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Avvocato Giuseppe Lanunziata

Oplologo
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Compendio breve
di
BALISTICA IDENTIFICATIVA FORENSE
su
munizioni, polveri da lancio ed esplosivi

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Alla mia amata consorte


che mi permette di coltivare
questa stupenda passione
dedico

Al Prof. Saverio Buffa, Chimico insigne,


Gran Maestro :. la sua lezione di vita
rimarrà scolpita nel mio cuore.
dedico

a tutti gli appassionati


dedico

…raunai le fronde sparte


Inf. XIV, 2

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Nota introduttiva

Per i meno esperti, la balistica s’identifica come


una materia piena d’incomprensibili formule
matematiche ed un linguaggio tecnico che a volte
appare ermeneutico ai molti.
Il lessico qui adoperato può apparire ostico a chi
legge, anche se, per la verità, ho tentato in ogni modo
di mitigare quelle che sono le ineluttabilità connesse
al tecnicismo.
Del resto, la qualità di questo compendio di
valore strettamente scientifico è legata ad un gergo
che, se non curiale, deve essere improntato
all’adeguata ed idonea precisione e puntualità nei
riferimenti.

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prefazione

La scarsa conoscenza della balistica, delle sue


semplici regole e delle leggi fondamentali chimico
fisiche poste alla base del fenomeno combustivo, da
parte di chi è chiamato a giudicare una condotta
umana penalmente rilevante, o più semplicemente a
studiare il fenomeno balistico, mi hanno spinto ad
ordinare in un modo semplice ed elementare, almeno
spero, una gran parte di tutti quegli elementi
identificativi.
La passione che nutro verso la scienza della
balistica, mi ha portato ad attingere notizie, formule e
suggerimenti pratici su riviste, testi scientifici e vecchi
libri di scuola, in ogni modo, non tralasciando le
udienze nelle Aule di Giustizia, sforzandomi di dare
una risposta a tutti gli interrogativi rimasti insoluti.
L’impegno e la perseveranza profusi durante i
lavori di ricerca, siano, mi auguro, di stimolo a nuovi
scritti, affinché la balistica non sia più considerata
un’alchimia od una scienza inesatta e sia giustamente
e serenamente considerata come una disciplina
organica in cui confluiscono, così come confluiscono
gli affluenti in un fiume, leggi matematiche, fisiche e
chimiche.

L’autore

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Presentazione dell’autore

L’Avvocato Giuseppe LANUNZIATA, autore di


questo breve compendio è un appassionato oplologo
che vive e lavora in Foggia, con Studio alla via Trieste
civ.15. (recapiti tel. 0881.725.949 – 349.10.70.150)

Nel 1984, dopo il conseguimento del diploma di


Laurea in Giurisprudenza presso l’università degli
Studi di Chieti, ha frequentato con diligenza e profitto
le Aule di Giustizia per la pratica forense, prediligendo
quelle penali.

Conseguiva l’abilitazione tecnica rilasciata ai


sensi dell’art.31 della Legge nr.110/1975 dalla
Commissione Provinciale per le armi e materie
esplodenti riunita presso la Prefettura di Foggia per
l’attività di Direttore Istruttore di tiro con armi da
fuoco, nonché l’abilitazione alla riparazione d’armi da
fuoco rilasciata, ai sensi dell’art.8 della Legge
nr.110/1975, dalla stessa Autorità Prefettizia.

Il radicato senso dell’Onore, insieme alla


ricchezza dell’Amore per la Bandiera lo hanno spinto
ad interessarsi dei problemi del mondo delle Forze
dell’Ordine.

Per anni ha svolto, con soddisfazione l’incarico di


Consulente per la maggior Organizzazione sindacale
di Polizia Penitenziaria, collaborando in modo
autonomo e senza soluzione di continuità, quale
articolista, con il periodico “Polizia Penitenziaria
Domani”.

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Ha eseguito, in via stragiudiziale ed in


procedimenti penali pendenti dinanzi all’Autorità
Giudiziaria, anche su delega del Gabinetto di Polizia
Scientifica della Questura di Foggia, perizie e
consulenze tecniche su armi da fuoco comuni, guerra
e tipo guerra, armi bianche ed ex ordinanze.

Esercita, in Foggia, la gratificante professione di


Avvocato.

Tutor incaricato presso la Scuola forense di


Capitanata per l’insegnamento delle materie di diritto
e procedura penale.

Collabora, quale articolista, con la redazione de


“La virgola” Rassegna dell’Ordine Forense di Foggia.

Con Delibera nr.21 del 23 dic.’04 il Consiglio


dell’Ordine degli Avvocati ha espresso il “nulla
osta” all’esercizio dell’attività di consulente del
Giudice.

Iscritto al nr.01 della categoria “Balistica”


nell’Albo degli Esperti penali d’Ufficio presso il
Tribunale di Foggia.

Foggia lì, gennaio ‘07

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I N D I C E

Capitolo 1 Balistica identificativa forense

1.1 Esempio di una metodologia d’indagine


1.2 Impronte d’interesse balistico
1.3 Impronte sul bossolo
1.4 Impronte sul proiettile
1.5 Impronte presenti sul bossolo relative al conio
1.6 L’esame al microscopio comparatore ottico
1.7 Il Microscopio a scansione (SEM)
1.8 La Microsonda a raggi X (EDX)
1.9 Le moderne metodologie d’indagine
ricerche eseguite con SEM - EDX

Capitolo 2 Nozioni di fisica applicata

2.1 Il Minuto d’angolo


2.2 Il moto del proiettile nel vuoto
2.3 Nozioni di fisica applicata alle macchine balistiche
2.4 Il terzo principio della dinamica newtoniana applicato
alla Fisica della chiusura labile od inerziale “blowback”
2.5 L’energia del rinculo
2.6 Un esempio concreto di calcolo

Capitolo 3 La cartuccia e suoi componenti

3.1 I proiettili
3.2 Tipologia delle ogive
3.3 Le ogive del tipo “cast”

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3.4 La velocità delle ogive


3.5 Variazioni di rendimento balistico
3.6 Le “Express”
3.7 L’innesco
3.8 Il bossolo
3.9 Le cartucce ecologiche

Capitolo 4 Storia dell’evoluzione dei sistemi d'accensione


dei sistemi d’arma

4.1 I primi meccanismi d’accensione;


4.2 Il meccanismo della ruota;
4.3 L’acciarino ed il focile;
4.4 La percussione;
4.5 La retrocarica;
4.6 La cartuccia a spillo

Capitolo 5 Le polveri da lancio

5.1 Le famiglie
5.2 Le caratteristiche fisico - chimiche delle polveri
5.3 La gelatinizzazione
5.4 Il fenomeno combustivi
5.5 La camera a polvere
5.6 Identificazione dei processi fisico chimici

Capitolo 6 Altri tipi di esplosivi

6.1 Cenni storici


6.2 Le polveri senza fumo
6.3 La chimica delle polveri infumi
6.4 Caratteristiche chimiche del cotone collodio,
fulmicotone, nitroglicerina

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6.5 La dirompenza esplosiva


6.6 Classificazione commerciale delle polveri
6.7 Monobasiche e Bibasiche pregi e difetti
6.8 Classificazione dei fuochi artificiali
6.9 Le miscele pirotecniche

Capitolo 7 Micce, Detonatori, Ordigni Esplosivi

7.1 Tipi di micce


7.2 Detonatori comuni ed elettrici
7.3 L’innescamento
7.4 Principali prove di riscontro da eseguirsi sui detonatori
7.5 Ordigni esplosivi, caratteristiche e procedure di primo
intervento
7.6 L’impiego d’esplosivi da mine
7.7 Esplosivi militari da scoppio
7.8 Le cariche cave
7.9 Esplosioni mancate ed incidenti

Capitolo 8 Nozioni di chimica organica

8.1 L’isomeria
8.2 Formule e nomenclatura
8.3 I gruppi funzionali
8.4 Idrocarburi saturi ed insaturi
8.5 Idrocarburi acetilenici ed aromatici
8.6 Le reazioni d’addizione
8.7 Fenoli, aldeidi e chetoni
8.8 Esteri, eteri ed ammine
8.9 I polimeri

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Capitolo 9 I Composti esplosivi

9.1 Idrazina e suoi derivati


9.2 Il metano e suoi derivati
9.3 Gli esteri nitrici
9.4 Le dinamiti
9.5 Le gelatine gomme
9.6 Le nitrocellulose
9.7 Le polveri infumi.
9.8 Altri esplosivi facilmente reperibili
9.9 Il Tritolo e suoi derivati

Capitolo 10 La brunitura delle armi

10.1 Il processo di brunitura – cenni storici


10.2 La Parkerizzazione
10.3 Principali prodotti chimici utilizzati per la brunitura;
procedure d’ossidazione

Capitolo 11 L’indagine peritale tipo

11.1 Protocollo operativo


11.2 Falso positivo e falso negativo
11.3 La memoria tecnica
11.4 L’utilizzo dei risultati peritali
11.5 La perizia nell’incidente probatorio
11.6 Accertamenti tecnici dibattimentali
11.7 L’escussione dibattimentale
11.8 La valutazione dei risultati
11.9 Conclusioni

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Appendice

- Disposizioni di legge vigenti in materia per il versamento


a titolo definitivo di armi e munizioni.

- Tabelle caratteristiche chimico fisico balistiche di alcune


polveri.

- Tabelle composizione chimica degli inneschi usati nella


produzione industriale di cartucce per pistola di facile
reperibilità.

- Tabelle codici del Banco Prova Armi

- Facsimile di una relazione tecnica

Indice analitico per argomenti

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Capitolo 1 La balistica identificativa forense

Ogni arma a canna rigata presenta al suo interno


una serie di nervature elicoidali che imprimono
all’ogiva della cartuccia un movimento rotatorio
stabilizzatore attorno al suo asse (il c.d. avvitamento);
secondo precisi studi progettuali ad ogni singolo
modello d’arma è determinato il numero di queste
nervature, la loro larghezza, il verso ed il passo, ossia
la distanza che determina la loro periodicità, in altre
parole, in termini meno ostici, la distanza che
idealmente l’ogiva percorrerebbe per compiere un giro
d’avvitamento completo sul suo stesso asse.
Queste nervature o righe primarie, al momento
dello sparo, si trasferiscono in modo speculare sulla
superficie dell’ogiva sotto forma d’impronte di
rigatura perfettamente identiche per passo, numero,
larghezza e verso.
Ad ogni determinato modello e tipo di arma da
fuoco a canna rigata corrispondono determinati valori
di rigatura (c.d. classe dell’arma) che individuano,
pertanto, un rapporto di compatibilità tra l’arma ed il
proiettile esploso oggetto dell’indagine balistica.
Seguendo questo principio, nel lontano 1920, lo
statunitense professor Charles Waite iniziò a
classificare le armi in base alla larghezza della
rigatura, ricavandone un’opera che è, ancora oggi, la
valida chiave di volta interpretativa per la balistica
forense.
Oggi esistono archivi, gestiti ed aggiornati
secondo il criterio del “tempo reale” con i dati forniti
direttamente dalle case costruttrici, sufficientemente
esaustivi come quello del Centro di Balistica
dell’Istituto di Medicina legale dell’Università di

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Genova o del G.R.C dell’F.B.I., capaci di individuare,


mediante il “criterio per eliminazione”, un’arma
partendo dalla larghezza della rigatura elemento
indispensabile per ogni seria e credibile indagine
balistica.

1.1 Esempio di una metodologia d’indagine

Supponiamo di possedere un’ogiva esplosa da


un’arma da fuoco a canna rigata, priva di
deformazioni rilevanti, sulla cui superficie sono
impresse le impronte speculari della rigatura della
canna.
Per identificare l’arma usata occorre accertare il
numero delle rigature presenti per restringere di un
primo giro di vite il campo d’indagini;
successivamente, per compiere un secondo giro di
vite, occorre pesare l’ogiva e valutare il diametro della
stessa per accertare un calibro nominale compatibile.
Ad esempio, tutti i calibri 9 mm nominali (9x21
mm IMI, 9 mm Parabellum, .380 acp, 9 corto, 9x17
mm, 9 mm kurt, 9x18 mm, 9 Police, 9x22 mm,
.357Sig, .38SA) adottano ogive con un diametro
nominale di .355 centesimi di pollice, mentre un .38
special od un .357 magnum, pur essendo
sostanzialmente dei 9 mm, adottano palle trafilate a
.357 centesimi di pollice.
Questo, ovviamente, si riferisce a
munizionamento di fabbricazione industriale, poiché
nulla vieta al privato di ricaricare munizioni in proprio

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usando ogive compatibili, con forma, grammatura e


diametro diverse da quelle con parametri standard.
Successivamente si passa ad esaminare l’ogiva al
microscopio misuratore per stabilire il passo e la
larghezza della rigatura per ogni singola impronta,
rilevando su tutti i valori balistici, per poi ottenere una
misura di larghezza media ed il passo di rigatura della
canna.
Il valore di larghezza ed il passo così individuati,
inseriti nella banca dati del computer sarà dichiarato
“pienamente compatibile” con un arma di una
determinata marca e determinato modello.
Ulteriori indagini balistiche potranno essere,
contestualmente eseguite sul bossolo, se questo,
espulso dall’arma, sia stato rinvenuto.
Su di esso potrà effettuarsi, a maggior conforto
dell’indagine, almeno una triplice tipologia di ricerca
comparativa, alcune delle quali qui appresso
specificate.

A) Durante l’esplosione, il bossolo, per effetto del


“fire forming”, s’incolla sulle pareti della camera,
assumendone le dimensioni; un’esatta misurazione
micrometrica del bossolo renderebbe note le misure
interne, le caratteristiche ed eventuali anomalie della
camera della canna che ha esploso la cartuccia.

B) L’innesco del bossolo esploso potrebbe


denunciare eventuali pressioni anomale sviluppate
all’interno del bossolo al momento dello sparo,
aprendo la porta all’ipotesi di un caricamento
artigianale, oltre a conservare indelebilmente
l’impronta del percussore dell’arma utilizzata; ancora,
il tipo d’innesco usato denuncerebbe la provenienza

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del lotto di fabbricazione od almeno la marca e qualità


della munizione.

C) Sulle pareti esterne del bossolo potrebbero


essere presenti alcuni segni caratteristici impressi
durante la fase di sparo, dovuti a difetti del
meccanismo d’espulsione; ovvero a singolarità
dell’arma da fuoco e che, di fatto, ristringerebbero il
campo delle indagini. Ad esempio, uno o due anelli
d’abrasione si potrebbero osservare alla base del
bossolo per tutta la circonferenza del bossolo stesso.
Questi sono la testimonianza di un’esitazione in
apertura del “sistema a contrasto di gas” usato in
alcuni rari modelli d’arma con chiusura a gas assistita,
tra i quali l’italiana Tanfoglio modello “P 25” e la sud
africana LIW di Pretoria modello “CP-1 Vektor”.
In entrambi i modelli citati, il bossolo incomincia
ad uscire non appena l’ogiva si mette in moto per poi
essere ricacciato indietro di circa 1 mm, quando la
camera di contrasto entra in pressione.
In quel momento anche il bossolo entra in
pressione dilatandosi ed incollando le pareti alla
camera, producendo così le caratteristiche abrasioni.

D) Il colletto del bossolo, porta il segno dell’unghia


estrattrice, impresso al momento dell’espulsione, utile
a risalire al tipo d’arma da fuoco utilizzata, od almeno
a conoscere la misura dell’angolo vivo dell’unghia.
Tutti questi elementi identificativi raccolti e
sommati tra loro, porterebbero ad individuare, con
una credibile e certa verosimiglianza, l’arma da fuoco,
le sue caratteristiche tecniche identificative e, con un
pizzico di fortuna, eventuali difetti od anomalie
dell’arma stessa che la renderebbero univoca
all’identificazione.

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1.2 Impronte d’interesse balistico

Il funzionamento di un’arma, intesa come


macchina termobalistica, distribuisce l’energia
prodotta dallo sparo nelle seguenti proporzioni:
- per il moto del proiettile il 32-33%
- per moto dei gas e degli attriti 5-6%
- per il calore ceduto all’arma 20%
- per il calore dei gas 40-41%
Il funzionamento di un’arma differisce a seconda
il modo con il quale l’otturatore si apre per
l’espulsione del bossolo e si richiude dopo aver
camerato una nuova cartuccia.
Le armi da fuoco semiautomatiche, a secondo
del loro funzionamento, si possono suddividere in
tre diverse categorie:
- armi con chiusura a massa, dove la canna è
fissa e la chiusura si realizza con l’inerzia
dell’otturatore;
- armi con chiusura a ritardo d’apertura,
denominata anche chiusura meta stabile, dove, come
per la precedente la canna non rincula e l’apertura
dell’otturatore è ritardata permettendo una
diminuzione della pressione all’interno dell’arma;
- armi a chiusura stabile, che rappresentano la
categoria più consistente, dette anche a “chiusura
geometrica”.

1.3 Impronte sul bossolo

Partendo dalla prima fase dell’utilizzo di un’arma


da fuoco, quella del riempimento del caricatore,

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sinteticamente, si elencano, in ordine temporale, le


tipologie d’impronte balistiche che si generano sul
bossolo, avendo cura di distinguere in due fasi gli
eventi tipici.
Una prima fase che inizia con il riempimento del
caricatore e termina con la messa in camera della
cartuccia; una seconda che inizia con la pressione del
grilletto e termina con l’espulsione del bossolo
spento.
Nella prima fase, in un primo tempo, quando si
riempie il caricatore, inserendo le cartucce, si
generano le prime impronte sul bossolo: le
inconfondibili striature parallele generate dalle
labbra del caricatore, oltre all’impronta di strisciata
lasciata dalla parte inferiore del carrello otturatore.
In un secondo tempo, della prima fase, lasciato
andare il carrello, la parte inferiore del piano di culatta
urta la parte superiore del fondello della cartuccia,
quando questa è ancora trattenuta nel serbatoio,
generando la c.d. impronta di spallamento.
Sempre nella prima fase, in un tempo
successivo, quando in carrello ha disimpegnato
totalmente la cartuccia dal caricatore, costringendo la
cartuccia a compiere uno scatto verso l’alto
strisciando contro la rampa d’alimentazione della
canna, generando la c.d. impronta di rampa.
Ancora, quando la cartuccia ha quasi completato
la cameratura, inizia la monta del collarino da parte
dell’unghia estrattrice che andrà ad afferrare il
collarino della cartuccia, lasciando l’impronta di
monta dell’estrattore, come innanzi detto nel
precedente paragrafo.
In ultimo, dopo lo sparo sarà intelligibile
l’impronta d’estrazione.

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Tutto questo può essere facilmente “letto” sul


bossolo a condizione che questo sia vergine, ovvero
non presenti sopra impressi impronte di precedenti
camerature, ovvero in presenza di cartucce ricaricate
con bossoli utilizzati precedentemente anche in altre
armi.
Nella seconda fase, premendo il grilletto, si ha
l’abbattimento del cane od il lancio del percussore, e
con la pedissequa battuta dell’innesco si genera la c.d.
impronta di percussione.
Al momento dello sparo all’interno della
cartuccia si sviluppa un’enorme pressione che incolla
le pareti del bossolo a quelle della camera, andando a
“ricopiare” sulle pareti del bossolo eventuali
imperfezioni, difetti e/o segni caratteristici presenti
all’interno della camera.
In questa fase, durante l’estrazione, possono
verificarsi strisciature o striature generate da
imperfezioni della camera di cartuccia o da un
particolare meccanismo, quale un’esitazione in
apertura del “sistema a contrasto di gas” usato in
alcuni rari modelli d’arma con chiusura a gas assistita.
Sempre in questa fase possono riprodursi per
effetto della pressione lo “stampaggio meccanico in
negativo” sull’innesco d’ulteriori elementi identificativi
utili per una corretta analisi balistica identificativa
forense, quali tracce di lavorazione d’utensili sul piano
dell’otturatore, ovvero segni d’usura dell’arma od
abrasioni quasi sempre presenti sull’otturatore.

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1.4 Impronte sul proiettile

Il proietto espulso da una canna rigata, se


recuperato integro, presenta le impronte in negativo
dei solchi di rigatura degli stessi, rivelatori di molti
particolari utili alla nostra indagine identificativa
balistica.
Bisogna distinguere se si tratta di proiettile
espulso da un’arma avente canna rigata ovvero da
arma avente canna poligonale.
Innanzi tutto occorre affermare che la rigatura
dell’anima della canna consiste nella creazione di
vuoti, i cd solchi di rigatura, (generalmente quattro ad
andamento elicoidale) che interessano tutta la canna
da poco dopo la camera fino al vivo di volata della
canna stessa.
In antitesi ai solchi di rigatura, i cd. vuoti, vi
sono le nervature, cd risalti o pieni di rigatura, sui
quali s’intagliano le ogive nel loro passaggio
all’interno della canna, assumendo, oltre alla forza di
spinta imposta dalla pressione dei gas, anche un
movimento rotatorio imposto dalla rigatura di canna,
con l’acquisizione di una stabilità giroscopica.
All’interno dei solchi lasciati sull’ogiva si possono
osservare micro striature lasciate da eventuali
imperfezioni presenti sul pieno di rigatura.
Riassumendo, quindi, su un’ogiva oggetto di un
corretto esame balistico, dovranno essere ricercate:

a- impronte dipendenti dalle caratteristiche


progettuali dell’arma;
b- impronte individuali della canna;
c- impronte accidentali permanenti;
d- impronte accidentali temporanee.

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Le caratteristiche progettuali della canna sono sei e


precisamente: numero, verso, ampiezza altezza,
profilo e passo delle rigature.

Le impronte individuali d’ogni singola canna sono


dovute a tracce di lavorazione della rigatura, ad usura
della canna, ovvero ad una corretta manutenzione
della stessa.

Le impronte accidentali permanenti sono


riscontrabili in presenza di deformazioni della camera
o della volata.

Le impronte accidentali temporanee sono dovute,


in gran parte alla presenza di elementi
d’inquinamento all’interno della canna, quali possono
essere tracce d’impiombatura, grasso, residui dello
sparo precedente ecc. Non sono attendibili perché
possono essere presenti su un’ogiva per poi
scomparire in quello successivo o viceversa.

1.5 Impronte presenti sul bossolo relative al conio

Da un perito poco attento e poco scrupoloso,


alcune tracce, impronte presenti sul fondello del
bossolo, riconducibili unicamente al processo di
lavorazione del bossolo stesso, potrebbero essere
confuse con impronte riconducibili all’arma.
Si tratta di un esame comparativo difficile, la cui
difficoltà è imputabile unicamente all’usura che
subisce la matrice durante tutto il processo di conio

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dei bossoli, che modifica progressivamente quelle


micro imperfezioni grazie alle quali si rende possibile
l’indagine.

1.6 L’esame al microscopio comparatore ottico

L’esame comparativo è effettuato su tutte le


rigature presenti per acclarare scientificamente che il
proiettile oggetto della perizia risulta esploso dalla
stessa arma che si sospetta come usata per compiere
il delitto.
Lo strumento che serve per misurare la larghezza
delle rigature presenti sull’ogiva esplosa è
sostanzialmente un normale microscopio dotato di un
banco di lavoro in grado di compiere operazioni di
traslazione sotto la misurazione di un micrometro
digitale od analogico.
Mediante la rotazione impressa
micrometricamente si ottiene uno spostamento lineare
uguale e contrapposto a quello indicato sullo
strumento di misura.
Per eseguire correttamente la misurazione
occorre che l’oculare del microscopio sia dotato di una
retinatura che consente di azzerare lo strumento su
un bordo dell’oggetto dell’esame, in modo che,
ruotando la manopola fino a far coincidere la
retinatura con l’altro bordo dell’oggetto, si ottiene
l’esatta micrometrica del valore della lunghezza della
traccia.
Ovviamente, il microscopio deve possedere un
rapporto d’ingrandimento sufficiente a poter

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permettere in modo preciso l’allineamento tra la


retinatura ed i bordi dell’ogiva esaminata.

1.7 Il Microscopio a scansione (SEM)

Il SEM- (Scanning Electron Microscope), è dotato


di una microsonda analitica di dispersione d’energia,
la cd EDX (Energy Dispersive X Ray Spectrometer), che
permette di analizzare campioni di dimensioni
micrometriche con una risoluzione d’immagine
assolutamente impossibile da ottenere con i
microscopi tradizionali.
Concettualmente il funzionamento si basa
sull’accelerazione degli elettroni emessi da un
filamento di tungsteno alla presenza di una tensione
elettrica compresa tra 0,1 e 50 KV.
Il flusso elettronico è convogliato tra due lenti
magnetiche.
Queste lenti producono una sottile sonda di
elettroni focalizzata sulla superficie del campione.
Due coppie di bobine di deflessione provocano la
scansione della sonda sulla superficie del campione in
forma di trama quadrata.
Le correnti che attraversano le bobine di
deflessione, sono fatte passare attraverso altre bobine
di deflessione di un tubo a raggi catodici, in modo da
far apparire sullo schermo una trama di dimensioni
maggiori.

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Si ottiene così una corrispondenza punto per


punto tra lo schermo fluorescente ed una determinata
area del campione.
Il segnale prodotto dall’interazione tra la sonda
ed il campione genera un’immagine sul tubo catodico,
fornendo così informazioni circa le proprietà fisico-
chimiche della particella esaminata.

1.8 La Microsonda a raggi X (EDX)

Si tratta di un’apparecchiatura applicabile al


microscopio elettronico e che permette di effettuare
l’analisi chimica elementare e quantitativa del
campione oggetto dell’esame.
Sono commercializzati due tipi diversi; uno più
rapido, funzionante a dispersione d’energia, il cui
acronimo è appunto EDX, ed un secondo tipo più
complesso strutturalmente e funzionante a
dispersione di lunghezza d’onda, il cui acronimo è
WDX.
Nell’EDX, i raggi X emessi dal campione in
esame, s’individuano mediante la loro energia, mentre
nel WDX si individuano secondo la lunghezza d’onda
dell’emissione.
Le radiazioni emesse dell’oggetto d’esame
investono il rilevatore che altro non è che un mono
cristallo di silicio purissimo, raramente di berillio a
forma cilindrica e con un diametro compreso tra 2 e 5
mm.

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Il cristallo è racchiuso tra due elettrodi metallici


ai cui capi è erogata una tensione elettrica di tipo a
“polarizzazione inversa” di 300-900 Volts. A queste
condizioni, non passando corrente all’interno del
rilevatore, si causa l’assenza di fotoni.
Quando un fotone riesce a penetrare crea un
numero di coppie di elettrone-lacuna direttamente
proporzionale alla sua energia, immediatamente
individuata dal rivelatore.
La perdita è infinitesimale, anche perché il
rivelatore lavora a circa –200° C immerso in azoto
liquido.
L’energia, passando attraverso un circuito FET,
genera un segnale d’uscita formato da una serie di
gradini proporzionali al fotone che lo ha generato.
L’analisi, invece, mediante il sistema EDX è molto
più semplice e rapida basandosi su una preventiva
analisi di tutti gli elementi presenti, escludendo quelli
con un numero atomico minore di 4.

1.9 Le moderne metodologie d’indagine. Ricerche


eseguite con SEM/EDX

Il microscopio elettronico a scansione,


individuato con la sigla internazionale SEM, insieme
alla microsonda a raggi X, individuata con la sigla
internazionale EDX, hanno permesso di capire che la
maggior parte degli atomi di metalli pesanti presenti
negli inneschi (Sb, Sn e Pb), subito dopo lo sparo,

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s’inglobano in micro particelle sferiche, con un


diametro compreso tra 0,1 e 50 micro.
Sotto l’effetto dell’azione dei gas della
deflagrazione si spargono in circolo all’arma e, quindi
depositandosi sulle mani, sul volto e sugli indumenti
di chi impugnava l’arma al momento dello sparo.
Opportunamente raccolte queste particelle sono
ricercate con il SEM e contestualmente analizzate con
l’EDX ad opera d’esperti tecnici delle Forze dell’Ordine
muniti di Kit per il prelievo.
Le superfici di prelievo, rappresentate da nastro
biadesivo sono rese conduttrici mediante la
deposizione in un recipiente in atmosfera rarefatta di
gas “Argon" di uno strato di carbone sintetico.
Dopo questo trattamento gli stubs sono
introdotti nel microscopio a scansione.
E’ importante sapere che le particelle residue
dello sparo a forma sferica, restano sulla cute del
corpo per pochissimo tempo +/- 60 minuti.
Dopo tale periodo si troveranno esclusivamente
particelle tridimensionali a forma indefinita od
irregolare soggette a staccarsi dalla cute, proprio per
la loro forma, più lentamente.

30
31

Capitolo 2 Nozioni elementari di fisica applicata

Fenomeni fisici influenzano in modo più o meno


determinante sul rendimento delle polveri da lancio e,
conseguentemente sulle cartucce, siano essi
manifestazioni di condizioni climatiche, che in senso
etimologico del termine greco di “fenomeno”.
E’ chiamata variabilità delle cartucce le mutazioni
dovute ad una differenza d’umidità atmosferica, ad
esempio un’umidità del 10% comporta una variazione
di V0 di circa 5 m/s per polveri monobasiche, e di 3
m/s per polveri bibasiche, ecco spiegato come una
differenza di un solo grado centigrado dell’atmosfera
provoca una differenza di +/-3 Kg/cmq nella pressione
della cartuccia.
Indiscutibilmente la densità dell’aria comporta un
effetto ritardante direttamente proporzionale alla
velocità del proiettile, al suo coefficiente di resistenza
aerodinamica, alla densità dell’aria.
Ogni aumento di 10° centigradi di temperatura,
compreso tra –20° e +40°, a parità di pressione
atmosferica, provoca un calo percentuale di densità di
circa il 3,5%.
A parità di temperatura, ogni aumento di
pressione barometrica di 20 mm, compreso tra 600 e
780 mm/Hg, provoca un aumento percentuale di
densità di circa il 2,9%.
Supponendo di sparare due identiche cartucce,
spinte ad una velocità di 400 m/s, una al livello del
mare con una pressione di 760 mm/Hg, una
temperatura di 15° centigradi ed una densità dell’aria
pari a 1,224, la Vr dell’ogiva risulterà di 185 m/s;
l’altra sparata ad una pressione di 755 mm/Hg, una
temperatura di –5° C ed una densità dell’aria pari a

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32

1,342, la Vr (velocità residua a metri “n” dalla volata)


in questo caso sarà minore, pari a 170 m/s, con una
riduzione di circa il 9% dell’energia d’impatto sul
bersaglio.
E’ così spiegato in modo esemplificato l’influenza
delle condizioni atmosferiche sul coefficiente balistico
delle munizioni.

2.1 Il Minuto d’Angolo (M.O.A.)

Oltre all’influenza delle condizioni atmosferiche,


sulla maggior precisione delle munizioni influenzano
altri fattori fisici più propriamente detti; ad esempio il
minuto d’angolo.
Il minuto d’angolo corrisponde alla divisione
dell’orizzonte polare (a chi osserva o rileva) in 360
gradi, ognuno dei quali a sua volta suddiviso in 60
minuti, a loro volta suddivisi in 60 secondi.
Tutte le misure angolari, e quindi geografiche
ricadono entro questa scala di valori.
Balisticamente l’uso è molto semplice. A 100
metri di distanza da un osservatore, che per
esemplificazione chiameremo “X” (tiratore) sulla
circonferenza polare che ha come centro “X”, un grado
misura esattamente cm 174,53, che a loro volta
devono essere divisi in 60 minuti, ognuno dei quali è
pari a mm 29,088.
Moltiplicando i 100 metri anche tale misura deve
essere moltiplicata per lo stesso coefficiente.
La precisione di una munizione e dell’arma usata
è misurata con riferimento al M.O.A.

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33

Ad una distanza di 100 metri i 5 colpi di prova


sparati devono restare, scartando quello peggiore, in
un cerchio il cui diametro non sia maggiore di mm
29,088; nel qual caso si può affermare che la
precisione dell’arma o della munizione “sta nel minuto
d’angolo standard”

2.2 Il moto del proiettile nel vuoto

La traiettoria presunta del proiettile nell’aria in


condizioni normali può essere facilmente calcolata
prendendo in considerazione tre variabili in gioco:
1^ la velocità iniziale (V°);
2^ l’accelerazione di gravità (g = 9,8 m/s elevato al
quadrato);
3^ lo spazio tempo.

Consideriamo come origine “0” della traiettoria


del proiettile esploso il centro della canna dell’arma da
fuoco alla partenza del colpo.
Nel momento in cui il proiettile esce dalla canna,
possiede una certa velocità ed è soggetta a due forze,
quella di gravità che tende a spingere il proiettile
verso la terra e quello della resistenza dell’aria che,
invece, si oppone al movimento.
Per il momento trascuriamo la resistenza
dell’aria, supponendo che il moto del proiettile è
avvenuto in sua assenza.
Avremo un grafico composto dall’asse X parallelo
alla terra, la Vi (velocità iniziale) è diretta nel senso di
quest’asse, e da un asse Y, dove G (forza di gravità) è
diretta nel senso di quest’asse.

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Poiché Y = ½ g t 2
X = Vi t
Si ottiene che Y = ½ g t 2 (X al quadrato / Y al
quadrato)
Ad esempio vogliamo calcolare la caduta a 100
metri di un proiettile che ha una V° pari a 500 m/s.

Y = ½ g (X al quadrato diviso Vi al quadrato) = ½


moltiplicato il coefficiente di 9,8 m/sec2 = 0,196 m =
19,6 cm

Da un attento esame della suesposta equazione


osserviamo che a maggior velocità iniziale minore è
lo spostamento dalla traiettoria voluta.
Resta in ogni modo una formula matematica
astratta, nella realtà entrano in campo altre varianti
quale in M.O.A. la temperatura atmosferica, l’umidità
dell’aria e la massa del proiettile.

2.3 Nozioni di fisica applicata alle macchine termo


balistiche.

Supponiamo di avere a disposizione la canna di


pistola serrata in una morsa, di introdurre in camera
una cartuccia e di percuotere l’innesco con una forza
sufficiente a far detonare l’innesco.
La pressione sviluppata dal gas generato dalla
combustione della polvere si propagherebbe in tutte le
direzioni, ma troverebbe disponibili solo due
direzioni, quelle lungo l’asse della canna,

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quell’anteriore e quella posteriore, quindi, agirebbe


contemporaneamente sia sull’ogiva che sul bossolo.
Per il noto principio che un gas compresso in
fase d’espansione sceglie la via di fuga che meno
oppone resistenza, Il proiettile si fermerebbe contro
l’inizio della rigatura, mentre il bossolo sarebbe
sparato all’indietro con vigore.
Supponiamo, ora, di fissare al percussore un
peso da bilancia e di ripetere l’esperimento di cui
innanzi; si ripeterebbe lo stesso fenomeno, con la sola
differenza che il peso della bilancia riporterebbe un
trascurabile rinculo, mentre il proiettile sarebbe
espulso con decisione dalla canna.
Si è così dimostrato il principio fisico secondo il
quale “il gas si espande lungo la linea di minor
resistenza”, posto alla base del funzionamento delle
macchine termo balistiche a “chiusura inerziale” o
“blowback”.

2.4 Il terzo principio della dinamica newtoniana


applicato alla fisica della chiusura labile od
inerziale “blowback”.

La prima arma da fuoco a funzionare con questo


tipo di sistema fu la pistola “Maxim Silvermann”,
brevettata in Gran Bretagna il 28 dicembre 1896,
camerata nei calibri 7,65 Borchardt, 8 mm
Schomberger e .455 Webley.
In quest’ultimo vigoroso calibro, ai lati della
camera di scoppio, furono praticati due fori da cui
fuoriusciva parte del gas, riducendo, di fatto, la

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pressione all’interno della camera, ma riducendo


anche la potenza al proiettile.
Nelle moderne armi a chiusura labile il bossolo
inizia a rinculare, spingendo l’otturatore, durante il
barrel time; quindi la tenuta dei gas non è ermetica,
poiché una parte dei gas sfugge dalla parte posteriore
della canna, con il caratteristico “soffio della culatta”.
Questo sistema si basa sul terzo principio della
dinamica nella meccanica newtoniana, ossia del
principio dell’azione e della reazione.
Due oggetti assimilabili a corpi puntiformi, il
proiettile e l’otturatore sottoposti all’azione della
stessa forza, si muoveranno contemporaneamente con
una velocità inversamente proporzionata alle
rispettive masse.
La risultante equazione di conservazione della
quantità di moto è:
Mv = mV.
La velocità media del proiettile nella canna sarà
pari alla somma della velocità minima e massima
divisa per due.
Inoltre, possiamo valutare la velocità acquisita
dal carrello applicando la stessa equazione di moto
qui descritta.

Avremo, quindi, che


mp. Vp = Mc. vc,
dove mp è la massa del proiettile, Vp è la sua velocità,
Mc è la massa del carrello.
2.5 L’energia del rinculo

Per calcolare l’energia del rinculo si procede


esattamente nello stesso modo in cui si calcola
l’energia di un proiettile solo che, invece di prendere

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come valore la massa del proiettile si utilizza la massa


dell’arma da fuoco.
La formula è
½ (M V2)
dove M è la massa dell’arma da fuoco e V2 è la
velocità al quadrato del proiettile al vivo di volata.

2.6 Un esempio concreto di calcolo.

Supponiamo di esaminare una pistola a chiusura


blowbach in calibro 7,65 mm (.32 acp), con le
seguenti caratteristiche tecniche:
- lunghezza della canna mm 91;
- peso del carrello 250 gr;
- velocità del proiettile alla bocca 280 m/s;
- peso del proiettile grammi 4,989

Per esemplificare il calcolo del proiettile


supponiamo che le forze delle molle siano del tutto
assenti.
La velocità media del proiettile in canna sarà pari
alla somma della velocità minima e massima divisa per
due, quindi a (0+ 280) 1/2=140 m/s.
La canna di 91 mm sarà percorsa dal proiettile in
1/1538 millesimo di secondo, ottenuto dalla velocità
di 140 diviso 0,091 della lunghezza di canna.
Il calcolo della velocità del carrello, sempre
supponendo che le forze delle molle siano del tutto
assenti, si ottiene applicando l’equazione di moto mp.

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Vp = Mc. vc, meglio descritta nel paragrafo


precedente
Nel caso concreto però, non bisogna dimenticare
di aggiungere alla massa del carrello la forza inerziale
della molla di recupero ed il momento d’inerzia del
cane con tutti gli attriti che influenzano sul calcolo.

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Capitolo 3 La cartuccia ed i suoi componenti

La cartuccia è l’elemento esplosivo che serve a


caricare in modo rapido un’arma da fuoco portatile.
Essa è formata da un involucro esterno, detto
bossolo, di materiale diverso (cartone, plastica od
ottone) che consente il perfetto trasporto e
conservazione della carica.
Il bossolo contiene la polvere, l’innesco ed il
proiettile.
Il nome cartuccia deriva dal sostantivo francese
cartouche, con cui s’indicavano quei pezzi di carta,
avvolti a cilindro, e contenenti la carica di polvere in
precedenza dosata, che nella prima metà del ‘500
servivano a rendere più rapido il caricamento d’armi
ad avancarica; era sufficiente rompere il cartoccio,
versare la polvere nella canna, usare lo stesso
cartoccio come borraggio, poi introdurre la palla
pressandola con la bacchetta.
La cartuccia è formata da quattro elementi
fondamentali: l’innesco, il bossolo, il propellente e
l’ogiva o proiettile che dir si voglia.
L’innesco consiste in una coppetta contenente la
miscela detonante destinata ad accendere il
propellente. Il bossolo che può essere in ottone,
alluminio, o cartone, oltre a svolgere la funzione di
contenitore della polvere, al momento dello sparo si
dilata contro le pareti della camera di scoppio della
canna, chiudendo ermeticamente la camera di scoppio
ed impedendo così la fuoriuscita posteriore dei gas.

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Il propellente bruciando sviluppa gas ad alta


pressione che spinge l’ogiva verso il vivo di volata
della canna.
Il proiettile è uno degli elementi che influenza
maggiormente la precisione finale della munizione.

3. 1 I proiettili

Possono essere di svariate forme secondo


l’impiego al quale sono destinati ma tutte le traiettorie
dipendono dalle leggi della fisica, pertanto risentono
della forza e della direzione del vento, della gravità
terrestre, della pressione atmosferica e dell’umidità.
Più si è vicini al livello del mare più l’aria è densa.
Se l’umidità è elevata, inoltre, le molecole dell’aria
risultano più stipate tra loro e la pallottola deve
dissipare una maggior quantità d’energia, che è
sottratta sotto forma d’attrito per attraversarla.
Per valutare un proiettile ed il relativo
comportamento durante la fase di volo e al suo
impatto con il bersaglio, si utilizzano due unità di
misura: la densità sezionale ed il coefficiente balistico.
La densità sezionale è il rapporto tra il peso del
proiettile rispetto al quadrato del proprio diametro
(peso palla / diametro al quadrato); pertanto, palle di
peso uguale, diametro uguale, ma di forma diverso
hanno identica densità sezionale.
Il coefficiente balistico indica, a parità di
diametro e del peso della palla, la capacità del
proiettile di vincere le forze ritardatrici; maggiore sarà

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41

il “C.B.”, maggiore sarà la possibilità di avere una


gittata più lunga ed una traiettoria più tesa.
La differenza di forma, od aerodinamicità,
influenzano il coefficiente balistico, ricavato dalla
densità sezionale modificata da un altro coefficiente
che sta a significare il profilo dell’ogiva.
Il coefficiente balistico è estremamente laborioso
da calcolare; per semplicità diamo per buono quello
indicato dalle aziende produttrici.
Per valutare semplicemente le capacità
aerodinamiche di un proiettile è sufficiente
considerare il coefficiente balistico; più questo è alto,
maggiore è l’aerodinamicità.
Ricapitolando, il CB di un proiettile può essere
definito come la capacità di penetrare un dato fluido.
Esso dipende dalla formula matematica
CB = 1/Cx P/S
dove C è il coefficiente di resistenza aerodinamica del
solido in oggetto e il rapporto P/S è la densità
sezionale dello stesso, in altre parole il rapporto tra
peso e la sezione frontale.
E’ chiaro che il CB è influenzato da un basso
coefficiente di resistenza aerodinamica e da un’alta
densità sezionale e, quindi, chiaro è il motivo che
porta le case costruttrici di ogive ad adottare forme
allungate rispetto al calibro ed al peso.
Il vero problema di una corretta indagine è
individuare il coefficiente di resistenza.
Vengono qui in aiuto i concetti di fisica della
meccanica dei fluidi, la quale c’insegna che la variabile
C è direttamente influenzata dalla forma del proiettile,
dal numero di Mach e dal numero di Reynolds.
Il numero di Mach è, a sua volta, influenzato dal
rapporto tra la velocità del proiettile e la velocità di

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propagazione del suono nel fluido preso in


considerazione.
Il numero di Reynolds si ottiene dal rapporto
tra il diametro dell’ogiva per la sua velocità, per il
peso specifico del fluido attraversato e l’accelerazione
di gravità per la viscosità del fluido stesso.

3.2 Tipologia delle Ogive

Bisogna fare un distinguo tra le ogive per pistola


e quelle da fucile; generalmente la pistola sia da
difesa che da tiro è usata ad una distanza non
superiore ai 25 metri; a questa distanza poco influisce
il coefficiente balistico, mentre risulta essere più
importante la densità sezionale considerata da sempre
la chiave di lettura dell’energia di penetrazione nei
corpi e dell’energia ceduta all’impatto.
Per le ogive delle cartucce da fucile il discorso
cambia in generale notevolmente, ed in particolare a
secondo del tipo d’uso che si fa del fucile
Un fucile da caccia grossa, destinato ad abbattere
animali maggiori di 200/300 kg ad una distanza non
superiore ai 50 metri necessita di una cartuccia in
grado di cedere all’impatto una grossa quantità
d’energia, per l’appunto cartucce round nose blindate;
mentre per tiri superiori ai 100 metri occorrono
cartucce dall’ogiva con il profilo affusolato e con una
leggera blindatura, poiché, in questo caso il
coefficiente balistico assume una maggior rilevanza
del potere d’arresto cd “stop man”.

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Si è capito, quando sia importante la scelta di


un’ogiva a secondo del tipo di bersaglio, della
distanza e della sua struttura.
Quando un corpo si trova in movimento nell’aria
o nell’acqua ne urta, inevitabilmente le molecole, le
quali assumono un moto perpendicolare alla posizione
di superficie urtata.
Le molecole investite dal corpo assumono, a loro
volta, una loro forza sottraendola al corpo in
movimento che subisce la c.d. forza ritardatrice, la
stessa forza che porta il proiettile ad arrestarsi una
volta esaurita la spinta iniziale.

3.3 Le Ogive del tipo “Cast”

Per ogive cast s’intendono tutte quelle prodotte


sia industrialmente sia artigianalmente mediante
fusione di leghe binarie o ternarie senza
l’incapsulamento di blindatura delle stesse in un
rivestimento di rame, ottone o acciaio che sia.
Per avere una fusione stabile è indispensabile
trovare il punto in cui gli elementi Pb, Sb, e Sn si
fondono inscindibilmente.
Pb e Sb hanno il punto di massima stabilità in
una combinazione binaria del 38,1% per il Pb e del
61,9% per lo Sb.

In un rapporto ternario, aggiungendo la presenza


del Sn, varia il rapporto ottimale tra gli elementi,
stabilendosi in 84% di Pb, 12% di Sn e del 4% si Sb.

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Questa lega perfettamente stabile inizia a


solidificare intorno a 240°, conosciuta come lega di
“linotype”, utilizzata in passato per la preparazione dei
caratteri tipografici.
Ad un attento esame della fusione con
microscopio comparatore è possibile identificare le
particelle isolate di piombo, ma non particelle di
stagno o d’antimonio che sono combinate
indissolubilmente tra loro.
L’antimonio che affiora in superficie a contatto
dell’aria si combina con l’ossigeno dando origine a
SnO2, un ossido che forma la pellicola della fusione.
Le fusioni sono effettuate generalmente a 350°,
aumentando la temperatura si favorisce la formazione
di scorie di SnO2 che rendono frangibile la palla,
quindi difficilmente sottoponibile ad un esame
balistico comparativo.
Per dovere di chiarezza scientifica occorre
precisare che detto “inconveniente” potrebbe essere
risolvibile aggiungendo dell’acido borico in polvere
nella lega al momento della fusione, poiché si
otterrebbe che questo, decomponendosi in H2O ed in
ossido di Boro (2H3BO3 3H2O + B2O3) produrrebbe
dell’acqua che evaporerebbe, mentre l’ossido borico
formerebbe una superficie vetrata che impedirebbe
l’ossidazione.

Abbiamo così focalizzato altre valide


caratteristiche balisticamente identificative delle palle
cd “cast”.
Le ogive cast ottenute artigianalmente con l’uso
della lega ternaria dovranno avere una durezza di
almeno 20° Brinnel per sopportare velocità di +/-
1200-1400 ft/sec, pari a +/- 380-420 m/s,
contrariamente presenterebbero sulla superficie

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esterna ulteriori segni e/o caratteristiche


balisticamente identificative, mentre sul passo della
rigatura della canna si depositeranno tracce di piombo
fuso durante l’esplosione della cartuccia, producendo
la caratteristica “impiombatura di canna”.

3.4 la Velocità delle ogive.

Le cartucce, genericamente e per comodità, sono


suddivise in due categorie cartucce sub soniche e
cartucce ultra soniche a secondo che la velocità a cui
viaggia l’ogiva sia minore o maggiore di quella del
suono.
Sia le cartucce che esplodono ogive ad una
velocità subsonica, sia quelle esplose a velocità
supersoniche sottostanno a quattro leggi fisiche:
a) la resistenza dell’aria risulta essere
proporzionale alla sua densità;
b) la resistenza è direttamente proporzionale al
quadrato della sezione retta del proiettile, per
cui maggiore sarà il diametro della palla,
maggiore sarà la resistenza incontrata;
c) la resistenza è proporzionata al coefficiente di
forma;
d) la resistenza è proporzionale alla funzione
resistente della velocità del proiettile, cioè a
dire, più il proiettile è veloce più aumenta la
sua resistenza al moto.

Da tanto se ne deduce l’estrema difficoltà fisica che


s’incontrerebbe nel lanciare ad oltre 1000m/s ogive
dal diametro elevato, con il pedissequo sviluppo di
pressioni all’interno del bossolo e rilevamento
dell’arma a causa del rinculo.

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Inoltre, il cono acustico sviluppato da un


proiettile sub sonico potrebbe essere quasi totalmente
assorbito dall’uso di silenziatori (vietati dalla vigente
normativa italiana), mentre quelli prodotti da
munizionamento ultrasonico sarebbero solamente
attenuati di qualche decina di dB.
Una facile tabella da tenere sempre a portata di
mano, utile per convertire nel sistema metrico
decimale la velocità di un proiettile espressa in
piedi/sec, ovvero convertire in Joules l’energia
espressa in piedi/libra o la caduta espressa in pollici,
è qui riportata:

moltiplica per risultato

piedi/al secondo 0,3048 m/s


piedi/libra 1,3558 Joules
pollici 25,4 mm

3. 5 - Le variazioni di rendimento balistico

Variazioni di rendimento possono essere


provocate, oltre che da caratteristiche intrinseche
della cartuccia anche dalle caratteristiche dimensionali
delle canne.
Per semplicità d’argomentazione tratteremo
esclusivamente d’armi a canna liscia, in modo da
escludere ulteriori influenze dovute a fattori correlati
al passo della rigatura della canna; prendiamo, ad
esempio, il calibro più diffuso per fucili ad anima
liscia.

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La scala internazionale C.I.P. dei calibri ammette


delle tolleranze dimensionali, che nel calibro 12 sono
di 0,1 mm per il diametro di camera (da mm 20,3 a
20,4) di mm 0,4 per il diametro della dell’anima di
canna (da mm 18,2 a mm 18,6).
Un aumento di diametro di 0,1 mm nella camera
di cartuccia di un fucile del cal 12 riduce la pressione
interna di circa 30 Kg/cmq.
Lo stesso incremento nel diametro di anima
riduce la pressione di circa 7 kg/cmq.
Altra riduzione delle pressioni all’interno si
verifica sparando cartucce con bossolo minore della
lunghezza della camera.
Una diminuzione di lunghezza del cono di
raccordo anima canna, dai tradizionali 25 mm ai 9
mm, provoca un aumento di pressione di circa 20
Kg/cmq.
Prendendo come punto di valutazione la V°
noteremo che una variazione di 0,1 mm del diametro
della camera di cartuccia provoca uno scarto di V° pari
a 8 m/s, produrrà, invece, una riduzione di V° paria 10
m/s un aumento pari a 20 mm della lunghezza del
cono; una diminuzione di 0,2 mm del diametro di
anima, sviluppa un aumento di V° di circa 4 m/s.
Un discorso a parte merita la lunghezza della
canna e la presenza o meno di strozzatura.
Per canne con una lunghezza compresa tra 65 e
76 cm una variazione di cm 1, provoca una V° di 0,7
m/s sparando polveri vivaci, fino a 2 m/s, per ogni
centimetro, con polveri progressive.
Per canne corte da 45 a 55 cm vi possono essere
variazioni dal 8% al 6% del V° rispetto alla canna 76.
Superando la lunghezza di 92 cm della canna
non si riscontrerà più alcun aumento di V°, anzi si
manifesteranno dei decrementi poiché le resistenze

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passive della canna equivalgono o superano la


maggior spinta dei gas.
La presenza di strozzatori non provoca una
sensibile variazione del V°, ma solo un forte
incremento delle velocità residue, perché i pallini
incolonnati in uno sciame compatto all’uscita della
canna, risentono in misura minore della resistenza
dell’aria.

3. 6 Le cartucce Express

Un fucile tipo Express, destinato a fermare anche


la carica di un rinoceronte, deve sparare una cartuccia
adeguata, quasi sempre con tiro istintivo, quindi, i
calibri tesi e veloci vanno sicuramente scartati.
L’obiezione che la palla lenta e pesante tenda a
cadere sulle medie e lunghe distanze non trova
accoglimento, trattandosi nella caccia grossa, quasi
sempre, di tiri a media breve distanza.
Quindi i calibri corretti vanno dal .416 in su;
calibri come il .577 od addirittura il .600 Nitro Express
sono un pezzo di bravura, ma il rinculo è davvero
punitivo.
Per usarli occorre un fisico eccezionalmente
allenato unito ad una massa corporea non
indifferente.
Scelto il calibro, la cartuccia deve essere quella
caricata con la palla più pesante per poter contare sul
massimo potere d’arresto, facendo, però, una

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distinzione tra “killing amno” (cartuccia che uccide) e


“stopping amno” (cartuccia che arresta).
Se si tratta di fermare un elefante che carica a
venti metri ben venga il calibro 8 Bore o meglio il 10
Bore; si tratta d’autentici cannoncini portatili che,
all’occorrenza fermerebbero anche un tir.
Se, invece, si tratta di uccidere pulitamente un
animale non occorre strafare.
Cartucce come il .450 o il .400 Nitro Express con
bossolo da 3-1/2”, che montano una palla di 400 grani
lanciata a 2100 piedi/sec. dietro una carica di 60 grani
di cordite, sono ottimali per bersagli con una mole di
500/600 kg.
Cartucce come il .500 Nitro Express, il .577 Nitro
Express, od il .600 Nitro Express, con ogive con un
peso variabile da 600 a 900 grani, con una carica di
cordite da 80 a 110 grani di cordite, sono ottimali per
i più grossi mammiferi della terra.

3.7 L’innesco

L’innesco, detto impropriamente anche “tubetto”,


è il detonatore della cartuccia.
Esso è formato da tre parti: l’involucro esterno, la
capsula o coppetta e l’incudine interna.
L’involucro è costituito da materiale metallico,
generalmente ottone nichelato o d’acciaio ottonato
che svolge una funzione portante e protettiva degli
elementi interni dell’innesco.

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La coppetta al suo interno contiene una miscela


innescante che urtata dal percussore sulla superficie
esterna provoca la detonazione della miscela.
L’incudine è una cuspide metallica ricavata da
una lamina d’ottone o d’acciaio nichelato la cui
sezione a V presenta una punta rivolta verso il corpo
dell’innesco, vale a dire in direzione della miscela
innescante.
Alcuni tipi d’inneschi, principalmente quelli da
fucile, presentato all’interno un’incudinetta con la
funzione di creare un contrasto meccanico con la
capsula facendo in modo che la miscela innescante
venga rapidamente ed omogeneamente compressa tra
due opposte superfici.
Nei moderni inneschi, di tipo mono focali o
Boxer, il dardo entra nel bossolo attraverso un solo
foro; si suddividono in freddi o comuni ed in caldi od
a doppia forza (magnum), a differenza di quelli
obsoleti, tipo bifocali o Berdan, dove il dardo
incentivo entrava da due fori contrapposti, e che non
conoscevano questa specifica distinzione.
A secondo che lascino scoperta o meno la
superficie si suddividono in coperti (DFC) o scoperti
(DFS); generalmente questi ultimi solo per cariche non
magnum.
Fino al decennio scorso erano prodotti inneschi
del tipo DS contenenti fulminato di mercurio, scoperto
poi come elemento corrosivo ed erosivo degli acciai
con cui erano fabbricate le parti d’arma da fuoco; oggi
del tutto scomparsi e sostituiti con lo stifnato di
piombo, azotati di piombo, azotati d’argento ed il
tetrazene, queste ultime due troppo instabili ed auto
innescanti, quindi di scarso utilizzo.
Il fulminato di mercurio si presenta in piccoli
cristalli di colore bianco o giallo, aghiformi con una

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temperatura d’accensione intorno a 136 gradi C, con


un poter calorico di 403 calorie per gr.
Una temperatura d’esplosione intorno a 3560
gradi C ed una velocità di detonazione intorno ai 5400
m/sec. Causa primaria del suo abbandono fu la breve
vita in ambienti umidi ed il deterioramento delle canne
da fuoco.
La tedesca RWS realizzò per prima la miscela
Sinoxyd a base di stifnato di piombo, da cui furono
derivati il SUR della Fiocchi, il Vis Nox della Remington
ed il Gas Tight della Federal.
Tutte più o meno contenenti stifnato di piombo
dal 25 al 55%, nitrato di Bario dal 25 al 45%, biossido
di piombo dal 5 al 10%, solfuro d’antimonio dal 2 al
10% e siliciuro di calcio dal 3 al 15%.
Il nitrato di Bario è utilizzato per il suo alto
contenuto d’ossigeno, quindi per aumentare il volume
del dardo di fiamma; il solfuro d’antimonio per
incrementare il volume dei gas emessi, mentre il
siliciuro di calcio funge da combustibile.

3. 8 Il Bossolo

Il bossolo, come abbiano innanzi detto, serve a


contenere la giusta dose di polvere, assicurandone
l’impermeabilità; a secondo che si tratti di bossoli per
arma lunga a canna liscia che armi a canna rigata,
lunghe o corte che siano, cambia il materiale di
costruzione del bossolo.

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Le cartucce da fucile a canna liscia, generalmente


hanno il bossolo con un fondello in ottone e le pareti
di plastica, raramente in cartone a causa dell’eccessivo
costo di produzione e lavorazione.
Fino a qualche decennio fa era possibile trovare
ancora bossoli con buscione (dal francese bouchon =
tappo), oggi sostituiti da cartucce in plastica con
fondello in ottone e borra interna.
L’altezza di questi bossoli può variare
nominalmente a secondo del tipo e del calibro, da un
minimo di 65 mm ad un max di 89 mm, mentre
l’altezza del fondello in ottone del bossolo varia da
8mm per il tipo T1 per cartucce normali, fino a 27
mm per il tipo T5 cartucce super corazzate magnum.
Il T2 si riferisce alle semi corazzate con fondello da
12mm; mentre il T3 ed il T4 si riferiscono
rispettivamente a cartucce corazzate e super
corazzate.
Il bossolo per armi rigate corte o lunghe che
siano, invece, è strutturato interamente in metallo.
Realizzati per la prima volta con l’avvento del
fucile a retrocarica, sono costruiti nei materiali più
diversi: ottone, ottone nichelato, ed alluminio;
quest’ultimo, durante l’ultimo conflitto considerato
“importante materiale strategico”, fu sostituito da
acciaio nichelato.
I bossoli per arma automatica o semiautomatica,
del tipo Rimless, o Rebatedrim, si distinguono, “prima
faciae” da quelli per arma a rotazione, del tipo
Rimmed, per il profilo del fondello del bossolo; infatti,
nelle prime la cui estrazione dalla camera dopo lo
sparo è affidata all’unghia estrattrice, presentano un
solco nel quale si va ad incastrare il dente dell’unghia.
L’estrazione dei bossoli nelle armi a rotazione
del tipo Rimmed è affidata ad un meccanismo entro

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contenuto nel tamburo composto da un alberino, una


molla di spinta ed una di contro spinta, con una stella
che estrae contemporaneamente tutti i bossoli
contenuti nelle camere del tamburo.
Per dovere di completezza occorre precisare che
esistono anche bossoli del tipo cinturato denominato
Belted, simili al Rimless, ma con un colletto di rinforzo
alla base, usati nelle carabine tipo express da caccia
grossa, dove sono maggiore lo sviluppo di pressioni,
ed un tipo ribassato, detto Ridated, in prevalenza
usato per le munizioni di grosse armi
semiautomatiche (es Breda 8 mm e Winchester 284)
L’ogiva è trattenuta dalle pareti del bossolo
mediante una crimpatura che, generalmente nelle
cartucce per revolver è del tipo Roller Crimper, mentre
per le cartucce per armi automatiche o
semiautomatiche è del tipo Taiper Crimper.
La maggiore o minore forza della crimpatura
porta ad un aumento ovvero una diminuzione delle
pressioni.
L’affondamento dell’ogiva nel bossolo porta ad
un maggiore o minore spazio libero tra la polvere ed il
fondo dell’ogiva all’interno del bossolo, costituendo,
anch’esso una variante sul valore delle pressioni al
momento dell’esplosione.

3.9 Le cartucce ecologiche

In seguito allo studio dell’utilizzo di cartucce per


arma da fuoco in ambienti chiusi, sono apparse sul
mercato delle cartucce c.d. “ecologiche”.

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In queste cartucce l’innesco è diventato


monobasico ed assolutamente privo di stifinato di
piombo, mentre l’ogiva di piombo è completamente
rivestita di rame.
Evitando l’esposizione della superficie di piombo
alla vampa prodotta dalla combustione della polvere,
permette di annullare le emissioni di particelle
derivanti dalla fusione del metallo.
Come è noto il Pb ha una temperatura di fusione
intorno ai 320°C, mentre quella del Cu supera i 900°C,
pertanto all’esposizione della fiammata gli effetti sono
enormemente diversi.
Un vantaggio intrinseco e certamente non cercato
dai ricercatori è quello che una palla interamente
rivestita di rame tende a mantenersi compatta anche
quando colpisce elementi d’elevata consistenza.
L’ogiva di una cartuccia ecologica, conservando
meglio la sua integrità fisica, permetterebbe, quindi,
una migliore indagine balistica, mentre l’assenza di
stifinato di Pb all’esame del “guanto di paraffina” o del
moderno “stub”, delimiterebbe, di fatto, il campo delle
indagini

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Capitolo 4 - Storia ed evoluzione dei sistemi


d’accensione dei sistemi d’arma

La polvere da sparo, come diremo meglio


innanzi, forse, nacque per caso. L’uomo da prima
impressionato dalle sue manifestazioni diaboliche ben
presto si rese conto delle possibilità che essa gli
offriva e, molto verosimilmente, nei primi decenni del
XIII secolo la impiegò in campo bellico, inventando
delle armi certamente più pericolose per chi le
maneggiava che per i nemici.
Le prime armi furono dei semplici tubi di ferro
chiusi ad un’estremità, presso la quale era praticato
un foro, denominato in seguito “focone”, che
permetteva di incendiare la polvere contenuta
all’interno del tubo.
Primi disegni di queste armi appaiono del trattato
“rudimentum moviciarum – Lubecca – 1475.
In quest’opera, magistralmente spiegata dal
Giorgietti nel suo volume sugli inventari dei musei
Sammarinesi, si descrivono le sarabatana, una specie
di cerbottana con cui è lanciato la “falarica” (dardo
incendiario), munita di “saracina”(razzo di lancio).
Le canne vennero da prima fissate a manici di
legno con delle gorbie, successivamente con fasce
metalliche. L’arma era brandeggiata dal tiratore
tenendola sotto l’ascella e sostenendola con una
mano, mentre con l’altra dava fuoco alla carica. La

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vampata del focone, proprio davanti al volto del


tiratore aveva l’effetto diretto di accecare
temporaneamente lo stesso ed uno scarsissimo
risultato offensivo per il nemico.

4.1 I primi meccanismi d’accensione.

La necessità di poter gestire l’arma con entrambe


le mani fece nascere i primi meccanismi d’accensione;
il primo in assoluto fu lo “scodellino”, destinato ad
esistere per oltre cinque secoli.
Lo scodellino all’inizio non fu altro che un incavo
circolare a forma di cratere, nel cui fondo si apriva il
foro del focone. Per l’accensione della carica, in
successione, furono impiegati il carbone rovente,
pressapoco tra la metà del 1300 ed i primi del 1400; il
ferro rovente, tra la fine del 1300 e la metà del 1400;
ed in ultimo le micce di tipo rigido o semirigido, fino
alla metà del 1600; dopo di tale periodo si
utilizzarono i primi meccanismi a serpentino.
E’ facile immaginare che i primi meccanismi a
serpentino furono semplici braccetti ad “S” con la
parte inferiore più ampia, mentre quella inferiore
terminava con uno spacco in cui s’inseriva il carbone
acceso, con un funzionamento “a gravità”. Il serpe
cadeva, quindi a gravità sullo scodellino portando a
contatto la brace del carbone acceso con la polvere
contenuta nello scodellino.
Così si presenta il più antico archibugio, datato
inizio del XVI secolo conservato presso il Museo di
Basilea.
Nella seconda metà del XVI lo scodellino ed il
serpe sono spostati di lato al mero fine di liberare la
linea di mira, segno questo che alle armi si

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incominciava a chiedere una maggior precisione di


tiro, con la contestuale comparsa di altro meccanismo
detto “copri scodellino” usato per evitare che la
polvere si versasse fuori dello scodellino durante il
trasporto, gli urti o soffiata via dal vento.
Nel XVIII i copri scodellini furono resi
impermeabili e la serpe, ormai chiamata “draghetto”,
con l’aggiunta della cartella laterale alla quale lo
scodellino diventa solidale, si perviene al “cane”.
Ad onor del vero bisogna dare atto che disegni
del grande Leonardo Da Vinci, datati 1490,
dimostrano che il grande Italiano ha progettato ed
elaborato, quasi due secoli prima, un congegno di
serpente a scatto.
In occidente il sistema a miccia tramontò alla fine
del 1700, mentre in oriente più tardi. Durante la
rivolta dei Boxer del 1900 le truppe occidentali si
scontrarono con cinesi armati d’archibugi a miccia.

4.2 Il meccanismo della ruota.

Dopo decenni di scontri verbali tra gli oplologi in


merito alla paternità del meccanismo a ruota, è’ stato
da molti accettata la tesi che l’invenzione deve
attribuirsi a Leonardo Da Vinci, almeno la sua
realizzazione ed applicazione pratica.
E’ certa una datazione: un Editto del 1518
dell’Imperatore Massimiliano vieta l’uso, in tutto il suo
impero, di “armi che si accendono da sole”.
Per capire il semplice l’innovativo meccanismo
basta fare riferimento ai moderni accendisigari a

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benzina (tipo Zippo); quest’aveva il vantaggio di far


fuoco in brevissimo tempo e la possibilità d’uso
notturno senza il pericolo di svelarsi con un bagliore
prima dello sparo, oltre a quello di essere montato su
armi corte.
La complessità del meccanismo e la difficoltà alla
riparazione sui campi di battaglia, dovuta
principalmente ad una molteplicità d’ingranaggi nel
sistema, resero le armi che adottavano questo
sistema, armi di reparti d’elitè o di facoltosi
benestanti.
Il meccanismo era costituito da una ruota
imperniata lateralmente alla cartella, sotto lo
scodellino; questo ha sul fondo una fessura nella
quale appare la superficie dalla ruota, profondamente
rigata, profondamente rigata.
La ruota, collegata mediante una breve catena a
snodi ad un mollone, ha un perno con la porzione
sporgente a sezione quadra, in modo da contenere
un’apposita chiave con la quale, girando la ruota, si
mette in tensione il mollone.
Tirando il grilletto la ruota si sblocca aprendo,
con una sua camma, lo scodellino scorrevole.
Il è cane costituito da un lungo braccio angolato
terminante con un morsetto a vite a due ganasce che
trattengono un pezzo di pirite.
Innescato lo scodellino vi si abbassa sopra il
braccio e allorché quello si apre, la molla spinge il
braccio costringendo il morsetto ad entrare nello
scodellino premendo la pirite contro la faccia
affiorante della ruota: l’attrito tra la pirite e la ruota
girante genera scintille che incendiano l’innesco e
provocavo lo sparo.
A questo meccanismo, in uso per circa mezzo
secolo, furono apportate diverse modifiche che, però,

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lo lasciarono sostanzialmente invariato sino alla sua


prematura scomparsa, accelerata dall’invenzione dei
meccanismi a pietra.

4.3 L’acciarino ed il focile

Questo meccanismo ripete un gesto vecchio di


secoli, quello dell’uomo che brandendo una pietra di
selce batte un pezzo d’acciaio, ricavandone scintille
per accendere il fuoco.
Questo meccanismo, altro non è che un semplice
acciarino, si chiama focile, da cui il nome del nostro
fucile.
Dante in Inf. XIV vv 38-39 paragona, con una
stupenda metafora, il carattere sanguigno di
Alessandro Magno “iram non coercebat”, facile ad
accendersi come l’acciarino di un fucile.
Questa è la riprova che ai tempi del sommo Poeta
lo strumento era già diffuso. Un successivo bando
fiorentino, datato 1547 vieta l’uso, il porto e la
detenzione d’armi da acciaiolo di dimensioni
occultabili.
Meccanicamente un acciarino a focile è composto
di una cartella sulla qual è imperniato un cane a
morsetto recante, tra le ganasce, serrate da una vite,
un pezzo di pietra focaia.
Il cane si abbatte con movimento da dietro in
avanti, contrariamente alle armi a ruota.
Lo scodellino è coperto da un coperchio scorrevole
collegato tramite un’asta allo scatto del cane;
quest’ultimo urta violentemente la martellina
rovesciandola, l’asta spinge il copriscodellino che
scopre l’innesco su cui cadono le scintille.

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A questo semplice meccanismo sono


riconducibili tutti i modelli d’armi apparsi fino ai primi
decenni del 1800.
A secondo del luogo d’origine e d’alcune
modifiche strutturali apportate al progetto base si
distinguono:
L’acciarino di tipo baltico, in cui la martellina ed
il copriscodellino erano un unico pezzo a forma di “L”;
L’acciarino di tipo olandese denominato
“Snaphaunce”, che come il modello scozzese presenta
un caratteristico disco parafuoco all’estremità esterna
dello scodellino.
L’acciarino di tipo “giacomino”, in onore di Re
Giacomo I d’Inghilterra, si presenta sgraziato e
pesante, ma senz’altro funzionale, con una meccanica
di base del tipo Snaphaunce, presenta un gancio di
sicura dietro il cane.
Del tutto simile, ma più elegante, aggraziato da
decorazioni ed impreziosito con riporti, è il modello
“fiorentino”, utilizzato esclusivamente su armi di
pregio ad uso civile. Il cane presenta una linea a “collo
di cigno” impreziosita da riccioli.
Nell’aria mediterranea erano diffusi i meccanismi
spagnoli ed italiani, fusi insieme dall’evoluzione
strutturale, comunemente noti con il nome di
“micheletto”, “alla catalana” od “alla biscaglina”
caratterizzati da molla della martellina, mollone
principali posti all’esterno della cartella con una
maggior facilità di riparazione ed un’incassatura
limitata, con minor indebolimento della cassa
Il nome Miquelet deriva da un corpo di truppe
mercenarie spagnole.
Esistono diverse versioni denominate “acciarino
sardo”, “alla romana”, che si diversificano dal
progenitore spagnolo i primi per avere le due molle

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una di seguito all’altra e non l’una sull’altra, i secondi


per avere il braccio corto del mollone disposto in alto,
mentre l’inferiore, più lungo preme dall’alto verso il
basso sullo sperone del cane.

4 .4 La percussione

Intorno al 1806 l’abate scozzese Forsyth,


appassionato cacciatore ed alchimista, inventò una
sostanza altamente esplosiva: il fulminato di mercurio.
Resosi conto dell’importanza della sua scoperta,
nel 1808 in Londra aprì una piccola officina con
annessa rivendita d’armi.
I primi modelli d’acciarino di Forsyth furono
ricavati da quelli a pietra, dove, sparita la martellina, il
cane si allungava fino ad arrivare a colpire una piccola
quantità di fulminato posto in un adeguato scodellino.
Una versione più aggiornata fu quello
denominata a bottiglia di profumo, nel quale un
marchingegno permetteva di versare una piccolissima
dose di fulminato da un serbatoio nel foro del cilindro.
Successivamente il fulminato fu manipolato in
diversi modi, in dischetti, in tubetti, in pastiglie e in
nastri (in uso fino a qualche decennio fa in armi
giocattolo di tipo detonante).
I bersaglieri che entrarono in Roma agli ordini
del Generale La Marmora, dalla storica breccia,
usarono, per la prima volta nei loro fucili un nastro di
rame contenente piccole dosi predosate di fulminato
di mercurio.

4.5 La retrocarica

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La retrocarica appare qualche decennio dopo


l’invenzione dell’abate scozzese, quasi
contestualmente alla ripetizione, mandando
definitivamente in pensione l’acciarino convenzionale,
sostituito da sistemi che ereditavano concettualmente
il sistema, ad esempio il “Rolling Block” della
Remington, od altri diametralmente opposti come il
sistema Winchester, dove la percussione è eseguita da
un’asta azionata da un cane esterno posteriore, od
anche da un percussore aghiforme azionato da una
molla a spirale che colpisce un innesco posto sotto la
palla, come nei fucili ad ago tipo Chassepot, Dreyse, e
Carcano.

4.6 La cartuccia a spillo

Nel periodo di transizione tra la nascita delle


prime cartucce a percussione centrale e l’adattamento
delle armi atte ad impiegarle, ebbe notevole successo,
fino agli inizi del ‘900 il sistema d’accensione c.d. a
spillo, legate indissolubilmente al nome del suo
genitore Casimire Lefaucheux, che depositò il brevetto
nel 1835.
La cartuccia a spillo si presenta come una
tradizionale, con un innesco disposto all’interno del
fondello, anziché al centro di esso: una barretta
metallica, il cd spillo, attraversa diametralmente il
fondello poggiando sull’innesco con un’estremità,
mentre l’altra fuoriusciva dal bordo del fondello.

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Il cane di un comune meccanismo a molla


indietro, dotato di faccia di battuta (bocca) piana,
colpiva verticalmente lo spillo che, schiacciando
l’innesco, provocava lo sparo.
La cartuccia a spillo, fu inventata, per amor del
vero dal francese Houiller, che secondo altri fonti,
invece, si limitò ad apportare migliorie al meccanismo
di Casimire Lefaucheux. Oggi il nome Lefaucheux è
sinonimo d’arma a spillo.
L’arma moderna nasce, dunque, con la messa a
punto di un bossolo che conteneva polvere, innesco e
ogiva e che permetteva, quindi, rapidità, precisione e
costanza di tiro.
Le prime cartucce a spillo furono realizzate con il
fondello in ottone ed il corpo di cartone, e così
rimasero fino all’utilizzo del bossolo interamente in
ottone ( brevetto Flobert del 1845 ).
La sua naturale evoluzione fu la cartuccia a
percussione anulare, utilizzato per la prima volta dalla
Smith & Wesson nel 1857 per camerare il modello
“First Model” in 22 short.

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Capitolo 5 Le polveri da lancio

Il desiderio di disporre di munizioni


perfettamente calibrate rispetto alla propria arma,
oltre a quello di far pesare sul bilancio familiare il
meno possibile il proprio hobby, ha spinto centinaia
d'appassionati alla ricarica in proprio delle munizioni
utilizzate.
Anche per le ragioni suesposte nasce il desiderio
di conoscere, di studiare, di approfondire ogni
parametro balistico in grado di determinare la
differenza del punto d’impatto.
Le polveri da lancio, o propellenti, contengono
due elementi necessari per la regolare combustione: il
combustibile ed il comburente (ossigeno), fornito nelle
polveri alla nitrocellulosa dai gruppi nitrici (NO3)
presenti.
La quantità d’ossigeno presente nella miscela
può essere sia in eccesso sia in difetto.
Nelle polveri dotate di un eccesso d’ossigeno, è il
caso delle doppie basi, contenenti nitrocellulosa e
nitroglicerina, si ha una combustione completa che
porta alla liberazione di gas come ossido d’azoto,
vapore acqueo e biossido di carbonio.
Nelle polveri dotate, invece, di una minore
quantità d’ossigeno si ha una combustione incompleta
ricca di monossido di carbonio e meno biossido di
carbonio.

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In entrambe la velocità di combustione è


notevole, così come la temperatura che ne deriva.
Una polvere medio progressiva e calda genera,
rispetto alle altre, una temperatura molto elevata
dell’ordine dei 3.400 gradi centigradi, sviluppando
una quantità di gas superiore a 300 volte il volume
iniziale.
Da questo si capisce quanta energia si sviluppi e
si sprigioni dalla combustione di pochi grani di
polvere, un’energia che è capace di alimentare la
propulsione del proiettile.

5.1 Le famiglie

Le polveri possono essere suddivise in due


grandi gruppi o famiglie:
polveri calde e polveri fredde, a secondo della
temperatura di combustione o del potere calorifico.
Il potere calorifico rappresenta l’energia chimica
potenziale che, sprigionata sotto forma di gas dalla
combustione, permette la propulsione dei proiettili.
In media una singola base possiede un potere
calorifico di 960 Calorie/grammo (es la GM3), mentre
una doppia base raggiunge le 1280 calorie/grammo
(es Nobel SIPE).
Le polveri fredde che possiamo, quindi, anche
chiamare a combustione incompleta, sono polveri
nitrocellulose a base singola che non contengono una
quantità d’ossigeno sufficiente ad una completa
combustione, sviluppando meno calore di quanto
potrebbero rispetto alla massa.

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Le polveri calde o doppia base sono sempre


additiva te con nitroglicerina, un composto che
apporta una notevole quantità d’ossigeno e, quindi,
sviluppano una combustione completa con una
temperatura elevata.

5.2 Le caratteristiche fisico - chimiche delle


polveri

Le maggior prestazioni offerte dalle polveri


bibasiche rispetto a quelle monobasiche comportano
degli inconvenienti a scotto dell’arma.
I loro residui di combustione sono notevolmente
acidi e igroscopici, che attaccano maggiormente il
metallo della canna, del carrello e del fusto dell’arma.
La canna, inoltre, è attaccata maggiormente
termicamente dalle polveri bibasiche. Partendo dal
dato di fatto che il punto di fusione dell’acciaio è
intorno ai 1500/1600 gradi Centigradi, mentre le
moderne polveri bibasiche sviluppano intorno ai 3000
gradi, la parte interna della canna è esposta per il
tempo di 3-5 millisecondi ad un tormento termico.

La combustione delle polveri può avvenire in tre


distinti modi:
a- deflagrazione;
b- esplosione;
c- detonazione.

La deflagrazione è caratteristica per quelle


polveri dotate di velocità iniziale limitata che bruciano
senza intasamento, in altre parole senza costrizione di
un corpo, quali le pareti di un bossolo che impone dei
limiti all’espansione dei gas, quindi un aumento della

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velocità di combustione. La deflagrazione, quindi, in


buona sostanza produce unicamente una quantità di
calore senza alcun'azione meccanica.

L’esplosione può essere determinata dalle


particolarità intrinseche dell’esplosivo (una gran
velocità iniziale di combustione) oppure per la
presenza d’intasamento, in altre parole di una
costrizione che impone ai gas di svilupparsi in un
ambiente controllato, ad esempio un bossolo.
La polvere nera, ad esempio, esplode molto
facilmente all’aria aperta, ma per farlo ha bisogno di
un forte intasamento, per questo si afferma che la
polvere nera sia dotata di un'elevata velocità iniziale
ma di poca accelerazione.
Gelatine, balistiti e dinamiti bruciano all’aria,
quando non sono ammassate in quantità rilevanti,
esplodono se fortemente innescate, sono in altre
parole dotate di bassa velocità iniziale, ma di
un'elevata accelerazione.

La detonazione, invece, è tipica di tutti gli


esplosivi in cui la velocità iniziale d’accensione è
molto elevata (la pentrite o tretranitrato ad esempio
ha una velocità iniziale di circa 8200 m/s ed una
temperatura di circa 3600 gradi, la nitroglicerina ha
una velocità iniziale di 6500 m/s ed una temperatura
2800 gradi) ovvero che l’accensione sia molto
energica.
Proprio per questi motivi i composti di per se
detonanti sono usati in piccole dosi nelle capsule
detonanti (inneschi).

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5.3 La Gelatinizzazione

Le armi da fuoco possono definirsi con una


moderna nomenclatura “macchine termo balistiche”,
dove la polvere è il carburante.
Questo carburante allo stato solido per essere
contenuto in un serbatoio (bossolo) per un più o meno
lungo periodo di tempo deve possedere dei requisiti
che non fanno venire meno le caratteristiche chimico
fisiche del composto.
Nel corso degli anni tale risultato si è raggiunto
con la gelatinizzazione che è un processo chimico che
conferisce alle polveri infumi una struttura molecolare
caratteristica, definita colloidale che garantisce
un'enorme compattezza ed una perfetta omogeneità,
rendendo uniforme il processo di combustione in ogni
cartuccia.
La gelatinizzazione può essere sia parziale sia
totale, ovvero limitarsi ad un mero indurimento
superficiale ed avvenire mediante il lavaggio con
particolari solventi sia essi esplosivi (es. nitroglicerina)
e sia inerti (acetone alcool od etere).
Questi solventi hanno il compito di
omogeneizzare la nitrocellulosa, normalmente fibrosa,
conferendole la tipica struttura colloidale.
I solventi inerti volatili evaporano, mentre la
nitroglicerina addizionata alla nitrocellulosa migliora
sensibilmente le prestazioni.
Il merito della gelatinizzazione è quello di
rendere la nitrocellulosa ancora più duttile e
malleabile, consentendo così di ottenere, attraverso
particolari lavorazioni meccaniche, quali la trafilatura
o laminatura le forme più disparate.

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Non soltanto la gelatinizzazione fa assumere alle


polveri infumi una struttura isotona ed isotropa,
acquistando il propellente omogeneità in tutti i punti
del suo volume, con un pedissequo valore di costanza
della densità e della velocità di combustione, oltre ad
una coesione molecolare che comporta, di fatto,
un’insensibilità all’umidità.
Lo stato fisico delle polveri gelatinizzate
consente loro di acquistare due proprietà basilari per i
moderni propellenti, in altre parole la combustione
avviene sempre e soltanto per strati paralleli e la
velocità di combustione aumenta con l’aumentare
della pressione all’interno della camera a polvere
(bossolo).
A secondo della forma geometrica che s’imprime
ai grani dalla polvere si producono diverse emissioni
gassose.
I grani sferici, cubici e cilindrici sviluppano un
enorme quantitativo iniziale di gas che tende poi a
diminuire bruscamente (vivacità, mentre i grani a
forma d’anelli cilindri forati, lamelle, rombi e dischi
hanno un andamento costante.
Quelli più grossi hanno un andamento
progressivo.
Da questa caratteristica si può accertare prima
faciae se siamo davanti ad una polvere destinata alla
ricarica di munizioni di tipo comune o tipo magnum.

5. 4 Il fenomeno combustivo

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Prima di addentrarci nella spiegazione del


fenomeno combustivo, occorre focalizzare due
concetti fondamentali, quello del covolume e quello
della pressione sviluppata dall’unità di peso
dell’esplosivo in un volume libero fissato (c.d. forza
specifica).
Il fenomeno combustivo inizia con
l’infiammazione della polvere. Per semplicità
dottrinale ed evitare laboriosi calcoli logaritmici,
supponiamo che la prima scintilla (cd dardo di
ignizione) colpisca simultaneamente ed in modo
uniforme tutti i grani di polvere.
All’accensione segue la combustione vera e
propria, fenomeno chimico della trasformazione della
polvere dallo stato solido a quello gassoso; anche qui,
per comodità, crediamo che tutta la polvere contenuta
nella camera bruci, senza lasciare polvere incombusta.
Durante questa trasformazione chimica dallo
stato solido a quello gassoso le pressioni aumentano
raggiungendo il picco pressorio massimo che
definiamo inversamente proporzionale alla velocità del
gas.

5. 5 La Camera a polvere

Nel nostro caso s’identifica come il bossolo; esso


gioca un ruolo decisivo nel processo della
combustione.
Il volume della polvere delimitato dalle pareti del
bossolo entro contenuto nella camera di cartuccia
della canna dovrebbe essere costante per ogni calibro;
ma così non è, infatti, il maggior o minor

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affondamento dell’ogiva e/o un differente profilo del


piatto dell’ogiva (flat base o boat tail) comportano un
maggior o minor picco pressorio, conseguentemente
diverso rilevamento dell’arma da fuoco.
La polvere non riempie mai il bossolo in modo
assoluto, vuoi per la maggior capienza di questo, vuoi
poiché tra un grano e l’altro permane uno spazio
vuoto. Il rapporto che esiste tra il peso della polvere
ed il volume della camera a polvere è definito densità
di caricamento, parametro che influenza non poco la
combustione. Infatti, una delle leggi della balistica
interna afferma che la velocità di combustione cresce
con l’aumentare della pressione ambiente, influenzata
a sua volta dalla densità del caricamento.
Così, maggiore sarà la densità di caricamento
maggiore sarà la pressione ambiente, quindi maggiore
la velocità di combustione.

5.6 identificazione dei processi fisico chimici

Più rapida è la combustione più aumenta la


pressione ambiente, quindi la velocità di combustione
aumenta a dismisura con progressione algebrica con
lo sviluppo di temperature dell’ordine di 2500/3500
gradi.
E’ possibile calcolare la pressione che si genera
all’interno della camera se si osserva che ogni 273
gradi il volume gassoso raddoppia.
Per una corretta analisi balistica quantitativa
occorre conoscere il covolume e la forza specifica.
Dall’equazione di stato sappiamo che

71
72

pv = R T
In cui p è la pressione v è il volume R è la
costante universale dei gas ideali e T è la temperatura
assoluta (273° + la temperatura misurata.
R = (p° v°) diviso 273, dove p° è la pressione
atmosferica a livello del mare (760 millibar) e v° è il
volume specifico di un gas a pressione p° e
temperatura normale di 15° centigradi, espressi
rispetto allo zero assoluto.
Nelle esplosioni di modestissime quantità
d’esplosivo si adopera l’equazione ridotta di Sarrau: p
= RT/v-a, dove a è il covolume, una costante
rappresentata dal valore del volume minimo cui si
ridurrebbe l’unità di peso del gas se la pressione
tendesse all’infinito.
Di forza specifica dell’esplosivo si parla
nell’equazione di Nobel – Abel:
p = f D / I,
dove p è la pressione f è la forza specifica D è la
densità del caricamento I è il volume in cui avviene
l’esplosione.
Il prof. Abel fornisce un’ulteriore equazione per il
calcolo della pressione sviluppata da una certa
quantità di polvere combusta in una camera a polvere.
La pressione è il prodotto della differenza tra un
termine direttamente proporzionale alla forza
specifica dell’esplosivo ed alla densità di caricamento,
ma inversamente proporzionale al volume in cui
avviene l’esplosione, ed ad un termine proporzionale
alla densità ed al volume rappresentato dai residui e
dal covolume.
Detto questo possiamo serenamente concludere
che ogni esplosivo possiede una specie di codice
identificativo anagrafico i cui elementi sono la
struttura chimica, il covolume e la forza specifica, che

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73

permettono una quasi matematica certezza


d’individuazione del tipo d’esplosivo oggetto della
perizia balistica.

Capitolo 6 Altri tipi d’esplosivi

I Cinesi conoscevano il salnitro fino dall’anno


mille; Marco Polo nel Milione parla di “….luci
fantasmagoriche, scoppi e bagliori generati da quella
lontana gente in occasione di feste….”; avevano,
inoltre miniere di zolfo, quindi produssero per primi la
polvere da sparo. Un testo cinese d’armi militari del
1040 DC parla di polveri incendiarie e deflagranti.
La polvere nera è scoperta in Europa intorno al
XII secolo, precisamente nel 1250, da Roger Bacon,
insieme ad un monaco di Friburgo, tale Bernard
Schwartz, purificando il salnitro mediante il processo
detto di ricristallizzazione.
In verità sembra che la polvere nera non sia stata
una vera e propria invenzione, ma una serie
d’esperienze tendenti a modificare le caratteristiche
del c.d. “fuoco greco”, una miscela incendiaria formata
da nitrato e resina adoperata sin dal VII secolo dai
Bizantini.
Se ne trova traccia in un trattato “de mirabili
mundi” di Alberto Magno nell’opera “Liber ignium” di
Marco Greco e, infine, in una pubblicazione di un
ingegnere militare italiano Giovanni da Fontana
vissuto nel 1400.
Dall’altra parte del mondo, l’arabo Hassan El
Rammhnel nel 1280 spiegava dettagliatamente in un
suo trattato la produzione e l’utilizzo della polvere

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74

nera, così come rimase in uso fino alla fine del XIX
secolo.
L’uso della polvere nera si estese soltanto dopo il
1831, anno in cui Bickford inventò la miccia a lenta
combustione per mine, che sostituiva le cannucce di
paglia riempite di polvere nera, fino ad allora usate.

6. 1 La polvere nera

La polvere nera è una miscela meccanica di


nitrato di potassio, zolfo e carbone. In essa il nitrato
rappresenta il comburente, lo zolfo ed il carbone, i
combustibili.
La composizione della polvere nera può variare a
secondo d’uso, ma la più usata è 75% di nitrati, il 10%
di zolfo ed il 15% di carbone.
Una riduzione della percentuale di carbone,
compensata da un aumento di nitrati riduce la velocità
di combustione, tal effetto può essere ottenuto,
mantenendo invariate le quote, con l’aumento
dell’umidità dello zolfo del 0,2%.
La polvere nera si accende facilmente, poco
costosa ed altamente igroscopica, sviluppando nella
combustione una grande quantità di fumo e residui,
con un basso potenziale, ma una fiamma caldissima.
Dimostra una forte sensibilità allo sfregamento,
al calore ed alla scintilla; il colore può variare dal
grigio marrone al grigio molto scuro con grani
uniformi piuttosto duri e compatti, con una densità di
870 gr/litro.
Le polveri nere facilmente reperibili sul mercato
italiano sono prodotte dalla BDP, denominata Black
Silver 1 adatta per armi a canna corta e Black Silver 2
a granitura più grossa per armi lunghe ad avancarica.

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75

Alla combustione si producono fecce e fumo


tenue dovuta alla buona qualità delle componenti.

6. 2 Le polveri senza fumo

Contrapposte alla polvere nera, sono dette


polveri senza fumo quelle che sviluppano nella
combustione solo prodotti gassosi, con un minimo
residuo solido e con assenza quasi totale di fumo.
L’inventore fu il berlinese Schultze che nel 1865
ne brevettò la formula, con l’utilizzo massiccio per usi
militari a partire dal 1881.
Nel 1882 fu realizzata la polvere “EC” a base di
nitrocellulosa, nitrato di potassio e di Bario, con
impasto parzialmente gelatinizzato tramite un
miscuglio d’alcool e d’etere, solventi volatili.
Nel 1883 Max Von Duttenhofer ottenne il
Rottweil, una polvere senza fumo d’uso militare,
nitrando la cellulosa del legno e gelatinizzandola
tramite etere acetico.
Tuttavia la realizzazione delle moderne polveri
infumi fu possibile solo dopo il 1884 quando il prof.
Vielle mise a punto un metodo per trasformare la
potenza dilaniante del fulmicotone in energia
propulsiva tramite la gelatinizzazione delle
nitrocellulose ad elevato titolo azotometrico, perciò di
difficile solubilità.
La balistite ottenuta gelatinizzando con la
nitroglicerina il cotone collodio (nitrocotone a basso
contenuto d’azoto) fu ottenuto da Nobel nel 1888.

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Le moderni polveri rispetto alle antenate


presentano una maggiore stabilità fisico chimica
dovuta all’uso di plasticanti speciali e sostanze che
impediscono o ritardano i naturali processi di
decomposizione o invecchiamento dei propellenti.

6. 3 La chimica delle polveri infumi

Tutte le polveri infumi hanno in comune, quale


componente indispensabile, la nitrocellulosa, un
composto organico ottenuto per azione di una miscela
solfonitrica (acido solforico e acido nitrico a
concentrazione elevata) su cotone purificato o su
cellulosa di legno.
La denominazione nitrocellulosa è impropria
perché non si tratta di nitroderivati bensì di esteri
nitrici (eteri sali).
La cellulosa, infatti, contiene tre gruppi ossidrilici
che possono essere totalmente o parzialmente
esterificati, cioè sostituiti con residui acidi.
Secondo il grado di nitrazione si ottengono
“mono”, “bi” e “tri” nitroesteri ogni sei atomi di
Carbonio.
Le nitrocellulose, altamente nitrate sono
insolubili in alcool ed etere, ma sono solubili in
acetone ed etere acetico.
I mononitroesteri non trovano uso nei
propellenti a causa del loro potenziale esplosivo.
I dinitroesteri della cellulosa, detti anche
dinitrocellulose, od anche cotone collodio sono
largamente usati nei propellenti poiché solubili in una

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miscela d’alcol etere, nella nitroglicerina, nel


nitroglicol e nel dinitrotoluene.
Le trinitrocellulose chiamate anche cotone
fulminante, pirossilina, ma molto spesso più
semplicemente “fulmicotone” hanno un aspetto fisico
simile al cotone, ma più ruvide al tatto e di colore
bianco avorio.
Possiamo, quindi, dire che la nitrazione più o
meno completa della cellulosa porta alla formazione di
prodotti diversi, con maggiore o minore contenuto di
N.
Abbiamo perciò due prodotti principali finali: il
cotone collodio con un titolo di N intorno al 12% ed il
fulmicotone con un titolo di N pari al 13,5%

6.4 Caratteristiche chimiche del cotone collodio,


fulmicotone e nitroglicerina.

Tutte le nitrocellulose hanno un bilancio di


ossigeno negativo, tanto più basso quanto minore è la
percentuale di N contenuta, perciò il cotone collodio,
pur essendo un potente esplosivo è molto più debole
del fulmicotone; quest’ultimo, infatti, contiene una
maggiore quantità di NO2.
Per una deflagrazione delle polveri occorre una
notevole quantità di O per ossidare gli elementi
combustivi della molecola rappresentati da H e C,
onde poter realizzare il maggior volume possibile di
CO2 e di CO.

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78

La nitroglicerina, nome improprio, poiché l’esatta


denominazione è trinitroglicerina, è un composto
organico che si ottiene trattando la glicerina con
miscela solfonitrica a temperatura non superiore a 10
gradi centigradi. Si presenta sotto forma di un liquido
denso ed oleoso, incolore ed inodore, con vapori
velenosi se inalati. Solidifica alla temperatura di 13,5
gradi C°, ed è poco volatile, con un costo di
produzione basso.
Sensibile all’urto ed al calore è usata unicamente
in composti.
Allo stato puro appartiene alla categoria degli
esplosivi dirompenti.
Per poter paragonare la diversa potenza dei tre
esplosivi si riassumono in tabelle le specifiche
caratteristiche:

1) FULMICOTONE
- calore d’esplosione 1.020 cal/gr;
- volume d’espansione 910 litri/kg;
- temperatura d’accensione 180 gradi C;
- energia specifica 10.300 Kg/cmq
- velocità di detonazione 6.000 m/s

2) COTONE COLLODIO
- calore d’esplosione 700 cal/gr;
- volume d’esplosione 850 litri/Kg
- temperatura d’accensione 160;
- velocità di detonazione 4000 m/s.

3) NITROGLICERINA
- calore d’esplosione 1510 cal/gr;
- volume d’esplosione 715 litri/Kg;
- energia specifica 12.900 Kg/cmq;
- temperatura d’accensione 220 C°;

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- velocità di detonazione 7600 m/s

6.5 La dirompenza secondo Kast o forza


dell’esplosivo.

E’ il prodotto della pressione specifica per la


densità e per la velocità di detonazione, essa può
variare da 650 a 1600 dinamodi.

Si può esprimere con la seguente formula


d = e x D x Vd
dove:

d = dirompenza secondo Kast;


e = pressione specifica;
D = densità dell’esplosivo;
Vd = velocità di detonazione dell’esplosivo.

La dirompenza si può calcolare con il dispositivo


di Kast, misurando, dopo l’esplosione, lo
schiacciamento del cilindretto di rame, rapportandolo
nelle apposite tabelle.
Allo scopo di facilitare ed abbreviare i calcoli le
tabelle sono calcolate a temperatura ambiente ed a
760 mm di pressione, prese dal Beyling-Drekopf.

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80

6.6 Classificazione commerciale delle polveri

Una prima suddivisione che si opera nella


classificazione delle polveri da lancio è quella tra
polveri monobasiche e polveri bibasiche.
Appartengono alla famiglia delle monobasiche
tutte le polveri che non contengono nitroglicerina,
poiché hanno un solo componente attivo ai fini
esplosivi: la cellulosa nitrata, detta anche
impropriamente, con una nomenclatura ante Jupac,
nitrocotone.

In rapporto alla caratteristiche sono suddivise


nelle categorie:

a) per densità in:


dense,
semi dense;
voluminose;

b) per composizione in:


non gelatinizzate;
parzialmente gel;

c) per forma in:


granulari;
lamellari;
discoidali;
a tubetti
.
d) per struttura d’impasto in:
fibrose;

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porose;
dense.

e) per andamento di sviluppo dei gas in:


degressive o vivaci;
costanti;
progressive.

f) per composizione chimica in:


normali
modificate

Una monobasica è definita normale quando


risulta composta per oltre il 95% da nitrocellulosa pura
unita a piccole quantità di additivi stabilizzanti; è
detta modificata quando contiene un solvente residuo
di tipo attivo cioè un nitroestere, che oltre a ritardare
l’auto decomposizione, aumenta la stabilità del
colloide.
Appartengono alla categoria delle doppie basi,
ovvero a solvente fisso le polveri formate da due
componenti attivi: la nitrocellulosa e la nitroglicerina.
La nitroglicerina ha la proprietà di gelatinizzare
completamente le nitrocellulose a bassa nitrazione,
per questo costituisce un solvente fisso (non volatile).
Appartengono alle doppie basi le balistiti normali
e quelle attenuate, le corditi, le soleniti.

Le balistiti formano la più importante ed antica


categoria di polveri laminate bibasiche, essendo
composte di una miscela in parti uguali di cotone
collodio, con circa il 12% di titolo e nitroglicerina;
hanno una densità di circa 1,64, un potere calorifico di
+/- 1300/1500° cal/gr, ed una temperatura
d’esplosione pari a 3500° C.

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Si presenta di colore ambrato con un’ottima


resistenza all’umidità dovuta alla bassa porosità.
(N.d.A.) Questa sostanza esposta a basse
temperature cristallizza, divenendo altamente
pericolosa.

Le corditi si distinguono per la loro grossa


pezzatura, con un contenuto di nitroglicerina
maggiore delle balistiti, prendono il loro nome dalla
particolare forma a spaghetto e sono generalmente
usate per munizioni destinate a grosse bocche da
fuoco, ovvero grosse armi portatili (fucili da caccia
grossa).
Le corditi si suddividono in due categorie; alla
prima appartengono quelle preparate con solvente
volatile, impiegando nitrocellulosa ad altissimo titolo
(cd fulmicotone), alla seconda quelle preparate senza
solvente e con l’impegno di un titolo d’azoto minore
(cd pirocollodio).
(N.d.A.) Nelle moderni corditi ricorre sempre la
presenza di centralite in percentuale elevata, poiché
questo composto ha funzioni gelatinizzante, con una
simile composizione: fulmicotone al 29%,
nitroglicerina al 65%, centralite al 6%.

La solenite è una polvere doppia base di scarsa


importanza, usata fino al 1948 dall’Esercito italiano
per il caricamento di munizioni per armi portatili, oggi
del tutto scomparsa a causa del suo alto potere
corrosivo.
La sua composizione chimica è un 61% di
nitrocellulosa, 36% di nitroglicerina ed il 3% d’olio
minerale, con un potere calorico variabile tra 1050 e
1150 cal/gr.

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6. 7 Polveri monobasiche e bibasiche. Pregi e


difetti

Le polveri monobasiche sono ottenute dal


descritto processo di peptizzazione di una misura di
nitrocellulosa a diverso titolo d’azoto tramite un
solvente volatile; la perdita nel tempo di questo
solvente volatile innesca nelle monobasiche il
processo chimico inverso cd destabilizzante; proprio a
causa di questa scarsa stabilità si ricorre a quel
processo di plastificazione dei grani ovvero ad usare
sempre più solventi meno volatili.
Le principali caratteristiche negative sono quindi
una maggiore sensibilità all’umidità ed alla minore
stabilità fisico chimica rispetto alle doppie basi.
D’altro canto le monobasiche hanno il pregio di
essere meno costose, avere una bassa temperatura di
esplosione, con scarsa sensibilità alle basse
temperature atmosferiche, grande penetrazione
dell’ogiva ed una ridotta fiamma di bocca, quindi, una
maggiore versatilità
Le polveri bibasiche possiedono diversi pregi tra i
quali la regolarità della combustione, la stabilità
chimica ed un’assenza quasi totale di igroscopicità,
dovuta anche all’omogeneità dell’impasto, con
scarsissima liberazione di vapori nitrici, limitando,
quindi, i processi di decomposizione; tutti elementi
che permettono un uso in condizioni difficili; at
contra, accelerano notevolmente il processo di
erosione e corrosione delle armi da fuoco, poiché i
residui igroscopici (sali) assorbono vapore acqueo
generando nocivi cloruri.

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L’utilizzo di polveri monobasiche o bibasiche è


riconoscibile anche dalla fiamma di bocca prodotta al
momento dello sparo.
E’ noto, infatti, che mutamenti di pressione,
temperatura o densità di carica possono spostare gli
equilibri dei processi d’esplosione aventi bilancio
positivo d’ossigeno.
La stessa aria che i gas incontrano all’uscita
determina una seconda reazione ossidativa dell’ossido
di carbonio e dell’idrogeno, con la pedissequa
riaccensione dell’ossido di carbonio alla bocca
dell’arma, dovuta all’eccesso di temperatura del gas
d’esplosione.
Un’ultima differenza che appare degna di nota è
l’entità del rinculo dell’arma da fuoco; infatti, a parità
di tipo e peso dell’arma e della velocità iniziale
dell’ogiva, la maggior vivacità di una polvere provoca
un maggior rinculo.

6. 8 Classificazione dei fuochi artificiali

Nel ‘500 i tecnologi usarono il termine


“pirotecnia”, derivante dal greco “piros” = fuoco e
“tecnos” = arte, per indicare in genere le arti in cui era
utilizzato il fuoco, dalla gastronomia alla fusione dei
metalli.
Nell’uso odierno, però, con questo termine
s’intende solo la tecnica delle composizioni luminose,
incendiarie, detonanti e fumogene impiegate in

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85

guerra, in comunicazioni marittime e terrestri e in


spettacoli.
Esempi del passato furono il “fuoco greco”, il
“fuoco feniano o fuoco lorenese”, ed “i razzi alla
Congreve”, che la flotta inglese comandata da Lord
Congreve, lanciò su navi francesi alla fonda nel porto
di Boulogne, rendendole inutilizzabili per la battaglia.
Le miscele di fuochi artificiali o artifizi, oggi,
sono in genere formati dai composti della polvere
pirica o polvere nera: nitrato di potassio, di sodio o di
zolfo, polvere di carbone, con aggiunta di clorati, di
nitrati quali sostanze atte a produrre fiamme
intensamente e diversamente colorate.
Per ottenere effetti pirotecnici si utilizzerà
generalmente una reazione di ossido riduzione entro
un elemento ossidante che sarà il comburente ed un
elemento riduttore che sarà il combustibile.
In pirotecnica hanno molta importanza le polveri
metalliche, specialmente Al e Mg, le quali ossidate,
emettono abbagliante luce, secondo le seguenti
equazioni:

10 Al + 6KNO  5 Al 2 + K20 + 3 N 2
5 Mg + 2KN03  5 MgO + K20 + N2

I fuochi artificiali sono costruiti con un recipiente


o “cartoccio”, entro il quale si mette la composizione
da bruciare, formato da polverino nero o grigio, cioè
polvere nera corretta con clorato di potassio, zolfo e
carbone, oltre a sostanze varie per la colorazione, ed
in particolare per:
-luce rossa: nitrato di calcio, nitrato di litio;
-luce bianca: alluminio in polvere e magnesio;
-luce verde: clorato o nitrato di bario;
-luce azzurra: ossicloruro o solfato di rame;

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I fuochi si distinguono in:


fuochi fissi;
fuochi aerei;
fuochi di guarnizione.

I fuochi aerei comprendono i razzi, i carciofi, le


granate;
I fuochi fissi sono quelli destinati a bruciare a
terra e comprendono le castagnole, le fontane, i
bengala, gli sbuffi ed i mortaretti;
i fuochi di guarnizione sono quelli incorporati in
altri fuochi, quali le colombe, le girandole, le cascate,
le stelle ed i lumi a botta.
6.9 Miscele Pirotecniche

La moderna pirotecnica ha cercato di sostituire in


parte prodotti pericolosi, come clorati, zolfo, limatura
di zinco, vetro triturato, ambra, canfora, rame, con
prodotti meno pericolosi od inerti.
La buona combustione di un fuoco d’artificio si
deve anche alla combustione degli stoppini o micce.
Ecco qui una composizione ottimale di una miccia:

Salnitro gr. 3600


Zolfo gr. 650
Carbone di vite gr. 1150
Destrina gr. 108

Per preparare la miccia basta battere nella “pila”


(mortaio di legno) la composizione per un paio d’ore,
poi, quando è leggermente inumidita con acqua o
gomma arabica, fino a farla diventare una pasta
piuttosto liquida, s’immerge del filo di cotone

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intrecciato; dopo averlo lasciato per qualche ora, si


asciuga all’aria disteso su telai.
All’interno dei fuochi o dei giochi pirotecnici, vi
è, quindi, una prima miscela iniziatrice, poi delle altre
miscele compresse che possono essere sia illuminanti
che fumogene.
La miscela iniziatrice deve essere usata nella
proporzione dell’1% rispetto alla miscela illuminante
e/o fumogena.
La miscela deve essere pressata a 150 Atm in
tubi di cartone, con una densità costante per ottenere
una luminosità e durata omogenea.
Le miscele illuminanti sono composte,
generalmente da:
Magnesio 43%
Nitrato di sodio 47%
Legante (lamilac) 10%
e, compresse a 150 atm, generano una luce pari a +/-
600.000 Watt’s.

Le miscele iniziatrici, ugualmente compresse,


sono composte da:
miscela illuminante al 75%
polvere nera al 25%

Le miscele fumogene sono state usate molto in


guerra e producono fumi anche colorati, più o meno
densi, in base a determinate reazioni chimiche.
Uno dei più energici fumogeni, anche molto
pericolosi, poiché all’aria s’incendia con estrema
facilità, è il fosforo bianco che si combina facilmente
con l’ossigeno dell’aria, trasformandosi in anidride
fosforica, con formazione di una nebbia persistente e
molto densa, secondo la reazione:
4 Ph + 5 O2  2 Ph2 O5

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L’anidride fosforica a sua volta reagisce con


l’umidità dell’aria, formando acido fosforico, secondo
la reazione:
Ph2O5 + 3 H2O  2H3PhO4

Il fosforo bianco, vista la sua pericolosità, non è


più usato, ed è sostituito con l’esacloretano, il quale si
miscela con lo zinco.
Altri fumogeni usati in pirotecnia, sono il
tricloruro d’arsenico, il pentacloruro d’antimonio ed il
tetracloruro di silicio.

Durante la prima guerra mondiale fu usata, per


usi bellici, la miscela Berger formata da:
Zinco 25%
Tetracloruro di carbonio 50%
Ossido di Zinco 20%
Farina fossile 5%

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Capitolo 7 Micce, detonatori ed ordigni esplosivi

Per esplosione di una sostanza o di un composto


esplosivo, si intende una trasformazione chimico
fisica, estremamente rapida, fortemente esotermica ed
auto sostenuta, con effetti luminosi e/o meccanici.
Si denomina esplosivo un composto od
un’unione meccanica (miscela) chimicamente poco
stabili che, sottoposto ad appropriate sollecitazioni
esterne, è capace di trasformarsi in altra sostanza,
mediante lo sviluppo d’energia termica e meccanica.
Gli effetti tipici dell’esplosione (effetto
dirompente o effetto propellente) scaturiscono
dall’energia interna cd entalpia del sistema.

7.1 Le Micce

Sono degli artifizi che, generalmente, si


presentano come un cordoncino di diverso colore,
all’interno del quale vi è un’anima contenente
esplosivo.
Esternamente la miccia si presenta rivestita di
materiale di diversa natura, a secondo dell’impiego e
del tipo della miccia stessa.

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La miccia è utilizzata per innescare, mediante un


detonatore, la carica esplosiva, in modo che
l’artificiere abbia un ragionevole lasso di tempo per
porsi ad una distanza di sicurezza prima che si
verifichi l’esplosione.
L’innescamento può avvenire mediante la
trasmissione di una fiamma o di un’onda esplosiva od
elettrica.
Attualmente si distinguono in:
a- micce a combustione lenta;
b- micce a combustione rapida;
c- micce detonanti.

Le micce a combustione lenta sono costituite,


generalmente, da un’anima a polvere nera, a base di
nitrato di potassio e carbone vegetale, racchiuso in un
intreccio di fili di juta a loro volta ricoperti da una
guaina impermeabilizzante.
La qualità del rivestimento della guaina esterna
varia a seconda del tipo di lavoro e del calore al quale
la stessa sarà esposta.
La velocità di combustione delle micce lente si
attesta intorno al centimetro al m/s, salvo la presenza
nell’anima di miscele con materiali ritardanti
Le micce a combustione rapida bruciano a
velocità più elevate, da 50 a 150 cm/s; possiedono la
caratteristica di poter bruciare anche immerse in
liquidi e si differenziano da quelle a combustione
lenta per la vivacità della colorazione esterna
dell’involucro.
Rosso- arancione per quelle d’uso tattico
notturno, verdi per quelle ad uso subacqueo e viola
per quelle di tipo anti vento.
Le micce detonanti sono costituite da un’anima
d’esplosivo detonante, quale acido picrico o pentrite,

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con una velocità di 8000 m/s; fulminato di mercurio,


con una velocità di 6000 m/s o tritolo, con una
velocità intorno a 4000 m/s, racchiuse in un involucro
generalmente di piombo o stagno.
Le micce detonanti sono, generalmente, usate
per collegare diverse cariche esplosive da far
esplodere contemporaneamente.

7.2 I detonatori

I detonatori sono utilizzati per generare un’onda


esplosiva iniziale, quindi, per generare l’esplosione
delle cariche con le quali sono a contatto.
I detonatori possono distinguersi in detonatori
comuni e in detonatori elettrici.
a- I detonatori comuni sono costituiti,
generalmente da un contenitore metallico di rame od
alluminio (c.d. bossoletto) contenente due distinti tipi
d’esplosivo uno con tipico effetto innescante quali il
fulminato di mercurio o lo stifnato di piombo, l’altro di
tipo dirompente come ad esempio il T4 (esplosivo al
plastico).
La carica esplosiva è separata da quella
innescante da un elemento metallico forato allo scopo
di evitare la mescola dei due esplosivi o sollecitazioni
di altro genere.
b- I detonatori elettrici sono costituiti da un
bossoletto d’alluminio, ottone o rame sul cui fondo
sono compresse cariche esplosive, terminanti con una
testina accensiva formata da sostanze infiammabili a

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contatto con i due elettrodi di un filo che viaggia


all’esterno.
Collegando i due capi ad una fonte d’energia
elettrica, la testina collegata ai due capi si surriscalda
fino ad accendersi.
L’esplosione del detonatore può essere
simultanea a quella della testina, ovvero, ritardata
mediante l’uso di speciali elementi tra l’esplosivo e la
miscela innescante.

7.3 L’innescamento.

Gli inneschi, e in altre parole sia i detonatori sia


le capsule, sono appositamente fabbricati per
provocare l’esplosione delle sostanze esplosive.
Per la polvere nera basta una scintilla provocata
da una miccia accesa, ma per tutti gli altri occorre
un’onda d’urto molto energica per cui si è dovuti
arrivare all’utilizzo di composti chimici che esplodono
con violenza e rapidità.
La detonazione si verifica soltanto con
un'elevazione rapida della compressione, infatti, è
difficile provocare un’esplosione alzando molto
lentamente la pressione, ed è per questa per questa
ragione tutte le presse per compressione d’esplosivi
hanno una velocità di compressione molto lenta.
Se consideriamo la densità dell’esplosivo
pressato, dobbiamo tenere presente che in un mezzo
più denso lo smorzamento delle oscillazioni è più
lento, mentre in uno poco denso le oscillazioni
saranno smorzate su un percorso più corto; e cioè

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93

l’inizio di un’esplosione è tanto più difficile quanto più


è compresso un esplosivo, limitando in questo modo il
movimento delle molecole.

7.4 Principali prove di riscontro da eseguirsi


sui detonatori

Una serie di prove si possono tecnicamente


effettuare sui detonatori per verificarne la potenzialità
e l’efficienza.

La prova di volata consiste nell’introdurre nel


detonatore un pezzo di miccia a lenta combustione e
collegarla, dopo aver tagliato un pezzetto,
longitudinalmente ad un filo che si rende
incandescente elettricamente, e che quindi accende le
micce, che a loro volta, fanno esplodere i detonatori.
Le micce, tagliate in diverse misure, fanno
esplodere i detonatori uno alla volta
progressivamente.

La prova della piastrina di piombo consiste nel


far esplodere il detonatore appoggiato verticalmente
ad una piastrina di piombo puro dello spessore di
circa 5 mm, di forma quadrata ed avente il lato di 50
mm, e, nell’osservare sia la perforazione e sia la
finezza delle irradiazioni prodotte sulla sua superficie,
dipendenti queste dal grado di finezza della
scheggiatura del detonatore stesso, che è in rapporto
con il potere frantumante e della velocità di
detonazione, si determina il tipo d’esplosivo e la
pressione cui sono stati caricati i detonatori.

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La prova della sabbia, eseguita principalmente


negli States, consiste nel rilevare la quantità di polvere
ottenuta da una sabbia dura, quando in essa sia fatta
esplodere una capsula.
Per eseguirla si utilizza un apposito recipiente
metallico a pareti robuste, nel qual è posta una certa
quantità di sabbia di una determinata granitura.
Il detonatore si pone al centro e si fa esplodere
elettricamente dall’esterno.
Termine del confronto della potenza del
detonatore in esame è il peso della sabbia che passa
dopo l’esplosione, attraverso un setaccio avente un
determinato numero di maglie per cm2.

7.5 Gli ordigni esplosivi

La criminalità organizzata fa sempre più spesso


uso d’ordigni esplosivi per perseguire i propri scopi
delittuosi.
Generalmente sono usati degli esplosivi
commerciali sottratti ai magazzini delle fabbriche,
armerie o cave.
E’ bene non dimenticare mai che la presenza di
una bomba richiede la presenza di personale
altamente specializzato ed è assolutamente
“sconsigliato” provare ad entrare in contatto con
l’ordigno.
La varietà degli esplosivi che possono essere
reperiti sul mercato, quindi utilizzati dai criminali,

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95

porta ad una sommaria enunciazione delle procedure


d’individuazione.
Tra le tante, più diffuse nell’utilizzo pratico, sono
le lettere esplosive e le bombe carta.

Le lettere esplosive sono usate per sfregiare o


ferire una sola persona. Queste sono confezionate con
una modesta carica esplosiva interposta tra due
cartoncini inseriti in una seconda busta più grande.

La bomba carta, invece, si presenta come una


grossa salsiccia di carta spessa o cartone, legata con
spago o corda e ricoperta di collante, spesso
rinforzata con bulloni, schegge di vetro e chiodi, quasi
mai munita di detonatore elettrico od a tempo, ma di
miccia a lenta combustione.

7.6 L’impiego d’esplosivi da mina.

L’utilizzo di “moda” d’esplosivi da mina per


azioni delittuose, specialmente da parte alcune frange
ben determinate di criminalità organizzata, mi spinge
a dedicare un intero paragrafo all’argomento, facendo
delle debite premesse.
Innanzi tutto cos’è una mina? Generalmente
s’intende una determinata quantità di materiale
esplosivo, munito di mezzi propri d’accensione,
disposta all’interno, ovvero a contatto, di un corpo,
allo scopo di produrre, mediante esplosione, la
demolizione, la rottura, ovvero il danneggiamento.

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Gli esplosivi usati per la fabbricazione delle mine


sono:
a) gli esplosivi alla nitroglicerina gelatinosi o
polverulenti e contenenti nitrato ammonico o
sodico;
b) gli esplosivi al clorato o al perclorato;
c) il tritolo;
d) miscugli di tritolo e nitrato ammonico, detti
amatoli;
e) miscugli di tritolo T4 o pentrite;
f) balistiti o nitrocellulose
g) polvere nera

La procedura generalmente seguita per il


posizionamento della mina, al fine di ottenere il
massimo effetto, è il c.d. “caricamento a petardo”.
Fatto il foro dove collocare la mina, s’introduce
l’esplosivo, generalmente confezionato in cartucce
avvolte in carta paraffinata, di cui una contenente,
l’innesco, dopo aver eseguito lo stoppaggio,
consistente anche in un piccolo malloppo di carta o
stracci, si procede con il borraggio, operazione che
consiste nell’isolare dall’aria le cariche.
Senza un buon borraggio i gas prodotti
dall’esplosione sarebbero liberi di espandersi,
perdendo la loro potenza d’urto e producendo
un’esplosione di scarso rendimento.
Tanto più è debole l’esplosivo, tanto meglio deve
essere il borraggio.
Tra una carica e l’altra può esserci borraggio o
meno, nel qual caso avremo mine a carica interrotta
od a carica continua.
L’accensione della mina può avvenire anche
elettricamente, ma con operazioni più delicate e

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complesse, che suppongono una media alta


professionalità dell’operatore.
Preventivamente deve essere misurata la
resistenza degli inneschi con un tester posizionato
con la scala hometrica, che deve essere uguale tra
loro.
Tutti i detonatori devono essere isolati tra loro e
collegati tra loro con cavetto a doppio conduttore
isolato in parallelo (generalmente usato dai militari), in
serie (uso più comune e frequente) o in modo misto
(raro e poco conosciuto) a secondo l’effetto che si vuol
ottenere.

7.7 Esplosivi militari da scoppio.

Negli ultimi tempi, dalla lettura dei rapporti di


PG, capita sempre più spesso di leggere d’azioni
eversive compiute mediante l’impiego d’esplosivi
militari da scoppio, ovvero di ritrovamenti, o della
confisca, di “considerevoli quantità d’esplosivo”,
provenienti dai paesi dell’ex “Patto di Varsavia”.
Gli eventi sociali che hanno sconvolto l’equilibrio
dei paesi dell’Est Europa, hanno reso di facile
reperibilità per la malavita organizzata, oltre che
d’armi leggere, anche di esplosivi per uso bellico.
Gli esplosivi militari di notevole interesse
attualmente non sono molti.
Oltre alla Gomma A, quasi dimenticata, sono
adoperati il Tritolo, il T4, la Pentrite, il Tetritol, il
Picrato d’ammonio e le loro miscele, quali l’Amatolo,
la “Composition B”, le Pentriniti, la Tritolite, il Tritolital
ed il Tritonal; questi ultimi tre contenenti polvere

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98

d’alluminio ed usati prevalentemente per armi


subacquee.
Il munizionamento bellico, per semplicità di
studio, e per grandi linee, può essere suddiviso nel
seguente modo:

1- Proiettili d’artiglieria ordinari di piccolo calibro,


caricati generalmente per compressione di T4 o
pentrite, quasi tutti muniti di tracciatori e
spoletta sensibile;

2- Proiettili perforanti aventi una carica di scoppio


che arriva al 1-2% del peso del proiettile. Caricati
con T4, Compoud B, o Tritolite, sono supersonici
e muniti di punta appuntita che permette di
perforare le corazze dei blindati.

3- Proiettili anticarro e razzi anticarro riconoscibili


dall’ogiva unita di una campanella, generalmente
di rame a carica cava, che sfrutta l’effetto
Munroe-Neomann, che possono perforare, con
cariche anche inferiori al kg delle corazze dello
spessore di 10-20 cm.

4- Armi subacquee sono contenute in involucri di


lamiera molto sottile e con esplosivo del tipo T4,
torpex o tritolital addizionati con polvere
d’alluminio

5- Bombe d’aeroplano, con involucri molto sottili e


cariche, generalmente tritolo, che possono
raggiungere il peso di 1000 chilogrammi.

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7.8 Esplosioni mancate ed incidenti

Molto realisticamente, potrebbe capitare di


intervenire sul luogo di un attentato dinamitardo e
trovarsi alla presenza di un ordigno al quale si sia
verificata una mancata esplosione.
Non sarà mai superfluo ricordare che ogni
verifica deve essere affidata unicamente a personale
altamente qualificato e specializzato; ma qui,
brevemente, si elencano le principali cause di una
mancata esplosione.

1) Difetto dovuto all’innesco cagionato da una


miccia di cattiva qualità od inumidita o
semplicemente contaminata la polvere al suo
interno da grasso, o danneggiata durante il
borraggio.

2) Difetto dovuto all’esplosivo troppo poco


sensibile per detonare con il tipo di detonatori
adoperati, o troppo compresso od inumidito.

3) Difetto dovuto al caricamento a causa di un


borraggio mal fatto od insufficiente, in questo
caso la mina fa da “cannone”, cioè, lancia il
borraggio, ovvero, le cartucce sono separate
da materiale estraneo (es pietrisco) senza
collegamento tra loro con la miccia detonante.

4) Difetto dovuto alla miccia detonante che


durante la sua sistemazione potrebbe essere
stata urtata, schiacciata, spezzata o bagnata.

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7.9 Le cariche cave

In questi ultimi tempi, sia nel campo civile sia in


quello militare, hanno preso una buon’importanza le
cd “cariche cave” o “ad effetti concentrati”.
Furono studiate per la prima volta del 1888 dal
Munroe, poi riprese dal fisico tedesco Neumann.
E’ risaputo che per avere un buon effetto una
carica esplosiva deve avere un buon intasamento,
altrimenti i gas si disperdono in tutte le direzioni, con
lievi effetti.
Però, se l’esplosivo presenta una cavità nel piano
d’appoggio sulla parete resistente, questa è
frantumata, fusa o forata a seconda del materiale di
cui è fatta la parete l’appoggio.
Il Neumann costatò che una carica cilindrica
contenente in una delle basi una cavità conica ed
innescata all’altra base, in direzione dell’asse ed alla
base del cono, produce un effetto locale 4-5 volte
superiore a quel prodotto da un’uguale carica senza
cavità.
Tale fenomeno fu spiegato considerando che,
dato che la carica è innescata in alto, la detonazione
procede dall’alto verso il basso, per cui l’onda
esplosiva si converte in onda d’urto alla superficie di
contatto tra l’esplosivo e l’ambiente esterno.
Così abbiamo che da un’unica superficie piana, si
diparte un’unica onda che diminuisce d’intensità con
l’allontanarsi dall’origine, mentre da una superficie
conica cava, partono tante onde d’urto che
incontrandosi danno origine a risultati paralleli
all’asse del cono e d’intensità proporzionale alla
somma delle intensità delle singole onde d’urto
componenti, da cui si deduce che le onde di

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101

propagazione di ciascuno dei suoi punti, raggiungono


il fuoco nello stesso istante, provocando un fortissimo
urto.
Nel campo militare, una prima applicazione
pratica del principio ad un’arma da fuoco, fu il
“Panzerfust”, cannone senza rinculo portatile, una
specie di bazooka, usato alle ultime battute del II^
conflitto mondiale dai giovani soldati del III Reich,
quasi tutti provenienti dalla gioventù Hitleriana e
senza uno specifico addestramento per questo tipo
d’arma sperimentale, contro i carri armati alleati.
Nel campo civile, tali cariche sono già entrate in
uso per rompere grossi massi che si staccano dalle
montagne o in cave.
Per tali cariche occorre un esplosivo con una
forte velocità di detonazione, unitamente ad una
grossa dirompenza, quindi, sono da utilizzare, quali
esplosivi, la Gomma A, il T4 o la Pentrite.
Per calcolare il peso dell’esplosivo capace di
operare la perforazione si adopera la seguente
formula:
P = K Sn
In cui P è il peso capace di compiere la
perforazione; S è lo spessore della corazza espressa in
cm, mentre K è un coefficiente che dipende dalla
natura del materiale da sfondare

101
102

Capitolo 8 Nozioni di chimica organica

La chimica organica è la chimica dei composti del


carbonio. Essa deve il suo nome al fatto che all’inizio
dello studio della chimica essa s’interessava delle
proprietà e della costituzione di composti contenuti
negli organismi viventi e in altre parole nelle piante e
negli animali.
Le sostanze più semplici contenenti carbonio:
carbonati, cianuri, cianati, carburi ed altri, sono
generalmente considerati sotto la voce “carbonio”.
Il gran numero di prodotti organici conosciuti
trae la sua origine, soprattutto dalla possibilità del
carbonio di formare lunghe catene d’atomi (c.d.
catenazione), dando origine a composti che possono
raggiungere complessità molecolari molto elevate.
Qui, per una migliore comprensibilità di quanto
si andrà a dire nel prossimo capitolo, e per meglio
comprendere la composizione molecolare dei più
diffusi composti esplosivi, si enunceranno formule e
nomenclatura, spiegando l’isomeria ed i gruppi
funzionali.

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8.1 L’isomeria

La possibilità di aumentare ulteriormente il


numero dei composti del carbonio si ha considerando
il fenomeno dell’isomeria, che com’è stato detto, è
l’esistenza di due o più sostanze aventi la stessa
composizione, ma differente costituzione.
Ad esempio, nella classe degli idrocarburi,
sostanze che sono formate solamente da carbonio e
da idrogeno, vi sono tre sostanze aventi differenti
proprietà fisiche e chimiche che rispondono tutte alla
formula C5H12.
Tali sono il pentano, l’isopentano ed il neo-
pentano.
Questi idrocarburi si dicono isomeri di
costituzione e la loro stabilità diminuisce nell’ordine.

8.2 Formule e nomenclatura

Da quanto innanzi detto, si comprende quando la


formula bruta od analitica non è assolutamente
sufficiente a definire un composto organico, poiché ce
ne fornisce solo la composizione, cioè i rapporti di
combinazione degli atomi, mentre non ci dice nulla
per quanto riguarda la costituzione, cioè il modo di
legarsi degli atomi tra loro.
Per definire la costituzione risulta conveniente
usare le cd formule razionali, che indicano le
sequenze degli atomi di carbonio e mettono in
evidenza i gruppi funzionali, sottintendendo che gli
atomi di H sono legati a quelli di C.

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104

Il nome dei composti organici è assegnato


seguendo determinate convenzioni.
Al lettore di questo breve compendio sarà
sufficiente conoscere solo una parte del complicato
sistema dei nomi della chimica organica.
I più semplici idrocarburi saturi, cioè quelli
contenenti legami singoli C-C, hanno nomi speciali,
ad esempio metano CH4, etano CH3CH3, propano
CH3CH2CH3, butano CH3(CH2)2CH3
Dal butano in avanti i singoli idrocarburi a catena
non ramificata sono designati con il numero greco
corrispondente al numero degli atomi di carbonio
seguiti dalla desinenza –ano, per esempio: n-pentano,
n-esano, n-eptano, n-decano ecc.
Il gruppo ottenuto, rimovendo un atomo di H da
un idrocarburo ha il nome dell’idrocarburo stesso con
la desinenza –ile, invece che –ano-
Gli idrocarburi ramificati sono denominati
basandosi sulla catena più lunga d’atomi di C in essi
contenuti. Gli atomi di tale catena sono numerati
dall’estremità più vicina al primo sostituente alchilico.
Gli idrocarburi saturi costituiscono una serie
omologa, in altre parole i vari termini differiscono
dagli immediati vicini per un gruppo CH2-

8.3 I gruppi funzionali

Uno o più atomi di H di un idrocarburo possono


essere sostituiti da gruppi funzionali o combinazioni

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d’atomi che conferiscono peculiari proprietà alla


molecola.
Le proprietà di queste sostanze, infatti,
dipendono dalla natura del gruppo introdotto e dalla
natura del residuo idrocarburico.
Il gruppo funzionale, o più semplicemente detto
“funzione”, mostrerà le sue caratteristiche principali
lungo tutta una serie omologa, per cui lo studio d’ogni
singolo composto chimico può essere facilitato
conoscendo le reazioni generali di una determinata
funzione.

8.4 Gli idrocarburi saturi ed insaturi

Le sostanze formate solamente da C e H


corrispondenti alla serie omologa della formula
CnH2n+2 sono chiamati idrocarburi alifatici a catena
aperta, o idrocarburi saturi, o paraffine della serie
grassa.
Queste sostanze hanno una scarsa tendenza a
reagire, da cui il nome derivato dal latino parum
affinis = poco affine, formano, però, miscele esplosive
con l’aria.
Il punto di fusione degli idrocarburi saturi si
aggira intorno al valore di 136°
Gli idrocarburi insaturi, invece, sono quelli in cui
è presente un doppio legame fra atomi di C, detti
anche alcheni od olefine, e costituiscono la serie
omologa, dalla formula generale CnH2n
Il più semplice è l’etilene, sostanza gassosa che
ha due atomi di H in meno dell’etano.

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Il nome alcheni deriva da quello delle


corrispondenti paraffine sostituendo la desinenza –
ano alla desinenza –ene.
Le olefine che contengono due doppi legami per
molecola si chiamano alcadieni.

8.5 Idrocarburi acetilenici ed aromatici

Gli idrocarburi in cui è presente un triplo legame


tra due atomi di C si chiamano acetilenici od alchini.
Costituiscono una serie omologa della formula
CnH2n-2; il triplo legale C-C, può essere
rappresentato da due tetraedri uniti per una faccia.
Il loro nome deriva da quello delle corrispondenti
paraffine con la desinenza –ino.
L’acetilene è il più semplice della serie omologa;
è un gas incolore ed inodore, che esplode molto
facilmente se compresso.
Viene facilmente commercializzato in bombole
per raggiungere alte temperature nelle saldature a
cannello.
Gli idrocarburi aromatici, così detti per il loro
odore non sgradevole.
La struttura più semplice è un ciclo (anello)
formato da sei atomi di C disposti secondo vertici di
un esagono regolare piano.
Due o più anelli possono fondersi tra loro
mettendo in comune uno o più lati formando composti
chiamati idrocarburi aromatici.
Per sostituzione degli atomi di H del benzene con
altri gruppi, si ottengono gli omologhi superiori.

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8.6 Le reazioni di addizione

Le lunghezze di legame C-C (distanza tra i due


nuclei di C adiacenti) diminuiscono progressivamente
passando dal legame singolo al triplo legame e,
conseguentemente, aumenta l’energia di legame.
Conseguentemente, mentre gli idrocarburi saturi
sono sostanze largamente inerti, gli idrocarburi
insaturi (alcheni ed alchini) sono molto reattivi.
La reattività è dovuta al doppio ed al triplo
legame che si trasformano in legami singoli
addizionando altri atomi o gruppi atomici.
In queste reazioni vi è un guadagno netto di
energia, dovuto al fatto che la somma di tutte le
energie di legame del composto che si è formato, è
superiore alla somma di tutte le energie dei legami
delle sostanze reagenti.
Le olofine e gli idrocarburi acetilenici sommano
facilmente H in presenza di catalizzatori, quali Ni Pt
Pd, trasformandosi in paraffine; sommano acidi
alogenidrici ed alogeni, trasformandosi in alogeno-
derivati.

8.7 Fenoli, aldeidi e chetoni

I composti, in cui il gruppo ossidrilico è legato


direttamente ad un atomo di carbonio, si chiamano
fenoli.

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Questi composti trovano largo uso come


antisettici, come solventi nella preparazione delle
materie plastiche e sono dotati di una debole acidità.

Le aldeidi derivano dall’ossidazione di un alcool


primario; mentre i chetoni derivano dall’ossidazione
di un alcool secondario.
Pertanto, nelle aldeidi il gruppo carbonilico è
attaccato ad uno o a due atomi d'idrogeno, mentre nei
chetoni esso è legato a due radicali alchilici.

Il nome degli aldeidi derivano da quelli


dell’idrocarburo corrispondente con la desinenza –ale,
comunemente però, secondo una vecchia scuola sono
chiamati dal nome dell’acido che si ottiene per
ossidazione.
I chetoni sono chiamati con il nome
dell’idrocarburo a uguale numero di atomi di C,
seguito dalla desinenza –one.

8.8 Esteri, eteri ed ammine

Gli acidi carbossilici reagendo con gli alcoli o i


fenoli formano gli esteri.
La reazione procedendo da sinistra verso destra
si chiama di esterificazione, mentre da destra verso
sinistra si chiama saponificazione.
Gli esteri sono liquidi, incolori, volatili e poco
solubili in acqua, dotati di odori caratteristici: essi
sono, infatti, i principali costituenti odorosi della frutta
e dei fiori.

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I loro nomi derivano dall’acido costituente con la


desinenza –ato, seguito dal nome del radicale alchilico
proveniente dall’alcool. Sono insolubili in acqua.
Gli eteri sono generati da un atomo di O che si
lega a due radicali organici, e, a secondo che i radicali
siano o meno uguali, gli eteri si dicono semplici o
misti.
Sono facilmente infiammabili e trovano un buon
utilizzo in campo farmaceutico ed uno modestissimo
in quello bellico.
Molti composti organici contengono anche azoto.
L’atomo d’azoto impartisce, generalmente, a causa
delle coppie d’elettroni non condivisi, proprietà
basiche alle molecole che lo contengono.
La classe più semplice dei composti organici
azotati è quella derivata dall’ammoniaca, questi
composti si chiamano ammine.
Poiché vi sono tre possibilità di sostituzione degli
atomi di H dell’ammoniaca, si possono ottenere
ammine primarie, quando un solo atomo è sostituito,
ammine secondarie, quando ne sono sostituiti due ed
ammine terziarie, quando la sostituzione riguarda
tutti e tre gli atomi.
Le ammine reagiscono con gli acidi,
analogamente a quanto fa l’ammoniaca, per formare
sali d’ammonio quaternari.
RNH2 + HCl  RNH3 + Cl –

8.9 I polimeri

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Con il termine polimero s’intende una sostanza


di alto peso molecolare ottenuta a partire da piccole
molecole, per mezzo di reazioni di polimerizzazione. I
polimeri, quindi sono costituiti da macro molecole.
Oggi, nel campo armiero, i polimeri sono
utilizzati per costruire parti per armi da fuoco leggere,
caratterizzate da un minor peso rispetto all’acciaio e
di una maggiore capacità di attenuare le vibrazioni
provocate dallo sparo.
Le catene di polimero devono essere regolari, in
modo da potersi impacchettare allo stato solido dando
origine ad una struttura ordinata, tale da essere
considerata cristallina, con buone caratteristiche per
poter essere fuse, estruse o semplicemente lavorate.
Le sostanze da cui derivano i polimeri si
chiamano monomeri.
I polimeri formati dalla ripetizione di un’unica
unità monomerica si dicono omopolimeri, mentre
quelli formati da due o più unità si dicono copolimeri.
I polimeri si dividono in polimeri ottenuti con
reazioni d’addizione ed in polimeri ottenuti con
reazione di condensazione.
I polimeri d’addizione hanno la stessa
composizione chimica di quella dei monomeri, sotto
l’influenza di catalizzatori, o semplicemente della
temperatura, il doppio legame olefinico può aprirsi e
formare nuovi legami covalenti con altre molecole.
Ne sono un esempio il politilene, il
polivinilcloruro, il leacril ed il polistirene.
I polimeri di condensazione a differenza di
quelli d’addizione, non hanno la stessa composizione
delle sostanze da cui derivano, in seguito
all’eliminazione di molecole generalmente semplici
come l’acqua.

110
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Ne sono un esempio i poliammidi, i poliesteri il


najlon e le resine fenoliche.
Padre dei polimeri è, senza dubbio alcuno, Giulio
Natta, Premio Nobel per la Chimica; mentre il primo
massiccio utilizzo dei polimeri nel campo
dell’industria armiera leggera si deve all’austriaca
“Glock Ges.m.b.H.” che, agli inizi degli anni ’90,
produsse un primo modello di pistola semiautomatica
in “safe action” il cui fusto era completamente in
materiale polimero.
Una rivoluzione tecnologica che, dopo un
decennio di successi sui campi di tiro e l’adozione
dell’arma con il fusto in polimeri da parte di alcune
Forze di Polizia, era seguita da colossi dell’industria
come la tedesca H&K, le italiane “Tanfoglio srl, e
“P.Beretta SpA”, l’austriaca Steyer e la sud africana LIW
di Pretoria.

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Capitolo 9 I composti esplosivi

A mero scopo di curiosità, qui appresso citerò,


brevemente, alcuni composti chimici venuti alla ribalta
durante l’ultimo conflitto mondiale, prodotti
sinteticamente, ed altri già in uso per diversi utilizzi
industriali, suddividendoli e distinguendoli secondo la
loro conformazione chimica.

9.1 L’Idrazina e suoi derivati.

Durante la seconda guerra mondiale, gli


scienziati del Terzo Reich si accorsero quasi per caso
delle qualità di propellente dell’idrazina, del solfato
d’idrazina e del nitrato d’idrazina.
L’idrazina o diammide (H2N-NH2) fu usata dai
tedeschi come carburante nei razzi con sistemi
bipropellenti con acido nitrico, ossigeno liquido ed
acqua ossigenata; come monopropellente in virtù della
sua reazione alla decomposizione.
La fabbricazione può avvenire attraverso due
sistemi: il processo Raschig ed il processo Sanftner.

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Il primo consiste nel riscaldare una soluzione di


ipoclorito di sodio con un eccesso di ammoniaca, in
modo da formare la cloroammina, che reagisce con
l’eccesso di ammoniaca producendo l’idrazina.
Il secondo, non dissimile, aggiungendo idrossido
di magnesio o gomma arabica o gelatina o caseina,
per limitare la reazione.
La preparazione dell’idrazina è piuttosto
semplice; si tratta un litro d’acqua con ammoniaca al
20%, addizionata con gomma arabica all’1%, con 500
cc di una soluzione all’8% di ipoclorito di sodio, esente
da cloro.
Si concentra nel vuoto al 50% e si raffredda a 0°,
aggiungendo 10 gr di acido solforico concentrato, in
tal modo si forma il solfato di idrazina.
Caratteristiche principali del composto sono:
liquido incolore che fuma all’aria, bolle a 56°, densità
1,003, solidifica a -40° ed è altamente corrosiva e
tossica. Misura di sicurezza per la conservazione è di
tenere sempre la temperatura a -0°.

9.2 Il Metano ed i suoi derivati.

Il metano “CH” può dare vita a diversi composti


nitrici ottenibili per via indiretta, poiché il metano ha
scarsa attitudine a reagire con ossidanti energici, quali
l’acido nitrico.
I principali derivati del metano sono:
Mononitrometano CH3NO2

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Binitrometano
Tetranitrometano C(NO2)4
Esanitroetano.

Tutti hanno scarso utilizzo a causa dell'estrema


sensibilità all’urto.
Sporadiche applicazioni trovano:
Il mononitrometano fu usato dai tedeschi come
propellente per le famose bombe V1 e V2; è ottenibile
in laboratorio per azione del nitrato sodico sul
monocloroacetato di sodio, addizionando 100 gr di
monocloroacetato a 100 gr di acqua distillata,
aggiungendo al miscuglio 90 gr di nitrato sodico
solido.
La reazione si scatena per riscaldamento,
producendo il nitrometano.
E’ un liquido volatile, mobile con un odore molto
simile a quello delle mandorle amare, trasparente ed
infiammabile, altamente tossico se inalato a
percentuali superiore all’1%, mortale se ingerito.
Se mescolato ad etilato sodico esplode con
rapido riscaldamento e, condensandosi con le aldeidi
forma nitroalcoli capaci di dare esteri nitrici da
utilizzare come esplosivi.
N.B. per diminuire la sensibilità alla detonazione
può essere addizionato fino al 10% con gasolina.

Il tetranitrometano C(NO2)4, mescolato con un


qualsiasi combustibile organico può essere usato al
posto del perossido di azoto e dell’acido nitrico,
prendendo il nome di Panclastite.
Si ottiene trattando l’anidride acetica con acido
nitrico.

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Caratteristiche sono l'insolubilità in acqua, ma


solubile in alcool, scarsa attitudine all’esplosione, che
cresce a dismisura se mescolato a soluzioni acquose.

L’Esanitroetano, fu preparato per la prima volta


nel 1914 dal prof Will, ottenuto per idrolisi del
trinitroacetonitrile.
N.B. mescolato con sostanza organica nitrato
forma esplosivi molto potenti.
Si ottiene trattando, a temperatura di 3°C, del
sale potassico di tetranitroetano puro con acido
solforico concentrato, poi, con un miscuglio nitro-
solforico.
Dopo il riscaldamento per 10’ a 60/70° e
successivo raffreddamento in acqua, mediante
disacidificazione, è trattato con solventi (etere)
precipitando sotto forma di cristalli bianchi con
leggero odore di canfora.
Tali cristalli fondono a 142° e sciogliendosi in
benzene o toluene, hanno una colorazione gialla;
addizionati con soda alcolica danno tetranitroetano.

9.3 Gli Eteri nitrici

Dagli idrocarburi della serie grassa, rispondenti


alla formula generale di CnH2+2 per sostituzione di
tanti atomi di H quanti sono gli atomi di C della
molecola, con altrettanti gruppi OH, si hanno gli
alcoli, dai quali, per nitrazione, ossia sostituzione

115
116

degli atomi di H con gruppi nitrici NO2, si ottengono


gli eteri nitrici.
Quello che ha trovato maggior applicazione nel
campo degli esplosivi è la trinitroglicerina, meglio
conosciuta come nitroglicerina.
La glicerina, essendo un alcool trivalente può
dare origine a tre classi di derivati nitrici, a secondo
della sostituzione di uno, due o tre atomi di H degli
ossidrili alcolici, con uno due o tre gruppi nitrici.
La nitroglicerina fu scoperta da Ascanio Sobrero
nel 1846 a Torino, ottenendola seguendo il metodo
generale di nitrazione della glicerina con il miscuglio
nitrico solforico.
L’H2SO4 esercita unicamente un’azione
disidratante, mentre l’H2NO3 prende parte attivamente
alla reazione.
Il processo di nitrazione della glicerina, per
quanto semplice è assai pericoloso.
Consiste nel far gocciolare lentamente la
glicerina nel miscuglio nitrico-solforico, in rapporto di
1 a 5. La reazione sviluppa calore, ed è quindi
necessario che durante la nitrazione la temperatura
non salga oltre i 25°, raffreddando l’apparecchio di
Nathan con una serpentina refrigerante.
La nitroglicerina si presenta come un liquido
oleoso di colore giallo tenue, con forte odore
caratteristico. E’ dolciastra e velenosa.
Basta toccare con le mani nude o essere presenti
in locali non aerati in cui vi è presenza di nitroglicerina
per accusare forti mal di testa e vomito.
Miglior antidoto per l’intossicazione da
nitroglicerina è il caffè caldo con riposo assoluto in
luogo buio e fresco.

116
117

Tutti gli esplosivi a base di nitroglicerina hanno


l’inconveniente, secondo le impurità entro contenute
di decomporsi con il tempo.
La nitroglicerina pura no. Esplode a 217°, a 8°
congela e a 11° disgela, con un contenuto di azoto che
varia dal 18,3 al 18,7%.
La Nitroglicerina gelata è sensibilissima agli urti
a causa della formazione di cristalli a forma di piccoli
aghi prismatici.
Esposta a lungo a luce di forte intensità si altera
mutando la sua colorazione in verde pallido per
formazione di acido nitroso.
Meglio potrebbe interessare ai lettori la tecnica di
distruzione della nitroglicerina, facilmente eseguibile
mediante la distesa delle cartucce accese con polvere
alla nitrocellulosa, senza ammassarle, altrimenti si
provocherebbe un’esplosione, ovvero esporre la
nitroglicerina ai raggi ultravioletti che in breve tempo
la decompone.

9.4 Le dinamiti

Il primo tipo di dinamite fu scoperto nel 1867 da


Alfred Nobel, che utilizzò come sostanza esplosiva la
nitroglicerina mescolata a farina fossile in rapporto di
3 a 1; in seguito lo stesso Nobel scoprì che la dinamite
poteva essere migliorata sostituendo la farina fossile
con una sostanza assorbente, detta base, che
possedesse proprietà esplosive, quali il cotone
collodio.

117
118

Quando la base non partecipa alla reazione


esplosiva, la dinamite si classifica “dinamite a base
inerte”, mentre quando la base partecipa si dice
“dinamite a base attiva” (es gelatina esplosiva, GD1,
GD2); altre volte possiamo assistere a basi che
partecipano parzialmente, nel qual caso parleremo di
dinamite a base mista.
Si usa, comunemente, classificare le dinamiti
basandosi sulla natura chimica della base.
Nell’unione della nitroglicerina al cotone collodio
si ha il fenomeno della gelatinizzazione, per cui il
cotone collodio, sciogliendosi nella nitroglicerina, si
trasforma in una sostanza plastica gelatinosa.
Le nitrogelatine così ottenute, possono contenere
altre sostanze che danno consistenza alla miscela,
così si suddividono in gelatine gomme, se contengono
solo nitroglicerina a cotone collodio, ed in gelatine
dinamiti.

9.5 Le gelatine gomma

Sono un esplosivo più potente della nitroglicerina


e di tutte le altre dinamiti fino ad oggi conosciute.
In Italia è chiamata “Gomma A”, in Germania “Spreng
gelatine” in Inghilterra “Blasting gelatine”, in Austria
“Alpinit 1000”.
Esso è composto di 92 parti di nitroglicerina e 8
parti di cotone collodio.
Detta miscela è ad ossidazione completa,
essendo state calcolate le due percentuali dei

118
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componenti in modo da sfruttare l’eccesso d’ossigeno


disponibile nella decomposizione della nitroglicerina.
Appena fabbricata la gomma è bianca, poi
diventa di colore giallo ambra, con il tempo assume
un colore più oscuro.
Alla temperatura di 15° è plastica, scendendo a +
7° congela, divenendo pericoloso il maneggio,
s’indurisce ed assume una colorazione più chiara.
Immersa sott’acqua conserva la sua efficienza
per +/- 24-48 ore, ma perde parte del colore a causa
della perdita di nitroglicerina.
La Gomma esplode, quando riceve un forte urto
tra tue corpi metallici o due pietre, ovvero se brucia in
grandi masse in recipienti chiusi e resistenti, (es
pentole a pressione), ovvero se chiusa in recipienti
esposti lungamente all’azione del calore solare.
Potrebbe darsi che la gomma avesse un difetto di
fabbricazione come gelarsi e disgelarsi, difetto
manifestato dalla presenza di goccioline oleose sulla
superficie interna della carta paraffinata in cui è
avvolte le cartucce.
Questo “trasudamento” se è eccessivo occorre,
prima di cambiare la carta, spolverare le cartucce con
segatura al fine di assorbire la nitroglicerina in
eccesso.
La carta paraffinata bagnata deve essere bruciata
all’aperto a causa dei vapori altamente tossici che si
sprigionano durante la combustione.

9.6 Le nitrocellulose

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Si ottengono con la nitrazione di un dato


miscuglio nitrante sulla cellulosa che è una sostanza
organica, che forma le pareti delle giovani cellule
vegetali.
E’ quasi insolubile nei comuni solventi, morbida,
piuttosto leggera fibrosa e commercialmente di colore
biancastro.
Si ottiene principalmente dal cotone che ha una
fibra consistente, sottile e lunga, facilmente
sfioccabile.
La cellulosa ha funzione di alcool. se ad essa si
attribuisce la formula semplice (C6H10O5) si può
riconoscere la presenza di più gruppi alcolici, infatti,
trattata con anidride acetica genera triacetato.
Un criterio pratico per distinguere facilmente il
cotone collodio dal fulmicotone, di cui ci siamo
occupati sommariamente in un capitolo precedente, è
il seguente:
Le Nitrocellulose contenenti dall’11,50% al
12,50% di azoto sono completamente solubili nella
miscela alcool etere e sono gelatinizzate molto bene
dalla nitroglicerina, per cui sono indicate con il nome
di cotone collodio.
Nella preparazione delle gelatine dinamiti e delle
gelatine polverulente, sempre a base di nitroglicerina,
si adopera il cotone collodio con un titolo d’azoto
compreso tra l’11,2 e 11,3%, mentre nelle polveri alla
nitrocellulosa è necessario il contenuto d’azoto del
cotone sia dal 12,5 al 12,7%, nel qual caso prende il
nome di pirocollodio.
Le nitrocellulose che contengono più del 12,7% di
azoto, sono insolubili nella miscela alcool etere, non
sono gelatinizzate dalla nitroglicerina e prendono il
nome di cotone fulminante o fulmicotone.

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Il massimo titolo raggiungibile dalla


nitrocellulosa è del 13,8% con miscela solfonitrica,
mentre con miscela nitricofosforica troppo costosa,
quindi poco usata e di scarsa reperibilità anche sul
mercato “nero”, si può raggiungere il 14,9%.
Discutendo delle nitrocellulose, si deve
argomentare, più dettagliatamente di quanto già fatto
innanzi, anche di cotone collodio, di fulmicotone, di
solventi, oltre del processo di essiccamento.
Il cotone collodio non ha una composizione
chimica ben definita, ma la più probabile è
C24H31OH(ONO2)9 , in quanto è un miscuglio di esteri
nitrici in quantità variabile.
Il cotone collodio per dinamiti subisce, dopo la
nitrazione, il polpaggio e la stabilizzazione.
Il cotone collodio non polpato si presenta con
aspetto simile al cotone, mentre quello ricavato dalla
carta si presenta come pasta; s’infiamma facilmente a
180/200° e bruciando genera una fiamma gialla.
Si decompone al calore a 160° e ruvido e friabile
al tatto, con un peso specifico di 1,6.
Non ha sapore, ed è insolubile in acqua calda e
fredda, si scioglie facilmente dando, però, una
soluzione colloidale, in acetone, etere acetico ed
acetato di butile che sono i suoi gelatinizzanti volatili.
Si conserva in casse di legno rivestiti di
lamierino, ovvero in buste di politene con un'umidità
del 20/30%. Se acceso in recipienti chiusi esplode.

(N.d.A.) la sensibilità diminuisce con l’aumentare dell’umidità.

Il Fulmicotone o cotone fulminante è un


esplosivo caduto in disuso da qualche tempo.

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Scoperto nel 1846 trovò un primo utilizzo nelle


artiglierie campali pesanti.
Ben due gravi incidenti militari nel 1862 e nel
1865 ne sconsigliarono definitivamente l’uso da parte
delle FF.AA.
La fabbricazione, come le proprietà fisico
chimiche, è identica al cotone collodio, ma con un
titolo d’azoto maggiore, che raggiunge il 13,5%.
Ultimo utilizzo militare fu durante il conflitto
bellico1940-‘43 nelle testate dei nostri siluri per
sommergibili, ma con un titolo ridotto al 12,8%.

9.7 Le Polveri infumi

Così impropriamente denominate perché fanno


poco fumo, hanno acquistato, a scapito della polvere
nera, tutto lo spettro d’utilizzo come polveri da lancio.
Sono chiamate, indifferentemente, anche polveri da
lancio o polveri colloidali.
Hanno il pregio d’essere insensibili agli urti ed
agli sfregamenti e si accendono a 180/190°.
Sviluppano vapori gassosi e lasciano un residuo
solido trascurabile.
L’origine delle polveri risale al 1884 quando
Vielle costatò la possibilità, gelatinizzando la cellulosa
con opportuni solventi, di trasformare la potenza
frantumante in potenza propulsiva.
Contemporaneamente alla Francia, Von
Duttenhofer preparò una polvere senza fumo
gelatinizzando etere acetico con nitrocellulosa.
Pochi anni dopo, nel 1888 Nobel scopriva la
balistite gelatinizzando la nitroglicerina con cotone
collodio.
Le nitrocellulose, come tutti gli esplosivi aventi
natura di esteri nitrici, hanno la tendenza, con il

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tempo, a decomporsi a causa dei vapori nitrosi messi


in libertà nella decomposizione iniziale che hanno
azione ossidante, ma che allo stesso tempo
promuovono la scomposizione degli esteri.
Per eliminare tale inconveniente si pensò di
aggiungere delle sostanze capaci di reagire con i
vapori nitrosi dando luogo a composti che non
catalizzano la decomposizione, i c.d. stabilizzanti.
In passato furono usate sostanze come la
difenilammina o la centralite, oggi la migliore in
assoluto e la arcardite, ma sono utilizzati come
stabilizzanti anche la vaselina, il bicarbonato di sodio.
Altri problemi sorti con l’utilizzo della polvere
infume, furono quelli di abbassare la temperatura
d’esplosione delle polveri, onde non corrodere le
canne delle armi a fuoco, e quello di limitare al
massimo la fiammata che esce dal vivo di volata
dell’arma, causa d’identificazione da parte del nemico
in operazioni di guerra.
Il primo problema fu risolto mediante l’utilizzo di
refrigeranti nelle quali il carbonio in essa contenuto
reagisce con il CO2 e con l’acqua presenti nel gas
d’esplosione, generando reazioni endotermiche che
abbassano la temperatura.
Il secondo problema fu risolto addizionando
degli antifiamma, quali nitronaftalina, il dinitrotoluolo
e derivati dall’urea, o sali inorganici quali solfato
d’ammonio, ossalato di sodio, d’ammonio o di
potassio, ovvero tartrato di potassio.
I sali inorganici, però nelle esplosioni in ore
diurne danno luogo a forti emissioni di fumo.

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9.8 Altri esplosivi facilmente reperibili.

Con una relativa facilità sono reperibili altri


esplosivi, che potrebbero essere utilizzati per
compiere azioni delittuose.
Nell’ordine sono:
La Pentrite (CH2OH) scoperta nel 1891 da
Tollens e Wigand. E’ un omologo dell’entrite che da
luogo ad un esplosivo interessante usato
principalmente per detonatori primari e secondari a
compresse o micce detonanti.
In minima parte, vista la difficile reperibilità ed il
costo elevato, è usato per gli esplosivi da mina.
Si ottiene sinteticamente per condensazione della
formaldeide e dell’acetaldeide in presenza di una base
in soluzione acquosa, che nitrata la pentrite.
La pentrite presenta l’inconveniente di non
essere fusibile senza decomposizione e in caso di
caricamento per compressione presenta il pericolo di
scoppio a causa del riscaldamento dell’aria contenuta
nei cristalli. Non è igroscopica e non è sensibile al
calore, insolubile in acqua ed alcool, ma solubile in
acetone.
Poco usata sia perché deve essere flemmatizzata
con l’1% di paraffina e sia per l’alto costo.

L’esanitropentaeritride
Si presenta sotto forma di cristalli bianchi con pf
71° e peso spec 1,63 con una velocità di detonazione
di 7400 m/s ed esplode a circa 220°, insieme
all’esanitromannite fu studiata da Ascanio Sobrero e
poi dal Menard

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Sono esplosivi potenti e frantumanti, più sensibili


agli urti della nitroglicerina.
Quest’ultima poco stabile e soggetta ad
autodecomporsi con la seguente equazione:
C6H8O18N6  6CO2 + 4H2+ 3N2 +O2
Altissimo costo di produzione, quindi quasi
sconosciuta sul mercato.

9.9 Il Tritolo e suoi derivati.

Un discorso a sé, per la sua importanza e


diffusione commerciale, merita il trinitrotoluene, detto
comunemente tritolo.
Esso è un nitro derivato aromatico, derivato dal
toluene detto toluolo o anche metilbenzene (p.m.
92,114), che si trova nel carbon fossile e nel catrame
di lignite.
Il toluene si ottiene anche sinteticamente facendo
reagire un alogeno derivato dal benzolo con joduro di
radicale alcolico alla presenza di sodio.
Il Tritolo o T.N.T. è il principe degli esplosivi sia
in guerra che in pace, scelto per la sua stabilità, per la
facile manipolazione e conservazione, oltre alla facilità
di recupero.
Fu scoperto nel 1863 da Wildebrand nitrando
toluene con un miscuglio d’acido nitrico e solforico
concentrato. In seguito è stato ottenuto per nitrazione
del binitrotoluene.
In Italia il tritolo si distingue in due classi:
Tritolo ad alto punto (AP), se solidifica sopra gli
80°

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126

tritolo a basso punto (BP), se solidifica tra i 77°


e 78°;
Il primo è adoperato per i detonatori e per il
caricamento d’alcuni proiettili; il secondo, quello a
basso punto, unicamente per il caricamento di
amatolo.
La purezza del prodotto è data dal punto di
solidificazione. Questo è abbassato dalla presenza
d’impurità o d’umidità.
Il tritolo si presenta sotto forma di cristalli
romboedrici con densità reale di 1,65.
Non ha alcun’azione sui metalli, con un punto di
fusione di 80/81°. Non è igroscopico, molto solubile in
benzene, toluene ed acetone.
Il TNT s’innesca meglio con l’azonitrato di
piombo e col fulminato di mercurio.
Il tritolo, come tutti i polinitrocomposti aromatici,
è molto resistente agli acidi e molto stabile, ma anche
molto sensibile all’azione degli alcali e delle basi
organiche, formando prodotti d’addizione
intensamente colorati in rosso.
Dal tritolo sono stati ricavati diversi esplosivi ad
uso di guerra, ma utilizzati anche per scopi eversivi
vista la facile reperibilità e fabbricazione per sintesi.
Tra i più comuni ricordiamo:

1- Amatolo: formato dall’80% di nitrato ammonico e


dal 20% di tritolo ad uso di ricarica di proiettili
per artiglieria od esplosivo da mina;

2- Tritonal formato dall’80% di tritolo e 20%


d’alluminio usato principalmente per bombe
subacquee e bombe ad involucro leggero;

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3- Tetritol formato dal 75% di tetrile e 25% di TNT,


di colore giallo usato per usi industriali
(demolizione di costruzioni);
4- Pitratol, formato dal 52% di picrato d’ammonio e
48% di TNT, utilizzato per la fabbricazione di
proiettili di artiglieria per uso perforante.

Principe dei derivati del tritolo è il


Trimetilentrinitroammina, detto in Italia più
semplicemente “T4”, in Francia “Hexogene”, in
Inghilterra “Ciclonite”, negli States “RDX”, con un p.m.
di 222,1, fu preparato per la prima volta nel 1899 da
Henning.
Si prepara per nitrazione della
esametilentetrammina o urotropina, che a sua volta si
prepara per azione dell’ammoniaca sulla formaldeide
in soluzione satura.
Trattando la soluzione di urotropina con HNO3 si
fa precipitare il nitrato di urotropina sotto forma di
polvere cristallina, che è raccolta su filtro, lavata ed
essiccata.
Quindi, il nitrato di urotropina viene passato per
la nitrazione con sei parti di acido nitrico ad alta
concentrazione (98/99%), fortemente raffreddata.
Si forma così il T4 che si separa dal liquido, una
parte alla fine della nitrazione, altra parte resta in
sospensione sotto forma di polvere finissima che si
raccoglie in un filtro.

Il T4 deve essere, a questo punto, disacidificato


con ripetuti lavaggi in tini d’alluminio.
Il T4 si presenta sotto forma di una polvere cristallina
bianca, che fonde a 202°, insolubile in acqua, neutro
verso le basi.

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128

Acceso brucia con fiamma brillante rossiccia,


mentre riscaldato lentamente comincia decomporsi
senza esplodere, mentre, portato bruscamente a 215°
esplode bruscamente e con violenza.
Si decompone in acido solforico concentrato,
mentre si scioglie senza decomporsi in acido nitrico,
che si può far riprecipitare per semplice diluizione in
acqua.
E’ piuttosto sensibile all’urto e poco agli
sfregamenti, non è igroscopico e la manipolazione
non è nociva alla salute, salvo il possibile verificarsi di
eruzioni cutanee alla mucosa buccale.
Il T4 è molto stabile al calore, superiore alla
pentrite, poichè il nitrogruppo è legato ad un atomo
d’azoto.
Per azione di un innesco il T4 detona
violentemente secondo l’equazione:

C3H6N6O6 3CO + 3 H2O + 3 N2


Così produce, per ogni Kg, 1390 Kal e 908 litri di
gas, con una velocità intorno ai 8400 m/s

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Capitolo 10 La brunitura delle armi; cenni storici


del processo

Sin dalla scoperta dei metalli l’uomo tentò di


mantenere pulita la superficie dei suoi utensili, degli
strumenti di lavoro.
I romani proteggevano le loro armi più preziose
mediante un sottile strato di doratura; quelle d’uso
giornaliero, invece, mediante un processo di tempera
in grasso animale, ovvero in polvere di corna e zoccoli
di animale.
Bisognerà attendere il secolo XV per parlare di
una prima vera brunitura, la così detta “bronzatura”,
ottenuta con la brunitura a fuoco alle patine di ossidi.
Molte tele e stampe dell’epoca raffigurano
armature perfettamente conservate e rifinite.
Per giungere ad un vero processo complesso di
brunitura delle armi da fuoco occorrerà attendere il
secolo XVII.
In un documento inglese di quel periodo,
precisamente del 1732, è trattato dettagliatamente il
processo di brunitura; nel continente, invece, il primo
documento comparve sulla rivista tedesca Hannover
Magazin del 1781.

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Questo metodo prevede l’utilizzo di una pasta


ricavata dall’olio d’oliva, miscelato con SbCl3
(Tricloruro di antimonio) detto, con la terminologia
dell’epoca “burro di antimonio”, da sfregare a caldo
sulla superficie del metallo da proteggere.
In Inghilterra si produsse industrialmente il
primo fucile brunito da destinare alle truppe di Sua
Maestà: il “Pattern mod. 1776” detto comunemente
“Brown Bess” proprio a causa della colorazione bruno
rossiccio dovuta alla brunitura ottenuta con il sistema
dei sali fusi.
I Coloni americani, dall’altra parte del mondo
svilupparono la tipica brunitura azzurrina, in uso sulle
armi nord americane fino alla seconda metà del XX
secolo.
Il processo di brunitura usato nel Regno di
Sardegna, nel primi decenni del secolo XIX, fu la
“verniciatura” dei particolari di ferro delle armi più fini,
come la carabina da Bersagliere; sistema usato fino
all’adozione del fucile Vetterli, considerato da tutti il
primo fucile da guerra italiano brunito.

10.1 Vari processi chimici di brunitura

Ai nostri giorni le tecniche di brunitura possono


suddividersi in due grandi famiglie: i trattamenti a
freddo, più moderni ed i trattamenti a caldo,
tradizionali.

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Diviene importante saper distinguere il tipo di


brunitura dell’arma oggetto dell’indagine balistica, per
poterla meglio collocare in uno spazio temporale.
Le bruniture a caldo si possono suddividere in tre
categorie di bruniture: quelle con trattamento
d’ossidazione all’aria, quelle con trattamento
all’umido ed infine, bruniture con trattamento a totale
immersione nel bagno di sali ossidanti.
Le patine colorate degli ossidi sono ottenute,
quindi, con l’ossidazione dei pezzi.
Nel processo di brunitura con trattamento
all’umido, dette anche “bruniture a ruggine”, il
processo prevede l’utilizzo di una soluzione ossidante
con la quale il pezzo è bagnato ed un successivo
periodo d’ossidazione spontanea all’aria od alla
presenza di vapor acqueo.
La patina formata principalmente da idrossido
di ferro Fe(OH)2, diventa rapidamente ossido di ferro
di colore rosso bruno; a seguito dell’azione del vapore
o dell’acqua bollente, l’ossido di ferro si converte in
ossido ferroso-ferrico, detto volgarmente “ossido
magnetico”, di colore scuro, quindi, la colorazione
della patina tende al nero o al blu in relazione agli
elementi aggiuntivi d’ossidazione presenti nella
soluzione ossidativa.

10.2 La Parkerizzazione.

La parkerizzazione, nome registrato dalla Parker


rust proof Company, che ne ha rivendicato il processo

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132

nel 1930, detta anche fosfatizzazione, differisce dalle


normali operazioni di brunitura per il più elevato
grado di protezione del metallo dall’ossidazione,
anche se dal punto di vista estetico non si può
affermare che abbia le stesse qualità di una buona
brunitura.
La fosfatizzazione è un rivestimento protettivo
formato dalla deposizione di fosfati di ferro ed altri
metalli e può essere applicato su qualsiasi superficie
ferrosa.
Generalmente fornisce una finitura assai porosa,
anche a seguito della circostanza che per far aderire
meglio il rivestimento le parti metalliche sono
preventivamente sabbiate o pallinate.
Le formule utilizzabili possono essere molte, ma
la più facile da applicare è la seguente:
In una beuta aggiungere in sequenza 25 grammi
d’acido ortofosforico concentrato con titolo 80%, 25 cc
di acqua tri distillata, uno cc di acqua ossigenata a
100 volumi, 10 gr di carbonato di manganese, 03
grammi di carbonato di zinco.
Il composto così ottenuto è sufficiente per
preparare un bagno di circa un litro.
I pezzi da parkerizzare, prima sgrassati e
sabbiati vanno immersi nella soluzione, quando la
temperatura è intorno a 95 gradi C per un tempo di
circa un’ora, in un recipiente d’acciaio inox.

10.3 Principali prodotti chimici utilizzati per la


brunitura. Procedure d’ossidazione

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Saper identificare quale tipo di prodotto chimico


è stato usato per la procedura d’ossidazione, la c.d.
brunitura, di un’arma repertata, serve per meglio
intuire la provenienza della stessa, il grado di rifinitura
e, conseguentemente, il periodo di produzione,
ovvero, le successive manipolazioni subite dell’arma
stessa.
L’acido nitrico HNO3, di difficile reperimento sul
mercato, è usato in soluzione al 5% per un trattamento
superficiale di preparazione dei pezzi.
L’acido borico è utilizzato per eliminate le tracce
di ruggine dal pezzo che si deve ribrunire.
La soda caustica NAOH o KOH serve per
eliminare le piccole tracce di grasso.
Nel metodo a ruggine veloce, l’ossidazione è quasi
immediata ed il pezzo diviene bruno rossiccio e, dopo
ripetuti bagni in acqua bollente, diviene oscuro di un
colore intenso.
Una brunitura artigianale, fatta, semmai dopo
aver abraso la matricola dell’arma, è riconoscibile
dalle striature poco profonde di un rosso viola visibili
ad un esame con un contafili.
Nel metodo a sali si usano diverse formule per
preparare il bagno; la più comune è quella “a soda”.
Questa funzionando solo a 150 gradi centigradi,
comporta una maggior attrezzatura e una migliore
preparazione tecnica dell’operatore. Il diverso tempo
d’immersione del pezzo nel bagno conferisce una
diversa colorazione della brunitura.
Le formule ossidanti per bruniture a ruggine
veloci più usate sono le seguenti:

-colore blu
gr. 8 di Hg(Cl)2, gr.4 di KclO3 gr. 8 alcool, gr. 100 di
acqua bidistillata.

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-colore blu scuro


gr. 5 di Hg(Cl)2, gr. 6 di KclO3, gr.10 di alcool, gr. 100
di acqua bidistillata.
-colore nero
gr. 3,5 di Hg(Cl)2, gr. 3,5 di KclO, gr. 5,5 di KNO3, gr.
4.5 di NaNO3, gr. 6 di alcool, gr.100 di acqua
dibistilillata.
Le formule ossidanti per bruniture a ruggine
industriali più usate sono le seguenti:

-colore bruno per damasco


gr. 12 di HNO3, gr. 7 di CuSO4, gr. 15 di alcool, gr.
100 di acqua distillata
-colore azzurro svizzero
gr. 2 di CuSO4, gr. 3,5 di Fe(Cl)2, gr. 8 di HNO3, gr. 9
di alcool, gr. 100 acqua distillata.

I colori, ad una temperatura costante di +/- 60 80


gradi centigradi, si formano rapidamente, passando
dal blu al viola fino al nero avorio, con questi tempi:
dopo tre minuti azzurro, chiaro, dopo 5 blu scuro,
dopo 10 blu prugna, dopo 25 nero avorio

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135

Capitolo 11 L’indagine peritale tipo

Il processo penale, così come voluto dal


legislatore dell’89 ha l’essenza di cognizione delle
condotte umane valutabile dal libero convincimento
del Giudice.
Le prove sono vincolate in ordine alle modalità
d’acquisizione ed ai tempi d’acquisizione.
Si possono, quindi, stabilire dei gradi, meglio, dei
livelli di processualizzazione delle fonti di prova.
Il primo livello riguarda la fase dell’avvio delle
indagini immediatamente dopo l’acquisizione della
notizia di reato, ed avente quali soggetti legittimati gli
Ufficiali e gli agenti di P.G, il PM e gli esperti o
consulenti nominati.
In questa fase la direzione ed il coordinamento
delle indagini spetta in esclusiva al PM che si serve
principalmente della pg, ma nulla vieta che sia il PM
che la PG possono farsi affiancare, ove il campo delle
indagini lo richieda, da uno specialista, il c.d
“consulente” titolare di specifiche competenze
tecniche (art. 348 e 359 cpp)
Il consulente del P.M. diventa soggetto
processuale autonomo ed interlocutore diretto del
Giudice, con facoltà di memoria tecnica (art.121 e 233

135
136

cpp) e di essere ascoltato al dibattimento, mentre per i


consulenti della PG, le cd “persone idonee”, non
possono essere ascoltate in dibattimento salvo che
non si tratti d’agenti od Ufficiali di P.G.
Le operazioni rientranti nel primo livello di
processualizzazione delle fonti di prova di natura
squisitamente tecnica, trovano posto nel disposto
normativo di cui agli art.i 348 e 354 del cpp.
Nel disposto di cui all’art.348, dettagliatamente
sub 2^co. alla lettera “a”, si parla di “ricerca delle cose
e delle tracce pertinenti al reato, nonché la
conservazione di esse e dello stato dei luoghi”.
Il contenuto, invece, dell’art.354 cpp è mirato ad
individuare le operazioni necessarie a garantire la
conservazione delle tracce e delle cose pertinenti al
reato ed ad impedire la mutazione delle cose e dei
luoghi prima dell’intervento del P.M.
Nella maggioranza dei casi, l’esperto peritale sia
di parte sia d’Ufficio, incaricato di espletare perizie o
consulenze tecniche, è chiamato a compiere precise
indagini tecniche.
Queste possono sintetizzarsi nella risposta sul
tipo, marca, modello e data di fabbricazione dell’arma
da fuoco, e sul calibro, sullo stato di conservazione,
manutenzione ed usura dell’arma stessa, in altre
parole del tipo d’esplosivo usato, e dell’uso comune
dello stesso.
Andando più nel sottile, potrà essere chiamato
ad accertare se l’arma da fuoco è stata alterata, ovvero
obliterata, al fine di tentare di sviare le indagini
balistiche e se parti di essa siano state sostituite, in
altre parole se l’esplosivo è stato adoperato
correttamente o se si appalesa l’uso dello stesso da
parte di un operatore inesperto.

136
137

Nel caso di rinvenimento di proiettili o bossoli,


l’esame potrà riguardare il lotto e la tipologia di
fabbricazione degli stessi, e se questi sono residuali
d’altre precedenti azioni delittuose.
Dal punto di vista della dinamica della
consumazione del reato, potrà essere chiamato ad
identificare i vari epicentri di fuoco, se questi sono
stati realizzati in modo statico o dinamico e la
distanza di sparo.

11.1 Protocollo operativo.

Gli accertamenti più comuni che l’esperto


incaricato deve eseguire sono, nell’ordine, i seguenti:
- L’esame dei bossoli e dei proiettili, con
l’indicazione del peso dell’ogiva, del calibro nominale
e di quello effettivo, al mero fine di acclarare la
tipologia delle armi impiegate.
Quest’esame permetterà di verificare il numero, il
senso, la larghezza ed il profilo delle impronte lasciate
dalla rigatura della canna sull’ogiva.
- L’esame al microscopio comparatore, come
descritto nel paragrafo 1.6 si dimostra essenziale per
accertare se, oltre ad uguaglianze macroscopiche
presenti sulle ogive, sono presenti anche quelle
riscontrabili microscopicamente, nel qual caso
significherà che sono state sparate dalla stessa arma;
contrariamente si propenderà per la tesi che sono
state impiegate diverse armi dello stesso tipo e
calibro.
- L’esame dell’arma dovrà avvenire mediante la
documentazione fotografica per attestare lo stato
d'uso e d’usura, quindi procedere con prelievi di calco

137
138

della camera, della superficie dell’otturatore e


dell’estrattore.
In seguito si esploderanno alcuni colpi idonei per
la comparazione mediante l’uso del “cassone” o di un
tubo pieno d’acqua.
Tra i due è preferibile l’uso del cassone pieno di
cotone idrofilo, poiché l’acqua deforma il profilo di
ogive WC, SWC, o HP.
Una volta in possesso delle ogive e dei bossoli
“test” recuperati si potrà procedere agevolmente ad un
confronto con il microscopio comparatore.
Un accertamento comparativo è positivo se si
può dimostrare che le impronte rilevate ed esaminate
in comparazione sono state prodotte dagli organi di
una stessa arma, con un’identica disposizione
topografica, non tralasciando di relazionare se vi è
stata o meno l’alterazione di determinati organi (piano
di culatta, percussore, espulsore), ovvero la
sostituzione degli stessi con altri provenienti da altre
armi uguali, operazioni queste entrambe finalizzate a
rendere impossibile ogni indagine identificativa.

11.2 Falso positivo e falso negativo

Per falso s’intende un responso errato in cui il


perito può cadere a causa di un’indagine
particolarmente gravosa, ovvero a causa di un
responso affrettato.

138
139

Falso positivo è l’erroneo responso, ad esempio


di due bossoli appartenenti alla stessa arma ovvero di
due ordigni esplosivi confezionati dalla stessa mano.
Falso negativo è l’errato responso che attesta che
una differente arma da fuoco ha esploso due cartucce,
mentre, nella realtà sono state sparate dalla medesima
arma.
I falsi, negativi o positivi possono essere evitati
grazie alla professionalità, alla serenità dell’esame, ma
principalmente da un buon riscontro fotografico,
giusta quanto affermava Sir Gerard Burrard, padre
indiscusso della balistica identificativa forense.
La memoria tecnica

Il diritto alla difesa, inteso come facoltà di


provare, giusta disposto ex art. 190 cpp, si rende
concreto con la facoltà riconosciuta alla parte di un
effettivo confronto dialettico con il PM ed il Giudice,
sin dalle prime fasi delle indagini.
Sopra ogni cosa acquista valore e rilievo la
memoria tecnica, vera e propria consulenza tecnica di
parte, prevista dal combinato disposto ex art. 233 e
121 cpp.
La memoria tecnica può essere presentata in
ogni tempo; è diretta al Giudice, nella quale i
consulenti tecnici (max due) esprimono il proprio
motivato e documentato parere, ma rappresenta
anche un momento di dialogo con il PM sui profili
tecnici delle fonti di prova.
Incide sulle determinazioni del G.I.P. o G.U.P, si
processualizza fino al terzo livello ed è utilizzabile dal
Giudice del dibattimento attraverso il meccanismo
dell’indicazione delle liste ex art.468 cpp e
dell’escussione dibattimentale dei consulenti di parte.

139
140

Quest’ultimi, nel nuovo rito assumono una veste


importante, vista l’assoluta peculiarità del ruolo e
delle funzioni, eliminando il tramite del difensore,
sono interlocutori diretti del Giudice anche fuori
dell’esame dibattimentale.

11.3 L’utilizzo dei risultati peritali.

La funzione propria degli accertamenti tecnici del


secondo livello di processualizzazione è quella che
caratterizza la fase delle indagini preliminari nella
quale essi intervengono: incidere casualmente sulle
determinazioni inerenti l’esercizio dell’azione penale
ed in quelle del procedimento incidentale relativo
all’irrogazione di misure cautelari.
Nel primo e nel secondo caso i consulenti tecnici
di parte, del PM e della persona indagata devono dare
il loro apporto tecnico in tutte le forme possibili per
aiutare il PM chiamato a formulare le proprie richieste
di misura cautelare o di rinvio a giudizio; per
consentire al Giudice, quindi, di decidere re cognita in
ordine alle richieste del PM.
L’utilizzabilità delle risultanze tecniche del primo
e del secondo livello di processualizzazione è piena e
non incontra limiti di sorta.
Nel caso di riti alternativi negoziali, invece,
l’utilizzazione è del tutto diversa e si differenzia
ulteriormente a seconda che si tratti di rito abbreviato
o d’applicazione della pena a richiesta delle parti.
Nel primo caso il Giudice cerca le prove, sia pure
allo stato degli atti, e quindi, nessuno scontro
probatorio è possibile: le risultanze tecniche vanno
valutate nella loro integrale valenza probatoria; e

140
141

l’approdo decisorio riflette le conclusioni raggiunte in


ordine alla prova, così come nel giudizio
dibattimentale. Il rito congela solo la situazione
probatoria sull’accordo negoziale delle parti. Congela,
altresì, l’iter di processualizzazione nella sua
progressione verso il dibattimento, rendendo
utilizzabili, in assenza di perizia, le consulenze
tecniche di parte espletate attraverso la memoria
tecnica o l’escussione diretta dei consulenti fatta
mediante la loro audizione.
Nel secondo caso le risultanze tecniche e le fonti
di prova in generale funzionano da limite negativo
all’accoglimento da parte del Giudice della richiesta
congiunta delle parti: esse non devono dimostrare che
sussiste una delle cause di non punibilità di cui
all’art.129 cpp.

11.4 la perizia nell’incidente probatorio.

Subito dopo la cd “urgenza legittimante” della


P.G. si colloca la competenza del PM ex art. 360 cpp.
Per il PM l’urgenza trova un legittimo ostacolo
nel consenso della persona indagata; infatti, il veto
opposto dall’indagato paralizza l’azione del PM,
trasferendo la competenza al GIP per l’incidente
probatorio.
Se sono rispettate le garanzie difensive
dell’indagato ed i parametri di legittimità ex art. 360
cpp gli accertamenti tecnici disposti dal PM possono
confluire nel fascicolo del dibattimento ai sensi
dell’art. 431 – lettera C del cpp.

141
142

La Suprema Corte con Sent. Sez.I nr. 10893/94,


ha stabilito il principio, oggi largamente impiegato: “la
sanzione dell’inutilizzabilità è dalla norma collegata
esclusivamente al veto della parte interessata”, giusta
art.360 u.c. cpp,
Il disposto di cui all’art. 392 CPP lettera “f”,
rappresenta l’ultimo stadio dell’urgenza, disciplinante
le ipotesi d’incidente probatorio.
A seguito di Sentenza della Corte Costituzionale
nr. 77/94, l’operatività della norma che disciplina
l’incidente probatorio è estesa anche alla fase
dell’udienza preliminare.
L’incidente probatorio può essere richiesto sia
dal PM sia dalla persona indagata, con atto che deve
contenere, a pena d’inammissibilità, le indicazioni di
cui ai commi 1 e 2 dell’art.393 cpp, dettagliatamente
la “non rinviabilità dell’assunzione della prova al
dibattimento”
La persona offesa può chiedere l’incidente
probatorio solo attraverso il PM; quest’ultimo se non
accoglie la richiesta deve pronunciarsi con decreto
motivato da notificare alla persona offesa.

11.5 Accertamenti tecnici dibattimentali

Accertamenti tecnici probatori, ad eccezione di


quanto innanzi detto, trovano la loro naturale
collocazione nel dibattimento, attraverso due ipotesi
dettagliatamente disciplinate:
a- l’escussione dibattimentale dei CTP
preventivamente indicati nella lista

142
143

depositata nella cancelleria del Giudice


ai sensi dell’art. 468 cpp;
b- la perizia disposta in dibattimento ai
sensi dell’art. 508 e 220 cpp.
Sulle ipotesi derogatorie innanzi dette, sia quelle
in fase d’indagini preliminari e sia quelli degli
accertamenti urgenti di PG è, comunque, consentito
un controllo dibattimentale delle risultanze peritali.

a- L’escussione dibattimentale dei consulenti di


parte avviene mediante un deposito della lista dei
propri consulenti tecnici e delle questioni tecniche
trattate, almeno sette giorni prima della data fissata
per il dibattimento, pena di decadenza. Tanto per un
proficuo contraddittorio (art. 468 cpp); poiché l’esatta
indicazione delle questioni tecniche, rilevanti quali
prove, permette utilizzare validamente in dibattimento
lo strumento della memoria tecnica, ovvero
l’escussione diretta del CTP.
Caso contrario, nel non rispetto del dispositivo e
dei termini di cui all’art. 468 cpp, la memoria tecnica
ha il mero effetto di sollecitare il Giudice affinché
disponga perizia dibattimentale.
Resta preclusa ogni possibilità di utilizzare
direttamente l’elaborato tecnico di parte.
Il consulente di parte, così come quelle dei periti,
avviene nelle forme di cui all’art. 501 cpp che,
sostanzialmente seguono la linea tracciata per
l’escussione dei testimoni, esame incrociato e divieto
espresso di domande “suggestive” ad opera della
parte nel cui interesse il consulente di parte è escusso.
Periti e consulenti hanno facoltà di consultare
documenti ed il materiale di consultazione è acquisito,
quindi processualizzato e, poiché è passato sotto il
vaglio dibattimentale, è acquisito come materiale

143
144

probatorio, utilizzabile dal Giudice per la decisione


esattamente nei termini di cui all’art. 220 co.1^ cpp.

b- La perizia nel dibattimento, ai sensi dell’art.220


cpp, è ammessa quando occorre svolgere indagini od
acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche
competenze tecniche, scientifiche od artistiche.
Nel caso della balistica identificativa forense, la
perizia, è un metodo, uno strumento di lettura e di
interpretazione, operando su reperti ben
individualizzati, svela le potenzialità, senza nulla
aggiungere ad esse.
Titolare della facoltà di disporre perizia è il
Giudice del dibattimento e sede propria di essa è
appunto il dibattimento.
Soggetto necessario è il perito alla cui nomina
provvede il Giudice che non incontra limiti vincolanti
nella scelta, a parte quello, meramente indicativo,
d’iscrizione in appositi albi e quello, affidato alla
discrezionalità dello stesso Giudice, del possesso di
particolare competenza specifica nella disciplina
Il perito non deve versare nelle situazioni di
incapacità od incompatibilità indicate sub art. 222
cpp, ha l’obbligo di dichiarare i motivi di astensione
esistenti e può essere ricusato dalle parti nei casi
previsti dall’art.36 cpp, eccezion fatto per quel sub
lettera h. sulla dichiarazione di astensione o di
ricusazione decide il Giudice che ha disposto la
perizia.
Le parti possono scegliere liberamente i loro
consulenti, salvo il limite imposto per i PM che devono
scegliere tra persone iscritte negli appositi albi
professionali (art. 73 disp. att.), ovvero motivare le
deroghe. Non sono previste forme vincolanti per la
nomina.

144
145

11.6 Escussione dibattimentale

Come si è detto il Giudice del dibattimento può


disporre la perizia a richiesta di parte ed anche
d’ufficio, provvedendo con Ordinanza motivata ai
sensi dell’art. 224 cpp.
All’udienza di comparizione fissata il perito
previa generalizzazione dello stesso ed invito a
dichiarare la sua condizione ai sensi dell’art. 222 e
223 cpp, presta giuramento secondo la formula di
rito.
Quindi allo stesso sono posti i quesiti cui dare
risposta; formulati i quesiti al perito si offrono tre
possibilità.
a- rispondere subito con parere raccolto a
verbale;
b- chiedere termine e rispondere con parere a
verbale;
c- chiedere termine ed autorizzazione a
presentare relazione scritta.
Il perito nell’ipotesi di termine chiesto ed
accordato ha l’obbligo di indicare il giorno ed il luogo
dell’inizio delle operazioni ed il giudice né da atto nel
verbale.
Il perito può chiedere al Giudice di essere
autorizzato a prendere visione degli atti, dei
documenti e delle cose contenute nel fascicolo, ad
assistere all’esame delle parti ed all’assunzione delle
prove, chiedendo, sempre per il corretto svolgimento
dell’incarico peritale, notizie all’imputato od alla
persona offesa (Cass.sez I nr. 1064/95).

145
146

I consulenti di parte hanno diritto di assistere al


conferimento dell’incarico al perito ed ha presentare
in tale sede al Giudice osservazioni e riserve da far
menzione a verbale.
Essi hanno facoltà di assistervi alle operazioni
peritali e devono essere posti in condizione di farlo
attraverso gli avvisi che il perito è tenuto a fare (art.
229 cpp)
Durante le operazioni possono proporre al perito
specifiche indagini e formulare riserve ed osservazioni
che andranno trascritte nella relazione.

11.7 La valutazione dei risultati

Il perito, sia che risponda ai quesiti del Giudice a


verbale, sia che provveda con relazione scritta, è
obbligato a seguire un percorso ben determinato,
distinto da tre cantoni fondamentali.
A- La messa a fuoco delle fonti di prova; infatti,
l’esatta individuazione del reperto, tenuto
conto della loro autenticità ed integrità,
costituisce l’esatto fondamento d’ogni
successivo accertamento peritale.
B- La metodologia d’indagine deve essere chiara
e compendiosa, da permettere al Giudice ed
alle parti di poter agevolmente verificare il
procedimento logico scientifico seguito dal
perito per giungere alle conclusioni.
C- Le conclusioni sulla valutazione tecniche delle
fonti di prova, oggetto della perizia, devono
essere esaurienti e rispondere correttamente
ai quesiti posti dal Giudice nel conferimento
dell’incarico.

146
147

Se le parti direttamente o per tramite del loro


consulente formulino conclusioni diverse, ed il perito
ne ha cognizione all’atto della stesura della relazione,
è necessario che le valuti, facendone riferimento della
perizia.
Appare, quindi, chiaro che il perito deve sempre
tener conto delle osservazioni e delle riserve
formulate dalle parti, e, ove sia possibile riferire il
grado di certezza delle conclusioni da lui formulate.
Il Giudice è chiamato ad un controllo solo sull’iter
seguito dal perito per giungere alle sue conclusioni,
ed in particolare sono sottoposte a scrupolosa verifica:
l’integrità e la genuinità delle fonti di prova,
l’affidabilità della metodologia scelta, la connessione
logica tra premessa e conclusioni, ed infine, il grado di
certezza delle conclusioni.

11.9 Conclusioni

In qualsiasi ricerca si produce conoscenza e


sapere quando si rendono manifesti i principi, le cause
o gli elementi del contenuto della ricerca.
Non sarà sfuggito all’attento lettore che i fattori
determinati per una giusta indagine identificativa
balistica sono molteplici, e questi possono essere a
loro volta influenzati da una serie di variabili.
Identificare il calibro od il tipo d’arma, od anche
il tipo d’esplosivo usato per compiere azioni
delittuose, molto spesso si rivela assai più difficile del
previsto, poiché l’esplosivo può essere stato

147
148

“maneggiato”, in altre parole la pallottola, elemento


iniziale di una corretta metodologia d’indagine, può
essere stata ricaricata artigianalmente, con ogive del
peso diverso da quello determinato, in altre parole con
l’utilizzo bossoli riciclati su cui è stata in precedenza
impressa volutamente l’impronta dell’unghia
estrattrice di un’altra arma, od anche sostituendo
nell’arma parti essenziali quali il percussore,
l’espulsore, ovvero l’unghia che imprimono un segno
indelebile, un legame inconfondibile che vincola
inconfutabilmente il bossolo, ovvero l’ogiva all’arma
che ha esploso, sviando così le indagini di Polizia
Giudiziaria.
Altra possibile alterazione creata ad hoc per
ostacolare le indagini e rendere quasi impossibile ogni
analisi balistica sull’ogiva, potrebbe essere, come
innanzi detto, posta in essere mediante l’uso d’ogive
“cast” ottenute dalla fusione di una lega composta da
piombo al 80%, antimonio al 15% e stagno al 5%, ad
una temperatura maggiore di 400°, ottenendo così la
cristallizzazione del metallo.
Le fusioni ottimali, infatti, sono effettuate
generalmente a 350°; aumentando la temperatura si
favorisce la formazione di scorie di SnO2 che rendono
frangibile la palla, quindi difficilmente sottoponibile
ad esame balistico comparativo
A momento dell’impatto un’ogiva realizzata di un
metallo cristallizzato si frangerebbe in diversi piccoli
frammenti, provocando un duplice effetto: rendere
impossibile ogni perizia sulla stessa e procurare alla
vittima delle lesioni maggiormente invalidanti.
Nel campo degli esplosivi, l’impiego di uno
specifico prodotto, il suo posizionamento, ovvero, la
conoscenza delle tecniche operative per il corretto

148
149

utilizzo, possono indirizzare, sin dalle prime battute,


le indagini di PG nel giusto verso.
Mediante l’utilizzo di piccoli espedienti e l’uso
d’accorgimenti tecnici da parte dei malavitosi, uniti ad
una carente conoscenza della balistica che hanno
Magistrati ed Avvocati, questi potrebbero essere
facilmente indotti in erronee determinazioni nella
costante ricerca della verità.
“Non semper ea sunt, quae videntur decipit frons
prima multos: rara mens intelligit quod interiore
condidit cura angulo. (Fedro IV, 1)

Questo lavoro è dedicato a tutti gli Operatori di Giustizia


che oggi giorno si trovano a combattere una criminalità sempre
più evoluta ed organizzata.

Lectori benevolo
Sit tibi decurrant felicia tempora, lector,
ut solum aeternus sit tua vita Deus.

149
150

A P P E N D I C E

Disposizioni di legge vigenti in materia per il


versamento d’armi e munizioni alla
Direzione d’Artiglieria.

Prima di iniziare a descrivere le procedure da


seguire per la ricezione, custodia ed alienazione
d’armi confiscate, fino a giungere al versamento
definitivo all’Esercito, occorre, a giudizio dello
scrivente, soffermarsi sul concetto d’arma, al mero
fine di meglio individuare gli oggetti passibili di
confisca.
La destinazione all’Artiglieria può riguardare non
soltanto armi proprie, ma anche quelle improprie e gli
altri oggetti atti ad offendere ogni qual volta il relativo
provvedimento sia adottato de plano dal Giudice.
Al fine di poter escludere la matura d’arma è
necessario che questo sia totalmente ed
assolutamente inefficiente all’uso che gli è proprio, ad

150
151

esempio per la mancanza di parti essenziali non


sostituibili o per guasti non riparabili, giacchè solo in
questo caso viene meno la situazione di pericolo per
l’Ordine pubblico e la pubblica incolumità (idem Cass.
Penale Sez.ne 1^ nr.4777 del 18 apr.’00)
Le armi, munizioni ed esplosivi sono definiti in
riferimento a quanto riportato dalla Legge 18.04.1975
nr. 110 e nel DM 14.04.1982.
Una prima distinzione è operata tra armi proprie
ed armi improprie, ai sensi dell’art.30 del R.D.
18.06.1931 nr.773 e dell’art.45 del RD 06.05.1940
nr.695.
Nel caso di commissione di un reato e di
condanna, anche le armi improprie, semprechè non
appartengano a soggetti diversi, sono sottoposte a
confisca e sono, parimenti, da versare all’artiglieria, ai
sensi dell’art.6, co.3 Legge del 22.05.1975 nr.152.
Una seconda distinzione, secondo l’impiego, è
tra armi da guerra, tipo guerra e comuni, oltre alla
distinzione in armi antiche, artistiche e rare, in altre
parole d’importanza storica.
Le munizioni, sempre secondo il dettato della
Legge nr.110/75, possono essere da guerra ed a
palla, mentre gli esplosivi, sotto la cui dizione
possono essere compresi tutti i “manufatti esplosivi”,
“artifici esplosivi” e “materiali esplodenti”, secondo la
distinzione operata ex art.83 del Regolamento
d’attuazione del TULPS.
Con la dizione “confisca in via amministrativa” si
vuole intendere il provvedimento messo in atto dalle
Autorità di pubblica Sicurezza ai sensi dell’art.39 del
TULPS.
In riferimento alla confisca in via giudiziaria si
vuole intendere il provvedimento conseguente ad una
pronuncia dell’Autorità Giudiziaria ai sensi dell’art.240

151
152

C.P, integrato dall’art.6 della Legge 152/75, relativa a


corpi di reato di procedimenti in corso o ex corpi di
reato relativi a procedimenti conclusi.
Questi ultimi, semprechè siano armi o munizioni,
vanno consegnati al 1^Reparto Rifornimenti, che ha
ereditato le competenze della disciolta 1^Direzione
d’Artiglieria, del Comando della regione Militare
d’appartenenza.
Questo reparto, dunque, riceve e custodisce, in
attesa della definitiva destinazione:
1- armi e munizioni confiscate in via amministrativa;
2- armi e munizioni confiscate in via giudiziaria
quando il procedimento penale si è concluso;
3- esplosivi sia confiscati in via amministrativa che
in via giudiziaria, indipendentemente se il
processo si è concluso o meno, fatto salvo alcune
norme di sicurezza.
Solo eccezionalmente, in caso di gran
quantitativo d’armi e munizioni, il 1^ reparto potrà
essere autorizzato a prendere in carico dei corpi di
reato in attesa della conclusione del processo. (Circ.
Min Difesa nr. 13/86-II del 1968 e Circ. SME
nr.1400/223.589 del 1988.

Modalità pratiche del Versamento

Qualunque richiesta di versamento deve essere


indirizzata al Comando dei servizi trasporti, organo
del 1^ Reparto rifornimenti della regione militare
competente per territorio.

152
153

Ricevuta la richiesta il Comando autorizzerà il


versamento, con l’indicazione per i richiedenti dei
tempi e delle modalità di esecuzione dello stesso.
La richiesta deve contenere in modo chiaro se il
materiale è affidato in via temporanea al solo fine di
custodia; la richiesta di custodia temporanea dovrà
essere rinnovata annualmente, ovvero definitiva per la
distruzione.
La richiesta deve, altresì, contenere la specifica
delle armi, classificate per marca, calibro, modello,
mentre per gli esplosivi deve essere precisato il tipo e
la quantità.
Tutto il materiale affidato deve essere visibile e
in sicurezza (armi scariche ed esplosivi disinnescati) e
le munizioni con separato plico.

Il regime delle armi antiche, artistiche e rare,


in altre parole d’importanza storica.

Giusta quanto prevista nel DM del 14 Aprile


1982, sono armi da sparo antiche quelle fabbricate
anteriormente al 1890 e quelle ad avancarica; sono
armi da sparo artistiche quelle che presentano delle
caratteristiche decorative di notevole pregio o
realizzate da armaioli particolarmente noti; sono armi
di rara importanza storica quelle che sono collegate
alla storia di personaggi od eventi di rilevanza storico
culturale.
In assenza di una normativa ad hoc, questa deve
ritenersi applicabile anche al regime delle armi
bianche.
Il materiale così classificato sarà visionato da
esperti della sovrintendenza dei beni culturali entro 60
gg dalla ricezione della comunicazione ed il materiale

153
154

giudicato interessante, sarà scaricato contabilmente


dal registro di carico del Reparto ed affidato alla
Sovrintendenza.

Tabelle caratteristiche chimico fisico


balistiche
delle polveri da lancio più comuni
_____________________________denominazione: SP3
Nitrocellulosa (NC %) 83
Titolo azotometrico (N%) 12,7
Nitroglicerina (NGL %) 12,5
Stabilizzanti 3,5
Grafite 0,3
Umidità residua +/- 0,7
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: granulata
Granitura: sfere
Dimensione grani 0,4 mm
Spessore grani
Colore standard nero
Densità gravimetric(gr/litro) 950
Caratteristiche della combustione molto lenta
Potenziale (cal/gr.) 940
Potenza innesco richiesta medio forte

154
155

Osservazioni personali

_______________________________denominazione: LP4
nitrocellulosa (NC %) 96
titolo azotometrico (N%) 13,15
Nitroglicerina (NGL %) ------
Stabilizzanti 1,02
Grafite 0,20
Umidità residua +/- 1,18
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: estrusa
Granitura dischi, spesso forati al centro
Dimensione grani 2 mm
Spessore grani 0,45 mm
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 455
Caratteristiche della combustione: semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 1000
Potenza innesco richiesta medio forte

Osservazioni personali

155
156

_________________________________denominazione: GP

nitrocellulosa (NC %) 85
titolo azotometrico (N%) 13,10
Nitroglicerina (NGL %) 10
Stabilizzanti 3,7
Grafite 0,15
Umidità residua +/- 1,15
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: laminata
Dimensione grani 1,4 x1,4
Granitura: lamelle
Spessore grani 0,10 mm
Colore standard giallo
Densità gravimetrica (gr/litro) 490
Caratteristiche della combustione: vivace
Potenziale (cal/gr.) 1060
Potenza innesco richiesta medio leggero

Osservazioni personali

156
157

______________________________denominazione: NIKE

nitrocellulosa (NC %) 63
titolo azotometrico (N%) 12,9
Nitroglicerina (NGL %) 32
Stabilizzanti 4,3
Grafite 0,15
Umidità residua +/- 0,55
Caratteristiche fisiche nominali: doppia base
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,2 x 1,2
Spessore grani 0,08 mm
Colore standard viola
Densità gravimetrica (gr/litro) 430
Caratteristiche della combustione vivace
Potenziale (cal/gr.) 1140
Potenza innesco richiesta medio leggero

Osservazioni personali

157
158

________________________denominazione: MB X 36
nitrocellulosa (NC %) 85
titolo azotometrico (N%) 13,10
Nitroglicerina (NGL %) 10
Stabilizzanti 3,7
Grafite 0,15
Umidità residua +/- 1,15
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,4 x 1,4
Spessore grani 0,11 mm
Colore standard bruno verde
Densità gravimetrica (gr/litro) 470
Caratteristiche della combustione lenta
Potenziale (cal/gr.) 1030
Potenza innesco richiesta forte

Osservazioni personali

158
159

_______________________denominazione: MB x 32
nitrocellulosa (NC %) 85
titolo azotometrico (N%) 13,10
Nitroglicerina (NGL %) 10
Stabilizzanti 3,7
Grafite 0,15
Umidità residua +/- 1,15
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione:
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,4 x 1,4
Spessore grani 0,11
Colore standard bruno
Densità gravimetrica (gr/litro) 470
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 1050
Potenza innesco richiesta media forte

Osservazioni personali

159
160

________________________denominazione: F2 X 36
nitrocellulosa (NC %) 85
titolo azotometrico (N%) 13,2
Nitroglicerina (NGL %) 10
Stabilizzanti 3,7
Grafite 0,15
Umidità residua +/- 1,15
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: laminata
Granitura lamelle
Dimensione grani 1,4 x 1,4
Spessore grani 0,11
Colore standard verde
Densità gravimetrica (gr/litro) 470
Caratteristiche della combustione lenta
Potenziale (cal/gr.) 1035
Potenza innesco richiesta medio forte

Osservazioni personali

160
161

_________________________denominazione: F2 x 32
nitrocellulosa (NC %) 85
titolo azotometrico(N%) 13,2
Nitroglicerina (NGL %) 10
Stabilizzanti 3,7
Grafite 0,15
Umidità residua +/- 1,15
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: laminata
Granitura lamelle
Dimensione grani 1,4 x1,4
Spessore grani 0,11
Colore standard verde giallo
Densità gravimetrica (gr/litro) 470
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 1045
Potenza innesco richiesta medio forte

Osservazioni personali

161
162

___________________________denominazione: M 92 S
nitrocellulosa (NC %) 83
titolo azotometrico (N%) 13
Nitroglicerina (NGL %) 12
Stabilizzanti 3,8
Grafite 0,15
Umidità residua +/- 1,05
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: laminata
Granitura lamelle
Dimensione grani 0,9 x 0,9
Spessore grani 0,08
Colore standard verde
Densità gravimetrica (gr/litro) 510
Caratteristiche della combustione molto lenta
Potenziale (cal/gr.) 1000
Potenza innesco richiesta media forte

Osservazioni personali

162
163

____________________________denominazione: SIDNA

nitrocellulosa (NC %) 94,5


titolo azotometrico (N%) 13,3
Nitroglicerina (NGL %) ----
Stabilizzanti 3,7
Grafite 0,5
Umidità residua +/- 1,3
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: laminata
Granitura lamelle
Dimensione grani 1,4 x 1,4
Spessore grani 0,15
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 540
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 970
Potenza innesco richiesta leggera

Osservazioni personali

163
164

__________________________denominazione: TECNA

nitrocellulosa (NC %) 53,0


titolo azotometrico (N%) 12,2
Nitroglicerina (NGL %) 41,6
Stabilizzanti 4
Grafite 1
Umidità residua +/- 0,4
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,2 x 1,2
Spessore grani 0,12
Colore standard grigio ardesia
Densità gravimetrica (gr/litro) 590
Caratteristiche della combustione molto lenta
Potenziale (cal/gr.) 1080
Potenza innesco richiesta media leggera

Osservazioni personali

164
165

___________________________denominazione: SIPE
nitrocellulosa (NC %) 50
titolo azotometrico (N%) 12,2
Nitroglicerina (NGL %) 48
Stabilizzanti 0,7
Grafite 1
Umidità residua +/- 0,3
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: laminata
Granitura lamelle
Dimensione grani 0,85 x 0,85
Spessore grani 0,15
Colore standard grigio ardesia
Densità gravimetrica (gr/litro) 690
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 1280
Potenza innesco richiesta media leggera

Osservazioni personali

165
166

______________________________denominazione: S 4
nitrocellulosa (NC %) 50
titolo azotometrico (N%) 12,2
Nitroglicerina (NGL %) 48
Stabilizzanti 0,7
Grafite 1
Umidità residua +/- 0,3
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1x1
Spessore grani 0,12
Colore standard grigio ardesia
Densità gravimetrica (gr/litro) 620
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 1280
Potenza innesco richiesta medio leggera

Osservazioni personali

166
167

_____________________________denominazione: JK 4
nitrocellulosa (NC %) 95
titolo azotometrico (N%) 13,3
Nitroglicerina (NGL %) -----
Stabilizzanti 3,5
Grafite 0,4
Umidità residua +/- 1,1
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,5 x 1,5
Spessore grani 0,2
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 680
Caratteristiche della combustione molto lenta
Potenziale (cal/gr.) 1000
Potenza innesco richiesta forte

Osservazioni personali

167
168

______________________________denominazione: JK 3
nitrocellulosa (NC %) 96
titolo azotometrico (N%) 13,3
Nitroglicerina (NGL %) -----
Stabilizzanti 2,6
Grafite 0,3
Umidità residua +/- 1,1
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 0,8 x 0,8 mm
Spessore grani 0,1 mm
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 736
Caratteristiche della combustione molto lenta
Potenziale (cal/gr.) 960
Potenza innesco richiesta media forte

Osservazioni personali

168
169

_________________________denominazione: JK6 / B
nitrocellulosa (NC %) 96,8
titolo azotometrico (N%) 13,3
Nitroglicerina (NGL %) -----
Stabilizzanti 1,8
Grafite 0,3
Umidità residua +/- 1,1
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,5 x 1,5
Spessore grani 0,2
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 561
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 975
Potenza innesco richiesta forte

Osservazioni personali

169
170

____________________________denominazione: JK8

nitrocellulosa (NC %) 84
titolo azotometrico (N%) 12,6
Nitroglicerina (NGL %) 12
Stabilizzanti 2,7
Grafite 0,7
Umidità residua +/- 0,6
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,5 x1,5
Spessore grani 0,2 mm
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 550
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 1040
Potenza innesco richiesta forte

Osservazioni personali

170
171

_____________ _______denominazione: LOV S035


nitrocellulosa (NC %) 94
titolo azotometrico (N%) 13,05
Nitroglicerina (NGL %) -----
Stabilizzanti 4,12
Grafite 0,18
Umidità residua +/- 1,3
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: estrusa
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,42 x 1,42
Spessore grani 0,24
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 584
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 930
Potenza innesco richiesta medio forte

Osservazioni personali

171
172

_________________________denominazione: REX 36
nitrocellulosa (NC %) 97,67
titolo azotometrico (N%) 13,15
Nitroglicerina (NGL %) -----
Stabilizzanti 1,17
Grafite 0,1
Umidità residua +/ 1,06
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: estrusa
Granitura: dischi
Dimensione grani 1,6 mm
Spessore grani 0,20
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 464
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 969
Potenza innesco richiesta forte

Osservazioni personali

172
173

________________________denominazione: REX 32
nitrocellulosa (NC %) 97,12
titolo azotometrico (N%) 13,15
Nitroglicerina (NGL %) -----
Stabilizzanti 1,69
Grafite 0,16
Umidità residua +/- 1,03
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: estrusa
Granitura dischi
Dimensione grani 1,6
Spessore grani 0,20
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 464
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 953
Potenza innesco richiesta forte

Osservazioni personali

173
174

__________________________denominazione: REX 28

nitrocellulosa (NC %) 97,71


titolo azotometrico (N%) 13,15
Nitroglicerina (NGL %) -----
Stabilizzanti 1,17
Grafite 0,15
Umidità residua +/- 0,97
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: estrusa
Granitura: dischi
Dimensione grani 1,16
Spessore grani 0,24
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 463
Caratteristiche della combustione molto vivace
Potenziale (cal/gr.) 968
Potenza innesco richiesta forte

Osservazioni personali

174
175

_____________________________denominazione: GM 3
nitrocellulosa (NC %) 95
titolo azotometrico (N%) 12,7
Nitroglicerina (NGL %) -----
Stabilizzanti 3,8
Grafite 0,2
Umidità residua +/- 1
Caratteristiche fisiche nominali: mono gel
Metodo di produzione: granulata
Granitura granuli
Dimensione grani 1,60x 1,18
Spessore grani
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 540
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 960
Potenza innesco richiesta medio leggera

Osservazioni personali

175
176

________________________denominazione: WIN 296


nitrocellulosa (NC %) 86
titolo azotometrico (N%) 13,15
Nitroglicerina (NGL %) 10
Stabilizzanti 3
Grafite 0,5
Umidità residua +/- 0,5
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: granulata
Granitura: lenti
Dimensione grani 0,36
Spessore grani 0,22
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 955
Caratteristiche della combustione molto lenta
Potenziale (cal/gr.) 937
Potenza innesco richiesta media

Osservazioni personali

176
177

_______________________denominazione: WIN 571


nitrocellulosa (NC %) 79,9
titolo azotometrico (N%) 13,15
Nitroglicerina (NGL %) 18
Stabilizzanti 2,1
Grafite 0,5
Umidità residua +/- 0,5
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: granulata
Granitura: lenti
Dimensione grani 0,64
Spessore grani 0,25
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 940
Caratteristiche della combustione molto lenta
Potenziale (cal/gr.) 1040
Potenza innesco richiesta media leggera

Osservazioni personali

177
178

________________________denominazione: WIN 540


nitrocellulosa (NC %) 79,25
titolo azotometrico (N%) 13,15
Nitroglicerina (NGL %) 18
Stabilizzanti 1,75
Grafite 0,50
Umidità residua +/- 0,50
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: granulata
Granitura: lenti
Dimensione grani 0,64
Spessore grani 0,24
Colore standard grigio
Densità gravimetrica (gr/litro) 925
Caratteristiche della combustione molto lenta
Potenziale (cal/gr.) 1050
Potenza innesco richiesta media leggera

Osservazioni personali

178
179

________________________denominazione: G 2000
nitrocellulosa (NC %) 80
titolo azotometrico (N%) 13,1
Nitroglicerina (NGL %) 16
Stabilizzanti 3,25
Grafite 0,15
Umidità residua +/- 0,6
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,25 x 1,25
Spessore grani 0,10
Colore standard grigio scuro
Densità gravimetrica (gr/litro) 430
Caratteristiche della combustione molto vivace
Potenziale (cal/gr.) 1080
Potenza innesco richiesta forte

Osservazioni personali

179
180

_________________________denominazione: G 3000
nitrocellulosa (NC %) 84
titolo azotometrico (N%) 13,1
Nitroglicerina (NGL %) 9,5
Stabilizzanti 5,35
Grafite 0,15
Umidità residua + /- 1,00
Caratteristiche fisiche nominali: due basi
Metodo di produzione: laminata
Granitura: lamelle
Dimensione grani 1,40 x 1,45
Spessore grani 0,11
Colore standard nocciola chiaro
Densità gravimetrica (gr/litro) 450
Caratteristiche della combustione semi vivace
Potenziale (cal/gr.) 960
Potenza innesco richiesta forte

Osservazioni personali

180
181

Tabelle composizione chimica degli inneschi


usati nella produzione industriale di cartucce per pistola
____________________________________________________
marca calibro
composizione
____________________________________________________
RWS .22 Pb - Ba - Ca - Si
Remington .22 Pb - Si - Ca
CCI .22 Pb - Ba - Si - Fe
Lapua .22 Pb - Sb - Ba
Winchester .22 Pb - Ba - Si
Federal .22 Pb - Ba - Sb - Si
Eley .22 Pb - Ba - Si - P - Fe
Hirtenberg .25 Pb - Si - Ca - Ba
GFL .25 Pb - Ba - Sb
Hirtenberg .32 Pb - Si - Ca - Ba
GFL .32 Pb - Ba - Sb
IMI 9 para Cl - K- Sn- Sb - Hg
Winchester 9 para Pb - Ba - Sb
Geco 9 para Pb - Ba - Sb
GFL 9 para Si - Cl - K - Sb

N.B. La composizione chimica innanzi citata, si riferisce a


determinati lotti analizzati, non vincolanti per qualità il produttore,
poiché nulla vieta che cartucce con le identiche caratteristiche
balistiche, prodotte dallo stesso fabbricante, ma in lotti e tempi
diversi, abbiano un innesco qualitativamente diverso.

181
182

PUNZONI IDENTIFICATIVI
del
BANCO PROVA ARMI
di Gardone Val Trompia

Punzone X anno 1954


Punzone XI anno 1955
Punzone XII anno 1956
Punzone XIII anno 1957
Punzone XIV anno 1958
Punzone XV anno 1959
Punzone XVI anno 1960
Punzone XVII anno 1961
Punzone XVIII anno 1962
Punzone XIX anno 1963
Punzone XX anno 1964
Punzone XXI anno 1965
Punzone XXII anno 1966
Punzone XXIII anno 1967
Punzone XXIV anno 1968
Punzone XXV anno 1969
Punzone XVI anno 1970
Punzone XX7 anno 1971
Punzone XX8 anno 1972
Punzone XX9 anno 1973
Punzone XXX anno 1974
Punzone AA anno 1975
Punzone AB anno 1976
Punzone AC anno 1977
Punzone AD anno 1978
Punzone AE anno 1979
Punzone AF anno 1980
Punzone AH anno 1981
Punzone AI anno 1982
Punzone AL anno 1983

182
183

Punzone AM anno 1984


Punzone AN anno 1985
Punzone AP anno 1986
Punzone AS anno 1987
Punzone AT anno 1988
Punzone AU anno 1989
Punzone AZ anno 1990
Punzone BA anno 1991
Punzone BB anno 1992
Punzone BC anno 1993
Punzone BD anno 1994
Punzone BF anno 1995
Punzone BH anno 1996
Punzone BI anno1997
Punzone BL anno 1998
Punzone BM anno 1999
Punzone BN anno2000
Punzone BP anno2001
Punzone BS anno 2002
Punzone BT anno 2003

183
184

FAC SIMILE di una

RELAZIONE
di
consulenza tecnica balistica su arma da sparo

Avanti: TRIBUNALE PENALE di xxxx


Sezione Distaccata di xxx
Proc. nr. xxx/xx RGNR
PM Ch.mo dott. xxx

Proc. nr. xxx/’xx R.G


Ch.mo Giudice dott.xxx

Il sottoscritto xxx , nato a xxx il xxx, con


Studio professionale in xxx alla via xxx, con
recapito telefonico xxx xxx codice fiscale xxx P
IVA xxx,
in possesso di:
(specificare titoli accademici e/o professionali)

Previo impegno formalmente assunto ex art. 226


cpp per incarico peritale conferito all’Udienza del
giorno xxx
dal
Tribunale di xxx , nel procedimento penale nr.
xxx/’xx RG, a carico di xxx; dopo preso in consegna
il reperto dall’Ufficio Corpi di Reato in xxx in data xxx

184
185

, lo ha esaminato e fotografato, e, qui appresso


relaziona.

1. Cenni storici sul sistema d’arma

XXX

2. Opinioni, Giurisprudenza e Dottrina nel


merito della normativa vigente
XXX

3. Calcolo dell’energia e della traiettoria del


proiettile
Xxx

4. Esame obiettivo dell’arma

Misure fisiche
Calibro xxx mm (. xxx centesimi di pollice)
Lunghezza totale dell’arma cm xxx
Lunghezza totale della camma cm xxx

Stato di conservazione ed usura


xxx

5. Caratteristiche Tecniche

xxx

6. Calcolo e misurazione concreta dell’energia


del proietto.

185
186

Il reperto contenuto nel plico nr. xxx – Prot. Nr


xxx del xxx, preso in consegna in data xx dall’Ufficio
Corpi di Reato del Tribunale di xxx,
è stato sottoposto ad un primo esame, previo
invito a mezzo racc AR alle parti interessate, in data
xx xx xx, con le seguenti condizioni atmosferiche:
- inizio operazioni: ore xxx
- temperatura di xxx centigradi
- vento a regime di brezza
- cielo nuvoloso (nembi e nembo-cumuli)
- umidità del xx %.
Termine operazioni ore xxx
è stato sottoposto ad un secondo esame in data
xxx, con le seguenti diverse condizioni atmosferiche:
- inizio operazioni ore xxx
- temperatura xx gradi centigradi
- vento: totale assenza
- cielo: soleggiato - velato;
- umidità del xx %
Termine operazioni ore xxx

Per entrambi gli esperimenti sono stati utilizzate


munizioni marca xxx di fabbricazione xxx , in calibro
xxx mm (.xx) del tipo xxx , generalmente impiegati
per usi non agonistici, e per i quali questo modello
d’arma è stato concepito.

Per un corretto esame sono state seguite le


seguenti procedure.

Vista le difficoltà pratiche d’utilizzo di un


cronografo e dei molteplici fattori fisici che possono
sensibilmente influenzare i risultati balistici, abbiamo
ritenuto di procedere, nel nostro esame balistico
peritale, ripetendolo, come innanzi precisato, due

186
187

volte, in giornate con diverse condizioni atmosferiche,


tanto anche per una maggiore serenità di
quest’Ottimo Giudice.

Per entrambe le prove e stato utilizzato un


cronografo del Tipo portatile prodotto della “ xxx ” , il
quale, dopo alcuni colpi di prova si dimostrato
IDONEO alla misurazione

Per la prova del xxx, sono stati presi a caso nr.


cinque cartucce dello stesso tipo e forma, da due
diverse confezioni della stessa marca, tutti del calibro
xxx si è proceduto alla singola pesata d’ogni proietto
(ogiva), ricavando i seguenti valori espressi in grammi:
xxx xxx xxx xxx xxx , con un valore medio di xxx che
prenderemo come valore standard di misurazione per
il nostro esame

Dopo aver azionato lo strumento, resettandolo


prima della misurazione, mediante una pressione sul
pulsante rst, ed inserito nella CPU del circuito i dati
relativi al peso del proietto, sono stati sparati i cinque
colpi con la rilevazione dei valori xxx xxx xxx xxx xxx
-, tutti espressi in m/s.
Dei cinque colpi sparati in successione, a
distanza di tre minuti l’uno dall’altro, tempo
sufficiente per scartare ogni valore errato dovuto al
surriscaldamento della canna, è stata ricavata una
media matematica, pari a xxx m/s.

Per la prova del xxx, dopo aver preso a caso nr.


cinque cartucce, dello stesso tipo e forma, da due
diverse confezioni della stessa marca, tutti dello
stesso calibro si è proceduto alla singola pesata d’ogni
proietto (ogiva), ricavando i seguenti valori espressi in

187
188

grammi: xxx xxx xxx xxx xxx , con un valore medio


di grammi xxx che prenderemo come valore standard
di misurazione per l’esame.

Dopo aver azionato lo strumento, resettandolo


prima della misurazione, mediante una pressione sul
pulsante rst, ed inserito nella CPU del circuito i dati
relativi al peso del proietto, sono stati sparati i cinque
colpi con la rilevazione dei valori xxx xxx xxx xxx -,
tutti espressi in m/s.
Dei cinque colpi sparati in successione, a
distanza di tre minuti l’uno dall’altro, tempo
sufficiente per scartare ogni valore errato dovuto al
surriscaldamento della canna, è stata ricavata una
media matematica, pari a xxx m/s.

Durante entrambe le prove, lo strumento è stato


posto in un modo che lo spostamento d’aria, anche se
lieve, provocato dallo sparo non abbia avuto, in alcun
modo influenza sulla misurazione.

Posto il cronografo dinanzi alla linea di tiro si è


mirato verso un punto di riferimento da collimare, in
modo di far passare il proietto parallelamente alla
linea immaginaria che congiunge i due sensori.

La tensione di alimentazione dello strumento di


misura, fornito delle batterie interne allo strumento, al
momento della prova era costante e sufficiente.

Entrambe le prove balistiche sono state condotte


in luogo aperto, in un agro di xxx , con un'altezza
pari a xxx metri s.l.m.

Per formula matematica:

188
189

L’energia espressa in Kg/m è uguale alla velocità


del pallino, espressa in metri/s - misurata all’uscita dal
vivo di volata, (V°) elevata al quadrato, moltiplicato la
massa del proietto, espressa in grammi, ed il tutto
diviso per una costante “Y”, pari al numero fisso “
19620 ”

Nel caso de quo, il valore medio dei cinque


proietti esplosi dal reperto, pari alla velocità di xxx
m/s, con un peso medio pari a gr. Xxx ha erogato
un’energia Kg/m xxx

Per convertire i valori espressi in “Kg/m” in Joule,


si moltiplicano i “Kg/m” per una costante pari a 9,820;

pertanto, Kg. Xxx moltiplicato 9,820 = xxx


Joule

CONCLUSIONI
L’arma, si presenta integra del suo meccanismo
di caricamento e di sparo, e delle parti meccaniche
essenziali al suo funzionamento; possiede le sue
originali potenzialità cinetiche di sparo.
In ogni modo, in base ai calcoli sviluppati, così
come dettagliatamente innanzi indicato, si
CONCLUDE, perché il reperto oggetto dell’odierna
perizia balistica POSSIEDE/ NON POSSIEDE una
potenza di xxx Joule.
In fede
Data e firma

ALLEGATI
e
BIBLIOGRAFIA

189
190

-INDICE degli ARGOMENTI


trattati nel compendio
(Il primo numero riferisce il capitolo, il secondo il paragrafo)
***

A
Abel (equazione), 5.6
Accelerazione di gravità, 2.2
Acetilenici (idrocarburi), 8.5
Acidi alogenidrici, 8.6
Addizione (reazione di), 8.6
Alcheni, 8.4 - 8.6
Alchini, 8.5
Alessandro (Magno) 4.3
“Alpinit 1000”, 8.5
Amatolo, 7.6 - 7.7 - 9.9
Ammine, 8.8
Antifiamma, 9.7
Armi subacquee, 7.7
Avvitamento, 1.0

B
Bacon Roger, 6.0
Balistiti, 6.6
Barrel time, 2.4
Belted (bossolo), 3.8
Berdan (innesco), 3.7
Berger (miscela), 6.9
Black silver (polvere nera), 6.1 – 6.2
Blasting gelatine, 9.5
Blowback, 2.4

190
191

Boat tail (ogiva), 6.5


Bomba carta, 7.5
Borraggio, 7.6
Bossolo, 3.8
Boxer (innesco), 3.7
Brickford, 6.0
Bronzatura 10.0
Brown Bess 10.0
Burrard (sir) Gerard 11.2
Burro di antimonio 10.0
Butano, 8.2

C
Calibri express, 3.6
Calibro nominale, 1.1
Carcano 4.5
Cariche cave, 7.9
Cartouche, 3.0
Cartucce ecologiche, 3.9
Cartucce subsoniche, 3.4
Cartucce supersoniche, 3.4
Cast (palle), 3.3
Catenazione, 8.0
Chassepot 4.5
Chetoni, 8.8
Chiusura inerziale, 2.3
Ciclonite, 9.9
CIP scala internazionale, 3.5
Classe dell’arma, 1.0
Coefficiente balistico, 3.1
Composition B, 7.7
Congreve (Lord), 6.8
Copriscodellino 4.1

191
192

Corditi, 6.6
Cotone collodio, 9.6
Cotone fulminante, 9.6
Criterio per eliminazione, 1.0

D
Da Vinci (Leonardo) 4.1
Dante (Alighieri) 4.3
Deflagrazione, 7.2
Densità sezionale, 3.1
Detonatori, 7.0 – 7.2 – 7.3 – 7.4 – 7.5
Detonazione, 6.2, 7.4
Diammide, 9.1
Dinamiti, 9.4
Dirompenza (forza di), 6.5
Draghetto 4.1
Dreyse 4.5
Duttenhofer (Von), 6.2

E
E.D.X. 1.7
El Rammhnel, (ad), 6.0
Energia di rinculo, 2.5
Energie di legame, 8.5 – 8.6
Esanitrometano, 9.2
Esanonitromannite, 9.8
Esanonitropentaeritride, 9.8
Esplosione, 5.2
Esteri, 8.8
Esterificazione, 8.8
Eteri nitrici, 8.3

192
193

Eteri, 8.8 – 8.3

F
Falarica 4.0
Fedro, 11.0
Fenoliche (resine), 8.9
Fire forming, 1.1
Flat Base (ogiva), 5.5
Flobert 4.6
Forsyth (abate) 4.4
Fulmicotone, 9.6
Fumogene (miscele), 6.9
Fuochi pirotecnici, 6.8
Fuoco greco, 6.0

G
G.R.C. (dell’F.B.I.), 1.0
Gas Tight, 3.7
GD 1 e GD2, 9.4
Gelatina esplosiva, 9.4
Gelatine gomma, 9.5
Gelatine, 9.4
Gelatinizzazione, 5.3
Giacomo (Re) 4.3
“Gomma A”, 7.9
Greco (Marco), 6.0
Gruppi funzionali, 8.3
Gruppi nitrici, 5.0
Guanto di paraffina, 3.9

193
194

H
Hannover Magazin 10.0
Hexogene, 9.9
Houiller 4.6

I
Idrazina, 9.1
Idrocarburi acetilenici, 8.5
Idrocarburi alifatici, 8.4
Idrocarburi aromatici, 8.5
Idrocarburi insaturi, 8.4
Idrocarburi saturi, 8.4
Illuminanti (miscele), 6.9
Impronta di conio 1.5
Impronta di estrazione 1.3
Impronta di monta 1.3
Impronta di percussione 1.3
Impronta di rampa 1.3
Impronta di spallamento 1.3
Impronta di strisciata 1.3
Impronta individuale di canna 1.4
Impronte accidentali 1.4
Iniziatrici (miscele), 6.9
Innesco 1.1 - 3.7 - 7.3
Iso pentano, 8.2
Isomeria, 8.1

L
La Marmora 4.4

194
195

Lefaucheux 4.6
Lettere esplosive, 7.5
Linotype, 3.3

M
Mach (numero di) 3.1
Magno (Alberto), 6.0
Massimiliano (editto) 4.2
Meccanismo (della ruota) 4.2
Metano, 9.2
Micce, 6.9 - 7.1
Miscele fumogene, 6.9
Miscele illuminanti, 6.9
Miscele iniziatrici, 6.9
Miscele Pirotecniche, 6.9
Mononitrometano, 9.2
Munroe, 7.9

N
Natta (Giulio) 8.9
Neo pentano, 8.2
Neumann, 7.9
Nitrocellulosa, 6.6 - 9.6
Nitroglicerina, 6.6 – 9.3 – 9.4
Nobel (equazione), 5.6

O
Olefine, 8.5

195
196

Ordigni, 7.0 – 7.5

P
Paraffine, 8.4
Parckerizzazione 10.1
Patten “mod 1776” 10.0
Pentano, 8.2
Pentrite, 7.7 – 7.9 – 9.8
Peptizzazione, 6.7
Pictrato di ammonio, 7.7
Pirossilina, 6.3
Pirotecnia, 6.8
Pitratol, 9.9
Polimeri di addizione, 8.9
Polimeri di codensazione, 8.9
Polimeri, 8.9
Polo (Marco), 6.0
Polveri calde, 5.2
Polveri fredde, 5.2
Polveri infumi, 9.7
Proiettili anticarro, 7.7
Proiettili artiglieria, 7.7
Proiettili perforanti, 7.7
Prova della piastrina di piombo, 8.9
Prova della sabbia, 7.4
Prova di volata, 7.4

R
Rasching (processo), 9.1
RDX, 9.9
Reazione di addizione, 8.6
Refrigeranti, 9.7

196
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Reynolds (numero di) 3.1


Ribatedrim (bossolo), 3.9
Rimless (bossolo), 3.8
Rimmed (bossolo), 3.8
Roller Crimper, 3.8 – 3.9

S
S.E.M. 1.7
Sanftner (processo), 9.1
Saponificazione, 8.6 – 8.8
Saracina 5.0
Schawartz, 6.0
Schultze, 6.2
Scodellino 4.1
Sinoxyd, 3.8
Sistema a contrasto di gas, 1.1
Snaphaunce 4.3
Sobrero (Asacnio), 9.8
Solchi di rigatura 1.4
Solenite, 6.6
Soleniti, 6.6
Spreng gelatine, 9.5
Stabilizzanti, 9.7
Stampaggio 1.3
Stifnato di piombo, 3.7
Striature parallele 1.3
Stub, 3.9
Sur Fioccchi, 3.8

T
T4 (esplosivo), 7.9 – 9.9

197
198

Taper crimper, 3.9


Tetranitrometano, 9.3
Tetritol, 9.9
Torpex, 7.7
Trasudamento, 9.6
Tricloruro di antimonio 10.0
Tritolital, 7.7
Tritolite, 7.7
Tritolo, 6.6 - 9.9
Tritonal, 7.7 - 9.9

V
Velocità iniziale, 2.2
Vetterli 10.0
Vielle, 9.7
Vuoti di rigatura 1.4

W
W.D.X. 1.7
Waite, 1.0

198