
con le macchinine, e… loro erano là». Con la coda dell’occhio aveva visto
due esseri apparsi dal nulla; con una specie di bacchetta «mi fecero dormire».
Ricordò in seguito di essere corso dalla madre. Dopo essere tornato in
giardino si era sentito frustrato per non essere riuscito a spiegare cosa era
accaduto. «Ho visto grandi formiche dappertutto», disse. Ricordare questa
esperienza spaventò Scott a tal punto («Saltai letteralmente dal divano») da
costringerlo a interrompere le sedute di ipnosi sino alla nostra prima
regressione.
Dagli otto anni in poi Scott fu esaminato ripetutamente da medici
specialisti, in particolare da neurologi, per scoprire la causa e curare forti
emicranie piuttosto frequenti delle quali aveva cominciato a soffrire dall’età
di sei anni, nonché una sorta di «incantesimi» o «svenimenti» che furono
poco adeguatamente rappresentati come attacchi di «strane sensazioni»,
«perdita del senso dello spazio» ed «episodi confusionali». Inizialmente
venne descritto come un «ragazzino di otto anni irrequieto». I dolori al capo
furono definiti «emicranie atipiche» e curati con blandi analgesici. Un primo
elettroencefalogramma (EEG) praticatogli durante questo periodo fu giudicato
quasi normale mentre i successivi furono del tutto normali. Ma nei seguenti
sette anni Scott fu curato con forti dosi di diversi medicinali anticonvulsivi
che sortirono un effetto scarso. Un referto medico risalente all’età di quindici
anni afferma che il ragazzo dall’età di dodici anni aveva «allucinazioni
visive» durante le quali diceva di vedere un triangolo luminoso e «immagini
di un essere simile a una donna (Scott dice una figura femminile) protesa sul
suo letto, sull’auto, e scene di paesaggi e cose del genere».
Tra i sedici e i diciassette anni, nella sua cartella medica, gli svenimenti
avevano lasciato il posto a «componenti psicoemozionali», le emicranie erano
diventate «episodi generati dalla tensione», le allucinazioni erano state
descritte come «sensazioni parossistiche» e gli EEG si rivelarono normali. A
diciotto anni il ragazzo era descritto come un soggetto piuttosto depresso e
«indolente». A diciannove anni il trattamento con fermaci anticonvulsivi fu
interrotto e le visite mediche terminarono. Scott si era risentito per quelli che

99
in seguito cominciò a considerare trattamenti medici inutili e inadeguati.
Salvo che per le paure della notte, la melanconia, la difficoltà a
concentrarsi e altri sintomi che avevano convinto i suoi genitori a portarlo da
tanti dottori per cercare di capire cosa stava succedendo, Scott sentì di aver
avuto un’infanzia felice e piena di amici e attività.
I sintomi sofferti da Scott mostrano una complessa ma non altrimenti
spiegabile relazione con le sue esperienze di rapimento avvenute durante
l’infanzia. Scott pensa che si tratti di «flashback», ricordi rievocati dalle
ultime esperienze di rapimento. Emily ha chiesto ripetutamente: «Dov’ero?»
quando Scott e Lee stavano vivendo i loro rapimenti, tuttavia rispetto ad altri
genitori di rapiti sia lei che Henry si sono dimostrati di grande aiuto.
Scott ricorda che gli incontri avvenuti durante l’infanzia tendevano a
verificarsi quando lui e Lee erano insieme in giardino e Lee ricorda uno
«stagno» vicino alla casa dove lei e Scott erano soliti andare a giocare e
sostiene di aver cominciato a credere che sia stato uno dei luoghi dei loro
rapimenti. Lee dice anche che «ci piaceva» ma che, da adolescente, aveva
smesso di andarci. «Ero abituata a considerare quel posto come un luogo
magico.» Quando Pam Kasey visitò la sua famiglia nella loro casa del
Massachusetts nel marzo del 1992, Scott e i suoi genitori parlarono di vari
avvistamenti UFO cui l’intera famiglia aveva assistito per diversi anni. Scott
ricorda «di aver visto una nave» a otto o a nove anni mentre guidava la sua
bici e di aver raccontato ciò che aveva visto a suo zio. Ma un’esperienza di
rapimento che lui stesso descrive come «grande», rimasta «sepolta» nella sua
mente fino a quando non si affacciò in superficie durante una seduta di ipnosi
con la sua terapeuta, ebbe inizio nella sua stanza quando aveva dieci anni.
Scott vide «un disco volante all’esterno» e poi scorse diversi esseri venire
nella sua stanza. Fecero addormentare il cagnolino che stava nell’ingresso,
«in qualche modo con una bacchetta…». Scott ebbe paura quando «mi resi
conto che stavano venendo di sopra verso la camera dei miei genitori». Scott
ricorda: «Corsi di sopra – questo dopo il fatto – e raccontai loro cosa era
accaduto e dissi che c’era un disco volante fuori; mio padre prese la pistola.
Era spaventato a morte – tutti lo erano – e uscì ma non vide altro che la natura
circostante». Scott ricorda: «Quando ero bambino avevo una paura da morire
che venissero a uccidere i miei genitori». Gli esseri gli sembravano «avere un
potere molto più grande di quello dei miei genitori».
Scott descrive la comunicazione «telepatica» durante gli incontri come «un
canale a due vie, loro capiscono quello che pensi e tu puoi sentire i loro
pensieri. È piuttosto traumatico perché non è una cosa che capiti
abitualmente».
La successiva esperienza rammentata da Scott è l’incontro con una figura

100
femminile protesa sul suo letto quando aveva dodici o tredici anni, citato più
sopra in una nota medica. Quella volta Scott fu mandato da uno psicologo per
vedere se c’era una causa emozionale del suo disagio. Ma anche con l’aiuto
della psicoterapia non riuscì a ottenere molti successi nel comprendere
l’origine di quella visione.
Scott non ricorda altre esperienze di rapimento sino all’aprile del 1990
quando vide consciamente diverse entità nella sua camera dopo averne sentito
la presenza nella mente.
Nel corso di diverse sedute di ipnosi con la sua terapeuta, Scott ricordò
che, durante quel rapimento, fu terrorizzato da un oggetto simile a un
rubinetto piazzato sul suo pene mentre dei fili o «spinotti» erano stati
applicati ai suoi testicoli e un campione di sperma gli veniva sottratto mentre
giaceva paralizzato su un tavolo dentro un UFO.
Dopo il nostro colloquio e la sua presenza a diversi incontri del nostro
gruppo di sostegno, l’interesse di Scott per le esperienze di rapimento
aumentò e il ragazzo desiderò analizzare i suoi ricordi più a fondo perché gli
incontri «avevano influito molto sulla mia vita»; nel frattempo la sua vita
privata era diventata più complessa. Quando lo avevo incontrato per la prima
volta, Scott mi aveva parlato della crisi che stava attraversando con la sua
ragazza a causa della sua tendenza a «non lasciarsi andare». Nell’incontro di
gennaio del gruppo di sostegno mi disse che sebbene la sua ragazza gli fosse
stata inizialmente d’aiuto, quando «veramente aveva dovuto affrontare il peso
dei ricordi» lei «non gli era stata molto vicina». Circa a quell’epoca Scott
ebbe la possibilità di condividere le sue conoscenze di prima mano sugli
schermi della CBS a Los Angeles. Fu filmato il documentario narrativo che
riguardava il fenomeno, intitolato «Intruders», perché potesse essere mandato
in onda a maggio. Per due settimane, a febbraio, Scott venne sul set tutti i
giorni, un’esperienza che trovò molto stimolante.
All’incontro del nostro gruppo di sostegno il 24 febbraio, egli, appena
tornato da Los Angeles, parlò della sensazione che i rapiti vengano
«preparati» per qualcosa, che forse era un «piano» di qualche tipo, che non
avevano «il controllo» di se stessi e che qualcun altro «dirigeva lo show…
Subire un trauma», disse, «ci ha preparato alla cosa più importante, al lato
spirituale dell’esperienza», poi parlò anche di «un grande potere» derivato dai
rapimenti. Scott ricordò che persino «quando fui rapito da bambino» aveva
sentito di dover fare uno sforzo per essere «capace di rimanere nella stessa
stanza senza provare panico, senza paura». L’episodio dell’aprile del 1990,
disse, era «un passo avanti per raggiungere una maggiore intensità ed era
quasi una prova», nonostante ciò provava anche rabbia. «Dio, rabbia per
essere stato legato senza essere toccato e per essere stato sottoposto al

101
controllo di qualcun altro.»
Scott insistette anche, durante la stessa seduta, di aver intenzione di finirla
«con tutte le conseguenze del trauma» e di essere convinto di stare
affrontando una crescita spirituale. Le sue esperienze di rapimento, disse, gli
avevano chiarito che «c’è un gran numero di informazioni nella mia testa che
non arrivo a capire». Gli alieni, suggerì, ci stanno aiutando a crescere perché
«possiamo capirli… ci stanno addestrando per arrivare al punto di poter
comunicare con loro».
Scott arrivò a casa mia il 16 marzo con Ann, l’attrice che aveva conosciuto
a Los Angeles. Scott salì con me e Pam nella stanza al piano superiore dove
pratico le sedute di regressione, chiacchierammo un poco nel salotto riguardo
a ciò che aveva rappresentato per Ann recitare un ruolo del genere, le sue
obiezioni alle parti imprecise ed esagerate della sceneggiatura, e i suoi sforzi
per mantenere l’integrità del ruolo che stava interpretando.
Prima di iniziare la regressione parlammo delle preoccupazioni di Scott e
delle sue esperienze probabilmente collegate con i rapimenti dell’aprile del
1990, che decidemmo sarebbero stati il fulcro della nostra ricerca. Non aveva
ricordi di veri e propri rapimenti ma parlò di una «vaga nebbiolina», una luce
azzurra apparsa nella sua camera una notte, di segni inspiegabili di punture di
aghi che erano apparsi sulle sue braccia in diverse occasioni, e di come, certe
mattine, il suo calzino sinistro fosse misteriosamente scomparso. Scott parlò
della paura della morte, della solitudine e della sensazione di «trovarsi come
in gabbia, di essere diventato una cavia».
Dopo la seduta di regressione egli disse subito di sentirsi «come pazzo».
Poi cominciammo a rivivere gli avvenimenti di quella sera di aprile prima
dell’inizio del rapimento. Aveva bevuto un paio di bibite, sonato il piano e
parlato in generale della sua vita coi suoi genitori (viveva ancora con loro a
quell’epoca) che stavano vedendo la televisione. Era andato a letto un poco
prima del solito – alle dieci – in preda alla tensione e vulnerabile per il corso
che avrebbe preso la sua vita. Mentre si preparava per la notte e «stava per
saltare nel letto», Scott cominciò ad avvertire un senso di ansia per il film che
avrebbe dovuto cominciare a girare il giorno dopo.
Ricorda di aver letto una rivista e che, prima di addormentarsi, aveva
sentito la presenza degli esseri «nella mente». Mentre, durante la seduta, la
sua paura aumentava, Scott parlò della sensazione di essere privato della sua
privacy mentale e del fatto che quella «era una sensazione familiare».
L’ingresso della sua stanza non aveva porte, e un’inspiegabile luce venne
dalla stanza attigua che era un piccolo bagno dove i suoi lavavano e
asciugavano i vestiti. Il respiro di Scott si stava facendo in quel momento più
pesante, a brevi ansiti, mentre parlava di «sei» di «loro» con teste «a forma di

102
scatola» e «spigolose» puntate «contro di me». Poi vide «una bacchetta con la
punta arrotondata» che veniva spinta verso di lui, e fu in quel momento che
egli crede di essere stato anestetizzato.
Quindi tutto quello che Scott riuscì a vedere fu uno schermo simile a
quello di un televisore che «sfrigolava». Stralci della sua vita passarono
davanti a lui come ricordava essere accaduto «tante volte» durante i
rapimenti, e si scoprì a lottare per proteggere la sua mente «in modo che gli
esseri non potessero toccarla». In seguito perse quasi letteralmente
conoscenza, sebbene avesse detto: «Devo ricordare, devo ricordare, più in
fretta che posso».
Poi Scott rammentò di trovarsi su un tavolo in presenza di due figure con
l’aspetto di dottori con una pelle strana, abbronzata e dipinta di bianco, che
indossavano «occhiali» e camici bianchi, e altri esseri più piccoli «in
uniforme». Gli esseri avevano profondi occhi scuri allungati e bordati di
grigio.
In seguito essi gli sistemarono «un oggetto simile a un rubinetto, una
ventosa» sul pene. L’oggetto fu collegato tramite un tubo a una scatola a lato
del tavolo. A quel punto Scott provò quasi la sensazione di essere fuori-dal-
corpo. Si osservava dall’alto e vedeva la sua stessa testa appoggiata a un
cuscino semirigido con quattro spinotti inseriti nel collo, «proprio sotto
l’attaccatura della scapola», e provò anche la sensazione che stessero
esercitando una pressione su di lui. Egli crede che fossero «degli elettrodi»
usati per manipolare e controllare i suoi movimenti e le sue sensazioni. A quel
punto della seduta, e anche al momento stesso dell’esperienza, si sentì più
calmo, sebbene provasse rabbia quando pensava a cosa stavano facendogli.
Incoraggiai Scott a concentrarsi sul suo respiro e a esprimere le sensazioni
che emergevano in superficie. Emise quattro forti sospiri e parlò del suo
terrore, della sensazione di subire una violazione, e della paura di ricevere
ferite corporali. Notò quanto faceva in fretta «a costruire» delle barriere per
difendersi. C’era più luce nella stanza adesso e per la prima volta durante la
seduta parlò dei «fili» applicati ai suoi testicoli. Furono questi fili, oltre
all’oggetto a ventosa applicatogli al pene, che stimolarono la sua erezione e
«fecero sì che accadesse risucchiandogli fuori le cose» cioè il suo sperma.
Gli esseri comunicarono per via telepatica a Scott che stavano
«producendola (in realtà prelevando) altra roba bianca per uno scopo». Lo
stavano usando «come padre… prendevano la mia… i miei figli». A quel
punto, forti sensazioni di vergogna assalirono Scott, ma gli spiegai che non
aveva ragione di vergognarsi perché si era trovato a confronto con poteri ed
energie contro le quali era senza mezzi di resistenza. «Sono pazzo», disse,
mugolando ancora, «ma non posso oppormi… Sanno esattamente quello che

103
stanno facendo», sottolineò Scott, «ecco perché nascondono i ricordi. Non
vogliono che ricordiamo.»
Dopo di ciò Scott ricordò di «essere stato scaricato sul letto» nella sua
camera, molto spaventato e anche furioso, ma di non avere idea di come vi
era ritornato. Aveva la sensazione che gli esseri «gli avessero confuso la
testa», lasciandogli delle informazioni di un qualche genere alle quali non
poteva avere accesso. Dopo essere uscito dalla regressione Scott fu colpito
dalla potenza delle emozioni provate. «Non ne ho mai provate di simili prima,
mai, mai.» Lo «faceva sentire bene», affermò, «esprimere con la voce e il
corpo tali sensazioni per tanto tempo represse». L’intensità della rabbia lo
turbava un poco. «Sono spaventato a morte dai danni che potrei provocare»,
disse. Era anche colpito dall’intensità e dalla brillantezza della luce che aveva
visto mentre si trovava disteso sul tavolo. In seguito alla regressione sentì di
avere avuto maggior accesso alle esperienze vissute durante il rapimento.
Scott provava anche la sensazione, comune tra i rapiti, che la sua mente fosse
stata «elettricamente» manipolata o comunque tamponata da questa energia.
Era conscio che ci fossero «ancora delle barriere» e che ci fosse molto altro
dentro di lui che voleva ricordare.
Il periodo di nove mesi tra le nostre due regressioni fu, per Scott, un
periodo di rapidi cambiamenti. Condusse Ann, che rimase ancora a Boston
per una settimana dopo la prima regressione, all’incontro col gruppo di
sostegno del 23 marzo. Misero al corrente il gruppo degli sviluppi della
miniserie televisiva. Durante l’incontro Scott rifletté sulla sua crescente
preoccupazione filosofica e religiosa, con domande come «chi ha il controllo»
o sull’immagine di Dio. In quel periodo egli fece numerose apparizioni
televisive tra le quali un orribile show dove fu presentato in maniera
umiliante, ma non atipica, come un giovane che aveva fatto sesso con gli
alieni. Mentre la primavera avanzava, Scott provò una crescente difficoltà a
integrare gli stimoli e lo stress collegati con una così ampia notorietà
pubblica, e s’incontrò numerose volte con la sua terapeuta per discutere di
questo disagio. La sua terapeuta e io discutemmo il caso e lo indirizzai da una
psichiatra del mio ospedale perché gli prescrivesse un blando tranquillante
che lo aiutò a ridurre la tensione. La collega lo descrisse come inizialmente
depresso, ansioso, «molto vulnerabile» e confuso riguardo a quanto gli stava
accadendo. Le sembrò una persona traumatizzata che aveva sofferto di «un
tipo di trauma differente» e manifestava una ipervigilanza e difficoltà a
rilassarsi «simile a quella di altri sopravvissuti a eventi drammatici».
Uno degli effetti della crisi di impotenza e vulnerabilità di Scott nell’estate
del 1992, fu di riunire la sua famiglia, specialmente la madre e la sorella che
cominciarono a frequentare gli incontri del gruppo di sostegno. A settembre si

104
sentiva chiaramente meglio, parlava nel gruppo di sostegno della necessità del
senso dell’umorismo e continuava a lamentarsi della costante intrusione della
presenza aliena nella sua mente, che avvertiva come una sorta di perdita di
riserbo.
Per tutto l’autunno del 1992, Scott s’interessò sempre di più all’aspetto
spirituale delle esperienze di rapimento. Nell’incontro del 9 novembre del
gruppo di sostegno disse che «rivelarsi agli alieni» gli aveva «aperto qualcosa
dentro… Come se avessi spiccato un gran balzo in un reame spirituale per il
quale non ero ancora pronto… un po’ come gli Yogi che sollevano centinaia
di tonnellate per arrivare a un certo punto». Lee, che stava per partire per
l’India, raccontò «della durezza con cui a volte la gente viene trattata dai
maestri spirituali». La reazione spaventata, istintiva del suo corpo, che Scott
aveva provato era la «reazione naturale» a «livello di specie» che si prova
quando ci si confronta con qualcosa di così profondamente inusuale. Non
riusciva a immaginare nessuno che «fosse in grado di reagire in maniera
amichevole o si sentisse sicuro» almeno inizialmente dinanzi a quel genere di
esperienze. Ma verso la fine dell’incontro Scott domandò: «Quali scelte ho?»
e disse al gruppo: «Anche se molte volte penso a quanto sono pazzo, o a
quanto sono turbato e quanto il mio ego sia stato danneggiato e sconvolto, c’è
un solo modo di confrontarsi con questa cosa se voglio sopravvivere, ed è
cercare di vedere o scoprire cosa vi è di positivo. Dio, è veramente difficile
per me adesso… ma sembra l’unico modo di tenermi in vita…».
Il 16 dicembre incontrai Scott in seguito alla sua richiesta di rivedere la sua
storia e decidemmo di pianificare un’altra regressione. In quella seduta mi
disse che una notte, circa dieci giorni prima, in conseguenza della sua
crescente apertura mentale verso la presenza aliena, aveva chiesto agli esseri
di «darmi un segno» della loro reale esistenza. E circa alle due o alle tre del
mattino aveva provato, in uno stato di semiveglia, la sensazione che
«qualcuno mi toccasse da dietro». Si era molto spaventato ma aveva
continuato a sentirsi toccare «come se qualcuno stesse prendendomi in giro».
La concretezza della risposta alla sua richiesta aveva spaventato Scott.
«Avevo chiesto loro di dimostrarmi qualcosa e loro lo hanno fatto… in un
certo senso», disse. Discutemmo – le conversazioni con i rapiti spesso si
risolvono in questa direzione – se gli altri esseri umani siano o meno pronti ad
accettare la presenza degli alieni. Scott era convinto, come molti rapiti, che la
nostra propensione a distruggere tutto ciò che non conosciamo o ci sembra
estraneo potrebbe rendere pericoloso per gli alieni manifestarsi in maniera più
chiara al nostro cospetto.
La richiesta di Scott di procedere a un’altra regressione faceva parte del
suo desiderio di superare i traumi conseguenti ai rapimenti e di giungere a una

105
più reciproca forma di comunicazione, a una relazione con gli alieni.
Fissammo una seduta per cinque giorni dopo.
All’inizio della seduta rianalizzammo quanto Scott si fosse sentito più
spaventato, bisognoso di aiuto, vulnerabile ma anche più vivo durante l’estate.
Sebbene avesse subito un rapimento decidemmo di effettuare una seduta di
regressione «aperta». Negli ultimi mesi di lavoro avevo scoperto che durante
la trance, la saggezza intrinseca della mente umana porta il rapito (o la rapita)
laddove ha bisogno di arrivare e il processo di guarigione, di integrazione e di
raccolta di informazioni riesce meglio senza «puntare» su un evento specifico.
Prima della regressione Scott parlò della sua paura di «lasciarsi andare» e
della sua determinazione a non «ritrarsi» durante questa sessione.
All’inizio della regressione, dopo diverse pause della durata di trenta o
sessanta secondi, Scott descrive la sensazione della presenza di «uno di loro»
accanto al tavolo dove lui era disteso supino. Aveva tredici anni e disse di non
ricordare di essersi mai confrontato con ciò che gli era accaduto a quell’età.
Percepì un tubo cilindrico che stimò essere della misura di quattro pollici di
diametro e che faceva parte di una macchina incassata nel muro. L’immagine
del tubo, che sembrava puntare sul suo petto, era fastidiosa e andava e veniva
nel suo inconscio. Ebbe anche visioni di altri «oggetti» tra i quali c’era uno
strumento a forma di banana su un tavolo vicino.
Presto ricordò di aver visto una figura non umana di aspetto femminile che
portava un vassoio con diversi cilindri, ciascuno dei quali conteneva un
bimbo «sottovetro… Sono veramente pazzo», disse Scott, ma «non ho idea di
cosa stiano facendo». La «donna», che era giunta molto vicina a lui (gli
ricordò un’apparizione femminile china sul suo letto quando aveva dodici o
tredici anni), lasciò la stanza ed egli si rese conto che gli alieni –
probabilmente la figura stessa – avevano preso i suoi «semi» con il proposito
di creare quei bambini che aveva appena visto.
Scott ora si stava accorgendo che soltanto la paura gli aveva impedito di
guardare direttamente gli esseri, sebbene avesse invece considerato l’elusività
una loro caratteristica intrinseca.
«Se sono parte della loro famiglia, perché sono qui?», chiese. Lo
incoraggiai a cercare una risposta a questa domanda. Cominciò a ricordare
immagini di un cilindro vuoto, di circa sei pollici di diametro e alto circa
trenta centimetri, con un liquido chiaro all’interno. «Voglio essere uno di
loro» e «voglio essere uno di noi», disse Scott, «ma non posso essere
entrambe le cose.»
«Perché no?», domandai.
«Non sarò mai a casa in nessuno dei due modi.»
Poi Scott ricordò di essere stato trascinato in un enorme sotterraneo, un

106
luogo dalle pareti di pietra attraverso «una specie» di ascensore che si
muoveva velocissimo. Era caldo là, ma si stava «meglio che nella famiglia là
sopra» perché «sanno tutto di me. Non ci sono segreti». Nondimeno «è un
luogo pauroso» e «sembra piuttosto bizzarro». Disse che lo faceva sentire a
disagio il fatto che gli esseri non lo lasciassero parlare delle sue esperienze. Si
domandava: «Perché non rimangono?». Non aveva ricevuto risposta a quella
domanda, salvo che loro e noi «non siamo pronti». Disse che gli esseri
stavano provvedendo a cambiare il loro aspetto fisico «in modo da poter
respirare anche qui. Non respirano come noi».
Scott rivelò che altri problemi sarebbero sorti per entrambe le specie se la
presenza degli alieni si fosse manifestata troppo presto. «Non siamo abituati
alla loro velocità», disse, «pensano più velocemente di noi» e «stanno facendo
in modo di cambiare per non danneggiarci.»
«Come potrebbe danneggiarci il fatto che pensano più velocemente di
noi?», chiesi.
«Ci si confonde quando ci parlano attraverso la mente», mi rispose. Troppe
informazioni. Le nostre menti non sono abituate a un contatto simile… è
come ricevere un accumulo sensoriale.»
A quel punto la seduta prese una piega interessante. Scott ammise che lui
stesso continuava a negare l’esistenza degli alieni e gli chiesi di indagare cosa
stesse esattamente negando. Con mia sorpresa dichiarò: «Sto negando il fatto
di essere uno di loro». Poi Scott spiegò con difficoltà perché non aveva mai
voluto guardarli direttamente: «La mia parte umana non vuole vederli».
«Cosa vuol dire?», domandai.
«La parte umana», continuò, «non può confrontarsi con l’altra parte.» La
parte umana di lui reagiva con paura. «Come un animale… Sembrano animali
e tu reagisci come un animale spaventato. È istintivo.»
I ricordi di Scott si spostarono poi sulle visioni apocalittiche delle quali
avevo sempre più sentito parlare dai rapiti.
Stavano arrivando dei grandi cambiamenti per il mondo. Gli alieni
sarebbero arrivati solo «quando fosse stato più sicuro». Ma ciò sarebbe
accaduto unicamente quando «saremmo stati molti di meno» perché molti di
noi moriranno di malattia, specialmente a causa di forme di Aids più infettive
che raggiungeranno le proporzioni di una pestilenza. Queste informazioni
erano causa di paura e tristezza per Scott e lui sentì anche che non era
«autorizzato» a parlarne. Sebbene fosse convinto che queste cose fossero vere
disse: «Speravo che si sbagliassero».
A quel punto della seduta Scott cominciò a percepire le cose dalla
prospettiva degli alieni e vide la Terra come un corpo azzurrognolo sotto di
sé. Aveva scelto di venire qui da un altro pianeta perché «era più vicino alla

107
nostra origine». Non conosceva il nome del pianeta, ma era giallo, per la
maggior parte desertico e carente d’acqua. Un tempo vi erano stati alberi e
acqua ma qualcosa che aveva a che fare con la «scienza» – non sapeva cosa –
era «andata per il verso sbagliato» e la sua gente «se ne era andata nel
sottosuolo». Scott si sentiva «malato» dentro e singhiozzò quando parlò di
come la scienza avesse «distrutto il pianeta». Naturalmente io ero curioso di
sapere se Scott avesse altre informazioni di come ciò fosse accaduto ma non
disse nulla, salvo il fatto di osservare che in qualche modo le specie aliene
«sapessero già prima» che sarebbe avvenuta una catastrofe ma che erano stati
incapaci di prevenirla. Dopo la regressione ricordò che quella distruzione era
avvenuta perché «non avevano potuto fermare qualcosa che avevano fatto» e
che quello in cui vivevano ora gli alieni era un «ambiente artificiale».
Con una considerevole resistenza Scott ammise che l’intenzione degli
alieni era di «vivere qui» (sulla Terra) ma senza di noi, a meno che «gli umani
non cambino» nel qual caso «potremmo essere capaci di vivere insieme». Poi
negò la possibilità che gli umani convivessero con gli alieni. Gli esseri umani
«sono soli» e non «dividono niente con nessuno». Nel reame alieno «nessuno
vive nel suo mondo» e «tutti sanno ogni cosa. Non ci sono segreti». Gli
domandai di parlare di lui stesso. «Io sono uno di loro», disse, ma la sua
identità umana imponeva dei limiti all’amore e a condividere le sue
conoscenze con gli altri a causa della sua «ignoranza».
Chiesi: «Cos’altro ti impedisce di parlare?».
«Le tradizioni», l’intero «fulcro della mia vita, la mia indipendenza»,
disse. A causa del «timore di essere feriti, di non ottenere quello che
vogliono, della paura di non ricevere» gli esseri umani hanno dei problemi
«ad aprirsi e a convincersi che è giusto» dare e ricevere amore.
Il cambiamento «deve iniziare da qualche parte», disse Scott, e gli chiesi
spiegazioni riguardo al suo ruolo di intermediario tra le due specie. «C’è
molto lavoro da fare», rispose e tutto questo «impiegherà molto tempo» a
realizzarsi. Gli chiesi se c’era tempo. «Sì. Penso di sì», replicò. Stava
stancandosi e così gli domandai se c’era qualche cosa d’altro che voleva dire
prima di terminare.
Disse: «Deve essere fatto in un modo o in un altro».
«Cosa deve essere fatto?», domandai.
«Se non cambiamo noi, saranno loro a farlo per noi.» Poi aggiunse con una
certa tristezza: «Non penso che possiamo vivere con loro».
Dopo la regressione Scott si sentì a disagio per quanto aveva rivelato.
Aveva difficoltà a confidare le informazioni che aveva ricevuto perché «non
c’è nulla che le confermi». Un reame «non ha nulla a che fare con l’altro»
disse e «noi siamo molto raramente, se pure lo siamo in qualche caso, aperti

108
all’esistenza dell’altro lato». La paura semplicemente non esiste nella
«consapevolezza» dell’altro «lato» e così c’è una grande libertà.
Parlai in seguito con Scott sulla possibilità dell’integrazione tra le identità
umana e aliena e lui ricordò che «non funziona più come quando ero
bambino… Non è così che vive la gente», disse. «La gente è diversa.» Gli
parlai di altri tre o quattro «agenti doppi» con cui stavo lavorando e della
possibilità di riunirli tutti in un gruppo, la qual cosa ritenemmo fosse una
buona idea.
Dopo questa sessione Scott sentì un gran sollievo, come se un enorme
«peso» fosse stato rimosso. Ricordò che sin dalla prima infanzia aveva
provato la sensazione di avere «due personalità» e raccontò di quanto ciò lo
avesse fatto sentire «pazzo». Ora crede che negare la sua esperienza aliena sia
stato un processo distruttivo nella sua vita, e si domanda quale parte la
telepatia giochi nell’esistenza della doppia identità. Prima di concludere Scott,
Pam e io parlammo ancora di cosa potesse essere il progetto alieno/umano.
«Non penso vogliano servirsi di noi. Credo vogliano essere parte di noi»,
disse Scott.
Discutemmo poi della relazione tra la presenza attiva degli alieni sul nostro
pianeta e la sempre più rapida distruzione catastrofica del nostro ambiente
naturale. «Non è solo una coincidenza», disse Scott. Dalle informazioni
ricevute Scott dubita che potremmo sopravvivere alla catastrofe come gli
alieni hanno fatto alla loro. «Per loro non era il principio della scienza. Voglio
dire, erano ben padroni della scienza quando avvenne, qualsiasi cosa sia stata.
Erano molto più avanti di quanto lo siamo noi… Avevano delle risorse» per
sopravvivere. Stimolai Scott a dire più di quello che sapeva sulla relazione tra
le nostre due specie. «Non è semplicemente come se fossero bianco e nero»,
disse, «i lati opposti. C’è una corrispondenza tra le due specie.»
La mia ultima domanda aveva a che fare con la riluttanza a guardare negli
occhi degli alieni. Replicò che quando stava sperimentando il punto di vista
alieno sentiva di vedere la realtà attraverso quegli occhi. Ma come uomo «ero
spaventato» perché «avrei potuto vedere me stesso».
«Te stesso come?», chiesi.
«Come uno di loro», rispose. Lo stimolai a spiegare che cosa ci fosse di
così terribile, ma non seppe dirlo.
Aggiunse semplicemente: «La mia intera esistenza è stata inutile. Voglio
dire, tutto quello che ho fatto è così insignificante».
«In confronto a cosa?», chiesi.
«Se mi fossi reso conto di questo (la sua complessa doppia identità) tanto
tempo fa…», rispose.
Il giorno dopo la regressione Scott mi disse che si sentiva «in pace» e che

109
«tutti i miei dubbi sono scomparsi molto in fretta. È incredibile». Alla
riunione del gruppo di sostegno dell’8 febbraio disse che si sentiva «quasi
autosufficiente adesso».
Sebbene abbia passato alcune notti ansiose dopo la regressione, nei mesi
successivi Scott fece rapidi passi in avanti verso l’acquisizione di una
maggior pace interiore, di un elevato senso di energia e di uno scopo,
l’integrazione umana/aliena della sua identità, e approfondì la comprensione
del significato delle sue esperienze di rapimento. Ritiene reali le informazioni
che ha ricevuto e recuperato nelle nostre regressioni, e si sente per la prima
volta di poter fronteggiare le loro implicazioni onestamente e realisticamente.

Discussione

Il caso di Scott illustra i molteplici livelli nei quali possiamo pensare al


fenomeno dei rapimenti. A un livello Scott è, o meglio è stato, un tipico rapito
traumatizzato. È passato attraverso il terrore, l’impotenza, la paralisi e la
strumentalizzazione – specialmente l’umiliante estrazione forzata di sperma
per creare dei bambini (che vide successivamente in una regressione) –
avvenuta dopo diversi rapimenti ricordati nell’infanzia in correlazione,
almeno in una occasione, con avvistamenti UFO. Ma oltre a questa
dimensione fisica, Scott ha attraversato una importante trasformazione a
livello personale che è stata il risultato di un cambiamento di atteggiamento
verso l’esperienza. Di inestimabile importanza in questo processo è stato il
sostegno dei parenti, specialmente di sua madre, Emily (lei stessa un
potenziale soggetto di rapimenti), che è intervenuta a conferenze sui
rapimenti, e agli incontri mensili del mio gruppo di sostegno e ha accettato
volontariamente di sottoporsi a una ipnosi con me per capire più
profondamente le esperienze del figlio e il modo in cui può aiutare Scott e sua
sorella, che è una rapita.
Grazie alla sua costante propensione all’indagine, alla ricerca di un
significato spirituale e, sopra ogni altra cosa, alla volontà di confrontarsi
ripetutamente e di superare le sue paure, Scott è stato capace di ottenere una
considerevole pace interiore e un più profondo senso di comprensione del
processo del rapimento. Superando il suo rifiuto iniziale e imparando ad
accettare la paura del dolore fisico e il risentimento, reazioni del resto più che
naturali e istintive, Scott è stato capace di aprire la sua psiche a importanti
informazioni riguardanti un allargamento del senso della sua identità e di
assumersi la responsabilità di «traduttore» tra i due mondi. Un periodo
cruciale di questa trasformazione è stata l’estate del ‘92, epoca in cui aveva
ventiquattro anni. Fu allora in grado di riconoscere profondamente dentro se

110
stesso la propria vulnerabilità, l’impotenza di fronte al potere di queste
energie aliene, e la cruda realtà della sua mancanza di controllo. Ha scoperto
in seguito, come mi scrisse, il «potere conferito dalla perdita del controllo».
Scott è convinto che i suoi poteri psichici siano aumentati in conseguenza
delle sue esperienze.
Come è capitato nel caso di diversi rapiti con cui ho lavorato recentemente,
l’accettazione completa di Scott della realtà della presenza aliena lo ha
condotto a pensare di aver sempre avuto una sorta di doppia identità, capace
di provare sia le sensazioni umane che quelle aliene. La prospettiva aliena,
che apparentemente è sempre stata nascosta dentro la sua coscienza, non è
stata disponibile finché non ha abbandonato l’illusione di poter esercitare un
pieno controllo su di sé. Da quel punto di vista Scott, come molti rapiti, è
stato capace di comprendere completamente quanto la nostra specie sia
pericolosa, non solo per gli alieni ma anche per le forme di vita della Terra,
specialmente se applichiamo tecnologie distruttive senza alcuna cautela. Nella
sua identità aliena Scott comprende quanto la paura e la rabbia, sensazioni che
non fanno parte dell’esperienza aliena, limitino la nostra capacità di amare e
comunicare. Sapendosi «uno di loro» Scott ha potuto comprendere le vie
attraverso le quali le nostre due specie sono legate (c’è una «corrispondenza»
tra di noi, dice), le basi di qualcosa che solamente adesso stiamo cominciando
a capire.
È difficile sapere come utilizzare alcune delle informazioni che Scott ha
ricordato nella seconda regressione. Come altri rapiti parla di un altro pianeta
dal quale provengono gli alieni, un reame che è stato reso arido e privo di vita
dalla «scienza» e avverte della possibilità di uno spopolamento della Terra
attraverso catastrofi naturali, specialmente a causa di una forma più infettiva
di Aids. Questo tipo di visione apocalittica è comune tra i rapiti, ma non
abbiamo modo di sapere se sia veramente una predizione per il mondo fisico
– certamente non è una ipotesi incredibile visto quello che sappiamo sul
nostro pianeta – o se rappresenti una sorta di profezia metaforica o di
avvertimento. La domanda è resa più semplice (o più difficile, dipende dal
punto di vista) dal fatto che nei reami della coscienza e dell’esistenza nei
quali i rapiti viaggiano durante le loro esperienze la distinzione tra letterale e
metaforico, o oggettivo e soggettivo, sembra perdere di importanza.
Infine c’è qualcosa di toccante nella ricerca vana di Scott e della sua
famiglia, svolta durante la sua giovinezza e adolescenza, di una spiegazione
medica convenzionale delle sue esperienze di rapimento; innumerevoli ore di
esami medici, test, operazioni sfociate in diagnosi errate e cure inadeguate.
Sospetto che anche in questo momento, un bambino rapito venga portato dai
suoi genitori in preda all’ansia da uno specialista che è completamente

111
all’oscuro del fenomeno dei rapimenti, come lo erano i genitori di Scott
quando lui era bambino. Si spera che attraverso «la traduzione» di esperienze
come quella di Scott, e di genitori come Emily ed Henry (nonché «di medici
disponibili ad ascoltare» aggiunge Scott) che hanno la volontà di considerare
reali certi fatti, sorga «una piccola conoscenza» in modo che altri bambini
possano alla fine essere liberati dal peso del trauma generato dall’ignoranza e
dal diniego.

112
VI
Un’alienazione di sentimenti

Le indiscrete operazioni a carattere sessuale finalizzate alla riproduzione, che


sono uno degli aspetti principali dei rapimenti, possono turbare
profondamente la vita intima e il generale benessere dei rapiti. Se la fonte di
questa «alienazione» non viene riconosciuta e vengono ricercate attivamente
spiegazioni convenzionali nella sfera psicosessuale, questi problemi possono
diventare più seri e lo stress provato dai rapiti e dai loro cari tenderà ad
aumentare. D’altro canto, diventano possibili importanti risultati terapeutici
quando viene scoperta la fonte della disfunzione del soggetto. Questo
problema è ben illustrato dal caso di Jerry.
Jerry, che si descrive come «una casalinga qualunque», aveva appena
compiuto i trenta anni quando contattò il mio ufficio nei primi giorni del
giugno 1992. Durante il nostro primo incontro ricordò coscientemente le
difficoltà che le avevano causato numerosi sogni riguardanti gli UFO, incontri
rivelatisi dei rapimenti, e altre esperienze conseguenti vissute sin dall’età di
sette anni. Influenzata dall’opinione espressa insistentemente dalla madre
aveva classificato queste esperienze come «incubi», almeno finché non aveva
letto il mio nome e quello dell’Università Harvard sui titoli di coda della
miniserie televisiva della CBS «Intruders». A questo punto, secondo le sue
parole: «Ho immaginato: bè, può darsi che questa persona sia abbastanza
affidabile, così ho preso nota del suo nome». Oltre a ciò la madre, che aveva
letto uno dei libri di Budd Hopkins prestatole da un’amica, le disse che i
racconti dei rapiti erano simili ai suoi.
Nei nostri incontri abbiamo affrontato quattro sedute di ipnosi. Oltre a ciò,
Jerry mi ha mostrato il diario che aveva cominciato a scrivere diversi mesi
prima di contattarmi. Esso riporta ulteriori dettagli dei rapimenti, poesie, e la
discussione delle idee filosofiche derivate dal profondo cambiamento emotivo

113
che stava avendo luogo dentro di lei.
Jerry è la seconda di quattro figli e, da bambina, ha vissuto in una zona
rurale nei pressi di Kansas City, nel Missouri, dove suo padre lavorava in un
caseificio. Il fratello più grande, Ken, ha avuto anch’egli esperienze infantili
molto particolari, tra le quali l’avvistamento di insolite luci bianche e azzurre
fuori della sua finestra e terribili «incubi» di «qualcuno» che entrava nella sua
stanza. Poco dopo il nostro incontro, Jerry e Ken si raccontarono le loro
esperienze, e scoprirono che il ragazzo ne era stato «affetto come da una
malattia per tutta la sua esistenza». Oltre a questo nella sua prima regressione
Jerry ha visto, durante un rapimento verificatosi all’età di sette anni, il
fratellino più piccolo, Mark, ancora in fasce, ma non ha mai discusso
dell’esperienza con lui.
I genitori divorziarono quando Jerry aveva otto anni. Dopo la separazione
il padre rimase nel Missouri per diverso tempo. Jerry per molti anni, ha avuto
pochissimi contatti con lui. Recentemente Jerry ha intrattenuto lunghe
conversazioni con il padre e ha maturato l’impressione che tra loro stia
avvenendo un riavvicinamento. Dopo il divorzio la madre di Jerry, che
svolgeva l’attività di assistente sociale, si spostò con i quattro figli a Macon,
in Georgia. Jerry è rimasta molto legata alla madre, alla quale, nel corso degli
anni, ha confidato con sempre maggior frequenza le importanti esperienze
della sua esistenza. Durante gli ultimi anni dell’infanzia e dell’adolescenza di
Jerry, la sua famiglia ha cambiato luogo di residenza molte volte. «Forse»,
suggerisce Jerry, «nel cuore siamo un po’ zingari.» Jerry ha frequentato
diverse associazioni scolastiche e campeggi estivi dove ha praticato
l’equitazione trovando grande piacere ad accudire i cavalli. In seguito scoprì
di identificare i puledri e i loro occhi «neri, a mandorla» con esseri ibridi di
provenienza aliena. Sebbene i suoi insegnanti le avessero detto che era in
grado di frequentare l’università, Jerry lasciò la scuola superiore. Ciò avvenne
quando un insegnante le impose dei compiti di livello universitario che non
riuscì a portare a termine. La direzione della scuola si rifiutò di trasferirla in
un’altra classe. In seguito a questo episodio trovò lavoro come impiegata e
cassiera.
Dato che possedeva un’istruzione superiore incompleta, sia Jerry che i suoi
amici furono sorpresi dal «flusso» di poesie e di informazioni articolate che
cominciò a scrivere cinque o sei anni fa. La sua attività di scrittrice si
intensificò moltissimo nel novembre del 1991 in seguito a una coinvolgente
esperienza di rapimento. Jerry riconosce che molte delle sue idee non le
vengono direttamente ma sono state indotte da una fonte esterna. Rimase così
turbata dalle comunicazioni ricevute dagli alieni nel novembre del 1991 che
bruciò il suo primo quaderno di appunti.

114
Jerry si sposò una prima volta, a diciannove anni, con Brad mentre era già
incinta della figlia Sally. Non è mai stata veramente innamorata del marito dal
quale ha divorziato nel 1986. La giovane donna afferma che il suo ex marito
era solito fare dei «giochi» sessuali coi bambini (pratiche tra le quali c’era
anche il sesso orale, ma non la penetrazione). Jerry una volta era convinta che
il comportamento del marito fosse il risultato della sua avversione per i
rapporti sessuali. «Non ne sono più convinta oggi» scrisse nel suo diario. «In
questo caso avrebbe potuto avere delle relazioni extraconiugali.
Probabilmente c’era qualcosa dentro di lui che lo spingeva a fare quelle cose e
io l’avevo scelto perché per me non rappresentava una minaccia sessuale.»
Nel 1989 Jerry ha sposato il suo secondo marito, Bob, che fa il carpentiere.
È innamorata di Bob con il quale desidera avere rapporti sessuali e affettivi
normali. I suoi ricordi dei rapimenti, però, rendono questo desiderio
impossibile. «Devo continuare a ripetermi che mio marito è innocente e non
vuol farmi del male come hanno fatto quei piccoli esseri» scrisse nel suo
diario nel gennaio del 1993.
I timori sessuali di Jerry si sono estesi a tal punto da renderle
insopportabile anche il semplice fatto di essere accarezzata. Spesso ha
annegato il dolore e la frustrazione nell’alcool. «Bevo solo quando penso di
dover fare del sesso» scrisse nel settembre del 1992. Pensando che i suoi
problemi sessuali siano correlati con un incesto o un abuso sessuale, Jerry e
l’ex-marito hanno consultato tre differenti consulenti matrimoniali. In
quell’occasione i suoi «incubi» furono interpretati come «qualcosa che sta
cercando di venire in superficie» ma non ne ricavarono nulla di rilevante e
Jerry interruppe le consultazioni.
Mentre il primo marito era spaventato da tutto ciò che poteva essere fuori
dall’ordinario e non voleva sentire neppure parlare dei rapimenti, Jerry si è
accorta che l’attuale marito e la sua famiglia si sono dimostrati comprensivi e
desiderosi di offrirle sostegno, almeno sulle prime. Bob ha presenziato alla
nostra prima regressione ed è rimasto fortemente colpito dall’autenticità
dell’esperienza della moglie. Ma l’incredulità da parte della famiglia di Bob è
andata aumentando e Jerry si è sentita sempre più isolata, sola con le sue
esperienze, ricorrendo quasi esclusivamente ad altri rapiti a Pam Kasey e a me
per ottenere aiuto.
Tutti e tre i figli di Jerry sembrano coinvolti nel fenomeno dei rapimenti.
All’epoca in cui Sally, nata nel 1981, aveva sei anni ebbe terribili incubi che
la costrinsero più volte a gridare: «Non toccarmi! Lasciami stare!». All’età di
nove o dieci anni, la bambina soffrì di inspiegabili e copiose perdite di sangue
dal naso. Nei sogni, o nella sua immaginazione, ha visto degli UFO nel cielo e
ha sottolineato, parlando a Jerry, che forse gli alieni scelgono specifiche

115
famiglie. Sally ha dei «sogni» in cui la sua famiglia si trova sotto il ponte di
una astronave in arrivo e «un sacco di creaturine» la circondano. In altri sogni
una ragazza aliena senza capelli, con un nastro rosso «attaccato alla testa»,
viene alla sua finestra e le chiede di uscire a giocare. Racconta di aver seguito
la ragazza aliena che le ha mostrato un’astronave. In seguito a uno dei più
recenti incubi di Sally, Jerry trovò la figlia sopra le lenzuola con la veste da
notte arrotolata e priva di indumenti intimi. Nel giugno del 1993, Sally provò
una grande paura perché, mentre stava leggendo un libro di scuola, trascorse
quasi un’ora della quale non seppe dare una spiegazione. Aveva alzato lo
sguardo sull’orologio che indicava le 6,02, convinta che fossero passati un
paio di minuti aveva nuovamente consultato l’orologio e si era accorta che
erano le 6,58. «Come può essere?», aveva chiesto alla madre. Questa era
propensa a una spiegazione normale e le disse: «Ti sei addormentata». Ma
Sally insistette che non era stato così.
Matthew è nato nel 1983. Si è molto spaventato vedendo le marionette
della serie televisiva «Sesame Street». All’apparire dei pupazzi alieni,
Matthew si metteva a piangere chiedendo alla madre di spegnere la
televisione. Bert, uno dei pupazzi, aveva occhi «spaventosi» diceva Matthew.
Era atterrito anche dalla pubblicità televisiva degli yogurt TCBY che
mostrava l’atterraggio di un UFO. Quando andava in onda correva fuori dalla
stanza, piangendo finché la madre non spegneva la TV. Raccontava di un
sogno in cui un disco volante a forma di piramide gli parlava con grandi
occhi. Entrambi i bambini ebbero una reazione violenta di fronte
all’immagine di un alieno quando Jerry mostrò loro una figurina del Hopkins
Image Recognition Test (HIRT, un test di riconoscimento di immagini ideato
da Budd Hopkins) che aveva ottenuto da un amico, anch’egli rapito.
Colin aveva tre anni nel febbraio del 1993. Il suo coinvolgimento è stato
intenso e ben documentato dagli appunti di Jerry, dalle nostre conversazioni, e
dall’accurato esame di un altro psichiatra specializzato in bambini. Jerry lo ha
visto durante i suoi rapimenti. In una nota sul suo diario nell’agosto del 1992,
quando Colin aveva due anni e mezzo, Jerry scrisse di averlo sentito piangere
e parlare da solo durante la notte. Era andata allora nella sua camera e l’aveva
trovato seduto sul letto. «Sembrava perfettamente sveglio.» Le chiese del
succo di frutta, che lei si affrettò a portargli, poi «cominciò a farfugliare di
alcune luci che aveva visto fuori assieme ad alcuni gufi con grandi occhi».
Indicò la finestra e disse: «Guarda gli occhi». Jerry si sentì «terrorizzata
perché precedentemente, quella stessa notte», aveva avvertito «la presenza
degli alieni intorno alla casa». Portò Colin al piano inferiore perché
raccontasse a Bob quello che stava dicendo ma il marito «si infuriò»
sostenendo che «doveva essere stato un incubo». Colin generalmente è un

116
bambino che «dorme profondamente», annotò Jerry, e «non ha mai chiesto di
dormire con noi e non ha neanche l’abitudine di svegliarsi durante il sonno».
Ma quella notte, per la prima volta, non volle dormire da solo e insistette per
andare a letto coi genitori.
Questo comportamento proseguì per diverse notti; Jerry scrisse nel suo
diario il giorno 29 ottobre che Colin parlava spesso nel sonno nominando più
volte «quelle cose». Una volta che Jerry e Colin fecero una passeggiata, lui
volle osservare il cielo e chiese informazioni riguardo alla luna e alle stelle. In
seguito parlò «dei gufi spaventosi con i grandi occhi» che «cadono dal cielo»
o che «fluttuano» giù.
Colin ha anche parlato più volte di astronavi, pianeti e stelle. Una notte, a
letto con la madre, notò una piccola immagine della Terra sulla costa di un
libro. «Questo è il pianeta Terra», affermò, e «l’astronave va via» e «la casa
va via». Indicando il soffitto disse: «Ci fanno ciao-ciao». Poi saltò giù dal
letto mimando una scena, e dicendo con ansia: «I gufi con i grandi occhi
cadono giù e saltano. Anch’io salto» e ancora: «C’è un’astronave e io esco
dall’astronave… mi sono fatto male al dito», e «i grandi occhi mi fanno
paura, Mamy». In seguito Jerry scoprì del sangue sulla punta delle dita dei
piedi di Colin che aveva un’unghia del pollice rotta.
L‘8 di novembre, incontrai Colin (che adesso aveva due anni e nove mesi)
e i suoi genitori nella mia casa, mentre suo fratello e sua sorella giocavano in
cortile. Mi diede l’impressione di essere un bambino dolce, pieno di vitalità,
ma manifestò poche delle sue paure. Chiamò «tigre» il pupazzo di un
alligatore. In seguito avrebbe chiesto alla madre: «Perché le tigri vengono e ti
prendono?» e sembrò sostituire l’immagine dei gufi con quella della tigre. Si
dimostrò particolarmente interessato a una luce a globo del mio ufficio e volle
sedercisi sopra. Gli feci il test di HIRT e lui ebbe una forte reazione solo di
fronte all’immagine dell’alieno che chiamò l’«uomo spaventoso».
Nel suo diario del 28 gennaio del 1993, Jerry scrisse che le esperienze
stressanti di Colin sembravano ripetersi ogni due settimane circa. Il 25
gennaio mentre lei e Colin erano in bagno e stavano preparandosi per
raggiungere Bob a pranzo, il bambino ripeté più volte, con voce ansiosa e
piena di paura: «Non voglio tornare nell’astronave!» Poi, con i pugni e i denti
serrati, chiaramente turbato, aggiunse: «Mi sento perso. Non mi piace».
Quando Jerry gli chiese di ripetere quello che aveva detto aggiunse: «Sono
nato sull’astronave ed era buio». Poi la sua tensione aumentò. La madre gli
chiese come era salito sull’astronave e lui fece un gesto circolare con le mani
attorno agli occhi e disse: «Gli occhi». Alla domanda di Jerry se c’era qualcun
altro sull’astronave assieme a lui rispose: «Sì, vedo il Re. Vedo il Re e lui è
Dio».

117
Alla luce dei suoi continui disturbi e per il fatto che io stesso volevo vedere
se si poteva trovare una spiegazione per i sintomi accusati da Colin secondo la
psicopatologia convenzionale, con un esame indipendente dalla nostra
indagine, chiesi aiuto a un collega (che ritenevo mentalmente aperto),
specializzato nell’infanzia e che non aveva familiarità con il campo dei
rapimenti, perché sottoponesse Colin a una valutazione. Egli visitò Colin e la
sua famiglia a febbraio e mi inviò il suo rapporto a marzo. Il dottor C. non
trovò molto di rimarchevole nella storia di Colin oltre al racconto dei suoi
incontri, lo descrisse come un bambino «molto carino e socievole» e scoprì
solo una leggera tensione coniugale tra Bob e Jerry, il cui rapporto era
equilibrato, salvo quando entravano in discussione i rapimenti. Colin aveva
giocato coi pupazzi e si era interessato a un serpente di gomma che secondo
lui «mangiava le dita delle mani e dei piedi». Raccontò che lui stesso si era
fatto male a un dito del piede, ma mostrò di provare solo un tenue disagio
all’idea.
Sebbene il dottor C. non avesse trovato nessuna spiegazione ai problemi di
Colin, si domandava se potessero essere legati a un incidente ancora ignoto
avvenuto in famiglia, forse conseguente al fatto che il fratello (che aveva
subito abusi sessuali) aveva condiviso con lui la stanza per qualche tempo. Si
domandava anche se i problemi di Colin potessero essere generati da
immagini televisive di astronavi spaziali e del pianeta Terra, sebbene il
piccolo guardasse raramente la TV. Il disagio di Colin sembrò diminuire
qualche tempo dopo questi esami e il dottor C. raccomandò di non svolgere
ulteriori interventi in quel momento, tuttavia si offrì di visitare nuovamente
Colin se le sue paure fossero persistite. Un effetto della sua valutazione
sembrò essere un’ulteriore frattura tra Jerry e Bob a proposito dei problemi di
Colin. Il fallimento del dottor C. nella ricerca di una spiegazione più
convenzionale dei problemi di Colin confermò il punto di vista di Jerry, che
vi vedeva una relazione con i rapimenti UFO. Ma Bob trovò più rassicurante
il fatto che il dottor C. cercasse una fonte traumatica più convenzionale
nell’ambito della famiglia, così da spingerlo alla convinzione che i rapimenti,
non erano reali, almeno per quello che riguardava il figlio.
Jerry ha la sensazione che i rapimenti e i fenomeni ad essi correlati
l’abbiano accompagnata per tutta la vita. Ha sempre saputo che quelle
esperienze, prontamente etichettate come «incubi» da sua madre e da altre
persone, sono, per lei, potentemente autentiche. Perciò ha sempre patito una
forte sensazione di isolamento che le ha inculcato l’idea di non avere altra
scelta se non «negare una parte importante della mia vita». Il comparire di
abrasioni, cicatrici, bruciature e altre piccole lesioni conseguenti le esperienze
di rapimento ha aiutato Jerry a convincersi della realtà di ciò che ha vissuto,

118
prima di trovare una comunità di rapiti e ricercatori abituati al fenomeno.
Il primo ricordo cosciente di Jerry a proposito di un rapimento risale a
quando aveva sette anni e viveva ancora a Kansas City. L’episodio è stato
analizzato nel dettaglio durante la sua prima ipnosi. Prima della regressione
Jerry ricordava di aver visto una specie di luce inusuale, un’astronave, piccoli
esserini grigi fuori dalla finestra. Quando aveva detto alla madre ciò che
aveva visto questa le aveva risposto che era stato un incubo, ma Jerry
sostenne fermamente «che non me li ero immaginati o sognati ma che erano
reali».
«Ho visto la luce, ho visto l’astronave, ho visto anche loro», mi disse Jerry
al nostro primo incontro aggiungendo che «neppure una volta ho creduto che
si trattasse di un sogno o di un incubo». La convinzione della madre che
queste esperienze, che lei sentiva come profondamente reali, fossero sogni,
fecero dubitare Jerry del suo senso della realtà. Durante la prima regressione,
mentre stava raccontando del rapimento, avvenuto quando aveva sette anni,
Jerry disse di aver avuto altri incontri precedenti. Non poteva ricordarsi di
quanti anni avesse avuto ma rammentava di essere stata piccola e che «non
ebbi paura quando vidi gli esseri per la prima volta. Pensavo che fossero
carini… Molti di loro» stavano fuori dalla finestra «tutti contenti» e l’avevano
incoraggiata «a giocare con loro». A nove anni, una sera che si trovava in un
motel poco prima di andarsene in Georgia, Jerry ricorda di aver avvertito una
presenza nella stanza e la sensazione spaventosa che «qualcuno fosse seduto
sul mio letto». All’età di otto anni subì un’intrusione corporale che
analizzammo durante la nostra quarta seduta di ipnosi.
Un episodio ancora più sconvolgente che esplorammo nella seconda seduta
di ipnosi, capitò in Georgia, quando Jerry aveva tredici anni. Si era svegliata
terrorizzata ricordando di aver subito, in stato di immobilità forzata, una
pressione all’addome e all’area genitale. «Stavo gridando», disse Jerry, ma
non sapeva se era effettivamente uscito qualche suono dalla sua bocca.
«Qualcuno mi stava facendo qualcosa», ricordò, ma era «qualcosa di alieno».
Sebbene ricordi di essersi domandata: «È così che si fa il sesso?», di certo
ebbe la sensazione che «non si trattasse di una persona».
Jerry narrò nel suo diario, circa due settimane prima che esplorassimo
questo episodio nella regressione, come fossero iniziate presto le sue
difficoltà riguardanti l’intimità e i rapporti sessuali. Stava uscendo con il suo
primo «vero ragazzo» che aveva due anni più di lei. Jerry aveva scoperto di
essere terrorizzata «dall’idea di fare qualunque altra cosa se non baciarsi»,
sebbene fosse già uscita con altri ragazzi «e ci fossimo già toccati e la cosa
non mi avesse traumatizzato» prima di quegli avvenimenti. I genitori erano
addormentati, Jerry e il suo ragazzo erano nella sua camera da letto. Lui

119
suggerì che «avrebbero potuto fare qualcosa di più che abbracciarsi e
baciarsi». Volendo «sbarazzarsi» della «paura di essere toccata nelle parti
intime», la ragazza permise al giovane di «toccarmi tra le gambe, per dirla
con un eufemismo». Ma poi «andai fuori di testa. Ero completamente tesa. Il
mio intero corpo era diventato rigido come una tavola di legno. Mi venne una
specie di attacco di panico. Sudavo, rabbrividivo e il mio cuore batteva
furiosamente. Posai gli occhi sulla mia mano che, di colpo, cominciò a
tremare e ad agitarsi. Cominciò a diventare grigia. Ero pietrificata. Non so
cosa feci in seguito, ma qualsiasi cosa sia stata spaventò il mio ragazzo
abbastanza da farlo scappar via e da svegliare mia madre. Venne nella mia
camera e mi calmò». Jerry non parlò dell’incidente con nessuno ma scrisse:
«Da quel momento ho avuto un’avversione per il sesso».
Negli anni seguenti, Jerry ebbe numerosi «incubi» nei quali si svegliava
paralizzata, udiva «rumori, ronzii e scampanellii» nella testa e vedeva esseri
umanoidi nella sua camera.
Nel 1990 Jerry visse il più traumatico dei suoi rapimenti. Non abbiamo
ancora investigato su quest’ultimo episodio sotto ipnosi a causa dell’intensità
del terrore e del dolore associati a esso, ma Jerry ricorda consciamente molti
dettagli dell’esperienza. Lei e Bob avevano appena comprato un
appartamento a Plymouth, nel Massachusetts. Non ricorda esattamente
quando iniziò l’episodio, ma avvertì una presenza e si sentì picchiare sulla
spalla. Fu trasportata in una stanza circolare che aveva un aspetto luccicante e
metallico e conteneva un equipaggiamento di vario tipo. Mentre Jerry
rimaneva sospesa in una posizione di attesa e veniva sottoposta a vari test,
ricorda che le fu sfilata la sottoveste che cadde sul pavimento. Comunicò
telepaticamente con un essere alto con capelli «biondastri» che sembrava il
capo del gruppo. Quando gli disse che la sottoveste era caduta, lui rispose di
averlo visto e poi fece cenno a un essere più piccolo che la raccolse. A Jerry
fu detto che non poteva riaverla subito indietro perché era «contaminata». Gli
esseri infilarono la sottoveste in «una borsa che sembrava di plastica». Il capo
promise che le sarebbe stata resa in seguito. Qualche mese dopo sua madre
(alla quale Jerry aveva parlato dell’episodio) trovò quella che Jerry crede
essere la stessa sottoveste in una scatola in Georgia.
Sulle prime Jerry non era spaventata dall’esperienza, ed era compiaciuta di
poter conversare con gli esseri. Il capo le chiese «come stava reagendo alla
medicina» e lei commise l’errore di rispondere «bene», allora le fu fatta
un’operazione alla base del collo che le provocò il più atroce dolore che
avesse mai provato, «peggio di quando avevo partorito… pensai che stessero
per uccidermi», disse. Oltre al dolore lancinante, Jerry provò degli spasmi
muscolari che si estesero in rapida successione dalle gambe al viso. Urlò agli

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esseri di fermarsi, in preda all’odio e al dolore.
Sebbene di solito Jerry si addormenti accoccolata in posizione fetale su un
fianco, si svegliò sulla schiena. Il corpo era molto rigido e le mani erano
incrociate sul petto mentre i piedi erano uniti e rivolti al soffitto. Ancora
terrorizzata, Jerry cercò di svegliare il marito ma non vi riuscì. In seguito
chiamò sua madre in Georgia perché «avevo bisogno di dire a qualcuno ciò
che era appena successo».
In uno dei tre episodi del 1991, Jerry ricorda di essere stata rapita da esseri
più alti, con la pelle più pallida e l’aspetto più umano, e di essere stata
trasportata sino a quella che le sembrò la cima di un grande edificio che
ospitava del macchinario luminoso. Ebbe la sensazione di trovarsi su una
spiaggia o sulla riva del mare, perché udì la risacca e il vento, sentì la brezza e
le arrivò alle narici l’odore del mare. In cima a questo edificio, le furono
mostrate delle scene in cui si vedevano missili e altre armi. Ebbe la
sensazione che quello che stava vedendo fosse molto importante. Le
mostrarono anche una specie di macchina triangolare che diventava circolare
quando si muoveva e «aveva a che fare col volo». A Jerry fu assicurato che
«non avrei mai dimenticato» ciò che le veniva mostrato. Il giorno dopo si
scoprì a ritagliare triangoli di carta e disse: «Li tiravo in aria».
Nel novembre del 1991, Jerry si svegliò sentendo nuovamente una
presenza. La stanza si riempì di una luce rosso-arancione che presto svanì. Il
giorno dopo la sua mente sembrò «accesa a tutto volume», invasa da un flusso
di pensieri. Si sentì come investita da informazioni «in qualche modo
universali» o «cose che riguardavano l’anima, erano informazioni inusuali per
me». Dopo di ciò, come già detto, cominciò a scrivere molto intensamente. I
suoi scritti comprendono centinaia di poesie composte nel successivo mese e
mezzo. Prima di quell’epoca «non avevo mai scritto una poesia in vita mia».
Trovò la pressione di quei pensieri e la scrittura quasi stupefacenti e affermò:
«Non so da dove vengano queste sensazioni».
Nel mese precedente alla nostra prima seduta ipnotica avvenuta l’11 agosto
1992, Jerry continuò a subire rapimenti, tra cui uno verificatosi solo tre
settimane prima nel quale ricorda consciamente di aver visto un UFO e di
essere stata trasportata da esseri alieni – il cui atteggiamento viene descritto
come benevolo e amichevole – sull’astronave. Là vide degli scaffali pieni di
fiale, fu fatta sedere su una sedia ed ebbe un complesso dialogo con gli alieni
che percepì di un livello «superiore a quello che noi definiremmo intelligente
o perfino geniale». Uno di essi le spiegò che venivano da «molto lontano nel
futuro» e che lei non sarebbe stata in grado di capire. Jerry ricorda di aver
pensato: «Grande! Posso vedere tutto e ricordarlo consciamente».
Bob accompagnò Jerry alla nostra prima seduta di ipnosi. Era piuttosto

121
scettico, ma disse anche che «o Jerry mi sta mentendo» oppure «questa “cosa”
è veramente reale» e aggiunse: «Jerry non è affatto una bugiarda… è la
persona più sincera che abbia incontrato in tutta la mia vita». Nondimeno la
resistenza opposta da Bob fu evidente quando riferì «di addormentarsi»
durante la trasmissione della serie televisiva «Intruders» che conteneva alcune
scene raccapriccianti di rapimenti.
Prima di iniziare la regressione rivedemmo diverse esperienze di
rapimento di Jerry, dopo le quali lei disse di voler trovare una confessione
religiosa che fosse più compatibile con le sue convinzioni rispetto al
cattolicesimo cui era stata educata. Jerry era particolarmente turbata dal fatto
che non poteva parlare con nessuno, nell’ambito della sua confessione,
riguardo alle esperienze di rapimento, perché tutti consideravano il fenomeno
«totalmente malvagio, frutto del demonio». Dio, dicevano, «non avrebbe mai,
mai, creato esseri del genere», questo atteggiamento aveva convinto Jerry a
rifiutare il cattolicesimo, perché, dal suo punto di vista, gli alieni erano
«un’altra intelligenza, un altro essere, un’altra realtà… Non penso che siano
necessariamente buoni o cattivi». Una volta, quando Jerry aveva parlato ad
alcuni uomini di chiesa delle sue esperienze-fuori-dal-corpo questi erano
andati «da un loro superiore che aveva detto: “Non farlo più”».
Dopo di ciò parlammo della curiosità di Jerry riguardo all’episodio
avvenuto nel Missouri quando aveva sette anni e decidemmo di concentrarci
su di esso. Rivedemmo nei dettagli la collocazione della loro casa, che si
trovava sul fianco di una collina tra un fiume e i pascoli, e la disposizione
delle camere nella casa. Jerry divideva una camera coi letti a castello assieme
alla sorella più giovane.
Nello stato di trance la prima immagine ricordata da Jerry è la stanza da
letto con le pareti rosate e la vestaglia da notte di flanella caduta sul
pavimento. La casa era molto silenziosa e Jerry ricorda di essersi sentita
ansiosa e di aver provato l’impulso di uscire dalla camera per scendere
nell’ingresso. Una strana luce brillante riempì la stanza. Jerry pensò: «Non
dovrei aver paura perché li conosco». A dispetto della paura che stava
aumentando di intensità, si sentì costretta a uscire dalla camera, per recarsi
prima nell’ingresso e poi in salotto. Fuori della casa nella direzione da cui
sembrava provenire la luce, Jerry vide forse venti o trenta piccoli esseri e
arretrò terrorizzata. Non riusciva a muoversi; diversi degli esseri passarono
attraverso la finestra ed entrarono nella casa. «Io non ero uscita così erano
entrati loro», disse. Si accorse che stavano diventando impazienti con lei e
«mi presero semplicemente su. Non voglio uscire dalla finestra», disse e la
pressione si fece più intensa.
Con grande sbalordimento di Jerry, gli esseri la trascinarono fuori dalla

122
finestra «e poi cominciai ad acquistare velocità». Come se fosse «immobile
nel cielo» Jerry poté vedere il tetto della sua casa, gli alberi e il terreno
sottostante. «Mi mozzò il respiro andare così veloce.» C’era «una cosa
enorme sopra di me», dentro la quale fu trasportata. A dispetto della
coercizione, Jerry sente di essere stata in qualche modo partecipe del processo
ma «non so come». Piangendo, ella vide che due degli esseri stavano anche
«facendo fluttuare» il suo fratellino, Mark, e si preoccupò del fatto che
«probabilmente aveva paura» sebbene sembrasse addormentato.
Jerry si sentì sfuggire via, ma si rese conto che «era come paralizzata dai
fianchi in su». A quel punto della seduta respirava pesantemente e la sua voce
si fece stridula. Descrisse la paralisi come una vibrazione dolorosa. Poi una
«tremenda vibrazione» investì le sue mani ed ebbe paura «che si propagasse
per tutto il corpo». La rassicurai che rivivere quell’esperienza non le avrebbe
provocato danni.
Potenti vibrazioni sembravano scuotere l’intero corpo di Jerry. «Okay,
fatemi quello che volete, ma non è giusto che lo facciate anche a Mark!»,
disse. «È un bambino. Li odiai per questo… all’inizio avevo pensato che
fossero buoni.» Piangendo ricordò una precedente esperienza di rapimento.
Jerry disse: «Pensavo che fossero carini e che volessero solo che andassi a
giocare con loro».
All’inizio la stanza circolare dove Jerry e Mark furono portati era oscura.
Poi si accorse che aveva «la forma di una cupola; è veramente bianca… Ha
dei parapetti, ha diversi livelli che salgono verso il soffitto. La gente alle
macchine va verso l’alto». C’erano due tavole ricurve nella stanza, una per
Mark e una per lei, dove i due bambini furono adagiati.
Poi Jerry vide un piccolo essere «molto scuro» che stava affacciato al
parapetto del livello immediatamente superiore, limitandosi «a osservarci» e
notò alle sue spalle un altro essere più alto e chiaro che chiamò il «capo».
Sembrava più vecchio, «secco e rugoso» con «una bella faccia» e «una specie
di sorriso permanente», indossava un abito a un pezzo, una tuta giallo oro e
aveva capelli sottili giallo biancastri. Le sue mani erano «lunghe e ossute».
L’essere la chiamò per nome, «Jerry», visto che la conosceva, fatto che lei
trovò spaventoso, specialmente quando si rese conto che anche lei lo
conosceva. Tutto ciò le provocò un ricordo più reale. Con il respiro pesante e
il corpo scosso da brividi, Jerry urlò: «Oh, non so se posso sopportarlo!…
Prima di adesso era solo un sogno», disse che se ammetteva che quell’essere
era reale allora «tutto diventava reale». Sua madre aveva torto quando
insisteva che era solo un sogno, concluse Jerry.
Il capo le chiese se «la medicina fino a quel momento andava bene», una
frase che lei non comprese. Poi ricordò di essere stata sottoposta a una

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operazione estremamente dolorosa che comprese l’inserimento di qualcosa
«di molto affilato» in un lato della testa, che evidentemente si svolse in un
periodo durante il quale non le fu somministrata nessuna «medicina». Urlò e
sudò copiosamente, tutto il suo corpo si contorceva mentre cercava di
recuperare i suoi ricordi. «Penso che avrebbe potuto uccidermi», disse. Le
assicurai che quel ricordo non l’avrebbe uccisa e la incoraggiai a gridare
mentre descriveva lo strumento inserito da «un’altra angolazione» nella sua
testa. «Non mi fare male», gridò a voce alta e si lamentò di altri spasmi e
movimenti incontrollati delle gambe (che io potei vedere).
Le urla e i gemiti di Jerry continuarono e lei gridò: «Lo stanno muovendo.
Lo muovono. Ohhh! È dentro di me. È quella cosa che mi ha messo dentro.
Ahhh! Quella cosa. Me l’hanno infilata dentro». Rassicurai Jerry meglio che
potei dicendogli che, quando la seduta fosse finita, sarebbe stata meglio. «Sta
venendo fuori», disse, «c’è una spaccatura. Qualcosa scivola nella mia gola.»
Non era sicura se fosse sangue, saliva o qualcos’altro. «Mi stanno
assassinando. Sono cattivi. Sono crudeli. Penso che mi abbiano fatto
qualcos’altro.» Jerry ricorda che le fu detto che le avevano inserito un oggetto
di piccole dimensioni «per controllarmi» senz’altra spiegazione se non:
«Dobbiamo farlo».
«Penso di averlo ancora addosso» disse. «Non ricordo che me lo abbiano
tolto.» Dopo queste parole Jerry cominciò a sentirsi debole e stanca. Non
seppe ricordare ciò che era successo a Mark ma commentò semplicemente:
«Se gli hanno fatto la stessa cosa, li uccido».
Non ricordava come fosse tornata alla sua abitazione, né rammenta di
essere stata capace di raccontare a sua madre o a qualsiasi altra persona i
dettagli della sua esperienza a quell’epoca. Mentre la seduta volgeva al
termine discutemmo della natura del meccanismo difensivo che le aveva
impedito di ricordare sino a quel momento i particolari di quella sconvolgente
esperienza.
«Sono zuppa di sudore», disse uscendo dalla trance. «Non credevo che
potesse farlo», aggiunse, «farmi uscire, voglio dire.» Le sue braccia e le
gambe continuarono a «essere agitate da una strana sensazione» per diversi
minuti dopo il termine della seduta e lei stessa asserì di sentirsi «come
qualcuno che gira dentro una macchina vibrante… come se qualcuno ti avesse
infilato dentro una macchina e tu ne diventassi parte». La «medicina» degli
alieni evidentemente aveva a che fare con questo processo di vibrazione, ma
Jerry non ne sentiva la presenza nel collo o nella testa e oltre a ciò le
vibrazioni non servivano a calmare il dolore; Jerry rammento che, quando
l’anestesista le aveva praticato un’iniezione alla spina dorsale per ridurre il
dolore al momento del parto di Colin, lei aveva urlato a voce molto alta e

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disse che ora le sembrava che fosse stata «una cosa molto simile» a quella che
aveva provato sull’astronave. Quella seduta rafforzò la convinzione di Jerry
che l’esperienza avuta a sette anni fosse davvero un «ricordo» di qualcosa che
«era realmente accaduto là e a quell’epoca».
Il giorno dopo la seduta, Jerry e io ci sentimmo telefonicamente per
commentarla insieme. Ella si mostrò turbata dalla vividezza con cui aveva
rivissuto l’esperienza del rapimento.
Sottolineò quanto fosse stata riluttante a considerare o a ricordare di aver
visto gli esseri alieni. Era semplicemente i troppo spaventoso perché «quello
che vediamo, sappiamo». Era confusa dall’intensità del dolore e si
domandava se certi elementi della sua esperienza del 1990 si fossero confusi
con quelli dell’esperienza vissuta durante l’infanzia che avevamo appena
analizzato.
Nelle settimane seguenti Jerry annotò nel suo diario sogni collegati con
presenti o passate esperienze di rapimento, «sogni vividi di avvistamenti
UFO», visioni ed esperienze fuori-dal-corpo, stimolate dalla regressione. Fu
durante questo periodo che Colin cominciò a raccontare le esperienze che
Jerry registrò nel suo diario.
Il 27 di agosto vide un raggio, o forse una colonna, di luce apparire di
fronte alle scale di casa e pensò di chiamarmi ma poi non lo fece. Il 21 di
settembre, Jerry scrisse per la prima volta sul diario di un sogno ricorrente
riguardo a un cavallo che avrebbe voluto portare a casa per accudirlo
adeguatamente. Alla fine del sogno si sentiva «defraudata dalla possibilità di
accudire il suo cavallo».
In settembre Jerry cominciò ad analizzare la paura del sesso, e a correlarla
per la prima volta con i traumi provocati dalle esperienze di rapimento. Fu il
desiderio di Jerry di superare queste paure e «avere una normale vita
sessuale» che la convinse a sottoporsi a una seconda seduta di ipnosi
regressiva.
Questo incontro avvenne il 5 ottobre e Jerry espresse esplicitamente il suo
desiderio di scoprire la ragione per cui cercava di evitare «a tutti i costi» di
avere rapporti sessuali. La sorella di Bob, Anna, presenziò alla seduta. Jerry
scelse di indagare sull’episodio nel quale, a tredici anni, era stata terrorizzata
nottetempo da una pressione all’addome e all’area genitale. Prima di iniziare
la regressione ricordammo le circostanze precedenti all’episodio, che
probabilmente avvenne nell’autunno del 1975. Sebbene l’episodio l’avesse
molto spaventata, Jerry non ne aveva parlato con nessuno, inclusa la madre.
Sotto ipnosi il primo ricordo di Jerry fu il risveglio accompagnato da una
luce brillante e bianca che illuminava la stanza. Sentì una presenza che la
spaventò e pensò: «Se sto ferma e zitta, non mi prenderà». Gli esseri

125
cercarono di rassicurarla dicendole di non aver paura, ma non funzionò
perché «loro sono dei bugiardi».
Jerry fu fatta «fluttuare» attraverso la finestra, come era accaduto in
precedenza, mentre due degli esseri si trovavano al suo fianco. Ancora una
volta «si sentì come paralizzata» e fu trasportata su «una nave spaziale di
grandi dimensioni». Il fatto di essere trasportata a quel modo «mi spaventò»,
aggiunse Jerry, la cui respirazione diventava più rapida e profonda. Fu
trascinata attraverso un’apertura nella «stessa stupida stanza» dove
«succedono le cose brutte». Due degli esseri stavano trafficando intorno a un
tavolo, «preparandolo o qualcosa del genere. Non avevo il controllo di me».
Un essere più alto che aveva visto «un sacco di volte» da quando aveva
cinque anni, ma che non voleva più vedere, le disse di stare tranquilla ma le
sue paure aumentarono ugualmente. «Non si rendono conto di quello che
fanno?», protestò Jerry. Da piccola si era fidata di quell’essere, ma ora si
sentiva tradita. «Non ha assolutamente pazienza», e a dispetto delle sue
proteste, «mi fecero distendere sul tavolo. Non potevo oppormi a loro.»
Jerry era «imbarazzata» dalla presenza degli alieni anche prima che le
togliessero il pigiama. Distesa sulla schiena, si sentì in seguito un poco più
«rilassata» e meno impaurita. Uno degli esseri le mise le mani sugli occhi e
premette qualcosa «che sembrava un tubo» sulla parete del suo addome sopra
l’ombelico. Mentre l’oggetto veniva ancora premuto sul suo addome l’essere
le levò le mani dagli occhi e Jerry si sentì più rilassata ma anche assonnata e
stanca. Poi notò che uno degli esseri portava un oggetto sottile a forma di
ferro di cavallo con una manopola mentre altri le fecero piegare e aprire le
ginocchia. Riprendendo a piangere, ella disse: «Sta di nuovo per coprirmi gli
occhi! Perché lo fa? Non penso di volerlo sapere».
A quel punto le chiesi: «Per te va bene continuare a ricordare adesso?». Lei
rispose di sì, ma esclamò: «Non è bello!» e io, naturalmente, mi dichiarai
d’accordo con lei. «Hanno cercato di farmi credere che fosse solo un incubo»,
si lamentò. «Cosa pensano che sia io, un animale o qualcosa del genere?»
La paura di Jerry aumentò ancora una volta mentre sentiva una
«pressione» alla vagina. Obiettò che, nonostante gli esseri le avessero
assicurato che non avrebbe ricordato nulla, in effetti aveva dei ricordi
dell’episodio.
Alla fine anche quella parte dell’incubo ebbe termine. Jerry aveva
l’impressione che qualcosa le fosse stato profondamente inserito nel corpo,
oltre la vagina, forse nella cervice. Da adulta aveva avuto un aborto e le
sembrò che questa esperienza fosse simile all’operazione subita in ospedale.
Vide l’oggetto a forma di ferro di cavallo che veniva rimosso da lei e lottò per
allontanare il ricordo di ciò che vi era attaccato. «Non voglio proseguire»,

126
protestò. La rassicurai della mia presenza e le lasciai la scelta se continuare o
meno. «Non può essere», disse con un sussurro. «Oh, non posso crederci.
Sono troppo giovane per quello. Ho solo tredici anni». Le dissi che,
effettivamente, non avrebbe dovuto subire un intervento del genere ma che,
nel senso strettamente biologico, era sufficientemente adulta.
Ciò che Jerry vide era un «bambino» che aveva un aspetto «molto minuto
e fragile». Gli esseri sembravano molto compiaciuti dei loro sforzi e le
mostrarono la creatura che forse era lunga una quindicina di centimetri. Jerry
non poté fornire altri dettagli salvo il fatto che aveva delle manine e che la
testa sembrava grande in confronto al corpo. Il bambino fu posto in un
«oggetto cilindrico» di plastica trasparente dove galleggiava in un fluido di
qualche tipo.
Chiesi a Jerry quale legame sentisse con il feto e lei rispose: «Fecero in
modo che sentissi che non era mio. Era loro. Era parte di loro». Mentre Jerry
rimase distesa sul tavolo (per un periodo di tempo che giudicò essere circa
una mezz’ora) gli alieni sembrarono occuparsi «del piccolo». Poi glielo
portarono perché potesse vederlo. Gli esseri volevano che Jerry si sentisse
orgogliosa di aver dato vita a quella creatura. Ma lei si sentiva furiosa,
confusa, usata e tradita.
Jerry continuò a esprimere un intenso turbamento e una forte incredulità; le
chiesi se le era stata fornita qualche altra informazione su quanto era
avvenuto. «Il capo», rispose, «mi disse che era bellissimo, che un giorno avrei
compreso ma che tutta quell’operazione riguardava la creazione.»
«Creazione di cosa?» domandai.
«Immagino di un nuovo essere. Una nuova razza o una nuova… non lo
so.»
A quel punto Jerry cominciò a discutere se fosse opportuno rivelarmi il
nome del capo, che apparentemente conosceva. Parlarne, affermò, lo avrebbe
reso più reale e gli avrebbe conferito una più forte identità. Una volta, mentre
stava scrivendo, lui parve parlarle e le aveva chiesto: «Tu neghi? Penso che
volesse che io ammettessi la sua esistenza. E desiderasse che io ricordassi». Il
nome che le venne alla mente suonava come «Moolana».
Mentre la seduta si avvicinava al termine, Jerry rammentò di essere stata
aiutata a rivestirsi, ma ebbe un ricordo «veramente bizzarro» del modo in cui
ritornò a casa e a letto. Si svegliò sulla schiena e all’epoca si ricordò
solamente di un essere che era stato sopra di lei esercitando una «pressione
sullo stomaco» facendo «qualcosa nelle mie parti intime». Il suo ricordo
cosciente si era concentrato sull’inizio dell’esperienza e su ciò che era
avvenuto nell’astronave. Rivivendo l’esperienza, Jerry notò che non aveva
avuto assolutamente il controllo di ciò che era avvenuto. Come era accaduto

127
nella precedente esperienza infantile, analizzata nella prima regressione, sentì
«che non avrebbe potuto far nulla», se avesse ricordato subito consciamente il
trauma, ma che adesso era convinta che «dovessi raccontarlo a qualcuno» e
che «loro (gli esseri) avevano dato inizio» a questo processo.
Mentre usciva dallo stato di trance, Jerry si sentì più rilassata pur
continuando a esprimere la sua indignazione verso gli alieni.
Era convinta allo stesso tempo di essere «uno strumento per i loro piani», e
di essere partecipe di un progetto «più importante» che veniva da un luogo
«più elevato». «Ho l’impressione che non sia solo un loro progetto.»
Jerry menzionò allora la crescente resistenza di Bob ad accettare la realtà
delle sue esperienze, soprattutto, immaginava, per il fatto che loro figlio Colin
vi era coinvolto. Ricordò che, sia lei che Colin, avevano una identica
deformità ereditaria a un dito del piede e che Colin si lamentava che «un gufo
mi ha morso il dito» mentre la stessa Jerry aveva subito un’analisi al dito
deforme. Associava questa sensazione a un lampo blu-argento, che aveva
notato una notte di recente mentre andava a letto, accompagnato dalla scritta
DNA a grandi caratteri mentre udiva le parole «tratto particolare» che hanno
un significato nella ricerca genetica della quale Jerry era completamente
all’oscuro.
Parlammo dell’influenza dell’esperienza di rapimento sulla vita sessuale.
Jerry era stata educata all’idea di «sposarsi, fare del sesso e avere dei figli»,
disse. «Sesso significa matrimonio, figli, amore, condivisione, affetto.» Ma
chiaramente «loro (gli alieni) non fanno niente di tutto ciò». Loro non «hanno
rispetto per i sentimenti o per l’amore e le relazioni tra le persone…». Quando
aveva rapporti sessuali riviveva intrusioni aliene nel suo corpo simili a quella
appena ricordata.
Alla fine della seduta Jerry mi fece vedere una piccola cicatrice circolare
sull’addome che associava con l’operazione appena ricordata. Prima della
seduta non aveva mai «saputo da dove venisse» ma sembrava convinta che
fosse stata causata in seguito a uno dei rapimenti. Non riuscii a scoprire da
Anna, che sembrava piuttosto colpita, quale fosse stata la sua reazione a
quella seduta.
Nei giorni seguenti a questa regressione Jerry passò un brutto momento.
Aveva delle difficoltà a dormire, pianse molto, e cercò senza riuscirvi una
spiegazione alternativa. Anna, disse, era rimasta turbata da quello che aveva
appreso durante la seduta. Non poteva «credere» a ciò che aveva sentito ma
disse a Jerry: «So che non stai mentendo». Lo scetticismo di Anna rese più
difficile per Jerry riuscire a integrarsi con l’esperienza; nel frattempo aveva
consultato un altro terapeuta che viveva più vicino a lei di quanto non vivessi
io, per riacquisire i suoi ricordi in maniera più continuativa. Ma le brevi

128
sedute di ipnosi che fece con lui, durante tutto l’autunno e l’inverno,
sembrarono rinforzare il suo disagio piuttosto che aiutarla.
Il terapeuta la spingeva a muoversi più in fretta di quello che fosse pronta a
fare, la forzò a praticare le regressioni a un ritmo settimanale, minacciandola
di conseguenze negative se si fosse rifiutata di farlo. Si sentiva sopraffatta e
trovò utile frequentare mensilmente il mio gruppo di sostegno. Io stesso le
feci presente la necessità di «rallentare» e di interrompere le sedute con l’altro
terapeuta, considerati gli scarsi vantaggi che sembravano accompagnare le
scoperte che stava facendo.
Fiduciosamente Jerry registrò le sue esperienze dell’autunno e dell’inverno
nel suo diario. Le sue già citate paure riguardo a Colin sfociarono nelle
valutazioni già descritte. Lei stessa ebbe numerosi sogni riguardanti una
guerra nucleare e si sentì dire «deve essere Armageddon». In uno dei suo
sogni le sembrò di guardare «in un vasto nulla e vide un UFO che si stava
muovendo lentamente lungo un raggio di qualche tipo proiettato sulla Terra».
Durante le regressioni con il suo terapeuta, Jerry descrisse «distruzioni» dei
«meccanismi difensivi» e la natura straordinaria di un’esperienza minacciosa
che poteva ritornare in ogni momento.
Alla fine di gennaio, Jerry ebbe quello che definisce il «sogno del cavallo»
nel quale stava cercando «il mio cavallo» in una stanza simile a un laboratorio
con pozze d’acqua e cubicoli rettangolari o serbatoi. Mentre osservava questi
contenitori si sentiva triste. «Era una sensazione quasi patetica.» Notò uno dei
cavalli più vicini a lei. Quando l’animale girò il capo verso di lei la osservò
con «grandi occhi scuri».
Quei cavallini erano tutti legati all’acqua con dei fili. Avevano lunghe
zampe ed erano molto magri. Avevano «teste che sembrava molto difficile
riuscire a sollevare. Ma quello volse direttamente la testa verso di me e mi
guardò coi suoi grandi occhi scuri. Non so dire con certezza come mi sentii
quando lo fece, ma mi accorsi che nei suoi occhi c’era una consapevolezza
che andava oltre quello che avrei immaginato fosse in grado di provare».
Il 4 marzo del 1993 Jerry venne da me, accompagnata da un amico che era
anch’egli un rapito. Lo scopo della seduta era analizzare cosa stava accadendo
nella sua vita e pianificare il futuro. Jerry parlò della sensazione di ostracismo
e di isolamento, specialmente da parte della famiglia di Bob, e della necessità
di trovare una comunità che potesse comprenderla. Ricordava inspiegabili
interruzioni della gravidanza sia di sua madre che di sua sorella. Una
successiva discussione riguardo al sogno dei piccoli cavalli portò Jerry a
compiere un’associazione con un altro sogno dove apparivano delle bambine
ibride con le quali sentiva un forte legame. «Sei nostra madre» le avevano
detto le bimbe ibride, e lei aveva avvertito lo stesso legame con uno dei

129
cavallini. Adesso è convinta che l’immagine del cavallino rappresenti un
bimbo umano o ibrido.
Jerry si sottopose a un terza seduta di ipnosi regressiva perché, da come la
vedeva lei, c’erano ancora «alcune» delle sue esperienze di rapimento «che
continuano a turbarmi». Particolarmente si riferiva al doloroso episodio del
1990 nel quale «urlai, urlai e urlai» e all’incontro del 1991 in associazione al
quale ancora riusciva ricordare l’odore del mare e il suono delle onde sulla
scogliera. In seguito la sua psiche «scelse» un incidente, avvenuto nel
settembre del 1992, che aveva avuto una profonda influenza sulla sua vita
intima.
Ci incontrammo il 27 di marzo; Jerry venne da sola. Prima di iniziare la
regressione mi parlò del crescente distacco che stava vivendo con la famiglia
di suo marito. Ciò l’aveva convinta a non parlare più delle sue esperienze di
rapimento a meno che loro non glielo chiedessero esplicitamente. La suocera,
disse, «non può accettarle. Pensa che se mi comporterò da brava ragazza
dicendo le mie preghiere la sera, tutto passerà». Ma Jerry si domandava cosa
fossero realmente le sue esperienze di rapimento che a volte le sembravano
solo «uno strano gioco». Aveva la sensazione, tuttavia, che la paura rendesse
le cose peggiori di quello che erano. In una occasione ricordava di essere stata
più rilassata e «di non aver combattuto» e che «quella volta non provai
dolore… Loro mi fecero delle cose. Mi fecero qualcosa a un braccio che si
gonfiò. Mi mostrarono delle cose… immagino che mi sentii in grado di
comunicare meglio, più capace di parlare con loro e di porre domande, ma
non ricordo nessuna risposta reale».
Jerry non pensa che vogliano «causarmi paura, dolore o agonia» e «dentro
di me ritengo che stiano facendo qualcosa di necessario». Ciò deve avere a
che fare, disse, con «razze, esseri o qualcosa del genere, che si uniscono per
una nuova creazione». Questo «era molto importante», disse, e «come
persona singola, in confronto alla grande opera che sta avvenendo, posso
vedere oltre me stessa e capire cosa è necessario per un bene superiore». Allo
stesso tempo Jerry notò che nell’anno precedente aveva imparato a ragionare
più indipendentemente; «penso di aver abbandonato alcune delle mie
convinzioni precedenti», disse e affermò di non seguire più «ciecamente gli
altri o il pensiero di qualche organizzazione». In quanto cattolica era stata
educata a pensare che «disobbedivo a Dio», quando seguiva «l’istinto» o
faceva domande che mettevano in discussione il pensiero della Chiesa.
Mentre ci preparavamo per la regressione, Jerry si adagiò su un fianco in una
posizione rannicchiata piuttosto che in quella supina che adottava di solito.
Spiegò che quella era la posizione che assumeva di notte, «mi permette di
rannicchiarmi e di coprirmi come se non fossi qui».

130
Con sua grande sorpresa l’attenzione di Jerry non si concentrò sui
rapimenti di cui avevamo parlato in precedenza ma su un episodio del
settembre del 1992 nel quale una luce dorata, così luminosa da farle male agli
occhi, aveva riempito la sua stanza. Gli esseri alieni sembravano fluttuare
attraverso la sua porta scorrevole nella stanza. «Sono veramente strani. I loro
occhi. Li odio. Li odio», disse. «È come se ti trapassassero… Ti penetrano
dentro…» Ciò le suggeriva «una sensazione bizzarra e irritante». Evitava di
guardarli perché «è difficile descriverlo a parole. È come se perdessi la
coscienza di me stessa, e non mi accorgessi di aver perso il controllo». Una
volta ancora gli esseri la rassicurarono per via telepatica. «Non penso di
essermi abituata mai al loro modo di fare le cose», disse Jerry. «Non penso
che mi abituerò mai a essere trasportata attraverso la finestra.» Non gradiva
quella sensazione e notò che era curioso «come possono manipolare la
materia, la materia solida».
Jerry provò nuovamente paura mentre veniva trascinata attraverso la
finestra sino a un ambiente ormai familiare. «Conosco questa stanza», disse.
Provava «sentimenti ambivalenti» verso il «capo» che già conosceva. «Lui mi
parla, gli altri no.» Ma provava anche sensazioni negative riguardo a quello
che già era successo in quella stanza. Mentre la sua paura aumentava di
intensità le suggerii un trucco per diminuire l’ansia. Avrebbe diviso la sua
coscienza così che Jerry Uno, legata a me, avrebbe osservato Jerry Due che
stava nella stanza. Usando questo approccio Jerry Uno «osservò» che Jerry
Due era nuda sul tavolo, incapace di muovere braccia e gambe, in una stanza
dove c’erano «tantissimi» contenitori dall’aspetto rettangolare «simili a
lavandini di un bagno pubblico» con «poco spazio tra l’uno e l’altro». Dentro
questi lavandini o «camere d’incubazione» come le chiamò in seguito,
c’erano centinaia di… «non so se si possano chiamare bambini o meno, ma
pensai che quelle piccole cose fossero feti».
«All’estrema destra» verso il fondo «c’era un piccolo feto che Jerry pensò
«fosse il mio». Il nostro trucco stava diventando sempre più difficile da
utilizzare perché Jerry sentiva «di non poter essere emozionalmente
distaccata. Questa cosa continuava sin da quando avevo tredici anni» disse e
pensò che forse durante gli anni era stata sottoposta a «circa una cinquantina»
di operazioni che comprendevano impianti e rimozioni di feti dalla sua
vagina. «Va a ondate», disse. Per un poco «non succede niente» e poi «loro
ritornano». In poche occasioni – non sa dire in quante – ricorda di essere stata
trasportata a vedere cosa succedeva ai piccoli ibridi. «Quella è la parte che
odio di più,» disse «penso a loro, ai piccoli, come fossero cavalli.»
«Hanno l’aspetto di cavalli?» chiesi.
«Solo i loro occhi» e «sono magri, con le gambe lunghe, voglio dire. Come

131
puledri», aggiunse. «Ecco come mi sembrano.» Ricordava in maniera
particolare le due ragazze che era convinta fossero nate da lei, ma non ricorda
di essere stata condotta a vederle finché non furono alte come Colin che oggi
ha tre anni.
Jerry credeva che durante quel particolare episodio che stavamo
analizzando, un embrione fosse stato inserito dentro di lei. Pensava questo
perché l’episodio fu relativamente breve – «sono molto veloci». Le fu fornita
l’informazione che gli alieni avevano preso il DNA da un uomo umano – «lo
sperma poteva essere di mio marito» o di qualcun altro – e lo avevano
combinato con un’ovaia. Dopo aver combinato la sostanza procreativa
maschile e quella femminile gli alieni avevano alterato l’embrione, forse
aggiungendovi dei principi genetici loro. Questo embrione alterato veniva poi
reinserito nel corpo femminile, quello di Jerry in quell’occasione, per la
«gestazione».
Ritornando ai ricordi di quel rapimento Jerry affermò che gli alieni le
aprirono le gambe «come in un normale studio ginecologico». Poi un lungo
tubo fu inserito nella vagina e sentì «pungere». Seppe che questa era una delle
volte in cui le fu inserito un embrione perché «riconoscevo il procedimento».
Il capo aveva preso un embrione da uno dei lavandini e lo aveva portato verso
di lei. «L’altro modo» (quello con cui le estraevano il feto dal corpo) è
«peggiore di quando lo mettono dentro» perché in quelle occasioni si sentiva
più spaventata.
Jerry trovava dei collegamenti tra la sensazione di subire una violenza
durante i rapimenti con il fatto di non voler essere toccata da suo marito.
Prima di concludere la nostra analisi dell’episodio chiesi a Jerry se c’era
qualcos’altro che ricordava. «Speravo che non me lo avesse chiesto», disse e
aggiunse: «Non mi piace quando mi toccano. Mi toccano dappertutto… a
volte quando mi toccano anche leggermente io vorrei fermarli… Mi ricorda
quando mio marito mi tocca dappertutto e io lo caccio via… Non perché non
gli voglia bene. Lo amo, e non ho mai capito perché mi comporto così. Non
l’ho mai capito… mi sento così male», disse, «è una persona veramente
amabile, gli piace essere abbracciato e accarezzato e io non ne sono capace.
Ho paura di essere toccata. Vorrei solo sapere come ci si sente bene a farlo.»
Discutemmo per cercare di tracciare una distinzione tra le operazioni
freddamente analitiche degli alieni e le attenzioni amorevoli di suo marito.
«Loro eseguono semplicemente i loro compiti senza rispetto per i miei
sentimenti, mentre lui li rispetta in pieno», disse, ma «io reagisco allo stesso
modo.» Fino a ora era stato «magnifico» respingere suo marito perché in quel
modo Jerry provava la sensazione di respingere gli alieni.
Una «alienazione degli affetti» osservai e la definizione sembrò

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compiacerla.
Chiesi a Jerry se ricordava ancora qualcosa di quell’episodio. Rammentò
di essere stata portata attraverso un corridoio scuro sino a una piccola stanza
con un tavolo dove fu fatta adagiare dalle mani aliene a dispetto delle sue
resistenze. Dopo, diversi alieni osservarono la sua «sezione centrale» mentre
lei fu nuovamente paralizzata e sentì qualcosa che frugava dolorosamente sui
suoi piedi, sul braccio destro e la mano destra. Quello «più alto» venne da lei
e Jerry provò gratitudine nei suoi confronti perché l’aiutò, rassicurandola e
toccandola «di tanto in tanto sulla spalla… non mi importava di essere
toccata», disse Jerry, ma «non mi piace quando mi guarda negli occhi perché
penetra dentro di me. È troppo…».
«Troppo cosa?»
«Non lo so. È come se qualcuno scavasse dentro di te e sapesse tutto di
te… è come perdere la propria identità, è come se lui entrasse dentro di te e
questo non mi piace.»
«C’è un modo perché questo ti possa piacere?», le domandai.
«Sì, a volte penso di sì», rispose Jerry. «È come se io fossi spaventata
perché è simile a un approccio sessuale… Non sono io. È lui», aggiunse.
«Non c’è controllo.»
Mentre i piedi di Jerry venivano tormentati da aghi le fu chiesto di
guardare uno schermo simile a quello di una TV. Si infuriò vedendo che sullo
schermo comparivano scene in cui lei ballava con Colin. Uno degli esseri
stava guardando verso di lei, osservando le sue reazioni mentre assisteva a
quella scena familiare. Divenne sempre più furiosa di fronte a quella palese
invasione della sua privacy. A quel punto Jerry notò che c’era una specie di
macchina, applicata a una delle dita del piede, che la faceva diventare
invisibile. Il dito era quello non perfettamente allineato con gli altri, come
quello di Colin, «schiacciato» e sotto gli altri. «Ho trasmesso», disse «questo
difetto dalle mie dita alle sue.» Notò che gli esseri sembravano «curiosi di
studiare il fenomeno».
Poi le fu mostrata una fotografia o un dipinto di Gesù con un abito bianco.
Ancora una volta gli esseri volevano studiare la sua reazione di fronte a
quell’immagine, ma Jerry fu colta dal sonno e non ricordò nient’altro. Ritornò
alla stanza dove erano i suoi vestiti e li infilò con l’aiuto degli esseri perché
era molto assonnata.
Prima di concludere la seduta rivedemmo ancora le ragioni per cui Jerry
aveva accomunato le sue esperienze di rapimento con i rapporti sessuali. Il
suo ex marito insisteva sul fatto che doveva aver subito degli abusi sessuali, e
«andammo da alcuni consulenti matrimoniali» cercando invano di scoprire un
colpevole umano. Jerry credeva che se fossero stati in grado di scoprire che

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era stato «qualcun altro, mio padre o il mio patrigno» avrebbe avuto molte
meno difficoltà ad affrontare i suoi conflitti sessuali. La convinzione di Jerry
che queste esperienze fossero reali era aumentata dal fatto che il fratello più
giovane aveva lo stesso problema nei rapporti sessuali intimi.
Alla fine della seduta Jerry disse: «Credo veramente che siano state
esperienze reali. Gli esseri sono reali e interagiscono con noi, chiaramente
non in una forma alla quale siamo abituati… C’è una ragione per cui lo
fanno», aggiunse. Ha la sensazione che loro «stiano creando – in qualunque
modo si voglia etichettare ciò che fanno – un’altra civiltà». Non sa, «se
vogliano prenderla e piazzarla da qualche altra parte, o se vogliano introdurla
qui». Jerry, come molti rapiti, fa dei sogni nei quali il mondo come lo
conosciamo sta avvicinandosi alla fine e collega il suo ruolo di procreatrice
con questa possibilità.
Fissammo una quarta regressione cinque settimane dopo, il primo di luglio,
per aiutare Jerry nel suo sforzo di «separare» i sentimenti e l’intimità sessuale
con Bob dai ricordi del rapimento. La consapevolezza sulla natura del
problema l’aveva aiutata «un poco», ma Jerry doveva «ripetersi
continuamente» che «lui non è uno di loro». Prima di iniziare la regressione
Jerry e io studiammo una strategia secondo cui durante la seduta il mio
compito sarebbe stato in particolare quello di rafforzare la distinzione tra i
traumi che avremmo potuto scoprire provocati dagli alieni e i ricordi di
contatti intimi con Bob. Questa strategia terapeutica era di grande conforto
per Jerry, soprattutto ora che i membri della famiglia del marito le andavano
ripetendo di non rinnegare quel che era e «Bob aveva cominciato a darle il
suo appoggio» dichiarando che «forse non dovrei desiderare di avere rapporti
sessuali». Cominciammo la seduta di ipnosi concentrandoci sul rapporto
sessuale che Bob e Jerry avevano avuto il sabato pomeriggio, cinque giorni
prima. Colin era addormentato e agli altri bambini era stato detto di non
disturbare. Chiesi a Jerry di ricordare quel pomeriggio e di raccontare ogni
pensiero che le fosse venuto in mente allora o adesso.
«Lampi di ricordi» le tornarono riguardo all’incidente che aveva avuto
all’età di otto anni quando lei e diversi altri membri della famiglia stavano
tornando da una visita a sua zia. Jerry si era addormentata per poi svegliarsi
scoprendo che l’auto si era fermata in mezzo alla strada. Si spaventò quando
vide «un viso al finestrino; è qui davanti, vicinissimo». Aveva visto
un’astronave grigiastra dall’aspetto metallico che stazionava nelle vicinanze
proprio sopra un campo con «delle luci sul fondo». Sua madre, che guidava
l’auto, uno dei fratelli e sua sorella sembravano addormentati.
La faccia dell’essere aveva «occhi come quelli di un diavolo o qualcosa del
genere». Presto Jerry scoprì che gambe e braccia erano «come quando ci si

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addormenta» e che non poteva muoverle. Nello stesso momento sentì una
voce nella sua mente che diceva: «Va tutto bene». Poi avvertì «una puntura
d’insetto» che le provocò una «strana sensazione» lungo la spalla sinistra e
alla parte superiore del braccio e la fece addormentare.
Quando si svegliò Jerry scoprì di essere adagiata sulla schiena,
apparentemente sola, in una stanza scura che non riconobbe. Aveva così paura
che i suoi denti stavano sbattendo. L’essere che aveva visto fuori della vettura
era «ancora davanti a me. Si limita a guardarmi… Deve essere un diavolo»,
disse Jerry, «perché penso che solamente il diavolo sia così brutto». L’essere
le disse «Ti faremo solo alcune cose poi tornerai a casa». Quindi le sembrò
che le mani dell’alieno la stessero stringendo alla gola, ed ebbe paura che «mi
volesse uccidere». Quindi un altro essere alieno la costrinse a mettersi su un
fianco e sembrò volerle esaminare la schiena. Sebbene la paura di quello che
potevano farle quegli esseri fosse intensa, Jerry sentiva «come se li
conoscessi… Non mi fido di loro», si lamentò, perché «non sai mai cosa
possono farti».
«Non mi piace che mi tocchino», disse mentre ricordava di essere stata
toccata ripetutamente lungo tutta la schiena. Sentiva come «tanti piccoli aghi»
e «una punturina». Il suo terrore derivava dal fatto che, al contrario di quanto
avviene nello studio del dottore, «quando ti dicono che cosa c’è che non va e
tu sai che la mamma è con te», in quella situazione, invece, «non so cosa sta
succedendo, e ho l’impressione che a ogni momento possano farmi del male».
Poi Jerry ricordò di «essere stata rivoltata sulla schiena» e di essere stata
sottoposta «a un altro semplice esame visivo». Si sentì temporaneamente
«meglio, perché non mi stanno facendo niente,» ma «ho la sensazione che stia
avvenendo qualcosa alle mie spalle».
Jerry provò un forte imbarazzo quando mi disse che il capo le aveva aperto
le gambe «per controllarmi, e prende una luce, una luce molto brillante. Mi
domando cosa vogliano farmi». Sulle prime si limitarono «a guardare» dentro
la sua vagina, ma poi «mi misero dentro qualcosa» che era «qualcosa come
quello che ti mettono quando sei più grande… voglio dire dal ginecologo…
ecco, o una cosa del genere». Questa operazione si rivelò dolorosa e Jerry urlò
di terrore chiedendo di sua madre. Ma «questo non li ha fermati». Finì «tutto
molto in fretta», e, «dopo tutto questo osservare» e «controllare», l’essere che
aveva eseguito l’operazione si rivolse al capo e disse: «No» o comunque
rispose con un cenno negativo di qualche tipo a una domanda da parte del
capo. Jerry interpretò questa risposta come l’asserzione che non era ancora
pronta per le loro operazioni riproduttive. L’esame vaginale sembrò a Jerry
parte di un «controllo generale» più completo cui fu sottoposta dagli alieni.
L’esperienza fu mortificante per lei. «Non conoscevo il significato della

135
parola “stupro” allora (a otto anni)», disse. «Ma fu proprio così.»
Chiesi a Jerry se aveva saputo di avere l’imene ma lei mi rispose che da
bambina e nei primi anni dell’adolescenza non si era mai toccata o esaminata
l’area genitale, forse, o almeno in parte, a causa del trauma provocatole da
questa esperienza. Jerry era sempre stata «molto timida» riguardo al suo
corpo e sua madre aveva fatto dei commenti al riguardo. Poi le chiesi
esplicitamente se aveva subito un esame anale. Non aveva voluto dirmelo
perché «era stato peggiore dell’altro» ed era avvenuto «prima di quello
vaginale». «L’ho saltato, l’ho semplicemente saltato», disse.
Le chiesi cosa lo aveva reso «peggiore».
«Solo il fatto di subirlo», disse, «è stato semplicemente disgustoso» e
molto doloroso.
A quel punto della seduta Jerry fu enormemente colpita nel rendersi conto
di quanto fossero compromessi i suoi rapporti con Bob. Fece un gesto
circolare con le mani per descrivere il modo in cui i ricordi del rapimento si
scatenavano dentro di lei per il solo fatto di essere toccata da lui e per farmi
capire quanto le esperienze umane e aliene erano legate tra di loro.
Mettemmo a punto una strategia che le avrebbe consentito di differenziare
al massimo il rapimento dalla relazione con Bob. Primo, avrebbero discusso e
si sarebbero accordati in anticipo di iniziare un rapporto solo dopo lunghi
preliminari composti da gesti di tenerezza e lei avrebbe avuto la possibilità di
interrompere il rapporto in ogni momento senza sentirsi in colpa. Avrebbe
diretto il tocco di Bob, che sarebbe stato lento e gentile, concentrato sul seno
(che gli alieni non avevano toccato) e si sarebbe rivelato molto diverso dalla
maniera rapida e irritante di toccarla degli alieni. Lei avrebbe iniziato a
sfiorare l’area genitale di Bob e quando il pene fosse stato eretto, lei sarebbe
salita sopra il marito. Sarebbe stata lei la più attiva durante il rapporto, una
modalità che, mi assicurò, sarebbe andata bene per Bob. A ogni passo sarebbe
stata lei ad avere l’iniziativa e il controllo della situazione.
Alla fine della seduta riepilogai per Jerry le due parti della strategia che
avevamo discusso: l’enfasi psicologica utilizzata per distinguere nella sua
mente tra le esperienze umane e aliene e l’azione strategica che avrebbe
rinforzato questa distinzione. Sembrò ansiosa di iniziare questo piano
d’azione. Sottolineai anche quanto fossero state sconvolgenti la penetrazione
vaginale e anale subite all’età di otto anni. A quell’età ancor più che a tredici
anni, un bambino non ha modo di comprendere né di raccontare consciamente
queste esperienze perché la sua psiche è semplicemente troppo immatura.
Tuttavia questi ricordi, profondamente sepolti nell’inconscio, agiscono sulla
psiche e sul comportamento in modi che una persona non può comprendere.
Cinque giorni dopo l’ultima regressione, Jerry si fermò al mio ufficio dopo

136
un altro appuntamento che aveva avuto all’ospedale. Sembrava star bene ed
essere felice e mi disse che la strategia stava funzionando. Due giorni dopo,
Pam la chiamò e lei le disse che «quello che abbiamo fatto ha avuto completo
successo». Aveva provato a comportarsi con Bob nel modo che avevamo
stabilito aspettandosi di provare ansia. «Ma non fui affatto spaventata.» Lui
aveva accondisceso a ogni sua richiesta, rilassato e soddisfatto delle sue
iniziative. Era certa adesso che, qualunque cosa l’avesse sconvolta, non aveva
nulla a che fare con lui, sebbene la loro attività sessuale prima di allora
l’avesse disturbata. Era rimasta sollevata dal fatto che nessuna delle
precedenti sensazioni di turbamento si era manifestata. Bob era molto felice
del cambiamento. «Non posso crederci», disse. Diversi mesi dopo, il
cambiamento si era rafforzato.

Discussione

Il caso di Jerry mostra un ampio spettro di caratteristiche del fenomeno dei


rapimenti; la donna ha subito operazioni complesse di intrusione a fini
riproduttivi, tra le quali l’inserimento e la rimozione di quello che sembra
essere un feto di qualche genere e ha incontrato entità ibride. Allo stesso
tempo ha subito una profonda trasformazione a livello personale e ha
sviluppato l’apertura filosofica e spirituale che sembrano sempre
accompagnare l’esperienza del rapimento. È interessante notare che i suoi
scritti filosofici e poetici sono precedenti al suo lavoro con me e non possono
essere attribuiti alla nostra interazione. Tutti e tre i suoi figli, frutto dei due
matrimoni, sembrano essere coinvolti nei fenomeni di rapimento.
La rappresentazione che la sua psiche fa dei bambini ibridi avvicinandoli a
cavalli o puledri, inconscia sulle prime, ci ricorda la varietà delle forme
animali, tra cui cervi e uccelli, nelle quali gli alieni possono mostrarsi durante
i rapimenti. Per Colin gli alieni erano gufi venuti dal cielo. Questa complessa
simbolizzazione può essere frutto del potere inconscio della psiche di
mascherare gli elementi minacciosi o può essere indotta dai poteri di
alterazione della mente degli alieni stessi. Un’altra possibilità potrebbe essere
una profonda connessione degli alieni con gli spiriti animali, simile al
rapporto tra uomini e animali che avviene in alcune pratiche sciamaniche.
I rapimenti di Jerry, iniziati nell’infanzia, sono stati profondamente
traumatici per lei, e gli interventi sessuali, finalizzati alla riproduzione, simili
allo stupro, erano profondamente sepolti nella sua psiche; per il fatto che i
ricordi di queste esperienze rimanevano inconsci, era incapace di distinguere
gli aspetti fisici dell’intimità e della sessualità nei rapporti tra umani e i traumi
provocati dagli alieni. In seguito a ciò, Jerry era incapace di provare piacere o

137
persino di tollerare il contatto fisico con suo marito, con il quale aveva una
buona relazione affettiva. La scoperta dei ricordi nascosti del rapimento,
sebbene avvenuta attraverso quattro lunghe sedute di ipnosi, ha permesso a
Jerry di separare psicologicamente l’attività sessuale umana da quella aliena e
ci ha consentito di mettere a punto delle strategie per rinforzare la distinzione
tra esse. Jerry e Bob possono ora vivere una soddisfacente vita sessuale.
È difficile per qualcuno che non sia stato presente durante queste
regressioni ipnotiche valutare l’intensità emozionale delle esperienze
traumatiche che una rapita come Jerry ha vissuto. Le sue espressioni verbali
di rabbia e di offesa e le contorsioni del suo corpo dovrebbero essere osservati
direttamente. Il caso di Jerry inoltre illustra bene altre dimensioni dei traumi
derivati dai rapimenti – l’isolamento di una persona nel corso di tutta la sua
esistenza, l’incredulità filosofica, e il fatto che nuovi episodi possano
verificarsi per il soggetto e i suoi figli in ogni momento. Jerry è stata
particolarmente eloquente parlando di questo ultimo elemento. Concluse una
poesia intitolata «Regressione» scritta durante la primavera del 1992-93 con
la strofa: «Questa tecnica meravigliosa dà sollievo dai traumi del passato / ma
uno si domanda sempre: quando mai finirà? / Perché, a differenza di altre
vittime di stupri, incesti o persino di traumi di guerra / Non siamo mai sottratti
al melodramma del continuo contatto con un altro mondo».
A dispetto delle grandi sofferenze che il rapimento le ha causato, Jerry,
come molti altri rapiti, ha la convinzione che ci sia qualcosa di grande valore,
una dimensione procreativa, «una ragione definita» per i rapimenti… forse la
creazione di una nuova razza di esseri alla quale lei sta partecipando. È
difficile capire se queste idee che rappresentano una realizzazione per il rapito
stesso, siano state suggerite dagli alieni stessi o siano il risultato di una
identificazione con l’aggressore.
Jerry, come molti rapiti, ha aperto mente e cuore a importanti
preoccupazioni di carattere filosofico e spirituale. In una nota sul suo diario
del novembre del 1992 raccontò di una futura distruzione della Terra e il fatto
che questa idea sia precedente al nostro lavoro insieme è dimostrato da una
nota sul diario del dicembre 1991, sei mesi prima che venisse a parlare con
me. Scrivendo come se avesse ricevuto delle informazioni da una fonte
turbata e perplessa o da una voce che le parlava, Jerry descrisse la bellezza
della foresta pluviale brasiliana, ma aggiunse in seguito la preoccupazione che
«stava morendo di morte lenta… Perché un posto così bello deve essere
distrutto?», continuò.
Gli scritti di Jerry comprendono una vasta gamma di argomenti
esistenziali, tra i quali la natura del tempo e dello spazio, l’universo stesso, il
grande circolo della nascita, della morte e della creazione, il mistero della

138
verità, dello spirito e dell’anima e i limiti della scienza basata sulla realtà
materiale. È convinta di dover scrivere un libro sull’Universo, sull’Anima, su
Dio e l’Eternità basato sulle idee che le venivano suggerite e ha organizzato la
sua trattazione in capitoli. A volte si ferma, colpita dall’importanza delle
informazioni ricevute e dall’implicita responsabilità che ad esse si
accompagnava. In una nota sul suo diario nel dicembre 1991 scrisse: «Perché
hanno scelto una madre di famiglia come tante per un compito così
importante? E chi comprenderà o comprerà questo libro?». La risposta che
ricevette fu che lei stessa aveva scelto quel ruolo.
In una nota sul diario del 22 novembre del 1991, Jerry scrisse dal punto di
vista di una archetipa forza creativa dell’universo: «Immagina che la tua
essenza, la tua anima sia parte di un tutto e come parte di un tutto tu hai
deciso di dare la nascita, di creare. Poi hai dato vita ai tuoi pensieri per creare
e hai fatto dei tuoi pensieri materia. Mentre questa nascita diventa reale, hai
deciso che continuerai a creare e dopo qualche tempo hai deciso di voler
essere nuovamente parte di un tutto. Ma per essere nuovamente parte di un
tutto devi raccogliere tutti i pezzi e i frammenti del tuo essere. Per essere di
nuovo parte di un tutto devi essere in grado di comprendere la necessità di
creare e dare la vita a questi pensieri. E per tornare alla tua forma originaria
devi invertire nuovamente il processo». In seguito Jerry trovò una
connessione tra il processo e l’unione di un uomo e di una donna. «Entrambi
pensano di dare la vita a un figlio. I loro pensieri diventano materia sotto
forma di un bambino.»
Un certo numero degli scritti di Jerry mostrano preoccupazione per la
relazione tra mondo materiale e spirituale e per le limitazioni della
conoscenza puramente tecnica e tecnologica. Per esempio in una nota del
novembre del 1991 scrisse: «Ai dati tecnici non importa nulla della scoperta
di altri esseri. A quelli spirituali sì». Un mese dopo scrisse:
Scienza: un viaggio evidente tra spazio e tempo
Spiritualità: un viaggio impalpabile tra spazio e tempo
Scienza: un viaggio limitato
Spiritualità: un viaggio illimitato
Entrambi sono validi
Quale biglietto comprare?

Jerry ha mostrato grande coraggio e determinazione affrontando


l’incredulità generale che la circondava. Ha anche sviluppato la capacità di
conoscere i processi della sua mente e di pensare da sé a dispetto o forse
proprio a causa del suo isolamento. Queste qualità sono raccolte in una poesia
intitolata «Decisione», composta nell’inverno del 1992-93, in cui descrisse la
battaglia per vincere le sue paure e la sensazione di silenzio e segregazione

139
che l’hanno sempre oppressa. Aveva scelto, scrive, di non lasciare «più» che
le sue esperienze di rapimento «mi portino via tutto… Almeno avrò la
dignità», conclude, «di conoscere e possedere i miei ricordi».

140
VII
Se me lo avessero mai chiesto

Catherine, una studentessa di musica che lavorava anche come receptionist in


un night club, aveva ventiquattro anni nel marzo del 1991, quando mi chiamò
in seguito a un episodio che l’aveva sconvolta avvenuto qualche settimana
prima. Una notte verso la fine di febbraio, terminato il lavoro intorno alla
mezzanotte, si era preparata a ritornare a casa. Ma stranamente, invece di
fermarsi alla sua abitazione di Somerville, vicino a Boston, cominciò a
guidare in direzione nord, dicendosi che «probabilmente avevo voglia di
guidare un poco», e che voleva «fare qualche miglio sull’autostrada» con la
sua auto nuova. Quando tornò a casa scoprì che c’era un periodo di
quarantacinque minuti dei quali non ricordava nulla.
Il giorno dopo Catherine si svegliò intorno a mezzogiorno, «diedi
un’occhiata alle notizie» e vide che «c’era stato un avvistamento UFO la notte
prima». Alcuni dei commentatori televisivi cercavano di spiegare la natura
dell’oggetto visto sopra Boston come una cometa o una meteora, ma l’oggetto
aveva volato orizzontalmente rispetto alle cime degli alberi e Catherine
pensò: «È una meteora davvero fuori del comune, di solito le comete cadono
dal cielo e basta». Anche un poliziotto e sua moglie raccontarono che un
oggetto volante si era fermato sopra di loro proiettando un raggio di luce. Uno
dei canali televisivi mostrò una cartina con il tracciato del percorso dell’UFO
dal Massachusetts meridionale sino alla parte nord occidentale dello stato
(come testimoniato anche da Barron, 1991 e Chandler, 1991).
In seguito Catherine si rese conto con un certo turbamento che, sebbene
non ricordasse di aver visto l’UFO, «stavo viaggiando nella sua stessa
direzione». Per ironia della sorte, Catherine, leggendo poco tempo prima un
articolo sugli UFO» aveva dichiarato, «per metà avevo sperato di incontrarli e
per metà no». Altre cose che turbarono Catherine e che contribuirono alla sua

141
decisione di contattarmi furono una inspiegabile perdita di sangue – la prima
in tutta la sua vita – di cui aveva sofferto poco dopo il succitato episodio e il
fatto che aveva scoperto di rispondere positivamente alla maggior parte delle
domande, concernenti un possibile incontro con gli UFO, di un testo sui
rapimenti da parte di alieni.
Nella nostra prima seduta Catherine quasi si scusò, temendo di farmi
sprecare tempo. Ricordò un sogno all’età di nove anni durante il quale si
sentiva paralizzata e spaventata a morte da «una specie di essere» con lunghe
dita, che si allargavano alle estremità, sorto alle sue spalle e che l’aveva
afferrata. Il contatto con la creatura era stato freddo. Presa dal terrore
Catherine aveva voluto gridare e «chiamare mia madre, ma non potevo, non
potevo fare nulla». Ricordò anche un altro sogno avvenuto il Natale
precedente, nel 1990, quando era andata a trovare sua madre in Alaska,
durante il quale aveva visto un’astronave con i muri curvi e, nella stanza in
cui si era trovata, c’era un oggetto «simile a una vasca per i pesci». Non era
certa che fosse realmente un sogno. Le feci praticare un blando esercizio di
rilassamento per aiutarla a ricordare dettagli della sua passeggiata notturna in
auto. Catherine ricordò le strade sulle quali aveva viaggiato e provò paura
quando rammentò di aver attraversato due volte un’area boscosa vicino a
Saugus, a circa dieci miglia da Boston. Descrisse inoltre la notevole paura che
provava per gli aghi. Infine sottolineò che stava attraversando una specie di
crisi nel campo del lavoro, perché sentiva «di non usare tutte le capacità di cui
dispongo».
Catherine e io trovammo che questa prima seduta – che in retrospettiva
fornì molti indizi sulla possibilità di un rapimento da parte degli UFO – era
equivoca, suggerii che avrebbe visto affacciarsi alla sua memoria altri ricordi
nei giorni successivi e le chiesi di chiamarmi una settimana dopo. Visto che
non lo fece, fui io a contattarla. Mi disse che sarebbe stata stupida a
richiamarmi perché non aveva ricordato nulla e che era molto indaffarata con
il lavoro. Non ebbi notizie di Catherine per nove mesi, dopo i quali mi scrisse
una lettera dicendo che adesso aveva «impressioni» (ricordi era una parola
troppo forte) del Natale del 1990 in cui ricordava «una nave in un campo»
dietro la casa di sua madre in Alaska. Oltre a ciò aveva provato una grande
paura vedendo il film Communion, basato sul romanzo di Whitley Strieber;
aveva visto una strana luce in una nuvola muoversi lungo l’orizzonte sei mesi
prima e aveva scoperto una piccola cicatrice, diritta sotto il mento, alla quale
non sapeva dare nessuna spiegazione.
Nei successivi otto mesi praticai cinque sedute di ipnosi con Catherine e
parlai con lei molto di frequente. Nelle nostre sedute esplorammo nei dettagli
molte delle sue esperienze di rapimento, in seguito a ciò emersero emozioni

142
molto forti. Il caso di Catherine è significativo per la chiarezza delle
osservazioni che emergono in relazione ai rapimenti UFO. Ma oltre a ciò
dimostra che la crescita personale e il diverso modo di percepire il fenomeno
stesso possano essere il risultato di un mutato atteggiamento del soggetto
riguardo agli incontri, e soprattutto riguardo al terrore generato
dall’esperienza.
Catherine è cresciuta nell’Oregon, nelle piccole città intorno a Portland,
spostandosi di frequente perché suo padre lavorava come cartografo. Questi,
quando Catherine era bambina, ebbe dei problemi alla schiena e smise per
questo di eseguire lavori di carpenteria sul retro della casa e altri lavoretti del
genere che svolgeva per i vicini. Oltre a ciò era un alcolista e, quando era
ubriaco, poteva sparire improvvisamente e cedere a impulsivi scatti di ira.
Una volta che Catherine aveva rifiutato di pulire la sua stanza, il padre aveva
preso tutte le sue cose, le aveva infilate in un cestino della spazzatura e gli
aveva dato fuoco. I genitori avevano divorziato quando Catherine frequentava
il college. Non ha più avuto contatti con il padre praticamente da quell’epoca.
La madre di Catherine, Susan, è un’insegnante e lavora con i bambini
handicappati. Quando Susan frequentava il college vide un UFO («Luci nel
cielo che fanno cose che un aereo non può fare») che fu avvistato anche da
altre tre dozzine di persone. Susan, preoccupata per sua figlia e incuriosita dal
mio lavoro con lei, mi chiamò dalla sua abitazione in una zona rurale
dell’Alaska, dove la famiglia si era spostata quando Catherine era
adolescente. Fui impressionato dalla sua sensibilità e dall’apertura che mostrò
riguardo all’esperienza di Catherine. Manifestò di credere alla eventualità che
esistano forme di vita fuori del nostro pianeta che possono assumere forme
inaspettate. L’unico fratello di Catherine, Alex, ha otto anni meno di lei.
Catherine pensa che possa aver avuto delle esperienze di rapimento ma non lo
sa con precisione. Alex ha un segno inspiegabile sul lato sinistro della mano
sinistra che ha la stessa forma a ferro di cavallo della cicatrice che Catherine
aveva sulla stessa mano e che lei pensa possa essere collegato al rapimento.
Questa cicatrice però è sparita.
Susan descrive Catherine come una ragazza con uno «spirito libero, un po’
differente dagli altri». Ricercando altre fonti del suo trauma, le chiesi se
avesse avuto dei problemi di abuso sessuale, stupro o altre possibili violenze.
Mi disse che quando aveva circa quattro anni un amico di famiglia aveva
messo la mano tra le sue gambe e le aveva toccato l’area genitale. Né
Catherine né sua madre credono però che lei sia stata sessualmente o
fisicamente violentata da suo padre o da altri membri della famiglia.
La prima esperienza di rapimento che Catherine ricorda avvenne quando
aveva tre anni. I ricordi furono attivati a livello conscio – cioè riportati alla

143
luce senza ricorso all’ipnosi – da una sconvolgente scena di incubo in un
episodio della miniserie del CBS «Intruders», nella quale una delle donne
rapite vede un cane, che abbaia alla finestra della sua camera da letto, il quale
«si trasforma» o nasconde le sembianze di un essere alieno. Catherine ricordò
di aver visto un essere alla finestra della sua camera da letto e una luce
azzurra che entrava nella stanza da dietro di esso. La casa della famiglia era
un edificio a un piano e Catherine calcolò che «quel tipo strano fuori dalla
finestra» doveva essere piuttosto alto o forse stava sospeso nell’aria perché la
finestra era a diversi metri dal suolo e lei riusciva a vedere il torso della
creatura.
Descrisse l’essere con «grandi occhi scuri, un mento a punta, la testa
sembrava una goccia di pioggia rovesciata. Aveva una riga al posto della
bocca e un naso che non posso vedere completamente dal punto dove sono,
ma che è diverso dal naso umano. È solo una protuberanza; posso vedere le
narici ma non sono larghe come le nostre. Non sembra indossare vestiti né
essere di un colore particolare. È simile alla luce che viene dalle sue spalle».
L’essere alla finestra «sembra attraversarla e si materializza all’estremità
del raggio di luce azzurra. Il raggio avanza e tocca il pavimento», dice
Catherine. «Ho l’impressione di fluttuare sopra il mio letto, come se fossi
fatta lievitare fuori dalla porta sino all’ingresso.» Ai tempi della seduta
Catherine provò un forte terrore dinanzi a questi ricordi.
Catherine è convinta che quando cercò di chiamare sua madre per chiedere
aiuto gli esseri le fecero qualcosa per ridurre il suo terrore, che sembrò
diminuire dopo che cominciò a fluttuare. In seguito Catherine vide cinque o
sei esseri simili a quello che era fuori dalla finestra, «stavano nel salotto e si
muovevano veramente molto veloci e non sono sicura di cosa stessero
facendo… Sembrava che stessero prendendo degli oggetti per guardare cosa
fossero, rimettendoli poi a posto». Dopo questo «affrettarsi tutt’intorno»
sembrò improvvisamente che (gli esseri) si riorganizzassero; si disposero tutti
su una linea. Avevano interrotto ogni attività. Il salotto era molto illuminato
(… aveva una tinta azzurrastra…); ma era notte fonda e non c’erano luci
accese». Catherine ricordò di essere stata indotta letteralmente a galleggiare
«attraverso» la porta principale a cominciare dal viso. Vide «che anche fuori è
tutto illuminato. È notte fonda ma c’è luce». Nel campo fuori di casa sua
«c’era una specie di nave», e «sembra che ci sia un sacco di luce, che viene da
essa, ma c’è più luce di quella che può emettere». La madre Susan più tardi le
disse che nel parco vicino c’erano grandi globi blu di luce. La nave «ha
l’aspetto di un disco. Sembra che abbia un sacco di luci a bordo ma non ne
sono del tutto sicura». La discussione dell’episodio termina a questo punto
ma, come è caratteristico delle esperienze di rapimento, Catherine ricordò

144
altri dettagli nelle settimane seguenti; tre mesi e mezzo dopo la succitata
seduta mi rivelò, in una lettera, altri particolari di questo episodio. Aveva
captato la visione nitida di uno degli esseri nel salotto «che prendeva una
tazzina da tè, la teneva a pochi millimetri dal viso, la osservava intensamente
e la riponeva sul tavolo». Ricordava di essere stata sollevata nell’aria «di
fronte a lui (all’essere che era stato alla finestra) e fuori della porta della mia
camera sino all’ingresso» e poi «fuori della porta principale».
Catherine descrisse in seguito quello che avvenne nell’astronave:

«Mi portano in una stanza circolare all’interno dell’astronave con una


panca che corre lungo tutte le pareti salvo nel punto in cui si trova la porta. Ci
sono altri bambini, forse cinque o sei, tutti sotto i dieci anni di età. Un essere
femminile più alto arriva e mi dice “Vuoi giocare?”. Ho l’impressione che sia
una specie di insegnante dell’asilo, o il capo di uno di quei centri dove si
lasciano i bambini durante le ore lavorative. Sono assonnata e confusa ma
dico: “Okay”; sembra compiaciuta della mia risposta. Guardo gli altri
bambini, sono più vecchi e più grandi. La stanza sembra molto illuminata.
L’essere femminile va dall’altra parte della stanza e quando ritorna ha
qualcosa in mano. Penso che sia una palla di metallo che fluttua nell’aria. La
fa rimbalzare per tutta la stanza e alcuni degli altri bambini cercano anche
loro di farla rimbalzare ma non ci riescono così bene. Colpiscono le pareti e la
palla produce un rumore metallico quando le tocca. L’essere si diverte quando
succede. Poi arriva il mio turno e lei mi dice “Vuoi provare?” e io rispondo:
“Sìii!” perché voglio far vedere quanto sono brava ai bambini più grandi. Mi
consegna un’asta metallica lunga circa trenta centimetri, o forse un poco di
più. Ha il diametro di circa un centimetro e c’è una piccola e spessa antenna
alla sua estremità. Ha un colore grigio argento ed è flessibile. L’antenna è
lunga circa cinque centimetri con una piccola sfera all’estremità. L’asta serve
per un controllo a distanza e si punta verso la palla per dirigerla. Si usa per
fermarla, per farla stazionare nel vuoto, per andare avanti e indietro, per
fermarla di colpo dopo averla fatta muovere velocemente, e io riesco a fare
tutte queste cose molto meglio di tutti gli altri bambini. Gli altri che non erano
capaci di farla girare mi guardano male e posso sentire la loro frustrazione.
L’essere femminile viene e mi porta via la stecca dopo un minuto perché è
finito il mio turno, e quando lo fa, mi dice che sono stata molto brava ma che
devo fermarmi perché faccio sentire a disagio gli altri bambini, dal momento
che sono più piccola e gioco meglio di loro. Ho la sensazione di essere
speciale… che sono speciale ai suoi occhi perché ho giocato bene pur essendo
così piccola e lei è fiera di me perché mi sono comportata meglio di quanto ci
si aspettasse. Altri due bambini giocano dopo di me poi l’essere riporta l’asta

145
e la palla da dove li ha presi. Quindi torna indietro e dice a tutti noi: «Siete
stati molto bravi. Siamo molto compiaciuti dei vostri progressi individuali».
Mi sento fiera di me.
«Sì, ci sono altri particolari, ma per il momento è tutto quello che ricordo».

Il successivo incontro che Catherine ricordò avvenne all’età di sette anni e


fu recuperato inaspettatamente nella nostra terza seduta di ipnosi durante la
quale la regressione aveva un finale aperto, cioè avevamo deciso di non
cercare di ricordare un episodio specifico. La seduta ebbe inizio quando
Catherine rammentò di camminare insieme a due amiche verso la sua
abitazione, con in mano una grande scatola di canditi. Indossava l’uniforme
dell’associazione femminile Camp Fire. Un dito della mano sinistra aveva
subito una ferita e presentava una vescica dall’aspetto bizzarro che le rendeva
doloroso trasportare la scatola. Mentre stavamo parlando di come le tre
ragazzine e l’amica di sua madre stavano andando da un’abitazione all’altra
con la scatola di canditi, nella mente di Catherine si formò un’immagine che
raffigurava una donna che accudiva dei pavoni in un cortile.
A quel punto ricordò un fatto accaduto una settimana prima quando,
trovandosi a casa di una delle sue amiche, si era sentita stranamente spinta a
uscire nel cortile a vedere i pavoni. Era un giorno di pioggia e il cortile era
umido. Catherine aveva avuto paura che la padrona di casa uscisse e la
sgridasse, «perché non dovevo stare là». Stava tirando dei sassolini contro i
pavoni per far gonfiare le loro magnifiche penne quando vide «una piccola
cosa bianca». Questa si rivelò essere «un omino fermo nel cortile. Sembrava
sbalordito. Aveva una testa grossa, grandi occhi e non aveva capelli». Le
disse che voleva portarla da qualche parte ma lei si convinse che non doveva
andare perché sua madre le aveva detto «che non dovevo seguire le persone
che non conoscevo e io non sapevo chi fosse». La figura cercò di farle capire
che andava tutto bene, ma lei si era sentita spaventata e irritata, «perché gli ho
detto che non lo avrei seguito eppure lui insiste che io vada lo stesso». Cercò
allora di scappare, ma l’essere «posò la sua mano sul mio braccio» e lei non
poté allontanarsi. Catherine cominciò a gridare durante la seduta come una
bambina indifesa e ripeté lamentosamente: «Non lo conosco e vuol portarmi
via con lui!».
Dopo di ciò Catherine passò attraverso un «buco» nel «mezzo della sua
stanza». Catherine pensò di colpire la piccola figura che era «alta come me»,
ma «non riuscii a muovermi». L’essere sembrò scoppiare a ridere. «Trovava
divertente l’idea che io volessi colpirlo, affermò questo perché potevo sentire
parte dei suoi pensieri nella mia testa.» «L’omino» andò in un’altra camera a
prendere un oggetto poi tornò indietro. «Gli ho detto: “Cosa vuoi fare con

146
quello?”. E lui mi dice: “Solo farti un piccolo taglio”. Io dico: “Perché?”. E
lui risponde: “Perché abbiamo bisogno di un campione.” Io dico: “NO, NO!
Non puoi tagliarmi!!”. Ma lui risponde: “Dobbiamo farlo”. E io: “No, non
dovete! Hai capito? Non dovete farmi una cosa del genere!”. E lui: “Serve per
la ricerca scientifica”. E io: “E perché non potete tagliare qualcos’altro?”. Lui:
“Abbiamo bisogno di sangue!”». Le praticò un piccolo taglio sul quarto dito
della mano sinistra facendole meno male di quanto si fosse aspettata. Con un
oggetto simile «a un contagocce» interamente di metallo, l’essere le aspirò
una piccola quantità di sangue.
Insistendo sul fatto che «dobbiamo prendere un campione» l’essere disse
che l’avrebbe riportata indietro, «ma non mi disse perché» insisté Catherine.
«L’essere afferma: “Stiamo facendo delle ricerche sul vostro pianeta”. E io
rispondo: “Cosa c’è che non va nel mio pianeta?”. E lui dice: “Stiamo
cercando di fermare i danni”. E io: “Che danni?”. E lui risponde: “I danni
provocati dall’inquinamento”. E io dico: “Io non ne so niente”. La sua
risposta è: “Imparerai”. Poi scendemmo di nuovo. Mi stavo avvicinando al
terreno, sempre di più, di più, sono sul terreno e voglio correre via ma non
posso muovermi. Lui dice: “Torneremo a prenderti”.»
Una volta ancora Catherine si ritrovò nel cortile dove si trovavano i
pavoni. Calcolò che fossero trascorsi circa quindici minuti, e nessuno
sembrava aver notato la sua mancanza quando si ricongiunse al gruppo di
bambini che guardavano i cartoni animati alla televisione nella casa
dell’amica. Il ricordo di ciò che era avvenuto sembrò svanire velocemente
nella sua mente. Quando tornò in casa «pensai di essere semplicemente
uscita». Sembra che il dolore al dito avvertito portando la scatola di canditi
fosse l’unico punto rivelatore dell’esperienza di rapimento avvenuta una
settimana prima. Da quel giorno le è rimasta sul dito una piccola cicatrice a
forma di ferro di cavallo per la quale Catherine non ha altre spiegazioni se
non quella dell’incidente appena raccontato.
Il successivo episodio che Catherine collega con il fenomeno degli UFO
accadde quando aveva quindici o sedici anni. In questa occasione Catherine
vide luci misteriose sulle colline dietro la roulotte dove si trovava con la
madre, il padre e il fratello. In questo caso non sembra essere avvenuto nessun
rapimento. Mentre Catherine e Susan erano in viaggio in auto dirette alla loro
casa videro «piccole luci» muoversi parallele a loro, vicino al terreno. Sua
madre accelerò e le due donne rimasero per alcuni minuti a osservare mentre
le luci, secondo il racconto di Catherine, facevano «strane cose» che un aereo
non avrebbe potuto fare. Sebbene una volta arrivate a casa Susan sembrasse
aver perso interesse, suggerì che «poteva essere un UFO». In seguito ricordò
un avvistamento del quale lei stessa era stata testimone ai tempi del college.

147
Affascinata, Catherine continuò a osservare attraverso la finestra un
complesso movimento di tre o quattro luci «che danzavano» sul fianco della
collina. A un certo punto sparirono di colpo tutte insieme e Catherine non
riuscì ad attirare nuovamente l’attenzione di sua madre.
Sebbene priva di una conclusione questa esperienza sembrò sottolineare la
sensazione di solitudine e di isolamento di Catherine in relazione al fenomeno
dei rapimenti di alieni. Questa sensazione fu rafforzata dall’idea che sua
madre pensasse «che era uno scherzo della mia immaginazione».
Il «sogno» di Natale, nel 1990, è la prima esperienza di rapimento, vissuta
in età adulta, che Catherine sia stata capace di ricordare. La vicenda non era
stata analizzata nelle nostre due prime regressioni ipnotiche.
La roulotte di sua madre si trovava in un’area deserta a sei o sette miglia
da una cittadina nel centro sud dell’Alaska. C’erano vasti campi intorno alla
casa. Natale era giovedì e Catherine ricorda che il «sogno» avvenne due o tre
giorni dopo. Prima dell’ipnosi ricordò di essersi svegliata la mattina
successiva con un’immagine in testa. «Mi trovavo in una stanza dentro una
astronave… trascorsi almeno dieci minuti a letto nel tentativo di ricordare
tutto quello che potevo e di seppellirlo nella mia memoria. So che è molto
importante che io ricordi. Ma non so perché.»
Sotto ipnosi rivedemmo nei dettagli la planimetria della casa, l’arrivo di
Catherine prima di Natale, la visita di suo padre alla vigilia e il giorno della
festa che trascorse, come il giorno seguente, praticamente senza eventi
particolari. Mentre ricordava di essersi svegliata con l’impressione di aver
visto «un’astronave» si accorse che «non si trattava esattamente di un sogno».
Poi disse: «Ricordo di essermi alzata per andare nel salotto nel mezzo della
notte, di aver guardato fuori dalla finestra e di aver visto una grande
astronave, nel campo». Catherine crede di essere stata «più che mezza
sveglia» a quel punto. Il campo era un grande prato, gelato in quella stagione,
e la nave era «appoggiata sul suolo» tra il rimorchio della roulotte e alcuni
alberi molto alti. «Sembra un disco, ma in mezzo è più largo ed è di metallo
argentato. È più grande del rimorchio.» A quel punto della seduta l’ansietà di
Catherine cominciò ad aumentare. Disse ansimando: «Mi sento come se fossi
costretta ad aprire la porta e a uscire. Non voglio aprire la porta». Compresi la
sua ansia, le offrii aiuto e le permisi di scegliere se continuare o meno con il
racconto e i ricordi. Coraggiosamente decise: «Lo farò. Vedo la nave ed è
scuro… io sto là con la porta aperta, con gli occhi sulla nave. È scuro. Ecco
quello che vedo. La macchina della mamma è là fuori. È sulla sinistra».
Durante la seduta cominciò a ricordare (in realtà a rivivere) di essersi sentita
spossata, gravata da una pressione al petto. Singhiozzando e ansimando,
Catherine disse: «Comincio a sentirmi intorpidita al viso, adesso. Le mie

148
braccia diventano veramente pesanti. L’intorpidimento sta raggiungendo le
mani. Sento un peso veramente grave al petto e sullo stomaco. Anche le mie
ginocchia cominciano a intorpidirsi… sembra lo stordimento provocato dalla
Novocaina», disse in seguito.
Dopo essere rimasta ferma sulla soglia per un poco, Catherine disse di aver
cominciato a uscire dalla casa incamminandosi «verso la nave». Ma aveva
delle difficoltà a far ciò perché «il mio corpo era completamente intorpidito».
Notò che «ci sono delle creature intorno» alla nave. Le chiesi di descriverle.
«Ce ne sono cinque, e non sembrano avere addosso nessun tipo di vestito.» Le
creature erano «esattamente della stessa taglia. Stanno in fila… Hanno una
specie di luminescenza, un baluginio dorato. Illuminano un poco la neve
intorno a loro… Hanno le teste molto grosse». Catherine sentì che gli esseri la
stavano aspettando e, a dispetto dell’intorpidimento alle braccia e alle
ginocchia, avanzò faticosamente sino alla nave spaziale. Descrivendo quei
momenti singhiozzava piena di paura e ciò richiese da parte mia un grande
sforzo per confortarla. Mentre si avvicinava alla nave continuò a raccontare,
gli esseri «mi vennero intorno a semicerchio. Sto cercando di guardarli ma
non riesco. Non posso vederli in faccia. Hanno le braccia molto lunghe. Non
sembrano avere dei lineamenti come me. Niente capezzoli, niente ombelichi,
niente». Non avevano capelli, o denti visibili e i loro visi erano privi di
espressione.
Poi Catherine dichiarò: «So che sono arrivata sino a qui ma non posso
entrarci», intendendo dire che durante la seduta non poteva affrontare ciò che
era avvenuto in seguito. Descrisse una scala metallica simile a «una grande
rampa». A quel punto fu chiaro che il terrore di Catherine era salito a livelli
tali che non poteva continuare la sua storia. Le parlai di queste sensazioni la
incoraggiai a respirare profondamente e a rilassarsi e le diedi la scelta di non
continuare per quel giorno. Disse: «Non credo di potere. Sento un peso
enorme sul petto. Tutto sta andandosene. Ho una paura terribile anche solo a
pensare cosa può essere successo là dentro». Dopo aver compreso quanta
fosse la sua paura, le suggerii un trucco o meglio un gioco che avremmo
potuto fare nel quale lei sarebbe rimasta alla base della rampa e avrebbe
mandato una marionetta-spia con gli occhi chiusi su per la rampa dentro la
nave, con l’ordine di aprire gli occhi al nostro comando, in modo da poter
ricordare quello che avrebbe vasto. Lei accettò e la «spia» raccontò «di
un’entrata piccola e ovale con i muri che si curvavano al di sopra… come
dentro a un grande uovo. Tutto è metallico». La marionetta disse che c’erano
delle stanze ma non riuscì a vedere «nessun tipo di entrata».
Poi Catherine volle andare nella nave «di sua volontà». Pensò di «essere
scivolata su per la rampa». Notò ulteriori dettagli dei muri curvi e della forma

149
della prima stanza che definì semplicemente «un ingresso». Vide un’apertura
ovale che introduceva a un’altra stanza e disse: «Sto avvicinandomi ma non
sono ancora entrata» e aggiunse: «Posso mandare la spia nella stanza. Non sto
entrandovi. La guardo e basta».
Nella stanza la spia vide «molti pannelli, strumenti e apparecchi scientifici,
che però non assomigliavano alle cose con cui lavoriamo noi. C’è una specie
di piattaforma in mezzo alla stanza. Non è tanto grande. È circa della
dimensione di metà di un salotto della nostra casa e puoi vedere la curvatura
dell’esterno della nave… come nell’altra stanza… È tutto calmo. C’è una
cosa sul soffitto sopra la gente nel mezzo della stanza. Sembra sostenuta da
un braccio come una lampada da scrivania che si può orientare nel punto che
si vuole. E c’è un altro essere là. Sta aspettando e io credo che sia un dottore o
una specie di esaminatore. Lungo i muri ci sono un sacco di strumenti e
pannelli e attrezzature. E, salvo che all’entrata, ci sono molti tipi di contatori.
Il tavolo al centro della sala sembra solido, non come un tavolo con qualcosa
sotto, ma attaccato al pavimento e sembra fatto con un unico blocco solido».
Pareva essere più calma adesso, il che corrisponde probabilmente a un
cambiamento di atteggiamento avvenuto ai tempi dell’esperienza. Con
indosso solo una T-shirt e le scarpe, Catherine fu fatta fluttuare nella stanza.
In uno stato confusionale, Catherine notò «di non sentirsi sorpresa», il che
suggerisce che quell’esperienza poteva esserle familiare.
A quel punto Catherine volle interrompere il suo racconto e io fui
d’accordo con la sua decisione. Al termine della regressione parlammo ancora
dei suoi ricordi. Pensava di aver visto la madre nell’astronave durante un
rapimento precedente. Descrisse i piccoli colli molto sottili dei cinque esseri
visti assieme al dottore.
Dopo la seduta Catherine si domandò se quell’esperienza fosse reale. «Non
lo rammento come un vero ricordo, come quando rammento di quello che ho
fatto il giorno prima al lavoro… Oh, Dio», esclamò, «certamente l’idea mi
spaventa… Be’», aggiunse, «devo ammettere che forse non è stata tutta una
mia fantasia.»
Poi aggiunse: «Non riesco a capire come il fare una cosa del genere (cioè
inventare una storia simile) potrebbe portarmi dei benefici sul piano
emozionale o psicologico. Non riesco a vedere nessun motivo plausibile».
Questa è un’osservazione che esprime un aspetto fondamentale del dibattito
sulle esperienze di rapimento. Giocando il ruolo dell’avvocato del diavolo,
suggerii che inventarsi esperienze simili l’avrebbe resa una persona più
interessante, eccitante e drammatica. Obiettò che «se avessi vissuto quella
fantastica esperienza, a chi avrei potuto raccontarla senza essere guardata
come se fossi completamente pazza?». Per «tranquillizzarmi», sottolineò

150
Catherine, «mi direi mentalmente “no, è la mia immaginazione”».
Per Catherine una sorta di prova definitiva della veridicità dell’esperienza
era l’autenticità delle sue emozioni di fronte ad avvenimenti che non riusciva
a spiegare in altro modo. Ciò che contribuì a convincerla in questa fase
iniziale fu la sensazione di essere stata costretta ad alzarsi nel mezzo della
notte e ad uscire in pieno inverno in Alaska per andare verso la nave. «Non è
stato per mia scelta che mi sono alzata e sono uscita.» Le esperienze stesse le
diedero la sensazione di essere «completamente violentata. È quello che
immagino che provino le vittime di uno stupro». Infine sottolineai che
sembrava provare una certa tristezza. Catherine suggerì che potesse trattarsi di
autocommiserazione ma io pensavo che fosse qualcosa di più profondo.
Commentando quello che io chiamo lo «shock ontologico», Catherine disse:
«Ho capito… è necessario che io mi renda conto… Oh, Dio!».
Per ottenere un aiuto durante la nostra successiva seduta di ipnosi
Catherine portò una giovane amica che lavorava nel suo stesso night club. Un
interrogativo particolare, che non era mai stata in grado di risolvere, era se
indossava o meno le lenti a contatto nel Natale del 1990. Non ricordava di
averle messe ma, tuttavia, era riuscita a vedere in modo adeguato durante tutta
l’esperienza e, in teoria senza le lenti, invece, tutto «le sarebbe apparso come
una macchia unica». Catherine, nell’ultima seduta, si era sentita frustrata per
non aver potuto stabilire con certezza se l’esperienza era stata o meno reale.
Senza una prova concreta lei, come molti soggetti, non trovava convalide
nella scienza e nel modo di pensare della società e, oltre a ciò, temeva di
essere considerata «pazza».
Cominciò la seconda regressione rivedendo brevemente i passi che
l’avevano condotta a essere adagiata di forza sul tavolo. Notò che le luci nella
stanza erano smorzate e nuovamente sentì di aver perso ogni volontà. Il capo
o «l’esaminatore», sebbene più alto degli altri, non era alto quanto lei. La sua
pelle sembrava «molto sottile… bianchiccia e grigia» e sembrava non
indossare abiti. Guardandosi intorno, Catherine osservò che tutto era
metallico, come «alluminio lucidato ma più scuro». Altri esseri stavano
muovendosi apparentemente impegnati in «lavori specifici» come «spingere
leve e bottoni, controllare cose e preparare degli apparecchi». I loro
movimenti erano molto «leggeri, come quelli di un gatto. Pieni di grazia».
Catherine cominciò ad avvertire un crescente stato di stress, ansimando e
piangendo, descrisse come uno degli esseri le apriva le gambe sul tavolo e
l’esaminatore studiava il suo viso e i suoi genitali. Osservò di non avere
addosso i vestiti. L’esaminatore «dice qualcosa a uno degli esseri alla mia
destra e quello va verso quel lato della stanza a prendere qualcosa. Poi
l’esaminatore mette una mano sulla mia gamba, sulla coscia e il suo tocco

151
sembra freddo… non come una mano umana fredda. Voglio dire: è più
freddo. Non mi piace, e poi l’altro arriva e porge uno strumento
all’esaminatore». Con molta assistenza da parte mia, Catherine spiegò come
fosse stata incapace di resistere. «Mi sta facendo qualcosa e io non posso
impedirglielo», singhiozzò pietosamente.
Mentre lo strumento veniva mosso dentro la parte destra del suo addome,
nella regione delle ovaie, per un intervallo di tempo che Catherine calcolò
durare dai dieci ai quindici secondi, ebbe la sensazione che «raccogliesse dei
campioni». Dopo la rimozione, lo strumento fu passato dall’esaminatore a un
«assistente» che «lo porta dove lo aveva preso prima». Sebbene non abbia
visto niente di definito, Catherine ha la forte impressione che i «campioni di
tessuto» le siano stati sottratti dall’«utero», dalla cervice dell’utero stesso e
forse dalle tube di Falloppio.
Dopo di ciò chiesi a Catherine se le era stata fatta qualche altra operazione
corporale in quell’occasione e feci una sorta di «inventario». Descrisse uno
strumento di metallo «forse lungo una trentina di centimetri» che fu inserito
per circa «sei centimetri» nella sua narice. Piuttosto colpito osservai che così
le sarebbe entrato nel cervello. «Ciò era quello che volevano», mi rispose.
Singhiozzando, con la voce a tratti rotta dalla sofferenza, Catherine disse:
«Posso sentire qualcosa che si rompe dentro la testa. Quando lo ha spinto ha
rotto qualcosa e poi lo ha spinto ancora avanti». L’operazione era fastidiosa
ma non realmente dolorosa. «Mi domando cosa hanno rotto… Non conosco
l’anatomia e lui ha rotto qualcosa per entrare, per penetrare nel mio cervello.
Non so di cosa si tratta. Voglio sapere se guarirà.» Per rispondere al suo
timore di aver sentito qualcosa rompersi nella testa, cercai di rassicurare
Catherine che dubitavo che le avessero procurato qualche danno permanente
al cervello. Le chiesi cosa era successo quando le fu tolta la sonda. Disse che
c’era un poco di sangue sullo strumento e nella narice ma che non era riuscita
a vedere che le avessero tolto altro.
Fu a quel punto, per rispondere a una mia domanda, che Catherine osservò
che le sembrava di riuscire a vedere nitidamente come con le lenti a contatto,
ma che non pensava di averle indosso. In quel contesto le venne in mente che
l’esaminatore «mi guarda in faccia. Mi sta esaminando. Come se stesse
cercando di capire cos’altro potevano fare». La incoraggiai a parlarmi dei suoi
occhi, che riusciva a scorgere solo «molto, molto vagamente» e che trovò
spiacevoli. Nondimeno riuscì a ricordare che «sono molto, molto, molto
grandi. Sono molto più grandi dei nostri e non ammiccano e sembrano
obliqui. Sono tutti neri… non riesco a vedere nessuna pupilla. Non riesco a
vedere la retina, il bianco, niente. Sono completamente neri e basta». Le
chiesi perché la disturbavano tanto. «Penso che sia perché hanno l’espressione

152
di chi non si cura di niente», disse, «scientifici, ecco, proprio così. Animati da
curiosità asettica. È come se non mi stesse considerando una persona. Mi sta
guardando come si fa con un esperimento.»
La sensazione, disse Catherine, era di totale «impotenza. Sono spaventata
perché so che non gli importa nulla di me e io non ho controllo su quanto sta
succedendo o su quello che sta per accadere. Pensano di essere superiori a
noi… Ecco un’altra cosa che ho notato. Una totale superiorità… Non è per
qualcosa che mi hanno detto o per qualche altro motivo o per il fatto di essere
stata costretta a sdraiarmi su quel tavolo. Era semplicemente il suo
atteggiamento». Le chiesi se quell’atteggiamento fosse soprattutto del capo o
se anche gli altri si comportavano così. «In particolare l’esaminatore», disse,
«ma anche tutti gli altri si comportano a quel modo.»
Dopo di ciò diversi esseri lasciarono che Catherine scendesse dal tavolo e
la portarono in un’altra stanza. Una volta ancora divenne ansiosa e vide solo
l’oscurità che regnava nella stanza, tuttavia era convinta che, in quel
momento, aveva visto di più.
Decidendo di voler ricordare, Catherine accettò di fare nuovamente il
gioco che avevamo fatto l’ultima volta mandando una «spia» nella stanza. La
«spia» avrebbe avuto una luce che avrebbe acceso per un paio di secondi,
durante i quali si sarebbe guardata attorno per tornare poi a riferire. Ciò che la
spia vide provocò uno shock a entrambi. Lungo il lato sinistro della stanza
c’erano delle «scatole» disposte in fila, dal pavimento sino al soffitto, alto
forse cinque metri. C’erano quattro o cinque file ciascuna delle quali ospitava
file orizzontali di otto o dieci scatole, circa quaranta scatole in tutto. «So che
dentro ogni scatola c’era qualcosa. La stessa cosa in tutte le scatole», disse
Catherine, ma non c’era stato tempo sufficiente per vedere di cosa si trattava.
Concedemmo alla spia altri due secondi. Questa volta vide «delle creature ma
che avevano qualcosa di deforme nell’aspetto. Ognuna delle cose aveva
qualcosa dentro di sé», affermò Catherine che era passata attraverso quella
stanza per raggiungerne un’altra e che ora voleva raccontare cosa aveva visto
durante quei pochi secondi con l’aiuto della «spia» con la torcia elettrica.
Nelle scatole c’erano «delle versioni bambine degli esseri». Stavano
«immersi dentro un liquido» ed erano tutti «con la faccia rivolta in avanti» e
«le scatole sono illuminate da dietro». Non sembrava esserci altro nella
stanza. Le creature erano nude e «in piedi. Erano disposte come bambole in
piedi nelle loro scatole. Ecco come erano». Dopo la regressione disse che le
scatole «erano disposte come in una vetrina di un negozio. Alla sommità di
ogni scatola riuscì a vedere la superficie di un liquido (o) qualcosa di simile.
Gli esseri sono completamente sommersi. Le teste sono grandi e hanno le
stesse proporzioni degli alieni. Sono come delle miniature».

153
Dopo aver attraversato quella stanza con le scatole, Catherine fu condotta
da due degli esseri lungo un corridoio «che curva verso destra come se
seguisse il fianco della nave» e, attraverso una soglia, penetrò in un’altra
stanza. Indossava solo la sua T-shirt. Entrò poi in una stanza più ampia di
quelle in cui era stata sino ad ora. Un sentiero l’attraversava curvando
anch’esso a destra ma le sue proporzioni la confusero.
Catherine si ritrovò in «una foresta… non capisco ma è così. Sono nella
stanza ma ci sono alberi e rocce sulla sinistra. Posso vederli dal punto in cui
mi trovo. Non stiamo andando in quella direzione. Stiamo girando a destra.
Come posso trovarmi in una foresta?». Incredula, Catherine esclamò: «Non
ha senso!», perché sebbene «ci sia una foresta» poteva vedere sempre i muri
ricurvi della nave. «Non era possibile.» Dopo la regressione rifletté che
«aveva osservato in lontananza» e che «avevo visto i muri ma non aveva
senso in quel contesto». Disse anche che dalla foresta arrivava un odore di
pino. Stimò che avesse la misura «della palestra della scuola».
Infine gli esseri riportarono Catherine nella stanza dove era arrivata
all’inizio del rapimento e le resero i suoi vestiti. Sua madre sembrò aver
dormito durante tutto l’episodio.
Prima di portarla completamente fuori dalla regressione, analizzammo
consciamente i suoi ricordi. «Non penso che sia un sogno», disse, «ma non
credo che volessero che lo ricordassi. Per questo non mi sembra
completamente reale.»
Prima della terza regressione Catherine non sembrò pronta a parlare
dell’episodio avvenuto nel febbraio del 1991 durante il quale fu spinta, non
senza una certa dose di coercizione, fino a un’area boscosa nella città di
Saugus, a nord di Boston. Fu questo fatto, la sua stranezza, che l’avevano
spinta a contattarmi. L’incontro di Saugus è stato, in qualche modo, la
principale esperienza di rapimento di Catherine. Aveva appena terminato di
parlare delle inspiegabili luci dietro la roulotte della sua famiglia quando
aveva quindici anni e le chiesi: «Dove vorresti andare se volessi esplorare di
più i tuoi ricordi?».
Rammentò allora di aver guidato da Somerville a Saugus per circa dieci
miglia. «Mi ero allontanata; non lo avevo mai fatto prima, solo per il gusto di
farlo.» Si era diretta verso nord «guardando per tutto il tempo verso il cielo e
pensando agli UFO. Ci avevo pensato molto nelle ultime settimane», ragionò
su cosa fare del suo lavoro e se fosse opportuno spostarsi a New York per
distrarsi «ma la mia mente continuava a tornare agli UFO». Seguì la
segnaletica per Saugus Iron Works e rimase per cinque minuti nel parcheggio,
poi si rese conto che «non aveva senso». Sentendosi sempre più sperduta,
attraversò una zona residenziale e arrivò presso un’area boscosa. Provava

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ansia all’idea di attraversare il bosco in auto, ma pensò anche che quella era la
via per tornare all’autostrada e che «dovevo farlo».
Catherine attraversò il bosco, poi si rese conto che quella non era la via per
raggiungere l’autostrada e che doveva tornare indietro. Sempre più ansiosa
riattraversò il bosco; a quel punto notò: «Credo che sia avvenuto qualcosa, ma
non so cosa».
Disse: «Non voglio stare qui… devo allontanarmi… sto cominciando a
intorpidirmi di nuovo». Sebbene «il mio piede fosse ben fermo sul pedale» e
il fondo stradale fosse privo di dossi, l’auto cominciò a rallentare. Si fermò e
la sensazione di intorpidimento aumentò al punto che «mi sembrava come se
il mio corpo si fosse completamente addormentato».
Sebbene Catherine potesse vedere le luci stradali oltre il bosco, intorno a
lei era più luminoso «di quanto avrebbe dovuto essere». Incapace persino di
muovere le mani, si accorse «che qualcosa arrivava da dietro l’auto sul lato
sinistro». Qualcosa giunse sino alla portiera e l’aprì. «Non potevo guardarla…
C’è qualcosa là. Penso che sia uno di loro. C’è una mano che sta cercando di
afferrarmi… È lunga e sottile, di un colore molto luminoso e ha solo tre dita.»
La figura «mi tira con le mani per farmi uscire». Poi «sono uscita dall’auto e
quell’essere è dietro di me». L’essere ha «occhi grandi, a mandorla, neri» e
«brillava». Catherine crede che la luce che aveva visto arrivare da dietro
all’auto fosse emanata dall’essere stesso.
Avvertendo la sua paura l’essere fece qualcosa, forse con la «sua mano
enorme» per calmarla. Sebbene si rendesse conto che «questo mi era di
conforto e che l’essere non voleva che fossi spaventata» al tempo stesso «non
mi piace che abbia quel potere su di me». L’essere s’incamminò con
Catherine lungo un sentiero che costeggiava la strada e poi «mi portò nel
bosco e là c’era qualcosa, o forse noi vi salimmo a bordo, non sono sicura di
quello che successe». Notando il suo stato confusionale e anche che eravamo
entrambi stanchi, le suggerii che potevamo mettere termine alla seduta e lei si
dichiarò subito d’accordo.
Una volta uscita dallo stato ipnotico, Catherine pianse silenziosamente per
la sensazione di impotenza che aveva provato e prendendo coscienza del fatto
che «c’era molta verità» in quello che ricordava… «Non voglio cominciare a
piangere.» Chiesi a Catherine di puntualizzare per quale ragione si sentisse
così profondamente triste. Disse: «Perché mi sento impotente, mi sento come
se potessero prendermi e farmi tutto quello che vogliono praticamente in ogni
momento e io non posso farci nulla. E questo è un pensiero veramente
terrificante».
Suggerii che si sentisse «non padrona della propria vita».
Lei replicò: «Mi sento come se non l’avessi (il controllo della sua vita)…

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E tutto a causa loro», disse. «Il mio principio fondamentale prima che
accadesse tutto questo era che “ognuno è padrone del suo destino”, ci ho
creduto fermamente.»
Una successiva analisi del rapimento avvenuto a Saugus si svolse durante
la quarta regressione di Catherine, cinque settimane più tardi e dopo che ebbe
visto il primo episodio della miniserie della CBS «Intruders». A quell’epoca
era ampiamente motivata a sapere «tutto», asserendo con enfasi che «penso
sia meglio sapere che non sapere». Aveva inoltre cominciato a provare delle
«preoccupazioni di carattere globale» per il modo in cui «stiamo perdendo il
nostro pianeta». Queste idee, dice Catherine, possono venire da «impressioni
che ho captato per caso» oppure da «cose che mi hanno detto veramente».
Ricordando il rapimento subito a sette anni, recuperato alla memoria durante
la precedente seduta, Catherine rammentò che le avevano detto: «Abbiamo
bisogno di saperne di più sugli effetti dell’inquinamento sul vostro pianeta».
Catherine era preoccupata per il destino della Terra. «Penso che abbiano
ragione. Se non facciamo qualcosa immediatamente, sarà un suicidio per tutti
noi. Sono più preoccupata di mantenere in vita me stessa, i miei amici e tutti
gli altri abitanti del pianeta che di qualche piccolo bastardo che viene a
portarmi via. Le nostre motivazioni sono completamente differenti anche se lo
scopo può essere lo stesso.» Era arrivata alla conclusione, considerando il
comportamento degli alieni che «abbiano perso tutto il loro materiale
genetico» e che stiano usando noi per i loro scopi. Ma, aggiunse, «tutti questi
esperimenti genetici sono una parte preponderante di un progetto, ma non
rappresentano l’intera storia… È difficile da descrivere, però c’è un progetto
più esteso di questo». Ma se gli esseri alieni non proseguono con la loro
attività genetico-riproduttiva «non possono portare a termine il progetto.
Questo è solo un gradino».
Dopo questa discussione Catherine prese la decisione di proseguire.
All’inizio della regressione rivisse brevemente gli eventi che avevano
preceduto il momento in cui era stata trascinata via dalla sua auto a Saugus,
oltre ad essi rammentò un ulteriore dettaglio: quando la portiera dell’auto era
stata aperta aveva pensato: «Oh, Cristo, è uno di loro!». Si rendeva conto che
la sua gita al nord le era stata imposta e che «loro mi avevano fatto credere di
averla fatta per altre ragioni». Dopo aver ricordato di trovarsi in un punto nel
bosco non lontano dall’auto, Catherine rammentò ciò che di seguito avvenne.
«È come se mi stesse trascinando, diagonalmente. Quasi come se stessimo
volando. Non procediamo direttamente. Stiamo passando “attraverso”
l’astronave.»
La nave spaziale era «enorme. Tutti avrebbero potuto vederla e non
capisco perché nessuno lo abbia fatto. Ci sono luci tutt’attorno. Ha un colore

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simile al metallo argentato, ma ha delle luci tutt’intorno. È dannatamente
enorme… lui mi sta portando dentro. Siamo nell’ingresso. Ci sono degli altri
esseri dentro che ci aspettano. Ce ne sono quattro adesso. Mi tolgono i
vestiti».
Poi, nuda, Catherine fu condotta dagli esseri in una stanza enorme «della
misura di un hangar per aeroplani». Catherine si stupì di vedere «centinaia di
tavoli. Ci sono centinaia di esseri umani là dentro, e a tutti gli alieni stanno
facendo delle cose». Gli esseri la sospinsero nella sala e Catherine vide file di
tavoli disposti su ciascun lato, separati di qualche metro l’uno dall’altro;
alcuni di essi erano vuoti ma circa un terzo ospitavano degli uomini sui quali
venivano eseguite diverse operazioni. Calcolò di aver visto tra le
centocinquanta e le duecento persone in quella stanza. Sotto i tavoli vide dei
cassetti nei quali pensò fossero custoditi degli strumenti.
Catherine salì su uno dei tavoli e notò un uomo di colore con la barba
adagiato sul tavolo alla sua sinistra. La costrinsero a sedersi poi cominciarono
gli esami. «Stanno passando le loro piccole mani lungo la mia schiena come
se volessero contare quante vertebre ho nella spina dorsale». Disgustata da
quel tocco esclamò (mentalmente): «Perché diavolo mi state facendo queste
cose?». «Perché tutto vada bene», rispose uno degli esseri.
Un alieno più alto arrivò cominciando a comunicarle telepaticamente che
stava ponendo troppe domande e che era meglio cooperare; quello che
stavano facendo, aggiunse, «non è una cosa cattiva. È necessaria. Non voglio
far male a nessuno». Sebbene fosse convinta che erano «delle stronzate di
risposte», gli esseri fecero in modo che Catherine si sentisse più tranquilla e
un poco più «cooperativa».
Mentre l’essere la scrutava negli occhi, Catherine comprese di non avere
scelta se non di guardarlo a sua volta. Le chiesi cosa le suggerisse
quell’esperienza. «Penso che sappia tutto di me.» Oltre a ciò si convinse che
la creatura «voglia conoscermi personalmente. Cerco di trasmettergli
mentalmente una domanda: “Perché? Non ti importa di me come persona”.
Ma pensare una cosa del genere è difficile. Difficile. È difficile pensare a
qualcosa che lui non voglia che io pensi». Il duello di volontà continuò. La
sua resistenza fece lavorare l’essere più duramente di quanto egli pensasse
che era necessario. Alla fine Catherine ammise: «Forse è vero. Forse sono
solo io che non capisco… Forse sto sbagliando quando credo che mi stia
mentendo… È solo che non riesco a comprenderli. Ecco perché penso così».
La discussione, a quel punto, era apparentemente terminata. «Ha vinto,
così se ne va. Va ai piedi del tavolo e mi dice: “Sei pronta adesso?”. Io
rispondo: “Pronta per cosa?”. Lui: “È il momento”. Io: “Vorrei sapere una
cosa”. Lui: “Non dovresti fare tante domande”. Poi mi dice che stanno per

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togliermelo e io penso: “Togliere cosa?”. Uno degli esseri porta un carrellino
con dentro una specie di contenitore. Sembra un cilindro pieno di liquido
chiaro, l’essere mi alza le gambe aprendole e io penso: “Oh Dio, cosa
vogliono farmi?”» Costrinsi Catherine, che era chiaramente sotto stress, a
respirare profondamente e a riacquistare il controllo di sé. La rassicurai della
mia presenza e sul fatto che il peggio «era quasi passato».
Quella che seguì fu l’esperienza più shockante di tutta la storia del
rapimento di Catherine e i momenti più difficili del mio lavoro assieme a lei.
Singhiozzava e ansimava, piangendo a volte istericamente e altre esprimendo
rabbia, tanto che fui costretto a rassicurarla più volte della mia presenza
esprimendole anche il dispiacere che provavo per ciò che aveva subito e
intanto le chiedevo maggiori particolari. La mia impressione fu che volesse
proseguire nella scoperta della verità a dispetto del fatto che stava rivivendo
un’esperienza potentemente traumatica.
L’essere più alto le inserì «un oggetto tutto di metallo» nella vagina, cosa
che la turbò profondamente. Poi prese «una versione più piccola» di quello
strumento e «me la mise dentro». Catherine provò la sensazione che l’essere
stesse cercando di raggiungere qualcosa dentro di lei per estrarlo. «Tira fuori
lo strumento… c’è qualcosa attaccato. Sembra un feto… posso vederlo». Le
chiesi di quanti mesi pensava che fosse e lei rispose: «Mi pare che sia di circa
tre mesi, ma non ne so abbastanza per poterlo stabilire con sicurezza. Ha la
misura di un pugno».
Chiesi a Catherine se il feto le sembrava umano. Disse: «È difficile da dire.
Gli occhi sono come i loro». L’esaminatore «sembra orgoglioso. Ho questa
sensazione (fece una pausa). Tira fuori anche l’altro oggetto metallico, la
parte che mi ha tenuto aperta» e «lo consegna al più piccolo che tiene il
carrello con il contenitore e questo lo porta via». L’esaminatore stava dicendo
a Catherine: «Dovresti essere fiera di te stessa». «E io pensai: “Perché?”.» Si
sentiva come una «incubatrice gigante».
Di nuovo Catherine era furiosa, in lacrime, molto sconvolta. «Sta cercando
di farmi la stessa cosa come prima. Non me lo rifarai un’altra volta! No»,
urlò. «Lui dice: “Perché resisti? Perché rendi tutto così difficile per tutti?”. Io:
“Perché avete rovinato la mia vita?” (in questo momento piangeva). Lui:
“Non l’abbiamo rovinata. Non te ne ricorderai nemmeno”. Io: “Merda! Lo
ricorderò!”.»
Nuovamente fu detto a Catherine che era «necessario» e che «tutto finirà
per il meglio» e «io gli dico: “Come fai a dirmi che finirà tutto per il meglio?
Come fai a saperlo?”. E lui risponde: “Non possiamo dirtelo”. E io: “Non
volete dirmi un accidente di niente”. E aggiungo: “A quanti altri esseri umani
avete fatto la stessa cosa?”. E lui risponde: “A un gran numero”».

158
Catherine si accorse che, a dispetto della sua disperata volontà di opporsi
all’essere, stava «abbandonando la sua ostilità» e si sentiva influenzata
positivamente dalle sue rassicurazioni che gli esseri si preoccupavano per lei,
«si dispiacevano di averle fatto male» e comunque «non avevano desiderato
che soffrisse». Dopo altre informazioni sui «significato» degli esperimenti
alieni, il loro piano o progetto – nessun termine sembra spiegarlo con
esattezza – e successive assicurazioni che «non mi avrebbero fatto del male»,
Catherine disse semplicemente: «Avreste dovuto chiedermelo». Le risposero
ancora che non avrebbe ricordato. Le chiesi allora come mai era stata in grado
di recuperare quei ricordi. Lei mi rispose che, visto che ormai avevano
ottenuto quello che volevano, non aveva più importanza. Dopo un’ultima
ammonizione di «rimanere calma» impartita più con gli occhi che con le
parole, l’esaminatore lasciò che «gli esseri più piccoli» portassero via
Catherine dal tavolo conducendola in una stanza dove non c’erano altri tavoli.
La portarono nella prima stanza dove era entrata e dove le avevano tolto i
vestiti. «Mi rimisi gli abiti e loro cercarono di aiutarmi. Ribattei qualcosa
come (in quel momento suonava irritata): “Per favore; questi sono i miei
vestiti. Lasciate che me li rimetta da sola”. Cercarono di aiutarmi ma fecero
solo confusione. In quel momento erano diventati cauti nei miei confronti.
Non volevano irritarmi ancor di più. Era come se fossero un poco spaventati
da me». Sebbene semiparalizzata, Catherine poteva esprimere in parte i suoi
sentimenti, «potevano sentire le emozioni ed erano un poco spaventati perché
non riuscivano ad avvertirne l’intensità e non sapevano come comportarsi,
specialmente ora che il capo non c’era. Non credo che avrebbero potuto
calmarmi se mi fossi alterata ancora di più».
Uscendo dalla nave «attraverso un buco, avrebbero dovuto cadere giù, ma
non accadde così. Scendemmo lungo una linea diagonale». Uno degli esseri
fece fluttuare Catherine dentro la sua auto, dal lato del passeggero, poi l’aiutò
a spostarsi sino al posto del guidatore. La porta era ancora aperta, con le
chiavi inserite nel motorino di accensione, e lei pensò: «Qualcuno avrebbe
potuto rubarmi la macchina». La porta si chiuse come per volontà propria –
non ha ben chiaro come questo sia potuto avvenire – e Catherine uscì dal
bosco, notando che erano circa le 2,45 del mattino e che erano trascorsi circa
quarantacinque minuti dei quali non ricordava nulla. Mentre si allontanava dal
bosco si sentì ansiosa e anche «sciocca». Piena di paura, corse verso casa
guidando a più di centocinquanta all’ora («Volevo vedere quanto poteva
andare veloce la mia macchina») cosa che le servì anche «per sfuggire a
un’aggressione». Una volta a casa andò direttamente a letto e si addormentò.
La mattina successiva apprese dalla televisione le notizie riguardanti un
avvistamento UFO o di una «cometa» che aveva seguito la stessa strada che

159
lei si era ritrovata a percorrere suo malgrado e decise di parlare a un’amica.
Questa era in consultazione da un terapeuta al quale aveva già raccontato la
storia di Catherine. Il terapeuta conosceva me e il mio lavoro e fece in modo
che Catherine potesse a sua volta contattarmi.
Dopo la regressione Catherine, Pam Kasey e io considerammo la
possibilità che il «concepimento» del feto fosse avvenuto durante il rapimento
di Natale in Alaska. Contro questo argomento c’era il fatto che il feto
sembrava troppo perfettamente formato per una gravidanza di due mesi.
Catherine ricordò un altro episodio avvenuto nel tardo ottobre o nel novembre
del 1990 «che all’epoca non aveva senso». Si era ritrovata a guidare nel
mezzo della notte per una strada deserta e aveva lasciato l’autostrada per una
pausa di riposo. A Natale Catherine aveva preso qualche chilo di peso che
cominciò a perdere dopo il rapimento di febbraio. Non ricorda altri sintomi di
gravidanza e non abbiamo analizzato con più precisione l’episodio avvenuto a
ottobre.
Riflettemmo nuovamente sulla possibilità che gli avvenimenti fossero
reali. Di recente aveva letto il libro di David Jacobs Secret Life, che contiene
storie di traumi legati alla riproduzione e si domandava se «forse non ho preso
inconsciamente delle informazioni da quel libro», sebbene non si sia mai
considerata una persona suggestionabile. Pam osservò che Catherine le aveva
detto prima di aver letto Secret Life che l’episodio di Saugus poteva «avere a
che fare con un feto». Poi Catherine si chiese perché «se quei ricordi non
erano veri avrei dovuto inventarmi delle vicende così strane e drammatiche».
Alla fine Catherine sentì di avere solo due scelte. O era «pazza» o «non so
cos’altro. Voglio dire, non so quale altra spiegazione ci potrebbe essere se
non che queste cose sono accadute veramente».
Infine discutemmo sulla sincerità delle espressioni di affetto e
preoccupazione espresse dall’esaminatore nei suoi confronti. Riconobbe che,
dal punto di vista degli alieni e considerando la loro dedizione
all’esperimento, gli esseri magari provano per lei dei sentimenti simili a quelli
che si provano per un animale da laboratorio. Ma per lei «questa non è una
giustificazione perché loro sanno, sanno che siamo più consapevoli di una
cavia. Sanno quello che stanno facendoci! Quanto sia traumatico per noi non
gliene frega un accidente!». Due giorni dopo la seduta, ella mi scrisse una
nota nella quale esprimeva il suo apprezzamento per l’aiuto che stava
ricevendo «in un momento in cui le mie idee sulla realtà vengono scosse a
questo modo».
Per oltre due mesi Catherine si dibatté in una serie di interrogativi che
riguardavano la ricerca di un prova fisica che potesse corroborare i suoi
incontri, la loro realtà e, soprattutto, il cambiamento di coscienza che meglio

160
le avrebbe consentito di adattarsi al fenomeno e contemplò persino la
possibilità di avere un più proficuo dialogo con gli alieni. Ci incontrammo il
27 luglio del 1992, per verificare come il suo comportamento fosse cambiato,
cosa che in parte lei attribuì a quello che aveva imparato parlando con altri
rapiti. Continuava a ricevere «visite» e forse viveva dei rapimenti. Riguardo
ai fenomeni fisici, notammo una piccola ciste sull’orecchio destro, della quale
non riusciva a dare nessuna spiegazione. Una notte di metà luglio disegnò tre
circoli sulla gamba per ricordarsi di chiedere agli alieni il permesso di vedere
qualcosa della loro scrittura, cosa che, se avessero consentito, avrebbe
aumentato la sua fiducia nella realtà delle sue esperienze. Oltre a ciò questa
richiesta era correlata al suo desiderio di stabilire un più reciproco scambio di
informazioni. La notte in cui disegnò i tre cerchi (il 15 luglio del 1992)
ricevette una nuova visita, ma fu troppo spaventata per porre delle domande.
In seguito scoprimmo che in occasione di quella visita fu rapita.
Sebbene «stia crescendo sempre di più» la sensazione che le sue
esperienze così come le abbiamo ricordate durante le sedute siano reali,
Catherine aveva concluso che «non facevano parte dell’area consueta della
coscienza», cioè esse avvenivano in uno stato di coscienza non ordinaria. Ciò
implica che «devo cambiare la mia visione del mondo anche più di quanto
abbia già fatto».
Per riuscire a dominare la paura e per non sentirsi «un animale
intrappolato», Catherine aveva immaginato «la cosa più spaventosa che
potesse accadermi». Ma invece di «lasciarla scorrazzare impazzita nella mia
mente e di avere ancora quelle esperienze terribili che sto vivendo» avrebbe
voluto «lasciarsi andare ad essa e non combatterla per opporvisi, perché la
mia resistenza permette loro di esercitare un maggiore controllo e ciò mi fa
notare meno le cose e mi fa sentire ancor di più intrappolata nelle mie paure.
Al contrario, se fossi più cosciente, avrei la possibilità di dialogare con loro e
ottenere delle risposte dirette e magari mi mostrerebbero qualcosa che
potrebbe tornarmi utile».
Recentemente Catherine è arrivata alla conclusione che gli alieni sono «più
progrediti spiritualmente e emozionalmente di noi» e che oltre a ciò «non
hanno bisogno di lasciarsi andare alle emozioni come noi». Questo significa
che «se voglio ottenere qualcosa di utile da loro, devo trattarli al loro livello».
Significa anche «costruirsi una sorta di forza interiore». Questa «non è una
cosa che possano portarmi via. È qualcosa che nessuno può sottrarti».
Invitarli «a mostrarmi qualche esempio della loro scrittura perché voglio
imparare di più su di loro e sul mio ruolo nel loro progetto» è «un
atteggiamento totalmente differente» dal «mettersi a urlare: “Perché mi state
facendo questo, fottuti bastardi!”». Forse «questa è una cosa a cui possono

161
rispondere» ed è «di aiuto anche per loro perché io sarò più cooperativa».
Catherine attribuiva il suo cambiamento, «questa crescita spirituale, la
crescita psichica», allo sconvolgimento della vita «provocato dai rapimenti».
Al momento dell’incontro del giugno del 1992, Catherine aveva già notato
diversi cambiamenti in se stessa che erano il diretto risultato del suo mutato
comportamento verso le esperienze di rapimento e la sua maggiore apertura
mentale in generale. I rapimenti stessi fungevano da provocazioni «C’è
qualcosa che ti cambia completamente il modo di vedere le cose», osservò.
Catherine attribuiva la sua capacità di trarre vantaggio dal rapimento al lavoro
di ricerca che stava facendo in relazione ad esso.
Aveva notato di aver acquisito maggiori capacità intuitive nei rapporti con
le altre persone. Poteva «sentire l’aura delle persone», i campi di energia
intorno a noi che certi individui dotati di particolari capacità sensitive possono
percepire, e si sentiva più portata a comprendere gli stati emozionali degli
altri.
Uno dei più difficili fenomeni che Catherine e altri rapiti devono affrontare
è il flusso praticamente costante di esperienze sensoriali, specialmente lampi
di luce e di colore e, anche se meno frequenti, ronzii e rumori sommessi di
altro tipo. Gradatamente sono diminuite le sensazioni visive mentre hanno
preso forza quelle legate all’udito. I cambiamenti neuropsichiatrici che
accompagnano queste sensazioni sono sconosciuti.
Era il 26 ottobre quando fummo in grado di stabilire una seduta di
regressione per esplorare le esperienze del 15 luglio. Nell’incontro del 27
luglio, Catherine aveva affermato di «sapere» che era successo qualcosa
intorno alle due del mattino «perché avevo guardato l’orologio». Prima,
quella sera, oltre ai cerchi che aveva disegnato sulla gamba sinistra con un
pennarello a inchiostro permanente, Catherine aveva anche scritto:
«Mostratemi un esempio della vostra scrittura». Aveva avvistato l’abituale
sfavillio di luci oltre la finestra e aveva avuto l’impressione che gli esseri si
trovassero nella camera. Aveva scoperto che la gamba destra e poi il suo
intero corpo stavano intorpidendosi. Le era sembrato di essere troppo
paralizzata dalla paura per poter seguire completamente il suo nuovo
approccio al fenomeno.
All’inizio della regressione del 26 ottobre, Catherine cominciò a
domandarsi se i rapiti venivano scelti a causa del fatto che avevano paure più
potenti o erano persone più ricche di energie, e se c’erano dei campi di
vibrazioni che li proteggevano dalle conseguenze di una «infanzia
travagliata». Catherine, Pam e io discutemmo per qualche minuto sulla
relazione tra i fenomeni di rapimento, la grande vulnerabilità e lo stato di
debolezza psicologica dei soggetti coinvolti. Nel caso di alcuni rapiti gli alieni

162
sembrano entrare in questi campi di energia o rispondere «a certe vibrazioni
di anime inquiete». Parlammo anche delle possibili dimensioni di realtà nelle
quali il fenomeno dei rapimenti può essere generato e dei vari «cambiamenti
sensoriali» che erano avvenuti nella vita di Catherine dal nostro ultimo
incontro effettivo. Espresse il desiderio di sapere «perché tutte queste cose
stanno succedendo» e decidemmo di cercare di trovare dei significati.
Poco prima della regressione, Catherine disse che la ricerca di un
significato sembrava come «il prossimo passo logico… Ho superato lo stadio
non-sono-pazza almeno al novanta per cento… ho passato la fase sta-
succedendo-davvero e quella sto-analizzando-le-cose e la fase in cui nego
tutto perché sono terrorizzata. È il momento di capire il perché. Voglio dire…
è la prossima cosa logica da fare».
Nella regressione ipnotica, la quinta, Catherine cominciò a rivedere la luce
che baluginava nella sua stanza, «come un enorme riflettore», e ancora udì
rumori che le sembrarono delle voci umane fuori della stanza. Cercò di
svegliarsi dal suo stato di semiveglia ma si accorse «che non mi lasciavano».
Una volta ancora le mandavano dei messaggi e s’infuriò perché «lo fanno
sempre». Due degli esseri la fecero fluttuare fuori dal letto «e mi misero
dentro il raggio di luce». Disse loro di non far male al gatto che si stava
«nascondendo» dopo «essere schizzato in camera mia» per scappare.
Catherine si accorse che il potente controllo che gli esseri stavano esercitando
su di lei era finalizzato a impedirle di combattere. Pensò che la sua
opposizione «li fa diventare molto nervosi».
Tornammo al raggio di luce che lei descrisse come se fosse un campo di
energia passata attraverso la finestra, il portico e un albero. Vide l’edificio
dove si trova il suo appartamento diventare più piccolo e la città recedere
sotto di lei. Mentre saliva, sentì che, sebbene indossasse solo una sottoveste,
l’energia del raggio la teneva calda. Fu portata a bordo di una nave spaziale
attraverso «un fuoco nel pavimento» e si ritrovò in una stanza con un muro
più arrotondato rispetto ad altre stanze dove era stata. «Mi vogliono parlare di
qualcosa», pensò. C’erano un sacco di altri esserini «tutt’intorno» e pochi altri
umani condotti lì da varie parti della nave. Gli esseri la condussero lungo un
ampio corridoio che correva intorno alla nave e lei riuscì a vedere le stelle
«proprio sopra di noi» attraverso una finestra.
Le chiesi se era sempre semiaddormentata o era completamente desta in
quel momento e lei mi rispose: «Non lo sono del tutto… una volta che mi
hanno messo nel raggio, sono scivolata in questo stato di semi-coscienza». Le
chiesi maggiori spiegazioni su tale fenomeno e in cosa differisse «dal nostro
stato abituale di veglia». Rispose: «È come se avessi accesso a una parte di
me completamente differente e, nello stesso tempo, non avessi accesso allo

163
stato ordinario di veglia». In questo stato di alterazione Catherine apprese
«più cose su di loro. So più cose di loro». Durante l’ipnosi era completamente
concentrata su questo nuovo genere di informazioni.
Catherine pensò con irritazione che questa lunga gita attraverso il corridoio
ricurvo era inutile se loro volevano semplicemente portarla dall’altro lato
della nave, ed ebbe l’impressione che gli esseri fossero quantomai irritati
dalle sue domande e dal suo atteggiamento ostile. Arrivarono a un’altra stanza
attraverso una porta scorrevole che si spalancò verso l’alto. La stanza sembrò
trasformarsi da uno spazio occupato da tavoli, muri circolari e forse schermi
in una elegante sala-conferenze completa di tappeti, pannelli di mogano e
ampi schermi televisivi.
Durante la regressione si rese conto che era una simulazione di una sala
conferenze e obiettò che ciò era stato fatto solo a suo beneficio. Ma le fu
detto: «Dobbiamo tenere una conferenza, così devi pensare di essere a una
conferenza, in modo da porti in uno stato mentale serio invece di comportarti
secondo il tuo abituale atteggiamento da furba». «Quando avvenne questo»,
disse Catherine, «stavo appena cominciando a non oppormi a loro. Ero
veramente all’inizio, non al punto in cui sono adesso. Era una situazione
molto diversa. Mi comportavo in maniera differente da quanto non faccia
adesso.»
Le furono mostrate delle immagini della natura sullo schermo: «Una
carrellata della foresta… alberi… c’è un cervo, e… muschio, foglie e aghi di
pino sul terreno… ho l’impressione che sia bellissimo, veramente bellissimo».
Ma sentiva che le sue emozioni venivano manipolate e perciò oppose
resistenza costringendo gli alieni a «fare uno sforzo». Ripensandoci pensò che
«era giusto perché mi dava un poco più di controllo sulla situazione, e se
vogliono che io stia a sentire quello che hanno da dirmi devono trattarmi
come se fossi uguale a loro e non servirsi di tutti quei trucchi per manipolare
la mia mente».
«Altre immagini della natura» apparvero sullo schermo, «come il Gran
Canyon, e anche questo è okay, grande, l’ho visto in TV. Stanno andando sul
deserto. Le piramidi. Vedo delle rovine egiziane più antiche, roba antica,
come geroglifici e pitture, pitture di faraoni e altre cose… ho l’impressione
che questa cosa… questa è la mia vita. Ehi, questo è forte… è come un
viaggio nelle mie vite precedenti.» A quel punto era affascinata «perché mi
piacevano un sacco gli egiziani… sarebbe veramente grandioso, se fossi stata
davvero là». Quindi le mostrarono l’immagine di un dipinto su una tomba.
«Poi mi ritrovo a dipingerlo io.» In quella incarnazione era un uomo e
osservando quella scena «ho capito che aveva un senso… Non è un trucco. È
un’informazione utile».

164
Poi chiesi a Catherine di dirmi qualcosa di più sull’immagine di se stessa
come pittore intento al lavoro su una tomba di un faraone egiziano.
Rispondendo alle mie domande mi fornì un gran numero di informazioni che
sembrava conoscere proprio perché era un pittore, il cui nome suonava come
simile ad «Akremenon». Alcune di queste cose Catherine poteva averle
imparate dalle sue letture sull’Egitto. Altri dettagli, come le operazioni
necessarie per produrre i colori, sembrava conoscerli molto bene. Le
informazioni parevano dettagliate come quelle di un libro di testo
sull’argomento, e non avrebbero potuto essere conosciute altrettanto bene da
lei. Descrisse il colore della pelle dell’uomo, il suo abbigliamento («solo un
telo allacciato intorno ai fianchi») e il copricapo che denotava che il pittore
occupava una posizione importante al servizio del re e non era uno schiavo.
Ciò che colpisce in questa circostanza è il fatto che la qualità dell’esperienza
di Catherine era totalmente transpersonale, cioè non stava facendo un sogno
su un pittore.
Lei era Akremenon e poteva «vedere le cose dal suo punto di vista invece
che dal nostro».
Catherine descrisse la luce della stanza (che si trovava vicina all’esterno in
una specie di labirinto che portava alla tomba di un faraone); ciò che
Akremenon stava dipingendo (il copricapo blu della moglie del faraone la
quale indossava un abito bianco, teneva in mano una piccola giara votiva in
atteggiamento adorante verso un Dio, Anubis, e stava per essere seppellita
con il faraone ottenendo così la vita eterna); un altro artista che lavorava su
qualcosa «che si trova più in basso», la sua soddisfazione di svolgere questo
lavoro, e le rare pietre blu «provenienti da un paese conquistato, che avevo
usato per produrre la pittura». Akremenon aveva imparato quest’arte da un
vecchio pittore quando era ragazzo. Dopo aver completato questo lavoro
«devo dipingere degli esorcismi contro i violatori di tombe».
Il nome della moglie era Tybitserat e Catherine chiamò il faraone, che
disse di essere dell’Impero di Mezzo e di notevole «importanza», Amun Ra
(questo è un dettaglio che genera confusione perché Amun Ra è
un’importante divinità egiziana, non un faraone), ma aggiunse: «Per essere
perfettamente onesti non mi importava molto chi servivo finché potevo avere
una posizione sociale sicura, per la verità non vi prestavo attenzione». In
seguito, revisionando il manoscritto di questo libro, Catherine disse che era
difficile ricordare il nome del faraone perché «non era fondamentale per
quello che mi stavano dicendo. Non era lo scopo o il significato di quella vita.
Posso aver confuso diverse vite passate!». (Forse in questa fase si è confusa
con Ikhenaton, il faraone del Nuovo Regno che abbandonò il politeismo e
abbracciò una religione monoteista). Catherine conosceva anche altri dettagli

165
riguardanti la forma corretta di varie figure sul pannello che stava disegnando
e i complessi problemi di proporzione che i pittori dovevano affrontare in
conseguenza del declassamento di ex dèi da parte del faraone.
Dopo averle mostrato questa scena dell’Egitto, uno degli esseri le chiese:
«Capisci?». Quello di cui si rese conto è che «tutto è collegato», canyon,
deserti e foreste. «Uno non può esistere senza l’altro, e loro mi stanno
mostrando una vita precedente per farmi capire che io sono legata ad essa e
che sono stata legata a tutte le altre cose e che non posso separarle come ho
cercato di fare. Non posso continuare nel modo in cui sto vivendo; e non
posso continuare a oppormi a loro come ho fatto sino ad ora perché anche tra
noi esiste un legame. Quando combatto contro di loro combatto contro me
stessa e sto recidendo i miei legami con tutte quelle cose che non puoi
combattere. È così.»
Chiese agli alieni perché avevano bisogno di tutta quella «messa in scena»
per mostrarle queste cose e loro risposero che lo facevano «“per farti capire,
per farti comprendere le implicazioni. Per metterti nello stato mentale adatto”.
E io mi sono sentita come… ehi!, finalmente stiamo arrivando a qualcosa!».
Sembra anche aver capito da questo episodio che certe emozioni, come
«l’amore, la sollecitudine, la disponibilità, la compassione» sono «la chiave»
mentre altre come l’ira, l’odio e la paura «sono inutili», specialmente la paura.
Le chiesi di spiegare come l’essere spaventata in quel modo l’avesse
aiutata a superare la paura. «Dopo un poco il corpo umano non ce la fa più»,
spiegò, «perché è come se ti sovraccaricassi e, secondariamente, non ne puoi
più perché non riesci a concentrarti su nient’altro… quando vieni saturato»,
aggiunse, «allora lo superi; devi prendere una decisione conscia di
superarlo… È quando decidi che non puoi continuare così che lo superi… Io
ho raggiunto il punto in cui ho deciso di passare al livello successivo.» Quello
che aveva imparato durante quel rapimento era «la lezione successiva» che
aveva fatto seguito naturalmente ai cambiamenti emozionali che Catherine
aveva acquisito «la settimana prima» di questo rapimento.
Prima del termine di questa regressione, Catherine disse che il suo
prossimo obiettivo o «ruolo» era di «mostrare agli altri il modo di superare la
paura… È come quando hai imparato una lezione e devi spiegarla agli altri».
Sembrò accettare infine che «essi hanno le loro ragioni e io non dovrei
metterle in discussione». Arrivammo anche alla conclusione che la sua
cocciutaggine e la sua sicurezza in se stessa, nonché il continuo porre
domande «che avevano reso tutto molto più difficile», potevano anche essere
stati un elemento positivo nella sua crescita spirituale.
Mentre rivedevamo la seduta Catherine, come altri rapiti, suggerì che le
cose che le erano capitate «non appartengono al nostro spazio-tempo» il che

166
per lei era «solo un altro esempio» di come «tutte queste cose siano connesse
e del legame che abbiamo con loro».
Nel successivo gruppo di sostegno per rapiti, due settimane dopo questa
seduta, Catherine mise gli altri a parte delle sue idee su come affrontare il
terrore conseguente ai rapimenti, notando che diversi membri del gruppo
sembravano ancora intrappolati nelle loro paure. «Penso che dipenda dal
modo con cui interagiamo con loro», disse. «Se vengono da te e la tua prima
reazione è di agire nello stesso modo di una cavia da laboratorio spaventata,
rannicchiandoti in un angolo del letto e cercando di nasconderti (come un
topolino in un angolo della gabbia), loro devono comunque venire a prenderti
a ogni costo, e saranno costretti a trattarti così. Ma se tu reagisci dicendo
“Okay, vediamo cosa succede. Proviamo a sperimentare una relazione
fantastica”, penso che le loro reazioni siano molto più rispettose e molto più
egualitarie.»

Discussione

L’analisi del caso di Catherine ha rispettato il suo desiderio di conoscere


maggiori dettagli riguardo alle sue esperienze. Il risultato è che un numero di
aree rimangono inesplorate al momento di scrivere questo libro. Per esempio
Catherine raccontò a Pam Kasey, in una conversazione dell’ottobre del 1992,
di aver avuto un «flashback», che passò «nella mia testa molte volte», in cui
si trovava una nursery con molte ceste di neonati. Una infermiera di sesso
femminile porta uno dei piccoli verso di lei e dice a Catherine che deve
tenerlo in braccio. A questo punto Catherine si sente disgustata, prova
repulsione, e dice alla infermiera di non volere. «Era stato molto duro a scuola
non cominciare a urlare quando quell’immagine mi veniva in mente», disse
Catherine. Ma a tutt’oggi non abbiamo ancora analizzato queste
rappresentazioni.
Nondimeno il caso di Catherine mostra molte delle caratteristiche del
fenomeno dei rapimenti. Il suo candore e il coraggio, la capacità di ricordare
dei dettagli, l’articolazione diretta delle sue esperienze e, soprattutto, la sua
autocritica e la sua cocciutaggine conferiscono particolare validità alla sua
storia. Inizialmente Catherine era pronta a rifiutare le suggestive esperienze
che era in grado di ricordare anche consciamente. Accettò l’aiuto con
riluttanza e considerava sogni i fenomeni che in seguito riconobbe come reali,
sebbene sottoposti al dominio di un altro stato di coscienza. E man mano che i
dettagli delle sue conturbanti esperienze venivano ricordati, corredati da
emozioni intense, Catherine si attaccava ai suoi dubbi sulla loro veridicità,
cercando da me altre spiegazioni convenzionali, finché non convenne, in un

167
appunto dopo la sua quarta regressione, che «i miei concetti fondamentali
sulla realtà delle cose sono stati scossi».
Più strumentale alla crescente accettazione di Catherine della verità
personale di quello che era capitato, era la sua percezione di se stessa come
una persona non portata a esprimere forti emozioni senza una solida base
nell’esperienza reale.
L’accettazione della veridicità delle esperienze, qualunque potesse
dimostrarsi infine la loro fonte, ha permesso a Catherine di affrontare in
maniera più efficace le forti sensazioni e le ansie corporali che le hanno
accompagnate, specialmente il terrore, la rabbia e la ricerca di un livello più
alto o più creativo della coscienza. Di speciale valore per la sua personale
trasformazione è stata la decisione di Catherine di lasciare che le sue paure si
«esplicassero» completamente quando avvenivano gli incontri, piuttosto che
combattere con aggressività le energie minacciose contenute nella presenza e
nell’attività degli alieni. Questo non significa arrendersi ciecamente agli scopi
degli alieni, ma è, piuttosto, un riconoscere la necessità di lasciarsi andare di
fronte a forze misteriose cui non ci si può utilmente opporre.
Il cambiamento di comportamento di Catherine da forte opposizione – un
atteggiamento che inizialmente le è stato utile per mantenere un certo senso di
integrità e capacità di agire – a una sorta di attiva accettazione ha avuto
diversi risultati. Le ha permesso di sviluppare una notevole crescita personale
che si è manifestata con il desiderio, che sta ancora alimentando, di aiutare
altri rapiti a confrontarsi con le proprie esperienze e di approfondire le sue
preoccupazioni per il destino dell’ambiente naturale della Terra. Durante i
rapimenti le sono state fornite informazioni riguardanti l’inquinamento della
natura e il collasso della Terra. Sebbene Catherine non abbia fiducia che lo
scopo degli alieni sia di fermare la rovina del nostro pianeta (forse vogliono
solo proteggere la loro area di esperimenti e i loro soggetti) può comunque
constatare una comunanza di scopi nella lotta alla preservazione del nostro
ambiente naturale.
Sembra, inoltre, che Catherine grazie alla recente disponibilità, abbia
iniziato a ricevere qualche segnale di risposta al suo desiderio di stabilire una
relazione di reciprocità. Invece di dirle, come capita a molti rapiti, che «non
sono ancora pronti a sapere», recentemente Catherine ha avuto esperienze
meno traumatiche e le è stata rivelata una potente interconnessione con il
sistema ecologico della Terra. È stata dimostrata, molto significativamente
per lei, ma con molta più difficoltà per una qualsiasi altra mente occidentale,
l’esistenza di una interconnessione di tutte le coscienze, attraverso
l’esperienza (per lei molto convincente) di una precedente incarnazione in un
pittore di corte egiziano.

168
Come accade in tutti i racconti di rapimento, il caso di Catherine solleva
più domande che risposte. Per esempio qual è la tecnologia o il processo –
conosciamo a malapena le parole adeguate – attraverso cui le nostre menti
possono essere così deliberatamente ingannate, tanto da vedere una foresta
dentro un’astronave o una sala congressi invece di una più sobria e «tipica»
sala a bordo della nave? E infine, ci siamo confrontati nella storia di
Catherine, come in altri casi di rapimento, con domande riguardanti i veri
propositi o significati del progetto di riproduzione ibrida, che si è manifestato
in maniera così sconvolgente nel suo caso. Catherine, infatti, descrive file di
neonati ibridi in una sorta di incubatrice, e racconta di una enorme stanza con
centinaia di tavoli sui quali centinaia di esseri umani vengono sottoposti a
operazioni alle quali non hanno acconsentito di partecipare.

169
VIII
Liberazione dal manicomio

Joe, uno psicoterapeuta di trentacinque anni che gestiva un ambulatorio


specialistico in via di affermazione, mi scrisse nell’agosto del 1992 di aver
avuto «una serie di esperienze con Extra Terrestri sin dalla prima
fanciullezza» e che provava la necessità, «spaventato come sono» di «aprire
quegli armadi» nella sua mente. In qualità di capogruppo e organizzatore di
viaggi avventurosi, Joe aiuta la gente a superare le proprie paure, compresa
quella del buio. Allo stesso tempo riconobbe che, al momento in cui mi
contattò, stava lottando con la sua «stessa paura dell’oscurità». Circa tre mesi
prima di chiamarmi, mentre stava sottoponendosi a un massaggio terapeutico
al collo, Joe si era improvvisamente immaginato disteso su un tavolo,
circondato da piccoli esseri con grandi teste, e uno di essi gli aveva infilato un
ago nel collo. Aveva urlato di terrore e non aveva più potuto negare la
potenza sconvolgente delle sue esperienze. Era venuto a conoscenza del mio
interesse per i fenomeni di rapimento da un altro rapito e dalla compagna di
camera di una mia assistente; mi scrisse una lettera dove riassumeva le sue
esperienze.
La prima volta che incontrai Joe, sua moglie stava aspettando il loro primo
figlio che sarebbe nato entro un mese. L’analisi degli incontri di Joe con gli
alieni nel contesto della gravidanza, del travaglio e del parto della moglie, e il
suo coinvolgimento nel ruolo di padre, ci ha fornito un’allettante opportunità
di esaminare la relazione intercorsa nella coscienza di Joe tra il fenomeno del
rapimento e il ciclo della vita e della morte. In questo contesto Joe ha
recuperato anche il ricordo di una drammatica esperienza di una vita
precedente. Nelle quattro sedute di ipnosi avvenute tra l’ottobre del 1992 e il
marzo 1993, una prima e tre dopo la nascita di suo figlio Mark, abbiamo
analizzato la complessa dimensione del rapporto tra Joe e Mark e gli alieni.

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Joe ha lottato per integrare gli elementi alieni della sua stessa identità. La
liberazione personale e la crescita interiore che questa integrazione ha
permesso è l’aspetto più importante del caso di Joe.
Joe, il settimo di otto figli, era nato e cresciuto in una piccola città del
Maine. Suo padre, che vendeva cuoio e stringhe a una fabbrica di scarpe, era
morto del morbo di Alzheimer un anno prima del nostro incontro. Joe
definisce la sua famiglia, di origini irlandesi, «tipicamente cattolica» e
afferma che era un nucleo esteriormente felice ma in realtà poco funzionale.
Sostiene anche che i suoi genitori erano freddi e «emotivamente chiusi… Non
sono mai stato molto coccolato e baciato» e «trascorrevo molto tempo fuori
casa, dove mi sentivo accettato e al sicuro».
Joe, come molti rapiti, ha avuto la sensazione che quelli che chiama «gli
ET» gli abbiano fornito l’affetto, il sostegno e l’amore «che non avevo mai
ricevuto da nessun altro». Descrive sua madre, Julie, come una persona molto
timorosa che, all’inizio, non voleva neppure sentir parlare delle sue
esperienze con gli ET, e che, quando lui cercava di parlarne, diventava
sempre più spaventata e turbata. Ricorda di aver svegliato i suoi genitori una
notte da bambino per raccontare loro di una esperienza particolarmente
spaventosa e di essere stato rimesso a letto con la rassicurazione che «era solo
un sogno». Joe non crede che nessuno dei suoi parenti abbia mai avuto
esperienze di rapimento.
Dagli otto sino forse ai quindici anni, Joe amava trascorrere le notti
d’estate dormendo all’esterno sotto il portico con il fratello più piccolo, che
non crede ai rapimenti ma che, in tempi recenti, gli ha confessato «di aver
sempre avuto paura degli UFO». Da adolescente Joe si rese conto di quanto si
sentiva solo e differente dagli altri, «fondamentalmente credo si trattasse della
tipica malinconia della pubertà».
La moglie di Joe, Maria, è una psicoterapeuta, cinque anni più anziana di
lui. Si sono conosciuti in un centro di terapia alternativa ed erano sposati da
cinque anni e mezzo quando li incontrai. Avevano cercato di concepire un
figlio per due anni, ma Maria aveva avuto due aborti naturali. Joe aveva visto
due bambini, verso i quali sentiva di provare un amore profondo, in un
«sogno molto lucido» e si domandava se non poteva trattarsi dei due figli
morti rapiti dagli ET. Joe provava una intenda partecipazione per la
gravidanza della moglie e, nella lettera che mi inviò in agosto, mi scrisse:
«Come avverrà per mia moglie durante il travaglio, sto sperimentando delle
“doglie” che aumentano di intensità e diventano più dolorose se cerco di
resistere». Lui, da parte sua, ha scoperto che spesso, dopo la nascita di Mark,
prova la vecchia sensazione di non trovarsi a suo agio e di essere «l’ultima
ruota del carro». Joe è convinto che Maria, la quale non crede che sia stato

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rapito, si sia comunque dimostrata fondamentalmente di aiuto durante le sue
esperienze. Afferma inoltre che sono abituati a cercare aiuto e comprensione
l’uno nell’altra.
Sin dall’adolescenza, Joe ha cercato di comprendere la sua dimensione
spirituale della vita, e ha insegnato numerose discipline che riguardano la
crescita personale. Ha partecipato a vari seminari di tecniche terapeutiche
mente-corpo, di psicosintesi e differenti forme di meditazione, diventando
anche membro di una chiesa spiritualista. All’età di vent’anni ha trascorso un
anno da solo nella foresta nel nord del Maine. Professionalmente Joe ha
curato pazienti con problemi di alcolismo, casi di abuso sessuale e incesto.
Per diversi anni è stato alla direzione di una associazione che organizza quelli
che una delle sue brochures definisce «seminari di formazione di squadra,
addestramento al lavoro di gruppo e corsi di sopravvivenza» per individui
singoli od organizzazioni. Si è dimostrato, oltre a ciò, un valido consulente in
altri gruppi di sviluppo professionale, tra cui le scuole di OutWar Bound.
Tuttavia, al di là della sua ricerca personale e della sua competenza
professionale, Joe ha sempre provato timore delle forze oscure, fuori del suo
controllo, associate con le sue esperienze ET. Circa dieci anni prima del
nostro incontro, uno dei suoi consiglieri spirituali disse a Joe che un giorno
avrebbe «lavorato con gente di altri pianeti».
Joe ha avuto sogni di contatto con esseri alieni sin da quando è stato in
grado di ricordare. A volte si è svegliato con il pene umido. Nelle regressioni
ha ricordato esperienze in cui gli fu «estratto meccanicamente» lo sperma, e
gli sono stati mostrati «dei bambini che, in parte, erano miei». Joe è convinto
che gli ET abbiano interagito con lui anche «nel ventre materno», e, nella
nostra ultima regressione, ha ricordato di aver visto degli esseri intorno al suo
letto di ospedale quando aveva solo due giorni. Come molti rapiti, da
bambino Joe ha sofferto molte inspiegabili perdite di sangue dal naso.
Durante tutta l’infanzia Joe era affascinato ma anche spaventato dagli
UFO. Altre esperienze avvenute durante la fanciullezza e l’adolescenza sono
emerse nel corso delle ipnosi.
Joe ha continuato ad avere paura degli UFO e degli esseri alieni durante
l’adolescenza. Una volta, tra i sedici e i diciassette anni, durante un «viaggio»
con l’LSD provò un improvviso terrore alla vista di una «piccola nave» a
circa duecento metri da lui e di «qualcuno che stava guardando verso di me».
In questo periodo ha vissuto un’altra esperienza durante la quale ha
guardato nello specchio del bagno e si è sentito «come se cominciassi ad
affondare sempre di più…». Disse: «Stavo guardando come attraverso una
finestra, nello specchio c’era un alieno».
La paura e il dolore intenso provati da Joe al ricordo che gli era venuto alla

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mente durante la seduta di massaggio nel maggio del 1992, lo spinsero a
cercare il mio aiuto. Al gruppo di sostegno disse che «mentre il terapeuta
stava massaggiandomi sul collo, mi sovvenne un ricordo che mi proiettò
completamente fuori di me. Mi sentivo sdraiato su un tavolo, abbastanza alto,
non molto largo, circondato da piccoli esseri dalla testa grossa che mi
infilarono un ago nel collo. Ero terrorizzato. Urlavo, e in quel momento ebbi
quasi un collasso». A quell’epoca provava anche una certa ansia per il parto
imminente e per il fatto che presto sarebbe diventato padre.
La nostra prima seduta di ipnosi avvenne il 9 ottobre, circa dieci giorni
prima della data prevista per il parto di Maria. Joe mi raccontò di sogni pieni
di paure collegate agli UFO, agli esseri alieni, e a operazioni avvenute su un
tavolo in una stanza sotterranea scavata nella roccia. Maria stessa aveva avuto
dei sogni «in cui il bambino veniva alla luce» e parlava «di viaggi compiuti a
bordo di una nave spaziale». Joe parlò di altri complessi, sogni oscuri che
comprendevano serpenti mitologici, pesci, uccelli neri, donne sessualmente
minacciose, deità mitologiche e cavalli alati. Paesaggi maestosi spazzati dal
vento e scene che sembravano epiche o comunque fantastiche, gli
suggerivano sensazioni di perdita di controllo, di impotenza e di timore per
l’avvicinarsi del momento della nascita del figlio. Ritornavano nei sogni
anche le immagini di un ago che gli veniva piantato nel collo durante il
massaggio.
La prima immagine sotto ipnosi di Joe fu un essere non umano con una
grande testa triangolare, fronte larga, mento stretto e enormi occhi neri di
forma ellittica.
Sentendo che la paura stava rapidamente sfuggendo al suo controllo, chiesi
a Joe di collocare nel tempo e nello spazio quell’esperienza. Era avvenuta a
casa sua, quando era «un ragazzino», forse a quattordici o a quindici anni. Era
cominciata a tarda sera in un momento in cui si era sentito «molto distante
dagli altri e molto solo». Sentendosi agitato e con la necessità di «uscire e
trovare qualcuno», Joe raggiunse il fienile sul retro della casa come se fosse
stato «guidato» da una forza «molto sottile». Girò attorno al fienile («di tanto
in tanto il fienile sembrava inquietante di notte») e guardò le stelle. «Fu allora
che la nave spaziale scese dal cielo; venne giù direttamente. Bam! Ecco come
è stato. Era piccola». La nave era «tonda e oblunga. Assomigliava a un uovo»,
un «uovo che stava in piedi».
Joe si spaventò quando una figuretta il cui viso era «tutto luci» vestita con
una tuta nera molto aderente a un pezzo, si avvicinò a lui. Sentì di aver
seguito la figura, che chiama «Tanoun», molte altre volte in precedenza e in
quel momento la sua più grande paura fu di non voler tornare più sulla Terra.
Joe si sentiva spinto ad andare – non aveva scelta per la verità – ma «sono

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conscio della possibilità di andare e di non essere costretto a tornare indietro».
Avvertì una pressione al collo, mentre la paura che sentiva riguardo al fatto
che il legame tra gli alieni e i reami terrestri venisse spezzato, saliva «nel mio
cuore». Singhiozzando, Joe disse: «Non sono solo con lui. Lo so. Va tutto
bene. Ma lui non è qui tutti i giorni». L’essere comunicò a Joe che doveva
tornare al «suo lavoro con loro (gli esseri umani)» e che «devo tenere il piede
in due scarpe».
Con la sua «faccia tonda vicino a me» Tanoun mise le mani sulle spalle di
Joe – «una presenza molto confortante» – e «siamo arrivati un po’
camminando un po’ fluttuando» sino alla nave, che sembrava «molto più
grande all’interno che all’esterno». Tanoun portò Joe lungo un corridoio sino
a una larga sala con un tavolo, sul quale era stato adagiato molte altre volte.
Tenendogli una mano sulla testa e una sul fianco, l’essere rassicurò Joe, che si
rese conto che «quel tipo mi vuol bene veramente, e non vorrei trovarmi
altrove e questo mi fa un po’ paura», perché gli dava la sensazione di «essere
tanto differente dagli altri». Joe giacque supino sul tavolo con le braccia lungo
i fianchi e notò di aver indossato un abito «bianco, metallico». Evitò di
guardare negli occhi degli alieni per ridurre l’intensità di quel contatto che
comunque aveva cercato ardentemente.
Oltre a Tanoun, che era «il capo», otto o dieci altri piccoli esseri
circondavano il tavolo. «Quello sulla mia sinistra» teneva un lungo ago, circa
trenta centimetri, con una specie di impugnatura, e Joe provò in anticipo un
forte dolore. Tanoun gli disse di «guardarlo negli occhi», di rilassarsi e
lasciarsi andare, ma lui aveva paura «di scomparire» e che «non sarei riuscito
a tornare indietro» se si lasciava andare completamente.
L’ago penetrò nel lato sinistro del collo di Joe sotto l’orecchio, «quasi nel
cranio». Fu molto doloroso, ma presto la sofferenza diminuì e «lo guardai
negli occhi». Una volta dentro, l’ago fu mosso circolarmente e il dolore cessò.
Joe ebbe la sensazione che «mi stessero togliendo qualcosa e me ne stessero
aggiungendo un altro» che «avrebbe reso più facile seguirmi». Disse: «Stanno
inserendo un’immagine nel mio cervello», e una «piccola cosa d’argento
simile a una pillola che mi hanno lasciato dentro», la quale aveva «dei fili
piccoli piccoli che uscivano dall’interno». Quando l’ago fu estratto a Joe fu
detto: «Siamo vicini. Siamo con te. Siamo qui per aiutarti. Siamo qui per
guidarti, per aiutarti a superare i momenti difficili».
Dopo aver ricevuto questo messaggio Joe fu condotto da «un altro ET».
Questi stava seduto in una poltrona circondata da luci che sembravano
emanare da lui stesso. Questo essere era più alto degli altri, e il suo viso aveva
caratteristiche più umane. «Mi mette le mani sulla testa. È come se mi stesse
battezzando. Mi vuol bene… mi infonde energia. Mi sta benedicendo.»

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Provando contrastanti sensazioni di essere sia umano che alieno, Joe si
sentiva confuso nel ritorno a Terra.
Durante il rapimento egli trovò «incredibile» lo sguardo dei «loro occhi.
Mi sembrava di essere in grado di unirmi a loro e di abbandonare ogni
sensazione di solitudine», e questa era la sensazione che avrebbe provato se
fosse penetrato completamente nel mondo degli ET. «Potrei semplicemente
uscire da me stesso» e andare «dovunque… nel mondo, nello spazio, nei
pianeti.»
«Puoi andare con il corpo, con la coscienza o con entrambi?», gli chiesi.
«Senza corpo, a volte con il mio corpo. Divento il vento. Divento lo
spazio. Divento materia. Giro, turbino, rallento, cado…» Sotto forma aliena
Joe poteva sperimentare differenti tipi di energia. È così «differente» dalla
«mia vita quotidiana» che è «molto difficile trovare una integrazione» quando
ci si ritrova sulla Terra.
Joe non ricorda esattamente quando era ritornato al punto di partenza
dietro il fienile. Rammenta di aver camminato dentro il fienile, poi di essere
tornato in casa e di essere salito al piano superiore per andare a dormire.
Subito prima che lo portassi completamente fuori dal trance, Joe ricordò che
Tanoun gli aveva detto: «Tuo figlio è uno di noi», e la parola «noi»
significava che Joe stesso aveva una identità aliena.

Il figlio di Joe e Maria, Mark, nacque il 10 novembre, circa tre settimane


dopo la data prevista per il parto. Circa una settimana dopo la nascita di Mark,
Joe mi scrisse un biglietto: «Mentre scrivo, mamma e bimbo stanno
sonnecchiando insieme, finalmente a casa dopo cinque giorni di ospedale,
Mark Joseph è nato nel reparto C (a causa del taglio cesareo e di
un’infezione) giovedì scorso, e osservare l’operazione chirurgica mi ha
riportato in pieno alle mie esperienze con gli UFO. È stato interessante,
illuminante, e rassicurante, e mi ha dato la più grande fiducia ad arrendermi
all’intero processo.»

Una seconda seduta di ipnosi fu fissata per il 30 novembre. Inizialmente


parlammo degli avvenimenti collegati al ricovero in ospedale e al parto, che
era stato particolarmente stressante per entrambi i genitori. Sembrava che
Mark avesse parlato con sua madre nell’utero, e lei stessa aveva fatto
numerosi sogni nei quali Mark le aveva detto il nome che avrebbero dovuto
scegliere per lui. Joe parlò di una esperienza di rapimento che gli era capitata
due notti dopo aver portato Mark e Maria a casa dall’ospedale, nella quale
due esseri stavano al suo fianco e avevano inviato «un raggio, come uno
scoppio di energia», nella sua testa usando uno strumento convesso,

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lasciandolo poi «con la testa annebbiata» e confusa. Maria era con lui, ma non
ricorda di aver visto il bambino. Quella era «l’esperienza che ricordo più
consciamente».
All’inizio della seconda regressione, Joe mi parlò della sua preoccupazione
di non scaricare su Maria le sue esperienze ET, nonostante gli avesse
manifestato una certa capacità recettiva; mi mise a parte della sua stessa
resistenza ad accettare il loro potere nella vita quotidiana e dei sentimenti di
vulnerabilità che i rapimenti avevano generato dentro di lui.
Ma la cosa che sembrava turbare di più Joe era il fatto di sentirsi un partner
consenziente degli alieni nello sfruttamento di umani non consenzienti per un
progetto di riproduzione ibrido. Anche «la notte precedente» aveva avuto una
esperienza nella quale aveva visto l’enorme testa di un bimbo alieno con
grandissimi occhi, magnifici e neri, con i quali aveva sentito un legame
speciale. Sebbene si rendesse conto che il progetto di ibridizzazione poteva
avere un suo valore, «rappresentare un passo in avanti nell’evoluzione», non
era sicuro di sapere quale specie se ne sarebbe avvantaggiata.
Decidemmo di ricavare maggiori informazioni su questo argomento con la
regressione per permettergli di espandere la coscienza del suo complesso
duplice ruolo e scegliere liberamente.
All’inizio della regressione Joe vide una «parata di immagini» su una nave
spaziale, una varietà di «persone» che sembravano uscite da un caotico
miscuglio genetico. Alcuni degli esseri erano orribili, avevano perfino un
aspetto malvagio. Sembravano una specie di «Nazioni Unite» interplanetarie.
Queste immagini trasmisero a Joe una sensazione «armoniosa», come se gli
venisse mostrato che «erano tutti in buona compagnia». La sua stessa forma
fisica cominciò a mutare, «come un camaleonte». Si sentiva «più a mio agio
in una forma simile alla loro… in qualche modo ero trasparente» con una
testa larga e grandi occhi di forma ellittica, un torso lungo e sottile, di colore
grigio chiaro, le mani palmate con lunghe braccia e dita… tre dita e un
pollice».
«Etereo», «fluido», e un senso di «vastità» furono le parole che Joe usò per
descrivere la percezione del suo corpo in forma aliena. Si sentiva «incredulo»,
dubitava della sua esperienza e si domandava quanto poteva continuare a
negare che, «anch’io esistevo dentro la nave dove mi sentivo molto più a mio
agio». Aveva l’impressione di sostenere un’intensa battaglia tra la sua
umanità e l’identità umanoide, separate sino a quel momento.
Joe chiamò la razza di esseri ai quali apparteneva nella sua identità
umanoide la «fratellanza» o gli «Obasai». I processi di pensiero di queste
forme di vita sono intuitive e non «lineari… sento come se i miei pensieri
fossero comprensibili a tutti, e che non ci sia niente da nascondere. Non c’è

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vergogna. Avverto una sensazione di unione; possiamo avere idee e opinioni
differenti ma, tuttavia, c’è sempre un’armonia che unisce tutti… Questa parte
della nave», disse, «è riservata all’integrazione… trascorre un sacco di tempo
intorno alla Terra». Esistono altri progetti non riguardanti la Terra e
presuppongono «altre dimensioni, altre galassie», ma «non è una questione di
spazio o di tempo». È possibile viaggiare «semplicemente pensando di essere
in un posto».
Joe raccontò poi di una esperienza accaduta qualche giorno prima in cui
aveva avuto la sensazione di essere «Orion», la sua identità aliena. Si sentiva
alto tra il metro e sessanta e il metro e settanta ma era convinto di poter
rendere il proprio corpo più alto o più piccolo. Una donna bionda di circa
trentacinque anni, che chiamò «Adriana», fu portata da lui in modo che
«potessi fare l’amore con lei» e «darle il mio seme».
Adriana, disse Joe, stava portando a passeggio il suo cane di notte quando
fu rapita e si trovava «in uno stato simile al sonno» quando gli esseri
l’avevano fatta fluttuare nella nave. Provava amore e tenerezza per Adriana;
le accarezzò il volto e la rassicurò che «noi ci prenderemo cura di te», poi la
incoraggiò a rilassarsi. «Non avrei potuto avere un rapporto sessuale con lei
senza una certa cooperazione e accondiscendenza».
Adriana fu fatta sdraiare su una piattaforma leggermente inclinata in modo
da avere la testa più in alto dei piedi. Fu mantenuta in uno stato di sonno o di
sogno («mentalmente creano come… una specie di ragnatela… e si limitano
ad avvolgerla con questa energia gentile e dolce») mentre i piccoli esseri la
spogliavano.
L’atto sessuale o riproduttivo in sé fu breve. Tre o quattro degli esseri
rimasero a guardare mentre Orion inseriva il suo piccolo pene «quasi cavo»,
che forse aveva una rigidità uguale alla metà di quello di un uomo, nella
vagina di Adriana. Joe si domandò «se cambiai il mio aspetto. Quando
giacevo sopra di lei non ero tanto più alto… Non durò molto. Fu più che altro
un processo di volontà. Non ho dovuto muovermi per emettere il mio seme. È
stato come se avessi inserito il pene e avessi eiaculato subito». Un liquido
chiaro «stillò semplicemente all’esterno». Sebbene Joe, o meglio Orion,
avesse accarezzato amorevolmente Adriana, lei sembrava avere un
atteggiamento ambivalente. Parte di lei «è totalmente presente» e
«l’interazione si rivela fantastica», ma la sua parte più impaurita si sentì
violentata.
Il proposito di questo programma di ibridizzazione, disse Joe, riguardava
l’evoluzione ed esso era teso a perpetuare il seme umano, e a «incrociarlo»
con altre specie che vivevano sulla nave e in altre parti del cosmo. Joe parlava
con tristezza dell’inevitabile futura distruzione della Terra. Molti umani

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moriranno, ma le specie non verranno annientate.
Joe provava un conflitto interiore rispetto alle informazioni che stava
scoprendo. Da una parte, in qualità di «padre» con «un lavoro», aveva paura
di quanto sarebbe stato ridicolo informare il pubblico di quello che sapeva.
D’altro canto, sentiva di dover informare i suoi compagni umani. La parte di
lui «coraggiosa, egocentrica, pronta alla sfida,» lo spingeva ad assumersi la
responsabilità di ciò che sapeva. Il suo «lato umano» aveva dei dubbi e, a
volte, teme che gli esseri con gli occhi neri siano «sinistri» e «malvagi» e
siano «dei ribelli» provenienti da altre navi spaziali che giocano con noi per
renderci «delle vacche da riproduzione». Tuttavia la sua identità di Orion non
avverte nulla di tutto ciò.
Dopo essere emerso dallo stato di trance, Joe si sentì turbato da quanto
avevamo scoperto e predisse di aver bisogno di un grande aiuto per riuscire a
fronteggiare le dimensioni complesse e sconvolgenti della sua doppia identità.
Si sentiva «un poco incredulo» a scoprire che stava vivendo una «doppia
esistenza», ma il potere emotivo della seduta, insieme all’obiettiva chiarezza
con cui Joe poteva sperimentare di essere Orion, lo convinsero dell’autenticità
di quello che era appena avvenuto. Essendo stato educato secondo i principi
della chiesa cattolica romana in base ai quali le emozioni devono essere
«represse», Joe era sbalordito di vedere come le sue esperienze di rapimento
erano diventate un «condotto», aprendogli la possibilità di provare un ampio
raggio di emozioni forti. Era particolarmente preoccupato per il disagio
provocato ad Adriana e ad altri esseri umani da atti come quelli di Orion. Alla
fine ritornò sull’affermazione che la seduta gli aveva dato l’impressione, che
sarebbe durata per tutta la vita, che «potrei essere nato in un altro tempo o in
un altro pianeta».
La seduta ebbe su Joe l’effetto sia di convalidare le sue convinzioni sia di
confonderlo… nelle settimane successive svolgemmo un difficile lavoro a
causa della necessità di conciliare le sue identità umana e aliena, dello stress
di essere da poco diventato padre, e, cosa forse più importante di tutto il resto,
della sensazione che Mark fosse collegato con il mondo alieno. Stabilimmo
una terza seduta di ipnosi per il 4 gennaio del 1993, per analizzare queste
aree.
All’inizio della seduta Joe parlò della necessità di affetto che la presenza di
Mark stava smuovendo in lui e della mancanza di cure che aveva
sperimentato da piccolo. La sua relazione con Maria sembrava «reggere a
stento, emotivamente e sessualmente» mentre la moglie si occupava di Mark.
Oltre a ciò, Joe non li «aveva sentiti» – gli ET – in tempi recenti, e avvertiva
la mancanza «del loro sostegno e del loro amore», questo si aggiungeva alla
sua sensazione di solitudine e tristezza. Allo stesso tempo mentre «la mia

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realtà è stata scossa» dal fatto che ha riconosciuto che gli ET esistono, «il mio
cuore è semplicemente travolto da questo piccolo essere bellissimo… Non so
come trovare un equilibrio tra le mie necessità, le necessità del bimbo, quelle
di Maria» e «i livelli più profondi» smossi dalle esperienze ET. Joe voleva
esplorare sotto ipnosi «il mio legame con gli alieni», ma allo stesso tempo
non voleva «abbandonare il mio bambino» anche se in quel momento aveva
l’impressione di essere «abbandonato dagli alieni».
Prima di iniziare la regressione, Joe raccontò un sogno recente nel quale un
bambino privo di vita veniva estratto da un aereo precipitato. Joe raccoglieva
il bambino e lo ripuliva dall’acqua torbida accorgendosi che c’era qualcosa di
strano sulla sua schiena. Poi lo affidava a qualcun altro perché se ne
prendesse cura. Associava questo sogno con la sensazione che Mark venisse
«da là… si fosse incarnato» e che fosse «in parte ET». Aveva paura che gli
alieni potessero venire a «portarmelo via… non potrei oppormi se venissero a
portarmelo via», disse. Si sentiva vulnerabile e lui stesso in pericolo e, oltre a
ciò, era preoccupato di non poter proteggere Mark, e si domandava se avrebbe
dovuto farlo.
La prima immagine che Joe ebbe sotto ipnosi fu un ET che gli mostrava
«un vassoio sul quale mettono i bambini per pesarli». Vide anche, sopra dei
grandi sedili, alcuni bambini che sembravano umani salvo per il fatto che
avevano occhi grandi e bulbi oculari molto sporgenti. «Gli ET sono gentili coi
bambini». Tre esseri grigi, uno dei quali era «lo stesso che avevo incontrato
molte volte» stavano nutrendo i bambini con un «liquido verde chiaro»
inserendo l’estremità di un cilindro di vetro e argento in bocca in modo che i
piccoli potessero succhiare. Uno dei bimbi era Mark, che era paffuto come
«nella vita reale». Mark stava guardando negli occhi gli alieni e sembrava
rilassato. Gli esseri lavavano anche i bambini con il liquido verde come per
immettere dell’energia nei loro corpi; il liquido sembrava essere la stessa
sostanza che davano loro da bere. Gli ET sembravano avere una «relazione
preferenziale» con Mark e gli altri bambini, «e non mi lasciavano interferire
nel loro rapporto con essi».
Joe ebbe la sensazione di aver vissuto a sua volta un’esperienza del genere
e provò tristezza per Mark perché sapeva che c’era «una parte dolorosa» del
processo che lo aspettava.
Mark una volta era stato un ET grigio, ma la sua coscienza o anima
«venivano dall’essere ET, nato come un bambino dei nostri… e questo non
era stato facile per lui». C’erano dei pericoli per l’anima di Mark, notò Joe,
nell’essere «umano, in quel corpo… gli stanno affidando un incarico
importante». Gli chiesi di spiegarsi. «È come essere infilati in un abito
bagnato o in una tuta da sub, come acquisire un livello di esistenza più

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profondo e sentirsi intrappolati dentro di esso. Sei costretto in questo livello di
esistenza… cominci a credere quello che il tuo corpo ti dice e dimentichi
come fare per staccarti energicamente da esso… dimentichi di appartenere a
una dimensione più vasta dell’esistenza». Vivere unicamente un’esistenza
fisica può significare «volgarizzarsi del tutto». Preoccuparsi della cura e della
sopravvivenza del suo corpo fisico potrebbe far dimenticare a Mark che «è
più di un semplice corpo» e che «non è una questione di vita o di morte… se
il suo corpo viene ferito o muore o non è socialmente accettato». Se l’energia
di Mark si focalizzerà unicamente sul corpo «la paura sarà sconvolgente e
verrà semplicemente annientato».
Riportai l’attenzione di Joe all’immagine degli alieni che si occupavano di
Mark. Erano all’interno della nave, probabilmente per fare in modo che Mark
non fosse «distratto da altre cose». Joe indossava solo una maglietta e Mark il
pannolino. Gli alieni stavano operando una sorta di «rimodellamento» di
Mark in modo che emergesse «una parte più importante di lui», dotata di
maggiori energie.
Questi interventi avrebbero permesso a Mark di sviluppare con loro un
legame più forte, di avere meno paura e di sperimentare «maggiore energia,
un’anima e un cuore più potenti». Per il fatto che la nostra fisicità è molto
«densa», è richiesta «una maggiore coscienza» per espandere la conoscenza
oltre il livello tecnico e raggiungere la saggezza. Per liberare le nostre
potenzialità latenti, dobbiamo far «lievitare il nostro corpo» e vivere senza
mangiare.
Joe avvertì il peso della responsabilità, una sorta di «onore-dovere», di
condurre Mark alla fine del processo evolutivo mentre, allo stesso tempo,
doveva fare in modo che «non dimentichi. Conta su di me per ricordare».
Nella sua esistenza terrena Joe si vedeva come un uomo, del quale aveva letto
la storia, che era entrato «sotto copertura» in un manicomio per scoprirne gli
abusi ma che vi era rimasto intrappolato dopo la morte dei suoi amici
all’esterno. Joe avvicinava la sua lotta solitaria per riuscire a vivere
materialmente nella sua «esistenza umana» con la vita in un manicomio.
A quel punto l’attenzione di Joe si soffermò sul suo dolore, sulla solitudine
e sulle sue relazioni con gli altri esseri. Era sopraffatto da una forte
sensazione di isolamento e solitudine, come se si fosse rimpicciolito «dentro
un guscio». Ricordò le mani dell’ET posate su di lui come se «stessi uscendo
da un bozzolo o qualcosa del genere» mentre le energie venivano liberate.
Aveva sette o otto anni e si trovava in uno spazio vasto, in una stanza
sotterranea. Si sentiva diviso in due parti, una umana e una aliena.
La parte ET aveva messo le mani «sulle mie reni e sulla zona inferiore
della schiena» e quella umana stava cercando «di rilassarsi e aprirsi per

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trovare il modo di stabilire un legame con gli alieni. Oh Dio, è quasi una
sensazione di piacere sessuale». Queste sensazioni, una sorta di combinazione
di eccitamento e piacevole rilassamento delle tensioni, divennero più forti
mente Joe parlò dell’energia che si muoveva nel suo corpo.
Una intensa energia si propagò dalla sua spina dorsale attraverso il corpo.
Sulle prime si sentì «fatto a pezzi» ma la «luce. Avverto una luce», univa tutte
le sue parti. Gli sembrò di continuare ad assorbire energia attraverso «lente
pulsazioni» che gli trasmisero profonda soddisfazione.
Mentre le parti umana e aliena si integravano, Joe si sentì meno solo.
Riusciva anche a entrare in contatto con Mark.
Chiesi a Joe cosa era successo durante il periodo tra i sette e gli otto anni,
ma riuscì solo a ricordare che fu «un tempo difficile». Mentre raccontava
della necessità di lasciarsi andare sentì nuove ondate di energia attraversare il
suo corpo. Suoni ancora più espressivi emersero dalla sua gola mentre sentiva
«tutti quei brividi». Queste sensazioni di piacere sembravano cominciare dalle
reni irradiandosi attraverso tutto il corpo.
Ebbe l’impressione di camminare in un patio in direzione di una finestra
attraverso la quale sperimentò la visione e i suoni di un bellissimo paesaggio.
Gli chiesi di approfondire la relazione di cui aveva parlato tra la sua anima e
la sua identità aliena. La parte ET, disse, «è come una manifestazione
differente della mia anima». Poi aggiunse: «Provo l’impressione di stare
integrando tutte le mie parti in una unica entità». Fu colpito dalla potente
sensazione di guardare verso il basso e di vedere il suo corpo come se fosse
«in una sala degli specchi». Vide se stesso «a differenti livelli». L’esperienza
fu intensamente piacevole e Joe ebbe l’impressione «di camminare attraverso
diverse membrane del mio essere».
A quel punto della sessione Joe non si sentiva più in una nave. Piuttosto,
era «nello spazio» o «in differenti dimensioni»… non c’erano parole adatte a
spiegarmelo. Un essere «grigio» sembrò sorridergli e chiedergli: «Come ti
senti?». Joe descrisse la sua sensazione: «Non sono più frammentato. È una
sensazione grandiosa». Quando avviene l’integrazione essa porta i soggetti
più vicini «all’unità, alla creazione». Il legame ET-umano «permette di
diventare più che umani o alieni… lavorare con noi sembra che permetta agli
alieni di essere ancora più potenti». L’ET che aveva posto la domanda «Come
ti senti?» pareva sinceramente curioso di conoscere le sue condizioni.
Dopo la regressione, Joe e io discutemmo le implicazioni del suo ruolo di
genitore. Joe era convinto che per lui il rapimento, considerando ciò che
aveva appena scoperto, era «un rito di passaggio», un «passo di crescita» per
diventare «più che umano». Era convinto che come essere umano era stato
parte di un «esperimento diventato sgradevole», una sorta di aberrazione della

181
creazione di Dio.
Tornavamo all’idea che questo mondo fosse un manicomio. Joe si
immaginò di cullare Mark per farlo addormentare alle due del mattino,
sentiva la presenza degli ET ed era «molto contento all’idea che vengano a
prenderlo». Perché ora, pensava, stavano aiutando Mark a trovare un legame
con la «sua anima». Joe definì il processo alieno-umano come «una
ristrutturazione… la creazione di una nuova realtà» dove «esiste una
possibilità per l’umanità». Un passo necessario nella sua trasformazione,
disse, era «che la mia parte umana provi dolore… mi sento più integrato
adesso. Non c’è più dubbio riguardo a questo», concluse, «mi sento un
genitore molto migliore».
La seduta ebbe potenti ripercussioni per Joe nelle settimane che seguirono.
Continuò ad avere la sensazione che le parti «frammentate» di se stesso erano
state unificate e che nella sua «anima» aumentavano «l’amore e l’energia».
Quattro giorni dopo la seduta ebbe una sorta di crisi energetica o «kriya»,
evocata da un massaggio. Sudò, rabbrividì e provò un dolore intenso che si
spostava in diverse parti del corpo, partendo dalla regione delle reni e fluendo
attraverso la spina dorsale verso il capo. «Stavo gemendo e agitandomi,
sopraffatto dal dolore fisico-psichico». Le sue «guide ET» gli tenevano le
mani sulla testa, mentre lui veniva inondato di immagini del passato, come se
gli fosse mostrato tutto in una volta «un caricatore circolare di sessanta o
settanta diapositive riguardanti esperienze differenti… Pareva che gli ET
tenessero aperti i miei occhi e manipolassero il tempo in modo da farmi
vedere tutti i caricatori in uno o due secondi. Controllavano questi
cambiamenti multidimensionali». Maria andò nella sua stanza diverse volte,
ma lui non volle parlare per timore di interrompere il processo. Si scoprì ad
affrontare con rabbia i suoi genitori da bambino. Allo stesso tempo provava
sentimenti di comprensione, compassione e accettazione nei loro confronti.
Joe impiegò i successivi due giorni per riprendersi da questa esperienza. Il
terzo giorno in una visione vide «un enorme cespuglio di peli pubici
femminili. Era grosso, umido e sporco. Non riuscivo a vedere molto, solo due
gambe e un cespuglio di peli. Sulle prime sentii repulsione, poi riuscii a
sopportare quella immagine. La visione divenne più chiara mostrando la
nascita di una divinità. Aveva lunghi capelli neri e grigi, ora puliti e
spazzolati, che fluivano dalle labbra vaginali. Potevo vedere meglio e scorsi il
viso bellissimo, saggio, giovane e nello stesso tempo senza età, di una dea, e
compresi che era la mia parte femminile. Sentii un flusso d’amore, conforto e
calore mentre mi univo a lei. La sua nascita rappresentava l’integrazione delle
mie parti maschile e femminile. Era una visione bellissima».
Nelle settimane che seguirono Joe continuò ad avere altre esperienze ET e

182
a ricordare contatti precedenti. Si rendeva conto che stava conducendo una
lotta per sviluppare una relazione più soddisfacente con gli alieni, che
considerava le sue guide spirituali, le quali lo osservavano e venivano in suo
aiuto. Gli faceva piacere il fatto che essi fossero degli «psicoterapeuti
sensitivi» che «ci spingono a crescere» ma «non ci trattano con i guanti». Gli
alieni sembravano perfino «favorire il contatto» con lui quando si trovava in
situazioni di particolare stress emotivo. Joe cominciò anche a frequentare altri
rapiti nel nostro gruppo di sostegno al fine di ampliare le sue relazioni e
ricevere aiuto morale.
A metà febbraio feci in modo che Joe potesse parlare della sua esperienza
di rapimento in un seminario di psichiatria di gruppo al Cambridge Hospital.
In questa pubblica «apparizione» riuscì a esporre la sua storia a un pubblico di
psichiatri, per la maggior parte scettici, e ad altri specialisti in malattie
mentali in un modo disarmante e convincente che provocò la curiosità della
platea, ora più disposta ad espandere la propria concezione di realtà. Alla fine
Joe parlò «dell’incredibile orrore» che ancora doveva fronteggiare, in
particolare a riguardo della perdita di controllo, ma riaffermò anche la sua
convinzione che lo scopo della relazione umana-aliena fosse, in ultima
analisi, «benevolo».
Joe chiese di sottoporsi a una quarta seduta di ipnosi per recuperare i
ricordi dei contatti con gli alieni avvenuti durante l’infanzia, in modo da poter
sperimentare ancora di più «il processo di unificazione personale»,
approfondire la comprensione di Mark e rafforzare il suo ruolo di padre. Ci
incontrammo il 1° di marzo.
Prima della regressione Joe notò di essere nervoso, sottolineando che
«ogni volta che mi abbandono alla regressione, al risveglio è come se il
mondo fosse differente».
Joe mi raccontò di un sogno complesso avuto di recente in cui Mark si era
trasformato in un piccolo alieno bianco proprio davanti ai miei occhi! Nel
sogno gli consegnarono Mark perché lo tenesse in braccio, ma egli lo affidò a
tre donne che stavano in un sotterraneo senza sentirsi in colpa. Affermò che,
durante la seduta, voleva ritornare a «quando ero un bambino in questa vita,
quando ero appena nato ed ero ancora legato alla parte aliena di me, di più di
quanto non lo sia ora».
Gli domandai se volesse cominciare la seduta stabilendo un punto preciso
in cui desiderava che lo portasse la regressione. La prima immagine si riferiva
a quando aveva appena due giorni ed era solo in un letto di ospedale. Si
sentiva vulnerabile e minacciato. Singhiozzando e gemendo diede voce alla
sensazione di «vuoto» che provava dentro di sé. C’era una infermiera che «mi
aiuta ma non mi vede veramente. Mi cambia, mi asciuga, mi nutre» ma non

183
stringeva nessun legame con lui. Invece c’era un ET dall’aspetto familiare.
Aveva grandi occhi neri con «una luce blu». L’infermiera sembrò non notarlo
ma il piccolo si sentiva sicuro adesso del «suo amore per me… Lui (l’alieno)
sembra una levatrice… mi rassicura, mi tocca, mi adagia sul letto, mi ripete
che tutto va bene». Gli occhi dell’alieno cambiarono «come nuvole che si
muovono nel cielo». Joe vide il dispiacere, la preoccupazione e la
compassione apparire su quel volto. L’infermiera se ne andò e Joe vide un
alieno di sesso femminile vicino al letto. «Sembrano genitori», disse. «Si
stanno veramente prendendo cura di me. Mi stanno trasmettendo il loro
amore, fanno in modo che mi senta davvero a mio agio.»
Gli alieni assicurarono a Joe che erano rimasti con lui nei primi due giorni
di vita ma che «ero io che me ne ero andato. Io che non li avevo visti… ero
così spaventato durante il parto che avevo rifiutato qualsiasi contatto. Anche
con loro. Provo la sensazione che mi stiano cullando. Quando ero nato… be’,
questo… è come essere un fiume, come trovarsi in mezzo alla corrente.
Questo fiume mi trascina via e ciò mi fa paura». Ebbi l’impressione che Joe
stesse parlando del processo stesso della nascita e gli chiesi di approfondire il
discorso sulle sensazioni legate alla nascita. Cominciò a rabbrividire, a
respirare rumorosamente, all’inizio in modo lento, tossendo e soffocando,
inarcando la schiena e stringendosi nelle spalle mentre faceva delle smorfie:
«Ho paura», disse. Gli chiesi dove si trovava. «Mi sto muovendo.»
«Dove?»
«Nell’utero! È stretto! Ho paura! Non voglio uscire!» Emettendo gemiti
ancora più forti e suoni di soffocamento a ogni respiro disse: «È come se
volessi farlo (lasciare il ventre materno e nascere)», disse, «so che significa
essere solo, e voglio essere solo, o almeno voglio uscire da mia madre. Ho
paura. Ah Dio, ho paura di perdermi. Aaah!». Lo rassicurai, e gli chiesi se
ricordava se, quando era venuto alla luce, c’era un dottore o un’infermiera.
«C’era un dottore», rispose. «Oh Dio, credo (in questo momento piangeva) di
poter tornare indietro.»
Gli chiesi se poteva «tornare» in qualche luogo dove era stato in
precedenza.
«Sìii», disse. Lo esortai a spiegarsi meglio. «Oh, Dio, è un posto così
orribile!» Gli domandai di parlarmi di questo posto. Con sensazioni intense e
convincenti Joe mi disse di essere un poeta di nome Paul Desmonte che
viveva in un villaggio vicino a Londra al tempo della rivoluzione industriale.
Desmonte fu arrestato, torturato e morì in prigione per aver scritto poemi
blasfemi contro l’ordinamento politico e religioso. Stimolai Joe a raccontare i
dettagli del suo arresto, della prigione e dello scontro con le autorità. In
prigione lo lasciarono soffrire la fame, lo presero a calci, picchiandolo anche

184
con bastoni e cinture; ciò gli procurò la frattura delle dita e delle costole. Alla
fine cercarono «di ingannarmi… finché io non risposi più, non diedi loro la
soddisfazione di gridare». Gli chiesi come morì. «Alcuni potrebbero dire di
fame. Io direi di disperazione.»
Dopo sei od otto mesi di prigione non mangiava più neppure il poco cibo
che gli davano e l’esperienza divenne «una guarigione». Gli chiesi di
spiegarmi. Disse: «Fui costretto a confrontarmi con quello che scrivevo. Sì, io
credevo veramente a ciò che pensavo. Ero convinto che l’uomo fosse più
importante della materia ma non mi ero spinto più in là. Avevo il mio punto
di vista e avevo continuato a combattere per difendere le mie idee. Là, da
solo, in prigione, riuscii a comprendere cosa fosse realmente la grandezza
dell’uomo». «Che cosa hai scoperto?», domandai. «Le mie paure, i miei
giudizi. Le mie colpe, e ho cominciato a provare tutte queste sensazioni
contrastanti su me stesso». Poi aggiunse: «Gli ET sono tornati». Joe attribuì il
loro ritorno alla lotta per arrivare a una maggiore comprensione di se stesso,
al suo tentativo di «abbandonare le amarezze» e alla lotta testa a testa
sostenuta con le autorità. Scoprì che non era un «semplice mortale chiuso
nella prigione fisica del corpo e in quella altrettanto fisica della cella, che
potevo viaggiare e passare attraverso queste barriere». Mentre diventava «più
malleabile», si accorse di «loro» (gli alieni) e non si sentì più solo.
A questo punto Joe fu quasi sopraffatto dalla sensazione di stupore e
soggezione. «Oh, Dio! Vuol dire che non sono solo?», chiese, quasi rivolto
all’universo stesso; in quel momento parlava come Paul Desmonte e disse che
«in ogni fibra del mio essere» aveva «avuto paura della grandezza. Ho avuto
paura della nudità. Dio, la grandezza di tutto questo… Non posso
nascondermi! Non posso nascondermi da me stesso. Non posso nascondermi
dagli altri. È la mia vergogna. È il mio senso di inadeguatezza che nascondo,
dal quale voglio nascondermi e che non voglio che gli altri vedano!»
Chiesi a Joe che cosa era avvenuto dalla comparsa degli ET sino alla morte
di Paul. Disse che aveva paura di perderli ancora e di perdersi a sua volta in
«questa transizione» verso la morte. Lo incoraggiai ad andare al momento
della transizione. «Ho paura di sentirla. Oh, Dio!» disse. Lo rassicurai che noi
eravamo là con lui e che non avrebbe corso rischi. Joe allora si arrese a uno
stato che è difficile da descrivere. Non era dissimile dal processo della nascita
attraverso il quale era passato precedentemente. Gemette e tossì, implorò Dio
e volle essere sorretto. Si sentiva come «se mi stessero strappando dal
corpo… mi sto restringendo. Oooh!!! Non sono totalmente presente. Mi sento
spaventato e sto cominciando a dividermi. Non voglio dividermi». Lo
incoraggiai a lasciarsi andare, presto cominciò a sentirsi meglio. Un gran
numero di alieni erano intorno a lui, sfiorandolo, toccandolo e coccolandolo.

185
Ridendo disse: «È bello essere qui». L’esperienza sembrava «deliziosa». Joe
aveva ancora una sorta di corpo, come quello terrestre, sebbene più semplice,
più leggero, più «sottile».
«È bello essere tornati», cominciò a ripetere. «Questo è molto più reale.»
Chiesi a Joe di spiegare a me, che ero una persona «costretta a vivere sulla
Terra», come fosse quest’altro reame. «C’è un filamento dorato che unisce
tutte le vite assieme», disse, «e tu, come tutte le vite, sei legato ad esso. E lui
ha cura di te sia che tu lo permetta o che cerchi di impedirlo, lo fa abbastanza
da sostenere la tua esistenza. È un mondo dove ci sono possibilità di scelta e
questo mondo, il tuo mondo, sta cominciando a fare delle scelte per
recuperare questo legame. Non mi sono staccato da esso ma ho viaggiato
lontano da esso… Non mi sono perso; sono andato via per una ragione, per
capire cosa significhi vivere senza questo legame». Gli domandai se sapeva
perché si era così allontanato. «Per esplorare i suoi limiti estremi», replicò,
per vedere «quanto lontano» dalla nostra sorgente potevamo arrivare, «molti
sono stanchi» di questo viaggio e «ora stanno lavorando, fluendo, e lottando
per tornare alla sorgente.»
Chiesi a Joe perché avesse fatto la scelta di ritornare, in questo particolare
pianeta. Disse che era ritornato al «luogo più spaventoso per confrontarsi»
con la paura dell’inadeguatezza, dove non avrebbe potuto più nascondersi. Gli
ET, dal cui amore e sostegno si era allontanato, gli avevano promesso che
sarebbero stati con lui. Con l’aiuto delle sue guide spirituali aveva scelto sua
madre perché «sarebbe stata forte» e «densa. Le sue paure, la rigidità, la
tensione erano solo riflessi delle mie», disse. Suggerii a Joe – una delle rare
volte in cui ho interpretato le parole di un rapito – che il senso di prigionia nel
ventre di Julie, e il terrore della solitudine quando non riusciva a trovare
nessun legame col mondo nelle ore successive alla sua nascita, lo avevano
costretto a recidere il legame con la sua fonte e avevano segnato la sua vita.
«Ci cominciamo a conoscere, io e il feto», disse «e lui diventa più rigido e
denso, più denso, più denso… voglio nascere», continuò, «uscire dal grembo,
mettere una certa distanza tra questa donna e me», ma per la paura, «divenni
sempre più rigido e respinsi ogni cosa. Negai il contatto con tutto.»
Mentre la regressione si stava avvicinando al termine, Joe parlò ancora
della confusione, dell’isolamento e della disperazione che aveva provato in
«quel mondo orribile». La sua paura più profonda era di essere tagliato fuori
ancora una volta e di tornare a «sentirsi separato dalla fonte» e «lontano da
loro».
Prima di riemergere dalla trance Joe parlò di nuovo delle sensazioni di
nudità e vulnerabilità e della difficoltà di integrare il suo essere spirituale
mentre si trovava dentro una forma fisica. Mentre «ritornava» nella stanza,

186
sentì un flusso di energia e di «leggerezza». Si rese conto della sua
vulnerabilità. Provò anche la sensazione di stare «camminando in preda
all’alcol». Ma ora si rendeva conto di essere «abbastanza forte e stabile» in
modo da non aver timore di tornare indietro (cioè di separarsi dalla fonte).
Nella discussione che seguì la regressione, Joe parlò ancora degli alieni
come di «levatrici» che lo aiutavano a rimanere in contatto con la sua parte
divina. Ricordava l’immagine di trovarsi in un fiume ruscellante e della
corrente che diventava troppo forte. Gli alieni stavano sopra un masso sulla
riva «e io mi reggo a loro». Volevano che «rimanessi attaccato a loro»
piuttosto che lasciarsi prendere dal flusso delle paure. Fino a poco tempo
prima «una parte di me si era chiusa al rapporto con loro». Ora era «conscio
della loro presenza» e «legato a loro». Trovava questi esseri dall’aspetto
familiare «bellissimi» e vedeva «le emozioni sul loro volto» simili a «nuvole
che si muovono ad alta velocità». Rifletté ancora sulla rigidità della visione di
Paul Desmonte e come questi, quando fu picchiato e lasciato morire di fame,
riuscì a comprendere la verità che stava alla base dei suoi conflitti e si
riconciliò con se stesso. Era stato a quel punto che gli esseri alieni, che anche
allora gli erano familiari, erano tornati e «io potei vederli».

Discussione

Il caso di Joe raccoglie molte delle particolari caratteristiche dei rapimenti,


ma ci permette anche di raggiungere il limite estremo della nostra conoscenza
e comprensione del fenomeno. Una delle nostre fondamentali distinzioni o
categorie ontologiche – la separazione della coscienza dal mondo fisico –
viene messa a dura prova dalla sua esperienza. Vorremmo sapere se gli UFO
e i loro occupanti appartengono o meno al nostro mondo fisico. Per Joe le sue
esperienze, come quelle di tutti i rapiti, provengono dall’esterno, accadono in
un mondo esterno. Tuttavia alcune di esse sfidano chiaramente questa
nozione; per esempio, la vista spaventosa di un UFO e dei suoi occupanti
mentre stava facendo un viaggio con LSD da ragazzino sembra un puro
prodotto della coscienza.

Allo stesso tempo il rapimento di Joe e le esperienze ad esso correlate sono


reali – più reali, come ha detto in un’occasione – quanto quelle che capitano
sul piano fisico della realtà, e non c’è indicazione che Joe sia psichicamente
disturbato o che queste esperienze siano il prodotto di qualche sorta di
psicopatologia. Come avviene in quasi tutti i casi di rapimento da parte di
alieni, questo fatto ci lascia la scelta se ricercare – vanamente, credo – delle
vie per spiegare i fenomeni attraverso il nostro punto di vista abituale o,

187
invece, far cadere la rigida separazione tra la psiche e la realtà, il mondo
interno e quello esterno, e prepararci a un’espansione delle nostre possibilità
ontologiche.
L’analisi del caso di Joe è avvenuta nel contesto della gravidanza di sua
moglie, della nascita del figlio, Mark, e del suo emergente ruolo di padre. I
temi della nascita, della morte e della rinascita sono costanti nel materiale
esaminato; le sensazioni di vulnerabilità sono state sollecitate dalla
disperazione e dalle necessità del neonato. Ma, oltre a questo, l’avvento della
nascita del figlio ha aperto la coscienza di Joe alla relazione, che lo
accompagnerà tutta la vita, con gli ET, i quali si sono rivelati fonte di amore e
affetto ma anche di dolore. Mark, come Joe stesso, ha una duplice esistenza
umana e aliena, ma è più vicino al legame con gli alieni di quanto non lo sia
Joe stesso. Attraverso Mark, Joe ha scoperto la sua doppia identità umano-
aliena.
Al centro dell’identità ET di Mark c’è la separazione tra il corpo e la parte
intima di sé, ovverosia l’anima. Durante la terza regressione Joe ha visto gli
alieni che nutrivano, massaggiavano e accudivano Mark con il proposito di
mantenere il legame tra il bambino e la sua fonte divina e di impedirgli di
limitare la nozione di se stesso al suo corpo e al suo ego umano. A Joe è
sembrato che gli ET fossero i veicoli per lo sviluppo spirituale di Mark, che
virtualmente lo abbiano rimodellato trasformandolo in un essere in grado di
integrare la sua identità umana e aliena. La responsabilità di Joe, come
genitore, è di mantenere Mark in contatto con la parte più importante di se
stesso. Il pericolo per Mark in questo mondo, che Joe vede come una sorta di
manicomio, potrebbe essere quello di soccombere a una restrizione della
coscienza causata dalla competizione, dalle pressioni finanziarie intrinseche e
specialmente dalle pretese di civilizzazione che sono i marchi distintivi del
mondo degli affari. Gli alieni appaiono per servire sia a Mark che a Joe da
«levatrici» liberandoli dal manicomio della nostra cultura e per farli
approdare a un altro stato della coscienza più compatibile con la capacità di
sopravvivenza della vita del pianeta.
Gli alieni sono agenti dell’intregrazione di Joe e della sua crescita
spirituale. Nella seconda regressione Joe scoprì di possedere sia un’identità
umana sia una aliena, cosa che molti rapiti scoprono di possedere, e che lui
stesso è una specie di agente doppio, che funziona da ponte tra la Terra e i
reami da cui gli esseri provengono. Durante questa regressione Joe ha anche
sperimentato la nave spaziale e il reame alieno come una casa dove si trovava
molto più a suo agio, per cui avvertiva la tentazione di non tornare più
indietro; ma il suo compito umano era di integrare le dimensioni umano-
aliene o le parti di se stesso e diventare un essere superiore al livello materiale

188
e terreno.
Nella terza regressione Joe visse l’intensa esperienza nella quale le sue
parti umana e aliena furono unificate, un’espansione profonda, estatica, una
sorta di rito di passaggio che comprendeva effetti collaterali sconfinanti sia
nel gioioso sia nel terrificante, che estesero e approfondirono il processo nelle
settimane seguenti. Le esperienze di Joe, specialmente quelle collegate alla
nascita di Mark, dimostrano drammaticamente la separazione del suo essere,
della sua anima, dal corpo. La leggerezza di questa esperienza dell’anima nel
reame «spirituale» o «alternativo» – il nostro linguaggio in questa occasione
non ci aiuta a trovare una definizione giusta – contrasta con la densità del
corpo fisico sperimentata nell’esistenza terrena.
Gli alieni sono considerati da Joe, e da molti altri rapiti, molto più vicini
alla fonte divina, o anima mundi, degli esseri umani, che stanno lottando per
superare la separazione da essa. Oltre a ciò, l’unificazione di queste
dimensioni del suo essere porta, virtualmente per definizione, a una più
profonda connessione di Joe con la divinità, oltre alla sensazione
dell’esistenza di un’unione fra tutti gli esseri; si tratta essenzialmente di una
crescita spirituale. Curiosamente gli alieni sembrano, al contrario, desiderare
una più profonda connessione con gli umani, come se la maggiore densità del
nostro corpo e la nostra fisicità contengano una sorta di attrattiva per loro. Per
Joe, come per molti rapiti, il profondo legame che intercorre con i grandi
occhi degli alieni è la parte principale del processo di unificazione alieno-
umana e della sua evoluzione.
Joe, come tutti i rapiti maschi, ha subito traumatiche esperienze tra le quali
la manipolazione forzata dei genitali e l’estrazione di campioni di sperma che
fanno parte di un progetto di ibridizzazione umano-aliena. Ma Joe ha anche
partecipato lui stesso, nella identità aliena, come agente di questo progetto
riproduttivo-genetico, fornendoci una rara prospettiva da parte degli alieni
(sebbene mescolata con la percezione umana) del processo di ibridizzazione.
Si è sentito in qualche modo colpevole – forse ci sono sentimenti umani
mescolati in questa sensazione – per aver copulato con una donna umana, atto
durante il quale ha depositato il suo «seme» dentro di lei. Ha provato amore
per questa donna durante l’atto, ma è comprensibile che parte di lei si sia
sentita violentata.
Attraverso la sua esperienza Joe ha avuto accesso a informazioni sulla
natura dei genitali alieni e al processo attraverso il quale gli esseri depositano
il seme o una specie di sostanza riproduttiva nel corpo umano. Joe, come
molti rapiti, ha ricevuto dagli alieni l’informazione che questo processo di
ibridizzazione ha il proposito di creare nuove specie che rappresentano un
rinvigorimento della vita, un gradino nell’evoluzione. «Vigore» sembra una

189
strana parola in questo contesto se si pensa ai flaccidi bambini ibridi visti da
così tanti rapiti a bordo delle astronavi. L’attuale direzione presa dalle attività
umane sulla Terra, come Joe ha compreso, sta conducendo all’estinzione della
nostra e di altre innumerevoli specie. Il processo di ibridizzazione è una via,
così gli è stato detto, per preservare il materiale genetico umano in una forma
differente. Quello che non possiamo sapere, com’è ovvio, è in quale livello di
realtà ciò avvenga veramente.
Infine, nella quarta regressione, Joe ha vissuto profondamente l’esperienza
di una vita precedente. Questo materiale è emerso come risultato di una scelta
che io ho stimolato sottolineando la frase «tornare indietro» nel momento in
cui Joe stava rivivendo le sue esperienze di bimbo di due giorni. Questo
processo ha richiesto un certo grado di apertura da parte mia alla possibilità
che l’uomo possa vivere vite precedenti e che possa far «ritorno» sulla Terra
da un altro dominio. D’altro canto, avrei potuto ignorare quella frase e
chiedergli, per esempio, di parlare in modo più approfondito della sua
esperienza di bimbo appena nato e degli eventi successivi. La vita precedente
di Joe non sembra essere frutto di fantasia. Piuttosto, riflette Joe (nella sua
identità di Paul Desmonte), esprimeva i suoi valori e le sue verità, ma con un
atteggiamento rigido, di coscienza limitata e polarizzata, che evoca
antagonismi e sfocia nel suo martirio. Ora Joe abbraccia gli stessi valori, la
convinzione che l’uomo sia dotato di maggiori possibilità, ma la sua
coscienza si è evoluta al punto che può comunicare la sua verità in maniera
più conciliante alle persone che vuole persuadere. L’esperienza della vita
precedente sembra essere importante non perché si tratta di un’altra esistenza,
ma piuttosto perché riflette uno stadio dell’evoluzione della coscienza di Joe,
in un intervallo di tempo superiore a una singola esistenza umana.
La seduta fu anche rimarchevole per la similarità tra le emozioni che hanno
accompagnato la riviviscenza della nascita di Joe in questa vita e quella della
morte di Paul Desmonte. In entrambi i casi ci furono intense emozioni, paura
e infine sollievo, mentre avveniva la transizione da uno stato all’altro. Ebbe la
percezione della vita come un circolo tra nascita e morte considerate da una
prospettiva più ampia, difficilmente distinguibili una dall’altra. Gli alieni – gli
ET come li chiama Joe – sembrano essersi comportati, o almeno essere
disponibili nei suoi confronti, come protettori e guide della sua evoluzione
spirituale durante il tempo, mostrandosi quando la sua coscienza era pronta ad
aprirsi e a espandersi, come avvenne prima della morte di Paul, e lasciandolo
quando la sua psiche si contraeva, come capitò dopo la sua nascita dal grembo
di Julie.
Questa osservazione si dimostra importante per conoscere le condizioni
fisiologiche in presenza delle quali gli esseri umani sono o non sono in grado

190
di sperimentare la presenza degli alieni nella loro vita. Se, infatti, gli esseri
alieni sono più vicini alla fonte divina, o anima mundi, di quanto gli esseri
umani sembrino generalmente essere, allora è possibile che la loro presenza
tra noi, sebbene crudele e traumatica in alcuni casi, possa essere parte di un
processo più ampio che ci sta riportando verso Dio (o in qualsiasi altro modo
decidiamo di chiamare il principio creativo) in seguito a «un viaggio che di ha
portato molto lontani», come ha detto Joe.
Il viaggio di Joe ha avuto come risultato notevoli cambiamenti nella sua
vita. È stato capace di affidare molti dei suoi incarichi quotidiani a un
assistente, il che lo lascia libero di seguire la sua «vocazione» spirituale e
terapeutica. È stato capace di «mostrarsi» in pubblico come un leader
emergente nell’insegnamento dell’evoluzione della coscienza. Ha accettato le
sue esperienze ET, la sua doppia identità e il fatto di dividere apertamente le
sue conoscenze con gli altri. Joe e io ci siamo presentati insieme in numerose
occasioni. Sono rimasto impressionato dalla praticità e dal modo rassicurante
con cui riesce a portare l’uditorio oltre i propri dubbi, e dalla crescente
disponibilità che ha sviluppato verso forme di intelligenza ed esperienze che
stanno cambiando profondamente lui e forse milioni di altri americani.

191
IX
Sara: fusione delle specie
ed evoluzione umana

Sara aveva ventotto anni quando mi scrisse chiedendomi di essere sottoposta


a una seduta di ipnosi. Aveva intenzione di partire presto per un viaggio e mi
scrisse che voleva essere ipnotizzata prima di partire «in modo da liberare
alcune emozioni e delle informazioni che sentiva prossime a emergere in
superficie», oltre a ciò intendeva «far cessare le sensazioni di ansia e
confusione che stavano aumentando di intensità». Molti dettagli della vita
privata di Sara sono stati omessi in questa sede per preservarne l’anonimato.
Nella lettera mi scrisse che un paio di anni prima, durante una seduta di
massaggio per alleviare un dolore alla base del cranio, «avevo avuto la
sensazione che alcuni piccoli esseri comunicassero con me in via telepatica».
Si era scoperta a tracciare di sua spontanea volontà con una penna in ciascuna
mano («Non avevo mai usato la mano sinistra prima di allora») dei ritratti di
quelli che pensava fossero degli esseri alieni, concentrandosi principalmente
sui loro occhi; nei suoi disegni c’erano dei condotti e «una sorta di sottile
campo corporeo» come «il corpo sottile di un’entità».
Sara fa parte di un gruppo sempre più numeroso di rapiti che sviluppano
un certo grado di interesse spirituale nella comprensione della loro esperienza.
La ricerca del significato e la lotta condotta per ampliare i confini della sua
coscienza, le hanno dato la possibilità di accedere in breve tempo a
significative visioni interiori. Nella sua lettera mi scrisse anche che di recente
aveva cominciato a «ricevere informazioni che mettevano in relazione altre
entità con argomenti come la preservazione del pianeta e le transizioni
ecologiche, specialmente riguardo a sconvolgimenti di carattere
geomagnetico». Il desiderio di essere d’aiuto «per realizzare qualcosa di
costruttivo per il mondo» è di importanza vitale per Sara, sebbene non sappia

192
ancora come ciò avverrà.
Sara è cresciuta nelle vicinanze di una città industriale. Definisce la sua
educazione protestante «convenzionale» e si descrive come risoluta a
sperimentare la realtà nella maniera più chiara possibile. Sara non ha mai fatto
uso di droghe e non beve alcol. È convinta che ciò sia determinato dai suoi
incontri e che, da quando ha smesso di consumare caffeina, cioccolato e ha
quasi completamente eliminato lo zucchero, le sue esperienze siano diventate
molto più consce e chiare.
Il padre di Sara è morto. Sebbene fosse un uomo intelligente, Sara si
domanda se non fosse dislessico, e sospetta che questo fatto abbia interferito
con la capacità di svolgere il lavoro d’ufficio necessario per avere successo
nella sua professione. Era un uomo frustrato, incline a essere fisicamente e
verbalmente brutale con la madre di Sara, che a sua volta si sentiva aggredita
a parole da lui. La ragazza è stata testimone di numerose liti tra i genitori, e a
volte, ha visto suo padre brutalizzare la madre. Spaventata dalla mancanza di
controllo del padre, Sara andava in un’altra stanza per evitare di essere
colpita. Sara ricorda che suo padre si comportava in maniera gentile con lei da
piccola, ma quando cominciò ad avere risultati eccellenti a scuola, divenne
piuttosto scostante. Al contrario, la madre di Sara si può definire una donna di
successo nel lavoro.
Sara era molto vicina al nonno materno, che morì durante la sua
adolescenza. Era «molto gentile» ed «era solito starsene seduto per ore… e io
leggevo (per lui)… Era la mia fonte di sostegno, un vero modello positivo».
Per diversi anni dopo la sua morte, Sara ebbe la percezione che suo nonno
fosse con lei, specialmente quando lavorava a tavolino. Ricorda una stanza
«divertente» nella casa di suo nonno. Da bambina vi si recava
frequentemente, chiudeva la porta e vi si sedeva per lunghi periodi. In uno
«stato non completamente desto» Sara poteva recepire una «strana energia»
nella stanza, ma non ricorda niente di più particolareggiato a questo riguardo.
Sara è stata una ragazzina intellettualmente precoce, e cominciò a leggere
molto presto. Era attirata specialmente dai misteri, dai libri di fantasmi e
poltergeist. La sua famiglia andava a messa quasi tutte le domeniche. «Non
mi piaceva l’idea del peccato originale, non aveva nessun senso per me… Mi
piaceva molto lo Spirito Santo.» Descrive lo Spirito Santo come «un tessuto
connettivo che tiene unita la realtà». All’età di undici o dodici anni, Sara si
interrogava su questioni teologiche quali la risoluzione della dicotomia tra il
bene e il male ed era attirata dalla lettura di libri su altre religioni.
Quando era ancora studentessa universitaria, Sara partecipò a studi sulla
percezione extrasensoriale. Il suo interesse all’integrazione delle scoperte
scientifiche con l’esplorazione della spiritualità umana e la coscienza è

193
proseguito negli anni. In una occasione, ha provato sensazioni elettriche lungo
il corpo. In un’altra occasione «mi sono sentita come se fossi uscita dal mio
corpo e non riuscissi a ritornarci per due giorni». Fu piuttosto spaventata da
questa esperienza.
Dopo la laurea, Sara sposò Thomas. Fu però sempre più insoddisfatta dalla
convenzionalità del loro rapporto; lei e Thomas rimasero sposati per diversi
anni grazie all’affetto profondo che c’era tra di loro. In più Sara desiderava
«una esistenza ordinata e confortevole».
Circa un anno dopo il matrimonio, Sara si ammalò gravemente. Sebbene
non ci siano prove esteriori a conferma di questo, Sara collega la sua malattia
e il successivo dolore alla nuca e al capo alla presenza aliena nella sua vita,
«mi misero fuori combattimento» disse. Un pomeriggio, mentre era a fare una
passeggiata con Thomas, le mancò di colpo la forza nelle gambe e svenne.
Quasi subito fu assalita da una febbre molto alta. Le sue condizioni erano
piuttosto gravi, e fu costretta a prendere un periodo di aspettativa dal lavoro.
La sua convalescenza fu lunga e in quel tempo le difficoltà del suo rapporto
con Thomas aumentarono sino a sfociare in un divorzio. La coppia non aveva
bambini e, a quanto ne sapeva, Sara non è mai rimasta incinta. A proposito
della sua malattia Sara afferma che «fu per il mio bene», un intervento che
sembra averla spinta sul sentiero della crescita spirituale che sta percorrendo
ancor oggi.
Circa cinque mesi prima di scrivermi, Sara incontrò un giovane di nome
Miguel. Quando Sara e Miguel si sedettero a cena durante il loro secondo
appuntamento, lui le parlò degli UFO e raccontò di aver visto una nave
spaziale (questo genere di sincronicità e facoltà intuitive è comune tra i
rapiti). Sara raccontò a Miguel dei suoi «amici extraterrestri». Il giovane disse
a sua volta di aver visto esseri alieni nei suoi sogni e Sara si convinse che lui
poteva perfino essere un rappresentante «di una specie aliena». A volte si
muoveva in modo molto silenzioso e questo comportamento ricordò a Sara un
bambino ibrido che aveva visto a bordo di una nave spaziale. Stava in una
incubatrice come un neonato e pareva avere «un enorme bisogno di affetto»
secondo il racconto di Sara. La giovane donna valutò l’opportunità di
discutere con Miguel le sue esperienze.
La storia del rapimento di Sara si fonde con vari tipi di esperienze
paranormali. I fenomeni che hanno a che fare con i fantasmi «sono una
componente fissa della mia infanzia» e risalgono più o meno all’età di quattro
anni, ricordò Sara. «Ero bravissima a raccontare storie di fantasmi.» A volte
aveva costruito le sue storie arricchendo i ritratti dei personaggi e narrando
«vicende di vite passate» basate su immaginarie ricostruzioni delle loro
esistenze. Si concentrava sugli occhi dei ritratti e si sentiva «ipnotizzata». Il

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ritratto le trasmetteva una «vibrazione vivente» e forniva «un contorno
tridimensionale».
Oltre a raccontare storie di fantasmi, Sara era solita giocare a quelle che
chiamava «sedute spiritiche» con i suoi amici d’infanzia. Una volta a un
pigiama party chiese alla sua migliore amica, Anne, che era anche la più
piccola di tutti, di sdraiarsi sul pavimento e disse: «“Adesso ti facciamo
lievitare.” Non so dove avessi sentito parlare di lievitazione prima di quel
momento. Ci disponemmo tutti in cerchio. Penso di essermi trovata all’altezza
della testa di Anne; cominciai a dire qualcosa, e poi fu come… be’, la mia
amica si alzò… sa come succede». Tutti i bambini presenti ebbero la
sensazione che «fosse accaduto qualcosa di straordinario». In seguito nessuno
parlò mai di quello che era successo.
Sebbene avesse smesso di raccontare storie di fantasmi all’età di circa
nove anni, di tanto in tanto, Sara continuò a sentire delle presenze in casa.
Durante il nostro primo incontro, Sara mi parlò dell’intenso dolore al capo
e al collo che aveva menzionato nella sua lettera. Fornendo maggiori
particolari mi disse che, durante le sedute di massaggio, un paio di anni
prima, aveva cominciato a vedere molte figure «nella mia testa e a volte
sembravano parlarmi». Aveva chiuso gli occhi e, continuò, «avevo visto
quelle minuscole creature in un angolo della testa; erano simili a delle piccole
luci, gialle, luminose, e tonde… dopo averle viste il dolore è scomparso». Le
figure sembravano «gialle e tonde e dall’aspetto benevolo… la sensazione
predominante che ho avvertito è stata la calma. Sono così calme». Avevano
dei corpi «molto leggeri» con grandi teste. Non ricorda caratteristiche
somatiche predominanti degli esseri, neppure gli occhi. Nondimeno, ebbe la
sensazione (che ha tuttora) di essere pervasa da un grande amore che emanava
da loro. «Sembra di essere a casa», disse, «la stessa sensazione… uhm… di
una famiglia affettuosa». Dopo essere entrata inizialmente in contatto con
queste entità, che chiama «gli esseri luminosi», Sara cominciò a posare una
mano in un punto sul retro della testa quando il dolore diventava
insopportabile. Con questo gesto, «accendevo gli esseri luminosi». Definisce
la sensazione della loro presenza «ascoltare» e, all’epoca, trovò questo
processo molto utile per ridurre il dolore.
Sara ricordava anche due esperienze avvenute sei mesi prima del nostro
incontro. Durante una di esse, «qualcosa» comparve e si fermò a osservarla
dalla soglia della camera mentre lei si trovava a letto, una presenza che fu
confermata dall’uomo con cui usciva in quel periodo. «Tutto quello che posso
ricordare è il suo profilo. L’essere era magro. Molto magro. È tutto quello che
ricordo.» Durante un altro incidente, vide qualcosa nella sua camera vicino al
letto. Anche questa presenza fu confermata dallo stesso uomo. Sebbene a quel

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tempo le risultasse emotivamente difficile, si alzò e cercò di toccare con
amore e compassione l’entità. Dopo di ciò, la presenza sembrò dissolversi.
Circa una settimana prima che venisse all’Est per incontrarmi, Sara fu
coinvolta in un incidente d’auto, i cui effetti le riacutizzarono l’intenso dolore
al capo e al collo. A causa di questo incidente d’auto, fu costretta a ritardare il
suo viaggio di diversi giorni. Miguel stava guidando quando fu preso da uno
stato confusionale. Cominciò a «sbandare» a causa di una distorsione visiva,
ed entrambi sentirono che una «forza magnetica» stava spingendo il veicolo.
La vettura era uscita di strada sbattendo contro il guardrail e si «ripiegò su se
stessa». Sara subì un colpo di frusta alle vertebre cervicali, distorsioni di
tendini e legamenti e fu portata in ambulanza all’ospedale.
Quando Sara chiuse gli occhi dopo l’incidente, oltre a vedere gli «esseri
luminosi» riuscì a distinguere anche un secondo tipo di entità. In contrasto
con gli «esseri luminosi» Sara descrive «gli altri» come «frenetici». Poco
dopo l’incidente si sentì costretta ad «ascoltare» ogni giorno e a scrivere le
informazioni che otteneva. Ebbe la convinzione che ciò avrebbe reso inutili
altri incidenti.
Pochi giorni dopo l’incidente Sara e Miguel vissero un’esperienza in cui
una luce gialla apparve inspiegabilmente nella loro camera. Miguel di solito
era coraggioso, affermò Sara, ma entrambi rimasero terrorizzati e lui sembrò
addirittura aver perso i sensi durante l’incidente. Sara si sentì «fisicamente
inchiodata» e incapace di muoversi. Vide «tre cose che stazionavano sopra di
me» simili a «tre teste in atteggiamento protettivo» e col pensiero le dissero:
«“Ascolta, stiamo comunicando.” Era reale. Qualcosa come… come…
“Collaboriamo”. E cominciai a scrivere». Poi, «tutto sembrò svanire».
Sara aveva visto anche una nave dall’aspetto inusuale nel cielo. Una volta
si trovava in compagnia di un’amica, ed entrambe videro «una strana cosa che
stazionava sopra di noi». Sara aveva alzato lo sguardo «e per una frazione di
secondo mi sono sentita come… come se fossi là eppure non fossi là. Mi
pareva di essere a bordo della nave spaziale, a guardare me stessa».
Il desiderio di Sara di essere ipnotizzata nasceva dalla volontà di scoprire
«cosa c’era di vero. Voglio veramente sapere. È la sola cosa che mi importi».
Anche se «può essere molto complesso e sconvolgente». Voleva scoprire
«cosa erano gli esseri luminosi». Insomma Sara voleva essere responsabile
delle sue esperienze.
Le prime parole di Sara, dopo essere entrata nello stato di trance, furono:
«Vedo la casa dei miei nonni… Sto oscillando tra questo ricordo e il letto con
la coperta bianca che era nella casa dei miei genitori quando ero piccola. Sto
ricordando molti sogni in cui cado. Sono sogni che ho fatto in quel letto. Mi
svegliavo di colpo afferrandomi alle sponde del letto per non cadere. Mi

196
sentivo come se fossi scivolata o caduta dal letto da molto in alto. Ho fatto
molti di quei sogni e ricordo di essermi svegliata con la sensazione di essere
stata vicina a morire». Le chiesi di descrivere con più precisione le
sensazioni, e lei disse «di avere l’impressione di vedere qualcosa di argenteo e
una specie di scivolo, un rullo inclinato dal quale sono caduta». Percepì altre
immagini di «un materiale bianco e splendente» e di «un luogo da cui sono
appena caduta». Poi si ritrovò «in un campo» dove stava «guardando qualcosa
che sembrava una nave spaziale da una distanza di circa cento metri. Io sono
sola e fuori della nave».
La nave era «bianca con una cupola» e aveva «una cosa sul fondo e
un’entrata verticale» e «c’era una luce che emanava da essa… vedo un sacco
di cose che sembrano degli scheletri con una croce in mezzo e che
camminano. Ecco, stanno camminando su e giù su piani inclinati… c’è una
luce che viene da… vedo una delle porte aperta e la luce viene da quella parte
e illumina una piccola creatura che cammina su e giù lungo un piano
inclinato. Ha l’aspetto di uno scheletro, ha una specie di bolla sulla testa… ho
la sensazione che ci siano dei filamenti… poi improvvisamente mi sento
precipitare direttamente giù nel letto… in verticale. Le discese sono sempre in
verticale. Veloci! Troppo veloci! Quasi in modo brusco».
Sara ricorda di essersi sempre svegliata all’improvviso, terrorizzata da
queste brusche discese dalle navi spaziali, «così spaventata che avrei potuto
morire… Non era una cosa molto prudente… è bene che abbia sempre
raggiunto il letto e non lo abbia mancato», disse. La sua successiva
associazione fu con un lungo, luminoso, cilindro bianco e l’impressione che la
sua testa urtasse una «botola». Ebbe la sensazione di essere tornata indietro
nel tempo in «un luogo dove ero morta». Poi vide un essere sopra quella che
le sembrò una grande sedia d’argento o un trono di metallo. Sebbene la sua
testa fosse «la cosa più bizzarra che avessi mai visto», nondimeno lo
riconobbe. C’era «un’aureola intorno al capo. È trasparente, e dentro di essa
vedo una faccia scheletrica… ma non come uno scheletro umano… C’è una
specie di aureola trasparente intorno a lui e il suo sorriso ha qualcosa di
malato, come il sorriso di uno scheletro. Ma non mi sento, come dire,
spaventata. Non voglio far questo, assolutamente. Sono buoni… nessuno sta
cercando di spaventarmi… non è colpa loro se hanno quell’aspetto».
Come molti rapiti Sara ha trovato un nome per questa entità familiare. Lo
chiama Mengus. «È familiare, veramente, e piuttosto benevolo» disse. Poi
ricordò come, prima a dieci e in seguito a cinque anni, si fosse trovata dentro
l’astronave «proprio di fronte a Mengus» («Sono più piccola di lui») e «alla
sua destra». Comunicava con lui «attraverso i sogni, quasi per telepatia e per
metà verbalmente» in inglese. «Lui si limita a fare dei cenni con la testa.»

197
Chiese a Mengus: «“Cosa state facendo sulla Terra?” E lui rispose: “Oh,
stiamo solo dando un’occhiata”».
Sara vide in seguito quello che sembrava essere un pannello di controllo,
simile al cruscotto di un aereo con molte parti metalliche. «Mi sentii fluttuare
sopra quella roba.» Chiese a Mengus cosa fosse. Questi le rispose che «è il
sistema di trasporto». Lei spinse vari congegni «ma siccome nessuno si
accese non feci dei danni… lui mi ha lasciato fare, capisce?… È veramente
benevolo… come se lì ci fosse stata una bambina che si guardava attorno…
e… non è bello?». Sebbene sentisse provenire da Mengus «calore e
benevolenza autentici… sono mescolati con un senso di rigidità. E di grande
serietà». Mengus disse qualcosa come: «tu sei giovane adesso e questa è una
preparazione, ed è molto importante… noi facciamo in modo che per te sia
facile ma non è un gioco… questa cosa non significa semplicemente volare, è
un affare serio e perciò fai attenzione». Come a dire: «non fare casino!».
Le chiesi allora che cosa le aveva fatto credere che Mengus, come mi
aveva detto in precedenza, fosse morto. Lei replicò: «Posso sentirlo dalle sue
vibrazioni, e quando vado per trovarlo ora è come se fosse morto e riciclato
(vedere la spiegazione di Paul di ciò che accade quando un essere alieno
muore nel capitolo X). Non posso avere più accesso a lui e mi dà la
sensazione di essere morto». Mengus «era veramente gentile. Direi che, forse,
è stato il mio primo vero insegnante».
Ritornando alla sua esperienza da bambina, Sara parlò dei fenomeni di
lievitazione e fluttuazione descritti precedentemente e della sensazione che
queste capacità, sebbene «molto divertenti», le venissero da «una vita
passata». Erano «divertenti ma non nel senso convenzionale del termine»,
facevano parte del modo in cui ci evolviamo.
L’energia vibrante degli esseri luminosi, disse Sara, «era molto più elevata
delle vibrazioni convenzionali che si possono sentire qui… hanno un livello
di coscienza molto più elevato. Non reprimono niente nell’inconscio. Non
hanno paura, e non sono egoisti riguardo alle cose che amano, e questo è
bello».
Sara aveva la sensazione che stare con questi esseri, almeno nel modo
infantile di cui aveva appena parlato, era come tornare indietro nel tempo
«prima di questa vita… penso che ci proverò». Poi si scoprì a volare in una
astronave bianca con tanti finestrini. Stava volando sopra un’area deserta… in
questa vita il suo corpo era simile a uno scheletro, «come quello di Mengus…
è inquietante, e le ossa sono piccole e fragili ed emettono quasi uno
scricchiolio… cammini in maniera molto sciolta». Ancora una volta Sara fu
colpita dalla gioia che le infondeva la manovrabilità del veicolo spaziale.
Da questa prospettiva di vita passata-aliena, Sara parlò delle «stupide»

198
cose che fanno gli umani e della tentazione di mostrarsi a loro direttamente.
Ma «è molto più saggio comportarsi in maniera acuta ed essere sicuri che essi
se ne rendano conto da sé». Gli esseri umani «sono così egocentrici che non
vorrebbero cambiare in alcuna maniera. Non l’hanno mai fatto. Hanno
compiuto le azioni egoiste che amano tanto e hanno provocato grandi
catastrofi…». Allo stesso tempo ci sono cose «preziose» riguardo agli esseri
umani. «Possono sentire il profumo dei fiori, ad esempio. Ed è così
incredibile, la sensazione di calore del sole sulla loro pelle.»
Come essere alieno «stavo agendo con poca fisicità, sono più leggera, a un
certo livello… ci sono dei vantaggi. Uno è che non ti capitano degli
inconvenienti come la depressione. Ma d’altro canto mancano diverse cose…
Il senso dell’olfatto, per esempio, non è lo stesso. Non puoi sentire
profondamente un odore», osservò. Allo stesso tempo gli alieni hanno
«un’immagine più ampia» e hanno più capacità di comprendere le cose e
maggiore pazienza. Oltre a ciò, «hai questa cosa nella testa che (ti permette)
di accedere a ogni tipo di informazione per via telepatica. Possiedi una sorta
di elasticità informazionale. Voglio dire, puoi avere tutte le informazioni che
vuoi».
Sara intuì che il proposito del suo volo sul deserto era di sorvegliare il
pianeta per stabilire «quali fossero le risorse» e al fine di «constatare quale
fosse la capacità di sopravvivenza di ogni area» in caso si verificasse «un
disastro di proporzioni planetarie». L’area deserta sembrò essere
potenzialmente «un ambiente stabile» in caso di un disastro di grandi
proporzioni perché era elevata e piatta. Mentre stava volando in una
incarnazione aliena si sentì «spinta avanti e indietro» tra la forma aliena e
umana, come se cercasse di prendere una decisione. L’identità umana era
esteticamente piacevole per «la carne e le altre cose» mentre allo stesso tempo
si sentiva attirata verso la prospettiva più ampia dell’identità aliena.
Sara tornò poi al presente e cominciò a descrivere un’enorme nuvola scura
che copriva il cielo, la quale estendeva un’ombra magnetica su di lei, «come
se lanciasse uno strato di catrame sulla mia testa». La nuvola per Sara
incarnava la proiezione della coscienza negativa e le vibrazioni degli esseri
umani. Il suo contatto era debilitante e la fece sentire una vittima. La nuvola
funzionava come una specie di scudo per nascondere una nave spaziale del
tipo che avrebbero progettato gli esseri umani se avessero voluto disegnare
un’astronave. Questa nave era la fonte della forza negativa ed era pilotata da
esseri umani. Appariva molto «stupida» dal punto di vista di Sara. «La odio
nel suo insieme», disse. Il proposito dell’astronave, continuò, «era la guerra»,
ma non la guerra per uccidere la gente. Era una guerra «fatta contro la testa
della gente… per controllare le loro menti». Sentì il desiderio «di proteggersi

199
da quella cosa».
Poi Sara ricordò gli incontri fatti da bambina quando aveva «lievitato» e
«fluttuato» e «vibrato» nella stanza con il letto dalla coperta bianca.
Associò questi ricordi a un’altra esperienza avvenuta più avanti nel corso
della sua esistenza. Era da sola, adagiata sul lettino per l’abbronzatura quando
«sentii qualcosa che gravitava sopra di me». Vide una figura che «era un
incrocio tra un essere simile a Mengus e una persona». Era «umano nella
forma ma più leggero ed era capace di fluttuare». Sara ricevette un messaggio
da questo essere: «È molto importante». Le sue intenzioni, le fu detto, non
erano aggressive, ma si trattava di una specie di test di «compatibilità
genetica», una «infiltrazione», «un test di realizzabilità», di «fusione
dimensionale».
Chiesi a Sara di spiegarmi meglio cosa intendesse come «fusione
dimensionale». Allora mi descrisse quella che giudicai l’immagine principale
di quella prima seduta. «È come un aereo», disse, «un foglio di cellophane
trasparente.» Avviene «un grande infrangersi di vetro» e «una lama di rasoio
sottilissima» apre una porta tra la dimensione fisica terrestre e il reame da cui
provengono gli esseri alieni. In questo contesto le chiesi maggiori dettagli
riguardanti quell’incontro. L’essere aveva un «pene dal contorno luminoso,
ma che non assomigliava a un pene umano» che entrò nel suo corpo.
L’esperienza fu completamente differente da qualunque cosa avesse provato
nelle relazioni sessuali umane. «L’essere stesso sembrava aggressivo e non mi
piacque questa parte dell’esperienza. Non ci fu nessuna componente emotiva
da parte sua in tutto l’atto… era come una esplorazione scientifica di un
territorio.» Le chiesi se era stata stimolata sessualmente. «Molto, molto
lievemente», rispose. «Non accadde completamente in questa dimensione»,
disse Sara. Stava accadendo «metà qua e metà da un’altra parte». Dopo di ciò
ella «si sentì come se fosse stata incappucciata». L’essere «non mi aveva
detto tutto, solo qualcosa come “Ehi, stai attenta, è una cosa importante”».
Poi aggiunse: «Se un essere si spingesse contro un foglio di cellophane e il
cellophane si rompesse aprendosi verso la nostra realtà, e io potessi stare a
guardare, lo farei». Le chiesi se questo fatto fosse avvenuto («passato
attraverso») a lei. «Sì», mi disse, circa due settimane prima. Aveva
partecipato a una gita sciistica. C’era un grande specchio nella stanza del suo
albergo. Lei si era svegliata nel pieno della notte e lo specchio le era sembrato
un corridoio. Aveva cercato di entrare nel corridoio ma aveva sbattuto la testa
contro il vetro. Miguel non era andato alla gita sciistica con Sara ma «nel
momento in cui andai a sbattere nel corridoio Miguel era nella stanza… io ho
cercato di gridare “Miguel”… ma non riuscivo a urlare. Non venne fuori
nulla». Divideva la camera con un’amica che vide una silhouette nella stanza.

200
Paradossalmente la sua amica tornò «subito a dormire».
La botta le fece molto male, ma il dolore fu controbilanciato dalla
«interpenetrazione delle dimensioni» allorché «lo specchio si era aperto». Era
come se un essere «come Miguel» o «travestito da Miguel» fosse venuto in
questa dimensione. L’essere aveva occhi «scuri e penetranti», erano «molto,
molto scuri» e aveva un aspetto «simile a quello di un insetto» con «una testa
di grosse dimensioni» e «un corpo piccolo e gracile… e usa un vestito per
sembrare più grande… Mi ha fatto male», disse Sara, ma «lo scopo principale
non è di farmi male». Era piuttosto «per spiegarmi qualcosa tramite una
dimostrazione, e «precisamente» che la «interpenetrazione dimensionale» era
possibile. «Colpendomi sul capo» loro «hanno dimostrato “Ehi! È fisicamente
possibile!”» Altrimenti, gli umani sono troppo «densi» o troppo preoccupati
per essere raggiunti.
«In un certo senso» Sara si sentiva «compatibile» con la specie di Mengus,
ma la creatura nell’albergo sembrava essere un rappresentante di un’altra
specie con la quale Miguel aveva avuto un legame, forse in una vita
precedente. Dal punto di vista di Sara queste due specie stanno cercando di
legarsi l’una con l’altra come dimostra il suo rapporto con Miguel. Ciascuna
specie, disse, ha il suo «piano vibrazionale» così che entrambe per unirsi
devono «creare un nuovo piano vibrazionale di interazione». Questo processo
poteva essere semplificato da una relazione umana che, in effetti, incrociava
un ponte tra le due razze. Questo avrebbe risolto un infinito numero di cose in
un «bellissimo e unico colpo».
Chiesi a Sara di fornire ulteriori dettagli sull’essere che aveva visto nella
stanza d’albergo. La testa era la parte prominente del suo corpo ed era
«tremolante di luce», aveva l’aspetto «di un rettile» quasi come «un serpente
o comunque serpentiforme». «Delle cose simili a vene rosse» facevano
apparire la testa come un «corpo rivoltato». La creatura non era «cattiva. È
abbastanza carina». Era «una creatura marina, come un mollusco o una
lumaca senza la conchiglia». Sembrava vulnerabile, come se avesse bisogno
«di comprensione» e «cooperazione» da parte di Sara. Per la giovane donna
rendersi conto che la creatura esisteva realmente «espande i confini della mia
accettazione delle cose, della tolleranza… mi apre il cuore a qualcosa di
diverso da me. E questo è un bene. Ho bisogno di saperlo. Ho bisogno di
imparare e di farlo attivamente». Quando Sara guardò dentro gli occhi di
questo essere vide «tanto amore» e sentì un simile sentimento lei stessa.
Percepì anche «una sorta di tristezza» e «una stanchezza» come se l’essere
stesse dicendo: «Dacci una possibilità». «Sono stanchi che la gente si spaventi
davanti a loro… mi sentii male per quel ragazzo», concluse.
Terminammo la regressione a questo punto e la mente di Sara cominciò a

201
dubitare della sua esperienza e a cercare delle vie per «spiegarla (la seduta)…
Poteva essere frutto dell’immaginazione o di qualche allucinazione», disse.
Ma in seguito osservò: «Non era l’immaginazione. Voglio dire che era reale.
Era più reale dell’immaginazione. Ma è come fosse un ologramma… come se
fosse proiettata… non so. Sono stata colpita alla testa poi sono tornata
indietro… Mio Dio, fa male, vero?… Sono tuttavia passata attraverso
qualcosa, ed era reale…». Dopo essere tornata alla realtà ordinaria le due
realtà le sembrarono «più alla pari» o «più uguali».
Lo scopo più importante dell’unione di queste due specie, disse Sara in
seguito, era di creare una «evoluzione personale» per raggiungere una
«comprensione universale», il dolore intenso era servito a penetrare attraverso
la cortina umana del diniego per raggiungerci quando siamo «addormentati».
Il dolore costituisce «l’estrema prova della tangibilità fisica».
Ogni specie porta qualcosa nella fusione. Gli esseri della razza di Mengus
ad esempio, disse Sara, sono più spiritualmente avanzati degli umani, che
hanno bisogno di diventare «un po’ più come Mengus». Le creature della
razza di Mengus cercano una maggiore fisicità, «la capacità di sentire gli
odori», per esempio. In questa unione di specie ognuna mantiene alcune delle
sue caratteristiche fondamentali.
Questo processo di fusione delle specie implica «un amore tremendo,
tremendo, tremendo». L’amore normale degli umani, disse Sara, è più
possessivo e implica la gelosia. L’amore interspecie è più «incondizionato…
penso che sia l’unica ragione per tutti della nostra presenza qui». Poche
settimane dopo Sara scrisse per ringraziarmi per l’aiuto che le avevo dato e
disse che «le cose sembravano calmarsi gradatamente».
Approssimativamente sei settimane dopo la nostra seduta, Sara e io ci
incontrammo per circa un’ora per integrare ulteriormente le aperture che
erano seguite alla sua regressione e per discutere le possibili strade che la sua
vita avrebbe potuto seguire. Dopo alcune discussioni sugli studi relativi agli
UFO, ai rapimenti e ad altre materie correlate, Sara suggerì che gli alieni
erano in grado di assumere forme e tecnologie differenti per «essere più
accessibili a noi». Come molti altri rapiti con i quali ho lavorato, Sara parla di
cambiamenti fisicamente catastrofici che possono colpire la Terra e si
domanda se in qualche modo la preoccupazione di preservare il patrimonio
ecologico e ambientale poteva contribuire a unire l’umanità e aiutarci a
trascendere confini etnici, culturali e di altro tipo.
Sara disse che a volte piangeva perché sentiva la mancanza di «casa» ma
che per lei ciò non aveva niente a che fare «con i miei parenti sulla Terra». La
casa esiste «in una dimensione differente». Era, piuttosto, un più profondo
senso di legame di cui sentiva la mancanza. Parlammo ancora di cosa fosse

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questa «casa» e di cosa significasse per lei. «La casa è un concetto
dimensionale non spaziale» disse. Ma esiste un livello di comunicazione,
tuttavia, tra le due dimensioni. «Puoi chiudere gli occhi ma ci sarà sempre una
comunicazione», disse. «Il suo contenuto è quasi al cento per cento di tipo
emotivo», aggiunse. Era difficile per lei descriverlo con coerenza.
Quando Sara ha accesso a questo o ad altri stati di collegamento, dice di
sentirsi «molto felice». Afferma che «è come se il campo magnetico intorno a
me cambiasse completamente… come se lo spazio stesse fluttuando, come se
potessi vedere una breccia o qualcosa del genere. Mi sento così». Oltre a ciò
sente che questo stato le è in qualche modo familiare e che lo ha sempre
ritenuto reale e che se avesse focalizzato la sua attenzione più spesso, le
sarebbero state possibili molte altre cose.
A dispetto della gioia che prova quando entra in altre dimensioni, Sara
sente che non sarebbe stato «eticamente corretto» per lei «saltare» totalmente
o troppo presto il baratro tra i due piani.
In un modo o nell’altro Sara ha espresso il desiderio di servirsi
«dell’ecologia per aiutare la gente a compiere… una transizione… la gente
deve ridefinire filosoficamente quello che intende per patrimonio
ambientale».
Poi Sara mi parlò di quanto era difficile per gli esseri umani raggiungere
un luogo «dove si affermi la creatività e «l’amore incondizionato». L’ecologia
potrebbe essere usata per scoprire «le cose in comune» e «trasformare la
coscienza… se veramente fai quello che è bene per te, allora fai quello che è
bene per il mondo: le due cose sono sinonimi».
Sara osservò che lei stessa continuava a sperimentare «un bisogno di
amore». Disse anche di come il suo cammino spirituale era il suo modo di
raggiungere un luogo dentro se stessa dove poteva dare «amore» qui
(nell’altra dimensione) e «là» sulla Terra.

Discussione

In uno dei nostri incontri Sara mi chiese se pensavo che le sue convinzioni e
la sua esperienza fossero frutto di qualche psicopatologia. «Magari mi sono
inventata tutto.» Si rassicurò apprendendo che altri rapiti stavano affrontando
con difficoltà i medesimi interrogativi filosofici. In seguito discussi con lei
alcune delle mie convinzioni sul fenomeno dei rapimenti e sulla direzione cui
queste esperienze potevano condurci.
Sara è stata tormentata per tutta l’infanzia da interrogativi filosofici e
spirituali, e, apparentemente, sin dalla più tenera età ha mostrato di possedere
alcuni poteri parapsicologici, come l’abilità o almeno la possibilità di creare

203
l’impressione di riuscire a far lievitare altri bambini. Queste preoccupazioni e
abilità sembrano essere intimamente correlate con gli incontri, intercorsi
nell’arco di tutta la sua esistenza, con esseri alieni. Tali contatti sono iniziati
durante l’infanzia con una figura mentore che chiama Mengus che lei stessa
definisce il suo primo insegnante. Le esperienze di rapimento di Sara,
divertenti e gioiose da bambina, ma via via sempre più serie, sembrano
strettamente collegate con il procedere della sua crescita personale e spirituale
e con la sua determinazione nel trovare una professione che le permetta di
appagare il suo desiderio di servire il pianeta. Ultimamente, tuttavia, Sara si è
convinta che l’aspetto fondamentale del suo rapimento riguardi un luogo che
si trova oltre il piano fisico e che non può essere raggiunto semplicemente con
la tecnologia.
Sembra che gli incontri infantili di Sara fossero una sorta di preparazione
della sua coscienza per il compito che è destinata a portare avanti nel corso
della sua esistenza. Questo incarico sembra legato a una più estesa nozione
dell’ecologia o dell’«ambiente naturale» che conduca a un cambiamento
paradigmatico, dalla coscienza della separazione tra corpo e anima sino a un
reame dove regnano l’unificazione delle dimensioni e l’amore incondizionato.
Sara interpreta la sua evoluzione in questa direzione alla luce degli incontri
con gli ET e dello scambio tra l’universo non fisico, dal quale gli alieni o gli
«esseri luminosi» provengono, e la Terra sulla quale lei è destinata a vivere.
Sara ha cercato ripetutamente nelle nostre sedute di descrivere a parole il
processo con cui gli alieni entrano nel nostro universo fisico e lei, al contrario,
entra nel loro. Una significativa immagine è quella della membrana di
cellophane che viene strappata, creando un’apertura attraverso la quale
diviene possibile una connessione con un’altra dimensione, non fisica. Sara
stessa può accedere a un altro universo che lei, come molti rapiti, considera la
propria «Casa», dove si trovano i suoi veri genitori. Tuttavia trova un
impedimento al passaggio nell’altra dimensione nella continua difficoltà a
superare i suoi desideri egoistici, specialmente il desiderio di essere amata.
Sara, come molti rapiti, comprende che mentre trasforma la sua coscienza e
condivide questo processo con gli altri, contribuisce in maniera sottile al
raggiungimento di un livello superiore. Come lei stessa dice: «Se veramente
fai qualcosa di buono per te stesso, stai facendo del bene al mondo».
Sara, come forse molti altri rapiti, sta partecipando a una sorta di progetto
per la fusione delle specie e alla loro evoluzione. Il proposito di questo
progetto può consistere nel creare nuove forme di vita che siano più evolute
spiritualmente e meno aggressive e tuttavia mantengano l’acutezza di
percezione dei sensi che accompagna l’esistenza umana. Una parte della
nostra lunga seduta di ipnosi ha affrontato i ricordi di Sara riguardanti un

204
incontro con un essere alieno, avvenuto parzialmente nella nostra realtà fisica
e in parte in un’altra dimensione non fisica. L’aspetto più complesso dei vari
tipi di interconnessione interdimensionale tra le specie descritto da Sara
riguarda la differenza di frequenze vibrazionali che ogni essere possiede nelle
diverse dimensioni e la radicale correzione necessaria da parte nostra per
poter accedere a un collegamento con le altre specie. Molte delle sofferenze
che Sara e altri rapiti provano durante le regressioni possono riferirsi alla
risoluzione a livello corporale di queste incongruenze vibrazionali controllate,
a volte per tutta la vita di un individuo, da potenti forze repressive che
possono derivare sia dalla psiche umana che da controlli forse imposti dagli
alieni stessi.
Alcuni dei momenti più significativi nella prima regressione di Sara
riguardano il ricordo di essere stata «colpita» dolorosamente quando ha
scambiato uno specchio nella sua camera di albergo per un corridoio aperto,
un «errore» che può essere stato concepito dagli alieni stessi. Subito dopo
questo impatto doloroso è stata in grado di riconoscere nella sua stanza la
presenza di un rappresentante di un’altra specie, dall’aspetto simile a quello di
un rettile. Forse questo essere aveva legami con il suo amico Miguel allo
stesso modo in cui lei aveva delle affinità con la specie di Mengus. L’intensa
fisicità di questo tipo di esperienza sembra avere lo scopo di spingere Sara e
gli altri esseri umani a riconoscere la realtà delle entità e dei dominii che la
nostra cultura occidentale negli ultimi secoli ci ha insegnato a negare. Questo
shock ontologico e fisico potrebbe essere il passo essenziale per cominciare
un processo di evoluzione della coscienza umana che sembra essere il fulcro
del fenomeno dei rapimenti.

205
X
Paul: costruire un ponte
tra due mondi

Paul aveva ventisei anni quando venne a presentarsi da me nel corso di una
conferenza sugli UFO nel New Hampshire. È un giovane sensibile e fa parte
di quel sempre crescente gruppo di rapiti che hanno scoperto di possedere una
doppia identità come esseri umani e alieni (anche se i rapiti non usano questa
parola). Sin dall’inizio del nostro lavoro insieme Paul si è dichiarato convinto
di avere una missione da compiere: «Proporsi come un esempio» di amore e
apertura mentale per aiutare gli esseri umani a superare le paure che ci
opprimono e ci impediscono di utilizzare i talenti che possediamo. Il
proposito del nostro lavoro insieme è di aiutare Paul a esplorare le profondità
della sua identità così complessa affinché possa assumersi completamente la
responsabilità dei suoi poteri di trasformazione e di guarigione. Dopo il nostro
colloquio iniziale io e Paul affrontammo due sedute di ipnosi e il giovane è
venuto due volte al gruppo di sostegno. Riuniti in un piccolo gruppo, Paul,
Pam Kasey e altri rapiti hanno analizzato i poteri terapeutici derivati dalle
loro comuni energie. Quando ci incontrammo per la prima volta Paul viveva
con i suoi genitori e si occupava della sua attività di pubblicitario. Stava
lavorando per guadagnare abbastanza soldi da potersi permettere di vivere da
solo.
Paul, come molti rapiti che ho conosciuto, venne da me dopo aver
consultato, sino a pochi giorni prima del nostro incontro, una serie di altri
specialisti. Precedentemente aveva consultato la dottoressa T., una psicologa,
per analizzare delle «bizzarre» esperienze che lo avevano indotto a
interrogarsi sulla sua sanità mentale. Tra di esse ne ricordava una, avvenuta
cinque ore dopo aver fumato della marijuana, in cui aveva visto «un qualche
tipo di essere» sulle scale di casa. Voleva anche sapere se queste sue

206
esperienze erano collegate alle difficoltà della crescita. Rimase in cura presso
la dottoressa T., in modo piuttosto irregolare, per circa un anno e mezzo.
Della terapia avevano fatto parte quattro o cinque sedute di ipnosi finalizzate
a recuperare i ricordi di possibili abusi sessuali da parte della nonna paterna,
un fatto che, in realtà, non emerse mai dalle sedute. Ciò che ne risultò invece
furono altri incontri con esseri strani, apparsi sin da quando Paul aveva tre
anni, incontri che si dimostravano particolarmente reali per il ragazzo e
avevano avuto un «dirompente» impatto sulla sua visione del mondo e «su
tutto quello che sapevo».
Con il procedere delle sedute, Paul si rese conto che stava diventando
sempre più «conscio» di «un legame con qualche cosa di alieno» che la
dottoressa T. non riusciva a comprendere. Una volta, durante una delle sedute,
Paul chiese di ricevere un segno che provasse la realtà dell’esistenza degli
esseri, o comunque delle energie associate con essi. Alla richiesta seguì un
terribile scoppio vicino alla porta dello studio. La dottoressa T. si spaventò
ma volle ugualmente scoprire la natura di quel rumore. Paul era curioso di
vedere di cosa si trattava e sentì uno «scricchiolio» elettrico nella stanza, ma
scoprì che non vi era nulla di visibile oltre il battente. La dottoressa T. aveva
gli occhi sbarrati dal terrore, Paul cercò di calmarla. Ebbe la sensazione che,
nel successivo weekend, stesse per accadere «qualcosa» alla dottoressa T. e
cercò di avvertirla. All’inizio della successiva seduta la dottoressa non gli
fornì volontariamente nessuna informazione, il giovane le chiese allora cosa
fosse successo. La dottoressa gli rivelò di essere stata terrorizzata e, secondo
il racconto di Paul, aveva cercato di ignorare ciò che era accaduto salvo per il
fatto che aveva «purificato la casa dalla presenza degli spiriti maligni». Il
ragionamento della dottoressa, disse Paul, era che una cosa «che fosse buona
o intelligente si sarebbe presentata in maniera piacevole».
A dispetto della sensazione di Paul che la dottoressa T. lo stesse
«ostacolando» a causa della paura che le ispirava l’aspetto materiale del
rapimento, numerosi ricordi erano ritornati alla sua memoria nel corso delle
sedute di ipnosi. Il ragazzo descrive, per esempio, come in una precedente
seduta «mi ero aspettato di vedere mia nonna che abusava di me o qualcosa
del genere quando, tutto a un tratto… vedo la nave, esco dal camino della
casa… ci sono tre omini che arrivano… io sono spaventato a morte (nella
nostra prima seduta esaminammo con maggiori dettagli questo episodio che
avvenne quando Paul aveva sei anni e mezzo)».
Nell’ultima seduta con la dottoressa T., prima di por termine al loro
rapporto, Paul ricordò un rapimento avvenuto forse all’età di due o tre anni,
almeno a giudicare dal fatto che si rivide con indosso un pigiama rosso a un
solo pezzo con dei bottoni sulla parte anteriore e che sua madre conferma che

207
lui in quel momento era a letto.
Si era ritrovato «su un tavolo» e «la cosa mi spaventò a morte». Ricordò
poi che l’essere era venuto in camera sua, «mi prese la mano», comunicò con
Paul dicendogli che «dovevo solo essere forte» e lo condusse «attraverso la
porta». Paul ricordava solo dei «flash della nave» e non rammenta come vi
era entrato. Dal tavolo vide che la stanza che lo circondava sembrava
costituita da un’unica lega metallica uniforme e che gli oggetti che vi si
trovavano sembravano inamovibili. Mentre cercava di alzarsi, uno degli esseri
gli aveva premuto due dita sulla testa e lo aveva spinto giù, quasi senza
sforzo. Paul si era temporaneamente calmato.
Chiesi a Paul se aveva potuto vedere l’essere. «Non ancora, lo feci in
seguito», replicò. La creatura indossava una «tuta» intera che «aveva delle
specie di cuciture… Improvvisamente si volse, come un lampo. Si muoveva
davvero in fretta! Lo guardo in faccia, ha l’aspetto di un classico alieno. Con
grandi occhi… mi sembra che siano molto scuri… gli dico: “Okay”(sospirò) e
mi rimisi giù.»
Poi vide altri due esseri che stavano dietro a lui, e pensò: «Cosa sta
succedendo? Perché nessuno mi dice cosa ci faccio qui?». Quindi Paul
abbassò lo sguardo e vide che «l’essere sta cominciando a fare qualcosa sulla
mia gamba» con «le sue lunghe dita». Paul non ricorda di aver visto uno
strumento ma ricorda che sentì la gamba «intorpidita» come se l’essere «mi
stesse iniettando qualcosa».
Paul descrisse quindi il dolore alla gamba come lo aveva ricordato nella
seduta con la dottoressa T. e affermò che «dopo, tutto cominciò a ritornare a
posto e l’essere mi fece alzare» e in seguito «mi portò verso casa». A quel
punto la dottoressa T. aveva detto: «Bene, la seduta è finita». Parlarono della
possibilità di prolungare la seduta, ma la mancanza di altri ricordi e la
sensazione di Paul che la dottoressa T. avesse delle difficoltà a trattare
l’argomento del rapimento lo indussero a por termine alla terapia. Paul fece
un ultimo tentativo di ricorrere all’aiuto della dottoressa T, con una telefonata
pochi giorni prima del nostro incontro. Le espresse le sue difficoltà
nell’affrontare dei ricordi che stavano affiorando («metterli tutti insieme»),
ma, visto che lei stessa non sapeva come comportarsi nei casi di rapimenti
alieni, l’unico consiglio che riuscì a dargli fu: «Chiama quando hai bisogno».
La decisione di Paul di non proseguire più a lungo questa terapia,
dimostratasi ampiamente improduttiva, non era determinata solo dal fatto che
ci sono poche persone qualificate per affrontare l’argomento dei rapimenti a
opera di alieni. Aveva anche a che fare con la sensazione di isolamento e
inadeguatezza che lo aveva accompagnato per tutta la sua esistenza e con la
tendenza, comune a molti figli di alcolizzati (entrambi i genitori avevano

208
problemi di alcolismo), a proteggere gli adulti dai loro stessi disagi. La sua
decisione di smettere di vedere la dottoressa T. era, in effetti, anche la
decisione di fermarsi per proteggerla dal disagio che questo caso le stava
creando.
Al termine della nostra prima seduta Paul accennò di provare la sensazione
di «essere estraneo» («per tutta la vita ho detto a mia madre che ero stato
adottato, che non ero di qui») e mi parlò della sua difficoltà perché «la gente
come me deve correggersi e adattarsi a quello che accade qui se vogliamo
sopravvivere». Collegava questa sensazione con il clima negativo ed
emotivamente ostile che incontrava nella vita di tutti i giorni ed espresse il
desiderio di «insegnare agli altri un atteggiamento positivo» e diventare «un
esempio di quello che ognuno dovrebbe fare» per comunicare liberamente,
Paul aveva sospettato per anni che il marito di sua madre non fosse il suo
padre biologico. Secondo Paul, suo «padre» era sterile e sua madre aveva
avuto una lunga relazione extraconiugale con un altro uomo che la donna
aveva sperato di sposare, ma che era rimasto con sua moglie quando questa si
era ammalata di leucemia. Aveva insistito molte volte con sua madre finché
questa non aveva ceduto confermando i suoi sospetti; ciò era avvenuto circa
un anno prima del nostro incontro. La scoperta che «mio padre non è il mio
vero padre» andò, naturalmente, a confermare la sensazione di non «essere di
questo posto». Il padre di Paul (il marito di sua madre) aveva dei problemi a
controllare i propri impulsi. Ciò poteva essere spiegato con il fatto che «sua»
madre, secondo quanto aveva rivelato la madre di Paul, era stata solita
«togliere loro (a suo padre e a suo fratello) i vestiti e fare delle cose brutte».
Si era anche «mostrato» ad alcune persone e «aveva fatto delle avances a mia
sorella (che aveva tre anni meno di Paul) anche se non si era mai spinto oltre.
Non aveva mai veramente abusato di mia sorella».
La madre di Paul sembra, secondo il suo racconto, una persona timorosa.
Paul aveva l’impressione che fosse intimidita dalla sua intensa curiosità e
dalla sua intelligenza. «Ha cercato di ostacolarmi», disse e gli aveva anche
suscitato dei dubbi sulle sue facoltà mentali. Naturalmente questo disagio fu
accentuato dai rapimenti alieni.
Il giorno dopo che aveva visto l’essere sulle scale di casa (come descritto
in precedenza), Paul aveva raccontato a sua madre l’esperienza. Lei aveva
ammesso che, in cima alle scale, aveva «avuto la sensazione di una
incredibile paura che mi aveva paralizzata».
«Stava scendendo dalle scale e si era fermata di colpo.» Per Paul questa era
«una conferma che c’era stato veramente qualcosa in quel punto preciso». Ma
sua madre negò di aver visto alcunché.
La donna, quando Paul glielo chiese, ammise di aver trascorso un periodo

209
di circa due ore nel quale non ricordava cosa fosse successo; tuttavia non ci
aveva fatto molto caso.
Quando ci incontrammo per la prima seduta di ipnosi, cominciammo a
riesaminare il suo severo programma di meditazione e le tensioni che stava
provando. Paul mi fece presente il desiderio di sviluppare le sue potenzialità
psichiche e lo stato di alterazione e ampliamenti della coscienza che acquisiva
durante le meditazioni. Espresse il desiderio di «saperne di più sul mio
passato», specialmente di scoprire «chi erano quelle persone» che aveva
incontrato all’età di sei anni e mezzo.
Prima di parlare ancora di quel periodo, Paul mi raccontò di uno
spaventoso incidente avvenuto a tarda notte o nelle prime ore del giorno circa
un mese prima. Era appena emerso da un sogno quando aveva udito una forte
esplosione come se qualcosa «potesse uscire dal deposito della spazzatura».
Si affacciò alla finestra per controllare e, non avendo visto nulla, tornò a
dormire. In un momento, durante il quale passò dalla veglia al sonno, si rese
conto che «c’era qualcosa nella camera». Ma quando «sentii qualcosa sopra di
me» scoprì di non potersi muovere e fu terrorizzato. Voleva aprire gli occhi
ma non vi riuscì. «Mi addormentai ancora» (un paradosso comune di fronte al
terrore provocato da un rapimento), poi quando si trattò di svegliarsi riuscì «a
farcela» e a guardarsi attorno, ma non «c’era nulla». Sebbene completamente
sveglio, Paul scoprì che «ero soffocato dal mio stesso respiro perché non
potevo parlare»; fu ancora incapace di muoversi per alcuni attimi. Nonostante
non avesse visto degli esseri durante l’incidente, nondimeno Paul si sentì
invaso da «qualcosa (che) certamente aveva eseguito qualche operazione».
Benché fossimo tentati di analizzare questo incidente in maniera più
approfondita, tornammo all’episodio avvenuto all’età di sei anni e mezzo,
nell’autunno del 1972. Come faccio abitualmente, riesaminai assieme a Paul,
che fornì dettagli di prima mano, il contesto nel quale era avvenuto l’incidente
in modo da avere già un orientamento durante l’analisi dell’evento sotto
ipnosi e non essere costretto a impedire le sue associazioni mentali con
domande che avrebbero potuto distrarlo. Molte di queste informazioni erano
emerse negli incontri di Paul con la dottoressa T. Rivedemmo la disposizione
della casa, dove si trovava la sua camera, e come sua madre lo aveva
rimboccato per la notte. Paul non ricorda di essersi addormentato ma ricorda
di essersi trovato a guardare lo studio, di essersi alzato e di aver attraversato le
porte a vetri scorrevoli che separavano la sua camera dal porticato posteriore.
Una voce conosciuta gli aveva intimato, per via telepatica, di uscire per
«incontrare qualcuno».
Mentre descriveva il suo comportamento di quella notte, Paul parlava
come un adulto che osserva un bambino. «I suoi occhi… non posso sapere

210
come si sente», disse Paul, «ma capisco cosa prova». Il bambino uscì nel
porticato, alzò lo sguardo e vide «un lampo» di una «nave» che sembrò
passare proprio sopra la casa.
«Lui (il bambino) stava decidendo dove noi (parlava di “noi” per intendere
il bambino Paul e l’adulto Paul quando erano insieme) stavamo andando. Così
scendemmo dalle scale (nel porticato), ci avvicinammo al camino (una
struttura che si trovava nel retro della casa) e ci sedemmo.» Il bambino entrò
nel camino come se «fossimo in attesa che qualcuno arrivasse».
«Io (Paul aveva cominciato a parlare come se si trovasse nel corpo del
bambino) non avevo veramente idea di cosa stesse per succedere ed ero
terrorizzato quando cominciai a rendermi conto che c’era qualcuno.» Paul
(questa volta da adulto) osservò che «doveva esserci una luce perché dentro il
camino riuscii a vedere i mattoni, mattoni sporchi di carbone… devo andare
con lui (Paul bambino) perché io – noi – siamo legati in qualche modo… così
andiamo fuori ed è allora che vediamo due gruppi che escono da entrambi i
lati della casa». Gli esseri erano piccoli, alti come un bambino di sei anni, ma
uno di essi appariva in qualche modo più alto. C’erano quattro o cinque esseri
in ognuno dei due gruppi. Essi «non erano umani» disse Paul, ma nondimeno
quando «cominciarono ad arrivare» il bambino si sentì più a suo agio e fu
«eccitato» dal fatto di essere in loro compagnia. Cominciarono a toccare e ad
abbracciare il bambino, che provò «una grande calma» e si sentì «a suo agio
come a casa propria», la stessa sensazione che Paul adulto avvertiva in quel
momento durante la seduta.
Gli appunti di Pam Kasey descrivono i movimenti di Paul nel corso della
seduta. I suoi gesti riflettono l’intensità della sua esperienza. «Paul ha avuto
molte reazioni fisiche mentre otteneva queste informazioni, dapprima una
involontaria tensione come se opponesse resistenza a ogni nuova emozione,
poi frequenti risate nervose, profondi respiri, una sorta di convulsioni e quindi
si rilassava sino al successivo frammento di ricordo».
All’inizio della regressione riportai Paul a quella notte e lo incoraggiai a
«essere» il bambino di sei anni e mezzo piuttosto che l’adulto che lo
osservava. «Mi blocco», mi disse, «penso che sia la paura… aumenta sempre
di più se cerco di entrare in lui.» Mentre incoraggiavo Paul a confrontarsi con
la sua paura il ragazzo cominciò ad avvertire un senso di intorpidimento al
viso, che si estese all’addome, al tronco, alle braccia e alle mani. Mentre la
sua paura aumentava vide «un grande occhio di fronte a me… mani sopra di
me» ed ebbe la sensazione di «tremare… Ce ne sono degli altri», disse e «non
vogliono che io provi nessuna sensazione». Poi avvertendo l’impressione di
essere nudo e adagiato in una stanza con il soffitto a cupola vide «degli
sgabelli e un bancone». Il suo corpo era completamente intorpidito adesso e

211
Paul disse: «Sono in grado di guardare da una finestra… c’è lo spazio… vedo
solo le stelle, vedo un mucchio di stelle… Sembra che si muovano».
Una volta ancora Paul aveva difficoltà a trovare un collegamento tra le sue
osservazioni da adulto e quelle del bambino – «tutto mi impedisce di
uniformarle» – ma fu in grado di dire: «Posso essere io». Avvertì dei «piatti,
simili a griglie, premuti sul mio stomaco». Alla mia domanda descrisse gli
alieni. Non avevano capelli e gli occhi erano larghi e neri senza iridi. Il naso
era «piatto, come quello di una scimmia» e la bocca sembrava avere «delle
scaglie intorno alle labbra». L’essere lo lasciò alzare e lo condusse oltre una
porta. «Vado fuori. Stiamo guardando i sistemi di controllo della nave. È una
nave. È una nave spaziale. Una nave spaziale!»
L’essere sembrò a Paul «un amico», gli mostrò i controlli e gli disse: «Sei
come me, sulla nave». Sulle prime Paul non comprese, ma l’essere gli spiegò
in seguito che «tu vieni da qui».
Mentre altri umanoidi li osservavano, l’essere condusse Paul sino a «una
struttura simile a uno scolapasta, un poco più in basso, su un lato» della nave.
Disse a Paul: «Questo è il luogo dove ci riuniamo». La figura continuò ad
accompagnare Paul nella sua visita e gli mostrò un letto simile a un letto
umano con le lenzuola ma che «fluttuava». Disse a Paul: «Queste sono le
nostre camere. Tu starai qui. Stai qui quando facciamo questi viaggi». Infatti,
le «camere» erano familiari a Paul che stimò di esserci stato per «circa
settanta volte».
A quel punto chiesi a Paul delle spiegazioni riguardo alle circostanze
temporali e alla frequenza di così tanti viaggi. Lui rispose: «Sta dicendo che
sono tutti collegati e che sono la stessa».
«Cosa significa “la stessa”?» chiesi.
«La vita. Sono tutte la stessa vita… sono vicine. Vicino alla mia vita.
Vicino ad ora… Sono stato sulla nave prima di adesso (cioè prima di venire
sulla Terra).» Paul aveva la sensazione di infrangere una barriera informativa
e avvertiva intensamente quando il suo corpo si tendeva e si rilassava come
descritto negli appunti di Pam.
A quel punto l’essere convenne con Paul che «mi avrebbe detto tutto
quello che volevo sapere». La nostra seduta si trasformò allora in
un’esplorazione della doppia identità di Paul, della natura umana vista dalla
prospettiva aliena e delle relazioni umane e aliene nel corso del tempo. Paul
stesso era «una specie di spia» mandato sulla Terra con uno scopo. «Lui
(l’alieno) dice che il mio spirito appartiene alla nave, non alla Terra. Dice che
ciò che mi ha generato si trova qui sulla nave e che i semi dell’essere umano
che ho dentro di me rappresentano il modo in cui loro mi hanno integrato con
questo mondo.»

212
«La casa» disse Paul, è «su quel pianeta. Sono molto pacifici, molto
pacifici. Non sono come quelli di qui. Sono stati uccisi in questa Terra, tempo
fa.» Chiesi a Paul dove si trovasse il pianeta degli alieni. «Giusto, giusto.
Immagino che tu non lo sappia. Neanche io penso di saperlo. Giusto. Giusto,
giusto. Posso capirlo. È rosso ed è… è anche blu. È diverso. Ruota come
Giove.» Il pianeta si trova «in questo universo» ma «molto più in là di quanto
siamo riusciti a esplorare».
Gli chiesi come facevano gli esseri a viaggiare da un posto all’altro. «È
come fare un salto» disse. «Energia, come se si richiudesse su se stessa e poi
ti trovi da qualche altra parte… tutte le cose si richiudono, si invertono… puoi
muovere una cosa alla volta, o puoi muovere un gran numero di persone…
Credono che nessuno sappia come succede. Non pensano che la gente lo
sappia ancora.» Gli chiesi perché e mi rispose dal punto di vista alieno.
«Siamo stati feriti qui, una voltala tua gente ci ha fatto del male. È la vostra
natura essere violenti» e parlò del desiderio degli uomini «di controllare
tutto» e di isolarsi dagli altri esseri, inclusi gli alieni.
La gente come lui, continuò Paul, è qui «per integrarsi, ed è un processo
lento… perché se cercassimo di cambiarvi, la tua gente non collaborerebbe.
Non ha funzionato prima».
«Prima quando?» chiesi.
Ignorando la mia domanda, Paul continuò: «La tua gente è già stata troppo
violenta un’altra volta… siete troppo ostili. Siete troppo ancorati alla vostra
natura e dovete aggrapparvi ad essa».
Cercai di riportare Paul a quello che era accaduto sulla nave, ma lui
vanificò il mio sforzo e persistette nel suo sforzo per comprendere «le
informazioni che sono racchiuse dentro di me… sono più di quello che posso
comprendere». Mi resi conto di non avere altra scelta se non lasciarlo
continuare. Parlò ancora dei problemi che gli alieni avevano avuto durante i
loro incontri con gli esseri umani. «Ci sono molti di noi (cioè esseri con una
doppia identità) qui», disse. Parlò di quanto fosse difficile «per la vostra
specie» aprirsi sinceramente a un’altra. Come essere umano, ma
identificandosi anche come alieno, aveva grandi «problemi qui». Stava
cercando di comunicare con gli esseri umani ma si sentiva minacciato.
Poi Paul parlò ancora in termini profetici della cocciutaggine umana, del
rifiuto di accettare quello che gli alieni avevano fatto e di ricevere aiuto da
essi. «Ecco perché gente come noi, quando viene qui, viene fatta prigioniera
da questa realtà e diventa malata come voi.» Gli alieni magari presentano
caratteristiche «fisiche sul vostro piano» ma possono anche rimanere
«collegati ad altri piani diversi dal vostro». Ciò permette agli alieni di
«accettare gli altri» e di «comunicare e integrarsi con qualcosa che appartiene

213
al vostro stesso piano, e lasciare in pace quel che si trova su un piano diverso
dell’esistenza. Voi non riuscite neppure ad accettare la vita che vi circonda».
Segregazione, isolamento e paura caratterizzano l’atteggiamento umano verso
la vita, disse Paul.
Paul spiegò quanto fosse difficile per lui esistere sui due piani, umano e
alieno. Mentre cercava di rispondere alle mie domande si sentiva
«sballottato» e aveva l’impressione di «saltare» dall’identità umana a quella
aliena, un processo che trovava difficile. Il flusso dei suoi pensieri sembrava
seguire una direzione propria, quasi indipendente dalle mie domande. «Qual è
lo scopo di controllare qualcosa che non riuscite neppure a capire? Cosa state
controllando?… Non capisco… non state controllando nulla», continuò. «Se
osservaste la frequenza e l’energia, e il modo in cui è composta la struttura
stessa delle cose che vi circondano e cominciaste ad approfondire e a
comprendere l’evoluzione, il modo in cui funziona la struttura molecolare
stessa… ne avreste per eoni ed eoni! È più complesso di quanto potete
immaginare, e si è cercato di farvelo capire, ma voi non volete!»
«Chi ha cercato di farcelo capire?», gli chiesi.
«Coscienza», replicò. «Forme di coscienza superiore… Non capite cosa sia
l’infinito ma è là!» Gli alieni, disse Paul, avevano accesso a una forma di
coscienza superiore che «ti attraversa come un flusso» ed è un’intelligenza
che esiste e si muove dovunque.
«Da persona a persona, da nazione a nazione, da mondo a mondo?» gli
chiesi.
«Da universo a universo», disse. «C’è coscienza a ogni singolo livello. È
un processo infinito.»
Analizzai ulteriormente con Paul le informazioni che aveva ricevuto
durante questi rapimenti riguardo alla coscienza superiore. «Comincia come
un’energia che non puoi percepire» disse, ma in seguito si evolve e inizia «a
diventare intelligente». Può «adattarsi a diverse dimensioni… inglobando le
forme proprio come una cellula ingloba un’altra cellula e assume una nuova
forma. L’energia riflette un’altra forma, la ingloba e interagisce con essa.
Crea. Questa creazione è azione, e diventa sempre più intelligente. Cresce. Ha
sempre più possibilità, più scelte.
Curiosamente, Paul rilevò che l’intelligenza aliena non riusciva a
comprendere perché gli esseri umani sono così distruttivi e resistenti al
cambiamento, e gli chiesi se i procedimenti mentali di intrusione che gli alieni
operano sui nostri corpi hanno lo scopo di scoprirlo. «Quello è un aspetto»
disse, e ammise che la «manipolazione» e la ricerca hanno lo scopo di
comprendere, aiutare e «adattare» ma, aggiunse senza ulteriori spiegazioni,
«sono stati fatti degli errori». In ultima analisi «noi (Paul e gli alieni) non

214
capiamo perché siete così duri e non avete compreso».
L’intervento e il cambiamento sono possibili anche senza la comprensione,
disse Paul. «Possiamo girarci attorno», ma «dovete accettare i cambiamenti in
atto. I mutamenti stanno diventando sempre più rapidi, e si rivela sempre più
difficile per voi cambiare… le intelligenze sono presenti ora… e cominciano
ad apparire a vari livelli.» Noi siamo già cambiati un poco, ammise, ma la
nostra «natura umana» resisterebbe ad altri cambiamenti. Espressi la mia
impazienza e gli chiesi come io e Pam avremmo potuto partecipare alla
realizzazione di questo cambiamento. Disse che era duro per lui essere «una
specie di spia» alla quale sono stati mostrati «differenti livelli… c’è un sacco
di roba intorno a voi che vi impedisce di bussare a quella porta che vi blocca
la strada. È già successo prima. È già successo molte volte. A dispetto della
grande distanza percorsa dagli esseri umani, essi si sono sempre più isolati.
A questo punto della seduta Paul sembrò assalito da una grande tristezza
mentre si lamentava di quanto «fuori equilibrio» e «perduti» fossero gli esseri
umani. Con un tono nostalgico egli parlò di quanto si sentisse a suo agio là
sulla nave… «Voglio andare a casa», disse, e aggiunse: «È sulla nave. È la
casa. La mia casa è là (molti rapiti dicono la stessa cosa)». Gli ricordai la sua
incredulità quando aveva visto per la prima volta la sua «camera». E mi disse:
«Non è difficile da accettare per la vera parte di me stesso. Io lo so. È difficile
da accettare per la parte di me che è Paul».
Il pianeta di cui aveva parlato prima era la sua vera casa dalla quale era
venuto e le «stanze» erano quelle «dove stavo durante il viaggio, quando
stavamo esplorando». Paul si rese conto che gli era stato mostrato «un grande
intervallo di tempo», come aveva capito anche in precedenza, che
comprendeva pure delle esistenze passate.
Lottando con la sua incredulità riguardo a quello che provava, espressa
attraverso risate nervose, movimenti rigidi del corpo, e commenti mormorati
tra sé, Paul raccontò come «siamo venuti dal pianeta» migliaia di anni fa.
«Abbiamo contattato qui le primitive forme di vita… mi hanno fatto vedere i
dinosauri… Molto tempo fa. Rettili… Oh, mio Dio. La forma in cui siamo
venuti riusciva a mettersi in contatto con loro.»
«Era una forma rettile?», chiesi.
«Già. Quella forma era… era più furba di quanto lo siano gli umani», disse
ridendo. Gli chiesi come gli avessero trasmesso queste informazioni sulla
nave. «Non lo so» replicò. «In un certo senso è come un ricordo. È difficile. È
difficile, per ora so che posso stabilire ancora un contatto.»
«Con chi?», chiesi.
«Contatto con i miei fratelli su quel pianeta. Nello spazio. In quella nave.»
Gli suggerii io di chiamare gli alieni «fratelli» perché per Paul essi erano in

215
realtà «la mia gente» e «i miei fratelli».
A quel punto le immagini arrivarono alla mente di Paul più velocemente di
quanto lui potesse sopportare; lo incoraggiai a riprendere il controllo di sé e a
procedere con calma. «La forma di rettile era molto intelligente, una forma di
energia che si espanse e lo fece molto bene.» Gli chiesi che cosa era accaduto
in seguito. «Si sono evoluti… hanno permesso nuove forme di vita», mi
rispose.
Poi Paul sentì delle ondate di energia che gli attraversavano il corpo,
spingendo sull’addome e provocandogli alle mani una sensazione simile alla
puntura di «uno spillo». Disse che si sentiva «a mio agio» e «in un certo
modo integrato», i ricordi che stava recuperando, notò, non erano
«sconosciuti» ed erano «molto chiari». Stavamo avvicinandoci al termine
della seduta e chiesi a Paul come potevano rivelarsi utili a noi esseri umani,
che lottavamo per comprendere le nostre tendenze violente, i ricordi che
aveva recuperato quel giorno. La sua prima risposta fu che quello che aveva
ricordato quel giorno lo aiutava a «capire meglio chi sono… Io sono un
incrocio – è difficile da capire per me – tra quello che ho saputo di me e i
fratelli che erano con me, quelli che gli uomini chiamano alieni». Non
riusciva quasi a pronunciare la parola ma gli venne in mente che quelle
creature erano i «TA». La gente TA si era evoluta da lungo tempo ma in
maniera differente dagli umani, disse Paul. Non si erano aspettati di avere
così tanti problemi quando avevano deciso di integrarsi con noi. Gli chiesi
perché avessero deciso di integrarsi con noi. «Perché è così che funziona la
creazione», disse, ma «gli umani non sono pronti a una cosa del genere
mentre noi sì… noi vogliamo imparare.»
Chiesi a Paul perché l’evolversi delle relazioni umane e aliene si stesse
manifestando di frequente ai giorni nostri. Affermò che l’evoluzione umana
ha raggiunto un livello nel quale siamo più propensi ad accettare la
connessione; mentre parlavamo di questi argomenti Paul avvertì come una
intensa e calda energia attraversargli il corpo concentrandosi nelle mani.
Domandai che cosa ci avrebbe «spinto» a oltrepassare la barriera della nostra
conoscenza. «Accettare tutto» disse. C’era «così tanto» da accettare. Per la
sua personale crescita ciò significava accettare la sua identità TA, «quello che
sono». Mi spiegò ancora quanto fosse difficile «stare in mezzo».
«Sto in mezzo e sono di più che un TA. Sono più che un essere umano»,
disse. «È difficile.»
Sembrava che un’ulteriore apertura alla sua complessa identità e alle
responsabilità ad essa conseguenti imponesse a Paul dolori fisici sempre
maggiori.
Mentre Paul usciva dalla regressione disse che si sentiva «molto meglio» e

216
fortemente «in possesso del controllo di me». Parlammo della responsabilità
della sua doppia identità e dell’energia associata alle informazioni che stava
ricevendo. Forse il guscio che avevamo costruito, persino la nostra
distruttività, non erano così formidabili, suggerì. Orgoglio, paura, «questa
faccenda dell’ego» erano «strade senza uscita come un cancro» che «blocca
tutto». «L’unificazione» delle parti aliena e umana può creare un nuovo
equilibrio, un gradino ulteriore dell’evoluzione, una sorta di mutazione
cosmica, «l’equilibrio tra la creazione e la distruzione».
Mentre rivedevamo le fasi della seduta, Paul osservò con stupore come
fossero state immagazzinate nella sua memoria delle informazioni riguardanti
«antichi ricordi», per esempio dell’intelligenza dei rettili, e delle prospettive
virtualmente illimitate che esse potevano fornire. Ma gli esseri umani avevano
perduto «l’incredibile potenziale di intelligenza» di quella banca dati. Per
esempio la gente vede i dinosauri e pensa: «Oh, i dinosauri avevano un
cervello piccolo e un corpo enorme. Mangiavano, dormivano, si agitavano.
Ecco quello che facevano. Sono stati uccisi da una meteorite perché non
sapevano come difendersi. È così che la pensa la gente: “Sarebbero stati
uguali a noi se fossero stati così intelligenti”».
La nostra seconda seduta di ipnosi si svolse sei settimane dopo.
Prima della regressione Paul espresse il desiderio di scoprire ulteriormente
gli ostacoli interiori alla sua trasformazione personale e al compimento della
sua missione. Più specificatamente sentiva che per tutta la vita era stato
influenzato da sistemi non funzionali, tra i quali la sua famiglia che aveva
risposto alle sue necessità di amore con «abusi» e «manipolazioni per
costringerlo a uniformarsi», proseguendo con sistemi sociali e politici che
avevano ristretto la sua capacità di amare. Il suo sogno era di abbattere le
barriere della paura tra le persone e creare «una rete di linee di
comunicazione» per la costruzione di nuove strutture basate sull’amore e la
capacità di guarire. Ma aveva paura delle pressioni dirette contro chiunque
cerchi di sfidare questi limiti, «un incredibile attacco da parte di tutta la
società perché stai cercando di allargare i confini del mondo». Espresse
preoccupazione per quanto sarebbe accaduto a me. «Si spaventeranno tutti a
morte per quello che lei sta facendo e tralasciamo il fatto che sembra che stia
avendo successo.»
Paul parlò del suo desiderio di potersi fidare del clima emotivo della mia
casa, prima di «aprirsi» ulteriormente e commentò il disagio che aveva notato
in mia moglie in una breve conversazione a proposito dei rapimenti prima
della seduta. Era evidente che Paul aveva cominciato a porsi degli
interrogativi sulla fiducia che poteva accordarmi e che io ero visto come un
rappresentante di quel sistema medico che precedentemente lo aveva deluso e

217
che lo preoccupava. Mentre lasciavamo emergere queste preoccupazioni,
cercando di separare quelle che avevano una base reale dalle distorsioni, Paul
riuscì a fidarsi di me in modo da poter procedere con la seduta. Ammise che
era naturale per lui mettere alla prova la mia affidabilità, e disse che «il
processo cui mi sottoponeva» non era da considerarsi «ostile» o «una prova
violenta. In questo modo la verità si sarebbe persa di certo… Lo so che essa
sta emergendo da uno spazio profondo», disse, «e mi sento al sicuro mentre le
dico quello che sta succedendo, quello che avviene».
Prima di iniziare la regressione Paul parlò anche dell’intensa battaglia che
stava avendo luogo mentre si confrontava con le sue paure e quelle degli altri
riguardo al fenomeno dei rapimenti. Pam Kasey lo aveva presentato a diversi
altri rapiti con difficoltà simili; ma, sebbene ciò si fosse rivelato utile, la sua
sensazione che «tutti cerchino di gettar fuori le loro esperienze» gli aveva
lasciato l’idea di «annegare». Affrontando la regressione volle «proseguire»
attraverso «l’incredibile dolore» che sentiva «nel cuore, nel petto».
Riferendosi al tragitto compiuto in auto per arrivare quel pomeriggio sino a
casa mia disse: «Ho pianto per tutto il percorso. Sentivo ogni cosa. Tutto il
dolore del mondo… quando ho parcheggiato qui di fronte le lacrime mi
scendevano ancora sul viso… Ho dei problemi a piangere di fronte agli altri»,
disse. La mia ultima domanda riguardava l’argomento che voleva esplorare.
Voleva aver «accesso» a quel dolore «capire con sicurezza di cosa si
trattava». «Adesso sta uscendo dal mio petto e mi sento solo. Più di quanto
non mi sia mai sentito prima.»
La prima immagine evocata sotto ipnosi da Paul venne da un rapimento
accaduto di recente. Una figura incappucciata su una nave prendeva la sua
mano e camminava con lui lungo un corridoio sino a una camera oscura.
Nella stanza c’era accesa una luce. Paul fu legato a una sedia. La figura aveva
un lungo puntale e mostrò uno schermo dove sfilarono le immagini di Paul
che veniva colpito da qualcuno della sua famiglia. Poi «mi sta mostrando il
mondo» e «tutta questa gente sta morendo. Sta dicendomi che devo fare
qualcosa per impedirlo».
La scena cambiò e Paul tornò all’epoca in cui era un ragazzo. Aveva circa
dodici anni e si trovava nella cantina di casa sua quando l’episodio ebbe
inizio. «Sto combattendo, sto combattendo da solo. La cosa che sta
combattendo contro di me sa che sono qui ma in un certo modo sono protetto,
credo. Perché non può semplicemente venire a uccidermi e basta. Penso che
voglia uccidermi, però, credo che sia convinta che gli basti allungare una
mano, ma che ci sia una specie di barriera che glielo impedisce. Non può
farcela e così deve usare un altro metodo. Sta provandoci. Sta cercando di
farmi a pezzi… Abbiamo già combattuto questa battaglia prima di adesso.»

218
La battaglia sembrava per Paul avere proporzioni mitiche, come se «stessi
combattendo contro la distruzione che vuole fermare la creazione (alcuni
chiamano questo fenomeno Satana)», disse. «Sto urlando», proseguì, «ma non
penso che ci sia nessuno intorno.»
Nel buio ebbe la percezione di una creatura non umana che lo guardava,
per usare le sue parole «in maniera simbolica» e che voleva «distruggerlo».
Ma era protetto dal pericolo di «perdersi» da una «forza creativa» che lo
sorreggeva. Ancora una volta sentì che tutto il suo corpo si intorpidiva mentre
provava una sensazione di impotenza. Ma la creatura non poteva ucciderlo
perché «io so troppe cose su chi sono e da dove viene la mia forza. Non può
spezzarmi». La morte sarebbe derivata «dall’isolamento» ma Paul era «unito
attraverso dei cavi sulla schiena» che la creatura stava cercando di
«spezzare». Riconoscendo che stava parlando simbolicamente, Paul disse che
quei cavi stavano «unendo le parti di me stesso» e furono tagliati dalla
creatura. Provando una grande sofferenza nel corpo in seguito a questo, Paul
affermò: «È così doloroso. È così doloroso essere qui. Fa male».
Paul si ritrovò di notte sdraiato sul letto e comprese che c’erano «delle
cose che si spostavano intorno a me». Non riusciva a muoversi e vide «una
cosa nell’armadio» con «una faccia orribile», come «un personaggio
dell’Esorcista», che lo spaventò intensamente. La figura sembrò accendere
una luce, poi si ritrasse nell’oscurità dell’armadio. Paul volle «seguirlo da
solo». Ora, circondato dalle tenebre, riusciva ancora a vedere la figura
«addossata in un angolo. Posso sentirla respirare, in un certo modo è
pericolosa, ma penso che sia stata ferita malamente». Tentò di stendere la
mano verso la creatura, ma a questo punto avvenne un cambiamento di
coscienza e Paul tornò un’altra volta nella sua camera.
La creatura cercò di comunicare con Paul e di toccarlo, cosa che «mi
spaventa… Mi sta parlando di me stesso. Sta cercando di dirmi qualcosa di
me stesso». Ancora una volta il corpo di Paul si intorpidì e lui si trovò nei
boschi a parlare con la creatura. La figura sembrava essere diventata più
piccola e «un po’ simile a me. Ha occhi, naso, almeno in un certo senso»
salvo che «è più piatto… non è molto grosso» e le orecchie erano «solo dei
buchi nella testa… già, ha un aspetto strano». La testa era grande in
proporzione «al corpo piccolo piccolo». La figura afferrò Paul con una mano
che aveva due o tre dita e un pollice e «vuole solo parlarmi. Non capisce
perché ho paura!».
«Perché hai paura?» chiesi.
«Io… ho paura. Mi sembra veramente strano… È diverso da me.» L’essere
«comincia a toccarmi» e Paul non riuscì a capire perché. «Vuole che capisca
cosa ha da dirmi. Vuole che capisca come devo essere. Sta cercando di

219
aiutarmi ad essere me stesso.»
Paul ora è convinto di aver avuto circa nove anni quando avvenne questa
esperienza. Sempre tra gli alberi vide una nave dietro la creatura. L’essere
spinse con le mani Paul verso la nave. Dentro di essa, sulle prime, era tutto
buio. Si trovava in posizione seduta e diversi esseri perquisirono Paul come se
«fossero confusi da qualcosa». Sebbene sentisse di aver dato il permesso agli
esseri di toccarlo, oppose resistenza alla comunicazione, un atteggiamento che
essi non compresero.
Gli esseri volevano che Paul si stendesse su un tavolo e lui acconsentì. Non
aveva vestiti addosso, non poteva muoversi, e sentiva freddo. «Non capisco»,
disse Paul sentendosi spaventato e confuso. «Mi stanno tagliando per
aprirmi.» Usando un oggetto che sembrava una sorta di luce gli esseri
praticarono un taglio di diversi centimetri sulla sua gamba destra sopra il
ginocchio. La carne «aperta» mostrò muscoli, legamenti e ossa ma sanguinò
poco. L’operazione non gli fece male ma la vista della gamba aperta lo
spaventò a morte.
Abbandonato alla sua paura, Paul scoprì di avere difficoltà a respirare,
cosa che manifestò nella nostra seduta. Sentì che gli esseri cercavano di capire
invano perché fosse così spaventato. Gli esseri spiegarono a Paul che c’era
«una relazione tra noi» e che «io venivo da loro». A questo punto della seduta
Paul ebbe la sensazione di una frattura della sua coscienza. Nella sua identità
aliena comprese che stavano cercando di aiutarlo ma come essere umano «ho
dei problemi a capire chi sono» e a «spiegarlo agli altri». L’operazione alla
gamba e «un sacco» di altre cose durante quel periodo furono compiute dagli
esseri per fare «cambiare le cose dentro di me» così che potesse diventare
«una specie di ponte» in grado di «presentarli» a me e agli altri umani. Aveva
paura che i suoi «nuovi amici» si facessero «male» perché «tutti hanno troppa
paura di loro».
Gli alieni, disse Paul, gli avevano insegnato molte cose, tra le quali «il
modo in cui penso» e «come l’energia lavora dentro di me». Gli chiesi di
spiegarsi. «È una cosa molto potente… Il tuo pensiero ha una grande
influenza per stabilire il punto in cui deve andare l’energia e loro mi
insegnano ad acquisire la capacità di dirigere l’energia. Mi mostrano come
usarla, mi insegnano come individuarla nel mio corpo. Mi insegnano come
percepirla nelle altre persone e negli altri corpi. Mi mostrano la loro
tecnologia.»
«Ad esempio?» chiesi.
«Il modo in cui si curano quando si tagliano o si fanno male», disse Paul.
Infatti Paul (come molti rapiti) ha sempre avuto delle capacità guaritrici e
queste sembrano aumentate da quando ha cominciato a ricordare i suoi

220
incontri con gli alieni. La caratteristica più inusuale è la sua capacità di
trasmettere queste abilità agli altri nella maniera più semplice. Pam Kasey lo
ha visto usare delle metafore del linguaggio comune per insegnare alla gente
ad acquisire maggior consapevolezza di una parte o di un’altra del proprio
corpo o per consentire loro di arrivare alla soluzione di un problema. La sua
attitudine all’insegnamento, come hanno osservato altre persone, è
stupefacente.
Paul spiegò che «mentre compiono esplorazioni alcuni di loro a volte
muoiono», ma che possono essere ancora «ricollegati» e «riportati indietro»
(cioè alla vita) dall’energia di altri esseri. «Fanno in modo che lui (cioè il
morto) assorba l’energia che è la coscienza di uno o più degli altri esseri»
perché quello che è morto «non doveva morire in quel momento». Poi portò
un esempio di quando la nave «era precipitata» in «un deserto» dopo «che noi
le avevamo sparato addosso» e «un paio di essi morirono».
A quel punto della seduta Paul fu stupito di provare la sensazione di essersi
trovato lui stesso sulla nave al momento dell’incidente. «Sono con loro. Mi
sento come se fossi loro amico. So chi ha sparato. Perché? Perché abbiamo
sparato? Non è giusto. Uomini in uniforme. Mi stanno mostrando chi ha
sparato. Non appartengo a quel gruppo. Sono soldati. Militari… Loro (gli
esseri) sono stati colpiti. Non posso aiutarli.»
«Poi cosa è successo?»
«Stanno arrivando tutte quelle jeep. Stiamo decollando. Dobbiamo
andarcene. Dobbiamo lasciare gli altri.» Gli chiesi se in quel momento era in
forma aliena o umana. Paul rispose: «Io sono umano. Dobbiamo lasciare il
luogo dell’incidente», continuò, «sta arrivando l’esercito e porteranno via
tutto. Porteranno via la nave, vogliono portar via la nave». Vide che i fratelli
alieni erano colpiti «dalla paura di quegli uomini… Loro (gli alieni) devono
mostrarmi quella cosa» disse. «Non voglio vederla.»
«Perché?», chiesi.
«Non voglio essere umano, non voglio essere umano. Non voglio far loro
del male.» Paul spiegò che aveva nove anni quando accadde l’incidente, e si
trovava in un’altra nave che venne a soccorrere quella caduta.
Paul si sentiva angosciato perché molti dei suoi «amici» non potevano
essere «riconnessi» e dovevano essere abbandonati nel deserto. Avrebbe
voluto aiutarli e si sentiva triste perché «aveva sofferto tutto ciò per colpa del
fatto che tutti avevano paura… per l’ignoranza degli esseri umani». La sua
vita, disse Paul è dedicata a «rendere consapevoli le persone». Il suo ruolo,
era quello di fungere da ponte tra gli alieni e il mondo umano. Mentre la
seduta si stava avvicinando al termine, egli parlò ancora della «sua necessità
di crescere» ed espresse il suo amore per me e per Pam.

221
Prima di concludere esaminammo ancora l’esperienza di Paul durante un
incidente capitato a Roswell, nel New Mexico, dove un veicolo spaziale
pareva essersi schiantato pochi giorni dopo l’avvistamento del primo «disco
volante» in quella zona. Gli alieni, disse Paul, non si erano aspettati di essere
ricevuti con ostilità.
Visto che, secondo il tempo biologico umano, Paul non era nato che
diciannove anni dopo l’incidente di Roswell, gli chiesi come avesse potuto
essere presente, almeno con la sua coscienza, in quel luogo (se si riferiva
veramente a quell’incidente). «Non lo so», disse. «Io… semplicemente ci
sono andato. Mi sono lasciato andare, immagino, è una delle cose più
importanti da fare per acquisire informazioni.» Mi domandavo se la coscienza
fosse una sorta di «nastro continuo» che permetteva di «andare dovunque in
certe condizioni». La risposta di Paul era complessa. Si dichiarò d’accordo
con quello che avevo detto, ma aggiunse: «Allo stesso tempo vedi come si
flette. La tua energia, quando muori, si ritrae un poco verso il centro della
coscienza e i ricordi di chi sei sono ancora là e molti incorporati in quella
energia».
Chiesi poi a Paul quale forma avesse avuto durante quell’episodio. Era
incarnato nel corpo di un bambino di nove anni o faceva semplicemente parte
della coscienza? Paul rispose di aver avuto la sensazione che il suo corpo
fosse letteralmente sulla nave al momento dell’episodio. «Mi sentivo come se
fossi là. Era molto reale.»
Rivedendo altri aspetti della seduta, Paul osservò che «quell’orribile cosa
nell’armadio» era la sua stessa paura dell’ignoto esteriorizzata; l’immagine
apparsa nella seduta era come quella del film L’esorcista che lo aveva
spaventato per settimane da bambino. Gli alieni sembrarono resistere, persino
opporsi, alla confusione di identità e alla falsa attribuzione di ruoli che
avvenne in quell’occasione.
Parlai con Paul della difficoltà degli esseri umani di ammettere l’esistenza
della sorgente di potere dalla quale proveniamo. Mi rispose che «già accettare
un altro essere umano come fonte di informazione è abbastanza difficile… ma
accettare dei non umani come fonte di informazione, come guru, come
maestri… voglio dire… è incredibile ciò che mi hanno mostrato e come io sto
accogliendo sempre di più queste nozioni. Devono avermi mostrato dove si
trova la forza creativa. Sono gli unici che mi assistono nella ricerca». Paul
rifletté sul fatto che a volte era «completamente dubbioso» riguardo alla realtà
dei suoi incontri con gli alieni, un fatto che attribuiva alla limitata
«cognizione di Dio» che aveva sviluppato durante la sua educazione, mentre i
genitori «passavano da una confessione all’altra». Paul aveva sviluppato la
convinzione di «comprendere il legame con la sorgente. La terminologia e

222
roba simile sono inutili».
Alla fine della seduta dovetti lasciare la stanza per pochi minuti per
sbrigare delle faccende in casa mia. Paul, sentendosi vulnerabile, domandò a
Pam se mi sentivo «giù» e aggiunse: «John sa molto di più di quello che sta
dicendo» e così via. Questo emerse come una specie di progetto, mentre Paul
espresse la sensazione che «avremmo potuto fare molto di più. Abbiamo
appena iniziato. Non dobbiamo fermarci». Pam lo rassicurò che il lavoro che
avevamo compiuto era andato in profondità, che io non ero deluso, e che il
mio temporaneo allontanamento era dovuto ad altre questioni, e io riaffermai
tutto ciò ritornando nella stanza.
Pochi giorni dopo un’altra rapita, Julia, una giovane donna con la quale
avevo lavorato negli ultimi tra anni, mi chiamò e mi parlò di Paul che aveva
incontrato per la prima volta nel nostro gruppo di sostegno. Sebbene non si
fossero mai visti «sulla Terra» sentiva che lo conosceva molto bene per averlo
incontrato sulla nave (è una cosa molto comune per i rapiti raccontare di aver
visto altri rapiti sulla nave). Mi parlò della «grande potenza» della personalità
di Paul che «trasuda amore». Lui è «una roccia solida» disse, e molto
«equilibrato». A bordo della nave Paul ha una «presenza», un potere molto
simile a quello del «mio dottore» (cioè la figura aliena principale dei suoi
rapimenti) o a quello degli altri alieni. In particolare, disse Julia, Paul ha
grandi capacità di guaritore, e insegna alla gente come lei a «scacciare la
disperazione e il dolore». A lei e agli altri sembra che Paul abbia una grande
capacità di sopportare il dolore della gente e di purificarla da esso,
specialmente con l’uso delle mani. Julia non ha mai parlato da sola con Paul
e, naturalmente, non sapeva nulla dei dettagli delle nostre sedute.

Discussione

Il caso di Paul è esemplificativo del crescente numero di rapiti che non si


concentrano tanto sulla esperienza traumatica dei loro rapimenti ma
soprattutto sulla possibilità di comunicare informazioni che sentono di aver
ricevuto durante i loro incontri con gli esseri alieni. Le nostre due regressioni
hanno annoverato anche incidenti traumatici, specialmente lo shock derivato
dalla scoperta dell’inutilità di qualsiasi resistenza e dall’operazione dolorosa
subita alla gamba, ma queste esperienze sono di minor interesse per Paul
rispetto alla possibilità ricevuta di accedere alla conoscenza durante i
rapimenti. Queste informazioni riguardano argomenti come la paura umana,
la distruttività, la nostra resistenza al cambiamento, la necessità di aprire il
proprio cuore e il potere di trasformazione dell’amore, il trasporto nello
spazio, le tecniche curative apprese dagli alieni, la natura della coscienza

223
(intesa come fonte primaria della creazione), l’identità umana e aliena di Paul
e il suo ruolo di guaritore e di ponte tra due mondi. Un tema centrale del caso
di Paul è l’inesorabile distruzione operata dagli uomini, che, sebbene basata
sulla paura, rimane incomprensibile per gli alieni stessi. Agli alieni sembra
che noi abbiamo scelto deliberatamente la morte preferendola alla vita, e i
loro esperimenti, in parte, sono finalizzati a comprendere il nostro modo
testardo e perverso di comportarci, in parte alla ricerca di un modo di
intervenire per indirizzarci dal sentiero della distruzione a quello della
creazione.
È difficile sapere come valutare le informazioni ricevute da Paul. In primo
luogo, come dice lui stesso, è arduo accettare il potere e la conoscenza da
parte di creature così strane nell’aspetto e che «scuotono» la nostra nozione di
realtà. Per Paul, come per tutti coloro che sono venuti a contatto direttamente
o indirettamente con questo fenomeno, il primo obiettivo è stato accettare la
realtà della loro stessa esperienza. Oltre a ciò i racconti di Paul in varie
occasioni sfidano la nozione di realtà spazio-temporale, ad esempio nel caso
della sua presenza, all’età di nove anni, durante un incidente a Roswell
avvenuto nel 1947, diciannove anni prima della sua nascita. Un tale viaggio
spazio-temporale può aver senso solo se si pensa alla coscienza come a una
sorta di ologramma di una fonte universale che può creare la materia e la
forma stessa alla quale Paul, e potenzialmente anche noi, abbiamo accesso se
possiamo aprirci e «lasciarci andare», come se fossimo richiamati all’interno
di questa fonte di energia e di informazione primaria. In realtà, molto del
materiale emerso dalle sedute di Paul riguarda la forma, il potere e l’identità
del potere creativo della coscienza e la necessità di aprirci alle sue infinite
possibilità.
Ciò che rendeva le comunicazioni di Paul così coinvolgenti e persuasive
era l’intensità delle sensazioni e dei movimenti corporei che accompagnavano
ogni nuovo pensiero. In questo caso il compito dell’ipnotizzatore era quello di
facilitare l’ingresso di Paul all’interno della conoscenza immagazzinata
dentro di lui e che aveva potenti effetti sul suo corpo, mentre emergeva alla
coscienza per essere trasmessa all’esterno. L’idea di coscienza come infinita
fonte di energia e forma alla quale ogni essere ha accesso rende forse
inappropriato considerare ogni esternazione di Paul – come ad esempio la sua
presenza a Roswell – interrogandosi se essa sia davvero reale o sia avvenuta
«concretamente» in termini spazio-temporali. Mi rendo conto che ciò non sarà
soddisfacente per chiunque abbia ancora una visione della realtà limitata
all’universo fatto di quattro dimensioni. D’altro canto, può essere di qualche
utilità sfidare la nostra ristretta epistemologia ed espandere i nostri criteri di
valutazione comprendendovi il potere o l’intensità con cui qualcosa viene

224
avvertito e trasmesso e l’utilità potenziale che la conoscenza può avere in
relazione ai nostri dilemmi contemporanei.
Applicando questi criteri, non c’è dubbio che Paul abbia recepito le
informazioni acquisite nelle nostre sedute come dotate di grande potenza, al
pari di quelli di noi (Pam e io) che sono stati partecipi di queste nozioni. Oltre
a ciò i continui messaggi che insistono sulla necessità di un cambiamento,
sulla necessità che la mente e il cuore degli uomini si aprano, e la rivelazione
delle catastrofiche conseguenze per l’intera identità umana dell’aver
scambiato «l’involucro» delle nostre capacità difensive – messaggi che
rappresentano l’essenza delle informazioni che Paul ha ricevuto e trasmesso –
sono tutte nozioni di grande valore pratico nel contesto della crisi globale
contemporanea.
Infine, c’è l’interrogativo di Paul stesso riguardo al mio ruolo nel suo
sviluppo e nella sua apertura personale. Quelli che lo hanno conosciuto al di
fuori della terapia, come Pam, Julia e altri rapiti, testimoniano tutti le sue
straordinarie capacità intuitive e curative. È venuto da me per permettere a se
stesso di liberare le sue potenzialità dalle restrizioni impostegli dagli ostacoli
(un termine usato sia in relazione al disagio provato da sua madre per la sua
intelligenza, sia per definire l’incapacità della precedente terapeuta di
affrontare il fenomeno del rapimento) creati dal sistema di vita in cui è
cresciuto. Questi ostacoli comprendono la repressione delle idee e dei ricordi
immagazzinati dentro di lui (una risposta adeguata quando si consideri la loro
intensità, la necessità di Paul di vivere normalmente l’esistenza quotidiana e
l’assenza di un contesto che lo aiutasse ad aprirsi a informazioni così
inusuali). Inoltre la natura sconvolgente delle verità ontologiche contenute
nelle informazioni stesse e il potere delle energie implicate richiedevano la
creazione di un contesto che gli permettesse di fare emergere le emozioni
nascoste dentro di lui.
Paul ha recepito se stesso come un ponte tra due mondi. L’obiettivo
dell’integrazione di queste due dimensioni fondamentali di se stesso – una
sfida che molti rapiti che capiscono di avere questa doppia natura devono
affrontare – è formidabile e ha costituito l’aspetto centrale del nostro lavoro.
Per Paul, come per altri rapiti che sentono di aver accesso alla fonte di energia
creativa dell’universo, la dimensione umana e la sua partecipazione sono
altamente dolorose, specialmente di fronte a istituzioni a carattere distruttivo
o a sistemi di vita creati da noi. «La casa», per lui e per molti rapiti, si trova
sulla nave o comunque con «loro». Eppure allo stesso tempo Paul è
fermamente convinto di aver ricevuto, o scelto, un ruolo sulla Terra per
contribuire, con l’esempio della sua stessa disponibilità mentale e del suo
amore, all’evoluzione e alla trasformazione della coscienza umana. Il mio

225
ruolo, mostratomi da Paul, è di facilitare la sua capacità di accettare e di
vivere questa stupefacente responsabilità che lui, e altri come lui, hanno
assunto di fronte a una cultura che oppone continua resistenza di fronte a
quello che sono o che stanno cercando di realizzare.

226
XI
La missione di Eva

Eva aveva trentatré anni e lavorava come assistente in un Ufficio del Pubblico
Registro quando lesse un articolo sul «Wall Street Journal» che parlava del
mio lavoro con i rapiti. Chiamò il mio ufficio e disse che avrebbe voluto
fissare un colloquio perché «forse stava vivendo lo stesso tipo di esperienze»
che i soggetti descrivevano nell’articolo e «si tratta di una cosa importante per
molte persone». Nella successiva conversazione telefonica Eva disse a Pam
Kasey che aveva «la sensazione di avvertire di giorno e di notte la presenza di
entità… e che faceva dei sogni» di esseri che si trovavano nella sua stanza e
che erano «ancora là» quando si svegliava. Oltre a ciò ricordava una serie di
incidenti, verificatisi nella prima infanzia e nella tarda adolescenza, in cui non
poteva muoversi mentre la sua vagina veniva esaminata da «folletti» entrati
nella sua stanza.
Quegli strani incontri le avevano suscitato il dubbio di essere «pazza».
Sebbene, quando la incontrai per la prima volta, fosse già decisa a seguire un
cammino spirituale, Eva si era sempre considerata «una persona molto
logica» e queste esperienze contrastavano con le nozioni della realtà che
aveva acquisito. Nondimeno, voleva scoprire le verità che soggiacevano alle
sue esperienze, una determinazione che si adattava alla percezione di se stessa
come una pioniera cui era stata affidata la «missione globale» di aiutare gli
altri. Sino alla lettura dell’articolo sul «Wall Street Journal» Eva si era sentita
molto sola nei suoi sforzi per comprendere la natura dei suoi incontri. Il
giorno prima del suo colloquio telefonico con Pam Kasey aveva scritto nel
diario: «Sto cercando di affrontare la cosa a modo mio. È duro. Non ho
nessuno con cui parlarne. Nessuno con cui piangere, a cui chiedere
rassicurazioni, né comprensione. È un fardello pesante da sostenere da soli.
Come posso aiutare Sarah (sua figlia)? Ha solo sei anni». Sebbene le sue

227
esperienze di rapimento fossero fonte di turbamento, Eva si convinse, sin
dall’inizio del nostro lavoro, che erano finalizzate a qualche scopo, e che lei
era un «veicolo» attraverso il quale delle informazioni provenienti da un’altra,
più alta, fonte potevano essere diffuse. Nel gennaio, febbraio e marzo del
1993 affrontammo tre regressioni.
Eva è la maggiore di tre figli, nati in Israele. Suo padre è un banchiere e
uno speculatore edilizio il cui lavoro richiede viaggi molto frequenti. La
famiglia aveva vissuto in Inghilterra, Venezuela, Florida e a New York
durante gli anni della crescita di Eva. Si è sposata nel 1980 e si è stabilita
negli Stati Uniti nel 1985. Da bambina Eva sentì che la sua creatività era stata
costretta ad adattarsi alle esigenze di suo padre, un uomo che rispetta ma che
descrive come una persona fredda. Eva è diventata una persona molto
coscienziosa con un grande bisogno di essere accettata dagli altri
sopprimendo, se necessario, la sua stessa libertà e immaginazione.
Il marito di Eva, David, lavora come ingegnere elettronico per una grande
multinazionale che si occupa di apparecchiature fotografiche. Il suo è un
matrimonio tradizionale, nel senso che la cura della casa e dei figli è ricaduta
in massima parte su di lei mentre David, come principale fonte di
sostentamento della famiglia, lavora per lunghe ore in ditta. «L’accordo con la
mia personalità» dice Eva, derivato dal suo profondo senso di responsabilità,
comprendeva la necessità che nessuno rimanesse colpito durante il suo
personale processo di evoluzione. Non parlò a suo marito delle sue strane
esperienze o del suo lavoro con me sino alla nostra seconda regressione nel
febbraio del 1993, nove mesi dopo la sua prima chiamata nel mio ufficio. Era
preoccupata non solo del fatto che David non avrebbe potuto capire le sue
esperienze, ma che avrebbe anche potuto rimanere turbato dalle informazioni,
la qual cosa avrebbe magari creato tensione nel loro rapporto.
Eva e David hanno due bambini, Aaron, di nove anni, e Sarah. Dopo la
nostra prima regressione nel gennaio del 1993, Eva mi disse di essere
preoccupata che anche Sarah fosse stata rapita dagli alieni. Circa tre o quattro
volte all’anno si alzava nel cuore della notte dopo aver fatto «brutti sogni».
Per esempio una notte, un mese o due prima di quella seduta, Sarah aveva
detto di aver fatto un brutto sogno, di aver visto un fantasma che «volava
nella stanza». Era chiaro per Eva che Sarah era «completamente sveglia» ed
era «stata riempita di energia» da ciò che era accaduto sebbene non avesse
parlato dell’incidente sino alla mattina successiva. Eva non crede che Aaron
abbia avuto delle esperienze del genere ma «è un fanatico dei computer e
delle navi spaziali» e «la sua immaginazione è sfrenata» in modo tale che «se
si alzasse nel cuore della notte e mi raccontasse un sogno, non saprei dire se si
tratta di fantasia o di realtà».

228
La prima esperienza di rapimento che Eva ricordi è avvenuta quando aveva
quattro o cinque anni e viveva in Israele. Divideva la stanza con la sua baby-
sitter la quale sembra abbia dormito per tutta la durata dell’esperienza. Altri
dettagli di questo incontro saranno forniti nel racconto della prima
regressione. Prima di parlare con Pam Kasey, Eva aveva scritto nel suo diario
di aver cominciato a leggere il romanzo di Whitley Strieber Communion ma
che lo aveva interrotto per non essere «influenzata da niente o da nessuno…
Poi qualcosa aveva stimolato la mia memoria» e aveva ricordato di aver
camminato nella notte e di aver visto «tre “folletti” alti circa un metro e
mezzo». Avevano pelle scura e rugosa e teste triangolari. Si erano avvicinati
al suo letto e avevano toccato i suoi genitali con quelle che sembravano «delle
dita, esaminandoli come se stessero facendo un esperimento», senza forza o
desiderio sessuale. Si era sentita impotente e non era riuscita a muoversi.
Quando aveva cercato di urlare, non ne era emerso alcun suono, almeno sulle
prime.
Nel suo diario Eva scrisse: «Camminavano nel vuoto e sono spariti non
appena la mamma è entrata nella stanza. Le dissi che c’erano dei folletti nella
stanza, e che se ne erano appena andati attraverso la porta. Lei controllò.
Ovviamente non vide nulla. Mi disse che era stato un sogno e che dovevo
tornare a dormire. Ero spaventata. Non le credevo. Ero certa che fosse stato
un fatto reale».
Circa dieci giorni dopo il nostro primo incontro nell’ottobre del 1992 Eva
scrisse nel suo diario che, mentre stava guidando verso Boston e ascoltava il
nastro della seduta, aveva cominciato a ricordare altri dettagli del rapimento
avvenuto nell’infanzia. Mentre riascoltava la parte in cui raccontava di aver
cercato di urlare per chiamare la madre «feci un salto sul sedile» e
«improvvisamente un’immagine lampeggiò davanti a me come se avessi visto
dei segnali luminosi sull’autostrada. Ricordai una nave spaziale enorme,
grigia, metallica. Stava fluttuando vicino a me… poi vidi il viso di un essere
femminile con grandi occhi (tondi e neri) e il colore verde (delle palpebre) e
una luce verde tutt’intorno all’area degli occhi che arrivava quasi sul bordo.
Poi l’immagine scomparve». Il ricordo era stato breve, forse qualche secondo,
ma molto vivido e con molti dettagli, tra i quali il contorno, la forma e la
struttura dell’astronave.
Eva ricorda un altro incidente avvenuto da bambina quando aveva circa sei
anni e che adesso collega con le sue esperienze di rapimento. Aveva la
polmonite ed era stata ricoverata d’urgenza all’ospedale. Le luci forti
dell’ospedale l’avevano terrorizzata e avevano stimolato il ricordo di un
rapimento. In una annotazione sul suo diario del 22 maggio 1992 scrisse:
«Non è come la luce singola del dentista. Ce ne sono alcune sopra di me.

229
Come piccoli proiettori. E io sono a letto, impotente. E ci sono degli
sconosciuti intorno. Mi toccano, stanno facendo degli esperimenti. STOP.
Basta!». Quando il dottore nell’ospedale le disse di adagiarsi sul letto e di
sollevare la maglietta rifiutò di obbedire. Anche sua madre le chiese di farlo
con insistenza ma ancora una volta lei non volle sdraiarsi o togliere la
maglietta. E urlò di terrore: «Mi hanno costretto… odio questa cosa».
Sotto ipnosi Eva ricordò di aver visto circa un anno dopo una nave spaziale
in un prato, dietro un complesso di appartamenti in Inghilterra dove viveva.
Eva è convinta che gli alieni «abbiano un meccanismo di ricerca» e collega
questa convinzione con un’esperienza avvenuta quando aveva circa nove anni
e viveva ancora in Inghilterra, durante la quale forse le avevano impiantato a
questo scopo un dispositivo. Stava facendo gli esercizi alle sbarre in palestra,
e aveva mancato la presa. Era caduta e aveva picchiato la testa «molto forte».
Dice di aver sentito qualcosa «muoversi» dentro il cranio, «qualcosa che
poteva aiutarli a rintracciarmi»…
Due altri incidenti erano avvenuti quando Eva aveva diciannove anni,
mentre serviva nell’esercito israeliano. In uno di essi, che ricordò con molti
dettagli durante la prima regressione, sentì «come se qualcuno mi colpisse per
mettermi fuori combattimento», e mentre stava camminando aveva udito dei
sussurri nella sua camera (a quel tempo viveva da sola nell’appartamento dei
suoi genitori) e si era accorta che «c’era un essere femminile e due o tre di
sesso maschile».
L’altro incidente era capitato mentre si trovava a sostenere il turno di notte
al controllo aereo. Nelle prime ore del giorno – forse alle tre del mattino –
aveva reclinato il capo per dormire poi «mi ritrovai a fluttuare verso il
soffitto… In quel momento ero sveglia. E il mio corpo fisico era ancora là
sotto». Una «voce disse: “Vieni con me, va tutto bene”» e «seppi in quel
momento che avevo la scelta di vivere o morire». Sebbene il suo cuore stesse
battendo in fretta e «sudassi come una pazza» Eva sapeva di non soffrire di
nessuna malattia che mettesse in pericolo la sua vita. Mi raccontò: «Non mi
interessava morire e così dissi: “No, non voglio venire”». Eva «sapeva» che
avrebbe potuto morire ma non comprendeva perché e trovò l’episodio una
fonte di confusione.
Eva aveva già avuto due esperienze il mese prima di leggere l’articolo sul
«Wall Street Journal», le quali probabilmente la sensibilizzarono sul suo
contenuto. Nel corso del primo incidente, descritto in un’annotazione sul
diario del 14-15 aprile, si svegliò durante la notte e vide «un rettangolo viola,
come una porta di entrata-uscita verso qualche luogo non visibile, forse di
un’altra dimensione». Poi vide «la parte superiore di alcune persone che
indossavano abiti bianchi e che stavano davanti al mio letto».

230
Il 6 maggio, otto giorni prima di leggere l’articolo, Eva scrisse nel suo
diario: «L’altra notte quando sono andata a letto volevo incontrarli. Ho
chiesto, ho pregato di incontrarli. Ho offerto volontariamente (il mio corpo)
perché lo esaminassero in modo da lasciarli approfondire la conoscenza di noi
esseri umani. Stavo per addormentarmi quando ho cominciato ad avvertire
una sensazione strana. Una perdita di gravità, come se stessi volteggiando in
un tornado, come se fossi risucchiata da qualche parte. Sapevo che avrei
potuto fermare tutto ciò toccando semplicemente mio marito nel letto vicino a
me… ma sapevo anche che il mio desiderio era stato esaudito e non volli
fermare ciò che stava avvenendo. Improvvisamente sentii (vidi?) una brillante
luce blu avvolgermi. Era blu, eppure c’era una luce bianca all’interno. Era
tranquillizzante, tuttavia sapevo che poteva svelarmi una grande verità. Era
magnetica. La sensazione che ricevevo da essa è indescrivibile. Le parole
sono troppo limitanti dal punto di vista fisico. Poi sentii-vidi la luce e la
sensazione strana di volteggiare diminuì. Non compresi più nulla. Non dormii
bene. So solo questo. Mi svegliai due o tre volte quella notte, trovando
difficoltà a riaddormentarmi. Ero agitata? Quando mi svegliai la mattina dopo
ero stanchissima».
La mattina successiva il marito di Eva, che sembra abbia dormito durante
tutto l’incidente, le disse di aver udito «una forte esplosione» nel corso della
notte. Eva si sentiva «carica di energia» e piena di «amore e speranza», ma
allo stesso tempo era spaventata.
Durante le settimane precedenti al nostro primo incontro nell’ottobre del
1992, Eva ebbe altre significative esperienze in cui avvertì strane presenze ed
ebbe la percezione conscia di entità ignote, tra le quali «esseri da una
dimensione completamente differente». In una seduta di ipnosi con un
radioestesista di un altro stato, scoprì di essere tornata a «160 o 180 anni fa» e
«di muovermi da una dimensione all’altra» sperimentando «la differenza nelle
vibrazioni di energia» e di trovarsi «in un diverso pianeta, stella, galassia…
non so il suo nome».
Malgrado le numerose difficoltà per fissare un appuntamento, Eva e io ci
incontrammo per la prima volta il 15 ottobre del 1992. In questo colloquio mi
fornì molte delle informazioni sopraccitate ed espresse il desiderio di
analizzare le sue esperienze con l’ipnosi.
Nel suo diario del 6 dicembre, Eva scrisse di una coinvolgente esperienza
accaduta la notte prima. «Ero quasi addormentata, ma non completamente.
Ero sdraiata sul ventre, con il capo appoggiato a sinistra. Avevo gli occhi
chiusi. Vidi una nave spaziale grigia. Avevo paura. Volevo gridare. Non ci
riuscii.» Sentì di poter interrompere l’esperienza ma «mi feci coraggio e mi
convinsi a “tirare avanti” cercando di acquisire più informazioni possibile per

231
John Mach e la sua assistente». Dopo di ciò «svenni» e «la cosa che ricordai
in seguito fu che stavo sdraiata su una superficie dura. C’erano forse due
persone nella stanza… Tenni gli occhi chiusi perché ero terrorizzata all’idea
di aprirli.
«Ricordo che indossavo una tuta grigioscura con molti bottoni sulla
schiena. Mi trovavo in posizione fetale, con la schiena rivolta verso di loro.
Mi stavano facendo qualcosa alla spina dorsale. Sentivo delle punture lungo
l’intera spina dorsale e avevo freddo. Era terribile! Era come se stessero
penetrando nel mio corpo con uno strumento molto affilato (una siringa) che
inserivano tra pelle e carne. La sensazione di essere punta continuava. A un
certo punto cominciai a muovermi, a opporre resistenza, sebbene allo stesso
tempo avessi paura delle conseguenze di ciò. Continuai a resistere e, a un
tratto, compresi che essi avevano acconsentito a porre termine a quella
situazione-esperimento. Prima di svenire ricordo ancora di aver visto un
simbolo rosso. Non era la prima volta che lo vedevo…»
Il 22 dicembre Eva scrisse nel diario della sua riluttanza ad annotare i
dettagli del precedente incidente perché «avrebbe conferito realtà a tutto ciò
che era accaduto, e io non ero ancora pronta a farlo».
Eva venne alla prima seduta di ipnosi il 18 gennaio del 1993. Si sentiva
ansiosa ma piena di curiosità. «Amo l’ignoto» disse e parlammo della sua
determinazione a procedere a dispetto delle difficoltà che ci trovavamo ad
affrontare per fissare degli appuntamenti durante le vacanze. Prima di indurla
nello stato di regressione rivedemmo l’incidente avvenuto nell’infanzia
quando i «folletti» erano entrati nella sua camera, e l’episodio più recente
sopra descritto.
Nello stato di trance Eva raccontò per prima cosa di essere sdraiata su «una
superficie dura» con «delle cose sopra di me, simili a geroglifici». Si sentiva
spaventata e udiva le sue grida; una figura con un abito nero e verde uscì da
quello che sembrava un ascensore grigio.
Ricordò di aver visto, «quando sono venuti a portarmi indietro», una nave
grigia «a forma di cupola» con luci rosse, dal balcone del suo appartamento al
quarto piano. La parte inferiore della nave sembrava un anello circolare che
girava ed emetteva «una sorta di luce ed energia» e «quello era il loro metodo
di trasporto». Vide tre esseri che avevano l’aspetto di folletti con la pelle
marrone e «tutti grinzosi» che indossavano tute verde oliva e marrone
castagna con cinture di colore nero. Le loro teste erano prive di capelli e a
forma di pera con occhi molto scuri del colore simile «alle profondità del
mare e nasi «appiattiti». Sebbene sua madre controllasse sempre che tutte le
porte e le finestre fossero chiuse di notte, quando Eva la chiamò gli esseri
scomparvero come attraverso una fessura sulla porta della sua camera.

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Quando Eva raccontò alla madre dei folletti e di come se ne erano andati
attraverso la porta, questa disse: «Di cosa stai parlando?». La porta era chiusa
a chiave e la madre di Eva aveva aggiunto: «È stato un sogno».
Domandai se poteva ricordare l’inizio di quell’esperienza. Disse che suo
padre doveva averle letto una storia prima di andare a letto. Il letto aveva una
sponda in modo che Eva non potesse cadere. Fu svegliata da «un ronzio» e gli
esseri, che erano più piccoli degli umani, apparvero davanti alla sponda «e poi
nella stanza apparvero luci simili a fari che venivano dall’esterno. Sembrava
che gli esseri sapessero «chi cercare» perché «continuavano a venire». Udì
dei sussurri e poi gli esseri le iniettarono nella schiena qualcosa per calmarla
con quello che lei pensò fosse un ago. Questa volta – il primo incidente che
Eva riuscì a ricordare – fu fatta fluttuare dal suo letto in una posizione
orizzontale sopra quella che sembrava essere una barella di legno e tela. Poi
fu «risucchiata» nell’oscurità esterna e sul fondo della «nave» attraverso la
luce che era «simile a un raggio di una energia speciale».
Una volta a bordo Eva si ritrovò in una «stanza degli esperimenti» su un
tavolo con «dei piccoli esseri e luci» intorno a sé; i piccoli esseri sulla nave le
ricordavano i nanetti di Biancaneve e sembravano più luminosi di quelli che
aveva visto in camera sua. Uno degli esseri comunicava con gli altri – non
con Eva direttamente – con una voce che «pareva come le nostre» che il loro
proposito era solo di «fare degli esperimenti con me» e non era finalizzato a
farle del male. Lei era «in stato di shock» e priva di difese mentre gli esseri le
toccavano le gambe, la spina dorsale, il collo e la pungevano con «delle cose
appuntite» come se «stessero cercando di capire». Riuscì a vedere uno
strumento d’argento con una punta tonda che fu inserito nella sua fronte; un
fluido bianco e giallo zampillò dentro il suo naso. Il ritorno capovolse il
processo avvenuto durante il rapimento: Eva si sentì «come su uno scivolo
che finiva nel mio letto». Una volta a letto «loro stavano di guardia,
assicurandosi che stessi bene». Quando Eva ebbe «riguadagnato la capacità di
muovermi fisicamente, urlai e loro svanirono».
Dopo aver ricordato questa esperienza, Eva ebbe la sensazione che non
«fosse stata la prima volta». Sebbene non riuscisse a ricordare dei dettagli
sentì che qualcosa era accaduto quando aveva due o tre anni. Era convinta che
gli esseri fossero capaci di «rintracciarmi» e ricordò gli incidenti,
precedentemente descritti, avvenuti all’età di nove anni, durante cui gli esseri
sembrarono aver «corretto» un impianto che si era disconnesso durante una
caduta. Eva aveva la sensazione che i ricordi dei rapimenti della sua infanzia
fossero stati bloccati dagli alieni.
Chiesi ad Eva direttamente quale fosse l’incontro successivo che era in
grado di ricordare. Lei rispose: «Avevo diciannove anni, in Israele, e stavo

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facendo il servizio militare. Nel cuore della notte stavo dormendo
nell’appartamento dei miei genitori. Ero da sola e mi svegliai perché avevo
sentito dei sussurri, mi sembrò di udire della gente che camminava nella mia
camera e nel salotto; pensai che fossero ladri o qualcosa del genere così non
mi mossi». Eva sapeva che le finestre erano chiuse e la porta bloccata «e se si
apre fa un rumore scricchiolante». Non poteva muoversi. Vide allora «tre
esseri fermi lì… stavano sussurrando e uno di loro uscì dalla camera mentre
l’altro tornò indietro. Mi toccavano tra le gambe e non capivo cosa stava
succedendo perché non stavo sognando».
Eva non sa se questa esperienza capitò veramente nell’appartamento o da
qualche altra parte. I suoi occhi erano rimasti chiusi per tutta la durata e
sebbene ci fosse molta luce che filtrava attraverso le palpebre abbassate pensò
che forse era mattina. Al termine di questa esperienza Eva si sforzò di
dimenticare l’accaduto e, fino a quando mi contattò, non la mise in relazione
con le esperienze che aveva avuto da bambina. Crede di aver avuto
approssimativamente una decina di incontri dai diciotto anni in avanti e che
gli esseri siano «più interessati agli uomini dopo questa età, cioè quando
diventano adulti, di quanto non lo siano ai bambini».
A quel punto della seduta Eva passò dal racconto diretto delle sue
esperienze a parlare dei motivi che muovevano le azioni degli alieni e al
significato del fenomeno dei rapimenti, basandosi sulle informazioni ricevute
da loro. «Il loro scopo è di vivere in armonia con noi», disse, «non di sottrarci
qualcosa. Ci vogliono studiare per vedere come possono comunicare… ci
sono diverse dimensioni, mondi che esistono dentro altri mondi.»
A questo punto avvenne un cambiamento nella prospettiva di Eva e per il
resto della regressione parlò dal punto di vista degli alieni, usando solo il
pronome «noi». «È come se non fossi io a parlare», spiegò. L’intensità della
sua esperienza in questo reame era fisicamente difficile da sopportare per lei e
le causava dolore alle mani per il flusso continuo di energia. Gli alieni se ne
erano andati e lei vedeva un triangolo bianco. «È troppo intenso», disse
«possono fare dei danni» al corpo umano. Gli esseri emanano «da dimensioni
che non sono fisiche», osservò Eva. «Hanno bisogno di qualcuno più vicino
agli esseri umani che sia in grado di comunicare fisicamente con loro. Le
informazioni che possono fornire», disse, «sono di così grande intensità che
hanno bisogno di qualcuno che ne rallenti il flusso.» Gli incontri con gli esseri
umani servono proprio a questo, cioè a rallentare la trasmissione di
informazioni.
Queste informazioni, disse Eva, vengono da un’altra intelligenza, un reame
oltre il mondo fisico. Molta gente non ci crede, liquidandole per paura come
pensieri «di follia» o frutto dell’«immaginazione». Per poter ricevere queste

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informazioni è necessario che gli esseri umani siano capaci di mettere da un
canto la loro preoccupazione riguardo alle responsabilità quotidiane
concernenti lavoro, matrimonio, figli… Oltre a ciò, insistette Eva, è
importante superare il nostro bisogno di potere e di controllo su questo piano
e accettare c