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1993-2003: dieci anni dopo
1993-2003: dieci anni dopo
1993-2003: dieci anni dopo I NSEGNARE AD IMPARARE di Ele n a Càsoli “I sapie nti

INSEGNARE AD IMPARARE

di Ele n a Càsoli

“I sapie nti ci h a n n o inse g n ato

n o n

la

v erità,

m a

di c erc are la v erità.

E n oi, pe r qu a nto in de g ni al lo ro c o nsesso, possia m o pre n derli a m od ello.”

S. Sciarrino

I nnumerevoli compositori, interpreti, maestri, liutai, editori hanno contribuito nei secoli a

golo aspetto del fare musica con la chitarra. E questo mutamento nel corso della nostra storia

costruire la storia della chitarra, che è, come

è

stato, credo, un evento positivo: ha consenti-

sempre accade, una storia musicale e una sto-

to

un perfezionamento della tecnica, una diffu-

ria di uomini: figure che il passare del tempo ha reso sempre più celebri o ha offuscato fa- cendone quasi perdere le tracce. Nel passato, lo

sione più ampia del sapere, la nascita di un re- pertorio i cui autori non sono più stati neces- sariamente dei chitarristi loro stessi, lo sviluppo

sappiamo, i protagonisti di questa storia erano

di

vere e proprie scuole di tecnica strumentale,

al tempo stesso virtuosi dello strumento, com- positori, inventori di nuovi strumenti e tecniche,

l’approfondimento musicologico e la nascita di ricche collane editoriali volte alla riscoperta e

didatti, mentre nel XX secolo le capacità di

diffusione del repertorio originale. Ruggero Chiesa

ognuno si sono via via focalizzate su ogni sin-

è

oggi parte di questa storia.

No n

c u ni pre c etti so n o

a ve n d o

av uto

in

m a estri, h o d ov uto ra gio n are prim a

c o ntrasto

c o n l’uso sin ora

di

u

n rispetto religioso per i

i

fo n d a m e nti –

n o n

sa re bb e

di erig ere

u n a

m assim a a prin cipio… Se al-

c a usa

di

u n a

cie c a sot-

se n za F. Sor

m assi m e di qu esti ulti m i

a d ottato d ai c hitarristi – c h e a

m a estri,

h a n n o

se g uito le

m e

e esa m i n ar n e

to m issio n e

loro

giu sto ipotiz z are i n

u n o spirito di c o ntra d dizio n e.”

A dieci anni dalla sua scomparsa, mi appare chiaro ciò che già in quei giorni di giugno del 1993 sentivo come pensiero dominante, accan- to al dolore della perdita: ci lasciava una delle menti più fini che il nostro strumento abbia avu- to nella sua storia. Un uomo innamorato della chitarra fino all’ultimo istante, che sapeva os- servarla con la passione del musicista, l’occhio critico dell’intellettuale, la coscienza di uno sto-

rico, il senso di responsabilità di un Maestro. Tutti noi che l’abbiamo conosciuto e che con lui abbiamo condiviso una parte del cammino e del fare artistico ci siamo resi conto, nel gior- no in cui ci ha lasciati, che il suo lavoro e il suo sapere erano ormai nelle nostre mani, e che i futuri percorsi di ognuno avrebbero anche avu-

to la fortuna e la responsabilità di proseguire il suo.

“Per m e esiste

u n a g ra n d e diff ere nz a tra

u n

m usi c ista e

u n “ n otista”. Il prim o

è

c olu i

c h e,

c o n sid er a n-

d

o la m u sic a c o m e scie n za dei su o n i, ve d e le fig urazio ni c o m e se g ni c o n ve nzio n ali c he li rapprese nta n o

e

n e tras m etto n o il risultato

al pe n si ero tra mite gli oc c hi, n ello stesso

m o do

in

c u i le letter e gli tras m etto-

n

o le parole

e qu este

ultim e

le

id e e. Il

se c o n do

in v e c

e

c o nside ra la

m u sic a c o m e s cie nz a d elle figu razio-

n

i c on fer e n d o gra n d e i m po rta nz a ai loro n o mi di c ui i gn or a il vero sig nifi c ato e atte n de l’e po c a i n c u i

im p are rà l’ar m o nia per c o m pre n d erl o; n el fratte m po ve d e le n ote c o m e altretta nti ordi n i per pr e m ere u n o

o l’altro tasto d el pia n oforte, tale c o rd a

c o n

tale

dito su tale p u nto

d el violin o

o

d ella

c hitarr a” F. Sor

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Tante sono state le direzioni del suo lavoro:

di

partecipare a questo grande progetto di riva-

egli ci è stato Maestro in molti aspetti dell’esse-

lutazione del repertorio originale.

re

un musicista oggi. Negli anni ci ha messo a disposizione un ric-

E accanto a questo c’è stato il lavoro per la rivista, “il Fronimo”, che nei primi anni in cui

co

repertorio, riscoperto, analizzato e pubblica-

ero abbonata e ancora molto giovane, trovavo

to

con l’entusiasmo dell’interprete e la cura

austera e difficile da leggere, ma allo stesso tem-

scientifica dello studioso. Assistere in tempo rea-

po intrigante. Grazie a queste letture, scoprivo

le

all’evolversi di questo lavoro, trovare sul gran-

che un chitarrista del passato non era solo un

de

tavolo della sua casa plichi di bozze da cor-

virtuoso dello strumento, ma un musicista par-

reggere, poter leggere a prima vista pezzi come

tecipe del proprio tempo. Oggi mi trovo a scri-

la

Fa ntasia Ele gia c a di Sor, i Du etti di Gragnani

vere su questa rivista che lui ha inventato: ciò

o

i Prelu d i di Tarrega da lui copiati a mano e

che da studente mi sembrava normale, cioè che

corretti dagli errori di stampa e del tempo pron-

uno studioso avesse fondato una rivista musi-

ti

per essere consegnati all’editore – che bella

cologica, si rivela oggi un regalo prezioso, fon-

la sua scrittura ordinata, asciutta e nervosa, con

te

di documentazione continua, motivo di am-

la

di

testa delle note piccola come una capocchia

spillo – rappresentava la possibilità per me

mirazione e, last b ut n ot le ast, spazio di qualità per diffondere idee.

“Se nie nte m ai si ripetesse, c o m e potre m m o appre n d ere?” M. Feldenkrais

Ruggero ha incontrato nella sua vi-

una innumerevole schiera di giova-

chitarristi; per loro è diventato gui-

per lunghi o brevi periodi, tra-

smettendo conoscenza, fiducia nelle pro- prie capacità e nel futuro, esperienza

da

ni

ta

e

un’etica di comportamento che qua-

si

nulla era disposta a concedere alle

scelte contrarie alla direzione della fe- deltà al testo originale, del rispetto

dell’autorità del compositore sull’inter- prete, della valorizzazione del reperto-

rio originale in confronto a quello pro-

dotto dalla pratica della trascrizione. Personalmente sono sempre stata affa-

scinata dall’aspetto colto e intellettua-

le

e al tempo stesso pieno di passio-

ne

e di slanci del suo rapporto con il

repertorio: capivo a poco a poco che

la capacità di combinare questi due

aspetti nell’essere musicista era una in- dicazione forte per riconoscere l’im-

portanza di un pezzo di musica al di

del suo manifestarsi sulla carta. E

mi

colpiscono ancora oggi, frequen-

tando l’ambiente musicale in genere, la stima e la fama che Ruggero Chiesa ha

nel tempo conquistato presso compo-

sitori, musicologi, interpreti di altri strumenti, direttori d’orchestra e di isti-

tuzioni musicali.

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“Noi p otre m

c h e, più

presu pp o n g a il tr atta m e nto d eli c ato, la c o m pre nsio n e

m o soste n ere

c h e

n o n

v’è

altra arte

di q u ella raffi n ata di o g ni spe cie d’e m o zio n e

d ell’interpretazio n e m usic ale,

e di se nsazio ni c he, attra verso la m a gia d elle so n orità, si vo glio n o tras m ettere

allo spirito d ell’u ditore.”

A. Cortot

Ora che io stessa mi trovo a insegnare e rap- presentare la chitarra all’interno di una istituzio- ne musicale straniera, penso spesso ai miei mae- stri – accanto a Ruggero Chiesa, Oscar Ghiglia,

e poi Giuseppe Garbarino, Sergio Possidoni,

Alain Meunier – ripenso a quali dei tanti loro consigli sono diventati oggi parte di me, quale modello del loro insegnamento tendo a ripro- porre e cosa invece mi appartiene ex-n o v o per altri contatti ed esperienze. L’esempio di Ruggero Chiesa nel rapporto con i suoi Maestri è stato quello di un superamento e di un progresso, uni- to alla capacità di conservare buoni ricordi, ri- spetto e ammirazione anche nel riconoscimento dei loro limiti e debolezze. Ricordo che in una conversazione si stupì di come accadesse molto

di rado che un ex-allievo cercasse da lui consi-

gli su come insegnare, mentre continue erano le richieste di materiale musicale e informazioni ge- nerali, quasi che ognuno di noi, nel diventare insegnante, si sentisse già pronto e capace, pur

non avendo ancora alcuna esperienza. In rapporto invece alle novità che ogni allie- vo ha portato in classe, Ruggero si è compor-

tato con disponibilità e autorevolezza, aperto e non diffidente, pronto a integrare il nuovo nel-

la sua esperienza, ma allo stesso tempo critico

e selettivo rispetto alla qualità di questi contri-

buti. È stato disponibile anche a imparare da noi, riuscendo sempre a trasmettere un’etica e un comportamento critico, di controllo ai facili entusiasmi e alle superficialità.

“Evid e nte m e nte la

c h e

p u ò

per pe rfe zio n are

re n d o n o

di d estare se n-

sazio n i. Essa d eve per m ettere a c iasc u n o di vivere il su o so g n o sotto l’in flu e n za d ell’e c citazio n e m o-

m e ntalità esse n-

n ostre se nsazio ni h a n-

u n te m po,

stretta m e nte al c o m pito d ell’i nte rpretazio-

c h e,

n e po eti c a. Così essa i m p ara

sole,

m usic a d eve essere c o nta giosa; peric olosa m e nte, su blim e m e nte c o nta giosa. […] È evide nte c he la n a-

zio n alità, l’epo c a, il c arattere in divid u ale d ell’a utore, il s u o gra d o di c ultura, gli a vv e ni m e nti d el-

m usic ali, a q u alsiasi g e n ere esse apparte n g a n o […] La

m e nta n e a

ziale. Ora, più il n ostro spirito è

n o la p ossibilità di affin arsi. […]

m usic a

n o n p u ò d escrivere

c o n

pre cisio n e. Il su o

d o minio è qu ello

differire, a se c o n d a d ella disposizio n e

d e gli u ditori e d ella loro

m ezzo, ra pid o e sic uro

c oltiv ato, l’intellig e n za svilu ppata, e più le

In oltre rite n g o

c h e

il solo

a d

la te c n i c a str u m e ntale, sia l’asso g ettarla

a differe n ziarsi, si affin a e

d à all’ese c u zio n e q u elle tinte v ariate

c o m pre nsibili e vive le opere

la

su a

vita, l’a m bie nte in

c ui è vissuto

e persin o le su e letture

preferite, influisc o n o su di lui n el

m

o m

e nto

d ella su a

cre azio n e, per la qu al c osa

u n a

m essa

a p u nto

di qu este

c o g nizio ni sarà in-

dispe n sa bile all’i nterprete pe r o g n i c o m posizio n e c h e e gli i nte n d a fa r riviv e re.” A. Cortot

Ricordo che nelle conversazioni tra noi allie-

vi, nei corridoi del Conservatorio di Milano o

in Piazza del Campo a Siena, più volte emer-

geva una critica a Ruggero insegnante, che già allora non corrrispondeva alla mia esperienza e della quale oggi, a distanza di vent’anni, capi- sco la debolezza: si lamentava in lui un ecces- so di libertà, una mancanza di determinazione

nel dare indicazioni precise sul piano tecnico e interpretativo. Ora so che quella critica nasceva dalle insicurezze dell’età incerta, dove il futuro è un punto di domanda e si chiedono ai mae- stri risposte precise, regole, magari dogmi, pun-

ti fermi. Ruggero non ci ha illuso con false certezze:

sapeva che non esistevano nella musica risposte assolute alle nostre inquietudini. Con attenzione indicava direzioni e suscitava in noi la capacità

di cercare la verità attraverso lo studio e l’espe-

rienza, ognuno seguendo la propria personalità e le proprie domande. Con ciò non voglio dire

che l’incertezza non abbia colto anche lui: chis-

sà quante volte a nostra insaputa avrà avuto un

dubbio nei nostri confronti. Ma il rispetto che aveva per noi come persone, prima ancora che come musicisti, ha evitato che i suoi dubbi di- ventassero i nostri. Semplicemente ci ha inse- gnato ad imparare: quando un allievo è in pos- sesso di questa capacità è libero di continuare da solo, forse per tutta la vita.

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Su o n are è gio c are. Ric hie d e all’ese c utore

m olta lib ertà e iniziativ a. Qu el c h e è sc ritto

n o n

si

d e ve

pre n dere seria m e nte, m a seria m e nte va preso per

qu alità

del su o n o

e

del sile nzio. E tuffia m o ci c o n

più

difficile: c o n valori lu n ghi e

q u a nto rig u ard a c ora g gio – se n za

lo svolgim e nto m usic ale, la

te m ere errori – in

m ezzo al a n c h e

c orti creia m o proporzio ni valid e, u n a u nità, u n de c orso –

per la n ostra propria gioia.” G. Kurtàg

Al di là di tutto quanto detto fino ad ora, o anzi proprio grazie a questo, rimane un dato di fatto importante: Ruggero Chiesa è stato musi- cista e maestro capace di insegnare ad impara- re, trasmettendo non solo sapere e conoscenza, ma anche gli strumenti per acquisirne ancora da soli, ha trasformato giovani allievi in musi- cisti adulti e consapevoli, ha anche suggerito – col suo modo di essere in classe, a casa, ad una cena conviviale o a un concerto, come

membro di una commissione o mentre teneva lezione all’Accademia Chigiana – che è possibi- le ogni giorno alimentare dentro di sé l’entu- siasmo, evitando l’isolamento, assecondando i mutamenti dell’età e della vita, sollecitando lo studio come pratica, anche interiore, quotidia- na. Questi pensieri, in un viaggio verso un luogo dove io ora provo a insegnare a imparare, per Ruggero.

CARO RUGGERO,

d ieci anni fa, di questi tempi, ero al lavoro per sbobinare l’intervista a Pepe Romero

che sarebbe uscita sul n. 85 de “il Fronimo”, di fatto il primo numero senza il suo fondatore al timone. Mi vorrai passare questa metafora ma- rinara, dato che ti ho sempre considerato – tu nato a Camogli, cuore della marineria, e diplo- mato all’Istituto Nautico – un grande coman- dante che ebbe la ventura di muoversi in un mare di musica anziché di acque. Così, del re- sto, ti vedeva anche mio padre, a sua volta ma- rinaio per vocazione – lui nato in Brianza… – col quale vi sarete certamente trovati, in quell’al- dilà nel quale tutti speriamo di poter riabbrac- ciare i nostri cari, a parlare di velieri. Quell’in- tervista a Romero volevo proprio fartela legge- re prima di partire per una breve vacanza in Irlanda, ma i preparativi per la partenza mi im- pedirono di venirti a trovare in ospedale dove avevi iniziato i preparativi per il tuo ultimo viag- gio. Mi è rimasto il cruccio di non avere avu- to il tuo imprimatur, per me era sempre molto importante, ma al mio ritorno da Dublino non eri già più tra noi. Ricordo che avevamo una grande affinità di vedute su molti temi: quando ci confrontava- mo su problemi legati al testo di tale o talal- tra opera per chitarra, giungevamo spesso alla

stessa conclusione, percorrendo lo stesso pro- cesso logico. Ciò era per me motivo di orgo- glio, perché davvero la tua opinione su quei problemi, ma anche su molti princìpi, dalla mu- sicologia alla didattica, dalla tecnica al reperto- rio, era sempre un’opinione sintetica e precisa, mai dogmatica, sempre rispettosa del tuo in- terlocutore, e immancabilmente confortata dal sigillo dell’esattezza. Ricordi, ci eravamo cono- sciuti una prima e fuggevole volta quando, an- cora allievo sedicenne del mio primo maestro avevo sostenuto un piccolo esame nella Scuola dove anche tu insegnavi – era l’ultimo anno, in quanto il Conservatorio non ti permetteva di continuare quell’incarico in una istituzione pri- vata. Quel giorno io suonai con incosciente na- turalezza e il mio maestro mi disse che il mio esame “era stato apprezzato anche dal maestro Chiesa!”. Non ero ancora in grado di percepi- re l’importanza dell’apprezzamento, ma lo avrei capito qualche anno dopo, incontrandoti a Gargnano, dove la mia vita ebbe una svolta e dove iniziai a pensare che forse potevo butta- re ai pesci gli studi medici e seguire la mia più intensa vocazione musicale. Fu da quell’estate del 1976 che iniziai ad inseguire il sogno dell’am- missione nella tua classe al Conservatorio di Milano, sogno coronato nel 1979. Da allora il

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nostro rapporto docente/discente si sviluppò ra- pidamente, ispirato ad una sincera stima e ad una franca amicizia: diventammo addirittura col- leghi di Conservatorio di lì a pochissimi anni e quasi subito mi incoraggiasti a collaborare alla rivista che ancora oggi ospita i miei modesti contributi. Poi i miei incarichi in Conservatori lontani e il mio trasferimento a Torino: il no- stro rapporto divenne, purtroppo, per lo più te- lefonico… Fino a quel giugno 1993. Con la tua

scomparsa noi allievi tuoi siamo tutti rimasti or- fani di un caro amico e di una valente guida,

ma ci siamo anche subito accorti che il tuo in-

segnamento ci aveva permesso di sviluppare una valida autonomia di pensiero e una pro- fessionalità che ci avrebbe consentito di pren- dere strade diverse l’uno dall’altro: è stata la dimostrazione del tuo valore di docente e di educatore, nel senso più etimologico del ter- mine – ex d u c e r e –, insomma ci hai condotti dalle tenebre alla luce. Oggi saresti ancora un importante punto di riferimento per tutti noi

Chiesa? I n realtà non

ho avuto la fortuna e il piacere di cono-

scerlo. Ricordo però due piccoli fatterelli, che per me – modesto chitarrista della domenica – hanno avuto e hanno un’importanza anche mag- giore della riconosciuta eccellenza del Maestro

C he dire del maestro

che abbiamo avuto il privilegio di conoscerti, ma il destino ha voluto altrimenti: il rammari-

co per non averti frequentato maggiormente,

negli ultimi anni della tua presenza tra noi, è

ampiamente bilanciato dagli intensi ricordi, pri-

mi fra tutti quelli di due lontane estati senesi,

quando osservavamo gli addetti che prepara- vano Piazza del Campo per il Palio dell’Assunta e tu ti lasciavi andare ai ricordi degli anni con Segovia; o degli ultimi due anni di studi prima

del diploma, con le tue formidabili lezioni al sabato mattina in quella stessa aula 220 che il destino mi ha portato oggi ad occupare in ve-

ste di docente; o dei tuoi sempre centratissimi

commenti ai concerti di chitarra in Sala Verdi al Conservatorio, alcuni dei quali, a distanza di tanti anni, hanno acquisito il valore di un ispi- ratissimo vaticinio! Caro Ruggero, se avessi mai avuto un fratello maggiore, lo avrei voluto co- me te! Il tuo vecchio amico e allievo Fra n c esc o Bira g hi

to. Ne avevo approfittato per chiedergli come mai il timbro e la sonorità dei liuti suonati dai membri di un ottimo duo inglese (uno di loro

era Anthony Rooley, se non ricordo male!) e dal

nostro Paolo Possiedi fossero così diversi al pun-

to da farmi credere che forse suonavano stru-

nel

campo musicologico in senso stretto, perché

menti differenti. E il Maestro, con mia grande

mi

hanno mostrato un lato del suo carattere,

l’umanità e la disponibilità verso gli altri, che me lo hanno fatto amare come un amico. Ed è pro- prio perché mi sento in debito di riconoscenza verso di lui che scrivo queste brevi note. Erano usciti appena quattro o cinque numeri della sua rivista, quando gli scrissi una lunga let-

sorpresa, pubblicò parte della mia lettera su uno dei successivi numeri di “il Fronimo” rispon-

dendo con chiarezza e dovizia di particolari, nonché grande gentilezza, a tutte le mie do- mande. Confesso che, se lo avessi incontrato per strada e riconosciuto, l’avrei abbracciato! Diversi anni più tardi gli scrissi da La Paz, do-

tera per congratularmi con lui delle recenti ini-

ve

mi trovavo con la famiglia per lo studio di

ziative editoriali (la pubblicazione de “il Fro-

fattibilità di un progetto d’irrigazione nell’altipia-

nimo” e delle sue antologie di musica antica):

no

boliviano. Nel negozio di un antiquario ave-

avevano fatto rinascere in me l’entusiasmo e la

vo

trovato uno strano strumento panciuto a sei

voglia di suonare la chitarra, negli ultimi anni

corde, con una bella rosetta intagliata sulla ta-

molto scemati anche a causa della pessima scel- ta dei brani che tentavo di eseguire e che sta- vano facendomi pensare fosse giunto il mo- mento di appendere al chiodo l’amato strumen-

vola armonica e un ricciolo civettuolo all’estre- mità del manico lungo e sottile. Somigliava va- gamente ad un liuto; lo comprai immediatamen- te (non costava molto, del resto!) e prima anco-

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ra

di farlo restaurare da un sedicente liutaio lo-

n

eppur e m olto a ntic o… Si tratta pr esu m ibilm e nte

cale, che costruiva soprattutto degli ottimi c h a-

d

i u n li uto c hitarra d ell’i nizio d el se c olo…”

r a n g os, gli feci una

serie di fotografie – di fron-

Io provai lì per là una grande delusione, ma

te, di profilo, di tre quarti – e quindi le inviai al

Maestro Chiesa per chiedergli che tipo di stru- mento fosse (l’antiquario non ne aveva la mini- ma idea!) e come avrei dovuto incordarlo ed ac-

cordarlo. Non mi crederete, ma mi rispose a vol-

ta di corriere! Ricordo ancora l’inizio della sua simpatica lettera:

Ug o, mi dispia c e doverti d ar e u n a d elu- il tu o str u m e nto n o n è u n liuto, e n o n è

“Caro sio n e,…

mi consolai presto per la gioia che il ricevere la

lettera del Maestro mi aveva procurato. In un certo senso, dopo la prima esperienza, me l’aspettavo, una sua risposta esauriente e genti-

le, ma non certo così rapidamente.

Così io lo ricordo! Con grande e immutata simpatia e riconoscenza. Un caro saluto a tutti voi da un vecchio ab- bonato e lettore

Ug o

Melo ni (Arese, MI)

C onobbi il Maestro ad Amandola, nel 1991, durante un corso di perfezionamento al

quale partecipai in qualità di allievo. Co- noscevo la fama di Ruggero Chiesa come mu- sicologo e ricercatore, ma non come docente; così ebbi un quadro completo della sua po- liedrica versatilità. Ciò che mi colpì all’inizio fu l’impostazione e il taglio che dava ad ogni lezione: innanzitutto un inquadramento storico dell’opera che veniva

eseguita da ciascun corsista, per poi passare ad un’accurata lettura della forma e all’analisi stili- stica. Ricordo che dava grande importanza allo studio della for m a per poter avere una visione d’insieme del brano e arrivare ad un’interpreta- zione più approfondita. Un altro concetto su cui insisteva era quel-

lo della c re dibilità . Bisogna essere c re dibili

nel presentare un brano o il fraseggio di un passaggio. Tutto ciò è connaturato a un’idea

di stile. Non si è credibili se si affronta un

ghiribizzo di Paganini con lo spirito con cui

si suona Turina. Lo stile passa attraverso la

con osce n za d e l p erio do, d ell’a utore , dell’epoca che ha “generato” una determi- nata opera. Infine credeva fermamente nella diffusio- ne della chitarra come strumento colto che vanta una propria letteratura di grande inte- resse storico, culturale e artistico. Scherzo- samente diceva a noi allievi provenienti dal sud che dovevamo essere i paladini della ri- nascita della chitarra in Sicilia. Questo testi- monia l’amore per lo strumento e la volontà

di diffondere la passione per una fede che per-

meava tutto l’operato del didatta. Ricordo che alla fine del corso mi ringraziò per aver partecipato. In realtà fui io a ringra- ziarlo per l’esperienza positiva che mi aveva re- galato. Posso dire in definitiva che anche se questa è stata l’unica esperienza che mi ha visto a con- tatto col Maestro, mi ha lasciato un bellissimo ri- cordo e preziosi consigli che ancor oggi ritrovo nel mio bagaglio di insegnante e di chitarrista. Per cui mi sento di dire, sebbene a distanza

di qualche anno, grazie Maestro. Mario Massi m o Ferrara (Calta nissetta)

grazie Maestro. Mario Massi m o Ferrara (Calta nissetta) Ru g gero Chiesa lu glio 1985

Ru g gero Chiesa lu glio 1985

c o n

u n allievo ai Corsi Ac c a d mici di Vic e nza,

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