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Diego Giachetti

OLTRE IL SESSANTOTTO
P r im a d u r a n t e e d o p o
IL MOVIMENTO

BS
•dizioni
A Carla e Ginevra

© Diego Giachetti
BJ
edizioni
1998
Biblioteca Franco Serantini soc. coop. a r.I.
Largo Concetto Marchesi - 56124 Pisa
per corrispondenze: cas. post. 247 - 56100 Pisa
tel. 050-570995
fax 050-3137201
e-mail: bfspisa@tin.it
ISBN 88-86389-43-4
I n d ic e

7 I n t r o d u z io n e
7 S e s s a n t o t t o b u o n o o r g a n iz z a z io n i c a t t iv e ?
10 C e n s u r e e r im o z io n i
14 S e s s a n t o t t o e n u o v a s in is t r a
17 U n a p r o p o s t a d i p e r io d iz z a z io n e

21 P r im a d e l ’6 8 : l ’ in c u b a z io n e p o l it ic a e c u l t u r a l e
21 F r a m m e n t i e f e r m e n t i
2 5 II 1 9 5 6 r ia p r e l a d is c u s s io n e
2 7 G li a n n i S e s s a n t a
3 7 II m a o is m o

41 I I m o v im e n t o d e l ’6 8 e i s u o i p r o b l e m i
43 V a n t a g g i e l im it i d e l l a d e m o c r a z ia a s s e m b l e a r e
49 Si d is c u t e ( e c o m e !) d i o r g a n iz z a z io n e
54 II r a p p o r t o c o n l a c l a s s e o p e r a ia

6 3 D o p o i l ’6 8 ? I l ’6 9
6 9 L ’ in c o n t r o o p e r a i - s t u d e n t i r il a n c ia il p r o b l e m a d e l l ’ o r g a n iz z a z io n e

71 D a l m o v im e n t o a i g r u p p i
73 L e r a g io n i c h e p o r t a r o n o a l l a n a s c i t a d e i g ru p p i d e l l a n u o v a s i n i s t r a
79 S o c io lo g ia d ei grupp i d e l la n u ova sin is tr a
81 L ’ in t r e c c io d i t r e g e n e r a z io n i p o l it ic h e
85 L a c o m p o s iz io n e s o c ia l e
87 L a n a sc it a d i u n c e t o p o l it ic o m il it a n t e
89 T ip o l o g ia d e l m il it a n t e d e l l a n u o v a s in is t r a
91 I I f r a z io n a m e n t o
93 A n a r c h ic i e t r o t z k is t i
106 I I f e n o m e n o m a r x is t a - l e n in is t a
114 P o t e r e O p e r a io
118 L o t t a C o n t in u a
124 L a L e g a d e i C o m u n is t i
126 I I M a n if e s t o
129 A v a n g u a r d ia O p e r a ia
132 I I M o v im e n t o S t u d e n t e s c o d e l l a S ta ta l e
133 II d is s e n so c a t t o l ic o . I l c a s o d e l M o v im e n t o P o l it ic o d ei L avoratori
134 I I P a r tito di U n ità P r o le ta r ia

135 II ’68, i r a d i c a l i , l a n u o v a s i n i s t r a
1 3 8 I I P a r t it o R a d ic a l e e i m o v im e n t i p e r i d ir it t i c iv il i

141 D a l ’6 8 a l ’7 7
144 S o l id a r ie t à n a z io n a l e , a u s t e r it à , s a c r if ic i
151 C r is i e c o n o m ic a , r is t r u t t u r a z io n e , d e c e n t r a m e n t o p r o d u t t iv o
154 D o p o il 2 0 g iu g n o 1 9 7 6 : l a c r is i d e l l a “ t r ip l ic e ”
157 Lo s v il u p p o d e l l ’ a r e a d e l l ’ a u t o n o m ia
161 I I m o v im e n t o c o m e l ib e r a z io n e d a l l a f o r m a pa r t it o
1 6 3 I C ir c o l i d e l pro leta r ia to G io v a n ile e il c o r p o c o m e so g g e t t o po l it ic o
1 6 6 I g io v a n i c o m e c a t e g o r ia s o c ia l e d e l l ’ a g ir e c o l l e t t iv o
169 S ul m o v im e n to d e l ’77
176 Un c o n f r o n t o t r a d u e m o v im e n t i

1 8 5 I n d ic i
I ntroduzione

E mi ricordo chi voleva


al potere la fantasia
erano giorni di grandi sogni sai
erano vere anche le utopie.
Ma non ricordo se chi c 'era
aveva queste facce qui
non mi dire che è proprio così
non mi dire che son quelli lì
(Vasco R ossi)1

Sessantotto buono organizzazioni cattive?


Il ’68 fa fine e non impegna. Molto più impegnativi sono gli anni se­
guenti e, forse per questo, pochissimi ne parlano. Anche i pochi che osa­
no farlo li osservano come se si guardasse fugacemente una stanza soc­
chiudendo appena la porta e richiudendola immediatamente.
Da ogni punto di vista gli anni dopo il ’68 sono pesanti e impegnativi
per tutti: per i movimenti, per i gruppi della nuova sinistra, per il p c i di
Berlinguer avviato sulla via del compromesso storico e dei governi di so­
lidarietà nazionale, per le formazioni della lotta armata.
Sono pesanti e impegnativi, anche da un punto di vista personale, per
molti protagonisti del ’68, i quali prima di ritirarsi a vita privata, riciclan­
dosi o inserendosi bene nel sistema, per tutti quegli anni, passata l’alle­
gra festa comunitaria del movimento studentesco, furono partecipi, e con
funzioni di una certa responsabilità, di uno o più progetti politici tesi a
stimolare e a favorire una trasformazione rivoluzionaria dei rapporti di
produzione capitalistici.
Vengano presto ricerche che traccino una mappa genealogica del per­
corso di quella che fu l’élite dirigente dei gruppi della nuova sinistra ne­
gli anni Ottanta e nei primissimi anni Novanta. Vengano presto anche
studi e indagini di carattere sociologico che quantifichino il fenomeno di
1. Dalla canzone Stupendo.
8 D iego G iachetti

una generazione che è stata protagonista di un grande ciclo di lotte, che


ha prodotto migliaia di militanti e di quadri politici ritornati poi a vivere
del loro lavoro e impegnandosi, senza infamia e senza lode, nei sindacati
e nei partiti di sinistra; mentre una ristretta minoranza - quella però che
fa notizia - ha filtrato con la peggiore tradizione del socialismo italiano,
quella di Craxi, Martelli, Intini, De Michelis, confondendoli con gli eredi
di Raniero Panzieri, intellettuale, onesto e capace, al quale si erano ri­
chiamati per rifondare il pensiero marxista e socialista della nuova sini­
stra. Si è trattato, comunque, di un fenomeno sociale che ha avuto di­
mensioni di massa, che ha segnato vite ed esperienze, ancora tutto da
considerare e da spiegare, utilizzando magari, tra i tanti strumenti dispo­
nibili, anche la forma narrativa tipica del romanzo. Un fenomeno che per
molti intellettuali della vecchia nuova sinistra ha di fatto riproposto un
tema caro alla storia degli uomini di cultura del nostro paese, quello del
trasformismo. Ora, cambiare idea è del tutto normale e certamente lecito,
ma nel caso di molti ex dirigenti e segretari dei partiti della nuova sini­
stra c’è qualcosa di più:
una parte deH’intellettualità a noi contigua ha davvero esagerato. Non si
è limitata a cambiare idea, per gusto o per banale necessità, ha voluto
fare della sua conversione, un’arma per trovare lavoro, ruolo, potere,
successo. E della sua nuova fede anticomunista, del suo nuovo dorotei-
smo e craxismo, del suo entusiasmo da neofita per il mercato, le merci,
la società così com ’è, ha fatto degli oggetti contundenti per colpire spie­
tatamente chi, più o meno, si è “attardato” all’opposizione allo stato di
cose presenti. Così si è scatenata una muta di accaniti pasdaran del mer­
cato, di astiosi preti rossi spretati2.
Per quanto può valere il riferimento a Democrazia Proletaria come
erede di quella stagione di lotte e di militanza, alcuni dati danno una pri­
ma idea approssimativa dell’ecatombe che ha travolto questa generazio­
ne. Nel 1987 in d p , su poco meno di diecimila iscritti, gli ex militanti dei
gruppi della nuova sinistra versione anni Settanta - che all’epoca conta­
vano decine di migliaia di militanti - erano all’incirca duemila: 910 di
Avanguardia Operaia, 673 del pdup, 295 di Lotta Continua3.
Non è per cattiveria che indichiamo un simile percorso di riflessione,
ma è perché ancora riteniamo che, come diceva quel tale dell’Ottocento,
sia l’essere sociale a determinare la coscienza. Se così è ancora - e chi

2. P. B e r n o c c h i , R. M o r d e n t i , L'intellettualità di massa in movimento, «Marx Cento-


uno», n. 2, maggio 1990, p. 121.
3. Cfr., a a .v v ., Camminare eretti. ComuniSmo e democrazia proletaria, da d p a Rifon­
dazione Comunista, Milano, Punto Rosso, 1996, p. 101.
O ltre il S essantotto 9

scrive ritiene di sì - un tale approccio ci consente di compiere due opera­


zioni.
La prima, di natura “umanitaria”, consiste nel restituire ai protagoni­
sti la loro memoria che i rievocatori anniversalistici e no, dalla penna e
dalla parola facile, “dopo aver reso loro amara la vita per troppi anni”,
tentano oggi di strappare loro perfino “il passato raccontando come loro
aggrada”4.
La seconda ci permette di capire le ragioni per cui, in occasione delle
ricorrenze, si fa un gran parlare del ’68, mentre si tace e si glissa sul
dopo, definito lapidariamente da qualcuno come “irresponsabile esplo­
sione di demagogia e di ideologia”5.
Così, può accadere che un comune cittadino, dotato di media cultura,
un po’ disattento perché distratto dall’impegno di vivere, che si trovi a
leggere o a sentire interviste di protagonisti del ’68, recepisca la seguente
immagine: ci fu il ’68 e forse anche il ’69, poi un lungo buco nero e infi­
ne l’oggi rappresentato dal fatto che magari l’intervistato nel frattempo è
diventato un manager, un conduttore televisivo, un giornalista famoso,
un direttore, fazioso e polemico, di uno dei tre telegiornali del partito
Berlusconi-Fininvest-Forza Italia, dopo aver partecipato prima al movi­
mento studentesco e poi a Lotta Continua con funzioni dirigenti (vedi per
esempio Paolo Liguori). Oppure si può citare il caso del nuovo Ministro
per l’ambiente, oggi tinto di verde pisello, ma al tempo esponente di pri­
mo piano di Avanguardia Operaia e poi di Democrazia Proletaria.
Storie simili se ne potrebbero ricostruire altre ancora. Lungi da noi
l’idea di esprimere un giudizio morale, che sarebbe troppo banale e scon­
tato, vogliamo solo segnalare una contraddizione, che è la fonte di una
possibile origine di un buco nero di memoria, voluto anzitutto dai prota­
gonisti, quasi abbiano voluto far perdere in questi ultimi anni le loro trac­
ce, prima di ridebuttare in società.
Un buco nero purtroppo che viene riempito a volte solo dai pentiti,
come Leonardo Marino, operaio di Lotta Continua, amico personale di
compagni che sono poi diventati dirigenti d’industria, direttori di giorna­
li, senatori, opinionisti riveriti e ricercati, finito a vendere crêpes, dopo
che gli avevano paventato l’opportunità di fare la rivoluzione in nome
del “Potere operaio”.
Che una persona come Leonardo Marino sia mossa nel suo agire dal
risentimento ci pare comprensibile, non accettabile, né giustificabile, ma
comprensibile sì, grandi romanzieri hanno scritto pagine mirabili sulla
potenza distruttiva dell’invidia, del rancore personale, del risentimento
covato per anni.
4. G. F o f i , Pasqua di maggio, Genova. Marietti, 1988, p. 63.
5. Lettera di A. B o l a f f i , in «Micromega», n. 2, 1995, p. 57.
10 D iego G iachetti

È quanto riconosce lo stesso Adriano Sofri, riflettendo sulle ragioni


che avrebbero indotto Marino a coinvolgerlo nel delitto Calabresi:
ai suoi occhi la mia vita [...] è diventata un esempio di tradimento, egoi­
smo, successo, potere ufficiale e autorità mondana. Ai suoi occhi, le dif­
ficoltà e le miserie della sua vita sono state un risvolto della fortuna e del
tradimento di gente come me6.

Censure e rimozioni
Tra le tante interviste rilasciate da ex leader del movimento, quella di
Franco Russo, pubblicata su «l’Unità» del 1° marzo 1993 è esemplifica­
tiva della riduzione del ’68 a qualcosa che fa fine e non impegna. Dice
l’intervistato:
il ’68 è durato otto mesi, in autunno - quando nacquero Lotta Continua e
Potere Operaio - era già liquidato. Dopo tutto cambiò di segno, il movi­
mento fu depauperato del meglio e divenne riserva di caccia dei gruppi.
Dopo questo giudizio pesante e impegnativo dobbiamo subito fornire,
per dovere di cronaca, un’informazione al nostro immaginario interlocu­
tore, lettore di interviste sul ’68; altrimenti, nella sua ingenuità, potrebbe
pensare, sulla base degli elementi fornitigli, che dopo questi fantastici
otto mesi Franco Russo abbia smesso ogni forma di attività politica, in
quanto essa consisteva ormai solo in “battute di caccia” dentro il movi­
mento da parte dei gruppi.
Invece non è andata così. Franco Russo, che non era già all’epoca un
nuovo arrivato alla politica e al movimento, avendo fatto parte del pci e
della sezione italiana della Quarta Internazionale, nel ’68 promuove as­
sieme a Paolo Flores D’ Arcais un piccolo gruppo, i Nuclei Comunisti
Rivoluzionari, con il quale partecipa alle vicende dei gruppi della nuova
sinistra di quegli anni, per ritrovarsi poi in Avanguardia Operaia, poi in
dp e, successivamente, nei verdi.
L’intervistato esprime, in parte, il dramma di una generazione che ha
fatto il ’68, ha partecipato alla costituzione dei gruppi della nuova sini­
stra, con relative diaspore, unificazioni, divisioni, e oggi si trova costret­
ta a riflettere su uno o più fenomeni che sono stati eventi centrali della
loro vita.
Vi sono tutti i vantaggi e il fascino della storia soggettiva, ma anche
le parzialità, le esagerazioni di chi ricostruisce senza potersi liberare del
6. A. Sofri, Memoria, Palermo, Sellerio, 1990, p. 181
O ltre il S essantotto 11

tutto dei propri stati d’animo, soprattutto quelli presenti, che sono l’e­
spressione di ciò che si è diventati.
È ammirevole e utile provare a riscrivere il ’68 sulla base di come lo
avevano percepito allora i protagonisti, ma non si può prescindere da un
dato evidentissimo: troppi combinano volutamente i ricordi e le perce­
zioni di allora con il loro status attuale. Ecco perché fra le forme di con­
servazione della memoria soggettiva, le pagine di diario sono molto
più attendibili che non la ricostruzione volontaria a posteriori del ricordo.
La memoria volontaria, oltre a essere sottoposta al logorio del tempo,
trae in inganno, cancella, rimuove, ricostruisce, riseleziona, mettendo in
atto un meccanismo psichico teso alla difesa della propria identità. Come
è stato fatto notare il bisogno di ricordare si accompagna, simmetrica­
mente, al bisogno di dimenticare, memoria e oblio sono processi ed
eventi concomitanti, sicché, se è utile e necessario riflettere sull’utilità e
l’utilizzo della testimonianza e della memoria dei protagonisti, altrettanto
si dovrebbe fare per quanto riguarda l’oblio, la dimenticanza, la rimozio­
ne7.
Il bisogno di riposizionare il peso e la portata degli eventi che si sono
vissuti nasce in questo caso da un istintivo bisogno di difendere il pro­
prio vissuto, la propria individualità:
per salvare l’identità, molti attribuiscono il bene a un movimento iniziale
e incorrotto, e la degenerazione a un periodo successivo8.
Rispetto a quegli anni possiamo individuare un triplice processo di ri­
mozione del fenomeno ’68.
Il primo consiste nell’accendere i riflettori solo sull’evento ’68, scor­
porandolo da quello che è avvenuto dopo, per collocarlo in una dimen­
sione senza spazio e luogo, come se la storia si fosse bruscamente inter­
rotta, senza avere un seguito. Così, ad esempio, uno dei più celebri saggi
sull’anno degli studenti, comparso in occasione del ventennale del ’68,
quello di Peppino Ortoleva, da molti studiosi ripreso favorevolmente,
traccia immediatamente una delimitazione in senso tematico e cronologi­
co che ha profonde implicazioni metodologiche e interpretative. Scrive
infatti nell’introduzione:
Qui l’analisi si ferma: il 1968 finisce, e comincia la storia di diversi mo­
vimenti politici di nuova sinistra, a carattere strettamente nazionale, o lo­

7. Cfr. in merito il saggio di J. Y e r u s h a l m I, Riflessioni sull’oblio, in Y e r u sh a l m ì et


al., Usi dell’oblio, Parma, Pratica Editrice, 1990.
8. L. P a ss e r in i , Autoritratto di gruppo, Firenze, Giunti, 1988, p. 176.
12 D iego G iachetti

cale, e caratterizzati da una base sociale in parte diversa da quella che era
stata propria del movimento studentesco9.
Così facendo non si liquida solo la storia degli anni Settanta, ma si ri­
muove immediatamente il pur esistito rapporto tra ’68 studentesco e ’69
operaio.
Il secondo annacqua quella parte del ’68 che ebbe contenuti soggetti­
vamente rivoluzionari-anticapitalistici in una generica festa comunitaria
che si svolse dentro le università occupate, dove gli aspetti “umani sem­
bravano prevalere su quelli politici”, come la rottura con le famiglie, i ti­
mori che le schedature della polizia pregiudicassero le future carriere
universitarie. Ma almeno chi dice queste cose francamente è capace di
ammettere che il ’68 non ha mai rappresentato una svolta epocale, è stato
principalmente un’invenzione dei mass media10.
Terzo e ultimo passaggio della rimozione è la contrapposizione tra un
“’68 buono” e le “organizzazioni cattive”. Un vero e “proprio tradimento
del ’68”11 che si consuma subito nei primi anni Settanta da parte delle or­
ganizzazioni della nuova sinistra che avrebbero riprodotto vecchi model­
li, vecchi schemi, vecchi modi di far politica, uccidendo sul nascere “il
buono” del movimento, fatto di riscoperta del mutualismo, del solidari­
smo, dell’associazionismo di base, della socialità. Anche su questo pun­
to, come ha giustamente fatto osservare Luisa Passerini,
la memoria non sa o non vuole soffermarsi a render conto di una serie di
capovolgimenti: dal rifiuto della politica come mestiere all’accettazione
del funzionariato, dal diniego del ruolo di avanguardia alla costruzione
di un partito rivoluzionario12.
Non risulta invece così facile, affrontando nel concreto lo studio del
triennio ’68/’70, dimostrare che è esistita una cesura netta fra movimento
buono e strumentalizzazioni da parte di formazioni politiche cattive, spe­
cie di spiriti malefici che per tutto il secolo che sta per finire si sarebbero
divertiti (incarnandosi in forme politiche e sindacali diverse) a stroncare
il nuovo, a imprigionare i movimenti in strutture e apparati burocratici.
La spasmodica ricerca nel presente del “nuovo” rappresentato dal­
l’evento ’68, caricato di significato epocale e universale, ha condotto a
9. P. O rtolev a , Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, Roma, Edito­
ri Riuniti,1988, p. 17.
10. Si tratta di una dichiarazione di Diego Marconi, all’epoca leader degli studenti li­
berali, riportata su «La Stampa» del 20 aprile 1993 nell’articolo di A. P a p u z z i , Esplose il
sessantotto, nessuno sentì.
11. A. B o l a f f i , Op. cit, p. 56
12. L. P a s s e r in i , Op. cit, p. 179.
O ltre il S essantotto 13

rischiose, quanto divertenti, proposte di “forzare il confine interpretativo


che lega il ’68 alla sinistra” per provare a consegnarlo alla destra (Fini,
Berlusconi, Buttiglione, Casini, gli imprenditori arrapati del Nord-Est)
perché essi sarebbero il frutto “di questa storia e di questo ‘sociale’”13.
Non credo che simili suggestioni siano sufficienti a dimostrare una
tesi, come non credo che le ipotesi possano essere giudicate valide o
meno solo in base al criterio del fascino metodologico che esse esercita­
no. Per chi intraprende questa strada la ricostruzione storica diventa un
elemento occasionale, un contenitore da cui estrarre i fatti che meglio si
adattano alla tesi che si vuole dimostrare, prevale il tentativo di dare un
giudizio sintetico di valore; ciò che non convince
è il tentativo di risolvere la questione sul piano delle identità e delle ca­
ratteristiche subculturali, a prescindere da un'analisi più puntuale delle
dinamiche storico politiche a quelle sottese14.
Del gran parlare che si fa del ’68, del suo senso storico, del suo signi­
ficato, prevale spesso, solo e unicamente, l’aspetto inerente al dibattito
circa quale sia il migliore paradigma capace di interpretarlo. Ci si ferma
cioè alle soglie della ricerca storica e sociologica vera e propria, quella
che prima o poi deve prevedere il momento in cui lo studioso, armato di
ipotesi più o meno fascinose, varca la soglia di un centro di documenta­
zione e comincia ad aprire e scartabellare i faldoni che contengono le
raccolte di documenti inerenti a quegli avvenimenti.
È questo un aspetto trascurato delia riflessione sul ’68 che Liliana
Lanzardo ha fatto bene a segnalare nel corso di un convegno torinese, in­
vitando i presenti a una maggiore attenzione alle fonti prima di azzardare
ipotesi interpretative globali15.
Eppure, come ha rilevato Marco Grispigni in un articolo comparso su
«il manifesto», da anni vi sono istituti, centri di documentazione, fonda­
zioni che hanno raccolto e reso disponibili agli studiosi molti documenti
d ’epoca; questi archivi però sono consultati quasi esclusivamente da gio­
vani laureandi e dottorandi, mentre
13. A. M a n g a n o , Seconda repubblica, memoria storica, movimenti, «Il Grande Ve­
tro», n. 19, novembre-dicembre 1994.
14. M . S c a v in o , Il '68 nella storia dell'Italia repubblicana. Una rassegna critica,
«Per il Sessantotto», n. 8, 1995, p. 37.
15. Si tratta del seminario di studi Gli archivi del '68 per la storia dell’Italia repub­
blicana, svoltosi a Torino il 19 gennaio 1996 (vedi il resoconto fatto da O. M a z z o l e n i , in
«Rivista storica dell’anarchismo», n. 1, 1996, pp. 168-73). Una rassegna critica e sistema­
tica delle varie interpretazione del ’68 e delle loro implicazioni metodologiche è contenuta
nel saggio di M . R e v e l l i , Movimenti sociali e spazio politico, in Storia dell’Italia repub­
blicana, voi. 2, t. 2, Torino, Einaudi. 1995.
14 D iego G iachetti

nel frattempo continuano a uscire interventi su questi argomenti basati


sulla memoria di chi scrive o sulle testimonianze di alcuni protagonisti a
loro volta basate sulla memoria di chi racconta16.
Per quanto suggestive siano le ipotesi, occorre verificarle usando cor­
rettamente le fonti. La storia orale, la memoria dei protagonisti, i loro ri­
cordi sono certo da valorizzare, ma occorre anche saperle inserire in un
contesto storico più ampio, confrontarle con le carte e con i documenti
prodotti e scritti all’epoca. Fare un lavoro del genere, credo, sarebbe di­
vertente.
Provate solo a pensare cosa potrebbe uscire dal raffronto tra cosa di­
cono oggi alcuni esponenti degli ex partiti della nuova sinistra, e gli arti­
coli che scrivevano sui loro giornali o riviste teoriche, esaltando magari
il modello leninista stretto di partito e di organizzazione. O ancora com’è
cambiata la loro visione di quegli anni dopo essere passati magari dalle
file craxiane a quelle della Finivest o dal p c i , versione anni Ottanta, al
p d s buonista di D’Alema.

Sessantotto e nuova sinistra


E stato giustamente osservato che raramente “il Sessantotto riesce a
uscire dai confini dell’evento”, oltre il quale vi è “un impressionante
vuoto sugli anni Settanta”, anni di “effervescenza della società civile” 17,
caratterizzati da grandi lotte sociali, politiche, sindacali, dalla presenza di
movimenti, idee nuove, culture giovanili, che si intrecciano (e non sono
qualcosa di separato) con la nascita, lo sviluppo e le elaborazioni dei vari
gruppi politici della nuova sinistra, per rappresentare una continuità con
le lotte studentesche del ’68 e quelle operaie del ’69.
Continuità rintracciabile, facilmente ricostruibile e dimostrabile, non
rottura, non cesura netta, non “tradimento” del buono e trionfo del catti­
vo, ma interazione fra effervescenza della società civile, elaborazione po­
litica e ricerca di nuove forme di organizzazione politica e sindacale, si
pensi alla nascita dei consigli, e soprattutto una grande domanda di tra­
sformazione sociale profonda e radicale delle strutture costitutive della
società borghese e capitalistica (allora si parlava e si scriveva così).
E questa la via intrapresa da Ginsborg nella sua Storia dell’Italia dal
dopoguerra a oggi, pubblicata nel 1989, quando introduce, nella valuta­
zione della storia dell’Italia contemporanea, il ruolo dei movimenti col­
16. M. G rispig n i , Se Peter Pan affronta i movimenti, «il m a n ife sto » , 8 g iu g n o 1996.
17. I d , Gli anni dell’azione collettiva. 1960-1970, «Italia contemporanea», n. 189,
1992. pp. 7 2 9 -3 0 .
O l t r e il S e ssa n t o t t o 15

lettivi di lotta, nati sul finire degli anni Sessanta e caratteristici del de­
cennio successivo.
Con questa impostazione è possibile cogliere facilmente l’intreccio
tra movimenti, gruppi di base e formazioni politiche della nuova sinistra,
che nel loro insieme altro non erano se non l’espressione di una crescita
del conflitto e dell’antagonismo sociale di classe, all’interno del quale si
manifestava il protagonismo di gruppi sociali specifici, studenti, operai,
giovani, magistrati, psichiatri, malati, donne.
La storia dei partiti della nuova sinistra non può essere considerata
come una degenerazione e un ritorno al “vecchio”, seguito alla stagione
creativa del movimento, fu un tentativo, irrisolto, di trovare risposte a
problemi reali, posti dalla stessa evoluzione della situazione indotta dalle
lotte studentesche e operaie. Comunque e quale sia il giudizio che oggi
vogliamo esprimere su di essi, resta il fatto che, ogniqualvolta si ha il co­
raggio di varcare la soglia spazio-temporale del ’68 italiano, subito dopo
vi troviamo i gruppi politici della nuova sinistra in formazione.
Il dato ci pare così evidente che non può essere negato, ecco perchè
due capitoli di questo lavoro sono dedicati rispettivamente al passaggio
dal movimento ai gruppi e a una sociologia dei gruppi della nuova sini­
stra, che rappresenta il tentativo di cogliere la dinamica strutturale e so­
ciologica comune al fenomeno del “gruppismo” della nuova sinistra piut­
tosto che soffermarsi sulle storie politiche delle singole formazioni. In
questo capitolo sono presi in esame solo i principali gruppi della nuova
sinistra, quelli sui quali esiste una maggiore documentazione18. La loro
nascita o la loro scomposizione - quando si trattava di formazioni politi­
che già esistenti, come nel caso degli anarchici e dei trotzkisti - era diret­
tamente legata all’ascesa delle lotte operaie e studentesche. Tali lotte po­
nevano problemi organizzativi e politici nuovi, richiedevano
livelli nuovi di mediazione. L’esigenza di un salto di qualità [...] è stata
avvertita [...] man mano che la propria azione creava ripercussioni nella
società e risposte da parte dello Stato. La scelta diventava improcrastina­
bile quando i primi contatti tra operai e studenti mostravano l’esistenza
di un terreno comune su cui costruire un’alternativa alla linea del movi­
mento operaio. 11 movimento doveva formulare ipotesi politiche [...] af­
frontare problemi di tattica e di organizzazione19.

18. Per una panoramica complessiva delle varie storie e sigle di quello che appare
come l’infinito arcipelago dei gruppi della nuova sinistra in Italia negli anni Settanta cfr. Il
Sessantotto. La stagione dei movimenti (1960-1979), a cura della redazione di Materiali
per una nuova sinistra, Roma, Edizioni Associate, 1988.
19. L. B o b b io , Movimento buono organizzazioni cattive?, «Il cerchio di gesso», n. 4,
ottobre 1978, p. 51.
16 D iego G iachetti

La stessa rappresentanza politica affidata alla democrazia assemblea­


re, tipica delle occupazioni universitarie, diventava sempre più, man
mano che il movimento si estendeva nel paese coinvolgendo nuovi strati
sociali, uno strumento “pesante” e inadeguato, come già lo stesso Mauro
Rostagno aveva segnalato. C’è il rischio, scriveva, di passare “dall’alie­
nazione individuale di studente disperso e atomizzato, all’alienazione
collettiva delle assemblee generali, dove leader carismatici o ideologici
giocano a colpo di fiuto politico”20.
La reazione contro la forma rappresentativa, che aveva ucciso il con­
tenuto della partecipazione democratica, creava per eccesso una voluta
informalità nella gestione delle assemblee, dove, in molti casi, finivano
per decidere coloro che avevano “più resistenza al sonno o minori neces­
sità di lavorare per vivere”21.
Il movimento stesso, nel suo farsi e nel suo essere, non può essere
rappresentato come un fenomeno compiuto, del tutto nuovo, che sorge
dal nulla, bello, pulito e incontaminato da incrostazioni ideologiche, cul­
turali e partitiche del passato.
Il movimento studentesco italiano non partoriva per autogenesi le sue
idee. Certo era ben presente la polemica contro la vecchia sinistra socia­
lista e comunista e anche nei confronti dei gruppi della sinistra minorita­
ria già esistenti. Ma i dirigenti del movimento che emergono nella prima
fase non vengono dal nulla, hanno fatto la loro esperienza, il loro appren­
distato politico e culturale, dentro o ai margini dei partiti tradizionali del­
la sinistra, nella cultura radicale o cattolica.
Si caratterizzano per un bisogno onnivoro di conoscenza che si scon­
tra subito con la desertificazione della teoria e della storia del movimento
operaio provocata dallo stalinismo, anche nelle sue versioni italiane più
sofisticate e digeribili. Si andava così dalle sofisticate elaborazioni della
scuola di Francoforte, alle rozze riproposizioni del marxismo-leninismo
nella versione maoista, Che Guevara stava con Stalin, Panzieri, Adorno e
il giovane Gramsci, Marx si accompagnava agli sviluppi più avanzati di
alcune discipline “borghesi” come la sociologia, la linguistica, la psica­
nalisi.
In tal senso la rivista «Quaderni Piacentini» è molto indicativa, foto­
grafa una situazione caotica ed eclettica ma reale, ne evidenzia le poten­
zialità teoriche intrinseche, la curiosità del sapere, la voglia di rompere
con i vecchi riferimenti politici e culturali, ma anche i limiti dovuti al­

20. M. R o st a g n o , Note sulle lotte studentesche, in a a .v v ., Università: l'ipotesi rivolu­


zionaria, Padova, Marsilio, 1968.
21. R. G a m b in o , in E. M a n d e l , L. M a it a n , Il partito leninista, Roma, Samonà e Sa­
velli, 1972, p. 148.
O ltre il S essantotto 17

l’incapacità di contestualizzare nella storia (ricostruendo una memoria)


le origini e la natura delle idee che il movimento “beveva” e diffondeva.
Sono tutti difetti di impostazione, di metodo, di rapporto con il pro­
blema dell’organizzazione e della forma partito che ritroviamo nei gruppi
della nuova sinistra degli anni Settanta, dovuti alla inesperienza, a limiti
di conoscenza della storia del movimento operaio. Problemi e questioni
che, per la loro rilevanza, andavano principalmente affrontati in sede di
corretta e seria ricostruzione storica, erano sovente risolti ricorrendo a
strumenti di natura filosofica, sociologica, antropologica, i quali azzera­
vano la ricchezza dell’esperienza storica in schemi più o meno totaliz­
zanti da cui ripartire, come se la questione fosse unicamente quella di ri­
mettere in piedi, idealmente, “l’idea” falsificata in qualche passaggio.

Una proposta di periodizzazione


Quando parlo del ’68 in Italia intendo riferirmi a un arco temporale
ben preciso, quello che comprende tutti gli anni Sessanta e tutti gli anni
Settanta. Vi è quindi un prima e un dopo, un lento enuclearsi di quelle
che saranno le ragioni del ’68 e poi un dispiegarsi/tramutarsi delle do­
mande poste dal ’68 in tutti gli anni Settanta. Il ’68 è dunque finito? Dal
mio punto di vista sì, o meglio, negli anni Ottanta la maggior parte delle
domande di trasformazione sociale che lo avevano caratterizzato non
solo non hanno ricevuto risposta, ma sono addirittura scomparse.
Gli anni Sessanta si aprivano con i primi segnali di ripresa della lotta
operaia, che avveniva dopo le trasformazioni della struttura produttiva
degli anni Cinquanta. Gli scioperi e le manifestazioni del luglio 1960
contro il governo Tambroni e gli scontri di Piazza Statuto a Torino, nel
luglio del 1962, segnano l’inizio di un’inversione di tendenza, provocata
da mutamenti strutturali della società che concorrono a spiegare, assieme
ad altri elementi, l’esplosione del movimento studentesco, delle lotte
operaie del ’69 e tutta “quell’effervescenza della società” tipica degli
anni Settanta.
La crisi economica del ’74-’75 che ha dimensioni mondiali e può es­
sere paragonata per la sua portata a quella del ’29, dà luogo a un cambia­
mento strutturale che si alimenta nell’ondata recessiva prolungata che la
segue. Decentramento, ristrutturazione, accompagnati da una ridefinizio­
ne dei rapporti di forza tra le classi nel nostro paese, caratterizzano gli ul­
timi anni Settanta e i primi anni Ottanta. La sconfitta della Fiat del 1980
simboleggia la fine di quel periodo di cui ho parlato precedentemente.
Il ’68 aveva posto una serie di domande di trasformazione sociale.
Negli anni Settanta in Italia erano evidenti diversi cambiamenti nella
18 D iego G iachetti

mentalità, nelle leggi e nei costumi. Divorzio, aborto, nuovo diritto di fa­
miglia, riforma del servizio sanitario, legge 180 che aboliva i manicomi,
abolizione di alcune leggi fasciste, mutamento dei rapporti nella fami­
glia, nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro ecc. Giustamente si può dire
che il ’68 ha indotto un processo di modernizzazione della società, una
gramsciana “rivoluzione passiva” che avviene quando le esigenze di
cambiamento sono forti, ma non trovano o non riescono a trovare un sog­
getto rivoluzionario che le rappresenti compiutamente. Non c’è bisogno
di spendere molte parole per dire che già negli anni Ottanta, e ancor di
più nei primissimi anni Novanta, il bilancio di ciò che resta di quelle
conquiste è sempre più magro.
Non si è certo realizzata la modernizzazione a cui pensavano la sini­
stra tradizionale e riformista e il sindacato: razionalizzazione del capitali­
smo e superamento degli squilibri e delle disfunzioni dovute a un presun­
to capitalismo arretrato e incapace di fare bene il suo mestiere.
Tutta una serie di altre domande: controllo operaio in fabbrica, con­
trollo popolare sulle istituzioni, estensione dei momenti di democrazia
dal basso, fino alla richiesta di una domanda di potere politico che si
esprimeva nella fiducia accordata al p c i affinché andasse al governo, non
hanno trovato risposte. E questo perché le domande poste allora non po­
tevano trovare una risposta che fosse compatibile con i rapporti di produ­
zione capitalistici, esigevano un ribaltamento della struttura socio-econo-
mica e della dislocazione del potere politico e statale.
Tra i tanti motivi per i quali è importante puntare i nostri riflettori su­
gli anni Settanta vi è anche quelle di impedire che passi l’idea comune
che essi appartengano in tutto e per tutto alla lotta armata e a Renato
Curcio che li ripercorre, dal suo punto di vista e con onestà intellettuale,
“a viso aperto”.
Negli anni Settanta c’è tanto ’68. Chi non capiva questo, perché ave­
va vissuto il ’68 “senza particolare intensità”22 era portato più di altri a
non cogliere bene e a fondo la dinamica degli eventi e le potenzialità di
trasformazione profonda della società che essa apriva e, pertanto, ritene­
va che occorresse forzare la situazione in modo soggettivo e volontaristi­
co, con azioni armate incomprese dai più, ritenute non solo inopportune,
ma anche dannose.
C ’è talmente tanto ’68 negli anni Settanta che esso si esaurisce pro­
prio in quel decennio, termina nel momento in cui la trasformazione
epocale che voleva indurre si bloccò in Italia con la formazione del pri­
mo governo di solidarietà nazionale (quello dell’astensione dei comuni­

22. R. C u r c io , A viso aperto, intervista a cura di M. Scialoja, Milano, Mondadori,


1993, p. 27
O l t r e il S e ssa n t o t t o 19

sti, presieduto da Andreotti) che segnava l’inizio della fine di un triennio


decisivo e cruciale per il nostro paese, quello che va dalla vittoria eletto­
rale sul divorzio del 12 giugno 1974 fino alle elezioni politiche anticipate
del giugno 1976.
In quel periodo giungono a maturazione tutta una serie di contraddi­
zioni che investono la società provocando una crisi organica nel senso
gramsciano del termine. La soluzione o non soluzione di queste contrad­
dizioni, l’impacchettamento del protagonismo di massa nell’austera ver­
sione governativa del compromesso storico, sono fenomeni che vanno ri­
costruiti e analizzati bene e a fondo, perché dalla riflessione su quel pe­
riodo possiamo ricavare tante spiegazioni utili alla comprensione del­
l’oggi.
Il movimento del ’77 è, da questo punto di vista, un fenomeno emble­
matico, segna la fine di un periodo, caotico ed effervescente di protago­
nismo sociale di massa, è l’ultimo grande movimento politico che attra­
versa l’Italia degli anni Settanta e che si pone esplicitamente la questione
se ha ancora senso fare politica.
La sua sconfitta chiude un ciclo di lotte che si era aperto nel 1968; il
movimento del ’77 pone anch’esso dei problemi ai quali non riesce dare
una risposta; né - cancelliamo subito ogni illusione in merito - riescono a
darla i partiti della sinistra italiana negli anni Ottanta, Martelli, Craxi,
Ferrara e il quotidiano pagato dai craxiani «Reporter», compresi.
Chiusa nella bara degli “anni di piombo” un’intera generazione poli­
tica, formatasi negli anni Settanta, viene fatta scomparire dalla storia
d’Italia, imprigionando i comportamenti politici e i processi sociali e cul­
turali dentro lo schema, rigido ma funzionale al potere, del terrorismo e
della lotta armata. Privati così del diritto alla propria memoria, recente­
mente, con la trasmissione televisiva Anima mia, hanno stabilito anche
qual era l’immaginario collettivo di quella generazione, emblematica­
mente sintetizzato col titolo di una canzone dei Cugini di campagna del
1973. Cosicché oggi sembra vero che di giorno si sfilasse nei cortei ur­
lando “Potere Operaio” e “Lotta Continua” e alla sera ci si trovasse tutti
assieme a cantare Anima mia, dimenticando che, per dirla con Vasco
Rossi, “negli anni Settanta quella roba lì tipo i Cugini di campagna era
spazzatura. Uno schifo. Questa è la verità”23.

23. Intervista a V. Rossi, «La Stampa», 21 aprile 1997.


P r im a del ’6 8 : l ’ in c u b a z io n e p o l it ic a e c u l t u r a l e

Frammenti e fermenti
Una critica da sinistra, anarchica e anarcosindacalista, anticapitalisti­
ca, antistalinista e antiriformista, ha caratterizzato la storia della sinistra
italiana. Essa affondava le sue radici nella lotta che negli anni Venti e
Trenta oppose i trotzkisti, i bordighisti, ma anche i consiliaristi di Panne-
koek i luxemburghiani, e gli anarchici, alla linea ufficiale dei partiti co­
munisti della Terza Internazionale dopo Lenin, per alimentarsi nel radica­
lismo di classe che si manifestò durante la Resistenza, con la nascita di
organizzazioni politiche che tentarono di contrastare l’opera di collabora­
zione coi partiti della borghesia intrapresa dal p c i e dal psi nel Comitato
di Liberazione Nazionale.
È il caso di citare formazioni partigiane e organizzazioni politiche
eclettiche come il Partito Comunista Integrale, meglio conosciuto col
nome del giornale «Stella Rossa», il Movimento Comunista d’Italia, col
suo giornale «Bandiera Rossa» e altre ancora che avevano animato la Re­
sistenza portandovi un contributo ideologico critico rispetto alla ricostru­
zione del partito nuovo di Togliatti.
La stessa area socialista, era percorsa da fermenti critici che avevano
portato alla costituzione di formazioni quali il Movimento di Unità Pro­
letaria, animato da Lelio Basso, e il Fronte Popolare Rivoluzionario1, che
trovavano riscontro nelle posizioni di intransigenza classista della Fede­
razione Giovanile Socialista e del suo giornale, «La Rivoluzione Sociali­
sta», e, nell’immediato dopoguerra, nella corrente di Iniziativa Socialista2.
Lo stesso movimento anarchico italiano, che aveva solide radici e tra­
dizioni nella storia del movimento operaio, era stato per tanti comunisti e
socialisti libertari un punto di riferimento per chi non si rassegnava alla
1. Un’ampia e scrupolosa ricostruzione della storia di queste organizzazioni politiche
è stata fatta da A. P e r e g a l l i , L ’altra resistenza, Genova, Graphos, 1991.
2. Cfr. L. S o l a r i , ¡giovani di "Rivoluzione Socialista”, Roma, Iepi, 1964. S u Iniziati­
va socialista si vedano M. P u n z o , Dalla liberazione a Palazzo Barberini, Milano, Celuc
Libri, 1973; S . F e d e l e , Fronte Popolare. La sinistra e le elezioni del 18 aprile 1948, Mila­
no, Bompiani, 1978.
2 2 D iego G iachetti

politica di estremo realismo praticata dai due maggiori partiti della sini­
stra italiana dopo la crisi del regime fascista nel 1943. La partecipazione
anarchica alla resistenza ebbe una sua rilevanza e una sua vivacità politi­
ca e culturale, come testimoniano le varie testate pubblicate clandestina­
mente in quel periodo3. La partecipazione alla lotta armata contro il nazi­
fascismo aveva contribuito alla ripresa del movimento anarchico italiano
e alla sua riunificazione nel Congresso di Carrara del settembre 1945 con
la nascita della Federazione Anarchica Italiana ( fa i ), che ridava vita, come
settimanale, a «Umanità Nova», il quotidiano anarchico fondato nel 1920.
Così nell’immediato dopoguerra la f a i , già vaccinata contro lo stalinismo
e lo statalismo in genere, molto critica verso il sistema sociale sovietico,
rappresentava una tradizione di classe piuttosto consistente, con una pro­
pria tradizione ancora viva, di lotte, di sacrifici, di milizia rivoluzionaria
e antifascista4.
Nei primi anni del dopoguerra non mancarono i tentativi di superare
gli aspetti più ambigui del togliattismo intrapresi, con intenzioni ed esiti
diversi, dal gruppo che si formò attorno a Valdo Magnani e Aldo Cucchi,
dopo l’espulsione dal p c i nel 1951, a quello di Azione Comunista.
Il settimanale «Risorgimento Socialista», che per sei anni fu l’organo
del movimento raccoltosi attorno ai due parlamentari ex comunisti, di­
ventò palestra e laboratorio di una cultura politica socialista e marxista
“laica” e innovativa, non a caso si dovrebbe ricordare la presenza, nelle
file dell’Unione dei Socialisti Italiani (questo era il nome del movimen­
to) di giovani che avrebbero assunto una posizione eterodossa all’interno
della sinistra negli anni successivi, quali Dario Lanzardo, Vittorio Rieser,
Giovanni Mottura, Enrica Collotti Pischel5.
Azione Comunista, gruppo formatosi originariamente dentro il p c i per
rivendicarne il ritorno alle origini insurrezionali e rivoluzionarie, nel
1956, subito dopo la repressione della rivolta ungherese, tentava di aprire
un difficile confronto con altri gruppi minori della sinistra antistalinista,
quali i trotzkisti dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari, presenti in Italia
fin dal 1949 con il giornale «Bandiera Rossa», gli internazionalisti del
3. Cfr. a a .v v .. La Resistenza sconosciuta. Gli anarchici nella lotta al fascismo. Rac­
colta anastatica di tutti i periodici clandestini del periodo 43/45, Milano, Zero in Condot­
ta, 1995; a a .v v ., L ’antifascismo rivoluzionario, Pisa, b fs , 1993.
4. D . M o n ta l d i , Bisogna sognare. Scritti 1952-1975, Milano, Colibrì, 1994, p. 4 9 2 ;
cfr. anche I. Rossi, La ripresa del Movimento Anarchico Italiano e la propaganda orale
dal 1943 al 1950, Pistoia, r l , 1981.
5. Cfr. S. D alm asso , La diaspora socialista in Italia (1951-1958), «Giovane Critica»,
n. 33, inverno 1973, p. 4 5 . Dello stesso autore vedi anche: 1 socialisti indipendenti in Ita­
lia 1951-1957,«Movimento Operaio e Socialista», n. 3, luglio-settembre 1973.
O ltre il S essantotto 23

Partito Comunista Internazionalista, che pubblicavano il giornale «Batta­


glia Comunista», e i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria che pubblica­
vano «L’Impulso»6. Questi ultimi si erano formati come corrente dentro
la f a i , composta nella maggior parte da giovani militanti usciti dal p c i , ri­
vendicando la necessità di un minimo di organizzazione e di indirizzo
politico unitario nella forma di un Movimento Orientato e Federato, così
si denominava la corrente, e dal 1951 si erano costituti come gruppo au­
tonomo. Le figure più rappresentative erano Pier Carlo Masini, Arrigo
Cervetto e Lorenzo Parodi. Il percorso politico di Pier Carlo Masini era
indicativo delle stato d’animo ideologico che animava questa corrente.
Giovane antifascista confinato e comunista, egli si era allontanato dal
partito su posizioni di sinistra avvicinandosi alla f a i :
nella f a i Masini opera una selezione: esalta l’organizzazione libertaria,
non il vecchio individualismo, continua a battere sul concetto organizza­
tivo. Riscopre le personalità che vi si sono applicate, quindi Malatesta,
Fabbri, Melacci, Bemeri, ecc., e sul piano internazionale Makhno, e la
c n t e la f a i della guerra civile spagnola. Tutto vi si concilia, la tradizione
antifascista, la battaglia antistalinista. Riscopre pure lui, la Luxemburg.
Si assume l’iniziativa, con altri giovani, di una corrente di rinnovamento
dell’anarchismo7.
Si definivano “anarchici un po’ speciali”, prendevano le distanze da
certo “anarchismo mistico, liricizzante e bucolico”, polemizzando aperta­
mente con Armando Borghi, la fa i e con chi si isolava dall’attività orga­
nizzativa, dal confronto diretto con il movimento operaio e dalle sue lotte
quotidiane impedendo il reinserimento in quel dialogo con le altre forze
politiche “da cui esso si era od era stato estromesso dal suo o dall’altrui
settarismo”8.
Rilevanti erano anche le esperienze culturali e politiche che si consu­
mavano attorno alla rivista «Il Politecnico», quelle di settori provenienti
dal disciolto Partito d’Azione, il gruppo di Unità Popolare di Parri, Codi-
gnola, Calamandrei, fino al Partito Radicale e a riviste che negli anni
6. C fr, A. P e r e g a l l i , Le dissidenze comuniste tra Lenin e Mao. "Azione Comunista"
(1956-1965), «Classe», n. 17, giugno 1980.
7. D. M o ntaldi, Op. cit., pp. 4 9 2 -9 3 .
8. Cfr. rispettivamente. Passato e presente del movimento anarchico (lettera aperta ad
Armando Borghi) e Sulla linea dell'unità operaia si difendono le ragioni dell’anarchismo,
entrambi in «L’Impulso», n. 3, 15 marzo 1954. Più in generale sui g a a p e sul movimento
anarchico italiano cfr. G. C e r r it o , Da Bakunin a Malatesta e II tramonto dei puritani, in
«L’Astrolabio», nn. 12 e 13, luglio 1965; I d , Il ruolo dell’organizzazione anarchica, Cata­
nia, r l , 1973; P. F e r r i , Il movimento anarchico in Italia, Roma, Quaderni della Fiap,
1978; P. Iuso, Aspetti organizzativi del movimento anarchico in Italia dagli anni ’50 agli
anni ’70, «Trimestre», n. 2, 1993
2 4 D iego G iachetti

Cinquanta avevano cercato di stimolare la cultura marxista italiana bloc­


cata nel suo sviluppo dalla pressione congiunta dello zdanovismo e dello
storicismo crociano.
Quindi una parte della sinistra italiana non aveva certo aspettato il xx
Congresso del p c u s del febbraio 1956 per criticare lo stalinismo, la forma
partito, la cultura della sinistra comunista e socialista, lo statalismo, il
produttivismo, il marxismo ridotto a filosofia della storia, cercando con­
temporaneamente di ridefinire una via classista e rivoluzionaria alla de­
mocrazia socialista, intraprendendo letture “laiche” ed “eretiche” dei
marxismi e della storia del movimento operaio
Nel decennio che va dal 1950 al 1960 un gruppo di intellettuali, che
si collocavano in una posizione critica rispetto alle culture ufficiali dei
partiti della sinistra italiana, si riunivano nei comitati di redazione di al­
cune riviste. Esse svolsero una funzione di stimolo nei confronti di una
cultura marxista che peccava di boria storicistica e di provincialismo.
Nel 1949 la biblioteca Feltrinelli iniziava le pubblicazioni della rivi­
sta di storia e bibliografia «Movimento Operaio», diretta da Gianni Bo-
sio che rivoluzionava completamente il tradizionale impianto metodolo­
gico della ricerca storica e politica in uso tra gli intellettuali dei partiti
della sinistra italiana.
Sempre in quell’anno iniziava il lavoro di diffusione del ciclostilato
«Foglio di discussione» (tra i redattori Franco Fortini e Renato Solmi)
che mutava quasi subito il titolo in «Discussioni». L’iniziativa era sorta
per denunciare le insufficienze della cultura di sinistra e per affrontare la
questione del rapporto fra politica e cultura, fra intellettuale e partito;
proseguendo aveva generato altre riviste quali «Opinione», «Ragiona­
menti», «Passato e Presente» e la «Rivista Storica del Socialismo»9.
«Opinione» iniziava le pubblicazioni nel 1956, nella redazione vi era­
no Agazzi, Guiducci, Salvaco, Bonfiglioli, Luzzato, Rizzoli, Fortini, Pi-
cardi, Scalia; si occupava in particolare del rapporto tra marxismo, empi­
rismo e sociologia.
«Ragionamenti» nasceva nel 1955 per iniziativa di un gruppo di gio­
vani intellettuali fra i quali Armanda e Roberto Guiducci, Amodio, Ca-
prioglio, Fortini; a essi si aggiunsero in seguito l’economista Momiglia­
no e il sociologo Pizzomo; collaborarono alla rivista anche Della Volpe e
9. Cfr. F. F o r tin i , Dal “Politecnico a Ragionamenti". 1945-1957 in a a . v v ., Gli intel­
lettuali in trincea, Padova, Cluep, 1977; C . C o l u m m i , Le riviste del disgelo. "Ragiona­
menti" e "Opinione"-, C. P a v one , Le contraddizioni del dopo Ungheria. "Passato e Pre­
sente" (1958-1960)\ A. G ib elu i , La storia come pretesto. La "Rivista Storica del Sociali­
smo", tutti in «Classe», n. 17, cit.; A. M a n g a n o , Origini della nuova sinistra, Messina-Fi-
renze, D’Anna, 1979. La ristampa anastatica dei numeri di «Ragionamenti» è stata fatta
dalla casa editrice Gulliver di Milano nel 1980 con un’introduzione di M. C . Fugazza.
O ltre il S e s s a n to tto 25

Leonardi. La rivista si caratterizzava per articoli di informazione biblio­


grafica che spaziavano daH’economia alla filosofia, dalla sociologia alla
linguistica. Furono affrontati anche temi quali il progresso tecnologico, il
neocapitalismo, la pianificazione, la repressione della rivolta ungherese,
fu stilato un manifesto per riorganizzare la cultura marxista in Italia.
«Passato e Presente» usciva nel gennaio del 1958 ed era il risultato
della fusione di tre “gruppi”: quelli provenienti dall’ormai concluse espe­
rienze di «Ragionamenti» e «Opinione» e quello formato da ex comuni­
sti o comunisti in procinto di uscire dal p c i . Diretta da Ripa di Meana, la
redazione era formata da Cafagna, Caracciolo, Giolitti, Armanda e Ro­
berto Guiducci, Momigliano, Pizzorno, Scalia, Salvaco, Pavone. Interes­
sante in merito fu anche il Dibattito sulla cultura marxista a più voci che
si aprì sulle pagine del «Contemporaneo».
La «Rivista Storica del Socialismo», diretta da Luigi Cortesi, usciva
nel 1958 collocandosi nell’ambito della ricerca storica e della riflessione
storiografica marxista. Mossa anch’essa dall’intento di riconsiderare e
rinnovare il nesso tra politica e cultura, proponendo una nuova partecipa­
zione e un nuovo intreccio tra ricerca e intervento politico, la rivista si
proponeva di smuovere la storiografia marxista dalla nicchia appartata e
separata dallo scontro politico del momento.
L’intreccio tra le elaborazioni di queste correnti politiche e culturali -
ad alcune delle quali va riconosciuto perlomeno il merito di essere state
antistaliniste in tempi non sospetti - e le origini della nuova sinistra, che
alcuni fanno drasticamente nascere col 1956, andrebbe ricostruito una
volta per tutte ponendo fine a quell’ambiguità di fondo con la quale la
stessa nuova sinistra ha voluto rappresentare se stessa, come frutto cioè
del processo di riflessione critica che si dipana dopo il rapporto segreto
di Krusciov.

Il 1956 riapre la discussione


Senza sminuire la portata dirompente di quell’evento, che segnava
certo una cesura storica, va detto che molte delle idee che caratterizzaro­
no le riflessioni critiche di sinistra che si svilupparono allora, avevano le
loro origini in un terreno di pratica politica e culturale precedente, come
appunto abbiamo ricordato poc’anzi.
D’altronde gli stessi protagonisti di una rivista caratterizzante la cul­
tura politica della nuova sinistra post-1956, qual è stata «Quaderni Pia­
centini», hanno voluto ricordare le loro origini affermando che affonda­
vano in quella cultura terzaforzista di matrice azionista e socialista che
aveva caratterizzato alcune esperienze politiche ed editoriale degli anni
2 6 D iego G iachetti

Cinquanta. Sostenevano infatti Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi


che erano “dei radical-marxisti, dei terzaforzisti, anticlericali, antistalini­
sti”10.
Le rivelazioni di Krusciov al x x Congresso del p c u s del febbraio 1956
e la successiva repressione della rivolta ungherese del novembre di quel­
l’anno avevano reso inevitabile l’apertura di un minimo di dibattito poli­
tico e culturale alFintemo del p c i , stimolato anche dalle trasformazioni
che interessavano il capitalismo italiano, ponendo le premesse per il co­
siddetto “miracolo economico”.
La struttura dei funzionari e dei quadri che governavano il partito,
dopo un primo iniziale sbandamento, resse con sufficienza l’impatto del­
le critiche che quegli avvenimenti suscitarono fra i membri del partito. Il
dissenso non riuscì a manifestarsi al di fuori di una ristretta cerchia di in­
tellettuali, i quali furono ben presto isolati dal grosso degli iscritti e dei
militanti.
Le discussioni e le contestazioni critiche non mancarono nelle sezioni
comuniste, ma l’apparato riuscì a impedire che si creasse un collegamen­
to fra le varie tendenze critiche interne, impedendo la libera circolazione
delle idee e delle informazioni dentro il partito.
Togliatti e il gruppo dirigente non ebbero difficoltà a mantenere unito
il partito rivendicando, rispetto al modello stalinista sovietico, una pecu­
liare elaborazione politica e culturale fondata sulla lettura nazional-popo-
lare di Gramsci.
Inoltre, al di là del rapporto segreto di Krusciov che lo stesso Togliatti
criticò nella famosa intervista alla rivista «Nuovi Argomenti», le indica­
zioni del segretario del p c u s a favore della coesistenza pacifica e della
via parlamentare e nazionale al socialismo, avvaloravano la strategia pru­
dente e fondata sul compromesso con le forze borghesi inaugurata da To­
gliatti con la svolta di Salerno del 1944.
Diverse erano state invece le ripercussioni degli avvenimenti all’in­
terno del p s i . La rottura del patto di azione con i comunisti rimise in mo­
vimento le varie anime politiche che coesistevano dentro il partito. Una
struttura interna più democratica, che consentiva la libera circolazione
delle idee e delle informazioni, favoriva indubbiamente il confronto, il
dibattito e la polemica.
La revisione della linea politica del partito, impostata politicamente
da Nenni con l’alternativa socialista, preludio lento e difficile ai governi
di centro sinistra degli anni Sessanta, e culturalmente da Lombardi con le
riforme di struttura, rimescolava gli schieramenti interni. I contrasti che
ci furono nel p s i non riflettevano più solamente il conflitto fra le due cor­

10. A partire dai piacentini, intervista di G. Fon, «Ombre Rosse», n. 24, 1978.
O ltre il S essantotto 27

renti storiche del socialismo italiano, il riformismo e il massimalismo. Si


incentravano sull’esigenza di rinnovare la linea politica e gli strumenti
teorici che la sostenevano per riadeguarli alle mutate condizioni sociali e
politiche del paese.
I temi su cui si cominciò a riflettere furono sostanzialmente tre: lo
stalinismo, l’analisi del neocapitalismo, il rapporto tra partito e intellet­
tuali. Se comuni erano gli oggetti della discussione diverse furono le so­
luzioni proposte. La critica allo stalinismo e l’analisi del neocapitalismo
confermavano per alcuni la necessità di riappropriarsi dei valori tipici
della socialdemocrazia europea e del liberalismo democratico, indicava­
no nel riformismo economico e istituzionale la via da percorrere per mo­
dernizzare la società.
Per altri la riflessione li conduceva a ritenere possibile un’uscita a si­
nistra dallo stalinismo, capace di riappropriarsi del marxismo, di rileg­
gerlo alla luce dei moderni sconvolgimenti, riproponendo la necessità di
ripartire dalla classe, dalla lotta operaia, rivalutando la tematica del con­
trollo operaio e dei consigli quale modelli rivoluzionari alternativi, capa­
ci di delineare le strutture della democrazia proletaria e socialista. La di­
scussione, oltre che sulle riviste già citate, si sviluppò sulle pagine del-
1’«Avanti!», di «Mondo Operaio» nel periodo in cui fu diretto da Raniero
Panzieri, per proseguire anche su «Tempi Moderni», «Critica Sociale»,
«Il Ponte», «Il Mulino» e «Problemi del Socialismo» di Lelio Basso.

Gli anni Sessanta


Gli intellettuali della Nuova sinistra italiana
sono la minoranza che fra il I960 e il 1967
ha preparato il m ateriale ideologico
della contestazione studentesca,
della critica al pci e della ripresa operaia
(Franco Fortini)11

Negli anni Sessanta si assisteva a un proliferare di nuove riviste, vere


e proprie fucine di idee politiche e culturali della nuova sinistra in forma­
zione:
Basta guardare i nomi dei redattori delle varie riviste per ritrovarvi gran
parte dei futuri leaders delle organizzazioni politiche, a conferma che i
11. F F o r t in i , Questioni di frontiera: scritti di politica e di letteratura 1965-1977, To­
rino, 1977, p. 40, cit. in E. S a n ta r e l l i , Storia critica della repubblica, Milano, Feltrinelli,
1996, p. 144.
28 D iego G iachetti

gruppi dirigenti delle organizzazioni si costituiscono in larga misura pri­


ma del ’68 stesso portando in esse la loro esperienza pratico-politica [...]
e l’eredità acquisita di una cultura politica informazione ma già avviata12.
Nascevano in quegli anni «Quaderni Rossi», «Classe Operaia»,
«Quaderni Piacentini», «Classe e Stato», «Giovane Critica», «Nuovo Im­
pegno», «Che fare», «Vento dell’Est», «Lavoro Politico», «La Sinistra»,
«Quindici», «Ideologie», «Contropiano», «Il Potere Operaio», «Monthly
Review» (in edizione italiana dal 1968), «Nuova Unità», «Falcemartel-
lo» e altre riviste ancoraché andavano ad affiancarsi ad altre già esisten­
ti, come «Bandiera Rossa», foglio dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari,
la sezione italiana della Quarta Internazionale, sulle cui pagine puntual­
mente si segnalava l’importanza di determinati avvenimenti internazio­
nali (Cina, Vietnam, rivoluzione algerina e cubana), si analizzavano le
trasformazioni del capitalismo italiano e si seguiva con spirito critico
l’evoluzione della linea dei p c i e del p s i 13.
Si affiancavano a quest’area politico-culturale due case editrici: la
Samonà e Savelli di Roma e Azione comune di Milano. La prima apriva
le pubblicazioni con un testo di Fidel Castro sulla rivoluzione e la pace
mondiale, seguivano libri di Trotzky, Lenin, Bucharin, Mandel, Che
Guevara, sul movimento operaio italiano negli anni del neocapitalismo di
Livio Maitan, un’antologia di scritti sulla rivoluzione algerina, scritti di
Galvano Della Volpe sull’estetica romantica e sulla dialettica storica, il
testo di Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, del 1965. La seconda pub­
blicava testi di Rosa Luxemburg, Alessandra Kollontaj sull’opposizione
operaia in u r s s , di Ida Mett sulla rivolta di Kronstadt, di Andrea Caffi sul
socialismo libertario, di Armando Borghi, Luciano Vasconi, Giulio Seni-
ga, nonché due testi sui crimini dello stalinismo scritti rispettivamente da
Guelfo Zaccaria (200 comunisti italiani vittime dello stalinismo) e da Al­
fredo Azzaroni (Blasco) che ripercorreva la vita del comunista italiano
Pietro Tresso, espulso dal partito nel 1930, passato all’opposizione tro­
tzkista ed eliminato dai partigiani comunisti francesi nel 1942.

12. A. M a n g a n o , Le culture del Sessantotto, Pistoia, Centro di Documentazione di Pi­


stoia, 1989, p. 19.
13. E siste o rm a i u n a c o n so lid a ta b a se di rife rim e n to p e r lo stu d io di q u e ste riv iste , ci
rife ria m o in p a rtic o la re ai se g u e n ti testi: G. B e c c h e llo n i, a c u ra d i, Cultura e ideologie
nella nuova sinistra, M ilan o , C o m u n ità , 1973; R. L u p e rin i, Marxismo e intellettuali, P a d o ­
va, M a rsilio , 1974; Gli anni delle riviste (1955-1969 ), in « C lasse » , n. 17, c it.; A . M a n g a ­
n o , Origini della nuova sinistra, c it.; Id , Le culture del Sessantotto, cit.; M . F lo r e s , Il '68
attraverso le riviste: anticipazioni, fraintendimenti, in a a .v v ., Il '68: l ’evento e la storia,
B re scia , A n n a li d e lla F o n d a z io n e M ic h e le tti, 1989; G. M u r a c a , Da “Il Politecnico" a
"Linea d'ombra", L alli, P o g g ib o n si, 1990.
O ltre il S essantotto 29

Questo ceto politico si formava in una situazione differente da quella


degli anni Cinquanta. Emergeva una generazione di giovani fortemente
suggestionata da avvenimenti interni (la lotta contro Tambroni nel luglio
del 1960, i fatti di Piazza Statuto a Torino nel 1962, la ripresa delle lotte
operaie) e internazionali (rivoluzioni algerina e cubana, manifestazioni
contro la guerra nel Vietnam, morte di Che Guevara in Bolivia nel 1967,
rottura Cina-Urss, rivoluzione culturale cinese).
Nel contempo, sul piano dei comportamenti e dei costumi, si stava
verificando una vera e propria rottura generazionale che recepiva le sug­
gestioni provenienti dal movimento giovanile americano, dei campus
universitari, si nutriva della musica rock, introduceva la contestazione del
conformismo e del perbenismo piccolo borghese da parte dei “capelloni”.
A Milano, già nel 1965, esisteva un’area beat abbastanza radicata e
presente. Un gruppo di beat o capelloni aveva preso in affitto un negozio
trasformandolo in un luogo d’incontro tra giovani che avevano iniziato a
viaggiare in autostop dormendo nei sacchi a pelo, sull’onda delle sugge­
stioni della letteratura americana della beat generation che si stavano dif­
fondendo, e riprendendo direttamente le tematiche controculturali e le
forme di lotta sviluppate in quegli anni in Olanda dai Provos14.
In quelle stanze milanesi vide la luce, nel novembre del 1966, la rivi­
sta ciclostilata «Mondo Beat», che cambiò spesso nome («Urlo Beat»,
«Grido Beat») per sfuggire alle leggi sulla stampa che prevedevano l’ob­
bligo della registrazione della testata e la firma di un direttore responsa­
bile. Si trattava del primo foglio underground italiano che divenne rapi­
damente strumento di collegamento tra vari gruppi beat operanti in Italia,
intersecandosi con l’attività di Onda Verde fondata da Andrea Valcaren-
ghi.
Sulle pagine del giornale si assisteva a una mescolanza culturale tra
anarchismo, filosofie orientali, rivolta esistenziale, lotta contro il razzi­
smo ecc.; ma soprattutto emergeva l’idea che la lotta politica e rivoluzio­
naria non potesse essere disgiunta dal bisogno profondo di trasformare
“qui e ora” la vita quotidiana:
quelli che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi espli­
citamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c ’è di sovver­
sivo nell’amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni [...] costoro si
riempiono la bocca di un cadavere15.

14. Cfr. M. G u a r n a c c ia , Provos. Amsterdam 1960-67: gli inizi della controcultura,


Bertiolo, AAA Edizioni, 1997.
15. Citato da N. B a l e s t r in e P. M o r o n i , L'orda d ’oro, Milano, Sugar Edizioni, 1988,
p. 46. Da esso abbiamo tratto anche le indicazioni relative alla rivista citata nel testo.
3 0 D iego G iachetti

Era un insieme di avvenimenti, di cambiamenti, che contribuivano a


far uscire i redattori delle riviste “eretiche e minoritarie” dall’isolamento
cui erano stati relegati, assieme alle loro idee, negli anni precedenti. Una
situazione ben descritta in un romanzo di Giorgio Cesarano il quale par­
lava di
idee relegate al ruminio lento e quasi sacrificale delle fazioni politiche
minoritarie della nuova sinistra, [...] recluse nelle catacombe delle rivi­
stine specializzate e dei discorsi teorici di pochi infelici [...]
Una faticosa analisi [...] condotta in venti gatti in appartamenti-redazio-
ni senza tavoli e senza sedie16.
Lo stesso movimento anarchico si rinnovava nell’incontro, non privo
di contraddizioni, tra questa nuova generazione militante in formazione e
quella precedente. Nel 1960 veniva fondata la Federazione Anarchica
Giovanile Italiana ( f a g i ) che aveva tra le sue intenzioni quella di favorire
una rilettura critica dell’anarchismo confrontandolo con il marxismo e
con l’analisi dello sviluppo del capitalismo e deH’imperialismo. Grazie
alla fa g i venivano stretti legami con i Provos, i Beats e i giovani conte-
statori in genere attraverso incontri comuni a livello europeo. Inoltre ini­
ziavano i primi interventi tra gli studenti universitari e nelle fabbriche, si
rinnovava l’impegno antimilititarista, contro l’armamento nucleare, per
la tutela dei diritti civili e della libertà sessuale. Tali iniziative consenti­
vano una ripresa e una crescita del movimento anarchico in controten­
denza con gli anni precedenti, quando “sembrava in via di estinzione” 17;
nel 1967 la tiratura del settimanale «Umanità Nova» era di 9.000 copie
rispetto alle 7.500 degli anni precedenti18.
L’intervento operaio dava vita, come nel caso della rivista «Democra­
zia Diretta» di Genova del 1961, a un confronto tra anarchici, marxisti
critici francofortesi, collaboratori dei «Quaderni Rossi», aderenti ad
Azione Comunista e l’ex (dopo l’espulsione dal p c i dell’agosto 1961) co­
munista Gianfranco Faina direttore responsabile e principale animatore
di detta rivista che apparteneva a quell’area di aggregazione dalla quale
sorgeva l’operaismo italiano.
L’immissione di nuove energie e di nuove progettualità nell’ambito
della f a i determinavano parallelamente un processo di crescita e di rottu­
ra. Al Congresso di Carrara del 1965 l’ala “antiorganizzatrice e aclassi­

16. G. C e s a r a n o , / giorni del dissenso , Milano, Mondadori, 1968, p. 25.


17. F. S c h ir o n e , L'anarchismo italiano dal '68 al ’77, relazione alla giornata di studi:
1968-1977 gli anni della rivolta, Pisa, 10 maggio 1997, fotocopia, p. 1.
18. Relazione amministrativa di «Umanità Nova», «Bollettino Interno della fa i » , n.
17, 27 ottobre 1967, p. 13.
O ltre il S essantotto 31

sta” veniva estromessa dalla fa i e dal giornale. Essi davano vita ai Grup­
pi di Iniziativa Anarchica pubblicando il giornale «L’Intemazionale»19.
Complessivamente la situazione si stava decisamente modificando, il
dissenso critico di sinistra si sviluppava dentro lo stesso p c i e, in partico­
lare, fra i giovani della Federazione Giovanile Comunista. La nascita del
p s iu p , nel 1964, contribuiva ad animare il dibattito alla sinistra del p c i , i
contrasti tra la Cina e I’ u r s s davano luogo in Italia al formarsi di una dis­
sidenza marxista leninista.
A smuovere la discussione aveva contribuito il x x ii Congresso del
p c u s che si era svolto a Mosca nell’ottobre del 1961. Esso aveva rilancia­
to la lotta contro lo stalinismo prendendo decisioni spettacolari: la salma
di Stalin fu rimossa dal mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa e sepolta
quasi anonimamente poco distante. Con la piena approvazione del Con­
gresso Krusciov propose di costruire un monumento alle vittime dell’ar-
bitrio e delle repressioni staliniane.
Non c’era paragone fra l’effetto dirompente di questo Congresso in
Unione Sovietica e il xx Congresso del 1956. Quest’ultimo, famoso per
il rapporto segreto, investì con la sua spettacolare denuncia di Stalin il
movimento comunista di quei paesi dove esso venne diffuso. Nell’uRSS
rimase appunto segreto fino al 1989 quando venne pubblicato.
Questa volta invece i documenti congressuali che denunciavano i cri­
mini di Stalin furono pubblicati e diffusi in migliaia di copie. Sui giornali
il dibattito proseguì e vennero evocate pagine tragiche della recente sto­
ria sovietica.
Le vicende naturalmente ebbero vasta eco nel pc i italiano. Secondo
stime attendibili il dibattito che si sviluppò all’intemo del partito coin­
volse più dell’80% degli iscritti. Il termine stalinismo, poco ricorrente
sulla stampa di partito dopo il xx Congresso, divenne parte del linguag­
gio corrente.
Il gruppo dirigente registrò al suo interno differenze profonde di giu­
dizio e di analisi. Togliatti, che aveva cercato di instradare il dibattito
sulla linea da lui tracciata nel 1956, fu criticato nella riunione del Comi­
tato Centrale del 10 e 11 novembre.
Umberto Terracini riteneva insufficiente la spiegazione della degene­
razione basata unicamente sulle colpe di Stalin e chiamava in causa l’in­
tero gruppo dirigente dell’epoca. Aldo Natoli voleva fosse convocato un
congresso straordinario. Sergio Garavini poneva con forza il problema
della pianificazione dal basso e dell’autogestione operaia. Giorgio Amen­

19. Cfr. la voce “Federazione Anarchica Italiana” in II sessantotto. La stagione dei


movimenti (1960-1979), cit.; Che cosa sono i g ià . Carrara, Edizioni del c d a , 1976; G.
C e r r i t o , Il ruolo della organizzazione anarchica, Pistoia, r l , 1973, pp. 169 sgg.
3 2 D iego G iachetti

dola, si poneva a capo di una tendenza maggioritaria moderatamente rin­


novatrice e critica che si contrapponeva a chi, Togliatti compreso, voleva
frenare la discussione nel timore che essa incrinasse la struttura burocra­
tica. Si univano ad Amendola anche coloro che intendevano servirsi della
lotta contro lo stalinismo per accentuare l’impostazione democratico-par­
lamentare della politica del partito.
Il documento che alla fine la segreteria comunista rendeva pubblico
accentuava ancor più che nel 1956 il cambiamento di impostazione e la
rottura con i metodi staliniani. Importanti spunti di riflessione metodolo­
gica e storica erano offerti per la ricerca delle cause della degenerazione
burocratica. Nei paragrafi conclusivi si affermava che era giunto il mo­
mento di sbarazzarsi dell’unanimità fittizia, si scriveva che nel movimen­
to comunista e nel p c i le idee dovevano circolare liberamente, che pote­
vano delinearsi tendenze e differenziazioni.
Se nel 1956 la maggior parte delle critiche al p c i erano alla fine ap­
prodate a posizioni moderate e riformiste, nel 1961 si assisteva invece
alla nascita di una tendenza di sinistra che traeva alimento da una situa­
zione di disagio e di crescente radicalizzazione giovanile di cui il setti­
manale dei giovani comunisti «Nuova Generazione», diretto all’epoca da
Achille Occhetto e Luciana Castellina, ne era espressione.
Esemplificativo di questo disagio e di una presa di coscienza rivolu­
zionaria è la testimonianza di Luigi Vinci, milanese, nel 1962 eletto nel
Comitato Centrale della f g c i :
Nel 1962 giunsi alla conclusione che la qualità delle scelte strategiche
fondamentali, l’appiattimento sulle istituzioni, il mito dell’Est, la natura
altamente centralistica e burocratizzata dei rapporti interni al pci faceva­
no sì che con quel partito comunista non si sarebbe andati da nessuna
parte20.
Stranamente ignorato dai ricercatori delle radici delle culture del
sessantotto il settimanale in questione svolse un ruolo decisamente rile­
vante nell’affrontare e nel proporre certe tematiche: dalla solidarietà con
la rivoluzione algerina, alla capacità di comprendere la novità e la pecu­
liarità della rivoluzione cubana, dando largo spazio, contemporaneamen­
te, ad articoli di riflessione s u II’ u r s s , su Stalin e lo stalinismo, sulla Cina
e segnalando, tramite la pubblicazioni di articoli, servizi e lettere, un fre­
netico e appassionato dibattito che si stava sviluppando tra i giovani del­
la f g c i in varie città d’Italia.

20. L. V in c i , Relazione introduttiva, v m Congresso di d p , «Notiziario d p », n. 26, 18 lu­


glio 1991.
O ltre il S essantotto 33

Cinque dei redattori della rivista, Augusto Illuminati, Pio Marconi,


Eugenio Rizzi, Giuseppe Paolo Samonà e Paolo Santi facevano riferi­
mento ai Gruppi Comunisti Rivoluzionari, la piccola sezione della Quar­
ta Intemazionale e stavano nel p c i e nelle f g c i per suscitare una corrente
di sinistra rivoluzionaria.
Sul numero del 10 novembre del 1961 Giuseppe Paolo Samonà invi­
tava ad aprire un dibattito sul x x ii Congresso del p c u s . La proposta veni­
va accolta e sul numero seguente l’editorialista anonimo scriveva, tra
l’altro, di voler “incoraggiare una più giusta analisi del ruolo giocato da
Trotzky nella rivoluzione d’ottobre”; e il primo intervento, di Michelan­
gelo Notarianni, si intitolava: La degenerazione burocratica del sociali-
snu21r.
Subito scoppiarono le polemiche alle quali i redattori risposero pub­
blicando una grande foto di Trotzky con il seguente titolo: Perché non
siamo trotzkisti; nell’articolo si sosteneva il diritto di esaminare e di di­
scutere senza anatemi e pregiudizi il pensiero di Trotzky ricollocandolo
nel posto che gli spettava nella storia della rivoluzione russa e nella suc­
cessiva lotta contro Stalin. Non senza sarcasmo, concludevano ammet­
tendo di aver sbagliato perché non avevano tenuto conto delP“estrema
delicatezza dell’argomento per molti compagni che quella lotta hanno
vissuto”22.
Si trattava di un’area di dissenso fatta di quadri militanti del p c i , della
f g c i , del p s iu p , della Quarta Intemazionale, delle formazioni marxiste-
leniniste e di altri gruppi della sinistra rivoluzionaria, che trovò punti di
aggregazione in associazioni come lTtalia-Cina all’inizio degli anni Ses­
santa, circoli come il Centro Antimperialista Che Guevara che nasceva a
Roma e aveva sedi in altre città, il Centro di Informazioni sul Movimen­
to Operaio di Torino, l’Antonio Labriola di Palermo, il Karl Marx di Pe­
rugia, il Rosa Luxemburg di Venezia, il circolo II Manifesto e il gruppo
La Tendenza di Milano. Realtà di dibattito e di riflessione critica che tro­
vavano espressione in due riviste «Falcemartello», “mensile politico-cul­
turale”, che iniziava le pubblicazioni nel marzo del 1996, e «La Sini­
stra».
«La Sinistra», rivista prima mensile e poi settimanale, iniziava la
pubblicazione nell’ottobre 1966 e la cessava nel 1968; fu uno dei più in­
teressanti tentativi di costruire una forza politica non dogmatica e
settaria, non ideologizzata.
Diretta inizialmente dall’allora marxista di scuola dellavolpiana Lu­
cio Colletti, ebbe anche il merito di rappresentare un punto di incontro

21. Cfr. «Nuova Generazione», n. 42, 17 novembre 1961.


22. «Nuova Generazione», n. 46, 15 dicembre 1961
3 4 D ieg o G iachetti

fra esponenti tradizionali delle correnti di sinistra interne ai partiti rifor­


misti e una nuova generazione di militanti in parte ancora interna alle fe­
derazioni giovanili dei partiti e in parte già alla ricerca di nuove forme e
momenti di aggregazione politica.
Tra i redattori e i collaboratori vi figuravano militanti comunisti su
posizioni critiche, esponenti della Quarta Internazionale (Livio Maitan,
Giulio Savelli, Giuseppe Paolo Samonà, Augusto Illuminati), dirigenti
del p s iu p (Lucio Libertini), redattori de «l’Unità» in “odore” di trotzki­
smo (Silverio Corvisieri e Edgardo Pellegrini); vi collaboravano anche
con sigle e pseudonimi alcuni futuri dirigenti del Manifesto come Luigi
Pintor.
I temi dominanti erano quelli della politica intemazionale di quegli
anni: Vietnam, America Latina, Cuba, la lotta di classe negli Stati Uniti e
il Black Power, il contrasto Cina- u r s s , il Medio Oriente, la n a t o , il m e c ,
gli armamenti nucleari. Riguardo alla politica interna diversi articoli era­
no dedicati all’analisi della socialdemocrazia, della strategia sindacale,
del p c i , della programmazione economica, delle lotte operaie, del molo
del p s iu p . Sul piano dell’analisi storico-politica primeggiavano ricerche e
riflessioni sulla rivoluzione culturale, sullo stalinismo, su Gramsci, Le­
nin, l’imperialismo e il sottosviluppo.
Al momento dell’uscita la rivista poteva già contare su mille abbona­
ti, che diventarono tremila nel 1967. Il numero di copie vendute, compre­
si gli abbonamenti si avvicinava a quello di «Rinascita»23, dato significa­
tivo e interessante che segnalava un aumento, senza eguali negli anni
precedenti, di domanda di informazione e di formazione politica da parte
di un pubblico che non si rivolgeva più agli organi tradizionali dei partiti
del movimento operaio, ma alle riviste di cosiddetta area di nuova sini­
stra.
Una domanda di “sapere politico” che costringeva alcune riviste let­
terarie degli anni Sessanta a trasformarsi in riviste politiche e ad aumen­
tare le tirature. «Quaderni Piacentini» dal giugno 1967 cessava di pubbli­
care poesie e cominciava ad ampliare la problematica relativa ai temi di­
battuti dal nascente movimento studentesco, mentre la tiratura passava
dalle 4 mila copie di quell’anno alle 11 mila del 1968; «Giovane Criti­
23. Per questi dati cfr. A. M o sc a to , Guevara e il maoismo in Italia, «Bandiera Ros­
sa», n. 36-37, luglio-agosto 1993. Stupisce e non è a nostro parere condivisibile il secco e
liquidatorio giudizio espresso da A. M a n g a n o su questa rivista bollata come dogmatica,
ideologica, tutta tesa a manovre di “piccolo cabotaggio tattico e presunzione da partito”
(Le culture del Sessantotto, cit., p. 76). Altrettanto liquidatorio e poco attendibile è il lavo­
ro di R. G u a stin i (Un progetto unitario fallito. "La Sinistra" 1966-1968, in «Classe», n.
17, cit.) dopo averla accusata di troskismo le attribuisce anche come colpa di aver accetta­
to “l’idea maoista della restaurazione capitalistica in u r ss ” [sic!] (p. 275).
O ltre il S essantotto 35

ca», nata come rivista di critica cinematografica, nel 1967 inaugurava la


rubrica Classe-Partito-Teoria; «Nuovo Impegno», sorto come periodico
di letteratura, cessava nel 1967 di occuparsi di metodologia letteraria per
aprirsi alle tematiche del movimento studentesco pisano e a quelle del
gruppo il Potere Operaio24.
Ancora tutto da riscoprire e da analizzare resta, in questo ambito, il
ruolo svolto da alcuni settori militanti di un partito oggi ingiustamente
dimenticato, il p s iu p . Esso era stato allora il partito della sinistra tradizio­
nale forse più attento a quanto emergeva nelle università, tra gli studenti,
i giovani e dentro le fabbriche.
A Torino ad esempio il p s iu p condusse tra il 1965 e il 1967 una signi­
ficativa esperienza alla Fiat, influenzato in questo dalla corrente di Pan-
zieri e dei «Quaderni Rossi». Dalla corrente sindacale che avevano costi­
tuito nella c g il emersero le battaglie contro la programmazione economi­
ca, per l’autonomia del sindacato dai partiti. Proprio da Torino partirono
le proposte per la costituzione dei consigli di fabbrica e per l’egualitari­
smo nelle rivendicazioni.
Non a caso, quindi, il p s iu p riscosse nelle elezioni politiche del 1968
un discreto successo elettorale fatto di un milione e mezzo di voti, quasi
il 5%. Molti dei leader della contestazione studentesca avevano militato
nelle sue file o ancora vi erano iscritti nella primavera del 1968, da Turi
Toscano a Mauro Rostagno, da Luigi Bobbio a Fabio Arcangeli25.
Non va dimenticato infine il ruolo svolto nella contestazione studen­
tesca dagli studenti e dai giovani provenienti dall’area del dissenso catto­
lico. In questo contesto va ricordata anche l’importanza che hanno avuto
le seguenti riviste di area cattolica: «Quest’Italia» di Wladimiro Dorigo,
«Adesso» di Don Primo Mazzolari, «Gallo» di Nando Fabbro, «La Roc­
ca» della Pro Civitate Christiana di Assisi, «Testimonianze» di padre
Ernesto Balducci e, infine, non si può dimenticare il peso e l’impatto che
ebbe il libro scritto da don Lorenzo Milani e dai ragazzi della scuola di
Barbiana, Lettera a una professoressa, uscito nel 1967.
I fattori che influirono sull’evoluzione del mondo cattolico furono
principalmente il pontificato di Giovanni xxm, il Concilio Vaticano il, le
lotte di liberazione del Terzo Mondo, in particolare nei paesi dell’Ameri-
ca Latina, con i suoi protagonisti cattolici come Camilo Torres26, l’urba­
24. Cfr. M. L u p e r in i , Op. cit., p. 161.
25. Cfr. D . P r o t t i , Cronache di “nuova sinistra". Dal p s iu p a Democrazia Proletaria,
Gammalibri, Milano, 1979, pp. 15-16. Vedi anche di S. D a lm a s s o , La sinistra socialista
da corrente a partito (1955-1964), «Calendario del popolo», n. 582, dicembre 1994 e
Trent’anni fa il p s iu p , «Il presente e la storia», n. 44, 1993.
26. Sacerdote e sociologo colombiano e poi prete guerrigliero nell’Esercito di Libera­
zione Nazionale, venne ucciso in uno scontro a fuoco. Aveva deciso di passare alla guerri-
3 6 D ieoo G iachetti

nizzazione con l’ingresso in fabbrica di consistenti popolazioni contadi­


ne, lo sradicamento della vecchia cultura, la nuova conflittualità.
Per tutta una prima fase la gerarchia ecclesiastica mostrò una certa
tolleranza nei confronti del dissenso cattolico, limitandosi sovente a
ignorarne l’esistenza. Tale comportamento indusse molti dissidenti a rite­
nere che, implicitamente, le gerarchie ecclesiastiche stessero orientando­
si per una riforma radicale della Chiesa. Questa speranza toccò il punto
più alto nella prima metà del 1966 con la pubblicazione dell’enciclica
Populorum firmata da papa Montini (Paolo vi). Già nel luglio dell’anno
successivo però si registrava un’inversione di tendenza con l’enciclica
Humanae Vitae che condannava l’uso della contraccezione farmaceutica
ribadendo in merito il tradizionale punto di vista della Chiesa. Nei primi
mesi del 1968 la fase di tolleranza veniva meno, senza impedire però
l’estendersi del fenomeno del dissenso.
Proprio a partire da quel periodo cominciarono a formarsi le Comuni­
tà di Base. Esse rappresentavano un importante punto di riferimento non
solo per il dissenso cattolico, ma anche per diversi movimenti spontanei
a esso contingenti. Molte comunità parrocchiali furono all’origine di lot­
te di baraccati e da diverse comunità vennero molti attivisti del movi­
mento degli studenti e dei gruppi della nuova sinistra.
Nel 1967 erano “oltre mille” i gruppi di estrazione cattolica che ope­
ravano, agivano e discutevano, affiancandosi
ai forse meno numerosi ma più solidi gruppi di tendenza marxista o li­
bertaria. [...] Moltissimi di questi gruppi, cattolici o marxisti o libertari
che siano, agiranno allora al di fuori del controllo della Chiesa e dei par­
titi, contestando il rispetto del “sistema” non solo da parte della dc ma
anche da parte di psi e pci27.
Una fitta rete di piccole associazioni, di gruppi, di movimenti spesso
a carattere locale segnalavano già negli anni Sessanta un salto di qualità
e di intensità del dibattito politico e culturale. Una ricerca pubblicata nel
197028 sull’associazionismo politico di base in Italia, individua 312
glia dopo aver constato che pregare non era sufficiente per combattere l’ingiustizia. “Non
celebrerò più una messa - diceva - finché la giustizia non sia trionfata nella mia patria”.
Cfr. P. C. T o r r e s , Liberazione o morte, Milano, Feltrinelli, 1968, N. H a b e g g e r , Cornilo
Torres, prete e guerrigliero, Firenze, Cultura Editrice, 1968, G. Guzman, Cattolicesimo e
rivoluzione in America Latina. Vita di Cantilo Torres, Bari, Laterza, 1968.
27. C. B e r m a n i , Il nemico interno, Roma, Odradek, 1997, pp. 145-46. Sui gruppi cat­
tolici cfr. Inchiesta sui gruppi minoritari cattolici, «Nuovo Impegno», n. 9-10, agosto
1967-gennaio 1968.
28. F. F er r a r e si et al., La politica dei gruppi. Aspetti dell'associazionismo di base in
Italia dal 1967 al 1969, Milano, Comunità, 1970.
O ltre il S essantotto 37

grappi di base distribuiti sul territorio. Nove erano sorti prima del 1955,
54 tra il 1956 e il 1963, 84 nel triennio successivo e 164 tra il 1967 e il
1968. Si trattava di movimenti che inventavano, per dirla con Sidney
Tarrow, “nuove forme di protesta”, ma che attingevano ancora
la maggior parte dei propri temi dai dibattiti della prima parte del decen­
nio e dai partiti e dai gruppi tradizionali29.

Il “maoismo”
L’influenza della rivoluzione cinese sulla politica della sinistra italia­
na ha attraversato varie fasi. Inizialmente essa fu valorizzata per i suoi
elementi di diversità rispetto alle cosiddette democrazie popolari dei pae­
si dell’Est. Si trattava di una rivoluzione attiva, che aveva coinvolto mi­
lioni di persone e la cui affermazione era avvenuta in contrasto con quan­
to volevano per quella nazione Stalin e il grappo dirigente sovietico.
La Cina appariva dunque come una specie di eresia jugoslava in Asia,
che si segnalava già per una critica a certi metodo staliniani, privilegiava
il momento politico dei “cento fiori”, evidenziava un rapporto un po’ più
democratico fra Stato, partito e società.
A questa fase ne seguì una seconda, quella segnata dalla rottura fra la
Cina e I ’ u r s s e dalle divergenze “tra noi e il compagno Togliatti”, che
venne letta in Italia in chiave antirevisionistica, come ritorno ai “sani
principi” della Terza Intemazionale e della rivalutazione del compagno
Stalin, messo alla berlina da Krusciov.
Nell’estate del 1962 si cominciarono a distribuire “quasi clandestina­
mente”, nelle sezioni del p c i gli articoli dei compagni cinesi e albanesi, di
“severa critica alle posizioni ‘revisioniste’ di Togliatti e di Krusciov”30.
Fu su questa base che trasse spunto e linfa vitale il dissenso marxista-le­
ninista dentro il p c i che portò alla costituzione del giornale «Nuova Uni­
tà» nel 1964.

29. S. T a r r o w , Democrazia e disordine. Movimenti e protesta politica in Italia. 1965-


1975, Bari, Laterza, 1990, p. 36.
30. M. G e y m o n a t , “Prefazione” alla ristampa anastatica di Nuova Unità (1964-1966),
Milano, Teti, 1996. Poche righe dopo egli sostiene che “per anni abbiamo ricevuto il so­
stegno fraterno di altri partiti marxisti-leninisti, primi fra tutti i compagni cinesi”. Più in
generale sulle influenze della rivoluzione cinese in Italia cfr. R. G u a s t in i , I messaggi poli­
tici della rivoluzione cinese. (1956-1966), in «Classe», n. 16, dicembre 1968; A. M a n g a ­
n o , Per un nuovo marxismo della crisi, «Unità Proletaria», n. 1-2-3, 1980, in particolare la
lunga nota 14 di p. 38; L. C ir il l o , Come e perché il maoismo divenne un mito, in «Bandie­
ra Rossa», n. 1, 11 gennaio 1981.
38 D iego G iachetti

L’interpretazione del caso Stalin da parte dei cinesi risulterà ambiva­


lente, e certamente meno univoca della versione che ne diedero i marxi­
sti-leninisti in Italia. Per i cinesi le cose erano più complesse. Nei fatti
criticavano l’operato di Stalin31 nella costruzione dello Stato e nella con­
cezione del partito e del suo rapporto con le masse; allo stesso tempo,
però si richiamavano a quel dirigente come simbolo della lotta contro il
revisionismo, per la rivoluzione e la dittatura del proletariato.
La fase della rivoluzione culturale coincise con l’ondata alta della
contestazione in Europa e vi venne collegata. Essa, assieme al pensiero
di Mao, fu letta contemporaneamente come rilancio di un nuovo interna­
zionalismo, a partire dalla rivoluzione anticoloniale e antimperialista nei
paesi del Terzo Mondo, denuncia dei cedimenti all’imperialismo del-
I ’ u r s s , come scoperta della “pratica sociale” (“chi non fa inchiesta non
ha diritto di parola”), come modello di azione diretta delle masse e quin­
di di autentica democrazia; un modello da seguire, quindi, nella ridefini­
zione della politica, della teoria e dell’organizzazione.
Il movimento giovanile vide, o meglio credette di vedere, nella Cina
di Mao la realizzazione concreta delle proprie aspirazioni rivoluzionarie
e antiburocratiche. Le parole d’ordine delle guardie rosse furono fatte
proprie dagli studenti italiani: “ribellarsi è giusto”, “sparare sul quartier
generale” ecc.
Il ruolo degli studenti, l’esaltazione delle contraddizioni che si mani­
festavano anche nei paesi dove, si diceva, il socialismo era stato realizza­
to, l’invito a criticare aspramente i dirigenti, parevano coincidere con la
polemica antiburocratica e antiautoritaria degli studenti. La critica al pro-
duttivismo, al socialismo inteso unicamente come sviluppo delle forze
produttive, la riscoperta della politicità dei rapporti di produzione, l’indi­
cazione del primato soggettivo della volontà politica, apparivano come
novità travolgenti e innovative anche nel campo della riproposizione del­
la teoria marxista.
Il movimento studentesco, mentre nutriva una profonda diffidenza
verso i gruppi marxisti-leninisti, fu ben presto attratto invece dal pensie­
ro di Mao e dalla rivoluzione culturale. Gli stessi sofisticati intellettuali
delle rivista «Quaderni Piacentini», durissimi nel condannare il Partito
Comunista d’Italia (m-1) e l’Unione dei Comunisti Italiani, non seppero
resistere alla tentazione di riferirsi liricamente a Mao, alla rivoluzione
culturale, alle guardie rosse:
Stalin e Lenin sono morti, ma Mao è vivo nel senso che è viva la sua
[...] opera teorica [...] ed è vivo l’immane esperimento socio-politico e

31. Cfr. M a o T s e - tu n g , Su Stalin e s u U ’u r s s , Torino, Einaudi, 1975.


O ltre il S essantotto 39

produttivo di 750 milioni di uomini che stanno uscendo dalla fame e av­
viandosi a costruire una civiltà su quelle basi di rifiuto della divisione
subordinante del lavoro32.
E l’editoriale che presentava il numero monografico di 576 pagine
della rivista «Ideologie», tutte dedicate alla rivoluzione cinese, così giu­
stificava ai lettori la scelta:
Il processo rivoluzionario cinese porta alla rottura della subordinazione
dei paesi socialisti e dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo alla
ragione burocratica dello Stato-guida sovietico; esso reca inoltre una ri­
presa creativa del pensiero dialettico, con la conseguenza di una profon­
da innovazione del marxismo-leninismo33.
Anche sulle pagine della rivista «Monthly Review», molto letta in
quegli anni, Huberman e Sweezy teorizzavano sulla rivoluzione culturale
e sulla sua natura antiburocratica, sostenendo che se Lenin fosse vissuto
abbastanza non si sarebbe comportato diversamente da Mao. Gli stessi
comunisti cinesi, soprattutto dopo il maggio francese, dimostrarono inte­
resse per la rivolta degli studenti. Il 21 maggio 1968 mezzo milione di
persone presero parte a Pechino a una dimostrazione di appoggio ai mo­
vimenti progressisti degli studenti europei e dell’America del Nord. Il
giorno dopo altri settecentomila sfilarono in Piazza Tien An Men in ap­
poggio alla rivolta francese. Sui giornali cinesi si avanzò trionfalmente
l’ipotesi che Mao fosse la fonte di ispirazione dei movimenti eversivi del
mondo occidentale:
il corso vittorioso della grande rivoluzione proletaria in Cina ha accelera­
to la diffusione degli insegnamenti di Mao Tsetung nell’Europa Occiden­
tale e in America del Nord, dove il numero degli studenti che leggono gli
scritti e le citazioni del presidente Mao è costantemente in aumento34.

32. F. C ia fa l o n i , C . D o n o l o , Contro la falsa coscienza del movimento studentesco,


«Quaderni Piacentini», n. 38, luglio 1969, in Antologia 1962-1968, Milano, Ed. Gulliver,
1977, p. 226; cfr. anche, E. M a s i , Critica e autocritica della nuova sinistra, «Quaderni
Piacentini», n. 46, marzo 1972.
33. Editoriale: le nostre forze e la rivoluzione cinese, «Ideologie», n.13-14, 1971. Sul
maoismo e la sua influenza in Italia vedi la relazione di R. N ic c o l a i , Quando la Cina era
vicina: l'influenza del pensiero di Mao nella sinistra rivoluzionaria degli anni Sessanta e
Settanta, alla giornata di studi: 1968-1997 gli anni della rivolta, cit.; si tratta di uno stral­
cio di un più corposo saggio di prossima pubblicazione presso la bfs di Pisa. Cfr. anche E.
C o l lo t t i P is c h e l , Nel '68 quando l ’oriente era rosso, in La cultura e i luoghi del '68,
Franco Angeli, Milano, 1991.
34. «Peking Rundschau», 68/22, 4 giugno 1968, citato da K. M e h n e r t , A sinistra di
Mao, Milano, Mondadori, 1969, p. 98.
4 0 D iego G iachetti

Complessivamente in quegli anni i gruppi alla sinistra del p c i si svi­


luppavano in quattro direzioni: 1) si formavano nuclei di opposizione al­
l’interno del p c i ; 2 ) si dilatavano quelli che erano stati i gruppi della sini­
stra storica, in particolare la Quarta Intemazionale; 3) sorgevano nuovi
gruppi che si richiamavano alle posizioni cinesi; 4) nascevano gruppi di
ispirazione operaista e anarcosindacalista, soprattutto a partire dalle lotte
operaie dei primissimi anni Sessanta.
La loro composizione sociale era prevalentemente, se non del tutto,
piccolo-borghese, la classe operaia era ancora estranea alla formazione di
questi gruppi rivoluzionari. I legami tra le avanguardie operaie e il p c i si
erano formati soprattutto nel lungo periodo che andava dal 1943 al 1953
e si dimostravano estremamente forti. Inoltre, il p c i e i sindacati svolge­
vano l’utile molo di stmmenti per l’organizzazione quotidiana della dife­
sa economica del proletariato e, in quella veste, non erano sostituibili dai
gruppi.
Il m o v im e n t o d e l ’68 e i s u o i p r o b l e m i

Una lotta non la si può aprire


e poi non chiudere più
fino a ll’alba dorata della rivoluzione
aspettando i giorni del vino e delle rose
(Mauro Rostagno ) 1

Il decreto legge 2.314, voluto dal ministro della pubblica istruzione


Gui, fu la causa dell’inizio delle lotte universitarie nell’anno accademico
1966-67. Esse, e soprattutto quelle che verranno nell’anno seguente, non
si spiegano senza fare riferimento alle trasformazioni profonde che ave­
vano interessato l’università italiana.
La popolazione studentesca universitaria, rimasta pressoché staziona­
ria durante i primi quindici anni del dopoguerra (gli studenti in corso era­
no aumentati appena dell’ 1,1% dal 1945 al 1960), a partire dal 1960 au­
mentava vistosamente: nel 1966 del 72%, nel 1967 del 93%, nel 1968 del
117%. Diminuiva l’incidenza degli studenti provenienti dalle classi me-
dio-alte e aumentava quella degli studenti provenienti dalla piccola bor­
ghesia e dal proletariato2.
Dentro le università si creava una situazione nuova, da un lato la vec­
chia struttura didattica appariva incapace di rispondere ai nuovi bisogni
ideologici e formativi indotti dalla trasformazione neocapitalistica della
società, dall’altra i sistemi di selezione, i disagi materiali di varia natura,
l’oppressione ideologica e il dispotismo dei baroni, diventavano sempre
più intollerabili alla nuova massa di studenti.
Se le prime lotte dell’anno 1966-67 non erano paragonabili a quelle
dell’anno successivo, si differenziavano però già da quelle precedenti.
Per la prima volta dal dopoguerra, infatti, la polizia era intervenuta per

1. M. R ostagno , Op. cit., p. 131.


2. Per questi dati cfr. Lotta di classe nella scuola e movimento studentesco, Quaderni
di Avanguardia Operaia, Milano, Sapere Edizioni, 1971, p. 83.
4 2 D iego G iachetti

sgomberare l’università occupata a Pisa nel febbraio del 1967 e a Trento


nel marzo dello stesso anno3.
Inoltre, rispetto al passato, emergevano tematiche nuove che rappre­
sentavano un vero e proprio salto di qualità. La prima era la tematica an­
timperialista, che aveva come riferimento principale la guerra del Viet­
nam; la seconda emergeva dalle elaborazioni svolte nel corso dell’occu­
pazione di varie facoltà di Architettura (Milano, Venezia, Torino) e della
facoltà di Sociologia di Trento circa il ruolo professionale del laureato
dentro i rapporti capitalistici di produzione; la terza, emersa durante l’oc­
cupazione dell’università di Pisa dal 7 all’11 febbraio del 1967, riguarda­
vano la figura sociale dello studente, ripresa e analizzata nei dettagli dal­
le famose Tesi della Sapienza.
Le lotte studentesche portavano anche al superamento della tradizio­
nale richiesta di riforma democratica della scuola. Negli anni precedenti
le varie organizzazioni giovanili universitarie si erano limitate a chiedere
l’ammodernamento e la riqualificazione degli studi, la realizzazione del­
la cogestione dell’Università, l’attuazione del diritto allo studio, secondo
i principi sanciti dalla carta costituzionale.
Durante le occupazioni, invece, diventava sempre più chiaro il rap­
porto esistente tra sistema scolastico e mondo dell’accumulazione capita­
listica. Il movimento studentesco nascente prendeva coscienza del fatto
che un obiettivo di riforma della scuola, concepito all’interno dei margini
di cambiamento consentiti dal sistema, non avrebbe prodotto altro che un
rafforzamento del sistema capitalistico nel suo complesso.
Nell’anno accademico 1967-68 l’agitazione nelle università assunse
dimensioni e caratteristiche mai viste prima. Dal novembre 1967 al giu­
gno del 1968 vi furono 102 occupazioni di sedi o facoltà universitarie;
almeno 31 sedi universitarie su 33 furono totalmente o parzialmente oc­
cupate almeno una volta, le facoltà in cui fu più viva l’agitazione furo­
no: Lettere (almeno 18 facoltà occupate su 22), Scienze (in particolare
Fisica: almeno 16 facoltà occupate su 22), le facoltà di Ingegneria furono
invece le meno toccate dall’agitazione, solo 2 su 11 furono occupate4.
Le lotte coinvolgevano la massa degli studenti perché avevano due
caratteristiche importanti: 1) partivano da rivendicazioni concrete, contro
l’aumento delle tasse scolastiche (all’Università Cattolica di Milano),
contro la selezione, dai disagi materiali provocati dalla carenza di struttu­
3. Per una ricostruzione cronologica dettagliata di questo periodo cfr. Lotta di classe
nella scuola e movimento studentesco, cit.; S. T ravaglia , Cronache ‘68-69, Verona, Berta-
ni, 1978. Cfr. anche A. M ang a no , La geografia del movimento del ’68 in Italia, in II Ses­
santotto, l ’evento e la storia, Brescia, Annali della Fondazione Micheletti, n. 4, 1988-89.
4. I dati sono presi da una cronologia del Movimento Studentesco apparsa su «Tempi
M oderni», estate 1968.
O ltre il S essantotto 4 3

re; 2) erano reazioni ad atti autoritari dell’istituzione o alla repressione


poliziesca.
Il movimento studentesco si consolidava perché nel corso delle occu­
pazioni riusciva a coinvolgere larghi strati di studenti nei lavori di com­
missioni, controcorsi, gruppi di studio.
Con la primavera del ’68 e il maggio francese si raggiungeva l’apice
della protesta studentesca. Dopo l’estate si sviluppava un dibattito tra le
avanguardie del movimento studentesco per determinare le linee di una
strategia rivoluzionaria supportata da una serie di misure organizzative e
di iniziative di lotta da condurre assieme ad altri strati sociali oppressi.
Il movimento studentesco cercava di proiettarsi all’esterno dell’uni­
versità con manifestazioni di piazza e dando inizio al cosiddetto lavoro
operaio; presso molte università si erano costituite le commissioni opera­
ie o commissioni fabbriche allo scopo di articolare e coordinare l’inter­
vento studentesco presso le fabbriche.

Vantaggi e limiti della democrazia assembleare


Prima dell’avvio delle occupazioni universitarie, tipiche del biennio
’67-’68, la stmttura del movimento studentesco si fondava sul principio
di rappresentanza ai vari livelli, dagli organismi rappresentativi eletti nel­
le singole università fino, per deleghe successive, all’istanza nazionale.
Nel dopoguerra, nelle università, si erano riprodotte le forme della
democrazia rappresentativa costituendo in ciascuna dei parlamentini de­
gli studenti, chiamati organismi rappresentativi. Dal 1948 esisteva un
parlamentino nazionale, I ’ u n u r i , eletto dai vari parlamentini locali.
All’interno di questa stmttura istituzionale agivano le varie associa­
zioni politiche degli studenti che erano di fatto appendici dei partiti al­
l’interno delle università. Le più importanti erano I ’ u g i (studenti del p c i ,
p s i , p s iu p e p s d i ), 1’in t e s a (cattolici), P a g i (liberali), il f u a n (fascisti).
Se scarsi erano i poteri assegnati agli organismi rappresentativi degli
studenti (nominavano alcuni rappresentanti nel consiglio dell’Opera Uni­
versitaria e promuovevano iniziative sportive e ricreative) essi svolgeva­
no però altre diverse e importanti funzioni. Erano il luogo per addestrare
i giovani alle schermaglie della dialettica parlamentare. Erano in qualche
modo rappresentativi degli interessi sindacali e corporativi degli studenti
ed esercitavano una pressione sui partiti e sul governo a favore della ri­
forma dell’Università.
Le occupazioni misero immediatamente in crisi questo sistema svuo­
tando le istituzioni rappresentative per sostituirle con l’assemblea gene­
rale, riunita in permanenza. Il nuovo movimento studentesco si basava
4 4 D iego G iachetti

sulla partecipazione effettiva e cosciente degli studenti che si manifesta­


va nelle assemblee e rifiutava qualunque delega di potere o di rappresen­
tanza a un organo più ristretto. Scrivevano ad esempio i “trentini” in un
documento del 1967:
Noi non riconosciamo alcuna autorità agli organismi rappresentativi.
Essi sono l’immagine riflessa nello specchio deformante del democrati­
cismo piccolo-borghese, del verticalismo parlamentare, svincolato dalle
masse e connivente, direttamente o indirettamente, col potere costituito5.
Altrettanto critica e radicale era la posizione, espressa da due espo­
nenti di rilievo del movimento studentesco torinese, a proposito dei parti­
ti politici e delle loro funzioni:
Tutti i partiti funzionano come macchine elettorali e come meccanismi di
organizzazione del consenso al regime parlamentare che nei fatti si è tra­
sformato in uno strumento di legittimazione (attraverso il gioco del di­
battito tra maggioranza e opposizione) delle decisioni prese dall’élite al
potere6.
A questa “democrazia” delegata, basata sulla rappresentanza politica,
il movimento studentesco contrapponeva, quale luogo effettivo di parte­
cipazione e di presa di coscienza della condizione studentesca, l’assem­
blea strutturata di facoltà.
L’assemblea divenne lo strumento di demistificazione dell’idea di so­
vranità popolare dichiarata nei principi e istituzionalizzata nelle forme
rappresentative. Si trattava di una ripresa della critica a un concetto di
democrazia che si fondava, nella società capitalistica, su un rapporto di
produzione non egualitario e denunciava il principio della delega; se al
popolo era ed è data la possibilità di esprimersi attraverso il voto, così fa­
cendo esso consegnava la sua volontà a persone che poi non era in grado
di controllare, né di destituire nel caso non realizzassero il mandato che
derivava loro dall’essere stati votati.

5. Università negativa, in «Lavoro Politico», n. 2, novembre 1967


6. L. B o b b io , G. V iale , La strategia del movimento studentesco, «Problemi del Socia­
lismo», n. 28-29, marzo-aprile 1968, p. 78. Una simile critica ai partiti trovava riscontro
nelle analisi già precedentemente sviluppate nell’ambito della critica marxista di sinistra.
Si veda ad esempio quanto già scriveva Lelio Basso nel 1962: “I partiti si sono sviluppati
come organizzazioni elettorali intorno al sistema parlamentare e si può dire che [...] tutti i
partiti abbiano come scopo principale della loro attività quella di conquistare seggi in Par­
lamento: ormai anche i partiti del movimento operaio nell’Occidente sono completamente
parlamentarizzati” (Un processo di depoliticizzazione strutturale e sovrastrutturale,
«Tempi Moderni », n. 8, gennaio-marzo 1962).
O ltre il S essantotto 45

Inoltre il movimento metteva in evidenza come questo potere fondato


sull’espropriazione della partecipazione attiva della base alle scelte, gra­
zie all’intervento dei media, fosse anche facilmente manipolabile, nel
momento in cui avvenivano le votazioni dai gruppi di interesse economi­
ci e dagli stessi partiti. La conclusione sintetica era che sia le istituzioni
centrali e periferiche dello Stato, sia i partiti e i sindacati che accettavano
quel modello, negavano nei fatti la sovranità popolare da cui dicevano di
trarre legittimazione.
A questo modello il movimento contrapponeva la rivendicazione del
passaggio di “tutto il potere all’assemblea”. Non l’assemblea generale,
però, perché essa, come segnalavano in un documento gli studenti roma­
ni, consentiva ad esempio ai leader carismatici o agli aderenti ai gruppi
politici minoritari e non della sinistra, di trasformarla “in una logica di
tipo parlamentare”, con annesse “manovre di corridoio e tendenza al
compromesso”7.
Non a caso i “torinesi” affermavano che uno dei maggiori successi
della lotta studentesca era stato riportato sul piano della demistificazione
delle funzioni dell’assemblea generale che favoriva l’atomizzazione e
l’isolamento dei partecipanti; ecco perché si erano costruiti “nuovi stru­
menti intermedi di democrazia diretta”, quali le commissioni e i gruppi
di studio al fine di permettere
alla massa degli studenti coinvolti nell’agitazione di fornire un contribu­
to personale alla elaborazione e alla lotta collettiva, in misura molto
maggiore di quanto lo consenta la riconvocazione permanente dell’as­
semblea, dove il ruolo dei presenti è generalmente passivo (approvazione
o rigetto) rispetto alle proposte e ai discorsi dei leaders8.
Si veniva così a costituire un tipo di organizzazione assembleare che
a Trento chiamarono “strutturata” e che aveva le seguenti caratteristiche:
1) l’assemblea di corso in quanto essa consentiva una maggiore omoge­
neità dei partecipanti e quindi maggiore impegno nella discussione e nel
processo di formazione delle decisioni; 2) l’assemblea generale, vero e
proprio luogo del “potere studentesco” che raccoglieva le istanze delle
assemblee di corso, le analizzava, le discuteva e ne affidava l’approfon­
dimento o il passaggio alla realizzazione a specifici collettivi di intercor­
so; 3) i collettivi di intercorso che si formavano per autocandidatura e

7. // movimento studentesco a Roma: esperienze e obiettivi, «Quaderni Piacentini», n.


34, maggio 1968, p. 103.
8. G. V iale , Contro l'università, in a a .v v ., Università: l ’ipotesi rivoluzionaria, cit., p.
127; in merito vedi anche L. B o b b io , G. V iale , Op. cit., p. 84.

i
4 6 D iego G iachetti

che lavoravano su argomenti particolari di tipo politico, ideologico,


scientifico o sindacale9.
Si cercava in qualche modo di superare l’informalità dell’organizza­
zione del movimento, la quale, se era in parte scontata nella sua fase ini­
ziale, non era “conservabile a lungo”, pena il cadere in “tendenze sponta­
neistiche” e “democraticistiche” che era “necessario superare subito”10.
La reazione contro la forma rappresentativa che aveva ucciso il con­
tenuto della partecipazione democratica creava per eccesso una voluta
informalità nella gestione delle assemblee, alle quali partecipavano tutti
gli interessati, senza porre questioni di rappresentanza numerica o di de­
lega da parte di qualcuno.
Tra i partecipanti e i fautori di questa nuova forma di organizzazione
non è mancato chi ha voluto però criticare il fatto che al momento di sce­
gliere non si votava quasi mai e spesso la direzione era di fatto affidata a
chi aveva più resistenza al sonno e minori necessità di lavorare per vive­
re; inoltre la forma assembleare aveva codificato un rituale che finiva col
bloccarne i lavori:
nelle assemblee si rischiava di non cominciare mai, a forza di contestare
presidenza, ordine del giorno e relatore, tutto incominciava ogni volta da
capo, scarsi erano i risultati, giacché le decisioni finali erano sottoposte
alla stessa contestazione di legittimità degli inizi. 1 meno forti o i meno
capaci di vociferazione se la squagliavano delusi, si finiva non in più ma
in m eno11.
D’altronde elementi per una riflessione critica erano già presenti nel­
l’opera stessa di chi fu protagonista attivo di quel movimento. Grande
merito del movimento studentesco era stata la ridefinizione della politica,
esso aveva certo introdotto, per dirla con Carlo Donolo, “un nuovo modo
di fare politica e anche di definire che cos’è la politica”, ma l’informalità
organizzativa, necessaria e utile all’inizio per ridurre “l’atomizzazione
politico-sociale dei singoli” e favorire la discussione, poteva dar luogo a
una “forma quasi carismatica di autorità” e non eludeva certo quello che
era il rapporto cruciale all’interno del movimento:
tra vertice e base. Il vertice è costituito dal gruppo di coloro che sono più
impegnati, hanno opinioni più argomentate e le migliori idee in fatto di

9. Università negativa , cit.


10. Così si esprimevano in alcuni passaggi C. D ono lo , La politica ridefinita, «Qua­
derni Piacentini», n. 35, luglio 1968, in Antologia, cit., p. 81, e L. B obbio , G. V ia le , Op.
cit., p. 84.
11. R . R o ssanda , Elogio dei gruppettari. Il movimento, la giusta linea, l ’organizzazio­
ne, supplemento a «il manifesto» del 26 ottobre 1988.
O ltre il S essantotto 4 7

iniziative. In quanto esprimono una coscienza politica più avanzata si


pone il problema della mediazione con la base12.
Lo stesso Guido Viale in un testo già citato, Contro l ’università, si
poneva il problema del rapporto tra assemblea e avanguardia, rivendican­
do il ruolo di quest’ultima senza però entrare poi di fatto nel merito di
una soluzione praticabile di questo rapporto che evitasse sia il rischio di
riproporre un messianismo da avanguardia esterna sia quello di cadere
nel cosiddetto “assemblearismo” fine a se stesso.
Spesso il ragionamento sembrava confondere due momenti distinti,
quello dell’organizzazione autonoma dei lavoratori, degli studenti o di
altri soggetti sociali, con quello dell’organizzazione delle avanguardie
politiche.
Non era affatto la stessa cosa: i lavoratori, i soggetti sociali in senso
lato manifestavano al loro interno momenti differenti di maturazione e di
coscienza, necessitavano quindi di strutture organizzative che rappresen­
tassero tutti, fondate sulle assemblee di fabbrica, di scuola, di quartiere
ecc., che esprimessero dei rappresentati eletti dalla base e facilmente
revocabili. Altra cosa invece era l’organizzazione dell’avanguardia poli­
tica che necessitava di uno strumento anch’esso democratico, ma diver­
so. Le forme di democrazia diretta o non delegata si affermavano come
strumenti di lotta attorno a determinati contenuti rivendicativi, nascevano
come mezzi e non come fine in sé durante le lotte. Ecco perché era co­
munque sempre necessario distinguere tra:
strumenti di “avanguardia” e strumenti di “massa”; cioè, da un lato, l’or­
ganizzazione di nuclei che prendono l’iniziativa (sul piano del discorso e
della propaganda politica [...]), dall'altro gli strumenti e le istanze in cui
tale iniziativa viene portata a livello di massa13.
L’assemblea era stata lo strumento tipico attraverso il quale si era ma­
nifestata la presa di coscienza degli studenti rispetto al loro ruolo e con­
dizione, essa era servita a rappresentare e a dare forma all’insorgenza del
movimento, come d’altronde era già accaduto in altre situazioni e conte­
sto storici durante i quali le masse avevano dimostrato un elevato livello
di partecipazione diretta alla lotta politica e sociale che si era espressa
nei club della rivoluzione francese, nei soviet di quella russa, nei comita­
ti rivoluzionari di quella cinese o nei consigli di fabbrica italiani.

12. C. D o n o lo , Op. cit., pp. 78, 81.


13. V. R ie se r, M. V o l t e r r a , Movimento studentesco, pci e centro-sinistra, «Quaderni
Piacentini», n. 37, marzo 1969, pp. 36-37.
4 8 D iego G iachetti

Nel lungo periodo, però, quando la tensione partecipatoria iniziale


cominciò a diminuire, l’assemblea cominciò a evidenziare i suoi limiti,
essa non forniva più alcuna garanzia “istituzionale” alla democrazia,
“non era né migliore né peggiore di qualunque altro organo di Stato”14.
Lo stesso strumento dell’assemblea conteneva in sé il rischio, subito se­
gnalato da Mauro Rostagno, del passaggio “dall’alienazione individuale
di studente disperso e atomizzato, all’alienazione collettiva della assem­
blee generali dove leader carismatici o ideologici giocano a colpo di fiu­
to politico”15.
Il rifiuto di strutture elettive formali dentro le assemblee comportava
l’emergere di figure carismatiche nel senso pieno e sociologico del ter­
mine (e non in quello facilone e vile dei rotocalchi) alle quali, in qualche
modo, l’assemblea dava la sua fiducia; una specie di delega, formalmen­
te sempre revocabile, ma nei fatti duratura e sempre meno sostituibile.
L’informalità del movimento rendeva difficile lo scambio di informa­
zioni e di conoscenze tra le varie facoltà occupate. A questo inconvenien­
te si cercava di ovviare attraverso i contatti personali o lo scambio di
“quadri” dei singoli movimenti studenteschi cittadini. Tale prassi, non
solo non era in grado di risolvere il problema della circolazione delle
idee e delle informazioni, ma contribuiva
a cristallizzare la dirigenza informale del movimento il cui potere [fini­
va] per derivare dal monopolio dell’informazione16.
La prassi secondo la quale faceva parte del movimento chi si impe­
gnava in prima persona nelle sue attività e solo a chi partecipava era ri­
conosciuto il diritto di parola, non ingenerava contraddizioni finché la
partecipazione era elevata e rappresentativa del corpo studentesco, ma
quando questa cominciò a diminuire, quando gli strati meno motivati po­
liticamente e ideologicamente, rifluirono, il movimento si trovò, volente
o nolente, ad affrontare il problema della sua riorganizzazione.
Nato anche per criticare l’idea dell’avanguardia e della militanza po­
litica come professione, il movimento aveva prodotto un gruppo di per­
sone che ormai - come ha-osservato Luigi Bobbio - “non erano più dispo­
ste a rientrare nei ranghi della vita normale”17, cioè dei militanti.

14. R. D e l C a r r ia , Proletari senza rivoluzione, voi. v, Roma, Savelli, 1977, p . 98.


15. M. R ostagno , Op. cit., p. 14.
16. Materiali per un’università critica, «Quaderni Piacentini», n. 36, novembre 1968.
17. L. B o bbio , Prima di lc. Da Palazzo Campana il salto nella società senza centro,
in supplemento a «il manifesto» del 26 ottobre 1988.
O ltre il S essantotto 4 9

Si discute (e come!) di organizzazione


La rappresentazione di un movimento studentesco puro e spontaneo,
informale e assembleare, che neanche voleva sentir parlare di organizza­
zione e di partito è una favola.
Nelle varie sedi del movimento studentesco si discuteva - e come! -
di organizzazione e di partito, e tracce profonde ed evidenti di questa di­
scussione emergono dalla lettura dei documenti prodotti all’epoca dalle
assemblee e dagli incontri nazionali tra gli esponenti delle varie universi­
tà italiane in agitazione.
Esemplificativo e chiaro in proposito era un passo del testo della mo­
zione approvata il 6 febbraio 1968 a Trento durante il ii Convegno nazio­
nale del movimento studentesco:
si pone [...] al movimento con estrema urgenza e gravità il problema di
una direzione politica unificata [...] senza la quale questo potenziale
nuovo di lotta studentesca rischia di soffocare [...] di scadere nello spon­
taneismo;
in previsione di un maggiore e necessario collegamento con le lotte degli
studenti medi e della classe operaia si poneva al movimento
il problema dello strumento organizzativo e cosciente di intervento e sal­
datura, per uno scontro generalizzato alle strutture del sistema, cioè il
problema del partito18.
Il prevalere di una struttura segmentata, policéfala e reticolare, che
aveva caratterizzato la nascita e lo sviluppo del movimento, venne ben
presto vista come un elemento che impediva lo sviluppo e la maturazione
politica del movimento stesso. L’informalità, l’agire localmente, senza
una strategia e una disciplina comuni non era allora concepita come un
passo avanti, un modo nuovo di fare politica che “veniva decostruendo il
modello organizzativo tradizionale” 19.
Certo occorreva riformare e innovare profondamente il modo di fare
politica e di essere protagonisti, liberandolo dalle pastoie partitiche, bu­
rocratiche, basate sulla delega, sul parlamentarismo e sulla lotta tutta da
riversarsi nel solo ambito istituzionale. Ma questo progetto non era affat­
to incompatibile con l’organizzazione del movimento, con la sua struttu­

18. Mozione conclusiva del convegno sulle lotte studentesche, Trento, 6 febbraio
1968, in Documenti della rivolta universitaria, a cura del Movimento Studentesco, Bari,
Laterza, 1968, pp. 77-78.
19. M. R ev elli , Op. cit., p. 424.
5 0 D iego G iachetti

razione su scala nazionale, col fatto che cercasse di dotarsi di una strate­
gia e di una linea politica omogenea.
Dopo la prima entusiasmante fase di sviluppo spontaneo delle lotte,
già alle soglie dell’anno 1968 si avvertiva la coscienza che una prima
fase si fosse chiusa, mentre quella che si stava aprendo rischiava di co­
gliere il movimento impreparato. Il movimento, sviluppandosi, aveva
messo in luce tutte le sue varianti interne, la gamma dei suoi interventi,
modi di agire, di fare e di elaborare, le differenze dei livelli politici tra le
varie sedi e facoltà.
A ll’estrema politicizzazione - scriveva il leader trentino Mauro Rostagno
- si contrappone una lotta appena iniziata o ancora da iniziare. E l’una si­
tuazione rimane spesso, di fronte all’altra, muta e sorda. [...]
Ci troviamo così a ragionare e a lottare [...] in assenza di una strategia
rivoluzionaria. Il movimento deve uscire dall’iperuranio delle idee plato­
niche dove fino a ora ha conservato questi concetti (classe, partito, lotta
di classe) per verificarli sul terreno della pratica sociale20.
D ’altronde anche altri esponenti del movimento o fini osservatori di
esso mettevano in luce, in quel periodo, come alla lunga apparisse sem­
pre più fragile l’impostazione della lotta studentesca fondata essenzial­
mente sulla mobilitazione delle potenzialità antiautoritarie degli studenti
delle singole sedi, senza porsi il problema del collegamento, della dire­
zione comune e della loro collocazione sociale rispetto alla totalità del si­
stema di cui l’Università era soltanto una delle componenti:
gli studenti sono caduti nell’equivoco di credere di fare già la rivoluzio­
ne perché facevano la contestazione [...]. Tale coscienza è falsa in quanto
inganna i partecipanti sul ruolo storico effettivamente svolto e impedisce
lo sviluppo della problematica organizzazione-strategia in forma nuo­
va21.
All’interno stesso del movimento torinese, che assieme a quello
trentino veniva indicato come la componente più decisa a valorizzare e a
difendere l’autonomia del movimento insistendo sul ruolo specifico della
figura sociale dello studente, emergevano, nel corso dell’anno 1968, po­
sizioni che andavano verso il riconoscimento della necessità dell’orga­
nizzazione.
Accusati di voler accanirsi contro gli elementi secondari (le autorità
accademiche), di negare quindi l’importanza della direzione politica ge­
nerale, del partito, da altre componenti del movimento, in realtà essi non
20. M. R ostagno , Op. cit., pp. 17-19.
21. E C iafaloni, C . D o no lo , Op. cit., p. 217.
O ltre il S essantotto 51

rifiutavano il momento dell’organizzazione, cercavano solo di trovare


una strada diversa e innovativa per costruirla. Si trattava di un problema
che andava comunque affrontato e risolto, pena il rischio:
di esaurirsi in azioni senza darsi precise dimensioni in termini di organiz­
zazione e di elaborazione politica. [...] non possiamo più permetterci di affi­
dare le sorti del movimento a episodi di ribellione, ma dobbiamo invece
far sì che alla radicalizzazione dell’azione si accompagni una maturazio­
ne della coscienza politica e un consolidamento dell’organizzazione [...]
Questa dimensione politico-organizzativa è essenziale perché non si può
pensare che il movimento possa durare indefinitamente sulla base del
puro rifiuto o del blocco permanente della scuola22.
Certo la loro posizione era diversa da quella espressa dal gruppo na­
poletano che faceva capo alla Sinistra Universitaria, il quale sosteneva
esplicitamente che il compito fondamentale del movimento consisteva
nell’organizzare la lotta e la protesta degli universitari accompagnata dal­
lo studio e dalla riflessione teorica al fine di promuovere la maturazione
delle coscienze, puntando tutto sulla “formazione di quadri rivoluziona­
ri” 23.
Si trattava di un’impostazione politica che non solo era distante dalle
posizioni sviluppate in altre sedi, ma che veniva criticata anche da altre
componenti stesse del movimento studentesco napoletano che accusava­
no quelli della Sinistra Universitaria di ridurre la funzione del movimen­
to a una palestra “di addestramento ideologico dei quadri che sono venuti
fuori dalle lotte precedenti”24.
Che il movimento studentesco potesse fungere da detonatore per la
costruzione di un “partito politico di classe” era una prospettiva già
avanzata nelle Tesi della Sapienza di Pisa; in esse la lotta anticapitalistica
che si andava sviluppando nelle scuole veniva considerata come un con­
tributo:
alla radicalizzazione della lotta di classe e alla costituzione della dirigen­
za politica rivoluzionaria, che costituisce l’obiettivo di fondo della nostra
azione25.
22. L. B obbio , G. V iale , Op. cit., p. 82, 84.
2 3 . S inistra U niversitaria di N apoli , Valore politico del movimento studentesco, in
a a . v v . Università:..., cit., p 159. Così scriveva M. Menegozzi presentando questo docu­
mento. “Il problema cruciale è rappresentato dal rapporto tra gruppi capaci di elaborare
una teoria rivoluzionaria e masse universitarie” (Movimento studentesco e processo rivo­
luzionario, ivi, p. 145).
24. Cronaca di otto mesi di lotta studentesca a Napoli, in «Quaderni Piacentini», n.
36, cit., p. 87.
25. Le tesi della Sapienza, Pisa, in a a .v v . Università:..., cit. p. 185.
5 2 D iego G iachetti

Il timore di non essere in grado di utilizzare politicamente la radica-


lizzazione studentesca per favorire un processo di generalizzazione dello
scontro di classe, la paura che dopo l’esplosione spontanea e ribellistica
del movimento, tutto tornasse come prima e il movimento si frantumas­
se, si disperdesse nei mille rivoli dell’integrazione nel sistema, del ritor­
no all’ovile rappresentato dai vecchi partiti di sinistra o nel riflusso indi­
viduale verso la professione e la collocazione sociale nella società, spin­
geva le avanguardie del movimento studentesco a cercare una via d’usci­
ta organizzativa, non tanto un comando centralizzato, un “comitato cen­
trale”, ma almeno uno scheletro, una rete, una struttura portante, capace
di assicurare continuità e prospettiva all’agire quotidiano:
Non è pensabile una continuazione ininterrotta, per un lungo periodo, di
scontri nelle forme attuali. Periodi di scontro acuto si alternano a periodi
di relativa stasi: è necessario formare un’organizzazione in grado di at­
traversare gli uni e gli altri.[...]
Nelle situazioni di lotta più avanzate [...] si manifesta un divario cre­
scente fra lo sviluppo concreto dello scontro [...] e lo sviluppo della di­
scussione e dell’organizzazione politica del movim ento.!...] Lo sviluppo
strategico del movimento avviene così nella testa dei leaders, che via via
decidono di dare questo o quel significato a questo o quello scontro26.
Il dibattito sull’organizzazione diventava ancor più assillante dopo
l’esplosione del maggio francese. Gli studenti italiani che si erano recati
a Parigi a vedere la rivoluzione “erano tornati meditabondi per il suo ve­
loce rifluire”27. La vastità del movimento che aveva portato la Francia
sull’orlo di una crisi rivoluzionaria nel maggio del ’68 e il suo veloce
rifluire avevano introdotto un elemento e una riflessione in più a favore
di quelli che spingevano per una strutturazione organica del movimento
studentesco, superando definitivamente quelli che sempre più sembrava- .
no i limiti legati al localismo, allo spontaneismo.
Inoltre, lo stesso movimento degli studenti in Italia, dopo l’ascesa
delle lotte dei mesi precedenti, conosceva nell’estate del ’68 un momento
di stasi, di crisi di incertezza. Esso stava perdendo la sua dimensione di
massa. Aveva contestato a fondo l’università, la sua cultura accademica e
borghese, i suoi sistemi autoritari e burocratici, la sua didattica vecchia e
obsoleta, aveva saputo definire in modo nuovo e dissacrante la figura so­
ciale dello studente, aveva indicato nuove vie per la politicizzazione di
strati sociali diversi da quelli presi in considerazione dalle tradizionali

26. V. R ieser , Università e società, «Problemi del Socialismo», n. 28-29, marzo-aprile


1968, pp. 92, 98.
27. R . R o ssa n da , Op. cit.
O ltre il S essantotto 53

teorie del conflitto di classe; si poneva ora la questione di come “tenere


nel tempo” queste acquisizioni, come continuare la lotta che ormai, non
avendo obiettivi riformistici, si andava configurando come scontro gene­
rale con il sistema. Per attrezzarsi a tale scontro occorrevano essenzial­
mente due cose: una struttura organizzativa e la ricerca di alleanze con
altri strati sociali o classi subordinate.
11 maggio francese aveva palesato, così almeno pareva, la possibilità di
uno scoppio rivoluzionario [...] coloro che erano convinti che anche
l’Europa e l’Italia avrebbero conosciuto una fase di conflitto analoga
[...] premevano perché non si arrivasse impreparati a quella scadenza e
perché, anzi, la si affrettasse e favorisse allargando con un centralismo
politico organizzativo le lotte e la conflittualità, anche chi pensava a una
fase prolungata di guerra guerreggiata, anche chi temeva un brutale con­
traccolpo difensivo della reazione, anche chi riteneva possibile utilizzare
le energie sprigionatesi per ottenere un qualche timido miglioramento
istituzionale o sociale, difficilmente riuscivano a ragionare senza che la
questione dell’organizzazione non facesse la sua apparizione28.
“Dopo il maggio francese - ricordava Peppino Ortoleva - eravamo
pronti a tutto”29, e la non definizione della questione organizzativa pone­
va il movimento di fronte a un duplice rischio, segnalato sia da Vittorio
Rieser che da Mauro Rostagno: quello dell’opportunismo e dell’avventu-
rismo30.
Il tema dell’organizzazione diventava quindi un argomento prioritario
di discussione dentro il movimento, una discussione lunga che trovava la
sua conclusione con la nascita dei gruppi nell’autunno del 1969. Eviden­
temente la ripresa delle lotte operaie aveva dato un contributo decisivo
nell’indirizzare il dibattito e il suo esito sulla questione dell’organizza­
zione e sul rapporto da stabilire fra movimento studentesco e operai.
Dopo il convegno nazionale di Venezia del settembre 1968, l’ultimo
nel quale il movimento studentesco fu presente come entità autonoma e
dove ancora il confronto avvenne tra le singole sedi e non tra gruppi po­
litici organizzati, la spinta verso soluzioni organizzative nazionali si fece
sempre più forte.
Essa era la conseguenza - secondo Luigi Bobbio - del riflusso del mo­
vimento studentesco come movimento di massa, che spingeva oggettiva­
mente a raccogliere le forze, ma soprattutto “delle nuove prospettive che

28. M. F lo res , Fascinazione e bisogno del partito. I motivi interni che frammentaro­
no il movimento, in supplemento a «il manifesto», 26 ottobre 1988.
29. P. O rtoleva , in L. P asserin i , Op. cit., p. 131.
30. V. R ieser , Op. cit., p. 91, M. R ostagno , Op. cit., p. 17.
5 4 D iego G iachetti

la situazione di classe sembrava ormai chiaramente offrire”31. Nuove


prospettive date, appunto, dall’insorgenza di una ribellione operaia nelle
fabbriche che travalicava gli aspetti meramente rivendicativi e sindacali
degli anni precedenti per porre, come dicevano le avanguardie politiche
di allora, il problema della lotta contro lo Stato e il capitalismo e della
presa del potere.

Il rapporto con la classe operaia


Quando il movimento studentesco cominciò a interrogarsi circa le sue
funzioni e l’eventualità di allearsi con altri strati sociali subordinati, il di­
battito ripartì dalla natura sociale della figura dello studente universitario
in una società a capitalismo avanzato.
Su questo punto dentro il movimento esistevano analisi e tesi con­
trapposte dalle quali, specularmente, discendevano progetti a volte diver­
si circa la sua funzione.
A cominciare dalle Tesi della Sapienza di Pisa lo studente universita­
rio era stato definito come forza lavoro in via di qualificazione, una figu­
ra subordinata quindi
non solo nel rapporto che intrattiene con la sua futura collocazione sala­
riale nel processo produttivo, ma nella sua attività universitaria in cui la
divisione capitalistica del lavoro intellettuale lo definisce immediata­
mente in termine di esecutore di processi mentali e di esperienze prede­
terminanti e parcellizzanti32.
Partendo dalla constatazione che la tradizionale funzione di produttri­
ce di élite dirigenti, dell’ideologia e della visione del mondo della classe
dominante, tipiche dell’Università, stava cambiando perché doveva ri­
spondere a una domanda sempre più crescente di tecnici proveniente dal­
le moderne produzioni capitalistiche, gli studenti di architettura di Vene­
zia erano giunti alla conclusione che essa non producesse più dei ricerca­
tori scientifici o degli operatori critici, “bensì dei tecnici specialisti alie­
nati, funzionali al sistema produttivo”; un’alienazione simile a quella
dell’operaio di fabbrica consistente “neH’espropriazione capitalistica de­
gli oggetti prodotti” e nell’aver ormai perso una visione d’insieme del
processo produttivo e quindi della funzione del suo saper fare33.
31. L. B o b b io , Lotta Continua, storia di un'organizzazione rivoluzionaria, Roma, Sa­
velli, 1979, p. 4.
32. Le tesi della Sapienza, Pisa, cit., pp. 176-77.
33. In Documenti della rivolta universitaria, cit., p. 213.
O ltre il S essantotto 55

Non molto dissimile l’analisi che veniva da Trento, contenuta in un


celebre documento:
L’università è uno degli istituti produttivi dell’attuale sistema sociale in­
teso come sistema mercantile (sistema di merci).
Essa produce un tipo particolare di merce: l ’uomo appunto come merce,
come forza lavoro qualificata o in via di qualificazione, come laureato o
come laureando.
Scopo di tale istituto produttivo (università) è collocare tale merce (stu­
dente-laureato) sul mercato del lavoro affinché vi sia venduta, e inserirla
nel ciclo complessivo di riproduzione sociale affinché vi sia consuma­
ta».
Se lo studente era forza-lavoro in via di formazione, se ciò che ap­
prendeva era funzionale al futuro lavoro in fabbrica o in ufficio, se la cri­
tica di quello che veniva insegnato all’università, altro non era che critica
del sapere, critica della scienza oggettivata nel sistema di macchine, allo­
ra intervenire nelle lotte operaie, per gli studenti non significava dover
rinnegare un proprio ruolo specifico, si trattava solo di dar vita a un pro­
cesso “di ricomposizione di classe, non di alleanze”35.
Una componente del movimento studentesco, quella vicina ad esem­
pio alle tesi della Sinistra Universitaria di Napoli o all’area marxista-le-
ninista, giudicava errata tale analisi e, in nome di una rigida distinzione
tra lavoro produttivo e improduttivo, sosteneva che gli studenti non era­
no forza-lavoro perché non producevano alcun valore. A loro si addiceva
invece la definizione di piccolo-borghesi:
lo studente, ogni studente [...] è, proprio per la struttura mentale che gli
è stata preformata [...] e indipendentemente dalla classe sociale di pro­
venienza [...] un piccolo borghese;
l’università diventava quindi solo il luogo dove era possibile formare e
poi reclutare quadri al futuro partito rivoluzionario; non si riconosceva
specificità alcuna al movimento, esso non aveva ragioni per esistere
come entità separata dal resto della società e della lotta di classe, occor­
reva riassorbire gli studenti “in avanguardie marxiste-leniniste, formate
da contadini, operai, studenti”36.
Completamente diverso il presupposto di quelli che maggiormente
cercavano di cogliere la novità rappresentata dall’apparizione del movi-
34. Università come istituto produttivo, in a a .w ., Università:..., cit., p. 42.
35. P. V irn o , Tutto cominciò nelle fabbriche. Conversazione con Franco Piperno, nel
supplemento a «il manifesto» del 26 ottobre 1988.
36. Sulle lotte studentesche, «Lavoro Politico», n. 4, febbraio 1968
5 6 D iego G iachetti

mento studentesco consistente in una vera e propria ridefinizione della


politica.
Il movimento studentesco aveva dimostrato che era possibile, parten­
do dalla riflessione sul proprio ruolo sociale, qualunque esso fosse, av­
viare un processo di presa di coscienza dei soggetti che portava, muoven­
do dalla propria esperienza vissuta, al formarsi di una coscienza politica.
Ben aveva fatto il movimento a discutere dei problemi che riguardavano
gli studenti universitari e le loro condizioni di vita e di studio. Partendo
da tali problemi il movimento aveva ricostruito:
tutta la catena che tiene insieme il sistema sociale repressivo: si tratta di
individuare l’elemento politico nei frammenti della vita sociale che l’ap­
parenza del sistema ci spaccia per politicamente irrilevanti. È evidente
l’importanza in questo contesto dell’iniziativa autonoma, spontanea dei
soggetti interessati;
così si esprimeva Carlo Donolo in un articolo dal titolo significativo, La
politica ridefinita, e proseguiva sostenendo che andavano valorizzati an­
che elementi dell’agire del movimento studentesco: intanto esso aveva
dimostrato quanto fosse sbagliato ormai pensare di poter esportare la
propria esperienza, la propria coscienza politica all’interno di altre situa­
zioni, fabbriche, istituzioni,
piuttosto si deve intervenire per stimolare anche in esse un processo di
analoga presa di coscienza e di organizzazione, salvando la specificità
dei singoli sistemi di ruoli o sfere istituzionali37 .
Alla luce di queste considerazioni il movimento studentesco aveva e
conservava una propria autonomia e specificità nell’agire politico e come
tale non doveva fondersi o unirsi ad altri movimenti di rivolta e antagoni­
sti, come quello operaio, ad esempio, ma cercare alleanze, un rapporto
diretto tra movimenti.
La linea conduttrice comune che avrebbe cementato l’unità, pur nella
reciproca autonomia e indipendenza, tra i vari movimenti era data da una
scoperta fatta dallo stesso movimento studentesco, cioè la lotta contro
l’autoritarismo:
antiautoritarismo [...] è una parola nuova per un fatto vecchio: lo sfrutta­
mento. [...]
Tiene conto del fatto che anche lo sfruttamento immediato dell’operaio è
possibile non solo grazie al disciplinamento cui è soggetto sul posto di

3 7 . C . D o n o lo , Op. cit., p. 80.


O ltre il S essantotto 57

lavoro, ma anche all’effetto globale dei controlli sociali fuori dalla fab­
brica, il cui effetto è di convincere della naturalità dell’attuale divisione
del lavoro sociale e politico38.
Il Convegno nazionale che si tenne alla facoltà di Architettura di Ve­
nezia l’8 e il 9 giugno 1968 e al quale parteciparono un migliaio di per­
sone, compresi circa duecento operai, provenienti da Torino, Milano, Bo­
logna, Padova, Venezia, Trieste, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Pisa, testi­
moniava la crescente diffusione della problematica operaia all’interno
del movimento studentesco e la necessità di cercare in questo ambito
nuove strade di intervento.
La proposta, che venne avanzata da alcuni torinesi, di una Lega stu­
denti-operai che traesse le proprie forze dal movimento studentesco, e
poi praticamente le riversasse davanti alle fabbriche, suscitò resistenze e
interventi contrari. Meglio procedere per tappe graduali a costruire mo­
menti d’incontro con i lavoratori, senza anticipare troppo i tempi e le for­
me organizzative.
Soprattutto si volle ribadire l’autonomia del movimento studentesco
che aveva compiti e scopi che andavano oltre la solidarietà con la classe
operaia. Esso doveva svolgere una funzione di raccordo tra le lotte ope­
raie e quelle che si sviluppavano contro tutte le strutture coercitive della
società capitalistica.
Il movimento studentesco - si ribadiva - aveva conquistato una sua le­
gittimità e base di massa perché aveva messo in crisi l’autoritarismo uni­
versitario, solo preservando la sua influenza di massa poteva porsi il pro­
blema di un rapporto corretto, effettivo e non mistificato con la classe
operaia, altrimenti si rischiava di ricadere nell’esperienza del gruppo
esterno che interveniva tra gli operai.
Il Convegno però segnalava anche che significative iniziative di lavo­
ro verso la classe operaia erano state prese o erano in procinto di esserlo.
D’altra parte già nella mozione conclusiva del Convegno sulle lotte stu­
dentesche, svoltosi a Trento il 6 febbraio 1968, si affermava che se era
corretto rivendicare l’autonomia del movimento, essa non doveva diven­
tare autonomia dalle lotte degli studenti medi “in particolare dalle lotte
operaie”:
le forme di questo collegamento tra lotte studentesche e lotte operaie
vanno sperimentate [...]. Esse pongono comunque la necessità di un sal­
to politico, dal “collegamento” alla convergenza di esse, sia a livello tat­
tico che strategico [...]. Il rapporto non può risolversi in incontri vertici-

38. Iv i, p. 78.
58 D iego G iachetti

stici di pochi burocrati [...] deve essere impostato come allargamento,


come collegamento39.
La Commissione fabbriche del movimento studentesco trentino, po­
nendosi volutamente in polemica con ogni astratta teorizzazione ideolo­
gica sui rapporti tra movimento studentesco e classe operaia, aveva cer­
cato, mediante un’inchiesta sociologica di individuare quali potevano es­
sere gli effettivi legami tra le lotte studentesche e quelle operaie. La con­
clusione a cui erano giunti era la seguente:
si pone la seguente alternativa: o la crescita politico-organizzativa del
movimento trova uno sbocco organico nel quadro generale delle lotte
operaie [...] che passi attraverso l’enunciazione politica di obiettivi e la
creazione di strumenti organizzativi funzionali a una lotta unitaria, oppu­
re sin d’ora è possibile diagnosticare il fallimento politico delle lotte stu­
dentesche, il lento progressivo indebolimento per asfissia e l’inevitabile
assorbimento da parte del sistema40.
A Milano si verificavano significative esperienze di intervento del
movimento degli studenti alla Pirelli e alla Candy. Il rapporto tra gli stu­
denti e la lotta operaia passava attraverso l’impegno e la partecipazione
stabile di alcuni studenti all’attività dei Comitati Unitari di Base, soprat­
tutto alla Pirelli. Si trattava di un lavoro che dava i suoi frutti se è vero
quello che scrivevano in un documento gli studenti milanesi, e cioè che
si era verificato un assorbimento da parte di alcuni quadri operai che
conducevano la lotta in fabbrica “dei temi politici derivanti dal movi­
mento studentesco” 41.
A Roma era iniziata un’esperienza di lavoro di massa nei confronti
dei fuori sede che aveva permesso di stabilire una serie di contatti con si­
tuazioni specifiche del Sud, in particolare in Calabria. Il lavoro di inter­
vento in quella situazione aveva portato a concludere che l’intervento po­
litico aveva un senso se si era disposti a vivere direttamente “dentro” il
contesto considerato nella sua totalità, determinata “non soltanto dalla
condizione di fabbrica” ma dall’insieme delle condizioni di vita, quelle
che davano “avvio a un processo di politicizzazione” che toccava solo
dopo “il luogo di lavoro in fabbrica”42.
39. Mozione conclusiva del convegno sulle lotte studentesche, cit.
40. Documento della Commissione fabbriche di Trento, in a a . v v ., Università..., cit., p.
70-71.
41. Lotta di classe a Milano: operai, studenti, impiegati, «Quaderni Piacentini», n.
38, cit., pp. 87-88.
42. G. B a c k h a u s , Urgenza dell’organizzazione, «Quaderni Piacentini» , n. 37, cit., p.
138.
O ltre il S essantotto 59

Era la conferma di come i rapporti capitalistici permeassero l’intera


società, per cui anche partendo da situazioni o istituzioni periferiche, era
possibile costruire una presa di coscienza e un movimento eversivo. Non
era quindi corretto privilegiare un aspetto o un altro della vita sociale per
fame oggetto esclusivo di lavoro politico. L’insegnamento che veniva era
che:
la protesta nasce dalle condizioni particolari e specifiche nelle quali le
persone vivono. Di qui la necessità, nel lavoro esterno, di non fermarsi ai
cancelli delle fabbriche, di non fermarsi esclusivamente all’interno delle
fabbriche, proprio perché siamo convinti che la realtà capitalistica ab­
braccia tutta la vita delle persone, dal luogo di lavoro alla loro vita fami­
liare43.
Anche gli studenti di Architettura di Napoli avevano avviato dei con­
tatti con gli operai di alcune fabbriche mediante volantinaggi e assem­
blee in facoltà. L’iniziativa si era sviluppata in occasione di uno sciopero
degli operai della Italsider di Bagnoli. L’obiettivo era di verificare con
gli operai ipotesi comuni di lavoro politico, sulla base della costituzione
di comitati misti, nella più completa autonomia dai sindacai e dai partiti.
Ogni mattina all’ingresso in fabbrica erano presenti circa una cin­
quantina di studenti che organizzavano il maggior numero possibile di
discussioni su varie questioni, formando numerosi capannelli davanti
agli ingressi. Si sforzavano di rendere esplicito il contenuto dei volantini
distribuiti, il significato della propria presenza, e l’esperienza della lotta
basata sul rifiuto di ogni delega e sull’assemblea come momento di ela­
borazione e di decisione collettiva44.
In questi mesi vi era anche chi giudicava ormai superate l’esperienza
e l’esistenza stessa del movimento studentesco come soggetto politico
autosufficiente, affermando esplicitamente che “il momento strategico”
doveva “essere assunto dal movimento operaio”, perché esso era il punto
di convergenza di tutti i movimenti che operavano “in senso rivoluziona­
rio”; pertanto si segnalava la scadenza ravvicinata del rinnovo dei con­
tratti perché si prendesse in considerazione la necessità di trovare obietti­
vi programmatici e rivendicativi comuni con la classe operaia45.
Le lotte per il rinnovo dei contratti costituiranno un banco di prova per
vedere se e come il movimento studentesco saprà saldare un’azione di

43. Il movimento studentesco a Roma: esperienze ed obiettivi, cit., p. 123.


44. Cfr. Cronaca di otto mesi di lotta studentesca a Napoli, cit., pp. 99-102.
45. Cfr. Istituto Universitario di Architettura di Roma, in Documenti della rivolta uni­
versitaria, cit., pp. 211-12.
6 0 D iego G iachetti

lungo periodo sui problemi derivanti dalla sua collocazione sociale con
un intervento sui problemi direttamente scaturiti dalla lotta operaia46.
A queste obiezioni e pressioni affinché il movimento studentesco op­
tasse per una decisa scelta di merito e di contenuti nei confronti dell’in­
tervento operaio, due leader torinesi replicavano che “il problema della
rivoluzione e della unificazione nelle lotte degli studenti con la classe
operaia era assai più complesso della semplice individuazione di un
obiettivo” rivendicativo di lotta; l’incontro fra operai e studenti doveva
avvenire non sulla base di una motivazione “populistica” per i lavoratori
e nemmeno su quello dell’intervento di ristretti nuclei che “si arrogano il
ruolo di quadri rivoluzionari”,
ma su quello del richiamo alle possibilità della lotta contro l’intero siste­
ma sociale che sia gestita e diretta in prima persona dagli operai stessi [si
trattatava] di creare un’avanguardia politica composta [...] da un nucleo
omogeneo di militanti sia studenti che operai [di] allargare al massimo il
contatto tra studenti in lotta e operai [di] usare il maggior numero di stu­
denti per creare collegamenti e contribuire a formare nuclei di operai or­
ganizzati. [...]
È vero che la rivoluzione non può essere fatta senza la classe operaia, ma
finché non vengono individuati nella pratica strumenti politico-organiz-
zativi per l’attuazione e la generalizzazione delle lotte operaie, il riferi­
mento alla classe operaia diventa semplicemente un’affermazione di im­
potenza47.
Un rapporto concreto tra operai e studenti si instaurava per la prima
volta quando un migliaio di studenti partecipava agli scioperi e ai pic­
chetti assieme agli operai della Fiat nel corso della lotta contrattuale del­
la primavera del 1968.
La lotta era cominciata proprio nel momento in cui il movimento stu­
dentesco stava discutendo come allargare la sua base sociale fuori dal­
l’università, che a Torino significava porsi immediatamente il problema
dei contatti con gli operai.
Fra gli studenti prevaleva in quel momento un atteggiamento pratico:
se la lotta era cominciata occorreva parteciparvi senza perdere altro tem­
po a discutere sulle modalità e sulle forme di partecipazione. Gli studenti
non volevano apparire come quelli che criticavano a priori il sindacato.
Soprattutto volevano evitare di caratterizzarsi come un gruppo di stu­
denti estremisti e iperpoliticizzati che si arrogavano il diritto di trasfor­

46. V . R ieser , M. V olterra , Op. cit., p. 34.


47. L. B o b b io , G. V iale , Op. cit., p. 81-82.
O ltre il S essantotto 61

marsi in avanguardia esterna, in quadri politici che portavano la linea ai


lavoratori.
L’incontro con i lavoratori si esauriva quando la lotta si concludeva e
i sindacati firmavano i nuovi accordi con l’azienda. Ciò che restava del
movimento studentesco si ritrovava nuovamente chiuso dentro l’univer­
sità a discutere come fosse possibile interagire con la realtà sociale circo­
stante, ivi compresa la fabbrica.
Non era più il tempo - ricorda Luigi Bobbio - di concepire il lavoro poli­
tico davanti alle fabbriche come presa di contatto col singolo operaio.
[...] Non era il movimento studentesco che doveva andare a intervenire
tra gli operai, volevamo che il collegamento avvenisse tra movimenti, o-
peraio e studentesco, e non a livello di singoli gruppi di studenti e di
operai48.
La proposta avanzata dagli studenti era quella dell’accerchiamento
della fabbrica, il movimento evitava di misurasi direttamente coi proble­
mi complessi e in parte poco noti della classe operaia Fiat e tentava inve­
ce di portare la sua pratica politica e il suo intervento fra gli strati più vi­
cini alla classe operaia. Si provava allora a intervenire tra gli studenti
medi, tra i seralisti, nei gruppi professionali, nelle comunità di base, tra
gli immigrati meridionali, e nell’estate del 1968 si dava vita a vari dopo­
scuola per gli studenti di famiglie meno abbienti rimandati.
Quando, nel maggio del 1969, riprese la lotta alla Fiat, il movimento
studentesco era del tutto impreparato. Ma a quel punto non si poteva più
rimandare la scelta. La lotta alla Fiat era cominciata, si manifestava con
azioni autonome e spontanee dalle direttive sindacali, il movimento stu­
dentesco, o ciò che restava di esso, non poteva permettersi di non esserci.
L’arrivo di Adriano Sofri a Torino e il suo intervento tra gli studenti
contribuiva notevolmente a convincere ciò che restava della dirigenza del
movimento a impegnarsi subito nel lavoro politico davanti alle porte.
L’arrivo di circa duecento studenti davanti alle porte, che si univano ai
gruppi di militanti che già vi lavorano, permetteva immediatamente una
diffusione più massiccia e capillare dei volantini e del materiale agitato­
rio, nonché un incremento dei punti di discussione con gli operai nei ca­
pannelli che si formavano all’uscita dalla fabbrica.
Nasceva in questo modo l’Assemblea operai e studenti che raccoglie­
va, nella riunione che si svolgeva quasi tutte le sere, centinaia di persone
e diventava, nel giro di pochi giorni, l’elemento guida delle nuove lotte
che spontaneamente e autonomamente si sviluppavano nei reparti.
48. Tra movimento studentesco e classe operaia. Una testimonianza di Luigi Bobbio,
in «Per il Sessantotto», n. 6, p. 40.
D opo il ’6 8 ? I l ’6 9

L’ Italia era destinata


a diventare un caso particolare
non per quanto riguarda il
“ruolo dei giovani nel suo ciclo di protesta,
ma per il numero e l ’intensità
dei conflitti nell’industria"
( Sidney Tarrow)1

Un problema di natura storiografica si pone immediatamente appena


si prova a passare dal movimento del ’68 alle lotte operaie del ’69. Se
l’evento ’68 è stato di volta in volta enfatizzato, ripreso, vivisezionato,
documentato, testimoniato dai protagonisti, filmato dalla t v e divenuto
materia per le facili e veloci penne dei rotocalchi, non così si può dire del
’69 operaio. Qui vi è come una congiura del silenzio, una zona oscura
impenetrabile, tutta da dimenticare e da rimuovere.
Durante il decennio Settanta non c’era articolo o intervento politico
che non cominciasse partendo dalle lotte operaie e studentesche, dal
binomio ’68-’69, oggi invece l’evento è stato del tutto scorporato. Così
facendo non solo si compie un’operazione di “revisionismo storiografi-
co”, ma si perde quella che fu “la specificità del ’68 italiano rispetto ad
analoghi movimenti in altri paesi”; specificità che consistette “proprio in
quel nesso”2.
Si tratta, dicevamo, di un serio problema storiografico che ha avuto
immediatamente due ripercussioni. La prima conseguenza dello scorpo-
ramento del movimento del ’68 dalle lotte operaie del ’69, è stata la ridu­
zione del movimento studentesco stesso a una serie di “storie giovanili”,

1. S. T arrow , Op. cit., p. 75.


2. S. B ologna , / riti della memoria e la storia espropriata. L’autunno caldo è ben al­
tro che archeologia, in «Il bimestrale» n. 6, supplemento a «il manifesto» del 12 dicembre
1989.
6 4 D iego G iachetti

a un conflitto di tipo “generazionale”3, spogliandolo in questo modo dei


suoi contenuti eversivi, rivoluzionari, anticapitalistici e socialisti. Si per­
de in questo modo anche la capacità di cogliere il legame e l’intreccio fra
le forme di lotta studentesche e quelle nelle fabbriche date dalla
analisi e critica dell’autoritarismo nella scuola e nella fabbrica e nelle al­
tre strutture della società; dalla sottolineatura della condizione studente­
sca come forza lavoro in formazione.
Lo smascheramento di istituzioni e modi di agire portava con sé l’inven­
zione o la reinvenzione di strumenti di organizzazione e di lotta: i con­
trocorsi o la limitazione del rendimento, i delegati di assemblea o di
gruppo omogeneo, le interruzioni delle lezioni e i cortei interni4.
La seconda è data dall’incapacità di penetrare e di cominciare a capi­
re gli anni Settanta in Italia, anni di conflittualità di classe e di protagoni­
smo sociale che non ha riscontri nella storia del nostro paese:
Il più importante problema storiografico che emerge a sinistra è rappre­
sentato dal vuoto di storia politico-sociale a partire dal biennio ’68-69.
Non si tratta solo di una rimozione psicologica. Si tratta di una perdita di
disponibilità, di categorie, di criteri, di concetti, di punti di vista capaci
di guidare e di orientare una ricostruzione, una spiegazione dotata di sen­
so, degli “svolgimenti” storici succeduti alla grande ondata del movi­
mento5.
A differenza del ’68, il ’69 appare più irriducibile, mal sopporta ma­
quillage introduttivi agli anni Novanta. Esso non offre né materiale di fa­
cile consumo per i media né note di costume su cui ricamare articoli per i
rotocalchi.
C ’è materia dura, grezza, non equivoca che [...] lancia ancora gli stessi
messaggi. Poco da grattare per penne acquistate. Eppure quello che suc­
cesse in Italia, e in particolare alla Fiat, in quell’anno, costituisce uno dei
pochi esempi - forse l’unico nella storia del dopoguerra - di “grande poli­
tica”. “Grande politica” nel senso più proprio del termine: quella che tra­
sforma gli uomini nell’interno, che afferra le vite singole e le rovescia.
Che non si limita ai piccoli spostamenti istituzionali, ma muta le coscien­
ze, sconvolge le biografie, restituisce agli individui la forza e la capacità
di “decidere” cosa essere.
3. Cfr. S. B o lo g n a , Il fordismo eversivo degli operai, «il manifesto», 25 gennaio
1989.
4. V. R ie s e r , Studenti e operai, ben più che uno slogan, «Il Contemporaneo-Rinasci-
ta», 12 marzo 1988.
5. P. F err ar is , Il sessantotto e l ’autunno caldo, «Per il Sessantotto», n. 4 , 1993.
O ltre il S essantotto 65

Quella in sostanza che impone al tempo storico una svolta dopo la quale
nulla, appunto, “potrà più essere come prima”6.
Certo si può tentare di ripulire quelle lotte delle loro sedimentazioni
progettuali-ideologiche per ridurle dentro la storia della lotta sindacale
nel nostro paese; ma anche così facendo i conti non tornano facilmente.
Il solo crudo dato dell’accordo raggiunto dopo il dispiegarsi delle lotte
operaie del famoso “autunno caldo” (che introduceva aumenti salariali
uguali per tutti, riduzione a 40 ore della settimana lavorativa e aumento
dei giorni di ferie, diritto di assemblea in fabbrica, diritto all’elezione dei
delegati dei lavoratori e possibilità di ricorrere ai permessi sindacali) già
di per sé contrasta con una lettura puramente sindacale del fenomeno.
Dietro ai punti dell’accordo si intravedevano le novità emerse che tra­
scendevano gli obiettivi puramente rivendicativi per investire gli assetti
strutturali che governavano i rapporti tra capitale e lavoro.
La richiesta di aumenti salariali uguali per tutti, la conseguente aboli­
zione delle categorie e delle gabbie salariali, erano una caratteristica di
quel movimento che si affermava contro la volontà e il vecchio modo di
fare dei sindacati. Era la risposta degli operai delle catene di montaggio
alla deprofessionalizzazione del lavoro che il sistema tayloristico di orga­
nizzazione della produzione aveva introdotto nelle fabbriche italiane.
A parità di lavoro, parità di salario, la divisione in tante categorie
retributive era un retaggio del passato legato alla figura dell’operaio di
mestiere che, mantenuta negli anni Sessanta, serviva unicamente a divi­
dere e frammentare la lotta dei lavoratori in tante piccole vertenze azien­
dali, di fabbrica, di reparto, di officina.
Le nuove parole d’ordine operaie sul cottimo, sugli aumenti uguali
per tutti, contro l’alienazione, per i consigli contro le vecchie commissio­
ni interne emergevano già nella lotta degli operai dell’Olivetti di Massa
del 19677.
Nel 1968 furono gli operai della Petrolchimica di Marghera in lotta
per la vertenza sui premi di produzione - che nell’agosto avevano occu­
pato la stazione e il cavalcavia di Mestre scontrandosi con la polizia - ad
anticipare nuove forme di lotta (scioperi improvvisi e articolati) e le ri­
chieste di aumenti salariali uguali per tutti, riduzione dell’orario a 40 ore,
parità normativa tra operai e impiegati.

6. M. R e v e lli, Prefazione a G. P o lo , 1 tamburi di Mirafiori, Torino, Cric Edizioni,


1989.
7. Cfr. L. D e lla M ea, La politica torna in fabbrica, Milano, Jaca Book, 1969; sul
tema dell’alienazione cfr., sempre dello stesso, l’introduzione al libro di Jean F a llo t,
Marx e la questione delle macchine, Firenze, La Nuova Italia, 1971.
6 6 D iego G iachetti

Nell’autunno la lotta si spostava alla Pirelli di Milano dove la critica


ai cottimi e ai ritmi si manifestava come intenzione di migliorare radical­
mente la condizione lavorativa in fabbrica, non accettando più il nesso
tra retribuzione e rendimento.
Emblematica in merito fu la lotta che si sviluppa negli stabilimenti
Fiat di Torino nella primavera del 1969. Le richieste di sostanziali au­
menti sulla paga base, di sganciamento del salario dalla produttività e di
passaggio in massa alla seconda categoria, erano intese come critica di­
retta al lavoro salariato.
Quello che allora si chiamava processo di proletarizzazione, investiva
anche i ceti sociali intermedi coinvolgendo la massa impiegatizia ammi­
nistrativa e i tecnici. Anche il loro lavoro era soggetto a un processo di
dequalificazione, all’intensificazione dei ritmi, all’aumento della mono­
tonia e della ripetitività, conseguenza della sua parcellizzazione, sempli­
ficazione, iterazione.
Il cambio generazionale portava alla sostituzione del vecchio perso­
nale amministrativo da parte di giovani impiegati che più facilmente ac­
quisivano la coscienza della loro proletarizzazione e dell’affinità di inte­
ressi che li legava agli operai. Stesso processo interessava e coinvolgeva
i tecnici.
La richiesta di cospicui aumenti salariali era un fatto nuovo e dirom­
pente nella misura in cui si slegava da ogni discorso sul relativo aumento
dei cottimi e quindi della produttività. Il salario diventava una variabile
indipendente, non più calcolato sulla base delle compatibilità con il siste­
ma azienda, ma tenendo conto di variabili esterne alla fabbrica e cioè tut­
to ciò che era indispensabile procurarsi per condurre una vita dignitosa:
casa, scolarizzazione dei figli, godimento del tempo libero, delle ferie
ecc.
Non solo non si accettava più il discorso di contrattare gli aumenti sa­
lariali sulla base di un aumento di erogazione di lavoro, ma a essi si ac­
compagnava la richiesta di una riduzione dell'orario di lavoro; più soldi
e meno lavoro era lo slogan dei cosiddetti “operai massa”.
Lo slogan “estremista” del rifiuto del lavoro lanciato da un titolo a
tutta pagina del settimanale operaista «La Classe»8, indicava appunto
un’inversione di tendenza. Non che all’improvviso gli operai, in partico­
lare quelli meridionali, non avessero più voglia di lavorare, secondo il
buonsenso razzista che circolava tra i piemontesi e i milanesi doc.
La disaffezione al lavoro, come la chiamavano gli psicologi e i socio­
logi industriali, che si manifestava spontaneamente con il ricorso alla
mutua, con il continuo turnover della manodopera da un’azienda all’al­

8. n. 6 del 7-14 giugno 1969.


O ltre il S essantotto 67

tra, era la risposta individuale a un disagio (altra parola del linguaggio


presunto neutro delle scienze sociali) che nasceva in fabbrica.
Al lavoro a catena, ripetitivo, monotono, psicologicamente distruttivo
per l’intelligenza umana, ai ritmi eccessivi e ai tempi sempre più stretti
della catena, si rispondeva individualmente con due o tre giorni di mutua
al mese “per non morire”, come ricordava un operaio della Fiat, per ripo­
sarsi un po’, per staccare un attimo.
Indotta dalle trasformazioni subite dal processo produttivo, nella fab­
brica si faceva strada tra i lavoratori l’idea che l’unica soluzione radicale
e definitiva all’alienazione del lavoro non fosse più quella tradizional­
mente indicata al vecchio movimento operaio, liberare il lavoro dallo
sfruttamento capitalistico, ma diventa liberarsi dal lavoro. Stare il meno
possibile in fabbrica, lavorare perché era necessario per vivere, non certo
perché era piacevole. Ridurre il tempo di lavoro quindi, per riappropriar­
si della vita, per stare con gli amici, con la moglie, per dedicarsi al diver­
timento o all’ozio.
Sorgevano da qui le tematiche che tanta presa avranno sui movimenti
giovanili e femministi degli anni Settanta, sulla qualità della vita, del
tempo libero, della riappropriazione di uno spazio sociale e individuale,
della riaffermazione dell’intelligenza e della creatività dell’individuo
contrapposte all’anomia della società industriale.
Si trattava di una anticipazione della critica al produttivismo e all’in­
dustrialismo - termini oggi di moda - per riappropriarsi dei ritmi di vita
del proprio corpo che il ciclo di produzione capitalistico snatura impo­
nendo i suoi orari, turni di lavoro e lavori che erano la negazione di ogni
applicazione creativa e gratificante dell’attività compiuta.
Il tema del corpo, inteso come espressione del malessere storico di
una classe sfruttata, come spia di precise contraddizioni sociali era un ar­
gomento di discussione già presente nell’ambito della riflessione criti­
ca dei primissimi anni Settanta:
Sublimato, frantumato, scisso, frustrato, separalo, alienato - il corpo vive
così la sua tragedia nel culto individuale anzi narcisistico di se stesso;
inibito, represso, insoddisfatto, esso reclama soddisfazioni sempre nuove
e diverse. In tal modo la civiltà borghese neocapitalistica distrugge la
struttura materiale dei corpi umani. Il sistema va dunque criticato anche
per la qualità della vita che è in grado di offrire ai suoi membri9.
L’introduzione del diritto di assemblea all’interno dei reparti e la na­
scita dei delegati furono la risultante di un movimento di lotta che aveva
dato vita a forme di organizzazione autonome dei lavoratori, sorte diret-
9. G. Di S ie n a , F. R o s s i -L a n d i , Corpo , «Ideologie», n. 12, 1970.
6 8 D iego G iachetti

tamente nelle officine e nei reparti e sovente in contrasto con i sindacati e


i partiti tradizionali della sinistra.
Emblematici furono i casi del Comitato Unitario di Base ( c u b ) della
Pirelli, dell’assemblea della Petrolchimica di Marghera, dell’Assemblea
operai e studenti che guidò le lotte alla Fiat nella primavera del 1969.
Erano tentativi di ricostruire un tessuto di democrazia operaia da con­
trapporre alla gestione burocratica, verticistica e, per alcuni aspetti supe­
rata dagli stessi eventi, che ancora proponevano i sindacati e i partiti di
sinistra.
Alla vigilia di queste lotte i sindacati organizzavano solo una parte li­
mitata delle classe operaia, le istanze sindacali di fabbrica o non esisteva­
no o avevano semplici funzioni burocratiche formali. Le commissioni in­
terne, la cui rielezione periodica serviva più che altro a misurare i rappor­
ti di forza tra le varie centrali sindacali, erano ridotte a un organismo di
tipo parlamentare, sempre più slegate dalla base. Nonostante fossero elet­
te dagli operai, nei fatti erano strumenti delle organizzazioni sindacali.
Il p c i era il solo partito che conservava una presenza nelle principali
fabbriche italiane, ma le sue cellule avevano perso di vitalità, non face­
vano altro che veicolare in modo meccanico la propaganda generale del
partito in fabbrica senza intervenire nelle lotte, la cui gestione era com­
pletamente demandata all’istanza sindacale.
Il ricambio accelerato nella composizione di classe del proletariato
industriale aveva portato nelle fabbriche migliaia di giovani lavoratori a
sostituire le vecchie leve operaie, presso le quali era forte l’egemonia del
p c i e della c g il . Il fenomeno aveva ridimensionato le basi sociali del­
l’egemonia del p c i sulla classe operaia, che faceva ormai solo più conto
su quadri e militanti venuti al partito nel decennio 1943-’53.
Il ricambio generazionale aveva anche motivazioni produttive, si ac­
compagnava difatti alle trasformazioni tecnologiche che tendevano a ri­
durre sempre più lo spazio dei lavori qualificati e specializzati dilatando
invece quelli per i lavori manuali, ripetitivi, a cottimo e alla catena.
In questo vuoto di rappresentanza si inserirono i tentativi di ricostrui­
re organizzazioni di base autonome dei lavoratori per dirigere la lotta.
Furono questi organismi i veri protagonisti delle lotte di quel biennio.
Sindacati e partiti si trovarono sovente in difficoltà, la lotta sfuggiva
al loro controllo, le rivendicazioni avanzate erano incompatibili non solo
con le regole dell’azienda capitalistica, ma anche con la linea contrattua­
le sindacale e con i progetti riformistici del p c i e del p s i e dei governi di
centro sinistra, che dovevano essere la novità modernizzante degli anni
Sessanta.
In quelle lotte, negli obiettivi e nelle idee che maturarono nel corso di
esse, si anticipavano temi e problemi che percorreranno tutti gli anni Set­
O ltre il S essantotto 69

tanta. L’equilibrio sociale preesistente era stato spezzato, si apriva un pe­


riodo di crisi del sistema, nel varco aperto da quelle lotte e dal movimen­
to studentesco irrompevano negli anni seguenti sulla scena politica e so­
ciale altri movimenti che determinavano una situazione di mobilitazione
di massa, di protagonismo sociale, che durò per anni e anni e non aveva
precedenti nella storia recente del nostro paese.

L’incontro operai studenti rilancia il problema dell’organizzazione


Nell’autunno del ’69, quando iniziava la fase culminante delle lotte
operaie l’interlocutore studentesco non era più, nella maggior parte dei
casi, un movimento strutturato e di massa, era diventato o stavano diven­
tando un insieme di gruppi politici organizzati, emersi - o riemersi e tra­
sformati - da quel movimento.
Tre fatti avevano segnato la fine del ’68: l’ondata di scioperi dell’in-
vemo ’68-69 durante i quali consistenti gruppi di studenti avevano parte­
cipato ai picchetti davanti ai cancelli delle fabbriche; l’entrata in lotta de­
gli studenti medi; la pesante ondata repressiva che cominciava ad abbat­
tersi sul movimento.
In tale contesto si determinavano processi di disgregazione e di nuova
aggregazione:
quel settore che aveva partecipato al movimento delle occupazioni con
una coscienza unicamente democratico-borghese, e che aveva visto le
lotte universitarie come possibilità di aprirsi nuovi spazi, di svecchia­
mento, di rinnovamento, di democratizzazione, riconosce a questo punto
che il suo ruolo politico è finito [...] e da quel momento in poi scompare
dalle assemblee, dai picchetti, dalle manifestazioni, per ritrovarsi dentro
le biblioteche, dentro gli istituti, dentro i seminari, cominciando a far
funzionare l’istituzione universitaria in modo rinnovato, introducendo un
modo di insegnamento più democratico e partecipativo, dai contenuti di
studio più attuali e più attenti a quel che succede nella realtà [...]
Un altro settore, invece, confluisce in quella nuova esperienza che è
l’esplosione di massa delle organizzazioni rivoluzionarie10.
La lotta diretta dai vari organismi autonomi aveva rilanciato infatti,
anche per quei lavoratori che l’avevano organizzata, la questione dell’or­
ganizzazione. Così essi percepivano la situazione allora, subito dopo
l’ondata delle lotte operaie della primavera torinese: sindacati e partiti
non lottavano più “contro il padrone sino in fondo”, quindi era necessa­

10. D. M a r io t t i (a cura di) Compagni del ’68, Padova, Marsilio, 1975, pp. 62-63.
7 0 D iego G iachetti

rio dotarsi di una “organizzazione e di una linea politica precisa”, linea e


organizzazione che andavano costruite sulla base delle varie esperienze
di lotta operaia autonoma; le lotte operaie di quei mesi - si sosteneva nel­
la relazione introduttiva ai lavori dell’Assemblea dei Comitato autonomi
operai, che si tenne a Torino il 26 e 27 luglio del 1969 - dimostravano
che i proletari avevano “raggiunto una coscienza rivoluzionaria genera­
le”, quindi il problema diventava quello di tradurre tale coscienza “in un
processo organizzativo”11.

11. Citato da A. C o l o m b o , Alle porte del 1969. L’autunno degli operai, supplemento a
«il manifesto» del 30 novembre 1988.
D al m o v im e n t o a i g r u p p i

Non siamo tra coloro che vedono


nelle organizzazioni solo una forma
specifica di regresso e di falsa coscienza,
sulla scia di quella tesi “ingenua" che attribuisce
tutti i lati buoni ai movimenti
e tutti i lati negativi alle organizzazioni.
(A ttilio M a n g a n o )1

Tra l’autunno del 1968 e quello del 1969 si formavano quelle che fu­
rono le principali organizzazioni della sinistra extraparlamentare in Italia
nei primi anni Settanta. Nell’ottobre del 1968 nasceva l’Unione dei Co­
munisti Italiani (uci) con il giornale «Servire il Popolo», nel dicembre
del 1968 usciva a Milano il primo numero di «Avanguardia Operaia»
espressione dell’omonimo gruppo politico che aveva scelto come terreno
d’intervento e di reclutamento le fabbriche dentro le quali lavorava per
costruire i c u b .
Il 1° maggio del 1969 usciva il giornale «La Classe» che riuniva parte
del cosiddetto filone operaista italiano proveniente dal l’esperienza di
«Classe Operaia» e prima ancora dei «Quaderni Rossi».
Nel giugno di quell’anno veniva diffuso il primo numero della rivista
«il manifesto», pochi mesi dopo i promotori dell’iniziativa furono tutti
espulsi dal p c i e si avviarono verso la costituzione di un’organizzazione
autonoma.
Nell’autunno del 1969 il Movimento Studentesco della Statale si deli­
neava come gruppo autonomo.
Dopo la lotta alla Fiat della primavera e gli scontri torinesi di corso
Traiano del 3 luglio 1969, il 18 settembre usciva il primo numero di «Po­
tere Operaio» e il 1° novembre di «Lotta Continua». L’uscita dei due
giornali era il seguito della decisione di procedere verso il coordinamen­
to nazionale delle avanguardie operaie e studentesche.

1. A . M a n g a n o , Per un nuovo marxismo della crisi, c it., p. 30.


7 2 D iego G iachetti

Una prima considerazione da fare in merito a questo fenomeno è che,


esclusa l’uci, in tutti gli altri casi le aggregazioni, prima di consolidarsi
in strutture organizzate ben definite, si “presentano” con un giornale, una
rivista, cioè uno strumento di comunicazione molto informale, non defi­
nito attorno a un progetto già prestabilito, ma da farsi assieme, quasi un
raccogliere adesioni per una “linea politica” che è ancora da definire e da
elaborare collettivamente.
Tutti quindi, inizialmente, si presentavano come uno strumento di di­
battito aperto che ben poco aveva a che vedere con i tradizionali organi
di partito, tipici della tradizione socialista e comunista:
era un modo di rinviare la scelta organizzativa - di cui si paventavano i
meccanismi burocratici e autoritari - utilizzando però le possibilità orga­
nizzative, ritenute indilazionabili, di quello strumento2.
Pochi furono quelli che in quel momento seppero resistere al richia­
mo di darsi un’organizzazione strutturata nazionalmente; tra questi Edo-
arda Masi la quale avvertiva i giovani impazienti di risolvere il problema
che non bastava “un’etichetta a far nascere un’organizzazione rivoluzio­
naria” e che comunque andava esclusa a priori
la struttura tradizionale di partito. Non perché sia prematura, ma perché
non corrisponde più alle esigenze e alle prospettive rivoluzionarie di oggi3.
Avvertenze e precauzioni legittime alle quali però chi era critico ver­
so la costituzione dei gruppi della nuova sinistra non sapeva proporre al­
tra alternativa se non quella di continuare a fare le lotte e studiare, perché
lo diceva il Presidente Mao:
facendo le lotte non si fa la rivoluzione [...]. Ma si comincia a capire
come fare a farla, si comincia a fare quella teoria di cui si manca. Facen­
do le lotte e studiando. Come dice anche il Presidente Mao4.
Una controproposta un po’ debole, che appariva non in grado di far
fronte agli eventi, e a tratti anche irritante che valse alla rivista «Quader­
ni Piacentini», sulle cui pagine avevano espresso le loro critiche Edoarda
Masi, Francesco Ciafaloni e Carlo Donolo, l’epiteto di “grillo parlante”
della nuova sinistra.

2. M. F lores , Fascinazione e bisogno del partito..., cit.


3. E. M a s i , La nuova sinistra e il problema dell’organizzazione. «Quaderni Piacenti­
ni», n. 35, luglio 1968, in Antologia..., cit., p. 60.
4. F. C iafaloni , C . D o no lo , Op. cit., p. 22 6 .
O ltre il S essantotto 73

Le ragioni che portarono alla nascita dei gruppi della nuova sinistra

Diverse, molteplici e concomitanti furono le ragioni che impressero


un deciso orientamento verso l’organizzazione.
L’entrata in campo degli operai e degli studenti medi, la dimensione
di massa delle loro lotte, il peso sociale che immediatamente fecero sen­
tire sull’intera società, la loro capacità di incidere direttamente sul qua­
dro politico e istituzionale, determinarono una situazione nuova.
Anche il movimento studentesco aveva precedentemente rotto vecchi
argini, conformismi vari e logiche consolidate, ma la sua estensione, la
sua capacità di incidere sull’intero assetto sociale, muovendo e collegan­
dosi alla lotta di altri strati sociali, era stata fino allora abbastanza limita­
ta. Non a caso il dibattito interno, dopo il periodo di ascesa delle lotte e
delle occupazioni, verteva soprattutto su come uscire dall’ambito univer­
sitario creando forme di collegamento con gli operai o altre classi subor­
dinate, sfruttate, oppresse.
In fondo, a un movimento di questo tipo, con tali caratteristiche, una
dimensione organizzativa poco accentrata, localistica, fondata sull’assem­
blea di facoltà, sulle commissioni di lavoro e sui gruppi di studio, era abba­
stanza funzionale, capace cioè di permettergli di vivere, agire e crescere.
Tale struttura appariva però del tutto inadeguata a fornire uno sbocco
organizzativo al movimento di protesta e di ribellione allo sfruttamento
messo in atto dall’irrompere delle lotte nelle grandi fabbriche del Nord,
seguite immediatamente dall’estendersi degli scioperi, delle agitazioni e
delle occupazioni nelle scuole medie superiori.
Le lotte operaie, inoltre, rompendo e non riconoscendosi dentro le
vecchie strutture partitiche e sindacali del movimento operaio, ponevano
immediatamente il problema di costruire nuove forme di organizzazione
per poter almeno coordinare sul piano nazionale, obiettivi e rivendicazio­
ni di lotta e per garantire la continuità e il proseguimento dello scontro
con il padrone, ora che lo si era voluto aprire.
L’incontro avvenuto non senza difficoltà tra le lotte studentesche e
quelle operaie, aveva reso chiaro ai partecipanti di allora che si aprivano
prospettive di lunga durata, che in Italia ciò che si era innescato, proba­
bilmente, non si sarebbe “bruciato” nel brevissimo periodo com’era ac­
caduto per il maggio francese. Tale consapevolezza ebbe un peso nel de­
terminare la decisione di costruire organizzazioni politiche strutturate:
per indicare la situazione italiana viene coniata l’espressione “maggio
strisciante” e con questo si vuole mettere in luce non tanto la minore ra­
pidità del processo in Italia, quanto la sua maggiore possibilità di conso­
lidarsi, di non bruciarsi nel giro di poche settimane [...].
7 4 D iego G iachetti

In questo quadro la dimensione di “movimento” politicamente unilatera­


le e organizzativamente fluido, appare del tutto insufficiente: è invece
necessario unire le forze, superare il localismo e la frammentarietà [...]5.
Il maggio francese aveva insegnato anche che la forza eversiva, anti-
istituzionale, rivoluzionaria del movimento, in mancanza di alternative,
poteva essere riassorbita velocemente dagli apparati dei partiti della sini­
stra tradizionale e dei sindacati. La paura che il movimento potesse esse­
re espropriato dei suoi obiettivi e delle sue forme di lotta, che se ne po­
tesse snaturare il carattere da parte dei riformisti, dei sindacati, dei grup­
pi minoritari già esistenti, o che potesse essere riassorbito, integrato, dal­
le istituzioni del potere, costituì un altro presupposto per indirizzarlo ver­
so soluzioni organizzative.
“L’assenza di un’organizzazione e di una direzione politica rivoluzio­
naria” diventavano elementi che frenavano la crescita stessa del movi­
mento, di qui la necessità, secondo i militanti del Potere Operaio pisano,
di costruire “un partito rivoluzionario”, capace di dirigere la spinta “anti­
capitalistica verso la presa del potere politico”6.
D’altronde, come è stato segnalato a suo tempo da un diretto protago­
nista, una volta accettata l’idea di fondo
circa la necessità di prospettare il movimento studentesco stesso come
“luogo politico” iniziale per la formazione di quadri militanti, nella mi­
sura in cui l’avanguardia interna del movimento studentesco, compren­
dente di fatto i militanti politicamente più maturi, allargava la sua pratica
sociale, passando dal solo ambito universitario all’intervento a livello
proletario e sul piano sociale complessivo, si evidenziava una progressi­
va e parziale perdita della sua matrice strettamente e propriamente stu­
dentesca: in realtà, alcuni di quei quadri politici cominciavano a venire
socialmente “percepiti” - ma anche a diventarlo effettivamente - come
militanti rivoluzionari in senso pieno, a prescindere dal fatto che conser­
vassero o meno un qualche legame burocratico con la struttura accade­
mica7.
Anche se era stato un “risultato non voluto” coscientemente, il movi­
mento studentesco aveva infine prodotto dei militanti, un’avanguardia
politica numerosa “non più disposta a rientrare nei ranghi della vita nor­
male degli studenti e delle carriere professionali”:
5. L. B obbio, Lotta Continua, storia ..., cit., p. 4.
6. Lotte sociali in Europa e prospettiva rivoluzionaria, «Il Potere Operaio», n. 13, 11
giugno 1968.
7. M. B oato, Analisi e ipotesi strategiche per un rilancio politico, rivoluzionario e di
massa, del movimento studentesco, «Giovane Critica», n. 22-23, primavera 1970, p. 71-
72.
O ltre il S essantotto 75

il passaggio dallo stadio del movimento a quello del partito iniziò così,
senza una vera consapevolezza da parte nostra, ma piuttosto come il ri­
sultato di una serie di eventi che avevano finito per incanalare la nostra
voglia di combattere in quell'unica direzione8
Per molti che già avevano svolto in modo ancora informale nelle lotte
universitarie la funzione dei leader, deU’avanguardia, del ceto politico
professionale, si poneva il problema di come continuare la militanza po­
litica oltre i tempi dell’università oltre la stessa condizione studente­
sca. Con la scelta di costruire nuove organizzazioni il loro ruolo politico
veniva di fatto formalizzato.
Mossi dal bisogno di non rinnegare quanto di nuovo avevano fatto e
scoperto partecipando al movimento, incapaci di rientrare ipocritamente
nei ranghi della società che avevano contestato e che volevano rivoluzio­
nare, migliaia di potenziali quadri politici, nati dentro un’esperienza mol­
to critica anche nei confronti dei partiti e dei sindacati istituzionali, erano
portati “quasi automaticamente” a scegliere la strada dell’organizzazione
politica, strada che non era sempre quella “più coerente con le esigenze
di liberazione, di autonomia e di responsabilizzazione diretta delle mas­
se” 9, che il movimento aveva voluto esprimere.
A determinare, infine, l’urgenza dell’organizzazione contribuì il cli­
ma politico e repressivo che si manifestò in Italia quasi parallelamente
alle lotte studentesche e operaie. Subito, a partire già dai primi mesi del
1969, si assisteva, da parte del potere statale, a un uso sempre più mas­
siccio e violento delle forze di polizia, che si combinava con le azioni
strumentali e non dei neofascisti e con quelle dei corpi separati o deviati
dei servizi segreti. Si tenga inoltre presente che l’anno 1969 si era aperto
con i fatti della Bussola di Viareggio dove lo studente Soriano Ceccanti
era stato gravemente ferito da un colpo di pistola sparato dai carabinieri.
Al di là di certe evocazioni postume, che tendono a ricordare di quel pe­
riodo solo le esaltanti occupazioni prolungate e tranquille, occorre anche
tener conto che
non fu tutto così facile e semplice dato che il potere spesso colpiva indi­
scriminatamente senza parlare poi degli sgherri di Almirante sempre
pronti ad intervenire10.

8. L. B o b b io , Prima di l c . Da Palazzo Campana ..., cit..


9. a a . v v ., Movimento settantasette, storia di una rivolta, Torino, Rosenberg e Sellier,
1979, p. 86.
10. Una testimonianza sul movimento anarchico a Roma all’epoca della Strage di
Stato. Nostra intervista a Raniero Coari, «Umanità Nova», 29 giugno 1997.
7 6 D iego G iachetti

Contemporaneamente la parte più reazionaria della magistratura ri­


correva ampiamente agli articoli del codice Rocco che ben si prestavano
a colpire la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione:
nel 1969 “in soli tre mesi, vengono denunciate oltre 13 mila persone:
braccianti, operai, studenti dipendenti comunali”11.
La strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 appare
oggi sempre più come una data periodizzante, una cesura nella storia del­
l’Italia repubblicana, in quanto una parte consistente “dell’apparato stata­
le passò consapevolmente all’illegalità, si pose come potere criminale,
continuando ad occupare istituzioni vitali”; Piazza Fontana “semina e in­
gigantisce la paura del golpe” diventa “snodo rilevantissimo della vicen­
da italiana, rappresenta il passaggio della repressione statale dei movi­
menti e delle lotte dalle “tecniche frontali, ma firmate” a quelle “indirette
e occulte dei poteri di repressione, sicurezza e provocazione” 12.
L’uso della forza da parte degli apparati dello Stato per reprimere
l’insorgenza e l’ascesa dei movimenti non era una novità, la novità era
data invece dal suo impiego non più nella sua dimensione istituzionale e
legittima, “ma in quella bruta, diretta e incontrollata che trova la propria
sintesi nella logica da caserma”13
La strage segnava una indubbia svolta politica, un cambiamento di
clima profondo per un’intera generazione, la quale
fu impressionata da due esperienze vitali, forti e opposte: il ’68 (e il ’69
operaio) da una parte, e Piazza Fontana, Pinelli, Valpreda dall’altra. L’al­
legria e la morte, la luminosità e il torbido, la confidenza e la paura, la
cordialità e il senso di persecuzione14.
Si trattava più che altro di trovare strumenti e forme che garantissero
in qualche modo la difesa e il mantenimento di quanto era stato acquisi­
to, conquistato, costruito in termini di strutture organizzative, di spazi
per l’agire collettivo (sedi, giornali, piazze e luoghi di riunione e di in­
contro, incolumità dei compagni) che si accompagnavano alla consape­
volezza che, superato l’entusiasmo per lo scoppio spontaneo della rivolta
studentesca e operaia, il percorso di lotta contro lo Stato e il capitalismo
avrebbe inevitabilmente previsto anche momenti di scontro cruenti.
11. N. B a l e s t r in i , P. M o r o n i , Op. cit., pp. 198, 200.
12. Le citazione sono rispettivamente di M. R e v e l l i , Le due destre, Torino, Bollati
Boringhieri, 1996, pp. 22-23; E. S a n ta r e l l i , Op. cit., p. 188. Anche G . Boatti, Piazza
Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta, Milano, Feltrinelli, 1993 e
G . D e P a o l o , A. G ia n n u l i nell’introduzione a La strage di stato. Vent'anni dopo, Roma,
Ed. Associate, 1989 giungono alle stesse conclusioni.
13. M . R e v e l l i , Movimenti sociali e spazio politico, cit., p. 467.
14. A. S o f r i , Memoria, cit., p. 181.
O ltre il S essantotto 77

La necessità dell’organizzazione nasceva dunque anche dal bisogno


di proteggersi dall’aggressione subdola da parte delle forze della repres­
sione:
le violenze fasciste, il pericolo di infiltrazioni poliziesche posero imme­
diatamente il problema dell’organizzazione...Ogni prassi libertaria parve
portatrice di pericolo di infiltrazione, ogni elasticità organizzativa un ele­
mento di debolezza15.
Organizzarsi, darsi una struttura nazionale, venne all’epoca conside­
rato non un ripiegamento necessario, dopo la fase ascendente e spontanea
del movimento, ma una acquisizione raggiunta e maturata nel corso della
pratica politica e indotta dagli avvenimenti che le lotte di quei mesi ave­
vano innescato.
In chi compiva all’epoca determinate scelte organizzative non c’era
certamente la consapevolezza di fare un passo indietro, tutt’altro, emer­
geva la convinzione che quello fosse un passo in avanti, che l’organizza­
zione fosse necessaria e utile per conservare le posizioni acquisite e per
affrontare meglio il percorso rivoluzionario che, allora, sembrava imme­
diatamente davanti agli occhi dei protagonisti.

15. G . D e P a o lo , A. G ia n n u li, Op. cit., p. 31.


S o c io l o g ia d e i g r u p p i d e l l a nuova s in is t r a

L a com parsa dei gruppi


"non è un equivoco ideologico
ma un evento storico-sociale ”
(C ostanzo P re v e )1

Il termine “’’gruppi, con i suoi derivati, “gruppettari”, “gruppuscoli”,


assunse negli anni seguenti al ’68 una connotazione politica negativa,
dispregiativa, indicativa di una situazione di frammentazione e di frazio­
namento organizzativo e politico.
Soprattutto la stampa comunista e socialista e quella legata ai partiti
borghesi, dei “benpensanti” e della maggioranza silenziosa, come si dice­
va allora, usò abbondantemente questa terminologia per dare immediata­
mente, con l’uso di un determinato lessico non scelto a caso, un giudizio
drastico, liquidatorio e a tratti sprezzante in proporzione alla loro incapa­
cità di comprendere il fenomeno.
Gli stessi gruppi della nuova sinistra rifiutarono tale attributo e volle­
ro sempre definirsi in altro modo, con altri termini e categorie. Successi­
vamente, ad accrescere la connotazione negativa della parola, si sono
messi anche i vari cantori della “bontà” e “spontaneità” del movimento
del ’68 contrapposta alla degenerazione repentina indotta dal passaggio
dal movimento ai gruppi; questi ultimi sono stati sovente dipinti, in occa­
sione delle celebrazioni sessantottine - magari da quelli che all’epoca di­
vennero convinti gruppettari, militando in questa o quella organizzazione
più o meno leninista - come dei veri e propri spiriti malefici che traviaro­
no militanti, giovani studenti del movimento e operai, portandoli sulla
cattiva strada dell’organizzazione.
In merito, credo sia invece giunto il momento di dare una connotazio­
ne sociologica e politica positiva alla categoria di gruppo. Tale termine
ben si addice a interpretare e leggere quella fase magmatica che caratte-

1. C. P rev e , La storia e la filosofia dei "ganzetti", sulla interpretazione del ’68 e


l ’esperienza di Lotta Continua, «Unità Proletaria», n. 2, 1979, p. 87.
80 D ie g o G ia c h e t t i

rizzò la fine del movimento studentesco e la nascita delle varie formazio­


ni della nuova sinistra.
Esse, perlomeno nella loro fase iniziale, più che partiti erano dei veri
e propri gruppi, intesi come associazioni informali, senza regole, statuti
di partito, suddivisione gerarchica dei compiti e delle funzioni. Visto nel
suo insieme, senza cioè privilegiare la storia di questa o di quell’organiz­
zazione, il fenomeno si manifestava come germinazione di una miriade
di punti di incontro, più o meno grandi, di dibattito, di riflessione teorica
e di intervento politico immediato.
Sovente si trattava di strumenti organizzativi, circoli, centri di docu­
mentazione, sorti per necessità strumentali, per partecipare a una campa­
gna nazionale, per intervenire nelle scuole, nei quartieri, nelle fabbriche.
Erano strumenti di lavoro politico, che si creavano con la stessa facilità
con la quale si scioglievano per ricomporsi in altre forme e con altre per­
sone.
Una sorta di nomadismo politico di massa caratterizzava questa fase
della militanza politica, molti quadri e giovani militanti del movimento
studentesco passarono con naturalezza da un gruppo all’altro, da una
esperienza politica a un’altra, da una “lettura” a un’altra, in un susseguir­
si caotico di ricerca e di “abbuffamento” disorganico di politica, di teo­
ria, di ideologia (nel senso positivo del termine), prima di fermarsi in una
specifica organizzazione, oppure decidere che quel tipo di partecipazione
non faceva per loro.
Un fenomeno che potremmo definire di “vagabondaggio” culturale,
di rapporti politici multipli e simultanei, che interessò una generazione
liberata dalle pastoie del cattolicesimo provinciale e parrocchiale e
dalla cappa pesante, ipocrita nella pratica, quanto sterile nell’elaborazio­
ne politica e culturale, dello stalinismo. Si trattò naturalmente di un pro­
cesso caotico, di un procedere a tentoni, simile a una ricerca frenetica
quanto disorganica e disorganizzata.
Un osservatore attento, all’epoca seppe cogliere con efficacia e con
spirito critico questo fenomeno:

di fronte alle fabbriche, nelle scuole, in piazza si sono riversati [ ...] cen ­
tinaia, m igliaia di giovani [ ...] . Sulla loro abnegazione, su llo spirito di
sacrificio e sulla serietà d e ll’im pegno, nessuno può avanzare dubbi [...].
Ma sono, allo stesso tempo, sprovveduti, estrem isti, m anichei e, soprat­
tutto, idealisti. Sentono la pressione di un intricato sistem a di con d izio­
namento (ideologia, fam iglia, scuola, religione, m ass-m edia) e reagisco­
no con violenza [ ...] rifiutano questa scuola, giungendo a negare la ne­
cessità d e ll’istituzione; com battono lo sfruttamento e finiscono per recla­
mare il “rifiuto del lavoro” ; osteggiano il riform ism o sterile [ ...] delle
burocrazie tradizionali della classe operaia, per dedurne che sono le for­
O l t r e il S essa n to tto 81

m e organizzative della classe, in quanto tali, a produrre il riform ism o e


non il contrario.
Sentono però il bisogno di ricollegarsi con una matrice storica, affronta­
no disordinatamente la lettura di qualche testo tra quelli prodotti in un
secolo e m ezzo di lotta di classe. Riscoprono, e di volta in volta riducono
a proprio idolo, il premarxismo e l ’anarchismo, Stalin e Mao, Gorter e il
giovane Lukacs. N e fanno un sistem a religioso fino a quando incontrano
qualcosa di nuovo - per loro - o di più attraente. Oppure, stanchi di o sc il­
lare da un gruppo all’altro, negano la necessità della teoria rivolgendosi a
un partecipazionism o liberatore2.

Il gruppo politico, inizialmente era vissuto come prolungamento del­


l’esperienza mutuata dalla partecipazione al movimento. Molti dei gruppi
nazionali che si sviluppano nel 1969, come Lotta Continua, Potere Ope­
raio, Il Manifesto, Avanguardia Operaia, inizialmente avevano caratteri­
stiche molto informali, molto movimentiste. Nascevano senza un con­
gresso costitutivo, non avevano statuti e regole che definissero i criteri
della militanza e gli obblighi degli iscritti.
Erano militanti tutti quelli che partecipavano in qualche modo all’at­
tività politica del gruppo, vigeva un sistema di gestione interna fondato
su una specie di partecipazione attiva e diretta, un’assemblea generale
permanente che si riuniva più o meno regolarmente, ma non eleggeva né
dirigenti né segretari.
I luoghi d ’incontro si chiamavano “sedi”, non sezioni, quelli che
svolgevano l’intervento sul luogo di lavoro o di studio, al massimo si de­
finivano comitato, non cellula, parola che evoca una concezione stretta di
partito.
I confini ideologici tra un gruppo e l’altro a volte non erano neanche
così ben definiti e, anche quando lo erano, ciò non impediva che alla
base una miriade di giovani che si affacciavano alla politica irrompessero
e attraversassero i gruppi politici, anche quelli apparentemente diversi fra
loro.
Capitò a molti di passare attraverso esperienze politiche antitetiche
tra loro, “operaisti” e spontaneisti che diventano “partitisti”, maoisti e
marxisti-leninisti, mentre altri seguivano un percorso inverso, da leninisti
ortodossi a movimentisti scatenati.

L’intreccio di tre generazioni politiche

La costituzione dei gruppi dirigenti della nuova sinistra, intesi come


strutture di personalità formatesi attorno a precise matrici culturali e di-
2. E. P e l l e g r in i, Lotta Continua, «Q uarta Intem azionale», n. 3, 1971.
82 D ie g o G ia c h e t t i

verse esperienze di lotta politica, aveva preceduto la nascita ufficiale del­


le formazioni della nuova sinistra. Sicché, la seppur provocatoria ipotesi
di Romano Madera, fondata sull’equazione “gruppi-movimenti-gruppi”
può essere accolta come una fertile ipotesi di lavoro, che trova più di un
riscontro nello sviluppo e nell’intreccio in questo “pezzo” di storia italia­
na.
Scrive Madera:

non si passa dal m ovim ento ai gruppi, ma dai gruppi-al m ovim ento-ai
gruppi. I gruppi non sono la mala pianta, nata accanto alla buona e disor­
ganizzata spontaneità, che ha finito per strangolare il m ovim ento. Il m o­
vim ento ha invece risucchiato e trasformato i vecchi gruppi nei fatti e,
spesso, anche nei nomi [ ...] . Che il m ovim ento avesse ricevuto, fra i suoi
cento padri, anche il sem e gruppuscolare non c ’è dubbio; ma fu il m ovi­
mento a renderlo fertile trasformandolo in una sua proiezione. Il gruppu­
scolarism o quindi com e forma di rappresentanza politica del m ovim ento,
non la sua degenerazione cancerogena, né il suo genio -maligno3.

Tre generazioni politiche confluivano nelle formazioni della nuova


sinistra4. La prima aveva iniziato l’attività politica nella seconda metà
degli anni Cinquanta nelle federazioni giovanili comunista e socialista,
nelle associazioni universitarie e nel sindacato. Era la generazione che
più a lungo aveva partecipato intensamente e con continuità alla vita po­
litica dentro i partiti di sinistra o altre strutture di massa organizzate.
Aveva quindi maturato una solida esperienza organizzativa di tipo
tradizionale, giungendo a un livello di “saper fare” politico molto profes­
sionale e ben strutturato. Nelle formazioni della nuova sinistra questo
tipo di militante era soprattutto presente in quelle organizzazioni che de­
rivavano direttamente dal p c i o dal p s i , come nel caso del Manifesto o del
Partito di Unità Proletaria, sorto nel 1972 dopo lo scioglimento del p s iu p .
La seconda aveva iniziato il suo praticantato politico negli anni Ses­
santa prendendo contatto con i gruppi minoritari (trotzkisti, «Quaderni
Rossi», «Classe Operaia», marxisti-leninisti) o partecipando ad altre
esperienze culturali di avanguardia: riviste, cinefonim, circoli culturali.
A differenza delle generazione precedente, in questa risultava rilevante la
presenza di militanti cattolici provenienti da esperienze politiche matura­
te n e l l ’iNTESA universitaria, n e l l a c is l e n e l l e a c l i .

3 . R. M a d e r a , Il sem e gruppuscolare e l'h um us del movimento. Parabola di una rivo­


luzione culturale e politica, supplem ento a «il m anifesto» del 26 ottobre 1988.
4. Siam o debitori di quanto scriverem o di seguito ad A. M a n g a n o che ha sviluppato
tale ipotesi interpretativa in un capitolo specifico (La cultura dei gruppi dirigenti della
nuova sinistra) del suo libro, Autocritica e politica di classe, M ilano, Ottaviano, 1978.
O l t r e il S essa n to tto 83

Essa si era formata in contrasto e in polemica con le posizioni della


sinistra tradizionale italiana, avvicinandosi e nutrendosi di correnti di
pensiero politico e sociologico estranee alla tradizione del riformismo e
confrontandosi con la nuova realtà operaia del neocapitalismo del nostro
paese.
Questa generazione era quella che aveva raggiunto la maggior pre­
senza all’interno dei gruppi dirigenti delle formazioni della nuova sini­
stra, denotando una spiccata attitudine al dibattito teorico-politico e per
la ricerca sul campo mediante l’uso dell’inchiesta, riscoperta, prima an­
cora che dalla lettura dei testi di Mao, dal gruppo dei «Quaderni Rossi» e
da quanti erano stati in qualche modo contaminati, già nella seconda
metà degli anni Cinquanta, dalla sociologia americana.
La terza generazione era quella del ’68 i cui militanti si erano formati
direttamente nelle lotte universitarie del biennio precedente e in quelle
operaie del ’68-’69. Meno omogenea delle generazioni precedenti, la sua
formazione politica e culturale presentava tuttavia degli elementi comuni:

la convinzione che la scuola deve essere il terreno della lotta di classe, le


analisi dei m eccanism i di selezion e e del rapporto scuola mercato, il ri­
conoscim ento d e ll’importanza della lotta all’organizzazione capitalistica
del lavoro e alle gerarchie, l ’attenzione teorica e pratica al rapporto avan-
guardia-m asse [ ...] , la necessità di saldare la lotta econom ica e la lotta
politica, l ’antifascism o militante, l ’internazionalism o5.

Essa costituì l’ossatura militante delle varie organizzazioni di nuova


sinistra, i cosiddetti quadri intermedi, quelli cioè che diffusero sul territo­
rio nazionale e nei vari luoghi di lavoro e di studio la presenza e l’inter­
vento politico del singolo gruppo.
L’emergere del movimento studentesco e la ripresa delle lotte operaie
attraversarono e rimescolarono le carte delle tradizionali culture politiche
e organizzative consolidatesi nelle prime due generazioni di militanti po­
litici, provocando una revisione critica di precedenti posizioni.
Si registrò certamente una spaccatura e un superamento di precedenti
modi di concepire l’azione politica, ma determinate matrici formative e
culturali, pur revisionandosi, rimasero abbastanza integre, capaci di se­
gnare ancora esperienze generazionali diverse e, quindi, gruppi dirigenti
di nuova sinistra, differenziati e frazionati.
La formazione del gruppo dirigente di Lotta Continua risentì meno di
altri dell’influenza di precedenti esperienze culturali e politiche di nuova
sinistra, anche se alcuni dei suoi dirigenti venivano da militanze minori­
tarie di sinistra: Adriano Sofri, dopo essere stato espulso dal p c i aveva

5. Ivi, p. 14.
84 D ie g o G ia c h e t t i

partecipato alla rivista «Classe Operaia» e poi al Potere Operaio pisano,


Luigi Bobbio e Mauro Rostagno venivano dal p s iu p , Marco Boato dal catto­
licesimo dissidente e di sinistra trentino. Per Potere Operaio, invece, la con­
tinuità con la tradizione operaista italiana era decisamente più marcata.
Stesse caratteristiche di continuità con esperienze politiche degli anni
Sessanta avevano formazioni come Avanguardia Operaia, nata da un
gruppo di militanti milanesi uscita della Quarta Internazionale, e come
l’Unione dei Comunisti Italiani, sorta nel 1968 anch’essa da una rottura
consumatasi nella Quarta Internazionale e che riprendevano le suggestio­
ni della rivoluzione culturale e del maoismo, già presenti e diffuse negli
anni precedenti dalla cosiddetta area marxista-leninista.
Anche II Manifesto era, in qualche modo, la risultante dell’intreccio
fra le lotte operaie e studentesche e il “borbottio critico” dell’ala ingraia-
na dentro il p c i negli anni Sessanta.

Si può parlare insom m a di un incontro tra una cultura politica elaborata


da gruppi militanti negli anni Sessanta e una cultura politica di massa
prodotta dalle lotte operaie e studentesche. Per ciò che riguarda la costru­
zione dei gruppi dirigenti, fatta eccezion e alm eno in parte per Lotta C on­
tinua, le matrici teorico-politiche degli anni precedenti restano un e le ­
mento non secondario6.

A seconda della loro matrice culturale di provenienza, questi gruppi


dirigenti portarono elementi specifici nelle organizzazioni che andarono
a costruire dopo il biennio ’68-’69.
Dell’elaborazione dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari, ovvero della
sezione italiana della Quarta Internazionale, rimase il recupero del lenini­
smo “purificato” dalle volgarizzazioni economiciste e produttiviste intro­
dotte dalla codificazione bignamesca fatta da Stalin e dai suoi epigoni.
Rimase anche la critica e la profonda attenzione al rapporto che deve in­
staurarsi tra democrazia e socialismo e la prosecuzione della ricerca di
forme soviettiste e consiliari come strutture istituzionali della democrazia
proletaria contrapposta a quella borghese-parlamentare.
Della tradizione operaista rimase la riscoperta della centralità della
fabbrica contrapposta alla lotta tutta istituzionale del riformismo, e l’idea
di ridefinire l’elaborazione teorica a partire dai mutamenti avvenuti nella
composizione delle classi sociali: analisi del neocapitalismo, del rapporto
fabbrica-società, spontaneità-organizzazione, autonomia operaia.
Del- socialismo di sinistra venne ripresa la critica al riformismo, alla
programmazione democratica, l’idea dell’unità di classe e dell’attualità
del socialismo contro ogni ipotesi gradualistica.

6. Ivi, p. 19.
O ltre il S e s s a n to tto 85

Dell’ingraismo restava una rilettura attenta e critica del rapporto tra


sviluppo di forme di democrazia e di partecipazione delle masse dal bas­
so e le istituzioni statali e partitiche.
Dai gruppi di area marxista-leninista rimaneva l’insistenza sulla cam­
pagna antimperialista e la necessità di un lavoro di propaganda, soprat­
tutto ideologico, tra le masse.
Riguardo alla concezione dello strumento organizzativo, del partito,
varie ipotesi furono riprese e si fronteggiarono: dalla mitizzazione del
partito movente della storia e rigidamente governato dalla burocrazia di
funzionari con a capo il segretario generale fatta dai gruppi marxisti-leni­
nisti, al tentativo di coniugare democrazia interna e centralismo demo­
cratico, secondo un presunto ritorno a Lenin, fatto da gruppi di ispirazio­
ne trotzkista, fino alla proposizione di organizzazioni del tutto informali,
senza strutture definite, senza statuti e organigrammi interni, senza con­
gressi costitutivi, come Potere Operaio e Lotta Continua nei loro primi
anni di vita.

La composizione sociale.

Il grosso dei militanti della nuova sinistra era il prodotto delle lotte
studentesche prima e operaie poi del biennio ’68-69. Essi erano giovani
ed erano prevalentemente degli studenti.
Non affatto secondaria fu la scesa in campo degli studenti medi, in
particolare quelli delle scuole tecnico-scientifiche che costituirono, a par­
tire dal ’69, la base di massa delle organizzazioni della nuova sinistra.
Non si trattava solo di un fatto quantitativo. Essi, in particolare quelli
provenienti dalle scuole tecniche e professionali, importavano dentro il
movimento temi, problemi e rivendicazioni che gli universitari o i liceali
non intravedevano, non sentivano perché lontani dalla loro pratica di vita
e da quella delle loro famiglie.
Inoltre, il fatto che fossero giovani studenti sicuramente destinati a la­
vorare poi in fabbrica li poneva in una condizione di maggiore vicinanza
con la condizione operaia vera e propria che già sperimentavano, per al­
tro, in famiglia. Infine, provenendo da famiglie proletarie, vivevano di
solito dislocati in quel tessuto urbano fatto di agglomerati operai, di
casermoni, chiamati case popolari, costruiti in fretta e furia negli anni
Sessanta che avevano ingrandito a dismisura la periferia delle città indu­
striali. Questa dislocazione permetteva loro di essere più legati ai giovani
operai e ai giovani disoccupati.
Il fatto che queste nuove organizzazioni fossero inizialmente costitui­
te in prevalenza da giovani studenti era la risultante di un processo di ra-
86 D ie g o G ia c h e t t i

dicalizzazione che si era manifestato prima tra gli studenti e solo più tar­
di tra la classe operaia. L’essere giovani, avere una comune concezione
del mondo in fatto di musica, di comportamenti, di modo di vestire, di
dire e di fare, il percepirsi per queste ragioni come “un altro” rispetto alla
società corrente, era una caratteristica che attraversava tutte le organizza­
zioni politiche della nuova sinistra.
La componente operaia che contribuì in modo rilevante a formare la
base sociale della nuova sinistra, era formata in genere da giovani avan­
guardie che avevano costituito il nerbo delle iniziative di lotta di questi
anni; all’interno di queste prevaleva, nel reclutamento, la componente
ribellistica, più sensibile alla “fase rivoluzionaria” che non a un lavoro
sistematico e paziente all’interno della fabbrica, tanto facile all’entusia­
smo e a mettersi a capo delle lotte nella fasi positive, quanto in difficoltà a
continuare l’iniziativa politica nei momenti di maggiore difficoltà.
La loro esperienza era, conseguentemente, tutta racchiusa in unico e
breve ciclo di lotte di classe. Nelle caratteristiche di questo ciclo stavano
le ragioni dei “limiti” e degli errori di prospettiva e strategici che emer­
geranno quasi subito negli anni seguenti.
L’ondata delle lotte avveniva al di fuori di quelli che erano stati i vec­
chi canali delle strutture sindacali burocratizzate e dei partiti operai tradi­
zionali. Vi era una ribellione spontanea da parte di una serie di settori ra-
dicalizzati che rompevano col vecchio monolitismo riformista e stalinia­
no. Ciò valeva anche per quelle organizzazioni che avevano avuto un nu­
mero più o meno consistente di compagni provenienti da leve precedenti
e passati per l’esperienza della sinistra socialista o comunista, perché
questi compagni furono sommersi dalla massa sociale dei nuovi militanti
e perché quasi sempre per essi il ’68-’69 rappresentò un momento di to­
tale rielaborazione delle proprie idee e delle proprie pratiche.
L’esperienza di quel ciclo si caratterizzò per una formidabile ascesa
della lotta di classe: elevata unità del proletariato, ampio schieramento
sociale di lotta anticapitalista, democrazia diretta e consiliare, crisi acuta
della d c , crisi dello Stato borghese.
Nati nell’alta marea e costituite le organizzazioni rivoluzionarie in
quel contesto, si era propensi a pensare e ad agire come se essa fosse
inarrestabile e dovesse ineluttabilmente condurre al dualismo di poteri e
alla rottura rivoluzionaria. L’idea di un riflusso non era presa in conside­
razione.
La composizione sociale e le caratteristiche di maturazione della co­
scienza politica data da quel periodo, influirono sul comportamento poli­
tico (inteso come strutturazione dell’organizzazione, strumentazione teo­
rica, analisi della situazione, linea politica, strategia e tattica) delle for­
mazioni della nuova sinistra.
O ltre il S e s s a n to tto 87

L’impianto organizzativo risentiva anche di una non uniforme e omo­


genea presenza su tutto il territorio nazionale, lo sviluppo avveniva spes­
so a macchia di leopardo, con maggiore o minore presenza secondo le lo­
calità e d situazioni di lotta e di intervento.

La nascita di un ceto politico militante

Migliaia di giovani, soprattutto studenti, costituirono la base sociale e


militante dei gruppi della nuova sinistra. Se prendiamo come riferimento,
pur con le dovute cautele, le stime circa il numero di militanti aderenti
alle principali organizzazioni della nuova sinistra nel loro periodo di
maggior sviluppo, abbiamo immediatamente una dimensione quantitativa
di quello che fu un fenomeno sociale molto rilevante, senza precedenti,
direi, nella storia della militanza politica nel nostro paese nel dopoguerra.
Intendendo per militanza la partecipazione continua alla vita politica del­
l’organizzazione si può tentare di quantificare il fenomeno con i seguenti
dati: il Partito Comunista d’Italia (m-1) aveva dai 5 ai 10 mila aderenti,
l’Unione dei Comunisti Italiani anche, Potere Operaio 1.000-1.500, Lotta
Continua 20 mila circa, il Manifesto dai 5 ai 6 mila. Avanguardia Operaia dai
15 ai 18 mila, il Partito di Unità Proletaria, sorto nel 1972 dopo lo sciogli­
mento del p s iu p , dichiarava, nel 1974, di avere 17.500 militanti. Somman­
do questi dati otteniamo una cifra compresa tra i 68 e gli 83 mila militanti.
A essi vanno aggiunti almeno alcune altre migliaia di aderenti ad altri
gruppi, come ad esempio gli anarchici, fino a formazioni politiche più
piccole che andavano dalle poche decine, a qualche centinaia di militanti,
come nel caso dei trotzkisti dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari. A que­
sti occorrerebbe aggiungere e conteggiare, se fosse possibile, i cosiddetti
“cani sciolti”, cioè quelli che pur partecipando attivamente alle manife­
stazioni e alle iniziative di lotta non aderivano a nessuna organizzazione.
Quindi ipotizzare una cifra superiore alle 100 mila persone coinvolte nel­
l’attività politica dei gruppi della nuova sinistra ci sembra ragionevole e
sostenibile.
L’aver partecipato più o meno attivamente, per breve o lungo tempo
all’attività di uno dei gruppi della nuova sinistra è una caratteristica ri­
corrente in quella generazione.
L’esplosione del movimento studentesco aveva attivato strati sociali
precedentemente non toccati dal bisogno di partecipazione diretta all’at­
tività politica. Altri gruppi di giovani, che avevano già condotto il loro
apprendistato politico nelle tradizionali organizzazioni della sinistra,
dopo il movimento studentesco, le abbandonavano e si riversavano in
quelle nascenti '-della nuova sinistra.
88 D ie g o G ia c h e t t i

Non si era mai data per la sinistra critica e dissidente l’opportunità di


disporre di una massa così cospicua di persone disposte a dedicare buona
parte del loro tempo libero all’intervento politico.
Si trattava di un “fare politica” deciso come libera scelta, non certo
come professione. Pochi erano infatti i funzionari retribuiti dai gruppi.
Quasi tutto il lavoro di propaganda e di intervento davanti alle scuole e
alle fabbriche, la diffusione dei giornali e la partecipazione alle varie ini­
ziative, contava principalmente su una base volontaria, su una spinta a
essere protagonisti in prima persona.
Si trattò di una poderosa capacità di lavoro politico, messa in campo
dai vari gruppi della nuova sinistra, che in alcune situazioni e contesti su­
però ben presto il numero dei militanti dei partiti tradizionali e dei sinda­
cati.
Simili situazioni di preponderanza numerica degli attivisti impiegati
nel lavoro di propaganda politica si verificarono ad esempio davanti ai
cancelli di Mirafiori a Torino e di altre grandi fabbriche italiane, nelle
scuole medie superiori, nelle quali l’egemonia della nuova sinistra, ri­
spetto alle organizzazioni giovanili del p c i e del p s i , era pressoché indi­
scussa, e nelle Università dentro le quali, terminata la fase ascendente del
movimento, i gruppi seppero mantenere un proprio ruolo, teso almeno a
conservare e a difendere quelle “zone liberate” dal movimento al fine di
favorire momenti di aggregazione di massa, di discussione, confronto e
scontro.
Nonostante questa enorme e nuova disponibilità di quadri militanti
all’intervento e all’azione politica, i gruppi della nuova sinistra incontra­
rono sempre difficoltà a radicarsi realmente e in modo non episodico
dentro le fabbriche, tra la classe operaia, i cui singoli appartenenti accet­
tavano con ritrosia di confluire in questo o quel gruppo.
Diverso invece il radicamento che la nuova sinistra riuscì ad avere tra
i giovani studenti e tra gli universitari. Ma proprio questo dato, legato
alla precarietà e alla mobilità della condizione studentesca, rendeva in­
stabile la base di molti gruppi, non garantiva continuità all’intervento e
all’azione politica duratura in un settore sociale. A volte il fatto che un
gruppo di studenti, giunto al termine del ciclo degli studi, dovesse abban­
donare la scuola o l’università poteva segnare la fine della presenza di
un’organizzazione in quel contesto, ma, contemporaneamente, poteva an­
che rappresentare l’inizio di un intervento politico dentro un luogo di la­
voro o dentro un’altra istituzione scolastica.
Se la mobilità legata alla condizione studentesca era un limite, poteva
diventare anche un pregio, migliaia di studenti, passando da un ciclo di
studi all’altro, dalla scuola al lavoro, dalla città dove avevano studiato al
paese da cui provenivano, contribuirono a creare nuovi settori di inter­
O l t r e il S essantotto 89

vento (si pensi, fra tutti, al movimento per la democratizzazione della


vita nelle caserme, i Proletari in Divisa) e di agitazione politica e a dif­
fondere su tutto il territorio nazionale la presenza delle organizzazioni
della nuova sinistra.
Sorsero in questo modo, anche nei più piccoli centri della provincia
italiana gruppi di lavoro e di ricerca su specifici problemi territoriali.
Istituzioni fino allora considerate neutre, come i manicomi, gli ospedali,
la magistratura, furono investite dalla critica politica e sorsero tendenze e
riviste dal titolo significativo «Psichiatria democratica»,«Medicina de­
mocratica», « b c d » dei giornalisti democratici, Magistratura democratica.
La diffusione dell’uso del ciclostile permise anche al più piccolo
gruppo o comitato di lotta di produrre propri volantini, giomalini pinzati,
documenti di analisi e di riflessione politica.
Un’intera generazione politica si formava non solo leggendo docu­
menti riprodotti al ciclostile, ma anche scrivendoli, intervenendo per dire
la propria in un processo di democratizzazione del dibattito e del con­
fronto nel quale si era contemporaneamente parte passiva (come lettore)
e parte attiva in quanto estensore di un intervento scritto.
Grazie all’impegno militante profuso, alle sottoscrizioni, al lavoro
volontario che permetteva di abbattere i costi di produzione e di distribu­
zione, ogni gruppo, anche il più piccolo, riusciva a dotarsi di un proprio
organo di stampa, di una rivista teorica, fino a quando II Manifesto non si
lanciò nell’impresa di dotarsi di un omonimo quotidiano, che vide la luce
nel 1971, imitato da «Lotta Continua» nel 1972 e da Avanguardia Ope­
raia col «Quotidiano dei Lavoratori» nel 1974.

Tipologia del militante della nuova sinistra

Il militante che si formava partecipando alle attività dei gruppi della


nuova sinistra non era affatto frustrato dalla politica. Ricostruendo il cli­
ma di quegli anni, alla luce delle sconfitte subite dopo e delle delusioni
conseguenti, molti sono portati oggi a esprimere un giudizio negativo su
quell’esperienza tutta politica che coinvolse migliaia di persone, quasi
un’intera generazione di giovani.
Eppure, andrebbe ricordato, che per essi fare politica non era un’atti­
vità alienante, un impegno gravoso, vissuto come se si strappasse tempo
prezioso alla propria vita sociale e affettiva.
Questi militanti si tuffarono nell’impegno politico portandovi fre­
schezza, partecipazione diretta e quotidiana, una certa gioia di vivere e di
realizzare sé stessi che maturava da questa scelta.
90 D ie g o G ia c h e t t i

Dire che qui si è formato il militante alienato, espropriato della propria


soggettività, è ingiusto. Le caratteristiche positive del periodo, il ritmo
martellante della m obilitazione, l ’attivism o a volte cieco ma alla lunga
efficace, la pratica nuova e calcolata della piazza, la risposta puntuale
alle provocazioni finiscono per imporre e sedimentare un terreno di pra­
tica politica che diventa struttura sociale, com posizion e di classe7.

L’attività politica rispondeva al bisogno di socializzazione degli indi­


vidui; in fondo riunirsi in sede, stendere il volantino, diffonderlo, vende­
re il giornale davanti alle porte delle fabbriche o delle scuole, partecipare
ai cortei, ai raduni, ai convegni, alle scuole quadri era anche un modo at­
traverso il quale migliaia di giovani scoprivano il piacere di stare assie­
me facendo politica.
Gli altri bisogni, più legati al divertimento e alla vita sociale di grup­
po, che non potevano trovare immediata soddisfazione nel fare politica,
erano comunque soddisfatti dalle varie attività culturali, teatrali, musicali
che si sviluppavano in quell’area della controcultura o della cultura alter­
nativa, come veniva chiamata.
In quelle specie di “zone liberate” dal movimento era possibile assi­
stere a prezzi modici agli spettacoli teatrali della compagnia di Dario Fo,
alla riproposizione o riscoperta dei canti popolari e di lotta fatte da com­
plessi musicali e da cantautori politicamente impegnati, un complesso
circuito alternativo di librerie e mercati alternativi garantiva poi la circo­
lazione di libri, riviste, giornali, documenti vari, dischi, vestiti nuovi e
usati.
Politicamente il militante medio della nuova sinistra, che si costruiva
e si formava in quella situazione, denotava un forte impegno e attivismo
sia nel partecipare all’attività interna al gruppo (riunioni, convegni) sia in
quella esterna, intervento davanti alla scuola, alla fabbrica, diffusione del
materiale propagandistico, partecipazione a tutte le manifestazioni.
Si trattava di un militante che cresceva e maturava politicamente a
partire dalla propria situazione di ruolo che occupava nella società, per
generalizzare le contraddizioni che via via scopriva e inserirle nel conte­
sto più ampio del sistema aiutato, in questa riflessione o presa di coscien­
za, dalle elaborazioni che il gruppo a cui apparteneva gli forniva.
Il peso determinante che ebbe, soprattutto negli anni subito seguenti,
l’identificazione totale col proprio gruppo divenne una delle ragioni per
cui fu difficile, e alla lunga impossibile, superare il frazionamento, la di­
visione, la dispersione di energie e di esperienze.

7. S. B o logna, La tribù delle talpe, M ilano, F eltrinelli, 1978.


O lt r e il S essa n to tto 91

Il frazionamento

Vari, oggettivi e determinanti, furono i motivi che portarono alla na­


scita di una moltitudine di gruppi alla sinistra del p c i .
La base sociale dei gruppi, composta per la maggior parte da giovani
e studenti era, di conseguenza, molto instabile a causa della collocazione
sociale dei suoi aderenti. La condizione studentesca e giovanile in genere
non era ben definita in termini di ruoli sociali e produttivi, era mobile,
rotatoria, sovente un cambiamento di status, di collocazione, di ruolo,
comportava un riposizionamento politico e organizzativo.
Le culture politiche dei gruppi dirigenti delle nuove organizzazioni
della sinistra non provenivano dal nulla, contenevano in esse elementi di
divisione, dati da appartenenze teoriche ed elaborazioni diverse che si
riproposero, dopo la breve parentesi del movimento studentesco.
Lo stesso movimento studentesco, al suo interno, aveva sempre mani­
festato una varietà di posizioni e di sensibilità diverse su diversi temi,
problemi e questioni. Quando il movimento rifluì, i suoi aderenti scelsero
strade politiche e organizzative opposte.
Pur partendo tutti dal dato comune del rifiuto dell’esperienza comuni­
sta e riformista e dalla necessità di cercare nuove prospettive, la ricerca
finì col produrre “differenza”8. Il ’68 e il ’69 avevano provocato un som-
movimento così profondo nella società italiana che rendeva difficile, se
non impossibile, una lettura univoca; il frazionamento, la frammentarietà
dei gruppi fu il risultato di una serie di eventi che contenevano al loro in­
terno significati differenti, distinti, non immediatamente riconducibili a
una unità organizzativa.
L’idea di dover cominciare praticamente da capo nel costruire le or­
ganizzazioni della nuova sinistra, dava all’impresa e a chi vi si dedicò il
senso di avere di fronte, finalmente, un campo nuovo tutto da scoprire e
coltivare. La ionizzazione politica che aveva investito migliaia di giovani
offriva a tutti i gruppi la possibilità di acquisire, nel breve periodo, mili­
tanti per costruire o ricostruire organizzazioni che non erano certo più
paragonabili con quelle che erano esistite negli anni Cinquanta e Sessan­
ta alla sinistra del p c i .
In una sorta di libero mercato, di concorrenza senza freni, si riteneva
che alla fine, il confronto con la pratica, il dover fare politica, avrebbe
eliminato quei gruppi deboli ideologicamente, sulla base di una selezione
data dagli sviluppi della lotta di classe. Il susseguirsi degli eventi avrebbe
stabilito chi doveva essere l’erede, in termini organizzativi, di quel vasto
movimento di lotte.

8. M. F lo res, F ascinazione e bisogno del partito, c it.


92 D ie g o G ia c h e t t i

Riscontrare che alla sinistra dei partiti tradizionali del movimento o-


peraio si era liberata un’area in cerca di nuova rappresentanza fu, secon­
do alcuni, la base della scelta di costruire i gruppi, scelta, che ubbidiva
alla legge della sociologia politica di Roberto Michels:

Si tenga conto della situazione sociale e personale in cui si sono venuti a


trovare m igliaia [...] di quadri sessantotteschi e di quale arma formidabi­
le sia ad essi apparsa la politica. A lle degenerazioni “gruppettistiche”
hanno contribuito le esigen ze di ruolo, di collocazione sociale, di “m e­
stiere” [ ...] di uno strato di intellettuali (e anche di qualche operaio o la­
voratore, ben felice di passare ad un’attività più gratificante) per niente
intenzionati ad entrare in funzione subordinata negli apparati esistenti o
smettere di contare nella società dopo l ’esperienza esaltante del ’6 8 9.

11 frazionamento finì con il consolidare un’identità rispetto al proprio


gruppo di appartenenza che, cementandosi negli anni successivi, tese a
creare un sistema di valori e di relazioni sociali così forti che contribui­
scono a spiegare perché, assieme alle divergenze di analisi politica, la di­
visione non fu sostanzialmente mai superata negli anni Settanta.
Anche quando si tentò di farlo i progetti di unificazione si realizzaro­
no producendo nuove aggregazioni, lampante in merito fu l’unificazione
tra Avanguardia Operaia e il pdup che diede vita a due nuove formazioni
politiche: Democrazia Proletaria e un nuovo pdup formato da quelli che
non accettarono quell’unione.
Il frazionamento, la divisione, il fallimento dei processi di unificazio­
ne tentati nel campo della nuova sinistra, erano certo il frutto del perma­
nere di differenze politiche e ideologiche. Erano però anche la conse­
guenza di un processo di integrazione dei compagni delle singole orga­
nizzazioni in una rete di relazioni sociali, sorretta da un sistema di valori,
che definivano le varie personalità di base delle singole formazioni della
nuova sinistra.
Nella genesi della loro formazione si può riscontare la presenza di ca­
ratteristiche sociologiche comuni a tutti i gruppi:
1) originariamente, nella fase costitutiva, essendo in pochi, prevaleva
un forte sentimento di solidarietà non solo politica, ma affettiva, che de­
rivava dal partecipare a un esperimento politico nuovo, difficile, ma
vissuto con la certezza di fare qualcosa di storicamente importante;
2) le proprie vicende personali e politiche si identificavano con la sto­
ria del gruppo;
3) dentro il gruppo si instauravano relazioni sociali che elaboravano
un sistema di valori caratterizzante una personalità di base, la quale ren­

9. a a . v v .. M ovim ento del settantasette ..., cit., p. 85.


O ltr e il S e s s a n to tto 93

deva forte il sodalizio, formando una concezione del mondo che il mili­
tante utilizzava per rapportarsi con gli esponenti di altri gruppi;
4) l’estensione sul territorio dei gruppi avveniva, spesso, tramite una
rete di conoscenze personali che favoriva l’integrazione dei nuovi arriva­
ti e cementava una struttura basata, oltre che sul sodalizio politico, anche
su una fitta rete di relazioni sociali: conoscenza personale dei dirigenti,
rapporto diretto con essi, relazioni di amicizia oltreché di tipo politico. Si
costituiva in questo modo un insieme di relazioni fondate non solo sul
comune sentire politico, ma sui sentimenti, sulle emozioni, che non favo­
rivano certo un sereno confronto politico sia interno che con gli altri gruppi;
5) unificarsi significava quindi mettere in campo non solo una revi­
sione critica della propria linea politica, voleva anche dire disarticolare e
rimescolare le relazioni sociali consolidate, ricostruirne di nuove, defini­
re un nuovo sistema di valori.
Quegli stessi meccanismi che inizialmente avevano favorito l’integra­
zione e la solidarietà dei membri all’interno dei singoli gruppi, diventa­
vano un limite, un impedimento ai successivi tentativi di unificazione.

Anarchici e trotzkisti

Le lotte del movimento studentesco e la ripresa di quelle operaie nel


biennio ’68-’69 determinarono un processo di crisi e di rinnovamento in
alcune organizzazioni di minoranza storica già preesistenti. Gli anarchici
e i trotzkisti dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari ( g c r ) erano sopravvis­
suti in qualche modo ai difficilissimi anni Cinquanta, e nel corso del de­
cennio seguente avevano saputo interagire con la nuova generazione di
militanti che cresceva nell’ambito della sinistra italiana, favorendo un
riuscito processo di osmosi tra la vecchia generazione antifascista e parti-
giana e quella nuova formatasi a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta.
Entrambe le organizzazioni, al di là delle loro evidenti differenze di
analisi politica e strategica, si presentavano alle soglie del ’68 con un bi­
lancio positivo in termini di crescita politica e numerica e di radicamento
sociale rispetto agli anni precedenti. Entrambe salutarono con entusiasmo
le lotte studentesche in Italia e in Europa, videro nell’insurrezione parigi­
na del maggio 1968 una nuova fase della “rivoluzione in Europa”, perva­
sa da un “impeto anarchico”, rappresentato dalle bandiere nere su Parigi
in rivolta che si opponevano alla spinta reazionaria dei gaullisti e faceva­
no rivivere “nei giovani la Comune di Parigi” 10. Entrambe avevano un

10. La titolazione dei rispettivi giornali è em blem atica: Il m aggio fra n c ese apre una
fa se nuova della rivoluzione in Europa, «B andiera Rossa», n. 11, 1 giugno 1968. Bandiere
anarchiche su Parigi in rivolta, «U m anità Nova», n. 19, 25 m aggio 1968; G. G añese, Le
94 D ie g o G ia c h e t t i

retroterra politico e culturale che condizionava criticamente il loro giudi­


zio sulla rivoluzione culturale cinese e che, dato il clima di entusiasmo
filocinese dell’epoca, rendeva difficile il rapporto e il confronto con un
movimento che, invece, enfatizzava quell’esperienza11. Entrambe, anche
se non per le stesse ragioni, entrarono in crisi quando si trattò di stabilire
contatti con quel movimento.
Gli anarchici sulle pagine del settimanale della fa i «Umanità Nova» e
del quindicinale dei Gruppi di Inizativa Anarchica ( g ià ) «L’Internaziona­
le» guardarono fin dall’inizio con interesse e partecipazione all’emergere
del movimento studentesco per segnalarne gli aspetti che conferivano
alla rivolta degli studenti “il carattere rivoluzionario di avanguardia anar­
chica e di guerriglia anarchica di liberazione”, certo gli studenti non era­
no tutti anarchici, ma erano “senz’altro libertari” 12. Questi aspetti liberta­
ri erano dati dalla ribellione contro la gerarchia universitaria, dall’antiau­
toritarismo, dal rifiuto della gerarchia e, quindi, dalla formulazione di un
nuovo concetto di umanità e di società, dal rifiuto sistematico del potere
sotto qualunque forma esso si presentasse, da quello capitalistico delle
società Occidentali a quello cosiddetto socialista dei paesi dell’Est, fino
alle strutture partitiche e sindacali operaiste e classiste.
Nelle lotte dentro le università vedevano un’ondata libertaria che pre­
figurava una sorta di “Comune Universitaria”,

una società libertaria che si organizza alla base, sopprimendo ogni verti­
ce, che si autogoverna senza la burocrazia e che le sue leggi esprim e dal
suo seno stesso, liberamente discusse o contestate n ell’assem b lea13.

bandiere nere d e ll’anarchia si oppongono alla spinta reazionaria dei gaullisti, «L 'In tem a­
zionale», n. 14, 15 luglio 1968; R ivive nei giovani la Com une di Parigi, «U m anità Nova»,
n. 20, I giugno 1968; L ’im peto rivoluzionario si f a anarchico in Europa, «U m anità
Nova», n. 22, 15 giugno 1968.
11. Per gli anarchici la “rivoluzione culturale proletaria” era un esem pio “di gestione
d all’alto di un fenom eno sociale di m assa ai fini del rafforzam ento dello Stato e del Partito
Com unista C inese” (Ai com pagni sulla Cina, Firenze, C rescita Politica Editrice, 1972, p.
26). A nche i trotzkisti, che pure giudicavano le posizioni cinesi più a sinistra di quelle so­
vietiche, avanzavano delle riserve critiche sulla rivoluzione culturale, cfr. in m erito L.
M a it a n , Partito, esercito e m asse nella rivoluzione cinese, Rom a, Sam onà e Savelli, 1969.
12. Cfr. rispettivam ente C. N e g r o , La rivoluzione studentesca, «U m anità Nova», n. 8,
2 m arzo 1968 e L. E b o l i , L ’anarchia coi giovani, «L’Intem azionale», n. 10, 15 m aggio
1968. Con un suo com unicato la fa i aveva espresso solidarietà al m ovim ento studentesco
(cfr. «U m anità Nova», n. 5, 10 febbraio 1968).
13. M . M a n t o v a n i , L ’ondata libertaria nella scuola autoritaria, «U m anità Nova», n.
10, 16 m arzo 1968. Sem pre su questo num ero del giornale la f a g i pubblicava un docum en­
to dal titolo significativo: La Com une Universitaria.
O l t r e il S essa n to tto 95

Contemporaneamente però si metteva in guardia:

questi giovani dal troppo facile entusiasm o con cui alcuni di loro ritorna­
no e si affidano a vecchi schem i intepretativi leninisti, [temiam o] la c o ­
struzione [ ...] di nuove gerarchie talm udicamente fondate sui testi di
Marx o di Lenin o di Stalin o di M ao14.

Si temeva che i giovani studenti, così “genuini e disinteressati” di­


ventassero facile preda degli “apparati di partito”,

accom unati al destino di quelle grandi stampe di Che Guevara che o c ­


chieggiano fieramente durante i cocktail party della buona borghesia in­
tellettuale15.

Contro questa rappresentazione idilliaca di un movimento studente­


sco buono, spontaneo e incontaminato, una rivolta pura che rischiava di
essere facile preda degli apparati burocratici di partito o di favorire la na­
scita di un nuovo ceto politico dirigente attorno a nuove ideologie autori­
tarie, quali il maoismo, il castrismo, il marxismo, il leninismo e il gueva-
rismo, non mancavano le voci di chi invitava a fare i conti con la realtà
del movimento. E la realtà era data dal fatto che la maggior parte del mo­
vimento ideologicamente e politicamente si muoveva nell’ambito di una
ripresa della cultura marxista, anche se eretica e in rottura con il quadro
paradigmatico proveniente d a ll’uRss e dal p ci. Così, Domenico Demma
in un lungo contributo proponeva che il movimento anarchico si spo­
gliasse di ogni settarismo e cominciasse a fare i conti con i gruppi e le
ideologie della nuova sinistra italiana, sostenendo che “non tutti i gruppi
cinesi o castristi” erano “privi di spirito libertario”; anzi doveva essere
chiaro a tutti

che la rivoluzione culturale cin ese o quella cubana [ ...] rappresentano


forze rivoluzionarie, libertarie perché hanno liberato verso un liv ello di
vita più dignitoso m asse rimaste fuori dalla storia, anche se non è stata
condotta la lotta al partito autoritario dirigente, dello Stato socialista d el­
la dittatura del proletariato16.

14. C. N e g r o , La polizia nelle Università. Vergogna storica e m orale, «U m anità


Nova», n. 5, febbraio 1968.
15. Strategie e problem i della rivoluzione culturale, «U m anità Nova», n. 11, 23 m arzo
1968. Vedi anche Gli studenti, Castro, M ao e co., «L’Internazionale», n. 14, 15 luglio 1968.
16. D . D e m m a , Studio su la “Nuova sinistra" italiana, «U m anità Nova», n. 17, 11
m aggio 1968. La ricerca di D em m a verrà pubblicata a puntate sui nn. 18, 19, 20, 23 e 24.
Quasi im m ediate le reazioni critiche a opera di C. N e g r o , Anarchism o, marxismo, nuove
sinistre e teorie del dissenso, pubblicato in varie puntate a partire dal n. 26 del 13 luglio
1968 di «U m anità Nova».
96 D ie g o G ia c h e t t i

Il maggio francese sembrava spazzare via quegli elementi di ambigui­


tà circa il carattere antiautoritario e anarchico del movimento riscontrabi­
li in Italia. Lì gli anarchici esercitavano un ruolo preciso e importante nel
movimento tramite Daniel Cohn Bendit e il Movimento 22 marzo con il
quale vennero stabiliti dei contatti che consentivano agli anarchici italia­
ni della fa g i di essere presenti a Parigi nelle giornate di maggio e agli
anarchici francesi di organizzare incontri con quelli italiani in varie cit­
tà17. A differenza del maggio francese, il ’68 italiano fu influenzato dal­
l’anarchismo “in maniera limitata” 18 anche se alcune significative tema­
tiche del movimento, quali la critica dell’organizzazione sessista della
società, della pedagogia, delle istituzioni, della burocratizzazione del
movimento operaio e dei regimi socialisti erano germinati in quell’am­
biente.
In questo contesto si inseriva l’opera di rinnovamento dell’anarchi­
smo che volevano intraprendere gli anarchici federati dei g a f (Gruppi
Anarchici Federati) costituitisi alla fine degli anni '60 allo scopo di

innestare sul “v ecch io” tronco deH’anarchismo, ripulito dei rami secch i, i
germ ogli più fecondi del pensiero econ om ico e so ciologico moderno;
analizzare, con i nuovi perfezionati strumenti conoscitivi, la realtà, per
impiegare nel m odo più proficuo il m etodo di “sempre", per i fini di
“sem pre” 19.

Espressione compiuta di questa nuova progettualità anarchica diven­


ne, a partire dal 1971, la rivista «A. Rivista Anarchica» che iniziava le
pubblicazioni nel mese di febbraio.
L’esplosione parigina favorì una lettura del ’68 come evento epocale
caratterizzato da quattro elementi di fondo: era un fenomeno mondiale,
durava nel tempo, era rivoluzionario, era composto da giovani, per lo più
da studenti. Così affermava Jean Maitron nella sua relazione al convegno
torinese del dicembre 1969, e proseguiva sostenendo che malgrado le
formazioni anarchiche avessero

esercitato un’influenza ridotta sul m ovim ento [ ...] e che i vecchi anar­
chici [fossero] stati ignorati dal m ovim ento e nessun riferim ento esp lici­

17. Cfr. F. S c h i r o n e , Op. cit.


18. C. S c a r in z i , Il m ovim ento anarchico e il '68: appunti, «Per il S essantotto», n. 4,
1993.
19. R. A m b r o s o l i et al., A narchism o ’70. U n ’analisi nuova p e r la strategia di sem pre,
Cesena, A ntistato, 1973, p. 6. Vedi in m erito Che cosa sono i g a f , Torino, E dizioni del
c d a , 1976.
O l t r e il S essa n to tto 97

to [fosse] stato fatto alle loro teorie, era però vero che lo spirito liberta­
rio, invece, [era] stato ripreso20.

L’incontro tra questa nuova generazione di rivoluzionari che, a modo


loro, si richiamavano all’anarchismo e quella precedente formata da
“vecchi e provati militanti”21 di formazione malatestiana, provenienti
dalle lotte operaie, dall’antifascismo e dalla Resistenza, avvenne durante
i lavori del Congresso Intemazionale Anarchico che si tenne a Carrara
dal 31 agosto al 2 settembre 1968. Al congresso che si riuniva dieci anni
dopo quello di Londra del 1958, partecipava una numerosa delegazione
dei francesi dei gruppi Noir et Rouge e 22 marzo, tra i quali il leader del
maggio parigino Daniel Cohn Bendit. Salutato poche settimane prima
come: il “ragazzo rosso” che aveva fatto paura a De Gaulle, nel commen­
to ai lavori congressuali comparso su «Umanità Nova», veniva poi defi­
nito un “condottiero” la cui figura andava demistificata22. Era accaduto
che l’atteso confronto si era tramutato in uno scontro generazionale e
ideologico che era culminato nel gesto plateale di Cohn Bendit così rac­
contato da un anarchico presente ai lavori:

Dany ride, gesticola, fa sm orfie sprezzanti, poi scende in platea e vuole


parlare al m icrofono. Inveisce contro il C ongresso tacciando gli anarchi­
ci di burocrati, addormentati e superati. [ ...] A questo punto [ ...] Cohn
Bendit dà un secco ordine ai suoi com pagni di gruppo: “A llons, c ’est
fin i!”, ed abbandona la sala23.

Con lui abbandonarono il Congresso gli anarchici svizzeri, inglesi e


francesi dando vita a un controcongresso in un camping di Marina di
Carrara. Fu lo stesso Cohn Bendit a spiegare le ragioni della sua decisione:

Io ho contestato il congresso perché gerarchico e burocratico. A m e e ad


altri am ici non importano le etichette di anarchici o marxisti. 11 nostro
scopo non è la lotta per l ’anarchismo com e idea, ma per sviluppare un

20. J. M a it r o n , La pensée anarchiste traditionnelle et la revolte des jeunes, in A n a r­


chici e anarchia nel m ondo contem poraneo, A tti del Convegno prom osso dalla Fondazio­
ne L uigi E inaudi (Torino 5, 6 e 7 dicem bre 1969), Torino, Fondazione Einaudi, 1971, p.
561.
21. P. M a s i n i , in «U m anità Nova», n. 38, 26 ottobre 1968. L’articolo era stato ripreso
dalla rivista «Critica Sociale», n. 17, 20 settem bre 1968.
22. Cfr. rispettivam ente P. N o v e l l i , Il "ragazzo rosso" che f a paura a D e Gaulle,
«U m anità Nova», n. 21, 8 giugno 1968 e M . M a n t o v a n i , Concluso il Congresso In te m a ­
zionale Anarchico, «U m anità Nova», n. 32, 7 settem bre 1968.
23. M . P e r o s s i n i Allons, c ’est fin i!, «U m anità Nova», n. 35, 28 settem bre 1968. Vedi il
resoconto di quella giornata congressuale e lo stesso intervento di Cohn Bendit in «B ollet­
tino Interno della f a i » , n. 9, 25 novem bre 1968.
98 D ie g o G ia c h e t t i

m ovim ento rivoluzionario dandogli un carattere più libertario possibile. È


per questo che noi preferiamo l ’unità con dei rivoluzionari che, senza ave­
re l ’etichetta anarchica, lo sono m olto più dei burocrati congressuali24.

Parole e accuse pesanti che avevano suscitato la reazione indignata


dei “vecchi e provati militanti”:

La tradizione anarchica, fatta di coerenza e di umanità - scriveva Mario


M antovani - sprezzantem ente chiam ata “burocratica” [...] può apparire
grottesco che si voglia contestare i contestatori per eccellen za che sono
stati e saranno sempre gli anarchici, ponendo questi sullo stesso piano
dei burocrati25.

Cohn Bendit e gli altri giovani - dichiarava A lfonso Failla - ci propongo­


no la rivoluzione permanente in un’unità d ’azione con i marxisti delle
varie scuole, dai trotzkisti ai m aoisti; ma noi siam o stufi di essere il con ­
cim e della storia, cio è coloro che fanno tutte le rivoluzioni per poi finire
m essi al muro dai governi cosiddetti rivoluzionari26.

Secondo loro non si rinnovava l’anarchismo infarcendolo e mesco­


landolo con formule guerrigliere, con infusioni di maoismo, di trotzki­
smo, di marxismo seppur eretico. Né gli anarchici potevano accettare
senza spirito critico parole d’ordine e slogan del tipo “potere operaio” o
“potere studentesco”, in quanto essi erano contro l’idea stessa di potere.
Dopo il Congresso la fa i e il suo settimanale assumevano un atteggia­
mento sempre più critico verso il movimento studentesco segnalandone
ripetutamente i pericoli di involuzione burocratica e mettendo in guardia
gli studenti dai nuovi caudillos, i leaders che pretendevano dalla base
studentesca non il confronto e il dibattito, ma solo la “docile sottomissio­
ne alle parole d’ordine formulate nelle cellule di partito”; se il 1968 era
stato l’anno della rivoluzione, il 1969 stava diventando l’anno della “pro­
digiosa carriera del rivoluzionario del ’68”, mentre le istanze antiautori­
tarie e rivoluzionarie della gioventù stavano per essere monopolizzate da

2 4 . D ichiarazione tratta d all’articolo di I. B u t it t a , A narchici a confronto, «U m anità


Nova», n. 3 8 , 2 6 ottobre 1 9 6 8 . L’articolo era stato ripreso dalla rivista «Il Ponte», n. 9 , 3 0
settem bre 1 9 6 8 ; un com pagno francese di «N oir et Rouge» e del m ovim ento 2 2 m arzo
aveva dichiarato al Congresso: “Noi preferiam o lavorare con delle centinaia di rivoluzio­
nari i quali, senza avere l’etichetta di anarchici, lo sono, per noi, più di certi burocrati per i
quali la parola d'in tesa è : “siete voi anarchici?” , in «B ollettino Interno della f a i , n. 8 , 1 0
ottobre 1 9 6 8 , p. 3 2 .
2 5 . M . M a n t o v a n i , Op. cit.
2 6 . D ichiarazione tratta dall'artico lo di I. B uttita, Op. cit.
O l t r e il S essa n to tto 99

un nuovo e minaccioso mito, quello che sostituiva al “paradiso bolscevi­


co quello maoista”27.
Il quindicinale «L’Intemazionale», invece, aveva già espresso le sue
riserve critiche precedentemente. In un documento pubblicato nel giugno
del 1968, si riconosceva il carattere libertario di alcune rivendicazioni
del movimento studentesco: l’antiautoritarismo, l’autogestione, la riven­
dicazione del potere all’assemblea generale; tuttavia gli studenti anarchi­
ci avevano partecipato alla lotta del movimento studentesco con “una
forte dose di diffidenza” che aveva ragioni ben precise:

gli studenti sono dei privilegiati o dei futuri privilegiati [ ...] . La m aggio­
ranza degli studenti partecipa alle agitazioni solo perché interessata a ri­
vendicazioni di tipo corporativo-sindacale28.

Parallelamente a questa messa in guardia, sulle pagine dei rispettivi


giornali si sviluppava un interessante dibattito che coinvolgeva gli stessi
anarchici relativamente all’atteggiamento da assumere nei confronti non
solo del movimento studentesco, ma anche dei Comitati Unitari di Base e
delle varie assemblee autonome che fiorivano nella principali fabbriche
italiane.
Una parte del movimento anarchico partecipava attivamente a queste
esperienze segnalandone soprattutto le potenzialità nuove rispetto alle
tradizionali strutture sindacali e partitiche della sinistra italiana. Così, ad
esempio, un gruppo di giovani anarchici di Savona aveva deciso di aderi­
re e di prendere parte attivamente alle nuove forme di lotta operaia che si
manifestavano in quei mesi con la costruzione dei comitati autonomi di
base nelle fabbriche. La loro decisione era stata però criticata sulle pagi­
ne di «Umanità Nova» perché “avevano abbandonato la propaganda
esplicita delle idee libertarie”, accontentandosi di partecipare a un orga­
nismo autogestito la cui azione comunque non fuoriusciva dalle pure ri­
vendicazioni economiche; più in generale, alla vigilia dell’autunno caldo,
si sosteneva che bisognava partecipare alle lotte operaie a condizione
però che esse non fossero limitate alla sola rivendicazione di “trattative
per il rinnovo dei contratti”29.

27. C f r . rispettivam ente G. C e r r it o , Per un m ovim ento studentesco senza "caudillos",


«U m anità Nova», n. 12, 29 marzo 1969, G. T e s t a , Rivoluzione (1968) carriera (1969),
«U m anità Nova» n. 22, 14 giugno 1969 e G .C ., D al paradiso bolscevico a quello m aoista,
«U m anità Nova», n. 3, 25 gennaio 1969.
28. D iscorso degli anarchici della Gioventù Libertaria di M ilano agli studenti univer­
sitari e m edi, «L’Internazionale», n. 11, 1 giugno 1968.
29. C fr rispettivam ente G ruppo Giovani A narchici di Savona, N uove fo rm e di lotta
operaia, «U m anità N ova», n. 15, 26 aprile 1969; a essi risponde criticam ente L. F e r r a r e ­
s i , Potere Operaio e Com itati di base, «U m anità Nova», n. 31, 30 agosto 1969. Si veda
100 D ie g o G ia c h e t t i

Il confronto critico tra gli anarchici sulle pagine del settimanale inve­
stiva anche il problema dei movimenti spontanei e il loro carattere rivo­
luzionario. “Lo spontaneismo non è necessariamente libertario”, afferma­
va Gino Cerrito polemizzando con quanto era emerso nel corso di un in­
contro promosso dalla Federazione Anarchica di Pisa il 2 marzo 1969; i
movimenti non sono “buoni in sé”, proseguiva, la storia dimostra la pos­
sibilità di esistenza di movimenti autoritari, perciò occorreva una certa
cautela nell’analizzare il movimento studentesco, non bisognava abban­
donarsi ai facili entusiasmi in quanto esso era composto da giovani figli
della borghesia “suscettibili dell’insegnamento autoritario ammannito
loro sotto falsa apparenza di contestazione libertaria”30. Passata l’euforia
della fase montante della lotta studentesca, sfogata “l’esuberanza in un
po’ di scontri e legnate con la polizia”, il movimento rifluiva lasciando in
eredità, secondo gli anarchici de «L’Internazionale»,

minoranze più o m eno consistenti di estrem isti... coscienti dei propri in­
teressi di classe privilegiata (interessi di futuri tecnocrati e burocrati
[ ...] ) e quando questi parlano di coincidenza degli interessi degli studenti
con quelli degli operai, sono m istificatori, com e erano m istificatori i bor­
ghesi che [ ...] chiedevano l ’appoggio degli sfruttati per abbattere il pote­
re della nobiltà feudale (e sostituirvi il loro)31.

Si assisteva in quei mesi a una fioritura di gruppi anarchici nella varie


città italiane, gruppi sovente slegati e del tutto indipendenti dalla f a i , la
quale sulle pagine del settimanale lamentava che dal punto di vista orga­
nizzativo nessun passo in avanti era stato fatto, i gruppi proliferavano,
ma stentavano a collegarsi determinando una situazione di “grande di­
spersione di energie e tanta confusione”32.
Nell’insieme, però, la proliferazione dei gruppi anarchici che avvenne
in quel biennio risentiva profondamente del nuovo contesto e si pose in
contrasto con le vecchie strutture organizzative del movimento e i suoi
problemi interni. I giovani che allora diventano anarchici identificavano

anche U. M a r z o c c h i , N odi al pettine, «U m anità Nova», n. 3 2 , 6 settem bre 1 9 6 9 . Anche


sulle pagine de «L’Intem azionale» si m anifestava interesse, ma anche diffidenza, verso i
com itati di base: “dubito che attraverso tali com itati i lavoratori possano attingere l’auto­
gestione della propria lotta” , scriveva M . D a m ia n i sul n. 11 del 1 giugno del 1 9 6 9 .
3 0 . G. C e r r it o , A i com pagni e d ai giovani del m ovim ento studentesco (invito a un li­
bero dibattito), «U m anità Nova», n . 1 3 , 5 aprile 1 9 6 9 . D . D e m m a replicò alle tesi di Cerrito
con l’articolo Spontaneism o e rivoluzionarism o nel m ovim ento anarchico, «U m anità
Nova», n. 1 6 , 3 m aggio 1 9 6 9 ; G. C e r r it o rispose sul n. 2 0 del 3 1 m aggio di «U m anità
Nova» con l’articolo Spontaneism o e anarchismo. R ivoluzionari e... rivoluzionari.
31. D iscorso degli anarchici..., cit.
3 2 . A. C a r d e l l a , Un serio impegno associativo, «Umanità Nova», n. 3 8 , 2 5 ottobre 1 9 6 9 .
O ltr e il S e s s a n to tto 101

l’anarchia con il movimento, con la spontaneità dell’azione, con l’antiau-


toritarismo, con le parole d’ordine che rivendicavano tutto il potere al­
l’assemblea, che rifiutavano il principio della delega, con l’egualitarismo
salariale (aumenti uguali per tutti) in fabbrica e voto unico e collettivo, di
gruppo, nelle scuole.
Nuovi gruppi sorgevano in località dove la presenza anarchica sem­
brava essersi ormai persa, sovente erano gli studenti universitari fuori
sede che veicolavano idee e proposte organizzative nelle località periferi­
che, determinando la costruzione di una struttura reticolare di esperienze
politiche e di gruppi locali in contatto tra di loro. I preesistenti gruppi
anarchici italiani non avevano quadri intermedi sufficienti per raccoglie­
re e incanalare queste energie giovanili il cui approccio con l’anarchismo
avveniva nella pratica della lotta quotidiana e, sovente, si basava su un
ribellismo diffuso, emozionale in attesa di sostanziarsi in presa di co­
scienza politica. Le sedi anarchiche, i circoli, furono attraversate dai gio­
vani provenienti dalle esperienze della lotta studentesca e operaia senza
che essi riuscissero a interagire con i “vecchi” militanti anarchici. Usava­
no le strutture, i circoli, per organizzare le loro riunioni e le lotte, ma re­
stavano separati

a causa della differente provenienza sociale, d e ll’età e delle condizioni di


vita degli altri frequentatori, in prevalenza operai, artigiani, vecchi m ili­
tanti33.

La stessa fa i recepiva l’esigenza del rinnovamento proponendo una


nuova struttura organizzativa basata sulle federazioni territoriali. L’aper­
tura alle forze giovanili diede i suoi frutti, tant’è vero che al Congresso di
Carrara dell’aprile 1971 l’80% dei delegati era formato da giovani34; an­
che la redazione di «Umanità Nova» subiva un drastico rinnovamento e
ringiovanimento che permetteva di aumentare le vendite e la tiratura fino
a 13-15 mila copie. L’organizzazione cresceva in termini di aderenti e di
federazioni; nel 1972 la fa i aveva federazioni o gruppi anarchici a essa
aderenti in Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lom­
bardia, Marche, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. Fuori
dalla fa i si sviluppavano federazioni regionali di una certa consistenza in
Puglia, Liguria, nelle Marche, a Roma, Bergamo, Napoli e in Toscana.
I Gruppi Comunisti Rivoluzionari ( g c r ), la sezione italiana della
Quarta Internazionale, si erano costituiti come organizzazione politica
nel 1949 raccogliendo alcuni vecchi trotzkisti italiani e giovani prove­
nienti dalla Federazione Giovanile Socialista Italiana, dal Partito d ’Azio­

33. Il Sessantotto. La stagione..., cit., p. 185.


34. Ivi, p. 187.
102 D ie g o G ia c h e t t i

ne, scioltosi nel 1947, dal p c i . Nel 1950 avevano iniziato a pubblicare il
loro organo di stampa, «Bandiera Rossa». Dopo il Terzo Congresso
Mondiale della Quarta Intemazionale del 1951, gli organismi dirigenti
decisero di applicare la tattica entrista che consisteva nell’entrare nei par­
titi di massa, comunisti o socialisti, nei paesi in cui le organizzazioni le­
gate alla Quarta Intemazionale erano piccole e isolate dal movimento o-
peraio. Per i militanti italiani ciò volle dire inserirsi nel p c i per non sepa­
rarsi dal movimento reale delle masse, come si leggeva nei documenti
dell’epoca, e per contattare gli elementi critici al fine di costituire una
tendenza marxista rivoluzionaria. Altri militanti, invece, rimasero fuori
dal p c i a svolgere il cosiddetto lavoro indipendente, cioè garantire la vita
del giornale e la propaganda delle idee della Quarta Intemazionale.
Solo a partire dalla crisi del movimento comunista, che si aprì con il
xx Congresso del p c u s e il famoso rapporto segreto sui crimini di Stalin
letto da Krusciov nel 1956, i trotzkisti cominciarono a trovare un qualche
spazio di azione e di critica dentro il partito e a individuare interlocutori
politici coi quali dialogare, discutere e reclutare alla Quarta Internaziona­
le. Convinti che esistesse una cesura netta tra l’operato di Stalin e quello
di Lenin, consideravano I ’ u r s s e gli altri paesi socialisti degli Stati operai
degenerati, rivendicavano la rivoluzione politica per ridare il potere ai
Soviet, consideravano la dittatura del proletariato più che compatibile
con un sistema democratico e socialista, si battevano perché dentro i par­
titi del movimento operaio, in particolare in quelli comunisti, fosse possi­
bile un libero dibattito e confronto di idee. Giudicavano la politica del p c i
e di Togliatti non più rivoluzionaria, incapace di suscitare movimenti di
lotta tali da permettere il superamento della forma sociale borghese e ca­
pitalistica nel nostro paese.
Volevano costruire un nuovo partito rivoluzionario e a tal fine pensa­
vano che bisognasse operare per favorire una rottura dentro il p c i che
portasse fuori da esso quadri e militanti del futuro partito rivoluzionario.
Erano fermamente internazionalisti, pensavano che occorresse costruire
contemporaneamente le organizzazioni nazionali e quella internazionale,
guardavano quindi con molto interesse a tutti i sommovimenti e le rivolte
dei popoli oppressi che avvenivano nel mondo. Furono decisamente a
fianco delle rivoluzione algerina, salutarono con entusiasmo le rivoluzio­
ni dei popoli delle colonie e in particolare quella cubana del 1959.
A partire dagli anni Sessanta l’organizzazione acquistò una dimensio­
ne numerica che non aveva precedenti con gli anni passati. Il lavoro en­
trista cominciava a dare i suoi frutti non solo per quanto riguardava la
diffusione delle loro idee dentro il p c i , ma anche in termini di recluta­
mento. Entrarono in quegli anni nei g c r nuovi quadri e militanti, alcuni
dei quali destinati a ricoprire un molo nelle vicende dei gruppi della nuo­
O ltre il S essa n to tto 103

va sinistra, tra questi Massimo Gorla, Luigi Vinci, Silvana Barbieri, Sil-
verio Corvisieri, Augusto Illuminati, Claudio Di Toro, Aldo Brandirali,
Raffaele Chiarelli, Paolo Flores D’Arcais, Emilio Soave, Massimo Ne-
garville, Franco Russo, Giulio Savelli, Giuseppe Paolo Samonà, Edgardo
Pellegrini, Pio Marconi, Roberto Massari, Antonio Moscato, Lidia Ciril­
lo, Gaspare Bono, Piero Bolchini, Paolo Cappelli, Andreina De Clemen­
ti, Giorgio Graziani, Ezio Ferrerò, Maria Novella Pierini, Mario Mineo,
Giuseppe Montalbano, Giorgio Meucci, Silvio Paolicchi, Gianni Rigacci,
Eugenio Rizzi e Paolo Santi.
Si trattava di una nuova generazione di giovani militanti che affianca­
va o sostituiva i “vecchi” fondatori dei g c r , tra i quali Libero Villone,
Giorgio Ruffolo, Leone Iraci, Enrico Bellamio, Renzo Gambino, Giusep­
pe Bortoluzzi, Emanuele Battain, Walter Lunardelli, Leo Oggerino, Do­
menico Sedran, Francesco Cretara, Alfonso Cascone, Lidia Custodi, Si­
rio Di Giuliomaria, Nanni Dorè, Sergio e Franco Guerrieri, Livio Maitan,
Giorgio Modolo, Leonardo Iannacone, Vittorio Menichino, Umberto
Randi, Arturo Schwarz, Fausto Monfalcon, Anna Maria Satta, Ruggero
Mura, Bruno Orsini, Carlo Picollo, Pina Verdoja, Cristofano Salvini e
Franco Villani.
Nella seconda metà degli anni Sessanta l’organizzazione trotzkista
poteva vantare un discreto impianto nella Federazione Giovanile Comu­
nista, dentro il p c i , nel sindacato e in alcune delle più importanti città
d’Italia. Nel 1962 due suoi militanti, Giulio Savelli e Giuseppe Paolo Sa­
monà, avevano fondato una casa editrice, la Samonà e Savelli appunto,
che conquistò subito un suo posto in quell’area critica alla sinistra del pc i
che andava maturando e crescendo in quegli anni. Nel 1966 era iniziata
la pubblicazione della rivjsta «La Sinistra» influenzata ampiamente dalle
tematiche trotzkiste, e a Milano, il gruppo di giovani comunisti che face­
vano riferimento ai g c r , avevano dato vita al periodico «Falcemartello».
Alla vigilia dell’esplosione del movimento studentesco i g c r potevano
contare su circa duecento militanti nella maggior parte dei casi impegnati
e radicati politicamente; essi facevano della sezione italiana della Quarta
Intemazionale la più forte d’Europa35.
La repentinità dello sviluppo del movimento studentesco colse di
sorpresa i g c r . “Il sessantotto ci colse che guardavamo da tutt’altra par­
te”, dirà anni dopo un protagonista36. Il giudizio, forse un po’ troppo az­

35. Per questi dati cfr. rispettivam ente, G. S a v e l l i , R iform e e libertà, Spirali/Vel, M i­
lano, 1996, p. 199 e G .P S a m o n à , Prim o contributo inorganico e lacunoso a una riflessio­
ne sulla nostra storia e sulla sua attualità, in « g c r bollettino di dibattito precongressua­
le», n. 20, febbraio 1977, ciclostilato, p. IV.
36. G.P. S a m o n à . La form azione politica di un intellettuale rivoluzionario. N ote auto-
biografiche (1950-1968), C entro Studi Pietro Tresso, Firenze, 1997, p. 22.
104 D ie g o G ia c h e t t i

zardato e liquidatorio, coglie bene la contraddizione nella quale vennero


a trovarsi i trotzkisti e alla quale cercarono di porre rimedio. Dopo aver
guardato per anni a cosa si muoveva dentro il p c i , dopo aver teorizzato
che l’entrismo era l’unica tattica possibile per un piccolo gruppo di qua­
dri rivoluzionari in quanto fuori dal pc i non esistevano movimenti di
massa anticapitalistici e antisistemici, lo sviluppo repentino del movi­
mento studentesco con la sua dimensione di massa sconvolgeva quella
previsione, quell’impianto analitico, quella pratica militante. Una nuova
generazione di militanti, un’avanguardia politica rivoluzionaria e con no­
tevole radicamento sociale e dimensione numerica si stava formando
fuori dal p c i e dalle organizzazioni da esso controllate.
I g c r salutarono con piacere la nascita del movimento studentesco, ri­

ferirono con altrettanto entusiasmo sul loro giornale della nascita dei pri­
mi Comitati di Base e delle lotte operaie che si sviluppavano in modo au­
tonomo dai sindacati, ma cominciarono anche a rendersi conto che la
loro organizzazione non era in grado di rimodellarsi velocemente in que­
sta nuova situazione:

Guai se gli operai dovessero dirci di aver incontrato com pagni che sanno
tutto sulla rivoluzione permanente e nulla sul cottim o.
Abbiam o bisogno di formare quadri di tipo nuovo (chi è stato un quadro
nel p c i o nella f o c i può non essere subito un buon quadro per noi)37.

Si trattava quindi di operare una svolta tattica tale da consentire ai


gcr di non restare isolati dal movimento che stava prendendo corpo nelle
università e in alcune fabbriche del Nord, in particolare a Milano, dove
l’organizzazione aveva già un impianto di lavoro operaio in alcune fab­
briche. Se alcuni spingevano per una decisa svolta verso il movimento
studentesco, altri erano più guardinghi e non erano affatto disposti a
osannare comunque le virtù del movimento, anzi vedevano in alcune sue
manifestazione una

certa apoliticità piccolo borghese [ ...] che si manifesta nel terzom om di-
sm o [si tratta di] com ponenti puramente e sem plicem ente antimarxiste.
[Pertanto] nella nostra opp osizion e ferm issim a a queste im provvisazioni
tipiche della piccola borghesia e della sua inevitabile sete di assoluti, è
da vedere uno dei m otivi [ ...] per cui il nostro m ovim ento gode sp esso di
una vasta e inacidita inam icizia38.

37. D . D a n e s i (Silverio C orvisieri), Tendenze d ’avanguardia nella classe operaia,


«B andiera R ossa», n. 3, 1 febbraio 1968.
38. A. B a n d e l l i (G iuseppe Paolo Sam onà), È necessario accentuare il lavoro indipen­
dente, «B andiera Rossa», n. 5, 1 marzo 1968.
O ltr e il S e s s a n to tto 105

Alcuni militanti invece cominciavano a pensare che se certe posizioni


dei g c r erano d’ostacolo alla penetrazione nel movimento esse andavano
semplicemente sacrificate. Già all’inizio del 1968 i g c r conoscevano se­
rie difficoltà in alcuni settori di attività, le strutture e l’impianto organiz­
zativo cominciavano a dimostrarsi deboli rispetto al potere d’attrazione
che il movimento esercitava sui militanti meno formati politicamente e
teoricamente.
Alla vigilia dell’esplosione del maggio francese i g c r preparavano il
loro x ii Congresso nazionale stilando un documento nel quale si propone­
va una decisa svolta tattica rispetto aH’entrismo. Al Congresso vero e
proprio veniva votata una risoluzione presentata da Massimo Gorla, detta
risoluzione Rivera dal nome del suo pseudonimo, la quale affermava:

L’entrism o non può in nessun m odo corrispondere alle nostre necessità


d ’intervento politico attuale e pertanto deve essere considerato un’esp e­
rienza conclu sa39.

Se era stato abbastanza facile affossare l’entrismo non altrettanto era


stato indicare con precisione una strategia e una tattica sostitutiva di
quell’impianto, non a caso il dibattito precongressuale fu lungo e trava­
gliato ed espresse tonalità e punti di vista sovente divergenti. Il Congres­
so era apparentemente terminato in modo unitario, ma non tutti i nodi
erano stati sciolti, come lo stesso Livio Maitan presagiva nella replica
conclusiva:

È vero che nessuno ha parlato in termini espliciti di una prospettiva di


d issoluzion e, ma forse questa era la logica di certe considerazioni40.

La forza dirompente degli eventi francesi, il precipitare della crisi in


Cecoslovacchia, il peso della rivoluzione culturale cinese e del maoismo
contribuirono ad accelerare i tempi del chiarimento interno ai g c r . F u un
chiarimento decisivo e irrimediabile, buona parte dei suoi quadri giudica­
rono conclusa quell’esperienza, ritennero fosse giusto sciogliersi nel mo­
vimento e costruire nuove organizzazioni rivoluzionarie abbandonando
ogni riferimento alla Quarta Internazionale. Nell’ottobre di quell’anno la
maggioranza del Comitato Centrale eletto dal Congresso optava per lo
scioglimento dei g c r . La minoranza, contraria, decideva di mantenere in
vita l’organizzazione.
Dalla frantumazione dei g c r nascevano i gruppi di Avanguardia Ope­
raia e di Unità Operaia, il Circolo Rosa Luxemburg di Venezia, i Comita­

39. La risoluzione R ivera, «B andiera R ossa», n. 7, 1° aprile 1968.


40. L. M a it a n , R eplica, in ibidem.
106 D ie g o G ia c h e t t i

ti Comunisti Rivoluzionari e i Nuclei Comunisti Rivoluzionari di Roma e


altre formazioni minori. Il danno della scissione fu notevole, i g c r si ri­
dussero “a qualche decina di militanti, taluni per altro logorati dal lungo
impegno e dalla delusione provocata dalla crisi”41. Il prezzo pagato fu
salatissimo, il grave colpo impedì ai g c r di esercitare “una funzione
come forza nazionale nel ’68-’69, con tutte le conseguenze facilmente
immaginabili”42.
Indeboliti poterono solo in minima parte beneficiare dell'afflusso di
forze giovani e militanti provenienti dal movimento studentesco e dalle
lotte operaie che, tuttavia, portò ai g c r quadri di valore e capaci. Certo il
potere d ’attrazione fu sempre inferiore rispetto a quelli dei gruppi mag­
giori della nuova sinistra, tuttavia anche in questo caso la seppur piccola
organizzazione fu interessata dal quel fenomeno di nomadismo politico
che condusse nei primissimi anni Settanta moltissimi giovani appena po­
liticizzati a passare da un gruppo all’altro prima di fermarsi in uno in par­
ticolare.
Chi si fermava a lavorare politicamente nei g c r , tesi anche loro a co­
struirsi come organizzazione indipendente sulla base di criteri leninisti di
militanza, erano quei quadri più sensibili alla tematica internazionalista,
intesa anche e soprattutto come costruzione* dell’Intemazionale, che non
si accontentavano delle semplificazioni a volte grossolane con le quali
molte altre formazioni liquidavano questioni importanti quali la natura
sociale dell’uRss, dei partiti comunisti e socialdemocratici, che non ac­
cettavano le semplificazioni tipiche di una certa fraseologia rivoluziona­
ria dei gruppi della nuova sinistra. Una nuova generazione di militanti
trotzkisti si venne formando in questo modo. Non sempre i quadri so­
pravvissuti al lungo inverno stalinista e all’entrismo seppero mettersi in
sintonia con questi nuovi militanti. Alcuni di loro, dopo il ’68, si trovaro­
no “in un ambiente completamente nuovo”43, difficile da capire e da ac­
cettare. Nei primi anni Settanta l’organizzazione recuperava le perdite
subite con la diaspora del ’68 raggruppando circa 400-500 iscritti.

Il fenomeno marxista-leninista

Nel 1969 i vari partiti e gruppi della cosiddetta area marxista-lenini-


sta stampavano complessivamente circa 80 mila copie di periodici, orga­

41. Risoluzione della Conferenza N azionale dei g c r , «Quarta Intem azionale», n. 4,


febbraio, 1972, p. 22.
42. L. M a it a n , in L. M a it a n , E. M a n d e l , Op. cit., p. 113-14.
43. G. V e r d o j a , Una trotzkista nel dopoguerra, intervista a cura di D. G iachetti,
«Q uaderni del C entro Studi Pietro Tresso», n. 24, settem bre 1992, p. 16.
O ltre il S essantotto 107

ni delle rispettive organizzazioni. «Nuova Unità», settimanale del Partito


Comunista d’Italia (m-1) tirava 23 mila copie; dopo la spaccatura del par­
tito, nel 1968, tra la “linea nera” e la “linea rossa”, il giornale «Il Parti­
to», organo di quest’ultima dichiarava una tiratura di 20 mila copie. «Ri­
voluzione Proletaria», mensile del Partito Rivoluzionario marxista-leni­
nista d’Italia, apparsa nell’agosto del 1968, aveva una tiratura di 10 mila
copie. «Servire il Popolo», prima mensile, poi quindicinale e infine, dal
1969, settimanale dell’Unione dei Comunisti Italiani stampava 25 mila
copie, «Stella Rossa», “settimanale marxista-leninista” dal novembre
1968, 2 mila copie, «Il compagno», giornale del Partito Comunista mar­
xista-leninista-maoista, 400 copie44.
Si tratta di dati rappresentativi di un fenomeno sociale e politico che
aveva una sua relativa consistenza di massa e, soprattutto, dimostrano
l’esistenza di un cospicuo numero di compagni e compagne impegnati,
per buona parte del loro tempo di vita, nella militanza in queste organiz­
zazioni e nella diffusione dei rispettivi giornali.
Certo i dati riportati si riferiscono alla tiratura, mentre non ne abbia­
mo di relativi alle copie effettivamente vendute; sono comunque dati si­
gnificativi che dimostrano come esistesse sia un gruppo notevole di per­
sone disposte a venderli alla maniera militante e sia una certa ricettività
del “mercato” per questi prodotti.
L’aumento repentino delle tirature e del numero delle testate di area
marxista-leninista, che si verificava nel biennio ’67-’68, segnalava un
avvenuto salto di quantità rispetto agli anni precedenti.
Era uno degli indicatori che nuove forze militanti, provenienti in par­
ticolare dal movimento studentesco e, più in generale, dalla radicalizza-
zione giovanile, erano affluite nelle organizzazioni già esistenti o ne ave­
vano determinato la nascita di nuove.
L’afflusso di queste nuove leve di militanti, provenienti da esperienze
di movimento, spontaneiste, sconvolsero la vita interna delle organizza­
zioni marxiste-leniniste, determinarono processi di divisione, di fram­
mentazione e di riunificazione, il tutto in un caleidoscopio di sigle, gior­
nali, partiti, gruppi, centri di documentazione, circoli, attraverso i quali
passarono molti giovani alla ricerca di una non sempre facile e possibile
conciliazione tra esigenze organizzative e spontaneità, tra ridefinizione
della questione organizzazione e richiami rituali al terzintemazionalismo
della peggior specie, quello staliniano.
Si trattò, nell’immediato, di strumenti organizzativi e propagandistici
che fecero presa su alcuni strati della società, su leve di giovani e di re­

44. Per questi dati cfr., D. R in a l d i , Breve anagrafe della stam pa m aoista in Italia,
«Rinascita», n. 49, 12 dicem bre 1969.
108 D ie g o G ia c h e t t i

cente inurbamento in cui la presa di coscienza tendeva a configurarsi in


forme di ribellione totale, di contestazione globale del sistema, manife­
standosi in modo semplice e immediato, spontaneo, in settori non neces­
sariamente già politicizzati e, quindi, determinati a dotarsi di una rappre­
sentanza politica e organizzativa.
Il modello marxista-leninista, unito al fascino esercitato dalla rivolu­
zione culturale cinese e dal maoismo, apparve come una possibile solu­
zione, un modo per conciliare la spontaneità eversiva con l’organizzazione:

d o p o le p rim e e s a lta n ti e s p e rie n z e d i o c c u p a z io n e , c o n te s ta z io n e , sc o n tro


c o n la p o liz ia , m o lti s tu d e n ti a v v e rto n o il b is o g n o d i u n ’o r g a n iz z a z io n e
p iù s ta b ile di u n ’a s s e m b le a g e n e r a le o d i u n a c o m m is s io n e di s tu d io 45.

L’immagine che queste organizzazioni riuscirono per un breve perio­


do a dare, in una stagione politica di ricerca dell’impegno militante, fu
per un momento attraente. Di fronte a quello che appariva il moto disor­
dinato del movimento studentesco, essi proponevano organizzazioni di­
sciplinate; a una ricerca politica, teorica e culturale ricca dei più diversi
apporti, ma anche caotica, essi proponevano sistemi teorici che appariva­
no completi e definitivi.
Per molti giovani che si avvicinavano alla politica in quegli anni esse
furono organizzazioni di transito, molti vi passarono, pochi si fermarono,
furono occasioni di primitivo apprendimento politico per poi muoversi in
altre direzioni, verso altri lidi, in una sorta di nomadismo politico da un
gruppo all’altro che caratterizzava la prima fase della costituzione mag­
matica dei gruppi dopo il movimento studentesco e ancora nei primissimi
anni Settanta.
Due furono emblematicamente le organizzazioni che raccolsero in
qualche modo i frutti maturati dal movimento degli studenti: il Partito
Comunista d’Italia (m-1) (pcd’i m-1) e l’Unione dei Comunisti Italiani (uci).
Il pcd’i (m-1) era nato a Livorno nell’ottobre del 1966 e affondava le
sue radici teoriche e politiche nella diaspora marxista-leninista che aveva
cominciato a manifestarsi dentro e fuori il p c i a partire dal conflitto Cina-
Urss e dalla mai digerita denuncia dei crimini di Stalin condotta da Kru­
sciov al xx Congresso e ripresa con maggiore decisione nel xxii Congres­
so del 1961.
Il partito alla sua costituzione era “formato da poche centinaia di mi­
litanti”46, fra il 1966 e il 1968 conosceva una ininterrotta espansione, vi
aderivano diverse migliaia di militanti, - 20 mila secondo una valutazio­

45. G. V e t t o r i (a cura di), La sinistra extraparlam entare in Italia, Roma, Newton


Com pton, 1975, p. 44.
46. R. D e l C a r r ia , Op. cit., p. 169.
O ltre il S essantotto 109

ne sicuramente esagerata, dai 5 ai 10 mila secondo Walter Tobagi47 -,


comprendenti una parte “rilevante di quadri del nuovo movimento stu­
dentesco”48. Le sedi in Italia erano un centinaio, dove il partito era più
forte era nel Veneto, in Puglia, in Toscana, Calabria, Campania e Sarde­
gna.
Entravano nel partito molti “elementi instabili” che non erano sempre
disposti a sopportare il rituale tardo-stalinista, essi avevano tantissimi di­
fetti, ma un grande pregio, erano il prodotto di una lotta sociale e politica
di massa, di un movimento reale e non, come era avvenuto per i “padri
fondatori”, di una diaspora tutta ideologica consumatasi dentro il p c i da
parte di quadri intermedi dell’apparato.
La frizione tra queste due ideali tipiche figure di militanti, divisi an­
che generazionalmente, era destinata ben presto a manifestarsi proprio
nel momento in cui il partito conosceva un indubbio successo sul piano
delle adesioni, dei consensi e della sua presenza sul territorio nazionale.
Un esempio di questa “schizofrenia” politica era dato dalla rivista, di­
retta da Walter Peruzzi, «Lavoro politico», che confluiva in quegli anni
nel pcd’i m-1. Sulle pagine della rivista venivano pubblicati contempora­
neamente articoli che esaltavano il ruolo dell’organizzazione, del partito,
del marxismo-leninismo, delle guardie rosse e della rivoluzione cultura­
le, e documenti prodotti dal movimento studentesco dentro le facoltà oc­
cupate.
Lo spontaneismo, la critica alle strutture burocratizzate e al formali­
smo dell’organizzazione politica coesistevano con l’esaltazione feticisti­
ca del partito, guida indispensabile della rivoluzione, della militanza po­
litica intesa come assoggettamento gerarchico delle istanze inferiori a
quelle superiori. D’altronde era lo stesso maoismo che conteneva ele­
menti di ambiguità e di duplicità e si presentava sia come elemento di
rottura con la tradizione marxista-leninista, sia come continuità con essa,
da cogliersi immediatamente nell’uso di una determinata fraseologia e
nella rappresentazione ritrattistica sequenziale: Marx, Engels, Lenin, Sta­
lin, Mao.
Si introducevano in questo modo, dentro il partito, gli elementi che
diedero vita al terremoto del 1968, quando l’organizzazione si spaccava
in due, la “linea rossa” e quella “nera”.
La divisione, oltre alle motivazioni politiche ufficiali, era anche la ri­
sultante di uno scontro di due culture politiche, nate in ambiti ed espe­
rienze differenti. Al di là dell’aspetto a volte farsesco dello scontro tra le

47. W. T o b a g i , Storia del M ovim ento Studentesco e dei m arxisti-leninisti in Italia, M i­


lano, Sugar, 1970, p. 80; scrive ancora W. Tobagi: “entrano nel partito molti giovani che
hanno vissuto le prim e occupazioni universitarie” .
48. Il Sessantotto. La stagione..., cit., p. 250.
110 D ie g o G ia c h e t t i

due linee si rifletteva un contrasto sulla forma partito che riguardava il


rapporto tra spontaneità, organizzazione, masse e avanguardia riletto alla
luce delle suggestioni provenienti dalla rivoluzione culturale cinese.
Uno scontro delle cui origini i protagonisti non avevano completa
consapevolezza, che non riconobbero come tale, poiché gli stessi nuovi
protagonisti continuarono a muoversi nell’ambito dei vecchi riferimenti
politici e ideologici: il partito, il rapporto con la teoria marxista, la disci­
plina di partito.
In pieno fermento studentesco, galvanizzati dal maggio parigino e dai
primi evidenti segni di una ripresa della lotta operaia con caratteristiche
nuove e dirompenti, il 4 ottobre del 1968, a Roma, veniva proclamata la
nascita delFuci, frutto della fusione tra il gruppo milanese di ex trotzki­
sti, raccoltisi precedentemente attorno alla rivista «Falcemartello» (Bran-
dirali, Todeschini, Lupetti, Anselmino) e quello proveniente dal movi­
mento studentesco romano (Luca Meldolesi e Nicoletta Stame).
In procinto di trasformarsi in vero e proprio partito, (il Partito Comu­
nista Italiano marxista-leninista) nel 1971 l’uci dichiarava di avere 10
mila iscritti, 122 sezioni, 440 cellule, una presenza militante in 67 pro­
vince, 100 funzionari, 250 agitatori e propagandisti49; alle elezioni politi­
che del 1972 il p c i m-1 raccoglieva 85 mila voti.
Quella che già all’epoca appariva come “una inverosimile costruzio­
ne”, riusciva a coinvolgere nel breve tempo

una quantità straordinaria di energie, ad alimentare una dedizion e cieca


presso i giovanissim i, un m ilitantism o a pieno tempo, una m obilitazione
reale e un impatto, talvolta originale nei confronti di alcuni luoghi tipici
del lavoro politico (la borgata, gli immigrati, gli edili del Sud). Essa con ­
sente inoltre un recupero, sia pure deformato, della dim ensione collettiva
d ell’agire politico, soddisfacendo [ ...] i bisogni di identificazione, di cer­
tezza, di stabilità che la società del profitto rende fortissim i50.

Per molti dei partecipanti il movimento aveva afferrato le loro vite,


aveva sconvolto e rivoluzionato il loro modo di vivere e di porsi nei con­
fronti della società capitalistica, borghese, consumistica. Il movimento

49. S. B o n r ip o s i , R elazione sull'organizzazione, «Servire il Popolo», 12 febbraio


1972. La cifra, a detta di alcuni appare eccessiva: cfr. in m erito: Il Sessantotto, la stagio­
n e..., cit., p. 292 e F. O t t a v ia n o , La rivoluzione nel labirinto, M essina, R ubbettino, 1993,
3 voli., p. 379. Tutti però concordano con G. V e t t o r i nel sostenere che sicuram ente si trat­
tava “di qualche m igliaio di m ilitanti” (Op. cit., p. 54); secondo P. C o r r ia s , invece, l ’ u c i
arriverà “ad avere sino 11 m ila iscritti” (Il m ilitante perfetto, casa e partito, «La Stam pa»,
13 novem bre 1991).
50. G. M u g h in i , D estino dei grouposcules. Sicurezza è un p a rtito caldo (m-l),
«L’A strolabio», n. 9 ,1 m arzo 1970.
O ltre il S essantotto 111

aveva capovolto le consuete relazioni interpersonali, era stato qualcosa di


più profondo di una richiesta politica di cambiamento, aveva sconvolto e
rivoluzionato le esistenze. Di qui un rifiuto dei partiti politici tradizionali
e delle stesse formazioni minoritarie della sinistra rivoluzionaria, che era
il rifiuto di concepire la politica come cosa separata dalla propria esisten­
za di individui protesi invece alla ricerca di nuovi rapporti umani e socia­
li, collettivi, di gruppo, tra i compagni.
Non a caso un aderente all’u à , nel 1968, coglieva pienamente in essa'
una risposta al bisogno di intersecare la politica rivoluzionaria con le re­
lazioni umane e personali:

le formazioni partitiche che si autodefiniscono rivoluzionarie palesano


una sostanza che contraddice le esigen ze che i militanti fanno valere e i
rapporti umani che hanno vissuto nella breve esperienza di lotta politi­
ca51.

Il bisogno di trasformare la vita quotidiana stava alla base di molte


delle adesioni degli studenti all’u à . La crisi del movimento studentesco
nel 1968, i primi evidenti sintomi della nascita di un ceto di avanguardie
studentesche molto politicizzate che si separavano in parte da quella che
era state la base di massa del movimento degli studenti, il sentirsi margi-
nalizzati dal trionfo del leaderismo nelle assemblee universitarie, aveva­
no creato una situazione di disagio, di malcontento psicologico ed esi­
stenziale, prima ancora che politico, in strati studenteschi che si sentiva­
no ormai orfani delle occupazioni e del momento culminante dell’ascesa
del movimento, e scarsamente inseriti nelle dinamiche movimento-grup­
pi che stavano manifestandosi palesemente sul finire di quell’anno.
Si trattava quindi, soprattutto, di un’adesione prepolitica, mutuata da
bisogni esistenziali efficacemente colti in un articolo scritto a caldo sui
«Quaderni Piacentini». Gli autori sostenevano che la nuova organizza­
zione rispondeva a tre grandi bisogni: identificazione, certezza, stabilità.
Identificazione intesa come ricerca di una nuova identità dopo avere reci­
so i ponti con il proprio passato e con le proprie radici sociali; “ricerca di
un investimento affettivo che salvi dalla prospettiva di una vita come
quella dei genitori”; certezza intesa come orientamento stabile definito
dell’agire collettivo; stabilità, ovvero:

bisogno di qualcosa di definito e di definitivo [in quanto] il lavoro p oliti­


c o nel m ovim ento studentesco è diventato quasi im possibile o si è ridotto
alla dim ensione di gruppetto52.

51. G. Backaus, Op. cit., p. 118.


52. F. C ia f a l o n i , C . D o n o l o , Op. cit., pp. 221-222.
112 D ie g o G i a c h e t t i

L’ uci nasceva e si fortificava sfruttando questa crisi di identità che si


accompagnava al bisogno di organizzazione, inteso come dare un senso,
uno scopo, un obiettivo al proprio agire quotidiano, e di certezze teoriche,
dopo tante caotiche letture, discussioni, suggestioni e riflessioni critiche.
L’organizzazione esercitava

una certa suggestione nei confronti di aree socialm ente e culturalmente


colp ite dalla crisi di identità prodotta dal sessantottism o, in particolare
giovanissim i, studenti fuori sede, intellettuali in form azione53.

Si trattava di giovani insoddisfatti

della vita, della lotta n ell’università. Sentono com e una grave colpa per­
sonale, che le origini familiari contrastano con le idee maturate negli ul­
timi m esi, con le idee della rivoluzione, del proletariato, di M ao. L’U n io­
ne permette di risolvere queste contraddizioni54.

Di provenienza e di formazione cattolica, per molti studenti la parte­


cipazione politica era intesa come testimonianza di un impegno quotidia­
no e continuo da offrire dando l’esempio. In una sorta di catarsi france­
scana e per nulla disposti ad ascoltare Edoarda Masi che li implorava di
non vergognarsi di essere dei piccoli borghesi e degli intellettuali55, la
prima cosa che fecero gli studenti e i giovani che aderirono all’uci fu di
rinnegare il proprio ruolo, di studenti, di intellettuali, di figli della bor­
ghesia, immergendosi e immedesimandosi nella vita dei proletari, spo­
gliandosi, a tal fine, delle proprie ricchezze materiali (chi le aveva), do­
nandole al partito perché le riconvertisse in ciclostili, volantini, giornali,
sedi, funzionari.

Per il bene d ell’U nione si spogliarono di ricchezze la fam iglia napoleta­


na dei M occia, la fam iglia romana dei Sebregondi. E Teresa de Grada, fi­
glia del pittore Raffaele [ ...] e il regista Roberto Cacciaguerra; e l ’anzia­
na nobildonna Fulvia Dubini [ ...] Sono stati collettivizzati appartamenti,
g io ielli, argenterie, biblioteche, guardaroba56.

Lo stesso modello di vita, austero e rigidamente codificato nei costu­


mi della vita quotidiana, trovava un certo consenso in settori comunque
ancora impregnati di norme morali cattoliche, che non vedevano certo
con favore le usanze nuove introdotte nel paese e recepite dal movimen­

53. F . O t t a v i a n o , Op. cit, p . 376.


54. W. T o b a g i , Op. cit., p. 126.
55. E. M asi, Op. cit., p. 60.
56. P. C o r r i a s , Op. cit.
O ltre il S essa n to tto 113

to: minigonna, liberalizzazione dei rapporti sessuali, capelli lunghi, uso


di droghe, misticismo orientale, trasgressioni corporee e mentali, musica
rock ecc.
Con una pignoleria che denota un’attenzione particolare - e del tutto
insolita nella vita interna dei partiti e delle organizzazioni - per la vita
privata dei militanti venivano fissate una serie di regole che andavano
dalla necessità di donare tutti gli oggetti di lusso, e quindi superflui, al­
l’organizzazione, fino alla proibizione dei rapporti extraconiugali e omo­
sessuali, di fumare hashish, vestire in modo lussuoso o sconveniente.
Argomenti che furono ripresi e approfonditi nel corso di un convegno
milanese nel 1973, nel quale si sostenne che una eccessiva attenzione al­
l’altro sesso, una non controllata attrazione sessuale, era comunque sin­
tomo di una mentalità morbosa e piccolo borghese; si fornivano poi una
serie di indicazioni più precise in materia di sesso: era proibita la mastur­
bazione, il coito anale e quello orale (ammesso in via eccezionale solo
nella fase iniziale del rapporto), l’orgasmo doveva essere unico e simul­
taneo57.
D’altronde l’analisi politica e sociale era ridotta all’osso, scarna, fatta
più che altro di slogans propagandistici, molto enfatica e tutta tesa a par­
lare al cuore delle persone. Emblematica e rappresentativa di questo fe­
nomeno era, ad esempio, l’analisi delle classi sociali e della lotta di clas­
se mutuata dal binomio dei sentimenti di odio e di amore.
Non erano i rapporti di produzione a generare i conflitti sociali e la
presa di coscienza da parte dei protagonisti, ma l’odio di classe che spin­
geva il popolo alla lotta e l’amore che diventava invece forza motrice e
creatrice della storia da parte del popolo:

il pop olo si batte per m odificare il rapporto fra gli uom ini, si batte per
generare qu ell’amore che è la carica fondam entale che crea l ’odio di
classe [ ...] . D all’amore nasce l ’odio, d all’amore per il popolo, dalla con ­
cezion e altruistica e collettivistica, nasce l ’odio per chi im pedisce al po­
polo di unirsi e di realizzare la trasformazione collettiva. L’odio cresce
con la stessa intensità d ell’amore: più l ’amore è intenso e reale e più cre­
sce l ’odio. La lotta di classe è generata dal generarsi d ell’odio e del­
l ’amore58.

L’impatto con simili pratiche ideologiche organizzative generavano


inevitabilmente anche malumori e uscite da un partito che si serviva di

57. L 'u n ità della fa m ig lia com unista al servizio della rivoluzione socialista, opuscolo,
M ilano, gennaio 1973.
58. Relazione alla scuola quadri per gli studenti, M ilano, m aggio 1969, citato da F.
O t t a v ia n o , Op. cit, pp. 384-385.
114 D ie g o G ia c h e t t i

strumenti da “psicanalisi di gruppo” e contrabbandava la propaganda dei


principi “per la politica”59.
Le lotte operaie del 1969 trovavano l’uci incapace di svolgervi un
ruolo attivo. Tra gli operai dei grossi centri industriali avevano scarso
consenso. La propaganda del maoismo e della rivoluzione culturale cine­
se non era sufficiente per interessare gli operai. Anche la critica al sinda­
cato risultava alla fine troppo generica, vuota e propagandistica per atti­
rare l’attenzione degli operai dei comitati spontanei di base che animava­
no la lotta in quei mesi.
La formazione di Potere Operaio e Lotta Continua e il dinamismo che
dimostravano davanti ai cancelli delle fabbriche, il dibattito che si apriva
attorno alla vicenda del Manifesto, rimettevano in movimento l’area del­
la sinistra extraparlamentare, determinando nuovi e incrociati flussi mi­
gratori di militanti da un gruppo all’altro.
L’uci non era esente da questo fenomeno e alla fine del 1969 le sue
strutture conoscevano un momento di crisi. L’uscita di militanti dall’uci
non determinava la nascita di nuovi gruppi ma spostamenti e ricolloca­
zioni in altre formazioni, oppure il ritorno “al privato” o la scelta defini­
tiva del p c i .

Potere Operaio

Lo sviluppo del movimento degli studenti rappresentò un fertile terre­


no di ristrutturazione e di ridefinizione organizzativa dell’area operaista
italiana. Rilevante, da questo punto di vista, per lo sviluppo nazionale di
Potere Operaio fu la confluenza tra il Potere Operaio veneto-emiliano e
l’area romana di Franco Pipemo, Oreste Scalzone e Lanfranco Pace60.
Quest’area, assieme ad altri gruppi presenti a Milano e a Torino, nella
primavera del 1969 dava vita al “giornale delle lotte operaie e studente­
sche” «La Classe», mentre l’altro filone, raccoltosi soprattutto in Toscana
aveva dato vita al giornale «Il Potere Operaio». Questi gruppi ebbero una
discreta influenza nelle lotte operaie delle fabbriche del Veneto, della To­
scana, del litorale tirrenico, di Roma e in parte del Piemonte e della
Lombardia.
Rispetto ad altri gruppi che stavano nascendo in quei mesi, la loro
presenza organizzativa e numerica era più modesta; importante invece il
peso che esercitarono le loro idee:

59. F. O t t a v ia n o , Op. cit., p. 396


60. Cfr. rispettivam ente le voci su II Sessantotto, la stagione..., cit., pp.261-62 e il li­
bro di O. S c a l z o n e , Biennio R osso, M ilano, Sugarco, 1988.
O l t r e il S essa n to tto 115

la loro presenza ideologica sarà egem on e e prevalente in tutta la lotta del


1969 operaio. In fondo le parole d ’ordine e gli obiettivi per cui lottarono
gli operai (aumenti uguali per tutti, elim inazione o alm eno dim inuzione
delle categorie, autoriduzione dei ritmi, salario non più legato alla produ­
zione, elim inazione del cottim o) altro non erano che le parole d ’ordine e
gli obiettivi che si erano formati negli anni Sessanta in p iccole avanguar­
die operaie, alla luce delle inchieste e delle elaborazioni dei «Quaderni
R ossi» prima e di «C lasse Operaia» poi61.

La ripresa della lotta operaia con forti connotazioni autonome rispetto


alle tradizionali organizzazioni sindacali e partitiche, l’emergere di obiet­
tivi di lotta completamente nuovi e decisamente avulsi dalla tradizionale
rivendicazione sindacale, il manifestarsi di nuove forme di lotta dentro e
fuori la fabbrica ridiedero fiato e vigore agli operaisti, spesso emarginati
o comunque in posizione subalterna dentro il movimento studentesco.
Soprattutto dopo la lotta alla Fiat nella primavera del 1969, culminata
negli scontri di Corso Traiano del 3 luglio 1969, emergeva sempre più la
necessità di dotarsi di un minimo di struttura organizzativa nazionale ca­
pace di coordinare e dirigere le lotte che si preparavano in vista del pros­
simo autunno, quello caldo, come verrà battezzato.
Fallita l’assemblea delle avanguardie e dei comitati operai autonomi,
che si era tenuta a Torino il 26 e 27 luglio 1969, il 18 settembre 1969 ve­
niva pubblicato il primo numero del settimanale «Potere Operaio» che si
poneva in continuità con la precedente esperienza editoriale di «La Clas­
se»; non a caso l’editoriale di presentazione del nuovo settimanale di in­
titolava Da La Classe a Potere Operaio.
Per Potere Operaio, quindi, la data di nascita, non fu data da un con­
gresso costitutivo, da un momento formalmente organizzato con tanto di
tesi e di statuto, come ad esempio era possibile riscontrare nella genesi
dei gruppi appartenenti all’area marxista-leninista.
Il passaggio da un’area informale a un’area un po’ più organizzata era
dato dalla pubblicazione di uno strumento di stampa, inteso come ele­
mento atto a favorire riflessioni, aggregazioni, accumulazione e diffusio­
ne di un patrimonio teorico e politico comune, che precedeva il momento
della definizione degli organigrammi interni e della costruzione struttura­
le e gerarchica tipiche della forma partito.
“Il partito dell’insurrezione”, di cui una canzone annunciava appunto
la nascita, era uno strano partito, almeno secondo i parametri ricorrenti e
comuni coi quali si definiscono tali istituzioni politiche, così come sono
comparse sulla scena della storia nel Novecento.

61. R. D e l C a r r ia , Op. cit., p. 168.


116 D ie g o G ia c h e t t i

Basti qui ricordare che Potere Operaio arriva alla dissoluzione del
1973 senza uno statuto. C’era una bozza di statuto che non era però mai
stata approvata e che faceva precedere tre mesi di iscrizione e di parteci­
pazione all’attività prima di diventare militante. Seguivano una serie di
misure disciplinari, per chi non avesse rispettato lo statuto, quali la de­
gradazione a iscritto, la sospensione, la cancellazione, l’espulsione.
Il passaggio da una fase che potremmo dire movimentista, informale,
disarticolata e molto legata alle singole esperienze di lotta che si erano
condotte nelle varie fabbriche italiane, a un’altra era, secondo Potere O-
peraio, una necessità imposta dallo sviluppo della lotta operaia stessa.
Si ponevano nuovi compiti e nuovi problemi ai quali bisognava dare
una soluzione:

è necessario andare oltre la gestione operaia della lotta in fabbrica, oltre


l ’organizzazione d e ll’autonom ia, per impostare una direzione operaia
su ll’im m inente, sul presente e sul futuro c iclo di lotte sociali62.

Lo svolgimento di tale compito richiedeva la nascita di una struttura


organizzata, un qualcosa di più di un giornale di agitazione. Infatti, nel­
l’editoriale già citato, si sosteneva che se il problema fosse stato solo
quello di coordinare le varie avanguardie operaie, di unificare in una
piattaforma comune gli obiettivi della lotta, allora un giornale di “mera
informazione” poteva bastare.
Si trattava invece di “impostare la direzione operaia”, il che significa­
va nell’immediato due cose: “fine dell’autonomia del movimento studen­
tesco” e “assicurare nei fatti l’egemonia della lotta operaia sulla lotta stu­
dentesca e proletaria”.
Nel documento conclusivo del primo Convegno di coordinamento
della avanguardie operaie, che si tenne a Firenze il 12 ottobre 1969, si
proponeva di costituire un coordinamento nazionale della avanguardie
per evitare gli errori di dispersione e di localismo tipici del movimento
studentesco. L’estensione delle lotte imponeva non solo l’autonomia ope­
raia, ma anche il bisogno di organizzazione, di disciplina; occorreva
quindi centralizzarsi, senza però acquisire la forma di partito tradiziona­
le. Si trattava di verificare se era possibile garantire una unità di direzio­
ne senza ripercorrere le strade del monolitismo e del verticismo burocra­
tico.
La polemica contro il movimento studentesco e lo studentismo in ge­
nere, aveva ripreso vigore dopo l’inizio delle lotte operaie che smentiva­
no la tesi marcusiana circa l’integrazione degli operai nel sistema capita­
listico, tesi che aveva trovato un certo credito dentro il movimento nelle

62. D a La Classe a Potere O peraio, in «Potere O peraio», n. 1, 18 settem bre 1969.


O ltre il S essa n to tto 117

università e che era sovente servita a tacciare di retro l’analisi e le propo­


ste di intervento davanti ai cancelli delle fabbriche fatte da componenti
minoritarie operaiste in quegli anni.
Quasi per una singolare legge del contrappasso, ora gli operaisti af­
fermavano che la lotta dentro la scuola non aveva nessuna specificità,
essa andava intesa come articolazione “dei processi di ricomposizione,
socializzazione, organizzazione della lotta di classe”63. Di qui la rivendi­
cazione della riduzione del peso dell’attività scolastica, della lotta contro
i carichi didattici, per la defiscalizzazione dell’esame, fino al rifiuto della
frequenza.
Parole d’ordine che riprendevano, tali e quali, quelle maturate tra le
avanguardie dei grandi centri industriali del Nord e che per la scuola di­
ventavano: riduzione delle ore di lezione e di studio, voto svincolato dal­
l’accertamento fiscale (esami, interrogazioni, compiti), fino al rifiuto del­
lo studio, parallelo all’altrettanto rifiuto del lavoro, secondo lo slogan
lanciato dalle pagine del giornale «La Classe» nel corso delle lotte alla
Fiat della primavera del 1969.

Non si tratta di trovare un'alleanza tra operai e studenti, ma di identità di


interessi e di unità organica nella lotta alla selezion e - sosteneva Franco
Piperno - Non ha più senso per noi restare isolati nelle università a lotta­
re contro la riforma e contro la selezion e nella scuola, quando poi “il ca­
pitale” opera una selezion e ben più efficace e profonda nei posti di lavo­
ro: è da lì che bisogna ricom inciare, e dopo riprenderanno fiato e avran­
no più significato anche le lotte degli studenti64.

Potere Operaio non andò mai oltre i 1.000-1.500 militanti attivi, con
una presenza e un radicamento sul territorio nazionale non omogenea, a
macchia di leopardo. Raccolse quadri e militanti provenienti dal movi­
mento studentesco, da esperienze condotte nei gruppi operaisti degli anni
Sessanta, tra lavoratori con un già discreto grado di sindacalizzazione e
di politicizzazione, capaci di condurre valide analisi sulla fabbrica, in
quanto conoscevano l’organigramma della produzione.
Caratteristiche specifiche del militante di Potere Operaio furono una
certa laicità delle origini, non rivendicavano nessuna continuità partico­
lare con esperienze storiche del comuniSmo o del socialismo ottocente­
sco e novecentesco; l’importanza assegnata alla composizione di classe
nel determinare comportamenti politici, sindacali, di lotta e rivendicativi,
il rifiuto della delega e dei delegati in nome dell’assemblea di fabbrica o
dei comitati di lotta aperti alla partecipazione di tutti
63. D irezione operaia delle lotte studentesche, «Potere O peraio», n. 4, ottobre 1969.
64. D ichiarazione di Franco Piperno in P. M ie l i , M . S c ia l o ia , A tlante della contesta­
zione, «L’E spresso», 30 novem bre 1969.
118 D ie g o G ia c h e t t i

Seppur accusati di operaismo essi si accorsero ben presto che la lotta


operaia in fabbrica o trovava uno sbocco, un modo di innervarsi col resto
della società, oppure era destinata al fallimento, al ripiegamento su mere
lotte rivendicative di tipo sindacale e moderato. Di qui lo sforzo di ap­
prontare uno strumento organizzativo, capace di garantire e coniugare
l’insubordinazione diffusa che si manifestava fuori e dentro la fabbrica,
capace anche di misurarsi nello scontro rivoluzionario con lo Stato e i
suoi apparati repressivi.
Potere Operaio fu il primo dei gruppi nazionali della nuova sinistra a
disintegrarsi nel 1973. La fine dell’organizzazione fu vissuta da buona
parte dei suoi aderenti non come una sconfitta, ma come un processo di
crescita. La conflittualità di classe e l’antagonismo sociale che si manife­
stava allora in ogni piega della società richiedevano, secondo molti degli
aderenti, una strumentazione e un’articolazione organizzativa e territoria­
le diversa da quello che era stato Potere Operaio.
Da questa disintegrazione e dall’incontro con la miriade di assem­
blee, collettivi e comitati autonomi che l’esplosione delle lotte studente­
sche e operaie del ’68-’69 si erano lasciati alle spalle, nasceva la cosid­
detta area dell’autonomia operaia.

Lotta Continua

Un “pezzo” della storia di Lotta Continua affonda le sue radici politi­


che e culturali in una organizzazione operaista preesistente al movimento
studentesco che pubblicava, a partire dal 1967, un giornale dal titolo «Il
Potere Operaio» e diffondeva 20 mila copie65 in tutto il litorale toscano. I
suoi aderenti provenivano perlopiù dall’esperienza di «Classe Operaia» e
dei «Quaderni Rossi» o erano giovani delle sezioni universitarie del pc i e
del p s iu p , radiati o espulsi dal partito, come nel caso di Adriano Sofri.
Il 1968 rappresentò per il gruppo un momento di felice espansione,
esso dimostrava una capacità egemonica e di mobilitazione non comune
ad altri gruppi. I nuclei fondamentali della loro presenza e dell’intervento
si attestavano a Pisa e a Massa, concentravano il lavoro politico all’Uni-
versità, all’Olivetti di Massa, alla Nuova Pignone e alla Saint-Gobain di
Pisa.
Seppero cogliere gli aspetti positivi e dirompenti della democrazia as­
sembleare che si manifestava dentro le università occupate. Capirono che
quell’esperienza rappresentava per i giovani studenti che la stavano vi­

65. Cfr., Il Sessantotto, la stagione..., cit., p. 259. In m erito alla storia di questo grup­
po cfr. M. B e r t o z z i , Teoria e politica alla prova dei fa tti: il “Potere O peraio" pisano
(1966-1969), «Classe», n. 17, cit.
O l t r e il S essantotto 119

vendo un salto di qualità rispetto alle forme di rappresentanza politica


precedenti. Non si trattava più di delegare a qualcuno il compito di rap­
presentare la propria istanza politica, ma di intervenire direttamente, in­
ventando nuove forme di lotta ed esaltando la spontaneità del movimento.
Su alcune particolari posizioni espresse dal movimento studentesco,
quelli de II Potere Operaio avevano delle osservazioni critiche da muove­
re: denunciavano ad esempio l’infantile inconcludenza di parole d’ordine
tipo “Potere studentesco”, erano contrari al generico antiautoritarismo di
certi leader del movimento torinese e affermavano l’esigenza di costitui­
re un’avanguardia politica diversa da quello che era il movimento stu­
dentesco66.
Dopo il maggio francese si sviluppava il dibattito sull’organizzazione
a partire da due relazioni, una di Luciano Della Mea e l’altra di Adriano
Sofri67.
Luciano Della Mea proponeva di superare la frammentarietà dei
gruppi e il localismo del movimento studentesco mediante una sorta di
federazione per giungere poi alla costituzione di un nuovo partito. Si do­
veva cominciare dal

coordinam ento su alcune questioni (per esem p io lotta per il rinnovo dei
contratti di lavoro, lotte del m ovim ento studentesco, lotte contro il rinno­
vo della Nato, organizzazione d e ll’autodifesa e collegam ento per le ma­
nifestazioni e contro la repressione);

si trattava cioè di passare “dal provvisorio al regolato, dalla improvvisa­


zione alla disciplina”.
Occorreva superare il regime assembleare, che favoriva “un carattere
personalistico e familiare [...] a livello di direzione politica”, mediante la
costituzione di un “Ufficio Politico composto da delegati eletti dai gruppi
e dalle assemblee, revocabili e sostituibili”.
Si trattava di costituire un’organizzazione nazionale, profondamente
democratica al suo interno, capace di raggruppare tutte le avanguardie
politiche che si stavano formando attraverso la partecipazione a esperien­
ze multiple e diverse. Avanguardie politiche che, secondo Della Mea, era
sbagliato identificare tout court con il movimento o con i comitati di lot­
ta operai-studenti, in quanto esse si formavano nella pratica sociale, “nel­

66. Vedi in m erito, La scuola e gli studenti, M ilano, Feltrinelli, 1968 e Su alcune p o si­
zioni d el M ovim ento Studentesco di Torino, «Nuovo Im pegno», n. 11, aprile 1968.
67. Entram be pubblicate in «G iovane C ritica», n. 19, inverno 1968-1969, sotto il tito­
lo Il dibattito di Potere Operaio s u ll’organizzazione. L a relazione di A. S o f r i veniva ripre­
sa anche dalla rivista «M onthly Review», n. 3-4, m arzo-aprile 1969 col titolo S u ll’orga­
nizzazione.
120 D ie g o G ia c h e t t i

la riflessione sulla stessa e nell’elaborazione di obiettivi”, per diventare


dei “quadri rivoluzionari”.
Diverso era il ragionamento di Adriano Sofri, il quale, pur ricono­
scendo la validità storica della teoria leninista del partito, sosteneva che
nella nuova situazione venutasi a creare con lo sviluppo del capitalismo e
delle società occidentali, essa non era più riproponibile.
La situazione era profondamente cambiata, come dimostravano le lot­
te alla Fiat e il maggio francese; ma, soprattutto, Sofri si soffermava a
cogliere le caratteristiche di quello che considerava l’elemento più inedi­
to e dirompente comparso sulla scena politica: il movimento studentesco.
Esso era stato “il primo movimento di massa con prospettiva rivoluzio­
naria non controllato dalle organizzazioni tradizionali”; dal movimento
era nata un’avanguardia “interna” che aveva posto, e in parte risolto, due
problemi: non separarsi dalle masse costituendosi in partito di avanguar­
dia, collegarsi con gli operai “come direzione non esterna”, ovvero come
incontro tra due settori sociali, due movimenti autonomi in lotta contro il
sistema.
Ne derivava che la coscienza rivoluzionaria non era qualcosa che sta­
va al di fuori del movimento di massa e che, in quanto tale, doveva esse­
re introdotta dall’avanguardia politica esterna. La coscienza di classe, ri­
voluzionaria, anticapitalistica, nasceva dentro il movimento, nel corso del­
la lotta. Ecco perché non era più il caso di offrire alle masse l’ennesimo

riferimento am m inistrativo, il nuovo partito, ma di metterci al servizio


d ell’organizzazione autonoma delle m asse, nei luoghi di lavoro com e a
livello sociale. [Quindi] il com pito di questa fase è [ ...] quello d e ll’orga­
nizzazione del collegam ento delle avanguardie di massa, è il com pito
d e ll’estensione e della continuità degli organismi unitari di base e del
collegam ento delle avanguardie rivoluzionarie che li guidano.

No quindi all’Ufficio Politico e a ogni proposta di centralizzazione


che sarebbe risultata la “scelta di un apparato e non l’esito di una crescita
politica”. A chi gli obiettava che l’organizzazione centralizzata era ne­
cessaria per contrastare la repressione e prendere il potere, egli rispon­
deva nel seguente modo: 1) il decentramento organizzativo creava mag­
giori e non minori ostacoli alla repressione; 2) i rivoluzionari dovevano
“credere nelle masse”. Si trattava di capire “che non si prende il potere
per conto del proletariato, ma che è il proletariato a prendere il potere”.
La discussione, nel corso della quale intervennero anche Vittorio
Campione e Romano Luperini, che ribadì l’importanza del ruolo del par­
tito e tacciò Sofri di spontaneismo68, si concluse con una separazione

6 8 . C fr. R. L u p erin i, in II d ib a ttito d i P otere O p e ra io s u ll'o rg a n izza zio n e , cit.


O ltre il S essa n to tto 121

consensuale e la fine dell’esperienza legata al giornale «Il Potere Ope­


raio». Una parte, quella più vicina alle posizioni espresse da Luciano
Della Mea dava vita alla Lega dei Comunisti, l’altra intersecandosi con
l’esperienza trentina di Marco Boato, con quella torinese di Luigi Bobbio
e Guido Viale e con quella di componenti uscite dall’Università Cattolica
di Milano e di Pavia, dava vita a Lotta Continua.
L’arrivo di Adriano Sofri a Torino nella primavera del 1969 aveva
contribuito a spostare l’attività di ciò che rimaneva del movimento stu­
dentesco dall’Università alle porte della Fiat. La partecipazione alle lotte
che si sviluppano nella primavera del 1969 alla Fiat, l’incontro tra il mo­
vimento studentesco e gli operai delle linea di Mirafiori fu “determinante
nel definire la natura e l’esistenza stessa di Lotta Continua”69.
L’esperienza dell’Assemblea operai e studenti che aveva diretto in
quei mesi la lotta autonoma alla Fiat, venne vissuta come una straordina­
ria conferma della teoria delle avanguardie interne al movimento. L’orga­
nizzazione nasceva dentro il movimento, tendeva a identificarsi con il
movimento stesso.
Il problema era solo quello di coordinare queste lotte, di creare una
struttura per informare i vari movimenti della azioni di lotta intraprese
nelle varie situazioni. Di qui la necessità di uno strumento d’informazio­
ne, di un giornale che servisse “a saldare le lotte operaie con quelle degli
studenti, dei tecnici, dei proletari, in una prospettiva rivoluzionaria”, così
si leggeva nell’editoriale di presentazione del n. 0 di «Lotta Continua»,
comparso il 1° novembre 1969 e tirato in 65 mila copie.
Anche per Lotta Continua la nascita assomigliava a tutto meno che a
quella di un partito, non c’erano strutture predefinite, non ci furono con­
gressi costitutivi, né tesi da leggere, da discutere, da emendare e votare,
né statuti; non c ’erano dirigenti codificati, anche se nei fatti, praticamen­
te, un gruppo dirigente si andava formando fino a costituire un elemento
di identificazione per i militanti basato su “una forte tensione emotiva at­
torno al potere carismatico di alcuni dirigenti”70.
Le strutture organizzative erano essenzialmente di carattere assemble­
are. Nelle sedi locali l’assemblea operai studenti; a livello nazionale la
riunione settimanale di collegamento tra le sedi, che aveva l’andamento
di un’assemblea alla quale volte partecipavano diverse centinaia di per­
sone.
Ecco come nel documento sull’organizzazione preparato per il 1°
Convegno nazionale del luglio 1970 veniva descritto il funzionamento
interno:

69. L. B o b b i o , Lotta C ontinua..., cit., p. 6.


70. Ivi, p. 128.
122 D ie g o G ia c h e t t i

Sino ad oggi l c non ha avuto una struttura centrale nazionale che si o c ­


cupasse di far fronte a tutti quei problem i che le riunioni o le assem blee
non affrontavano. N ella maggioranza dei casi, alcuni com pagni, in m odo
del tutto informale, hanno preso decisioni e iniziative per far fronte ai
problemi che si presentavano71.

Lotta Continua era originariamente un partito tra virgolette che poco


aveva a che vedere con le forme classiche delle organizzazioni politiche.
Essa si costruiva con assemblee itineranti da città a città, lasciandosi alle
spalle tutt’al più una sede, un gruppo informale di compagni, recapiti a
cui mandare copie del giornale da diffondere.
Lo stesso Guido Viale, seppure in modo forse troppo enfatico, ha de­
scritto con efficacia la nascita di questa organizzazione:

nuova è la pratica d ell’organizzazione, non nasce da una scission e del


m ovim ento operaio ufficiale, non trova il suo cem ento in una id eologia o
in una linguaggio già definiti, non si raccoglie attorno a un corpo storico
o a un gruppo dirigente già costituiti. Lotta Continua non ha né id eolo­
gia, né teoria, né strutture organizzative, né disciplina di partito, né pro­
gramma o risoluzioni. Vive innanzi tutto com e “stato d ’anim o” e com e
“pratica di lotta”72.

Delle proprie origini Lotta Continua stessa offriva la seguente imma­


gine: c’era chi vedeva la formazione del partito rivoluzionario come un
processo fondato sulla continuità con la tradizione terzintemaziorialista e
con il movimento operaio ufficiale, e c’era chi, come Lotta Continua e in
parte Potere Operaio, vedeva

la form azione del partito com e un processo essenzialm ente pratico, fon­
dato sulla rottura con quella tradizione, ponendo al primo posto il proble­
ma d e ll’organizzazione dei contenuti e delle avanguardie di massa. In
questo m odo si vedeva nella pratica sociale, nella capacità di stare dentro
le lotte il punto di partenza della riflessione teorica e non viceversa73.

L’adesione non richiedeva, in questa fase iniziale, l’omogeneità su


una linea politica, semplicemente si trattava di un’adesione a una pratica
di lotta, a una serie di indicazioni di massima, allo stesso modo di quanto
accadeva ai tempi del movimento studentesco; fu proprio questa caratte­

71. Proposte sull'organizzazione d el nostro lavoro politico, docum ento presentato al


I o C onvegno N azionale, luglio 1970.
72. G. V ia l e , Il Sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione, M ilano, M azzotta, 1978,
pp. 213-14.
73. Una prem essa alla discussione su Lotta C ontinua, «Lotta Continua», 8 ottobre
1972.
O l t r e il S essa n to tto 123

ristica che permise a Lotta Continua di raccogliere molte adesioni tra i


resti del movimento degli studenti a cavallo degli anni ’69-’70.
Lotta Continua all’inizio fu più un fatto sociale che un fenomeno po­
litico, teorico, organizzativo e ideologico. Preminente era l’aspetto del­
l’insubordinazione, dell’insofferenza per le gerarchie e per l’ordine costi­
tuto, il ribellismo spontaneo che dava luogo a una pratica politica vissuta
senza alcun modello di riferimento, caratterizzata da uno sperimentali­
smo ardito e sicuramente nuovo, capace di porsi facilmente in sintonia
con movimenti, esigenze e situazioni apparentemente contrastanti ed e-
clettiche.
In essa il rifiuto della scuola e della professione si coniugavano nel
rifiuto dei ritmi e della disciplina di fabbrica

da parte di giovani di diversa origine sociale (operai e studenti per lo più


immigrati i primi, per lo più della borghesia i secondi) parimenti esasp e­
rati e parimenti disposti ad agire qui e ora. L’agire qui e ora ha sign ifica­
to per gli studenti partecipare alle occupazioni prima, agli scontri poi,
per gli operai essere attivi negli scioperi di reparto senza vincoli di pro­
grammi o strategie, e in aspra polem ica con tutti i sindacati74.

Rispetto a questi ultimi prevaleva la figura dell’operaio massa, refrat­


tario ai temi della qualificazione, della professionalità, contro il sindaca­
to, la delega sindacale, i consigli, disponibile ad allargare il discorso dal­
la fabbrica al quartiere e alla vita sociale fuori di essa, introducendo for­
me di comunicazione innovative, dalle campagne di opinione all’uso del
giornale, al fumetto (il celebre Gasparazzo di Roberto Zamarin), alla sa­
tira politica, all’invenzione grafica, alle canzoni di Alfredo Bandelli can­
tate da Pino Masi.
Date queste caratteristiche, non a caso Lotta Continua fu l’organizza­
zione che meglio rappresentò e raccolse l’originalità e la novità politica
rappresentata dell’esperienza condotta dal movimento studentesco, era il
“fiume del ’68-’69 che si ipostatizzava”75.
È stato calcolato che “oltre la metà dei quadri espressi dal movimento
studentesco passarono in quei mesi a Lotta Continua”76 producendo pa­
rallelamente una revisione critica del loro precedente “studentismo”
giungendo a sostenere che era cosa utile e meritevole abbandonare l’uni­
versità per partecipare alla lotta operaia, in quanto l’autonomia degli stu­
denti non doveva significare autonomia dalla lotta di classe condotta dal
proletariato.

74. F. C ia f a l o n i , Sul m anifesto ed altro, «Q uaderni P iacentini», n. 42, novem bre 1970.
75. R. G a g l ia r d i , L ’Inizio, «il m anifesto», 7 febbraio 1997.
76. Il Sessantotto, la sta g io n e..., cit., p. 213.
124 D ie g o G ia c h e t t i

La crescita della nuova organizzazione fu abbastanza veloce e omo­


genea su tutto il territorio nazionale e nel marzo del 1972 veniva pubbli­
cato l’omonimo giornale quotidiano. Al convegno di Rimini dell’aprile
1972 Lotta Continua poteva già contare su 152 sedi in tutta Italia e su al­
cune migliaia di aderenti, oltre 10 mila militanti, secondo Renzo Del
Carria, circa 20 mila nel momento di maggiore crescita e diffusione terri­
toriale dell’organizzazione, molti dei quali conquistati nella campagna
contro il commissario Luigi Calabresi, accusato dell’assassinio dell’anar­
chico Pinelli, campagna condotta con “slancio e inventiva rivoluziona­
ria”77. Di certo, al momento della conta per tenere il i Congresso Nazio­
nale, nel 1975, risultavano 9 mila iscritti circa.
Per molti dei suoi aderenti la partecipazione all’organizzazione era
diventata una scelta di vita, un’adesione totalizzante:

dentro l c si forma una sorta di universo subculturale attraversato da lin­


guaggi e com portam enti sp ecifici e unificato da m anifestazioni sim boli­
che (le canzoni di “Lotta Continua”, le bandiere con il pugno) che con ­
traddistinguono in m odo netto questa organizzazione da tutte le altre78.

La crescita dell’organizzazione poneva sempre più il problema di


come strutturarsi all’interno di quello che ormai era considerato da tutti
un partito rivoluzionario. Il i Congresso nazionale si diede in merito uno
statuto che ricalcava quello del Partito Comunista Cinese, votò le tesi,
elesse gli organismi dirigenti e un segretario nazionale nella persona di
Adriano Sofri.
Le strutture organizzative definite e messe in campo dal Congresso e
la forte identità di appartenenza non furono però sufficienti a mantenere
in vita l’organizzazione dopo il ii Congresso nazionale, quello di Rimini
dell’ottobre 1976. L’esperienza partitica fu velocemente liquidata con
motivazioni diverse dalle varie componenti interne, operai, studenti, ser­
vizio d’ordine, femministe.

La Lega dei Comunisti

Nell’autunno del 1969, dal dissolvimento del Potere Operaio pisano,


nascevano due gruppi distinti: il Centro Karl Marx di Pisa (Gian Mario
Cazzaniga, Vittorio Campione e Giuliano Foggi), che si caratterizzava
più per l’impegno di ricerca teorica che per l’intervento nelle lotte, limi­

77. R. D e l C a r r ia , Op. cit., p. 185. A parlare di alcune m igliaia è II Sessantotto, la


sta..., cit., p. 213.
78. L. B o b b io , Lotta C ontinua..., cit., p. XII.
O ltre il S essa n to tto 125

tandosi a un lavoro politico tra gli insegnanti della c g il scuola, e la Lega


dei Comunisti di Toscana (Romano Luperini, Paolo Cristofolini e Lucia­
no Della Mea) decisa invece a intraprendere la lunga marcia della costru­
zione di un’organizzazione nazionale marxista, leninista, maoista e rivo­
luzionaria.
Dalle lotte studentesche e operaie del biennio ’68-’69 erano emerse le
ragioni e le motivazioni per la costituzione dei principali gruppi della
nuova sinistra e anche per la nascita di

un nuovo m ovim ento marxista-leninista dalla crisi del dogm atism o e del­
lo spontaneism o, com e necessità di un superamento di quelle esperienze
sbagliate e fallim entari79.

La prima esigenza sbagliata e fallimentare, contro la quale gli anima­


tori della Lega dei Comunisti si erano sempre battuti dentro lo stesso Po­
tere Operaio toscano, era lo spontaneismo che aveva trovato in Carlo
Donolo e nel suo saggio già citato, La politica ridefmita, uno dei primi
sostenitori. Le sue erano tesi idealistiche e “reazionarie” e già fin dal 1968,
nell’editoriale della rivista «Nuovo Impegno», si ribadiva la necessità del
partito, riaffermando, in polemica con Adriano Sofri, che occorreva

un’avanguardia esterna, com posta da persone fisich e il cui tempo è quasi


tutto speso nel lavoro politico e che non si lim itino ad un’azione che resti
n ell’am bito di un m ovim ento di massa, ma svolgano un’opera di sintesi
teorica, d ’organizzazione politica80.

Spontaneisti e avventuristi erano Lotta Continua e Potere Operaio, il


Manifesto “una variante dell’opportunismo di destra”, mentre pcd’i (m-1)
e uci muovevano da una concezione astratta e scolastica del marxismo-
leninismo riducendolo a una “serie di inutili giaculatorie”, sconfitte e su­
perate le dissidenze storiche (bordisghisti e trotzkisti), “ultrasinistre” le
posizioni di Avanguardia Operaia81, quindi non rimaneva che attestarsi
su una specie di terza posizione cominciando a costruire un tessuto orga­
nizzativo tra gruppi locali affini in vista della costruzione di un’organiz­
zazione nazionale. La Lega dei Comunisti era nata proprio per “collabo­
rare alla costruzione del partito comunista rivoluzionario sulla base del

79. R. L u p e r in i , // “m arxism o italiano degli anni sessanta", la fu n zio n e degli in tellet­


tuali rivoluzionari e il ruolo di «N uovo Im pegno», «N uovo Im pegno», n. 22-23, m aggio-
ottobre 1971, pp. 5-6.
80. P artito sì o no, «N uovo Im pegno», n. 12-13, m aggio-ottobre 1968, p. 7.
81. Per questi giudizi cfr. D ocum ento di unificazione fr a la Lega dei C om unisti ed
Unità O peraia, «N uovo Impegno», n. 24, m aggio 1972.
126 D ie g o G ia c h e t t i

marxismo-leninismo e tenendo conto degli insegnamenti di Mao”82, dan­


dosi come compito immediato quello di unificarsi con il Circolo Comu­
nista marxista-leninista di Lucca e di costituire un reticolo organizzativo
con altri gruppi marxisti-leninisti sparsi in Toscana e in Emilia Romagna.
Contro queste posizioni che venivano a configurare “un ennesimo
gruppo burocratico e settario”83 erano insorti Luciano Della Mea e Paolo
Cristofolini; entrambi proponevano che la Lega dei Comunisti iniziasse a
collaborare con le locali sezioni di Lotta Continua e, in tal senso, aveva­
no iniziato a lavorare con i militanti di Lotta Continua di Forno guada­
gnandosi l’espulsione dall’organizzazione.
Intanto il gruppo aveva iniziato un lavoro politico di intervento tra gli
studenti, gli insegnanti del sindacato scuola c g il , i cavatori di marmo, i
calzaturieri, i ferrovieri e in alcune fabbriche come la Forest, la Saint-
Gobain e la Piaggio di Pisa, la Carboni di Lucca, consolidando in questo
modo una discreta presenza in alcune città della Toscana e della Liguria,
Firenze, Pisa, La Spezia, Carrara, Grosseto, Lucca, Piombino e Massa.
Nel frattempo il confronto iniziato nel 1971 con il gruppo romano di
Unità Operaia conduceva alla fusione il 28 maggio 1972 dando vita a
un’organizzazione di “qualche centinaio di comunisti”84 che manteneva
lo stesso nome e affiancava alla rivista teorica «Nuovo Impegno» un pe­
riodico dal taglio di giornale intitolato «Unità Operaia». Nel 1977 la
Lega dei Comunisti si sciolse dentro il processo costituente che dava vita
a Democrazia Proletaria.

II Manifesto

Nel panorama dei gruppi della nuova sinistra, così come si andava
definendo nel biennio ’69-’70, Il Manifesto rappresentava, rispetto agli
altri, un’anomalia. Pur avendo ricevuto dalle lotte operaie e studentesche
una spinta propulsiva, esso affondava le sue radici non in quel movimen­
to, ma in quella sinistra comunista che da alcuni anni non condivideva
più la linea del partito85.
L’offensiva dei vietcong, l’invasione della Cecoslovacchia da parte
delle truppe sovietiche, la rivoluzione culturale, il maggio francese e la

82. // problem a dell 'organizzazione nazionale e i com piti dei m ilitanti m arxisti-lenini­
sti, «N uovo Im pegno», n. 19-20, febbraio-luglio 1970, p. 1.
83. P. C r is t o f o l i n i , L. D e l l a M e a L ettera alla redazione, in «Nuovo Im pegno», n. 19-
20, cit, p. 155.
84. D ocum ento di unificazione..., cit.
85. Cfr. S. D a l m a s s o , Il caso "M anifesto" e il pct degli anni ‘60, Torino, C ric editore,
1989.
O ltre il S e s s a n to tto 127

rivolta studentesca in Italia, avevano contribuito a spingere questa com­


ponente interna al p c i ad aprire quel dibattito che avrebbe portato a un
prevedibile scontro con l’apparato del partito.
Nel giugno del 1969 veniva pubblicato il mensile «il manifesto» con
articoli e contenuti apertamente polemici nei confronti della linea del p c i .
I temi della rivista indicavano già quello che sarebbe stato il patrimonio
costitutivo del gruppo: un giudizio critico e severo sul socialismo reale,
ovvero sulla degenerazione dei sistemi dell’Est europeo, la condanna
della collocazione intemazionale dell’uRSS e la ricerca di un nuovo inter­
nazionalismo, il riconoscimento della novità rappresentata dalla rivolu­
zione culturale e il riferimento ideale alla Cina, senza però fame un mo­
dello, la definizione della irreversibilità della crisi dei sistemi capitalisti­
ci occidentali e, quindi, dell’attualità della rivoluzione in Occidente e
della maturità del comuniSmo, la situazione italiana letta come crisi glo­
bale di un regime, la critica alla strategia riformista del p c i , l’esigenza di
trovare nuove forme di organizzazione politica capaci di dare uno sbocco
al movimento di lotta che si era sviluppato in quegli anni.
Pochi mesi dopo la pubblicazione del mensile, il Comitato centrale
del p c i , nel novembre del 1969, decideva di radiare i promotori dell’ini­
ziativa. Qualificati e di un certo livello furono i quadri e i dirigenti cac­
ciati dal partito, da Rossana Rossanda a Lucio Magri a Luciana Castelli­
na, assieme a un piccolo gruppo di parlamentari, Massimo Caprara, Aldo
Natoli, Eliseo Milani, Liberato Bronzuto e Luigi Pintor.
Dopo la radiazione si aprivano i centri di iniziativa del Manifesto i
quali, nelle intenzioni dei promotori, dovevano diventare luoghi di speri­
mentazione collettiva e occasione per verificare le condizioni per una li­
nea politica comune con le altre giovani organizzazioni della nuova sini­
stra. Così presentava l’iniziativa Lucio Magri:

Si tratta di creare non solo gruppi di studio e circoli politico-culturali, ma


collettivi studenteschi, com itati operai di base, collettivi di intellettuali e
di tecnici, quindi un raccordo fra le diverse esperienze, tra pratica sociale
e azione politica locale e nazionale [...] . N on è a una proliferazione di
gruppi del M anifesto che pensiam o, ma alla prom ozione anche col M ani­
festo [ ...] di iniziative unitarie di base che accom unino forze della sini­
stra anticapitalistica86.

I circoli del Manifesto diventarono il punto di riferimento per tutti


quelli che non avevano ancora definito una propria collocazione nell’am­
bito dei gruppi della nuova sinistra, per quelli che ancora si sentivano in

86. L . M a g ri, Ancora un lavoro collettivo, « il m a n if e s to » , n . 7 , d i c e m b r e 1 9 6 9 .


128 D ie g o G ia c h e t t i

una posizione di frontiera tra il p c i e la nuova sinistra e volevano dibatte­


re e discutere prima di compiere scelte definitive.
Il progetto era ambizioso, costruire una piattaforma politica e teorica
capace di misurarsi con le questioni nazionali e intemazionali del perio­
do per favorire un primo processo di avvicinamento tra le forze della
nuova sinistra e quanti avevano maturato posizioni critiche sia nell’ambi­
to del dissenso cattolico, sia in quello dei partiti della sinistra riformista.
In quest’ottica venivano diffuse le Tesi per il comuniSmo sul numero
del settembre 1970 della rivista. Nella premessa alle tesi veniva indicato
chiaramente l’obiettivo politico prefisso:

promuovere l ’unificazione politica del vasto arco di forze che l ’esperien­


za degli ultimi anni ha condotto su posizioni di critica organica alla linea
riformista dei partiti tradizionali della sinistra italiana e, a liv ello m on­
diale, d ell’U nione Sovietica; [le Tesi si rivolgono] a chi m ilitando nel
Partito com unista e nel p s i u p non si nasconde più la scelta riformista e
parlamentarista di questi partiti, ma è trascinato alla rinuncia d all’incer­
tezza di un’alternativa ideale e pratica. A quanti, nelle organizzazioni
sindacali e nel m ondo cattolico, hanno in questi anni acquisito una c o ­
scienza anticapitalistica [ ...] . A i nuovi gruppi della sinistra extraparla­
mentare, m olti dei quali hanno dato un reale contributo alla radicalizza-
zione della lotta, ma o ggi si rinchiudono in se stessi, in una logica che li
separa dal grande corpo del m ovim ento di massa.

I militanti del Manifesto erano in quel periodo circa 5-6 mila, divisi
in un centinaio di centri di iniziativa87. Costituivano un aggregato abba­
stanza informale, senza molti obblighi di disciplina, senza una precisa
definizione della loro adesione e senza meccanismi stabili per la forma­
zione di una linea politica comune.
Solo dopo la scarsa rispondenza trovata al progetto di unificazione
proposto con le Tesi, il gruppo cercava, in un convegno tenuto a Rimini
nel novembre del 1971, di dotarsi di un minimo di struttura organizzativa
costituendosi come organizzazione autonoma.
Nel 1972, la composizione sociale dei militanti del Manifesto era
pressappoco la seguente: 48% di studenti, 38% di operai e il resto di in­
segnanti, impiegati, tecnici88.
Nel frattempo il 28 aprile del 1971 era uscito il primo numero del­
l’omonimo quotidiano che ebbe subito un notevole successo di vendite.

87. C f r . Un sistem a politico alla prova, a cura di M. C a c i a g l i , A. S p r e a f ic o , Bologna,


Il M ulino, 1975, p . 184. Più precisi i dati riportati in una relazione da R . R o s s a n d a , secon­
do la quale nel 1972 i m ilitanti erano 5.960 («il m anifesto», 3 agosto 1972)
88. R . R o s s a n d a , ivi.
O l t r e il S essa n to tto 129

Si passò dalle 40-50 mila copie iniziali alle 30 mila vendute in media per
ogni numero, per risalire alle 45 mila del 1972 nel periodo elettorale.
Il quotidiano vendeva il 45% delle sue copie al Nord, il 25% (di cui
la metà a Roma) nel Centro, il 21% nel Sud e nelle isole. I cinque grandi
centri urbani (Roma, Milano, Torino, Napoli e Palermo) ne assorbivano
il 45%. Roma era in testa alle vendite con 5-6 mila copie89.
Non senza contrasti interni, nel 1972 II Manifesto decideva di presen­
tare proprie liste alle elezioni politiche anticipate e otteneva 224 mila
voti, pari allo 0,7% e nessun eletto.

Avanguardia Operaia

Anche per Avanguardia Operaia non esiste una data di nascita preci­
sa, lo confermava in un’intervista Luigi Vinci, uno dei promotori assieme
a Massimo Gorla, Stefano Semenzato, Silvana Barbieri, Silverio Corvi-
sieri, Aurelio Campi:

N on c ’è una data di nascita precisa di a o . Form almente si è costituita nel


’68, o un attimo prima, sul finire del ’67 90.

La nascita del primo nucleo organizzato avvenne parallelamente al­


l’uscita dell’omonimo periodico, nel dicembre del 1968, secondo una
usanza tipica e ricorrente nelle organizzazioni di quel periodo.
Le origini del gruppo vanno ricercate negli ambiti della sinistra inter­
na al p c i milanese, al lavoro entrista condotto dentro il partito e la f g c i ,
secondo la strategia del Gruppi Comunisti Rivoluzionari, la sezione ita­
liana della Quarta Internazionale alla quale molti dei fondatori di Avan­
guardia Operaia allora aderivano, ricoprendo anche ruoli dirigenti a livel­
lo nazionale e intemazionale, come nel caso di Massimo Gorla.
Il retroterra culturale e politico andava

dalla lettura marxista di Marx, leninista e marxista di Lenin (quindi rom­


pendo non solo con la lettura togliattiana, ma con quella staliniana). Il
recupero, quindi, degli aspetti fondam entali del leninism o sulla questione
dello Stato, del partito, d ell’im perialism o d e ll’attualità della rivoluzione

89. Per questi dati cfr. la tesi di R. T r a b u c c o , N ascila e organizzazione di un quotidia­


no. Il M anifesto 1971-1972, U niversità di Padova, A.A. 1972-1973, citata da Un sistem a
p o litico alla prova, cit., nota 8, p. 184.
90. L. V i n c i , C onnotati politici e culturali di A vanguardia Operaia, in D. P r o t t i , Op.
cit., p. 179
130 D ie o o G ia c h e t t i

proletaria, [mentre] d ell’esperienza trotzkista avevam o conservato, e giu­


stamente, il nucleo antistalinista91.

Si trattava di una cultura politica che aveva una sua originalità, si di­
stingueva infatti sia da quella marxista leninista - pur sapendosi confron­
tare e valorizzando alcuni aspetti del maoismo e della rivoluzione cultu­
rale - sia da quella operaista e di certa sinistra socialista, per il recupero
esplicito di un leninismo critico e rivoluzionario in aperta polemica con
le codificazioni staliniane e il parlamentarismo togliattiano.
Decisivo per la formazione del gruppo e, soprattutto, per la decisione
di separasi dalla Quarta Intemazionale per intraprendere la via di una co­
struzione organizzativa autonoma, fu l’afflusso di forze militanti prove­
nienti dal movimento studentesco e il radicamento realizzato in alcune
fabbriche milanesi tramite i c u b .
La funzione dei c u b era così definita in un documento del comitato
della fabbrica Breda, uno dei primi che si erano formati a Milano, assie­
me a quello della Pirelli:

Il c u b [ . . . ] è un organism o di m assa che ha una sua propria autonomia,


[ ...] che è costituito da tutti quei lavoratori che si riconoscono [ ...] in
una chiara linea di difesa degli interessi di classe dentro e fuori la fabbri­
ca in funzione anticapitalistica e anticollaborazionista.
Il c u b non è organizzato in m odo burocratico, ma com e organism o auto­
nom o ha la più ampia articolazione; e sso conduce la sua attività in varie
forme; attraverso le assem blee, con i volantini, con le riunioni serali.
Per essere del c u b non occorrono iscrizioni, ma basta partecipare e porta­
re il proprio contributo di attività [ ...) . I com piti del c u b sono la discus­
sione, l’agitazione e la propaganda di tutte le questioni che [ ...] possono
contribuire ad elevare la coscien za di classe dei lavoratori92.

Una discreta presenza operaia tra i militanti era una caratteristica che
contraddistingueva, sul piano della composizione sociale, Avanguardia
Operaia dalle altre formazioni della nuova sinistra.
Se la maggior parte di esse teorizzava e praticava una convinta azione
di propaganda rivolta verso gli operai, poche però riuscivano a conqui­
stare quadri operai alla militanza attiva nei rispettivi gruppi. Avanguardia
Operaia, invece, già fin dal 1968, presentandosi nazionalmente con un
documento dal titolo Per il rilancio di una politica di classe, poteva af­
fermare di essere composta per lo più da quadri operai, rivendicando an­

91. Ivi, pp. 133, 135.


92. C o m i t a t o U n i t a r i o d i B a s e I.F. B r e d a , Chi siam o e cosa vogliam o, in / c u b : tre
anni di lotte ed esperienze, Q uaderni di Avanguardia Operaia, n. 4, M ilano, Sapere E dizio­
ni, 1972.
O ltre il S essa n to tto 131

che una presenza concreta e attiva in specifiche situazioni di fabbrica,


quali la Siemens, la Carsico, la Sip, la Pirelli93.
Orientati a costruire un partito rivoluzionario, quelli di Avanguardia
Operaia non avevano fretta nel proclamarsi tale, non intendevano né bru­
ciare i tempi né saltare alcune tappe giudicate indispensabili. Esse erano:
la costruzione e l’allargamento dell’esperienza dei c u b , la costruzione del
movimento degli studenti, la formazione di quadri rivoluzionari, stabilire
rapporti di collaborazioni con altri gruppi politici affini e aprire nuove
“sezioni” dell’organizzazione94.
Continua era soprattutto la preoccupazione di creare dei quadri mili­
tanti capaci di produrre analisi politica ed elaborazione teorica, si trattava di

sviluppare dei gruppi ben orientati, inseriti con posizioni di avanguardia


in m ovim enti di m assa studenteschi e operai, dotati di un discreto num e­
ro di quadri e capaci di capitalizzare il patrimonio teorico accum ulato
nella lunga storia del m ovim ento operaio;

quindi non a caso e volutamente si enfatizzava il dato che alle scuole


quadri tenute a Milano partecipassero ai gruppi di studio, che duravano
da circa sei mesi, “400-500 compagni e simpatizzanti”95.
La piattaforma politica sulla quale Avanguardia Operaia si costruiva
era data dalla richiesta di aumenti uguali per tutti, dalle lotte contro i cot­
timi, per l’unificazione tra operai e impiegati, per la riduzione dell’orario
di lavoro, contro la nocività in fabbrica. Caratterizzavano questa fase il
rifiuto della partecipazione elettorale, il rifiuto della militanza nei sinda­
cati, la promozione e il coordinamento dei c u b come strutture contrappo­
ste al sindacato.
Tale forma di lavoro politico cominciava a dare i suoi frutti: al conve­
gno sulla scuola, promosso dall’organizzazione nel novembre del 1971,
partecipavano 1.500 studenti provenienti da gruppi, organizzazioni e cir­
coli locali di 36 città italiane. Ai due convegni nazionali dei c u b , del gen­
naio e del giugno 1972, promossi da Avanguardia Operaia assieme al
Centro di Coordinamento Campano, al Collettivo Lenin di Torino, alla
Sinistra operaia di Sassari, partecipavano rispettivamente 1.200 delegati
alla prima iniziativa e 3 mila alla seconda96.

93. Cfr. Per un rilancio di una politica di classe, Roma, Savelli, 1968.
94. Cfr. Per lo sviluppo di u n ’organizzazione nazionale, «Avanguardia O peraia», n. 6.
giugno 1970.
95. Un bilancio di a o sui problem i d e ll’organizzazione, «Avanguardia O peraia», n. 7-
8, luglio-settem bre 1970
96. Per questi dati cfr. rispettivam ente B ilancio del convegno sulla scuola, «Avan­
guardia O peraia», n. 20, novem bre-dicem bre 1971; Si è svolto a M ilano il prim o convegno
132 D ie g o G ia c h e t t i

Anche la strategia di procedere al confronto politico e all’unificazio­


ne con gruppi affini, la cosiddetta area-leninista, dava i suoi risultati e
alla fine del 1973 Avanguardia Operaia appariva ormai un’organizzazio­
ne consolidata, con un impianto nazionale e con un cospicuo numero di
militanti, dai 15 ai 18 mila97 nel periodo di maggiore espansione. La
struttura organizzativa, dopo una prima fase semi-assembleare, si era de­
cisamente riorientata, già a partire dalla fine del 1970, nel seguente
modo: “comitato direttivo, assemblea dei delegati di cellula, cellule”98.
Indicativo della crescita dell’organizzazione fu il passaggio a settima­
nale di «Avanguardia Operaia», affiancato dalla rivista teorica «Politica
Comunista» e, infine, a partire dal novembre 1974, la pubblicazione del
giornale quotidiano «Il Quotidiano del Lavoratori».

Il Movimento Studentesco della Statale

Nel 1969 era ormai chiaro che il movimento studentesco, così come
si era manifestato nei due anni precedenti, era finito. Chi giudicò falli­
mentare la scelta di costruire organizzazioni rivoluzionarie più o meno
spontaneiste, operaiste o marxiste leniniste, si orientò verso la conserva­
zione del Movimento Studentesco, inteso come espressione politica auto­
noma di un ceto sociale specifico, quello degli studenti.
Fu quanto decisero di fare la maggior parte degli aderenti al movi­
mento dell’Università Statale di Milano. Si optò per la

conservazione di un ruolo sp ecifico e settoriale, si intendeva preservare


uno spazio autonom o di crescita del M ovim ento Studentesco all’interno
della scuola, tentando di definire un’azione rivolta verso l’esterno in fun­
zion e di quel ruolo di “lievito” rivoluzionario della società che il M ovi­
mento Studentesco aveva avuto nei suoi primi tem pi99.

Tale scelta, reimpostata sull’introduzione di strutture e criteri di orga­


nizzazione interna, che fecero del Movimento Studentesco della Statale
un piccolo partito, trovò in parte consenso e adesioni fra gli studenti de­
lusi, frustrati dalla politica dei gruppi della nuova sinistra, i quali tende-

nazionale dei c u b , «Avanguardia O peraia», n. 22, febbraio 1972; Convegno N azionale c u b


sui contratti, «Avanguardia O peraia», n. 25, giugno 1972.
97. F. O t t a v ia n o , Op. cit., p. 615
98. Un bilancio di a o . . . , cit.,
99. A lcune osservazioni sul M S della Statale di M ilano, «Q uaderni P iacentini», n. 14,
luglio 1970. Cfr. Sul M ovim ento studentesco della statale, a cura di L. C o r t e s e , M ilano,
Bom piani, 1973.
O ltre il S essantotto 133

vano a non prendere più in considerazione le esigenze e le rivendicazioni


specifiche di quel ceto sociale.
Ebbe un ruolo rilevante nel rilanciare la mobilitazione di massa dopo
l’ondata repressiva seguita alla strage di Piazza Fontana. Alla manifesta­
zione antifascista del 31 gennaio 1970, promossa dal Movimento Studen­
tesco, aderirono 50 mila persone.
Così, a partire dal 1970 esso metteva al centro della propria iniziativa
politica l’università e la scuola in senso lato, ritenendone possibile un
uso alternativo, perlomeno degli spazi sociali e culturali resi liberi dalla
rivolta studentesca. Puntava sulla costruzione di un movimento di massa
degli studenti, rifiutando un rapporto diretto e di fusione con le avan­
guardie operaie, ricercandolo invece con le sue rappresentanze storiche,
sindacati, partiti, in un’ottica di alleanza, di fronte popolare, tra classe
operaia e ceti medi.

Il Dissenso cattolico. Il caso del Movimento Politico dei Lavoratori

A partire dagli anni Sessanta, all’interno delle a c l i - associazione


fondata nel 1945, come articolazione dell’Azione Cattolica, allo scopo di
contenere l’influenza del p c i sulle masse popolari - cominciava a deline­
arsi una corrente di sinistra che maturava sotto la direzione di Livio
Labor. Quest’ultimo, al congresso di Torino del 1969, lasciava la presi­
denza delle a c l i per dare vita a un partito cattolico di sinistra, il Movi­
mento Politico dei Lavoratori ( m p l ). Parallelamente il congresso decide­
va di rompere il tradizionale collateralismo con la d c , criticava questo
partito, affermava un orientamento anticapitalista e socialista e dichiara­
va la propria autonomia dalla gerarchia cattolica.
Dotato di un proprio settimanale, «Alternativa», il m p l voleva essere
il punto di raccordo dell’associazionismo cattolico, attraversato in quegli
anni da dinamiche contestative e di dissenso con la Chiesa e con la d c . In
questo contesto gli avvenimenti del ’68 avevano agito da detonatore in
una parte del mondo cattolico di sinistra, già deluso per gli esiti moderati
del centro sinistra, che si intersecava con il movimento postconciliare
nella Chiesa, la contestazione ecclesiale, la nascita di gruppi spontanei
giovanili e di operai cattolici100.
Il m p l poneva alla base della sua formazione il ripudio del sistema ca­

pitalistico, la scelta di campo classista e socialista, riferendosi alle lotte


operaie e studentesche di quegli anni e al “nuovo modo di fare politica”
che ne era emerso, alla necessità di “riappropriazione della politica”, al­
100. C fr. in m erito, L. C o v a tta , L ’itinerario della sinistra cattolica, «Giovane C riti­
ca», n. 33, cit.
134 D ie g o G ia c h e t t i

l’esigenza del controllo operaio, al rifiuto della delega e per l’egualitari­


smo101.
Sulla carta il movimento avrebbe dovuto articolarsi in centri di coor­
dinamento cittadini, provinciali e regionali, facenti capo a un organismo
nazionale; praticamente l’esistenza fu troppo breve per poter costruire
tale organigramma. Le elezioni anticipate del 1972 lo colsero imprepara­
to, le liste del m p l ottennero solo 119 mila voti, pari allo 0 ,4 %.
Difficile risulta anche stabilire quanti fossero i militanti attivi del m p l .
All’epoca, i dirigenti sostenevano di poter fare affidamento su circa 80
mila iscritti alle a c l i e su circa 20 mila della c is l , fu proprio basandosi su
queste cifre che decisero di presentarsi alle elezioni. L’esito elettorale
però dimostrò che si trattava di dati ipotetici.

Il Partito di Unità Proletaria

Nonostante i quasi 800 mila voti raccolti alle elezioni del 1972 il
p s iu p non raggiungeva il quorum in nessun collegio elettorale e quindi
non aveva eletti in parlamento. Il dato elettorale, vissuto come una scon­
fitta, accelerò il processo di crisi interna portando allo scioglimento quasi
immediato del partito nel luglio del 1972.
La maggioranza (70%) confluiva nel p c i , il 9% nel p s i , mentre il re­
stante 20% rifiutava entrambe le soluzioni. Questi ultimi, incontrandosi
con quanti, dopo lo scioglimento del m p l , non avevano aderito, come
fece la stragrande maggioranza, al p s i , decisero di dare vita al Partito di
Unità Proletaria, costituito nel novembre 1972.
Forte inizialmente di circa 3-4 mila militanti, cominciò a pubblicare
un quindicinale dal titolo «Unità Proletaria», che potè contare subito su 5
mila abbonati e 20 mila copie vendute. Discretamente radicato tra i lavo­
ratori sindacalizzati, al nuovo partito aveva aderito ufficialmente la cor­
rente sindacale della c g il di Giovannini, Lettieri e Scalvi, assieme a diri­
genti di prestigio nell’ambito della storia della sinistra socialista italiana,
come Foa e Miniati; raccolse pure consensi fra la sinistra del vecchio
p s iu p . D’altro canto l’unificazione con gli ex del m p l vi apportò il contri­

buto della sinistra cattolica radicata nelle a c l i e nella c is l . Nel 1974, in


procinto di unificarsi con il Manifesto, per formare il pdup per il comuni­
S m o , il partito dichiarava 17.500 militanti102.

101. Cfr. Presentazione e proposte del m p l . Per un'alternativa socialista, a cura


d e l l ’ MPL, Rom a, s .d .
102. Cfr., Il Sessantotto, la sta g io n e..., cit., p. 256. S ull’unificazione vedi R. P e l l e ­
g r i n i , G . P e p e , Unire è difficile, Rom a, Savelli, 1977; più in generale cfr. anche D. P r o t t i ,

Op. cit. e A. G a r z ia , Da N atta a Natta. Storia del m anifesto e d el Pdup, Bari, Dedalo,
1985.
I l ’6 8 , I RADICALI, LA NUOVA SINISTRA

La questione radicale divenne centrale nel dibattito politico italiano


quando i risultati elettorali delle elezioni politiche anticipate del giugno
1979 assegnarono al Partito Radicale ( p r ) 1.259.362 voti alla Camera,
pari al 3,4% dei consensi e 18 deputati eletti. Il dato, stante l’allora siste­
ma politico ed elettorale vigente, era eclatante innanzi tutto perché il pr
triplicava in soli tre anni i suoi consensi elettorali, infatti alle lezioni po­
litiche del 1976 aveva riportato appena 1’1,1% dei voti.
L’avanzata elettorale dei radicali avveniva proprio in concomitanza
con la crisi profonda che attraversavano le organizzazioni politiche della
nuova sinistra e le loro culture di riferimento e si inseriva nel calo secco
del 4% di consensi al p c i .
Nel dibattito che si aprì sulle pagine de «Il Contemporaneo» si coniò
il termine radicalismo al fine di riassumere le varie motivazioni che pote­
vano spiegare l’avanzata del p r . Essa veniva attribuita genericamente non
all’esistenza di una precisa, anche se minoritaria, cultura politica e di una
pratica sociale con proprie caratteristiche e peculiarità, ma all’emergere
caotico, negli anni Settanta, di una gamma “di antagonismi politici, di
comportamenti eversivi, di aspirazioni trasgressive, di sperimentalismi
morali” caratterizzati dall’“ostilità” verso le grandi tradizioni politiche e
culturali del nostro paese, che avevano avuto origine dal ’68'.
Definire radicalismo o neoradicalismo l’area culturale e politica di
nuova sinistra che si era sviluppata in Italia a partire dalla simbolica data
del ’68, era un’operazione arbitraria per almeno due ragioni. La cultura
politica del ’68 italiano e dei gruppi della nuova sinistra apparteneva in
gran parte al marxismo e alle sue varie correnti storiche più o meno rin­
novate. Gli stessi radicali erano molto espliciti in merito a questo presun­
to rapporto:

i radicali si trovarono in posizione estranea al m ovim ento Non si


può quindi parlare di una presenza radicale nel m ovim ento del '68 né di
contributi particolari [ ...] . Il gruppo radicale percepì il m ovim ento e si

1. M. B o ffa , Nota introduttiva, «Il C ontem poraneo/ Rinascita», 28 luglio 1979.


136 D ieg o G ia ch e tti

pose nei suoi confronti in un rapporto di valutazione e non di incontro


nell’azione2.

La cultura politica di riferim ento per i radicali, aveva ben poco a che
fare con la scuola di Francoforte, con Raniero Panzieri, i «Quaderni Ros­
si», «Classe Operaia» e tutte quelle pubblicazioni che, negli anni Sessan­
ta, si collocavano alla sinistra del p c i e del p s i .
Semmai la cultura radicale si era formata dal ceppo del Partito Libe­
rale. Di questa tradizione aveva assunto e fatti propri due grandi temi: la
difesa a oltranza dei diritti civili e della laicità dello Stato. Su questa base
aveva preso vita l’esperienza del settimanale «Mondo», sulle cui pagine
si cominciò a denunciare la continuità nella forma Stato tra i due regimi,
quello fascista e quello d c . Vivace era poi stata la presenza dentro l’asso­
ciazione degli studenti universitari di sinistra, I ’ u g i , caratterizzata dal­
l’idea di unità laica delle forze politiche.
Se proprio di maestri ispiratori si voleva parlare, allora occorreva an­
zitutto fare i nomi di Pannunzio, Gobetti, dei fratelli Rosselli, di Capitini.
Se si voleva invece risalire alle esperienze politiche di riferimento, allora
bisognava nominare il movimento Giustizia e Libertà e il Partito d ’A zio­
ne. Si trattava, insomma, della storia di quella corrente politica e cultura­
le cosiddetta laica e terzaforzista che nel nostro paese era sempre stata
schiacciata dal prevalere di due grandi forze, quella cattolica e quella di
sinistra.
Nel periodo 1964-1967:

la cultura dei nuovi radicali coniugava elem enti tutti estranei ai moduli
di cultura politica esistenti nel paese; un soggettivism o di azione politica
che aveva sem m ai gli antecedenti in una certa tradizione dem ocratico-ri­
sorgim entale ripresa d all’antifascism o di Carlo R osselli e di G iustizia e
Libertà e d ell’azionism o; un m etodo di intervento sulla scena politica
[...] che trovava riscontro nella tradizione anglosassone [ ...] un’attenzio­
ne per un m etodo [...] di induzione politica piuttosto che di deduzione da
grandi schem i e sistem i id eologici, che aveva anch’esso parentela più
con la tradizione del radicalism o em pirico anglosassone che non con
[ ...] le grandi schem atizzazioni teoriche prevalenti nel socialism o nostra­
no3.

Dai gruppi della nuova sinistra italiana i l p r si differenziava anche


sulla questione del parlamentarismo e delle istituzioni statali. I radicali
accusavano i gruppi della sinistra marxista di non capire l’importanza

2. M. T e o d o r i , Storia del Partito Radicale, in M. T e o d o r i , P. I g n a z i o , A. P a n e b ia n c o ,


1 nuovi radicali, M ilano, M ondadori, 1977, p. 102.
3. Ivi, p. 69.
O l tre il S essa n to tt o 137

delle istituzioni democratiche e di non agire per operare delle trasforma­


zioni muovendosi al loro interno. Essi non rifiutavano in via di principio
il parlamentarismo e rivendicavano la propria fiducia nelle istituzioni de­
mocratico-rappresentative. Puntavano sulla trasformazione istituzionale,
cioè sull’ottenimento di specifiche riforme.
Non avevano mai considerato il Parlamento come luogo dentro il
quale misurare i rapporti di forza tra le classi o come sede strumentale
per propagandare una rivoluzione da fare altrove:

la polem ica radicale era stata sempre tesa alla rivalutazione delle istitu­
zioni affinché corrispondessero ai mutamenti della società civile e quindi
riacquistassero il ruolo di luoghi di scontro politico generale4.

L’ipotesi quindi di uno stretto collegamento tra le tematiche sollevate


dal movimento del ’68, dalla ripresa dello lotte operaie nell’anno seguen­
te e dall’emergere dei gruppi della nuova sinistra, con quelle tipiche dei
radicali, è, perlomeno, ancora tutta da dimostrare. È vero invece che se
non allora, sul finire degli anni Settanta, avvenne un incontro tra la nuo­
va sinistra e i radicali.
I radicali, con la loro azione, avevano sollevato una serie di questioni
che la vecchia e la nuova sinistra avevano sottovalutato: la difesa delle li­
bertà democratiche, la lotta di liberazione delle donne, degli omosessuali,
delle lesbiche, nonché le contraddizioni che cominciavano a emergere
nelle società tardocapitalistiche, come la distruzione dell’ambiente natu­
rale.
Più che di un incontro e di un confronto tra due culture si trattò di una
transizione da una cultura di nuova sinistra marxista a quella radicale.
M arco Boato, che prima di diventare deputato per il p r , era stato un
dirigente di Lotta Continua, già a suo tempo aveva colto alcune caratteri­
stiche di questo passaggio:

Lotta Continua si colloca ancora dentro una caratterizzazione “m arxia­


na”. Ma, per m olti aspetti si tratta ormai di una elaborazione teorica e di
una pratica sociale che potremm o definire post-marxista [...].
[Si sta verificando] un intreccio tra quest’area sociale e l ’esperienza radi-
c a le [...] tra le elaborazioni teoriche di matrice “m arxista” e i filoni più
avanzati dello stesso pensiero dem ocratico-borghese5.

Boato coglieva bene quelli che erano i sintomi iniziali di una grande
trasformazione sociale, politica, ideologica e umana che si stava verifi-

4. Ivi, p. 179.
5 . M . B o a to , Un grande terremoto, «Il C ontem poraneo/R inascita», cit.
138 D ieg o G ia chetti

cando in quello che rimaneva dei gruppi o dell’area della nuova sinistra
italiana e che cominciava a ridisegnare i percorsi e le appartenenze politi­
che di molti leader del movimento studentesco prima e dei gruppi ‘poi.

Il Partito Radicale e i movimenti per i diritti civili

La storia del p r è quella di un piccolo gruppo, esiguo e isolato, che


non aveva accettato di identificarsi né con la tradizione culturale e politi­
ca del movimento operaio, né con quella cattolica. Formalmente il partito
nasceva nel 1955 da rotture interne nelle formazioni politiche laiche e
moderate (Partito Liberale e Partito Repubblicano) che appoggiavano i
governi centristi della d c .
A ll’inizio degli anni Sessanta, quando prese corpo l’esperienza dei
governi di centrosinistra, il p r si spaccava in due: da una parte quelli che
volevano appoggiare l’apertura a sinistra, giudicando questa svolta un
fatto importante per la rifondazione di un partito terzaforzista che coin­
volgesse anche i socialisti e sapesse imporre la sua forza nel condiziona­
re le scelte del governo; dall’altra stavano coloro che non intendevano
collaborare in nessun modo con la d c e proponevano un’alternativa a
essa che coinvolgesse, assieme ai radicali, i partiti di sinistra ( p c i , p s i ,
p s d i ) e quelli laici ( p l i , p r i ).

Buona parte del p r si collocava nella prospettiva di inserimento nel


centrosinistra, solo una piccola minoranza, organizzata nella corrente Si­
nistra Radicale, avversava questa scelta. Il secondo Congresso del 1961
sanciva la spaccatura e nell’autunno del 1962, con l’abbandono, il ritiro e
le dimissioni di gran parte dei suoi iscritti, il p r si riduceva a una pura si­
gla della cui eredità si faceva carico la corrente di Sinistra Radicale.
Antimilitarismo, pacifismo, diritti civili, furono le tematiche attorno
alle quali si ricostruì il partito senza però riuscire a rompere l’isolamento,
tant’è che al terzo Congresso, che si svolse a Bologna nel maggio del
1967, i militanti erano un centinaio6. Proprio in quegli anni però stavano
maturando le condizioni che consentirono al p r di rompere l’isolamento
in cui si trovava.
In appoggio alla proposta di legge per introdurre il divorzio in Italia,
avanzata dal deputato Loris Fortuna nell’ottobre 1965, per iniziativa di
alcuni radicali (Pannella e M eliini) nel 1966 si costituiva la Lega per
l’istituzione del Divorzio ( l i d ) che trovava un certo seguito tra l’opinione
pubblica democratica, laica e di sinistra. Dalla sua costituzione al 1969 la
l i d aveva avuto circa 2 0 mila iscrizioni, con una partecipazione comples-

6 . C fr. M . T e o d o r i, Op. cit., p. 72.


O ltre il S e s s a n to tto 139

siva alle sua varie manifestazioni e iniziative a sostegno della legge sul
divorzio di circa 150-200 mila persone7.
La novità rappresentata da questa forma organizzativa consisteva nel
fatto che essa raggruppava persone di varia provenienza partitica che si
ritrovavano in questo organismo non per rappresentare questo o quel par­
tito, ma come individui interessati a condurre una specifica battaglia.
Vinta la battaglia del divorzio, prima in Parlamento con il varo della leg­
ge nel 1970, e poi con il referendum del 1974, l’esperienza della l id si
concludeva lasciando però in eredità un “modo di fare politica” che ser­
viva a orientare in quegli anni l ’azione del p r .
La strategia del partito nei confronti dei movimenti di lotta e di opi­
nione, che in parte contribuì egli stesso a formare, si basava sul ricono­
scimento della singola specificità e autonomia, politica e organizzativa,
di ogni movimento, rispetto ai quali il p r si poneva come interlocutore
senza condizionarne gli obiettivi. Esso dava di sé l’immagine di un parti­
to di servizio, di uno strumento offerto ai movimenti per i diritti civili
che andavano organizzandosi in Italia.
Nel 1970 nasceva il M ovimento di Liberazione della Donna ( m l d ) ,
nel 1971 la Lega Italiana per l’Abolizione del Concordato ( l i a c ) , nel
1973 la Lega Obiettori di Coscienza ( l o c ) , nel 1974 il Centro Italiano
Sterilizzazione e Aborto ( c i s a ).
La struttura decentrata e federativa del p r consentiva un rapporto ela­
stico e diretto tra partito, movimenti federati, movimenti collettivi e la
gente in genere, tutti quei soggetti cioè che oppressi, repressi o sfruttati
stavano prendendo coscienza della loro condizione e si stavano organiz­
zando autonomamente dai partiti per liberarsi.
L’organizzazione del p r appariva anomala rispetto a quelle di altri
partiti,

a metà strada tra il partito vero e proprio da cui lo separa l ’assenza di


strutture di controllo sociale e di ricom posizione unitaria (aggregazione)
delle diverse domande politiche, e il m ovim ento politico di contestazione
con cui ha in com une un legam e non m ediato burocraticamente con la
società c iv ile 8.

Gli strumenti di lotta e di propaganda preferiti dai radicali mutuavano


dalla tradizione anglosassone l’azione diretta e la disobbedienza civile e
comprendevano i digiuni di M arco Pannella o collettivi, le manifesta/.io­

7. Cfr. M. T e o d o r i , Storia delle nuove sinistre in Europa (1956-1976), Bologna, Il


Mulino, 1 9 7 6 , p. 5 6 6 .
8 . M. T e o d o r i , Storia del Partito Radicale, c i t , p. 3 0 4 .
140 D ieg o G ia ch etti

ni di fronte ai luoghi istituzionali, le occupazioni non violente, le conte-


stazioni giudiziarie.
Nel 1972 il partito raggiungeva i mille iscritti, nel 1973 lanciava la
campagna per otto referendum: Concordato, norme autoritarie del codice
penale Rocco, codici e tribunali militari, sulle leggi repressive della li­
bertà di stampa, senza riuscire però a raccogliere il numero di firme ne­
cessarie. L’anno seguente, grazie anche all’appoggio dato dal settimanale
«L’Espresso», si raccoglievano 800 mila firme per richiedere un referen­
dum che depenalizzasse l’aborto
D al ’6 8 al ’7 7

La versione "ufficiale”
definisce il '68 come buono
e il ’77 come cattivo;
infatti il '68 è stato recuperato,
mentre il ’7 7 è stato annientato.
(Nanni Balestrini, Primo M oroni)1

Bastarono un’incauta mossa del M inistro della Pubblica Istruzione -


una circolare per la regolamentazione del piano di studi e degli esami - e
una provocazione fascista all’Università di Roma per scatenare in tutta
Italia un movimento che da anni non compariva sulla scena politica con
quella forza e quella dimensione.
Come accade spesso in situazioni sociali tese, ionizzate, qualunque
pretesto è buono per mettere in moto un processo di polarizzazione degli
elementi. Così avvenne nel ’77. Questo dimostra, ancora oggi, che pro­
fonde contraddizioni agitavano le università italiane, che la crisi econo­
mica e sociale del tempo rendeva esplosiva la condizione giovanile e che
in quella fase prospettive di profondi rivolgimenti strutturali, politici e
culturali continuavano a esistere e manifestarsi.
Negli anni precedenti, il movimento degli studenti dentro le universi­
tà italiane aveva subito un progressivo declino. Opinionisti di vario gene­
re e saccenti pseudosociologi avevano cantato la fine definitiva e irrever­
sibile del ciclo di proteste apertosi con il ’68.
Effettivamente molte facoltà italiane avevano assunto la caratteristica
di “università per corrispondenza”, nel senso che la maggioranza degli
studenti aveva smesso di frequentare assiduamente i corsi, si presentava
all’università solo per dare gli esami, per vedere gli appelli o, saltuaria­
mente, per incontrare questo o quel docente o per partecipare a un sem i­
nario particolarmente interessante.
Soprattutto i luoghi delle facoltà umanistiche apparivano vuoti di stu­
denti e quelli che c ’erano di solito non erano lì per frequentare le lezioni,
ma per incontrarsi con amici e compagni, per partecipare a qualche riu-

1. N. B a l e s t r i n i , P. M o r o n i , Op. cit., p. 307.


142 D ieg o G ia chetti

nione di qualche organismo di intervento all’università “messo su” dai


gruppi della nuova sinistra, oppure per partecipare a questo o quel conve­
gno in qualche aula magna.
Questa era la situazione nella quale il ministro della Pubblica Istru­
zione, Franco M aria M alfatti, calò la sua circolare, datata 3 dicembre
1976, che limitava la reiterazione degli esami. Era il primo tassello di un
progetto di riforma che prevedeva l’aumento delle tasse, soprattutto per i
fuoricorso, tre livelli di laurea (diploma, laurea, dottorato di ricerca), il
numero chiuso attraverso l’abolizione della liberalizzazione degli acces­
si, la ridefinizione dello stato giuridico dei docenti (ordinari e associati),
un controllo rigido sul piano di studi, l’organizzazione gerarchica della
gestione attraverso l’istituzione dei Dipartimenti, il raggruppamento de­
gli esami in due sessioni (estiva e autunnale) e l’abolizione degli appelli
mensili.
La protesta partì da Palermo, dove gli studenti il 24 gennaio 1977 oc­
cuparono la facoltà di Lettere e le altre nei giorni seguenti. Nel giro di
pochi giorni la protesta “saliva al Nord” e quasi tutte le Università italia­
ne erano in fermento. Il 31 gennaio venivano bloccate le attività didatti­
che presso le facoltà umanistiche di Torino, facoltà occupate anche a Ca­
gliari, Sassari, Salerno. In altre città, Bologna, Milano, Padova, Firenze,
Pisa si tenevano manifestazioni, cortei, assemblee.
La circolare Malfatti contribuiva a riportare in qualche modo gli stu­
denti dentro le facoltà, a discutere e a confrontarsi. Emergeva una figura
nuova di studente, con altri problemi e necessità rivendicative che lo dif­
ferenziavano dal suo predecessore che aveva fatto il ’68. Il conflitto che
la circolare Malfatti aveva contribuito a suscitare aveva origine e ragioni
più profonde. Il ritiro della circolare non coincideva infatti con la sospen­
sione delle agitazioni, anzi queste continuavano e si alimentavano di
nuove tematiche e rivendicazioni. Investivano il quadro politico, rivendi­
cavano occupazione, servizi, presalario.
Il 2 febbraio, a Roma, una settantina di giovani studenti fascisti entra­
vano armati di spranghe e bastoni dentro la facoltà di Lettere e Giuri­
sprudenza intonando canzoni e slogan. Gli studenti si organizzavano e li
affrontavano respingendoli. Contro di loro venivano esplosi dei colpi di
pistola che colpivano due compagni, uno dei quali Guido Bellachioma,
veniva gravemente ferito da due proiettili alla testa.
L’indomani in molte città d ’Italia si tenevano manifestazioni antifa­
sciste. A Roma, un corteo di tremila studenti si dirigeva verso il centro.
Giunti nei pressi di Piazza Indipendenza la polizia interveniva disperden­
dolo ed esplodendo anche colpi di pistola che ferivano due studenti, Pao­
lo Tommasini e Leonardo Fortuna, i quali furono poi incriminati per ten­
tato omicidio nei confronti dell’agente Domenico Arboletti, che secondo
O l tr e il S essa n to tt o 143

alcune testimonianze era stato colpito dal fuoco incrociato dei suoi stessi
colleghi.
Mentre la drammatica foto dello studente Paolo Tommasini, ferito e
sanguinante alle gambe, che veniva trascinato via da un altro compagno,
compariva su tutti i giornali, la versione ufficiale, alla quale aderiva an­
che il quotidiano comunista «l’Unità», addossava tutte le responsabilità
agli studenti. Ugo Pecchioli, prestigioso dirigente del p c i , rilanciava la
teoria degli opposti estremismi, che attaccavano congiuntamente il siste­
ma democratico e lo Stato, parlava dei “cosiddetti autonomi”, trattandoli
come eversori e chiedeva la chiusura di tutti i covi terroristici. Si verifi­
cava in questo modo una prima rottura tra il p c i e il nascente movimento
degli studenti.
In un progressivo esasperarsi dei rapporti tra movimento degli stu­
denti, forze dell’ordine e p c i , altri episodi salienti accaddero in quei primi
mesi del 1977: il 17 febbraio Luciano Lama, allora segretario della c g i l ,
veniva cacciato dall’università di Roma, dove si era recato per tenere un
comizio, con relativi scontri fra servizio d ’ordine del p c i e studenti, e
successivo intervento della polizia per sgombrare l’università; il 4 marzo
a Torino si verificavano incidenti tra il servizio d ’ordine del p c i e gli stu­
denti; l’i l marzo, nel corso di una carica dei carabinieri, veniva ucciso lo
studente bolognese Francesco Lorusso2; la manifestazione nazionale del
movimento, tenutasi a Roma il sabato successivo, si concludeva con gra­
vi e ripetuti scontri fra dimostranti e polizia; il 21 aprile a Roma veniva
ucciso l’agente Settimio Passamonti nel corso di incidenti fra studenti e
forze dell’ordine; il 12 maggio a Roma le squadre speciali e la polizia
aggredivano la manifestazione organizzata dai radicali nella ricorrenza
della vittoria sul divorzio e per raccogliere firme per altri referendum,
una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi, veniva uccisa; a Milano nel cor­
so di una manifestazione indetta per protestare contro l’uccisione della
ragazza, una ventina di persone si staccavano dal corteo e attaccavano
sparando la polizia, uccidendo un agente e ferendone altri.
Nel frattempo il movimento degli studenti aveva subito una metamor­
fosi nella sua composizione sociale; una prima avvisaglia del fatto che
esso fosse uno strano movimento degli studenti3, la si era già avuta a
Roma fin dai primi giorni di febbraio.

2. Si veda la testim onianza di B. R a m in a , Quel giorno in via Mascarella. Una testimo­


nianza sul ’77 a Bologna e sull'uccisione di Francesco Lorusso, «Per il Sessantotto»,
n.11-12, 1977.
3. Cfr. L. M a n c o n i , M. S in ib a ld i, Uno strano movimento di strani studenti, «Om bre
R osse», n. 20, aprile 1977. Il testo fu poi pubblicato, assiem e ad altri, nel libro di G. L e r -
n e r , L. M a n c o n i , M. S in ib a ld i, Uno strano movimento di strani studenti, M ilano, F eltri­
nelli, 1978.
144 D ieg o G ia chetti

L’università, liberata e occupata dal movimento, era diventata un


punto d ’incontro di quello che verrà chiamato il “proletariato giovanile”
0 i “nuovi soggetti sociali”. Domenica 6 febbraio dentro l’università si
svolgeva una festa che coinvolgeva studenti medi, gente del quartiere
San Lorenzo, giovani e donne. La festa si costruiva spontaneamente,
c ’era chi faceva teatro di strada, chi suonava, chi ballava, chi giocava per
1 viali.
Fu quello il primo movimento di massa dopo il 20 giugno 1976.
L’università divenne un punto di riferimento dei settori più disparati: stu­
denti lavoratori, iscritti che non frequentavano, studenti a tempo pieno,
lavoratori precari, freaks, indiani metropolitani, giovani dei Circoli del
Proletariato Giovanile, studenti medi e operai di fabbriche in crisi o in
via di smantellamento.
Qualcosa di nuovo e di inedito stava affiorando alla superficie, esso
aveva le sue radici negli sconvolgimenti di quegli anni (crisi della m ili­
tanza politica, nascita dei Circoli del Proletariato Giovanile, femmini­
smo, crisi economica e sociale) e doveva confrontarsi suo malgrado con un
quadro politico nuovo rappresentato dai governi di solidarietà nazionale.

Solidarietà nazionale, austerità, sacrifici

La sinistra storica del nostro paese e in particolare il p c i aveva raccol­


to in quegli anni sul piano dei consensi elettorali i frutti caduti da alberi
che non aveva certamente contribuito a scrollare con decisione. L’avan­
zata elettorale era la risultante della crescita e della radicalizzazione di
un movimento di massa che aveva affermato il suo protagonismo sociale
a partire dal biennio ’68-’69.
Tale movimento, frutto di un rafforzamento strutturale del proletaria­
to, registratosi nel decennio precedente, e della scolarizzazione di massa,
non aveva ancora conosciuto sostanziali sconfitte; anzi, aveva fronteg­
giato con facilità l’offensiva da destra capeggiata dal governo Andreotti
dopo le elezioni politiche del 1972, diventando un punto di riferimento
per altri strati sociali appartenenti alle classi subalterne o alla piccola e
media borghesia o al mondo cattolico, interessati da un processo di radi­
calizzazione antagonistica nei confronti del sistema politico e sociale vi­
gente.
La società italiana era percorsa da movimenti sociali antagonisti
(sindacato dei consigli, comitati spontanei di quartiere, sindacato degli
inquilini, collettivi femministi e studenteschi, movimento dei disoccupati
organizzati, movimenti per i diritti civili, per la democratizzazione delle
forze armate, della psichiatria, della magistratura, della medicina) tutti
O ltre il S es sa n to tt o 145

portatori di istanze di cambiamento, coscienti in buona parte che la loro


realizzazione richiedeva una trasformazione profonda della struttura so­
ciale capitalistica e del potere in senso lato.
Nel 1974, dopo una lunga fase espansiva di sviluppo dell’economia
capitalistica, si verificava una inversione di tendenza e iniziava una fase
recessiva che aveva caratteristiche strutturali profonde e coinvolgeva le
economie dei vari paesi, compreso il nostro. La combinazione della re­
cessione economica con l’ascesa dei movimenti di massa apriva nel
nostro paese una crisi di direzione politica della borghesia che si espri­
meva nelle difficoltà che i partiti che erano espressione della classe do­
minante incontravano nel governare.
Il partito del movimento operaio che esplicitamente a partire dal
1973, meglio di chiunque altro aveva teorizzato con chiarezza la necessi­
tà di un compromesso storico tra le forze di sinistra e il principale partito
della borghesia, la d c , era il p c i , il quale vide crescere decisamente i suoi
consensi elettorali.
Tra i partiti di sinistra esso appariva il più credibile, sia per la tradi­
zione di continuità storica che rappresentava sia per la sua capillarità or­
ganizzativa, profondamente radicata negli strati popolari e capace quindi
di catturarne il consenso e il voto.
Al confronto, le giovani organizzazioni della nuova sinistra non pote­
vano competere né rappresentare una reale alternativa organizzativa.
Grazie alla sua posizione di rendita il p c i poteva così raccogliere voti
provenienti da movimenti sociali e politici che certo non aveva contribu­
to a creare.
Coscienti della carica antagonista e di classe, contro il regime demo-
cristiano, che una parte consistente dei voti alla sinistra esprimevano, le
prime dichiarazioni del p c i , dopo il successo elettorale del 15 giugno
1975 furono tutte improntate alla massima cautela. Si voleva assicurare
gli sconfitti che non avevano nessuna intenzione di approfittare del cam ­
biamento dei rapporti di forza per penalizzare la d c e gli altri partiti bor­
ghesi minori.
Il 22 giugno, «l’Unità» riportava la risoluzione della direzione del
partito, la quale ribadiva la necessità di collaborare con tutte le forze po­
litiche democratiche per moralizzare la vita pubblica, rinnovare il modo
di governare, stroncare la delinquenza fascista, mantenere l’ordine, favo­
rire una politica economica che “assicuri la ripresa produttiva”, rilanci
gli investimenti, favorisca la riconversione e sia in grado di

offrire alle stesse forze imprenditoriali quei punti di riferimento e quelle


garanzie che sono loro necessari per programmare le proprie scelte e per
sviluppare le proprie iniziative.
146 D ieg o G ia c h e tti

E così, sulla via della rassicurazione dei propri interlocutori, la d c , gli


imprenditori, gli apparati dello Stato, si giungeva alla vigilia del 20 giu­
gno 1976, data delle elezioni politiche, quando Berlinguer in una famosa
intervista uscita sul «Corriere della Sera» del 15 giugno affermava che i
comunisti rinunciavano alla richiesta di uscire dalla Nato, poiché tale
struttura militare garantiva in qualche modo una protezione nel caso si
volesse procedere sulla via italiana al socialismo.
Nel frattempo, nell’anno esatto che separa le elezioni amministrative
da quelle politiche anticipate del 20 giugno 1976, si costituivano le giun­
te di sinistra e di ampia intesa. Tali esperienze assunsero un carattere par­
ticolare, spesso artificioso, ricorda Gerardo Chiaromonte, all’epoca uno
dei maggiori fautori della politica delle ampie intese e dei governi di so­
lidarietà nazionale.
Dieci anni dopo il suo giudizio rispetto alla politica delle ampie inte­
se era netto e drastico:

queste “intese”, nella m aggior parte dei casi, apparvero non solo inutili
in relazione ai rapporti di forza (che davano al pci un ruolo del tutto
aggiuntivo [ ...] ) ma soprattutto non portarono a novità apprezzabili nel
m odo di governare [ ...] che continuò a caratterizzarsi per vecchie prati­
che clientelistich e e trasform istiche4.

Si volle evitare a tutti i costi lo scontro politico con la dc e con i


gruppi sociali da essa rappresentati, si preferì spesso cercare il compro­
messo, non inasprire il confronto evitando di adottare questa o quella mi­
sura e limitandosi sempre più a scelte che trovavano il consenso di tutti,
che non laceravano il tessuto sociale, ma che, proprio perché tali, rivela­
vano la loro pochezza, l’incapacità di colpire i settori forti del tradiziona­
le potere economico e sociale presente sul territorio.
Si guardò con estrema diffidenza e fastidio ai movimenti sociali di
contestazione e di protesta, vissuti come “complotti” orditi chissà dove e
da chi per disturbare la via am m inistrativa al socialismo.
Sovente si partecipò o non ci si oppose a scelte di spartizione di inca­
richi e di potere, in accordo con l’opposizione, sulla base delle quote
elettorali.
Il bisogno di essere comunque legittimati a governare, riconoscimen­
to che si aspettavano oltreché dall’elettorato, anche dagli intellettuali e
dai partiti borghesi, favoriva un lento processo di omologazione. Gli am­
ministratori comunisti acquisirono pian piano

4. G. C h ia r o m o n t e , Le scelte della solidarietà democratica, Roma, Editori Riuniti,


1986, pp. 14-15.
O ltre il S essa n to tt o 147

com portamenti sempre più sim ili ai colleghi di altri partiti [iniziarono] a
privilegiare i rapporti infraistituzionali e interpartitici in una logica di
pura cogestion e non conflittuale del potere [ ...] . La partecipazione alla
gestione e la condivisione di privilegi, accentuarono la fedeltà dei m ili­
tanti al partito; una fedeltà in cui s ’intrecciavano ormai interesse e con ­
vinzione, in cam bio della quale si aspettava una prom ozione sociale che
faceva tutt’uno con l ’auspicata legittim azione5.

Rispetto ai risultati di un anno prima, quelli delle elezioni del 20 giu­


gno 1976 presentavano alcune novità di rilievo. La d c recuperava rapida­
mente consensi guadagnando tre punti in percentuale e attestandosi al
38,7%. Il risultato indicava la rinnovata e obbligata (in mancanza d ’altro)
delega della borghesia al partito cattolico.
Il recupero democristiano non avveniva a scapito dell’elettorato di si­
nistra, ma di quello di centro e di destra. Era, per alcuni aspetti, una vit­
toria di Pirro, in quanto a farne le spese erano i suoi tradizionali alleati di
governo. Il p c i incrementava ancora i suoi voti attestandosi a uno storico
34,4%, più 2,4% rispetto al 75 e più 7,3% nei confronti del 1972. L’in­
cremento dei voti al p c i , il calo di quelli dati al p s i e la deludente presta­
zione del cartello elettorale di Democrazia Proletaria confermavano che
questo partito continuava ad apparire alle grandi masse, alla ricerca di
un’alternativa politica al regime democristiano, come lo strumento più
adeguato per affrontare lo scontro sociale. Anche la semplice e minimali-
stica prospettiva dell’ingresso del p c i nel governo, appariva agli occhi di
molti lavoratori e di militanti di base come una via d ’uscita, come il male
minore, come una conquista strappata all’avversario.
Il compito di coinvolgere il p c i in tutte le responsabilità governative
senza entrare nel governo venne affidato dalla d c a un esponente naviga­
to e capace, Giulio Andreotti. La tim ida apertura al p c i venne fatta gesti­
re, con furbizia machiavellica, da un uomo della destra, a garanzia che
avrebbe concesso pochissimo in cambio di molto.
Fin dalle prime battute fu lo stesso p c i ad abbassare il tiro. La soluzio­
ne migliore per uscire dalla crisi è la via della solidarietà nazionale, di­
chiarava Berlinguer su «l’Unità» del 23 luglio 1976, ma, aggiungeva
prontamente, poiché la d c non vuole neanche sentir parlare di questa so­
luzione, “noi valuteremo le soluzioni che ci vengono proposte”.
Tra queste proposte diceva Alessandro Natta intervistato su «l’Unità»
il 25 luglio, non era esclusa la possibilità di un governo monocolore de­
mocristiano con astensione comunista. Cosa che avverrà puntualmente il
giorno 4 agosto al Senato e 1’ 11 alla Camera.

5. M. F l o r e s , N. G a l l e r a n o , Sul pci, B ologna, Il M ulino, 1992, pp.252-56.


148 D ieg o G ia ch etti

Intanto, oltre alle alchimie politiche di cui erano il risultato, i governi


di solidarietà nazionale producevano decreti e leggi che passavano con il
consenso del p c i . La manovra economica, voluta nell’ottobre 1976 dal
governo, colpiva direttamente la base del consenso riformistico e mode­
rato espressosi nel voto del 20 giugno.
Si abolirono sette festività infrasettimanali, s’introdusse la fiscalizza­
zione degli oneri sociali per le imprese, aumentò l’imposta del reddito
sopra i cinque milioni, la benzina, il gasolio da riscaldamento, il metano,
i fertilizzanti, la tassa di circolazione, le tariffe postali e ferroviarie; au­
m entarono le trattenute a titolo d ’imposta sugli utili distribuiti dalle so­
cietà, ma si cominciò anche a mettere in discussione la scala mobile per i
lavoratori considerati a reddito medio-alto, colpendo in questo modo non
certo i grandi redditi, ma piuttosto strati di lavoratori dipendenti (tecnici,
impiegati) che in quegli anni erano a fianco della classe operaia o in po­
sizione di benevola neutralità rispetto alle sue rivendicazioni.
M odificare la scala mobile per i redditi compresi tra i sei e gli otto
milioni, significava non solo incidere sul salario di alcuni operai specia­
lizzati, ma, stante i livelli di crescita dell’inflazione, anche su quello di
strati di lavoratori che ben presto sarebbero entrati in quella fascia.
Si cominciò a contenere la dinamica salariale congelando per due
anni in b o t gli aumenti della contingenza e, successivamente, tramite un
accordo sindacati-confindustria, gli aumenti dovuti agli scatti della con­
tingenza non furono più conteggiati nel calcolo delle liquidazioni.
M entre il p c i pensava di salire di gradino in gradino la scala del go­
verno, i lavoratori intraprendevano un processo inverso, che vedeva di­
minuire, proprio ora che il p c i era alle soglie del potere, il loro potere
contrattuale. Nessuno allora poteva già permettersi di abolire del tutto la
scala mobile, come poi è accaduto, si cominciò solo a dire, anche da par­
te sindacale, con Lama in prima fila, che certo non la si voleva mettere in
discussione, ma si era però disposti a fissare un tetto al quale bloccarla.
Si aumentò ad esempio la periodicità degli scatti (ogni sei mesi anzi­
ché ogni tre), si fissò a priori un numero massimo di scatti ammessi per il
1977.
Più in generale Berlinguer introdusse, fin dalla relazione ai lavori del
Comitato Centrale del 19 ottobre 1976, l’idea che non era sufficiente
pensare di eliminare i grandi privilegi, cosa che puntualmente non accad­
de, occorreva innanzi tutto cancellare la selva di piccoli privilegi, e face­
va l’esempio di chi viaggiava gratuitamente o con tariffe ridotte in ferro­
via, ripristinare un’etica del lavoro e dello studio contro i fenomeni di
lassismo e di assenteismo.
M oralizzare la vita pubblica, si diceva, sull’onda dell’emozione su­
scitata dallo scandalo Lockheed che rivelava intrecci economici e politici
O l t r e il S essa n to tto 149

tra la compagnia aerospaziale americana e partiti di governo del nostro


paese.
L’azione di denuncia e di svelamento degli intrecci clientelari della
d c trovava uno dei suoi limiti proprio in quel partito che avrebbe dovuto

svolgere il ruolo di opposizione e che invece era attento ad accreditarsi


presso i democristiani come partito di governo.
Tante volte si protestò sulla carta senza andare oltre le parole di sde­
gno. Emblematico fu il caso del ministro democristiano Lattanzio, di cui
i comunisti chiesero le dimissioni in relazione alla fuga di Kappler dal­
l’Italia nel settembre 1977 . Ed effettivamente Lattanzio si dimise dal M i­
nistero della Difesa, ma per assumere due incarichi, quello di Ministro
dei Trasporti e della Marina mercantile.
Disastroso fu infine il modo di rapportarsi del p c i , ormai “partito di
lotta e di governo”, con la protesta che saliva dall’università e coinvolge­
va le nuove generazioni. Si fece di tutta l’erba un fascio, li si volle rap­
presentare come dei “movimenti confusi”, pervasi da “massimalismo ed
estremismo”, intolleranza “sterile e inconcludente ribellismo”, “squadri­
smo”, mossi da una “torbida trama eversiva”, nemici del sindacato, della
democrazia, dei partiti; così li definiva Paolo Bufalini intervenendo al cc
del p c i riunito il 14 marzo 1977 .
Non di meno, Berlinguer parlando a conclusione del festival de
«l’Unità» di Modena il 18 settembre 1977 coniava la definizione di “po­
veri untorelli”. Il risultato fu che si ripropose una frattura tra il p c i e le
nuove generazioni pochi anni dopo che si era faticosamente ricomposta
quella apertasi nel 1968 .
Nei confronti dei primi provvedimenti presi dal governo Andreotti il
p c i aveva espresso due tipi di critiche: la più conosciuta riguardava l’ini­

quità delle misure adottate, la seconda esprimeva dei dubbi sulla validità
dell’intera manovra nel timore che non fosse abbastanza rigorosa: c ’è il
rischio, si legge in una lettera della segreteria del partito, che i provvedi­
menti adottati

possano non risultare sufficienti | ... | ai fini del contenim ento e della ri­
duzione del tasso di inflazione, nonché della difesa del tasso di cam bio
della lira, e possano provocare [ ...] la crisi di num erose im prese6.

In un contesto economico sociale, considerato sull’orlo di una “deca­


denza irreversibile [...] verso il sottosviluppo”, come si legge su «l’Uni-
tà» del 18 giugno 1976 , la soluzione proposta consisteva in una politica
che favorisse il rilancio economico, lo sviluppo capitalistico, i profitti e
gli investimenti, con la speranza che la rimessa in moto del meccanismo

6. La lettera è riportata in G. C h ia r o m o n t e , Op. cit., p. 207.


150 D ieg o G ia c h e tti

dell’accumulazione determinasse un aumento dei posti di lavoro. La pro­


grammazione democratica dell’economia, parola e intenzione già emersa
ai tempi della nascita del centro-sinistra, aveva il compito, almeno sulla
carta, di conciliare il mantenimento del potere contrattuale e politico ac­
quisito dai lavoratori, con i profitti degli imprenditori; cosa praticamente
impossibile in quanto una delle due variabili doveva per forza essere su­
bordinata all’altra.
E quale delle due andasse sacrificata Giorgio Amendola e gli amen-
doliani non avevano dubbi: bisognava finanziare la riconversione delle
imprese, rilanciare i profitti, arrestare le rivendicazioni salariali per non
condizionare negativamente la ripresa e aumentare la produttività del la­
voro, ovvero lo sfruttamento della manodopera.
In tale quadro si collocava il discorso sui sacrifici che una classe ope­
raia seria e cosciente, pervasa di spirito nazionale e non corporativo, che
sapeva vedere e considerare gli interessi di tutti e non solo i propri, dove­
va sapersi accollare con decisione, cominciando a dare l’esempio in prima
persona. Sì quindi alla ridiscussione della struttura del salario, sì alla ri­
messa in discussione della scala mobile, sì all’aumento della produttività,
alla soppressione delle festività, alla lotta contro l’assenteismo attraverso
il ridimensionamento delle garanzie mutualistiche, sì alla mobilità del la­
voro.
In cambio di tutto questo il p c i prometteva che, grazie a esso e tramite
la sua rappresentanza politica, la classe operaia si stava “facendo Stato”,
entrava finalmente nei vertici del potere. Tanti sacrifici nella speranza
che la ripresa degli investimenti comportasse un aumento dei posti di la­
voro e contrastasse il dilagare della disoccupazione.
Così, in un crescendo di proclami e di inviti moralistici all’austerità e
ai sacrifici - purché fossero equamente distribuiti, cosa che puntualmente
non avvenne - in cambio di un futuro potere, che per ora stava ancora
ben saldo nelle mani dei borghesi e dei loro partiti, si avvaloravano le
misure economiche e sociali del governo Andreotti, fino alla scesa in
campo per convincere i lavoratori, sempre più diffidenti e ammutoliti, di
Enrico Berlinguer con i due discorsi agli intellettuali prima e poi agli
operai del 15 e del 30 gennaio 1977 nei quali ribadiva la validità della
politica di austerità, quale occasione per trasformare l’Italia.
Un anno dopo scendeva in campo anche Luciano Lama, segretario
della c g i l , affermando, in un’intervista comparsa su «la Repubblica» del
24 gennaio 1978, che il sindacato chiedeva ai lavoratori sacrifici sostan­
ziali: contenimento degli aumenti salariali, subordinazione di questi alla
produttività, al mercato interno e intemazionale, ai profitti di impresa, re­
visione del meccanismo della cassa integrazione, diritto a licenziare il
personale esuberante.
O ltre il S essa n to tt o 151

Alcuni giorni dopo, nella relazione introduttiva al cc del p c i , Berlin­


guer affermava che occorreva l’“impegno delle masse lavoratrici per rea­
lizzare l’aumento della produttività [...] attuare la mobilità [...] contenere
le rivendicazioni salariali” («l’Unità», 28 gennaio 1978). Erano le pre­
messe che si ponevano affinché tale linea trionfasse all’Assemblea dei
quadri e dei delegati sindacali che si svolse a Roma il 13-14 febbraio
1978 all’EUR. Nel documento conclusivo approvato dalla stragrande mag­
gioranza dei 1.500 presenti si indicavano alcuni criteri da seguire in futu­
ro per la politica salariale: responsabile contenimento delle rivendicazio­
ni salariali, scaglionamenti degli aumenti nel corso del triennio, ricerca
di soluzioni contrattuali che non incidessero direttamente sul costo del
lavoro.
Burocrati di vario livello, funzionari sindacali, delegati scelti fra
quelli più moderati, con criteri di elezione delle rappresentanze di fabbri­
ca scriteriati e certamente non proporzionali, componevano la grande
maggioranza dell’assise sindacale romana.
Lì non incontrarono difficoltà a far passare la loro linea, avevano
contro solo centoquindici delegati, ricorda Luciano Lama; diversa era la
situazione nelle fabbriche, dove “l’opposizione fu molto più diffusa”,
perché molti lavoratori “la consideravano una linea perdente”7 .

Crisi econom ica, ristrutturazione, decentram ento produttivo

La recessione generalizzata che investiva il sistema economico capi­


talistico negli anni 1973-’74 si faceva sentire anche in Italia determinan­
do un arresto della crescita, dello sviluppo e della produzione che si ri­
verberava immediatamente sui lavoratori col ricorso alla cassa integra­
zione la quale, sovente, era la premessa per la chiusura di alcune fabbri­
che che non reggevano più la concorrenza di mercato.
Indotta da questa crisi si sviluppava la tendenza a riorganizzare le at­
tività produttive in forma decentrata. Il decentramento era un modo per
smembrare unità lavorative prima concentrate, oppure diventava la stra­
tegia di sviluppo di una nuova produzione in un determinato settore con
relativa diminuzione della dimensione media dell’impresa. I settori prin­
cipalmente interessati dal decentramento produttivo erano il tessile, l’ab­
bigliamento e il metalmeccanico.
Per l’impresa esso diventava un modo per adattare il più possibile la
capacità produttiva a un insieme di fattori meno rigidi, flessibili, pronti a

7. L. L ama, Intervista sul mio partito, Bari, L aterza, 1987. p. 77.


152 D ie g o G ia c h e t t i

seguire le variazioni della richiesta di merci indotta da un mercato sem­


pre più imprevedibile, caratterizzato da repentine espansioni e contrazio­
ni.
La spinta al decentramento delle attività produttive era sostanzial­
mente motivata dal bisogno dell’impresa di trovare una flessibilità pro­
duttiva collegata alle fluttuazioni della domanda di mercato, scaricando i
costi e i rischi all’esterno attraverso l’uso proporzionale della forza lavo­
ro rispetto alle variazioni della domanda. Inoltre, il decentramento con­
sentiva di sperimentare innovazioni tecnologiche senza correre troppi ri­
schi e senza sottostare al controllo sindacale.
Nelle grandi imprese, infatti, in quegli anni era aumentato il costo del
lavoro e si registravano difficoltà a controllare la forza lavoro, a causa
della sua combattività, si era quindi ridotta la possibilità non solo di au­
mentare, ma di recuperare, i margini del saggio del profitto.
Da questo punto di vista il decentramento era una scelta politica della
direzione aziendale, rappresentava il tentativo di riprendere il controllo
sul costo del lavoro, ricreando anche un sistema di valori che esaltasse la
produttività e coinvolgesse gli operai in un processo di identificazione
con l’impresa.
La ricerca di una maggiore flessibilità, la necessità di approntare un
organigramma produttivo reversibile, aveva come conseguenza la forma­
zione di una domanda di lavoro precaria e fluttuante che poteva attingere
in alcuni settori di sovrappopolazione relativa che la crisi economica co­
minciava a produrre.
In generale, accanto al mercato del lavoro tradizionale, garantito dalle
regole fissate dallo Statuto dei lavoratori e protetto dai sindacati, se ne
formava uno parallelo dove alla manodopera era richiesto di essere fles­
sibile, di sapersi adattare cioè alle dimensioni, alla durata e periodicità
del lavoro. Questo tipo di lavoro, definito marginale, era caratterizzato
dalla occasionalità, dalla precarietà, dall’essere stagionale, a part time, a
domicilio, a cui si associavano la scarsità o l’assenza totale di garanzie
previdenziali e assicurative, pesanti ritmi di lavoro e di orario, assenza di
possibilità di carriera.
Eterogenee e con motivazioni diverse erano le persone che si colloca­
vano su questo mercato marginale del lavoro. Ricerche dell’epoca rivela­
no che, innanzi tutto, molte erano donne, le quali, dovendo mediare tra i
lavori da garantire in famiglia e la necessità di integrare il reddito, sce­
glievano appunto queste forme di lavoro meno strutturate e ben definite
di quello offerto dalle grandi fabbriche o dall’impiego statale.
Si tenga anche conto che le prime a pagare il peso della crisi e della
ristrutturazione, in termini di perdita del posto di lavoro, furono le donne.
O ltre il S e s sa n to tt o 153

Questa sovrappopolazione relativa femminile contribuiva a ingrossare le


fila dei lavoratori marginali.
U n’altra componente era rappresentata da quelli che svolgevano un
secondo lavoro e che, quindi, ben si adattavano, senza creare conflitti, ad
accettare questo tipo di lavoro non garantito, in nero e precario. Altri in­
fine erano giovani e studenti. Molti giovani erano costretti dal blocco
delle assunzioni nel pubblico impiego e nell'industria e rivolgersi a que­
sta domanda di lavoro. Essi, forse più di tutti gli altri soggetti, erano
quelli che manifestavano un rapporto conflittuale, che nasceva dall’espe­
rienza vissuta, della precarietà del lavoro, del super sfruttamento, della
scarsa retribuzione e della mancanza di garanzie. La loro condizione era
diversa da quella degli studenti i quali pur praticando forme di lavoro
precario e in nero, erano portati a considerarlo una fase comunque transi­
toria della loro vita lavorativa.
Alcuni, infine, vedevano in questa forma di lavoro, un modo per la­
vorare meno, in quanto poteva essere gestito e controllato dalla persona,
che non intendeva svendere una parte del proprio tempo di vita nelle otto
ore giornaliere. Per questi soggetti la prestazione lavorativa diventava un
dato occasionale, non più il fondamento della propria esistenza:

invece di premere e lottare per assicurasi il posto fisso in fabbrica o in


ufficio, vennero privilegiate le sperim entazioni sulle forme possibili al­
ternative al procacciam ento del reddito. Per questi soggetti la m obilità
del rapporto con il lavoro divenne da forma imposta, scelta consapevole
e privilegiata rispetto al lavoro garantito8.

La crisi economica, la fine del ciclo espansivo del capitalismo italia­


no, l’aumento della disoccupazione, la comparsa di un settore marginale
nel mercato del lavoro ponevano alcune premesse per una differenziazio­
ne tra le classi subordinate e accreditavano sempre più l’idea che esistes­
sero ormai due società, quella dei garantiti e quella dei non garantiti.
La borghesia in quel dato momento non era in grado di offrire alle
nuove generazioni reali prospettive di inserimento nel tradizionale tessu­
to produttivo garantendo loro il soddisfacimento dei bisogni essenziali.
Ma non era neppure in grado di stabilire un patto duraturo con i lavorato­
ri cosiddetti garantiti, premessa indispensabile per il formarsi della leni­
niana aristocrazia operaia; infatti, proprio nel 1977, emergeva tutta la fra­
gilità delle garanzie che tutelavano i cosiddetti lavoratori della prima so­
cietà. Cominciava proprio in quell’anno sia il processo di sfoltimento de­
gli operai esuberanti nelle grandi imprese sia quello che poneva le pre­
messe per lo smantellamento graduale della scala mobile.

8. N. B a l e s t r in i, P. M o r o n i, Op. cit., p. 311.


154 D ie g o G ia c h e t t i

Dopo il 20 giugno 1976: la crisi della “triplice”

Nella prima metà degli anni Settanta nella galassia delle organizza­
zioni della nuova sinistra ne emergevano tre con un impianto nazionale e
un certo radicamento sociale tra gli studenti e gli operai delle grandi fab­
briche. Si trattava di Lotta Continua, Avanguardia Operaia e il Partito di
Unità Proletaria per il c o m u n i S m o .
Altre formazioni conoscevano una vera e propria crisi, come nel caso
di Potere Operaio, oppure non riuscivano a svilupparsi nazionalmente,
pur mantenendo un solido impianti in alcune città, era il caso ad esempio
del milanese M ovimento Lavoratori per il Socialismo.
In questo periodo l ’asse portante del lavoro politico delle tre organiz­
zazioni principali era dato dall’esigenza di formare il partito rivoluziona­
rio. In concorrenza fra loro, esse sapevano però anche sviluppare mo­
menti di unità d ’azione, di qui il termine “triplice” che indicava la pre­
senza di convergenze tattiche e la capacità di indire manifestazioni comuni.
Nonostante le discussioni interne, che a volte sfociavano in vere e
proprie polemiche che causavano un non indifferente turn over, nella
base ma anche nei quadri intermedi e in qualche quadro di direzione,
queste tre formazioni politiche non solo sopravvivevano, ma per tutto un
periodo crescevano e si estendevano grazie all’ininterrotto succedersi di
nuovi movimenti di lotta che irrompevano sulla scena politica italiana.
Questo modello di accumulazione di militanti e di presenza politica
nel vivo dei movimenti si incrinava quando la situazione cessava di pro­
durre l’ascesa continua di strati oppressi, sfruttati ed emarginati sulla
scena politica e sociale, quando il movimento degli studenti, che rappre­
sentava il settore di base e di arruolamento principale, entrava in crisi e
smetteva di produrre militanza politica, quando, infine, irrompeva un
nuovo movimento che in nessun modo intendeva giocare il ruolo di
rianimatore passivo delle organizzazioni politiche, né intendeva essere
strumentalizzato, cioè il movimento delle donne.
A questi elementi di crisi la “triplice” rispondeva tentando una preca­
ria e contorta ricomposizione su un terreno difficilissimo come quello
elettorale. Approssimandosi la data delle elezioni politiche anticipate
del 20 giugno 1976, spinti da una ricerca spasmodica dell’unità elettorale
da parte di settori cospicui di base delle tre organizzazioni, fiorivano le
illusioni sul milione e mezzo di voti a Democrazia Proletaria, sul 51%
dei voti alla sinistra e sul crollo elettorale della d c con relativo supera­
mento da parte del p c i .
Dopo una faticosa e lunga trattativa, finalmente Lotta Continua, che
l ’anno precedente aveva criticato la presentazione alle elezioni del pdup e
di Avanguardia Operaia nel cartello di Democrazia Proletaria, veniva in­
O lt r e il S essa n to tt o 155

elusa nelle liste di d p grazie alla mediazione di Avanguardia Operaia e di


un pezzo del pdup (Foa e Miniati), contro il parere della componente ex
Manifesto (Magri, Rossanda, Castellina).
Fra le principali componenti di d p (al cartello avevano aderito anche
la Quarta Internazionale, il Movimento Lavoratori per il Socialismo, la
Lega dei Comunisti e altre formazioni minori) l’unità era comunque
meno che apparente: mentre il pdup puntava su un risultato elettorale che
permettesse all’estrema sinistra di condizionare il p c i, Lotta Continua si
proponeva la gestione proletaria del 51% dei voti alla sinistra e Avan­
guardia Operaia, più che al risultato elettorale', sembrava guardare al ruo­
lo di cerniera che poteva giocare tra gli altri due, guadagnando credibilità
al suo progetto di ricomposizione dell’area della sinistra rivoluzionaria.
Un programma comune era impossibile, il cartello elettorale apparve
sovente in tutta la sua strumentalità: campagne elettorali separate, batti­
becchi pubblici fra esponenti dei vari partiti, divisione minuta degli spazi
televisivi fra i leader delle tre componenti. Erano tutti elementi che con­
tribuirono ad allontanare d p dal mitico risultato del milione e mezzo di voti.
Grande fu quindi la delusione quando d p ottenne solo 550 mila voti,
pari all’ 1,5%; dei tre quorum dati per certi a Torino, M ilano e Napoli, ne
conquistava uno solo a Milano. Dei dieci deputati ipotizzati ne risultava­
no eletti solo sei e la certezza di conquistare un senatore in Lombardia
era frustrata. Una delusione accresciuta da altri due elementi: le sinistre
non ottenevano il 51% dei consensi, la d c recuperava, guadagnando tre
punti in percentuale e attestandosi al 38,7% dei voti. Quello in cui si era
sperato non era accaduto.
Paradossalmente, per i militanti di organizzazioni che si volevano ri­
voluzionarie e che avevano spesso e volentieri criticato la relativa impor­
tanza del momento elettorale nel contesto della lotta fra le classi sociali,
era proprio la delusione riportata alle elezioni che contribuiva a scatenare
un processo interiore di crisi e di rim essa in discussione del proprio ope­
rato e agire politico.
Per un’intera area di compagni il risultato elettorale era lo spunto per
scoprire la realtà concreta, per confrontarsi con una dinamica sociale e
politica diversa da quella che si erano immaginati. In quegli anni infatti,
accanto alle formazioni politiche della nuova sinistra, era emersa una
vera e propria area sociale e relazionale dentro la quale era possibile vi­
vere in modo alternativo alla società normale, pagando però il prezzo di
una distorsione nella comprensione della dinamica reale della situazione
italiana.
A M ilano, ad esempio, un giovane poteva:

a) lavorare nella vendita di abiti usati per l ’organizzazione traendo una


percentuale per il proprio sostentam ento; b) informarsi attraverso il prò­
15 6 D ieg o G ia ch etti

prio giornale e la propria radio; c) amoreggiare con militanti d e ll’orga­


nizzazione; d) abitare in com uni con i com pagni nelle case occupate; e)
divertirsi nelle feste popolari durante le cam pagne politiche o di finan­
ziam ento; f) avere centri di vita associativa in locali reperiti durante le
occupazioni; g) soddisfare il bisogno di spettacoli teatrali o di concerti
con Dario Fo e con i com plessi m usicali di sinistra9.

Lo scossone del dopo 20 giugno non sempre favoriva una riflessione


razionale sul perché di quel risultato e su come attrezzarsi nella nuova si­
tuazione che si era creata; prevalevano spesso spinte emotive, voglia di
liquidare completamente esperienze e storie di militanza faticosamente
costruite negli anni precedenti.
Soprattutto in Lotta Continua il dibattito assumeva ben presto i toni
tipici di un processo di catarsi finale. Nonostante alcuni interessanti e ra­
gionevoli tentativi di discutere bene e a fondo, prevaleva al suo interno
l’intenzione e la voglia di cogliere la presunta svolta epocale, di “spara­
re” contro tutto e tutti, evitando accuratamente di fare i conti con la pro­
pria storia, esperienza e realtà circostante.
Concepita e costruita come “contenitore” di movimenti, bisogni, aspi­
razioni e ideologie diverse tra loro, uniti solo dall’idea che nel breve pe­
riodo profonde trasformazioni rivoluzionarie si sarebbero innescate nel
nostro paese e che, in tale prospettiva, Lotta Continua fosse lo strumento
più idoneo per navigare in quelle acque turbolente, ora che la prospettiva
pareva sfaldarsi, rimandarsi nel tempo, si manifestava una crisi di identi­
ficazione con l’organizzazione.
Q uest’ultima era concepita dai più come uno strumento difficilmente
utilizzabile nel nuovo contesto che si vedevano di fronte, se mai occorre­
va ritornare al movimento, purificarsi in esso. Molti ex militanti di que­
sta organizzazione, che si sciolse di fatto, senza dirlo esplicitamente, al
Congresso di Rimini del novembre 1976, vissero la comparsa del m ovi­
mento del ’77 come una liberazione dalle vecchie strutture organizzative
e burocratiche dentro le quali si sentivano imprigionati.
Diverso fu invece il percorso intrapreso dalle altre due organizzazioni
che avevano dato vita a d p . Meno legate all’immanenza del movimento
del ’68 e a quello delle lotte operaie del ’69, vissute da altri come l’aper­
tura di un processo rivoluzionario a breve termine, più radicate nella sto­
ria del movimento operaio e quindi più portate a percepire il proprio per­
corso dentro una prospettiva storica di non breve durata, pur recependo
la delusione per i dati elettorali del 20 giugno, approntavano anche ele­
menti di analisi interessanti e ragionevoli.

9. S. C o r v is ie r i , II mio viaggio nella sinistra, M ilano, Libri dell’Espresso, 1979, pp.


121 - 22 .
O lt r e il S essa n to tt o 157

Il risultato di d p era mediocre, ma non era da disprezzare in toto. Esso


era la risultante, non tanto di analisi politiche sbagliate, quanto dell’inca­
pacità dei partiti della nuova sinistra di tradurle in pratiche politiche coe­
renti e comprensibili ai lavoratori. Il dato metteva soprattutto in luce
l’inadeguatezza della forma organizzativa e della cultura politica della
nuova sinistra, la sua incapacità progettuale, occorreva quindi proseguire
sulla via del confronto tra le organizzazioni per superare vecchie divisio­
ni, consolidando il progetto unitario di Democrazia Proletaria intesa
come il nuovo strumento organizzativo con il quale la nuova sinistra de­
gli anni Settanta intendeva servirsi per fare politica nella nuova situazio­
ne che si apriva dopo le elezioni.
In questo senso, furono soprattutto queste due organizzazioni a pro­
durre uno sforzo per mantenere in vita, anche dopo le elezioni, i collettivi
di Democrazia Proletaria, che univano compagni di varia provenienza
politica e che erano sorti per condurre la campagna elettorale. Si sperava
in questo modo di immettere dal basso uno stimolo alla rifondazione del­
la nuova sinistra che incidesse direttamente sui gruppi dirigenti.
Il progetto falliva nel giro di pochi mesi sia a causa della crisi che in­
vestiva Lotta Continua e sia perché il progettato confronto per l’unifica­
zione tra Avanguardia Operaia e pdup si traduceva in uno scontro vivace e
polemico, con la nascita all’interno delle due organizzazioni di correnti
di maggioranza e di minoranza portatrici di progetti diversi.
Così, mentre nelle università italiane muoveva i suoi primi passi il
movimento del ’77 le due organizzazioni erano impegnate in un confron­
to politico che riempiva pagine e pagine dei loro giornali e assorbiva le
energie dei militanti, molti dei quali, smarriti e confusi si ritiravano nel
privato o aderivano al movimento portandovi però una certa nota di delu­
sione e di tristezza.

Lo sviluppo dell’area deU’autonomia

Negli anni tra il 1975 e il 1976 l’area dell’autonomia conosceva uno


sviluppo sorprendente alimentandosi della crisi dei gruppi della nuova si­
nistra e dei “nuovi soggetti sociali emergenti”, termine con il quale si de­
signava quello strato giovanile fatto di studenti, precari, lavoratori in
nero, giovani dei quartieri periferici delle città. Di fronte alla crisi di pro­
spettiva e di progettualità politica delle principali organizzazioni della
nuova sinistra, l ’area dell’autonomia presentava invece una vivacità di
elaborazione e di analisi teorica che la rendevano più forte e ideologica­
mente più attrezzata a interpretare e a collocarsi nella nuova fase politica
che si stava aprendo.
15 8 D ieg o G ia ch etti

Dal punto di vista della produzione ideologica l’identità dell’autono­


mia operaia

ruota attorno all’idea-forza del “rifiuto del lavoro”. N on è soltanto un’i­


d eologia d e ll’em ancipazione, ma un m odo di lettura della società capita­
listica, dei suoi protagonisti, del m odo di distribuzione del potere in essa,
della dinamica del suo sviluppo e della sua fine, che costituisce lo sch e­
ma di orientam ento e il tessuto connettivo.
Su questa base è definibile la continuità che corre tra la conflittualità sel­
vaggia del ’68 e i com itati operai di base (che sono larga parte d e ll’a­
scendenza com une di Potere Operaio e Lotta Continua), le lotte sociali e
la resistenza alla ristrutturazione [ ...] e le tematiche dei nuovi bisogni e
d e ll’operaio sociale che esploderanno tra il ’76 e il '7 7 10.

La crisi che aveva investito il ciclo capitalistico di produzione rende­


va meno efficace l’arma dello sciopero, strumento utilissimo quando il
padrone aveva bisogno della massima produttività, ma che perdeva di va­
lidità e incisività quando, restringendosi i mercati, era il proprietario
stesso che mirava a ridurre la produzione. Stante questa nuova situazione
occorreva passare da un’organizzazione modellata negli anni precedenti
sul conflitto in fabbrica, a una nuova di tipo territoriale.
Si riteneva che sul territorio sarebbero nati i nuovi conflitti e che lì occor­
resse organizzare i proletari attorno a obiettivi sociali: autoriduzione del­
le tariffe, occupazione delle case, diminuzione del costo dell’affitto. La
controparte non era più il singolo padrone, diventava lo Stato inteso sia
come macchina repressiva sia come volano dell’organizzazione sociale.
Parallelamente era mutata la stessa figura dello studente universitario.
Si ridimensionava la figura dello studente a tempo pieno, quello che ave­
va fatto le lotte nel ’68 e che dava priorità agli obiettivi interni all’uni­
versità: lotta alla selezione, antiautoritarismo. Emergeva la figura di uno
studente che frequentava poco, il suo rapporto con l’università si riduce­
va spesso al pagamento delle tasse e al momento in cui si presentava per
dare l ’esame. Questo studente viveva quindi non le contraddizioni deri­
vanti dalla vita universitaria, ma quelle esterne a essa: mancanza di lavo­
ro, difficoltà a reperire un alloggio, pendolarismo. Anche in questo caso
doveva affermarsi un tipo di organizzazione territoriale che privilegiasse
rivendicazioni sociali: mense, posti alloggio nei collegi universitari ac­
cessibili per tutti, presalario, diminuzione delle tasse d ’iscrizione.

10. L. C a s t e l l a n o , introduzione al libro Autonomia Operaia, Savelli, Rom a, 1980, p.


8. Sul rapporto tra m ovim ento del ’77 e lotte operaie autonom e cfr. M. S c a v in o , Operai
nel labirinto. Le avanguardie di fabbrica e il movimento del ’77, «Per il Sessantotto»,
n.11-12, 1997.
O l t r e il S essa n to tto 159

Non senza ragione ci fu chi all’epoca sottolineò che gli autonomi si


presentavano, per molti aspetti, come gli eredi del ’6 8 11. Il loro giudizio
sul sindacato, considerato come istituzione completamente integrata nel­
lo Stato borghese, in quanto si limitava a contrattare il valore della forza
lavoro, riecheggiava l’eco di discussioni che avevano caratterizzato le as­
semblee e i documenti prodotti dal movimento studentesco.
Stessa continuità la si poteva riscontrare per quanto riguardava la te­
matica dello Stato autoritario, dove il dominio della politica e dei partiti
politici, strettamente legati agli apparati economici e burocratici, stava
per liquidare ogni sfera di libertà individuale e democratica ancora pre­
sente nella società civile. In un contesto come quello che si delineava
con l’accordo di governo tra il p c i e la d c , dopo i risultati elettorali del 2 0
giugno 1976, l’area dell’autonomia cominciò a parlare di germanizzazio­
ne, di controllo totale della società da parte del sistema dei partiti, di ne­
gazione di ogni spazio di opposizione e di critica.
Il p c i venne considerato alla pari della socialdemocrazia tedesca, un
soggetto politico più pericoloso ancora dei tradizionali partiti borghesi
italiani. Le stesse formazioni della nuova sinistra erano criticate perché
volevano riproporre modelli organizzativi e linee politiche giudicate vec­
chie e superate dagli eventi.
Non è facile ricostruire la storia di quest’area politica, fatta di rotture,
ricomposizioni, nascita di collettivi e riviste; si consideri che tra i| 1976 e
il 1977 nascevano 69 nuove testate con una tiratura complessiva di 300
mila copie, di cui 288 mila vendute, stampate in nove regioni diverse
d ’Italia, nelle città, ma anche in zone periferiche e di provincia12.
La storia dell’autonomia appare infatti priva di un centro, si presenta
piuttosto come un insieme variegato di esperienze di lotta che spaziavano
dalle assemblee autonome che sorgevano nelle principali fabbriche italia­
ne ai circoli del proletariato giovanile, il tutto caratterizzato da una rete
organizzativa molto fluida che si intrecciava e si ridisfaceva in continua­
zione intersecandosi in percorsi che portavano all’incontro tra i vari col­
lettivi senza mai produrre sedimentazioni stabili di aggregati politici na­
zionali.

11. F. M i s t r e t t a , Gli autonomi alla prova del fuoco , «Praxis», n. 13, m arzo 1977.
12. Per questi dati cfr. N. B a l e s t r i n i , P. M o r o n i , Op. cit., p. 345. S ull’area d e ll'a u to ­
nom ia operaia si vedano anzitutto i due volum i antologici, 11 diritto all'odio, a cura di G.
M a r t ig n o n i , S. M o r a n d in i , Verona, B ertani, 1977 e Autonomia Operaia, cit. Per una rico­
struzione dei principali avvenim enti che interessarono quest’area politica cfr. il capitolo
Sulle ceneri dei gruppi: l ’autonomia, in F. O t t a v ia n o , Op. cit.’, le voci relative contenute
nel libro 11 Sessantotto, la stagione..., cit., e in R. B o r g o g n o , Dai gruppi a ll’autonomia,
«Per il Sessantotto», n. 11-12, 1997.
160 D ieg o G ia chetti

Nei primi anni Settanta, una serie di scomposizioni e ricomposizioni


ridisegnavano la mappa politica e culturale dei gruppi e delle esperienze
di lotta che non si riconoscevano in nessuna delle organizzazioni mag­
gioritarie della “triplice”.
Nel maggio del 1973 un cartello di organismi autonomi di base, spar­
si un p o ’ in tutta Italia, dall’Alfa Romeo, alla Pirelli, alla Sit-Siemens,
alla Fiat, a Porto Marghera, all’Enel, al Policlinico di Roma, dava vita a
un Coordinamento delle assemblee e dei comitati autonomi pubblicando
un apposito «Bollettino degli organismi autonomi operai». Contem pora­
neamente la crisi e la divisione di Potere Operaio, dopo il congresso di
Rosolina nel 1973, la decisione del Gruppo Gramsci di Milano di scio­
gliersi e l’uscita di alcuni compagni milanesi da Lotta Continua nel 1975,
ridisegnavano la trama di quella che sarebbe stata negli anni successivi
l’area dell’autonomia.
Gli ex lottacontinuisti di Sesto San Giovanni, assieme a quella parte
di Potere Operaio che non aveva accettato l’ipotesi di scioglimento e di
confluenza nell’area dell’autonomia, davano vita ai Comitati Comunisti
per il potere operaio, meglio conosciuti dal nome del loro giornale «Sen­
za Tregua», affiancato dalla rivista teorica «Linea di condotta« di cui
uscì un solo numero.
A Milano attorno a Oreste Scalzone nascevano i Comitati Comunisti
Rivoluzionari, mentre Antonio Negri, assieme a quelli dell’ex Gruppo
Gramsci formavano una nuova aggregazione che si riconosceva nel pro­
getto politico del giornale «Rosso». Il collettivo romano di Via dei Vol-
sci, dopo essersi avvicinato a questa aggregazione, si distaccava co­
struendosi un proprio originale percorso dentro l’area dell’autonomia.
Nel contempo, gli ex militanti bolognesi di Potere Operaio (Franco
Berardi “Bifo” e M aurizio Torrealta) davano vita a una nuova aggrega­
zione attorno a Radio Alice e alla rivista «A/Traverso».
La frantumazione dei percorsi era anche la risultante di sedimentazio­
ni di culture politiche degli anni precedenti. N ell'Italia Settentrionale era
forte l’influsso delle teorizzazioni operaiste e di Potere Operaio. L’elabo­
razione teorica andava ricostituendosi attorno alla categoria di operaio
sociale, cercando di coniugare la struttura organizzativa con lo sponta­
neismo dei movimenti. I bolognesi si distinguevano invece per la loro vi­
vacità culturale e per l’adesione pressoché totale alle tematiche movi-
mentiste, intersecandosi con l’ala creativa del movimento del ’77. I ro­
mani di Via dei Volsci si orientavano invece verso una struttura più rigida
e militante con una cultura politica che riprendeva alcuni aspetti del filo­
ne leninista-maoista.
Questa disomogeneità culturale e politica si riflette ancora oggi in let­
ture opposte dell’evento ’77, che sono emblematicamente sintetizzate in
O lt r e il S e s sa n to tt o 161

due libri13 pubblicati in occasione del ventennale ed entrambi tesi a smi­


nuire il “peso” e il ruolo degli autonomi romani, oppure quello degli ex
“potoppisti” del Nord raccolti all’epoca attorno alle riviste «Rosso» e
«Metropoli».

II movimento come liberazione dalla forma partito

Molti compagni, provenienti da precedenti esperienze politiche fatte


nei gruppi della nuova sinistra, vissero la partecipazione al movimento
che si sviluppava nelle università già sul finire del 1976 come una libera­
zione da un modo di fare politica che sentivano sempre più opprimente.
La partecipazione al movimento si tradusse ben presto in una presa di co­
scienza circa l’opportunità di rivedere e di riformulare le categorie di im ­
pegno e di militanza politica, soprattutto intese come adesione a un pro­
getto collettivo costruito in forma partito.
Il movimento fu un punto di riferimento per i compagni che erano
usciti dalle organizzazioni rivoluzionarie manifestando il loro malumore
contro una certa “concezione della militanza e dell’attività politica”, so­
steneva per esempio Diego Benacchi, giovane studente della facoltà di
Giurisprudenza di Bologna, che si lasciava alle spalle otto anni di m ili­
tanza in Lotta Continua14. Si trattava di ritornare a quella concezione del
movimento come critica della separazione tra momento politico, econo­
mico e personale messa in luce dal ’68 e smantellata dal processo succes­
sivo di politicizzazione che aveva portato alla “separazione della politica
dalla società civile, e quindi dalla nostra vita, dai nostri bisogni”, soste­
neva Gianni Paonessa, studente di sociologia a Napoli, con una prece­
dente esperienza politica nel gruppo del Manifesto; secondo lui lo sche­
ma leninista del partito era entrato ormai definitivamente in crisi, sosti­
tuito, perlomeno in Occidente, dal movimento, inteso come una serie di
aggregazioni spontanee di soggetti che non avevano “più bisogno di una
mediazione esterna” che riuscivano “essi stessi a proporre la linea” 15.
Su questo terreno settori della cosiddetta autonomia operaia avevano
elaborato, già prima dell’esplosione del movimento, idee e pratiche poli-

13. Il prim o, curato dalla redazione della rivista «Derive e A pprodi», Settantasette. Im
rivoluzione che viene, Roma, Castelvecchi, 1997, è una raccolta di riflessioni sul '77 com ­
binata con m ateriali antologici d ell’epoca. Il secondo, Una sparatoria tranquilla. Per una
storia orale del ’77, Rom a, Odradek, 1997, è principalm ente una raccolta di m em orie di
m ilitanti d ell’autonom ia rom ana.
14. a a . v v ., I non garantiti. Il movimento del '77 nelle università, Rom a, Savelli, 1977,
p. 117.
15. Ivi, pp. 120, 124.
162 D ieg o G ia ch e tti

tiche che in qualche modo avevano ereditato dalle lotte del ’68 e del ’69.
Quelle lotte, infatti, avevano criticato la separazione, accettata dai partiti
e dai sindacati del movimento operaio, tra lotte economiche e politiche;
esse avevano espresso la necessità di costruire delle strutture organizzati­
ve nuove e trasversali, che fossero una sintesi e un superamento delle tra­
dizionali forme partitiche e sindacali. Erano sorti infatti i c u b , le assem ­
blee di fabbrica, i comitati di lotta, che combinavano al loro interno la
battaglia sindacale con quella politica, senza accettare o pensare a stru­
menti esterni di mediazione.
Soprattutto l’area che negli anni seguenti faceva riferimento all’auto­
nomia operaia aveva mantenuto viva questa prospettiva, ponendosi il
problema dell’organizzazione come strumento che nasceva dai bisogni
emergenti, dai movimenti di base: comitati popolari, comitati politici, co­
mitati di quartiere. Sul giornale dell’autonomia operaia romana, «Rivolta
di classe», dell’ottobre 1976, i comitati che si costruivano sull’onda di
specifiche lotte erano interpretati come gli istituti attraverso i quali “vive
la democrazia diretta e si estende il cosiddetto potere dal basso” ; su
«Rosso» dell’aprile 1976 si scriveva che la nuova forma organizzativa
doveva essere orizzontale, “di tipo consiliare e diffusa”.
La crisi dei partiti della “triplice” e del loro modello organizzativo
era, secondo gli autonomi, l’ennesim a conferma della necessità di cerca­
re forme nuove di strutturazione delle esigenze e dei bisogni degli strati
oppressi. Una nuova domanda di riformulazione politica e strategica del­
l’organizzazione stava maturando in Italia, bisognava avere il coraggio di
liquidare “una volta per tutte quelle direzioni legate a condizioni di pote­
re gerarchico” e affermare con decisione che:

l ’unica organizzazione in grado di attaccare l ’esistente è da ricercarsi


nella trasform azione dei rapporti e dei ruoli interpersonali, nella lettura
della rivoluzione permanente che investe il quotidiano, che penetra il
v issu to16.

Ne discendeva la riproposizione di un progetto politico del tutto coe­


rente e in continuità con quel filone culturale detto dell’operaismo. Alle
manovre capitalistiche per uscire dalla fase recessiva che stava coinvol­
gendo anche l’Italia (inflazione, compressione dei salari, disoccupazione)
l’autonomia opponeva il salario garantito mediante la riappropriazione
del valore d ’uso delle merci che in pratica voleva dire occupazione delle
case, spesa politica, autoriduzione dei prezzi e .delle bollette. In questa
prospettiva i quartieri popolari venivano visti, sul modello del “prendia­
moci la città” di Lotta Continua, come basi rosse in cui i proletari si or­

lò. G. M a rtig n o n i, S. M o ra n d in i, Op. cit., p. 24.


O ltre il S e s s a n to tto 163

ganizzavano in strutture di base al fine di coordinare e gestire l’occupa­


zione delle case, le autoriduzioni, i centri del proletariato giovanile, le
ronde proletarie che dovevano ripulire il quartiere dagli spacciatori, col­
pire le sedi del lavoro nero, difenderlo dalla repressione, fino all’ipotesi
di assumere il compito di tassare le persone più abbienti destinando il ri­
cavato a spese sociali a vantaggio degli abitanti della zona.
Si volevano creare situazioni di vero e proprio contropotere dentro la
società capitalistica, zone, quartieri, città, liberate dai rapporti di produ­
zione dominanti e mercantili, destinate a scontrarsi per tutto un periodo
storico con il sistema borghese; una situazione “in cui il capitale conti­
nuerà ad esistere, ed il comuniSmo degli operai ribelli si organizzerà
come liberazione del tempo libero” 17.
Riappropriazione quindi dei tempi di vita, liberazione dal lavoro e
non del lavoro, autodeterminazione del soggetto al di fuori “della sua re­
lazioni col sistema dell’economia e della politica”, perché, finalmente,
diventava possibile ridefinire la classe, non più come figura socio-pro-
duttiva, ma come progetto

di ricom posizione di un sistem a di unità desideranti, piccoli gruppi in


m oltiplicazione, m ovim enti di liberazione, uniti nella liberazione del
tem po di lavoro18.

La politica intesa come luogo della mediazione non apparteneva più


al movimento, e quindi neanche il concetto di organizzazione intesa
come riproduzione speculare della macchina statale. La ricerca della li­
berazione degli individui e del comuniSmo dovevano percorrere strade
diverse da quelle tentate fino ad allora.
La classe operaia - scrivevano sul giornale dell’autonomia bolognese
«A/Traverso» del marzo 1976 - aveva condotto sul terreno politico gran­
di battaglie (comune di Parigi, rivoluzione d ’ottobre, maggio francese)
ma il risultato era stato sempre la ricostruzione del dominio borghese.

I Circoli del Proletariato Giovanile e il corpo come soggetto politico

I Circoli del Proletariato Giovanile nascevano nel tentativo di conci­


liare la “gioia di vivere e la milizia rivoluzionaria”, secondo la bella
espressione di Silverio Corvisieri, all’epoca dirigente di Avanguardia
Operaia e direttore del «Quotidiano dei lavoratori», giornale sul quale
uscì un suo articolo che segnalava appunto l’emergere, fra i militanti po­

17. Fine della politica, «A /traverso», m arzo 1976.


18. Ibidem.
164 D ieg o G ia c h e tti

litici della nuova sinistra, di una contraddizione sempre più inconciliabile


tra

l ’esigen za di amare e di godere la vita [ ...] e l ’im pulso a lottare, accet­


tando disciplina e sacrifici per m odificare i rapporti tra gli uom ini19.

Sorti spontaneamente sul finire del 1975 a Milano, in breve tempo di­
ventarono un cinquantina, coinvolgendo nelle loro attività circa 7 mila
giovani. Organizzavano concerti, proiezioni cinematografiche, laboratori
di fotografia e di musica, momenti di discussione, centri di documenta­
zione, lezioni di yoga, consultori per la tossicodipendenza. Contem pora­
neamente l’esperienza si diffondeva nelle altre principali città dell’Italia
settentrionale coinvolgendo soprattutto giovani e giovanissimi studenti o
lavoratori precari e disoccupati.
Molti provenivano da esperienze di militanza nelle organizzazioni
della nuova sinistra e la loro aggregazione al circolo era il sintomo più
evidente della cosiddetta crisi della militanza; altri invece erano giovani
non organizzati e, sovente, scarsamente politicizzati, attratti dal bisogno
di stare assieme, di divertirsi, di sfuggire all’anomia della vita di quartie­
re, tipica delle grandi città.
Cercavano situazioni comunitarie in cui vivere le proprie esperienze,
costituivano piccoli gruppi di lavoro e di ricerca, si trovavano per “fare
qualcosa assieme” e in modo alternativo. Da queste forme elementari di
organizzazione si passava all’occupazione delle case e alla creazione dei
Circoli.
Molto interessati alla riflessione sul proprio vissuto, alla com prensio­
ne della propria condizione personale, manifestavano un progressivo di­
sinteresse per le organizzazioni politiche della nuova sinistra; queste ulti­
me, che negli anni precedenti avevano arruolato militanti proprio fra le
giovani generazioni, ora riscontravano un calo di interesse.
Chi aveva provato a impegnarsi nella militanza politica nei gruppi
della nuova sinistra non sempre era riuscito a collocarsi al suo interno.
Anche quando era entrato a far parte dell’organizzazione, non sempre
aveva trovato una situazione esistenziale corrispondente ai suoi interessi
e alle sue aspettative. Viveva cioè la sua partecipazione alla vita politica
del partito come un qualcosa di sempre più estraneo; si sentiva ospite in
casa d ’altri, come se vivesse una situazione che non aveva creato lui, ma
altri per lui, ovvero il partito.
Delusi dal vecchio modo di fare politica che riscontravano nei partiti,
dove si riaffermava la figura del politico di professione e l’organizzazio­

19. S. C o r v is ie r i , Gioia di vivere e lotta di classe, «Quotidiano dei lavoratori», 27 set­


tem bre 1975.
O lt r e il S essa n to tt o 165

ne appariva una macchina burocratica, convinti che gli aspetti migliori


del ’68 - come la critica alle istituzioni e la ricerca di rapporti personali
diversi e di una migliore qualità della vita - fossero stati abbandonati a
vantaggio dei tradizionali obiettivi politici, comprendevano che non era
possibile conciliare la militanza con l’esigenza di cambiare, magari solo
in parte, ma subito, la vita quotidiana e le relazioni interpersonali, dando
loro un senso diverso, alternativo, senza rimandare il tutto alla m essiani­
ca realizzazione del comuniSmo.
Ne discendeva una critica al modo di fare politica e una riaffermazio­
ne del personale, del vissuto come primo aspetto della “politicità”, come
momento imprescindibile da cui partire per riprendere a “fare politica in
modo nuovo”. Era l’espressione di un disagio e di esigenze già segnalate
dal movimento femminista e che ora trovavano nuovi interlocutori:

erano i com pagni m aschi a esplodere su contraddizioni che solo le don­


ne, fino a quel m om ento, erano riuscite a rendere dirompenti20.

L’appello del movimento delle donne a discutere di se stessi, ad ana­


lizzarsi, a interessarsi dei propri problemi personali quali la famiglia, il
sesso, l ’autonomia individuale, il rapporto con il proprio corpo e con gli
altri, la politica intesa non come contenuti ma come problema personale
di impegno, la droga21, non poteva trovare orecchie più ricettive.
Si determinavano nuovi processi di aggregazione e di socializzazione
che avvenivano al di fuori dei luoghi di produzione, dei partiti, dei sinda­
cati, delle parrocchie, che coinvolgevano quello che all’epoca con un ter­
mine sociologicamente discutibile si definì “proletariato giovanile” inte­
so da alcuni come:

la sintesi del nuovo m odo di m anifestarsi del proletariato [che] percorre i


luoghi dissacrati dal fem m inism o: autocoscienza, sessualità, nuove m o­
dalità di agregament [sic]; ricuce, nella disgregazione sociale, l ’ipotesi di
una diversa organizzazione di classe [ ...] , critica e rifiuto della m ilitanza
e del partito intesa com e negazione della d ivisione idealistica-volontari-
stica fra m om ento di trasform azione materiale/culturale e attività del
soggetto22.

La stessa tematica del rifiuto del lavoro, vecchia parola d ’ordine del
filone operaista del nostro paese, veniva ripresa in un’accezione che

20. a a . v v ., 1 non garantiti..., cit., p. 64.


21. Si vedano in m erito gli interventi al C onvegno dei C ircoli del P roletariato G iova­
nile (M ilano, dicem bre 1976), pubblicati in appendice a G. M a r t ig n o n i , S. M o r a n d in i ,
Op. cit.
22. Ivi, p. 73.
16 6 D ieg o G ia ch e tti

sempre meno si ammantava di motivazioni ideologiche, il socialismo, la


rivoluzione, caricandosi di un significato esistenziale, in quanto si senti­
va che c ’era un corpo “che non poteva più essere costretto a un tempo
imposto dall’esterno”23.
M omenti di aggregazione nazionale di questo proletariato giovanile
furono i vari festival musicali organizzati in varie località, da Licola nei
pressi di Napoli nel settembre del 1975 e quelli, più famosi, del Parco
Lambro di M ilano svoltisi tra il 1974 e il 1976.
Il fenomeno rappresentava, in un certo senso, la riappropriazione di
quella dimensione di rivolta esistenziale che era stata una componente ri­
levante del ’68 americano. Negli Stati Uniti una separazione netta fra il
movimento dei figli dei fiori e la rivolta studentesca apparirebbe del tutto
arbitraria. In Italia invece, la rottura tra la componente esistenziale e al­
ternativa che si manifestava negli anni Sessanta con la moda dei capello­
ni, il trionfo della musica beat, la creazione di momenti di vita comunita­
ria, si verificava a causa della forte politicizzazione che assumevano im­
mediatamente le lotte studentesche e della scesa in campo della classe
operaia nel 1969. In quella fase il peso della cultura politica italiana non
lasciava

spazio ad altre forme di rivolta esistenziale che per altri sentieri [ ...] sa­
rebbero riemersi negli anni su ccessivi attraverso la pratica delle donne,
n e ll’area della critica radicale e in quella d ell’autonomia diffusa e del
m ovim ento del ’7724.

La cultura politica che si era sviluppata negli anni immediatamente


seguenti al ’68, era in grado di spiegare la storia passata, gli sviluppi del­
l ’economia e delle società a capitalism o avanzato, i rapporti di produzio­
ne e il loro intreccio con lo Stato e con i rapporti tra Stati; aveva però tra­
scurato la riflessione sui rapporti interpersonali, sulla miseria della vita
quotidiana alla quale il capitalismo condannava le persone, i giovani, le
donne, gli emarginati, togliendo loro ogni prospettiva di riscatto da una
condizione sociale che nascondeva ipocrisia e disperazione.

I giovani come categoria sociale dell’agire collettivo

Negli anni Settanta i giovani compaiono come soggetto politico auto­


nomo in un paese dove, a differenza di altre società capitalistiche avan­

23. a a .v v ., L'altro mondo. I giovani e le utopie dopo il '68, M ilano, Ed. 1’ A pocalisse,
1980, p. 57.
24. N. B a l e s t r i n i , P. M o r o n i , Op. cit., p. 60.
O ltre il S e ssa n to tt o 167

zate, una cultura giovanile aveva sempre stentato a prodursi. Due furono
le condizioni strutturali che determinarono l’emergere del ceto giovanile
come portatore di culture politiche e di identità culturali e di costume:
l’estinzione delle funzioni produttive della famiglia e la scuola di mas­
sa25. Prima, a parte pochi figli delle classi abbienti che frequentavano le
scuole superiori e poi l’università, o si era bambini o si era adulti, non
esisteva quella fascia intermedia e sospesa consistente nell’essere giova­
ni tra i giovani, fuori dalla famiglia perché si lavora in fabbrica o perché
si frequenta la scuola almeno fino all’età di 18-20 anni.
Negli anni Cinquanta, anche in Italia la famiglia veniva espropriata di
uno dei suoi ruoli fondamentali, quello di essere anche un’unità produtti­
va. Nella famiglia contadina, ad esempio, donne, uomini, anziani e bam ­
bini, giovani e adulti, si definivano in base al ruolo produttivo che svol­
gevano; per tutti c ’era un posto e una collocazione nell’unità familiare.
L’espandersi del mercato, la nascita e lo sviluppo delle industrie come
luogo privilegiato della produzione delle risorse, determinavano un cam ­
biamento nella funzione della famiglia: luogo di lavoro e famiglia di se­
paravano. La possibilità di trovare facilmente un lavoro fuori dal nucleo
familiare permetteva ai giovani italiani di costruirsi una nuova identità
che nasceva dal confronto con i loro pari, la famiglia non era più l’unico
punto di riferimento. In Italia, il processo di espansione del mercato del
lavoro creava le premesse strutturali affinché emergesse la questione gio­
vanile, ma coincidendo tale espansione con l’immigrazione dal Sud al
Nord, il soggetto collettivo giovanile si frantumava negli anni Cinquanta
e Sessanta in una serie di subculture etniche piuttosto che di età. Solo il
movimento collettivo che si sviluppava sul finire degli anni Sessanta of­
friva loro elementi per una aggregazione attorno a caratteristiche cultura­
li e di identità comuni.
Un altro importante fattore strutturale di omogeneizzazione della que­
stione giovanile era rappresentato dall’immissione di una gran massa di
studenti nelle strutture scolastiche e quindi dal prolungamento dell’età
scolare. Nella scuola secondaria italiana in dieci anni, dal 1959 al 1969,
gli studenti passavano da 692.350 a 1.570.833, e nell’università da 176.193
a 474.724.
A differenza di altri paesi capitalistici, il passaggio alla scolarizzazio­
ne di massa nell’ambito dell’istruzione superiore e universitaria si realiz­
zava, da noi, in condizioni particolari che rendevano difficile il controllo
del fenomeno da parte delle istituzioni e favorivano l’emergere di una
cultura e di una identità collettive con caratteristiche proprie. La rapidità
con la quale si manifestava questo processo, le modalità di sviluppo del

25. Cfr. B . B e c c a l l i , Protesta giovanile e opposizione politica, «Quaderni P iacenti­


ni», n. 64, luglio 1977.
168 D ieg o G ia c h e tti

mercato del lavoro in quegli anni, le particolari condizioni organizzative


e di coscienza politica, determinate dalle lotte studentesche, rendevano il
fenomeno potenzialmente pericoloso per il sistema.
Saltato il meccanismo che avrebbe dovuto legare funzionalmente la
scuola al sistema produttivo, si avviava un processo di scolarizzazione di
massa al quale non corrispondeva più la capacità del sistema di dare un
lavoro alla manodopera qualificata che si liberava ai vari livelli della for­
mazione scolastica. La scolarizzazione di massa, unità alla caduta di do­
manda di forza lavoro qualificata, alimentava un meccanismo di scolariz­
zazione forzata. Questo prolungamento dell’adolescenza “fino a fam e
una rilevante fase della vita, anche per le classi basse”, contribuiva a for­
mare un’identità giovanile26.
Alle difficoltà di trovare un lavoro al termine di un dato ciclo di studi
si rispondeva con il proseguimento e il prolungamento dell’età scolare,
rimandando il problema della collocazione sul mercato del lavoro. La
flessione della domanda di lavoro che si verificava in quegli anni incide­
va sulle fasce giovanili. Soprattutto fra i giovani crescevano i lavori pre­
cari, risultato anche della ristrutturazione e del conseguente decentra­
mento produttivo, che non si configuravano più come avviamento a un
mestiere o a un’attività ben definita, stabile e regolamentata dalla legge.
La difficoltà a trovare un lavoro stabile, tale da garantire al giovane la
sopravvivenza al di fuori della famiglia, generava nuove contraddizioni
in quanto essa sovente era percepita come elemento ostile, poiché non
esistevano più motivi di identificazione. Così si esprime in merito il pro­
tagonista di un romanzo di Nanni Balestrini:

ne avevam o pieni i coglion i di stare in fam iglia [tutto si riduceva] al m o­


mento di mangiare e di dormire [...] non c ’era niente da dirsi attorno alla
tavola [ ...] tutto il resto del tem po lo passavam o in giro com e cani ran­
dagi nella sede dentro i luoghi del m ovim ento coi com pagni e lì sì che
c ’era interesse partecipazione com unicazione c ’era esperienza sperim en­
tazione ricerca27.

Se nel ’68 e nel ’69 la protesta aveva prodotto nuove progettualità po­
litiche e organizzative, nella seconda metà degli anni Settanta la protesta
giovanile, pur cercando ancora di esprimersi politicamente, lo faceva in
modo frammentario, indeciso e contraddittorio. Non esprimeva più nuo­
ve certezze politiche e organizzative, piuttosto introduceva elementi di
critica al modo di fare politica che aprivano una vera e propria crisi di
partecipazione, quasi un rifiuto, un prendere le distanze dal sistema, un
26. Ivi, p. 57.
27. N. B a l e s t r in i , Gli invisibili, M ilano, Bom piani, 1987, pp. 124-25. Nel riportare la
citazione si è rispettata la totale assenza di punteggiatura d ell’originale.
O ltre il S e s sa n to tt o 169

sentirsi parte separata dal resto della società. In questo contesto, soprat­
tutto la scuola, diventava una delle principali sedi in cui si sviluppava la
ricerca di nuove forme di aggregazione: soluzioni pratiche di vita che con­
sentissero di non cadere nella società che i giovani vedevano come gabbia.

Sul movimento del ’77

A causa dei processi di destrutturazione e ricomposizione del tessuto


sociale, economico, politico e culturale in atto allora nel nostro paese e
nelle organizzazioni alla sinistra del p c i , il movimento del ’77 non poteva
che essere composto da elementi e raggruppamenti tra loro eterogenei,
per nulla amalgamati. Al di là delle intenzioni dei protagonisti e di chi si
fece teorico della frammentarietà dell’agire del movimento, l’incapacità
di dare vita a una forma organizzativa stabile aveva origine nella sua ete­
rogeneità interna.
Sarebbe stato necessario un lungo e sereno periodo di dibattito e di
confronto per costruire un’identità collettiva comune, un comune sapere,
intendere e volere politico. Questo non fu possibile, le situazioni in cui si
trovò a operare imposero al movimento i tempi e i ritmi dell’azione e
della discussione:

questo m ovim ento si è trovato di fronte ad un’aggressione da parte del


sistem a in tutte le sue articolazioni sociali - com presi p c i e sindacati -
tale da portarlo a livelli di isolam ento m olto forti. Un isolam ento p oliti­
co, giornali che ci scrivevano contro, partiti che ci attaccavano, telev isio ­
ne che ci diffamava com e bande di teppisti, di provocatori28.

Inoltre, il movimento si trovò di fronte a un apparato statale che ave­


va fatto tesoro dell’esperienza acquisita dal ’68, più che mai deciso quin­
di a contrastarlo con tecniche repressive e, soprattutto, non dare tempo a
esso per crescere ed estendersi.
La grande fioritura del movimento avvenne nei primi cinque mesi del
1977 e coinvolse una base sociale e di massa più numerosa di quella sce­
sa in campo nel biennio ’67-’68. La componevano studenti lavoratori, in
minima parte a tempo pieno; studenti medi, con una prevalenza di istituti
tecnici e professionali; giovani che si tenevano volutamente ai margini
del sistema; lavoratori precari o in nero; gruppi giovanili di quartiere che
si aggregavano ai Circoli del Proletariato Giovanile.
Diversa era anche la composizione geografica del movimento, nelle
Università di Roma e di Bologna si manifestava un conflitto che aveva

28. a a . v v ., / non garantiti, cit., p. 107.


170 D ie g o G ia ch etti

origine nella disgregazione e nella inefficienza delle strutture didattiche,


nella crisi esistenziale di molti giovani, travolti e resi incerti da quello
che si chiam ava “riflusso”, crisi della militanza, e dalla mancanza di pro­
spettive certe per il futuro. A Milano e a Torino, invece, accanto a questi
elementi prevalevano forme di conflitto che nascevano dalle contraddi­
zioni vissute da strati tra loro abbastanza diversi.
Elevata, soprattutto nelle facoltà umanistiche, era la presenza degli
studenti lavoratori, i quali vivevano l’università come occasione per m i­
gliorare una situazione lavorativa che giudicavano insoddisfacente.
Secondo i dati di un’inchiesta svolta allora, essi dimostravano interesse
per la comprensione e la riflessione sulla propria condizione lavorativa e
personale di vita, non si identificavano con le organizzazioni politiche di
sinistra, erano però molto sindacalizzati29. Accanto a loro vi erano stu­
denti più giovani, medi, universitari e in minima parte lavoratori già pre­
cedentemente aggregati nei quartieri, nelle scuole medie superiori, nei
circoli giovanili.
Politicamente confluivano nel neonato movimento almeno sei diverse
anime:
1. I militanti delle organizzazioni giovanili del p c i e in minima parte
del p s i . I primi si trovavano subito in difficoltà, identificati com ’erano
nelle assemblee più come controparte che come componente di m inoran­
za del movimento. Fin dall’inzio i rapporti furono tesi. Il p c i voleva in­
trodurre il numero programmato nelle iscrizione all’università, la mag­
gioranza del movimento non voleva neanche entrare nel merito di una si­
mile proposta e ribatteva con la seguente osservazione dal tono brecthia-
no: “se programmiamo l’Università in funzione dello sviluppo economi­
co, chi programma lo sviluppo econom ico?”
2. I militanti dei tre maggiori gruppi della nuova sinistra (Lotta Con­
tinua, pdup, Avanguardia Operaia) che inizialmente intervenivano nel mo­
vimento avendo come punto di riferim ento la propria organizzazione e le
lotte studentesche e operaie degli anni precedenti. Si trattava di studenti
che per lunghi anni avevano dedicato parte del loro tempo all’impegno e
all’intervento politico, e che inizialmente manifestavano un atteggiamen­
to scettico e diffidente verso il movimento. Superata questa iniziale diffi­
denza, man mano che si sentivano in crisi rispetto alle loro appartenenze
politiche, smettevano di fare i “guardoni” e si calavano nel movimento
pur rimanendo per tutta una prima fase estranei alla direzione politica30.

29. Cfr. in m erito l ’inchiesta svolta da alcuni docenti, tra i quali R. A lq u a ti , N . N e g r i ,


A. S o r m a n o , tra gli studenti torinesi di Scienze Politiche e pubblicata su «A ut-A ut», n.
144, luglio-agosto 1976.
30. Cfr., D. C a s t ig l io n e , Dieci, cento, mille piccoli indiani, «Praxis», n. 13, cit.
O ltre il S essa n to tt o 171

3. La cosiddetta ala creativa, rumorosa, allegra, ironica e festaiola,


amante del gesto e della provocazione, che attingeva tra i giovani non
impegnati direttamente nella politica pur considerandosi genericamente
simpatizzanti della nuova sinistra. Si trattava degli indiani metropolitani
che non costituivano la componente maggioritaria ma quella più legata
alle tematiche delle feste del proletariato giovanile, alla controcultura,
alla ricerca di spazi e di dimensioni alternative del vivere:

che i nostri tam tam suonino più forti che mai - scrivevano in un loro
m anifesto - [ ...] che il nostro canto giunga a tutte le tribù degli em argi­
nati, fricchettoni, apprendisti, drogati, studenti, om osessuali, fem m iniste,
poeti pazzi e pazzi poetici, bambini, animali, piante, per radunarsi in un
grande happening di guerra e festa, per imporre ai visi pallidi la loro resa
senza condizion i31.

Q uest’area era l’espressione della “rivoluzione desiderante”, l’“ulti-


mo falò” di un’avanguardia:

il futurismo voleva gli “artisti al potere”, il surrealismo ha poi indicato le


vie d e ll’im m aginazione al potere e il situazionism o traduce questa riven­
dicazione nella logica dei m ovim enti, svolgendo un ruolo significativo
nel ’68 e influenzando, attraverso la m ediazione della cultura under­
ground e il “negazionism o”, il m ovim ento del ’77; m ovim ento che era
erede diretto dei Provos italiani e olandesi negli anni Sessanta32.

4. Gli autonomi. Si trattava di militanti appartenenti a vari collettivi


locali che avevano condotto esperienze di lotta sul territorio: autoriduzio­
ni, occupazione di case, interventi nelle fabbriche. Immettevano nel mo­
vimento le tematiche sviluppate dal filone operaista italiano e aggiornate
nei primi anni Settanta, e cercavano di organizzarlo per condurre una
battaglia contro lo Stato, i sindacati e il p c i .
5. Studenti politicizzati che erano vissuti ai margini delle organizza­
zioni politiche della nuova sinistra e che nel movimento svolgevano per
la prima volta un ruolo attivo e di partecipazione. Si trattava di un insie­
me di studenti che erano troppo giovani quando era esploso il ’68 o che,
essendo vissuti in periferia o in provincia, solo con l’iscrizione all’uni­

31. Dichiarazione di guerra degli indiani metropolitani, in / non garantiti, cit., p.


190.
32. Vedi rispettivam ente C. S a l a r is , Il movimento del ’77. Linguaggi e scritture del­
l ’ala creativa, Bertiolo, AAA Edizioni, 1997, p. 14; M. G u a r n a c c ia , Op. cit., p. 151; K.
G r u b e r , L'avanguardia inaudita, M ilano, C osta e Nolan, 1997. Sul situazionism o cfr. G .
M a r e l l i , L ’amara vittoria del situazionismo, Pisa, b f s , 1996. Si veda anche il capitolo
L ’innovazione culturale in M . G r is p ig n i , Il settantasette, M ilano, Il Saggiatore, 1997.
172 D ie g o G ia c h e t t i

versità avevano potuto trovare una situazione favorevole alla partecipa­


zione politica. Numericamente era la componente maggioritaria del mo­
vimento, priva di identità politiche e culturali comuni, senza alcun lega­
me di solidarietà, oscillava dividendosi nel corso dei dibattiti assemblea-
ri, convergendo, secondo i casi, sulle proposte delle altre componenti.
6. Le femministe, che pur stando all’interno del movimento decideva­
no di parteciparvi organizzandosi in modo autonomo e separato al fine di
proporre e diffondere meglio le proprie acquisizioni e la propria espe­
rienza33.
In un contesto del genere l’università diventava una specie di teatro
dove ognuno cercava di raccontare la propria storia, il proprio vissuto.
Era lo spazio fisico in cui

da una parte si produce [vano] rappresentazioni che [avevano] la loro


origine altrove e, dall’altra, il luogo di aggregazione a cui [facevano] ri­
ferim ento coloro che [avevano] perso il loro centro politico di aggrega­
zione, i transfughi più vari delle organizzazioni politiche della nuova si­
nistra34.

La struttura del movimento era assembleare, fortemente critica verso


la delega e la cristallizzazione di forme organizzative stabili. Solitamente
all’assemblea si affiancava il lavoro di un comitato di lotta o di agitazio­
ne, con base più ristretta, al quale partecipavano le persone più interessa­
te e motivate, costituendo nei fatti una specie di direzione locale del mo­
vimento. Questo organismo del tutto informale discuteva, progettava e
proponeva all’assemblea iniziative, analisi politiche e prese di posizione.
Il movimento visse troppo poco perché potessero emergere figure ca­
rismatiche di leader, come invece era avvenuto nel ’68; tuttavia era in­
dubbio che anche in questo caso, nell’informalità organizzativa, finiva
con il prevalere chi godeva di un certo credito, chi sapeva articolare me­
glio l’intervento, chi aveva tempo e passione da dedicare giornalmente
all’attività del movimento.
I contrasti di natura politica e di prospettiva dentro il movimento era­
no vivacissimi, sfociavano in pesanti polemiche verbali, che a volte de­
generavano in veri e propri atti di violenza contro la presidenza o contro
chi interveniva in assemblea. Il movimento più volte dimostrò di non es­
sere in grado di garantire la dem ocrazia interna, il rispetto della pluralità
delle posizioni e l’unità d ’azione nelle manifestazioni pubbliche.

33. Cfr. P. S a r d e l l a , Verso il '77. Il ruolo del movimento femminista nelle vicende po­
litiche degli anni '70, «Per il Sessantotto», n .l 1-12, 1997.
34. B . B e c c a l l i , Op. cit., p. 61.
O ltre il S e s sa n to tt o 173

Le divergenze d ’analisi e d ’intenti risultarono spesso inconciliabili,


provocando tensioni interne che finirono con il demoralizzare la parte
meno politicizzata degli aderenti. Due scadenze nazionali misero in luce
le differenze interne e l’incapacità di convivere pacificamente con esse.
Il 26 e il 27 febbraio 1977 si teneva a Roma la riunione del Coordina­
mento nazionale degli studenti universitari. I convenuti erano numerosi,
l’aula di duemila posti era stipatissima e altri, fuori, premevano per en­
trare. L’assemblea assumeva a tratti l’aspetto di una bolgia infernale,
centinaia di persone si erano iscritte a parlare, gli interventi si sussegui­
vano tra urla, schiamazzi, cori da stadio, mentre chi era al microfono si
sgolava per sormontare i fischi, gli slogan, gli applausi. Non chiara era la
distinzione tra chi era delegato, e rappresentava quindi ufficialmente le
varie realtà locali del movimento, e chi vi partecipava a titolo personale
ma con eguale diritto di voto.
In questo contesto che a tratti rasentava la vera e propria rissa, le
femministe e gli indiani metropolitani abbandonavano l’assemblea rifiu­
tando “l’allucinante clima di violenza e prevaricazione creatosi”, che non
consentiva di “esprimere i contenuti del movimento stesso”35.
Alla fine veniva approvata una mozione messa insieme da quelli che
erano rimasti nell’assemblea ufficiale, circa cinquecento, che non tutte le
delegazioni riconoscevano come rappresentativa del movimento. Nella
mozione si affermava36 il carattere “proletario del movimento”, si riven­
dicava “l’antifascismo militante”, si denunciava il comizio di Lama al­
l’università di Roma come un tentativo di dividere il movimento agendo
combinatamente con le forze di “polizia e le leggi speciali di Cossiga”,
allora ministro degli Interni; si sosteneva che occorreva rilanciare la mo­
bilitazione per la lotta sul salario, per la riduzione dell’orario di lavoro,
contro le ristrutturazioni e la disoccupazione e contro la politica dei sa­
crifici; si invitava infine gli operai e gli studenti a organizzarsi e a discu­
tere nelle assemblee di fabbrica, di quartiere e di scuola, in quanto non
era più il tempo delle “mediazioni tra rappresentanze”, solo le assemblee
erano le istanze centrali di organizzazione del movimento.
In un clima più cupo, a causa della repressione in corso, si svolgeva a
Bologna il 29 e 30 aprile e il 1° maggio il secondo Coordinamento nazio­
nale. Alla fine di un lungo e tortuoso dibattito vennero messe in votazio­
ne due mozioni contrapposte37.

35. Cfr. rispettivam ente Dichiarazione di guerra degli indiani metropolitani e Le fe m ­


ministe si dissociano dall'assemblea nazionale, entram bi in / non garantiti, cit., p. 189,
194.
36. Cfr. Mozione "di maggioranza", in / non garantiti, cit., pp. 195-196.
37. Ci riferiam o ai testi integrali pubblicati sul «Q uotidiano dei L avoratori» del 3
m aggio 1977. U na sintesi di entram be è riportata in appendice al libro I non garantiti, cit.
174 D ieg o G ia ch etti

La prima, quella di maggioranza (60% dei voti), affermava fin dalle


prime battute che occorreva evitare due alternative, entrambe fallimenta­
ri, prospettate dentro il movimento: quella di chi proponeva una radica-
lizzazione verticale dello scontro con l’apparato militare dello Stato e
quella di chi voleva ritagliarsi uno spazio politico dentro le istituzioni del
movimento operaio. Il movimento, mettendo in crisi i progetti di norma­
lizzazione politica e sociale, trasformando le pratiche di vita, poteva pro­
durre “comportamenti individuali e collettivi eversivi [era] una com po­
nente dell’opposizione di classe” al compromesso storico.
Difendersi dalla repressione, mediante “l’autodifesa di massa” non
era un fatto marginale, né una cosa da demandare agli specialisti dei vari
servizi d ’ordine più o meno in disuso. Consapevole che altri momenti di
scontro con l’apparato militare statale ci sarebbero stati, nel documento
si affermava che il problema

non è di sparare m eglio o di più sulla polizia, ma che non si può neanche
far finta che il problema non esista, dietro appelli generici e opportunisti­
ci. [ ...] D obbiam o potere essere noi a decidere i tempi d ell’attacco in ter­
ritorio nem ico [...]. Il m ovim ento non fa scom uniche e non accetta la
crim inalizzazione di nessuna sua com ponente | ... ) ma nessuno deve per­
mettersi di andare contro le decisioni e la volontà collettiva delle assem ­
blee.

La rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro era la parola


d ’ordine che poteva unificare la lotta degli occupati con quella dei disoc­
cupati e degli emarginati. In questa prospettiva andava posto il rapporto
con la classe operaia, un rapporto tra un movimento autonomo e indipen­
dente, fortemente radicato nelle università, “con chi si opponeva all’in­
terno del sindacato con la linea del vertice” .
La seconda mozione, quella di,minoranza col 40% dei voti, segnalava
le potenzialità del movimento ma anche la sua debolezza programmatica
e organizzativa.

O ggi la dc porta a fondo l ’attacco reazionario contro il m ovim ento e le


stesse sinistre astensioniste, proprio mentre il pci è disposto a sacrificare
addirittura alcune delle fondamentali libertà dem ocratiche pur di elim i­
nare i m ovim enti di opposizione [ ...] . D ’altra parte il m ovim ento mentre
rivendica il diritto a manifestare [ ...] e ribadisce la legittim ità d e ll’auto­
d ifesa di massa, afferma che non accetta in nessun m odo la logica delle

R. Lionello ha recentem ente fatto notare che le m ozioni messe ai voti furono tre; la terza
non pubblicata sugli organi di stam pa d ell’epoca era prom ossa da com unisti libertari e da
organism i di base (R. L io n e l l o , ’7 7 no problem, «Per il Sessant8», 13, 1 9 9 7 , p. 58)
O lt r e il S essa n to tt o 175

azioni armate minoritarie, che, oltre a prevaricare la dem ocrazia e l ’auto­


nom ia del m ovim ento, lo indeboliscono, facilitando le m anovre della dc,
avvallate dal pci, tese a stroncarlo nella repressione più violenta.

Lotta per la democrazia contro la repressione, lotta contro la riforma


Malfatti, lotta per l’occupazione, dovevano costituire gli assi portanti at­
torno ai quali esso si rafforzava fino a stabilire solidi e duraturi rapporti
con i lavoratori, in particolare quelli che si opponevano alle scelte delle
loro direzioni sindacali.
Questo era, a grandi linee, lo stato di discussione e di confronto al­
l’interno del movimento. Dopo l ’estate la situazione cominciava a preci­
pitare: il convegno settembrino e bolognese sulla repressione rappresen­
tava l’ultimo canto del cigno di una tumultuosa primavera. Il rapimento
di Aldo Moro, a opera delle Brigate Rosse, avvenuto a Roma il 16 marzo
1978, segnava la fine di un periodo e ne apriva un altro:

il m ovim ento era com e un enorme fantasma assente ripiegato su se stes­


so, rintanato nei suoi ghetti la scena adesso era occupata dallo stillicid io
di azioni armate clandestine che si facevano concorrenza la vita del m o­
vim ento era finita ma per i com pagni non era finita non è che potevano
mettersi da parte e dire aspettiam o, stiam o a vedere perché per la repres­
sione tutti erano coinvolti non si facevano troppe distinzioni38.

Già alla conclusione del primo ciclo di lotte, nel maggio del 1977, il
movimento era riuscito a concretizzare ben poco, se non il ritiro della cir­
colare sugli esami. Per il resto aveva prevalso una specie di cultura del
rifiuto (della riforma, della disoccupazione giovanile, del governo, ecc.)
che non era riuscita a sostanziarsi in obiettivi politici e rivendicativi ca­
paci di indicare una prospettiva di crescita delle lotte e del movimento
stesso.
Inoltre, come spesso era avvenuto in altre situazioni, l’estrema politi­
cizzazione di alcune avanguardie del movimento, accelerata dalla crisi
economica e sociale e dalla congiuntura politica di quel periodo, poneva
in modo evidente e drammatico i presupposti di una divaricazione tra
l’azione delle avanguardie e la massa studentesca, ricadendo in questo
modo in quel circolo vizioso che proprio la forma del movimento inten­
deva superare per sempre.

38. N. B alestrini, Op. cit., p. 26-27.


17 6 D ie g o G ia c h e t t i

Un confronto tra due movimenti

La com parsa di movimenti politici e sociali di massa non è una novità


attribuibile al ’68 e agli anni successivi. La storia del movimento operaio
ottocentesco e novecentesco è stata sovente caratterizzata dalla presenza
di movimenti di massa, si pensi alla Comune di Parigi, ai Soviet russi, ai
Consigli Operai in Italia, alle prima lotte di massa per gli aumenti sala­
riali, la riduzione dell’orario di lavoro e il miglioramento delle condizio­
ni di vita, alle lotte femministe di inizio secolo all’occupazione delle ter­
re e delle fabbriche in Italia.
Fatta questa considerazione, è anche opportuno però segnalare la spe­
cificità rappresentata dai movimenti che si affacciano sulla scena della
storia nella seconda metà del Novecento. Buona parte dei movimenti pre­
cedenti nascevano da eventi eccezionali, guerre, crisi economiche, rivol­
gimenti strutturali profondi, erano più che altro una risposta a una crisi,
mentre quelli più recenti sono stati piuttosto “l’espressione di un conflit­
to” :

La crisi si riferisce a processi di disgregazione di un sistem a [ ...] . Un


conflitto m anifesta invece un’opp osizion e che riguarda il controllo e la
destinazione di certe risorse [ ...] cio è dom ande collettive che investono
la legittim ità del potere e l ’uso delle risorse sociali39.

Precedentemente erano le organizzazioni partitiche e sindacali che in­


serivano l’azione e la lotta dei movimenti in una prospettiva politica glo­
bale, mentre nel nuovo contesto i movimenti, pur nascendo da uno speci­
fico problema, superavano ben presto tale specificità avviando un pro­
cesso di politicizzazione generale che investiva tutti gli aspetti del siste­
ma. Erano antistituzionali, davano priorità assoluta al loro sviluppo, si
proponevano obiettivi globali di trasformazione entrando in contrapposi­
zione diretta con lo Stato e le istituzioni.
Negli anni Ottanta, la prospettiva cambiava, i movimenti collettivi
che si sviluppavano a partire da quello ecologista e pacifista, basavano la
loro azione sul raggiungimento di obiettivi specifici, senza più porsi il
problema di una trasformazione com plessiva della struttura sociale. M en­
tre il ’68 e il ’77 erano ancora movimenti rivoluzionari, nel senso che la
loro azione investiva la trasformazione rivoluzionaria della società, quel­
li che seguivano erano riformisti, perseguivano obiettivi specifici da rag­
giungere senza mettere in discussione l’assetto sociale complessivo. Il
movimento degli studenti dell’85 era stato un esempio calzante di speci­

39. A. M e l u c c i , Dieci ipolesi per l'analisi dei nuovi movimenti, «Q uaderni P iacenti­
ni», n. 65-66, febbraio 1978.
O ltr e il S e s s a n to tto ìli

ficità dell’agire collettivo e di riformismo. Uno studente liceale, in occa­


sione della riuscita manifestazione del 9 novembre che aveva portato in
piazza duecentomila studenti, dichiarava di essere convintissimo di una cosa:

oggi riusciam o ad essere m olti in piazza perché poniam o solo problemi


concreti che possono essere risolti. Q uesto m ovim ento [.. .] avanzerà
sempre a piccoli passi, un obiettivo alla volta e non m ille insiem e, com e
facevano i sessantottini40.

In questa continuità temporale, il movimento del ’77 va considerato


come elemento di transizione e di passaggio tra la fase che si era aperta
con le lotte del biennio ’68-’69 e quella successiva, quale si delinea
grigiamente sul finire degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Per
questo motivo è più che mai opportuno comparare i due movimenti al
fine di soffermarsi su quello che differenzia il ’77 dal ’68.

1) Il '68 è stato un fenom eno intemazionale4I, il ’77 nazionale. Il ’68


si era nutrito vicendevolmente delle suggestioni e delle lotte che quasi
contemporaneamente si svolgevano in varie parti del mondo, dagli Stati
Uniti aH’America Latina, dalla strage di Tlatelolco di Città del Messico
al Vietnam, dalla rivoluzione culturale cinese a alla morte del Che in Bo­
livia, dall’Italia al maggio francese, dalla rivolta studentesca in Germania
Occidentale alla primavera di Praga.
Il ’77 era invece un evento isolato nel contesto intemazionale, una
specificità tipica del nostro paese, incapace e impossibilitato a nutrirsi di
suggestioni provenienti dall’esterno. Il mito cinese stava crollando, Mao
Tse Tung era morto nell’ottobre del 1976, il Vietnam e la Cambogia ave­
vano vinto la guerra contro l’imperialismo americano, ma i khmer rossi e
Poi Pot, al potere in Cambogia, non erano certo un esempio, un modello
da seguire. Altri movimenti, simili a quello che si stava sviluppando in
Italia, non c ’erano in nessun altro paese europeo.
Il ’68, fuori d ’Italia, era davvero finito da tempo. Da noi invece, in­
nervandosi sulla ripresa delle lotte operaie del 1969, suscitando movi­
menti di protesta e di contestazione nelle istituzioni e contribuendo alla
nascita di un’area di militanti e simpatizzanti attorno alle organizzazioni

40. C itato da F. D o n a d i o , M. G i a n n o t t i , Teddy-boys rockettari e cyberpunk, Rom a,


Editori R iuniti, 1996, p. 195.
41. Cfr. in m erito, M. R e v e l l i , Movimenti sociali e spazio politico, cit. Diverso il pa­
rere di Franco Berardi (Bifo), secondo il quale vi è un legam e tra le lotte studentesche ita­
liane, l’em ergere del com plesso dei Sex Pistols in Inghilterra, i ragazzi “psichedelici” di
Silicon Valley, la fine d ella “delirante e lucida, lum inosa ed oscura storia della rivoluzione
culturale” cinese (F. B e r a r d i , D ell’innocenza. 1977: l ’anno della premonizione, Verona,
O m bre C orte, 1997, p. 10).
178 D ie g o G ia c h e t t i

della nuova sinistra, l’esplosione delle lotte studentesche aveva innescato


una specie di maggio strisciante, continuo e prolungato nel tempo. Il mo­
vimento del ’77 era il derivato, la conseguenza dell’onda lunga del ’68
italiano.

2) N el '68 l ’università ha rappresentato il contesto dentro il quale si


è sviluppato il movimento. N el '77 l ’università è stato il pretesto da cui
ha preso vita il movimento. Nel ’68 il movimento si era sviluppato dentro
e contro le strutture autoritarie e burocratiche delle università italiane e,
solo successivamente, si era posto il problema di uscire fuori da esse in­
vestendo con la critica l’intero sistem a sociale e cercando alleati in altri
settori sociali sfruttati e oppressi per condurre assieme la lotta contro la
società capitalistica.
Nel ’77 le università diventavano il punto di aggregazione di soggetti
il cui disagio non nasceva dalla tradizionale condizione studentesca, così
come poteva essere vissuta da chi di professione faceva lo studente. Era
il risultato di problemi e situazioni difficili che esistevano fuori dalla
scuola e investivano il mondo giovanile.

3) N el ’6 8 e negli anni su ccessivi la dim ensione p o litica fin ì con il


prevalere su quella personale. Il ’77 ripropose questa contraddizione
dando m olto spazio alla tem atica d el personale. Il ’77 aveva un carattere
diverso dal ’68 poiché investiva tutti i problemi della vita quotidiana e
non solo quelli legati alla sfera della politica.
Il movimento risultò essere una specie di contenitore dentro il quale
albergavano le diverse facce della controcultura giovanile formatasi negli
anni Sessanta e nei primi anni Settanta. L’anima politica, a tratti anche
aggressiva, violenta e guerrigliera, si mescolava, tra mille difficoltà e in­
comprensioni, con l’ala creativa di derivazione hippy e “renudista” e con
quella politico-intimistica dei gruppi di autocoscienza femminista.
Il riemergere e l’affermarsi delle tematiche del personale-politico, la
riscoperta della musica, dei concerti di massa, dello stare assieme facen­
do qualcosa di divertente, di creativo (l’esatto contrario della militanza
politica), il diffondersi dell’orientalismo, della cultura e del sogno del
viaggio vero (verso l’india o altri luoghi esotici e mistici) o mentale, at­
traverso il consumo delle droghe, provocavano

un lento ribaltamento delle forze in cam po che porterà, ad esem pio, nel
m ovim ento del ’77, al prevalere della dim ensione im politica su quella
politica42.

42. M. G r is p ig n i , Gli archivi dei movimenti e la cultura giovanile , «Per il Sessantot­


to», n. 10, 1996, p. 43.
O ltre il S e s sa n to tt o 179

4) Il 68 aveva prodotto un ’aspettativa rivoluzionaria che guardava al


socialismo e al comunismo come soluzione dei problemi della società ca­
pitalistica. Il ’7 7 propone una rivoluzione senza aggettivi. Il ’68 era stato
un movimento portatore di speranze, fiducioso che fosse possibile tra­
sformare profondamente le strutture sociali, liberare la società e la vita
dal dominio del capitale e delle merci.
Aveva percepito se stesso come elemento nuovo e rinnovato, era fidu­
cioso di aver trovato una forma nuova di organizzazione e di lotta che
avrebbe evitato di cadere nelle pastoie burocratiche e nella deriva politi-
cista e riformista delle vecchie organizzazioni del movimento operaio. Il
socialismo e il comunismo, riletti e riproposti, nella loro originaria pu­
rezza rappresentavano ancora, per la maggioranza dei partecipanti alle
lotte del ’68 e degli anni seguenti, una prospettiva, un obiettivo da rag­
giungere.
Con il movimento del ’77 la fiducia nel divenire progressivo della
storia e della società comincia a incrinarsi. Pesa il fatto di vivere in una
società che risente della crisi e della recessione economica che segnano
la fine degli anni del boom, della crescita economica e delle sicurezze
sociali a esse collegate. La scienza e la tecnica cominciano a evidenziare
le loro contraddizioni, lungi dal liberare l’uomo dalla fatica del lavoro,
nella società capitalistica, lo rendono disoccupato, sottoccupato, margi­
nale rispetto al processo produttivo. Da elementi che hanno in qualche
modo migliorato le condizioni di vita dell’uomo, diventano ora fattori
ostili e pericolosi per la vita stessa generando inquinamento, distruzione
de\Vhabitat naturale, disastri ecologici. Nessuno era più in grado di scom ­
mettere che l’avvenire sarebbe stato meglio del presente e del passato.

Il ’77 rappresenta una critica di ogni investim ento p sicologico sul futuro,
è la rivendicazione di un’im m anenza senza residui, di un vivere nel pre­
sente che non lascia spazio alle id eologie né alle attese. N ella cultura del
’77 l ’insurrezione è un atto tutto presente, un atto che vuole la sua im m e­
diatezza e non per il futuro che deve instaurare. Su questo rifiuto d e ll’in­
vestim ento nel futuro si fonda anche la critica che la cultura del ’77 ri­
volse alla militanza politica tradizionale. B isogna vivere subito la felicità
e non proporsela per il futuro43.

5) Nel ’68 la critica della politica aveva aperto la ricerca di un nuo­


vo modo di fare politica. Nel ’77 la critica alla politica si traduce nella
fine della politica. Il ’68 aveva prodotto un fenomeno di politicizzazione
di massa di ceti e gruppi sociali precedentemente esclusi o diffidenti ver­
so l’impegno e la militanza politica. Aveva in qualche modo rifondato

43. N. Balestrini, P. M oroni, Op. cit., p.370.


180 D ieg o G ia ch etti

l’agire politico indicando nella partecipazione di base e nel movimento


gli elementi nuovi per evitare di essere espropriati nelle decisioni dai par­
titi, dai sindacati e dalle istituzioni rappresentative.
Il ’77 fu molto più radicale nella critica della politica. Criticò e si
contrappose sistematicamente a ogni tentativo di riformulare pratiche e
teorie relative all’organizzazione partitica. La partecipazione al movi­
mento venne vissuta sovente non come impegno politico tout court, ma
come luogo in cui manifestare emozioni, sentimenti, bisogni, un modo di
organizzarsi che non era “più politico, ma diretto e autonomo”, che

parte dai tuoi bisogni; dove non ti viene chiesto di rappresentarli | ... ] ma
solam ente di esprimerli con quanta più forza, creatività, violenza riesci a
trovare44.

6) La cultura del ’68 si era proposta di rinnovare il paradigma mar­


xista, quella del ’77 deborda dai confini di questo sistema teorico, si col­
loca fuori e oltre:

elaborando contenuti e m odalità di espressione che nulla hanno a che


fare non solo con la tradizione m aggioritaria del m ovim ento com unista
[...] ma anche con la tradizione delle sue com ponenti “eretiche”45.

Soprattutto in Italia il movimento del ’68 e la cultura politica della


nuova sinistra si venne a collocare nella gran parte nell’ambito di una ri­
presa delle tematiche marxiste. Si trattava di rinnovare e di rivisitare cri­
ticamente il modello marxista, di spogliarlo delle sue incrostazioni so­
cialdemocratiche riformiste e/o staliniste, di ritornare a Marx, quello
“giovane” o del Capitale che fosse. Si andarono via via riproponendo le
letture e i percorsi dei marxismi considerati eretici, gli stessi guevarismo,
castrismo e maoismo furono recepiti e utilizzati come leve da usare con­
tro la statalizzazione del movimento operaio condotta dal sistema sovie­
tico e dal togliattismo. Si recuperarono i filoni di critica della burocrazia
e della forma partito burocratica e centralistica, la riscoperta del lenini­
smo si accompagnava a una messa in discussione del modello terzinter-
nazionalista e stalinista di partito.
Con il movimento del ’77 le prospettive cambiano decisamente. Una
buona parte di esso cercava ormai risposte culturali e politiche in luoghi
che si ponevano fuori dall’area marxista, nella psicoanalisi, nello struttu­
ralismo esistenzialista, nelle moderne teorie della comunicazione, nel
soggettivismo sociologico e antropologico, nelle filosofie irrazionalisti­

44. ÀA.vv., / non garantiti, cit., p. 68.


45. M. G r is p ig n i , Il settantasette, cit., p. 99. Cfr. anche C. P r e v e , La filosofia del '77.
Il marxismo della differenza, «Per il S essantotto», n. 11-12, 1997.
O ltre il S e s sa n to tt o 181

che e misticheggianti, antisistematiche, spontaneiste, vitalistiche e creati­


ve. Il movimento femminista, ad esempio, già negli anni precedenti al
’77 in gran parte si collocava in questo nuovo ambito di ricerca culturale.
Anche rispetto al problema dell’organizzazione il ’77 segnava la rottura
non solo con un presunto modello terzintem azionalista, ma con ogni for­
ma di struttura organizzativa qualunque essa fosse.
Il movimento del ’77 rompeva con il neomarxismo italiano che aveva
caratterizzato la vita di tante formazioni politiche della nuova sinistra,
costringendo quelle che in qualche modo sopravvissero a introdurre ele­
menti di profonda innovazione nella loro matrice originaria (si pensi a
Democrazia Proletaria negli anni Ottanta), oppure a ricollocarsi decisa­
mente nell’alveolo della tradizionale area della sinistra italiana, come
fece il pdup, fino allo scioglimento dell’organizzazione e all’adesione al
p c i nel 1984. La meglio attrezzata per affrontare l’insorgenza di questo
nuovo movimento, cercando di comprenderlo dentro uno schema che an­
cora si riferiva a un paradigma marxista (certo molto rinnovato), era
l’area dell’autonomia, anche se non mancarono dentro di essa rotture cla­
morose e innovative separazioni dal “vecchio”, come quella rappresenta­
ta dall’area dei trasversalisti bolognesi.

7) Il ricorso alla violenza fu nel ’6 8 una risposta alla repressione sta ­


tale. “Non siam scappati più”, recitava un verso della canzone dedicata
agli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo del ’68. N el ’77 vi fu, inve­
ce, da p a rte di settori del m ovim ento la ricerca deliberata dello scontro
violento. Volendo semplificare si potrebbe quasi dire che il movimento
del ’68 era originariamente “buono” non tanto nei suoi intenti e proposi­
ti, quanto negli strumenti che utilizzava per perseguirli: occupazioni,
proteste pacifiche, non violenza, resistenza passiva agli sgomberi. Fu il
contesto in cui si trovò a operare (repressioni poliziesche, campagne dif­
famatorie dei giornali, strage di M ilano del 12 dicembre 1969) che lo re­
sero “cattivo”, costringendolo a cercare una risposta che fosse adeguata a
quella messa in atto dagli apparati repressivi legali e non, come nel caso
della minaccia delle aggressioni fasciste.
Si trattava più che altro di trovare strumenti e forme che garantissero
in qualche modo la difesa e il mantenimento di quanto era stato acquisi­
to, conquistato, costruito in termini di strutture organizzative (sedi, gior­
nali, incolumità dei compagni) che si accompagnavano alla consapevo­
lezza che, superato l’entusiasmo per lo scoppio spontaneo della rivolta
studentesca e operaia, il percorso di lotta contro lo Stato e il capitalismo
avrebbe inevitabilmente previsto anche momenti di scontro cruenti.
Il clima in cui nacque e si sviluppo il movimento del ’77 era del tutto
diverso, era già incattivito all’origine. Ogni parvenza di presunta impar­
182 D ie g o G ia c h e t t i

zialità delle istituzioni statali nella lotta di classe era stata spazzata via
dagli intrighi e dalla scoperta dei servizi segreti deviati. La repressione
occulta, subdola e disgregante, condotta dai servizi segreti, si accompa­
gnava all’introduzione di nuove e più severe leggi di polizia, volte prin­
cipalmente a colpire le manifestazioni di piazza e le proteste. L’approva­
zione della famosa “legge Reale”, sull’ordine pubblico, con l’astensione
del p c i ne era un chiaro esempio. La crisi economica, l’aumento dei di­
soccupati, la perdita di prospettive di inserimento nel sistema, non fecero
che aumentare la ionizzazione del conflitto.
L’immediata incomprensione e ripulsa che il movimento del ’77 pro­
vocò nel p c i , appena entrato nella maggioranza di solidarietà nazionale,
la condanna senza mezzi termini e con parole pesanti di tutto il movi­
mento da parte di quello che fino a pochi mesi prima era stato il maggio­
re partito di opposizione, determinarono una situazione di incomprensio­
ne e di profonda incomunicabilità tra i giovani settantasettini, i partiti e
le istituzioni. Sentendosi emarginati lanciarono la sfida a chi li voleva
emarginare. Molti di questi soggetti svilupparono un atteggiamento mol­
to aggressivo nelle loro espressioni politiche. Lo stesso movimento do­
vette a volte subire al suo interno il peso di questa aggressività verbale e,
purtroppo, non solo verbale, che impediva ad esempio la libera e corretta
articolazione del dibattito interno, interrompendo gli interventi, minac­
ciando chi parlava, assalendo la presidenza.
Il ricorso sistematico alla violenza fu teorizzato da componenti signi­
ficative del movimento. Lo scontro con la polizia divenne da parte di al­
cune componenti un modo di stare in piazza e di manifestare. Non si trat­
tava più di difendersi dalle cariche e dalle aggressioni, ma di attaccare le
forze dell’ordine. Una simile esperienza finì per avvitarsi su se stessa in
un turbinio di azioni che riducevano sovente il dibattito alla valutazione
se era stato più o meno opportuno lanciare bottiglie molotov, assalire
questo o quel covo fascista, se aveva cominciato prima la polizia o i
gruppi di autonomi sfuggiti al controllo del servizio d ’ordine del movi­
mento.
Finivano sovente con il prevalere posizioni che si attestavano su af­
fermazioni di principio fra chi era per la violenza e chi diceva che essa
era sempre da rifiutarsi come metodo di lotta politica. Mai si riuscì ad af­
frontare il problema della violenza nei termini di una disamina storico­
politica che prendesse in considerazione categorie quali la sua inutilità,
dannosità o necessità a seconda dei contesti e delle circostanze.

8) Il ’68 ha mosso un ’onda lunga e, forse, ha anche troppi eredi e


interpreti. Il ’77 è stato sconfitto, ha mosso un’onda corta, subito stron­
cata, non ha, o ne ha pochissimi, eredi e interpreti.
O ltre il S e s s a n to tto 183

Piegato tra azioni terroristiche e azioni repressive degli apparati stata­


li e istituzionali, in estrema difficoltà nel trovare alleati nelle classi subal­
terne, quando il senso della sconfitta e dell’inutilità degli sforzi compiuti
per cambiare il mondo e la vita quotidiana si fecero strada, nel movimen­
to iniziò un rapido processo di disgregazione. La fine del movimento,
coincideva con la comparsa m assiccia dell’eroina sul mercato della droga
(dai diecimila drogati del 1976 si passava ai 60-70 mila del 197846) e con
il passaggio di alcuni ex settantasettini alle formazioni armate clandesti­
ne, che conobbero allora una fase di relativa espansione. Scelte opposte
ma dettate dalla stessa disperazione. Dopo aver vissuto un periodo esal­
tante, dopo aver provato a cambiare il mondo e la vita, difficile era accet­
tare di tornare a vivere in una società che si era rifiutata perché mediocre,
ipocrita, falsa e violenta.
La disgregazione del movimento creava le premesse per un’azione
qualunquista e corporativa. Costretti a ricollocarsi in una società che in­
troduceva elementi di deregulation e di concorrenza sempre più senza re­
gole tra disoccupati e non, riemergevano i valori dell’individualismo e
della competizione, aprendo la crisi delle forme di solidarismo che si era­
no sviluppate negli anni precedenti.
Paradossalmente la disgregazione del movimento offriva un certo
spazio e una certa agibilità politica a una forza come Comunione e Libe­
razione che si dimostrava capace di recepire parte di quelle tematiche co­
munitarie e personali proprie dei freaks e di settori del movimento i quali
però, tra percorsi personali di vario tipo, finirono principalmente a in­
grossare le fila di movimenti religiosi a carattere mistico.
Il ’68 aveva sedimentato forme di organizzazione dal basso e di base
nella fabbriche, nei quartieri e nelle istituzioni, aveva anche, in qualche
modo, direttamente o indirettamente, contribuito a costruire le esperienze
organizzative dei gruppi della nuova sinistra.
Il ’77 scomparve senza lasciare grosse tracce, senza fornire strumenti
da utilizzare per intraprendere altre azioni collettive a meno che non si
voglia considerare i c o b a s della scuola degli anni Ottanta e parte della
storia di Democrazia Proletaria come eredi di quella esperienza47.
Lasciava in eredità una certa rivoluzione nelle forme di comunicazio­
ne, artistica e linguistica, unitamente all’esperienza delle radio di movi­
mento; aveva posto l’accento sull’importanza attribuita al controllo dei
mezzi di comunicazione, aveva condotto una battaglia per affermare il
diritto ad appropriarsi degli strumenti della moderna comunicazione di
massa (radio e televisione) sottoposti al monopolio statale.

46. Cfr. N. B a l e s t r i n i , P. M o r o n i , Op. cit., p. 385.


47. È questa la tesi sostenuta da P. B e r n o c c h i nella lunga intervista che fa da introdu­
zione al suo testo Dal '77 in poi, Rom a, Erre Em m e, 1997.
184 D ieg o G ia chetti

Era stata una lotta giusta, ma il maggiore beneficiario di questa riven­


dicazione è risultato essere Silvio Berlusconi il quale, in nome della libe­
ralizzazione dell’etere ha introdotto le “forme più scandalose di espro­
priazione del sapere”48, in nome del liberismo più sfrenato, una specie di
riappropriazione privatistica della libertà di trasmissione che era ed è
cosa ben diversa dal controllo sociale e pubblico dell’informazione.
Gli esiti di medio periodo della lotta intrapresa dal movimento furo­
no, secondo un lapidario giudizio di un protagonista del movimento:

anzitutto la creazione delle prem esse per la svolta neoliberista: l ’autono­


mia sociale si determina in neoimprenditorialità, la com unicazione diffu­
sa delle radio libere apre la strada all’oligop olio delle televisioni com ­
m erciali, la rottura del com prom esso storico apre la strada alla m oderniz­
zazione craxiana, la critica radicale del lavoro salariato sfocia n ell’offen ­
siva padronale contro l ’occupazione e nella ristrutturazione che riduce
drasticamente il tempo di vita prestato alla condizione operaia, senza de­
terminarsi in riduzione d e ll’orario di lavoro, ma in sem plice espulsione
di una porzione dei lavoratori dell'industria. E, per finire, la critica del
dogm atism o id eologico e storicista apre la strada allo scintillante culto
d elle superfici, al bla bla d e ll’effim ero, ed infine al predom inio del mer­
cato della cultura49.

Un giudizio, io credo, drastico, in parte immeritato e che comunque


prescinde dal fatto che i “dolorosi” anni Ottanta si costruirono prima sul­
la sconfitta di quel movimento, seguita subito dopo da quella riportata
dal movimento operaio nel corso della lotta dei trentacinque giorni alla
Fiat nell’autunno 1980. Senza quelle sconfitte l’avversario non avrebbe
potuto aggirarsi tra i “residui” dello scontro per recuperare ciò che gli era
utile e comodo, naturalmente dopo averlo riciclato, cioè decontestualiz­
zato.

4 8 . T . N e g r i, La sconfitta del ’7 7 , in N . B a l e s t r is i , P. M o r o n i , Op. cit., p . 3 7 5 .


D ell’innocenza. Interpretazioni del settantasesse, A g a le v ,
4 9 . F. B e r a r d i ( B if o ) , B o lo ­
g n a, 1989, p. 9.
I n d ic e dei nom i

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159, 166, 1 6 8 , 168, 175,179,183,184. B u t t ig l io n e , R o c c o , 13.
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51, 5 3 , 54, 60, 6 1 , 61, 74, 75, 8 4 , 1 2 1 , 121, C a s t ig l io n e , D a r io , 170.
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B o a to , M a r c o , 74, 8 4 , 1 2 1 , 1 3 7 , 137. C a z z a n ig a , G ia n M a r io , 124.
B o a tt i , G io r g io , 76. C e c c a n t i , S o r ia n o , 7 5 .
186 D ieg o G ia ch etti

C e r r ito , G in o , 23, 31, 99, 100, 100. D o r ig o , V l a d im ir o , 3 5 .


C e s a r a n o , G io r g io , 3 0 , 30. D u b in i , F u l v ia , 1 1 2 .
C e r v e tt o , A r r ig o , 2 3 .
C h e r c h i , G r a z ia , 2 6 . E b o l i, L e o n a r d o , 9 4 .
C h ia r e l l i , R a f fa e l e , 103. E n g e l s , F r ie d r ic h , 1 0 9 .
C h ia r o m o n t e , G e r a r d o , 14 6 , 146, 149.
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C ir il l o , L id ia , 37, 103. F a il l a , A l f o n s o , 9 8 .
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C o d ig n o l a , T r ist a n o , 2 3 . F allot, J ean, 6 5 .
C oh n B e n d it , D a n ie l , 9 6 , 9 7 , 9 8 . F e d e l e , S a n t i, 21.
C o l l e t t i , L u c io , 3 3 . F errara, G iu l ia n o , 19.
C o l l o t t i P is c h e l , E n r ic a , 2 2 , 3 9 . F e r r a r e s i, E , 36.
C olo m b o , A n d rea, 70. F e r r a r e s i , L u c ia n o , 9 9 .
24.
C o l u m m i , C r is t ia n a , F e r r a r is , P in o , 64.
C o r r ia s , P in o , 110, 112. F e r r e r ò , E z io , 1 03.
C o r t e s e , L u is a , 132. F e r r i, P a o l a , 23.
C o r t e s i , L u ig i , 2 5 . F lo res, M a rcello, 28, 53, 72, 91, 147.
C o r v is ie r i , S il v e r io , 3 4 , 103, 104, 12 9 , F l o r e s D ’ A r c a is , P a o l o , 10, 103.
156, 1 6 3 , 164. Fo, D a r io , 9 0 .
C o s s ig a , F r a n c e s c o , 173. F o a , V it t o r io , 1 3 4 , 1 5 5 .
C ovatta , L u ig i , 133. F o f i, G o f f r e d o , 9 , 2 6 .
C r a x i , B e t t in o , 8 , 19. F o g g i , G iu l ia n o , 1 24.
C r e ta r a , F r a n c e s c o , 103. F o r t in i , F r a n c o , 2 4 , 2 7 , 2 7 .
C r is t o f o l in i , P a o l o , 1 2 5 , 1 2 6 , 126. F o r t u n a , L e o n a r d o , 141.
C u c c h i, A l d o , 2 2 . F o r t u n a , L o r is , 1 38.
C u r c io , R enato , 1 8 , 78. F ug azza, M a r ia C h ia r a , 24.
C u s t o d i , L id ia , 103.
G a g l ia r d i , R in a , 123.
D ’A l e m a , M a s s im o , 14. G a l l e r a n o , N ic o l a , 147.
D a l m a s s o , S e r g io , 22,35,126. G a m b in o , R e n z o , 16, 103.
D a m ia n i , M ic h e l e ,100. G an ese, G in o , 93.
D e C l e m e n t i, A n d r e i n a , 103. G a r a v in i , S e r g io , 3 1 .
D e G aulle, C ha rles, 9 7 . G a r z ia , A l d o , 134.
D e G r a d a , T e r e s a , 112. G ey m o n a t , M a r io , 37.
D el C a r r ia , R e n z o , 48, 108, 115, 12 4 , 177.
G ia n n o t t i , M a r c e l l o ,
124. G ia n n u l i , A ldo,16, 77.
D ella M ea, L u c ia n o , 6 5 , 1 1 9 , 1 2 1 , 1 2 5 , G ib e l l i , A n t o n io , 24.
126, 126. G in s b o r g , P a u l , 14.
D ella V o l p e , G alv a n o , 2 4 , 2 8 . G io l it t i , A n t o n io , 2 5 .
D e M ic h e l is , G ia n n i , 8. G iov ann i X X I I I , 3 5 .
D e m m a , D o m e n ic o , 9 5 , 95, 100 . G io v a n n in i , E l io , 1 3 4 .
D e P a o l o , G., 76, 77. G o b e t t i , P ie r o , 1 3 6 .
D ì G iu l io m a r ia , S ir io , 10 3 . G o r l a , M a s s im o , 1 0 3 , 1 0 5 , 1 2 9 .
D i S ie n a , G iu s e p pe , 67. G orter, H erm ann, 81.
D i T o r o , C l a u d io , 10 3 . G r a m s c i , A n t o n io , 16, 2 6 , 3 4 .
D o n a d io , F r a n c e s c o , 177. G r a z ia n i , G io r g io , 1 0 3 .
D o n o lo , C a r l o , 39, 46,46, 47, 50, 56, 56, G r is p ig n i, M a r c o , 1 3 , 14,171, 178, 180.
72, 72, 111, 125. G r u b e r , K le m e n z , 171.
D o r è , N a n n i , 10 3 . G u a s t in i , R ic c a r d o , 34, 37.
O ltre il S e s sa n to tt o 187

G u a r n a c c ia , M a t t eo , 29, 171. M a g r i , L u c io , 1 2 7 , 127, 1 5 5 .


G u e r r ie r i , F r a n c o , 1 0 3 . M a it a n , L iv io , 16, 28, 34, 103, 105, 105,
G u e r r ie r i , S e r g io , 1 0 3 . 106 .
G u e v a r a , E r n e s t o , ( C h e ), 1 6 , 2 8 , 2 9 , 9 5 . M a it r o n , J ean, 9 6 , 97.
Gui, L u ig i , 4 1 . M a k h n o , N e st o r , 2 3 .
G u id u c c i , A r m a n d a , 2 4 , 2 5 . M a la testa , E r r ic o , 2 3 .
G u id u c c i , R o b e r t o , 2 4 , 2 5 . M a lfa tti , F r a n c o M a r ia , 142.
G uzm an, G erm an, 36. M a n c o n i, L u ig i , 143.
M a n g a n o , A t t il io , 13, 24, 28, 34, 41, 71,
H a b e g g e r , N ., 36. 71, 82.
H uberm an, L eo, 39. M a n del, E rn est, 16, 2 8 , 106.
M a n to v a n i , M a r io , 94, 97, 9 8 , 98.
I A N N A TO N E, L E O N A R D O , 1 0 3 . M ao T se T u n g , 3 8 , 3 9 , 7 2 , 8 1 , 8 3 , 9 5 , 1 0 9 ,
I g n a z io , P ., 136. 1 1 2 , 1 2 6 , 177.
I l lu m in a ti , A u g u s t o , 3 3 , 3 4 . M a r c o n i , D ie g o , 12.
I n ti n i, U g o , 8 . M a r c o n i, P io , 3 3 , 1 0 3 .
I r a c i , L e o n e , 10 3 . M a r e l l i , G ia n f r a n c o , 1 71.
Iuso, P a s q u a l e , 23. M a r in o , L e o n a r d o , 9 , 10.
M a r io t t i , D ., 6 9 .
K a ppler, H e r b e r t , 149. M a r t ig n o n i , G a b r ie l e , 159, 162, 165.
M a r t e l l i , C l a u d io , 8 , 19.
K o l l o n t a j , A l es s a n d r a , 2 8 . M arx, K a r l , 16, 3 3 , 9 5 , 1 80.
K r u s c io v , N ik ita , 2 5 , 2 6 , 3 7 , 1 0 2 , 1 0 8 . M a r z o c c h i, U m berto, 100.
M a s i, E d o r a d a , 39, 7 2 , 72.
L a b o r , L iv io , 133. M asi G io r g ia n a , 1 43.
L a b r io l a , A n t o n io , 3 3 . M asi P in o , 1 2 3 .
L a m a , L u c ia n o , 1 4 3 , 1 4 8 , 1 5 0 , 1 5 1 , 151, M a s in i , P ier C a r l o , 2 3 , 9 7 .
1 73. M a s sa r i , R o b e r t o , 1 03.
L a n z a r d o , D a r io , 2 2 , 3 1 . M a z z o l a r i, d o n P r im o , 3 5 .
L a n z a r d o , L il ia n a , 13. M a z z o l e n i, O s c a r , 13.
L a tta n zio , V it o , 149. M ehnert, K l a u s, 39.
L e n in , V l a d im ir I l ic , 2 1 , 2 8 , 3 1 , 3 4 , 3 8 , M e l a c c i, B e r n a r d o , 2 3 .
9 5 , 1 0 9 , 129. M e l d o l e s i , L u c a , 110.
L e o n a r d i , S ilv io , 2 5 . M e l l in i , M a u r o , 138.
L erner, G ad, 143. M e l u c c i, A l b er t o , 176.
L e t t ie r i , A n t o n io , 13 4 . M e n ic h in o , V it t o r io , 103.
L ib e r t in i , L u c io , 3 4 . M ett, I da, 28.
L ig u o r i , P a o l o , 9 . M e u c c i , G io r g io 1 0 3 .
L io n e l l o , R u d y , 174. M ic h e l s , R oberto, 9 2 .
L o m b a r d i , A n t o n io , 2 6 . M ie l i , P a o lo , 117.
L o r u sso , F r an cesco, 143. M il a n i , d o n L orenzo, 35.
L u k a c s , G y Or g y , 8 1 . M il a n i , E l is e o , 1 2 7 .
L u n a r d e l l i, W a l t er , 10 3 . M in e o , M a r io , 1 03.
L u p e r in i , R o m a n o , 28, 35, 120, 120, 125, M in ia ti , S ilvano , 1 3 4 , 1 5 5 .
125. M is t r e tt a , F r a n c o , 159.
L u p e t t i, F a u s t o , 1 1 0 . M occi a , ( fa m ig l ia ), 1 12.
L u x em bu rg , R o sa , 2 3 , 2 8 , 3 3 . M o d o l o , G io r g io , 1 03.
L u z z a t o , G iu s e p p e I g n a z io , 2 4 . M o m ig l ia n o , F r a n c o , 2 5 .
M o n fa l c o n , F a u s t o , 1 03.
M adera, R om ano, 8 2 , 82. M o n ta l b a n o , G iu s e p p e , 1 03.
M a g n a n i, V a l d o , 2 2 . M o n t a l d i , D a n il o , 22, 23.
188 D ieg o G ia ch etti

M o r a n d i n i , S e r g io , 7 5 9 , 162, 165. P e r u z z i, W a l t er , 109.


M o rd e n ti, R a u l, 8. P ic a r d i , G iu s e p p e , 2 4 .
M oro, A ldo, 175. P ic o l l o , C a r l o , 1 0 3 .
M o r o n i , P rim o , 29, 7 6 , 1 4 1 , 141, 153, 159, P in e l l i , G iu s e p p e , 7 6 , 124.
166,179, 183,184 . P in t o r , L u ig i , 3 4 .
M o s c a t o , A n t o n i o , 34, 103. P ip e r n o , F r a n c o , 1 1 4 , 1 1 7 , 7 7 7 .
M ottura, G io v a n n i , 2 2 . P iz z o r n o , A l e s s a n d r o , 2 4 , 2 5 .
M u g h in i, G ia m p ie ro , HO. P o l P o t , 177.
M ura R u g g e r o , 10 3 . P re v e , C o s ta n z o , 7 9 , 79, 180.
M u r a c a , G iu s e p p e , 28. P r o t t i , D a n ie le , 35, 129, 134.
P unzo, M a u r iz io , 21.
N a to li , A l d o , 3 1 .
N atta , A l e s sa n d r o , 147. R a m in a , B ep p e, 143.
N e g a r v il l e , M a s s im o , 103. R a n d i, U m b e r t o , 1 0 3 .
N e g ri, A n to n io , 160, 184. R e v e lli, M a rc o , 13, 49, 65, 76.
N e g ri, N ic o la , 170. R ie se r, V itt o r io , 2 2 , 47, 52, 5 3 , 53, 60,
N e g ro , C o r n e l i o , 94, 95. 64.
N e n n i , P ie t r o , 2 6 . R ic a c c i , G ia n n i , 103.
N ic c o la i, R o b e r to , 39. R in a l d i , D in a , 107.
N o t a r ia n n i , M ic h e l a n g e l o , 33. R ipa di M eana, C arlo, 25.
N o v e l l i , P ie t r o , 9 7 . R iz z i , E u g e n io , 3 3 , 1 0 3 .
R iz z o l i , F r a n c e s c o , 2 4 .
O c c h e t t o , A c h il l e , 3 2 . R o ssa n d a, R o ssan a, 46, 52, 127, 128, 155.
O g g e r in o , L e o , 1 0 3 . R o s s e l l i , ( f r a t e l l i ) , 1 36.
O r s in i , B r u n o , 10 3 . R o s s i, I t a l i n o , 22.
O r t o l e v a , P e p p in o , 11, 12, 5 3 , 53. R o s s i- L a n d i, F e r r u c c i o , 67.
O tta v ia n o , F r a n c o , 110, 112, 113, 114, R o s s i, V a s c o , 7 , 19, 19.
132, 159. R o s t a g n o , M a u r o , 16, 16, 35, 41, 41, 48,
48, 50, 50, 53, 53, 84.
P a c e , L a n f r a n c o , 114. R u f f o l o , G io r g io , 103.
P a n e b ia n c o , A n g e lo , 136. Russo, F r a n c o , 10, 1 0 3 .
P annella, M arco, 1 3 8 , 139.
P annekoek, A nton, 2 1 . S a la r is , C la u d ia , 171.
P a n n u n z io , M a r io , 136. S alvaco , M a r iu c c ia , 2 5 .
P a n z ie r i , R a n ie r o , 8 , 16, 2 7 , 3 5 , 136. S a lv in i , C r ist o f a n o , 103.
P a o lo V I, 3 6 . S a m o n à , G iu s e p p e P a o l o , 3 3 , 3 4 , 1 0 3 , 103,
P a o l ic c h i , S ilv io , 103. 104 .
P a o n e s s a , G ia n n i , 1 6 1 . S a n ta re lli, Enzo, 27, 76.
P a p u z z i, A ., 12. S a n t i, P a o l o , 3 3 , 1 0 3 .
P a r o d i, L o r e n z o , 2 3 . S a r d e l l a , P in a , 7 7 2 .
P a r r i , F e r r u c c io , 2 3 . S atta , A nn a M a r ia , 1 0 3 .
P a s s a m o n t i , S e t t im io , 14 3 . S a v e l l i , G i u l i o , 3 4 , 1 0 3 , 103.
P a s se rin i, L u isa , 11, 12, 5 3 . S c a l ia , G ia n n i , 2 4 , 2 5 .
Pavone, C l a u d i o , 24, 2 5 . S c l a v i, G a s t o n e , 1 3 4 .
P e c c h io l i , U g o , 14 3 . S c a l z o n e , O r e s t e , 1 1 4 , 114.
P e lle g rin i E d g a rd o , 81, 10 3 . S c a r i z i , C o s im o , 96.
P e l l e g r i n i , R o c c o , 134. S c a v in o , M a r c o , 13.
P e p e , G u g l i e l m o , 134. S c h iro n e , F r a n c o , 30, 96.
P e r e g a l l i , A r t u r o , 21, 23. S c h w a r z , A r t u r o , 103.
P ie r in i , M a r ia N o v e l l a , 103. S c ia l o ia , M a r io , 777.
P e r o s s in i , M a r io , 97. S e b r e g o n d i , ( f a m ig l ia ), 1 1 2 .
O lt r e il S essa n to tt o 189

S e d r a n , D o m e n ic o , 10 3 . T o m m a s in i , P a o l o , 1 4 1 , 1 4 3 .
S e m e n z a io , S t e f a n o , 12 9 . T o r r e a l t a , M a u r izio , 1 6 0 .
S e n ig a , G iu l io , 2 8 . T o r r e s , C a m il o , 3 5 , 36.
S in ib a l d i , M a r in o , 143. T o s c a n o , T u r i, 3 5 .
S oa ve , E m il io , 103. T r a b u c c o , R ., 129.
S o f r i , A d r ia n o , 1 0 , IO, 61, 76, 8 3 , 11 8 , T rav aglia , S a n d r o , 42.
119, 12 0 , 1 2 1 , 12 4 , 125 . T r e s s o , P ie t r o , 2 8 .
S o l a r i, L e o , 21. T r o tzk y , L e v , 2 8 , 3 3 .
S o lm i R en a to , 2 4 .
S orm ano, A ndrea, 170. V a l c a r e n g h i, A n d r e a , 2 9 .
S p r e a f ic o , A lb er t o , 128. V a l pr e d a P ie t r o , 7 6 .
S ta l in , J o s ip , 16, 3 1 , 3 2 , 3 3 , 3 7 , 3 8 , 8 1 , 8 4 , V a s c o n i , L u c ia n o , 2 8 .
9 5 , 1 0 2 , 1 0 8 , 109. 106.
V e r d o ja , P in a , 1 0 3 ,
S ta m e , N ic o l e tt a , 1 1 0 . 110.
V e t t o r i , G iu s e p p e , 1 0 8 ,
S w e e z y , P a u l M ., 3 9 . V ia l e , G u id o , 44, 45, 46, 4 7 , 51, 60, 121,
122, 122.
T a m b r o n i , L u ig i , 17, 2 9 . V il l a n i , F r a n c o , 103.
T a r r o w , S id n e y , 3 7 , 37, 6 3 , 63. V il l o n e , L ib e r o , 1 9 3 .
T e o d o r i , M a s s im o , 136, 138, 139. V in c i , L u ig i , 3 2 ,32, 1 0 3 , 1 2 9 , 129.
T e r r a c in i , U m b e r t o , 3 1 . V ir n o , P a o l o , 55, 60.
T est a , G a e t a n o , 9 9 . V olterra, M a r io , 47.
T o b a g i, W al t er , 109, 109, 112.
T o d e s c h in i , E n z o , 110. Y e r u s h a lm i, J o s e f , 11.
T o g lia tt i , P a l m ir o , 2 1 , 2 6 , 3 1 , 3 2 , 3 7 ,
102 . Z a c c a r ia , G u e l f o , 2 8 .
Z a m a r in , R o b e r t o , 1 2 3 .

I n d i c e d e i g r u p p i , a s s o c i a z i o n i , p a r t it i e c c .

A c l i , 8 2 , 13 3 , 13 4 . C ir c o li del P r o leta ria to G io v a n ile , 144,


A g i, 4 3 . 1 6 3 , 165, 1 6 9 .
A s s em b le a o p er a i e st u d e n t i , 6 1 , 121. C ir c o l o R o s a L u x e m b u r g , 1 0 5 .
A s s o c ia z io n e I ta l ia - C in a , 3 3 . C is l , 8 2 , 1 3 4 .
A v a n g u a r d ia O pe r a ia ( a o ), 8 , 9 , 10, 8 1 , C o b a s , 18 3 .
84 , 8 7, 8 9 , 9 2 , 105, 125, 129, 130, 131, C o l l e t t iv o L e n in , 1 3 1 .
132, 154, 155, 157, 163, 170. C o m ita ti C o m u n is t i per il P o t e r e O p e r a io ,
A z io n e C a t t o l ic a , 1 3 3 . 160.
A z io n e C o m u n is t a , 2 2 , 3 0 . C o m ita ti C o m u n is t i R iv o l u z io n a r i , 106,
160.
B lack-P ow er, 34. C om itati U n itari di B a s e (c u b ) , 5 8 , 6 8 , 9 9 ,
B r ig a te R o s s e , 17 5 . 1 3 0 , 16 2 .
C o m ita to N a z io n a l e di L ib e r a z io n e ( c n l ),
C en tr o A n t im p er ia lista C h e G u e v a r a , 3 3 . 21.
C entro K arl M ar x , 1 2 4 . C o m u n it à di b a se , 36.
C entro di C o o r d in a m e n t o C a m pa n o , 1 3 1 . C o o r d in a m e n t o delle A ss e m b l e e e dei C o­
C entro di I n f o r m a z io n i su l M o v im e n t o mitati A u t o n o m i, 1 6 0 .
O p e r a io , 3 3 . C u g in i di c a m pa g n a , 19.
C e n t r o I ta l ia n o S t e r il iz z a z io n e e A borto
( c is a ), 1 3 9 . D e m o c r a z ia C r ist ia n a ( d c ), 1 3 3 , 1 3 7 , 1 3 8 ,
C g il , 6 8 , 1 2 5 , 1 2 6 , 1 3 4 , 1 4 3 , 150. 1 4 5 , 1 4 7 , 1 5 9 , 1 7 4 , 175.
190 D ieg o G ia ch etti

D e m o c r a z ia P r o leta r ia ( d p ), 8 , 9 , 9 2 , 1 2 6 , M o v im e n t o P o l it ic o dei L avoratori ( m p l ),


1 4 7 , 15 4 , 1 5 5 , 1 5 6 , 1 5 7 , 1 8 1 , 18 3 . 1 33, 134.
M o v im e n t o S t u d e n t e s c o , 7 1 , 1 3 2 , 1 3 3 .
F e d e r a z i o n e A n a r c h i c a d i P is a , 100. M o v im e n t o 2 2 m a rzo, 96.
F e d e r a z i o n e A n a r c h i c a G io v a n i le I t a l i a ­
n a (fa c i), 3 0 , 94, 10 1 . N o ir et R ouge, 9 7 .
F e d e ra z io n e A n a r c h ic a I t a l i a n a (fa i), 2 2 , N u c lei C o m u n is t i R iv o l u z io n a r i , 1 0 , 1 0 6 .
2 3 , 3 0 , 3 1 ,3 1 ,9 4 , 9 8 .
F e d e r a z io n e G iov anile C o m u n ista I ta l ia ­ O nda verde, 29.
na ( f o c i ), 3 1 , 3 2 , 3 3 , 1 0 3 , 1 0 4 , 129.
F e d e r a z io n e G iov anile S o c ia lista I ta l ia ­ P artito C o m u n is ta C in e s e ( p c c ), 1 24.
na ( f g s i ), 2 1 . P a r tito C o m u n is ta d e l l ’U n io n e S o v iet ic a
F o r z a I t a l ia , ( f i ), 9. ( p c u s ), 2 6 , 3 1 , 3 3 , 1 02.
F r o n te P o p o l a r e R iv o l u z io n a r io , 2 1 . P artito C o m u n is ta d ’ It a lia ( m - l ), ( p c d ’ i
F uan, 43. m - l ), 3 8 , 8 7 , 107, 108, 109, 125.
P artito C o m u n is ta I n t e g r a l e , 2 1 .
G iu s t iz ia e L ib e r tà , 136. P a r tito C o m u n is ta I n t e r n a z io n a l is t a , 2 3 .
G ru p p i A n a r c h i c i di A z io n e P ro le ta ria P artito C o m u n is ta I t a lia n o ( p c i ) , 1 0 , 14,
(g a a p ) , 2 3 , 23. 18, 2 1 , 2 3 , 2 5 , 2 6 , 2 7 , 2 8 , 3 0 , 3 1 , 3 2 , 3 3 ,
G ru ppi A n a r c h ic i F ederati ( g a f ), 9 6 . 34, 36, 37, 40, 43, 68, 82, 83, 88, 91, 95,
G r u p pi C o m u n is t i R iv o lu zio n a r i ( g c r ), 2 2 , 102, 103, 104, 109, 114, 118, 127, 128,
28, 84, 87, 9 3, 101, 102, 104, 105, 106, 134, 135, 136, 143, 144, 145, 147, 148,
129. 149, 150, 151, 154, 159, 169, 170, 171,
G ru ppi di I niziativa A n a r c h ic a ( g ià ), 3 1 , 174, 175, 181, 182.
94. P a r tito C o m u n is ta I t a l ia n o M a r x ist a -
G r u p po G r a m s c i , 1 6 0 . L e n in ista ( p c i m -l) , 110.
P a r tito d ’A z io n e , 2 3 , 101, 136.
I n iziativa S o c ia l is t a , 2 1 . P a r tito D em o c r a tic o di S in is tr a ( p d s ), 14.
In tesa , 4 3 , 8 2 . P a r tito di U n it à P r o leta ria ( p d u p ), 8 , 8 2 ,
8 7 , 9 2 , 1 3 4 , 1 5 4 , 1 5 7 , 1 7 0 , 181.
L ega dei C o m u n is t i , 1 2 1 , 1 2 6 , 15 5 . P a r tito L ib e r a l e I t a l ia n o ( p l i ), 1 3 6 , 1 3 8 .
L e g a I t a lia n a per l ’A b o l iz io n e d e l C on­ P a r tito R a d ic a l e ( p r ), 2 3 , 1 3 5 , 1 3 6 , 1 3 8 ,
c o rd a to ( l ia c ), 139. 139.
L e g a O b ie tt o r i di C o sc ien za ( l o c ), 139. P a r tito R e p u b b l ic a n o I t a l ia n o ( p r i ), 1 3 8 .
L e g a O p e r a i S t u d e n t i, 5 7 . P a r tito R iv o lu zio n a r io M a r x ist a - L e n in i -
L ega per L’ I s t it u z io n e del D iv o r zio ( l id ), st a , 107.
13 8 , 1 3 9 . P a r tito S o c ia lis ta D e m o c r a tic o I t a l ia n o
L otta C o n t in u a ( l c ), 8 , 9 , 10, 8 1 , 8 3 , 8 4 , ( p s d i ), 4 3 .
8 5 , 8 7 , 1 1 8 , 1 2 1 , 1 2 2 , 1 2 3 , 1 2 4 , 1 2 5 , 12 6 , P a r tito S o c ia lis ta di U n it à P r o leta r ia
13 7 , 1 5 4 , 1 5 6 , 1 5 7 , 1 5 8 , 1 6 0 , 1 6 1 , 170. ( p s iu p ), 3 1 , 3 3 , 3 4 , 3 5 , 4 3 , 8 2 , 1 1 8 , 1 2 8 ,
134.
M a g istr a tu r a D e m o c r a tic a , 8 9 . P a r tito S o c ia lis ta I t a l ia n o ( p s i ), 2 1 , 2 6 ,
M e d ic in a D e m o c r a t ic a , 8 9 . 2 8 , 3 6 ,4 3 , 6 8 , 82, 88, 134, 136, 147, 170.
M o v im e n t o C o m u n ista d ’I t a l ia , 21. P o t e r e O p e r a io ( po to p ), 10, 8 1 , 8 5 , 8 7 ,
M o v im e n t o di L ib e r a z io n e d e l la D onna 114, 115, 1 16, 1 17, 118, 1 22, 125, 154,
( m l d ), 1 3 9 . 1 5 8 , 160.
M o v im e n t o di U n it à P r o l e ta r ia , 2 1 . P r o C ivitate C h r is t ia n a , 3 5 .
M o v im e n t o L avoratori per il S o c ia l is m o P r o leta r i in D iv is a ( p id ), 8 9 .
( m l s ), 1 5 4 , 1 5 5 . P r o v o s, 2 9 , 3 0 , 17 1 .
M o v im e n t o O rientato e F ed e r a t o , 2 3 . P s ic h ia t r ia D e m o c r a tic a , 8 9 .
O ltre il S essa n to tt o 191

Q uarta I n t e r n a z io n a l e , 10, 2 8 , 3 3 , 3 4 , 4 0 , T er za I n t e r n a z io n a l e , 2 1 , 3 7 .
8 4 , 1 0 1 , 1 0 2 , 1 0 3 , 1 0 5 , 1 2 9 , 1 3 0 , 15 5 .
Uoi, 4 3 .
S in is tr a O p e r a ia , 1 3 1 . U n io n e dei C o m u n is t i I t a l ia n i ( u c i ), 3 8 ,
S in is tr a R a d ic a l e , 138. 7 1 , 7 2 , 8 4 , 8 7 , 1 07, 108, 110, 111, 112,
S in is tr a U n iv e rs ita ria , 5 1 , 51, 55. 1 1 4 , 125.
U n io n e dei S o c ia l is t i I t a l ia n i , 2 2 .
T e n d e n z a ( L a ), 3 3 . U n it à O p e r a ia , 1 0 5 , 126.
U n u r i, 4 3 .

I n d ic e d e i p e r io d ic i

A . R iv ista A n a r c h ic a , 9 6 . L av oro P o l it ic o , 2 8 , 1 0 9 .
A d esso , 3 5 . L in e a di C o n d o t t a , 1 60.
A lterna tiv a , 13 3 . L otta C o n t in u a , 7 1 , 8 9 , 1 1 4 , 1 21.
A / t r a v e r s o , 1 6 0 , 163. M a n ife st o (II), 3 4 , 114, 125, 126, 128,
A v a n g u a r d ia O p e r a ia , 7 1 , 13 2 . 129, 134, 155, 161.
A v a n t i !, 2 7 . M e t r o p o l i, 161.
M ondo (II), 136.
B a n d ie r a R o s s a , 2 1 , 2 2 , 2 8 , 102. M o n d o B eat , 2 9 .
B o l l e t t in o degli O r g a n ism i A u to n o m i M ondo O p e r a io , 2 7 .
O p e r a i , 160. M o n th ly R e v ie w , 2 8 , 3 9 .
M o v im e n t o O p e r a io , 2 4 .
C he fa r e ?, 28. M u l in o (II), 27.
C l a ss e ( L a ), 6 6 , 7 1 , 1 1 4 , 1 1 5 , 1 1 7 .
C la sse e S tato , 2 8 . N uova G e n e r a z io n e , 3 2 .
C l a ss e O p e r a ia , 2 8 , 7 1 ,8 2 , 8 4 , 1 1 5 , 11 8 , N uova U n it à , 2 8 , 3 7 , 1 0 7 .
136. Nuovi A r g o m e n t i , 2 6 .
C o m pa g n o (II), 107. N uovo I m p e g n o , 2 8 , 3 5 .
C o n t e m p o r a n e o ( I I ) , 2 5 , 13 5 .
C O N T R O P IA N O , 28. O pin io n e , 2 4 , 2 5 .
C o r r ie r e d ella S e r a , 146.
C r it ic a S o c ia l e , 2 7 . P a r tito ( I I ) , 1 0 7 .
P assa to e P resente, 2 4 , 2 5 .
D e m o c r a zia D ir e t t a , 3 0 . P o l it e c n ic o ( I I ) , 2 3 .
D is c u s s io n i , 2 4 . P o l it ic a C o m u n is t a , 1 3 2 .
P onte ( I I ) , 2 7 .
E sp r e s s o (L ’ ), 140. P o t e r e O p e r a io ( I I ) , 2 8 , 1 1 4 , 1 1 8 , 1 2 1 .
P o t e r e O p e r a io , 7 1 , 1 15.
F alcem artello, 2 8 , 3 3 , 1 0 3 , 110. P roblem i d el S o c ia l is m o , 2 7 .
F o g l io di d is c u s s io n e , 24.
Q u a d e r n i P ia c e n t in i , 16, 2 5 , 2 8 , 3 4 , 3 8 ,
G allo, 3 5 . 7 2 , 111.
G iov ane C r it ic a , 2 8 , 3 4 . Q u a d e r n i R o s s i, 2 8 , 3 0 , 3 5 , 7 1 , 8 2 , 8 3 ,
1 1 5 , 1 1 8 , 136.
I d e o l o g ie , 2 8 . Q u e s t ’I ta l ia , 3 5 .
I m p u l s o (L ’), 2 3 . Q u in d ic i , 2 8 .
I n t e r n a z io n a l e (L ’ ), 3 1 , 9 4 , 9 9 , 10 0 . Q u o tid ia n o dei L a v o r a to r i, 8 9 , 132, 163,
173.
192 D iego G iachetti

R a gionam enti , 2 4 , 25. S e r v ir e i l P o p o lo , 7 1 , 107.


R e p o r te r , 19. S i n i s t r a (L a ) , 2 8 , 33.
R epubblica (L a ), 150. S t e l l a R o s s a , 2 1 , 107.
R inascita , 34.
R isorgim ento S ocialista , 22. T em pi M o d e r n i, 27.
R ivista S torica del S ocialism o , 24, 25. T e s tim o n ia n z e , 35.
R ivolta di C lasse , 162.
R ivoluzione P roletaria , 107. U m a n ità N o v a , 2 2 , 3 0 ,9 4 , 9 7 , 99.
R ivoluzione S ocialista (L a ), 21. U n ità (L ’), 10, 3 4 , 143, 145, 147, 149,
R occa (L a ), 35. 151.
Rosso, 160, 161, 162. U n ità O p e ra ia , 126.
U n ità P r o l e t a r i a , 134.
S enza T regua , 160.
V e n to d e l l ’E s t, 28.

Finito di stampare nel mese di marzo 1998


presso la Grafitala
Peccioli (Pisa)