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numero uno

idee da leggere inoltrare stampare

yorickthefool@gmail.com ... http://www.yorickthefool.blogspot.com il foglio di yorick Yorick dunque, di per sè, non ha mai avuto
yorickthefool@gmail.com
...
http://www.yorickthefool.blogspot.com
il foglio di yorick
Yorick dunque, di per sè, non
ha mai avuto voce; egli
parla nelle voci altrui, qua-
si
come una risonan-
za interna ed invisibile. Non
che anche in noi, come in Am-
è
forse il momento
leto, la sua voce
inizi a parlare? è per provare
role e pensieri un’altra idea
dire ciò che forse non
ad
di
si
articolare in pa-
presente, per
dovrebbe dire
(ciò che è scomodo dire?),
per
fare proposte “in-
attuali”
nel senso di
Ni-
fuori tem-
po
utopiche,
etzsche, proposte
che qui si ten-
ta di ris-
vegliare la sua voce. perchè dovremo rimanere confinati in ciò che è e non provare ad in-
ventare
ciò che ancora non è? ma per fare ciò, ci vuole un po’ di follia; anzi, c’è bisogno del
risveglio
le regole,
di una moltitudine di folli. la follia è definita solo dalla prospettiva di ciò che detta
di ciò che “domina”. Musil lo chiama “il senso della realtà”, e già quasi un secolo fa si
chiede-
va perchè mai “si dovrebbe dare più importanza a ciò che è, che a ciò che non è”. per lui,
dare più
importanza a ciò che non è o non è ancora è vivere secondo il “senso della possibilità”,
più che
secondo quello della “realtà”.

il progetto_tre esperimenti

Che cos’è “il foglio di yorick”, questa cosa che avete appena “aperto” (già, ma senza sfogliarlo!) e che, forse, vi ap- prestate a leggere? Si potrebbe cominciare dicendo che non è una “cosa” ben definita. È piuttosto “più cose” alla ricerca di una sintesi, di una forma nuova. Dunque è anche un tentativo, una prova: appunto, un esperimento. Proviamo a mettere un po’ d’ordine.

Cosa ci troveremo dentro. Primo esperimento. Aprire uno spazio critico. “il foglio di yorick” vorrebbe essere un luogo per molte voci, luogo del pluralismo dello sguardo sul nostro tempo. Ma vorrebbe anche andare oltre la presentazione delle molte voci: non vorrebbe arrestarsi ad una generica condanna del nostro presente, alla denuncia e all’informazione; vorrebbe anche essere uno spazio in cui lo sguar- do e la critica del presente assumono una prospettiva progettuale, sforzandosi di tracciare i contorni di un futuro pos- sibile. Uno spazio di critica e di proposta, quindi; un foglio a partire dal quale parlare, discutere. Perché la critica mutila se stessa se non diviene (pro)positiva e non favorisce l’incontro.

Forme intermedie. Secondo esperimento.

Carta o schermo. Libro o e-book. Lo scenario del presente è un’intersezione di modi e supporti comunicativi, nessuno dei quali è ancora risultato vincente. Lanciare una sfida. Far interagire questi modi antagonisti in maniera virtuosa, com- plice. Il sottotitolo dice: idee da leggere inoltrare stampare. Leggere: il formato A4 orizzontale rende agevole la lettura a schermo intero (ctrl+L), rimanendo funzionale anche alla stampa su carta nel formato più tradizionale. I links attivi, colorati, permettono inoltre di usare “il foglio di yorick” come un ipertesto, collegandolo alla rete e aprendolo oltre i suoi stessi confini. Inoltrare: la diffusione de “il foglio di yorick” sarà gratuita e a portata di mouse, facile per tutti i suoi lettori. Stampare: forse la scommessa maggiore. Ogni articolo sarà un piccolo “foglio” autonomo, con tutti i riferimenti e le indi- cazioni presenti sul giornale. L’idea è quella dello “stampa e diffondi”: ogni lettore potrà stampare l’articolo che più gli è piaciuto o che ritiene più importante, lasciandolo poi nei luoghi dove potrà essere letto da altre persone che en- treranno così in contatto con il mondo di yorick. Autobus, uffici, aule studio, piazze…. Ovunque. Stampare, insomma, per seminare le idee su terreni che forse sono fertili ma che non conosciamo nemmeno. E qui arriviamo ad una ulteriore scom- messa.

Un nuovo lettore. Terzo esperimento.

Creare partecipazione, condivisione, allargare la cerchia del dibattito. Un nuovo lettore, che non si limiti a rilanci- are con un clic di mouse. “stampa e diffondi” vuol dire anche scegliere luoghi da colonizzare, territori incerti verso i quali aprirsi, territori intorpiditi da scuotere. Un modo, anche, per uscire dalla virtualità telematica, per ricreare una agorà fatta di voci, di sguardi, di toni, di sostanza. Passare nelle mani di una persona un’ idea per il nostro presente è occasione di parole, di conoscenza, di scambio che non sempre un “inoltra” garantisce. Un lettore che partecipi, dunque, all’opera di informazione e di proposta. Un lettore che diventi anche autore, rispondendo agli articoli e inviandone di propri.

Tutto questo è in movimento, si nutre di idee scambiate tra amici a volte migliaia di km lontani. Assomiglia molto ad una avventura, e come ogni avventura non sa dove andrà a finire e chi incontrerà, né che mezzi adopererà. L’unica cosa di cui noi siamo convinti è che abbiamo bisogno di nuove forme per poter continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto: pen- sare.

scelto dalla redazione

clicca sull’immagine

scelto dalla redazione clicca sull’immagine Camminando per le nostre città, sfogliando riviste di ogni tipo o

Camminando per le nostre città, sfogliando riviste di ogni tipo o accendendo la tel- evisione, colpisce come gli spazi pubblici e i canali televisivi siano “intasati” da immagini ricorrenti che ritraggono una donna dalle forme generose, dall’atteggiamento provocatorio e la cui perfezione sfiora l’irreale. Di fronte a questi messaggi ci si chiede dove siano finite le donne “vere”, quelle che non si spaventano di essere come sono, e così vogliono essere accettate e considerate. Esse finiscono per essere le spettatrici di una progressiva regressione culturale che strumentalizza corpi e donne, contro la quale tuttavia sembrano mancare gli strumenti per un’indignazione colletti- va. Questo documentario di 25 minuti vuole essere una spinta al risveglio. Realizzato nel 2009 a cura di Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi, Cesare Cantù.Vi invitiamo, cari lettori, a guardare il video e a visitare il blog www.ilcorpodelledonne.net. Buona visione!

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editoriale

Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della nostra newsletter. “il foglio di yorick”

è in perenne metamorfosi, si nutre dei consigli e delle idee di

tutti

perciò, non esitate a farci avere la vostra opinione, a

... scriverci, a darci suggerimenti. sarà bello far crescere assieme questo esperimento. un grazie a tutti coloro che ci hanno sostenu- to con mail di incoraggiamento dopo il numero zero: è anche grazie

a loro che abbiamo cominciato a credere a questa avventura un po’

di più. e ora ... buona lettura (ma non solo)! Quell’immenso cimitero sommerso p.6 La camera
di più. e ora
...
buona lettura (ma non solo)!
Quell’immenso cimitero sommerso p.6
La camera da presa ci restituisce l’immagine di un mare tranquillo, mosso da leggere onde, blu e immenso.
Poi si ferma
su un’immagine: è l’immagine di un vecchio pescatore di Mazara del Vallo che, come è consuetudine ormai da molti anni,
indice ...

sale a bordo del suo peschereccio per andare a pescare.

editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della
  • di Alessandra Garda

editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della
editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della

Emergenza educazione civica p. 9

editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della

Tutti gli anni, all’inizio di settembre e a metà giugno, i giornali parlano dei “problemi della scuola”. Garantito; tanto quanto è garantito che in estate trattano del caldo “al di sopra delle medie stagionali” e che in inverno almeno una testata titolerà “L’Italia nella morsa del gelo”. Poi passa.

editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della
  • di Gracco Spaziani

editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della

Riflessioni su un’esperienza con Libera p.11

editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della
editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della
editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della

Qualche mese fa avevo raccontato, per Ctm altromercato, l’esperienza estiva di campo scout trascorsa con Libera- asso- ciazioni, nomi e numeri contro le mafie (parte di questo articolo riprende quanto già pubblicato sul sito www.altromer- cato.it), ma in quest’occasione volevo andare oltre, cercando di aprire nuovi orizzonti di riflessione.

  • di Laura Battistella

editoriale Dopo l’esperimento del “numero zero”, eccoci qui pronti a lanci- are il numero uno della

editoriale

...

editoriale ... Sudafrica, oltre i mondiali? p.14 Dalla Il Sudafrica del 2010 sarà ricordato in Italia

Sudafrica, oltre i mondiali? p.14

Dalla Il Sudafrica del 2010 sarà ricordato in Italia come il Paese in cui la nazionale di calcio ha fatto una pessima figura sportiva ai Mondiali. I mega-eventi sportivi di questo genere hanno l’incredibile capacità di mettere un intero Paese al centro dell’attenzione internazionale per qualche settimana,

  • di Francesco Gastaldon

di Francesco Gastaldon
di Francesco Gastaldon
Tirocini e precariato. Bamboccioni è ora di organizzarsi p.17
Tirocini e precariato. Bamboccioni è ora di organizzarsi p.17

Tirocini e precariato. Bamboccioni è ora di organizzarsi p.17

Tirocini e precariato. Bamboccioni è ora di organizzarsi p.17

Dalla Nel diritto del lavoro italiano esistono delle categorie ben definite per gli apprendisti e i contratti di formazione e lavoro, o simili forme di lavoro/apprendimento che permettono al lavoratore di fare esperienza, senza avere la stessa retribuzione di un lavoratore ordinario. Queste categorie sono tutelate, giuridicamente e nella prati- ca, con limiti agli orari, regole sulla retribuzione, sulla possibilità di eventuale assunzione.

editoriale ... Sudafrica, oltre i mondiali? p.14 Dalla Il Sudafrica del 2010 sarà ricordato in Italia
editoriale ... Sudafrica, oltre i mondiali? p.14 Dalla Il Sudafrica del 2010 sarà ricordato in Italia
  • di Stefano Panozzo

Nasce la prima associazione antimafia a Verona p.20 Come si legge sullo statuto della neonata associazione
Nasce la prima associazione antimafia a Verona p.20
Come si legge sullo statuto della neonata associazione di promozione sociale, le finalità principali sono la promozione
della cultura antimafia, soprattutto tra le giovani generazioni, mettendole in guardia dalle infiltrazioni mafiose che
ormai hanno raggiunto il Veneto e la sensibilizzazione della popolazione tramite incontri, convegni e conferenze con
esperti del settore, volti ad approfondire la conoscenza diretta del fenomeno; in tal senso molta attenzione sarà dedi-
cata alla valorizzazione delle storie di tutte quelle vittime di mafia ormai dimenticate.
indice

comunicato stampa

Per portare avanti la nostra iniziativa abbiamo bisogno di voi… quindi “leggi inoltra e stampa!”, come dice il nostro motto. Se ogni lettore lo invia ad anche solo 5 persone, in un batter d’occhio arriviamo ad una “tiratura” di 1000 copie! Aspettiamo i vostri commenti e i vostri consigli, le vostre lettere, le vostre segnalazioni, e ovviamente i vostri articoli… non esitate a scriv- erci, vogliamo continuare a ragionare e pensare assieme; facciamo crescere le idee!

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il foglio di yorick

quell’immenso cimitero sommerso

alessandra garda

il foglio di yorick <a href=http://www.yorickthefool.blogspot.com/ quell’immenso cimitero sommerso alessandra garda rischiare di trovare, impigliato nelle reti, qualche cosa che pesce non è. La camera da presa ci restituisce l’immagine di un mare tranquillo, mosso da leggere onde, blu e immenso. Poi si ferma su un’immagine: è l’immagine di un vecchio pescatore di Mazara del Vallo che, come è consuetudine ormai da molti anni, sale a bordo del suo peschereccio per andare a pescare. Davanti a lui c’è un piccolo monitor di bordo nel quale sono indicate le rotte che utilizza per orientarsi in mare; prestando attenzione a questa mappa nautica digitale ci si rende subito conto che è costellato di immagini ricorrenti. Sono moltissime e tutte uguali: si tratta di teschi. Stan- no lì per indicare al vecchio pescatore, che utilizza per la pesca il metodo “a strascico”, i punti in cui è meglio non gettare le reti, i punti da evitare per non avere strane sorprese, per non È da qualche giorno, dalla sera in cui sono stata in una famosa libre- ria di Bruxelles per la presentazi- one dell’ultimo libro di Gabriele Del Grande, che questa immagine è fissa nella mia mente. Credo sia la prova tan- gibile della trasformazione che il nos- tro mare (nostro e dei nostri vicini!) ha subito in questi ultimi anni. Le onde nascondono una verità che la comunità internazionale in primis e il nostro Governo hanno interesse a tenere sommer- sa. Una verità che invece persone come Gabriele Del Grande lavorano ogni giorno per far riemergere. Parlo di un immenso cimitero, quello dei senza identità (in quanto vengono respinti o imprigionati o ancora uccisi senza che in alcuni casi venga accertata la loro provenienza non- ché il loro status giuridico), dei senza diritti, dei senza nome, dei dispersi in mare. Quel cimitero si chiama Mediter- raneo. Gabriele Del Grande è un ragazzo di 26 anni, un mio coetaneo, che ha girato in lungo e in largo il Mediterraneo alla ricerca di racconti, di storie, di voci che potessero testimoniare quello che sta accadendo in questi anni al largo delle nostre coste. Ha trascorso quat- tro anni tra la Sicilia e la Libia, tra Lampedusa ed Algeri. Ha visitato carceri, “centri di accoglienza” e cen- tri di identificazione ed espulsione. Ne ha viste e sentite di ogni genere. Ha raccolto poi tutto questo materi- ale in vari libri ed ha fondato un sito internet “Fortress Europe”, un osserva- torio on line sulle e per le vittime dell’emigrazione. Sì perché migliaia di emigrati provenienti dalla Libia, dall’Algeria, dal Marocco durante gli anni duemila sono morti nelle acque del nostro mare. Dal 1988 almeno 14.995 gio- vani sono morti tentando di espugnare la “Fortezza Europa”. Questa questione è complessa e i fat- tori da considerare sono molti. Di sicuro il grosso problema è rappresen- tato dal fatto che il mare è una fron- tiera ben diversa dai confini territo- riali. Questi ultimi sono una linea di confine che divide in maniera netta due Stati: da una parte vige il diritto di uno Stato ed immediatamente dall’altra parte le regole da applicare sono quelle dell’altro Stato. Non è così semplice quando il confine è rappresentato dal mare; o meglio, dalla zona grigia del mare. Oltrepassate le poche miglia di 6 " id="pdf-obj-5-10" src="pdf-obj-5-10.jpg">

rischiare di trovare, impigliato nelle

reti, qualche cosa che pesce non è.

La camera da presa ci restituisce

l’immagine di un mare tranquillo, mosso

da leggere onde, blu e immenso.

Poi si

ferma su un’immagine: è l’immagine di un vecchio pescatore di Mazara del Vallo che, come è consuetudine ormai da molti anni, sale a bordo del suo peschereccio per andare a pescare. Davanti a lui c’è un piccolo monitor di bordo nel quale sono indicate le rotte che utilizza per orientarsi in mare; prestando attenzione a questa mappa nautica digitale ci si rende subito conto che è costellato di immagini ricorrenti. Sono moltissime e tutte uguali: si tratta di teschi. Stan- no lì per indicare al vecchio pescatore, che utilizza per la pesca il metodo “a strascico”, i punti in cui è meglio non gettare le reti, i punti da evitare per non avere strane sorprese, per non

È

da qualche giorno, dalla sera in

cui sono stata in una famosa libre- ria di Bruxelles per la presentazi- one dell’ultimo libro di Gabriele Del Grande, che questa immagine è fissa nella mia mente. Credo sia la prova tan- gibile della trasformazione che il nos- tro mare (nostro e dei nostri vicini!) ha subito in questi ultimi anni. Le onde nascondono una verità che la comunità internazionale in primis e il nostro Governo hanno interesse a tenere sommer- sa. Una verità che invece persone come Gabriele Del Grande lavorano ogni giorno per far riemergere. Parlo di un immenso cimitero, quello dei senza identità (in quanto vengono respinti o imprigionati o ancora uccisi senza che in alcuni casi venga accertata la loro provenienza non- ché il loro status giuridico), dei senza diritti, dei senza nome, dei dispersi in mare. Quel cimitero si chiama Mediter- raneo. Gabriele Del Grande è un ragazzo di 26 anni, un mio coetaneo, che ha girato in lungo e in largo il Mediterraneo alla ricerca di racconti, di storie, di voci che potessero testimoniare quello che sta accadendo in questi anni al largo

delle nostre coste. Ha trascorso quat- tro anni tra la Sicilia e la Libia, tra Lampedusa ed Algeri. Ha visitato carceri, “centri di accoglienza” e cen- tri di identificazione ed espulsione. Ne ha viste e sentite di ogni genere. Ha raccolto poi tutto questo materi- ale in vari libri ed ha fondato un sito internet “Fortress Europe”, un osserva- torio on line sulle e per le vittime dell’emigrazione. Sì perché migliaia di emigrati provenienti dalla Libia, dall’Algeria, dal Marocco durante gli anni duemila sono morti nelle acque del nostro mare. Dal 1988 almeno 14.995 gio- vani sono morti tentando di espugnare la “Fortezza Europa”. Questa questione è complessa e i fat- tori da considerare sono molti. Di sicuro il grosso problema è rappresen- tato dal fatto che il mare è una fron- tiera ben diversa dai confini territo- riali. Questi ultimi sono una linea di confine che divide in maniera netta due Stati: da una parte vige il diritto di uno Stato ed immediatamente dall’altra parte le regole da applicare sono quelle dell’altro Stato. Non è così semplice quando il confine è rappresentato dal mare; o meglio, dalla zona grigia del mare. Oltrepassate le poche miglia di

il foglio di yorick

la collaborazione del colonnello Ghed- dafi nella “guerra contro l’immigrazione illegale”, senza preoccuparsi troppo del

acque territoriali ci si trova in acque internazionali dove per l’appunto vige il diritto internazionale con la conseg- uenza che risulta complicato accertare la responsabilità degli Stati per le azioni ivi compiute. E i respingimenti spesso avvengono in acque internazionali!

  • Di fronte a tutto questo si assiste ad

una totale indifferenza da parte della

comunità internazionale e del nostro

governo, che si trasforma in complicità

  • di noi tutti verso quello che è un vero

è proprio crimine contro l’umanità. Nel 2008 l’Italia ha siglato con la Libia degli accordi, a cui si stava lavoran- do in realtà già all’epoca del governo Prodi, con lo scopo comune di chiudere il contenzioso coloniale e allo stesso tempo combattere l’immigrazione clandes- tina. Si tratta di accordi di cooperazi- one tra forze di polizia e politiche in nome della sicurezza e della lotta con- tro il terrorismo. Insieme all’Italia anche l’Europa in generale sta cercando

rispetto dei diritti umani dei migranti respinti e poi bloccati in Libia o delle vite dei tanti che, pur di fuggire da situazioni terribili, sfidano la morte avventurandosi nelle acque del Mediter- raneo diretti verso Lampedusa piutto- sto che verso la Francia o la Sardegna. Tale complicità si allarga poi al mondo dell’informazione che alimenta il clima

  • di terrore che vuole gli immigrati come

il capro espiatorio nonché l’origine

  • di tutti i nostri mali, gli autori di

ogni episodio di cronaca nera che ormai riempie le pagine di quotidiani di ogni colore politico. Con il sostegno della stampa e dei mez- zi di informazione, sta avvenendo una vera e propria strumentalizzazione di questi fatti (che dal mio punto vista faremmo meglio a definire come veri e propri crimini) da parte della propa- ganda operata da certi partiti italiani. È vero, se guardiamo le stime c’è stata una riduzione dei richiedenti asilo e le persone sbarcate sulle coste sicili- ane sono diminuite; ma a che costo? Dove sono finiti? Forse non sono partiti? Sono stati arrestati o respinti? Hanno

cambiato rotta? Spesso questi immigrati vengono respinti quando ancora sono in mare, prima ancora che raggiungano le nostre coste. Ma dove andranno? Finis- cono nuovamente nei territori dai quali sono scappati. Vengono respinti senza preoccuparsi di sapere se nel Paese

d’origine o di transito sia garantito un rispetto minimo dei diritti umani. In tema di asilo si applica la Convenzione

  • di Ginevra che impone agli Stati di ga-

rantire protezione internazionale ai ri-

fugiati. La Convenzione vieta agli Stati

  • di respingere dei richiedenti asilo in

uno Stato, anche se solo di transito, che non abbia ratificato tale Convenzi- one e che quindi non preveda uno stand- ard minimo di rispetto dei diritti uma- ni. A questo proposito mi chiedo: come conciliare questo divieto con la pratica italiana ormai consolidata di respingere barconi carichi di immigrati eritrei e somali verso la Libia (la quale non fa parte dei paesi firmatari della Conven- zione), senza a volte neppure control- lare se queste persone siano o meno des- tinatari di protezione internazionale? In generale in Italia basta accendere la televisione o aprire un quotidiano per rendersi conto di quanto il lessico usato per trattare queste questioni sia

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assolutamente non appropriato e distorca la percezione del problema, essendo anzi strumentale ed alimentando un clima di paura e terrorismo psicologico assoluta- mente a vantaggio delle politiche re- pressive della classe dirigente. I ter- mini utilizzati fanno sempre riferimento alla sicurezza, alla protezione dei cit-

tadini, e poco si parla invece di tutela dei diritti umani o protezione dello status di rifugiato; si discrimina tra viaggiatori in buona fede e non, quasi

  • ci fosse una differenza tra buoni e cat-

tivi. Questo approccio contribuisce alla solidificazione sempre maggiore delle frontiere, non solamente di quelle fi- siche ma prima di tutto di quelle nelle nostre menti. Ci sentiamo ripetere che gli immigrati devono essere cacciati. In realtà sono i governi che ogni anno, per mezzo del cosiddetto Decreto flussi stabiliscono il volume delle entrate, ossia il numero di immigrati che il Paese è in grado di assorbire; in poche parole la quantità di forza lavoro a basso prezzo che il mercato “richiede”,

  • di cui il mercato necessita. Questo sig-

nifica che lo Stato italiano ha bisogno

  • di un certo numero di immigrati.

Sono convinta che sia fondamentale as- coltare le voci dei protagonisti diretti

  • di queste storie di emigrazione. C’è

qualcos’altro al di là della sicurezza, termine in nome del quale ogni giorno autorizziamo con il nostro silenzio tali crimini. Perché molte cose non ci ven- gono dette, sono “sommerse” appunto. E come farle emergerle? Dando ad ognuno un nome, una storia, dando ad ogni cifra (cifre presenti nelle statistiche che registrano forti cali delle domande di asilo, cifre presenti nei Decreti flussi che ogni anno determinano il numero di immigrati “richiesti” dal mercato) un volto, una voce. Sembra una semplice op- erazione, eppure porta con sé una forza rivoluzionaria. Ci permette di imme- desimarci in Mérouane pieno di sogni e

  • di speranza che saluta un padre che non

rivedrà più per dirigersi verso quella che crede essere “la terra promessa”, oppure in Isaias rinchiuso in un con- tainer per ore ed ore per essere tras- portato da una prigione all’altra, o ancora in Ikram morto in mare per andare in Francia a sposarsi. Tutto questo per cosa? Per quale reato? Sarà forse un

reato quello di sognare, di ricercare

una vita migliore, di avere il coraggio

  • di lasciare tutto e salire su una barca

per solcare un mare intero senza nessuna certezza di ciò che c’è al di là? Per-

ché, diciamocelo, per decidere di venire in un Paese come il nostro, credo che per come si sta mettendo la situazione oggigiorno si debba avere un gran corag- gio. Ci sentiamo spesso ripetere che il prob- lema è in parte risolto in Italia in quanto, secondo alcune stime, si assiste ad una diminuzione degli immigrati ir- regolari. Ma, mi chiedo, a che costo? Che fine hanno fatto? Sono nelle carceri libiche? O forse nei centri di identifi- cazione ed espulsione italiani? Sicura- mente molti di loro sono rappresentati da quei teschi sul monitor del vecchio pescatore siciliano. La macchina da presa ritorna sul pes- catore. Quel vecchio ne ha viste tante per mare. Lo schermo che lampeggia da- vanti ai suoi occhi è il simbolo di un’evoluzione. Il suo mare si sta tras- formando in un cimitero… un immenso cim- itero sommerso.

il foglio di yorick

emergenza educazione civica

prof. gracco spaziani

Tutti gli anni, all’inizio di settem- bre e a metà giugno, i giornali parlano dei “problemi della scuola”. Garantito; tanto quanto è garantito che in estate trattano del caldo “al di sopra delle medie stagionali” e che in inverno alme- no una testata titolerà “L’Italia nella morsa del gelo”. Poi passa. Io insegno da venticinque anni e sta- volta vorrei pronunciarmi anch’io sui problemi della scuola. Non parlerò dei tagli: l’hanno già fatto in molti. Non parlerò della Gelmini che, assieme al presidente del consiglio, è andata in visita ufficiale al Cepu, da lei evi- dentemente ritenuto un’istituzione uni- versitaria esemplare. No, il mio tema è l’educazione civica. Ma prendo il dis- corso un po’ alla larga. Comincio dallo scontro politico in atto all’interno della coalizione di destra. Dice: ma che c’entra con l’educazione civica? Ci ar- rivo. Dunque, in agosto abbiamo assistito a un

aspro conflitto tra due concezioni di- verse di come dev’essere un partito di destra oggi. Al di là dei contrasti su specifici temi, si nota soprattutto la differenza di linguaggio. Da una parte ragionamenti complessi, riferimenti alla Costituzione e alle istituzioni dello stato. Dall’altra, urla scomposte e slogan ripetuti in maniera martellante. Chi vincerà? E in quale sede si andrà a definire il punto di arrivo? In sede elettorale, direi. Nel breve termine è possibile che tutto si risolva con un decoroso compromesso o, chissà, forse anche con un indecoroso scambio di fa- vori. Ma nel lungo termine la partita tra due visioni alternative del concetto di destra rimarrà comunque aperta. E la sede in cui si deciderà chi ha vinto e chi ha perso non sarà la direzione di un partito, o un vertice di maggioranza:

sarà, prima o poi, nel 2010 o nel 2011 o nel 2013, l’espressione della volontà popolare.

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La sovranità appartiene al popolo, come afferma la Costituzione (che subito dopo aggiunge: il quale la esercita nei limi- ti e nei modi, ecc.), e al popolo spet- terà la scelta. Ora, i sondaggi attual- mente dicono che l’elettorato di destra in massima parte è sensibile al fascino delle urla e degli slogan più che al richiamo dei ragionamenti articolati. C’è da meravigliarsi? Una buona fetta dell’opinione pubblica quando sente parlare di equilibri istituzionali, di separazione dei poteri, di indipendenza della magistratura, di differenza tra assoluzione e prescrizione, di conflitto

  • di interessi, di leggi ad personam, di

autonomia dell’informazione, NON CAPISCE

  • DI COSA SI STA PARLANDO, lo considera

linguaggio oscuro, politichese, burocra- tese, latinorum per imbrogliare il pop- olo, quel popolo che parla come mangia, che dice pane al pane, tasse alle tasse e bingo-bongo ai bingo-bongo. Ed eccoci al problema dell’educazione

civica. E’ evidente che in questo campo la formazione del cittadino italiano medio è inferiore a quella dell’europeo medio; o no?? E chi dovrebbe inseg- nare l’educazione civica se non la scu- ola? Su tanti altri temi, dal bullismo, all’educazione sessuale, alle buone maniere e così via, si assiste spesso a uno scaricabarile tra scuole e famiglie; ma sulla preparazione in fatto di mec- canismi istituzionali di una democrazia, beh, non c’è santi: è un compito della scuola. Mettiamoci una mano sulla coscienza, noi

insegnanti, e chiediamoci: QUANTO spazio diamo a questo settore? Non ce la pos- siamo cavare dicendo “qualche cenno l’ho fatto, ma i programmi delle materie vere

sono così vasti

...

c’è poco tempo

...

”.

No, l’educazione civica è una priorità; è un insegnamento che dev’essere non solo impartito, ma anche approfondito; non solo sviluppato nella conoscenza es- atta di una serie di nozioni (il diritto

è materia di precisione, come si sa), ma anche chiarito, esplicitato nel senso storico che sta dietro a quelle nozioni, nell’utilità effettiva di certi meccan- ismi istituzionali. Insomma, è anche un insegnamento di valori. Va evitato, e rigorosamente, ogni riferimento in ter- mini di polemica o di elogio a partiti e uomini politici attuali: non è compito del docente indirizzare i futuri cit- tadini riguardo alle scelte elettorali. La scuola deve rimanere neutrale nella competizione tra partiti per il governo della cosa pubblica. Ma deve fornire ai giovani tutti gli strumenti mentali nec- essari per orientarsi in maniera respon- sabile e cosciente in un settore così delicato, che richiede ponderazione e non pressapochismo.

il foglio di yorick

riflessioni su un’esperienza con

il foglio di yorick <a href=http://www.yorickthefool.blogspot.com/ riflessioni su un’esperienza con laura battistella Libera associazioni, nomi e numeri contro le mafie. OSARE PER CRESCERE Qualche mese fa avevo raccontato, per Ctm altromercato, l’esperienza estiva di campo scout trascorsa con Libera- asso- ciazioni, nomi e numeri contro le mafie (parte di questo articolo riprende quan- to già pubblicato sul sito www.altromer- cato.it), ma in quest’occasione volevo andare oltre, cercando di aprire nuovi orizzonti di riflessione. Ho iniziato a riflettere sui conte- nuti di questo articolo a pochi giorni dall’attentato al procuratore di Reggio Calabria Salvatore Di Landro e dopo aver letto l’articolo di don Ciotti presi- dente di Libera, apparso su Il Mani- festo il 27.08.2010, in cui ci chiama a trasformare la solidarietà in corre- sponsabilità: perché le mafie, sfondo di questo mio articolo, si possono vincere attraverso una mobilitazione collettiva che passi attraverso la condivisione, la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno mafioso. Questo concetto, ben esplicitato da don Ciotti nell’articolo di pochi gior- ni fa, suona come un’esplicitazione dell’esperienza di campo estivo vissuta con il mio clan (gruppo scout AGESCI Soave 1) a fine giugno, proprio in uno dei beni confiscati alla mafia sicili- ana, bene che ha iniziato da poco il suo percorso di “riabilitazione” proprio grazie alla volontà d’azione di Libera- associazioni, nomi e numeri contro le mafie. La nostra esperienza di campo estivo si è inserita all’interno del progetto E!STATE LIBERI di Libera- associazioni, nomi e numeri contro le mafie; un viag- gio- per noi che l’abbiamo vissuto- alla riscoperta del concetto di cittadinanza. Libera è nata nel periodo successivo alle stragi di Capaci e via d’Amelio e di quelle del 1993, che hanno colpito Firenze, Roma e Milano, dandosi come obiettivo lo sviluppo di una cultura an- timafia basata sui diritti, un’antimafia che possiamo definire “sociale” e che lavora a fianco di quella istituzionale, assicurata con determinazione ed effi- cienza dalla magistratura e dalle forze dell’ordine. La prima azione che Libera ha realiz- zato in questa direzione è stata la mo- bilitazione a favore dell’approvazione della legge 109/1996 sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie: una presa di posizione importante, poiché questa legge riconosce il ruolo “anti- mafia” che la società civile, il mondo dell’associazionismo, della cooperazione sociale, hanno e devono avere nel nostro Paese. Libera, facendosi portavoce della legge 109/1996 sull’uso sociale dei beni con- fiscati alle mafie, non ha fatto al- tro che affermare la necessità irri- nunciabile di una lotta alla mafia che si concretizzi in politiche sociali di educazione alla legalità e di lavoro, soprattutto in quei territori del nostro Paese in cui alle organizzazioni mafiose è permesso garantire un posto di lavoro. Quindi è grazie a questa legge e ai suoi sviluppi successivi se è stato possibile il nostro campo estivo. Noi, piccolo clan di un gruppo scout di paese, volevamo semplicemente vivere un’esperienza di servizio che ci per- mettesse di rinsaldare il nostro piccolo gruppo abbiamo vissuto molto di più: ... ci siamo riscoperti cittadini. Perché 11 " id="pdf-obj-10-8" src="pdf-obj-10-8.jpg">

laura battistella

il foglio di yorick <a href=http://www.yorickthefool.blogspot.com/ riflessioni su un’esperienza con laura battistella Libera associazioni, nomi e numeri contro le mafie. OSARE PER CRESCERE Qualche mese fa avevo raccontato, per Ctm altromercato, l’esperienza estiva di campo scout trascorsa con Libera- asso- ciazioni, nomi e numeri contro le mafie (parte di questo articolo riprende quan- to già pubblicato sul sito www.altromer- cato.it), ma in quest’occasione volevo andare oltre, cercando di aprire nuovi orizzonti di riflessione. Ho iniziato a riflettere sui conte- nuti di questo articolo a pochi giorni dall’attentato al procuratore di Reggio Calabria Salvatore Di Landro e dopo aver letto l’articolo di don Ciotti presi- dente di Libera, apparso su Il Mani- festo il 27.08.2010, in cui ci chiama a trasformare la solidarietà in corre- sponsabilità: perché le mafie, sfondo di questo mio articolo, si possono vincere attraverso una mobilitazione collettiva che passi attraverso la condivisione, la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno mafioso. Questo concetto, ben esplicitato da don Ciotti nell’articolo di pochi gior- ni fa, suona come un’esplicitazione dell’esperienza di campo estivo vissuta con il mio clan (gruppo scout AGESCI Soave 1) a fine giugno, proprio in uno dei beni confiscati alla mafia sicili- ana, bene che ha iniziato da poco il suo percorso di “riabilitazione” proprio grazie alla volontà d’azione di Libera- associazioni, nomi e numeri contro le mafie. La nostra esperienza di campo estivo si è inserita all’interno del progetto E!STATE LIBERI di Libera- associazioni, nomi e numeri contro le mafie; un viag- gio- per noi che l’abbiamo vissuto- alla riscoperta del concetto di cittadinanza. Libera è nata nel periodo successivo alle stragi di Capaci e via d’Amelio e di quelle del 1993, che hanno colpito Firenze, Roma e Milano, dandosi come obiettivo lo sviluppo di una cultura an- timafia basata sui diritti, un’antimafia che possiamo definire “sociale” e che lavora a fianco di quella istituzionale, assicurata con determinazione ed effi- cienza dalla magistratura e dalle forze dell’ordine. La prima azione che Libera ha realiz- zato in questa direzione è stata la mo- bilitazione a favore dell’approvazione della legge 109/1996 sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie: una presa di posizione importante, poiché questa legge riconosce il ruolo “anti- mafia” che la società civile, il mondo dell’associazionismo, della cooperazione sociale, hanno e devono avere nel nostro Paese. Libera, facendosi portavoce della legge 109/1996 sull’uso sociale dei beni con- fiscati alle mafie, non ha fatto al- tro che affermare la necessità irri- nunciabile di una lotta alla mafia che si concretizzi in politiche sociali di educazione alla legalità e di lavoro, soprattutto in quei territori del nostro Paese in cui alle organizzazioni mafiose è permesso garantire un posto di lavoro. Quindi è grazie a questa legge e ai suoi sviluppi successivi se è stato possibile il nostro campo estivo. Noi, piccolo clan di un gruppo scout di paese, volevamo semplicemente vivere un’esperienza di servizio che ci per- mettesse di rinsaldare il nostro piccolo gruppo abbiamo vissuto molto di più: ... ci siamo riscoperti cittadini. Perché 11 " id="pdf-obj-10-12" src="pdf-obj-10-12.jpg">

Libera

il foglio di yorick <a href=http://www.yorickthefool.blogspot.com/ riflessioni su un’esperienza con laura battistella Libera associazioni, nomi e numeri contro le mafie. OSARE PER CRESCERE Qualche mese fa avevo raccontato, per Ctm altromercato, l’esperienza estiva di campo scout trascorsa con Libera- asso- ciazioni, nomi e numeri contro le mafie (parte di questo articolo riprende quan- to già pubblicato sul sito www.altromer- cato.it), ma in quest’occasione volevo andare oltre, cercando di aprire nuovi orizzonti di riflessione. Ho iniziato a riflettere sui conte- nuti di questo articolo a pochi giorni dall’attentato al procuratore di Reggio Calabria Salvatore Di Landro e dopo aver letto l’articolo di don Ciotti presi- dente di Libera, apparso su Il Mani- festo il 27.08.2010, in cui ci chiama a trasformare la solidarietà in corre- sponsabilità: perché le mafie, sfondo di questo mio articolo, si possono vincere attraverso una mobilitazione collettiva che passi attraverso la condivisione, la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno mafioso. Questo concetto, ben esplicitato da don Ciotti nell’articolo di pochi gior- ni fa, suona come un’esplicitazione dell’esperienza di campo estivo vissuta con il mio clan (gruppo scout AGESCI Soave 1) a fine giugno, proprio in uno dei beni confiscati alla mafia sicili- ana, bene che ha iniziato da poco il suo percorso di “riabilitazione” proprio grazie alla volontà d’azione di Libera- associazioni, nomi e numeri contro le mafie. La nostra esperienza di campo estivo si è inserita all’interno del progetto E!STATE LIBERI di Libera- associazioni, nomi e numeri contro le mafie; un viag- gio- per noi che l’abbiamo vissuto- alla riscoperta del concetto di cittadinanza. Libera è nata nel periodo successivo alle stragi di Capaci e via d’Amelio e di quelle del 1993, che hanno colpito Firenze, Roma e Milano, dandosi come obiettivo lo sviluppo di una cultura an- timafia basata sui diritti, un’antimafia che possiamo definire “sociale” e che lavora a fianco di quella istituzionale, assicurata con determinazione ed effi- cienza dalla magistratura e dalle forze dell’ordine. La prima azione che Libera ha realiz- zato in questa direzione è stata la mo- bilitazione a favore dell’approvazione della legge 109/1996 sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie: una presa di posizione importante, poiché questa legge riconosce il ruolo “anti- mafia” che la società civile, il mondo dell’associazionismo, della cooperazione sociale, hanno e devono avere nel nostro Paese. Libera, facendosi portavoce della legge 109/1996 sull’uso sociale dei beni con- fiscati alle mafie, non ha fatto al- tro che affermare la necessità irri- nunciabile di una lotta alla mafia che si concretizzi in politiche sociali di educazione alla legalità e di lavoro, soprattutto in quei territori del nostro Paese in cui alle organizzazioni mafiose è permesso garantire un posto di lavoro. Quindi è grazie a questa legge e ai suoi sviluppi successivi se è stato possibile il nostro campo estivo. Noi, piccolo clan di un gruppo scout di paese, volevamo semplicemente vivere un’esperienza di servizio che ci per- mettesse di rinsaldare il nostro piccolo gruppo abbiamo vissuto molto di più: ... ci siamo riscoperti cittadini. Perché 11 " id="pdf-obj-10-16" src="pdf-obj-10-16.jpg">

associazioni, nomi e numeri contro le mafie.OSARE PER CRESCERE

Qualche mese fa avevo raccontato, per Ctm altromercato, l’esperienza estiva di campo scout trascorsa con Libera- asso- ciazioni, nomi e numeri contro le mafie (parte di questo articolo riprende quan- to già pubblicato sul sito www.altromer- cato.it), ma in quest’occasione volevo andare oltre, cercando di aprire nuovi orizzonti di riflessione. Ho iniziato a riflettere sui conte- nuti di questo articolo a pochi giorni dall’attentato al procuratore di Reggio Calabria Salvatore Di Landro e dopo aver letto l’articolo di don Ciotti presi- dente di Libera, apparso su Il Mani- festo il 27.08.2010, in cui ci chiama a trasformare la solidarietà in corre- sponsabilità: perché le mafie, sfondo di questo mio articolo, si possono vincere attraverso una mobilitazione collettiva

che passi attraverso la condivisione, la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno mafioso. Questo concetto, ben esplicitato da don Ciotti nell’articolo di pochi gior- ni fa, suona come un’esplicitazione dell’esperienza di campo estivo vissuta con il mio clan (gruppo scout AGESCI Soave 1) a fine giugno, proprio in uno dei beni confiscati alla mafia sicili- ana, bene che ha iniziato da poco il suo percorso di “riabilitazione” proprio grazie alla volontà d’azione di Libera- associazioni, nomi e numeri contro le mafie. La nostra esperienza di campo estivo si è inserita all’interno del progetto E!STATE LIBERI di Libera- associazioni, nomi e numeri contro le mafie; un viag- gio- per noi che l’abbiamo vissuto- alla riscoperta del concetto di cittadinanza. Libera è nata nel periodo successivo alle stragi di Capaci e via d’Amelio e di quelle del 1993, che hanno colpito Firenze, Roma e Milano, dandosi come obiettivo lo sviluppo di una cultura an- timafia basata sui diritti, un’antimafia che possiamo definire “sociale” e che lavora a fianco di quella istituzionale, assicurata con determinazione ed effi- cienza dalla magistratura e dalle forze

dell’ordine. La prima azione che Libera ha realiz- zato in questa direzione è stata la mo- bilitazione a favore dell’approvazione della legge 109/1996 sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie: una presa di posizione importante, poiché questa legge riconosce il ruolo “anti- mafia” che la società civile, il mondo dell’associazionismo, della cooperazione sociale, hanno e devono avere nel nostro Paese. Libera, facendosi portavoce della legge 109/1996 sull’uso sociale dei beni con- fiscati alle mafie, non ha fatto al- tro che affermare la necessità irri- nunciabile di una lotta alla mafia che si concretizzi in politiche sociali di educazione alla legalità e di lavoro, soprattutto in quei territori del nostro Paese in cui alle organizzazioni mafiose è permesso garantire un posto di lavoro. Quindi è grazie a questa legge e ai suoi sviluppi successivi se è stato possibile il nostro campo estivo. Noi, piccolo clan di un gruppo scout di paese, volevamo semplicemente vivere un’esperienza di servizio che ci per- mettesse di rinsaldare il nostro piccolo

gruppo

abbiamo vissuto molto di più:

... ci siamo riscoperti cittadini. Perché

il foglio di yorick

  • di prova empirica che non c’è miglior

attivarsi nella lotta antimafia è segno di protagonismo reale ed espressione del più alto valore dell’essere cittadino. Anch’io che, in quanto capo scout di questi miei ragazzi, che si affacciano al diritto di voto e scalpitano di vo- lontà di affermazione della propria iden- tità, dovrei essere già in possesso di una certa consapevolezza e maturità, sono tornata alla mia realtà quotidiana di cittadina del Nord Italia con nuove pros- pettive sulla realtà che mi circonda. Le nostre egoistiche aspettative di vivere un’esperienza che fosse sig- nificativa dal punto di vista delle relazioni interpersonali, sono state scalfite ed abbattute per lasciare spazio all’assunzione di una responsabilità, senza compromessi, di rendere, con azioni concrete, “il mondo un po’ migliore di

come l’abbiamo trovato”

Baden Powell,

... fondatore dello scoutismo, ci aveva visto veramente lungo! Ed oggi, posso affermare con certezza

servizio, elemento caratterizzante di uno scout, di quello che ti permette di metterti in gioco in quanto cittadino. Ma come è stata possibile questa nostra piccola, ma tanto importante, rivoluzi- one culturale? Belpasso (CT), Cooperativa “Beppe Mon- tana”, la neonata cooperativa di Libera nella regione Sicilia: uno dei dodici beni confiscati alle mafie che, per tut- ta l’estate, hanno proposto dei campi di volontariato e studio a giovani e adulti

  • di ogni provenienza, associazionistica e

non. Non avevamo ben chiaro che cosa signifi- casse sporcarsi le mani in un terreno confiscato e lasciato a se stesso da circa dieci anni quando siamo sbarcati a Belpasso. L’abbiamo scoperto in una settimana di sveglie all’alba per fal- ciare, rastrellare e rimuovere tutto ciò che quei lunghi dieci anni di abbandono avevano causato: bruttura. I 16 ettari del terreno di Belpasso sono stati confiscati ai Riela, famiglia mafiosa legata al clan Santapaola e un tempo proprietaria del Riela Group, che deteneva il monopolio degli autotraspor- ti in Sicilia. Belpasso: un agrumeto vasto, così vasto

da sembrare sconfinato, così bisognoso

  • di ritrovare i colori dei frutti ma- E’ stata la visione degli al-

turi ...

beri senza frutti a darci lo slancio per scardinare il nostro personale obiettivo iniziale a favore di uno nuovo: resti- tuire dignità e sicurezza all’agrumeto, per contribuire a restituire a noi tut- ti, cittadini d’Italia, un bene che ci è stato tolto dalla mafia. Quest’anno, a dieci anni dalla confisca del terreno di Belpasso, Libera- attra- verso un concorso pubblico che ha dato vita alla cooperativa “Beppe Montana”- lo ha restituito alla società. Molti sono i lavori di bonifica da real- izzare, non solo quelli di natura agri-

cola sull’agrumeto, ma anche su tutta

la struttura immobiliare che un tempo costituiva la residenza del custode del terreno e le stalle dei cavalli, sfrut- tati nelle corse clandestine. Contribuire a quest’opera di bonifica

  • ci ha permesso di sentire il terreno

  • di Belpasso veramente nostro: ci si-

amo resi conto di non aver investito

energie ed impegno su cosa d’altri. Quest’esperienza ci ha concretamente fatto capire che i beni confiscati sono cosa nostra! Belpasso però non è stata soltanto

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un’esperienza di lavoro di bonifica e, nello specifico, di bonifica dei confini dell’agrumeto; è stato soprattutto luogo di incontri significativi che ci hanno reso più consapevoli di quanto una logi- ca di condivisione di intenti ed ideali possa essere vincente contro il mostro che la mafia rappresenta. L’ascolto del vissuto di vittime di mafia, magistrati, volontari di Libera e, soprattutto, la condivisione del lavoro con i membri della cooperativa ci ha dato prova, chi- ara conferma, del fatto che “la società civile detiene una forza ineguagliabile nel preservare i valori della democra- zia, quanto mai necessari oggi che as- sistiamo ad una crisi della legalità che nel nostro Paese ha raggiunto livelli ormai imbarazzanti” (Don L. Ciotti). Questo è solo un piccolo racconto di un’esperienza di vita, me ne rendo conto e mi scuso con voi lettori se non sono stata in grado di riassumerlo in modo efficace o sufficientemente accattivante o esaustivo. Vuole essere però il segno che se è vero, e lo è, che bisogna saper trasformare il proprio senso di solida- rietà verso fatti, fenomeni e dinamiche sociali che viviamo o che semplicemente

sfiorano la nostra esistenza in cor- responsabilità, è altresì vero che è necessario sviluppare una coscienza di solidarietà corresponsabile offrendo ed offrendosi l’opportunità di esperienze, occasioni, incontri che ci spingano ad attivarci, a conoscere, a riflettere per poi a decidere da che parte stare.

Non ci si può attivare senza consape- volezza, senza la minima idea di cosa significhi assumersi delle responsabil- ità. C’è bisogno di osare il proprio fu- turo, la propria esistenza, c’è bisogno

  • di mettersi in gioco. In quanto educa-

tore, ora voglio rivolgermi a chi, in

varie forme, si ritrova a ricoprire un ruolo simile al mio: puntiamo in alto con i nostri ragazzi, spingiamoli ol-

tre il limite delle loro e delle nos- tre aspettative, affinché costruiscano un loro percorso in quanto cittadini responsabili ed attivi, anche se a me piace definirli attenti. Cresceremo in- sieme. E, insieme a noi, la realtà che

  • ci circonda. Perciò vi lascio con una

breve riflessione, scritta al termine di questo viaggio e che riassume la nostra volontà di non fermarci a Belpasso:

Siamo partiti. Un viaggio lungo, come meta una terra a noi lontana, esattamente dalla parte op- posta del nostro stivale. Terra di sole, di mare, di persone isolane nell’anima. Terra di gelsi, terra di Magna Grecia, terra colta. Terra di grano, mandorle ed agrumi. Terra di poeti, scrittori e filosofi. Terra di vulcani, di Mezzogiorno ... terra di isole. Terra che lotta.

Terra di terre

...

strappate a chi si

sostituisce allo Stato, macchiata di abusi e terrore.

Terra impedita del suo domani tro domani. Terra nostra: vicina.

...

il nos-

Siamo partiti.

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sudafrica. oltre i mondiali?

francesco gastaldon

il foglio di yorick <a href=http://www.yorickthefool.blogspot.com/ sudafrica. oltre i mondiali? francesco gastaldon Il Sudafrica del 2010 sarà ricordato in Italia come il Paese in cui la na- zionale di calcio ha fatto una pessima figura sportiva ai Mondiali. I mega- eventi sportivi di questo genere hanno l’incredibile capacità di mettere un intero Paese al centro dell’attenzione internazionale per qualche settimana, per poi relegarlo di nuovo nella penom- bra che lo avvolgeva precedentemente. È vero anche che il Sudafrica non è un Paese qualunque. Nell’immaginario di molti europei è lo Stato africano che “ce l’ha fatta”, dove una lunga e bru- tale storia di segregazione ha lasciato il posto alla realizzazione del sogno della “nazione arcobaleno”. Ma purtroppo la realtà non è quella rappresentata nel film “Invictus”, dove una partita di rugby riesce a far superare sofferenze, ingiustizie e disuguaglianze. Le frotte di giornalisti, inviati e commentatori che si sono riversate all’estrema punta del continente afri- cano hanno raccontato un Sudafrica un po’ disorganizzato, ma comunque in grado di gestire il mastodontico carrozzone della FIFA World Cup. A detta di molti, questo Mondiale è stato un evento la cui rilevanza va al di là di quella spor- tiva. Il governo sudafricano ha puntato moltissimo su questa Coppa del Mondo per riuscire a mostrarsi come un Paese af- ricano diverso dagli altri, lontano dai drammi che affliggono le altre nazioni del continente. Il risultato è ancora incerto: si vedrà se questo investimento in immagine riuscirà a riportare nelle casse dello Stato un po’ dei 33 miliardi di rand (circa 3,5 miliardi di euro) per costruire e rinnovare gli stadi e le infrastrutture sportive. Per ora, finita l’euforia di giugno e luglio, i cambia- menti positivi che il Mondiale avrebbe dovuto portare faticano a mostrarsi. Spenti da appena due mesi i riflettori internazionali, il Sudafrica è già alle prese con i suoi drammatici problemi sociali. Pochi giorni fa (l’articolo è giunto il 21/settembre, n.d.r.) si è concluso uno sciopero, che per settimane ha bloccato scuole, ospedali e servizi pubblici, dei lavoratori del settore pubblico, delusi dagli aumenti salari- ali troppo ridotti. E proprio in questi giorni il movimento Abahlali baseMjondo- lo, che riunisce circa 10 mila abitanti di baraccopoli fra Durban, Cape Town e alcune altre cittadine, sta promuovendo una settimana di sciopero dei baraccati per costringere il governo a rendersi conto delle condizioni di vita nei co- siddetti “insediamenti informali”. Sec- ondo alcune stime recenti delle Nazioni Unite, circa il 28% della popolazione urbana sudafricana vive in condizioni “informali”, e cioè in una baraccopo- 14 " id="pdf-obj-13-10" src="pdf-obj-13-10.jpg">

Il Sudafrica del 2010 sarà ricordato in Italia come il Paese in cui la na- zionale di calcio ha fatto una pessima figura sportiva ai Mondiali. I mega- eventi sportivi di questo genere hanno l’incredibile capacità di mettere un intero Paese al centro dell’attenzione internazionale per qualche settimana, per poi relegarlo di nuovo nella penom- bra che lo avvolgeva precedentemente. È vero anche che il Sudafrica non è un Paese qualunque. Nell’immaginario di molti europei è lo Stato africano che “ce l’ha fatta”, dove una lunga e bru- tale storia di segregazione ha lasciato il posto alla realizzazione del sogno della “nazione arcobaleno”. Ma purtroppo la realtà non è quella rappresentata nel film “Invictus”, dove una partita di rugby riesce a far superare sofferenze,

ingiustizie e disuguaglianze. Le frotte di giornalisti, inviati e commentatori che si sono riversate all’estrema punta del continente afri-

cano hanno raccontato un Sudafrica un po’ disorganizzato, ma comunque in grado

  • di gestire il mastodontico carrozzone

della FIFA World Cup. A detta di molti, questo Mondiale è stato un evento la cui rilevanza va al di là di quella spor- tiva. Il governo sudafricano ha puntato moltissimo su questa Coppa del Mondo per riuscire a mostrarsi come un Paese af- ricano diverso dagli altri, lontano dai drammi che affliggono le altre nazioni del continente. Il risultato è ancora incerto: si vedrà se questo investimento in immagine riuscirà a riportare nelle

casse dello Stato un po’ dei 33 miliardi

  • di rand (circa 3,5 miliardi di euro)

per costruire e rinnovare gli stadi e le infrastrutture sportive. Per ora, finita l’euforia di giugno e luglio, i cambia- menti positivi che il Mondiale avrebbe dovuto portare faticano a mostrarsi. Spenti da appena due mesi i riflettori internazionali, il Sudafrica è già alle prese con i suoi drammatici problemi sociali. Pochi giorni fa (l’articolo è giunto il 21/settembre, n.d.r.) si è concluso uno sciopero, che per settimane ha bloccato scuole, ospedali e servizi pubblici, dei lavoratori del settore pubblico, delusi dagli aumenti salari- ali troppo ridotti. E proprio in questi giorni il movimento Abahlali baseMjondo- lo, che riunisce circa 10 mila abitanti di baraccopoli fra Durban, Cape Town e alcune altre cittadine, sta promuovendo una settimana di sciopero dei baraccati per costringere il governo a rendersi conto delle condizioni di vita nei co- siddetti “insediamenti informali”. Sec- ondo alcune stime recenti delle Nazioni Unite, circa il 28% della popolazione urbana sudafricana vive in condizioni “informali”, e cioè in una baraccopo-

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li, in un edificio occupato e fatiscente (come succede spesso nel centro di Johan- nesburg) oppure è senza tetto. Il sogno di una “vita migliore per tutti”, che era uno dei principali slogan dell’African National Congress (ANC) di Mandela alla fine dell’apartheid, si scontra con la dura realtà quotidiana di un Paese in cui le differenze fra neri e bianchi sono ancora fortissime. Secondo i dati dell’OCSE, la disuguaglianza economica nel Paese è aumentata dal 1993 ad oggi, la povertà urbana è cresciuta e sec- ondo uno studio dell’Università di Cape Town il Sudafrica è la nazione con le più grandi disuguaglianze di reddito del mondo. Fra i ricchi non ci sono più solo i bianchi (eredità del regime segregazi- onista) ma anche una nuova classe di neri con importanti connessioni con il mondo

politico, che si è arricchita con ren- dite minerarie e altre attività. Il governo di Jacob Zuma, in carica dal maggio 2009, non è riuscito a gestire lo scontro fra ANC e ala sinistra della coalizione di governo e si sta muovendo senza troppa convinzione per contras- tare la pandemia di AIDS, in un paese in cui ci sono più di 5 milioni e mezzo di persone che vivono con HIV su una popolazione totale di circa 50 milioni. Inoltre, nonostante le illusioni ini- ziali, Zuma non è riuscito a ricomporre il conflitto fra l’ANC, i sindacati e il South African Communist Party né ad affrontare in modo serio i malumori popolari degli strati più poveri della popolazione. Il Sudafrica non è nuovo alle proteste popolari: fra gli attori principali di queste nuove lotte ci sono le comunità delle ex township, gruppi anti-privatizzazione, organizzazioni di poveri in lotta per i servizi pubblici, contadini senza terra, occupanti abu- sivi e abitanti delle baraccopoli. Negli anni recenti, l’anno 2009 è stato carat- terizzato da un numero elevatissimo di

proteste, molte delle quali particolar- mente aggressive ed eclatanti, per il mancato o deficitario service-delivery, e cioè la fornitura di servizi di base (in particolare acqua, luce, infrastrut- ture, servizi igienici, trasporti) alle comunità e alle aree residenziali più povere. Nel panorama delle proteste degli ul- timi anni, Abahlali baseMjondolo è uno dei più rilevanti movimenti sociali di base attivo nel Sudafrica contemporaneo. Nato in alcune baraccopoli di Durban nel 2005 per iniziativa di alcuni residenti poveri della zona di Clare Estate, al momento il movimento conta circa 10.000 membri regolarmente iscritti nel 2010 distribuiti in circa quaranta insedia- menti informali sparsi fra le città di Durban, Cape Town, Howick, Eshowe, Pine- town e Pietermartizburg. Abahlali riven- dica il diritto dei poveri a vivere in città, il diritto a ricevere una casa, la fornitura di servizi fondamentali (acqua, elettricità, servizi igienici) agli insediamenti informali, il coinvol- gimento dei baraccati nelle decisioni

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che riguardano le politiche urbane leg- ate agli insediamenti. Nel maggio 2010 tre attivisti di Abahlali sono stati in Italia per incontrare movimenti, asso- ciazioni e cittadini nell’ambito della campagna “Mondiali al Contrario” organ- izzata dal settimanale Carta insieme ai missionari comboniani di Castelvolturno e altri amici. Nel loro viaggio a bordo di un furgone, i membri del movimento hanno raccontato in varie città italiane quello che i Mondiali di calcio avreb- bero realmente significato per la pop- olazione del Sudafrica, al di là della retorica pubblicitaria. Oltre agli stadi, il governo sudafricano ha investito anche in polizia, sicurez- za, autostrade, aeroporti, linee ferro- viarie di lusso. Il Paese aveva bisogno di “far cambiare la percezione del Su- dafrica nel mondo”. Questa esigenza ha spinto le autorità a tentare di nascon- dere le contraddizioni che affliggono il paese. La triste abitudine di “ripulire” le città in vista dei mega-eventi non ha trovato nella “nazione arcobaleno” una eccezione. Le politiche “anti-poveri”

che il governo sudafricano sta attuando da molto tempo hanno subito una intensi- ficazione e trovato una giustificazione nella retorica della Coppa del Mondo. Le aree centrali delle città, in par- ticolare zone turistiche e vicine agli stadi, sono diventate “zona rossa” per

  • i venditori di strada (un’attività che

in Sudafrica dà lavoro a quasi un mil- ione di persone); a Cape Town il famig- erato campo di transito di Blikkiesdorp, una città di lamiera simile ad un campo di prigionia, è diventato la discarica dove la municipalità ha trasferito tutti

  • i soggetti sgraditi, come senza tetto,

bambini di strada, abitanti di baracco-

poli sgomberate; nelle città in cui si sarebbero giocate le partite, le zone vicino agli impianti sportivi hanno visto salire il valore degli immobili e

  • i proprietari hanno sfrattato gli inqui-

lini (abusivi o regolari) che vivevano negli edifici. Le manifestazioni organ- izzate per protestare contro lo sper- pero di denaro pubblico in vista della Coppa del Mondo sono state proibite o represse.

Secondo l’arcivescovo Desmond Tutu, questo Mondiale avrebbe dovuto portare orgoglio e unità ad una nazione divisa. In realtà, pare ne abbia evidenziato con più forza le profonde contraddizioni.

il foglio di yorick

tirocini e precariato.Bamboccioni è ora di organizzarsi

stefano panozzo

il foglio di yorick <a href=http://www.yorickthefool.blogspot.com/ tirocini e precariato.Bamboccioni è ora di organizzarsi stefano panozzo Nel diritto del lavoro italiano esistono delle categorie ben definite per gli apprendisti e i contratti di formazi- one e lavoro, o simili forme di lavoro/ apprendimento che permettono al lavora- tore di fare esperienza, senza avere la stessa retribuzione di un lavoratore ordinario. Queste categorie sono tute- late, giuridicamente e nella pratica, con limiti agli orari, regole sulla retribuzione, sulla possibilità di even- tuale assunzione. I tirocinanti non sono minimamente considerati in ques- to ambito. Moltissimi corsi di laurea all’università prevedono tirocini obbli- gatori per laurearsi, ma pochissimi dan- no una mano agli studenti per trovarne uno decente che sia realmente formativo. Spesso ci sono elenchi di imprese in- tenzionate a risparmiare un po’ senza fornire in cambio preparazione. Ma, nonostante i tirocinanti, in molti casi, non si limitino ad un’attività formativa e lavorino quanto persone con contratti regolari, non gli si da la dignità di lavoratori, li si considera studenti e per questo non si pensa sia necessario provvedere a garantirne i diritti. La legge 196 del 1997 (scritta dal minis- tro di centrosinistra Treu), che regola questa categoria, stabilisce garanzie minime per i tirocinanti, limitandosi a tutelarli in caso di infortunio sul lavoro, a porre un limite di un anno per la durata dei tirocini e a porre limiti sul numero di tirocinanti in rapporto al numero di dipendenti con contratti a tempo indeterminato. La legge 196/97 in teoria prevedrebbe (all’Art.18 Par.1): “Al fine di realiz- zare momenti di alternanza tra studio e lavoro e di agevolare le scelte profes- sionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro, attraverso inizia- tive di tirocini pratici e stages (…)”. Ma, se per alcuni tirocini, in effetti si ha un’esperienza formativa effettiva secondo le linee illustrate, per molti altri si ha un lavoro vero e proprio, a tempo pieno (anche più di 40 ore setti- manali), senza retribuzione, senza rim- borsi spese, senza promesse di assunzi- one. In alcune realtà il tirocinio sta diventando un vero e proprio affare per gli enti o le imprese coinvolte. In particolare gli stage internazionali presentano costi proibitivi per chi vu- ole fare domanda, anche in casi di enti pubblici. Il Tirocinio Mae-Crui organiz- zato dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane assieme al Ministero degli Affari Esteri, che invia studenti a lavorare per 3-4 mesi in ambasciate, consolati e rappresentanze, non prevede il minimo rimborso spese, e ovviamente nemmeno l’ombra di uno stipendio, per studenti che passano mesi all’estero. Questo tirocinio, uno dei pochi acces- sibili per chi vuole farne un’esperienza all’estero, è strutturato in maniera nettamente classista, escludendo a pri- ori moltissimi studenti da questa pos- sibilità. Questi tirocini spesso valgono pochissimi crediti formativi come uno o due esami, anche se durano dei mesi. Dall’art. 34 della Costituzione I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo di- ritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devo- 17 " id="pdf-obj-16-10" src="pdf-obj-16-10.jpg">

Nel diritto del lavoro italiano esistono delle categorie ben definite per gli apprendisti e i contratti di formazi- one e lavoro, o simili forme di lavoro/ apprendimento che permettono al lavora- tore di fare esperienza, senza avere la stessa retribuzione di un lavoratore ordinario. Queste categorie sono tute- late, giuridicamente e nella pratica, con limiti agli orari, regole sulla retribuzione, sulla possibilità di even- tuale assunzione. I tirocinanti non sono minimamente considerati in ques- to ambito. Moltissimi corsi di laurea all’università prevedono tirocini obbli- gatori per laurearsi, ma pochissimi dan- no una mano agli studenti per trovarne uno decente che sia realmente formativo. Spesso ci sono elenchi di imprese in- tenzionate a risparmiare un po’ senza

fornire in cambio preparazione. Ma, nonostante i tirocinanti, in molti casi, non si limitino ad un’attività formativa e lavorino quanto persone con contratti regolari, non gli si da la dignità di lavoratori, li si considera studenti e per questo non si pensa sia necessario provvedere a garantirne i diritti. La legge 196 del 1997 (scritta dal minis- tro di centrosinistra Treu), che regola questa categoria, stabilisce garanzie minime per i tirocinanti, limitandosi a tutelarli in caso di infortunio sul lavoro, a porre un limite di un anno per la durata dei tirocini e a porre limiti sul numero di tirocinanti in rapporto al numero di dipendenti con contratti a tempo indeterminato. La legge 196/97 in teoria prevedrebbe (all’Art.18 Par.1): “Al fine di realiz- zare momenti di alternanza tra studio e lavoro e di agevolare le scelte profes- sionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro, attraverso inizia- tive di tirocini pratici e stages (…)”. Ma, se per alcuni tirocini, in effetti si ha un’esperienza formativa effettiva secondo le linee illustrate, per molti altri si ha un lavoro vero e proprio, a tempo pieno (anche più di 40 ore setti- manali), senza retribuzione, senza rim-

borsi spese, senza promesse di assunzi- one. In alcune realtà il tirocinio sta diventando un vero e proprio affare per gli enti o le imprese coinvolte. In particolare gli stage internazionali presentano costi proibitivi per chi vu- ole fare domanda, anche in casi di enti pubblici. Il Tirocinio Mae-Crui organiz- zato dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane assieme al Ministero degli Affari Esteri, che invia studenti a lavorare per 3-4 mesi in ambasciate, consolati e rappresentanze, non prevede il minimo rimborso spese, e ovviamente nemmeno l’ombra di uno stipendio, per studenti che passano mesi all’estero. Questo tirocinio, uno dei pochi acces- sibili per chi vuole farne un’esperienza all’estero, è strutturato in maniera nettamente classista, escludendo a pri- ori moltissimi studenti da questa pos- sibilità. Questi tirocini spesso valgono pochissimi crediti formativi come uno o due esami, anche se durano dei mesi. Dall’art. 34 della Costituzione I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo di- ritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devo-

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no essere attribuite per concorso. Nell’attuale mercato del lavoro, in par- ticolare in determinati ambiti, il tiro-

cinio è una parte integrante del percorso

  • di formazione e non averne svolto uno

preclude molte possibilità lavorative. Molte offerte di lavoro richiedono di

avere esperienza nel settore, acquisi- bile solo come tirocinanti o in posizioni analoghe. Se questo genere di “formazi- one” è indispensabile per la carriera deve essere considerato compresa nello scopo dell’art.34 della Costituzione e,

  • di conseguenza, un diritto per tutti. Su

questo punto è difficile ottenere dati chiari, in quanto la richiesta di “es- perienza pregressa” spesso non specifica il tipo di contratto e può capitare di sentirsi dire ad un colloquio “ma lei ha fatto solo un tirocinio”. Svariati studenti ottengono finanziamenti per i tirocini dalla loro università o dalla loro regione. C’è da dubitare della equa ripartizione territoriale di questi

finanziamenti. Tutte le regioni hanno studenti desiderosi di opportunità per farsi valere ma ovviamente le regioni più ricche avranno più risorse per con- cedere queste opportunità. I diritti de- gli studenti dovrebbero essere tutelati, semmai, in base al reddito, loro o dei loro genitori, non in base alla regione di provenienza. Si forniscono le opportunità migliori soltanto agli studenti che possono es- sere mantenuti dalla propria famiglia. Si costringono i giovani a rimanere per mesi senza diritti o retribuzione svol- gendo un lavoro spesso paragonabile, se non superiore a quello di un lavora- tore retribuito, si ritarda ancora di più l’emancipazione individuale ed il raggiungimento dell’indipendenza dalla famiglia, dalla quale si deve essere mantenuti sistematicamente per anni. Il numero di tirocinanti in Italia è certamente in crescita, anche se non è facile ottenere dati in proposito. La “Repubblica degli stagisti”, un con- osciuto Blog che si occupa di questo tema, lamenta appunto la mancanza di dati chiari sul numero di tirocinanti degli enti pubblici. Per quanto riguarda il settore privato, esiste uno studio del Sistema Informa-

tivo Excelsior (realizzato in collabo- razione da Unioncamere, Ministero del Lavoro e Unione Europea). Da questo stu- dio risulta che nel 2009 c’erano circa 320000 tirocinanti che lavoravano in aziende e che il 14,8% delle imprese ha ospitato tirocinanti . Inoltre questo studio afferma che soltanto l’11,6% dei tirocinanti del 2009 è stato assunto o sarà assunto al termine del tirocinio . È rilevante notare che, da questi dati, risulta che il Nord-Est, spesso cita- to come “modello” negli ultimi anni, è l’area del Paese con la percentuale più elevata di aziende che fanno uso di ti- rocinanti (18,6%) e soprattutto è l’area con la percentuale più bassa di assunzi- one al termine del tirocinio (9,5%). Considerata l’incidenza di questo prob- lema è indubbiamente necessario fare qualcosa. Ma cosa fare e come agire? È estremamente difficile che un tiroci- nante si ribelli o anche banalmente chieda un rimborso o qualche minimo di- ritto. La totale assenza di promesse di assunzione, la necessità di non “bruci- arsi” agli occhi di un possibile futuro datore di lavoro, o anche la speranza di una buona lettera di referenze o infine il timore di essere considerato un pi-

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antagrane nel futuro ambiente lavora- tivo, sono disincentivi sufficienti per la maggior parte delle persone. Bisogna considerare inoltre che i sindacati stanno adattandosi adesso a rappresen- tare queste nuove categorie, occupan- dosi comunque più dei “co.co.co.” e di altre categorie di Lavoratori con la L maiuscola che non di studenti che non si iscriveranno certo in massa al sin- dacato. Un altro problema è l’esistenza di contratti di tirocinio di tipolo- gie estremamente eterogenee, perfino all’interno dello stesso luogo di la- voro. Questo ostacola il crearsi di un “comune sentire” tra i tirocinanti che affrontano in molti casi problemi diver- sissimi. Considerato che moltissimi stage durano pochi mesi, pochi ritengono che valga la pena di condurre una battaglia, dif- ficile e rischiosa che difficilmente produrrà risultati in tempi brevi, si preferisce subire con la convinzione che tanto sarà per poco. Il “per poco” in molti casi è un concetto fuorviante. In certi ambiti lavorativi gli studenti

e i neolaureati passano da uno stage all’altro per anni prima di venire as- sunti sul serio. Uno degli attori che si sta movendo su questo tema è il NIDIL-CGIL, il sin- dacato Nuove Identità DI Lavoro, che comprende tirocini, co.co.co., co.co. pro. e in generale le nuove categorie di contratti precari. Analoghi gruppi stanno creandosi anche nella CISL e nella UIL. Ma anche questi nuovi sog- getti hanno grosse difficoltà ad agire. Uno dei problemi è come organizzare i lavoratori precari, se in organismi di rappresentanza dei precari in generale oppure in organismi comprendenti tutti i lavoratori, precari e non, di un settore (es. i metalmeccanici). Inoltre anche all’interno dei sindacati il peso dei precari è ovviamente ridotto rispetto a categorie più tradizionali di lavora- tori, di conseguenza i problemi del pre- cariato possono essere sottorappresen- tati. È necessario promuovere la sindacaliz- zazione dei precari, in particolare dei tirocinanti, in modo da condurre la lot-

ta alla precarietà, per fare contare di più questo genere di realtà all’interno del sindacato stesso, per renderlo più consapevole delle problematiche più re- centi. In generale bisogna stimolare i giovani a pensare “a lungo termine”. Se è vero che mobilitarsi per migliorare le con- dizioni di un breve tirocinio può non servire a breve termine, è anche vero che moltissimi giovani passano per anni da un tirocinio all’altro e una mobili- tazione per migliorare le condizioni generali dei tirocini beneficerà, prima o poi, anche loro.

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nasce la prima associazione antimafia

comunicato stampa

a verona

E’ stata costituita ieri a Verona l’Associazione Antimafia “Giuseppe e Paolo Borsellino, imprenditori vittime innocenti della mafia”. Come si legge sullo statuto della neonata associazione di promozione sociale, le finalità prin- cipali sono la promozione della cultura antimafia, soprattutto tra le giovani generazioni, mettendole in guardia dalle infiltrazioni mafiose che ormai hanno raggiunto il Veneto e la sensibiliz- zazione della popolazione tramite in- contri, convegni e conferenze con es- perti del settore, volti ad approfondire la conoscenza diretta del fenomeno; in tal senso molta attenzione sarà dedi- cata alla valorizzazione delle storie di tutte quelle vittime di mafia ormai di- menticate. Punto molto importante e più volte sottolineato durante l’assemblea è la “stimolazione” delle altre associazi-

oni presenti sul territorio ad occuparsi e a partecipare alla promozione della cultura antimafia come elemento fondante di ogni società che vuole definirsi lib- era; a tal proposito saranno organizzate periodiche tavole rotonde e incontri con altre realtà associative vicine al tema. I dodici soci fondatori hanno eletto come presidente Benny Calasanzio, 25 enne nipote degli imprenditori Borsel- lino, cui è dedicata l’associazione. Suo vice sarà invece Stefano Pippa, giovane studente di Filosofia. “La nascita di un’associazione sfacciatamente antimafia in un territorio come quello veronese è sicuramente un segnale per le persone per bene, ma anche un pessimo presagio per coloro che hanno intenzione massa- crare il territorio e il tessuto sociale tramite le infiltrazioni mafiose” ha detto il neo presidente.

“La mafia ormai è una solida realtà su tutto il versante del lago di Garda, in- filtrata com’è nelle speculazioni edi- lizie e nell’acquisizione di aziende in dissesto economico, e gestisce da anni il traffico di droga di tutta l’Europa; la stessa droga che quotidianamente passa dal nostro territorio. La nostra associazione vuole essere un punto di riferimento per tutti coloro che voglio- no fare qualcosa contro quella che ormai è una pericolosa realtà quotidiana” ha concluso Calasanzio. L’inizio delle attività è previsto per la fine di settembre: è già in can- tiere un grande incontro con personaggi importanti del mondo della Giustizia. Per tutti coloro che fossero interes- sati, il sito dell’associazione è www. giuseppeepaoloborsellino.blogspot.com e l’indirizzo mail associazioneborsellino@ gmail.com

stefano pippa

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simone valerio

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alessandra garda

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francesco gastaldon

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laura battistella

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stefano panozzo

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