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Prima edizione 1971

INTRODUZIONE A

HOBBES
DI

ARRIGO PACCHI

EDITORI LATERZA
Proprietà letteraria riservata
Casa editrice Gius. Laterza & Figli, Bari, via Dante .51
CL 20-0295-7
THOMAS HOBBES
AVVERTENZA - Nelle citazioni verrà fatto riferimento al­
l'edizione complessiva delle opere di Hobbes, che si articola
negli undici volumi delle English Works e nei cinque delle
Opera, quae latine scripsit omnia, entrambe a cura di William
Molesworth, London 1839-45, e indicate rispettivamente con
le sigle E.W. e O.L.; per gli Elements of Law ci si riferirà
invece all'edizione critica curata da Ferdinand Toennies e
pubblicata a Londra nel 1889, che verrà indicata con la
sigla (T.).
La traduzione italiana dei brani hobbesiani è nostra,
tranne che nel caso dei passi del De cive e del Dialogue
between a Philosopher. , per i quali abbiamo utilizzato la
..

traduzione di Norberto Bobbio, in Opere politiche di Thomas


Hobbes, Torino 1959, indicata con la sigla (B.).
I. I'ORMAZIONE E PRIMI SCRITTI

La prima opera pubblicata da Hobbes è una tra­


duzione della Storia della guerra del Peloponneso di
Tucidide, ma il rilievo del fatto va molto al di là
dell'importanza generalmente attribuibile e delle sem­
plici traduzioni: la pubblicazione, infatti, avvenne in
un momento politico particolarmente tempestoso, per
cui assunse subito il significato di una ben precisa
presa di posizione di fronte alle parti in lotta. Si era
allora nel 1628, l'anno in cui il parlamento strappava
a re Carlo I la Petizione dei diritti, primo episodio
esplicito di un antagonismo che, serpeggiante già ne­
gli ultimi anni di regno di re Giacomo I, si era fatto
più pronunciato sotto il figlio di lui, trascinato in rovi­
nose quanto improduttive spese militari dal governo
di Buckingham: il risentimento per l'eccessivo peso
dei carichi fiscali imposti dalla corona incominciava in
quegli anni a convogliare le sempre crescenti simpatie
della classe media in favore di un parlamento il quale,
più che come organo di governo, tendeva ormai a pre­
sentarsi come una combattiva opposizione; il che non
mancava di conciliargli, d'altro lato, la solidarietà di
quelle correnti religiose che nella politica di Carlo I
vedevano manifestarsi in modo sempre più inquietante
la tendenza a reprimere le organizzazioni di derivazione
calvinista, a tutto vantaggio della Chiesa d'Inghilterra.
In questo clima, la traduzione di un'opera, considerata

7
allora un chiaro manifesto antidemocratico, non poteva
passare inosservata, tanto più che Hobbes stesso, nel­
l 'introduzione, attribuiva un forte risalto alla funzione
educativa della storia, che a suo parere era in grado
di guidare la condotta pratica dei cittadini anche me­
glio di una qualsiasi filosofia morale.
Fino ad allora, Hobbes non aveva avuto molte oc­
casioni di imporsi all'attenzione dei dotti: costretto
nelle incombenze subordinate di precettore, e in se­
guito di segretario, alle dipendenze della grande fa­
miglia dei Cavendish di Devonshire, aveva · trovato
modo di farsi apprezzare da Bacone, amico dei Ca­
vendish, come attento trascrittore dei suoi pensieri,
e forse era già entrato in rapporto anche con Herbert
di Cherbury: ma si trattava pur sempre di relazioni
abbastanza frettolose e distratte, da parte di perso­
naggi di altissimo livello e grado sociale, nei confronti
di un giovane di indubbio ingegno, ma le cui origini
e mansioni risultavano estremamente modeste. D'altra
parte, la personalità filosofica del giovane Hobbes era
ancora molto acerba, anche se già aveva ricevuto una
impronta abbastanza decisiva nel corso di un viaggio
sul continente, compiuto da Hobbes insieme col disce­
polo tra il1 61 0 ed il1 61 3 : allora egli si era reso conto
di quanto fosse antiquata la cultura scolastica assorbita
- per la verità, senza soverchio entusiasmo - du­
rante gli anni degli studi oxoniensi, grazie al contatto
con quegli « uomini colti » ai quali egli stesso allude
nell'autobiografia 1.- Chi fossero questi dotti che gli
aprirono gli occhi, non è dato di sapere con precisione,
anche se possediamo qualche documentazione circa suoi
rapporti con gli amici veneziani di Sarpi e di Galilei.
Sta di fatto che egli era ritornato da quel viaggio
- è sempre l'autobiografia ad informarcene - con
una gran voglia di ristudiare i classici - poeti, filo­
sofi, storici -, riprendendo confidenza con il latino
ed il greco, che anni di spensierata vita signorile in

l O.L., l, p. XIII.

8
compagnia del proprio discepolo quasi coetaneo gli
avevano fatto pressoché dimenticare. La traduzione di
Tucidide si iscrive in questo programma, innanzitutto
con la motivazione pratica che essa costituiva per
Hobbes il banco di prova del suo recupero della lin­
gua greca; d'altronde, la scelta dell'autore era dovuta,
come già si è osservato, all'esemplarità antidemocratica,
se non filomonarchica, della sua opera, che dovette
apparire, agli occhi di Hobbes, un ottimo mezzo per
il;nporsi all'attenzione della colta società aristocratica
alla quale - seppure in condizione subordinata - egli
si sentiva ormai profondamente legato . Ma al di là
di queste sollecitazioni pratiche, Hobbes si era avvici­
nato a Tucidide grazie a una valutazione della storia
che si collega direttamente all'orientamento « umani­
stico » acquisito dai suoi studi. Nella prospettiva di
Hobbes, la storia viene ad occupare il posto tradizio­
nalmente riservato alla filosofia morale, che nell Intro
' ­

duzione alla sua traduzione egli richiama solo per con­


trapporla, con le sue « aperte comunicazioni di pre­
cetti », alla concreta efficacia della narrazione storica,
che invece istruisce « segretamente » 2 , cioè non espli­
citamente. Il fine della storia è appunto quello di
« istruire e mettere in grado gli uomini, grazie alla
conoscenza dei fatti passati, di comportarsi con pru­
denza nel presente e con previdenza riguardo al fu­
turo » 3, insegnando a distinguere tra onore e diso­
nore, cioè tra retto e · scorretto comportamento. Il fat­
to che Hobbes parli dell'onore come del parametro
fondamentale per giudicare ed indirizzare il compor­
tamento umano, tradisce subito l'ambiente al quale la
traduzione veniva destinata, insieme col tipo di let­
ture che avevano orientato il giovane intellettuale in
queste sue prime prese di posizione teoriche: come fu
giustamente sottolineato, egli . si dimostra ancora sen­
sibile ai temi i:inascimentali del « cortegiano », e an-

2 E.W.,
.
VIII, p. XXII.
3 I VI, p. VII.

9
che se, con una consapevolezza certo originale, rico­
nosce la sostanziale equivalenza dei termini « onore »
ed « onestà », con ciò stesso mantiene in tutta la sua
nettezza la distinzione e lo stacco tra la classe domi­
nante e le inferiori, attribuendo l'onestà a queste ul­
time, per riservare l'onore solo alla prima.
Non è questo, comunque, l'unico tema interessante
rilevabile nell'introduzione al Tucidide, specialmente
in vista dei futuri sviluppi di certe dottrine hobbesia­
ne: insieme col già notato distacco nei confronti
della filosofia tradizionale, va soprattutto rilevato il
delinearsi di una profonda avversione per la retorica,
analizzata nei suoi malefici effetti, sia in campo po­
litico, che .in campo speculativo, dove le viene con­
trapposto il metodo rigorosamente obbiettivo di ogni
procedere scientifico.
Tale atteggiamento segna la conclusione del pe­
riodo « umanistico » della formazione di Hobbes, con
una presa di posizione decisamente negativa nei con­
fronti di uno dei capisaldi di quella tradizione: l'uma­
nesimo aveva lottato tenacemente, da Valla a Ramo,
contro l'astrattezza della logica aristotelico-scolasti­
ca, proponendo come unica valida alternativa pro­
prio la retorica, intesa come umana esperienza di
vita, ma i risultati non erano stati pari alle aspetta­
tive e, anche se taluni effetti del ramismo si face­
vano sentire ancora nell'opera baconiana, la logica
tradizionale, al principio del secolo XVII, riguada­
gnava rapidamente le posizioni, come testimoniano in
Inghilterra le numerose edizioni di manuali « neo­
scolastici », prime fra tutte le logiche· di Brerewood
e di Robert Sanderson; del resto, questa linea verrà
ribadita dalla stessa direzione presa dalla logica hob­
besiana.
Nel campo della storia, poi, è ben vero che l'uma­
nesimo le aveva attribuito dignità e rilievo fino ad
allora ignoti, trascendendo anche l'antico insegnamen­
to ciceroniano della historia magistra vitae con l'in­
staurazione di quell o strettissimo collegamento tra

lO
. storiografia e pratica politica che trova nell'opera dei
cancellieri fiorentini e del Machiavelli · più va-
lidi esempi: ma non va dimenticato di certa
storiografia rinascimentale per i e 1
compiacimenti letterari, che aveva
promettere l'apporto più genuino recato
plina dai primi umanisti, e cioè la COlllSl. de:razlOl,l�
gorosamente filologica dei documenti del passato.
tro una storia cosl intesa come vano esercizio
rico era sorto un v·igoroso movimento di reazione,
che si era battuto e si batteva in favore di una sto­
riografìa « scientifica », esprimentesi in una narra­
zione obbiettiva di fatti rigorosamente accertati, se­
condo· gli ideali di un Bodin; ed è precisamente su
questo terreno che interviene la polemica antiretorica
hobbesiana, anche se forse già allora il giovane pen­
satore si trovava più d'accordo con una prospettiva
di tipo baconiano, che subordina la storia alla scien­
za, piuttosto che con la bodiniana identificazione tout
court di storia e scienza.
Sta di fatto che quella scienza alla quale Hobbes
incominciava a pensare nei suoi ancor vaghi progetti
era ben lontana dall'assumere ancora una qualsiasi
forma, per cui tutto l'interesse del nostro va alla
scientificità della storia : . e il primo passo in questa
direzione consiste proprio nella demolizione dell'idea­
le di una storiografia retorica, il cui esempio più
evidente Hobbes ritrova nell'opera di Dionigi d'Ali­
carnasso. Quest'ultimo « considera come scopo della
storia, non il · vantaggio derivante dallo scrivere la
verità, ma il piacere dell'ascoltatore, come se si trat­
tasse di una canzone »; lo storico greco cerca di evi­
tare di raccontare calamità e miserie della sua patria,
e t�nde a seppellirle nel silenzio per magnificare solo
i fatti splendidi e gloriosi; per lui le virtù dello sto­
rico consistono nell'attaccàmento alla patria, nel cer­
care a tutti i costi di piacere all'ascoltatore, nello scri­
vere più di quanto l'oggetto richieda, nel nascondere
tutto ciò che non torna ad onore della patria. « Era

11
un retore - conclude Hobbes - e si direbbe che
non · abbia scritto altro che quel che fosse suscetti­
bile al massimo grado di ornamento retorico » 4• Di
qui la contrapposizione con Tucidide, che nell'espo­
sizione segue un ordine « che più chiaro e naturale
non è possibile escogitare » 5: Hobbes apprezza tal­
mente la ruvida obbiettività, da preferire l'ottavo
libro della Storia della guerra del Peloponneso, per­
ché è rimasto allo stato di commentario, « non ab­
bellito con discorsi, né connesso ai passaggi, come
sono i primi sette· libri » 6• Il pregio più evidente
dell'opera di Tucidide consiste proprio nella costante
e spassionata ricerca della verità storica, espressa in
una narrazione « coerente, perspicua e persuasiva » 7•
Hobbes non dimentica la funzione dell'espressione
- « se la verità è l'anima della storia, l'espressione
ne è il corpo » 8 - ma invece di ridurla al concetto
,

di stile, ne privilegia il significato metodico, elo­


giando Tucidide perché « segue chiaramente e sem­
plicemente l'ordine temporale, dal principio alla fi­
ne » 9, illustrando il fondamento e i motivi di ogni
azione. Ma Tucidide, col suo. disprezzo per la democra­
zia, offre a Hobbes un valido esempio di opposizione
all'uso della retorica anche in sede politica: lo storico
ateniese rifiutò di partecipare alla vita politica, « per­
ché in quei giorni era impossibile ad alcuno dare un
parere buono ed utile per la repubblica, senza in­
correre nello scontento del popolo » 10• Cosl, nei suoi
scritti, « egli a diverse riprese rileva l'emulazione e
la contesa dei demagoghi per ottenere reputazione
e gloria d'ingegno, con quel loro frustrarsi recipro­
camente i piani, a tutto danno del pubblico, e l'in-

4 I Vl,.
p. XXVI.
5 IVl,.p. XXVIII.
6 IVl,
. p. XVIII.
7 I Vl,.
p, XXI.
8 I .
Vl, p, XX.
I .
9 Vl, p. XXI.
IO I Vl,
. p. XVI.

12
coerenza delle deliberazioni, dovuta alla disparità dei
fini e al potere della retorica negli oratori [ ] » 11•
...

Si viene cosl a delineare una serie di temi che ricor­


reranno spesso nella successiva opera di Hobbes,
l'equazione tra democrazia e demagogia, la sempre
più intensa preoccupazione per il potere dei retori
sulle masse, basato esclusivamente sulla sapiente ma­
nipolazione dell'emotività popolare, la contrapposi­
zione di retorica e razionalità, in tutti i campi del­
l'operare e del sapere umani. Non a caso, il futuro
autore degli Elements of Law studiava assiduamente
la Retorica di Aristotele, per trarne la chiave di una
organica teoria delle passioni.
All'epoca della pubblicazione del Tucidide, comun­
que, Hobbes aveva già deciso di approfondire i pro­
pri studi in direzione di un sapere fortemente arti­
colato, che se da un lato taglia abbastanza nettamente
i ponti con l'interesse umanistico degli anni succes­
sivi al primo viaggio sul continente, dall'altro oltre­
passa di molto il ristretto ambito della storiografia,
per quanto scientificamente intesa: tra il 1627-28,
infatti, ed il 1631-32 - con la parentesi di un se­
condo viaggio sul continente, nel '29--30 egli pro­
-

gramma sui cataloghi della biblioteca Bodleiana di


Oxford una . serie impressionante di letture, certa­
mente non tutte andate a compimento, ma certo suf­
ficienti per darci un'idea dei suoi interessi in quel
periodo 12 • Le liste che egli allora redasse compren­
dono una gran quantità di libri riguardanti il metodo
della scienza, la grammatica e le lingue, l'astrono­
mia, la matem·atica, la geometria e l'ottica, discipline
tutte che formeranno il fulcro delle sue ricerche fu­
ture : e insieme, a denotare con quanta difficoltà la
scienza moderna riuscisse a districarsi dal peso della
tradizione, Hobbes annota decine e decine di libri

Il I vi, pp. xvi-XVII.


12 Cfr. A. PACCHI, Una «biblioteca ideale» di Thomas
Hobbes, in « Acme», XXI ( 1968), l, pp. 542.

13
di astrologia, di ermetismo, di magia naturale e per­
sino di necromanzia. Sta di fatto però che già Euclide
occupava molti dei suoi pensieri, come le liste docu­
mentano ampiamente, ed incominciava a proporgli
l'ideale ·- aristotelico - di una scienza rigorosa,
interamente deduttiva, apoditticamente svolgentesi da
una serie molto ridotta di definizioni, postulati ed
assiomi. Parallelamente, si fa strada in lui la con­
vinzione che i principi primi, esplicativi del reale,
si riducano a due, il moto e il corpo, ogni fenomeno
naturale potendosi ridurre appunto, nelle sue infinite
variazioni, a mero movimento di corpi.
A documentare il fatto che queste idee andavano
prendendo faticosamente forma nella sua mente già
in quell'epoca, si indica di solito un manoscritto
anonimo, edito dal Toennies, e da lui attribuito a
Hobbes e datato intorno al 1631. Lo Short Tract on
First Principles 13 - cosi lo intitolò il Toennies -
manifesta assai bene l'aderenza all'ideale dimostra­
tivo euclideo, essendo suddiviso in sezioni, ciascuna
delle quali si apre con . una serie di « principi », dai
quali vengono dedotte delle « conclusioni » ed anche
alcuni corollari: le dimostrazioni di ogni sezione ten­
gono conto delle conclusioni delle precedenti, e vi si
basano, e il ragionamento trova largo appoggio nel­
l'uso del linguaggio quantitativo e dell'ausilio geome­
trico. Nelle sue poche pagine, il manoscritto affronta
una grande quantità di temi, partendo dai concetti
astratti di corpo, di· movimento, di agente e di pa­
ziente, per passare quindi alla determinazione e spie­
gazione del fenomeno della sensazione, della luce,
dei colori, ecc. La breve trattazione si · conclude con
l'abbozzo di un'etica, anch'essa rigorosamente dedut­
tiva e materialistica. Impostazione meccanicistica e
riferimento alla tradizione si trovano ancora mesco­
lati in questo lavoro, in cui ad esempio si identifica
il co�po con la sostanza ed il moto (locale) con l'ac-

U Appendix I di Elements of Law (T.), pp. 193-210.

14
cidente: non solo, ma dopo aver distinto le qualità
sensibili da quelle oggettive delle cose, vi si sostiene
che le prime giungono ai sensi dagli oggetti mediante
la trasmissione di specie « che sono sostanze » 14,
per cui vien riproposto il problema epicureo della
reintegrazione dei corpi che inviano ai sensi le specie
stesse. In conclusione, le affermazioni più rivoluzio­
narie del manoscritto riguardano l'etica, laddove il
bene viene identificato con « ciò che possiede il po­
tere attivo di attrarre localmente qualsiasi cosa »,
da cui si deduce che « tutto ciò che è bene è deside­
rabile; e - proposizione ben più audace - tutto
ciò che è desiderabile è bene ». Questo porta ad una
completa relativizzazione del concetto di bene, per­
ché « quel che è desiderabile o buono per uno, può
non esserlo per un altro » 15• Un legame necessario
di causa ed effetto determina l'appetito, che è « mo­
vimento di spiriti animali verso l'oggetto che li
muove » 16 e da ciò si inferisce, in dichiarato contrasto
con le posizioni moliniste, che « la definizione di li­
bero agente, come di quello che, posti tutti i requi­
siti perché operi, può operare· o non operare, im­
plica contraddizione » 17•
Come si vede, lo Short Tract contiene, in forma
sommaria, e persino rozza nella sua concisione, alcuni
tra i princlpi fondamentali della futura speculazione
hobbesiana, come l'interpretazione in chiave mecca­
nicistica della realtà naturale, e la riduzione spre­
giudicatamente materialistica, sia del meccanismo del­
la sensazione e della formazione delle idee, sia del
processo della volizione, con tutte le conseguenze
deducibili sul piano teologico, morale e politico. Que­
sto ha fatto sl che il manoscritto venisse senz'altro
attribuito ad Hobbes, anche se a nostro giudizio la

14 lvi, p. 203.
15 Ivi, pp. 208-9.
16 lvi, p. 209.
17 lvi, p. 196.

15
cosa non appare completamente sicura: d'altra parte,
se non è di Hobbes, esso proviene certamente da
quella ristretta cerchia di intellettuali che va sotto
il nome di « circolo del Newcastle », dal nome del
nobiluomo William Cavendish di Newcastle, impa­
rentato con i Cavendish di Devonshire protettori di
Hobbes; il Newcastle amava promuovere e fìnan-·
ziare, in collaborazione col fratello Charles Caven­
dish, studi, ricerche e discussioni riguardanti la nuova
scienza, riunendo nella sua residenza di Walbeck
Abbey studiosi di una certa rinomanza, come il ma­
tematico Walter Warner e il filosofo Robert Payne,
John Peli e Sir Kenelm Digby, e più tardi Walte:r
Charleton e Sir William Petty, cioè il meglio che
l'Inghilterra dotta potesse allora offrire in fatto di
studi scientifici. Inoltre, i fratelli Cavendish si tene­
vano in contatto con gli studiosi di tutta Europa at­
traverso una fitta corrispondenza, per cui il circolo fu
anche il principale tramite tra la cultura inglese e
quella gassendista e cartesiana, che andava istituzio­
nalizzandosi in Francia, soprattutto grazie agli sforzi
del padre Mersenne, che organizzava qualcosa di
analogo nella sua cella del convento dei Minimi, a
Parigi. Hobbes fece parte fin dalle origini del « cir­
colo » dei Cavendish, e la sua era probabilmente una
delle personalità più forti del gruppo : ciò non to­
glie che, se si esaminano le carte inedite lasciate da
Warner, da Payne e da Charles Cavendish, si tragga
l'impressione che quella riflessa nello Short Tract
sia la « filosofia » del gruppo, piuttosto che del solo
Hobbes, anche se quest'ultimo la condivideva in
pieno e la sviluppò con indubbia originalità nelle sue
opere più tarde. Quel che sappiamo di Hobbes nel
decennio tra il '30 ed il '40 - il periodo della sua
assiduità a Walbeck Abbey -induce a trarre almeno
due conclusioni: in primo luogo, che l'interesse sto­
rico-politico degli anni venti viene soverchiato e
quasi posto ai margini dall'attenzione rivolta alla scien­
za naturale e alla sua fondazione; in secondo luogo,

16
che la formazione filosofico-scientifica di Hobbes non
è tanto il risultato di un'esperienza individuale, quan­
to di un lavoro di gruppo, i cui contributi, per un
certo periodo, rimasero abbastanza omogenei.
È certo che la partecipazione al « circolo » fu ab­
bastanza decisiva per il non . più giovanissimo stu­
dioso - aveva di molto oltrepassato la quarantina -·

perché fu Il che egli imparò ad apprezzare Galilei,


e venne iniziato alla filosofia cartesiana da quel Sir
Kenelm Digby, che gli fece avere una copia del Dis­
cours appena pubblicato. Lo stesso Digby gli aveva
comunicato, qualche anno prima, il proprio entusia­
smo per i precursori medievali della nuova scienza
quantitativa e sperimentale, Roberto Grossatesta e
Ruggero Bacone, di cui il gentiluomo inglese posse­
deva una ricchissima serie di manoscritti, da lui ce­
duti alla biblioteca Bodleiana.
In questo clima vivo e stimolante, e in possesso
di una cultura ormai solida e orientata, Hobbes af-·
fronta il suo terzo viaggio sul continente, fra il 1634
e il '37, sempre in qualità di accompagnatore di un
giovane Cavendish. Il viaggio ha per Hobbes il si­
gnificato di un'esperienza fondamentale: egli è ora
in grado di giudicare con piena cognizione di causa il
sapere e il valore dei dotti continentali che incontra,
o che va a cercare, acquista e legge libri poco noti,
o introvabili in Inghilterra, raccoglie idee e collega
intuizioni prima sfocate. Va a trovare Galilei, nel
suo corifino di Arcetri, entra in contatto, a Parigi,
col padre Mersenne e con gli intellettuali di quel
circolo; con Gassendi soprattutto, al quale lo lega
una certa affinità spirituale, che si compendia nella
spiccata propensione per l'empirismo mescolata a una
vena di scetticismo pirroniano, Hobbes inaugura un
rapporto di amicizia che sarà tra i suoi più tenaci.
È nel corso di quel viaggio, comunque, che si fa strada
in lui il progetto di scrivere un'opera complessiva,
gli Elementa philosophiae, che si articoli nelle tre
successive trattazioni, De corpore, De homine e De

17
cive, tra loro legate da un nesso deduttivo rigorosa­
mente unitario, sulla base di quell'intuizione che già
si era espressa ai tempi dello Short Tract: che cioè
tutti gli aspetti della realtà si riducessero a movimento
di corpi, e che in base ad esso andassero spiegati,
in una prospettiva meccanicistico-materialistica uni­
taria, che comprendesse non la sola scienza naturale,
ma anche la morale e la politica, costanti punti di
riferimento, anche se provvisoriamente trascurati, del­
la ricerca hobbesiana.
Ritornato in Inghilterra, Hobbes dovette porsi
subito al lavoro intorno alla prima sezione dell'opera
progettata - il De corpore - come ci viene docu­
mentato da un manoscritto, scoperto' da Mario Manlio
Rossi tra le carte di Edward Herbert di Cherbury,
l'autore del De veritate, e che lo stesso Rossi ha
pubblicato sotto il titolo di De principiis cognitionis
et actionis 18• Da quel che si può congetturare, il
Cherbury tradusse in inglese, compendiandolo, un
abbozzo latino sottopostogli da Hobbes, che con­
tiene alcuni capitoli della seconda parte del De cor­
pore, preceduti da un esordio che invece non si ri­
trova più nell'opera compiuta: il tutto dovrebbe ri­
salire agli anni fra il '37 e il '40. L'esordio - parte
del quale fu poi inserito da Hobbes nella sua rispo­
sta alla prefazione al Gondibert di Sir William Da­
venant 1 9 , e che quindi è sicuramente suo, anche se
fu espunto dal De corpore - esalta, con enfasi ba­
coniana, la capacità della mente umana di riflettere
l'immagine del mondo : la memoria è il mondo, ma
non realmente, bensi riflesso come in uno specchio,
cui attingono poi sia il giudizio, che esamina tutte
le parti della natura e ne registra mediante vocaboli
l 'ordine, le cause, le proprietà, ecc., sia la fantasia,

18 Cfr. M. M. Rossr, Alle fonti del deismo e del mate­


rialismo moderno, Firenze 1942, pp. 103-94 (la trascrizione
del Ms. è alle pp. 104-19).
19 E.W.� IV, p. 449.

18
che ne trae il materiale per comporre le opere d'arte.
Hobbes differenzia quindi due tipi di conoscenza, la
prudenza, o « esperienza di fatto » , e la scienza: la
prima ci consente di giungere alla conclusione che
« nulla esiste realmente nel mondo, tranne i singoli
corpi individuali che producono effetti egualmente
singoli ed individuali in dipendenza di leggi, regole
e forme, e seguendo determinati ordini e successio­
ni » 20, per cui le cause non sono libere nel loro ope­
rare, e non c'è effetto senza una causa che lo giusti­
fichi e lo disciplini; la seconda viene introdotta con
un procedimento espositivo che si ritroverà pari pari
nel De corpore e negli Elements of Law, cioè la co­
siddetta « ipotesi annichilatoria ». Quel che colpi­
sce nel De principiis è soprattutto l'aderenza - an­
che letterale - al discorso baconiano, non solo nella
similitudine della mente come specchio, ma anche
nella concezione corpuscolare della realtà che sarebbe
il risultato della conoscenza sperimentale, e che viene
· espressa in una frase presa di peso dal Novum Or­
ganum 21 • Hobbes è tuttavia già abbastanza consape­
vole che l'esperienza baconiana, comunque venga ra­
zionalizzata, non può dar luogo a quella conoscenza
deduttiva, alla quale egli dedica da anni la propria ri­
flessione e i propri tentativi sempre più coerenti ed
organizzati, e infatti il contenuto dell'esordio mani-­
festa qualche contrasto di impostazione con la fisio­
nomia che, già in questo abbozzo, assume la scienza·
propriamente detta. Ciò spiega perché l'esordio « ba­
coniano » cadde nelle successive redazioni, anche non
definitive, del De corpore.

. 2oM. M. Rossi, op. cit., p. 104.


21 Novum Organum, II, aph. 2 (ed. Spedding, I, p. 228)_

19
II. IL PROBLEMA DEL RAPPORTO TRA E S PERIENZA
'
E S CIENZA, E LA FONDAZIONE DI UN ANTROPOLOGIA
MATERIALISTICA

Mentre lavorava ai primi abbozzi dell'opera fon­


damentale da lui progettata, Hobbes dovette sentire
i l bisogno di fissare le proprie idee e di saggiare la
consistenza di tutto il sistema, o almeno di gran
parte di esso, attraverso una sintesi più agile, che
riportasse contemporaneamente in primo piano quel­
le prospettive politiche che già egli aveva espresso,
più che altro implicitamente, con la traduzione di
Tucidide, e che nel frattempo avevano assunto una
consistenza organica ed articolata. Scrisse cosl, in­
torno al '40, gli Elements of Law Natura! and Po­
litic, che vennero subito fatti circolare manoscritti
presso amici ed estimatori del filosofo inglese, sicché
si possono considerare noti al pubblico a partire dal
1640, anche se Hobbes consentl che fossero stam­
pati solo nel '50, in due parti separate, recanti ri­
spettivamente i titoli di Human Nature e De cor­
pore politico. In questa veste li conobbero gli stu­
diosi, fino al 1889, quando il Toennies pubblicò la
trascrizione del manoscritto originale, restaurando an­
che il titolo primitivo : operazione quanto mai ne­
cessaria, perché negli Elements Hobbes intende svol­
gere un discorso unitario, che dalla fisiologia della
sensazione e della .formazione dell'immagine, attra­
verso la considerazione del meccanismo della volontà
e delle passioni, conduce all'elaborazione di una scien­
za della politica, fondata appunto sui presupposti
di quell'antropologia. Nei primi capitoli dell'opera
si affronta però anche la discussione di problemi an­
cor più generali, lasciati in un certo senso in so­
speso nel De principiis, ad esempio il problema del
rapporto tra l'esperienza e la scienza.
Nel De principiis già si era fatta luce la distinzione

20
fondamentale tra una scienza definita come « evidenza
di verità » e « conoscenza derivata », e una prudenza
assimilata alla « esperienza di fatto » e alla « cono­
scenza originaria �>, ma quest'ultima sembrava gio­
care, nell'economia del sistema, un ruolo essenziale,
giungendo a delineare quella visione materialistica
della realtà che la scienza non faceva che ribadire, sia
pure attraverso un procedimento rigorosamente de­
duttivo. Negli Elements ritroviamo la medesima con­
trapposizione, espressa esattamente negli stessi ter­
mini, ma si ha l'impressione che il clima sia diverso:
in altre parole, prende forma qui quel processo di
progressiva svalutazione della conoscenza sperimen­
tale e dell'induzione, che si concreterà, ad esempio,
nella già accennata eliminazione dell'esordio « baco­
niano » dalle redazioni del De corpore successive a
De principiis. I principali appunti mossi da Hobbes
all'esperienza di fatto, o prudenza, vertono sulla sua
mancanza di certezza e di universalità: i segni che
noi ne assumiamo « sono solo congetturali, e la loro
certezza è maggiore o minore a seconda che essi ab­
biano deluso spesso o raramente, ma non è mai piena
ed evidente » 1, né l'uomo è in grado di concludere,
in base all'esperienza passata, che certi fatti si veri-·
.ficheranno anche in futuro; in altri termini, « l'espe­
rienza non giunge mai a conclusioni universali » 2•
Questo non implica una svalutazione del valore pra­
tico della prudenza, quando non si esiga di oltrepas­
sare i limiti del verosimile e del probabile, ed è anche
ovvio che, col crescere delle esperienze fatte, le con­
getture « migliorano », com'è provato dalla maggiore
prudenza dei vecchi rispetto ai giovani. D'altra parte,
Hobbes non è affatto disposto ad avallare le critiche
mosse alla sensibilità da generazioni di scettici, fino
a Montaigne e a Sanchez, essendo egli persuaso che
<< l'inganno del senso [ . . ] va corretto ancora col sen-
.

l Elements cit., I, IV, 10 (T., p. 16).


2 lvi.
21
so » 3, in un progressivo raffinamento delle esperien­
ze, che si razionalizzano nel continuo gioco dei con­
fronti : si tratta comunque dell'acquisizione di una
conoscenza sempre più probabile, ma mai certa nella
sua universalità, come appare dalle analisi che Hobbes
dedica alla concatenazione dei concetti nell'esperienza.
Per dimostrare che ogni conoscenza avviene sem­
pre a livello dei concetti, e si svolge nell'ambito della
mente, avendo a che fare solo mediatamente con una
supposta « realtà » esterna, Hobbes ricorre alla già
menzionata ipotesi annichilatoria:

Se un uomo potesse sopravvivere e tutto il resto del


mondo venisse annientato, egli tuttavia conserverebbe l'im­
magine di esso, e di tutte quelle cose che vi avesse pre­
cedentemente visto e percepito; infatti, . ognuno sa per
sua propria esperienza che l'assenza o la distruzione di
cose altra volta immaginate non determina l'assenza o la
distruzione dell'immaginazione stessa 4•

Ciò consente ad Hobbes di tratteggiare una sorta di


fenomenologia o descrizione delle connessioni concet­
tuali, senza preoccuparsi, in questa sede, del proble­
ma del rapporto tra. piano concettuale e piano onta­
logico, né del fatto che le distinzioni e i collega­
menti tra i concetti rispettino o meno le distinzioni
e le strutture della realtà : egli esamina la <( mente »,
in quanto è popolata di « concetti », che a loro volta
si distinguono in sensazioni e immaginL
Da un punto di vista soggettivo, cioè conside­
randole solo per quel che riguarda la presenza di
concetti nella mente, le sensazioni non si differen­
ziano dalle immagini - o idee .- se non per la loro
maggiore forza e chiarezza, ma il criterio è ancora
relativo, perché durante il sonno, quando la mente
non è continuamente impressionata dalle sensazioni
presenti, le immagini riescono a riemergere con in-

3 Ivi, II, lO (T., p. 7).


4 lvi , I, 8 (T., p. 2).

22
tensità pari a quella che caratterizza l'ambito della
sensibilità, per cui

uno non può mai sapere di sognare; può sognare di du­


bitare se si tratti di un sogno o no, ma la chiarezza del­
l'immaginazione gli rappresenta ogni cosa distinguendo
tante parti quante ne distinse il senso, e di conseguenza
egli non può avvertire nulla, se non come se fosse pre­
sente [ . ] La chiarezza del concetto in un sogno toglie
..

la diffidenza, a meno che la stranezza sia eccessiva, come


al pensiero di cadere dall'alto senza farsi male: ma in
questi casi molto spesso ci si sveglia 5•

A parte l'estrema finezz11 dell'analisi psicologica,


che costituisce uno dei pregi maggiori della prima
parte degli Elements, va rilevata qui l'indubbia ori­
ginalità del tentativo hobbesiano di costruire una
teoria della mente, attraverso un'indagine sulle idee,
a prescindere da una spiegazione circa la loro ori­
gine extramentale, che pure è presente nell'opera.
Attraverso la sua indagine, esattamente come farà
Locke cinquant'anni più tardi, Hobbes cerca di sta­
bilire le possibilità e i limiti della conoscenza; in que­
sto caso, si tratta delle possibilità e dei limiti del­
l'esperienza di fatto. L'analisi del sogno ha stabilito
che, se stiamo alla considerazione puramente singola
delle idee e delle loro caratteristiche peculiari, non
che stabilire dei criteri di verosimiglianza o proba­
bilità, non è possibile neppure distinguere lo stato
di veglia dal sonno: a costituire una prima discrimi­
nante fondamentale sarà quindi il tipo di connessione
che collega tra loro i singoli concetti. È ben vèro
infatti che « la successione dei concetti nella mente,
la loro sequela, o conseguenza di uno all'altro, può
essere casuale ed incoerente, come quasi sempre nei
sogni » 6; ma può anche « avvenire ordinatamente,
come quando il primo pensiero dà adito al secondo »,

s Ivi, III, 8 (T., p. 12).


6 lvi, IV, 1 (T., p. 13).

23
e questo è il caso del « discorso mentale » o « ra­
gionamento » 7 •
Vari sono i tipi di connessione, o coerenza, tra le
idee, che caratterizzano un ragionamento in stato di
veglia dal susseguirsi incoerente delle immagini nel
sonno: alcuni collegamenti sono pressoché istintivi,
come il volgere intorno lo sguardo alla ricerca di un
aggettino caduto, o l'esplorazione dei cani da caccia
in cerca della pista, o il riandare con la memoria ai
luoghi in cui si è stati in precedenza, quando ci si
accorge di aver perduto qualcosa; in tutti questi casi,
il movente primo del collegamento è prettamente
pratico, è cioè il desiderio di recuperare qualcosa, né
sussiste, nel tipo di connessione operato, alcuna diffe­
renza tra gli uomini e gli animali. Connessioni meno
istintive e più ragionate sono le associazioni di idee
che rispettano, più o meno fedelmente, « la loro coe­
renza originaria, cioè il loro susseguirsi al tempo in
cui furono prodotte dal senso » 8 • A questo punto
può trattarsi di associazioni abbastanza casuali, come
quando

da S. Andrea la mente corre a S. Pietro, perché i loro nomi


vengono letti insieme; da S. Pietro ad una pietra, per
la medesima ragione; dalla pietra alle · fondamenta, poi­
ché le vediamo insieme; e per la stessa ragione dalle
fondamenta alla chiesa, dalla chiesa al popolo, e dal po­
polo al tumulto 9•

Si noterà che il tipo di connessione esemplificato fa


pepsare a un tentativo di razionalizzare certi nessi
associativi apparentemente stravaganti, caratteristici
della poesia metafisica, · tanto in voga a quell'epoca
in Inghilterra, né sfuggirà l'immediata connessione
che Hobbes lascia trapelare tra l'idea di popolo e
l'idea di tumulto, spia di un atteggiamento che avre-

7 lvi.
8 lvi, 2 (T., p. 13).
9 lvi.

24
mo agio di analizzare in tutta la sua complessità
quando si verrà ad esaminare la dottrina politica
hobbesiana : ma qui è importante piuttosto rilevare
come, sul filo di quell'esempio, Hobbes sottolinei che
a quel modo « la mente può correre quasi da ogni
cosa ad ogni altra » 10, a significare l'assoluta assenza
di qualsiasi vincolo di carattere metafisico-ontologico
al libero combinarsi delle idee in nessi che si organiz­
zano in funzione di esigenze esclusivamente pratiche.
Questo vale anche per le connessioni indubbiamente
più importanti, cioè le concatenazioni di causa ed effet­
to: anche in questo caso « passiamo da qualsiasi cosa
a qualsiasi altra » 11, e a determinare il passaggio sta
una motivazione pratica di base, sia che, avendo il
concetto di un fine, l'uomo sia niosso immediata­
mente alla considerazione dei mezzi necessari a realiz­
zarlo, sia che si debbano elaborare previsioni, al fine
di regolare la nostra condotta, o congetture su ciò
che è avvenuto:

Dopo che si è stati abituati a vedere uguali antece­


denti seguiti da uguali conseguenti, ogni volta che si vede
accadere a qualcosa il medesimo fatto che si era già visto
precedentemente, ci si aspetta che ne segua il medesimo
effetto che segul allora [ . ] Allo stesso modo, se uno
..

vede al presente quel che ha già visto precedentemente,


pensa che ciò che era antecedente a quel che aveva visto
allora sia anche antecedente a ciò che vede al presente.
Per esempio, chi ha visto rimanere della cenere dopo
un fuoco, e ora vede ancora della cenere, conclude ancora
che c'è stato del fuoco.· E questo si chiama congettura
del passato, o presunzione di un fatto 12•
·

Come si vede, il legame di causa ed effetto non trae


la propri� legittimazione dal fatto che l'effetto sia in
qualche modo implicito nella causa, e che ne sia

IO lvi.
Il lvi, 3 (T., p. 14).
12 lvi, 7·8 (T., p. 15).

25
quindi deducibile, bensl, humianamente, dal fatto che
la sensazione di ciò che chiamiamo causa preceda
regolarmente la sensazione di ciò che chiamiamo ef­
fetto, in modo tale che, al presentarsi dell'idea della
prima, le si colleghi nella nostra mente l'idea del
secondo e viceversa. Ma si tratta pur sempre di un
legame che viene garantito solo dalla più o meno
numerosa ripetizione delle esperienze, in un progres­
sivo accrescersi delle probabilità, che non esce tut­
tavia dall'ambito del congetturale: « se i segni si ri­
presentano in venti casi contro uno, si può scom­
mettere venti a uno sul manifestarsi dell'evento, ma
non si può concludervi con certezza assoluta » 13•
È proprio la mancanza di questa certezza assoluta a
ridurre di molto, come già si osservava, il valore
conoscitivo dell'esperienza agli occhi di Hobbes :

Noi non possiamo concludere dall'esperienza che al­


cuna cosa si debba chiamare giusta o ingiusta, vera o
falsa, né possiamo concludere una qualsiasi proposizione
universale, a meno che una tale conclusione provenga dal
ricordo dell'uso di nomi imposti arbitrariamente dagli
uomini 14•

È caratteristico l'immediato collegamento istituito


da Hobbes tra una conoscenza certa ed universale
cioè la scienza - e il linguaggio : l'universalità
delle conclusioni scientifiche sembra infatti derivare
loro solo dal fatto. . di essere espresse mediante dei
nomi, e ciò viene ribadito nella vera e propria de­
finizione che Hobbes dà della scienza, come della « co­
noscenza della verità delle proposizioni e del modo
in cui le cose sono chiamate » 15• Queste affermazioni
si collegano all'enorme risalto attribuito dal filosofo
inglese alla funzione del nome: se l'esperienza acco­
muna, nella sua incertezza, l'uomo agli altri animali,

u lvi, 10 (T., p. 16).


14 lvi, 11 (T., pp. 16-7).
1s lvi, VI, 1 (T., p. 24).

26
è pur vero che le congetture e le reminiscenze umane
sono meno confuse di quelle dei bruti, che quando
nascondono del cibo « perdono il ricordo del luogo
in cui l'hanno nascosto, per cui non ne traggono
vantaggio quando hanno fame » 16; questo avviene
perché i bruti non hanno a disposizione dei contras­
segni con cui distinguere le proprie idee, e soprattutto
ricordarle, mentre l'uomo fissa i propri concetti me­
diante i nomi:

È grazie al vantaggio dei nomi che noi siamo capaci


di scienza, mentre le bestie, per mancanza di essi, non
lo sono; e nemmeno l'uomo, se non li usa: infatti, come
un animale non si avvede di aver perso uno o due dei
suoi piccoli per mancanza dei nomi d'ordine uno, due,
tre, ecc., che chiamiamo numeri, cosl neppure un uomo,
senza ripetere, a voce o mentalmente, le parole numerali,
saprebbe quante monete o altre cose stiano davanti a lui 17•

Come si vede, il nome non limita la sua funzione al


raffinamento dell'umana esperienza, ma pone l'uomo
in condizione di trascendere il piano puramente spe­
rimentale, rendendolo « capace di scienza » : ciò si
deve al fatto che è possibile contrassegnare un gran
numero di idee simili con un solo nome, l'universale,
fermo restando che « non vi è nulla di universale,
tranne i nomi » 18, dato che i nostri concetti sono
tutti particolari, sicché a una serie di connessioni tra
singoli concetti, ripetute quante volte l'esperienza
possa permettere, si sostituisce un'unica connessione
tra due termini universali, cioè si formula una pro­
posizione universale. A questo punto entra in gioco
la questione del vero e del falso, che acquista un
senso solo al livello proposizionale; la verità o fal­
sità di una proposizione dipenderà appunto dal fatto
che le connessioni tra i nomi vengano operate in modo

16 lvi, V, l (T., p. 18)


17 lvi, 4 (T., p. 19).
18 lvi 6 (T., p. 20).

27
corretto, nel senso che il secondo termine comprenda
o meno il primo (o non lo comprenda, caso della
negazione):

In ogni proposizione, sia essa


il secondo termine, o comprende il primo,
proposizione « la carità è una virtù » il nome
prende il nome carità [ . .. ] e allora la pr<JPC,S12:1<:ìf
detta essere vera, o verità [ . . ] Oppure il secondo •oo•.u•"'·
.

non comprende il primo, come nella proposizione «


uomo è giusto », il nome << giusto >> non comprende ogni
uomo, dato che il nome della maggior parte degli uomini
è « ingiusto ,,_ In questo caso si dice che la proposizione·
è falsa, o falsità 19.

In questo modo, la connessione tra due termini è


detta vera quando rispetta, anzi riproduce un certo
tipo di connessione, alla quale si deve fare riferimen­
to: ma come si opera la verifica di queste connessioni
archetipe, qual'è la fonte alla quale attingiamo il
criterio per stabilire, ad esempio, che vi sono più
uomini ingiusti che giusti? La risposta che Hobbes
fornisce in questa sede non è molto soddisfacente,
egli rimanda semplicemente all'esperienza: « quando
uno ragiona partendo da prindpi trovati indubitabili
dall'esperienza » 20, se fa riferimento a « una qua­
lunque verità evidente », e conduce le sue deduzioni
in modo corretto, giungerà certo a conclusioni vere.
Per cui quell'esperienza, che andava trascesa a causa
della propria incértezza e congetturalità, sarà essa
a fornire i « prindpi indubitabili » con i quali la
scienza dovrà confrontare le proprie proposizioni. Ma
come può un'esperienza, le cui conclusioni non sono
mai né certe né universali, verificare proposizioni,
la cui peculiarità sta appunto nella pretesa alla cer­
tezza e all'universalità? Soluzione poco soddisfacente,
come si diceva, che induce Hobbes a farne balenare

19 lvi, 10 (T., pp. 21-2).


2Q lvi, 12 (T., p. 22).

28
un'altra, con quei suoi accenni al <( ricordo dell'uso
di nomi imposti arbitrariamente » e alla <( conoscen­
za del modo in cui le cose sono chiamate » : secondo
questa prospettiva, la scienza potrebbe consistere sem­
plicemente nella esplicitazione di connessioni nomi­
nali implicite nelle originarie - e arbitrarie - at­
tribuzioni di nomi ai concetti. In questo caso, la ve­
rificazione delle proposizioni avverrebbe semplicemen­
te attraverso il controllo della rispondenza della con­
nessione proposta da una proposizione, con la con­
nessione archetipa, stabilita all'atto della denomina­
zione originaria. Ciò equivale a ridurre la scienza a
nomenclatura: eppure, molti degli sforzi posteriori
di Hobbes saranno volti appunto a dar corpo e coe­
renza interna a questa intuizione, come risulterà già
dall'esame degli scritti inediti,
. redatti tra il '43 e
il '46. -

Parallelamente a questa indagine sulle idee, Bob­


bes sviluppa negli Elements anche una spiegazione,
espressa in chiave rigorosamente meccanicistica, del
prodursi della sensazione, della formazione delle im­
magini, del meccanismo del piacere e del dolore, che
a sua volta dà origine alle passioni. Si tratta di una
riduzione audacemente materialistica di tutte quelle
funzioni che tradizionalmente venivano attribuite al­
l'anima, e che qui vengono interpretate in termini
di movimento di parti corporee, in un discorso che
va ben oltre la cartesiana meccanizzazione delle fa­
coltà sottostanti al senso comune, per investire spre­
giudicatamente l'ambito stesso della volontà e del
penstero.
Secondo Hobbes, che non si discosta qui da Car­
tesio, la sensazione è prodotta dall'azione dell'oggetto
sull'organo di senso, e quest'azione è costituita esclu­
sivamente da movimento. In tale concezione è pos­
sibile rilevare un deciso progresso rispetto alle teo­
rie degli atomisti inglesi contemporanei, come Digby
e Charleton, che concepivano ancora il rapporto tra
l'oggetto e il senso in termini di trasmissione di <( ef-

29
.fluvi » materiali, qualcosa di analogo alle « specie »
corporee cui si fa riferimento nello Short Tract; ·

per il resto, Hobbes opera la distinzione, ormai con­


�meta tra i pensatori meccanicisti, delle qualità sog­
gettive dalle oggettive, spiegando come un certo . mo­
vimento si trasmetta da un oggetto a un organo
di senso, e di qui al cervello, « che lo ripercuote ai
nervi in direzione dell'esterno » 21 , facendo apparire
una certa qualità come se fosse insita nell'oggetto,
mentre,

come nel caso di un concetto visivo, cosl anche per quanto


riguarda i concetti che derivano da altri sensi, il sog­
getto cui ineriscono non è l'oggetto, bensl il senziente
[ . ] Da ciò consegue anche che qualunque sorta di acci­
. .

denti o qualità i nostri sensi ci inducano a pensare che


esistano al mondo, in realtà non vi si trovano, ma sono
solo sembianze ed apparimenti. Le cose che realmente
si trovano nel mondo esterno sono quei movimenti, dai
quali quelle sembianze sono causate 22,

Si è già rilevato come Hobbes consideri alla me­


desima stregua le sensazioni e le immagini, in quanto
si tratta in ogni caso di « concetti » che occupano,
più o meno intensamente, la mente, per cui l'unica
differenza tra sensazione e immagine va appunto ti­
condotta alla maggiore forza della prima rispetto alla
seconda; ma egli fornisce anche un'interpretazione
meccanicistica di questa differenza, richiamandosi al
fenomeno della persistenza del moto ondoso in uno
stagno, anche dopo che la causa · del perturbamento
sia venuta meno. Allo stesso modo, l'effetto prodotto
dall'oggetto sul cervello non viene meno all'atto stes­
so dell'interruzione del tapporto tra oggetto e organo
di senso, ma permane, seppure affievolito ed oscuro:
si tratta dell'immagine che Hobbes definisce « un

21 lvi, II, 9 (T., p. 7).


22 Ivi, 9-10 (T., P- 7).

30
concetto che permane dopo l'atto del senso e svanisce
a poco a poco » 23 •

Sulla linea di questa interpretazione, Hobbes si


diffonde con molta penetrazione sul meccanismo dei
sogni, le cui cause sono da lui attribuite alle « azioni
violente delle parti interne dell'uomo sul suo cervel­
lo » 24, per cui, anche in assenza dell'oggetto si ri­
produce la consueta reazione del cervello, traducen­
tesi in immagini che sembrano provenire dall'esterno;
egli giunge persino a proporre l'ipotesi di una reci­
procità di azione tra il cervello e le parti vitali, « per
cui, non solo l'immaginazione produce movimento
iri quelle parti, ma anche il movimento in quelle parti
genera un'immaginazione simile a quella dalla quale
il moto era stato generato » 25• Questo spiega, se­
condo Hobbes, anche l'incoerenza dei sogni, dato
che il movimento non raggiunge con regolarità il
cervello, come nello stato di veglia, essendo provo­
cato disordinatamente, ora da una parte del corpo,
ora da un'altra, senza la coordinazione degli stimoli
che provengono dall'esterno.
Il movimento, cui il cervello reagisce con la pro­
duzione di concetti, non si ferma tuttavia in quella
sede, ma prosegue, attraverso i canali nervosi, fino al
cuore, ove si incontra con « il movimento che si
chiama vitale » 26 e che, nonostante le scarse deluci­
dazioni di Hobbes in proposito, si direbbe sia una
sorta di ritmo, secondo il quale si muovono tutte le
parti dell'organismo e il cui meccanico mantenimento
costituisce ciò che, riferito all'uomo nel suo com­
plesso, viene chiamato tendenza all'autoconservazio­
ne. Se il movimento proveniente dall'esterno asse­
conda il movimento vitale, la loro armonica fusione
si chiama « piacere, contentezza o diletto, che non
è nulla di reale, se non moto intorno al cuore,· cosl
23 lvi, III, l (T., p. 8).
24 lvi, 3 (T., p. 8).
25 Ivi (T., p. 9).
26 lvi, VII, l (T., p. 28).

31
come il concetto non è altro che moto all'interno del
capo » 27; nel caso che i due movimenti si contra­
stino, si ha un indebolimento del moto vitale, che si
chiama « dolore » . Il piacere e il dolore, a loro volta,
costituiscono uno stimolo ad avvicinarsi a ciò che
piace, o a ritrarsi da ciò che dispiace, dando origine
a un movimento proprio dell'animale, o conato,

che quando l'oggetto piace si chiama appetito; quando


dispiace, avversione s e riferito al presente, timore se ri­
ferìto al futuro 28.

È nel gioco di questi movimenti - ché, altro non


sono se non movimenti, o più propriamente compo­
sizioni di movimenti - che va individuato, secondo
Hobbes, ciò che si chiama bene, o male: bene è ciò
che piace, male ciò che dispiace, in una considera­
zione puramente « fisica » del significato di questi
termini, per cui, « dato che ognuno differisce da un
altro nella costituzione fisica, cosl ci si differenzia
l'uno dall'altro anche riguardo alla comune distin­
9
zione di bene e male » 2 • Sarebbe difficile trovare,
tra i contemporanei di Hobbes, dei pensatori che
relativizzassero in modo più completo ed esplicito
questi due concetti, che costituivano i cardini ap­
parentemente insostituibili di ogni riflessione o con­
dotta morale; ed è abbastanza indicativo che il filo­
sofo inglese fosse già pervenuto a una lucida espres­
sione di questo suo orientamento nello Short Tract 30 ,
in cui tante altre sue intuizioni apparivano ancora
solo abbozzate. Sta di fatto che negli Elements la
.relativizzazione viene ribadita con estrema energia,
anche attraverso la confutazione del concetto aristo­
telico di « bene assoluto ».

T1lvi.
28lvi, 2 (T., pp. 28-9).
29 lvi, 3 (T., p. 29).
30 Ammesso, naturalmente, che lo Short Tract sia di
Hobbes.

32
A questo punto Hobbes introduce il concetto di
« potere » : per tutelare la propria autoconservazione,
l 'organismo umano deve continuamente ricercare il
piacere e la sua causa, il bene, evitando in pari tempo
il dolore e il male, ma ciò implica la possibilità o
capacità di farlo, cioè appunto il potere:

Con il termine potere, io intendo la stessa cosa che le


facoltà del corpo e della mente [ . ] vale a dire, per il
..

corpo, la nutritiva, la generativa, la motoria, e per la


mente la conoscenza. E oltre a queste, quegli altri po­
teri grazie ai quali esse vengono acquisite, cioè ricchezze,
posti autorevoli, amicizia o favore, e buona fortuna 3 1•

Il mancato possesso di questi poteri si traduce in


debolezza : la coscienza della propria potenza o della
propria debolezza, o anche solo l'illusione della prima
e il timore della seconda, provocano nell'uomo tutta
una serie di turbamenti emotivi, che Hobbes chia­
ma, seguendo una lunga tradizione, « passioni ». Pri­
ma di dar luogo alla loro analisi, egli inserisce però
una breve trattazione del concetto di « onore » : l'ono­
re è il riconoscimento del potere, nel senso che « ono­
rare un uomo significa riconoscere che ha una su­
periorità, o eccesso di potere, su colui che lotta o
si pone a confronto con lui » 32• Hobbes usa qui il
termine <( onore » in un'accezione solo apparentemen­
te diversa da quella da lui seguita nell'introduzione
al Tucidide: chi è fatto oggetto di onore, infatti,
acquista una tale coscienza del proprio potere da
essere meno facile preda delle passioni meschine pro­
dotte dal sentimento della propria debolezza, ed è
quindi maggiormente incline a manifestare quell'in­
sieme di doti, che distinguevano allora l'ideale del
cavaliere nel suo grado più elevato, e che si possono
riassumere - secondo Hobbes, che risente l'influsso
di tutta una serie di letture, dai Saggi di Bacone alla

3 1 Elements cit., I, VIII, 4 (T., p. 34 ) .


32 Ivi, 5 (T., pp. 34-5).

33
trattattstlca che fa capo a Baldassar Castiglione . -
nel senso della superiorità del bene pubblico su quel­
lo privato. D'altra parte, il « senso dell'onore » im·
pedisce al gentiluomo di commettere azioni meschine,
che denoterebbero la sua debolezza o il suo . timore
di non possedere un potere sufficiente.
Si è fatta menzione del « gentiluomo », perché
è agli appartenenti alla classe nobiliare che Hobbes
pensa, quando pone prima tra le passioni positive la
gloria, « o sentimento interno di compiacenza [ . . ] .

che deriva dall'immaginazione o concetto del nostro


potere, superiore al potere di colui che contrasta con
noi » 33, e in generale la trattazione rispecchia, sia
nella descrizione delle doti che dei difetti, l'attenta
osservazione dei caratteri tipici della nobiltà del tem­
po, con le loro ire, i loro sentimenti di vendetta, l'al­
tissimo concetto del prestigio personale, il coraggio
e la temerarietà. Ma le analisi di Hobbes toccano
anche tasti più universali, come nella trattazione, giu­
stamente celebre, del riso, concepito come il risul­
tato di un moto di soddisfazione per uno stato di
inferiorità altrui, che si accompagna naturalmente al
sentimento della nostra superiorità, e quindi potenza :

Posso quindi concludere che la passione del riso non


è altro che un· improvviso senso di gloria che sorge da
un'improvvisa consapevolezza di qualche superiorità in­
sita in noi, al paragone con le debolezze altrui, o con
una nostra precedente: infatti, gli uomini ridono delle
loro follie passate; quando se ne rammentano all'improv·
viso, a meno che ciò non implichi per .loro un disonore
nel presente. Non c'è da meravigliarsi quindi che gli uomi­
ni considerino cosa odiosissima l'esser scherniti o derisi,
cioè l'esser sottoposti ad un trionfo altrui 34 •

Hobbes svolge in questo modo la sua teoria delle


passioni, rivelando una notevole inclinazione all'ana-.

33 lvi, IX, 1 (T., pp. 36-7).


34 lvi, 13 (T., p. 42).

34
lisi psicologica e un finissimo senso dell'osservazione,
insieme con una spregiudicatezza assolutamente in­
consueta nel trattare questi argomenti, sul parame­
tro costante del meccanismo egoistico di autoconser­
vazione dell'individuo, secondo cui persino il senti­
mento di carità viene ricondotto al desiderio di pro­
vare il proprio potere, mentre si dedica una pagina
alla passione di coloro che « traggono piacere dal
contemplare dalla riva il pericolo di chi sta in mare
durante una tempesta » 35 , acuta anatomia di certo
morboso compiacimento che ancor oggi fa la fortuna
di tanti mezzi d'informazione.
Le analisi di Hobbes non si limitano comunque
allo stretto campo delle « passioni » propriamente
dette, ma si estendono alla considerazione delle in­
doli e dei differenti gradi di intelligenza che si ri­
trovano negli uomini, e che vengono fatti risalire alla
diversità delle costituzioni vitali. La stupidità, l'in­
dole fantastica, la leggerezza di carattere, i vari tipi
di follia vengono cosl spiegati alla luce dei presup­
posti materialistici fin qui rigorosamente seguiti, ed
è chiaro che un tale discorso taglia alle radici ogni
possibilità di considerare il comportamento umano
come il risultato di una scelta libera e responsabile
della volontà, rendendo priva di senso la vexata
quaestio del libero arbitrio: ma ciò verrà meglio
chiarito dall'esame della questione nell'opuscolo Of
Liberty and Necessity. .
A questo punto ci si potrebbe domandare, ben­
ché presi nell'ingranaggio dell'inesorabile riduzione
materialistica operata da Hobbes nei confronti di
tutte queste facoltà, che fine abbia fatto l'anima, nel
senso cartesiano della res cogitans; ma per Hobbes
non esiste distinzione tra il movimento corporeo, ner­
voso o cerebrale che sia, e il concetto: la mente è il
complesso dei concetti, e i concetti sono traduzioni

35 lvi, 19 (T., p. 46). L'osservazione ha tuttavia un rife,


rimento letterario: LucREZIO, De rerum natura, II, 14.

35
di movimenti. Quanto all'intelletto, è la facoltà che
collega i concetti ai nomi, mentre la ragione è un
meccanismo puramente formale di connessione di no­
mi. In nessun caso la ragione è dotata di quel potere
normativa assoluto . che �e deriva, nei pensatori ra­
zionalisti dell'epoca, da un'impostazione ancora chia­
ramente metafisica del problema:

Misura comune, alcuni dicono, è la retta ragione: coi


quali io consentirei, se fosse dato di trovare e conoscere
una cosa del genere in rerum natura. Ma solitamente, co­
loro che invocano la retta ragione per decidere qualche
controversia, intendono la propria 36•

Sulla base di questa antropologia, tanto rigorosa


quanto originale e decisamente rivoluzionaria, Bob­
bes passa a costruire la sua scienza della politica,
che occupa grosso modo la seconda parte degli Ele­
ments, e che viene poi ripresa ed arricchita, ma senza
sostanziali mutamenti di contenuto, nel De cive.

III. GIUSNATURA L I S MO E POS ITIVI SMO GIURIDICO


NELLE FORMULAZONI S I S TEMATICHE DELLA TEORIA
POLITICA

Quando usd la prima edizione del De cive ( 1642),


Hobbes aveva lasCiato l'Inghilterra da più di un anno.
Aveva infatti raggiunto Parigi sentendosi poco si­
curo in patria, dopo che il nuovo parlamento aveva
incominciato a perseguitare i partigiani del re : le
poche copie manoscritte degli Elements, a quanto
pare, erano circolate fin troppo, tanto da suscitare
contro Hobbes le ire dei parlamentari, a causa della
propensione hobbesiana, in quell'opera chiaramente

36 lvi, Il, X, 8 (T., p. 188).

36
espressa, per la monarchia assoluta e per la decisa re­
pressione di ogni forma di insubordinazione al po­
tere regio. La pubblicazione del De cive risponde
appunto alla necessità di combattere in forma siste­
matica le teorie che sostenevano l'azione eversiva
delle forze parlamentari nel loro conflitto, sempre
più aperto e violento, con Carlo I ; ma Hobbes era
cosciente del fatto che l'apparizione di quest'opera,
che doveva essere la terza nell'ordine logico degli
Elementa philosophiae, prima delle altre due sezioni,
poteva apparire una sorta di tradimento dell'ideale
deduttivo che egli, con quella disposizione delle parti,
intendeva invece proporre. Questo è tanto vero, che
egli si sentirà indotto a fornire, nella prefazione ai
lettori aggiunta alla seconda edizione, una sorta di
giustificazione teorica del fatto, invocando non solo i
motivi politici contingenti, ma anche il possibile sgan­
ciamento metodico della scienza politica dalle altre:

Per questo ho affrontato la composizione di questa


terza parte, sospendendo quella delle altre due; onde è
accaduto che quella che avrebbe dovuto essere l'ultima
è riuscita la prima in ordine di · tempo, anche perché non
mi è parso che avesse bisogno delle precedenti, fonda­
ta com'è su principi propri, provati dall'esperienza 1 •

Il richiamo ali'esperienza - e si chiarirà in segui to


che si tratta sia di esperienza storica che di introspe­
zione individuale - sembra creare comunque una
frattura nello svolgimento apodittico della scienza
· generale da lui auspicata, anche se il modello meto­
dico della scienza · politica rimane la rigorosa dedu­
zione delle conclusioni da prindpi certi e indubita­
bili, che trova il proprio riscontro migliore nella geo­
metria :

1 De cive, Praefatio ad lectores; O.L., II, p. 151 (B.,


p. 72).

37
Se i filosofi morali avessero compiuto i loro studi con
esito altrettanto felice, non vedo come l'ingegno umano
avrebbe potuto contribuire meglio alla propria felicità
in questa vita. Se si conoscessero con egual certezza le
regole delle azioni umane come si conoscono quelle delle
grandezze in geometria, sarebbero debellate l'ambizione e
l'avidità, il cui potere si appoggia sulle false opinioni del
volgo intorno al giusto e all'ingiusto; e la razza umana
godrebbe una pace cosl costante, che non si riterrebbe
di dover mai più combattere, se non · per il territorio, in
ragione del continuo aumento della popolazione 2•

Con queste parole, Hobbes esprimeva concetti già


presenti nella dedicatoria degli Elements al New­
castle, ove contrapponeva il sapere matematico al
dogmatico, mai immune da controversie e discussioni
« perché confronta uomini, e interferisce nel loro di­
ritto e profitto » 3 : solo applicando il rigore logico
della matematica alla considerazione del comporta­
mento umano, battendo in breccia le mistificazioni
della retorica, egli sperava di poter essere conside­
rato un giorno - come confiderà nella dedicatoria
del De corpore - il fondatore della scienza politica,
cosl come Copernico e Galileo avevano fondato la
nuova astronomia, Harvey la nuova fisiologia, Gas­
sendi e Mersenne la nuova fisica.
Resterebbe da domandarsi perché Hobbes non
abbia dato alle stampe gli Elements, invece di ti­
scrivere a cosl poca distanza un'opera di contenuto
abbastanza analogo; ma probabilmente egli non era
completamente soddisfatto della prima parte di quel
suo lavoro, che presentava, come si è visto, una certa
serie di problemi non risolti, e sentiva d'altronde
l'esigenza di ampliarne la seconda parte, soprattutto
con riferimento alle questioni religiose. Cosl, in ge­
nerale, il contenuto del De czve segue capitolo per

2 lvi, Epistola dedicatoria; O.L. , II, pp. 137-8 (B.,


pp. 59-60). .
3 Elements dt. (T., p. XVI).
38
capitolo, con qualche spostamento e numerose ag­
giunte particolari, il contenuto degli ultimi sei ca­
pitoli della prima parte, e dell'intera seconda parte
degli Elements, ma lo sviluppo del discorso, nel De
cive guadagna in organicità, dato che la discussione
sui rapporti tra potere civile e religioso, che in Ele­
ments si interpone tra le considerazioni sui vantaggi
e svantaggi dei vari tipi di Stato e l'analisi delle con­
dizioni e dei moventi delle ribellioni, viene tolta di
n, e posta alla fine, a costituire, notevolmente allar­
gata, l'intera parte terza della nuova trattazione.
Il De cive prende appunto le mosse dalla con­
cezione rigorosamente naturalistica dell'uomo deli­
neata nell'opera precedente, per consolidare un'an­
tropologia individualistica che farà da sfondo alla
teoria contrattualistica dello Stato. Non è affatto
vero, secondo Hobbes, che l'uomo sia quell'animale
politico, incline per natura alla società con i suoi
simili, di cui parla Aristotele: basta osservare il com­
portamento degli uomini e le loro motivazioni quando
si riuniscono insieme, per rendersi conto che il loro
movente determinante è l'utilità, come nel caso delle
amicizie dettate da interessi comuni, o l'esibizione
e l'autoconferma della propria superiorità o potere,
come avviene nelle relazioni mondane e cortigiane.
L'acuta osservazione di quest'ultimo ambiente detta
a Hobbes una pagina di eccezionale vigore descrittivo
e critico, in cui il brillante intreccio della conversa­
zione di palazzo viene analizzato nelle sue pieghe
più profonde con la spietatezza di uno Sheridan :
Se si accostano l'uno all'altro per diletto o a scopo
di divertimento, di solito ciascuno finisce per compia­
cersi nei confronti degli altri di quel che può eccitare il
riso, perché gli resti la sensazione ( cosl è la natura del
ridicolo), confrontando con le proprie le deformazioni mo­
rali e fisiche altrui, di essere in sé molto migliore. Anche
se un atteggiamento siffatto sia per lo più innocuo e inof­
fensivo, comunque è chiaro che una forma simile di di­
vertimento deriva non tanto dalla compagnia quanto dalle

39
soddisfazioni di vanità che si prende chi vi partecipa.
Del resto, in riunioni di questo tipo si sparla degli as­
senti, si criticano, si giudicano e si condannano il loro te­
nor di vita, le loro parole, le loro azioni, e se ne fa la ca­
ricatura; e non si risparmia neppure ai partecipanti alla
conversazione lo stesso spietato esame appena se ne sono
andati, cosl che non era poi mal trovata l'idea di quel
tale, che aveva l'abitudine di uscir per ultimo dal luogo
di riunione 4•
·

Con questo non si vuole certo sostenere che Hob­


bes abbia dato forma alla sua spregiudicata visione
dei rapporti umani · meditando esclusivamente sugli
egoismi che si manifestavano negli ambienti aristo­
cratici da lui frequentati, ma non si può negare che
l'ispirazione prima per le sue prese di posizione, cosl
come la « documentazione » per le sue osservazioni
circa i moti dell'animo umano provenivano in gran
parte dal mondo signorile col quale egli si trovava
quotidianamente in contatto: si deve considerare che
lo stesso ambiente scientifico a lui più congeniale
non era estraneo a quel mondo, ma vi era anzi stret­
tamente integrato, sia perché alcuni degli scienziati
erano ricchi gentiluomini, sia perché l'unico mezzo
di sopravvivenza per degli intellettuali « borghesi »
restii ad invischiarsi nell'università o negli ordini re­
ligiosi era ancora la protezione - e quindi l'assidua
frequentazione - di un potente. Allora ci si rende
conto anche che quel « bellum omniurn contra omnes »
che sintetizza la concezione hobbesiana dello stato
di natura, incalzato · dal plautino « homo homini lu­
pus », non riflette tanto il fondamento di una ge­
nerica cultura umanistica, quanto l'esperienza - per­
sonale e storica - di una società nobiliare individua­
listica e sfrenata, in continua lotta per la preminenza
- ma anche per la sopravvivenza - quale ci viene
tramandata dalle Storie inglesi di Shakespeare, e che
dai tempi della guerra delle Due Rose, o anche di

4 De cive, I, 2; O.L., II, pp. 159-60 (B., pp. 80-1).

40
Elisabetta, era mutata ben poco nel comportamento
- come documenteranno certe fasi della stessa guer­
ra tivile - se non per qualche concessione esteriore
alla vita cortigiana. Ecco allora il rilievo attribuito
alla passione · della vanità, alla quale « ogni piacere
dell'animo si può in ultima analisi ricondurre » 5, cui
fa da costante riscontro il timore di una morte vio­
lenta. Questi non sono sentimenti « borghesi » -
con tutte le cautele con cui questo termine va usato,
quando si tratta del Seicento inglese -, perché bor­
ghese è semmai l'utilitarismo gretto delle associa­
zioni di affari, liquidato in poche righe, mentre i
vincoli pratico-ideali che univano le forze della mid­
dle class terriera nella lotta del parlamento contro il
re non vengono neppure presi in considerazione, a
meno che Hobbes vi alluda quando parla di quel­
l'amicizia, da cui « può sorgere eventualmente una
fazione, ma giammai una vera simpatia » 6•
Sta di fatto che da un'analisi di questo tipo Hob­
bes trae la conclusione generale, secondo cui l'unico
·

legame che tiene uniti gli uomini è l'utile individuale,


cioè il perseguimento di quella autoconservazione che
è il fine di ogni organismo meccanicisticamente in­
teso: donde il corollario, secondo cui « l'origine delle
grandi e durevoli società deve essere stata non già
la mutua simpatia degli uomini, ma il reciproco ti­
more >> 7• Di qui Hobbes passa a descrivere i rap­
porti tra gli uomini nella condizione naturale, cioè
quella appunto che precede la costituzione dello Stato.
Si è discusso a lungo - e ancora si discute - se
l'hobbesiano « stato di natura » vada inteso in senso
storico, nel senso cioè che secondo Hobbes abbia
effettivamente preceduto la fase statuale, o in senso
metodologico, come un'ipotesi genetica, alla stregua
della stessa teoria contrattualistica alla quale è le-

s lvi; O.L., II, pp. 160-1 .


6 lvi; O.L., II, p. 159 (B., p. 80) .
7 vi; O.L., II, p. 161 (B., p. 82).
I

41
gata. In realtà, come si è visto, lo « stato di natura »
è la stessa condizione naturale dell'uomo, quando non
vi siano vincoli artificiali a determinarne altrimenti
il comportamento, e in questo senso perdura anche
dopo la costituzione dello Stato, · manifestandosi in
tutti i campi riguardo ai quali lo Stato non ha le­
giferato, come appunto le relazioni commerciali o
mondane, o più in generale, nell'ambito di quella che
si potrebbe chiamare società civile; e anche quando
le leggi non. hanno · sufficiente coercitività, come nel
caso di molti conflitti tra potenti, o nella guerra ci­
vile. La natura umana, la tendenza all'autoconserva­
zione individuale ai danni dell'altro - « la volontà
di nuocere è insita in tutti » 8 - preme quindi in
tutti gli spazi lasciati liberi dalla coercizione: evi­
dente quindi che, in .caso di mancata coercizione, cioè
prima che si costituisse una salda autorità statale,
questa generale aggressività dovesse essere molto più
sfrenata. Una tale illazione è retta dal sottinteso po­
stulato della costanza della natura umana, ma si con­
solida anche grazie alla documentazione · circa gli usi
e costumi delle popolazioni d'America, offerta dalla
letteratura di viaggi che incominciava allora a pro­
sperare: non per nulla, il frontespizio della prima
edizione del De cive rappresenta, a simboleggiare l �
Libertas, cioè lo stato di natura, la figura di un sei-t
vaggio americano, sullo sfondo di una pianura ondui
lata dove, tra capanne di paglia e alberi esotici, s (1;
combattono a colpi di freccia e di clava altri selvaggi.
Una delle prime - fondamentali - conclusioni
che Hobbes trae dalla sua analisi dello stato di na­
tura è . l'affermazione della naturale uguaglianza di
tutti gli uomini, ma si noti bene, naturale, poiché
tale affermazione non ha nel contesto hobbesiano al­
cuna radice, né religiosa, né metafisico-razionale, bensl
la semplice constatazione della facilità con cui « qual­
cuno, pur molto debole, uccide un altro più robusto

a lvi, 4; O.L., II, p. 162 (B., p. 84).

42
di lui », per cui « non c'è ragione che. uno, fidando
nelle sue forze, si creda fatto dalla natura superiore
agli altri » 9• I n tale situazione di uguaglianza, in
cui il più forte non può mai essere interamente si­
curo di non venir ucciso dal più debole, le occasioni
di contrasto tra gli uomini - e quindi di morte -
sono moltissime, poiché, a parte la naturale aggres­
sività di ogni individuo, inteso a confermare conti­
nuamente la propria potenza, vi sono ragioni obbiet­
tive di sopravvivenza che inducono gli uomini a con­
tendersi i beni · che garantiscono la loro conserva­
zione, senza che vi sia alcun criterio restrittivo o di­
stributivo : in base ad una « ferrea legge di natura,
non meno rigida 1
di . quella per cui una pietra cade
0,
verso il basso » l'uomo ha il diritto di tutelarsi con
tutti i mezzi a sua disposizione contro la morte e le
sofferenze. Il diritto ( soggettivo) si identifica quindi
per Hobbes con « la libertà che ciascuno ha, di usare
secondo11
la retta ragione delle proprie facoltà natu­
rali » , ma si tratta pur sempre di una ragione in­
dividuale, che si scontra con altre ragioni pure indi­
viduali, poiché il termine significa qui semplicemente
il calcolo delle probabilità di sopravvivenza: e ciò
è tanto vero che, nella condizione naturale, ciascuno
è giudice dei mezzi necessari alla propria conserva­
zione; Ma questo significa anche che « la natura ha
dato a ciascuno il diritto su ogni cosa » :

Poiché, . infatti, le cose che uno vuole gli sembrano


buone in quanto appunto le vuole, e possono condurre
alla sua conservazione, o almeno sembra vi possano con­
durre [ . ] ; e poiché [ J si ritengono compiute per di­
.. ...

ritto naturale quelle azioni che conducono necessariamente


alla salvaguardia della propria vita e della propria inte­
grità fisica: ne segue che, allo stato naturale, è lecito a
tutti avere e fare qualsiasi cosa. E questo è quel che

9 lvi, 3 ; O.L., II, p. 162 (B., p. 84).


IO lvi, 7; O.L., II, p. 163 (B., p. 86).
Il Ivi.

43
comunemente si dice: la natura ha dato tutto a tutti. Dal
che pute si deduce che, allo stato naturale, la misura del
diritto è l utilità 12.
·

'

Se tuttavia tutti hanno diritto a tutto, ciò significa


in realtà che nessuno ha diritto ad alcuna cosa, per­
ché ciascuno troverà in tutti gli altri dei concorrenti
ai medesimi beni; di qui l'ostilità reciproca, da cui
scaturisce uno stato di guerra permanente.
Una lotta indiscriminata per l'autoconservazione
porta cosl alla più rapida e sicura distruzione : di
fronte a questa obbiettiva difficoltà, la ragione - cioè
sempre il calcolo delle probabilità di sopravvivenza -
si raffina, esprimendosi in una serie di massime pru­
denziali che, vista la fondamentale uguaglianza na­
turale di tutti gli uomini, hanno una validità generale,
nel senso che possono garantire, entro un certo mar­
gine, la sopravvivenza a tutti gli individui: cosl, ad
esempio, risulta più consono alla conservazione cer­
care la pace che non far guerra, ma se guerra de­
v'essere, meglio essere in molti, cioè allearsi con altri
individui. Questa è la prima « legge di natura �> enun­
ciata nel De cive. Intorno a questo concetto di legge
di natura, intesa da Hobbes come « dettame della
retta ragione » 13 , si è accentrato un interesse critico
persino eccessivo, e ci si è riferiti a esso come a
una delle più evidenti manifestazioni delle contrad­
dizioni e oscurità insite nel sistema politico hobbe­
siano; in realtà, le contraddizioni si manifestano sol­
tanto se si attribùisce alla ragione hobbesiana lo
stesso rilievo contenutistico attribuitole dal giusna­
turalismo tradizionale, ma Hobbes è stato molto re­
ciso, già negli Elements, nel negare ogni forma di
normatività universale alla ragione, che è invece un
meccanismo puramente formale : la « nostra natura
di esseri ragionevoli », cioè di esseri in grado di cal­
colare le nostre possibilità di autoconservazione, Cl
12 lvi, 10; O.L., II, pp. 164-5 (B., pp. 88·9).
13 lvi, II, l ; O.L., II, p. 169 (B., p. 97).

44
induce a comportarci secondo norme che,
mente parlando, secondo Hobbes,
bensl <( una specie di conclusione
gione in merito a quel che si deve
re » 1\ e che egli chiamerà nel
della ragione » 15 • Hobbes è ben conscio
che <( per parlare con proprietà e precisione,
è l'insieme delle parole enunciate da colui
buon diritto comanda di fare o di non fare qu"-H-11
cosa » 16, ma parla di <( leggi » probabilmente per uni­
formarsi alla tradizione, benché dia alla cosa anche
una giustificazione teologica, nel senso che quelle che
da un lato sono conclusioni razionali, dall'altro si
presentano anche come comandi divini, ricavabili dal­
le Scritture: <( infatti, la Sacra Scrittura è la parola
di Dio che nella pienezza del proprio diritto esercita
su ogni cosa la propria autorità » 17 • Alla connes­
sione istituita · da Hobbes tra legge naturale e legge
divina non va comunque - a parer nostro - at­
tribuito un eccessivo rilievo, anche se Hobbes si fa
premura di trovare il riscontro delle varie leggi na­
turali da lui enunciate nei testi sacri: non si vedreb­
be infatti la ragione di tanto sforzo speculativo per
costituire una fondazione cosl spregiudicatamente
<( laica >> della legge naturale, se il suo scopo fosse
soltanto quello di mostrare come i comandamenti ri­
velati siano massime ragionevoli, che tendono alla
conservazione dell'uomo; senza contare che Hobbes
ha sempre insistito su una sorta di sfasatura tra la
razionalità umana e la divina, che conserva a Dio
tutta l'indipendenza di una volontà onnipotente, ma
insondabile ed arbitraria. Il riferimento alla Bibbia
è quindi una concessione ineludibile nei confronti
·

di una tradizione religiosa che, oltre a vantare an­


cora un prestigio quasi universalmente riconosciuto,
14 lvi, III, 33; O.L., II, p. 198 (B., p. 131).
15 Leviathan, I, XV; E.W., III, p. 147.
16 De cive, III, 33; O.L., II, p. 198 (B., p. 97).
17 Ivi.

45
aveva anche a sua disposizione i mezzi prat1c1 per
imporsi contro le più aperte manifestazioni di indi­
pendenza del pensiero.
. Quanto ai contenuti specifici della legge natu­
rale, vi troviamo, oltre alla massima che consiglia
di cercare la pace fin che è possibile, anche quelle
che prescrivono di mantenere i patti, di rendersi utili
agli altri, di rispettare l'uguaglianza, e inoltre tutta
una serie di prescrizioni particolari, come quelle re­
lative all'incolumità dei mediatori di pace, all'isti­
tuzione di arbitri nelle controversie, etc. L'enuncia­
zione dei dettami della ragione naturale subisce lie­
vissime variazioni nel passaggio dagli Elements al
De cive, al Leviathan, e i mutamenti riguardano solo
prescrizioni di rilievo minore; in ogni caso, le due
leggi più importanti ai fini dello sviluppo del di­
scorso hobbesiano permangono inalterate. Si tratta
della prima, relativa all'associazione degli individui,
a scopo di pace o di difesa, e della seconda, relativa
all'osservanza dei patti: la prima comporta infatti
tutta una serie di considerazioni riguardanti la ri­
nuncia di ciascun uomo al proprio diritto su tutto,
e quindi le modalità dell'abbandono e del trasferi­
mento di un diritto. Ma tali trasferimenti, quando
sono reciproci, avvengono attraverso un tipo di rap­
porto che si dice contratto:

In ogni contratto possono darsi due casi: o ciascuno


dei contraenti compie subito la prestazione pattuita in
modo che nessuno diventi creditore dell'altro; o uno dei
due contraenti la eseguisce subito e l'altro no; oppure nes­
suno dei due la eseguisce. Quando ciascuno eseguisce su­
bito la prestazione, il contratto si estingue non appena è
eseguito. Quando invece uno dei due contraenti è creditore
dell'altro, o entrambi sono creditori l'uno dell'altro, il
debitore promette che eseguirà più tardi la prestazione:
una promessa di questo genere si dice patto 18 •

18
lvi, II, 9; O.L., II, p. 173 (B., p. 101 ).

46
Il patto diviene quindi il rapporto sociale fon­
damentale, condizione imprescindibile, prassi inevita­
bile di ogni tutela dell'umana sopravvivenza, e reca
con sé l'obbligazione dell'adempimento. È ben vero
che talvolta « i patti fondati sulla reciproca fiducia
[ . ] allo stato naturale non sono validi se dall'una
. .

o dall'altra parte insorge un giustificato timore » 19,


ma nella generalità dei casi, pacta sunt servanda, sa­
rebbe contro ragione stringere un patto per poi non
mantenerlo; Hobbes, che chiama « torto » (iniuria)
la violazione di un patto, la paragona a un assurdo
logico:

[ . ] v'è una certa somiglianza tra quello che comune­


..

mente si suoi chiamare « torto » e quello che in filosofia


si chiama « assurdo »; difatti, chi è costretto dal ragio­
namento a negare quel che prima aveva affermato, si ·
dice che è ridotto all'assurdo; e in questo stesso modo
chi per debolezza d'animo fa o tralascia di fare quel che
prima aveva promesso per patto di non fare, o di non
tralasciare, commette un torto; né cade in contraddizione
minore di chi, in una discussione filosofica, vien costretto
all'assurdo 20•

Questo passo ci dà la misura del formalismo giuri­


dico hobbesiano, che si applica ad una concezione
spregiudicatamente laica e materialistica della mo-
. rale: la violazione di un patto, cioè l'ingiustizia, non
è « male » in senso religioso o metafisica, ma è un'in­
coerenza, e d'altro canto la motivazione che induce
al patto non è un « bene » metafisica, bensl, un
utile. Alla luce di queste considerazioni si comprende
perché Hobbes, come poco più tardi farà il Sanderson,
consideri vincolanti, nello stato di natura, anche i
patti estorti col timore, benché in questo caso egli
non riesca a nascondere la preoccupazione che, altri­
menti, « ne seguirebbe che quei patti con cui gli

19 Ivi, 1 1 ; O.L., II, p. 174 (B., p. 102).


20 lvi, III, 3; O.L., II, pp. 182-3 (B., p. 1 12).

47
uomtru si riuniscono in una società civile e stabili­
scono leggi, sarebbero nulli » 21 : infatti, l'unica ra­
gione di sottomettersi alla potestà altrui, secondo
Hobbes, risiede nel timore di essere uccisi, e questo
spiega anche perché « nessuno, qualunque cosa ab­
bia pattuito, si può obbligare a non opporsi a chi
voglia ucciderlo, ferirlo, o infliggergli qualsiasi altra
lesione » 22 •
Il concetto di patto, e tutte queste considerazioni
ad . esso legate, consentono a Hobbes di realizzare il
passaggio dallo stato di natura al Commonwealth,
cioè alla « repubblica » - in senso latino - o << Sta­
to » tout court: passaggio delicatissimo, perché im­
plica una chiara definizione del rapporto tra morale
e politica, e su un altro piano, tra giusnaturalismo
e positivismo giuridico.
La legge naturale viene infatti identificata da
Hobbes con la legge morale, in quanto prescrive la
pratica di comportamenti, come la moderazione, l'equi­
tà, la fedeltà, l'umanità, la misericordia, che se da
un lato sono necessari al conseguimento della pace,
e quindi della sopravvivenza, dall'altro sono anche
quelli che comunemente si chiamano « virtù » ; al­
tre virtù, che non sono legate direttamente al con­
seguimento della pace, tendono tuttavia ugualmente
alla sopravvivenza, come la temperanza e la fortezza:
la legge morale è quindi anche legge naturale, in
quanto la pratica delle virtù realizza. il fine naturale
dell'uomo, cioè l'autoconservazione. La legge natu­
rale, o morale che dir si voglia, obbliga tuttavia solo
in coscienza, « nel foro interiore - dice Hobbes -,
non sempre nel foro esteriore �> 23, e questo perché
non si tratta di vere leggi, mancando ad esse l'ele­
mento della coercitività, bensl solo di « conclusioni

21 lvi, II, 16; O.L., II, p. 176 (B., p. 105).


22 lvi, 18 ; O.L., II, p. 177 ( B., p. 106).
23 lvi, III, 27; O.L., II, p. 195 (B., p. 126).

48
della ragione ». Ma non tutti gli uomm1 sono di­
sposti ad ascoltare i dettami della retta ragione:

[ . ] vi sono coloro che in virtù della uguaglianza natu­


..

rale permettono che gli altri compiano gli stessi atti che
essi permettono a se stessi (ed è il modo di comportarsi
di un uomo moderato, che valuta con esattezza le pro­
prie forze); ma vi sono pure coloro che, stimandosi su­
periori agli altri, pretendono che sia loro lecita qualsiasi
cosa, e chiedono per sé soli, di fronte a tutti gli altri,
ogni sorta di onore (ed è il modo di agire proprio dei
prepotenti) 24•

Sta di fatto che il modo di agire dei prepotenti


condiziona anche il comportamento dei moderati, nel
senso che questi ultimi, esercitando « quell'equità e
quell'arrendevolezza che la ragione detta, non agi­
scono secondo ragione se tutti gli altri non fanno
altrettanto » 25, ché verrebbero immediatamente sot­
tomessi o uccisi dai prepotenti: per cui si crea que­
sta situazione contraddittoria, che le leggi naturali,
vale a dire le conclusioni della ragione naturale, non
possono essere seguite finché si permane nello stato
di natura, perché condurrebbero alla rovina e alla
morte, cioè al fallimento del fine naturale dell'uomo.
Per conseguire la sicurezza ci si deve quindi riunire
in molti, in modo da scoraggiare l'eventuale aggres­
sore - è la seconda alternativa offerta dalla prima
legge naturale -, ma in questo caso la garanzia è
relativa, perché anche gli aggressori possono fare
altrettanto, e risultare più numerosi, e inoltre non è
detto che, all'interno stesso del gruppo degli ag­
grediti, tutti i membri tengano fede al vincolo:

Da questo deriva che l'accordo di molti [ . . ] , cioè una


.

pura e semplice società di mutuo soccorso, non dà a chi


vi aderisce, cioè ai soci, la sicurezza, di cui andiamo in

24 Ivi, I, 4; O.L., II, p. 162 (B., p. 85).


2S lvi, III, 27; O.L., II, p. 194 (B., p. 125).

49
cerca, di poter osservare nei reciproci rapporti le leggi
naturali sopra dette; ma è necessario far qualche cosa di
più perché quelli, una volta che si sono accordati per la
pace e l'aiuto reciproco, spinti dal bene comune, siano
poi trattenuti mediante un qualche timore dal dividersi
di nuovo quando qualche loro bene privato discordi da
quello comune 26•
·

Quel « qualcosa di più », necessario perché tutti


gli uomini appartenenti ad un certo gruppo rispet­
tino i patti, non è altro che il potere coercitivo: ma
esso non si può costituire che in seguito al trasferi­
mento volontario, da parte di tutti, del loro diritto
su tutto, in favore di chi deterrà il potere. Il trasferi­
mento è solo simbolico, secondo Hobbes, perché in
realtà, quando tutti meno uno rinuncino ai loro di­
ritti, si impegnano con ciò a non resistere a quell'uno,
e quindi gli consentono di esercitare, da solo, il pro­
prio diritto su tutto: la precisazione non è superflua,
perché implica che il sovrano sia l'unica persona a
permanere nello stato di natura, sottomessa quindi
alle leggi di natura, ma non alle leggi civili da essa
promulgate. Un'altra conseguenza importantissima di
quanto si è detto, è che la rinuncia ai diritti indivi­
duali avviene, sl, attraverso un patto, ma questo patto
viene stretto tra gli individui rinuncianti, e non im­
pegna in alcun modo il sovrano designato :

Questa forma di sottomissione di tutti alla volontà


·di un solo individuo; o di una sola assemblea, ha luogo
allorquando ciascuno si obbliga mediante un patto verso
tutti gli altri a non fare resistenza alla volontà di quel­
l'individuo o di quella assemblea a cui si sarà sottomesso,
cioè a non rifiutargli l'uso delle proprie forze o dei pro­
pri averi contro chiunque altro; ma si intende bene che
egli tratterrà pur sempre il diritto di difendersi dalla vio­
lenza 27•

26 lvi, V, 4; O.L., II, p. 2 1 1 (B., p. 147).


21 lvi, 7; O.L., II, pp. 2134 (B., p. 149).

50
L'ultima frase si riferisce ai casi in cui il sovrano
attenti alla vita del suddito: nessuno infatti - lo
si è visto sopra - si può impegnare a lasciarsi ucci­
dere o ferire, visto che l'autoconservazione è l'unico
fine in vista del quale l'individuo si sottomette. Per
il resto, si deve notare che la « sottomissione di
tutti alla volontà di un solo individuo » implica che­
le varie volontà particolari siano confluite nella vo­
lontà sovrana, cosicché una decisione del sovrano
non potrà mai trovarsi in contrasto con la volontà
di un suddito, perché ciò significherebbe che la vo­
lontà del suddito è in contrasto con se stessa. Il so­
vrano è quindi al di sopra della legge che egli stesso
istituisce, e deve essere obbedito senza discussione:
e può farlo, perché e in quanto ne ha la forza. Cia­
scun suddito, infatti, non solo si impegna a non re­
sistere al sovrano, ma pone anche la sua forza al
servizio di lui. Il sovrano riunisce cosl in sé le prero­
gative dello Stato, la sua volontà è la volontà dello
Stato, e non esiste potere legittimo al di fuori dello
Stato; egli regge sia la spada della giustizia che quella
della guerra, esercita la funzione legislativa, nomina
i magistrati e i ministri e· gode di una assoluta im­
punità, visto che non è vincolato da alcuna legge
umana, né da alcun patto con chicchessia. Altre con­
seguenze di questa concezione assolutistica della so­
vranità, che non tollera condizionamenti, limitazioni
o suddivisioni del potere, sono l'aleatorietà del di­
ritto di proprietà, che può sempre essere revocato,.
e l'impossibilità, da parte dei sudditi, di deporre il
sovrano, sia perché è inconcepibile che tutti sudditi
siano in grado di sciogliersi vicendevolmente dal
patto originario, sia perché la primitiva rinuncia ai
diritti naturali costitul una « donazione » irrevoca­
bile, visto che il sovrano non dava o prometteva nulla
in cambio.
Rimane il problema del contenuto della legge ci­
vile, vale a dire dei criteri in base ai quali il sovrano
userà l'immenso ed irresistibile potere che s1 concen-

51
tra nelle sue mani. Da un lato, infatti, la legge ci­
vile trae la propria legittimità dalla legge naturale:
è la ragione naturale a dedurre la necessità della co­
stituzione dello Stato, ed è l'obbligazione morale ine­
rente all'osservanza dei patti che dà un senso al rap­
porto di obbedienza dei sudditi nei confronti del so­
vrano; d'altro canto, è pur vero che il sovrano ha
con sé la forza per <( costringere tutti a fare qualsiasi
cosa egli voglia » 28, il che implica l'assoluta indi­
pendenza e arbitrarietà del suo volere. Allora risulta
chiaro che la legge civile non si limita a sanzionare
con la forza i contenuti della legge naturale, bensl
stabilisce a suo assoluto arbitrio un corpo di leggi,
alle quali i sudditi sono comunque tenuti ad obbe­
dire. È vero che lo Stato venne costituito dagli in­
dividui per garantire la loro sopravvivenza, ma la
conclusione che si può trarre dal discorso hobbesiano
sin qui sviluppato è che, paradossalmente, il sovrano
al limite non è tenuto a fornire alcuna garanzia di
questo genere: solo che, se non tutela neppure la
vita dei sudditi, questi possono legittimamente resi­
stergli. Per tutto il resto, la legge civile, una volta
istituita, prende il posto della legge morale, ed è essa
a fissare « che cosa sia furto, omicidio, adulterio e
torto » 29• Se da un lato quindi la morale fonda la
politica, dall'altro la politica fonda a sua volta una
nuova morale, che non è detto coincida con la mo­
rale naturale:
[ . . ] le azioni possono essere cosl trasformate dalle cir­
.

costanze e dalla legge civile, che in una data occasione


appariranno giuste, in un'altra ingiuste, e saranno di volta
in volta secondo ragione o contro ragione 30.

Da un punto di vista più strettamente giuridico,


poi, Hobbes può venire correttamente definito un

28 Ivi, VI, 6; O.L., II, p. 220 (B., p. 159).


29 lvi, 16; O.L., II, p. 229 (B., p. 169).
30 lvi, III, 29; O.L., Il, p. 196 (B., p. 128).

52
giusnaturalista, in quanto non si può negare che,
nel suo sistema, sia la legge naturale a legittimare
la legge civile; ma d'altro canto va anche conside­
rato uno dei fondatori della concezione positivistica
del diritto, stante l'assoluta autonomia di contenuti,
di cui gode la legge positiva.
In realtà, tale autonomia viene temperata dal
fatto che il sovrano, oltre a dover tener conto del­
l 'aspirazione dei suoi sudditi alla sopravvivenza, ché
altrimenti la legittima ribellione gli sfascerà lo Stato,
è pur sempre sottoposto alla legge naturale, vale a
dire ai dettami della propria retta ragione: in que­
sto senso, benché nella definizione del fine dello
Stato Hobbes includa solo la pace e la comune di­
fesa dai nemici esterni - ma negli Elements accen­
nava anche al benessere del popolo - egli dedica
un intero capitolo del De cive ai doveri dei sovrani.
La legge suprema del sovrano, secondo Hobbes, è la
« salus populi » 3 1 : chi detiene il potere deve quindi
preoccuparsi della prosperità dei sudditi, della si­
curezza dei traffici, della tutela delle istituzioni come
la famiglia e le corporazioni, favorendo i commerci ·
e l'incremento del lavoro. Ma se non se ne cura,
non esistono pretesti validi per deporlo, e se addi­
rittura calpesta le leggi naturali, i sudditi sono ugual­
mente tenuti ad obbedirlo, pur conservando la loro
libertà di rendere omaggio « in foro interno » alla
legge di natura. Si è forse eccessivamente accentuata,
da pàrte della critica più recente, tale apertura hob­
besiana alla « libertà di coscienza », senza tener conto
del fatto che si tratta di un tema già abbastanza re­
cepito presso i teorici dell'obbligazione dell'epoca,
come il Sanderson, anch'egli strenuo difensore del­
l 'assolutismo monarchico, che pure giungerà all'in­
circa negli stessi anni alle medesime cunclusioni. In
realtà, a Hobbes preme solo che l'ordine regni so­
vrano, libero poi chiunque di pensarla come gli

31 lvi, XIII, 2; O.L., Il, p. 298 (B., p. 249).

53
pare : il potere assoluto non è interessato a un domi­
nio sulle coscienze, del resto difficilmente configura­
bile, bensl sui corpi, non si preoccupa di riconqui­
stare al paradiso le anime, come la santa Inquisizione,
ma bada, laicamente, all'instaurazione di un sistema
politico capace di garantire la conservazione fisica dei
sudditi.
Che le relazioni intercorrenti tra il sovrano e i
sudditi siano essenzialmente « fisiche », cioè si con­
figurino come rapporti di forza, è denotato del resto
dalla legittimazione hobbesiana dello stato paterno
e di quello dispotico. Secondo Hobbes, oltre allo
stato convenzionale, o di origine contrattualistica,
si devono considerare pienamente legittimi anche lo
stato fondato sulla sottomissione dei figli ai genitori,
e quello creato attraverso il soggiogamento dei servi
da parte di un padrone: nel primo caso, i figli riman­
gono sottomessi ai genitori in quanto più deboli di
loro, e incapaci di sopravvivere senza il loro aiuto,
e anche quando si emancipano, non riacquistano in­
teramente la loro libertà. Hobbes individua nel do­
minio paterno l'origine delle monarchie ereditarie,
e attribuisce a questo tipo di stato l'appellativo di
« naturale », in quanto è naturale il rapporto di su­
bordinazione. Lo stato dispotico, invece, è naturale
solo in parte, perché la sottomissione del servo al
padrone deriva dal timore della morte, e da una co­
strizione fisica che è naturale, ma quando il saggio­
gato si impegna a -servire in cambio della salvezza
della vita, la sua scelta è volontaria, e dà luogo ad
un vero e proprio contratto. L'elemento che collega
questi due stati naturali allo stato convenzionale è
comunque sempre il fine precipuo dell'uomo, vale
a dire la sopravvivenza, e lo stimolo alla rinuncia
della propria libertà naturale è sempre il timore della
morte. Con questo, Hobbes non concedeva spiraglio
alcuno ai nemici dell'assolutismo, dato che veniva
a sanzionare ogni forma di sovranità, quale che ne
fosse l'origine, non esitando a schierarsi accanto ai

54
fautori del diritto divino dei re - tesi che tuttavia
non condivideva - i quali troveranno la loro espres­
sione più celebre nel Patriarcha del Filmer, contro il
quale è diretto il primo Trattato sul governo di Locke.
Quanto alla miglior forma di governo, nel De cive
si discute a lungo la tradizionale tripartizione degli
Stati in monarchie, aristocrazie e democrazie, giun­
gendo alla conclusione che la monarchia sia preferi­
bile ad ogni altra forma, mentre la democrazia è par­
ticolarmente esposta ad una serie di inconvenienti,
quali la maggior gravosità delle tasse, la facilità con
.cui i cittadini sono esposti a condanne ingiuste, l'ine­
.
sperienza degli organi deliberanti, l'instabilità delle
leggi, la mancanza di segretezza, e soprattutto il fatto
che le decisioni · siano abbandonate al fluttuare delle
assemblee, facile preda degli oratori più abili e spre­
giudicati. Riemerge qui la consueta ostilità hobbe­
siana per la retorica, e soprattutto per l'uso indi­
scriminatamente mistificatorio che se ne fa in poli­
tica:

Lo scopo dell'eloquenza è quello di far apparire al­


l'uditorio il bene e il male, l'utile e il nocivo, l'onesto o
il disonesto più grandi o più piccoli di quanto siano in
realtà, e di far parere giusto quel che è ingiusto, se.condo
il · fine che l'oratore si è proposto. In ciò consiste l'arte
del persuadere; e, per quanto l'oratore svolga le sue idee
in forma logica, non parte mai da princlpi veri, ma da
'Opinioni già accettate dalla massa [ . . ] che per lo più
.

'SOno erronee, e cerca di mantenere il proprio discorso


-aderente non già alla realtà delle cose, ma alle passioni
-che hanno · investito gli animi. Da ciò accade che, poi, le
decisioni siano prese seguendo non la retta ragione, ma
l'impulso del sentimento 32.

La retorica cosl intesa è anche la principale causa


·delle sedizioni, cioè di quelle ribellioni al potere so­
vrano che costituiscono le cause più consuete della

32 lvi, X, 1 1 ; O.L., II, p. 274 (B., p. 220).

55
disgregazione · degli Stati: qui è chiaro che la mate­
ria si fa incandescente, poiché Hobbes ha di mira
le recentissime esperienze inglesi, e le facili previ­
sioni circa un futuro che si faceva sempre più oscuro
per i partigiani della monarchia e della grande no­
biltà feudale. Egli si scaglia cosl con grande violenza
contro coloro che « agitano le passioni », i sovver­
titori che « imbottiscono il cranio al popolo di tutte
quelle idee assurde e deleterie per la pace e per la
società » 33 , che egli individua nella convinzione circa
la liceità del tirannicidio, la sottomissione dei sovrani
alle leggi civili, o l'assoluta proprietà dei privati sui
loro averi. Il fatto che l'affermazione del diritto alla
proprietà venga considerato da Hobbes un'idea se­
diziosa 34 ci sembra togliere molta della loro atten­
dibilità alle tesi che prospettano, sia pur. con sfuma­
ture diverse, una pretesa appartenenza .ideologica del
filosofo inglese ad un atteggiamento « borghese » del
pensiero, quale si andava allora affermando nella
lotta rivendicativa del parlamento contro la corona.
A parte l'osservazione già avanzata circa l'impossi­
bilità di qualificare come borghesi · le forze parlamen­
tari, che appartenevano invece nella quasi totalità
alla middle class, vale a dire alla media proprietà
terriera, saremmo propensi piuttosto ad associare la
prospettiva hobbesiana agli ideali delle moderne mo­
narchie assolute, che erano filoborghesi in quanto an­
tifeudali, ma assecondavano la crescita di una bor­
ghesia che badasse tranquillamente ai propri traffici,
senza immischiarsi nelle questioni di governo. I sud­
diti di Hobbes, lasciati a se stessi, manifestano in­
dubbiamente certi caratteri che possono trovare ri­
scontro anche in atteggiamenti tipici della classe mer­
cantile - lo spirito di concorrenza, ad esempio, o

33 lvi, XII, 12; O.L., II, p. 295 (B., p. 245).


34 Con una presa di posizione che lo accosta molto di piÙ:
all'orientamento dei levellers che a quello di Locke, Hobbes.
ritiene che la proprietà non sia legittimata dal diritto natu­
rale, ma solo da quello positivo.

56
l'inclinazione ad intendere il valore di un uomo come
fosse il prezzo di una merce -, ma vengono tenuti
accuratamente lontani dalle leve dello Stato: in fon­
do, all'autore del De cive interessa che questi sud­
diti borghesi siano retti da un potere assoluto, che
non consente a suddividersi tra re e parlamento:
allora poco importa che il sovrano sia re Carlo o
Cromwell, basta che quel potere resti saldamente nel­
le mani di un'unica persona: In che senso si può
quindi affermare che la filosofia politica hobbesiana
sia « borghese »? A nostro avviso, nel senso che si
tratta di un sistema spregiudicatamente naturalistico,
borghese appunto nella estrema spietatezza antime­
tafisica e materialistica dell'analisi, che ne fa uno dei
più poderosi tentativi esperiti dal pensiero moderno
di costituire una fondazione integralmente « laica »
dello Stato. Ciò risulta anche più evidente dalla trat­
tazione del fenomeno religioso nei suoi rapporti col
potere civile, che occupa la terza ed ultima parte
del De cive, e che noi esamineremo invece nella
ancor più ampia e particolareggiata formulazione che
Hobbes ne offre nel Leviathan.

IV. GESTAZIONE DELLA FILOSOFIA NATURALE

La dozzina d'anni che Hobbes trascorse in esilio


in Francia ( 1 640-1652) fu un periodo di interiso
lavoro per il filosofo inglese: un lavoro oscuro, so­
prattutto, di carattere preparatorio alla pubblicazione
delle grandi opere degli anni successivi, e del quale
è rimasta una documentazione in larga parte ancora
inedita. Alle stampe furono dati infatti, oltre al De
cive del '42 e a una sua dedizione con aggiunte del
'47, le Obiezioni alle Meditazioni cartesiane, e un
piccolo trattato ottico, anch'esso concepito in fun­
zione anticartesiana, ed è da notare che ambedue

57
questi scritti furono pubblicati ad opera o su solle- .
citazione del Mersenne. Chiude la serie il Leviathan,
che tuttavia è già concepito con riferimento al ri­
torno in Inghilterra, e viene infatti stampato a Lon­
dra, nel 1651. Nel '54, infine, Hobbes si lascerà
carpire da John Davies uno scritto sulla Libertà e
necessità, steso nel 1646, e cosl un'altra opera del
periodo francese vedrà la luce: ma ·gli archivi hanno
conservato fino ai nostri giorni molto materiale ine­
dito, che consente di comprendere meglio la com­
plessa gestazione della filosofia naturale hobbesiana
e di spiegare il forte ritardo con cui furono condotti
a termine il De corpore e il De homine, rispetto al
De cive. Tra i più rilevanti documenti di questo tipo
va posto un grosso manoscritto conservato presso la
Bibliothèque Nationale di Parigi, al quale si devono
aggiungere due trattati . ottici conservati dal British
Museum di Londra, e alcuni abbozzi che si trovano
ancora nel castello dei Devonshire, · a Chatsworth.
Questi inediti, insieme con gli scritti pubblicati, ci
consentono di ricostruire la complessa problematica
con la quale Hobbes venne in contatto quando cercò
di attribuire solide basi teoriche alla concezione della
scienza da lui delineata negli Elements e al mecca­
nicismo materialistico che doveva trovare piena espli­
cazione nel De corpore: a tutto ciò si deve aggiun­
gere la presenza prepotente, in quel campo di studi,
del pensiero cartesiano, nei confronti del quale Hob­
bes inalberò una opposizione intransigente, · e anche
ingiusta, nella misura · in cui rifiutava di riconoscere
un'influenza che si manifesta invece chiaramente -
nonostante l'indubbia divergenza di fondo dei due
pensatori - in più di un punto nodale della dottrina
hobbesiana.
Com'è noto, Mersenne raccolse diverse serie di
obiezioni alle Meditationes de prima philosophia di
Cartesio ancor prima che l'opera fosse stampata, cosl
che la prima edizione ( 1641) già le recava in coda
allo . scritto cartesiano. Tra queste obiezioni, redatte

58
nell'inverno '40-'41 , spiccano le Objectiones tertiae,
dovute a « un celebre filosofo inglese », che non era
altri che Hobbes. Insieme con le famose « quinte
obiezioni » dovute a Gassendi, i rilievi hobbesiani
sono tra i più rigorosi e « moderni », perché condu­
cono la critica alla metafisica cartesiana non da un
punto di vista teologico, ma partendo da posizioni
spregiudicatamente empiristiche e antimetafisiche. Ob­
biettivo principale di Hobbes è la contestazione del
dualismo cartesiano delle sostanze, e insieme la ne­
gazione della possibilità di dimostrare con argomenti
filosofici l'esistenza di Dio. Secondo il filosofo in­
glese, il tentativo cartesiano di fondare sul cogito
la distinzione di una sostanza pensante dalla corpo­
rea, e quindi la deduzione dell'esistenza di una so­
stanza pensante, è solo il risultato di una errata co­
pulatio, di una connessione impropria di termini: che
cosa significa l'affermazione « io penso, dunque sono
pensiero »? Tanto varrebbe, secondo Hobbes, affer­
mare allora che « io passeggio, dunque sono una
passeggiata » 1 ! Questa obiezione va inquadrata nella
nota teoria hobbesiana della connessione dei termini,
che troverà forma nel De corpore 2, e che considera
incoerente, tra le altre, la connessione tra « nome
di corpo » e « nome di accidente », ma al fondo
di tutta la questione sta l'identificazione radicale ope­
rata da Hobbes tra il concetto di sostanza e quello
di corpo. Secondo il filosofo inglese, Cartesio non
è in grado di confutare questa identificazione, dimo­
strando positivamente che « la cosa che pensa », in
quanto soggetto, non sia « qualcosa di corporeo » 3 •
Di rilievo anche maggiore è il gruppo di obiezioni
rivolte alla terza meditazione, perché chiarisce una
divergenza fondamentale tra i due pensatori sul si­
gnificato da attribuire al termine idea. Per Cartesio,

l Obiectio II; O.L., V, p. 252.


z De corpore, V, 2; O.L., I, p. 52.
3 Ob. II; O.L., V, p. 253.
59
idea è « tutto ciò che viene immediatamente percepito
dalla mente » 4, cioè qualsiasi oggetto del pensiero,
mentre per Hobbes è un'immagine, che deve quindi
derivare dall'esperienza: d'altra parte, solo il posses­
so di un'idea - in questa sua accezione « empiristi­
ca » - certifica secondo Hobbes dell'esistenza di una
cosa, per cui non è possibile andare al di là della
probabilità, se si vuol dimostrare con argomenta­
zioni filosofiche, cioè razionali e naturali, l'esistenza
di ciò che non ci è trasmesso dai nostri sensi. Non
è difficile rendersi conto che queste premesse hobbe­
siane colpiscono alla radice la prova « ideologica »,
cioè il tentativo cartesiano di dimostrare l'esistenza
di Dio partendo dall'idea che noi ne abbiamo:

[ ] al nome venerando di Dio, non abbiamo alcuna im­


. . .

magine, o idea, di Dio: e per questo ci si proibisce di


adorare Iddio in immagine, affinché non paia che noi si
abbia un concetto, di colui che è inconcepibile. Sembra
quindi che in noi non esista alcuna idea di Dio. Ma . [ . ]
..

l'uomo, comprendendo che deve esistere una qualche causa


delle sue immagini o idee, e qualche altra causa ante­
riore di quella causa, e cosl via, viene tratto da ultimo
alla conclusione o supposizione di una qualche causa
eterna [ ] tuttavia non ha alcuna idea che possa dire
...

essere l'idea di quel qualcosa di eterno, ma nomina o


chiama la cosa creduta o dedotta, Dio 5•

D'altra parte, se no!?- possediamo l'idea di Dio, nep­


pure avremo quelle dei suoi attributi: « ne segue
che l'esistenza di Dio non è stata dimostrata, e molto
meno la creazione » 6 •
La rigorosa connessione operata da Hobbes tra
idea e immagine ha comunque una portata che va
ben oltre la disouta sulla dimostrabilità o meno del­
l'esistenza di Di� : a parte il fatto che Hobbes esclude

4 Responsio ad object. V; ivi, pp. 260-1.


s Ob. V; ivi, pp. 259-60.
6 Ob. XI; ivi, p. 268.

60
dal novero delle idee gli atti di volizione, di timore.
ecc., che Cartesio vi includeva, assume rilievo pre­
dominante la distinzione hobbesiana tra ciò che viene
rappresentato da un'immagine o idea, e ciò cui si
perviene attraverso un'elaborazione razionale, e a
cui viene dato un nome, benché non se ne abbia
alcun concetto. A quest'ultima categoria appartiene
l'anima, a proposito della quale « concludiamo me­
diante la ragione che esista qualcosa di interno al
corpo umano, che gli infonde quel moto animale gra­
zie al quale esso sente e si muove » 7 ; quanto alla
sostanza, « intesa come materia soggetta ad accidenti
e mutamenti, la si deduce col solo ragionamento, né
tuttavia la si concepisce, o ci offre alcuna idea » 8•
La radicalità dell'empirismo hobbesiano si manifesta
però in tutta la sua pregnanza nell'esempio dell'idea
del sole : l'unica idea che noi si possieda del sole
è la sua immagine, che può essere più o meno grande,
a seconda che guardiamo l'astro ad occhio nudo o at­
traverso un canocchiale, ma del sole nella sua reale
grandezza non abbiamo alcuna idea, poiché « que­
st'altra non è l'idea del sole, bensl la conclusione
argomentata che l'idea del sole sarebbe molte volte
maggiore, se lo si guardasse da molto più vicino » 9•
In sostanza, la posizione hobbesiana, che si collega
a quanto già era emerso negli Elements, è la seguen­
te: il punto di partenza di ogni conoscenza è costi­
tuito dai concetti, i quali possono essere, o sensazio­
ni, o immagini da esse derivat� queste ultimé si
dicono anche « idee ». Quanto ai nomi, vengono
attribuiti, sia ai concetti, sia a ciò che non viene dai
sensi, ma è dedotto dalla ragione, come appunto nel
caso dei nomi di Dio, dell'anima, o della sostanza.
Una distinzione di questo genere, tuttavia, anche
agli effetti immediati della polemica anticartesiana.

7 Ob. VII ; ivi, p. 263.


s Ob. IX; ivi, p. 264.
9 Ob. VIII; ivi, p. 263.

61
si ridurrebbe a una semplice disputa terminologica,
se per Hobbes « ciò che si deduce per razionale >)
avesse il medesimo rilievo di . ciò rappre­
sentato da un concetto: in realtà, lon-
tana dal conferire alla ragione il
zante » che le attribuisce Cartesio; per lui
raz.ionale, che l'autore delle Meditationes
« magna lux in intellectu >), si riduce alla
.dogmatica di chi vuoi far prevalere la propria
nione, anche se a torto, e la ragione non è altro
·che un procedimento puramente formale di connes­
sione di nomi, secondo princlpi che non da essa hanno
tratto origine, essendo in ultima analisi il risultato
ài un atto di volontà:

Che dire, se per caso il raziocinio non è altro che una


-connessione e concatenazione di nomi o appellativi me­
<liante la parola è? Per cui, con la ragione non conclu­
.diamo assolutamente nulla riguardo alla natura delle cose,
bensl riguardo ai loro appellativi: vale a dire, possiamo
·concludere se connettiamo i nomi delle cose secondo i
patti da noi stretti a nostro arbitrio circa i loro signifi­
cati, o meno. Se le cose stanno cosl, come possono be­
nissimo stare, il raziocinio · dipenderà dai nomi, i nomi
.dall'immaginazione, e l'immaginazione forse, a mio parere,
dal movimento degli organi corporei [ . ] 10•
..

A parte la cautela con cui Hobbes presenta l'ipo­


tesi circa l'origine meccanica dell'immaginazione, que­
sto · brano ci sembra estremamente significativo, se
connesso con la problematica emersa a proposito del
concetto di verità - e del suo correlato, la scienza -
negli Elements: in una prospettiva che assegna alla
ragione il compito di verificare semplicemente la cor­
rettezza delle connessioni nominali, la funzione del ·

nome nella costituzione della scienza diventa basi­


lare, ma nel contempo la scienza perde il contatto
con la « realtà >) . Le essenze nominali infatti, cioè
IO Ob. IV; lVI, p. 258.

62
le definizioni dei nomi, nulla ci dicono circa la reale
conformità della cosa nominata; esse non sono altro
che « commentum nostrum » 1 1, nel senso che ven­
gono individuate attraverso una serie di relazioni del
nome della cosa con i nomi più generali che pure sono
stati attribuiti alla cosa all'atto della denominazione,
che Hobbes dice « arbitraria » in quanto inserisce la
cosa nominata in una certa classificazione, che non
ha un riscontro antologico sul tipo dei generi e delle
specie platonico-aristotelici : ma su questo si dovrà
ritornare, in sede di esame del De motu e del De
corpore.
Un altro concetto da riesaminare sarà quello di
<( suppos1z1one » : Hobbes infatti sottolinea come,.
mancando dell'idea di Dio, si possa giungere non alla
dimostrazione, bensì alla supposizione della sua esi­
stenza; se si pensa alla definizione di questo termine
offerta dagli Elements, in cui si sottolinea il carat­
tere della probabilità e della non verificabilità della
supposizione, nel senso che non si tratta per Hobbes
di un'ipotesi provvisoria che attenda una conferma.
positiva della propria fondatezza, ma di un'opinione
che acquista via via tanto maggiore probabilità, quan- ·
to meno si trova in contrasto con altri risultati del'
processo conoscitivo e della sua elaborazione razio­
nale, ci si renderà conto di quanto una nozione di
derivazione esclusivamente razionale sia inferiore, dal
punto di vista della certezza di un suo riscontro reale,
all'idea di origine empirica, che pure - lo abbiamo
visto - non esclude interamente da sé un certo
carattere problematico.
·

Questi temi vengono ripresi con maggiore chia­


rezza ed articolazione nel De motu, loco et tempore 12 ,
il grosso manoscritto parigino al quale già abbiamo
accennato, e la cui composizione deve risalire al 1642-

u Oh. XIV; ivi, p. 272.


12 Ms. Fonds Latin 6566 A, della Bibliothèque Nationafe
di Parigi.

.
63
43. La storia di questo manoscritto conserva ancora
qualche lato oscuro : poiché Mersenne inserl nei suoi
Cogitata physico mathematica e nella Universae geo­
metriae . . . synopsis, ambedue le opere pubblicate nel
1644, alcuni brani riguardanti problemi ottici che
lo stesso Mersenne attribuiva a Hobbes, riferendoli
a un non meglio specificato De motu, loco et tem­
pore, per molto tempo si è creduto che esistesse fin
dal '44 una redazione già pressoché completa del
De corpore, recante appunto quel titolo. Recenti studi
hanno invece precisato che a quell'epoca gli abbozzi
del De corpore si limitavano alla logica e alla phi­
losophia prima, e nel frattempo veniva scoperto il
manoscritto parigino, da cui era facile mostrare come
fossero stati tratti i brani citati da Mersenne. L'opera,
composta di 40 capitoli, è una risposta al libro di
Thomas White - il teologo cattolico amico di Sir
Kenelm Digby - De mundo dialogi tres ( 1642), in
cui l'autore espone la sua confutazione del Dialogo
sopra i due massimi sistemi di Galileo. Il manoscritto
è quindi una critica puntuale ai vari luoghi dei dia­
loghi del White, in difesa dell'astronomia e della con­
cezione generale della scienza galileiana, ma poiché
Hobbes si concede anche lunghe divagazioni, i vari
-capitoli del lavoro riguardano i soggetti più diversi,
dalla partizione della scienza, al metodo, all'ottica,
ai moti celesti, fino alle questioni del libero arbitrio
e dei rapporti tra astronomia e teologia, mettendo nel
contempo a fuoco i motivi centrali della problema­
tica già emersa negli Elements e nelle Objectiones.
Il De motu si apre con una definizione della filoso­
-fia come della « scienza dei teoremi generali, [ ] la
. . .

-cui verità si possa dimostrare mediante la ragione


naturale » 13 ; distingue quindi rigorosamente la filo­
sofia dalla teologia e, secondo il consueto, la logica
dalla retorica, cosl come più avanti esalterà la mag­
giore certezza delle conclusioni della geometria, ri-

13 !v1,' cap. !, 1 , 5 .

64
spetto a quelle della fisica e della morale. Di parti­
colare interesse risulta la trattazione dello spazio,
che trova in quest'opera una configurazione più am­
pia e chiara che non nello stesso De corpore: Hobbes
distingue infatti uno « spazio immaginario » da uno
« spazio reale », che egli identifica cartesiamente con
l'estensione e la corporeità in generale. Alla luce di
quanto è detto nelle Ohiectiones, risulta chiaro che
Hobbes intende per « spazio immaginario » l'idea
dello spazio, quale d viene dalla sensazione, mentre
lo spazio reale, di cui non abbiamo l'idea - cosl
come non abbiamo l'idea del sole « reale » - è il
prodotto di una deduzione razionale. Non stupisce
allora che Hobbes presenti l'esistenza del corpo in
generale, cioè della materia in quanto provoca la
formazione delle immagini, come il prodotto di una
<( supposizione » , o ipotesi:

Dal momento che l'immaginazione nasce dall'azione di


un qualche agente, che supponiamo esistere o essere esi­
stito al di fuori dell'animo di chi immagina, la qual cosa
da noi supposta siamo soliti chiamare corpo, o materia,
ne segue che i corpi sussisterebbero, anche se non vi
fosse assolutamente alcuna immaginazione 14•

Il carattere ipotetico delle conclusioni riguardanti


ciò che sta al di là della nostra immaginazione, e di
cui quindi non si possiede l'idea, è determinato dal
fatto che la ragione ha una portata condizionale, e
non categorica: come nelle Obiectiones, essa è u n
semplice strumento formale, che non può dirci nulla
circa l'esistenza reale di qualcosa, a meno che dò
venga certificato dall'esperienza; in altre parole la
ragione è un meccanismo che non d dà nulla più
di ciò che vi introduciamo e, nel caso specifico, i
contenuti che secondo Hobbes le vengono affidati
sono esclusivamente nominali. Quest'ultima tesi viene
ripresa ed ampliata nel De motu, che ripercorre la

14 Ivi, cap. III, l, p. 15.

65
discussione già sostenuta negli Elements, a proposito
delle connessioni tra i concetti, come quelle di causa
ed effetto, che derivano dall'esperienza, e che l'uomo
ha in comUne con gli altri animali : anzi, Hobbes al­
larga qui la gamma delle connessioni condivise dagli
animali, includendovi persino la compositio e la re­
solutio, la sintesi e l'analisi, delle immagini. Ancor
più netta risulta perciò la superiorità dell'uomo, che
grazie alla fissazione dei concetti consentitagli dal lin­
guaggio è in grado di organizzare incomparabilmente
meglio le proprie esperienze, in vista dell'elaborazione
di utili congetture. La scienza, tuttavia, è qualcosa
di più, essa garantisce la verità dei propri assunti,
in quanto elabora corrette connessioni nominali, per
la cui verifica rimanda ad altre connessioni nominali,
finché si perviene alle connessioni fondamentali, che
sono implicite nel primitivo atto della denominazio­
ne: se a tutte le cose cui è stato imposto il nome
homo è stato imposto anche il nome anima!, sarà
sempre e incontestabilmente vero che homo est ani­
mal. A questo punto ci si potrebbe domandare che
significato abbia un tal concetto di verità, e secondo
quali caratteri ed obbiettivi si configuri una scienza
esclusivamente nominale, quale si va ora delineando.
Benché il pensiero hobbesiano non proceda a que­
sto proposito nel modo più lineare, come del resto
è comprensibile data la complessità e novità dei pro­
blemi e delle soluzioni, è possibile trarre dal De motu
una risposta coerente al quesito, tenendo conto · di
una serie di elementi che nel manoscritto · vengono
chiaramente espressi. In primo luogo, si deve consi­
derare il carattere economico della denominazione :
essa infatti non si limita a fornire contrassegni per
ricordare i singoli concetti che si presentano alla men­
te, ma consente di raggruppare innumerevoli nomi
di concetti singoli nei nomi universali « con un uti­
lissimo abbreviamento del lavoro » 15 • Ma raggrup-

15 lvi. cap. XXX, 19, p. 347.

66
pare nomi . di concetti singoli nei nomi universali si­
gnifica per Hobbes classificarli « per genus et diffe­
rentiam specificam », secondo una codificazione estre­
mamente tradizionale; solo che la classificazione hob­
besiana, diversamente dalla platonico-aristotelica, e
anzi in polemica con quella, non pretendé di avere
alcun riscontro antologico, poiché la definizione, di
per sé, non esprime la « natura » della cosa. Di qui
il carattere che Hobbes chiama « arbitrario �> della
denominazione, vale a dire della classificazione: per­
ché attribuire al concetto espresso da un nome sin­
golo anche un nome universale significa inserire quel
nome - e quel concetto - in una certa classificazio­
ne piuttosto che in un'altra, secondo orientamenti
« arbitrari », cioè decisi da chi impone i nomi. Anche
in questo come nel caso dell'arbitrio del monarca
in politica, non è che la volontà trovi esclusivamente
in se stessa la motivazione, qui della classificazione,
come là della legge civile: esiste . indubbiamente una
cogenza delle cose, ma è estremamente mediata. Se il
sovrano deve fare i conti con la legge di natura, colui
che impone nomi ai concetti deve raggrupparli se­
condo le loro « somiglianze » :

[ ] tutte le cose che hanno tra loro una qualsiasi somi­


. . .

glianza hanno un qualche nome comune [ . . ] ne con·


.

segue che i nomi di una stessa cosa possono essere quasi


innumerevoli. Infatti, una qualsiasi cosa, confrontata con
innumerevoli altre cose, risulterà simile ad alcune di esse
secondo un certo tipo di confronto, ad altre secondo un
altro, e avrà un nome comune con le cose che le somi­
gliano per ogni singolo confronto; quindi avrà tanti nomi
quanti sono i modi in cui può essere confrontata 16•

Poiché tuttavia non è possibile evidenziare tutte que­


ste innumerevoli somiglianze .connettendo ogni cosa
con innumerevoli universali, si impone a colui che dà
luogo alla denominazione una scelta : la cosa, in al-

16 lvi, cap. XXX, 16, pp. 345v-346.

67
tre parole, verrà inserita in un certo tipo di classi­
ficazione piuttosto che in un altro, a seconda dei ca­
ratteri - posseduti in comune con altre cose - che
si vogliono privilegiare:

Comprendere un nome, significa essere stimolati da


quel nome a ricordare i caratteri che si voleva fossero
presi in considerazione nella cosa, all'atto dell'imposizione
del nome stesso 17•

In questo senso l'imposizione del nome è arbitraria,


ed è convenzionale, perché i criteri della scelta deb­
bono essere accettati da coloro che si serviranno del
nome medesimo, attraverso l'istituzione di una sorta
di « patto » linguistico. La conseguenza più rilevante
di questa presa di posizione hobbesiana è la ridu­
zione della filosofia a nomenclatura:

La vera filosofia si identifica interamente con una vera,


propria ed accurata nomenclatura delle cose, dato che con­
siste nella conoscenza delle differenze. È chiaro infatti
che conosce le differenze delle cose solo chi ha imparato
ad attribuire alle singole cose i loro propri appellativi 18 •

La scienza si risolve dunque in una serie di clas­


sificazioni, in cui i nomi più generali danno rilievo
alle somiglianze delle cose, e sono i generi, mentre
i meno generali si individuano grazie alle differenze,
che già la tradizione aristotelica chiamava « specifi­
che » appunto in grazia di questa loro funzione: lo
scienziato non avrebbe quindi da fare altro che espli­
citare le infinite connessioni nominali implicite nei
primitivi atti di denominazione, aiutandosi con lo
strumento razionale, che si esprime nel meccanismo
sillogistico. Il prezzo pagato da Hobbes per confe­
rire alla scienza il carattere della verità è quindi la
sua riduzione a un'enorme tautologia. Ma c'è di più :

17 lvi, cap. XXX, 21, p. 347v.


18 lvi, cap . XIV, l, p 127.
. .

68
una scienza cosl concepita si limita a ricercare, esat­
tamente come la scienza aristotelica, le essenze delle
cose, solo che in questo caso si tratta di pure essen­
ze nominali, mentre Aristotele riteneva di indagare
la natura stessa della realtà. Può conciliarsi l'ideale
contemplativo aristotelico messo in luce dal De motu
con le esigenze speculative e pratiche di quell'atteg­
giamento galileiano del pensiero, che pure Hobbes
si sentiva chiamato a difendere proprio in quest'ope­
ra? Sarà possibile ricavare dall'elaborazione delle es­
senze nominali quei rapporti causali che connettono
le cose tra loro, e la cui individuazione costituisce
uno dei principali obbiettivi della nuova filosofia na­
turale, anche della hobbesiana? È questo l'oggetto
del travaglio speculativo che impedirà ad Hobbes
di concludere la redazione del De corpore nel breve
spazio di tempo che si era prefisso, e che prolun­
gherà la gestazione dell'opera per ben diciotto anni.
Non mancano i documenti, diretti e indiretti,
di questa faticosa elaborazione durante il periodo pa­
rigino: tra i secondi, soprattutto appunti presi da
Charles Cavendish sugli abbozzi hobbesiani, e alcune
lettere, di Cavendish e di Hobbes, sul progredire
del lavoro; la documentazione diretta è invece rap­
presentata da un manoscritto conservato a Chatsworth,
recante in forma non definitiva - come già si è det­
to - le prime due parti del De corpore 19• Tra i vari
capitoli dell'inedito, quello che subirà poi maggiori
rimaneggiamenti è il sesto, e non a caso: esso ri­
guarda infatti il problema del metodo della scienza,
e ribadisce i temi già illustrati nel De motu. Per
ora, ricerca delle essenze nominali e ricerca delle
cause rimangono separate in due distinti capoversi,
né si vede ancora come possano convergere: da un
lato, si trova l'affermazione secondo cui compito del-

19 Cfr. C. VON BROCKDORFF, Die Ur/orm der « Compu­


tatio sive Logica " des Hobbes, Kiel 1934. La trascrizione
del Ms. si trova alle pp. 14-23.

69
la filosofia è la conoscenza delle generazioni, o cause,
dei corpi, mentre « la generazione consiste nell'azio­
ne di certi corpi su certi altri, e l'azione è moto » 20;
dall'altro si insiste sull'apoditticità della scienza, e sul
fatto che « le sole definizioni o loro parti sono pri­
me », cioè sono principi della dimostrazione, « per
cui ogni dimostrazione deve partire da due definizioni
o parti di definizioni » 21•
Si è detto che molte pagine del De motu sono
dedicate all'ottica: in effetti, il periodo parigino di
Hobbes è contraddistinto da un forte interesse per
queste ricerche, che trovano la loro esplicitazione in
due trattati ottici latini e uno in inglese, oltre natu­
ralmente alla trattazione del De motu. Di questi
scritti, solo il primo fu dato alle stampe vivente Bob­
bes, ad opera del solito Mersenne, che lo pubblicò
nella sùa Synopsis del '44 : ma il trattatello risale a
qualche anno prima. Il secondo Tractatus opticus
venne composto verso n · 1644, ma fu pubblicato
solo nel nostro · secolo 22 ; il terzo, molto più vasto,
recante il titolo di A Minute or First Draught o/ the
Optiques, fu redatto intorno al '45-'46, ed è ancora
inedito, ma la sua seconda parte, tradotta in latino,
venne poi inserita da Hobbes nel De homine.
Sappiamo di studi ed esperimenti hobbesiani ri­
guardanti l'ottica fin dal tempo del « gruppo del
Newcastle », e dell'interesse del filosofo inglese per
i trattati ottici di Ruggero Bacone e di Grossatesta,
oltre che per molte · altre opere medievali sull'argo­
mento: ma colui che maggiormente stimolò Hobbes
in questa direzione di indagini, seppure negativamen­
te, è Cartesio, contro il quale sono diretti soprattutto
il primo e il secondo Tractatus. Nonostante il loro
obbiettivo anticartesiano, questi scritti non rivelano

20 lvi, p. 23.
21 Ivi.
22 TH. HoBBES, Tractatus opticus, a c. di F. Alessio,
in « Rivista critica di storia della filosofia », XVIII (1963 ),
Il, pp. 147-228.

70
un'eccessiva originalità rispetto alla Dioptrique, se
non per un interesse ancora più pronunciato alla coe­
renza metodica di questa disciplina particolare, al­
l'interno del più generale sistema meccanicistico-ma­
terialistico di interpretazione della natura. In questo
senso, Hobbes lascia trasparire l'intensa riflessione
sui problemi inerenti al metodo della scienza, che lo
tenevano cosl occupato in quegli anni: in particolare,
il primo trattato si rivela come un tentativo, persino
rozzo nella sua immediatezza, di utilizzare il modello
euclideo di dimostrazione, senza ulteriori articola­
zioni, che saranno invece ben presenti negli altri due
scritti, ammorbidendone ed arricchendone la trama.
Tra gli elementi di maggiore rilievo, va segnalato il
fatto che in questi trattati, cosl come nel De motu,
Hobbes concede ancora l'esistenza del vuoto, che più
tardi negherà strenuamente. Nel secondo Tractatus,
inoltre, viene ripreso il tema metodico ormai consueto,
circa la primalità delle definizioni nella dimostrazione,
motivata dal fatto che « esse sono le verità prime »,
dal momento che « definendo, cioè concordando circa
l'uso dei vocaboli, noi stessi le rendiamo vere » 23 • Un
tale procedimento deduttivo « nominale » - e qui
sta la novità - non si può tuttavia applicare, se­
condo Hobbes, altrettanto bene a tutte le scienze:
in fisica, ad esempio, la spiegazione non può che es­
sere ipotetica, anche se si possono dare spiegazioni
più o meno verosimili. Al fisico si richiede solo di
elaborare ipotesi che non siano prive di senso, e che
diano ragione dei fenomeni mediante dimostrazioni
rigorose, che non implichino d'altra parte contraddi­
zioni o incongruenze rispetto ad altri fenomeni o ad
altre · dimostrazioni cui siano legate. La conseguenza
più notevole di una tale presa di posizione è l'affer­
mazione della compossibilità ed ipoteticità delle spie­
gazioni astronomiche, inclusi i sistemi tolemaico, co­
pernicano e ticonico, secondo una prospettiva che

23 lvi, cap. l, l, p. 147.

71
sembra dar ragione più ad Osiander e al cardinal
Bellarmino, che non a Galileo : ma si era già visto
come la concezione della scienza che Hobbes andava
elaborando lo allontanasse irrimediabilmente dall'im­
postazione galileiana dei problemi, benché egli si
considerasse una sorta di continuatore e sistematore
del pensiero del pisano.
Un altro tema ampiamente svolto nel De motu
era quello del libero arbitrio, o meglio, della neces­
saria determinazione della volontà umana. Hobbes
se n'era già occupato anche negli Elements, ma l'oc­
casione per rimeditare a fondo la questione gli venne
da una serie di discussioni avute alla tavola del New­
castle - riparato anch'egli a Parigi quando la causa
della monarchia s'era messa al peggio - · con un
ecclesiastico fortemente filomonarchico ed episcopa­
lista, arminiano in teologia e tenacemente scolastico
nel vocabolario: John Bramhall, vescovo di London­
derry. Bramhall preparò uno scritto in cui riassume­
va la propria posizione riguardo al problema, e Hob­
bes gli rispose, nel '46, con un trattatello dal titolo
Of Liberty and Necessity. Ambedue i contendenti
si impegnarono a non pubblicare questi loro scritti,
ma come abbiamo già accennato, nel '54 Hobbes
lasciò - più o meno volontariamente, non è dato
sapere - che il suo venisse stampato. Bramhall si
offese profondamente per quella che considerò una
grave scorrettezza, e pubblicò una puntigliosa con­
futazione dell'opuscolo hobbesiano, che chiamò A
Defense of the true Liberty of human Actions ( 1655),
cui Hobbes reagl prontamente con le voluminose
Questions concerning Liberty, Necessity and Chance
( 1 656 ) - La polemica si trascinò poi ancora, amplian­
.

dosi ai temi politico-ecclesiastici del Leviathan.


La dottrina hobbesiana della volontà è la logica
conseguenza della concezione meccanicistico-materia­
listica dell'uomo espressa negli Elements: se l'uomo
va considerato come un meccanismo, che si volge ne­
cessariamente verso ciò che asseconda il suo ritmo

72
vitale, e che quindi è per lui un « bene », viene a
priori esclusa ogni capacità di determinazione - auto­
noma da parte della volontà, che è il semplice risul­
tato finale di un contrasto di movimenti interni che
si chiamano appetito e avversione, stimolati da altri
movimenti, che si chiamano piacere e dolore. Non ha
quindi senso per Hobbes porsi la domanda « se
l'uomo sia libero di volere », poiché il problema della
libertà non si pone al livello della volontà, che è co­
munque determinata necessariamente dalla concate­
nazione delle cause e degli effetti, bensl immediata­
mente dopo che la volontà si è pronunciata: « è li­ .

bero di fare una cosa chi può farla se ha la volontà


di farla, e può astenersene, se ha la volontà di aste­
nersene » 2\ vale a dire, chi non trova impedimenti
nella esplicazione di quel movimento di attrazione
o avversione verso un oggetto, di cui la volontà è solo
la sanzione, o meglio l'estrinsecazione.
Bramhall partiva da tutt'altri presupposti, le sue
tesi arminiane risentono della lontana ascendenza to­
mistica, e si esprimono attraverso distinzioni sapien­
tissime, distillate dalla tarda scolastica e rinverdite
all'epoca delle dispute moliniste: egli distingue tra
ben cinque diversi tipi di libertà, ma quanto alla
necessità ammette solo quella che governa gli atti
istintuali degli animali, mentre Hobbes ha di mira
la necessaria predeterminazione delle azioni umane,
anche di quelle non istintive, sulla scorta del princi­
pio, già enunciato tanti · anni prima nello Short Tract,
dell'identità tra causa sufficiente e causa necessaria,
visto che « causa sufficiente è quella alla quale non
manca nulla perché sia necessaria alla produzione del­
l'effetto » 25•
Bramhall difende la libertà umana con una serie
di citazioni bibliche, ma i suoi argomenti più efficaci
sono altri. Egli infatti muove a Hobbes due obie-

24 Of Liberty and Necessity; E.W., IV, p. 240.


25 Ivi, p. 274.

73
zioni fondamentali : in pnmo luogo, il vescovo in­
glese giudica che una concezione cosl rigidamente
deterministica della volontà umana tolga ogni signi­
ficato a tutte le sollecitazioni messe in atto dalla so­
cietà per impedire il delitto, come i consigli, l'educa­
zione, i buoni libri, ed a tutte le punizioni con cui
la società condanna il delitto u!'. a v'Jlta commesso;
ma Hobbes risponde che i consigli e l'educazione en­
trano a far parte della serie di cause che determinano
la volontà del singolo, e sono q1!indi efficaci, e cosl
anche le punizioni dei criminali - ccn intuizione di
profonda modernità - non vengcn., considerate da
lui come castighi, bensl come esempi :

Lo scopo istitutivo della legge non : di affiiggere il


delinquente per quel che è passate• e non �i può più an­
nullare, bensl di render giusti lui e a!tri, che altrimenti
non lo sarebbero, e riguarda, non l'atto malvagio passato,
bensl la buona azione futura; tanto che, senza la buona
intenzione per il futuro, nessuna azione passata di un
delinquente potrebbe giustificare la sua uccisione agli oc­
chi di Dio. Ma voi direte, come può essere giusto ucci­
dere un uomo per emendarne altri, se ciò che fu fatto
era necessario? Al che io rispondo che gli uomini vengono
uccisi giustamente, non perché le loro azioni non siano
necessitate, ma perché sono nocive 26•

In questo senso, anche il ravvivato timore di una


punizione atroce può entrare nel novero delle cause
determinanti la volontà verso una certa scelta. Quanto
all'altra obiezione di Bramhall, secondo cui la nega­
zione del libero arbitrio, facendosi risalire la determi­
nazione ultima di tutte le cose a Dio, implica un pro­
blema di teodicea, Hobbes risponde con la . concezione
- che egli fa risalire a San Paolo, ma richiama an­
che influssi calvinistici a lui più prossimi - di un
Dio sovrano ·assoluto, al quale si deve reverenza in
forza del suo potere, né si possono richiedere i mo-

26 lvi, p. 253.

74
tivi delle sue decisioni, che vanno solo obbedite, esat­
tamente come nel caso del sovrano civile. Ma - in­
calza Bramhall - se tutto è già predeterminato, che
significato avrà la preghiera? La preghiera non muove
la volontà di Dio, risponde Hobbes, essa

è dono di Dio non meno delle grazie, ed è decretata


insieme con la grazia [ ] è solo un ringraziamento per
...

le grazie di Dio in generale, e benché preceda la cosa


particolare che domandiamo, pure non . è una causa o un
suo mezzo, bensl un modo di significare che noi non aspet­
tiamo nulla se non da Dio, nel modo che egli vuole, non
come noi vogliamo n.

Alla nettezza di que:ste prese di posizione poco ag­


giungeranno le successive repliche dei due contendenti,
se non l'accentuazione del disprezzo hobbesiano per
la terminologia scolastica, strumento ormai consunto,
ridotto ai limiti dell'intelligibilità, assolutamente ina­
deguato a fronteggiare la chiarezza e il rigore del
linguaggio scientifico moderno.

V. IL RAPPORTO TRA POTERE CIVILE


E POTERE ECCLE S IA STICO

Come si è detto, nel 1651 Hobbes fece pub­


blicare il Leviathan in Inghilterra, e poco dopo rien­
trò in patria, ave Cromwell mostrava di poter ga­
rantire quell'ordine e quella stabilità dello Stato che
tanto stavano a cuore al filosofo inglese; dal canto
suo, il nuovo regime non gli diede fastidi di alcun
genere, e questo rinfocolò contro di lui le polemi­
che dei filomonarchici rimasti in esilio, i quali già
all'uscita del Leviathan lo avevano accusato di tra­
dimento e di essersi voluto con quest'opera ingra-
TI lvi, p. 258.

75
ziate il futuro Lord Protettore. In realtà, si è già
osservato come anche negli Elements, o nel De cive,
non venga esplicitamente caldeggiato il sistema mo­
narchico in quanto tale, e tanto meno si identifichi
la monarchia con la famiglia Stuart, tutto l'accento
essendo posto sulla necessità che il potere sovrano
sia assoluto, cioè indiviso, e preferibilmente affidato
a una sola persona, piuttosto che a una oligarchia
o a un'assemblea: posta la questione in questi ter­
mini, era per Hobbes perfettamente indifferente che
il potere risiedesse nelle mani di Cromwell o dei
successori di Carlo l . Del resto, gli intrighi del pic­
colo mondo degli esiliati, a Parigi, avevano finito per
spegnere di molto la sua adesione sentimentale alla
causa degli Stuart, tenuto anche conto del fatto che
i Devonshire, suoi protettori di sempre, si erano man­
tenuti abbastanza neutrali nella contesa, diversamen­
te dal cugino Newcastle. La guerra civile e gli ec­
cessi delle due parti dovevano comunque avere for­
nito ampio oggetto di meditazione al filosofo in­
glese, che nel Leviathan ripercorre interamente il
cammino degli Elements, con una minore attenzione,
forse, per i problemi metodici e gnoseologici e una
minore freschezza nella considerazione dell'uomo e
delle sue passioni, cui fa riscontro l'enorme rilievo
attribuito alle questioni religiose, o meglio di poli­
tica religiosa ed ecclesiastica, da lui avvertite come
determinanti della situazione di crisi in cui l'Inghil­
terra ancora si dibatteva. D'altra parte, però, Hobbes
mostra di essersi reso conto che anche la sua conce­
zione assolutistica del potere richiede qualche appro­
fondimento ed articolazione: da un lato infatti egli
si preoccupa di inserire nel Leviathan una serie molto
ampia di considerazioni riguardanti l'organizzazione
politico-amministrativa dello Stato, con particolare ri­
guardo ai rapporti tra il potere sovrano e i vari orga­
nismi, politici o privati, subordinati, e alle funzioni
dei corpi rappresentativi delle città, de)le colonie,
delle corporazioni commerciali ; parallelamente egli

76
conduce analisi molto più raffinate di quelle che si
ritrovano negli Elements, e anche nel De cive, in
materia di leggi civili, enumerandone le suddivisioni,
autenticazioni e competenze, e allargando l'indagine
sui concetti di delitto e di pena, in una minuta e
lucida disamina delle punizioni, dei loro fini, della
loro legittimità.
Nell'ambito della problematica suaccennata, due
sono i temi di maggior rilievo trattati da Hobbes, e
riguardano il rapporto tra legge naturale e civile, e
tra legge scritta e consuetudinaria. Quanto a que­
st'ultimo problema, Hobbes delinea nel Leviathan
gli argomenti principali che motivano la sua recisa
opposizione alle tesi .dei giuristi, come sir Edward
Coke, che proclamavano la superiorità della tradi­
zione, espressa appunto nella legge consuetudinaria
(common law), sulla legge scritta del sovrano. Tali
argomentazioni verranno sviluppate organicamente da
Hobbes in A Dialogue between a Philosopher and
a Student of the Common Laws of England, che esa­
mineremo particolarmente a suo luogo.
Per quel che riguarda il rapporto tra legge natu­
rale e civile, Hobbes parla nel Leviathan di una
<< coestensione »1 delle due leggi, nel senso che la
legge civile non è altro che la legge naturale, mu­
nita dell'elemento della coercitività: questo sembra
ridurre di molto l'iniziativa del sovrano, che nella
sua attività di legislatore assoluto finisce per essere
molto più vincolato al rispetto della legge naturale
di quanto non apparisse nelle precedenti opere po­
litiche hobbesiane. In altri termini, si direbbe che
nel Leviathan la « ragione >> sovrana possa eser.citare
la propria autonomia solo in quanto le è consentito
di « restringere » il campo della legge naturale, · co­
sicché il carattere arbitrario della legislazione civile
viene quasi del tutto a cadere. Del resto, questo
orientamento si precisa. proprio in coincidenza col

l Leviathan, Il, 26; E. W., III, p. 253.

77
manifestarsi di una serie di aperture in direzione di
una maggiore tutela della libertà dei cittadini, tema
questo che. costituisce uno dei più importanti ele­
menti di differenziazione e caratterizzazione del Le­
viathan.
In un capitolo dedicato alla « libertà dei . sud­
diti » 2, che non trova riscontro negli Elements e nel
De cive, Hobbes affronta infatti il problema atte­
nuando, sia pur di poco, il rigore dell'assolutismo
fino ad allora professato, nel senso almeno di con­
cedere la legittimità di alcune forme di reazione o
di rifiuto di obbedienza del suddito nei confronti del
sovrano, a tutela della propria conservazione. Il tema
in sé non è nuovo, perché Hobbes ha sempre insistito
sul diritto alla disobbedienza nei confronti di un
sovrano che non può o non vuole garantire la vita
al suddito, ma qui la discussione si articola in una
serie di considerazioni, taluna delle quali risulta an­
che abbastanza sorprendente. Prima di affrontare
questo problema, che in definitiva riguarda i limiti
obiettivi del potere sovrano, Hobbes dedica alcune
pagine alla determinazione della libertà soggettiva del
suddito, riconoscendo l'esistenza di una sfera del
privato, all'interno della quale è concessa al suddito
una larga autonomia, che tuttavia può esplicarsi solo
grazie al « silenzio della legge » in proposito:

La libertà dei sudditi risiede quindi solo in quelle


cose, che il sovrano, . nel regolamentare le loro azioni,
ha trascurato: come la libertà di comprare, di vendere,
e comunque di contrattare gli uni con gli altri; di sce­
gliere il proprio domicilio, il proprio tipo di alimentazione,
il proprio modo di vivere, e di istruire i propri figli come
ritengono conveniente, e simili 3•

Ciò significa che se il sovrano decidesse di legiferare


anche in questi campi, la sua azione sarebbe piena-

2 Il capitolo 2 1 .
3 Leviathan, II, 2 1 ; E.W., III, p . 199.

78
1te legittima : in pratica quindi questo tipo di li­
. ' à dipende ancora dalla volontà
'Jon cosl per i casi di rifiuto
dienza, che Hobbes individua attra'll•e�
una serie di diritti all'autodifesa e di
sciolgono dall'obbligo di obbedienza. In
il suddito non è tenuto, neppure se guiStlamen1t�
dannato, « ad uccidersi, ferirsi o mutilarsi », o
.., . . eners1 « da cibo, aria o medicine » 4; in
t ,d.IJgo)
J .

se un uomo viene interrogato dal sovrano o da suoi de­


legati, riguardo ad un delitto da lui commesso, non è
tenuto (senza l'assicurazione del perdono) a confessarlo;
perché nessuno [ ] · può essere obbligato mediante un
...

patto ad accusare se stesso 5•


.

Il nodo più interessante della discussione - e


anche il più nuovo - riguarda tuttavia il rifiuto di
combattere : secondo Hobbes, benché il sovrano ab­
bia sempre il diritto di punire tale rifiuto con la
morte, vi sono dei casi in cui non è illegittimo per
il suddito sottrarsi al combattimento : se fugge non
per tradimento, ma per paura, « non si deve stimare
che lo faccia con ingiustizia, bensl con disonore »,
soprattutto s e s i tratta di un soldato non professioni­
sta; colui che invece si è arruolato per denaro, non
può appellarsi alla propria « natura timorosa » , ed
è quindi obbligato ad eseguire qualsiasi ordine del
sovrano; l'unica circostanza in cui tutti i cittadini,
indistintamente, sono tenuti a combattere, è quella
in cui lo Stato si trovi in grave pericolo 6 •
Un altro punto importante riguarda il diritto di
resistenza dei condannati a morte o dei ribelli : ille­
gittima fu l'azione per cui furono condannati, la pri­
mitiva ribellione, ma · non lo è la tutela della loro

4 lvi; E.W., III, p. 204.


5 lvi.
6 lvi; E.W., III, p. 205.

79
vita, una volta postisi fuori legge. Un caso analogo
è quello dell'esiliato, che cessa di essere suddito del
suo sovrano all'atto del bando; in caso di prigionia
di guerra, invece, si verifica l'obbiettiva impossibilità
del suddito ad obbedire al proprio sovrano, e quindi
si ha un automatico scioglimento dell'obbligo, cosl
come avviene se il sovrano abdica o si arrende ad un
altro. In queste pagine, come si vede, non si ritrova
solo il riflesso delle discussioni teoriche sulla so­
vranità e l'obbligazione, caratteristiche del periodo,
ma anche il risultato dell'attenta meditazione dei
fatti della guerra civile, cosl prodiga di esperienze
significative per un osservatore attento come Hobbes :
si pensi solo alle varie battaglie, in cui le forze mo­
narchiche, raccogliticce e non professionali, si erano
dissolte come neve al sole di fronte all'esercito « di
nuovo modello » creato da Cromwell, e formato da
professionisti ben pagati, perfettamente addestrati,
e convinti di battersi per una causa giusta e santa.
Il medesimo discorso vale per l'estensione data
da Hobbes alle questioni religiose ed ecclesiastiche :
egli era portato ad interpretare i recenti disordini po­
litici inglesi in chiave religiosa - cioè come il por­
tato del frazionamento della religione di Stato in
tante sette indipendenti, che avevano finito per di­
sconoscere l'autorità del potere sovrano in ogni cam­
po, fomentando cosl la ribellione civile - non senza
ricondurre, d'altro lato, le varie forme di insubor­
dinazione religiosa a . . una più profonda motivazione
di carattere politico; in ogni caso, strettamente po­
litico è il punto di vista dal quale si pone Hobbes,
nel determinare le prerogative del potere civile in
rapporto al fenomeno religioso. La terza parte del
Leviathan espone quindi e difende con gran copia
d'argomenti la tesi - propria della monarchia Stuart
e della Chiesa alta d'Inghilterra - della necessaria
subordinazione dei sudditi alla religione imposta dal
sovrano, al quale esclusivamente spetta il compito
di interpretare ed autenticare le Scritture, contro

80
ogni pretesa al libero esame e alla libertà di coscienza
avanzata da parte puritana. La polemica più viva
non è tuttavia condotta contro i puritani, bensl con­
tro la Chiesa cattolica, un obbiettiyo che poteva ren­
dere accetto il libro ad ambedue le parti contendenti,
che riconoscevano l 'unico loro denominatore comune
nell'essere protestanti.
Hobbes avverte . con molta chiarezza di quale
enorme potere possa disporre chi controlla l'inter­
pretazione delle Scritture :

I libri della Sacra Scrittura sono quelli che dovreb­


bero costituire il Canone, vale a dire, le regole della
vita cristiana. E poiché tutte le regole di vita, che gli
uomini sono tenuti in coscienza ad osservare, sono
leggi, il problema della Scrittura è il problema del­
la determinazione della legge, sia naturale che civile,
da un capo all'altro della cristianità. Benché infatti nella
Scrittura non venga fissato quali leggi ciascun re cristiano
dovrà istituire nei suoi dominii, vi si determina comunque
quali leggi egli non dovrà istituire. Dal momento quindi
che ho già dimostrato come i sovrani siano i soli legi­
slatori nei loro dominii, sono canonici, cioè hanno valore
di legge, in ogni nazione, soltanto quei libri che vengono
stabiliti come tali dall'autorità sovrana 7•

In questo modo, il sovrano, che da un lato è


tenuto ad obbedire alla legge naturale, o divina, con
la quale la legge positiva, o civile, non può mai tro­
varsi in contrasto, viene anche costituito come l'uni­
co giudice dell'autenticità di quella legge divina, che
dovrebbe indirizzare il suo operato : Hobbes infatti
non pone minimamente in dubbio che si debba obbe­
dire a Dio, in caso di coimasto tra legge divina e
umana, ma sottolinea che la questione riguarda piut­
tosto « quando e . che cosa Dio abbia detto » 8: e
questa decisione viene appunto demandata esclusi­
vamente al sovrano.

7 lvi, III, 33; E.W., III, p. 366.


8 lvi.

81
In conformità col proprio assunto, Hobbes di­
chiara di attenersi, per il riconoscimento dell'auten­
ticità dei libri del Vecchio Testamento, all'interpre­
tazione della Chiesa d'Inghilterra, fornendo tutta­
via al lettore vari saggi di critica biblica e di acribia
filologica, soprattutto per quanto concerne l'attendi­
bilità delle affermazioni profetiche e la natura dei
miracoli. Una volta acquisito il carattere miracoloso
delle prime, la discussione si accentra, nel Leviathan,
sui secondi, posti etimologicamente in relazione con
la meraviglia che suscitano nell'uomo : secondo Bob­
bes, occorre andare molto cauti nel definire mira­
coli « cose di cui gli ignoranti e i superstiziosi fanno
grandi meraviglie », mentre « altri, sapendo che pro­
cedono dalla natura [ ] non se ne meravigliano per
. . .

nulla » 9; si ha un miracolo quando, al verificarsi


di un fatto, « non siamo in grado di immaginare che
sia stato prodotto con mezzi naturali, bensl soltanto
dalla mano immediata di Dio » 10• Benché Hobbes non
neghi che si siano dati - in passato - dei miracoli,
ed anzi discetti sul loro fine e sul modo di ricono­
scerli, egli esclude che se ne verifichino ai suoi tempi,
per cui viene a mancare ogni criterio per riconoscere
« le pretese rivelazioni, · o ispirazioni » dei nuovi pro­
feti, che pullulavano tra le sette puritane più estre­
miste. Si noti come la riduzione materialistica hob­
besiana tolga ogni significato mistico e spirituale al
termine « ispirazione » :

[ . ] essa può essere considerata in senso proprio, e al­


..

lora non è altro che il soffiare dentro un uomo qualche


aria o vento raro e sottile, al modo stesso in cui un uomo
gonfia una vescica col suo fiato; oppure, se è vero che gli
spiriti non sono corporei, ma hanno esistenza solo nella
fantasia, l'ispirazione non è altro che il soffiare di un
fantasma, il che è improprio nell'espressione, ed impossi-

9 lvi, 37 ; E.W., III, p.429.


to lvi; E.W., III, p. 428.

82
bile; infatti i fantasmi non sono, ma soltanto sembrano
essere qualcosa u .

L'intero brano fa riferimento a una precedente


discussione sul concetto di « spirito » : secondo Bob­
bes, che identifica la sostanza col corpo, definire lo
spirito come « sostanza incorporea » implica una pa­
lese contraddizione: si deve ammettere quindi che
anche gli spiriti siano materiali, oppure che l'espres­
sione, che si incontra tante volte nei libri sacri, vada
intesa in senso metaforico.
Questa implacabile smitizzazione e dissacrazione
di gran parte del tradizionale contesto spiritualistico
entro il quale si muoveva, oltrepassando sovente gli
incerti confini della superstizione, la pratica religiosa,
percorsa negli anni delle lotte civili da tutte le gra­
dazioni del visionarismo e della stravaganza mistica ,
oltre che da genuini impulsi di rinnovamento, rive­
ste, nell'economia dell'opera hobbesiana, una fun-·
zione precisa: si trattava per Hobbes di ridurre al
minimo sia la sfera del soggettivo, sia la suggestione
della tradizione, al fine di sottomettere interamente
il fenomeno religioso alla disciplina del volere so­
vrano, che in un certo senso veniva sl ad operare
arbitrariamente, ma in un campo sgombro da situa­
zioni predeterminate o da velleità competitive.
Questo spiega come il filosofo inglese, perfetta­
mente conscio della rilevanza politica di tante cre­
denze, ritenga necessario ridimensionare la dottrina
della vita eterna e dell'esistenza del paradiso e del­
l 'inferno, e chiarisce con quali obbiettivi si rifaccia
a sua volta alla tradizione, e cioè alle Scritture, il cui
senso egli manipola con spregiudicata destrezza, ad
esempio quando cerca supporti autorevoli alla sua.
tesi circa le prerogative della sovranità civile in cam­
po religioso. Egli rovescia la tesi canonica, secondo
cui il potere religioso implica e subordina a sé il

u lvi, 34; E.W., III, p. 394.

83
potere civile, utilizzando i medesimi riferimenti bi­
blici degli avversari per dimostrare invece, in primo
luogo, che neppure nella tebcrazia ebraica vi fu mai
supremazia della religione sul potere civile; in seconda
istanza, che comunque il cristianesimo non ha l'ob­
biettivo di realizzare il regno. di Dio in Terra, e
quindi lascia ai principi ogni prerogativa · in materia
di religione. La chiave di volta dell'argomentazione
hobbesiana è costituita dall'attribuzione di un signi­
ficato. J ;trettamente politico all'espressione biblica « re­
gno di Dio », che secondo Hobbes non va conside­
rata alla stregua di una metafora, come abitualmente
usano i teologi :

Al contrario, io trovo che Regno di Dio significa, nella


maggior parte dei luoghi della Scrittura, un regno pro­
priamente detto, costituito con i voti del popolo di Israele
in maniera peculiare; in quel regno, gli ebrei scelsero Dio
per loro re mediante un patto stretto con lui, dietro sua
promessa di conferire loro il possesso della terra di Ca­
naan 12•

Il rilievo di questa impostazione è duplice: da


un lato, vi è l 'insistenza sullo schema contrattuale
che caratterizzerebbe, secondo Hobbes, persino i rap­
porti tra Dio e il suo popolo, eliminando alla radice
-ogni fondazione del potere civile sul diritto divino
dei re, in senso paternalistico; dall'altro, l 'attribuzione
a Dio di un potere civile - potere che Dio a sua volta
delega ad Abramo mediante un patto che si rinnova
fino a Mosè - determina automaticamente la pre­
minenza della sfera politica sulla religiosa, che viene
ad assumere la funzione di un semplice correlato ce­
rimoniale del potere sovrano. L'originario patto con
Abramo, che implica l'identificazione dei due poteri
nella persona del Dio-sovrano, non viene meno, se­
condo Hobbes, neppure dopo Mosè, nel senso che
l a delega si trasmette semplicemente alla dinastia

12 lvi, 35; E.W., III, pp. 396-7.

84
sacerdotale di Aronne, e dopo questa ai re di Israele.
La situazione muta radicalmente nel passaggio dal
Vecchio Testamento, che legava Dio a un unico po­
polo, all'universalismo del Nuovo Testamento, a pro­
posito del quale non si può applicare lo schema, del
resto decaduto presso lo stesso popolo di Israele a
partire dall'elezione di Saul a sovrano « civile » ; ed
infatti, con l'avvento del cristianesimo, si ha un'ef­
fettiva separazione del « regno di Dio » dal « regno
di questa terra » : lo stesso Gesù Cristo proclama
che « il suo regno non è di questo mondo » 13, tan­
t 'è vero che egli riconosce l 'autorità di Cesarè. Il
salvatore venne sulla terra a rinnovare il patto tra
Dio suo padre e l'uomo, intraprendendo un processo
di rigenerazione spirituale che troverà tuttavia la sua
piena attuazione solo dopo il giudizio, e trasmise agli
apostoli il potere ecclesiastico, consistente nel con­
vertire gli uomini al nuovo verbo, cioè nell'insegnare.
Potere civile e potere ecclesiastico rimangono cosl
separati, finché i sovrani non vengono convertiti al
cristianesimo, tale conversione consentendo che i pre­
cetti insegnati dagli apostoli e dai loro successori as­
sumano la veste del « comando », grazie alla coerci­
tività che la legge civile possiede: nel momento in
cui i sovrani assumono questa funzione, sottomet­
tendosi a Dio, il potere civile - che non ha mai
perso la prerogativa, propria anche dei principi pa­
gani, di determinare le forme dottrinali e cultuali
della religione - assorbe anche l 'ecclesiastico. Re­
sta comunque fermo il principio secondo cui il po­
tere ecclesiastico non implica il comando, bensl il
puro insegnamento, poiché ogni elemento costrittivo
ed obbligante risiede nel solo potere civile.
Questo significa che il potere ecclesiastico del
pontefice romano trae la propria coercitività dal fatto
che il papa è anche un sovrano civile, ma ciò limita
automaticamente l 'estensione della legislazione papale

13 lvi, 41; E.W., III, p. 478.

85
ai soli suoi sudditi. Di conseguenza, il papa non po­
trà mai usare la scomunica - che alle origini con­
sisteva nel semplice allontanamento di un adepto
dalla comunità religiosa - contro un principe, né
potrà distogliere i sudditi di quel principe dall'ob­
bedirgli, dato che la scomunica non può avere effetto
alcuno su un sovrano, mancando un'autorità poli­
tica superiore alla sua·, che possa costringerlo a fare
qualcosa o ad astenersene, o che possa sciogliere i
suoi sudditi da alcuno dei vincoli che la stessa legge
naturale - impone loro. Grazie all'identificazione dei
due poteri, civile e religioso, nella persona del so­
vrano, il che implica l'identificazione di Stato e Chie­
sa, · il sovrano è quindi nei suoi dominii il capo in­
discusso della Chiesa, e solo interpre�e dell'autenti­
cità e del significato della parola divina, espressa nel­
le scritture : il suddito non può rifiutargli obbedienza
in questo campo, « per quanto riguarda il governo
delle azioni esterne » 1\ stante la già illustrata indif­
ferenza del potere politico per il governo delle co­
scienze. Questo atteggiamento hobbesiano viene con­
fermato a proposito del problema dell'obbedienza do­
vuta da un suddito cristiano a un sovrano infedele:
secondo Hobbes, il suddito è comunque tenuto all'in­
tegrale osservanza esterna dei comandi del suo so­
vrano, anche in fatto di religione, poiché il puro
fatto di fede « è interno e invisibile » 15, e l'eventuale
proibizione di credere in Cristo « non ha effetto,
dal momento che la credenza o l'incredulità non se­
guono mai i comandi umani » 16, mentre è assoluta­
mente necessario che il potere sovrano venga obbe­
dito senza discussione: se poi il suddito preferisce
il martirio, « dovrà aspettarsi la ricompensa nei cieli,
e non lamentarsi del proprio legittimo sovrano » 17•
A parte questi casi estremi, Hobbes tende a

14 lvi, 42; E.W., III, p. 546.


1s lvi, 43; E.W., III, p. 601.
16 lvi, 42; E.W. • III, p. 493.
11 lvi, 43; E.W., III, p. 601.

86
sdrammatizzare qualsiasi problema di « coscienza »,
che possa verificarsi anche se ìl suddito è sottomesso
a un sovrano cristiano, analizzando gli elementi ne­
cessari a un cristiano per conseguire la salvezza del­
l'anima, e riducendoli a due, fede e obbedienza. Per
quel che attiene alla fede, egli ne limita la necessità
ad un unico articolo,

cioè, che G e s ù è i l C r i s t o . Col nome di Cristo, s1 m­


tende il re, che Dio già aveva promesso, attraverso i
profeti del Vecchio Testamento, di inviare nel mondo, per
regnare sotto di lui per l'eternità, e per dare agli uomini
quella vita eterna, che era stata perduta a causa del pec­
cato di Adamo 18,

Individuando il proprium della fede cnsttana · in


quest'unico articolo fondamentale, difficilmente con­
trovertibile da qualsiasi autorità che si consideri, ap­
punto, cristiana, le rimanenti credenze, o sono chia­
ramente deducibili da quell'articolo, o costituiscono
una pura sovrastruttura di carattere storico, che non
impegna la coscienza. In questo modo sono ridotte
al minimo le possibilità di contrasto per motivi re­
ligiosi tra sudditi e sovrani, tanto più che l'altro
elemento necessario per la salvezza è costituito dal­
l 'obbedienza:

Le leggi di Dio quindi non sono altro che le leggi di


natura, la principale delle quali afferma che non dovremo
mai violare la nostra fede, è cioè un comandamento ad
obbedire ai nostri sovrani civili, che abbiamo istituito
sopra di noi, mediante un reciproco patto 19•

Nulla quindi sfugge alla determinazione del so­


vrano civile, al quale spetta anche l'ordinazione dei
sacerdoti e la nomina dei pastori. È vero che le prime
comunità cristiane eleggevano dal basso i loro mi-

18 lvi; E.W., III, p. 590.


19 lvi; E.W., III, p. 587.

87
nistri concessione alle tesi presbiteriane, che ro­
vescia l'interpretazione data da Hobbes al vocabolo
XEIQo-rovt'Joav-rsç negli Elements of Law - ma ciò non
è più legittimo dopo la conversione dei principi al
cristianesimo, che ha conferito loro l 'autorità pasto­
rale de jure divino. L'atteggiamento sin qui deli­
neato è sufficiente a spiegare il profondo dissenso
di Hobbes nei confronti delle tesi espresse dal car­
dinal Bellarmino nel De Summo Pontifice, che trova
nel Leviathan un'estesa e puntuale disamina confuta­
toria, soprattutto con riferimento alle dottrine dell'in­
fallibilità del papa e della sua superiorità sui vescovi,
e alla fondamentale tesi bellarminiana circa il po­
tere temporale « indiretto » del pontefice romano sui
sudditi di tutti i principi della cristianità.
La Chiesa di Roma, che tende indebitamente ad
identificarsi con il « regno di Cristo » , di cui il papa
sarebbe il « vicario generale », riproducendo il non
più proponibile schema del Vecchio Testamento, co­
stituisce il principale obiettivo polemico di Hobbes
anche nell'ultima parte del Leviathan, dedicata alla
descrizione del « regno delle tenebre », cioè di quella

congrega di impostori che, per ottenere il dominio sugli


uomini in questo mondo cercano, mediante dottrine oscure
ed erronee, di estinguere in loro la luce, sia naturale che
evangelica; e · in questo modo di renderli impreparati al
futuro regno di Dio 2o.

L'intento di Hobbes è duplice : da un lato, scre­


ditare la Chiesa cattolica, mostrando la continuità
esistente tra . le principali manifestazioni della sua li­
turgia e i rituali pagani, o addirittura i cerimoniali
della magia necromantica; dall'altro, rivelare il carat­
tere « ideologico » di quella stessa liturgia, il cui fine
viene configurato nel dominio delle coscienze e quin­
di nel controllo del potere politico. Si può dire che

2o lvi, IV, 44; E.W., III, p. 604.

88
nessuno dei sacramenti e dei riti peculiari del cat­
tolicesimo venga risparmiato dalla critica feroce del
filosofo inglese : la consacrazione del pane e del vino
viene considerata una sorta di incantesimo in cui si
cerca di dar credito ad « un'alterazione della natura
che non c'è, contraria alla testimonianza dell'umana
vista e dei sensi » 21, una forma di incantesimo è il
battesimo, cosl come il matrimonio, l'estrema unzio­
ne, la consacrazione dei luoghi, ecc. La dottrina del­
l 'esistenza dell'anima separata dal corpo è il pro­
dotto « del contagio della demonologia dei greci » 22
e cosl anche la credenza nel purgatorio, mentre la
canonizzazione · dei santi è il retaggio dell'usanza ro­
mana di divinizzare i grandi uomini. Un carattere
più apertamente necromantico Hobbes rintraccia ne­
gli esorcismi, nell'invocazione dei santi, nelle pro­
cessioni con le immagini sacre, e sinanche nell'uso
delle candele di cera e delle torce nelle funzioni. Tutto
quest'apparato, secondo Hobbes, non è senza uno
scopo preciso:

Ma cui bono? Quale vantaggio se ne aspettavano?


Il medesimo che si aspettavano i papi: avere un potere
sovrano sul popolo 23•

Su questa linea interpretativa, ogni uso o sacra­


mento cattolico trova la propria spiegazione : per fare
un solo esempio, avocando a sé il giudizio sulla le­
gittimità del matrimonio e dei figli da esso nati, il
clero è posto in grado di determinare il diritto di
successione nei regni ereditari, e nello stesso modo si
spiegano l'infallibilità papale, la soggezione dei ve­
scovi, le esenzioni di cui gode il clero, il celibato ec­
·
clesiastico, la confessione auricolare, l'assoluzione, le
indulgenze, le dottrine sul purgatorio e sull'inferno,

21 lvi; E.W., III, p. 610.


22 lvi; E.W., III, p. 616.
23 lvi, 47; E.W., III, p . 690.

89
gli esorcismi, e cosl via. È interessante notare che
all'accusa di mirare al dominio temporale non si sot­
trae neppure la Chiesa presbiteriana, la quale, « ben­
ché abbia proibito l'insegnamento di tante altre dot­
trine della Chiesa di Roma », sostiene pur sempre
la dottrina « secondo cui il regno di Cristo è già
venuto, ed è iniziato con la resurrezione del salva­
tore » 24 • Solo la Chiesa anglicana quindi, che attri­
buisce ogni potere al sovrano, si salva dall'implaca­
bile requisitoria hobbesiana, che trapassa con disin­
voltura dai toni aspramente polemici ai sarcastici e
farseschi, come nell'irresistibile brano in cui il clero
cattolico viene paragonato al reame delle fate: come
le fate, i preti hanno un solo capo, sono esseri spi­
rituali, sono capaci di svanire ( sottraendosi ai tri­
bunali civili ), fanno impazzire i giovani, non si spo­
sano, si cibano della crema del latte, pagano con un
nulla {le indulgenze) ed « hanno esistenza solo agli
occhi del popolo ignorante · » ! 25
Il regno delle tenebre, secondo Hobbes, si esten­
de su buona parte della filosofia; quest'ultima nasce
dal benessere e dalla pace, e fiorisce quindi col pro­
gredire della civiltà ed il rafforzamento degli Stati,
come dimostra un breve excursus che lo stesso Bob­
bes offre al lettore, riguardo alle scuole filosofiche
greche e giudaiche, nei confronti delle quali il giudi­
zio del filosofo inglese è tuttavia aspramente critico :
per quel che concerne i greci, la loro filosofia natu­
rale « era più sogno che scienza, ed espressa in un
linguaggio privo di senso ed insignificante », la filo­
sofia morale, « la semplice descrizione delle loro · pas­
sioni », la logica, « null'altro che lacci di parole, ed
escogitamenti sul modo di confonder le idee a chi si
volesse prendere la briga di confutarli )) 26 • Non manca
un accenno polemico alla filosofia ebraica, risultato

24 Ivi.
2S lvi; E.W., III, p. 700.
26 lvi, 46; E.W., III, pp. 668·9.

90
della fusione della « vana · filosofia e teologia dei gre­
ci » con le fantasie « tratte dai passi più oscuri della
Scrittura » 27• Questa tradizione, a giudizio di Hob­
bes, grava pesantemente sulle università del suo tem­
po, in cui non si insegna philosophy, ma solo aristo­
telity 28, e un dabbenuomo che si occupasse di scienza
sperimentale e di geometria, ci mancava poco che
venisse considerato, fino a qualche anno prima, una
specie di mago dalle diaboliche arti.
Ancora una volta la scolastica, vista come un
coacervo concettuale e terminologico risultante da una
fusione infeconda tra la metafisica aristotelica e la
Scrittura, costituisce il bersaglio preferito di Hobbes
il quale, come già nella sua polemica contro il ve­
scovo Bramhall, accusa gli scritti dei teologi di essere,

nella maggior parte dei casi, null'altro che insignificanti


sequele di parole bizzarre e barbare, o di parole usate in
senso diverso da quello dell'uso comune della lingua la­
tina 29•

Non si tratta comunque solo. di bizzarrie: l a si­


stematica diffusione del falso oltre ad avere la fun­
zione oscurantistica e reazionaria già illustrata a pro­
posito delle dottrine e dei culti della Chiesa catto­
lica, procede parallelamente alla « soppressione della
vera filosofia » 30, contro l'evidenza della ragione e
dell'esperienza, come nel caso della condanna eccle­
siastica della teoria eliocentrica. Secondo Hobbes, una
condanna di tal fatta non si giustifica in alcun modo,
non solo perché quella teoria non danneggia né la
fede, né lo Stato, ma anche - . e qui interviene un
meccanismo di pensiero tipico della mentalità hobbe­
siana - perché un modo di procedere di questo ge­
nere costituisce una palese usurpazione del potere

27 lvi; E.W., III, p. 670.


28 lvi.
29 lvi; E.W., III, p. 686.
30 lvi; E.W., III, p. 687.

91
sovrano, il solo abilitato a condannare in virtù delle
proprie civili prerogative.
.

VI. LA COMPIUTA FORMULAZIONE


DELLA FILOSOFIA NATURALE

Nel 1 65 5 Hobbes pubblicò finalmente il De Cor­


pore, l 'opera sua più complessa e tormentata, a circa
diciott'anni di distanza dalla stesura del primo ab­
bozzo. Si è già rilevato come la ragione principale
di una cosl prolungata gestazione vada individuata
nelle pesanti difficoltà incontrate dal filosofo inglese
nella determinazione univoca della dottrina della
scienza; in questo senso, neppure la redazione defi­
nitiva dell'opera è esente da oscillazioni ed ambiguità,
benché ciò non tolga nulla al rilievo tutto particolare
che questo libro assume nel contesto degli studi de­
dicati alla fondazione sistematica di una visione in­
tegralmente meccanicistica della realtà naturale: se il
De corpore non ebbe tra i contemporanei quel suc­
cesso e quel seguito che ci si sarebbe potuti aspettare,
ciò fu dovuto, da un lato, alla fama di ateismo e ma­
terialismo che pesava sull'intera filosofia hobbesiana,
e dall'altro al fatto che l'opera doveva fare i conti
con una situazione culturale ben diversa da quella in
cui era stata concepita, nel senso che giungeva al
compimento quando l'ideale sistematico « cartesia­
no », almeno in Inghilterra, incominciava a volgere
verso il declino, per dare luogo ai fasti e nefasti della
« filosofia sperimentale » .
I n effetti, gli amici a i quali Hobbes s i richiama
nella dedicatoria come ai principali artefici di quella
nuova scienza che nel De corpore troverebbe la pro­
pria fondazione sono quasi tutti scomparsi: morti
Galilei e Mersenne, morto Gassendi, proprio in quel­
l'anno, morto anche Cartesio, malignamente escluso

92
dall'elenco dei grandi, è tutta un'epoca che tramonta,
anche fisicamente, !asciandolo solo, a combattere la
propria irriducibil � battaglia contro una scienza che
si presenterà come ancor più nuova - modero new,
contrapposto a new! 1 - di quella da lui tanto fati­
cosamente elaborata.
Una certa consapevolezza di questa situazione
trapelerà nelle opere più tarde, ad esempio nella
stanchezza del De homine; non certo nel De corpore,
che affronta con estrema vitalità intellettuale le varie
questioni proposte, che vanno dalla considerazione dei
prindpi fondamentali della scienza, allo studio della
generazione delle figure geometriche, alla scienza del
moto, alla fisica, in una sequenza che obbedisce ad
un ideale deduttivo sul quale ritorneremo. La prima
parte dell'opera è comunque dedicata alla logica e
alla dottrina del metodo, e si può forse considerare l a
sezione più importante dell'intero De corpore.
Nella sua struttura esteriore, la logica di Hobbes
ricalca abbastanza il tradizionale schema aristotelico :
vi è infatti un capitolo dedicato ai <( nomi » che ri­
chiama le Categorie, uno sulle <( proposizioni » che
trova riscontro nel De interpreta/ione, uno sul <( sillo­
gismo », uno sul <( vero e falso », uno sul <( metodo ».
Se quest'ultimo potrebbe far pensare a un'influenza
ramista, in realtà propone una teoria della <( dimo­
strazione » molto vicina all'apodittica di Aristotele,
o in ogni caso sensibile alle discussioni metodologiche
degli aristotelici padovani: si può dire anzi che Hob­
bes è tanto poco ramista da escludere dai propri in­
teressi l 'intero settore del discorso opinabile, che Ari­
stotele aveva considerato nella dialettica, e che l'au­
tore del De corpore sembra piuttosto portato ad as-

l Si trova questa significativa distinzione nella Disser­


tation of the New, and Moderne New Philosophy, di Sir
Roger North, risalente ai primi del '700, in cui si contrap­
pone la filosofia cartesiana alla newtoniana (inserito in The
Life o/ the Hon.ble fohn North... , by Sir R. North, Add.
Mss. 32, 514 [ l ] del British Museum di Londra).

93
similare alla retorica. La logica hobbesiana si apre
con una definizione della filosofia o scienza - che

già aveva fatto la sua comparsa negli abbozzi:

La filosofia è la conoscenza, mediante ragionamento


rigoroso, degli effetti o fenomeni in base alla concezione
delle loro cause o generazioni, e per converso, delle pos­
sibili generazioni, in base alla conoscenza degli effetti 2•

Ciò esclude dall'ambito della filosofia, in modo


anche più reciso che nelle opere precedenti, la me­
moria, o più in generale l'esperienza, anche nell'ela­
borazione datane . dalla prudenza, la quale « non è
altro che attesa di cose simili alle cose di cui abbiamo
già avuto esperienza » 3; ciò non toglie che l a sen­
sazione costituisca l'insostituibile punto di partenza
della scienza : significa solo che l'esperienza non rien­
tra nella scienza. La definizione di filosofia ne esclude
altresl la teologia, perché quest'ultima tratta oggetti
di cui appunto non si può indagare la generazione.
Quanto alla funzione della scienza, Hobbes, in armo­
nia con l'orientamento galileiano e cartesiano, ma ser­
vendosi di espressioni tratte di peso da Bacone, in­
siste sui fini pratici del sapere, che si giustifica alla
luce dell'esplicazione del potere umano sulla natura :

Il fine o scopo della filosofia, poi, sta nel far sl che


possiamo utilizzare la previsione degli effetti a nostro
vantaggio, o che si producano per l'uso della vita umana,
mediante l'applicazione dei corpi ai corpi, effetti simili a
·quelli concepiti dalla mente, grazie all'abilità solerte de­
gli uomini, e per quel tanto che lo consentono l'umana
potenza e la materia deJle cose 4•

«La scienza è in funzione della potenza » 5, come


dimostrano gli . innumerevoli ritrovati tecnici che fa-

2 De corpore, I, l, 2; O.L., l, p. 2.
3 lvi, p. 3.
4 lvi, l , 6; O.L., l, p. 6.
s lvi.

94
cilitano l'esistenza e promuovono il benessere nelle
nazioni civili, e componente essenziale della scienza è
ovviamente la ragione. Una ragione concepita tuttavia
come strumento esclusivamente formale, come già
era apparso negli abbozzi e nelle Objectiones, e che
qui viene identificata con il calcolo, chiarendo cosl il
significato del titolo attribuito all'intera sezione : Com­
putatio sive logica. Un originale corollario di questa
identificazione tra logica e calcolo si ha nella cosid­
detta « tavola delle assurdità » , che Hobbes presenta
- probabilmente sotto l'influsso della problematica
occamistica della suppositio - nel capitolo sul vero
e il falso : cosl come nel calcolo non si possono som­
mare termini qualitativamente diversi, in logica sa­
ranno false le connessioni tra nomi di oggetti di­
versi; e poiché gli oggetti nominabili appartengono a.
quattro sole categorie, vale a dire i corpi, gli accidenti�
i fantasmi e gli stessi nomi, vanno considerate coe­
renti, e quindi vere, solo quelle proposizioni che con­
nettono nomi di corpi con nomi di corpi , nomi di
accidenti con nomi di accidenti, e cosl via. Con questo
sistema - già usato nelle Objectiones contro l 'iden­
tificazione cartesiana di « cosa pensante >> e « pen­
siero >> - Hobbes mette fuori gioco un gran numero
di affermazioni metafisiche, di cui può appunto di­
mostrare la completa assurdità e vanità.
L'identificazione del ragionamento con il calcolo ·
- di addizione e sottrazione - trova secondo Hob­
bes la sua conferma migliore quando si considerano
le operazioni concernenti l'universale : se voglio risa­
lire da un certo nome, o concetto, alle sue compo­
nenti più universali, cioè ai suoi generi, non ho che
da sottrargli le differenze specifiche, che invece som­
merò al genere, se vorrò ottenere un termine com­
posto, e quindi meno universale. Per esempio, se al
termine uomo sottraggo razionale, ottengo animale;
se a questo sottraggo animato, ottengo corpo, che è
il genere più universale di uomo : e l'inverso si avrà
con l'opposto procedimento di somma. Addizioni e

95
sottrazioni di carattere più complesso stanno anche
alla base del meccanismo sillogistico, costituisce
pur sempre l'ossatura insostituibile
tifico. L'indubbia originalità dell'.., ,,......,
gica e matematica si ridimensiona
se si considera che l'impalcatura d1nnos:tra
purtuttavia su un impianto aristotelico,
scienza sembra ancora una volta ridursi alla
delle essenze e alla loro riconduzione alle stru
gerarchiche dei generi e delle specie: questa scienza
appare quindi piuttosto estranea a quel tipo di sapere
matematico che trovava la sua migliore espressione
nella geometria euclidea, nonostante gli sforzi di
Hobbes per trovare una mediazione tra i due ambiti.
La principale differenziazione riscontrabile tra la
concezione della scienza esposta da Hobbes nel De
motu, loco et tempore, e quella che si trova nel De
Corpore sta nel fatto che qui le essenze, pur con­
tinuando ad essere prive di un riscontro antologico,
non sono più solo « nominali », bensl anche « con­
cettuali », nel senso che Hobbes ritiene di poter in­
dividuare nel meccanismo psicologico della formazione
dei concetti Io stesso tipo di composizione e scompo­
sizione che ha luogo nella combinazione dei nomi:

In qual modo poi noi si sia soliti addizionare e sot­


trarre ragionando nella nostra mente, senza parole, me­
diante una riflessione silenziosa, va dimostrato con un
paio di esempi. Pertanto, se uno vede qualcosa confusa­
mente, da lontano, anche se non sono stati imposti vo­
caboli, ha tuttavia di quella cosa la medesima idea per
cui, se ora le impone un vocabolo, afferma che quella cosa
è un « corpo ». Ma dopo che quella cosa si sarà avvici­
nata maggiormente, ed egli l'avrà vista stare in una certa
maniera ora in un luogo, ora in un altro, ne avrà una
nuova idea, per cui ora la chiama « animata ». Indi, quan­
do standole molto vicino, ne vede la figura, ne ode la
voce, e ne nota tutte quelle altre caratteristiche che sono
segni di una mente razionale, viene ad avere anche una
terza idea, pur se di essa non si sia ancor dato alcun nome;

96
la medesima idea, cioè, in grazia della quale diciamo che
qualcosa è « razionale ». Finalmente, quando concepisce
la cosa, vista ormai in modo pienamente distinto, nella sua
interezza, come una, quell'idea integrale risulta composta
dalle precedenti, e la mente compone in questo modo le
idee predette, nel medesimo ordine in cui nel discorso
i singoli nomi <( corpo », <( animato )> e <( razionale )> ven­
gono composti nell'unico nome <( corpo animato raziona­
le », cioè <( uomo )> 6•

L'ordine in cui le immagini si manifestano, si


sommano e si sottraggono, costituisce quindi una sorta
di indicazione della legittimità di certe connessioni,
che viene a correggere, con l'appello alla struttura
concettuale, l 'impostazione spregiudicatamente nomi­
nalistica che aveva contraddistinto le precedenti prese
di posizione hobbesiane su questo problema, fermo
restando che <( dobbiamo tuttavia guardarci dal pen­
sare che anche i corpi fuori della mente si compon­
gano allo stesso modo » 7 : Hobbes anzi tiene molto
a precisare che le formule dei predicamenti da lui
presentate sono ben lungi dall'essere <( il sicuro e vero
ordinamento dei nomi » ; questo viene rimandato a
quell'idea limite del sapere, che già lo Zabarella in­
dicava con l 'espressione philosophia perfecta 8, nel
senso di <( interamente esplicata », e alla quale anche
Hobbes fa riferimento.
In realtà, l'interpretazione in termini arbitrari­
stici, o meglio convenzionalistici, delle connessioni
per genere e differenza, non scompare, visto il loro
carattere essenzialmente nominale, com'è dimostrato
dal fatto che l'universale è detto da Hobbes <( nome
di nomi )> 9, e non <( nome di concetti » : l'atto della
denominazione è sempre preminente sugli altri, visto
che decide della classificazione entro la quale inserire

6 lvi, l, 3; O.L., I, p .3.


.

7 lvi, 2, 14; O.L., I, p . 22.


s lvi, 16; O.L., I, p. 25.
9 lvi, 9; O.L., I, p. 18.

97
la cosa nominata, anche se può trovare talune sug­
gestioni o riscontri nella formazione « prenominale »
dei concetti.
Su questa linea, Hobbes conferma nel De cor­
pore che le definizioni, primi princìpi di ogni dimo­
strazione, sono <( verità fatte ad arbitrio di coloro
che parlano e che ascoltano, e perciò stesso indimo­
strabili » 10, con una accentuazione del motivo arbi­
traristico che trova conferme anche più esplicite:

[ ] le verità assolutamente prime sono nate dall'arbitrio


. . .

di coloro che per primi imposero ·nomi alle cose o che


adottarono nomi già posti da altri. Infatti, ad esempio,
è vero che l'uomo è un animale, per il fatto che è parso
opportuno imporre quei due nomi alla medesima cosa 1 1 •

Ancora una volta si ripropone quindi in Hobbes


l'ormai consueto contrasto: da un lato sta l'ideale
classificatorio e convenzionale di una scienza che si
svolge attraverso definizioni per genere e differenza,
e la cui <( verità » è garantita dal fatto che si dedu­
cono, nelle lunghe catene sillogistiche, semplicemente
le conclusioni già implicite nelle primitive imposi­
zioni di nomi alle cose; dall'altro, vi è la necessità,
anch'essa fortemente sentita, di spiegare in chiave
meccanicistica - cioè di generazione meccanica - l'in­
tera realtà naturale. Nel De corpore queste due esi­
genze vengono mediate da Hobbes ponendo come
principio autoevidente della scienza, in quanto primo
nell'ordine delle cause, il moto: risolvendo una cosa
nelle sue cause - vale a dire, analizzandone gli acci­
denti nelle loro componenti più universali - si risale
necessariamente alla causa più generale di tutte, che
è anche il nome più universale, in quanto tutti gli
altri nomi si risolvono in esso :

Le cause degli universali, d'altra parte (almeno di quelli


di cui esistono le cause) sono manifeste per sé o (come
to lvi, 3, 9 ; O.L., I, p. 33.
Il lvi, 8 ; O.L., I, p . 32.

98
dicono) note alla natura [ . . ] ; infatti, la causa di tutti
.

questi universali è una sola, ed è il moto; infatti, anche


la varietà di tutte le figure trae origine dalla varietà dei
moti coi quali vengono costruite, né si può comprendere
che il moto abbia altra causa che il moto, né le varietà delle
cose percepite col senso, come i colori, i suoni, i sapori,
ecc., hanno altra causa all'infuori del moto [ . .. ] 12•

In questo contesto si ottiene l'identificazione, da


un lato, della << causa » con la « generazione », nel
senso che il moto è causa delle nostre sensazioni, e
contemporaneamente chiarisce e consente la gene­
razione, cioè la costruzione delle figure geometriche;
dall'altro, causa e generazione vengono però identifi­
cate con « l'universale », ancora inteso nel senso ari­
stotelico della « forma sostanziale », nel senso in cui,
cioè, le varie forme - i generi e le differenze -
sono cause della sostanza, o meglio della particolare
configurazione che la sostanza individua viene ad as­
sumere:

A proposito di coloro che ricercano la scienza in gene­


rale, la quale consiste nella conoscenza ·delle cause, per
quanto è possibile, di tutte le cose, dal momento che le
cause di tutti i singolari si compongono dalle cause degli
universali o semplici, è necessario che si conoscano le
cause degli universali, cioè di quegli accidenti che si tro­
vano in tutti i corpi, vale a dire che sono comuni ad ogni
matena• [ ... ] 13
.

Tale impostazione è confermata dalla trattazione


dedicata da Hobbes alla definizione, che presenta ap­
parenti oscillazioni, conciliabili solo se si ammette
che il punto di vista operante è ancora aristotelico.
Posto che « all'infuori delle definizioni, nessun'altra
proposizione si può dire prima » 14 , Hobbes rileva in­
fatti che « i nomi delle cose di cui si comprende che
12 lvi, 6, 5; O.L., l, 62 .
p.
13 lvi, 4; O.L., I, 61.
p.
14 lvi, 13; O.L., I, p . 72.

99
possono avere una causa debbono avere nella propria
definizione quella stessa causa o modo di genera­
zione » , e fa l'esempio del circolo, che viene definito
come una « figura generata dalla rotazione di una
linea retta .su un piano » 15; ma poco più sotto afferma
che, nel caso di un nome composto - come « uo­
mo » - la definizione non è altro che « la risoluzione
di quel nome nelle sue parti più universali » - e
cioè « corpo animato, senziente, razionale » 16• Il ten­
tativo hobbesiano di identificare causa, generazione
e forma sostanziale può certamente apparire estrin­
seco, e non riesce a nascondere le profonde contraddi­
zioni che mettono a disagio il lettore del De corpore,
ma è indicativo della strenua ricerca di quell'elemento
unificatore che, secondo Hobbes, doveva consentire
la costruzione di una scienza unitaria, governata da
un unico metodo, nella successione deduttiva delle
varie discipline. In questo ideale dimostrativo veni­
vano ad incontrarsi - o piuttosto a scontrarsi - esi­
genze e influssi disparati, dall'apodittica aristotelica
rinfrescata nelle discussioni metodologiche della scuola
padovana, alla tecnica dimostrativa che Euclide aveva
applicato - pur derivandola anch'egli da Aristo­
tele - alla geometria : a tutto questo si aggiungeva
l'ambizione di dare un assetto sistematico alla fisica
galileiana, inserendola · appunto in un contesto dedut­
tivo che doveva comprendere la definizione « degli
universali e delle loro cause », cioè una filosofia prima,
« le generazioni o . descrizioni » proprie della geome­
tria, « la considerazione di ciò che si ottiene dal
moto in generale » e di ciò « che il moto di un corpo
produce in un altro corpo », cioè una meccanica, indi
una fisica - del mondo naturale e dell'uomo -, una
morale e una politica.
Molte sono le pagine della logica dedicate a que­
st'ideale deduttivo, che tuttavia è già minato alla

15 lvi.
16 lvi, 14; O.L., I, p. 73.

100
base: Hobbes infatti aveva già chiarito nel secondo
dei trattati ottici la:tini che il metodo sintetico-dedut­
tivo non si poteva applicare alle . scienze naturali, il
cui procedimento di spiegazione può essere solo in­
duttivo ed ipotetico, e ribadisce questa sua tesi al­
l 'inizio della parte quarta del · De corpore:

Due sono i metodi scientifici, uno dalla generazione


ai possibili effetti, l'altro dagli effetti che si manifestano
alla loro possibile generazione. Nel primo caso, siamo noi
stessi a rendere veri i principi primi del ragionamento,
vale a dire le definizioni, attraverso il consenso circa i nomi
delle cose. E questa prima parte l'ho svolta nelle pa­
gine precedenti [ ] Affronto ora la seconda parte, che
...

va dai fenomeni o effetti naturali a noi noti mediante il


senso, alla ricerca di un qualche modo secondo il quale,
non dico furono generati, ma avrebbero potuto esserlo_
Pertanto, i principi da cui dipendono le cose che seguono,
non li abbiamo fatti noi, né li diamo per universali, come
le definizioni, ma li osserviamo in quanto posti nelle cose
·
stesse dal creatore della natura 17•

In questa celebre affermazione - che fu giusta­


mente richiamata a proposito della teoria vichiana del
verum factum - si risentono molti echi - ne tro­
viamo di analoghe in Giovanni di Salisbury, in Gros­
satesta, e anche in Mersenne e Gassendi -, ma la
motivazione essenzialmente teologica che regge le
altre posizioni assume qui una fisionomia decisamente
gnoseologica : in altri termini, lo scetticismo circa la
possibilità per l'uomo di conoscere la vera struttura
del reale perde in Hobbes la sua impronta fideistica
e misticheggiante, per presentarsi come una vera e
propria teoria epistemologica asserente l'ipoteticità
dei prindpi esplicativi della realtà naturale, stante
l'impossibilità, da parte dell'uomo, di oltrepassare
l 'ambito del « fenomenico », al quale le analisi hob­
besiane lo avevano confinato sin dai tempi delle

17 Ivi, IV, 25, l ; O.L., I, pp. 315-6.

101
Obiectiones. In questo modo, tutto ciò che Hobbes
ha affermato riguardo all'arbitraris'mo dei primi prin­
dpi della « scienza » vale in realtà per la sola geo­
metria e per la meccanica, concepita come uno svi­
luppo di questa : infatti, la pubblicazione degli Ele­
ments e del De cive aveva già implicitamente dimo­
strato la relativa indipendenza, metodica e contenuti­
stica, della morale e della politica dal resto del si­
stema. Ciò non significa uno sgretolamento completo
del sistema stesso, ma denota soltanto l'inapplicabi­
lità dell'ideale deduttivo universale, retaggio del pas­
sato difficile da superare integralmente, anche perché
in Hobbes andava unito a quel matematismo sul
quale l'intera epoca fondava ogni più chimerica spe­
ranza di successo. La vera unità del « sistema » hob­
besiano va ricercata invece - e si ritrova - nel
punto di vista meccanicistico e materialistico, che
anima il tutto e conferisce un ritmo genuinamente
univoco alle varie scienze particolari.
La fondazione di questa visione materialistico-mec­
canicistica che investe tutti i campi della realtà, dalla
natura all'uomo, ha luogo nella Filosofia prima, che
costituisce la seconda parte del De corpore, e con­
tiene le definizioni dei concetti e delle nozioni gene­
rali di cui fa uso la scienza, compresi i princlpi della
geometria.
È appunto nell'ambito della filosofia prima che
Hobbes isola ed analizza i concetti di spazio e tem­
po, e le nozioni di · corpo e moto, cercando di mo­
strare come essi siano i più semplici e universali,
in quanto stanno alla base di ogni altro concetto ana­
lizzabile. Ciò è reso possibile dal ricorso a quell'ipo­
tesi annichilatoria, il cui contenuto abbiamo illustrato
a proposito dell'esordio degli Elements, e che già
veniva utilizzata nel primissimo abbozzo del De cor­
pore, il De principiis. Esattamente come negli Ele­
ments, scopo dell'ipotesi è di mostrare come la scienza
abbia a che fare esclusivamente con i concetti della
nostra mente, e non con una realtà esterna, alla

102
quale i concetti stessi d rimandano, ma che permane
oggetto di supposizione, seppure verisimile:

Poiché infatti abbiamo supposto che, una volta di­


strutte le altre cose, quell'uomo tuttavia sussista, e cioè
pensi, immagini e ricordi, egli non avrà nulla a cui pen­
sare, se non a ciò che è passato; ma in realtà, se volge­
remo con diligenza l'attenzione a ciò che facciamo quando
ragioniamo, ci renderemo conto che neppure in presenza
delle cose, noi computiamo altro che i nostri fantasmi 1 8 •

Sul fenomenismo implicito nel brano, ritorne­


remo; qui interessa invece rilevare il modo in cui
Hobbes utilizza l'ipotesi annichilatoria per ricavare,
in un ambito puramente mentale, e senza far riferi­
mento ad altro che alla mente, i prindpi fondamen­
tali di ogni conoscenza. Il concetto più semplice e
indeterminato che si possa presentare a una mente
che abbia subito la riduzione illustrata dall'ipotesi, è
quello della pura esteriorità, cioè dello spazio, che
Hobbes chiama immaginario, in quanto è il « con­
cetto di spazio » : si noti che in questa sede, diver­
samente che nel De motu, non viene fatta alcuna
menzione dello spazio reale 19 , quasi a sottolineare
l'esclusivo « mentalismo » dell'analisi; anzi, si cri­
tica, pur senza nominare Cartesio, la cartesiana iden­
tificazione di spazio e corporeità, che nel De motu
stava invece alla base della trattazione dello spazio
reale. È tuttavia innegabile che nel concetto di spazio
sia implicita la nozione di corpo, tant'è vero che Bob­
bes definisce lo spazio come « il fantasma di una
cosa esistente, in quanto . esistente » 20• Il medesimo
discorso vale per il concetto di tempo: il · tempo im­
plica il moto, e infatti viene definito come « il fan-

18 lvi, II, 7, l ; O.L., I, p. 82.


19 Ad esso Hobbes accennerà frettolosamente nel capi­
tolo seguente, a proposito della grandezza << che alcuni chia­
mano spazio reale »: De corpore, II, 8, 4; O.L., I, p. 93.
20 lvi, 7, 2; O.L., I, p. 83.

103
tasma del moto, in quanto nel moto immaginiamo un
prima e un poi, cioè una successione » 2 1 • Il corpo e
il moto sono quindi i veri princlpi di spiegazione di
tutto ciò che ci si presenta alla mente, ma compa­
iono successivamente nella deduzione hobbesiana, in
quanto sono meno semplici delle pure immagini di
spazio e di tempo, e soprattutto non sono imma­
gini, o concetti, bensl nozioni ricavate per via razio­
nale, come vedremo più avanti.
Secondo Hobbes, la nozione di corpo prende
forma nella mente quando si pensi a qualcosa che si
collochi nello spazio precedentemente immaginato;
ma l'elemento veramente nuovo che lo distingue dallo
spazio immaginario è la sua indipendenza dall'im­
magmazwne:
[ . . ] è necessario che esso [ . ] non solo occupi qualche
. ..

parte del detto spazio, vale a dire coincida e si coestenda


con essa, ma anche che sia qualcosa che non dipende dalla
nostra immaginazione 22•

Operando quindi dall'interno della mente, Bob­


bes isola una nozione il cui carattere essenziale con­
siste nell'essere indipendente da quella stessa mente
dalla quale è ricavata, con · un meccanismo di pen­
siero che richiama per qualche aspetto la prova an­
tologica di Anselmo. Il corpo è il reale, nel senso
in cui lo era la sostanza per Aristotele, e lo stesso
Hobbès, al tempo dello Short Tract, non disdegnava
l'identificazione tra corpo e sostanza, cosl come tra
moto e accidente. Nel De corpore, l'equivalenza dei
due ultimi termini rimane sostanzialmente ancora va­
lida, nel senso che ogni proprietà o collocazione o
alterazione viene fatta risalire al moto - locale -
sia dell'intero corpo, che delle sue parti. Il moto, a
sua volta, richiede, per essere definito, il ricorso al
concetto di spazio e alla nozione di corpo:

21 lvi, 3 ; O.L., I, p. 84.


22 Ivi, 8, l ; O.L., I, p. 90.

1 04
Il moto è l'abbandono, senza soluzione di continuità,
di un certo luogo, e l'acquisizione di un altro; il luogo
che viene abbandonato si suoi chiamare terminus a quo,
quello che viene acquisito, terminus ad quem; dico « senza
soluzione di continuità », per il fatto che, per quanto
piccolo sia il corpo, non può uscire tutto insieme dall'in­
tero luogo precedente, in modo che una sua parte non
si venga a trovare in una parte che sia comune ad ambe­
due i luoghi, cioè all'abbandonato e all'acquisito 23•

Nella teoria generale della natura offerta dal De


corpore, il moto, come si è già visto, costituisce la
causa prima di tutti i mutamenti dei corpi, e quindi
di tutti gli aspetti della realtà naturale, cioè dei
fenomeni, oltre che dei concetti -e delle passioni
umane. Al rigoroso meccanicismo di questa concezione
si accompagna un altrettanto rigoroso determinismo,
nel senso che ogni fatto trova la sua causa necessaria
in un altro fatto:

[ . . ] in quanto si definisca la causa necessaria esser quella,


.

supposta la quale l'effetto non può non seguire, si de­


durrà pure che qualunque effetto sia mai stato prodotto,
fu prodotto da una causa necessaria 24•

Sia la causa che l'effetto sono, secondo Hobbes,


accidenti; posto che un certo corpo agisca su un
altro, il quale quindi ne patisce l'azione, la causa è

l'aggregato di tutti gli accidenti, sia degli agenti, quanti


sono, sia del paziente, supposta la presenza dei quali nòn
si può intendere che l'effetto non sia stato simultanea­
mente prodotto, e supposta l'assenza di uno solo dei quali
non si può intendere che l'effetto sia stato prodotto 25•

La presenza quindi di un certo gruppo di acci­


denti in un corpo che viene in contatto - secondo
23 lvi, 10; O.L., I, p. 97.
24 lvi, 9, 5; O.L., I, p. 109.
25 lvi, 3 ; O.L., I, p. 108.

105
Hobbes perché vi sia trasmissiOne di movimento
occorre il contatto -.- con un altro corpo, nel quale
inerisce un cert'altro gruppo di accidenti, determina
necessariamente nei due corpi dei mutamenti, che si
configurano come assunzione di nuovi accidenti, o
perdita di alcuni già posseduti: e questo è l'effetto.
In ultima analisi, si tratta pur sempre di trasmissione
di movimento, e in questo senso Hobbes poteva af­
fermare, nella logica, che « la causa universale » di
tutti gli aspetti della realtà « è una sola, ed è il
moto ».
Dedotte in questo modo le nozioni di corpo e
di moto, con i loro correlati concettuali, lo spazio e
il tempo, Hobbes è in grado di fondare quell'inter­
pretazione rigorosamente meccanicistica della realtà,
in tutte le sue manifestazioni, che dall'applicazione
del concetto di causa testé illustrato riceve l'impronta
del determinismo più assoluto ed intransigente: la
realtà è una successione concatenata e necessaria di
fatti, prodotti dal movimento dei corpi, e dalla tra­
smissione del movimento stesso da un corpo all'altro.
Resta il problema della oggettiva esistenza di una
struttura meccanicistica cosl intesa, visto che i prin­
cìpi suesposti sono stati ricavati esclusivamente at­
traverso un'analisi dei contenuti mentali, che costitui­
scono una sorta di diaframma tra il soggetto e l'este­
riorità. Il problema cartesiano della garanzia circa
la reale struttura del mondo esterno, risolto dal pen­
satore francese con · n ricorso alla credibilità di Dio,
trova in Hobbes una soluzione ancora « mentale » :
in seguito all'ipotetica annichilazione, l'uomo avrebbe
a che fare con immagini che, « benché siano solo
idee e fantasmi, aventi riferimento allo stesso sog­
getto immaginante, appariranno nondimeno come
esterne, e per nulla dipendenti dalla creatività del­
l'anima » 26• Certe immagini hanno quindi come con­
notazione caratteristica e peculiare di presentarsi

26 lvi, 7, l ; O.L., I, p. 82.

106
come dotate di oggettività, anche se ciò che ne pos­
siamo affermare con certezza è solo la loro apparte­
nenza all'ambito della mente; tali immagini

si possono considerare [ . .. ] sotto due nomi diversi, vale


a dire, o come accidenti interni dell'animo, al modo in
cui vengono considerate quando si tratta delle facoltà del­
l'anima; oppure come specie delle cose esterne, cioè, non
come esistenti, ma in quanto appaiono esistere - cioè
<( stare fuori » -, ed è il modo in cui le consideriamo

ora 27•

In ogni atto del processo conoscttlvo quindi


l'uomo non potrà mai oltrepassare i limiti della sog­
gettività, per prendere diretto contatto con l'ogget­
tivo, che gli è precluso nella sua immediatezza dalla
barriera mediatrice rappresentata dai concetti: come
Hobbes dirà a proposito del corpo, il reale sta al
di là dell'immagine di spazio, ed è oggetto di sup­
posizione, in quanto <( non coi sensi, ma solo con la
ragione si comprende che ll vi sia qualcosa » 28 • L'esi­
stenza di una realtà fuori di noi, e soprattutto il
fatto che sia strutturata meccanicisticamente, essendo
il risultato di una deduzione razionale, non può quindi
che essere oggetto di una supposizione, indubbiamente
fondata, ma mai interamente verificabile; tale con­
clusione, del resto, è in armonia con l'orientamento
espresso da Hobbes a questo proposito nelle Objec­
tiones e nel De motu, oltre che con la dottrina
circa l'ipoteticità della fisica, illustrata nello stesso
De corpore.
La filosofia prima contiene anche i rudimenti di
una geometria. La geometria hobbesiana è dinamica,
nel senso che forma i concetti generali di linea, piano
e solido attraverso i successivi sviluppi del movi­
mento di un punto, secondo i canoni di un metodo
che - come abbiamo già osservato - ricerca pre-

27 lvi.
2s lvi, 8, l ; O.L., I, p. 91.

1 07
cipuamente la spiegazione o definizione genetica dei
concetti. L'utilizzazione del moto in geometria non
è un elemento originale - anche se veniva a quei
tempi polemicamente avversato da matematici della
statura di un Roberval - ma certamente fuori di
ogni uso comune è il concetto hobbesiano di punto:
nel De corpore, infatti, Hobbes sostiene che il punto
geometrico è esteso, cioè è un corpo, anche se « non
ne viene considerata la quantità » 29: e quindi esi­
stono punti geometrici maggiori o minori di altri.
Non si tratta naturalmente di una semplice strava­
ganza, bensl di un atteggiamento che trova la propria
giustificazione nella gnoseologia hobbesiana. Secondo
Hobbes, infatti, non possono esistere parole prive di
riscontro nei concetti, per l'esigenza dell'evidenza, ma
non esistono neppure concetti che non provengano
dall'esperienza, la quale dal canto suo può fornire
solo immagini di punti estesi. D'altro canto, la geo­
metria viene dedotta dai principi fondamentali rica­
vati dalla filosofia prima attraverso l'analisi conse­
guente all'ipotesi annichilatoria, cioè dalle nozioni di
corpo e di moto, per cui si spiega come anche il
punto debba essere inteso come un corpo, e risulti
perciò materiale ed esteso.
Quanto alla « scienza del moto » che occupa la
terza parte del De corpore, la sua rigorosa geometriz­
zazione rivela la profonda influenza galileiana che la
pervade; Hobbes conserva tuttavia nei confronti di
Galilei una qualche OJiginalità grazie alla sua dottrina
del « conato ». Il conato è l'infinitesimo del moto:

In primo luogo definiremo il conato come un moto


per uno spazio ed un tempo minori di quanto si possa
dare, vale a dire determinare, ovvero assegnare, mediante
un esponente o numero, cioè per un punto 30•

29 lvi, III, 15, 2; O.L., I, p. 177.


30 lvi.

108
Il concetto di conato esprime quindi l'infinitesima
parte in cui un moto può essere suddiviso, e di esso
· Hobbes si serve nella sua meccanica per dimostrare
vari teoremi. Resta da chiedersi quanto sia compa­
tibile una nozione di questo genere con la concezione
del moto come pura relazione, quale si fa · strada nella
fisica galileiana e cartesiana. In effetti, il moto in
Hobbes possiede ancora molti caratteri di un'entità :
viene infatti concepito talvolta nel De corpore come
una forza produttrice -è causa prima di tutti i
fenomeni -, e l'origine stessa del concetto di conato
è psicologica, dato che il termine si trova menzionato
per la prima volta negli Elements of Law, ad indicare
il primissimo impulso che muove l'animale verso o
contro qualcosa. È chiaro comunque che Hobbes in­
tendeva utilizzare il conato per costruire la propria
meccanica in parallelismo con la costruzione di una
geometria mediante il punto.
Tra i principi della meccanica, Hobbes inserisce
anche quello di inerzia, che esprime in questi termini:

Ciò che è in quiete, sempre rimarrà in quiete, a meno


che esista qualcos'altro al di fuori di esso, supposto il
quale non possa più rimanere in quiete; e ciò che si muo­
ve, sempre si muoverà, a meno che non esista qualcos'altro
al di fuori di esso che ne impedisca il mo to 31,

Da notare che, al modo stesso di Galilei, e diver­


samente da Cartesio, Hobbes ritiene che il principio
d'inerzia valga anche per i moti circolari :
Qualsiasi cosa si muova, sempre procederà alla mede­
sima velocità e secondo la medesima traiettoria, a meno ·

che ne venga impedito da un corpo in movimento e con-


tiguo 32• .

L'ultima parte del De corpore, la fisica, ospita la


particolareggiata interpretazione di una serie di fe-
31 lvi, 1 ; O.L., l, p. 177.
32 lvi.

109
nomeni naturali e fisiologici, distribuiti senza un ec­
cessivo ordine deduttivo, in un'esposizione che per
quanto riguarda i fenomeni relativi alla sensibilità,
come luce, calore e colori, o costitutivi di essa, come
l'udito, l'odorato e il tatto, ricalca, con una certa stan­
chezza, le analoghe spiegazioni già fornite negli Ele­
ments. Di un certo interesse, anche per le critiche
che sollevò presso gli avversari, è il passo in cui
Hobbes cerca di spiegare come possa avvenire che,
tra i corpi naturali, « alcuni abbiano in sé gli esem­
plari di quasi tutte le cose, e altri di nessuna » 33 : in
altre parole, che certi corpi reagiscano a una trasmis­
sione di movimento con una percezione, e altri no;
come si vede, si tratta di un punto cruciale per la
dottrina hobbesiana, che riduce tutti i fenomeni psi­
chici a un puro movimento di particelle. La risposta
di Hobbes al quesito non riesce a celare interamente
un· certo imbarazzo, e soprattutto il timore che la
sua concezione materialistica si rovesci in una sorta
di animismo universale:

So che vi furono filosofi, ed erano uomini dotti, che


sostennero essere tutti i corpi forniti di senso; né vedo
come li si possa confutare, se si ripone la natura della sen­
sazione nella sola reazione. Ma se anche dalla reazione dei
corpi inanimati si generasse un qualche fantasma, esso
tuttavia cesserebbe, non appena rimosso l'oggetto; infatti,
se questi corpi non possiedono organi atti a trattenere il
moto impresso, una volta rimosso l'oggetto, come li pos­
siedono invece gli animali, la loro sensazione sarà tale che
essi non ricorderanno di aver sentito; e quindi questo
non ha nulla a che fare con quella sensazione, riguardo
alla quale si è ora impostato il discorso 34•

Il palese disordine con cui sono distribuiti i vari ·


argomenti più propriamente « fisici » nella quarta
parte del De corpore indica, da un _ lato, una certa

33 lvi, IV, 1, l ; O.L., I, p. 316.


34 Ivi, 5; O.L., I, p. 320.

110
fretta hobbesiana di arrivare a concludere e pubbli­
care il libro - tant'è vero che alcuni squilibri nella
distribuzione della materia si ripercuoteranno sul De
homine, ancor più affrettato e affastellato - ma anche
la constatata impossibilità di inserire in un'unica ca­
tena deduttiva la varietà infinita dei fenomeni natu­
rali: l'unità, come già si è osservato, non è più assi­
curata qui dalla deduzione, ma dal tipo di spiegazione,
sempre rigorosamente materialistico-meccanicistico.
Tra le questioni di maggiore spicco, troviamo quella
del vuoto : Hobbes, che fino al '46 ne aveva am­
messa l'esistenza, si mostra nel De corpore un acceso
antivacuista, contestando uno per uno gli argomenti
lucreziani a favore, cosi come le prove torricelliane e
quelle fornite dagli studiosi del Gresham College di
Londra, contro i quali indirizzerà la sua polemica
anche nei dialoghi De natura aeris. La negazione del
vuoto non implica tuttavia una recisa negazione del­
l'atomismo - Hobbes parla talvolta di « atomi » o
di « minimi », praticamente indivisi in natura, anche
se teoricamente non indivisibili -, ma al vuoto sosti­
tuisce una materia fluida omogenea che riempie tutti
gli spazi lasciati dagli atomi.
Sulla questione copernicana, Hobbes si dichiara
seguace di Keplero e Galilei, con la fondamentale
differenza di valutazione già illustrata a proposito del
secondo Tractatus opticus: egli infatti considera il
sistema eliocentrico in via di ipotesi, una supposizione
che consente di salvare i fenomeni celesti, cioè di
spiegarli in modo più organico che non i sistemi to­
lemaico o ticonico, in armonia col già più volte men­
zionato principio dell'ipoteticità delle . conclusioni fi­
siche. Hobbes diverge da Galileo anche - e fonda­
tamente - nella spiegazione dell'origine delle maree,
che nel De corpore pone in connessione con i feno­
meni lunari, mentre ancora· nel De motu, loco et
tempore si era detto incerto circa la soluzione di
questo problema. Notevole, nel capitolo conclusivo
del libro, dedicato alla gravità, l'insistenza particolare

111
nel definire questo fenomeno come una forza di at­
trazione propria della terra, in polemica con la con­
cezione aristotelica dell'appetito verso il luogo natu­
rale.

VII. LA CONCLUS IONE DEL S I S TEMA


E GLI ULTIMI S CRITTI

Nel '58 Hobbes pubblicò il De homine, seconda


sezione degli Elementa philosophiae : era la sospirata
conclusione di un lavoro che si trascinava da circa
vent'anni, se teniamo conto dei primi abbozzi del
De corpore, e il filosofo inglese poteva ben essere
orgoglioso di aver tenuto fede al programma che si
era tracciato tanto tempo prima, come del resto tra­
spare dal sollievo espresso nell'epistola dedicatoria
dello stesso De homine. Il sollievo è tuttavia bilan­
ciato dalla consapevolezza del fatto che il completa­
mento del sistema risulta essere più formale che so­
stanziale, anche se Hobbes non lo dichiara a tutte
lettere, preferendo insistere sulla necessaria peculia­
rità di struttura del suo libro:

Accade [ . . ] che le due parti di cui è costituita questa


.

sezione siano diversissime tra loro. Una è infatti diffici­


lissima, l'altra facilissima; una si vale di dimostrazioni,
l'altra dell'esperienza; una può essere intesa da pochi,
l 'altra da tutti. Quindi vengono unite quasi a precipizio 1•
_

Le due parti che, per esplicita ammissione del­


l'autore, venivano a saldarsi cosl bruscamente erano,
da un lato, le estreme propaggini della fisica esposta
nel De corpore, e dall'altro le premesse del discorso
etico-politico svolto nel De cive; l'ideale deduttivo
unitario più volte espresso da Hobbes avrebbe quindi
voluto che questa . sezione contenesse una fisiologia

l De homine, dedicatoria; O.L., II, p . non numerata.

1 12
umana e un'antropologia. In realtà, il De homine de-
nuncia a chiari segni la crisi dell siste-
matica dell'insieme, nella povertà del-
l'affrettata silloge di materiali e
pongono il libro, ed anche nella teorìz:zat:
delle singole scienze, che vengono cosl in
sottratte a quel nesso deduttivo che aveva
la sua prima frattura con l'affermazione dell'•nrt.�
vità e ipoteticità della fisica. L'unità sistematica è
pur sempre dalla costante applicazione di canoni in­
terpretativi di tipo matematistico o meccanicistico�
ma anche questa impronta si fa molto sbiadita quando
si viene a trattare della politica e della morale:

Anche l'etica e la politica, d'altronde, cioè la scienza


del giusto e dell'ingiusto, dell'equo e dell'iniquo, si pos­
sono dimostrare a priori; in quanto che i principi grazie
ai quali si conosce cosa siano il giusto e l'equo, e per con­
tro l'ingiusto e l iniquo , cioè le cause della giustizi a, e
'

precisamente le leggi e i patti, li abbiamo fatti noi 2 •

In questo modo l'etica e la politica trovano con­


fermata la natura deduttiva del loro procedere, ma
proprio in quanto partono da princlpi loro peculiari,
potenzialmente indipendenti quindi dal contesto' ge­
nerale.
Si accennava sopra all'eterogeneità dei contenuti
del De homine: la stanchezza di Hobbes e la sua
fretta di concludere risultano evidenti dalla spropor­
zione tra la parte dedicata all'ottica, che occupa più
di metà del volume, e le altre parti, che trattano som­
mariamente del corpo umano e delle sue funzioni,
della scienza, delle passioni e delle indoli, della re­
ligione e del concetto di · personalità giuridica, senza
molto ordine, e limitandosi a riprendere, con minor
ricchezza descrittiva ed acume critico, le analisi, le
osservazioni e le interpretazioni già ampiamente svi­
luppate negli Elements of Law e nel Leviathan.
2 lvi, 10, 5; O.L., II, p. 94.

113
La parte forse più interessante del libro rimane
l'ottica, che tuttavia non è sufficientemente collegata
·con il contesto nel quale Hobbes la inserisce, e
d'altro lato rivela il ripiego nell'essere nulla di più
che la traduzione latina della seconda parte del First
Draught of the Optiques di alcuni anni prima: il
vecchio filosofo, puntigliosamente preoccupato di non
venir meno all'impegno, si era troppo logorato nel
ventennale lavoro creativo per resistere alla tentazione
<li utilizzare del materiale che in fin dei conti non
era mai stato pubblicato.
È evidente che la sommarietà e la frettolosità
del De homine rivelano assai più della semplice stan­
chezza del pensatore: la crisi del De homine è la crisi
di un ideale sistematico che in Inghilterra volgeva al
tramonto anche più rapidamente · di quanto non av­
venisse sul continente, ove la filosofia cartesiana eser­
citava ancora molta della sua suggestione. Pervenuto
più tardi di · Cartesio alla compiuta formulazione della
propria visione della realtà, Hobbes aveva la sfortuna
di vedersi soppiantato, ancor vivo e vegeto, da un
indirizzo di pensiero che trascurava senza riguardi le
considerazioni totalizzanti e gli ideali deduttivi, per
seguire lo sviluppo delle varie scienze particolari,
cosl liberate dalle ipostasi sistematiche, in tutte le
articolazioni che l 'assidua applicazione del metodo
sperimentale rendeva possibili. Alla generica esalta­
zione hobbesiana dei fini pratici della scienza, si
sostituiva la consapevolezza della necessaria connes­
sione tra lo sviluppo delle indagini scientifiche parti­
colari e le applicazioni pratiche di una tecnica che
l 'insorgente classe imprenditoriale e mercantile re­
clamava sempre più raffinata e funzionale alle esi­
genze del pubblico benessere, mentre d'altro canto
gli studi, rimasti fino ad allora indifferenziati nel­
l'eclettica polivalenza del sapere del << filosofo », dotto
in ogni ramo dello scibile, tendevano a frazionarsi
nelle competenze fortemente specializzate e professio­
nalmente approfondite dei nuovi scienziati. Saranno

1 14
questi i più temibili avversari del vecchio Hobbes.,
gli esponenti cioè della nuova filosofia sperimentale ..
che si richiamavano a Bacone e a Galilei come ai
loro grandi precursori e maestri, esercitando tuttavia
nei loro confronti un distacco critico che l'autore del
De corpore non era in grado di comprendere e tan­
tomeno di assecondare : era ormai egli stesso un su­
perato, che viveva di ricordi, tenaci quasi quanto i
presenti risentimenti.
Questa situazione spiega la sequela di astiose di­
spute che caratterizzò la produzione hobbesiana degli
ultimi anni : mentre la sua dottrina politica veniva
sottoposta ad aspri attacchi da parte degli ecclesia­
stici, e i giovani che si richiamavano al Leviathan ve­
nivano cacciati dalle università - come nel famoso
caso di Daniel Scargill - Hobbes sembra non avere
quasi altra preoccupazione che quella di scagliarsi
contro gli esponenti della nuova scienza sperimentale ..
che pure rappresentava per molti lati · la naturale
prosecuzione dell'indirizzo meccanicistico inaugurato
da Cartesio e dallo stesso Hobbes. John Wallis,.
Robert Boyle, gli sperimentatori del Gresham Col­
lege e della Royal Society - in seno alla quale il
vecchio filosofo non verrà mai ammesso - diven­
gono cosl i destinatari di una polemica che, pul'"
avendo motivazioni speculative e metodiche chiara­
mente individuabili, trasse inizio da un fatto inci­
dentale. Come si ricorderà, Hobbes aveva condannato
senza mezzi termini, nel Leviathan, l'arretratezza cul­
turale e il consel'"Vatorismo delle università inglesi :
queste accuse, basate sul ricordo di quel che erano
le università al principio del secolo, o anche solo
vent'anni prima, risultavano molto meno giustificate
nel periodo dell'interregno, soprattutto per quel che
riguardava Oxford, dove la direzione degli studi era
passata nelle mani di uomini come Wilkins, Wallis
ed altri seguaci dei nuovi orientamenti di ricerca. Tra
· coloro che reagirono alle sommarie condanne di Hob­
bes vi furono Seth Ward e appunto John Wallis, ma-

1 15
tematico di perspicacissimo ingegno e polemista vio-
1ento ed astioso, il quale, per ritorsione, incominciò
a mettere a nudo le notevoli carenze ed incertezze di
Hobbes in fatto di matematica, con particolare rife­
rimento alla geometria del De corpore, e più tardi
agli sfortunati tentativi hobbesiani di trovare la qua­
dratura del circolo e la soluzione di altri ardui pro­
blemi. Era un affronto insopportabile per un pensa­
tore come Hobbes, imbevuto di quel matematismo
galileiano che aveva caratterizzato la sua formazione
meccanicistica, e nella cui applicazione egli faceva
consistere il significato peculiare della sua stessa filo­
sofia: · rispose quindi agli attacchi ed alle repliche di
Wallis con una serie di scritti - a cominciare dalle
.Six Lessons to the Professors of Mathematics del '56,
per finire con i Principia et problema/a aliquot geo­
metrica del '7 4 - che chiamavano in causa, oltre
all'onorabilità politica dell'avversario, che rispose
prontamente per le rime, l'orientamento generale degli
·studi matematici dell'epoca, che stavano attraversando
una fase di rigoglioso sviluppo e rinnovamento, di
cui Wallis era uno dei principali e dei più acuti
promotori. Avviene cosl che Hobbes si scagli contro
l'espressione delle proporzioni mediante frazioni, cosl
come contro il trattamento algebrico delle questioni
geometriche, . confermando ancora una volta quella
diffidenza per l'algebra, che se da un lato si giusti­
ficava alla luce della sua adesione all'esigenza carte­
siana dell'evidenza, d'altro canto lo faceva apparire
irrimediabilmente superato; né si può dire che egli
abbia compreso la funzione dell'analisi infinitesimale,
ì cui fondamenti venivano delineati da Wallis nel-
1'A,.ithmetica infinitorum.
Un altro bersaglio polemico dell'Hobbes di questi
anni è costituito dalle ricerche che Boyle ed altri
studiosi andavano compiendo sul vuoto. Nelle opere
dedicate da Hobbes a questo argomento si manifesta,
anche più chiaramente che nelle discussioni matema­
tiche, il divario tra vecchio e nuovo meccanicismo, tra

116
una concezione razionalistica che rifiuta a priori gli
elementi ritenuti non congruenti con i presupposti
del sistema, e l'analisi empirica caratteristica della
nuova scienza, aperta invece ad ogni soluzione sug­
gerita dal costante e rigoroso riscontro con . }a realtà
naturale. Nel Dialogus physicus de natura aeris, che
risale al 1 661 , Hobbes cerca con ingegnosi espedienti
di confutare le tesi esposte da Boyle nei New Expe­
riments . .. touching the Spring of the Air, usciti pro­
prio quell'anno, circa la . possibilità di realizzare il
vuoto in natura. Contro Boyle, egli ripete le con­
suete obiezioni, già rivolte nel De corpore agli argo­
menti di Torricelli e dei greshamisti, ma vi aggiunge
una teoria di tipo meccanicistico tradizionale per spie­
gare i fenomeni provocati dall'uso della pompa aspi­
rante: secondo Hobbes, la macchina creerebbe, me­
diante il risucchio, un violentissimo movimento circo­
lare nell'aria presente nel recipiente, il che darebbe
ragione, non solo dell'impossibilità di scoperchiare il
recipiente stesso, ma anche della morte degli animali
in esso rinchiusi. I richiami alla circolarità del moto
si fanno sempre più frequenti nelle opere hobbe­
siane della vecchiaia, sino a configurare i lineamenti
di una vera e propria « fisica della circolarità » : il
moto circolare infatti, che già nel Dialogus viene in­
vocato per spiegare anche il fenomeno della gravità,
ricalcando da vicino analoghe soluzioni cartesiane, nei ·
Problemata physica assurge al ruolo di principio espli­
cativo generale dei fenomeni fisici macroscopici, com­
prese le maree, secondo uno schema di ascendenza
galileiana al quale Hobbes ritornava, benché risul­
tasse allora quasi universalmente abbandonato.
Più vivaci, pur se anch'esse chiaramente datate,
appaiono le opere che Hobbes dedicò negli ultimi
anni a questioni politiche e giuridiche · a lui partico­
larmente care, ad esempio il Behemoth e A Dialogue
between a Philosopher and a Student o/ the Common
Laws of England. Il Behemoth, redatto intorno al
'70 e pubblicato solo dopo la morte di Hobbes, con-

1 17
tiene in forma dialogica una ricostruzione comples­
siva della guerra civile inglese : non si tratta tanto di
una mera narrazione di fatti, quanto di una loro
riconsiderazione analitica, che verifica nello svolgi­
mento storico le prospettive teorizzate dal filosofo
nelle sue opere politiche. Se si pensa al tipo di in­
terpretazione che Harrington aveva saputo dare del
medesimo fenomeno nell'Oceano, insistendo sull'im­
portanza determinante del fattore economico-sociale nel
meccanismo delle rivoluzioni, non si può fare a meno
di ammettere che l'opera di Hobbes, nonostante la
indubbia acutezza critica di molte pagine, denuncia
palesemente l'incapacità del vecchio filosofo, fin troppo
saldamente ancorato ai propri canoni interpretativi,
di individuare le cause più profonde della ribellione
antimonarchica. Hobbes infatti inquadra il fenomeno
della guerra civile nei consueti schemi della lotta per
il potere sovrano, i cui successivi trasferimenti si
articolano in una serie circolare, « attraverso due
usurpatori [ . ] da re Carlo I al lungo parlamento,
. .

da questo al parlamento Rump, dal Rump a Oliviero


Cromwell, e poi di nuovo da Richard Cromwell al
Rump, da questo al lungo parlamento, e di Il a
Carlo II » 3 • Questo modo di considerare la que­
stione, esclusivamente in termini di legittimità « giu­
ridica », fa sl che Hobbes attribuisca alla sollevazione
contro il re solo caratteri negativi e condannabili, e
che ne rintracci le cause in fattori, pur presenti, ma
accidentali, come la . ·sete di potere degli ecclesiastici,
il fanatismo delle sètte, il desiderio degli spostati di
pescar nel torbido, la volubilità dei cittadini di Lon­
dra, e infine la generale ignoranza del popolo circa
i suoi doveri.
Ugualmente legato alla concezione politica gene­
rale espressa da Hobbes nelle opere maggiori è il
Dialogue, pur'esso lasciato inedito dal suo autore,
che lo redasse probabilmente tra il '66 e il '72, anche

3 Behemoth; E.W., VI, p. 418.

1 18
sulla spinta di motivazioni personali. Preoccupato
infatti da un certo fiorire di accuse di eresia nei suoi
confronti, Hobbes, dopo aver studiato la questione,
era venuto alla conclusione che l'eresia da molto
tempo ormai non era più considerata un reato pu­
nibile dalle leggi scritte inglesi, mentre veniva ancora
classificata tra i delitti più gravi da sir Edward Coke,
il più prestigioso sostenitore della superiorità del
diritto inglese consuetudinario (common law) sulla
legge scritta, cioè sulle leggi emanate dal re (statute
law). Preoccupato di affermare in ogni campo l'asso­
luta superiorità del potere sovrano nei confronti di
qualsiasi struttura ad esso estranea, per tradizionale
che fosse, Hobbes sottopose ad un esame particolar­
mente approfondito e acrimonioso gli Institutes di
Coke, col preciso obbiettivo di provare

che la consuetudine di punire questo o quel delitto in


questa o in quella maniera, non ha forza di legge in sé e
per sé, ma soltanto se si presume con certezza che la
consuetudine tragga origine da un giudizio pronunciato
in passa to da qualche sovrano 4.

Anche ammettendo infatti che il diritto comune


sia �spressione della ragione naturale, resta pur sem­
pre d fatto che « la legge della ragione intima [ ... ]
a tutti di osservare le leggi a cui si è acconsentito e
di obbedire alla persona cui si è promesso obbedie� za ·
e fedeltà » 5 , per cui la stessa legge naturale viene ad
acquisire un significato giuridico solo se passa attra­
verso l 'interpretazione del sovrano, che si concreta
appunto nella legge scritta. Di un certo interesse in
quanto indicativo della tendenza manifestata dal �ec­
chio Hobbes a specificare in senso storico concreto
i modelli g�netic! astratti �a lui elaborati nelle opere
della matunta, , c1 sembra 1 excursus che egli inserisce

; D�alogue; E.W., VI, pp. 124-5 (B., p. 524).


I VI; E .W., VI, p. 146 (B., p. 545).

119
nel Dialogue a proposito del sorgere degli Stati 6, che
richiama un analogo modo di articolare la questione,
con riferimento all'istituzione del linguaggio, nel De
homine.
L'attività filosofica di Hobbes si concludeva cosl,
con queste ultime fatiche, delle quali abbiamo sotto­
lineato soprattutto l'inadeguatezza a fronteggiare l'ur­
genza delle più recenti istanze, a cui meglio sapevano
rispondere nuovi e più articolati orientamenti di pen­
siero: quel che può apparire un difetto delle opere
del vecchio Hobbes si rivela tuttavia come il pregio
fondamentale dell'intero suo arco produttivo, e cioè
l 'estrema e lucida coerenza del pensiero, dalle sue
prime alle ultime espressioni. La filosofia di Hobbes
non ha certo bisogno, oggi, che se ne esalti l 'origina­
lità o il contributo allo sviluppo generale del pen­
siero moderno : indubbiamente, il pensatore inglese
ebbe modo di esprimersi con maggiore nettezza nel­
l'ambito della scienza politica, mentre non riusd a
nascondere vuoti logici ed impacci nel campo della
scienza naturale e della metodologia scientifica. Ep­
pure, nonostante la presenza di quegli elementi vital� ­
.
che qualsiasi vigorosa dottrina trasmette uulmente al
po·steri, la concezione politica hobbesiana risulta u­_
rimediabilmente volta alla giustificazione di un pas­
sato che non sarebbe più ritornato; la dottrina della
scienza invece, pur tra le oscillazioni d�vute . alla
·

novità e complessità dei problemi affrontati, e a1 fa­


ticosi sforzi, non sempre riusciti, di sottrarsi alle
pastoie della tradizione, non solo ha posto le pre­
messe per quella crisi del razionalismo « cartesiano »
che ha trascinato lo stesso Hobbes nella caduta, ma
ha proposto interrogativi profondi, e . soluzioni au­
daci, che sollecitano ancor oggi il nostro interesse fi­
losofico.

6 lvi; E.W., VI, pp. 150 sg. (B., p. 549).


CRONOLOGIA DELLA VITA E DELLE OPERE

1588 Nasce a Malmesbury, il 5 aprile, da Thomas, vicario


di Westport. La madre se n'era sgravata in anticipo,
terrorizzata dalle notizie sull'arrivo dell'Armada, per cui
il filosofo affermerà di essere nato gemello della paura.
Il padre, cacciato dalla parrocchia, sparisce presto dalla
circolazione, abbandonando la moglie con tre figli pie·
coli, di cui si prende cura uno zio paterno, Francis,
uomo piuttosto facoltoso e senza figli.
1592 Viene inviato alla scuola della chiesa di Westport,
dove impara a leggere e a far di conto.
1596 Passa alla scuola di Malmesbury, e quindi ancora a
Westport a una scuola privata, sotto la guida di un
Mr. Latimer, giovane baccelliere buon esperto nel greco;
1602 Tale è il suo profitto negli studi, che è in grado di
tradurre la Medea di Euripide dal greco in giambi latini.
1603 Lo zio Francis gli fornisce i mezzi per entrare alla
Magdalen Hall di Oxford, dove studierà le discipline
tradizionali senza soverchio entusiasmo, preferendo ad
esse lo studio delle mappe e dei libri di viaggi.
1608 Consegue il baccellierato delle Arti; si iscrive all'uni­
versità di Cambridge, di cui tuttavia non frequenterà
mai i corsi. Entra invece, in qualità di precettore, in
casa di William Cavendish, futuro primo conte di De­
vonshire. Suo compito è seguire gli studi di William,
futuro secondo conte di Devonshire, di due anni più
giovane di Hobbes. ·

1610 Accompagna il proprio giovane discepolo in un viag­


gio sul continente che tocca Francia e Italia, e dura
circa tre anni. In Italia entra in contatto con Fulgenzio
Micanzio, amico di Sarpi e di Galilei.
1628 Deve abbandonare la casa dei Cavendish, a causa
della morte di William Cavendish, già suo discepolo,
del quale era diventato segretario. Pubblica la tradu­
zione della Storia della guerra del Peloponneso di Tu­
cidide.

121
1629 Ritorna sul continente come guida del figlio di Sir
Gervase Clifton. Il viaggio dura più di un anno, ma
si circoscrive alla Francia e a Ginevra, poiché la guerra
rendeva insicura l'Italia.
163 1 Torna presso i Devonshire, per prendersi cura del
figlio del suo precedente discepolo. Entra in contatto
con i fratelli Cavendish dei quali frequenta assidua­
mente la dimora, a Walbeck Abbey.
1634 Compie un terzo viaggio sul continente, della durata
di circa tre anni, nel corso del quale avvicina Galilei ed
entra in contatto con il circolo dei cartesiani facenti capo
al padre Mersenne.
1640 Redige gli Elements of Law, Natura! and Politic, di
cui fa circolare tra gli amici alcune copie manoscritte.
Timoroso delle reazioni parlamentari, si trasferisce in
Francia, ove rimarrà ìn esilio per undici anni. Prende
dimora a Parigi.
1641 Su sollecitazione di Mersenne, redige le Obiectiones ad
Cartesii Meditationes.
1642 Pubblica il De cive.
1646 Viene incaricato di tenere lezioni di matematica al
principe ereditario Carlo Stuart, esiliato a Parigi.
1647 Fa pubblicare ad Amsterdam un'edizione riveduta ed
accresciuta del De cive. Verso la fine dell'anno cade
gravemente ammalato; la convalescenza prosegue per
tutto il '48.
1651 Fa pubblicare in Inghilterra la traduzione inglese del
De cive e il Leviathan. Verso la fine dell'anno rientra
in Inghilterra e prende domicilio a Londra. Più tardi,
rientrerà nella casa dei Devonshire.
1654 Lascia pubblicare da John Davies il trattatello Of Li­
berty and Necessity, che suscita le ire del vescovo Bram­
hall.
1655 Pubblica il De corpore.
1656 Pubblica The Questions concerning Liberty, Neces­
sity and Chance, jn risposta al vescovo Bramhall. Con­
sente che si pubblichi una traduzione inglese del De
corpore, condotta con la sua supervisione. Inizia la sua
polemica con Wallis.
1658 Pubblica il De homine. .
1660 Alla restaurazione degli Stuart, ottiene una pensione
da Carlo Il, suo ex discepolo.
1661 Inizia la sua polemica contro Boyle e gli studiosi del
Gresham College a proposito del vuoto.
1666 È costretto a studiare la giurisprudenza inglese rela­
tivamente ai reati di eresia, a causa delle accuse che gli
vengono rivolte da parte ecclesiastica. Risultato di questi
studi, oltre ad An Historical Narration concerning Heresy,

122
sarà il Dialogue between a Philosopher and a Student
of the Common Laws of England, diretto contro Sir
Edward Coke.
1670 All'incirca in questo periodo scrive il Behemoth.
1675 Traduce dal greco l'Iliade e l'Odisseo.
1678 Pubblica la sua ultima opera, il Decameron physiolo­
gicum, all'età di novant'anni.
1679 Muore il 4 dicembre, dopo un attacco di paralisi,
in casa dei conti di Devonshire, ad Hardwicke. Viene
seppellito nella cappella del castello, ove le sue ossa
si trovano ruttora.
STORIA DELLA CRITICA 1

La fama di Hobbes presso i suoi contemporanei


non fu certo tra le più lusinghiere: le accuse di
empietà e di eresia gli si addensarono sul capo, con
intensità pari solo al vigore della disapprovazione per
la sua incompetenza in campo matematico e scienti-·
fico; e se ad alimentare la seconda provvidero soprat-·
tutto - come si è visto - gli scienziati legati alla
Royal Society, gran parte dell'opposizione di tipo·
religioso-inetafisico gli venne dai platonici che face­
vano capo all'università di Cambridge. Sta di fatto
che Hobbes divenne, un po' come Machiavelli, il
bersaglio polemico preferito di una svariata gamma
di scrittori, che per due secoli e più lo fecero oggetto
delle loro dissertazioni, ripetendo in modo sempre·
più stanco le consuete contestazioni. Già all'inizio del
'700, tuttavia, incominciava a farsi luce un diverso
tipo di considerazione, sia dell'uomo che del suo pen­
siero che apriva la strada a una comprensione di tipo
storico critico, in pronunciato antagonismo con l'at­
teggiamento esclusivamente polemico dei detrattori,
o anche col tono esclusivamente apologetico dei pochi
difensori . Anche il nuovo atteggiamento aveva ov­
viamente una motivazione filosofica, e infatti se ne
può ritrovare il primo esempio - e modello - nel
1 Delle opere menzionate nel corso di questa rassegna,
daremo in nota un'indicazione bibliografica solo nel caso che
il riferimento non sia cosl esplicito da consentire al lettore
di rintracciare il riferimento completo nella bibliografia.

125
Dictionnaire del Bayle, che produce il primo serio
tentativo di dare una descrizione - sommaria, per
la verità, ma il più possibile imparziale - di una
filosofia tanto detestata, cercando di difendere l'au­
tore del Leviathan dalle accuse più consuete ed in­
famanti, come quella di ateismo, e sottraendolo con­
temporaneamente al ridicolo delle dicerie e dei pette­
golezzi : si pensi all'acuta analisi condotta da Bayle
intorno al nesso che si · veniva a creare tra la famosa
paura hobbesiana dei fantasmi notturni e la lim­
pida esclusione operata da Hobbes, da un punto di
vista meccanicistico, dell'esistenza reale di ogni sorta
di apparizione.
Il primo resoconto veramente informativo - com­
patibilmente con i tempi - sulla filosofia hobbesiana,
tanto da divenire una delle fonti obbligatorie per
gli storici successivi, è tuttavia quello del Brucker.
Questi, che attinge largamente al Blackbourne, al
Wood e allo stesso Bayle - ma non al preziosissimo
.Aubrey, allora ancora inedito -, dà ampio risalto
alla biografia di Hobbes, mentre l'esposizione dei con­
tenuti della sua filosofia avviene attraverso la trascri­
zione di una lunga serie di citazioni, più o meno
parafrasate, del Leviathan e del De corpore. Nono- .
stante questa ostentata e un po' pedantesca « obbiet­
tività », del resto caratteristica dell'intera opera bru­
ckeriana, non mancano nella trattazione certe valu­
tazioni critiche e collocazioni che diventeranno tradi­
zionali fino a Hegel e oltre, ad esempio la sottolinea­
tura dello stretto legame tra Hobbes e Bacone, e di
un'altrettanto sostanziale estraneità del filosofo di
Malmesbury nei confronti della tradizione razionali­
stica continentale, o cartesiana . Anche Diderot, nel­
l'Encyclopédie, attinge al Brucker per lo schema
generale della voce Hobbisme, compresa la struttura
della biografia e delle citazioni contenutistiche, ben­
ché vi infonda il . respiro di una valutazione larga­
·

mente positiva che lo porta, da un lato, a sottoli­


neare gli spunti liberalizzanti e « resistenziali » del

126
Leviathan, e dall'altro ad istituire un lusinghiero pa­
rallelo tra Hobbes e Rousseau. È lo stesso Diderot,.
del resto, che definisce in altra occasione la Human
Nature come « un libro da leggere e commentare
per tutta la vita ».
Tra le principali fonti di Hegel, il Buhle, che dà
una limpida esposizione del De corpore, del De ho­
mine e del Leviathan, se sottolinea da un lato le
motivazioni storico-psicologiche dell'adesione hobbe­
siana alla causa della monarchia assoluta, rimprovera
dall'altro a Hobbes di avere ignorato « la fonte pro­
priamente detta e la base dell'idea del diritto » 2 ,.
preferendo loro una fondazione empiristica, in armo­
nia con un'impostazione tanto più evidente nel me­
todo della scienza naturale. Per il Buhle, « l'empi­
rismo di Hobbes è il più severo e il più ardito di
che la storia della moderna filosofia somministri
l'esempio » 3, né da questa via si discostò il kantiano
Tenneman, che pure lodò di Hobbes « la libertà del
pensiero e il rigore delle deduzioni » 4 : anche per
Tenneman, Hobbes è un seguace di Bacone, sebbene
appunto giunga, « con maggiore rigore e maggiore
conseguenza », alla delineazione di una filosofia « ma­
terialista ». Lo Hegel, dal canto suo, trascurò ovvia­
mente quell'aspetto della filosofia hobbesiana che si
riallacciava alla fondazione della moderna scienza del­
la natura, trattandosi del mero punto di vista in cui
« l'intelletto riflettente vuoi conoscere l'universale » 5,
e rilevò invece qualche pregio nel sistema politico,
a partire da quella valutazione della reciproca paura
2 ]. G. BUHLE, Geschichte der neueren Philosophie, III,
Gi:ittingen 1802 (citiamo dalla trad. it. del Lancetti, Milano
1821-5, vol. VI, p. 352).
3 lvi, p. 350.
4 Citiamo dalla trad: it. del compendio tratto dalla
Geschichte der Philosophie del Tenneman: G. TENNEMAN,
Manuale di storia della filosofia, a c. di F. Longhena, Milano
1832, vol. II, p. 73.
s . G. W. F. HEGEL, Lezioni sulla storia della filosofia,
trad. it., Firenze 19673, t. III 2, p. 172.

127
·« che è un fenomeno della coscienza » 6, e che pog­
gia su una descrizione dello stato di natura inteso
« nel suo retto senso », contro « le vuote chiacchere
sulla bontà dello stato naturale » 7• Gli pareva assai
ben detto che « la società, lo Stato è l'assolutamente
supremo, quel che determina senz'altro intorno alla
legge e alla religione positiva » 8, anche se poi, a suo
giudizio, Hobbes finiva per approdare ad una con­
cezione della legge come arbitrio del singolo, invece
di vedere in essa l'espressione della volontà gene­
rale, che « non è dispotica, ma è razionale » 9• In
-definitiva, attraverso la lente riduttiva hegeliana, ve­
niva riconfermata l'interpretazione in chiave di super­
ficialità empiristica, che già aveva inquadrato le pur
« originali » tesi hobbesiane negli storici precedenti
-e che aveva trovato la sua espressione più significativa
e radicale in un prodotto esemplare della storiogra­
·fia romantica, il Grundriss di Friedrich Ast; in esso
infatti l'Ast 10, dopo aver concesso enorme spazio
alla moderna filosofia mistica, platonica e cabalistica,
dedica a Hobbes semplicemente un paio di menzioni,
in una delle quali Io associa frettolosamente a Ba­
cone, nell'altra al Galilei.
A trarre il filosofo di Malmesbury dalle secche
in cui l'aveva collocato la disistima dei professori
tedeschi furono il Cousin e la sua scuola, che attra­
verso una considerazione più attenta e « storica »
del pensiero hobbesiano, dovuta indubbiamente a
quello scetticismo di -fondo e a quell'assenza di spirito
speculativo che caratterizzavano il loro eclettismo,
furono in grado di ripresentare un Hobbes molto
più interessante ed articolato a un'altra generazione
di professori tedeschi. Su questa linea, i contributi

6 lvi, p. 173.
7 lvi, p. 174.
8 lvi, p. 172.
9 lvi, p. 175.
IO F. AsT, Grundriss einer Geschichte der Philosophie,
:Landshut 1807.

128
del Damiron, del Rémusat e dello stesso Cousin
hanno un rilievo anche maggiore di quanto si sia
solitamente disposti a concedere, e preparano il ter­
reno al fiorire di monografie che si osserva nella se­
conda metà dell'ottocento. D'altro canto, il manife­
starsi di nuove correnti di pensiero, come il positi­
vismo, e poco più tardi il neokantismo, il pragma­
tismo e lo stesso marxismo, si accompagnava natural­
mente a una rivalutazione in sede critica della filo­
sofia hobbesiana, di cui si studiavano soprattutto il
fenomenismo da un lato, e dall'altro l 'impostazione
utilitaristica dell'etica, come avvenne in Italia col
Mondolfo 11 , pur sfortunatamente teso a ricercare
un'evoluzione che non esiste nella concezione hob­
besiana del bene.
All'aspetto fenomenistico si interessarono soprat­
tutto, sul finire del secolo scorso e all'inizio del no­
stro, alcuni studiosi della scuola di Marburgo - se­
gnatamente il Natorp e il Cassirer -, i quali cer­
carono di inquadrare la gnoseologia che si delinea
nel De corpore in una prospettiva diversa dalla con­
sueta, sostenendo che il materialismo di Hobbes non
era né metafisica, né tantomeno dogmatico, bensl
ipotetico, « un postulato logico per collegare in una
unità scientifica la molteplicità delle impressioni sen­
sibili » 12, come doveva apparire chiaramente - se­
condo Natorp 13 - appunto dall'affermazione hob­
besiana secondo cui ogni conoscenza prende le mosse
dal fenomeno, che in quanto tale si distingue dalla
realtà, e secondo Cassirer, dall'uso che il pensatore
inglese fa dell'ipotesi annichilatoria. Questa tesi in­
terpretativa ebbe per allora scarsa fortuna, se si ec­
cettua qualche risonanza nel mondo tedesco, anche
perché gli studi hobbesiani vennero influenzati in
Il La morale di T. H., Verona 1903.
12 Secondo l'espressione di E. Cassirer in Das Erkenntnis­
problem der Philosophie, Berlin 1907 ( trad. it., Torino 1955,
p. 84).
1 3 Descartes Erkenntnistheorie, Marburg 1882.

1 29
modo decisivo, soprattutto in Germania, dalla fon­
damentale monografia del Toennies 14 quale dal
canto suo trovava in Hobbes un
tore della sua sociologia,
vatrice: sulla sua scia, Hobbes
autori più studiati dagli storici tedeschi,
dana a Kiel anche una « Hobbes-Gesellschaft
data alla guida paziente ed appassionata di Cay
Brockdorff. È il momento dei filologi, della puhh'�l"!'"
cazione dei primi inediti, soptattutto lettere, e delle
prime edizioni critiche, che rimediano, se pur spora­
dicamente, alle trascuratezze dell'edizione complessiva
molesworthiana.
A questo fervore ed approfondimento di studi si
accompagnava il tentativo di meglio inquadrare il
pensatore inglese nel contesto storico a lui peculiare :
era quindi fatale che si riesaminassero i suoi rap­
porti con Bacone e, per converso, con il razionalismo
cartesiano. La tesi dell'influenza baconiana su Hobbes,
retaggio idealistico riproposto con vigore da Kuno
Fischer 15, suscita, a causa della sua unilateralità, rea·
zioni che condurranno in breve ad un estremismo
di segno contrario: già il Croom Robertson, autore
di una delle ancor oggi più pregevoli monografie
inglesi su Hobbes 16, aveva insistito, più che sui
rapporti Hobbes-Bacone, su tutta una trama di in­
flussi facenti capo a Berigardus, a Galilei e a Car­
tesio, e il Toennies, nella prima edizione del suo
libro, aveva frettolosamente liquidato la tesi di Fi­
scher; più prudente, il Dilthey, che nei suoi studi
sul pensiero del Rinascimento 17 è il primo studioso a
porre in risalto in tutta la sua vastità e importanza
il problema dei legami della filosofia hobbesiana con
i propri antecedenti storici, non era alieno dal ri-
14 H., Leben und Lehre, Stuttgart 1896.
15 Geschichte der neueren Philosophie, I, Stuttgart 1853.
16 Hobbes, London 1886.
17 Weltanschauung und Analyse des Menschen ... , Leipzig
1921.
'

130
conoscere qualche parentela tra il pensiero baconiano
e quello dell'autore del De corpore, ad esempio nella
concezione degli universali come cause effettive dei
fenomeni naturali. Un saggio di Max Frischeisen­
Koehler 18 era destinato tuttavia a riaccendere la po­
lemica in tutta la sua virulenza. L'autore vi sosteneva
infatti che Hobbes non fu mai né un vero matema­
tico, né un vero fisico, e che i suoi interessi di par­
tenza erano eminentemente pratico-politici: giungen­
do a rilevare nel pensiero hobbesiano un aperto con­
trasto col . razionalismo matematico continentale,
Koehler negava che la costruzione filosofica di Hob­
bes prendesse le mosse dai suoi rapporti con Galilei,
e accettava almeno parzialmente una derivazione stoi­
co-lucreziana (Dilthey), ma mediata non da Telesio,
bensl da Bacone.
L'aver posto l'autore del De corpore tra gli em­
piristi e l'indiscutibile esagerazione nel sottolineare
il discostarsi di Hobbes dall'ambito del razionalismo
matematico continentale fecero sl che Koehler di­
venisse in breve il principale obbiettivo degli strali
di una critica che, invece di tentar di superare l'astrat­
tezza dell'alternativa razionalismo-empirismo, non tro­
vava di meglio che scagliarsi contro di lui, senza
tener conto della parte di fondatezza contenuta nelle
sue analisi. A parte l'attacco a fondo portato ancora
una volta dal Toennies contro la tesi fischeriana nella
prefazione alla terza edizione della sua monografia 19,
il Leitinotiv della contrapposizione empirismo-razio­
nalismo traeva nuova linfa soprattutto dall'aspra c:on­
futazione delle tesi di Koehler operata dal Brandt,
nel suo libro ancor oggi fondamentale sulla forma­
zione del meccanicismo hobbesiano 20• Rispondendo
direttamente alle affermazioni dello studioso tedesco,
Brandt le confutava fondandosi principalmente sulla
18 Die Naturphilosophie des T. H., 1902.
19 Hobbes, der Mann und der Denker, Stuttgart 1�25.
20 T. H.'s mechanical Conception of Nature, London
1928.

131
considerazione del contenuto dello Short Tract, e in
particolare sulla teoria della percezione. Egli è più
favorevole ad una valutazione dell'atteggiamento hob­
besiano come ·una reazione antiaristotelica, che esem­
plifica notando il contrasto tra le affermazioni di Hob­
bes e di Suarez riguardanti appunto la teoria della
percezione, e prende quindi in considerazione l'ipo­
tesi che Hobbes avesse ricevuto un'influenza dagli
antichi atomisti. Comunque, Brandt è del parere
che Hobbes non sia debitore neppure nei confronti
·

di Galilei, almeno per quanto riguarda la distinzione


delle qualità soggettive e oggettive.
L'intero libro del Brandt è impostato sul motivo
dell'avversione-emulazione di Hobbes nei confronti
di Descartes, ed è quindi comprensibile come tenda
a rifiutare ogni sospetto di empirismo che venga a
turbare l'immagine integralmente razionalistica. che
esso ci dà del filosofo inglese. È un fatto, comunque,
che il prestigio di Toennies e di Brandt e l'impor­
tanza dei loro libri abbiano volto la questione del
baconismo di Hobbes a totale sfavore di Frischeisen­
Koehler e della sua tesi, sulla quale ritornano un
po' tutti i critici successivi - Levi, Laird, Lubienski,
M.M. Rossi - senza apportare serie variazioni ad
un tema ormai sclerotizzato e non più suscettibile
di articolazioni.
A vivacizzare le acque stagnanti della critica hob­
besiana intervenne, nel '36, il libro · di Leo Strauss
sulla filosofia politica di Hobbes 21 , un'opera che ha
conosciuto un successo editoriale abbastanza eccezio­
nale, e ancor::� perdurante. Lo studioso tedesco-ameri­
cano, noto propugnatore della validità attuale . della
prospettiva giusnaturalistica, intendeva dimostrare che
la filosofia naturale, cioè il fondamento scientifico a
carattere materialistico meccanicistico che Hobbes
stesso ·cerca di attribuire alla sua filosofia politica,

21 Politica! Philosophy of Hobbes: Its Basis and Gene­


sis, Oxford 1936.

132
in realtà non è l'elemento determinante della for­
mazione del pensiero politico hobbesiano, che ha un
suo sviluppo autonomo e trae le proprie origini, an­
cor prima dell'incontro del pensatore inglese con
Euclide, da tutta una serie di elementi che Strauss
· pone in luce con particolare acume: prima fra tutti,
la Retorica di Aristotele, ma anche Tucidide, l'ideale
cortigianesco del Castiglione, i Saggi di Bacone e, in
un successivo sviluppo di pensiero, la politica di Pla­
tone. La filosofia naturale sarebbe quindi stata, da
un lato, indifferente allo sviluppo della filosofia po­
litica, mentre dall'altro l'avrebbe addirittura danneg­
giata, a causa dello sforzo di Hobbes di conciliare
la seconda con la prima.
Questo libro brillante e documentato - seppure
discutibile per certa sua unilateralità - costituisce
una sorta di cerniera tra il nucleo degli interessi
sino ad allora espressi precipuamente dagli studi, e
i nuovi orientamenti che impegneranno la critica ne­
gli anni seguenti: da un lato infatti lo Strauss con­
cludeva per allora la questione delle fonti ispiratrici
di Hobbes, ed è chiaro che, pur non inserendosi di­
. rettamente nella polemica · sul baconismo, finiva per
dare ragione alle tesi koehleriane. Dall'altro, egli
fissava con nettezza i termini del problema circa i
rapporti esistenti tra filosofia naturale e filosofia po­
litica nel sistema hobbesiano, una questione che si
svilupperà in seguito fino a divenire il principale og­
getto di discussione tra gli studiosi di Hobbes.
Non è che tale questione fosse del tutto nuova:
essa traeva origine da un'osservazione del solito
Croom Robertson, ma aveva trovato scarsa accoglien­
za, almeno fino al Laird 22, che aveva distinto il si­
stema hobbesiano in tre grandi sezioni indipendenti,
il materialismo, il fenomenismo, e la concezione etico­
politica. È tuttavia proprio a partire dalle ripercus­
sioni create dal libro dello Strauss, che il problema

22 Hobbes, London 1934.

133
si afferma come centrale, accompagnandosi ad . un
generale declino di interesse per il materialismo e
la concezione della natura dell'autore del De corpore,
a tutto vantaggio dell'etica e della politica, che a
partire da questo per�odo incominciano a sollecitare
l'attenzione pressoché esclusiva degli studiosi: si ha
anzi l'impressione che la preoccupazione più pres­
sante della critica - soprattutto anglosassone - di­
venti quella di scomporre la paziente costruzione
hobbesiana nel maggior numero possibile di tron­
coni tra loro indipendenti, con un lavoro di analisi
che, fatalmente, doveva portare a perdere la neces­
saria visione dell'insieme.
Non valsero, a indebolire questa nuova direzio­
ne assunta dagli studi, le suggestioni legate al mo­
mento politico, cioè all'insorgere del totalitarismo
fascista e nazista: in questo senso, il libro di Via­
latoux 23 che accentuava, in chiave di polemica anti­
totalitaria attuale, i legami tra la concezione hob­
besiana dello Stato e la sua filosofia naturale, restava
pressoché isolato; da notare che nel campo op­
posto, per contro, non si rimaneva insensibili di
fronte alla possibilità di utilizzare alcuni temi hob­
besiani in forma di larvata apologia della concezione
totalitaria dello Stato, come fecero in Germania Carl
Schmitt 24, con tutta una schiera di seguaci, e in Ita­
lia il teorico razzista Giulio Evola.
Questa « deviazione » dalla direzione prospettata
da Strauss non ebbe tuttavia alcun rilievo nell'indi­
rizzo prevalentemente assunto dalla critica posteriore,
sia a causa della sua impostazione di fondo, facente
appello ad interessi troppo immediati ed estrinseci,
sia perché nel '38 si ebbe un'ulteriore - e decisiva -·
spinta in favore della corrente « scissionista » nei con-

23 La cité de Hobbes, Théorie de l'état totalitaire, Lyon


1936.
24 Der Leviathan in der Staatslehre des T. H., Ham­
bourg 1938.

134
fronti della « continuista » con il famoso articolo di
A.E. Taylor 25 , che isola ancor più la politica nel­
l'ambito di una completa autonomia, mentre lo Strauss
- sulla traccia di Laird - concepiva ancora l'antro­
pologia e la psicologia hobbesiane come facenti corpo
con essa. Secondo Taylor, che veniva forse verifi­
cando in sede storiografica certi suoi interessi per la
morale kantiana, « la dottrina etica hobbesiana pro­
priamente detta, svincolata da una psicologia egoi­
stica con la quale non · ha alcuna necessaria connes­
sione logica, è una deontologia rigorosa, che richiama
curiosamente, benché con interessanti differenze, qual­
cuna delle tesi caratteristiche di Kant » . L'obbliga­
zione morale hobbesiana, secondo questa interpreta­
zione, preesistendo alla sovranità, sarebbe caratteriz­
zata da una propria autonomia razionale, benché di­
penda, in ultima analisi, dal comandamento divino.
Questo breve articolo contiene, in modo più o meno .
esplicito, praticamente tutti gli argomenti che ver­
ranno successivamente sviluppati dai più tardi soste­
nitori della teoria, i quali abbandonera_nno progressiva­
mente la cautela in cui Taylor ancora avvolge le proprie
asserzioni, come è dimostrato dalla radicalità delle
tesi espresse dal Warrender e dallo Hood.
Il libro del Warrender 26 è senza dubbio quello
che ha suscitato il maggior numero di discussioni e
critiche tra quanti sono stati sin qui esaminati: in
esso l'autore isola l'obbligazione morale e la erige
a fondamento del sistema politico hobbesiano, ricol­
legandosi cosl al Taylor, del quale tuttavia non con­
divide l'eccessivo peso da questi attribuito al para­
gone con la morale kantiana. L'idea di Warrender
è che nel sistema hobbesiano nessun patto potrebbe
indurre gli uomini all'obbedienza al sovrano, se essi

. 25 The Ethical Doctrine of H., in << Philosophy », 1938


( 13), pp. 406-24.
26 The Political Philosophy of H., His Theory of Obliga·
tion, Oxford 1957.

135
non vi fossero già costretti dalle leggi di natura:
l'obbligazione morale è quindi il fondamento di ogni
altra obbligazione, si esprime nella legge naturale e
trae la propria origine dall'obbligazione · divina, che
è indiscutibile in quanto irresistibile.• La legge na­
turale è infatti espressione di quella · divina - os­
serva Warrender, prendendo alla lettera i richiami
di Hobbes alle Scritture - e la legge civile deve la
sua validità solo al fatto di essere fondata dalla legge
naturale, · cioè dalla morale. In questo modo, come
Warrender chiarisce sinteticamente in un saggio più
recente, è la morale a fondare la politica, e non il
contrario, come generalmente si sostiene a propo­
sito di Hobbes. L'obbligazione, comunque, viene sem­
pre considerata estranea al meccanismo psicofisiolo­
gico del self-interest, per cui l'antropologia e la psi­
cologia restano completamente separate ed estranee
alla morale. È questo il motivo di fondo per cui la
tesi di Warrender è stata fatta bersaglio da più parti
di critiche e obiezioni, ed ha anzi riacceso un movi­
mento di generale reazione nei confronti della tesi
tayloriana, facente capo soprattutto al Nagel, al Ra­
phael, a S.M. Brown ed al Watkins nel mondo anglo­
sassone, al Polin in Francia, al Corsi in Italia. Le
repliche più interessanti ci sembrano quelle del Polin
e del Watkins, che si inseriscono nell'articolato con­
testo di una visione generale della filosofia hobbesiana.
Prima che uscisse il libro di Warrender, il Polin
aveva scritto infatti un libro 27 in cui analizza tutti
gli aspetti del sistema hobbesiano, seppure - e pro­
grammaticamente - in modo non sistematico, pren­
dendo in esame la logica nominalistica, l'impalcatura
materialistica generale, l'interpretazione meccanicisti­
ca della fisiologia umana e delle passioni, senza tra­
scurare i rapporti intercorrenti nell'opera di Hobbes
tra storia e politica e tra individuo e società, e te­
nendo costantemente presente il sottofondo culturale

27 Politique et philosophie chez T. H., Paris 1953.

136
dal quale Hobbes non poteva prescinde�e per l'ela­
borazione delle sue pur innovatrici dottrine. Secondo
Polin, l'unità della prospettiva hobbesiana va ricer­
cata nel nesso pragmatico tra politica e filosofia, nel
senso che Hobbes avrebbe costruito una filosofia na­
turale materialista e meccanicistica in funzione della
dottrina politica e pratica che egli stimava dovesse
convenire all'uomo: si ha cosl un completo rovescia­
mento di prospettiva rispetto alla classica interpreta�
zione « deduttiva » del sistema, e in fondo Polin
concede qualche ragione a Strauss, almeno nel senso
che Hobbes avrebbe adattato la scienza naturale alla
politica. Non ne concede tuttavia alcuna al War­
render, in un saggio uscito nel '62 28, in cui cri­
tica l'orientamento tayloriano osservando che « le
le2gi di natura non possono generare alcuna obbli­
ga:done nel senso in cui la dottrina kantiana ha abi­
tuato i moderni a considerare questo termine in fun­
zione di una filosofia della libertà ». Quanto al­
l'opera del Warrender, egli si esprime nei suoi con­
fronti con tagliente asprezza: « presentare ai nostri
giorni il pensiero di Hobbes come incentrato sull'idea
di obbligazione significa assumersi il rischio di un
diametrale controsenso » nota egli infatti, conclu­
dendo che « occorre molta buona volontà per trarre
da alcune precauzioni oratorie di Hobbes, ben com­
prensibili per un uomo del suo tempo e del suo tem­
peramento, tali conclusioni, contrarie a tutto ciò che
Hobbes si sforza di sostenere ».
Anche il Watkins, il quale si propone di dimostrare
come il nucleo della filosofia politica di Hobbes sia
implicito nella sua filosofia generale, in un libro gre­
mito di intuizioni felici 29, discute naturalmente sia la
tesi di Strauss che la linea Taylor-Warrender. Al
primo egli rimprovera soprattutto di avere ignorato

28 ]ustice et raison chez H. , in << Rivista critica di storia


della filosofia », XVII ( 1962), IV, pp. 450-69.
29 H.'s System of Ideas, London 1965.

137
i documenti contrari alla sua . tesi, come lo Short
Trae/; ai secondi, di avere attribuito alla politica di
Hobbes due sistemi di obbligazione estranei tra loro,
il razionale e il divino, fatti stranamente coincidere.
In realtà - secondo Watkins - anche ammetten­
done l'esistenza, questo sistema divino-morale, « ben
lungi dall'essere un sistema logicamente indipendente
e a sé stante, è solo un pallido riflesso del sistema
naturalistico degli imperativi ipotetici sottoposti al
principio dell'autoconservazione ». Come si vede da
questi esempi, si ritrova in molti tra i più recenti
studi la tendenza ad attenuare, o anche a eliminare
completamente, ogni divario tra obbligazione razio­
nale e imperativo prudenziale, in netto contrasto con
la tesi tayloriana, e contemporaneamente, salvo che
nel caso del Polin, vengono attaccate anche le po­
sizioni straussiane, che a quella tesi forniscono il mi­
glior supporto documentario. Partendo da un'ango­
lazione un po' particolare, anche il Viano 30 corregge
la prospettiva di Strauss, esaminando il rapporto tra
scienza e retorica nella filosofia hobbesiana. Egli sot­
tolinea infatti come Hobbes utilizzi la Retorica di Ari­
stotele solo per ricavarne una teoria delle passioni
che rovescia interamente la prospettiva aristotelica,
e finisca per negare alla ragione ogni possibilità di
dominio sul mondo emotivo. Si spiega cosl il suo
tentativo di applicare i metodi della scienza natm:ale
al mondo politico, perché << l'unico modo di raziona­
lizzare la vita dell'uomo consiste nel fornire all'uomo
previsioni attendibili sui suoi poteri di azione e sulla
disponibilità di mezzi per soddisfare 1 suoi desi­
deri ».
·Contempotaneamente al fiorire - e allo smor­
zarsi - della discussione sulla obbligazione, si è in­
cominciato a studiare la « fortuna » di Hobbes, con-

30 Analisi della vita emotiva e tecnica politica nella filo­


sofia di H., in « Rivista critica di storia della filosofia », XVII
( 1962), IV, pp. 355-92.

138
centrando · l'attenzione soprattutto sugli avversari, e
con particolare riguardo alle motivazioni politiche
e religiose dell'antihobbismo; in questo ambito di
ricerche sono usciti due studi di grande interesse,
oltre che per le loro doti intrinseche, anche perché
scoprivano un terreno praticamente vergine: si tratta
del libro del Bowle, che risale al '51, e di quello del
Mintz, uscito nel '62. Se il primo 31 si occupa esclusi­
vamente degli aspetti politico-giuridici - e dei loro
riflessi sulla morale e la religione ---: del pensiero
hobbesiano, prendendo in esame le reazioni di espo­
nenti del clero d'Inghilterra e di giuristi come Filmer,
Bramhall, Whitehall, il conte di Clarendon e molti
altri, e concludendo abbastanza curiosamente con una
giustificazione del loro operato, in base alla conside­
razione che è bene tutelare, contro « i dogmi dei
filosofi sistematici », i princlpi dell'autogoverno, che
sono « il maggior contributo della nostra razza alla
storia dell'umanità », il secondo 32 chiama in causa,
·

oltre all'ateismo, il materialismo e la dottrina morale


del pensatore inglese, e l'ispirazione che da essi può
aver tratto l'atteggiamento · dei libertini dell'epoca.
Mintz viene cosl a scoprire nei Platonici di Cam­
bridge, che sono gli avversari più decisi e sistematici
di Hobbes, l'adozione di un metodo razionale che in
certo senso lo stesso Hobbes imponeva · ai suoi cri­
tici. A parte Glanvill, More e Cudworth, uno de­
gli autori che più colpiscono Mintz - forse eccessi­
vamente suggestionato dall'apologia che ne aveva
fatto anni prima T.S. Eliot - è ancora ·una volta
il vescovo Bramhall, irriducibile avversario di Hob­
bes nella ben nota polemica sul libero arbitrio. In
sostanza, tuttavia, il problema degli avversari di Hob­
bes, per quanto riguarda più strettamente l'ambito
della filosofia naturale e della matematica, non è an-

31 H. and bis Critics. A Study in Seventeenth Century


Constitutionalism, London 1951.
32 The Hunting o/ Leviathan, Cambridge 1962.

139 .
cora stato neppure accostato: lo sarà solo · quando
si prenderanno in considerazione le polemiche con
Wallis e Boyle. .
Nel secondo dopoguerra si riaccende un interesse
abbastanza vivo anche per la logica, la gnoseologia,
e in genere i problemi relativi alla fondazione della
filosofia naturale hobbesiana, rimasta a lungo negletta
dagli studiosi, scoraggiati forse - paradossalmente -
dal piglio conclusivo del libro del Brandt. Eppure
non sono mai mancati gli spunti per indagini serie
ed approfondite, ad esempio nel campo della logica
e metodologia in cui la questione del convenzionali­
smo hobbesiano · ha costituito un rilevante oggetto
di discussione fin dai tempi del Croom Robertson:
questi aveva sottolineato con la consueta finezza il
carattere appunto convenzionalistico della dottrina
hobbesiana del metodo, rilevando contemporanea­
mente la contraddizione esistente a suo avviso tra
l'intuitività dei primi prindpi - come quello del
moto - e l'arbitrarismo - teorizzato nella compu­
tatio sive logica - delle definizioni prime. La cri­
tica tedesca non aveva dimostrato eccessivo interesse
per questo problema, mentre in Italia lo aveva af­
frontato con molta vivacità e profondità il Levi 33,
che dedicò alla logica una considerevole parte della
sua monografia. Secondo il Levi, Hobbes, con le sue
dichiarazioni di sapore nominalistico ed arbitraristico
ad oltranza, rivendicherebbe soltanto la tesi aristo­
telica, secondo cui <' il vero e il falso esistono solo
nel pensiero discorsivo, non nelle cose » : in defini­
tiva, lo studioso italiano sottolineava maggiormente
la tendenza hobbesiana a cercare una qualche verifica,
ancorché solo vagamente « sperimentale », delle de­
finizioni e conclusioni della scienza. Come si vede,
è caratteristica nel Levi, come in altri critici del pe­
riodo, la propensione a soffocare la problematicità
della logica di Hobbes, piuttosto che ricercare solu-

33 La . filosofia di T. H., Milano 1929.

140
zioni più articolate , agli aspetti apparentemente più
. contraddittori della dottrina.
Occorrerà comunque attendere il secondo dopo­
guerra, come già si sottolineava, per assistere ad un
certo rifiorire di studi su questi argomenti. Si tratta
però in genere di ricerche molto settoriali, dettate
da interessi attuali, più che di ricostruzione storica,
e che soprattutto mirano ad approfondire un sin­
golo punto o una singola dottrina senza interessarsi
dell'insieme; riesce quindi facile a questi studiosi
ammettere quel convenzionalismo radicale che tanto
inquietava i loro predecessori, dato che non rientra
nei loro scopi lo spiegare come tale orientamento si
connetta con la necessità, indubbiamente sentita dalla
scienza hobbesiana, di fondarsi su princìpi certi, non
solo tautologicamente, ma verificabili. Ciò consente
loro, d'altra parte, di rivalutare l'aspetto nominali­
stico della logica di Hobbes, inserendo cosl questi
studi in un più generale moto di reazione al « pla­
tonismo » russelliano.
Indicativo a · questo proposito è il breve articolo
in cui R.M. Martin 34, considerando appunto la logica
di Hobbes da un punto di vista attuale, mostra di
condividerne le tendenze nominalistiche, apprezzan­
do in particolare l'idea hobbesiana di « denotazione
multipla ». In linea con Martin si pone il Torne­
bohm 35 con un breve saggio dedicato ai concetti
hobbesiani di denotazione e verità, riesaminati se­
condo gli schemi dell'odierna logica formale. Un ca­
rattere più generale riveste il saggio di S. Morris
Engel 36, che discute e cerca di collocare nel suo con­
testo genetico quella che egli chiama « tavola delle
assurdità », cioè quella tavola - contenuta nel De

34 On the Semantics of H., in « Philosophy and pheno­


menological Research ))' 1953-4, pp. 205-1 1.
35 A Study on H.' Theory of Denotation and Truth, in
« Theoria ))' 1960, pp. 53-70.

36 H.'s « Table of Absurdity "• in « The Philosophical


Review )), 1961, pp. 533-43.

141
corpore - che elenca sinteticamente i sette modi
in cui i nomi vengono connessi senza coerenza, e
danno quindi luogo a proposizioni sempre false: in
contrasto con la teoria generalmente accolta, secondo
cui Hobbes elaborò la tavola - partendo da con­
siderazioni linguistiche - per liberare il filosofare
·

dall'assurdo, Morris Engel sostiene che in realtà Hob­


bes parte dalla propria filosofia, per giungere poi a
dettare le regole del linguaggio, il che implicherebbe
l'involgersi di Hobbes in un circolo vizioso. Un con­
tributo di rilievo è anche quello offerto dall'articolo
di M. Robbe 37, in cui · si pone in rilievo - pur se
in senso svalutativo - quello che è un altro dei
caratteri peculiari della logica di Hobbes, e cioè l'iden­
tificazione di parola e concetto.
Un maggiore accostamento ad un tipo di analisi
« storica » dei problemi si trova nei saggi della Krook
e del Kaminski. La Krook 38 ammette che l'arbitra­
risma delle definizioni è cosl importante in Hobbes,
da riflettersi necessariamente anche sui primi principi
della scienza. Di qui derivano il suo scetticismo ed
il suo « nominalismo metafisica >>, nel senso che
per Hobbes non esisterebbe alcun ordine reale com­
prensibile dalla mente umana, che istituirebbe cosl
una scientia ad placitum. Né il concettualismo modi­
fica la pregnanza di questa posizione nominalistica,
ché anzi la rafforza nella sua radicalità, posto che i
nomi corrispondono sl ai concetti, ma questi ultimi
non hanno rapportei con la realtà. Come la Krook,
anche S. Kaminski 39 allarga il suo esame della logica
hobbesiana ad una considerazione dei rapporti fra
la teoria della definizione e la metodologia della scien­
za; egli osserva che la riforma hobbesiana del con-

37 Zu Problemen der Sprachphilosophie bei T. H., in


<( Deutsche Zeitschrift fiir Philosophie », 1960, pp. 443-50.
38 T. H.'s Doctrine of Meaning and Truth, in <( Philo­
sophy », 1956, pp. 3-22.
39 Hobbesa teoria definici;, in <( Studia logica », Warszawa
1958, pp. 43-67.

1 42
cetto di definizione era incompleta, in quanto le uni­
che definizioni prese in considerazione da Hobbes
erano espresse nella forma soggetto-predicato, accet­
tando egli la regola « pressoché impraticabile » se­
condo cui definitio fit per genus proximum et diffe­
rentiam specificam: tanto era attratto dal fascino de­
gli Elementi di Euclide, da · non avvertire la diffe­
renza tra le definizioni in matematica e nella scienza
empirica, né d'altra parte gli era facile conciliare la
visione dell'arbitrarietà delle definizioni col loro es­
sere vere o false, e con il loro ruolo di uniche pre­
messe della scienza. A questo proposito, il Watkins,
pur ammettendo che si riscontri in Hobbes una teoria
arbitraristica del significato, ritiene di poter esclu­
dere che l'arbitrarismo investa anche la teoria della
verità, dato che il filosofo inglese ammette l'esistenza
di nomi comuni . che si attribuiscono a cose non in­
dividuali, come le caratteristiche o . le proprietà:
« l'ammissione degli accidenti nella sua antologia
- osserva Watkins - poneva Hobbes in grado di
evitare una teoria convenzionalistica della verità, al­
meno per quanto riguarda le proposizioni fattuali » .
Ad una problematica anche più vasta e complessa
di quella fin qui considerata si richiama il Dal Pra 40,
che cerca di comprendere il significato più profondo
della dottrina hobbesiana entro un contesto s torico
il più ampio possibile: egli infatti delinea nel suo ·

saggio i caratteri oscillanti della logica di Hobbes,


sempre in bilico tra norninalismo e concettualismo,
sullo sfondo di una serie di influenze, talvolta anche
contrastanti, che vanno dall'aristotelismo al rami­
smo, da Euclide a Lullo, da Bacone a Zabarella, da
Galilei allo stesso Cartesio.
Anche A. Pacchi 4 1 ha insistito sul carattere no­
minalistico e convenzionalistico della logica e della
40 Note sulla logica di H., in << Rivista critica di storia
della filosofia », XVII ( 1962), pp. 41 1-33.
41 Convenzione e ipotesi nella formazione della filosofia
naturale di T. H., Firenze 1965.

143
metodologia hobbesiane, riprendendo contemporanea­
mente, pur con altra angolazione, talune suggestioni
natorpiane circa il carattere ipotetico della metafi­
sica materialistico-meccanicistica del De corpore; tale
questione si ricollega direttamente, com'è ovvio, al
problema del fenomenismo hobbesiano, sul quale già
si erano soffermati il Laird e il nostro Bontadini 42 •
Un'accurata ricostruzione analitica della metodologia
scientifica hobbesiana, considerata dal punto di vista
delle sue « sorprendenti analogie con i sistemi nomo­
logico-deduttivi investigati dall'epistemologia di ispi­
razione empirico-analitica » si trova poi in un recen­
tissimo libro di A. G. Gargani 43, mentre la Formi­
gari 44 inserisce il problema del nominalismo di Hob­
bes nel contesto ben più vasto delle teorie filosofiche
sul linguaggio che costituiscono uno degli aspetti ca­
ratterizzanti del pensiero inglese del '600.
In Italia, comunque, l'interesse prevalente emer­
so nel ' secondo dopoguerra tra gli studiosi di Hobbes
è di tipo politico-giuridico, o giuridico in senso stret­
to: ne fanno fede i libri e i saggi del Bianca, del­
l'Ascarelli e del Bellussi; le analisi interpretative più
penetranti, e per certi lati innovatrici fanno capo,
da un lato, al Bobbio, e dall'altro, ad alcuni studiosi
di scuola milanese. Quanto al Bobbio, oltre alla lim­
pida introduzione al De cive, ha analizzato il tema
del giusnaturalismo e del positivismo hobbesiani fon­
damentalmente in due saggi 45, distanti alcuni anni
l'uno dall'altro, il che indica la persistenza di un
vivo interesse· per il problema, e giustifica talune d­
considerazioni e correzioni di rotta. Scrive il Bobbio
nel suo primo saggio che Hobbes appartiene di fatto

42 Materialismo e fenomenismo in H., in « Rivista di


filosofia neoscolastica )), XXXV I ( 1944), pp. 1-28.
43 Hobbes e la scienza, Torino 1971.
44 Linguistica ed empirismo nel Seicento inglese, Bari
1970.
45 Raccolti in Da H. a Marx, Napoli 1965.

144
alla storia del diritto naturale, ma di diritto alla sto­
ria del positivismo giuridico; e cerca di conciliare·
i due termini dell'apparente paradosso, che si rias­
sume nella domanda: « come può essere un'espres­
sione tipica della concezione formale della giustizia
un sistema di diritto che prende le mosse dall'ammis­
sione delle leggi naturali? » . Secondo il Bobbio, Hob­
bes assume come punto di partenza la legge naturale
solo per giustificare la costituzione dello Stato, per
dare cioè un fondamento razionale alla legge posi­
tiva, una sorta di espediente, che svuota in realtà la
legge naturale, ma offre « un fondamento ben accetto
al potere assoluto del sovrano, e quindi all'incon­
trastata supremazia del diritto positivo » . Ripren­
dendo l'argomento nel secondo saggio, lo studioso
torinese prospettava un'interpretazione della questione
apparentemente rovesciata rispetto alla sua preceden­
te: se · là egli poneva essenzialmente in rilievo lo
svuotamento della legge naturale da parte di Hobbes,
qui fa del pensatore inglese addirittura il fondatore
del giusnaturalismo moderno, in luogo di Grazio. In
realtà si tratta praticamente del medesimo assunto,
forse lievemente corretto da un ripensamento stimo­
lato anche dalla pubblicazione del libro del Warren­
der, ma l'apparente rovesciamento di prospettiva è
reso possibile soprattutto dalla estrema ambiguità dei
concetti di giusnaturalismo e positivismo che possono
assumere le sfumature più diverse. A sostegno della
tesi secondo cui Hobbes, e non Grazio, va consi­
derato come il fondatore del giusnaturalismo moder­
no, il Bobbio distingue varie specie di giusnatura­
lismo, a seconda del modo in cui viene intesa la su­
periorità del diritto naturale rispetto al positivo;
nel caso di Hobbes, tale superiorità si esprimerebbe
in senso dinamico, nel senso cioè che il secondo tragga
la propria validità - e non il proprio contenuto -
dal primo.
L'ambiguità dei termini della questione e la dub-

145
bia nettezza delle prese di posizione hobbesiane han­
no imbarazzato anche il Cattaneo 46, che vede in Hob­
bes l'iniziatore di quella corrente del positivismo
_giuridico che si sviluppa poi in Inghilterra, soprat­
tutto con Bentham e Austin, ma insiste nel diffe­
renziare questa corrente, e_ - sopratutto la posizione
di Hobbes, da altre espressioni del positivismo giu­
ridico, in quanto Hobbes non sarebbe relativista nella
sua etica, che è oggettivistica e fondata sul valore
- etico assoluto dell'autoconservazione. In questo mo­
do il Cattaneo, che parte dalla tesi del positivismo di
Hobbes, finisce per dedicare una parte non piccola
del suo lavoro alla sottolineatura del carattere giu­
snaturalistica di molte dottrine hobbesiane. Ponen­
do in connessione Hobbes con il positivismo giuri­
dico inglese, Cattaneo opera una caratterizzazione in
senso liberale della dottrina hobbesiana, che confe­
risce alla sua ricerca un'impronta di originalità, in
una prospettiva che è stata confermata da un suo
più recente saggio 47, in cui sottolinea taluni elementi
di contatto tra la dottrina politica del filosofo in­
glese, - tradizionalmente considerato come il teorico e
il difensore dell'assolutismo, ed il pensiero demo­
cratico - non solo liberale - a lui contemporaneo
·e posteriore, fino alla rivoluzione francese. L'idea
della modernità di Hobbes - già sottolineata dal­
l 'Ascarelli a proposito della polemica con Sir Edward
Coke 48 - viene ripresa anche dal Chiodi, che nel
-suo recentissimo libro sul rapporto tra legge · natu­
rale e positiva in Hobbes 49, tende a dare rilievo a
-quegli spunti, indubbiamente presenti, soprattutto nel
Leviathan, che gli consentono di dare della filosofia

46 Il positivismo giuridico inglese, Milano 1962.


47 H. e il pensiero democratico nella rivoluzione inglese
-e nella rivoluzione francese, in « Rivista critica di storia della
filosofia », XVII (1962), pp. 486-515.
48 H. e Leibniz. . , 1960.
.

49 Legge naturale e legge positiva _ nella filosofia politica


.di T. H., Milano 1970.

1 46
politica hobbesiana una lettura « prelockiana » : sot­
tolineando che la legge positiva, in deve
rispettare la legge naturale, Chiodi
ancora rinascimentale, tirannico,
potere sovrano, dando per contro
l'aspetto « liberale », o comunque « non to
che si esprimerebbe nella tutela delle libertà
del cittadino, e del suo « diritto alla vita » .
In questa direzione si muove buona parte
critici tedeschi, che hanno dato origine, in questi
ultimi anni, ad una vasta fioritura di studi, incentrati
prevalentemente sul giusnaturalismo, e più in gene­
rale sulla filosofia politica di Hobbes. Il ritorno a
Hobbes si esprime attraverso l'implicito ripudio del­
l 'utilizzazione in chiave di apologetica totalitaria, ti­
pica dell'anteguerra, con un moto quindi di reazione,.
che proietta pur sempre sul filosofo inglese la luce
particolare dei nuovi interessi teorici. A parte certe
attualizzazioni più immediate, come la nota valuta­
zione di Habermas, che vede in Hobbes un precor­
ritore dell'odierno razionalismo tecnologico 50, si os­
serva in questi studi la costante preoccupazione di
sottrarre l'autore del Leviathan al consueto cliché del
« filosofo dell'assolutismo �>, insistendo particolarmen­
te, da un lato, sugli spunti che ne farebbero un pre­
cursore del liberalismo, e dall'altro sul rapporto Hob­
bes-Rousseau. In questo senso, ci sembrano esem­
plari i lavori del Mayer-Tasch 5\ che analizza con
molta finezza le indicazioni hobbesiane circa i limiti
del potere sovrano e certe concessioni di autonomia
nella sfera del privato, fino a conferir loro la pre­
gnanza della codificazione di un vero e proprio « di­
ritto di resistenza ». Questo, nella prospettiva di una
distinzione tra assolutismo ed autoritarismo, da un
lato, e totalitarismo dail'altro, che lo studioso tede-
so J. HAIIERMAS, Theorie und Praxis� Neuwied 1963,
pp. 32-46.
SIT. H.. und das Widerstandsrecbt, Tiibingen 1965;
Anatomie und Autoritat, Neuwied 1968.

147
-sco ritiene valida anche nei confronti del democratico
Rousseau.
Nel gran mare della saggistica anglosassone più
recente ci sembra opportuno segnalare, oltre al li­
bro del Watkins, davvero stimolante pur nella con­
cisione del testo, lo studio complessivo del Gold­
smith 52 che chiude, a nostro parere, l'annosa discus­
·sione aperta dalla « tesi tayloriana », pronunciandosi
nettamente a favore della continuità sistematica tra
scienza naturale, antropologia materialistica e am­
bito etico-politico della filosofia di Hobbes. Si accen­
tua peraltro, soprattutto in Inghilterra, la tendenza
.ad analizzare il pensiero hobbesiano - anzi, esclusi­
vamente la dottrina politica - a prescindere da qual­
siasi riferimento storico contestuale, in un certo senso
sulla scia del Warrender, ma · aggiungendo il propo­
sito - già esplicitato, come abbiamo visto, dai cri­
tici della logica
- di controllare la corretta conse­
guenza delle proposizioni e il rigore interno dei testi,
<:he nella maggior parte dei casi si riducono poi al
Leviathan, per cui i libri dedicati a quest'opera si
riproducono ormai con frequenza annuale, o anche
semestrale. Tale atteggiamento, che trova la propria
giustificazione, non solo in un generale orientamento
« astoricistico » della cultura inglese, ma nell'influsso
preponderante oggi là esercitato dagli studi inerenti
· all'analisi del linguaggio, finisce per conferire a molte
ricerche un carattere esclusivamente formale, che
si tenta talvolta di riscattare con riferimenti alla si­
tuazione politica attuale, non del tutto accettabili,
a nostro avviso, per l'assenza di mediazione con cui
sono proposti. È questo per esempio il caso del libro
del Gauthier 53, per altri versi apprezzabile, che in­
tende esercitare una sorta di « controllo » della va­
lidità del sistema hobbesiano, senza interesse per

52 H.'s Science of Politics, New York-London 1966.


53 The Logic of Leviathan, Oxford 1969.

148
quella collocazione storica, che sola può restltutre
all'opera di Hobbes la sua logica. Partendo da un
punto di vista abbastanza analogo, il MacNeilly 54 ,
che cerca di individuare « gli elementi fondamentali »
della teoria politica di Hobbes, la « struttura » del­
l'argomentazione, ha il merito precipuo di indivi­
duare un'evoluzione nel metodo hobbesiano della
scienza, attraverso l'analisi degli Elements, del De
cive e del Leviathan ; egli liquida tuttavia troppo fret­
tolosamente come « confusa e inconsistente » la dot­
trina della natura umana quale si esprime nelle pri­
me opere, riscontrando solo nel Leviathan una chia­
rificazione di essa, grazie alla sua formalizzazione in
un sistema deduttivo: in questo modo, la problema­
ticità della metodologia hobbesiana - scarsamente
riscontrata sugli scritti più propriamente metodici -
viene declassata ricorrendo alle categorie della « con­
fusione �> e della « contraddizione », l'unico criterio
di validità essendo costituito dalla correttezza formale.
Non tutti gli studi inglesi seguono ovviamente
questo indirizzo: il Macpherson 55 ci fornisce un buon
esempio di applicazione . della metodologia marxista
in sede di storiografia filosofica - sicuramente più
fine, nelle sue analisi, delle analoghe ricerche dello
Hill - sottolineando l'importanza che nella filosofia
politica hobbesiana viene ad assumere il concetto di
« valore » di un uomo . come suo « prezzo », cioè co­
me « valutazione, da parte degli altri, dell'uso che si
può fare del suo potere », caratteristico di una men­
talità influenzata dal concetto di « competitività di
mercato ». Il modello cui la teoria politica di Hob­
bes si ispirerebbe per la sua società viene quindi de­
finito dal Macpherson come « possessive market so­
ciety », una società di mercato fondata sul possesso,

54 The Anatomy of Leviathan, London 1968.


55 The political Theory of possessive Individualism, Lon­
don 1962.

1 49
in cui il lavoro dell'uomo è concepito appunto come
suo possesso, che egli può vendere. Si tratta della
società borghese, o capitalistica, la cui ideologia si
esprime nell'hobbesiano stato di natura: ma la solu­
zione positiva proposta da Hobbes a questa situa­
zione politico-sociale, e cioè la fondazione di una
sovranità assoluta e perpetua non risultò gradita alla
« società di mercato », che non vi vedeva tutelate
sufficientemente le sue esigenze, senza peraltro riscuo­
tere l'entusiasmo dei poveri, che non potevano accet­
tare l'idea di una sovranità la cui unica funzione
risiedeva nella tutela dell'ordine vigente e della pro­
prietà. Va notato peraltro che questa tesi di un Bob­
bes rivelatore dell'ideologia della società borghese in
ascesa non è affatto condivisa; basterà richiamare a
questo proposito l'ottimo saggio del Thomas 56, che
in netta contrapposizione col Macpherson dà soprat­
tutto rilievo a tutti quegli elementi che collegano
l'opera di Hobbes agli ideali e agli atteggiamenti
della società preborghese, patriarcale e feudale, po­
nendo piuttosto l'accento sulla mitigazione ed il rafli­
namento degli ideali aristocratici che prendevano
espressione, anche letteraria, nella cerchia degli amici
di Hobbes.
Sono queste le ricerche a nostro avviso più profi­
cue, ed anche più faticose, perché costringono alla
paziente disciplina dell'indagine documentaria. In
questo senso, non c'è che da augurarsi che si ponga
mano il più presta possibile alla pubblicazione inte­
grale degli inediti hobbesiani, e si rimedi alle gravi
lacune dell'epistolario edito. Finora si è fatto ben
poco in questo campo, se togliamo la pubblicazione
dello Short Tract che risale ancora al Toennies,· del­
l'importantissimo abbozzo del De corpore scoperto
da M. M. Rossi, del secondo Tractatus opticus ad

56 The Social Origins of H.'s Politica/ Thought, in Hob­


bes Studies, Oxford 1965.

150
opera dell'Alessio. Sappiamo tuttavia da buona fonte
che a Oxford si sta progettando, sotto l'autorevole
guida del Warrender, una nuova e veramente com­
plessiva edizione delle opere hobbesiane, compresi
tutti i manoscritti; una notizia, questa, che non può
che rallegrare ogni lettore o studioso di Hobbes.
BIBLIOGRAFIA
I. OPERE DI CARATTERE BIBLIOGRAFICO
E RASSEGNE DI STUDI

l . Sugli scritti di Hobbes.

Macdonald H. and Hargreaves M., Thomas Hobbes. A


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Sortais G., in La philosophie moderne depuis Bacon ;us­
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Lubienski Z., in Die Grundlagen des ethisch-politischen
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Staat >>, VI ( 1967), pp. 75-100, 220-36.

155
Pacchi A., Studi hobbesiani negli ultimi venticinque anni
in Italia, in « Cultura e Scuola », 28 ( 1968), pp. 1 1 8-26.
Stumpf R., Hobbes in deutschen Sprachraum. Eine Bi­
bliographie, in AA. VV., Hobbes-Forschungen, Berlin
1969, pp. 287-300.
Gehlauf K. H., Thomas Hobbes und seine Interpretation
in der · philosophischen und staatstheoretischen Litera­
tur, in « Deutsche Zeitschrift fi.ir Philosophie », XVIII
( 1 970), 12, pp. 1490-506.

II. EDIZIONI DELLE OPERE IN LINGUA ORIGINALE

l . Prime edizioni.

Epistle Dedicatory to Eight Bookes of the Peloponnesian


Warre written by Thucydides, London 1629.
A Briefe of the Art of Rhetorique, London 1637.
Objectiones tertiae ad Cartesii Meditationes, in Descar­
tes, Meditationes de prima philosophia, Paris 164 1 .
Elementorum philosophiae sectio tertia De cive, Paris
1642.
Tractatus opticus, in Mersenne M., Universae geometriae
mixtaeque mathematicae synopsis, Paris 1644.
Elemento philosophica De cive, Amsterdam 1647 ( I I
ediz. ampliata). ·
Human Nature, London 1650.
De èorpore politico, London 1650.
Answer to the Preface to Gondibert, in D'Avenant W.,
Gondibert, London 1651.
Leviathan, or the Matter, Forme, and Power of a Common­
wealth ecclesias�icall and civill, London 1651.
Philosophical Rudiments concerning Government and So­
ciety, London 1651 (trad. ingl. del De cive).
Of Libertie and Necessitie, London 1654.
Elementorum philosophiae sectio prima De corpore, Lon­
don 1655.
Elements of Philosophy, concerning Body, London 1656
( trad. ingl. del preced.).
The Questions concerning Liberty, Necessity, and Chance,
London 1656.
Six Lessons to the Professors of Mathematics, London
1656.

156
Stigmai... or Marks of the absurd Geometry, Rural Lan­
guage, Scottish Church Politics, and Barbarism of fohn·
Wallis, London 1657.
·

Elementorum philosophiae sectio secunda De homine,.


London 1658.
Examinatio et emendatio mathematicae hodiernae, Lon­
don 1660.
Dialogus physicus, sive de natura aeris, London 166 1 .
Mr. Hobbes considered in bis Loyalty, Religion, Repu-·
·

tation, and Manners, London 1662.


Problema/a physica, London 1662.
De principiis et ratiocinatione geometrarum, London.
1666.
Quadratura circuii, cubatio sphaerae, duplicatio cubi,
London 1669.
Leviathan, sive de materia, forma, et potestate civitatis
ecclesiasticae et civilis, Amsterdam 1670 (trad. lat.)
Rosetum geometricum, sive propositiones aliquot frustrtT
antehac tentatae, London 167 1 .
Lux mathematica, London 1672.
Principia et problemata aliquot geometrica ante despe-­
rata, London 1674.
Decameron physiologicum: or, ten Dialogues o/ Naturar
Philosophy, London 1678.
Thomae Hobbesii vita, London 1679.

2. Opere pubblicate postume. ·

An Historical Narration concerning Heresy, and the Pu­


nishment thereof, London 1680.
A Dialogue between a Philosopher and a Student of the
. Common Laws of England, London 168 1 .
An Answer to a Book published by Dr. Bramhall... called
the Catching of the Leviathan, London 1682.
Behemoth, the History of the Causes of the Civil-wars·
o/ England, London 1682 (edizioni non autorizzate,.
1679 e 1680).
Historia ecclesiastica carmine elegiaco concinnata, Lon­
don 1688.

157
3. Edizioni complessive.

'Opera philosophica, quae latine scripsit, omnia, Amster­


dam 1668.
The Mora! and Politica! Works, London 1750.
The English Works, 1 1 voll. e Opera philosophica quae
latine scripsit omnia, 5 voll , a c. di sir W. Moles­
.

worth, London 1839-45 (ristampa fototipica, Aalen


196 1 ) .

4. Edizioni critiche, o comunque rilevanti, di singole


opere .

.Behemoth or the Long Parliament , edited for the first


...

time from the origina! Mss by F. Ti:innies, London


1889 ( second ed., with a new Introd. by M. M. Gold­
smith, London 1969).
'The Elements of Law, Natura! and Politic , edited with
...

a preface and critica! note by F. Ti:innies. To which


are subjoined sdected extracts from unprinted Mss
of T. Hobbes, London 1889 (second 1 ed., with a new
Introd. by M. M. Goldsmith, London 1969).
·Of Liberty and Necessity ... , with an introduction and no­
tes by Baron Cay v. Brockdorff, Kiel 1938.
Thucydides, The Peloponnesian War, the Thomas Hob­
bes Translation, London 1959 .
.A Dialogue between a Philosopher and a Student of the
Common Laws of England, con una introduzione di
T. Ascarelli, Milano 1960.
·

'Tractatus opticus, prima edizione integrale a c. di F. Ales-.


sio, in « Rivista critica di storia della filosofia », XVIII
( 1963 ), 2, pp. 147-228 (si tratta del secondo trattato
latino) .
.Leviathan, edited with an introduction by C. B. Mac­
pherson, Harmondsworth 1968 (riproduce la prima
edizione autentica del 165 1 ).

1 In realtà, la seconda edizione, sempre a cura del Ton­


-nies, venne pubblicata a Cambridge nel 1928.

158
5. Inediti.

Manoscritti minori e abbozzi vari presso l'archivio del'


duca di Devonshire, nel castello di Chatsworth (Derby­
shire).
Hobs [De motu, loco et tempore] , Ms. Fonds latin
6566 A, della Bibliothèque Nationale di Parigi.
A Minute, or first Draught of the Optiques, Harleian Mss�
3360 del British Museum di Londra.

III. TRADUZIONI IN LINGUA ITALIANA

Leviatano, a c. di M. Vinciguerra, Bari 191 1-12.


Considerazioni sulla reputazione, sulla lealtà, sulle buone
maniere e sulla religione di Tommaso Hobbes, a c. di
N. Bobbio, in « Rivista di filosofia », XLII ( 1 95 1 ),.
pp. 399-402.
Il Leviatano, a c. di R. Giammanco, Torino 1955.
Elementi filosofici del cittadino, a c. di N. Bobbio, To­
rino 1948 (dedizione riveduta e accresciuta in Opere
· politiche di T. H., Torino 1959).
Dialogo fra un filosofo e uno studioso di diritto comune
in Inghilterra, in Opere politiche di Thomas Hobbes,.
vol. I, Torino 1959.
De corpore: Pars prima - Computatio sive logica, testo
latino secondo l'edizione del 1668 e traduzione ita­
liana, per le lezioni di storia della filosofia tenute dal
prof. M. Dal Pra nell'anno accademico 1959-60, Mi­
lano 1959.
Elementi di legge naturale e politica, a c. di A. Pacchi,.
Firenze · 1968.
Logica, libertà e necessità, a c. di A. Pacchi, Milano 1969
(contiene la trad. della Logica del De corpore, e di
Of Liberty and Necessity).
De homine, trad. ital. di A. Pacchi, Bari 1970.

IV. STUDI CRITICI

La presente bibliografia prende in considerazione solo


gli studi di carattere storico._critico, quali si ebbero, in.

159
generale, a partire dalla fine del '700. Per quanto ri­
guarda la letteratura su Hobbes a lui contemporanea, o
comunque precedente Hegel, rimandiamo alle indicazioni
del Sortais (La philosophie moderne cit.), del Mintz
(The Hunting of Leviathan cit.) e dello Stumpf (Hobbes
im deutschen Sprachraum cit.).
Si tenga presente che la menzione di studi non speci­
ficamente dedicati a Hobbes indica che in essi è conte­
nuto un. esteso e sostanziale riferimento a questo autore,
generalmente nella forma di uno o più capitoli o saggi
che lo riguardano. Nel caso di opere critiche di carattere
generale, ove non sia indicato l'autore dell'opera, si in­
tende che è il medesimo del capitolo o saggio dedicato a
Hobbes.

l . Studi generali e commemorazioni.

Bayle H., Hobbes, in Dictionnaire historique et critique,


t. 2, première partie, Rotterdam 1697, pp. 99-10}..
Brucker ]., Historia critica philosophiae, IV, 2, Lipsiae
1744, pp. 145-99; VI (Historiae criticae philosophiae
Appendix), Lipsiae 1747, pp. 830-43.
Diderot D., Hobbisme ou philosophie de Hobbes, in
Encyclopédie, t. VIII, 1765, pp. 232-41.
Buhle J. G., Geschichte der neueren Philosophie, Bd. III, ·

Gottingen 1802, pp. 223-325.


Hegel G. W. F., Vorlesungen iiber die Geschichte der
Philosophie, II ediz. in Werke, Berlin 1840-4 . (trad.
ital. di E. Codignola e G. Sanna, Firenze 19673, t. III 2,
pp. 17 1-6).
Damiron M., Hobbes consideré comme métaphysicien, in
« Mémoires de· rAcadémie royale cles sciences morales

de l'Institut de France », Paris, série II, 1841, vol.


III, pp. 251-3 1 1 .
Damiron M., Philosophie en France au XVII• siècle,
Paris 1846, vol. I, pp. 3 1 3-38.
Fischer K., Geschichte der neueren Philosophie, Band. I :
Francis Bacon und seine Schule, Stuttgart-Mannheim­
Heidelberg 1853.
Cousin V., Philosophie sensualiste, Paris 18563•
Maurice F. D., Thomas Hobbes, in Modern Philosophy,
London 1862, pp. 235-90.

160
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Staats- und Religions-theorie durcp ihre philosophischen
Systeme ( Inaugurai Dissertation Heidelberg), Breslau
1868.
Hunt J., Thomas Hobbes of Malmesbury, in « Contem­
porary Review », VII ( 1868), pp. 185-207.
Rémusat Ch. de, Thomas Hobbes, in « Revue cles deux
Mondes », LXXXVIII ( 1870), pp. 162-87.
Bisset A., Hobbes, in Essays on historical Truth, London
1871, pp. 53-102.
Bosch Kemper J. D., De geschriften van Thomas Hobbes,
in Nieuw en Oud, Nymegen 1872.
Rémusat Ch. de, Hobbes, in Histoire de la philosophie
anglaise de Bacon à Locke, Paris 1875, t. I, pp. 325-70.
Morris G., British Thought and Thinkers, London 1880,
pp. 141-67.
Tonnies F., Anmerkungen iiber die Philosophie des Hob­
bes, in « Vierteljahrschrift fiir Wissenschaftliche Phi­
losophie », III ( 1879), pp. 453-66; IV ( 1880), pp. 55-
74 e 428-53 ; V ( 1 88 1 ), pp. 186-204.
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AA. VV., Tomas Gobbs (Torjestvennoe zasedanie v Ko­


makademii 30.XII. 1929 g. po povodu 250 letija evo
dnùi smerti) [ Thomas Hobbes (In occasione del 250"
anniversario della sua morte. Seduta solenne dell'Ac­
cademia comunista del 30.XII.1929) ] , Introduzione
di I . Luppol, in <c Vestnik Kommunisticeskoj Akade­
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164
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Tonnies F., Siebzehn Briefe des Thomas Hobbes an Sa­
muel Sorbière nebst Briefen Sorbière's, Mersenne's und
Aa., in << Archiv fiir Geschichte der Philosophie », III,
1890, pp. 58-7 1 , 1 92-232.
Robertson G. Croom, Some Newly Discovered Letters
of Hobbes, in Bain & Whittaker, ed. Philosophical
Remains, London 1894, pp. 303-16_
Aubrey ]., << Brief Lives », chiefly of Contemporaries, set
down by fohn Aubrey, between the Years 1 669-1696,
ed. from the Author's Mss by A. Clark, Oxford 1898,
vol. I, pp. 321-9 1 .
Tonnies F., Hobbes-Analekten, i n << Archiv fiir Ge­
schichte der Philosophie », XVII (n. F., X), 1904,
pp. 291-3 1 7 ; XIX (n. F., XII), 1906, pp. 153-75.
Bersano A., Per le fonti di Hobbes, in << Rivista di filo­
sofia pedagogia e scienze affini », 1908, pp. 197-213,
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Brockdorff C . von, Bine Thomas Hobbes zugeschriebene
Handschrift und ihr Verfasser. Ein Verehrer Thomas
Hobbes als Interpret des Aristotles, Kiel 1932.
Brockdorff C. von, Die Urform der << Computatio sive
Logica », Kiel 1934.
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vol. VII, n. 2, aprile 1950, pp. 195-206 . .
Hervey H., Hobbes and Descartes in the Light of some
unpublished Letters of the Correspondance between
sir Charles Cavendish and Dr. ]ohn Pell, in « Osiris »,
1952, 10, pp. 67-90.
Jacquot ]., Notes on an unpublished Work of Thomas
Hobbes, in « Notes and Records of the Royal Society
of London », vol. IX, 1952, pp. 188-95.
Jacquot ]., Sir Charles Cavendish and bis learned Friends,
in « Annals of Science )>, VIII, 1952, pp. 1 3-27, 175-
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Jacquot J., Un document inédit: les notes de Charles Ca­
vendish sur la première version du De corpore de Hob­
bes, in <( Thalès », 8, 1952, pp. 36-86.
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History, Literature and the Arts », 8, 1957, pp. 1 95-
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storia della filosofia )>, XVII, 1962, 4, pp. 393-4 10.
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hobbesiano, in <( Rivista critica di storia della filoso­
fia », XIX, 1964, 2, pp. 159-68.
Pacchi A., Ruggero Bacone e Roberto Grossatesta in un
inedito hobbesiano del 1 634, in <( Rivista critica di
storia della filosofia )>, XX, 1965, 4, pp. 499-502.
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3 . Introduzioni ad opere di Hobbes.

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166
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pp. VII-XXV.
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Leipzig 1915, pp. 1-2 1 .
Tonnies F., introduzione a Hobbes, Naturrecht und all­
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1926, pp. 1-27. .
Woodbridge F. ]. E., introduzione a Hobbes, Selections
(Modern student's Library), New York 1930, pp. I­
XXXII.
Ceskis A. T., Gobbs i ego Leviathan, introduzione a Le­
viathan, Moskwa 1 936, pp. 7-32.
Brockdorff C. von, introduzione a 0/ Liberty and Ne­
cessity, Kiel 1938, pp. I-XXX.
Mertl ]., Thomas Hobbes, hlasatel silného statn, intro­
duzione a Leviathan, Praha 1941, pp. 9-47.
Oakeshott M., introduzione a Leviathan, Oxford 1946,
pp. I-LXVIII.
Bobbio N., introduzione a Elementi filosofici sul citta­
dino, Torino 1948, pp. 9-47.
Lamprecht S. P., introduzione a De cive or the Citizen,
New York 1949, pp. xv-xxxi.
·Bobbio N., introduzione a Considerazioni sulla reputa­
zione, sulla lealtà. sulle buone maniere e sulla . reli­
gione di Tommaso Hobbes, in << Rivista di filosofia »,
XLII, 1951, pp. 399-402.
Tisato R.; introduzione a Il pensiero politico di Hobbes,
pagine scelte, Treviso 1952.
·

Znamierowski C., introduzione a Leviathan, Warszawa


1954, pp. 1-22.
Kirk R., introduzione a Leviathan, part l, Chicago 1956.
Teske A., Philosophia naturalis de Thomas Hobbes, in
Th. Hobbes, Elementy filozofii, Warszawa 1 956 . .
Znamierowski C., introduzione a Th. Hobbes, Elementy
filozofii, Warszawa 1956, pp. 1-xn.
Schneider H. W., introduzione
. a Leviathan, New York
1958.
De Jouvenel B., introduzione a Thucydides. The Pelo­
ponnesian War; the Thomas Hobbes translation, ed.
by D. Greve, London 1959, vol. l, pp. 1-xxm.
Gawlick G., introduzione a Hobbes, Vom Menschen -
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J. W. N. Watkins, S. Morris Engel, M. A. Cattaneo.
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Forster, ]. Freund, W. H. Greenleaf, M. Kriele, R. K.
Maurer, K. R; Minogne, S. I. Mintz, R. Polin, M. Rie­
del, R. Stumpf, F. Tricaud, M. Villey, H. Warrender.
F. O. Wolf.
INDICE
THOMAS HoBBES

l. Formazione e pnm1 scritti 7


II. Il problema del rapporto tra esperienza e
scienza, e la fondazione di un'antropologia ma-
terialistica 20
III. Giusnaturalismo e positivismo giuridico nelle
formulazioni sistematiche della teoria politica 36
�·. ,
IV. Gestazione della filosofia naturale 57
�� --

v. Il rapporto tra potere civile e potere eccle-


. siastico 75
VI. La compiuta formulazione della filosofia na-
turale 92
VII. La conclusione del sistema e gli ultimi scritti 112

Cronologia della vita e delle opere 121

Storia della critica 125

BIBLIOGRAFIA

I. Opere di carattere bibliografico e rassegne di


studi 155
II. Edizioni delle opere in lingua originale 156
III. Traduzioni in lingua italiana 159
IV. Studi critici 159