Sei sulla pagina 1di 64

Figura 1:

Addendum agli appunti del corso di


Introduzione alla Fisica Moderna
Onde elettromagnetiche

Prof. Michele Nardone - Universita’ dell’Aquila


06 Giugno 2017
ii
Indice

1 Onde elettromagnetiche 1
1.1 Richiami . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
1.1.1 Le equazioni di Maxwell . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
1.1.2 I campi nella materia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.1.3 La propagazione delle onde elettromagnetiche nel vuoto . . . . . . . 5
1.1.4 La propagazione delle onde elettromagnetiche nella materia . . . . . 13
1.2 Sovrapposizione di onde . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
1.2.1 Il principio di Huygens e la diffrazione . . . . . . . . . . . . . . . . 21
1.2.2 Diffrazione da singola fenditura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28
1.2.3 Diffrazione da due fenditure . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34
1.2.4 Reticolo di diffrazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37
1.2.5 Coerenza spaziale e temporale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
1.2.6 Derivazione della formula di Fresnel-Kirchoff . . . . . . . . . . . . . 45

2 Campo emesso da cariche in moto 51


2.1 Campo emesso da una carica in moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
2.1.1 Formula di Larmor . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53
2.1.2 Approssimazione di dipolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54
2.1.3 Emissione di un dipolo oscillante . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56

iii
iv INDICE
Prefazione

Questo addendum agli appunti del corso di Introduzione alla Fisica Moderna contiene alcu-
ni approfondimenti sulle onde elettromagnetiche, in particolare sui fenomeni di diffrazione
e interferenza dovuti alla sovrapposizione di piu’ onde e alle caratteristiche del campo
emesso da una carica in moto. Gli argomenti si trovano trattati in dettaglio su quasi
tutti i testi di FISICA 2 (e.g. Mazzoldi Nigro Voci), questi appunti sono solo una guida per
lo studente orientata a fornire una trattazione che usi lo stesso formalismo degli appunti
del corso. .

v
vi INDICE
Capitolo 1
Onde elettromagnetiche

1.1 Richiami
Rivediamo, per uniformare il formalismo, le formule piu’ importanti dell’elettromagnetismo
concernenti la radiazione elettromagnetica.

1.1.1 Le equazioni di Maxwell


le equazioni di Maxwell nella forma differenziale detta microscopica, suggerita da
Lorentz all’inizio del ’900, sono date, in unita’ SI (dove le cariche si misurano in Coulomb
1
(C) e 4π0
= 8.9876 · 109 Nm2 C−2 ), da:
 
∇ · E = ρ0 ∇ × B = µ0 J+µ0 0 ∂E ∂t
e (1.1)
∇·B=0 ∇ × E = − ∂B ∂t

Queste, che sono chiamate talvolta Equazioni di Maxwell nel vuoto o anche Equazioni
di Maxwell-Lorentz, nel loro insieme costituiscono un sistema di equazioni differenziali
lineari alle derivate parziali (due vettoriali e due scalari, per un totale di 8 equazioni
scalari) in quattro variabili (x, y, z, t) che descrivono il comportamento spazio-temporale di
6 quantita’: il vettore campo elettrico E e lo pseudovettore campo di induzione magnetica
B. In queste equazioni ρ e’ la densita’ di carica elettrica (comprendente eventualmente
anche le cariche dovute ai costituenti di eventuale materia presente, elettroni e ioni). E’
definita, in termini della carica Q (V ) contenuta nel volume V , come
Q (V )
ρ (r, t) = lim .
V →0 V
Nel caso di cariche puntiformi potra’ esser scritta come

ρ (r, t) = qi δ (r − ri (t)) .
i

1
2 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Il modulo della densita’ di corrente (per unita’ di superficie) J, e’ definito macroscopi-


camente in termine della corrente elettrica I (Σ) = dQ
dt
che transita perpendicolarmente at-
traverso la superficie Σ. Assumedo come direzione x quella perpendicolare alla superficie,
il modulo della densita’ di corrente sara’
I (Σ) I (Σ) dx Q (V ) dx
J (r, t) = lim = lim = lim
Σ→0 Σ V →0 V V →0 V dt
per cui avremo in generale
J (r, t) = ρ (r, t) υ (r, t) .
Nel caso di cariche puntiformi questa potra’ esser scritta come

J (r, t) = qi υi (t) δ (r − ri (t)) .
i

• Le due equazioni scalari descrivono la divergenza (∇·) dei campi dovuta alla pre-
senza di sorgenti (nella descrizione di Lorentz si definisce densita’ di carica proprio
come quella cosa che da’ luogo a una divergenza non nulla del campo elettrico); il
campo B non ne ha e quindi non esistono monopoli magnetici.

• Le due equazioni vettoriali descrivono invece il rotore (∇×) dei campi; quando
non sono presenti fenomeni dipendenti dal tempo, il campo E e’ irrotazionale, sara’
cioe’ descrivibile come gradiente di un potenziale scalare e sara’ quindi un campo
conservativo (almeno per domini semplicemente connessi)

Queste equazioni, insieme alla legge di forza di Lorentz su una carica puntiforme in
moto con velocita’ u, data da
f = q (E + u × B) ,
costituiscono la base dell’elettrodinamica classica.
Si noti che sfruttando l’identita ∇· (∇ × B) = 0 si ottiene un’equazione di continuita’
nella forma
∂ρ
∇ · J+ = 0.
∂t
La formulazione integrale delle equazioni e’ ricavabile usando il teorema della
divergenza secondo il quale
 
(∇ · F) dV = F·dΣ
V Σ

dove la superficie orientata dΣ = ndS ha il versore n orientato verso l’esterno, e il teorema


di Stokes  
(∇ × F) ·dΣ = F · dr
Σ δΣ
1.1. RICHIAMI 3

scritti entrambi per un generico campo vettoriale F. Essendo il flusso di B sempre nullo
attraverso qualsiasi superficie chiusa, il campo B e’ solenoidale, cioe’ esprimibile sempre
come rotore di un potenziale vettore A

B = ∇ × A.

[N.B. Un campo solenoidale ha sempre divergenza nulla anche se a rigore non e’ sempre
vero il contrario, dipende dalle caratteristiche del dominio su cui e’ definito]

1.1.2 I campi nella materia


Si puo’ ottenere una diversa formulazione nota come Equazioni macroscopiche di Maxwell
o Equazioni di Maxwell nella materia (formulazione piu’ vicina alla quella originale di
Maxwell), separando la densita’ di carica e di corrente in una parte dovuta alle cariche
legate (pedice b per bound), costituenti la materia, e una dovuta alle cariche libere (pedice
f per free)

ρ = ρf + ρb
.
J = Jf + Jb
Questa separazione suggerisce di introdurre 2 nuovi campi D e H in modo da far comparire
esplicitamente solo le cariche le correnti libere per cui, lasciando inalterate le due che non
contengono cariche e correnti

∂B
∇·B =0 e ∇×E =−
∂t
potremo porre
∂D
∇ · D = ρf e ∇ × H = Jf + (1.2)
∂t
Le cariche e correnti legate determinano quindi due campi differenza P ed M definiti in
modo che 
D = 0 E + P
H = µ1 B − M
0

che dovranno quindi soddisfare le equazioni,



∇ · P = −ρb
.
∇ × M = Jb − ∂P
∂t

I campi P ed M, opportunamente mediati su larga scala, saranno interpretabili rispettiva-


mente come la densita’ di dipolo elettrico e la densita’ di dipolo magnetico dovuti
alla cariche legate.
4 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Una teoria lineare della risposta della materia, in cui P ed M, mediati su larga
scala, sono entrambi proporzionali ai campi E e B, permettera’ di scrivere le cosiddette
relazioni costitutive nella forma

D = 0 r E = E
H = µ 1µ B = µ1 B
0 r

dove vengono introdotte le costanti adimensionali r e µr caratteristiche del materiale. In


particolare sara’
(µr − 1)
P = 0 (r − 1) E e M= B = (µr − 1) H
µ0 µr

Talvolta conviene introdurre la suscettivita’ elettrica χe e magnetica χm (dette rispetti-


vamente permittivita’ e permeabilita’) date da

χe = r − 1
χm = µr − 1

in modo che si abbia


P = 0 χe E e M = χm H
Le costanti r e µr come pure le suscettivita’ potranno eventualmente essere:

• grandezze dipendenti dallo spazio (sistemi non omegenei)

• grandezze dipendenti dal tempo (sistemi con fluttuazioni spontanee); nei fenomeni
ottici, o piu’ in generale a frequenza ω definita, queste potranno dare luogo ad una
dipendenza dalla frequenza ovvero a effetti dispersivi.

• grandezze tensoriali (sistemi non isotropi)

• grandezze complesse se vorremo con esse descrivere scambi di energia tra campi e
materia.

Maxwell introdusse anche una terza grandezza caratteristica, la conducibilita’ elettrica


σ, definita dalla relazione
Jf = σE
riformulando di fatto la legge di Ohm.
N.B. I campi di Maxwell nella materia (E e B) ottenuti a partire dalle equazioni
di Maxwell macroscopiche per D e H con l’ausilio delle relazioni costitutive sono quin-
di grandezze mediate su larga scala e non vanno identificati con i cosiddetti campi lo-
cali sentiti dai costituenti microscopici. Per calcolare questi ultimi servira’ una esplicita
modellizzazione microscopica della materia; non affronteremo qui questo aspetto.
1.1. RICHIAMI 5

1.1.3 La propagazione delle onde elettromagnetiche nel vuoto


Nel vuoto, ovvero in assenza sia di densita’ di carica ρ che di densita’ di corrente J, le
equazioni si riducono a:
 
∇·E=0 ∇ × B = µ0 0 ∂E
∂t
e (1.3)
∇·B=0 ∇ × E = − ∂B∂t

Derivando le due equazioni vettoriali rispetto al tempo si ottiene


 2
∇ × ∂B ∂t
= µ0 0 ∂∂tE2
2
∇ × ∂E∂t
= − ∂∂tB2

Da queste, ri-sostituendo la derivata prima rispetto al tempo, discendono le equazioni


 2
∇ × (∇ × E) = −µ0 0 ∂∂tE2
2
∇ × (∇ × B) = −µ0 0 ∂∂tB 2

Sfruttando poi l’identita’ vettoriale (valida per un generico campo vettoriale F)


∇ × (∇ × F) = ∇ (∇ · F) − ∇ · (∇F) = ∇ (∇ · F) − ∇2 F
e facendo uso delle altre due equazioni scalari, si ottengono le equazioni
 2 2
∇ B = c12 ∂∂tB 2
2 (1.4)
∇2 E = c12 ∂∂tE2
dove abbiamo posto
1
c2 = .
µ0 0
Queste sono note come equazioni delle onde. Si tratta di due equazioni differenziali
vettoriali che descrivono separatamente le singole componenti dei campi elettrici
e magnetici. Ogni componente cartesiana di E o B, qui indicata genericamente con
a (r, t), obbedisce quindi a un’equazione del tipo
1 ∂2
∇2 a (r, t) − a (r, t) = 0,
c2 ∂t2
o piu’ esplicitamente
∂2 ∂2 ∂2 1 ∂2
a (r, t) + 2 a (r, t) + 2 a (r, t) − 2 2 a (r, t) = 0.
∂x2 ∂y ∂z c ∂t
N.B. Queste equazioni non contengono le interrelazioni vettoriali tra i campi che sono
invece contenute nelle equazioni di Maxwell; in pratica una volta trovate le soluzioni per
queste equazioni dovremo inserirle nelle equazioni di Maxwell che ci daranno ulteriori
condizioni sulle caratteristiche vettoriali dei campi.
6 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Onde piane Possibili soluzioni particolari di questa equazione sono le onde piane
ovvero soluzioni per le quali l’ampiezza a (r, t) a qualsiasi istante t e’ costante in un piano
perpendicolare ad una direzione ben definita, detta direzione di propagazione.
In particolare se facciamo coincidere questa direzione con uno degli assi cartesiani (dici-
amo l’asse x) le soluzioni saranno descritte da funzioni della sola x e del tempo, e l’equazione
delle onde si riduce a:
∂2 1 ∂2
a (x, t) − a (x, t) = 0
∂x2 c2 ∂t2
La soluzione di questa equazione sara’ una qualunque combinazione di funzioni aventi per
argomento la combinazione x ± ct; la potremo scrivere come

a (x, t) = f (x − ct) + g (x + ct)

che rappresenta la somma di due onde viaggianti con velocita’ c in direzione rispetti-
vamente negativa e positiva dell’asse x: le chiamiamo onde viaggianti perche’ la forma
dell’onda all’istante t = 0 la ritroveremo identica all’istante t ma spostata di una quantita’
∓ct lungo l’asse x.

Onde piane armoniche Un caso particolare di onda viaggiante piana e’ l’onda piana
armonica che si propaga lungo le x positive per la quale

a (x, t) = a cos [k (x − ct) + ϕ]

Per x fissato l’ampiezza oscilla con periodo T = 2πkc


mentre a t fissato avremo una period-
icita’ spaziale, detta lunghezza d’onda, data da λ = 2π k
. La costante ϕ e’ una costante che
rappresenta la fase iniziale che determina il valore di

a (0, 0) = a cos ϕ

essendo a il valore dell’ampiezza massima dell’onda.


Introducendo la frequenza ν e la pulsazione ω date da
1 1
ν= = ck e ω = 2πν = ck
T 2π
potremo scrivere l’onda piana armonica come

a (x, t) = a cos [(kx − ωt) + ϕ] .

Onde piane armoniche in direzione arbitraria A questo punto possiamo facilmente


costruire un onda piana armonica viaggiante lungo una direzione generica introducendo
un vettore k (detto vettore d’onda) di modulo pari a k = 2π
λ
e orientato lungo la direzione
1.1. RICHIAMI 7

di propagazione; poiche’ k · r rappresenta il prodotto del modulo di k per la proiezione


di r lungo la direzione di propagazione, potremo porre la soluzione nella forma

a (r, t) = a cos [(k · r − ωt) + ϕ]

Anche questa e’ un’onda piana in quanto, ad un dato istante, l’ampiezza dell’onda sara’ la
stessa su tutti i punti appartenenti ai piani di equazione k·r =cost (che sono perpendicolari
alla direzione di k); il periodo spaziale dell’onda continuera’ ad essere dato da

λ= .
k
E’ inoltre un’ onda viaggiante nel senso che, con lo scorrere del tempo, tutti i punti che
hanno la stessa fase, ossia quelli per cui k · r − ωt = costante, si spostano lungo la direzione
di k con velocita’ c.

Notazione complessa Usando gli esponenziali complessi la soluzione di onda piana


armonica potra anche essere scritta come

a (r, t) = a cos [(kx − ωt) + ϕ] = Re {ã (r, t)}

dove
ã (r, t) = a exp (iϕ) exp (ik · r) exp (−iωt)
essendo
ã (r, t) ã (r, t)∗ = |ã (r, t)|2 = a2
L’espressione ã (r, t) sara’ ovviamente ancora soluzione dell’equazione delle onde. La no-
tazione complessa presenta il vantaggio che la dipendenza temporale exp (−iωt) e’ adesso
fattorizzata da quella spaziale, cosa che semplifica molto l’algebra.
La notazione puo’ essere generalizzata a descrivere qualsiasi onda di tipo armonico
ponendo
ã (r, t) = ã (r) exp (−iωt)
dove l’ampiezza complessa ã (r) (talvolta detto fasore dell’onda) sara’ caretterizzata da
due grandezze reali spesso identificate con il modulo e la fase.
Inserendo questa soluzione nell’equazione d’onda, scopriamo che l’ampiezza complessa
di un’onda armonica deve obbedire quella che e’ nota come equazione di Helmoltz, ovvero:
 
2 ω2
∇ + 2 ã (r) = 0
c
E’ immediato vedere che affinche’ questa equazione sia soddisfatta dall’onda piana, per
la quale
ã (r) = a exp (iϕ) exp (ik · r) ,
8 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

bastera’ che sia


ω2
∇2 ã (r) = ∇ · [∇ã (r)] = −k 2 ã (r) = − ã (r)
c2
Questa equazione determina la relazione di dispersione

ω = ck.

N.B. Si noti che qualsiasi soluzione fattorizzabile nella forma

ã (r, t) = ã (r) f (t)

soddisfa l’equazione delle onde purche’ ã (r) e f (t) siano rispettivamente soluzioni delle
equazioni   2
2

2∇ + b ã (r) = 0
∂ 2 2
∂t2
+ c b f (t) = 0
con b costante.

Soluzione di onda piana per i vettori E e B Tutte le componenti di E e di B


obbediranno all’equazione delle onde e i campi di un onda piana potranno quindi essere
scritti vettorialmente (in forma complessa) come
  
 E (r, t) = Re Ẽ exp [i (k · r − ωt)]
 
 B (r, t) = Re B̃ exp [i (k · r − ωt)]

Dove le ampiezza vettoriali complesse Ẽ o B̃ (definite dai loro moduli E e B e dalle fasi
ϕE e ϕB ) non sono pero’ costanti arbitrarie da determinare liberamente con opportune
condizioni al contorno; infatti i campi dovranno sottostare alle equazioni di Maxwell
nella loro totalita’.
Inserendo infatti questa soluzione nelle equazioni di Maxwell si puo’ vedere immediata-
mente che dovra’ sempre essere

 k·E=k·B =0
B = ω1 k × E = 1c k̂ × E

ϕE = ϕB + π2

In altre parole i vettori E, B e k devono costituire sempre una terna ortogonale e le onde
piane viaggianti saranno onde puramente trasverse con campi mutuamente ortogonali
sfasati tra loro di π/2. In particolare per un onda elettromagnetica che si propaga lungo x
dovra’ essere
Ez Ey
Ex = Bx = 0; By = − ; Bz = .
c c
1.1. RICHIAMI 9

In pratica mentre un’onda elettromagnetica si propaga, il campo di induzione magnetica


variabile crea, attraverso la legge di induzione Faraday, un campo elettrico variabile che a
sua volta crea un campo di induzione attraverso la legge di Ampere modificata. Questo
ciclo continuo permette a queste onde di propagarsi nel vuoto con velocita’ c.
Le onde piane armoniche sono molto importanti perche’, grazie all’analisi di Fourier e
alla linearita’ delle equazioni di Maxwell, qualsiasi onda puo’ essere ottenuta sovrapponendo
un opprtuno numero di onde piane armoniche.

Onde sferiche armoniche Esistono tuttavia altre soluzione particolarmente importanti


che conviene ricordare (anche se sempre sviluppabili in onde piane). Una di queste si ottiene
assumendo che la soluzione dipenda solo dalla coordinata radiale la cui origine definisce
l’origine o la sorgente delle onde. Potremo quindi cercare soluzioni per E (r, t) funzione
solo del modulo di r. Scrivendo il Laplaciano in coordinate sferiche
 
2 1 ∂ 2∂ 1 ∂ ∂ 1 ∂2
∇ = 2 r + 2 sin θ + 2 2 2
r ∂r ∂r r sin θ ∂θ ∂θ r sin θ ∂ ϕ
bastera’ trattenere il solo termine radiale, ed essendo
1 ∂ 2∂ 1 ∂2
r = r
r2 ∂r ∂r r ∂r2
l’equazione per queste onde si riduce a
1 ∂2 1 ∂2
ra (r, t) − a (r, t) = 0
r ∂ 2r c2 ∂t2
Moltiplicando infine per r si potra’ scrivere
∂2 1 ∂2
ra (r, t) − ra (r, t) = 0
∂2r c2 ∂t2
ovvero un’equazione delle onde in una dimensione nelle variabili (r, t) per la funzione
ra (r, t).
La soluzione, cha sara’ valida per ogni componente dei campi, avra’ dunque la forma
(la soluzione retrograda non ci interessa in questo caso!)
f (r − ct)
a (r, t) =
r
e rappresentera’ quindi un fronte d’onda sferico con ampiezza decrescente con 1r . In par-
ticolare potranno esistere onda sferiche armoniche (o monocromatiche) che avranno la
forma  
cos (kr − ωt) exp [i (kr − ωt)]
a (r, t) = a = a Re
r r
10 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

con
ω = ck
Usando la notazione complessa potremo anche porre

exp (ikr)
ã (r, t) = a exp (−iωt)
r
dove ovviamente l’ampiezza complessa

exp (ikr)
ã (r) = a
r
obbedisce all’equazione di Helmoltz.
Per quanto riguarda le proprieta’ vettoriali dei campi, si trova che dovranno essere
tangenti ai fronti d’onda sferici, ortogonali tra loro e sfasati di π/2. Essendo k paralelo
ad r l’onda sferica potra’ anche essere scritta nella forma vettoriale
 
exp [i (k · r − ωt)]
a (r, t) = a Re
r

N. B. Si noti anche che la soluzione non potra’ essere valida nell’origine r = 0 (dove
peraltro diverge), perche’ nell’origine ci deve essere qualcosa che emette la radiazione e
quindi non e’ descrivibile come spazio vuoto (ρ = 0 e J = 0). Torneremo su questo punto
piu’ avanti parlando del campo emesso da una carica in moto.

Energia e intensita’
Il vettore di Poynting, e’ definito nell’ambito della formulazione microscopica come
1
S (r, t) = E (r, t) × B (r, t) .
µ0

E’ un vettore il cui modulo rappresenta l’intensita’ istantanea I (r, t) ovvero l’energia


trasportata per unita’ di tempo e unita’ di superficie ortogonale alla direzione del
trasporto, calcolata nel punto di coordinate (r, t),

I (r, t) = |S (r, t)|

e la cui direzione indica la direzione in cui avviene il trasporto.


La densita’ di energia (energia per unita’ di volume) del campo elettromagnetico e’
invece data da
 
1 1
u (r, t) = 0 E (r, t) · E (r, t) + B (r, t) · B (r, t) .
2 µ0
1.1. RICHIAMI 11

Le due grandezze sono legate dal teorema di Poynting (di fatto la conservazione
dell’energia) secondo cui:
∂u (r, t)
= −∇ · S (r, t) − J (r, t) · E (r, t) .
∂t
Per un’onda elettromagnetica nel vuoto, poiche’ S sara’ diretto perpendicolarmente
al fronte d’onda e sfruttando le relazioni tra i campi,
 
S (r, t) = 0 cE (r, t) × k̂ × E (r, t) = 0 c [E (r, t) · E (r, t)] k̂

e
B (r, t) · B (r, t)
u (r, t) = 0 E (r, t) · E (r, t) =
c2 µ0
per cui l’intensita’ istantanea sara’

I (r, t) = |S (r, t)| = 0 c [E (r, t) · E (r, t)] = cu (r, t)

In particolare per un onda armonica, il quadrato dei campi, e quindi l’intensita’


istantanea, oscillera’ a una frequenza doppia di quella cui oscillano i campi e avra’ media
non nulla su un periodo T . Potremo allora calcolare la media temporale dell’intensita’
eseguendo la media su un periodo, che chiameremo intensita’ tout court e che non
dipendera’ piu’ da r, 
1 T
I = I (r, t) T = I (r, t) dt (1.5)
T 0
   
Essendo sin2 (ωt) + cos2 (ωt) = 1 e sin2 (ωt) T = cos2 (ωt) T e quindi sin2 (ωt) T = 12 (a
prescindere da un eventuale termine di fase contenuto nelle funzioni seno e coseno) avremo
  1
I = |S| T = 0 E 2 cos2 (ωt) T = 0 E 2
2
Vista la rapidita’ con cui oscillano i campi delle onde elettromagnetiche nel visibile (ma
anche nelle microonde!!) questa grandezza e’ quella che viene normalmente percepita e/o
misurata (W/m2 ).
Si noti che:

• usando la rappresentazione complessa


 
E (r, t) = Re Ẽ (r, t) con Ẽ (r, t) = E exp (iϕ) exp [i (k · r − ωt)]

per esprimere le varie grandezze relative all’energia mediate su un periodo si potra’


usare la relazione  2
 
Ẽ (r, t) Ẽ (r, t) = Ẽ (r, t) = E 2

12 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

• per un’onda sferica l’intensita’ dell’onda va come


1 1
I = 0 cE 2 ∝ 2
2 r
per cui il flusso uscente da una qualsiasi superficie sferica con centro nella sorgente
sara’  
IdΣ = Ir2 dΩ = 4πr2 I = costante

e rappresenta la potenza totale emessa dalla sorgente.


• Il lavoro elementare dW fatto dal campo elettromagnetico su una carica puntiforme
libera e’ dato, usando la forza di Lorentz, da

dW = f · ds = q (E + υ × B) · υdt = qE · υdt

(la forza magnetica non compie lavoro). Ne segue che la potenza fornita a un sistema
con densita’ di carica ρ sara’
 
dW
= E · ρυdV = E · JdV.
dt
Usando le equazioni di Maxwell per esprimere J si ottiene, con un po di passaggi,
1 ∂E
E·J = E · (∇ × B) − 0 E · =
µ0 ∂t
 
1∂ 2 1 2 1
= − 0 |E| + |B| − ∇ · (E × B) =
2 ∂t µ0 µ0
∂u
= − −∇·S
∂t
che costituisce la formulazione differenziale del cosiddetto teorema di Poynting.
• La pressione esercitata dalla radiazione quando viene assorbita da una superficie
posta ortogonalmente alla direzione di propagazione vale
I (t) |S|
Pass = = = u (t)
c c
e, detto g (t) il modulo della densita’ di quantita’ di moto posseduta dal campo
elettromagnetico, avremo
F gdV
Pass = = = g (t) c
dΣ dtdΣ
ovvero
|S| I (t) u (t)
g (t) = 2
= 2 =
c c c
1.1. RICHIAMI 13

Potremo quindi definire, come suggeri’ Abraham nel 1902, la densita’ di quantita’
di moto posseduta dal campo elettromagnetico come
S
g= .
c2
• N. B. Quale sia l’espressione corretta della densita’ di momento all’interno di un
dielettrico e’ problema ancora non del tutto risolto (controversia Abraham-Minkowski)

1.1.4 La propagazione delle onde elettromagnetiche nella mate-


ria
Se assumiamo che non ci sia densita’ netta di cariche libere dovra’ essere ρf = 0 ma potra’
ancora essere Jf = 0 per cui le equazioni di Maxwell nella materia neutra saranno in
generale date da
 
∇·D=0 ∇ × H = Jf + ∂D ∂t
e (1.6)
∇·B=0 ∇ × E = − ∂B ∂t

Usando le relazioni costitutive (compresa quella per la conducibilita’) avremo quindi


 
∇·E=0 ∇ × H = σE + 0 r ∂E ∂t
e (1.7)
∇·B=0 ∇ × E = −µ0 µr ∂H ∂t

da cui si ottiene la seguente equazione delle onde per il campo elettrico di Maxwell nella
materia
1 1 ∂E ∂ 2E
− ∇ × (∇ × E) = − ∇2 E = σ + 0 r 2
µ0 µr µ0 µr ∂t ∂t
o
r µ ∂ 2 E ∂E
∇2 E = 2 r 2 + µ0 µr σ .
c ∂t ∂t
Nei dielettrici non magnetici e isotropi, avremo σ = 0 e µr = 1 mentre r sara’ uno
scalare per cui le equazioni per D e H forniscono immediatamente

∇·E=0
∇ × B=µ0 ∂(0∂t E+P)
= cr2 ∂E
∂t

e l’equazione delle onde si riduce a

2 r ∂ 2 E
∇ E− 2 2 =0
c ∂t
e, per onde piane monocromatiche che si propagano lungo z, date da

E (r, t) = E0 exp (ikz − ωt)


14 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

si ottiene relazione di dispersione


 2
r 2π
k = µ0 0 r ω = 2 ω 2 =
2 2
n
c λ0
ovvero
ω c c
υ= =√ =
k r n
Restiamo cioe’ con le stesse equazioni del vuoto in cui la velocita’ e’ pero’ ridotta di un

fattore n = r e quindi la lunghezza d’onda ridotta di un fattore n.
Se invece cerchiamo soluzioni in forma di onde piane monocromatiche per sistemi
isotropi, sempre non magnetici, (µr = 1 ) ma che siano anche conduttori (σ = 0),
inserendo l’espressione dell’onda piana, si trova la seguente relazione di dispersione

k 2 = µ0 ω (0 r ω + iσ) = (k  + ik  )2

da cui e’ evidente che k avra’ una parte immaginaria responsabile dell’attenuazione del-
l’onda e una parte reale responsabile della velocita’ di fase υ come si vede sostituendo
nell’espressione dell’onda piana che diventa

E (r, t) = E0 exp (−k  z) exp (ik  z − ωt)

Si e’ soliti definire in questo caso un indice di rifrazione complesso ñ dato da


c 2π
ñ = k =k = n + in
ω λ0
(attenti al segno della parte immaginaria!) dove λ0 e’ la lunghezza d’onda nel vuoto.
Evidentemente
ω c
υ =  = 
k n
1 λ0
d =  =
k 2πn
Esistono due casi limite:

• cattivo conduttore quando σ << 0 r ω per cui, sviluppando in serie,



√ ω σ µ0
k  r + i
c 2 0 r

e l’onda propaga con velocita di fase


ω c
υ= =√
k  r
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 15

e si attenua con una distanza caratteristica



1 2 0 r
d =  =
k σ µ0

indipendente dalla frequenza e tale che

1 c λ λ0
d >> = √ = = √
k  ω r 2π 2π r

• buon conduttore quando σ >> 0 r ω per cui


 
 1 i √
k iµ0 σω = √ +√ µ0 σω
2 2

L’onda decade esponenzialmente con



1 2
d =  =
k µ0 σω

dipendente dalla frequenza ω e tale che

1 1 λ λ0
d= = = = √
Im {k} Re {k} 2π 2π r

Vedi
http://farside.ph.utexas.edu/teaching/em/lectures/node92.html

1.2 Sovrapposizione di onde


Quando due onde e.m. si sovrappongono le ampiezze dei campi si sommano e si pro-
ducono, sull’ampiezza risultante e quindi sulle intensita’, diversi fenomeni catalogati come
diffrazione, interferenza, battimenti etc..
Vista la frequenza piuttosto elevata della radiazione luminosa (~1014 Hz), solo gli effetti
sull’intensita’ (mediata nel tempo) saranno osservabili. Nel caso delle un onde meccanica
(e.g onda di pressione=suono, onde di superficie, onde di una corda etc..) dove gli stessi
fenomeni interferenziali avvengono a frequenze molto piu’ basse anche le ampiezze possono
talvolta essere direttamente percepiti o misurati.
Vedremo qui alcuni casi particolarmente importanti di sovrapposizione di onde.
16 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Sovrapposizione di onde piane nella stessa direzione Due onde, aventi la stessa
frequenza ω e stessa direzione di propagazione definita da k, potranno presentarsi con una
differenza di fase ∆ϕ. Questa differenza di fase ∆ϕ potra’ essere dovuta sia ad un ritardo
temporale ∆t tra le due onde, nel qual caso
2πc
∆ϕ = ω∆t = 2πν∆t = ∆t
λ
che ad una differenza di percorso ∆x prima della loro sovrapposizione nel qual caso

∆ϕ = k∆x = ∆x.
λ

Questo e’ il piu’ semplice esempio di interferenza tra due onde. Possiamo calcolare
esplicitamente la somma dei campi generati dalle due onde sfasate, e che indicheremo
con B (r, t). Usando la notazione complessa, avremo

B̃ (r, t) = exp [i (k · r − ωt)] [A1 + A2 exp (i∆ϕ)]

dove A1 e A2 sono le ampiezze reali delle due onde.


Per calcolare l’ampiezza reale B e la fase ψ dell’onda risultante porremo

B̃ (r, t) = B exp (iψ) exp [i (k · r − ωt)]

per cui otteniamo che


B exp (iψ) = A1 + A2 exp (i∆ϕ)
Identificando modulo e fase dei due membri (e.g metodo simbolico o dei fasori) usando le
relazioni generali    2   2

 B 2 = Im B̃ (r, t) + Re B̃ (r, t)
 
 Im{B̃(r,t)}
 ψ = arctan Re B̃(r,t)
{ }
otteniamo

B 2 = (A1 + A2 cos ∆ϕ)2 + A22 sin 2 2

∆ϕ = A1 +
2
A2 + 2A1 A2 cos ∆ϕ
A2 sin ∆ϕ .
ψ = arctan A1 +A2 cos ∆ϕ

In particolare nel caso in cui le due onde abbiano la stessa ampiezza, A1 = A2 = A, usando
le formule di bisezione, avremo
  ∆ϕ
B = A 2 (1 + cos
∆ϕ) = 2A cos 2 .
sin ∆ϕ
ψ = arctan 1+cos ∆ϕ
= ∆ϕ
2
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 17

L’onda risultante e’ quindi sfasata di ψ = ∆ϕ


2
rispetto all’onda di ampiezza A1 e la sua
ampiezza B dipende dallo sfasamento ∆ϕ che varia tra 0 e 2π; per 0 e π avremo rispetti-
vamente interferenza totalmente costruttiva e totalmente distruttiva.

Interferenza totalmente costruttiva e totalmente distruttiva di due onde di ampiezza


uguale. Potete pensare la figura come un’istantanea della distribuzione spaziale delle
ampiezze o come l’andamento temporale delle ampiezze per un valorei fissato della x.

Se siamo interessati alle intensita’, bastera’ calcolare il modulo quadro di B̃ (r, t) per
avere 
IB ∝ B 2 = A21 + A21 + 2A1 A1 cos ∆ϕ ∝ IA1 + IA2 + 2 IA1 IA2 cos ∆ϕ
Ne segue che al variare di ∆ϕ si avranno:

Massimi quando cos ∆ϕ = 1, ovvero ∆ϕ = 0, ±2π, ±4π, ....
(1.8)
Minimi quando cos ∆ϕ = −1, ovvero ∆ϕ = ±π, ±3π, ±5π...

Se poi le ampiezze delle due onde sono uguali ad A potremo scrivere


∆ϕ
IB = 2IA [1 + cos ∆ϕ] = 4IA cos2
2
e l’intensita’ passera’ da 0 (quando ∆ϕ = ±π, ±3π, ±5π...) a 4 volte IA (quando ∆ϕ =
0, ±2π, ±4π, ...) alternandosi ogni π di sfasamento.
N.B. Pero’ non illudetevi.....questa quadruplicazione (o azzeramento) dell’energia
non potra’ essere prodotta in tutto lo spazio!! Questo sarebbe possibile solo se la sorgente
fosse unica, ma in questo caso vuol dire che starebbe semplicemente emettendo un segnale
quadruplo o nullo. Se le sorgenti sono piu’ di una si riuscira’ a far propagare la radiazione
rigorosamente parallelamente solo in una regione limitata di spazio dove l’intensita po-
tra’ effettivamente essere fatta variare da 0 a 4IA ; tenendo conto di tutto lo spazio l’energia
totale, somma di quella delle due onde, sara’ comunque sempre conservata! L’interferenza
puo’ solo spostare energia da una parte all’altra dello spazio. Ad esempio usando uno
specchio semitrasparente (τ in figura) si possono sovrapporre, da un certo punto in poi, i
fasci (approssimativamente in onda piana) prodotti da due sorgenti coerenti distinte (poste
in a e in b) che emettono in fase. Nel tratto τ d si sovrappongono il fascio di b che viene
18 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Figura 1.1: Sfasamenti in un beam splitter a riflessione dielettrica

trasmesso in τ con quello di a riflesso in τ . Compensando opportunamente la differenza


di fase introdotta dalla riflessione si potra’ azzerare l’intensita’ in questo tratto ma cosi’
facendo si sara’ inevitabilmente aumentata l’intensita’ nel tratto τ c dove la compensazione
fatta avra’ prodotto invece interferenza costruttiva........il che e’ facile a dirsi ma non sem-
pre a dimostrarsi, se non affidandosi ciecamente alla conservazione dell’energia!!

Nel nostro caso se lo specchio semitrasparente e’ costituito da un interfaccia tra due dielet-
trici, il lato da cui si incide sullo specchio fa la differenza; avremo uno sfasamento pari
π per la riflessione interna, e 0 per la riflessione esterna (l’onda trasmessa non subisce
sfasamento).

Onde stazionarie Un caso di particolare importanza si ha quando si sommiamo due


onde di uguale fase, frequenza e ampiezza ma aventi direzione di propagazione opposta.
In questo caso avremo
B (r, t) = Re {exp (iωt) A (exp [−i (k · r)] + exp [i (k · r)])} = 2A cos (ωt) cos (k · r)
Questa non e’ piu’ un’onda viaggiante ma puo’ essere vista come un onda con un profilo
cosinusoidale stazionario, di lunghezza d’onda uguale e quella delle onde componenti, la
cui ampiezza viene modulata nel tempo dal fattore 2A cos (ωt) .
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 19

Figura 1.2:

L’intensita’ dell’onda stazionaria variera’ spazialmente come cos2 (k · r) creando cioe’


piani di luce e di buio perpendicolari a k con periodicita’ λ2 .

Sovrapposizione di onde piane con diversa direzione: caso generale Vediamo


cosa succede nel caso piu’ generale nella zona di sovrapposizione di due onde, di ampiezze
reali A1 e A2 , sfasate di ∆ϕ aventi la stessa frequenza ω e direzioni di propagazione definite
dai versori k̂1 e k̂2 , che si propagano nel piano x, y. La somma delle ampiezze, usando il
formalismo complesso, nella zona di sovrapposizione, sara’ data da

B̃ (r, t) = A1 exp i (k1 · r − ωt) + A2 exp i (k2 · r − ωt + ∆ϕ)


e l’intensita’ risultera’ proporzionale a
I ∝ B̃ (r, t) B̃ ∗ (r, t) = A21 + A22 + 2A1 A2 cos [(k2 − k1 ) · r + ∆ϕ]
L’intesita’ presentera’ quindi una modulazione spaziale stazionaria costituita da piani
alternati orientati perpendicolarmente al vettore (k2 − k1 ) che giace nel piano x, y. Avremo
dei massimi di intensita pari a (A1 + A2 )2 lungo i piani di equazione
(k2 − k1 ) · r + ∆ϕ = 0, 2π, 4π..
e dei minimi pari a (A1 − A2 )2 (che sono degli zeri solo se A1 = A2 ) lungo i piani di
equazione
(k2 − k1 ) · r + ∆ϕ = π, 3π..
La distanza tra due piani di intensita’ massima vale quindi
2π λ
d= =
|k2 − k1 | 2 sin δθ
2
20 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

dove δθ e’ l’angolo compreso tra k2 e k1 (che hanno lo stesso modulo).


L’angolo formato dai piani con l’asse x sara’ invece dato da
   
π (k2 − k1 ) · x̂ cos θ2 − cos θ1
α = − arccos = π − arccos
2 |k2 − k1 | 2 sin δθ
2

Valgono le seguenti considerazioni:

• se k2 = k1 sara’ δθ = 0 e quindi d → ∞, rendendo infinita anche la distanza tra


piani di buio e piani di luce, mentre α = π2 ; siamo cioe’ nel caso di due onde che,
propagandosi nella stessa direzione, creano, quando hanno la stessa ampiezza, una
situazione stazionaria o buio o luce in tutto la regione di sovrapposizione, a seconda
del valore di ∆ϕ.

• se invece i due fasci arrivano da direzioni simmetriche rispetto all’asse x, sara’


θ1 = −θ2 e α → 0 con δθ = 2θ1 per cui la spaziatura varra’

λ
d=
2 sin θ 1

• se invece le onde sono contropropaganti cioe’ se k1 = −k2 allora δθ = π per cui


d = λ2 ; inoltre essendo θ2 = π − θ1 sara’
 
π 2k2 · x̂ π
α = − arccos = − θ1
2 2 2

e avremo piani di luce e buio stazionari e perpendicolari alla direzione di propagazione


con spaziatura λ2 ; e’ il caso gia’ visto dell’onda stazionaria.

Battimenti Due onde piane che si propagano nella stessa direzione ma hanno fre-
quenza leggermente diversa daranno luogo al fenomeno dei battimenti; non si percepis-
cono cioe’ due frequenze distinte ma semplicemente una frequenza media con un’intensita’
modulata in tempo.
La somma delle due onde di pulsazione ω 1 e ω 2 , lavorando direttamente nella rappre-
sentazione reale, si scrivera’ come

B (r, t) = A [cos (k1 · r − ω 1 t) + cos (k2 · r − ω 2 t)]

per cui applicando le formule di prostaferesi avremo


   
k1 − k2 ω1 − ω 2 k1 + k2 ω1 + ω2
B (r, t) = A cos ·r− t cos ·r− t .
2 2 2 2
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 21

Il secondo fattore rappresenta un onda di frequenza pari alla frequenza media che si
muove con velocita’ data da
ω1 + ω2 ω 1 + ω2
υ= =
|k1 + k2 | k1 + k2

Nel caso della radiazione elettromagnetica essendo ω i = cki questa velocita’ e’ ancora c.
Il primo puo’ invece essere visto come una modulazione di ampiezza periodica, che,
visto che le frequenze non sono troppo diverse, avviene a frequenza molto piu’ bassa. Nel
caso della radiazione elettromagnetica anche questa modulazione viaggia con velocita’ c.

Il fenomeno dei battimenti

1.2.1 Il principio di Huygens e la diffrazione


Con i termini diffrazione si indicano una varieta’ di fenomeni basati sulla sovrapposizione
di piu’ onde, non necessariamente piane. Il termine e’ stato coniato dal Gesuita Bolognese
Francesco Maria Grimaldi nel 1660 per indicare una serie di fenomeni che occorrono
quando un onda, incontrando sul suo cammino un ostacolo, viene divisa in piu’ onde che
poi si sovrappongono spazialmente.
Va detto che la distinzione tra interferenza e diffrazione non e’ facile da formulare non
essendoci una vera differenza fisica importante che le distingua. Si pensi che lo stesso
Feynmann nel suo libro dice Inasmuch as the interference fringes observed by Young were
the diffraction pattern of the double slit, this chapter [Fraunhofer diffraction] is therefore a
continuation of Chapter 8 [Interference]., e ancora, No-one has ever been able to define the
difference between interference and diffraction satisfactorily. It is just a question of usage,
and there is no specific, important physical difference between them. The best we can do,
roughly speaking, is to say that when there are only a few sources, say two, interfering, then
the result is usually called interference, but if there is a large number of them, it seems
that the word diffraction is more often used (Feynman). D’altra parte pochi direbbero
che l’interferometro di Michelson costituisce un esempio di diffrazione! L’affermazione di
22 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Feynmann riflette il fatto che e’ difficile distinguere i casi in cui siamo in presenza di una
divisione del fronte d’onda o piuttosto di una divisione dell’ampiezza dell’onda.
Il fenomeno della diffrazione puo’ essere descritto in buona approssimazione
come interferenza delle onde generate dal principio di Huygens, che ora illustrere-
mo, ed e’ particolarmente vistoso quando la lunghezza d’onda della radiazione
e’ confrontabile con le dimensioni degli ostacoli.
Nella formulazione originaria del fisico Olandese Christiaan Huygens (1678..... due
secoli prima delle equazioni di Maxwell!) il principo recita:
Ogni elemento dΣ di un fronte d’onda Σ si può considerare formalmente come una
sorgente secondaria di onde sferiche in fase con la primaria e di ampiezza proporzionale a
quella dell’onda primaria e all’area dΣ. Tali onde si propagano solo in avanti. La per-
turbazione prodotta in un punto dello spazio si può sempre ottenere come sovrapposizione
di tutte le onde sferiche secondarie che raggiungono quel punto.

A questo principio furono apportate importanti correzioni, in modo alquanto empirico,


da Augustin-Jean Fresnel (1816, un fattore di fase iλ e un secondo fattore detto di
obliquita’). Per discreditare la toria ondulatoria Siméon Denis Poisson, sostenitore della
teoria particellare della luce, predisse che, se la teoria di Fresnel fosse corretta, si sarebbe
dovuto osservare un puntino luminoso al centro dell’ombra prodotta da un oggetto opaco
perfettamente circolare dovuto alla diffrazione dai bordi: in effetti la luce diffratta dai
bordi potra’ interferire costruttivamente solo nel punto centrale dell’ombra a prescindere
dalla lunghezza d’onda! Con grande sorpresa di tutti Dominique François Jean Arago
riusci’ effettivamente ad osservare quello che e’ poi diventato noto come spot di Poisson; la
sua individuazione costitui’ la prima vera prova definitiva della natura ondulatoria della
luce (L’esperimento di Young con la doppia fenditura e’ del 1807).
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 23

Esperimento per visualizzare lo spot di Arago.Una sorgente puntiforme illumina un


oggetto circolare creando un’ombra su uno schermo. Al centro dell’ombra appere un
puntino luminoso dovuto a diffrazione non previsto dall’ottica geometrica.

Il principio di Hyghens, anche tenendo conto delle correzioni di Fresnel, non e’ tuttavia
un risultato generale esatto. Puo’ pero’ essere ricavato, facendo qualche approssimazione,
a partire dal teorema dell’integrale di Helmoltz-Kirchoff (1883). Questo teorema
e’ invece un risultato esatto ma solo per campi scalari; potra’ quindi essere usato per
descrivere solo il modulo di un campo vettoriale, gli effetti di polarizzazione verranno pero’
persi.

Formula di Fresnel-Kirchoff
Dal teorema dell’integrale di Helmoltz-Kirchoff (la cui dimostrazione viene riportata in un
paragrafo successivo), deriva la formulazione matematicamente corretta del principio di
Huygens (nota come formula di Fresnel-Kirchoff).
Questa formula descrive il campo scalare in un punto P0 a destra di uno schermo opaco
provvisto di un’apertura Σ investito da un onda sferica di ampiezza E0 con origine in un
punto Ps posto a sinistra dello schermo (punto sorgente).

Dettaglio dei vettori in prossimita della superficie Σ


24 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Detti r ed r i vettori che vanno rispettivanmente da P0 e Ps ad un generico punto di una


superfice di contorno pari all’apertura Σ, assumendo che siano sia kr che kr << 1, si puo’
dimostrare che:

i exp (−ikr ) (cos θ  + cos θ) exp (−ikr)
E (P0 ) = E0 dS.
λ Σ r 2 r

Questa formula esprime in forma matematica il principio di Huygens e dice che: og-
ni punto della superficie delimitata dall’apertura Σ, contribuisce con un onda sferica
exp(−ik·r)
r
di ampiezza proporzionale al campo EΣ (anche esso onda sferica) che dalla sorgente
puntiforme arriva nel punto di Σ

exp (−ik0 · r )
EΣ = E0
r

e al fattore di obliquita’ cos θ 2+cos θ dove θ e θ sono gli angoli formati da r e r con la
normale alla superficie (attenti che sia r, r che θ e θ dipendono dal punto di Σ che state
considerando nell’integrazione!).
Con questa formula si puo’ calcolare il campo diffratto da una qualsiasi apertura, anche
nella regione vicina (cosiddetta near field) al piano dove si trova l’apertura. La formula
non e’ facile da applicare anche se talvolta possono essere fatte delle semplificazioni; ad
esempio:

• supponendo che la sorgente si trovi in direzione θ  0 potremo scrivere il fattore di


obliquita’ come 1+cos
2
θ
. Si noti che cosi’ facendo, il fattore di obliquita’ vale circa 1 in
avanti (θ  0) e circa 0 all’indietro (θ  π); il che spiega perche’ nella formulazione
originaria di Huygens il campo diffratto esiste solo in avanti!

• prendendo come superficie di contorno Σ la calotta sferica formata dal fronte d’onda
generato dalla sorgente supposta in direzione θ  0 potremo anche scrivere
   
i 1 + cos θ exp (−ikr)
E (P0 ) = EΣ dS
λ Σ 2 r

dove EΣ e’ il campo incidente, costante su tutta la superficie di integrazione che viene


fatta coincidere con la superficie del fronte sferico che incide sull’apertura

In ogni caso l’integrale non facile da fare, neanche numericamente, per cui sono state
introdotte delle formule approssimate che sono valide pero’ solo in regioni limitate di spazio:
l’approssimazione di Fresnel e quella di Fraunhofer.
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 25

Figura 1.3: Coordinate per l’integrale di Fresnel

Approssimazione di Fresnel
Poiche’ quello che rende difficile questa integrazione e’ la dipendenza di r (ed eventualmente
di θ) dalle variabili di integrazione, Fresnel elaboro’ un’approssimazione adatta a regioni
vicine ma non troppo (regione di Fresnel). Detto r il vettore di coordinate x, y, z che
individua il punto P0 a partire dal punto di coordinate x , y  , z  = 0, su cui viene fatto
l”integrale, avremo 
r= (x − x )2 + (y − y  )2 + z 2
per cui ponendo 
ρ= (x − x )2 + (y − y  )2
e assumendo che ρ << z (distanza dello schermo maggiore delle dimensioni caratteristiche
dell’apertura e della sua immagine sullo schermo) potremo espandere

ρ2 ρ2
r=z 1+  z + + ....
z2 2z

e, fermandoci al secondo termine (ricordando che in ogni caso abbiamo supposto che λ <<
z e λ << ρ), otterremo l’approssimazione di Fresnel. Come ultimo passo potremo assumere
r  z = cost. nel denominatore dell’integrando e omettendo il fattore di obliquita’ ottenere:
   
 2  2
iEΣ exp (−ikz) (x − x ) + (y − y )
E (P0 ) = exp −ik dx dy 
λ z 2z

Questa puo’ essere letta come un’onda sferica modulata in ampiezza e fase dall’integrale
doppio che andra’ quasi sempre calcolato numericamente.
26 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Figura 1.4: Ombra di un disco opaco di 2 mm di diametro, generata su uno schermo ad 1


m dal disco, da una sorgente puntiforme con λ = 633 nm situata a un metro dal disco. Si
noti lo spot di Arago al centro. La dimensione dell’immagine e’ pari a 16 mm.

Formula di Fraunhofer
Una formula decisamente piu’ semplice da usare si ottiene quando:

• sia la sorgente che il punto di osservazione sono sufficientemente lontani dall’aper-


tura da poter approssimare, sia l’onda incidente che quella diffratta, con delle onde
piane e

• ci si limitia a piccoli angoli (θ  θ  0)

In questo limite (valido nella cosiddetta regione far field), i fattori r−1 e r−1 saranno
praticamente costanti e il fattore di obliquita’ vale circa 1 per cui avremo
 
E (P0 )  E0 exp (−ikr ) exp (−ikr) dS
Σ

che e’ nota come formula di Fraunhofer. Sia r che r andranno calcolati punto per punto
della superficie Σ.
Se l’onda piana incide perpendicolarmente alla superficie Σ avremo, ancora piu’
semplicemente,  
E (P0 )  C exp (−ikr) dS,
Σ
e bastera’ integrare il fattore di fase exp (−ikr) sulla superficie dell’apertura. Nell’esprimere
la distanza r in termini delle variabili di integrazione potremo fare uteriori approssimazioni:
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 27

detto r0 = (x, y, z) il vettore che dal centro dell’apertura definisce la posizione del punto
di osservazione e s = (x , y  , 0) quello che dal centro dell’apertura individua il punto della
superficie piana definita da Σ, sara’

r = r0 − s

che, moltiplicando scalarmente per r0 , fornisce

r0 · r = r02 − r0 · s = r02 − xx − yy  .

Essendo la distanza del piano di osservazione molto grande potremo porre r0 · r  r0 r


ottenendo
xx + yy 
r  r0 −
r0
per cui
   
xx + yy 
E (P0 )  C exp (−ikr0 ) exp −ik dx dy  =
r0
 Σ  
xx + yy 
C exp (−ikr0 ) exp −ik dx dy 
Σ r0

I rapporti’ rx0 e ry0 definiscono la direzione del punto di osservazione, per cui definendo con
θ e ϕ gli angoli formati dalla direzione del punto con gli assi y e x rispettivamente potremo
porre
x y
= sin ϕ e = sin θ.
r0 r0
e a integrazione avvenuta, l’intensita’ dipendera’ solo da questi angoli!
Alcuni esempi di diffrazione/interferenza che calcoleremo usando la formula di Fraun-
hofer cosi’ semplificata sono:
- la diffrazione all’infinito da una fenditura
- diffrazione (o interferenza) all’infinito di 2 fenditure
- la diffrazione all’infinito da N fenditure
- la diffrazione all’infinito da un reticolo piano
Queste considerazioni serviranno, a discutere anche la diffrazione alla Bragg (reticolo in
3 dimensioni) e la diffrazione di elettroni (onde di materia) sia da fenditure che da reticoli.
Va pero’ detto che il formalismo della diffrazione alla Huygens puo’ essere usato anche per
altre situazioni, ad esempio:
- calcolare la propagazione nello spazio libero di un fronte d’onda con estensione finita.
- ricavare le leggi del raggio riflesso e rifratto dall’interfaccia tra due mezzi.
28 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

1.2.2 Diffrazione da singola fenditura


La figura di diffrazione da una singola fenditura di larghezza b e di lunghezza h investita da
un fronte d’onda piano e monocromatico puo’ essere prevista anche qualitativamente.
Se l’altezza della fenditura e’ infinita ( h >> b) e uniformemente illuminata il risultato
dovra’, per simmetria essere uguale analizzando quello che succede in un qualsiasi piano
ortogonale alla fenditura stessa.
Limitiamoci quindi a considerare quello che succede nel piano ortogonale alla fenditura
passante per il suo centro (x = 0 e z  = 0). Si vede subito che nella direzione normale
( θ = 0) l’interferenza potra’ essere solo costruttiva: infatti tutti i punti della fenditura
presi due a due a partire dal centro percorrono lo stesso cammino. In direzione diverse
potranno invece comparire degli gli zeri: infatti se ad esempio prendiamo i punti a due a
due partendo dalla coppia costituita da quello vicino a un estremo e quello subito dopo il
centro, osserviamo che se questi due punti producono interferenza distruttiva nella direzione
individuata dall’angolo θ, allora tutte le altre coppie di punti fino ad esaurimento della
fenditura stessa faranno lo stesso. La differenze di cammino ottico ∆l per una qualsiasi
coppia di punti cosi’ individuata sara’ (in aria o nel vuoto dove l’indice di rifrazione vale
n  1)
b
∆l = sin θ
2
per cui, avendo le due onde la stessa ampiezza, avremo sicuramente interferenza distruttiva,
e quindi degli zeri di intensita’, quando ∆ϕ = ±π, ±3π, ±5π... ovvero

∆ϕ = ∆l = mπ; con m = ±1, ±3, ±5....
λ
ovvero quando
b sin θ = mλ; con m = ±1, ±3, ±5....

Calcolo della differenza di cammino ottico dai vari punti (y) della frnditura nela direzione
definita dall’angolo θ rispetto alla normale. La lente serve solo a convertire gli angoli sul
piano focale secondo la relazione dell’ottica geometrica y = f tan θ  fθ.
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 29

Si noti che questo ragionamento qualitativo non fornisce necessariamente tutti i punti
in cui l’intensita’ si annulla e non puo’ neanche essere usato per trovare le direzioni di
interferenza totalmente costruttiva oltre a quella trovata a θ = 0! Le varie coppie di punti
che interferiscono hanno infatti fasi diverse, quando le ampiezze di una coppia si cancellano
siamo sicuri di aver trovato degli zeri, ma quando non si cancellano le differenze di fase
tra varie coppie di punti andranno prese in considerazione e potrebbero anche fornire altri
zeri, come infatti vedremo piu’ avanti!
Usando l’equazione di Fraunhofer si puo’ calcolare analiticamente l’intero profilo an-
golare dell’intensita’ diffratta a grandi distanze. Tralasciando il fattore di fase esterno
all’integrale che scomparira’ quando calcoleremo l’intensita’, il campo sara’ dato da

 
h/2   b/2  
x   y 
E (P0 )  exp −ik x dx exp −ik y dy 
−h/2 r0 −b/2 r0

ovvero dal prodotto di due funzioni separate dei due angoli θ e ϕ.


Per cominciare assumiamo la fenditura infinita e analizziamo quello che succede per
un dato valore di x (ovvero di ϕ = rx0 ). In particolare per x = 0 otterremo la figura di
diffrazione nel piano ortogonale alla fenditura (x = 0 e z = 0) e, ricordando che ry0 = sin θ
avremo:
 b/2 

E (θ, x = 0) ∝ exp −i y sin θ dy =
−b/2 λ
     
λ πb sin θ πb sin θ sin πb sin θ
= exp −i − exp i = b πb λ
i2π sin θ λ λ λ
sin θ

Calcolando il modulo quadro si ottiene quindi per l’intensita’ diffratta

  πb 2
sin λ
sin θ
ID (θ) ∝ πb
(1.9)
λ
sin θ

Questa formula viene spesso scritta come

 2
sin β πb
ID (θ) ∝ con β = sin θ (1.10)
β λ
30 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

0.9

0.8

0.7

0.6
I(θ)

0.5

0.4

0.3

0.2

0.1

0
-1 -0.5 0 0.5 1
θ

Distribuzione angolare dell’intensita’ diffratta da una fenditura di larghezza b = 3λ


La figura di diffrazione generata da una fenditura presenta quindi un massimo per θ = 0
(dove β = 0 e sinβ β → 1) e degli zeri per β = mπ (con m = ±1, ±2, ±3.....) dove il
numeratore e’ zero e il denominatore e’ finito. Letta in θ, la condizione per gli zeri diventa

b sin θ = mλ; con m = ±1, ±2, ±3....

e potra’ essere soddisfatta solo se


b
λ<
|m|
Per angoli piccoli, condizione di validita’ della formula, potremo poi porre sin θ ∼ θ
ottenendo
λ
θ = m ; con m = ±1, ±2, ±3.... (1.11)
b
Due zeri successivi saranno quindi angolarmente separati tra loro di una quantita’ costante
pari a λ/b. Si noti che si sono ottenuti piu’ zeri di quelli previsti usando la condizione
di interferenza distruttiva delle coppie di punti!! Questo e’ successo perche’ tenendo conto
dei fattori di fase di tutte le onde sferiche emesse dai punti del piano della fenditura si
generano altri zeri.....
A (circa) meta’ strada tra due zeri adiacenti si troveranno dei massimi secondari. Questi
si avranno quando il numeratore e’ massimo, e cioe’ pari ad 1, ma poiche’ il denominatore
sta aumentando, avranno un intensita’ molto inferiore a quella del massimo centrale; ad
esempio il primo massimo secondario si avra’ per λb sin θ = 32 π e varra’
ID (θ) 1
=  2 = 0.045.
ID (0) 3
π
2

Allo stringersi della fenditura, i minimi si allontanano dal centro e la figura


di diffrazzione si allarga mentre aprendo la fenditura i minimi si avvicinano tra
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 31

loro. Al limite, per fenditure molto strette (b << λ) la diffrazione produce luce a tutti
gli angoli mentre nel limite opposto, per fenditure molto larghe (b >> λ) la luce viene
diffratta solo in avanti, ovvero non viene diffratta affatto!
Per effettuare una misura della distribuzione angolare dell’intensita’ diffratta si potra’
porre una lente convergente di distanza focale f a valle della fenditura e porsi nel piano
focale della lente dove, detta X la distanza dall’asse, sara’

X = f tan θ  f θ.

La distribuzione sara’ anche visibile su un qualsiasi piano a valle della fenditura purche’
posto a distanza D sufficientemente grande dalla fenditura per rispettare la condizione di
Fraunhofer; in questo caso
X = D tan θ  Dθ
ma l’intensita’ potrebbe risultare molto piu’ debole.

Distribuzione spaziale dell’intensita’ diffratta da fenditure di ampiezza decrescente viste


su uno schermo posto ad una distanza D sufficientemente grande dalla fenditura cosi’ da
riprodurre la condizione di far field e dove x  Dθ

Poissiamo anche calcolare la diffrazione per una fenditura rettangolare di dimensioni


entrambe finite. Potremo infatti ripetere il conto anche sull’integrale in x ottenendo
come risultato finale
 2  2
sin α sin β πb πh
ID (θ, ϕ) ∝ con β = sin θ e α= sin ϕ
α β λ λ
Per una fenditura circolare, ovvero per un’apertura circolare o un diaframma di
raggio a, la forma dell’intensita’ diffratta puo’ essere espressa tramite la funzione di Bessel
di primo tipo di rango 1 J1 (x) Per vederlo conviene passare a coordinate polari nel piano
x y  che chiameremo r e φ e nel piano xy che chiameremo ρ e φ
  
x = ρ cos φ x = r cos φ
e (1.12)
y = ρ sin φ y  = r sin φ
32 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Figura 1.5: Diffrazione da una fenditura rettangolare con L = 2b

per cui

 a  2π    
ρr  ρr
E (P0 )  exp −ik cos φ cos φ exp −ik sin φ sin φ r dr dφ =

0 0 r0 r0
 a  2π  

ρr
= exp −ik cos (φ − φ ) r dr dφ
0 0 r0

Per simmetria il risultato dipendera’ da ρ/r0  θ ma sara’ indipendente da φ per cui


bastera’ integrare per φ = 0 ottenendo per l’andamento radiale del campo:

 d/2  2π
E (P0 )  exp (−ikθr cos φ ) r dr dφ = (1.13)
0 0
 d/2
= 2π J0 (kθr ) r dr (1.14)
0



dove J0 k ρrr0
e’ la funzione di Bessel di primo tipo di ordine 0. Sfruttando le proprieta”
delle funzioni di Bessel l’integrale potra’ essere scritto come

 2
1 J1 (kθa)
E (P0 )  2π (kθa) J1 (kθa) = 2πa2 . (1.15)
kθ kθa

Quadrando si ottiene il profilo di intensita’ mostrato in figura


1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 33

e, data la simmetria circolare, si ottengono i cosiddetti anelli di Airy il cui primo minimo,
detto disco di Airy, si trova (in aria o nel vuoto dove l’indice di rifrazione vale n  1) per
λ
θ  1.22 .
d

Poiche’ l’occhio e tutti i sistemi ottici (telescopio, microscopio etc...) sono dotati di
un’apertura circolare, questa formula definisce di fatto la risoluzione angolare di uno
strumento ottico. Infatti, secondo il criterio di Lord Rayleigh due sorgenti puntiforme
sono risolte quando il bordo del disco di Airy di una cade nel centro del disco di Airy
dell’altra. Moltiplicando per la distanza D tra sorgente e apertura otteniamo la risoluzione
spaziale ∆x come

∆x = Dθ  1.22 ;
d
relazione che, essendo in genere D > d, viene spesso citata nella forma approssimata
∆x > λ.
34 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

In un microscopio o una lente di ingrandimento D e’ proprio la distanza focale f per cui,


introducendo l’apertura numerica definita come N A = sin θ2  θ2 , avremo

f λ 0.61
∆x = 1.22 · λ = 1.22 · = λ.
d θ NA
Per l’occhio umano, assumendo una pupilla di d = 4 mm e una minima distanza di
accomodamento di D = 25 cm si ottiene, per λ = 500 nm

∆x  0.04 mm

(operativamente, in letteratura si trova ∆x  0.1 mm). Il risultato giustifica le dimensioni


(circa 0.002 mm) dei nostri bastoncini che, date le dimensioni del bulbo oculare (25 mm),
alla distanza minima di accomodamento ci consentirebbero di distinguere due punti distanti
al massimo10 × 0.002 mm = 0.02 mm; in pratica averli piu’ piccoli sarebbe inutile, averli
piu’ grandi peggiorerebbe l’acuita’ visiva consentita dal nostro sistema ottico!

1.2.3 Diffrazione da due fenditure


Ci limiteremo d’ora in poi a vedere cosa succede nel piano ortogonale a due fenditure poste
a distanza d e supposte di lunghezza infinita h >> b. La distribuzione nella direzione
ortogonale sara’ quindi uniforme.

Diffrazione da due fenditure uguali poste a distanza d

Se le fenditure sono molto strette (b << d) bastera’ calcolare l’interferenza di due


sorgenti puntiformi in fase tra loro poste a distanza d; il principio di Huygens ci dice
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 35

quindi che dobbiamo aspettarci degli zeri quando le differenze di cammino ottico ∆l =
d sin θ dei raggi che partono dalle due fenditure sono tali che
2π 2π
∆ϕ = ∆l = d sin θ = mπ; con m = ±1, ±3, ±5....
λ λ
ovvero
λ
d sin θ = (1 + 2n)con n = 0, ±1, ±2, ±3... (1.16)
2
Avremo invece dei massimi di interferenza positiva quando
2π 2π
∆ϕ = ∆l = d sin θ = mπ; con m = 0, ±2, ±4, ±6....
λ λ
ovvero
d sin θ = nλ con n = 0, ±1, ±2, ±3...
Il profilo di intensita’ potra’ essere calcolato esplicitamente sommando i campi dovuti
alle due sorgenti
   
2πr 2π (r + d sin θ)
E (θ) ∝ exp i + exp i =
λ λ
   
2πr 2πd sin θ
= exp i 1 + exp i
λ λ

e prendendo il modulo quadro per avere il cosiddetto fattore interferenziale:


   
2πd sin θ 2πd sin θ
A2 (θ)  2 + exp i + exp −i =
λ λ
   
2πd sin θ 2 πd sin θ
= 2 + 2 cos = 4 cos .
λ λ

Questo potra’ essere scritto come


πd
A2 (θ) = 4 cos2 (δ) con δ= sin θ (1.17)
λ
e presenta i massimi e gli zeri previsti (questa volta non ce ne sono di altri, le sorgenti
sono solo 2 punti, non infinite coppie di punti!). In particolare gli zeri si avranno per
δ = (2n + 1) π2 ovvero

λ
sin θ ∼ θ = (2n + 1) ; n = 0, ±1, ±2, ±3.... (1.18)
2d
e distano angolarmente tra loro λd .
36 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Per calcolare l’intensita diffratta da due fenditure uguali di larghezza finita b possiamo
adoperare ancora una volta la formula di Fraunhofer per ottenere (mettendo l’origine di y
al centro delle due fenditure):

 −d/2+b/2   d/2+b/2  
2πy 2πy
E (θ) ∝ exp −i sin θ dy + exp −i sin θ dy =
−d/2−b/2 λ d/2−b/2 λ
     
sin πb
λ
sin θ πd πd
= b πb exp −i sin θ + exp i sin θ =
λ
sin θ λ λ
  
sin πb
λ
sin θ πd
= b πb 2 cos sin θ
λ
sin θ λ
che, quadrando, fornisce
  πb 2  
sin λ
sin θ 2 πd
I2 (θ) ∝ πb
4 cos sin θ = ID (θ) A2 (θ) . (1.19)
λ
sin θ λ
La figura di diffrazione prodotta a grandi distanze da due fenditure uguali di largheb-
ba b poste a distanza d e’ data quindi dal fattore interferenziale di due sorgenti puntifor-
mi A2 (θ) moltiplicato per la funzione di diffrazione ID (θ) di una delle due fenditure.
Quindi se d > b, i primi zeri che si incontrano saranno quelli del fattore interferenziale e
la funzione di diffrazione della singola fenditura ID (θ) apparira’ come una modulazione di
intensita’ su una scala piu’ ampia. Al limite se le fenditure sono puntiformi (b → 0) sara’
anche ID (θ) → 1 e si vedra’ solo l’effetto dell’interferenza di due sorgenti puntiformi in
fase tra loro che e’, come avevamo previsto, semplicemente il fattore interferenziale A2 (θ)

3.5

2.5
I(θ)

1.5

0.5

0
-1 -0.5 0 0.5 1
θ

Distribuzione angolare dell’intensita’ diffratta da due fenditure larghe b = 3λ distanti tra


loro d = 4b. Si notino gli ordini mancanti. La linea blu e’ il profilo di diffrazione di
singola fenditura moltiplicato per 4.
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 37

1.2.4 Reticolo di diffrazione


N fenditure identiche equidistanti costituiscono quello che si chiama un reticolo di dif-
frazione in trasparenza. Anche in questo caso, utilizzando formula di Fraunhofer,
bastera’ calcolare (ponendo stavolta l’origine dell’integrazione al centro della prima fendi-
tura)
  ld+b/2
N−1  
2πy
E (θ) ∝ exp −i sin θ dy
l=0 ld−b/2 λ
 N−1
sin πbλ
sin θ 
= b πb exp (−i2lδ)
λ
sin θ l=0

Potremo quindi porre s = exp (−i2δ) e sommare la serie geometrica


N−1
 sN − 1 exp (−iN 2δ) − 1 exp (−iNδ) 2i sin (Nδ)
sl = = = =
l=0
s−1 exp (−i2δ) − 1 exp (−iδ) 2i sin (δ)
sin (Nδ)
= exp [−i (N − 1) δ]
sin (δ)
ottenendo, per l’intensita’
I (θ) ∝ ID (θ) AN (θ)
ovvero il prodotto della figura di diffrazione di una fenditura moltiplicato per il fattore
interferenziale di N fenditure che sara’ dato da
sin2 (N δ)
AN (θ) = . (1.20)
sin2 (δ)
Si noti come per N = 2 si riottiene giustamente il risultato gia’ trovato per 2 fenditure,
ossia
sin2 (2δ) 4 sin2 (δ) cos2 (δ)
A2 (θ) = = = 4 cos2 (δ) . (1.21)
sin2 (δ) sin2 (δ)

Il fattore interferenziale AN (θ), essendo il numeratore comunque limitato, avra dei


massimi quando il denominatore sin2 (δ) → 0, questo succede per δ = mπ con m =
0, ±1, ±2, ±3 ... esattamente come per 2 sole fenditure, ovvero per
d sin θ = mλ con m = 0, ±1, ±2, ±3
Ovviamente dovra’ essere λ < d se vogliamo che esista almeno un raggio diffratto!!
L’intensita’ del fattore interferenziale su questi massimi vale
sin2 (N δ) N 2δ2
AN (θ) → lim → = N 2.
δ→0 sin2 (δ) δ2
38 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

100

90

80

70

60
I(θ)

50

40

30

20

10

0
-1 -0.5 0 0.5 1
θ

Figura 1.6: Diffrazione da N = 10 fenditure identiche equispaziate Si notino gli ordini


mancanti che si hanno quando A2 (θ) presenta un massimo e ID (θ) presenta uno zero.

100

90

80

70

60
I(θ)

50

40

30

20

10

0
-0.1 -0.05 0 0.05 0.1
θ

Dettaglio della figura precedente dove si vedono i massimi secondari e la larghezza delle
righe principali.
Tra uno di questi massimi e il successivo si incontreranno poi N − 1 zeri ogni qualvolta
δ = nπ
N
; questi saranno intercalati da N − 2 massimi secondari (vedi grafico del dettaglio)
che si avranno ogni volta che il numeratore vale 1 e cioe’ per per δ = π(2n+1) 2N
. I massimi
secondari saranno di intensita’ molto piu’ bassa di quelli principali; in particolare quelli piu’
lontani dai massimi principali saranno dell’ordine di 1 visto che sin2 (δ) tendera’ ad essere
dell’ordine dell’unita’ a meta’ strada tra due massimi principali. All’aumentare del numero
N di fenditure, i massimi secondari diventano quindi sempre piu’ trascurabili mentre le
righe corrispondenti ai massimi principali si alzano e si stringono. La loro larghezza di
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 39

base e’ stimabile dalla distanza dei primi due zeri adiacenti al massimo; ad esempio per il
massimo centrale, quello intorno a θ = 0, gli zeri cadono a

Nd Nd
sin θ  θ = ±1
λ λ

per cui

∆θ = ∼ N −1 (1.22)
Nd
e l’area dei picchi principali, assimilabile a un triangolo, cresce linearmente con N.
L’effetto del fattore di diffrazione, sempre nell’ipotesi b < d, sara poi di modulare questi
massimi di intensita’ che non saranno tutti uguali per i diversi valori di m.
Le equazioni possono essere facilmente generalizzate al caso di radiazione incidente,
sempre nel piano ortogonale alle fenditure, ma formante un angolo θi rispetto alla normale.
In tal caso bisognera’ tenere conto, nell’integrale di Fraunhofer, anche del fattore di fase
della radiazione incidente che stavolta varia da punto a punto essendo, a meno di fattori
di fase costanti,
 
 2π
exp (−ikr ) ∝ exp i y sin θ i .
λ
E’ immediato verificare che l’equazione per i massimi di interferenza diventa in questo
caso
d (sin θ − sin θi ) = mλ con m = 0, ±1, ±2, ±3......

Un reticolo con N grande si comporta quindi come un elemento dispersore che con-
voglia la radiazione incidente di lunghezza d’onda λ con un angolo di incidenza θ i nelle
direzione identificate dai valori di θ che soddisfano l’equazione per i diversi valori di m
(detto ordine di diffrazione). Per m = 0 avremo θ = θi (fascio trasmesso); per m = 0
avremo sin θ = sin θi ± m λd e θ si discostera’ da θi finche’ non si raggiungere il valore mas-
simo accettabile ossia θ = ±π/2. A valori di m di segno opposto corrisponderanno raggi
diffratti simmetricamente rispetto al raggio trasmesso. Ovviamente se d > λ per nessun
valore di m e di di θ i si potra’ osservare un raggio diffratto.
L’equazione puo’ essere usata anche per i reticoli in riflessione, costituiti idealmente
da un insieme di fenditure riflettenti separate da zone opache, definendo gli angoli come in
figura con β, crescenti dal lato del raggio incidente,si ottiene

d (sin α + sin β) = mλ con m = 0, ±1, ±2, ±3......


40 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Con il reticolo a riflessione, per m = 0 si avra’ la riflessione speculare (α = −β) mentre


per m = ±1 sara’ sin β = ±m λd − sin α e gli ordini negativi emergeranno tutti dal lato del
raggio riflesso quelli positivi potranno emergere anche dal lato del fascio incidente; ordini di
segno opposto giaceranno simmetricamente rispetto al raggio riflesso. Ovviamente anche
in questo caso non si potra’ superare il valore β = ± π2 e quindi si potra’ avere diffrazione
solo se 2d > λ.
Reticoli in riflessione sono ormai ottenibili commercialmente rigando con varie tecniche
di foto incisione la superficie di uno specchio per creare dei solchi opachi. Si possono avere
anche 1800 solchi per millimetro corrispondenti a un reticolo con spaziatura d = 0.55 µ.
Ovviamente per questi reticoli la forma degli elementi riflettenti non e’ necessariamente
quella di una fenditura piana ma questo, come abbiamo visto, modifica solo la forma
del fattore di diffrazione ID (θ) che non e’ di grande rilevanza. Controllando la forma
delle superfici riflettenti si puo’ pero’ modulare ID (θ) in modo da spostare il massimo
dell’intensita’ all’angolo β di diffrazione cui si intende lavorare. L’angolo a cui e’ massima
ID (θ) prende il nome di angolo di blaze del reticolo. Un CD audio puo’ essere utilizzato, a
tutti gli effetti, come un reticolo di diffrazione in riflessione, essendo costituito da da cerchi
concentrici aventi una spaziatura di circa 1.75 µ (pari a 570 solchi per millimetro).
Reticoli in riflessione sono spesso usati come elementi dispersori per la radiazione dal
vicino infrarosso al vicino ultravioletto all’interno di strumenti detti monocromatori che
vengono utilizzabili per selezionare radiazione di lunghezza d’onda definita ed eventual-
mente analizzare l’intensita spettrale della radiazione stessa. Per poter essere usati a questo
scopo i reticoli vanno illuminati con radiazione in onda piana, per questo motivo i monocro-
matori sono costituiti da una fenditura di ingresso (B) che funzione (principio di Huygens)
da sorgente idealmente puntiforme (almeno nella direzione di dispersione perpendicolare
ai solchi/fenditure); questa, posta nel fuoco di una lente o di uno specchio collimatore (C),
genera un fascio parallelo di radiazione policromatica. In raccolta, per non dover andare a
distanza infinita, si focalizza, mediante un’altra lente (o specchiosferico) (E), il fascio dif-
fratto su un piano ottenendo cosi’ un immagine della fenditura di ingresso cromaticamente
dispersa; sul piano si potra’ porre una seconda fenditura (F) per isolare una frequenza
particolare. Per cambiare la frequenza selezionata bastera’ girare un po il reticolo (D) in-
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 41

Figura 1.7: Schema di un monocromatore basato sul reticolo di diffrazione in riflessione in


cui si visualizza il cammino della componente blu verde e rossa della radiazione incidente
bianca.

torno a un asse verticale (cambiando cosi’ sia α che il β corrispondente alla radiazione che
emerge dalla seconda fenditura). Quando non e’ presente la fenditura finale ma si dispone
sul piano focale un rivelatore esteso in grado registrare l’intensita’ diffratta sul piano focale
in funzione della direzione di dispersione, si parla piu’ propriamente di spettrografi. Oggi
questi rivelatori sono spesso array di fotodiodi o matrici di sensori capacitivi (CCD), un
tempo si usavano lastre fotografiche. Bisognera’ pero’ stare attenti al fatto che, a uno
stesso angolo potra’ comparire radiazione di diversa lunghezza d’onda appartenente ad un
altro ordine ad esempio; allo stesso angolo a cui emerge λ1 = d (sin α + sin β) emergera’,
all’ordine 2, anche radiazione di lunghezza d’onda piu’ piccola (frequenza maggiore)

1 1
λ2 = d (sin α + sin β) = λ1
2 2
se presente nella radiazione incidente.
La dispersione angolare (ad α fissato) sara’ data da
 −1
dβ dλ m
= =
dλ dβ d cos β

e dipendera’ dall’ordine m e dall’angolo β a cui stiamo lavorando. L’ottica del monocro-


matore determinera’ poi la dispersione lineare sul piano focale

dx dβ mf
f = .
dλ dλ d cos β
42 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

1.2.5 Coerenza spaziale e temporale


I fenomeni interferenziali esposti sin qui prevedono che si disponga di radiazione monocro-
matica in onda piana. Un onda elettromagnetica sara’ difficilmente, nella realta’, un
onda rigorosamente armonica (o monocromatica) e il suo fronte d’onda non sara’ sempre
rigorosamente piano e immutabile. Per descrivere le deviazioni di un onda da questi due
comportamenti ideali vengono introdotti i concetti di coerenza temporale e di coerenza
spaziale.

Coerenza temporale
Il grado di coerenza temporale (o coerenza longitudinale) puo’ essere espresso mediante
il tempo di coerenza τ c che rappresenta l’intervallo temporale dopo il quale un onda
(a r fissato) e’ ancora in gardo di interferire con se stessa. Molto grossolanamente si puo’
stimare il tempo di coerenza come
1
τc ∼
∆ν
(per giustificare questo risultato serve l’analisi di Fourier) dove ∆ν e la larghezza di banda
dello spettro della radiazione. In altre parole la coerenza temporale ci dice quanto una
sorgente e’ realmente monocromatica e sempre in fase, essendo in questo caso τ c = ∞
(questo significa che anche una sorgente che emette un’onda di frequenza definita ma di
durata finita non e’ rigorosamente monocromatica!). Poiche’ la luce propaga a velocita’ c
potremo anche caratterizzare la coerenza temporale mediante una lunghezza di coerenza
Lc definita da
c λ2
Lc = cτ c ∼ ∼
∆ν ∆λ
dove abbiamo usato la relazione
∆ν ∆λ

ν λ
valida quando ∆ν << ν. Questa lunghezza ci dice dopo quale distanza percorsa l’onda
e’ ancora in grado di interferire con se stessa. La durata stessa di un impulso di luce
costitusce ovviamente un limite superiore al suo tempo di coerenza. La coerenza tempo-
rale di una sorgente si puo’ misurare con un interferometro a divisione di ampiezza come
l’interferometro di Michelson.
Per avere un idea, la lunghezza di coerenza di una lampada ad incandescenza che emette
uno spettro di corpo nero a T = 3000 K si aggira intorno ai 1.6 µ mentre quella della luce
solare attorno a 0.6 µ ; selezionando una sola riga di emissione di una lampada a scarica
in gas a bassa pressione si puo’ arrivare a lunghezze di coerenza di qualche millimetro,
mentre per un laser He-Ne (che emette radiazione a λ = 632.8 nm con una larghezza di
banda ∆λ = 0.002 nm) si ha Lc  0.2 m; ma se e’ messo in singolo modo ed e’ ben
stabilizzato puo’ essere molto piu’ grande (diversi metri); in alcuni laser puo’ arrivare a
diversi chilometri. E’ il caso dei laser NdYAg (λ = 1064 nm) usati nell’interferometro
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 43

Figura 1.8:

gravitazionale LIGO che di per se arrivano a lunghezze di coerenza dell’ordine 103 m, ma


che attraverso un’ulteriore stabilizzazione esterna arrivano ad avere una larghezza di banda
di ∆ν = 10 mHz e quindi lunghezza di coerenza di
c
Lc  = 3 · 1010 m.
∆ν

Coerenza spaziale
Il grado di coerenza spaziale (o coerenza trasversale) e’ invece una proprieta’ del fronte
d’onda che puo’ essere espressa mediante l’area di coerenza Ac . Questa rappresenta quella
superfice del fronte d’onda tale che la radiazione presente in due sue punti qualsiasi e’ in
grado di produrre fenomeni interferenziali. Un’ onda piana ha ovunque area di coeren-
za infinita mentre le dimensioni finite del fronte d’onda di un fascio di luce costituiscono
ovviamente un limite superiore all’area di coerenza del fascio stesso. Talvolta per caratter-
izzare la coerenza spaziale
√ si preferisce usare una dimensione lineare (larghezza) dell’area
di coerenza data da  Ac .
Se la luce proviene da una sorgente puntiforme i fronti d’onda sono sferici e presentano
coerenza spaziale su tutta la superficie del fronte; questo e’ il trucco con cui si produce,
nella realta’ del laboratorio, una sorgente spazialmente coerente!
Ne segue che se la luce proviene da una sorgente estesa, di dimensioni lineari finite b,
potremo facilmente stimare il valore dell’area di coerenza. Infatti la radiazione presente in
due punti S1 e S2 del fronte d’onda distanti tra loro d e situati ad una distanza r >> d
dalla sorgente stessa, potra’ dare luogo a fenomeni interferenziali (sempre che la coerenza
temporale lo consenta!) solo se le differenze di cammino ottico dei raggi che arrivano in
44 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

ciascun punto del fronte d’onda partendo dal centro e da un’estremita’ della sorgente,
differiscono tra loro meno di λ2 , ovvero se
θs λ
|θ1 b − θ2 b| = b≤
2 2
dove
d
θs = 2 |θ1 − θ2 | =
r
e’ l’angolo sotto cui vengono viste le dimensioni di un segmento d sul fronte da un qualsiasi
punto della sorgente. La condizione diventa quindi
db
≤λ
r
Quadrando potremo scrivere  2
d
b 2
= b2 Ωs ≤ λ2
r
dove Ωs e’ l’angolo solido sotto cui viene vista l’area d2 del fronte d’onda da ogni punto
della sorgente. Il valore massimo di d2 per cui potremo avere interferenza definisce l’area
di coerenza che sara’ quindi data da
r2 λ2
Ac = d2max ∼ Ωs r2 ∼
b2
Essendo
b2
Ω=
r2
l’angolo solido Ω sotto cui viene vista la sorgente da ogni punto del fronte d’onda
potremo anche scrivere
r2 λ2 λ2
Ac ∼ 2 =
b Ω
che e’ un’ espressione in genere piu’ facile da valutare.
Per avere un idea dell’area di coerenza della luce solare, filtrata attorno a 500 nm, sulla
superficie della terra, essendo l’apertura angolare dell’astro θ  32 = 9.3·10−3 rad bastera’
calcolare
π
Ω = θ2  6.8 · 10−5 sterad
4
da cui
25 · 10−14 
−9 2
Ac   3.7 · 10 m → Ac ∼ 0.061 mm
6.8 · 10−5
Quella di Betelgeuse (la stella Alfa Orionis) ha invece dimensioni lineari molto piu’
grandi, dell’ordine di 2.45 m. Per una tipica sorgente estesa da tavolo (lampada a filamento,
corpo nero, o lampada a scarica, sempre filtrate a 500 nm) di dimensioni di 1 mm posta a
2 m di distanza, le dimensioni dell’area di coerenza sono dell’ordine di 1 mm.
La coerenza spaziale di un laser puo’ essere resa molto grande, la sua misura e’ spesso
limitata dalla presenza di una limitata coerenza temporale.
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 45

Figura 1.9: La luce incoerente prodotta da una lampadina a incandescenza puo’ essere
filtrata spazialmente, mediante un diaframma, per ottenere luce spazialmente coerente e
succesivamente mediante un filtro in frequenza per avere luce coerente sia spazialmente che
temporalmente.

1.2.6 Derivazione della formula di Fresnel-Kirchoff


Teorema di Green
Si parte dal teorema della divergenza scritto per un generico campo vettoriale F
  
(∇ · F) dV = F · dΣ = F · ndS

dove la superficie orientata dΣ = ndS ha il versore n orientato verso l’esterno, e lo si


applica prima ad un campo dato da

F1 =ϕ∇ψ

e poi a
F2 =ψ∇ϕ
dove ϕ e ψ sono due campi scalari arbitrari.
Si ottiene nel primo caso
  

ϕ∇ψ · ndS = (∇ · ϕ∇ψ) dV = ∇ϕ · ∇ψ + ϕ∇2 ψ dV

e nel secondo  



ψ∇ϕ · ndS = ∇ψ · ∇ϕ + ψ∇2 ϕ dV
46 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Sottraendo membro a membro si ottiene un risultato noto come teorema di Green


(o prima identita’ di Green), ovvero:
 
 2
(ϕ∇ψ − ψ∇ϕ) · ndS = ϕ∇ ψ − ψ∇2 ϕ dV

Ricordando che la derivata direzionale (derivata di un campo scalare rispetto a un vettore)


e’ data da
ϕ (r + hυ) − ϕ (r) ∂ϕ
∇υ ϕ = lim = ∇ϕ · υ =
h→0 h ∂υ
avremo
∂ϕ
∇ϕ · dΣ =∇ϕ · ndS = dS
∂n
e potremo anche riscrivere il teorema di Green nella forma
   
∂ψ ∂ϕ  2
ϕ −ψ dS = ϕ∇ ψ − ψ∇2 ϕ dV
∂n ∂n

Il teorema di Helmoltz-Kirchoff
Scegliamo (arbitrariamente) come funzione ψ un onda sferica unitaria che parta da un
punto P0 data da
exp (−ik · r) exp (−ikr)
ψ (r) = =
r r
e per ϕ (r) il modulo del campo elettrico, assunto essere monocromatico e descritto da
un campo scalare ϕ (r) di modo che
E (r, t) = ϕ (r) exp (−iωt)
Applichiamo ora, allo scopo di calcolare il valore di ϕ (r) nel punto P0 , il teorema di
Green a un volume V come quello in figura, delimitato dalla superficie esterna qualsiasi S
e dalla superficie interna S di forma sferica e di raggio  centrata in P0 .
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 47

Se nel volume V non ci sono cariche e correnti, al suo interno dovra’ essere verificata
l’equazione delle onde e quindi anche l’equazione di Helmoltz
 2
∇ + k 2 ϕ (r) = 0

Ovviamente questa equazione e’ soddisfatta anche dalla funzione ψ (r) che abbiamo scelto,
quindi l’integrale di volume e’ nullo essendo
 
 2 2

ϕ∇ ψ − ψ∇ ϕ dV = − k 2 (ϕψ − ψϕ) dV = 0

L’integrale di superficie potra’ essere scritto come somma di quello sulla superficie esterna
S piu’ quello sulla superficie interna S per cui sara’
     
∂ψ ∂ϕ ∂ψ ∂ϕ
ϕ −ψ dS + ϕ −ψ dS = 0
S ∂n ∂n S ∂n ∂n

Poiche’ la normale esterna di S punta verso il centro della sfera (mentre quella di S punta
in verso opposto) per l’onda sferica uscente da S , essendo r · n = −1 sara’:

∂ψ exp (−ik · r)
= ∇ψ · n = ∇ ·n =
∂n  r  
1 ik 1 ik
= −r · n 2 + exp (−ik · r) = + exp (−ik · r)
r r r2 r

e sostituendo nell’integrale sulla sfera S (dove r =  e dS = 2 dΩ) possiamo tranquilla-


mente mandare  → 0 ottenendo
  
∂ψ ∂ϕ
ϕ −ψ dS = 4πϕ (P0 )
S ∂n ∂n

per cui avremo


  
1 ∂ψ ∂ϕ
ϕ (P0 ) = − ϕ −ψ dS =
4π S ∂n ∂n
  
1 exp (−ikr) ∂ϕ ∂ exp (−ikr)
= −ϕ dS
4π S r ∂n ∂n r

dove r e’ la distanza dal punto P0 all’elemento di superficie. Questo risultato costituisce


il cosiddetto teorema di Helmoltz-Kirchoff che afferma quindi che: se conosciamo il
campo ϕ e la sua derivata prima ∂ϕ ∂n
su una superficie arbitraria chiusa, possiamo
calcolare il campo in qualsiasi punto P0 interno alla superficie.
48 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Figura 1.10:

la formula di Fresnel-Kirchoff

Un’applicazione di questo teorema fornisce come risultato il teorema di Fresnel-Kirchoff,


che di fatto costituisce la formulazione rigorosa del principio di Hyghens nella sua
applicazione alla diffrazione.
A tal scopo si consideri una sorgente puntiforme in Ps e si supponga di voler conoscere
il campo nel punto P0 posto al di la’ di uno schermo opaco con un’apertura Σ. Per usare
il teorema di Helmoltz-Kirchoff, circondiamo il punto con la superficie indicata in figura
composta da una calotta sferica S2 e da due superfici piane S1 e Σ coincidenti la prima
con lo schermo e la seconda con l’apertura.
Potremo ragionevolmente assumere:

1. che la superficie S2 sia sufficientemente lontana da poter sfruttare la condizione radia-


tiva di Sommerfeld, ovvero che sia ϕ che ∂ϕ ∂n
siano nulle su questa superficie (sarebbe
rigoroso per un’onda sferica)

2. che lo schermo sia perfettamente opaco, cosi’ da avere ϕ = 0 su S1 , e che, su Σ,


sia ϕ che ∂ϕ
∂n
siano gli stessi che si avrebbero in assenza dello schermo (condizioni al
contorno di Kirchoff )

In queste ipotesi restera’ da calcolare quindi solo il contributo dell’integrale su Σ che


potremo scrivere come
  
1 ∂ϕ ∂ψ
ϕ (P0 ) = ψ −ϕ dS
4π Σ ∂n ∂n
1.2. SOVRAPPOSIZIONE DI ONDE 49

Possiamo ancora fare delle approssimazioni. Supponendo che la sorgente in Ps sia


puntiforme per cui (si noti che r ha origine in Ps )

exp (−ik · r ) exp (−ikr )


ϕ = E0 = E0
r r

assumeremo che sia sufficientemente lontana dallo schermo (r >> k1 ) da poter ap-
prossimare la derivata
 
∂ϕ ∂ E0 exp (−ik · r ) 1 E0 exp (−ikr ) 
= = −ik −  r̂ · n 
∂n ∂n r r r
 exp (−ikr ) 
 exp (−ikr )
 −ikE0 (r̂ · n) = ikE0 cos θ
r r

e che anche il punto P0 sia sufficientemente lontano (r >> k1 ) da avere anche

∂ψ ∂ E0 exp (−ik · r) exp (−ikr) exp (−ikr)


=  −ikE0 (r̂ · n) = −ikE0 cos θ
∂n ∂n r r r
dove gli angoli θ e θ sono definiti come in figura.

Dettaglio dei vettori in prossimita della superficie Σ

Si ottiene cosi’ come risultato finale la formula di Fresnel-Kirchoff per la diffrazione ovvero:

i (cos θ + cos θ) exp [−ik (r + r )]
ϕ (P0 ) = E0 dS
λ Σ 2 rr

Per riconoscere l’equivalenza con il principio di Huygens possiamo prendere, come


superficie Σ sui cui fare l’integrazione, la calottina sferica indicata in figura, coincidente
col fronte d’onda sferico proveniente dalla sorgente puntiforme in Ps che fornisce cos θ = 1
50 CAPITOLO 1. ONDE ELETTROMAGNETICHE

Potremo quindi riscrivere la formula nella forma



i (1 + cos θ) exp (−ikr)
ϕ (P0 ) = ϕ dS
λ Σ 2 r
che puo’ essere letta cosi’: il campo ϕ primario genera, in ogni punto del fronte d’onda
in corrispondenza dell’apertura sullo schermo, un onda sferica secondaria di ampiezza,
proporzionale a ϕ in quel punto al fattore di obliquita’ (1+cos2
θ)
e al fattore λi (che altera
fase e ampiezza). Questa onda secondaria si propaga come onda sferica e il campo in
un qualsiasi punto e’ la somma delle onde sferiche prodotte da ciascun punto del fronte
d’onda incidente sull’apertura. Ovviamente in avanti, a destra dello schermo, il fattore
di obliquita’ vale circa 1 mentre all’indietro, a sinistra dello schermo vale circa 0 . Tanto
il fattore di obliquita’ quanto il fattore di fase λi non erano presenti nella formulazione
originaria del principio.
Capitolo 2

Campo emesso da cariche in moto

2.1 Campo emesso da una carica in moto


Sia data una carica puntiforme q in moto lungo una traiettoria definita dal vettore r0 (t)
con velocita’ υ (t) = ṙ0 (t), la trattazione fornisce i campi elettrici e magnetici prodotti da
questa carica nel punto P all’istante t individuato dal vettore r (t).
Definiamo il tempo ritardato t come

 |r (t) − r0 (t )|
t =t−
c
ovvero come il tempo al quale deve essere stato emesso il campo dalla carica affinche si
sia propagato fino al punto P all’istante t. Se definiamo il vettore che collega la carica al
tempo t con il punto P all’istante t

R = r (t) − r0 (t )

potremo porre
R
t = t −
c
Dalle equazioni di Maxwell, introducendo i potenziali ritardati di Liénard-Wiechert,
si puo’ ottenere la soluzione generale per i campi nella forma:
 



q 1 υ υ2 1 υ a
E (r, t) = 4π 0 κ3 R 2
R̂− c
1 − c2
+ cκ3 R
R̂× R̂− c
× c
B (r, t) = 1c R̂ × E (r, t)

In queste formule R̂ e’ il versore di R mentre κ e’ un parametro adimensionale dato da

R̂ · υ
κ=1−
c
51
52 CAPITOLO 2. CAMPO EMESSO DA CARICHE IN MOTO

e tutte le grandezze che contengono la dinamica della carica in moto (κ, υ, a = υ̇)
andranno calcolate nel tempo ritardato t .
In questa forma queste equazioni sono note come equazioni di Jefimenko (Am.J.Phys.
62,79-85 ,1994 e successivi) e possono essere anche scritte in termini ancora piu’ generali
in termini di densita’ di carica ρ (r, t) e di corrente J (r, t); va tuttavia ricordato che la
soluzione al problema era stata trovata molti anni prima (vedi ad esempio Lorentz c.a.
1902).

Carica in moto a velocita’ costante


Ovviamente nel caso statico, in cui υ = υ̇ = 0 e κ = 1 ed R non dipendono dal tempo,
le formule forniscono il campo di Coulomb essendo
 q R̂
E (r, t) = 4π0 R
2
.
B (r, t) = 0

Se invece la carica e’ in moto con velocita’ costante υ, e lo e’ sempre stata, avremo


 


q 1 υ υ2
E (r, t) = 4π0 κ3 R2 R̂− c 1 − c2
B (r, t) = 1c R̂ × E (r, t) = 1
c2
υ × E (r, t)

Si noti che in questo caso, essendo

R υ
R− υ = r (t) − r0 (t ) − R = r (t) − r0 (t ) − (t − t ) υ = r (t) − r0 (t)
c c
il campo elettrico e’ diretto lungo la congiungente della posizione della carica al momento
della misura e il punto P . Nel limite di basse velocita’, questo si ridurra quindi ad un
campo di Coulomb che segue la carica in moto. Inoltre, essendo

υ υ υ
R̂ × E (r, t) = R̂− × E (r, t) + × E (r, t) = × E (r, t)
c c c
il campo magnetico si potra’ scrivere come

1 1
B (r, t) = R̂ × E (r, t) = 2 υ × E (r, t)
c c
in accordo con la legge di Biot e Savard.
Questi risultati, furono ottenuti da Haviside gia’ nel 1888 senza ricorrere ai poten-
ziali ritardati; si possono anche ottenere applicando le regole di trasformazione dei campi
(ricavate da Einstein nel 1905) al campo generato da una carica ferma.
2.1. CAMPO EMESSO DA UNA CARICA IN MOTO 53

Campo radiativo nel limite non relativistico


Nel limite non relativistico di basse velocita’ potremo porre

q R̂ 1  
E (r, t) = + R̂× R̂ × a .
4π0 R2 c2 R

Avremo quindi due contributi distinti al compo elettrico. Il primo termine, e’ il campo
coulombiano della carica in moto, che muore come 1/R2 mentre il secondo termine, quello
che sopravvive a grandi distanze, rappresenta il campo radiativo dato da

q 1  
Erad (r, t) = R̂× R̂ × a
4π0 c2 R

che e’ perpendicolare ad R̂ e giace nel piano formato da R̂ e a e il cui modulo vale

q |a (t )|
Erad (r, t) = sin χ
4π0 c2 R

essendo χ l’angolo formato da R̂ e a.


Se il campo di radiazione emesso viene analizzato in polarizzazione, scegliendo ad
esempio la direzione definita dal versore ês , potremo scrivere

q 1
ês · Erad (r, t) = − (ês · a) .
4π0 c2 R

Bastera’ riscriverei il prodotto triplo


 



R̂× R̂ × a = R̂ R̂ · a − a R̂ · R̂ = R̂ R̂ · a − a

e tenere conto che


ês · R̂ = 0.

2.1.1 Formula di Larmor


Da questa espressione si puo’ ricavare la formula di Larmor (circa 1890) che fornisce la
potenza totale emessa da una carica accelerata. Infatti l’intensita istantanea (energia
per unita’ di tempo e per unita’ di superficie dS, ovvero modulo del vettore di Poynting,
ovvero il flusso di energia) del campo di radiazione sara’ data da

2 q 2 |a (t )|2 2
I (R, θ, t) = 0 cErad (t) = 2 3 2
sin χ (t )
16π 0 c R
54 CAPITOLO 2. CAMPO EMESSO DA CARICHE IN MOTO

Questa presenta la caratteristica distribuzione angolare data da sin2 χ: nulla nella direzione
istantanea di a e massima nelle direzioni perpendicolari. Essendo dS = R2 dΩ, moltipli-
cando l’intensita’ per R2 si otterra’ l’energia emessa per unita’ di tempo e per unita’ di
angolo solido dΩ e bastera’ integrare quest’ultima sull’angolo solido per ottenere la potenza
istantanea emessa.
Osservando che
 π  2π
     2
sin2 χ sin χdχdψ = 4π sin2 χ Ω = 4π 1 − cos2 χ Ω = 4π ,
0 0 3

otteniamo:

1 2q 2  2 µ0 q 2 2
P (t) = I (R, θ, t) R2 dΩ = 3
|a (t )| = |a (t )| .
4π0 3c 6πc

Questa formula, nota come formula di Larmor e verra’ usata in diverse circostanze
nell’ambito del corso.
Per una carica q che oscilla alla frequenza ω con ampiezza A << R (ad esempio i
cosiddetti oscillatori Planckiani), sara’

a (t) = a (t ) = ẍ (t) = −Aω 20 cos (ωt)

e, nel limite non relativistico,

1 2q 2 A2 ω 40
P (t) = cos2 (ωt)
4π0 3c3

Per frequenze ottiche potremo inoltre mediare sul periodo ottenendo:

1 q2ω4 2
P = A.
4π0 3c3

2.1.2 Approssimazione di dipolo


Un risultato simile si ottiene per un sistema fisico neutro ma costituito da di piu’ particelle
cariche (tipicamente un atomo o una molecola) di dimensioni sufficientemente piccole.
Per ottenere il campo totale dovremo in questo caso sommare i campi prodotti da ciscuna
carica e dovro’ stare attento ai tempi ritardati t che saranno diversi per ciascuna particella.
Tuttavia, se le cariche sono legate, il loro moto avverra’ in una regione di dimensioni limitate
L e se gli spostamenti delle cariche avvengono su una scala temporale τ tale che

L
τ >>
c
2.1. CAMPO EMESSO DA UNA CARICA IN MOTO 55

(ovvero molto maggiori del tempo impiegato dalla luce ad attraversare il sistema) potremo
innanzi tutto assumere di essere nel limite di bassa velocita’, essendo υ ∼ Lτ << c. Inoltre,
il campo di radiazione, che in questo limite e’ dato da

1  qi

Erad (r, t) = R̂i × R̂ i ×a i
4π0 i c2 Ri

potra’ essere ulteriormente semplificato assumendo che sia Ri >> L per tutte le cariche (il
che e’ ovviamente vero se cerchiamo risultati validi per Ri → ∞); potremo cioe’ sostituire
Ri  R dove R individua la posizione del centro del sistema di cariche, supposto
fermo, ed eseguire la somma sulle cariche ottenendo
! "
1 1 
Erad (r, t) = R̂× R̂ × qi ai .
4π0 c2 R i

Se quindi introduciamo il momento di dipolo dell’insieme di cariche definito come


M= qi ri
i

la cui derivata seconda rispetto al tempo sara’ proprio



M̈ = qi ai .
i

Avremo quindi
1 1

Erad (r, t) = R̂× R̂ × M̈
4π0 c2 R

che mostra che il campo di radiazione in approssimazione di dipolo giace nel piano
formato da R̂ e M̈ e il suo modulo vale
 
  
1  M̈ (t ) 
Erad (r, t) = 2
sin χ (t )
4π0 c R

dove χ e’ l’angolo formato da R̂ e M̈. Il campo e’ massimo nel piano equatoriale (χ = π2 )


e nullo lungo l’asse del dipolo stesso (χ = 0).
56 CAPITOLO 2. CAMPO EMESSO DA CARICHE IN MOTO

Direzione del campo elettrico e magnetico della radiazione emessa da un dipolo oscillante
nel limite radiativo (campo lontano). In figura l’angolo polare χ e’ indicato con θ.

I limiti di validita’ di questa approssimazione (dimensioni picole e velocita’ non troppo


alte) possono essere espressi anche in termini delle proprieta’ del campo emesso, infatti,
poiche’ il campo di radiazione variera’ sulla stessa scala temporale τ del moto delle cariche
la condizione equivale ad assumere

1 L
∼ τ >> ovvero λ >> L.
ν c

se questa e’ verificata lo sara’ anche diremo quindi che l’approssimazione vale solo per le
componenti del campo che hanno λ >> L.
Ricordiamo che Il campo magnetico generato e’, nello stesso limite, perpendicolare a
questo campo elettrico e la sua ampiezza vale E (R, t) /c.
N.B. Si noti che il campo radiativo in approssimazione di dipolo prescinde dai dettagli
della reale distribuzione delle cariche, purche’ questa resti confinata nel tempo. Al limite
vale anche per una carica singola legata, ad esempio da un potenziale armonico. Lo stesso
non si puo’ dire per il contributo non radiativo al campo che ad esempio sara’ diverso per
una carica singola o per due cariche di segno oppsto!!

2.1.3 Emissione di un dipolo oscillante


Se il dipolo oscilla sempre nella stessa direzione alla frequenza ω 0 , il modulo del momento
di dipolo sara’ descritto da
M (t ) = M0 cos (ω 0 t )
2.1. CAMPO EMESSO DA UNA CARICA IN MOTO 57

Figura 2.1: Rappresentazione tridimensionale, dal classico aspetto toroidale, raffigurante


il diagramma polare dell’ intensita’ di radiazione emessa da un dipolo nelle varie direzioni.

e, derivando due volte, avremo

M̈ (t ) = −ω 2 M0 cos (ω 0 t ) = −ω 2 M0 Re {exp (iω 0 t )} =


  
2 R
= −ω M0 Re exp (iω 0 t) exp −iω 0 =
c
= −ω 2 M0 Re {exp (iω 0 t − ikR)} ,

dove abbiamo tenuto conto anche delle dimensioni finite della distribuzione di carica (t =
t ). Ne segue che in questo caso

1 ω 2 M0 Re {exp (iω 0 t − ikR)}



Erad (r, t) = − R̂× R̂ × M̂
4π0 c2 R

dove M̂ e’ il versore della direzione di oscillazione del dipolo. La radiazione emessa sara’
dunque un’onda sferica armonica la cui ampiezza, ricordando che


 
R̂× R̂ × M̂  = sin χ

sara’ data da
1 ω 20 M0
E0 = sin χ.
4π0 c2 R
L’intensita’ emessa, che poiche’ ci occuperemo di frequenze ottiche converra’ mediare
sul periodo, sara’ data da

1 1 ω 40 M02
I (R, θ) = 0 cE02 = 2 3 2
sin2 χ
2 32π 0 c R
58 CAPITOLO 2. CAMPO EMESSO DA CARICHE IN MOTO

Moltiplicando per l’elemento di superficie R2 dΩ e integrando su tutto l’angolo solido,


otteniamo per la potenza media emessa da un dipolo oscillante alla frequenza ω 0

1 ω 40 M02  2  1 ω 40 M02
P = 4π sin χ Ω
= .
32π 2 0 c3 4π0 3c3
In entrambe queste formule il tempo ritardato t non gioca in realta’ nessun ruolo visto
che la media sul tempo ne cancella l’effetto.