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Il bene dello Stato

è la sola causa di questa produzione


gaetano filangieri
Società di studi politici

Diotìma
Questioni di filosofia e politica

11
emanuele Castrucci

nomos e guerra
Glosse al nomos della terra
di Carl Schmitt

la scuola di Pitagora
editrice
Collana promossa dalla Società di studi politici.

© 2011 la scuola di Pitagora editrice


Piazza Santa Maria degli angeli, 1
80132 napoli
www.scuoladipitagora.it
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Printed in Italy
Stampato in italia nel mese di marzo 2011
dalla tipografia Morconia Print s.r.l. - Morcone (bn)
il nemico è la messa in forma
della domanda su noi stessi.
C. SChMitt, Glossario, 13.2.1949

– abbiamo perso l’amico, si dice in questo secolo.


– no, è il nemico che abbiamo perso, dice una voce,
sul finire di questo secolo.
J. DerriDa, Politiques de l’amitié (1994)

a Franco Volpi
inDiCe

Premessa
Per un’interpretazione sacrificale del Nomos? 11

i. l’iPoteSi Del noMoS


1. Sul concetto di «nomos» 15
2. Simbolica degli spazi: terra e mare 22
3. le fasi della suddivisione mondiale
degli spazi nella teoria del nomos della terra 30
Soglia: Prima approssimazione ad una teoria
del sacrificio 43

ii. liMitazione o CriMinalizzazione.


il ProbleMa Della guerra
nell’analiSi SChMittiana

1. il concetto di guerra in trasformazione 49


2. il mutamento di significato della guerra 56
3. la criminalizzazione della guerra
d’aggressione 70
4. il concetto di nemico nella teoria
schmittiana delle relazioni internazionali 78
4. 1. nemico, ostilità e guerra fredda 86
4. 2. «Chi è il nemico» 91
Soglia: Seconda approssimazione
ad una teoria del sacrificio 96

iii. intorno alla teSi


Della outlawry Della guerra

1. Prospettive storiche sulla guerra giusta 101


2. legalità ed extralegalità della guerra 107
3. il divieto dell’uso della forza nei rapporti
internazionali (dal Patto briand-Kellogg
alla Carta delle nazioni unite) 112
4. Concezioni novecentesche
della guerra giusta. la teoria di Kelsen
e la questione degli interventi umanitari 117
Soglia: Potenze archetipiche 120

iV. ProSPettiVe Dottrinali


Sull’iDea Di guerra

1. una definizione di guerra 125


2. Critica dell’idea
di «pace giuridica mondiale» 138
3. la connessione concettuale
tra guerra e politica 145
4. Pacifismo e nuove guerre 150

ePilogo 163
Premessa

Per un’interPretazione SaCrifiCale Del noMoS?

Parlare della guerra significa anche parlare del


diritto e della politica: il diritto che la regola e la poli-
tica di cui essa è strumento. Dal punto di vista schmit-
tiano, condensato principalmente nell’opera del 1950
Der Nomos der Erde1, questo tema appare in tutta la
sua chiarezza, riflettendosi nella tensione irrisolta
verso un nuovo ordinamento dello spazio.
le note che seguono si collocano nel quadro più
ampio della problematica, di indubbio significato fi-
losofico-politico, costituita dalla «degenerazione del
moderno», e prendono spunto dalla questione, oggi
più che mai delicata, della limitazione («Hegung»)

1
C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Pu-
blicum Europaeum, Köln 1950, trad it. Il nomos della terra nel di-
ritto internazionale dello jus publicum Europaeum, Milano 1991
[d’ora in poi: Ndt].

11
Emanuele Castrucci

della guerra. il nostro punto di partenza è quindi rap-


presentato dalla riflessione schmittiana sul diritto in-
ternazionale e, più ancora, dal suo nodo cruciale, ov-
vero la teoria del nomos –: una teoria che implica la
polivalenza del concetto stesso di nomos, nel suo svi-
luppo relativo al piano tanto dell’analisi teorico-dot-
trinale quanto delle applicazioni storico-concrete2.
Come è noto, il concetto di nomos indica non già la
«legge» nel suo significato formale e positivo, che è
ben più tardo, ma innanzitutto le attività pratico-so-
ciali di appropriazione e di divisione della terra.
Quando la terra è posseduta, distribuita e coltivata –
e solo allora – essa diviene luogo «giuridicamente or-
dinato», suscettibile di «radicamento» e di «colloca-
zione», ovvero di ortung spaziale («recht am rechten
ort»). inoltre, solo quando la terra (globalmente
intesa) viene, in epoca moderna, divisa e spartita tra
soggetti politici sovrani, appare possibile fondare un
ordinamento internazionale capace di dar luogo al
riconoscimento di relazioni giuridiche significative,
giungendo ad ammettere al proprio interno la possi-
bilità di un aperto conflitto tra questi soggetti (così
come avviene nella situazione di guerra). un conflit-
to che dovrà tuttavia costantemente essere ricondot-
to dal diritto positivo e dalla scienza giuridica nel-
l’ambito del regolato.
la presa di posizione di Schmitt contro l’annichi-
limento novecentesco del concetto classico europeo
di guerra3 si basa sull’attenta analisi di un ordinamen-
2
Cfr. l’avvio del tema, parte i.
3
Cfr. la prosecuzione e il vero e proprio inabissarsi del tema
in risposta ai rischi insiti nell’outlawry del fenomeno bellico: parti
ii e iii.

12
PreMeSSa

to internazionale che risulta fondato ancora, per tut-


to il lungo periodo di vigenza dello jus publicum Euro-
paeum, su base statuale. Solo un insieme di Stati tra
loro apparentati in virtù di comuni presupposti di ci-
viltà aveva potuto garantire, anche nella cornice della
tarda modernità, la conduzione regolata del conflit-
to. un ordinamento cosmopolitico – orientato su co-
ordinate di valore sostanzialmente kantiane, intrise
di universalismo, come quello proposto in anni più
recenti da vari, e sempre più numerosi, sostenitori di
teorie normative – presenta invece il serio rischio di
vedere il mondo precipitare in una concreta guerra
civile, destinata necessariamente, per una sua logica
di sviluppo interno, ad assumere forma totale.
Dannosa e devastante si rivelerà sempre, in tal
senso, la criminalizzazione del nemico, come pure la
criminalizzazione del fantasma, costruito ideologica-
mente, della guerra di aggressione –: fattispecie en-
trambe peraltro difficilmente precisabili in termini
giuridico-concettuali, alle quali dà luogo l’irenismo
globalista dei fautori di una ben problematica demo-
crazia costituzionale universale.
Ma forse la ricerca deve compiere un passo ulte-
riore: riconoscere che il fenomeno della violenza (di
cui la violenza bellica è specie) può essere meglio
chiarito solo se inquadrato nell’ambito più vasto di
una teoria antropologica del sacrificio, e ciò nella
linea invisibile di pensiero e di analisi filosofica che
dal de Maistre dell’Eclaircissement sur les sacrifices
procede fino a rené girard e oltre. Di qui l’idea di
fondo che ispira le note che seguono, disposte nella
forma di una semplice collezione di frammenti o

13
Emanuele Castrucci

glosse, a partire da un testo, quello del Nomos der


Erde, fondamentale per la comprensione di un pro-
blema che si è reso nel frattempo perlopiù inintelligi-
bile all’analisi filosofica contemporanea: intendo il
problema, che dal piano dell’estetica politica trapas-
sa immediatamente in quello dell’ontologia, dell’or-
dine simbolico complessivo di un’epoca.
Quando quell’epoca risulta essere la nostra epoca
«il racconto intelligente della sconfitta diventa la sot-
tile vittoria del vinto»4.

4
n. gómez Dávila, In margine a un testo implicito, Milano,
2001, p. 16. Cfr. parte iV ed epilogo di queste note.

14
I

L’IPOTESI DEL NOMOS

1. SuL cONcETTO DI «NOMOS»

«I grandi atti primordiali del diritto restano [...] lo-


calizzazioni legate alla terra. Vale a dire: occupazioni di
terra, fondazioni di città e fondazioni di colonie».
«L’occupazione di terra, sia sotto il profilo interno,
sia sotto quello esterno, rappresenta il primo titolo giuri-
dico che sta a fondamento dell’intero diritto seguente.
[...] Per questo l’occupazione di terra ha un carattere ca-
tegoriale dal punto di vista giuridico. [Essa è] l’archeti-
po di un processo giuridico costitutivo. Essa crea il tito-
lo giuridico più radicale, il radical title».
«L’occupazione di terra precede l’ordinamento che
deriva da essa non solo logicamente, ma anche storica-
mente. Essa contiene in sé l’ordinamento iniziale dello
spazio, l’origine di ogni ulteriore ordinamento concreto
e di ogni ulteriore diritto [...]. Da questo radical title de-
rivano tutti gli altri rapporti di possesso e di proprietà».

15
Emanuele Castrucci

«Anche la storia del diritto internazionale fino ad og-


gi conosciuta è una storia occupazioni di terra. Ad esse si
sono aggiunte in determinate epoche le occupazioni di
mare. [...] Nacque così il primo nomos della terra. Esso
si fondava su un determinato rapporto tra l’ordinamento
spaziale della terraferma e l’ordinamento spaziale del
mare libero, e fu portatore, per quattrocento anni, di un
diritto internazionale eurocentrico, lo jus publicum Eu-
ropaeum»1.

1. Il testo di Der Nomos der Erde costituisce il


luogo, complesso e stratificato, in cui le riflessioni
schmittiane sull’ordine spaziale del mondo uscito dal
secondo conflitto mondiale si fanno più intense ed
elaborate. È il caso di ripercorrerne brevemente le
ben note tesi fondamentali, fino a incontrare una
prima soglia interpretativa.

2. con la teoria del nomos, Schmitt rielabora la


propria riflessione precedente – relativa ai temi della
decisione e del ‘politico’ – facendola approdare ad
una nuova teoria, non più semplicemente incentrata
sul nesso ‘diritto’ – ‘decisione’, ma piuttosto sul nes-
so ‘spazio’ (la Terra) – ‘diritto’. Schmitt parla a que-
sto proposito, come è noto, di una justissima tellus,
una Terra «giusta», che «serba in sé» il diritto, lo
«mostra fuori di sé» e «lo reca su di sé», determinan-
do così una triplice radice dei concetti di diritto e di
giustizia2. La Terra va allora considerata connessa ad

1
NdT, pp. 22, 24-26, 28-29.
2
NdT, pp. 19 ss.

16
L’IPOTESI DEL NOMOS

un’idea di giustizia, un nomos che è misura universa-


le, la quale non ha bisogno di essere ‘realizzata’, ma
si impone da sé. Nomos è in questo senso l’«Ur-Akt»
della «Landnahme» (l’appropriazione della terra), os-
sia il momento in cui si rende evidente che nella ter-
ra, nella sua spazialità, è situata l’origine del nesso
ontologico che collega tra loro giustizia e diritto.

3. Il nomos consiste, per Schmitt, in primo luogo


in una «appropriazione di terra» e, al tempo stesso,
in una «sottrazione» di terra (seguendo Pindaro, che
parla di nomos in relazione al furto e alla violenza di
Eracle – quindi nomos come sottrazione e al contem-
po appropriazione originariamente violente)3. Que-
sta «sottrazione» della Terra è a sua volta «orientata
alla Terra», la quale non è più quindi mera natura,
ma si fa dispositivo di giustizia secondo il nomos. La
giustizia del nomos è cioè costitutiva di ordine: è la
concretezza di una violenza originaria che si riflette
in un nuovo principio giuridico di ordine della terri-
torialità. Per cui il nomos diviene portatore di una
legittimità che attinge alla consapevolezza dell’origi-
ne, una violenza non indiscriminata né indetermina-
ta ma ontologicamente ordinatrice, costitutiva di
nuovo ordine.

3
Si fa riferimento al noto frammento 169 di Pindaro: «No-
mos, re di tutte le cose, conduce con mano più forte giustifican-
do il più violento». In questo passo, che si riferisce alla violenza
del furto dei buoi di Gerione da parte di Eracle, la legge giustifi-
ca il più violento: il diritto ha quindi a che fare con la violenza fin
dalla sua origine. La sovranità giunge a costituire una soglia di
indecidibilità tra diritto e violenza.

17
Emanuele Castrucci

4. A giocare un ruolo fondamentale nella prima


genesi del Moderno, vale a dire in un momento in cui
il nomos della terra subisce il suo più importante rias-
sestamento di fronte alle scoperte dei secoli XV e
XVI, è la nuova consapevolezza geografica del
mondo: appare infatti un nuovo spazio che deve essere
appropriato e diviso. In questa fase genetica della mo-
dernità avviene che l’ordine europeo degli Stati, cri-
stallizzato nella forma giuridica moderna dello jus pu-
blicum Europaeum, porti con sé una nuova interpre-
tazione e organizzazione dello spazio mondiale, per
la prima volta conosciuto e ripartito. L’equilibrio tra
terraferma segnata da confini, da una parte, e spazio
vuoto, il mare, dall’altra, determina l’identità euro-
pea4, ma perché si abbia ordine entro i confini dello
spazio civilizzato vi è bisogno di un altro spazio terre-
stre, extraeuropeo, il non-Stato, il luogo del disordi-
ne e della guerra aperta, destinato ad essere preso e
suddiviso dall’ordine europeo.

5. La concretezza del diritto pubblico europeo, che


ha il compito di rendere i propri princìpi giuridici com-
patibili con un ordinamento internazionale in conti-
nua evoluzione ed espansione, si manifesta nel rap-
porto tra politica e guerra. Schmitt ritiene che la gran-
de prestazione storica della modernità sia la «Hegung
des Krieges», che giunge a trasformare il bellum justum
delle guerre civili di religione in guerra tra Stati sovra-
ni («hostes aequaliter justi»), operando una distinzione

4
M. cacciari, Geo-filosofia dell’Europa, Milano 1994, spec.
pp. 119-130.

18
L’IPOTESI DEL NOMOS

tra nemico (sul versante esterno) e criminale (sul ver-


sante interno) e tra militari e civili, tendendo a conse-
guire una sostanziale limitazione dell’ostilità. Tale tra-
sformazione della guerra ha come suo esito principa-
le proprio quel concetto di jus publicum Europaeum
cui Schmitt fa risalire la più alta teorizzazione e realiz-
zazione dell’unità politica moderna. Schmitt non
crede affatto che la guerra tra Stati sia destinata
necessariamente a precipitare nello stato di natura:
essa è semmai un disordine apparente, presupponen-
do il riconoscimento reciproco tra gli Stati sovrani
quali membri di una comune civiltà, e solo per questo
attori esclusivi della politica internazionale.

6. La mondializzazione della politica è accompa-


gnata da ideologie internazionalistiche e pacifiste che
producono, pretendendo di eliminare la guerra, il ri-
torno della guerra giusta come guerra ideologica, os-
sia della guerra discriminatoria come operazione di
polizia internazionale rivolta contro «criminali» che
violano l’ordinamento internazionale. Nell’intera sua
riflessione sul nomos, però, Schmitt non va oltre l’in-
dicazione dell’esigenza di un nuovo ordinamento
complessivo della terra, valutata nella sua imprescin-
dibile dimensione spaziale. Schmitt riconosce che la
modernità, definitivamente entrata in crisi dopo l’ul-
timo devastante conflitto mondiale, non ha più la
forza per generare qualcosa di nuovo, che il mondo
contemporaneo è «globalmente in-deciso». E lamen-
ta come ormai sia finita l’epoca moderna del sistema
degli Stati europei, della sovranità e della decisione
statale. Il pensiero di Schmitt non può che arrestarsi

19
Emanuele Castrucci

qui, di fronte a un Moderno degenerato, ad una do-


manda destinata a rimanere senza risposta.

7. Occorre ritornare ai concetti elementari, e sof-


fermarsi quindi a ricostruire nuovamente il significa-
to del termine nomos, da cui l’intera riflessione di
Schmitt prende le mosse. Nñmow è la delimitazione e
la misurazione originaria della terra, è la prima occu-
pazione della terra e la sua, immediatamente succes-
siva, divisione. Di qui scaturisce un ordine economi-
co, sociale, politico, pertanto anche un ordinamento
giuridico in senso globale. La terra è quindi, per
Schmitt, la madre del diritto, e questa maternità è
rappresentata dal legame inscindibile Ordnung/
Ortung, ordine-ordinamento/collocazione spaziale. Il
concetto di ordine è facilmente ricollegabile al «lega-
me con la terra» che è proprio del diritto, in quanto
solo sulla terra è possibile tracciare delle linee di
demarcazione già con l’aratura, e poi recinzioni che
delimitano le singole proprietà. con la terra l’uomo
allaccia un rapporto stretto, lavorandola con la pro-
pria fatica e ricevendone la ricompensa.

8. Restando all’etimologia della parola, nomos


deriva dal verbo greco n¡mein, che significa prende-
re/conquistare, poi ripartire/dividere, e infine coltivare/
produrre. Dall’intreccio di queste tre attività risulta
determinato l’intero complesso dei rapporti sociali.
Nomos è quindi la struttura risultante dall’unità sinte-
tica dei processi di appropriazione, distribuzione e
produzione. con ciò si torna alla dicotomia classica
nomos-physis, dove il diritto è interpretato come istitu-

20
L’IPOTESI DEL NOMOS

zione umana nell’ambito di una visione dei rapporti


sociali che ha nella natura la sua unità di misura.
Ricordiamo che lo stesso Aristotele definiva il nomos
come un insieme di norme vive e spontanee che go-
vernano la condotta sociale in un determinato am-
biente, e la finzione dello spazio era per lui fonda-
mentale per dare effettività all’ordinamento giuridico.

«La discussione scientifica sul nomos è stata finora


viziata dal fatto che la maggior parte dei giuristi parlano
ancora oggi il linguaggio positivistico del tardo secolo
XIX, mentre i filosofi e i filologi [...] seguono i concetti
dei giuristi. La croce peggiore di questo vocabolario è la
parola legge [Gesetz]. Mediante l’uso di questa infelice
parola, termini, concetti e antitesi concettuali tipiche
della nostra situazione odierna, completamente lacerata,
vengono proiettati sulla discussione del termine origina-
rio nomos. La situazione attuale è da decenni caratteriz-
zata dall’abuso del concetto di legalità»5.

9. con la teoria del nomos Schmitt esprime il pro-


prio rifiuto per una concezione del diritto come
«sistema di norme» astratto da ogni riferimento alle
forme ontologiche di organizzazione complessiva
della società. Schmitt concorda con Hauriou e Santi
Romano, esplicitamente citati più volte a questo pro-
posito, nel ritenere che il diritto, prima di essere
norma, è organizzazione, struttura, forma istitutiva
della stessa società in cui si svolge e di cui riflette
l’unità.

5
NdT, p. 60.

21
Emanuele Castrucci

10. Schmitt, pur non ammettendolo esplicitamen-


te, ricava inoltre i concetti dell’appropriazione, distri-
buzione e produzione dall’economia politica classica.
Dall’analisi dei processi di socializzazione ed espro-
priazione inizia ad avvertire la necessità di un’inte-
grazione tra scienza giuridica e scienze sociali, e vede
nel puro tipo di pensiero giuridico decisionistico un
apparato non più adeguato al fine di affrontare le
nuove questioni sollevate dalla nuova realtà costitu-
zionale. Da ciò si comprende in che senso l’idea di
nomos sia espressione non soltanto di un ordina-
mento giuridico, ma più in generale un ordinamento
sociale. Esiste un preciso livello ontologico in cui dirit-
to e società giungono a coincidere, lasciando dietro alle
spalle i contrassegni formali del diritto tipici del deci-
sionismo, ancora legati ad un concetto personalistico
di sovranità. Va osservato in tal senso che la teoria del
nomos viene da Schmitt sviluppata a partire dalla
considerazione dei processi di formazione di ordina-
menti giuridici arcaici, da cui desumere un modello
originario suscettibile di essere esteso anche ai siste-
mi più complessi e articolati.

2. SIMbOLIcA DEGLI SPAzI: TERRA E MARE

«L’ordinamento eurocentrico del mondo, sorto nel


secolo XVI, risulta suddiviso in due diversi ordinamenti
globali: della terra e del mare. Qui stanno pertanto l’uno
di fronte all’altro due ordinamenti universali e globali, il
cui rapporto non può essere ricondotto a quello esistente
tra diritto universale e particolare. Ognuno di essi è uni-
versale. Ognuno possiede il proprio concetto di nemico,

22
L’IPOTESI DEL NOMOS

di guerra e di preda, ma anche di libertà. La grande riso-


luzione complessiva del diritto internazionale dei secoli
XVI e XVII culminò nell’equilibrio tra terra e mare, nel
confronto tra due ordinamenti che solo nella loro coesi-
stenza piena di tensioni determinavano il nomos della
terra».
«Dal punto di vista della storia delle idee il processo
di personificazione di complessi di potere politico è già in
pieno svolgimento nel secolo XVI ed è fortemente inco-
raggiato dalla tendenza rinascimentale all’allegoria. La
mentalità dei giuristi europei si abituò così alla personi-
ficazione dei poteri politici e parlò di Spagna, Inghil-
terra, Francia, Venezia, Danimarca come di grandi indi-
vidui. Ma solo con il barocco del XVII secolo si affermò
pienamente la personalità dello Stato, rappresentativa e
sovrana».
«I grandi sistemi della filosofia del diritto sorsero
[...] nell’epoca propriamente barocca»6.

11. L’interesse di Schmitt per il diritto internazio-


nale, pur esplicitandosi in maniera più concreta negli
anni ’50, è già presente in alcuni scritti anteguerra.
Nel 1938 viene infatti pubblicato il suo Der Leviathan
in der Staatslehre des Thomas Hobbes, testo nel quale
appaiono, riesumate e trasposte nell’ambito della
scienza giuridica, le due figure mitologiche del
Leviathan e del Behemoth. Questi due simboli, tratti
dall’Antico Testamento, erano stati usati da Hobbes
per rappresentare, il primo, l’ordine dello Stato, il se-
condo il disordine e la guerra civile. così, mentre

6
NdT, pp. 208, 169-170, 153.

23
Emanuele Castrucci

Behemoth è allegoria della paura e del male, Levia-


than esprime sicurezza e bene, e la storia universale
finisce per risultare una lotta violenta tra Behemoth,
mostro signore della terra, e Leviathan, mostro signo-
re del mare.

12. Riprendendo tali simboli, Schmitt mostra


innanzitutto quanto sia importante il condiziona-
mento geografico (destinato presto a tradursi in co-
scienza geopolitica) nella storia del mondo, e quindi
supera la simbologia della lotta tra i due mostri, ca-
landola su un piano concreto. La storia del mondo,
nel suo ordinamento, è seriamente determinata dalla
contrapposizione, o dal rapporto, spesso violento, tra
la terra, madre del diritto, e il mare, padre del caos.

«Secondo le interpretazioni medioevali dei cosiddet-


ti cabalisti, la storia del mondo è una lotta fra la possen-
te balena, il Leviatano, e un animale terrestre altrettan-
to forte, Behemoth, che ci si immaginava come un toro o
un elefante. Entrambi i nomi, Leviatano e Behemoth,
derivano dal Libro di Giobbe (capitoli 40 e 41). [...]
Adesso, da grande pesce il Leviatano si trasformò in mac-
china»7.

13. Il contributo delle scienze geografiche assume


adesso una importanza fondamentale nella storia
mondiale e già nel 1845, nella Vergleichende allgemei-
ne Erdkunde di Ernst Kapp, la storia dei rapporti tra
il dominio della terra e quello delle acque viene de-

7
c. Schmitt, Terra e mare, Milano 2002, pp. 18-19, 101.

24
L’IPOTESI DEL NOMOS

scritta in tre fasi: la prima caratterizza le culture pota-


miche (Egitto, Assiria), la seconda quella talasso-me-
diterranea (dai Greci al Medioevo), e infine, la terza,
la cultura oceanica (a partire dalla scoperta dell’Ame-
rica e dalle prime circumnavigazioni del globo). Que-
st’ultima fase è il risultato di una vera e propria
Raumrevolution, una rivoluzione nei rapporti interni
allo spazio, e si pone alle origini del nomos che in
epoca moderna darà ordine a tutta quanta la terra.

14. con l’epoca delle grandi scoperte si assiste


all’apertura di nuovi spazi, e si vengono a creare nuo-
ve possibilità di sfruttamento dello spazio stesso.
Quando il pensiero europeo diviene consapevole di
essere entrato in una nuova fase della storia del
mondo, ormai caratterizzata da un nomos dei grandi
spazi (relativo cioè a rapporti tra continenti), riaffio-
rano alla coscienza umana i simboli ancestrali, conna-
turati alla memoria mitologica, di Leviathan e di
Behemoth. Per Schmitt è questo un fatto del tutto
sintomatico.

15. Ai due ‘mostri’ si aggiunge, in seguito alla pro-


fonda rivoluzione spaziale del ventesimo secolo, il
‘mostro del cielo’. Il nomos terraneo inquadrato nello
jus publicum Europaeum viene così a dissolversi pur
continuando a permanere il dualismo originario ter-
ra/mare, che viene però ora trasformandosi in una
contrapposizione Est/Ovest, dove l’Est è costituito
da una massa unita di terraferma (Russia, India, ci-
na), e l’Ovest da un emisfero per larghissima parte
costituito da mari ed oceani. con la fine della guerra

25
Emanuele Castrucci

fredda, nella stessa Europa si sarebbe inoltre aperta


una divisione tra l’Ovest aperto al commercio e alla
libertà economica e l’Est che si fonda su una cultura
di terraferma, vicina al modello dello Stato commer-
ciale chiuso e al centralismo degli antichi imperi, le-
gati per secoli su un’economia non commerciale ma
fondata su base agraria.

16. Nell’analisi di questa profonda rivoluzione


spaziale mondiale riprodotta dalla scienza positivisti-
ca dei primi decenni del ventesimo secolo, l’impor-
tanza dell’ambito geografico si vede soprattutto nella
dottrina del radicamento tellurico, teorizzata dal geo-
grafo tedesco Friedrich Ratzel nella sua Politische
Geographie8, opera nella quale vengono affrontati i
problemi inerenti alla conquista dello spazio, ossia i
meccanismi relativi a quei processi che caratterizza-
no le «raumüberwindende Mächte», i quali saranno in
seguito considerati dal punto di vista della scienza
giuridica da Schmitt (e valutati anzi quale elemento
originario di questa stessa scienza, svincolati in tal
senso dagli sviluppi tematici – secondo Schmitt suc-
cessivi – della geopolitica).

17. Interrogandosi sulla genealogia moderna di


questi grandi mutamenti epocali, Schmitt individua
come è noto la funzione svolta dall’Inghilterra, una
nazione fino a quel momento basata su un sistema

8
F. Ratzel, Politische Geographie, oder die Geographie der
Staaten, des Verkehres und des Krieges, bde I-III, München-berlin
1897-1903.

26
L’IPOTESI DEL NOMOS

economico-sociale agrario-feudale, che inizia ad


orientarsi verso una forma di esistenza marittima, le-
gata ai traffici commerciali e svincolata dalla logica
stanziale tipica della terraferma. Questo processo di
conversione dell’Inghilterra ad una forma prevalente
di esistenza marittima è destinato a determinare tra-
sformazioni profonde nell’ordine sociale e politico,
ed è in relazione ad uno sviluppo senza precedenti
della tecnica.

18. Schmitt parla, a proposito di questo passag-


gio, di un vero e proprio scatenamento della tecnica,
che viene posta in grado di dispiegare tutta la sua po-
tenza solo a contatto con l’elemento marittimo, rap-
presentato dalle grandi distanze dell’oceano. Per
contrastare tale dispiegamento le potenze di terrafer-
ma dovrebbero anch’esse produrre un sapere ade-
guato, capace di contrapporsi alla «tecnica assoluta»
del dominio marittimo.

19. Grande rilievo assume in tal senso la distinzio-


ne tra le visioni archetipiche del mondo poste alle
origini della tecnica terrestre da una parte e della tec-
nica marittima dall’altra. La prima ha il suo punto di
riferimento nell’immagine archetipica della «casa»,
vista quale il centro abitato di quell’ordinamento giu-
ridico originario che è prodotto dall’occupazione e
dalla divisione primitiva dei campi9. Essa ha le pro-

9
Se ne veda la descrizione già in G.b. Vico, Scienza nuova
prima (1725), §§ 116 e 141; Id., Scienza nuova seconda (1730), §§
529, 531, 603 ss., 1027-1028.

27
Emanuele Castrucci

prie solide fondamenta nella terra, costituendo il mi-


crocosmo da cui trae significato la concretezza del
«nomos». La seconda, l’immagine archetipica posta
alla base dell’esistenza marittima, ha il suo simbolo
nella nave, ovvero in uno strumento tecnico costrui-
to per fronteggiare le forze avverse provenienti da un
elemento del tutto ostile, il mare. È fondamentale os-
servare la sua natura strumentale: si tratta di un mez-
zo che serve in primo luogo e quasi esclusivamente a
fronteggiare un elemento avverso ed a scongiurarne
la pericolosità, e non a stabilizzare relazioni interu-
mane tra nuclei comunitari.

20. Seguendo il filone della distinzione o contrap-


posizione terra/mare, Hegel prima degli altri, nel §
247 delle Grundlinien der Philosophie des Rechts, af-
fermò che nella terra si trova situato il principio della
vita familiare, mentre il mare corrisponde alla dimen-
sione spaziale che rende possibile lo sviluppo dell’in-
dustria, collegando luoghi tra loro lontani in una fitta
rete di relazioni commerciali. La stessa rivoluzione
industriale non rappresenta altro che un momento
storico subordinato ad un simile passaggio della so-
cietà da una forma di esistenza puramente terrestre
ad un’altra forma di esistenza marittima.

21. Schmitt, nel riconoscere la centralità per il


pensiero politico contemporaneo delle riflessioni he-
geliane sulla società civile e la rivoluzione industriale,
reinterpreta il nesso tra potenza marittima e sviluppo
del commercio rendendolo funzionale alle proprie
concezioni riguardanti la polarità di terra e mare co-

28
L’IPOTESI DEL NOMOS

me principio dinamico costitutivo del moderno no-


mos della terra. Tra questo processo fondamentale di
appropriazione planetaria di terre ed oceani, che si
sviluppa con la scoperta del nomos della terra, e le ri-
voluzioni scientifiche che ne derivano esiste nesso
organico.

22. utilizzando il concetto di «rivoluzione spazia-


le» («Raumrevolution»), si possono infatti individuare,
alla stregua delle indicazioni schmittiane, tre fasi stori-
che che preludono all’epoca delle grandi scoperte:
1) le conquiste di Alessandro Magno (il primo
grande incontro tra Occidente ed Oriente);
2) la conquista romana delle Gallie e della bri-
tannia (con cui una potenza terrestre, dopo aver fatto
il primo passo verso un’esistenza marittima, si spinge
fino alle coste oceaniche e propone una significativa
rappresentazione concreta di quello spazio geopoliti-
co che diverrà successivamente l’Europa);
3) le crociate medioevali, che riuniscono sotto il
simbolo cristiano una pluralità di terre retta fino a
quel momento esclusivamente da un sistema econo-
mico-sociale agrario-feudale e la risospingono verso il
mare ridestando il commercio e lo scambio fra le
nazioni.
È in una sorta di riferimento ideale a quest’ultima
fase (si pensi agli incarichi di missione) che con il tar-
do secolo XV si apre l’epoca delle grandi scoperte ge-
ografiche. Solo con la scoperta del Nuovo Mondo e
con la conseguente occupazione del nuovo continen-
te – sostiene Schmitt – può nascere il problema com-
plessivo dell’ordinamento spaziale del globo.

29
Emanuele Castrucci

3. LE FASI DELLA SuDDIVISIONE MONDIALE DEGLI


SPAzI NELLA TEORIA DEL NOMOS DELLA TERRA

«Il significato delle linee di amicizia del XVI e XVII


secolo per il diritto internazionale stava nel fatto che gran-
di spazi di libertà furono allora delimitati quali zone bel-
liche in cui poteva avere luogo la lotta per la spartizione
del nuovo mondo. La giustificazione pratica che si poteva
addurre era che attraverso la delimitazione di una libera
zona di lotta veniva sgravato il campo al di qua della
linea, ovvero il campo del diritto pubblico europeo».
«La raya romanica possedeva un senso distributivo;
[...] la amity line inglese invece un carattere agonale»10.

23. In seguito al trattato di Tordesillas (1494) il di-


ritto internazionale dell’età moderna viene organiz-
zandosi sulla base di linee di divisione degli emisferi e
degli ambiti di influenza delle potenze coinvolte nel-
l’occupazione. Si giunge in questo modo all’epoca del
pensiero per linee globali, «globales Liniendenken»,
dove le linee vengono non già concepite in modo
astrattamente geometrico, ma riflettono la dinamica
reale delle forze in relazione alla prima ripartizione
geopolitica del globo. Dalle rayas alle amity lines fino
a quella che in epoca ben più recente sarà la linea del-
l’emisfero occidentale, è estremamente significativa la
tipologia delle linee di divisione, che si susseguono
dando forma sostanziale alle epoche cui si riferiscono.
- Le rayas sono il primo risultato degli accordi
ispano-portoghesi fondati sull’incarico di missione

10
NdT, pp. 98, 101.

30
L’IPOTESI DEL NOMOS

attribuito dal papa alle due potenze al fine di occu-


pare e colonizzare territori non cristiani.
- Le amity lines hanno la funzione di delimitare
l’area geografica della pace e dell’ordine (suolo e ma-
re europei) separandola dalla zona extraeuropea, in
cui le parti in conflitto potevano misurarsi sulla base
del rapporto di forza.
- Per ultimo, in pieno XIX secolo, la linea dell’emi-
sfero occidentale, legata alla dottrina Monroe (1825) e
alla dichiarazione di piena autonomia del Nuovo
Mondo, indirizzata polemicamente contro il vecchio
ordine europeo.
Pur appartenendo al medesimo genere di concet-
tualizzazione geopolitica, rayas e amity lines sono tra
loro del tutto diverse quanto a criteri di ispirazione.
Mentre le prime si sviluppano entro la struttura tradi-
zionale della respublica christiana medievale, con le
seconde possiamo dire di essere ormai entrati nello
stadio moderno maturo dello jus publicum Europaeum.

24. La Riforma assume un ruolo fondamentale nel


passaggio dalle rayas alle amity lines in quanto con essa
il Papato cessa di costituire l’istanza sovranazionale di
regolazione dei conflitti, e quindi non può attribuire
più alcun diritto di occupazione a nessuna potenza.
con le amity lines si cerca di neutralizzare i conflitti
all’interno di un determinato territorio, esigenza che
caratterizza il processo di formazione degli Stati
moderni, tentando di confinare le ostilità insorte per la
spartizione della terra nello spazio extraeuropeo svin-
colato dalle regole dello jus publicum Europaeum. Lo
Stato moderno risulta infatti caratterizzato da tre com-

31
Emanuele Castrucci

piti, o funzioni, principali: 1) il compito di superare il


particolarismo feudale e di ceto tramite la centralizza-
zione legislativa, amministrativa e giurisdizionale e con
la monopolizzazione del potere; 2) il compito di porre
fine alle guerre civili di religione con l’affermazione del
principio «cuius regio eius religio»; 3) il compito di
costituire un’unità territoriale delimitata da confini
stabili e in sé chiusa, che possa entrare in rapporti
esterni regolari con altre unità analogamente costruite
e fondare in questo modo un equilibrio tra unità poli-
tiche garantito da un ordinamento spaziale globale.

25. In Europa, quindi, ci si muove verso una limi-


tazione del conflitto verso una sua umanizzazione, al-
lontanandolo dal bellum omnium contra omnes, rele-
gato fuori Europa, dunque fuori da una spazialità in-
corrotta. Si apre in quegli anni, tra l’altro, un aspro
dibattito sulla definizione della libertà dei mari e del-
le terre transoceaniche, definito nel Nomos «guerra
libresca dei cento anni»11.

26. Il primo titolo giuridico utilizzato per l’appro-


priazione del suolo extraeuropeo è quello dell’occu-
patio a fini pacifici (liberum commercium e propagan-
da fidei). Quando gli indigeni ostacolano questi fini,
diventa allora legittimo l’uso della forza. L’America
viene vista come la terra di nessuno, popolata da in-
digeni che non possiedono né il dominium né l’impe-

NdT, pp. 216 ss. cfr. ora, sui vari aspetti di questa proble-
11

matica, F. Ruschi, Questioni di spazio: la terra, il mare, il diritto in


Carl Schmitt. Dalla negazione all’occupazione, Torino 2008.

32
L’IPOTESI DEL NOMOS

rium sulla terra in cui vivono, in quanto al di fuori di


ogni ordinamento giuridico. Per questo – sostiene
Schmitt – la Landnahme del Nuovo Mondo produce
due importanti conseguenze: l’ordinamento della
proprietà (dominium) e l’ordinamento giuridico dei
rapporti di potere (imperium), risultando così nella
sua struttura più complessa della occupatio bellica.

27. L’appropriazione (costitutiva del nomos) del


Nuovo Mondo, e di qualsiasi altra terra fino a quel
momento ignota, ha luogo in quattro fasi: 1) esplora-
zione; 2) delimitazione e presa di possesso dell’area
spaziale geograficamente delimitata; 3) instaurazione
in essa di un nuovo ordinamento economico-sociale;
4) istituzione di un sistema territoriale di obbligazio-
ni reciproche fondate sul nesso protectio-oboedientia.

28. In questi termini, però, il problema della co-


struzione giuridica di un ordinamento non può esse-
re posto per il mare, il quale non può risultare sede
di un nomos concreto perché inoccupabile e indivisi-
bile. Il mare è comunque parte del nomos globale del-
la Terra, come via dell’espansione commerciale ed
economica delle potenze europee e teatro naturale
della lotta per la spartizione del Nuovo Mondo.

29. L’ordinamento mondiale eurocentrico che na-


sce nel secolo XVI, si distingue immediatamente in
due ordini globali, Landrecht e Seerecht. In questa
rappresentazione abbiamo quindi l’Europa al centro,
terra del Landrecht, circondata dallo spazio del
Seerecht, e intorno il territori extraeuropei dalle linee

33
Emanuele Castrucci

d’amicizia. Questo stato di cose è il nucleo della pro-


blematica del nomos della terra. A questo dualismo si
aggiunge e si sovrappone su scala planetaria, nel cor-
so del secolo XIX, un nuovo dualismo, tra diritto
pubblico e diritto privato. La sfera del diritto pubbli-
co è relativa ad un diritto internazionale puramente
interstatale, la sfera del diritto privato dominata inve-
ce da un’economia internazionalmente libera.

30. Era stato Lorenz von Stein tra i primi a parla-


re a questo proposito di un Völkerrecht del tutto poli-
tico, contrapposto ad un internationales Recht princi-
palmente economico, perché relativo agli scambi di
un’economia di mercato tendenzialmente planetaria,
e pertanto più influente sull’ordinamento globale.

«In breve: oltre, dietro e accanto ai confini politico-


statali tipici di un diritto internazionale apparentemente
solo interstatale, politico, si estendeva, onniper-vasivo, lo
spazio di un’economia libera, ovvero non statale, che era
un’economia mondiale. Nell’idea di una libera economia
mondiale era insito non soltanto il superamento dei confi-
ni politico-statali. Essa conteneva anche [...] uno standard
per la costituzione statale interna dei singoli membri del-
l’ordinamento internazionale; essa presupponeva che ogni
membro introducesse al suo interno un minimo di ordine
costituzionale. Questo minimo consisteva nella libertà,
ovvero nella separazione della sfera pubblico-statale dal-
l’ambito del privato, e soprattutto nella non-statalità
della proprietà, del commercio e dell’economia»12.

12
NdT, p. 299.

34
L’IPOTESI DEL NOMOS

31. Per quanto, comunque, l’economia cominci


nel corso del secolo XIX a giocare un ruolo di
prim’ordine sull’equilibrio internazionale, in questa
fase soltanto il sistema degli Stati, in quanto forme
giuridiche portatrici di un ordinamento spaziale con-
creto, è in grado di garantire l’ordine e la funzione
moderatrice del confitto tra le nazioni. Questo quan-
do invece la società civile, intesa come sfera privata
dell’economia e del commercio, reca con sé la minac-
cia di contribuire pesantemente a dissolvere l’ordine
globale coincidente con il sistema degli Stati.
Verfassung (costituzione) dal versante interno, Raum-
ordnung (ordinamento dello spazio) dal versante
esterno, sono le categorie giuridiche con cui Schmitt
interpreta questo quadro dualistico, che si estenderà
alla struttura del nomos del Novecento.

32. La teoria del nomos viene inoltre costruita da


Schmitt a partire da un’analisi del processo di forma-
zione di un impero, che molto ha influenzato la for-
mazione del nuovo ordinamento globale. In questo
senso, si possono individuare tre stadi fondamentali
di un simile processo formativo, secondo la prospet-
tiva classica del Völkerrecht europeo.
1) Prima fase, determinata dall’occupazione del
continente americano: si tratta della grande Land-
nahme legittimata dalla superiorità dei popoli cristia-
ni (fondata sull’incarico di missione e di catechesi del
nuovo mondo). Si basa sulla distinzione tra popoli
cristiani e popoli non cristiani;
2) Seconda fase, determinata dalle conquiste co-
loniali, soprattutto in territorio africano: si tratta di

35
Emanuele Castrucci

conquiste che rientrano nella fenomenologia dell’im-


perialismo europeo del secolo XIX, dove il titolo le-
gittimante è dato anche in questo caso dalla superio-
rità europea, ma considerata sulla base dei valori del
progresso, non della cristianità. Si ha infatti una con-
trapposizione tra popoli civilizzati e popoli non civi-
lizzati;
3) Terza fase, determinata dall’imperialismo ame-
ricano: forma principalmente economica di dominio
internazionale, che si svolge secondo i canoni residui
di un’ideologia liberale e nazionalista, tipica del-
l’Ottocento. Si distingue qui tra popoli creditori e
popoli debitori.

33. un punto fondamentale per lo sviluppo di


questa terza fase del nuovo nomos è individuato da
Schmitt nella «dottrina Monroe» (1823), vista come
il primo e più riuscito esempio del principio di un
grande spazio internazionale all’interno di un nomos
della terra che non ha più il suo unico punto di rife-
rimento nell’Europa. Tra i princìpi fondamentali con-
tenuti in questa dottrina va ricordato: 1) l’afferma-
zione di indipendenza di tutti gli Stati del continente
americano; 2) il divieto di colonizzazione per chiun-
que su quell’area; 3) il divieto per le potenze europee
di intervento sul suolo americano.

34. Nello stesso periodo, relativo ai primi decen-


ni dell’Ottocento, assistiamo quindi a due atti impor-
tanti per il diritto internazionale: la dottrina Monroe,
appunto, e il congresso di Vienna. Mentre con il
primo si afferma un principio di non intervento, che

36
L’IPOTESI DEL NOMOS

si realizza attraverso la sostituzione delle amity lines


con la nuova linea dell’emisfero occidentale, proiet-
tando in questo modo una prima ombra sulla già de-
bole struttura dello jus publicum Europaeum e deter-
minandone il tramonto, con il congresso di Vienna si
afferma invece un principio di intervento in difesa
della pace e dell’ordine legittimo, coincidente con
l’ultima sfida storica del Vecchio Mondo e dello jus
publicum Europaeum.

35. Schmitt, però, osserva che la dottrina


Monroe, da principio di non intervento e di divieto
agli europei d’ingerenza sull’emisfero occidentale, è
via via divenuta un principio di legittimazione degli
interventi americani in altre regioni del continente e
del mondo.

«[Il presidente americano Wilson] oscillava tra la


tradizionale dottrina dell’isolamento dell’emisfero occi-
dentale e ciò che era l’opera della sua vita, ovvero la rea-
lizzazione dell’ideale di una Lega universale per la pace
mondiale. Questo dilemma tra isolamento e intervento
[...] divenne infine così disperato per il presidente ame-
ricano che a Parigi, dando assicurazioni poco chiare
circa il contenuto della dottrina di Monroe, egli dovette
pretendere il riconoscimento esplicito di quest’ultima
nello statuto della Società delle Nazioni [...]. Nel testo
dello statuto la Lega di Ginevra riconobbe solennemen-
te la superiorità dei princìpi dell’ordinamento spaziale
americano e la speciale preminenza del continente ame-
ricano. Con la conseguenza che essa contemporaneamen-
te rinunciò a porre a fondamento del proprio sistema spa-

37
Emanuele Castrucci

ziale, che non era né specificamente europeo né coeren-


temente globale, un chiaro ordinamento dello spazio.
[...] Così la Lega di Ginevra rinunciò a elaborare una
seria soluzione del problema più importante, vale a dire
quello dei rapporti tra l’Europa e l’emisfero occidentale.
L’interpretazione pratica del’ambigua dottrina di
Monroe, il suo impiego nei singoli casi concreti, la defi-
nizione della guerra e della pace, le conseguenze per la
questione dei debiti tra gli alleati e per il problema delle
riparazioni, tutto ciò finiva ovviamente nelle mani degli
Stati Uniti d’America»13.

36. Schmitt, muovendo dalla propria dura e radi-


cale polemica contro l’ordine internazionale sancito a
Versailles, riflette a fondo sul significato geopolitico
della dottrina Monroe. Dal suo punto di vista, la
sopravvivenza della Germania come grande potenza
è legata all’affermazione sul continente europeo di
un principio analogo alla dottrina Monroe. conside-
razione non sufficientemente sviluppata nel 1950 in
Der Nomos der Erde.

37. Lo jus publicum Europaeum è comunque tra-


montato già prima di Versailles, e Versailles aggrava
ancora di più la situazione rendendo inattuabile la
trasformazione dell’Europa in una Grossraum-
ordnung. In questo quadro si afferma ormai l’egemo-
nia americana e la linea dell’emisfero occidentale. La
crisi del nomos eurocentrico è già un dato di fatto nel-
l’età dell’ultimo colonialismo europeo, ossia con la

13
NdT, pp. 326-328.

38
L’IPOTESI DEL NOMOS

conferenza sul congo svoltasi a berlino nel 1885. A


questa conferenza, produttrice dei c. d. «Atti del
congo», prendono parte la maggioranza degli Stati
europei e gli Stati uniti d’America. Gli Europei in-
tendono portare la civiltà in quella parte del globo in
cui essa non è ancora giunta, nell’ambito di una Welt-
anschauung civilizzatrice che può essere considerata
tipicamente moderna, perché intrisa delle più inge-
nue illusioni di progresso indefinito proprie della
modernità. L’Europa definisce il diritto sorto da que-
sta conferenza «diritto internazionale africano» e in
esso vede il principio di un nuovo ordine, che con-
sente al vecchio continente di disporre ancora una
sorta di «alta sorveglianza» sulle questioni africane.

38. Ma a berlino sono presenti anche gli Stati


uniti, che esercitano una grossa influenza sulle pro-
cedure di emanazione degli Atti del congo (che però
in seguito, paradossalmente, non ratificheranno). La
loro partecipazione all’incontro vuole significare, co-
munque, un duro colpo alla prospettiva eurocentrica,
che inizia ora ad essere considerata come il feticcio di
un’epoca tramontata. Infatti, tra il 1885 e il 1914 si
assiste in Europa all’approfondirsi della crisi di quel-
l’unità che fino a quel momento era apparsa incon-
trastata, mentre nel medesimo periodo gli Stati uniti
incrementano la propria potenza economico-indu-
striale e il Giappone inizia ad assumere un ruolo de-
cisivo in vaste aree dello scacchiere internazionale,
come potenza centrale dello spazio geopolitico del-
l’Asia orientale.

39
Emanuele Castrucci

39. Il vecchio mondo termina nel 1914, e i verba-


li di questa fine sono racchiusi negli atti delle confe-
renze di pace di Parigi, dell’inverno 1918-1919.

«Le conferenze di pace di Parigi dell’inverno 1918-


1919 dovevano porre fine ad una guerra mondiale e in-
trodurre una pace mondiale. [...] Nel ruolo di nemico
vinto stavano due grandi potenze europee pure, addirit-
tura centroeuropee, tradizionali portatrici del diritto in-
ternazionale europeo: la Germania e l’Austria-Ungheria.
Le trattative di pace parigine possono pertanto essere de-
signate come una conferenza europea non dal punto di
vista dei loro attori e soggetti, ma solo da quello del loro
oggetto e contenuto. [...] Questa conferenza mondiale
non diede in alcun modo origine ad un ordinamento
mondiale, ma lasciò il mondo nel suo disordine prece-
dente, sopprimendo soltanto due grandi potenze europee,
due colonne dell’ordinamento spaziale fino ad allora vi-
gente, e avviando una nuova ripartizione del territorio
europeo. [...] Ciò voleva dire che, a partire da un mondo
che versava nel completo disordine, veniva fatto il tenta-
tivo di istituire un nuovo ordine in Europa. La nuova ri-
partizione del suolo europeo, imposta all’Europa da una
conferenza mondiale, dovette essere garantita da una Le-
ga delle Nazioni, una Société des Nations, una League
of Nations»14.

40. La crisi dell’unità europea risulta pienamente


visibile qualora si vogliano paragonare tra loro i gran-
di trattati di pace e le conferenze internazionali da

14
NdT, pp. 306-307.

40
L’IPOTESI DEL NOMOS

utrecht (1713) a berlino (1885) – che si giustificano


in base al loro riferimento ad un ordinamento euro-
centrico avente il suo nucleo nell’unità del continen-
te – con i trattati di Parigi del 1918-19, che risentono
della perdita di quella omogeneità di fondo degli
ordinamenti che fino a quel momento aveva accomu-
nato le grandi potenze europee. L’organismo sovra-
nazionale progettato da questi trattati parigini, la
Società delle Nazioni, ha infatti solo il significato di
un’istituzione rivolta alla tutela delle ragioni dei vin-
citori del primo conflitto mondiale, o meglio costitui-
sce, come si esprime polemicamente Schmitt, «una
semplice organizzazione tecnico-amministrativa,
sede di congressi e uffici per buoni servigi».

«Il metodo delle vuote generalizzazioni normativisti-


che si mostra proprio qui nella sua ingannevole astrattez-
za, perché di fronte ad un tipico problema spaziale come
quello del mutamento territoriale trascura completamen-
te ogni concreto punto di vista spaziale»15.

41. Dopo il 1919 si fa sempre più evidente nel


pensiero giuridico l’assenza di una concezione del-
l’ordinamento spaziale globale e di conseguenza, la-
menta Schmitt, la scienza giuridica contemporanea
appare sempre più orientata verso il normativismo
della civitas maxima16, dello Stato sovranazionale

15
NdT, p. 238.
16
La civitas maxima è un idea utopistica che mira alla realiz-
zazione di una grande civiltà occidentale democratica e liberale,
senza differenze tra i popoli e governata da un organo centrale.
Autori come Kelsen la utilizzano, auspicandone una futura con-

41
Emanuele Castrucci

svuotato di ogni autorità politica legittima. L’o-


biettivo polemico schmittiano resta la dottrina pura
del diritto di Kelsen. Per i ‘puro-normativisti’, la terra
è solo uno spazio astratto in cui vige un ordinamen-
to giuridico. La categoria di spazio risulta svuotata,
secondo la tradizione filosofica neokantiana, e si
riduce ad una rete solo formale di imputazioni nor-
mative.

42. La concezione schmittiana del diritto interna-


zionale si fonda, invece, su due presupposti principa-
li non puramente giuridici:
1) La tesi della subordinazione degli Stati all’ordi-
namento spaziale globale.
Nel Nomos der Erde l’ordine dei rapporti intersta-
tali è funzione di un equilibrio sostanziale esistente
tra grandi spazi (Grossräume). ci si può a questo pun-
to chiedere cosa significhi esattamente l’espressione
«grandi spazi». Le forme di integrazione internazio-
nale che hanno reso possibile la stabilità del sistema
degli Stati non sono infatti direttamente riconducibi-
li all’assetto di «grandi spazi», ma rimandano piutto-
sto all’intreccio di interessi economici e commerciali
tra loro in conflitto. ciò fa ritenere che, nell’ottica
schmittiana, qualsiasi forma sia destinato infine ad
assumere il nomos, è certo che esso si porrà sempre in
aperta alternativa al compito kelseniano di unifica-

creta istituzione, per illustrare la teoria del pacifismo giuridico,


che postula la stabilizzazione della pace mondiale tramite la co-
struzione di un governo planetario e di una corte di giustizia so-
vranazionale. Sulla dottrina della pace giuridica mondiale si veda
più avanti, alle parti III e IV.

42
L’IPOTESI DEL NOMOS

zione mondiale degli Stati nel quadro neutrale delle


norme poste da una civitas maxima.
2) Il riconoscimento di duraturi fronti di ostilità
che l’internazionalizzazione dell’economia può tra-
sformare ma mai sopprimere definitivamente.

43. È precisamente nel concetto di ostilità che


Schmitt individua il criterio fondamentale per giun-
gere ad una ridefinizione del diritto internazionale
quale ordinamento giuridico interstatale, all’interno
del quale gli Stati stabiliscono tra loro relazioni di
amicizia o inimicizia, ma sempre all’insegna di un
reciproco riconoscimento giuridico. Questione che
andrà affrontata nelle pagine successive, in relazione
al problema specifico della guerra nel pensiero
schmittiano.

* * *

SOGLIA
PRIMA APPROSSIMAzIONE AD UNA TEORIA
DEL SACRIFICIO

L’ipotesi del nomos traspone e fonde nel linguag-


gio della scienza giuridica del ventesimo secolo una
serie di presupposti archetipici, derivati in gran parte
dalle mitologie e dalle cosmologie indoeuropee, che
il testo di Der Nomos der Erde mantiene impliciti.

† Si incontra immediatamente nel testo il riferi-


mento a bachofen, lasciato cadere quale semplice
accenno, ma suscettibile di essere letto – alla luce

43
Emanuele Castrucci

delle avvertenze che provengono dall’ermeneutica di


Leo Strauss – come una sorta di spiraglio essoterico,
una piccola apertura su temi non immediatamente
posti in evidenza.

«Molto più profondo di quello con la geografia è il


legame con le fonti mitiche del sapere storico-giuridico.
Esse ci sono state rese accessibili da Johann Jakob
Bachofen [...]. Bachofen è il legittimo erede di
Savigny»17.

Il sapere mitologico indagato da bachofen allude


ad una diversa possibile interpretazione della storici-
tà, che trae origine dall’ipotesi cosmologica indoeu-
ropea del sacrificio universale, là dove compare, nelle
varie figure fenomeniche del sacrificio, il tema poten-
tissimo della ritualizzazione della violenza originaria,
connaturata al cosmo e riflessa come male originario nel
comportamento «necessitato» del vivente. Sul punto, al-
cuni decenni prima di bachofen, già si esprimeva de
Maistre:

«Qualunque posizione si prenda sulla duplicità dell’uo-


mo, la maledizione pronunciata da tutto l’universo cade
sempre sulla potenza animale, sulla vita e sull’anima [...].
Essa si radica nelle estreme profondità della natura umana,
e la storia, su questo punto, non presenta una sola dissonan-
za in tutto l’universo. La teoria intera riposava sul dogma
della reversibilità. Si credeva [...] che una vita meno pre-
ziosa potesse essere offerta e accettata per un’altra».

17
NdT, p. 14.

44
L’IPOTESI DEL NOMOS

«Si disse: “Per salvare un esercito, una città, o anche


un grande sovrano, che cos’è un uomo?”. Si considerò così
il carattere particolare delle due specie di vittime umane,
già consacrate dalla legge civile e politica, e si disse: “Che
cos’è la vita d’un colpevole o d’un nemico?”»18.

Questa collocazione archetipica del sacrificio


quale modalità universale di riqualificazione (e sicu-
ramente, almeno in qualche misura, di riduzione)
della violenza consente di affrontare su diverse basi
la moderna teoria della guerra, intesa come messa in
forma e tendenziale razionalizzazione di un’energia
cosmica latente, altrimenti destinata ad esprimersi in
forme indiscriminate e ciecamente distruttive.

‡ Il rifiuto del sacrificio, rilevabile ad es. nella pre-


tesa di abolire o estirpare la guerra dall’intero ambi-
to dell’esperienza umana, non fa che nascondere il
perpetuarsi della guerra stessa, quale modalità fon-
damentale di estrinsecazione della violenza, in altre
forme, spesso ancora più cruente perché aliene da
ogni tentativo di formalizzazione. Di qui la demoniz-
zazione – o ‘tabuizzazione’, che è propria del mondo
contemporaneo – di ogni discorso pubblico sul sa-
crificio (e di ogni possibile apertura verso un sapere
del sacrificio).

«Nell’Assiria, nel Dahomè, tra gli Aztechi, nel Perù


e anche a Roma, il personaggio al quale spetta l’ultima
J. de Maistre, Eclaircissement sur les sacrifices, in Id., Œuvres
18

complètes, vol. V, Genève 1979 (trad. it. Pordenone 1993, pp. 10,
11-12, 18).

45
Emanuele Castrucci

parola circa le guerre è il re in quanto supremo sacerdo-


te; e anche se non è il sacerdote supremo, un certo carat-
tere religioso lo ha sempre: Cesare e Augusto, ad esem-
pio, pur disponendo delle più alte cariche pubbliche,
avevano cura di essere, oltreché generalissimi, anche
grandi pontefici.
Il combattimento è concepito come il riflesso terrestre
di una lotta tra divinità. I testi assiri, i testi biblici, i testi
indù dimostrano in modo indiscutibile questo punto di
vista. Poi, più tardi, nelle civiltà monoteiste, non sono
più gli dei che si affrontano tra loro servendosi dei rispet-
tivi popoli. E allora la guerra diviene il giudizio di Dio:
è con la guerra che la provvidenza punisce gli orgogliosi
e i malvagi e manifesta il suo decisivo intervento negli
affari degli uomini»19.
«Sacra è la zona intermedia fra la sorda tranquillità
del profano e la limpida calma del divino. È la zona del
sangue, del pericolo, magnete della violenza. [...] Le
upanishad sono insaziabili nell’attribuire il sacrificio a
tutto: al respiro e all’alimentazione, all’eros, alla parola,
al gesto, perché il sacrificio è la sola forma che risponda,
nelle vene, alla vita: che insegua nei suoi movimenti, sia-
no involontari o arbitrari, senza requie. La forma del sa-
crificio è latente nell’esistenza del sangue [...]. Il sacrifi-
cio dà una forma canonica, ripetibile, ad una coppia di
gesti: il dare e il prendere». [...] Il primo patto, il primo
dare-prendere, è con la natura, con l’animale, con la
pianta – e, dietro di essi, con le potenze che manifestano.
[...] Il mondo, alla fine, sarà abitato solo da vittime so-

19
G. bouthoul, Les guerres: élements de polémologie, Paris
1951 (trad. it. Milano 1982, pp. 17-18).

46
L’IPOTESI DEL NOMOS

stitutive del sacrificio, quindi da vittime che non sanno


di esserlo, perché non ha più nome e forma l’insostituibi-
le sacerdote che alza la lama su di loro».
«Dissolto il sacrificio, tutto il mondo torna ad essere,
senza saperlo, una immensa officina sacrificale»20.

La guerre en forme condotta dagli eserciti degli


Stati era stata, nei quasi quattro secoli di vigenza del-
lo jus publicum Europaeum, una modalità di razionaliz-
zazione effettiva del sacrificio, ossia di effettiva (non
solo apparente) limitazione della violenza originaria.

20
R. calasso, La rovina di Kasch, Milano 1983, pp. 213-215,
182.

47
II

LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

IL pRObLEMA dELLA guERRA


NELL’ANALIsI sChMITTIANA

1. IL CONCETTO dI guERRA IN TRAsfORMAZIONE

«Verso la fine del secolo XIX le potenze europee e


i teorici del diritto internazionale europeo avevano
non solo cessato di essere consapevoli dei presupposti
spaziali del loro stesso diritto, ma avevano anche per-
duto ogni istinto politico, ogni forza comune per arri-
vare a una propria struttura spaziale e alla limitazio-
ne della guerra. [...] Invece di limitare la guerra, si
era costruita una rete di formule di compromesso deli-
beratamente oscure e di norme prudentemente stiliz-
zate, da sottoporre ad una interpretazione che si pre-
tendeva puramente giuridica. Mentre la respublica
christiana del Medioevo europeo conteneva un ordi-
namento spaziale reale, la Lega di Ginevra tra il 1919
e il 1939 offre un esempio tipico di come non si possa
fondare alcun ordinamento internazionale complessi-

49
Emanuele Castrucci

vo senza la chiara idea di un nomos radicato nello


spazio»1.

1. Nell’opera del 1938 Die Wendung zum diskrimi-


nierenden Kriegsbegriff schmitt era giunto per la
prima volta a sostenere esplicitamente l’esistenza di
un significativo parallelismo tra la storia del diritto
internazionale e la storia del concetto di guerra. Con
la dichiarazione americana di guerra del 1917 si era
verificata infatti la svolta verso una concezione discri-
minatoria della guerra, in base alla quale si tendeva a
porre sistematicamente il nemico dalla parte del tor-
to, rivendicando per sé il titolo di legittimità prove-
niente dalla detenzione della giusta causa.

2. In base a questa nuova concezione della guer-


ra, guerra «giusta» sarebbe stata quella condotta dal-
le democrazie liberali contro le potenze militaristiche
e aggressive. Ma la guerra così concepita non poteva
che produrre due conseguenze: in primo luogo la cri-
minalizzazione del vinto e, in secondo luogo, il pe-
sante regime di sanzioni collegato ad una pace puni-
tiva.

3. In questo contesto la società delle Nazioni


aveva la principale finzione di creare un sistema di le-
galizzazione dello status quo tale da dirimere le con-
troversie internazionali stabilendo autoritativamente
quali parti fossero nel torto e quali invece legittimate
da una giusta causa. Ma l’organizzazione internazio-

1
NdT, pp. 283, 310.

50
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

nale finiva, proprio in questo modo, per inasprire ed


esasperare le ostilità, che anche in poca di pace resta-
vano latenti. La società delle Nazioni non era in so-
stanza, come riteneva schmitt, altro che un mezzo
per la preparazione di una guerra totale.

4. si possono individuare in questo senso tre fasi


del processo che conducono il sistema dello jus belli
alla criminalizzazione del nemico e alla totalizzazione
del conflitto:
a) Medioevo (ossia respublica christiana): la Chie-
sa, detentrice della potestas spiritualis, è universal-
mente riconosciuta quale autorità legittimata a diri-
mere le controversie internazionali. In questo perio-
do è fondamentale la presenza di una justa causa, in-
tesa come titolo di legittimità, capace di rendere ju-
stum il bellum;
b) Epoca dello jus publicum Europaeum: nel venir
meno dell’autorità sovranazionale, arbitri della legit-
timità del conflitto sono esclusivamente le personae
publicae degli stati, alla cui politica è affidato ogni
criterio di regolamentazione delle ostilità;
c) prima guerra mondiale, caratterizzata in tutto il
suo corso da una sistematica esasperazione dell’osti-
lità, che prende la forma della criminalizzazione del
nemico, accompagnata dall’impiego massiccio di
mezzi di distruzione.

5. Merita qui osservare che nella forma «decisio-


nistica» assunta dalla dottrina dello stato moderno
guerra «giusta» era la guerra combattuta tra hostes ae-
qualiter justi, a prescindere dalla presenza di una justa

51
Emanuele Castrucci

causa. se «giusto» è infatti solo ciò che decide lo sta-


to, ne consegue che è inutile la ricerca di ogni justa
causa, poiché ogni parte belligerante è in grado di
giustificare il proprio comportamento avanzando la
pretesa di riconoscimento dei propri diritti. In epoca
moderna, essendo gli stati europei concepiti come
personae morales, la guerra è raffigurata come duello,
ossia procedura regolata posta in essere tra soggetti
di eguale dignità. La formalizzazione dei criteri di va-
lutazione consente in tal caso di parlare di guerre en
forme. La guerra è ritenuta giusta quando è condotta
da chi possiede il monopolio della forza legittima su
un determinato territorio, nel rispetto delle regole e
delle procedure proprie dello jus in bello.

6. Ma, come si è accennato in precedenza, questa


guerra regolata e formalizzata ha luogo soltanto al di
qua delle amity lines, ovvero nello spazio ordinato
dell’area europea, in particolare quello continentale.
Questo quando invece la guerra marittima («See-
krieg») è indissolubilmente legata alla pirateria, per
questo si può operare una distinzione tra la guerra
terrestre, o pubblica, e quella marittima, mossa da in-
teressi predatori. L’animus furandi è infatti la motiva-
zione che anima il pirata, protagonista dei conflitti
nel mare, il quale è visto come un hostis generis huma-
ni, un criminale – non un nemico – che si serve dei
mezzi bellici senza la minima giustificazione morale.
La guerra marittima è per questo nient’altro che
«Beutekrieg», una guerra predatoria, che si rivolge
contro la proprietà privata del nemico, come pure
contro quella degli stati neutrali.

52
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

7. saranno in ogni caso proprio le potenze marit-


time, in età contemporanea, a dare legittimità alla
guerra economica. La guerra viene da loro intesa
come un’azione di polizia mondiale: si individua un
criminale, uno stato o un capo di stato, si denuncia-
no i suoi crimini e lo si persegue militarmente o con
misure economiche. si giunge così alla guerra totale,
conseguenza primaria della dissoluzione del sistema
paritario dei rapporti di potere tra gli stati europei.

8. Con la guerra totale scompare la distinzione, tipi-


ca del diritto di guerra della fase precedente, tra forze
combattenti e popolazioni civili. Il «Luftkrieg», la guer-
ra aerea, acuirà definitivamente tale situazione, infran-
gendo l’equilibrio terra-mare. I tradizionali istituti giu-
ridici e i teatri di guerra perderanno in questo modo la
loro centralità e verranno meno le garanzie dello jus in
bello, relative allo svolgimento regolato del conflitto2.

9. parallelamente allo sviluppo della guerra aerea,


sulla terra continuano a combattersi guerre difensive,
soprattutto da parte di movimenti armati di resisten-
za, alla cui analisi schmitt dedica nel 1963 la trattazio-
ne contenuta nel saggio Theorie des Partisanen3.

2
Nei bombardamenti delle città e dei centri industriali la cri-
minalizzazione del nemico sarà condotta fino alle sue estreme con-
seguenze, producendo un ulteriore passo avanti verso la guerra
totale (si pensi al caso emblematico del bombardamento di dresda
da parte dell’aviazione alleata, che portò alla distruzione completa
della città, popolazione civile inclusa, nel febbraio del 1945).
3
C. schmitt, Teoria del partigiano. Note complementari al con-
cetto di politico, Milano 1981, pp. 53 ss.

53
Emanuele Castrucci

Vengono qui individuati quattro criteri funzionali alla


caratterizzazione fenomenologica della figura del par-
tigiano. Essi sono: l’irregolarità, la mobilità, l’intensi-
tà dell’impegno politico e infine il carattere tellurico.

10. L’irregolarità è l’aspetto che maggiormente


contraddistingue il partigiano. Il partigiano infatti
non indossa alcuna uniforme, nella quale invece si
manifesta il carattere «regolare» del soldato. Es-
sendo inoltre il partigiano un combattente che agisce
nella clandestinità e al di fuori della legalità, schmitt
recupera dal saggio Der Partisan di Rolf schroers il
doppio parallelismo irregolarità – illegalità e lotta ar-
mata – resistenza4.

11. In tal modo si può individuare un modello ti-


pico di partigiano che coincide con il combattente
che opera nell’illegalità. Questi combatte contro sol-
dati in uniforme (i militari regolari) e coinvolge i civi-
li, inserendosi in una guerra che non è considerata tra
hostes aequaliter justi (il partigiano è infatti visto solo
come un ribelle, e non riconosciuto quale avversario
‘pubblico’).

12. Il secondo criterio è quello della mobilità: il


partigiano è un combattente tatticamente agile, non
essendo inserito in una struttura gerarchica organiz-
zata come un esercito regolare, e proprio in quanto

4
R. schroers, Der Partisan. Ein Beitrag zur politischen
Anthropologie, Köln 1961 (su cui cfr. C. schmitt, Teoria del parti-
giano, cit., pp. 13 e ss. ).

54
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

irregolare può spostarsi ovunque con maggiore facili-


tà. L’intensità dell’impegno politico contraddistingue
il partigiano sin dal nome. «partigiano», deriva infat-
ti etimologicamente da «parte» ovvero «partito», e
così schmitt fa derivare logicamente il termine tede-
sco «Partisan» da «Parteigänger», l’adepto di un parti-
to. proprio questo radicale impegno politico rende
spesso la sua guerra una guerra totale (un totaler
Krieg), da lui condotto con ogni strumento possibile,
fino a divenire una forma di esistenza totalizzante
perché esistenzialmente intrisa dalla lotta politica.

13. L’ultimo criterio è quello che si riferisce al ca-


rattere tellurico. Il legame del partigiano con la terra
è fondamentale: soltanto sulla terraferma egli può
rappresentare un tipo di combattente attivo.

14. Il Regolamento per la guerra terrestre dell’Aja


del 1907 e le quattro Convenzioni di ginevra del
1949 hanno come destinatari le milizie, i corpi volon-
tari e chi si unisce a sollevazioni popolari di massa.
Essi, per rientrare nelle suddette normative, devono:
1. avere superiori responsabili;
2. possedere contrassegni stabili e riconoscibili;
3. essere dotati di un armamento visibile;
4. rispettare gli usi e le regole del diritto di guerra.
La forma del conflitto partigiano, che si presenta
talora come guerra rivoluzionaria, è difficilmente di-
stinguibile dalla guerra civile o da quella coloniale.
pur restando due forme diverse di «violenza organiz-
zata», tanto la guerra partigiana quanto quella inter-
statale sono, da un secolo a questa parte, caratteriz-

55
Emanuele Castrucci

zate da un processo di criminalizzazione dell’avversa-


rio che dalla guerra di tipo rivoluzionario tende a tra-
sferirsi alla guerra tra stati.

2. IL MuTAMENTO dI sIgNIfICATO dELLA guERRA

«La prima guerra mondiale iniziò nell’agosto 1914


come una guerra statale europea di vecchio stile [...]. Al-
l’inizio stava ancora una dichiarazione formale di guer-
ra, in conformità ai modi in cui nella terza convenzione
del’Aja del 1907 essa era stata regolata, quale previo an-
nuncio della guerra, chiaro e motivato. La dichiarazione
di guerra non era quindi un atto di aggressione, in senso
incriminante o discriminante, ma al contrario un’azione
corretta e l’espressione della guerra in forma [...]. Questa
dichiarazione di guerra si fondava sulla necessità di una
forma giuridica e sull’idea che tra guerra e pace non si
desse un terzo concetto. Tertium non datur»5.

15. Nel 1914 le dichiarazioni di guerra con cui ha


inizio il primo conflitto mondiale non vengono con-
siderate come atti di aggressione, ma come azioni
proceduralmente corrette sotto il punto di vista del
diritto internazionale. In questa fase, alla luce della
Convenzione dell’Aja del 1907, il concetto di aggres-
sione non è ancora un concetto giusinternazionalisti-
co discriminante. Vale piuttosto il principio per cui
inter bellum et pacem nihil medium: tra la guerra e la
pace non deve esistere un terzo concetto.

5
NdT, p. 335.

56
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

16. In questo periodo, però, i giuristi belgi inizia-


no a introdurre una distinzione tra guerra giusta e
guerra ingiusta (così C. de Visscher, nella conferenza
dal titolo De la belligérance dans ses rapports avec la
violation de la neutralité del 28 luglio 1916). Ma il lo-
ro zelo è motivato soprattutto dal fatto che in questa
delicata fase il belgio si trova sotto l’occupazione te-
desca, e l’obiettivo di inquadrare la guerra tedesca
negli schemi della guerra ingiusta avrebbe consentito
di evitare che alla germania fosse riconosciuta la
qualifica giusinternazionalistica di occupante.

17. I trattati di pace con cui sì conclude la grande


guerra contengono una serie di particolarità, in cui
già appaiono i segni decisivi di un mutamento di si-
gnificato della guerra. Ciò vale soprattutto per il trat-
tato di Versailles, nel quale il concetto di crimine di
guerra subisce un’importante trasformazione.

18. due sono gli articoli del trattato che meritano


maggiore attenzione, il 227 e il 228. L’art. 228, in par-
ticolare, prevede l’uso del concetto di crimine di guer-
ra nel suo vecchio significato, determinato dal diritto
internazionale europeo classico, in base al quale si
considerano crimini di guerra esclusivamente azioni
compiute durante la guerra, le quali devono configu-
rare delle violazioni esplicite dello jus in bello. (Così le
violazioni della convenzione dell’Aja sulla guerra ter-
restre, delle norme del diritto bellico marittimo, ecc.).

19. Ma negli articoli immediatamente seguenti


appare subito un’importante novità: l’obbligo per lo

57
Emanuele Castrucci

stato sconfitto di consegnare alle procedure di giusti-


zia instaurate dallo stato vincitore i propri cittadini
se ritenuti criminali di guerra. solo con questo pas-
saggio si rompe lo schema del diritto internazionale
classico, che prevedeva l’amnistia come clausola tipi-
ca di ogni trattato di pace, anche soltanto implicita.

20. Adesso tale obbligo di consegna pone dei pro-


blemi e delle situazioni nuove, che inevitabilmente por-
tano ad un definitivo mutamento di significato della
guerra. se in base all’art. 228 il significato di crimine
di guerra risulta ancora piuttosto limitato, è invece
nell’art. 227 che questo significato si estende, andan-
do a ricomprendere tutte le azioni rientranti, anche
per ipotesi astratta, nella guerra di tipo aggressivo.

21. La vera e propria anomalia giuridica risiede


nel fatto che questa nuova forma di crimine di guer-
ra rimane limitata alla persona dell’imperatore
guglielmo II. Ciò accade oltretutto in esplicita viola-
zione del principio nullum crimen sine lege, tanto che
schmitt giunge a definire questo articolo come depo-
sitario di una «carica di odio tipica di un diritto ecce-
zionale dichiaratamente personalizzato»6.

«La guerra tra Stati sovrani che si riconoscono recipro-


camente e che esercitano il loro jus belli non può essere un
crimine, meno che mai un crimine nel senso penalistico
del termine. Fintanto che continua a valere il concetto di
6
NdT, p. 341. Cfr. da ultimo l’onesto lavoro di ricostruzione
di s. pietropaoli, Abolire o limitare la guerra? Una ricerca di filoso-
fia del diritto internazionale, firenze 2008.

58
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

justus hostis, non si dà alcuna criminalizzazione della


guerra interstatale. In questo stadio la parola “crimine di
guerra” non può avere il senso di caratterizzare la guerra
come un crimine. Non è quindi in gioco il crimine della
guerra, che viene introdotto soltanto con il mutamento di
senso, ma qualcosa di sostanzialmente diverso»7.

22. L’atteggiamento delle potenze vincitrici nei


confronti della germania, ma soprattutto nei con-
fronti della persona del suo capo dello stato, non
può che essere interpretata come una vendetta, una
sorta di continuazione della guerra con altri mezzi
(non diversamente si esprimerà lo stesso Kelsen al
termine della seconda guerra mondiale a proposito
del Tribunale di Norimberga).

23. Lo sforzo operato dagli estensori dell’art. 227


è indirizzato all’obiettivo della criminalizzazione in-
ternazionale della guerra di aggressione. In base a
questo obiettivo, lo stato che, per qualsiasi motivo,
dovesse muovere per primo guerra ad un altro stato
commetterebbe un crimine.

24. suscita interesse il dibattito giusinternaziona-


listico scaturito attorno all’interpretazione dell’art.
227. da una parte i giuristi francesi e inglesi voglio-
no equiparare il problema della punizione per le vio-
lazioni del diritto bellico al problema della punizione
per le violazioni dei diritti dell’umanità, mettendo
insieme il dettato dell’art. 227 con quello del 228.

7
NdT, p. 337.

59
Emanuele Castrucci

dall’altra i delegati americani insistono a voler man-


tenere separati i due ambiti, rifacendosi al preceden-
te costituito dal caso USA vs. Hudson, del 1812,
dove si affermava che, onde integrare l’ipotesi a-
stratta di una incriminazione, occorre in primo luo-
go che la fattispecie sia dal potere legislativo qualifi-
cata come crimine e collegata ad una sanzione pe-
nale, e – in secondo luogo – che il medesimo potere
legislativo abbia identificato la sede giurisdizionale
competente.

25. per questo motivo i giuristi americani conti-


nuavano a respingere l’ipotesi di un nuovo crimine
contro l’umanità, sottolineando che, ai fini della
punizione dei crimini di guerra, dovesse valere in
ogni caso il rispetto del principio nullum crimen sine
lege.

26. La Commission des responsabilités des auteurs de


la guerre, facendosi interprete del pensiero dei giuri-
sti inglesi e francesi, nonché di alcuni delegati ameri-
cani, giunse invece a criminalizzare in modo netto la
guerra di conquista – denominata semplicemente
guerra d’aggressione – posta in essere dagli imperi cen-
trali europei, invocando inoltre l’istituzione di un ben
difficilmente configurabile «tribunale dell’opinione
pubblica mondiale», dichiarato senz’altro competen-
te a giudicare gli autori del corrispondente crimine
d’aggressione («crime de l’agression»).

27. dalle dichiarazioni di questa commissione si


evince la volontà di distaccarsi una volta per tutte

60
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

dalla concezione classica della guerra, corrisponden-


te al diritto internazionale fino a quel momento vi-
gente. si rinuncia così di fatto alla dottrina classica
dello justus hostis propria del bellum justum, per quan-
to ancora non si giunga a parlare apertamente di una
criminalizzazione generale della guerra d’aggressio-
ne, ma piuttosto di un preteso «crimine contro l’u-
manità», commesso personalmente dai capi di stato
delle potenze dell’Europa centrale.

28. La posizione ufficiale degli stati uniti rimane


comunque quella basata sul caso hudson (1812),
tanto che gli usA preferiscono non ratificare il tratta-
to di Versailles, ma concluderne un altro, due anni
dopo, con la germania, nel quale i riferimenti alle
parti del trattato parigino si arrestavano prima della
sezione settima (quella contenente gli artt. 227 e
228).

29. L’art. 231 del trattato di Versailles, posto non


a caso sotto il titolo di Reparations, parve comunque
affermare l’inedito diritto dei vincitori ad avanzare
pretese economiche giustificate in base al principio
della responsabilità giuridica dei vinti, senza quindi
più riferirsi alle “vecchie” riparazioni di guerra previ-
ste dal diritto internazionale europeo fino a quel mo-
mento vigente.

30. I governi europei delle potenze vincitrici, in-


tenzionati ad eliminare del tutto la germania dallo
scacchiere internazionale, premettero affinché l’Im-
peratore guglielmo II venisse riconosciuto come uni-

61
Emanuele Castrucci

co responsabile della guerra. gli obblighi economici


imposti alla germania venivano così ad integrare del-
le vere e proprie pene, rese possibili dal presupposto
logico di considerare la guerra d’ aggressione, che ne
stava alla base, come un autentico crimine penale in-
ternazionale.

31. Nel ventennio successivo (1919-1939) la pro-


blematica inerente alla criminalizzazione della guer-
ra, e alla sua relativa eliminazione, si sarebbe intrec-
ciata con quella del disarmo e della sicurezza. Ma il
dibattito giuridico che si sviluppò a riguardo si limitò
a sfociare in una vuota serie di antitesi, determinate
dal contrasto tra mentalità giuridica e mentalità poli-
tica, obbligo morale e obbligo giuridico, piano politi-
co e piano economico.

32. Il patto della Lega di ginevra del 1919 non


contemplava ancora la guerra come crimine, e nem-
meno la guerra d’aggressione. Il sistema di preven-
zione della guerra sarebbe stato fatto poi oggetto di
proposte di rafforzamento tra il 1920 e il 1924, senza
peraltro far rientrare ancora la guerra, o alcuni tipi di
guerra, in una fattispecie criminosa determinata.

33. Il protocollo del 2 ottobre 1924, sulla regola-


mentazione pacifica delle controversie internaziona-
li, comprende invece un enunciato che definisce spe-
cificamente la guerra di aggressione come crimine
internazionale. L’autore di questo crimine non può
che essere lo stato, il quale è tenuto, una volta rico-
nosciuto responsabile, a subire sanzioni di tipo eco-

62
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

nomico, finanziario e militare da parte degli altri stati


membri della comunità internazionale. È comunque
soltanto lo stato il destinatario di tali sanzioni, men-
tre non vengono nominati i capi di stato, i membri
del governo o altre persone a vario titolo in linea di
principio responsabili, che non sono in alcun modo
considerati autori di questo nuovo crimine. In tale
contesto il principio della sovranità territoriale appa-
re assolutamente rispettato. L’articolo 15 del proto-
collo, infatti, afferma che lo stato aggressore deve
farsi carico delle sanzioni fino al limite delle sue ca-
pacità, ma non può essere danneggiato nella sua inte-
grità territoriale né nella sua indipendenza politica.

34. solo adesso però la guerra inizia ad essere


considerata un crimine internazionale, almeno nella
sua forma aggressiva, per quanto a ginevra i governi
europei sottolineassero la loro intenzione di rispetta-
re sempre e comunque l’autorità statale riconosciuta.
Certamente questo nuovo crimine non può ancora
configurarsi come crimine penale in senso proprio,
semmai come una nuova fattispecie di violazione del
diritto internazionale. La parola crimine, che viene
utilizzata nel protocollo, non può insomma essere an-
cora interpretata in analogia ai contenuti tipici del di-
ritto penale statale.

«Vanno qui nuovamente ricordate due verità: in pri-


mo luogo che il diritto internazionale ha il compito di
impedire la guerra d’annientamento, ovvero di limitare
la guerra qualora questa sia inevitabile; in secondo luogo
che un’abolizione della guerra, senza una sua autentica

63
Emanuele Castrucci

limitazione, ha come unico risultato quello di provocare


nuovi tipi di guerra, verosimilmente peggiori, ricadute
nella guerra civile e altre specie di guerre d’annienta-
mento. Ma a Ginevra si discuteva molto di bandire e
abolire la guerra, e mai invece di una limitazione spazia-
le di essa»8.

35. Il dilemma che a questo punto si apre è quel-


lo tra la ricomprensione nell’ambito giuridico-forma-
le del divieto della guerra e l’attribuzione di un carat-
tere politico-morale al problema delle cause della
guerra. un dilemma difficilmente risolvibile, soprat-
tutto in questi anni, destinato a condurre al fallimen-
to del protocollo del 1924, particolarmente carente
riguardo ai problemi reali che stanno alla base della
questione della guerra giusta.

36. L’insuccesso del protocollo di ginevra ebbe


un impatto notevole sia nei confronti dell’opinione
pubblica che nei confronti dei governi europei, di-
ventando a questo proposito per fortuna impossibile
il consolidarsi negli schemi del diritto europeo del-
l’idea di questo nuovo crimine internazionale. Ma le
cose andarono diversamente se si passa a considera-
re l’intero ambito dell’emisfero occidentale.

37. Nel 1928 la francia propose infatti un patto


bilaterale agli stati uniti, finalizzato a porre la guer-
ra fuorilegge in termini giuridici formali. prese così
forma il patto briand-Kellogg, un patto in sé assai

8
NdT, p. 315.

64
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

importante, in ragione della condanna della guerra


che esso contiene. L’entrata in scena dell’emisfero
occidentale determinò così un ulteriore mutamento
di significato del concetto di guerra.

38. Nel 1933 un’altra potenza non propriamente


europea si pone come paese guida per la questione
della guerra, l’unione sovietica, svolgendo un im-
portante ruolo nella conferenza sul disarmo di quel-
l’anno e nelle convenzioni di Londra. L’Europa viene
adesso scavalcata da due potenze non europee, a est
e a ovest, e la questione della criminalizzazione della
guerra sembra non appartenerle più. Americani e
sovietici, unificati i propri punti di vista (anche se
solo per poco) in occasione dello statuto di Londra
dell’8 agosto 1945, fanno sì che la criminalizzazione
della guerra continui il suo corso. Il concetto di guer-
ra tipico del diritto internazionale europeo ne esce
già fin d’ora distrutto.

39. Con la Carta di Londra del 1945, istitutiva del


Tribunale Militare Internazionale, le potenze non eu-
ropee gettano le basi per la costruzione di un ordina-
mento giuridico internazionale strutturato gerarchi-
camente, auspicando l’istituzione di un organo che
rappresenti l’intera comunità degli stati e un altro
che ne dirima le controversie.

40. uno dei maggiori interrogativi che schmitt si


pone nei suoi scritti internazionalistici degli anni ’50
riguarda il problema di sapere se l’umanità sia pron-
ta per sopportare un solo centro del potere politico.

65
Emanuele Castrucci

In sostanza, schmitt osserva nel mondo dell’imme-


diato dopoguerra che è in atto un tentativo di orga-
nizzare unitariamente il potere al fine di dirigere e
dominare la terra e l’umanità. unire il mondo sotto
un unico potere è in qualche modo lo slogan del paci-
fismo giuridico. La maggior parte dei giuristi pacifi-
sti, infatti, ritiene che solo l’unità politica del pianeta
possa garantire una pace duratura.

41. schmitt è invece convinto che in generale non


si possa con certezza affermare che l’unità sia miglio-
re della pluralità. Non si può applicare immediata-
mente il modello dell’unus bonus pastor della teologia
cristiana all’umanità. farlo avrebbe soltanto un signi-
ficato ideologico. Ciò che può valere nel quadro di un
sistema di valori di riferimento non vale infatti neces-
sariamente nel quadro di un altro. Inoltre, l’ideale
dell’unità globale è una creazione del pensiero tecni-
co-industriale che trova un punto d’appoggio impor-
tante nella dottrina stimson enunciata nel 1932, se-
condo la quale «la terra è troppo piccola per due si-
stemi contrapposti»9. dottrina che, più semplicemen-
te, intende unificare il pianeta sotto un unico sistema
economico-industriale, con a capo gli stati uniti.

42. Al contrario, secondo schmitt il mondo in cui


veniva scritto Der Nomos der Erde (stretto tra la fine
della guerra e il 1950) era diventato duale: erano sor-
ti due sistemi contrapposti, due polarizzazioni politi-
che destinate a fronteggiarsi in una guerra di nervi e

9
NdT, p. 406-407.

66
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

di armi, in cui appariva chiara la distinzione amico/


nemico. Ciò che si percepisce in questo stato di cose
è una tensione insopportabile, uno stato di transizio-
ne insostenibile, e questa tensione, ispirata dal pen-
siero della tecnica, era convogliata al raggiungimento
dell’unità politica del mondo.

43. All’epoca in cui schmitt scrive il suo saggio


L’unità del mondo (1951)10 esistevano però anche
marcate tendenze verso la formazione di una c. d.
«terza forza» (Cina, India, Europa, mondo arabo,
paesi ex-coloniali in generale, ecc.). Il manifestarsi di
questa forza, qualora si fosse consolidato, avrebbe
con qualche probabilità determinato il manifestarsi
di altre nuove forze, fino a creare una pluralità di
centri di gravitazione, o grandi spazi, tali da costitui-
re, coordinandosi, un sistema di equilibrio.

44. schmitt contesta però ai sostenitori dell’unità


del mondo che il diritto pubblico europeo non aveva
mai contemplato l’ipotesi di una unità del mondo
come la intendiamo oggi in epoca di piena globalizza-
zione dei rapporti internazionali, considerando que-
sta ipotesi semmai in chiave eurocentrica, destinata a
costituirsi in una formazione pluralista di forze.

45. sono passati solo sei anni dalla fine della se-
conda guerra mondiale e dalla Carta di san francisco,
e già agli occhi di schmitt si presenta uno scenario

10
C. schmitt, L’unità del mondo, in Id., L’unità del mondo e
altri saggi, Roma 1994, pp. 303 ss.

67
Emanuele Castrucci

nuovo e inquietante per i suoi pericolosi risvolti politi-


ci. uno scenario che vede il concetto di unità prevale-
re su quello di ‘pluralità’, come se il primo, in termini
concettuali, dovesse necessariamente essere migliore
del secondo. uno scenario che avrebbe nel lungo
periodo prodotto un nuovo nomos, un nuovo ordina-
mento spaziale complessivo, sotto il segno però, con-
trariamente a quanto auspicava schmitt, dell’unità.

46. Quale elemento determinante di questa unità


globale schmitt indica in primo luogo il pensiero tec-
nico-industriale, riconducibile alla convinzione – sor-
ta con l’illuminismo e con la prima rivoluzione indu-
striale – per cui, se tutto il globo si fosse ‘sottomesso’
al medesimo sistema tecnico-industriale che aveva
come obiettivo il progresso economico collettivo,
allora tutte le genti avrebbero conseguito il medesi-
mo progresso morale, e sarebbero state gettate per
questa via le basi per una pace duratura tra i popoli.

47. schmitt ritiene che ciò non sia vero, dal mo-
mento che progresso tecnico e progresso morale non
vanno assolutamente di pari passo. È quindi un’illu-
sione pensare che l’unità «tecnico-industriale» del
mondo debba essere necessariamente seguita da una
unità «morale» estesa a livello planetario. Il pericolo
è serio: se il mondo e l’umanità diventano una unità
grazie alla tecnica, allora proprio con i mezzi della
tecnica questa unità rischierà di annullare se stessa.

48. Quello del pluralismo, ossia di una formazio-


ne pluralista di forze, sarebbe stata per schmitt l’in-

68
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

tuizione fondamentale ai fini di un nuovo nomos


della terra: un pluralismo di forze (da coordinarsi in
un Grossraum) che avrebbe potuto garantire la pace
su scala planetaria. L’ideale di una unità globale pro-
veniente dal pensiero tecnico-industriale costituisce
pertanto qualcosa di molto pericoloso. se il mondo e
l’umanità dovessero perdere la dimensione pluralisti-
ca che ancora li determina e li contraddistingue per
un obiettivo ideale di omogeneizzazione ‘tecnica’,
l’unità raggiunta finirebbe per annichilire se stessa e
il mondo avvalendosi paradossalmente degli stru-
menti del progresso di cui essa è portatrice.

49. Nel saggio su L’ordinamento mondiale dopo la


seconda guerra mondiale (1962)11, schmitt proseguirà
la sua indagine sull’ordinamento internazionale suc-
cessivo al 1945, caratterizzato dalla presenza domi-
nante dell’Organizzazione delle Nazioni unite quale
nuova istituzione giuridica internazionale. per
schmitt, l’ONu è il riflesso dell’ordine, o per meglio
dire del disordine esistente: una entità pertanto in-
capace di assumersi il compito di riequilibrare l’ordi-
namento internazionale conferendo ad esso la forma
di un nomos. L’ideale di un sistema cosmopolitico uni-
versale avrebbe fatto precipitare il mondo in un caos.

50. Tra gli elementi ideologici caratteristici del


nuovo ordine mondiale compare l’anticolonialismo,
sorretto da una intensa e discriminatoria propaganda

11
Ora in C. schmitt, L’unità del mondo e altri saggi, cit., pp.
321 ss.

69
Emanuele Castrucci

antieuropea. Questa propaganda ricorda quella anti-


spagnola di francia e Inghilterra nei secoli XVI-XVII,
meglio conosciuta come «leggenda nera». dagli svi-
luppi dell’umanitarismo illuminista settecentesco ai
giorni nostri, l’Europa passa dallo status di «superpo-
tenza» civilizzatrice a quello di aggressore mondiale
(come si esprimeva allora il consigliere ONu Arnold
Toynbee).

51. si giunge così ai pieni effetti di una propaganda


antieuropea costruita e voluta proprio da europei, di-
menticando, e facendo dimenticare, ogni altra forma di
violenza perpetrata dalle popolazioni extraeuropee. Ma
l’Europa risulta essere la realtà culturale e territoriale
più bersagliata in quanto centro del vecchio ordine
spaziale eurocentrico, la reazione al quale ha dato ori-
gine al fenomeno dell’anticolonialismo (da ritenersi
antieuropeo in un senso, quindi, assai particolare).

3. LA CRIMINALIZZAZIONE dELLA guERRA dI


AggREssIONE

«La teoria odierna della guerra giusta mira alla di-


scriminazione dell’avversario in quanto artefice di una
guerra ingiusta. La guerra stessa diviene un crimine nel
senso penalistico del termine. L’aggressore viene definito
criminale nel peggiore significato del termine, ed è posto
outlaw come un pirata. Ma il torto dell’aggressione e
dell’aggressore non risiede in una colpa materialmente e
realmente determinabile come colpa di guerra nel senso
di causa del conflitto, ma nel crime de l’attaque, nel-
l’aggressione in quanto tale. Chi spara il primo colpo o

70
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

compie uno degli altri atti corrispondenti è l’autore di


questo nuovo delitto»12.

52. già al termine della prima guerra mondiale,


l’intenzione delle potenze che di lì a poco avrebbero
vinto la guerra era stata – come si è già detto (cfr.
sopra, pp. 58 e ss.) – quella di perseguire giuridica-
mente il Kaiser guglielmo II, attribuendo a lui la
responsabilità personale della guerra. Merita appro-
fondire questa questione. L’art. 227 del Trattato di
Versailles viene costruito formalmente dalle potenze
alleate al fine di veder riconosciuta nella guerra pro-
clamata e condotta dal Kaiser una suprema offesa
«contro la moralità internazionale e la sacralità dei
trattati». fino ad allora, la responsabilità giuridica di
una guerra veniva di regola fatta ricadere sullo stato
inteso come ente politico, e mai sui suoi capi od orga-
ni di governo. Non era infatti previsto che questi ulti-
mi pagassero personalmente le conseguenze della
guerra da essi condotta. L’incriminazione diretta
della persona del Kaiser, in quanto capo supremo
dello stato, costituisce quindi una novità importante,
che rivoluziona la concezione della responsabilità
penale internazionale per un nuovo crimine, fatto ora
coincidere con la guerra stessa.

53. L’articolo 227 in questione, a ben vedere, pre-


cisa che la violazione posta in atto dall’Imperatore te-
desco non contempla il diritto internazionale, in
quanto è certo che la guerra non è mai stata definita

12
NdT, p. 135.

71
Emanuele Castrucci

come un illecito, né è mai stata formalmente proibi-


ta dal diritto internazionale vigente. La violazione ha
per oggetto piuttosto la moralità internazionale, re-
stando quindi ben lontana da una connotazione giu-
ridico-positiva.

54. Ma nonostante ciò, il processo a guglielmo II


non ebbe luogo. In seguito alla fuga del sovrano in
Olanda, gli stati vincitori non manifestarono ulte-
riormente la loro volontà di procedere contro il
Kaiser. La criminalizzazione della guerra sarebbe sta-
ta però ribadita successivamente, nel ventennio che
separa le due guerre mondiali. In questo senso va in-
teso il protocollo di ginevra del 1924, il quale stabili-
sce formalmente che «la guerra di aggressione costi-
tuisce un crimine internazionale». Ma una crimina-
lizzazione più efficace del fenomeno si sarebbe avuta
soltanto al termine del secondo conflitto mondiale.

55. giuridicamente guerra di aggressione e (atto di)


aggressione sono due fenomeni distinti. La guerra di
aggressione è un processo bilaterale, che consiste in
uno stato conflittuale violento posto in essere tra due
parti. L’aggressione, invece, è un atto unilaterale,
posto in essere da una parte contro l’altra senza che
sussista uno stato di guerra. La distinzione è quindi
importante, perché definire illecita una guerra di
aggressione è cosa ben diversa dal qualificare come
giusto o ingiusto un determinato atto di aggressione.
secondo schmitt la confusione in materia è data
anche da un equivoco di carattere linguistico. sia in
inglese che in francese – le due lingue ufficiali del

72
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

diritto internazionale – il termine ‘aggressore’ (aggres-


sor, agresseur) è sinonimo di «autore di un’offesa»
(offender, offenseur), e ambedue i termini vengono
usati per indicare l’autore di una violazione.

56. In realtà, è chiaro che concetti quali ‘attacco’


e ‘difesa’ non dovrebbero essere intesi in senso asso-
luto. In ogni guerra le posizioni di attacco e di difesa
sono intercambiabili. Chi aggredisce può trovarsi a
doversi nello stesso istante difendere, chi si difende
può rispondere aggredendo. E anche riuscendo a sta-
bilire l’identità dell’aggressore principale, risulta dif-
ficile, precisa schmitt, ritenere a priori questo aggres-
sore quale unico responsabile e colpevole di crimini
contro la pace internazionale. Non è insomma detto
che questi abbia costantemente torto, durante l’inte-
ro svolgimento delle ostilità.

«Mi sembra quindi necessario ricordare il significato


pratico di questa distinzione tra aggressione e guerra d’ag-
gressione, poiché qui compare anche la profonda differen-
za che sussiste tra una mentalità puramente giuridica e
una mentalità puramente morale. Non si deve soprattut-
to trascurare il fatto che il divieto dell’atto d’aggressione,
con i suoi numerosi e particolareggiati compromessi,
doveva di fatto servire a prevenire una guerra ingiusta»13.

57. Nel capitolo di Der Nomos der Erde dedicato


al mutamento di significato della guerra schmitt si ri-
chiama al significato linguistico proprio dei termini

13
NdT, p. 362.

73
Emanuele Castrucci

‘attacco’ e ‘difesa’ per dimostrare che il divieto di


aggressione indica qualcosa di diverso dal divieto
della guerra di aggressione. schmitt rammenta il
crime de l’attaque dello jus publicum Europaeum fino a
tutto il XIX secolo, sottolineando che in esso ci si ri-
feriva al fatto dell’attaque e non alle implicazioni mo-
rali della agression. In entrambi i casi, si trattasse di
attaque o di agression, l’illiceità non poteva comunque
essere esclusa. da questo punto di vista il termine te-
desco corrispondente, Angriff, appare comprensivo
di entrambi i concetti, e con ciò facilita il compito
pratico dei giuristi. L’atto di attacco e l’atto di aggres-
sione sono in questo caso entrambi riconducibili a
condotte criminose.

58. schmitt tuttavia osserva che «il crimine del


primo colpo sparato rimane qualcosa di completa-
mente diverso dal crimine della guerra, mentre il cri-
mine della guerra di aggressione rimane a sua volta
qualcosa di diverso da quello della guerra ingiusta»,
ed è a questo punto che il parallelismo della questio-
ne «atto di aggressione – guerra di aggressione» e di
quella «guerra di aggressione – guerra ingiusta» si fa
più pregnante. Così come è necessario distinguere
l’atto (dell’aggressione) dalla condotta (della guerra),
è anche necessario distinguere tra guerra di aggressio-
ne e guerra ingiusta, eliminando i possibili fattori di
incomprensione che determinano una scorretta equi-
parazione tra i due concetti.

59. schmitt ricorda che la dottrina classica della


guerra giusta ammetteva la possibilità di guerre di ag-

74
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

gressione giuste. Essendo l’esistenza della justa causa


l’elemento idoneo a rendere una guerra ‘giusta’, ne
conseguiva che se una guerra dotata di giusta causa
necessitava, per poter aver luogo, di un atto di ag-
gressione, quest’ultimo veniva anch’esso implicita-
mente qualificato come ‘giusto’. Molte volte i princi-
pi cristiani avevano aggredito ‘giustamente’ popoli
non cristiani, creando inoltre per far ciò zone «di as-
senza del diritto», zone «giuridicamente vuote»
dove la distinzione tra diritto e torto finiva per ces-
sare.

60. per decenni i giuristi si sono sforzati di dare


una definizione giuridica dell’aggressione e dell’ag-
gressore, ponendo in serio dubbio la determinabilità
di questi concetti. I criteri risultavano in ogni caso in-
soddisfacenti: poteva essere aggressore colui che per
primo ricorreva all’uso della forza militare, oppure
chi aveva per primo violato l’integrità territoriale del-
l’altro. In realtà questa attitudine di limitare l’atten-
zione al momento iniziale dell’attacco permette di
evitare la questione ben più complessa della ricerca
di un criterio sostanziale di justa causa. schmitt para-
gona questo modo di procedere, che caratterizza in
larga misura la dottrina degli internazionalisti france-
si del tempo, ai meccanismi della tutela provvisoria
del possesso, con preciso riferimento all’istituto
internazionalistico dell’interdictum uti possidetis. In
sostanza la situazione di fatto veniva protetta giuridi-
camente senza porre eccessiva attenzione al proble-
ma della sua possibile ingiustizia.

75
Emanuele Castrucci

61. Il diritto internazionale del primo dopoguerra


pone ancora una distinzione tra il concetto di guerra
e quello di aggressione. Lo dimostra ad esempio il
patto di Locarno del 1925, nel quale la consapevo-
lezza della particolarità giuridica dell’atto di aggres-
sione, rispetto alla guerra, è ormai chiaramente rece-
pita. La distinzione tra «aggressione» e «guerra di
aggressione» lascia in effetti trasparire la profonda
differenza che sussiste tra un approccio giuridico e
un approccio semplicemente morale.

62. Il divieto di aggredire, di porre in essere un


atto di aggressione, trova la sua motivazione specifica
nel tentativo di impedire l’inizio di una guerra ingiu-
sta, priva come tale di titolo giuridico. Ma questo atto
deve essere inteso autonomamente e perciò astratto
dalla questione della justa causa. Non è in altre paro-
le importante stabilire fin dal primo momento se la
guerra che si intende scongiurare sarà giusta o ingiu-
sta. Il primo obiettivo è soltanto pratico, ossia di pre-
venire la guerra colpendo il momento dell’aggressio-
ne iniziale, utilizzando a tal fine tutti i mezzi giuridi-
ci sanzionatori a disposizione.

63. Lord Robert Cecil è stato uno dei maggiori so-


stenitori di questa politica14. Nel suo progetto del 1923,
relativo alla stipulazione di un trattato di garanzia, egli

14
Ibidem. «Lord Cecil, celebre sostenitore inglese della causa
della pace, sottolineava con forza che non si trattava di appurare
da quale parte stesse la ragione, ma solo di sapere chi avesse
intrapreso la prima azione ostile» (NdT, p. 363).

76
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

propone di conferire al Consiglio della Lega di ginevra


il potere di identificare di volta in volta la figura dell’ag-
gressore. secondo questo progetto, si dovrebbe quali-
ficare aggressore colui che viola intenzionalmente e
premeditatamente il territorio di un altro stato. Il
punto cruciale della questione è in tal caso appurare
chi di fatto abbia intrapreso la prima azione ostile,
prescindendo da ricerche sulle ragioni, ossia le moti-
vazioni, di questo atto15. È opportuno ricordare che
dal termine del secondo conflitto mondiale in poi il
diritto internazionale positivo non vede più la guerra
d’aggressione come uno dei tanti possibili reati del
diritto penale internazionale, ma come il principale
crimine contro la pace, contro il quale i governi e i
giuristi di tutto il mondo avrebbero l’onere di far con-
vergere le proprie energie, fino ad estirparne le cause.

64. Questa intenzione si sarebbe però arrestata


nei decenni seguenti la conclusione della seconda
guerra mondiale. È come se la guerra fredda avesse
‘congelato’, fino alla caduta dell’Impero sovietico,
ogni possibilità di perseguire mediante istituzioni ad
hoc il cosiddetto crimine dell’aggressione.

65. per avere esperienze analoghe a quelle espres-


se dalla politica di Lord Cecil, bisognerà invece
attendere gli anni ‘90. Nel 1993, infatti, il Consiglio

15
«La question à trancher par le Conseil n’est pas de savoir
où est le bon droit dans le litige, mais de savoir qui a commis le
premier acte de hostilité», come è detto nel progetto di trattato
del 1923 (cfr. ibidem, in nota).

77
Emanuele Castrucci

di sicurezza delle Nazioni unite, nella risoluzione n.


827, decide di istituire un tribunale per i crimini
commessi nel territorio della ex Jugoslavia dal 1991.
L’anno seguente è prevista, ancora, l’istituzione del
Tribunale del Rwanda. Nel 1998 viene redatto infine
a Roma lo statuto della Corte penale Internazionale,
il cui art. 5 conferisce alla Corte la giurisdizione sui
crimini di genocidio, sui crimini contro l’umanità e
sui crimini di aggressione commessi nel territorio de-
gli stati che abbiano ratificato il relativo trattato.

4. IL CONCETTO dI NEMICO NELLA TEORIA


sChMITTIANA dELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI

«L’impressione generale, dominante almeno in Europa,


che provocarono quei tentativi formali contenuti nel patto
di Ginevra è espressa nella nota frase secondo cui tali defi-
nizioni formali dell’aggressione e dell’aggressore diventano
“un’insidia per gli innocenti e una guida per i colpevoli”.
In questo detto spesso citato trova espressione il dilemma
profondo che sussiste tra gli sforzi del diritto tesi a otte-
nere il divieto giuridico dell’aggressione e le pretese
morali di una immediata eliminazione della guerra»16.

66. Il tema della guerra di aggressione rimanda


immediatamente al concetto di nemico, ossia alla fi-
gura di colui che finisce per subire la criminalizzazio-
ne in ragione della guerra che ha condotto. due sono
i momenti determinanti per chiarire il pensiero di

16
NdT, p. 366.

78
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

schmitt riguardo al concetto di nemico e riguardo al-


la questione della guerra nel diritto internazionale: il
primo momento storico è dato dal sistema Weimar-
ginevra-Versailles (1918-1919), il secondo invece
corrisponde al sistema bonn-Norimberga-potsdam
(1945-1949).

67. Entrambi i momenti segnano l’assoggettamento


della germania alle potenze nemiche, sia nel campo del
diritto internazionale che in quello del diritto interno. Al
termine della prima guerra mondiale la germania è
designata quale unica responsabile del conflitto appena
concluso. Essa viene disarmata, fatta oggetto di pesan-
tissime sanzioni economiche, mutilazioni territoriali,
separata dagli altri popoli tedeschi come l’Austria e la
prussia orientale, esclusa dal mercato mondiale e priva-
ta delle sue colonie. Al termine della seconda guerra, la
germania perde definitivamente la propria sovranità
ad opera di un governo interalleato, viene integralmen-
te occupata, subisce altre perdite territoriali ma soprat-
tutto è divisa in due. A Ovest una repubblica federale,
a Est una repubblica socialista dittatoriale (che para-
dossalmente viene battezzata ‘democratica’, a distin-
zione di quella federale occidentale).

68. I resti del Reich divengono così il theatrum bel-


li della guerra fredda. I due stati che da esso sorgo-
no rientrano in due blocchi diversi e nemici. Quello
che era stato il centro di un vasto impero è ora un
luogo del fronteggiarsi tra le due superpotenze nemi-
che storiche della germania.

79
Emanuele Castrucci

69. un ulteriore elemento a riprova della centrali-


tà che il concetto di nemico riveste in schmitt lo si
trova nell’applicazione sistematica del criterio del
‘politico’ alla struttura complessiva del diritto pubbli-
co. Il diritto costituzionale e il diritto internazionale
sono due diritti politici, definiti cioè nel loro profon-
do dalla relazione costitutiva amico-nemico, poiché
non si può comprendere a fondo alcun concetto giu-
ridico senza aver prima valutato di questo la dimen-
sione politica, ossia polemica (nesso pólis-pólemos).

70. Questa riflessione vale in primo luogo per il


diritto internazionale, la cui struttura formale non
corrisponde ad una logica che rimanda ad un sistema
di subordinazione (Subordinationssystem), come nel
caso del sistema gerarchico e centralizzato dello sta-
to e del suo diritto interno. si tratta invece di una lo-
gica di coordinazione, che rinvia cioè ad un ordine
‘anarchico’ posto in essere da soggetti considerati
giuridicamente su un piano paritario (Koordinations-
system). Il tutto nel contesto di una pluralità politica
non riducibile ad unità. un pluriverso, come si espri-
me schmitt, anziché un universo17.

17
«Lo sviluppo planetario aveva condotto già da tempo a un
chiaro dilemma tra universo e pluriverso, tra monopolio e poli-
polio, ovvero al problema se il pianeta fosse maturo per il mono-
polio globale di un’unica potenza o fosse invece un pluralismo di
grandi spazi in sé ordinati e coesistenti, di sfere d’intervento e di
aree di civiltà, a determinare il nuovo diritto internazionale della
terra» (NdT, pp. 311-312).

80
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

71. L’ostilità è categoria centrale non solo della


scienza politica, ma anche di quella giuridica. La for-
mazione e la diffusione di concetti dì diritto pubbli-
co o di politologia sono determinate dalla relazione
dell’ostilità, e quindi dalla distinzione amico-nemico.
Come schmitt sostiene in un suo studio degli anni
‘30, sulla dottrina costituzionale di hugo preuss: «da
tutti i concetti politici traspare un antagonismo politi-
co. parole come stato, repubblica, società, classe, so-
vranità, stato di diritto restano inintelligibili se si
ignora ciò che, concretamente, si aspira, si contesta,
si combatte, ma anche si rifugia nel cuore di questi
termini»18.

72. Il medesimo antagonismo profondo che


schmitt riscontra nella struttura del politico, trae ori-
gine dai processi economici e sociali di appropriazio-
ne, divisione (o ripartizione) e produzione (Nehmen/
Teilen/Weiden)19. sull’asse del pólemos si spiega inol-
tre la tensione del politico verso le situazioni di crisi:
guerra, rivoluzione, dittatura. La relazione amico-ne-
mico diviene, in questa visione, inevitabile. schmitt
fonda questa tesi sul postulato, secondo cui è insita
nella natura umana la tendenza a formare dei gruppi
esclusivi (ossia che per loro natura conducono all’es-

18
C. schmitt, Hugo Preuss. Sein Staatsbegriff und seine Stellung
in der deutschen Staatslehre, Tübingen 1930, p. 5.
19
C. schmitt, Nehmen/Teilen/Weiden. Ein Versuch, die Grund-
fragen jeder Sozial- und Wirtschaftsordnung vom NoMoS herrichtig
zu stellen (1953), in Id., Verfassungsrechtliche Aufsätze, berlin 1958
(trad. it. in Id., Le categorie del ‘politico’, a cura di g. Miglio e p.
schiera, bologna 1972).

81
Emanuele Castrucci

clusione, a tratti violenta, dell’estraneo, considerato


come elemento virtualmente ostile).

73. del resto, già nelle scritture è detto: «Adamo


ed Eva avevano due figli, Caino e Abele»; così co-
mincia la storia dell’umanità. In questo passo, che
schmitt ricorda in Ex Captivitate Salus, la distinzione
amico-nemico viene fatta risalire niente meno che al
rapporto conflittuale che lega la prima coppia frater-
na del genere umano20. sulla relazione primordiale di
ostilità tra Caino e Abele poggiano le fondamenta
della società umana, che trova quindi nella propria
costituzione antropologica la ragione profonda delle
sue divisioni interne.

74. L’amicizia o l’ostilità si sviluppano sulla base


della comunanza o dell’antagonismo tra gli interessi
e i valori. All’inizio del secondo conflitto mondiale la
germania ha potuto allearsi in un primo tempo con
l’unione sovietica sulla base di una chiara comunan-
za di interessi (determinata dal contrasto con la po-
tenza angloamericana), mentre in un secondo mo-
mento ha visto in essa il nemico per antagonismo di
valori (nazionalsocialismo contro comunismo).

C. schmitt, Ex Captivitate Salus, Köln 1950; trad. it. Milano


20

1987, 92. La sapienza della cella, prosegue schmitt, insegna:


«der feind ist unsere eigene frage als gestalt»: «Il nemico è la
nostra peculiare questione in figura», che si potrebbe anche ren-
dere liberamente: «Il nemico è la messa in forma della domanda
su noi stessi» (ibidem).

82
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

75. La potenza è l’elemento chiave del diritto in-


ternazionale, nel cui ambito la distinzione amico/ne-
mico trova nella guerra il momento in cui si esprime
il grado estremo di dissociazione tra forze conten-
denti. La guerra, quale atto politico, presuppone la
designazione del nemico, ovvero dell’altro, dell’estra-
neo antagonista, che non è l’inimicus, ma l’hostis: essa
non è l’obiettivo, la finalità o la sostanza dei rapporti
politici, ma piuttosto l’orizzonte di significato del
politico quale ultima ratio della relazione determina-
ta di ostilità. Non vi è nulla che giustifichi una guer-
ra, se non la necessità di preservare la propria esi-
stenza individuale nel legame di appartenenza ad una
compagine collettiva (forma di vita organizzata poli-
ticamente) di fronte alla possibilità reale di una nega-
zione di questa forma. Quando esiste realmente un
nemico, nel senso politico del termine, al quale divie-
ne necessario contrapporsi ricorrendo all’uso della
forza, allora la guerra diretta contro il nemico trova
in ciò un senso. Occorre pertanto precisare che ha un
senso la guerra condotta contro il nemico reale, con-
creto, non perché essa sia giusta in sé.

«Allo Stato, in quanto unità sostanzialmente politi-


ca, compete lo jus belli, cioè la possibilità reale di deter-
minare il nemico e di combatterlo. [...] Lo jus belli
comporta la duplice possibilità di ottenere dagli apparte-
nenti al proprio popolo la disponibilità a morire e ad uc-
cidere, e di uccidere gli uomini che stanno dalla parte
del nemico».
«La guerra, la disponibilità a morire dei combattenti,
l’uccisione fisica di altri uomini che stanno dalla parte del

83
Emanuele Castrucci

nemico, tutto ciò non ha alcun senso normativo, ma solo


uno esistenziale, riferito cioè alla realtà di una situazione
consistente nella lotta reale contro un nemico reale, e non
ad un qualsiasi ideale, programma o normatività. Non esi-
ste uno scopo razionale, né una norma così giusta, né un
programma così esemplare, né una legittimità o legalità
che possa far apparire giusto che gli uomini si ammazzi-
no a vicenda. Una distruzione fisica di questo genere
della vita umana non può avere alcuna legittimazione se
non quella derivante dall’affermazione esistenziale della
propria forma di vita nei confronti di una possibile nega-
zione. Altrettanto esistenziale, di tale forma»21.

76. Nella storia dello jus publicum Europaeum mo-


derno, con il suo arco di sviluppo maturo tra il XVII
e il XIX secolo, queste relazioni improntate alla di-
stinzione amico-nemico sono, quasi esclusivamente,
relazioni tra stati, dove lo stato è titolare dello jus vi-
tae ac necis, dello jus puniendi e dello jus belli. In
quanto unità politica sovrana, lo stato può designare
sia il nemico interno che il nemico esterno, concen-
trando quindi su di sé il monopolio della forza legitti-
ma, comprensivo del diritto di determinare il nemico,
e di conseguenza di esigere dagli uomini, quali cives
o subditi, che siano pronti ad uccidere e a morire.

77. ha avuto tuttavia seguito per lungo tempo,


nella prima parte del Novecento, la teoria pluralista
dello stato di Cole e Laski: una sorta di teoria plura-

21
C. schmitt, Il concetto di ‘politico’, in Id., Le categorie del
‘politico’, cit., pp. 129, 133.

84
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

lista delle relazioni internazionali che contesta i fon-


damenti filosofici della dottrina dello stato del-
l’Europa continentale. Cole e Laski negano allo stato
il suo carattere di unità e, si potrebbe dire, di totalità
inglobante, pretendendo di costruire un tipo diffe-
rente e superiore di comunità politica. per questi teo-
rici lo stato è una «associazione sociale» in mezzo ad
altre associazioni, e l’individuo si trova inserito in una
pluralità di relazioni senza gerarchia. schmitt, come
è noto, ritiene che questa teoria non risolva la que-
stione essenziale della filosofia del diritto in quanto
(articolazione della) teoria del ‘politico’, ossia: quale è
l’istanza in grado di decidere nel caso di eccezione,
distinguendo quindi l’amico dal nemico? La conce-
zione pluralista dello stato, inteso quale raggruppa-
mento sociale parallelo ed equivalente agli altri rag-
gruppamenti sociali, tralascia la questione fonda-
mentale del politico. secondo schmitt, l’errore è
quello di concepire il politico come un «dominio»,
una «sfera», accanto agli altri «dominii» (quali la re-
ligione, la cultura, l’economia, la società); e lo stato
come una «associazione» accanto ad altre «associa-
zioni» (la Chiesa, i partiti, i sindacati, ecc.). Il ‘politi-
co’, che non possiede sostanza propria, esprime inve-
ce il grado di intensità dell’ostilità. E l’unità politica,
che la si chiami stato oppure no, ha il diritto di desi-
gnare il nemico, e così facendo di impedire la dissocia-
zione dei gruppi sociali evitando l’antagonismo e-
stremo, che trova piena espressione nella guerra civile.

78. Lo stato non è, quindi, una «associazione», in


quanto il suo jus ad bellum è in grado di creare una

85
Emanuele Castrucci

comunità sovrana sulla decisione, di natura assai di-


versa rispetto a tutte le altre “associazioni”. Il declino
dello stato non implica in alcun caso l’abolizione del
politico, ossia della relazione amico/nemico. Lo stato
non è che una possibile forma storica di ordine politi-
co. Come può esservi uno stato senza politica, così
può esservi una politica senza stato: a causa di una
rivoluzione o di una guerra civile lo stato può de-
comporsi. In questo caso l’istanza suprema di deci-
sione viene spostata e finisce per essere attribuita ad
altro punto di imputazione. La disgregazione del-
l’istanza statale non giunge così ad incidere sull’esi-
stenza del politico, il cui luogo continua a sussistere
anche in seguito alla perdita di qualunque supporto
istituzionale.

4. 1. NEMICO, OsTILITà E guERRA fREddA

79. davvero fondamentale è la centralità del con-


cetto di ostilità nel quadro di una teoria delle relazio-
ni internazionali che non rinunci ad essere realistica.
si può notare a questo proposito che una situazione
atipica di ostilità si sviluppa nell’ambito della guerra
fredda. una guerra di questo tipo, scrive schmitt,
lungi dal caratterizzare esclusivamente la situazione
segnata dal conflitto Est/Ovest in quest’ultimo dopo-
guerra, si era già verificata in Europa al termine del
primo conflitto mondiale. Ad esempio: sia a proposi-
to del problema delle riparazioni o dell’occupazione
della Ruhr, sia a proposito dei progetti di unità euro-
pea o della sicurezza collettiva, si può dire che la poli-

86
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

tica francese del primo dopoguerra prosegua ben


oltre la situazione del 1919, in forme apparenti di
non belligeranza, le ostilità contro una germania del
tutto indebolita.

80. La francia, si può dire, fa in questo caso della


pace una continuazione della guerra attraverso altri
mezzi. È ancora qui la guerra che continua in forma
di vendetta. secondo schmitt, una situazione analo-
ga riapparirà in Europa nel 1938, con la crisi dei
sudeti. si riproporrà pure nel 1939-1941 nel conflit-
to latente tra il Reich e gli stati uniti, i quali dissimu-
lavano il loro appoggio alla francia e alla gran bre-
tagna dietro una neutralità di facciata. Osserva
schmitt che dopo il trattato di Versailles l’Europa si
trova in una situazione intermedia, e per nulla chia-
ra, tra la guerra e la pace. L’approccio alla problema-
tica della guerra è ancora posto nei termini del pen-
siero clausewitziano. L’ostilità appare quale il presup-
posto antropologico della guerra, laddove il concetto
di nemico ha valore primario in relazione alla guerra.
Ne consegue che tutto ciò che non è amico può di-
ventare nemico e tutto ciò che non è pace può diven-
tare guerra. Il contesto è quello classico, formulato
già da Cicerone e grozio, secondo cui inter pacem et
bellum nihil est medium.

81. Era sorta invece nel corso del Novecento, già


nei decenni intercorrenti tra le due guerre, una nuova
situazione internazionale in cui il quid medium giun-
ge a porre numerosi problema. si è davvero sicuri
che inter pacem et bellum non esistano possibilità in-

87
Emanuele Castrucci

termedie? Vale il caso della germania e della Ceco-


slovacchia: si può dire forse che il presidente beneš,
tra il maggio e il settembre 1938, fosse amico del
Reich solo perché la germania non si trovava in
guerra aperta con il governo ceco? La questione di
come configurare in termini concettuali una situazio-
ne intermedia tra la guerra e la pace, al di là dell’equi-
valenza puramente tautologica per cui amico = non
nemico (o nemico = non amico) appare secondo
schmitt posta, a partire da questo esempio storico, in
modo concreto.

82. Il pensiero classico concepisce la pace come


assenza della guerra, e per guerra intende l’uso diret-
to della forza armata. schmitt ritiene invece necessa-
rio soffermarsi anche sugli atti informali di ostilità,
sulle misure di forza e sui mezzi di coercizione non
militari. sottile distinzione che gli permette di spiega-
re la possibilità di uno stato intermedio tra la guerra e
la pace.

83. In questo stato intermedio, la determinazione


di un concetto per negazione a partire da un altro –
vale a dire ad es. della pace tramite la negazione della
guerra e viceversa – perde significato. La designazio-
ne di azioni militari o non militari tramite qualifica-
zioni pacifiche o bellicose perde anch’essa significa-
to, perché azioni militari possono talvolta essere ac-
compagnate da proclamazioni solenni di amicizia,
così come azioni non militari possono celare una ef-
fettiva e reale ostilità, che si rivela ancora più perico-
losa e temibile proprio perché occultata. si può rite-

88
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

nere insomma che mai come nello stato intermedio


accade che il concetto primario del ‘politico’, con le
sue ricadute necessarie nel campo del diritto pubbli-
co interno e internazionale, sia quello di ostilità. si
tratta di una condizione permeata da una costante
conflittualità, ora reale, ora – assai più spesso – solo
virtuale. Il problema, va osservato con schmitt, è in
realtà non tanto quello, di natura teorica, di riuscire
a determinare se ci si trovi di fronte ad uno stato di
guerra o ad una situazione di pace, ma quello pratico
ed esistenziale di saper individuare il nemico reale.

84. «– Abbiamo perso l’amico, si dice in questo


secolo.
– No, è il nemico che abbiamo perso, dice una
voce, sul finire di questo stesso secolo.
Entrambi parlano del politico. parlano ad esem-
pio di un crimine politico di cui non si sa più (que-
stione di frontiera) se si definisce nell’ordine del poli-
tico (come nel caso in cui si uccide, si tortura o si ter-
rorizza in un certo stato per motivi politici) o se è un
crimine contro il politico stesso, che si perpetra met-
tendo a morte ciò senza di cui non si potrebbe più
definire un crimine politico, distinguendolo da ogni
altro. [...] La perdita del nemico, in questa ipotesi,
non sarebbe necessariamente un progresso, l’apertu-
ra di un’era di pace o di fraternità umana. Molto peg-
gio: sarebbe una violenza inaudita, una malvagità
smisurata e senza fondo, una violenza rispetto alla
quale ciò che chiamiamo ostilità, guerra, conflitto,
inimicizia, persino odio, ritroverebbe dei contorni
rassicuranti – perché identificabili».

89
Emanuele Castrucci

Così derrida commentando, con qualche lieve


enfasi retorica, Der Begriff des Politischen22.

85. Le riflessioni sull’argomento delle forme visi-


bili dell’ostilità che schmitt svolge nel periodo tra le
due guerre si intensificano negli anni ’50 e ’60 L’unità
del mondo. Le forme intermedie tra la guerra aperta
e la pace reale non si spiegano né hanno senso se non
in rapporto alla realtà dell’ostilità e all’eventualità
della guerra. La guerra fredda tra Est e Ovest ignora
le distinzioni classiche tra la guerra e la pace, la poli-
tica e l’economia, i militari e i civili, ma essa torna a
riaffermare la distinzione amico-nemico. Il confronto
tra Raymond Aron, Julien freund e Carl schmitt è
chiarificatore. Aron pone l’accento sulla violenza
quale carattere specifico della guerra, che viene defi-
nita in base alla peculiarità del mezzo: il ricorso omi-
cida alla forza armata per contrastare il nemico.
Questa specificazione autorizza a conservare l’alter-
nativa «pace o guerra», dove la guerra implica il
ricorso diretto alle armi. schmitt pone l’accento sul-
l’ostilità quale elemento costante, ricorrente anche
nel fenomeno atipico della guerra fredda. freund
insiste infine a considerare la pace, non diversamen-
te dalla guerra, una «relation politique» e un «moyen
de la politique».

J. derrida, Politiques de l’amitié, paris 1994 (trad. it. Milano


22

1995, pp. 102-103). «Nemico identificabile. Cioè affidabile fin


nella sua perfidia – e dunque familiare. un prossimo, insomma,
si potrebbe quasi amarlo come se stessi, lo si riconosce sul fondo
di una storia comune. Questo avversario resterebbe un vicino,
benché sia un cattivo vicino cui fare la guerra» (ibidem, p. 103).

90
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

86. La ragion d’essere della guerra va dunque ri-


cercata, al di là del superficiale confitto degli interes-
si, nel rapporto primordiale di ostilità. La guerra co-
stituisce la continuazione della politica, ma quest’ul-
tima contiene sempre in sé un elemento di ostilità
virtuale, che la rende irriducibile alla dialettica degli
scambi e dei negoziati. se è vero che la pace contie-
ne in sé la possibilità della guerra, è anche vero che
essa non può prescindere da questo elemento pri-
mordiale di ostilità. La stessa guerra fredda, che non
rientra apparentemente nella fenomenologia né della
pace né della guerra, costituisce l’attuazione di una
delle possibilità di sviluppo di questa ostilità, a pro-
posito della quale si pone con altrettanta evidenza il
problema del nemico e della sua identificazione.

4. 2. «ChI È IL NEMICO»

«ora entrava in scena l’emisfero occidentale e determi-


nava l’ulteriore mutamento di significato della guerra. [...]
Contemporaneamente si inserì da est, nel determinare il
mutamento di significato, l’Unione Sovietica. Già nel corso
della conferenza sul disarmo e delle convenzioni di Londra
del luglio 1933 essa aveva avuto il ruolo di paese guida nelle
questioni relative alla definizione dell’aggressione e dell’ag-
gressore, In questo modo le forze che stavano scardinando
il concetto di guerra del diritto internazionale europeo sca-
valcarono da ovest e da est gli Stati europei, divenuti insi-
curi. [...] La criminalizzazione prese allora il suo corso»23.

23
NdT, pp. 366-367.

91
Emanuele Castrucci

87. posto il problema in termini di storia univer-


sale, in relazione ai conflitti della grande politica in-
ternazionale, si può dire che nella prospettiva che è
propria di Carl schmitt, tra il 1923 e il 1936, il «ne-
mico principale» del Reich è l’unione sovietica, mal-
grado l’ostilità sempre latente tra la germania e le
altre potenze occidentali. dal 1936 al 1944 è invece
la gran bretagna o, più in generale, la potenza marit-
tima e aerea angloamericana (in questo caso la pola-
rità amico/nemico assume l’aspetto fondamentale
della polarità epocale terra/mare, con l’aggiunta dello
spazio aereo). dal 1941 al 1945 sono gli stati uniti
ad incarnare la figura «principale» del nemico, lad-
dove il Reich appare intrappolato in una morsa indi-
stricabile tra Mosca e Washington. Infine, dai primi
anni del dopoguerra in poi e per i decenni successivi,
l’unione sovietica, ispiratrice e stratega delle forme
del comunismo internazionale, torna a recitare la
parte di primo nemico della vecchia Europa, reduce
della sconfitta del Reich tedesco.

88. L’identificazione del nemico resta comunque


la chiave di comprensione fondamentale della di-
mensione del ‘politico’. Il rimprovero di una manca-
ta identificazione del nemico è precisamente ciò che
schmitt muove alla repubblica di Weimar, compagi-
ne costituzionale priva del senso del nemico. L’ade-
sione della germania al trattato di Locarno, alla so-
cietà delle Nazioni, al patto briand-Kellogg, nonché
ai successivi vani progetti di unità europea, non fa
che confermare lo status politico-territoriale e giuri-
dico-finanziario imposto alla nazione tedesca nel

92
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

1919, condannata ad essere totalmente priva del


senso del ‘politico’. Il Reich nazionalsocialista possie-
de, invece, il senso del ‘politico’. Concepisce l’unità
politica, riferita alle altre unità politiche, secondo il
criterio determinato dai rapporti di amicizia e inimi-
cizia. schmitt giunge anzi in un primo momento a
considerare il regime politico della germania come il
possibile presupposto, da tempo cercato, per la
costruzione di un Grossraum continentale europeo,
strutturato in base ad una concezione reale, perché
esistenziale, dell’ostilità.

89. se è vero che il desiderio di organizzare una


coalizione europea, diretta dalla germania, contro
l’unione sovietica spinge schmitt ad accogliere con
favore l’avvento del nazionalsocialismo, è anche vero
che alla vigilia della guerra la germania deve desi-
gnare nuovamente il nemico guardando ad ovest. Ed
è allora la gran bretagna che rappresenta l’altro osti-
le. schmitt utilizza a più riprese, in questo senso, l’al-
legoria dell’antagonismo tra la potenza continentale
(germania) e la potenza marittima (Inghilterra). Alla
potenza marittima britannica si aggiunge ben presto
quella americana, che dispone inoltre del dominio
sullo spazio aereo, e con la quale la germania non
può pertanto limitarsi a combattere una guerra tradi-
zionale di tipo terrestre, così come non può farlo con
la vicina gran bretagna. per ultimo, le due parti in
conflitto appartengono a due sistemi giuridici diver-
si, portatori di due modi diversi di pensare il ‘politi-
co’, il che si riflette chiaramente sulle modalità di
percezione del ‘nemico’.

93
Emanuele Castrucci

90. L’America di Roosevelt, erede della dottrina di


Wilson, si pone all’avanguardia per quel che riguarda
l’evoluzione verso un concetto discriminatorio della
guerra e del nemico. La cosa è tanto più importante
dal momento che negli anni 1939-1944 l’America of-
fre il modello realizzato di un continente che si ispi-
ra ai princìpi del «grande spazio», ma al tempo stes-
so l’esempio di una rottura rispetto alla dottrina
Monroe, i cui capisaldi erano nettamente collocati
nel cuore dell’ideologia universalista ispirata dall’alle-
anza «anglosassone» con la gran bretagna. Nel
1950 gli stati uniti, in quanto Grossraum situato alla
guida dello «emisfero occidentale», appaiono con
chiarezza nella loro situazione reale di avversari dello
jus gentium europeo. giungono infatti non solo a cri-
minalizzare la guerra e ad accettare la divisione
dell’Europa in Est e Ovest, ma anche, nei decenni
successivi, ad associarsi alquanto contraddittoria-
mente alla logica discriminatoria dell’ideologia della
guerra umanitaria. per questo l’America viene spesso
percepita da schmitt quale nemico reale della ger-
mania, e questo a prescindere dalle scelte concrete di
politica estera espresse dallo stesso Reich. gli stati
uniti non sono però l’unico nemico della germania:
come si è detto la Russia sovietica e il comunismo
internazionale si affacciano, da nemici, sul fronte
orientale.

91. due nemici quindi, a Est così come a Ovest.


Ma per schmitt la guerra fredda non si limita a fissa-
re l’asse amico/nemico sulla divisione in blocchi tra
paesi occidentali e paesi socialisti. La contrapposizio-

94
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

ne trascende le motivazioni ideologiche e si muove


sulla relazione tra mondo unipolare e mondo plurale.
universo e pluriverso, come già si è detto. Il conflit-
to è tra l’unità del mondo sotto il dominio di istanze
centralizzate e la pluralità di «grandi spazi» equili-
brati e sovrani.

92. già nei primi decenni del dopoguerra una


coalizione che comprende germania e Italia, nel
cuore dell’Ovest liberale, può contrapporsi all’Est
comunista in chiave non più totalitaria: il raggruppa-
mento degli stati europei avrebbe forse avuto le po-
tenzialità adatte per formare un contrappeso al duo-
polio stati uniti – unione sovietica? In realtà l’idea
di una comunità europea suscita, in una prospettiva
schmittiana, ben poche speranze: essa nasce piutto-
sto quale aggregazione contingente di entità politiche
deboli, inquadrandosi nella logica dei blocchi e rin-
novando la divisione del mondo di Yalta e il protetto-
rato americano sulla parte occidentale. Certamente
nel periodo 1989-1991, in cui si assiste alla riunifica-
zione della germania prima, al crollo dell’unione
sovietica e allo sgretolamento del patto di Varsavia
poi, la struttura politica del mondo avrebbe potuto
mutare radicalmente secondo una prospettiva non
incompatibile con le più ottimistiche previsioni
schmittiane: in una situazione «anarchica» data dal
venir meno dei due blocchi, non si sarebbe potuta es-
cludere l’ipotesi di una esplicita ridesignazione delle
linee generali di ostilità su scala mondiale (seguendo
le possibilità di un «clash of civilizations»), prodromo
virtuale di un nuovo nomos.

95
Emanuele Castrucci

* * *

sOgLIA
SECoNDA APPRoSSIMAzIoNE AD UNA TEoRIA
DEL SACRIFICIo

Il problema fondamentale resta quello di identifi-


care l’ordine simbolico di un’epoca. si tratta di indivi-
duare il punto di raccordo tra l’ordine storico delle
relazioni istituzionali, improntate alla logica del giuri-
dico e del politico, e l’ordine metastorico che «tiene»
la struttura cosmica del vivente. Ogni epoca possiede
un ordine simbolico, ma spesso non ha a disposizio-
ne i mezzi per renderlo riconoscibile (de Maistre a-
vrebbe addebitato senz’altro questa «mancanza di
sensibilità ontologica» alla deleteria, filosoficamente
inconsapevole, perdita illuministica dei requisiti posi-
tivi della méconnaissance). L’antica cultura indoeuro-
pea, e in essa in primo luogo la sapienza vedica, co-
nosceva bene questo ordine e lo denominava ,r ta.

† «Si può ricostruire, fin dallo stadio indoeuropeo,


un concetto estremamente importante: quello di ‘ordine’.
È rappresentato dal vedico r, ta, iraniano arta, avest. aša,
per un’evoluzione fonetica particolare. Si tratta di una
nozione cardinale dell’universo giuridico e anche religio-
so e morale degli Indoeuropei: è l’‘ordine’ che regola sia
l’ordinamento dell’universo, il movimento degli astri, la
periodicità delle stagioni e degli anni, sia i rapporti degli
uomini e degli dei, infine degli uomini tra di loro.
Niente di quello che riguarda l’uomo, nel mondo, sfug-
ge all’impero dell’‘ordine’. È dunque il fondamento sia

96
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

religioso che morale di ogni società; senza questo princi-


pio tutto tornerebbe nel caos»24.

L’Impero cristiano medioevale dei re germanici,


portatore di katéchon, «forza frenante in grado di
trattenere la fine del mondo»25, sosteneva ancora su
di sé un’immagine simbolica complessiva dell’ordine
politico, e in essa stabiliva un ponte tra il saeculum e
il sacro. Non è una inessenziale ricostruzione storio-
grafica quella che schmitt tratteggia all’inizio di Der
Nomos del Erde, ma una consapevole descrizione del-
l’essenza metapolitica, e metatemporale, del simbolo:

«Il fatto che non solo i re germanici, ma anche altri


re cristiani assumessero il titolo di imperator e chiamas-
sero i loro regni imperi [...] non eliminò, bensì confer-
mò l’unità della respublica cristiana, fondata su
Ortungen e Ordnungen, localizzazioni e ordinamenti
certi. [...] Era un’opera del katéchon, con compiti e
missioni concrete, che si collegava ad un regno o ad una
corona, ovvero ad un dominio su un determinato terri-
torio cristiano e sul suo popolo. Era l’elevazione di una
corona, ma non un’ascesa verticale, rettilinea, e quindi
non un regno sopra i re, una corona di corone, e neppu-
re il prolungamento di un potere regio, bensì un incarico
proveniente da una sfera radicalmente diversa da quella
della regalità. L’ imperium è così qui qualcosa che si

24
E. benveniste, Le vocabulaire des institutions indo-européen-
nes. II. Pouvoir, droit, religion, paris 1969 (trad. it. Torino 1976,
pp. 357-358).
25
NdT, p. 44.

97
Emanuele Castrucci

sovrapponeva alle altre formazioni autonome di potere


non diversamente da come – nella medesima situazione
spirituale complessiva – una lingua sacra per il culto,
provenendo da un’altra sfera, si sovrapponeva alle lingue
nazionali»26.

Esiste un collegamento concettuale diretto tra il


simbolo complessivo dell’ordine e il sacrificio necessa-
rio per mantenerlo. Occorre una spesa di energia per
mantenere l’ordine. Il ritualizzarsi della violenza
nelle forme della guerra e del sacrificio costituisce
precisamente la risposta al problema metapolitico
fondamentale di una energetica dell’ordine che viene
fornita dalla società tradizionale27.
dal ,r ta vedico all’idea imperiale dell’ordine per
una via segnata dal dispendio sacrificale di energie: «la
storia si compendia anche in questo: che per un
lungo periodo gli uomini uccisero altri esseri dedi-
candoli a un invisibile, e da un certo punto in poi
uccisero senza dedicare il gesto a nessuno. dimen-
ticarono? Ritennero inutile questo gesto di omaggio?
Lo condannarono come ripugnante? Tutte queste ra-
gioni in qualche modo agirono. poi rimase la pura
uccisione»28.

26
NdT, pp. 46-47.
27
«Il sacrificio essendo l’atto rituale per eccellenza, tutti gli
altri partecipano della sua natura e vi si integrano in qualche
modo, sicché esso appunto determina necessariamente tutto l’in-
sieme della struttura di una società tradizionale, dove tutto per
ciò stesso può essere considerato costituire un vero sacrificio per-
petuo» (R. guénon, Études sur l’hindouisme, paris 1966, p. 263).
28
R. Calasso, La rovina di Kasch, cit., p. 177.

98
LIMITAZIONE O CRIMINALIZZAZIONE

‡ un «prologo in cielo» si era del resto già verifi-


cato tra i pontefici della psicoanalisi del primo Nove-
cento: se freud intendeva colonizzare intellettualisti-
camente la psiche («wo Es war, soll Ich werden»),
Jung riteneva invece indispensabile non contrastare il
compimento del sacrificio («wo Ich war, soll opfer
werden», avrebbe potuto dire).
In seguito, in René girard si avvertirà una sorta di
vincolo a declinare cristianamente le proprie intuizio-
ni fondamentali sulla realtà ontologica del sacrificio,
fino a stemperarle in prospettive dichiaratemente ire-
niche. La bontà dell’intuizione verrà così tradita, lun-
go il cammino, dalla probità dell’intenzione. Ma per
confutare il buon mito cristiano-illuminista dell’eli-
minazione del nesso guerra/sacrificio basterebbe in
realtà riflettere su una breve serie di constatazioni,
nella loro semplice brutalità:

«Che la natura sia scandita da ritorni, respiri del


tempo, testimonia che essa è un oggetto sacrificale. Il
mondo è una parte di sé che la divinità ha distaccato da
sé, lasciando che vivesse secondo le sue regole, e non più
secondo l’arbitrio divino. Ma l’invisibile corda fra la di-
vinità e la creazione non è del tutto recisa: la divinità
può sempre riprendersi il suo mondo e intervenirvi bru-
talmente: l’ordine può obliterarsi, gli astri possono non
tornare. [...] Il sacrificio mira anche a conquistare dalla
divinità il permesso di usare il mondo. La prima conse-
guenza dell’oblio del sacrificio sarà allora che il mondo
verrà usato senza ritegno, senza limite, senza una parte
dedicata ad altro. Ma anche qui la fine si sovrappone al-
l’origine, come un riflesso, quindi rovesciata: dissolto il

99
Emanuele Castrucci

sacrificio, tutto il mondo torna ad essere, senza saperlo,


un’immensa officina sacrificale».
«[...] Gli Aztechi erano continuamente in guerra, ma
non per volontà di conquista. Per loro, la guerra serviva
soprattutto a procurare prigionieri, che poi diventavano
le vittime di sacrifici. Ventimila l’anno, secondo i calco-
li di alcuni studiosi. Rispetto al sacrificio, la guerra era
un derivato. Quando il sacrificio non fu più un’istituzio-
ne, si ritirò nella sua potenza subordinata: la guerra. Nel-
l’agosto 1914 l’intero apparato liturgico del sacrificio fu
tolto ancora una volta dai bauli. Soffiarono via la polve-
re dalle immagini sanguinarie e le posero al centro degli
appartamenti e dei giornali»29.

Il contrappasso che il mondo deve subire per l’al-


lontanamento dalle modalità classiche di ritualizza-
zione della violenza (come era stata la guerre en forme
dello jus publicum Europaeum) è quindi chiaramente
rappresentato dall’estensione, di fatto incontrollabile,
della medesima violenza all’intero corpo della società:
la violenza endemica e senza volto che riconduce il
mondo all’indifferenziato, invertendo quello che la
storia dell’umanità aveva conosciuto come processo
filogenetico di individuazione e differenziazione.

29
Loc. ult. cit., pp. 181-182, 178-179.

100
III

INTORNO ALLA TESI


DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

1. PROSPETTIvE STORIchE SULLA GUERRA GIUSTA

«Si trascinano nelle trattazioni di diritto internazio-


nale da Grozio a Vattel le formulazioni della guerra giu-
sta provenienti dalla Scolastica, e si continua a sostenere
che è lecito condurre una guerra soltanto ex justa causa.
Ma questa è una inutile ovvietà, perché ogni sovrano af-
ferma di essere nel giusto e di avere ragione; perché già
per motivi propagandistici egli non può dire nulla di di-
verso; perché manca qualsiasi istanza superiore di deci-
sione e perché, malgrado le affermazioni riguardanti il
requisito della giustizia, a ogni sovrano belligerante spet-
ta il medesimo diritto di catturare prigionieri e prede»1.

1. Si deve risalire al diritto romano per rintracciare


la prima distinzione giuridica tra guerra giusta e guer-

1.
NdT, p. 190.

101
Emanuele Castrucci

ra ingiusta, e precisamente allo jus fetiale, il cui corpo


normativo, risalente all’età monarchica, sarebbe resta-
to in vigore fino alla tarda età repubblicana. Secondo
le procedure dello jus fetiale, il primo requisito ai fini
della qualificazione di una guerra come guerra giusta
era quello di indirizzare all’avversario la richiesta di
soddisfazione di determinate condizioni, fissando un
termine per avere risposta. Il secondo requisito era
costituito dall’esistenza di una formale dichiarazione
di guerra. Una guerra intrapresa dopo gli atti formali
dell’ultimatum e della dichiarazione poteva essere
qualificata come giusta. La dottrina della guerra giu-
sta, però, non termina con il venir meno dello jus fetia-
le, consolidandosi nel quadro della teologia cristiana.

2. Mentre in origine la chiesa si presenta come


apparato istituzionale di amministrazione di un con-
tenuto kerygmatico incompatibile con qualsiasi for-
ma di esercizio della violenza, considerata in ogni ca-
so illegittima, una volta che il messaggio cristiano di-
viene sotto costantino fondamento religioso del po-
tere civile, inizia contestualmente ad essere teorizza-
ta la dottrina di un bellum justum ispirato dai valori
della religione cristiana.

3. Uno dei primi apporti alla teorizzazione cristia-


na della guerra giusta è contenuto nella dottrina di
sant’Agostino, nella quale si trova enunciato il princi-
pio fondamentale secondo cui l’esercizio della vio-
lenza presente in ogni guerra, per quanto fenomeno
da biasimare nella sua realtà intrinseca, risulta talvol-
ta necessario al fine di rispondere ad una aggressione

102
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

proveniente da un’autorità ingiusta2. Un punto di vi-


sta non dissimile sarà sviluppato da san Tommaso
d’Aquino, che nella Summa postula l’esistenza di tre
condizioni tali da rendere giusta la guerra: 1) la guerra
deve essere condotta non privatamente ma sotto l’au-
torità di un principe (auctoritas principis); 2) deve sus-
sistere una giusta causa (justa causa); 3) è necessario
che alla base dell’agire vi sia una retta intenzione (recta
intentio) di promuovere il bene e contrastare il male.

4. Durante tutto il medioevo l’elenco casistico


delle condizioni formali di esistenza della giusta cau-
sa si sviluppa enormemente, tanto da portare alla lu-
ce più d’un aspetto problematico della questione del-
la giustificazione, al’interno della confessio christiana,
del ricorso all’azione violenta. Resta il fatto che per il
pensiero prevalente tra i teologi medievali e per i ca-
nonisti, qualsiasi disputa circa l’interpretazione o
l’applicazione della dottrina della guerra giusta po-
tesse, e dovesse, essere risolta esclusivamente dal-
l’autorità della chiesa cattolica.

5. con l’avviarsi in Europa del processo di secola-


rizzazione e con il conseguente assorbimento del
problema teologico-morale della giustificazione da
parte degli schemi formali del diritto internazionale
pubblico si rende però via via sempre più evidente il

2
Su cui possiamo limitarci qui a rinviare, per una elementa-
re visione di insieme, a A. Morisi, La guerra nel pensiero cristiano
dalle origini alle Crociate, Firenze 1963, spec. cap. I («La guerra
e i primi scrittori cristiani») e cap. vI («S. Agostino»).

103
Emanuele Castrucci

dato rappresentato dall’assenza di una autorità legit-


timata a valutare i requisiti di una guerra, fino a qua-
lificare quest’ultima come giusta. Nel XvI secolo il
teologo domenicano Francisco de vitoria riprenderà
nelle sue Relectiones de jure belli il medesimo model-
lo di San Tommaso, ripetendo che le condizioni per
l’esistenza di una guerra giusta sono sostanzialmente
le seguenti: a) che questa sia dichiarata dalla «autori-
tà legittima»; b) che sia mossa da una «justa causa»;
c) che sia sorretta da una «retta intenzione».

6. Derivano da ciò tre regole di condotta: chi con-


duce la guerra, anche se legittimato ex titulo, non de-
ve abusare dei mezzi di esercizio; non deve spingersi
al di là dell’obiettivo della restaurazione dei propri
diritti (gli stessi che rendono la sua una guerra giu-
sta); da vincitore di una guerra condotta formalmen-
te in modo giusto, non deve poi farla diventare retro-
attivamente «ingiusta» aggravando oltre misura la
punizione dello sconfitto.

7. Proseguendo nella propria riflessione, vitoria si


chiede se una guerra possa in effetti presentarsi come
«giusta» da entrambe le parti («bellum utrimque ju-
stum»): mentre san Tommaso aggirava l’ostacolo ricor-
rendo ad una problematica distinzione tra buona e cat-
tiva pace, vitoria invece ammette in sostanza la possibi-
lità che due Stati si combattano muovendo entrambi
da una giusta causa, ma mentre l’uno avrebbe a ciò un
reale titolo giuridico, l’altro qualificherebbe illegittima-
mente, per ignorantia, la propria guerra come giusta.
Accade infatti spesso che i sudditi di un sovrano che

104
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

combatte ingiustamente non ne abbiano piena co-


scienza, e seguano il proprio sovrano in buona fede.

8. Sul senso filosofico-politico da attribuire al


pensiero di vitoria sarebbero state in seguito intro-
dotte, assai spesso deliberatamente, dalla critica nu-
merose inesattezze.

«Qui, nel caso di Vitoria, è accaduto che un uomo


appartenente a un ordo, stabilmente collocato al suo in-
terno, abbia elaborato coscienziosamente, quale scrupo-
loso teologo morale e attento insegnante, i suoi pro e
contra. Egli ha esposto a correligionari i suoi pensieri e
inserito le sue conclusioni nell’indivisibile unità sistema-
tica delle sue proposizioni e distinzioni. In seguito, dal-
l’unità di pensiero che è propria di una simile controver-
sia, ad un tempo intracristiana e intraspagnola, altri au-
tori – non cristiani e nemici degli Spagnoli – hanno
estrapolato gli argomenti e le formulazioni che andavano
loro bene quali carte giuridiche vincenti. La forza di un
pensatore la cui scrupolosità a apertura coincidono con
quelle della Scolastica veniva legata al carro di una
causa a lui estranea e spesso perfino nemica. Alla melo-
dia pensata per un testo di devozione cristiana e cattoli-
ca veniva attribuito un libretto profano, di genere com-
pletamente diverso. Ma anche ciò fa parte di quel feno-
meno di eterogenesi delle intenzioni che tanto spesso ve-
diamo operare nella storia dello spirito umano»3.

3
NdT, p. 139. Questa osservazione schmittiana fa giustizia di
molta letteratura su vitoria, sviluppatasi successivamente sulla
base di continue forzature ideologiche, onde utilizzare il teologo

105
Emanuele Castrucci

9. Mentre Grozio approda in sostanza alla mede-


sima posizione espressa da vitoria, Alberico Gentili
va oltre, insistendo sul fatto che una guerra può esse-
re giusta per una parte, ma egualmente giusta per
l’altra. Secondo la dottrina classica della guerra giu-
sta, uno Stato può intraprendere una guerra anche
soltanto per il fatto di aver subito un’offesa da parte
di un altro Stato. Quest’ultimo, attaccato dal primo,
avrebbe a sua volta il diritto di ricorrere all’uso della
forza, ingaggiando una guerra giusta perché corri-
spondente ad un atto di autodifesa4.

10. Il postulato secondo cui è possibile che due


parti belligeranti richiamino entrambe per sé una giu-
sta causa nel farsi guerra, avendo cosi entrambe il di-
ritto di ricorrere alla forza, chiude in un vicolo cieco
la dottrina della guerra giusta del diritto internazio-
nale europeo. In tutti i conflitti armati, infatti, gli Sta-
ti coinvolti sono soliti arrogare a sé il diritto di usare
la forza in virtù della legittimità del proprio titolo,
considerato aprioristicamente giusto.

11. Sarà solo nel corso del Settecento, e poi ancor


più nel corso dell’Ottocento, che la dottrina della
guerra giusta verrà progressivamente abbandonata. Il
dualismo tra guerra giusta e ingiusta perderà definiti-
vamente credito, e il ricorso alla giusta causa, che

spagnolo per una critica volta alla pura e semplice eliminazione


del concetto classico europeo di sovranità. In questo senso pro-
cede anche l’opuscolo di L. Ferrajoli, La sovranità nel mondo
moderno, Milano 1995.
4
A. Gentili, De jure belli, libro I, § vI, pp. 48-52.

106
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

continuerà comunque a perdurare da parte dei singo-


li Stati, finirà per non produrre più alcun effetto giu-
ridico. Nel sistema settecentesco dello jus publicum
Europaeum la guerra interstatale sarà allora «conside-
rata praticamente sempre giusta da entrambe le par-
ti, quale bellum utrimque justum»5.

2. LEGALITà ED EXTRALEGALITà DELLA GUERRA

«I due decenni tra il 1919 e il 1939 videro il tentati-


vo di fondare un nuovo ordinamento giuridico interna-
zionale. Il presidente americano W. Wilson aveva com-
piuto nel corso della conferenza di pace di Parigi il tenta-
tivo più importante di pervenire a tale nuovo ordina-
mento, ma gli Stati Uniti d’America si erano poi ritirati
dall’Europa lasciando i popoli europei al loro destino
politico. Il panorama che segue non intende fornire un
quadro completo del caotico periodo di transizione che
va dal 1919 al 1939, ma solo rispondere alla domanda
se i tentativi di abolizione e di outlawry della guerra, che
si verificarono in questo periodo, trasformano già il si-
gnificato della guerra e sostituiscono la guerra del diritto
internazionale interstatale europeo con l’azione contro
un criminale nel senso del diritto penale»6.

12. Si era fatta forte tra Otto e Novecento l’idea


che la guerra fosse un fenomeno extragiuridico, e che
pertanto non fosse compito del diritto internazionale

5
NdT, p. 190.
6
NdT, p. 351.

107
Emanuele Castrucci

quello di interdirla. W. E. hall scriveva ad esempio in


quegli anni che «il diritto internazionale non ha altra
alternativa che quella di accettare la guerra, indipen-
dentemente dalla giustizia della sua origine, in quan-
to rapporto che due parti possono scegliere di porre
in essere tra di loro, e può occuparsi solo di regolare
gli effetti di tale rapporto»7.

13. Ritenere, però, la guerra come un fenomeno


metagiuridico, per quanto affascinante, è ipotesi pri-
va di fondamento. Se infatti ogni forma di comporta-
mento umano è suscettibile di essere regolato, allora
diventa difficile affermare che il comportamento vio-
lento degli uomini che va sotto il nome di guerra pos-
sa sfuggire ad una qualche regolamentazione giuridi-
ca – spesso in base a buone intenzioni dettate dal-
l’ideologia, tese ad invocare strumentalmente l’«abo-
lizione» tout court della guerra, in opposizione ad una
sua più realistica «limitazione». Il che riuscirebbe
soltanto a far sì che il «nemico reale» diventi il «ne-
mico assoluto».

14. Dinstein ritiene oggi che la guerra possa esse-


re vietata dal diritto internazionale (e in parte lo è
nella carta delle Nazioni Unite), nello stesso modo
in cui nel diritto statale si vieta l’omicidio o si vieta-
no altre condotte violente8. Anche se, come esistono

7
W. E. hall, A Treatise on International Law, New York 19248,
p. 82.
8
Y. Dinstein, War, Aggression and Self-Defence, cambridge
Mass. 2001.

108
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

delle eccezioni scriminanti per quanto riguarda l’o-


micidio, così vi dovrebbero essere anche nei con-
fronti della guerra. Per cui, più che di una proibizio-
ne assoluta, in termini di negazione totale della pos-
sibilità del conflitto, si dovrebbe parlare di una rego-
lamentazione la meno lacunosa possibile di tale fe-
nomeno.

15. In realtà, come è agevole osservare, fino a tut-


to il secolo XIX e fino agli inizi del XX, la libertà de-
gli Stati di ricorrere alla guerra per risolvere le con-
troversie internazionali è stata pressoché assoluta. Il
primo passo importante nella limitazione di tale li-
bertà risale precisamente alle già citate convenzioni
dell’Aja del 1899 e del 1907, nelle quali si invitano gli
Stati ad attenersi al principio generale di non impie-
gare l’uso delle armi, limitandolo a casi di extrema ra-
tio. Resta dunque affidata alla discrezione degli Stati
– legata ad una sorta di stato d’eccezione la cui anali-
si manca completamente, di certo pour cause, nella
letteratura critica del costituzionalismo democratico,
modello a lungo dominante nel campo delle relazio-
ni internazionali –, la scelta di ricorrere o meno al-
l’uso della forza per ricomporre una controversia al-
trimenti non negoziabile.

16. L’efficacia delle due convenzioni citate, che


aprivano, gravide di illusioni, il secolo ventesimo, si
rivela pressoché inesistente nello spazio di pochi an-
ni, già all’alba del primo conflitto mondiale. La prima
grande guerra che coinvolge l’intero pianeta segue di
soli sette anni l’ultima conferenza dell’Aja, e dimostra

109
Emanuele Castrucci

con chiarezza una realtà elementare, ossia che gli Stati


– ma più in generale tutte le entità politica autonome
– non possono rinunciare alla guerra come mezzo, sia
pure estremo, di tutela dei propri interessi.

17. Le distruzioni di massa, il coinvolgimento del-


le popolazioni civili, l’uso di armi chimiche e i primi
bombardamenti aerei, fanno del primo conflitto
mondiale una guerra devastante che né il diritto né
l’ordinamento politico internazionale hanno la forza
di contenere. È soprattutto per questo che dalle trat-
tative di pace che seguirono la fine delle ostilità
emerge con urgenza il problema di istituzionalizzare
un ordinamento internazionale, facendo sì che que-
st’ultimo possa contare sull’azione esercitata da orga-
nismi giuridico-politici in grado di mantenere equili-
brio e stabilità nella comunità degli Stati.

18. In questo contesto ebbe, come è noto, origine


il Covenant della Società delle Nazioni, che diede
luogo alla carta istitutiva di una Lega tra Stati, che
condannava apertamente la guerra proponendo un
progetto di avvicinamento degli Stati con lo scopo di
perseguire e mantenere la pace. Ogni qual volta si
fosse presentata una disputa tra due o più Stati mem-
bri, sarebbe stato il consiglio della Lega a dover in-
tervenire, e tale consiglio, in quanto organo istituzio-
nale «giuridicamente riconosciuto», avrebbe avuto il
compito di ricomporre pacificamente la controversia,
con l’illusione aggiuntiva di farlo ricorrendo a proce-
dure abbreviate.

110
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

19. In realtà, e in ciò consiste il primo problema,


il Covenant, lungi dal possedere un «riconoscimento
giuridico» universale, valeva solo per gli Stati mem-
bri. E per quanto i paesi disposti a far parte della So-
cietà delle Nazioni fossero la maggioranza, rimasero
comunque scoperte vaste aree del pianeta, soprattut-
to relative a territori non statalizzati e sottoposte a
differenti regimi da parte delle grandi potenze. In-
oltre, il paese ispiratore del Covenant, gli Stati Uniti
d’America, si rifiutò come è noto di entrarvi in ma-
niera formale9. Ma in fondo anche gli Stati che aderi-
rono al progetto si dimostrarono alquanto restii ad
accettarne le imposizioni, con le relative limitazioni
nel campo dei rapporti internazionali.

20. Pur nell’enfasi posta dal Covenant sul divieto


della guerra, la guerra non viene comunque mai di-
chiarata del tutto «fuori della legge», anzi, vengono
concessi in alcuni casi ampi margini di legalità a for-
me non secondarie del suo esercizio10. I tentativi di
dichiarare esplicitamente l’outlawry della guerra,
primo tra tutti quello relativo al Protocollo di Ginevra
del 1924, risulteranno per lungo tempo frustrati dal

9
NdT, p. 328.
10
«[...] L’istituzione ginevrina, fondata nel 1919 con i tratta-
ti di pace di Parigi, nota in Germania come Völkerbund, ma me-
glio definibile [...] come “Società delle Nazioni”, [...] non elimi-
na la possibilità di guerre, così come non elimina gli Stati. Essa
anzi introduce nuove possibilità di guerre, stimola guerre di coa-
lizione ed accantona una serie di ostacoli alla guerra nella misu-
ra in cui legittima e sanziona alcune guerre e non altre» (c.
Schmitt, Il concetto di ‘politico’, cit., p. 141).

111
Emanuele Castrucci

rifiuto degli Stati di ratificare le modalità esecutive e i


contenuti formali della dichiarazione stessa11. La tesi
dell’illegalità della guerra riuscirà a passare qualche
anno dopo, nel 1928, con il Patto Briand-Kellogg.

3. IL DIvIETO DELL’USO DELLA FORzA NEI RAPPOR-


TI INTERNAzIONALI (DAL PATTO BRIAND -KELLOGG
ALLA cARTA DELLE NAzIONI UNITE)

«Con il patto Kellogg del 1928 mutò l’aspetto mon-


diale del diritto internazionale. Ciò è più importante di
ogni singolarità normativa o di ogni formulazione pre-
sente in questo patto, più importante dell’interpretazione
della condanna della guerra (to condemn the war) che
esso esprimeva, e più importante anche dell’interpreta-
zione delle numerose riserve, espresse e tacite, in esso
contenute. Ora entrava in scena l’emisfero occidentale e
determinava l’ulteriore mutamento di significato della
guerra. [...]».
«Ma contemporaneamente si inserì da est, nel deter-
minare il mutamento di significato, l’Unione Sovietica.
In questo modo e forze che stavano scardinando il con-
cetto di guerra del diritto internazionale europeo scaval-
carono da ovest e da est gli Stati europei, diventati insi-
curi. La criminalizzazione prese allora il suo corso»12.

21. Il trattato generale sulla rinuncia alla guerra


come strumento di politica internazionale, meglio co-

11
NdT, p. 354.
12
NdT, pp. 366-367.

112
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

nosciuto come Patto Briand-Kellogg, fu firmato co-


me è noto a Parigi nei mesi di agosto-settembre del
1928. Nato come patto bilaterale tra Francia e Stati
Uniti d’America, venne subito sottoposto alla firma
di altri paesi su richiesta americana, affinché il divie-
to della guerra fosse via via esteso all’intera comuni-
tà internazionale. Il patto di Parigi comprende sol-
tanto tre articoli. Già all’art. 1 le parti contraenti di-
chiarano solennemente la loro condanna del ricorso
alla guerra per la soluzione delle controversie inter-
nazionali e la rinuncia ad essa quale strumento di po-
litica estera nelle loro reciproche relazioni. L’art. 2 e-
labora immediatamente dopo il relativo principio, se-
condo cui gli Stati devono utilizzare solo mezzi paci-
fici per risolvere le dispute intercorrenti tra di essi.

22. In sostanza, con il Patto Briand-Kellogg il


diritto internazionale progredisce da uno jus ad bel-
lum ad uno jus contra bellum. Ma nonostante la guer-
ra sia stata proibita dal Patto, essa rimane comunque
«legale» in determinate circostanze. Soprattutto nel
caso della legittima difesa. La legittima difesa non è
oggetto di una norma specifica del Patto, ma dalle
note formali collegate al trattato il diritto di autodife-
sa risulta implicito, di fatto fondamentale ai fini della
firma del Patto da parte degli Stati contraenti. Emer-
ge infatti chiaramente che, qualora uno Stato muova
guerra contro un altro Stato, esso perde tutti i benefi-
ci derivanti dal trattato, per cui lo Stato aggredito
può a sua volta rispondere con l’uso della forza, sen-
za violare con ciò alcun divieto.

113
Emanuele Castrucci

23. Dal medesimo preambolo risulta inoltre che


non solo lo Stato aggredito può rispondere con la for-
za senza violare alcunché, ma tale scriminante viene
estesa anche ad altri Stati, non direttamente coinvol-
ti, che giungano in aiuto dello Stato che si autodifen-
de. viene così in qualche modo affermato nell’enun-
ciato normativo un concetto di autodifesa collettiva,
quasi imposto dal valore attribuito dalla comunità in-
ternazionale alla tutela della sicurezza comune. Man-
ca tuttavia, in modo significativo, l’indicazione del-
l’organismo chiamato a stabilire concretamente se,
nella singola fattispecie, l’uso della forza da parte di
uno Stato contro un altro Stato possa rientrare nella
fattispecie astratta della legittima difesa oppure deb-
ba integrare un’ipotesi di violazione del Patto.

24. Ma nonostante la chiarezza del divieto conte-


nuta nel Patto, la guerra continua innegabilmente a
valere, di fatto, come strumento di politica estera.
Per quanto infatti l’enunciato dell’art. 1 appaia sul
punto chiaro, senza ombra di dubbio interpretativo,
gli Stati – qualificando le proprie guerre non come
nazionali, ma come semplici conflitti settoriali, sorti
su base religiose o ideologiche – continuano egual-
mente a ricorrere ai mezzi bellici eludendo i divieti
del Covenant e del Patto di Parigi. In questo modo
essi aggirano il divieto della guerra come strumento
di politica estera, significativamente qualificata nel
trattato come politica nazionale (national policy) nel
senso della politica nazionale interstatale. Seguendo
questa via interpretativa, il giurista olandese J. h. W.
verzijl giunge a sviluppare esplicitamente la tesi per

114
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

cui, se una parte contraente il Patto non ha modo di


adire un giudice o un arbitro ai fini della risoluzione
di una determinata controversia con un altro Stato,
essa ha tutto il diritto di ricorrere ad uno strumento
tipico di autotutela come la guerra. Si assiste qui, co-
me evidente, alla vanificazione dello spirito del Patto
posta in essere dai suoi stessi contraenti.

25. hans Kelsen continua invece a postulare la te-


si della guerra come sanzione, ritenendo che qualora
la guerra rappresenti la reazione di uno Stato contro
una determinata violazione del diritto internazionale,
presentandosi quindi come sanzione giuridica fun-
zionale al mantenimento dell’ordinamento interna-
zionale, in tal caso essa non dovrà essere qualificata
come semplice strumento di politica estera (dettata da
motivazioni ispirate a national policy), bensì come stru-
mento di politica internazionale, ricadendo pertanto
al di fuori del divieto previsto dal Patto di Parigi.

26. Per ultimo non si deve dimenticare che il pat-


to Briand-Kellogg ha valore solo tra le parti contraen-
ti. Da ciò deriva che una guerra tra Stati non sotto-
scrittori del Patto, o tra uno Stato contraente e uno
Stato non contraente, possa essere considerata in li-
nea di principio (ma di fatto sia sempre considerata)
guerra legittima. I passi, dunque, da compiere per il
raggiungimento della discutibile meta della messa al
bando «per decreto» del ricorso alla violenza bellica
«per raggiunto progresso dell’umanità» sono, nel
quadro politico del terzo decennio del Novecento in
cui il Patto Briand-Kellogg si situa, ancora numerosi.

115
Emanuele Castrucci

Si dovrà attendere un’ulteriore codificazione, quella


contenuta nella carta di San Francisco, istitutiva del-
l’Organizzazione delle Nazioni Unite, per assistere,
nel clima emotivo dettato dalle sciagure del secondo
conflitto mondiale, ad un’estensione giuridica effetti-
vamente globale della criminalizzazione della guerra.

27. La carta delle Nazioni Unite, entrata in vigo-


re nel 1945, dichiarava già in partenza tra i suoi
obiettivi principali quello di rimediare alle manche-
volezze del Patto di Parigi. così ad es. già nell’art. 2,
par. 4, compariva il divieto dell’uso della forza nelle
relazioni internazionali, a partire chiaramente dalla
guerra. La carta delle Nazioni Unite intendeva in so-
stanza chiudere tutte quelle vie di fuga che gli Stati si
erano ritagliati attorno alle lacune del Patto Briand-
Kellogg e del diritto internazionale vigente prima del
1945. Ora il divieto trascende la guerra in senso
stretto, andando a ricomprendere anche le misure vi-
cine alla guerra. D’altro canto, oltre all’uso della for-
za, risulta esplicitamente vietata anche la semplice
minaccia, per quanto solo nelle relazioni internazio-
nali tra gli Stati membri. Eventuali relazioni, oppor-
tunamente dichiarate «intrastatali», avrebbero potu-
to eludere tale divieto.

28. Si nota immediatamente che nell’articolo in


questione si parla di forza, ma non di forza armata,
come ci si sarebbe potuti attendere. In effetti, l’im-
piego nell’articolo del termine «forza» senza ulterio-
ri qualificazioni poteva dar luogo a seri problemi in-
terpretativi, tenendo conto soprattutto della possibi-

116
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

lità di ricomprendere nel concetto di «uso della for-


za» anche il vasto e multiforme insieme delle pressio-
ni, esercitate in primo luogo in campo economico.

4. cONcEzIONI NOvEcENTESchE DELLA GUERRA


GIUSTA. LA TEORIA DI KELSEN E LA QUESTIONE DEGLI
INTERvENTI UMANITARI

29. Kelsen concepisce la guerra come fattispecie


conforme al diritto quando essa si pone come sanzio-
ne ad una violazione del diritto internazionale. In tal
senso la guerra risulterebbe allora permessa solo co-
me reazione ad un atto illecito, e solo se indirizzata
contro lo Stato responsabile di tale illecito13. La guer-
ra, per Kelsen, deve perciò costituire innanzitutto
una risposta, e tale risposta può per ipotesi essere an-
che indirizzata ad uno Stato che, pur nel commette-
re un illecito, non lo fa tuttavia ricorrendo all’uso del-
la forza.

30. In seguito alla messa al bando della guerra (e


dell’uso della forza in generale nelle relazioni inter-
nazionali) da parte della carta delle Nazioni Unite,

13
«L’essere il diritto internazionale considerato o meno come
un vero diritto dipende dalla possibilità di interpretare il diritto
internazionale nel senso della teoria del bellum justum, dalla pos-
sibilità di assumere, in altre parole, che, secondo il diritto inter-
nazionale generale, la guerra è proibita in linea di principio e per-
messa soltanto come sanzione, cioè come reazione ad un illeci-
to» (h. Kelsen, General Theory of Law and State, cambridge
Mass. 1945; trad. it. Milano 1952, p. 345).

117
Emanuele Castrucci

Kelsen aggiusta la propria teoria seguendo i «pro-


gressi» del diritto internazionale: la guerra diviene
adesso, per il giurista austriaco, ammissibile solo co-
me contromisura posta in essere nei confronti di pre-
cedenti azioni di guerra, considerate preventivamen-
te illegittime. La legalità14 della guerra non dipende
dunque più, a questo punto, dalla sua funzione di ri-
sposta ad un determinato illecito da riparare, ma dal
suo essere reazione all’uso indebito della forza, nella
forma di una guerra già esistente, considerata pre-
ventivamente come illegittima.

31. Nei Principles of International Law (1952) lo


stesso Kelsen definisce la sua dottrina come una dot-
trina del bellum justum, dando però – come si è già
osservato – a «justum» il significato di legale, e quin-
di per ciò stesso legittimo. Più tardi J. L. Kunz sosti-
tuirà addirittura il concetto di bellum justum con
quello di bellum legale15. ciò che conta è ormai a que-
sto punto il puro e semplice rispetto delle norme del
diritto internazionale positivo.

«La discriminazione del nemico quale criminale e la


contemporanea implicazione della justa causa vanno di
pari passo con il potenziamento dei mezzi di annienta-
mento e con lo sradicamento spaziale del teatro di guer-
ra. Il potenziamento dei mezzi tecnici di annientamento

14
E quindi anche la legittimità, dato l’appiattimento weberia-
no tra i due concetti, che Kelsen riprende.
15
J. L. Kunz, Bellum justum and bellum legale, in «American
Journal of International Law», 45, 1951, pp. 528, 531.

118
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

spalanca l’abisso di una discriminazione giuridica e mo-


rale altrettanto distruttiva». [...]
«Nella misura in cui oggi la guerra viene trasformata
in azione di polizia contro turbatori della pace, crimina-
li ed elementi nocivi, deve anche essere potenziata la giu-
stificazione dei metodi di questo police bombing. Si è
così costretti a spingere la discriminazione dell’avversa-
rio in dimensioni abissali»16.

32. La questione della «giustezza» della guerra ha


assunto nuovamente tutta la sua pregnanza alla luce
della prassi dei c. d. interventi umanitari, inaugurata
negli ultimi decenni del Novecento. Per quanto non
esista nella carta delle Nazioni Unite una norma che
conferisca ad uno Stato il diritto di usare la forza
contro un altro Stato ritenuto reo di aver violato (o di
star per violare) determinati diritti fondamentali, si è
tuttavia egualmente costituito un vasto movimento
di opinione internazionale che appoggia l’intervento
per motivi dichiarati umanitari, rintracciando le pro-
prie fonti proprio nella carta delle Nazioni Unite17.

33. Alcuni giuristi e filosofi – potremmo dire: da


James Brown Scott a habermas – hanno tracciato un
parallelismo tra la questione contemporanea dell’in-
tervento umanitario e la questione dei criteri della

16.
NdT, p. 430.
17
Il collegamento è comunque piuttosto sottile: esistono cer-
tamente più norme della carta che promuovono il rispetto dei
diritti umani e delle libertà fondamentali, cui si aggiungono le
norme della convenzione sul genocidio del 1948.

119
Emanuele Castrucci

guerra giusta in epoca medioevale. Le due questioni


presentano in effetti somiglianze –: entrambe se non
altro tendono a configurare ipotesi di abuso del dirit-
to posto in essere in nome della giustizia. Il problema
appare distorto alla radice, in ambedue i casi, dal ri-
chiamo a criteri di giustizia che, nella voluta confu-
sione tra il piano morale e giuridico, risultano assai
spesso – come avviene esemplarmente in habermas
– subordinati ad interessi strategici diffusi e radicati,
i quali determinano in realtà la ragione profonda del-
le guerre condotte in nome dell’«umanità»18.

* * *

SOGLIA
POTENzE ARCHETIPICHE

I termini del problema si trovano correttamente


impostati in hillman: le guerre

«sono implacabili comportamenti archetipici, com-


portamenti di un archetipo, governati, posseduti, coman-
dati da Marte [...]. L’inumanità degli uomini mostra gli
dèi in azione, non tutti gli dèi forse, ma sicuramente uno,
il dio della guerra, Ares per i greci, Marte per i romani.
Essi non hanno mai lasciato la terra in virtù della loro

18
cfr. su questi punti E. castrucci, Il discorso sui diritti del-
l’uomo, in Id., Ricognizioni. Quattro studi di critica della cultura,
Firenze 2005, e già precedentemente Id., Retorica dell’universale.
Una critica a Habermas, in «Filosofia politica», 1, 2001.

120
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

trascendenza (come in certa teologia protestante e misti-


ca). Non sono inconoscibili; non sono il totalmente al-
tro. Gli dèi della guerra continuano a rivelarsi lungo tut-
to il corso della storia, provocando battaglie, cavando
sangue, bruciando la terra. [...] Adesso siamo in grado di
vedere che l’inumanità della guerra deriva dalla sua au-
tonomia e che tale autonomia ne disvela la natura di a-
zione mitica, nel cui contesto diventano comprensibili
sia (come sacrificio rituale) lo spargimento di sangue che
la caratterizza, sia la sua peculiare immortalità, il fatto
che non si possa mai farla cessare. L’espressione “schema
di comportamento autoreplicante” richiama le parole u-
sate da Jung per definire gli archetipi: anch’essi dinami-
smi, non dissimili dalle forze viventi, che dominano la
vita umana e le forme della società, anch’essi divinità
onnipresenti e atemporali che irrompono nella storia»19.

«I miti sono la normazione dell’irragionevole. [...]


Per comprendere la guerra dobbiamo arrivare ai suoi mi-
ti, riconoscere che essa è un accadimento mitico, che co-
loro che vi sono immersi sono proiettati in uno stato d’es-
sere mitico, che il loro ritorno da quello stato sembra in-
esplicabile razionalmente e che l’amore per la guerra di-
ce di un amore per gli dèi, per gli dèi della guerra; e che
nessun’altra interpretazione (politica, storica, sociologi-
ca, psicoanalitica) può penetrare [...] fino agli abissi dis-
umani della crudeltà, dell’orrore e della tragedia e fino
alle altezze transumane della sublimità mistica»20.

19
J. hillman, Un terribile amore per la guerra, Milano 2005,
pp. 104, 96, 97-98.
20
Loc. cit., p. 21.

121
Emanuele Castrucci

Tipico del nostro tempo è il maldestro disconosci-


mento di Ares. confinamento dell’aggressività nella
sfera del disordine privato e conseguente rinuncia al-
la possibilità di attribuire funzioni positive all’aggres-
sività stessa. (Reindirizzare l’aggressività: il program-
ma di Konrad Lorenz). L’aspetto funzionale del sacri-
ficio consiste nel concentrare in singoli episodi di ri-
tualità violenta ma regolata (così la guerra en forme)
un potenziale di energia distruttiva altrimenti social-
mente incontrollabile. Di qui la colpevole cecità che
segna la via, lastricata di buone intenzioni, del pacifi-
smo, che pretende di eliminare il negativo semplice-
mente ignorandolo: il suo programma di abolire la
guerra corrisponde all’illusione di abolire la ragione-
vole necessità del sacrificio.
Ragionevole risulta dunque il tentativo di elabora-
re consapevoli strategie di limitazione («Hegung»)
delle forme di esercizio della violenza, riconosciuta
nella sua sostanza inevitabile. (Laddove invece il mo-
ralismo massimalista sarebbe destinato a provocare,
quale contraccolpo, una violenza più sottile – perché
meno riconoscibile – e inoltre socialmente più estesa).
Esistono infatti, e vengono quotidianamente pra-
ticati su scala sociale enormemente estesa, sacrifici
inconsapevoli, che non si riconoscono in altre parole
come tali. L’essenza del sacrificio risiede già tutta
nell’atto del prendere (afferrare, staccare, de-cidere)
una cosa (lo stelo di una pianta, la vita di un anima-
le) per appropriarsene e per inglobarla. Entità spa-
ziale che fagocita entità spaziale. È qui la radice del-
l’elemento appetitivo che costituisce il vivente, deter-
minandone la possibilità di esistenza biologica. Il

122
INTORNO ALLA TESI DELLA OUTLAWRY DELLA GUERRA

nomos della terra prende già avvio di qui. Ogni crea-


zione infatti

«non può avvenire se non partendo da un essere vi-


vente che viene immolato. [...] Quest’unico essere si
trasforma in cosmo o rinasce, moltiplicato, nelle specie
vegetali e nelle diverse razze umane. Una totalità viven-
te esplode in frammenti e si disperde in una moltitudine
di forme animate. In altre parole, ritroviamo qui il ben
noto schema cosmogonico della totalità primordiale,
spezzata e frammentata dall’atto della creazione»21.

Tre risultano essere, in questo senso, le sequenze


in cui si articola quella che potrebbe essere definita
l’ontologia funzionale del nomos della terra:
- prendere/occupare/appropriarsi;
- dividere/ripartire/distribuire;
- produrre/coltivare/allevare.
Nella prima sequenza l’archetipo dinamico di
Ares prevale, libero di dispiegare la sua essenza vio-
lenta (come accade nel processo di appropriazione/
accumulazione originaria di cui parla Marx nel primo
libro del Capitale), su quello statico della Grande
Madre (la justissima Tellus schmittiana), che divide e
distribuisce (seconda figura), ma anche assiste e alleva
(terza figura)22. Il conflitto segna la natura stessa de-

21
M. Eliade, Mythes, rêves et mystères, Paris 1957, p. 47.
22
Un quadro per alcuni aspetti omologo si ritrova in Dumézil
(con particolare riferimento alla sua «ideologia tripartita»): sfera
politico-militare (re)/sfera religiosa e sacrale (sacerdote)/sfera
economica (produttori). Ossia: politica/religione/economia. (cfr.
G. Dumézil, L’idéologie tripartie des Indo-Européens, Paris 1958).

123
Emanuele Castrucci

gli archetipi, lo «scontro tra potenze» che appare


tanto più inevitabile quanto più queste potenze ri-
flettono «idee e concezioni essenziali», come si espri-
me Jung a proposito dell’archetipo della Grande
Madre23.

23
«Non una sola delle idee o concezioni essenziali [manca di
essere] fondata su forme archetipiche primigenie, la cui evidenza
risale a un’epoca in cui la coscienza ancora non “pensava”, ma
“percepiva”. Il pensiero era oggetto di percezione interna, non
era pensato, ma sentito, per così dire veduto, udito come feno-
meno esterno» (c. G. Jung, Archetipi dell’inconscio collettivo, in
Id., Opere, Torino 1980, vol. 9/I, p. 31). Sulle forme archetipiche
primigenie che identificano l’anima terrigena, con evidenti analo-
gie a quanto Schmitt scrive nel Nomos der Erde, cfr. le osserva-
zioni di E. Bernhard, Pensieri sulla natura e la dinamica delle civil-
tà umane. I. Dell’anima terrigena e delle civiltà miste, in Id.,
Mitobiografia, Milano 1969, pp. 45-46.

124
IV

PROSPETTIVE DOTTRINALI
SULL’IDEA DI GUERRA

1. UNA DEfINIzIONE DI GUERRA

«Le odierne scienze naturali forniscono a ogni deten-


tore del potere strumenti e metodi che trascendono il
concetto di arma e, con esso, anche quello di guerra. Lo
sviluppo dei moderni mezzi di annientamento si accom-
pagna al mutamento di significato della guerra. Anzi, lo
rafforza sempre di più. Fino ad oggi esso è andato di pari
passo con il corso della criminalizzazione»1.

1. Già in un’opera classica del giurista Lassa


Oppenheim, risalente ai primi anni del Novecento e
in seguito più volte riedita, si ritrova una analisi teori-
ca del fenomeno-guerra dotata di un grado accettabi-
le di precisione2. Considerare il punto di vista espres-

1
NdT, p. 410.
2
L. Oppenheim, International Law. A Treatise, London 1905
(7th ed. Lauterpacht, London-New York 1952). Il contributo di

125
Emanuele Castrucci

so in quest’opera consente di estendere l’attenzione


all’ambito politologico, e inoltre ai vari modi in cui si
esprime in politica l’aggressività umana originaria –
fenomeno che non può certamente essere fatto rica-
dere sotto il banale interdetto pacifista espresso nella
formula della c. d. «abolizione» della guerra. Come
lo stesso Schmitt avrebbe in seguito osservato, l’at-
tenzione scientifica per il dato elementare della guer-
ra, documentata da una vastissima e ben nota lettera-
tura, ha in realtà prodotto più danni che benefici ai
fini della comprensione reale del fenomeno, e le con-
seguenze di questo fatto non sono state ancora valu-
tate in tutta la loro pericolosità.

2. «War is a contention between two or more


States through their forces, for the purpose of over-
powering each other and imposing such conditions
of peace as the victor pleases»3. In base a questa defi-
nizione di Oppenheim, sintetica ma densa di signifi-
cato, sono dunque quattro le condizioni costitutive
del termine-concetto di guerra: a) deve sussistere un
conflitto tra almeno due Stati; b) questi Stati devono

Oppenheim (1858-1920), giurista tedesco anglicizzato, «consiste


essenzialmente in un aggiornamento dello stile intellettuale, rin-
novato alla luce della migliore letteratura germanica» (S.
Mannoni, Potenza e ragione. La scienza del diritto internazionale
nella crisi dell’equilibrio europeo (1870-1914), Milano 1999, p. 71.
Come Mannoni osserva incisivamente, con Oppenheim «il diva-
rio tra la dottrina inglese e quella continentale si era progressiva-
mente accentuato, al punto di far apparire i gloriosi manuali bri-
tannici altrettanti velieri in disarmo a confronto dell’implacabile
logica sfoggiata dal positivismo corazzato tedesco» (ibidem).
3
Op. cit., ed. Lauterpacht, II, p. 202.

126
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

utilizzare la propria forze armata per la risoluzione


del conflitto; c) l’intento di ciascuno Stato belligeran-
te deve essere quello di debellare lo Stato nemico
(oltre a quello di imporre la pace voluta dal vincito-
re); d) le parti in conflitto devono essere mosse dal-
l’intento di conseguire finalità simmetriche e tenden-
zialmente opposte.

3. Esaminando brevemente i singoli punti si può


osservare quanto segue:
a) Guerra interstatale e guerra interna. – Solo il primo
elemento della definizione di Oppenheim può essere
ammesso senza difficoltà quale elemento costitutivo
del fenomeno corrispondente4. Il diritto internaziona-
le riconosce due diversi tipi di guerra: la guerra inter-
statale (tra due o più Stati) e la guerra interna allo
Stato (bellum intestinum, ossia guerra civile, condotta
tra due o più fazioni all’interno di una stessa compa-
gine statale)5. La quasi totalità delle regole applicabi-
li ai conflitti interstatali e a quelli interni rimane
comunque fondamentalmente diversa. Questo con-
duce a dare ragione ad Oppenheim quando esclude

4
Così già Clyde Eagleton: «one element seems common to
all definitions of war. In all definitions it is clearly affirmed that
war is a contest between states» (C. Eagleton, An Attempt to
Define War, 291 Int. Con. 237, 281, 1933).
5
Come è evidente, l’intera fenomenologia del bellum intesti-
num è sempre stata regolata dal diritto internazionale in misura
limitata. Ma l’intensificarsi del fenomeno in epoca post-statale, e
la maggior ferocia esercitata nei conflitti armati anche all’interno
dell’area europea (si pensi al caso paradigmatico della guerra nei
Balcani negli anni novanta) ha di fatto condotto alla necessaria
espansione delle forme di regolamentazione giuridica.

127
Emanuele Castrucci

le guerre civili dalla propria definizione di guerra. È


inoltre indifferente che ciascuno Stato belligerante
riconosca all’avversario la condizione di Stato.

4. È evidente che uno Stato può risultare coinvol-


to contemporaneamente in entrambi i tipi di conflit-
to, civile ed interstatale, senza alcun collegamento
automatico tra nemici esterni e nemici interni. Cosi,
all’inizio della guerra del Golfo non sussisteva alcun
nesso tra la coalizione internazionale che si era mossa
in soccorso del Kuwait e il conflitto esistente tra i ri-
belli curdi e sciiti e il regime iracheno. Tuttavia la re-
pressione posta in atto dal regime di Baghdad contro
la popolazione civile determinò infine il Consiglio di
Sicurezza a riconoscere l’esistenza di una minaccia
oggettiva alla pace e alla sicurezza nella regione, e i
due piani si intersecarono, con la creazione da parte
della coalizione internazionale di una enclave nel
nord dell’Iraq per la popolazione curda, e quindi di
un’altra enclave, a sud del territorio iracheno, per ga-
rantire la protezione della minoranza sciita.

5. Quella di stabilire una linea di demarcazione


concettuale tra guerra interstatale e interna non è
certamente una questione di poco conto. Se è vero
però che non mancano esempi di guerre interne (o
«civili») divenute poi conflitti interstatali6, è anche

6
La guerra per l’indipendenza dello Stato di Israele, iniziata
il 30 novembre 1947 come guerra civile tra arabi e popolazione
ebraica nel quadro del Mandato britannico in Palestina, divenne
guerra interstatale il 15 maggio 1948 con la dichiarazione di indi-

128
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

vero che la considerazione giuridica dei due casi, e la


conseguente regolamentazione, deve restare distinta.
La disintegrazione della Jugoslavia negli ultimi decen-
ni del Novecento mette in luce una più complessa si-
tuazione, nella quale una guerra civile endemica svi-
luppatasi nel corso del tempo tra diverse etnie, gruppi
linguistici e religiosi, all’interno della struttura formale
determinata dallo stesso territorio nazionale si conver-
te via via in una guerra interstatale a seguito di una
frammentazione del territorio in più Stati indipenden-
ti. Il secondo punto della definizione di Oppenheim
ci suggerisce invece alcune altre osservazioni.

6. b) Guerra in senso tecnico e in senso materiale. –


Allo schieramento di eserciti e all’uso effettivo di ar-
mi corrisponde ovviamente l’essenza stessa della
guerra. Oppenheim sottolinea che la guerra è un con-
tenzioso che trova la sua ricomposizione attraverso
l’aperto ricorso alla violenza ad opera di forze arma-
te. Ma ciò finisce per non apparire in armonia con la
prassi reale degli Stati. La realtà mostra infatti che
esistono due tipi di «guerra» propriamente detta: vi
è una guerra in senso tecnico ed una in senso mate-
riale. La prima è posta in essere a partire dal momen-
to in cui avviene (dovrebbe avvenire) la dichiarazio-
ne di guerra e terminare con un trattato di pace, o
con altri segni formali che indicano l’imminente ces-
sazione del conflitto. La guerra in senso materiale
trascende invece la guerra in senso tecnico. Si instau-

pendenza di Israele e la sua invasione ad opera degli eserciti di


cinque Stati sovrani arabi.

129
Emanuele Castrucci

ra quando iniziano ad aver luogo di fatto le ostilità,


così che l’inizio e la fine di queste possono non coin-
cidere con l’inizio e a fine della guerra in senso tecni-
co. L’uso delle armi o il verificarsi di altri atti ostili
possono infatti precedere la dichiarazione di guerra, o
addirittura aver luogo senza che venga mai dichiarata
la guerra. Non di rado uno Stato che intende risolve-
re una controversia con un altro Stato preferisce non
dichiarare formalmente guerra, così da non dover sot-
tostare alle regole e procedure imposte dal diritto
internazionale. Qui la definizione di Oppenheim in-
contra un chiaro momento di frizione con la realtà dei
conflitti interstatali. L’elemento decisivo è infatti co-
stituito in tal caso dagli atti (di guerra) piuttosto che
dalla dichiarazione formale di guerra. Siamo così di
fronte non ad uno stato di guerra de jure, ma – quasi
sempre – all’instaurazione di un conflitto de facto.

7. Il concetto di warfare include in primo luogo


l’uso delle forze armate, ma si estende all’esercizio
della violenza nelle sue più svariate tipologie. Non è
certamente sufficiente una qualsiasi rottura delle re-
lazioni diplomatiche tra due Stati, così come non lo è
un boicottaggio economico o una pressione psicolo-
gica. La «guerra fredda» ad es. non è mai una guer-
ra in senso materiale, nonostante la minaccia costan-
te del ricorso ad armi nucleari e la conseguente pres-
sione psicologica reciproca esercitata dagli Stati
schierati nei due blocchi contrapposti.

8. c) Guerra totale, guerra limitata e misure vicine


alla guerra. – La terza componente della definizione

130
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

di Oppenheim prevede che l’esito della guerra con-


templi la debellatio del nemico e l’imposizione della
pace alle condizioni del vincitore. Con ciò Oppen-
heim intende operare una distinzione tra utilizzo del-
la forza su larga scala (guerra propriamente detta) e
utilizzo di bassa intensità (misure vicine alla guerra).
Accade spesso che abbiano luogo, tra due o più Stati,
incidenti che includono l’uso della forza, ma non ad
un livello di intensità tale da ingenerare una situazio-
ne formale di guerra. La classificazione di un’azione
militare come guerra o misura vicina alla guerra
dipende largamente dal modo in cui gli stessi antago-
nisti (e non eventuali terzi, e tantomeno organismi
neutrali) valutano i fatti. fintanto che le parti in
causa intendono considerare i fatti come un mero
incidente, e intendono quindi provvedere a che que-
sto venga rapidamente risolto, il conflitto continua
perlopiù a sussistere in altra forma, in altri ambiti,
manifestandosi a livelli solo apparentemente inferio-
ri di intensità.

«Se le armi sono in modo evidente impari, allora


cade il concetto di guerra reciproca, le cui parti si situa-
no sullo stesso piano. È infatti proprio di tale tipo di
guerra il fatto che si dia una certa determinata chance,
un minimo di possibilità di vittoria. Se questa viene
meno, l’avversario diventa soltanto oggetto di coazione.
Si acuisce allora in misura corrispondente il contrasto tra
le parti in lotta»7.

7
NdT, pp. 429-430.

131
Emanuele Castrucci

9. La parte che opta per la guerra può non passare


necessariamente per una dichiarazione formale di osti-
lità, accrescendo però in tal caso l’intensità della vio-
lenza reale posta in essere, dando quindi luogo ad una
guerra in senso esclusivamente materiale. Se lo Stato
A giunge a devastare il territorio dello Stato B, l’inva-
sione viene qualificata come guerra in senso materia-
le, senza considerare la reazione (o l’omessa reazio-
ne) dello Stato B. Un esempio in tal senso è stato for-
nito dalle operazioni militari poste in essere dall’eser-
cito iracheno, che in poche ore invase il Kuwait il 2
agosto 1990, dando vita ad una tipica guerra in senso
materiale. Non sarebbe quindi esatto datare l’inizio
della guerra del Golfo nel gennaio del 1991, quando
l’Iraq fu attaccato dalle potenze occidentali.

10. In realtà la definizione di Oppenheim, con il


suo riferimento alla completa debellatio della parte
soccombente, postula ciò che oggi siamo portati a
chiamare guerra «totale». Spesso una guerra è in-
dubbiamente «totale» nel senso che è condotta con
il fine di imporre una resa «totale» dell’avversario. La
vittoria totale consiste nella capitolazione del nemico
conseguita in seguito alla definitiva disfatta delle
forze armate di quest’ultimo e alla conquista del suo
territorio, accompagnata dall’imposizione dei termini
di pace sul vinto da parte del vincitore. Una vittoria
totale può ritenersi coincidente con la completa di-
sintegrazione della struttura dello Stato nemico.

11. Per quanto però Oppenheim non contempli, in


base al terzo punto della sua definizione, la possibilità

132
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

di guerre limitate, è anche vero che non sempre la guer-


ra tende alla vittoria totale di una delle parti in lotta. In
una guerra limitata il fine da conseguire può consistere
anche solo nella disgregazione di alcuni segmenti del-
l’apparato militare nemico, nella conquista di una parte
del territorio dell’altro Stato, o ancora nell’obbligare il
nemico a mutare il proprio regime politico ecc., senza
mirare quindi ad una vittoria «totale». Non è comun-
que sempre facile distinguere una guerra limitata (in
senso materiale) da una misura vicina alla guerra.

12. La differenza tra i due concetti è relativa: un


maggior uso della forza, il suo impiego per un periodo
di tempo più prolungato, un più esteso teatro delle
operazioni militari sono necessari per poter parlare di
una guerra, anziché di una misura vicina alla guerra.

13. Occorre infine precisare che una guerra non è


«totale» solo quando mira a soggiogare completa-
mente il nemico. Una guerra può essere totale anche
qualora il suo obiettivo risulti limitato. Ciò che in tal
caso rende la guerra «totale» è l’impiego totale delle
risorse militari (umane e materiali), così da assicurare
la vittoria definitiva, da conseguire ad ogni prezzo.
Ma la vittoria «ad ogni prezzo» non va confusa con la
vittoria totale. Per quanto, come è evidente, accada
più spesso che l’impiego massiccio di tutte le risorse
di uno Stato in guerra sia funzionale allo scopo della
vittoria totale sullo Stato nemico, è però senz’altro ve-
ro che uno Stato possa condurre una guerra ad oltran-
za in vista del raggiungimento di un obiettivo più limi-
tato, come ad es. la rettifica di un confine. Possiamo

133
Emanuele Castrucci

allora concludere che una guerra non deve essere


totale per essere una guerra. Vi sono certamente guer-
re totali, ma anche guerre limitate, o soltanto misure
vicine alla guerra, non meno insidiose.

14. La chiave per la definizione di una guerra do-


vrebbe essere ricercata nell’aggettivo «comprehensi-
ve», che Dinstein usa per indicare l’idoneità dell’ap-
parato militare predisposto da uno Stato al fine della
instaurazione di uno stato di guerra8. Di qui all’ulti-
mo punto della definizione di Oppenheim.

15. d) Guerra come fenomeno asimmetrico. – Non


sempre gli obiettivi che spingono uno Stato a muove-
re guerra contro un altro rispecchiano simmetricamen-
te gli obiettivi dello Stato nemico. Talvolta solo lo
Stato aggressore ha come scopo una vittoria totale,
mentre lo Stato aggredito ha un obiettivo molto più
limitato, come ad esempio quello puramente difensivo
di respingere le forze armate del nemico dal proprio
territorio. È il caso della già citata guerra del Golfo:
nonostante l’Iraq avesse tentato di annientare politica-
mente il Kuwait invadendolo, la coalizione dei paesi
occidentali aveva inteso limitarsi a liberare quest’ulti-
mo senza mirare alla conquista, ovvero al sovvertimen-
to della struttura politica, dello Stato invasore.

16. Ciò che determina lo stato di guerra dovreb-


be in realtà essere l’animus belligerendi (o animus bel-
landi) presente negli attori del conflitto. Soltanto

8
Y. Dinstein, op. cit., p. 13.

134
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

quando due o più entità politiche manifestano la vo-


lontà di muoversi guerra reciprocamente – e ciò al di
là degli obiettivi che dichiarano di prefiggersi – si ha
la guerra. Non è pertanto necessario che gli scopi de-
gli Stati belligeranti siano tra loro simmetrici, è inve-
ce sufficiente la predisposizione e l’uso di risorse mi-
litari nella lotta tra quelli. Una volta che le parti in
conflitto manifestano concretamente una loro attivi-
tà in tal senso, l’eventuale simmetria di obiettivi di-
viene – contrariamente a quanto ritiene Oppenheim
– superflua al fine della qualificazione della fattispe-
cie nei termini di uno «stato di guerra».

«Chi è in stato di inferiorità sposterà la distinzione


tra potere e diritto negli spazi del bellum intestinum.
Chi è superiore vedrà invece nella propria superiorità sul
piano delle armi una prova della sua justa causa e
dichiarerà il nemico criminale, dal momento che il con-
cetto di justus hostis non è più realizzabile»9.

17. Si potrebbe a questo punto tentare una provvi-


soria ridefinizione del concetto di guerra. Si potrebbe
definire la guerra come un rapporto di ostilità violenta
posto in essere (ai livelli massimi di tensione nella scala
schmittiana di misurazione dell’intensità di un rappor-
to di dissociazione)10 tra due o più entità politiche, sia

9
NdT, p. 430.
10
«Il significato della distinzione di amico e nemico è di
indicare l’estremo grado di intensità di un’unione o di una sepa-
razione, di un’associazione o di una dissociazione» (C. Schmitt,
Il concetto di ‘politico’, in Id., Le categorie del ‘politico’, cit., p.
109).

135
Emanuele Castrucci

in senso tecnico (inteso quale status formale prodot-


to da una dichiarazione di guerra) sia in senso mate-
riale (conseguente cioè dall’utilizzo di fatto della
forza). Esiste poi un terzo tipo di ostilità, che si inqua-
dra nel complesso contesto del c. d. status mixtus.

18. Quello di status mixtus è un concetto che assu-


me significato alla luce della teoria schmittiana del
nemico nelle relazioni internazionali, laddove
Schmitt fa esplicito riferimento alla celebre massima
«inter bellum et pacem nihil est medium» che Grozio
riprende da Cicerone11. Questa massima riflette quel-
la che era stata l’opinione della scienza giusinterna-
zionalista dominante sino al XIX secolo, fino cioè al
momento in cui un numero sempre crescente di giu-
risti occidentali inizia a riconsiderare la dicotomia
guerra-pace del diritto internazionale alla luce della
moderna prassi degli Stati. È in particolare G.
Schwarzenberger a parlare di uno “status mixtus” 12,
mentre P. C. Jessup sottolinea la necessità, e addirit-
tura l’urgenza, di definire uno stato che sia interme-
dio tra la guerra e la pace13.

19. Nel linguaggio giuridico classico sono ricono-


sciuti solo due status nelle relazioni interstatali, la
pace e la guerra, senza alcuno «stato intermedio».
Tra i due status fondamentali sussistono però delle

11
Cicerone, Filippiche, VIII, I, 4; H. Grotius, De jure belli ac
pacis, libro III, § XXI, I.
12
G. Schwarzenberger, «Jus pacis ac belli», 37 AJIL, 460
(1943).
13
C. Jessup, Intermediacy, 23 ASJG, 16, 17 (1953).

136
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

interferenze, o meglio delle intersezioni, che assumo-


no rilievo particolare in relazione al momento appli-
cativo del diritto internazionale. Accade infatti che in
alcune specifiche situazioni di guerra vengano appli-
cate leggi di pace, mentre leggi di guerra possono es-
sere applicate in determinate situazioni di pace. La
simultanea operatività di leggi di guerra e leggi di pa-
ce determina uno status mixtus. In tempo di pace lo
status mixtus sussiste quando due o più entità politi-
che ricorrono nelle loro relazioni ad un uso limitato
della forza, attuando misure vicine alla guerra. Con-
tinuando a prevalere uno stato di pace, la maggior
parte delle relazioni tra le due entità politiche si svol-
ge secondo leggi di pace, ma i singoli scontri armati
finiscono necessariamente per ricadere sotto l’ambi-
to di norme di diritto bellico (jus in bello)14.

20. In altre circostanze si assiste invece, nelle relazio-


ni tra due o più Stati, ad aperte ostilità che perdurano a
lungo, nonostante le parti in causa continuino formal-
mente a mantenere a pieno titolo relazioni diplomatiche
e rapporti commerciali. In tali situazioni vige di fatto
una situazione di guerra, ma non viene instaurato alcuno
stato di guerra. Manca innanzitutto una dichiarazione
iniziale, quindi un atto formale che permetta di qualifi-
care lo status come guerra in senso tecnico.
Sussistendo però una situazione di guerra in senso
materiale, accade che in questa circostanza le leggi di

14
Sul punto è tuttora da considerare G. Balladore Pallieri,
Diritto bellico, in Trattato di diritto internazionale, a cura di G.
Balladore Pallieri, G. Morelli e R. Quadri, Padova 19542.

137
Emanuele Castrucci

guerra si applichino al momento e nel luogo del conflitto,


ma altre leggi di pace continuino normalmente ad esse-
re osservate, ad esempio nei rapporti commerciali.

21. «La guerra ha luogo, è già iniziata prima di


incominciare, dacché è tenuta come eventuale (cioè
annunciata come un evento non escluso in una sorta
di futuro contingente). Essa è eventuale dal momen-
to in cui è possibile»15.

2. CRITICA DELL’IDEA DI «PACE GIURIDICA MON-


DIALE»

«Ogni ordinamento giuridico internazionale che non


voglia rinnegare se stesso deve tutelare non già lo status
quo territoriale di un determinato momento storico, nel-
le sue molteplici particolarità più o meno casuali, bensì
il proprio nomos fondamentale, la propria struttura spa-
ziale, l’unità di ordinamento e di localizzazione. [...] A
far saltare l’ordinamento non è la guerra in quanto tale,
ma soltanto determinati metodi e scopi nella conduzione
di essa, i quali violano e negano le limitazioni fino a
quel momento accolte. [...] Eliminare o evitare la guer-
ra d’annientamento è possibile solo se si trova una forma
per il misurarsi delle forze. [...] La limitazione, e non già
l’abolizione, della guerra era stata il vero e proprio risul-
tato positivo del diritto, l’unica impresa realizzata dal di-
ritto internazionale»16.

15
J. Derrida, Politiques de l’amitié, trad. it. cit., p. 107.
16
NdT, pp. 226-227, 228, 229.

138
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

22. Il problema della limitazione della guerra è da


sempre strettamente connesso con quello dell’affer-
mazione e del mantenimento della pace e della sicu-
rezza mondiale, e quindi con la questione delle isti-
tuzioni internazionali a tale obiettivo preposte. Ma
mentre il concetto di guerra ha origini assai antiche,
quello di pace risulta in qualche modo inscindibile
dalla modernità, e potrebbe essere definito in termi-
ni paretiani come una derivazione, costruita a partire
dal quadro ideologico dell’illuminismo.

23. La pace, di cui Hobbes aveva ancora una con-


cezione esclusivamente ‘in negativo’, vedendo in es-
sa quel periodo di tempo in cui la guerra non è com-
battuta né è imminente, diviene un costrutto artifi-
ciale nella filosofia (im)politica dell’illuminismo17. Gli
illuministi concepiscono una pace in senso positivo,
idealizzando a tal fine l’ordine internazionale, da cui
ogni forma di guerra doveva risultare assente.
Quest’ordine puro e privo di conflitto, per molto
tempo oggetto soltanto di utopiche aspirazioni da
parte dei pensatori idealisti, negli ultimi due secoli
sarebbe stato via via sempre più considerato, per mo-
tivi in realtà strumentali, un obiettivo praticabile da
parte dei leader politici.

17
Sul nesso che collega, per opposizione, Hobbes alla critica
morale ed antipolitica dell’illuminismo valga il rinvio ad classico
della storia delle idee: R. Koselleck, Kritik und Krise. Ein Beitrag
zur Pathogenese der bürgerlichen Welt, freiburg-München 1959
(trad. it. Bologna 1972).

139
Emanuele Castrucci

24. Nell’opera internazionalistica schmittiana la


problematica della limitazione della guerra si situa
come è noto all’interno della ben più ampia questio-
ne del nuovo nomos della terra, che ruota attorno al-
l’interrogativo sulla possibilità di giungere o meno ad
un ordinamento mondiale capace di assicurare stabi-
lità ed equilibrio alla comunità internazionale: un in-
terrogativo che si sviluppa parallelamente ai grandi
eventi giuridico-politici del secondo dopoguerra (dal-
la guerra fredda al proliferare delle istituzioni ed or-
ganizzazioni internazionali) e socio-culturali (globali-
smo giudiziario, dottrina del cosmopolitismo politi-
co, retorica del pacifismo).

25. La posizione di Schmitt è ben nota e definita:


la guerra fa parte della storia dell’uomo e, ragionan-
do in termini realistici, è pressoché impensabile una
sua estirpazione – come pure è impensabile che l’o-
biettivo utopico della sua estirpazione possa essere
perseguito senza che si verifichino su vasta scala do-
lorose, e del tutto prevedibili, conseguenze (come ad
es. il rischio, assai concreto, di creare sotto la ma-
schera ideologica della pace le basi per una conflit-
tualità esasperata, ossia per un ricorso «diffuso» alla
violenza, dapprima subdolo e strisciante, quindi
destinato ad esplodere con intensità tanto maggiore
proprio perché a lungo negato, fino a sfociare nuova-
mente in uno stato esplicito di guerra, questa volta
totale).

26. Ma se è vero che il fenomeno del catalizzarsi


della violenza nella forma della guerra non può esse-

140
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

re negato, vale a dire estirpato dall’ambito che è pro-


prio dell’esperienza umana, se non al prezzo di vio-
lenze diffuse probabilmente peggiori, ne consegue
che deve essere ripensato seriamente il ruolo delle
organizzazioni giuridiche chiamate al controllo della
comunità internazionale. Queste ispirano la propria
prassi a dichiarazioni di principio assolutamente pa-
cifiste, aborrendo ogni forma di conflitto armato, ma
per una curiosa inversione riconoscendo a sé stesse il
diritto di intervenire militarmente per portare la pace
là dove vi sia la guerra. Istituzioni che ritengono, così
facendo, di possedere l’autorità politica e morale per
decidere su ciò che è giusto, o che non è giusto, per
il resto del pianeta.

27. L’analisi schmittiana è molto esplicita: il


rischio insito in una simile globalizzazione politico-
morale del mondo, posta in essere fin dagli anni del-
l’ultimo dopoguerra dal sistema delle organizzazioni
internazionali, è grave. La pace non può essere impo-
sta né con interventi armati né con missionari, ma –
come già accaduto nello sviluppo storico dello jus pu-
blicum Europaeum – deve essere perseguita ricorren-
do a pazienti e adeguate tecniche di limitazione/ri-
tualizzazione della violenza. Le organizzazioni inter-
nazionali affermano invece una cultura della pace i-
spirata a filosofie politiche idealistiche, che si limita-
no a condannare la guerra sul piano morale e a negar-
la quale fenomeno sul piano teoretico. Posizione che
trova, in campo intellettuale, il suo punto di riferi-
mento essenziale nel pensiero di Kelsen e di
Habermas.

141
Emanuele Castrucci

28. A Kelsen e Habermas si ricollegano, rispetti-


vamente, le dottrine del globalismo giudiziario e del
diritto cosmopolitico. Due differenti dottrine con un
unico comune denominatore: la ricerca di un sistema
giuridico-politico tendenzialmente neutrale, garante
della pace attraverso l’eliminazione della guerra dalla
politica.

29. Sulla base di alcune tesi svolte soprattutto


negli anni ’40 Kelsen, riprendendo l’ideale kantiano
della pace perpetua, giunge a pensare ad uno Stato
federale mondiale, ispirato all’idea di un diritto
cosmopolitico18. Un Weltbürgerrecht che troveremo in
seguito al centro della teoria habermasiana. Sintetiz-
zando, si può dire che il pacifismo giuridico kelsenia-
no comporti due tesi essenziali: una tesi globalistica
e una tesi giudiziaria. Da una parte Kelsen crede che
una pace stabile ed universale possa essere garantita
solo attraverso un sistema giuridico internazionale
qualificato «non primitivo». Dall’altra ritiene che il
fallimento storico sperimentato dal pacifismo istitu-
zionale moderno sia ricollegabile al primato delle
funzioni di governo (facenti capo quindi ad una
«autorità» politica) su quelle giudiziarie.

30. Ma alla fine si ripropone comunque un proble-


ma di applicazione pratica: se la pace è garantita da
un ordinamento giuridico internazionale stabile, pre-

18
Si fa riferimento essenzialmente al percorso che dagli scrit-
ti giusinternazionalistici degli anni trenta va fino al saggio Peace
through Law, Chapel Hill 1944 (New York 19732).

142
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

feribilmente incentrato su una Corte Internazionale


di giustizia, ma allo stesso tempo svincolato da ogni
possibile «autorità» esercitata da potenze economico-
militari, è questa medesima Corte che – non potendo
delegare ad altri l’uso della forza per ottenere l’esecu-
zione delle proprie sentenze – finisce per autoattri-
buirsi le funzioni di superpotenza. (Ma se è vero che
la critica di Kelsen va nel senso di deprecare il fatto
che l’Organizzazione delle Nazioni Unite sia incen-
trata sul Consiglio di Sicurezza e non su una Corte di
giustizia, è anche vero che non si può in alcun modo
ritenere che una Corte di giustizia sia da sola in grado
di garantire la pace e l’equilibrio internazionale).

31. Assai debole si rivela sempre – specie in


campo internazionalistico – ogni forma di kantismo
giuridico, cui sia Kelsen che Habermas, direttamente
o indirettamente, possono essere ricondotti.

«Kant definisce “nemico ingiusto” colui “la cui vo-


lontà, pubblicamente esternata, tradisce una massima
che, qualora diventasse regola generale, renderebbe im-
possibile o stato di pace tra i popoli, perpetuando invece
lo stato di natura. [...] Alla fine si vede che Kant è pro-
priamente un filosofo e un moralista, e non un giurista»19.

32. L’altra dottrina cui si è fatto cenno è quella del


diritto cosmopolitico di Jürgen Habermas, autore di
una teoria ‘impura’ del diritto, nella quale considera-
zioni di ordine storico-sociologico si accavallano ad

19
NdT, pp. 202, 205.

143
Emanuele Castrucci

elementi normativi, sorretti da una generica ispira-


zione kantiana. La «Weltfriedensordnung» concepita
in questo modo da Habermas è il frutto dell’auspica-
to passaggio della comunità internazionale da una
«Lega dei popoli» ad uno «Stato di popoli» (o «Sta-
to cosmopolitico»). Questo passaggio non può esse-
re prodotto per Habermas altro che una riforma del-
l’ordinamento delle Nazioni Unite. Ciò permettereb-
be di garantire, secondo Habermas, un ordine mon-
diale fondato sulla pace, ma occorrerebbe prima di
tutto favorire un radicale processo di democratizza-
zione degli Stati, dal momento che solo uno Stato
democratico potrebbe fornire un quadro adatto allo
sviluppo critico dell’opinione pubblica.

33. Habermas pensa però contemporaneamente al-


la creazione di forze armate neutrali di pronto inter-
vento, al fine di realizzare un ordine cosmopolitico
giusto e pacifico, e chiede che anche gli interventi ar-
mati posti in essere da tali forze si ispirino a motiva-
zioni imparziali, e il loro uso sia preciso e mirato.

34. Habermas giunge insomma a concordare con


Kelsen riguardo all’esigenza di una radicale limitazio-
ne della sovranità degli Stati nazionali, sia interna che
esterna. A questo fine il richiamo al discorso filosofico
dei diritti umani fornisce, come è impossibile non rile-
vare, un notevole fattore ideologico di legittimazione20.

20
Cfr. J. Habermas, Legittimazione tramite diritti umani, in
Id., L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Milano 1998 (su
cui cfr. sopra, cap. III, p. 120, nota 18).

144
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

È evidente, in questo senso, che la garanzia di un or-


dine internazionale giusto e pacifico può essere otte-
nuta solo tramite una centralizzazione del potere in-
ternazionale nella forma di uno Stato mondiale che
assorbe in sé la totalità delle prerogative sovrane degli
Stati nazionali, avviandoli così all’estinzione.

35. Un unico Stato mondiale sembra infatti esse-


re l’obiettivo ultimo perseguito da questa dottrina, in
base alla quale il nuovo ordinamento giuridico uni-
versale, reinterpretato alla luce del primato del dirit-
to cosmopolitico, dovrebbe includere come propri
soggetti tutti gli uomini in quanto persone morali
(con la conseguenza tra l’altro di inglobare in sé ogni
altro possibile ordinamento normativo). Che al cen-
tro vi sia un organo politico o una corte di giustizia,
l’idea portante è sempre quella di una drastica limita-
zione della sovranità degli Stati, compensata però
dalla creazione di un assai problematico «Stato dei
popoli» sviluppato su scala planetaria, in riferimento
all’ancor più problematica presenza di una società ci-
vile mondiale, pensata come universale e unitaria.

3. LA CONNESSIONE CONCETTUALE TRA GUERRA


E POLITICA

36. Dovunque esiste politica esiste conflitto. Alle


origini del pensiero europeo sta il nesso polis/polemos
(arcaico ptolis/ptolemos, termini di medesima radice
indoeuropea *pt), con cui i greci usavano designare
rispettivamente l’aggregazione politica ed il conflitto
armato. Tale connessione costituisce il punto di par-

145
Emanuele Castrucci

tenza della teoria schmittiana del politico. Teoria in


realtà già proposta, a partire da Machiavelli e Bodin,
dalla scuola cinque-seicentesca della ragion di Stato,
in cui appare già del tutto evidente che l’attività poli-
tica è animata principalmente da una distinzione,
quella tra amico e nemico. Dietro a questa distinzio-
ne, come osservava Gianfranco Miglio, sta «la tesi se-
condo la quale, tanto più sono compatte le sintesi po-
litiche, quanto più esse sono impegnate in un conflit-
to con un nemico esterno», cui segue l’aggiunta si-
gnificativa: «Bodin va molto innanzi a questo propo-
sito, perché consiglia addirittura di impiegare in
guerre esterne quella parte dei sudditi che si rivelas-
se più irrequieta all’interno della république e minac-
ciasse di incrinarne la coerenza»21.

37. Qualche secolo dopo, Carl Schmitt recupera


tale distinzione e la pone al centro della teoria del
‘politico’. La contrapposizione amico/nemico diviene
il criterio fondamentale per la comprensione delle
categorie del ‘politico’. E la guerra rappresenta, in
questo contesto, lo stato di massima tensione di que-
sta forma di rapporto fondamentale (amicizia-inimi-
cizia), che ha risvolti ontologici che si radicano nella
storia della salvezza22. Se la Chiesa ha infatti esercita-

21
G. Miglio, Guerra, pace, diritto. Una ipotesi generale sulle
regolarità del ciclo politico, in Id., Le regolarità della politica,
Milano 1988, II, pp. 764-765.
22
Cfr. C. Schmitt, Drei Möglichkeiten eines christlichen Ge-
schichtsbildes [= Drei Stufen historischer Sinngebung], «Univer-
sitas», 8, 1950 (trad. it. in Id., Un giurista davanti a se stesso. Saggi
e interviste, Vicenza 2005).

146
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

to nel pensiero cristiano la funzione ‘politica’ essen-


ziale di arginare il mysterium iniquitatis per affermar-
si quale forza frenante (katéchon) capace di limitare
gli effetti del male nell’eone della storia umana23, co-
sì, in modo analogo, lo Stato ha avuto bisogno del
nemico e della guerra, elementi costitutivi senza i
quali avrebbe perso ogni significato politico, ovvero il
suo proprium, riducendosi ad un mero apparato bu-
rocratico per l’azione sociale.

38. forme storiche di ‘guerra limitata’. Nella


lunga fenomenologia delle forme in cui avviene la li-
mitazione: dalle lotte tra le poleis greche prima delle
guerre del Peloponneso, ai conflitti della società ca-
valleresca, alla guerra dell’Ottocento borghese e più
tardi delle convenzioni di Ginevra e dell’Aja, si regi-
strano regolarità inattese. Classi politiche coinvolte e
contrapposte nella guerra in forma hanno in comune
tra loro una chiara omogeneità dello stile di vita e
delle ‘tavole di valori’, una tendenza ad usare l’effet-
to aggregante del conflitto bellico e un senso di soli-
darietà contro un ‘terzo’ nemico, potenziale ed e-
mergente.

23
S. Paolo, II Tess., 2. Cfr. NdT, pp. 42-43, ma anche, per un
originale approfondimento interpretativo del testo, J. Taubes,
La teologia politica di S. Paolo, Milano 1997, e M. Cacciari,
Commento teologico-politico a II Tessalonicesi 2, in Multiformità
ed unità della politica, a cura di L. Ornaghi e A. Vitale, Milano
1992. A questi si aggiunga ora T. Gazzolo, Il katéchon come con-
cetto teologico-politico. Nichilismo e trascendenza nella filosofia
della storia di Carl Schmitt, in «Riv. internazionale di filosofia del
diritto» 3, 2010.

147
Emanuele Castrucci

39. finché sono presenti questi elementi comuni,


la guerra viene pensata, e poi praticata, come gioco,
come procedura interna ad una civiltà, preposta alla
risoluzione dei conflitti altrimenti non componibili,
comunque mai estremi.

40. Considerazioni che conducono ad un’ulterio-


re analisi, quella dell’analogia fra ‘guerra limitata’ e
fair play. In ogni sistema politico la lotta per il potere
viene condotta escludendo il ricorso ai mezzi ultimi.
Le frazioni concorrenti della classe politica (che han-
no in comune gli elementi di cui si è parlato a propo-
sito della «guerra limitata») accettano una procedura
che regola la competizione per l’alternanza al potere,
che non solo non prevede l’eliminazione fisica della
parte temporaneamente perdente (come nella guerra
civile), ma garantisce una determinata probabilità di
alternanza.

41. I risultati dell’analisi sulle regolarità della guer-


ra trovano conferma ex adverso nell’analisi del termi-
ne-concetto di ‘pace’. L’idea di pace appartiene alle
componenti ideologiche definibili come «antirealtà»:
aspirazioni utopiche che negano un aspetto essenzia-
le dell’obbligazione politica (in primo luogo il nesso
indissolubile guerra-politica). Quest’idea prende for-
ma dalla negazione radicale della politica: qualcuno
sogna di non avere nemici e non dover quindi ricorre-
re mai alle armi (ossia ai ‘mezzi ultimi’ per la risolu-
zione di conflitti rivelatisi non negoziabili)24.

24
G. Miglio, Guerra, pace, diritto, cit., p. 776.

148
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

42. Come riteneva esattamente Gianfranco Mi-


glio, lo sviluppo ideologico di quest’idea parte dalla
grande speranza borghese ottocentesca di annullare
l’obbligazione politica (il patto di fedeltà) sostituen-
dola con un puro contratto-scambio. Speranza che
sorregge per lungo tempo il progetto dei giuristi di ri-
solvere la politica (e con essa l’intero ambito del ‘po-
litico’) nel diritto.

43. La testimonianza più significativa di questo


percorso ideologico è senza dubbio quella data da
Benjamin Constant nel 1814, quando nel suo celebre
pamphlet su Conquista e usurpazione profetizza che
l’estensione su scala mondiale dei rapporti commer-
ciali, con l’intrecciarsi degli interessi, renderà impossi-
bili le guerre, stabilendo sulla terra una sorta di pax
mercatoria universale. Ma proprio in virtù di questo
modo di pensare la pace quest’ultima può diventare
addirittura lo scopo che legittima la guerra: si impone
ai nemici di aderire alla propria ideologia attraverso
l’uso delle armi, allargando così la sintesi politica, o
creando almeno un grande spazio dove regni la pace.

44. Antico paradosso: la pace può presentarsi


come causa della guerra: si muove guerra contro chi
non vuole la pace, in modo da costringerlo a «vivere
in pace».

45. Va probabilmente riconosciuto che condizione


essenziale per evitare la guerra totale, nella quale non
compare più alcun limite all’aggressività né valgono
regole umanitarie, è riconoscere la guerra come sboc-

149
Emanuele Castrucci

co naturale della conflittualità, dimensione ritualizza-


ta della violenza indissociabile dalla (e forse indi-
spensabile alla) natura umana, prima ancora che alla
società politica25.

46. «L’etologia (e prima ancora la paleontologia)


hanno dimostrato la continuità strutturale tra la pri-
mitiva ‘caccia grossa’ e la guerra fatta dalle organiz-
zazioni politiche più evolute, come procedure per
procurarsi sicuro sostentamento. Dal punto di vista
istituzionale si passa probabilmente dal nemico divo-
rato (perché assimilato alle altre prede animali) al ne-
mico ucciso (perché concorrente pericoloso) al nemi-
co risparmiato per utilizzare il suo lavoro (farsi man-
tenere dallo schiavo di guerra. Storicamente il ‘pri-
gioniero di guerra’ è inizialmente soltanto il nemico
risparmiato. E dal ‘prigioniero’ evolve la figura dello
‘schiavo’ in tutte le sue forme. [...] La titolarità della
sovranità, come si estrinseca nella possibilità di sce-
gliere il nemico, si esplica anche nel diritto di rispar-
miare e proteggere il nemico vinto»26.

4. PACIfISMO E NUOVE GUERRE

47. La filosofia politica non è mai riuscita a dare


una definizione della pace che prescindesse dalla guer-

25
«Tale natura non può essere cambiata, né soppresse le sue
energie: possono solo essere dirottate» (K. N. Waltz, Man, the
State and War, New York 1959; trad. it. Milano 1998, p. 16).
26
G. Miglio, Guerra, pace, diritto, cit., pp. 770-771.

150
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

ra. La pace risulta sempre definita come «assenza di


guerra», quindi mai in modo positivo, ma solo negati-
vo. In essa va probabilmente riconosciuto un costrut-
to artificiale partorito dall’illuminismo, ovvero la pro-
iezione razionalisticamente filtrata di un desiderio.

48. Sui giornali tedeschi dei primi anni venti si


leggeva: «Vi è qualcosa di più terribile della guerra, è
la pace comprata con la legge». Se questo fosse an-
che solo minimamente vero, allora il binomio pace-
giustizia, pilastro del pacifismo ed emblema del dirit-
to internazionale contra bellum, non apparirebbe più
del tutto indissolubile. (Prima dell’affermarsi del
conflitto nucleare la guerra ha svolto talora compiti
non distruttivi, ad es. riportare elementi di giustizia
nell’ambito di una pace ingiusta e socialmente avvi-
lente, proprio come nel decennio successivo al primo
conflitto mondiale).

49. Si sviluppa dall’antichità ad oggi una linea


ascendente di condanna della guerra. Se l’ebraismo
primitivo definisce Yahveh come il «Dio degli eserci-
ti», esaltandone la natura violenta, quale elemento di
creazione e distruzione, già al tempo dei profeti la
guerra corrispondeva invece ad una calamità, venen-
do vista come il castigo di un dio vendicativo, che de-
sidera essere adorato nel timore. Cristo stesso ricor-
da di non essere «venuto a portare la pace sulla terra,
[...] ma la spada» (Mt, 10, 34-39). Non è certamen-
te questo il Cristo cui pensa l’Abbé de Saint-Pierre
nel manifesto di condanna della guerra contenuto nel
celebre Progetto di pace perpetua (1713), e neppure il

151
Emanuele Castrucci

Cristo pensato dal cristianesimo secolarizzato del


primo Ottocento, segnato dalla nascita delle «società
per la pace» inglesi («Peace-Societies»), nelle quali si
realizza l’originario spirito anti-romano della Riforma.

50. È interessante osservare la strana eterogenesi


dei fini per cui nel tardo Settecento europeo la con-
danna totale, pacifista e illuminista, della guerra si
accompagna alla guerra totale (proposta dalla Rivolu-
zione francese), alla quale intenderebbe curiosamen-
te fungere in philosophicis da contrasto e da risposta.
Tutto l’Ottocento patirà questa contraddittoria com-
presenza di anelito pacifista e di furore repubblicano,
coltivato, come nella terza repubblica francese, nella
costante venerazione dello spirito rivoluzionario. Sa-
rà proprio a Parigi che, alla fine del secolo, si terrà il
primo Congresso per la pace (1889), mentre dodici
anni dopo, in un’Europa beatamente inconsapevole
di ciò che di lì a poco doveva accadere, veniva istitui-
to da sua maestà il re di Svezia il premio Nobel per
la pace (1901).
Puro compimento, nell’ottusità generale, dello
spirito protestante.

51. Ma se è vero che un imponente movimento


pacifista ha ormai catturato quasi per intero lo spazio
dell’opinione pubblica, d’altro lato è anche vero che
un buon numero di studiosi ha avvertito negli scorsi
decenni il bisogno di ristabilire conoscitivamente il
significato della guerra per la società. Dall’avvio della
ricerca etologica e sociobiologica in poi, la guerra ap-
pare nella sua essenza di fenomeno terribile ma anche

152
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

affascinante per la sua dura realtà archetipica, Ares


ciclicamente riemerso, essenzialmente distruttivo ma
anche necessario.

52. Da un punto di vista antropologico non si può


affatto negare l’ipotesi che vede nella guerra il risul-
tato di una combinazione di elementi su cui poggia
l’essenza stessa dell’umano. Carl Schmitt teme in
questo senso le conseguenze della negazione giuridi-
ca della guerra, ritenendo che la soppressione ‘clini-
ca’ dell’insieme di pulsioni che appartengono all’uo-
mo possa, in tempi anche brevi, condurre ad una
nuova esplosione della violenza primordiale, che re-
sta come inscritta nel patrimonio genetico dell’uma-
nità. In questo senso, perdere le norme di condotta
che tradizionalmente hanno regolato la guerra, per
effetto dell’estinzione delle autorità che le avevano
poste, porta inevitabilmente alla trasformazione del
fatto bellico in fatto belluino (della belva).

53. La guerra assume allora l’aspetto di una lotta


all’ultimo sangue, che tende alla distruzione totale
del nemico, non diversamente da come era accaduto
all’inizio della storia umana quando le pulsioni erano
esternate in tutta quanta la loro ferocia, anche se il
più delle volte in relazione ad una semplice lotta per
la sopravvivenza. È quindi importante continuare a
porre l’interrogativo sulla realtà ontologica della
guerra, al di là della funzione evidente, che questa
svolge, di definire i confini tra le comunità o i gruppi
sociali e risolverne le tensioni quando il ricorso ad
altri strumenti, giuridici o diplomatici, è stato vano.

153
Emanuele Castrucci

54. Una indubbia valenza positiva della guerra è


stata classicamente individuata nella situazione di sta-
bilità politica e sociale che si raggiunge una volta che
questa si sia conclusa. Non vi è bisogno di ripercorre-
re la dinamica sociogenetica di Totem e tabù per com-
prendere che quando termina una guerra, il periodo
che segue è un periodo generalmente contrassegnato
dalla rimozione della violenza trascorsa, e dalla ten-
sione verso un equilibrio più stabile, ma soprattutto
nuovo. Caratteristica essenziale delle guerre è di
rivoluzionare l’assetto socio-politico dei gruppi o
delle compagini istituzionali che ne sono coinvolte.
Le classi dirigenti cambiano, emergono nuovi ceti,
scompaiono o sprofondano altri ceti soccombenti.

55. Un notevole collegamento è quello che si isti-


tuisce tra guerra e progresso tecnico. Anche le cor-
renti dottrinali più faorevoli al pacifismo hanno
dovuto ammettere che «la guerra serve al progresso
tecnico. Che le capacità inventive dell’uomo siano
stimolate dalla ricerca di mezzi sempre più potenti
per vincere e distruggere l’avversario, è un’antica
constatazione che ha ricevuto continue conferme»27.
E il progresso tecnico, a sua volta, crea i presupposti
per le più incisive modificazioni sociali. Ma è anche
la stessa tecnica militare a gettare le basi a storiche
trasformazioni socio-strutturali, come ritiene Bou-
thoul28.

27
N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Bo-
logna 1984, p. 74.
28
G. Bouthoul, op. cit., p. 164.

154
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

56. Nell’ultimo cinquantennio l’insistenza con cui


l’ideologia pacifista ha trasformato il diritto interna-
zionale in un diritto contra bellum ha comportato il
dilagare, in vaste aree del pianeta, di numerose sotto-
specie di guerra, la cui fenomenologia è da tempo
ben nota, come la guerriglia, la guerra civile e il terro-
rismo. Esse, come ricorda Schmitt nella sua Theorie
des Partisanen, sono ben più crude e spietate della
guerra classica inter justos hostes, perché condotte
senza il rispetto di alcuna regola, criminalizzando a-
pertamente l’avversario. Ovunque prevale il senso di
impotenza prodotto da una sotterranea domanda di
guerra, che non può tuttavia essere apertamente sod-
disfatta.

57. Si torna così, in seguito ad un percorso circo-


lare, al tema dell’appartenenza della guerra alla natu-
ra originaria dell’essere umano in quanto organismo
vivente. Quando l’uomo ricorre ad essa, di rado lo fa
per cause oggettive talmente impellenti da renderla
necessaria. James Hillman direbbe: la potenza di
Ares. È altresì vero che se cause oggettive non basta-
no a scatenare una guerra, non bastano nemmeno la
volontà del principe, del re, della classe dirigente.

58. Entra qui in gioco l’intreccio di Eros e Thana-


tos, che freud intravede a proposito dell’intento del-
l’uomo di proteggere «la propria vita distruggendone
un’altra»29. Si tratta delle due pulsioni costitutive del-
l’azione umana: Eros si manifesta talvolta nel sacrifi-

29
S. freud, Perché la guerra?, Torino 1975, p. 295.

155
Emanuele Castrucci

cio della propria vita in difesa dell’oggetto del proprio


amore, Thanatos nella distruzione fine a se stessa.

59. La schiera innominata delle maschere e dei


teschi che segue la Madre Terra assassina nel presago
Kubin del 1904. Il volto deforme e tumefatto di
Isabel Rawsthorne nel ritratto di Bacon del 1964.
Kubin amico di Konrad Weiss, presenza costante nel
Glossarium schmittiano.

60. Il pensiero del giurista Schmitt si collega, in


questo contesto, a quello dell’antropologo Eibl-
Eibesfeldt. Entrambi partono dal dato di fondo per
cui l’aggressività (che non coincide col fenomeno-
guerra, ma col più ampio bisogno umano di espri-
mere nel conflitto la propria aggressività) può essere
considerata un istinto innato dell’uomo. Mentre però
l’antropologo dubita sul fatto che si tratti di un desti-
no ineluttabile30, il giurista ritiene invece (con timore)
che di destino, in qualche sua forma, si possa parla-
re. Di qui la ferma contestazione schmittiana della
possibilità di estirpare il male mediante la sua semplice
negazione giuridica. La forma logica della tesi negazio-
nista è: «non deve essere, quindi non è». Evidente de-
bolezza dell’assunto.

61. Se gli argini di un fiume vengono ristretti, o le


fondamenta di un palazzo costruite attorno a pilastri
completamente immobili, la prima piena o il primo

30
I. Eibl-Eibesfeldt, Etologia della guerra, Torino 1983, pp.
166-175.

156
PROSPETTIVE DOTTRINALI SULL’IDEA DI GUERRA

terremoto causeranno danni enormi. Non si può


quindi che concordare con Schmitt quando questi
ritiene spia del decadimento di una civiltà la rimozio-
ne dall’ambito giuridico di una possibile teoria della
guerra.

62. Manifesta così tutta la sua pregnanza la teoria


dell’amico/nemico. Annullare la guerra significa an-
nullare la distinzione amico/nemico. Il nemico scom-
pare assieme al proprio complementare con l’elimi-
nazione dell’esperienza-limite della guerra. Il ‘politi-
co’ perde in questo modo la sua valenza esplicativa
riguardo alle origini del comportamento umano. De-
cade a mera tecnica, mentre la pulsione originaria al-
l’aggressività finisce per essere respinta e ignorata. Le
conseguenze sono devastanti: emerge la figura del
nemico assoluto, qualcosa che va contro l’umanità,
una forma criminale da combattere fino alla sua com-
pleta distruzione.

157
francis Bacon, Study for a portrait (Isabel Rawsthorne) (1964).
Alfred Kubin, Mutter Erde (1904).
EPILOGO

«L’essenziale è che la definizione della guerra proce-


da dal tipo del nemico»1.
«Dovunque nella storia politica, di politica estera
come di politica interna, l’incapacità o la non volontà di
compiere [la distinzione tra amico e nemico] appare
come sintomo della fine politica»2.

1. È evidente come la storia umana vada di pari


passo con la storia della guerra, della sua regolamen-
tazione, e dei tentativi di limitarla ed umanizzarla. A
questo fine ben poco hanno aggiunto le ideologie dei
«diritti umani». È infatti difficile osservare obiettiva-
mente la guerra nell’epoca in cui le sue condizioni di
possibilità vengono formalmente negate. La tecnica si
è sostituita al braccio armato del soldato e ha preso il

1
NdT, p. 196.
2
Il concetto di ‘politico’, cit., p. 155.

163
Emanuele Castrucci

posto del valore militare, del coraggio espresso in bat-


taglia, del sentimento della lotta per la salvaguardia
di qualcosa di cui si è ‘persuasi’. Le guerre continua-
no comunque a trovare legittimazione anche ai nostri
giorni: basta ridenominarle «azioni umanitarie».

2. Gli strateghi affermano che se dovesse scoppia-


re una terza guerra mondiale, non si andrebbe oltre
il secondo colpo, cinque minuti al massimo. Einstein
diceva di non sapere come sarebbe stata combattuta
la terza guerra mondiale, ma di saper bene come
l’uomo avrebbe affrontato la quarta: con le pietre e i
bastoni. Prevedere un rischio non equivale però an-
cora a scongiurarlo.

3. La violenza che porta il primate non ancora del


tutto ‘umanizzato’ ad uccidere un altro essere viven-
te, ed eventualmente a cibarsene, si trasferisce da
una generazione all’altra a tutti i livelli del processo
evolutivo. Viene affinata e ridotta a strumento in ba-
se alle esigenze di stadi evolutivi sempre più com-
plessi. Diviene oggettivamente funzionale nella prati-
ca grazie alla capacità di astrazione conquistata dal-
l’uomo ‘evoluto’. Residui di cannibalismo elevati dal-
l’arte dell’intelletto.

4. Intelligenza e raziocinio fanno di questa violen-


za originaria uno strumento insostituibile per il pro-
cesso di civilizzazione. Riemergono in ogni caso, in
tutte le fasi ulteriori, i ben noti residui archetipici:
nella sua forma originaria, la guerra si configura co-
me un fenomeno in cui due gruppi di uomini, maschi

164
EPILOGO

guerrieri componenti l’orda primigenia, danno sfogo


alla loro aggressività identificandosi reciprocamente
come nemici, battendosi inoltre sullo stesso piano e
con armi pressoché identiche3.

5. Il fenomeno guerra è nella sua essenza del tutto


atemporale, e ci ricorda l’Ur-phänomen, l’ Ur-pflanz di
cui parlava Goethe. Si è detto del dualismo freudia-
no di Eros e Thanatos, quale fonte di vita e di morte,
e perciò simbolo di guerra4. Il paradosso costituito
dalla convivenza, nella fenomenologia della guerra,
di esplosione vitale e di spinta profonda all’annienta-
mento della vita trova la sua simbologia nelle due
forze avverse che Empedocle chiamava filía e neikos:
l’amore e l’odio5. Esse sono le due potenze archetipi-
che che agiscono nell’impresa bellica in analogia a
quanto avviene nel processo conoscitivo. La prima
rappresenta l’immersione ‘erotica’ nell’oggetto da co-
noscere, il secondo è invece la forza che separa l’og-
getto dall’ «io» che lo conosce.

6. Numerose culture prevedono il verificarsi di


eventi storici di particolare rilievo, tali da originare
una cesura, che spesso assume la forma di un sacrifi-
cio cruento. Chi sopravvive al sacrificio ha il compito
di garantire che l’evento storico trovi la sua realizza-
zione. Nella cultura giudaico-cristiana il fondatore
della comunità (retta da leggi) è lo stesso Caino, il
3
E. Canetti, Massa e potere (1960), Milano 1981, pp. 118 ss.
(«La muta di guerra»).
4
S. Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, Torino 1985, p. 385.
5
Cfr. I. Eibl-Eibesfeldt, Amore e odio, Milano 1971.

165
Emanuele Castrucci

fratricida, che tuttavia è al tempo stesso il costrutto-


re di città, il colonizzatore e legislatore. Sempre nel
Vecchio Testamento Yahveh è indicato quale il «re
degli eserciti».

7. Alle origini della violenza, e più sottilmente nel-


la guerra, va riconosciuto un rito espiatorio carico di
sacralità. Nella violenza ‘formale’ ritorna il dualismo
empedocleo filía/neikos. Amore per la patria e per i
propri consanguinei, sviluppo del coraggio da una
parte, odio, morte e demolizione dell’«estraneo che
ci pone in gioco» dall’altra. Le due forze si alimenta-
no reciprocamente, generando dapprima un caos, da
cui avrà origine, forse, in seguito un kosmos (o, altri-
menti detto, un nuovo nomos).

8. «Dietro i fronti vermigli che per la prima volta


hanno saldato il globo con cuciture incandescenti si
stendevano le grigie profondità senza luce degli
eserciti del lavoro» – sono le parole con cui Ernst
Jünger, ultimo tra i moderni, dipinge quella che è
stata definita «guerra post-moderna»6. Ma questa
guerra post-moderna, che Jünger definisce insieme a
Schmitt come guerra civile mondiale, è la guerra che
non ha vincitori, e soprattutto tende a non avere li-
miti. Non è più la guerra dei militari, è la guerra di
tutti, e soprattutto è la guerra dei civili. I civili diven-
tano come il partigiano di Schmitt, irregolari, irrico-
noscibili, insidiosi, occulti, il peggiore dei nemici
possibili.

6
E. Jünger, La pace, Parma 1993, p. 11.

166
EPILOGO

9. Si rivivono quegli aspetti della guerra civile che


l’epoca della statualità era riuscita faticosamente ad
abolire. Lo Stato garante della pace interna e signore
della guerra esterna ha cessato definitivamente di esi-
stere. Quanto ai progetti di un super-Stato, o Stato
mondiale, essi non fanno che confermare la tenden-
za, che è tipica del nuovo ordine mondiale, a negare
formalmente il problema, con il preciso intento di na-
scondere il rischio della caduta in un conflitto sempre
più esteso, modellato sullo schema della guerra civile
mondiale.

10. Limitare la guerra, ma non abolirla, regola-


mentarla alla luce delle nuove tecnologie militari, ma
non negarne l’esistenza, questo è stato il grido d’al-
larme lanciato, oltre mezzo secolo fa, da Carl
Schmitt. La situazione che si profila oggi è viceversa
contraddittoria: più ci si volge contro la guerra in
senso assoluto, mirando alla sua negazione, più si fa-
vorisce una tendenza, all’interno, a convogliare la
propria aggressività naturale in fenomeni paralleli al-
la guerra. Oggi la guerra è concepita solo come stru-
mento di ‘difesa’ contro qualsiasi entità organizzata,
preventivamente qualificata come nemico dell’uma-
nità, in quanto rea di aver commesso, o anche solo di
essere sul punto di commettere, violazioni dei diritti
umani e atti suscettibili di configurare minaccia per la
sicurezza dell’umanità nel suo complesso.

11. In tal caso l’entità politica colpita da interdet-


to, e i suoi leader, vengono presentati all’opinione
pubblica mondiale come il peggior criminale, merite-

167
Emanuele Castrucci

vole perciò del più atroce castigo. Esattamente come


chi si macchia di crimini aberranti suscita unanime-
mente sentimenti di odio e disprezzo, così alcuni capi
di rogue States, con i loro popoli, suscitano nell’opi-
nione pubblica dei paesi che li combattono quegli
stessi sentimenti, la cui degenerazione in vendetta
collettiva il diritto interno impedisce7. L’ordinamento
internazionale giustifica attacchi armati contro quei
paesi, inducendo nell’opinione pubblica una ostilità
diffusa, che potrebbe essere placata soltanto median-
te un conflitto (che non deve però presentare troppi
rischi per chi ricorre alla guerra, ma solo per chi, tec-
nologicamente meno attrezzato, la subisce).

12. Il parallelo da taluni istituito tra guerra inter-


statale e violenza individuale mostra tutta la sua fra-
gilità. L’omicida è perseguibile per legge in quanto
commette un reato all’interno di un sistema giuridi-
co, che fa capo ad un’autorità politica organizzata
(almeno prevalentemente fino ad oggi) in forma sta-
tale. In effetti lo Stato detiene ancora formalmente il
potere, un tempo detto ‘sovrano’, di garantire la pa-
ce interna e a tal fine istituisce procedure effettive di
giustizia. Il diritto internazionale è assolutamente ca-
rente in tutto ciò: non può esistere per definizione
una unità politica mondiale e neppure un apparato di
forze atte al perseguimento dello Stato o del leader
criminale.

7
In tal senso, oggi, i recenti saggi di H. M. Enzensberger,
Prospettive sulla guerra civile, Torino 1994, e di W. Sofsky, Il paradi-
so della crudeltà, Dodici saggi sul lato oscuro dell’uomo, Torino 2001.

168
EPILOGO

13. La soluzione intravista, nella sua disarmante


semplicità, è con tutta certezza peggiore del male che
intende risolvere: creare un super-Stato, magari tra-
mite un potenziamento dell’ONU, e istituire un siste-
ma giuridico penale mondiale a partire dallo Statuto
di Roma del 1998. Ben diversamente da quanto so-
stenuto da Habermas, è sufficiente un minimo di rea-
lismo per comprendere che una ricostruzione «globa-
lista» dell’ordinamento della terra tesa al supe-
ramento della pluralità delle unità politiche a favore
di un universalismo giuridico indifferenziato sia in re-
altà soltanto dannosa. Non invano Carl Schmitt ha in-
sistito sulla tesi per cui il mondo è (e deve essere) rap-
presentato nella forma di un pluriverso e non di un
universo. Universalizzare il globo significa minarne l’e-
quilibrio. Con la creazione di uno Stato mondiale, il
passo successivo sarebbe inoltre rappresentato dal
raggiungimento della ben problematica uniformità di
un popolo del mondo, simbolo fittizio di un’unità poli-
tica planetaria inesistente. Non ci sarebbero più av-
versari da combattere o nemici esterni. Al cittadino
cosmopolitico (volendo continuare ad utilizzare la
terminologia habermasiana) non resterebbe che cer-
care un nemico interno, nella forma dell’altro, cui rap-
portarsi in qualità di nemico.

14. La costruzione di progetti, per lo più fantasio-


si, relativi ad un nuovo ordine mondiale reso pacifico
dalla democrazia è dunque, nonostante gli sforzi pro-
fusi da alcuni teorici politici (basti pensare oggi a
Bonanate o a Held), quanto di più lontano dalla real-
tà si possa immaginare.

169
Emanuele Castrucci

15. Più vera delle vuote elucubrazioni dei teorici


del globalismo democratico sa essere talora la fanta-
sia espressa in costruzioni letterarie: penso al bizzar-
ro romanzo 3012 di Sebastiano Vassalli, con i folli
proclami del profeta Antalo.

16. «Cresceva l’odio di tutti contro tutti, anzi ad-


dirittura straripava come un fiume in piena, sommer-
geva l’umanità in una palude di sospetti, di invidie, di
rancori che non risparmiava niente e nessuno. Molti,
già allora, rimpiangevano la guerra e l’invocavano co-
me unica via d’uscita da una situazione che, apparen-
temente, non aveva sbocchi. Finché nel mondo c’era-
no state le guerre – così, più o meno, dicevano que-
gli illuminati – c’erano i nemici ma c’erano anche gli
amici; la gente si odiava, ma l’odio sublimato diven-
tava eroismo ed esistevano anche altri sentimenti, or-
mai scomparsi: per esempio la lealtà, la solidarietà
con i prossimi, il senso dell’onore. La pace, invece,
stava creando un uomo nuovo e in parte sconosciu-
to: un uomo che commetteva delitti senza che ce ne
fosse una ragione o una necessità, così per passare il
tempo, e che, non avendo più nemici da distruggere,
si era messo in testa di dover distruggere chiunque,
per qualsiasi motivo, lo infastidisse con al sua sola
presenza, e chiunque non gli piacesse [...]
La guerra è rischio che affina tutte le capacità
umane, la pace è assenza di rischio che ingigantisce
le invidie, scatena le nevrosi, fa proliferare l’odio. [...]
L’unico modo per rendere il mondo sopportabile, e la
nostra vita degna di essere vissuta, è dividere gli uo-
mini in amici e nemici.

170
EPILOGO

Con la guerra, ci sono amici e ci sono nemici. Con


la pace, ci sono soltanto nemici»8.

17. Si aprirebbe, con l’idea di pace universale


come obiettivo etico da perseguire da parte del’uma-
nità, lo scenario di una guerra civile mondiale, che
Jünger intravedeva già qualche decennio addietro
come conseguenza della globalizzazione e della ten-
denza a uniformare gli abitanti del pianeta, destinati
ad essere poi ripartiti in altre categorie, magari eco-
nomiche, etiche, ma non più politiche.

18. I pacifisti più intransigenti sono tuttavia con-


vinti che solo cosi si potrebbe raggiungere la pace
mondiale. E volendo lavorare in questa prospettiva,
si dovrebbe allora accogliere con favore ogni sforzo
dei governi in tal senso. Ma se si nega a priori la guer-
ra, se la si concepisce come malum in se, e si evita
pertanto di comprendere per quale motivo gli uomi-

8
S. Vassalli, 3012. L’anno del Profeta, Torino 1995, pp. 17-18,
212, 216. Ma già nel quasi-schmittiano Hillman si poteva legge-
re: «In entrambi i casi, sia la guerra considerata una pulsione
umana o un bisogno della società, si rende necessaria l’immagine
di un nemico. La guerra, scrive Hobbes, è una situazione in cui
ogni uomo è nemico a ogni altro uomo, e Clausewitz ripete che
occorre “avere sempre in mente il nemico”. [...] Che l’obiettivo
sia una preda, una vittima sacrificale, uno spirito maligno o un
oggetto del desiderio, è l’idea di nemico a mobilitare l’energia.
La figura del nemico alimenta le passioni della paura, dell’odio,
della collera, del desiderio di vendetta, della furia distruttiva o
della concupiscenza, fornendo quel sovrappiù di energia com-
pressa che rende possibile il campo di battaglia» (J. Hillman, op.
cit., pp. 37-38).

171
Emanuele Castrucci

ni ne abbiano sempre avuto bisogno, non si riuscirà


mai a trovare una strada plausibile per la pace. Forse,
come riteneva correttamente Raymond Aron, il vero
pacifismo è quello clausewitziano, fondato sulla stret-
ta subordinazione della violenza militare alla ragione
e alla moderazione della politica (e inoltre, potremmo
aggiungere, sulla limitazione dell’impiego della forza,
sullo sforzo di utilizzarla soprattutto al suo stato po-
tenziale e sul ricorso alla guerra soltanto quando essa
è inevitabile). Ma Aron ragionava sulla base di para-
metri tipici di una modernità che oggi non esiste più.
Oggi risulta difficile stabilire quando essa sia davvero
inevitabile, e ancora più complessa è la questione su
chi debba deciderne l’inevitabilità. Tale giudizio deriva
evidentemente dal principio di autorità emergente da
singole unità politiche identitarie, il cui diritto è radi-
cato nella propria terra (in base al principio fondamen-
talmente politico dell’Ortung), in un quadro generale
che vede l’establishment globalista, fatto di Nazioni
Unite e di finanza internazionale, strenuamente impe-
gnato a combattere contro simili linee di tendenza9.

19. Non sbagliava Koskenniemi affermando che


Schmitt pensa già al di fuori dall’ordine statale, ossia
da qualunque residua forma di centralità degli Stati
nell’ordinamento internazionale10. Ma una volta supe-
rata ogni illusione statocentrica, andrà nuovamente
9
Incisive e del tutto condivisibili pointes critiche su questo te-
ma cruciale si trovano ora in Ida Magli, La dittatura europea, Mi-
lano 2010.
10
«Though “statehood” is important to him, Schmitt under-
stands it only as a contingent principle for ordering human com-
munities. He expressly distinguishes his “concrete-order thin-

172
EPILOGO

trovata nelle Ortungen dei popoli l’antica traccia della


sovranità. Non più sistema di Stati sovrani, certamen-
te, ma di comunità politiche post-statali dotate di spe-
cifiche identità culturali, radicate in una tradizione e
in una credenza religiosa comune. Di qui l’unica, in
verità assai sparuta, possibilità di riformulare l’idea
schmittiana di autorità in Occidente.

20. È certo in ogni caso che la pace (quella ‘vera’,


non quella dei pacifisti) dipende dalla capacità e dal-
la volontà di impiegare la forza necessaria quando es-
sa risulti indispensabile. Rimane però aperta la que-
stione della decisione sulla indispensabilità dell’uso
della forza. Oggi giuristi e filosofi sono per lo più im-
pegnati ad elaborare progetti cosmopolitici che
hanno come obiettivo la costruzione di super-Stati,
tralasciando – o non riuscendo a vedere – la questio-
ne ultima della guerra, la cui struttura ontologica non
è davvero facilmente oltrepassabile. Non si può risol-
vere alcun problema semplicemente aggirandolo.

21. «Ha propriamente valore morale solo ciò per


cui si è disposti a rischiare qualcosa, e – se necessa-
rio – a sacrificare sé stessi». Così, circa un secolo fa,
il giurista tedesco Max Huber. Sarebbe tragicamente
curioso, di fronte alle future, prevedibili, pressioni
demografiche e ai rischi reali di un clash of civiliza-
tions finale, tornare a vedere i pallidi civilizzati occi-
dentali nella veste per loro inconsueta di combattenti.

king” from positivistic – and as such nihilistic – decisionism»


(M. Koskenniemi, International Law as Political Theology: How to
Read Nomos der Erde?, in «Constellations» 11, 2004, p. 501).

173
Emanuele Castrucci

... ... ...

«Gli uomini continuarono a nascere e a morire in un


universo che, a dispetto delle speculazioni dei filosofi e
delle ricerche degli scienziati, rimaneva tenacemente sor-
do e ostile alle loro ragioni; ma il loro grado di consape-
volezza progrediva, e così un giorno scoprirono il segreto
della loro esistenza. La materia è inerte, e la vita è la sua
malattia. Anche gli uomini, come tutto ciò che vive, so-
no un male della materia; un male insidioso, che per so-
pravvivere e perpetuarsi nel tempo ha sviluppato una sua
forma particolare di difesa, chiamata “intelletto”. Ma la
materia vuole guarire e prima o poi riuscirà a liberarsi da
ciò che la infastidisce come un prurito: l’erba e i pesci e
gli uccelli spariranno, e anche gli uomini. La ferita che
noi chiamiamo universo tornerà a cicatrizzarsi, il tempo
si annullerà, l’inerzia sarà nuovamente assoluta e nuova-
mente beata...»

«Il nostro modo di pensare [...] è molto cambiato, ma


non è invecchiata né tanto meno è venuta a cadere l’in-
tuizione fondamentale di Dio come guerra. L’umanità ha
ancora bisogno di combattere contro se stessa, con tutte le
sue for ze: di schierare bianchi contro neri, credenti (in
qualsiasi cosa) contro non credenti, carnivori contro ve-
getariani e così via. Ha bisogno di vendicatori, di tradito-
ri, di condottieri, di stupratori, di eroi. Perché la ferita
non si richiuda. Perché l’inerzia non abbia ragione del
movimento. Perché il Grande Ammalato – quello di cui
non conosciamo e non conosceremo mai il nome – conti-
nui a soffrire della nostra esistenza, secondo quanto disse
il Profeta al popolo della vecchia Irkutsk:

174
EPILOGO

“La guerra è la ragione profonda della nostra vita,


la pace è la ragione profonda della nostra morte”»11.

11
S. Vassalli, op. cit., pp. 232-233.

175
Diotima
Questioni di filosofia e politica

Già pubblicati in questa collana:

1. Alberto burGio
Per un lessico critico del contrattualismo moderno
2006, isbn 978-88-89579-03-9, p. 272

2. Vittorio Hösle
Il concetto di filosofia della religione in Hegel
2006, isbn 978-88-89579-04-6, p. 128

3. Domenico losurDo
Marx e il bilancio storico del Novecento
2009, isbn 978-88-89579-38-1, p. 406

4. PAolo beccHi
La vulnerabilità della vita. Contributi su Hans Jonas
2008, isbn 978-88-89579-58-9, p. 344

5. sAlVAtore VecA
Quattro lezioni sull’idea di incompletezza
2009, isbn 978-88-89579-08-4, p. 108

6. FiorinDA li ViGni
Protagora e l’arte politica
2010, isbn 978-88-89579-89-3, p. 230

7. GiusePPe FonsecA
La costituzione. Il pilastro di cristallo
prefazione di maurizio Viroli
2010, isbn 978-88-6542-003-4, p. 472
8. Domenico losurDo
Hegel e la libertà dei moderni
2011, isbn 978-88-89579-92-3,
p. 720 (2 volumi indivisibili)

9. GAetAno cAlAbrò
La filosofia moderna nel pensiero di Hegel
a cura di nicola capone
2011, isbn 978-88-6542-001-0, p. 120

10. Antonio GArGAno


Il pensiero politico nella Repubblica di Weimar.
Carl Schmitt, Hermann Heller, Gerhard Leibhloz
2011, isbn 978-88-6542-005-8, p. 198

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