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Angelo Del Boca

IL NEGUS
VITA E MORTE DELL'ULTIMO RE DEI RE

(c) 1995, Gius. Laterza & Figli


Prima edizione luglio 1995 Seconda edizione settembre 1995
L'Editore � a disposizione di tutti gli eventuali proprietari di diritti sulle
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che eviti l'acquisto di un libro � illecita e minaccia la sopravvivenza di un modo
di trasmettere la scienza.

Sono passati vent'anni dalla morte di Hail� Selassi�, ultimo negus d'Etiopia. �
giunto il momento di rivisitare questo personaggio straordinario, che ha lasciato
di s� diverse immagini: politico abilissimo e a volte crudele, bandiera della
resistenza del suo popolo contro l'invasore italiano, "patriarca dell'Africa",
sovrano troppo poco illuminato per far emergere il suo paese dalla miseria e dal
sottosviluppo.
In quest'avvincente biografia, Del Boca ripercorre la lunga vita del negus, dalla
non facile ascesa al potere, all'esilio, alla riconquista del trono, fino a
giungere agli ultimi, mesti giorni della detronizzazione, della prigionia e infine
dell'assassinio, avvenuto in circostanze rimaste fino a ieri misteriose.
In sovraccoperta: ritratto fotografico dell'imperatore Hail� Selassi� e del
principe ereditario (fotografia in bianco e nero colorata a mano, eseguita nel
1933).

Angelo Del Boca (Novara, 1925) � stato per molti anni inviato speciale in Africa e
in Medio Oriente. Ha insegnato Storia contemporanea alla facolt� di Scienze
politiche dell'universit� di Torino; attualmente � presidente dell'Istituto storico
della Resistenza e dell'et� contemporanea di Piacenza e dirige la rivista "Studi
Piacentini". Tra le sue numerose opere ricordiamo, per i nostri tipi, i quattro
volumi di Gli italiani in Africa Orientale (1976-84), i due di Gli italiani in
Libia (1986-88), nonch� L'Africa nella coscienza degli italiani (1992), Una
sconfitta dell'intelligenza. Italia e Somalia (1993) e La trappola somala.
Dall'operazione Restore Hope al fallimento delle Nazioni Unite (1994).
\ \

Propriet� letteraria riservata Gius. Laterza & Figli Spa, RomaBari


Finito di stampare nel settembre 1995
nello stabilimento d'arti grafiche Gius. Laterza & Figli, Bari
CL 20-4697-0
ISBN 88-420-4697-3

AVVERTENZA
Ad una biografia dell'imperatore Hail� Selassi� I avevo pensato gi� alla fine degli
anni '60, dopo averlo incontrato pi� volte ad Addis Abeba. Il negus era gi� nella
fase declinante della sua lunga e tormentata carriera di statista, ma era ancora il
pi� lucido e il pi� avveduto fra tutti i capi di Stato che avevo conosciuto in
vent'anni di frequentazione dell'Africa.
Per quanto allettante fosse il progetto di occuparmi di questo complesso
personaggio - riformatore e insieme autocrate, profondamente religioso ma anche
privo di scrupoli, uomo di palazzo ma anche di guerra, strenuo difensore del
proprio paese e "patriarca" dell'Africa - dovetti per� in quel tempo rinunciarvi
perch� avevo appena iniziato le ricerche per scrivere, per l'editore Laterza, una
storia del colonialismo italiano in sei volumi, seguita da altri due volumi di
approfondimenti, che avrebbe occupato vent'anni della mia esistenza. Ma anche
lavorando a questa mia opera non avrei potuto dimenticare Hail� Selassi�, perch� in
almeno tre di questi volumi egli appariva come uno dei principali protagonisti e
ci� mi consentiva di approfondire, anno dopo anno, la sua conoscenza. Cosicch�,
quando nel 1993 decidevo di riprendere in mano il vecchio progetto della biograf�a,
si pu� dire che gran parte della ricerca archivistica l'avevo gi� compiuta e che
avrei dovuto soltanto colmare alcune lacune e aggiornare le indagini sino al
ritrovamento delle spoglie mortali dell'imperatore nel recinto del Vecchio Gheb��i
Menelik.

Viii Avvertenza
Per quest'ultima fase di ricerche (per le altre fasi rimando alle "avvertenze"
degli altri miei volumi) ho contratto molti debiti di riconoscenza, in particolare
con il principe Asfa Wossen Asserate, che ha avuto la pazienza di rispondere a
tutte le mie domande; con l'ex primo ministro Mikael Immir�; con il direttore
dell'Insti tu te of Ethiopian Studies, professor Bahru Zewde; con il professor
Richard Pankhurst, dell'Addis Abeba University; con l'ex ministro Asfaha
Woldemichael; con l'ultimo ambasciatore del negus a Roma, Zewde Retta; con
l'architetto Arturo Mezzedimi; con il professor Giampaolo Calchi Novati; con
l'ambasciatore Giulio PascucciRighi; con il dottor Edoardo Borra. Sono infine grato
a mia moglie Paola e a mia figlia Alessandra che mi hanno fornito, come sempre, un
valido aiuto nella rilettura del testo e nel reperimento di documenti.
Angelo Del Boca
Torino, 15 gennaio 1995

IL NEGUS

TITOLI E GRADI NELL'ETIOPIA DI HAIL� SELASSI�


abba (titolo ecclesiastico): padre, reverendo
abuna (tit. ecdes.)'- un tempo usato soltanto per il Patriarca della Chiesa copta,
oggi usato anche per i vescovi
afa negus, presidente dei giudici imperiali
aggafari: cerimoniere
aleca (tit. eccles.): capo di grande monastero o di chiesa importante
asmac. capo distretto
ato: signore
azza/': giudice reale, intendente
balambaras. comandante di un fortezza
ballabat capo locale
bascia: ufficiale inferiore, capitano
begirond: tesoriere
bituodded: capo dei consiglieri dell'imperatore; titolo nobiliare equivalente a
marchese
blatta o blattangheta: consigliere dell'imperatore
cagnasmac. comandante dell'ala destra; titolo equivalente a barone
cantiba: sindaco
ch�ca shum: capo villaggio
dagnar. giudice
debtera: dotto, istruito
degiac. generale; capo di provincia; titolo equivalente a conte
ecceghi� (tit. eccles.): capo amministrativo della Chiesa copta
enderassik rappresentante speciale dell'imperatore
etti�gh��. imperatrice
fitaurari: comandante dell'avanguardia; titolo equivalente a visconte
grasmac. comandante dell'ala sinistra; titolo equivalente a barone
kash�: prete
leul ras. duca di sangue reale
ligaba: gran cerimoniere
lij o ligg. titolo riservato ai figli dei nobili di alto rango
likemequas. aiutante dell'imperatore, suo sosia
memher (tit. eccles.): capo di un monastero o di un santuario
naggadras. capo di mercanti, esattore delle tasse
negus, re
negus neghestv. re dei re, imperatore
ras. generalissimo; governatore di provincia; titolo nobiliare equivalente a duca
tsehafi taezaz. segretario dell'imperatore, ministro della Penna
uizerfr. signora
zabagn�: poliziotto metropolitano

Introduzione MORTE PER ASSASSINIO


Aderendo alle richieste pressanti del movimento monarchico MoaAmbessa (Il Leone
conquistatore), il 12 febbraio 1992 il governo provvisorio etiopico del presidente
Meles Zenawi autorizzava le ricerche dei resti dell'imperatore Hail� Selassi�
all'interno del recinto del Vecchio Gheb�1, sin dai tempi di Menelik simbolo e
centro del potere imperiale. Nel motivare le ragioni di questa decisione, il capo
del protocollo del presidente Zenawi, Fessaha Afeworki, dichiarava che "la
riconciliazione nazionale � uno dei compiti del nuovo governo e quindi non si pu�
non tenere conto delle esigenze di tutti i gruppi"2, comprese, quindi, quelle del
Comitato per la restaurazione di una monarchia costituzionale in Etiopia,
presieduto da Fantyae Woldemariam. Caduto il regime autoritario e filosovietico del
colonnello Menghistu Haile Mariani, era dunque venuto il momento di svelare un
segreto che la Giunta militare (Derg) aveva gelosamente conservato per diciassette
anni. Rintracciare le spoglie del negus poteva anche condurre alla soluzione di un
altro mistero: Hail� Selassi� era deceduto per morte naturale oppure, come si
ipotizzava da pi� parti, era stato assassinato?
Fuggito Menghistu e crollato il suo regime marxistaleninista, si rompeva anche il
muro dell'omert�, e tre personaggi coinvolti a diverso titolo nell'inumazione

Introduzione

dell'imperatore si facevano avanti per facilitare le indagini. Si trattava


dell'ingegner Telahun Ridane, addetto alla manutenzione dei fabbricati del Vecchio
Gheb�, di un ufficiale di Menghistu e dell'operaio che aveva scavato le fosse: in
effetti, di fosse ne erano state aperte tre e non una sola, in luoghi distanti fra
di loro, per confondere le idee. All'inumazione avevano provveduto alcuni ufficiali
del Derg, senza testimoni e nel pi� grande segreto. Sul ritrovamento dei resti del
negus esiste la testimonianza del segretario generale del Moa Ambessa, Fantyae
Woldemariam:
Abbiamo lavorato per tre giorni alla ricerca della tomba e alla fine ci siamo
riusciti. Abbiamo aperto le tre fosse, ma due erano vuote e solo nella terza
abbiamo trovato, a quattro metri di profondit�, sotto una cucina e un bagno, di
fronte alla finestra dell'ufficio di Menghistu, una bara di cemento che abbiamo
aperto. Dentro c'erano le ossa3.
Alla vista dei resti, le donne presenti cominciavano a piangere e a lamentarsi.
Alcune di esse appartenevano alla famiglia imperiale e avevano subito lunghi anni
di carcere in condizioni che il deputato conservatore inglese David Harris aveva
definito "spaventose"4.
Secondo la radio di Stato, il colonnello Menghistu aveva scelto di seppellire il
corpo del negus sotto l'ufficio del suo aiutante di campo Menghistu Ghemetchu "per
assicurarsi che il morto non tornasse dall'oltretomba"5. Queste erano anche le voci
che circolavano negli strati pi� popolari e suggestionabili della popolazione di
Addis Abeba. Ma era molto pi� plausibile che la decisione di seppellire il negus in
un luogo tanto insolito e protetto fosse stata presa dal vertice del Derg per
impedire che la tomba diventasse un luogo di culto popolare. Anche se i militari
avevano cercato di distruggere l'immagine dell'imperatore con una campagna
denigratoria durata pi� di un anno, c'erano ancora molti etiopici, specie nelMorte
per assassinio
le zone rurali, che lo veneravano, senza contare i rastafarians, i "rasta"
giamaicani che consideravano il negus alla stregua di una divinit�.
I resti del sovrano venivano provvisoriamente inumati in una cripta della chiesa di
BataMariam, nascosta fra gli ulivi, all'ingresso del Vecchio Gheb�. Era previsto
che il 23 luglio 1992, a cento anni esatti dalla nascita di Hail� Selassi�, i resti
dell'imperatore sarebbero stati trasferiti nella grande chiesa in pietra, a croce
latina, di End� Selassi� (SS. Trinit�), ma, per motivi sconosciuti, il
trasferimento veniva rinviato sine die, suscitando le proteste dei 2.000 "rasta"
giunti appositamente dalla Giamaica per venerare il "Dio nero" nella sua dimora
definitiva6.
Svelato il mistero intorno alla sepoltura del negus, restavano da chiarire le cause
della sua morte, mai rivelate dalle autorit� etiopiche.
Hail� Selassi� era stato operato alla prostata il 31 maggio 1975. L'intervento,
praticato nell'ospedale della ex Guardia imperiale, era durato 85 minuti ed era
stato eseguito dal chirurgo personale dell'imperatore, Asrat Waldeyes, assistito da
due altri medici etiopici e dal professor Charles Leithead, di nazionalit�
inglese7. Nonostante l'et� molto avanzata - a luglio avrebbe compiuto 83 anni - il
negus aveva sopportato molto bene l'operazione: in poche settimane si era ripreso
perfettamente e aveva potuto lasciare l'ospedale per tornare a vivere a pochi metri
dalla reggia di Menelik, nella baracca di legno dove i militari lo avevano
confinato. Secondo fonti governative, le condizioni dell'imperatore si aggravarono
improvvisamente nella seconda met� di agosto, tanto che la Giunta militare
autorizzava la figlia del negus, Tenagne Uorch, e la nipote Aida, detenute nel
penitenziario di Akaki, a visitare il paziente.
L'incontro fra Hail� Selassi� e le sue due congiunte avveniva il 23 agosto. Due
giorni dopo l'imperatore riceveva alcune cure, ma nella giornata del 26 le sue
conIntroduzione

dizioni si aggravavano ulteriormente. Il 27 agosto 1975, con un comunicato succinto


e ambiguo, il Derg annunciava al mondo che il negus era stato trovato morto nel suo
letto, all'alba, da un domestico. Anche il quotidiano "The Ethiopian Herald", che
dedicava alla scomparsa del 225� e ultimo imperatore d'Etiopia soltanto sei righe,
non aggiungeva altri particolari di rilievo, salvo la precisazione che non era
stato "possibile trovare il medico del negus al momento in cui era entrato in
agonia"8. Questa precisazione era assai poco convincente perch� a quel tempo, nella
capitale etiopica, c'erano almeno tre dozzine di medici qualificati, etiopici ed
europei, in grado di accorrere al capezzale dell'imperatore.
Appena appresa la notizia della morte del padre, il principe ereditario Asfa
Wossen, dal suo esilio in Inghilterra, invitava i capi di Stato africani a compiere
ogni sforzo per accertare come e perch� il negus fosse morto all'improvviso, dopo
essersi ripreso assai bene dall'intervento chirurgico. Asfa Wossen chiedeva inoltre
che "medici indipendenti e la Croce Rossa Internazionale fossero autorizzati a
effettuare un'autopsia per determinare le cause della morte del padre dell'Etiopia
e dell'Africa"9. Ma non ci sarebbero stati n� l'autopsia, n� i "funerali solenni"
richiesti dal figlio, e neppure una tomba da venerare. Hail� Selassi� usciva
definitivamente dalla scena etiopica e, per i successivi diciassette anni, stampa e
televisione del regime marxistaleninista avrebbero fatto di tutto per evitare ogni
riferimento al monarca scomparso.
La fretta degli uomini del Derg di far scomparire ogni traccia dell'imperatore
sollevava subito, come era facile immaginare, proteste, interrogativi e sospetti.
Il 21 giugno 1976 l'autorevole "Times" pubblicava in prima pagina, con un titolo di
spalla a cinque colonne, un articolo di David Spanier, nel quale si diceva
testualmente che il negus "era stato soffocato nella baracca di legno in

Morte per assassinio


cui era stato confinato"10. La notizia veniva confermata da uno dei nipoti del
negus, il principe David Maconnen, il quale dichiarava in una intervista rilasciata
a Roma:
Non ho alcun dubbio: l'imperatore Hail� Selassi� non mor� per cause naturali come
gli attuali dirigenti dell'Etiopia vogliono far credere. Fu assassinato. (...)
Quattro giorni prima della morte, l'imperatore era in buone condizioni di salute:
questo non � in sintonia con la versione ufficiale secondo cui mor� per postumi
dell'operazione alla prostata11.
Nel 1979 l'ambasciatore francese in Etiopia, Gontran de Juniac, dava alle stampe
una biografia di Hail� Selassi� nella quale, seppure in forma dubitativa, scriveva:
Secondo fonti attendibili, l'imperatore (...) sarebbe stato, nella notte fra il 26
e il 27 agosto, soffocato per ordine del Derg fra due materassi. Utilizzato contro
un uomo che l'et� e la malattia rendono incapace di dibattersi, il procedimento �
rapido e non lascia traccia12.
Ad Addis Abeba circolavano anche altre voci che sembravano completare il quadro:
secondo alcune di queste, l'imperatore era stato soffocato alla presenza di
Menghistu e d� altri cinque ufficiali; secondo altre, ad assassinare il negus era
stato un infermiere che lo aveva soffocato premendogli sul viso un cuscino imbevuto
di etere.
Forse per rispondere alle accuse che gli giungevano dall'Europa e che gli venivano
mosse anche in patria dall'opposizione monarchica, il colonnello Menghistu Hail�
Mariam dichiarava il 9 ottobre 1980 che l'imperatore era morto in conseguenza dello
"squilibrio mentale provocato in lui dal nostro arrivo al potere"13.
Fra tutte le versioni sulla morte del negus, questa di Menghistu era la meno
attendibile e la pi� strumentale. Comunque non sarebbe stata l'ultima: all'inizio
degli anni '90, infatti, circolava ad Addis Abeba la voce che Hail�

Introduzione

Selassi� non fosse stato soffocato ma avvelenato. L'ipotesi era accreditata dal
fatto che dieci giorni prima che l'imperatore fosse trovato morto nel suo letto,
alla sua cuoca austriaca, Lore Trenkler, era stato proibito di confezionargli i
pasti, come faceva sempre da anni; e, inoltre, subito dopo l'annuncio della morte
di Hail� Selassi�, la cuoca era stata invitata dalle autorit� etiopiche a lasciare
immediatamente il paese. Secondo quest'ultima versione, l'imperatore sarebbe dunque
stato avvelenato a piccole dosi, nei dieci giorni che vanno dal 16 al 26 agosto.
L'ipotesi non era da scartare, poich� trovava riscontro nella stessa storia
dell'Etiopia, dove il veleno � stato pi� volte usato per risolvere in maniera
sbrigativa e drastica alcune aggrovigliate situazioni.
La verit� sulla morte del negus veniva finalmente resa nota nella prima met� del
dicembre 1994, quando ad Addis Abeba si apriva il processo contro Menghistu Haile
Mariam e 3.000 esponenti del suo regime. Fra i 1.907 nomi di etiopici assassinati
durante i diciassette anni della dittatura marxista14, il pubblico ministero Girma
Wakjira citava anche quello dell'imperatore Hail� Selassi�, "soffocato nel suo
letto nella maniera pi� crudele"15. L'accusa era suffragata da prove schiaccianti.
Tra i documenti del Dergcaduti nelle mani degli inquirenti16 c'era addirittura il
verbale della seduta nella quale era stata decisa l'eliminazione fisica
dell'imperatore. L'assassinio, quindi, era stato premeditato, discusso, scelto fra
quelli che non lasciano tracce, messo ai voti. E compiuto per soffocamento, nella
notte fra il 26 e il 27 agosto 1975, da un medico militare, alla presenza dei
maggiori Menghistu Haile Mariam e Atnafu Abate, i quali avrebbero dovuto poi
riferire agli altri membri del Derg che l'operazione era stata portata a termine
senza intralci.
La versione del pubblico accusatore Girma Wakjira, che il governo del presidente
Meles Zenawi faceva sua e rendeva ufficiale, collimava dunque con la voce
popolaMorte per assassinio

re, circolata ad Addis Abeba poco dopo l'annuncio della morte di Hail� Selassi�,
che voleva che il mandante dell'assassinio e il testimone dell'esecuzione fossero
la stessa persona, cio� Menghistu Haile Mariam. Del resto, c'erano anche altri
episodi che ponevano in evidenza come Menghistu non avesse mai avuto scrupoli o
sofferto di rimorsi durante la sua rapida scalata al potere. Era lui che il 23
novembre 1974, nel cortile della prigione di Akaki, aveva aperto il fuoco per primo
per sterminare i 60 massimi dignitari dell'impero17. Era lui che, il 3 febbraio
1977, aveva abbattuto con raffiche di mitra il capo provvisorio dello Stato,
generale Taferi Bante. Era lui che aveva deciso l'eliminazione di un altro rivale,
Atnafu Abate, e che, in nome del socialismo, aveva distrutto gran parte
dell'intellighenzia etiopica progressista.
La prigionia di Hail� Selassi� era durata un po'"meno di un anno, dal 12 settembre
1974 al 26 agosto 1975. Dapprima egli era stato condotto nelle caserme della IV
Divisione; poi, dopo qualche giorno, era stato trasferito all'interno del recinto
del Vecchio Gheb�, dove avrebbe occupato, in un primo tempo, la Egg House, la
palazzina ovoidale usata come padiglione di ricevimento dall'imperatrice Tait�, e,
in un secondo tempo, una vecchia baracca di legno a ridosso della reggia di
Menelik.
E difficile ricostruire con esattezza la vita quotidiana del sovrano in prigionia,
visti il riserbo delle autorit� etiopiche18 e l'impossibilit� per il detenuto di
comunicare con l'esterno. Il solo che lo abbia avvicinato, per quanto � dato
sapere, � il delegato generale del Comitato internazionale della Croce Rossa, che
il 13 dicembre 1974 poteva intrattenersi qualche ora con lui, accertando che godeva
di buona salute ed era trattato umanamente.
Grazie alla sua testimonianza19 e alle poche altre notizie filtrate attraverso il
recinto dell'ex Gheb� imperiale, possiamo dire che la giornata dell'imperatore in
prigionia non differiva molto da quella che egli trascorreva
Introduzione
quando era ancora nel pieno esercizio del suo potere: messa all'alba, breve
passeggiata all'interno del "terzo recinto" fino al poggio dal quale si domina
l'intera capitale, lunghe letture al mattino e al pomeriggio. Certo non poteva pi�
amministrare la giustizia, come aveva fatto per tutta una vita nello Zufan celot
(la Corte Suprema), cos� come non poteva pi� ascoltare gli informatori che lo
tenevano al corrente di ci� che accadeva ad Addis Abeba; ma l'ambiente che lo
circondava gli era caro e famigliare, per sessant'anni era stato il cuore e il
motore del suo impero. In quella specie di chiosco svizzero sormontato da una
torretta ottagonale, fatto costruire da Menelik, l'imperatore aveva lavorato per
decenni; l� aveva preso le pi� importanti decisioni della sua vita, l� ora
risiedeva il suo carceriere, Menghistu Haile Mariam, tanto diverso da lui:
ufficiale subalterno, di razza oromo, forse figlio di schiavi.
Durante le passeggiate nei cortili del Vecchio Gheb�, i soldati di guardia agli
edifici si inchinavano al passaggio dell'imperatore e qualche servitore si
inginocchiava a baciargli i piedi. Questi e altri gesti di stima e di venerazione,
e il fatto che egli fosse ancora attorniato dai molti domestici20 hanno fatto
pensare ad alcuni osservatori21 che Hail� Selassi� non si rendesse conto di essere
prigioniero e continuasse a credersi il re dei re. L'ipotesi � suggestiva, ma senza
alcun fondamento. Al negus era concesso non soltanto di vedere la televisione e
ascoltare la radio, ma anche di leggere i quotidiani in inglese e in amarico che
uscivano nella capitale. Egli aveva quindi potuto seguire, giorno per giorno, gli
avvenimenti in Etiopia, rendendosi conto che non ci sarebbe stata una rivincita,
come era successo dopo il fallito colpo di Stato del 1960; che non poteva pi�
contare, come in passato, sull'esercito - o su parte di esso - n�
sull'aristocrazia, n� tantomeno sulla Chiesa copta; che nessun etiopico, nobile o
plebeo, avrebbe pi� dato la vita per

Morte per assassinio

lui. Egli era definitivamente fuori dalla storia. Sul suo trono avevano deposto un
velo nero, come se egli fosse gi� morto, e soltanto in virt� del suo grande
prestigio internazionale poteva ancora sopravvivere alla sua leggenda. Ma per
quanto tempo?
Sugli organi di informazione aveva potuto seguire l'impietosa campagna di
demitizzazione che la Giunta militare rivoluzionaria aveva organizzato per recidere
gli ultimi legami di fedelt� e devozione ancora esistenti fra lui e il suo popolo.
Aveva potuto ascoltare le grida degli studenti ("Impiccate l'imperatore!",
"L'imperatore � un ladro!") e li aveva visti dare alle fiamme i suoi ritratti. Alla
televisione aveva visto pi� volte il cortometraggio di Jonathan Dimblebey, Etiopia.
La carestia nascosta22, dove alle immagini di morte nella regione dell'Uollo si
affiancavano, in tragico contrasto, il fasto e lo spreco della Corte imperiale.
Aveva visto tappezzare i muri della capitale di manifesti che riportavano due
immagini: la sua, mentre dava da mangiare cibi prelibati ai suoi cani da un piatto
d'argento, e quella di una donna e di un bimbo scheletriti che simbolizzavano la
carestia nell'Uollo. Per ultimo aveva appreso che era venuto il momento di
restituire alla nazione etiopica - che secondo i suoi accusatori egli aveva portato
alla fame con il suo malgoverno - il denaro che aveva sottratto alle casse dello
Stato, e che una Commissione militare aveva quantificato nella favolosa cifra di
15.693.297.000 dollari, pari a quindici volte il bilancio dello Stato etiopico, in
buona parte depositati in banche svizzere, inglesi e italiane23.
Dai giornali Hail� Selassi� aveva anche appreso che tutti i suoi famigliari - ad
eccezione del figlio Asfa Wossen che era in Europa per curarsi - erano stati
arrestati e rinchiusi, parte nel penitenziario di Akaki, alla periferia della
capitale, parte nella caserma della IV Divisione; tra figli, generi, nuore, nipoti
e pronipoti, si trattava in tutto di una trentina di persone. L'imperatore era
soIntroduzione

prattutto in pena per le donne. Tra queste c'era la sua primogenita, Tenagne Uorch,
con le figlie Aida, Herut, Sebel e Sofya; poi Sara Gizau, vedova del suo figlio
prediletto Maconnen, duca di Harar, con i suoi tre figli; la figlia pi� anziana
dell'erede al trono, principessa Igigayehu, e la moglie e cinque figli del cugino
Asserate Kassa24. L'imperatore conosceva alla perfezione il carcere di Akaki,
perch� lo aveva fatto costruire lui stesso negli anni '30, ma certo non immaginava
che un giorno quell'edificio avrebbe ospitato i suoi famigliari, ventuno per
l'esattezza, stipati in una cella di cinque metri per quattro. "Il soffitto -
avrebbe un giorno raccontato una delle recluse, Rebecca Asserate Kassa - � coperto
da una vecchia e lacera tela giallastra, da cui piovono topi sui letti. Bisogna
lottare incessantemente per mantenere un minimo di igiene"25. In quell'inferno
Herut Desta contraeva il cancro alla pelle; Igigayehu Asfa Wossen moriva dopo
essere stata operata al fegato; Mary Haregot, figlia in seconde nozze di Tenagne
Uorch, tentava tre volte di togliersi la vita e la terza volta ci riusciva
tagliandosi le vene dei polsi. Le superstiti resteranno in queste terribili
condizioni, senza affrontare mai un processo, da un minimo di nove a un massimo di
diciassette anni26. Da quell'esperienza resteranno segnate per tutta la vita. Il 24
novembre 1974 il negus apprendeva dalla radio che la Giunta militare aveva ordinato
e fatto eseguire il massacro di sessanta fra i pi� alti dignitari dell'impero. Tra
questi c'erano due membri della famiglia imperiale, il ras Asserate Kassa e il vice
ammiraglio Iskander Desta; due ex primi ministri, Aklil� Hapte Uold e Maconnen
Endelcacci�; l'ex ministro della Difesa e genero dell'imperatore, generale Abiye
Abebe; uno degli eroi della resistenza contro gli italiani, ras Mesfin Scilesci;
cinque ministri, undici governatori e diciassette generali. Con la strage compiuta
nel carcere di Akaki, il Derg aveva in pratica liquidato l'intero vertice
dell'impero neMorte per assassinio

gussita. E lo aveva fatto con estrema crudelt�, negando persino ai parenti delle
vittime la restituzione delle salme. "� un rifiuto che sembra sfidare le tradizioni
cristiane dell'Etiopia - commentava un testimone -. � un gesto che vuole segnare
anch'esso una rottura nella gestione del potere"27. Due giorni dopo la strage,
alcuni giornali libanesi diffondevano la notizia che Hail� Selassi� era stato
trasferito in una localit� a cinquanta chilometri da Addis Abeba e che le sue ore
erano contate. La notizia veniva per� prontamente smentita da un portavoce del
Provisionai Military Administrative Council (PMAC), il quale precisava che
l'imperatore non si era mai mosso dalla capitale e che restava "sotto custodia per
la sua personale sicurezza e protezione"28.
Il calvario del negus non era ancora finito. Di tanto in tanto gli ufficiali della
Commissione militare incaricata di recuperare il patrimonio dell'imperatore
piombavano nella sua dimora e lo sottoponevano a stringenti interrogatori. Ma se
era abbastanza facile quantificare gli averi del negus in patria (palazzi,
propriet� terriere, partecipazioni azionarie nella Brasserie SaintGeorge e nella
Fondazione Hail� Selassi�), era quasi impossibile, invece, stabilire l'ammontare
dei depositi nelle banche europee. Secondo alcuni testimoni, quando gli inquirenti
gli ponevano domande incalzanti e imbarazzanti, il vecchio monarca rispondeva con
lunghi silenzi e, ogni tanto, fingeva persino di appisolarsi29. Alla fine di
novembre del 1974, comunque, i giornali di Addis Abeba annunciavano che il sovrano
aveva sottoscritto due documenti: il primo, per autorizzare le banche svizzere a
consegnare al nuovo governo i fondi che vi erano depositati; il secondo, per
consentire al PMAC di vendere tutti i beni in suo possesso in Etiopia e devolverne
il ricavato.

Introduzione

come riferiva l'ambasciatore francese ad Addis Abeba, Gontran de Juniac, i


funzionari rientravano presto in patria a mani vuote "senza dubbio perch� avevano
rinunciato a portare la questione davanti ai tribunali e anche perch�,
probabilmente, avevano capito che "il tesor� era inesistente"30. Due anni pi�
tardi, dopo aver condotto un'approfondit� inchiesta "grazie all'amabile
cooperazione delle autorit� bancarie inglesi e svizzere", il principe ereditario
Asfa Wossen scriveva una lettera al "Times" di Londra per precisare, in "maniera
autorevole e categorica", che non era mai stato reperito nelle banche in questione
"un solo penny o cent o franco" e per lamentarsi di come alcuni giornali, anche
autorevoli, avessero dato credito alla "favola del tesoro", facendo cos� il gioco
della Giunta militare al potere31.
Il 21 marzo 1975 l'imperatore veniva informato dalla radio che il Consiglio
militare provvisorio aveva deciso di abolire la monarchia e, inoltre, di chiamare
presto gli etiopici a eleggere un nuovo capo di Stato e a scegliere "la futura
struttura politica ed economica del paese"32. Con questa decisione, che diventava
subito effettiva, scompariva dalla scena la pi� antica monarchia del mondo. Per
Hail� Selassi�, che aveva completato il grande disegno unitario di Menelik e lo
aveva coraggiosamente difeso dalle mire delle potenze colonialiste sino ad entrare
in guerra contro l'Italia fascista, e che aveva inoltre dato lustro alla dinastia
con la sua costante azione a favore della decolonizzazione dell'Africa, la scelta
del Derg costituiva senza alcun dubbio il colpo pi� duro che ancora gli si potesse
infliggere. Con molta probabilit� aveva sino all'ultimo sperato di poter continuare
a rappresentare, anche in cattivit�, un simbolo nazionale e insieme religioso, un
ultimo elemento di unit� e di continuit�; svanita anche questa illusione,
l'imperatore ripiombava nella sua umiliante condizione di prigioniero, inutile ed
ingombrante.

Morte per assassinio


Anche i rivoluzionari del Derg, che avevano usato l'imperatore per rendere pi�
agevole il passaggio da un regime all'altro, si rendevano conto che dopo
l'abolizione della monarchia il compito di Hail� Selassi� era finito e la sua
presenza era ormai soltanto di ostacolo. Secondo David Maconnen, a suggerire agli
uomini del Derg di sbarazzarsi del negus erano stati alcuni consiglieri cinesi che
a quel tempo esercitavano una notevole influenza sulla Giunta militare:
Il loro punto di vista era che, vivendo l'imperatore, la rivoluzione non avrebbe
mai potuto realizzarsi. In tutto il paese, ma soprattutto nelle campagne, Hail�
Selassi� era infatti idolatrato. Non sono poche le persone che ancora oggi lo
credono in vita. E ci� anche perch� la notizia della sua morte venne data soltanto,
con un breve comunicato, nelle citt�33.
La fazione estremista del Derg finiva per avere il sopravvento su quella moderata e
l'eliminazione fisica dell'imperatore veniva cos� decisa, molto probabilmente nella
seconda decade di agosto del 1975.
Per quel poco che si sa dei 348 giorni di prigionia di Hail� Selassi� nel recinto
del Vecchio Gheb� egli non si sarebbe mai ribellato al suo destino. Era la prima
volta, nel corso della sua lunga esistenza, che non reagiva, che rinunciava a
combattere; lui che non aveva fatto altro, durante il suo tormentato regno, che
sventare complotti e battere gli avversari in guerra. Come ha osservato acutamente
Hans Wilhelm Lockot, che per molti anni ebbe modo di studiarlo da vicino, Hail�
Selassi� "non � stato rovesciato dall'esercito, non � stato sconfitto dalla
rivoluzione. Mentre era ancora in possesso del potere, si arrese senza combattere.
Questa era una battaglia che si rifiut� di vincere"34. A questa rinuncia si possono
dare molte spiegazioni, ma soltanto due sembrano attendibili: la prima � che si
sentisse stanco, invecchiato, incapace di ricorrere ancora una volta alla forza; la
seconda �

Introduzione

che non fosse pi� tanto sicuro di s� e del suo riformismo graduale (troppo
graduale), al punto di incoraggiare le forze rivoluzionarie, forse con il recondito
proposito di poterle un giorno pilotare. L'una spiegazione non esclude l'altra. La
sola cosa certa, provata, � che il negus si rifiutava di spargere altro sangue.
Le ultime persone che lo hanno visto, pochi giorni prima del suo arresto,
riferiscono che era affaticato, inquieto, quasi impaurito e pi� fragile del solito.
Riferiscono inoltre che trovava un grande conforto nei ricordi e che si animava
soltanto quando rievocava il passato. L'ultimo suo ritratto, da uomo libero, l'ha
tracciato, con grande perizia e sensibilit�, JeanClaude Guillebaud:
L'aspetto gracile, la finezza dei lineamenti e il pallore della pelle suggerivano
una fragilit� estrema sostenuta dall'esercizio di una volont� quasi inquietante a
furia di tensione. Il viso mummificato, il corpo senza carne evocavano nello stesso
tempo un principio di indistruttibilit� tale da comunicare un brivido (...) Senza
pesantezza carnale, Hail� Selassi� era innanzitutto uno straordinario sguardo.
Fissi, inquisitori, a tratti illuminati da lampi di ironia, gli occhi che piantava
dritti sull'interlocutore tradivano una durezza minerale ed una passione evidente
per il potere35.
Guillebaud aveva carpito, negli occhi dell'imperatore, gli ultimi lampi di
fierezza, gli ultimi guizzi magnetici dell'uomo avvezzo a dominare. La prigionia
avrebbe spento anche quei bagliori. La notte del 26 agosto, quando i suoi carnefici
entrano nella baracca di legno per sopprimerlo, Hail� Selassi� non � gi� pi�
Janhoy, l'Eletto di Dio, il negus neghesti, il Leone di Giuda36, il 225� imperatore
d'Etiopia. � soltanto una povera creatura indifesa, spogliata di tutti i suoi
titoli e averi, che bisbiglia preghiere e che non suggerisce che piet�. Per questo
il suo assassinio suscita tanto orrore.

Parte prima L'IRRESISTIBILE ASCESA

I
LA VITTORIA SU LIGGJASU
L'infanzia ad Harar
L'Etiopia aveva gi� conosciuto, nella sua lunga storia, il flagello della fame e
delle epidemie, ma nessuna carestia era paragonabile alla Grande Fame, esplosa nel
1888 e conclusasi soltanto nel 1892. Secondo il dottor Wurtz, che realizz� sul
posto la prima inchiesta epidemiologica, un terzo della popolazione era perita1,
mentre il bestiame, che costituiva l'unica ricchezza del paese, era andato perduto
per il 90 per cento, secondo le stime di un testimone, Luigi Capucci2. La Grande
Fame aveva soprattutto colpito le regioni del Tigre, dell'Uollo, dell'Amhara, dello
Scioa, del Goggiam e dell" Harar, con effetti tanto disastrosi da suggerire a un
anonimo poeta questi versi incisivi:
Invece di spighe sul campo ondulato tristemente stan ritte pietre sepolcrali.
"La gente, morendo di fame - annotava lo storico Afework Gabre lyasus - cominci� a
cadere e a giacere nelle vie, nei boschi, intorno ai recinti delle chiese e delle
case dei dignitari (...). Ai morti la sepoltura fu un lusso"3. Un altro storico
etiopico, Gabra Sellase, ricordando che i bovini erano quasi ovunque scomparsi,
riferiva

Parte prima L'irresistibile ascesa

che la gente si adattava a cibarsi anche di carne impura, nonostante il divieto


della legge mosaica:
Si mangiava carne di cavalli e di asini; gli uomini si mangiavano l'un l'altro. Una
donna dell'Uollo si cib� di suo figlio. In un altro paese, chiamato Ensar�, una
donna mangi� sette fanciulli. Le bestie feroci andavano dappertutto e i leoni, i
leopardi e le iene divoravano gli uomini in piedi4.
Alla Grande Fame si erano accompagnate le epidemie di tifo, colera, vaiolo e
dissenteria. I contadini non avevano pi� la forza di lavorare i campi e li
abbandonavano. Quel poco che cresceva spontaneamente veniva divorato dalle locuste,
dai bruchi e dai topi. Dinanzi a questo spettacolo desolante, l'imperatore Menelik
era stato udito esclamare: "Oh! Come il mio paese � caduto in rovina! Il mio popolo
� finito!"5. E per salvare i superstiti aveva loro aperto i granai imperiali e
aveva confiscato i cereali che i grandi proprietari terrieri avevano nascosto in
cisterne sotterranee. Per riportare infine i contadini nei campi, aveva lui stesso
dato il buon esempio recandosi a zappare la terra e a liberarla dagli sterpi.
� nell'ultimo anno della Grande Fame, il 23 luglio del 1892, che a Giarsagor�, un
villaggio di montagna a quaranta chilometri da Harar, veniva alla luce Tafari
Maconnen6, il futuro imperatore Hail� Selassi� I. Nato nell'anno in cui stava per
concludersi la pi� grande tragedia per l'Etiopia, pi� crudele e letale della stessa
invasione di Gragn (il Mancino)7, il suo regno e la sua stessa esistenza sarebbero
cessati ottantatr� anni dopo a causa di un'altra micidiale carestia che egli non
aveva saputo prevedere n� arginare, anche se non avrebbe mai dovuto dimenticare che
l'Etiopia, di tutti i paesi dell'Africa subsahariana, � quello pi� esposto a simili
flagelli.
Era proprio per sfuggire alle epidemie causate dalla Grande Fame che la madre di
Tafari Maconnen, Yeshimabet8, aveva lasciato la citt� murata di Harar per rifu-

/. La vittoria su Liggjasu

giarsi a Giarsagor�, sulle pendici del monte Abdulla. Padre di Tafari era il ras
Maconnen, cugino dell'imperatore Menelik e uno dei massimi dignitari dell'impero.
Al momento della nascita di Tafari, Maconnen era governatore della provincia di
Harar ed era il solo, fra i Grandi d'Etiopia, ad essere stato in Europa in missione
diplomatica9. Abile amministratore ed eccellente generale, sarebbe cresciuto nella
stima degli etiopici sino a diventare, negli anni successivi alla nascita di
Tafari, il capo pi� apprezzato dopo Menelik. Generalissimo alla battaglia di Adua
del 1� marzo 1896, sarebbe stato il maggior artefice della vittoria contro gli
italiani, rivelandosi uno straordinario stratega. Avrebbe inoltre ampliato l'impero
conquistando la provincia di Beni Sciangul e annettendo all" Harar la regione
dell'Ogaden dopo aver sconf�tto, ma non domato, il guerrigliero somalo Mohamed ben
Abdalla Hassan10. Virtuale ministro degli Esteri dal 1889, propugnatore
dell'apertura dell'Etiopia all'influenza europea - sar� lui a far entrare l'Etiopia
nell'Unione postale universale e a spezzare l'isolamento del paese con la
costruzione della ferrovia GibutiAddis Abeba - ras Maconnen finiva per accumulare
tanti meriti da indurre Menelik a designarlo come suo successore11.
Il medico e antropologo Lincoln De Castro, ufficiale sanitario della Regia
Legazione d'Italia ad Addis Abeba, incontrava ras Maconnen a Harar, nel 1901, e di
lui ha lasciato questo ritratto:
Intelligente, cortese, prudente e accorto faceva trasparire dal tratto signorile
l'origine della sua nobile stirpe. Accessibile ai progressi della civilt�, con le
sue esigenze ed i suoi vantaggi, li intuiva e vi si destreggiava a meraviglia. Era
religiosissimo, e nel discorrere prorompevano dalle sue labbra invocazioni da
asceta. Il suo volto magro, i suoi occhi intelligenti, il naso profilato e
aquilino, la bocca tumida e appena sorridente, davano l'impronta soffusa di una
severa dolcezza e serena mestizia. (...) Ospitale e finissimo nei riguardi
dovuParte prima L'irresistibile ascesa

ti all'ospite, sia inglese o francese o italiano, teneva ad apparirgli gentleman,


trespoli, molto per bene12.
Completava il ritratto Tafari Maconnen, che aveva per il padre un'autentica
venerazione:
La preoccupazione essenziale di mio padre era di riuscire gradito a Dio in tutte le
maniere. Era pronto ad aiutare con doni in denaro quelli che erano in difficolt�, a
rappacificare con Menelik coloro che erano caduti in disgrazia, a pregare
ogniqualvolta era libero dagli incarichi di governo, ad assistere monaci e preti
nei loro monasteri e nelle loro chiese13. (...) Come io crebbi, il desiderio
spirituale che mi guidava era di emularlo e di comportarmi secondo il suo
esempio14.
Quest'ansia di imitare il padre, non soltanto nel governo delle genti, ma anche nel
suo costante e gratificante rapporto con Dio e la Chiesa, gli derivava molto
probabilmente anche dall'istruzione che aveva ricevuto, molto ricca e diversificata
per un etiopico di quel tempo, e influenzata non da una, ma da due religioni,
quella copta e quella cattolica. Avendo toccato con mano, nei suoi viaggi in
Europa, quali erano i benefici dell'istruzione, ras Maconnen aveva voluto che
Tafari disponesse dei migliori insegnanti, etiopici e stranieri. All'et� di sette
anni, insieme ad Immir� Haile Sellase, cugino e inseparabile compagno di giochi -
"crescemmo insieme come se fossimo stati gemelli"15 - Tafari ebbe come precettore
un religioso copto, a�foz Wolde Kidan, che gli impart� l'istruzione che
generalmente veniva data ai figli dei grandi dignitari dell'impero: lo studio
dell'amarico e del ghez, la conoscenza del Vangelo, dei Salmi, delle preghiere
della messa, e di due fra i pi� importanti prodotti della cultura etiopica: il
Kebra Neghast, il libro della "Gloria dei Re", e il Fetha Neghast o "Legge dei Re",
una summa storica dell'Etiopia il primo, e un codice ecclesiastico e civile il
secondo. Religione, storia, diritto:

/. La vittoria su Liggjasu
con questi tre strumenti Tafari e Immir�, in un'Etiopia contadina, sostanzialmente
feudale e fortemente gerarchizzata, avrebbero dovuto un giorno esercitare l'arte
del comando, l'attivit� del giudice e la professione dell'uomo timorato di Dio.
Ras Maconnen era tuttavia persuaso che, anche se impartita con grande competenza,
un'educazione di tipo tradizionale non era sufficiente. Pertanto pregava il dottor
Joseph Vitalien, un francese della Guadalupa che dirigeva l'ospedale di Harar, di
insegnare il francese ai due cugini. E poich� il medico non riusciva a tenere tutti
i giorni le lezioni pattuite, ras Maconnen si rivolgeva a un suo vecchio e buon
amico, monsignor Andr� Jarosseau - che viveva a Harar dal 1882 e che dal 1900, con
il titolo di vescovo, guidava la Missione dei Galla - chiedendogli di indicargli un
professore di francese per suo figlio e per suo nipote. Non era la prima volta che
il governatore di Harar ricorreva alla Missione cattolica per consigli e aiuto. Nel
1895, sul punto di partire con il suo esercito per il Tigre, dove avrebbe battuto
gli italiani a Macall� e poi ad Adua, ras Maconnen si era recato alla Missione con
il piccolo Tafari, e a monsignor Taurin, il predecessore di Jarosseau, aveva
confidato: "Padre, il momento � venuto per me di correre il pi� grande rischio
della mia vita. Ci� che ho di pi� prezioso, vengo ad affidarvelo. Ecco mio figlio
Tafari; se io muoio, siate voi suo padre e Dio faccia il resto"16. Va segnalato che
ras Maconnen non affidava il proprio figlio al clero copto, peraltro ben
rappresentato ad Harar, ma a un vescovo cattolico, il che significava che egli non
era affatto settario e che, al contrario, aveva della religione una visione
moderna, ecumenica, cos� come, del resto, l'avrebbe avuta suo figlio Tafari.
Monsignor Jarosseau raccomandava a ras Maconnen, come insegnante di francese ma
anche di altre discipline, Vabba Samuel, un etiopico cattolico che avrebbe avuParte
prima L'irresistibile ascesa

to un'influenza determinante sulla formazione intellettuale e spirituale del futuro


imperatore. Per dieci anni sar� il vero tutore di Tafari, il quale cos� lo ricorda
nella sua autobiografia:
h'abba Samuel era un uomo buono, che possedeva una grande cultura, che si
consacrava allo studio e all'insegnamento, e che, con bont� ed umilt�, raccoglieva
da ciascuno il sapere, come fa l'ape. Consacrato all'amore di Dio e del prossimo,
non cercava le gioie della carne ma soltanto quelle dello spirito17.
Sulla formazione di Tafari avrebbe influito anche raonsignorjarosseau, e tra il
vescovo e il giovane principe si sarebbe stabilita una profonda amicizia,
interrotta solo dalla morte del pi� anziano, nel 1941. Di questo sodalizio restano
oltre 500 lettere, scambiate fra i due nell'arco di trent'anni.
La morte del padre
L'influenza di monsignor Jarosseau e di abba Samuel sul giovane Tafari era tanto
pi� intensa e continua in quanto ras Maconnen si assentava da Harar per periodi a
volte anche lunghissimi, sia per recarsi ad Addis Abeba a conferire con
l'imperatore, sia per difendere i confini meridionali dell'impero insidiati da
Mohamed ben Abdalla Hassan (1901 e 1903), sia per recarsi in missione in Europa
(1902). Il vescovo Jarosseau poteva ben dire ad Henri de Monfreid, tanti anni dopo,
nell'inverno del 1932: "S�, l'ho allevato io e soprattutto l'ho amato come se fosse
stato mio figlio e ancora l'amo". Ma alla domanda dello scrittore francese se la
sua influenza su Tafari fosse stata tale da indurlo a convertirsi al cattolicesimo
- come da anni si mormorava - il prelato rispondeva risentito:

/. La vittoria su Liggjasu

Cattolico! Ma non lo � mai stato. Mai egli ha pensato di rinnegare la religione dei
suoi antenati e io che avevo ricevuto l'anima di questo fanciullo come una cosa
sacra dalle mani di suo padre, potevo io fare un gesto per distoglierlo dalla sua
fede? No, egli ha conservato pura la religione di tutto il suo popolo e la sua
anima si � abbellita con le pi� belle virt� cristiane18.
Tafari Maconnen passava pi� tempo alla Missione che non nel palazzo di suo padre,
ma quando ras Maconnen ritornava dai suoi viaggi, allora non si staccava pi� da lui
e lo sommergeva di domande. Lo incuriosivano i racconti che riguardavano la Corte
imperiale, in quell'Addis Abeba tanto lontana e sognata, e non ancora conosciuta19.
Ma soprattutto lo incuriosivano i ricordi dei viaggi che il padre aveva fatto in
Europa, prima in Italia, poi in Gran Bretagna e Francia. Se Addis Abeba lo attraeva
irresist�bilmente perch� l� c'era il meglio dell'Etiopia e nella sua versione pi�
tradizionale e genuina, l'Europa lo affascinava perch� era un mondo estremamente
diverso, di cui gi� intuiva, non la superiorit�, ma l'indispensabile
complementarit� tecnica. Per tutta la vita, egli avrebbe cercato di armonizzare il
provincialismo etiopico con il modernismo europeo, senza mai rinnegare le
tradizioni, anche le pi� rozze, cos� come aveva fatto con la religione.
Per quanto ras Maconnen avesse avuto, da una precedente unione, un altro figlio,
ligg lima, al quale, oltretutto, doveva la vita sul campo di battaglia di Adua20,
egli non nascondeva la sua predilezione per il piccolo Tafari, il quale, nella sua
fragilit�, gli ricordava la moglie Yeshimabet, che egli aveva cos� teneramente
amato da rifiutarsi, dopo la morte di lei, di risposarsi, anche se il consiglio -
o, forse, l'ordine - gli giungeva dalla stessa imperatrice Tait�.
Il 1� novembre 1905 ras Maconnen elevava Tafari, poco pi� che tredicenne, alla
dignit� di degiac e gli affidava la regione del GaramuUata, un distretto montuoso

Parte prima L'irresistibile ascesa

non lontano da Harar. L'incarico era puramente simbolico, poich� Tafari non avrebbe
potuto, alle sua et�, esercitare le sue mansioni, che erano insieme amministrative,
giudiziarie e militari. Ma il padre gli affiancava, come tutore, uno sperimentato
funzionario, Ufitaurari Qolatch, perch� gli insegnasse i primi rudimenti dell'arte
di governare.
Tafari non avrebbe mai dimenticato la cerimonia di investitura, che si era tenuta
nel gheb� di ras Maconnen dentro la citt� murata di Harar, tra la moschea Giuma e
la chiesa copta del Salvatore. In segno di riconoscenza, e secondo il cerimoniale
di rito, aveva baciato il piede del padre; poi gli si era seduto accanto. A questo
punto, nella grande sala dei ricevimenti, erano stati ammessi gli ufficiali
dell'esercito del governatore e i pi� alti funzionari dell'amministrazione, ai
quali ras Maconnen aveva rivolto queste parole: "Tutti voi siete miei servitori,
che ho premiato e che amo, perci� vi affido, davanti a Dio, mio figlio Tafari. Il
suo destino � nelle mani del Creatore, ma io lo raccomando a voi e voi mi renderete
conto di ci� che avrete fatto per lui"21. Con il titolo di degiac, ras Maconnen
assegnava al figlio anche una residenza, in modo che potesse condurre una vita
autonoma, attorniato dai suoi tutori e dai suoi ufficiali.
Con i consigli e la protezione di ras Maconnen, designato oltretutto a succedere a
Menelik, era facile prevedere che il giovane Tafari non avrebbe incontrato ostacoli
nella sua ascesa al potere. Ma il destino avrebbe deciso altrimenti. Tafari sarebbe
ugualmente arrivato al trono, ma non con l'aiuto del padre, che si spegneva a
Collubi il 21 marzo 1906, per una malattia dalla diagnosi controversa.
La morte di ras Maconnen presenta ancora oggi molti lati oscuri. Non soltanto non
c'� unanimit� fra storici e testimoni sulle cause della morte, ma non c'� neppure
accordo sulla data di inizio del viaggio che gli sareb-

/. La vittoria su Liggjasu
be stato fatale. Secondo il biografo di ras Maconnen, Pierre P�trid�s, egli aveva
lasciato Harar, chiamato d'urgenza alla Corte da Menelik, il 17 marzo 1906. Due
giorni dopo si accampava in riva al fiume Burca, ma sentendosi indisposto, decideva
di fare ritorno ad Harar. Senonch�, giunto a Collubi, ras Maconnen non era pi� in
grado di cavalcare la mula ed era costretto a sostare nel villaggio, dove possedeva
una grande fattoria. Su questo itinerario � perfettamente d'accordo anche
l'imperatore Hail� Selassi�, ma egli fa partire il padre da Harar il 12 gennaio,
non il 17 marzo, mentre invece concorda con P�trid�s sulla data del decesso, che �
il 21 marzo. In altre parole, P�trid�s fa durare il viaggio e la permanenza a
Collubi cinque giorni, Hail� Selassi� ben sessantanove. Anche se l'Autobiografia
dell'imperatore, curata con estrema diligenza da Edward Ullendorff, dovrebbe
costituire la fonte pi� autorevole, sulle date del viaggio di ras Maconnen �
sicuramente in errore, poich�, anche se le cause della morte sono incerte, quasi
tutti propendono per una malattia dal corso rapido, quasi fulminante. E inoltre,
non aveva senso aspettare sessantanove giorni la morte nello squallore di Collubi,
quando ras Maconnen avrebbe potuto farsi trasportare ad Harar, che dista soltanto
cinquanta chilometri, e che oltretutto era dotata di un buon ospedale.
Secondo la datazione degli avvenimenti riferita da P�trid�s, che � quella corretta,
il 19 marzo il dottor Vitalien, che era al seguito di ras Maconnen, lo visitava e
diagnosticava una dissenteria. Il medico tranquillizzava l'ammalato sostenendo che
non c'era alcun motivo di allarmarsi: una cura a base di laudano e qualche giorno
di riposo lo avrebbero presto rimesso in piedi. Ma le condizioni del ras, invece,
peggioravano di ora in ora, tanto che il 20 marzo, avvertendo che stava perdendo le
forze e che faceva fatica a distinguere le persone che lo circondavano, dettava al
suo segretario due lettere, una indirizzata a Menelik, di

Parte prima L'irresistibile ascesa

cui non si conosce il contenuto, l'altra che conteneva le sue ultime volont� e in
cui egli diceva, fra l'altro: "Alla mia morte, voglio che tutti i miei schiavi
siano liberati"22. Chiedeva inoltre che si facessero venire da Harar il figlio
Tafari e il greco Jean Gerolimato, commerciante e insieme console di Gran Bretagna,
al quale era legato da profonda amicizia.
Tafari Maconnen e Gerolimato giungevano nella serata del 20 marzo a Collubi poco
prima che il ras entrasse in agonia. A Gerolimato, il governatore di Harar affidava
una borsa di documenti riservati pregandolo di conservarli in attesa che il figlio
Tafari raggiungesse un'et� pi� matura. Congedato Gerolimato, ras Maconnen chiamava
il figlio, il quale cos� ricorda l'ultimo suo incontro con il padre:
Quando entrai nella sua camera da letto, egli mi fece un segno con gli occhi di
sedermi accanto a lui, in quanto aveva difficolt� a parlare e ci� dimostrava la
gravit� del suo male. Poich� avevo intuito che il suo desiderio era che non mi
staccassi da lui, restai l'intera notte seduto al suo capezzale23.
Ras Maconnen spirava nella mattinata del 21 marzo e l'indomani il suo corpo veniva
trasportato ad Harar, dove trovava sepoltura nella chiesa di Tecla Haiman�t, poco
fuori le mura della citt�.
Sulle cause della sua morte c'� molta incertezza. Hail� Selassi�, nella sua
Autobiografia, non fa alcun cenno alla malattia che ha condotto il padre alla
morte. Il dottor Jacques Zervos, che ha ricevuto le confidenze di Gerolimato, parla
di "dissenteria fulminante"24, senza tuttavia poter stabilire se il male abbia
avuto un'origine bacillare oppure tossica, in quanto il collega Vitalien conservava
sull'episodio il silenzio pi� tenace. Harold G. Marcus, che � forse il pi� attento
studioso di Menelik e di Hail� Selassi� e che noni ha trascurato alcun archivio in
almeno tre continenti, cade per� in contraddizione so-

/. La vittoria su Liggjasu

stenendo, nella biografia di Menelik, che ras Maconnen � morto di "cancro allo
stomaco"25 e, in quella di Hail� Selassi�, che lo stesso � deceduto per il tifo26.
Pierre P�trid�s, dal canto suo, pur non parlando espressamente di morte per veleno,
lo fa supporre quando riferisce che il dottor Vitalien "non aveva osato assistere
al tazkar (ufficio funebre) sapendo che gli amici del ras lo guardavano con netta
ostilit�", e quando cita le parole del dottor M�rab: "La gente aveva attribuito la
morte del ras all'incapacit�, voluta o no, del suo medico; non posso dire di
pi�..."27. L'ipotesi del veleno viene avanzata anche da L�onard Mosley, il quale
precisa inoltre che la repentina scomparsa del ras non poteva che risultare gradita
all'imperatrice Tait�, la quale aveva altri disegni per la successione di Menelik:
Per quanto riguarda Tafari, la morte del padre non avrebbe potuto giungere in un
momento peggiore, ma per i nemici di Maconnen a corte essa arrivava molto a
proposito. Con una sola morte venivano eliminati due pretendenti al trono28.
Non avremmo raccolto queste voci, che mancano di ogni prova, se la pratica del
veleno come strumento risolutivo fosse sconosciuta in Etiopia. Ma non � cos�; lo
vedremo in occasione di altre morti misteriose.
Uno scontro senza esclusione di colpi
L'improvvisa morte di ras Maconnen aveva profondamente turbato Menelik29, che
perdeva non soltanto uno stretto parente, ma un amico, il consigliere pi� fidato,
il generale che gli aveva regalato la vittoria di Adua. Volendo che le esequie
assumessero una grandiosit� pari all'importanza del personaggio scomparso,
disponeva che la funzione religiosa (tazkar) non si sarebbe tenuta ad Harar, ma
alla sua presenza, ad Addis Abeba.
Parte prima L'irresistibile ascesa
La salma del ras, scortata dal figlio Tafar�, dai capi militari e civili dell"
Harar e da alcune migliaia di soldati, giungeva nella capitale il 27 aprile 1906
dopo una faticosa marcia di diciassette giorni, durante la quale la malaria aveva
fatto strage tra i componenti la colossale carovana. Il tazkar, presieduto dallo
stesso Menelik e officiato da centinaia di preti, si teneva il 30 aprile, dinanzi a
10.000 persone, in gran parte veterani di Adua. Alla fine della cerimonia, il servo
che portava la spada del ras defunto veniva a consegnarla al giovane Tafari, gesto
che significava il passaggio dei poteri dal padre al figlio e che era tanto pi�
importante in quanto riceveva l'assenso solenne degli astanti.
Gli onori riservati a ras Maconnen e, di riflesso, a suo figlio Tafari,
persuadevano i pi� fedeli ufficiali del ras defunto che Menelik avrebbe assegnato
il governo dell" Harar al degiac Tafari, che era stato indicato da ras Maconnen
come suo erede. Menelik, in realt�, avrebbe voluto onorare ulteriormente il cugino
premiando suo figlio, ma a trattenerlo dal prendere questa decisione era la
giovanissima et� di Tafari. L" Harar era una delle pi� vaste e ricche province
dell'impero, con una popolazione a maggioranza musulmana, e per di pi� confinava
con le colonie di tre grandi potenze europee: Francia, Gran Bretagna e Italia. Per
quanto precoce e diligente, Tafari non aveva che quattordici anni e sicuramente
avrebbe incontrato difficolt� insormontabili. Ad offrire una soluzione al delicato
problema interveniva l'imperatrice Tait�, la quale suggeriva al marito di assegnare
l" Harar al degiacl�ma, fratellastro di Tafari. Con questa designazione, Menelik
avrebbe conservato il feudo alla famiglia Maconnen e, allo stesso tempo, lo avrebbe
affidato a un uomo che aveva gi� trent'anni e una buona esperienza. Menelik
accettava volentieri il consiglio della moglie, anche se non ignorava che sulla
scelta di lima pesava il fatto che egli aveva sposato una nipote dell'imperatrice,
Assallafatch. Tait� ave-

/. La vittoria su Liggjasu

va infatti un ambizioso disegno politico, che cercava di realizzare attraverso


matrimoni dinastici e privilegiando il proprio parentado, e che avrebbe in parte
attuato dopo che Menelik, pi� volte colpito da apoplessia, non sarebbe pi� stato in
grado di governare.
Il 9 maggio 1906 Menelik annunciava pubblicamente che il governatorato dell" Harar
sarebbe andato al degiac lima, mentre a Tafari Maconnen sarebbe toccato il Salale,
una regione a nordest di Addis Abeba. La decisione imperiale deludeva fortemente
gli ufficiali che avevano promesso a ras Maconnen di avere cura di suo figlio,
tanto che alcuni di essi si rifiutavano di ritornare ad Harar con il degiac lima.
Anche per Tafari la rinuncia all" Harar, dove era nato ed aveva fatto le sue prime
esperienze di governo, costituiva una bruciante sconfitta, ma, allo stesso tempo,
egli gi� possedeva la virt�, che avrebbe poi sviluppato con gli anni, di saper
pazientare; cos� accettava volentieri la proposta di Menelik di restare ad Addis
Abeba, dove avrebbe potuto, attraverso un suo rappresentante, badare agli affari
del Salale, e trascorrere parte del suo tempo a Corte e parte nel liceo linguistico
che Menelik aveva da poco fondato e che era diretto dall'egiziano Hanna bey
Salib30.
Ad Addis Abeba il giovane Tafari trascorreva una delle stagioni pi� fruttuose e
felici della sua giovinezza. Per un ragazzo che aveva sempre vissuto nella
periferica e modesta Harar, Addis Abeba, con i suoi 50.000 abitanti, l'imponente
Gheb� di Menelik gi� dotato di illuminazione elettrica, le scuole, gli ospedali,
gli uffici postali e telegrafici, le legazioni straniere, gli alberghi, le strade
pavimentate e le prime automobili31, costituiva una continua attrazione, anche se,
accanto ai nuovi edifici in muratura, sopravvivevano le vecchie e sordide capanne
di fango e paglia, e lo smaltimento dei rifiuti era ancora affidato alle iene che
calavano di notte dalle alture circostanti. Nel Gheb� imperiale Tafari poteva
incontrare i pi�

Parte prima L'irresistibile ascesa

alti dignitari dell'impero, assistere alle sedute dello Zufan celot (la Corte
Suprema), apprendere le regole del cerimoniale, l'arte del buongoverno ed i segreti
confidati a fior di labbra: non c'era universit� al mondo in grado di superare il
Gheb� nell'insegnare l'arte di navigare a vista in un oceano cos� tempestoso come
quello della politica etiopica.
Tafari avrebbe fatto tesoro di questi insegnamenti, ma non avrebbe neppure
trascurato il liceo Menelik, dove avrebbe migliorato la sua conoscenza delle lingue
straniere e dove avrebbe incontrato i personaggi che, con lui, avrebbero fatto la
storia dell'Etiopia. Dal cugino Ligg Jasu, con il quale un giorno si sarebbe
misurato in uno scontro senza esclusione di colpi, all'amico di sempre Immir�
Sellase, al figlio di ras Gobena, Zeude, al futuro ras e ministro degli Interni
Ghetacci� Abate.
Al Gheb�, inoltre, Tafari aveva la fortuna di vedere quasi ogni giorno il re dei
re, il Grande Menelik. E non soltanto di vederlo, ma di parlargli e di partecipare,
nei giorni di bel tempo, alle sue passeggiate in citt�, a Entotto o ad Addis Alem.
Il passaggio della carovana imperiale era uno spettacolo indimenticabile. Dinanzi
alla carrozza dell'imperatore, trainata da otto cavalli bianchi, faceva da
battistrada un'orda di almeno cinquecento uomini in tunica bianca, i quali
brandivano fucili o spade corte.
Riferiva, visibilmente stupito, lo scrittore Georges R�mond:
Menelik era circondato dai suoi capi. Era anche in compagnia di alcuni giovani
principi, il ligg Abate, un ragazzo sveglio, il ligg Jasu, il ligg Tafari, figlio
di ras Maconnen, tutti e due delicati, di maniere squisite e timide, dalla pelle
bianca e dalle mani sottili da ragazza, dai grandi occhi dall'espressione dolce,
con l'aria tutta femminile dei piccoli ebrei. Menelik era curvo, appesantito,
potente e dava l'impressione di forza di un vecchio leone stanco, a riposo. Ma
l'intelligenza viveva tutta intera nei suoi occhi. Egli voltava da una parte e dal-

/. La vittoria su Liggjasu

l'altra la sua grossa testa fasciata da una benda bianca, riparata da un cappello
grigio a tesa larga, a la Mor�s, esaminando ciascuno, rispondendo ai saluti,
sorridendo, facendo avvicinare quelli che non conosceva, interrogando i principi32.
Questo stupendo ritratto di gruppo � del luglio 1909. I principi descr�tti avevano
rispettivamente sedici, tredici e diciassette anni, mentre il vecchio Menelik ne
aveva sessantacinque. Minato da una sifilide contratta in giovent�, l'imperatore
aveva gi� avuto, tra il 1904 e il 1909, alcuni attacchi apoplettici che lo avevano
costretto a limitare il lavoro e a ripartirlo fra nove ministri. Ma dopo l'attacco
subito il 28 ottobre 1909, che lo aveva completamente paralizzato, Menelik non era
pi� stato in grado di governare ed era vissuto come un vegetale sino al 1913, anno
della morte.
La lunga malattia di Menelik non poteva che nuocere alla carriera politica di
Tafari poich�, mentre diminuiva l'effettivo potere dell'imperatore, cresceva quello
della moglie Tait� che non aveva alcuna simpatia per la famiglia Maconnen. Il 10
ottobre 1907 moriva di polmonite il degiac lima e, ancora una volta, interveniva
l'imperatrice Tait� per impedire che l" Harar toccasse a Tafari. Vi andava il
degiac Balci� Abba Nefso, il quale aveva certo il merito di aver diretto ad Adua i
38 pezzi di artiglieria di Menelik, ma, allo stesso tempo, aveva anche la fama di
essere un pessimo amministratore, oltre ad essere considerato pi� nocivo di una
nube di cavallette. A Tafari toccava dividere, con il degiac Nado Abba Wallo, il
governatorato del lontano e selvaggio Sidamo, annesso da pochi anni all'impero e
ancora in preda a fremiti di rivolta. Questa volta, per�, Tafari non avrebbe
governato per interposta persona, cos� com'era accaduto per il Salale e il Baso, ma
si sarebbe recato di persona nella regione che gli era stata assegnata,
accompagnato da 3.000 uomini dell'esercito di suo padre e da provetti consiglieri
come il degiac Abba Tabor e il fitaurari Haile SellaParie prima L'irresistibile
ascesa

sie Abayneh. Nel Sidamo, Tafari avrebbe cominciato a esercitare la giustizia, il


mercoled� e il venerd� di ogni settimana; una pratica che non avrebbe mai smesso
sino al giorno della sua deposizione.
Il 18 maggio 1909, avvertendo che la sua salute stava sempre di pi� declinando,
Menelik designava come suo successore il nipote Ligg Jasu, figlio del potentissimo
ras Mikael dell'Uollo e di sua figlia, Scioaragasc. Ma poich� Ligg Jasu non aveva
che tredici anni, lo affidava in tutela a ras Tessemma Nadau, che veniva nominato
reggente e capo del governo. In ottobre, con l'uscita di scena dell'imperatore, a
contendersi il potere restavano soltanto Tait� e ras Tessemma Nadau, il quale
finiva per prevalere: il 21 marzo 1910, con un colpo di mano toglieva
all'imperatrice ogni potere e la confinava nel Gheb� con la sola mansione di
assistere l'imperiale consorte. Ras Tessemma Nadau, per�, non avrebbe goduto a
lungo della sua vittoria perch� nel 1911 veniva stroncato da un colpo apoplettico,
lasciando l'Etiopia nelle mani di un ragazzo, il quale, fra l'altro, non godeva
delle simpatie della classe dominante etiopica, perch� di origine galla e figlio di
un musulmano convertito forzosamente al cristianesimo.
Dallo scontro fra ras Tessemma Nadau e l'imperatrice Tait� doveva risultare
favorito Tafari Maconnen, il quale, il 3 marzo 1910, poteva finalmente ottenere il
governatorato di Harar, ma non senza pagare un forte pedaggio: doveva giurare
davanti all'arcivescovo copto Mattheos e al reggente Tessemma Nadau che n� lui n�
alcuno dei suoi ufficiali avrebbero tramato per impadronirsi del trono di Ligg
Jasu, mentre il giovane imperatore si impegnava a mantenere il cugino nel governo
dell" Harar33. Con questo accordo al vertice - che tacitava con l'ambito
governatorato dell" Harar uno dei pretendenti al trono - la pace sembrava
assicurata per anni. Ma non sarebbe andata cos�. Un giorno, fra i due cu-

/. La vittoria su Liggjasu
gini, sarebbe esploso uno scontro che si sarebbe concluso nel 1916 con la sconfitta
e la detronizzazione di Liggjasu.
Fra i due giovani, pur cresciuti insieme alla Corte di Menelik, non c'era mai stata
una grande simpatia. Erano troppo diversi, fisicamente e intellettualmente, per
intendersi: Liggjasu era alto, forte, con lineamenti belli e regolari, mentre
Tafari era piccolo, gracile, con un naso rilevante che, con gli anni, si sarebbe
fatto sempre pi� adunco. Il primo era un perfetto cavaliere, un eccellente atleta e
aveva un debole per le donne e l'idromele. Il secondo amava le buone letture e
avrebbe avuto una sola donna nella vita, l'imperatrice Menen. Ligg Jasu era
indeciso fra il cristianesimo e l'islam, tanto che sarebbe stato accusato di
essersi convertito alla religione del Profeta. Tafari, al contrario, era uno
scrupoloso osservante della fede dei suoi padri. Infine, Liggjasu amava il potere,
ma non sopportava di esercitarlo all'interno del Gheb�, che sentiva stretto come
una gabbia. Tafari era invece affascinato dal Gheb�, dal suo complicato
cerimoniale, dai simboli del potere, dalla stessa corte dei miracoli che lo
popolava.
Le accuse che verranno formulate contro il giovane imperatore nei suoi anni di
regno (1911-1916) sono molto gravi, tali da distruggere totalmente la reputazione
di un sovrano, ma alcune sono ancora oggi da provare, mentre l'immagine di Ligg
Jasu � stata invece irrimediabilmente offuscata. Secondo i suoi avversari politici
e la maggioranza degli storici, che supinamente hanno accettato la versione dei
fatti rilasciata dai vincitori dello scontro fra Tafari e Jasu, l'imperatore si
sarebbe reso colpevole di una serie di misfatti.
Innanzitutto sulla sregolatezza e le tendenze criminali di Ligg Jasu concordano
pienamente le testimonianze etiopiche e i rapporti delle legazioni straniere ad
Addis Abeba. Secondo il ministro britannico Wilfred Thesiger,
Parte prima L'irresistibile ascesa
il giovane imperatore, nelle sue scorribande notturne fra bordelli e teccerie della
capitale, era seguito,
da una folla mista di armeni, turchi, greci e abissini che si dice l'abbiano
incoraggiato in varie stupide orge. Batte gli ufficiali di Menelik con un bastone e
ha colpito alcuni ministri apertamente in pubblico, sul campo di polo34.
Persuaso che avrebbe raggiunto l'autorit� di capo supremo soltanto facendosi una
reputazione sui campi di battaglia, Liggjasu guidava nel 1912 una spedizione
punitiva nell'Uollega e nel Ghimirra, seguita, nel 1913, da un'analoga spedizione
in Dancalia. Da entrambe le imprese, caratterizzate da continue e inutili
carneficine, ritornava con migliaia di schiavi, che poi metteva in vendita
realizzando ingenti guadagni. "Gli piace veder scorrere il sangue", commentava
laconicamente Thesiger in un suo dispaccio a Londra35.
In secondo luogo, con la scusa di dover domare le non infrequenti ribellioni nelle
regioni meridionali dell'impero, Liggjasu si assentava da Addis Abeba per molti
mesi sottraendosi ai suoi doveri di imperatore. Dopo la morte di Menelik, nel 1913,
aveva accentuato questa tendenza, tanto che trascorreva pi� tempo nei possedimenti
del padre che nella capitale. Questa scelta di vivere nell'Uollo rispondeva ad un
preciso disegno: quello di spostare a Dessi� il baricentro dell'impero e di
sottrarsi all'influenza della classe dominante scioana. L'elevazione del padre
Mikael alla dignit� di negus e le straordinarie feste per la sua incoronazione
costituivano un'aperta sfida a coloro che per secoli avevano egemonizzato il
potere. Il 13 novembre 1915, il ministro italiano ad Addis Abeba, conte Colli di
Felizzano, faceva notare al ministro degli Esteri Sidney Sonnino che "il dualismo
di poteri e di idee fra il governo di Addis Abeba e quello di Dessi�" si era accen-
/. La vittoria su Ligg Jasu

Il governo di Addis Abeba � sinceramente favorevole alle Potenze dell'Intesa,


mentre l'atteggiamento di Ligg Jasu e del Negus Mikael � pi� incerto ed oscuro, e
ad esso ora fan capo manovre turcotedesche36.
Inoltre, l'accusa pi� grave e infamante mossa nei confronti di Ligg Jasu, era
quella di apostasia. Secondo il documento segreto compilato in occasione della sua
deposizione, l'imperatore si era convertito all'islam e le prove, a riguardo, erano
schiaccianti: si era unito in matrimonio con quattro donne, precisando che il
Corano glielo consentiva37; aveva costruito una moschea a Giggiga con i fondi dello
Stato; era stato visto pregare in una moschea indossando abiti e turbante
musulmani; sul copricapo delle sue guardie del corpo aveva fatto ricamare la
scritta "non c'� altro Dio all'infuori di Allah"; aveva infine convocato ad Harar i
pi� importanti sceicchi della regione per convincerli, tavole genealogiche alla
mano, che egli discendeva direttamente dal profeta Maometto38.
Lo si riteneva infine responsabile di aver dato ascolto ai rappresentanti in
Etiopia della Turchia e degli Imperi Centrali, che lo invitavano ad assumere la
guida di una gigantesca jihad (guerra santa) antieuropea, le cui prime tappe
avrebbero portato alla liberazione dell'Eritrea, della Costa Francese dei Somali,
del Somaliland e della Somalia Italiana. A riprova di questo disegno, gli
oppositori dell'imperatore citavano il concentramento di 150.000 soldati del negus
Mikael ai confini con l'Eritrea; l'invio di carovane con armi al nemico di sempre,
il somalo Mohamed ben Abdalla Hassan, diventato all'improvviso un alleato di Jasu;
e, infine, le periodiche e vibrate proteste dei rappresentanti ad Addis Abeba delle
potenze dell'Intesa: l'italiano Colli di Felizzano, il francese Brice e l'inglese
Thesiger.
C'era del vero in queste accuse. Ma c'era anche del falso, o meglio si trattava di
semplici congetture. Inoltre

Parte prima L'irresist�bile ascesa

alcuni addebiti, a un pi� attento e meno fazioso esame, trovavano una loro
giustificazione. Sul piano morale, Ligg Jasu era sicuramente indifendibile e aveva
ragione Hail� Selassi� quando scriveva, nelle sue memorie, che egli aveva
"allegramente invaso le tranquille province dell'Uollega, del Ghimirra, dell'Adal,
massacrando la gente"39. Ma anche il grande Menelik aveva guidato, negli ultimi due
decenni del XIX secolo, mostruose zemecci� (razzie) che gli avevano fruttato tanti
schiavi da potersi pagare, con il ricavato della loro vendita, il moderno riarmo
dell'Etiopia40. Il nipote non aveva fatto altro che ripercorrere le orme del nonno,
forse aggiungendovi, di suo, un particolare sadismo e l'ebbrezza di fare le cose in
grande come quando aveva deportato dal Ghimirra 40.000 persone, met� delle quali
sarebbero morte di stenti sulla strada per Addis Abeba41. Fintantoch� la tratta
degli schiavi non fosse stata proibita (e ci� avverr� soltanto a cominciare dal
1920), le zemecci� avrebbero continuato a essere considerate, oltre che uno
strumento punitivo, un fatto economico di grande rilevanza; quindi nulla di
infamante, ma una pratica ben radicata nella tradizione.
Anche l'accusa che Ligg Jasu tendesse a fare di Dessi�, in piena regione galla, il
nuovo centro del potere, rispondeva sicuramente al vero: nonostante fosse stato
allevato alla Corte di Menelik, ossia nel cuore dell'orgoglio scioano, Ligg Jasu si
sentiva galla, come il padre Mikael e, in quanto componente di una minoranza etnica
e religiosa da secoli oppressa e umiliata, meditava di prendersi una rivincita. Ma
ci� non significava, come invece sostenevano i suoi avversari, che egli intendesse
sostituire la Chiesa copta con l'islam e la classe dominante scioana con una nuova
classe espressa dalle minoranze etiopiche. Da quel poco che Ligg Jasu � riuscito a
realizzare nel suo breve e contestato regno si ricava invece l'impressione che egli
abbia cercato di eliminare

/. La vittoria su Liggjasu
le ingiustizie pi� evidenti ponendo sullo stesso piano tutti i popoli dell'impero.
In quest'ottica vanno viste le aperture ai somali dell'Ogaden, alle popolazioni
dell" Hararino e della Dancalia. Si trattava, evidentemente, di un disegno
farraginoso e scoordinato e spesso contraddetto dalla crudelt� delle zemecci�; ma
va anche ricordato che il suo ideatore era un ragazzo che avrebbe concluso la sua
carriera di imperatore a poco meno di vent'anni.
L'accusa pi� grave, quella di apostasia, riposava su prove molto fragili. Il fatto
che si fosse unito in matrimonio con quattro ragazze musulmane rispondeva pi� al
suo disegno di allearsi politicamente con i loro padri, ricchi, nobili e potenti,
che non al desiderio di voler usufruire di una libert� concessa dal Corano. E poi
non andava dimenticato che Liggjasu aveva precedentemente sposato, e poi ripudiato,
anche tre fanciulle cristiane della nobilt� dell'Uollega, del Goggiam e dello
Jeggi�. Se era poi vero che aveva costruito a Giggiga una moschea con denaro
pubblico, era altrettanto vero che aveva edificato la chiesa copta di Qachane
Madhane Alem, nei sobborghi settentrionali di Addis Abeba, e che aveva compiuto
munifiche donazioni alla celebre citt� conventuale di Debr� Liban�s; ma di questi
fatti i suoi avversari tacevano. Gli episodi, poi, di lui che pregava in una
moschea con il turbante in testa e delle sue guardie che indossavano copricapi con
scritte di omaggio ad Allah, avevano pi� il taglio del pettegolezzo che non della
cronaca.
Notizie sulla conversione di Liggjasu all'islam erano state raccolte anche dai
diplomatici stranieri presenti ad Addis Abeba. Colli di Felizzano, ad esempio,
informava Sonnino, il 13 novembre 1915, che Liggjasu aveva "simpatie per
l'islamismo" e che era "sua intenzione convertirsi" a questa religione42. Ma il 24
maggio 1916, dopo aver incontrato il sovrano e aver avuto con lui un lunParte prima
L'irresistibile ascesa

go colloquio chiarificatore, mandava a Sonnino un rapporto molto rassicurante nel


quale cos� si esprimeva:
Liggjasu ha ascoltato attentamente quanto gli ho detto e mi ha risposto, in forma
ugualmente chiara e precisa, che l'accusa che gli � mossa di sentimenti favorevoli
all'islamismo e delle sue intenzioni di convertirsi a quella religione non ha
fondamento e che la sua condotta tende unicamente ad attirare a s� le popolazioni
musulmane dell'Impero, che finora furono abbandonate e perseguitate e che rimasero
perci� in stato di quasi ribellione verso il Governo etiopico, assicurandomi di
essere egli stesso persuaso che sarebbe la pi� stolta delle follie, da parte sua,
il pensare di convertirsi all'islamismo e di fare dell'Abissinia un Impero
musulmano43.
Nello stesso colloquio - riferisce Colli di Felizzano -l'imperatore, pur
riconoscendo che
gli agenti turcotedeschi, nei quali ha dichiarato di non avere alcuna fiducia, si
adoperano in tutti i modi per turbare le relazioni fra l'Abissinia e le potenze
dell'Intesa, mi ha assicurato formalmente ed esplicitamente che tanto lui che il
suo Governo sono fermamente decisi a respingere ogni lusinga ed ogni incitamento,
mantenendosi nella pi� stretta neutralit�44.
Il ministro Colli precisava di ritenere "rassicuranti" le dichiarazioni di Ligg
Jasu e di averne dato comunicazione ai colleghi di Francia e Inghilterra, "che
dividono la mia opinione"45.
Se infine era vero che Liggjasu, nell'agosto del 1914, subito dopo lo scoppio della
prima guerra mondiale, aveva "segretamente ordinato ai suoi capi di incominciare
preparativi di guerra"46, e che a settembre si era sparsa la "voce di una prossima
apertura di ostilit� contro l'Italia"47, era anche vero che l'allarme era rientrato
e che il 22 giugno 1915 Colli poteva tranquillizzare Sonnino:

/. La vittoria su Liggjasu

La situazione interna dell'Abissinia � tanto precaria e il malcontento contro Ligg


Jasu � cos� generale, che difficilmente questi potrebbe assumere una qualsiasi
azione offensiva contro una Potenza europea48.
I fatti gli avrebbero dato ragione. Anche se non si pu� escludere che il giovane
imperatore, dalla fertilissima immaginazione, abbia accarezzato il progetto di
scatenare una jihad nel Corno d'Africa per liberare le popolazioni oppresse dal
colonialismo e per emulare le gesta del leggendario Mahdi di Khartum, la situazione
interna dell'Etiopia era tuttavia cos� incerta da sconsigliargli qualsiasi impresa.
Il 27 aprile 1916 Colli avvertiva Sonnino che non era "da escludere che da un
giorno all'altro debba sorgere e divampare la rivoluzione" e preannunciava, da
quell'eccellente osservatore che era, che il comportamento di Ligg Jasu poteva
"costargli il trono e portare l'Abissinia alla guerra civile"49.
In sostanza, non aveva torto Bahru Zewde50 che cercava, almeno parzialmente, di
riabilitare l'imperatoreragazzo, al quale si potevano sicuramente addebitare
sfrenati appetiti sessuali, "la crudelt�, l'arroganza e il potere dispotico"51, ma
non tutte le colpe che i suoi avversari erano andati accumulando contro di lui.
Uno degli accusatori pi� implacabili di Liggjasu era il cugino Tafari Maconnen.
Eppure, dapprincipio, egli non aveva esitato a chiedere l'aiuto dell'imperatore per
risolvere un suo delicato problema sentimentale. Innamoratosi, infatti, di Menen,
moglie dell'anziano ras Lui Seghed, e deciso a condurla con s� ad Harar, dove
l'avrebbe sposata nel luglio del 1911, aveva goduto della complicit� di Liggjasu
per soffocare lo scandalo, che gi� gli era costato la scomunica da parte dell'abuna
Mattheos. Con ogni probabilit� l'intesa fra i due cugini sarebbe potuta durare pi�
a lungo se l'imperatore non avesse commesso, il 15 maggio 1916, l'imperdonabile
errore di convocare Tafari ad Addis Abeba per comunicargli che gli toParte prima
L'irresistibile ascesa

glieva il governatorato dell" Harar per assegnargli quello della remota provincia
del Caffa: una destinazione che equivaleva all'esilio. Liggjasu correva il rischio
di infrangere un solenne giuramento per la semplice ragione che si era reso conto
che Tafari Maconnen, con il suo prest�gio, il suo esercito personale e la sua
posizione strategica ad Harar, poteva trasformarsi, da rivale potenziale, in
concorrente effettivo, mentre lontano, nel Caffa, non avrebbe pi� potuto costituire
una minaccia. Ma c'era un altro motivo per cui l'imperatore aveva deciso di
togliere VHarar a Tafari e di assumerne personalmente il governatorato nell'agosto
del 1916. Egli voleva fare di questa provincia, dove coabitavano diverse etnie, un
laboratorio politico per realizzare quella riconciliazione nazionale fra cristiani
e musulmani di cui aveva parlato con Colli di Felizzano.
Con la sua decisione avventata, Liggjasu non faceva altro che affrettare i tempi
della sua caduta. Libero dal suo giuramento con il cugino, Tafari Maconnen prima si
preoccupava di porre in salvo la moglie e il figlio rimasti intrappolati ad Harar,
poi si gettava a capofitto nella congiura che si stava ordendo ad Addis Abeba
contro l'imperatore. Nelle sue memorie, Tafari cerca di accreditare la versione
della sua assoluta estraneit� al colpo di Stato52, precisando di essere stato
consultato soltanto all'ultimo momento, il che gli consentiva di offrire di s�
l'immagine di un uomo al di sopra delle parti, che si piega alla volont� popolare
soltanto perch� la patria � in pericolo. Ma si tratta di una versione del tutto
inattendibile, concertata vent'anni dopo gli avvenimenti nel triste esilio di Bath,
in Inghilterra. In realt� Tafari era dentro alla congiura sino al collo, almeno
alla stregua dei ras Kassa Hail� e Uolde Ghiorgh�s. Con molta probabilit� ha anche
messo mano al documento di accusa contro Liggjasu ed � stato sicuramente in
contatto con le legazioni di Francia, Gran Bretagna e Italia, da do-

/. La vittoria su L�ggjasu

ve giungevano continui ed espliciti incoraggiamenti ad agire.


Secondo il piano dei congiurati, la deposizione di Ligg Jasu doveva essere
preceduta da una sua condanna pubblica, resa ancora pi� efficace da una scomunica.
Ma l'arcivescovo Mattheos era rest�o a concederla, sostenendo che mancavano prove
convincenti della conversione dell'imperatore all'islam. Ad accelerare i tempi del
colpo di Stato interveniva per� la nota congiunta, presentata al governo etiopico
il 12 settembre 1916 dai rappresentanti ad Addis Abeba di Gran Bretagna, Francia e
Italia, con la quale i tre diplomatici denunciavano le collusioni fra l'imperatore
e il capo dei guerriglieri somali Mohamed ben Abdalla Hassan, e la loro intenzione
di porre in esecuzione la ventilata jihad. La nota preannunciava inoltre l'embargo
totale delle armi nei riguardi dell'Etiopia.
Il documento, che richiedeva una sollecita risposta, veniva interpretato dai
congiurati come un ulteriore invito a entrare in azione. Il 27 settembre i membri
del Governo, le pi� alte cariche della Chiesa copta e un gruppo di aristocratici
scioani e amhara si riunivano nella sala del Tribunale Supremo all'interno del
Gheb� imperiale. Vinte anche le ultime resistenze dell'abuna Mattheos, veniva data
lettura del documento di accusa, il cui incipit diceva: "Allo scopo di sterminarci,
Ligg Jasu si � convertito all'islam. Perci�, d'ora innanzi non ci sottometteremo
pi� a lui. Noi non porremo un re musulmano sul trono di un re cristiano. Noi
abbiamo molte prove della sua conversione"53. Seguiva l'elenco delle accuse.
Il documento si concludeva con questo annuncio: "Avendolo [Ligg Jasu] dunque
deposto, abbiamo posto sul trono la uizer� Zaodit�, figlia dell'imperatore Menelik.
Abbiamo inoltre designato il degiac Tafari, figlio di ras Maconnen, principe
ereditario, con il rango di ras e l'incarico di Reggente dell'Impero"54. Seguiva
l'annun-
Parte prima L'irresistibile ascesa
ci� della scomunica di Liggjasu fatto dal riluttante arcivescovo Mattheos. Se la
scelta di Zaodit� era scontata, pi� difficile da spiegare era quella di Tafari, che
non godeva ad Addis Abeba di molti sostenitori, che non aveva ancora compiuto
imprese memorabili e che, per nascita, era sicuramente in buona posizione per
aspirare al trono, ma non era il solo. E molto probabile che sulla sua designazione
abbia anche influito il giudizio dei ministri plenipotenziari inglese e francese ad
Addis Abeba, i quali lo ritenevano, fra i principi etiopici, il pi� equilibrato,
progressista e aperto all'Europa. Il suo potere, comunque, si sarebbe rivelato agli
inizi molto limitato, sia perch� l'imperatrice Zaodit� non si sarebbe accontentata
di avere un ruolo puramente simbolico, sia perch� il Consiglio dei ministri, in
considerazione della giovane et� di Tafari, gli avrebbe affiancato il ministro
della Guerra, fitaurari Hapte Ghiorgh�s. Questa sorta di triumvirato sarebbe durato
un decennio, sino alla morte di Hapte Ghiorgh�s, nel 1926.
Ad Harar, intanto, Ligg Jasu aveva appreso di essere stato deposto, scomunicato e
sul punto di venire arrestato. Ma non si perdeva d'animo e, raccolto un certo
numero di soldati, ne affidava il comando al degiac Gugsa Alvo. Avendo inoltre
saputo che Tafari Maconnen gli stava inviando contro un esercito al comando del
temibile degiac Aja�eu Burr�, abbandonava Harar e andava temerariamente incontro
all'avversario, pur sapendo che questo, disponendo di 15.000, uomini era molto pi�
forte. Lo scontro avveniva il 6 ottobre nelle vicinanze della stazione ferroviaria
di Miesso, a mezza strada fra Addis Abeba e Dire Daua, e si concludeva con la netta
vittoria di Ajaleu Burr�. Liggjasu si salvava a stento fuggendo in treno a Dire
Daua, per poi rifugiarsi nei territori inospitali degli Afar, dove avrebbe vissuto
per cinque anni, passando da un rifugio all'altro, sempre braccato55.
Ma il vero pericolo non era Liggjasu, ma suo padre,

/. La vittoria su Liggjasu
il negus Mikael, che disponeva del pi� temibile esercito dell'impero, forte di
100.000 uomini, 13 mitragliatrici pesanti e di cannoni di piccolo calibro. Al 3
ottobre Tafari, non avendo che 16.000 uomini per difendere Addis Abeba, cercava di
guadagnare tempo inviando messaggi concilianti al negus Mikael nella speranza che
rinunciasse a marciare sulla capitale. Ma il negus non cadeva nel tranello e,
lasciata Dessi�, il 17 ottobre conseguiva il suo primo successo sbaragliando
l'avanguardia dell'esercito lealista nella localit� di Tor� Mask, nei pressi di
Ancober. La situazione sembrava veramente disperata, ma ras Tafari riusciva a
mobilitare, fra il 3 e il 20 ottobre, circa 80.000 uomini, che poneva agli ordini
del^ �taurari Hapte Ghiorghis, di ras Demissi� e di ras Kassa Hail�, il pi�
importante esponente dell'aristocrazia etiopica.
Dopo essersi fronteggiati per un giorno, nella localit� di Sagale, a ottanta
chilometri da Addis Abeba, il 27 ottobre 1916 i due eserciti si davano battaglia, e
alla sera, dopo un'intera giornata di furiosi combattimenti, il negus Mikael veniva
sconfitto e fatto prigioniero.
Dopo la battaglia di Adua, quella di Sagale era senza alcun dubbio la pi�
sanguinosa: i morti, fra gli UolloGalla, erano 8.000; 3.000 fra i governativi56. A
decidere le sorti della battaglia, oltre che l'abilit� del ministro della Guerra
Hapte Ghiorghis, erano state le mitragliatrici fornite tempestivamente a Tafari
dalla Francia e l'impeto dei tripoloc, quei soldati etiopici che avevano servito
l'Italia nelle sue campagne libiche. Anche se il ruolo di ras Tafari, nella
battaglia, non era stato dei pi� risolutivi, egli si era comunque battuto con
onore: non era un uomo di guerra, ma a Sagale aveva rivelato un coraggio fisico e
uno sprezzo del pericolo non comuni, lo stesso coraggio che avrebbe dimostrato,
vent'anni dopo, a Mai Ceu, nell'ultima battaglia contro le armate di Badoglio.
Il 2 novembre V enderassi� (reggente) Tafari ritornava

Parte prima L'irresistibile ascesa

ad Addis Abeba alla testa dell'esercito vittorioso e partecipava, nell'ippodromo di


Janhoy Meda, alla sfilata che offriva come "piatto forte" il negus Mikael e i suoi
generali in catene. Questo di Sagale era il primo, grande successo di Tafari;
militare e insieme politico. Se a Sagale avesse perso la partita, la storia
dell'Etiopia si sarebbe fatta senza di lui. Aveva appena 24 anni e gi� faceva parte
di un solido, anche se disomogeneo, triumvirato. Durante i cinque anni di regno di
Liggjasu aveva dimostrato di saper pazientare e incassare anche i colpi pi�
tremendi. Messo alle strette, aveva saputo reagire con estrema prontezza e perizia,
dando alla congiura una dimensione inedita per l'Etiopia: nata nel Gheb�, della cui
filosofia Tafari era diventato uno dei maggiori interpreti, ne travalicava i
confini per diventare un fatto nazionale, con risvolti internazionali. l'11
novembre 1916, Francia, Gran Bretagna e Italia si affrettavano a riconoscere il
nuovo governo etiopico, della cui nascita erano in parte responsabili.
A godere del successo di ras Tafari Maconnen non era presente abba Samuel, l'uomo
che pi� degli altri aveva influito sulla sua formazione morale e culturale. Poco
pi� di un anno prima era morto annegato nel lago Aramaio durante una gita in barca
con Tafari e altri amici. Nelle sue memorie Hail� Selassi� avrebbe ricordato il
grave episodio57, ma non avrebbe speso una sola parola per rammentare quello che
era stato, nello stesso tempo, suo maestro, consigliere e segretario. La
dimenticanza diventava ancora pi� grave e inspiegabile se si accettava,
dell'incidente sul lago, la versione che ne dava monsignor Jarosseau, secondo il
quale abba Samuel era morto dopo aver aiutato Tafari a mettersi in salvo.

IL VIAGGIO IN EUROPA
Le prime riforme
L'11 febbraio 1917, a quattro mesi dalla caduta di Ligg Jasu, la figlia di Menelik,
Zaodit�, veniva incoronata imperatrice nella cattedrale di San Giorgio, costruita
dall'italiano Castagna1. Per la prima volta nella storia dell'Etiopia erano
presenti alla cerimonia non soltanto i massimi dignitari dell'impero, ma anche i
governatori delle colonie che confinavano con l'Etiopia, mentre si erano
autoesclusi i rappresentanti di Germania e Turchia, dopo che il nuovo governo
etiopico aveva pubblicamente sposato la causa degli Alleati. Per l'incoronazione
erano stati fatti affluire nella capitale, da tutte le regioni dell'impero, oltre
100.000 soldati che avrebbero fatto ala al passaggio dell'imperatrice dal Vecchio
Gheb� alla cattedrale.
Uno dei presenti alla cerimonia, Leland Buxton, cos� descrive l'ingresso del corteo
imperiale nel recinto dell'edificio religioso:
Finalmente la nuova Imperatrice apparve. Indossava un abito di velluto color
cremisi con ricami d'oro e aveva il viso coperto solo parzialmente. Non � per
niente una bellezza, ma ha tratti gradevoli anche se piuttosto mongoloidi. Dietro
di lei c'era il suo parente, ras Tafari, che � stato proclamato erede al trono ed �
il vero signore dell'Impero. E un uomo miParte prima L'irresistibile ascesa
nuto e bello, di carnagione chiara e di tipo semitico, in breve un personaggio del
Vecchio Testamento. Zaodit�, che porta un'alta e magnifica corona, va a sedersi sul
trono, che � in parte nascosto da cortine rosse, verdi e gialle, i colori
dell'Abissinia2.
Un altro testimone, lo scrittore Andr� Armandy, completava il ritratto di Zaodit�
con queste parole: "Non fosse stato per il rapido bagliore delle sue vigili
pupille, la si poteva prendere per un idolo oscuro. Cos� troneggiava, impassibile,
ieratica, ma attenta a tutto, la regina dei re d'Abissinia"3.
Nel discorso dell'incoronazione, Zaodit�, intenzionata a emulare il padre, si
impegnava a "salvaguardare il paese senza fare ingiustizie e senza far soffrire i
poveri" e invitava inoltre coloro che avevano subito dei torti "a renderli noti al
suo rappresentante, l'erede al trono, ras Tafari"4. Questo e altri consimili
episodi potevano far pensare che fra l'imperatrice Zaodit� e ras Tafari ci fosse
una perfetta identit� di vedute e la massima collaborazione. Ma la realt� era ben
diversa. Per quanto fossero parenti - avevano in comune il bisnonno, il re dello
Scioa, Sahle Selassie - e nonostante avessero patito entrambi per le angherie di
Ligg Jasu, erano troppo diversi per educazione, temperamento e finalit�, per poter
andare d'accordo. Zaodit� sapeva appena leggere e le sue uniche letture erano i
libri religiosi. Tafari, al contrario, aveva ricevuto una buona educazione
superiore, leggeva regolarmente alcuni giornali stranieri ed era dotato di una
curiosit� senza limiti. Era perci� ineluttabile che Zaodit� finisse per
rappresentare le forze tradizionali, fortemente ancorate al passato e timorose di
ogni cambiamento, cos� come era inevitabile che ras Tafari avrebbe finito per
appoggiare la corrente progressista che si stava manifestando nel paese,
sfruttandone le spinte e cercando di piegarla ai suoi voleri.
Secondo gli accordi del 27 settembre 1916, pattuiti al

//. Il viaggio in Europa

momento della destituzione di Liggjasu, i ruoli erano stati cos� definiti:


all'imperatrice toccava l'onore della Corona e del Trono, mentre al principe
ereditario e reggente plenipotenziario erano assegnate tutte le incombenze di
governo, l'incarico di selezionare, nominare e licenziare gli ufficiali
dell'esercito, emettere sentenze in ultima istanza nei processi civili e penali, e,
infine, intrattenere i rapporti con i governi stranieri5. Se eseguiti alla lettera,
questi accordi avrebbero fatto di Zaodit� un puro simbolo della nazione, mentre Taf
ari sarebbe venuto a disporre di tutti i poteri. Era naturale che una simile
divisione dei ruoli avrebbe finito, presto o tardi, per scontentare l'imperatrice e
le forze da lei rappresentate. Si tenga anche presente che Zaodit� non aveva per
nulla gradito che Tafari le avesse imposto di divorziare dal marito, ras Gugsa
Oli�, che sembrava implicato in una delle tante congiure ordite dall'intramontabile
Tait�6. Per quattordici anni, tanto sarebbe durato il burrascoso sodalizio fra
Zaodit� e Tafari, il Vecchio Gheb�, gi� noto covo di vipere, avrebbe toccato
l'apogeo del sospetto, della maldicenza, della ruffianeria.
Nelle sue memorie, Tafari non nasconde i contrasti con l'imperatrice, ma ne
attribuisce la causa ai cattivi consiglieri di cui Zaodit� si era circondata e il
cui unico scopo, sottolineava, era quello di "distruggere la nostra unit�" e di
"renderci estranei l'uno all'altra"7. Per dimostrare quanto fossero spudorati
questi consiglieri, Tafari ricordava che in seguito alla sua decisione di concedere
alla societ� francese Bayard il diritto di estrarre alcuni minerali, era stato
accusato di infliggere un grave danno alla nazione; e inoltre, avendo deciso di
acquistare in Francia un aeroplano da adibire al servizio postale, il "partito"
dell'imperatrice aveva fatto circolare la notizia che con questo strumento
"infernale" egli avrebbe potuto privare Zaodit� di tutti i suoi poteri8.
Certo non era facile per Tafari governare il paese di-
Parte prima L'irresistibile ascesa
sponendo di poteri che gli venivano di continuo contestati o addirittura negati. "A
volte - scriveva nelle sue memorie - l'imperatrice seguiva i consigli di uomini che
erano alla ricerca soltanto del loro profitto. Per cui incontrai grosse difficolt�
nel portare avanti il lavoro di governo secondo i miei piani"9. Si aggiunga che
sulla scena politica, come terzo cardine del potere, c'era anche il vecchio
ministro della Guerra, Hapte Ghiorgh�s, il quale, a dispetto del suo atteggiamento
imparziale, sosterr� sempre, sino alla morte, nel 1926, il "partito" di Zaodit�.
Pi� di una volta, conversando con Colli di Felizzano o con Thesiger, Tafari aveva
manifestato il suo senso di impotenza, tanto che il ministro inglese aveva creduto
opportuno telegrafare a Londra, riferendo che Tafari
desidera rinunciare alla reggenza e ritornare ad essere ras di Harar. Un giorno
dovr� scegliere fra l'abdicazione e un colpo di Stato contro il Consiglio dei
ministri. Gli ho chiesto perch� non li licenza, ma mi ha detto che non pu� farlo
finch� Ligg Jasu non sar� preso10.
I ministri plenipotenziari di Gran Bretagna, Francia e Italia, pur non essendo
estranei al colpo di Stato del 27 settembre 1916 e pur avendo creduto in Tafari,
apparivano ora delusi e irritati nel constatare che il reggente, impacciato da
crescenti difficolt�, procedeva a rilento nella sua opera di modernizzazione.
Thesiger, ad esempio, lo accusava di "debolezza" e di "incapacit� di prendere
qualsiasi decisione di fronte alle difficolt�"11, mentre Colli di Felizzano era
ancora pi� severo. In un dispaccio a Sonnino, cos� si esprimeva:
Non ho mancato di esporre a ras Tafari quale � la situazione generale che si sta
chiaramente delineando in Europa e quali siano le ineluttabili conseguenze della
invincibile opposizione del Governo etiopico ad ogni serio proposito di
penetrazione civile, ma egli, pure accordando piena fiducia e

77. Il viaggio in Europa


malgrado la sua innegabile buona volont�, � tuttora troppo evidentemente
influenzato ed oppresso dallo spirito retrogrado e timoroso dell'Imperatrice e dei
Capi etiopici per decidersi a qualsiasi seria riforma o concessione12.
Si trattava di giudizi poco sereni e poco generosi, che non tenevano conto n� dei
pochi poteri di cui Tafari disponeva, n� delle battaglie che egli ogni giorno
sosteneva per potersi ritagliare un piccolo spazio di manovra. In queste condizioni
era impensabile che un uomo solo, poco pi� che ventenne, riuscisse a realizzare un
piano di riforme in un paese ancora completamente dominato da un'aristocrazia
rapace e illiberale, e da una Chiesa copta altrettanto avida e retriva. Era dunque
necessario che Tafari disponesse di un proprio "partito", da contrapporre a quello
dell'imperatrice, e di una nuova e pi� efficiente burocrazia in grado di sottrarre
poteri alla vecchia oligarchia feudale. Per questo motivo, sin dall'inizio della
sua reggenza, Tafari si sforzava di accrescere il peso della propria fazione
attirando nella sua orbita grandi dignitari, come ras Kassa Hail� e ras Immir�
Haile Sellase, o giovani aristocratici come Maconnen Endelcacci� e Abiye Abebe,
destinati un giorno a diventare, rispettivamente, primo ministro e presidente del
Senato.
Ma Tafari non sceglieva i suoi collaboratori soltanto all'interno delle classi
nobili; anzi, rompendo con la tradizione, tendeva ad assegnare i posti pi�
importanti dell'amministrazione a uomini che non avevano n� denaro n� un nome
illustre, ma che egli stesso aveva scelto e fatto educare, e che senza di lui non
sarebbero saliti tanto in alto e, pertanto, tutto gli dovevano. In questo modo,
intorno a Tafari, si veniva costituendo un gruppo abbastanza omogeneo, le cui
principali caratteristiche erano l'elevato grado di cultura, il desiderio di
modernizzazione, una buona competenza e l'assoluta lealt� nei confronti del vicario
imperiale. Di questo gruppo, aperto a

Parte prima L'irresistibile ascesa

tutte le etnie e a tutte le confessioni religiose, avrebbero fatto parte, tra gli
altri, il begirond Tede Hawariat Tede Mariam, che avrebbe redatto nel 1931 la prima
Costituzione etiopica, Herui Uolde Sellasie, il maggior scrittore dell'epoca e
futuro ministro degli Esteri, il medico Uorqneh Martin, che rappresenter� l'Etiopia
a Londra, i fratelli Maconnen, Aklil� e Akalou Worq Hapte Uold, che saranno al
vertice del potere a partire dagli anni '40, l'eritreo Lorenzo Taezaz, futuro
ambasciatore e presidente del Senato, Afework Gabre Iyasus, biografo di Menelik e
futuro ambasciatore a Roma, il degiac Nasib� Zamanuel, console ad Asmara dal 1918
al 1922 e comandante in capo delle armate del fronte sud nel conflitto
italoetiopico del 1935-1936.
Gi� il fatto di preparare nuovi ed efficienti quadri per l'amministrazione e per
l'esercito non era un impegno da poco nell'Abissinia di Zaodit�, ma questo non era
che un segmento, e neppure il pi� importante, dell'attivit� politica di Tafari. Di
certo non esagerava sir Wallis Budge quando scriveva che il reggente era
"probabilmente il pi� accanito lavoratore dell'Abissinia e che la sua sete di
conoscenze da poter utilizzare in maniera pratica era insaziabile"13. Se si
analizzano i primi otto anni della sua reggenza, sicuramente i pi� difficili, il
loro bilancio non � affatto modesto: sul piano della sicurezza interna, nel 1917,
Tafari doveva fronteggiare la ribellione di alcune popolazioni musulmane, tanto al
Nord che al Sud del paese; sempre nello stesso anno inviava il fitaurari Hapte
Ghiorgh�s a Dessi� per liquidare la rivolta di ras Imer Ali; nel 1920, per
riportare la quiete nel Borana, messa a ferro e a fuoco da Alarmi Woyessa, doveva
spedire d'urgenza nel Sud il degiac Asaffa14; nel 1921, infine, guidava
personalmente una spedizione contro Liggjasu, che era stato segnalato nel Tigre.
Giunto a Dessi�, Tafari veniva informato della cattura dell'ex imperatore da parte
di ras Gugsa Arava e, pertanto, decideva di affidare il priII. Il viaggio in Europa

gioniero in custodia a ras Kassa Hail�, della cui lealt� e devozione era sicuro.
Con l'arresto di Jasu e il conseguente sbandamento dei suoi ultimi partigiani
scompariva il pi� preoccupante focolaio di agitazione; per l'Etiopia si prospettava
ora un periodo di relativa calma, che sarebbe durato quasi un decennio.
Il problema della sicurezza non si esauriva per� con periodiche spedizioni
repressive. Tafari doveva anche tenere d'occhio le centinaia di grandi e piccoli
capi disseminati nel pianeta Etiopia, alcuni dei quali tendevano ad acquisire
intollerabili forme di autonomia, oppure si rifiutavano di versare le tasse al
governo centrale. Questa tendenza, accentuatasi nei cinque caotici anni di governo
di Ligg Jasu, costringeva Tafari - per fronteggiare l'anarchia dilagante - a fare
opera di repressione ma anche di prevenzione, sostituendo i capi pi� infidi con
altri di provata lealt�. In quest'ottica vanno viste la destituzione del degiac
Balci� Abba Nefso nel 1920 e la revoca del governatorato di Adua assegnato al
potente ras tigrino Sejum Mangasci� che si era rifiutato di catturare Ligg Jasu.
Per mantenere questo fermo controllo sull'impero era indispensabile disporre di un
reale potere di decisione, potere che Tafari era venuto acquisendo in parte nel
1918, dopo aver licenziato, con l'appoggio delle truppe imperiali ( mahal safari),
i ministri creati da Menelik15, e pi� ancora nel 1919 quando decideva di assumere
anche la carica di primo ministro.
All'inizio degli anni '20, con il completamento della rete degli esattori delle
tasse (naggadras), che per la prima volta percepivano regolarmente uno stipendio, e
con l'estensione della rete degli uffici postali e telegrafici, che rivestivano
anche la funzione di informatori confidenziali del governo centrale, Tafari veniva
a disporre di un gettito continuo di denaro e di notizie che rafforzavano
considerevolmente il suo potere. A questo punto, pur dovendo fare sempre i conti
con l'imperatrice e i

Parte prima L'irresistibile ascesa

suoi sostenitori retrivi, egli poteva finalmente avviare un piano di riforme, non
soltanto perch� il paese ne aveva disperatamente bisogno, ma anche perch� i
ministri di Gran Bretagna, Francia e Italia stavano passando dalla fase dei
consigli a quella delle pressioni, per giunta sempre pi� insistenti. Si legga, ad
esempio, il telegramma che Colli di Felizzano inviava al ministro delle Colonie
Colosimo dopo aver incontrato i colleghi francese e inglese:
Tanto l'uno che l'altro credono che le potenze debbano costringere l'Etiopia a
riforme interne, rese ormai indispensabili, ma escludono un diretto intervento
sotto forma di spartizione per imporle. Riconoscono l'opportunit� di valersi
dell'opera di Ras Tafari16.
Questa indebita e arrogante ingerenza negli affari interni dell'Etiopia aveva le
sue radici nell'accordo tripartito del 13 dicembre 1906, con il quale Francia, Gran
Bretagna e Italia riconoscevano che garantire l'integrit� dell'Etiopia era un loro
comune interesse, riservandosi di far valere le proprie rivendicazioni nel caso in
cui l'impero si fosse frantumato17. Troppo vecchio e malato per poter reagire con
la dovuta fermezza, l'imperatore non aveva potuto fare altro che riaffermare la
piena sovranit� dell'Etiopia. Da allora i rappresentanti ad Addis Abeba delle tre
potenze non avevano mai cessato, come si � visto, di alternare i consigli alle
pressioni, con una petulanza a volte insopportabile.
Con il suo programma di riforme ras Tafari cercava innanzitutto di cancellare
alcune pratiche barbare, come il taglio delle mani o dei piedi inflitto ai ladri di
bestiame o ai briganti (scifta), secondo un vecchio precetto del Fetha Negast.
Un'altra usanza deprecabile consisteva nell'affidare ai congiunti di una vittima
l'esecuzione del suo assassino, con una sorta di delega in bianco che consentiva
loro di scegliere le modalit� dell'esecu-

//. Il viaggio in Europa


zione stessa e di prolungare a piacere l'eventuale agonia. Tafari poneva fine a
questa barbarie, affidando l'incombenza a un provetto ed imparziale boia di Stato,
che avrebbe giustiziato gli assassini sempre e soltanto con una fucilata alla
nuca18. Un'altra pratica che Tafari avrebbe abolito era quella del liabasci�, con
la quale un giovinetto intontito da una droga andava in stato sonnambolico alla
ricerca del ladro o dell'oggetto rubato. Questo modo poco ortodosso di condurre
un'istruttoria giudiziaria, descritto peraltro in maniera mirabile da Carlo
Annaratone19, si prestava a inganni e vendette e finiva molto spesso per punire
degli innocenti.
Se l'abolizione di queste usanze non presentava grandi problemi, l'abolizione dello
schiavismo, invece, sembrava irrealizzabile, tanto esso era ancora diffuso
nell'Etiopia degli anni '20. Alcuni osservatori rilevavano l'esistenza di 2 milioni
di schiavi20, altri azzardavano addirittura la cifra di 5 milioni; stime senza
dubbio esagerate, se si tiene conto che, all'epoca, la popolazione etiopica era
valutata fra i 6 e i 12 milioni. Pi� ragionevolmente l'esploratore Robert de
Beauplan calcolava che il numero degli schiavi non fosse inferiore al mezzo milione
e Frank de Halpert lo valutava fra le 300.000 e le 500.000 unit�, cifre, queste
ultime, che si avvicinavano a quelle fornite dalle autorit� italiane nel 1936, a
conclusione di una campagna che aveva portato alla liberazione di 420.000
schiavi21.
Per sradicare lo schiavismo, che costituiva la base dell'intero sistema economico
etiopico e che era giustificato da tutte e tre le religioni presenti in Etiopia -
la cristiana copta, l'islamica e l'ebraica - Tafari promulgava nel 1922 un primo
editto che comminava la pena di morte a chi avesse catturato o venduto schiavi. Un
secondo editto, corredato da un Regolamento per la liberazione degli schiavi,
veniva pubblicato il 31 marzo 1924, e forse rallentava l'esercizio della tratta, ma
di certo non riParte prima L'irresistibile ascesa

solveva il problema degli schiavi domestici23, i quali, oltretutto, una volta


rimessi in libert� non avevano mezzi per sopravvivere e spesso finivano col
ritornare dai loro padroni24. Tafari sostiene, nelle sue memorie, che in virt� di
questi due editti il numero degli schiavi liberati fra il 1922 e il 1935 sfiora le
100.000 unit�25, anche se questa � una cifra che, probabilmente a ragione, viene
contestata da tutti i suoi critici.
Il piano di riforme messo a punto da Tafari stabiliva inoltre la creazione di
autentici ministeri, eliminando cos� l'abitudine dei ministri di svolgere la loro
attivit� nelle proprie abitazioni; l'istituzione ad Addis Abeba e in altre citt�
dell'impero di nuove scuole ed ospedali, favorendo le iniziative delle missioni
cattoliche e protestanti; la creazione di un collegio militare e la fondazione
dell'associazione dei boyscout, alla cui guida Tafari chiamava il proprio figlio
Maconnen; la sostituzione, in alcune regioni, dei vecchi capi espressi dalla
piccola nobilt� locale con funzionari governativi; l'istituzione ad Addis Abeba di
un tribunale speciale per le cause fra etiopici e cittadini stranieri26. E, ancora,
poich� era impossibile entrare nell'era moderna servendosi, come orientamento,
dell'arcaico Fetha Negast, Tafari emanava una serie di leggi per regolamentare la
giustizia, le finanze, l'industria, l'agricoltura, il commercio, le poste,
l'istruzione, le ferrovie, le dogane, i passaporti, le armi e le munizioni, la
polizia della capitale, il servizio del catasto, il tasso dei prestiti27.
L'adozione di leggi generalmente buone, spesso ispirate a modelli europei, non
significava tuttavia che venissero sempre e ovunque applicate. Alla periferia
dell'impero, per quanti sforzi il reggente facesse, la sua autorit� era pressoch�
inesistente28.
Sin dai primi anni della sua reggenza, ras Tafari aveva rivelato una particolare
attenzione ai problemi dell'istruzione. Nel 1921, attingendo al proprio patrimonio,
acquistava le prime due macchine stampatrici con le quali

//. Il viaggio in Europa


stampava un settimanale, "Luce e pace", un mensile, "Il rivelatore della luce", e
un gran numero di libri, in gran parte di carattere religioso, alcuni dei quali
recano una sua prefazione29. Sempre a sue spese, inviava nelle universit� straniere
quei giovani che avevano frequentato con profitto il liceo Menelik o le scuole dei
missionari, per lo pi� cattolici. La predilezione di Tafari per gli allievi che
uscivano dalle scuole dei "Fr�res de SaintGabriel" doveva costargli, come ricorda
monsignor Jarosseau30, i rimproveri delVabuna Mattheos, il quale nutriva sempre il
sospetto che il reggente si fosse convertito al cattolicesimo durante la sua
permanenza ad Harar.
Cauto, graduale, non sufficientemente coordinato, il programma di riforme di Tafari
era destinato a essere criticato tanto dai conservatori quanto dai progressisti. Ma
difficilmente lo si sarebbe potuto concepire in altro modo, considerate
l'arretratezza dell'Etiopia e le difficili condizioni in cui il vicario imperiale
si trovava a operare. Egli confider� un giorno a Henri de Monfreid:
Credo l'influenza europea salutare e, ben assimilata dal mio popolo, potr� renderlo
pi� forte, tanto forte da seguire da solo la via del progresso. Ma tutto sta
nell'assimilarla... Il mio paese, vede, � come il palazzo della Bella Addormentata
nel bosco, in cui tutto � stazionario da duemila anni. Bisogna, dunque, prendere
minuziose precauzioni al suo risveglio, dopo un cos� lungo letargo. (...) Devo
lottare, da una parte, contro l'impazienza dei filantropi europei e, dall'altra,
contro l'inerzia del mio popolo, che preferisce chiudere gli occhi dinanzi a questa
luce troppo violenta31.
Tafari non era un riformatore alla Kemal Atat�rk, che imponeva con il bastone il
rispetto delle nuove leggi. Tafari non rompeva del tutto con il passato e per il
futuro sceglieva soltanto ci� che riteneva indispensabile. Spaventato da ci� che
accadeva nella Russia dei soviet, diffidava delle soluzioni radicali; il suo
modello, caso mai,

Parte prima L'irresistibile ascesa

era il Giappone, paese in cui la modernizzazione procedeva rapidissima, ma sempre


nel solco delle tradizioni e sotto l'occhio vigile del Mikado.
L'ammissione dell'Etiopia alla Societ� delle Nazioni
In un paese come l'Etiopia, ancora scarsamente centralizzato, soggetto a spinte
centrifughe e per di pi� guidato da un triumvirato che operava senza armonia, era
naturale che ras Tafari incontrasse i maggiori ostacoli nella politica interna,
disponendo invece di maggiori margini di manovra nella politica estera; anche se
ci� non significava avere le mani completamente libere. Per fare un esempio, quando
si era trattato di chiedere l'ammissione dell'Etiopia alla Societ� delle Nazioni,
nel 1923, Tafari aveva dovuto consultare - in un'estenuante maratona durata sei
giorni e sei notti - notabili e capi religiosi, burocrati e militari, per ottenere
il loro consenso. Ma egli aveva il grosso vantaggio di conoscere meglio degli altri
il mondo esterno, di essere il solo a mantenere i contatti con i diplomatici
presenti ad Addis Abeba e di poter consultare l'archivio di Menelik, che conteneva
i documenti degli ultimi quarant'anni di rapporti con l'estero: tutto questo gli
conferiva competenza, autorit� e una visione d'insieme che gli avrebbe consentito
di affrontare il mondo esterno senza complessi d'inferiorit�, o pregiudizi, il
giorno in cui avesse deciso di rompere il medievale isolamento dell'Etiopia,
aprendola all'influenza di paesi pi� avanzati.
La situazione dell'Etiopia nel Corno d'Africa, alla fine della prima guerra
mondiale, non era delle pi� confortanti. Il primo dato negativo era quello del suo
isolamento. Per quanto il colosso etiopico avesse una superficie di 1.221.900
chilometri quadrati, non godeva di un solo sbocco al mare ed era interamente
circondato da

II. Il viaggio in Europa


colonie britanniche, francesi e italiane. Paradossalmente, il secondo dato negativo
era la sua indipendenza. In un'Africa totalmente colonizzata e divisa fra sei
potenze europee (si salvava la Liberia, ma era vera indipendenza la sua?), la
sovranit� etiopica veniva considerata una fastidiosa anomalia destinata a non
durare a lungo. L'accordo tripartito del 1906 non faceva prevedere nulla di buono.
Il trattato Klobukowsky del 1908, imponendo un sistema di privilegi semicapitolari
a favore degli stranieri, gi� limitava di fatto la sovranit� etiopica. Delle tre
potenze coloniali che, con i loro possedimenti, assediavano l'Etiopia, la Francia
era la meno temibile; anzi, con Gibuti le aveva addirittura concesso uno sbocco al
mare, anche se non in sovranit�, mentre le mire della Gran Bretagna e dell'Italia
erano ben note; quelle dell'Italia datavano dal 1894 e non era bastata la sconfitta
di Adua a farle relegare in soffitta.
A ras Tafari, che seguiva attentamente gli avvenimenti internazionali sui giornali
europei e sui dispacci dell'agenzia "Reuter", non erano ignote le risoluzioni dei
congressi coloniali italiani del primo dopoguerra - redatte in un clima di
"vittoria mutilata" - n� tantomeno potevano sfuggirgli i passi ufficiali fatti dal
governo di Roma per ottenere dagli Alleati, in base all'art. 13 dell'accordo di
Londra, compensi coloniali, per lo pi� nell'Africa Orientale. Un telegramma
"Reuter" del febbraio 1919, che erroneamente annunciava il consenso della Francia a
cedere all'Italia Gibuti e il retroterra, gettava il Gheb� nel panico. Anche le
trattative fra Roma e Londra per la cessione del Giubaland - un tempo promesso
dagli inglesi a Menelik in cambio di un'ipoteca sul lago Tana - erano seguite con
giustificata apprensione da Tafari, il quale vedeva sfumare per il suo paese ogni
possibile sbocco al mare; e, poich� ormai l'allarme si era diffuso anche al di
fuori del Gheb�, nel febbraio del 1919 il reggente convocava Colli di Felizzano per
ottenere chiaParte prima L'irresist�bile ascesa

rimenti a riguardo. Il 13 febbraio, con questo telegramma forse un po'"troppo


rassicurante, Colli informava Sonnino dell'incontro:
Sono lieto di informare V. E. che ras Tafari si � dichiarato soddisfatto e convinto
della sincerit� delle mie dichiarazioni. Mi ha confermato le manovre tendenziose
che si agitano intorno a lui e all'Imperatrice per rendere sospette le intenzioni
dell'Italia nei rapporti con l'Abissinia*2.
Ancora pi� ostile, nei confronti dell'Etiopia, era la Gran Bretagna: mentre da un
lato il Foreign Office agevolava la creazione dell'Abyssinian Corporation, che si
era posto l'ambizioso traguardo di monopolizzare l'intero commercio etiopico,
dall'altro con alcuni giornali come la "Westminster Gazette", il "Times" e la "West
Africa", concertava una violentissima campagna contro l'Etiopia e le sue
istituzioni. "L'anarchia pi� completa regna in Etiopia - scriveva nel gennaio 1922
la "Westminster Gazette" -. Ogni ras o governatore locale � padrone assoluto a casa
propria e pu� permettersi tutte le devastazioni, truffe o furti che vuole.
L'autorit� reale del reggente si estende appena al di l� della capitale"33. Dopo
gli indignati articoli della "Westminster Gazette" -che si occupava, fra l'altro,
anche della piaga dello schiavismo - la pi� autorevole rivista coloniale inglese,
la "West Africa", rincarava la dose: sostenendo che l'Etiopia non era in grado di
uscire con le proprie forze dalla notte del medioevo, suggeriva di porla sotto la
tutela di un amministratore coloniale della statura di sir Frederick Lugard o di
Wilkinson, e nel caso in cui l'Etiopia avesse respinto l'offerta del protettorato e
si fosse opposta al piano di riforme, proseguiva la "West Africa", in quel caso "si
dovr� ricorrere a metodi di intervento e di protezione"34. Molte fra le accuse
della stampa inglese rispondevano al vero, ma andava anche precisato che
l'obiettivo della campagna messa in atto non era certo la

II. Il viaggio in Europa


redenzione di un paese povero, infelice e arretrato, ma la sua inclusione nell'area
di influenza britannica per poter risolvere, innanzitutto con il controllo del lago
Tana, l'annoso problema riguardante la regolamentazione e lo sfruttamento delle
acque del Nilo.
Sin dai primi tempi della sua reggenza, Tafari Maconnen si era reso conto che
l'Etiopia correva seri pericoli di perdere la sua indipendenza se non fosse uscita
al pi� presto dalla sua arretratezza, placando cos� le critiche delle tre potenze
europee confinanti. Gi� nel luglio 1917, dopo essersi consultato con monsignor
Jarosseau35, Tafari proponeva al ministro plenipotenziario Wilfred G. Thesiger di
entrare in guerra a fianco degli Alleati, i quali, in cambio, avrebbero garantito
l'integrit� e l'indipendenza dell'Etiopia e fornito qualche aeroplano per dare la
caccia a Ligg Jasu. Il piano non veniva preso in considerazione per divergenze fra
gli Alleati, ma Tafari, sebbene profondamente deluso, non si arrendeva. Subito dopo
la fine del conflitto mondiale inviava in Gran Bretagna, Francia e Italia tre
delegazioni con il compito di porgere ai rispettivi governi le congratulazioni
dell'imperatrice Zaodit� e di consegnare del denaro da destinare ai feriti di
guerra36. Contemporaneamente, ai diplomatici presenti ad Addis Abeba, prometteva
che avrebbe fatto del suo meglio per accelerare la trasformazione dell'Etiopia
secondo un programma che tenesse presenti anche i loro suggerimenti37. Ma
nonostante tutti questi sforzi, le minacce all'Etiopia si intensificavano anzich�
diradarsi.
Dopo essersi consultato con i pi� autorevoli capi abissini, il 30 luglio 1923
Tafari inoltrava telegraficamente a Ginevra la domanda di ammissione alla Societ�
delle Nazioni nella speranza di porre il paese al riparo dalle ambizioni
colonialiste. Ma al degiac Nado Abba Wallo, che capeggiava la delegazione etiopica
inviata a Ginevra, la situazione appariva quasi disperata. Due tesi si frontegParte
prima L'irresistibile ascesa

giavano nell'assemblea della SdN: quella della Francia, che sosteneva con fermezza
che l'impero etiopico offriva tutte le garanzie per essere ammesso nella Societ�, e
quella inglese, appoggiata da Italia, Australia, Olanda, Norvegia e Svizzera,
secondo cui l'Etiopia non aveva ancora raggiunto il grado di civilt� previsto dallo
statuto della Lega e la sua ammissione, che in ogni caso andava subordinata a
un'inchiesta da condursi in Abissin�a, andava ritardata di un anno.
A far prevalere la prima tesi, dopo giorni di accesi dibattiti, era il delegato
francese Henry de Jouvenel, il quale, superando gli ostacoli procedurali e
lacerando i velari dell'ipocrisia ginevrina, dichiarava brutalmente che l'Etiopia
era minacciata dai suoi vicini e, per salvare la propria indipendenza, cercava
rifugio nella Societ� delle Nazioni. Mentre de Jouvenel dichiarava che "fra la
politica di conquista e la politica di collaborazione amichevole"38 la Francia
sceglieva la seconda, un altro amico dell'Etiopia, L�once Lagarde39, svolgeva un
intenso e proficuo lavoro dietro le quinte riuscendo a ottenere l'adesione alla
tesi francese da parte di Belgio, Portogallo, Venezuela, India, Cina, Persia,
Liberia e Panama. Dopo quasi un mese di discussioni e in seguito all'impegno
etiopico di sottoscrivere un documento con il quale si prometteva di abolire la
schiavit� e la tratta, e di limitare il traffico d'armi, il 28 settembre 1923
l'Abissinia veniva ammessa nella Societ� delle Nazioni con il voto unanime dei
quarantacinque delegati. Vale la pena ricordare che Gran Bretagna e Italia avevano
ostacolato con ogni mezzo questa ammissione, tanto da costringere ras Tafari a
telegrafare direttamente a Stanley Baldwin e a Benito Mussolini per conoscere i
motivi di tanta ostilit�40.
Ancora prima di bussare alla porta della SdN, Tafari aveva espresso il desiderio di
visitare qualche paese straniero, interrompendo cos� la millenaria tradizione se-

//. Il viaggio in Europa

condo la quale i sovrani d'Etiopia non abbandonavano mai il paese. La prima offerta
gli giungeva dalla Gran Bretagna, che lo invitava a visitare la base aeronavale di
Aden. Nel novembre 1922, dopo aver raggiunto Gibuti in treno, Tafari saliva su una
nave militare inglese che lo avrebbe portato ad Aden. Qui giunto, visitava alcune
navi da guerra, assisteva ad azioni d� bombardamento dal cielo e prendeva posto su
un aereo per verificare di persona l'importanza di questo moderno mezzo di
trasporto41; ci� lo avrebbe persuaso pi� tardi a guardare all'aeroplano come a uno
strumento di guerra, tanto pi� efficace in un paese vasto e senza strade come
l'Etiopia.
Dopo questo primo invito, Tafari ne riceveva altri sette, a recarsi in Egitto, in
Francia, in Belgio, in Italia, in Gran Bretagna, in Grecia e nel Lussemburgo. Era
la grande occasione che il reggente attendeva: per la prima volta avrebbe potuto
dialogare con i potenti della terra, esporre i bisogni e le ragioni dell'Etiopia,
confermare gli impegni assunti con la Societ� delle Nazioni. Ma c'erano anche altri
motivi che lo inducevano a intraprendere un viaggio che sarebbe durato ben quattro
mesi e mezzo:
Avevo la speranza e la convinzione che il mio viaggio in Europa mi avrebbe arrecato
tre vantaggi: 1) vedere con i miei occhi la civilt� europea e la bellezza di citt�
come Parigi, Londra, Roma, Bruxelles, Atene e Il Cairo, delle quali avevo letto nei
libri, prima a scuola e poi per lavoro; 2) pensavo inoltre che sarebbe stato
possibile, al ritorno nel mio paese, adottare alcuni aspetti della civilt� che
avevo osservato, sebbene fosse difficile realizzare questo tutto in una volta e
completamente; 3) speravo infine di trovare un porto, poich� prima del nostro
viaggio avevamo ricevuto qualche incoraggiamento, circa uno sbocco al mare, dalla
Francia e dall'Italia42.
Per evitare sorprese durante la sua lunga assenza dall'Etiopia, ras Tafari prendeva
alcune precauzioni, in base a criteri di raffinata alchimia politica che egli in
seParte prima L'irresistibile ascesa

guito avrebbe ulteriormente migliorato, tanto da diventare, in quest'arte, un


maestro insuperabile. Per cominciare affidava la responsabilit� del governo al
ministro della Guerra, Hapte Ghiorgh�s, ma nello stesso tempo incaricava ras Kassa
Hail�, che aveva i suoi domini e il suo esercito vicini alla capitale, di
sorvegliarne le mosse. Per neutralizzare poi gli altri due capi pi� ambiziosi,
Hail� Tecla Haimanot, ras del Goggiam, e Sejum Mangasci�, ras del Tigre, li
conduceva con s� in Europa. Della missione facevano inoltre parte alcuni giovani
collaboratori del reggente, come il futuro primo ministro Maconnen Endelcacci�, il
degiac Uonduossen Kassa - il patriota che Graziani far� fucilare nel 1936 - e Sahle
Tsedalu, che diventer� ministro dell'Istruzione.
Il 16 aprile 1924 la delegazione etiopica lasciava Addis Abeba. Sul treno per
Gibuti, fra gli altri regali per i regnanti europei, c'erano sei leoni e quattro
zebre.
Anche se il viaggio in Europa si sarebbe concluso con un parziale insuccesso, esso
appagava pienamente l'inesauribile curiosit� del reggente. Mentre i ras Hail� e
Sejum rivelavano una predilezione per i nightclub e spendevano il loro denaro in
acquisti di ogni genere -dai sigari alle automobili - ras Tafari, circondato dai
suoi giovani collaboratori, visitava scuole, biblioteche, universit�, ospedali,
industrie, al punto che i giornali cominciavano a indicarlo come "il principe
pensoso". Anche la sua figura gracile, avvolta in abiti per met� abissini e per
met� europei, colpiva l'immaginazione e diventava subito patrimonio
dell'iconografia popolare.
Da un punto di vista politico, invece, i risultati del viaggio apparivano modesti.
Parigi riservava a Tafari accoglienze che il ministro inglese ad Addis Abeba, Claud
Frederick Russell, non esitava a definire "esagerate"43, ma quando poi il reggente,
forte delle promesse ricevute ad Addis Abeba dal ministro Louis Gaussen, affrontava
il problema del porto franco a Gibuti, i suoi interlo-

//. Il viaggio in Europa

cutori cadevano dalle nuvole e negavano di avere mai promesso una zona di Gibuti
"en toute propri�t�". Maggior fortuna Tafari incontrava a Londra, dove riceveva in
dono da re Giorgio la corona che Napier aveva preso a M�gdala all'imperatore
Teodoro, e dove iniziava promettenti trattative per rilevare l'intero pacchetto di
azioni della Bank of Abyssinia44; ma sul problema dello sbocco al mare anche gli
inglesi restavano nel vago, e il primo ministro Ramsay MacDonald prendeva tempo,
arrivando persino a dire a Tafari di "non aver mai sentito parlare sino allora
della faccenda"45.
In Italia ras Tafari giungeva il 18 giugno, nel momento forse meno opportuno: otto
giorni prima, infatti, una squadracela fascista aveva rapito e ucciso il capo
dell'opposizione, il socialista Giacomo Matteotti. Gi� particolarmente turbato e
irritato per l'impetuosa reazione del paese all'assassinio del deputato, Mussolini
decideva di non lasciarsi sfuggire l'occasione di trattare dall'alto in basso il
figlio del vincitore di Adua. Come ricorda Federzoni descrivendo il pranzo offerto
in onore del reggente al Quirinale,
il giovane Negus46 sedeva a destra del nostro Augusto Sovrano; noi presenti vedemmo
che il posto a sinistra era vuoto. Si sapeva che due avversari del Governo
fascista, Sforza e Bonomi, avevano declinato l'invito per non trovarsi a tavola con
Mussolini; ma neppure il Duce vi sedeva. Era gi� stata servita la prima portata...
Oh no, eccolo farsi avanti lentamente in un tight di ottimo taglio, fermarsi a
chinare il capo davanti a Vittorio Emanuele III e poi un cenno disinvolto
all'ospite e infine sedersi e tacere. Era arrivato con dieci minuti di ritardo, per
la manifesta intenzione di dimostrare una scarsa considerazione a chi non se ne
dimentic� tanti anni dopo. Al dessert parl� solamente il Re con un brindisi di
tiepida urbanit�47.
Sgarbato in pubblico con ras Tafari, in privato si mostrava pi� urbano e
comprensivo. Dopo aver ascoltato

Parte prima L'irresistibile ascesa

"attentamente" le richieste del reggente, che concernevano una zona franca nel
porto di Assab - un tempo abissino, ricordava Tafani - Mussolini incaricava il
segretario generale del ministero degli Esteri, Contarmi, e il ministro Colli di
Felizzano di esaminare il problema e redigere una bozza di accordo. Il documento,
in dieci punti, veniva consegnato a Tafari poco prima della sua partenza e aveva
gi� molte analogie con il trattato poi effettivamente sottoscritto dalle due parti
nel 1928. Una sostanziale differenza la si trova per� nell'oggetto di scambio: nel
1924 l'Italia pretendeva come contropartita una ferrovia che da Assab puntasse al
cuore dell'Etiopia; quattro anni dopo si sarebbe accontentata di una strada
camionale. Comunque, come ci informa lo stesso Tafari, che era restio a firmare
l'accordo senza aver prima consultato l'imperatrice Zaodit� e il Consiglio della
Corona, "per una complessit� di motivi l'abbozzo di trattato non entr� mai in
vigore"48.
Al gi� lungo programma di visite ufficiali, Tafari decideva di aggiungerne altre,
in forma privata, a citt� che avevano colpito la sua immaginazione, come Amsterdam,
L'Aia, Rotterdam, Amburgo e Stoccolma. In quest'ultima citt� avrebbe posto le basi
di quella cordiale collaborazione con la Svezia che si sarebbe rivelata
fondamentale per lo sviluppo dell'Etiopia, prima e dopo la guerra con l'Italia49.
Dopo centoquarantadue giorni di assenza dall'Etiopia, il 4 settembre 1924 ras
Tafari faceva finalmente ritorno ad Addis Abeba, accolto alla stazione ferroviaria
dal corpo diplomatico al completo, dall'arcivescovo Mattheos, dai ministri, dai
dignitari, dagli ufficiali dell'esercito imperiale e da una grande folla festosa ed
esultante nell'udire le salve dei cannoni catturati ad Adua.
Anche se non aveva potuto ottenere uno sbocco al mare per l'Etiopia, il vicario
imperiale era tuttavia soddisfatto del viaggio, non soltanto perch� era convinto di

//. Il viaggio in Europa


aver corretto l'immagine falsata che l'Europa aveva del suo paese e di aver rotto
per sempre l'isolamento, ma anche perch� aveva potuto osservare e studiare i
modelli di civilt� che intendeva imitare, con una graduatoria che avrebbe tenuto
conto dei mezzi e delle reali possibilit� di adattamento dell'Etiopia.
Se il viaggio in Europa era stato per Tafari cos� importante e formativo da
meritare ben 44 delle 312 pagine delle sue memorie50, per molti dei diciannove
membri del Consiglio della Corona, invece, si era trattato di un vero e proprio
fallimento, costato peraltro molto pi� di quanto le casse dello Stato potessero
sostenere, e ingiungevano al reggente di abbandonare ogni trattativa per ottenere
lo sbocco al mare, giudicando inconsistenti oppure pericolose le offerte di Roma,
Londra e Parigi. E con le critiche ricominciavano le congiure di palazzo e ancora
una volta veniva messa in circolazione la voce secondo la quale Tafari si sarebbe
convertito al cattolicesimo, prova ne era la visita che egli aveva fatto in
Vaticano a papa Pio XI.
Tafari, per�, si guardava bene dall'accettare lo scontro diretto con il fronte dei
conservatori e, armandosi di una pazienza che Bernoville definisce "geniale"51,
procedeva per la sua strada a tappe prudenti, metodiche, sicure. Gli avversari che
non avrebbe sconfitto in battaglia, li avrebbe vinti con la pazienza e con
l'astuzia.

III
DA REGGENTE A IMPERATORE
// trattato con l'Italia
Con l'ammissione dell'Etiopia alla Societ� delle Nazioni e con gli incontri al
vertice che aveva avuto durante il suo viaggio in Europa, ras Tafari Maconnen
confidava di aver posto sul proprio paese una sorta di ombrello protettivo. Anche
se non era cos� ingenuo da credere che Roma e Londra avessero accantonato le loro
rivendicazioni, sperava tuttavia in una tregua e si augurava che fosse la pi� lunga
possibile. Invece, nel dicembre del 1925, veniva informato da amici francesi
(Lagarde? De Jouvenel? PierreAlype?)1 che Italia e Gran Bretagna avevano rinverdito
l'accordo tripartito del 1906 con una nuova intesa che per� questa volta escludeva
la Francia. In base alle note che Mussolini e Graham si erano scambiati il 20
dicembre 1925, Italia e Gran Bretagna si impegnavano a sostenersi a vicenda nei
confronti di Addis Abeba fintantoch� i loro obiettivi non fossero stati conseguiti:
gli inglesi miravano a costruire una diga sul lago Tana per regolare le acque del
Nilo, mentre gli italiani chiedevano il riconoscimento della loro esclusiva
influenza economica sull'Etiopia occidentale, compresa l'autorizzazione a costruire
una ferrovia che collegasse l'Eritrea alla Somalia.
L'accordo tra Italia e Inghilterra avrebbe dovuto reParte prima L'irresistibile
ascesa

stare segreto, ma nel febbraio del 1926 il ministro degli Esteri inglese Austen
Chamberlain ci ripensava e decideva di comunicarne il testo all'Etiopia;
successivamente not�ficava l'accordo anche alla Camera dei Comuni. Ras Tafari,
per�, riceveva ufficialmente il documento solamente il 9 giugno dalle mani dei
ministri Colli di Felizzano e Charles Bentinck e, per quanto fosse stato pi� volte
avvertito da Colli che l'atto non era "di natura politica n� di natura
territoriale, ma semplicemente un'intesa procedurale avente per scopo di cercare di
attuare alcuni interessi economici italiani e inglesi"3, egli non nascondeva ai due
plenipotenziari il suo stupore e la sua amarezza. Sei giorni dopo scriveva ai due
ministri per avvertirli che, data la gravit� dell'accaduto, avrebbe portato
l'episodio a conoscenza della Societ� delle Nazioni. Il 19 giugno, infatti, inviava
una lunga lettera al vicesegretario generale della SdN, Joseph Avenol, nella quale
era scritto fra l'altro: "Non ci sembra corretto che alcuni membri della Societ�
delle Nazioni concludano un accordo fra di loro e forzino un altro membro ad
accettare i loro piani". Il reggente faceva inoltre notare che l'accordo
italoinglese non costituiva soltanto un chiaro disegno per stabilire un'influenza
economica sull'Etiopia, ma rappresentava anche un'inaccettabile ingerenza politica,
che ledeva l'indipendenza del paese ed era "incompatibile con i principi
fondamentali della Societ� delle Nazioni"4. Pertanto elevava un'energica protesta
per il comportamento di Roma e di Londra.
A differenza di Menelik, che aveva reagito debolmente all'annuncio della
stipulazione dell'accordo tripartito, ras Tafari si muoveva con rapidit�, sceglieva
i canali giusti per la protesta, si appellava ai principi della SdN, tanto da
costringere Italia e Gran Bretagna a fare un passo indietro, a deplorare che "il
tenore delle note sia stato interpretato inesattamente" e a ribadire "la volont� di
rispettare l'indipendenza dell'Etiopia". Il che consentiva a Ta-

///. Da reggente a imperatore

fari, il 4 settembre 1926, di chiudere la vertenza con una lettera al segretario


generale della SdN, sir Eric Drummond, che precisava, nelle sue conclusioni, che il
governo imperiale si riservava "il diritto assoluto di essere il solo giudice degli
interessi dell'Etiopia"5.
Nel denunciare, nelle lettere ad Avenol e a Drummond, le prepotenze dei campioni
dell'imperialismo europeo, si avvertivano gi� quella sincera indignazione e quel
rigore morale, che dieci anni dopo avrebbero portato Tafari a pronunciare, dinanzi
all'assemblea della SdN, la storica requisitoria contro l'Italia di Mussolini. Egli
credeva fermamente nei principi proclamati nel dopoguerra dal presidente americano
Wilson e ribaditi dal presidente francese Poincar�, e si aspettava che i rapporti
internazionali si conformassero a essi. C'era una frase di Poincar� che l'aveva
particolarmente colpito e che amava citare:
Ci� che la giustizia condanna sono i sogni imperialistici di conquista, il
disprezzo delle volont� nazionali, gli scambi arbitrari di territori fra Stati,
come se i popoli non fossero che dei mobili o delle pedine in un giuoco6.
Dal conflitto con Roma e Londra ras Tafari usciva sicuramente vincente e con un
maggior prestigio, ma a Mussolini la lezione di moralit� politica impartitagli dal
reggente etiopico, proprio nell'anno da lui stesso definito "napoleonico" per la
rivoluzione fascista7, non poteva risultare gradita n� poteva rimanere senza
risposta. Infatti, senza perdere tempo, egli inviava il generale Malladra in
Eritrea e in Somalia per esaminare il dispositivo bellico delle due colonie e porle
in condizioni di affrontare una guerra. Il rapporto di Malladra, per�, era cos�
negativo - le due colonie non erano neppure in grado di sopportare una guerra
difensiva - da costringere Mussolini a rinfoderare la spada e a rimandare la
rivincita a tempi migliori. Scartata la politica di forza, Roma

Parte prima L'irresistibile ascesa

decideva allora di instaurare con l'Etiopia un nuovo corso fondato su trattative


amichevoli e su una pacifica penetrazione. Per dare l'avvio a questo nuovo corso
veniva deciso, per prima cosa, di sacrificare Colli di Felizzano, il cui rapporto
con Tafari non era mai stato molto cordiale, e di sostituirlo con Giuliano Cora, un
giovane diplomatico che era gi� stato a lungo ad Addis Abeba come segretario di
legazione e che fin dall'inizio della sua missione riusciva a stabilire con Tafari
"una corrente di fiduciosa simpatia", poich� aveva l'accortezza, fra l'altro, di
trattarlo "come l'effettivo sovrano dell'Etiopia"8.
Mentre Roma metteva in atto il suo nuovo corso, allentando - ma soltanto per un
paio di anni - la sua morsa sull'Etiopia, ras Tafari doveva affrontare non pochi
problemi di politica interna a cominciare da quello, ormai indilazionabile, della
modernizzazione degli apparati governativi nelle province dell'impero. Con una
lettera pubblicata sul proprio settimanale "Berhanena Selam", il reggente
sosteneva, all'inizio del 1926, che il prevalente sistema feudale dei governi
provinciali doveva essere al pi� presto sostituito con un sistema basato su
amministratori di nomina governativa e regolarmente stipendiati. Non era facile
ottenere questo ricambio in un paese in cui la nobilt� aveva ancora un peso
preponderante e gli incarichi erano diventati ereditari. Ma in qualche provincia
Tafari era gi� riuscito a imporre i suoi uomini e, qualora fosse riuscito a
indebolire il fronte dei conservatori, non disperava di potere un giorno portare a
termine l'operazione.
Cauto nelle riforme per evitare scontri frontali, ras Tafari lo era ancora di pi�
nella lotta per il potere. Gi� nei primi dieci anni di reggenza aveva fatto di
tutto per aumentare il proprio prestigio e consolidare il movimento progressista
che lo sosteneva, senza cedere alla tentazione di forzare i tempi e accontentandosi
di dividere il potere con l'imperatrice Zaodit� e con il ministro della

///. Da reggente a imperatore

Guerra Hapte Ghiorgh�s. Il rapporto di forza al vertice cambiava per� nel dicembre
del 1926 con la scomparsa di due ostinati avversari di Tafari, il fitaurari Hapte
Ghiorgh�s e V abuna Mattheos, entrambi rappresentanti dell'ala pi� caparbiamente
conservatrice: il primo, generale fra i pi� celebrati e sanguinari dell'impero, era
troppo legato al mondo di Menelik per desiderare cambiamenti; il secondo, a capo di
un'autentica armata di preti e diaconi ignoranti e famelici9, non era neppure
etiopico e, nei quarantanove anni in cui aveva guidato la Chiesa etiopica
ortodossa, non aveva mai nascosto lo scarso amore per il paese che l'ospitava e in
cui si sentiva in esilio10.
Tafari non si era fatto sorprendere dagli ultimi avvenimenti, anzi, alla morte del
vecchio ministro della Guerra, rivelava quella "caratteristica mescolanza di
prudenza e di audacia"11 che gli avrebbe consentito, nella sua lunga carriera di
statista, di dominare le situazioni. Informato segretamente della grave malattia di
Hapte Ghiorgh�s, il reggente faceva in modo che la notizia non venisse diffusa. Nel
frattempo mobilitava le unit� dell'esercito che dipendevano da lui e faceva
presidiare i telegrafi, cos� da bloccare ogni eventuale iniziativa
dell'imperatrice. Morto il fitaurari- e sapendo che Zaodit� non gli avrebbe mai
concesso spontaneamente di mettere le mani sui suoi feudi e soprattutto
sull'esercito imperiale - ras Tafari, con rara tempestivit�, faceva occupare le
propriet� e i depositi d'armi del defunto, ne frazionava i feudi distribuendoli a
capi di sua fiducia, e, infine, assumeva il controllo dei 16.000 uomini dell'armata
imperiale12. Quando l'imperatrice, per controbilanciare l'accresciuta potenza del
reggente, cercava l'appoggio di altri capi, come ras Kassa Hail�, era ormai troppo
tardi, i giochi erano fatti, la grande macchina da guerra di Hapte Ghiorgh�s era
completamente smontata, e non esistevano pi� nell'impero altre forze capaci di
frenare

Parte prima L'irresistibile ascesa

l'ascesa di Tafari, anche se i tentativi di fermarlo non sarebbero di certo


mancati.
Convocato ad Addis Abeba per rispondere, davanti al tribunale, di gravi
maltrattamenti nei confronti di servi e soldati, il governatore del Sidamo, degiac
Balci� Abba Nefso, vi giungeva l'I 1 febbraio 1928, ma seguito da 10.000 soldati.
L'atteggiamento aggressivo del vecchio eroe di Adua non lasciava presagire nulla di
buono, ma Tafari riusciva ad aver ragione anche di questo avversario.
Sull'eliminazione di questo generale di Menelik sono fiorite molte leggende13,
probabilmente alimentate dallo stesso reggente. Sono leggende che tendono a mettere
in luce la straordinaria scaltrezza di Tafari e la sua capacit� di manovra anche
nei momenti di maggior pericolo, ma con ogni probabilit� i fatti si sono svolti in
maniera molto pi� semplice, senza colpi di scena o scaltre perf�die. In un lungo
rapporto del 18 aprile 1928, Giuliano Cora riferiva a Mussolini che, la sera stessa
dell'arrivo di Balci� ad Addis Abeba,
il Reggente riceveva la visita di una delegazione di sottocapi del degiac Balci�,
incaricati di comunicargli che la maggioranza dei loro soldati non aveva alcuna
intenzione di farsi ammazzare per un colpo di testa di un vecchio pazzo e poteva
cos� giocare a colpo sicuro14.
In effetti, quando il 18 febbraio reparti della polizia circondavano l'accampamento
di Balci� alla periferia della capitale, i soldati del vecchio generale disertavano
in massa. Due giorni dopo capitolava anche Balci� e, secondo l'umiliante rito della
tradizione, era costretto ad attraversare l'intera Addis Abeba con una pietra sulle
spalle in segno di espiazione. Esiliato nel Guragh�, sarebbe stato in seguito
riabilitato. Morir� nel 1936, quasi ottantenne, attaccando con raffiche di mitra la
colonna del tenente colonnello Princivalle nella sua marcia verso Gimma.
Tafari, intanto, non aveva perso la speranza di poter

III. Da reggente a imperatore

ottenere per l'Etiopia uno sbocco al mare. Non pi� frenato dal fitaurari Hapte
Ghiorgh�s, nel maggio del 1927 coglieva l'occasione di una visita in Etiopia di
Luigi di Savoia15, accompagnato da un'autorevole delegazione italiana16, per
riprendere le trattative sul porto di Assab, interrotte nel 1924. Le trattative
dovevano durare pi� di un anno tra pause, brusche interruzioni, scambi di progetti
e controprogetti, ma quando si concludevano, il 2 agosto 1928, il risultato del
lungo lavoro diplomatico appariva imponente: non soltanto Tafari otteneva una zona
franca ad Assab e le due parti si impegnavano a costruire una strada camionale tra
il porto e Dessi�, ma, in pi�, dopo trent'anni di reciproche freddezze e
diffidenze, Italia e Etiopia firmavano un trattato di amicizia della durata di
vent'anni17. Con molta probabilit�, senza la perseveranza di Tafari e la lealt� di
Giuliano Cora, questi risultati non sarebbero mai stati raggiunti. Il diplomatico
italiano era infatti sinceramente convinto che solo appoggiando lealmente Tafari
nella sua opera di unificazione e modernizzazione del paese l'Italia avrebbe potuto
realizzare una vasta penetrazione economica in Etiopia, e di Tafari scriveva a
Mussolini:
Non si pu� non avere una certa ammirazione per il giovane Reggente, per questa
esile figura che pur d� prova di energia e che fornisce una somma di lavoro
incredibile, che praticamente solo, si � assunto l'immane compito di avviare il suo
Impero millenario verso una reale evoluzione di civilt�18.
Sapendo, poi, che tanto al ministero degli Esteri che a quello delle Colonie
c'erano persone che alla politica di collaborazione preferivano di gran lunga
quella della sovversione, Cora metteva in guardia Mussolini dal cambiare indirizzo:
Un'azione politica in Etiopia che fosse basata sul calcolo del rovesciamento del
Governo attuale, sulle gelosie dei Capi,
Parte prima L'irresistibile ascesa
sullo sfruttamento e incoraggiamento di ambizioni tigrine o scioane o amhara, con
la speranza di provocare la disintegrazione dell'Etiopia e l'intervento delle
Potenze (...) sarebbe un'azione incerta e aleatoria, basata su false speranze19.
Mussolini era incerto. Partigiano della politica di sovversione almeno dal 1925, si
rendeva per� conto che il suo paese non era pronto a condurre una guerra contro
l'Etiopia e aveva pertanto aderito alla nuova politica di collaborazione, ma
soltanto per guadagnare tempo. In effetti egli avrebbe voluto praticare
contemporaneamente tutte e due le politiche. Mentre da un lato spronava Cora a
concludere le trattative per Assab con Tafari, dall'altro pregava l'ambasciatore a
Londra, Chiaramonte Bordonaro, di sondare il governo britannico - che aveva ottime
relazioni "con uno dei maggiori capi dissidenti, ras Hail� del Goggiam" - per
sapere se la Gran Bretagna fosse disposta a concertare con l'Italia - preoccupata
per la "formazione e il grosso armamento di uno Stato abissino centralizzato" - una
comune "azione di pressione e di forza"20. Vale la pena di sottolineare che erano
proprio l'Italia e la Gran Bretagna - che nel 1923 avevano descritto l'Etiopia alla
Societ� delle Nazioni come un paese ingovernabile e in preda a una costante
anarchia - ad essere ora preoccupate per i successi di Tafari nella sua opera di
centralizzazione del potere e a rivelare il proposito di ostacolarla con ogni
mezzo. In effetti il patto ventennale del 1928 non sarebbe mai entrato in vigore,
la camionale AssabDessi� sarebbe rimasta sulla carta e la politica della
sovversione avrebbe avuto la meglio sulla politica della collaborazione.
La politica della sovversione
All'imperatrice Zaodit� il patto stretto con l'Italia non piaceva. Non aveva fatto
nulla per ostacolare Tafa-

///. Da reggente a imperatore


ri, ma riteneva che la costruzione della camionale AssabDessi� avrebbe distrutto le
difese naturali dell'Etiopia aprendo un varco agli invasori. Il 5 settembre 1928
incontrava il reggente e lo accusava apertamente di non aver dato peso ai suoi
rilievi, indebolendo cos� la sua autorit�. Forse nel tentativo di venire in aiuto
all'imperatrice, ma di certo istigato da alcuni personaggi "incapaci e indegni"21,
nella stessa giornata del 5 settembre il comandante della Guardia imperiale, degiac
Abba Weqaw Berru, si ammutinava con i suoi uomini e si barricava all'interno del
mausoleo di Menelik, minacciando di aprire il fuoco su chiunque si fosse avvicinato
all'edificio. Per domare l'insurrezione - circoscritta tuttavia al Vecchio Gheb� e
condotta con una tale imperizia da far sospettare che ad architettarla fosse stato
lo stesso Tafari22 - il reggente faceva intervenire reparti dell'esercito e l'unico
carro armato in dotazione, un F�at 3000 A guidato dal caporalmaggiore in congedo
Francesco De Martini23. Dopo la resa degli insorti, avvenuta all'alba del 6
settembre dopo un intervento diretto dell'imperatrice, Abba Weqaw Berru veniva
condannato a morte dal Consiglio della Corona costituitosi in tribunale supremo, ma
Tafari preferiva commutare la pena e lo affidava in custodia al nuovo ministro
della Guerra, degiac Mulughiet� Igazu.
La generosit� di Tafari era pi� che motivata. Il maldestro complotto di Abba Weqaw
Berru gli forniva il pretesto per salire l'ultimo gradino del potere. Infatti,
sfruttando le manifestazioni che il 6 e il 7 settembre si svolgevano ad Addis Abeba
in suo sostegno e contro l'imperatrice - dimostrazioni abilmente organizzate dal
cantiba della capitale, degiac Nasib� Zamanuel, e che sollecitavano una soluzione
radicale del conflitto con la deposizione dell'imperatrice, la proclamazione di
Tafari a negus neghesti, lo scioglimento della malfida Guardia imperiale e l'esilio
per l'intrigante ecceghi� Gabr� Menfes
Parte prima L'irresistibile ascesa
Cheddus - il vicario imperiale riusciva a ottenere ci� che voleva, ossia il titolo
di negus e l'esclusiva del potere, ma con l'aria di chi non chiede nulla, anzi
manifestando un'apparente difesa di Zaodit�, oltre che la volont� di restare
nell'ambito della legge. Anche se nelle sue memorie egli sostiene che "Dio solo sa
che io non sono implicato in questa faccenda", Tafari aveva in realt� puntato tutto
- e sin dall'inizio della crisi - sul titolo di negus dell'intera Etiopia25, titolo
che automaticamente lo poneva al di sopra di tutti gli altri capi. Ma anche in
questa occasione Tafari dimostrava di non avere fretta: spingendo a fondo la
protesta dei suoi sostenitori sarebbe potuto salire subito sul trono imperiale, ma
era troppo avveduto per correre il rischio di gettare il paese in una guerra
civile, di apparire all'estero come un usurpatore e di perpetuare l'immagine di
un'Etiopia perennemente in preda al caos.
Il 7 ottobre, nella tenda di seta eretta dinanzi alla chiesa di End� Sellassi� (SS.
Trinit�), l'imperatrice Zaodit� poneva sul capo di Tafari la corona regale, alla
presenza del corpo diplomatico al completo, dei dignitari di corte, delle pi� alte
cariche della Chiesa copta, e dei governatori delle tre colonie finitime, sir
Harold Baxter Kittermaster (Somaliland), Chapon Baissac (Somalia Francese) e
Corrado Zoli (Eritrea), il quale cos� ricorda la cerimonia d'incoronazione:
E quando, poco di poi, ritiratasi l'Imperatrice, il Governatore dell'Eritrea
annunziava al nuovo Negus che Sua Maest� il Re d'Italia lo insigniva della suprema
onorificenza del Collare della SS. Annunziata, un sorriso illuminava il volto
melanconico e impassibile del Monarca, che si sollevava leggermente dal trono per
ringraziare. Un altro dei grandi scopi della sua tenace e abile politica appariva
raggiunto26.
Al pranzo dell'incoronazione, nelV aderasc del Gheb� di Tafari, erano presenti
mille ospiti, con la colonia euroIII. Da reggente a imperatore

pea della capitale quasi al completo. Il padre Chiomio -reduce da un viaggio nel
Sud etiopico durato un anno, nel corso del quale spesso aveva patito la fame - era
soprattutto sbalordito dal numero delle portate, annaffiate "a volont�" con vino
del Reno, Chambertin, Ch�teau Chimens, Mumm Cordon Rouge. Il missionario della
Consolata confidava inoltre al proprio diario di essere rimasto molto colpito da
ras Kassa che, avvolto in uno sfarzoso "manto verde, sedeva di fronte al negus, in
quanto primo dignitario dell'impero". Splendide apparivano anche le truppe di
Tafari, che indossavano per la prima volta le nuove divise di foggia europea, color
cachi e azzurre. Il pantagruelico banchetto era infine allietato dalla Scuola
musicale armena, diretta dal maestro K. Nalbadian, che eseguiva brani di musica
classica oltre agli inni nazionali dei paesi rappresentati ad Addis Abeba27. Il
negus Tafari Maconnen era visibilmente compiaciuto e commosso. Aveva appena
trentasei anni ed era ormai il virtuale signore dell'Etiopia. Anche se Zaodit�
sedeva ancora sul trono, il suo peso negli affari di Stato era pressoch� nullo, a
causa anche della salute malferma. Riferiva infatti Cora a Mussolini il 18 aprile
1928:
Per le mie informazioni confidenziali, posso assicurare che l'Imperatrice soffre di
diabete e di complicazioni al fegato. Essa non � in et� troppo avanzata - 53 anni -
ma per la vita sedentaria che fa, per le continue e severe pratiche religiose che
le impediscono di seguire il regime pi� adatto a quel genere di malattie e la
indeboliscono sempre di pi�, � ovvio che la Sovrana d'Etiopia non � destinata - a
meno di qualche miracolo - ad una vita lunga. (...) Sarebbe desiderosa di ritirarsi
in un convento od a Gerusalemme, abdicando in favore di Tafari Maconnen28.
Da quando, nel 1916, aveva assunto la reggenza dell'impero, Tafari ne aveva fatta
di strada; e con lui il paese, che ora sembrava ben avviato sulla via di una reale
Parte prima L'irresistibile ascesa
unificazione e di un cospicuo rinnovamento, mentre il trattato di amicizia con
l'Italia sembrava ancora garantire anni di pace alle frontiere. La sola minaccia
per Tafari era costituita dagli ultimi, disperati colpi di coda di un'aristocrazia
che non si rassegnava a perdere i suoi privilegi. Due, in particolare, erano i
nobili che non gli nascondevano la loro ostilit� e che avevano i mezzi militari e
finanziari per dargli del filo da torcere. Il primo, e pi� temibile, era ras Hail�
Tecla Haimanot, signore del Goggiam, l'uomo pi� ricco dell'impero; figlio di negus,
aspirava alla stessa carica ed era disposto a tutto pur di ottenerla. Scriveva Jean
D'Esme dopo averlo incontrato a Debr� Marc�s:
Egli spicca per il suo fasto bizantino, per le sue ricchezze e per il suo
carattere. � veramente, nell'ultimo paese dei baroni feudali, il grande signore
medievale, con il suo lusso, la sua onnipotenza, le sue incalcolabili ricchezze, la
sua rude energia mescolata a raffinatezze e a galanterie29.
Il secondo, ras Gugsa Oli�, governatore del Beghemeder, non aveva n� la statura
politica n� le ricchezze di ras Hail�, ma disponeva di un buon esercito e,
soprattutto, di validi moventi per odiare Tafari: non soltanto lo riteneva
responsabile del suo forzato divorzio dall'imperatrice Zaodit�, ma lo accusava
anche di avergli negato l'avito feudo dello Jeggi�.
Tafari avrebbe avuto ragione di entrambi, con la forza e l'astuzia. Analizzando i
motivi del suo successo, John Markakis individuava con molta acutezza alcuni tratti
dominanti della "sua formidabile personalit�":
una profonda ambizione perseguita con giudiziosa prudenza; una pazienza senza
limiti appaiata alla capacit� di agire con prontezza; un'indole benevola e modi
garbati accoppiati a una grande brutalit� nelle questioni politiche; un esagerato
atteggiamento di indecisione e un talento per la dissimula-

///. Da reggente a imperatore

zione; la capacit� di attrarre e di influenzare, reciprocamente e simultaneamente,


forze antagonistiche; una facilit� ad assicurarsi l'impegno di ognuno alla sua
causa senza impegnare se stesso per nessuno; un acuto giudizio del carattere umano
e un'abilit� nella sua manipolazione; un'inclinazione per l'intrigo e una presa di
posizione morale di distacco da esso; un abile senso della propaganda; una natura
frugale la cui sola passione dominante � il potere; e un senso di suprema sicurezza
nella propria capacit� di guidare il destino del popolo etiopico30.
In tempi diversi, tanto ras Gugsa Oli� che ras Hail� Tecla Haimanot avrebbero
cospirato contro Tafari sapendo di poter contare sull'appoggio segreto dell'Italia,
ma il reggente conosceva alla perfezione i meccanismi e i pericoli della politica
di sovversione esercitata ai danni dell'Etiopia dai servizi segreti italiani. Le
prime trame risalivano addirittura al 1891, quando si era tentato di opporre ras
Mangasci� del Tigre all'imperatore Menelik31. Pi� tardi, nel 1925, il governatore
della Somalia Italiana, Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, aveva fatto avanzare
in territorio etiopico alcuni reparti di dubat, che avevano occupato le localit� di
Ferf�r, Olassan, Lammabar, Scill�ve, Gherlogubi, Ual Ual, Uardere, Galadi,
spostando in avanti la frontiera di oltre cento chilometri. L'immediato intervento
di Colli di Felizzano, che aveva segnalato a Mussolini la gravit� dell'episodio32,
aveva costretto De Vecchi a richiamare i dubat entro il vecchio confine. Ma si
trattava soltanto di una rinuncia provvisoria: presto i dubat avrebbero sconfinato
di nuovo, per fortificarsi, questa volta, sulle posizioni occupate.
Tutto ci� non era che il principio. Fra il dicembre del 1928 e il marzo dell'anno
successivo, vale a dire a pochi mesi dalla firma del trattato ventennale di
amicizia, il governatore dell'Eritrea, Corrado Zoli, faceva occupare una grossa
fetta della Dancalia e l'intero paese dei Cunama - tra il Gasc e il Setit - e
faceva spostare in avanti
Parte prima L'irresistibile ascesa
i posti confinari su quella che riteneva fosse la vera linea di frontiera
riconosciuta dai trattati, ma che in realt�, non essendo mai stata delimitata, era
ancora in discussione. Zoli costringeva inoltre il f�taurari Gal�, che amministrava
i Cunama per conto dell'Etiopia, a sottomettersi al governo italiano. Le misure
prese unilateralmente da Zoli, oltretutto all'insaputa di Cora, che le avrebbe
disapprovate, suscitavano le proteste di ras Sejum Mangasci�, governatore del Tigre
occidentale, e di altri capi etiopici delle regioni di confine, e venivano usate
dagli avversari di Tafari in questi termini: "Ecco i primi frutti dell'amicizia
italiana: il Negus ha venduto il nostro territorio"33.
Mentre al Nord Corrado Zoli faceva ricorso ad annessioni abusive o, per lo meno,
intempestive, al Sud il governatore della Somalia, Guido Corni, faceva occupare
nuovamente la linea dei pozzi GherlogubiUardereUal Ual, proprio mentre Cora
ribadiva al ministero degli Esteri etiopico che Ual Ual apparteneva all'Etiopia34.
Corni autorizzava inoltre il capitano dell'esercito Roberto Asinari di San Marzano
a inoltrarsi nei territori del Sud etiopico per sobillare le popolazioni contro il
governo centrale e compiere atti di spionaggio militare. Partito da Dolo nel
gennaio 1929, San Marzano percorreva per otto mesi le province meridionali
dell'impero e agiva in maniera cos� scoperta e maldestra da attirare l'attenzione
non soltanto delle autorit� etiopiche, ma della stessa legazione italiana di Addis
Abeba. "L'azione di San Marzano in territorio etiopico - scriveva nel 1931 il
ministro Paterno a Dino Grandi - � stata addirittura disastrosa. Egli non ha fatto
altro che parlare ai capi di una prossima occupazione italiana dell'Etiopia
Meridionale"35. Nonostante si fosse rivelato tanto maldestro, tre anni dopo
l'ufficiale veniva mandato nuovamente in territorio etiopico a proseguire l'opera
di spionaggio e sovversione.

III. Da reggente a imperatore

L'azione simultanea di erosione dei confini a nord e a sud dell'impero faceva


pensare a un piano ben concertato: il negus ne era convinto. In realt� non si era
mai fatto troppe illusioni sull'efficacia del patto ventennale d'amicizia con
l'Italia, ma ancora non sapeva che a Roma la politica della sovversione aveva avuto
la meglio sulla politica della collaborazione; che i ministeri delle Colonie e
degli Esteri, un tempo divisi sulla strategia da adottare, ora procedevano insieme
verso un unico obiettivo: la disintegrazione dell'Etiopia; che l'oltranzista
Corrado Zoli aveva avuto ragione del leale Giuliano Cora; che il dicastero delle
Colonie stava per essere assunto dal generale De Bono, l'uomo che avrebbe diretto
la prima fase dell'aggressione fascista all'Etiopia. Tafari non era ancora in
possesso di tutte queste informazioni, ma gli effetti della svolta italiana erano
gi� visibili, soprattutto nelle province settentrionali dell'impero, dove, a
partire dal 1928, gli Uoggerat, gli Azebo Galla e i Raia Galla si erano ribellati
al governo centrale e mettevano a segno sanguinose razzie.
L'origine di questa ribellione non aveva per� alcuna attinenza con i piani eversivi
italiani. Erano state la siccit�, la penuria dei raccolti, la fame e il flagello
delle cavallette a preparare il terreno alla rivolta, che era poi esplosa quando
gli esattori del governo centrale, insensibili alle suppliche delle popolazioni
affamate, avevano preteso il pagamento delle tasse. � soltanto in questa seconda
fase che gli insorti possono aver ricevuto qualche incoraggiamento dagli italiani,
ma certo non nella misura descritta da Tafari nelle sue memorie36. Secondo il
negus, erano stati agenti italiani a fornire armi agli insorti ed era stato il
console italiano a Gondar, Alberto Poller�, a convincere ras Gugsa Oli� a unirsi
agli insorti anzich� combatterli, come intimava il governo di Addis Abeba. Che
Poller� abbia svolto una certa attivit� eversiva, dal suo posto avanzato di Gondar,
non � da escludere.

Parte prima L'irresist�bile ascesa

Ma, per la verit�, i maggiori istigatori erano ras Hail� del Goggiam e ras Sejum
del Tigre, come ben ricorda Mesganaw Adugna nel canto funebre per il suo padrone:

Tutti cospirarono con noi, ma poi se ne fuggirono senza combattere. Il Tigre


ascolt� le notizie e subito si sottomise. Il Goggiam ascolt� le notizie e subito si
sottomise. Avendo fatto del mio ingenuo signore, Gugsa Oli�, un babbeo37.
Nel gennaio 1930, per riportare l'ordine al Nord sconvolto da due anni di razzie e
controrazzie, il negus Tafari decideva di impiegare l'esercito imperiale, al
comando del ministro della Guerra Mulughiet�, rafforzato da truppe regionali. E
mentre queste forze rastrellavano per tre mesi e con successo le province insorte,
Tafari e Zaodit� avviavano trattative segrete, con il ras Gugsa Oli�, per evitare
inutili spargimenti di sangue. "Noi abbiamo vissuto a lungo uniti - scriveva il 7
febbraio Zaodit�, in una commossa lettera all'ex consorte -, epper�, non posso
credere che tu nutra dei mali disegni contro il Governo della tua giovinezza"38. E
poich� nella capitale circolava la voce secondo cui era stata la stessa imperatrice
a sobillare Gugsa Oli�, Zaodit� affrontava coraggiosamente l'argomento in una
seconda lettera al ras:
Perch� tu non ti inganni in false manovre e non mi si accusi di cose che non ho mai
pensato n� consigliato, asserendo che sono io che ti ho indotto a ribellarti, io
debbo, per quel che ti riguarda, domandarti quale benefizio troveresti tu in una
simile ribellione se vi incontrassi una morte vergognosa.
Concludeva la missiva supplicando l'ex marito, in nome "di Dio crocefisso e
Salvatore del mondo", di pre-

///. Da reggente a imperatore

sentarsi alle truppe imperiali senza alcun timore, poich� lei stessa si faceva
garante della sua incolumit�39.
Alle suppliche, agli inviti, alle intimidazioni, il ras ribelle non rispondeva,
oppure, quasi a voler guadagnare tempo, replicava con lettere ambigue ed evasive,
certo che i ras Hail� e Sejum lo avrebbero raggiunto con i loro eserciti. Tafari,
oltre a temere una simile coalizione, era inoltre preoccupato perch� Gugsa Oli� lo
accusava di essere il protettore del cattolicesimo in Etiopia40. Per sventare
quest'ultima, insidiosa manovra, il negus si era valso dell'appoggio dell'abuna
Cirillo e soprattutto dei quattro vescovi etiopici che lui stesso aveva fatto
consacrare41 .
A rompere gli indugi e a troncare le oziose trattative, era inaspettatamente ras
Gugsa Oli�. Il 25 marzo 1930 lasciava Cummer Dengi�, dove si era radunato il suo
esercito, e puntava su Debr� Zeb�t, dove si era accampata invece l'armata
imperiale. Mulughiet�, che ne poteva sorvegliare le mosse grazie a due Potez
pilotati dai francesi Maillet e Corriger42, gli inviava un ultimatum intimandogli
di rientrare a Debr� Tab�r. Pur non essendo un uomo di guerra - aveva infatti
trascorso gran parte della sua vita a costruire chiese nei suoi domini -, Gugsa
Oli� non si lasciava intimidire n� dagli ultimatum di Mulughiet� n� dai manifestini
che, piovendo dal cielo, gli annunciavano la scomunica deli "abuna Cirillo nel caso
in cui egli si fosse opposto al negus Tafari.
Ma Gugsa Oli� aveva oramai deciso e il 29 marzo raggiungeva le sorgenti del
torrente Soga a meno di dieci chilometri dal campo trincerato di Mulughiet�. I due
eserciti si fronteggiarono per due giorni. Quello imperiale era forte di 20.000
fucili, 6 cannoni e una trentina di mitragliatrici, mentre quello di Gugsa Oli�
disponeva soltanto di 10.000 fucili, 2 cannoni e una decina di mitragliatrici. Per
compensare l'inferiorit� di u�mini e mezzi, il ras ribelle decideva di agire di
sorpresa, prenParte prima L'irresistibile ascesa

dendo il nemico alle spalle secondo la tipica manovra "avvolgente" abissina, ma


l'abile mossa veniva sventata, all'alba del 31 marzo, da uno dei Potez in
ricognizione sulle alture di Medam Alem. Bombardate e mitragliate, le tre colonne
ribelli che stavano tentando la manovra "a tenaglia", venivano quindi separatamente
affrontate e battute da Mulughiet�. Alle 8.30 ras Gugsa Oli�, agganciato da un
reparto di Mulughiet�, veniva colpito da un fendente di sciabola alla fronte,
disarcionato e, infine, crivellato di colpi. Sette ore dopo era tutto finito: gli
imperiali avevano perso pochissimi uomini; gli avversari lamentavano oltre 3.000
perdite43. Era la vittoria della tecnologia sulla tradizione. Giustamente faceva
osservare Harold G. Marcus che "Tafari aveva conquistato una corona usando un
moderno carro armato; l'aeroplano avrebbe confermato il suo potere sovrano"44.
Commentando il fatto d'armi di Debr� Zeb�t, Tafari ribadiva le accuse all'Italia:
Il fatto che la maggioranza delle armi catturate ai soldati di ras Gugsa, nel corso
della battaglia, fosse costituita da fucili Verterli che provenivano da Asmara, ci
convinse sempre di pi� che erano stati gli italiani ad aiutare ras Gugsa a
ribellarsi45.
Anche se un modesto sostegno italiano non era da escludere, Tafari ne ingigantiva
la portata per mitigare alcune sue responsabilit�, come l'ingiusta tassazione di
popolazioni allo stremo, cui non restava altra scelta che quella di ribellarsi. Da
buon scioano, non era la prima volta che usava il pugno di ferro con le popolazioni
galla; e non sarebbe stata l'ultima.
Ma Tafari, oltre che trionfare sul rivale, desiderava essere considerato magnanimo
e timorato di Dio; per questo, all'indomani dell'episodio di Debr� Zeb�t, faceva
pubblicare dal settimanale "Berhanena Selam" e dall'ufficioso "Courrier d'Ethiopie"
una dichiarazione per

///. Da reggente a imperatore

far conoscere gli sforzi da lui fatti, sino alla vigilia dello scontro, per evitare
"che si versasse sangue cristiano"46. Con consumata abilit�, giorno per giorno,
Tafari costruiva la propria leggenda. Altri, affascinati dal suo personaggio,
l'avrebbero arricchita e perpetuata.
La morte di Zaodit�
Il 2 aprile 1930, due giorni dopo la morte sul campo di battaglia del pio e
sfortunato Gugsa Oli�, l'imperatrice Zaodit� lo seguiva nella tomba. Scomparsi
dalla scena etiopica, all'improvviso, questi due personaggi, per il reggente non
rimanevano pi� ostacoli sulla via del trono: Tafari sarebbe dunque diventato Hail�
Selassi� I.
Sulla morte dell'imperatrice, che aveva soltanto cinquantaquattro anni, molto si �
scritto e, soprattutto, molte congetture sono state fatte. Secondo Hail� Selassi�,
forte della testimonianza del medico svedese Hanner e del medico svizzero
Mayenberger, la figlia di Menelik era morta stroncata dal diabete e non di
"crepacuore", come avevano scritto i giornali italiani. In questa versione egli
ravvisava soltanto il malanimo degli italiani e la "piena misura della loro
falsit�"47, poich�, assicurava egli stesso, la notizia della morte dell'ex marito a
Debr� Zeb�t era stata tenuta nascosta all'imperatrice, proprio in considerazione
del suo grave stato di salute.
Comunque non erano soltanto i giornali italiani ad avanzare ipotesi maligne: alcuni
storici, ad esempio, si interrogheranno sui motivi della frettolosa inumazione
della salma, avvenuta appena sei ore dopo il decesso, mentre altri giungeranno
addirittura a escludere che Zaodit� sia mancata per morte naturale, avanzando
l'ipotesi dell'avvelenamento o dello strangolamento48. Anche se voci in questo
senso erano in realt� circolate ad Addis Abeba, esse non avevano alcun
fondamento49. TaParte prima L'irresistibile ascesa

fari aveva dato pi� volte prova di non essere impaziente e di saper attendere il
suo turno per salire al trono. Nel 1928, per esempio, avrebbe potuto ottenere la
corona imperiale se soltanto avesse prolungato di un giorno le dimostrazioni
popolari. Ma non lo fece.
La morte di Zaodit�, comunque, non era stata del tutto "naturale", poich� era stata
in un certo senso accelerata, non � facile dire se per ignoranza o con
premeditazione. La sovrana, gi� malata di diabete, aveva contratto a met� marzo il
paratifo. I tre medici che l'avevano in cura, lo svedese Hanner, lo svizzero
Mayenberger e il francese Germain, le avevano prescritto alcuni medicinali e una
dieta ricca di alimenti a base di latte. Ma i loro sensati consigli si erano
scontrati con le severe regole imposte dal clero copto, il quale, per rispettare la
quaresima, aveva consigliato all'imperatrice la pi� rigorosa osservanza del digiuno
e l'astensione completa dai latticini. La tensione fra preti e medici si era fatta
cos� acuta che questi ultimi avevano addirittura corso il rischio di essere messi
alla porta. Il 1� aprile, la sovrana si aggravava ulteriormente e i preti di corte
le imponevano, come ultimo rimedio, un bagno (freddo, ovviamente) nell'Acqua Santa,
i cui effetti non si facevano attendere. Chiamato d'urgenza nella notte fra il 1� e
il 2 aprile, il dottor Germain non poteva che constatare che l'imperatrice era
entrata in coma. Sarebbe spirata alle 14 dell'indomani.
Il 3 aprile, a poche ore dalla scomparsa di Zaodit�, il Consiglio della Corona
proclamava imperatore Tafari Maconnen, il quale, salendo al trono, assumeva il nome
di Hail� Selassi� I. Infrangendo un'antica e radicata tradizione, il nuovo
imperatore non si faceva incoronare immediatamente, ma rinviava la cerimonia di ben
sette mesi per essere in grado di ospitare degnamente ad Addis Abeba non soltanto i
dignitari dell'impero, ma anche gli inviati straordinari delle dodici nazioni
straniere

///. Da reggente a imperatore

rappresentate nella capitale. Un ulteriore segno della volont� di Hail� Selassi� di


far uscire per sempre l'Etiopia dal suo isolamento.
Ai preparativi per la cerimonia dell'incoronazione, l'imperatore avrebbe dedicato
mesi e mesi, ideando lui stesso il disegno delle corone imperiali, sovrintendendo a
tutti i lavori di restauro e di abbellimento della capitale, curando sin nei minimi
dettagli la coreografia, per la quale avrebbe mescolato antichi riti etiopici e la
pi� compassata etichetta delle corti britannica e svedese. Con questo straordinario
spettacolo intendeva raggiungere due obiettivi: impressionare i propri sudditi, e
in particolare i massimi dignitari, e convincere gli ospiti europei che l'Etiopia
era un paese civile ed evoluto. Ci sarebbe riuscito soltanto in parte, perch� era
impossibile, in cos� breve tempo, dare all'Etiopia un volto realmente moderno.
Per quanto egli avesse, ad esempio, fatto rinfrescare le pareti dei pochi edifici
in muratura, nascondere dietro a palizzate gli angoli pi� sordidi, bitumare le
arterie principali, dotare i poliziotti di nuove divise, costruire archi di trionfo
ed erigere dinanzi alla cattedrale di San Giorgio un monumento equestre a Menelik,
in realt�, come osservava L�onard Mosley, l'Addis Abeba del 1930 "assomigliava pi�
che altro ad una citt� di capanne con qualche guarnizione da torta nuziale"50.
Andr� Armandy era ancora pi� severo:
Addis Abeba si gloria di possedere il telefono, ma non esiste l'elenco. (...) Le
strade non hanno nomi, le case sono senza numeri. (...) Non ci sono fogne n�
servizio di pulizia: sono i nibbi e le iene i funzionari incaricati della nettezza
urbana (...). C'� la polizia, ma i lebbrosi circolano e mendicano in tutta libert�.
Il tifo esantematico vi regna allo stato endemico, ma c'� un campo di corse, un
club imperiale e due archi di trionfo51.
Parte prima L'irresistibile ascesa
Per colpire l'immaginazione popolare, Hail� Selassi� aveva acquistato in Germania
la carrozza dell'ex imperatore Guglielmo II, dotandola di un superbo traino di sei
Lipizzaner della scuola di equitazione spagnola di Vienna. Per ricompensare,
invece, i ras che lo avevano sostenuto e per gratificare gli ospiti pi� illustri,
aveva affidato a un orafo di Regent Street l'incarico di forgiare una ventina di
corone d'oro tempestate di perle e diamanti, oltre a scettri, spade, diademi,
anelli e medaglie commemorative. Gli echi di questi favolosi preparativi
raggiungevano l'Europa, ma non tutti i commenti erano favorevoli: c'era infatti chi
faceva notare il contrasto, palese e ingiurioso, tra il fasto della corte negussita
e l'estrema indigenza delle popolazioni dell'impero. Pi� tardi qualcuno
quantificher� il costo dell'incoronazione in 180.000 sterline, l'equivalente di una
tonnellata d'oro52, e, poich� in Etiopia vigeva un regime di estrema confusione fra
finanze dello Stato e patrimonio personale dell'imperatore, era fin troppo evidente
che a pagare quella favolosa cifra erano stati i fedeli sudditi di Hail� Selassi�.
Il 2 novembre 1930 tutto era pronto per la cerimonia. Erano giunti nella capitale
tutti i dignitari dell'impero, fra cui i ras Kassa, Hail�, Sejum, Gugsa Arava e
Chebbed� Mangasci� Atechim; ajcuni di loro, pi� che invitati, erano stati convocati
gi� da aprile. Dall'estero erano arrivati il duca di Gloucester, il principe di
Udine, il maresciallo di Francia Franchet d'Esperey, il barone tedesco von
Waldthausen, il conte greco Metaxas, il turco Muhittin Pasci�, il conte polacco
Dzieduszycki, il giapponese Isaburo Yoshida, e ancora i rappresentanti di Belgio,
Svezia, Olanda, Egitto e Stati Uniti. Ciascuno di loro portava svariati doni: i pi�
graditi erano stati un aereo Breda, offerto dall'Italia, e un Potei donato dalla
Francia insieme a un cannone da 75 millimetri.
La cerimonia dell'incoronazione, officiata nella chieIII. Da reggente a imperatore

sa di San Giorgio dal nuovo abuna Cirillo, dai cinque vescovi etiopici e dal
rappresentante del patriarca copto di Alessandria, abuna Yosab, cominciava la sera
del 2 novembre e proseguiva tutta la notte, per concludersi a mezzogiorno del
giorno dopo. Come narrava Luca dei Sabelli:
Seguendo il rituale antichissimo V abuna present� al Sovrano lo scettro d'oro,
mentre i diaconi intonarono il salmo "Eterno si estender� da Sion lo scettro della
tua potenza". Venne quindi consegnato al Sovrano il globo d'oro, simbolo di
sovranit� sulla terra, la spada e la lancia per conquistarla e l'anello per
governarla con giustizia. L'abuna cosparse allora le chiome del Re con olio sacro,
profumato coi sette mistici unguenti. Dopo di che gli cinse la fronte col diadema
imperiale tempestato di gemme. Allora, tra le nuvole dell'incenso e i canti
liturgici, sfilarono dinanzi al trono dell'Imperatore i ras con la spada sguainata
e rinnovarono il giuramento di fedelt�53.
L'evento solenne ripagava il trentottenne imperatore delle umiliazioni subite in
passato e delle attese sofferte in silenzio. Ci� nonostante, riferiscono i
testimoni, nessun sentimento trapelava dal suo volto. Nel corso della lunga,
estenuante cerimonia si era come verificata in lui una metamorfosi: aveva perso la
spontaneit� di sempre per assumere atteggiamenti solenni, ieratici, pi� conformi al
suo nuovo ruolo imperiale; sembrava consapevole di incarnare i simboli, la storia,
la gloria dei duecentoventiquattro imperatori che, nell'arco di duemila anni,
l'avevano preceduto su quel trono. Da questo momento in poi anche il suo modo di
gestire sarebbe cambiato.
Adesso, finalmente, era solo a governare. Adesso poteva portare avanti con maggior
decisione il suo programma di riforme. Adesso non poteva pi� attribuire ad altri la
colpa del mancato sviluppo del suo paese. Era so-
Parte prima L'irresistibile ascesa
lo a decidere, solo a raccogliere la gloria per ogni successo, ma anche l'infamia
di ogni eventuale fallimento. La lotta per il potere non era tuttavia ancora
finita: fra i ras che gli avevano giurato fedelt� durante la cerimonia, ce n'erano
almeno tre che non avrebbero esitato a tradirlo, se si fosse presentata
l'occasione. Per primo ras Hail�, il quale, sospettato di complicit� con Gugsa
Oli�, da maggio non poteva pi� lasciare la capitale. Poi ras Sejum, che era stato
partigiano di Ligg Jasu e non riusciva a dimenticare la sua ascendenza imperiale.
Infine ras Gugsa Arava, che aveva tenuto un atteggiamento ambiguo durante le
campagne del 1928-1929 contro i Galla. Poi, un gradino pi� in basso nella
gerarchia, c'erano altri oppositori, tra i quali il degiac Ajaleu Burr�, deluso per
non essere stato ricompensato con il titolo di ras in virt� del suo contributo
nella liquidazione del ribelle Gugsa Oli�, e il degiac Aberra Tedia, rimosso dal
suo incarico di governatore dello Zebul per collusione con i razziatori Azebo
Galla. E altri ancora.
Annotava l'impaziente e caustico Evelyn Waught:
Quando Dio volle, verso mezzogiorno e mezzo, la messa fin�. Esattamente simili alle
statue che si portano in processione a Siviglia, l'imperatore e l'imperatrice
avanzarono sotto un baldacchino rosso e oro dirigendosi verso un alto palco. Qui
l'imperatore lesse il proclama reale. Un aeroplano sparse per il cielo copie del
testo e gli araldLdi corte lo lessero al popolo per mezzo degli altoparlanti54.
La cerimonia dell'incoronazione era finita, ma le feste, le parate militari, i
pranzi pantagruelici per migliaia di invitati, sarebbero durati ancora sei giorni.
Non tutti ad Addis Abeba, per�, apprezzavano lo sfoggio di opulenza della corte
imperiale. Scriveva il medico Edoardo Borra, che, per esperienza diretta, conosceva
molto bene il rovescio della medaglia:

///. Da recente a imperatore


A ponente della chiesa di San Giorgio, a cento metri dal fasto imperiale, giaceva
un vecchio cimitero di poveri, senza lapidi n� croci, abbandonato, sommerso da rovi
e sterpaglie. Mi ci recai come per disintossicarmi dallo stordimento degli ori
sfarzosi, dei gioielli, della fiera delle vanit�. In quel cimitero abbandonato
s'incontravano basse capannucce riparate da frasche o da latte arrugginite, le tane
dei lebbrosi, che si trascinavano fuori carponi. Ma quel giorno i lebbrosi erano
stati allontanati55.

Parte seconda SOLO CONTRO IL FASCISMO

I
VERSO LA GUERRA CON L'ITALIA
La Costituzione del 1931
Giunto al vertice del potere, Hail� Selassi� si rese presto conto che, anche se
nessuno l'aveva ancora chiesta o sollecitata, era ormai giunto il momento di dare
all'Etiopia una Costituzione. Che a questo atto egli annettesse una straordinaria
importanza lo dimostrano ben ventiquattro pagine delle sue memorie, dedicate ad
illustrarne i significati, le conseguenze per il paese e persino la genesi:
Quando ero reggente informai la regina Zaodit� che la promulgazione di una
costituzione sarebbe stata di grande beneficio per il governo e il popolo. Ma
alcuni dei grandi nobili, il cui vantaggio era di governare il paese senza una
costituzione, insinuarono che la sua adozione avrebbe diminuito la dignit� e
l'autorit� della regina. Per questo motivo il nostro piano rimase inadempiuto1.
Diventato imperatore, Hail� Selassi� riprendeva in mano il vecchio progetto e
affidava al begirond progressista Tede Hawariat Tede Mariam2 l'incarico di
stenderne un primo abbozzo, incarico che quest'ultimo assolveva con molta diligenza
prendendo in considerazione tutte le Costituzioni che aveva potuto ottenere dalle
legazioni presenti ad Addis Abeba, e in modo particolaParte seconda Solo contro il
fascismo

re quella giapponese del 1889. Il documento veniva quindi sottoposto al vaglio di


una commissione - composta da una dozzina fra ras, ministri e alti funzionari3 -in
seno alla quale si verificava subito una frattura: gli esponenti della nobilita
ereditaria (masafent), fatta eccezione per ras Immir� che un giorno regaler� parte
delle sue terre ai contadini, premevano infatti per conservare le loro prerogative
regionali, mentre la nuova �lite creata da Hail� Selassi� sosteneva con forza che
gli incarichi governativi dovevano essere assegnati in base al merito e non ai
natali dei candidati. La frattura veniva sanata dallo stesso imperatore, il quale,
con una formula di compromesso, riusciva se non proprio a soddisfare entrambe le
parti, almeno ad ammansirle. Anche se non completamente demolito, il potere feudale
usciva da questo confronto notevolmente ridimensionato.
Il 16 luglio 1931, quindici mesi dopo la sua ascesa al trono, Hail� Selassi�
concedeva agli etiopici la loro prima Costituzione scritta, il cui preambolo, letto
da "un imperatore pallido, gracile, con una voce che non sembrava neppure umana
tanto era lontana"4, diceva, fra l'altro: "L'Etiopia deve restare unita, senza
divisioni, come lo sono i membri di una stessa famiglia. Essa deve essere regolata
da una Costituzione e governata da un Imperatore". Rivolgendo, a un dato momento,
il suo sguardo ai grandi dignitari che avevano mal digerito il documento, Hail�
Selassi� pronunciava con studiata lentezza queste parole: "La legge, sia che
ricompensi sia che castighi, deve essere applicata a tutti senza eccezioni"5.
La promulgazione della Costituzione consentiva all'imperatore di raggiungere
diversi obiettivi: assicurare alla propria famiglia, in virt� dell'art. 2, la
successione imperiale, spiazzando rivali coevi e futuri; concentrare, in base ai
dodici articoli del capitolo II, tutti i poteri nella sua persona; offrire al paese
i primi, anche se rudimentali, strumenti per partecipare alla direzione degli

/. Verso la guerra con l'Italia


affari del governo; rinforzare, attraverso le attivit� del Parlamento, l'unit�
nazionale; stabilire le strutture e il funzionamento dello Stato, in modo da
controbattere le critiche e le calunnie - specie di parte italiana - sul disordine
permanente e l'ingovernabilit� dell'Etiopia.
Le critiche, comunque, non sarebbero cessate. Il console italiano a Gondar, Agenore
Frangipani, cos� commentava il documento: "La costituzione del luglio 1931 � nata
morta. Essa � un esercizio dei signori segretari di S. M. il Negus per darla da
bere ai gonzi d'oltremare"6. Molto pi� cauto e preoccupato il giudizio del ministro
plenipotenziario Gaetano Paterno, succeduto a Cora nella guida della legazione
italiana ad Addis Abeba. Egli non sottovalutava infatti gli effetti della Carta
costituzionale e riconosceva che "la situazione dei Ras era da considerarsi
indebolita", che "l'impalcatura feudale" stava crollando e che per bloccare o
ritardare l'opera di centralizzazione di Hail� Selassi� era indispensabile
moltiplicare le operazioni sovversive nel paese7.
Indubbiamente, quella del 1931, non era una Costituzione liberale n�, tantomeno,
democratica. Bahru Zewde ha legittimamente fatto osservare che, mentre da un lato
l'imperatore lanciava la sua crociata contro il feudalesimo, dall'altro poneva le
fondamenta per edificarne uno nuovo, su basi pi� avanzate8. Edward Ullendorff, dal
canto suo, definiva l'atto costituzionale a modest affair, pur riconoscendo che si
trattava di un atto libero e volontario, e che, con tutti i suoi limiti, poteva
rappresentare un valido strumento di modernizzazione del paese9.
Come sottolineava giustamente Christopher Clapham, "il primo e immediato
beneficiario" della Costituzione era "lo stesso imperatore"10. In effetti, pi�
della met� dei cinquantacinque articoli serviva a definire i suoi immensi poteri e
a precisare che, "in virt� del suo Sangue Imperiale e dell'unzione che ha
ricevuto", la sua persona era
Parte seconda Solo contro il fascismo
"sacra, la sua dignit� inviolabile e il suo potere indiscutibile"11. Egli deteneva
l'intero potere esecutivo e aveva il controllo su quello legislativo e su quello
giudiziario, il che gli attribuiva tutti gli strumenti necessari per poter
realizzare una seria politica centralizzatrice. L'innovazione pi� importante
introdotta dalla Carta era la creazione del Parlamento, composto dal Senato
(YahegMawossena Mekerbet) e dalla Camera dei deputati (YahegMamria Mekerbet).
Tuttavia, le due Camere non erano elettive e neppure, a stretto rigore,
rappresentative: i ventotto membri del Senato, infatti, erano designati
dall'imperatore e scelti fra i dignitari che avevano "per lungo tempo servito
l'impero con la qualifica di principi o ministri, di giudici o di comandanti
militari"12, mentre i cinquantasei deputati, "temporaneamente e in attesa che il
popolo [fosse] in grado esso stesso di eleggerli", venivano scelti "dalla nobilt� e
dai capi locali (shumoch)"13. Frutto del cauto riformismo di Hail� Selassi�, le due
Camere avevano un ruolo puramente consultivo e si poteva essere d'accordo con Luca
dei Sabelli quando scriveva che
non ebbero altra funzione che quella di sanzionare la volont� sovrana. L'Imperatore
se ne valse soprattutto per trattenere, con il pretesto dell'attivit� legislativa,
i capi pi� importanti nella capitale, sotto il suo diretto controllo, staccandoli
il pi� a lungo possibile dalle loro basi e dai loro partigiani14.
Considerando il Parlamento della prima Costituzione come il "giocattolo" pi� caro
all'imperatore, LadislavFarago soggiungeva:
Sin dall'inizio � stato usato come la tribuna dell'Imperatore quando aveva qualcosa
di vitale importanza da annunciare. � il solo oratore di questo singolare
parlamento, dove egli non concede risposte e non ci sono dibattiti. Il solo obbligo
dei suoi membri � semplicemente quello di prestare ascolto al loro sovrano e di
prenderne nota15.

/. Verso la guerra con l'Italia


Con la promulgazione della Costituzione e con una serie di altre iniziative di
rilievo (come la ristrutturazione dell'apparato governativo; il rafforzamento del
ministero degli Esteri e l'istituzione di legazioni all'estero; la modernizzazione
dell'esercito; la creazione di un embrione di aviazione; la realizzazione di un
vasto programma di opere pubbliche, soprattutto stradali16; il riscatto della Bank
of Abyssinia e la sua trasformazione in un'autentica banca di Stato; la parziale
soluzione in senso nazionale del problema della Chiesa copta) Hail� Selassi� poneva
le basi per il decollo del paese, in un clima di acceso nazionalismo, che si venava
di xenofobia e revanscismo, quando l'assedio delle potenze colonialiste si faceva
pi� pressante.
Molto probabilmente, se l'Italia fascista non avesse aggredito l'Etiopia
interrompendo per sei anni il processo di modernizzazione del paese, l'imperatore
sarebbe riuscito a realizzare buona parte del suo programma, anche se va tenuto
conto che l'Etiopia degli anni '30 non possedeva industrie, impiegava il 95 per
cento della popolazione in un'agricoltura di pura sussistenza, esportava soltanto
caff� e pelli e, di rimando, importava una quantit� tale di prodotti finiti da
mandare in rovina l'artigianato tradizionale17.
L'imperatore dedicava una particolare attenzione al ministero degli Esteri, creato
negli anni '20, ma praticamente inoperante. Da quando l'Etiopia aveva superato il
suo millenario isolamento con l'ammissione alla Societ� delle Nazioni, Hail�
Selassi� aveva voluto che la presenza etiopica nel mondo divenisse sempre pi�
tangibile; venivano cos� create le legazioni di Parigi, Londra, Roma, Ankara e Port
Said; i consolati generali di New York, Asmara e Gibuti; i consolati onorari di
Berlino, Osaka, Atene, Marsiglia. A ricoprire i pi� importanti incarichi all'estero
venivano scelti uomini di grande cultura e consolidata esperienza, come il dottor
Uorqneh

Parte seconda Solo contro il fascismo

Martin per la legazione di Londra, il gi� citato Tede Hawariat Tede Mariani insieme
a Uolde Mariam Ajelu per Parigi, lo storico e romanziere Afework Gabre Iyasus per
Roma18. Nel 1931, infine, l'imperatore chiamava a dirigere gli Esteri il pi�
autorevole rappresentante della letteratura etiopica contemporanea, Herui Uolde
Sellasie, come segretario generale suo figlio Sirak, come direttore generale Tesfai
Tegagne e come adviser lo svedese Johannes Kolmodin, in seguito sostituito dal
generale Eric Virgin e dall'americano John H. Spencer19.
Anche questa di affiancare i titolari dei pi� importanti ministeri con consiglieri
stranieri era una novit� introdotta da Hail� Selassi�. Aveva cominciato nel 1920
chiamando il giurista svizzero Jacques Auberson al ministero della Giustizia e, tre
anni dopo, il francese A. Bousson al ministero delle Poste e Telegrafi. Nel 1930
assegnava al ministero delle Finanze l'economista americano Everett Colson, e agli
Interni l'inglese Frank de Halpert. Altri stranieri erano inseriti in diversi
ministeri con la qualifica di direttore, esperto o consulente tecnico. Tra gli
advisers, tre in particolare, Colson, Auberson e Virgin, avrebbero servito
l'imperatore, nella sua lotta impari contro l'Italia di Mussolini, con grande
lealt� e competenza. E saranno loro a guidare Hail� Selassi� "attraverso i
fortunali e le sabbie mobili della diplomazia europea" e a redigere le "magistrali
note diplomatiche che portarono la questione etiopica dinanzi ai pi� elevati
tribunali del diritto internazionale"20.
Consapevole dell'estrema importanza della stampa, Hail� Selassi�, caso forse unico
nella storia contemporanea, ha sempre avuto, sin dai primi tempi della reggenza, un
rapporto molto cordiale con i giornalisti, non rifiutando mai interviste e
chiedendo solo in rare occasioni di conoscere in anticipo le domande. � per questo
motivo che oggi disponiamo di un vastissimo numero di profili dell'imperatore e di
giudizi su di lui, molti dei

/. Verso la guerra con l'Italia


quali favorevoli o addirittura encomiastici, mentre altri, invece, risultano
ferocemente ostili o persino calunniosi. Alcuni di questi profili ci aiutano a
conoscere pi� intimamente l'uomo e a toglierlo dal "tabernacolo" in cui l'art. 5
della Costituzione lo aveva collocato. Si veda, ad esempio, il ritratto
magistralmente tracciato da Jerome e Jean Tharaud. Siamo alla fine del 1935, la
guerra contro l'Italia � appena cominciata. Tra i cento giornalisti che Hail�
Selassi� ha invitato a cena nel suo nuovo palazzo21, ci sono anche i due celebri
scrittori francesi, i quali ci lasciano dell'imperatore, democraticamente seduto a
tavola con loro, un'immagine indelebile:
Nessuno fiatava, impacciati com'eravamo di parlare davanti al Negus che taceva, non
mangiava, non beveva, e sembrava unicamente occupato a gettare pezzi di cibo al
piccolo cane che sentivamo guaire, tra i suoi piedi, sotto la tavola (...). Oggi
capisco meglio il suo silenzio. Quest'uomo, molto pi� intelligente delle persone
che l'attorniavano, e che aveva viaggiato in Europa, non condivideva ci� che egli
faceva credere a tutto il suo popolo, ossia che niente era cambiato dai giorni di
Adua. Non aveva forse intuito, gi� da quella sera, che aveva perso la partita ed
esaurito la piccola dose di fortuna che il destino dispensa ad ogni essere?22
Hail� Selassi� non si negava dunque mai ai giornalisti e a qualsiasi altra persona,
etiopica o straniera, che avesse fatto richiesta di parlargli, ma l'incontro, che
poteva avvenire nel Vecchio Gheb� oppure nel nuovo palazzo, era regolato da una
severa etichetta, come ricorda Edoardo Borra:
L'imperatore troneggiava in fondo, assiso su di un divano sollevato da una predella
alta tre o quattro gradini, e la sua persona, avvolta in abiti bianchi di foggia
abissina, senza ricami n� decorazioni, faceva spicco sul drappo rutilante che
copriva il divano sino alla base. (...) Avanzai, secondo l'etichetta ben nota,
facendo tre soste e tre inchini simultanei a quelli del segretaParte seconda Solo
contro il fascismo

rio23, fino a pochi passi dal trono: il Negus, come al solito, appariva serio in
viso, dignitosamente composto24.
Altre volte l'imperatore riceveva i suoi ospiti indossando la divisa da
Maresciallo, ma, come osservava Ladislav Farago, egli
non appariva a suo agio in quegli abiti militari, poich� non ha l'aspetto di un
guerriero ed � alto appena un metro e sessanta. In verit�, egli � un Imperatore
borghese25.
Un particolare che non poteva sfuggire a nessuno, e che rendeva la figura
dell'imperatore ancora pi� simpatica, era la presenza, accanto ai suoi piedi, di
uno o pi� cani, generalmente di piccola taglia. Per tutta la sua esistenza,
infatti, Hail� Selassi� non si sarebbe mai separato dai suoi cani, nemmeno in
occasione dei lunghi viaggi all'estero. L'altra sua passione erano i leoni, chiusi
in grandi gabbie nel Vecchio Gheb�, anche se questa predilezione era pi� ovvia: il
leone era il simbolo della sua dinastia.
In genere chi avvicinava l'imperatore era subito colpito dalla sua cortesia, dal
suo innegabile fascino e dalla sua grande dignit�26. Positivamente influenzati, i
giornalisti tendevano a schierarsi naturalmente dalla sua parte e, anche quando
dovevano muovergli dei rimproveri, lo facevano con il massimo garbo. C'era, com'�
ovvio, anche chi non subiva il fascino dell'imperatore e affrontava brutalmente le
questioni pi� spinose, come, ad esempio, Maurice Lachin:
Per Hail� Selassi�, come per un certo Imperatore romano, il denaro non ha odore. Lo
prende come pu�. Se accorda una concessione, chiede in cambio una partecipazione ai
benefici della societ� a titolo personale. Non sembra stabilire una separazione ben
netta tra il denaro pubblico, del quale dovrebbe essere l'amministratore, e la sua
fortuna personale, che egli deposita in una grande banca di Londra27.

/. Verso la guerra con l'Italia

Forse il linguaggio usato da Lachin era un po'"aspro, ma i fatti che egli esponeva
non si allontanavano molto dalla realt�. C'era, invece, chi raccoglieva e
diffondeva pettegolezzi, come l'accusa, rivolta ad Hail� Selassi�, di credere
ciecamente a tutti i cialtroni in fama di magia28, o quella, ancora pi� grave, di
aver ordinato il supplizio della mussola come punizione per un tentato regicidio29.
Se per un giornalista era molto facile avvicinare Hail� Selassi�, era invece molto
pi� complesso entrare in contatto con i suoi familiari. Per cominciare, solo
raramente la numerosa famiglia dell'imperatore si riuniva. L'imperatrice Menen, che
non amava l'etichetta occidentale di corte, passava gran parte dell'anno in una
casa di campagna dove poteva liberamente vivere secondo i vecchi costumi,
attorniata da dame di compagnia - comprese due indocinesi - e da preti. Menen aveva
dato ad Hail� Selassi� sei figli - tre maschi e tre femmine - ma non si era mai
occupata della loro educazione. Secondo la tradizione, sin dalla pi� tenera et� ai
maschi venivano assegnati dei precettori, che provvedevano a una severa educazione
di tipo misto, etiopica ed europea; poi, da adolescenti, venivano inviati in
regioni lontane da Addis Abeba a farsi le ossa come governatori. Cos� al
primogenito Asfa Wossen era toccata la sorte di andare, ad appena dieci anni, a
governare la turbolenta provincia dell'Uollo. E al secondogenito Maconnen di
insediarsi, non ancora tredicenne, nell'avito governatorato di Harar. Uguale sorte
avrebbe avuto l'ultimogenito, Sahle Selassi�.
Le principesse avevano invece ricevuto un'educazione di tipo tradizionale, a
carattere sostanzialmente religioso, e avevano lasciato la famiglia molto presto
per sposarsi. Tenagne Uorch si era unita a ras Desta Damt�u, governatore del
Sidamo, all'et� di dodici anni. Zenabe Uorch aveva sposato a quattordici anni il
degiac Hail� Selassi� Gugsa, governatore del Tigre orientale. Soltan-
Parie seconda Solo contro il fascismo
to l'ultima figlia, Tsahai Uorch, avrebbe ricevuto un'educazione di tipo europeo, a
Losanna e poi a Londra. Infine, anche se le storie ufficiali non la menzionano,
c'era Romane Uorch, nata da un precedente matrimonio, che era andata sposa al
degiac Bejen� Merid, governatore del Baco e del Gofa.
Dalla famiglia, Hail� Selassi� avr� pi� dispiaceri che gioie. Per cominciare,
entrava prestissimo in attrito con il primogenito Asfa Wossen, al quale sembrava
non voler riconoscere le doti necessarie per succedergli. Ostentatamente riversava
tutto il suo affetto sul secondogenito, Maconnen, facendo credere che sarebbe stato
lui il suo erede. Nel 1933, a Macall�, moriva di polmonite la sua seconda figlia
Zenabe Uorch a soli quindici anni. Poi, uno alla volta, salvo Asfa Wossen e Tenagne
Uorch, tutti i suoi figli se ne sarebbero andati in et� giovanissima e in
circostanze drammatiche: nel 1941 Romane Uorch moriva di tisi, nella lontana
Torino; l'anno successivo, ad appena ventidue anni, si spegneva Tsahai Uorch,
l'intellettuale di famiglia, che si era appena sposata con il generale Abiye Abebe;
nel 1957, per un incidente d'auto, decedeva Maconnen, duca di Harar, e cinque anni
dopo, nel 1962, lo seguiva Sahle Selassi� - l'ultimogenito e forse il pi� brillante
dei figli - il quale manteneva contatti con l'opposizione e aveva rinunciato al
potere per dedicarsi al cinema e alla radio. Nello stesso anno se ne andava anche
la moglie Menen, con la quale "aveva diviso gioie e dolori"30 e alla quale era
teneramente legato.
Il riarmo dell'Etiopia
Hail� Selassi� era molto legato alla famiglia, ma la perdita dei suoi cari e il
progressivo isolamento non avrebbero mai influito sulla sua vita di uomo politico.

/. Verso la guerra con l'Italia


Prima della famiglia, veniva l'Etiopia. Il suo pensiero dominante era come sarebbe
riuscito a strapparla dall'arretratezza. Ma il poco denaro che entrava nelle casse
dello Stato, gi� insufficiente a realizzare il programma di modernizzazione del
paese, a partire dal 1930 cominciava a subire notevoli detrazioni a causa di una
necessit� ancora pi� impellente, quella di riarmare l'Etiopia per metterla in
condizioni di potersi difendere. Il pericolo veniva da nord e da sud, dalle due
colonie italiane dell'Eritrea e della Somalia, dove erano in atto preparativi
militari secondo il "Progetto OME" che, varato all'inizio del 1932, prevedeva, per
la sola Eritrea, la mobilitazione di 60.000 ascari e l'invio dall'Italia di altri
22.000 soldati31. Si trattava di un progetto difensivo che gi� nel 1932 il generale
De Bono riteneva superato, tanto da incaricare il colonnello Cubeddu, comandante le
truppe dell'Eritrea, di preparare una Memoria per un'azione offensiva contro
l'Etiopia, che contemplava l'impiego di oltre 100.000 uomini appoggiati da
un'intera brigata aerea di 111 aeroplani32.
Nel predisporre i preparativi militari, gli italiani non usavano alcuna cautela, ma
anche se avessero agito con pi� segretezza, ben difficilmente le loro mosse
sarebbero sfuggite alla rete di informatori che il console etiopico di Asmara,
Uodagi� Ali, e il suo successore, Tedia Hail�, avevano allestito in Eritrea con
tanta abilit� da rendere accessibile persino l'Ufficio Cifra del Governo della
colonia. Hail� Selassi� era quindi informato di tutto: sapeva che Mussolini,
insoddisfatto sia della politica di cooperazione che di quella di sovversione,
aveva deciso di aggredire l'Etiopia; la sola cosa che ignorava era la data esatta
dell'attacco, ma dai preparativi si poteva intuire anche questa. Il piano difensivo
che l'imperatore aveva predisposto in base a queste informazioni prevedeva: la
modernizzazione dell'esercito secondo criteri europei (uniformi, istruzione, armi
nuove); l'occupa-
Parte seconda Solo contro il fascismo
zione e la fortificazione dei territori del Sud etiopico, abbandonati per troppi
anni alle scorrerie degli italiani33; la sorveglianza dei capi etiopici sospettati
di complicit� con gli italiani34; l'intensificazione dell'attivit� diplomatica per
illustrare le ragioni del riarmo etiopico e denunciare le manovre eversive
dell'Italia fascista; la vigilanza alla Societ� delle Nazioni per impedire che
l'Italia, come correva voce, chiedesse l'espulsione dell'Etiopia dal consesso
internazionale35.
Anche se Hail� Selassi� era ormai deciso a rispondere colpo su colpo ai piani
eversivi e militari italiani, all'inizio del 1932 compiva un estremo tentativo per
salvare il patto d'amicizia, proponendo segretamente all'Italia la cessione
dell'Ogaden in cambio di un lembo dell'Eritrea che permettesse cos� all'Etiopia di
avere finalmente uno sbocco al mare. Anche se la permuta era estremamente
vantaggiosa per l'Italia (Guariglia la definiva "importante"), Roma la respingeva
recisamente, ma di contro, per dimostrare la sua volont� di collaborare con Addis
Abeba, avanzava la proposta di costruire una strada che, partendo dal fiume Setit,
in territorio eritreo, raggiungesse Gondar nel cuore dell'impero. Si trattava di un
progetto assolutamente improponibile, sia perch� avvantaggiava l'Italia sotto il
profilo strategico, sia perch�, come confessava lo stesso De Bono, non c'erano
soldi per costruirla36.
Nonostante tutto, su sollecitazione del ministero degli Esteri, nel gennaio 1932
veniva costituito in tutta fretta un ente privato fittizio con il compito di
svolgere in Etiopia un programma di penetrazione e cooperazione economica.
L'incarico di rappresentare questa societ� fantasma e di iniziare le trattative con
le autorit� etiopiche veniva affidato al barone Raimondo Franchetti, esploratore,
uomo d'azione, colonialista fanatico, particolarmente caro a Mussolini che ne aveva
subito il grande fascino37. In realt�, il personaggio era troppo inaffidabile
/. Verso la guerra con l'Italia

per poter piacere agli Esteri, ma Guariglia, che lo conosceva a fondo, si


rassegnava ad utilizzarlo, pur sottolineando in un suo rapporto, a scanso di
responsabilit�, i lati positivi e quelli negativi dell'uomo:
Egli � dotato di scarso equilibrio politico, di carattere impetuoso, volitivo e
impulsivo, ma nello stesso tempo non manca di esperienza e di tenacia, di passione
leale sincera, di entusiasmo patriottico e coloniale fervidissimo. Bisogna
sfruttare le sue molte qualit� buone, e cercare di rendere il meno possibile nocive
quelle cattive38.
L'11 aprile 1932 Franchetti atterrava con un quadrimotore in un campo di fortuna
situato fra Addis Alem e Olett�, a una quarantina di chilometri dalla capitale,
poich� - egli sosteneva - l'aeroporto di Addis Abeba non era idoneo a ricevere
grandi velivoli. Non sospettando nulla, Hail� Selassi� aveva concesso
l'autorizzazione all'atterraggio. Franchetti cercava di realizzare il suo piano,
che aveva due aspetti: uno ufficiale, cio� quello di trattare con l'imperatore la
concessione della strada SetitGondar, e l'altro segreto, il cui obiettivo principe
era la liberazione dell'ex imperatore Ligg Jasu e la deposizione di Hail� Selassi�.
Per la realizzazione del colpo di Stato, Franchetti faceva affidamento sulla
smodata ambizione di ras Hail�, che aveva conosciuto nel corso di un suo precedente
viaggio in Etiopia39. Di queste trame segrete erano a conoscenza almeno cinque
persone a Roma: il capo del governo, Benito Mussolini, il ministro degli Esteri
Dino Grandi, il ministro delle Colonie Emilio De Bono, il sottosegretario alle
Colonie Alessandro Lessona e il direttore generale degli Affari Politici d'Europa,
Levante ed Africa, Raffaele Guariglia.
Sin dall'inizio i rapporti tra Franchetti e l'imperatore si rivelavano burrascosi.
Il barone assumeva infatti un contegno aspro, quasi insolente; egli non chiedeva,
esigeva; non discuteva, minacciava. "Il Negus, allarmato dal

Parte seconda Solo contro il fascismo

tono brusco del suo linguaggio - riferiva il sottosegretario alle Colonie, Lessona
-, desiderava informarsi presso la legazione sul carattere reale della missione e
dei suoi scopi"40. Il ministro Paterno cercava di buttare acqua sul fuoco e, mentre
si sforzava di ricondurre il barone alla ragione, tentava anche di calmare
l'imperatore, spiegandogli che Franchetti era soltanto un uomo d'affari che agiva
per conto di una societ� privata, vista tuttavia con favore dal governo italiano.
Per sbarazzarsi dell'arrogante barone - nelle sue memorie lo cita, con evidente
fastidio, come "un certo barone Franchetti"41 - Hail� Selassi� troncava ogni
trattativa precisando che avrebbe sottoposto la richiesta italiana al Consiglio
della Corona e al Senato, e, a suo tempo, avrebbe fatto conoscere la sua decisione.
Per spiegare l'arroganza di Franchetti non basta ricordare che egli era razzista,
definiva gli etiopici "seminegroidi", credeva soltanto nella politica ottocentesca
delle cannoniere. Non basta neppure la giustificazione, addotta con il capo di
gabinetto di Mussolini, Pompeo Aloisi, che ad usare "le maniere troppo brusche"
egli era stato "autorizzato dagli Esteri"42. Il comportamento di Franchetti si pu�
spiegare soltanto in un modo: partecipando alla congiura contro l'imperatore, anzi,
essendone il principale ispiratore, egli era persuaso che Hail� Selassi� avesse i
giorni contati.
Il piano eversivo43 preparato da Franchetti e da ras Hail� non mancava di una certa
ingegnosit�, ma troppi elementi apparivano affidati al caso. Per cominciare, il
complotto prevedeva la fuga di Ligg Jasu dalla sua prigione dorata di Ficee44; una
volta riuscita la fuga, l'ex imperatore doveva al pi� presto raggiungere il Mecci�,
la regione in cui si trovava il campo di fortuna sul quale era atterrato il
quadrimotore di Franchetti. Da qui, con un'ora di volo, tutti i congiurati potevano
trasferirsi al sicuro, a Debr� Marc�s, dove Ligg Jasu si sarebbe proda-

/. Verso la guerra con l'Italia


mato imperatore, avrebbe innalzato ras Hail� alla dignit� di negus del Goggiam e
avrebbe iniziato la mobilitazione di tutte le popolazioni che mal sopportavano la
dominazione scioana, per poi marciare su Addis Abeba. Ma il piano incontrava delle
difficolt� impreviste.
Il 14 aprile, un consesso di grandi capi presieduto da Hail� Selassi� riconosceva
ras Hail� colpevole di malgoverno e lo condannava a un'ammenda di 300.000 talleri e
alla perdita di met� delle sue province. Anche a Ficee l'opera di corruzione dei
guardiani di Liggjasu si presentava pi� difficile del previsto. Infine, Hail�
Selassi� veniva informato che a bordo del quadrimotore di Franchetti c'erano una
mitragliatrice pesante, parecchi fucili e casse di munizioni45. Cos�, mentre
passavano i giorni e le settimane, Franchetti cominciava ad inquietarsi, a sentirsi
in trappola. Il 26 maggio, dopo aver pazientato per oltre un mese, convinto ormai
di essere alla vigilia dell'arresto, il barone abbandonava il campo e si metteva in
salvo con l'aereo ad Asmara.
Malgrado la diserzione di Franchetti, il complotto veniva portato a compimento. Il
30 maggio Liggjasu, travestito da monaco, riusciva a fuggire da Ficee e a
raggiungere il luogo dell'appuntamento nel Mecci�, ma qui apprendeva che Franchetti
era ripartito con l'aereo carico d'armi e che ras Hail� e suo figlio Mammo erano
stati arrestati. Sebbene fosse rimasto solo, Liggjasu non rinunciava al progetto
eversivo e si spostava nel Ghindaber�t cercando di passare il Nilo in direzione di
Debr� Marc�s. Ma la sua fuga non sarebbe durata che pochi giorni: sorvegliato dal
cielo dal pilota Maillet, inseguito dalle truppe del genero dell'imperatore, degiac
Desta Damt�u, Liggjasu veniva arrestato a due giorni di marcia da Debr� Marc�s,
dallo stesso nipote di ras Hail�, f�taurari Ghessess� Belau, che avrebbe dovuto
aiutarlo a porsi in salvo. Confinato nel villaggio di Grana, fra i monti del
Garamullata, e affidato a un "mastino" come

Parte seconda Solo contro il fascismo

il governatore di Harar, degiac Gabre Mariani, e al tesoriere del negus Abba Hanna,
l'ex imperatore sarebbe morto in circostanze misteriose sul finire del 1935 - 46.
Quanto a ras Hail�, nonostante un tentativo di salvarsi confessando il complotto e
attribuendo la colpa di tutto ai "suggerimenti ingannevoli di Satana"47, veniva
processato il 29 giugno 1932 e condannato a morte; la pena, per�, veniva commutata
da Hail� Selassi� nella detenzione a vita e nella confisca di tutti i beni.
Relegato a Dendi, una localit� termale a ovest di Addis Abeba, non sarebbe tornato
in libert� che nel maggio del 1936, dopo la fuga del negus dall'Etiopia. Al
processo contro Hail� e gli altri congiurati, il nome di Franchetti non veniva
affatto pronunciato, anche se fra i documenti confiscati al ras del Goggiam c'erano
lettere molto compromettenti per il barone. Ma Hail� Selassi� non aveva alcun
interesse ad accusarlo poich�, se avesse svelato gli intrighi di Franchetti e dei
suoi mandanti romani, avrebbe dovuto denunziare il patto di amicizia italoetiopico
del 1928, passo al quale non era ancora preparato. Tuttavia, nelle sue memorie non
avrebbe rinunciato ad accusare l'Italia:
Nel 1916, quando Liggjasu fu deposto, gli Italiani manifestarono la loro
opposizione all'ex imperatore e in questo senso me ne parlarono. Ma ora essi
fingono amicizia nei suoi confronti e lo hanno aiutato a scappare da Ficee. Ci�
dimostra che essi hanno escogitato dei piani per annettersi l'Etiopia mettendoci
gli uni contro gli altri senza perdere un solo soldato in battaglia48.
Con la liquidazione del complotto di maggio, Hail� Selassi� non soltanto si
sbarazzava dell'ultimo e pi� pericoloso fra i suoi rivali, ma diminuiva anche il
potere di ras Kassa, togliendogli la custodia di Liggjasu e affidando al
fedelissimo cugino ras Immir� il comando dell'irrequieto Goggiam. Avendo assegnato
inoltre la provin-

/. Verso la guerra con l'Italia

cia dell'Uollo al primogenito Asfa Wossen, il Sidamo e il Borana al genero Desta


Damt�u, il Baie al leader dei Giovani etiopici, degiac Nasib� Zamanuel, ed
essendosi assicurato la fedelt� dei due grandi feudatari del Tigre con due
matrimoni dinastici49, il negus poteva ritenere, alla fine del 1932, di avere
solidamente in pugno le redini dell'impero.
Una volta ristabilito l'ordine all'interno del paese e rafforzato il potere
centrale, Hail� Selassi� poteva dedicarsi con pi� calma e metodo alla
modernizzazione dell'esercito. Se fino al 1931 il potenziamento delle forze armate
aveva avuto il solo scopo di accelerare l'unificazione dell'Etiopia e di tenere a
bada i feudatari contestatori, da quel momento in poi non avrebbe avuto che un
obiettivo: difendere le incerte, discusse e smisurate frontiere dell'impero. Mentre
una missione militare svizzera istruiva i 3.000 zabagn� della polizia metropolitana
di Addis Abeba, una missione militare belga addestrava i primi 5.000 uomini della
Guardia imperiale, alla quale erano stati dati in dotazione fucili, mitragliatrici,
cannoni da montagna e lanciabombe dei modelli pi� recenti.
Soddisfatto dei risultati dell'addestramento, l'imperatore, all'inizio del 1933,
rinnovava il contratto con gli istruttori belgi50 e li incaricava di creare altri
centri di addestramento ad Harar, a Dessi�, a Goba nel Baie, ad Agheressalam nel
Sidamo, a Gore nell'Il� Bab�r, raggiungendo non soltanto lo scopo di formare nuovi
nuclei di un esercito moderno, ma anche quello di affidarne il comando a giovani
ufficiali, preparati e devotissimi, e non pi�, come in passato, a capi abissini di
vecchio stampo. Nel corso del 1934 Hail� Selassi� completava il programma di
modernizzazione dell'esercito istituendo ad Olett�, nelle vicinanze della capitale,
la prima scuola per allievi ufficiali, la cui direzione veniva affidata al capitano
dell'esercito svedese Viking Tamm51.
Hail� Selassi� poneva un'analoga attenzione nel creaParte seconda Solo contro il
fascismo

re un embrione di aeronautica civile e militare, nonostante i tentativi, messi in


atto soprattutto dall'Italia, di impedirgli l'acquisto di aerei sul mercato
europeo. Nella sua Relazione annuale al ministero della Guerra, l'addetto militare
italiano ad Addis Abeba, colonnello Vittorio Ruggero, riferiva che l'Etiopia era in
possesso, alla fine del 1933, di tredici aerei di vario tipo e di diversa
efficienza; che il personale di volo era costituito da due piloti istruttori
europei, sei piloti etiopici e quattro meccanici bianchi; che gli aeroporti agibili
in Etiopia erano ventidue:
In complesso l'aviazione etiopica, allo stato attuale, ha un immenso valore ai fini
morali interni, ed ai fini pratici di controllo e dominio del potere centrale sulla
periferia. Ha per� uno scarso valore bellico contro nemici europei esterni, che
possono facilmente eliminarla in brevissimo tempo in caso di conflitto52.
Il giudizio era esatto e ancora pi� puntuale era la previsione: durante il
conflitto italoetiopico, infatti, gran parte degli aerei verr� distrutta a terra e
i rimanenti non sarebbero mai stati usati per scopi militari, ma soltanto per i
trasferimenti dell'imperatore e per l'evacuazione dei feriti.
Con la stessa Relazione, Ruggero inviava a Roma altri dati sul riarmo etiopico.
Gonfiando non poco le cifre, annunciava che l'esercito permanente abissino contava
su 350.000 uomini, mentre i soldati mobilitabili in caso di guerra oscillavano fra
i 560 e i 610.000. Esatte, invece, erano le informazioni sull'arsenale di Addis
Abeba, che comprendeva: 17 cannoni moderni di piccolo calibro (in prevalenza
Oerlikon), 6 lanciabombe StokesBrandt, 200 vecchi cannoni rigidi di bronzo da
montagna (fra questi i 56 cannoni strappati agli italiani ad Adua), 240-280
mitragliatrici pesanti, 747 mitragliatrici leggere (Hotchkiss, Terni, Beretta,
Thompson, Edo), 65.000

/. Verso la guerra con l'Italia

fucili moderni (Mauser, Mannlicher, Lebel, LeeMetford, Mosin, MannlicherCarcano


mod. 91), 650.000 fucili di vecchio tipo (Vetterli, Gras, MartiniHenry 70/87), 7
carri d'assalto Fiat 3000 A e 3000 B e 7 automezzi Ford armati di mitragliatrici
pesanti. Concludendo il suo rapporto, Ruggero precisava inoltre che, per la prima
volta, l'Etiopia possedeva anche un abbondante munizionamento (da 100 a 130 milioni
di proiettili) e che era quindi ben in grado di affrontare una guerra.
Questo arsenale sarebbe stato ulteriormente accresciuto nel corso del 1934 e del
1935, nonostante i tentativi dell'Italia, spesso riusciti, di bloccare le
forniture, e malgrado l'embargo sulle armi decretato dalla SdN all'inizio del
conflitto italoabissino. Per riarmare l'Etiopia Hail� Selassi� impegnava tutte le
riserve dello Stato e gran parte del suo patrimonio personale. Non potendo pagare
le armi con moneta etiopica, che nessuno avrebbe mai accettato, convertiva l'oro
prodotto in Etiopia in valuta estera pregiata. Ma non essendo le miniere del BirBir
inesauribili, l'imperatore cercava di incettare tutto l'oro disponibile nel paese,
esattamente come stava facendo Mussolini a 5.000 chilometri di distanza, quando
invitava le donne a donare alla patria persino la fede nuziale. Si veda, a
riguardo, la lettera che il 21 marzo 1935 l'imperatore indirizzava al degiac Bangia
di Gubba:
Come stai? Noi, grazie a Dio, stiamo bene. Quanto alle tasse, abbiamo ricevuto
quelle dello scorso anno. Quanto all'acquisto dell'oro, cercalo e comprane quanto
pi� possibile al prezzo che si trova. Ti avevo detto di venire a trovarmi. Ora ti
dico di venire per mare o per terra e che ritorni dopo che avremo discusso e ci
saremo consigliati. Il nostro Paese � minacciato53.
Parte seconda Solo contro il fascismo
L'incidente di Ual Ual
Il 9 novembre 1932 il Senato etiopico riunito in seduta segreta respingeva il
progetto della camionale Seti tGondar, accampando il pretesto che, da quel momento,
avrebbero avuto la priorit� le strade che si irradiavano dalla capitale e, in ogni
caso, qualsiasi lavoro stradale sarebbe stato appaltato soltanto a societ�
costituite in Etiopia. Per Franchetti questo "no" definitivo costituiva uno smacco
insopportabile, e lo induceva a riprendere i contatti con alcuni capi del Goggiam e
a preparare una rivolta che - a suo dire - sarebbe scoppiata fra maggio e giugno
del 1933 - 54. Sebbene il ministro delle Colonie De Bono ritenesse che "la politica
periferica" avesse fatto il suo tempo55, a portare la sovversione in Etiopia non
era soltanto il Franchetti: il 30 ottobre 1932 partiva da Dolo, per un viaggio di
sette mesi attraverso le regioni meridionali dell'Etiopia, il capitano Asinari di
San Marzano, alla testa di una carovana armata composta da venticinque ascari
somali ed eritrei. Presentata agli etiopici come una missione a carattere
scientifico e commerciale, essa aveva invece, come rivelano i documenti degli
Esteri, "scopi militari, politici, topografici, commerciali e di propaganda"56.
La stessa attivit� di spionaggio e di propaganda veniva svolta dalle agenzie
commerciali italiane di Adua, Dessi�, Gondar, Debr� Marc�s, Harar, Magalo, che nel
corso del 1932 erano state trasformate in consolati, nonostante la tenace e
giustificata opposizione etiopica. I pi� attivi, nell'opera di sovversione, si
sarebbero rivelati i consoli Raffaele Di Lauro, nel suo tentativo di subornare il
degiac Ajaleu Burr�, e Pietro Franca, nel convincere il genero dell'imperatore,
degiac Hail� Selassi� Gugsa, a tradire il suo paese e a porsi al servizio
dell'Italia57. La manovra eversiva italiana, che si far� ancora pi� ampia e
disgregante a partire dalla seconda met� del 1934, era

/. Verso la guerra con l'Italia

coordinata, da Addis Abeba, dal colonnello Vittorio Ruggero, e da Tessenei, in


Eritrea, dall'ex governatore Jacopo Gasparini.
Dinanzi a questa subdola offensiva, alimentata da un considerevole flusso di
talleri, gli etiopici non potevano far altro che raddoppiare la vigilanza sui
consolati italiani, cercare di recidere i legami che i consoli erano riusciti a
stabilire con le popolazioni locali, tentare di isolarli e di renderli inoffensivi.
Gli etiopici prendevano, invece, decisamente l'iniziativa nell'Ogaden, dove la
penetrazione italiana si rivelava crescente e, all'apparenza, incontenibile. Da
anni Hail� Selassi� faceva pressioni sul governo italiano perch� si arrivasse a una
definizione della frontiera con la Somalia, ma Roma non raccoglieva l'invito
pressante e, anzi, diffidava i topografi etiopici, che stavano delimitando la
frontiera con il Somaliland, a continuare la loro opera "oltre il punto di
intersezione del 47� meridiano con l'8� parallelo dove � collocato il primo cippo
del confine SomaliaSomaliland"58. Soltanto nella primavera del 1933 Mussolini
autorizzava il nuovo ministro ad Addis Abeba, Vinci Gigliucci, a non "opporre un
rifiuto di principio", ma, nello stesso tempo, gli rammentava "non essere nostro
interesse addivenire ad una delimitazione del confine suddetto": in altre parole,
Mussolini voleva soltanto guadagnare tempo e non aumentare "la diffidenza
abissina", gi� fin troppo radicata59.
Le rassicurazioni di Vinci Gigliucci non convincevano l'imperatore, anche perch�
alle parole non facevano seguito i fatti. Visti quindi inutili tutti i tentativi di
risolvere il problema dei confini meridionali, Hail� Selassi� decideva di compiere
un primo passo molestando le posizioni italiane nell'Ogaden, in modo particolare
gli avamposti di Ual Ual e di Uardere, occupati abusivamente dagli italiani nel
1930. Non si illudeva certo di poterli rioccupare con un colpo di mano; per il
momento, gli

Parte seconda Solo contro il fascismo

bastava esercitare su di essi una continua pressione e un'attenta sorveglianza, in


modo da sottolineare che l'Etiopia non si era affatto rassegnata alla loro perdita.
L'azione di disturbo che Hail� Selassi� autorizzava nella primavera del 1933 andava
anche interpretata come una ritorsione per i continui atti di guerriglia che il
sultano degli Sciaveli, Olol Dinle, che aveva il suo rifugio e le sue basi di
rifornimento in Somalia, compiva in territorio etiopico60. Al ministro Vinci
Gigliucci, che il 22 aprile 1933 era andato a protestare per i continui incidenti
alla frontiera, l'imperatore rinfacciava infatti le "razzie di Olol Dinle" e "le
gravi perdite che gli abissini vi avevano subite", e faceva due proposte sensate:
"la reciproca consegna dei fuorusciti pericolosi" e la "delimitazione dei confini".
Vinci Gigliucci tergiversava; alla fine si limitava a dire che avrebbe riferito la
conversazione al suo governo61.
Il rifiuto di Vinci Gigliucci di consegnare alle autorit� etiopiche il sultano Olol
Dinle62 spingeva l'imperatore a usare gli stessi metodi degli italiani. Fra il
marzo e l'aprile del 1934, a Giggiga e nella regione di frontiera venivano
costituite alcune bande di irregolari abissini e somali, e il comando di una di
esse era affidato ad Omar Samantar, uno dei capi somali ribelli che pi� avevano
dato del filo da torcere al governatore De Vecchi e sul quale il governo di
Mogadiscio aveva posto la taglia di 25.000 lire63. Alla testa di 250 uomini, Omar
Samantar prendeva cos� a pattugliare la zona di Ual Ual e di Uardere, mentre pi� a
sud veniva segnalata la presenza di altri 400 irregolari al comando di Ali Nur.
Senza far sparare un solo colpo di fucile, ma solo manovrando alcune centinaia di
uomini dinanzi alle posizioni italiane, Hail� Selassi� riusciva a evitare ulteriori
sconfinamenti degli italiani, costringendoli, per la prima volta, alla difensiva.
Queste schermaglie, insieme ai preparativi militari messi in atto da entrambe le
parti, erano per� destinate

/. Verso la guerra con l'Italia

a far aumentare la tensione nell'Ogaden. Di questo rischio erano consapevoli tanto


Hail� Selassi� che Mussolini, ma nessuno dei due aveva interesse a che la
situazione nell'Ogaden diventasse esplosiva: il primo, perch� non voleva a nessun
costo entrare in guerra contro l'Italia; il secondo, perch� non era ancora pronto a
sostenere un conflitto. Ma la decisione politica era stata gi� presa. Il generale
De Bono, che era uno dei pochi a conoscere le intenzioni di Mussolini, era gi� in
grado di quantificare in "3 miliardi e mezzo" il costo delle "spedizione
offensiva"64; di fornire un elenco preciso delle armi e dei mezzi occorrenti65; e
persino di predire, nove mesi prima che si verificasse l'incidente di Ual Ual, come
si sarebbero svolti i fatti:
Se, come credo, gli Abissini non si muoveranno, occorre continuare la preparazione
per creare l'incidente provocatore in modo da indurli all'offensiva ed essere noi
preparati in tutto e per tutto per la controffensiva66.
Con l'avventura militare in Etiopia, Mussolini sapeva benissimo che avrebbe messo
in gioco il proprio destino e quello del regime fascista, perci� voleva che i
rischi di una seconda Adua fossero del tutto esclusi e che la preparazione della
campagna raggiungesse una tale completezza e perfezione da fugare ogni incognita.
Ma per raggiungere questo obiettivo aveva bisogno di tempo, almeno sino all'ottobre
del 1935. Il 4 gennaio 1933, nell'impartire istruzioni a Vinci Gigliucci in
partenza per Addis Abeba, Mussolini raccomandava "di dissipare i sospetti che mi
risulta regnino ora contro di noi in Etiopia" e di "far bene intendere
all'Imperatore che il Governo italiano vuol fare una politica di amicizia con
l'Etiopia". Era anche disposto a lasciar perdere la "politica periferica", pur di
convincere Hail� Selassi� dei buoni propositi dell'Italia: doveva guadagnare tempo,
perch� "l'esercito non [era] preparato" e "lo sforzo finanziario
Parte seconda Solo contro il fascismo
avrebbe [avuto] conseguenze funeste per tutta l'economia italiana"67.
Vinci Gigliucci cercava di applicare, con l'imperatore e i suoi ministri, la
"politica cloroformizzatrice" suggeritagli da Mussolini, ma, dopo un anno di
infruttuosi tentativi, era costretto a telegrafare al capo del fascismo che le sue
istruzioni erano inapplicabili e rovinose:
� inutile pensare di convincere l'Imperatore delle nostre intenzioni amichevoli e
dissipare i suoi sospetti se la nostra politica si isterilisce nell'intransigenza e
nel puntiglio in alcune questioni che irritano gli abissini in misura maggiore alla
loro reale importanza; se la nostra stampa non perde occasione di attaccare
l'Abissinia e di strombazzare ai quattro venti le nostre mire vicine e lontane
sull'Africa; se principalmente (...) vi sono ancora dei residui di quel sistema
della cos� detta politica periferica (...), che sono la causa principale dei nostri
guai passati e presenti in Etiopia, producendo come solo risultato l'aperta
diffidenza etiopica che non si pu� addormentare con le parole68.
Qualche giorno dopo, in seguito all'attacco sferrato dal cagnasmac Barahei al posto
italiano di Barrei, con un telegramma ancora pi� esplicito Vinci Gigliucci faceva
rilevare a Mussolini:
la situazione ai confini della Somalia diventa sempre pi� delicata e potr�
diventare molto grave (...). Gli abissini non solo non vogliono riconoscerci il
confine che noi occupiamo, ma intendono attuare con la forza il loro programma di
consolidamento del loro dominio nell'Ogaden e spingerci, con le buone o con le
cattive, a discutere la questione della delimitazione delle frontiere69.
Se la situazione nell'Ogaden stava per diventare esplosiva, al nord, in Eritrea, i
preparativi militari italiani avevano assunto proporzioni anche maggiori. Hail�
Selassi� ne era costantemente informato da Afework Gabre Iya-

/. Verso la guerra con l'Italia


sus - 70, l'incaricato d'affari a Roma, da ras Sejum, che faceva buona guardia alla
frontiera con l'Eritrea, e da Tedia Hail�, che dal suo osservatorio di Asmara
poteva avere un'attendibile visione d'insieme. Tutte le informazioni portavano a
un'unica conclusione: l'attacco italiano era ormai sicuro e, forse, addirittura
imminente. Ma pi� che i preparativi militari italiani, ci� che inquietava
maggiormente l'imperatore era l'intesa che si andava delineando fra Roma e Parigi71
e che avrebbe portato al d�sistement del presidente del Consiglio Lavai, ossia
all'abbandono puro e semplice dell'Etiopia nelle mani di Mussolini. Se, infatti,
fosse venuta a mancare la tradizionale "protezione" della Francia, Hail� Selassi�
avrebbe dovuto fare affidamento soltanto sulla Societ� delle Nazioni72, organismo
che, nei suoi quindici anni di vita, non aveva dato molte prove di fermezza.
Il 31 maggio 1934 Mussolini si incontrava con De Bono, Badoglio e Suvich per
esaminare lo stato della preparazione militare nelle due colonie dell'Africa
Orientale. Riassumendo la discussione, il capo del governo impartiva, fra le altre,
questa direttiva: "Ad apprestamenti difensivi ultimati, si porr� il problema di
provocare indirettamente un'azione da parte dell'Abissinia"73. Due mesi dopo, il
ministro delle Colonie De Bono, scrivendo al ministero degli Esteri, osservava che
"le relazioni con l'Abissinia andavano precipitosamente peggiorando" e che era
assolutamente necessario fare una politica che distogliesse il pi� possibile la
mente del governo etiopico dalle mire aggressive italiane: "Noi abbiamo assoluto
bisogno di poter lavorare in pace alla nostra preparazione almeno per un anno"74.
Da questi due documenti risulta chiarissima l'intenzione di Mussolini di aggredire
l'Etiopia e di provocare l'incidente che porter� poi alla guerra, e De Bono, del
canto suo, era altrettanto esplicito quando chiedeva ancora un anno di tempo per
poter ultimare la preparazione bellica. Si potrebbe

Parte seconda Solo contro il fascismo

dunque concludere che l'incidente di Ual Ual - verificatosi il 5 dicembre 1934 -


non era stato voluto dagli italiani, ma solo in un secondo tempo, veniva usato come
pretesto per aggredire l'Etiopia. Se ci si limita ad analizzare l'incidente e non
le sue premesse, infatti, la responsabilit� dello scontro va addossata pi� agli
etiopici che agli italiani.
Nell'autunno del 1934 Hail� Selassi� prendeva una decisione di estrema gravit�:
sapendo che la missione angloetiopica per la delimitazione dei confini sarebbe
giunta anche nella regione di Ual Ual e Uardere, dove la situazione era
incandescente, decideva di sfruttare la sua presenza nella zona contestata per
rendere nota al mondo l'entit� della penetrazione italiana in Etiopia75. La manovra
presentava diversi rischi, ma l'imperatore era deciso a correrli, forse rinfrancato
dall'aver collocato nell'Ogaden le sue armi pi� moderne e dall'aver posto i suoi
uomini migliori a capo delle guarnigioni di confine. In pi� egli sperava che, una
volta smascherati pubblicamente gli italiani, essi sarebbero retrocessi entro i
vecchi confini; ma in questo sbagliava.
Il 23 novembre 1934 i due capi della Commissione di frontiera, il tenente
colonnello Clifford e il fitaurari Tesamma Bante, giungevano con la loro scorta
armata dinanzi al fortino di Ual Ual, e, avendo ricevuto un diniego alla loro
intimazione di sgomberare le fortificazioni, consegnavano al comandante del
presidio italiano, capitano Roberto Cimmaruta, una lettera, firmata congiuntamente,
con la quale protestavano formalmente per aver constatato "con rincrescimento che
un impedimento a mano armata � stato opposto alla loro libera circolazione in
Etiopia dalle autorit� italiane nella regione di Ual Ual"76. Secondo i calcoli di
Clifford e di Bante, infatti, Ual Ual era in territorio etiopico, e si stupivano di
vedersi sbarrato il cammino. Gli italiani, per�, la pensavano diversamente. Nel
1930 avevano occupato

/. Verso la guerra con l'Italia

i 359 pozzi di Ual Ual, i pi� importanti dell'Ogaden, in base alla tesi secondo la
quale la linea d'acqua GherlogubiUal UalUardereGaladi costituiva il legittimo e
antico confine del sultanato di Obbia, occupato stabilmente dall'Italia dal 1926.
In realt� avevano torto: Ual Ual si trovava a centocinquanta chilometri
nell'interno dell'Etiopia, come del resto confermavano sia le mappe inglesi che le
stesse carte geografiche del ministero delle Colonie italiano.
In questa localit� contesa, che gli italiani avevano fortificato e che ora
difendevano con l'appoggio di due squadriglie di carri veloci e di alcuni aerei, il
5 dicembre, dopo quindici giorni di crescente tensione, italiani ed etiopici si
davano battaglia, con un bilancio finale particolarmente pesante: 107 morti e 45
feriti da parte etiopica, 21 morti e 61 feriti da parte italiana77. Da allora si �
molto discusso su chi abbia sparato per primo78, ma il particolare, in verit�, non
riveste molta importanza: le trincee avverse non distavano, in qualche punto, che
due metri, e poich� nessuna delle due parti accennava ad allentare la tensione, era
inevitabile che il conflitto scoppiasse. In realt�, a Ual Ual, si era assistito per
due settimane a un disperato braccio di ferro. Per quanto i suoi advisers e lo
stesso ministro inglese ad Addis Abeba, Sidney Barton, lo sollecitassero a
mostrarsi conciliante, Hail� Selassi� si rifiutava sino all'ultimo di ordinare ai
suoi uomini di ritirarsi da Ual Ual. Se dietro questa intransigenza c'erano
sicuramente questioni di prestigio, la volont� di rendere palese al mondo la
violazione italiana dei confini, e un ventilato accordo con la Gran Bretagna per la
cessione di una parte dell'Ogaden in cambio di uno sbocco al mare a Zeila, dietro
l'intransigenza italiana c'era ormai la decisione presa da Mussolini di imbarcarsi
nell'avventura africana: lo scontro di Ual Ual diventava per lui il primo passo
sulla strada della conquista.

Parte seconda Solo contro il fascismo

Per due volte - il 9 e il 13 dicembre - Hail� Selassi� invocava l'applicazione


dell'art. 5 del trattato di amicizia italoetiopico del 1928, che prevedeva la
procedura d'arbitrato nelle controversie fra i due paesi, ma Roma replicava con una
richiesta di riparazioni79 cos� gravosa ed umiliante da costringere l'imperatore a
sottoporre la vertenza alla Societ� delle Nazioni. Come faceva giustamente
osservare Carlo Zaghi,
� un fatto che l'incidente di Ual Ual non era di per s� n� drammatico, n�
irremissibile e divent� tale soltanto quando Mussolini vi innest� una carica di
provocazione aperta, continua e dichiarata, respingendo tutti i tentativi di
accomodamento proposti dal Negus e dalla Societ� delle Nazioni. Se non fu composto
facilmente e onorevolmente ci� fu dovuto semplicemente al fatto che da una certa
parte non ci fu mai la volont� di farlo e prevalse invece l'interesse di sfruttarlo
e di aggravarlo per fini diversi e inconfessabili80.
La decisione di Hail� Selassi� di appellarsi all'art. 10 del Covenant della SdN
aveva innanzitutto l'obiettivo di attirare l'attenzione del mondo sulla gravit�
della situazione nel suo paese, evitando di far cadere la controversia
italoetiopica nel silenzio e nell'indifferenza generale. Nei giorni successivi
all'incidente di Ual Ual, Mussolini prendeva infatti alcune decisioni che si
riveleranno risolutive: il 24 dicembre autorizzava il generale De Bono a partire
per l'Eritrea, con l'incarico di allestire il corpo di invasione; il 27 dello
stesso mese ordinava la mobilitazione generale in Somalia e quella parziale in
Eritrea; il 30 consegnava ai suoi collaboratori pi� vicini un promemoria
"segretissimo" con il quale si assumeva in pieno la responsabilit� politica
dell'aggressione all'Etiopia e con il quale indicava gli obiettivi finali
dell'impresa, i metodi di lotta, la quantit� di uomini e di mezzi necessari,
persino il tipo degli strumenti di distruzione da utilizzare, e "more nipponico -
concludeva il docu-

/. Verso la guerra con l'Italia


mento - non ci sar� nemmeno bisogno di dichiarare ufficialmente la guerra"81; il 7
gennaio 1935, infine, Mussolini otteneva da Pierre Lavai il tanto atteso
d�sistement, in virt� del quale all'Etiopia veniva tolta la protezione della
Francia82.
Quanto alla Gran Bretagna, terza firmataria dell'accordo tripartito del 1906, si
rifiutava di concedere a Mussolini le "mani libere" in Etiopia83, ma il suo
sostegno ad Hail� Selassi� si sarebbe rivelato in realt� ambiguo e sterile: oltre
all'adozione temporanea di alcune misure navali nel Mediterraneo, che non avrebbero
impedito a Mussolini di inviare in Africa Orientale mezzo milione di uomini, la
Gran Bretagna non sapr� far altro che proporre il piano HoareLaval, che il
laburista Clement Atdee definir� giustamente "una concessione all'aggressore di
met� dell'impero etiopico, in cambio di un corridoio per cammelli".

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II
LA GUERRA ITALOETIOPICA
Morire per l'Etiopia?
Nonostante il "tradimento" di Pierre Lavai, le ambiguit� del sostegno britannico, e
gli indugi e i cavilli della Societ� delle Nazioni, nella primavera del 1935
l'imperatore Hail� Selassi� sperava ancora nella solidariet� internazionale e in
una pubblica condanna dei propositi aggressivi dell'Italia. Aveva talmente
mitizzato il ruolo della SdN, da ritenere che, in un modo o nell'altro, Ginevra
avrebbe sbarrato il passo a Mussolini, ma era anche sufficientemente realista per
pensare che nessuna protezione internazionale sarebbe bastata da sola a mettere
l'Etiopia al riparo. Bisognava innanzitutto porre gli etiopici in condizioni di
difendersi, e ci� sarebbe stato possibile soltanto trovando nuovi alleati, nuove
fonti di approvvigionamento bellico, nuove entrate per pagare le commesse. La tassa
di un tallero imposta a ogni etiopico al di sopra dei diciotto anni - varata
nell'ottobre del 1934 - aveva fruttato una notevole somma che per�, oramai, era
solo un ricordo. Diventava perci� sempre pi� urgente accendere prestiti o reperire
capitali in cambio di concessioni minerarie. Per questo motivo l'imperatore inviava
missioni esplorative nello Yemen, in Arabia Saudita, in Egitto e in Giappone, e
firmava, il 30 agoParte seconda Solo contro il fascismo

sto, un contratto con l'americana Standard Vacuum Oil Company1.


Hail� Selassi� non aveva per� fatto i conti con la diplomazia e i servizi segreti
italiani, che stavano all'erta per impedire che l'Etiopia uscisse dal suo
isolamento. Cos�, con rara prontezza, alternando lusinghe a minacce, la diplomazia
fascista faceva fallire, alla vigilia della firma, il trattato di amicizia fra
l'Etiopia e l'Arabia Saudita2; ammoniva re Fuad d'Egitto sostenendo che
"un'eventuale stipulazione di un trattato di amicizia fra Egitto ed Etiopia (...)
sarebbe [stata] considerata dal R. Governo come un atto non amichevole verso
l'Italia"3; e, infine, esercitando pressioni sia su Londra4 che su Washington,
mandava in fumo il lucroso accordo sottoscritto da Addis Abeba con la Standard
Vacuum Oil Company.
Con uguale tempestivit� ed efficienza la diplomazia fascista interveniva sui
governi europei per impedire che l'Etiopia si rifornisse di armi e munizioni. In
una lettera del 18 maggio, inviata al generale De Bono, Mussolini dedicava un
capoverso a questa sua nuova iniziativa, illustrandone la tecnica ricattatoria e i
risultati raggiunti:
Ho ordinato che si facessero dei passi molto energici presso i governi dei Paesi
fornitori di armi all'Etiopia. I risultati sono soddisfacenti. Il ministro Benes mi
ha mandato una nota diplomatica colla quale egli si impegna a impedire ogni
ulteriore traffico di armi. Altrettanto dicasi della Svizzera. Il Belgio ha fatto
qualche difficolt� per le forniture gi� ordinate. Al caso le compreremo noi5. Ci
sono alcune centinaia di fucili mitragliatori. La Germania ha dichiarato al nostro
addetto aeronautico che non fornir� n� aeroplani n� altri materiali militari.
Abbiamo "lavorato" Parigi per il traffico delle armi via Gibuti, cosa che ha
provocato una impressione grave nel popolo italiano. Hanno promesso di sorvegliare.
Anche ammettendo di ottenere soltanto una restrizione del 50% delle forniture, il
risultato � notevole6.

//. La guerra italoetiopica


In questa trionfalistica sintesi di Mussolini c'era tuttavia un errore, e non di
poco conto: se era vero che alcuni paesi, come Svizzera, Cecoslovacchia7, Polonia,
Turchia8, Belgio9 e Grecia10, subivano il ricatto dell'Italia fascista e
sospendevano - in tutto o in parte - gli aiuti e le forniture ad Addis Abeba,
questo non era per� il caso della Germania. Hitler aveva tutto l'interesse che
l'Italia si logorasse il pi� a lungo possibile in un conflitto con l'Etiopia, cos�
da essere costretta a rinunciare alla sua "protezione" sull'Austria11. Per cui egli
non esitava - nel corso del 1935 e anche a conflitto iniziato - a rifornire
segretamente l'Abissinia di armi, con l'intento di rafforzarne la capacit� di
resistenza. Tutto questo mentre l'ambasciatore tedesco a Roma, Ulrich von Hassel12,
e il segretario di Stato agli Esteri, Bernhard von B�low13, giuravano di non sapere
nulla di questi rifornimenti. Pi� tardi, a smentire i diplomatici tedeschi, sar� lo
stesso Hail� Selassi� in tre interviste concesse fra il 1937 e il 1965 - 14.
Successivamente lo storico Manfred Funke quantificava l'aiuto tedesco in 10.000
fucili Mauser, 10 milioni di cartucce per lo stesso fucile, 36 cannoncini Oerlikon,
30 modernissimi cannoni anticarro da 37 millimetri, e un numero imprecisato di
mitragliatrici, mitra, bombe a mano e medicinali15; il tutto per un valore di tre
milioni di marchi16.
Alla fine dell'estate del 1935 Hail� Selassi�, nonostante le modeste risorse del
paese e il boicottaggio dell'Italia, aveva potuto ammassare in Etiopia un discreto
quantitativo di armi moderne. Secondo le stime di Badoglio, il negus poteva mettere
in campo un esercito di 280-350.000 uomini, un quarto dei quali "fornito di buona
istruzione militare all'europea" e dotato di fucili "in prevalenza di tipi moderni
con circa centocinquanta cartucce in dotazione individuale"17. Secondo il generale
Canevari, che nel corso del conflitto italoetiopico si riveler� il critico militare
pi� informato e attendibile, l'�Parte seconda Solo contro il fascismo

sercito abissino disponeva inoltre di "alcune centinaia di mitragliatrici leggere e


pesanti"; quanto all'artiglieria e all'aviazione, la loro efficienza era
trascurabile; infine, le munizioni sembravano essere "sufficienti per tenere la
campagna per i seisette mesi della stagione asciutta"18. Con un esercito di tale
natura l'imperatore avrebbe sicuramente potuto mantenere l'ordine nel paese e
sventare i piani di qualsiasi rivale, ma difficilmente avrebbe potuto sostenere
l'urto di un esercito europeo, anche se la natura impervia dell'impero avrebbe
favorito gli abissini. Per l'inviato del "Times" in Etiopia, George Steer, gli
etiopici avrebbero potuto al massimo rallentare l'avanzata degli eserciti italiani,
ma non fermarli, poich� "non [avevano] artiglieria, non [avevano] aviazione e la
proporzione di armi automatiche e di fucili moderni [era] patetica"19.
Anche se la maggior parte degli etiopici, nel ricordo esaltante di Adua,
sopravvalutava le proprie virt� guerriere, Hail� Selassi� era perfettamente
consapevole che da un conflitto con l'Italia sarebbe uscito perdente; per cui,
mentre da un lato cercava di potenziare il proprio esercito, dall'altro si
impegnava al massimo per trovare un accomodamento con l'avversario, al fine di
evitare la guerra. Le trattative venivano condotte su due piani, uno pubblico e
l'altro segreto. Mentre, infatti, il governo etiopico portava avanti tanto a
Ginevra che ad Addis Abeba negoziati ufficiali, con scambi di decine di note e
frequenti colloqui, l'imperatore andava alla ricerca di nuovi e sotterranei canali
di comunicazione con Roma: � in quest'ottica che vanno visti i colloqui segreti del
gennaioagosto 1935 tra il segretario dell'imperatore, Tadesse Mesciasci�, e il
medico italiano della legazione, Edoardo Borra; gli incontri clandestini ad Atene
fra il medico del negus, Adrien Zervos, e il capo divisione al ministero delle
Colonie, Enrico Cerulli20; e i contatti ri-

77. La guerra italoetiopica


servati fra il governatore della Bank of Abyssinia, Charles S. Collier, e lo stesso
Mussolini21.
Hail� Selassi� attribuiva a questi negoziati segreti una grande importanza, tanto
da parteciparvi di persona, come nel caso degli incontri fra Tadesse Mesciasci� e
Borra. Secondo la testimonianza del medico italiano, gli incontri - una decina in
tutto - avvenivano quasi sempre dopo il tramonto in una saletta appartata del
Vecchio Gheb�. Borra e Tadesse Mesciasci� affrontavano i nodi della vertenza ad uno
ad uno, secondo una scaletta prestabilita, ma spesso venivano interrotti
dall'imperatore, che chiedeva chiarimenti oppure formulava giudizi, come quelli
riportati nel verbale di un colloquio steso da Borra:
Hail� Selassi�: "Avete altre proposte pratiche?"
Borra: "Ci sarebbe la possibilit� di un accordo come quello tra Egitto e
Inghilterra, con piena sovranit� al re di Egitto"
Hail� Selassi�: "L'Etiopia non � l'Egitto. Il popolo etiopico � un popolo fiero e
non accetterebbe mai la protezione di stranieri"
Borra: "Neanche una protezione come quella dell'Inghilterra?"
Hail� Selassi�: "Nessuna forma di protettorato!"22.
I tentativi dell'imperatore di scongiurare la guerra non conoscevano sosta.
Attraverso monsignor Jarosseau, Hail� Selassi� cercava di ottenere i buoni uffici
del Vaticano23 e, grazie al patriarca copto d'Egitto, Amba Johannes, tentava di
ottenere la mediazione di re Fuad, amico di re Vittorio Emanuele III24. Nel luglio
1935 si rivolgeva infine al presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano
Roosevelt, ma l'accorato appello dell'imperatore non produceva gli effetti
sperati25; Roosevelt, infatti, si limitava a inviare un personal message a
Mussolini nel quale esprimeva "la speranza che la controversia fra l'Italia e
l'EtioParte seconda Solo contro il fascismo

pia [potesse] essere risolta senza il ricorso a un conflitto armato"26: un


messaggio di sette righe, troppo blando e generico per impensierire il capo del
fascismo e bloccare una spedizione costata gi� un paio di miliardi.
"L'Abissinia � molto lontana..." aveva detto un funzionario del Dipartimento di
Stato americano all'ambasciatore italiano a Washington, Augusto Rosso, per
giustificare il disinteresse verso l'Etiopia27. In realt�, l'Abissinia era
lontanissima dal mondo cosiddetto civile, dove si facevano e si disfacevano i
destini del pianeta. Era lontana, isolata, quasi sconosciuta. Da quella terra di
altipiani e di deserti giungevano sempre pi� frequenti le invocazioni alla pace di
Hail� Selassi�, di sua moglie Menen e della loro figlia Tsahai, appena quindicenne.
Ma queste invocazioni, che il regime fascista cercava di coprire con il frastuono
di un'incessante propaganda, potevano tutt'al pi� commuovere i rastafarians
giamaicani, che vedevano nel negus il messia della redenzione africana28, o
intellettuali e politici nazionalisti africani, come Namdi Azikiwe, Kwame Nkrumah,
George Padmore, Jomo Kenyatta, che avrebbero dedicato la loro vita alla liberazione
dell'Africa dal colonialismo29. Anche in Europa e nelle Americhe si erano levate
voci in difesa dell'Etiopia30, ma pi� che la sorte di quel remoto paese -di cui non
si conosceva neppure il numero degli abitanti - ci� che preoccupava erano i
possibili riflessi negativi di un conflitto italoetiopico sulla stabilit�
dell'assetto mondiale. Di l� a due anni sarebbero accorsi a decine di migliaia per
difendere la Spagna repubblicana, mentre in Etiopia non sarebbero arrivati che
pochi idealisti, qualche medico, e un numero imprecisato di avventurieri e
imbroglioni31. Si poteva "morire per Madrid", ma nessuno sembrava disposto a morire
per l'Etiopia.
Hail� Selassi�, del resto, non si faceva a riguardo molte illusioni. Sapeva
perfettamente che l'Etiopia non aveva nulla da offrire e che non era possibile
invocare soli-

//. La guerra italoetiopica

dariet� in nome della razza, o della religione, o di una particolare scelta


politica e ideologica; poteva contare soltanto sulla forma pi� elementare di
solidariet�, quella dettata dalla piet� che si prova per un popolo pressoch�
indifeso, che sta per subire un'aggressione. Il suo appello al quartier generale
della Croce Rossa Internazionale a Ginevra non restava infatti senza risposta:
Francia, Germania, Giappone, Turchia, Stati Uniti, Unione Sovietica, Australia,
Grecia, Sudafrica, Belgio, Canada, Danimarca, Spagna, India, Portogallo, Svizzera,
Cecoslovacchia, Jugoslavia, avrebbero mandato in Etiopia denaro, medicinali ed
equipaggiamento sanitario, mentre Gran Bretagna, Svezia, Olanda, Finlandia,
Norvegia ed Egitto avrebbero provveduto a inviare ospedaletti da campo, medici e
infermieri32; in tutto, meno di cento sanitari33, per un esercito di 350.000
soldati. L'imperatore non li avrebbe dimenticati; soprattutto non avrebbe
dimenticato uomini come Dassios, Belau, Medynsky e Gingold Duprey, che resteranno
con i feriti sino alla fine, sopportando gli orrori della battaglia e poi gli
scherni, le minacce e le percosse dei vincitori; uomini come John Melly, che verr�
colpito alle spalle e ucciso mentre era chinato su una donna ferita in una strada
di Addis Abeba abbandonata ormai all'anarchia.
Per difendere l'Etiopia con le armi Hail� Selassi� avrebbe dovuto contare soltanto
sugli etiopici, come ai tempi di Gura, di Saati, di Metemma e di Adua. Se era
riuscito a Johannes e a Menelik di radunare centinaia di migliaia di uomini -
superando rivalit� fra i capi, e divisioni etniche e religiose - e di portarli alla
vittoria contro gli egiziani, i sudanesi e gli italiani, anche Hail� Selassi�
sarebbe stato sicuramente in grado di mobilitare grandi masse e di disporle a
difesa lungo i confini dell'impero. Ma i tempi erano cambiati. L'Italia di
Mussolini non era pi� l'Italia di Crispi. Senza il freno di un'opposizione
parlamentare, il capo del fascismo avrebbe p�Parte seconda Solo contro il fascismo

tuto inviare in Africa - come in effetti far� - uomini e mezzi in misura talmente
soverchiante da rendere impossibile non soltanto una vittoria degli etiopici, ma
anche solo una prolungata resistenza da parte loro.
L'imperatore si era a lungo documentato sulle reali capacit� belliche dell'Italia
fascista ed era giunto alla conclusione che l'esercito etiopico avrebbe al massimo
potuto ritardare l'avanzata italiana. Forte di questa convinzione, avallava le
teorie che il suo consigliere militare, generale Eric Virgin, aveva esposto nel
manuale intitolato Princ�pi generali e istruzioni per la condotta d'una spietata
guerra per bande, e cercava, non senza difficolt�, di convincere i suoi capi
militari ad adottare la guerriglia, rinunciando alla strategia del passato che
puntava - come a Gura e ad Adua - su una sola e risolutiva battaglia campale. Il
successo della guerriglia, ricordava giustamente il generale Virgin, si basava per�
"sul fatto che la popolazione civile fosse pronta a sostenere, nutrire, nascondere
e incoraggiare i combattenti partigiani"34. L'Etiopia non forniva questa certezza.
Le popolazioni dei territori periferici di recente annessione non offrivano alcuna
garanzia di sostegno alla guerriglia ed era anzi probabile che avrebbero
approfittato dello stato di guerra per ribellarsi o, nel migliore dei casi, per non
collaborare. La guerriglia esulava inoltre dalle consuetudini abissine e, come
vedremo, verr� praticata con successo soltanto da ras Immir� nella sua offensiva
nello Scir�.
Anche se pi� tardi si sarebbe giocato l'impero con una mezza dozzina di grandi
battaglie campali impostegli da Badoglio, alla vigilia del conflitto l'imperatore
faceva ancora affidamento sulla guerra per bande per rallentare la marcia
dell'avversario, per logorarlo, per insidiarne le vie di rifornimento, come, a
guerra finita, avrebbe confidato all'etnologo francese Marcel Griaule:
In generale la tattica delle armate del Nord, che operavano in una regione
accidentata i cui particolari potevano dar

//. La guerra italoetiopica

luogo a scontri, fu dunque quella di condurre una severa guerriglia contro il


nemico, impegnandolo seriamente soltanto nei casi favorevoli e cedendo il terreno
alla minima spinta. Questa tattica aveva due scopi: risparmiare i nostri soldati,
che si pensava sarebbero stati annientati in battaglie campali, e tenere
l'avversario sulla corda sino alla stagione delle piogge del 1936. In quella
stagione, l'armamento nemico avrebbe perso molto del suo valore35.
In base a queste scelte, l'imperatore aveva rinunciato a predisporre, tanto a Nord
che a Sud, valide difese fisse, fatta eccezione per la "Linea Hindenburg", voluta
nell'Ogaden dal generale turco Wehib Pasci�36 e giudicata da Graziani come un
ostacolo molto serio37, ma in realt�, a parte il nome altisonante, molto al di
sotto della sua fama. Per il resto, l'Etiopia non opponeva agli invasori che le sue
aspre montagne, i suoi deserti, la penuria di acqua e di strade.
Pensando alla guerra per bande, che presupponeva tecniche nuove e una buona
conoscenza dei mezzi avversari, Hail� Selassi� aveva personalmente curato,
nell'estate del 1935, un opuscolo di un centinaio di pagine, stampato in qualche
migliaio di copie e fatto circolare fra gli ufficiali, nel quale suggeriva le
misure da adottare contro gli attacchi di aerei e di carri armati, e come
comportarsi tanto durante i bombardamenti massicci delle artiglierie che nel caso
deprecabile di impiego di gas tossici. Sicuramente l'opuscolo contiene qualche
ingenuit�, le illustrazioni hanno lo stesso candore delle pitture etiopiche
bizantineggianti, e tuttavia, non si pu� contraddire l'imperatore quando sostiene:
"Non temiamo di affermare che contro i mezzi di distruzione moderna, noi non
abbiamo avuto come difesa, per gran parte del nostro esercito tradizionale, che
questo piccolo fascicolo"38.
Nella tarda estate del 1935, mentre i negoziati diretti con Roma non facevano passi
avanti e da Ginevra giunParte seconda Solo contro il fascismo

geva l'inaccettabile proposta del "superarbitro" Nikolaos Politis di affidare a un


paese europeo - non esclusa l'Italia - una sorta di mandato sull'Etiopia39, Hail�
Selassi�, con l'assistenza del generale Virgin, metteva a punto un piano di
battaglia che rivelava prudenza e buon senso, e che affidava ai vari eserciti
etiopici, del tutto sprovvisti di armamento pesante e di protezione aerea, compiti
di logoramento piuttosto che di contenimento. Per il fronte nord, ad esempio, il
piano prevedeva l'abbandono della linea AduaEnticci�Adigrat e l'arretramento di una
trentina di chilometri su una linea parallela. La perdita iniziale di quel vasto
territorio si rendeva necessaria per due motivi: innanzitutto, per dimostrare in
modo inequivocabile che era l'Italia a prendere l'iniziativa di invadere l'Etiopia
e, in secondo luogo, perch� ras Sejum Mangasci� e degiac Hail� Selassi� Gugsa non
erano in grado, con i loro 30.000 uomini, di arrestare l'avanzata dei tre corpi
d'armata italiani.
Nell'elaborare il piano di guerra, l'imperatore designava anche i capi ai quali
avrebbe affidato il comando degli eserciti: sul fronte nord il comandante in capo
sarebbe stato ras Kassa Hail�, coadiuvato dai ras Sejum Mangasci�, Mulughiet�
Igazu, Immir� Haile Sellase, Ghetacci� Abate e Chebbed� Mangasci� Atechim40; il
comando del fronte sud, ripartito in tre settori operativi, veniva invece affidato
al degiacNasib� Zamanuel (che avrebbe presidiato l'Ogaden e l" Harar), a ras Desta
Damt�u (che avrebbe difeso la sinistra dello schieramento) e al degiacBejen� Merid
(che avrebbe protetto il centro)41. Per s� riservava - come previsto dalla
Costituzione - l'incarico di comandante supremo, che egli avrebbe esercitato dal
quartier generale di Dessi�, anche se la penuria di mezzi moderni di comunicazione
avrebbe reso il suo comando molto discontinuo e, in qualche occasione, addirittura
inesistente.
In attesa di proclamare la mobilitazione generale -

//. La guerra italoetiopica

per la quale avrebbe atteso, coerentemente con il suo atteggiamento pacifista, la


violazione delle frontiere -Hail� Selassi� si accingeva ad assolvere l'ultima e pi�
difficile incombenza, quella di preparare moralmente il paese all'aggressione
fascista, di informarlo sul virtuale fallimento dei negoziati con Roma, di
annunciargli che il futuro sarebbe stato incerto e gravido di pericoli e sacrifici.
Questa preparazione la svolgeva soprattutto con una serie di discorsi, pronunciati
il 22 maggio, il 18 luglio, il 15 agosto e l'I 1 settembre. Con il discorso del 18
luglio l'imperatore faceva una sintesi storica dei rapporti italoetiopici negli
ultimi quarant'anni, mettendo in rilievo antiche e nuove mire dell'Italia
sull'Etiopia, soffermandosi a lungo sull'incidente di Ual Ual - preso a pretesto da
Mussolini per preparare l'invasione - ed esortando gli etiopici a battersi con
coraggio per la propria terra:
Soldati, quando sentite che nel fuoco della battaglia � caduto un capo amato, non
piangete, non disperatevi. Felice � chi muore per la sua patria. La morte, cieca,
distrugge in pace come in guerra. Meglio morire liberi che vivere come schiavi42.
"Noi non vogliamo la guerra, - affermava ancora l'I 1 settembre alla radio - ma non
la subiremo passivamente. L'Etiopia ha fiducia in Dio e sa che la sua giustizia
vale di pi� di quella degli uomini"43.
Alcuni testimoni dei discorsi pronunciati dall'imperatore in Parlamento hanno
riferito che Hail� Selassi� parlava con una voce che poteva sembrare persino
monotona, tanto egli rinunciava, secondo il suo costume, a ricercare effetti e a
palesare le proprie emozioni44.
Osservando la sua maschera impassibile e la sua figura immota e piena di dignit�,
non si poteva non stabilire un confronto con il suo avversario, che si esprimeva
invece urlando, gesticolando, cercando gli effetti pi� teatrali. C'era una tale
differenza di stile fra il dittatore pleParte seconda Solo contro il fascismo
beo, che costruiva i suoi discorsi per eccitare e dominare le folle, e il sovrano
etiopico, che redigeva i suoi messaggi attingendo alla sapienza antica della
Bibbia, da comprendere facilmente il motivo per cui la simpatia e il rispetto
andavano in cos� larga misura all'Etiopia.
Osservando la rada di Massaua, sempre affollata di navi che sbarcavano
incessantemente uomini e mezzi, il generale De Bono avrebbe anche potuto sorridere
delle invocazioni a Dio formulate dall'imperatore, cos� come aveva sorriso per "le
troppe preci e i troppi digiuni" ordinati da Hail� Selassi� per la salvezza
dell'impero45. Non tutti, per�, avevano l'insensibilit� del rozzo generale De Bono.
Nell'osservare copti, cattolici, musulmani e pagani pregare insieme nelle piazze di
Addis Abeba, il dottor Borra, che ancora proseguiva i suoi colloqui segreti con
l'imperatore e con Tadesse Mesciasci�, avvertiva che anche la fede in Dio, non
importava quale, poteva essere un buon cemento per tenere insieme l'Etiopia:
I convenuti si disponevano silenziosi in circolo con una di
gnit� statuaria nelle persone drappeggiate di miseri tessuti
opachi di terra e di fumo e immediatamente si sentivano as
sociati in comunit� di spirito. Poco dopo un anziano intona
va la preghiera, dapprima recitata, poi declamata, quindi vol
ta in canto e tutti, con le braccia tese in alto e lo sguardo fis
so al cielo cadenzavano i salmi biblici di penitenza con l'ac
cusa delle colpe e l'invocazione del perdono, supplichevoli,
accorati in un crescendo di commozione che sembrava scio
gliersi in pianto46.
Il 3 settembre 1935 la Commissione arbitrale nomi
nata per l'incidente di Ual Ual rendeva nota la senten
za che scagionava tanto l'Italia quanto l'Etiopia47, dal
momento che non era stato affrontato il problema cen
trale della illegale presenza italiana nella zona. Subito
dopo la pubblicazione del documento, alla Societ� del
le Nazioni veniva creato un comitato di cinque paesi

//. La guerra italoetiopica

(Gran Bretagna, Francia, Spagna, Polonia e Turchia) "per esaminare l'insieme delle
relazioni italoetiopiche in vista di una soluzione pacifica"48; ma le proposte del
Comitato dei Cinque, subito accettate da Hail� Selassi�, venivano respinte da
Mussolini che le giudicava "pi� che insufficienti, irrisorie"49.
Mussolini aveva ormai ultimato la preparazione militare in Eritrea e in Somalia, ed
era fin troppo chiaro che non avrebbe rinunciato ad aprire le ostilit�, persuaso
che con la forza avrebbe ottenuto molto di pi� che con le trattative. Eppure
l'imperatore sperava ancora in un miracolo. L'invio della Home Fleet nel
Mediterraneo con la presunzione (sbagliata) di intimidire Mussolini, faceva nascere
in Hail� Selassi� la speranza che la Gran Bretagna, rotti gli indugi, si sarebbe
finalmente schierata al suo fianco. Per questo motivo rimandava di giorno in giorno
la mobilitazione generale, anche se alcuni membri del Consiglio della Corona lo
scongiuravano di non perdere altro tempo. Il 12 settembre, stanco della politica
attendista dell'imperatore, il ministro della Guerra, ras Mulughiet� Igazu -
veterano di Adua, eroe delle guerre civili, noto sciovinista e forte bevitore -
faceva stampare l'ordine di mobilitazione, e lo lasciava, con intenti ironici e
provocatori, sui tavoli dei consiglieri diplomatici di Hail� Selassi�50. L'ordine
veniva subito revocato, ma l'imperatore, che non poteva ignorare l'avvertimento,
l'indomani convocava al Gheb� il ministro di Gran Bretagna, sir Barton, per
pregarlo di consultare il suo governo. La risposta di Londra arrivava ventiquattro
ore dopo, ambigua e reticente come tutta la politica inglese nei confronti di Addis
Abeba: "� essenziale che lei dica all'imperatore - telegrafava il ministro degli
Esteri sir Samuel Hoare a Barton - che non pu� consigliarlo a proposito della
mobilitazione generale, una materia in cui lui � il miglior giudice alla luce della
situazione locale" .
Parte seconda Solo contro il fascismo

Adesso Hail� Selassi� era veramente solo; adesso non poteva pi� attendere oltre.
Sotto le armi non c'erano che alcune decine di migliaia di uomini, i soldati di
mestiere52, e per radunare i riservisti e gli irregolari sarebbero occorsi, vista
la povert� di vie di comunicazione, almeno due mesi. Il 28 settembre, avendo
consultato la delegazione etiopica a Ginevra ed avendo appreso che l'attacco
italiano era giudicato imminente, Hail� Selassi� comunicava alla SdN di non poter
pi� ritardare "la mobilitazione generale, necessaria per garantire la difesa del
nostro paese"53. La sera stessa firmava il decreto, ma non lo diramava; come
ricorda Steer, l'imperatore ordiner� la mobilitazione solo il 3 ottobre, dopo aver
appreso che gli italiani avevano violato le frontiere in tre punti e avevano
bombardato Adua, causando perdite fra i civili54.
Le battaglie di annientamento
Nella notte fra il 2 e il 3 ottobre, senza che l'Italia avesse dichiarato lo stato
di guerra, i tre corpi d'armata ammassati da De Bono lungo il confine del Mareb e
del Belesa oltrepassavano i corsi d'acqua e penetravano in territorio etiopico su
un fronte di settanta chilometri. Si trattava di un esercito di ben 110.000 uomini,
armati di 2.300 mitragliatrici e 230 cannoni di vario calibro, con l'appoggio di
156 carri d'assalto e 126 aeroplani55. Per tre giorni essi non incontravano che una
resistenza simbolica. De Bono riconosceva infatti di non aver avuto "la fortuna di
incontrare il nemico in forze (...) il Negus persisteva nel suo piano di iniziale
ritirata"56. Hail� Selassi� aveva infatti scelto la tattica del ripiegamento
manovrato, che gli consentiva di evidenziare la manovra aggressiva dell'avversario
e, nello stesso tempo, di attirarlo all'interno del paese, lontano dai centri di
rifornimento. Come preciser� pi� tardi lo stesso imperatore:

//. La guerra �taloetiopica

Il contatto fra le armate del nord e il nemico fu preso con un certo ritardo
perch�, secondo i nostri ordini, il degiac Gugsa aveva preso posizione cinquanta
chilometri dalla frontiera e l'armata di ras Sejum si era stabilita a ottanta
chilometri dalla stessa linea. Volevamo cos� essere sicuri che i trenta chilometri
di zona neutra che noi avevamo specificato alla Societ� delle Nazioni fossero
ampiamente rispettati. Era gi� stato difficile far capire agli etiopici questo
gesto che, ai loro occhi, costituiva una prima rinuncia di territorio. Fu ancora
pi� difficile, in seguito, far loro comprendere che bisognava retrocedere ogni
volta che l'azione nemica si faceva seria. Lo stesso valoroso ras Sejum, a causa
del suo coraggio, lasci� Adua con le lacrime agli occhi57.
L'esercito di De Bono poteva cos� raggiungere in pochi giorni gli obiettivi di
Adua, Axum e Adigrat e - grazie alla defezione del genero dell'imperatore, degiac
Hail� Selassi� Gugsa58 - era in grado di conquistare anche Macall� e gran parte del
Tigre Orientale. Negli stessi giorni il generale Rodolfo Graziani, al quale era
stato affidato il comando del fronte sud, poteva senza difficolt� raggiungere gli
avamposti etiopici di Dagnerei, Callafo, Gherlogubi e Gorrahei. A mitigare
l'amarezza di Hail� Selassi� per la perdita di questi territori, il 10 ottobre 1935
l'Assemblea della SdN condannava l'Italia, come paese aggressore. Per l'imperatore
questa condanna costituiva non soltanto una grande vittoria morale, ma anche un
innegabile sostegno, perch� poneva fine all'embargo sulle armi59 ed inoltre metteva
in moto il meccanismo delle sanzioni, che diventavano effettive il 18 novembre.
L'Assemblea, tuttavia, non aveva voluto infierire sull'Italia e le sanzioni -
anzich� militari, come previsto in un primo tempo - erano soltanto economiche e per
di pi� non riguardavano tre prodotti di primaria importanza bellica, come carbone,
petrolio e acciaio. In ogni caso esse arrecavano qualche disturbo e qualche
spiacevole sorpresa all'Italia, come testimoniaParte seconda Solo contro il
fascismo

no le scomposte e irritate reazioni di Mussolini60, il quale doveva inoltre


sopportare di vedere il suo paese additato all'esecrazione generale.
La guerra, intanto, seppur fiaccamente, continuava. Per inoltrarsi nell'impervio
territorio etiopico, gli italiani dovevano risolvere enormi problemi logistici, in
parte nemmeno previsti. Queste difficolt� frenavano gli ardori di Mussolini, tanto
da suggerirgli, "dopo la presa di Macall�, di dichiarare sospese le ostilit�":
La comunicazione potrebbe essere fatta da De Bono direttamente al Negus. Si
dichiarerebbe che abbiamo raggiunto il principale obiettivo, che era quello di
riconquistare i territori gi� occupati61.
Le incertezze di Mussolini non dovevano durare che pochi giorni: dopo aver spinto a
Macall� il riottoso generale De Bono a forza di telegrammi che sembravano
stilettate, a met� novembre lo sostituiva con il maresciallo Badoglio. Ma anche se
la scelta era caduta sull'uomo che era al vertice della gerarchia militare, e che
possedeva un'innegabile competenza anche in campo coloniale, la guerra non assumeva
il ritmo voluto da Mussolini, anzi stagnava, poich� il prudente Badoglio non
intendeva riprendere l'avanzata prima di aver rinforzato il suo dispositivo
militare e aver risolto il difficile problema dei rifornimenti.
Mentre Badoglio era fermo a Macall�, il 28 novembre Hail� Selassi� lasciava Addis
Abeba alla testa della Guardia imperiale e del mahal safari^ diretto a Dessi�, dove
avrebbe posto il suo quartier generale. Lo accompagnavano il figlio prediletto
Maconnen, appena dodicenne, i suoi segretari, i suoi medici, quel che restava dei
suoi consiglieri63 e, naturalmente, i suoi amatissimi cani. L'imperatore prendeva
dimora a Villa Italia, l'ex consolato italiano ai piedi del monte Tossa, che era
anche l'unico edificio di rappresentanza esistente in citt�. A Villa Ita-

//. La guerra italoet�opica

Ha, Hail� Selassi� era il primo ad alzarsi al mattino e l'ultimo a coricarsi: egli
continuava infatti a occuparsi attivamente di tutti gli affari del paese ed era in
continuo contatto sia con i ministeri della capitale che con il Consiglio della
Corona; a questo si aggiungevano tutte le incombenze di carattere militare, come i
rapporti con le armate del Nord e del Sud, e l'organizzazione e l'invio, verso i
fronti di guerra, delle carovane di viveri e munizioni.
In un angolo del giardino dinanzi a Villa Italia, fra le mimose e gli eucalipti,
Hail� Selassi� aveva fatto piazzare un cannoncino antiaereo Oerlikon: era questo
l'unico segno della guerra, a parte l'uniforme cachi che egli indossava da quando
era partito da Addis Abeba.
Badoglio, avendo avuto sentore della presenza dell'imperatore a Dessi�, aveva
ordinato al generale Ajmone Cat, comandante dell'aviazione in Eritrea, di
bombardare pesantemente la citt�, privilegiando l'obiettivo di Villa Italia. Il 6
dicembre, infatti, quattordici bombardieri del XXVIII Gruppo di Assab e quattro Ca.
101 E della Squadriglia di stato maggiore, dopo un volo di mille chilometri, si
portavano su Dessi� e vi sganciavano 1.908 bombe e spezzoni per un totale di 7.698
chili64. "L'imperatore, nonostante le suppliche del suo seguito di porsi al riparo
- annotava nel suo diario il giornalista inglese Stuart Emeny - usc� nel giardino
del consolato e apr� il fuoco con un cannoncino antiaereo"65. Questo episodio
trovava conferma nella testimonianza del direttore delle scuderie imperiali, Kosrof
Boghossian:
Gli ero vicino, quel giorno. Appena avvert� il rumore degli aeroplani, Sua Maest�
si mise l'elmetto e preg� il dottor Zervos di portare in salvo il principe
Maconnen. Poi si avvicin� all'Oerlikon e spar� una ventina di caricatori66.
Da allora, ogni volta che gli aerei comparivano in cielo, l'imperatore si
precipitava al cannoncino, che ormai

Parte seconda Solo contro il fascismo

maneggiava con grande perizia e con il quale, il 15 febbraio 1936, avrebbe


abbattuto un bombardiere S.81.
Due giorni prima della sua partenza per Dessi�, l'imperatore era stato informato
che il 25 novembre Liggjasu era morto nella sua prigione fra le montagne del
Garamullata. Non � dato sapere come egli abbia accolto la notizia della fine del
suo grande rivale, perch�, stranamente, quasi fosse del tutto trascurabile,
l'episodio non compare nelle sue memorie. Quanto all'annuncio ufficiale diramato da
Addis Abeba, esso si limitava a informare il mondo che l'ex imperatore era deceduto
in seguito a una paralisi; senza aggiungere altro. La reticenza delle autorit�
etiopiche non poteva non alimentare dubbi e congetture; cos�, per esempio, Henri de
Monfreid scriveva che Ligg Jasu era stato lentamente avvelenato da Abba Hanna,
monaco e tesoriere del negus, che lo aveva in consegna da tre anni67. La tesi
veniva immediatamente raccolta dalla stampa italiana e arricchita di particolari
del tutto inventati, con il solo scopo di mettere in cattiva luce l'imperatore.
Vent'anni pi� tardi, l'ipotesi della morte non naturale di Liggjasu trover� credito
anche in Etiopia fra gli oppositori di Hail� Selassi�68, e ancora pi� di recente,
nel 1989, un biografo -certo non sospetto di malevolenza nei confronti
dell'imperatore - come Hans Wilhelm Lockot, giunger� a scrivere:
Allo scoppio della guerra abissina, nel 1935, Hail� Selassi� lo ha ucciso per amore
dell'unit� della patria. Ci� non ha impedito che alcune trib� rimaste fedeli ajasu
combattessero al fianco degli italiani durante la guerra69.
Per finire, in un lungo poscritto alla cronaca di GebreIgziabiher Elyas, Reidulf K.
Molvaer dava conto di minuziose ricerche da lui compiute in Etiopia sul finire
degli anni '80, per appurare come fosse in realt� morto Ligg Jasu. Da pi� fonti
egli apprendeva che l'ex impe-

//. La guerra italoetiopica


ratore non era deceduto fra la montagne del Garamullata, ma era stato trasferito ad
Addis Abeba e qui soppresso, chi dice con un colpo di arma da fuoco, chi con il
veleno. All'eliminazione fisica dell'antico rivale, Hail� Selassi� si sarebbe
deciso per impedire che gli italiani, in caso di vittoria, lo riportassero sul
trono e ne facessero un loro zimbello. Molvaer, tuttavia, pur precisando che le
testimonianze in questo senso erano numerose, ammetteva di non aver raggiunto prove
inconfutabili che confortassero la tesi dell'assassinio70.
Il 7 dicembre, all'indomani del bombardamento terroristico di Dessi�, Hail�
Selassi� apprendeva che Samuel Hoare e Pierre Lavai avevano messo a punto un piano
- che avrebbe preso il loro nome - che prevedeva: la cessione all'Italia, da parte
dell'Etiopia, del Tigre Orientale - esclusa la citt� santa di Axum - e di parte
della Dancalia e dell'Ogaden; che, in cambio, l'Etiopia avrebbe ricevuto il porto
di Assab e un corridoio per accedervi; che infine, all'Italia sarebbe stata
assegnata "una zona di espansione economica e di popolamento", nella parte
meridionale dell'impero, la cui estensione equivaleva all'incirca alla met�
dell'intera Etiopia. Non era l'annessione pura e semplice del paese, come avrebbe
voluto Mussolini, ma poco ci mancava. Nel respingere questo imbroglio, forse il pi�
grave e perfido che sia mai stato architettato contro una nazione indipendente e
sovrana, il ministro etiopico a Parigi e a Ginevra, Uolde Mariam, lo definiva "un
premio all'aggressore" e precisava, su incarico dell'imperatore, che l'Etiopia si
rifiutava di partecipare al proprio smembramento "sotto il pretesto di un falso
scambio di territori"71.
Per Hail� Selassi� era la fine di ogni illusione. Francia e Gran Bretagna, che in
base all'accordo tripartito del 1906 avrebbero dovuto impedire la disgregazione
dell'Etiopia, con il piano HoareLaval la svendevano ora al terzo firmatario
dell'accordo, sacrificando con ci� anParte seconda Solo contro il fascismo

che il prestigio e l'autorit� della Societ� delle Nazioni. A rendere meno amara la
delusione, dai fronti di guerra giungevano all'imperatore notizie incoraggianti o
addirittura esaltanti: conclusa la fase della radunata, le varie armate etiopiche
si erano infatti messe in cammino per raggiungere gli avamposti, e, a partire dalla
met� di dicembre, erano ovunque all'offensiva. Ras Immir�, partito dal Goggiam e
dal Beghemeder in novembre con 40.000 uomini, per quanto intralciato dall'aviazione
fascista, il 15 dicembre attraversava il fiume Tacazz�, annientava al passo di
Dembeguin� il Gruppo Bande del maggiore Criniti, costringeva nei giorni successivi
l'intera divisione "Gran Sasso" ad abbandonare Selaclac� e a ripiegare per sessanta
chilometri, occupava il passo di Af Gag�, giungeva a ridosso dei campi trincerati
italiani di Axum e Adua, lanciava le sue avanguardie nell'Adi Ab� e, con alcune
fortunate operazioni di guerriglia, si spingeva addirittura in Eritrea
immobilizzandovi due corpi d'armata.
Mentre Immir� riconquistava l'intero Scir� e minacciava il fianco destro dello
schieramento italiano, ras Kassa - che in obbedienza agli ordini dell'imperatore
non aveva mai accettato battaglia limitandosi ad operazioni di guerriglia - a met�
dicembre, vista la sorprendente inattivit� dell'avversario, assumeva l'iniziativa e
varcava il Ghev� battendo gli italiani sull'Amba Tzeller�, costringendoli ad
abbandonare il capoluogo del Tembien, Abbi Addi, e a ripiegare su passo Uarieu72.
Anche nel Sud era ras Desta Damt�u che passava all'offensiva contro il campo
trincerato di Dolo, dopo una marcia infernale di ottocento chilometri attraverso
foreste e savane.
La controffensiva etiopica, che stava assumendo proporzioni e impetuosit� tali da
costringere Badoglio a sollecitare l'invio dall'Italia di altre divisioni e a
meditare, a un certo punto, persino una precipitosa ritirata verso i confini
dell'Eritrea, toglieva letteralmente il sonno a

//. La guerra italoetiopica

Mussolini e gli guastava le feste natalizie. Dinanzi alla piega sfavorevole degli
avvenimenti, e temendo di essere esonerato dal comando come gi� era successo a De
Bono, Badoglio prendeva la gravissima decisione di ricorrere alla guerra chimica su
vasta scala e non pi� - come nel passato - per casi isolati. Avendo avuto carta
bianca da Mussolini73, dal 22 dicembre 1935 Badoglio usava i gas non soltanto nel
tentativo di arrestare l'avanzata dei soldati etiopici nello Scir�, nel Tembien,
nell'Endert� e nel Borana, ma anche per terrorizzare le popolazioni nelle retrovie,
avvelenando di conseguenza mandrie, pascoli, e acque. Dal 22 dicembre al 18 gennaio
1936, soltanto sulle regioni settentrionali dell'impero, venivano lanciati oltre
2.000 quintali di bombe, in gran parte caricate a gas74.
Sull'impiego massiccio degli aggressivi chimici e sui loro diversi usi, esiste una
testimonianza dello stesso Hail� Selassi�:
All'inizio, durante la fine del 1935, l'aviazione italiana lanci� sulle mie armate
bombe di gas lacrimogeno. I loro effetti furono di scarsa efficacia. I soldati
impararono a disperdersi in attesa che il vento dissolvesse rapidamente i gas
tossici. L'aviazione italiana ricorse allora all'iprite; barili di liquido venivano
lanciati sui gruppi armati. Ma anche questo sistema non si rivel� efficace. Il
liquido non colpiva che qualche soldato. E i barili, a terra, mettevano in guardia
dal pericolo. Fu all'epoca dell'operazione di accerchiamento di Macall� che il
comando italiano, temendo una disfatta, applic� il procedimento che ho ora il
dovere di denunciare al mondo. Dei diffusori furono installati a bordo degli aerei
in modo da vaporizzare, su vaste distese del territorio, una sottile pioggia
micidiale. A gruppi di nove, di quindici, di diciotto, gli aerei si succedevano in
modo che la nebbia emessa da ciascuno formasse una coltre continua75. Fu cos� che,
a partire dalla fine di gennaio 1936, i soldati, le donne, i bambini, il bestiame,
i fiumi, i laghi, i pascoli, furono di continuo spruzzati con questa pioggia
mortale. Per uccidere sistematicamente gli esseri

Parte seconda Solo contro il fascismo

viventi, per avvelenare con certezza le acque e i pascoli, il comando italiano fece
passare e ripassare gli aerei. Questo fu il suo principale metodo di guerra76.
L'uso dei gas, sebbene sistematico e quasi quotidiano77, in certe occasioni
diveniva ancora pi� massiccio e micidiale. Ci� si verificava durante la battaglia
del Ganale Doria, per stroncare l'offensiva di ras Desta; nello Scir�, per impedire
a ras Immir� di invadere l'Eritrea78; nel Tembien, quando ras Kassa stava per
travolgere le camicie nere del generale Diamanti a passo Uarieu, tagliando la
ritirata a Badoglio; o sull'Amba Aradam, per fiaccarne i difensori. Ricordava il
capitano cubano Alejandro del Vallemy Suero, che era al seguito dell'armata di ras
Mulughiet� Igazu:
Quelli che erano vicini al punto di impatto delle bombe stavano molto peggio; molti
morivano poche ore dopo aver aspirato il gas, altri qualche giorno dopo, a seconda
della quantit� di gas con cui erano venuti a contatto. Su piedi, mani, volto ed
altre parti del corpo esposte, le ustioni erano terribili, dopo un paio di giorni
la gente perdeva pezzi di carne. (...) Naturalmente non avevamo maschere antigas n�
difesa alcuna contro questo tipo di bomba79.
A guerra conclusa Hail� Selassi� avrebbe attribuito il crollo della resistenza
etiopica, verificatosi tra febbraio e marzo 1936, agli effetti devastanti dei gas,
un'arma che il trattato internazionale di Montreaux - sottoscritto anche
dall'Italia nel 1928 - proibiva. "Se la guerra fosse stata condotta in armonia con
le leggi che la regolano - dichiarer� a Londra nel giugno 1936 -, la questione
della conquista non si sarebbe neppure posta, perch� noi abbiamo validamente
resistito fino all'impiego dei gas"80. Di questa opinione era anche il comandante
del fronte sud, degiac Nasib� Zamanuel:

//. La guerra italoetiopica


Se gli italiani non avessero impiegato i gas venefici e se le autorit� francesi di
Gibuti non avessero confiscato le munizioni destinate alla mia armata, gli italiani
non sarebbero riusciti a rompere le nostre linee81.
Con la tesi dell'imperatore e di Nasib� concordavano anche il generale inglese
Fuller e il giornalista Steer: il primo, sostenendo che gli aggressivi chimici si
erano dimostrati un fattore tecnico decisivo82; il secondo, affermando che erano
stati i gas a frenare l'impeto dell'armata di ras Immir� e a salvare l'Eritrea
dall'invasione83.
Pur concordando con l'imperatore sui tremendi effetti degli aggressivi chimici, il
crollo delle armate abissine era piuttosto da addebitarsi, secondo noi, all'errata
decisione di accettare la battaglia campale, anzich� proseguire, almeno sino alla
stagione delle piogge, con la tattica della guerriglia. Con la controffensiva di
met� dicembre, gli etiopici avevano sicuramente dimostrato di possedere generali
che Badoglio aveva sottostimato e, soprattutto, avevano confermato di essere
imbattibili nella mischia; ma, trascinati dal loro ardore, anzich� colpire e poi
fuggire come insegna la guerra per bande, erano finiti talmente a ridosso dello
schieramento italiano da rimanerne agganciati ed essere costretti a battersi
secondo le regole dell'avversario e a subirne il volume di fuoco sia
dell'artiglieria che dell'aviazione.
A partire dalla seconda met� di gennaio, infatti, erano gli italiani che prendevano
nuovamente l'iniziativa. Primo a muoversi era Graziani, che respingeva ras Desta
dalle fortificazioni di Dolo, lo batteva duramente nella battaglia del Ganale Doria
e lo ricacciava nelle foreste del Sidamo. Poi, dopo aver ricevuto dall'Italia
ingenti rinforzi e aver risolto enormi problemi logistici, era la volta di Badoglio
che, muovendosi con tutto il peso dei suoi 200.000 uomini, 280 cannoni e 170
aeroplani, nel giro di quaranta giorni affrontava separatamente le quattro armate
dei ras Kassa, Sejum, Mulughiet� e Immir�, e le frantumava
Parte seconda Solo contro il fascismo
nelle due battaglie del Tembien, dell'Amba Aradam e dello Scir�. Ovunque vinceva
per la schiacciante superiorit� dei mezzi e per la pi� moderna preparazione delle
truppe. Per tramutare, poi, la sconfitta dell'avversario in disastro, lanciava
l'intera aviazione dell'Eritrea all'inseguimento delle armate battute e le
dissolveva con migliaia di quintali di esplosivo e di iprite84.
Mai Ceu: l'ultima sfida
Il 20 febbraio, mentre sul fronte nord si arenava la controffensiva etiopica e
Badoglio poteva riprendere l'avanzata dopo aver battuto ras Mulughiet� sull'Amba
Aradam, Hail� Selassi� lasciava Dessi� per portarsi pi� a nord verso il teatro
delle operazioni. A Dessi� si era fermato pi� del previsto in attesa di ricevere da
Gibuti un importante carico d'armi85, ma, avendo saputo che il governatore della
Somalia Francese, Chapon Baissac, tratteneva abusivamente quelle armi, decideva di
non indugiare oltre e si metteva in cammino con tutta la sua armata insieme a una
colonna di venti autocarri che trasportava le poche artiglierie moderne di cui
ancora l'esercito etiopico disponeva. Il piano del negus consisteva nell'impegnare
seriamente gli italiani ai valichi dell'Amba Alagi, che erano indubbiamente di
grande importanza strategica e che gi� una volta, nel 1895 86, avevano portato
fortuna alle armi etiopiche. A questo scopo aveva ordinato ai ras Mulughiet�, Kassa
e Sejum di abbandonare il Tembien, che avrebbe potuto trasformarsi in una trappola
per le loro armate, e di ripiegare sull'Amba Alagi, dove egli stesso li avrebbe
attesi. Ma, sfortunatamente, l'ordine giungeva a destinazione troppo tardi, quando
i tre ras erano gi� stati agganciati dall'avversario e costretti a sostenere quelle
battaglie cam-

77. La guerra italoetiopica

pali che tanto il generale Virgin che Hail� Selassi� avevano sconsigliato.
Il 1� marzo l'imperatore raggiungeva Cobb� e qui apprendeva notizie che lo
addoloravano e che sconvolgevano i suoi piani: ras Mulughiet� e suo figlio erano
rimasti uccisi nella ritirata dall'Amba Aradam; degiac Maconnen Demissi� e suo
figlio erano caduti sulle pendici dell'Amba Aradam per tenere aperta la via della
ritirata all'armata di Mulughiet�; gli Azebo, Raia e Jeggiu Galla, antichi
sostenitori di Ligg Jasu, erano in aperta ribellione e praticavano la guerriglia
per conto degli italiani87, i quali, senza sparare un solo colpo di fucile, il 28
febbraio avevano occupato l'Amba Alagi; le armate dei ras Kassa e Sejum, infine,
erano ormai avvolte nella manovra a tenaglia di Badoglio e difficilmente ne
sarebbero uscite senza gravi perdite.
Dopo una marcia estenuante insidiata continuamente dall'aviazione, il 3 marzo 1936
Hail� Selassi� raggiungeva Quoram, dove sarebbe rimasto sino al 20 dello stesso
mese e, per salvarsi dalle incursioni aeree pressoch� quotidiane, insediava il
proprio quartier generale in tre grandi caverne, appena fuori dall'abitato. Non era
tuttavia stato facile trovare un riparo per i 30.000 uomini della sua armata, anche
se la regione era ricca di boschi, grotte e anfratti. Riferir� pi� tardi lo stesso
negus:
A Quoram squadriglie di sette o di nove apparecchi sorvolarono il nostro quartier
generale, le nostre truppe, i nostri villaggi per intere settimane, dall'alba al
tramonto. (...) Il paese sembrava sciogliersi. Il silenzio si faceva ogni giorno
pi� grande su questi magnifici altopiani dove gli orizzonti sono cos� vasti e
l'aria cos� pura. N� gli uomini n� le bestie erano pi� in grado di respirare. Ogni
essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aerei, che
aveva bevuto l'acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e
andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi per morirvi. (...) C'erano
cadaveri dappertutto, in ogni

Parte seconda Solo contro il fascismo

macchia, sotto ogni albero, ovunque ci fosse la parvenza di un rifugio. Ma ce


n'erano anche di pi� all'aperto, in piena vista, perch� la morte veniva in fretta e
molti non avevano il tempo per cercare un rifugio per morirvi in pace. Presto un
odore insopportabile grav� sull'intera regione. Non si poteva per� pensare di
seppellire i cadaveri, perch� erano pi� numerosi dei vivi. Bisogn� adattarsi a
vivere in questo carnaio. Nel prato vicino al nostro quartier generale pi� di
cinquecento cadaveri si decomponevano lentamente88.
Dal 16 al 22 marzo il XXVII e il XXVIII Gruppo dell'aviazione dell'Eritrea in
particolare, si accanivano infatti su Quoram e sui vicini accampamenti della
Guardia imperiale e del mahal safari a Ciolle Amadir89. Tutto questo accanimento
mentre Mussolini fingeva di aderire alla proposta del ministro degli Esteri
francese Flandin, che prevedeva nuovi negoziati diretti italoetiopici e l'immediata
cessazione delle ostilit�90. La proposta Flandin, formulata dal Comitato dei
Tredici della SdN, non aveva particolarmente impressionato il negus: dalle
informazioni che riceveva ogni giorno da Addis Abeba, si era ormai reso conto che
le capacit� della Societ� delle Nazioni di fermare il conflitto erano pressoch�
nulle e che l'interesse per il caso Etiopia era decisamente passato in secondo
piano dopo che Hitler aveva occupato nuovamente la zona demilitarizzata della Saar,
suscitando stupore e apprensione in tutta Europa.
Anche se in ritardo, Hail� Selassi� si rendeva conto ora che da altri paesi non
doveva pi� aspettarsi alcuna forma di aiuto, n� morale, n� materiale: la partita si
giocava in Etiopia, tra l'Amba Alagi e il lago Ascianghi, e a decidere come
giocarla doveva essere soltanto lui, il Leone di Giuda, l'Eletto di Dio, il re dei
re. Dopo la sconfitta delle quattro armate del Nord - il 19 marzo erano giunti a
Quoram poche centinaia di soldati in condizioni pietose, tutto quel che restava
degli eserciti dei rasKassa e Sejum - al negus si prospettavano soltanto due solu-

//. La guerra italoet�opica


zioni: affrontare l'avversario in un'unica battaglia campale e risolutiva, oppure
ritirarsi nel cuore dell'Etiopia e fiaccare gli italiani con un'insidiosa e
interminabile guerriglia, come Badoglio temeva91. L'imperatore optava per la prima,
la pi� rischiosa, la pi� temeraria. Nonostante avesse sempre rimproverato ai suoi
generali la tendenza ad accettare la battaglia in campo aperto, ora egli sembrava
deciso a compiere lo stesso errore, anzi di compierne uno pi� grave, perch� non
avrebbe atteso l'avversario sulle proprie posizioni, ma sarebbe andato lui stesso a
stanarlo.
Non sapremo mai con esattezza che cosa abbia spinto il prudente Hail� Selassi� a
prendere questa decisione92. Badoglio, dal canto suo, scriveva che "solo la
disperazione" poteva aver spinto l'imperatore a quell'estremo passo, e aggiungeva:
Il Negus vi era indotto, pi� che da una decisa volont� offensiva, dai consigli dei
capi, dei dignitari dell'impero, della stessa imperatrice, i quali, ormai, secondo
la tradizione etiopica, vedevano soltanto in una grande battaglia diretta
personalmente dall'Imperatore la possibile soluzione del conflitto93.
Questa tesi era confortata dal fatto che soltanto negli ultimi cinquant'anni
c'erano stati gli esempi di Johannes IV, che aveva cercato di salvare l'impero e il
suo personale prestigio attaccando i mahdisti a Metemma, e di Menelik, che con la
vittoria di Adua aveva bloccato per qualche decennio l'espansionismo italiano. Lo
stesso Hail� Selassi� aveva liquidato definitivamente il rivale Liggjasu con la
battaglia risolutiva di Sagale.
In realt� non era soltanto "per disperazione" o "per tradizione" che Hail� Selassi�
decideva di attaccare le posizioni italiane a Mai Ceu: dalle notizie che gli
avevano portato alcuni informatori - e che poi il colonnello Konovaloff avrebbe
confermato dopo una sua ricognizione nella zona - gli italoeritrei giunti al
villaggio di

Parte seconda Solo contro il fascismo

Mai Ceu intorno al 20 marzo non erano che "qualche migliaio"94, provvisti soltanto
di artiglieria di piccolo calibro e per di pi� protetti da insignificanti
trinceramenti. Il piano che prendeva forma nella mente del negus di attaccare
l'avanguardia di Badoglio, agendo di sorpresa, era dunque tutt'altro che avventato
e illusorio. Se quel piano fosse riuscito e l'imperatore avesse potuto conseguire
anche soltanto un modesto successo, ci� gli avrebbe consentito di ritirarsi verso
Addis Abeba con l'onore salvo proprio mentre stava per cominciare la stagione delle
piogge, che avrebbe bloccato per sei mesi l'avanzata degli italiani e favorito le
azioni di guerriglia etiopiche.
L'imperatore lasciava Quoram la sera del 20 marzo probabilmente con questo
proposito, ed era tanta la premura di avanzare verso gli italiani che, essendo la
notte oscura e la strada stretta e malagevole, ordinava ai soldati di procedere il
pi� rapidamente possibile alla luce delle torce95. Due giorni dopo, superati il
lago Ascianghi e il passo di Agumbert�, si accampava sull'arida amba di Aia, dove
nel tardo pomeriggio presiedeva un consiglio di guerra al quale partecipavano i
massimi dignitari dell'impero e un folto gruppo di alti ufficiali. Come riferisce
Konovaloff, presente alla riunione96, l'imperatore era deciso ad attaccare le
posizioni italiane di Mai Ceu nella stessa notte del 22 marzo,
ma i vecchi capi sembravano voler aggiornare il momento dell'attacco, e qualcuno
proponeva anche di attendere che gli italiani prendessero l'iniziativa. Potei
notare che il Negus era rimasto scontento97 e che insisteva in maniera molto ferma
per iniziare la battaglia immediatamente98.
Hail� Selassi� non poteva certo pretendere l'entusiastico appoggio da parte di
uomini come ras Kassa e ras Sejum, che erano appena stati sconfitti e che avevano
perso in battaglia e nella rovinosa ritirata successiva qua-

//. La guerra italoetiopica

si tutti i loro uomini: erano ancora troppo sconvolti e umiliati per poter
serenamente e utilmente contribuire alla messa a punto del piano di attacco. Ras
Kassa, uomo di chiesa pi� che soldato, non poteva certo dimenticare il massacro dei
suoi uomini nella seconda battaglia del Tembien:
Il bombardamento era al colmo quando, all'improvviso, si videro alcuni uomini
lasciar cadere le loro armi, portare urlando le mani agli occhi, cadere in
ginocchio e poi crollare a terra. Era la brina impalpabile del liquido corrosivo
che cadeva sulla mia armata. Tutto ci� che le bombe avevano lasciato in piedi, i
gas l'abbatterono".
Il solo capo che avrebbe potuto sostenere con autorit� e vigore la decisione
dell'imperatore di attaccare subito gli italiani era ras Immir�, il compagno di
sempre, devoto, coraggioso e capace, ma egli era lontano centinaia di chilometri,
al di l� del Tacazz�, intento a portare in salvo gran parte del suo esercito, dopo
la sanguinosa battaglia dello Scir�100. Pertanto aveva il sopravvento il partito
degli incerti e dei pavidi, che sosteneva che i soldati che avevano raggiunto le
posizioni di Aia non erano ancora in numero sufficiente per scatenare un attacco.
L'imperatore accettava a malincuore il rinvio dell'offensiva e chiudeva la giornata
esaminando i piani che Konovaloff aveva preparato dopo essere andato a osservare da
vicino le linee italiane. "Sul rovescio del progetto - ricordava il colonnello
russo - il Negus scrisse di suo pugno, dopo le disposizioni per la battaglia, le
seguenti parole: "Non uccidere i nemici che si arrendono e, in ogni caso, portare i
prigionieri nelle retrovi�"101. L'indomani, 23 marzo, l'imperatore scriveva due
lunghe lettere a ras Immir� e al degiac Ajaleu Burr�102; in entrambe raccontava gli
ultimi avvenimenti militari, dalla perdita di Macall�, "senza resistenza", al
collasso delle arParte seconda Solo contro il fascismo

mate dirette da ras Kassa, e, pi� con amarezza che con sdegno, faceva notare che
quella serie di tracolli doveva essere addebitata alla "mancanza di armonia e di
coordinamento", alla "disunione" fra gli eserciti e, ancora, al "tradimento" di
alcuni capi e all'inerzia colpevole di alcuni altri. Era con sgomento misto a
rassegnazione che scriveva: "Il ras Kassa e il ras Sejum sono con noi, ma non hanno
con loro alcun armato". Dopo avere infine precisato che non si poteva pi� riporre
"alcuna speranza" nell'aiuto della Societ� delle Nazioni, Hail� Selassi� esortava i
due capi ad agire nel loro settore, se lo ritenevano possibile, oppure a
trasferirsi con i loro armati sul fronte di Mai Ceu, per "morire insieme a noi".
La sera del 23 marzo l'imperatore lasciava Aia e si trasferiva, qualche chilometro
pi� avanti, in una localit� chiamata B� tawayo, proprio di fronte alle posizioni
italiane. Al riparo di una caverna, dove aveva sistemato il suo quartier generale,
Hail� Selassi� trascorreva l'ultima settimana di marzo in interminabili
discussioni, movimentati consigli di guerra, funzioni religiose propiziatorie,
banchetti consolatori e vari tentativi di comprare l'appoggio degli Azebo Galla.
Per quattro volte il negus fissava giorno e ora dell'attacco e per quattro volte
era costretto a rinviarlo, perch� i suoi generali accampavano sempre nuove
difficolt�, reali o fittizie che fossero. Veniva infine stabilito di attaccare
all'alba del 31 marzo, giorno che pareva particolarmente propizio in quanto festa
di San Giorgio, venerato nell'Etiopia medievale forse in virt� della sua fama di
guerriero e uccisore di mostri.
Ma oramai l'imperatore non poteva pi� contare sull'effetto sorpresa. Durante la
settimana che gli etiopici avevano perso fra indugi e rinv�i, gli italiani avevano
avuto tutto il tempo di rafforzare i trinceramenti di Mai Ceu: il 20 marzo erano
appena 10.000 uomini, ora sfioravano i 40.000, mentre alle loro spalle, fra Belag�
e l'Amba Alagi, ne erano dislocati altri 40.000; si aggiunga, inoltre, che

//. La guerra italoetiopica


mentre l'attivit� aerea italiana era stata modesta nel periodo fra il 23 e il 26
marzo, dal 27 veniva intensificata allo scopo di impedire che il grosso
dell'esercito etiopico si portasse a ridosso delle linee italiane. Il passo di
Agumbert�, attraverso il quale transitavano soldati e rifornimenti, veniva preso di
mira dai CA. Ili del XXVII Gruppo e bombardato ripetutamente con esplosivi
tradizionali e iprite103. Per finire, Hail� Selassi� commetteva un ultimo errore,
affidando il comando delle tre colonne che avrebbero attaccato Mai Ceu ai ras
Kassa, Sejum e Ghetacci�; ma, come ricordava Konovaloff,
anche se la scelta dei capi non sembrava felice, il Negus non poteva passare il
comando ad altri capi, forse pi� energici e capaci, perch� era obbligato a fare i
conti con i grandi dignitari dell'Impero, quantunque essi avessero gi� perduto
tutte le battaglie104.
Nella mattinata di luned� 30 marzo Hail� Selassi� saliva su un'altura dove erano
stati sistemati un osservatorio e una batteria di cannoni; il luogo distava meno di
tre chilometri dalle fortificazioni italiane e consentiva facilmente all'imperatore
di indicare ai capi che lo circondavano, muniti di binocoli, le posizioni del
nemico e le direzioni di attacco. Riferiva Konovaloff:
Dappertutto, intorno a noi, nelle buche, nei crepacci, sotto i cespugli, dietro i
grossi blocchi di pietra, su di una grande estensione, si erano nascoste alcune
decine di migliaia di soldati abissini, che domani avrebbero dovuto arrampicarsi
sulle fortificazioni del nemico. Per miracolo, gli aerei non ci avevano ancora
scoperti. Continuavano a volare sul posto che avevamo abbandonato; e l� dirigevano
il loro bombardamento furioso105.
Gli uomini pronti all'attacco "ammontavano esattamente a 31.000"106, dei quali meno
di un terzo aveva ri-
Parte seconda Solo contro il fascismo
cevuto una buona istruzione militare da parte della missione belga. Avevano in
dotazione degli eccellenti fucili Mauser, circa 300 mitragliatrici fra pesanti e
leggere, 8 cannoni da 37 millimetri, uno o pi� Schneider da 75, 6 mortai
StokesBrandt da 81 e 8 cannoncini antiaerei Oerlikon. Numericamentele forze sul
campo di battaglia quasi si equivalevano, con una leggera superiorit� a favore
degli italiani, che diventava schiacciante quando si prendevano in considerazione
altri elementi, come il diverso volume di fuoco, l'appoggio tattico dell'aviazione,
e l'organizzazione dei rifornimenti e dei collegamenti. Alla luce di questi
elementi, ogni confronto fra i due eserciti risultava ozioso: ancora una volta,
dalla loro parte, gli etiopici non avevano che il coraggio, l'irruenza, i garretti
d'acciaio, e i polmoni e il cuore allenati ai 2.000 metri dell'altopiano; dalla
loro speravano inoltre di avere San Giorgio.
La battaglia di Mai Ceu, iniziata alle 5.30 del 31 marzo 1936, durava tredici ore
ed era violentissima. Gli etiopici attaccavano dapprincipio la sinistra dello
schieramento italiano - tenuto dagli alpini della "Pusteria" -ma venivano respinti.
Tentavano allora di sfondare al centro, dove erano in linea gli ascari eritrei del
generale Dalmazzo, e ottenevano qualche successo, soprattutto quando l'imperatore
gettava nella fornace le sue migliori truppe, sei battaglioni della Guardia
imperiale. Gli abissini conquistavano dunque il passo Mecan e, con furibondi
assalti all'arma bianca, si aprivano la strada per Mai Ceu. Ma a mezzogiorno -
anche per l'intervento dell'aviazione italiana che sganciava sull'avversario 31.948
chili di esplosivi107 - la situazione si capovolgeva. Gli eritrei, rimasti quasi
senza munizioni, si lanciavano in un disperato attacco alla baionetta e rigettavano
gli etiopici sulle posizioni della mattina. Durante tutta la battaglia, come
riferisce il colonnello Konovaloff, "l'imperatore rest� sempre fra i suoi uomini,
sotto il fuoco delle

//. La guerra italoetiopica


artiglierie e delle mitragliatrici. Il fitaurari Mukria108 lo aveva implorato di
ripiegare nelle retrovie, ma l'Imperatore rimase al suo posto di Comandante Supremo
delle truppe attaccanti"109. Alle 18, mentre cominciava a imbrunire, Hail�
Selassi�, essendosi accorto che le fortificazioni italiane erano pi� solide di
quanto non avesse ritenuto prima110 e avendo visto morire il meglio della sua gente
senza conseguire alcun risultato apprezzabile, ordinava il ripiegamento.
Nella sola battaglia del 31 marzo, secondo le stime di Badoglio, perivano pi� di
8.000 etiopici111; da parte italiana si contavano, fra morti e feriti, 68
ufficiali, 332 nazionali e 873 ascari eritrei. Calata la notte, l'imperatore non
lasciava il campo di battaglia, ma si attardava sull'altura, appena al di l� del
torrente Mecan, dalla quale aveva diretto gli attacchi e partecipato ai
combattimenti manovrando il suo cannone Oerlikon. Nella notte inviava alla moglie
Menen questo telegramma:
Dalle 5 del mattino sino alle 7 della sera, le nostre truppe hanno attaccato le
forti posizioni nemiche combattendo senza tregua. Anche noi abbiamo partecipato
all'azione e, per grazia di Dio, siamo rimasti incolumi. I nostri principali e
fidati soldati sono morti o feriti. Sebbene le nostre perdite siano gravi, anche il
nemico � stato danneggiato. La Guardia ha combattuto magnificamente meritando ogni
elogio. Anche le truppe amhara hanno fatto del loro meglio. Le nostre truppe, per
quanto non siano in grado di svolgere un combattimento di tipo europeo, hanno
sostenuto per l'intera giornata il confronto con quelle italiane. I Galla ci hanno
aiutato solo con le grida e non col braccio112.
Il colonnello Konovaloff, che con gli abissini era in genere molto severo, anzi,
quasi sprezzante, era rimasto talmente colpito dal comportamento dell'imperatore in
battaglia da scrivere:

Parte seconda Solo contro il fascismo

Per ci� che concerne l'imperatore, la sua condotta durante la battaglia fu


irreprensibile. Egli era sempre sotto il fuoco dell'artiglieria e continuamente
esposto al pericolo. Alla fine scese persino nella pianura e mitragli� lui stesso
il nemico con effetti terrificanti. I caccia a volo radente non riuscirono a
colpirlo113.
. Il massacro del lago Ascianghi
Per tre giorni gli etiopici restavano sulle loro posizioni disturbando gli italiani
con improvvisi e brevi attacchi. Hail� Selassi�, sebbene visibilmente turbato dalla
vista delle migliaia di cadaveri che coprivano la pianura davanti alle
fortificazioni di Mai Ceu, non perdeva n� il coraggio n� la calma. A Konovaloff,
che gli era vicino, confidava:
Possiamo continuare l'azione. Sono felice di aver avuto l'occasione di attaccare il
nemico. Era indispensabile, anche per il nostro onore; ma non speravo certo di
poter vincere gli italiani d'un sol colpo e di rioccupare Debarr�, Amba Alagi,
ecc.114.
Pi� tardi, durante un consiglio di guerra, l'imperatore dichiarava:
Tutto non � ancora perduto; bisogna non perdersi di coraggio. La situazione delle
armate abissine restando qui diverrebbe precaria ed infruttuosa. � necessario
retrocedere a Quoram, e su quelle montagne daremo un nuovo combattimento115.
Anche se si rendeva conto di aver subito a Mai Ceu una sconfitta durissima e di
aver perso, insieme ai migliori uomini, anche buona parte dell'armamento, il negus
non vedeva in questo scacco alcunch� di catastrofico, di irreparabile. Confidava
ancora di poter utilizzare i 20.000 soldati rimastigli, per contrastare passo a
passo,

77. La guerra �taloetiop�ca

con una spietata guerriglia, l'avanzata di Badoglio. Ma non aveva fatto i conti con
la cocciutaggine, tutta piemontese, del maresciallo: egli non si sarebbe infatti
accontentato della vittoria sul campo e avrebbe fatto di tutto per trasformare la
ritirata di Hail� Selassi� in un disastro senza rimedio.
Per cominciare, il 3 aprile gli etiopici erano costretti a ritirarsi a precipizio,
in direzione del lago Ascianghi, per sottrarsi alla manovra di accerchiamento
predisposta da Badoglio. Non essendo riuscito per un soffio a tagliare la strada
della ritirata agli abissini, il maresciallo lanciava al loro inseguimento l'intera
aviazione dell'Eritrea. A questa forsennata caccia all'uomo prendevano parte 150
aeroplani da caccia e da bombardamento, i quali, in tre giorni, gettavano
sull'avversario in disperata fuga oltre mille quintali di esplosivo e di aggressivi
chimici. L'attacco pi� micidiale veniva mosso il 4 aprile, quando i resti
dell'armata imperiale erano costretti a scendere nella conca del lago Ascianghi,
priva di alberi e di rocce a protezione. Ricorder� pi� tardi l'imperatore:
Fu un carnaio come ce n'erano stati pochi durante questa guerra, che pertanto fu
senza misericordia. Uomini, donne, bestie da soma si abbattevano a terra, colpiti
dagli scoppi delle bombe o ustionati mortalmente. I feriti urlavano per il dolore.
Quelli che avrebbero potuto sottrarsi a questo macello venivano presto o tardi
raggiunti dalla sottile pioggia diffusa dagli aerei. Ci� che uno scoppio di bomba
aveva cominciato, il veleno concludeva. Era inutile tentare di difendere il corpo
dal liquido corrosivo. I mantelli di cotonina se ne inzuppavano rapidamente. (...)
E quando, sul terreno, non vi furono pi� che corpi immobili, allora gli aerei
osarono discendere pi� in basso per mitragliare quelli a cui restava ancora un
soffio di vita116.
Il massacro non era ancora finito. Un altro nemico, non meno insidioso degli aerei,
seguiva passo a passo

Parte seconda Solo contro il fascismo

l'armata in fuga: erano gli Azebo Galla che, guidati dal capitano De Sarno,
sparavano dall'alto delle rupi sui feriti e sui soldati che si attardavano, per poi
calare a spogliarli e ad evirarli. E mentre gli Azebo Galla inseguivano i
fuggiaschi sino alle porte di Quoram, entravano in azione le artiglierie del
generale Pesenti, che rovesciavano sulla retroguardia dell'armata imperiale
tonnellate di esplosivo. Scampati al leale combattimento di Mai Ceu, i soldati
dell'imperatore venivano a morire qui fra i campi di tefe di grano, facili bersagli
di un nemico che non sapeva pi� essere nemmeno cavalleresco. Osservando la piana di
Golgol� e il lago Ascianghi dall'altura di End� Agafar�, sulla quale aveva trovato
un momentaneo rifugio, il negus, con l'animo sconvolto dall'orrore, dalla piet�,
dalla disperazione, doveva scorgere "un atroce spettacolo: la riva del lago era
orlata di cadaveri"117. Erano i feriti che, tormentati dalla sete, si erano
trascinati fino al lago e avevano bevuto l'acqua contaminata dagli aggressivi
chimici. Giacevano a mucchi, mescolati ai muli da soma e agli animali selvatici.
"Sarebbe stato necessario fissare questa immagine - racconter� pi� tardi Hail�
Selassi� - per poterla presentare al mondo e distruggere per sempre nel cuore degli
uomini i propositi di guerra"118.
Nel pomeriggio del 5 aprile l'imperatore presiedeva un altro consiglio di guerra,
durante il quale veniva presa la decisione di abbandonare per il momento ogni
proposito di rivincita e di sganciarsi il pi� rapidamente possibile dai due corpi
d'armata italiani che incalzavano, al fine di ripiegare nei domini di ras Kassa
dove un'ulteriore resistenza sarebbe stata ancora possibile. Per sottrarsi agli
attacchi dell'aviazione fascista, che fra il 5 e il 14 aprile avrebbe sganciato sui
fuggiaschi altri 587 quintali di esplosivo, veniva anche presa la decisione di
abbandonare la comoda ma troppo esposta camionale QuoramCobb�Dessi�Addis Abeba e di
utilizzare inveIL La guerra italoetiopica

ce le impervie ma pi� sicure carovaniere del Lasta e dello Jeggi�.


Mentre Hail� Selassi� prendeva queste decisioni nel tentativo di riorganizzare alla
meglio la propria armata, Mussolini, che ormai sentiva di avere la vittoria in
pugno, incaricava l'ambasciatore a Londra, Dino Grandi, di farsi ricevere da
Edoardo Viii:
� giunto il momento di giovarti delle tue relazioni personali col Re per esporgli
la necessit� di lasciarci andare in fondo e dinon inasprire ulteriormente i
rapporti fra i due paesi119.
All'ambasciatore a Parigi, Vittorio Cerniti, suggeriva invece di far notare agli
uomini di governo francese:
1 ) che dopo sei mesi di guerra e dopo tante battaglie vittoriose, il nostro
esercito dell'Africa Orientale � intatto: le perdite non arrivano a 2.000 uomini su
oltre 400.000; 2) che la nostra aviazione sar� fra qualche settimana la prima
d'Europa; 3) che abbiamo una flotta imponente di sommergibili. Converr� quindi alla
Francia di dissociarsi dall'Inghilterra, abolendo le sanzioni e di lasciarci fare
la pace col Negus o con qualche altro Ras, in base ai diritti indiscutibili della
vittoria120.
Mussolini era ora cos� arrogante perch� si era accorto che il fronte societario
antiitaliano all'interno della SdN si stava ormai incrinando: il 4 aprile l'Ecuador
aveva deciso di abolire le sanzioni e altri paesi l'avrebbero presto imitato. La
solidariet� internazionale con l'Etiopia si stava rivelando una farsa. Ma questo
Hail� Selassi� lo aveva capito; quello che tuttavia ignorava era che anche la Gran
Bretagna, sulla quale egli faceva ancora un certo affidamento per proseguire la
guerriglia, stava per cedere ai ricatti di Mussolini. Nel riferire al capo del
fascismo di un suo incontro con Winston Churchill, l'ambasciatore Grandi riportava
queste precise parole dello statista britannico:
Parte seconda Solo contro il fascismo
Ormai � tempo di chiudere questo triste capitolo [delle sanzioni]. L'Abissinia �
vostra nel senso pi� completo della parola. Insistere nel negare o contrastare
questa realt� significa aggravare la sconf�tta politica del Governo. Bisogna
pensare a ricostituire il fronte antitedesco di Stresa al pi� presto. Altrimenti
saremo noi gli artefici della egemonia tedesca in Europa. Il Duce ha ragione121.
In realt� non ci sarebbe stata una nuova Stresa. Al contrario, sarebbe nato l'asse
RomaBerlino, con tutte le conseguenze che sappiamo.
Il 13 aprile, dopo aver diramato un "Ordine imperiale per la leva in massa" e aver
indirizzato ai superstiti della propria armata un invito ad adottare nuovamente
l'antica disciplina e a osservare tutte le misure di sicurezza durante le marce -
ordini che rivelavano che egli si era ripreso dal trauma di Mai Ceu e che
perseguiva ancora propositi di resistenza - Hail� Selassi� prendeva all'improvviso
la decisione di staccarsi momentaneamente dal grosso dell'esercito per recarsi in
pellegrinaggio alla citt� santa di Lalibel�. Questa decisione poteva apparire di
primo acchito inutile e pericolosa, e non mancava di sorprendere e irritare alcuni
fra i suoi pi� fedeli collaboratori, ma il gesto era eloquente e illustrava assai
bene la complessa e sconcertante personalit� dell'imperatore. Il viaggio alla citt�
conventuale di Lalibel�, infatti, prima ancora che un atto di fede, voleva essere
la chiara dimostrazione che la fuga disordinata e in preda al panico era finita e
che la vita del millenario impero etiopico, apparentemente cessata per sempre a Mai
Ceu, riprendeva invece con le sue abitudini, le sue credenze, le sue funzioni.
Giunto a Lalibel�, non toccando per due giorni che un poco di acqua e di pane,
Hail� Selassi� passava da un santuario all'altro, solo con Dio, con quel Dio che
aveva tanto pregato e fatto pregare, ma che gli aveva negato la vittoria. Per due
giorni, con la preghiera e con il con-

//. La guerra itatoetiopica


tatto con i monumenti sacri - che rivelano ci� che di pi� alto, di pi� nobile e di
pi� originale abbiano mai espresso la fede e la cultura etiopiche - il negus
cercava di rinfrancare le proprie forze spirituali.
Nella notte del 15 aprile si ricongiungeva al suo esercito, che l'indomani,
appesantito e attardato delle migliaia di feriti, riprendeva la faticosa marcia
verso il Sud. Il 22 aprile, superate Bab�, Ugualtien� e M�gdala, l'imperatore si
portava nei pressi di Dessi� con l'intento di difenderla, ma da alcuni informatori
apprendeva che il suo primogenito Asfa Wossen, che aveva avuto il compito di
presidiarla, l'aveva abbandonata gi� da una settimana e che ora la citt� era
occupata dagli eritrei. Ripiegava allora su Uorr� Il�, dove si incrociavano due
importanti linee telefoniche e da dove egli sperava di potersi finalmente mettere
in contatto con Addis Abeba. Ma poich� anche Uorr� Il� era caduta nelle mani degli
italiani, il negus decideva di raggiungere Dob�, collegata direttamente alla
capitale con una camionale. La rapidit� con la quale avanzavano le colonne di
Badoglio era tale che agli etiopici non restava il tempo di organizzare alcuna
resistenza, neppure nei luoghi pi� adatti a tendere imboscate. E infatti, dopo
Uorr� Il�, ogni proposito di rivincita veniva abbandonato.
Nella tarda serata del 29 aprile 1936 Hail� Selassi� raggiungeva finalmente Ficee e
l�, almeno per lui e il suo seguito, si concludeva la ritirata che si era svolta, a
piedi e a cavallo, su di un percorso di cinquecentocinquanta chilometri. Nella
stessa notte, l'imperatore e una cinquantina fra dignitari e alti ufficiali
prendevano posto su alcuni automezzi diretti ad Addis Abeba. Konovaloff, che era
accanto al negus, poteva osservare, alla luce dei fari delle auto, che il "suo
volto era terribilmente cambiato", era "emaciato e stanco"123. Alle 9 del 30 aprile
l'autocolonna raggiungeva Addis Abeba. Dopo quattro mesi di assenza e dopo aver
rischiato la vita un infinito numero
Parte seconda Solo contro il fascismo
di volte, Hail� Selassi� poteva rimettere piede nella sua capitale, anche se
questa, secondo il delegato della Croce Rossa Internazionale, Marcel Junod,
sembrava ormai "una nave che stia per affondare e i cui passeggeri cerchino
disperatamente di mettersi in salvo"124.
Mentre l'imperatore tentava ancora di organizzare una linea di difesa alle porte di
Addis Abeba, a Roma, dove la guerra era considerata gi� conclusa e vinta, il
sottosegretario agli Esteri Suvich inviava a Mussolini un "appunto" nel quale
ipotizzava, per impedire che la Societ� delle Nazioni dichiarasse "illegittima"
l'occupazione italiana dell'Etiopia,
l'offerta al Negus di negoziati diretti da iniziare entro cinque giorni. In caso di
mancato accoglimento di tale offerta, dichiarazione di decadenza della dinastia di
Hail� Selassi� e instaurazione della dinastia sabauda125.
In realt� l'imperatore non avrebbe mai trattato, con gli italiani, n� la propria
resa n� un umiliante futuro da sovrano "protetto": a questa vergogna avrebbe
preferito l'esilio.

Ili
L'ESILIO E LA RIVINCITA
La fuga da Addis Abeba
"L'imperatore non voleva abbandonare la capitale. Furono gli altri a spingerlo a
farlo - sosteneva il colonnello Kosrof Boghossian -. Ancora nella mattinata del
primo maggio aveva fatto rullare i negarti e aveva ordinato a noi della Guardia
imperiale e ai volontari di accamparci a Chola, alle porte della citt�, e di
attendere l� gli ordini della battaglia"1.
In effetti, durante la ritirata, l'imperatore aveva maturato alcuni progetti, che
non prevedevano affatto l'abbandono della lotta. Per difendere la capitale poteva
ancora disporre dei 20.000 uomini che si erano salvati dal disastro di Mai Ceu; dei
6.000 che presidiavano lo Scioa; dei cadetti di Olett� - istruiti dagli svedesi -
sui quali Hail� Selassi� faceva molto assegnamento; e, infine, degli artiglieri che
l'istruttore tedesco Herbert Masser aveva addestrato a manovrare i trentasei
micidiali cannoni anticarro inviati da Hitler. Badoglio ignorava che gli etiopici
fossero in possesso di armi cos� moderne; tanto moderne, da non essere ancora state
assegnate in dotazione alla stessa Wehrmacht; se ne fosse stato a conoscenza,
probabilmente avrebbe marciato su Addis Abeba con maggiore cautela.
Hail� Selassi� aveva approvato il piano che il suo seParte seconda Solo contro il
fascismo

gretario, l'eritreo Lorenzo Taezaz, aveva preparato per trasferire il governo a


Gore. Nel capoluogo dell'Il� Bab�r, a trecentoventi chilometri da Addis Abeba,
sarebbe stato infatti ancora possibile raccogliere e rianimare i soldati superstiti
di tutte le armate. Inoltre, poich� nelle varie regioni dell'impero c'erano ancora
in armi almeno 100.000 uomini - sotto la guida di eccellenti comandanti come ras
Immir�, ras Desta Damt�u, degiac Nasib� Zamanuel, degiac Bejen� Merid - e poich�
stava per cominciare la stagione delle piogge, il governo di Gore avrebbe avuto
almeno sei mesi di tempo per preparare, indisturbato, una nuova controffensiva.
Fermamente deciso ad attuare questi progetti, nel pomeriggio del 30 aprile
l'imperatore convocava al Vecchio Gheb� un consiglio supremo al quale partecipavano
ventiquattro fra ministri, alti dignitari e funzionari del governo. Riconvocato
l'indomani, 1� maggio, il consiglio esaminava le varie proposte e, per cominciare,
bocciava il progetto di difesa a oltranza di Addis Abeba; non tanto, come sostiene
Hail� Selassi� nelle sue memorie, perch� si temeva che l'aviazione fascista potesse
"sterminare i suoi 150.000 abitanti con le bombe e con i gas"2, ma piuttosto perch�
i capi militari ai quali era stata affidata la difesa della citt�, a cominciare da
ras Ghetacci�, si rifiutavano di combattere, accampando ogni sorta di pretesti3.
Sul progetto di trasferimento del governo a Gore, invece, tutti si trovavano
d'accordo. Fra i pi� accesi sostenitori della resistenza a oltranza c'era il
direttore generale della municipalit� di Addis Abeba, blatta Takele Uolde Hawariat,
il quale, durante l'assenza dell'imperatore dalla capitale e d'intesa con il
consigliere della Corona, degiac Igazu Behabt�, aveva creato un corpo paramilitare,
addestrato alla guerriglia da un istruttore canadese. Anche ras Kassa approvava il
trasferimento del governo a Gore, ma sosteneva che il compito dell'imperatore non

///. L'esilio e la rivincita

doveva essere quello di capeggiare la guerriglia, con il rischio di cadere


prigioniero degli italiani, bens� quello di recarsi con la massima urgenza in
Europa, a Ginevra, per rivolgere di persona, dalla tribuna della Societ� delle
Nazioni, un nuovo e pressante appello al mondo. Posta in votazione, la proposta di
ras Kassa veniva approvata a larghissima maggioranza di ventuno voti su
ventiquattro; a votare contro la partenza per Gibuti di Hail� Selassi� erano il
ministro degli Esteri Henri Uolde Sellasie, il degiac Igazu e il blatta Takele
Uolde Hawariat. Quest'ultimo non nascondeva la propria amarezza e, senza eufemismi,
definiva il viaggio dell'imperatore in Europa una fuga vergognosa; la sua delusione
era tale che, da fedelissimo sostenitore di Hail� Selassi�, sarebbe diventato, per
i successivi trent'anni, sino alla morte in uno scontro a fuoco con la polizia, il
suo pi� implacabile oppositore.
Appresa la decisione del consiglio supremo, Hail� Selassi� la respingeva
sdegnosamente: nessun imperatore d'Etiopia, per quanto sfortunato, aveva mai
abbandonato il paese, e i suoi sudditi, di fronte al pericolo; dieci imperatori,
per difendere la propria terra, erano morti in battaglia. Quasi, dunque, a voler
far rimarcare la propria volont� di resistenza, nel pomeriggio del primo maggio
Hail� Selassi� si recava all'ippodromo e passava in rivista novecento volontari
che, portando a tracolla la maschera antigas, sfilavano armati di nuovissimi
Mauser. In seguito, con il passare delle ore, si lasciava persuadere dai discorsi e
dalle insistenze del cugino ras Kassa e della moglie Menen. Di l� a qualche
settimana, confider� infatti a Marcel Griaule:
Avevamo resistito fino al limite delle nostre forze e pensavamo che i morti, i
feriti, gli arsi vivi di questa guerra assurda, i villaggi incendiati, i laghi
avvelenati, il bestiame distrutto, fossero una prova sufficiente della nostra
volont� di indipendenza. Era necessario sottoporre questi orrori agli occhi del

Parte seconda Solo contro il fascismo

mondo e occorreva per questo che il capo dello Stato si recasse in Europa il pi�
rapidamente possibile4.
La decisione - presa di malavoglia - di abbandonare, forse per sempre, l'Etiopia,
finiva per deprimere talmente l'imperatore, da suggerire a George Steer questo
impietoso ritratto:
Portava la divisa cachi da generale. E il suo aspetto mi gel� il sangue. Ogni
energia aveva lasciato il suo volto, e mentre avanzava sembrava non sapere dove
metteva i piedi. Il suo corpo era raggrinzito, le spalle cascanti. Le decorazioni
sulla giubba nascondevano un vuoto, non un petto5.
Oltretutto Hail� Selassi� avvertiva l'improvvisa ostilit� del gruppo dei suoi
giovani beniamini, che aveva fatto studiare all'estero e ai quali aveva assegnato
importanti incarichi nella pubblica amministrazione; essi non riuscivano a capire
il suo gesto e, seppure a rispettosa distanza, lo interrogavano con gli occhi.
Anche qualche giovane ufficiale come il degiac Fiere Mariani - che sarebbe stato
fra i primi a organizzare la resistenza - non sapeva rassegnarsi alla partenza del
negus e qualcuno sostiene di averlo sentito dire:
Se l'imperatore d'Etiopia ci abbandona, il nostro onore ci impone di assalire il
treno ad Acachi e di ucciderlo con le nostre mani6.
In questo clima di crescente tensione e turbamento, mentre scendeva la sera del
primo maggio, Hail� Selassi� impartiva gli ultimi ordini. Per cominciare, faceva
partire per Gore l'autocolonna con i funzionari del governo e li poneva sotto
l'autorit� del vecchio Uolde Tzadek, gi� fedele servitore di Menelik e ora
presidente del Senato e governatore dell'Il� Bab�r; a questi titoli, l'imperatore
aggiungeva sul campo quello ambitissimo, ma graviIII. L'esilio e la rivincita

do di responsabilit�, di reggente7. Imponeva poi al riottoso Takele Uolde Hawariat,


che voleva iniziare per proprio conto la guerriglia, di restare al proprio posto di
direttore della municipalit�, al fine di mantenere l'ordine in citt� e gli
ingiungeva di andare incontro ai soldati italiani con la bandiera bianca, affinch�
questi ricordassero che Addis Abeba era stata dichiarata "citt� aperta". Pregava
infine V abuna Cirillo di non abbandonare la capitale e di adoperarsi per
mantenervi la calma.
Queste disposizioni, di cui non mancano testimonianze, contrastano vivamente con
quanto avrebbero scritto alcuni giornali europei e, pi� tardi, lo stesso
Konovaloff:
Durante la notte di venerd�, in un impeto di rabbia, strapp� violentemente le
cortine di seta che ornavano il baldacchino del trono e grid� agli astant�:
"Prendete tutto, saccheggiate, ma non incendiate il Gheb�. Ci� vi porterebbe
sfortuna. Non lasciate nulla agli italiani"8.
Per quanto l'episodio non sia mai stato chiarito completamente, appare assai dubbio
che possa essere stato l'imperatore a dare l'ordine di saccheggiare la capitale.
Egli stesso, appena giunto in Europa, respingeva sdegnato questa accusa:
Le voci pi� odiose sono corse in seguito, su una certa stampa internazionale, a
proposito delle mie decisioni. Si � preteso che il saccheggio sia stato da me
ordinato, non si sa a quale scopo. In realt�, noi non vediamo quali vantaggi
avrebbe potuto trarre, dai disordini che scoppiarono dopo la nostra partenza, la
popolazione che noi intendevamo proprio far risparmiare dal nemico9.
Nella notte fra il 1� e il 2 maggio, mentre la citt� dormiva, l'imperatrice Menen,
i suoi cinque figli e alcuni alti dignitari dell'impero - fra i quali i ras Kassa e
Ghe-
Parte seconda Solo contro il fascismo
tacci� - raggiungevano la stazione ferroviaria e, venti minuti dopo, il convoglio
imperiale lasciava Addis Abeba per Gibuti. Hail� Selassi� lo raggiungeva sedici
chilometri pi� avanti, alla stazione di Acachi. Con lui c'era un prigioniero di
rango, ras Hail� Tecla Haimanot, lo spodestato governatore del Goggiam. Sapendolo
legato agli italiani e temendo che potesse venire in seguito da questi
strumentalizzato - come infatti accadr� - contava di neutralizzarne l'influenza
portandolo con s� in Europa, come aveva gi� fatto, per gli stessi motivi, nel 1924.
Ma, a Dire Daua, rendendosi conto che non sarebbe stato possibile trascinarsi
dietro per tutta l'Europa un prigioniero cos� ingombrante, decideva di restituirgli
la libert�10.
Durante il tragitto in treno, per due volte l'imperatore aveva avuto dei
ripensamenti e i suoi accompagnatori avevano dovuto faticare per impedirgli di
interrompere il viaggio11. Alla fine, alle 10.30 del 3 maggio 1936 il convoglio
imperiale raggiungeva Gibuti. Nello stesso giorno entrava in porto l'incrociatore
inglese Enterprise, che accoglieva a bordo la famiglia del negus, oltre a quaranta
personaggi del suo seguito e a quindici tonnellate di bagaglio12. Un testimone
dell'imbarco ha lasciato questo ritratto dell'imperatore:
Ci� che colpisce, soprattutto, � la sua estrema tristezza, lo scoramento che lo
avvolge come una tela di ragno. I suoi occhi profondi si rivolgono all'Abissinia
come per assorbirla in una suprema visione. (...) VEnterprise, forte unit� della
flotta di guerra britannica di Aden, si immerge nella notte, verso il nord,
portando nei suoi fianchi d'acciaio Hail� Selassi� I, Eletto del Signore,
Imperatore d'Etiopia, leone vinto della trib� di Giuda per la prima volta dopo
secoli e secoli...13.
Hail� Selassi� non era soltanto triste, avvilito, affaticato; era anche un uomo
impaurito. Aveva superato il trauma di Mai Ceu, ma ora non riusciva ad accettare
l'�-

///. L'esilio e la rivincita


silio e si sentiva braccato. Per rincuorarlo il capitano della nave gli faceva
osservare che, una volta ritirata la passerella, "egli era al sicuro su\ Y
Enterprise come sicura era la Banca d'Inghilterra"14.
Alle 16.15 del 4 maggio VEnterprise lasciava Gibuti. Quattro giorni dopo era a
Haifa, da dove Hail� Selassi� raggiungeva Gerusalemme, prima tappa del suo viaggio
verso l'Europa. Per l'imperatore era cominciato l'esilio, che sarebbe durato fino
al 1941. La fuga del negus dall'Etiopia aveva sinistri e immediati effetti, tanto
sulla capacit� di resistenza della principale armata abissina del sud, che su quel
poco di fermezza che la Societ� delle Nazioni cercava ancora di ostentare. L'armata
di Nasib� Zamanuel si dissolveva infatti il 2 maggio, non tanto per l'offensiva
condotta da Graziani, quanto perch� - appresa la notizia del viaggio
dell'imperatore verso Gibuti - tutti i pi� importanti comandanti abbandonavano le
truppe e cercavano rifugio nella Somalia Francese. Anche a Ginevra si respirava
aria di smobilitazione; lo stesso presidente del Comitato dei Diciotto, Salvador de
Madariaga, sosteneva che "dopo la fuga del Negus non resta [va] pi� nulla di
statale in Abissinia":
soltanto l'Italia pu� incaricarsi di riordinare e dirigere l'Etiopia. (...) Tutti
devono ormai riconoscere, a denti stretti o no, che i fatti italiani sono stati pi�
forti delle ideologie societarie male applicate15.
L'appello dalla tribuna di Ginevra
A Gerusalemme, dove l'imperatore giungeva l'8 maggio accolto da una folla festante
di 8.000 arabi, l'Etiopia possedeva da tempo immemorabile il monastero di Debre
Ghennet. Confider� pi� tardi Hail� Selassi� a Griaule:
Parte seconda Solo contro il fascismo
Era una fortuna per noi che potessimo fermarci, sulla nostra strada, in un
santuario etiopico dove non c'era alcun sentore d'incendio e nessun cadavere di
prete ci sbarrava la porta, e dove abbiamo potuto raccoglierci in pace prima
dell'ultimo sforzo. Perch� noi volevamo presentare all'Europa la causa
dell'indipendenza etiopica16.
Due giorni dopo il suo arrivo a Gerusalemme, dal suo appartamento al King David
Hotel, il negus inviava al segretario generale della Societ� delle Nazioni, Joseph
Avenol, un messaggio in cui, tra l'altro, scriveva:
Abbiamo deciso di porre fine alla guerra pi� �mpari, pi� ingiusta e pi� disumana
dei tempi moderni, prendendo la strada dell'esilio al fine di evitare lo sterminio
del popolo etiopico e di poterci consacrare liberamente e pacificamente alla
conservazione dell'indipendenza millenaria dell'Etiopia. (...) Chiediamo ora che la
Societ� delle Nazioni continui i suoi sforzi per assicurare il rispetto del Patto e
che essa decida di non riconoscere alcuna estensione territoriale o l'esercizio di
una pretesa sovranit� risultante da un ricorso illegale della forza e ad altre
numerose violazioni degli impegni internazionali17.
Ancora pi� amara ed aspra era la dichiarazione scritta che - l'indomani, 11 maggio
- il rappresentante etiopico a Ginevra, il blattangheta Uolde Mariam, consegnava ad
Avenol:
Il crimine � stato consumato. Il Patto fatto a pezzi. L'articolo 10
oltraggiosamente violato. L'articolo 16 non applicato. (...) Io sono qui per
rivolgere a tutti i popoli della Terra la protesta del popolo etiopico contro
l'aggressore trionfante. Il popolo etiopico non � domato. La maggior parte del suo
territorio, a ovest della capitale, resta libero e indipendente. Esso continua a
battersi. La Societ� delle Nazioni, vittima anch'essa dell'aggressione italiana, si
piegher� davanti alla violenza?18

III. L'esilio e la rivincita


Il tempestivo intervento etiopico consentiva a Uolde Mariam di non essere espulso
dall'aula ginevrina, come aveva chiesto con arroganza il rappresentante italiano
Aloisi, sostenendo che, essendo fuggito il negus, l'Etiopia, ormai senza governo,
non aveva pi� diritto al seggio. Da molti segni appariva comunque evidente che per
l'Etiopia la partita era ormai persa. Con l'arrivo degli italiani ad Addis Abeba il
5 maggio, tutti a Ginevra avrebbero voluto che Hail� Selassi� si fosse rassegnato
alla propria sorte e che su questa mortificante vicenda fosse calato al pi� presto
il sipario.
Il 12 maggio il fronte sanzionista cominciava a incrinarsi in seguito alla
richiesta, avanzata dai delegati di Cile ed Ecuador, "di abolire le sanzioni,
essendo la guerra finita" e le misure di ritorsione, essendo state "superate dagli
avvenimenti"19. Poi, nel giro di pochi giorni, tutte le nazioni capitolavano,
Francia e Gran Bretagna comprese. Londra concedeva asilo politico ad Hail�
Selassi�, ma subito dopo lo umiliava costringendolo ad abbandonare l'incrociatore
Capetown - sul quale aveva navigato dalla Palestina a Gibilterra - e a trasferirsi,
per la seconda parte del viaggio, su una comune nave di linea, il che avrebbe
evitato al governo inglese il fastidio di accoglierlo con tutti gli onori dovuti a
un capo di Stato. Se l'imperatore nutriva ancora qualche speranza nella Gran
Bretagna, il discorso che Anthony Eden pronunciava il 18 giugno alla Camera dei
Comuni, gli faceva definitivamente cambiare idea; con brutale disinvoltura,
infatti, il ministro degli Esteri inglese riconosceva che l'Inghilterra aveva
accettato il fatto compiuto e per questo non vedeva pi� la ragione di mantenere le
sanzioni:
Dopo maturo esame, il governo britannico (...) � venuto alla conclusione che non
c'� ormai pi� alcun vantaggio nel prolungare queste misure come mezzo di pressione
sull'Italia20.

Parte seconda Solo contro il fascismo

In un momento cos� difficile, ad Hail� Selassi� non restava che un'ultima speranza,
quella di riuscire a scuotere gli esitanti, presentandosi personalmente alla
tribuna della SdN, in occasione della convocazione dell'assemblea straordinaria
richiesta dall'argentino Cantilo.
Il 30 giugno 1936, a tre mesi esatti dalla sfortunata battaglia di Mai Ceu,
l'imperatore saliva i cinque gradini della tribuna ginevrina, avvolto in un ampio
mantello di seta nera, che faceva risaltare il suo volto scarno ed espressivo.
Erano le 18.30, l'attesa in sala era enorme. Tutti gli occhi erano puntati su
quell'uomo minuto e all'apparenza fragile, che per sette mesi aveva saputo
resistere agli assalti delle armate fasciste.
Mentre si avvicinava al microfono e si apprestava a leggere il suo discorso, una
dozzina di giornalisti italiani -che interpretavano con zelo le disposizioni di
Mussolini e Ciano - inscenavano un'odiosa gazzarra per impedirgli di parlare. Come
avrebbe riferito in seguito il capo della delegazione inglese, lord Avon:
Il suo comportamento fu, come sempre, coraggioso, calmo e dignitoso. In quella
vasta adunata, la sua era probabilmente la mente pi� tranquilla. Aveva fatto tutto
quello che aveva potuto e guardava con tranquillo disprezzo gli isterici
giornalisti fascisti che scagliavano volgari insulti e che dovettero essere
allontanati dalla galleria21.
Il delegato rumeno Nicolae Titulescu li indic� al presidente dell'assemblea, van
Zeeland, gridando: "Au nom de la justice, faites taire ces sauvages!".
Ristabilito il silenzio, l'imperatore cominciava a leggere in amarico la sua
coraggiosa, inflessibile e, per certi aspetti, profetica requisitoria:
Io, Hail� Selassi� I, Imperatore d'Etiopia, sono qui oggi per reclamare quella
giustizia che � dovuta al mio popolo, e quell'assistenza che gli � stata promessa
otto mesi fa, quando
III. L'esilio e la rivincita
cinquantadue nazioni riconobbero che una guerra di aggressione, in violazione delle
leggi internazionali, era stata scatenata contro l'Etiopia. (...) Questa, forse, �
la prima volta che un re o un presidente prende la parola davanti a questa
assemblea. Ma � sicuramente senza precedenti che un popolo sia stato vittima di una
simile iniquit� e che sia attualmente minacciato di essere abbandonato al suo
aggressore. Mai, sinora, vi era stato l'esempio di un governo che procedesse
metodicamente allo sterminio di un popolo, usando mezzi barbari, violando i
trattati conclusi fra i popoli, impiegando per annientare innocenti esseri umani la
terribile e letale arma dei gas. � per difendere un popolo che lotta per la sua
millenaria indipendenza che io, Imperatore d'Etiopia, sono venuto a Ginevra per
adempiere a questo supremo dovere, dopo avere io stesso combattuto alla testa dei
miei eserciti.
Dopo questo �ncipit che, per la sua brutale ma veritiera denuncia, faceva abbassare
gli occhi a pi� di un delegato, Hail� Selassi� esaminava gli avvenimenti che
avevano portato al conflitto italoetiopico; rivelava gli intrighi escogitati dagli
italiani per alimentare nell'impero il caos e la sovversione; sottolineava il suo
costante sforzo per salvare la pace; denunciava, infine, l'uso sistematico dei gas
tossici da parte dell'aviazione fascista, fornendo particolari gravissimi e ancora
sconosciuti all'opinione pubblica:
La vera raffinatezza nella barbarie consistette nel portare la devastazione e il
terrore nelle regioni pi� densamente popolate dell'impero, nei luoghi pi� lontani
dal teatro dei combattimenti. Il fine era quello di scatenare il terrore e la morte
su di una gran parte del territorio etiopico. (...) Le persone che morirono a causa
dell'iprite si possono calcolare in parecchie migliaia. � per denunciare al mondo
civile il tormento inflitto al popolo etiopico che ho deciso di venire a Ginevra.
L'imperatore rendeva quindi pubblica un'altra grave accusa contro l'Italia di
Mussolini, quella di aver interParte seconda Solo contro il fascismo

rotto il processo di trasformazione che, faticosamente, l'Etiopia aveva intrapreso


sul finire degli anni '20:
Se il governo italiano non mi avesse creato ogni sorta di difficolt� spingendo
molti capi a ribellarsi in Etiopia e fornendo armi ai ribelli, il lavoro che stavo
facendo per il mio popolo sarebbe stato ben pi� vantaggioso e avrebbe fornito
migliori risultati.
Hail� Selassi� precisava infatti che il governo di Roma non aveva mai perseguito
con lealt� una politica di pace con il suo paese, e anche quando firmava il
trattato di amicizia nel 1928, in segreto preparava la guerra.
Continuando il suo discorso - complessivamente, ben cinquemila parole - Hail�
Selassi� procedeva a un chiarimento: egli non si aspettava che altre nazioni
versassero il sangue dei loro soldati per l'Etiopia; chiedeva soltanto i mezzi per
difendersi, mezzi che non aveva mai ricevuto, nonostante il dettato dell'articolo
16 del Patto. Poi, con parole profetiche, avvertiva:
Affermo che il problema sottoposto oggi all'Assemblea � molto pi� vasto: non si
tratta soltanto di emettere un giudizio sull'aggressione italiana. � un problema
che investe la sicurezza collettiva, la stessa esistenza della Societ� delle
Nazioni, la fiducia riposta dagli Stati nei trattati internazionali, la promessa
fatta ai piccoli Paesi secondo la quale saranno rispettate la loro integrit� e
indipendenza. (...) In una parola, � la moralit� internazionale che � in causa.
Nessuna astuzia potr� far deviare il dibattito. Io espongo il nostro caso in tutta
obiettivit�. Prima che il colpo decisivo sia portato, voglio parlare su di un piede
di parit�, quella parit� che il Patto ci conferisce. Davanti a Dio non esistono
differenze fra i popoli. Dio e la storia si ricorderanno della vostra sentenza.
(...) Ho sentito parlare dell'inefficacia delle sanzioni. Ma � fuor di dubbio che
sanzioni concepite intenzionalmente come insufficienti e anche scorrettamente
applicate non potranno mai, in nessun caso e in nessuna circostanza, bloccare un
aggressore. Questa �

///. L'esilio e la rivincita


stata proprio la causa del nostro fallimento, ma � ingiusto sostenere che era
impossibile fermare l'aggressore. L'Etiopia ha in precedenza chiesto che le si
accordasse un aiuto finanziario. Ora rinnova la richiesta. Sar� possibile ottenere
almeno questo?
Il negus parlava ormai da quaranta minuti, in un silenzio assoluto. Prima di
concludere il suo intervento, supplicava i rappresentanti delle cinquantadue
nazioni che avevano applicato le sanzioni di non abolirle e di accordargli il
prestito di 10 milioni di sterline, senza il quale non avrebbe potuto continuare la
resistenza:
Rappresentanti del mondo, sono venuto a Ginevra per adempiere, presso di voi, al
pi� ingrato fra i doveri di un capo di Stato. Quale risposta dovr� riferire al mio
popolo?22
Nonostante gli accenti umanissimi e il disperato appello a non demolire la
solidariet� internazionale, il discorso dell'imperatore non otteneva alcun
risultato concreto: il 4 luglio la revoca delle sanzioni veniva approvata con
quarantaquattro voti favorevoli, uno contrario e quattro astensioni; anche la
richiesta del prestito veniva respinta. Come ricorder� Jean Bastin,
la fine della sessione manc� totalmente di dignit�. (...) L'Assemblea non ebbe
neppure il coraggio di deporre ai piedi del Negus le sue profonde scuse, per aver
abusato di lui, per averlo incoraggiato a una resistenza che non ha mai sostenuto,
per averlo tradito, per aver simulato un appoggio mentre, per molti motivi, essa si
era fatta, forse addirittura consapevolmente, complice del suo nemico23.
Nell'esilio di Bath
Dopo il verdetto negativo della Societ� delle Nazioni, Hail� Selassi� faceva
ritorno in Gran Bretagna e, insieParte seconda Solo contro il fascismo

me alla famiglia e a ras Kassa, si stabiliva nella cittadina termale di Bath, prima
allo Spa Hotel e poi in una modesta villetta, Fairfield House, alla periferia. A
indicargli Bath come luogo di soggiorno, era stato il governo inglese, ricorda
L�onard Mosley:
Vi era un tocco quasi freudiano nella scelta della localit� dell'esilio, come se
timidamente i governanti inglesi sperassero che le acque risanatrici delle terme
della reggenza avrebbero calmato i suoi risentimenti e, indirettamente, avrebbero
cancellato il loro senso di colpa per averlo abbandonato24.
I capi militari e i dignitari dell'impero che lo avevano seguito nell'esilio, si
erano invece fermati a Gerusalemme, dove trascorreranno cinque lunghi anni nella
spasmodica attesa di rientrare in patria e nella pi� completa indigenza. Anche in
casa dell'imperatore non regnava l'abbondanza, dal momento che il tanto decantato
"tesoro" consisteva, in realt�, in poche migliaia di sterline e in una certa
quantit� di argenteria, la cui vendita era servita per acquistare Fairfield House e
per sostenere le spese di alcuni processi intentati contro lo Stato italiano, tutti
regolarmente persi25. L'imperatore, inoltre, doveva provvedere alla piccola
comunit� di profughi che si era intanto costituita a Gerusalemme e che solo in un
secondo tempo avrebbe potuto beneficiare dei fondi raccolti in Inghilterra da sir
Norman Angeli.
L'atmosfera di Fairfield House non era delle pi� serene. Abituati a vivere in
palazzi separati, a osservare un'etichetta molto rigorosa e a essere serviti da un
esercito di domestici, i membri della famiglia imperiale si sentivano come in
gabbia; tanto pi� che di giorno erano costretti, per risparmiare carbone, a stare
tutti insieme in un saloncino al pianterreno. Quando il tempo lo permetteva,
l'imperatore e ras Kassa uscivano in strada a passeggiare. Spesso raggiungevano la
Cappella del Santo Redentore, dove officiavano alcuni preti copti che il negus,
d'intesa

///. L'esilio e la rivincita


con il patriarca di Alessandria d'Egitto, aveva fatto venire appositamente da
Gerusalemme. L'imperatrice Menen, che soffriva invece di reumatismi e faceva fatica
a respirare nell'aria umida e fredda dell'isola, non avrebbe sopportato a lungo
quel clima e il 18 gennaio 1938 si sarebbe imbarcata con il figlio Sahle Selassie,
con destinazione il convento di Debre Ghennet a Gerusalemme.
Ma pi� che il clima e le ristrettezze, ci� che angustiava il negus erano le notizie
che giungevano dall'Etiopia: notizie di nuovi scontri, nuove repressioni, nuove
stragi, che egli prima riceveva regolarmente attraverso il canale di Gore, dove si
era insediato il governo provvisorio, e poi, dopo la caduta della citt�,
direttamente da Addis Abeba, grazie alla complicit� di un simpatizzante francese,
Andr� Besse. In questo modo, nell'estate del 1936, apprendeva che i tre figli di
ras Kassa avevano tentato di occupare nuovamente la capitale e che negli scontri
era stato fatto prigioniero, e immediatamente passato per le armi, V abuna Petr�s.
In autunno lo raggiungeva la notizia dell'uccisione del degiac Fiere Mariam, che da
mesi era diventato un incubo per Graziani con i suoi continui e fortunati attacchi
alla ferrovia GibutiAddis Abeba. Moriva anche il vecchio degiac Balci� Abba Nefso
mentre, a raffiche di mitra, cercava di bloccare la colonna Princivalle diretta
verso i territori dell'Ovest. Morivano inoltre assassinati, dopo essere stati
ingannati con false promesse di grazia, i tre giovani figli di ras Kassa, e, dopo
mesi di incessante guerriglia, il 16 dicembre ras Immir� era costretto ad
arrendersi insieme ai suoi 1.200 partigiani, in gran parte feriti.
Nell'inverno toccava a ras Desta Damt�u, l'unico ras ancora in armi: braccato dalle
colonne dei generali Nasi e Geloso, veniva sospinto - con i suoi 7.000 soldati -dal
Sidamo all'Alto Baie, agli Arussi, al Guragh�; battuto duramente a Gogetti, il
genero dell'imperatore veniva catturato il 24 febbraio 1937 e subito impiccato. "Il
Parte seconda Solo contro il fascismo
suo grido montanaro - scriver� il poeta senegalese L�opold Sedar Senghor - ha
attraversato l'Africa da parte a parte"26. Qualche giorno prima era caduto in
combattimento un altro genero di Hail� Selassi�, il degiac Bejen� Merid, la cui
moglie, Romane Uorch, veniva fatta prigioniera con i figli e deportata in Italia,
dove sarebbe morta di tubercolosi.
La notizia che negli stessi giorni il vicer� Rodolfo Graziani era stato seriamente
ferito in un attentato ad Addis Abeba non poteva consolare l'imperatore per la
perdita dei due generi e la deportazione della figlia, tanto pi� che le
rappresaglie degli italiani per l'attentato erano immediate e terrificanti: per tre
giorni la capitale veniva messa a ferro e a fuoco, con un bilancio di parecchie
migliaia di morti27. Le stragi non erano ancora finite, perch� Graziani, non
riuscendo a mettere le mani sui veri esecutori dell'attentato, si vendicava
ordinando la liquidazione dell'intera intellighenzia etiopica28, dei cadetti
dell'Accademia militare di Olett� e persino di migliaia di indovini e cantastorie,
colpevoli soltanto di aver diffuso profezie sull'imminente crollo del dominio
italiano. Ma il crimine che pi� gettava nell'angoscia l'imperatore era l'assassinio
di 449 fra preti e diaconi del villaggio conventuale di Debr� Liban�s, accusati di
essere stati gli ispiratori dell'attentato del 19 febbraio 1937. Una strage di cui
Graziani si era assunto l'intera responsabilit�, definendola un "romano esempio di
pronto, inflessibile rigore"29.
Dall'esilio di Bath, l'imperatore aveva cos� visto morire il suo popolo e cadere,
ad uno ad uno, tra il maggio del 1936 e il marzo del 1937, tutti i pi� prestigiosi
capi dell'esercito imperiale30; e tutto questo senza poter fare nulla. Di questa
avvilente impotenza faceva spesso partecipe ras Kassa, il quale, essendo molto
religioso, invitava il negus a cercare conforto nella preghiera. Ma in Etiopia la
resistenza non era finita: dalle ceneri dell'esercito imperiale

///. L'esilio e la riv�ncita


sorgeva infatti un esercito di popolo, i cui capi, Abeb� Aregai, Mesfin Scilesci,
Gherarsu Duchi, Mangasci� Giamberi� e Belai Zellech�, si sarebbero conquistati i
galloni in combattimento. Si affermava dunque una seconda e nuova resistenza,
caratterizzata dall'estrema mobilit� e snellezza dei reparti, da una grande
aggressivit� e da una ferrea disciplina. Se la guerra del 1935-1936 era stata
combattuta con bravura, ma non con il sostegno di tutte le popolazioni etiopiche,
la guerriglia che si accendeva nell'estate del 1937 - e che sarebbe continuata
ininterrottamente sino allo scoppio del conflitto mondiale - vedeva invece
mobilitate massicce rappresentanze di ogni razza e religione, e godeva
dell'appoggio pieno delle popolazioni contadine31. Nel tentativo, peraltro fallito,
di stroncarla, Mussolini era costretto a mantenere in Etiopia un esercito di
200.000 uomini e a impiegare, ancora una volta massicciamente, i gas tossici32.
Intanto la Gran Bretagna aveva iniziato un processo di riconciliazione con l'Italia
firmando il gentlemen" s agreementdel 2 gennaio 1937 e il successivo accordo del 16
aprile 1938. Dopo il riconoscimento de facto dell'Africa Orientale Italiana, Londra
stava per compiere il passo successivo riconoscendo dejure l'occupazione italiana
dell'Etiopia. Se la proposta fatta dal ministro degli Esteri inglese lord Halifax,
consistente nel lasciare a ogni membro della SdN la facolt� di riconoscere o meno
la sovranit� italiana sull'Etiopia, fosse stata approvata a maggioranza, ci�
avrebbe significato l'espulsione dell'Etiopia dalla Lega. Non c'era perci� tempo da
perdere. Il 12 maggio 1938 Hail� Selassi� si recava per la seconda volta a Ginevra
a perorare la sua causa, ma il suo ingresso nella sala dell'Assemblea, che due anni
prima aveva sollevato tanta attenzione, questa volta passava quasi inosservato: con
Hitler che l'il marzo aveva occupato l'Austria, e che non nascondeva nuovi appetiti
territoriali, la questione etiopica appariva ai delegati ormai priva di importanza.

Parte seconda Solo contro il fascismo

Se il clima nell'aula era visibilmente cambiato, anche l'imperatore non era pi�
l'uomo combattivo e sicuro di s� di due anni prima: la rottura della clavicola in
un incidente d'auto e una profonda depressione avevano minato la sua salute e
distrutto il suo ottimismo. Raggiunta la tribuna, pronunciava a fatica poche parole
in francese, poi era costretto a cedere il microfono al suo portavoce, Lorenzo
Taezaz, che leggeva l'appello di Hail� Selassi� alla Societ� delle Nazioni:
� con profondo rincrescimento che debbo entrare in conflitto con il governo per il
quale provo un sincero rispetto e che mi accorda la sua ospitalit�. Con molto
rispetto ma con molta fermezza chiedo al governo inglese, la cui lealt� � ben nota,
di riconsiderare le sue proposte. L'Italia controlla in Etiopia soltanto quelle
citt� e quei villaggi dove ha guarnigioni e vi sono molte province etiopiche dove
il suo controllo � scarso o non esiste affatto. (...) Contro gli italiani si
conduce un'implacabile guerriglia, che continuer� finch� essi saranno cacciati dal
paese o il popolo etiopico sar� sterminato. Si pu� mantenere la pace con le leggi e
si pu� mantenere la pace a qualsiasi prezzo. L'indipendenza di una nazione non pu�
venir sacrificata per ottenere la distensione in Europa. Io chiedo che sia concesso
all'Etiopia di rimanere in mezzo a voi, come l'immagine vivente del diritto
violato. Ma se il nostro appello dovesse restare senza risposta, la nostra guerra
contro l'Italia continuer�, qualsiasi cosa accada, fino al trionfo della
giustizia33.
Anche questo umanissimo e accorato appello cadeva nel vuoto; al contrario, la
proposta di lord Halifax veniva approvata dai membri della SdN, a eccezione dei
rappresentanti di Unione Sovietica, Cina, Messico, Canada e Nuova Zelanda. Quello
stesso giorno, Galeazzo Ciano poteva scrivere con soddisfazione nel suo diario: "A
Ginevra si � seppellita la questione etiopica"34.
Hail� Selassi� riprendeva malinconicamente la strada di Bath, mentre i giornali lo
indicavano gi� come un ex imperatore. Eppure, sebbene cos� svilito, il suo titolo
su-

///. L'es�lio e la rivincita


scitava ancora interesse e timore, ed era proprio Ciano, con trattative segrete, a
cercare di convincere l'imperatore e l'erede al trono Asfa Wossen a sottomettersi
in cambio di enormi somme e di es�li dorati35. Ma pur non sottraendosi ai sondaggi
italiani, anzi, qualche volta, stimolandoli, il 6 marzo 1938 Hail� Selassi� faceva
diramare da Bath questo succinto comunicato:
In nessuna circostanza l'Imperatore prender� in considerazione una sistemazione che
sia incompatibile con il diritto dell'Etiopia ad esistere quale nazione
indipendente. L'insinuare che Sua Maest� pensi in modo diverso, in un momento nel
quale gli etiopici resistono al nemico con tanto coraggio, con tanto sacrificio e
tanto successo, � assurdo36.
La seconda sconfitta a Ginevra, per quanto scontata, non finiva di tormentare
l'imperatore, che, da fine politico qual era, si chiedeva come mai gli uomini di
governo non capissero che ci� che era accaduto all'Etiopia, domani sarebbe potuto
accadere anche ad altri paesi indifesi, una volta rinnegati gli ideali della SdN ed
aver offerto alle dittature fasciste la prima vittima sacrificale. Ventisette anni
dopo, nel ricostruire per noi questo periodo storico, ci avrebbe detto:
Quando noi ci rivolgemmo alla Lega delle Nazioni fu per sollecitare un aiuto per il
nostro Paese e noi rivelammo come stavano esattamente le cose. Ma quella era
un'epoca di diffidenza e di paura e le nostre richieste furono trascurate. A causa
di ci� il mondo, che non aveva ascoltato il nostro avvertimento, fin� lui stesso
nel caos. Pi� tardi, tutti si resero conto che era accaduto a causa della nostra
tragedia37.
Il 1938 per Hail� Selassi� fu sicuramente l'anno peggiore dell'esilio. Era deluso
per la mancanza di lungimiranza di tanti statisti, irritato per la doppiezza degli
inglesi, angosciato per l'interminabile martirio del suo p�Parte seconda Solo
contro il fascismo

polo. Tuttavia, non era disperato: era troppo avveduto per non accorgersi che
sull'Europa si stava addensando la tempesta e per non intuire che da quell'uragano
poteva rinascere l'impero dei suoi avi. Proprio in considerazione di probabili
rimescolamenti delle carte e dell'aumento della tensione internazionale,
l'imperatore avvertiva la necessit� di procurarsi un contatto diretto con la
resistenza etiopica. A consigliarlo in questo senso era anche monsignor Jarosseau,
il quale, dopo essere stato espulso dall'Etiopia da Graziani, era riparato a Tolosa
nel convento della C�te Pav�e; in una lettera del 21 agosto 1938 egli esortava
Hail� Selassi�
a fare una comparsa dalle parti di Khartoum, ai confini con l'Etiopia, e ci� prima
della fine del conflitto spagnolo. Spero che l'Inghilterra comprenda l'importanza
di un simile intervento che potrebbe obbligare gli italiani ad abbandonare la
Spagna38.
Hail� Selassi� non sarebbe andato a Khartoum, ma avrebbe fatto molto di pi�:
avrebbe inviato un suo rappresentante nel cuore dell'Etiopia occupata. Nell'autunno
del 1938, infatti, nel nome dell'antifascismo si costituiva la pi� inverosimile
delle alleanze. Fautori di questo patto segreto erano il ministro francese delle
Colonie Georges Mandel, il Partito Comunista Italiano nella persona di Giuseppe Di
Vittorio e l'imperatore Hail� Selassi�, con il comune intento di preparare e
realizzare in Etiopia due missioni esplorative. Alla seconda di queste partecipava
anche Lorenzo Taezaz39, il quale, fra i suoi incarichi, aveva quello di rianimare
la guerriglia, annunciando che la situazione politica si sarebbe presto capovolta e
l'imperatore avrebbe potuto finalmente far ritorno nella sua terra. Quando
nell'estate del 1939 Taezaz concludeva la sua avventurosa e fortunata missione, e
faceva ritorno a Bath, egli era latore di un rapporto estremamente positivo per
l'imperatore: le popolazioni

III. L'esilio e la rivincita


etiopiche - nonostante qualche tentazione repubblicana40 e l'azione di disturbo
svolta da due figli di Liggjasu41 - erano ancora fedeli al loro sovrano ed erano
pronte per una rivolta generale.
Il rapporto di Lorenzo Taezaz non soltanto avrebbe ridato l'ottimismo al negus, ma
avrebbe notevolmente influito anche sulla condotta della Gran Bretagna. Il 10
giugno 1940, non appena l'Italia entrava in guerra con l'Inghilterra,
l'atteggiamento del governo britannico nei confronti dell'imperatore cambiava
infatti repentinamente. Hail� Selassi�, relegato a Bath per tanti anni e
deliberatamente ignorato e qualche volta anche osteggiato e umiliato, ridiventava
di colpo un martire, un eroe, un prezioso alleato. Winston Churchill, succeduto
all'ambiguo e incerto Neville Chamberlain, accettava subito l'offerta
dell'imperatore di schierare l'Etiopia degli arbegnuoc (dei patrioti) nel campo
degli alleati e autorizzava Hail� Selassi� a raggiungere il teatro delle operazioni
in Africa Orientale.
La sera del 24 giugno, a Poole Harbour un fantomatico "mister Strong" prendeva
posto su un idrovolante in partenza per l'Egitto: egli altri non era che
l'imperatore Hail� Selassi�, accompagnato dal figlio secondogenito Mesfin Maconnen,
dai due abili e devoti segretari Lorenzo Taezaz e Uolde Ghiorghis, e dal
giornalista George Steer, promosso sul campo capitano e adviser per la propaganda.
Per il negus cominciava il viaggio che lo avrebbe ricondotto in patria, sul trono;
un viaggio tormentato, disseminato di ostacoli, che sarebbe durato quasi un anno e
che gi� alla prima tappa si rivelava cos� burrascoso da mozzare il fiato.
L'idrovolante sorvolava infatti la Francia invasa dai nazisti; sfuggiva per
miracolo ai caccia italiani che pattugliavano il Canale di Sicilia; faceva
rifornimento a Malta, di continuo bombardata dall'aviazione fascista, e, alle 4 del
pomeriggio del 25 giugno, giungeva finalmente ad Alessandria d'Egitto. Una
settimana dopo l'imperaParte seconda Solo contro il fascismo

tore si trasferiva in Sudan, in una localit� isolata a quarantacinque chilometri da


Khartoum, dove sarebbe rimasto sino al suo ritorno in Etiopia.
La gioia di poter essere di nuovo in Africa, a poche centinaia di chilometri dai
confini etiopici - osservando il Nilo aveva detto all'amico ChapmanAndrews: "C'est
l'eau de mon pays"42 -, veniva presto rovinata dalla cattiva accoglienza ricevuta
in Sudan: intorno a s�, infatti, egli non avvertiva che diffidenza, imbarazzo e
fastidio; politici e militari inglesi temevano che la sua presenza nella zona di
guerra potesse scatenare ritorsioni da parte degli italiani, che in quel momento
erano all'offensiva su tutti i fronti e avevano gi� occupato Cassala, Gallabat,
Moyale, Kurmuk e l'intero Somaliland. Per di pi� l'imperatore era stato confinato
al Gebel Aulia ed era sottoposto a tali misure di sicurezza che lo si sarebbe
potuto scambiare per un prigioniero, piuttosto che per un sovrano alleato degli
inglesi. Quando poi apprendeva da un vecchio amico, il brigadiere Daniel Sandford43
che in quel momento gli inglesi potevano mettergli a disposizione soltanto qualche
migliaio di vecchi fucili, ma nessun cannone e tantomeno l'appoggio aereo, Hail�
Selassi� cedeva di nuovo alla depressione ed esclamava:
Mi avevano promesso, in Inghilterra, che avrei avuto il pieno appoggio aereo e ora
apprendo che non avr� un solo aeroplano e neppure una batteria contraerea. Avrei
fatto meglio a non lasciare l'Inghilterra44.
La "Gideon Force"
Ancora una volta il negus riusciva a superare le contrariet� con dignit� e
rassegnazione. E poi, c'erano troppe cose da fare per preparare la spedizione in
Etiopia per lasciarsi travolgere dai risentimenti e dalle malinconie. L'8 luglio
1940 stilava il suo primo proclama alle po'-

///. L'esilio e la rivincita

polazioni etiopiche, che gli aerei inglesi avrebbero poi lanciato in decine di
migliaia di copie sui territori occupati. Il proclama iniziava cos�:
Popolo, capi e guerrieri d'Etiopia! Il vostro coraggio e la vostra tenacia
nell'affrontare il nemico in questi ultimi cinque anni vi hanno conquistato la
simpatia e l'ammirazione di tutti i popoli liberi. Le vostre sofferenze e i vostri
sacrifici, il vostro eroismo e le vostre speranze non sono state per� vane. Il
giorno della liberazione � venuto. D'ora innanzi la Gran Bretagna ci concede
l'aiuto della sua incomparabile potenza militare per riconquistare la nostra
completa indipendenza.
Seguiva poi l'invito "ad attaccare il nemico in qualsiasi luogo si trovi", a
"prendere possesso delle sue strade e dei suoi mezzi di comunicazione", a
"disertare dalle sue fila". L'appello era diretto anche agli eritrei:
Che voi siate di qui o di l� del Mareb, unitevi nella lotta ai vostri fratelli
etiopici. Fate in modo che nessuno di voi sia uno strumento degli italiani contro
la vostra madrepatria che � l'Etiopia45.
Il programma per rafforzare la resistenza etiopica, messo a punto dal brigadiere
Sandford e approvato da Hail� Selassi�, prendeva lentamente l'avvio. Il 6 agosto
1940, nel quadro dell'operazione conosciuta come Mission 101, Sandford,
accompagnato da alcuni ufficiali inglesi e da un centinaio di fuorusciti etiopici
che proteggevano un'importante carovana d'armi, attraversava la frontiera etiopica
a sud di Metemma. La soddisfazione provata dall'imperatore nel veder partire per la
sua terra il primo rifornimento di fucili era per� offuscata dal veto che Londra
poneva al suo ingresso in Etiopia, almeno per il momento. Il colpo era rude, tanto
pi� che non era il primo. Ma gli inglesi sottovalutavano le capacit� di ricupero
dell'imperatore: con una mossa abilissiParte seconda Solo contro il fascismo

ma, egli lasciava cadere i problemi militari e poneva sul tappeto una questione
squisitamente politica, ossia la richiesta urgente di un trattato di alleanza e di
amicizia fra Etiopia e Gran Bretagna. Il passo, che aveva il preciso scopo di
forzare la mano agli inglesi e di obbligarli a rivelare le loro vere intenzioni,
sortiva l'effetto sperato, poich� provocava l'apertura a Khartoum di una conferenza
ad alto livello, alla quale partecipavano il ministro della Guerra Anthony Eden e i
massimi responsabili militari britannici dell'Africa e del Medio Oriente.
La questione del trattato angloetiopico veniva subito accantonata perch� giudicata
prematura, ma la tesi di Eden, secondo la quale la rivolta etiopica doveva essere
considerata a tutti gli effetti una "guerra di liberazione", prevaleva nettamente
dopo tre giorni di accese discussioni. Hail� Selassi� avrebbe dunque avuto
l'appoggio militare e politico che aveva chiesto, le armi pi� moderne e i migliori
ufficiali per poter organizzare e inquadrare i patrioti etiopici. Sarebbe stato lo
stesso imperatore a guidare il piccolo esercito verso l'Etiopia, esercito che
avrebbe portato il nome (d'ispirazione biblica) di Gideon Force.
A costituire la Gideon Force gli inglesi designavano un uomo eccezionale, il
maggiore Orde Charles Wingate, che sarebbe passato alla storia - con pieno diritto
- come il "Lawrence d'Etiopia". In meno di tre mesi e con un milione di sterline a
disposizione, egli riusciva ad organizzare la piccola armata dell'imperatore,
formata da 70 fra ufficiali e sottufficiali britannici, 800 etiopici del II
battaglione addestrato in Kenya, 800 sudanesi del Sudan Frontier Battalion e 500
uomini della guardia del corpo di Hail� Selassi�: in totale, 2.170 soldati dotati
di buone armi leggere, ma senza artiglierie e con quattro mortai in tutto.
Nonostante la sua modesta consistenza, la Gideon Force sarebbe tuttavia riuscita ad
aprirsi la strada in una regione presidiata da 35.000 italiani, spesso giocanIII.
L'esilio e la rivincita

do d'astuzia o sfruttando gli errori dell'avversario, e a volte battendolo in campo


aperto.
Mentre Orde Wingate si occupava dell'organizzazione militare della spedizione, il
negus intratteneva una fitta corrispondenza con i capi etiopici dell'interno, sia
quelli fedeli che quelli non fedeli alla sua causa. Lo preoccupavano maggiormente,
in questa vigilia febbrile, la presenza del generale Nasi nel Goggiam, la sua mossa
spregiudicata di riportare a Debr� Marc�s ras Hail� Tecla Haimanot e la sua
promessa di elevare quest'ultimo alla dignit� di negus. Si trattava di una manovra
molto abile, che avrebbe potuto rendere pi� difficile la spedizione nel Goggiam,
visto che, dei quattro principali capi ribelli della regione, due erano imparentati
con ras Hail�, l'uno per sangue e l'altro per matrimonio. Nel tentativo di
ostacolare le manovre degli italiani e di isolare ras Hail�, il suo rivale di
sempre, Hail� Selassi� reiterava gli appelli, adoperando un tono sempre pi�
pressante e ultimativo. Rivolgendosi, ad esempio, al degiac Mammo, figlio di Hail�
e capo di una banda di 1.500 irregolari al soldo dell'Italia, scriveva:
Iddio, per punire l'Etiopia, ha fatto in modo che il figlio con la madre e il
fratello col fratello si odiassero. Contro chi sei preparato a sparare? Contro la
tua madre Etiopia? Adesso dovresti riunirti a quelli che stanno lottando per la
libert�, facendo qualche azione contro il nostro nemico46.
Anche per gli altri esponenti dell'aristocrazia etiopica - come i ras Sejum
Mangasci�, Chebbed� Mangasci�, Ghetacci� Abate e il degiac Ajaleu Burr�, che
durante gli anni dell'occupazione si erano avvicinati all'Italia con atteggiamento
aperto o ambiguo - era venuto il momento di operare una scelta definitiva.
Dopo aver subito per sei mesi l'iniziativa italiana, gli inglesi, fra il novembre e
il dicembre del 1940, passavano alla controffensiva. Dapprincipio si trattava
soltanto
Parte seconda Solo contro il fascismo
di brevi attacchi, per saggiare la consistenza delle difese italiane; poi, con
l'arrivo dei rinforzi dall'Egitto, dall'India e dal Sud Africa, nella seconda met�
di gennaio del 1941 scatenavano l'offensiva su tutti i fronti. Il 20 gennaio -
mentre il generale William Platt riconquistava Cassala e invadeva l'Eritrea, e a
sud il generale Alan Cunningham muoveva all'attacco della Somalia - Hail� Selassi�,
che due giorni prima aveva lasciato Khartoum per raggiungere Roseires, valicava la
frontiera etiopica a Umm Iddla, sul fiume Dinder.
Per il negus il momento di rimettere piede nella propria terra, dopo tanta attesa,
era dunque giunto. Per l'esattezza, erano le 12.40; da quel momento egli iniziava
una marcia di quasi mille chilometri che, attraverso il Goggiam e lo Scioa, in tre
mesi lo avrebbe riportato ad Addis Abeba47. Prima di lasciare il Dinder, Hail�
Selassi� celebrava l'evento con una cerimonia che si svolgeva nello stesso greto
del fiume; per cominciare, su un improvvisato pennone, issava con le sue stesse
mani il tricolore etiopico, che riprendeva a garrire nel cielo dopo cinque anni di
assenza, mentre una compagnia del II battaglione etiopico gli rendeva gli onori.
Accanto all'imperatore c'erano i figli Asfa Wossen e Maconnen, il vecchio cugino
ras Kassa, Yecceghi� Gabre Giyorgis, che avrebbe alla fine benedetto la cerimonia,
il degiac Maconnen Endelcacci�, Lorenzo Taezaz e Orde Wingate. All'amico
ChapmanAndrews, che gli aveva appena letto un messaggio augurale del generale
Platt, l'imperatore rispondeva:
Desidero ringraziarvi del vostro saluto. Io entro ora in Etiopia con piena fiducia
nell'aiuto del governo inglese per schiacciare il nostro comune nemico. � un grande
compito quello che mi sta di fronte, ma spero di assolverlo con successo, con
l'aiuto delle forze alleate48.
L'evento era troppo importante perch� lo si celebrasse soltanto con riti formali.
Per renderlo memora-

///. L'es�lio e la riv�ncita


bile, nella stessa giornata del 20 gennaio Hail� Selassi� diffondeva un decreto e
un appello, due fra gli atti pi� nobili e avveduti della sua lunga carriera di
statista. Con il "decreto di San Michele", dal santo del giorno, l'imperatore
concedeva l'amnistia a tutti gli etiopici che lo avevano osteggiato e li invitava a
ravvedersi. Con il secondo documento, estendeva il perdono anche agli italiani (non
pu� non colpire la differenza con i telegrammi di Mussolini, che incitavano
all'odio e alle stragi). Si trattava di un appello al quale gli etiopici avrebbero
risposto in larghissima misura, e che diceva, fra l'altro:
Io vi raccomando di accogliere in maniera conveniente e di prendere in custodia
tutti gli italiani che si arrenderanno con o senza armi. Non rinfacciate loro le
atrocit� che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete dei
soldati che possiedono il senso dell'onore ed un cuore umano. Vi raccomando, in
modo particolare, di rispettare la vita dei bambini, delle donne e dei vecchi. Non
saccheggiate i beni altrui, anche se appartengono al nemico. Non incendiate case.
Quando vi ordino di rispettare tutto ci�, lo faccio perch� il cuore mi dice che il
popolo etiopico non � inferiore a nessun altro nel rispetto delle leggi di
guerra49.
Il primo obiettivo della Gideon Force era il monte Belava, duecento chilometri
all'interno dell'Etiopia. L'imperatore vi giungeva soltanto il 6 febbraio, perch�
la pista nella giungla era pressoch� impraticabile e, come riferiva la relazione
ufficiale britannica, era diventata la tomba a cielo aperto di migliaia di cammelli
della spedizione:
Coloro che passarono dopo la carovana sono unanimi nel dire che non era necessaria
la bussola. Per orientarsi bastava il fetore dei cadaveri dei cammelli lasciati
sulla via. In un solo giorno l'imperatore e il suo seguito ne contarono
cinquantasette50.

Parte seconda Solo contro il fascismo

Per quanto apparisse "pallido e fragile" e terribilmente affaticato, il negus non


si lamentava mai per le difficolt� e - come ricorda L�onard Mosley che seguiva la
carovana come inviato del "Times", - "dava il suo aiuto per spingere, quando una
camionetta si rovesciava o si arenava nella sabbia"51.
Raggiunto il monte Belaya, che costituisce il primo gradino dell'altipiano, Hail�
Selassi� vi si fermava una ventina di giorni nel corso dei quali, oltre a ricevere
la sottomissione del fitaurari Zellech� Birr� e di altri notabili della regione,
veniva raggiunto da tutti i reparti della Gideon Force. Durante questa sosta
l'imperatore apprendeva che Londra aveva definito la sua posizione nei confronti
dell'Etiopia, ma lo aveva fatto in un modo cos� maldestro da suscitare in lui
sospetto e irritazione. Per quanto Anthony Eden, il 4 febbraio 1941, avesse
precisato che il "governo di Sua Maest� d� il suo benvenuto al risorgere di uno
Stato etiopico indipendente e riconoscer� le rivendicazioni dell'imperatore Hail�
Selassi� al trono", di fatto, per�, con la creazione dell'OETA (Occupied Enemy
Territory Administration), la nuova Etiopia sembrava assumere pi� la forma di un
protettorato che di uno Stato sovrano.
A controbilanciare le cattive notizie che giungevano da Londra, nella seconda met�
di febbraio a Belaya arrivava la notizia del progressivo abbandono di tutti i
presidi nel Goggiam settentrionale da parte degli italiani. Dinanzi all'aggravarsi
della situazione in Eritrea e in Somalia, e a causa dell'ingresso nel Goggiam della
Gideon Force - che gli italiani credevano erroneamente avesse la consistenza di
un'intera divisione - il generale Nasi aveva infatti ordinato il ripiegamento di
tutte le truppe italiane su posizioni pi� sicure52. La Gideon Force si lanciava
perci� all'inseguimento degli avversari in ritirata e il 22 febbraio entrava a
Engiabara, abbandonata due giorni prima dal colonnello Natale. Pur disponendo di un
de-

///. L'esilio e la riv�ncita

cimo delle forze italiane, Hail� Selassi� e Wingate riprendevano l'inseguimento; il


27 febbraio entravano in contatto con gli avversari, li costringevano ad
abbandonare i presidi di Buri� e Mancus� e li attaccavano in campo aperto.
Il combattimento, che si svolgeva nella mattinata del 6 marzo lungo le rive del
fiume Bir, era violentissimo. Gli etiopici del II battaglione erano decisi a
bloccare la ritirata del colonnello Natale per sottolineare in maniera clamorosa la
loro presenza in Etiopia: era la prima volta, infatti, dalla sfortunata battaglia
di Mai Ceu, nel lontano 31 marzo 1936, che un'unit� regolare etiopica, agli ordini
dell'imperatore, si trovava di nuovo a combattere contro reparti italiani. Per
cinque lunghi anni, i fuorusciti etiopici avevano atteso questo momento, e forse il
bisogno di rivincita spiega il loro improvviso attacco allo scoperto, che pi� che
temerario, si rivelava suicida: non riuscendo infatti ad arrestare la marcia di
Natale, perdevano un quarto delle loro forze; ma intimorivano talmente l'avversario
da costringerlo a cambiare i suoi piani. Cos�, anzich� resistere a Dembecci�, come
Nasi gli aveva ordinato, il colonnello Natale si ritirava precipitosamente a Debr�
Marc�s, la capitale del Goggiam, dove veniva immediatamente rimosso dall'incarico e
sostituito con il colonnello Maraventano.
Riprendendo la marcia, la Gideon Force si trovava ora dinanzi a un obiettivo fra i
pi� ambiti, ma anche fra i pi� difficili da espugnare. In Debr� Marc�s, infatti, si
trovavano concentrate quasi tutte le forze della regione: circa 12.000 uomini,
provvisti di artiglieria da montagna e di protezione aerea, ai quali andavano
aggiunti i 6.000 irregolari di ras Hail� Tecla Haimanot. Per quanto l'imperatore
potesse ora contare anche sull'appoggio dei partigiani di Hail� Belau e di Belai
Zellech�, e della banda del degiac Mammo Hail�, che si era deciso a cambiar
bandiera, egli intuiva che con le forze a sua disposizioParte seconda Solo contro
il fascismo
ne non sarebbe mai riuscito a conquistare una piazzaforte cos� munita. Mentre
l'apprensione sostituiva lentamente l'euforia delle prime settimane, a rianimare
gli animi giungevano alcune incoraggianti notizie: il 27 marzo, dopo cinquantasei
giorni di assedio, il generale Platt aveva occupato Cheren, e il 29, dopo una
travolgente avanzata da Mogadiscio, Alan Cunningham aveva espugnato Harar.
La serie di felici eventi non era ancora finita. Il 1� aprile, con grande sorpresa
dell'imperatore, il generale Nasi ordinava a Maraventano di abbandonare Debr�
Marc�s, di trasferirsi al di l� del Nilo nello Scioa e di dirigersi verso Dessi�,
dove il vicer�, Amedeo di Savoia, stava concentrando le residue forze del settore
centrale. A presidiare la capitale del Goggiam restava cos� soltanto ras Hail� con
i suoi 6.000 uomini.
Per l'uomo che aveva speso met� della sua esistenza a complottare contro Hail�
Selassi� e che era stato il pi� fidato servitore degli italiani, sembrava giunto il
momento di pagare per le colpe commesse; in realt� le cose sarebbero andate
diversamente. Contando sul fatto che il suo esercito privato era ancora di gran
lunga il pi� forte nel Goggiam e che nessuno poteva pensare di entrare a Debr�
Marc�s senza prima essersi accordato con lui, egli giocava cos� abilmente \e sue
carte da salvare non soltanto la testa, ma la sua stessa posizione di principe. Il
4 aprile, mentre gli italiani si mettevano in salvo al di l� del Nilo, ras Hail�,
in divisa da generale italiano, riceveva il colonnello inglese Hugh Bustead, al
quale, sfrontatamente, non offriva la propria resa, bens� la propria
collaborazione: poich� teneva saldamente in pugno la citt�, egli prometteva
all'ufficiale inglese di garantirvi l'ordine e di consegnarla intatta
all'imperatore. Bustead, che conosceva l'esatta consistenza della Gideon Force, era
costretto ad accettare le proposte di Hail�, il che impeIII. L'esilio e la
rivincita

dir� in seguito a Hail� Selassi� di punire il rivale - e traditore - con il giusto


rigore.
La mattina del 6 aprile 1941, mentre le truppe del generale Cunningham entravano in
Addis Abeba, Hail� Selassi� faceva il suo ingresso in Debr� Marc�s, la prima
capitale di regione sulla quale poteva ristabilire la sua autorit�. Ras Hail�
veniva invitato a presentarsi alla "cerimonia del perdono" al Forte Dux, ma, per
sottolineare la propria indipendenza, egli sfidava ancora una volta l'ira
dell'imperatore giungendo alla cerimonia con venti minuti di ritardo e facendo in
modo che l'atto di sottomissione fosse spogliato di tutti i suoi aspetti servili e
umilianti, a cominciare dal rito che prevedeva il trasporto di una grossa pietra
sulle spalle.
Disceso dalla sua Alfa Romeo, avvolto nel suo elegantissimo mantello nero
trapuntato di pietre preziose e costellato di decorazioni etiopiche e italiane, si
dirigeva verso l'imperatore, e il suo incedere era cos� maestoso, che a nessuno
poteva venire in mente che egli fosse un traditore della patria in attesa di
perdono. Racconta Christopher Sykes:
Per quanto fosse precocemente invecchiato e obeso, ras Hail� aveva il vigore di un
uomo giovane e la grazia di un cortigiano di Luigi XIV. Quando fu alla distanza
dovuta, s'inchin� sino a sfiorare con la sua fronte il suolo ai piedi
dell'imperatore e si raddrizz�, il tutto in un solo movimento, di una maestosa
ampiezza. Stette poi davanti ad Hail� Selassi� nell'atteggiamento sicuro di un re
che parla ad un altro re. Wingate riferisce che l'aspetto e la dignit� di questo
vecchio scellerato erano impareggiabili53.
Hail� Selassi� non nascondeva la sua irritazione per l'atteggiamento di sfida di
ras Hail�, ma non era quello a preoccuparlo: il vero problema, ora, era riuscire a
superare il "no" di Cunningham al proprio rientro immediato ad Addis Abeba.
L'imperatore era convinto, a raParte seconda Solo contro il fascismo

gione, che se egli avesse potuto riapparire nella capitale mentre gli animi erano
ancora infervorati per la liberazione, il compito di restaurare la propria autorit�
sarebbe stato enormemente pi� semplice. Cunningham, dal canto suo, temeva, e a
ragione, che una prematura apparizione del negus ad Addis Abeba avrebbe potuto
provocare disordini e rappresaglie, e porre in serio pericolo la vita dei 35.000
italiani, in gran parte civili, che ancora si trovavano in citt�, e, per questo
motivo, aveva ordinato a Sandford e a Wingate di convincere l'imperatore a rinviare
di qualche tempo il suo rientro nella capitale.
Nella sua vita Hail� Selassi� aveva dimostrato in diverse occasioni la sua capacit�
di non lasciarsi vincere dall'impazienza. Ma questa volta la posta in gioco era
troppo alta. Convinto del danno irreparabile che la sua esclusione da Addis Abeba
avrebbe potuto arrecare al suo prestigio, egli inviava parecchi messaggi di
protesta a Cunningham, ma, avendo appreso, il 22 aprile, il persistere del suo
diniego, comunicava a Sandford e a Wingate che la sua pazienza era finita e che si
sarebbe recato subito ad Addis Abeba, con o senza l'approvazione del generale. Il
27 aprile, avendo ottenuto anche il consenso dei suoi consiglieri inglesi - che
condividevano la sua indignazione - l'imperatore lasciava Debr� Marc�s con la
Gideon Force quasi al completo: il resto del suo piccolo esercito rimaneva infatti
impegnato nella conquista di Mota, l'ultimo presidio italiano nel Goggiam, e
nell'inseguimento dei 10.000 uomini di Maraventano, costretti poi alla resa nella
piana di Agibar.
Il viaggio dell'imperatore verso Addis Abeba si rivelava una marcia trionfale e,
nello stesso tempo, era un mesto pellegrinaggio ai luoghi del sacrificio e del
dolore del popolo etiopico. Sulla piazza di Ficee, dove erano stati fucilati due
figli di ras Kassa, Hail� Selassi� sostava a lungo in preghiera. Lo stesso atto di
omaggio e di piet� comIII. L'esilio e la riv�ncita

piva pochi chilometri pi� avanti, nella solitaria e silenziosa valletta di Debr�
Liban�s, dove erano caduti, falciati dalle mitragliatrici del generale Maletti, 449
monaci e diaconi del villaggio conventuale.
Nel primo pomeriggio del 5 maggio 1941, a cinque anni esatti dall'ingresso del
maresciallo Badoglio ad Addis Abeba - e mentre le forze inglesi stavano attaccando
da ogni lato l'Amba Alagi sulla quale si era arroccato il duca d'Aosta Amedeo di
Savoia54 - l'imperatore giungeva sulle verdi colline di Entotto, dalle quali gi� si
scorgeva la capitale. Mentre egli faceva sosta nella chiesa di Entotto Mari�m per
una breve preghiera, gli ultimi cinquanta cammelli della carovana imperiale,
sfiniti per la lunga marcia, venivano abbattuti: "Gli scheletri degli altri
quindicimila - ricorda la relazione britannica - segnano le tappe dell'avanzata dal
Sudan"55.
Orde Wingate era riuscito a procurare all'imperatore uno splendido cavallo bianco
sul quale entrare con fierezza nella capitale, ma Hail� Selassi�, vincendo
l'impulso romantico, preferiva prendere posto in un'auto scoperta, preda di guerra.
In sella al cavallo bianco saliva perci� lo stesso Wingate, che in questo modo
apriva la marcia.
Erano le 15.30: la colonna imperiale - composta dal II battaglione etiopico, dal
Sudan Front�er Battalion, da un drappello di polizia a cavallo etiopica, da una
decina di autoblindo, e dalle auto nelle quali sedevano Hail� Selassi�, il generale
inglese Wetherall, ras, principi e alti dignitari copti - scendeva rapidamente
dalle colline di Entotto, si immergeva nella citt�foresta e cominciava a fendere la
folla in delirio, che agitava migliaia di bandierine tricolori e lanciava i
tradizionali ellelt�. Ad arginare la folla c'erano 7.000 patrioti di Abeb� Aregai,
che avevano l'incarico di mantenere l'ordine nella capitale. Nonostante l'estrema
eccitazione della folla, non ci sarebbero state ritorsioni, nessun italiano sarebbe
stato moleParte seconda Solo contro il fascismo

stato. Eppure, in quella folla, c'erano sicuramente i famigliari delle migliaia di


etiopici trucidati nel febbraio del 1937.
Per percorrere l'ultimo chilometro, il convoglio impiegava pi� di mezz'ora.
Riferisce un testimone etiopico, Tadesse Zewolde:
La folla � come impazzita, applaude, lancia grida, si china a baciare la terra.
Uomini e donne piangono, e il rumore delle grida e degli applausi � tale che
diventa impossibile comunicare con la parola56.
Da un altoparlante montato su un'auto, per�, si sentiva la voce del futuro ministro
lima Deressa, che diceva:
Cinque anni fa, in questo giorno, gli italiani entrarono nella nostra citt� per
uccidere e saccheggiare. Oggi, a cinque anni di distanza, il nostro Re ritorna, con
l'aiuto di un Dio giusto e dell'Inghilterra57.
L'auto dell'imperatore si arrestava davanti al vecchio palazzo di Menelik. A
ricevere Hail� Selassi�, ai piedi della scalinata del Gheb�, c'era sir Alan
Cunningham con un drappello di King" s African Rifles che presentava le armi; poco
lontano, una batteria sparava in omaggio al sovrano ventuno colpi di cannone. Per
Hail� Selassi�, il lungo, avventuroso viaggio iniziato un anno prima a bordo di un
idrovolante Sunderland era finito.
Prima di accomiatarsi dalla folla in delirio, l'imperatore pronunciava un lungo
discorso, nel corso del quale rievocava la lunga serie di aggressioni compiute
dall'Italia, la spietata guerra del 1935-1936, l'impiego sistematico delle armi
chimiche, le nefandezze di Graziani e dei suoi generali, la rivolta dei patrioti e
la fulminea marcia della G�deon Force attraverso il Goggiam. Ma anche se gli anni
dell'occupazione italiana avrebbero lasciato se-

///. L'esilio e la rivincita

gni indelebili, Hail� Selassi� coglieva l'occasione per invitare la folla alla
tolleranza e al perdono:
Poich� oggi � un giorno di felicit� per tutti noi, dal momento che abbiamo battuto
il nemico, rallegriamoci nello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male con
il male. Non vi macchiate di atti di crudelt�, cos� come ha fatto sino all'ultimo
istante il nostro avversario. State attenti a non guastare il buon nome
dell'Etiopia. Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo ritornare a casa per la
stessa via dalla quale � venuto58.

Parte terza IL TRIONFO E IL DECLINO

I
IL CONSOLIDAMENTO DEL POTERE
// ripristino della sovranit�
La guerra in Etiopia, intanto, volgeva al termine. Il 19 maggio 1941 cadeva l'Amba
Alagi, dove il duca d'Aosta si era difeso sino all'estremo. Il 4 luglio, a
Dembidollo, si arrendeva il generale Gazzera. Il 27 novembre, dopo mesi di
disperata resistenza, cadeva anche Gondar, l'ultimo ridotto italiano, difeso dal
generale Nasi. L'impero fascista dell'Africa Orientale Italiana, che era esistito
pi� di nome che di fatto, spariva definitivamente; a seppellirlo avevano
contribuito, negli ultimi mesi, anche truppe regolari etiopiche, che avevano
affiancato le formazioni partigiane e le forze alleate1.
Il massacro era finito, ma il bilancio degli ultimi sei anni era terrificante: un
etiopico su venti aveva perso la vita per difendere la propria patria. Secondo i
dati presentati dal governo imperiale al Consiglio dei ministri degli Esteri,
riunito a Londra nel settembre 1945, 275.000 fra soldati e civili erano stati
uccisi nel conflitto italoetiopico del 1935-1936 2; 75.000 patrioti erano caduti
durante i cinque anni dell'occupazione italiana; 17.800 fra donne, bambini e vecchi
erano morti sotto le bombe durante le operazioni fasciste di antiguerriglia; 30.000
civili erano stati passati per le armi in seguito all'attentato a Graziani3; 24.000
partigiani erano stati condannati a morte dalle

Parte terza Il trionfo e il declino

corti marziali italiane ed eliminati; 35.000 persone erano decedute nei campi di
concentramento4; 300.000 etiopici, infine, erano morti in seguito alle privazioni
provocate dalla distruzione dei loro villaggi5.
Il sangue cos� largamente sparso, tuttavia, alla fine della guerra non provocava le
temute ritorsioni e vendette. Generoso con gli italiani, dei quali sarebbe
diventato addirittura il protettore, Hail� Selassi� si rivelava clemente anche con
gli etiopici che avevano tradito la causa nazionale: a ras Hail� Tecla Haimanot,
che aveva servito gli italiani partecipando con proprie bande alla
controguerriglia, infliggeva la sola punizione della residenza coatta ad Addis
Abeba; la stessa pena applicava ad altri collaborazionisti, come il degiac
Mangasci� Ubi� e i ras Chebbed� Mangasci� Atechim e Ghetacci� Abate; all'ex
ministro a Roma, Afework Gabre Iyasus, condannato a morte per alto tradimento,
commutava la pena nell'esilio perpetuo a Gir�n, nel Gimma6; risparmiava la vita,
confinandolo a Gore, persino al degiac Hail� Selassi� Gugsa, che, sguarnendo di
colpo il fronte di Macall�, era passato al nemico nell'ottobre del 1935; quanto a
ras Sejum Mangasci�, che aveva cercato scaltramente di riabilitarsi partecipando
all'ultima fase della resistenza etiopica, gli salvava non soltanto la vita, ma i
beni, i titoli e le cariche di un tempo, con il solo obbligo di risiedere
permanentemente in Addis Abeba.
Del resto, c'era troppo da fare in Etiopia per inseguire sterili vendette.
L'Etiopia che Hail� Selassi� cercava di riprendere in mano, era un paese largamente
dominato dal caos, dall'anarchia e dalla paura. C'erano alcune centinaia di
migliaia di arbegnuoc che andavano al pi� presto disarmati e reinseriti nel loro
mondo. C'erano popolazioni che avevano abbandonato le loro terre a causa della
guerra e adesso andavano ricondotte nei loro insediamenti; c'erano numerose bande
di collaborazionisti che, abbandonato l'esercito italiano, vagavano

/. Il consolidamento del potere

ora senza meta taglieggiando le popolazioni; c'erano gruppi isolati di soldati


italiani che si rifiutavano di arrendersi e che ancora davano vita a episodi di
guerriglia7; c'erano moltissimi etiopici che avendo lavorato con gli italiani in
qualit� di manovali, operai, domestici, impiegati, capi stipendiati, erano rimasti
improvvisamente senza lavoro. Ma soprattutto c'erano troppe armi in giro in un
paese dove il mestiere dello scifta godeva ancora di una solida reputazione e le
tendenze separatistiche erano ancora vive nonostante la grande prova della guerra
di liberazione nazionale.
Per affrontare tutti questi problemi l'imperatore avrebbe dovuto disporre, come in
passato, della sua piena autorit� sovrana, che invece era enormemente limitata
dall'Occupied Enemy Territory Administration. Insofferente anche alla sola ipotesi
che gli inglesi potessero stabilire sull'Etiopia un protettorato, palese od occulto
che fosse, l'11 maggio 1941, con uno di quei calcolati gesti di sfida che lo
avevano sempre visto vincente, Hail� Selassi� nominava sette ministri,
contrapponendo cos� all'OETA un governo nazionale. Colti di sorpresa, gli inglesi
reagivano in modo scomposto. Il brigadiere Maurice Lush si precipitava al Gheb�
imperiale e a Uolde Ghiorghis Uolde Johannes, che a quel tempo era il pi� vicino
collaboratore di Hail� Selassi�, rilasciava questa incredibile dichiarazione:
Sua Maest� non pu� riassumere pienamente il suo stato e i suoi poteri di imperatore
fino a quando non sar� firmato un trattato di pace con l'Italia. Fino a quel
momento, il re d'Italia resta il legittimo sovrano dell'Etiopia8.
Messo al corrente della protesta britannica, l'imperatore si rifiutava
categoricamente di revocare la nomina dei ministri, anche se poi, per non rompere
con Londra, adottava la definizione di "ministri designati".

Parte terza Il trionfo e il declino

La tenacia dell'imperatore veniva premiata dall'accordo angloetiopico del 31


gennaio 1942 e dal successivo accordo del 19 dicembre 1944, con i quali Londra
riconosceva l'Etiopia come uno Stato libero e sovrano. Gli inglesi, inoltre,
rinunciavano a molti dei loro privilegi, come l'esercizio esclusivo della ferrovia
GibutiAddis Abeba e il monopolio sui servizi aerei. Ci� nonostante, l'attrito fra
Hail� Selassi� e gli inglesi continuava, e non soltanto perch� alcune truppe di
colore si comportavano come in territorio nemico, ma anche perch� i funzionari
dell'OETA stavano letteralmente spogliando il paese di tutto ci� che era stato
creato dagli italiani o che era appartenuto ad essi9. Questo attrito, in una certa
misura, favoriva gli italiani rimasti intrappolati in Etiopia. Senza nulla togliere
all'umanit� dell'imperatore e al suo senso di piet� cristiana, ci� che spingeva
Hail� Selassi� a ordinare il rispetto della vita e dei beni degli italiani era
anche un preciso calcolo: egli voleva infatti la loro presenza per assicurare il
funzionamento degli impianti essenziali e, nello stesso tempo, per controbilanciare
l'influenza inglese. Come faceva giustamente osservare L�onard Mosley gli etiopici
e gli italiani "invece di odiarsi e di temersi a vicenda, stavano mettendosi
insieme per condividere i reciproci malcontenti contro gli inglesi"10.
Riconquistati a fatica gli antichi poteri, Hail� Selassi� tentava di riportare
l'ordine e l'autorit� del governo centrale anche nei pi� lontani distretti
dell'impero: per porre fine all'anarchia, con un'ordinanza del marzo 1942,
reintroduceva la pena di morte; per ristabilire l'autorit� imperiale, ridisegnava
la carta dell'Etiopia, scegliendo una via di mezzo fra il progetto italiano, che
mirava a costituire sei macroregioni in base a criteri prevalentemente etnici, e la
ripartizione amministrativa esistente prima della guerra, caratterizzata
dall'eccessiva frammetazione. Il risultato di questa operazione era la suddivi-

/. // consolidamento del potere

sione dell'Etiopia in dodici province, pi� il distretto che includeva la capitale.


Con questa nuova ripartizione, sancita dal decreto del 27 agosto 1942, che
prevedeva che a capo di ogni provincia ci fosse un governatore generale di nomina
imperiale, Hail� Selassi� portava a compimento il suo grande disegno unitario e
spogliava l'aristocrazia di gran parte dei suoi privilegi. Con la nomina dei
governatori generali, infatti, il potere non veniva pi� gestito nelle province
dagli esponenti di un'aristocrazia inetta, altezzosa e generalmente assai poco
ligia al potere centrale. Con la loro scomparsa, svanivano anche assurdi privilegi,
come la possibilit� di mantenere eserciti personali, costituire proprie polizie,
nominare capi e funzionari. D'ora in avanti non ci sarebbe stato che un solo
esercito, quello dell'imperatore, e una sola burocrazia, quella dello Stato11.
Il mutamento, tuttavia, non sarebbe stato n� istantaneo, n� radicale, n� tantomeno
generalizzato, per il semplice motivo che la classe dirigente preparata dal negus
negli anni '30 era stata falcidiata negli anni della guerra, e la nuova �lite
formata all'estero, per il protrarsi del conflitto mondiale, non sarebbe stata
pronta che sul finire degli anni '40. Nell'attesa di poter disporre del personale
pi� idoneo, l'imperatore assegnava gli incarichi di governo secondo criteri che non
avrebbero mancato di suscitare, in alcuni studiosi, come ad esempio John Markakis,
perplessit� o critiche:
La lealt� alla persona dell'Imperatore � stata la regola fondamentale per il
reclutamento, la conservazione e la promozione ai posti del potere politico. Una
provata lealt� ha spesso compensato molti difetti, come l'incompetenza e persino la
corruzione. (...) Nell'arte di gestire gli uomini, che � l'essenza del potere,
Hail� Selassi� si � rivelato un geniale maestro12.
Un'altra regola che l'imperatore osservava nella scelta dei suoi collaboratori era
quella di reclutarli in diffeParte terza Il trionfo e il declino

renti gruppi etnici e sociali, non soltanto per evitare che un solo gruppo
emergesse e giungesse a detenere un potere eccessivo, ma anche per stimolare
un'utile e inevitabile competizione: "I nobili sono stati cos� contrapposti ai
selfmade men - ha scritto Christopher Clapham -, gli ex combattenti della
resistenza agli ex collaborazionisti, gli scioani agli eritrei, e cos� via"13. Se
questo criterio poteva anche dare risultati apprezzabili, stupiva, tuttavia, la
spregiudicatezza con la quale Hail� Selassi� aveva ripescato mediocri servitori di
Mussolini, per controbilanciare la popolarit� e il peso dei patrioti14. In effetti,
come ha notato Bahru Zewde, nel dopoguerra pi� ancora che in passato, l'imperatore
"dedicava tutte le sue energie alla conservazione del potere e all'eliminazione di
ogni cosa, reale o presunta, avesse potuto minacciarlo"15.
Un altro problema che andava subito affrontato, insieme al ripristino della
legalit� e alla riorganizzazione dell'apparato statale, era rappresentato
dall'agricoltura, dalla quale dipendeva ancora il 90 per cento della popolazione
etiopica. L'imperatore si rendeva perfettamente conto dell'impossibilit� di
impiantare un'agricoltura moderna fintantoch� la totalit� delle terre fosse stata
posseduta da meno del 5 per cento della popolazione, ossia dalla famiglia
imperiale, dalla Chiesa e dalla classe dirigente in prevalenza di estrazione
amhara16. Perch� potesse realmente incidere sullo sviluppo del paese e appagare la
fame di terre dei nullatenenti, la riforma agraria doveva contemplare questi
obiettivi: semplificazione e uniformazione del regime fondiario, ancora di tipo
feudale ed estremamente complesso; riforma del diritto di propriet�; rilevazione
catastale dell'intero territorio agricolo; ridistribuzione delle terre, secondo
criteri di equit� e di efficienza. Hail� Selassi� aveva ben chiari in mente questi
obiettivi, ma esitava ad attuarli, perch� temeva l'opposizione dei latifondisti,
della Chiesa e dei no-

/. Il consolidamento del potere


tabili. Ripiegava pertanto su riforme parziali che non avrebbero affatto risolto il
problema e i cui beneficiari sarebbero stati soltanto i patrioti, i reduci
dall'esilio, i militari - ad esempio, tutti quelli che avevano partecipato alla
battaglia di Mai Ceu - e i funzionari governativi. Dei 5 milioni di ettari
distribuiti a partire dal 1941, soltanto poche migliaia sarebbero andati
effettivamente ai senzaterra e ai disoccupati. Pi� volte annunciata e mai
realizzata seriamente, la riforma agraria avrebbe segnato, per l'imperatore, una
delle sconf�tte pi� palesi e, specie negli anni '60, avrebbe offerto
all'opposizione un'arma di sicura efficacia.
Nonostante il prestigio acquisito con la vittoriosa spedizione attraverso il
Goggiam, l'appoggio politico e militare degli inglesi, e la sua ben nota abilit�
nel gestire gli uomini in una societ� complessa come quella abissina, Hail�
Selassi� incontrava serie difficolt� nel decennio della ricostruzione dello Stato
ed era costretto, in particolar modo fra il 1941 e il 1944, a fronteggiare le
rivolte di Teodoro - uno dei tanti figli di Liggjasu -, di Mohamed Jahio, sultano
dell'Aussa, e dei somali del clan Gheri Jarso. Pi� grave di tutte, per le forze
coinvolte e per il chiaro intento scissionista, era la rivolta contadina che
scoppiava nel Tigre nel maggio del 1943, con il nome di Woyane. A guidare pi� di
6.000 insorti c'erano Yekuno Amlak Tesfae, nipote del collaborazionista Hail�
Selassi� Gugsa, e il blatta Haile Mariam Redda, che sognava di riportare il Tigre
ai fasti dell'imperatore Johannes rV. Ad armare i contadini, per�, non erano tanto
le nostalgie del passato, quanto l'eccessiva tassazione, l'inefficienza e la
corruzione dei funzionari governativi, la rapacit� delle unit� dell'esercito di
stanza nella provincia.
Dapprincipio i ribelli avevano la meglio e conquistavano gli importanti centri di
Macall�, Adigrat, End� Ies�s e Quih�. Ma quando l'imperatore affidava l'incarico di
reprimere la rivolta all'ex capo della resistenza e ora

Parte terza Il trionfo e il declino

ministro della Guerra, ras Abeb� Aregai, e otteneva dagli inglesi l'appoggio aereo,
l'insurrezione contadina veniva presto domata. "L'imperatore non si era chiesto se
la causa fosse giusta - commentava giustamente Harold G. Marcus -; era sufficiente
che i ribelli avessero sfidato la sua autorit�"17.
Nelle cronache del decennio della ricostruzione troviamo elencati, accanto alle
rivolte, anche alcuni complotti, tre dei quali vanno segnalati perch� hanno come
protagonisti eminenti figure della resistenza. Il primo riguarda Belai Zellech�,
giudicato dagli inglesi il pi� abile tra i capi della guerriglia; nominato degiac e
governatore del distretto di Bechana, nel Goggiam, l'ex partigiano mostrava subito
di non aver gradito n� il titolo n� l'incarico, che riteneva inadeguati ai servizi
resi al paese, e disattendeva gli ordini giunti da Debr� Marc�s e dalla capitale,
precisando che egli si rifiutava di servire un monarca che aveva disertato il campo
nel 1936, nell'ora del massimo bisogno. Questa accusa, rivolta da un capo che
godeva nel Goggiam di una straordinaria popolarit� e, insieme, la scoperta che
Belai Zellech� cospirava con Mammo Hail� per riportare il padre ras Hail� Tecla
Haimanot alla guida della regione, inducevano l'imperatore ad agire con la massima
prontezza e severit�. Nel febbraio del 1943 un forte contingente di truppe invadeva
il distretto di Bechana e, dopo tre mesi di combattimenti, costringeva Belai
Zellech� ad arrendersi. Tradotto ad Addis Abeba insieme ai complici, veniva
condannato a morte e impiccato, dinanzi a una folla immensa, all'ippodromo dijanhoy
Meda, alla periferia della capitale18.
Il secondo complotto vedeva come primo attore il blatta Takele Uolde Hawariat,
considerato la mente politica della resistenza antiitaliana. Di sentimenti
repubblicani, insofferente per la lentezza con la quale Hail� Selassi� portava
avanti il programma di riforme, indi-

/. Il consolidamento del potere

gnato per gli incarichi che il negus aveva concesso a molti collaborazionisti,
all'inizio del 1942, d'intesa con un gruppo di militari, preparava un piano per
costringere l'imperatore a rinunciare al suo strapotere e ad accontentarsi delle
prerogative di un monarca costituzionale. Il piano prevedeva inoltre che il
Parlamento, all'epoca scarsamente rappresentativo, sarebbe stato eletto a largo
suffragio. Se Belai Zellech� aveva pagato perch� era troppo popolare e insolente,
Takele Uolde Hawariat veniva incarcerato perch� aveva osato invadere un campo che
Hail� Selassi� riteneva di sua esclusiva pertinenza. Scarcerato nel 1945 e nominato
vice afa negus, due anni dopo ordiva un nuovo complotto e finiva in prigione per
altri sette anni. Ancora una volta, per�, Hail� Selassi� lo perdonava e lo nominava
viceministro degli Interni e afa negus. Ma Takele Uolde Hawariat era troppo
inquieto, troppo critico nei confronti dell'imperatore e troppo amante degli
intrighi, e cos�, nel 1961, veniva incarcerato per la terza volta. Questa continua
altalena fra il potere e la galera, se da un lato confermava l'incapacit� di Takele
Uolde Hawariat di scendere a compromessi e di tacere il suo dissenso - anche a
costo di trascorrere quindici anni nelle segrete del palazzo imperiale - dall'altro
indicava che Hail� Selassi� nutriva stima e rispetto per l'avversario politico,
tanto da riportarlo per ben tre volte ai vertici del potere. Con nessun altro
avversario aveva mai mostrato tanta tolleranza.
Il terzo complotto, sventato nel 1951, era ordito dal bituodded goggiamita Negasc
Bezab�, che gi� tanto filo da torcere aveva dato a Graziani prima, e al generale
Cavallero poi. Premiato - per i suoi meriti resistenziali -con un incarico di
viceministro e pi� tardi con la presidenza del Senato, Negasc Bezab� non era
tuttavia soddisfatto del cauto riformismo dell'imperatore e, con altri cospiratori,
architettava un piano che prevedeva l'eliminazione di Hail� Selassi� e la
proclamazione della reParte terza Il trionfo e il declino

pubblica con la presidenza di ras Immir� Haile Sellase, che godeva nel paese di una
grandissima popolarit�, sia per il ruolo avuto nella resistenza, sia per le sue
idee progressiste che pi� volte lo avevano messo in contrasto con il cugino
imperatore19. Tradito dal celebre capo partigiano galla Gherars� Duchi, che faceva
il doppio gioco, Negasc Bezab� veniva arrestato durante un convegno clandestino
nella capitale, e quindi processato e condannato a morte, pena che l'imperatore,
memore del risentimento suscitato nel paese dall'impiccagione di Belai Zellech�,
commutava nel confino a vita nella remota provincia del Gimma. Particolare curioso:
ad arrestare Negasc Bezab� e gli altri congiurati era un giovane ufficiale,
Mengh�stu Neway, il futuro leader del fallito colpo di Stato del dicembre 1960.
Le motivazioni e le finalit� di questi tre complotti differivano radicalmente da
quelle del passato: mentre negli anni '20 e '30 le congiure nascevano infatti negli
ambienti conservatori e reazionari, e avevano il chiaro proposito di bloccare il
programma riformista di Hail� Selassi�, a partire dagli anni '40 sarebbero stati i
progressisti a cospirare contro il negus. L'autorit� dell'imperatore veniva messa
in discussione anche da esponenti delle forze che avevano combattuto in suo nome
negli anni della guerriglia antiitaliana, e, inoltre, mentre alcuni congiurati si
limitavano a battersi per ottenere una maggiore democrazia e uno sviluppo pi�
rapido del paese, altri si erano ribellati allo stesso istituto della monarchia e
avevano ipotizzato l'instaurazione della repubblica.
Il negus, tuttavia, non sembrava dare molto peso ai fermenti emersi dalla guerra di
liberazione. Egli era convinto - e lo sarebbe stato per molti anni, anche dopo il
putsch militare del 1960 - di essere il solo a saper impartire la giusta cadenza
all'evoluzione dell'Etiopia, il solo a saper mediare tra le forze contrastanti, il
solo a poter impedire la disgregazione dell'impero, il solo a te-

/. Il consolidamento del potere


nere alto nel mondo, con la sua reputazione di avversario e vittima del fascismo,
il buon nome del paese, il solo ad agire con la benedizione del Cielo, la forza
della tradizione, e la potenza della legittimit�. Forte - e prigioniero - di queste
convinzioni, vedeva in ogni richiesta, anche minima, di estensione delle libert�,
un insopportabile attentato alla sua autorit�.
La federazione con l'Eritrea
Il crollo dell'effimero impero italiano nell'Africa Orientale apriva ad Hail�
Selassi� nuovi e insperati orizzonti, e gli permetteva di soddisfare alcune grandi
ambizioni nazionali.
Ancora prima che il conflitto si concludesse con la disfatta degli eserciti
italiani, l'imperatore aveva chiaramente rivendicato all'Etiopia il diritto di
succedere all'Italia nella totalit� dei suoi possedimenti in Africa Orientale. Nel
1941, un manifestino lanciato sull'Eritrea dagli aerei della Royal Air Force,
diceva testualmente: "Sono venuto a restaurare l'indipendenza del mio paese, che
comprende anche l'Eritrea e il Benadir, il cui popolo d'ora in poi vivr� all'ombra
della bandiera etiopica"20. Se le aspirazioni territoriali del negus fossero state
appagate, non soltanto l'Etiopia avrebbe potuto finalmente avere accesso al Mar
Rosso, ma avrebbe potuto affacciarsi anche all'Oceano Indiano.
I titoli che l'Etiopia possedeva per poter aspirare alla successione dell'Italia
erano molti, ma non tutti della stessa importanza. Per ci� che riguardava
l'Eritrea, quelli pi� convincenti erano i seguenti: fino al 1885, anno dell'arrivo
degli italiani, l'Eritrea, allora conosciuta come Mareb Mellasc21, era stata la
provincia pi� settentrionale dell'impero; la baia di Massaua era stata per secoli
il porto dell'Etiopia; per due volte - nel 1895 e nel

Parte terza Il trionfo e il declino

1935 - l'Eritrea era servita all'Italia come base di attacco all'Etiopia; i legami
fra l'Eritrea e la madrepatria non si erano mai sciolti, basti pensare
all'insurrezione del degiac Bahia Hagos nel 1894 22 e al contributo che migliaia di
partigiani eritrei avevano dato alla resistenza contro l'Italia nel periodo 1935-
1941 23. Molto pi� discutibili, invece, erano le rivendicazioni etiopiche sulla
Somalia Italiana. Se � vero che Addis Abeba, in base agli accordi di frontiera del
1897 con la Gran Bretagna e del 1908 con l'Italia, aveva diritto a recuperare tutto
il territorio abitato dai somali che le era stato riconosciuto, non poteva per�
pretendere di portare i confini dell'impero a Mogadiscio e alle rive dell'Oceano
Indiano, perch� in nessun tempo aveva esercitato un'influenza su questa regione;
l'Etiopia poteva gi� ritenersi fortunata se l'Inghilterra le avesse restituito
l'Ogaden, che il ministro degli Esteri Bevin meditava invece di aggregare alla
Grande Somalia, realizzando cos� un progetto che era stato dell'Italia24.
Hail� Selassi�, che dava per scontato che l'Italia non avrebbe pi� esercitato la
sua influenza in Africa Orientale, faceva ufficialmente conoscere le sue
rivendicazioni nel febbraio 1945, nel corso dei colloqui che aveva in Egitto tanto
con il presidente degli Stati Uniti Roosevelt che con il primo ministro britannico
Churchill25. Ma in realt� il negus sottostimava l'influenza che la lobby
colonialista italiana avrebbe esercitato sui primi governi della Repubblica. Per
fare un esempio, Alcide De Gasperi giudicava "intollerabile per la coscienza
italiana" la perdita dell'Eritrea, la "colonia primogenita", in favore
dell'Etiopia26; e anche se, a partire dal 1948, Roma doveva rinunciare alla pretesa
di mantenere la sovranit� sulle antiche colonie, non desisteva per� dal battersi
per ottenere dalle Nazioni Unite almeno un mandato fiduciario tanto sull'Eritrea
che sulla Somalia. L'atteggiamento dell'Italia veniva giudicato molto severamente
dall'im-

/. // consolidamento del potere


peratore, non soltanto perch� ostacolava il processo di unificazione, sotto la
bandiera etiopica, delle popolazioni del Corno d'Africa, ma anche perch� impediva
che fra Addis Abeba e Roma si giungesse a una normalizzazione dei rapporti
diplomatici. Nei piani del negus, infatti, nonostante l'inimicizia del passato,
all'Italia era riservato un ruolo non trascurabile: quello di controbilanciare
l'eccessiva influenza della Gran Bretagna in Etiopia.
Le quattro potenze vincitrici fallivano nel tentativo di risolvere il problema
delle ex colonie italiane e, quando la questione passava alle Nazioni Unite, Italia
ed Etiopia arrivavano di nuovo ai ferri corti. In Eritrea, dove nel frattempo si
erano costituiti i primi partiti politici, Addis Abeba favoriva il Partito
Unionista, che aveva per motto "Eritrea con Etiopia, un'Etiopia" e per segretario
generale l'insegnante Tedia Bairu Ogbit27; di rimando l'Italia appoggiava il
"Blocco Eritreo per l'Indipendenza", che raccoglieva tutti i partiti favorevoli
all'immediata indipendenza del paese, con l'esclusione di qualsiasi progetto di
spartizione o annessione28. L'ispiratore dell'operazione unionista era lo scioano
Uolde Ghiorghis Uolde Johannes, capo di gabinetto di Hail� Selassi� e in pratica
l'uomo pi� potente dell'Etiopia dopo l'imperatore29. Decisamente ostile all'Italia,
egli orientava e finanziava da Addis Abeba il Partito Unionista attraverso la
"Societ� per l'unificazione dell'Etiopia con l'Eritrea". Il governo italiano, dal
canto suo, sovvenzionava il "Blocco Eritreo per l'Indipendenza" attraverso un suo
rappresentante ufficiale ad Asmara, il conte Adalberto Figarolo di Groppello.
Sul futuro dell'Eritrea, tra il 1945 e il 1950, l'Italia aveva cambiato posizione
per ben tre volte. Aveva cominciato pretendendo di riavere la colonia in piena
sovranit�; poi si era battuta per ottenere almeno un mandato fiduciario dell'ONU; e
infine si era rassegnata all'idea

Parte terza Il trionfo e il declino

dell'indipendenza, che era sempre meglio della sua annessione all'Etiopia. In


realt� ci� che interessava a Roma non era tanto la sorte degli eritrei, quanto la
salvaguardia dei beni e dei privilegi dei 20.000 italiani che dimoravano in
Eritrea. Questa ostinata battaglia di retroguardia condotta dall'Italia30 faceva
inevitabilmente precipitare la situazione e ben presto lo scontro politico si
trasformava in scontro armato. In tutto il territorio eritreo si costituivano bande
di scifta31 che, come precisava la Four Power Commission of Investigation inviata
dall'ONU in Eritrea, "attaccavano principalmente le persone che non erano
partigiane dell'unione con l'Etiopia":
Tutti sapevano, in Eritrea, che queste bande si ritiravano in Etiopia ogni
qualvolta erano inseguite dalle forze dell'ordine e che la provincia del Tigre
serviva loro come luogo di riposo e di rifugio. L'Amministrazione britannica ha
avuto l'amabilit� di mettere a disposizione dei membri della Commissione dei
rapporti segreti sulle attivit� di queste bande. Questi rapporti provano che un
gran numero di queste bande veniva dall'Etiopia e che se alcuni membri restavano
feriti, essi venivano curati in ospedali etiopici32.
Per quasi tre anni, dal 1948 al 1951, 2.000 partigiani unionisti mettevano a segno
attentati nei centri abitati, attaccavano le fattorie isolate, razziavano il
bestiame, incendiavano raccolti e migliaia di abitazioni, uccidevano 44 italiani e
molte centinaia di eritrei. Agli scifta unionisti replicavano con la stessa ferocia
bande di assaortini e di musulmani della Lega33, armati e pagati dalle autorit�
italiane. Si assisteva cos� a un nuovo conflitto armato fra Italia e Etiopia,
sebbene i due antagonisti non si battessero a viso aperto, ma utilizzassero bande
di mercenari. Quanto agli inglesi, che avrebbero dovuto mantenere l'ordine nel
paese, rivelavano nei confronti degli unionisti un'insolita tolleranza, che in
qualche caso si trasformava in complicit�.

/. Il consolidamento del potere


A interrompere il bagno di sangue, il 2 dicembre 1950 giungeva in Eritrea la
notizia dell'approvazione - con 46 s�, 10 no e 4 astensioni - da parte
dell'Assemblea Generale dell'ONU di un progetto di federazione tra Etiopia e
Eritrea, secondo il quale l'antica colonia italiana avrebbe goduto di un'ampia
autonomia, ma sotto la sovranit� della Corona etiopica. Per Hail� Selassi� si
trattava di una vittoria a met�, poich� egli aveva puntato tutto sull'annessione
dell'Eritrea, ma poteva comunque ritenersi soddisfatto perch� aveva aggiunto alla
Corona una provincia che Menelik, il Grande Menelik, aveva abbandonato agli
italiani.
Il 4 ottobre 1952, sostando presso il fiume Mareb che divideva l'Etiopia
dall'Eritrea, l'imperatore appariva raggiante nel pronunciare queste parole:
Attraversando il Mareb, noi cancelliamo non solo la frontiera che ha separato per
tanto tempo popoli fratelli, ma cancelliamo, nello stesso tempo, un lungo periodo
di sofferenze e di lotte per il trionfo della giustizia34.
Poche ore pi� tardi, ad Asmara, in cima alla scalinata dell'ex palazzo dei
governatori italiani, con la medesima soddisfazione, egli avrebbe detto:
Per la prima volta, dopo l'imperatore Johannes, il vostro sovrano e capo supremo
appare nel territorio dell'Eritrea, come imperatore d'Etiopia e d'Eritrea. (...)
Tutta la storia dell'Etiopia e dell'Eritrea dimostra la profonda verit� di questa
unit�. � soltanto da sessant'anni che viene usata la parola Eritrea, il cui
territorio � stato sempre identificato con il nostro impero35.
Non aveva potuto impedire agli italiani di ritornare in Somalia, seppure soltanto
con un mandato di dieci anni36, ma, in virt� della sua costanza e della sua abi-
Parte terza Il trionfo e il declino
lit� diplomatica, era riuscito a cacciarli dall'Eritrea, per sempre.
La pace con l'Italia
La soluzione del problema eritreo, anche se lasciava insoddisfatta la lobby
colonialista italiana - che dietro il paravento dell'indipendenza avrebbe potuto
continuare a esercitare la propria influenza - favoriva comunque il riawicinamento
fra Italia ed Etiopia. Paradossalmente, lo statista pi� interessato a questo
riawicinamento era proprio Hail� Selassi�, una delle vittime pi� illustri del
fascismo. Il motivo era semplice: se era vero che in certe regioni dell'Etiopia
quasi ogni famiglia piangeva un morto e che nella memoria collettiva erano ormai
incise per sempre le immagini delle stragi, delle deportazioni, dei lager di Nocra
e Danane37, era anche vero che l'Italia, sia pur controvoglia, aveva lasciato in
Etiopia un patrimonio in termini di strade, ponti, scuole, ospedali, centrali
elettriche, industrie, valutato intorno ai 300 milioni di dollari dell'epoca, cifra
che lo Stato etiopico non sarebbe stato in grado di investire in mezzo secolo.
Hail� Selassi�, inoltre, aveva imparato a conoscere gli italiani rimasti ad Addis
Abeba e ad apprezzarne la competenza e l'operosit�: senza uomini come l'ingegner
Cesare Branca (acquedotto), l'ingegner Federico Bazzi (centrale elettrica),
l'ingegner Manassero e Mario Buschi (lavori pubblici), Addis Abeba sarebbe presto
tornata ad essere il grande villaggio del 1935, cos� come senza i 2.000 autocarri
Fiat 634, tutti in mano ad italiani, l'intero traffico su strada si sarebbe
completamente arrestato. A differenza di alcuni suoi ministri, l'imperatore
considerava la presenza italiana come necessaria, indispensabile, e non soltanto
per gli anni della ricostruzione. Egli era convinto di non poter condannare un
intero popolo solo per-

/. Il consolidamento del potere


che, in un periodo della propria storia, era stato trascinato in disastrose
avventure da uomini come Mussolini. Proprio perch� si rifiutava di accettare
l'equazione italiani uguali a criminali, nel 1941 si era battuto con i funzionari
dell'OETA, che volevano evacuare tutti gli italiani, per trattenerne al contrario
il maggior numero possibile. E poich� gli inglesi non sembravano disposti a
concedere a pi� di cinquecento italiani di rimanere in Addis Abeba, l'imperatore
autorizzava i suoi uomini a nasconderne altri persino negli scantinati del palazzo
imperiale.
La "protezione" accordata agli italiani rispondeva anche a esigenze di tipo
diverso. Ripristinando un sistema praticato con successo prima della guerra - che
era quello di impedire che una nazione esercitasse in Etiopia un'influenza
eccessiva - l'imperatore cercava di contrapporre gli italiani38 agli inglesi
dell'OETA, inserendoli nell'amministrazione statale o favorendone le attivit�
private. Da politico consumato, e non di rado anche cinico, Hail� Selassi� non
trascurava neppure l'ipotesi che gli italiani, ex nemici, potessero diventare anche
degli alleati. Tra il maggio e il luglio del 1942, mentre i generali Rommel e
Bastico avanzavano in Egitto, Alessandria e II Cairo sembravano prede vicine, e
sull'Etiopia gravava la minaccia di un'offensiva italiana proveniente dalla Libia,
il negus autorizzava il ministro degli Esteri Lorenzo Taezaz ad entrare
segretamente in contatto con i maggiorenti della comunit� italiana di Addis Abeba.
Del contatto veniva messo al corrente anche Mussolini, il quale in agosto riceveva
un lungo rapporto a riguardo dalle mani dell'ex ministro plenipotenziario ad Addis
Abeba, Renato Piacentini, appena rientrato dall'Etiopia con le "navi bianche"39.
Scriveva lo stesso Piacentini:
Ricorder� che Mussolini, dopo aver letto il rapporto, si dichiar� disposto a
trattare, non appena le circostanze lo avessero permesso, un accordo col Negus
sulla base del riconoParte terza Il trionfo e il declino

scimento al Negus stesso di un'alta situazione politica in Etiopia, nel quadro


della sovranit� italiana40.
La sconfitta italotedesca a El Alamein, nel novembre 1942, e la successiva e
fulminea occupazione britannica della Libia, allontanavano dall'Etiopia ogni
minaccia di rivincita da parte degli italiani. Con l'armistizio dell'8 settembre
1943, poi, l'Italia usciva definitivamente dal conflitto, perdeva il suo ruolo di
grande potenza e cessava di costituire, per Hail� Selassi�, un pericolo, o, nel
migliore dei casi, un'alternativa. Ai primi segni di cedimento del fronte
italotedesco, l'imperatore dava ordine di sospendere i colloqui clandestini e
prendeva le distanze dagli italiani abbandonando nelle mani della Security
britannica gli emissari che lo avevano messo in contatto con Roma. L'episodio, nel
suo insieme, era piuttosto squallido e non deponeva certo a favore della coerenza e
della lealt� del negus. Esso tradiva soltanto il timore di perdere, ancora una
volta, quel potere di cui ormai non poteva pi� fare a meno.
Passato il pericolo di un'offensiva da parte degli italiani, Hail� Selassi�
riprendeva a intrattenere buoni rapporti con la comunit� italiana di Addis Abeba,
che ormai si rivelava indispensabile e che, dal canto suo, non nascondeva la
propria gratitudine per la protezione pi� volte offerta dall'imperatore. Diversa,
invece, era la posizione del negus nei confronti del governo italiano: anche se i
due paesi avevano firmato il 10 febbraio 1947 il trattato di pace che impegnava
l'Italia "a rispettare la sovranit� e l'indipendenza dello Stato etiopico" e a
rinunciare "formalmente a favore dell'Etiopia a tutti i beni, a tutti i diritti e
vantaggi di qualsiasi natura acquisiti in qualsiasi momento in Etiopia da parte
dello Stato italiano"41, l'imperatore nutriva una forte diffidenza per la nuova
classe dirigente italiana, che gli appariva incline a pericolosi revanscismi e
nostalgie.
Questa diffidenza non era certo immotivata. A parti-

/. // consolidamento del potere


re dal 1945 la lobby colonialista italiana, attraverso congressi, convegni,
pubblicazioni e petizioni, aveva messo a punto un programma che prevedeva il totale
ricupero delle vecchie colonie e la prosecuzione in Africa della "missione
civilizzatrice" di Roma. Fosse per convinzione o semplicemente a scopo elettorale,
i leader politici italiani, tanto della maggioranza che dell'opposizione,
perseguivano, sebbene con diverse sfumature, le istanze della lobby colonialista,
dedicando una particolare attenzione alla richiesta di ripristino della sovranit� -
in un secondo tempo avrebbero sollecitato un protettorato - sull'Eritrea e la
Somalia, sulle quali Hail� Selassi� aveva posto un'opzione sin dal 1941. D'altro
canto, i danni di guerra, valutati dal governo etiopico in 185 milioni di sterline,
erano stati liquidati, in virt� del trattato di pace, in 25 milioni di dollari, e
infastidiva gli etiopici leggere sulla stampa italiana che ci� che l'Italia aveva
lasciato in Etiopia superava di gran lunga le richieste di risarcimento. A
infastidirli era anche il silenzio che le autorit� italiane opponevano alla
richiesta di restituzione dei beni della Banca d'Etiopia - incamerati dalla Banca
d'Italia -, delle corone auree del negus, delle opere d'arte trafugate da generali
e gerarchi42, dell'obelisco di Axum, della statua del Leone di Giuda, e della
biblioteca privata dell'imperatore al cui ricupero Hail� Selassi� teneva
moltissimo. Infine irritava e, nello stesso tempo, preoccupava, che nessun uomo di
governo italiano avesse mai sentito il bisogno di condannare il passato
imperialista dell'Italia, riconoscendo di conseguenza i gravissimi torti del
fascismo nei confronti del popolo etiopico. La tensione fra Addis Abeba e Roma si
acuiva nel 1949 alla vigilia delle decisioni dell'ONU sul futuro delle ex colonie
italiane e mentre il governo di Roma non faceva nulla per nascondere la sua opera
di subornazione e corruzione in Eritrea, Hail� Selassi� scendeva personalmente in
campo per denunciare gli intrighi italiaParte terza Il trionfo e il declino

ni. Parlando dinanzi al Parlamento etiopico, il 2 novembre rivolgeva un vibrante


monito alle Nazioni Unite, sostenendo che "l'Italia, sotto il pretesto
dell'indipendenza dell'Eritrea, sta [va] lavorando per i propri scopi
particolari"43. Anche la decisione dell'ONU di affidare per un decennio all'Italia
un mandato sulla Somalia incontrava la piena ostilit� di Addis Abeba, che votava
contro la risoluzione, sia perch� l'Italia non faceva ancora parte dell'assise
internazionale, sia perch� i confini fra Etiopia e Somalia non erano stati ancora
delimitati. A questo proposito, visti i precedenti di Ual Ual e di altri
sconfinamenti44, la presenza dell'Italia in Somalia non offriva alcuna garanzia.
Permanendo lo stato di tensione fra i due paesi, Hail� Selassi� rimandava pi� volte
l'apertura ufficiale delle trattative, ma una volta superato lo scoglio eritreo,
l'8 dicembre 1950 al Waldorf Astoria di New York si teneva il primo incontro fra il
capo della diplomazia etiopica, Aklil� Hapte Uold e il sottosegretario agli Esteri
Giuseppe Brusasca, il quale cos� ricordava l'incontro:
Debbo dare atto che fu Aklil� a rompere il ghiaccio. Cominci� col dire che era
spiaciuto che l'incontro non fosse avvenuto prima e ci confid� che aveva dovuto
piegarsi alle insistenze degli inglesi, che gli suggerivano prudenza45.
Se l'incontro di New York era servito a riattivare il dialogo fra i due paesi, il
viaggio in Etiopia compiuto nel maggio 1951 dall'ex ministro italiano ad Addis
Abeba, Giuliano Cora, serviva a dissipare le ultime diffidenze e a spianare la
strada al ripristino delle relazioni diplomatiche46. Cos�, l'il giugno 1951 gli
Stati Uniti - che a differenza della Gran Bretagna si erano molto adoperati perch�
Italia e Etiopia si riconciliassero - avvertivano il governo italiano che Addis
Abeba aveva espresso il suo gradimento circa l'invio in Etiopia di un fiduciario
incaricato di ristabilire le relazioni diplomatiche47.

/. Il consolidamento del potere


A guidare la prima missione ufficiale in Etiopia veniva scelto Giuseppe Brusasca,
un uomo non compromesso con il regime fascista, anzi un esponente di primo piano
nella lotta di liberazione in Piemonte. La sua designazione veniva immediatamente
comunicata ad Hail� Selassi� tramite l'ambasciatore americano ad Addis Abeba, Rives
J. Childs, e risultava particolarmente gradita anche in virt� degli eccellenti
rapporti che Brusasca aveva stabilito con Aklil� a New York. Il 4 settembre 1951
Brusasca raggiungeva Addis Abeba; due giorni dopo, nel corso dell'udienza concessa
dall'imperatore al sottosegretario degli Esteri italiano, la lunga inimicizia fra
Italia e Etiopia veniva definitivamente sepolta. L'imperatore dichiarava:
In questo momento storico e dopo tante prove e sofferenze che hanno subito le
nazioni di tutto il mondo, compreso il nostro amatissimo popolo, noi vi riceviamo
con piacere alla nostra corte imperiale, quale inviato speciale della nuova Italia,
per la ripresa delle relazioni diplomatiche fra i nostri due paesi. Siamo certi del
fatto che, venendo alla nostra corte e compiendo questa visita in Etiopia, voi fate
un gesto di buona volont� e di amicizia testimoniando in tal modo la fine di una
lunga e tragica epoca nei rapporti tra i nostri due paesi. Noi che abbiamo
condiviso le sofferenze del nostro caro popolo, siamo stati tuttavia sempre
consapevoli del fatto che il popolo italiano � stato anch'esso vittima
dell'oppressione fascista. Noi che ci ispiriamo costantemente ai princ�pi della
carit� cristiana, nello spirito di questa, sin dal nostro storico ritorno nel
nostro impero, facemmo appello al nostro fedele popolo perch� accogliesse,
rispettasse e proteggesse gli italiani che erano rimasti a vivere fra di noi. (...)
In questo periodo della storia moderna, nella quale il mondo � pericolosamente in
bilico tra la guerra e la pace, e mentre i popoli pacifici della nostra terra
scrutano attentamente l'orizzonte nell'attesa di buoni auspici, in queste ore
angosciose, la nostra riconciliazione definitiva e amichevole deve costituire un
segno di incoraggiamento e un contributo al consolidamento della pace mondiale48.

Parte terza Il trionfo e il declino

La risposta di Brusasca era molto, forse troppo sfumata. Come uomo della Resistenza
avrebbe potuto condannare con forza il regime di Mussolini per tutti i crimini
commessi in Etiopia, ma nel suo discorso di maniera non c'era la bench� minima
allusione al passato. Forse proprio questa reticenza spingeva il negus, dopo il
banchetto ufficiale, ad appartarsi in una saletta con Brusasca e a chiedergli, per
ben tre volte: "Mi pu� assicurare che l'Italia ha abbandonato ogni velleit� di
conquista?"49. Questa insistenza dell'imperatore, nonostante che l'Italia fosse
uscita sconfitta e declassata dalla guerra, e da sei anni operasse nel solco della
democrazia, rivelava quanto fosse radicato in Etiopia, dopo mezzo secolo di
intrighi e di aggressioni, il timore dell'Italia.
Nonostante le paure dell'imperatore, l'Italia repubblicana non avrebbe pi�
accampato diritti sull'Etiopia. Ma, salvo rare eccezioni, la sua classe dirigente
non avrebbe perso occasione per ricambiare l'offerta sincera di riconciliazione del
negus con sciocchi atteggiamenti di superiorit� che celavano rancori mai sopiti, o
mercanteggiando con inaudita taccagneria sull'importo dei risarcimenti, o
rifiutandosi di restituire (in violazione dell'art. 37 del Trattato di pace)
l'obelisco di Axum, trafugato nel 1937 su ordine personale di Mussolini, il quale,
con questa superba preda, intendeva esaltare la propria vittoria sull'Etiopia.
Lo scambio degli ambasciatori avveniva nel gennaio 1952, ma il risarcimento dei
danni di guerra veniva pagato soltanto il 5 marzo 1956, a nove anni dalla firma del
Trattato di pace e a pi� di venti dall'aggressione fascista. E anzich� 25 milioni
di dollari, Roma ne sborsava poco pi� di 16, ottenendo inoltre che tale somma non
apparisse versata "in conto riparazioni", ma sotto la voce "assistenza tecnica e
finanziaria", come se le colpe dell'Italia potessero essere d'un tratto cancellate
con questo ingenuo artificio.

/. Il consolidamento del potere


Una nuova Costituzione
Fin dal suo rientro ad Addis Abeba nel 1941 Hail� Selassi� aveva cercato di
restituire all'Etiopia una posizione di rilievo sulla scena internazionale e, allo
stesso tempo, si era adoperato nel tentativo di proteggere il paese con una serie
di solide alleanze. Prima dell'aggressione fascista, l'Etiopia, entro certi limiti,
aveva goduto della "protezione" della Francia. Ma Pierre Lavai aveva tradito la
fiducia del negus con il suo perfido d�sistement e i suoi successori non avevano
mostrato di impietosirsi per il dramma etiopico. Durante il secondo conflitto
mondiale la medesima funzione di "protezione" era stata assunta dalla Gran
Bretagna, la quale non soltanto aveva liberato l'impero dalla presenza italiana, ma
aveva anche riportato sul trono l'imperatore, che, per questo, aveva pi� volte e
pubblicamente espresso la propria riconoscenza. Con il passare del tempo egli si
era per� accorto di come i programmi inglesi sul futuro del Corno d'Africa non
coincidessero con i suoi: dietro la ventilata creazione della Grande Somalia - che,
fra l'altro, avrebbe sottratto all'impero etiopico l'Ogaden - il negus individuava
la chiara intenzione degli inglesi di restare nella regione in posizione egemone.
Anche sul destino dell'Eritrea non c'era accordo fra Addis Abeba e Londra, e Hail�
Selassi� sapeva bene che il piano del brigadiere generale Stephen H. Longrigg
prevedeva la spartizione dell'Eritrea e l'annessione del bassopiano occidentale al
Sudan Angloegiziano.
L'imperatore si rendeva conto che anche la "protezione" della Gran Bretagna aveva i
giorni contati e che, pertanto, egli doveva indirizzarsi verso altri paesi. La
scelta non poteva ricadere, alla fine, che sugli Stati Uniti, i quali, agli occhi
di Hail� Selassi�, godevano di importanti requisiti: non avevano mai riconosciuto
la conquista fascista dell'Etiopia; non avevano mai partecipato

Parte terza Il trionfo e il declino

allo spoglio coloniale dell'Africa; erano i vincitori del fascismo internazionale,


di cui l'Etiopia era stata la prima vittima; avevano assunto la guida di un blocco
di Stati, contrapposto a quello sovietico, nel quale Hail� Selassi� desiderava
collocarsi, pi� che per affinit� ideologiche, per le garanzie che il mondo
occidentale sembrava poter offrire alla sua monarchia. La conquista di questa nuova
"protezione" richiedeva per� tempi lunghissimi: dal primo contatto ufficiale fra i
due paesi, stabilito nel 1943 dal viceministro delle Finanze lima Deressa, alla
firma del Mutual Defence Assistance Agreement del 22 maggio 1953, dovevano infatti
passare ben dieci anni.
Grazie all'accordo con gli Stati Uniti Hail� Selassi� poteva ricostituire il
proprio esercito che, in pochi anni, sarebbe diventato uno fra i pi� temibili del
continente, passando da 18.000 a 41.000 soldati, mentre la sua aviazione avrebbe
avuto in dotazione i modernissimi F-86, i primi a solcare i cieli dell'Africa. Nel
complesso l'Etiopia avrebbe ricevuto dagli Stati Uniti, in ventitr� anni, l'82 per
cento degli aiuti militari destinati all'intera Africa. In cambio il negus
concedeva a Washington l'uso dell'antica stazione italiana di comunicazioni di
Radio Marina, nei pressi di Asmara, ribattezzata Kagnew Station dagli americani e
che sarebbe diventata una fra le pi� importanti centrali del sistema di
comunicazioni del Pentagono, con pi� di tremila addetti. Va aggiunto che gli Stati
Uniti non si sarebbero limitati a modernizzare le forze armate di Hail� Selassi�,
ma in qualche occasione, fra il 1964 e il 1969, avrebbero segretamente partecipato,
con speciali reparti antiguerriglia, ad operazioni contro i partigiani somali ed
eritrei, e non avrebbero esitato a fornire agli etiopici la tremenda arma del
napalm50.
L'accordo con Washington, che liberava l'imperatore dalla soggezione britannica,
non era per� il solo successo in politica estera che egli potesse vantare. Nel 1945
l'Etiopia era stata invitata a San Francisco alla Confe-

/. // consolidamento del potere


renza istitutiva delle Nazioni Unite e le era stato riconosciuto l'ambito titolo di
Stato fondatore. Nel 1950, allo scoppio della guerra in Corea, Hail� Selassi�,
proprio per attestare la sua fede nella solidariet� internazionale e nella
sicurezza collettiva, inviava nel teatro delle operazioni un battaglione della
Guardia imperiale al comando del colonnello Kebbede Gabre51.
La prova che l'Etiopia stava assumendo una posizione di rilievo nel consesso delle
nazioni, era fornita dai continui inviti che l'imperatore riceveva da parecchi
paesi. A partire dal 1954, egli intraprendeva infatti una serie di viaggi che lo
portavano in Europa, in Asia e nelle due Americhe. Osservava Christopher Clapham:
Con molta probabilit�, egli ha compiuto pi� visite di stato di ogni altro capo di
stato. (...) L'opportunit� di recitare il piacevole
ruolo di anziano statista sulla scena internazionale � coincisa con le difficolt� e
con le aumentate critiche in Etiopia52. In realt�, anche se le critiche provenivano
per il momento solo da giovani burocrati e da intellettuali, era evidente che nel
paese si andava costituendo un'opposizione di sinistra, fenomeno assolutamente
nuovo per l'Etiopia. Come osservava giustamente John Markakis: la pi� giovane
generazione di etiopici colti � incline ad adottare un atteggiamento critico nei
confronti della cultura tradizionale e a mettere in dubbio la legittimit� del
sistema politico che si basa sulla tradizione. Anzich� provare gratitudine, �
probabile che l'etiopico colto diventi un amaro critico del sistema sociale e
politico in cui vive. L'atteggiamento paternalistico di Hail� Selassi�, il quale
persiste nel trattare il gruppo di giovani istruiti come se fossero bimbi da lui
educati, non pu� conciliarsi con il modo di pensare di questo gruppo, che � giunto
a considerare l'istruzione come un diritto da erogarsi attraverso fondi pubblici e
non un privilegio dispensato dal sovrano con i propri mezzi53.

Parte terza Il trionfo e il declino

Per rispondere a queste critiche, ma forse ancor pi� per dare al governo imperiale
una facciata di modernit� e per adeguare la Costituzione etiopica a quella molto
pi� liberale e avanzata dell'Eritrea, Hail� Selassi� incaricava Uolde Ghiorghis
Uolde Johannes, Aklil� Hapte Uold e tre consiglieri americani di costituire un
comitato per la revisione della Costituzione del 1931 54. I lavori del comitato si
rivelavano lunghi e complessi, e probabilmente avrebbero alla fine fornito un
documento di grande rilevanza se questo non fosse stato sottoposto, per ben cinque
volte, agli emendamenti del Consiglio della Corona. John Spencer, uno dei tre
consiglieri americani del comitato, riconosceva che dopo gli interventi censori, la
nuova carta costituzionale era soltanto "uno schermo dietro al quale avevano potuto
trincerarsi le posizioni pi� retrive"55. Bahru Zewde era persino pi� severo: "Ancor
pi� della precedente Costituzione del 1931, quella riveduta del 1955 era un
documento legale per il consolidamento dell'assolutismo"56.
Promulgata il 4 novembre 1955 in occasione del 25� anniversario dell'incoronazione
dell'imperatore, la nuova Costituzione, pur contenendo alcune importanti novit� -
come l'introduzione del suffragio universale e l'ampliamento dei poteri del
Parlamento - continuava ad attribuire ad Hail� Selassi� gli illimitati poteri del
sovrano assoluto, come faceva notare George W. Shepherd:
Nonostante queste riforme, l'Imperatore ha dimostrato scarso desiderio di stabilire
una monarchia costituzionale. Cos� come non permette che esistano formazioni
politiche concorrenti. Un pacifico trasferimento del potere ai leader istruiti e
occidentalizzati appare perci� improbabile in Etiopia57.
Va inoltre rilevato che la carta costituzionale conteneva ben ventinove articoli
sui "diritti e doveri del popolo", ma in molti casi i diritti concessi erano
nullifica-

/. // consolidamento del potere

ti da frasi come "secondo la legge" oppure "entro i limiti della legge".


Mentre gli aristocratici e il clero copto giudicavano eccessive le riforme e le
concessioni di Hail� Selassi�, e prevedevano che la nuova Costituzione avrebbe
causato la rovina delle istituzioni imperiali, della religione degli avi e delle
millenarie tradizioni dell'impero salomonico, di rimando i giovani che ogni anno
rientravano in patria a centinaia dalle universit� europee e americane, pur
riconoscendo al negus un ruolo insostituibile e la qualifica di "Bismarck
d'Etiopia", gli rimproveravano di subire l'influenza del clero copto reazionario,
di non aver mai affrontato seriamente la riforma agraria, di proibire la formazione
dei partiti e dei sindacati, e di aver affidato importanti incarichi a uomini che,
pur avendo acquisito meriti eccezionali nella guerra di liberazione, si erano poi
rivelati amministratori mediocri e disonesti.
Malgrado si andasse costituendo nell'impero un'opposizione di sinistra sempre pi�
agguerrita - di cui facevano parte anche alcuni degli ufficiali educati all'estero
- ugualmente, per tutti gli anni '50, l'imperatore riusciva a padroneggiare con
facilit� la situazione, continuando a esercitare su tutti e su tutto la sua piena
autorit�; si pu� anzi sostenere che il periodo precedente e quello seguente la
promulgazione della nuova Costituzione segnino l'apogeo del lungo regno di Hail�
Selassi�. Con l'Eritrea restituita alla "Madre Etiopia", infatti, egli non soltanto
aveva procurato all'impero l'ambito accesso al mare, ma gli aveva anche conferito
la pi� ampia estensione territoriale che la storia ricordi. Il suo programma di
riforme, poi, pur se realizzato con metodi autoritari e paternalistici, aveva
comunque dato alcuni risultati apprezzabili, come la progressiva sostituzione
dell'aristocrazia feudale con una classe dirigente pi� preparata, pi� efficiente e
di nomina imperiale58; la creaParte terza Il trionfo e il declino

zione di un potere centrale, temuto e rispettato, che scoraggiava ogni disegno


eversivo o secessionista; la modernizzazione dell'esercito nazionale e la
conseguente eliminazione di ogni altra forza armata a livello regionale; l'avvio di
un'istruzione pi� diffusa e moderna59, e, infine, l'inserimento dei giovani
laureati all'estero nell'amministrazione dello Stato.
Anche fisicamente, Hail� Selassi� appariva in quegli anni in perfetta forma, come
ricordava l'ambasciatore francese ad Addis Abeba, Gontran de Juniac:
Al momento dell'apogeo del suo regno, Hail� Selassi� conserva la silhouette di un
giovinotto. Piccolo, magro, secco, esile, possiede una resistenza f�sica
straordinaria. La fatica non lo tocca. Pu� seguire un'esercitazione della Guardia
imperiale, la maggior parte del tempo stando in piedi su di una jeep, dall'alba a
mezzogiorno; pranzare evitando, secondo le regole di un nobile contegno, di
appoggiarsi alla spalliera della seggiola; poi alzarsi da tavola per assistere alla
sfilata delle truppe sino alle quattro del pomeriggio, stando sull'attenti.
Un'igiene e una disciplina di vita rigorose salvaguardano l'equilibrio di questo
temperamento d'acciaio dissimulato da apparenze fragili60.
Nel 1955, a 63 anni, Hail� Selassi� aveva completato e migliorato il disegno di
Menelik e poteva, senza alcuna forzatura, paragonarsi al vincitore di Adua. Egli
non poteva per� immaginare, all'apice del successo, che presto sarebbe cominciato
per lui un declino lento, ma inarrestabile. Prima che cominciasse questa fase
avversa, Hail� Selassi� avrebbe conosciuto anche la solitudine: nel 1956 moriva
infatti ras Kassa Hail�, il consigliere fedele, l'uomo che lo aveva accompagnato in
esilio in Inghilterra e che gli era stato sempre accanto nei momenti diff�cili;
l'anno dopo, in un incidente d'auto, perdeva la vita il figlio prediletto, il
principe Maconnen, duca di Harar; nel 1962 si spegneva l'imperatrice Menen e due

7. Il consolidamento del potere


mesi dopo, ad appena 31 anni, era la volta del loro ultimo figlio, il principe
Sahle Selassie.
Il negus avrebbe potuto trovare conforto alla sua solitudine nell'amicizia del
leale cugino Immir�, ma questi, dopo dieci anni trascorsi a Washington come
ambasciatore, aveva accentuato le proprie riserve nei confronti del riformismo
dell'imperatore, e all'offerta di ricoprire l'incarico di primo ministro aveva
preferito la sede diplomatica di Nuova Delhi, che equivaleva all'esilio. "Ci
rester� cinque anni - ricordava Gontran de Juniac -. Fedele al suo personaggio
tolstoiano, egli aveva, durante il suo soggiorno in patria fra i due incarichi,
distribuito le sue terre ai contadini"61.

IL COLPO DI STATO DEL 1960


Una nuova politica estera
Hail� Selassi� non aveva mai molto amato l'Africa, anzi, si pu� dire che sino al
1955 l'avesse quasi ignorata. Del resto, non era un mistero per nessuno che la
classe dominante etiopica non si considerasse affatto africana, ma indoeuropea. Il
risveglio dei popoli colonizzati, in particolare quelli dell'Africa, costituiva
tuttavia un fenomeno troppo importante perch� potesse sfuggire all'attenzione
dell'imperatore. Oltretutto, essendo egli stato una vittima del colonialismo,
nell'anacronistica versione italiana, era naturale per lui parteggiare per gli
algerini che si ribellavano alla Francia, o per l'egiziano Gamal Abdel Nasser che,
nell'autunno 1956, subiva un attacco simultaneo da parte di Gran Bretagna, Francia
e Israele.
A partire dal 1955 si assisteva cos� a una precisa svolta nella politica estera di
Addis Abeba. Per cominciare, l'Etiopia aderiva, nell'ambito delle Nazioni Unite, al
gruppo afroasiatico, e nello stesso anno partecipava alla Conferenza di Bandung,
sposandone i princ�pi di coesistenza pacifica, di non intervento, di rispetto della
sovranit� e dell'integrit� territoriale degli Stati, di componimento pacifico delle
controversie. Nel 1958, alla prima Conferenza degli Stati indipendenti africani1 -
che si teneva ad Accra, nel Ghana - il negus inviava il proprio
Parte terza Il trionfo e il declino
figlio Sahle Selassi� come capo della delegazione etiopica. Non era che il prologo
di un impegno panafricanista che, nei primi anni '60, avrebbe spinto l'imperatore a
proporsi come uno dei leader del continente, in concorrenza con Kwame Nkrumah,
S�kou Tour� e Gamal Abdel Nasser.
Dall'impegno anticolonialista e panafricanista al non allineamento il passo era
breve e Hail� Selassi� lo avrebbe compiuto disinvoltamente nel 1959 accettando
l'invito di recarsi in Unione Sovietica, dove avrebbe ottenuto, fra l'altro, un
prestito di 400 milioni di rubli a un tasso estremamente conveniente. L'anno
successivo, pur non stabilendo ancora relazioni diplomatiche con la Cina Popolare,
l'imperatore autorizzava l'avvio di contatti con Pechino. Sempre sul finire degli
anni '50 - mentre si andava creando un'intesa fra i paesi che si rifiutavano sia di
partecipare ad alleanze militari sia di schierarsi in uno dei due blocchi in cui il
mondo si stava dividendo - Hail� Selassi� stringeva rapporti pi� saldi con la
Jugoslavia del maresciallo Tito e con l'India di Nehru, che del gruppo dei paesi
non impegnati costituivano l'avanguardia pi� convinta e combattiva. E quando, nel
1961, si riunivano a Belgrado i ventiquattro paesi che avevano fatto della loro
neutralit� un'arma per cercare di salvare il mondo dalla guerra nucleare, il negus
era fra i primi a prendere la parola nella grande sala della Skupstina: "Ci vuole
molto coraggio - disse - a osservare ci� che accade ogni giorno intorno a noi, ma
non dobbiamo per questo lasciarci prendere dalla disperazione".
Contro lo strapotere degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica, contro la piaga
della guerra fredda, contro il forsennato riarmo atomico delle due superpotenze, i
paesi non allineati non possedevano che uno strumento, l'Organizzazione delle
Nazioni Unite. Ma questo strumento, avvertiva l'imperatore, andava irrobustito e
rinnovato. Ricordando come nel 1935 una Societ� delle NaII. Il colpo di Stato del
1960

zioni debole e screditata avesse consentito all'Italia fascista di impadronirsi


dell'Etiopia, Hail� Selassi� lanciava questo avvertimento: "Guai al giorno in cui
l'ONU venisse relegata in soffitta come � accaduto alla Societ� delle Nazioni!"2.
Il drastico cambiamento nella politica estera imperiale non poteva non stupire il
governo americano, che, tra l'altro, nel 1953 aveva stipulato con Addis Abeba un
accordo che aveva anche risvolti militari. Ma Hail� Selassi�, manovrando "al limite
del virtuosismo"3, riusciva a non rompere con gli Stati Uniti e a conservare, sino
alla sua caduta, la pi� ampia libert� d'azione. Egli era convinto, e lo ripeteva ad
ogni occasione, che "le piccole nazioni dovevano essere ascoltate e dovevano poter
disporre di pari opportunit� nella consultazione e nella delibera" sui maggiori
problemi internazionali4. Inoltre, a Belgrado, aveva detto: "Noi, non allineati,
possiamo essere la coscienza collettiva del mondo". Se nel 1936, dalla tribuna
ginevrina, aveva denunciato gli orrori del fascismo trionfante, venticinque anni
dopo accusava le due superpotenze di condurre il mondo alla rovina, ignorando
appelli e proteste dei paesi poveri e deboli. Mentre egli parlava, come gi� era
successo a Ginevra, nella sala della Skupstina regnava un silenzio rispettoso.
La svolta etiopica trovava la sua giustificazione non soltanto nella volont� di
difendere princ�pi nobili e irrinunciabili, ma anche nell'inquietudine che il
progetto di una Grande Somalia aveva sollevato in Etiopia sul finire degli anni
'50. Avvicinandosi la data dell'indipendenza, infatti, i nazionalisti somali non
facevano pi� mistero della loro intenzione di realizzare il progetto, che era stato
prima di Cernili e poi di Bevin, che prevedeva la riunione in una sola entit�
politica - per l'appunto la Grande Somalia - di tutti i somali che abitavano nella
Somalia ex italiana, nel Somaliland, nella Somalia Francese, nell'Ogaden etiopico e
nel Northern Frontier Distriti

Parte terza Il trionfo e il declino


del Kenya. Agli occhi di Hail� Selassi� questo progetto non soltanto minacciava
l'integrit� dell'impero etiopico, ma costituiva anche una palese violazione della
Carta delle Nazioni Unite. Per sventare quindi questa minaccia, gi� palpabile nei
frequenti incidenti di frontiera, il negus nell'estate 1959 compiva l'ennesimo
viaggio all'estero per cercare solidariet� e consolidare amicizie, ma nonostante la
chiara presa di posizione di De Gaulle, che escludeva una cessione di Gibuti, il
processo di unificazione delle Somalie non subiva arresti. Neil'apprendere che il
16 aprile 1960 delegati della Somalia e del Somaliland si erano incontrati a
Mogadiscio per definire le modalit� della fusione, l'imperatore convocava il corpo
diplomatico accreditato ad Addis Abeba, al quale esprimeva la sua protesta
definendo la progettata unione "una manovra appena mascherata per impadronirsi di
alcuni territori etiopici, manovra contro la quale io mi opporr� con tutte le mie
forze"5.
La pressione somala nel Sud dell'impero sarebbe stata ancora per molti anni una
delle maggiori fonti di preoccupazione per Hail� Selassi�. Nel corso dell'incontro
avuto con l'imperatore il 18 luglio 1960 avendo egli appreso che chi scrive aveva
assistito pochi giorni prima alle cerimonie per l'indipendenza della Somalia, cerc�
di invertire i ruoli ponendo egli domande sull'argomento e formulando messaggi
destinati ai somali:
Noi non abbiamo nulla contro la Somalia. Anzi, tutti sono testimoni che abbiamo
appoggiato la sua indipedenza. In un secondo tempo, per�, davanti al programma
espansionistico della Grande Somalia, suggerito da potenze straniere, abbiamo
dovuto assumere un atteggiamento serio e fermo.
Solitamente cauto nelle sue dichiarazioni, questa volta l'imperatore, superando il
riserbo, indicava negli inglesi gli ispiratori del progetto e li accusava di aver
formulato la teoria secondo la quale entro cinque anni, graII Il colpo di Stato del
1960

zie a un plebiscito, i somali sarebbero arrivati fino ad Harar. Hail� Selassi�


respingeva questa ipotesi e si mostrava fiducioso di poter evitare lo scontro:
Ci ha fatto molto piacere apprendere che il nuovo primo ministro somalo Abdirascid
Ali Scermarche, nel suo discorso di investitura, abbia annunciato che � suo
desiderio vivere in pace con tutti. Questo � anche il nostro desiderio6.
Qualche settimana dopo questo incontro, ricevendo Giuseppe Brusasca - che giungeva
ad Addis Abeba nella veste di ambasciatore straordinario per chiedere il sostegno
del governo etiopico nella controversia con l'Austria per la questione dell'Alto
Adige - l'imperatore faceva cenno alla recentissima fornitura di armi fatta
dall'Italia al governo somalo, esprimendo la sua sorpresa e la sua preoccupazione.
"Gli spiegai le limitate possibilit� di uso delle stesse - ricordava Brusasca -
utilizzabili soltanto per esigenza di ordine pubblico"7. Molto probabilmente ci�
che diceva Brusasca rispondeva al vero, ma era diff�cile fugare i sospetti in un
uomo, come l'imperatore, che dall'Italia aveva ricevuto pi� torti che favori. E poi
non era un segreto che anche nell'ultimo decennio Roma aveva fatto una politica
f�losomala in funzione antietiopica.
Il mancato riavvicinamento fra Etiopia e Italia era un altro dei problemi che
angustiava l'imperatore; egli aveva fatto tutto il possibile, a volte anche contro
il parere di alcuni suoi ministri, per trasformare un trattato di pace in
un'autentica riconciliazione; aveva anche lealmente riconosciuto l'importante
partecipazione dell'Italia allo sviluppo dell'Etiopia8 e non aveva mai mancato di
elogiare il contributo che le comunit� italiane d'Etiopia e d'Eritrea avevano dato
alla ricostruzione del paese9. E poich� egli aveva concesso, tra gli altri, a Stati
Uniti, Jugoslavia, Gran Bretagna, India, Olanda e Israele, di partecipare con
uomini e capitali alla modernizzazione delParte terza Il trionfo e il declino

l'impero, non poteva non meravigliarsi per l'assenza dell'Italia, la quale,


peraltro, operava con grandi mezzi e ambiziosi progetti in tutta l'Africa.
Era perci� naturale che nel nostro colloquio del 18 luglio 1960 si venisse a
parlare dell'Italia. Avendogli chiesto il motivo per cui, nei suoi frequenti viaggi
all'estero, egli non avesse mai programmato una tappa a Roma, il negus rispondeva:
Non sono mai venuto in Italia, in questi anni, nonostante i ripetuti viaggi in
Europa, perch� non mi � mai stato formulato un invito. So tuttavia che, dopo la
caduta del fascismo, posso contare su molti amici in Italia. Gi� nel 1924, durante
un mio viaggio nel vostro paese, incontrai a Torino alcune persone che avevano
ricevuto benefici da mio padre, ras Maconnen, dopo i fatti di Adua. Mi fecero
vedere delle foto e mi rinnovarono i ringraziamenti.
Se gi� in questa risposta c'era un velato rimprovero all'Italia repubblicana che
ancora non si era degnata di rivolgergli un invito, alla domanda su un possibile
miglioramento dei rapporti fra Roma e Addis Abeba, egli rispondeva quasi con
risentimento: "A questa domanda possono rispondere con pi� precisione i
responsabili del vostro paese. Da parte nostra abbiamo fatto tutto il possibile per
aiutare e favorire la comunit� italiana che vive in Etiopia". Poi, come per
precisare meglio il suo pensiero, soggiungeva:
Non esiste alcuna difficolt� fra i nostri due paesi per una reale comprensione e
collaborazione. Abbiamo la prova che tutti gli italiani residenti in Etiopia sono
d'accordo nel rafforzare questi legami. Da parte nostra, possiamo affermare che
essi, con il loro lavoro, ci hanno procurato la massima soddisfazione. Se i
responsabili del vostro paese dimostreranno di essere veramente decisi a
collaborare con noi, ci troveranno pronti, poich� da parte nostra non esiste alcun
ostacolo10.

II. Il colpo di Stato del 1960


Il tempo concesso per l'intervista era scaduto. Per il commiato, uso le parole che
scrissi trentacinque anni fa:
L'Imperatore Hail� Selassi� I � in piedi. Gli stringo la mano e, a ritroso, esco
dalla sala, compiendo i tre inchini di rito. Per un istante, credo di scorgere
sulle sue labbra un leggero sorriso, che interpreto come una scusa per il rigore
del cerimoniale. Poi, lentamente, i battenti della grande porta vengono accostati,
ma fino all'ultimo avverto i suoi occhi, dolci, fieri, scurissimi. Gli occhi dei
profeti di Lalibel�. Gli occhi dei guerrieri scolpiti nelle antiche pietre di Axum.
Quindi, due giovani ufficiali mi prendono in mezzo e, imponendomi un passo quasi
cadenzato, mi fanno ripercorrere i lunghi corridoi del Gheb� fino alla scalinata
dell'ingresso e al giardino, dove un vecchio leone si stira pigramente al sole11.
Tra riforme e autoritarismo
� stato scritto da pi� autori che Hail� Selassi�, constatata l'impossibilit� di
risolvere i problemi interni del paese e non sopportando le critiche della nascente
opposizione, abbia cominciato negli anni '50 a dedicare la propria attenzione
soprattutto alle grandi questioni di politica internazionale, in questo assecondato
da due eccellenti ministri degli Esteri come lima Deressa e Ketema Yifru. Il fatto
� sicuramente vero e trova riscontro nella svolta della politica estera, che si
verifica per l'appunto a met� degli anni '50. Tuttavia la fuga del negus dalla
realt� etiopica, fatta di intrighi e di problemi insoluti, riguarda soprattutto gli
anni '60, quando l'imperatore vive il suo grande idillio con l'Africa e impegna
tutte le proprie forze e il proprio prestigio nella costruzione dell'Organizzazione
per l'Unit� Africana.
Questo bisogno di evadere dalla realt� quotidiana del Gheb� per godere all'estero
dei bagni di folla e dell'ammirazione degli statisti, non era per� ancora awerParte
terza Il trionfo e il declino

tito da Hail� Selassi� nella seconda met� degli anni '50, come dimostrano molti
progetti portati a termine in quel periodo. Il codice penale entrava infatti in
vigore nel 1957, seguito a poca distanza dal codice civile, dal codice di commercio
e da quello di diritto marittimo, tutti varati con il concorso di giuristi
francesi; sempre nel 1957 decollava il primo piano quinquennale ed entrava in
funzione il primo Parlamento. Hail� Selassi� era deciso a dotare l'Etiopia di tutti
gli strumenti necessari a trasformarla in una nazione moderna, regolando per�
questa trasformazione, perch� non degenerasse in una rivoluzione. Nel discorso
della Corona del 1961, rievocando la scelta riformista fatta negli anni '20, egli
riconosceva che "una volta assunta questa direzione non era pi� possibile tornare
indietro", anche se ci� comportava molti rischi:
L'uomo pu�, all'inizio, controllare la direzione presa dagli eventi, ma una volta
che la sua scelta � stata fatta, gli eventi possono sfuggire al suo controllo e la
Storia procede per proprio impulso e forza12.
Il negus, ad esempio, era stato informato dai suoi efficientissimi servizi di
sicurezza, che le critiche pi� pesanti e circostanziate nei suoi riguardi partivano
dall'University College13, ma non per questo egli decideva di frenare il processo
di alfabetizzazione e di specializzazione sul quale aveva puntato per modernizzare
la societ� etiopica. L'architetto Arturo Mezzedimi, che su ordine di Hail� Selassi�
aveva progettato e costruito nell'impero ben settantadue edifici scolastici,
ricordava:
In ogni occasione nella quale veniva impostato un piano di sviluppo del sistema
scolastico sino ai dettagli di progettazione, organizzazione e realizzazione degli
edifici stessi, ebbi modo di constatare il diretto e intenso interessamento
dell'Imperatore, fortemente deciso a diffondere l'educazione a

//. Il colpo di Stato del 1960

tutti i livelli della popolazione e a tutti i livelli di insegnamento. (...) E


questo programma allargato fu mantenuto, in crescendo, anche quando, nell'ultimo
decennio del suo regno, gli studenti cominciarono a creare fastidi
all'Amministrazione, sino a sfociare, nel 1974, in aperta ribellione al "regime"14.
L'impegno educativo dell'imperatore trovava del resto un preciso riscontro nelle
statistiche: gli alunni delle scuole primarie pubbliche15 erano passati da 100.000
nel 1948 a 400.000 nel 1964; quelli delle scuole secondarie, da 4.000 a 33.000; gli
studenti universitari, a loro volta, erano passati da 72 nel 1950, a 940 nel 1960 e
a 4.250 nel 1968 16.
L'imperatore, dunque, accettava i rischi della scelta riformista, ma, per
cautelarsi, la dosava attraverso tempi, ritmi e scadenze che lui solo conosceva e
stabiliva. Questa tecnica non poteva non sconcertare gli osservatori stranieri, i
quali dovevano faticare non poco per capire se in Hail� Selassi� prevalesse il
riformatore oppure l'autocrate, anche se poi molti finivano per concludere che egli
incarnava l'una e l'altra figura. Secondo John Markakis - che per quattro anni17,
dall'osservatorio privilegiato della Haile Sellassie University di Addis Abeba,
dove insegnava, ha studiato la concezione e l'esercizio del potere del negus -
gli elementi del potere di Hail� Selassi� sono una mescolanza di tradizionale e di
moderno. L'elemento base � la mitica legittimit� del trono, che non pone limiti
all'autorit� dell'imperatore. Il concetto tradizionale di autorit� illimitata non �
cambiato; in effetti � stato tradotto in azione dal presente sovrano. Nessuna
persona, nessuna azione, nessuno spazio di vita sfuggono all'autorit� del trono. Il
monarca pu� agire saggiamente o no, con giustizia o senza giustizia, umanamente
oppure con crudelt�, ma non si pu� dire che manchi di autorit� per le sue azioni,
qualunque esse siano18.

Parte terza Il trionfo e il declino

Da questo severo - e insieme benevolo - patriarca dipendeva dunque tutto


nell'universo abissino: le designazioni, le promozioni, le improvvise rimozioni,
gli ambiti riconoscimenti, l'assegnazione di terre, le confische di beni, e cos�
via. Almeno sino agli anni '60, quando la burocrazia statale avrebbe raggiunto
dimensioni troppo vaste per essere controllata da un solo uomo, l'imperatore
avrebbe condotto personalmente e integralmente questo complicatissimo gioco di
promozioni, rotazioni e rimozioni, che gli etiopici chiamavano shumshir e che
avrebbe dovuto garantire al monarca il controllo - e la devozione - di ogni
funzionario medio e alto della nuova burocrazia. Un altro segno della sua dispotica
onnipotenza era rappresentato dalla regola in vigore sino agli anni '60, per cui
nessun ministero e nessun governatore di provincia poteva spendere somme al di
sopra delle 7 sterline19 senza l'autorizzazione imperiale20.
Un altro osservatore, il polacco Ryszard Kapuscinski, attribuiva soprattutto
all'ambiente la formazione della complessa personalit� del negus e il suo
sconcertante modo di usare il potere:
Governava su un paese che conosceva solamente i metodi pi� brutali di lotta per il
potere (o per la conservazione del medesimo), ove il veleno e la spada sostituivano
le libere elezioni, la fucilazione e la forca prendevano il posto delle libere
discussioni. Era un prodotto di quella tradizione e lui stesso vi si appellava.
Capiva che tutto ci� rendeva vano ogni contatto con il mondo nuovo, ma non poteva
certo mutare il sistema che lo teneva al potere, e il potere per lui precedeva ogni
cosa21.
Anche un biografo di Hail� Selassi� come L�onard Mosley, che aveva fortemente
subito il fascino dell'imperatore per aver partecipato al suo fianco alla
spedizione della Gideon Force22, non poteva non mettere in eviIL Il colpo di Stato
del 1960

denza che la classe dirigente plasmata dal negus fosse stata selezionata pi� in
base al grado di devozione all'imperatore che alle sue reali capacit�:
La grande costante di tutta la sua carriera � stata l'incapacit� di allontanare
qualcuno dal suo posto, per quanto incompetente o venale fosse, se una volta gli
avesse reso un servigio; e Abeb� Aregai e gli altri lo avevano certo fatto. Cos� li
sopport�23.
Era tuttavia evidente che la copertura concessa dall'imperatore a tali personaggi -
alcuni dei quali erano autentici campioni della pi� sfacciata corruzione - non
poteva non influire negativamente sul giudizio che tanto gli etiopici quanto gli
stranieri avrebbero dato di Hail� Selassi�, e a questo proposito osservava Mosley:
Gli scrittori che dall'estero studiano questo metodo di governo, lo condannano
chiaramente come arcaico, dispotico e spietato. Ma questo metodo funziona, e per il
momento � la sola alternativa all'anarchia, al terrorismo e ad un eventuale ritorno
ai caotici giorni dei ras tiranni24.
Ad un analogo giudizio giungevamo anche noi in uno scritto della prima met� degli
anni '60:
Pur riconoscendo che Hail� Selassi� cont�nua a governare, come sostiene Smith
Hempstone, pi� con i metodi dei Ming e dei Tudor che con quelli di un monarca
moderno, non bisogna assolutamente dimenticare in quale Paese e in quale spazio di
tempo il Negus Neghesti ha svolto la sua difficile opera25.
Anche oggi non ci discostiamo molto da questo giudizio, tanto pi� se pensiamo alla
prova fallimentare del regime marxista del colonnello Menghistu e alle difficolt�
che incontra ogni giorno il suo successore, Meles Zenawi. Considerati i servigi
resi all'Etiopia, all'Africa e,

Parte terza Il trionfo e il declino

fra il 1935 e il 1941, al mondo intero, per gli addebiti che gli sono stati mossi
forse Hail� Selassi� meriterebbe almeno delle attenuanti.
Molto pi� severi sono invece alcuni giovani storici etiopici, i quali condannano
globalmente l'uomo e la sua opera. Scrive, ad esempio, Bahru Zewde:
L'ossessione del potere rasentava (in lui) la megalomania. Allo stesso tempo era
caratterizzata dalla completa dedizione al presente e dalla totale indifferenza per
il futuro. Era come se l'imperatore scambiasse la longevit� politica per
immortalit�. (...) Egli dedicava tutte le sue energie alla conservazione del potere
e all'eliminazione di ogni cosa, reale o presunta, avesse potuto minacciarlo. La
sicurezza divent� per lui una questione di assoluta priorit�. Una minuziosa rete
informativa spiava la nazione e lo nutriva di informazioni. La mania della
sicurezza fu addirittura istituzionalizzata con la creazione del Gabinetto Privato.
Costituito nel 1959 come corpo consultivo ad alto livello per l'imperatore, divent�
presto un'agenzia che spiava persino le altre spie e forniva diligentemente
informazioni selezionate26.
Grazie alle informazioni che gli giungevano da tutte le province dell'impero, dalle
lontane guarnigioni e dalle vicine caserme della Guardia imperiale, ma soprattutto
dagli ambienti della capitale, Hail� Selassi� era in grado di valutare ora per ora
la situazione del paese, di anticipare le mosse degli avversari, di premiare o
punire i collaboratori, sulla cui vita non c'erano per lui segreti. La conoscenza
di tante notizie riservate gli consentiva anche di mediare fra le varie fazioni
perennemente in lotta e di impedire che una di esse prevalesse sulle altre.
L'imperatore aveva sempre governato circondandosi di informatori, ma negli anni
'50, come giustamente rilevava Bahru Zewde, questo bisogno di intelligence e di
sicurezza aveva superato ogni limite, anche per una societ�, come quella etiopica,
fondata sull'intrigo e sul sospetto. E anche se Hail� Selassi� si sforzava di
portare

//. Il colpo d� Stato del I960

avanti il programma di riforme, ogni sua iniziativa veniva ora accolta con
diffidenza anche dalle forze progressiste che lo avevano appoggiato sin dagli anni
della reggenza. Il che significava che, anche se le statistiche dell'UNESCO o di un
altro ente internazionale lo premiavano, lui non era pi� credibile in patria come
riformatore. In realt�, come faceva osservare Calchi Novati, sotto l'impulso
dell'imperatore la "casta autocratica si autoperpetuava, evitando ogni vero
ricambio, e cercava di anticipare le crisi rimodellando in tempo le istituzioni
dello Stato"27. L'uomo che aveva cominciato la sua carriera di statista battendosi
con coraggio e fortuna contro le forze reazionarie ora, paradossalmente, si stava
sempre pi� qualificando come un fautore della conservazione.
// complotto
L'apparato informativo al servizio dell'imperatore era articolato in tre sezioni
indipendenti: la prima faceva capo al ministro del Commercio Maconnen Hapte Uold,
uno degli uomini pi� potenti dell'impero, devotissimo alla Corona; la seconda era
organizzata dal colonnello Workeneh Gebeyehu, che ricopriva l'incarico di capo del
servizio di sicurezza nel Gabinetto Privato di Hail� Selassi�; la terza dipendeva
dal ministro degli Interni, che sul finire degli anni '50 era il ras Andargacci�
Massai, genero del negus per aver sposato in seconde nozze la sua figlia pi�
anziana, principessa Tenagne Uore. Queste tre centrali d'ascolto - efficientissime
in quanto in concorrenza fra loro e, inoltre, affiancate da organismi repressivi di
uguale efficacia - assicuravano all'imperatore un alto grado di tranquillit�, tanto
da consentirgli di intraprendere lunghi viaggi all'estero, della durata anche di
molte settimane.
Nel giugno 1959, ad esempio, mentre Hail� Selassi�
Parte terza Il trionfo e il declino
era in visita in Unione Sovietica, Maconnen Hapte Uold veniva informato dai suoi
agenti di un complotto che si stava organizzando per assassinare il negus: l'uomo
che avrebbe lanciato l'ordigno mortale era l'ex capo partigiano Hail� Kibret,
caduto in disgrazia presso l'imperatore perch�, nel corso di un'udienza, aveva
rimproverato quest'ultimo di essersi circondato di ex collaborazionisti28. La
congiura veniva prontamente sventata29 e l'imperatore poteva proseguire il viaggio
che lo avrebbe portato in Cecoslovacchia, Jugoslavia, Francia, Belgio, Portogallo
ed Egitto.
A un anno di distanza dalla fallita congiura di Hail� Kibret, la rete spionistica
di Maconnen Hapte Uold raccoglieva molti indizi su un nuovo complotto, questa volta
molto pi� pericoloso, in quanto maturato in seno all'esercito. I sospetti si
appuntavano su alcuni importanti personaggi vicinissimi all'imperatore, ma il
sovrano, informato del fatto, respingeva con sdegno le accuse e decideva di non
rinviare il viaggio che avrebbe dovuto portarlo in Ghana, Liberia, Togo, Nigeria,
Camerun e Brasile. Il negus attribuiva molta importanza a questo viaggio per due
precisi motivi: innanzitutto, nei paesi africani, avrebbe incontrato capi di Stato
che, come lui, si battevano per la completa indipendenza del continente e avevano
un comune obiettivo, gli Stati Uniti d'Africa; in Brasile andava invece in cerca di
ispirazioni: avendo in mente l'ambizioso progetto di fare di Bahar Dar, in riva al
Lago Tana, la nuova capitale dell'impero, ardeva dal desiderio di visitare
Brasilia, che costituiva senza alcun dubbio l'esperimento pi� riuscito di
trasferimento di una capitale. Il 1� dicembre 1960 Hail� Selassi� lasciava quindi
Addis Abeba non prima, per�, di aver convocato il comandante della Guardia
imperiale, generale Menghistu Neway, e il capo dei servizi di sicurezza del
Gabinetto Privato, tenente colonnello Workeneh Gebeyehu, e aver loro detto, con
simpatia e fiducia:

II. Il colpo di Stato del 1960


"Lascio il paese nelle vostre mani"30. La scelta non poteva essere pi� infausta:
egli infatti affidava inconsapevolmente l'Etiopia a due dei tre artefici del colpo
di Stato che si stava preparando.
L'ideatore e principale organizzatore del complotto era il giovane governatore di
Giggiga, Germam� Neway, fratello minore del comandante della Guardia imperiale.
Studente, all'inizio degli anni '50, all'Universit� del Wisconsin e poi alla
Columbia, autore di una tesi di laurea sull'insurrezione dei Mau Mau in Kenya31, si
faceva subito notare al suo rientro in patria - quando gli assegnavano i primi
incarichi pubblici - come un uomo nuovo, progressista, insofferente ai vecchi
metodi. Nominato governatore dell'Uollamo, fondava scuole, creava "comitati di
sorveglianza" per impedire abusi da parte della polizia amhara, distribuiva ai
contadini nullatenenti terre demaniali, riduceva drasticamente le prestazioni
d'opera gratuita mandando in bestia i latifondisti. Richiamato d'urgenza ad Addis
Abeba, all'imperatore che gli chiedeva conto del suo insolito comportamento,
rispondeva che si era sentito in obbligo, come governatore, di porre fine alle
sofferenze dei contadini affamati e senza terre. Nonostante il parere contrario del
ministro della Difesa, Abeb� Aregai, di Maconnen Hapte Uold e del generale
Mulughiet� Bulli, i quali accusavano Germam� Neway di essere un pericoloso
agitatore comunista, l'imperatore decideva di metterlo nuovamente alla prova e lo
inviava a Giggiga ad amministrare i pastori seminomadi Dar�d.
Anche a Giggiga Germam� Neway rivelava subito le sue doti di autentico e audace
riformatore, e presto finiva per scontrarsi con i burocrati del distretto che egli
giudicava inetti e corrotti. Nel frattempo da Addis Abeba non gli giungevano n�
aiuti n� incoraggiamenti; anzi, uomini come Abeb� Aregai e Maconnen Hapte Uold
facevano di tutto per accentuare il suo isolamento e per far fallire le sue
iniziative. In seguito a queste delusioni patite nelParte terza Il trionfo e il
declino

l'Uollamo e a Giggiga, Germam� Neway si convinceva dell'impossibilit� per l'Etiopia


di uscire dal sottosviluppo se prima non fosse intervenuto un cambiamento radicale
nella sua politica. In quest'uomo di 36 anni, che aveva subito l'influenza tanto
della democrazia americana che del panafricanismo predicato da George Padmore32, si
faceva strada l'idea di sopprimere Hail� Selassi�, perch� il suo troppo incensato
riformismo nascondeva in realt� il peggior oscurantismo e persino un'insulsa
concezione divina del potere.
All'inizio del 1960 Germam� Neway decideva di passare all'azione dopo aver convinto
il fratello Menghistu - che da quattro anni comandava la Guardia imperiale, una
unit� sceltissima di 8.000 uomini addestrata dagli svedesi - ad affiancarlo nella
cospirazione. Pi� tardi aderiva al complotto un altro uomo chiave del regime, il
tenente colonnello Workeneh Gebeyehu33, che avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza
dell'imperatore. Workeneh era uno dei tre uomini del regime che avevano accesso
all'imperatore in qualsiasi ora del giorno e della notte. Hail� Selassi� aveva
preso ad apprezzare questo giovane ufficiale, che si era distinto nella guerra di
Corea e che apparentemente non aveva altro scopo nella vita che la protezione della
sua persona. Se le notizie che filtravano dal Gheb� imperiale erano vere, sembrava
che il negus fosse in procinto di ricompensare Workeneh per la devozione mostrata,
dandogli in moglie una sua nipote, onore, questo, che non era mai stato concesso a
un uomo di umili origini.
Sin dalle prime riunioni del Consiglio della rivoluzione, costituito da venticinque
membri, veniva presa la decisione di spazzare via l'intera classe dirigente
etiopica34. Germam� Neway avrebbe voluto eliminare fisicamente anche l'imperatore,
ma il fratello Menghistu si era opposto, sostenendo che al sovrano andava
risparmiata la vita per i suoi meriti passati35; egli sarebbe sta-

//. // colpo di Stato del 1960

to comunque confinato in un luogo sicuro dal quale non avrebbe pi� potuto nuocere
alla causa della rivoluzione.
L'occasione propizia per attuare il colpo di Stato si presentava nel dicembre 1960,
mentre Hail� Selassi� era impegnato nel lungo viaggio in Brasile e nell'Africa
Occidentale. I congiurati avevano tre settimane per agire, dal 1� al 23 dicembre;
tre settimane per realizzare il piano al quale lavoravano da mesi.
La prima mossa dei cospiratori, compiuta nella notte fra il 13 e il 14 dicembre,
era innegabilmente astuta, ma anche vile. Comunque secondo gli schemi ben
collaudati delle congiure etiopiche di palazzo. Con il pretesto che l'imperatrice
Menen stava morendo, venivano convocati telefonicamente nella sua villa i
personaggi pi� importanti del regime. Lo stratagemma riusciva per� solo in parte:
sfuggivano infatti alla trappola il capo di stato maggiore generale Merid Mangasci�
e il vicepresidente del Senato, ras Asserate Kassa. Quest'ultimo veniva svegliato
nel cuore della notte da una telefonata di Madfariyash Uorch Abeba, moglie del
principe ereditario: "Mio marito � andato a cena da sua madre Menen, ma sono le due
e non � ancora rientrato. C'� qualcosa che non funziona. Mi risulta che stanno
chiamando alla villa dell'imperatrice ministri e dignitari"36.
Intuito il pericolo, Asserate Kassa non perdeva tempo e abbandonava la propria
abitazione pochi istanti prima che i congiurati venissero ad arrestarlo. Si
rifugiava nell'ambasciata britannica, da dove si metteva in comunicazione con
l'imperatore, giunto nel frattempo a San Paolo del Brasile, e lo avvertiva del
complotto. Poi si recava al quartier generale della I Divisione, dove il generale
Merid Mangasci� aveva convocato i suoi subordinati e aveva potuto constatare con
sollievo che l'esercito, l'aviazione e i reparti blindati erano del tutto estranei
al putsch. Anche la polizia - sebbene il suo comandante, g�-
Parte terza Il trionfo e il declino
nerale Tsigu� Dibou, avesse aderito al complotto - avrebbe finito per appoggiare,
in gran parte, le forze lealiste.
Nella mattinata del 14 dicembre, mentre gli insorti assumevano il controllo di gran
parte della capitale e il colpo di Stato sembrava essere perfettamente riuscito,
Merid Mangasci� e Asserate Kassa davano inizio ai preparativi per il contrattacco.
Ancora prima di porre in stato di allerta le forze rimaste fedeli all'imperatore, i
due uomini si recavano dall'abuna Basilios, capo della Chiesa copta d'Etiopia, e lo
invitavano a indirizzare alla popolazione di Addis Abeba un messaggio con il quale
scomunicava gli artefici della rivolta e invitava gli abitanti della capitale a
battersi in difesa del loro sovrano37. Il volantino, stampato in decine di migliaia
di copie, veniva lanciato pi� tardi sull'immensa citt�foresta dagli aerei
dell'aviazione militare.
Nel pomeriggio del 14 dicembre, rendendosi conto che il loro piano presentava
qualche crepa e che la popolazione di Addis Abeba non sembrava disposta a scendere
in strada per unirsi ai rivoltosi, i tre capi della giunta rivoluzionaria
decidevano di giocare la carta del principe ereditario Asfa Wossen, loro
prigioniero, e lo invitavano a leggere un proclama alla nazione. Su questo episodio
non � mai stata fatta chiarezza. Asfa Wossen dir� pi� tardi di aver letto il
proclama alla radio mentre un ufficiale ribelle gli teneva puntata una pistola alla
tempia. Ma l'ufficiale in questione, capitano Asrat Deferresu, smentir� molti anni
dopo questa circostanza precisando che il principe ereditario non aveva opposto
alcun rifiuto all'invito degli insorti38. Comunque siano andate le cose, Asfa
Wossen annunciava al popolo etiopico la fine della tirannide e l'inizio di una
nuova era, di libert� e di benessere:
Le persone che si battevano soltanto per i propri interessi e per aumentare il
proprio potere e che erano di ostacolo al progresso, perch�, come un cancro,
rallentavano lo sviluppo

II. Il colpo di Stato del 1960


della nazione, sono gi� state sostituite. E io accetto, da oggi, di servire voi e
l'Etiopia come un semplice funzionario salariato. Sappiate che tutte le decisioni e
le nomine annunciate dal nuovo governo etiopico formato da me, e sostenuto dalle
forze armate, dalla polizia, dai giovani etiopici colti e dall'intero popolo
etiopico, sono effettive da questo momento!39
Pi� tardi, per dare maggior peso alle parole del principe ereditario, Radio Addis
Abeba annunciava che Asfa Wossen aveva scelto come primo ministro ras Immir�,
rimasto a lungo nell'ombra a causa delle sue idee liberali; a capo delle forze
armate veniva invece nominato il popolare generale Mulughiet� Bulli. La radio
annunciava inoltre che il Parlamento era sospeso e che una nuova Costituzione,
questa volta autenticamente democratica, sarebbe stata preparata e sottoposta al
giudizio del popolo.
Il proclama di Asfa Wossen, ripetuto ogni ora alla radio, seminava per� nella
popolazione pi� sconcerto che soddisfazione, come osservava l'ambasciatore francese
ad Addis Abeba, Gontran de Juniac:
Contrariamente alle aspettative dei ribelli, l'atteggiamento del principe
ereditario provoca scandalo. Urta il rispetto dovuto al padre. Viola la morale
della decenza40.
Tutti erano a conoscenza, nella capitale, della forte incomprensione esistente fra
il principe e l'imperatore, ma nessuno avrebbe mai sospettato che si sarebbe potuto
arrivare a un gesto cos� clamoroso e riprovevole. Anche quando in seguito si
sarebbe saputo che Asfa Wossen non faceva parte della congiura e che, al massimo,
ne era diventato uno strumento sia pur consapevole, pochi avrebbero mutato
l'iniziale giudizio di condanna e lo avrebbero perdonato.
Mentre la giunta rivoluzionaria lasciava passare ore preziose nel tentativo di
convincere le forze lealiste a unirsi agli insorti e lanciava un appello agli
studenti perParte terza Il trionfo e il declino

che manifestassero la loro adesione al colpo di Stato, il generale Merid Mangasci�


faceva affluire ad Addis Abeba rinforzi da molte province dell'impero, utilizzando
aerei da trasporto e la ferrovia GibutiAddis Abeba. Nella mattinata del 15 dicembre
il rapporto fra le forze in campo si capovolgeva: mentre all'inizio del putsch la
Guardia imperiale rivelava una netta superiorit� sulle truppe dell'esercito di
stanza nella capitale, trenta ore dopo perdeva questo vantaggio e doveva lamentare
le prime diserzioni. Alle 14, il generale Merid Mangasci�, che aveva discusso il
suo piano di attacco con il capo della Missione militare statunitense, generale
Chester de Gavre, ordinava la controffensiva impiegando i reparti corazzati fatti
affluire dalla vicina Nazaret. Nel volgere di poche ore le forze lealiste
rioccupavano l'aeroporto internazionale, la radio e alcuni ministeri, mentre gli F-
86 F Sabre del generale Assefa Ayene bombardavano il quartier generale della
Guardia imperiale.
Da ore si combatteva per le strade della capitale, ma la popolazione rimaneva
estranea alla lotta fra i militari. "I paesani si aggiravano per le vie come se
nulla fosse -riferiva un testimone degli avvenimenti, il medico italiano Cesare
Greppi -. Durante le sparatorie molti di loro rimasero uccisi o feriti"41.
Tanto Germam� Neway che Workeneh Gebeyehu avevano commesso un grave errore nel
credere che la popolazione di Addis Abeba fosse sufficientemente matura per capire
che essa aveva tutto da guadagnare dal crollo del vecchio regime. Soltanto gli
studenti universitari sembravano toccati dal programma rivoluzionario di Germam�
Neway42: nella mattinata del 15, mentre le forze ribelli e quelle lealiste si
fronteggiavano senza aprire per� il fuoco, 2.000 studenti sfilavano per le vie
della capitale inalberando cartelli con slogan rivoluzionari e improvvisando inni.
Era la prima volta, nella storia dell'Etiopia, che si assisteva a un simile
avvenimento, ma la po'-

77. Il colpo di Stato del 1960

polazione di Addis Abeba non si lasciava sedurre dai canti, dalle grida, dagli
incitamenti e lasciava trapelare soltanto una imbarazzata curiosit�.
All'altezza della stazione ferroviaria, il corteo veniva fermato da un primo
cordone di soldati lealisti e, dinanzi alla minaccia delle armi, si disperdeva
rapidamente. Era la prima sconfitta della rivoluzione. Non soltanto la popolazione
di Addis Abeba era rimasta indifferente all'invito degli studenti, ma gli stessi
studenti si erano dispersi dinanzi al primo ostacolo, senza che fosse stato sparato
un solo colpo.
Molto probabilmente nello stesso pomeriggio del 15 dicembre Germam� Neway si
rendeva conto che la partita era ormai persa. Troppe forze, nel paese, erano ancora
contrarie ai cambiamenti radicali: non soltanto l'esercito, saldamente in pugno a
uomini devoti all'imperatore, e la Chiesa copta, che si era affrettata a condannare
i "traditori", ma lo stesso popolo etiopico, che pure soffriva in silenzio. Germam�
Neway si era illuso che i tempi fossero maturi per la rivolta ed era uscito allo
scoperto, innalzando, pateticamente, lo stendardo della rivoluzione. In questo
errore non cadranno, tredici anni dopo, i militari del Derg, i quali agiranno con
un'esasperante gradualit� servendosi persino dell'imperatore per svuotare il regime
sino a farlo morire.
Gli avvenimenti, intanto, precipitavano. Venerd� 16 dicembre, mentre le truppe di
Merid Mangasci� attaccavano le ultime posizioni dei ribelli, Hail� Selassi�
rimetteva piede in Etiopia, ad Asmara, dopo un fortunoso volo da Fort Lamy, con un
DC-6 che, per un guasto, era stato costretto a usare soltanto tre motori43. La
notizia dell'imminente ritorno dell'imperatore nella capitale e del totale appoggio
che egli aveva ricevuto dagli americani di Kagnew Station, provocava il collasso
delle forze ribelli, che in parte disertavano, in parte si ritiravano verso le
colline di Entotto. In citt� rimanevano sol-
Parte terza Il trionfo e il declino
tanto alcuni reparti, che si trinceravano nel palazzo imperiale dove erano stati
trasferiti anche i personaggi di rango fatti prigionieri nella notte del 13
dicembre.
La rivolta dei fratelli Neway e di Workeneh Gebeyehu si concludeva qui, nella bella
dimora di Gannata L'ul, fatta costruire da Hail� Selassi� nel 1935. Dopo un fallito
tentativo di aprire negoziati con Merid Mangasci�, tenendo fede al proposito di
impedire che l'Etiopia - vittoriosa o perdente che fosse la rivoluzione - restasse
quella di prima, i due fratelli Neway falciavano a raffiche di mitra i venti
ostaggi ammassati nel Salone Verde del palazzo imperiale: quindici cadevano uccisi,
tre restavano feriti, mentre i ras Andargacci� Massai e Bezabeh Scilesci scampavano
miracolosamente al massacro.
Sotto le ultime raffiche della rivoluzione fallita cadevano alcuni fra gli uomini
pi� rappresentativi della vecchia Etiopia: ras Sejum Mangasci�, che in qualche modo
aveva cercato di contrastare la prima offensiva del generale De Bono; il ministro
della Difesa, Abeb� Aregai, che tra il 1936 e il 1941 era stato il capo indiscusso
della resistenza agli italiani; il maggior generale Mulughiet� Bulli44 e il
ministro di Stato Tadesse Negasc, che avevano partecipato, giovanissimi, alla
guerra di liberazione; il degiac Latibel� Gabr�, che si era distinto nelle due
battaglie del Tembien e di Mai Ceu, e aveva inoltre procurato le bombe a mano per
l'attentato a Graziani; Abba Hannajimma, tesoriere e confessore dell'imperatore, e
ultimo carceriere del deposto imperatore Liggjasu; l'onnipotente ministro Maconnen
Hapte Uold, che aveva sventato tanti altri complotti e aveva fiutato anche
quest'ultimo, che gli sarebbe per� stato fatale.
I capi della rivolta, intanto, venivano braccati da reparti dell'esercito e della
polizia, e dagli stessi contadini che Germam� Neway avrebbe voluto affrancare dalla
servit�45. Workeneh Gebeyehu si era nascosto in una caverna alla periferia della
citt�, non lontano dalla strada

//. Il colpo di Stato del 1960

che sale a Entotto Mariam; il 17 dicembre, scoperto da una pattuglia di militari,


si difendeva a colpi di carabina e una volta esaurite le munizioni si sparava un
colpo di pistola in bocca. Il 25 venivano raggiunti, alle falde del monte Zuqual�,
anche i fratelli Neway. Circondati da agenti della polizia, opponevano una breve
resistenza; poi Germanie veniva ucciso, mentre Menghistu rimaneva ferito
gravemente. La rivolta era finita. Ai ribelli -molti dei quali erano del tutto
ignari dei progetti degli ideatori del putsch - l'avventura era costata moltissimo:
500 erano infatti morti o feriti e 700 erano finiti in carcere. Per espressa
volont� dell'imperatore, il cadavere di Germam� Neway veniva esposto, appeso a una
forca, davanti alla cattedrale di San Giorgio.
Il 18 dicembre, intanto, Hail� Selassi� aveva fatto ritorno ad Addis Abeba, e per
prudenza era giunto all'aeroporto della capitale con alcune centinaia di soldati
della guarnigione di Asmara, imbarcati su aerei da trasporto. A riceverlo c'erano
almeno 30.000 persone, segno della popolarit� e della stima di cui godeva ancora
l'imperatore. Sotto la scaletta dell'aereo, accanto al vincitore della battaglia di
Addis Abeba, generale Merid Mangasci�, c'era il principe ereditario che, in segno
di sottomissione, portava una pietra sulle spalle46. Secondo la tradizione, si
trattava di un atto dovuto, poich� il comportamento di Asfa Wossen nei giorni della
rivolta dava ancora adito a molti sospetti. E Hail� Selassi�, come noi sappiamo,
era estremamente sospettoso. Il principe non sarebbe stato coinvolto nell'inchiesta
sul fallito colpo di Stato e gli sarebbe stata risparmiata la vergogna di sedere in
tribunale accanto agli altri imputati, ma i suoi rapporti con il padre, gi�
difficili fino a quel momento, si sarebbero compromessi definitivamente.
Al processo pubblico contro i congiurati, che si apriva il 10 febbraio 1961 ad
Addis Abeba - presente anche un osservatore straniero, il giudice norvegese Edvard

Parte terza Il trionfo e il declino

Hambro - l'unico capo superstite della rivolta, il generale Menghistu Neway47, si


assumeva l'intera responsabilit� del fallito colpo di Stato, si rifiutava di
chiedere la grazia e diceva ai giudici:
Non ricorrer� contro la vostra sentenza. Del resto mi avete gi� negato giustizia
non consentendomi di avere un'adeguata difesa in questo processo. Quello che io ho
fatto voi lo sapete, ma io non sono colpevole. L'Etiopia � ancora ferma, mentre i
nostri fratelli africani camminano speditamente e si battono per vincere la
miseria. Ci� che ho fatto era nell'interesse del mio paese48.
Condannato a morte per alto tradimento, veniva impiccato il 30 marzo 1961, alle
sette del mattino, sulla grande Piazza del Mercato, dopo essersi messo lui stesso
il cappio intorno al collo.
Il colpo di Stato era fallito, ma le idee che lo avevano originato continuavano
inesorabilmente a circolare e nessuno sarebbe pi� riuscito a sradicarle dalle
coscienze. L'Etiopia aveva superato decine di complotti negli ultimi cinquant'anni,
ma quello del dicembre 1960 era il solo ad aver avuto un chiaro contenuto
ideologico, avanzando una proposta autenticamente riformatrice e rivoluzionaria. I
vari Balci�, Gugsa Oli�, Hail� Tecla Haimanot si erano ribellati al potere centrale
animati soltanto dall'odio, dalla vendetta o dall'ambizione, ma non avevano mai
avuto un progetto alternativo da offrire al paese.
L'eredit� dei fratelli Neway e di Workeneh Gebeyehu sarebbe stata raccolta dalla
generazione pi� giovane, quella che sedeva ancora nei banchi delle scuole, che non
aveva ancora sperimentato le attrattive e le delusioni del shumshir imperiale e che
guardava alla rinascita dell'Africa come a un momento sublime che non avrebbe
potuto non riguardare anche l'Etiopia.

III
IL PATRIARCA DELL'AFRICA
Pressioni sull'imperatore
La rivolta del 13 dicembre 1960, dunque, non era stata come le altre. Anche se era
fallita, la carica di proteste e di speranze di cui era portatrice non si era
esaurita. Molti in Etiopia lo avevano capito e, a seconda della loro posizione
sociale, avevano esultato oppure trepidato. Chi invece sembrava non aver capito
nulla della lezione del 13 dicembre era proprio l'imperatore: nei giorni successivi
al suo rientro ad Addis Abeba, egli ostentava infatti una calma assoluta e a coloro
che riceveva al Gheb�, etiopici e stranieri, era solito dire con una punta di
ironia:
Questi colpi di Stato militari sono di moda; non sono per nulla sorpreso che certa
gente abbia avuto l'idea di tentarne uno anche qui; ma ci� non fa che ritardare
l'evoluzione economica e politica; e poi non posso ammettere che si assassinino
quindici dignitari dell'impero1.
Alla radio, invece, aveva parlato come un padre deluso e irritato:
Voi tutti sapete che noi riponevamo la nostra fiducia in coloro che si sono
rivoltati contro di noi. Noi li avevamo fatti istruire. Noi avevamo dato loro dei
poteri. Lo avevamo fatto

Parte terza Il trionfo e il declino

perch� facessero progredire l'educazione, la sanit� e il livello di vita del nostro


popolo. Avevamo affidato loro la realizzazione di molti programmi che noi avevamo
formulato per lo sviluppo del nostro paese. Ma la nostra fiducia � stata tradita...
E inoltre, poich� alcuni ribelli erano ancora latitanti, lanciava questo anatema:
"Il giudizio di Dio � sopra di essi. Dovunque essi vadano, non possono eluderlo"2.
Come "padrepadrone" dell'Etiopia, il negus si sentiva tradito da chi aveva
personalmente scelto, fatto istruire, promosso e colmato di favori; come eletto di
Dio e unto del Signore, egli non poteva sopportare l'idea che alcuni dei congiurati
fossero giunti a ipotizzare il regicidio, quindi un deicidio. Questa delusione,
mista allo sdegno, spiega forse l'ordine, impartito personalmente dall'imperatore,
di esporre i cadaveri dei capi della rivolta al ludibrio della folla. Questa
decisione andava peraltro contro i suoi stessi insegnamenti: proprio per evitare
che le esecuzioni capitali si trasformassero in uno spettacolo indecoroso, negli
anni '20 egli aveva progettato un edificio in cui un anonimo boia, con un colpo di
fucile, spegneva le vite dei criminali nel pi� assoluto riserbo. La sua ira era
dunque cos� grande da costringerlo a fare un passo indietro di quarantanni, e
l'idea che egli aveva di se stesso era cos� smisurata e sacrale da portarlo a
rinnegare una scelta di civilt� fatta nei primi anni della reggenza e a ricuperare
macabre consuetudini medievali.
Qualche settimana dopo, spentasi l'ira dovuta al tradimento dei figli ingrati,
l'imperatore, a colloquio con i suoi pi� vicini collaboratori, tendeva a dare della
rivolta una valutazione assai riduttiva: essa aveva interessato soltanto la
capitale, mentre il resto dell'impero era rimasto fedele alla Corona; nella stessa
capitale, poi, il popolo si era rifiutato di aderire alla sommossa e soltanto gli
studenti pi� anziani avevano fatto una breve, e pavida, apparizione nelle strade; i
promotori della rivolta erano poche decine di "ostinati", mentre moltissimi gregari
era-

///. Il patriarca dell'Africa

no usciti dalle caserme convinti di battersi in nome dell'imperatore; per finire,


gli obiettivi di sviluppo indicati dai rivoltosi non si discostavano affatto dai
programmi governativi. Dunque, il colpo di Stato del 13 dicembre, a suo dire, aveva
soltanto nuociuto al buon nome dell'Etiopia e aveva rallentato, anzich� accelerare,
il processo di sviluppo del paese3.
Persuaso che la realt� fosse questa, Hail� Selassi� tendeva a minimizzare ci� che
era accaduto, a dimenticare e a far dimenticare: in primo luogo, si rifiutava di
tornare nel Palazzo di Gannata L'ul, dove si era consumata la strage dei dignitari,
e si trasferiva nel Palazzo del Giubileo, nella citt� bassa, vicino alla stazione
ferroviaria; in secondo luogo, era contrario all'istruzione di un processo pubblico
contro i congiurati e si arrendeva soltanto quando il suo consigliere inglese, sir
Charles Mathew, lo convinceva che l'atto era indispensabile; infine, anche nel
procedere a quei pochi cambiamenti avvenuti nel corso del 1961, Hail� Selassi�
faceva ricorso a metodi e a tempi del passato, perch� non si sospettasse
minimamente di un suo cedimento all'imposizione della piazza. Ancora una volta
ribadiva il concetto che a dispensare favori, promozioni e riforme era soltanto
lui, in virt� degli illimitati poteri che la Costituzione del 1955 gli attribuiva.
Intanto, Hail� Selassi� si affrettava a ricompensare quelli che lo avevano aiutato
a salvare il trono. Ad Asserate Kassa, che era stato il cervello della
controrivoluzione, affidava la presidenza del Senato. A Merid Mangasci�, che aveva
vinto la battaglia di Addis Abeba, assegnava il ministero della Difesa. Promuoveva
inoltre al grado superiore i generali Kebbede Gabre, Isayas Gabre Selassi� e Assefa
Ayene, i quali, con il loro lealismo, avevano impedito che la rivolta trionfasse.
Infine, per dare qualche soddisfazione al settore pi� politicizzato dell'opinione
pubblica, indiceva nuove elezioni generali per

Parte terza Il trionfo e il declino

il 1961; con due rimpasti portava al governo alcuni uomini nuovi, al di sotto dei
quarantanni, che godevano della reputazione di liberali e progressisti; concedeva
una pi� marcata autonomia al Parlamento e ampliava le funzioni del primo ministro;
insediava commissioni di studio per nuove riforme costituzionali, amministrative e
agrarie; creava il ministero del Lavoro; favoriva la nascita dei primi sindacati e
delle commissioni interne; trasformava l'University College in una vera universit�
alla quale dava il proprio nome4.
Come acutamente osserva Calchi Novati,
la strategia era di disinnescare la pressione dell'opposizione cooptando i suoi
esponenti a titolo individuale e ignorandone le istanze globali. La
compartecipazione di quella "nuova classe" alla direzione del governo e
dell'economia aiut� il potere a ricomporre la crisi, ma inser� nel cuore dello
Stato un gruppo non compromesso con i vincoli familiari e dinastici contribuendo di
fatto a esacerbare le tensioni5.
Si aggiunga che molte delle misure decise dall'imperatore non avrebbero avuto un
effetto immediato e visibile, e questo non poteva che acuire il malcontento di
quelle fasce della popolazione che, pur non avendo aderito al complotto, lo avevano
per� visto con simpatia. In realt�, dopo gli eventi del dicembre 1960, l'Etiopia
non sarebbe pi� stata la stessa; anche se Hail� Selassi� riuscir� ancora per
tredici anni a congelare il processo rivoluzionario avviato dai fratelli Neway, la
sua figura e il suo ruolo subiranno una crescente contestazione. Il suo modo di
governare, pi� vicino all'assolutismo dei faraoni che non a quello di Luigi XIV6,
non poteva pi� essere accettato da una intellighenzia che, formatasi nelle
universit� europee e americane, pensava a ben altri modelli per far uscire
l'Etiopia dal sottosviluppo.
Se era stato relativamente facile vincere i malumori dell'esercito accettandone le
richieste di aumento del

///. Il patriarca dell'Africa

soldo, ben pi� arduo si profilava il compito di riportare la quiete nell'ateneo.


Ufficialmente la pace fra l'imperatore e gli studendi era stata ripristinata con
una lettera di scuse inviata dagli universitari al negus e con il perdono imperiale
concesso loro durante un'udienza. In realt� si trattava di una pace fittizia. Gli
studenti non avrebbero mai rinnegato il loro sostegno alla rivolta e avrebbero anzi
fatto dei congiurati del 13 dicembre i loro eroi. Lo testimoniava la distribuzione
clandestina di volantini, i cui testi erano: "Meglio essere un leone per un giorno
e poi morire, che vivere l'esistenza di una pecora per mille giorni", "Non c'�
soluzione senza sangue", "Ci� che � immorale � essere governati da despoti, non
insorgere contro di essi"7.
Hail� Selassi� poteva anche rimuovere del tutto dalla memoria l'episodio del 13
dicembre, ma la verit� era che il fallito colpo di Stato segnava, come precisava
John Markakis, la fine di "un lungo periodo di adulazione per un monarca
modernizzante da parte di un ceto colto, e l'avvio di un periodo di disincanto che
sarebbe culminato in una violenta ostilit�"8. Proprio nel 1961, all'indomani del
putsch, l'organizzazione giovanile Pen Pale Association si trasformava in Consiglio
del Movimento del Popolo Etiopico (CMPE) che, ispirandosi al socialismo
scientifico, propugnava una radicale opposizione al regime. D'ora in avanti Hail�
Selassi� non dovr� pi� fronteggiare soltanto le ricorrenti congiure di palazzo9, ma
una nuova e ben pi� temibile opposizione, che agiva clandestinamente, che
interpretava la situazione del paese in chiave marxista e che si batteva per la
repubblica.
Il pericolo era reale e non andava pertanto sottovalutato. Presto il malcontento,
per il momento localizzato nella capitale, si sarebbe esteso agli altri centri
urbani e non era difficile prevedere che, alla fine, anche le forze armate ne
sarebbero state contagiate. Di tutto ci� Asserate Kassa era perfettamente
consapevole. Ed era

Parte terza Il trionfo e il declino

anche persuaso che le misure adottate dall'imperatore fossero del tutto


insufficienti; per salvare la monarchia, non c'era che una strada: quella della
revisione dello statuto. Se Hail� Selassi�, rinunciando ai suoi smisurati poteri e
all'investitura divina, si fosse presentato alla nazione come un monarca
costituzionale, il sensazionale annuncio avrebbe avuto effetti benefici immediati.
Asserate Kassa non era il solo, ai vertici del potere, ad auspicare questa
soluzione e, avendo deciso di rivolgere una petizione in questo senso
all'imperatore, trovava l'immediato consenso del ministro della Difesa, generale
Merid Mangasci�, di uno dei generi del negus, generale Abiye Abebe, del governatore
del Gimma, colonnello Tamrat Yighezu e del degiac Ghermacci� Tede Hawariat, figlio
dell'autore della prima Costituzione etiopica.
Insieme redigevano un documento di quindici pagine che conteneva una serie di
proposte di ordine costituzionale e amministrativo: per cominciare Hail� Selassi�
avrebbe dovuto "porsi al di sopra della politica come un monarca costituzionale",
il cui compito principale sarebbe stato quello "di concedere i diritti
costituzionali al suo popolo e di rappresentare il simbolo dell'unit� e della
sovranit� della nazione"; inoltre, l'imperatore avrebbe dovuto assegnare maggiori
responsabilit� "al primo ministro, il quale avrebbe dovuto essere scelto dal
Parlamento e avere la facolt�, a sua volta, di scegliere i propri ministri". Tra le
altre proposte c'era anche quella di avviare al pi� presto "una giusta e vitale
riforma agraria", senza la quale il paese non sarebbe mai uscito dal sottosviluppo.
Il documento portava soltanto la firma di quattro dei cinque estensori, poich�,
essendo a tutti noto quanto Hail� Selassi� detestasse il padre di Ghermacci� Tede
Hawariat, la firma del giovane ministro dell'Informazione avrebbe potuto
pregiudicare l'intera operazione10.

///. Il patriarca dell'Africa


All'appuntamento con l'imperatore, nel maggio 1963, andavano pertanto solo Asserate
Kassa, Merid Mangasci�, Abiye Abebe e Tamrat Y�ghezu. Come promotore
dell'iniziativa e in virt� del suo alto rango, toccava ad Asserate Kassa il compito
di leggere la petizione11, di commentarla e di giustificarla. Egli sapeva
perfettamente che l'argomento estremamente delicato avrebbe potuto innervosire il
sovrano, ma certo non immaginava una reazione cos� inconsueta e ostile: ogni volta
che staccava gli occhi dal documento, Asserate Kassa si accorgeva che l'imperatore
aveva gli occhi fissi su di lui, che si era fatto pallido e che a stento tratteneva
la collera. Il presidente del Senato si preparava dunque a subire la bufera
imperiale, cos� come era gi� capitato tante altre volte. Ma in questa occasione non
accadde nulla di simile. L'imperatore non apriva bocca. Si limitava a fissare a uno
a uno gli astanti, per renderli partecipi del suo infinito sdegno.
Ci sarebbe voluto del tempo prima che i quattro dignitari si riavessero dallo
stupore e dallo smarrimento. Eppure la reazione di Hail� Selassi� non era poi cos�
imprevedibile. Il suo silenzio e la sua irritazione significavano soltanto che
l'argomento proposto non era fra quelli che si potevano discutere. Per le prove di
indiscussa fedelt� che gli avevano offerto, egli aveva in grande stima almeno tre
dei dignitari presenti, ma non poteva consentire che questi invadessero un campo di
sua strettissima pertinenza. Con il suo silenzio aveva evitato una rottura e, nello
stesso tempo, aveva espresso un rifiuto sdegnato che i suoi interlocutori non
avrebbero mai potuto dimenticare. Per impedire tuttavia che tornassero alla carica,
li allontanava dalla capitale oppure li destinava ad incarichi di minore
responsabilit�: Asserate Kassa sarebbe finito in Eritrea come vicer�; Abiye Abebe
avrebbe perso il ministero degli Interni e sarebbe stato tacitato con la presidenza
del Senato, che non
Parte terza Il trionfo e il declino
aveva alcun peso; Tamrat Yighezu sarebbe stato trasferito a Gondar, come
governatore, e Ghermacci� Tede Hawariat, presto identificato come quinto estensore
del documento, sarebbe finito governatore nella remotissima regione dell'Il� Bab�r.
Dal drastico shumshir si salvava soltanto il generale Merid Mangasci�, che avrebbe
conservato sino alla morte, avvenuta nel 1966, il dicastero della Difesa12.
Nessuno ebbe pi� il coraggio di chiedere ad Hail� Selassi� una nuova Costituzione.
Cinque anni dopo, con la circolare imperiale n. 44, l'imperatore si limitava a
emendare il vecchio ordine imperiale n. 1 del 1943 - relativo ai poteri e alle
attribuzioni dei ministri - consentendo al primo ministro di scegliere
personalmente i membri del governo. Si trattava di un primo, timido passo verso
l'instaurazione di una monarchia costituzionale. Ma Hail� Selassi� non sarebbe
andato oltre. E nel discorso della Corona del 23 marzo 1966 avrebbe tenuto a
precisare che spettava soltanto a lui decidere ci� che andava innovato e ci� che
era giusto "preservare del passato"13.
L'annessione dell'Eritrea
C'era un altro problema che da sempre angustiava l'imperatore: l'Eritrea. Quando
questa era nelle mani degli italiani, Hail� Selassi� aveva ardentemente desiderato
di poter disporre di almeno uno dei suoi porti; cacciati gli italiani, aveva fatto
dell'Eritrea l'oggetto primo delle sue rivendicazioni e per ottenerla in piena
sovranit� era andato a bussare alle porte di chi deteneva il potere nel nuovo
ordine mondiale; infine, quando le Nazioni Unite, con la risoluzione 390/V (A) del
2 dicembre 1950, avevano deciso di riunire in federazione Eritrea ed Etiopia,
l'imperatore aveva fatto buon viso a cat-

///. Il patriarca dell'Africa

tiva sorte, augurandosi che la federazione non sarebbe stata che la prima tappa
verso l'annessione.
Nel decennio successivo, infatti, Hail� Selassi� si sarebbe comportato in Eritrea
non come garante dell'accordo federativo, ma come suo liquidatore. Lo spingevano ad
affrettare l'annessione motivi di prestigio, di sicurezza, ma soprattutto motivi
politici, come faceva notare Bahru Zewde:
Un'Eritrea autonoma, che godeva di un relativo alto grado di libert� democratiche e
civili, costituiva una pericolosa anomalia nel clima politico oppressivo prevalente
in Etiopia14.
In effetti fra la Costituzione eritrea, elaborata dal giurista boliviano Eduardo
Ante Matienzo, e la Costituzione etiopica del 1955 esistevano delle differenze
sostanziali. In Eritrea, ad esempio, partiti e sindacati erano ammessi, le libert�
di stampa e di sciopero erano riconosciute, e nel Parlamento di Asmara, almeno nei
primi anni, il dibattito politico seguiva le regole delle democrazie occidentali.
Cos� come, sul finire degli anni '40, non si era trattenuto dallo scatenare la
guerriglia in Eritrea per rafforzare il Partito dell'Unione, negli anni '50 Hail�
Selassi� non faceva nulla per impedire la graduale demolizione degli istituti della
federazione. Il ministro degli Esteri Aklil� Hapte Uold annunciava:
il governo etiopico si � impegnato a rispettare l'autonomia dell'Eritrea e tutte le
disposizioni dell'Atto federale. Non debbono esservi dubbi circa la sincerit� di
tale impegno da parte del governo etiopico15.
Di contro, il rappresentante del negus ad Asmara -nonch� suo genero - ras
Andargacci� Massai, anzich� mediare equamente fra le due parti che avevano stretto
il patto federale, si comportava come un vicer�, il cui soParte terza Il trionfo e
il declino
lo proposito era quello di annullare le disparit� politiche, costituzionali e
linguistiche fra Eritrea e Etiopia, come si legge in un documento del Fronte di
Liberazione Eritreo (FLE):
Nei primi anni della federazione, il governo etiopico, camuffato da governo
federale, caus� al popolo eritreo pi� sofferenze di quelle che aveva patito in 70
anni a causa del colonialismo europeo16.
La prima mossa di Andargacci� Massai era quella di mettere il bavaglio alla stampa
eritrea, che nel decennio dell'amministrazione britannica aveva goduto della
massima libert� di espressione; in seguito Venderassi� (rappresentante)
dell'imperatore attaccava le istituzioni stesse dell'Eritrea e giungeva a
utilizzare nuove bande di scifta per intimidire gli eritrei che protestavano e
invocavano l'applicazione dello statuto federale. Nell'agosto 1955, dopo essere
stato sottoposto a ogni sorta di pressioni e di attacchi - veniva tra l'altro
accusato di lavorare per l'indipendenza dell'Eritrea - il capo del governo eritreo,
degiac Tedia Bairu Ogbit, era costretto a dimettersi17.
A sostituire Tedia Bairu veniva chiamato Asfaha Woldemichael, cattolico, di antica
e nobile famiglia dell'Acchel� Guzai fedelissima all'Italia, gi� interprete negli
anni '30 dei generali Graziani e Nasi e poi passato al servizio dell'imperatore,
dopo il suo rientro in Etiopia. Convinto unionista e legato a filo doppio con Addis
Abeba, era l'uomo giusto, accanto ad Andargacci� Massai, per liquidare ci� che
ancora restava dell'autonomia eritrea: nel 1956 venivano soppressi i partiti
politici; due anni dopo, in seguito ad alcune manifestazioni operaie di protesta,
erano aboliti i sindacati; quindi veniva sostituita la bandiera eritrea con quella
etiopica; l'amarico rimpiazzava nelle scuole il tigrign� e l'arabo, che erano le
due lingue ufficiali dell'Eritrea; infine, la denomina-

///. Il patriarca dell'Africa

zione "Governo dell'Eritrea" veniva sostituita con quella di "Amministrazione


eritrea".
Alla fine del 1959 Andargacci� Massai, promosso ras e ministro degli Interni
d'Etiopia, lasciava Asmara; il suo incarico veniva assunto da un altro genero
dell'imperatore, il generale Abiye Abebe, il quale nel 1962 avrebbe portato a
termine la liquidazione della federazione.
Gli eritrei non erano tuttavia rimasti inerti dinanzi allo smantellamento della
loro autonomia. Stanchi di inviare telegrammi di protesta e accorate petizioni alle
Nazioni Unite, davano vita ai primi movimenti armati di resistenza. Nel 1958
entrava in azione il Movimento per la liberazione dell'Eritrea (MLE), seguito nel
1961 da un nuovo organismo di lotta, il Fronte di liberazione eritreo (FLE), alla
cui guida era chiamato l'ex presidente dell'Assemblea legislativa di Asmara, Idris
Mohamed Adem.
Hail� Selassi� non poteva ignorare che il malcontento fra gli eritrei riguardava
sia la comunit� di fede cristiana che quella di religione islamica, e che il FLE
non si batteva per ripristinare l'autonomia del paese, bens� per la sua completa
indipendenza, come infatti recitava il documento costitutivo del Fronte:
Dopo il fallimento di tutti i tentativi per giungere a una soluzione pacifica, il
popolo eritreo � stato costretto a ribellarsi per sottrarsi agli artigli di questo
nuovo colonialismo. Rispondendo ai desideri pi� ardenti delle masse che giudicano
la lotta armata come la sola via per raggiungere l'indipendenza, il Fronte di
liberazione eritreo si � costituito e dichiara in questa Costituzione
rivoluzionaria che il suo obiettivo � l'indipendenza nazionale e il mezzo per
conseguirla � la rivolta armata18.
Se l'imperatore avesse compiuto l'estremo passo annunciando l'annessione
dell'Eritrea all'Etiopia, il movimento di rivolta si sarebbe probabilmente esteso a
tutto il paese, trascinando l'impero in una guerra senza fine
Parte terza Il trionfo e il declino
e alimentando le spinte secessioniste anche in altre regioni.
Avvertendo questi pericoli, l'imperatore esitava a compiere il passo decisivo,
anche perch� si illudeva di ottenere l'annessione ricorrendo pi� alla persuasione
che alla forza. Nel luglio del 1962 decideva pertanto di compiere un nuovo viaggio
in Eritrea, e nel lungo discorso che pronunciava ad Asmara alternava le lusinghe
alle minacce, precisando infine che "l'indissolubile unit�" fra Etiopia ed Eritrea
si sarebbe comunque realizzata. La risposta degli indipendentisti eritrei non si
faceva attendere: il 12 luglio ad Agordat un commando del FLE lanciava alcune
granate contro il palco delle autorit� etiopiche, provocando la morte o il
ferimento di decine di persone. Nell'attentato, primo di una serie di audaci
attacchi su tutto il territorio eritreo, restava ferito anche V enderassi� Abiye
Abebe.
La reazione del FLE, anzich� dissuadere l'imperatore dall'imbarcarsi in un'impresa
disperata e senza sbocchi, lo spingeva ad affrettare i tempi dell'annessione. In
base alle informazioni che possedeva sulla consistenza del Fronte, egli sperava di
poter riprendere in pugno la situazione prima che il movimento secessionista
affondasse pi� profondamente le radici nella comunit� eritrea. Convinto di poter
domare gli eritrei, cos� come in passato aveva domato le popolazioni dell'Uollo,
del Tigre, del Goggiam, dell'Ogaden e del Baie, incaricava il genero Abiye Abebe e
il primo ministro eritreo Asfaha Woldemichael di chiudere rapidamente il capitolo
dell'autonomia eritrea. Consapevole, tuttavia, che un atto di forza l'avrebbe messo
in cattiva luce dinanzi all'opinione pubblica internazionale, suggeriva al suo
rappresentante ad Asmara di far in modo che l'annessione apparisse come invocata
dagli stessi eritrei. L'imbroglio sarebbe riuscito, ma Hail� Selassi�, con
l'abolizione dello statuto federale, commetteva il pi� grave errore della sua

III. Il patriarca dell'Africa

lunga carriera di statista. La guerra in Eritrea sarebbe infatti durata trent'anni


e sarebbe stata una fra le cause della sua caduta.
L'agonia e la morte della nazione eritrea erano cos� raccontate da Tedia Bairu,
primo capo del governo di Asmara:
Nel 1962 tutto era pronto e da settimane si sapeva che un giorno l'Assemblea
eritrea avrebbe dovuto votare l'annessione. Cominci� allora l'ostracismo dei
deputati, i quali non si presentavano alle sedute e cos� non si raggiungeva mai il
quorum per la votazione. Il 12 novembre la polizia etiopica and� a scovare i
deputati nelle loro case, negli ospedali dove si erano dati ammalati, dovunque si
erano nascosti, e li port� in aula sotto la minaccia delle armi. Il vicepresidente
dell'Assemblea, kash� Dimitr�s, per indurre i parlamentari a rimanere, presenta
degli innocui progetti di legge in campo giuridico. I deputati cadono nel tranello
e discutono queste leggi. La commedia continua il giorno dopo e quello successivo,
il 14 novembre 1962, che � il giorno nefasto nella storia dell'Eritrea. Mentre
l'Assemblea discute tranquillamente, alle 13 circa, il primo ministro eritreo
Asfaha Woldemichael fa entrare improvvisamente in aula uno stuolo di agenti di
polizia e alti personaggi dello Stato, poi si alza e annuncia che l'Assemblea
eritrea ha approvato l'unione dell'Eritrea con l'Etiopia19. Subito dopo il
vicepresidente Dimitr�s dichiara chiusa la seduta. I poliziotti applaudono. Non c'�
stata votazione nemmeno formale20.
A essere informati che il 14 novembre ci sarebbe stato il colpo di mano ad Asmara
erano soltanto in cinque: l'imperatore, il primo ministro etiopico Aklil� Hapte
Uold, V enderassi� Abiye Abebe, il premier eritreo Asfaha Woldemichael e il
vicepresidente dell'Assemblea, kash� Ghebremariam Dimitr�s. La questione
dell'annessione dell'Eritrea non era mai stata portata in Parlamento e neppure era
stata discussa dal Consiglio dei ministri. Ma nella notte del 14 novembre, a cose
fatte, il Senato e la

Parte terza Il trionfo e il declino

Camera venivano convocati in tutta fretta ad Addis Abeba e, in seduta congiunta,


ratificavano la "decisione" dell'Assemblea eritrea di abrogare la federazione. Da
quel momento l'Eritrea diventava la quattordicesima provincia dell'Etiopia.
Sul piano internazionale, le reazioni alla cancellazione dell'Eritrea come nazione
autonoma erano insignificanti. Neppure le Nazioni Unite, che pure avevano tenuto a
battesimo la federazione, protestavano per la gravissima violazione. Il silenzio
dell'ONU e delle cancellerie autorizzava l'imperatore a compiere in Eritrea un
nuovo viaggio, che questa volta aveva il preciso significato di una presa di
possesso. Parlando ad Asmara, il 19 gennaio 1963, egli non cercava di giustificare
l'atto di forza con il quale l'Eritrea era stata incorporata nell'impero, ma
attaccava violentemente gli eritrei che si battevano per la secessione:
Il popolo etiopico sparge il proprio sangue soltanto per salvarsi dalla
disintegrazione. Quelle persone che credono di liberare un paese con la secessione
sono egoisti e succubi di forze straniere. Noi non accetteremo mai le loro
motivazioni21.
Quattro giorni dopo, rivolgendosi ai cadetti della scuola navale di Massaua, era
con orgoglio e soddisfazione che annunciava il ritorno dell'Etiopia sul mare:
Fino a qualche tempo fa, noi etiopici giustificavamo il ritardato progresso del
paese con il fatto che i nostri porti marittimi e le acque territoriali erano in
mani straniere. Ma oggi, finalmente, noi siamo tornati in possesso delle noste
coste e dei nostri porti22.
Con l'annessione forzata dell'Eritrea, declassata in questo modo a semplice
provincia e sottoposta alla retriva amministrazione amhara23, Hail� Selassi�
portava a

///. Il patriarca dell'Africa

compimento il grande progetto unitario avviato da Menelik negli ultimi due decenni
dell'800: l'Etiopia raggiungeva ora proprio i confini indicati da Menelik nella sua
celebre lettera del 10 aprile 1891, inviata a tutti i sovrani d'Europa24. Ma in
settantanni - e dopo due guerre mondiali - molte cose erano cambiate, persino nella
remota e torpida Etiopia: alcuni fra i popoli che costituivano l'impero, infatti,
avvertivano ormai da tempo un grande bisogno di autonomia, insieme al desiderio di
ricuperare la propria cultura e la propria identit�, soffocate dalla dominazione
amhara. Forse l'Etiopia che Menelik aveva immaginato e che Hail� Selassi� aveva
pienamente realizzato poteva ancora sopravvivere, ma con altre istituzioni:
l'Eritrea, con la sua autonomia garantita da uno statuto federale, indicava la
giusta strada da percorrere25. Poteva costituire la prima pietra di un nuovo
edificio, nel quale tutte le nazionalit� avrebbero avuto pari potere e dignit�.
L'atto autoritario di Hail� Selassi� era invece di segno opposto e esprimeva ancora
la vecchia dottrina egemonica della classe dominante amhara. Ma nel momento stesso
in cui l'imperatore portava l'impero etiopico alla sua massima espansione, prendeva
il via una serie di guerre locali interminabili, che avrebbero portato il paese
sull'orlo della disintegrazione.
Il colpo di Stato in Eritrea, meditato da Hail� Selassi� sin dal giorno in cui
aveva ratificato ad Addis Abeba l'atto federale, era tanto pi� grave in quanto in
palese contraddizione con la politica che egli aveva inaugurato, a partire dalla
seconda met� degli anni '50, nei confronti del continente africano e dei paesi non
allineati. In poco tempo si era conquistato una solida reputazione di "pellegrino
della pace", predicando l'unit� degli africani, la moderazione, la concordia, le
virt� del negoziato, e condannando severamente l'impiego della forza come mezzo di
risoluzione delle controversie e in-
Parte terza Il trionfo e il declino
tervenendo pi� volte come abile, ostinato e fortunato mediatore. Ma questa volont�
di conciliazione, che egli manifestava nei riguardi di tutti i problemi esterni
all'Etiopia, evidentemente non doveva ritenerla valida per le questioni interne
dell'impero, se � vero che egli decideva di rispondere con la repressione alle
richieste di autonomia prima degli eritrei e poi dei somali, degli oromo e dei
sidamo. Con innegabile coraggio, un alto funzionario del ministero delle Finanze,
blatta Beiene Biadghillign, avrebbe confidato a chi scrive:
Non si pu� essere progressisti in politica estera e conservatori in quella interna,
senza generare un diffuso malcontento. Non nego il molto che Sua Maest� ha fatto
per il suo paese. Lo rimprovero soltanto per ci� che non ha fatto e poteva fare
disponendo del suo enorme potere26.
Hail� Selassi� aveva appena risolto - a suo modo - il problema dell'Eritrea, quando
nuove difficolt� si profilavano nell'Ogaden. Nel febbraio 1963, prendendo a
pretesto l'imposizione da parte del governo etiopico di una nuova tassa per
sostenere gli oneri dello sviluppo, gli abitanti somali della regione,
particolarmente sensibili ai continui appelli di Radio Mogadiscio a liberare il
territorio dalla presenza etiopica, si rifiutavano di pagare la tassa, assalivano
e, in qualche caso, uccidevano gli esattori del governo. Contemporaneamente, con
operazioni di guerriglia, entrava in azione il Fronte di Liberazione della Somalia
Occidentale (FLSO), che godeva del pieno sostegno morale e materiale del governo
somalo. Nel discorso della Corona del 22 novembre 1963, Hail� Selassi� non
nascondeva al suo paese la gravit� della situazione:
Non soltanto le autorit� della Somalia persistono, con la stampa, la radio e le
pubbliche dichiarazioni, nella loro violenta campagna antietiopica, ma promuovono e
appoggiano

III. Il patriarca dell'Africa


le violazioni della frontiera con l'Etiopia. Bande armate si sono infiltrate nel
territorio etiopico e compiono atti di aggressione e di sabotaggio27. Con questi
metodi, i responsabili somali sperano di realizzare la loro dichiarata politica di
ingrandimento territoriale. (...) Ma ci deve essere un termine alla provocazione.
La nostra pazienza non � senza limiti28.
La situazione era aggravata dalla firma, nel novembre del 1963, di un patto di
assistenza militare tra il governo di Mogadiscio e l'Unione Sovietica, che
prevedeva l'istruzione e l'equipaggiamento di 20.000 soldati somali. Allarmato da
queste notizie, l'imperatore decideva di reprimere l'insurrezione nell'Ogaden prima
che la Somalia potesse riarmarsi. A met� gennaio del 1964 la III Divisione
etiopica, istruita ed equipaggiata dagli americani e comandata dal generale eritreo
Aman Mikael Andom, irrompeva nell'Ogaden e distruggeva alcune roccheforti della
guerriglia; poi scendeva pi� a sud e attaccava le postazioni somale di confine e le
localit� adiacenti, intimando al governo somalo di cessare di sostenere i
guerriglieri del FLSO. Non disponendo che delle poche e antiquate armi regalatele
dall'Italia alla cessazione del mandato fiduciario, la Somalia non era in grado di
opporre una lunga resistenza e il 6 marzo 1964 era costretta a negoziare a Khartoum
un armistizio.
La tensione non sarebbe tuttavia diminuita sui confini, obbligando i due paesi a
mantenere in armi eserciti troppo onerosi per le loro finanze. L'imperatore aveva
ancora una volta difeso con successo le regioni meridionali dell'impero, ma non
poteva certo illudersi di aver risolto il problema della minoranza somala nel
paese. Avendo scelto lo strumento della repressione anzich� quello della
concessione dell'autonomia, non faceva altro che rimandare di qualche anno un ben
pi� sanguinoso conflitto. L'irredentismo somalo, altrettanto cieco, avrebbe di
fatto favorito lo scontro.
Parte terza Il trionfo e il declino
Addis Abeba capitale dellAfrica
Nella seconda met� degli anni '50 Hail� Selassi� aveva accentuato il suo interesse
per il processo di decolonizzazione che si stava compiendo in Africa e aveva subito
cercato di imporsi, a livello continentale, come uno dei leader della nuova Africa.
Gli eventi del dicembre 1960 dovevano in una certa misura favorire questa tendenza.
Per rafforzare il proprio prestigio scosso dalla rivolta della Guardia imperiale,
infatti, il negus decideva di votarsi alla causa della libert� e dell'unit� del
continente nero, conseguendo risultati insperati. L'Etiopia, per� - anche se poteva
vantare alcune innegabili benemerenze, come la schiacciante vittoria sul
colonialismo italiano ad Adua, nel 1896, e la coraggiosa resistenza al fascismo,
quarantanni dopo - non poteva proporsi come modello per gli altri paesi, sia perch�
si era ingrandita a spese dei popoli confinanti, sia perch� il suo regime era fra i
pi� conservatori del mondo.
Questo svantaggio non sembrava preoccupare troppo Hail� Selassi�. Per imporsi egli
contava, come sempre, sulle sue straordinarie capacit� di mediatore e sul fascino
che la sua persona ispirava. Due gruppi di paesi si erano formati in Africa nel
1961: il "Blocco di Casablanca", che riuniva i governi rivoluzionari29, e il
"Blocco di Monrovi�", al quale avevano aderito quelli riformisti30. Hail� Selassi�
sarebbe riuscito a mediare fra i due blocchi, a far superare le pi� gravi
divergenze e a convincere trenta capi di Stato africani a dare vita ad un'unica
organizzazione a livello continentale e, infine, a imporre Addis Abeba come sede
della conferenza costitutiva dell'OUA (Organizzazione dell'Unit� Africana). Si
parl� di miracolo, e indubbiamente l'imperatore aveva rivelato una grande abilit�
nel conciliare le esigenze di uomini cos� diversi come Nasser e Sedar Senghor,
Nkrumah e Tsiranana.

///. Il patriarca dell'Africa

Per l'occasione Addis Abeba cambiava faccia. Mentre un esercito di imbianchini


rinfrescava gli edifici sulle arterie principali, un altro esercito di carpentieri
e manovali rizzava palizzate per nascondere i quartieri pi� miserabili. La
conferenza si sarebbe tenuta nell'Africa Hall, un imponente edificio di 75.000
metri cubi, progettato e realizzato dall'italiano Arturo Mezzedimi. Era il primo
edificio di quella capitale veramente imperiale sognata da Hail� Selassi�, e presto
sarebbe stato seguito dalla City Hall, dalla Commercial Bank, dal Finfinn�
Building, dal National Building31. L'imponente banchetto, al termine della
conferenza, si sarebbe invece dovuto tenere nell'aderasc di Menelik, l'unico salone
in Addis Abeba capace di ospitare 2.000 invitati, ma poich� V aderasc era.
pericolante, l'imperatore dava tre mesi di tempo al costruttore italiano Mario
Buschi per ricostruirlo ex novo. La scelta non poteva essere migliore: Buschi,
infatti, era l'uomo che aveva trasportato il celebre obelisco da Axum a Roma; aveva
inoltre trasferito una flottiglia di natanti dal Mar Rosso al Lago Tana
affrontando, fra l'altro, la terrificante salita di Lemalem�, e in soli cinque mesi
aveva costruito il Parlamento etiopico32.
Nel pomeriggio del 22 maggio 1963, a poche ore dall'apertura del vertice di Addis
Abeba, raggiunsi V aderasc di Menelik per vedere se anche questa volta l'amico
Buschi ce l'aveva fatta a vincere la sfida. Ce l'aveva fatta per un soffio. Le
novecento lampadine che illuminavano il salone erano appena arrivate con un jet
proveniente da Milano; l'esercito di giardinieri, che aveva improvvisato un prato
all'inglese tutt'intorno all'aderasc, era ancora al lavoro. Mentre Buschi
illustrava le tappe della sua impresa, l'imperatore faceva il suo ingresso nel
salone, seguito da un folto gruppo di dignitari, ufficiali e guardie del corpo.
Indossava uno dei suoi doppiopetti color grigio scuro, con un fazzoletto bianco nel
taschino. Sorridendo, venne dritto verso di noi, ci diede la mano e, in

Parte terza Il trionfo e il declino

italiano ci salut� ed elogi� Buschi per il lavoro che "con tanta perizia" aveva
portato a termine. Era la prima volta che sentivamo Hail� Selassi� esprimersi nella
nostra lingua, e il fatto ci sorprese maggiormente perch�, con gli stranieri, egli
era solito parlare il francese, che padroneggiava molto bene. Con il suo gesto,
cos� insolito, e che per un perfezionista come lui comportava anche dei rischi,
egli voleva semplicemente manifestare la sua intima soddisfazione e comunicarcela
nella lingua che ci era pi� cara. Mentre egli parlava, osservai che la barba
dell'imperatore si era fatta brizzolata e che la macchia sotto l'occhio sinistro si
era allargata e accentuata. Hail� Selassi� aveva 71 anni. Il suo declino fisico era
cominciato; lontano, invece, era quello intellettuale, come notava Jean Lacouture,
che rappresentava "Le Monde" al vertice di Addis Abeba:
La stupefacente intelligenza che emana da questo personaggio fuori serie, la
maliziosa sensibilit� che brilla nel suo sguardo dorato, fanno credere in effetti a
una reale lucidit� politica33.
L'indomani, nella grande sala dell'Africa Hall, l'imperatore avrebbe dimostrato
ampiamente di saper padroneggiare la situazione come nessun altro capo di Stato
africano. Attento, instancabile, rapidissimo nell'inviare bigliettini a questo o a
quel delegato, presiedeva la conferenza con un'autorit� e un'abilit� che
affascinavano. Nell'aprire il vertice, che egli definiva "senza precedenti nella
storia", l'imperatore aveva pronunciato uno dei discorsi pi� significativi della
sua vita di statista; un discorso moderato, ma ambizioso nella sostanza:
Noi siamo qui riuniti per gettare le basi dell'unit� africana. Di conseguenza
dobbiamo, qui e ora, metterci d'accordo sullo strumento che costituir� la base
dello sviluppo futuro di questo continente (...). Questa conferenza non pu�
chiuder-

///. Il patriarca dell'Africa

si senza l'adozione di una Carta africana unica. Non possiamo separarci senza
creare una sola organizzazione africana. Se non raggiungeremo questo obiettivo,
verremo meno ai nostri doveri verso l'Africa e verso i nostri popoli34.
Certo, nel corso del summit si sarebbero ascoltate proposte anche pi� ardite della
sua: il ghaneano Kwame Nkrumah, ad esempio, difendeva con passione e vigore il suo
progetto di costituzione immediata di un unico governo interafricano e accompagnava
il suo discorso con pesanti pugni sul banco:
Perch� dobbiamo continuare a essere i forzati del mondo industriale, se il nostro
continente � il pi� ricco del mondo? Per secoli l'Africa � stata la mucca da latte
per tutti, meno che per noi. Ora basta! Tutta l'Africa chiede l'unit� reale,
immediata. Se non la realizzeremo, i nostri popoli ci condanneranno e cadremo
nell'abisso in cui � finita l'America Latina35.
Alla fine Nkrumah sarebbe rimasto isolato con il suo progetto utopico e neppure
S�kou Tour� o Gamal Abdel Nasser sarebbero venuti in suo aiuto. La maggioranza dei
capi di Stato concordava sull'esigenza dell'unit� del continente, ma senza porsi
traguardi troppo ambiziosi o vicini, senza prospettare l'istituzione di organismi
troppo impegnativi e rigidi, riconoscendo oltretutto che l'Africa non poteva ancora
fare a meno di cooperare con i paesi ex colonialisti, pur esigendo il rispetto
assoluto della propria sovranit�. Vinceva cos� la tesi di Hail� Selassi� che
suggeriva gradualit� e obiettivi pi� realistici. Il successo della conferenza era
dovuto in buona parte ai suoi suggerimenti, ai suoi inviti alla prudenza e alla
moderazione: "Rinunciamo alla futilit� della vendetta e delle rappresaglie -
esortava -, sbarazziamoci dei sentimenti di odio che non possono che minare i
nostri animi e avvelenare i nostri cuori"36.
L'ultima seduta, che avrebbe dato vita alla Carta delParte terza Il trionfo e il
declino

l'OUA37, si teneva a porte chiuse. Allontanati il pubblico e i giornalisti, nella


sala dell'Africa Hall restavano soltanto i trenta capi di Stato africani, con un
solo testimone: l'uomo che aveva costruito il palazzo, l'architetto Mezzedimi, che
doveva vegliare sul buon funzionamento di tutte le apparecchiature nell'edificio.
Egli riferisce che quando venne approvata la Carta dell'OUA, i capi di Stato si
alzarono in piedi e cominciarono ad applaudire Hail� Selassi�, il grande regista
del vertice:
Continuarono a battere le mani per dieci minuti. Non credevo ai miei occhi. Non
avevo mai visto nulla di simile. L'imperatore, anche lui in piedi, godeva del
trionfo ma, come sempre, si controllava. Era rigido nella persona, nel suo volto
non si muoveva un solo muscolo38.
Il vertice di Addis Abeba si concludeva con una cena offerta da Hail� Selassi� nelV
aderasc di Menelik. Anche questa cena di addio, studiata in tutti i particolari
dall'imperatore, doveva rivelarsi un piccolo, ma autentico capolavoro. Nel salone
che aveva ospitato i pantagruelici e barbari banchetti di Menelik ora sedevano, in
smoking, in alta uniforme o in abito da sera, 2.000 invitati, ossia trenta capi di
Stato, un centinaio di ministri, un migliaio di delegati, seicento rappresentanti
del Gotha etiopico, duecento fra osservatori e giornalisti39. Centinaia di
camerieri in livrea verde e oro si muovevano silenziosi e sicuri fra i tavoli,
apparecchiati con vasellame e candelabri d'argento, per mescere vini francesi. I
piatti della cucina internazionale si alternavano a quelli etiopici. Il caviale
nero del Caspio veniva servito a cucchiaiate, cos� come il foie gras delle Landes.
In sottofondo, l'Imperiai Bodyguard Band alternava vecchie marce etiopiche a valzer
di Strauss e Leh�r.
Verso le 23 faceva la sua apparizione Miriam Makeba, in un lungo abito bianco
aderentissimo. Di colpo il brusio nella sala cessava. La Makeba si inchinava
legger-

///. Il patriarca dell'Africa

mente davanti all'imperatore e ai suoi ospiti e cominciava a cantare uno spiritual.


Gli occhi erano tutti su di lei: non era soltanto una splendida donna, n� soltanto
una delle voci pi� belle che l'Africa abbia mai avuto. Era anche una perseguitata;
una donna fuggita dall'universo concentrazionario sudafricano. Miriam Makeba era la
testimonianza vivente dei torti che da sempre l'Africa subiva e per questo appariva
come trasfigurata agli occhi dei 2.000 rappresentanti dell'Africa libera. Era
l'Africa della protesta, dei canti tristissimi, delle nenie rotte dai singhiozzi.
Era la "Madre Africa" che singhiozzava, ma che sapeva anche consolare. E perci� il
sentimento che provocava nei presenti era un insieme di venerazione religiosa e di
impulso erotico, di piet� e di ammirazione. L'Imperial Bodyguard Band taceva. Ad
accompagnare la voce di Miriam Makeba erano soltanto gli accordi di una chitarra,
di un balafong e di una viola.
La cena volgeva ormai al termine. I camerieri servivano gelato alla vaniglia e
champagne. Seguivano brindisi, inchini, strette di mano, applausi. Veniva suonato,
su un tono "molto moderato e solenne", L'African Nations Anthem. Hail� Selassi�
parlava brevemente in amarico per ringraziare gli ospiti e per sottolineare, ancora
una volta, il significato storico della conferenza. Dopo che anche il caff� e i
liquori erano stati serviti, i trenta capi di Stato uscivano per primi dalla sala,
in fila indiana. Apriva la marcia l'adetico colonnello Gamal Abdel Nasser, che
teneva per mano l'imperatore, e la chiudeva il presidente della Somalia, Aden
Abdulla Osman, un po'"triste ed umiliato per essere stato giudicato, a causa delle
sue rivendicazioni territoriali nei confronti dell'Etiopia, il guastafeste della
conferenza.
Con il summit di Addis Abeba, Hail� Selassi� raggiungeva l'apice della sua fortuna
politica. Non soltanto riacquistava e aumentava il suo prestigio, ma si imponeva
sulla scena africana come "il grande saggio", il "patriarca

Parte terza Il trionfo e il declino

dell'Africa", in contrapposizione ad altri astri, come Nasser, Nkrumah, S�kou


Tour�, pi� giovani, pi� audaci, ma anche pi� imprudenti. Nelle settimane successive
lo proponevano per il premio Nobel della pace; lo invitavano a dirimere le
controversie pi� difficili; gli concedevano il grande onore di stabilire ad Addis
Abeba la sede permanente dell'OUA. Scriveva "Relazioni internazionali":
In queste ultime settimane la scena africana ha registrato un vero e proprio
plebiscito in favore dell'imperatore d'Etiopia e della sua leadership politica. Se
l'occasione pi� clamorosa � stata offerta dalla controversia tra Marocco e Algeria,
non va dimenticato che l'attiva diplomazia di Hail� Selassi� non ha trascurato
occasione per inserirsi con crescente successo nel delicato gioco politico del
mondo africano. La conferenza di Bamako e la fine delle ostilit� sahariane hanno
costituito un indubbio successo per l'azione personale dell'imperatore, che ha
visto rinnovarsi attorno alla sua mediazione quella stessa unanimit� che nel maggio
di quest'anno si era creata ad Addis Abeba attorno alla Carta da lui elaborata
dell'OUA40.
Il successo dell'imperatore sulla scena africana aveva anche qualche modesto
riflesso sul piano interno. Lo spettacolo della stima e della fiducia dei leader
africani di tutte le tendenze verso Hail� Selassi� era stato tale da impressionare
favorevolmente l'intellighenzia contestatrice. Era stata apprezzata anche l'abilit�
dell'imperatore di far legittimare dal vertice di Addis Abeba l'annessione
dell'Eritrea, operazione che il negus avrebbe perfezionato l'anno successivo alla
Conferenza dell'OUA al Cairo. Tuttavia, gli elementi pi� radicali non potevano
accettare che, a una precisa e insistente richiesta di liberalizzazione del regime,
l'imperatore rispondesse soltanto con slogan panafricanisti e con un frenetico
attivismo in campo internazionale.
Il 30 maggio, cinque giorni dopo la chiusura del ver-

///. Il patriarca dell'Africa

tice di Addis Abeba, l'imperatore Hail� Selassi� mi riceveva nel Vecchio Gheb� di
Menelik. Erano passati soltanto tre anni dal nostro ultimo incontro, ma il
cerimoniale era totalmente cambiato: i tre inchini di rito e la difficile marcia a
ritroso erano stati aboliti; il negus riceveva gli ospiti in un modesto saloncino
accanto al suo studio, anzich� nella sala del trono al Palazzo di Gannata L'ul; e
ad accogliere e a scortare gli ospiti, anzich� due ufficiali - l'aiutante di campo
e il ministro della Casa imperiale - c'era semplicemente l'amabilissimo Mehba
Selassi� Alemu, parente dell'imperatore. Anche il colloquio era ora pi� semplice:
si conversava direttamente in francese, mentre in passato l'imperatore parlava in
amarico e un interprete traduceva. I cambiamenti erano intervenuti dopo il fallito
colpo di Stato del 1960, a riprova che la mancata rivoluzione aveva lasciato il suo
segno. L'imperatore vestiva la divisa color cachi da maresciallo, con mostrine
rosse e grossi bottoni d'oro. All'altezza del cuore portava cuciti quattordici file
di nastrini multicolori, attestazioni di campagne militari e di onorificenze. Sulle
ginocchia teneva un cagnolino bianco, che accarezzava e quietava rivolgendogli
parole gentili. Era sereno e soddisfatto della conferenza appena conclusa, ma,
nonostante l'innegabile successo personale e la felice conclusione del summit,
respingeva gli elogi:
Un successo? Diciamo semplicemente che abbiamo cominciato a realizzare qualcosa in
comune. (...) Questo vertice � stato molto utile e cambier� di certo il futuro
dell'Africa. Tuttavia ci vorr� del tempo prima che l'ambizioso traguardo dell'unit�
continentale venga raggiunto. Quanto alle sanzioni che abbiamo deciso di adottare
contro il Portogallo e il Sudafrica, debbo dichiarare che � con grande
rincrescimento che sar� costretto a rompere con Lisbona dopo un'amicizia che dura
da quattro secoli41. Ma l'atteggiamento del Portogallo in Angola mi costringe ad
accettare le decisioni degli altri capi di Stato.

Parte terza Il trionfo e il declino


Il colloquio si spostava poi su un altro argomento che stava molto a cuore
all'imperatore: quello dei rapporti fra Etiopia e Italia. Il ministro del Commercio
Luigi Preti era appena stato in visita ad Addis Abeba e non vi era giunto a mani
vuote: nel firmare un accordo di cooperazione economica e tecnica aveva infatti
annunciato la concessione, da parte dell'Italia, di un prestito incondizionato di
14 milioni di dollari, pi� consistente di quelli in precedenza erogati all'Etiopia
dalla Jugoslavia, dall'URSS e dagli Stati Uniti. Hail� Selassi� definiva i rapporti
con Roma "pi� che soddisfacenti" e, quasi a sottolineare il nuovo clima di
collaborazione, annunciava la sua disponibilit� a concedere in Addis Abeba un
terreno per la costruzione di un complesso di scuole italiane e, inoltre, a far
traslare in Italia le salme dei soldati italiani tumulate nei vari cimiteri di
guerra etiopici:
Questi soldati sono morti in seguito a ordini cattivi e sono anch'essi vittime
della tirannia fascista. Ma quel periodo � passato e sepolto, e oggi non chiedo che
di collaborare ancora pi� strettamente con l'Italia. Del resto feci questa
dichiarazione gi� pi� di vent'anni fa, subito dopo il mio ritorno ad Addis Abeba42.
Il sovrano chiudeva il colloquio augurandosi, cos� come aveva gi� fatto tre anni
prima, di poter presto venire in Italia. Non era un mistero per nessuno, tantomeno
per la Farnesina, che l'imperatore desiderava ardentemente di compiere questo
viaggio, al quale pensava da anni e che credeva di meritarsi anche per ci� che
aveva fatto per gli italiani d'Etiopia. C'erano almeno quattro motivi che lo
spingevano a sollecitare l'invito da parte del governo italiano: rimettere piede,
da ospite riverito e stimato, nel paese che per ben due volte aveva aggredito
l'Etiopia; prendersi questa rivincita dinanzi all'opinione pubblica italiana e
internazionale; sottolineare, con la visita, che secondo un suo radicato
convincimenIII. Il patriarca dell'Africa

to, era sempre possibile superare i contrasti fra le nazioni praticando il perdono
cristiano; onorare la tomba di Romane Uorch, la figlia che si era spenta in
prigionia, a Torino, il 14 ottobre 1940.
Ma da Roma gli giungevano soltanto vaghe promesse, intervallate da lunghi silenzi.
In seguito, a creare una serie di incredibili rinv�i, sarebbero intervenute la
rinuncia etiopica al prestito italiano, giudicato il 26 giugno 1964 troppo oneroso
dal Senato, e la caparbiet� con la quale i vari governi italiani si rifiutavano di
restituire all'Etiopia l'obelisco di Axum43. Hail� Selassi� sarebbe andato in
Italia, in visita ufficiale, soltanto il 6 novembre 1970.

LA RIVOLUZIONE E LA PRIGIONIA
// sogno africano
Dopo il summit di Addis Abeba l'imperatore avrebbe dato libero sfogo alla sua
passione dominante, che era quella di accelerare il processo di liberazione
dell'Africa dal colonialismo e di rendere l'OUA uno strumento unificante ma anche
di sviluppo, e soprattutto di pacificazione. Non c'era paese africano, infatti,
all'inizio degli anni '60, che fosse soddisfatto dei propri confini e che non
avanzasse rivendicazioni territoriali nei confronti delle nazioni finitime. Ma se
anche le frontiere tracciate dalle potenze coloniali erano spesso inique,
costituivano tuttavia una realt� consolidata e sanzionata da trattati
internazionali. La loro abolizione avrebbe significato lo scoppio di una serie
infinita di guerre interafricane. Hail� Selassi�, lui stesso alle prese con le
ambizioni espansionistiche della Somalia, temeva questo pericolo pi� di ogni altro.
"Se non arriveremo a realizzare l'unit� africana cancellando queste discordie,
questi malintesi, queste meschinerie, l'unit� rester� un sogno - rispondeva a
Germain Mba, che sottolineava il ruolo di mediatore del negus e "la responsabilit�
moral� che gliene derivava -. Se io posso contribuire, in una maniera o nell'altra,
ad appianare alcune fra le difficolt� che l'Africa incontra oggi, la responsabilit�
morale di cui
Parte terza Il trionfo e il declino
lei parla avr� trovato un senso e noi non potremo che essere soddisfatti"1.
A partire dal 1963, l'imperatore si sarebbe trasformato in un "pellegrino della
pace" accorrendo ovunque fosse ritenuta necessaria la sua opera di arbitro e di
moderatore. Cos� avrebbe composto il conflitto algeromarocchino, quello fra il
Senegal e la Guinea e quello che opponeva il Ghana ai paesi dell'OCAM
(Organizzazione Comune Africana e Malgascia). Avrebbe anche cercato di risolvere la
questione congolese e per quattro anni avrebbe impegnato tutta la sua autorit� e il
suo talento per porre fine alla guerra fratricida fra la Nigeria e il Biafra,
giungendo ad incontrarsi con le parti, nel 1964, ben trentasei volte. Gontran de
Juniac ha fatto giustamente osservare che "le voci che si leveranno in suo favore
al momento della sua caduta costituiranno una prova della stima che la sua opera di
conciliatore gli era valsa in tutta l'Africa e anche al di l� dei confini del
continente"2. Hail� Selassi� sapeva che la strada verso l'unit� sarebbe stata
lunghissima e irta di ostacoli, e che occorreva un'infinita pazienza per
percorrerla. "Ma ci sono altri esempi - diceva -. Guardate quanto tempo � occorso
per realizzare gli Stati Uniti!"3.
Ad Hail� Selassi� i riconoscimenti per il suo intelligente e generoso impegno
panafricano giungevano anche dagli altri continenti. La stampa era in prima fila
nell'esaltarlo e nel paragonarlo, qualche volta a sproposito, ad altri grandi
personaggi della storia. L'autorevole "The Economist" riconosceva nell'imperatore
l'uomo che aveva assunto la leadership della nuova Africa e sottolineava che
"l'Etiopia aveva scelto un destino africano" e che Addis Abeba stava diventando la
capitale del continente4. Un altro segno della sua popolarit� ormai planetaria e
del nuovo ruolo che egli aveva assunto in Africa erano le frequenti visite di Stato
che riceveva e che subito ricambiava. Da Addis Abeba sarebbe passato l'inIV. La
rivoluzione e la prigionia

tero Gotha del potere, blasonato o borghese: dalla regina Elisabetta d'Inghilterra
alla regina Giuliana d'Olanda, dallo sci� di Persia Reza Pahlevi al presidente
jugoslavo Josip Broz Tito, dal generale Charles De Gaulle a Zhou Enlai. Nel 1964,
durante un viaggio nell'America Centrale, Hail� Selassi� avrebbe addirittura corso
il pericolo, a causa della sua fama, di essere rapito dai rastafarians, che lo
consideravano un dio vivente5.
Questo frenetico attivismo esercitato fuori dai confini dell'Etiopia poteva anche
prestarsi a considerazioni non proprio benevole. Ryszard Kapuscinski, con la sua
consueta ironia, osservava che l'imperatore
preferiva recarsi all'estero, placare le dispute, caldeggiare lo sviluppo, guidare
i suoi colleghi presidenti sulla strada del progresso, proclamare il suo
interessamento per il destino dell'umanit�. Per un verso scansava i problemi
interni che esaurivano le sue energie, per un altro riscuoteva un tributo salutare,
espresso negli splendori e nelle amichevoli promesse formulate da altri governi e
da altre corti6.
Che Hail� Selassi�, con i suoi frequenti viaggi all'estero, cercasse di fuggire
dalla dura realt� dell'Etiopia, sempre pi� difficile da governare, non era un
segreto per quelli che gli stavano vicino. "Dopo il vertice del 1963 - riferiva
l'architetto Mezzedimi - mi era pi� difficile intrattenerlo sui problemi che un
tempo lo avevano coinvolto ed appassionato. Si stancava presto. Si spazientiva. A
volte, addirittura si infastidiva e bruscamente ci congedava"7. Secondo Mezzedimi,
la sensazione che si percepiva negli ultimi anni del regno di Hail� Selassi� era
questa:
Una generale perdita di lucidit� e l'attenuarsi di quella prontezza con la quale
prima era solito afferrare gli argomenti. Era evidente che il suo pensiero si
allontanava sempre pi� dai problemi pratici di governo per immergersi in sogni

Parte terza Il trionfo e il declino

utopici che riguardavano il futuro, tanto incerto, del continente8.


Proprio per potersi dedicare maggiormente al suo "sogno africano", il 23 febbraio
1966 Hail� Selassi� notificava al paese la sua decisione di accordare una pi� ampia
autonomia alle quattordici province dell'impero9, e il 23 marzo successivo
annunciava che, per la prima volta nella storia dell'Etiopia, sarebbe stato il
primo ministro a poter scegliere i membri del suo governo. Quanto ai ministri, che
prima erano designati dall'imperatore e rispondevano individualmente soltanto a
lui, in futuro sarebbero stati responsabili dinanzi al primo ministro. Infine il
Consiglio dei ministri sarebbe stato collettivamente responsabile sia nei confronti
dell'imperatore che del Parlamento. "I cambiamenti che abbiamo ordinato - precisava
Hail� Selassi� - ci consentiranno di dedicare il nostro tempo ai pi� importanti e
urgenti programmi per accelerare lo sviluppo del paese e ci permetteranno di
soddisfare agli obblighi e agli impegni che l'Etiopia si � assunta in campo
internazionale"10.
Con qualche riserva, la stampa europea valutava positivamente i decreti imperiali.
"La rinuncia volontaria, da parte del sovrano, di una delle prerogative del suo
potere assoluto - scriveva "Le Mois en Afriqu� -, sar� considerata dal popolo come
una nuova svolta nella storia del paese"11. "Questa riforma costituzionale -
commentava a sua volta "Relazioni internazional� - potrebbe rappresentare il primo
passo verso una maggiore democrazia e liberalizzazione del regime, nella
tradizionale politica di Hail� Selassi� di inserimento di forze nuove nella classe
dirigente e nei ranghi dell'Amministrazione"12. Come osservava, infine, Christopher
Clapham, in Etiopia la figura del primo ministro, anche dopo la riforma, non aveva
alcuna affinit� con il primo ministro britannico, per� ne aveva qualcuna con quello
francese sotto la presidenza di De Gaulle:

IV. La rivoluzione e la prigionia


L'imperatore rimane la diretta sorgente dell'autorit� politica; l'importanza del
primo ministro sta nella sua posizione di delegato e consigliere imperiale, il cui
potere si esaurisce nell'ambito concessogli dalla volont� del sovrano13.
Va anche detto, per la verit�, che il primo ministro Aklil� Hapte Uold non avrebbe
esercitato a fondo i nuovi poteri che gli erano stati conferiti, e lo stesso
avrebbero fatto ministri e funzionari ai quali l'imperatore, in pi� di
un'occasione, aveva ordinato di assumersi le proprie responsabilit� senza pi�
attendere ordini o disposizioni dalla sua persona. "Invano!", commentava Mezzedimi,
il quale, per le sue attivit�, era di casa nel Gheb� imperiale:
Dopo poche settimane le verande e i giardini attorno alla sala delle udienze del
Gheb� di Menelik, dove Hail� Selassi� lavorava e si rendeva disponibile alle
udienze della mattinata, erano di nuovo affollate di ministri, viceministri e
governatori di provincia, in ansiosa attesa di essere convocati per esporre
all'Imperatore i problemi dai quali erano afflitti e lasciare a lui la
responsabilit� delle decisioni. La consuetudine e la tradizione erano talmente
consolidate che tutto torn� come prima14.
Nessuno, dunque, sapeva rinunciare a�l'Aqab� S� at, all'appuntamento settimanale
con l'imperatore, il quale continuava ad essere la vera e sola fonte del potere, il
solo centro decisionale. Hail� Selassi� non aveva mai avuto una grande opinione dei
suoi collaboratori, ma la loro rinuncia ad assumersi in pieno le proprie
responsabilit� avrebbe ulteriormente influito sul suo giudizio. Ad alcuni
stranieri, con i quali aveva rapporti confidenziali, avrebbe detto: "Vous
connaissez mes gens"15.
Gli editti imperiali del 1966 finivano dunque per scontentare tutti: per i
conservatori, Hail� Selassi� aveva superato la misura; la classe dirigente,
rivelandosi incaParte terza Il trionfo e il declino

pace di gestire i nuovi spazi di libert�, finiva per sommare la frustrazione allo
scontento; l'opposizione, infine, giudicava l'Ordine imperiale n. 44 una misura del
tutto insufficiente, per non dire grottesca. Ricorda Asfa Wossen Asserate:
Nel 1966 c'erano grandi aspettative nel paese. Ricorreva il 25� anniversario del
ritorno dell'imperatore in patria e molti si attendevano l'annuncio di una nuova
Costituzione. Lo stesso ras Immir�, quando conobbe i propositi del cugino, li
giudic� inadeguati e poich� gli era consentito, come a pochi altri, di parlare
liberamente all'imperatore, gli disse: "Non sarebbe pi� giusto che fosse il
Parlamento a scegliere il premier?". Per non rispondere, il negus batt� le mani,
due valletti accorsero, lo sollevarono insieme alla sua poltrona e in un lampo
abbandonarono la scena. L'udienza era chiusa16.
Cos� come non si piegava alle pressioni della piazza, Hail� Selassi� non accettava
consigli quando questi riguardavano i destini della Corona, da lui ritenuti di suo
esclusivo dominio. Era invece pi� disponibile se i suggerimenti riguardavano i
piani di sviluppo. Nel 1966, ad esempio, si lasciava convincere a istituire tre
nuovi ministeri: quello della Riforma agraria, quello della Pianificazione e dello
Sviluppo, e quello della Funzione pubblica e delle Pensioni. Soprattutto il primo
rispondeva pienamente alle esigenze di un paese che aveva ancora il 90 per cento
della popolazione occupata nei campi e che presentava il pi� complesso e arretrato
regime fondiario del mondo. Nessuna riforma era quindi tanto attesa come quella
agraria, in un'Etiopia dove la Chiesa copta possedeva ancora un terzo delle terre
coltivate e un latifondista come ras Mesfin Scilesci poteva disporre nelle province
del Caffa e dell'Il� Bab�r di 2 milioni di ettari17. Ma anche dopo l'istituzione
del ministero, la riforma agraria non avrebbe compiuto alcun passo significativo.
Di tutti i progetti di legge presentati in ParIV. La rivoluzione e la prigionia

lamento fra il 1966 e il 1973, per limitare gli abusi dei proprietari e per
proteggere i salariati dalle corv�es gratuite e dagli sfratti arbitrari, ne passava
soltanto uno, quello che riservava agli affittuari il 50 per cento del raccolto,
mentre prima ottenevano a malapena il 25 per cento. Vale la pena di sottolineare
che l'organismo che bloccava sistematicamente le riforme era il Senato, di nomina
imperiale e dominato dai grandi proprietari terrieri. Si noti, inoltre, che anche
le terre che l'imperatore distribuiva annualmente, in parte demaniali e in parte di
propriet� della Corona, non andavano che in misura irrisoria ai contadini senza
terra: del 90 per cento di queste elargizioni beneficiavano infatti politici,
militari e funzionari, in base alla vecchia prassi paternalistica e al
riconoscimento di provata lealt� e devozione.
La delusione per la mancata promulgazione di una nuova Costituzione non colpiva
soltanto gli uomini dell'opposizione, studenti, insegnanti, sindacalisti, giovani
ufficiali e burocrati, ma anche esponenti di quella aristocrazia che, pur godendo
di tutti i benef�ci, non era cos� cieca da non vedere per l'Etiopia un futuro
catastrofico. Il ras Asserate Kassa, ad esempio, che nella gerarchia imperiale
veniva subito dopo il negus e che aveva tentato nel 1963 di convincere l'imperatore
a instaurare una monarchia costituzionale, non aveva alcun dubbio sul fatto che il
paese stesse per precipitare nel caos e andasse verso la sua disintegrazione. L'8
maggio 1966, poche ore dopo che Hail� Selassi� gli aveva conferito il titolo di
ras, Asserate Kassa affidava al suo diario alcune considerazioni - sulla situazione
interna, sulle responsabilit� dell'imperatore e della classe dirigente - che
colpiscono per la grande lucidit� e chiaroveggenza:
Nei trascorsi trent'anni abbiamo fatto del nostro meglio per mantenere l'integrit�
della nostra nazione e per dare all'Etiopia un posto fra le nazioni civili del
mondo. Abbiamo avuto la nostra parte di successo e quella di fallimento, ma

Parte terza Il trionfo e il declino

ogni anno dalla fine dell'occupazione fascista abbiamo fatto un passo avanti sulla
via dello sviluppo sociale ed economico.
Asserate Kassa si rendeva per� conto che le nuove generazioni - che non potevano
sapere in "quali circostanze e sotto quali pressioni" essi avessero agito - avevano
tutto il diritto di chiedere perch� non fosse stato impresso al piano di sviluppo
un ritmo ben diverso e perch� l'Etiopia non godesse ancora dei vantaggi di una
monarchia costituzionale. Ai giovani andava detta la verit�, senza mezzi termini:
L'imperatore � ancora molto restio a cedere i suoi poteri. Per cominciare, egli non
mostra alcuna volont� di abdicare in favore del figlio primogenito, che egli
considera indegno. Ma se egli si abbarbica al potere ancora per molto tempo, le
cose possono sfuggire di mano e noi saremo incapaci di padroneggiare gli
avvenimenti. Il colpo di Stato del 1960 non � stato che una prova generale. Le
forze armate sono oggi decisamente avviate a tentare per la seconda volta il colpo.
E questa volta avranno molto probabilmente successo poich� l'immagine della Corona
� stata seriamente offuscata in questi ultimi sette anni.
Dopo aver predetto il successo dei militari, Asserate Kassa spiegava che cosa ci�
avrebbe significato per l'Etiopia:
Poca gente, oggi, capisce ci� che un regime militare potrebbe fare al nostro paese.
Non sar� soltanto un governo che dar� la priorit� alla legalit� e all'ordine e che
mander� in prigione i politici indesiderati. No, nel nostro paese cercher� di
sradicare l'intera �lite, perch� i militari non si sentiranno veramente al sicuro
fintantoch� noi saremo in circolazione. Quale follia!
Poi, lasciandosi sommergere dai presentimenti, descriveva l'ondata di terrore che
avrebbe sconvolto l'�IV. La rivoluzione e la prigionia

tiopia e che non avrebbe risparmiato nessuno, nobile o plebeo che fosse, e giungeva
a predire, con otto anni di anticipo, la propria atroce fine:
Noi saremo fra i primi a essere eliminati, ma poi verr� il turno dell'uomo della
strada. Perch� essi sospetteranno di tutti e cacceranno in prigione etiopici di
ogni classe sociale, mentre l'esecuzione in massa della nostra gente sar�
all'ordine del giorno. Essi spingeranno una popolazione contro l'altra e presto il
sottile strato di solidariet� che lentamente si � venuto a formare fra i diversi
popoli dell'Etiopia sar� scalpellato via dalla mente degli etiopici. Allora
l'Impero, che � stato costruito con il sangue di tanti coraggiosi compatrioti, si
disintegrer� e l'Etiopia non sar� pi� il paese unito, fiero e sagace che � oggi. Ci
sono alcuni di noi che vedono con chiarezza ci� che sta per arrivare, ma le nostre
mani sono legate dalla lealt� a un uomo, che fa di noi ci� che noi siamo oggi18.
Il ras Asserate Kassa poneva giustamente l'accento sul pericolo dei militari, che
egli conosceva alla perfezione; ma c'era un'altra minaccia che non andava
sottovalutata. Nella seconda met� degli anni '60, un forte sentimento di
frustrazione e di ribellione si andava diffondendo anche in quella fascia delle
popolazioni urbane che aveva avuto il privilegio di poter accedere agli studi
superiori o che gi� faceva parte dell'amministrazione dello Stato, la quale era
andata dilatandosi passando, in meno di un decennio, da 35.000 a 60.000 funzionari.
La contestazione, guidata dagli studenti universitari, si presentava ormai come una
sfida aperta. Gli ultimi anni del regno di Hail� Selassi� erano letteralmente
costellati di disordini provocati dalle masse giovanili: se ne registravano nel
febbraio 1965, nel corso del 1966 e 1967, nel marzo del 1968, in aprile, settembre
e dicembre del 1969, alla fine del 1970, nel maggio e giugno del 1971, nel 1972. I
pretesti per scendere in strada, per lapidare o incendiare automobili, per
infrangere vetrine o deParte terza Il trionfo e il declino

cretare scioperi bianchi, erano i pi� diversi: si protestava per il fallimento


della riforma agraria, per le condizioni in cui lavoravano i contadini nella
piantagione olandese di Uongi, contro le tasse scolastiche e le divise speciali,
persino contro le minigonne, definite antietiopiche.
Mano a mano che la contestazione studentesca si allargava e si faceva pi�
aggressiva - per culminare nei moti del dicembre 1969, durante i quali restavano
uccisi il presidente dell'Unione nazionale degli studenti etiopici (ALEMAKEF)19,
Telahun Gizaw, e altri studenti, provocando arresti, severe condanne e la stessa
chiusura dell'universit� di Addis Abeba - Hail� Selassie si rendeva conto che era
sempre pi� difficile colmare il fossato che lo separava dalla giovent�
intellettuale. Ancora una volta, rivolgendosi il 16 luglio 1969 agli studenti che
avevano conseguito diplomi e lauree, egli cercava di rammentare loro tutto quello
che aveva fatto negli ultimi quaranta anni per strappare l'Etiopia dall'ignoranza:
"Vogliamo ricordare che c'� stato un tempo in cui noi abbiamo incontrato molte
difficolt� nel convincere i genitori a mandare i loro figli a scuola. I nostri
sforzi, per�, non sono stati vani". Adesso il paese aveva tutti gli strumenti per
diffondere sempre pi� rapidamente l'istruzione, compresa un'universit� in cui
vigeva la piena libert� di espressione. Ma questa libert�, precisava l'imperatore,
"deve essere esercitata entro i limiti della legge". Studenti e insegnanti non
potevano farsi schermo dell'universit� che portava il suo nome "per impegnarsi in
attivit� illecite, estranee alla loro professione"20.
Ma ormai si assisteva a un dialogo fra sordi. Gli studenti, in gran parte persuasi
che soltanto una rivoluzione socialista potesse rigenerare l'Etiopia, non
scendevano a compromessi, rifiutavano il regime in blocco, giungevano a salutare
l'imperatore con il grido: "Il leone allo zoo!"21. Hail� Selassie,- dal canto suo,
alternando luIV. La rivoluzione e la prigionia

singhe a minacce, portava avanti la sua politica di caute riforme, rifiutandosi


ostinatamente di accelerare il passo. Come osservava Franco Magagnini,
l'imperatore, pur avendo avvertito l'arrivo dell'uragano, noncurante di tutto
lavorava
cautamente per il futuro: forma, ma tiene soggiogata, una nuova classe dirigente,
incoraggia la maturazione d'una classe borghese che appena ora comincia ad
affacciarsi sulla scena politica del paese, fa studiare gli eritrei, i nemici pi�
irriducibili, nella sua universit�, manda all'estero centinaia di giovani anche se
ha la certezza di vederseli tornare avversari, prepara insomma le armi per coloro
che lo seppelliranno, come dicono i feudatari e la Chiesa copta22.
Giudicando per� i meriti di Hail� Selassi�, comunque pi� numerosi e significativi
dei demeriti, Magagnini concludeva: "Un grande uomo di stato, senza dubbio, ma
anche un uomo di stato che sta rischiando un non felice declino"23.
La contestazione giovanile era il fenomeno pi� evidente e diffuso, ma la protesta e
il malumore serpeggiavano anche in altri ambienti, non esclusi i ministeri e le
caserme. Sentimenti che davano vita anche a forme di sovversione, come il complotto
dei 31 ufficiali subalterni scoperto nell'agosto del 1964, di ispirazione comunista
e panafricana; come la "congiura galla" che veniva alla luce alla fine del 1966 e
che vedeva implicati i generali Tadesse Biru e Dawit Abdi, il primo dei quali verr�
condannato a morte due anni dopo; come la rivolta, nel 1968, dei contadini di
cinque distretti del Goggiam contro le nuove tasse previste dall'Ordinanza n.
25524. Gli anni '60 si chiudevano con un ennesimo tentativo di rovesciare
l'imperatore. Questa volta i cospiratori, in gran parte militari, cercavano di
uccidere il negus disseminando di mine la strada che avrebbe dovuto percorrere. Ma
il complotto veniva scoperto ventiquattro ore prima

Parte terza Il trionfo e il declino

che venisse posto in esecuzione e uno degli arrestati indicava, fra i promotori
della congiura, anche l'ex afa negus Takele Uolde Hawariat, pi� volte portato
dall'imperatore alle pi� alte cariche dello Stato e pi� volte gettato in prigione o
inviato in esilio. Il 17 novembre 1969, verso le cinque del pomeriggio, un reparto
della polizia circondava la sua casa ad Addis Abeba e gli intimava di arrendersi.
Ma Takele Uolde Hawariat rispondeva con una sventagliata di mitra e reggeva
l'assedio sino all'alba dell'indomani, quando, vista inutile ogni resistenza, si
toglieva la vita. Aveva 70 anni. Osservava Patrick Gilkes:
Il suo forte era la cospirazione, non la rivoluzione, ed era basato sulle sue
personali idee piuttosto che sui principi. Egli � stato, per tre decenni, il pi�
importante oppositore di Hail� Selassi� sul piano individuale. Era innanzitutto un
nazionalista e ci� spiega perch� Hail� Selassi� abbia potuto continuare a
utilizzarlo, anche se poi lo guardava con sospetto. Takele era infatti un politico
di uno stampo che l'imperatore poteva benissimo capire, essendo il pi� perfetto
esempio di lui stesso25.
A un livello pi� alto di pericolosit� andavano poi iscritte le spinte
secessionistiche in Eritrea, nell'Ogaden e nel Baie, che nella seconda met� degli
anni '60 costringevano il governo centrale a mantenere in queste tre province
contingenti di truppe sempre pi� imponenti e onerose, il che rallentava
ulteriormente il processo di sviluppo del paese. Proprio sul finire del decennio
due economisti etiopici, Assefa Bequele ed Eshete Chole, tracciavano un profilo
socioeconomico del paese che non poteva certo costituire un bilancio positivo per
l'imperatore, pur tenendo conto dell'estrema arretratezza in cui versava l'Etiopia
nel 1916, cio� al momento in cui egli aveva assunto la reggenza. Fornendo dati che
si riferivano al 1967, i due studiosi precisavano che il 93 per cento della
popolazione era ancora analfaIV. La rivoluzione e la prigionia

beta; c'era un medico ogni 70.000 abitanti e un'infermiera diplomata ogni 50.000;
nelle zone urbane gli etiopici disponevano di 2.455 calorie al giorno, ma in quelle
rurali fruivano soltanto di 1.566; la media della vita si aggirava sui 35 anni,
mentre il reddito procapite era di 40.000 lire all'anno. In Etiopia c'erano 18.000
chiese, ma soltanto 89 ospedali e dispensari con 9.000 posti letto, quasi tutti
concentrati nelle grandi citt�; l'industria contribuiva al prodotto nazionale lordo
solamente con il 2,5 per cento - nonostante gli investimenti dei due primi piani
quinquennali - e gli operai erano soltanto 43.583. Nel suo insieme l'economia
etiopica era un'economia tradizionale di pura sussistenza, e soltanto il 15 per
cento della produzione entrava nel mercato, mentre le esportazioni si riassumevano
in due voci: caff� e bestiame. "Bisogna ammettere che qualche sviluppo c'� stato, a
volte anche significativo, in alcuni settori dell'economia - scrivevano i due
studiosi nelle loro conclusioni -. Ma ci� non deve nascondere il quadro generale,
che ha un tasso di sviluppo tra i pi� lenti. I progressi isolati rappresentano la
facciata, non la sostanza dello sviluppo"26. Nel 1965, a trent'anni esatti
dall'invasione fascista dell'Etiopia, ricevevo dalla "Gazzetta del Popolo" di
Torino l'incarico di scrivere un lungo reportage sul conflitto italoabissino
facendo parlare, per la prima volta, anche i protagonisti etiopici. Il 14 maggio
incontravo cos�, per la quarta volta, l'imperatore e il nostro colloquio27 si
protraeva al di l� di ogni mia ragionevole attesa. Mano a mano che gli ponevo le
domande, a partire dai primi contrasti con l'Italia fino al suo ritorno in patria
nel 1941, Hail� Selassi� abbandonava la sua rigidit� di statua e, a tratti e per
qualche istante, si lasciava travolgere dall'ondata di ricordi. Quando parlava di
Mai Ceu, della battaglia che aveva personalmente diretto, ad esempio, c'erano
bagliori di fierezza nei suoi occhi, mentre si riempivano di sdegno quando
ricordava le incursioni

Parte terza Il trionfo e il declino

terroristiche dell'aviazione fascista e il lancio dei gas.


Ogni tanto, per�, il freddo politico subentrava al narra
tore per lanciare messaggi. Uno era certamente diretto
a quegli eritrei che si battevano per la secessione dell'E
ritrea dall'Etiopia: \
Sebbene il nemico abbia intensificato i suoi attacchi proprio a partire dal fronte
eritreo, molti Eritrei, dentro e fuori dell'esercito fascista, si rifiutarono di
aggredire l'Etiopia, disertarono e si unirono alle nostre forze patriottiche. Il
ruolo del popolo eritreo nella lotta di liberazione � stato indubbiamente
importante28.
Un altro messaggio era rivolto all'Italia, che continuava a ignorarlo: "Quando
ritornammo nel nostro Paese, vittoriosi per volont� e grazia di Dio, a tutto
pensammo meno che ad impegnarci in atti di vendetta. Il nostro scopo urgente era
quello di organizzare e sviluppare la nostra patria"29. Il messaggio era chiaro. Ma
questo, come altri30, non sembravano arrivare a Roma.
// viaggio in Italia
Una decisa svolta nei rapporti italoetiopici - tanto da consentire finalmente a
Hail� Selassi�, dopo cinque rinv�i31, di intraprendere la sua visita in Italia - si
verificava con l'arrivo di Aldo Moro alla Farnesina. Il 6 luglio 1970 il ministro
degli Esteri italiano raggiungeva Addis Abeba e - come ricorda l'ambasciatore in
Etiopia allora in carica, Giulio PascucciRighi - "era sinceramente intenzionato a
voltar pagina nei rapporti fra i due paesi e a superare gli ostacoli alla visita in
Italia di Hail� Selassi�, che era gi� oggetto di negoziato a vari livelli"32.
Questa volont� era gi� manifesta nel discorso che Moro pronunciava all'aeroporto e
che diceva, fra l'altro:

IV. La rivoluzione e la prigionia

Noi sentiamo di dover dare qui sincera testimonianza dei sentimenti di gratitudine
e di devota ammirazione del governo e del popolo italiano nei riguardi di sua
maest� l'imperatore; e ci� anche per l'opera che egli, in virt� del suo indiscusso
prestigio in campo internazionale e della sua autorevolezza morale, ha sempre
svolto per la causa della pace, l'unit� e il progresso del continente africano33.
Questa volont� di autentica riconciliazione si palesava ancor di pi� quando Moro,
avendo saputo che il presidente del Consiglio Mariano Rumor si era dimesso,
continuava imperterrito la sua missione in Etiopia per non pregiudicare, ancora una
volta, il viaggio dell'imperatore in Italia, la cui data di inizio veniva fissata
per il 6 novembre 1970.
Salvo "l'Unit�", che definiva Hail� Selassi� "un despota abile, astuto e
crudele"34, tutta la stampa italiana tracciava del sovrano etiopico profili
sostanzialmente positivi. Scriveva, ad esempio, Dino Zannoni: "Nella sua drammatica
vita, molto ha fatto per trasformare l'Etiopia da paese medievale a uno Stato
moderno, questo patriarca dell'Africa, i cui popoli lo riconoscono come il loro
supremo, pi� autorevole statista"35. Indro Montanelli, pur avendo partecipato
all'aggressione contro l'Etiopia in qualit� di ufficiale del XX Battaglione
eritreo, si augurava che l'accoglienza in Italia fosse "calorosa anche da parte
della popolazione, perch� nessuno se lo merita pi� di lui"36. Giorgio Bocca, dal
canto suo, considerava ingiustificate le condanne senza appello dell""Unit�" e
replicava:
Quando si scopre che Hail� Selassi� non � un monarca scandinavo, bisogna avere
anche l'onest� di spiegare che l'Etiopia non � n� la Svezia n� la Danimarca, ma un
immenso paese sottosviluppato (...). Esisteva davvero un'alternativa democratica
all'autoritarismo del Negus? (...) E allora, accogliamolo con simpatia e con
rispetto questo vecchio sovrano che giunge a noi dopo gli inutili rinvii. Non �
l'uomo dell'avveParte terza Il trionfo e il declino

nire, non � il testimone della democrazia africana. Ma � colui che il 18 gennaio


1941, varcando il confine sudanese al comando della Gideon Force, chiedeva ai suoi
soldati: "Non ripagate il male con il male, non macchiatevi di crudelt�"37.
L'Italia che accoglieva Hail� Selassi� il 6 novembre era ben diversa dall'Italia
crispina che nell'agosto 1889 aveva accolto suo padre, ras Macohnen, e dall'Italia
fascista che nel giugno 1924 aveva ricevuto lui, ras Tafari: in entrambe le
occasioni l'accoglienza era stata calda e solenne, ma sia a Crispi che a Mussolini
importava soprattutto sbalordire - e possibilmente intimidire - gli ospiti etiopici
con la potenza militare e industriale dell'Italia. A ras Maconnen erano state
mostrate le corazzate alla fonda nel porto di La Spezia, fabbriche d'armi e
reggimenti di cavalleria lanciati al galoppo sul campo di Somma. Il giovane ras
Tafari, invece, aveva assistito a una parata militare a Centocelle e a
un'esercitazione a fuoco con artiglieria pesante a Bracciano.
L'Italia repubblicana, al contrario, non aveva nulla da ostentare, non aveva
disegni nascosti, non avrebbe cercato di sbalordire l'ospite. Intendeva soltanto,
anche se con colpevole ritardo, tributargli gli onori che gli spettavano,
testimoniargli la propria riconoscenza per ci� che egli aveva fatto per gli
italiani relegati in Etiopia a causa della guerra fascista, manifestargli il
proprio rincrescimento per il sangue etiopico sparso. Toccava al capo dello Stato,
il socialista e antifascista Giuseppe Saragat, esprimere questi sentimenti e
riconoscimenti all'ospite:
Dolorose vicende hanno gravemente turbato i rapporti tra i nostri due paesi, ma
neppure esse sono riuscite a spezzare i profondi e solidi legami stabiliti in tanti
anni di relazioni cordiali e fruttuose. (...) Alla favorevole evoluzione dei nostri
rapporti, la maest� vostra ha dato un decisivo apporto con il suo nobile esempio,
con una lungimirante impostazione di poliIV. La rivoluzione e la prigionia

tica estera, con lo spirito aperto e generoso con il quale si � rivolto agli
italiani che risiedono in Etiopia, dimostrando comprensione per i loro problemi e
interesse per la loro solerte attivit�. Quei nostri connazionali hanno un debito di
riconoscenza nei confronti di vostra maest� e tale sentimento li spinge a dare, con
sempre maggior impegno, il loro quotidiano contributo di lavoro e di iniziative
alla vita economica e sociale dell'Etiopia38.
Nei due discorsi che Hail� Selassi� pronunciava in risposta a quelli di Saragat non
c'era certo animosit�, non c'era smania di rivalsa, ma neppure la precisa volont�
di nascondere a tutti i costi ogni riferimento alla tragedia delle guerre
coloniali, come appare invece dai resoconti infedeli della stampa italiana. � vero
che l'imperatore si dichiarava soddisfatto di poter smentire l'esistenza di "una
tradizionale ed ereditaria inimicizia" tra Etiopia e Italia, ma era altrettanto
vero che egli non usava alcuna perifrasi nel ricordare "il massacro" subito dal suo
popolo e nel precisare che "il popolo italiano si [era] sbarazzato di uno fra i pi�
dissennati regimi e il popolo etiopico si [era] ripreso da una fra le pi� orribili
sventure che il mondo [avesse] mai conosciuto. La libert� non era stata soppressa
soltanto ad Addis Abeba, ma anche a Roma"39.
La visita ufficiale, della durata di due giorni, procedeva nel miglior modo
possibile, tra la soddisfazione del negus e degli organizzatori italiani, quando,
il 7 novembre, qualcuno alla Farnesina aveva la malaugurata idea di far visitare
all'ospite il Museo Africano, come racconta Ando Gilardi:
L'imperatore, che d'espressione lieta non fu mai, girando per le sale diventava via
via pi� tetro fin quando non seppe trattenersi percorrendo il corridoio delle
veneri nere. Dove chiese, ad alta voce e in buon francese, se il nostro presidente
avrebbe giudicato di buon gusto trovare esposte nel museo imperiale di Addis Abeba,
come documenti antropologici per
Parte terza Il trionfo e il declino

illustrare i tipi delle donne italiane, o peggio ancora come trofei del vincitore,
le fotografie delle prostitute italiane che -s'era ancora in pieno "dopoguerra" -
popolavano i bordelli della sua citt�40.
L'episodio, anche se sgradevole, non turbava tuttavia la visita dell'imperatore. Il
9 novembre Hail� Selassi� veniva ricevuto in Vaticano da Paolo VI, il quale rendeva
omaggio al sovrano, facendo rilevare quanto egli fosse generoso verso le
istituzioni cattoliche in Etiopia41 e quanto fosse "sensibile al ruolo dei valori
morali e spirituali in un mondo in cui la forza brutale sembra minacciare talvolta
di voler sommergere tutto"42. Subito dopo la visita a papa Montini, il negus
iniziava con il suo seguito43 il viaggio privato che lo avrebbe condotto a Orvieto,
Santa Margherita, Genova, Torino, Milano e Venezia. Un viaggio che avrebbe rivelato
quanto l'imperatore fosse popolare e stimato in Italia, e che lo avrebbe ripagato
di tutte le amarezze e delusioni che il nostro paese gli aveva procurato in
passato. Infatti, pi� che il rispetto e la considerazione che i governanti italiani
gli avevano manifestato, pi� che gli elogi e i riconoscimenti della stampa, ci� che
lo avrebbe maggiormente colpito era l'accoglienza estremamente calorosa e spontanea
che la folla gli avrebbe tributato lungo tutto il tragitto.
Un viaggio segnato anche da incontri significativi e spesso imprevisti. A Orvieto,
per esempio, il maggiore a riposo Giovanni Battista De Monte restituiva al negus
un'icona trafugata da una chiesa copta del Tembien e gli diceva: "Maest�, ecco il
maltolto"44. A Torino, dove visitava gli stabilimenti della Fiat, incontrava un
Giovanni Agnelli particolarmente cordiale e soddisfatto: "Anche per la nostra
azienda l'Etiopia rappresenta oggi un partner di grande importanza: l'anno scorso
il 28 per cento delle vetture e il 73 per cento dei veicoli industriali venduti sul
mercato etiopico portavano il marchio Fiat"45. A Milano, davanti all'Ultima cena di
Leonardo,

IV. La rivoluzione e la prigionia

restava per qualche minuto in silenzio, attonito, poi esclamava: "Ecco soddisfatto
un sogno della mia infanzia!". E la sera, dopo aver ascoltato alla Scala un quadro
del secondo atto della Lucia di Lammermoor, andava a riposare a Palazzo Monforte,
nel letto che era stato di Vittorio Emanuele II46.
Hail� Selassi� era giunto alla soglia degli ottant'anni e ora finalmente riceveva
dall'Italia quell'omaggio che attendeva da decenni e che sapeva di meritare. E
mentre assaporava il trionfo, capiva che, nel bene e nel male, il suo destino era
legato a quello dell'Italia. A un dato momento del viaggio, mentre il treno
presidenziale messogli a disposizione dal presidente Saragat stava per raggiungere
Venezia, Hail� Selassi�, non sapendo pi� trattenere la commozione, confidava
all'ambasciatore PascucciRighi, che l'accompagnava:
Debbo quasi tutto alla Gran Bretagna. Gli inglesi mi hanno ospitato, quando scelsi
la via dell'esilio, e sono stati ancora loro a riportarmi in patria. Tuttavia,
parr� strano, ma il popolo etiopico non ama la Gran Bretagna. Due soli paesi sono
nostri amici e ci hanno capito. Sono la Francia e l'Italia. Spero che anche i miei
successori terranno fede a questa duplice costante47.
Il 14 novembre, dopo una giornata trascorsa in una Venezia invasa dall""acqua
alta", il negus lasciava l'Italia decollando dall'aeroporto di Tessera. Nel
messaggio che inviava a Saragat dall'aereo, l'imperatore ringraziava "per la calda
e spontanea accoglienza" e soggiungeva: "I colloqui che ho avuto con lei hanno
dimostrato ampiamente non solo gli obiettivi comuni di cooperazione, ma anche
l'amicizia che esiste fra i nostri due paesi"48. Se nel 1924 Hail� Selassi� aveva
lasciato l'Italia deluso per non essere riuscito a ottenere da Mussolini il tanto
agognato sbocco al mare, questa volta riportava in patria, oltre all'eco degli
onori ricevuti in Italia, anche un soParte terza Il trionfo e il declino

stanzioso prestito di 50 milioni di dollari, pi� la promessa di un ampliamento del


programma di assistenza tecnica. Adesso, soltanto adesso, a trent'anni dalla fine
della guerra, si poteva parlare di autentica riconciliazione fra i due paesi49.
Purtroppo, Hail� Selassi� non avrebbe visto i frutti di questa cooperazione: alla
sua fine, ormai, mancavano soltanto quattro anni.
La legge marziale in Eritrea
Rientrando in Etiopia con il cuore ancora gonfio per le emozioni che il viaggio
trionfale in Italia gli aveva procurato, l'imperatore si scontrava subito con la
cruda realt� dei problemi del suo paese, primo fra tutti quello eritreo. Il 21
novembre 1970 il comandante in capo della II Divisione di stanza in Eritrea,
generale Teshome Erghetu veniva ucciso in un'imboscata dai guerriglieri
indipendentisti. Il gravissimo episodio indicava che i metodi sino allora adottati
nell'antiguerriglia erano ormai superati ed era pertanto necessario passare a una
fase di maggiore rigore. Gi� nel gennaio 1969, durante un consiglio di guerra
tenutosi ad Addis Abeba, era stata presa in considerazione l'ipotesi di proclamare
la legge marziale in Eritrea; l'imperatore aveva per� rimandato la decisione in
quanto questa avrebbe significato il richiamo da Asmara del ras Asserate Kassa e la
sua sostituzione con un militare, e il negus non voleva rompere con l'uomo che gli
aveva salvato il trono nel 1960 e che, per diritti di sangue, veniva subito dopo
lui (alcuni dicevano addirittura prima).
Per la verit�, era da tempo che Hail� Selassi� nutriva dei dubbi sulla validit� dei
metodi impiegati dal governatore generale dell'Eritrea. Se era vero che aveva
cercato di contrastare il FLE creando i Commandos 101 con l'assistenza di un gruppo
di consiglieri militari israeliaIV. La rivoluzione e la prigionia

ni, era anche vero che aveva adottato la "politica dei mezzi costruttivi"50 per
ricuperare il consenso degli eritrei, ricorrendo pi� al dialogo che alla forza. Per
ingraziarsi gli eritrei era anche entrato in aperto conflitto con il primo ministro
Aklil� Hapte Uold, rifiutandosi di versare alle autorit� centrali i proventi dei
dazi doganali sulle attivit� portuali di Massaua e Assab51. Si mormorava inoltre
che avesse preso contatti con il Comando generale della ribellione, e c'era chi
sussurrava all'orecchio dell'imperatore che Asserate Kassa stava facendo
dell'Eritrea il proprio trampolino di lancio per impadronirsi del potere.
Nel luglio del 1969 Hail� Selassi� decideva pertanto di andare in Eritrea per
vedere di persona come stavano realmente le cose e per esaminare la situazione con
il governatore generale. Asserate Kassa riusciva per� a convincerlo
dell'impossibilit� di battere la ribellione ricorrendo esclusivamente alle azioni
di controguerriglia, segnate sempre da soprusi e stragi. Se l'Eritrea, argomentava
il governatore, fosse riuscita a decollare economicamente, anche con l'aiuto della
ancora forte comunit� italiana52, la ribellione avrebbe perso molte delle sue
motivazioni.
Se il problema eritreo angustiava l'imperatore, Asserate Kassa, che lo viveva
giorno dopo giorno, ne era ancor pi� angosciato. Il 22 febbraio 1969, ai primi
segnali che ad Addis Abeba si stava pensando di applicare la legge marziale in
Eritrea, egli scriveva nel suo diario:
Fino a quando ci potremo permettere di governare il nostro popolo con la canna del
fucile? Fino a quando dovremo continuare a sacrificare le vite dei giovani etiopici
nei burroni e nei deserti dell'Eritrea, braccati come animali da ribelli ben
motivati? Come possiamo permettere la distruzione di una nazione soltanto perch�,
ad Addis Abeba, alcuni ministri si sono messi in testa che � necessario usare pi�
forza in Eritrea? Ci sono uomini il cui principale interesse � quello di al-
Parte terza Il trionfo e il declino
largare la breccia fra i vari gruppi etnici dell'Etiopia per i loro egoistici
obiettivi.
Dopo aver identificato gli uomini che stavano minando le basi dell'impero, Asserate
Kassa soggiungeva:
Da quando ho accettato la responsabilit� di governare questa regione, mi sono
rifiutato di vedere i nostri ragazzi massacrarsi fra di loro. Abbiamo migliorato
l'amministrazione nell'Eritrea Occidentale e ci siamo impegnati a sostenere con
decisione una politica che prevede misure per costruire un nuovo rapporto con le
popolazioni, basato sulla mutua fiducia e nella certezza del nostro comune destino.
� ormai giunto il tempo per un nuovo modo di affrontare l'intero problema
dell'Eritrea53.
Hail� Selassi� sembrava approvare la condotta moderata del governatore generale e a
riprova di ci� lo colmava di elogi e si lasciava andare con lui a gesti di grande e
insolita confidenza, come ricorda Asfa Wossen Asserate:
Era una giornata molto afosa di luglio. Eravamo nella saletta del biliardo del
palazzo governatoriale di Asmara. Ricordo che erano presenti, oltre all'imperatore
e a mio padre, ras Immir� e il generale Abiye Abebe. D'un tratto il negus disse al
cugino Immir�: "Ti ricordi quando giocavamo al biliardo nella casa di Liggjasu?".
Poi si alz� in piedi, si tolse la giacca, prese una stecca dalla rastrelliera e
invit� il cugino a misurarsi con lui. Era la prima volta che vedevo l'imperatore in
maniche di camicia, sciolto nei movimenti nonostante l'et�, sorridente, divertito.
Anche mio padre e gli altri lo guardavano stupiti, perch� Hail� Selassi� si
sottoponeva da decenni alla pi� rigida fra le etichette e viveva come murato nelle
sue lunghe giacche militari o nei suoi doppiopetti grigi. Fu l'ultima volta che lo
vidi a suo agio, non impettito, quasi umano. Fu l'ultima volta che lo vidi
sorridere54.

IV. La rivoluzione e la prigionia

L'anno successivo la situazione in Eritrea si deteriorava e l'uccisione del


generale Teshome Erghetu sembrava colmare la misura. Il 16 dicembre 1970 il primo
ministro Aklil� Hapte Uold proclamava con l'Ordine n. 66 lo stato d'assedio in
Eritrea. Il 9 gennaio 1971 Hail� Selassi� rimpiazzava Asserate Kassa con il
generale Debebe Haile Mariam, mentre investiva il ministro della Difesa, generale
Kebbede Gabre, dei pi� ampi poteri. Gli effettivi dell'armata etiopica di stanza in
Eritrea venivano portati a 15.000 unit�; molte zone erano dichiarate "aree di
emergenza" e le popolazioni venivano sloggiate dai loro insediamenti e rinchiuse in
campi di concentramento. Questi brutali provvedimenti segnavano un punto di non
ritorno nella guerra, che d'ora innanzi sarebbe stata una guerra totale. Se Hail�
Selassi�, sciogliendo nel 1962 la federazione fra Etiopia ed Eritrea aveva compiuto
un primo tragico errore, nel 1970 ne compiva un secondo proclamando, sotto la
pressione dei militari, la legge marziale. A nulla sarebbero serviti il suo viaggio
in Cina nell'ottobre 1971 - nel tentativo di bloccare i rifornimenti d'armi di
Pechino ai ribelli eritrei - e gli accordi del luglio 1972 con il Sudan per la
"sicurezza dei confini": gli eritrei avrebbero infatti raccolto la sfida e di l� a
poco avrebbero contribuito al crollo del regime imperiale.
Costretto a dimettersi per non infierire sugli eritrei, ai quali aveva prospettato
un futuro ben diverso, ras Asserate Kassa si ritirava in una sua propriet� nella
regione dell'Auasc e, essendo rimasto senza incarichi, per un anno si dedicava
all'agricoltura. Nel 1972 l'imperatore lo faceva presidente del Consiglio della
Corona, carica vacante dal giorno della morte di ras Kassa Hail�, padre di
Asserate, avvenuta nel 1957. Nonostante il titolo pomposo, il Consiglio della
Corona era una scatola vuota, dove venivano parcheggiati dignitari obsoleti o
dissidenti. Nei tre anni di presidenza di Asserate Kassa, il Consiglio si riuniva
soltanto tre volte: la prima, quando l'imperatore cadeva con
Parte terza Il trionfo e il declino
un elicottero nei pressi del lago Margherita e, mancando notizie precise sulla
sorte del sovrano, Asserate Kassa era costretto ad assumere per alcune ore il ruolo
di capo dello Stato; la seconda, per decidere il regalo da fare a Hail� Selassi� in
occasione del suo 80� compleanno; la terza, nel 1974, quando, essendo gi� iniziata
la rivolta dei militari, l'imperatore decideva di assumere personalmente la
presidenza del Consiglio55.
La fame e la rivolta
Tra l'aprile del 1971 e il giugno dell'anno successivo Hail� Selassi� visitava una
ventina di capitali o metropoli, fra le quali Madrid, Londra, Parigi, Pechino,
Teheran, Istanbul, Mogadiscio56, Dakar, Conakry, Khartoum, Il Cairo, Lagos,
Freetown, Enugu, Nairobi, Monrovia, Accra, Atene, Rabat. Mano a mano che la febbre
saliva in Eritrea, l'imperatore avvertiva la smania di abbandonare il paese per
gettarsi alle spalle problemi che oramai non era pi� in grado di risolvere. E
lontano da casa, come rivelano le fotografie di agenzia, egli era ancora capace di
sorridere: a Nixon, a Pompidou, a una splendida Farah Diba in occasione del gala
per i 2.500 anni dell'impero di Persia57. E il suo passo era ancora sciolto quando
passava in rassegna i picchetti d'onore negli aeroporti, sempre accompagnato da
Lul� e Papillon, i due chihuahua che mettevano a dura prova gli addetti al
cerimoniale58. A parte queste debolezze - che di l� a poco in Etiopia avrebbero
alimentato contro di lui una campagna denigratoria di proporzioni ingiustificate -
il mondo intero gli rendeva omaggio per la sua opera di mediazione a livello
internazionale. Il 2 febbraio 1972 il segretario generale dell'ONU, Kurt Waldheim,
gli conferiva la medaglia della pace delle Nazioni Unite per il suo "contributo
alla pace e alla giustizia internazionale

IV. La rivoluzione e la prigionia

e al suo indefettibile attaccamento alla Carta delle Nazioni Unite". Hail� Selassi�
era il primo capo di Stato a ricevere questo particolare riconoscimento.
Ma anche in patria avrebbe marcato qualche punto a suo favore. Prima che si
avvicinasse la bufera della rivolta militare, Hail� Selassi� avrebbe condotto a
termine un altro dei progetti al quale aveva lavorato per anni e che gli stava
particolarmente a cuore: la nazionalizzazione della Chiesa copta. Nel maggio 1971,
rompendo con la tradizione secondo la quale il patriarca veniva consacrato e
intronizzato ad Alessandria d'Egitto, un collegio ecclesiastico di 156 membri
eleggeva ad Addis Abeba il patriarca etiopico Th�ofilos. L'imperatore era tanto pi�
soddisfatto in quanto questo avvenimento era seguito dall'annuncio che la Chiesa
copta avrebbe partecipato alla campagna di alfabetizzazione e avrebbe devoluto il 2
per cento del proprio bilancio annuale a favore di progetti di sviluppo.
L'affrancamento della Chiesa ortodossa etiopica da quella di Alessandria, seguito
da alcuni tentativi di modernizzarla, sarebbe stato l'ultimo, innegabile successo
di Hail� Selassi�, anche se quasi nessuno lo avrebbe messo in risalto. Oramai il
sovrano non godeva pi�, come un tempo, del favore della stampa internazionale, che
era stata pi� incline a esaltarlo che a giudicarlo per i suoi effettivi meriti;
passando da un eccesso all'altro, adesso la stampa tendeva a osservarlo con occhi
impietosi. Scriveva il londinese "The Economist": "Che egli sia un grande uomo,
questo non viene negato neppure dai suoi critici pi� severi; ma il suo solo
successo, essi dicono, � di aver portato l'Etiopia dal XIII al XIV secolo. In
realt� � ancora un paese medievale"59. Osservava, a sua volta, Maxime Rodinson:
Se fosse morto vent'anni fa, Hail� Selassi� avrebbe potuto essere indicato alle pi�
giovani generazioni come un modello, una sorgente di ispirazione come Atat�rk in
Turchia.

Parte terza Il trionfo e il declino

Ma egli � diventato il simbolo di un regime detestabile. Le critiche si


moltiplicano. I difetti, un tempo nascosti dal fumo d'incenso degli adulatori, ora
appaiono in tutta la loro evidenza60.
Di mira, soprattutto, veniva preso il suo declino fisico. Come osservava Gontran de
Juniac, era naturale che a ottant'anni egli potesse incontrare "difficolt� nel
concentrarsi", che la sua memoria fosse "meno sicura", che spesso "tornasse su ci�
che aveva gi� deciso", e che temporeggiasse e mostrasse "segni di fatica"61; ma da
questo a farne un rottame, una caricatura, un pupazzo deforme, ce ne correva. Non
era la prima volta che Hail� Selassi� diventava oggetto di scherno. Era accaduto
anche durante il conflitto italoetiopico, quando tutti i pennivendoli del regime,
senza averlo mai incontrato, si erano sbizzarriti nel tracciare di lui ritratti
diffamatori, fenomeno che si ripeteva all'inizio degli anni '70. Scriveva, ad
esempio, Ryszard Kapuscinski:
L'imperatore dormiva in un lettone di noce. Era cos� leggero, cos� fragile che non
lo si vedeva... spariva tra le lenzuola. In vecchiaia era diventato ancora pi�
minuto. Pesava cinquanta chili. Mangiava sempre meno e non beveva alcolici. Le sue
ginocchia si erano irrigidite, e quando era solo strascicava i piedi, oscillando,
ondeggiando come se fosse sui trampoli. Ma se sapeva di essere guardato, con grande
sforzo imponeva ai suoi muscoli una certa elasticit�. Riusciva pertanto a muoversi
con dignit� e la sua sagoma imperiale restava eretta, dritta come un fuso62.
Oriana Fallaci, dal canto suo, incontrava l'imperatore nel giugno 1972. Prevenuta
nei suoi confronti, stizzita perch� il cerimoniale le aveva proibito di indossare i
calzoni e le aveva imposto di presentare in anticipo il questionario, faceva di
tutto per mettere il sovrano in imbarazzo con domande poco pertinenti o inutilmente

IV. La rivoluzione e la priponia

provocatorie, tanto da essere letteralmente cacciata via, fatto, questo, che non
aveva precedenti. A farne le spese sarebbe stato l'imperatore, che sarebbe apparso,
nel suo velenoso ritratto, come un povero vecchio incartapecorito e demente.
Scriveva, ad esempio, la Fallaci:
Quanti anni avr� avuto? Davvero ottanta come dicono le biografie? Io dico novanta,
cento. Il volto era consunto, risucchiato di tutta la carne, teso in una pelle a
chiazze marrone, di legno. Sembrava il volto dei faraoni che giacciono al museo del
Cairo, intirizziti in un sonno di millenni e millenni. Pi� che un volto, era un
naso e due occhi. Una testa di uccello. Il naso era duro, lungo, a becco d'aquila:
non finiva mai. Gli occhi erano tondi, attoniti, appannati da un velo acquoso:
gonfio d'oblio. Sopracciglia, baffi, barba, capelli vestivano tutto come le penne.
Sotto quella testa d'uccello col volto di faraone, il corpo si avvitava fragile
quanto il corpo d'un bimbo truccato da vecchio63.
Pi� onesto e verosimile era invece il ritratto che del negus faceva JeanMarie
Damblain. Corrispondente di una grande agenzia di stampa internazionale, spesso a
contatto con il sovrano per esigenze professionali, scriveva:
Hail� Selassi� non ha pi� che qualche ora di lucidit� al mattino. Il suo carattere
si � terribilmente inasprito. Insulta i ministri e non li ascolta. Al pomeriggio fa
sovente una lunga siesta prima di passare la serata con i soli membri della
famiglia. Colui che fu un simbolo per il mondo e per l'Africa non � pi� che un
vecchio, le cui facolt� si spengono64.
Testardo, l'imperatore, lo era sempre stato, ma con la vecchiaia, quello che era
stato forse un pregio, si rivelava ora invece come un gravissimo difetto, che non
favoriva il colloquio con gli altri e aggravava il suo isolamento. Si prenda, ad
esempio, il problema della successione. Asserate Kassa, da quando aveva assunto la
presi-
Parte terza Il trionfo e il declino
denza del Consiglio della Corona, aveva cercato pi� volte di convincere
l'imperatore a delegare al principe ereditario Asfa Wossen le responsabilit�
politiche, conservando per se stesso tutte le prerogative del potere supremo. Si
trattava di una formula che avrebbe favorito il passaggio dei poteri e, nello
stesso tempo, avrebbe costituito una tappa ulteriore verso l'istituzione di una
monarchia costituzionale. Ma Hail� Selassi� non ne voleva sapere, come se il
problema non avesse avuto alcuna urgenza, e quasi si fosse ritenuto immortale. Non
cambiava idea neppure nel gennaio del 1973, quando l'erede al trono, colpito da
emorragia cerebrale, restava completamente paralizzato65. La grave infermit� di
Asfa Wossen complicava ulteriormente il problema della successione, poich� ora non
si trattava pi� di delegare qualche potere al principe ereditario, ma di trovare un
altro erede al trono.
Mentre nel Vecchio Gheb� di Menelik l'imperatore teneva a distanza chiunque
tentasse di affrontare con lui il problema della successione - ci avevano provato
anche il primo ministro Aklil� Hapte Uold e il patriarca copto Th�ofilos - in
alcune regioni dell'impero cominciava a manifestarsi quella che in seguito sarebbe
stata indicata come "la grande carestia". Dopo tre anni consecutivi di siccit� e
magri raccolti, nella primavera del 1973 la fame cominciava ad attanagliare e
decimare le popolazioni dell'Uollo e del Tigre e, in misura minore, dello Scioa,
dell" Harar, del Gemu Gofa, del Sidamo e del Baie; alla fine dell'anno, le stime
ufficiali parlavano di 100.000 vittime, mentre altre fonti facevano salire i morti
per fame e per epidemie a 300.000.
Quello delle carestie era un fenomeno ricorrente in Etiopia, come ha ampiamente
dimostrato Richard Pankhurst66; ma ora che il malcontento si andava sempre pi�
diffondendo nel paese, il flagello si prestava a fornire credibilit� a tutte le
accuse rivolte ad Hail� Selassi� dai

IV. La rivoluzione e la prigionia

suoi oppositori: l'estrema ineguaglianza fra le classi sociali; l'inefficienza


dell'agricoltura latifondista; l'incapacit� dell'amministrazione imperiale ad
affrontare i disastri naturali; la corruzione che inceppava i meccanismi dello
Stato; l'egoismo - tollerato dalle autorit� - dei grandi proprietari, che si
rifiutavano di aprire i loro granai colmi di tef alle popolazioni stremate. Ma ci�
che l'opposizione rimproverava maggiormente all'imperatore era di aver cercato di
tener nascosta la tragedia, per ben sette mesi, per ragioni di mero prestigio.
Soltanto nell'autunno del 1973, infatti, l'opinione pubblica mondiale veniva
informata di questo flagello che si era abbattuto sull'Etiopia dalle tremende
immagini che apparivano su "Newsweek", "L'Express", "Stern" e, inoltre, tramite il
cortometraggio di Jonathan Dimblebey trasmesso dalla televisione inglese con il
titolo: Etiopia. La carestia sconosciuta. Era soprattutto questo film - dove alle
immagini di morte si affiancavano, in tragico contrasto, le scene fastose della
corte negussita - a suscitare scalpore e scandalo67.
Le responsabilit� pi� pesanti gravavano sulla Corona, sul governo e sulle
amministrazioni delle province colpite, come scriveva Ren� Lefort:
La loro incapacit�, o il loro rifiuto, di affrontare il male profondo di cui
soffriva il mondo rurale fu all'origine della carestia. La loro imprevidenza
trasform� una calamit� naturale in una catastrofe. Infine la loro superba
indifferenza, poi la loro volont� di nascondere l'ampiezza del dramma, e per finire
la loro imperizia, moltiplicarono il numero delle vittime68.
Soltanto all'inizio di novembre il primo ministro Aklil� Hapte Uold otteneva
dall'imperatore che fosse creato un Comitato interministeriale per affrontare
l'emergenza. Ma i soccorsi erano tardivi e insufficienti, anche se nelle casse
dello Stato, alla fine del 1973, c'erano 421,6 milioni di dollari in oro e divise
straniere69. L'imParte terza Il trionfo e il declino

peratore visitava le zone colpite soltanto alla fine di novembre - quando il peggio
era gi� passato - e si limitava ad annunciare che, per un anno, nell'Uollo non
sarebbero state riscosse le imposte. E quando un gruppo di studenti della capitale
si recava in quella regione per documentarsi e raccogliere prove contro il regime,
la polizia li accoglieva aprendo il fuoco e uccidendone sei a Dessi�.
All'inizio del 1974 il malessere che regnava nell'esercito, all'universit�, nei
sindacati veniva manifestato ormai apertamente, mentre in Eritrea la II Divisione
dell'esercito scatenava una massiccia offensiva contro le basi del Fronte popolare
di liberazione eritreo (FPLE) nel Sahel70. Il 12 gennaio, a Neghelli, un reparto
della IV Divisione si ammutinava e arrestava i propri superiori per protestare
contro il cibo cattivo e la penuria di acqua, e quando l'imperatore inviava in
ispezione il generale Deresse Dubale, gli ammutinati lo costringevano a mangiare il
loro cibo fetido. Sempre in gennaio entravano in sciopero gli operai dello
zuccherificio di U�ngi, presto seguiti dai bancari e dai lavoratori dell'Ethiopian
Airlines. Il movimento di protesta si faceva ancora pi� esteso e minaccioso dopo la
decisione, presa dal governo il 13 febbraio, di aumentare del 50 per cento il
prezzo della benzina; per reazione, scendevano in piazza i tassisti, mentre
studenti e insegnanti manifestavano contro una controversa riforma della scuola. Il
21 febbraio i soldati della base aerea di Debra Zeit si ribellavano, imprigionavano
i loro ufficiali e chiedevano paghe pi� alte.
Il capo della Sicurezza imperiale, Solomon Kedir, che da tempo passava a Hail�
Selassi� precise informazioni sui fermenti all'interno dell'esercito, gli proponeva
l'arresto di alcuni ufficiali allo scopo di bloccare sin dall'inizio quella che ai
suoi occhi era una rivolta estesa e pianificata, ma il negus si rifiutava di
ordinare arresti e, per disarmare la composita opposizione, faceva ridurre il

IV. La rivoluzione e la prigionia

prezzo della benzina, accantonava la riforma della scuola e aumentava il soldo ai


militari. Le concessioni imperiali non riportavano per� la quiete nel paese, per la
semplice ragione che spesso le rivendicazioni di ordine materiale non erano che un
pretesto. I disordini, infatti, ricominciavano subito e con maggior virulenza: il
26 febbraio si ammutinavano i soldati della II Divisione di stanza ad Asmara, il
giorno dopo era la volta dei marinai della base navale di Massaua, e il 28 dei
soldati del presidio di Addis Abeba. Come faceva rilevare Giampaolo Calchi Novati:
I motivi politici di tanta turbolenza potevano non essere n� univoci n� espliciti:
non c'era un partito o una forza che avesse chiaramente la leadership. Il regime
assisteva impotente allo sgretolamento del dispositivo del potere. La lacerazione
sembrava molto pi� grave e profonda di quella che si era manifestata nel dicembre
1960, perch� questa volta, pur in assenza di un atto singolo di quella portata,
l'agitazione stava guadagnando tutti i corpi dello Stato71.
Per quanto si rendesse conto che la protesta aveva dimensioni e caratteristiche
insolite, Hail� Selassi� non si perdeva d'animo, convinto, ancora una volta, di
poter padroneggiare la situazione. Il 27 febbraio costringeva alle dimissioni il
primo ministro Aklil� Hapte Uold - che aveva ricoperto l'incarico per ben tredici
anni e che era particolarmente inviso alle opposizioni - e lo sostituiva con il
principe Endelcacci� Maconnen, che professava idee liberali e che, pur essendo al
governo dal 1950, non era mai stato coinvolto in episodi biasimevoli. Il 5 marzo il
negus annunciava inoltre alla televisione che la Costituzione sarebbe stata
modificata e che il primo ministro sarebbe stato responsabile non pi� dinanzi a
lui, ma al Parlamento. E quando i militari arrestavano alcuni ministri di Aklil�
Hapte Uold, accusati di aver accumulato enormi ricchezze, e li rinchiudevano nel
recinto della IV
Parte terza Il trionfo e il declino
Divisione, l'imperatore ne richiedeva il rilascio, ma fiaccamente, come se
condividesse il provvedimento.
Il nuovo governo non poteva per� piacere alle opposizioni. Rispetto a quello
precedente, infatti, costituiva un deciso ritorno al passato, perch� era composto
in gran parte di aristocratici - anche se autorevoli - e da membri della famiglia
imperiale. Alla Difesa, per esempio, era andato il genero di Hail� Selassi�,
generale Abiye Abebe. Il nuovo primo ministro, tuttavia, sembrava animato da buoni
propositi e al giornalista JeanMarie Damblain confidava:
Ora cercher� di realizzare le riforme che sono indispensabili. La priorit� delle
priorit� tocca alla riforma agraria. � inammissibile che un paese come l'Etiopia,
che potrebbe essere il granaio dell'Africa, sia devastato dalla fame. Per
intraprendere questa riforma baster� ridurre al silenzio qualche feudatario
arretrato e utilizzare tecniche moderne. Ma il vero pericolo non sono i feudatari,
ma un'ultrasinistra marxista della quale lei avr� potuto ascoltare gli slogan
intorno all'universit�. Questa gente ha gi� preso contatto con alcuni militari. Le
nostre informazioni sono esatte, ma l'imperatore si rifiuta di arrestare gli
agitatori72.
Il 2 aprile 1974 decedeva a Parigi il presidente Georges Pompidou, buon amico
dell'imperatore. Data la situazione estremamente confusa nel paese, Hail� Selassi�
rinunciava a partecipare ai funerali dello statista francese e delegava a
rappresentarlo il presidente del Consiglio della Corona, Asserate Kassa. Mentre era
a Parigi, il ras riceveva dal figlio Asfa Wossen un pressante invito a non fare
ritorno in Etiopia, perch� la situazione stava precipitando e lui era troppo in
vista per sperare di salvarsi dalla bufera. Ma Asserate Kassa si rifiutava di
ascoltare le preghiere del figlio, sostenendo di non avere nulla da nascondere agli
etiopici e di possedere soltanto ci�

IV. La rivoluzione e la prigionia


che aveva ereditato dal padre, e soggiungendo: "E poi, chi si prender� cura
dell'imperatore?"73.
C'era anche un altro motivo che spingeva Asserate Kassa a rientrare in patria e a
sfidare la morte: egli era finalmente riuscito a convincere l'imperatore a
designare il suo successore nella persona del principe Zara Yacob, il figlio
ventunenne di Asfa Wossen Hail� Selassi�. La cerimonia si sarebbe tenuta il 14
aprile nel Palazzo del Giubileo e lui non poteva mancare, tanto pi� che era di sua
competenza la reg�a della solenne funzione. Come riferisce JeanMarie Damblain, il
mattino del 14 aprile
un lungo corteo di dignitari, vestiti di bianco, si diresse verso il palazzo
imperiale. Grandi dignitari, marescialli, e membri dell'aristocrazia venivano ad
assistere a quello che sarebbe stato l'ultimo atto pubblico dell'imperatore: la
designazione di Zara Yacob a principe ereditario. (...) Molti testimoni
affermeranno pi� tardi che il negus aveva le lacrime agli occhi e che il suo
sguardo aveva perso tutta la sua sicurezza. (...) Tutta la cerimonia si svolse in
un'atmosfera rarefatta. Ciascuno avvertiva confusamente, quel giorno, che si
trattava della fine di uno dei regni pi� lunghi della storia e anche dell'inizio di
una nuova era. Il primo ministro Maconnen era nella prima fila dei dignitari.
Sembrava teso, inquieto. Quanto ai generali dell'esercito, avvolti anch'essi nel
bianco sciamma tradizionale, avevano un aspetto lugubre74.
Il programma di Endelcacci� Maconnen, pur essendo corposo e innovativo, giungeva
troppo tardi e si rivelava incapace di bloccare le manifestazioni popolari e gli
ammutinamenti dei militari, che continuavano per tutto il mese di marzo e oltre,
coinvolgendo persino gli strati inferiori della gerarchia ecclesiastica. Il 18
aprile il primo ministro si recava al quartier generale della IV Divisione per
chiedere all'esercito, che stava ormai diventando l'arbitro della situazione, di
far cessare la protesta. I militari accettavano, ma ponevano una pesante
condizione: quella di poter arrestare Aklil� Hapte Uold,

Parte terza Il trionfo e il declino

alcuni dei suoi ministri e un gruppo di alti funzionari. Il baratto veniva


concluso, ma con questa mossa avventata Endelcacci� Maconnen si scavava la fossa
con le proprie mani: ben presto, infatti, sarebbe diventato succube del Comitato di
coordinamento delle Forze Armate - che pi� tardi si sarebbe chiamato Derg- le cui
richieste si sarebbero fatte sempre pi� numerose e pressanti. Il "liberale"
Endelcacci� Maconnen si trovava cos� costretto a controfirmare gli arresti, oltre
che dei membri dell'intero gabinetto di Aklil� Hapte Uold, di tre generali
considerati dai militari particolarmente reazionari, e persino dell'ex capo di
stato maggiore dell'esercito, generale Assefa Ayene, ministro delle Comunicazioni
del suo stesso governo.
Mentre Endelcacci� Maconnen, per poter governare, si mostrava disposto a
sacrificare tutti gli uomini del vecchio regime, diventando in pratica una
marionetta nelle mani dell'esercito, l'imperatore stava a guardare e non sembrava
particolarmente scosso dagli avvenimenti. Questa calma si poteva spiegare soltanto
in due modi: Hail� Selassi� era convinto di poter giocare ancora una volta la
vecchia carta, spesso risultata vincente, di dividere gli avversari, opponendo i
moderati agli estremisti, unitamente alla promessa di promozioni e di laute
ricompense; oppure l'imperatore aveva fiducia nei propri "fedeli soldati" e stava
affidando ad essi quel compito di trasformazione del paese che lui non aveva potuto
portare a compimento. Si diceva, infatti, che avesse confidato ad alcuni intimi: "�
un peccato che io sia cos� vecchio, altrimenti avrei io stesso guidato la
rivoluzione"75. � probabile che siano attendibili entrambe le ipotesi. Da incallito
politico quale era, Hail� Selassi� non sapeva rassegnarsi a giocare un ruolo
secondario e aspettava l'occasione propizia per riprendere l'iniziativa, magari
cavalcando lui stesso la rivoluzione. Quel che � certo � che si era sempre
rifiutato di ordinare l'arresto degli agitaIV. La rivoluzione e la prigionia

tori, civili e militari che fossero. Ancora all'inizio di maggio, il comandante


della Guardia imperiale, generale Abebe Ghemmeda, si era detto in grado di
consegnargli tutti i ribelli e di liquidare in pochi giorni la rivolta strisciante.
Ma l'imperatore si era caparbiamente opposto. Con uguale fermezza si opponeva anche
all'invito a mettersi in salvo all'estero o in qualche regione dell'Etiopia dove la
monarchia godesse di maggior prestigio. Il 1� maggio 1974 ras Asserate Kassa
rientrava nella sua dimora sulle colline di Entotto, visibilmente stanco e
depresso. Al figlio primogenito Asfa Wossen, al quale era solito confidare le
proprie inquietudini, rivelava:
Sono appena stato con Sua Maest� per oltre tre ore. Ho cercato di convincerlo a
partire con me per il Lasta o il Beghemeder e ad attivare il sostegno del popolo
alla Corona. Una volta che le province montanare avessero dimostrato la loro piena
solidariet� al sovrano e alla nazione, c'era ben poco che l'esercito avrebbe potuto
fare nella capitale. L'imperatore mi rispose con voce alterata: "Ma perch� dovremmo
abbandonare Addis Abeba, non lo sai che noi abbiamo tutto sotto controllo?". Gli
risposi che, per quanto ne sapevo io, le cose non erano affatto normali. Il primo
ministro Endelcacci� Maconnen dipendeva virtualmente dal cosiddetto Comitato di
coordinamento delle Forze Armate e il governo accettava ogni richiesta che i
militari avessero fatto. Per qualche istante l'imperatore rimase in silenzio; poi,
all'improvviso, come se si fosse risvegliato da un sogno, mi rivolse uno sguardo
affettuoso ma risoluto, e disse: "No, la furia dell'uragano presto caler� e le cose
torneranno come prima. Non voglio essere accusato, per la seconda volta nella mia
vita, di aver abbandonato il mio popolo al suo destino".
Asserate Kassa continuava cos� il suo racconto:
Cercai di sostenere che ci� che stavamo vedendo non era una rivolta come quella del
1960, ma il classico scenario di una rivoluzione, e noi avremmo dovuto agire di
conseguenParte terza Il trionfo e il declino

za. L'imperatore, per�, cambi� di colpo argomento e cominci� a parlare dei vecchi
tempi e di mio padre Kassa Hail�, del cui saggio consiglio sentiva la mancanza.
And� avanti parecchio a rivangare il passato e io non riuscii pi� a riportarlo ad
affrontare i pericoli odierni. Era come se egli trovasse un sollievo nel passato e
non volesse essere messo a confronto con la sinistra realt� di oggi. Per la prima
volta nella mia vita compresi che tutto questo contava moltissimo per lui. Egli
aveva rivelato alcuni segni di stanchezza negli ultimi mesi, ma niente era al
confronto di oggi. Sembrava, alla fine, che dovesse soccombere a qualcosa che egli
aveva sempre combattuto per decenni: la vecchiaia. Quando lasciai il Palazzo del
Giubileo, mi sentivo molto triste e capii che l'era di Hail� Selassi� stava per
finire e che nessuno di noi sarebbe stato capace di fare qualcosa per impedirlo.
Come sarebbero state diverse le cose se noi avessimo avuto oggi l" Hail� Selassi�
che noi abbiamo conosciuto nel 1941. La volpe che ide� lo stratagemma per
riacquistare la sovranit� etiopica che i nostri "alleati" inglesi ci contestavano,
avrebbe sicuramente intuito la gravit� della nostra situazione e avrebbe trovato
una via d'uscita da questo dramma senza speranze76.
Per Asserate Kassa, dunque, era la vecchiaia che impediva ad Hail� Selassi� di
valutare con la prontezza e la lucidit� di un tempo una situazione estremamente
intricata e con aspetti del tutto inediti. Vivendo pi� nel passato che nel
presente, pi� nel sogno che nella realt�, gli era sicuramente difficile affrontare
avversari astuti ed aggressivi, che per di pi� non avevano un nome, non avevano un
volto, non potevano essere comprati o promossi con il collaudato sistema dello
shumshir, non potevano nemmeno essere liquidati fisicamente. E anche la loro
tecnica era nuova per l'Etiopia. Memori degli errori commessi nel dicembre del
1960, essi tendevano a non abbattere subito l'imperatore. Volevano anzi sfruttarne
ancora l'autorit� e il carisma per indebolire il regime, e nello stesso tempo gli
facevano intorno il vuoto, per isoIV. La rivoluzione e la prigionia

larlo e renderlo inoffensivo; il tutto senza correre il rischio di scatenare una


guerra civile.
Come in altre parti dell'Africa, erano dunque i militari che stavano per prendere
in mano le redini del paese, anche se, nel caso dell'Etiopia, a iniziare la rivolta
erano stati i lavoratori, gli studenti, la piccola borghesia. Ma l'opposizione
popolare era fragile, aveva un carattere prevalentemente urbano, non riusciva a
elaborare un progetto politico unitario, non aveva un'organizzazione efficiente,
come faceva osservare Claudio Moffa:
Nonostante il carattere politico di alcune loro rivendicazioni, n� gli studenti, n�
la classe operaia, n� altri strati urbani (per non parlare dei contadini) avevano
dato vita a un'organizzazione credibile sul piano nazionale. (...) In questa
situazione, il vuoto di potere venutosi a creare non poteva che essere colmato
dall'esercito, unica forza organizzata (e armata) del paese; con il quale, fra
l'altro, qualsiasi "partito" avrebbe dovuto comunque fare i conti77.
L'arresto dell'imperatore
Il peso degli anni, come sosteneva Asserate Kassa, contribuiva certamente a rendere
meno lucida la mente di Hail� Selassi�, ma egli era anche un uomo capace di
inaspettati colpi di coda, perch� tutto si poteva dire di lui, tranne che fosse un
vile. Dallo scontro mortale con Ligg Jasu a quello con Mussolini, da Sagale a Mai
Ceu, dai giorni della Gideon Force a quelli dello sventato colpo di Stato del 1960,
il negus non aveva mai tradito momenti di debolezza o di paura. A 82 anni poteva
anche essere stanco, lucido soltanto al mattino, ma non pusillanime, n�
rinunciatario. Il 5 maggio, nel 33� anniversario della liberazione di Addis Abeba
dal fascismo, Hail� Selassi�, parlando alla radio, si rivolgeva ai soldati, ai
"suoi soldati", e pur riconoscendo il loro contribuParte terza Il trionfo e il
declino

to all'evoluzione politica e sociale del paese e il coraggio con cui si erano


brillantemente battuti nell'Ogaden e in Eritrea, indirizzava pesanti rimproveri a
quei
membri dell'esercito che escono dal quadro della disciplina e diventano dei
dissidenti nei confronti del sovrano e del popolo etiopico. Ci� deve essere capito
perch� essi possano prendere coscienza delle loro responsabilit� e diventino,
rispettando gli ordini dell'imperatore, i garanti della pace e i protettori
dell'Etiopia78.
Il vecchio "Leone di Giuda" sembrava ringiovanito, la sua voce era ferma, la sua
autorit� pareva ristabilita. Qualche giorno dopo, per sottolineare che era ancora
nel pieno esercizio delle sue funzioni, nominava il generale Nega Tagegn
governatore del Beghemeder e il degiac Fiere Selassi� Hapte Mariam governatore
dell'Uollega. Il 12 giugno, infine, per dimostrare di avere ancora piena libert� di
movimento e piena disponibilit� delle proprie prerogative imperiali, volava a
Mogadiscio, al summit dell'OUA, dove avrebbe pronunciato il suo ultimo discorso a
carattere internazionale.
L'imperatore, dunque, si batteva giorno per giorno per conservare i propri poteri,
ma i suoi margini di manovra diventavano sempre pi� ridotti dinanzi all'offensiva
dei militari. Il 22 giugno i piloti della base aerea di Debra Zeit, che volevano la
rivoluzione immediata e radicale, si preparavano a bombardare il palazzo imperiale
e venivano trattenuti a stento dai soldati della IV Divisione. Il 28 giugno reparti
della IV Divisione occupavano i punti strategici della capitale e si impadronivano
della stazione radio; nei giorni successivi procedevano all'arresto di personalit�
di primo piano, come l'ex presidente del Consiglio della Corona, Asserate Kassa79,
il presidente del Senato, Zeude Ghebre Hyiot, il ministro della Difesa, generale
Abiye Abebe, il governatore dello Scioa, ras Mesfin Scilesci, il ministro degli
Esteri MenasIV. La rivoluzione e la prigionia

se Hail�, l'ex ministro lima Deressa, il nipote dell'imperatore, vice ammiraglio


Iskander Desta. Con l'occupazione della stazione radio e l'arresto dei dignitari,
presto saliti a 200 - due operazioni non concordate con l'imperatore e il suo primo
ministro - il potere imperiale cessava di esistere e si passava alla seconda fase
della rivoluzione, quella che avrebbe portato al rovesciamento della monarchia.
Agli inizi di luglio del 1974 la crisi del vecchio regime era ormai totale.
L'imperatore si sforzava di conservare quello che ormai non era pi� un potere,
bens� un simulacro; Endelcacci� Maconnen era sempre pi� prigioniero degli uomini
del Derg, i quali avevano ottenuto dall'imperatore addirittura la facolt� di
"sorvegliare" le attivit� del governo; i membri della vecchia classe dirigente che
ancora non erano finiti nelle carceri della IV Divisione, erano smarriti, in preda
al panico. Con la creazione, il 15 giugno, di una Commissione incaricata di
indagare sulla corruzione e i guadagni illeciti80, infatti, ministri, governatori,
generali, notabili e funzionari governativi erano ora obbligati a denunciare tutti
i loro averi acquisiti dal 1941 al 1974: propriet� terriere, beni mobili e
immobili, azioni. "Era una palese autoaccusa, che aveva fatto tremare tutti
indistintamente", commentava il t�ttodcfedAsfahaWoldemichael81. Il terrore si era
impossessato dunque della vecchia classe dirigente e ci� spingeva gli uomini del
Derg, che ancora non avevano un capo riconosciuto n� un progetto ben delineato, a
osare di pi�, a riempire il vuoto di potere che si stava manifestando.
Il 22 luglio, vigilia del compleanno di Hail� Selassi�, una delegazione del Derg si
recava a presentare ufficialmente al negus i propri auguri, come ricorda JeanMarie
Damblain:
I militari approfittarono di questa occasione per chiedere al monarca di
rimpiazzare il primo ministro con una persoParte terza Il trionfo e il declino

nalit� pi� docile. L'imperatore accett� e nomin� sul campo il ligg Mikael Immir�.
Era la svolta decisiva. Ormai i "cervelli" della IV Divisione sapevano che potevano
ottenere dall'imperatore tutto quello che volevano82.
Scegliendo il figlio di ras Immir� - il cugino che tante volte lo aveva esortato a
compiere riforme pi� radicali -Hail� Selassi� credeva ancora di poter risolvere la
crisi. Ma Mikael Immir� non aveva n� il carisma n� la fermezza del padre; era
sicuramente un uomo integerrimo, dotato di una vasta e moderna cultura, aveva anche
dato una buona prova come ambasciatore a Londra e a Mosca, ma non era adatto ad
affrontare un periodo di cos� grave e acuta emergenza. Come il suo predecessore
Endelcacci� Maconnen, egli sarebbe stato presto esautorato dagli uomini del Derg, i
quali avevano ottenuto nel frattempo che il ministero della Difesa fosse assegnato
a un loro esponente, il generale eritreo Aman Mikael Andom.
L'indomani, giorno del suo 82� compleanno, Hail� Selassi� si recava al Vecchio
Gheb� di Menelik per pronunciare quello che sarebbe stato il suo ultimo discorso.
Indossava l'alta uniforme di maresciallo, aveva il cappello calato sugli occhi, e
sembrava sereno. Contrariamente agli altri anni, non c'era folla nel recinto del
Gheb�; c'erano soltanto alcuni fedelissimi dell'imperatore, vecchi soldati che
erano stati con lui a Mai Ceu o nella Gideon Force. Anche sul balcone, accanto al
negus, erano in pochi: ras Immir�, il patriarca copto Th�ofilos, e il generale
Tafesse Lemma della Guardia imperiale. Quelli che mancavano erano nelle segrete
della IV Divisione. Cadeva una pioggia sottile e Damblain, che era sul posto per
testimoniare, definiva l'atmosfera "decisamente sinistra, un'atmosfera da fine di
regno"83.
Mentre dal gruppetto di fedelissimi veterani saliva qualche grido di "Viva
l'imperatore!", Hail� Selassi� iniziava a parlare, ed il suo discorso era s�
patetico, ma non di maniera, perch� affrontava la realt� del momento:

IV. La rivoluzione e la prigionia


Io sono ancora oggi, come lo sono sempre stato in passato, al servizio del mio
popolo. Il mio augurio pi� caro � che la pace continui a regnare nell'impero. Le
recenti misure che siamo stati indotti a prendere sono nell'interesse del popolo,
questo interesse che guida la nostra azione. La carest�a, che ha causato la morte
di parecchie migliaia di nostri cari figli, ci ha profondamente rattristato. Noi
intensificheremo l'aiuto a quegli sventurati che l'attendono. Se alcuni hanno
commesso degli errori, troveranno la loro punizione.
Affrontando, poi, il problema pi� delicato, quello dell'esercito, il negus cos� si
esprimeva:
Questo esercito, che � opera nostra, deve oggi fronteggiare una situazione
difficile in Eritrea e nell'Ogaden. Per questo ha diritto a tutto il nostro
sostegno, a tutta la nostra fiducia.
Ma subito dopo soggiungeva: "L'esercito etiopico deve per� restare quella forza
tranquilla e disciplinata che gli ha consentito in passato di riportare tante
vittorie". Poi concludeva:
Voglio infine ringraziare Iddio che mi ha concesso la forza di compiere il mio
dovere per tanti anni. Quando mio nipote Zara Yacob assumer� la mia successione, io
sono certo che il popolo gli accorder� il sostegno che non ha mai cessato di
testimoniarmi84.
Per certi aspetti, il discorso di Hail� Selassi� poteva valere anche come
testamento politico. Egli infatti affidava le sorti del paese all'esercito
nazionale, della cui costruzione e continuo ammodernamento egli rivendicava,
giustamente, la paternit�. A questo strumento moderno, potente ed efficiente,
secondo in Africa soltanto all'esercito sudafricano, egli affidava la difesa dei
confini dell'impero, il mantenimento dell'ordine interno, la conservazione della
monarchia nella figura di Zara Yacob. L'esercito era sicuramente il suo capolavoro,
e forParte terza Il trionfo e il declino

se per questo egli si era rifiutato di metterlo sotto processo. E inoltre molte
delle istanze di rinnovamento, contenute nel documento in tredici punti del Derg,
probabilmente lui le condivideva. L'esercito non poteva tradirlo, pensava
l'imperatore; non poteva ribellarsi a chi lo aveva creato e amorevolmente
cresciuto.
In questo Hail� Selassi� si sbagliava. Una volta uscito dalle caserme, infrangendo
le regole della disciplina, l'esercito avrebbe travolto tutto del vecchio regime,
compresa la millenaria istituzione della monarchia. Forse l'imperatore avrebbe
dovuto capirlo, perch� il processo di smantellamento del regime era rapido,
sistematico, senza tregua: il 1� agosto il Derg ordinava l'arresto dell'ex primo
ministro Endelcacci� Maconnen, del comandante dell'aviazione e di altre personalit�
civili e militari; il 9 agosto veniva arrestato, proprio sull'uscio dello studio
del negus, il generale Assefa Demissi�, da molti anni aiutante di campo
dell'imperatore; nei giorni seguenti venivano imprigionati giudici, amministratori
di province, funzionari, commercianti, mentre la radio controllata dai militari
lanciava il motto d'ordine: "Addosso ai corrotti, morte a coloro che hanno affamato
il popolo, nessuna piet� per gli sfruttatori"; il 13 agosto la radio metteva sotto
accusa il Palazzo imperiale sostenendo che era inammissibile che esso fosse
diventato "un rifugio di criminali e nemici dello Stato".
Il 16 agosto i militari davano il colpo finale al potere e al prestigio di Hail�
Selassi� abolendo il ministero della Penna, il Consiglio della Corona, il Collegio
dei consiglieri militari del negus e il Tribunale imperiale. Esitavano tuttavia a
rovesciare il sovrano, che era ancora venerato dagli strati pi� bassi della
popolazione, soprattutto nelle campagne. Prima di toglierlo definitivamente di
mezzo, dovevano offuscarne l'immagine; di una quasi divinit�, come era scritto
anche nella Costituzione, dovevano fare un essere mortale, per poi seppellirlo
sotIV. La rivoluzione e la prigionia

to una montagna di accuse e di disprezzo. A partire dal 13 agosto, gli uomini del
Derg organizzavano quindi una campagna di propaganda contro il negus che non
conosceva limiti. Lo accusavano apertamente di essere "un ladro" e di aver
ammassato in banche straniere la cifra favolosa di 15 miliardi di dollari.
Giungevano a insinuare, contro ogni evidenza storica, che egli aveva opposto una
scarsa resistenza all'avanzata delle armate fasciste, e lo presentavano come "un
disertore" per aver lasciato l'Etiopia durante l'occupazione italiana. Sui muri
apparivano enormi manifesti nei quali si vedeva il negus mentre dava da mangiare
pezzi di carne ai suoi cani, accanto all'immagine di una madre e del suo bambino
che morivano di fame. Il settimanale "Ethiopia" di Asmara, dal canto suo, lo
accusava di aver sperperato il denaro pubblico in inutili viaggi all'estero, e
assicurava che l'imperatore, con il suo comportamento, aveva semplicemente
"defecato sul popolo d'Etiopia"85.
"L'imperatore resta al suo posto - constatava Silvano Villani -, ma, per cos� dire,
come il sosia di se stesso in un romanzo di fantascienza"86. Dai primi di agosto
egli era praticamente in residenza vigilata nel suo proprio palazzo, che si andava
progressivamente svuotando a causa dei quotidiani arresti dei suoi collaboratori.
Gli era tuttavia consentito di lasciare il palazzo per poter assistere alle
funzioni religiose. Ricorda Damblain:
L'ho visto, per l'ultima volta, il 23 agosto, nella chiesa di Santo Stefano. La
principessa Tenagne Uorch era al suo fianco. Molto dignitoso, salut� la gente, che
si inchin� rispettosamente. Nel mezzo della cerimonia, si addorment� sulla sedia87.
Il 17 agosto veniva arrestato il comandante della Guardia imperiale, generale
Tafesse Lemma, il solo in grado, con i suoi 8.000 uomini, di rovesciare la
situazione e mettere fuori gioco gli ispiratori della rivolta che si annidavano nel
quartier generale della IV Divisione; anParte terza Il trionfo e il declino

cora alla vigilia del suo arresto aveva pregato l'imperatore di lasciarlo agire, ma
aveva ricevuto un ennesimo rifiuto88. Il 26 agosto il Derg nazionalizzava i
quattordici palazzi imperiali, compreso il Palazzo del Giubileo nel quale risiedeva
il negus. Nei giorni successivi venivano nazionalizzate la compagnia di autobus
Ambessa e la fabbrica di birra San Giorgio, di propriet� della famiglia imperiale.
Alla fine di agosto i prigionieri stipati nelle celle della IV Divisione superavano
gi� la cifra di cinquecento. Da una di queste celle ras Asserate Kassa riusciva a
far pervenire al figlio una breve lettera, che era anche il suo testamento:
Al mio amato figlio Asfa Wossen. Come stai? Per grazia di Dio io sto bene. Ma sono
in ansia per voi. Dal momento che non sono stato privato della sua Grazia e del suo
Aiuto, ne ho tratto un grande conforto. Ho Lui come guida, mi sono affidato
interamente a Lui. Sono assolutamente certo che alla fine Egli non mi abbandoner�.
E questa � la sola cosa che io vi lascio come eredit�: la vera fede in Lui, che
era, che � ancora, e sar� per sempre! Il tuo affezionato padre, Asserate Kassa89.
Nella lettera non c'era un solo riferimento alla sua condizione di detenuto, al
carcere, a chi lo stava umiliando con interrogatori e privazioni, lui che aveva
tutti i requisiti per poter succedere a Hail� Selassi�. Esattamente come il padre
ras Kassa Hail� - che era l'erede in linea diretta del capostipite della dinastia
scioana, re Sahle Selassi� - egli aveva sempre preferito esercitare il ruolo di
"creatore di re" piuttosto che quello di "aspirante al trono"90. Come il generale
Tafesse Lemma e molti altri, avrebbe pagato con la vita la sua devozione
all'imperatore.
Alla fine di agosto, due attenti testimoni come Marina e David Ottaway, facevano
osservare;

IV. La rivoluzione e la prigionia

il pubblico � ormai psicologicamente preparato alla rimozione. Quando, il 2


settembre, alcune centinaia di giovani cenciosi e di studenti sfilano per le strade
della capitale gridando "impiccate l'imperatore" e "l'imperatore � un ladro", non
si registrano reazioni ostili. Ma il Derg esita ancora a compiere l'ultimo passo91.
Nelle ultime settimane, una ventina di paesi africani, fra i quali Sudan, Kenya,
Ghana e Camerun, si erano offerti di ospitare il monarca ormai chiaramente in
ostaggio dei militari; ma anche se il Derg avesse accettato di lasciarlo uscire dal
paese, con molta probabilit� sarebbe stato lo stesso Hail� Selassi� a rifiutare la
prospettiva: "Sono ormai un vecchio e gi� una volta nella mia vita sono stato in
esilio - aveva confidato ai pochi intimi che ancora potevano avvicinarlo -. No, non
ho alcun desiderio di diventare di nuovo un esiliato"92.
Tra il 6 e il 9 settembre i 120 membri dell'ancora misterioso Derg93 si riunivano
ad Addis Abeba e decidevano che il momento di deporre l'imperatore era ormai
giunto. Da questo istante gli avvenimenti precipitavano, si accavallavano. L'11
settembre i militari arrestavano la figlia del negus, Tenagne Uorch94, e altri
membri della famiglia imperiale. Nella stessa giornata, il capo della Chiesa
etiopica ortodossa, patriarca Th�ofilos, che sino a pochi giorni prima appariva
come l'unico sostegno della Corona, leggeva alla radio un testo nel quale, senza
mai citare il negus, benediva "il grande movimento rivoluzionario diretto dalle
Forze Armate"95. Sempre nella stessa giornata i militari invitavano la popolazione
ad assistere alla trasmissione in tv del cortometraggio di Dimblebey, The Hidden
Fantine, e di un altro filmato nel quale appariva la tomba di uno dei cani
dell'imperatore con questo epitaffio:
Lulu. Nata il 5 maggio 1959, morta il 23 luglio 1969. Amata compagna di Sua Altezza
Imperiale Hail� Selassi� I, lo ac-
Parte terza Il trionfo e il declino
compagn� fedelmente nei suoi viaggi in Africa, Asia, Europa, America del Nord e del
Sud96.
Alla messa in onda di questi filmati era costretto ad assistere anche lo stesso
imperatore.
L'indomani, 12 settembre, giorno del capodanno etiopico, una delegazione di tre
membri del Derg si recava di buon mattino al Palazzo del Giubileo per annunciare al
sovrano che era stato deposto. Introdotti nello studio di Hail� Selassi�, i tre
ufficiali non nascondevano per� il loro grande imbarazzo. Il pi� alto in grado, un
maggiore, cominciava a leggere il Decreto di destituzione, ma gli tremavano le mani
e la sua voce era esitante, tanto pi� che l'imperatore, visibilmente irritato,
continuava a interromperlo dicendo: "Ma che cosa volete?". Al colmo del disagio, i
tre ufficiali lasciavano lo studio per ricomparire, pochi minuti dopo, accompagnati
da ras Immir�, al quale avevano affidato il compito di tranquillizzare il sovrano.
Finalmente il maggiore poteva cominciare a leggere il documento:
Sebbene il popolo etiopico abbia sempre guardato in buona fede alla Corona come al
simbolo della sua unit�, Hail� Selassi� I, che dopo aver assunto il potere come
Principe ereditario ha governato il paese per pi� di 50 anni, ha abusato della sua
autorit�, della dignit� e dell'onore del suo ufficio per interesse suo, della sua
famiglia e dei suoi servi. Come conseguenza, egli ha trascinato il paese
nell'attuale situazione senza sbocchi. Inoltre, a causa della sua avanzata et�, 82
anni, egli non � pi� in grado di sostenere l'alta responsabilit� del suo ufficio.
Mentre l'imperatore continuava a non capire e a dare segni di nervosismo, il
maggiore leggeva la seconda parte del Decreto, che annunciava la sua deposizione;
la designazione, a suo successore, del principe Asfa Wossen, ma con il solo titolo
di re e "senza alcun potere neIV. La rivoluzione e la prigionia

gli affari amministrativi e politici del paese"; la sospensione della Costituzione


e la chiusura del Parlamento; l'assunzione, da parte del Derg, dei pieni poteri di
governo "fino all'approvazione, da parte di un'Assemblea popolare legalmente
istituita, di una nuova Costituzione e alla conseguente formazione di un governo
legittimo"; l'istituzione di un tribunale militare speciale, che avrebbe processato
tutti quelli che si sarebbero opposti "alla filosofia delVEthiopia tikdem"97.
Soltanto alla fine della lettura del documento Hail� Selassi� si rendeva conto che
era accaduto qualcosa di irreparabile: l'esercito, il suo esercito, lo aveva
detronizzato. Era un'ipotesi, questa, che non aveva mai preso in considerazione,
perch� tutto il suo operato, dall'inizio della rivolta, non aveva avuto che un
intento, quello di lasciar fare ai militari, sia per guadagnare tempo che per
evitare spargimenti di sangue. Per cui riteneva di meritare, per la sua
arrendevolezza - che qualche volta era sembrata addirittura complicit� - un
trattamento di favore, che escludesse ogni oltraggio alla sacralit� della sua
persona. Ma ora toccava con mano il tradimento dei suoi soldati e poco importava
che uno degli ufficiali avesse le lacrime agli occhi98.
Sulle reazioni dell'imperatore all'annuncio della sua detronizzazione, si hanno due
versioni. La prima, quella ufficiale, vuole che Hail� Selassi�, superato il primo
istante di stupore, abbia ritrovato il coraggio e la dignit� di un tempo per
esclamare: "Ho servito il mio popolo in guerra e in pace. Se ora debbo ritirarmi
per il benessere dell'Etiopia, non mi opporr�"99. La seconda versione, di fonte
giornalistica100, vuole invece che Hail� Selassi�, dopo la lettura del lungo
Decreto, si sia rifiutato di seguire gli ufficiali, che volevano condurlo in "un
luogo sicuro". Sarebbe intervenuto allora il cugino ras Immir�, che lo avrebbe
abbracciato e baciato sulle guance e, vincendo le ultime resistenze
dell'imperatore, lo avrebbe

Parte terza Il trionfo e il declino


accompagnato fuori dal palazzo, dove, ad attendere il sovrano, non c'era una delle
sue Mercedes, ma una modestissima Volkswagen verde dell'esercito101.
Delle due versioni, noi propendiamo per la seconda, meno eroica, ma umanamente pi�
accettabile. Da un vecchio carico di anni, che si appisolava in chiesa, e che da
otto mesi era sottoposto a ogni sorta di ingiurie e di logoranti attacchi, era
difficile aspettarsi frasi solenni e a effetto; ci si poteva aspettare, in maniera
pi� verosimile, il tentativo, dettato pi� dall'istinto che dalla ragione, di
aggrapparsi alla propria dimora, dentro la quale si sentiva nonostante tutto ancora
al riparo. Qualche ora dopo il suo arresto, il giornalista Franco Pierini avrebbe
chiesto a ras Immir�: "Lei ritiene giusto che il negus sia stato cacciato?". Il ras
rispondeva: "La storia � sempre ingrata con i vecchi che detengono a lungo il
potere"102.
L'imperatore lasciava il Palazzo del Giubileo, ribattezzato Palazzo Nazionale, alle
10,30, mentre carri armati e automitragliatrici prendevano posizione intorno agli
edifici pubblici, e Radio Etiopia apriva i programmi con musiche marziali e con
l'annuncio della deposizione di Hail� Selassi�. La Volkswagen, scortata da alcuni
camion carichi di soldati, passava davanti all'Africa Hall, dove nel 1963
l'imperatore aveva raggiunto il culmine della gloria; poi imboccava la strada per
Biscioft� e un quarto d'ora dopo si fermava davanti ai cancelli del quartier
generale della rV Divisione. Per due settimane il negus avrebbe alloggiato nella
palazzina del generale Yagama Kello, poi sarebbe stato trasferito all'interno del
recinto del Vecchio Gheb� di Menelik.
Il passaggio dalla caserma della IV Divisione al Vecchio Gheb�, dov'era di casa da
sessant'anni, migliorava di molto l'umore del sovrano. Qui Hail� Selassi� era
libero di muoversi all'interno di un determinato settore del recinto, poteva
passeggiare nei viali e recarsi in chiesa; gli era anche consentito di leggere i
giornali, ascoltare

IV. La rivoluzione e la prigionia

la radio, fruire del servizio di alcuni domestici, che venivano per� continuamente
cambiati perch� non subissero il suo forte ascendente. Talvolta poteva anche
vedere, da lontano, il suo carceriere e successore, il "negus rosso" Menghistu
Haile Mariam. Dopo gli estenuanti interrogatori dei primi giorni, durante i quali
aveva ancora una volta dimostrato un grande talento per la dissimulazione, la sua
esistenza era tornata quasi normale, anzi si poteva definire migliorata, in quanto
alleggerita di tutte le gravi incombenze del passato. Poteva cos� sprofondare nel
mare dei ricordi, senza che nessuno lo disturbasse o gli imponesse di affrontare la
realt�. Aveva intorno i suoi soldati, che ancora si inchinavano al suo passaggio,
e, vivendo nella cittadella del potere e non riuscendo a soffocare quel senso di
estrema sicurezza nella propria capacit� di guidare i destini dell'Etiopia, poteva
illudersi di contare ancora qualcosa, di essere almeno il simbolo vivente
dell'unit� nazionale.
In realt�, l'uomo che aveva accumulato un potere illimitato e si sentiva
depositario persino di una sovranit� sacrale, non contava ormai pi� nulla103.
Sepolto sotto una montagna di ingiurie, lo avevano privato di ogni autorit� e
prestigio. Sei mesi dopo la sua deposizione, mentre la "rivoluzione pacifica"
cambiava connotazione e cominciava a divorare i propri figli, molti lo avevano
addirittura dimenticato. Sembrava dunque che, non potendo ormai incutere timore a
nessuno, l'imperatore fosse destinato a morire di vecchiaia nel limbo in cui lo
avevano relegato e nel quale, in fondo, non sembrava trovarsi a disagio. L'ala
radicale del Derg decideva invece la sua soppressione, nel modo pi� vile e infame:
l'uomo che era scampato a tante battaglie e congiure, e che sino all'ultimo aveva
lavorato a costruire la propria leggenda, moriva strangolato o soffocato da mani
mercenarie. Il suo corpo veniva occultato per diciassette anni, forse per evitare
fenomeni di culto popolare.

Parte terza Il trionfo e il declino


Hail� Selassi� ha sicuramente commesso molti errori durante il suo lunghissimo
regno, primo fra tutti quello di essere stato sempre in bilico tra riforma e
conservazione, senza mai operare una scelta risolutiva. Ma la rivoluzione che lo ha
travolto nel nome della libert� e del progresso, si � rivelata cento volte pi�
infausta del suo regime; ha causato all'Etiopia danni irreparabili; l'ha
sprofondata in quella guerra civile che Hail� Selassi� aveva sempre cercato di
scongiurare; ha accelerato, anzich� bloccare, il processo di disintegrazione del
paese.
A vent'anni dalla tragica fine dell'imperatore, mentre ad Addis Abeba si sta
celebrando il processo contro Menghistu Haile Mariam e il suo regime - il quale,
come ha sottolineato il pubblico ministero Girma Wakjira, "ha sempre avuto la spada
in mano"104 - una rilettura della vita e dell'opera di Hail� Selassi� diventa
quanto mai necessaria. Questa biografia, che privilegia la storia dell'uomo e non
si addentra in profondit� nell'analisi della sua opera di statista, intende portare
un primo contributo alla miglior conoscenza di un sovrano che ha dominato per pi�
di mezzo secolo la scena africana e, in qualche periodo, anche la scena mondiale.
Qualunque sia il giudizio definitivo su Hail� Selassi�, la sua figura merita
rispetto e considerazione. � impossibile non provare un sentimento di grande
ammirazione e di riconoscenza verso l'uomo che il 30 giugno 1936, dalla tribuna
ginevrina della Societ� delle Nazioni, denunciava al mondo i crimini del fascismo e
avvertiva che l'Etiopia non sarebbe stata che la prima vittima di quella funesta
ideologia. Per questo suo messaggio, malauguratamente non ascoltato, gli siamo un
po'"tutti debitori.

fine

NOTE
Note all'Introduzione, Morte per assassinio II Vecchio Gheb�, un complesso di
numerose costruzioni in muratu
ra e in legno, in diversi stili, copre un'area ellittica di circa 750 metri per
500, ed � protetto da una triplice cinta di mura. Costruito a partire dal
1890 da Menelik, riordinato e completato da Hail� Selassi� che vi teneva
i propri uffici, ha assolto la stessa funzione di centro del potere anche per
il colonnello Menghistu Haile Mariani. Contiene, fra gli altri edifici, la re
sidenza del negus (elfir�), il tribunale del negus (zufan c��ot), la cancelleria
imperiale, il mausoleo di Menelik, il grande aderasc, dove si possono te
nere banchetti per 4.000 persone, la chiesetta di Chidan� Mer�t e quella
ottagonale di San Gabriele. "Corriere della Sera", 18 febbraio 1992.
Dall'articolo di Massimo A.
Alberizzi, Abbiamo trovato le ossa del Negus. Ibid. "La Stampa", 23 maggio 1988.
"la Repubblica", 18 febbraio 1992. "Le Monde", 29 gennaio 1994.
Dall'articolo di Corinne Lesnes, Ethiopie, sur les ra�ls du N�gus. "Associated
Press", Addis Abeba, 31 maggio 1975, dispaccio n. 104.
Il professor Leithead era preside della Facolt� di Medicina dell'Universit�
di Addis Abeba. "The Ethiopian Herald", 28 agosto 1975. "Il Giornale", 28 agosto
1975. "The Times", 21 giugno 1976. Dall'articolo di David Spanier: Hai
le Selassi� said to have been smothered to death. "Il Giornale", 27 giugno
1976. Dall'intervista di Eugenio Melani. Si
veda anche la lettera di David Maconnen al "The Times" del 28 giugno
1976. Gontran de Juniac, Le dernier Rai des Rais. L'Ethiopie de Hail� Selassi�,
Plon, Paris 1979, p. 383. "Le Monde", 9 ottobre 1980. Per queste 1.907 persone
sono state trovate le prove precise della
loro uccisione. Ma i morti addebitati al "terrore rosso" del regime di Men
ghistu superano i 100.000. "The Economist", 17 dicembre 1994. Dall'articolo
Ethiopi� s state fer
rar on trial

Note
Per poter formulare le accuse, 400 investigatori etiopici hanno re
cuperato 300.000 pagine di documenti nei ministeri, nelle caserme, nei
kebe�i (associazioni urbane). Tra le prove, oltre ai verbali delle sedute del
Derg, figurano le videocassette che denunciano la pratica costante della
tortura e le deposizioni di 2.500 testimoni. Per il numero degli imputati
e per la gravit� dei reati commessi, il processo di Addis Abeba costituisce
il pi� importante dibattimento processuale dopo quello di Norimberga,
condotto contro i criminali nazisti (cfr. "Newsweek", 19 dicembre 1994,
Ethiopia: Judgement day far a regime "s atrocities). I resti dei corpi dei 60
uccisi venivano scoperti nel 1993 in una fos
sa scavata nel cortile del carcere. Soltanto in due o tre occasioni i militari
rilasciarono comunicati che
riguardavano la persona dell'imperatore. La prima volta fu il 19 ottobre
1974 per smentire l'agenzia "Reuter" che aveva diffuso la notizia che
Hail� Selassi� era stato ricoverato in ospedale perch� infermo. "Agence France
Press", Addis Abeba, 7 febbraio 1975. Cfr. Hans Wilhelm Lockot, The Mission.
The life, reign and character
ofHaile Sellassie I, Hurst & Company, London 1989, p. 126. "Il Giorno", 28 agosto
1975. Dall'articolo di Franco Pierini, Soprav
vissuto alla storia. Si veda inoltre: "Agence France Press", Addis Abeba, 7
febbraio 1975, cit. II titolo originale �: Ethiopia. The hidden fantine. Fu
trasmesso, per la
prima volta, alla televisione inglese. "Le Monde", 6 dicembre 1974. La moglie
era la principessa Zuriash Work GabreIgziabher e i cin
que figli erano Mulughet�, Rebecca, Kassa, TuruUorch e Uonduossen. Si
erano salvati dagli arresti altri due figli di Asserate Kassa: Asfa Wossen As
serate, che si trovava in Germania per studio, e Tsig� Mariam, che era in
stato interessante. Quest'ultima riuscir� miracolosamente a espatriare agli
inizi del 1975, via Gibuti, travestita da nomade Afar. Testimonianza al
l'Autore (d'ora innanzi: TaA) di Asfa Wossen Asserate, rilasciata al Ca
stello di Lisignano il 24 settembre 1994. "La Stampa", 10 aprile 1988.
Dall'articolo di Mario Ciriello, Dieci
principesse schiave di Menghistu. I primi ad essere liberati, nel settembre del
1983, furono Rebecca
Asserate Kassa e i suoi quattro fratelli. Nel 1989 venivano rilasciate Tenagne
Uorch, le figlie Aida, Herut, Sebel e Sofya, Sara Gizau e la moglie di
Asserate Kassa. Nel 1990 furono rimessi in libert� i principi Uossen Seged
Maconnen, Mikael Maconnen e Baede Mariam Maconnen. "Corriere della Sera", 26
novembre 1974. Dall'articolo di Gaetano
Scardocchia. Il 25 novembre 1974 l'agenzia di stampa etiopica "ENA" di
ramava un lungo comunicato con il quale forniva l'elenco dei 60 uccisi.
Essi erano stati suddivisi in quattro categorie. Nella prima, erano inclusi
29 civili incolpati di "palese abuso di potere". Nella seconda figuravano i
nomi di 23 militari accusati dello stesso reato. La terza categoria com
prendeva 5 militari che "erano stati riconosciuti colpevoli di incitamento
alla guerra civile e di aver cercato di nuocere al movimento popolare etio
pico". Nella quarta erano inseriti 3 ufficiali "accusati di aver infranto il
giuramento militare e di aver cercato di creare divisioni fra le unit� del
le Forze Armate per sprofondare il paese in un bagno di sangue". Tutti

Note alla Parte prima, Capitolo I


e 60, infine, erano "stati passati per le armi per ordine del governo militare
[per] crimini commessi contro il Popolo Etiopico e per aver tentato di ostacolare
il movimento popolare". Inutile aggiungere che le sessanta personalit� uccise non
avevano potuto contestare le accuse, poich� non c'erano stati n� istruttorie n�
processi. "Agenzia ENA", Addis Abeba, 27 novembre 1974. "La Stampa", 28 agosto
1975. Dall'articolo di Sandro Viola, L'ulti
ma lotta del "Re dei Re". G. dejuniac, op. cit, p. 380. "The Times", 7 aprile
1976. Si veda anche la lettera pubblicata dal
lo stesso giornale il 28 giugno 1976 nella quale David Maconnen, nipote
dell'imperatore, definiva "un'assurda propagandistica menzogna" la no
tizia che nelle banche svizzere ci fossero depositi del negus per oltre 15
miliardi di dollari. "Le Monde", 23 marzo 1975. "Il Giornale", 27 giugno
1976. Dall'articolo di Eugenio Melani, cit. H. W. Lockot, op. cit, p. 122.
Lockot, a partire dal 1951, � stato il di
rettore della National Library di Addis Abeba. Fu assunto personalmente
dall'imperatore. "Le Monde", 29 agosto 1975. Dall'articolo di JeanClaude
Guillebaud, L'�lu de Dieu d�mythif��. II Leone di Giuda � l'emblema della Casa
imperiale etiopica.
Note alla Parte prima, Capitolo I R. Wurtz, Hygi�ne publique et priv�e en
Abyssinie, "La Semaine medica
le", Paris Vili, 1898. Per una storia delle carestie in Etiopia, si veda: Ri
chard Pankhurst, The history offamine and epidemics in Ethiopia prior to the
twentieth century, Relief and Rehabilitation Commission, Addis Abeba 1985. Cfr.
Edoardo Scarfoglio, Abissinia (1888-1896), Edizioni Roma, Ro
ma 1936, voi. I, pp. 122-123. Afework Gabre Iyasus, Vita di Menelik II, testo
amarico edito da Fran
cesco Gallina, Casa Editrice Italiana, Roma 1901; traduzione di Luigi Fusella, in
"Rassegna di Studi Etiopici", voli. XVII e XVIII, 1961, pp. 121-
122. Gabra Sellase, Chronique du R�gne de Menelik, roi des rois d'Ethiopie, a
cura di Maurice De Coppet, Librarne Orientale et Am�ricaine, G. Maisonneuve ed.,
Paris 1932, p. 298. Afework, op. cit., p. 319. In amarico significa "sar�
temuto". L'imam Ahmed ibn Ibrahim alGhazi, detto Gragn (il Mancino) da
gli etiopici, lanci�, a partire dal 1529, alcuni sanguinosi attacchi all'im
pero cristiano d'Etiopia, conquistando lo Scioa, l'Amhara e il Tigre. Ma
la dominazione islamica non sarebbe durata a lungo. Nel 1543 Gragn ri
maneva ucciso nella battaglia di Zantara e ci� determinava la fine del re
gno musulmano d'Etiopia. La madre di Tafari aveva gi� avuto nove figli da ras
Maconnen, nesNote

suno dei quali era sopravvissuto. Yeshimabet moriva ad appena 30 anni, il 14 marzo
1894, durante un'epidemia di colera che aveva colpito Harar.
9 Era stato in Italia, nel 1889, a ratificare il trattato di Uccialli e a firmare
la Convenzione addizionale. Cfr. Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale.
Dall'Unit� alla marcia su Roma, Laterza, RomaBari 1976, pp. 343-357.
10Ivi, pp. 789-801. Per un esame pi� approfondito della figura di ras Maconnen
si ve
da: S. Pierre P�trid�s, Le H�ro d'Adoua. Ras Makonnen, p�nce d'Ethiopie,
Plon, Paris 1963. Lincoln De Castro, Nella terra dei Negus, pagine raccolte in
Abissinia,
voi. I, Treves, Milano 1915, pp. 39-40. The Autobiography of EmperorHaile
SellasieI, "My life andEthiopi� spro
gress", 1892-1937, a cura di Edward Ullendorff, Oxford University Press,
London 1976, p. 22 (d'ora innanzi: AHS). Ivi, p. 19. Ivi, p. 15. Per una storia
dell'amicizia fra Hail� Selassi� e Immir�, si
veda: Angelo Del Boca, Ras Immir�: il generale che turb� i sonni di Mussolini, in
LAfrica nella coscienza degli italiani, Laterza, RomaBari 1992, pp. 59-93.
15 Ga�tan Bernoville, Monseigneur Jarosseau et la Mission des Gallas, Albin Michel,
Paris 1950, p. 169. AHS, p. 18. Henri de Monfreid, Verso le terre ostili
dellAbissinia, Editrice Genio,
Milano 1935, pp. 154-155. L�onard Mosley, nella sua biografia dell'imperatore
(Il Negus, Lon
ganesi, Milano 1968), parla di un viaggio di Tafari ad Addis Abeba nel
1903 (pp. 43-44), su sollecitazione di Menelik, ma di questo viaggio non
c'� traccia nelle memorie dell'imperatore e in nessun altro libro sul ne
gus. In un "corpo a corpo" aveva ucciso un soldato italiano che stava per
assestare un colpo mortale al padre. AHS, p. 20. S. P. P�trid�s, op. cit, p.
276. AHS, p. 23. S. P. P�trid�s, op. cit, p. 278, nota 1. Harold G. Marcus, The
life and times of Menelik II, Ethiopia 1844-1913,
Clarendon Press, Oxford 1975, p. 226. Harold G. Marcus, Haile Sellassie I, The
formative years, 1892-1936,
University of California Press, BerkeleyLos Angeles 1987, p. 6. S. P. P�trid�s,
op. cit., p. 285. P�trid�s, per avvalorare l'ipotesi del de
litto, riferiva che il dottor Vitalien, dopo la morte di ras Maconnen, era
diventato medico di Corte ed era entrato nelle grazie dell'imperatrice
Tait� al punto da ottenere, il 30 gennaio 1908, la concessione per poter
costruire la ferrovia GibutiAddis Abeba. Menelik, invece, diffidava di Vi
talien e si faceva curare soltanto dal medico militare francese L" Herminier.
Vitalien verr� espulso dall'Etiopia nel 1910, dal reggente ras Tes
seratila Nadau, dopo che l'infermit� aveva reso Menelik incapace di re
gnare e il tentativo di Tait� di governare in suo nome era fallito. L. Mosley,
op. cit., p. 45. Secondo la testimonianza del dottor M�rab (Impressions dEthiopie.

Note alla Parte prima, Capitolo I

L'Abyssinie sous M�nelik II, 3 voli., Paris 1921-1929, voi. I, p. 187), Menelik
"trascorse tre giorni e tre notti a piangere". Nel liceo Menelik alcuni egiziani
insegnavano francese, inglese e
italiano. La prima automobile era stata importata ad Addis Abeba nel 1908
da Arnold Holtz. Nel 1927 ce n'erano 400 nella capitale. Georges R�mond, La mute
de l'Abbai noir. Souvenirs d'Abyssinie, Les
Editions G. Cr�s et C. ie, Paris 1924, pp. 47-48. AHS, p. 35. Cit. in L. Mosley,
op. cit., p. 85. Ivi, p. 87. Documenti Diplomatici Italiani (d'ora innanzi: DDI),
5a serie, voi.
V, doc. 95, telegramma 7789/92. Il console turco ad Addis Abeba, Mazhar
bey, aveva indubbiamente svolto un ruolo molto attivo nel tentativo di
convincere Liggjasu ad entrare in guerra contro le potenze dell'Intesa
(cfr. Haggai Erlich, Ethiopia and the Middle East, Lynne Rienner, BoulderLondon
1994, pp. 83-91). Aveva sposato la figlia del sultano del Gimma, Abba Gifar; la
figlia
di Hagi Abdullahi, della nobilt� musulmana di Harar; la figlia di Abu Bakr,
della nobilt� di Adal; e la figlia del degiac Giot�, alla quale aveva mutato
il nome cristiano di Askala Maryam in quello islamico di Momina. AHS, pp. 48-49.
Secondo l'albero genealogico fatto eseguire dal
l'imperatore, egli appariva come il 38� discendente di Maometto. L'albe
ro � pubblicato da sir EA. Wallis Budge in A history of Ethiopia, voi. II,
Methuen & C, London 1928, pp. 546-547. Il documento testimoniava, ol
tre che l'ineffabile megalomania del giovane Jasu, anche l'indicibile im
broglio di chi l'aveva redatto. AHS, p. 44. H. G. Marcus, The life and times of
Menelik II, cit., pp. 63-76. Bahru Zewde, A history of modem Ethiopia, 1855-1974,
James Currey,
London 1991, p. 93. DDI, 5a serie, voi. V, doc. 95, tei. 7789/92. DDI, 5a
serie, voi. V, doc. 853, tei. 2599/32/46. Anche il ministro
francese Brice faceva menzione, nei suoi rapporti a Parigi, delle voci di
una conversione dell'imperatore all'islam, ma non sembrava dare molto
credito a queste notizie. Cfr. Quai d'Orsay, MAE, serie NS.DDI, 5a serie, voi. V,
doc. 853, tei. 2599/32/46. Ibid. DDI, 5a serie, voi. I, doc. 429, tei. 3599/180,
riservatissimo. Colli a
San Giuliano, 24 agosto 1914. DDI, 5a serie, voi. I, doc. 625, tei. 195, riservato.
Colli a San Giulia
no, 8 settembre 1914. DDI, 5a serie, voi. IV, doc. 245, tei. 32849/890. Da un
dispaccio di
Sonnino a Imperiali. DDI, 5a serie, voi. V, doc. 749, tei. 2048/SN. Colli a
Sonnino, 27
aprile 1916. Cfr. Bahru Zewde, op. cit., pp. 120-128. In una lettera
indirizzata al
l'autore di questo libro (18 maggio 1994), il direttore dell'Insanite of
Ethiopian Studies di Addis Abeba gli comunicava che due erano state le
fonti che lo avevano indotto a reinterpretare il ruolo di Jasu: i tre volumi

Note

delle memorie inedite del blattangheta Mars'e Hazan Walda Qirqos e la


corrispondenza imparziale con il Quai d'Orsay del ministro francese Brice. Alle
stesse conclusioni dello storico etiopico giungevamo anche noi dopo aver
attentamente vagliato i rapporti di Colli di Felizzano al ministero degli Esteri
italiano e aver consultato l'opera di recentissima pubblicazione: Prowess, piety
and politics. The Chronicle of Abeto lyasu and empress Zewditu ofEthiopia (1909-
1930) (d'ora innanzi: The Chronicle), redatta dall'acca GebreIgziabiher Elyas e
tradotta dall'amarico da Reidulf K. Molvaer, R�diger K�ppe Verlag, K�ln 1994. Dato
alle stampe nel 1935, il libro fu distrutto dagli italiani e mai pi� ristampato,
anche perch� a Hail� Selassi� non doveva certo piacere il modo con il quale
l'autore della Cronaca prendeva le difese di Liggjasu. II giudizio � del
ministro britannico Thesiger ed � stato espresso in
un rapporto a Londra del 14 aprile 1916. Cfr. L. Mosley, op. cit., p. 104. AHS,
p. 47. Ivi, p. 48. Ivi, p. 50. La notizia della deposizione di Liggjasu veniva
data a Ro
ma dal solerte Colli di Felizzano nella stessa giornata del 27 settembre:
"Stamane ebbe luogo una solenne riunione al Gkeb� imperiale, alla quale
partecipavano abuna Mathios e tutti i capi abissini presenti ad Addis Abeba.
L'abuna Mathios prosciolse capi e popolo abissino dal solenne giura
mento di fedelt� da essi prestato a Liggjasu, che venne dichiarato desti
tuito da erede del trono etiopico..." (DDI, 5" serie, voi. VI, doc. 490, tei.
4115/64, precedenza assoluta. Colli a Sonnino). Godendo ancora di molta popolarit�
nella regione dell'Uollo, do
ve era nato, e della complicit� di alcuni generali del padre, come il ras
Imer Ali, Liggjasu tentava di prendersi la rivincita nell'agosto del 1917,
ma veniva battuto dal fitaurari Hapte Ghiorgh�s e doveva di nuovo rifu
giarsi nel deserto degli Afar. Si veda: The Chronicle, pp. 385-388. La notizia
della vittoria di Tafari veniva data da Colli a Sonnino il
28 ottobre (DDI, 5' serie, voi. VI, doc. 649, tei. 390) : "Ieri, dopo sangui
noso combattimento durato dal mattino alle 4 pomeridiane, l'esercito
scioano ha completamente sconfitto l'esercito del Negus Micael; il Negus
� prigioniero colla maggior parte dei superstiti. Liggjasu non era pre
sente alla battaglia trovandosi con pochi seguaci nel deserto della Dancalia". Si
veda anche: The Chronicle, pp. 367-372. Il negus Mikael fu impri
gionato in un'isola del lago Dendi, nel Guragh�. AHS, p. 42. Con abba Samuel
erano perite, nell'incidente, altre set
te persone.
Note alla Parte prima, Capitolo II
1 Fatto prigioniero ad Adua nel 1896 e trasferito ad Addis Abeba, Sebastiano
Castagna pass� al servizio di Menelik e dei suoi successori diventando, per la sua
abilit� e operosit�, una sorta di ministro dei Lavori Pubblici. Per quanto non
fosse che un sottufficiale del Genio - e non un

Note alla Parte prima, Capitolo II

ingegnere come si � pi� volte scritto - Castagna ha al suo attivo un numero


cospicuo di opere, alcune delle quali di una certa importanza. Cit. in Arnold
Wienholt Hodson, Seven years in Southern Abyssinia, T.
Fisher Unwin Ltd, London 1927, pp. 134-135. Andr� Armandy, La d�sagr�able
partie de campagne. Incursion en Abyssinie, Librairie Alphonse Lemerre, Paris 1930,
p. 176. Cit. in G. de Juniac, op. cit., p. 76. Vedi, inoltre: The Chron�cle,
pp.
380-385. AHS, p. 63. Secondo L�onard Mosley {op. cit., pp. 143-144), l'ex
imperatrice
Tait� aveva in animo di stabilirsi di nuovo nel Vecchio Gheb� con la fi
gliastra Zaodit� e il nipote ras Gugsa Oli� sbarrandone le porte a Tafari.
Il reggente era per� prontamente intervenuto rimandando Tait� a Entotto, a meditare
sul fallimento della sua congiura, e proibendo a ras Gug
sa Oli� di abbandonare i suoi feudi nel Tigre orientale. AHS, p. 63. Ivi, p. 64.
Ibid. Cit. in L. Mosley, op. cit., p. 148. Ivi, p. 146. DDI, 6'
serie, voi. I, doc. 20, tei. 2596/98. Colli a Sonnino, 5 no
vembre 1918. E. A. Wallis Budge, op. cit., p. 549. Si veda A. Wienholt
Hodson, op. cit, pp. 238-272. Anche su questo episodio Tafari � molto sfumato e
reticente nelle
sue memorie (AHS, p. 59). Egli attribuisce l'intera responsabilit� delle
forzate dimissioni dei ministri a un gruppo di ufficiali che, il 20 marzo
1918, avrebbe chiesto il trasferimento di tutti i poteri a un Consiglio del
la Reggenza composto da Zaodit�, Tafari Maconnen, Hapte Ghiorgh�s e
pochi altri dignitari. In realt�, regista dell'operazione era stato lo stesso
Tafari. Si veda: The Chron�cle, pp. 389-392. DDI, 6' serie, voi. II, doc. 188,
tei. 281/564 del 1� febbraio 1919, ri
spedito da Asmara. L'interesse principale della Francia riguardava la regione
attraver
sata dalla ferrovia GibutiAddis Abeba; l'Inghilterra e il suo partner egi
ziano aspiravano al controllo del lago Tana e delle acque del Nilo Azzur
ro; l'Italia avrebbe voluto collegare con una ferrovia l'Eritrea alla Soma
lia attraversando da nord a sud tutta l'Etiopia. Nell'Addis Abeba degli anni
'20 l'edificio delle esecuzioni capitali
veniva indicato come una delle testimonianze del progresso etiopico. Carlo
Annaratone, In Abissinia, Voghera, Roma 1914, pp. 383-388. Questa stima si basava
probabilmente sui dati raccolti dall'etnolo
go francese Marcel Griaule, il quale aveva censito, a Gondar, 1.400 schia
vi su di una popolazione totale di 6.000 abitanti. Cifra a nostro avviso
gonfiata per motivi propagandistici e da pren
dersi con beneficio di inventario. Per una sintesi di questo editto si veda:
Adrien Zervos, L'Empire
d'Ethiopie. Le miroir de TEthiopie moderne, 1906-1935, Imprimerle de l'Ecole
Professionelle des Fr�res, Alessandria d'Egitto 1935, pp. 50-53. Storici e
viaggiatori sono concordi nel riconoscere che la situazioNote

ne dello schiavo domestico in Etiopia non era peggiore di quella del contadino
libero. N� era impedito a uno schiavo, una volta liberato, di accedere, come il
fitaurari galla Hapte Ghiorgh�s, alle pi� alte cariche dello Stato.
24 Cfr. Pietro Gerardo Jansen, Abissinia di oggi, Marangoni, Milano 1935, p. 239.
25AHS, p. 81. Nel 1908, mentre era gi� gravemente ammalato, Menelik aveva fir
mato un trattato commerciale con la Francia che era lesivo della sovra
nit� etiopica. Pur rispettando il trattato Klobukowsky, Tafari avrebbe fat
to di tutto per renderlo meno umiliante. Per combattere la piaga dell'usura,
Tafari fissava il tasso massimo
del 9 per cento per i prestiti; se questo tasso veniva superato, la punizio
ne avrebbe colpito sia chi prestava che chi riceveva denaro. Per quanto munito
di regolari lasciapassare firmati da ras Tafari, pa
dre Giovanni Chiomio delle Missioni della Consolata veniva regolarmen
te ostacolato nei suoi viaggi nel Sud dell'Etiopia. Si veda: P. Giovanni
Chiomio, Note di viario nel SudEtiopico (1927-1928), Torino s. d. Opera in
undici volumi, inedita, di cui l'autore possiede copia dattiloscritta; voi. X,
pp. 15-16. Si vedano, ad esempio, Il libro delle ammonizioni di san Giovanni Cri
sostomo e il trattato sull'ascetismo cristiano di Isacco l'Anacoreta. G.
Bernoville, op. cit., p. 279. H. de Monfreid, op. cit., p. 197. DDI, 6a serie,
voi. II, doc. 328, tei. Gab. 60/19. Cit. in PierreAlype, L'empire des Negus, Plon,
Paris 1925, pp. 188-190. Ivi, p. 193. G. Bernoville, op. cit., pp. 271-
272. AHS, p. 60. Si veda anche: The Chronicle, p. 397. II 14 gennaio 1919,
annunciando a Sonnino che Tafari stava per in
viare in Italia una delegazione ad alto livello, Colli scriveva inoltre: "Ras
Tafari comprende evidentemente la necessit� di quelle riforme di ordine
interno che, elevando il grado di civilt� dell'Impero, rendono compati
bili l'indipendenza e la sua partecipazione al consorzio delle nazioni eu
ropee. (...) Ma egli comprende egualmente che qualsiasi riforma e qual
siasi fatto internazionale incontrerebbero indubbiamente l'opposizione
dei grandi capi, il che sarebbe pericoloso per lui qualora egli non ne ot
tenesse preventivamente il suffragio" (DDI, 6a serie, voi. I, doc. 869, tei.
231/3). Cit. in PierreAlype, op. cit., pp. 294-295. Lagarde era stato
governatore della C�te Francaise des Somalis e,
pi� tardi, nel 1897, aveva fondato ad Addis Abeba la Legazione di Fran
cia ricoprendo l'incarico di ministro per parecchi anni. Menelik lo aveva
fatto duca di Entotto. II 6 agosto 1923 il rappresentante italiano ad Addis Abeba,
Gino
Macchioro Vivalba, telegrafava testualmente a Mussolini: "Non sembrami
sia nostro interesse che l'Etiopia sia ammessa alla Lega delle Nazioni"
(DDI, 7a serie, voi. II, doc. 161, tei. 6004/56). Cfr. E. A. Wallis Budge, op.
cit., p. 550. AHS, p. 84.

Note alla Parte prima, Capitolo IH


DDI, T serie, voi. Ili, doc. 196, tei. 3114/569. A impedire che
l'operazione andasse in porto interveniva Mussoli
ni, il quale proibiva la cessione delle azioni in mani italiane, nonostante
il parere contrario della Banca d'Italia. Cfr. Maria Genoino Caravaglios,
Le relazioni politiche, economiche e finanziarie tra Etiopia, Italia e Francia
all'i
nizio del XX secolo, "Africa", 1-2/1979, pp. 67-104. AHS, p. 108. Qui
Federzoni cadeva in errore. Tafari sarebbe diventato negus sol
tanto nel 1928. Luigi Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani,
Mondadori, Mi
lano 1967, p. 256. AHS, p. 103. Per una descrizione pi� ampia della visita di
Tafari in
Italia si veda: Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista
dell'impero, Laterza, RomaBari 1979, pp. 105-107. Nella sua Cronaca,
GebreIgziabiher Elyas dedica ben venti pagine al viaggio di ras Tafari in Eu
ropa (The Chronicle, pp. 426-445). A proposito dell'incontro fra Tafari e
Mussolini, avvenuto il 19 giugno 1924, scrive che il reggente chiese "la re
stituzione all'Etiopia del porto di Assab. Mussolini accett� la richiesta e
con le sue parole illuse Tafari, ma nel suo cuore si beff� di lui" (p. 438). Cfr.
Viveca Halldin Norberg, Swedes in Halle Sellassi� s Ethiopia, 1924-
1952. A study in early devehpment cooperation, Scandinavian Institute of African
Studies, Uppsala 1977. Negli anni successivi al viaggio Tafari amer� proiettare
per gli ospi
ti di riguardo il lungometraggio del suo viaggio in Europa. "Nel silenzio,
la voce del Principe, di tanto in tanto, ne commentava un episodio, ri
cordava un incidente - scriveva Jean D'Esme -. � la grande distrazione, il
principale gioco dell'Erede al trono: veder muovere queste ombre magi
che, guardare se stesso rivivere i fatti. E di tutti i suoi, di sua moglie come
dei suoi cinque figli, egli era senza dubbio quello che si divertiva di pi�"
(J. D'Esme, A travers l'empire de Menelik, Plon, Paris 1928, p. 104). G.
Bernoville, op. cit., p. 292.
Note alla Parte prima, Capitolo III DDI, 7a serie, voi. IV, doc. 208, tei. 1603.
Mussolini a Colli. II testo completo delle note in AHS, pp. 126-134. DDI,
7a serie, voi. IV, doc. 267, tei. 39 del 25 febbraio 1926. Musso
lini a Colli. II testo integrale della lettera in AHS, pp. 135-137.II testo in
AHS, pp. 142-143. Cit. in PierreAlype, op. cit., p. 265. Cfr. A. Del Boca, Gli
italiani in Africa Orientale. La conquista dell'impe
ro, cit., pp. 8-11. Cora a Mussolini, 17 febbraio 1928. Cit. in Giuseppe
Vedovato, Gli
accordi italoetiopici dell'agosto 1928, Biblioteca della "Rivista di studi politi
ci internazionali", Firenze 1956, p. 49. Secondo alcune stime, il numero dei preti
etiopici andava dal 25 per
Note
cento della popolazione cristiana al 20 per cento dei maschi cristiani. Le chiese,
nell'impero, erano pi� di 18.000. Cfr. George A. Lipsky, Ethiopia, its people, its
society, its culture, Hraf Press, New Haven 1962, p. 107. Sulla morte di Mattheos
si veda: The Chronicle, pp. 493-495. Per un'antica tradizione era il patriarca
copto d'Egitto a nominare
il metropolita della Chiesa ortodossa d'Etiopia; il prescelto era sempre di
nazionalit� egiziana. John Markakis, Ethiopia. Anatomy of a traditional pol�ty,
Clarendon
Press, Oxford 1974, p. 200. Per evitare che il nuovo ministro della Guerra,
degiac Mulughiet�
Igazu, assumesse troppi poteri, creava una nuova carica, quella di capo di
stato maggiore delle forze armate, e l'affidava al ligaba Wodajo. Cfr. A. Del
Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell'im
pero, cit, pp. 113-114; H. W. Lockot, op. cit., pp. 28-29; Bahru Zewde, op.
cit., pp. 132-134; L. Mosley, op. cit, pp. 144-148; A. Armandy, op. cit., pp.
123-126; Richard Greenfield, Ethiopia. A newpoliticai history, Pali Mail Press,
London 1965, pp. 159-160. Cit. in G. Vedovato, op. cit, p. 63. II viaggio
in Etiopia aveva tre scopi: restituire la visita fatta da Tafari in Italia nel
1924; compiere l'esplorazione dell'alto Uebi Scebeli; infi
ne, riparare i danni causati dall'accordo angloitaliano del 1925. Ne facevano
parte, tra gli altri, Raffaele Guariglia, del ministero de
gli Esteri, e Jacopo Gasparini, ex governatore dell'Eritrea. Per un'analisi
dettagliata del trattato del 1928 si vedano: G. Vedo
vato, op. cit.; A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista del
l'impero, cit., pp. 132-140; AHS, pp. 145-151. Rapporto del 18 aprile 1928, in G.
Vedovato, op. cit., p. 68. Ivi, pp. 64-65. DDI, 7a serie, voi. VI, doc. 112,
telespr. 209004/118 del 17 febbraio
1928. AHS, p. 153. Cfr. L. Mosley, op. cit., p. 193. Si veda anche: The
Chronicle, pp. 496-
498. II carro armato in questione era un regalo di Luigi di Savoia. De
Martini avrebbe raggiunto il grado di colonnello per la sua attivit� in Afri
ca Orientale nei servizi segreti italiani.
2*AHS, p. 154. Generalmente il titolo di negus (re) veniva concesso
dall'imperato
re per una sola regione dell'Etiopia. Corrado Zoli, Etiopia d'oggi, Societ�
anonima italiana arti grafiche,
Roma 1935, p. 117. Per un'accurata descrizione della cerimonia si veda:
The Chronicle, pp. 507-514. G. Chiomio, op. cit., voi. XI, p. 35. Tel. 693/80,
in G. Vedovato, op. cit., p. 64. J. D'Esme, op. cit., p. 263. J. Markakis, op.
cit., p. 201. Cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. Dall'Unit�
alla marcia
su Roma, cit., pp. 463-483. DDI, > serie, voi. IV, doc. 182, tei. 2716/119 del 21
novembre 1925.

Note alla Parte prima, Capitolo III DDI, 7" serie, voi. VII, doc. 402, tei.
2119/121. Cora a Mussolini, 2
maggio 1929. Cfr. George W. Baer, La guerra italoetiopica e la crisi
dell'equilibrio eu
ropeo, Laterza, Bari 1970, p. 60. Archivio Storico del Ministero degli Affari
Esteri (d'ora innanzi:
ASMAE), Etiopia, b. 2, fase. 3, pos. 1. AHS, pp. 156-163. Cit. in Bahru Zewde, op.
cit., p. 137. II carteggio fra TafariZaodit� e ras Gugsa Oli� fu pubblicato sul
"Berhanena Selam" nella seconda quindicina di aprile del 1930. Cit. in
Corrado Zoli, Cronache etiopiche, Sindacato italiano arti grafiche, Roma
1930, p. 345. Ivi, pp. 345-346. Egli era convinto che fosse stato Poller� a
insinuare in Gugsa Oli�
il sospetto che il cattolicesimo si sarebbe rafforzato in Etiopia grazie al suo
appoggio- Tra il 1927 e il 1930 Tafari aveva potuto sovrintendere personal
mente alla riorganizzazione della gerarchia episcopale etiopica. Pur ac
cettando che fosse sempre il patriarca di Alessandria d'Egitto a scegliere
il metropolita per l'Etiopia, aveva ottenuto che, accanto all'egiziano abuna
Cirillo, venissero eletti anche cinque vescovi abissini: il gi� citato ecceghi�
Gabr� Menfes Cheddus e quattro monaci che furono consacrati con
i nomi di Isak, Abram, Petr�s e Mikael. I primi aerei Tafari li aveva acquistati
in Francia nel 1929, e a pilo
tarli erano appunto i due marescialli istruttori Maillet e Corriger. In pre
visione della campagna militare contro Gugsa Oli�, il negus aveva solleci
tato l'invio da Roma di due apparecchi da bombardamento, ma nono
stante il parere favorevole del ministro Cora, l'Italia aveva respinto la ri
chiesta (DDI, 7a serie, voi. IX, doc. 14, tei. del 30 aprile 1930). Per una
dettagliata descrizione della campagna contro Gugsa Oli�
si veda: C. Zoli, Etiopia d'oggi, cit., pp. 153-175. H. G Marcus, Haile Sellassie
I. The formative years, 1892-1936, cit.,
p. 95. AHS, p. 163. Nella Cronaca di GebreIgziabiher Elyas non c'� alcun
riferimento al supposto sostegno italiano alla ribellione di Gugsa Oli�
(The Chronicle, pp. 543-545). Cfr. Edoardo Borra, // Maskal e il Leone di Giuda,
Edizioni San Pao
lo, Cinisello Balsamo 1994, p. 184. AHS, p. 163. Pur essendo molto indulgente nei
confronti del negus,
L�onard Mosley scrive: "La conferma della morte di ras Gugsa fu troppo
per lei, nelle sue condizioni di debolezza. Si potrebbe dire che mor� sul
colpo di crepacuore" (L. Mosley, op. cit., p. 213). Eric Dutton, nel suo libro
Lillibullero on the Golden Road (Zanzibar
1944), avanzava l'ipotesi che fosse stata strangolata. Edoardo Borra, in La
carovana di Blass. Padre Gaudenzio Barlassina. Ricordi di un medico (Editrice
degli Istituti Missionari, Bologna 1978, pp. 85-90), scrive che la morte per
veneficio di Zaodit� "trov� credito in ambienti autorevoli del patriarcato
copto del Cairo", e narra come sfugg� ad un tentativo di coinvolgerlo, co
me "medico della Missione della Consolata", nell'oscura fine dell'impe
ratrice. All'Archivio Centrale dello Stato, infine, tra le Carte Oraziani, c'�

Note

un documento del medico etiopico di Zaodit�, hachim Ghisau, che accusa il dottor
Zervos - medico di Tafari e console generale di Grecia ad Addis Abeba - di aver
avvelenato l'imperatrice. Archivio Centrale dello Stato (d'ora innanzi: ACS), Carte
Oraziani, b. 23. Il documento reca la data del 14 aprile 1937. Nel capitolo 100,
che dedica alla morte dell'imperatrice, da lui veneratissima, GebreIgziabiher Elyas
non fa alcun cenno alle voci che cor
revano in Addis Abeba sulle cause non naturali della morte di Zaodit�.
Egli si limita a registrare che la sovrana si ammal� il 17 marzo e che la
sua fine avvenne (e qui sbaglia data) il 30 dello stesso mese. Un breve cen
no ai sospetti lo fa invece il curatore dell'opera, R. K. Molvaer, alla nota
844 (The Chronicle, pp. 546-549). L. Mosley, op. cit, p. 217. A. Armandy, op.
cit., pp. 114-115. G. dejuniac, op. cit, p. 103. Luca dei Sabelli, Storia
dell'Abissinia, voi. IV, Edizioni Roma, Roma
1938, pp. 147-148. Evelyn Waught, Viaggio in Africa, Longanesi, Milano 1954,
p. 47. Il
grande scrittore seguiva le cerimonie dell'incoronazione per conto del
londinese "The Times". E. Borra, // Maskal e il Leone di Giuda, cit., p. 212.
Note alla Parte seconda, Capitolo I AHS, p. 178. Inviato in Russia da Menelik
subito dopo Adua, con altri giovani, Te
de Hawariat Tede Mariani aveva frequentato la scuola di artiglieria Michailovskaja
di Pietroburgo dove aveva ottenuto il grado di colonnello.
Dopo aver trascorso pi� di dieci anni in Russia, dove aveva assimilato le
idee democratiche del liberalismo prerivoluzionario, aveva vissuto molti
anni in Francia e in Gran Bretagna compiendovi studi di agraria. Nel mag
gio 1929 veniva implicato nel complotto cosiddetto "bolscevico", rin
chiuso in carcere per s�i mesi, quindi liberato e riabilitato. La commissione
comprendeva: i rasKassa, Hail�, Sejum, Gugsa Araya
e Immir�; i ministri Birru Uolde Gabriel, Uolde Tzadek, Herui Uolde Sellasie, Uolde
Mascal Tariku; il degiac Igazu Behabt� e lo stesso Tede Hawa
riat Tede Mariam. Maurice Lachin, D. Weliachew, L'Ethiopie et son destin,
Gallimard, Pa
ris 1935, p. 133. Ivi, pp. 133-134. Agenore Frangipani, L'equivoco abissino,
Hoepli, Milano 1935, p. 73. DDI, 7a serie, voi. X, doc. 449. Rapporto del 1�
settembre 1931. Bahru Zewde, op. cit, p. 140. Edward Ullendorff, The Ethiopians,
Oxford University Press, London
1960, p. 190. Christopher Clapham, Haile Sellas�� s Government, Longmans, Lon
don 1969, p. 34.

Note alla Parte seconda, Capitolo I


Art. 5. Il testo della Costituzione si pu� leggere in Margery Perham,
The Government ofEthiopia, Faber and Faber, London 1969, pp. 423-432; e
in A. Zervos, op. cit., pp. 47-49. Art. 31.
1S Art. 32. L. dei Sabelli, op. cit, p. 158. Ladislav Farago, Abyssinia on the
�ve, Putnam, London 1935, p. 102. Tra il 1928 e il 1935 venivano costruiti in
Etiopia 3.295 chilometri
di strade o piste carrozzabili. Tra queste, le arterie pi� importanti erano
TAddis AbebaDessi�, di 400 chilometri; l'Addis AbebaMojale, di 715;
l'Addis AbebaGimma, di 325 (cfr. A. Zervos, op. cit., p. 100). Secondo Ar
naldo Cipolla {Da Baldissera a Badoglio, Bemporad, Firenze 1936, p. 178)
il programma di costruzioni stradali era ancora pi� ambizioso, 5.400 chi
lometri, completato per i nove decimi alla fine del 1935. Cfr. Aleme Eshete, La
Come d'Afrique dans une d�cennie de conflits mondiaux, in LAfrique et la seconde
guerre mondiale, Unesco, Paris 1985, p. 98. Si veda: Alain Rouaud, Af�W�rq, un
intellectuel �thiopien t�moin de son
temps, 1868-1947, Editions du Centre National de la Recherche Scientifique, Paris
1991. Di John H. Spencer si veda: Ethiopia at bay, a personal account of the
Haile Selassie years, Algonac, Michigan 1984. G. W. Baer, op. cit, p. 157, nota
41. Si veda inoltre: George L. Steer,
Caesar in Abyssinia, Hodder and Stoughton, London 1936, pp. 28-29. Nel 1934
Hail� Selassie faceva costruire un nuovo palazzo imperia
le ai margini della citt�, in direzione di Entotto. Fabbricato in base al pro
getto dell'ingegner Kametz e ammobiliato sfarzosamente dalla ditta in
glese Waring & Gillow di Londra, il Palazzo del Giubileo ospit� per pri
mo il principe Gustavo Adolfo di Svezia durante la sua visita ad Addis Abeba del
gennaio 1935. Jerome e Jean Tharaud, Le passant dEthiopie, Plon, Paris 1936,
pp.
104-106. II segretario in questione era Tadesse Mesciasci�. L'incontro con
Borra avvenne agli inizi del 1935, su richiesta di Hail� Selassie, che desi
derava essere visitato dal medico italiano. Edoardo Borra, Prologo di un
conflitto, Edizioni Paoline, Milano 1935,
pp. 33-34. L. Farago, op. cit, p. 84. Wynant Davis Hubbard, Fiasco in Ethiopia,
Harper & Brothers, New
York 1936, pp. 77-78. M. Lachin, D. Weliachew, op. cit, pp. 106-107. Si veda la
prefazione di Stefano Miccich� al libro del colonnello
Theodore Konovaloff, Con le armate del negus (Un bianco fra i neri), Zani
chelli, Bologna 1938, p. 16. II condannato veniva avvolto in bende di mussola
intrise di miele e
cera, e in seguito arso con studiata lentezza. L'episodio del tremendo sup
plizio veniva riferito dall'etnologo francese Marcel Griaule nel libro Tor
ce d'uomini inEtiopia (Agnelli, Milano 1935, pp. 138-154). Griaule, "per ra
gioni che non possono essere qui esposte", non faceva per� il nome del
personaggio che aveva ordinato l'esecuzione. Lo rivelava, invece, il cura
tore italiano dell'opera, Lo Duca (p. 8, nota 1). Da accusatore di Hail�
Note
Selassi�, Griaule sarebbe diventato, dopo il conflitto italoabissino, il suo pi�
tenace e intelligente difensore. AHS, p. 42. Il matrimonio fra Hail� Selassi� e
Menen non era sta
to, per�, senza burrasche. Alla vigilia della sua incoronazione a impera
tore, Hail� Selassi� si era invaghito di Ester, una uizer� del parentado di
ras Sejum Mangasci�, e voleva essere incoronato con lei. Il cugino ras Kassa Hail�
gioc� un ruolo molto importante nel dissuaderlo, salvando cos�
il suo matrimonio. Dopo l'episodio Menen perdon� il marito, e il legame
fra i due coniugi si fece ancora pi� stretto. Tra i meriti di Menen, quello
di aver reso pi� umano l'imperatore (TaA di �sfa Wossen Asserate, cit.). Per la
Somalia venivano ritenute sufficienti le forze sul posto, circa
16.000 uomini. Questa Memoria � riassunta nel volume del Ministero della Guerra,
Ufficio Storico, La campagna 1935-36 in Africa Orientale, voi. I, La prepara
zione militare, Tip. Regionale, Roma 1939, pp. 112-124. Questa parte del
programma cominciava con la spedizione del degiac Gabre Mariam nella tarda estate
del 1931. Ufficialmente il governa
tore dell" Harar era sceso nell'Ogaden, alla testa di 12.000 uomini, per ri
scuotere tributi, ma in realt� aveva il preciso incarico di osservare il livel
lo di penetrazione italiana, verificare i limiti e la consistenza delle recen
ti occupazioni, punire i cap� infedeli e premiare quelli devoti, occupare
stabilmente con presidi la zona di frontiera. La spedizione colse di sor
presa tanto Mogadiscio che Roma, e conferm� il sospetto che il governo
etiopico non fosse pi� disposto a subire passivamente lo sgretolamento
delle regioni meridionali dell'impero (cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Afri
ca Orientale. La conquista dell'impero, cit., pp. 208-214).ASMAE, Etiopia, b. 4,
fase. 3, pos. 1. ASMAE, Etiopia, b. 5, fase. 4, pos. 28. Guariglia a Colonie, 30
no
vembre 1931. ASMAE, Etiopia, b. 7, fase. 6, pos. 1. De Bono agli Esteri. La
spesa
prevista era di 16 milioni. TaA di Alessandro Lessona, rilasciata a Firenze il 24
aprile 1977. ASMAE, Etiopia, b. 13, fase. 1. L'incontro era avvenuto a
Debr� Marc�s nella primavera del 1928
mentre Franchetti stava preparando la sua spedizione in Dancalia. Da al
lora aveva mantenuto stretti rapporti con il governatore del Goggiam e
massimo avversario dell'imperatore. Alessandro Lessona, Verso l'impero, Sansoni,
Firenze 1939, pp. 13-14.
Per lo svolgimento dei colloqui, si veda: DDI, 7a serie, voi. XII, docc. 27,
29, 32, 54, 58, rispettivamente del 26, 28 e 29 aprile, e del 20 e 25 mag
gio 1932. Dai rapporti dell'incaricato d'affari italiano ad Addis Abeba, Mi
chele Scammacca, si trae la netta sensazione che tanto Hail� Selassi� che
il ministro degli Esteri Herui nutrivano seri dubbi anche sulla consisten
za finanziaria della societ� rappresentata da Franchetti. AHS, p. 204. � singolare
che i biografi di Hail� Selassi� non faccia
no alcun cenno al ruolo di Franchetti nella congiura ordita da Hail� per
spodestare l'imperatore, tanto pi� che lo stesso negus dedica all'avveni
mento ben sei pagine delle proprie memorie. ASMAE, Etiopia, b. 12, fase. 8,
pos. 84. Lettera del 5 settembre 1932. Di questo episodio sono rimaste scarse
tracce negli archivi degli

Note alla Parte seconda, Capitolo I

Esteri e delle Colonie. Per corrispondere con Roma, infatti, Franchetti usava i
cifrari della Regia Aeronautica e i suoi telegrammi finivano direttamente nelle
mani di Aloisi, cio� di Mussolini. II deposto imperatore era stato affidato in
custodia a ras Kassa nel
1921. Per quanto prigioniero, egli godeva di un trattamento di favore pa
ri al suo grado. AHS, p. 204. Per il trasferimento di Ligg Jasu a Grana, si
veda il racconto del pi
lota francese Gaston Vedel, che lo trasport� in auto fino alla sua inacces
sibile prigione (Gaston Vedel, Le pilote oubli�, Gallimard, Paris 1976, pp.
147-156). AHS, p. 205. Ivi, p. 206. II principe ereditario Asfa Wossen
aveva sposato nel 1932 la figlia
di ras Sejum, Uolett� Israel. Precedentemente il degiac Hail� Selassi� Gugsa aveva
sposato Zenabe Uorch, poi deceduta. Alla vigilia del conflitto italoetiopico la
missione belga comprende
va una dozzina di ufficiali e aveva istruito fra i 20.000 e i 30.000 uomini. La
missione militare svedese era costituita, oltre che dal capitano
Tamm, da quattro ufficiali inferiori. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, tei. del 13
dicembre 1933. Gli aerei in do
tazione erano: 6 Potei da 450 e 500 HP, 1 Junker W 33, 2 Farman e 1 Breda
da turismo, 1 Moth de Havilland, 1 Fiat SS1 e un trimotore FokkerF. VII.
L'autore ringrazia Tito Polo per avergli inviato, il 18 febbraio 1980,
copia dell'originale in amarico di questa lettera dell'imperatore. ASMAE,
Etiopia, b. 18, fase. 13, pos. 84. Lettera non datata, ma pro
babilmente del marzo 1933. Della stessa opinione non sembrava Guariglia, che il
2 luglio 1932
scriveva a De Bono perch� ordinasse telegraficamente al governatore del
l'Eritrea di studiare e comunicare "un preciso programma di politica pe
riferica attiva, mirante a favorire lo stato di disordine nelle zone setten
trionali dell'Etiopia e a suscitare opposizioni all'azione imperiale" (DDI,
7a serie, voi. XII, doc. 138, telespr. 220350/478). Sull'argomento ritorna
va il 26 agosto in una relazione scritta per Mussolini: "La politica perife
rica, da svolgersi dall'Asmara, non potendo oggi pi� continuare sul vec
chio schema dei contatti con i grandi Ras del nord, attualmente tutti o
quasi riuniti ad Addis Abeba e pi� o meno intimoriti dai recenti fortuna
ti successi dell'Imperatore, dovrebbe tendere a instaurare contatti con i
sottocapi locali malcontenti, suscitare conflitti tra questi e i funzionari im
periali, aiutare bande brigantesche e razziatori, coltivare insomma quello
stato di latente anarchia che serpeggia nelle regioni settentrionali del
l'Impero" (DDI, 7a serie, voi. XII, doc. 222).
66 ASMAE, Etiopia, b. 6, fase. 3, pos. 1. Cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Africa
Orientale. La conquista dell'im
pero, cit., pp. 231-244. DDI, 7a serie, voi. XII, doc. 41, telespr.
214098/334. Guariglia a De
Bono, 7 maggio 1932. DDI, 7* serie, voi. XIII, doc. 631, tei. 1061/153 del 18
maggio 1933. Olol Dinle era etiopico, ma dal 1923 passava regolarmente infor
mazioni al governo di Mogadiscio e procurava mano d'opera abissina al-
Note
la SAIS del Duca degli Abruzzi. Nel febbraio 1933 si era ribellato al governo
etiopico e si era rifugiato con i suoi partigiani in Somalia. DDI, 7a serie,
voi. XIII, doc. 451, tei. 1619/229. Vinci Gigliucci a
Mussolini, 22 aprile 1933. DDI, 7a serie, voi. XIV, doc. 12. Guamaschelli a
Suvich, 22 luglio
1933. II 9 novembre 1925 Omar Samantar espugnava il forte di El Bur,
uccideva il capitano Franco Carolei e una sessantina di ascari, e si impa
droniva di un autentico arsenale d'armi. Si rifugiava in Etiopia il 14 gen
naio 1926, dopo aver battuto a Scillave i 400 ascari che lo inseguivano. DDI,
7a serie, voi. XII, doc. 534, tei. per corriere 4247/447/256. De
Bono a Mussolini, 12 dicembre 1932. DDI, 7a serie, voi. XIV, doc. 696, promemoria
segreto 80129. De Bo
no a Mussolini, 14 febbraio 1934. DDI, 7a serie, voi. XIV, doc. 797, n. s. 2410
Gab. De Bono a Musso
lini, 12 marzo 1934. DDI, 7a serie, voi. XIII, doc. 7. Mussolini a Vinci
Gigliucci, 4 gen
naio 1933. DDI, 7a serie, voi. XV, doc. 249, tei. 1901/233. Vinci Gigliucci a Mus
solini, 18 maggio 1934. DDI, 7a serie, voi. XV, doc. 289, tei. 1964/244. Vinci
Gigliucci a Mus
solini, 25 maggio 1934. Era Vinci Gigliucci a segnalare che Afework Gabre Iyasus
aveva in
viato un rapporto sui preparativi all'imperatore. Cfr. DDI, 7a serie, voi.
XV, doc. 347, tei. 2506/319. Vinci Gigliucci a Mussolini, 5 giugno 1934. Fra i
giornali letti ad Addis Abeba che riportavano la notizia del
l'intesa francoitaliana, c'era anche il foglio antifascista "Giustizia e Li
bert�". Cfr. DDI, 7a serie, voi. XVI, doc. 81, R. 1048/554. Vinci Gigliucci
a Mussolini, 21 ottobre 1934. Per evitare l'isolamento, Hail� Selassi� aveva
stipulato trattati di ami
cizia e di commercio con il Giappone (1930), la Grecia (1931), e la Sviz
zera (1933). Aveva anche tentato, senza riuscirci, di stringere un'alleanza
con Belgrado in funzione antiitaliana. Cfr. DDI, 7a serie, voi. XIV, docc.
147-148, teli. 3667/424 e 3668/425. Vinci Gigliucci a Mussolini, 5 set
tembre 1934. DDI, 7a serie, voi. XV, doc. 325, appunto. DDI, 7a serie,
voi. XV, doc. 654, telespr. segreto 3028. De Bono a
Esteri, 4 agosto 1934.
75AHS, pp. 215-216. Societ� delle Nazioni (d'ora innanzi: SdN), "Journal
Officiel", XVI
anno, n. 2, febbraio 1935, allegato 1530, p. 258. Vedi anche: DDI, 7a se
rie, voi. XVI, doc. 211, tei. 1527. Suvich a Vinci Gigliucci, 29 novembre
1934. Per una descrizione dettagliata della battaglia, si veda: A. Del Boca,
Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell'impero, cit., pp. 245-254. Si
veda, inoltre: DDI, 7a serie, voi. XVI, doc. 249, tei. segreto, massima pre
cedenza assoluta 162/26383. Rava a De Bono, 6 dicembre 1934; e doc.
250, tei. 4179/675. L'incaricato di affari ad Addis Abeba, Mombelli, a Mus
solini, 6 dicembre 1934. Sull'inizio del combattimento ci sono due versioni
che discordano

Note alla Parte seconda, Capitolo II

su tutto, persino sull'ora. Per gli etiopici, lo scontro cominciava alle 15.30,
mentre il sole era ancora alto nel cielo; per gli italiani, alle 17.30, un'ora
prima del tramonto. Secondo gli etiopici, l'attacco venne sferrato dagli
italosomali; per gli italiani, invece, tutto cominci� con un colpo di fucile
sparato dal campo abissino, che fer� un dubat di vedetta su un albero. Si veda:
DDI, 7a serie, voi. XVI, doc. 258, tei. prec. assoluta
1561/354. Mussolini a Mombelli, 8 dicembre 1934. Carlo Zaghi, L'Africa nella
coscienza europea e l'imperialismo italiano,
Guida, Napoli 1973, p. 436. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 127: Direttive e piano
d'azione per risolve
re la questione italoabissina. Cfr. DDI, 7a serie, voi. XVI, doc. 391,
appunto. Colloquio fra Mus
solini e Lavai, 5 gennaio 1935. Si veda, inoltre: Enrico Serra, Le mani libe
re per aggredire il Negus, "La Stampa", 9 aprile 1980. DDI, 7a serie, voi. XVI,
docc. 523 e 670. Grandi a Mussolini, 1� e 27
febbraio 1935.
Note alla Parte seconda, Cap�tolo II II contratto prevedeva la concessione del
diritto esclusivo di ricerca
e sfruttamento per 75 anni in una vastissima area nel Sud dell'Etiopia,
compresa fra l'Ogaden e il lago Rodolfo. Il contratto, concluso dal fi
nanziere inglese Francis W. Rickett, avrebbe fruttato all'Etiopia 2 milioni
di sterline. DDI, 7a serie, voi. XVI, doc. 918, tei. 2048/33. L'incaricato
d'affari
a Gedda, Giovanni Persico, a Mussolini, 14 aprile 1935. DDI, 8a serie, voi. I,
doc. 79, tei. 754/89. Mussolini al ministro al Cai
ro, Emilio Pagliano, 26 aprile 1935. Documents on British Foreign Policy
(d'ora innanzi: DBFP), voi.
XIV, doc. 512, Samuel Hoare a Sidney Barton, 31 agosto 1935; doc. 515,
Hoare a Barton, 2 settembre 1935. DDI, 8a serie, voi. II, doc. 33. Grandi
a Mussolini, 4 settembre 1935. L'Italia fu costretta ad acquistare dalla
Svizzera anche 4 aerei Fokker,
che erano stati ordinati dall'Etiopia. Cfr. DDI, 8a serie, voi. I, doc. 345,
appunto. Colloquio di Suvich con il ministro svizzero a Roma, Georges
Wagni�re, 5 giugno 1935. DDI, 8a serie, voi. I, doc. 247, lettera autografa.
Mussolini a De Bo
no, 18 maggio 1935. Prima che iniziasse il conflitto, Hail� Selassi� aveva
anche segretamente preso contatto con alcuni esponenti della Senussia,
esuli in Egitto, nella speranza di convincerli a riprendere le armi contro
gli italiani in Libia. Aveva inoltre pregato i governi dello Yemen e dell'A
rabia Saudita di non fornire cammelli alle armate fasciste di De Bono, ma
con scarsi risultati. Per finire, aveva inutilmente tentato di convincere gli
egiziani a bloccare il Canale di Suez per rendere pi� difficili i rifornimenti
agli eserciti italiani stanziati in Eritrea e Somalia. La Cecoslovacchia
accettava in un primo tempo di sospendere le in
genti forniture (nell'aprile 1935 aveva inviato in Etiopia ben 20.000 fuciNote

li Mauser, 400 mitragliatrici e da 6 a 7 milioni di cartucce), ma poi riprendeva la


sua libert� d'azione. Il 28 marzo 1936 Mussolini telegrafava indignato al ministro
a Praga, Domenico De Facendis: "Sono giunte il 27 andante ad Addis Abeba 200
mitragliatrici pesanti fornite dalla Cecoslovacchia. Dica al locale Ministro degli
Esteri che ci� non sar� dimenticato" (DDI, 8a serie, voi. Ili, doc. 540, tei.
1395/13). L" H giugno 1935 il ministro degli Esteri turco Tewfik Rustu Aras as
sicurava il ministro italiano ad Ankara, Carlo Galli, che, nonostante "l'in
sistente richiesta di invio di ufficiali turchi in Abissinia", egli aveva "fer
mamente declinato la richiesta" (DDI, 8a serie, voi. I, doc. 366, tei. per
corriere 3313/024). II Belgio sospendeva nei primi mesi del 1935 le forniture
militari e
si rifiutava anche di inviare in Etiopia altri ufficiali istruttori, per quanto
"gli abissini avessero gi� pagato anticipatamente" (DDI, 8a serie, voi. I,
doc. 171, appunto. Colloquio fra Suvich e l'ambasciatore del Belgio a Ro
ma, Albert Ligne, 9 maggio 1935), ma allo scoppio del conflitto italoetiopico
riprendeva a rifornire Addis Abeba di armi e munizioni in misura
abbondante (DDI, 8a serie, voi. II, doc. 685, tei. 2340/204. Mussolini al
l'ambasciatore italiano a Bruxelles, Luigi Vannutelli Rey, 22 novembre
1935). II ministro della Guerra greco, generale Condylis, poneva il suo ve
to alla richiesta di fornire all'Etiopia 3 milioni di cartucce e vari equi
paggiamenti militari (DDI, 8a serie, voi. I, doc. 476, tei. 3654/177. Il mi
nistro ad Atene, Pier Filippo De Rossi, a Mussolini, 3 luglio 1935). DDI, 7a
serie, voi. XVI, doc. 602, tei. per corriere 746/041. L'am
basciatore a Berlino, Vittorio Cerniti, a Mussolini, 16 febbraio 1935. DDI, 7a
serie, voi. XVI, doc. 804, appunto. Colloquio fra Suvich e
von Hassel, 25 marzo 1935. Pur sapendo di mentire, von B�low dichiarava
all'ambasciatore a
Berlino, Cerniti, "che n� un cannone, n� un fucile sono partiti diretti al
l'Etiopia" (DDI, 7a serie, voi. XVI, doc. 858, tei. per corriere 1857/099,
del 3 aprile 1935). II primo accenno a un aiuto nazista all'Etiopia lo fece
Ladislav Farago sul "Sunday Chronicle" del 5 giugno 1937. Pi� ampie informazioni
le forn� Serge Groussard sul "Figaro" del 25 e 26 marzo 1959. Una nuo
va conferma ci � stata data da Hail� Selassi� nel corso di un'intervista con
cessaci il 14 maggio 1965 e pubblicata sulla "Gazzetta del Popolo". Manfred
Funke, Sanktionen und Kanonen, Droste Verlag, Dusseldorf
1970. La somma fu prelevata dal fondo speciale del ministero degli Este
ri su autorizzazione di Hitler. L'operazione segreta di trasporto delle ar
mi fu condotta in porto dal meticcio tedescoabissino David Hall e dal
maggiore tedesco Hans Steffen, console generale onorario di Etiopia a
Berlino. Pietro Badoglio, La guerra d'Etiopia, Mondadori, Milano 1936, pp.
10-11. Emilio Canevari, Politica e strategia nella guerra etiopica,
Campitelli,
Roma 1937, p. 8. G. L. Steer, op. cit., p. 7. Alla preparazione dei colloqui fra
Zervos e Cernili aveva dato un

Note alla Parte seconda, Capitolo II


contributo determinante l'ex ministro ad Addis Abeba, Giuliano Cora. Si vedano,
nell'Archivio Cora, le lettere di Cora al vice capo di gabinetto del ministro degli
Esteri, Francesco Jacomoni di San Savino. Cfr. Giuliano Cora, Un diplomatico
durante Vera fascista, "Storia e po'
litica", gennaiomarzo 1966, pp. 95-96. TaA di Edoardo Borra, rilasciata il 25
agosto 1994. L'autore � gra
to al dottor Borra di aver rivelato, dopo un riserbo durato sessant'anni,
che il suo vero interlocutore era Hail� Selassi� e non Tadesse Mesciasci�.
Per i colloqui in questione si vedano anche: DDI, 7a serie, voi. XVI, doc.
328, tei. 1634/391. Suvich a Giulio Mombelli, 23 dicembre 1934; doc. 379,
tei. 42/18. Mombelli a Mussolini, 3 gennaio 1935; doc. 503, tei. 456/151.
Mombelli a Mussolini, 29 gennaio 1935. G. Bernoville, op. cit., pp. 321-324. Si
veda anche: DDI, 7a serie, voi.
XVI, doc. 836, tei. 572/205. Suvich a Vinci Gigliucci, 30 marzo 1935. DDI, >
serie, voi. XVI, doc. 849, tei. 1757/99. Il ministro al Cairo
Pagliano a Mussolini, 2 aprile 1935. DDI, 8" serie, voi. I, doc. 486, teli.
3732-3770-3727/291-292-293.
L'ambasciatore a Washington, Augusto Rosso, a Mussolini, 5 luglio 1935. DDI,
8a serie, voi. I, doc. 768. Il segretario di Stato Cordell Hull a
Mussolini, 18 agosto 1935. DDI, 8a serie, voi. I, doc. 486, cit. Si veda:
L�onard E. Barrett, The Rastafarians. The dreadlocks ofjamaica, Heineman, London
1977, pp. 80-92. Cfr. Giuliano Procacci, Dalla parte dell'Etiopia. L'aggressione
italiana
vista dai movimenti anticolonialisti d'Asia, d'Africa, d'America, Feltrinelli, Mi
lano 1984. Cfr. Giuliano Procacci, Le Internazionali e l'aggressione fascista
all'E
tiopia, "Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli", Milano 1977. Anche
comprendendo i giornalisti che sposarono la causa dell'E
tiopia, gli stranieri accorsi ad Addis Abeba sul finire del 1935 non supe
rarono i duecento. Cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La con
quista dell'impero, cit., pp. 358-371. AHS, p. 211; A. Del Boca, Gli italiani in
Africa Orientale. La conquista
dell'impero, cit., pp. 369-371. Per fare un raffronto, � utile ricordare che
nel campo italiano ope
ravano 2.484 medici militari e civili, e 15.500 infermieri. Nei 300 fra ospe
dali, ospedali da campo, infermerie e unit� chirurgiche, situati nelle re
trovie italiane, c'erano 30.000 posti letto. Eric Virgin, The Abyssinia I knew,
Macmillan, London 1936, p. 167. La v�rit� sur la guerre italo�thiopienne. Une
victoire de la "civilisation",
supplemento di "Vu", luglio 1936, p. 16. Wehib Pasci� detestava l'Italia per aver
combattuto contro d� essa
in Libia nel corso del conflitto italoturco del 1911-1912. Durante la pri
ma guerra mondiale egli aveva dato una buona prova nella battaglia dei
Dardanelli. Allo scoppio della guerra italoetiopica aveva subito offerto i
suoi servigi all'imperatore Hail� Selassi�. Rodolfo Graziani, Il Fronte Sud,
Mondadori, Milano 1938, p. 305. La v�rit�, cit., p. 18. DDI, 8" serie, voi. I,
doc. 721, tei. 8639/1824-1825. Vinci Gigliucci
a Mussolini, 13 agosto 1935. L'imperatore respingeva sdegnosamente le
Note
proposte di Politis. Nel telegramma di risposta vi era scritto, fra l'altro: "La
sola cosa che io voglio fare per il mio Stato � la libert� del mio Stato. La sola
cosa che io voglio dare all'Italia � una porzione dell'Ogaden, ma voglio anche uno
sbocco al mare a Zeila". AHS, pp. 233-234. Ivi, pp. 238-245. Ivi, p. 220.
Ivi, p. 225. L. Farago, op. cit., pp. 100-108; G. L. Steer, op. cit.,
pp. 45-50. Cit. in Gianfranco Bianchi, Rivelazioni sul conflitto italoetiopico,
CEIS,
Milano 1967, p. 52. Tel. di De Bono a Mussolini, 27 gennaio 1935. E. Borra, La
carovana di Blass, cit., p. 231. DDI, 8a serie, voi. II, doc. 26, tei. 1566/C.
R. Suvich alle rappresen
tanze diplomatiche all'estero, 3 settembre 1935. DDI, 8a serie, voi. II, doc.
57, tei. 5424/153. Pompeo Aloisi a Mus
solini, 7 settembre 1935. DDI, 8a serie, voi. II, docc. 154, 156, teli. 1680/C.
R. e 1681/C. R.
Mussolini alle rappresentanze diplomatiche all'estero, 21 settembre 1935. G. L.
Steer, op. cit., p. 123. DBFP, voi. XIV, doc. 561. Barton a Vansittart, 13
settembre 1935. Hail� Selassi� li quantificava in 20 battaglioni, ossia in 19.000
uo
mini; ma certamente erano di pi�. Cfr. La v�rit�, cit., p. 13.
5S SdN, "Journal Officiel", n. 11, novembre 1935, ali. 1571, p. 1603. G. L. Steer,
op. cit., p. 130; La v�rit�, cit, p. 13. Per lo svolgimento delle operazioni nei
primi due mesi di guerra,
si veda: A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell'impero,
cit, pp. 389-447. Emilio De Bono, La preparazione e le prime operazioni, Istituto
Nazio
nale Fascista di Cultura, Roma 1937, p. 167. La v�rit�, cit, pp. 16-17.
L'episodio veniva cos� commentato dall'imperatore: "Hail� Selassi�
Gugsa ha agito per paura. Egli era uno dei rari uomini che, da noi, te
mono la guerra. Del resto, le sue frequenti visite in Eritrea, territorio che
confinava con il suo comando, gli avevano fornito l'occasione di vedere
come gli italiani trattavano gli eritrei poco arrendevoli. Si era reso conto
della schiacciante superiorit� dell'armamento nemico e la sua inespe
rienza gli aveva impedito di avere fiducia nel coraggio dei suoi uomini. II
denaro e le promesse fecero il resto. Oltre al dolore che ci procur�, la de
fezione produsse certi effetti morali e militari che ci misero per qualche
tempo in difficolt�. Alcuni generali sono giunti a dire che gli italiani vi
guadagnarono un vantaggio di due mesi" (La v�rit�, cit, p. 17). La fine
dell'embargo impensieriva Mussolini: "Ho anche il dovere
di ricordarti - telegrafava a De Bono - che con la fine dell'embargo armi
moderne e munizioni arriveranno in grande quantit� in Etiopia, per cui
il tempo lavora contro di noi" (DDI, 8a serie, voi. II, doc. 437, telespr.
1226/1127, 20 ottobre 1935). Si veda, ad esempio, la dura nota di protesta inviata
al Cairo (DDI,
8a serie, voi. II, doc. 570, tei. 2136/335. Mussolini al ministro plenipo
tenziario Pellegrino Ghigi, 6 novembre 1935), e il severo monito a Chiang
Kaishek: "Se la Cina non modifica il suo atteggiamento io sar� costretto

Note alla Parte seconda, Capitolo II

a rettificare tutta la politica seguita sino ad oggi e in tutti i settori, ivi


compreso quello della larga ospitalit� concessa in Italia a ufficiali e ingegneri
cinesi. Un Paese sanzionato non pu� essere prodigo" (DDI, 8a serie, voi. II, doc.
701, tei. 2358/295. Mussolini all'ambasciatore in Cina, Vincenzo Lojacono, 23
novembre 1935). DDI, 8a serie, voi. II, doc. 506, appunto. Suvich ad Aloisi, 28
otto
bre 1935. Per "territori gi� occupati" Mussolini intendeva quelli conqui
stati dal generale Baratieri nel 1895. Questo corpo d'�lite em stato creato da
Menelik. Allo scoppio della guerra, per motivazioni diverse, la maggior par
te dei consiglieri dell'imperatore aveva lasciato il paese. Virgin se ne era
andato in ottobre; Auberson a met� novembre; Colson se ne sarebbe an
dato nel marzo del 1936. Roberto Gentilli, Guerra aerea sull'Etiopia, 1935-
1939, Edizioni aero
nautiche italiane, Firenze 1992, p. 43. Abyssinian Stop Press, a cura di Ladislav
Farago, Robert Hale & C,
London 1936, p. 189. TaA di Kosrof Boghossian, rilasciata il 15 aprile 1965 ad
Addis Abeba. Henri de Monfreid, L'avion noir, Grasset, Paris 1936, pp. 83-103.
R. Greenfield, op. cit., pp. 183-184. H. W. Lockot, op. cit., p. 23.
The Chronicle, pp. 557-569. Cit. in H. G. Marcus, Haile Sellassie I. The
formative years, 1892-1936,
cit., p. 171. Per un esame dettagliato della controffensiva etiopica, si veda:
A.
Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell'impero, cit., pp.
472-487. E anche: Id., Ras Immir�, aristocratico e guerriero, "Rivista di storia
contemporanea", 3/1985, pp. 352-371. L'autorizzazione all'impiego dei gas
veniva data personalmente da
Mussolini. Si veda la serie di telegrammi in A. Del Boca, Gli italiani in Afri
ca Orientale. La conquista dell'impero, cit. Gli aggressivi chimici usati in
Etiopia erano generalmente di quat
tro tipi: gas soffocanti (fosgene, disfosgene, cloropicrina) ; gas vescicatori
(iprite, levisite); gas lacrimogeni e starnutatori (cloroacetofenone e vari
tipi di arsine); gas tossici (benzolo). I gas erano immagazzinati nel depo
sito di Sorodoc�, in Eritrea, nella misura di 6.170 quintali. Qui l'imperatore
cade in errore. Per la verit�, durante il conflitto
italoetiopico, il gas non fu mai irrorato dagli aerei. � molto probabile che
egli abbia creduto frutto di irrorazioni il gas che veniva invece disperso
dalle bombe C500T, che scoppiavano in aria all'altezza di 1.000 metri e
che spargevano l'iprite per un vasto raggio. Hail� Selassi� fece queste
rivelazioni il 30 giugno 1936 dinanzi al
l'Assemblea ginevrina, e si trovano in SdN, "Journal Officiel", supple
mento speciale n. 151, 1936, pp. 22-25. Roberto Gentilli (op. cit., pp. 95-100)
pubblica gli elenchi completi
dei bombardamenti a gas compiuti dall'aviazione fascista. Sul fronte nord
furono 65, sul fronte sud 38. Al Nord furono gettate 1.020 bombe C500T;
al Sud, 573, cos� ripartite: 95 C500Ta. iprite, 172 bombe a iprite da 21 kg,
6 bombe con fosgene da 31 kg e 300 bombe con fosgene da 40 kg. Se
condo altri studiosi, che hanno indagato sul problema della guerra chi-
Note
mica, il numero delle bombe lanciate durante il conflitto sarebbe superiore.
Alberto Sbacchi lo valuta in 2.582 (Legacy ofbittemess: poison gas and atrocities
in the itahethiopian war 1935-36, "Gen�ve Afrique", 2/1974, p. 5). Si vedano
inoltre le ricerche di Giorgio Rochat, L'impiego dei gas nella guerra d'Etiopia
1935-36, "Rivista di storia contemporanea", 1/1986, pp. 74-109, e di A. Del Boca,
Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell'impero, cit., pp. 487-497.
"Fu uno spettacolo terrificante. Io stesso sfuggii per un caso alla
morte - ha riferito ras Immir� -. Prima che mi potessi rendere conto di
ci� che stava accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano rima
sti colpiti dal misterioso liquido e urlavano per il dolore, mentre i loro
piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si
erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in un'agonia che dur�
ore". TaA rilasciata il 13 aprile 1965 ad Addis Abeba. Richard Pankhurst, Le
memorie del capitano Alejandro Del Vallemy Suero: due lettere sull'invasione
fascista dell'Etiopia, "Studi Piacentini", 1/1994,
p. 247. Dall'intervista concessa al "Daily Telegraph" e riprodotta da "Le
Temps" il 4 giugno 1936. "Le Temps", 17 maggio 1936. J. F.C. Fuller, The
first of the League wars, Eyre & Spottiswoode, Lon
don 1936, p. 39. G. L. Steer, op. cit, p. 233. Per un esame particolareggiato
delle quattro battaglie risolutive sul
fronte nord, si veda: A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conqui
sta dell'impero, cit., pp. 519-605. Si trattava di una partita di 200
mitragliatrici pesanti di fabbrica--
zione cecoslovacca (AHS, pp. 257-258). II 7 dicembre 1895 le avanguardie
dell'esercito di ras Maconnen an
nientavano in sei ore i 2.000 uomini del maggiore Pietro Toselli. L'impegno di
appoggiare gli italiani contro Hail� Selassi� era stato
assunto dai Galla a Rendicoma sin dal 28 agosto 1935. Si trattava di 7-
8.000 guerriglieri, armati di tutto punto dagli italiani, che avrebbero con
dotto operazioni di disturbo, prima, durante e dopo la battaglia di Mai
Ceu. Si veda: Relazione riassuntiva sulle azioni svolte dai Galla, Dessi�, 23 apri
le 1936. Il documento � firmato dal capitano Gavino De Sarno e s� trova
in Documenti sull'Etiopia presso l'Autore (d'ora innanzi: DEPA). La v�rit�, cit.,
pp. 27-28. R. Gentilli, op. cit, p. 96. DDI, 8a serie, voi. Ili, doc. 414,
appunto. Suvich a Mussolini, 9 mar
zo 1936. "Se il nemico - ha scritto Badoglio nelle sue memorie - anzich� ac
cettare battaglia nei pressi di Quoram, mi fa un balzo indietro di un cento
chilometri, portandosi a Dessi�, io sono fritto" (P. Badoglio, op. cit., p. 174).
Nell'intervista che Hail� Selassi� ci concesse il 14 maggio 1965 egli
eluse questa domanda precisando che su alcuni punti delicati della vi
cenda egli avrebbe fatto luce soltanto nelle proprie memorie, che stava
mettendo a punto in quel periodo. Nella citata autobiografia, apparsa in
fatti qualche anno dopo - prima in amarico e poi in inglese - non emer
gono per� nuovi elementi, tali da chiarire il punto nodale della vicenda.

Note alla Parte seconda, Capitolo II


P. Badoglio, op. cit., p. 175. T. Konovaloff, op. cit., p. 147. AHS,
p. 273. Vale qui la pena di ricordare che il colonnello Konovaloff ha dato
della sua esperienza con le truppe etiopiche, sul fronte nord, ben quat
tro diverse testimonianze. La prima, in parte utilizzata da G. L. Steer nel
suo libro Caesar in Abyssinia, cit., era favorevole agli edopici. La seconda,
purgata da alcuni giudizi positivi sull'imperatore, fu tradotta in italiano,
ma non pubblicata. La terza, in gran parte riscritta dal comandante Miccich� e
molto sfavorevole all'Etiopia, fu pubblicata in Italia nel 1938. La
quarta versione, infine, di nuovo favorevole agli etiopici, fa parte di un'o
pera rimasta inedita, History of Ethiopia, reperibile presso la Stanford
Institution of California e presso l'Institute of Ethiopian Studies di Addis
Abeba (15/E/49). Si veda per l'analisi di queste quattro versioni, Richard
Pankhurst, The changing testimony ofcolonel T. E. Konovaloff: his account ofthe
fascist invasion of Ethiopia in 1935-36, in "Studi Piacentini", 1/1995. No
nostante gli ondeggiamenti dell'uomo, la sua cronaca degli avvenimenti
� ancora di grande utilit�. Nella quarta e ultima versione dei fatti, Konovaloff
scriveva: "L'Im
peratore sembrava esasperato...". T. Konovaloff, op. cit, p. 149. La v�rit�,
cit., p. 39. "Ritengo che quella dello Scir� sia stata la battaglia pi� dura -
ri
feriva Paolo Cesarmi - proprio per le qualit� strategiche di ras Immir� e
per la tenacia dei suoi uomini. Egli ci inflisse le perdite pi� alte subite in
una battaglia: fra morti e feriti 63 ufficiali, 804 italiani e 12 eritrei" (in A.
Del Boca, Gli italiani in Africa Orientai*. La conquista dell'impero, cit., p.
596). T. Konovaloff, op. cit, pp. 148-149. La lettera a Immir� fu intercettata
da Badoglio e compare nel suo li
bro di memorie (P. Badoglio, op. cit., pp. 176-177); quella ad Ajaleu Burr�
fu consegnata dal figlio Zeude al generale Villa Santa, al momento della sot
tomissione, e compare nel libro di Dino Pollacci, Con la "Gavinana" in Afri
ca Orientale, SA. Arte della stampa, Pistoia 1942, pp. 330-332. R. Gentilli, op.
cit., p. 89. T. Konovaloff, op. cit., p. 157. Ivi, p 156. La cifra �
contenuta in un telegramma che Hail� Selassi� inviava
alla moglie Menen il 27 marzo e che Badoglio riusciva a intercettare. Cit.
in P. Badoglio, op. cit., p. 176. R. Gentilli, op. cit., p. 89. Mukria Bantirgu
era il comandante della Guardia imperiale. R. Pankhurst, The changing
testimony of colonel T. E. Konovaloff, cit.,
p. 124. "Subimmo una certa sorpresa - ricordava Hail� Selassi� -. Invece
di semplici muretti e di trincee a fior di terra, i nostri primi soldati si tro
varono di fronte solide fortificazioni, alle quali si appoggiava l'artiglieria
da campagna giudiziosamente sistemata. Il Genio italiano ha fatto un
buon lavoro durante questa guerra, come c'era del resto da attendersi da
parte di un popolo pi� costruttore che guerriero" (La v�rit�, cit., p. 41). P.
Badoglio, op. cit., p. 184. Per una ricostruzione dettagliata della
Note
battaglia, si veda A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista
dell'impero, cit., pp. 607-637. P. Badoglio, op. cit, p. 182. Anche questo
telegramma era stato in
tercettato da Badoglio. G. L. Steer, op. cit., p. 317. Questo elogio del negus
appare soltanto
nella descrizione della battaglia che Konovaloff ha fatto per Steer. Nel te
sto italiano, curato e manipolato da Miccich�, il passo � stato soppresso. T.
Konovaloff, op. cit., pp. 162-163. Ivi, p. 168. La v�rit�, cit., p. 47. Ivi,
p. 48.
1,8 Ibid. DDI, 8a serie, voi. Ili, doc. 561, tei. personale 1437/157. Mussolini
a Grandi, 2 aprile 1936. DDI, 8a serie, voi. Ili, doc. 599. Mussolini a
Cerniti, 6 aprile 1936. DDI, 8a serie, voi. Ili, doc. 808, teli. 3980-3983/581-581
bis. Gran
di a Mussolini, 1� maggio 1936. AHS, pp. 286-289. T. Konovaloff, op. cit, p.
204. MarcelJunod, Le troisi�me combattant. De l'yp�rite en Abyssinie � la bom
be atomique d" Hiroshima, Payot, Paris 1963, p. 56. DDI, 8a serie, voi. Ili, doc.
817. Suvich a Mussolini, 2 maggio 1936.
Note alla Parte seconda, Capitolo III TaA di K Boghossian, cit. AHS, p. 291;
La v�rit�, cit., p. 58. G. L. Steer, op. cit, p. 368. Gli avvenimenti fra il 29
aprile e il 3 mag
gio 1936 sono stati estesamente descritti dal negus nelle sue memorie e
nel lungo racconto fatto a Griaule. Ma di recente Richard Pankhurst ha
scoperto un documento di ventisette pagine (Emperor Haile Sellassi� s Autobiography
and an unpublished draft, di prossima pubblicazione su "Studi
Piacentini"), scritto dal negus o da lui dettato nel 1964, come prima ste
sura delle memorie, che contiene elementi nuovi di grande rilevanza. Per
cominciare il suo piano, una volta conclusa la ritirata a Ficee, non era
quello di raggiungere Addis Abeba, ma di proseguire per Ambo dove
avrebbe radunato i resti dell'esercito per continuare la lotta ad ovest del
la capitale. A fargli cambiare idea fu il pensiero che, tagliando fuori Ad
dis Abeba dal suo itinerario, non avrebbe potuto incontrare i diplomati
ci stranieri, ai quali avrebbe voluto precisare i motivi che lo avevano co
stretto alla ritirata (primo fra tutti l'impiego dei gas) e la propria deter
minazione a continuare la resistenza ad oltranza. Apprendiamo inoltre
che il viaggio verso Gibuti e l'esilio doveva fare una tappa ad Harar, do
ve il negus avrebbe tentato di rianimare la lotta. Ma giunto a Dire Daua
apprese che il fronte sud era crollato e che Graziani stava per tagliare la
ferrovia per Gibuti. Allora abbandon� ogni velleit� di resistenza. C'� da

Note alla Parte seconda, Cap�tolo III

chiedersi perch� Hail� Selassi� abbia omesso, nelle sue memorie, questi ed altri
episodi che non ci sembrano affatto marginali. La v�rit�, cit., p. 58. G. L. Steer,
op. cit., p. 367. R. Greenfield, op. cit., p. 222.
7AHS, p. 291. T. Konovaloff, op. cit, p. 210. La v�rit�, cit., p. 59.
Sull'argomento l'imperatore ritornava anche nel
le sue memorie: AHS, p. 292. Scoppiati il 2 maggio, i disordini ad Addis
Abeba duravano sino all'arrivo delle truppe italiane il 5 maggio 1936. Il
saccheggio della capitale, che va imputato principalmente a bande di scifta
e a torme di soldati reduci dal fronte nord, causava la morte di oltre 500
persone, di cui 14 stranieri. AHS, p. 292. L�onard Mosley (op. cit., p. 306) d�
un'altra versione
dei fatti: "Il treno ripart� (...) e fu soltanto quando era troppo tardi per
ritornare indietro che si scopr� che ras Hail� mancava. Era sfuggito alla
sua scorta scivolando fuori dal treno, ed era andato a offrire i suoi servi
gi al nemico". Ci� accadeva alla stazione di Meh�sso, dopo un incontro con il
blat
ta Takele Uolde Hawariat, e a Dire Daua, dopo un colloquio con il con
sole inglese ad Harar, Edwin ChapmanAndrews. All'amico inglese, il ne
gus confessava di essersi pentito di aver lasciato Addis Abeba e di voler
raggiungere il genero, ras Desta Damt�u, che si batteva nel Sidamo. "Ci
volle molto tempo per dissuaderlo - riferiva ChapmanAndrews -, alla fi
ne ci riuscii. La situazione militare era ormai senza speranza" (L. Mosley,
op. cit., p. 232). Anche in questa occasione si favoleggi� di immensi tesori
che Hail�
Selassi� avrebbe portato con s� in esilio. La verit� � che due anni dopo la
fuga da Addis Abeba, l'imperatore era rimasto senza fondi e la SdN pre
se in considerazione l'opportunit� di assegnargli una pensione. Per le dif
ficolt� finanziarie del negus si veda la seconda parte dell'autobiografia di
Hail� Selassi�: My life and Ethiopi� s progress. Haile Sellassie I, King ofKing of
Ethiopia, voi. II, Addis Abeba 1966, a cura di Harold Marcus, Ezekiel Gebissa,
Tibebe Eshete, Michigan State University Press, East Lansing 1994,
pp. 36-39 (d'ora innanzi: AHS, II). GeorgesFelix Frantz, Djibuti, oeuvre francaise,
avant, pendant et apres
le conflit italo�thiopien, Lugdunum, Lyon 1937, p. 163. Cit. in H. G. Marcus,
Haile Sellassie I. The formative years, 1892-1936,
cit., p. 180. DDI, 8a serie, voi. Ili, doc. 828, teli. 4182-4265/108-109.
L'amba
sciatore a Madrid, Orazio Pedrazzi a Mussolini, 5 maggio 1936. La v�rit�, cit.,
p. 63. SdN, "Journal Officiel", n. 6, giugno 1936, ali. 1957, p. 660. Ivi,
pp. 660-661. Ivi, pp. 540-541. fl. conflitto italoetiopico, voi. II, ISPI,
Milano 1936, p. 551. Mentre l'opi
nione pubblica inglese era largamente favorevole ad Hail� Selassi�, il go
verno britannico aveva persino esitato a concedergli asilo, tanto che l'im
peratore, durante la sua tappa a Gerusalemme, aveva preso in esame la pos-
Note
sibiliti di trovare rifugio in Svizzera oppure in Germania (cfr. R. Pankhurst,
EmperorHaileSellassi� s Autobiography, andari unpublisheddraft, cit.). Cit. in L.
Mosley, op. cit., p. 315. II testo integrale del discorso si trova in AHS, pp.
299-312. Alla reda
zione del testo ha innegabilmente partecipato l'etnologo Marcel Griaule
(cfr. Olivier Chambard, Marcel Griaule: un �thnologue francais et le conflit
italo�thiopien, in La guerre d'Ethiopie et l'opinion mondiale, 1934-1941, INALCO,
Paris 1986, p. 82). Jean Bastin, L'affaire d'Ethiopie et les diplomates,
L'Edition Universelle, Bruxelles 1937, p. 343. L. Mosley, op. cit., p. 318.
L'imperatore non riusc� a ricuperare i fondi della Bank of Ethiopia, n� le
somme che gli erano dovute dalla Cable and Wireless Co. e dal
la Soci�t� du Sei di Gibuti. L�opold Sedar Senghor, Poemi africani, Rizzoli,
Milano 1971, p. 47. Per le stragi di Addis Abeba, si veda Angelo Del Boca, Gli
italiani in
Africa Orientale. La caduta dell'impero, Laterza, RomaBari 1982, pp. 77-88. Un
testimone, il medico ungherese Ladislas Sava, ha scritto: "Sem
pre il 19 e il 20 febbraio aveva trovato la morte anche la maggior parte
dell'intellighenzia nera. Giovani abissini, con i quali eravamo tanto ami
ci prima dell'invasione, che avevano studiato ed erano istruiti, dovevano
morire per due motivi. Il primo era che lo studio e la loro posizione gli
assicuravano una certa influenza sui loro patrioti; il secondo, che molti di
loro possedevano in casa oggetti di valore: cose provenienti in particola
re dall'Europa, che gli assassini si erano ridistribuiti tra loro dopo l'ecci
dio" ("New Times & Ethiopia News", n. 244, London, 4 gennaio 1941).
Secondo l'imperatore, durante i cinque anni dell'occupazione italiana
dell'Etiopia il 75 per cento degli intellettuali fu sterminato. La strage
avrebbe notevolmente ritardato, nel dopoguerra, la ripresa del paese
(AHS, II, p. 169). A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista
dell'impero,
cit., p. 106. Sul governatorato di Rodolfo Oraziani si veda: Fabienne Le
Houerou, L'administration italienne en Ethiopie sous la viceroyaut� du Mar�ckal
Graziani (mai 1936-d�cembre 1938), D. E.A. d" Histoire, discussa con Pier
re Milza all'Institut d'Etudes politiques de Paris, settembre 1984.
so Sulle operazioni di "grande polizia coloniale" effettuate per liquidare i resti
dell'esercito imperiale, si veda: A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La
conquista dell'impero, cit., pp. 6-76. A partire dal 1938 Hail� Selassi� avrebbe
ricevuto regolarmente per posta informazioni sugli sviluppi della resistenza dagli
stessi capi della guerriglia. Nelle sue memorie pubblica infatti le lettere del
degiac Mangasci� Giamberi�, del maggiore (poi ras) Mesfin Scilesci, del blatta
Takele Uolde Hawariat, del ras Abeb� Aregai e dello stesso Johannes Jasu, figlio
dello spodestato imperatore, che si firmava "vostro umile servo" (AHS, II, pp. 74-
92).
31 Sulla seconda fase della resistenza etiopica si vedano: Selome Gabre Egziabher,
TheEthiopian Patriots, 1936-1941, "Ethiopia Observer", voi. XII, n. 2; A. Del Boca,
Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell'impero, cit., pp. 77-136 e 313-
340; Richard Pankhurst, Come il popolo etiopico resistette all'occupazione, in Le
guerre coloniali del fascismo, a cura di Angelo Del Boca, Laterza, RomaBari 1991,
pp. 256-287.

Note alla Parte seconda, Capitolo III Secondo le indagini condotte da Gentilli
(op. cit., pp. 182-183), le
incursioni aeree con lancio di aggressivi chimici furono 99 fra il 5 mag
gio 1936 e il 17 marzo 1939. In tutto furono lanciate 296 bombe a iprite
C500T, 195 bombe CI OOP e 60 bombe a fosgene da 40 chili. Cit. in L. Mosley, op.
cit., p. 325. Per il testo completo del discorso
si veda AHS, II, pp. 65-71. Hail� Selassi� era perfettamente informato di
ci� che accadeva in Etiopia. Il 7 maggio 1938 era infatti in grado di dira
mare un lungo comunicato con il quale riassumeva la situazione politica
e militare nelle varie regioni dell'impero. Cfr. R. Pankhurst, Come il popo
lo etiopico resistette all'occupazione, cit., pp. 271-274. Galeazzo Ciano, Diario
1937-1938, Cappelli, Bologna 1948, p. 172. Per le trattative segrete che sono
state condotte tra il 1936 e il 1939
- a volte per iniziativa italiana e altre per desiderio di Hail� Selassi� e di
suo figlio Asfa Wossen - si vedano: Alberto Sbacchi, Secret talksfor the submission
of Haile Selassi� and prince Asfaw Wassen, 1936-1939, "The Interna
tional Journal of African Historical Studies", VII, 4/1974, pp. 668-680; A.
Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell'impero, cit., pp.
301-306; ASMAE, Ambasciata Londra, b. 1109. ASMAE, Etiopia. Fondo di guerra, b.
150, fase. 2. Si veda anche AHS,
II, pp. 43-44. Dall'intervista concessa all'autore da Hail� Selassi� il 14
maggio
1965. G. Bernoville, op. cit, p. 359. La prima missione era composta da due
comunisti ex combattenti
della guerra di Spagna, Elio Barontini e Paolo De Bargili. La seconda com
prendeva Lorenzo Taezaz, il colonnello francese Paul Robert Monnier,
agente del Deuxi�me Bureau, e due ex combattenti delle brigate inter
nazionali in Spagna, Anton Ukmar e Bruno Rolla. Per una cronaca delle
due missioni, si vedano: A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La con
quista dell'impero, cit., pp. 333-340; Herv� Desplanches, Les francaises face �
l'Afrique OrientaleItalienne: 1938-1940. L'action subversive enpays abyssin, te
si di dottorato discussa all'Universit� de Provence, 1991. Si veda inoltre
AHS, II, pp. 96-97. Durante gli anni della resistenza, il blatta Takele Uolde
Hawariat,
che si era convertito agli ideali repubblicani in odio ad Hail� Selassi�, ave
va fatto un certo numero di proseliti, ma l'organizzazione da lui creata fu
subito smantellata dopo il rientro del negus in Etiopia. Melake Tsehai Jasu, che
i patrioti dell'Ancoberino avevano procla
mato imperatore il 2 settembre 1937, operava soprattutto nello Scioa; il
fratello Johannes Jasu nel Beghemeder. Cfr. The Chronicle, pp. 571-575. L.
Mosley, op. cit., p. 332. Sandford era stato funzionario della legazione
inglese ad Addis
Abeba nel 1914 e poi consigliere dell'imperatore dal 1920 al 1936. G. L. Steer,
op. cit., p. 29. Cit. ivi, pp. 233-234. Il testo completo del proclama in AHS, II,
pp.
106-107. ACS/ MAI, Direzione Generale Affari Politici, Archivio segreto, b. 24,
fa
se. 13/2-2. Lettera in data 17 novembre 1940. Per una storia della Gideon Force,
si vedano: L�onard Mosley, Gideon
goes to war, Arthur Barker, London 1957; W. G. Burchett, Wingat� s phan-
Note
tom army, Frederick Muller, London; George L. Steer, Sealed and delivered. A hook
on the Abyssinian campaign, Hodder and Stoughton, London 1942, pp. 137-212;
Christopher Sykes, Orde Wingate, Collins, London 1959, pp. 236-320. Cit. in L.
Mosley, Il Negus, cit., p. 347. La civilisation de l'Italie fasciste en
Ethiopie, a cura del Dipartimento
della Stampa e Informazione del Governo Imperiale, voi. I, Berhanena
Selam Printing Press, Addis Abeba 1945, p. 9. The Abyssinian Campaigns. The
officiai story ofthe conquest ofltalian East
Africa, issued for the War Office by Ministry of Information, His Majesty" s
Stationery Office, London 1942, p. 62. L. Mosley, Il Negus, cit., p. 350. Nelle
sue memorie Hail� Selassi� co
s� ricordava quei terribili giorni: "Noi stessi abbiamo partecipato al duro
lavoro dei nostri soldati per aprire una strada, abbattendo alberi e livel
lando il terreno" (AHS, II, p. 144). Alberto Rovighi, Le operazioni in Africa
Orientale, giugno 1940-novembre 1941, voi. I, Narrazione, Stato Maggiore
dell'Esercito, Ufficio Storico,
Stabilimento Grafico Militare, Roma 1988, p. 429. C. Sykes, op. cit., p. 300.
Va detto che questo "scellerato" aveva gio
cato bene le sue carte. Pur collaborando con le forze di occupazione ita
liane, aveva rifornito i patrioti di armi e persino inviato oro a Hail� Se
lassi� in Gran Bretagna. Egli salv� cos� la testa cavandosela con un anno
di carcere e poi con gli arresti domiciliari nella sua casa di Gullal� alla pe
riferia di Addis Abeba (cfr. The Chronicle, p. 444, nota 540). Sulla figura del
vicer� si veda: Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, ter
zo duca dAosta e vicer� dEtiopia, Mursia, Milano 1985. The Abyssinian
Campaigns, cit., p. 67. Tadesse Zewolde, Yabalascign zemen (L'epoca dei carnefici),
Berha
nena Selam, Addis Abeba 1963, p. 92. G. L. Steer, Sealed and delivered, cit.,
p. 205. Per il testo completo del discorso, si vedano: AHS, II, pp. 161-165;
T. Zewolde, op. cit., pp. 92-97; G. L. Steer, Sealed and delivered, cit., pp. 206-
211. Trent'anni dopo questi avvenimenti, nella gi� citata intervista del 14
maggio 1965, Hail� Selassi� ci avrebbe detto: "Quando ritornammo nel
nostro Paese, vittoriosi per volont� e grazia di Dio, a tutto pensammo me
no che a impegnarci in atti di vendetta. Il nostro scopo pi� urgente era
quello di organizzare e sviluppare la nostra Patria".
Note alla Parte terza, Capitolo I Per un esame dettagliato degli ultimi mesi di
resistenza delle forze
italiane in AOI si veda A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La con
quista dell'impero, cit., pp. 479-532. Secondo i nostri calcoli le perdite
etiopiche sono state inferiori. Questa cifra � stata da pi� parti contestata.
Si veda A. Del Boca, Gli
italiani in Africa Orientale. La conquista dell'impero, cit., pp. 87-106. Anche
questa cifra appare largamente gonfiata.
Note alla Parte terza, Capitolo I
Memorandum del Governo etiopico, St. Clement Press, London 1946.
Secondo questo documento, erano state inoltre bruciate 2.000 chiese e
distrutti 525.000 fra case in muratura e tucul. Erano infine pent�
13.700.000 capi di bestiame (buoi, pecore, capre, cavalli e cammelli). Il
Governo etiopico aveva chiesto un risarcimento per danni di guerra pari
a 185 milioni di sterline. Afework Gabre Iyasus moriva in esilio il 25 settembre
1947 a 79 anni.
Durante gli anni dell'occupazione italiana aveva pubblicato alcuni violenti
scritti contro la persona dell'imperatore ed altri per invitare gli etiopici a
sottomettersi alle autorit� italiane. Cfr. A. Rouaud, op. cit, pp. 173-193. La pi�
famosa e attiva fra le bande composte da ex militari italiani
era quella capeggiata da Amedeo Guillet. Si veda Vittorio Dan Segre, La
guerra privata del tenente Guillet, Corbaccio, Milano 1993.Cit. in L. Mosley, Il
Negus, cit., p. 361. Cfr. Sylvia Pankhurst, Why are we destroying the ethiopian
ports?, "New
Times and Ethiopia News" Books, Woodford Green 1952. L. Mosley, Il Negus, cit., p.
367. Nelle sue memorie l'imperatore ac
cusava esplicitamente il brigadiere Maurice S. Lush di fomentare il triba
lismo in Etiopia per dividere le popolazioni. Accusava inoltre i funziona
ri dell'OETA di aver ridato il comando del Tigre meridionale ad Hail�
Selassi� Gugsa, l'uomo che, con il suo tradimento, aveva aperto agli ita
liani la strada di Macall� (AHS, II, pp. 171-175). Lo studio pi� approfondito
sul periodo della ricostruzione � quel
lo citato di M. Perham. J. Markakis, op. cit., p. 210. C. Clapham, op. cit., p.
30. Aveva assegnato, ad esempio, il ministero della Giust�zia al blatta
Ayel� Ghebr�, notoriamente compromesso con gli italiani. Un altro col
laborazionista, ex interprete e consigliere del generale Nasi, l'eritreo
Asfaha Woldemichael, ricoprir� importanti incarichi ministeriali e diven
ter� persino capo dell'esecutivo nella regione autonoma e federata del
l'Eritrea. Bahru Zewde, op. cit., p. 202. Si vedano: Allan Hoben, Land tenute
among the Amhara of Ethiopia,
The University of Chicago Press, ChicagoLondon 1973; Richard
Pankhurst, State and land in Ethiopian History, Institut of Ethiopian Studies,
Addis Ababa 1966. Harold G. Marcus, A History of Ethiopia, University of California
Press, BerkeleyLos Angeles 1994, p. 154. La stessa sorte toccava a Mammo Hail� e
ad altre cinquanta persone
coinvolte nella congiura. Particolare non trascurabile, ras Hail� era stato
costretto a sedere fra i giudici che avevano condannato a morte suo figlio. Fatto
prigioniero nel dicembre del 1936, ras Immir� fu confinato
in Italia, prima a Ponza, poi a Lipari, e infine a Longobucco, in provin
cia di Cosenza. Liberato dagli Alleati nell'autunno 1943, fu, per espressa
volont� di Eisenhower, rimpatriato con un aereo speciale (TaA di ras Im
mir�, cit.). Nominato dall'imperatore governatore del Beghemeder, po'
chi mesi dopo fu sollevato dall'incarico e inviato - alcuni dissero "rele
gato" - a Washington come ambasciatore. In seguito ricopr� l'incarico an
che presso le sedi di Nuova Delhi e di Mosca, ma anche se fu tenuto per

Note

quasi vent'anni lontano dall'Etiopia, la sua popolarit� non diminu�. Per quanto in
disaccordo con Hail� Selassi� sui tempi e i modi di condurre le riforme nel paese,
ras Immir� non arriv� mai a rompere i legami di lealt� e di amicizia che lo univano
all'imperatore. Tanto nel 1951 quanto nel 1960, fu scelto a sua insaputa dai
congiurati come l'uomo che avrebbe dovuto succedere ad Hail� Selassi�. II volantino
� conservato nell'ACS, Fondo MAI, b. 28, fase. 17/11. Cfr. Ruffillo Perini, Di qua
dal Mar�b (Mar�bmell�sc), Tipografia coo
perativa, Firenze 1905. Si veda A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale.
Dall'Unit� alla mar
cia su Roma, cit., pp. 521-529. Cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Africa
Orientale. La conquista dell'im
pero, cit., pp. 514-518. L'Inghilterra avrebbe restituito all'Etiopia parte
dell'Ogaden nel e il rimanente, cio� l" Haud e la Reserved Area, soltanto nel
1954. Per i colloqui del 13 e 16 febbraio 1945 si veda Giampaolo Calchi
Novati, L'Imperatore e il Presidente alle origini dell'alleanza EtiopiaStati Uniti,
"Africa", 3/1988, pp. 360-377. Cit. in Gianluigi Rossi, L'Africa italiana
verso l'indipendenza (1941-49),
Giuffr�, Milano 1980, p. 409, nota 36. II Partito Unionista (o, meglio,
l'Associazione patriottica per l'u
nione dell'Etiopia e l'Eritrea) nasceva il 1� gennaio 1947 dalle ceneri del
Mahber Fecr� Hagher. II "Blocco Eritreo per l'Indipendenza" veniva fondato il 25
luglio per iniziativa soprattutto di Ibrahim Sult�n e comprendeva la Lega
Musulmana, il Partito Liberale Progressista, il Partito Nuova Eritrea, l'As
sociazione Veterani, l'Associazione ItaloEritrei, il Partito Nazionalista
(Hezb� El Watani), il Partito Eritrea Indipendente e l'Associazione Intel
lettuali Eritrei. In certi periodi giunger� a cumulare le cariche di ministro della
Penna, dell'Interno e della Giustizia. Per l'atteggiamento dell'Italia nei
confronti dell'Eritrea nel dopo
guerra, si veda Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. Nostalgia
delle colonie, Laterza, RomaBari 1984, pp. 110-167. II termine denigrativo scifta
veniva usato soprattutto dalla stampa
italiana. In verit�, la maggioranza dei guerriglieri era partigiana dell'u
nione dell'Eritrea all'Etiopia. Nations Unies, Rapport de la Commission des
Nations Unies pour
l'Erythr�e, Supplement n. 8 (A/1285), Lake Succes, New York 1950, p. 32,
nota 77. Archivio Brusasca, ONU. Eritrea, b. 2/b, fase. 4, telespr. 3/5251/c.
Cellere al MAI, 28 aprile 1950. Cit. in Oscar Rampone, IlMareb era un confine,
S. A. Corriere Eritreo,
Asmara 1953, p. 63.
33 Ivi, p. 70. Sull'AFIS (Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia) si
ve
da A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. Nostalgia delle colonie, cit.,
pp.
202-305. Nella letteratura etiopica del dopoguerra gli anni dell'occupazione
italiana costituiscono un tema di grande rilevanza. Si vedano: Richard

Note alla Parte terza, Capitolo I

Pankhurst, L'occupazione fascista nella letteratura etiopica, "Studi Piacentini",


13/1993, pp. 135-148; Reidulf K. Molvaer, Tradition and change inEthiopia. Social
and cultural life as reflected in Amharic fictional literature, 1930-1974, Brill,
Leiden 1980. La comunit� italiana d'Etiopia (Eritrea esclusa) comprendeva, nei
primi anni '40, fra le 4.000 e le 7.000 unit�, a seconda delle valutazioni. In
seguito a intese fra Gran Bretagna e Italia, tra l'aprile 1942 e il
settembre 1943, quattro navi italiane, ridipinte di bianco e con i simboli
della Croce Rossa, compivano tre viaggi di circumnavigazione dell'Africa
riportando in patria dall'Africa Orientale 28.000 civili italiani. Renato
Piacentini, La questione etiopica e l'Italia, dattiloscritto di 59
pagine, datato Roma novembre 1944, in DEPA. Sulle trattative segrete si
vedano: A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La caduta dell'impero,
cit., pp. 547-555; Alberto Sbacchi, Haile Sellasie and the italians, 1941-43,
"African Studies Review", voi. XXII, n. 1, aprile 1979. Trattato di pace fra
l'Italia e le Potenze Alleate ed Associate, firmato a Pa
rigi il 10 febbraio 1947. Qui � citato l'art. 38, a p. 48. Il testo completo
del Trattato di pace � pubblicato nella "Gazzetta Ufficiale della Repub
blica Italiana", Roma 24 dicembre 1947. Badoglio, Graziani e Teruzzi, per fare
alcuni nomi, portarono in Ita
lia centinaia di casse contenenti libri miniati, arredi sacri, dipinti, scultu
re, oggetti in argento e oro; beni che non furono mai restituiti. "Relazioni
internazionali", 1949, pp. 747-748. Da un messaggio trasmesso dal Governo etiopico
all'ONU il 5 gen
naio 1950, in ASMAE, Affari Politici. Etiopia, b. 713. I timori dell'Etiopia
non erano infondati. L'Italia non avrebbe mai risolto il problema dei con
fini, creando cos� le premesse per il conflitto somaloetiopico del 1977-
1978 nell'Ogaden. TaA di G. Brusasca, rilasciata a Milano il 21 agosto 1979. Sul
viaggio in Etiopia di Cora, si veda: Giuliano Cora, La ripresa del
le relazioni diplomatiche fra l'Italia e l'Etiopia, "Rivista di studi politici
inter
nazionali", gennaiogiugno 1952. Si veda: Giampaolo Calchi Novati, Italia ed
Etiopia dopo la guerra: una
nuova realt�, i risarcimenti e la stele rapita, "Africa", 4/1991. Archivio
Brusasca, Missioni. Missioni diplomatiche in Etiopia, b. 11,
fase. 107. TaA di G. Brusasca, cit. Si veda: Baffour AgyemanDuah, The United
States and Ethiopia. Mili
tar) assistance and the quest for security, 1953-1993, University Press of Ame
rica, Lanham (Maryland) 1994. Nel 1960 avrebbe inviato un altro contingente
militare nel Congo
sotto la bandiera delle Nazioni Unite. C. Clapham, op. cit., p. 50. J. Markakis,
op. cit, p. 189. A sentire l'imperatore, era dal 1949 che aveva cominciato a pensa
re di elargire una nuova Costituzione ("The Ethiopian Herald", 23 luglio
1952).
55J. H. Spencer, op. cit., p. 260. 56 Bahru Zewde, op. cit, p. 206.
Note George W. Shepherd, Thepolitics ofAfrican nationalism, Praeger, New
York 1962, p. 37. Sul declino della nobilt� etiopica si veda, in particolare,
Donald N.
Levine, Wax �f Gold. Tradition and innovation in Ethiopian Culture, The Uni
versity of Chicago Press, ChicagoLondon 1972, pp. 148-217. Nei primi anni della
ricostruzione Hail� Selassi� aveva personal
mente assunto il dicastero dell'Istruzione, coadiuvato da alcuni advisers in
glesi. G. dejuniac, op. cit., p. 239. Ivi, p. 244. Ras Immir� ha sempre
goduto della fama di essere pi�
progressista del cugino Hail� Selassi� e ha dato alcune prove negli anni
in cui govern� l" Harar (1918-1929), l'Uollo (1929-1931) e il Goggiam
(1932-1935). In queste tre regioni riorganizz� il sistema di tassazione del
le terre riducendo notevolmente gli abusi e offrendo esempi di eccellen
te amministrazione. Ma la sua leggenda, legata alla donazione delle pro
prie terre ai poveri, va in parte ridimensionata. Per cominciare ras Im
mir�, a differenza di altri grandi latifondisti come il ras Birru Uolde Ga
briel o il degiac Balci� Abba Nefso, non aveva grandi propriet�, ma sol
tanto alcune terre nel Menz, nei pressi di Dob�. Nel dopoguerra, per i
servigi resi allo Stato, ricevette alcune propriet� negli Arussi che ben pre
sto, per�, distribu� ai soldati che avevano combattuto alle sue dipenden
ze. Al contrario, sua moglie, nipote di ras Gobena, possedeva nel GhindaberetMecha,
in una localit� chiamata Dula Koricha, 2.000 gasha di ter
ra. Ras Immir� la convinse a cedere 3/4 di questa propriet� ai contadini.
Sono grato per queste informazioni al figlio di ras Immir�, l'ex primo mi
nistro Mikael Immir�, e a Richard Pankhurst che le ha raccolte e me le
ha comunicate con lettera del 21 novembre 1994.
Note alla Parte terza, Capitolo II All'epoca (aprile 1958) gli Stati africani
indipendenti erano soltan
to otto: Etiopia, Liberia, Egitto, Libia, Sudan, Marocco, Tunisia e Ghana.
Nell'ottobre avrebbe ottenuto l'indipendenza anche la Guinea. "Gazzetta del
Popolo", 3 settembre 1961. Dall'articolo di Angelo Del
Boca, Nehru: "Non limitiamoci alle parole, facciamo qualcosa contro la guerra".
G. dejuniac, op. cit, p. 250. Cit. in G. A. Lipsky, op. cit, p. 231.
Somalia. Memorandum to the Second Conference ofthe indipendent states of
Africa, Addis Ababa, June 1960, printed in Somalia, p. 32. "Gazzetta del Popolo",
19 luglio 1960. Dall'articolo di Angelo Del
Boca, L'Imperatore d'Etiopia auspica pi� stretti rapporti con l'Italia. Un'altra
fonte di inquietudine per Hail� Selassi� era il progetto di Nasser di co
stituire una grande alleanza fra Egitto, Sudan ed Etiopia, ma sotto l'ege
monia egiziana. Nasser, oltretutto, concedeva ospitalit� e assistenza mili
tare a molte centinaia di esuli eritrei in funzione antietiopica (cfr. Haggai
Erlich, Ethiopia and the Middle East, Lynne Rienner, Boulder (Colorado)-London, pp.
128-140.

Note alla Parte terza, Capitolo II Brusasca fu ricevuto il 2 settembre 1960. Il


racconto dell'incontro
con Hail� Selassi� � nella lettera che Brusasca ci ha scritto in data 28 di
cembre 1982. Molti storici, anche etiopici, non hanno difficolt� oggi a
riconosce
re il lato positivo della presenza italiana in Etiopia durante i cinque anni
dell'occupazione. Scrive Calchi Novati: "Se il bilancio dell'azione del fa
scismo in Africa Orientale si chiuse tutto in passivo, l'Etiopia ha ricevuto
dalla presenza degli italiani alcuni vantaggi che hanno in parte riparato i
torti subiti" (Giampaolo Calchi Novati, II Corno d'Africa nella storia e nella
politica, SEI, Torino 1994, p. 75). "Il fascismo port� i mali della guerra e
della dominazione coloniale in Etiopia - sostiene a sua volta Alberto Sbac
chi -, ma l'occupazione italiana diede anche una benefica scossa a istitu
zioni medievali e a un immobile modo di vita tradizionale" (Alberto Sbac
chi, II colonialismo italiano in Etiopia, 1936-1940, Mursia, Milano 1980, p.
346). E Haile M. Larebo scrive: "� certo che gli italiani introdussero tec
niche moderne nell'agricoltura e che offrirono consigli tecnici per sti
molare la produzione agricola degli indigeni" (Haile M. Larebo, The build
ing of an empire. Italian land policy and practice in Ethiopia 1935-1941, Clarendon
Press, Oxford 1994, p. 291). Cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale.
Nostalgia delle colonie,
cit., pp. 319-332. "Gazzette del Popolo", 19 luglio 1960. Dall'articolo di A.
Del Boca:
L'Imperatore d'Etiopia auspica pi� stretti rapporti con l'Italia, cit. Ibid. Cit.
in H. W. Lockot, op. cit, p. 133. Fondato nel 1950 ad Addis Abeba, l'University
College si sarebbe
trasformato nel 1961 nell" Haile Selassi� I University, che comprendeva
una mezza dozzina di facolt�. Arturo Mezzedimi, Hail� Sellassi� I: una
testimonianza per la rivaluta
zione, "Studi Piacentini", 2/1992, p. 186. Gran parte dell'insegnamento era
ancora dispensato, negli anni '50,
dalle scuole religiose, copte e coraniche. A questi studenti universitari
andavano aggiunti quelli inviati nelle
universit� straniere. Nel 1959 erano 500, cos� suddivisi: 38 per cento in
Canada e Stati Uniti; 20 per cento in Gran Bretagna; 17 per cento in Li
bano (American University di Beirut); 10 per cento in Germania; 4 per
cento in India; 11 per cento in Italia, Francia, Israele e Svezia. Dal 1965 al
1969. J. Markakis, op. cit., p. 207. Equivalgono all'inarca a 100.000 lire di
oggi. C. Clapham, op. cit., p. 56. Ryszard Kapuscinski, Il Negus. Vita e caduta di
un autocrate, Feltrinel
li, Milano 1983, p. 99. Mosley scriveva, ad esempio: "� l'unico uomo che io abbia
mai vi
sto in grado di dare una mano per spingere un autocarro, come fece quan
do restemmo chiusi nelle macchie impervie dell'Etiopia nel 1941, senza
cessare di effondere distintamente attraverso il suo sudore un'aura im
periale. Qui siamo veramente di fronte a un re" (L. Mosley, Il Negus, cit.,
p.9). Ivi, p. 380. In effetti Hail� Selassi� colm� di favori e di riconosciNote

menti Abeb� Aregai per il notevole apporto dato alla restaurazione della Corona:
oltre al titolo di ras e al ministero della Difesa, gli assegn� una provincia da
amministrare, incarico, questo, che non revoc� neanche quando si accorse che l'eroe
della Resistenza antiitaliana si stava comportando come il peggiore dei ladri. Ma
Abeb� Aregai non era il caso limite: di Uolde Ghiorghis Uolde Johannes, che lo
aveva seguito in esilio in Gran Bretagna, fece addirittura l'uomo pi� potente
dell'impero dopo se stesso, e decise di separarsene soltanto quindici anni dopo,
quando seppe che il vanitoso ministro della Penna andava dicendo in giro che il
vero potere era nelle sue mani e non in quelle dell'imperatore. Ivi, pp. 385-386.
Angelo Del Boca, La guerra d'Abissinia 1935-1941, Feltrinelli, Mila
no 1965, p. 246. Molto diffuso anche in Etiopia, soprattutto nella versio
ne inglese (The ethiop�an war 1935-1941, The University of Chicago Press,
ChicagoLondon 1969), tale libro avrebbe dovuto essere tradotto in amarico e
adottato come testo scolastico. L'impresa non and� in porto per il
nostro rifiuto di eliminare alcuni giudizi critici nei confronti dell'impe
ratore. Bahru Zewde, op. cit., p. 202. Il Gabinetto Privato comprendeva quat
tordici dipartimenti e copriva l'intera sfera di interessi del governo. Si ve
da C. Clapham, op. cit, pp. 120-123. G. Calchi Novati, 77 Como d'Africa nella
storia e nella politica, cit., p.
113. Cfr. R. Greenfield, op. cit., p. 279. l�fitaurari Hail� Kibret fu
impiccato nel 1962 per cospirazione con
tro lo Stato. Cfr. G. de Juniac, op. cit., p. 256. La tesi, discussa nel
1954 alla Columbia University, aveva per titolo:
The impact of the white settlement policy in Kenya. Cfr. George Padmore,
PanAfricanism or communism? The comingstruggle
far Africa, Dennis Dobson, London 1955. Secondo H. W. Lockot {op. cit., pp. 68-
72), sarebbe stato Workeneh
Gebeyehu la vera anima della rivolta e non Germam� Neway. Ma allo sta
to attuale delle ricerche questa ipotesi si rivela molto fragile. Secondo
alcune fonti, la giunta rivoluzionaria aveva redatto una li
sta di 2.500 personalit� da eliminare fisicamente. Menghistu Neway era stato uno
dei cadetti di Holetta e durante l'oc
cupazione italiana dell'Etiopia si era rifugiato nel Sudan. Egli non poteva
dimenticare ci� che l'imperatore aveva fatto in quegli anni per l'Etiopia. TaA di
Asfa Wossen Asserate, cit. Ibid. Ibid. Cit. in R. Greenfield, op. cit, p. 399.
G. de Juniac, op. cit, p. 262. TaA di Cesare Greppi, rilasciata a Milano
il 17 aprile 1983. Negli
scontri erano rimasti uccisi 121 civili; i feriti erano 442. II documento,
articolato in dieci punti, era in realt� molto modesto. Poich� il guasto non si
poteva riparare in poche ore, Hail� Selassi�
aveva insistito per partire ugualmente. L'uccisione di Mulughiet� Bulli resta un
mistero. Indicato dalla

Note alla Parte terza, Capitolo III

giunta rivoluzionaria come nuovo comandante delle forze armate etiopiche, egli
avrebbe dovuto essere risparmiato, cos� come furono risparmiati ras Immir� e il
principe ereditario Asfa Wossen. Sulla loro testa era stata posta una taglia di
10.000 dollari etiopici. Cfr. L. Mosley, Il Negus, cit., p. 383; H. W. Lockot,
op. cit., p. 83. L'e
pisodio � confermato anche dal principe Asfa Wossen Asserate (TaA, cit.),
il quale, dodicenne, era andato all'aeroporto per incontrare il padre, As
serate Kassa, che era stato chiamato il giorno prima ad Asmara per rife
rire all'imperatore sulla situazione nella capitale. Anche il capo della polizia,
generale Tsigu� Dibou, era rimasto uc
ciso in combattimento davanti al palazzo imperiale. Cit. in Ronald Segai, African
profiles, Penguin Books, Harmondsworth 1962, p. 136.
Note alla Parte terza, Capitolo III G. dejuniac, op. cit., p. 269. "The
Ethiopian Herald", 19 dicembre 1960. Cfr. H. G. Marcus, A history ofEthiopia,
cit., p. 172. La nuova universit� ebbe come sede il Palazzo di Gannata L'ul.
Non
fu una buona scelta, se si tiene conto che gli studenti sarebbero diventa
ti gli eredi dei congiurati del dicembre 1960. G. Calchi Nova ti, // Como d Africa
nella storia e nella politica, cit., p. 123. Claude Leclerq, L'empire
d'Ethiopie, Editions BergerLevrault, Paris
1969, p. 32. Cit. in Bahru Zewde, op. cit., p. 214.
8J. Markakis, op. cit, pp. 358-359. Nel 1961 l'afa negus Takele Uolde Hawariat,
sospettato di complot
to, cadeva per l'ennesima volta in disgrazia e veniva confinato a Gore. Takele
Uolde Hawariat aveva cominciato a criticare l'imperatore
quando, nel maggio del 1936, il sovrano aveva deciso di abbandonare l'E
tiopia per rifugiarsi in Gran Bretagna. Copia della petizione a Hail� Selassi� si
trova nell'archivio del prin
cipe Asfa Wossen Asserate, a Francoforte. Gli siamo grati sia per averne
potuto prendere visione sia per i particolari che ci ha narrato dell'udienza
imperiale. L'esistenza della petizione non rimaneva a lungo segreta. Il testo ve
niva a conoscenza degli ambasciatori delle maggiori missioni diplomati
che presenti nella capitale, i quali definivano i firmatari del documento
"gli Stolypin d'Etiopia", facendo riferimento al primo ministro russo P�tr
Stolypin, il quale, nel 1906, pur essendo un conservatore, aveva varato la
riforma agraria insieme ad altre importanti riforme, nella speranza di
scongiurare una rivoluzione. Cfr. Important utterances ofH. I.M. Emperor Haile
Selassi� I, 1963-1972,
published by the Imperiai Ethiopian ministry of Information, "Berhanena Selam",
Addis Abeba 1972, pp. 88-95. Per il testo dell'ordinanza si ve
da C. Leclerq, op. cit., pp. 69-71.

Note
Bahru Zewde, op. cit., p. 219. "Relazioni internazionali", n. 52/1952,
p. 1341. Front Erythr�en de la Liberation, La lutte de l'Erythr�e, Damas 1965,
p. 16. Tedia Bairu fu inviato a Stoccolma come ambasciatore e pi� tardi
fu fatto senatore. Ma nel 1967 abbandonava l'Etiopia per portare il suo
sostegno alla causa della resistenza eritrea. FLE, L'essai de l'union federale et
la revolution �rythr�enne, 1963, p. 46. II testo della dichiarazione di Asfaha
Woldemichael era brevissimo:
"La dichiarazione che vi leggo � il capitolo finale del caso eritreo e voi
non potere fare nulla se non accettarla com'�, compresi i suoi difetti. Noi
abbiamo reso la Federazione nulla e vuota e perci� siamo ormai uniti al
la madrepatria". Cit. in Giovanni Moneta, La questione eritrea, Cablo Press,
Roma 1987, p. 13. La tesi di Asfaha Woldemichael � diametralmente op
posta a quella di Tedia Bairu: "Nel periodo federativo, anche se tra mem
bri di una famiglia � logico che ci siano gelosie e intrighi, l'Imperatore
ha sempre rispettato la nostra autonomia regionale, in qualunque mo
mento � stato sempre dalla nostra parte; siamo stati noi a provocare spon
taneamente il selfdetermination per l'unione completa con la madre Patria,
e avevamo le nostre ragioni: storiche, politiche ed economiche. Tra le al
tre cose devo ricordare che eravamo sotto la continua minaccia di Nasser. (...) Si
pu� quindi dire che all'unione completa ci siamo arrivati per
gravit�, come l'acqua che scorre. (...) Con questo non dico che il gover
no etiopico non abbia commesso degli errori: ne ha commessi, e grossi.
Primo madornale errore fu quello di levare dai comandi gli esperti del
luogo (...); inoltre usarono la forza dove e quando una attenta opera di
persuasione, svolta con intelligenza e pazienza da elementi competenti,
avrebbe senz'altro dato buoni frutti" (da una lettera all'autore, in data 25
giugno 1994). Anche Haggai Erlich ritiene che a forzare la mano ad Hail�
Selassi� sia stata la decisione di Nasser di scatenare nel settembre del 1962
la guerra nello Yemen per assicurarsi il predominio nella penisola araba
e nel Mar Rosso. Ricordando le antiche mire dell'Egitto sull'Eritrea, rin
novate anche nel 1947, l'imperatore si sarebbe deciso ad incorporarla nel
l'impero per meglio garantirle l'indipendenza (cfr. H. Erlich, op. cit., pp.
138-139). "L'Europeo", 12 marzo 1969. Dall'intervista concessa da Tedia Bai
ru a Franco Pierini a Stoccolma. Important utterances ofH. I.M. Emperor Haile
Selassi� I, cit., p. 6. Ivi, p. 9. Per le nefaste conseguenze dell'annessione, si
veda J. Markakis, op.
cit., pp. 362-367. Cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale.
Dall'Unit� alla marcia
su Roma, cit., pp. 410-411. "Non riesco a spiegarmi l'errore di Hail� Selassi� -
dice il principe
Asfa Wossen Asserate -. Deve essersi lasciato travolgere, lui politico fred
do e calcolatore, da una ventata di folie de grandeur. Forse avr� voluto es
sere il primo negus a regnare sino al Mar Rosso. Smantell� il primo esem
pio di federazione in Etiopia anzich� replicarlo in altre parti dell'impe
ro" (TaA, cit.). Convinto federalista, Asfa Wossen Asserate ha scritto con
Martin Dent: A new beginning in Ethiopia and Eritrea. Guidelines to the healNote
alla Parte terza, Capitolo III

ing of the land through a proper federai solution, in The way to peace in the Hom
of Africa: federalismi and its altematives, The Centre for Federai Studies,
Leicester University, dicembre 1990. TaA del blatta Beiene Biadghillign,
rilasciata ad Addis Abeba il 30
marzo 1965. Qui l'imperatore non diceva il vero. In realt� i sabotatori non era
no somali infiltrati, ma somali dell'Ogaden organizzati nel FLSO. Important
utterances ofH. I.M. Emperor Ha�le Selassie I, cit., p. 38. Facevano parte del
"Blocco di Casablanca" il Ghana, la Guinea, il
Mali, il Marocco e l'Egitto. Ossia: Etiopia, Costa d'Avorio, Dahomey, AltoVolta,
Congo Brazzaville, Gabon, Ciad, Camerun, Mauritania, Senegal, Liberia, Nigeria,
Sierra Leone, Somalia, Togo, Tunisia, Repubblica Centroafricana, Mada
gascar. Cfr. Arturo Mezzedimi Architetto, Il Poligrafico, Asmara 1970; Africa
Hall, published by ministry of Information of the Imperiai Ethiopian Go
vernment, Il Poligrafico, Asmara 1962. Mario Buschi, deceduto nel 1988 a Capri,
mentre era in visita a una
sorella, ha voluto essere sepolto in Etiopia, nel cimitero di Gullal�, per
sottolineare il suo grande amore per quella terra. "Le Monde", 15 giugno 1963.
Dall'articolo di Jean Lacouture, Un
demisi�cle de pouvoir. Important utterances ofH. I.M. Emperor Haik Selassie I,
cit., pp. 347-365. "Gazzetta del Popolo", 26 maggio 1963. Dall'articolo di
Angelo Del
Boca, / capi di Stato approvano la "Carta africana" che getta le basi per l'unit�
del Continente. Ibid. La Carta dell'OUA prevedeva cinque obiettivi: rinforzare i
legami
di unit� fra gli Stati africani e quello malgascio; coordinare gli sforzi per
elevare il tenore di vita delle popolazioni degli Stati membri; difendere
l'integrit� territoriale e la sovranit� degli Stati firmatari; eliminare il co
lonialismo, in tutte le sue forme, dal continente africano; promuovere la
collaborazione internazionale, nella accettazione della Carta dell'ONU e
della Dichiarazione universale sui diritti dell'uomo. TaA di Arturo Mezzedimi,
rilasciata il 1� dicembre 1994. Agli invitati fu offerta una preziosa medaglia
d'argento, del peso di
100 grammi, che recava, sul diritto, l'edificio dell'Africa Hall con la scrit
ta "Conference of Heads of African States Addis Ababa May 1963", sul ro
vescio lo stemma di Hail� Selassie fra due rami di alloro. "Relazioni
internazionali", 16 novembre 1963, p. 1566. Nel 1541 il Portogallo invi� in
soccorso dell'Etiopia cristiana, che
era stata invasa dagli eserciti musulmani di Ahmed ibn Ibrahim alGhazi
(pi� noto come Gragn, il Mancino), un corpo scelto di 450 moschettieri
al comando di Christov�o da Gama. "Gazzetta del Popolo", 31 maggio 1963.
Dall'articolo di Angelo Del
Boca, Hail� Selassie al nostro inviato: l'infermit� del Papa mi addolora. Cfr.
A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. Nostalgia delle colonie,
cit., pp. 409-420.

Note

Note alla Parte terza, Capitolo TV "Jeune Afrique", 8 agosto 1965, n. 244.
Dall'articolo: Haile Selass�e:
"Les africains ne gagnent rieri �jouer entre �es blocs". G. dejuniac, op. cit.,
p. 291. "Jeune Afrique", 8 agosto 1965, cit. "The Economist", 25 aprile
1964. Dall'articolo: Organising Africa.
Continental capital? "Le Monde", 25 aprile 1964. R. Kapuscinski, op. cit., p.
89. TaA di A. Mezzedimi, cit. A. Mezzedimi, op. cit., p. 181. In sostanza
delegava i governatori generali delle province, e non pi�
i ministeri competenti, a decidere sulle misure da prendere localmente.
Important utterances ofH. I.M. Emperor Haile Selassie I, cit., p. 93. "Le
Mois en Afrique", n. 4, aprile 1966, p. 2. "Relazioni internazionali", 23
aprile 1966, p. 443. C. Clapham, op. cit, p. 134. A. Mezzedimi, op. cit., p.
180. Ivi, p. 181. TaA di Asfa Wossen Asserate, cit. Cfr. Patrick Gilkes, The
dying Lion. Feudalism and modemisation in
Ethiopia, Julian Friedmann, London 1975, p. 51. Dai Diari inediti del defunto l�ul
ras Asserate Kassa. Siamo grati al prin
cipe Asfa Wossen Asserate per averci tradotto dall'amarico in inglese mol
te pagine dei diari del padre. L'ALEMAKEF raggruppava, alla fine degli anni
'60, 6.000 universi
tari, 20.000 "tudenti delle scuole superiori e 2.000 giovani che frequenta
vano le universit� straniere, in Europa, Stati Uniti, Africa e Asia. Important
utterances ofH. I.M. Emperor Haile Selassie I, cit., pp. 179-189. Riferito al
Leone di Giuda. L'episodio accadeva a Washington du
rante un viaggio di Hail� Selassie negli Stati Uniti (cfr. "Le Monde", 22
settembre 1969). "l'Unit�", 8 luglio 1966. Da un articolo di Franco Magagnini.
"l'Unit�", 19 giugno 1966. Da un articolo di Franco Magagnini. Per questa
sanguinosa insurrezione si veda: Peter Schwab, Decisionmaking in Ethiopia, C. Hurst
and Company, London 1972, pp. 141-169. P. Gilkes, op. cit., p. 234. Assefa
Bequele, Eshete Chole, A profile of the Ethiopian economy,
Oxford University Press, Addis Ababa 1969, p. 111. Del colloquio fu stesa, a
cura dell'ufficio stampa del Gabinetto im
periale, una relazione scritta. "Gazzetta del Popolo", 5 giugno 1965. Da un
articolo di Angelo Del
Boca. "Gazzetta del Popolo", 13 luglio 1965. Da un articolo di Angelo Del
Boca. Non c'� giornalista italiano che, in occasione di un'intervista con
l'imperatore - nel corso degli anni '60 - non sia stato pregato di tra
smettere messaggi consimili. Si vedano, ad esempio: Giuseppe Faraci,

Note alla Parte terza, Capitolo TV

L'imperatore d'Etiopia sottolinea l'importanza del contributo italiano alla


sviluppo del Paese, "La Stampa", 9 marzo 1965; Vero Roberti, "Accoglieremo a
braccia aperte gli italiani che verranno in Etiopia", "Corriere della Sera", 10
giugno 1966. A Indro Montanelli ("Corriere della Sera", 6 novembre 1970),
l'imperatore diceva: "Spero che a Roma abbiano capito che desidero andarci non per
presentare dei conti, ma per dimostrare che li considero chiusi". I motivi dei
rinv�i erano quasi sempre pretestuosi: la malattia del
presidente Segni, l'alluvione a Firenze, il viaggio a Roma del presidente
somalo Aden Abdulla Osman, la questione dell'obelisco di Axum. TaA di Giulio
PascucciRighi, rilasciata a Roma il 6 aprile 1980. Per
realizzare il viaggio in Italia del negus si era molto adoperato anche il gio
vanissimo ambasciatore etiopico a Roma, Zewde Retta. Alla caduta di
Hail� Selassi� fu uno dei pochi diplomatici all'estero a rifiutarsi di servi
re il regime di Menghistu e a scegliere la strada dell'esilio (TaA del 17
marzo 1995, rilasciata a Roma, dove il diplomatico vive). "Corriere della Sera", 7
luglio 1970. "l'Unit�", 1� novembre 1970. Dall'articolo di Romano Ledda, Pro
filo di un monarca assoluto. "Corriere d'Informazione", 4/5 novembre 1970. Da un
articolo di
Dino Zannoni. "Corriere della Sera", 6 novembre 1970. Da un articolo di Indro
Montanelli. "Il Giorno", 6 novembre 1970. Da un articolo di Giorgio Bocca. ANSA,
6 novembre 1970, n. 258/1. Dal brindisi pronunciato al ter
mine del pranzo ufficiale. Important utterances ofH. I.M. Emperor Halle Selassi�
I, cit., pp. 617-624. Ando Gilardi, Una visita del Negus al Museo delle "veneri
d'ebano", in
AA. W., Ausonia intanto ha una colonia. Immagini del colonialismo italiano,
Regione EmiliaRomagnaComune di Ferrara, Artegrafica Bolzonelli, Pa
dova 1985, p. 22. L'istituzione cattolica che godeva di maggiori favori era
l'Universit�
"Santa Famiglia" di Asmara, tenuta dalle suore comboniane e ricono
sciuta ufficialmente dal governo di Addis Abeba con la Carta Costituzio
nale Imperiale Etiopica, "Negarit Gazeta" del 17 luglio 1968. Fondata nel
1960 da suor Maria Nora Omnis, l'universit� comprendeva una mezza
dozzina di facolt�. "Il Giorno", 10 novembre 1970; "The Times", 10 novembre
1970. Lo accompagnavano la nipote Igigayehu Asfa Wossen, il ministro
degli Esteri Ketema Yifru, il presidente del Senato, generale Abiye Abebe, insieme
a un'altra ventina di personaggi minori. "Il Giorno", 9 novembre 1970.
Dall'articolo di Bernardo Valli, Sa
luta il Negus l'Italia paesana. "La Stampa", 12 novembre 1970. Sorprese il
fatto che il negus, tro
vandosi a Torino, non visitasse le tombe della figlia Romane Uorch e del
nipotino Ghetacci� Bejen�, sepolti nei loculi nn. 130 e 134 della VI ampliazione
del cimitero generale di Torino. La "Gazzetta del Popolo" (12
novembre 1970) cos� spiegava il fatto: "Gi� l'altra sera [l'imperatore] ave
va lasciato capire che non voleva rivangare il