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Capitolo 2

CARATTERISTICHE DELLE ACQUE REFLUE

1. INTRODUZIONE

In ogni impianto di depurazione, la fase progettuale deve essere preceduta da un'ade-


guata definizione delle caratteristiche qualitative dello scarico.
Il carico idraulico, cioè la portata liquida di acque di rifiuto, e il carico organico, cioè
la quantità di sostanze organiche che debbono essere trattate (normalmente misurata come
BOD5), costituiscono le due grandezze fondamentali per l'impostazione delle indagini relati-
ve ad un qualsiasi sistema di trattamento e smaltimento dei reflui civili.

Se si prevede di costruire un impianto di depurazione, è sempre conveniente effettuare


sperimentazioni dirette, sia valutando le portate idrauliche, sia, contemporaneamente, ef-
fettuando analisi sulla concentrazione di carico organico, in modo da potere risalire al carico
organico complessivo. Le analisi sono di norma estese anche alle altre caratteristiche fisiche
(solidi sospesi, torbidità, temperatura, conduttività ... ), chimiche (COD, azoto e fosforo, oli e
grassi, detersivi, pH, ossigeno disciolto, metalli pesanti ... ) e biologiche (carica batterica, pre-
senza di particolari microrganismi ... ). Sono indagini che debbono essere eseguite scrupolo-
samente, in quanto i dati che ne derivano condizionano l'attendibilità di tutti i calcoli e di-
mensionamenti conseguenti.
Una grossa incognita è sempre rappresentata dall'entità delle portate reflue scaricate
dalle industrie che, oltre ad essere approvvigionate dagli acquedotti civili, possono prelevare
autonomamente acque superficiali o profonde. In zone in cui la falda idrica sotterranea sia
molto alta, si possono verificare infiltrazioni entro la rete fognaria, se costruita in modo ina-
deguato (cioè con giunti non a perfetta tenuta, camerette non impermeabilizzate ... ), con
apporti di entità difficilmente prevedibili. C'è poi da evidenziare che scarichi di utenze parti-
colari quali industrie, scuole, supermercati, località turistiche, possono avere particolarissimi
andamenti dei deflussi, anche questi difficilmente prevedibili.

Nei casi reali non è sempre possibile effettuare queste indagini dirette, in quanto, quan-
2-2 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

do si decide per la costruzione di un impianto di depurazione, frequentemente non è stato


ancora predisposto l'allacciamento delle fognature ad un unico recapito (ove si possano ese-
guire le rilevazioni).
In assenza di sperimentazioni dirette, si può conoscere l'entità del carico idraulico
attraverso lo studio dell'andamento dei consumi d'acqua prelevata dall'acquedotto, che può
fornire dati importanti sulle quantità di acqua che è prevedibile perverranno all'impianto (si
assume di solito un coefficiente di afflusso alla fognatura pari a 0,80), sull'andamento delle
portate nelle varie ore del giorno e sulle punte massime stagionali.
In ogni caso è opportuno porre attenzione alle seguenti considerazioni:
1. il dimensionamento del sistema di smaltimento va effettuato sugli apporti idrici massimi
che si verificano nel corso dell'anno;
2. se la popolazione servita è in progressivo aumento, il dimensionamento del sistema di
smaltimento va effettuato sulla popolazione che sarà prevedibilmente allacciata in futuro;
il problema consiste nel fare delle previsioni sulla popolazione futura, in base alla popola-
zione attuale e passata. Ci si può riferire a modelli di regressione che stimando i dati di
accrescimento della popolazione negli anni passati, permettono di estrapolare previsioni
future.

Il refluo di origine civile, nonostante i diversi usi ed abitudini delle varie popolazioni,
presenta una composizione abbastanza costante; la contenuta variabilità di caratterizzazione
del liquame domestico fa sì che i dati di progettazione siano facilmente estrapolabili da una
situazione all'altra.
Sulla base delle sostanze inquinanti presenti nei liquami sia domestici che industriali,
questi possono essere suddivisi e classificati in base alle loro caratteristiche fisiche, chimiche
e biologiche, come descritto nei paragrafi seguenti.

2. CARATTERISTICHE FISICHE: DEFINIZIONI E APPLICAZIONI

La più importante caratteristica fisica del refluo è il suo contenuto di solidi totali, ovve-
ro materiale in sospensione, materiale sedimentabile, materiale colloidale e materiale in solu-
zione. Altre caratteristiche fisiche importanti sono odore, temperatura, densità, colore e tor-
bidità.

2.1. SOLIDI TOTALI

Analiticamente il contenuto di solidi totali del refluo è definito come tutto il materiale
che rimane come residuo dopo evaporazione ad una temperatura compresa tra 103° e
105°C. Il materiale che ha una tensione di vapore elevata viene perso durante l’evaporazione
e non è definito come un solido.
I solidi sedimentabili sono quelli che sedimentano sul fondo di un contenitore a
forma di cono (cono Imhoff, della capacità di 1 litro ed altezza di 40 cm) in un periodo di 2
ore. I solidi sedimentabili, espressi su base volumetrica come ml/l, sono una misura appros-
simata della quantità di fango che verrà rimossa dalla sedimentazione primaria.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-3

SS solidi sospesi
TS solidi totali
VSS solidi sospesi volatili
FSS solidi sospesi fissi
TVS solidi volatili totali
FS solidi filtrabili
VFS solidi filtrabili volatili
FFS solidi filtrabili fissi
TFS solidi fissi totali

Nella maggior parte della


letteratura sulla qualità
dell’acqua i solidi passanti
attraverso il filtro sono
chiamati solidi disciolti.
Figura 2.1. Interrelazioni tra i solidi nei reflui.

I solidi totali possono poi essere classificati come non filtrabili (sospesi) o filtrabili,
facendo passare un volume noto di liquido attraverso un filtro. Il filtro più usato per questa
separazione è quello a fibre di vetro (Whatman GF/C) con un diametro nominale dei pori
di circa 1,2 µm [Metcalf & Eddy, 1991] possono essere usate anche membrane di policarbo-
nato. È necessario notare che i risultati ottenuti con i due tipi di filtri, pur con lo stesso
diametro nominale dei pori, possono essere differenti a causa della loro diversa struttura.
Secondo le norme italiane invece si considerano per definizione solidi sospesi quelli tratte-
nuti da una membrana filtrante di porosità pari a 0,45 µm (Figura 2.2).
La frazione di solidi filtrabili è costituita da solidi colloidali e solidi disciolti. La fra-
zione colloidale è composta da particelle con dimensione approssimativa tra 0,001 e 1 µm,
mentre i solidi disciolti consistono di molecole e di ioni, sia organici che inorganici, real-
mente presenti in soluzione. La frazione colloidale non può essere rimossa per sedimenta-
zione; generalmente per rimuovere queste particelle dalla sospensione è richiesta una ossida-
zione biologica seguita da sedimentazione.
La classificazione dei solidi filtrabili e non filtrabili è riportata in Figura 2.2 con la loro
dimensione approssimativa.
Ciascuna delle categorie di solidi può essere inoltre classificata sulla base della volatilità a
550±50°C. A questa
temperatura la frazione
organica viene ossidata e
allontanata come gas, altri processi coagulazione decantazione
rimozione
mentre la frazione inor-
ganica rimane come ce- definizione
solidi filtrabili solidi sospesi

nere. Così i termini


disciolti colloidali sospesi
solidi sospesi volatili e stato fisico
non colloidali
solidi sospesi fissi (o
residuo fisso o solidi non dimensione

volatili) si riferiscono, ri-


spettivamente, al conte-
nuto organico ed inor- Figura 2.2. Classificazione fisica dei solidi, con indicazione orientativa delle
ganico (minerale) dei loro dimensioni.
2-4 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Solidi

Totali
720 mg/l

Sospesi Filtrabili
220 mg/l 500 mg/l

Sedimentabili Non sedimentabili Colloidali Disciolti


160 mg/l 60 mg/l 50 mg/l 450 mg/l

Organici Minerali Organici Minerali Organici Minerali Organici Minerali


120 mg/l 40 mg/l 45 mg/l 15 mg/l 40 mg/l 10 mg/l 160 mg/l 290 mg/l

Figura 2.3. Classificazione approssimativa dei solidi in un refluo a carico medio.

solidi sospesi. Infatti in un forno a muffola alla temperatura di 550°C la decomposizione dei
sali inorganici è ristretta al carbonato di magnesio (MgCO3), che si decompone in ossido di
magnesio (MgO) e anidride carbonica (CO2) a 350°C; il carbonato di calcio (CaCO3), il mag-
gior componente dei sali inorganici, è stabile invece fino alla temperatura di 825°C.
L’analisi dei solidi volatili è applicata comunemente ai fanghi per misurare la loro stabi-
lità biologica.

Per quanto riguarda i solidi filtrabili, è interessante notare che una notevole quantità di
materiale è raggruppata nell’intervallo tra 0,1 e 1 µm. Recenti studi suggeriscono che il dia-
metro di 0,1 µm rappresenterebbe un limite migliore dei solidi filtrabili. In futuro la cono-
scenza della distribuzione delle dimensioni dei solidi giocherà un ruolo cruciale nel progetto
sia del sistema di conferimento sia del trattamento dei reflui.

2.2. ODORI

Il refluo fresco ha un odore inconfondibile ma non particolarmente sgradevole, assai


meno nauseabondo dell’odore di un liquame sottoposto a decomposizione anaerobica.
L’odore degli scarichi urbani è in generale dovuto a miscele di gas di putrefazione della
componente biodegradabile (acido solfidrico, mercaptani, ammoniaca, scatolo, ammine,
ecc.) o da sostanze aggiunte al refluo. Il più caratteristico è quello dell’acido solfidrico (H2S),
prodotto dai microrganismi anaerobici che riducono il solfato ( SO 2− 4 ) in solfuro (S ). Gli
2-

scarichi industriali possono contenere composti maleodoranti o composti che producono


odori durante il processo di trattamento del refluo.
Il problema degli odori ha assunto rilevanza primaria nella accettazione pubblica, e
quindi nella diffusione degli impianti di depurazione. Negli ultimi anni il controllo degli odo-
ri ha occupato una considerazione maggiore nella progettazione delle operazioni di raccolta,
trattamento e stoccaggio, soprattutto nelle sezioni dell’impianto ove si determinano più fa-
cilmente condizioni anaerobiche (vasche iniziali, linea fanghi, luoghi di accumulo di prodotti
fermentescibili non adeguatamente aerati). Si avverte quindi sempre più l’esigenza di realiz-
zare coperture di tali zone con captazione e trattamento dell’aria maleodorante.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-5

2.2.1. Effetti degli odori

L’importanza degli odori a basse concentrazioni in relazione all’uomo è dovuta princi-


palmente allo stress psicologico piuttosto che alla loro nocività. Odori molesti possono
provocare mancanza d’appetito, ridotto consumo d’acqua, difficoltà di respirazione, nausea,
vomito e scompensi mentali. In situazione estreme, odori offensivi possono condurre al
deterioramento del valore personale, interferire nelle relazioni umane, abbassare lo status
socio-economico e inibire la crescita. Questi problemi possono concretizzarsi in una dimi-
nuzione del valore delle proprietà e delle attività economiche presenti nella zona.

2.2.2. Caratteristiche degli odori e loro misura

Quattro sono i fattori indipendenti richiesti per caratterizzare completamente un odo-


re: intensità (la forza con cui viene percepito l’odore), carattere (riferito alle associazioni men-
tali fatte dal singolo soggetto nel definire l’odore), piacere (la sensazione piacevole o meno),
percettibilità (minima concentrazione necessaria alla sua percezione). Attualmente l’unico pa-
rametro utilizzato è quello della percettibilità.
Gli odori possono essere misurati attraverso metodi sensoriali (organolettici, rilevando
le opportune diluizioni per raggiungere la soglia percepibile) o per mezzo di strumenti. La
metodologia più diffusa, che fa riferimento al primo tipo di misura, prevede l’esposizione di
un campione di soggetti umani agli odori, procedendo a successive diluizioni con aria pura
fino ad individuarne la soglia di percettibilità dell'odore (MDTOC, Minimum Detectable
Threshold Odor Concentration, concentrazione minima di percettibilità dell'odore). La misura dell'odore
è quindi espressa come numero di diluizioni necessarie a raggiungere la MDTOC.

2.3. TEMPERATURA

La temperatura del refluo è di solito maggiore di quella del corpo idrico ricettore, a
causa dello scarico di acqua più calda dalle case e dalle industrie. Poiché il calore specifico
dell’acqua è molto maggiore di quello dell’aria, la temperatura del refluo risulta più alta di
quella dell’ambiente durante la maggior parte dell’anno, tranne che nei mesi estivi. In dipen-
denza dalla localizzazione geografica, la temperatura media annuale del refluo varia da circa
10 a 21°C (essendo 16°C un valore rappresentativo).
La temperatura dell’acqua è un parametro molto importante per i suoi effetti sulle re-
azioni chimiche e le loro velocità di reazione, sulla vita acquatica e sulla idoneità di utilizzo.
Ad esempio, l’aumento di temperatura può determinare un cambiamento nelle specie di pe-
sci esistenti nel corpo idrico ricettore. Gli stabilimenti industriali che utilizzano acque di su-
perficie come acque di raffreddamento devono essere particolarmente attenti alla tempera-
tura degli scarichi.
Inoltre la solubilità dell’ossigeno diminuisce con l’aumentare della temperatura
dell’acqua. Quindi l’intensificarsi delle reazioni biochimiche dovute all’innalzamento della
temperatura, combinato con la ridotta quantità di ossigeno solubile nell’acqua, può spesso
determinare una grave carenza di ossigeno durante i mesi estivi. La situazione diventa anco-
ra più problematica quando la portata dello scarico sia significativa rispetto a quella del cor-
po idrico oppure l’incremento di temperatura sia improvviso; temperature superiori alla
normalità possono inoltre produrre la proliferazione di piante o funghi indesiderati.
La temperatura ottimale per l’attività batterica è compresa tra i 25 e i 35°C; la digestione
aerobica e la nitrificazione si interrompono sopra i 50°C. Quando la temperatura scende
sotto i 15°C i batteri produttori di metano cessano la loro attività e così fanno anche i batte-
2-6 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

ri autotrofi nitrificanti sotto i 5°C. A 2°C perfino i batteri chemioeterotrofi che agiscono sul
carbonio diventano dormienti.

2.4. DENSITÀ

La densità del refluo ρw è definita come la sua massa per unità di volume espressa in
kg/m3. La densità è un’importante caratteristica fisica perché può determinare la formazione
di correnti di densità nelle vasche di sedimentazione e in altre unità di trattamento.
La densità del refluo civile che non contiene quantità significative di scarichi industriali
è essenzialmente la stessa dell’acqua alla stessa temperatura. In alcuni casi viene utilizzata la
densità relativa sw=ρw/ρo, essendo ρo la densità dell’acqua. Sia la densità, che la densità relati-
va sono funzioni della temperatura e variano con la concentrazione di solidi totali nel refluo.

2.5. COLORE

L’età del refluo può essere determinata qualitativamente per mezzo dell’odore e del
colore. Il refluo fresco è di solito di colore marrone-grigio; poi, durante la permanenza nel
sistema di raccolta e lo svilupparsi di condizioni anaerobiche, il colore varia da grigio a grigio
scuro ed infine a nero. Quando il refluo diventa nero viene spesso indicato come settico.
Gli scarichi industriali possono modificare il colore e in molti casi il colore scuro è do-
vuto alla formazione di solfuri metallici, poiché il solfuro prodotto in condizioni anaerobi-
che reagisce con i metalli presenti.
La colorazione è dovuta a sostanze sospese (colorazione apparente) o a sostanze disciolte.
Nel caso dei reflui, essendo elevata la presenza di sostanze sospese, il colore viene espresso
mediante il numero di diluizioni necessario a non renderlo più percettibile su uno spessore
d’acqua prefissato (10 cm secondo la normativa italiana).

2.6. TORBIDITÀ

La torbidità è la misura della capacità di trasmettere la luce ed è usata per indicare la


qualità degli scarichi e delle acque naturali, in riferimento ai colloidi e alla sostanza residua
sospesa. La misura della torbidità è basata sul confronto tra l’intensità della luce trasmessa
dal campione in esame e da un provino di riferimento nelle stesse condizioni. La sostanza
colloidale diffonde o assorbe la luce e ne ostacola quindi la trasmissione.
In generale non c’è una relazione tra la torbidità e la concentrazione di solidi sospesi in
reflui non trattati; c’è, comunque, una relazione ragionevole tra questi due aspetti per quanto
riguarda gli effluenti provenienti dalla sedimentazione secondaria dopo il processo a fanghi
attivi.

3. CARATTERISTICHE CHIMICHE: DEFINIZIONI E APPLICAZIONI

3.1. COMPOSTI ORGANICI

In un refluo medio circa il 75% dei solidi sospesi ed il 40% dei solidi filtrabili sono co-
stituiti da sostanza organica. La frazione organica dei solidi può avere origine vegetale o
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-7

animale, o essere prodotta dalle attività dell’uomo collegate alla sintesi di composti organici.
I composti organici sono normalmente costituiti da elementi quali carbonio, idrogeno,
ossigeno e, in alcuni casi, azoto; possono anche essere presenti altri importanti elementi
come zolfo, fosforo e ferro.
I principali tipi di composti organici presenti nei reflui sono proteine (40÷60%), car-
boidrati (25÷50%), oli e grassi (10%). Un altro composto organico importante è l’urea, co-
stituente principale dell’urina, riscontrabile solo nei reflui molto freschi a causa della sua ra-
pida decomposizione.
Assieme a questi composti, i reflui contengono anche piccole quantità di un gran nu-
mero di molecole organiche di sintesi, dalle più semplici alle più complesse. Esempi tipici
sono i tensioattivi dei detergenti, i principali inquinanti organici, i composti organici
volatili e i pesticidi. Inoltre la varietà dei composti sta crescendo di anno in anno, a causa
della sempre più vasta quantità di molecole organiche sintetizzate.
La presenza di queste sostanze può rendere più complesso il trattamento dei reflui,
poiché molti composti non possono, o possono solo molto lentamente, essere decomposti
biologicamente.

3.1.1. Proteine

Le proteine sono fra i principali costituenti dei tessuti animali, mentre sono meno pre-
senti nei vegetali. Tutti gli alimenti grezzi contengono proteine, in piccola quantità nei frutti
acquosi come i pomodori e nei tessuti grassi della carne, in concentrazione maggiore nei fa-
gioli e nella carne magra.
Le proteine sono molecole a struttura complessa e instabile, essendo soggette a molte
forme di decomposizione; alcune sono solubili in acqua, altre insolubili. I pesi molecolari
sono molto alti, da circa 20.000 a 20 milioni (espressi in u.m.a.).
Tutte le proteine contengono carbonio, comune a tutte le sostanze organiche con
idrogeno e ossigeno. In più contengono un’alta percentuale di azoto, circa il 16%(1) , e in
molti casi zolfo, fosforo, ferro. Le proteine, assieme all’urea, costituiscono la fonte primaria
di azoto nel refluo. Quando sono presenti in grande quantità, la loro decomposizione pro-
duce odori molto sgradevoli.

3.1.2. Carboidrati

I carboidrati, molto diffusi in natura, comprendono zuccheri, amidi, cellulosa e fibre le-
gnose; si trovano nei reflui in tutte queste forme. Alcuni sono solubili in acqua, come gli
zuccheri; altri sono insolubili, come gli amidi.
Gli zuccheri tendono a decomporsi in seguito all'attività enzimatica batterica, produ-
cendo, con la fermentazione, alcol e anidride carbonica. Gli amidi, d’altra parte, sono più
stabili, e possono essere convertiti in zuccheri dall'attività microbica.

3.1.3. Oli e grassi

Gli oli e i grassi sono il terzo maggior componente degli alimenti. Il loro contenuto nei
reflui si determina attraverso l’estrazione per mezzo del tricloro-trifluoro-etano, nel quale
sono solubili. Altre sostanze estraibili includono oli minerali, come kerosene e oli lubrifican-

(1)
Una formula chimica rappresentativa della proteina può essere indicata come C4H6ON; poiché il peso
atomico dell'N è pari a 14, messo in relazione al peso molecolare della proteina pari a 84, indica proprio
che la quantità di N presente è circa il 16%.
2-8 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

ti.
I grassi e gli oli sono miscele di esteri della glicerina con acidi grassi. I gliceridi degli
acidi grassi che sono liquidi a temperatura ordinaria sono detti oli, quelli che sono solidi so-
no chiamati grassi, anche se chimicamente sono simili, essendo composti da carbonio,
idrogeno e ossigeno in varie proporzioni. I grassi sono tra i più stabili composti organici e
sono molto lentamente biodegradabili.
Possono derivare dalla normale attività domestica (sono presenti nel burro, grassi ve-
getali, oli, nella carne, nei semi), dal traffico motorizzato (superfici stradali, autorimesse, sta-
zioni di servizio) e da molte attività industriali.
Per la maggior parte galleggiano sul refluo, sebbene una frazione venga trasportata nel
fango dei solidi sedimentabili. In misura perfino maggiore di grassi, oli e saponi, gli oli mine-
rali tendono a ricoprire le superfici dei manufatti, interferiscono con l’azione biologica e
determinano problemi operativi.

3.1.4. Tensioattivi

I tensioattivi sono grandi molecole organiche, poco solubili in acqua, che producono
schiuma negli impianti di trattamento e nei corpi idrici nei quali vengono scaricati. Tendono
ad accumularsi in corrispondenza dell’interfaccia tra le diverse fasi non miscibili, determina-
no modifiche delle proprietà chimico-fisiche della superficie (diminuzione della tensione su-
perficiale, potere schiumogeno e imbibimento) e dimostrano capacità di stabilizzare le emul-
sioni oleose.
Le molecole di tensioattivi sono composte da una catena con caratteristiche idrofobe,
ma solubile in olio, e da un gruppo idrofilo. A seconda della natura di questo gruppo i ten-
sioattivi si dividono in anionici, cationici e non ionici.
I primi rappresentano la grande maggioranza dei prodotti usati nei detergenti; sono co-
stituiti da sali di sodio che ionizzano con formazione di ioni Na+, assumendo carica negativa
sulla parte organica della molecola.
Quelli cationici, costituiti da sali di ammonio quaternario, possiedono uno o più gruppi
funzionali che in acqua si caricano positivamente; poco usati come detergenti, hanno pro-
prietà disinfettanti e germicide (industria tessile).
I tensioattivi non ionici non si ionizzano in soluzione acquosa, ma la loro solubilità è
dovuta alla presenza di gruppi funzionali polari aventi una forte affinità con l'acqua. Sono
utilizzati soprattutto nei processi produttivi (industria tessile, metallurgica, farmaceutica) e
nelle polveri di bucato a basso potere schiumogeno.
Durante l’aerazione del refluo questi composti si dispongono sulla superficie delle bolle
d’aria e creano una schiuma molto persistente, con problemi estetici e rischio di dissemina-
zione di batteri e virus; per formare schiuma stabile sono sufficienti concentrazioni di 0,3
mg/l. Inoltre, anche in assenza di schiuma, viene rallentato il trasferimento dell’ossigeno, per
effetto della concentrazione che si determina sull'interfaccia acqua-aria.
La determinazione analitica dei tensioattivi anionici è compiuta per via colorimetrica
attraverso la reazione con il blu di metilene. Per tale proprietà i detergenti anionici sono
anche talvolta indicati con la sigla MBAS (Methylene Blue Active Substance).
Va tenuto presente che comunque questa procedura non consente di stimare i tensio-
attivi cationici e non-ionici.

Prima del 1965 il tipo di tensioattivo presente nei detergenti di sintesi, chiamato alchil-
benzene-solfonato (ABS), causava particolari problemi a causa della sua resistenza ai metodi
biologici di depurazione. Dopo un intervento legislativo, l’ABS è stato sostituito nei deter-
genti da composti a catena lineare, linear-alchil-solfonato (LAS) che risulta rapidamente bio-
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-9

degradabile in condizioni aerobiche (ma più resistente alla degradazione in ambiente anae-
robico). Poiché i tensioattivi vengono principalmente dai detergenti di sintesi (che hanno
sostituito i saponi, poiché hanno il vantaggio di non formare precipitati insolubili in presen-
za di durezza dell’acqua), il problema della schiuma è stato assai ridimensionato.
Nei liquami urbani non trattati la concentrazione di tensioattivi risulta generalmente
dell’ordine di alcuni mg/l.

3.1.5. Inquinanti principali

La Environmental Protection Agency statunitense (U.S.EPA) ha individuato approssimati-


vamente 129 inquinanti principali, suddivisi in 65 classi regolate da standard di scarico. Sono
stati selezionati, sia quelli organici sia quelli inorganici, sulla base delle loro conosciute o pre-
sunte cancerogenicità, mutagenicità, teratogenicità o tossicità acuta. Molti degli inquinanti
principali sono classificati anche come composti organici volatili (VOCs).
All’interno di un sistema di raccolta e trattamento di un refluo, i principali inquinanti
organici possono essere rimossi, trasformati, generati o semplicemente trasportati senza
mutamenti lungo il sistema. Cinque meccanismi primari sono coinvolti:
1. strippaggio;
2. degradazione;
3. adsorbimento su particelle e fango;
4. trasferimento;
5. generazione come risultato della clorazione o come sottoprodotto della degradazione di
composti precursori.
È importante notare come questi meccanismi non si escludano a vicenda, e la competi-
zione e l’azione simultanea possa essere significativa.

3.1.6. Composti organici volatili (VOCs)

I composti organici che hanno un punto di ebollizione ≤ 100°C e/o una tensione di
vapore > 1 mm Hg a 25°C sono generalmente indicati come composti organici volatili
(VOCs). Rivestono un grande interesse per vari motivi:
1. una volta che questi composti sono in fase di vapore sono molto più mobili e quindi è
più probabile che vengano rilasciati nell’ambiente;
2. la presenza di alcuni di questi composti in atmosfera può determinare un significativo ri-
schio per la salute pubblica;
3. contribuiscono ad un generale aumento degli idrocarburi reattivi in atmosfera, che può
condurre alla formazione di ossidanti fotochimici.
Il rilascio di questi composti nelle fognature e negli impianti di trattamento è di parti-
colare rilevanza soprattutto per la salute dei lavoratori negli impianti stessi.

3.1.7. Pesticidi e prodotti chimici agricoli

Tracce di sostanze organiche come pesticidi, erbicidi e altri prodotti chimici utilizzati in
agricoltura sono tossiche per la maggior parte delle forme viventi e quindi possono essere
importanti inquinanti delle acque di superficie. Questi composti non sono costituenti co-
muni dei reflui civili, ma derivano dal runoff superficiale di terreni agricoli e di parchi.
La presenza di questi prodotti chimici può determinare la morte dei pesci, la contami-
nazione della carne della fauna ittica e il progressivo deterioramento del corpo idrico. Molte
di queste sostanze sono classificate come inquinanti principali.
2-10 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

3.2. MISURA DEL CONTENUTO ORGANICO

A causa della variabilità dei componenti presenti in un refluo, non risulta in generale
possibile ottenere un'analisi chimica completa, salvo che per taluni casi di scarichi industriali
ben caratterizzati in funzione delle lavorazioni che li hanno prodotti. Si utilizzano invece
metodi di valutazione globale che prescindono dalla determinazione analitica dei diversi co-
stituenti.
Negli anni, differenti test sono stati proposti per determinare il contenuto organico
nelle acque reflue. In generale i test possono essere divisi tra quelli che misurano concentra-
zioni di sostanza organica superiori a 1 mg/l e quelli che ne analizzano le tracce tra 10-12 e 10-
3
mg/l. I metodi del primo tipo comunemente usati in laboratorio sono: domanda biochi-
mica di ossigeno (BOD, Biochemical Oxygen Demand), domanda chimica di ossigeno
(COD, Chemical Oxygen Demand), carbonio organico totale (TOC, Total Organic Carbon).
Complementare a questi test di laboratorio è la domanda teorica di ossigeno (ThOD, Theo-
retical Oxygen Demand), determinata attraverso le formule chimiche della sostanza organica.
Metodi usati nel passato per la quantificazione della sostanza organica includevano la
determinazione dell'azoto totale, azoto albuminoide, azoto organico e ammoniacale e ossi-
geno consumato. Queste determinazioni, con l’eccezione dell’azoto albuminoide e
dell’ossigeno consumato, sono ancora incluse nelle analisi complete del refluo, ma il loro si-
gnificato è cambiato: mentre prima venivano usate quasi esclusivamente per determinare la
sostanza organica, ora sono usate per indicare la disponibilità di azoto per sostenere l’attività
biologica nei processi di trattamento o per il controllo dei processi di eutrofizzazione nel
corpo idrico ricettore.
La presenza di sostanza organica nel range tra 10-12 e 10-3 mg/l viene determinata usan-
do metodi strumentali come la gascromatografia e la spettrometria di massa. Negli ultimi
anni la sensibilità dei metodi è migliorata ed ora la determinazione di concentrazioni fino a
10-9 mg/l è compresa tra le analisi di routine.

3.2.1. Domanda biochimica di ossigeno (BOD)

Il parametro più usato come indicatore di inquinamento organico sia nei reflui sia nelle
acque di superficie è il BOD della durata di 5 giorni (BOD5).
Questa determinazione coinvolge la misura dell’ossigeno disciolto usato dai microrgani-
smi nell’ossidazione biochimica della sostanza organica. Dire cioè che un determinato li-
quame presenta, ad esempio, un BOD di 500 mg/l significa che per ottenere la stabilizzazio-
ne per via aerobica delle sostanze organiche biodegradabili contenute in 1 litro di tale liqua-
me, è necessario che vengano messi a disposizione della popolazione batterica 500 mg di os-
sigeno. Essendo i fenomeni biologici fortemente influenzati dalla temperatura, le relative
determinazioni sono convenzionalmente condotte a 20°C.

Malgrado la sua ampia diffusione, questo test ha alcuni limiti, discussi nei paragrafi suc-
cessivi. Nonostante si stia cercando di sostituirlo, viene ancora usato per molti scopi:
1. determinare la quantità approssimata di ossigeno che sarà richiesta per stabilizzare biolo-
gicamente la materia organica presente;
2. effettuare un pre-dimensionamento delle alternative di trattamento;
3. valutare l’efficienza di alcuni processi di trattamento;
4. determinare la compatibilità con i limiti previsti per lo scarico.

Per assicurare l’ottenimento di risultati significativi, il campione di liquame deve essere


diluito con una soluzione acquosa appositamente preparata affinché durante il periodo di
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-11

incubazione siano disponibili adeguati nutrienti ed ossigeno. Normalmente vengono prepa-


rate parecchie diluizioni per coprire tutti i possibili valori.
Quando il campione contiene una grande popolazione di microrganismi (ad esempio
liquame non trattato), non è necessario provvedere all'inoculo. Se richiesto, l’acqua di dilui-
zione viene inoculata con una coltura batterica che è stata acclimatata con la materia organica
o altra sostanza presente nel liquame. Tali colture contengono un gran numero di batteri sa-
profiti e altri organismi che ossidano la sostanza organica; inoltre contengono alcuni batteri
autotrofi che ossidano i composti non carboniosi.
Il periodo di incubazione è usualmente di 5 giorni a 20°C, ma possono essere usate al-
tre durate e altre temperature. Un periodo più lungo (tipicamente 7 giorni), tale da ricadere
in un giorno lavorativo, viene spesso usato specialmente in piccoli impianti dove il personale
di laboratorio non è disponibile durante i fine settimana. La temperatura deve essere co-
munque mantenuta costante durante l’intero test.
L’ossigeno disciolto viene misurato prima e dopo l’incubazione; il calcolo del BOD si
effettua in due modi: se l’acqua di diluizione non è inseminata
D1 − D 2
BOD = [mg/l]
P
mentre se è inseminata
(D1 − D 2 )−(B1 − B 2 )⋅f
BOD = [mg/l]
P
dove
D1 = ossigeno disciolto nel campione diluito subito dopo la preparazione [mg/l];
D2 = ossigeno disciolto nel campione diluito dopo 5 giorni di incubazione a 20°C [mg/l];
P = frazione volumetrica di campione usato;
B1 = ossigeno disciolto nel control inseminato prima dell’incubazione [mg/l];
B2 = ossigeno disciolto nel control inseminato dopo l’incubazione [mg/l];
f = rapporto tra l'inseminazione nel campione e nel control: (% di inseminazione in D1)/(%
di inseminazione in B1);

L’ossidazione biochimica è un processo lento e teoricamente prevede un tempo infi-


nito per concludersi. In un periodo di 20 giorni l'ossidazione della materia organica carbo-
niosa è completa tra il 95 e il 99%, mentre in 5 giorni è tra il 60 e il 70%.
La temperatura di 20°C rappresenta un valore medio per corsi d'acqua in lento movi-
mento in climi temperati ed è facilmente riproducibile da un incubatore. A temperature dif-
ferenti si otterrebbero risultati diversi poiché la velocità di reazione biochimica dipende dalla
temperatura.
La cinetica della reazione del BOD viene formulata, per usi pratici, secondo una cineti-
ca di reazione del primo ordine, intendendo con ciò che la velocità risulta proporzionale
alla prima potenza della concentrazione stessa(2) , e può essere espressa come:
dL t
= −kL t
dt

dove Lt è la porzione di BOD residuo al tempo t e k (con dimensioni t-1) è la costante di re-
azione. Questa reazione può essere integrata:
t
lnL t 0
= −k t

e quindi

(2)
Questa può essere talvolta un'approssimazione grossolana ed una più corretta rappresentazione del
processo può ottenersi attraverso la cinetica di Monod.
2-12 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Lt
L = exp(−k t ) = 10−Kt
L-y
BOD rimosso tra 0 e t
L
dove L è il BOD presente all’inizio
per t=0.
La relazione tra k (in base e)
y e K (in base 10) è K=k/2,303.
Quindi il valore Lt di BOD al tem-
Lt po t e la quantità rimossa yt sono
BOD rimanente al tempo t
dati da
0
tempo L t = L exp( −k t )

Figura 2.4. Andamento della curva del BOD. y t = L − L t = L [ 1− exp( −k t )]


Il BOD5 è fornito perciò da
y 5 = L − L 5 = L [ 1− exp( −5 k )]

Per acque inquinate e liquami, un valore tipico di k (in base e, a 20°C) è 0,23 giorni-1 (K
in base 10 è pari a 0,10 giorni-1), anche se è soggetto a forti variazioni a seconda del tipo di
scarico, passando da 0,05 a 0,3 giorni-1 (in base e).
Come menzionato, la temperatura alla quale viene usualmente misurato il BOD è pari a
20°C; è però possibile deter-
minare il valore della costante BOD [mg/l]
k di reazione ad una tempera- 300

tura diversa utilizzando l'equa- 250 k=0,30


zione approssimata di van't
Hoff-Arrhenius: 200 k=0,15 k=0,10 k=0,08

k T = k 20 θ ( T − 20 ) 150

Il valore di θ varia da 100

1,056 per temperature tra i 20 50


e i 30°C a 1,135 tra i 4 e i
20°C. Un valore spesso usato 0
0 5 10 15 20
in letteratura è 1,047, ma è tempo [giorni]

stato osservato come non sia Figura 2.5. Effetto della costante k sul BOD (per un dato valore di
adatto alle basse temperature L).
(sotto i 20°C).

3.2.2. Nitrificazione nel test del BOD

Tra le sostanze non carboniose, l’ammoniaca viene prodotta durante l’idrolisi delle
proteine. Due gruppi di batteri autotrofi sono in grado di ossidare l’ammoniaca a nitrito e
successivamente a nitrato. Le reazioni informa sintetica sono:
(a) NH3 + 1,5 O 2 batteri
 → HNO 2 + H2 O
produttori di nitriti

HNO 2 + 0,5 O 2  → HNO 3


batteri produttori di nitrati
(b)
in totale NH3 + 2 O 2 → HNO 3 + H2 O

La domanda di ossigeno associata all'ossidazione dell'ammoniaca a nitrato è chiamata


domanda biochimica di ossigeno per l'azoto (NBOD, Nitrogenous Biochemical Oxygen De-
mand). L’andamento normale della domanda di ossigeno in un test del BOD per un liquame
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-13

civile è mostrato in Figura


2.6.
Poiché il tasso di ripro-
duzione dei batteri nitrificanti
è lento, sono necessari da 6 a
10 giorni affinché raggiunga-
no una concentrazione rile-
vante e producano una consi-
stente domanda di ossigeno.
Comunque, se allo stato ini-
ziale è già presente un nume-
ro sufficiente di questi batteri,
l’interferenza causata dalla
5 8
nitrificazione può essere si-
gnificativa.
Figura 2.6. Andamento qualitativo del BOD e dell'NBOD. Il verificarsi della nitrifi-
cazione durante un test del
BOD può indurre interpretazioni errate sul grado di funzionamento del sistema. Se per
esempio si eseguono le analisi di BOD di un campione effluente da un trattamento biologi-
co, si può ottenere un risultato di 20 mg/l (senza nitrificazione durante la prova) e 40 mg/l
(se avviene la nitrificazione durante il test). Considerando noto il BOD in ingresso, pari a 200
mg/l si calcola un rendimento rispettivamente del 90% e dell'80%. Quindi se si sviluppa la
nitrificazione durante il test di BOD, si concluderà erroneamente che il processo di tratta-
mento ha un rendimento inferiore a quello che in realtà si instaura.

3.2.3. Domanda biochimica di ossigeno carbonioso (CBOD)

L’interferenza causata dalla presenza di batteri nitrificanti può essere eliminata effet-
tuando un pretrattamento del campione o dosando opportuni agenti inibitori.
Le procedure per il pretrattamento includono la pastorizzazione, la clorazione e il trat-
tamento con acidi (acid treatment).
Gli agenti inibitori sono normalmente di natura chimica e comprendono composti
come blu di metilene, tiourea e alliltiourea, 2-clor-6 (triclorometile) piridina.
I risultati di un test del BOD realizzato con la soppressione della nitrificazione dovreb-
bero essere riportati come CBOD; questo test sta progressivamente sostituendo il BOD per
quanto riguarda la verifica dei limiti allo scarico, specialmente per i casi in cui è probabile
avvenga la nitrificazione.

3.2.4. Analisi dei dati del BOD

Il valore di k è necessario se tramite il BOD5 si vuole ottenere L, ovvero il valore asinto-


tico o BOD20. Le procedure normalmente adottate per determinare questi valori (k e L) a
partire da una serie di misure di BOD sono il metodo dei minimi quadrati, il metodo dei
momenti, il metodo delle differenze giornaliere, il metodo di Thomas e quello di Fujimoto.
Il metodo dei minimi quadrati permette la determinazione della curva che interpola
una serie di dati in modo che la somma dei quadrati degli scarti (le differenze tra i valori mi-
surati e quelli interpolati) sia minima. Con questo metodo è possibile utilizzare differenti tipi
di curve: per una serie temporale di misure di BOD sullo stesso campione si possono scrive-
re per ogni n-esima misura
2-14 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

dy
= k (L − y n )
dt t =n

In questa equazione sono incognite sia k sia L. Se si assume che dy/dt rappresenti il
valore della derivata della curva che si vuole adattare a tutti i punti per dei valori dati di k e di
L, i due membri dell’equazione differiranno di un termine R a causa degli errori sperimentali.
dy dy
R = k (L − y)− = kL − ky −
dt dt
Sostituendo kL con a e k con -b (e indicando dy/dt con y’) si ottiene
R = a + by − y l

Per trovare il minimo della somma dei quadrati degli scarti si deve scrivere il sistema
∂ ∂R ∂ ∂R
∂a ∑ R = ∑ 2R ∂a = 0
2
∂b ∑ R = ∑ 2R ∂b = 0
2

Esplicitando le due equazioni per le incognite a e b si ottengono


na + b∑y − ∑y l
=0 a ∑ y + b∑ y − ∑ y y2 l
=0

y n+1 − y n−1
dove n è il numero di dati, a=-bL, b=-k (base e), L=-a/b, y=yt [mg/l], y l = .
2∆t
Nel metodo di Fujimoto si disegna un grafico dei punti di BODt+1 in funzione dei va-
lori di BODt . Il valore individuato dall'intersezione con la bisettrice del 1° quadrante corri-
sponde al valore totale L del BOD, dal quale si ricava la costante k.

3.2.5. Determinazione respirometrica del BOD

La determinazione del valore del BOD e della corrispondente costante k può essere
realizzata in modo alternativo in laboratorio utilizzando una cella elettrolitica di volume pari
ad 1 litro o un respirometro da laboratorio. All’interno della cella la pressione dell’ossigeno
nella porzione d'aria sovrastante il campione è mantenuta costante attraverso la continua
fornitura di ossigeno progressivamente utilizzato dai microrganismi. L’ossigeno necessario è
prodotto nell'apparecchiatura per mezzo di una reazione di elettrolisi che varia in risposta ai
cambiamenti di pressione.
Il valore di BOD viene determinato valutando l'intervallo temporale di produzione di
ossigeno e correlandolo con la quantità di ossigeno prodotta dalla reazione elettrolitica. I
vantaggi della cella elettrolitica rispetto ad un respirometro convenzionale da laboratorio ri-
siedono nel fatto che si dispone di un grande volume di campione (con riduzione di errori
dovuti al campionamento e alla diluizione per mezzo di pipette) e che il valore del BOD
viene fornito in modo diretto.

3.2.6. Limiti del test del BOD

I limiti del test del BOD sono i seguenti:


1. è richiesto un consistente numero di batteri acclimatati ed attivi;
2. è necessario un pretrattamento per l’analisi di liquami tossici e si devono ridurre gli effetti
degli organismi nitrificanti;
3. viene misurata solo la sostanza organica biodegradabile;
4. il test non ha un validità stechiometrica dopo che la sostanza organica solubile presente in
soluzione è stata utilizzata;
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-15

5. per ottenere il risultato del test è necessario attendere un periodo di tempo piuttosto lun-
go.
Tra questi, la limitazione forse più importante risiede nel fatto che il periodo di 5 giorni
può non corrispondere al momento in cui tutta la sostanza organica biodegradabile presente
è stata consumata. La mancanza di validità stechiometrica riduce l’utilità dei suoi risultati.

3.2.7. Domanda chimica di ossigeno (COD)

La scarsa significatività del BOD, la sua difficile riproducibilità e la lunghezza delle de-
terminazioni rendono sempre più frequente l'uso di misure chimiche della domanda di ossi-
geno, basate cioè non più su reazioni biologiche, ma sull'ossidazione chimica diretta per
mezzo di un energico ossidante.
Il test del COD viene usato per misurare il contenuto di sostanza organica sia negli sca-
richi sia nelle acque naturali. L’ossigeno equivalente alla sostanza organica che può essere os-
sidata è misurato per mezzo di un forte agente ossidante chimico in un mezzo acido. La
determinazione è oggi standardizzata secondo il metodo al bicromato di potassio (K2Cr2O7):
questo reattivo in ambiente acido, ad elevata temperatura ed in presenza di catalizzatori (sol-
fato d'argento, Ag2SO4) ossida la sostanza organica del campione, con riduzione del bicro-
mato a cromo trivalente, seconda la reazione non bilanciata:
catalizzatore + calore
7 + H   → Cr3+ + CO2 + H2O
+
materia organica (CaHbOc) + Cr2 O 2−

Si opera in eccesso di ossidante; dopo 2 ore di reazione, il consumo di K2Cr2O7 viene


calcolato mediante titolazione della quantità residua e viene quindi espresso in termini di
equivalente di ossigeno. Si tiene in tal modo conto di tutti i composti suscettibili di ossida-
zione: sali minerali ossidabili e quasi tutti i composti organici, indipendentemente dalla loro
biodegradabilità; le principali eccezioni al riguardo sono costituite dagli idrocarburi aromatici
e dalla piridina. Problemi di interferenza si hanno per la presenza di cloruri; essi sono con-
trollati con aggiunta di HgSO4.

Il test del COD viene usato anche per misurare la sostanza organica negli scarichi indu-
striali e civili che contengono composti tossici per la vita biologica.
Il COD di un liquame è, in generale, più alto del BOD poiché per via chimica si riescono
ad ossidare un numero maggiore di composti rispetto alla via biologica; del resto per molti
tipi di reflui, soprattutto se di origine civile, è possibile correlare il COD con il BOD. Questa
possibilità può risultare operativamente molto utile poiché il test del COD ha una durata di 3
ore, a fronte dei 5 giorni necessari per il test del BOD.

3.2.8. Carbonio organico totale (TOC)

Un altro modo per misurare la sostanza organica presente nell’acqua, in particolar


modo per piccole concentrazioni, è il test del TOC, che viene condotto iniettando una
quantità nota di campione in un forno ad alta temperatura o in un ambiente chimicamente
ossidante. In presenza di un catalizzatore al platino, il carbonio organico viene ossidato ad
anidride carbonica, la cui produzione viene misurata quantitativamente per mezzo di un
analizzatore a raggi infrarossi.
Prima dell’analisi le interferenze dovute alla presenza di carbonati inorganici sono eli-
minate operando una preliminare decomposizione in ambiente acido ed eliminando la CO2
prodotta mediante una corrente di gas prima di operare la combustione. Se si è in presenza
di VOCs si omette la fase di aerazione per evitarne lo strippaggio.
Il test può essere compiuto molto rapidamente e sta diventando sempre più diffuso.
2-16 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Alcuni composti organici resistenti possono comunque non essere ossidati e il TOC misu-
rato può quindi risultare leggermente inferiore a quello realmente presente nel campione.

3.2.9. Domanda teorica di ossigeno (ThOD)

La sostanza organica di origine animale e vegetale nei reflui è generalmente formata da


carbonio, ossigeno, idrogeno e azoto. I principali composti costituiti da questi elementi so-
no carboidrati, proteine, grassi e prodotti della loro decomposizione. Se la loro formula
chimica è nota, è possibile determinare il ThOD. La domanda teorica di ossigeno (ThOD) è
infatti determinata dalla quantità di ossigeno stechiometricamente necessaria per la completa
ossidazione dei composti organici, con formazione di prodotti finali quali CO2 , H2O, SO2 ,
NO3 , ecc.

3.2.10. Correlazione tra misure del contenuto organico

La possibilità di stabilire relazioni costanti tra le varie misure del contenuto organico
dipende essenzialmente dalla natura del refluo e dalla sua origine.
Nessuno dei metodi porta alla completa ossidazione di tutti i composti organici; per
tale motivo il ThOD, valutato attraverso la stechiometria delle reazioni, non è mai uguagliato.
Il COD, basato su una reazione di ossidazione particolarmente energica, porta in genere a
valori pari all'80-85% del ThOD. Assai più basso il valore del TOC (attorno al 50% del ThOD)
per la resistenza all'ossidazione di numerosi composti organici.
Tra tutte le misure la più difficile da correlare è il BOD5, a causa dei problemi già discus-
si. Comunque, valori tipici del rapporto BOD5/COD per scarichi civili non trattati oscillano
tra 0,4 e 0,6, mentre il rapporto BOD5/TOC è solitamente compreso tra 1,0 e 1,6.
È opportuno notare che questi rapporti dipendono molto dal grado di trattamento su-
bito dallo scarico. In futuro è prevedibile una crescente diffusione di test quali COD e TOC
grazie alla rapidità con cui vengono realizzati.

3.3. SUDDIVISIONE DELLA SOSTANZA ORGANICA

Quando la popolazione batterica entra in contatto in condizioni aerobiche con un


certo quantitativo di sostanza organica biodegradabile, misurata come frazione di COD, la
sua risposta si sviluppa qualitativamente, come descritto di seguito:

1. il COD solubile velocemente biodegradabile passa direttamente attraverso la parete cellu-


lare ed è metabolizzato ad alta velocità.
2. il COD particellato lentamente biodegradabile viene sequestrato per bioflocculazione dagli
organismi e costituisce una riserva. Questa reazione è molto rapida e rimuove dal liquame
gran parte del COD, che era presente sotto forma di particellato o di colloidi. Il COD in-
trappolato nei fiocchi è poi sottoposto ad idrolisi ad opera degli enzimi extracellulari e tra-
sferito attraverso la parete cellulare, quindi metabolizzato alla stregua della frazione di cui
al punto 1. La velocità di idrolisi è però abbastanza lenta e costituisce la velocità limite
nelle reazioni metaboliche.
3. Una frazione del COD metabolizzato è convertita in materiale costituente le nuove cellu-
le, il resto è consumato per fornire l’energia necessaria allo sviluppo delle reazioni, e
quindi perso in calore.
4. Simultaneamente a ciò che avviene al punto 3, si sviluppa un altro fenomeno: una perdita
netta di massa attiva, detta perdita di massa endogena.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-17

COD
in ingresso
Sti

COD COD
biodegradabile non biodegradabile
Sbi Sui

COD solubile COD particellato COD solubile COD particellato


velocemente biodegradabile lentamente biodegradabile non biodegradabile non biodegradabile
Sbsi Sbpi Susi Supi

Figura 2.7. Suddivisione del COD.

Dopo aver stimato la quantità di COD totale in ingresso (Sti) si identificano le entità
delle sottofrazioni (Figura 2.7):
q Sui = porzione non biodegradabile; non è attaccata dall’azione biologica. Essa si
suddivide in due porzioni:
Susi = si ritrova nell’effluente allo scarico (il pedice s significa solubile);
Supi = viene inglobato nel fango, e lascia il sistema attraverso la massa di fango
scaricata giornalmente (il pedice p indica particolato).
L’entità di queste porzioni si valuta attraverso l'introduzione dei parametri fus e fup
che rappresentano rispettivamente la frazione di COD solubile non biodegradabile
e la frazione di COD particellato non biodegradabile, entrambi rispetto al COD to-
tale.
Susi = f us · Sti
Supi = f up · Sti
La componente Supi è generalmente espressa anziché in termini di COD, in termini
di SSV: in tal caso si introduce la grandezza Xii = Supi /fcv , dove fcv indica il rapporto
COD/SSV, assunto pari a 1,48 mg COD/mg SSV.

q Sbi = porzione biodegradabile; essa si suddivide nelle seguenti porzioni:


Sbsi =frazione rapidamente rimossa dal fango che ne opera la metabolizzazione;
Sbpi =per essere assorbita e immagazzinata richiede una preventiva riduzione in
unità chimiche più semplici ad opera di enzimi extracellulari.
Le espressioni utilizzate per il calcolo delle grandezze sono:
Sbi = Sti · (1 - f up - f us)
Sbsi = f bs · Sbi
Sbpi = (1 - f bs) · Sbi
Tabella 2.1. Valori tipici dei coeffi-
dove fbs rappresenta la frazione di COD veloce- cienti.
mente biodegradabile rispetto al COD totale Coefficiente valore
biodegradabile Sbi .
f us 0,05
I valori assunti per i parametri indicati sono stati ri- f up 0,13
cavati dalla letteratura e riportati in Tabella 2.1; essi sono f bs 0,24
validi per reflui civili, con o senza limitati apporti di tipo Yh 0,45
industriale.
Nelle equazioni che descrivono le cinetiche biologi- bh20 0,24
che, si fa riferimento a parametri rappresentativi e carat- f 0,20
terizzanti la biomassa totale. Si introducono i seguenti f cv 1,48
simboli, i cui valori indicativi sono riportati nella Tabella
2-18 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

2.1:
Yh = coefficiente di crescita specifica [mg SSV/mg COD];
f = frazione non biodegradabile della massa attiva;
f cv = rapporto COD/SSV;
bh = velocità specifica di perdita di massa endogena; dipende dalla temperatura secondo
un'espressione del tipo: bhT = bh20 α(T− 20) in cui si è assunto α=1,029.

3.4. COMPOSTI DELL'AZOTO E DEL FOSFORO

Poiché l’azoto e il fosforo sono elementi essenziali alla crescita degli organismi, essi so-
no conosciuti come nutrienti o biostimolanti. Anche altri elementi in tracce sono indispensabili,
come ad esempio il ferro, ma azoto e fosforo sono nella maggior parte dei casi i nutrienti
più importanti.
I dati sulla concentrazione dell'azoto sono necessari al fine di valutare la trattabilità di
un refluo con un processo biologico: se l’azoto è insufficiente si rende necessaria l’aggiunta
esterna al fine di rendere possibile il processo di biodegradazione del liquame. Ove sia ne-
cessario controllare la crescita algale e l'eutrofizzazione del corpo idrico ricettore si dovrà
prevedere una rimozione o una riduzione dell’azoto contenuto nel refluo ivi scaricato.

3.4.1. Forme di azoto

L’azoto totale comprende azoto organico, ammoniaca ( NH +4 ), nitriti ( NO −2 ) e nitrati


( NO3− ).
L’azoto organico viene determinato con il metodo di Kjeldahl: l'ammoniaca viene
preventivamente eliminata per distillazione del campione che viene poi sottoposto a dige-
stione acida (mediante acido solforico e solfato di potassio) per convertire l'azoto organico
ad ammoniaca.
L’azoto totale di Kjeldahl (TKN, Total Kjeldahl Nitrogen) viene determinato nella stessa
maniera, con l’eccezione che l’ammoniaca non viene estratta prima della digestione; l’azoto
totale di Kjeldahl è quindi la somma dell’azoto organico ed ammoniacale.
L’azoto ammoniacale può essere presente in soluzione acquosa sia in forma di ione
ammonio ( NH +4 ), sia come ammoniaca libera ( NH3 ), in funzione del pH della soluzione se-
condo la reazione:
NH3 + H2O ↔ NH +4 + OH
-

Per valori di pH superiori a 7 l’equilibrio tende a spostarsi verso sinistra, mentre per
valori inferiori è predominante lo ione ammonio. L’ammoniaca viene determinata in labo-
ratorio, innalzando il pH, distillando l’ammoniaca con il vapore prodotto quando il campio-
ne viene portato ad ebollizione, e condensando il vapore che assorbe l’ammoniaca gassosa.
La misura può essere effettuata o per via colorimetrica o per titolazione o con elettrodi a
ione specifico.
I nitriti (azoto nitroso) sono relativamente instabili e facilmente ossidati a nitrati: rara-
mente superano 1 mg N/l nei reflui o 0,1 mg N/l nelle acque di superficie e di falda. Sebbene
presenti in basse concentrazioni, lo studio dell’inquinamento da nitriti è molto importante a
causa della loro estrema tossicità per i pesci e le altre specie acquatiche. La loro determina-
zione analitica si effettua per via colorimetrica.
I nitrati (azoto nitrico) sono la forma di azoto con il più alto numero di ossidazione. I
nitrati sono in genere quasi assenti nei liquami urbani freschi, anche in seguito all'ambiente
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-19

Figura 2.8. Il ciclo dell’azoto.

anossico che si instaura nelle reti di fognatura; la loro concentrazione aumenta man mano
che procedono i fenomeni di nitrificazione. La rimozione dei nitrati dagli scarichi trattati
prima dello sversamento nei corsi d'acqua, costituisce un obiettivo fondamentale per evitare
fenomeni di eutrofizzazione e per preservare l'uso idropotabile dell'acqua; a questo propo-
sito si accenna al fatto che i nitrati, riducendosi a nitriti nell'apparato digerente e combinan-
dosi con l'emoglobina del sangue vi bloccano il meccanismo di trasporto dell'ossigeno (ciano-
si infantile o metaemoglobinemia). La determinazione della concentrazione di nitrati viene di so-
lito condotta con metodi colorimetrici.

3.4.2. Il ciclo dell’azoto in natura

Le varie forme di azoto presenti in natura e le trasformazioni che le correlano sono raf-
figurate in Figura 2.8.
L'azoto molecolare (N2) può essere direttamente utilizzato solo da alcuni tipi di batteri e
di alghe (oltre che dalle leguminose); più spesso è suscettibile di un'utilizzazione indiretta,
dopo essere stato ossidato ad anidride nitrica (N2O5) per effetto delle scariche elettriche
prodotte durante i temporali.
Combinandosi con l'acqua, l'anidride nitrica forma acido nitrico (HNO3) e sotto tale
forma perviene sulla superficie terrestre. Una seconda fonte di nitrati è data da alcuni pro-
cessi industriali (ad esempio produzione di fertilizzanti).
I nitrati sono utilizzati dai vegetali per produrre composti organici azotati (proteine ve-
getali); per tale funzione i vegetali possono anche utilizzare direttamente l'azoto ammonia-
cale. Gli animali non sono in grado di utilizzare direttamente l'azoto; per essi la fonte di
azoto è costituita dalle proteine vegetali. Attraverso questi processi, il metabolismo animale
e vegetale sottrae l'azoto dall'ambiente, restituendolo poi per i fenomeni di morte e decom-
posizione batterica. Questi fenomeni portano alla produzione di ammoniaca (NH3), a partire
dall'azoto organico delle proteine.
2-20 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

L'azoto ammoniacale può essere direttamente utilizzato dai vegetali o può subire
un'azione ossidativa in ambiente aerobico, da parte dei batteri nitrificanti autotrofi, con
formazione di nitriti e quindi di nitrati. Con questo processo il ciclo si chiude, mettendo a
disposizione dei vegetali l'azoto nitrico per la produzione di nuovo materiale proteico. Poi-
ché l’azoto in forma di nitrato può essere usato da alghe e altre piante per produrre protei-
ne, si evidenzia come sia necessario rimuovere o ridurre la presenza dell’azoto per prevenire
i fenomeni di eutrofizzazione.
In condizioni di anossia, molti batteri eterotrofi sono in grado di utilizzare l'ossigeno
contenuto nelle molecole dei nitrati e dei nitriti. Tali processi determinano la riduzione fi-
nale ad azoto gassoso che, liberandosi nell'atmosfera, viene sottratto all'ambiente acquatico.

L’azoto nei liquami urbani è presente principalmente sotto forma organica nelle pro-
teine e nell’urea; la decomposizione operata dai batteri produce rapidamente ammoniaca, la
cui quantità relativa è un indice dell’età del refluo.

3.4.3. Suddivisione dell’azoto

TKN in ingresso
Nti

ammoniaca libera e salina azoto organico


Nai Nti-Nai

solubile non biodegradabile particellato non biodegradabile biodegradabile


Nui Npi Noi

Figura 2.9. Suddivisione dell'azoto.

L’azoto presente nel liquame viene misurato in termini di TKN (azoto in forma ammo-
niacale e azoto organico).
Nell’ambito di questa trattazione si considera da un punto di vista fisico-chimico la
suddivisione del TKN riportata in Figura 2.9.

Le varie componenti sono:


q Nai = frazione di azoto ammoniacale immediatamente disponibile per i microrgani-
smi;
q Nti - Nai = frazione di azoto organico; essa si suddivide in tre ulteriori componenti:
Nui = frazione di azoto in forma organico-solubile e non biodegradabile. Tale
componente si ritrova invariata nell’effluente in quanto non intaccata
dall’attività biologica;
Npi = frazione di azoto in forma di particellato non biodegradabile che abban-
dona il processo attraverso i fanghi di supero;
Noi = frazione organica biodegradabile che viene attaccata dai batteri eterotrofi
e convertita in forma ammoniacale.

Le relazioni tra le varie porzioni sono le seguenti:


Nti = Nai+Nui+Npi+Noi
Nai = f na · Nti
Nui = f nu · Nti
in cui: fna = frazione di ammoniaca dell’influente rispetto al TKN totale;
f nu = frazione di azoto organico solubile non biodegradabile rispetto al TKN
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-21

totale.

La componente Npi viene espressa come frazione dei solidi particolati non biodegrada-
bili in ingresso (Xii):
Npi=fn · Xii
con fn = frazione di azoto nel materiale particellato non biodegradabile dell'influente.
A seguito di quanto finora scritto si ha che la componente biodegradabile è:
fn ⋅ fup ⋅ S ti
Noi = N ti ⋅(1 − fna − fnu )−
f cv

3.4.4. Fosforo

Anche il fosforo costituisce un elemento essenziale per la crescita delle alghe e degli al-
tri organismi biologici. Un apporto eccessivo può condurre ad una proliferazione indeside-
rata della fioritura algale e quindi assume grande rilevanza il controllo nelle acque superficiali
dei composti del fosforo, provenienti dagli scarichi civili, industriali e dallo scorrimento su-
perficiale.
Generalmente i reflui civili possono contenere dai 4 ai 15 mg/l di fosforo come P; a
questo riguardo, l'attuale concentrazione di fosforo nei reflui civili è inferiore a quella che si
riscontrava negli anni passati in seguito alla nuova legislazione che limita la presenza di poli-
fosfati nei detersivi.
Le forme usuali di fosforo rintracciabili nei liquami urbani comprendono ortofosfati,
polifosfati e fosforo organico.

Gli ortofosfati ( PO 3−4 , HPO 4 , H 2 PO 4 , H3 PO 4 ) sono disponibili per il metabolismo
2−

biologico senza bisogno di processi demolitivi o di trasformazione. Per le condizioni abituali


dei liquami, risulta predominante la forma HPO 2− 4 con variazioni che dipendono dai valori
di pH.
I polifosfati includono le molecole con due o più atomi di fosforo, ossigeno e, in al-
cuni casi, idrogeno, combinati in una molecola complessa. I polifosfati subiscono un pro-
cesso di idrolisi, seppur piuttosto lenta per formare ortofosfati.
Il fosforo organico per decomposizione batterica produce pure ortofosfati.
Gli ortofosfati possono essere determinati direttamente aggiungendo un composto
quale il molibdato di ammonio, in grado di formare un complesso colorato con il fosfato. I
polifosfati e il fosforo organico devono essere preventivamente convertiti in ortofosfati per
mezzo di una digestione acida, in presenza di forte ossidante, prima di poter essere determi-
nati in maniera analoga per via colorimetrica.

3.5. COMPOSTI INORGANICI

Molti componenti inorganici dei reflui e delle acque naturali sono importanti nel con-
trollo della qualità dell’acqua. La loro concentrazione nell’acqua è incrementata sia dal con-
tatto con le formazioni geologiche nelle quali scorre, sia dallo scarico nei corpi idrici dei re-
flui, trattati o non trattati.
I liquami, con l’eccezione di alcuni scarichi industriali, vengono raramente trattati per
rimuovere i costituenti inorganici aggiunti durante il ciclo di utilizzo; tuttavia la presenza di
tali composti può esercitare una notevole influenza sui possibili usi dell’acqua.
Per valutare il livello di sostanze inorganiche presenti si può utilizzare la misura della
conducibilità, definita come la conduttanza di una colonna d'acqua compresa tra due elet-
2-22 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

trodi metallici da 1 cm2 di superficie e distanziati di 1 cm. Essa permette di valutare rapida-
mente la mineralizzazione globale di una soluzione mediante la sua capacità di trasportare
una corrente elettrica che varia con la concentrazione e con la natura degli ioni in soluzione.
Largamente applicata nel campo delle acque potabili, risulta poco significativa nel caso degli
effluenti anche per la possibile interferenza di composti organici e di colloidi caricati elettri-
camente.
La determinazione dei composti inorganici viene pertanto condotta attraverso la misu-
ra degli anioni e cationi più significativi, che variano a seconda della provenienza dello scari-
co. Si considerano di seguito i principali parametri, maggiormente caratterizzanti i reflui ci-
vili.

3.5.1. pH e pOH

La concentrazione degli ioni idrogeno è un importante parametro per la determinazio-


ne della qualità delle acque naturali e di scarico, poiché l’intervallo di compatibilità per
l’esistenza di molte forme di vita è piuttosto ristretto. I liquami con un pH sfavorevole sono
difficili da trattare per via biologica, e se il pH non viene ristabilito a valori accettabili prima
dello scarico, il corpo idrico ricettore può esserne negativamente influenzato.
La concentrazione degli ioni idrogeno è strettamente collegata con la dissociazione
della molecola dell’acqua nello ione idrogeno e ione ossidrile (H2O → H+ + OH-), governata
dalla relazione [H+][OH-] = Kw, in cui Kw è nota come costante di dissociazione dell’acqua e
vale approssimativamente 10-14 alla temperatura di 25°C.
Il pH è definito come il logaritmo negativo della concentrazione degli ioni idrogeno:
pH = -log10 [H+]
Nell'acqua pura si ha pH=7,0; il campo di variazione è compreso tra 0 e 14 ed in parti-
colare le condizioni acide sono contraddistinte da valori inferiori a 7,0 e quelle alcaline tra 7
e 14.

Definendo il pOH in modo analogo per lo ione ossidrile, per l’acqua a 25°C vale la rela-
zione pH + pOH =14.

Il pH di un sistema acquatico può essere misurato con vari tipi di cartine e soluzioni in-
dicatrici, che cambiano colore a valori noti di pH.
Il pH di un liquame urbano si mantiene in genere in campo debolmente alcalino
(7,2÷7,3).

3.5.2. Alcalinità

L’alcalinità nei reflui deriva dalla presenza di idrossidi, carbonati e bicarbonati di ele-
menti come calcio, magnesio, potassio e ammoniaca. Tra questi i più comuni sono i bicar-
bonati di calcio e magnesio. Anche borati, silicati, fosfati e composti simili possono contri-
buire all’alcalinità. I reflui presentano quasi sempre un certo grado di alcalinità, e questo fatto
limita le variazioni di pH causati dall’aggiunta di acidi.
L’alcalinità viene determinata per titolazione con un acido standard (abitualmente
H2SO4) ai punti finali di pH 8,3 e 4,5. La titolazione viene condotta in presenza di indicatori
che hanno la proprietà di mutare colore al variare del pH: la fenolftaleina che vira dal rosso
all'incolore appunto a pH=8,3 ed il metilarancio che vira dal giallo all'arancio a pH=4,5. I ri-
sultati sono espressi in termini di carbonato di calcio CaCO3.
La misura dell’alcalinità è importante per i reflui sottoposti a trattamenti chimici, nella
rimozione biologica dei nutrienti e dove l’ammoniaca viene rimossa per strippaggio.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-23

3.5.3. Cloruri

Un altro parametro di qualità significativo è la concentrazione di cloruri, i quali deriva-


no dalla lisciviazione delle rocce contenenti cloruri e dei suoli con cui l’acqua viene in con-
tatto e, nelle zone costiere, dall’intrusione di acque salmastre; una fonte potenziale di cloruri
e di solfati è infatti l’infiltrazione di acque di falda nelle fognature in zone prossime al mare.
Altre possibili fonti di cloruri sono gli scarichi industriali, agricoli e civili. Gli escrementi
umani, per esempio, contengono circa 6 grammi di cloruri per abitante al giorno; nelle zone
dove la durezza dell’acqua è elevata gli addolcitori domestici possono inoltre produrre una
grande quantità di cloruri.
Poiché i metodi convenzionali di trattamento dei liquami non rimuovono i cloruri in
maniera significativa, la loro presenza in concentrazioni più elevate rispetto alle acque natu-
rali della zona, può costituire un indice di un avvenuto scarico di effluenti anche ben trattati.

3.5.4. Solfati e solfuri

Lo ione solfato è presente come elemento naturale nella maggior parte delle risorse
idriche ed è pure un componente dei reflui. Esso è uno dei costituenti delle proteine e viene
rilasciato al momento della loro degradazione. Il solfato viene ridotto a solfuro in condizioni
anaerobiche per via biologica, ed il solfuro combinato con l’idrogeno forma acido solfidrico
(H2S):
Sostanza organica + SO 2− batteri
 → S 2− + H2 O + CO 2
solfatoriduttori
4

S 2− + 2 H+ → H2 S

Quest'ultima reazione di equilibrio è regolata dal pH. In campo alcalino, per valori di pH
superiori a 8, quasi tutto lo zolfo si trova sotto forma di ioni HS- e S2- ; conseguentemente la
presenza di H2S è molto piccola, la sua pressione parziale è molto bassa, e quindi non inter-
vengono problemi di cattivi odori connessi al rilascio nell'atmosfera. Per pH inferiori ad 8,
l'equilibrio si sposta decisamente a destra; già a pH=7 l'80% dello zolfo è presente in forma
non ionizzata.

L’acido solfidrico, rilasciato nelle fognature dai reflui che vi scorrono, tende ad accu-
mularsi nella parte superiore delle condotte, dove può essere ossidato biologicamente in aria
ad acido solforico
H 2 S + 2 O 2  
→ H2 SO 4
batteri

che risulta corrosivo per i tubi stessi.


Infatti, mentre l'acido solfidrico è un
acido assai debole, l'acido solforico è
al contrario in grado di attaccare il
calcestruzzo.
Il processo può svilupparsi so-
lamente in condizioni assai particola-
ri, ove coesistano ambienti anaero-
bici necessari alle reazioni riduttive
che producono solfuri, ed ambienti
aerobici, ove possa svilupparsi la
successiva ossidazione ad acido sol-
forico. È quanto avviene nei collet- Figura 2.10. Corrosione del calcestruzzo nelle fognature,
tori di fognatura quando lo scarico si dovuto alla presenza di solfati nel liquame.
2-24 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

trovi in condizioni settiche. Per i valori abituali di pH in un liquame, si ha sviluppo di idro-


geno solforato nell'atmosfera e una sua parziale solubilizzazione nelle condense che si ac-
cumulano sulla volta delle condotte di fognatura in mancanza di una sufficiente ventilazione.
Le condizioni prevalenti in tali condense sono di tipo aerobico e quindi consentono la suc-
cessiva ossidazione batterica dell'idrogeno solforato ad acido solforico.

Problemi analoghi possono verificarsi nella digestione anaerobica dei fanghi: i solfati
vengono ridotti a solfuri e possono bloccare l’attività biologica se la concentrazione di solfu-
ro supera i 200 mg/l; fortunatamente queste concentrazioni si verificano raramente. Il gas
H2S prodotto durante la digestione, insieme ad altri gas quali CH4 e CO2 , risulta corrosivo
per le tubazioni di trasporto del gas e, se bruciato in un motore, i prodotti della combustio-
ne possono danneggiare il motore stesso e corrodere lo scambiatore di calore dei gas esau-
sti, specialmente se viene consentito il raffreddamento sotto il punto di rugiada.

3.5.5. Composti tossici inorganici

Presenti in forma di anioni o cationi rivestono una notevole importanza nel tratta-
mento dei reflui a causa della loro tossicità. Molti di questi composti sono classificati come
inquinanti principali. Tra i cationi, il rame, il piombo, l'argento, il cromo, l'arsenico ed il bo-
ro sono tossici in vari gradi per i microrganismi e devono quindi essere presi in considera-
zione nel progetto del trattamento biologico. Per esempio, nel digestore dei fanghi il rame è
tossico a concentrazioni di 100 mg/l, cromo e nichel a 500 mg/l, il potassio e lo ione ammo-
nio a 4000 mg/l. L’alcalinità presente nel digestore fa invece precipitare gli ioni calcio prima
che raggiungano la soglia di tossicità.
Negli scarichi industriali sono pure presenti anioni tossici, tra i quali cianuro e cromati;
essi dovrebbero essere rimossi con un pretrattamento prima di essere mescolati con i reflui
civili. I fluoruri, altri anioni tossici, sono di solito presenti negli scarichi di industrie di com-
ponenti elettronici.
Anche certi composti organici presenti in alcuni scarichi industriali possono risultare
tossici.

3.5.6. Metalli pesanti

In molte acque sono rintracciabili tracce di metalli, come nickel (Ni), manganese (Mn),
piombo (Pb), cromo (Cr), cadmio (Cd), zinco (Zn), rame (Cu), ferro (Fe) e mercurio (Hg).
Molti di questi metalli sono stati già ricordati nel paragrafo precedente e classificati come in-
quinanti, mentre altri sono necessari per la crescita biologica e la loro scarsità può agire co-
me fattore limitante. La presenza in eccesso di alcuni, d’altra parte, interferisce con l’utilizzo
dell’acqua a causa della loro tossicità.
Se presenti in forma di ioni metallici, essi mostrano la proprietà di precipitare sotto
forma di idrossidi o di carbonati in campi di pH ben definiti e specifici per ciascuno di essi.
In un liquame urbano con pH neutro o debolmente alcalino, la precipitazione è solo parzia-
le.
I metodi per determinare la concentrazione dei metalli in un refluo variano in comples-
sità a seconda delle sostanze presenti che possono agire come interferenti. Concentrazioni
anche molto basse di molti di questi metalli possono essere misurate con metodi come la
polarografia e la spettroscopia ad assorbimento atomico.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-25

3.5.7. Composti bioaccumulabili

Fra i parametri che caratterizzano la qualità delle acque rivestono particolare importan-
za quelli che uniscono ad un marcato effetto tossico la possibilità di accumularsi negli orga-
nismi e di trasferirsi da un livello trofico al successivo. Per tale comportamento essi sono
assoggettati a limitazioni rigorose; la legislazione nazionale considera come particolarmente
pericolosi per la loro tossicità, persistenza e bioaccumulabilità elementi quali arsenico, cad-
mio cromo in forma esavalente, mercurio, nichel, piombo, rame, selenio, zinco, nonché i
seguenti composti organici: fenoli, solventi organici aromatici, solventi organici azotati, oli
minerali, solventi clorurati, pesticidi clorurati, pesticidi fosforati.

3.6. GAS

I gas comunemente presenti nei reflui sono azoto (N2), ossigeno (O2), anidride carboni-
ca (CO2), acido solfidrico (H2S), ammoniaca (NH3) e metano (CH4). I primi tre sono gas co-
muni dell’atmosfera e si possono trovare in tutte le acque a contatto con l’aria. Gli altri tre
derivano dalla decomposizione della materia organica.
Sebbene non rintracciabili in reflui non trattati, altri gas rilevabili sono il cloro (Cl2) e
l’ozono (O3), provenienti da processi di disinfezione o da stadi di deodorizzazione, e gli os-
sidi di zolfo e azoto derivanti dai processi di combustione.

3.6.1. Ossigeno disciolto

L’ossigeno disciolto è indispensabile per la respirazione dei microrganismi aerobici così


come per tutte le altre forme di vita aerobiche. Comunque, l’ossigeno è poco solubile in ac-
qua. La quantità di ossigeno (e degli altri gas) presente realmente in soluzione dipende dai
seguenti fattori:
1. solubilità del gas
2. pressione parziale del gas nell’atmosfera
3. temperatura
4. purezza (salinità, solidi sospesi, ...)
Poiché la velocità delle reazioni biochimiche che utilizzano ossigeno aumenta con la
temperatura, i livelli di ossigeno disciolto tendono ad essere più critici nei mesi estivi. La
presenza di ossigeno nei liquami previene anche la formazione di cattivi odori.

3.6.2. Acido solfidrico

L’acido solfidrico deriva dalla decomposizione anaerobica della materia organica con-
tenente zolfo o dalla riduzione di solfiti e solfati minerali; non si forma quando è disponibile
un’abbondante quantità di ossigeno. Questo gas è incolore, infiammabile, dal caratteristico
odore di uova marce. L’annerimento dei liquami e dei fanghi è dovuto normalmente alla
formazione di solfuro di ferro (FeS), sebbene possano formarsi anche altri solfuri di vari
metalli. Nonostante l’acido solfidrico sia il gas più importante dal punto di vista degli odori,
possono formarsi durante la decomposizione anaerobica anche altri composti volatili, come
scatolo, mercaptani, che possono peggiorare sensibilmente le condizioni olfattive.

3.6.3. Metano

Il principale sottoprodotto della decomposizione anaerobica della materia organica è il


2-26 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

metano, gas incolore, inodore, idrocarburo combustibile con elevato potere calorifico.
Normalmente nei reflui non trattati è riscontrabile in quantità modeste poiché la presenza
anche minima di ossigeno impedisce l'attività degli organismi responsabili della sua produ-
zione. Occasionalmente può essere osservata una certa produzione di metano in depositi
accumulati sul fondo.
Dal momento che il metano è altamente combustibile e il rischio di esplosione è ele-
vato, i pozzetti e le camere di giunzione delle fognature, dove esiste la possibilità di accu-
mulo di questo gas, dovrebbero essere ventilati prima e durante gli interventi operativi.
Negli impianti di depurazione, il metano è prodotto dalla digestione anaerobica utiliz-
zata per stabilizzare i fanghi. Ove ci sia produzione di gas infiammabili è necessario prestare
attenzione ai rischi di esplosione e prevedere misure di sicurezza sul lavoro.

4. CARATTERISTICHE BIOLOGICHE: DEFINIZIONI E APPLICAZIONI

Per la completa caratterizzazione qualitativa di un acqua è necessario conoscere, ac-


canto alle misure fisico-chimiche, anche le caratteristiche biologiche. In particolare è indi-
cata la conoscenza dei seguenti aspetti:
1. i principali gruppi di microrganismi che si trovano nelle acque di superficie e nei reflui,
così come quelli coinvolti nei processi di trattamento;
2. gli organismi patogeni nei liquami;
3. gli organismi usati come indicatori dell’inquinamento e il loro significato;
4. i metodi utilizzati per quantificare gli organismi indicatori;
5. i metodi utilizzati per valutare la tossicità delle acque trattate.

4.1. PRINCIPALI GRUPPI DI MICRORGANISMI

I principali tipi di microrganismi rintracciabili nelle acque superficiali e nei reflui sono
classificati come eucarioti, eubatteri (eubacteria), archeobatteri (archaebacteria).

La maggior parte dei batteri rientra nel gruppo degli eubatteri; la categoria dei protisti,
contenuta nella classificazione degli eucarioti, comprende alghe, funghi e protozoi. Le pian-
te, includendo piante da seme, felci e muschi, sono classificate come organismi eucarioti
pluricellulari.

4.1.1. Batteri

I batteri sono per lo più eubatteri procarioti unicellulari dell'ordine di grandezza dei micron,
peso 10-6 µg, in numero di 1010 per ml di colonia. In linea generale possono essere raggrup-
pati in quattro grandi categorie: sferici, cilindrici, ad elica e filamentosi.
I batteri sferici, noti come cocchi, hanno diametro variabile tra 1 e 3 µm; i batteri a
forma cilindrica, conosciuti come bacilli, sono di dimensione piuttosto variabile (tra 0,3 e
1,5 µm di larghezza e tra 1 e 10 µm di lunghezza). L’Escherichia coli, un organismo comune
nelle feci umane, tipicamente misura 0,5 µm di larghezza e 2 µm di lunghezza. I batteri a
forma cilindrica ricurva, noti come vibrioni, variano in larghezza (o diametro) da 0,6 a 1
µm e da 2 a 6 µm in lunghezza. I batteri ad elica, noti come spirilli, possono raggiungere
lunghezze di 50 µm. I batteri filamentosi, conosciuti con vari nomi, possono superare i 100
µm.
I batteri possiedono un ruolo fondamentale nella decomposizione e nella stabilizzazio-
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-27

Tabella 2.2. Classificazione dei microrganismi.


Gruppo Struttura cellulare Caratterizzazione Membri rappresenta-
tivi
Eucarioti Eucariotica Pluricellulari con vasta diffe- Piante (piante da se-
(contenente veri nuclei) renziazione di cellule e struttu- me, felci, muschi)
re Animali (vertebrati, in-
vertebrati)

Unicellulari con modesta o Protisti (alghe, funghi,


assente differenziazione di protozoi)
tessuti
Eubatteri Procariotica Chimica cellulare simile agli La maggior parte dei
(senza membrana nucleare) eucarioti batteri
Archeobatteri Procariotica Chimica cellulare particolare Metanogeni, termoaci-
(senza membrana nucleare) dofili

ne della materia organica, sia in natura sia negli impianti di depurazione, e quindi è opportu-
no conoscere le loro caratteristiche, funzioni, metabolismo e sintesi. I coliformi vengono
utilizzati anche come indicatori di inquinamento di origine umana.

4.1.2. Funghi

I funghi sono protisti eucarioti aerobici, pluricellulari, non fotosintetici, chemioetero-


trofi.
La maggior parte dei funghi sono saprofiti, in grado di operare la degradazione della so-
stanza organica morta. Assieme ai batteri, i funghi sono tra i maggiori responsabili della de-
composizione del carbonio nella biosfera; a livello ecologico godono di due vantaggi ri-
spetto ai batteri: possono crescere in zone a bassa umidità e in ambienti a pH bassi. Senza la
presenza dei funghi nella degradazione della sostanza organica, il ciclo del carbonio si inter-
romperebbe presto e la sostanza organica inizierebbe ad accumularsi.

4.1.3. Alghe

Le alghe possono rappresentare un gravoso problema per le acque superficiali in


quanto, quando le condizioni sono favorevoli, si riproducono rapidamente e tendono a ri-
coprire corsi d’acqua, laghi e bacini artificiali con estese colonie galleggianti. Le fioriture di
alghe sono di solito caratteristiche dei laghi eutotrofi, ovvero di quei laghi con un alto con-
centrazione di composti necessari alla crescita. Poiché gli effluenti degli impianti di depura-
zione sono spesso ricchi di nutrienti, lo scarico in un lago determina un incremento del
grado di eutrofizzazione. Lo stesso effetto può prodursi nei corsi d’acqua.
La presenza di alghe influisce sul valore dell’acqua per uso potabile perché spesso que-
ste sono all'origine di scadenti qualità organolettiche (problemi di cattivo sapore e odori
sgradevoli). Le alghe possono anche alterare il valore delle acque superficiali per quanto ri-
guarda la crescita di alcuni pesci e altre forme di vita acquatica, per l’uso ricreativo e altri
possibili utilizzi.
La determinazione della concentrazione delle alghe implica la raccolta di un campione,
nel quale vengono contate con osservazione al microscopio.
Uno dei maggiori problemi nel controllo della qualità delle acque è costituito dal risul-
tato dei trattamenti depurativi applicati a scarichi di varia natura in modo che gli effluenti
non inducano un'abnorme crescita di alghe ed altre specie acquatiche. La soluzione coinvol-
ge la rimozione del carbonio, delle varie forme di azoto e fosforo, e possibilmente la rimo-
zione di alcuni elementi in tracce, come ferro e cobalto.
2-28 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.1.4. Protozoi

I protozoi sono microrganismi eucarioti unicellulari; la maggior parte è di tipo aerobico


o anaerobici facoltativi, anche se si conoscono alcuni tipi anaerobici. Protozoi importanti
negli impianti di depurazione sono amebe, flagellati e ciliati natanti o sessili. I protozoi sono
essenziali nei trattamenti biologici e nella depurazione delle acque poiché regolano l'equili-
brio tra i differenti gruppi di microrganismi. Alcuni protozoi possono anche risultare pato-
geni (Giardia lamblia) e quindi sono da tenere in grande considerazione per un uso potabile
dell’acqua.

4.1.5. Piante e animali

Le piante e gli animali variano in dimensione dai microscopici rotiferi e vermi ai macro-
scopici crostacei. Una conoscenza di questi organismi è utile nella valutazione della qualità
delle acque, nella determinazione della tossicità degli scarichi e nell’osservazione degli effetti
della vita biologica sul processo di depurazione naturale delle acque.

4.1.6. Virus

I virus sono parassiti endocellulari obbligati, costituiti da una striscia di materiale gene-
tico, acido desossiribonucleico (DNA) o acido ribonucleico (RNA) con un rivestimento pro-
teico. Non sono in grado di sintetizzare nuovi composti, ma invadono la cellula vivente
ospite, dove il materiale genetico virale modifica l’attività cellulare per la produzione di nuovi
organismi virali a spese della cellula ospite. Quando questa muore, viene rilasciato un gran
numero di virus che infettano altre cellule.
I virus eliminati dagli esseri umani possono essere una fonte di rischio per la salute
pubblica. Per esempio, da ogni grammo di feci di un paziente affetto da epatite vengono ri-
lasciate da 10.000 a 100.000 dosi infettive del virus. Alcuni virus riescono a vivere più di 40
giorni nei reflui a 20°C e 6 giorni in un fiume normale. Molti casi di diffusione dell’epatite
sono riconducibili alla trasmissione attraverso il ciclo dell’acqua.

4.2. ORGANISMI PATOGENI

Gli organismi patogeni nei reflui possono provenire da esseri umani infettati dalla ma-
lattia o portatori sani. Le principali categorie di organismi patogeni sono batteri, virus, pro-
tozoi. I batteri patogeni usualmente espulsi dall’uomo possono determinare disturbi del
tratto gastrointestinale come febbre tifoide e paratifoide, dissenteria, diarrea e colera.

4.3. USO DEGLI ORGANISMI INDICATORI

Poiché gli organismi patogeni presenti negli scarichi e nelle acque inquinate sono in
numero ridotto e poiché sono difficili da isolare ed identificare, vengono usati come organi-
smi indicatori i coliformi, che sono molto più numerosi, diffusi e semplici da misurare.
Ogni persona scarica dai 100 ai 400 miliardi di coliformi al giorno, in aggiunta agli altri tipi di
batteri. Quindi la presenza di coliformi viene presa come indicatore della presenza di organi-
smi patogeni, mentre l’assenza di coliformi viene assunta come indice che l'acqua è esente
da organismi portatori di possibili malattie.
I batteri coliformi comprendono i generi Escherichia a Aerobacter. L’utilizzo dei coliformi
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-29

come indicatore è reso più complesso dal fatto che l’Aerobacter e certi tipi di Escherichia pos-
sono crescere nel terreno; così la presenza di coliformi non significa necessariamente con-
taminazione da scarichi umani. L’Escherichia coli è esclusivamente di origine fecale, ma la sua
determinazione analitica è piuttosto laboriosa; per questo motivo viene utilizzato come indi-
catore di inquinamento fecale l’intero gruppo dei coliformi.
Recentemente sono state sviluppate delle tecniche che distinguono tra coliformi totali,
coliformi fecali e streptococchi fecali. L’uso di tali metodiche, basate sul rapporto tra co-
liformi fecali e streptococchi fecali viene discusso in seguito.

4.3.1. Enumerazione dei coliformi

Il test standard per il gruppo dei coliformi può essere condotto utilizzando o la tecnica
della fermentazione in tubi multipli o quella del filtro a membrana. Il primo tipo di procedu-
ra prevede tre fasi, indicate come test presuntivo, di conferma e completo. Una procedura
analoga è disponibile per il gruppo dei coliformi fecali e per gli altri gruppi di batteri.
Il test presuntivo è basato sulla capacità dei coliformi di utilizzare un supporto nutritivo
specifico producendo gas; il test di conferma consiste nel far crescere colonie di batteri coli-
formi su un mezzo che sopprime la crescita degli altri organismi. Il test completo è basato
sulla capacità delle colture del test di conferma di degradare nuovamente il terreno di coltu-
ra. Per molte analisi di routine è sufficiente il solo test presuntivo.
La tecnica della fermentazione in tubi multipli è basata sul principio della diluizione fi-
no ad estinzione. Viene condotto diluendo più volte il campione, e per ogni passo si predi-
spongono cinque provette, contenenti un opportuno terreno di coltura; dopo aver atteso
un tempo adeguato si registra il numero delle provette che sono risultate positive, ovvero
che hanno prodotto un accumulo di gas.
La stima della concentrazione di coliformi viene spesso riportata come il numero me-
dio più probabile per 100 ml (MPN/100 ml, Most Probable Number); pertanto questo metodo
non garantisce una precisione assoluta, ma fornisce una stima statistica.
La tecnica del filtro a membrana implica una filtrazione di un volume noto di campione
d’acqua attraverso una membrana filtrante con una porosità molto ridotta, che non con-
senta il passaggio dei batteri. Questi vengono incubati ad adatta temperatura su un terreno
ricco di nutrienti e quindi vengono contate le colonie batteriche sviluppate. Questa tecnica
ha il vantaggio di essere più rapida della procedura MPN e di fornire una stima diretta del
numero di coliformi.

4.3.2. Rapporto tra coliformi fecali e streptococchi fecali

Le quantità relative di coliformi fecali (FC) e di streptococchi fecali (FS) rilasciati da-
gli esseri umani sono molto differenti da quelle degli animali. Si deduce quindi, come il rap-
porto tra FC e FS possa essere d’aiuto nel determinare se una contaminazione sospetta de-
rivi da scarichi umani o animali: infatti il rapporto FC/FS per gli esseri umani supera 4,
mentre per gli animali domestici è inferiore a 1: esso può variare da 0,04 per i suini a 0,2 per
i bovini. Benché tali rapporti possano venire alterati dalle diverse velocità di scomparsa nel-
l'ambiente, valori inferiori ad 1 stanno ad indicare un inquinamento animale e valori superio-
ri a 4 un inquinamento umano. L’analisi deve essere compiuta seguendo le opportune indi-
cazioni e si rivela utile soprattutto nelle aree rurali dove si utilizzano fosse settiche. In molti
casi di contaminazione da coliformi è possibile infatti stabilire se un ampliamento della rete
fognaria convenzionale potrebbe migliorare la situazione ovvero se l’inquinamento deriva
dagli animali.
2-30 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

4.4. TEST DI TOSSICITÀ

Il saggio di tossicità fornisce una misura diretta degli effetti sulla vita acquatica
globalmente dovuti agli inquinanti presenti in uno scarico. Esso viene condotto osservando
la mortalità, su periodi prestabiliti, di adatte specie animali, poste in una serie di acquari di
laboratorio in cui lo scarico da esaminare sia presente in diversi rapporti di diluizione con
acqua pulita. Negli acquari deve essere assicurata sufficiente concentrazione di ossigeno
disciolto, che non deve comunque influenzare la mortalità degli animali.
Come indice della tossicità acuta dello scarico viene abitualmente assunto il limite me-
dio di tolleranza (TLm), inteso come il rapporto di diluizione tra lo scarico e l’acqua pulita
cui corrisponde una mortalità pari al 50% durante il periodo preso in considerazione (abi-
tualmente 24 o 48 ore).

5. CARATTERIZZAZIONE QUANTITATIVA DEI REFLUI

La composizione si riferisce alle quantità reali dei costituenti fisici, chimici e biologici
presenti nel refluo, nonché al calcolo delle portate, delle concentrazioni dei composti inqui-
nanti.

5.1. APPORTI INQUINANTI UNITARI

Quando sperimentazioni od informazioni dirette siano difficili od impossibili, possono


essere orientativi i dati riportati di seguito, in base alla produzione di contaminanti procapi-
te.

Apporti di origine civile:

sostanze organiche 60 g BOD5 · ab-1 · die-1


110 g COD · ab-1 · die-1
solidi sospesi 90 g SS · ab-1 · die-1
di cui 60 g SS · ab-1 · die-1 sedimentabili
azoto totale(3) -1
12 g TKN · ab · die
-1

fosforo totale 2 g P · ab-1 · die-1

Apporti di origine industriale:

sostanze organiche da 110 a 180 g COD · A.E.-1 · die-1


solidi sospesi da 20 a 50 g SS · A.E.-1 · die-1
di cui il 20% sedimentabili
azoto totale da 4 a 10 g · A.E.-1 · die-1
di cui in forma nitrica da 0 a 1,5 g NO3-N · A.E.-1 · die-1
fosforo totale da 0,5 a 1 g P · A.E.-1 · die-1

(3)
L'azoto totale presente nei liquami si trova, in modo del tutto indicativo, sotto forma di ammoniaca
(70%), azoto organico (25%) e solo il 5% in forma di nitriti e nitrati. La concentrazione di nitriti e nitrati può
generalmente essere trascurata, visto l'esiguo valore e considerando che probabilmente può verificarsi la
riduzione dei nitrati in seguito alle condizioni settiche che si sviluppano nella rete di fognatura.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-31

5.2. CALCOLO DELLE PORTATE E DELLE CONCENTRAZIONI DEGLI


APPORTI INQUINANTI

Gli scarichi possono ri-


sultare concentrati in parti-
colari periodi della giornata
o della settimana. Solita-
mente i massimi della con-
centrazione di BOD5 e dei
solidi sospesi si verificano
per lo più in concomitanza
con i massimi delle portate
idrauliche: ciò significa che
le punte di carico idraulico
determinano sull'impianto
finale di depurazione anche
punte di carico organico e
di solidi sospesi; andamenti Figura 2.11. Variazioni orarie di portata, concentrazione di BOD5 e di
analoghi presentano le altre solidi sospesi registrate nell'effluente di una rete di fognatura.
caratteristiche, quali ad
esempio la concentrazione di ammoniaca e di composti del fosforo.
La concentrazione degli inquinanti nel liquame è inferiore durante le ore notturne, sia
perché le acque entranti in fognatura sono meno cariche, sia perché (e ciò vale particolar-
mente per i solidi sospesi), le ridotte velocità dei liquami che si realizzano nella rete di fo-
gnatura (in presenza di modeste portate), possono determinare la sedimentazione di una
porzione dei solidi.
Un andamento tipico (Figura 2.11) presenta le seguenti caratteristiche:
1. portata molto ridotta dalle ore 0 alle ore 7;
2. crescita rapida della portata dalle ore 7 alle ore 9;
3. periodo di portata elevata dalle ore 9 alle ore 14, con la punta massima a metà o alla fine
della mattinata;
4. diminuzione dopo mezzogiorno e ripresa alla fine della giornata, con un massimo fra e le
20 e le 22, quasi sempre inferiore e quello della mattina, e diminuzione progressiva fino
alle ore 0 o alle ore 1 della notte;
5. la diminuzione dopo mezzogiorno è spesso inesistente, e la curva presenta allora un solo
massimo, generalmente alla fine della mattina.

Nella valutazione delle variazioni di carico idraulico, è fondamentale distinguere tra il


caso in cui il sistema di depurazione sia collegato ad una rete di fognatura separata, cioè
con rete di acque nere distinta dalla rete delle acque bianche di pioggia o ad una fognatura
mista, cioè nel caso in cui anche le acque di pioggia siano condotte all'impianto.

Portate di origine civile:

q portata media giornaliera = (q 24 )c = α c ⋅ d ⋅ P/ 24 espressa in m3·h-1, dove:


αc= coefficiente di afflusso in fognatura = 0,8;
d = dotazione idrica giornaliera, valutata come media annua (m3 ·ab-1 · die-1);
P = popolazione civile.
2-32 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

q portata massima nera = (qmax ) c = K 1 ⋅ (q 24 ) c espressa in m3·h-1, dove:


K 1 = 4,00− 0,54 ln(Pciv /1000)
Questa formula è applicabile per P<100.000 A.E. Al di sopra di tale limite, K1 va assunto
pari a 1,5 fino a 300.000 A.E. e successivamente a 1,3. Se ci sono portate industriali que-
ste vanno sommate.

La massima portata nera è quella rilevabile all'ingresso dell'impianto di depurazione per


durate limitate (in genere inferiori all'ora). Il suo interesse al fine del dimensionamento
dell'impianto è limitato al calcolo dei collegamenti idraulici in impianti alimentati da fo-
gnature nere a gravità. Nel caso sia previsto un sollevamento iniziale, per il calcolo dei
collegamenti idraulici andrà considerata la portata massima sollevata dalle pompe. Per
impianti alimentati da fognature miste si dovrà considerare invece la portata di pioggia (o
quella sollevata dalle pompe in tempo di pioggia).

q portata minima notturna = (qmin )c = K 2 ⋅ (q 24 ) c espressa in m3·h-1, dove:


K 2 = 0,12 ln(Pciv /1000)

q portata di calcolo = (q calc )c = K 3 ⋅ (q 24 ) c espressa in m3·h-1, dove:


K 3 =2,00−0,14 ln(Pciv /1000) per 10.000 ≤ Pciv ≤ 300.000 abitanti (oltre: K3=1,2);
K 3 =2,00 per 1.000 < Pciv < 10.000 abitanti;
K 3 =3,00 per Pciv ≤ 1.000 abitanti.

Portate di origine industriale:

n
α ind (Q a ) j
q ∑
j =1
g j ⋅ hj
=(q 24 )ind espressa in m3·h-1, dove:

Qa = portata industriale annua (m3 ·anno);


αind= coefficiente di afflusso industriale in fognatura = 0,95;
g = giorni lavorativi annui (200÷300 die ·anno-1, valore tipico 240);
h = ore lavorative giornaliere (8÷24 h · die-1, valore tipico 10).

Portate di pioggia:

q Portate di pioggia da sottoporre a trattamento primario (qpm): va assunto il più ele-


vato tra i seguenti valori:
1) q pm = P ⋅ d p /24 espressa in m3·h-1, dove:
dp = 0,75 m3 ·A.E.-1 · die-1 per recapito in acque correnti;
dp = 1,00 m ·A.E. · die per recapito in laghi;
3 -1 -1

2) q pm = k p [(q 24 )c + 2(q 24 )ind ] espressa in m3·h-1, dove:


kp = 2,00 se gli A.E. di origine industriale non superano il 50% del totale;
kp = 2,50 negli altri casi.
In ogni caso il valore di q pm va assunto non inferiore a quello della portata massima nera
in precedenza espresso. La portata così calcolata va sottoposta ad un trattamento mini-
mo di microgrigliatura (spaziatura non superiore a 2 mm) o di sedimentazione (tempo di
ritenzione idraulico almeno di 40') prima dello scarico nel recettore.
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-33

q Portate di pioggia da sottoporre al trattamento biologico:


La portata da inviare al trattamento biologico in tempo di pioggia (qpb) va assunta almeno
pari a 1,3 volte la portata di calcolo in tempo asciutto e comunque non inferiore alla
punta nera.

Portata di calcolo per il dimensionamento delle unità di trattamento in tempo


asciutto:

q Si assume la portata complessiva seguente:


Qc= (q calc )c + (q 24 )ind

5.3. COSTITUENTI NEI REFLUI E NEGLI SPURGHI

Dati tipici sui costituenti individuali trovati negli scarichi domestici sono riportati in
Tabella 2.3. In dipendenza dalle concentrazioni dei costituenti il refluo viene classificato
come a forte, medio o debole carico.
Sia i costituenti, sia le concentrazioni variano con l’ora, il giorno, il mese e altre condi-
zioni locali; i dati in tabella servono quindi solo come guida e non come base per la proget-
Tabella 2.3. Composizione tipica di reflui civili non trattati.

Contaminanti Carico
procapite
Unità Concentrazioni
[g/(ab·die)] debole c medio d forte e

Solidi, totali (TS) 190 mg/l 350 720 1200


disciolti, totali (TDS) 110 mg/l 250 500 850
fissi 66 mg/l 145 300 525
volatili 44 mg/l 105 200 325
solidi sospesi (SS) 90 mg/l 100 220 350
fissi 22 mg/l 20 55 75
volatili 78 mg/l 80 165 275
Solidi sedimentabili ml/l 5 10 20
BOD5, 20°C 60 mg/l 110 220 400
Carbonio organico totale (TOC) 43 mg/l 80 160 290
COD 110 mg/l 250 500 1000
Azoto (totale come N) 11 mg/l 20 40 85
organico 4 mg/l 8 15 35
ammoniaca libera 7 mg/l 12 25 50
nitriti 0 mg/l 0 0 0
nitrati 0 mg/l 0 0 0
Fosforo (totale come P) 2 mg/l 4 8 15
organico 0,8 mg/l 1 3 5
inorganico 1,2 mg/l 3 5 10
Cloruria 13 mg/l 30 50 100
a
Solfati 8 mg/l 20 30 50
Alcalinità (come CaCO3) 27 mg/l 50 100 200
Grassi e oli 27 mg/l 50 100 150
Coliformi totalib N°/100 ml 10 ÷10
6 7
10 ÷10
7 8
10 ÷10
7 9

Composti organici volatili (VOCs) µg/l <100 100-400 >400

a
I valori devono essere incrementati per aggiunte negli scarichi di acque domestiche.
b
Vedi tabella 2.5 per valori tipici degli altri microrganismi.
c
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 550 l/(ab·die) al netto delle perdite.
d
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 270 l/(ab·die) al netto delle perdite.
e
Si intende la concentrazione relativa alla dotazione idrica di circa 150 l/(ab·die) al netto delle perdite.
2-34 Ÿ Parte I Ÿ Caratteristiche e trattamento delle acque reflue civili

Tabella 2.4 Caratteristiche tipiche degli spurghi. tazione.


Costituenti Concentrazioni, mg/l
Lo spurgo è costituito
Range Tipico
dal fango prodotto in si-
Solidi totali (TS) 5000-100000 40000 stemi di trattamento dei li-
Solidi sospesi (SS) 4000-100000 15000 quami realizzati in loco,
Solidi sospesi volatili (VSS) 1200-14000 7000 come il caso delle fosse set-
BOD5 20°C 2000-30000 6000
Domanda chimica di ossigeno (COD) 5000-80000 30000
tiche; le quantità dei conta-
TKN (come N) 100-1600 700 minanti realmente presenti
Ammoniaca (NH3 come N) 100-800 400 negli spurghi possono va-
Fosforo totale (come P) 50-800 250 riare notevolmente, spe-
Metalli pesantia 100-1000 300
cialmente in quelle comu-
a
Principali: ferro (Fe), zinco (Zn), alluminio (Al). nità che non ne regolano la
raccolta e l'eliminazione.

5.4. MICRORGANISMI NEI REFLUI

Dati rappresentativi sul tipo e numero di microrganismi comunemente presenti nei re-
flui sono riportati in Tabella 2.5.
La variazione relativamente Tabella 2.5. Tipi e numeri di microrganismi presenti in
grande nei range di valori è legata alla reflui civili non trattati.
variabilità nelle caratteristiche dei li- Organismi Concentrazione, N°/ml
quami. È stato stimato che il patoge- Coliformi totali 105-106
Coliformi fecali 104-105
no E. coli costituisce fino al 3 o 4% dei Streptococchi fecali 103-104
coliformi totali. Alcuni organismi Enterococchi 102-103
(Shigella, uova di elminti, cisti di pro- Shigella presentea
tozoi) non vengono individuati nelle Salmonella 100-102
Pseudomonas aeroginosa 101-102
analisi di routine. Clostridium perfringens 101-103
Grande attenzione va posta nei Mycobacterium tuberculosis presentea
valori riportati per i virus: negli ultimi Cisti di protozoi 101-103
anni i miglioramenti nei metodi di in- Cisti di Giardia 10-1-102
Cisti di cryptosporidium 10-1-101
dividuazione ed enumerazione hanno Uova di elminti 10-2-101
comportato alcuni dubbi sui risultati Virus enterici 101-102
precedenti. Per questo motivo la data a
I risultati di questi test vengono di solito riportati come
dello studio è importante tanto positivo o negativo, piuttosto che essere quantificati.
quanto i valori di concentrazione ri-
portati.

5.5. NECESSITÀ DI ANALISI SPECIALISTICHE

In generale, i costituenti riportati nella Tabella 2.3 sono quelli che vengono analizzati
abitualmente. In generale essi forniscono informazioni fondamentali per caratterizzare un
refluo per un trattamento biologico, ma non esaurienti: i continui progressi hanno suggerito
la realizzazione di ulteriori analisi specifiche.
Gli ulteriori costituenti che vengono attualmente analizzati includono molti dei metalli
necessari per la crescita dei microrganismi, come calcio, cobalto, rame, ferro, magnesio,
manganese e zinco. La presenza di acido solfidrico deve essere attestata per valutare se pos-
sono prodursi ambienti corrosivi o se alcuni dei metalli utili possono precipitare. La con-
centrazione di solfati può essere utile per valutare la possibilità di un trattamento anaerobi-
co. Anche la presenza di organismi filamentosi deve essere considerata, specialmente se si
Cap. 2 Ÿ Caratteristiche delle acque reflue Ÿ 2-35

prevede un trattamento biologico.

5.6. INCREMENTO DI MINERALI RISULTANTE DALL’USO DELL’ACQUA

I dati sull’incremento del contenuto minerale nel refluo in seguito all’uso dell’acqua so-
no importanti in particolar modo se si prevede un potenziale riutilizzo dell’acqua.
L’aumento del contenuto minerale deriva dall’uso domestico, dal conferimento di acque al-
tamente mineralizzate provenienti da pozzi privati di falda, e dall’uso industriale; anche gli
addolcitori domestici ed industriali possono contribuire, ed in alcuni casi possono costituire
la fonte principale.

6. ACCORGIMENTI PER LA CARATTERIZZAZIONE DEI REFLUI

Gli studi per la caratterizzazione del refluo vengono condotti per determinare: le ca-
ratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, e la concentrazione dei costituenti; i mezzi mi-
gliori per ridurre la concentrazione degli inquinanti.

6.1. CAMPIONAMENTO

Le tecniche di campionamento adottate per il prelievo di un liquame devono assicurar-


ne la rappresentatività, poiché i dati dell’analisi del campione costituiranno la base per tutta
la progettazione. Non esiste una procedura universale di campionamento e programmi indi-
viduali vengono sviluppati per adattarsi alle varie situazioni. Nei casi in cui la composizione
del refluo sia molto variabile, è necessario procedere con un piano speciale di campiona-
mento.
In generale va posta l'attenzione sui seguenti fattori:
1. localizzazione del campionamento: l’esame dello sviluppo della rete fognaria e dei poz-
zetti aiuta a determinare la localizzazione ottimale del campionamento, per far sì che le
condizioni di flusso garantiscano una miscelazione omogenea, senza deposizione di solidi
o sviluppo di gas dovuto alla turbolenza.
2. frequenza nel tempo: gli intervalli di tempo devono essere abbastanza ridotti per ga-
rantire un campione significativo: infatti, anche a fronte di variazioni modeste di portate
possono verificarsi oscillazioni significative nelle concentrazioni.
3. apparecchiature di prelievo del campione: in caso di campionamento automatico in
continuo va operata un’attenta scelta delle apparecchiature.

6.2. CONSERVAZIONE DEL CAMPIONE

Un programma di campionamento ben funzionante può fornire campioni non rappre-


sentativi, se l’integrità fisica, chimica o biologica del campione non viene mantenuta nel pe-
riodo tra la raccolta e l’esecuzione delle analisi.
Un’analisi eseguita immediatamente dopo il prelievo, è certamente la migliore assicura-
zione contro il deterioramento del campione; quando ciò non sia possibile, si dovranno
adottare i metodi adeguati di conservazione e sarà opportuno annotare probabili errori nel
riportare i dati analitici.