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Abbie Hoffman

HO DERISO IL POTERE

Le imprese del più grande eroe controculturale americano


Titolo originale: The aùtobiography of Abhie Hoffman
Traduzione: Giancarlo Carlotti
Foto di copertina: © Christopher Felver/CORBIS
© 1980 by Andy, Amy and america Hoffman
Postfazione © 2000 Howard Zinn
Edizione originale pubblicata da Four Walls Eight Windows
©2009 ShaKe
ShaKe Edizioni

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Presentazione

Abbie Hoffman è stato il più importante sovversivo di tutta la storia


delle controculture. Le sue azioni hanno sempre genialmente coniugato
la capacità di mettere alla berlina il potere con una grande lucidità
politica. Ha fondato lo Youth International Party (Yippies) ed è stato
l'icona più importante del movimento di protesta giovanile americano
negli anni Sessanta e Settanta. Una tra le sue azioni di protesta più
famose fu nell'agosto del 1967, quando condusse un gruppo di
contestatori nella galleria della Borsa di New York, da dove gettò
biglietti da un dollaro sugli scambisti, che cominciarono a raccoglierli
freneticamente, tralasciando così le loro ben più remunera ti ve attività
speculative. Durante la guerra del Vietnam, guidò 50.000 persone in
manifestazione attorno al Pentagono con l'idea di far levitare in aria
l'edificio per mezzo dell'energia psichica della folla. Hoffman fu
arrestato dopo la Convention democratica a Chicago nel 1968, in cui il
suo partito Yippie voleva candidare alla presidenza un maiale di nome
Pigasus. Il gruppo di persone arrestato fu soprannominato "gli Otto di
Chicago". Assieme a lui furono arrestati anche Jerry Rubin, Tom
Hayden e il fondatore delle Pantere Nere, Bobby Seale. Durante il
processo le trovate teatrali di Abbie Hoffman conquistarono spesso i
titoli dei giornali, quando per esempio, invitato a deporre, prestò
giuramento alzando il dito medio invece dell'intera mano o quando'si
presentò alla sua deposizione vestito da Capitan America.
Ad Angel, mia compagna di strada,
che m'ha guidato nella valle della vita.
Introduzione

LO SPAZZACAMINO DELLA DEMOCRAZIA


Norman Mailer

Abbie è una delle persone più brillanti, oserei dire acute, che m'è mai
capitato di conoscere, e forse una delle più coraggiose. Nella sua patria,
Worcester, Massachusetts, la chiamano grinta. Ed è anche uno dei tizi
più divertenti che ho incontrato. E dei più affascinanti, almeno se
t'interessano le personalità scombiccherate. Abbie è dotato di un
carisma che deve essere scaturito dall'immacolata concezione tra Fidel
Castro e Groucho Marx, due tipi che gli si sono infilati nell'anima
creando una specie di macedonia etnica a base di rivoluzionario ebreo,
signorotto portoricano, teppistello italiano, Pantera nera con il classico
afro e perfino un pizzico di gangster irlandese in quei folli occhi verdi.
Io me li ricordo un filino tendenti al giallo, come quelli da zingaro di
Joe Namath. Anche l'aspetto di Abbie è difficile da paragonare. In
realtà, non è un uomo del Novecento, è puro Ottocento. In quei giorni
sembrava tolto di peso dalle pagine di Oliver Twist, anzi, permettetemi
di dire che sembrava uno spazzacamino. A essere sincero, non so che
razza di faccia dovrebbe avere uno spazzacamino, però me li sono
sempre immaginati come personaggi integerrimi, con una vena folle
che arde negli occhi sotto tutta quella fuliggine. Forse è la
consapevolezza di fare un lavoro cruciale che nessun altro si
augurerebbe. Senza di loro tutti quanti moriremmo soffocati in casa dal
fumo.
Se Abbie è una reincarnazione (dopo avere letto questo libro vi
chiederete come potrebbe essere altrimenti) allora in una vita passata è
stato uno spazzacamino. Risulta evidente dal suo karma, e tra l'altro ci
spiega come mai è diventato una variabile impazzita del rivoluzionario
e perché quindi possiamo affermare che questo libro è un vero
documento, l'autobiografia di un genuino rivoluzionario americano.
Mentre lo leggevo, molti pezzi degli anni Sessanta si sono andati
illuminando come tanti settori di palcoscenico abbastanza vasti da
ospitare un'intera compagnia teatrale. Ovviamente, siamo tutti convinti
di conoscere per filo e per segno gli anni Sessanta. Per la gente della
mia generazione, e di quella seguente, i Sessanta sono una riserva di
caccia, un simpatico parente a forma di decennio, quello che crediamo
di conoscere proprio come conosciamo Humphrey Bogart. Ho sempre
l'impressione di poter parlare autorevolmente degli anni Sessanta, e non
ho mai conosciuto un coetaneo che non si sentisse uguale (provate
invece a scovare qualcuno a cui s'accende lo sguardo quando parla degli
anni Settanta). E invece, mentre leggevo questo libro, ho pensato che la
mia fetta di Sixties non era poi così grande. Se dovessi tracciare un
parallelo, Abbie li ha vissuti, io li ho osservati, Abbie ci ha dedicato
resistenza, io li ho meramente amati perché hanno dato linfa ai miei
scritti.
Insomma, mi sono divertito un sacco leggendo queste pagine. Mi
hanno insegnato qualcosa, come succederà a tanti lettori come me.
Queste pagine hanno riempito gli spazi vuoti in quella che m'illudevo
essere una memoria senza buchi. E hanno aumentato il rispetto per
Abbie. Prima tendevo a considerarlo un pagliaccio. Un pagliaccio
tragico quando è stato incastrato per una storia di cocaina, e un
meraviglioso pagliaccio con gli attributi nei giorni in cui faceva
continue scorribande mediatiche, però non l'ho mai considerato una
persona seria. Se leggete questo libro capirete tante cose. A me è venuto
in mente il brillante ritratto di Lenny Bruce fatto da Dustin Hoffman:
quando alla fine Lenny è letteralmente stritolato dai processi, capiamo
che è ancora tanto fiducioso nel sistema da affidarsi alla clemenza della
corte, da cercare di far capire al giudice che in fondo anche Lenny è un
buon americano, anche lui lo fa per il bene del paese.
Immune da paragoni è anche il tono di questa autobiografia. Abbie ci
sta dicendo: "Compagni, sotto tutto questo scompiglio batte un fervente
cuore socialista. Non sono affatto un nichilista. Sono uno di voi, credo
nel progresso".
Dice sul serio. Abbie è sempre serissimo. I suoi mille scherzi servono
soltanto a nascondere quanto è serio. E questo ci mette a disagio. I
meriti letterari di questo libro sono limitati dall'intrinseca mancanza di
ironia. Sotto la scorza di satira batte un cuore in un certo senso isterico.
Non potrebbe essere altrimenti. Data la sua vita, data la sua profonda
carenza di sicurezze, data una serie di crisi d'identità che avrebbero
spiaccicato noialtri come tanti meloni cascati da un camion, è già un
miracolo che oggi Abbie non sia morto o rincoglionito.1 Deve avere
una forza di volontà monumentale. Eppure, è parte del dolce tranello
della letteratura ricordare che non basta solo una vita incredibile da
raccontare. Il superstite deve anche aggiungere una certa dose di ironia.
E questo non è il forte di Abbie. Il suo cuore batte con troppa passione.
Si preoccupa troppo. Si ama ancora troppo. Comunque, non stiamo a
cercare il pelo nell'uovo. Abbiamo qui davanti a noi un documento che
ci parla di un uomo notevole. In un'epoca di orizzonti che si
contraggono ci conviene tener conto delle benedizioni. Com'è strano
che ormai Abbie sia diventato proprio questo. Il nostro spirito santo
della sinistra. Salud!
Caro Abbie, prima o poi Gesù ti metterà le mani addosso, piccolo
bastardo.
ANONIMO
(mia lettera minatoria preferita di sempre)
HO DERISO IL POTERE

PREGHIERA INTRODUTTIVA
Un giorno mia sorella m'ha raccontato questa sua piccola avventura.
Dodici anni fa si trovava a bordo di un aereo diretto a New York. Era
una banale trasvolata, almeno fino a quando il comandante s'è accorto
che il carrello si rifiutava di uscire e ha chiesto ragguagli alla torre di
controllo, mentre 1'apparecchio girava in cerchio sopra l'aeroporto. Nel
frattempo, la pista era stata glassata con un cuscino di schiuma ed erano
accorse le ambulanze e le autopompe, e ai passeggeri venivano spiegate
le varie manovre d'emergenza con quella voce ottimista della
serie"uomini veri" che riesce tanto bene ai piloti. Le hostess erano
indaffarate a calmare i passeggeri, dicendo a tutti che dovevano
compensare l'impatto iniziale mettendosi la testa fra le ginocchia e
afferrandosi le caviglie.
All'improvviso, il comandante annuncia:aStiamo iniziando la discesa
finale. In questo momento sono tenuto a informarvi ai sensi del Codice
internazionale dell'aviazione di Ginevra che se credete in Dio vi
conviene cominciare a pregare".
Ci sono certe cose della società in cui vivi, che non scopri manco
morto, a meno di non essere nel bel mezzo di una crisi.
Quell'atterraggio di pancia è andato alla perfezione, non c'è stato il
minimo ferito. Il giorno dopo ho telefonato alla compagnia aerea per
chiedere lumi sulla regola della preghiera, ma nessuno è stato
disponibile a darmi informazioni in merito. Era tutto un "no comment".
hi capisco. Ci sono tante regole segrete che servono al potere per
perpetuarsi. Soltanto quando lo sfidi, quando scateni la crisi, puoi
scoprire la vera natura della società. E solamente quando lui decide di
dirtelo.
Ogni tanto, se sforzi le meningi, riesci a decrittare il piano, ma di
solito i segreti del potere sono conservati nelle buie celle, nei vicoletti o
per strada. Io li ho imparati lì. E credo che li imparino lì anche gli
sbirri. Come quei passeggeri d'aereo li abbiamo imparati tutti un attimo
prima della discesa finale.
ARRIVANO I GUAI
Sono nato il 30 novembre del 1936 all'ultimo piano di un caseggiato
di legno a tre livelli nello stile architettonico tipico di Worcester,
Massachusetts. Alla fine dell'isolato c'era la Harrington-Richardson
Arms Company, una delle più famose fabbriche d'armi d'America,
dall'altro lato il parco di Beaver Brook, che tutte le estati ospitava per
una settimana il circo Barnum and Bailey. Io e la pillola
anticoncezionale siamo le cose più memorabili mai uscite da Worcester.
In certi momenti tanta gente del posto ha rimpianto che non sia arrivata
prima la pillola.
La nostra famiglia ha abitato in quella palazzina per tre anni. Non
ricordo gran che di quel posto, solo le grida belluine che lanciavo dalla
culla, al buio, mentre mamma giocava a mahjong con le ragazze o papà
a ramino, masticando un sigaro cubano spento. Appena emettevo un
fiato, qualcuno esclamava "guai in arrivo". Poco prima della guerra
traslocammo, una breve trasferta da Chandler a Geneva Street. La casa
nuova era una villetta unifamiliare marrone scuro con un porticato e un
enorme giardino sul retro. Mio padre aveva una scassata berlina De
Soto nera e lavorava come farmacista nel vicino drugstore di zio Kanef.
Me lo ricordo come se fosse ieri. Ci sono centinaia di foto del
sottoscritto ritratto sulla soglia dell'emporio, ciascuna lievemente
diversa, come le cattedrali di Rouen di Monet.
Prima di sposarsi, mia madre faceva la segretaria. Ha incontrato papà
al bowling sulla Main e s'è innamorata di lui perché tutti i venerdì sera
indossava una camicia bianca pulita. Non so perché lui abbia sposato
mamma. Forse per l'aspetto, per la superba calligrafia, o per amore.
Forse non lo sa nessuno come mai i suoi genitori si siano sposati. I
motivi sono nascosti in un cassetto dello scrittoio, accanto ai
profilattici.
Per loro, la mia presenza dev'essere stata il peggiore incubo di un
ebreo. Io tendevo sempre a vedere tutto quanto come una perpetua
battaglia con mio padre, solo che la traslavo nelle istituzioni. Negli
ultimi anni ho avuto l'impressione che la guerra tra noi fosse finita e ho
cercato di rappacificarmi, però lui ha avuto troppi infarti ed era
schiantato dalle troppe disillusioni. Ogni tanto abbiamo tentato di
metterci una pezza, peccato che papà è morto tre settimane dopo che
sono entrato in clandestinità.
Durante la mia fase surrealista, cioè quando bruciavo banconote,
facevo decollare il Pentagono e bravate varie, un cronista riuscì a
strappargli un'intervista in cui mio padre affermò: "Era uno studente
brillante. Poteva diventare qualcuno, un dottore o un professore, mentre
adesso ci tocca leggere il giornale per sapere in che carcere l'hanno
rinchiuso". Quell'articolo toccò una corda sensibile del grande pubblico
e fu ripreso da centinaia di testate. A New York il "Post" lo pubblicò
sotto il titolo Oh, papà, povero papà, il cuore di Abbie appartiene a
Dada. In quell'occasione mio padre ricevette un sacco di lettere "è
capitato anche a me", inviate da genitori di tutta la nazione.
Negli ultimi anni, nonostante qualche piccola soddisfazione
personale, tipo diventare presidente nazionale delle Camere di
commercio, era molto amareggiato. Lui amava l'America, però il
Watergate gli ha rovinato la festa. E stato un affronto personale, quello
che i figli gli ripetevano da tanti anni s'era dimostrato vero di colpo. Si
sentiva vecchio e turlupinato. Non aveva più ragione di vivere.

IL MONDO INTERO SI SBAGLIA E TU HAI RAGIONE!


Ce l'avevo con mio padre perché non aveva combattuto nella
Seconda guerra mondiale. Lui, in quegli anni, aveva una sua guerra
personale da combattere, cioè dar da mangiare ai genitori e a noi, però
un padre riformato non è una cosa di cui puoi vantarti quando tanti eroi
sono "laggiù". Persino noi bambini eravamo in guerra. Raccoglievamo
la carta, appallottolavamo la stagnola della gomma da masticare,
piantavamo gli orti della vittoria nel parco di Beaver Brook, e nel fine
settimana ci offrivamo volontari per stringere le viti delle piccole tavole
da stiro che in teoria accompagnavano in battaglia i soldati. (Trent'anni
dopo ho imparato che gli orti della vittoria non sono serviti a una sega,
che le palline di stagnola non sono mai state usate, e che cazzo ci
facevano i soldati con una tavola da stiro portatile quando sbarcavano
in Normandia? Mi sa che tutta quella roba serviva solo a "tenere acceso
il fuoco in patria".)
Poco dopo la fine della guerra, zio Kanef passò a miglior vita
dimenticando mio padre Johnnie nel testamento. Addio drugstore.
Allora Johnnie proseguì per conto proprio fondando la Worcester
Medicai Supply Company, una ditta che serviva medici e ospedali, in
parole povere smerciava vagonate di padelle, cerotti e barbiturici. Papà
era un grossista che ogni sera rientrava tra le mura di casa con il terrore
che le grandi case farmaceutiche "iniziassero a fare vendita diretta"
rendendolo istantaneamente superfluo. Viaggiava di continuo in tutta la
sua zona, un tipo di vita descritto alla perfezione in Morie di un
commesso viaggiatore di Miller, che pertanto è il mio dramma
americano preferito.
Ogni volta che "combinavo" qualcosa, mamma telefonava al negozio,
e per ogni marachella arrivava la punizione, anche se non sapevo mai
con quanta forza papà mi avrebbe cinghiato. Era il classico duello tra
macho. Io me lo raffiguro come una lunga battaglia accanita e
incessante tra me, che mi rifiutavo di frignare, e lui che diventava
paonazzo per lo sforzo. Dopo qualche anno ho imparato che i pantaloni
di tela grezza assorbono il grosso della botta.

In alto sinistra: S'è scatenato l'inferno, 1943 (È stato mio padre a


scrivere questa didascalia nella foto originale.) In alto a destra: Quiz
della famiglia nucleare: Riuscite a identificare le persone in questo
ritratto di famiglia? Due zii Sam, in fondo a sinistra (trovate quello
ricco). Il più vecchio Kaneksky-Shapoznikoff, la cugina Cynthia, la mia
prima ragazza, mamma, papà, il bambino gettato oltre il muro ad
Auschwitz, l'infermiera, quella con la lobotomia, zio Al, zia Ruthie la
straccivendola, la zia nubile. E per concludere, perché sorridono tutti?

Una cosa che lo faceva impazzire era quando non mangiavo tutto
quello che c'era nel piatto. Spesso mi spedivano in camera di sopra
senza cena. Stavo giorni interi senza mangiare. Però nessuno di loro
poteva immaginare che ero riuscito a contrabbandare una riserva
segreta di merendine e bibite. In anni più recenti ho sfruttato la
medesima tecnica mentre ero al fresco nel carcere della contea di Cook.
Non sono mai stato un vero martire.
A papà piaceva propinarmi luoghi comuni con la faccia seria e
l'indice puntato. Una delle sue critiche preferite era "cos'è, il mondo
intero si sbaglia e tu hai ragione?", al che io rispondevo "infatti" senza
recedere di un millimetro.
Ho deciso sin da piccolo di reagire facendomi venire l'asma, una
delle secolari grandi armi psicosomatiche. Capitava spesso che i miei
fossero costretti a disdire la prenotazione dell'albergo al mare perché
m'era venuta una crisi. Tutti i mesi facevamo il giro degli specialisti. Il
mio preferito era un vecchio barbogio tedesco di Boston con un accento
assurdo e un bambino sottaceto in un vaso. Questi mi faceva stendere
sul lettino e m'infilava degli aghetti nella schiena, facendosi pagare "un
simpatico centesimo" per lo sforacchiamento. E aveva sempre pronto
un elenco di cose che non dovevo mangiare o a cui non dovevo
avvicinarmi. La lista classica era più o meno la seguente:
Il paziente dovrebbe astenersi da: uova, burro, latte, granaglie di tutti
i tipi compresi pane, cereali e paste, pollame e spezie. Inoltre, dovrebbe
stare lontano dagli animali con peli e penne, dalle graminacee, dalle
margherite, dai denti di leone e dagli spifferi. Ogni giorno è necessario
rimuovere la polvere dalla sua camera.
E la prima serie di leggi scritte che ho bellamente ignorato, a quanto
posso ricordare. Comunque, a undici anni ho scoperto altre armi. E ho
accantonato l'asma.

MAMMA CI HA PROVATO
Mamma era davvero simpatica. Mi capiva e mi perdonava parecchio.
Quando mi beccava che mi facevo una sega chiudeva la porta al volo e
non fiatava. Negli anni Sessanta prendeva sempre le mie difese, e
sarebbe anche venuta a Chicago o ad altri miei processi, solo che papà
non gliel'ha permesso. Ha capito che ero un "mezzo bandito" quando
avevo tredici anni e sono arrivati a casa i piedipiatti in cerca di un tale
che andava in giro nel quartiere a scambiare le targhe delle auto. Però,
sapevo come farla ridere, idem lei con me. Aveva un discreto senso
dell'umorismo. Quando ho cominciato a sbraitare che i figli dovevano
ammazzare i genitori per fare la rivoluzione l'ha trovato abbastanza
divertente visto che anche i genitori prima o poi si augurano di non aver
mai messo al mondo i figli. Forse Merle Haggard pensava a noi quando
cantava "la colpa è esclusivamente mia, perché mamma ci ha provato".
Ho frequentato le migliori elementari della città e avevo il massimo
dei voti in tutte le materie, ma toppavo sempre in condotta. Ho
cominciato abbastanza presto a diventare un vero esperto di fantasie
sessuali. Dovete sapere che in terza c'era questa biondina, Roxanne, e...

FAMIGLIA PER SEMPRE


Jack, il mio fratellino. Non è un argomento facile. Se costruivamo
una capanna sull'albero e cascava il martello, sotto c'era sempre la testa
di Jack, in trepida attesa. Se ruotavo la mazza da golf per sparare la
pallina verso le finestre del vicino, per qualche strano motivo Jack
riusciva sempre a beccarsi una stangata.
Jack ha rilevato l'impresa di papà e l'ha fatta crescere. E un
progressista convinto. Per colpa della mia dubbia reputazione ha perso
molti clienti, ma non ci ha messo molto a dire loro dove potevano
ficcarselo. Una volta ha vinto un premio offerto dallo stato per il suo
lavoro con i ritardati mentali, però il comitato s'è detto che non sarebbe
stato bello se il governatore avesse stretto la mano al fratello di... così
hanno cambiato idea. Jack è più di un fratello, è un amico.
Ho anche una sorellina. Phyllis era davvero graziosa. Quando aveva
quattro anni, il giornale pubblicò una sua foto in cui auscultava il
mappamondo con uno stetoscopio (preso dal negozio di papà) per
vedere se il pianeta stava davvero per morire come predicevano certi
scienziati. Mi sa che si sbagliavano. Phyllis s'è poi innamorata di un
pezzo grosso del governo messicano e l'ha sposato. I messicani
preferiscono chiamarla Elena perché in America latina non esistono
Phyllis.
Zia Ruthie mi piaceva un sacco, però suo marito, zio Al, era una vera
spina nel culo. Quando salutava ti stringeva la mano come se volesse
maciullartela e ti faceva un male cane. Ogni volta Phyllis gli tirava un
calcione nella tibia e gli diceva: "Bastardo, smettila con queste
cazzate". Ovviamente, non era il modo più indicato per aprire il pranzo
di famiglia della Pasqua ebraica. Non erano rari i pranzi di famiglia con
venti o trenta persone a tavola.
Poi c'erano zia Sara e zio Lou, che hanno pensato alla nonnina
quando è morto suo marito. Nonno è spirato tra le mie braccia
farfugliando antiche nenie ebraiche, e lasciandomi il suo intero
patrimonio che ammontava a ben sessantaquattro dollari. La nonna è
una roccia. Ha appena festeggiato il novantottesimo compleanno, e
viene da una cittadina della Russia che non esiste più da sessantacinque
anni. Una volta ha chiamato mio padre al suo capezzale, e gli ha chiesto
se poteva rivelarmi che suo fratello era stato un capo bolscevico durante
la rivoluzione ed era stato ammazzato dai soldati zaristi. A quanto pare,
aveva conservato questo segreto in stile omertà mafiosa per oltre mezzo
secolo, ma adesso che ero in clandestinità ci teneva a farmelo sapere.
L'ho preso per un gran complimento, perché di solito nonna gratificava
con un'occhiata in cagnesco e un gestaccio tutte le mie mishigas.
La parte di mamma è superinteressante. Intanto, c'è zia Rose, la
prima donna accettata al Middlesex Medicai College, in seguito
diventato Brandeis University, un'esperienza che ha scatenato una certa
tensione culminata in una vera tragedia. Dovete sapere che un fratello
di mia madre è morto in un incidente stradale mentre tornava da
Boston, dove era andato a comprare un anello di diamanti per la futura
sposa, così zia Rose ha sbroccato di brutto ed è finita ricoverata al
Worcester State Hospital, allora, intendo negli anni Quaranta, un vero
orrore. (Più tardi, quando ci lavoravo come psicologo, nei primi anni
Sessanta, sono andato a visitare le vecchie strutture, con le gabbie, le
celle imbottite, i bagni ghiacciati, le segrete. E mi sono detto: "Dio
santo, mia zia è stata in questo inferno".) Alla fine, i medici hanno
strappato alla famiglia l'assenso a una lobotomia frontale, in pratica
hanno infilato un bisturi in una cavità oculare fino alla cima del cranio e
hanno fatto avanti indietro per segare le connessioni fra i lobi del
cervello. Ricordo come se fosse ieri quando zia Rose è uscita
dall'ospedale con la parrucca in testa, borbottando scemenze e
divorando tutto quello che aveva sotto il naso. Noi bambini ce la
facevamo sotto dalla fifa.
Poi c'è zio "Schmully", che ha rilevato lo sfasciacarrozze di suo
fratello a Clinton, fra Worcester e il nulla. Poco prima di partire militare
Schmully s'è detto che i soldati dovevano farsi spesso la barba per le
parate e che quindi le lamette dovevano essere per forza un buon
investimento, così ha comprato duemila azioni della Gillette a due
dollari cadauna. Eravamo nel 1940. Schmully aveva le scarpe grosse e
il cervello fino.
Girano voci di un pacco di soldi sepolto sotto qualche pietra a
Clinton. A me Schmully piaceva da morire. Non parlava tanto, però
ogni volta che voleva commentare un concetto inedito sbuffava questo
"hun hun!" cinico quanto impagabile. Inoltre, era un ebreo accettato e
riverito nel paesello di bifolchi polacchi e irlandesi più cafoni che
potete immaginare, dove l'hanno perfino eletto capo della sede locale
dell'American Legion. Aveva una Cadillac rosa e un vecchio labrador
nero, e tutti erano convinti che sarebbe morto scapolo. Invece, un
giorno s'è presentato al braccio di una signorina chic dai fiammanti
capelli rossi e un accento irlandese che si tagliava con il badile,
annunciando che stavano per sposarsi. Be', non è che la famiglia ha
cominciato esattamente a lanciare dei mazeltov e degli urrà. Sposare
una goy equivaleva a farsi mettere incinta prima del matrimonio o
andare in bancarotta. Anzi, era perfino peggio, e Jinny era la shicksah
più shicksah che potete immaginare. A me la faccenda piaceva. Quei
due si volevano bene e lo dimostravano, diversamente dai miei altri
parenti che passavano il tempo a nascondere i sentimenti.
In famiglia ci sono anche alcune persone famose. A un ramo estremo
dell'albero genealogico paterno c'è una tale Frieda Lipshitz, che s'è
cambiata di nome in Georgia Gibbs ed è diventata nota negli anni
Cinquanta facendo una specie di versione femminile di Pat Boone, cioè
rubando i vecchi pezzi rhythm&blues proibiti alla radio, ripulendo i
testi e sfornando con questi mezzucci parecchi successi discografici.
Dal lato di mamma c'è mio cugino Sydney Schanberg, che ha vinto un
premio Pulitzer per i suoi eccellenti reportage sulla guerra nel Sud-Est
asiatico. Adesso è caporedattore di cronaca del "New York Times" e
non ha smesso di fare carriera. Sono tutti fieri di Sydney.

ORIGINI DEL COMPLOTTO EBRAICO INTERNAZIONALE


Il vero nome della mia famiglia sarebbe Shapoznikoff, ma, attorno al
1900, il fratello di mio nonno rubò i documenti a un tedesco che faceva
Hoffman di cognome e fuggì in America. Quando nonno arrivò a Ellis
Island, poco tempo dopo, il doganiere lesse il biglietto su cui c'era
scritto "consegnare Shapoznikoff a Hoffman", e così ribattezzò
Hoffman pure lui.
Facciamo parte del ramo ashkenazita degli ebrei, migrato secoli or
sono attraverso Persia e Oriente fino in Russia per stabilirsi
definitivamente in Ucraina dalle parti di Kiev. Mia madre mi
raccontava sempre che abitavamo nei boschi, perché allora agli ebrei
non era consentito entrare in città. La famiglia del nonno, come la sua,
ha combattuto nella rivoluzione, e sui libri di storia sono tramandate le
gesta di un mio probabile parente, il generale Shapoznikoff, un patriota
e libero spirito che è finito giustiziato da Stalin.
Nonostante queste gocce di sangue bolscevico, io ero tutt'altro che un
pupo dal pannolino rosso. Anzi, mio padre, avendo interiorizzato la
tipica "rossofobia" americana, non parlava mai dei trascorsi della
famiglia. Se aveva un credo politico era conservatore, repubblicano.
Naturalmente, la politica cedeva sempre il passo agli affari e alla
religione. Io sono entrato nel mondo consapevole di essere ebreo, e
sono sicuro che lo lascerò uguale.
A Worcester, sul finire degli anni Quaranta, avevi quasi l'impressione
che l'intera comunità ebraica avesse scelto di sopravvivere
assimilandosi, con i relativi grandi dilemmi psicologici delle tradizioni
religiose che facevano a pugni con il desiderio di essere accettati. La
nostra famiglia, per esempio, era dilaniata dagli indovinelli del Talmud.
Che cosa pensiamo della pancetta kosherì O del mescolare il latte con
la carne? E il manzo glassato di cioccolata è ortodosso o è una presa in
giro? Come fa una cosa così buona come l'aragosta a essere trefe,
proibita?
Come tutti, anch'io cercavo tante volte di "svicolare" quando la posta
era troppo alta. Sullo scuolabus fingevo di abbassare il capo quando
passavamo davanti alla chiesa del Santo Sacramento, per evitare che i
ragazzi irlandesi mi gettassero i libri dal finestrino se non lo facevo. Un
paio di volte mi sono perfino fatto il segno della croce prima di tuffarmi
nella piscina della YMCA, sapendo che la "C" dell'acronimo stava per
"cristiano".
Il giro che ruotava attorno alla sinagoga era un marasma di
pettegolezzi e vestiti eleganti, in cui la dottrina domenicale sfociava
nelle festicciole e nei goffi tentativi di mettersi con qualcuno. Io ero un
tipo sveglio, popolare e accettato, ma per qualche strano motivo mi
stancai presto del fox-trot e di mettermi in ghingheri. Così, cominciai a
gironzolare attorno agli angoli di strada sulla June e sulla Chandler, e a
bazzicare tipi come Squeekie McGovern, Paduzzi e i famosi fratelli
Foster. Giocavamo a dadi nei vicoli, fumavamo come comignoli,
pattugliavamo in gruppo il quartiere di notte e frequentavamo le sale
biliardo e i bowling del centro. A tredici anni, una parte di me aveva già
fatto ciao ciao al sistema con la manina.
Però, a questo punto, ero stato spedito alla Seaver Prep, un ghetto
comunale per cervelloni dove si studiavamo materie piccanti come il
latino e l'algebra. Poco prima del diploma, mi beccai un'appendicite e
arrivai in ospedale per il rotto della cuffia. Mi dimisero giusto in tempo
per le prove della cerimonia di consegna, quando attraversai zoppicante
il palco e mi guadagnai una standing ovation, finendo pari merito
quanto ad applausi con l'unico nero della scuola. In autunno sarei
andato al liceo, e stavano per cominciare gli anni Cinquanta.

UN ADOLESCÈNTE NEGLI ANNI CINQUANTA: GRASSO


EBRAICO
Mi ero messo con Suzie che stava a Everett. Ero pazzo di lei. Ho
persino scritto con il pennarello fosforescente "Amo Suzie" sui miei
pattini di cuoio nero. E la miglior ballerina che ho mai incontrato. Ci
esibivamo in certi strani balli attizzanti dai nomi tipo Roxbury Mule,
Chelsea Slouch e Ginney Crawl, tutta roba spinta in cui il cavaliere si
gettava in ginocchio davanti alla pupa e faceva scivolare la mano verso
l'alto partendo dalla caviglia, fino alla... be', a seconda. Il rituale
classico era il seguente: il maschietto diceva di essere una Oldsmobile e
partiva pianino, allora la ragazza gli diceva: "Semaforo rosso". Dopo
qualche altro modello d'auto, lui annunciava di essere un'ambulanza, e
quando lei strillava per l'ennesima volta "semaforo rosso", lui, già con
la mano all'altezza della coscia: "Piccola, le ambulanze non si fermano
ai semafori" e le palpava la passera. Che risate.
Il nostro libro preferito era Mano armata, che continuo a leggere
ancora oggi. Scusami tanto, Mario Puzo, ma è questo il vero grande
romanzo sulla Mafia, ed è anche stato un vero manuale di virilità.
Essere macho significava camminare a piedi nudi sul rovente asfalto
urbano, aggirarsi da soli di notte in territorio irlandese, fare ditalini al
cinema e riuscire a scaracchiare attraverso la fessura tra gli incisivi.
Quando cominciai il liceo ero un unico strato di brillantina. Un vero
dritto. Brillantina ebrea, naturalmente. Grasso di pollo.
Il liceo classico, come tutti i licei, non era un posto dove potevi
imparare checchessia. Come le elementari, era uno stabile dove passavi
il tempo alle prese con una qualche fantasia sessuale e a farti beffe dei
regolamenti.
Avevo il massimo dei voti in storia, ma non m'hanno mai insegnato
una mazza di Grande depressione, rivolte razziali, massacri di indiani,
di persone come Sacco e Vanzetti o i Rosenberg, o dei linciaggi di neri
in America.
Ecco come t'insegnavano Shakespeare. Tutti tenevano spalancato
sotto il naso un libro intitolato Amleto. Leggevi cinque versi, poi quello
dietro di te ne leggeva altri cinque. Il girone all'italiana di Shakespeare.
Quando uno leggeva, gli altri dormivano, a parte quello dopo nella
serie. Povero Amleto, che razza di morte! Cinque versi per volta del
sottoscritto, poi Paduzzi, poi Alice la Secca, poi Jocko Mahoney. (A
proposito, Jocko da grande è diventato agente federale e ha messo a
frutto gli anni di scuola cercando di spiegarmi al resto del Bureau.)
A livello nazionale la gente diceva cose tipo "quel che conviene alla
General Motors conviene all'America" o "l'unico rosso buono è quello
morto" e "Pepsi mette più spinta nella pinta". L'ultimo è l'unico slogan
politico che mi toccasse direttamente. L'unica cosa che sapevo di
politica era che il presidente si chiamava Eisenhower e che giocava
ancora a golf a quasi novant'anni. Dovevo sapere solo questo. C'era una
guerra in Corea, ma di quella ricordo soltanto che i gialli giocavano
sporco e arrivavano a ondate di carne da cannone, non avendo il
minimo riguardo per la vita umana, cercando di far finire le munizioni
ai nostri ragazzi, dopodiché conquistavano una collina. Avete mai
sentito parlare di un modo più scorretto di combattere?
È stato più o meno in quel periodo che ho conosciuto il mio primo
eroe culturale: Herbie Gamberg, un tipetto basso, muscoloso, con i
capelli biondi e il naso adunco, che giocava a football davvero pesante,
furbo come pochi. Herbie stava scontando la pena presso un nuovo
istituto scolastico chiamato Brandeis, e così tornò nel quartiere
imbottito di idee forestiere, buttando lì nomi come Nietzsche, Freud e
Albert Camus. Iniziammo a discutere di Dio dopo una partita di basket,
e vi garantisco che quel bel tipo è riuscito a convertirmi all'ateismo
negli spogliatoi. Io ci pensai su per giorni e giorni, e alla fine scrissi un
prolisso trattato in cui mettevo in discussione il concetto di Essere
supremo. Non esattamente Spinoza al suo meglio, ma pur sempre uscito
dalla mente e dal cuore.
Dopo una lezione d'inglese, consegnai il papiro di una ventina di
pagine al professor Brooks. Non era nemmeno una relazione di fine
trimestre, solo una dissertazione fuori dal programma scolastico, un
puro inoltrarsi in acque sconosciute. Ne ero molto fiero. Il giorno dopo
"Brooksie" mi chiese se potevo trattenermi dopo la lezione. Lui
cominciò piano, obiettando alcune minuzie filosofiche, mentre io
ribattevo rispettoso. Proprio mentre stavo azzeccando garbugli a
proposito di punizione e ricompense, lui mi diede del "piccolo bastardo
comunista" e m'afferrò per il colletto della camicia. Straaap !
"M'ha strappato questa camicia di merda! Sono andato sino al Sam's
di Lynn a comprarla" strillai mentre Brooksie, un tantino duro
d'orecchi, iniziò a fare a pezzi lo scritto e a gettarmi addosso i
coriandoli. In cambio io gli ribaltai la cattedra e lo stesi al suolo con
una placcata. Un attimo dopo arrivarono gli altri insegnanti, uno dei
quali fece minaccioso: "Hoffie, stavolta hai chiuso". Infatti. Mamma
dovette fare un sacco di pellegrinaggi per intercedere a mio favore, ma
ormai avevo sedici anni e lo stato era legalmente assolto da qualsiasi
responsabilità riguardo alla mia istruzione.
Non lo troverete di sicuro nel Guinness dei primati, però sono stato
l'unico ebreo della storia espulso dal liceo classico. Ho inserito questo
record nel modulo per Who's Who in America, però me l'hanno cassato
assieme a tutte le altre notizie realmente importanti.
Ho recitato da attore consumato la parte di quello che non finisce il
liceo, visto che passavo le giornate in sala biliardo. Certe volte ci stava
anche la partitina a poker di tre giorni. Inoltre, avevo un guardaroba
sconfinato. A un certo punto sono arrivato a possedere sette paia di
scarpe, tutte scamosciate, a parte un paio di coccodrillo. E nel fine
settimana correvo a Everett per portare Suzie a ballare.

DA SBANDATO A STUDENTE UNIVERSITARIO


Naturalmente, i miei non erano esattamente entusiasti di questa mia
carriera da sfigato, anche perché mio padre aveva un grandissimo
amico che stava uno scalino e mezzo più in alto di lui nella gerarchia
sociale, con un figlio che frequentava una scuola privata da cui poi tutti
"potevano entrare in un college a loro scelta". Perciò, l'anno successivo,
conciato com'ero, m'iscrissi alla Worcester Academy per finire il liceo.
Il muro antisemita stava cominciando a mostrare le prime crepe,
pertanto da qualche anno i giudei si riversavano in quel posto come se
fossero l'undicesima piaga d'Egitto, con grande scorno dei vecchi
yankee tradizionalisti. Alla Worcester, però, ci toccava andare tutti i
giorni nella cappella dove il Pifferaio capo ci ammanniva un trascinante
sermone calvinista intriso dell'etica del "duro lavoro", poi ci alzavamo
tutti in piedi e cantavamo un inno mentre la signora Pifferaio spifferava
all'organo. Il mio inno preferito era Avanti soldati di Cristo, sapete, la
parte che parla di andare in guerra sotto la croce di Gesù. Dato che noi
giovani ebrei non eravamo costretti a pronunciare ad alta voce il nome
di Cristo, cantavamo che andavamo in guerra sotto la croce di Zumzùm.
Sono rimasto due anni alla Worcester Academy, e vi assicuro che al
secondo, il mio Zumzùm stava dando la paga alla grande a Gesù.
Quando gli dissi che non mi sarebbe dispiaciuto andare in accademia
alla Brandeis, ci rimasero di stucco. Era un'università sorta da appena
sette anni, mentre l'accademia auspicava per i suoi protetti soltanto un
istituto con le mura coperte d'edera. Mi rifilarono talmente tante buone
ragioni razionali per non iscrivermi a quell'ateneo che me ne innamorai.
Così, un bel giorno dell'autunno 1955, i miei accompagnarono il
sottoscritto e un enorme baule nero fino alle verdi colline della
Brandeis. Poi venne il momento di tanti baci e abbracci, prima che papà
rimettesse in moto. Fino all'ultimo ha incolpato la Brandeis per la mia
rovina. Che si parlasse di divorzio, droga, hippy o schvartzes, finiva
sempre per maledire la Brandeis. "Se non ci fossi andato..." borbottava
in una penosa litania.
Alla Brandeis non erano permesse le associazioni studentesche, però
c'era ugualmente un clima da confraternita. C'era solo un problemino.
Io i "confratelli" non li sopportavo proprio, e non capivo nemmeno,
almeno all'inizio, che cacchio ci facevo lì alla Brandeis. Ero arrivato
convinto di voler diventare dottore. Gli unici esseri umani che mio
padre ammirava erano i medici, a meno che ovviamente non si
dimenticassero di pagare le fatture, perciò quando era venuto il
momento di iscrivermi avevo scelto i corsi propedeutici alla medicina,
cioè chimica e matematica.
A quei tempi, la Brandeis era un ateneo abbastanza insolito, che
aveva avviato un massiccio programma edilizio, perciò vedevi spuntare
come funghi nuove biblioteche moderne, studentati, musei e sale
conferenze. Il campus era un complesso mastodontico i cui pezzi
pregiati erano le tre cappelle costruite in modo da sembrare altrettante
Bibbie spalancate, una per i cattolici, una per i protestanti e una per il
Popolo eletto. Queste Sacre scritture di pietra grigia, alte dieci metri,
erano state calibrate alla medesima altezza, al millimetro. E poi parlano
di uguaglianza ecumenica! Comunque, ogni edificio recava il nome di
una ricca famiglia ebrea. Persino gli alberi avevano le targhette. Su una
collina troneggiava ima grande statua di bronzo di Louis Brandeis, e
quando venne il momento di scoprirla fu Eleanor Roosevelt, che
insegnava lì, a togliere il telo al nostro eponimo. Il buon vecchio
giudice aveva l'aria di aver appena mollato una scoreggia pazzesca,
visto che la toga garriva nel vento.
La Brandeis è stata fortunata. Nel 1953, Joe McCarthy, quando portò
la sua caccia alle streghe itinerante fino a Boston, riuscì a terrorizzare
tutti gli istituti tranne la Brandeis. Forse temeva di essere tacciato di
antisemitismo. Di conseguenza, i migliori docenti di una sfilza di altre
università, gente come Herbert Marcuse, Frank Manuel, Louis Coser,
Irving Howe, Max Lerner, Leo Bronstein, Abraham Maslow, Philip
Rahv, emigrarono in massa alla Brandeis. Per essere il nano che era, la
Brandeis aveva la più entusiasmante facoltà al mondo, in cui nel mio
anno da matricola insegnavano personaggi come Léonard Bernstein,
per la musica, e Eleanor Roosevelt per la politica estera.
Io ho avuto da subito uno dei grandi, un gigante con una gamba sola,
Frank Manuel, che aveva perso un pezzo durante la guerra di Spagna. Il
suo corso si chiamava Storia delle idee, e io ingurgitavo fino all'ultima
sillaba tutto quello che Manuel mi proponeva. Invece, quasi tutti gli
altri studenti, ragazzi originari di New York, sembravano abituatissimi a
questo tipo di scambio di idee e a nomi come Cartesio e Rousseau. Io,
al confronto, ero un vero buzzurro. Ogni concetto nuovo mi colpiva con
la potenza di una folgore.
Una volta mi parve di avere colto una contraddizione nelle ultime
parole di Gesù nel Vangelo, ma il professor Manuel mi offrì
un'intuizione profonda. "Abbie, ragazzo mio, non capisci?" disse,
ingobbito come sempre sulle sue stampelle. "Non lo sa nessuno com'è
andata. Quei libri sono stati scritti anni dopo la crocifissione, e sono
stati cambiati a ogni grande sommovimento della Chiesa. La storia è
creata. E tutto creato. Come le fiabe dei fratelli Grimm". Ero
letteralmente annichilito dalla sua intelligenza allo stato puro, e così,
stregato da questa simpatica novità delle discipline umanistiche,
cominciai a saltare le lezioni di chimica e matematica.
Quell'estate, quando annunciai a mio padre che mi volevo laureare in
psicologia, rimase un tantino deluso. "Con quella e dieci centesimi ci
puoi viaggiare in metropolitana." (Battuta divertente, anche perché la
metro aveva appena aumentato le tariffe. Adesso servivano quindici
centesimi.)
Durante le vacanze estive trovai lavoro come rettificatore in una
fabbrica che lavorava per il ministero della Difesa, dove per entrare
serviva l'autorizzazione dell'FBl. Io facevo il turno serale alla catena di
montaggio, un lavoro tremendamente faticoso e pericoloso, dove mi
tagliuzzavo di continuo le mani. Anni dopo ho avuto un ruolo di rilievo
nell'organizzazione di una serie di dimostrazioni e denunce per
discriminazione razziale contro quello stesso impianto, e due tizi con
cui avevo lavorato alla catena m'hanno spifferato che la direzione aveva
ingaggiato un gorilla per pestarmi.
E stata la mia prima esperienza a contatto con il "proletariato". Ogni
volta che sento questa parola ripenso a quei giorni e agli operai
prigionieri del turno serale, costretti in miniera, a respirare petrolio, a
timbrare il cartellino per il gran capo. Ogni volta che sento la parola
capitalista, rivedo la faccia del proprietàrio dell'impianto, Robert G.
Stoddard, uno dei grandi imperialisti yankee e per anni il mio nemico
giurato nel paesello natio.
C'erano altre novità. Per esempio, fra me e Suzie era finita. Ormai
sentivo così lontano il mondo delle gang giovanili e dei vestiti be-bop.
Addio, auto truccate. Addio, Suzie Q.
A un certo punto scrissi una tesina sulla trilogia di Studs Lonigan
vista attraverso gli occhi di un giocatore di biliardo, un lavoro che mi
facilitò la transizione dal mondo dei teppistelli di strada all'universo
introspettivo delle università di fine anni Cinquanta. In quei giorni era
di moda la ricerca di un'identità. Il "cosa" era stato sostituito dal
"perché". (Ovviamente, in seguito, ho trovato una pillolina che ti
permette di fare l'intero viaggione interiore degli anni Cinquanta in otto
ore a dir molto.) I miei insegnanti erano i numeri uno nel loro settore.
Herbert Marcuse, il più brillante marxista americano, Maury Stein, un
giovane e geniale critico della cultura di massa, Paul Radin, i cui studi
sugli indiani winnebago sono un classico dell'antropologia, l'ultraliberal
Max Lerner, sempre disposto a trovare un pretesto per le magagne
americane, Kurt Goldstein, pioniere della psicologia della Gestalt. E poi
c'erano un genio sarcastico e scattante come Philip Rieff, e uno scafato
vecchio barbogio, James Klee, che tutte le estati tagliava la corda per
andare a farsi di funghi in Messico.
Ma più di tutti adoravo il professor Abe Maslow. Andavo a tutte le
sue lezioni e trascorrevo lunghe serate con lui e la sua famiglia. C'era
qualcosa nella sua psicologia umanistica (all'epoca ritenuta radicale)
che trovavo vivificante nella cappa di diffuso pessimismo che
pervadeva il pensiero occidentale. I cento anni passati a esaminare il
lato oscuro dell'esperienza umana, principalmente a causa dell'influenza
di Darwin e Freud, venivano ridimensionati dalle intuizioni di Maslow
sulla salutare motivazione. La sua psicologia della crescita, il nuovo
ruolo assegnato all'amore e alla creatività e il concetto di
autorealizzazione, hanno fatto nascere una nuova generazione di
esploratori della mente. Maslow è il vero padre del movimento per il
potenziale umano, che sta utilizzando da qualche anno le sue idee.
Degno detentore del nome Abraham.
La teoria masloviana ha gettato solide fondamenta per l'ottimismo
degli anni Sessanta. La sua lezione esistenziale, altruista e ottimista, è
diventata il mio codice di condotta. (Avendo compreso il carattere
antintellettuale della società americana, ho sempre sostenuto che le idee
mi sono costantemente venute guardando la televisione, ma è
chiaramente una frottola, nessuno ha mai imparato una sega guardando
la televisione. Io ho studiato con i più grandi guru degli anni
Cinquanta.)
Maslow, un vero pioniere, era tutt'altro che un radicale. I suoi modelli
per l'autorealizzazione erano i classici bravi ragazzi come Eleanor
Roosevelt e Albert Einstein. Per giunta, si teneva accuratamente a
distanza di sicurezza dalle lotte rivoluzionarie, essendo convinto che il
cambiamento sarebbe arrivato semplicemente influenzando i piani alti
della società. Verso la fine dei suoi giorni, durante la guerra del
Vietnam, teneva addirittura sedute di sensibilizzazione con i generali
del Pentagono, illudendosi di poter limitare la loro aggressività, se
avesse ridotto le repressioni sessuali. Io non ero d'accordo, come anche
sua figlia Ellen. Forse gli stava soltanto permettendo di ammazzare con
meno sensi di colpa. Eppure, secondo me, tutto quello che ha scritto è
applicabile alla lotta rivoluzionaria nell'America odierna, soprattutto se
correggiamo le sue tesi con l'analisi di classe di Marcuse.
A proposito, Marcuse e Maslow non si sono mai scambiati una parola
gentile, e tuttavia non serve essere geni per capire che si possono
leggere tutti gli anni Sessanta (me compreso) come la sintesi di questi
due maestri.
Maslow m'ha fatto conoscere tanti grandi umanisti, Aldous Huxley,
Cari Rogers, Harry Harlow, Erich Fromm, Erik Erikson, Gordon Alport
e un tipino decisamente insolito, D.T. Suzuki, colui che ha presentato e
reso comprensibile lo zen agli occidentali. Tra l'altro, era perfettamente
nella parte. A novant'anni, come minimo, se ne andava in giro con
l'amante ventenne, la bella miss Fior di Loto, una tipa con una chioma
di lustri capelli neri che le arrivava all'osso sacro. Suzuki portava un
apparecchio acustico che stranamente accendeva solo quando parlava
lui. Grande guitto, era capace di chiedere un bicchier d'acqua, berselo e
poi sentenziare "solo quando capirete che l'acqua ha bevuto me capirete
lo zen" . Gli studenti più scafati gli facevano il "pollice basso", ma a me
quelle scenette piacevano da matti. Suzuki è stato il grande maestro
delle mie messe in scena, e tra l'altro m'interessava perché lo zen, come
l'ebraismo, utilizza la satira come mezzo d'insegnamento.
Al secondo anno ero già diventato un mezzo "bo", nel senso di
bohémien, del genere anfibi, salopette e mai pettinarsi. I boccali di birra
cedettero il passo alle illuminazioni davanti a un espresso in uno
scantinato buio. In quel periodo vidi anche tanti bellissimi concerti folk,
come quelli di Pete Seeger. Comunque, allora la politica era limitata
alle proteste degli studenti al m.i.t. a causa della mensa scadente, o alle
battaglie sui regolamenti degli studentati, tipo se le ragazze del secondo
anno potevano ricevere maschi in camera... Loro non potevano, invece
quelle del terzo anno sì.
Però, devo ammettere che non ero un bo integrale. A causa della mia
limitata capacità a concentrarmi, non sono mai diventato integrale in
nulla. Le fulminee transizioni culturali americane (cioè le mode)
diventavano tutte quante mie, ma non dovete confondere una
transizione con una conversione. Non credo di aver mai ripudiato nulla
del mio passato. Mai.
Il sesso era sempre interruptus. La droga pressoché inesistente. La
politica ai minimi termini, eppure la Brandeis, persino così, era già
reputata un'università "d'avanguardia". Avanguardia! Gli altri campus
dovevano essere dei veri cimiteri!
I miei genitori pagavano la retta, ma io vedevo di procacciarmi
qualche soldino extra con il gioco d'azzardo, e incassavo anche un
centone fisso alla settimana con la distribuzione di panini negli
studentati. In questo modo avevo qualche spicciolo per gli svaghi.
II mio primo vero svago è stata una stupenda, aerodinamica,
supercompressa Corvette del '55 in fiberglass, che verniciai di un
bronzo dorato mai visto prima. Era il primo modello di Corvette, il
migliore, quello con la copertura dei fari in fil di ferro e le pinne
posteriori, un tale schianto che la mia ragazza Sheila era nervosa solo
all'idea di salirci a bordo. La sua carrozzeria con ventiquattro strati di
bronzo ridicolizzava le nostre felpacce grigie e smorte. L'ho mandata a
sbattere un tot di volte, e vi dirò che quando si ammaccava non faceva
solo i bozzi, si apriva come una scatoletta. Purtroppo, attirava anche
troppi sbirri, perciò la scambiai con una piccola Volkswagen più sedata
e con un futuro meno ricco di multe per eccesso di velocità.
La seconda distrazione arrivò al terzo anno, nell'estate '58, quando
decisi di fare un giro in Europa per conto mio, un grande passo per il
quale mi sentivo pronto. Tre giorni dopo gli esami m'imbarcai
all'aeroporto Logan su un aereo della PanAm diretto a Londra, con una
sacca stazzonata piena di capi autostiranti, una copia di Europa 5 dollari
al giorno e circa ottocento verdoni in contanti. Allora, le trasvolate
duravano quindici ore o giù di lì, rendendo ancor più drammatico lo
spettacolo dell'alba sulla costa della verde "eccetera eccetera" Irlanda.
Atterraggio forzato, Shannon, Irlanda. Avventura. Fremiti
d'anticipazione. Gas ai motori e un'altra rombata in cielo, e in men che
non si dica stavamo rollando a Heathrow. Ho il naso incollato al
finestrino gelido.
"Guarda che roba! " Guidano a sinistra, proprio come si dice. E tutto
così diverso. L'albergo era tutto di ottoni e cristalli. Il passato infestava
le scalinate.
Poi andai a Parigi. La Francia era lì lì per perdere la guerra d'Algeria.
Il governo era caduto ed era stato richiamato Charles de Gaulle dalla
sua villa di campagna per salvare il salvabile. Il generale doveva
tornare a Parigi il giorno dopo il mio arrivo, perciò sui Campi elisi
trovai milioni di francesi che sventolavano bandiere. Un gruppo di
studenti che stava marciando lungo l'ampio marciapiede tenendosi a
braccetto cantava a gola spiegata: "Allonsafàn de la patri, le giur de
gluà set arrivé". Era l'unica canzone francese che conoscevo a parte
Frère Jacques, perciò mi unii al corteo cantando a pieni polmoni.
Purtroppo, al terzo "marsciòn ! " fummo caricati da una marea di
gendarmi armati di sfollagente che prima coprivano gli studenti con la
loro mantella e poi li abbattevano a randellate. Anch'io fui preso a
manganellate, così mi misi a correre dietro gli altri che se la davano a
gambe puntando verso l'entrata del Mètro. Avevo un male cane alle
costole. In qualche maniera fui spinto in un vagone della metropolitana,
le porte si chiusero e c'involammo verso la salvezza.
E stata la mia prima dimostrazione. Il primo pestaggio da parte della
polizia. A tutt'oggi non ho la minima idea del significato di tutto quel
marciare e manganellare. Sono tornato altre volte a Parigi, e ben due
sono finito dentro una dimostrazione conclusa da cariche della polizia.
Parigi ha capito ancor prima di me che razza di piantagrane ero.
Poco dopo, comprai una moto usata e puntai verso Pamplona. Era il
terzo giorno della fiesta e le strade erano invase da studenti di Harvard
che bevevano vino direttamente dalle botas di pelle di pecora. Ogni
tanto si vedeva anche qualche campesino basco, però con indosso una
felpa con su scritto harvard university o prendimi a pedate sono un
pirla. E tutti quanti giravano per le plazas in cerca di Hemingway. Ogni
anno, appena il primo toro iniziava a galoppare per strada, la camera di
commercio di Pamplona diffondeva la voce "c'è anche Hemingway".
Pamplona era una rissosa festa di strada ricca di balli, bevute,
bestemmie, corride, fuochi artificiali e corse dei tori a tutte le ore, in
una costante battaglia per rimanere svegli. Lì, fra l'altro, mi procurai
una bruttissima cicatrice sul palmo destro: un toro m'intrappolò in un
angolo e mi squarciai una mano mentre scavalcavo una barricata. E vidi
la mia prima corrida, il grande Ortega. Confesso che mi sono sempre
piaciute le corride, anche se non vanno molto di moda nell'area della
controcultura. E un'arte perfettamente sensata: qualsiasi artista, anche di
minimo valore, sfida di continuo le corna della Morte (sia essa fisica,
spirituale o sociale). L'ultimo giorno della fiesta io e la moto ci
allontanammo in linea poco retta dai Pirenei, puntando verso Madrid. À
metà strada, sotto il sole cocente che martellava implacabile la mia
schiena nuda, mentre affrontavamo ai novanta un tornante, la ruota
anteriore slittò sulla banchina cedevole, poi ricordo solo che stavo
facendo il toboga con la pancia sull'asfalto che mi lacerava i vestiti e le
carni mentre la moto andava a sbattere contro la parete rocciosa e i
bagagli finivano da tutte le parti. Cominciai a rotolare, fermandomi
sulla schiena, con i pantaloni sbrindellati, il corpo sanguinante, il sole
che mi bruciava gli occhi, ogni respiro una stilettata. Un macigno
invisibile mi stritolava il petto.
Rimasi lì per un'ora convinto di stare per tirare gli ultimi, ma a un
certo punto allucinai all'orizzonte un gruppo di donne con le brocche di
coccio sulla testa che avanzavano verso di me, staccate da terra.
Quando iniziarono a pulirmi le ferite, l'allucinazione diventò realtà e
iniziai a bofonchiare qualche parola in spagnolo di cui non sapevo
nemmeno il significato. Poco dopo, arrivò un camion su cui caricarono
la moto, mentre chi vi parla, tremante per lo spavento e avvolto nelle
coperte, veniva portato all'ospedale cittadino.
La cittadina era Salinas e l'ospedale uno spoglio stanzone ubicato
sopra la taverna principale. Un tizio stava strimpellando una chitarra in
un angolo. Una señorita m'infilò una sigaretta fra le labbra, poi il
dottore mi coprì la carne viva con il solfato in polvere. Ero finito nel
paradiso di Hemingway, attorniato da angelitos gorgheggianti.
Poi mi bendarono dalla testa ai piedi e mi caricarono a bordo del
treno per Madrid. Mi svegliai il giorno dopo nell'ospedale
angloamericano alla periferia della capitale, dove un medico mi spiegò
che erano stati costretti a imbottirmi di morfina per staccarmi dalla
pelle le bende allo zolfo, e che ero un giovanotto molto, molto
fortunato.
Dopo qualche giorno mi dimisero e, con enorme sorpresa di tutti i
presenti, me compreso, montai a cavallo della moto scalcagnata e
puntai verso Barcellona, città di ribelli. Fortunatamente le ferite erano
guarite in fretta. (Comunque ho addosso abbastanza cicatrici da
riempire due schede segnaletiche dell'FBI.) Macho maaaan!
E da Barcellona tornai a Boston. I viaggi da solo in terra straniera
hanno affinato il mio istinto di sopravvivenza nel territorio impietoso
della latitanza.

CASTRO ALLO STADIO DI HARVARD


Tornato dall'Europa mi misi di impegno per finire l'università ed
entrare in qualche dottorato di livello, e andai a vivere con due
laureandi più vecchi di me. Uno era un borsista ex tenente dell'esercito
che riparava auto, studiava un sacco e si scopava più studentesse di
chiunque altro, con la possibile eccezione di un certo professore di
storia. Mentre convivevamo, sua madre, una signora settantenne dello
Iowa, inscenò il Classico Suicidio Americano. Abitava sull'allora
famosa interstatale Route 40, che passava dritta come una saetta
attraverso i campi di granturco del Midwest per centinaia e centinaia di
chilometri di asfalto a tre corsie. Una sera, la brava donna spostò la
sedia a dondolo dal porticato fino a una tante delle cunette cieche della
superstrada, da cui le auto sbucavano ai 120 all'ora. Zip-zip-zap. Addio
cara vecchietta, addio America, la mammina del quadro di Whisder è
diventata un Jackson Pollock. Splash!
Il mio compagno di stanza ottenne una licenza speciale e tornò, solo
per laurearsi, nel semestre di primavera. Immagino che adesso sia nella
CIA, e stia sorseggiando un margarita in Birmania.
L'altro coinquilino era uno dei pochi neri del campus. Tartagliava, e
di notte parlava con la mamma morta. Si chiamava Jim Anderson e
aveva scritto un'opera lirica alla tenera età di dieci anni, più altre sei o
sette composizioni, dopodiché era stato scoperto da Léonard Bernstein
che l'aveva mandato a studiare alla Brandéis. Jim, dove sei finito? Mi sa
che sei stato relegato nelle retrovie americane. Se fossi un genio nero,
temo che impazzirei e finirei rinchiuso in una qualche clinica
psichiatrica.
L'ultimo anno alla Brandéis lo dedicai al "perfezionamento" della mia
personalità accademica, cioè a impegnarmi nel genere di attività che
fanno un figurone nel curriculum, in vista di un corso post-laurea.
Presidente della Società cinematografica, del Circolo psicologico e
capitano della squadra di tennis. In quel periodo rimasi impressionato
da parecchi conferenzieri. Erik Erikson, che spiegava come fare
psicoanalisi negli Stati uniti con un vocabolario sotto le cinquecento
parole. Dorothy Day, che rievocava con brio le file per la zuppa fuori
dalla sua missione nella Bowery, la Catholic Worker. E Martin Luther
King Jr., che raccontava il successo del boicottaggio degli autobus a
Montgomery, in Alabama.
Però, il miglior oratore che ho mai sentito non venne nel campus,
bensì sull'altra sponda del fiume Charles, allo stadio di Harvard. Era il
marzo 1959, e in ottantamila acclamammo fino a farci venire la
raucedine il señor Fidel Castro, giovane e affascinante nella sua
mimetica verde. Così alto e barbuto, quell'uomo di trent'anni poteva
essere uno dei nostri professori più giovani, e invece era l'Eroe
Internazionale della Libertà, il Superguerrigliero. Un vero mito. Quel
giorno parlò in spagnolo, esortandoci a rispondere al grido degli
oppressi. Poi, tornato a Cuba, iniziò a rispondere al "grido degli
oppressi" espropriando gli interessi americani e avviando i processi
pubblici contro i torturatori di Batista. Alla stampa americana passò
immediatamente l'effimera cotta per gli eroi guerriglieri, ma io non mi
feci influenzare dai pennivendoli.
Tornai a giocare a tennis e a studiare l'ipnosi, la percezione
extrasensoriale e altri argomenti di solito poco apprezzati dalle scuole
post-laurea. Quando la prestigiosa quanto esotica University of
California mi accettò a bordo, telegrafai il mio assenso. In seguito, ho
appreso che erano rimasti impressionati dai miei voti in Teoria
dell'apprendimento e Psicologia sperimentale. E stata una fortuna che
non abbiano indagato più a fondo. La mia dissertazione di Teoria
dell'apprendimento era sulla stregoneria. In Sperimentale, invece,
mentre tutti gli altri studenti riferivano ligi le reazioni epidermiche
galvaniche e la sollecitazione con le scosse elettriche, io studiavo la
ESP in simulate condizioni di stress. Quelli si aspettavano un potenziale
B.F. Skinner, e invece ero un mezzo Uri Geller. I misteri del laboratorio
di chimica non potevano competere con la comunicazione con il
proprio ombelico e con i tentativi di decifrare la ricetta del cosmo.
La Brandeis era una specie di terreno di coltura per le teste d'uovo.
Marty Peretz, diventato poi direttore-proprietario di "New Republic era
il Kissinger della nostra annata, odiato ma rispettato da tutti. Steve
Berger, il politicante della nostra classe, ha poi proseguito la carriera a
New York. Lettie Cottin-Pogrebin, poi caporedattrice di "Ms", è passata
agli annali come prima cheerleader della Brandeis. Lettie era il genere
di studentessa che, poco prima dell'inizio dello scritto, alzava la mano
per chiedere se la calligrafia contava. Classe del 1959, il futuro è nelle
vostre mani. I miei compagni di studi l'hanno acchiappato con grande
entusiasmo.

BERKELEY E LA NASCITA DEI SIXTIES


La University of California non passa inosservata. Se ti avvicini a
piedi lungo Telegraph Avenue, per entrare nel campus ti tocca varcare
l'enorme Sather Gate. Se arrivi in. auto da University Avenue, devi
salire per cinque chilometri in dolce pendenza prima di andare a
sbattere contro gli enormi muraglioni di pietra. Se scendi dalle
magnifiche pinete alle spalle del campus, sei attirato come una calamita
dall'immenso stadio ellittico e dall'onnipresente torre campanaria, che si
chiama proprio così, all'italiana, Campanile.
Siamo la più grande università al mondo. Abbiamo quattordici premi
Nobel (sei più di Harvard). Siamo campioni universitari di basket e in
sei altre discipline. Abbiamo un laboratorio nucleare. Abbiamo palestre
gigantesche, giganteschi ospedali, una gigantesca amministrazione
computerizzata. Abbiamo corsi con più iscritti dell'intero corpo
studentesco dell'istituto da cui provieni.
Un'immensa impersonale megalopoli della mente, il
"multiversitario", come l'ha definita in seguito il rettore Clark Kerr. Il
giorno delle iscrizioni facemmo la fila per quattro ore per ricevere il
tesserino IBM che consentiva di accedere alle varie aule. Cinque anni
dopo, un anonimo studente ha scritto sopra una di queste tessere uno
slogan leggendario: SONO UNO STUDENTE, NON PIEGARMI E
NON TAGLIARMI.
La Cai era davvero enorme. Io ero assistente di Psicologia infantile
nel dipartimento di Economia domestica, in una classe con 1600
studenti. Pare però che la classe più numerosa fosse Biologia uno, con
5000 studenti. Un giorno l'ho cercata e mi sono perso. Nello spazio fra
due studentati limitrofi ci giocavano a scacchi usando come caselle le
finestre. Il Giorno della banda, 6000 musicisti tappezzavano
letteralmente il campo da football, diretti da un maestro piazzato sopra
una torre alta più di sedici metri, e mentre loro suonavano Battle Hymn
of the Republic, 10.000 studenti speciali sugli spalti sollevavano un
cartone in modo da formare tutti insieme la scritta "cascate del
Niagara", poi, al tre, tutti quanti agitavano il cartone in modo che
sembrasse una vera cascata luccicante. Uno studente s'è fatto un intero
quadriennio alla U.C., laureandosi nel 1960 con il massimo dei voti, ma
alla fine una fratellanza del campus ha confessato che quello studente
era la loro mascotte, un chow chow di sei anni.
Nel dipartimento di Psicologia il nome più noto era Walter Tolman,
che però era troppo vecchio per insegnare, anche se potevi ancora fargli
visita nel suo studio sempre affollato di studenti. Era un mito non solo
per la sua brillante carriera nel settore, ma anche perché aveva
capeggiato la battaglia per abolire i giuramenti di fedeltà. Ma i veri
pezzi grossi del dipartimento erano Krech e Crutchfield, che avevano
scritto il più famoso manuale di psicologia del paese. Krech passava
quasi tutto il giorno nel laboratorio nucleare a bombardare il cervello
dei topi con i raggi gamma, mentre Crutchfield si dannava per riportarli
alla normalità. Messi insieme, portavano a casa parecchi milioni di
dollari di sovvenzioni.
C'era fermento nell'aria. Per esempio, cominciai a frequentare le
riunioni di un gruppo politico che si faceva chiamare SLATE. Inoltre,
dall'altra parte della baia di San Francisco, a North Beach, potevi
ascoltare Ginsberg, Ferlinghetti, Corso e Rexroth che sbraitavano
poesie incazzose all'alba. Il primo febbraio 1960 gli studenti
organizzarono una dimostrazione nazionale contro Woolworth per la
sua politica razzista. Intanto, a Greensboro, nella Carolina del Nord,
stavano sbattendo in galera gli studenti neri perché avevano ordinato un
panino al banco di una tavola calda. Nikita Kruscev, invece, giudicò
pornografiche le scene di can-can di Irma la dolce, non potè entrare a
Disneyland e ottenne un'accoglienza vivace da centinaia di migliaia di
persone quando attraversò le strade di San Francisco.
Erano arrivati gli anni Sessanta. Era marzo e si sentiva già la
primavera nell'aria. Quindi anche le vacanze di primavera. Sheila
sarebbe venuta a trovarmi.
Avevamo cominciato a fare coppia due anni prima, a strappi, ma
essendo separati da cinquemila chilometri ci sentivamo vicini come il
primo giorno. Sheila era piccolina, con la pelle olivastra e due
misteriosi occhi neri, talmente belli che la gente la fermava per strada
per farle i complimenti. Il suo volto finemente cesellato non sembrava
intonato a un corpo che pareva quasi impacciarla. Era anche un topo di
biblioteca, una secchiona, passava intere giornate in mezzo ai libri e
frequentava i concerti di musica sinfonica. Tra l'altro, era una discreta
pittrice, però troppo autocritica, non finiva mai i quadri. E femminista
ante litteram con idee acute e una lingua altrettanto affilata. Anche
quando dovevamo ancora metterci insieme, litigavamo già. A pensarci
adesso, non saprei dirvi se ero innamorato di Sheila o lei di me, però ci
stimolavamo a vicenda, e ancora oggi ci rispettiamo in quanto degni
esponenti dell'eterna battaglia fra i sessi. Dovrei anche citare il fatto che
Sheila era vergine, cosa non tanto insolita all'epoca.
Comunque, mi mancava, e avevo raggranellato abbastanza soldi da
spedirle un biglietto aereo perla California.
Arrivò con un piede rotto, ma la scarrozzai ugualmente dalla foresta
di sequoie sino alle colline di Sausalito e infine alle scoscese scogliere
di Big Sur. In una capanna persa tra gli abeti andammo finalmente a
letto insieme. Che notte! Lo chalet vicino era occupato da Sterling
Hayden, che aveva appena rapito il figlioletto alla ex moglie, e lo
sapevano tutti. Poi, non so come, il nostro Cuscino finì sulla stufetta a
gas e scoppiò un principio d'incendio, ciò nonostante nel trambusto
riuscii a... uhm, lei riuscì a... insomma, per intervento divino e a causa
di un preservativo bucato, Sheila rimase incinta.
Poi, lei tornò alla Brandeis per laurearsi, mentre io mi davo da fare a
Berkeley. Intanto a Est, nel ventre di Sheila, la natura stava facendo
lenta ma insistente il suo corso.
Nei primi giorni del maggio 1960 accaddero due fatti epocali nel giro
di una settimana. Tanto per cominciare, fui testimone di un evento che
mi avrebbe influenzato per sempre. Il primo maggio andammo in
carovana fino a San Rafael per una veglia fuori dalle mura del
penitenziario di San Quintino. Dentro quel carcere stava facendo il suo
ultimo pasto un uomo in gabbia nel braccio della morte: piccolo di
statura, dai capelli neri con un naso decisamente imponente e una vaga
somiglianza con Danny Thomas. Anche se le prove a suo carico erano
solo circostanziali, e non c'erano testimoni oculari, era stato condannato
in quanto "stupratore della torcia" durante un clamoroso processo del
1948. Pare che lui, o qualcun altro, usasse cogliere di sorpresa le donne
di notte puntando loro una torcia elettrica dritto negli occhi e ordinando
di succhiargli l'uccello. Caryl Chessman era stato giudicato colpevole e
condannato a morire nella camera a gas. Dopo il processo, aveva
ingaggiato una battaglia legale durata dodici anni, scrivendo parecchi
libri di successo e riuscendo a bloccare la mano del boia più a lungo di
chiunque altro in passato. Insomma, era diventato il simbolo della
battaglia contro la pena di morte. Ma quella sera era la sua ultima sera.
In tutto il mondo la gente s'era data appuntamento davanti alle
ambasciate degli Stati uniti, ma l'unica persona che poteva salvargli la
vita, Edmund "Pat" Brown, dichiarò dalla residenza del governatore:
"Anche se personalmente sono contrario alla pena capitale, le leggi
dello stato della California devono essere rispettate. Ho le mani legate".
Intanto, i giornali e le radio continuavano a lanciare appelli per
salvare la vita a Chessman. In quella nottata, di nebbia e pioggia fine,
eravamo arrivati in qualche centinaio di persone alla veglia, tra cui
Shirley MacLaine e Marion Brando. A un certo punto, il direttore del
carcere uscì per distribuire caffè e ciambelle, tenendo poi un breve
discorso al megafono per spiegare che anche lui era contrario alla pena
di morte. Il mattino dopo, quando riapparve annunciando che alle 10:10
Caryl Chessman s'era spento serenamente secondo le leggi dello stato
della California e tutti avevano fatto il possibile per salvargli la vita (e
Dio avesse pietà della sua anima, amen) piovigginava ancora. L'acqua
aveva liquefatto le scritte sui cartelli. La gente attorno a me era in
lacrime, qualcuno mugolava "no! no!", come se l'avessero ferito
direttamente. Nessuno urlò. Nessuno scagliò una pietra.
Salimmo in auto storditi per tornare in silenzio a Berkeley. "Com'è
possibile? " chiese qualcuno. "In una democrazia, intendo. Nessuno
vuole che una persona muoia, eppure lo stato l'uccide lo stesso?"
Silenzio.
Dieci giorni dopo, il Comitato sulle attività antiamericane inaugurò le
sue udienze sulle presunte manovre sovversive nella Bay Area
californiana. Le sedute presso il Federai Building nel centro di San
Francisco erano in teoria aperte al pubblico, peccato che "il pubblico"
erano gli amici dei commissari. Si poteva entrare solo con una tessera
bianca distribuita nelle sedi dell'American Legion e delle Daughters of
Revolution, garantendo così spalti gremiti per la gogna pubblica. Fu
l'ultimo dei grandi spettacoli itineranti che prepararono la Guerra
fredda, fecero licenziare qualche bravo insegnante e misero in guardia
la nazione contro l'onnipresente Minaccia rossa. J. Edgar Hoover ci
teneva a mantenere la poltrona e, in fondo, i suoi ragazzi non avevano
niente di meglio da fare. Già, come ben sappiamo in America il
problema della criminalità era stato risolto.
Da una settimana i giornali non facevano che parlare degli attacchi
contro il comitato. I manifesti firmati dal Consiglio nazionale delle
chiese, da un migliaio di docenti universitari e da quasi tutti i sindacati
della zona erano affissi dappertutto quando ancora le udienze erano solo
in programma. Gli studenti, ignari del sistema taroccato per gli ingressi,
attesero sin dall'alba che si aprissero le porte, anche se alla fine soltanto
pochi eletti furono autorizzati a entrare, mentre la folla scandiva slogan
contro il comitato. Ma non era possibile fermarci.
Quando vai all'estero, è un classico dire che San Francisco è il posto
migliore degli Stati uniti. L'ho sentito perfino sulle labbra di persone
che non ci hanno mai messo piede. Dovevano essere lì quel venerdì di
sangue del maggio 1960.
C'era per esempio un reparto speciale antisommossa chiamato la
"squadra dei picchiatori", tutti sbirri alti almeno uno e ottanta, tutti
bardati di cuoio nero, con un casco bianco dal visore di plexiglas. E
tutti armati di sfollagente. C'erano anche le squadracce con i cannoni ad
acqua che con i loro getti mandavano la gente a sbattere contro le
vetrine, e quelle dotate di un marchingegno chiamato "piegaginocchia"
che piazzavi attorno al polso di un poveretto, poi ti bastava girare solo
una volta e quello crollava immediatamente in ginocchio per il dolore.
Un secondo giro era già sufficiente a fratturare l'osso. Gli studenti
furono presi a manganellate quando erano a terra, furono gettati giù dai
balconi e presi a calci in faccia. Una donna incinta fu scagliata giù per
una scalinata. Fu il panico generalizzato. Cose del genere erano già
successe in Giappone, ma erano solo robe che vedevi al telegiornale.
Adesso era vero, e faceva paura.
Mentre la folla cercava riparo nei negozi, rimasi separato dagli altri
con cui ero venuto. Quelle imponenti sagome in cuoio nero
continuavano a inseguirci brandendo il manganello. Sirene dappertutto,
l'aria era piena di urla. Cominciai a scappare lungo le viuzze laterali
verso il quartiere dei teatri.
' A quattro isolati dagli scontri era tutto normale. I passeggeri
scendevano dal tram a cremagliera e aiutavano il bigliettaio a girare la
vettura per affrontare la salita verso Powell Street. I vecchi si mettevano
in fila, in attesa che aprissero i cinema a triplo spettacolo in Market
Street. Sembravano ignari del fatto che era appena cominciato il
decennio più turbolento del secolo.
David Rogers era arrivato con me all'università. Avevamo due corsi
in comune e ogni tanto studiavamo insieme. Un ragazzo ipersensibile,
che aveva cominciato a lavorare come psicologo per scoprire nuove
cose su di sé e per cambiare il mondo. Purtroppo, il labirinto dei
laboratori era un dedalo pieno di vuoto, e le macchine con i raggi
gamma gli frissero il cervello. Una settimana prima degli esami finali
andò sull'Oakland Bay Bridge e si buttò nel vuoto. Sulla balaustra
trovarono la sua macchina fotografica. Scienziato scrupoloso sino
all'ultimo, aveva impostato l'autoscatto in modo da riprendere il suo
volo verso la morte. E nel suo appartamento trovarono tutti i manuali di
psicologia ridotti a brandelli. Il Woodworth e Schlosberg, il tomazzo di
1600 pagine di psicologia sperimentale, era stato ficcato nel cesso.
Il giorno dopo Sheila mi telefonò per annunciarmi che le analisi
erano positive. "Arrivo tra una settimana così ci sposiamo" dissi.
"Cosa? Io devo laurearmi, la settimana prossima! " strillò lei.
"Allora penseremo all'aborto."
"Troppo tardi. E poi mi fa paura."
"Tieni duro. Arrivo."
Ci misi tre ore a fare i bagagli e tre giorni ad arrivare. L'interstatale
da Berkeley a Boston la ricordo come un'unica macchia indistinta. Gli
ultimi duemila chilometri li feci tutti di filato, a suon di caffè ed
eccitanti.
Un camionista di Memphis m'aveva spiegato un ottimo trucco per
restare svegli. Ti pizzichi la radice del naso, poi fai un rinomassaggio su
e giù, molto veloce. La radio parlava di un allarme tornado presso
Waco, nel Texas, e invitava gli automobilisti a rallentare per tenere
d'occhio le eventuali trombe d'aria. Erano le tre di notte. Io cominciai a
massaggiarmi il naso.

GOLDONE FORATO, MATRIMONIO FALLATO


"Dev'essere stata quella notte a Big Sur. Che facciamo?" mi chiese
con gli occhi pieni di lacrime.
"Senti, Sheila, ho superato gli esami e tra poco avrò un lavoro al
Worcester State Hospital. Ce la faremo. Possiamo sposarci." Come tanti
della nostra generazione, non potevamo chiedere consiglio a nessuno,
allora non c'erano rubriche sui giornali o cliniche, e di sicuro non
potevamo domandarlo ai nostri genitori. A nessuno.
Finimmo nello studio di un rabbino di Rhode Island.
"Sheila, devi cercare di essere una brava moglie ebrea. Con il tempo
avrai tanti bambini ebrei a cui darai il buon esempio" cominciò a
pontificare quello. Con il tempo? Tra cinque mesi! Roteammo entrambi
gli occhi per l'impazienza e per lo schifo.
Il rabbino si schiarì la voce e continuò: "Non c'è missione più bella
nella vita dell'essere una madre ebrea". Sheila scattò in piedi, imbufali
ta dall'insensibilità di quell'essere. Io temetti che fosse intenzionata a
mollargli un cazzotto, mentre lui proseguiva monotono: "Di questi
tempi la gente ritiene moderno..."
La porta sbatté. Ritrovai Sheila giù in macchina.
Fummo la prima coppia a sposarsi nella bella sinagoga nuova di
Warwick, nel Rhode Island. Lo sposo era in smoking bianco, la sposa
piangeva. Manny, il testimone, ebbe qualche problema a trovare
l'anello. Mio padre s'ubriacò e maledisse la Brandeis. Una yenta dai
capelli turchini che non avevo mai visto prima mi stritolò fra le sue
zinne enormi ululando quanto stavamo invecchiando tutti. C'erano
ettari di cibarie attorno un cigno giallo fatto con la margarina. (Il burro
avrebbe dekosherizzato la cerimonia.) Ballammo allo sfinimento la
bora. Qualcuno cadde nella vasca del punch, e intanto la gente
m'imbottiva le tasche e mi dava pacche sulla schiena. "Devi avercelo
bello grosso" commentò zio Al, piazzandosi il polso sinistro nella piega
del braccio destro e facendo su e giù. "Il ragazzo ce l'ha grosso quanto
quello di un elefante. Ehi, ha l'uccello di un elefante!" annunciò a tutti
gli invitati.
Mentre andavo con Sheila in luna di miele, mi persi e così finimmo
in un albergo semiabbandonato, dove lei passò la notte vomitando,
mentre io leggevo un manuale d'istruzioni e mi chiedevo come mai non
chiudeva la porta del bagno. "Che ci faccio qui? Siamo due estranei.
No, quella è mia moglie. Ma non dovrebbe chiudere la porta? Che
faccio quando tocca a me? La tengo. La tengo? Ma potremmo restare
sposati cinquanta, sessantanni. Come fai a tenerla tanto a lungo, scemo?
Di che ti vergogni? E tua moglie."
Dio, c'erano tante cose da decidere. Non sapevo come si faceva da
sposati. Poi s'è scoperto che non lo sapeva nemmeno lei. Battibecchi.
Porte sbattute. Una volta mi lanciò dietro un piatto scheggiandomi un
osso del gomito. Una volta io le ficcai la testa sotto un cuscino e
premetti, premetti, premetti.
Era un matrimonio a pezzi.
Andrew Michael Hoffman nacque durante una tempesta di ghiaccio
l'ultimo giorno del 1960. "Buon anno, vi siete appena aggiudicati una
deduzione fiscale da 600 dollari" annunciò il medico. Dopo la sua
nascita, cominciammo a sperimentare vari diaframmi e schiume
contraccettive. Un anno dopo Sheila saltò due mestrui di fila, vomitò
qualche volta e io portai i campioni d'urina in laboratorio. In qualche
parte dell'universo morì un altro coniglietto e il giorno dopo il tecnico
annunciò raggiante: "Congratulazioni".
Mio padre aveva oltre cinquecento medici come clienti, perciò
immagino che almeno uno di loro praticasse aborti, peccato che papà
non fosse il tipo di persona a cui potessi chiederlo. Forse qualche amico
del posto ne conosceva, solo che nemmeno a loro riuscivo a
domandarlo. L'aborto, assieme al cancro e all'alitosi, era una cosa
privata e tale doveva restare. Allora telefonai a un'amica di università
che aveva abortito presso un dottore del Queens, il quale si dichiarò
disponibile a farlo per seicento dollari.
"Bene, siamo a cavallo" dissi a Sheila. "Abbiamo appuntamento
venerdì. Ti accompagna Patty." Prelevammo tutti i mille dollari sul
conto, ci prendemmo una babysitter per il fine settimana e andammo a
New York. Patty e Sheila avevano appuntamento a un angolo di strada
di Manhattan per essere accompagnate nella clinica clandestina del
dottore. Io attesi sui carboni ardenti a casa di un amico.
"Abbiamo aspettato fino alle nove e mezzo e non s'è fatto vivo
nessuno" si lamentò Sheila quando tornarono.
E Patty aggiunse: "Non rispondevano nemmeno al telefono. Deve
essere successo qualcosa".
A mezzanotte, quando il "Daily News" arrivò nelle edicole, capimmo.
Edizione straordinaria!
ABORTISTA DEL QUEENS UCCIDE PAZIENTE
Fa a pezzi il cadavere e lo scarica nel water
"Oddio, è lui! Quella nella foto è casa sua" strillò Patty.
L'articolo spiegava che quando una paziente era morta, il segaossa
aveva tentato di sbarazzarsi delle prove, poi, secondo la polizia, era
volato a Cuba. Il giorno dopo il dottore killer occupava ancora
parecchie pagine del giornale. Pare che avesse eseguito migliaia di
aborti. La vittima compariva nella sua foto di diploma accanto
all'istantanea del "water sporco di sangue". Il "News" ci marciò
parecchio su Cuba comunista santuario degli abortisti.
Dopo un'esperienza del genere non insisti. Tornammo ammutoliti a
Worcester. Sette mesi dopo nacque Amy. Io non c'ero. Eravamo già
legalmente separati, anche se l'anno seguente avremmo fatto un estremo
tentativo.
Due anni dopo mi presentai al solito laboratorio. Un terzo coniglietto
tirò le cuoia e ancora una volta mi confermarono che Sheila era incinta.
Figuriamoci, prendeva la pillola. Non c'era pillola, preservativo o
schiuma che tenesse...
Cinque giorni alla settimana, a mezzanotte in punto, un aereo
decollava dall'aeroporto Kennedy per volare verso Sud, destinazione
Portorico. Era soprannominato "il volo degli aborti". Durante il fine
settimana del Labor Day non c'erano tanti turisti diretti ai Caraibi. A
parte pilota e copilota, ero l'unico maschio a bordo. Metà delle
passeggere era in lacrime, e l'altra metà teneva i fazzoletti a portata di
mano.
A Portorico iniziai telefonando ai ginecologi sulle pagine gialle. Per
mia fortuna quasi tutti parlavano inglese. Per mia sfortuna nessuno ne
voleva mezza. Qualunque scusa inventassi, insistevano a dire che
Portorico era un paese cattolico e che l'aborto era illegale. Cominciai
così a girare come un pazzo nella parte vecchia di San Juan e a spiegare
"no vuole bebé, serve bueno doctor". A un certo punto un tassista disse:
"Conosco un doctor", poi proseguì fino al barrio e fece una telefonata.
Sì, in effetti c'era un tale nell'interno dell'isola disponibile per 250
dollari, e il tassista ne chiedeva cinquanta per il viaggio. Affare fatto.
Passammo da strade stipate di gente, cavalli, burros e bestiame. Polli
e maiali si dovevano spostare quando attraversavamo i villaggi
dell'interno. In quel periodo stavano raccogliendo gli ananas e le
banane. Era mezzogiorno, faceva un caldo infernale e Sheila mandava
giù manciate di tranquillanti.
Per due persone del New England e d'estrazione borghese un
ambulatorio nell'interno di Portorico era un vero choc culturale.
Poltrone con le imbottiture sfondate, pavimenti coperti di polvere,
tavoli spogli con la vernice scrostata, lampadine nude. "Lì c'è uno
sterilizzatore" dissi per tranquillizzare Sheila. Il tassista andò a
recuperare nel vicinato il dottore, un ometto paffuto e tutto giulivo,
vestito di bianco con un lungo grembiule imbrattato. In quegli anni ti
veniva automatico pensare al "macellaio", visto che la stampa
etichettava in quel modo gli abortisti. Però, devo dire che era una
persona gentile, e m'invitò persino ad assistere all'operazione.
Sheila si stese sul tavolaccio, poi lui la depilò e le versò una bottiglia
di disinfettante sulla pancia e sulle cosce, quindi le posò le gambe sulle
staffe e annunciò di essere pronto per cominciare. Io la tenni per mano e
le asciugai la fronte mentre lui rovistava "là dentro" con i suoi lunghi
attrezzi. Avendo lavorato nel negozio di mio padre, sapevo che non
coincidevano con la normale strumentazione degli ambulatori
americani. Ero sicuro che fosse roba illegale, tipo i serramanico e i
fuochi artificiali. Dopo cinque minuti di ravanate, il mediconzolo
estrasse un grumo di carne insanguinata ed esclamò: "Eso es! ".
Capii che aveva concluso ed era andata bene. "Sheila, è finita! "
Lei continuò a perdere sangue fino in albergo e per tutta la notte,
finendo due scatole di fazzolettini. Impiegai un'ora a cercare di togliere
il sangue dalle lenzuola, anche perché volevo evitare che l'albergo
sospettasse che fosse stato perpetrato un omicidio nella nostra camera.
Gli antiabortisti direbbero tiè. Però Sheila ne è uscita bene.

UNO VOLÒ NEL NIDO DEL CUCULO


Il lavoro al Worcester State Hospital era abbastanza free. Arrivavi un
po' più tardi e uscivi prima. Buona parte del mio lavoro consisteva nel
sottoporre i test ai pazienti, Rorschach, Stanford-Binet e compagnia
bella. Per un po' ho anche lavorato in accettazione.
Nonostante le idee del mio amico Ronald Laing, sulla follia come
semplice mito, buona parte dei ricoverati lì dentro era fuori come un
vaso di gerani. Un contadino stava per dare alla luce il prossimo figlio
di John Kennedy, una donna aveva preso una stanza in albergo la
Pasqua precedente e aveva gettato tre figli dalla finestra, un tizio era
stanco di essere costretto a pagare la moglie per fare sesso (una sera,
quando lei gli aveva urlato di sbrigarsi a venire, l'aveva strangolata),
una donna si sentiva staccare la pelle ogni volta che si lavava, un altro
ingoiava aria. Questo ve lo spiego meglio. Quelli come lui deglutiscono
aria per stonarsi, però poi gli si gonfia lo stomaco a livelli che qualche
volta esplode. Si sa di deglutitori d'aria che sono morti per overdose
gassosa (forse dovrebbero proibirla). C'erano due Gesù e un Beppe
Stalin. Però, la maggioranza era formata da banali vecchietti ricoverati
perché davano troppi grattacapi a casa. Forse una buona metà del loro
disorientamento era spiegabile con l'ospedalizzazione.
In quegli anni, le camicie di forza e le celle imbottite erano state
sostituite dalla televisione e dai sedativi. La clinica era cronicamente a
corto di personale, e quei pochi psichiatri che c'erano parlavano a stento
l'inglese.
I manicomi statali sono lo squallido esempio tangibile di quanto ci
aspetta alla fine della strada. Dovrebbero organizzare delle gite
scolastiche in questi sanatori. Dopo un po', la pura e semplice atmosfera
opprimente e disperata di questi posti ottunde ogni pulsione umana o ti
fa impazzire.
Io ho tenuto duro tre anni. All'inizio avevo progettato di tornare a
studiare, ma con l'aumento della figliolanza era diventato impossibile.
E poi stavo cominciando a capire che migliorare un paziente per volta
non bastava. Dopo aver ascoltato centinaia di malati, m'ero convinto
che il vero problema risiedesse altrove. Fuori da quelle mura.

RENDERE CONTAGIOSA LA CONTESTAZIONE


Nell'autunno 1960 m'invitarono alla Clark University per la
proiezione di un film che aveva suscitato un certo scalpore nei campus.
Operazione Aborto, un documentario realizzato dal Comitato sulle
attività antiamericane, voleva far passare la tesi che gli studenti, i
lavoratori e gli insegnanti che protestavano contro il comitato erano
stati turlupinati da un pugno di agitatori comunisti. Io dubitavo che più
di qualche sporadico manifestante avesse mai sentito parlare dei
"caporioni", descritti come "spietati e scaltri nemici del nostro sistema"
dal deputato del Sud che fungeva da voce narrante, perciò quella sera
mi arrabbiai tanto che mi conficcai una matita in una mano.
Durante il dibattito, mi alzai per contestare il relatore Fulton Lewis Jr.
Ili e dopo aver affermato di aver partecipato alle manifestazioni, elencai
le varie incongruenze della pellicola. Lewis, figlio di un famoso
commentatore radiofonico di destra e collaboratore del comitato, mi
ripetè più volte di chiudere il becco, poi una squadra di energumeni
della Holy Cross cominciò a gridare "Rosso! Rosso! ". Però gli studenti
della Clarke non erano tanto d'accordo. "Lasciatelo parlare! "
"Lasciatelo parlare!" L'atmosfera diventò piuttosto calda. Una posata
conferenza in un'università era degenerata in una canizza di urla e
fischi. E io ero lì in mezzo alla corsia con il dito puntato intento a
sbracciarmi. Non avevo mai parlato in pubblico, e in quel momento ero
quasi invasato per l'emozione di trovarmi al centro del parapiglia,
armato solo delle mie convinzioni. Fu allora che capii di essere in grado
di rendere contagiosa la contestazione.
Il giorno dopo mi telefonò Todd, il responsabile delle sede locale
della ACLU, l'associazione per le libertà civili. Chiese se mi andava di
andare in giro per il Massachusetts con quel film in veste di
rappresentante della sede? Accettai al volo.
Cominciai a Orange, un paesello nel Massachusetts centrale noto per
le annuali competizioni di paracadutismo. Ospitava anche la Chiesa
unitariana, e quindi le prime cinque file erano piene di tizi
dell'American Legion in cappellino azzurro e con una bandierina
americana ben stretta in mano. Gli altri posti erano occupati dai
contadini locali. Si spengono le luci.
Il pubblico rimase in silenzio per l'ora successiva a sorbirsi le
immagini delle dimostrazioni intercalate con i moniti dei politicanti
contro il Complotto comunista. Alla fine, il reverendo mi presentò
come un rappresentante dell'American Civil Liberties Union da Woster
(pessima pronuncia), poi mi alzai e andai là davanti. Al centro del
palco. Ero a tu per tu con una falange dell'American Legion.
Salve, gente. In vita mia non ho mai tenuto un discorso in pubblico,
però ho visto un film l'altra sera e mi sono arrabbiato parecchio. Vedete,
il maggio scorso ero a San Francisco e m'è saltata la mosca al naso
quando questo politico m'ha dato del babbeo. Non ho ancora conosciuto
un comunista e dubito che ne incontrerò uno stasera [risatina nervosa],
però ho imparato una cosa durante la mia infanzia nel Massachusetts,
cioè a dire chiaro e tondo quel che penso. Come Paul Revere e i suoi
amici. Ora, uhm, la ACLU ha contato 142 errori in questo film. Avete
visto la cicciona che rimbalzava sulle scale? A quella scena tutti
scoppiano a ridere. Be', era una donna incinta e quando è arrivata in
fondo alle scale un poliziotto l'ha presa a calci. Avete visto la scena di
Brown, il comunista? E stata filmata un anno prima in un'altra città e
inserita scorrettamente in questo film. Avete notato il deputato secondo
il quale i comunisti vorrebbero imporre una dittatura in questo paese?
Viene da una circoscrizione della Louisiana dove più di metà della
popolazione è di colore. Da novant'anni in quella circoscrizione i negri
non possono votare. Ogni due anni quel deputato incassa il 96% dei
voti. Kruscev arriva appena al 94% ! L'unica domanda che ci dobbiamo
porre è: perché il contribuente deve pagare il conto di queste schifezze?
Una breve pausa, poi un legionario domandò: "A proposito, crede in
Dio?" e continuarono così per una buona mezz'ora. Mi chiesero se avrei
accettato di dare mia figlia in sposa a un negro, se la ACLU era solo
una copertura dei comunisti e quisquilie varie. Alla fine, salta su un
contadino dalle ultime file. "Non saprei, a me sembra che il ragazzo
non parli male." E comincia a elencare alcune castronerie che ha notato
nel documentario. E non è il solo a prendere la parola. Cristo! Il partito
dei contadini risorgeva dalle proprie ceneri! Ero scosso dai brividi.
Quella sera mi sono innamorato dell'America. Campi di granturco.
Assemblee civiche. Le cascate del Niagara. Gli hot dog. Le doppie
partite dei Red Sox. L'America è stata costruita da persone che
volevano cambiare le cose. E stata fondata su principi solidi. Mi sono
visto come un Figlio della Libertà che cavalcava nella notte, come Paul
Revere, per lanciare l'allarme.

DUDDY INCONTRA L'AVANGUARDIA


Dopo la mia tournée per l'aclu, m'iscrissi a un corso serale della
Brandeis sulla storia del cinema, tenuto da un grande vecchio pioniere
della celluloide, Arthur Mayer. Ogni tanto, qualcuno ha ventilato che io
vivo come se mi trovassi dentro un film. Ovviamente, visto il titolo di
questo libro, tendo a essere d'accordo, anche se non ho capito sino in
fondo che cosa intendono. Comunque, è stato quel corso ad attizzare il
mio amore per il cinema.
Dopo le lezioni di Mayer non vedevo l'ora di portare il cinema a
Worcester, e un bel giorno, mentre passavo davanti a una sala
abbandonata che frequentavo da bambino, pensai di riaprirla
proiettando quelli che chiamavamo, un po' pretenziosi, "film d'essai".
Dopo qualche indagine, scoprii che il proprietario era Duddy della
concessionaria Cadillac City, sita giusto di fronte, il quale Duddy
accettò la proposta.
Lo conoscevo da anni. Tutti a Worcester lo conoscevano. Era il
prototipo del venditore di auto usate, chiacchierone, con la giacchetta
scozzese e il sigaro in bocca, uno cacciato dalle elementari, ma che a
trentacinque anni possedeva già un impero di auto usate costruito dal
nulla. In giro si diceva che era un gangster, ma lo si diceva sempre degli
italiani. "Ha qualcuno alle spalle" fu il monito di mio padre, un tantino
geloso.
Non era affatto un mafioso, però parlava come se lo fosse, con un
borbottio scandito che sembrava tolto di peso da Bulli e pupe. Ci
prendemmo subito in simpatia, venendo da due mondi diversi. Io per lui
ero "o* professore", uno a cui potevi chiedere lumi su qualsiasi
argomento. "Professo', che quadro ti piace?" domandava quando
doveva sceglierne uno per il suo ufficio. Io mi producevo in una piccola
critica argomentata, mentre Duddy mi guardava di sottecchi, poi:
"Chissà... secondo me li ha fatti lo stesso ricchione cecato". La sua
opinione finale. E quando andammo a Boston a parlamentare per avere
i film, passammo al sesso. "Uè, ma l'hai mangiata sul serio la fica?
Come cacchio fai a non sentire il fetore? Devi essere raffreddato."
Duddy aveva un concetto abbastanza sui generis dell'economia
americana. Nell'atrio del Park Arts Theater vendevamo popcorn e
tenevamo anche una bella selezione di vecchi libri sul cinema. Un
giorno
10 vidi sfogliare un volume. Poco dopo mi chiese quanto ci
guadagnavamo a libro.
"1140%" risposi.
"1140! Che cazzata! Tiriamo su il 500% con quel popcorn di merda.
11 40 su un libro non esiste. Un libro! Un libro, merda! " Per lui i
libri erano sacri. Poi mi confessò di non averne mai letto uno in vita
sua. "Secondo me 'sto paese dovrebbero governarlo i comunisti. Ma
pensa, il merdoso 500% per cento su un cesso di sacchetto di popcorn e
bruscolini su un libro" concluse scuotendo il capo.
Ogni giorno, alle cinque in punto, raccattavo un panino e correvo ad
aprire. Per strada prelevavo le pizze del film alla stazione delle
autocorriere. Aprivo e chiudevo, tenevo i registri, preparavo il
cartellone, compravo le pellicole, le caramelle, i libri, i biglietti, facevo
le pulizie, pagavo gli aiutanti e pensavo alla pubblicità. Inoltre,
pubblicavo un bollettino mensile con una lunga recensione per ciascuna
pellicola, il modello era quello che scriveva Pauline Kael per lo Studio
Guild di Berkeley. Dopo quattro mesi di sfacchinate sette giorni alla
settimana e due lavori, decisi di gettare la spugna. Duddy era
d'accordissimo. Eravamo in rosso di diecimila dollari. "Dovevamo
entrare nel giro dei popcorn" concluse con una risata.

ASILO NIDO PER ATTIVISTI


La primavera seguente passai dall'arte alla politica. H. Stuart Hughes,
il copresidente del SANE (Comitato per una sana politica nucleare) e
docente di scienze politiche a Harvard, annunciò che si candidava per il
seggio lasciato vacante dal senatore Leverett Saltonstall, e soprattutto
che si presentava come indipendente con un programma di forti tagli
alle spese militari. Questa piattaforma pacifista poneva Hughes molto
in anticipo rispetto al progressismo dell'epoca, almeno di quello
kennediano. (Molta gente tende infatti a dimenticare che John Kennedy
fece una campagna da falco, dicendosi pronto a ridurre il presunto gap
missilistico con l'Urss.)
Nell'ufficetto di Cambridge affluirono militanti da tutti gli Stati uniti,
poi tutti insieme battemmo lo stato per raccogliere 146.000 firme di
elettori affinché il nome di Hughes potesse essere inserito nella scheda.
Io ero responsabile della raccolta firme nel Massachusetts centrale e
occidentale. Organizzammo carovane di volontari che batterono a
tappeto paesi e città raccogliendo nomi, poi, armati degli elenchi
elettorali, bussammo alle porte di casa, ci piazzammo nei centri
commerciali, sistemammo tavoli negli incroci più trafficati. Di solito,
dormivamo negli scantinati di qualche chiesa simpatizzante.
Fu un'esperienza entusiasmante. Non esiste una maniera migliore di
questo porta a porta per imparare la politica di base. Se tieni duro,
diventi per forza un grande organizzatore politico. La gente ti costringe
a essere convincente, e più gente diversa incontri, più diventi bravo.
Ce la facemmo, lasciando a bocca aperta gli esperti. Hughes sarebbe
comparso nella scheda accanto a uno dei giovani Lodge e al fratellino
Ted Kennedy, anche se non ci fu mai il minimo dubbio sull'esito finale.
Almeno non nel Massachusetts. Però, quasi tutti eravamo consapevoli
del fatto che stavamo imparando a fare politica.
Molto utili, per migliorare il nostro lavoro, furono le riunioni
strategiche in cui leggevamo avidamente e discutevamo tutta una serie
di testate. I militanti dei diritti civili ci passarono spillette e materiale
scritto, e noi passammo a nostra volta da loro. In questo modo,
imparammo tutto quel che c'era da sapere sui tè per raccogliere fondi,
sulle vendite di torte, sulle conferenze stampa, sui concerti, e
negoziammo allo stesso tavolo con sindacalisti, politici in carica e
capiredattori di cronaca locale. Fu una campagna onesta e dignitosa, e a
ottobre i sondaggi mostrarono un notevole 15-20% di intenzioni di voto
a favore di Hughes. Abbastanza da tagliare le gambe a Kennedy e
stabilire una testa di ponte nello stato. Poi ci cadde il soffitto sulla testa.
Anzi, il cielo.
Gli aerei spia che facevano la spola sopra Cuba avevano scoperto le
basi missilistiche in allestimento. Inoltre, alcune navi russe cariche di
testate nucleari erano già in rotta verso l'Avana.
La popolazione si radunò nei bar per guardare in tivù Adlai
Stevenson che mostrava le foto scattate dal cielo. La guardia nazionale
era stata mobilitata, tutti svuotavano i conti correnti, le scuole tenevano
ogni giorno esercitazioni contro le incursioni aeree, la radio mandava in
onda ossessivamente le indicazioni dei responsabili della protezione
civile su "che fare in caso di attacco nucleare". Gli scienziati più
insospettabili sparavano fesserie tipo "se esplode una bomba atomica,
schermatevi gli occhi". Molti americani erano convinti che la fine fosse
vicina, e alcune migliaia di persone avevano già cercato riparo nei
rifugi antiatomici.
Tutti coloro che avevano un qualche rapporto con la nostra campagna
arrivarono di corsa a Cambridge. Hughes doveva assolutamente fare
una dichiarazione. Alla fine attaccò la politica del "rischio calcolato" di
Kennedy, un gesto che in quei giorni sarebbe stato considerato suicida
in qualsiasi elezione senatoriale. Ma nel Massachusetts schierarsi
contro John Kennedy era quasi un'eresia. Il giorno dopo la
dichiarazione, la stampa infilò i guantoni e diede la stura alla grandinata
di epiteti. Il "professore pensieroso e profondo" diventò il "fantoccio
dei russi a Harvard" e così la campagna colò a picco. Nonostante tutto,
alcuni dei migliori attivisti politici degli anni Sessanta si sono fatti le
ossa durante quella campagna elettorale. Hughes poi s'è spostato più a
destra, ma ci ha lo stesso offerto il primo assaggio di organizzazione a
livello nazionale. Molti di quelli che hanno lavorato nel suo staff si
sono poi sparpagliati nel paese nei vari Students for a Democratic
Society, Student Nonviolent Coordinating Committee e altri gruppi più
di carattere locale che hanno fatto la storia del decennio. Boston è
sempre stato un ottimo posto per indirizzare le cose nella giusta
direzione.

DA BOSTON A BROADWAY
Durante un viaggio alla ricerca di artisti per un benefit a favore di
Hughes, ero passato a trovare Arthur Mayer per chiedergli se poteva
presentarmi qualche cinematografaro di New York. Fu così che il
vicepresidente dei Walter Reade Theaters decise che ero ricco di
potenzialità ed entusiasmo, pertanto in autunno iniziai l'apprendistato.
Diventai vicedirettore del cinema DeMille in Times Square. Quando
ero giovane Times Square era la mia vera Mecca. Il cartellone con la
donna che faceva gli anelli di fumo con le Carnei. La cascata con le
statue di Adamo ed Eva nudi alte sette metri. Gli enormi cartelloni dei
teatri. Agli angoli di strada trovavi predicatori mischiati alle orde di
turisti che scendevano dalle corriere. Una volta si diceva che se restavi
abbastanza a lungo all'angolo fra la Quarantaduesima e la Settima
Avenue prima o poi passavano tutti quelli che conoscevi.
Dopo un mese mi promossero a direttore del cinema Baronet-Coronet
sulla Terza Avenue, di fronte a Bloomingdale's, solo che non avevano
ancora finito di costruirlo, quindi sono stato il primo a gestire due
cinema gemelli.
Quelle sale dovevano diventare le scintillanti vetrine della Walter
Reade, che decise di dar fiato alle trombe. Walter Reade Jr. aveva i
gusti più pacchiani di qualsiasi riccastro che abbia mai conosciuto, e
infatti il Baronet-Coronet, una sala in rigoroso stile modernista-Miami,
brillava più accecante del reparto gioielleria di Bloomingdale's una
settimana prima della festa della mamma. L'atrio sfavillava di lamé
dorato, gli uscieri erano in uniforme dai galloni dorati e c'erano persino
le pagliuzze d'oro incastonate nel marciapiede.
All'inizio il mio lavoro consistette nel mettere insieme la squadra e
corrompere gli ispettori dei pompieri e della commissione edilizia per
essere sicuri di inaugurare in tempo. Era tutto clamorosamente alla luce
del sole. Non s'è mai visto un singolo funzionario comunale che sia
uscito dal cantiere senza una bustarella in tasca. Quando andavo sino a
Foley Square per ottenere i permessi, mi portavo sempre tre o quattro
buste sigillate attaccate con una graffetta alla richiesta. Imparai anche a
stringere la mano degli ispettori dei vigili del fuoco nascondendo una
carta da cento. Dalle mie grinfie passarono quattromila dollari, elencati
come "varie ed eventuali" nella prima nota. S'impara sempre qualcosa.
Walter Reade Jr. era un pezzo d'uomo con le gote rubizze, i capelli
neri cotonati e tirati in su come se fossero una torta di meringa e
smaglianti scarpe italiane ai piedi. Aveva sempre un garofano
all'occhiello e un sorriso stucchevole sulla faccia. Una fucina di falsa
esuberanza.
Junior voleva a tutti i costi un'inaugurazione di classe, e in quei
giorno doveva uscire un nuovo film la cui stella, Ludmilla Tcherina, era
disponibile. La chiamavano la "signora in bianco" visto che vestiva
esclusivamente di quel colore, donde le cinquemila rose bianche che
intasavano l'atrio. Ordinammo casse di champagne, le pareti furono
tappezzate di quadri d'autore prestati dai vari musei, e due riflettori
incrociarono i loro raggi nel cielo sopra la Terza Avenue. Spazzammo e
pulimmo come pazzi fino all'istante in cui Junior scese dalla limousine
e fece sfilare la Signora in bianco lungo il tappeto rosso che
attraversava il marciapiede, costellato di pagliuzze dorate fino allo
sfavillante atrio.
Nella hall piena di lustrini c'era una folla di divi e giornalisti. Junior
era raggiante. "Hoffman, non credi che sia ora di mostrare il pezzo
forte?" ordinò. Era una speciale cortina d'aria calda sparata dalle enormi
ventole sotterranee attraverso una grata collocata sulla soglia. Serviva a
impedire che entrasse l'aria fredda nel cinema.
Allora diedi il segnale a un tecnico che fece scattare un pulsante. Oh
mio Dio! Qualcuno s'era dimenticato di togliere la polvere del cantiere
dalle tubature, pertanto l'atrio fu invaso da una nube di fuliggine. I
presenti mollarono di colpo la coppa di champagne e se la diedero a
gambe, urlando. Un idiota strillò persino "al fuoco!". La Signora in
bianco diventò prima grigia, poi svenne. Io corsi immediatamente nello
scantinato a staccare la corrente.
La Signora in bianco tornò in Francia. Junior partì in crociera. Io fui
licenziato e tornai alle mie nottate a un tavolo da poker nel West Side.
Anni dopo ho letto che Junior era scomparso sotto una valanga durante
un fuoripista a Sant Moritz. Me l'immagino ancora che sfreccia sulla
neve in smoking bianco, mentre di lui si scorge solo il garofano rosso.

IL MIO ULTIMO LAVORO


Tornai a Cambridge da Sheila per un ultimo tentativo. Nessuno dei
due era al settimo cielo, solo che non vedevamo alternative, visto che la
separazione era più costosa del vivere assieme.
Però, la riappacificazione con mia moglie significava anche trovarsi
un lavoro. Lustrai le mie Florsheim, stampai un curriculum e feci il giro
delle agenzie di collocamento. La Westwood Pharmaceuticals di
Buffalo stava cercando un rappresentante per il Massachusetts centrale
e occidentale. Mi offrivano quella che sembrava una valanga di soldi,
più bonus, incentivi, conto spese e soprattutto l'utilizzo di una
Chevrolet Impala.
Una settimana dopo, caricammo i bagagli e i bambini e infilammo la
Mass Pike in direzione Worcester, poi mi asserragliai in una stanza
d'albergo con Bert, il direttore vendite della regione, mentre mi
"istruiva", leggendomi parola per parola un manuale del venditore di
duecento pagine. Bert era un tipo abbastanza a posto che aveva fatto
carriera. Anzi, quella volta mi confessò che nessun ebreo era mai
arrivato tanto in alto. Commesso viaggiatore per venticinque anni, era
un fedelissimo della ditta e pensava soltanto a far decollare le vendite.
Mi insegnò tutti i trucchi del mestiere, tipo come superare le
segretarie più arcigne, catturare l'attenzione del medico o far sì che una
tiritera provata mille volte suonasse spontanea. L'informatore è colui
che tiene collegato il dottore all'industria farmaceutica. L'azienda dice
al suo rappresentante come funziona quel prodotto, poi il
rappresentante lo spiega al dottore. La terapia comincia nel settore
vendite della multinazionale, mica in ambulatorio.
In realtà, quasi tutti i medici non vogliono nemmeno sentir parlare di
farmaci miracolosi, loro preferiscono i protocolli di trattamento a lungo
termine e i regimi plurimensili, e adorano le patologie croniche come la
psoriasi e l'artrite. In effetti, una buona metà dei pazienti in sala
d'aspetto è ipocondriaca. La nostra azienda era specializzata nel settore
dermatologico, che era una vacca da mungere, perché della pelle si
sapeva abbastanza poco. Una volta lo chiesi chiaro e tondo a Bert. "Ehi,
ma questi prodotti servono a qualcosa?" Al che lui cercò una risposta
che potesse accontentare entrambi, prima di concludere: "Nulla di
quanto vendiamo fa male".
Era il sogno di ogni casa farmaceutica, un sollievo momentaneo e
nessuna denuncia per imperizia.
Ci misi due mesi ad ambientarmi in zona. Al terzo mese Bert venne a
controllare i miei progressi, ma per mia fortuna, favorito dalle surrenali
robuste, dal dono della parlantina e da una gran faccia di bronzo,
sembrava che avessi tutti i crismi di un Willy Loman di prima classe.
Ogni venditore frega un filino. E programmato nel sistema. Dopo sei
mesi decisi di fregare parecchio. Vendevo i campioncini gratuiti, facevo
la cresta sul conto spese, e baravo anche sull'orario. Finii per lavorare
non più di dieci ore alla settimana, ma dopo due anni anche quelle
diventarono insopportabili. Eppure, per qualche strana ragione, le
vendite erano in ascesa e io m'ero meritato tre aumenti di stipendio.
Durò tre anni quel lavoro, e in quel triennio mi convinsi che in
America nessuna persona in giacca e cravatta lavorava sul serio. Non
solo stavo raggirando l'azienda nel più classico dei modi, ma grazie a
me la Westwood, una multinazionale destrorsa, manteneva senza
saperlo un militante dei diritti civili. Infatti, appena l'informatore
farmaceutico timbrava il cartellino, sparivano giacca, cravatta e
campioncini, e dal garage usciva la luccicante Impala che m'avrebbe
portato allo sciopero e al sit-in più vicino. In quei tre anni avrò leccato
600.000 francobolli.
Come tanti, ho passato intere nottate a stampare volantini. Sono stato
pestato e portato al fresco. Ho marciato in corteo e tenuto comizi
durante le manifestazioni, organizzato scioperi dell'affitto e fatto
irruzione nelle riunioni dei vari consigli dei professori. Con l'azione
diretta sono diventato un vero attivista. Uno delle migliaia che si sono
fatti da sé. Una volta, Dwight MacDonald m'ha fatto un'osservazione
interessante sugli anni Sessanta. "Che cos'avevate in corpo? Il concetto
di vivere in prima persona le proprie idee sfida qualsiasi tradizione
intellettuale." Qualunque cosa volesse dire, aveva ragione.

EDUCAZIONE DEL GHETTO NATALE


Nel 1959 avevo votato due volte per John Kennedy, per
corrispondenza e anche a Berkeley. Pensate che, ispirato da lui, avevo
persino cercato di entrare nei Corpi della pace. Essendo cattolico,
Kennedy era partito molto sfavorite, ma venendo dopo Eisenhower, era
come la primavera dopo un lungo inverno. Accese la nostra voglia di
cambiamento, e quando fu ammazzato in quel freddo giorno di
novembre, lo piangemmo tutti. Kennedy ha mentito tante volte alla
nostra generazione, eppure, ci ha fatto credere che potevamo cambiare
il corso della storia. L'ispirazione t'arriva da certi posti strani e insoliti.
Nei primi anni Sessanta noi eravamo sul serio convinti di dover
rispondere all'invito di Kennedy a fare qualcosa per il nostro paese. La
sua morte ha aperto un baratro fra il presidente e il popolo, una
voragine che non sarà mai colmata.
La National Association for Advancement of Colored People (naacp)
era arcaica quanto il nome che portava. Worcester aveva una sua sede
tipica. Ogni settimana gli iscritti si riunivano nella cappella di una
chiesa del quartiere nero, dove leggevano la Bibbia e cantavano gospel,
poi qualcuno proponeva di spedire abiti o libri usati a una chiesa del
Profondo Sud oppure teneva un discorso infuocato sull'uguaglianza che
si concludeva nell'inane proposta di inviare un telegramma al
presidente. Se un nuovo arrivato chiedeva che cosa si poteva fare per la
gente in galera al Sud, o contro la discriminazione locale, veniva messo
educatamente a tacere. Suor Martha strimpellava qualche nota al piano,
poi tutti s'alzavano, si tenevano per mano e cantavano Shall We Gather
at the River. Quindi, seguiva il rinfresco.
Dopo due riunioni decisi d'impadronirmi di quella sede. E non ero
l'unico a pensarla in questo senso.
Nelle famiglie irlandesi abbienti, quelle che sfornano a getto continuo
politicanti e capi della polizia, c'è sempre un posticino riservato per un
giovane devoto che sceglie la carriera ecclesiastica. Grazie a lui, l'intera
famiglia si garantisce la salvezza e si sente quindi più libera di
speculare in Borsa, investire nei terreni e tramare la conquista di interi
dipartimenti e contee. I Gilgun del Massachusetts erano una famiglia
del genere, e dato che Bernie, uno dei rampolli più giovani, non
palesava un desiderio smodato di azzannare alla gola le faccende più
prosaiche, era stato spedito in seminario in veste di ambasciatore della
famiglia in paradiso. Padre Gilgun prese in parola papa Giovanni e con
passione ecumenica, pessimo carattere e bottiglia in mano, s'incaponì a
sfidare i dogmi della chiesa e le camicie di forza del vecchio ordine
costituito. A parte Malcolm X, Bernie è il miglior oratore del
movimento che mi sia mai capitato di sentire. Forse anche meglio di
Malcolm, visto che, non avendo la testa intasata da troppe nozioni, la
sua passione fluiva direttamente dal cuore alla lingua. Quando parlava,
dondolandosi sulle scarpette nere per tenere il ritmo, il suo volto già
rubizzo diventava scarlatto e gli occhi si rovesciavano verso l'alto
mentre chiedeva al cielo una risposta alle domande che gli lanciava,
poi, con le braccia tese all'insù, come se volesse salire con la fune fino
al Padreterno, tuonava: "Signore, è il nostro sangue che scorre stasera
nelle strade di Birmingham? I pungoli per il bestiame bruciano la nostra
pelle? I mastini di Bull Connor sbranano le nostre carni? Guidaci, oh
Signore, perché non abbiamo paura". Poi, dietro le quinte, mi sparava
un pugno al braccio e mi lanciava una strizzata d'occhio allusiva.
"Gliel'ho cantata chiara, eh?"
D'Army Bailey era invece nero e arrabbiato. Era stato cacciato dalla
University of Louisiana per le sue attività di militante per i diritti civili,
riuscendo per un pelo a svignarsela dal retro, proprio quando i linciatori
erano entrati dalla porta principale. Poi era venuto su al Nord perché la
Clark University gli aveva offerto una borsa di studio.
Un prete irlandese, un commesso viaggiatore ebreo e uno studente di
Giurisprudenza nero e affamato. Eravamo la perfetta Trinità americana.
Prima di ogni assemblea ci riunivamo e pianificavamo le nostre mosse.
Una sera, invece dei soliti venticinque gatti, si presentarono duecento
persone disposte a sganciare due dollari a testa, e quando il buon
reverendo propose un vecchio gospel di chiesa, qualcuno gridò "Little
Light o/Mine". C'era un non so che in quella canzone libertaria, cantata
in una chiesa nera battendo le mani e pestando i piedi sul parquet, che
t'infondeva coraggio, che elevava lo spirito a livelli mai più visti da
allora. Quegli anni, dal 1963 al 1965, risuonarono delle grida di un
movimento nel suo momento più puro. Gente che non aveva mai
cantato una nota in vita sua si scoperse di colpo perfettamente intonata,
e a quel punto s'avventurò per strada, resistendo ai pestaggi,
affrontando i cani della polizia, diventando sempre più forte. La guerra
contro le disuguaglianze razziali era tutta da vincere, ma la
segregazione legale fu sconfitta. E da persone come quelle che
riempirono i banchi quella sera. Sapere di essere stato uno di loro mi fa
sentire una favola.
Nel giro di pochi mesi diventammo famosi in quanto sede più
militante della NAACP in tutta la nazione. La centrale ci mandava
spesso qualche ispettore, e una volta minacciarono di espellerci. La
vecchia guardia incassava fior di quattrini dai ricchi buonisti, però noi
avevamo le truppe e la forza di volontà. Quando la struttura
dell'associazione diventò troppo ingombrante, ne uscimmo,
mantenendo soltanto il nome come copertura, e fondammo una sezione
del CORE e un consiglio di azione diretta di quartiere.
Denunciavamo i padroni di casa per discriminazione, e
picchettavamo gli esercizi che si rifiutavano di assumere i neri.
Insegnavamo ai neri a mentire ai colloqui di assunzione, proprio come
facevano tutti i bianchi. Stranamente, almeno per me, la nostra battaglia
più accanita l'ingaggiammo contro lo stabilimento della Difesa per cui
avevo lavorato.
Quell'impianto apparteneva a un mezzo gangster di Worcester, Robert
Stoddard, colui che controllava la stampa locale, feroce nemico dei
sindacati e arciconservatore. Stoddard è stato anche uno dei più
grossi sostenitori della campagna presidenziale di Goldwater e
fondatore a livello nazionale della John Birch Society. Quella fabbrica
era una bella gatta da pelare. Le sue cifre erano incredibili (soprattutto
in un periodo in cui la madre del governatore partecipava ai picchetti e
finiva in galera in Florida): la Wyman-Gordon aveva 3600 dipendenti,
ma solo trentatré neri, trentadue dei quali addetti alle pulizie, mentre il
trentatreesimo era il responsabile degli addetti alle pulizie.
I bianchi che entravano in fabbrica come inservienti venivano
regolarmente promossi, soltanto i negri restavano lì a raccogliere la
merda. Agimmo in tutta segretezza. Negli ultimi anni, gli attivisti
sindacali erano stati costretti a sloggiare dalla città, perciò ero certo che
in quel modo avrei perso il lavoro da commesso viaggiatore, se non
peggio. Un giorno, mentre manifestavamo per l'uguaglianza sul posto
di lavoro, mi telefonò il direttore del personale. "Sappiamo che sei
coinvolto nei disordini. Come puoi fare una cosa del genere? A suo
tempo ti abbiamo dato un lavoro" si lagnò. Poi mi telefonò anche mio
padre. "Perché loro, fra tanti? Sono i miei migliori clienti! " sbraitò al
telefono.
È molto diverso organizzare manifestazioni in una piccola comunità
rispetto a farlo in una metropoli come New York, anche perché lì il
giornale locale stampa in bella evidenza il tuo nome, indirizzo e storia
personale. Non sono dunque rare le puzzole morte sulla soglia di casa o
le telefonate minatorie. Inoltre, organizzare manifestazioni nel posto in
cui sei cresciuto tende a personalizzare l'esperienza. Nella tua città
natale non hai un posto in cui nasconderti. Quando picchettavamo, certi
ragazzi con cui giocavo a biliardo uscivano dalla sala per guardarmi in
cagnesco. Già i "negracci agitatori" erano cordialmente detestati, ma
adesso a sfilare e cantare quelle canzoni da carboncini vedevano uno
con cui giocavano a bowling. "Abbs, com'è che sei finito in quel
mucchio di dementi?" mi chiedevano, seguendomi a lato del corteo.
Comunque, ho fatto il possibile per schiarirgli le idee.
Non c'era nulla di impersonale a Worcester. Immaginatevi la scena: i
picchetti alla Wyman-Gordon non sono riusciti a far cambiare politica
alla direzione, allora i manifestanti decidono di piazzarsi davanti a un
camion per impedirgli di accedere alla fabbrica. I battistrada immensi
incombono su di noi, ci imbrattano le magliette, si sentono i mezzi della
polizia in arrivo e le grida degli operai, "ottentotti, bastardi comunisti,
tornate in Russia!". Poi, nel baccano, risuona la voce del direttore del
personale dell'impianto che si china sotto il pianale del camion e grida: '
"Abbie, c'è qui tuo padre che ti vuole parlare. Puoi venire un attimo?".
"Non andare" mi fa D'Army, prendendomi per un braccio.
"Devo, D'Army, sul serio. Papà ha il cuore matto. E loro sono i suoi
migliori clienti. Non so che fare. Tienimi il posto in caldo, arrivo
subito." E così attraverso le fila dei manifestanti.
"D'accordo! Fai pure, se è in questo che credi. Però devi proprio
ridurli in questo stato?" mi chiede alla fine mio padre.
Organizzammo dei sit-in negli uffici dell'FBl per protestare contro la
mancata applicazione della nuova normativa sui diritti civili.
Noleggiammo delle corriere per portare i piccoli neri in gita nei
quartieri ricchi, indicando le ville dei grandi industriali. Fondammo un
giornale. Quanto alla comunità nera, organizzammo centri diurni e li
aiutammo a registrarsi per il voto. Fu anche fondato una specie di
centro civico, Prospect House, che ancora oggi serve da punto
d'incontro dell'organizzazione. Andavamo ai funerali e pagavamo la
cauzione per chi finiva dentro.
Rimasi molto sorpreso nel vedere che quasi tutti i bianchi nel
movimento locale erano cattolici, gli eredi dei primi cristiani che si
nascondevano nelle catacombe presso Roma, il tipo di persone che
avrebbe lottato contro l'Inquisizione o portato con fierezza la stella
gialla degli oppressi. I loro eroi erano Spartaco, Bonhoffer, Teilhard de
Chardin e papa Giovanni. S'identificavano con il movimento dei preti
operai in Francia, con i sacerdoti e le suore rivoluzionari in America
latina, con i tentativi di spezzare la gerarchia conservatrice della chiesa.
Era in quel mondo che io, Sheila e i bambini ci trovavamo più a
nostro agio. A Pasqua facevamo festa come i primi cristiani, lavavamo i
piedi agli altri durante il pranzo e affiancavamo alle letture di passi
della Bibbia qualche canzone politica. Una volta alla settimana
partecipavamo alla festa della comunità, e osservavamo oscure festività
come la Pentecoste, quando sfilavamo nei boschi armati di fiori e
bandiere. Questi gioiosi cantori della vita mi convinsero che in fondo
Gesù non era un cattivo ragazzo. (E d'uopo ricordare che la vita di Gesù
è stata molto più radicale di quanto volevano far credere i padri della
chiesa. Come ci ricorda Alan Watts: "I discepoli sono quelli che hanno
avuto i voti migliori all'esame, ma non hanno capito un'acca! ".)
Aprimmo, dentro un negozio al confine con il ghetto nero, una sede
in cui tenevamo una conferenza tutte le settimane. Quel piccolo ghetto
dimenticato, schiacciato contro una nuova superstrada, cominciò pian
piano a organizzarsi, e noi nel frattempo imparammo per strada la
politica dal basso. Allora non esisteva una facoltà in cui te la
insegnavano, A parte il grande organizzatore Saul Alinsky, e forse
Martin Luther King Jr., non avevi nessuno che t'insegnasse qualcosa,
anche solo come modello. Anzi, in America trovavi solo resistenze. In
seguito, durante le manifestazioni a Washington o Chicago, abbiamo
fatto tesoro di quella lezione: le strutture di potere locale ci avevano
osteggiato con le unghie e con i denti, e il razzismo era connaturato al
sistema. Una lezione appresa nonostante la nostra educazione ufficiale.
(La mia critica della democrazia inizia e finisce qui. Ai bambini
bisogna insegnare a non rispettare l'autorità, altrimenti la democrazia è
una farsa.)

ANDARE A SUD
Man mano che il nostro movimento locale allargava la sua base, e
durante i miei viaggi a Boston per lavoro, mi capitava spesso
d'incrociare alcuni militanti per i diritti civili che facevano avanti e
indietro fra il Profondo Sud e i centri d'appoggio su al Nord, come Bob
e Dottie Zellner, i primi bianchi arrivati nel Mississippi come operatori
del neonato Student Nonviolent Coordinating Committee. Erano due
tipi idealisti e sgobboni, l'esempio più tipico della nuova generazione di
attivisti. Le lotte nel Sud rurale basate sul più alto dei dettami morali,
l'uguaglianza, hanno ispirato un intero decennio di proteste.
Ovunque andassi, cercavo fondi e volontari per la prossima Estate
della Libertà nel Mississippi, perciò i due Zellner non ebbero problemi
ad arruolarmi come collaboratore del comitato già nel 1964.
Feci un salto a Jackson, la capitale dello stato, a discutere la strategia
per la Convention democratica di Adantic City. L'SNCC aveva in
cantiere una serie di iniziative per contestare le delegazioni composte
esclusivamente da bianchi.
Le storie sentite allora sul Profondo Sud adesso ci sembrano acqua
passata, come quelle sulle piramidi o sulle guerre napoleoniche, ma
allora eravamo a metà anni Sessanta, e c'erano fatti decisamente
concreti a supportarle. Tipo i cartelli NIENTE COLORATI affissi fuori
dai locali, oppure le fontanelle separate, una un palmo più bassa
dell'altra. Persino nella capitale dello stato, un nero era costretto a farsi
da parte sul marciapiede se un bianco voleva passare. E capivi che stavi
entrando in un quartiere black perché spariva di colpo l'asfalto. I
bambini passavano le giornate radunati sui gradini delle baracche di
legno, alcuni con addosso solo una maglietta smessa, piena di buchi,
oppure niente del tutto. La dieta a base di farinata e ortaggi, di rado
c'era uno zampetto di maiale o un po' di interiora, significava l'anemia
garantita per tre quarti della popolazione. (L'immagine romantica del
"soul food" oscura volutamente la carenza nutrizionale di questo genere
di dieta.) Alla pubertà, quasi tutti avevano già i denti marci.
Tubercolosi, trichinosi e altre malattie venivano di rado curate. Di solito
l'intera famiglia dormiva nella stessa stanza, spesso nel medesimo letto.
C'erano solo due persone che campavano decentemente nelle comunità
nera di campagna, l'uomo che ti metteva sottoterra, il becchino, e quello
che ti accompagnava alle porte del paradiso, il predicatore. A parte
pochissime località sul Golfo del Messico, come Gulfport o Biloxi, la
vita era questa. In qualsiasi graduatoria della miseria, il Mississippi
aveva un posto d'onore.
A giugno, prima dell'arrivo degli studenti, un operatore sul campo
che ammiravamo molto, Michael Schwerner, uno studente universitario
volontario, Andrew Goodman, e un organizzatore locale, James
Chaney, arrivarono in un posto chiamato Philadelphia, nell'angolino
nordorientale dello stato, per indagare sull'incendio in una chiesa. Non
tornarono più.2 La loro giardinetta bruciata fu trovata in un fosso. Un
mese dopo, recuperarono i loro cadaveri in una colata di cemento
appena versata alta quattro metri. Prima di essere finiti a fucilate erano
stati frustati con una catena, e ogni osso del corpo era stato ridotto in
frantumi. Forse, il loro crimine era stato quello di farsi trovare in auto
seduti davanti. Nel Mississippi, per tradizione, persino nelle auto
private i neri dovevano viaggiare sul retro. E nel Mississippi la
tradizione era legge. Mentre li cercavano, trovarono dentro fiumi e
paludi parecchi cadaveri di neri, alcuni bruciati, altri castrati. Quasi
tutte le famiglie nere che ho conosciuto giù al Sud avevano almeno un
parente ammazzato dai bianchi.
Quando organizzammo una sfilata a Jackson, tremila persone furono
arrestate e rinchiuse in un campo di detenzione, con le linee tracciate
per terra con il gesso per indicare le celle di un carcere improvvisato.
Appena mi rilasciarono, schizzai su al Nord. In quel periodo non erano
molti i militanti che accettavano di essere sottoposti a un processo nel
Profondo Sud. Se c'era nei paraggi un buon avvocato, come Charles
Morgan o Billy Kunsder, potevi anche correre il rischio, ma in genere
davi un nome falso, fuggivi sotto cauzione e passavi ad altro. L'anno
dopo fui arrestato altre quattro volte in Mississippi e in Georgia.
Capitava spesso che i militanti per i diritti civili fossero "dati in
pasto" agli altri detenuti. Lo sceriffo prometteva una bottiglia e una
gitarella fuori porta ai compagni di cella che ti facevano "sentire a tuo
agio". Una volta, a Yazoo City, un vicesceriffo secondo il quale ero
passato con il rosso, mi fece penzolare un cappio davanti al naso. In
quei giorni non esistevano semafori a Yazoo City, ma quando segnalai
questo dettaglio trascurabile, mi pizzicarono per offese a pubblico
ufficiale. Ebbi la sensazione che mi stessero insegnando per la prima
volta la vera educazione civica.

AVERE RAGIONE NON BASTA: LA CONVENTION DEL 1964


Arrivai per tempo ad Adantic City, lì organizzammo le chiese e Ì
campeggi dove andare a dormire mentre i comitati locali pensavano alle
cibarie. A dirigere le operazioni c'era una generazione di militanti tosti e
autodidatti come non se ne vedevano in questo paese dai bei tempi dei
sindacati negli anni Trenta. Cleve Sellers, i due Zellner, Doris Rube
Robinson, Julius Lester, Elizabeth Sutherland, Stokely Carmichael,
Dale Smith, George Ware, Ivanhoe Donaldson, nomi che oggi sono
trascurati nelle grandi analisi storiche, ma per me sono il più grande
gruppo di eroi mai visto dopo la firma della Dichiarazione
d'indipendenza.
E poi c'era Mendy Samstein. Mendy era la mia vera fonte
d'ispirazione. Eravamo stati amicissimi alla Brandeis, poi lui era andato
a studiare all'Atlantic Union in Georgia, e sotto l'ala di Howard Zinn,
era diventato il più stimato dirigente bianco del SNCC. Quando però,
nel 1966, ci fu il giro di vite nelle Pantere nere e chiesero ai bianchi di
uscire, Mendy se ne andò con il cuore a pezzi. Era sopravvissuto a due
attentati e aveva lavorato nelle comunità più toste, ma quando cominciò
il rimescolamento di carte che avviene ogni tanto in tutte le
organizzazioni di sinistra, non resse la tensione.
Quante belle menti sono andate a sfasciarsi contro gli scogli della
lotta tra fazioni! Un leader militante ha un'aspettativa di vita di circa
due anni, poi persino i migliori finiscono travolti. Le pressioni sono
immani, le ricompense poche. L'ultima volta che ho avuto sue notizie,
Mendy faceva il tassista a New York.
Mario Savio resse due anni. Lavorò prima con Mendy a McComb,
oltre cento chilometri a sud di Jackson, poi tornò a Berkeley per
capitanare il più grande movimento studentesco della storia del paese.
Però, la notorietà lo azzoppò, lo privò della solitudine che giovava alla
sua anima e lo estraniò dal movimento. Tutti quelli che sono diventati
famosi con la controcultura antielitaria sono stati costretti a soffocare
un bel po' di senso di colpa. Mario non c'è riuscito.
Bob Moses era il migliore tra i migliori. L'aspetto era
ingannevolmente anonimo, immancabile salopette, camicia di jeans
azzurra e scarpe da basket, più una carnagione color rame e occhiali
dalla montatura d'acciaio. Bob apriva bocca di rado, ma quando lo
faceva, sempre con voce seria e pacata, stavano tutti ad ascoltarlo dato
che aveva in testa già pronto il preciso piano di marcia per arrivare alla
vittoria. Noi cercavamo, nessuno escluso, di imitare il suo stile sobrio,
persino il modo di parlare. Bob è stato l'unico negoziatore che si
sentisse altrettanto a suo agio fra i miserrimi neri delle campagne e gli
alti funzionari della Casa bianca. Il suo metodo organizzativo diventò
sinonimo di "democrazia partecipativa". Quest'uomo ammiratissimo è
diventato noto come il "Mosè del Mississippi", ma anche lui ha perso la
battaglia con la fama. Poco dopo Atlantic City, cambiò nome e sparì.
In politica, avere moralmente ragione non basta. L'abbiamo imparato
ad Atlantic City. Fannie Lou Hamer, una leader di base e simbolo della
sfida a una delegazione tutta di bianchi, spiegò a tutti per filo e
per segno, in una sala parrocchiale, come gli agenti dello sceriffo le si
erano messi a sedere sulla testa e le avevano tenuto bloccati i piedi,
mentre i loro compari la frustavano per aver tentato di votare. Poi, per
ore e ore, altri raccontarono di essere stati pestati per aver tentato di
iscriversi nelle liste elettorali. Eravamo in riunione permanente sul
lungomare, ma intanto avviammo una serie di incontri con i delegati
democratici del nostro rispettivo stato. Il sindaco di Worcester mi
promise il suo appoggio alla "delegazione della libertà", perciò, quando
tirammo le somme, capimmo di averne più che abbastanza. Stavamo
per vincere! Eravamo diventati i cocchi della Convention. I delegati ci
davano i lasciapassare, ci invitavano a cena, ci imbottivano le tasche di
banconote e ci chiedevano le spillette. I sudisti della vecchia guardia se
la stavano facendo sotto. Fra l'altro, non stava succedendo in una delle
loro paludi, ma in pieno territorio yankee sotto i riflettori del mondo. A
quel punto, i notabili sudisti annunciarono che avrebbero mollato il
partito se fossero stati silurati i delegati ufficiali del Mississippi, perciò
Lyndon Johnson spiegò a Hubert Humphrey che se voleva diventare
vicepresidente gli conveniva escogitare qualcosa, e in fretta. Così, al
dunque, tutti i nostri supporter si defilarono. Non ho mai perdonato
Humphrey per quanto s'è dimostrato invertebrato in quei giorni. Ai
delegati della libertà fu offerto il semplice ruolo di osservatori, cioè
potevano stare seduti in fondo alla sala, senza però partecipare ai lavori.
Lo chiamarono il "compromesso dei posti in fondo alla corriera". Sol'
tanto Medgar Evers, Aaron Henry e i più anziani NAACP si
dichiararono soddisfatti. Invece, il nostro SNCC era imbestialito. Moses
era a pezzi. Era arrivato a un pelo dal miracolo, ma ora si sentiva di
avere fallito. La stampa e i politicanti si complimentarono con noi per
la vittoria epocale, ma noi volevamo di più. Molto di più.
RITORNO AL SUD
Quando tornai nel Mississippi, l'estate seguente, le cose stavano già
cambiando. Adantic City aveva fatto nascere delle spaccature. C'era
ancora qualcuno convinto che bastasse "fare i bravi", ma un numero
crescente di militanti neri, guidati da Malcolm X e Frantz Fanon, non
aveva più altre guance da porgere. L'SNCC ebbe presto i suoi bei
problemi a tenere insieme i figli di predicatori, come Julian Bond e
John Lewis, con i militanti della tempra di Stokely Carmichael e Rap
Brown. E naturalmente c'era il grosso problema degli organizzatori
bianchi.
Io, allora, lavoravo in una scuola della libertà a McComb, dove un
giorno qualcuno portò una bara da mostrare agli studenti. Dentro c'era
Robert Shaw, il primo nero della comunità ucciso in Vietnam.
Nemmeno uno studente fu disposto a discutere della faccenda. Secondo
me, stavano solo affilando il loro odio interiore. Era difficile per un
bianco borghese capire tanta rassegnazione di fronte alla morte. Quello
è il momento in cui ho toccato con mano il distacco fra me e coloro che
volevo organizzare, un baratro emozionale che non poteva essere
colmato dai buoni sentimenti.
Lì alla scuola della libertà insegnavamo storia degli Stati uniti e del
movimento per i diritti civili, matematica e i rudimenti del leggere e
scrivere, usando spesso i giochi di ruolo, visto che ai bambini piaceva
recitare. Pertanto, preparavamo alcune drammaturgie pedagogiche, tipo
un giorno alle Nazioni unite in cui i delegati dei vari paesi erano i
bambini, una scena di tribunale, una riunione del consiglio comunale.
Come in tutti i sistemi scolastici, facevamo propaganda.
Il Ku Klux Klan era talmente forte che una volta organizzò una
manifestazione in piena Route 80, con le auto che erano costrette a
passare di lato. Roba da non credere, però c'èrano, eccome se c'erano,
quei duecento manti bianchi, croce in fiamme e tutto. Quindici anni or
sono il Klan non era uno scherzo fuori moda come adesso, era un
incubo senza faccia, rifornito dalla polizia di elenchi con le nostre
targhe, che pattugliava i confini di tutte le comunità nere e sparava ai
militanti. I bianchi del posto la chiamavano "caccia ai coons". Sono
stato vittima di parecchi inseguimenti ai 160 all'ora lungo certe sterrate
anguste, da un paese ghetto all'altro, con le ginocchia che mi tremavano
per la fifa.
La nostra più grande battaglia di quell'estate fu ingaggiata contro
l'Holiday Inn di McComb, dove le cameriere nere pagate 59 centesimi
all'ora erano entrate in sciopero e avevano un gran bisogno del nostro
appoggio, anche perché i picchetti erano bersaglio dei violenti attacchi
del Klan. Una volta, fui gettato lungo disteso sul marciapiede e preso a
calci per non so quanto tempo. Un federale si avvicinò e mi chiese
sarcastico se avevano per caso violato i miei diritti civili, poi
arrestarono esclusivamente quelli del SNCG.
Dopo McComb, mi trasferii in Georgia, ad Americus, a un tiro di
schioppo dal ranch di Jimmy Carter. L'SNCC si era alleato con la
Southern Christian Leadership Conference di Martin Luther King, per
avviare una grande campagna per la registrazione al voto. Fui ospitato
in segreto assieme al reverendo Jan Selby, anche lui di Worcester, in un
capanno che apparteneva a un insegnante nero. Tutti i giorni sfilavamo,
ci facevamo arrestare, uscivamo su cauzione, sfilavamo di nuovo e di
nuovo ci arrestavano. Se ben ricordo, era Andy Young il responsabile
della campagna Americus, durante la quale noi agitatori vagabondi
c'incrociammo con i dimostranti che andavano a Selma. Poco per volta,
il Sud stava cambiando e i cartelli SOLO COLORATI andavano
sparendo.
Tutti noi che lavoravamo da quelle parti avevamo sentimenti
contrastanti riguardo i bianchi del Sud. Quelli di loro che riuscivano a
vincere l'odio razzista erano persone fantastiche. Purtroppo, come mi
disse uno, "qui odiamo solo due cose, i bigotti e i neri". Per lo meno
non si nascondevano dietro un dito o una formuletta. Due mesi dopo,
quando l'SNCC si trasferì nei ghetti del Nord, l'appoggio dei liberal
evaporò di colpo. La schietta cattiveria del Sud fu ridicolizzata dalla
violenza istituzionale del razzismo al Nord.

IL MASSACRO DEL PAESELLO NATALE


Nell'autunno 1965, oltre a militare nel movimento per i diritti civili,
molti di noi avevano già cominciato a lavorare contro l'escalation della
guerra in Vietnam. Fu il periodo dei teach-in, quando nel paese
sembrava vi fosse un unico dibattito. A Washington, gli unici due
senatori che votarono contro la risoluzione del Golfo del Tonchino di
Johnson, furono Ernest Gruening e Wayne Morse, subito etichettati
come schegge impazzite e trattati dalla stampa come se fossero due
svitati isterici. Naturalmente, tutto quanto dicevano era esatto.
L'incidente del golfo era stato orchestrato da Johnson e dalla CIA.
Morse e Gruening erano soltanto due profeti troppo in anticipo sui
tempi. (Sono rimasto in contatto epistolare con Morse, e l'ultima volta
che ho visto Gruening, durante il processo a Ellsberg, a Los Angeles, il
senatore m'ha preso da parte in corridoio per espormi le malefatte delle
multinazionali. Temeva che in poco tempo i militari avrebbero assunto
il potere. Sento ancora la sua mano fragile sul braccio. Aveva più di
novantanni e ancora combatteva un sistema che riteneva ingiusto. E
incredibile quanta gente ai vertici abbia paura di un colpo di stato dei
militari. Un altro, solo per fare un esempio, è Walter Cronkite.)
Due senatori, un dottorino, qualche professore, un paio di suore,
qualche studente e i soliti gruppi pacifisti, ecco il primo movimento
contro la guerra. Opporsi alla politica estera del tuo governo in tempi di
guerra non è mai stata un'idea saggia o popolare. A Worcester
annunciammo il primissimo corteo contro la guerra in città, poi
marciammo in 250 dal tribunale fino al municipio. Quasi nessuno aveva
partecipato a una manifestazione, ma la sera prima s'erano fatti tutti
quanti l'esame di coscienza. Cos'era più importante nella vita, il lavoro,
la chiesa, la comunità oppure agire secondo le proprie convinzioni?
Gli organizzatori della manifestazione ricevevano minacce da una
settimana, e sotto il porticato della casa di uno di noi fu trovata persino
una bomba. La porta di una libreria fu imbrattata con una falce e
martello. Quanto a me, misi a frutto la pregressa esperienza al Sud per
insegnare i rudimenti della difesa nonviolenta: una squadra recitava la
parte degli aggressori, gridando offese e lanciando scaracchi, e intanto
l'altra squadra imparava a controllarsi. Se venivano aggrediti, dovevano
acciambellarsi in posizione fetale e strisciare subito verso un cordolo o
un muro, per avere la schiena al riparo. I cartelli con gli slogan
potevano essere usati come scudi. Erano sconsigliati occhiali e gioielli,
anche perché uno strattone a un orecchino era sufficiente a lacerarti un
lobo. I maschietti dovevano indossare le conchiglie parapalle. E in
genere, non bisognava reagire o farsi prendere dal panico. La miglior
difesa era il sangue freddo, perché tutto intorno ci sarebbe stato un gran
caos. La nonviolenza non ha mai significato accettare le lesioni, perciò
si rendeva necessaria una notevole preparazione fisica e psicologica.
Finalmente, il corteo prese le mosse dal tribunale di Worcester,
proprio sotto una targa di granito che recava una scritta piuttosto
curiosa: Lobbedienza alla legge è libertà. Erano previsti dieci
responsabili del servizio d'ordine, uno dei quali era il sottoscritto, e
guidavano la sfilata un giovane predicatore, Elmer Sterner, e padre
Gilgun con un ramo d'ulivo in mano. Man mano che consegnavo i
cartelli alla gente, ci scambiavamo qualche parola d'incoraggiamento o
ci si abbracciava. Questo non era un corteo anonimo con decine di
migliaia di facce, erano tutti miei cari amici, quelli con cui celebravo le
feste e condividevo le brutte notizie. Adagio, in silenzio, partimmo per
la marcia di dieci isolati che ci avrebbe portati fino al municipio. Ci
sentivamo pochi e piccini.
Dopo pochi isolati cominciammo a notare tre auto che ci seguivano.
Adesso stavano accelerando. "Attenti!", Ne smontarono alcuni
ragazzoni che iniziarono a bersagliarci di uova marce. Dopo aver fatto
qualche centro, le auto se ne andarono, ma all'incrocio successivo
vedemmo che la polizia stava tenendo a bada una folla incazzata,
armata di bandiere a stelle e strisce e che scandiva sempre più forte
"traditori! traditori! ". Continuammo a sfilare, noi da un lato del
cordone di polizia e loro dall'altro, poi la masnada sfondò e attaccò il
nostro corteo. "Beccate il prete comunista! Ha il simbolo dei vietcong!
" (il ramoscello d'ulivo). Poi saltarono addosso a Gilgun, gli ridussero a
brandelli la tonaca e lo abbatterono a cazzotti. Un tale con la bandiera
americana su una lunga asta aggredì il predicatore, che finì inchiodato
contro una vetrina di negozio mentre il folle assetato di sangue lo
infilzava con -un'aquila dorata. A uno studente di Holy Cross
sfasciarono la faccia con il tirapugni. Altri manifestanti furono fatti
oggetto di sassate e cazzotti e sputi, tutti i cartelli furono stracciati e
calpestati. Sfogata la rabbia, gli aggressori se la diedero a gambe. Ci
aiutammo a rimetterci in sesto, poi riprendemmo a sfilare. Gilgun, con i
vestiti a brandelli e il collarino bianco slacciato, iniziò a cantare "We
shall overcome. We shall overcome some day..." imitato sottovoce dagli
altri.
Mi dissi che non sarebbe stato poi tanto male morire in quel
momento, come i cristiani sbranati dai leoni, mentre cantavano e
compagnia bella. Come in Quo Vadis. Per anni la gente m'ha chiesto
come mai volevo fare il martire, e io ho sempre sprecato fiato a
spiegare che non era affatto vero, ma in realtà dentro di me ho sempre
pensato che esistevano maniere peggiori di tirare le cuoia.
Alla fine, arrivammo al municipio e iniziammo a fare un girotondo.
In America se vuoi fare un picchetto sei costretto a muoverti. E illegale
rimanere fermi. Adesso eravamo circondati da duemila disturbatori,
radunati per lo più sulla scalinata del municipio. John Gerassi, un
esperto in affari esteri del movimento, tenne un comizio dal pianale di
un camion, sotto una pioggia di missili. In qualche modo riuscimmo a
sopravvivere all'iniziazione, a parte qualche gomma tagliata e qualche
finestra sfondata. Non eravamo soli. Grazie a centinaia di scene simili,
in tutto il paese stava crescendo l'opposizione alla guerra nel Vietnam.

È STATA LA CIA A FARMI ASSAGGIARE L'LSD


Poco dopo il corteo mi telefonò Manny, il mio compagno di stanza al
college, che adesso faceva lo psicologo dell'esercito e stava lavorando
agli esperimenti segreti con l'LSD sui soldati (di recente hanno rivelato
che quegli esperimenti erano finanziati dalla CIA). Voleva sapere se ero
interessato a provare l'acido. "Ma certo" risposi. Non avevo nemmeno
mai provato la marijuana, però avevo sentito parlare dell'acido lisergico
a casa di Maslow. A Berkeley m'ero persino messo in coda per due ore
alla clinica Langley Porter, sperando di essere selezionato come
soggetto cavia con l'LSD, però erano già al completo. Allora ti davano
150 dollari per calartelo!
Ne parlai con il mio vecchio amico Marty Carey, un pittore che aveva
appena organizzato una mostra di pop art e sembrava piuttosto esperto
dello strano universo delle droghe. Marty, gasatissimo da questa mia
prossima gita, mi offrì il suo loft, anche perché gli promisi di
portargliene un po', se funzionava. Erano i giorni in cui un servizio di
copertina della rivista "Life" strombazzava l'LSD come il nuovo
farmaco miracoloso che avrebbe spento ogni forma di aggressività. Ho
sempre sostenuto che Henry Luce, il proprietario del giornale, abbia
fatto di più per accrescere la popolarità dell'acido di quanto abbia mai
combinato Timothy Leary. Anni dopo ho incontrato Clara Boothe Luce
alla Convention repubblicana di Miami, e non m'è parsa propensa a
smentire questa mia opinione. La versione americana della Dragon
Lady mi ha accarezzato un braccio, ha fatto vibrare le ciglia e ha
tubato: "Comunque, non volevamo che tutti esagerassero con una
buona cosa! ". Che grandissima troia!
Il sabato mattina arrivarono a casa mia svariati ospiti forniti di
pacchettini. Manny spiegò in fretta le istruzioni generiche e propose di
prendere subito l'acido, poi scartocciammo l'involucro di stagnola da
cui caddero tre zollette di zucchero che sembravano dadi da gioco e
andammo in auto fino al loft di Marty, che aveva premurosamente
distribuito cuscini e impiantato uno stereo.
Dite quel che volete della CIA, però una cosa è sicura: avevano un
acido fantastico. I colori degli spettacolari quadri di Marty
cominciarono a frullare per tutta la stanza. Il tempo ballava nello
spazio. Io cominciai a parlare a ruota libera, e quando gli altri non mi
prestavano orecchio, sollevavo la cornetta e telefonavo a Dio... a carico
del destinatario. Gran belle chiacchierate. La Vergine Maria piangeva
da una nuvola sul soffitto e mi pare... non ne sono sicuro ma direi che
abbiamo pomiciato. Era davvero una ragazza simpatica. Nel frattempo,
mi rotolavo per terra in preda a una crisi di ridarella isterica. Provai
anche la risata erotica, qualunque cosa fosse. A un certo punto presi la
penna di Ira e scrissi: "Sono stato arso sul bordo argenteo dello spazio",
che aveva tutta una serie di significati.
Dopo quattro ore qualcuno disse: "Ho fame", perciò andai da solo a
prendere da mangiare. Mentre ero sedute alla tavola calda all'angolo,
notai che il cuoco aveva lasciato aperta una bocchetta del gas senza
accendere. Oh-oh! Qui c'è qualcosa che non va. Niente panico. Intanto,
nel cranio mi sta spuntando tutta un serie di funghi atomici. "Che vuoi,
bello?" chiede il tipo con il cappellino buffo.
"Mah, vediamo... prosciutto e formaggio, due BLT, un hamburger con
tutto, due frappé, quattro coche, ed è meglio aggiungere anche una
insalata di tonno."
"Vediamo. Quattro tonni, due prosciutto e uova, cinque BLT, quattro
hamburger, tre malti e una coca."
"Esatto. Avete funghi atomici?"
"No, niente funghi, ma posso farti un'omelette al formaggio."
"Bene."
Ventisei vite dopo spuntò dalla cucina con tre grandi sacchetti
marroni pieni di cibarie. Pagai e in qualche maniera mi destreggiai fino
al loft. "Allora, chi ha ordinato la bomba funghi e sottaceti?"
L'acido induceva una certa frenesia che ti rendeva iperattivo. Feci
quattro passi per strada, poi andai al bowling e alla fine presi un taxi
fino a casa. Quella sera, fra l'altro, dovevo tenere un discorso in una
discoteca del movimento presso una chiesa, e alla fine padre Gonyor mi
guardò in modo strano. "Il tuo discorso era un tantino arzigogolato. Che
diavolo era quella storia dei tram della vita e dei sovrappassi di
beatitudine? Che sei, Alien Ginsberg, eh?" ironizzò.
Il giorno dopo Ira rollò qualche spino di marijuana. Tre boccate ed
ero di nuovo avvinghiato per terra a Maria Vergine. Però stavolta
trombai.
La settimana dopo fumai erba tutte le sere con Marty. Sua moglie
Susan si unì a noi, Sheila no. Sono naufragati parecchi matrimoni su
divergenze del genere. Finita l'erba, Susan propose di tritare i semi e
metterli nella marmellata. Finì che ci mangiammo quattro tartine di
marmellata di fragola e semi di maria senza alcun risultato
apprezzabile. "Troviamone dell'altra" insistette allora Marty. Mandai
così un telegramma a Manny, in cui gli chiedevo altro acido. Mi
telefonò subito. "Non puoi spedire un telegramma del genere!" sbraitò
nel ricevitore.
"Ma se hai detto che era legale" ribattei con la coda tra le gambe.
"Sì, però è un esperimento segreto. Nella base ne sono al corrente
solo pochissime persone."
"Oh, scusa."
"Oh, tranquillo. Tanto sul telegramma c'era scritto LBD." Una
settimana dopo mi arrivò dal Maryland una busta commerciale, di cui
io e Marty ci spartimmo il contenuto. Da quel giorno divenni un
"fattone".
Quel primo trip ebbe su di me un effetto devastante. Qualche mese
dopo fui licenziato. Era ormai palese che non mi stavo spezzando la
schiena per la Westwood Pharmaceuticals. A quel punto, m'ero convinto
che la busta paga mi arrivasse grazie al benvolere degli dèi e a un
computer consenziente. La mannaia cadde nella primavera del 1966,
all'inizio dell'annuale "grande stagione dell'acne" della casa.
SENZA LAVORO, FINALMENTE LIBERO
Il nuovo direttore distrettuale, un luterano elettore di Goldwater,
m'invitò a cena in un ristorante prestigioso di Springfield.
"Allora, Hoffman, chi vogliamo prendere in giro? La tua zona sta
andando a rotoli. Non passi a trovare certi ambulatori da mesi. Mi sa
che nel Massachusetts ci si gingillai Che mi rispondi?" esordì il
manager.
Capendo l'antifona, ordinai subito un dolce in più a carico
dell'azienda.
"Mah, forse è il raffreddore da fieno" fu la mia debole
giustificazione.
"Raffreddore da fieno? Ma le hai viste le cifre del fatturato?" Bevve
un sorso di caffè, strofinò il sedere sulla sedia e aggiunse: "Hoffman,
vediamo di essere franchi". E così a metà della mia seconda torta di
pecan fui licenziato.
Chiariti tutti gli addentellati, ci mettemmo d'accordo che in mattinata
sarei andato a Worcester, avrei caricato i miei campioncini sull'Impala e
avrei restituito le chiavi. Poi Jack insistette per andare a berci il
bicchiere della staffa. Forse era la politica della ditta far sbronzare i
commessi viaggiatori una volta che erano stati licenziati, perché fossero
troppo distrutti per tramare qualche vendetta. Come se non lo sapessi
che le multinazionali avevano fatto stilare da fior di psicologi la
strategia del siluramento.
Al terzo bicchiere la conversazione si sbloccò. "Hoffman, hai una
faccia tosta che ammiro, sul serio."
"Jack, non dire stronzate."
"Ma sì, potevi essere uno dei nostri migliori agenti. Dai, dimmi,
adesso che è finita, cos'è che non ti piaceva?"
"Non è che non mi piacesse, Jack. Però a me piacciono i neri! "
Mi guardò da sopra la montatura degli occhiali. "So che voi del New
England siete progressisti, ma che c'entra la gente di colore?"
"Jack, conosci State Street a Springfièld? Circa un anno fa, da quelle
parti, sono stato trascinato per i piedi da due sbirri ciccioni, perché
stavo bloccando il traffico assieme ad altri..." E così, per un'ora, gli
raccontai che cos'avevo combinato al volante della Ford Impala
nell'ultimo biennio. Mississippi, acido, tutto a parte il furto di
campioncini, le note spese e il mio orario di lavoro.
Alla fine lui annuì. "Appunto, hai una gran faccia di bronzo. Certo, io
sono un conservatore, ma quando vedo in televisione quelli come te,
dico sempre a mia moglie, e rimanga tra noi, che quella gente ha una
bella faccia tosta. E l'energia quello che manca oggi all'America."
Adesso ero io quello rimasto a bocca aperta.
Il giorno dopo tornammo da bravi amiconi a Worcester. Io avevo già
venduto gran parte del campionario, perciò non ci misi molto a caricare.
"Perché non ti tieni le confezioni sigillate?" propose Jack. Lo ringraziai,
poi ci stringemmo la mano.
L'Impala color acquamarina si lasciò alle spalle un sottile fil di fumo
mentre risaliva Hadwen Road. Disoccupato ma libero, rimasi lì sul
prato a guardarla, con un flacone di crema contro l'acne per mano.

COME PARLARE BENE


Era la fine di marzo. Thomas Adams, discendente dei presidenti John
e Samuel Adams, stava per partecipare alle primarie democratiche per il
Senato. Adams aveva un non so che di nobile, come dimostra la foga
dimostrata nella campagna contro la guerra del Vietnam.
Accettai un posto nel suo staff. Lui sapeva che avevo figli a carico,
pertanto mi offrì un appannaggio, e mi permise anche di restare iscritto
airSNCC.
In quel periodo il comitato era guidato da Stokely Carmichael, un
vecchio militante arrivato dalla contea di Lowndes, Alabama, per
portare la battaglia su al Nord. "Non ci va più di cantare, adesso
vogliamo il potere. Il potere nero!" Purtroppo, il consenso dei
progressisti ce l'eravamo giocato definitivamente con la rivolta di Watts
e con questo nuovo genere di militanza. L'SNCC era accusato di
appiccare il fuoco delle varie sommosse, e adesso che la gente
prevedeva la proverbiale "lunga estate calda" volevo da Adams la
garanzia che non l'avrebbe attaccato.
Adams ci pensò su e fece a sua volta una controproposta. "Perché
non chiedi a Carmichael se vuole condividere una piattaforma con me.
Ne sarei onorato." Thomas Adams, austero yankee dalla pelle rosea, era
uno che restava fedele ai suoi principi, uno dei pochi "patrioti" di cui i
suoi antenati sarebbero stati fieri, epigono di una schiatta che aveva
fatto la rivoluzione e aiutato a installare la Underground Railroad, la via
di fuga degli schiavi neri in pieno Ottocento.
Stokely era un oratore magico. Con i gesti e la voce riusciva a
esprimere tutta la rabbia di un movimento che aveva visto troppi morti,
troppi feriti e troppo pochi passi avanti. Era anche un maestro del
dialetto del Sud per veicolare le sue idee da fine accademico. "Certo,
qua si è del SNCC ma non siamo mica più studentelli, anzi, la volete
sapere una roba? Non siamo nemmeno più nonviolenti"
Una sera me lo studiai per bene. L'anno prima aveva pubblicato un
brillante saggio sulla parlata dei neri delle campagne del Mississippi.
Secondo lui, correggere i loro strafalcioni equivaleva a un'ingiuria
razziale, significava insufflare il senso d'inferiorità, sin dai primi passi
nella scuola pubblica. Quello scritto mi accese la lampadina in testa.
Anch'io volevo mettere a punto un mio personale stile oratorio. Anch'io
volevo abbandonare i vezzi e i ritmi dell'accademia. Tutta la mia
educazione passata m'aveva insegnato a tenere discorsi in una maniera
estranea ai miei veri sentimenti di militante. Certo, sapevo esporre una
tesi razionale, analizzare le varie posizioni, ammettere "da un lato è
così, ma dall'altro è cosà", il falso equilibrio delle idee, sapevo usare un
vocabolario lisciato come un prato all'inglese. L'università m'aveva
insegnato a rimanere distaccato dal discorso, perché soltanto dall'alto di
questo piedistallo emotivo sarei stato in grado di scorgere la verità. Era
tutto così ragionevole e razionale. Ma per chi? Per il potere costituito,
ovviamente.
McLuhan ha scritto in Classroom without Walls che chi distingue tra
istruzione e divertimento non sa un accidente né dell'una né dell'altro.
Per divertimento non intendeva soltanto umorismo e simili, ma il più
ampio teatro delle emozioni. La ricca casa farmaceutica per cui avevo
lavorato spendeva gran parte del proprio bilancio in pubblicità. Se noi
volevamo far cessare le ingiustizie e fermare quella guerra imperialista,
e se credevamo in queste mete con la certezza che avevano le
multinazionali nei loro prodotti, non dovevamo forse stare più attenti al
modo in cui le presentavamo? Se appartenevamo alla generazione della
televisione, non dovevamo forse trovare una maniera di parlare più
visiva, invece di sputare parole morte in una litania quasi chiesastica,
che rimbalzava contro orecchie assordate e si perdeva nel vuoto?
Perché non potevamo far crollare il muro tra pubblico e oratore? Far
provare alla gente sensazioni oltre che pensieri? Soprattutto far agire la
gente? I rivoluzionari potevano permettersi di parlare come un libro
stampato?
Per ispirarsi, i musicisti rock studiano il blues e la musica soul, e così
io ho costruito il mio stile di riff oratori sul rhythm&blues verbale di
Stokely. Senza saperlo, Stokely è stato uno degli inventori del dialetto
hippy.
Due mesi dopo ci saremmo rivisti al festival folk di Newport in
circostanze piuttosto strane.

FESTIVAL PER DIVERTIRSI E PROTESTARE


A chi non piacciono i festival? Nei primi anni Cinquanta George
Wein ebbe l'idea e ottenne il permesso di organizzare il festival jazz di
Newport. Io sono andato alla prima edizione e a quasi tutte quelle
successive. In quella del '65 Bob Dylan indossò il giubbotto di cuoio
nero, attaccò lo spinotto della chitarra (orrore!) e cantò Mr. Tambourine
Man in versione elettrica. Metà del pubblico fischiò, metà applaudì. (Da
eterno anticonformista, io ho applaudito.)
La conversione di Dylan al rock si guadagnò i titoli dei giornali, ma
io fui molto più colpito da un altro dettaglio indicativo. Len Chandler,
un folksinger nero, cantò un pezzo contro la guerra al quale si unirono
in coro tutti quelli che mi stavano attorno. Alla fine scandì un rap di tre
frasi per spiegare la sua opposizione alla guerra di Johnson. E il
pubblico fischiò (Len, non la guerra). La stessa gente che cantava in
coro lo fischiò per aver detto le stesse identiche cose cantate nella
canzone. Strano, vero?
Quando l'anno dopo tornai a Newport, successe una cosa che mi aiutò
a capire fino a che punto i festival fossero utilissimi strumenti di
propaganda e organizzazione. Durante l'anno, avevo riempito il sedile
posteriore della Impala di manufatti prodotti dalla Poor People's
Corporation of Mississippi, una rete di cooperative agricole che
producevano oggetti in pelle e stoffa. Queste merci, immagazzinate nel
centro di Jackson, in Mississippi, venivano vendute principalmente a
una mailing list di sostenitori. Io avevo convinto alcuni negozi del New
England a tenere in stock quei prodotti e avevo dato una mano al
progetto per venderli all'ingrosso in tutto il Nord. Una piccola idea sulle
cooperative per i poveri era diventata un programma abbastanza
ambizioso che dava lavoro a quattrocento persone, fusione di economia
della sopravvivenza e della protesta.
Così, quando andai a Newport, aiutai ad allestire uno stand per
pubblicizzare il progetto. Ci piazzammo vicino all'ingresso, in stile luna
park, con le bamboline appese a un filo, le borse di pelle e i vestiti in
bella mostra e un giradischi che mandava in continuazione canzoni del
movimento del Sud.
Stokely, Cleve Sellers, George Ware e gli sncc Freedom Singers si
diedero da fare per chiedere qualche parola d'appoggio dei musicisti,
mentre Julius Lester, un folksinger e militante dell'sncg, era una delle
presenze fisse al microfono. Poi la sera ci infrattavamo per stonarci con
qualche sigaretta buffa.
Una sera, Ellen Maslow, Martha Kocel e il sottoscritto stavano
chiudendo lo stand, quando spuntarono dal nulla alcuni piedipiatti brilli
che cominciarono a sfasciare il banchetto. Stokely, Cleve e gli altri,
appena arrivati per portarci a una festa, furono pure loro malmenati
dagli sbirri a suon di manganellate. Mentre due bruti mi menavano, io
pensai soltanto a come liberarmi dell'erba, che alla fine riuscii a
nascondere sotto una pietra.
Alla fine ci arrestarono tutti per disturbo della quiete pubblica. Dio,
se eravamo incazzati... ma non eravamo i soli. Appena Julius Lester
venne a sapere che cos'era successo, organizzò una riunione dei
cantanti, che dissero chiaro tondo a George Wein che se non si
sistemava la faccenda il concerto era da disdire, kaput. Fuori dal carcere
si radunò una folla, perciò le imputazioni furono subito ritirate. Però per
Stokely non era ancora abbastanza. Tornammo immediatamente sul
posto del massacro. Gli sbirri ubriachi e paonazzi, il casco che brillava
sotto i riflettori, erano ancora disposti a falange, i manganelli ben saldi
in pugno.
Quando Wein chiese a Stokely che cosa voleva, Stokely urlò: "Voglio
che quel testa di cazzo di merda di sbirro ciccione sia appeso per le
palle". I manganellatori si stavano surriscaldando, sentivi letteralmente
il digrignar di denti dei piedipiatti e Wein che sudava sotto la camicia.
"Cristo, ci risiamo" pensai. Ma Stokely sapeva di avere il coltello dalla
parte del manico. A proposito, era anche coraggioso.
Il problema era che, a causa del buio, nessuno di noi era in grado di
identificare gli aggressori. Wein tenne un conciliabolo con il capo della
polizia, che si offrì di mettere in riga il mattino seguente, per il
riconoscimento, l'intero corpo di polizia di Newport. Non volevamo
crederci. L'intero dipartimento si sarebbe messo in fila solo per noi!
Stemmo alzati tutta la notte per decidere. Chiaramente, nessuno volle
perdersi lo spettacolo, e così alle dieci del mattino seguente il
dipartimento di polizia di Newport si mise sull'attenti e noi gli
sfilammo davanti, annusando il fiato e chiedendo ai singoli sbirri di
urlare frasi tipo "negro bastardo!", uno degli spettacoli più strani che
abbia mai visto durante la mia militanza nel movimento. Poi ci furono
le udienze, ma ai poliziotti non successe nulla, naturalmente. Non
ricordo che sia mai successo.
Deve essere stata l'ultima volta che dei bianchi del movimento per i
diritti civili sono stati pestati dalla polizia. L'anno dopo tornai a
Newport con qualche amico e ci pizzicarono per aver distribuito poesie
oscene alle suore. George Wein pagò la cauzione e fece ritirare le
imputazioni, poi mi disse: "Hoffman, sei peggio di Carmichael".
Adams perse le primarie, e io la causa per il divorzio. Sheila si beccò
la casa, i bambini, i libri e il tagliaerba. Io rimasi con due valigie piene
di vestiti e le mie palle speciali da bowling, che a New York servivano
il giusto (da quelle parti infatti infilavano oscenamente le dita nella
boccia). Così, le regalai al mio amico Paul e mi incamminai verso New
York e le grandi manifestazioni. Rispondevo alla chiamata. Non ero
esattamente Giovanna d'Arco. Più che altro, mi sentivo come un
giovane interbase che viene chiamato a giocare tra i professionisti.

LIBERTY HOUSE
A New York condividevo l'appartamento del Lower East Side con un
certo Howie. Pagavamo quarantanove dollari al mese per un tre camere
e cucina in infilata tra Avenue C e la Undicesima, dove persino la metro
ha paura ad avventurarsi. Howie era uno studente marxista di medicina
che stava imparando il mestiere da mettere in pratica una volta unitosi
alla guerriglia sui monti della Bolivia. Abitare lì gli veniva molto utile
per fare esperienza. L'Avenue C era già un mezzo Sudamerica.
Eravamo gli unici del palazzo che non parlavano spagnolo. I vicini
vivevano in sei per camera, facevano a meno di riscaldamento e acqua
calda e spesso (contrariamente al mito americano) andavano a letto
senza cena. Il cassonetto improvvisato sul retro del palazzo era una
riserva di caccia per i topi, mentre, di là dalla strada, i tossici si
mettevano in fila sui gradini in attesa dello spacciatore. I bambini
giocavano a baseball in un dedalo di bidoni straboccanti di pattume.
L'intero isolato era destinato alla demolizione, se non ufficialmente,
almeno ufficiosamente dalla società in senso lato.
Eravamo mille miglia lontani dalla villetta con la staccionata bianca
che m'ero lasciato alle spalle, eppure ero al settimo cielo come può
esserlo soltanto uno che è posseduto dallo zelo del missionario. Ero
venuto lì per aprire un negozio, anzi, una catena di negozi, un K-Mart
del popolo, per vendere le mercanzie delle cooperative del Mississippi.
Avevo solo ottocento dollari in contanti, un assegno di 1500 come
indennizzo per i danni riportati al festival, e il nome che avevamo
scelto, Liberty House.
Dopo settimane di scarpinate in cerca dei locali adatti, un bel giorno
passai davanti a due vetrine nel West Village. Il posto aveva urgente
bisogno di un restauro, però sembrava decente. Con qualche soldo
prestato andammo a cercare la mobilia tra i fondi di magazzino di
Macy's, poi cominciai a vivere praticamente in bottega, impegnato a
grattare per terra, a intonacare le pareti e imbiancarle.
Poche settimane dopo il posto fu attivo e vivo, diventò la sede di
lavoro di una dozzina di volontari. Purtroppo, le relazioni con l'sncc
erano burrascose. C'erano facce nuove alla guida della sede di New
York. Quell'inverno si tenne un congresso nazionale in cui tutti i
bianchi furono epurati dall'organizzazione, così mi girarono le scatole e
scrissi un duro attacco a Stokely e al potere nero. Nonostante il
razzismo, una buona parte dei poveri della nazione era tuttora di pelle
bianca e, in quanto attivisti, dovevamo sempre tentare d'inquadrare la
lotta in termini di classe. Secondo me, il nazionalismo nero era un
passo indietro. Poi affondai il dito nella piaga, elencando gli affronti
personali a danno dei compagni bianchi, in prevalenza donne.
Il pezzo fu pubblicato dal "Village Voice", che gli diede un notevole
risalto e richiese un ulteriore articolo. Stavo diventando molto in fretta
il cocco dei liberal newyorchesi, anche perché incarnavo il loro
auspicio di un movimento integrato per i diritti civili.
Però c'era qualcosa che toccava. Gli elogi mi arrivavano da ambienti
di cui non mi fidavo affatto. Nel frattempo, altri militanti bianchi mi
spiegarono pazienti il significato del potere nero e mi diedero da
leggere Fanon. Cominciai così ad andare a trovare più spesso Julius
Lester per avere lumi. Alla fine, Stokely e soci mi consigliarono di
cedere Liberty House a una direzione tutta nera e passare alla campagna
contro la guerra nel Vietnam. Nella primavera del 1967 accettai il suo
consiglio.

CERTE VOCI CONSIGLIERE


La fine della mia militanza nell'SNCC e nel movimento per i diritti
civili non significò affatto l'addio alla politica. Nei nascenti comitati
pacifisti c'era un gran bisogno di gente.
Attorno a un loft al 5 di Beekman Street stava nascendo una
comunità di militanti a tempo pieno, personaggi come A.J. Muste, Dave
Dellinger, Barbara Deming e David McReynolds. Avevo un gran
rispetto per la loro fede pacifista, però c'era qualcosa nel loro modo di
fare che strideva con la mia educazione da America profonda. Io
praticavo la nonviolenza come tattica, ma ero tutt'altro che un seguace
di Gandhi. Lo scontro richiede sempre sorprese e incertezze. Se dici:
"se mi dai uno schiaffo io porgo l'altra guancia", rischi di beccarne di
più che minacciando di restituire il colpo. Mentre Gandhi digiunava in
galera, i guerriglieri indipendentisti stavano facendo saltare in aria treni
in tutta l'India. Quando Martin Luther King Jr. pregava, i neri si
ribellavano e nei ghetti nascevano gruppi armati. La violenza e la
minaccia della violenza hanno un discreto palmarés quando si tratta di
far cambiare idea ai potenti.
Il pacifismo non è mai parso una grande idea ai lavoratori che
conoscono la storia del movimento operaio, eppure, all'epoca, sembrava
idiota proporre una strategia che andasse oltre il comportamento non
violento del movimento contro la guerra, anche perché la sua base era
radicata nelle chiese e nelle università. Queste erano il mio territorio di
caccia da cinque anni, perciò sapevo quali strategie e linguaggio
utilizzare.
Nell'East Village si stavano aprendo nuovi territori. Le strade erano
piene di giovani scappati da casa, ragazzi con i capelli lunghi, senza un
soldo in tasca, drogati. Ce n'erano già a migliaia di questi "hippy",
come cominciavano a chiamarli i giornali. Le singole persone stavano
diventando esempi viventi della lotta contro la burocrazia. C'era tanto
da fare per strada, però adesso vorrei interrompere un attimo il mio
racconto per citare brevemente alcuni influenti pensatori di quel
periodo.
Norman Mailer, come teorico, m'ha sempre affascinato. L'ho
conosciuto sul finire degli anni Cinquanta. Questo scarmigliato James
Dean ebreo era seduto su un palco, impegnato a scolare una bottiglia di
scotch, a sparare insulti e idee luminose, veri colpi al fegato del
pubblico della Brandeis, e a sbraitare contro la tecnocrazia e contro le
istituzioni della cultura e dell'apprendimento, esortando il pubblico a
uscire dai confini dell'accademia, mentre profetizzava che nelle fogne e
nei vicoli dell'underground scapigliato d'America sarebbe sorta una
Nuova era.
Per lui l'America era il terreno di coltura del nuovo musicista, del
nuovo poeta, persino del nuovo politico, tutti pesantemente influenzati
dalla cultura nera, tutti pronti a drogarsi e fare sesso, tutti cresciuti con
un nuovo insieme di dettami. Mailer ha poi articolato questa sua visione
nell'illuminante saggio II negro bianco, un manifesto culturale che
invitava i giovani a ribellarsi, ma era anche un'analisi delle patologie
della società, un testo che ha toccato un tasto sensibile nel cuoricino che
batteva sotto il mio giubbotto di cuoio.
Con i suoi articoli sui combattimenti tra pesi massimi, con il Sogno
americano, con il suo arrovellarsi sull'identità sessuale, Mailer è
diventato un parametro con cui potevo confrontare continuamente le
mie idee. Le armate della notte è ancora il più bel testo sulla
contestazione degli anni Sessanta.
Mi ricordo un suo brillantissimo discorso durante la manifestazione
contro la guerra a Berkeley, più o meno nel '65, in cui descrisse il ruolo
degli Stati uniti in Indocina come un'estensione della mentalità da ranch
texano di Johnson, una satira acre e circostanziata degli aspetti più
volgari della presidenza. Mailer ti faceva capire che potevi rendere più
efficace la protesta attaccando non le decisioni in sé, ma il basso ventre
di chi le prendeva. Quella sera concluse il suo intervento con un invito
alla denigrazione nazionale del presidente, proponendo, per esempio, di
ribaltare tutte le foto di LBJ, una specie di politica dell'irriverenza.
Verso la metà del decennio, Herbert Marcuse pubblicò un altro saggio
fondamentale di quel periodo, Tolleranza repressiva, in cui demoliva
con successo il mito degli Usa come libero mercato delle idee. In realtà,
la classe dirigente utilizzava la sovra-saturazione per garantirsi il
controllo sulla mente collettiva del popolo. La libertà di espressione
aveva un significato enorme quando i padri fondatori avevano stilato la
costituzione, però adesso era diventata fondamentale la distribuzione
del discorso. La costituzione era passata di mano in mano, ma come
facevamo a diffondere adesso le idee radicali? Non era sufficiente
volantinare agli angoli di strada, quando le tre reti nazionali praticavano
un incessante fuoco di sbarramento mentale su milioni di persone. Le
implicazioni di Marcuse erano chiare: per diffondere le idee radicali,
dovevi avere accesso al prime time. Nessuno ti avrebbe regalato lo
spazio. Dovevi rubartelo.
Marcuse è stato l'insegnante che mi ha influenzato di più, a parte
Maslow. Ho studiato con lui alla Brandeis, poi ho seguito le sue
conferenze alla University of California. Nella primavera '67 l'ho visto
parlare al Fillmore East, una scena incredibile: uno statuario settantenne
dai capelli canuti, intellettuale marxista europeo al seguito della band di
acid rock Group Image, accolto dagli applausi fragorosi della
generazione più strafatta e antintellettuale d'America.
In Eros e civiltà e Luomo a una dimensione Marcuse è riuscito con
un possente sforzo intellettuale a colmare il baratro tra Marx e Freud e a
rendere significative le loro teorie anche per l'età postindustriale. Per
lui, il massimo male della nostra epoca era l'alienazione rispetto al
prodotto del proprio lavoro, ma invece di imputare l'ansia e il timore
contemporanei a una battaglia primordiale tra padri e figli (come Freud)
o all'inferno pieno di diavoli (come la chiesa), Marcuse incolpava il
sistema economico concorrenziale. Il capitalismo costringeva l'uomo a
recitare invece di provare il piacere. La sessualità era repressa per poter
liberare ore di forza lavoro. Perciò, mentre tutti i suoi colleghi
attaccavano i giovani per i loro eccessi in tema di politica, sesso e
droghe, Marcuse era l'unico che ci applaudiva. Per lui l'etica hippy o
"dei polimorfi perversi", come la chiamava, era sia un ritorno alle
origini della salute mentale, sia un passo in avanti verso una società in
cui alienazione e repressione potevano essere imbrigliati.
"L'unika rizpozta atatta a kvesta makkina monotimensionale ti
tistruzione è il rifiuto totale, kompleto! " gridò quella sera il filosofo dal
palcoscenico del Fillmore. La platea impazzì. Ben Motherfucker, il
capo della più sanguinaria gang del Lower East Side, sputò per terra,
sollevò il pugno e disse: "Questo è l'unico cervello del cazzo che vale la
pena di ascoltare in sto paese! "
Marcuse aveva strani compagni di letto, i Motherfuckers.
Un altro pensatore chiave di quel periodo era il canadese Marshall
McLuhan. Gli strumenti del comunicare è stato una guida preziosissima
per la comprensione del mondo elettronico. Non sono tanto sicuro di
aver capito McLuhan più di Marcuse, però i suoi saggi mi hanno fatto
riflettere su quei fulminei, psichedelici spezzoni di notiziario che
sembravano filtrare nel nostro mondo fantastico. La tivù ci diceva:
"Questa è la realtà. Vedere è credere". Davvero magico. Con questa
forma di teletrasporto potevi intrufolarti fisicamente nelle case di
perfetti estranei.
L'America ha più televisori che cessi, pertanto, cominciai a studiare
questo speciale elettrodomestico. Se la società industriale è basata sul
modo di produzione, allora è il modo di comunicare la vera base del
mondo cibernetico. E se il lavoro salariato è l'ingrediente essenziale per
la produzione, allora l'informazione lo è per le comunicazioni di massa.
I gruppi rivoluzionari moderni dovevano puntare alle emittenti
televisive, non alle fabbriche, concentrare le proprie energie nelle
attività tese a infiltrare e cambiare il sistema delle immagini. In un certo
senso, siamo tornati alle icone e ai simboli per l'identificazione
immediata delle idee, come il popolo delle caverne.
Però, informazione non significava solo il telegiornale, significava
anche schede perforate, graffi su un nastro magnetico, musica, sesso,
famiglia, scuole, mode, architettura. L'informazione era cultura, e nella
società il cambiamento sarebbe arrivato cambiando l'informazione.
Avremmo reso importante quanto era irrilevante. Banale quanto era
oltraggioso. Come tanti wobbly in acido, avremmo costruito dal nulla
una nuova cultura nel guscio vuoto del vecchio dinosauro.
C'erano altri pensatori importanti. Il massimo contributo di Paul
Goodman è stata la sua analisi del sistema scolastico di massa.
Goodman ha invitato ad abbattere le barriere tra aule e società. Molto
più che un banale teorico, ha aiutato a costruire (letteralmente, con
martello e chiodi nel Lower East Side) le future controistituzioni.
Robert Theodold, un economista della nuova era, ha scavalcato gli
steccati dell'accademia per mettersi a scrivere sulla stampa
underground. Quell'estate suggerì:
L'unica maniera per uscire dal dilemma della nostra società è
affermare che, nel breve periodo, tutti quanti hanno il diritto a un
salario garantito, per poi passare rapidamente a una società in cui si
possa entrare in un negozio per prendere quello che si vuole.
Questa visione, apparentemente utopica, era condivisa da un signore
decisamente diverso da Theodold. Fidel Castro aveva affermato in
parecchie occasioni che la meta della rivoluzione cubana era
l'abolizione del denaro. Il baratto fraterno era visto sia da Theodold, sia
da Castro, come la base economica dell'umanesimo, pertanto a Cuba,
sull'Isola dei pini, Castro salutò l'idealismo del movimento giovanile
inaugurando una società senza denaro.
Questo capitolo non sarebbe completo (non lo è comunque) se non
citassi un pensatore ancor più essenziale. C. Wright Mills ha tracciato il
solco durante i difficili anni Cinquanta, e il suo libro L! élite del potere
resta, due decenni dopo, il più acuminato atto d'accusa alla nuova classe
dirigente multinazionale. In esso, Mills traccia la storia di chi ha
governato l'America, distruggendo il mito dei "leader usciti dalle
masse". Se non è stato Mills a inventare il concetto di "nuova sinistra",
di sicuro è stato lui a renderlo popolare. In un saggio, intitolato appunto
The New Left, ha profetizzato da perfetto paragnosta la nuova strategia
rivoluzionaria, e gridato che l'attacco all'"apparato culturale" doveva
essere guidato dai giovani, conscio del fatto che ravvicinamento tra
capitalisti e organizzazioni del lavoratori non aveva fatto che ostacolare
le tradizionali lotte operaie. Buona parte della cosiddetta New Left è
parsa trascurare questo saggio importante anche mentre rendeva
omaggio a Mills. Io no.
La fusione di tutte queste idee, filtrate attraverso le esperienze di vita
quotidiana, è stata la base teorica di quanto sarebbe venuto in seguito. A
metà decennio la parola "rivoluzione" cominciò a insinuarsi pian piano
nel nostro vocabolario. E a quel punto, non cercavamo più pensatori,
cercavamo uomini d'azione. Era finito il tempo dei libri. Non sentivamo
più il bisogno di giustificare le nostre scelte in termini intellettuali.

ARRIVANO GLI HIPPY


All'inizio del secolo, il Lower East Side di New York aveva ospitato i
miei nonni. Gli ebrei che fuggivano dalle persecuzioni nel loro Vecchio
paese facevano la fila alle porte del Nuovo mondo. Ora eravamo nel
1967, e nei fatiscenti palazzoni a cinque piani che opprimevano le
strade affollate si riversavano nuove ondate di immigranti. Non
arrivavano dal mare, ma dalla stessa America. Per tutta la primavera di
quell'anno, affluirono numerosi nei casermoni del Lower East Side,
anche cinquemila alla settimana, per dormire su un materasso, in dieci
per appartamento.
Erano gli hippy giunti in autostop dal Kansas, con lo zaino in spalla
dal Maine, a bordo di furgoni sconquassati coperti di albe disegnate con
il pennarello fosforescente. Avevano poche cose con sé, un giaccone
militare, un registratore con qualche cassetta frusciante, una pipa per
l'hashish, forse qualche documento contraffatto. Adottavano strani nomi
tipo "Groovy" e "Ladyfinger"' e seppellivano il passato sotto masse di
capelli scarmigliati e vestiti troppo larghi.
Come i miei nonni, stavano scappando dalle persecuzioni culturali. A
scuola gli chiedevano di tagliarsi i capelli. In chiesa gli predicavano una
falsa retorica. L'ufficio di leva gli ordinava di andare a combattere una
guerra senza senso. Era il mondo di "plastica" in seguito rievocato nel
Laureato. La generazione più anziana, che aveva conosciuto la miseria,
insegnava l'etica del risparmio, mentre i giovani si vedevano attorniati
soltanto da ricchezza. Questi non erano figli della Grande depressione,
adesso gli hippy stavano quasi scappando dalla "bella vita".
Nessuno di loro capiva più una virgola di quello che dicevano i
genitori. La famiglia era vista come il primo sbirro di una società
fraudolenta, e il Padre non era più quello che aveva l'ultima parola.
Quando i miei antenati arrivarono nel Lower East Side, la prima cosa
che fecero fu cercare di capire come far venire anche i parenti. Invece,
adesso, i nuovi immigrati erano più interessati a tenere alla larga la
famiglia, e formavano una colonia di fuggiaschi, scappati dai genitori e
dai cacciatori di taglie mandati a riprenderli.
Solo una minima parte questi profughi era composta dai rampolli
viziati del ceto nouveau riche, contrariamente al luogo comune imposto
dai giornali. Erano solo poveri adolescenti di campagna scappati a New
York perché al paesello non c'era un cazzo. Erano ignoranti e strafatti,
facile preda dei sadici e dei magnaccia che allestivano monolocali come
base di reclutamento per le prostitute. Tanti ragazzi, in cerca di una
nuova struttura familiare, sono finiti tra le braccia di genitori putativi
più crudeli di quelli lasciati a casa.
Termini come "hippy", "generazione dell'amore" e "figli dei fiori"
erano solo farina del sacco di giornali. Le riviste e la televisione hanno

Rivolta di Newark, 1967. Il Digger Abby con qualche amico. Foto di


Fred W. McDarrah.

Summer of Love, 1967, Central Park. Marty Carey, lo sposo, Lynn


House, la sposa e qualcuno dei tremila invitati. Foto di Fred W.
McDarrah.
codificato il movimento a uso e consumo dell'America di provincia,
ma sarebbe assurdo affermare che siano stati i media a inventare gli
hippy, dal momento che tra i giovani si stava diffondendo come
un'epidemia un atteggiamento amorfo, della serie "ma lasciatemi
vivere".
Arrivarono nel Lower East Side per inserirsi nella preesistente
macedonia culturale di vecchie streghe ucraine che andavano dal
fornaio in babushka, di neri in dashiki con i nuovi afro alle prese con le
salmodie islamiche sui gradini coperti di tappeti, di giovani portoricani
che ballavano il boogie al suono dei bonghi, di ebree hassidiche
nerovestite che trotterellavano sul marciapiede reggendosi le tette, di
artisti pazzi appesi alle scale antincendio per istoriare le pareti dei
palazzi, e di spacciatori d'erba con il loro carrettino. In mezzo a questo
caos urbano, arrivarono gli hippy, a piedi nudi sui cocci di bottiglia, e ti
ficcavano un fiore in mano sussurrando: "Hai qualche spicciolo? Una
canna?". Era il paradiso del militante, la vera grande sfida, perché fi
potevi creare da zero la realtà e l'ideologia.
All'inizio mi lasciarono freddino. Per me il loro drop-out era una
resa, il loro tune-in era un tune-out rispetto alle cause in cui credevo.
Per me gli hippy erano solo degli zombi dagli occhi vitrei che andavano
e venivano dalle fumerie del quartiere. Invece, per loro, io ero troppo
"politicante", "il solito maniaco del potere". Espressi queste mie
critiche in un articolo per il "Village Voice", in cui accennai anche alla
smaccata contraddizione di un gruppo rock pace-e-amore come i
Jefferson Airplane che faceva pubblicità ai Levi's, mentre i neri del Sud
cercavano di far entrare il sindacato alla Levi Strauss e chiedevano un
boicottaggio nazionale. Gli Airplane, gli va dato merito, tagliarono
subito i ponti con l'azienda. A dirla tutta, fra tutti i gruppi rock di
protesta che ho conosciuto soltanto gli Airplane/Starship e i Grateful
Dead erano abbastanza vicini alla comunità di cui andavano cantando.
La League for Spiritual Discovery, una produzione Timothy Leary e
Richard Alpert (poi diventato Baba Ram Dass), aveva aperto una sede
giusto di fronte a Liberty House nel West Village, così andai a qualche
riunione, recitando la parte del politico di strada. Leary e io abbiamo
avuto parecchi scazzi. Io lo accusavo di creare un gruppo di
cuorcontenti incamminati verso lo sterminio, ma Leary si limitava a
fare sorrisoni e a ridere un sacco. Però devo ammettere che ho studiato
a fondo la sua tecnica di vendita karmica. Nella sua famosa intervista a
"Playboy", per esempio, ha cominciato a spiegare che le donne in acido
potevano avere migliaia di orgasmi. Che venditore!
Andai anche a vedere il suo folle circo hippy al Fillmore, vale a dire
gong, campanelle tibetane, luci stroboscopiche e nell'anello centrale
Leary tutto di bianco vestito, a piedi nudi, seduto nella posizione del
loto su un cuscino mentre mugolava davanti a un pubblico rapito. Turn
on, tune in, drop out, yeah! Comunque va detto che Leary stava
sperimentando una forma di comunicazione che rompeva volutamente
con il banale, secondo una modalità suggerita anche da Stokely
Carmichael, una tecnica che m'ha fatto molto riflettere su come
esprimere quel che volevo.
Finora avevo lasciato la mia proverbiale parlantina da commesso
viaggiatore in quel di Worcester, assieme alla giacca e alla cravatta e
alla valigetta dei campioncini. I problemi sociali andavano affrontati in
stile vecchio West, sparando argomenti razionali a venti passi di
distanza. Rigida organizzazione, e poi dovevi essere svelto a estrarre
qualche aneddoto storico. Punta alla testa e il cuore verrà da solo. Di
contro, Leary e gli altri acidhead puntavano sul trip interiore, "cambia
la tua testa e cambierai il mondo", e usavano l'acido per comunicare
direttamente alle viscere cerebrali. L'assunzione di acido induceva una
sensazione di netta separazione da quanti non lo usavano. Ancora oggi,
entro certi limiti, non mi fido della gente che non s'è dimostrata
abbastanza aperta a questo tipo di esperienze. A livello analritentivo
stanno ammettendo di avere paura di guardarsi dentro, e si aggrappano
alla prima razionalizzazione che passa per dire "no! ".
Ho però visto l'altra parte del trip di Leary: cambia il mondo e
cambierai anche la tua testa. L'assorbimento totale nel viaggio interiore
ti rendeva una facile preda da sfruttare e convertire. Cambia lo
strizzacervelli, cambia la dieta, cambia la collezione di dischi... E
infatti, la Columbia Records stava portando avanti una campagna
basata sul fortunato slogan "Il potere non può rovinare la nostra
musica". Nonostante le nostre note divergenze, qualche anno dopo
Timothy accompagnò alle sue parole concilianti un assegno per il
nostro nuovo gruppo di servizi alla comunità. Non c'è bisogno di
aggiungere che era scoperto. "E il pensiero che conta" ci siamo detti,
senza pretendere che Tim onorasse qualcosa in vita sua. Certamente
non la sua parola.
Quando lasciai Liberty House, Leary e soci stavano chiudendo il loro
centro lsd e da quelle parti si aggiravano parecchi politicanti e hippy
che parlavano a vanvera di una nuova struttura comunitaria. Io, lasciata
Liberty House, me ne andai a oriente, nel senso di East Side. Ormai il
mio lavoro era per strada, il che significava che ce l'avevo sotto casa.

AMORE E UTOPIA NEL LOWER EAST SIDE


Se fossi nato donna sarei stato Anita. Certe volte una coppia ci mette
cinquantanni di vita in comune prima di comportarsi e parlare alla
stessa identica maniera. Noi abbiamo cominciato subito. La prima notte
insieme ci siamo innamorati. Lei era una briccona di natura. Laureata in
psicologia come me, lavorava in una clinica psichiatrica quando ci
siamo conosciuti a Liberty House. Aveva fatto anche la guida turistica
per la Gray Line e la guardia Pinkerton alla fiera mondiale, dove una
volta aveva inseguito un ladruncolo in mezzo alla folla, solo per
lasciarlo andare quando aveva scoperto di avere più cose in comune con
lui che con i colleghi guardie giurate.
Sotto una sofisticata scorza newyorchese si nascondeva una gran
romanticona, "disperatamente innamorata", come amava dire. Pure io
ero così. Dopo poche settimane prendemmo in affitto un buco al
pianterreno in pieno cuore del Lower East Side, a trentadue passi da
Saint Mark s Place e dalla Seconda Avenue. Spiantati, ma pieni di
risorse, avevamo un tenore di vita che definivamo di "primitiva
eleganza", cioè i mobili li trovavamo per strada, oppure ce li facevamo
noi. Costruii per esempio un letto sopraelevato con sotto alcuni grandi
cuscini molto adatti per le riunioni o per le fumate, insomma, tutto poco
costoso ma pulito e simpatico. Non siamo mai stati i soliti hippy di cui
fantasticano i giornali.
Anita produceva oggetti di perline che poi vendeva. Certe volte
lavorava come psicologa, certe volte io venivo pagato per tenere un
discorso, e fra tutti e due riuscivamo a mantenerci. Togliendo i soldi che
dovevo mandare a Sheila, non restava gran che, ma allora non serviva
tanto per vivere.
Non potevamo sapere di aver appena prenotato un posto in prima fila
da 101 dollari al mese per la rivoluzione culturale. Le strutture locali
della controcultura erano tutte nel raggio di dieci strade: il "Realist" di
Paul Krassner, Ed Sanders e la sua libreria Peace Eye, il poeta stanziale
Alien Ginsberg... L'"East Village Other" era a un isolato di distanza, lo
Psychedelicatessen, il primo head shop del paese, giusto dietro l'angolo,
fra Decima Strada e Avenue A, e il Button Shop di Randy Wicker si
trovava alla porta accanto. Quale che fosse la causa in ballo, andavi
sempre da Randy a ordinare un paio di migliaia di spillette per un tozzo
di pane. Le spillette diventarono il principale simbolo di identità ed
espressione.
La Group Image Band e la Poster Commune, il negozio di abiti hippy
usati, la sala riunioni comunitaria, Gem Spa, erano tutti a due passi. Il
Fillmore East di Bill Graham era lì all'angolo, e fra l'altro, in quel
periodo, avevi l'impressione che tutti i gruppi che suonavano al
Fillmore, nell'arco di tre giorni venissero scoperti e messi sotto
contratto da una grossa casa discografica: i Grateful Dead, Janis Joplin
con i Big Brother and the Holding Company, Jim Morrison con i Doors,
i The Band, Jimi Hendrix, tutta gente che è passata direttamente dal
Fillmore al giro che conta. Certe volte Janis rimaneva a dormire per
terra nel nostro salotto. Una povera piccola insolènte ragazza ricca e
tanto triste. E l'unica persona che ho visto bucarsi. E vi garantisco che
mi sono venuti i brividi.
Di fronte al mio appartamentino c'era la Balloon Farm di Andy
Warhol che diventò l'Electric Circus sotto i miei occhi, poi Andy spostò
la sua Factory più a nord, in Union Square, perdendosi il bello.
Avendo ben 31 anni, ero più vecchio di un quindicennio dello
scappato da casa medio, ma va detto che chiunque fosse interessato a
impiantare un centro giovanile nel Lower East Side era sopra la
trentina. Come me, avevano tutti mollato un'esistenza normale e non
vedevano l'ora di trasmettere le proprie competenze ai più giovani. Un
dirigente della IBM arrivò direttamente dalla contea di Westchester per
fondare Food, una comune il cui scopo principale era la distribuzione di
pasti gratuiti a Tompkins Square. Gli attori, invece, creavano le proprie
compagnie di teatro di strada. Gli avvocati ti concedevano ore gratuite
del loro tempo per le cause più delicate. Gli studenti di medicina
fondavano cliniche di quartiere. La carriera era vista come una camicia
di forza, e l'aria era intrisa degli odori e dei suoni della libertà. Erano
giorni che davano alla testa.
E richiedevano un nuovo modus operandi. Gli organizzatori sono
sempre anche agitatori. Come gli antropologi, studiano gli indigeni,
imparano il dialetto, iniziano a imitarne la cadenza, come ho fatto io nel
movimento per i diritti civili e contro la guerra. Però la fioritura della
cultura hippy nel Lower East Side è stata un'altra storia. Non
c'entravano i contatti con le tribù africane, perché questa qua era una
cultura che stava nascendo in quel momento stesso, ed era fatta da noi.
Gli organizzatori diventavano istigatori di stili e valori. Il nostro modo
di parlare diventò noto come dialetto hippy, la nostra filosofia l'etica
hippy. Era una cosa biunivoca: i leader imparavano la cultura e davano
una mano a crearla.
C'era qualcos'altro che rendeva la scena del Lower East Side diversa
dalle altre esperienze organizzative: i capelli lunghi. Allora
significavano molto. Tanto per cominciare, ci volevano sei mesi o
anche un anno per far crescere una bella chioma come si deve, e
significava mettercisi d'impegno, quindi era assai diverso dal fare il
radicale del fine settimana che va alle manifestazioni una volta al mese,
oppure manda una donazione. Nel movimento per i diritti civili c'era
tanta gente che dedicava tempo ed energie a ciò in cui credeva, però
non viveva a tempo pieno la sua fede.
I capelli lunghi non erano così superficiali, scatenavano casini in
famiglia, a scuola o con i poliziotti. Non potevi nasconderli. Potevi
tenere nascosto il tuo essere gay, comunista, fattone, pacifista, o che
odiavi il tuo capo. Potevi ascoltarti i Beatles tranquillo e sereno nella
tua stanzetta. Però, non potevi nascondere tutto quel crine, che fu un po'
il coming out della controcultura.
Nel Lower East Side capitava spesso che gli sbirri afferrassero uno
per i capelli fluenti, lo sbattessero contro un muro e lo perquisissero. Il
nostro sforzo organizzativo cominciò infatti a decollare sul serio
quando affrontammo il tema delle persecuzioni poliziesche. Un giorno,
facemmo un volantinaggio per invitare la popolazione a un'assemblea
in cui ci aspettavamo i soliti dieci o venti cittadini impegnati. Invece si
presentarono in duecento, quasi tutti fricchettoni. Era la prima volta che
vedevo dei capelloni in un'assemblea di base.
Parlammo di un sacco di problemi, degli attriti con i portoricani, con
gli ucraini, con i padroni di casa e con la polizia, della roba cattiva,
della criminalità per strada, dei prezzi. Visto che la comunità aveva
risposto in massa, programmammo altre iniziative. In quel periodo ero
io il più esperto dei cinque-sei organizzatori emergènti. Due di noi, il
sottoscritto e Jim Fouratt, furono perfino stipendiati dal comune per un
breve periodo. Poi il "Daily News" montò uno scandalo, così ci
licenziarono, però mantenemmo il ruolo di collegamento fra il quartiere
e il municipio e i veri rappresentanti del sindaco Lindsay.
Demmo anche una mano per ridurre il baratro fra comunità e polizia.
Nel giro di poche settimane, qualsiasi sbirro che malmenasse una
persona scopriva di essere circondato da un'intera folla, anche perché
organizzammo delle ronde di quartiere che pedinavano la polizia.
Complessivamente le cose funzionavano, perché eravamo noi la gente
che stavamo organizzando. Tutti reagivano compatti quando la vita
anarchica e autonoma della comunità era minacciata.
I problemi su cui lavoravamo erano quelli del quartiere. Quando Gem
Spa aumentò il prezzo di una crema da 10 a 15 cent diventò un
problema, così volantinammo per organizzare un boicottaggio. E
incredibile come un aumento di un nichelino possa sollevare un
quartiere, e se sei abbastanza furbo puoi fare, già che ci sei, un po' di
pedagogia sulla natura del profitto, iniziando così a costruire il "potere
popolare".
Buona parte del lavoro la si faceva per strada. Il Lower East Side
diventò il nostro ufficio. Scendevamo per strada ad ascoltare i problemi
degli inquilini, per partecipare alle riunioni dei gruppi etnici, per far
uscire di galera la gente, per dare un posto dove passare la notte, per
star dietro a quelli in brutto trip da acido, per tenere a bada qualche
scalmanato strafatto di speed, e questo gratis per venti ore al giorno.
L'adoravo. Lì ci accattavo, ci mangiavo, certe volte ci facevo persino
l'amore. Anche solo stando per strada facevi marameo a una società che
aveva reso un reato "stazionare all'angolo". Da bambino, m'avevano
insegnato che tutte le cose brutte ti succedevano per strada. Le malattie
brulicavano nei canaletti di scolo. Quando ti licenziavano, ti gettavano
"in mezzo a una strada". Notte e dì ci ammonivano contro i pericoli
della strada. Anche soltanto essere lì era liberatorio. Durante quel primo
anno degli hippy mi sono consumato tre volte le suole degli stivali.
Nell'autunno 1967 non era insolito vedere venti sbirri che
pattugliavano un singolo isolato mentre orde di agenti in borghese se ne
stavano stravaccate da qualche parte a sorvegliare il branco di
capelloni. Io fui fermato più o meno sei volte presso l'Hippie Kingdom,
cioè l'incrocio tra Saint Mark's Place e la Seconda Avenue, per
vagabondaggio, intralcio al traffico, resistenza e varie imputazioni che
potevano essere tutte ricondotte allo "stare per strada" , Per mia fortuna,
il boss del commissariato locale leggeva un certo senso nel mio
operato. Era il capitano Joe Fink, un paziente e amabile pel di carota
che capì al volo i principi basilari della guerra per simboli e mi adottò
come figliol prodigo, sempre preoccupato per la mia sorte.
Nonostante la retorica allora assai popolare sui "porci", io ho sempre
avuto un rapporto schietto con quelli dell'altra parte. Fink, e come lui
altri poliziotti che ho conosciuto, era diventato sbirro perché gli
interessava il benessere della collettività, e si vedeva. Ogni volta che
sono tornato nel quartiere dal carcere di Tombs, dopo un fermo, Fink
telefonava ad Anita per essere sicuro che stessi bene. Quando però presi
a calci la sua amata vetrinetta dei trofei al commissariato, per protestare
contro un raid della polizia ai danni di una famiglia nera, ci vide rosso e
mi arrestò personalmente. Il giorno dopo, quando uscii su cauzione, gli
diedi venti dollari per la vetrinetta.
"Joe, volevo solo far capire ai neri che gli hippy stanno dalla loro
parte. Niente di personale" gli dissi.
"Lo so. Hai dormito bene dentro?"
Il capitano Fink, da tempo in pensione, è sempre sul chi va là, sempre
pronto a far ritirare le imputazioni a mio carico.
L'informazione diventò il campo di battaglia fondamentale. Sui
grandi mezzi di comunicazione sparavano tante cazzate assurde su
acido e marijuana. Uscivano titoloni perché un ufficiale sanitario in
Pennsylvania sosteneva che alcuni ragazzi erano diventati ciechi dopo
aver guardato il sole mentre erano in acido (poi ammise di esserselo
inventato), e articoli sugli acidfreak che si gettavano dalla finestra e
cascavano dal tetto. Gli scienziati sussidiati dal governo sostenevano di
non saperne abbastanza sugli effetti, dell'erba, perciò doveva essere per
forza dannosa. Dannosa? La gente si fa le canne da millenni, mentre
tante merci del supermercato sono noti veleni o spazzatura o entrambe
le cose. Non mi viene in mente nulla di pubblicizzato in televisione che
faccia bene. I ragazzi sentivano parlare di una nuova droga, chiamata
STP, e iniziavano a stemperare le aspirine tritate nell'additivo per l'olio
da macchina, non esattamente un omogeneizzato. Chissà, forse li
faceva viaggiare, come quelli convinti di farsi un trip fumandosi le
banane. Questa presa in giro arrivava da Marvin Garson, che ha scritto
uno dei libri più interessanti su quel periodo, Inside Dope.
Del resto un fattore cruciale nell'assunzione di droghe è la facilità a
lasciarsi suggestionare. Una volta, durante un congresso alla University
of Buffalo, conclusi il mio discorso distribuendo centinaia di canne tra
il pubblico. Tutti le accesero e si stonarono di brutto, perfino i
Motherfuckers, sempre pronti a gridare al lupo al lupo quando mi
vedevano impegnato in quella che ritenevano una stronzata da liberal.
Peccato che gli spini erano fatti interamente di erba gatta, anzi, ero già
pronto a mostrare le scatole di gattaia appena fossero arrivati gli sbirri
sul palco. Invece mi eclissai in pieno trip di massa da Nepeta cataria.
Certuni m'hanno persino raccontato in un secondo momento che quella
era la roba migliore che avessero mai fumato.
Per colmare il gap informativo, Jim Fouratt allestì un centro stampa,
ci piazzò un ciclostile e iniziò a sfornare materiale cartaceo. La
principale forma di diffusione era il volantinaggio. Ho scritto risme
intere di letteratura da strada, come Ed Sanders, Alien Ginsberg e tanti
altri. Un volantino poteva informare su un'epidemia di malattia venerea,
mettere in guardia contro i truffatori, propagandare concerti rock, il
tutto molto soft, in stile "pace e amore" alla Yellow Submarine, senza
niente di pesante o polemico." U testo era di solito arricchito da una
grafica psichedelica, un'estetica che diventò un altro pretesto per
contrapporre quel che dicevamo "noi" a quanto dicevano "loro".
"Guardate qua" dicevo sempre, mostrando una copia del "New York
Times". "Non solo spara bugie, ma è anche brutto". Mettemmo anche a
punto una sorta di volantinaggio poetico, in cui non chiedevamo alla
gente di fare qualcosa, ma soltanto di leggere e divertirsi. Era solo la
classica parlata da hippy, usata in maniera stravolta, ma di solito
collegata a un argomento importante:
L'erba ti abbatte Sìììì
Ma lo sbirro ti sbatte Ooooh
L'erba piace al ragazzo Mmmh
Lo sbirro fa schifo al cazzo Uuuuh
L'erba non fa male
Il giudice è un maiale |
L'erba liberi rende Già
Il sole su me risplende Già
Era il sogno che stavamo vivendo, visionari nelle strade malfamate.
Un'utopia era pronta a sorgere dal pattume, siate realisti chiedete
l'impossibile. Aprimmo sulla Bowery un Free Store, una specie di
negozietto dell'Esercito della salvezza, però senza i cartellini del
prezzo, era più un'esperienza filosofica che una bottega vera, il simbolo
di una nuova forma di scambio economico. non rubate, siete voi il free
store, c'era scritto sui cartelli. Gli ubriaconi passavano a prendere le
scarpe scartate da qualche fricchettone dopo la cerimonia di diploma
del liceo, e capitava spesso che un ragazzo venisse a svuotare la valigia
piena di roba di lusso per terra dicendo: "Tanto io ne ho già abbastanza
per me, prendete quel che vi serve".
Un giorno radunammo duemila persone per uno sweep-in durante il
quale tirammo a lucido una strada laterale di Manhattan. Anni dopo, il
reverendo Moon s'è impossessato della medesima tattica e ha
sguinzagliato i suoi sorridenti moonies in immacolata tuta bianca a
ripulire New York. Lo spettacolo di quelli là per strada con la ramazza
era decisamente agghiacciante. I moonisti sembrano usciti dal Villaggio
dei dannati, sono solo dei poveri coglioni zombi.
Organizzavamo sit-in, be-in, sing-in, perfino tree plant-in, cioè
piantavamo alberi. Per i fiorai eravamo la migliore trovata pubblicitaria
dall'invenzione della giornata della mamma, perciò ci regalavano
spesso dei fiori da distribuire. Andavamo tutti quanti scalzi e con la
faccia dipinta, una tribù di indiani bianchi dagli occhi stellanti, che
scorrazzava per le strade di New York nella sua perenne danza degli
spiriti.
Quando scoppiarono i disordini di Newark, organizzammo un
servizio navette dal Lower East Side fino al New Jersey, facendo
arrivare tutti i giorni una quindicina di camion di vestiti, cibarie e
coperte, tutta roba da consegnare ai militanti locali perché la
distribuissero, e inoltre, gli davamo una mano nel loro sforzo
organizzativo.
La stampa era affascinata da quanto stava accadendo nei foschi
recessi della controcultura. Che cosa combinano questi hippy? Be', se
ne stanno stravaccati nei loro covi, fumano un sacco d'erba, e quando si
sposano si mettono vestiti pazzeschi e vanno a Central Park per una
grande festa tipo matrimonio. Per farla corta, quei due eravamo Anita e
io. E il nostro il matrimonio hippy che finì su "Time" in giugno (a
colori, per amor di verità). Naturalmente le nostre pubblicazioni e inviti
vennero fatte in forma di volantino. Molto floreale. Il primo
volantinaggio multicolore della East Coast.
Fu una cerimonia radicalmente diversa da quella con Sheila sette anni
prima. Il whisky allungato era stato sostituito dalla maria. C'era anche
stavolta il fegato tritato, ma era fortemente insidiato da riso e verdure.
3500 invitati, i nostri parenti culturali, e l'officiante era il nostro
amicone Lynn House, un "boo-hoo" (parodia di culto religioso)
neoamericano, che s'era appena calato la prima tavoletta di stp per
venire nella costa atlantica. Anita s'era infilata due enormi occhiali da
sole sperando che i suoi non la riconoscessero in tivù, mentre lo sposo
aveva al collo una ghirlanda di margherite. L'I Ching ci predisse un
futuro pieno di conflitti mentre la Associated Press, il nostro fotografo
di nozze, scattava a tutto spiano. Però era l'evento, non i partecipanti, la
cosa davvero notevole.
Zio Schmully e sua moglie ci vennero a trovare nel Lower East Side
subito dopo le nozze. Era il loro primo contatto ravvicinato con i veri
hippy, visto che sinora li avevano visti soltanto alla televisione. Noi,
come coperta sul letto, avevamo una bandiera americana, e c'era una
foto seminuda (decente, non si vedevano i genitali) di Anita e di chi vi
parla sulla parete della camera. Quando mia zia la vide disse a zio
Schmully: "Oh, guarda, sono nudi! Proprio come scriveva Time' !
Però, lì nel ghetto, non era tutto rose e fiori. C'erano i momenti alla
Mansoti. Non mancavano gli omicidi, gli stupri e i sadici pestaggi che
venivano riportati con grande evidenza sui giornali. C'erano eccome, la
vita nel ghetto è sempre violenta. I padroni di casa dei quartieri popolari
e i profittatori impongono la legge della giungla. Però, va anche detto
che la violenza dei dimenticati non vende quanto il sangue misto a
carnazza e droghe dei bianchi dei sobborghi residenziali.
Inoltre, i comportamenti sessisti erano ancora molto diffusi. Per tutto
quel periodo le donne infilarono perline, cucinarono e spazzarono per
terra, mentre i loro "vecchi" prendevano le decisioni. Il razzismo alla
Manson era praticato da numerosi papponi, come il leggendario
Galahad che proibiva alle sue ragazze di andare con i "negri". Però,
nonostante gli aspetti più crudi della vita nel Lower East Side, il
movimento hippy è stato un fenomeno molto più significativo di
qualsiasi altra moda giovanile incoraggiata dall'industria americana per
gli adolescenti. I gangster, le maschiette, i punk, i travoltini vanno e
vengono con le generazioni, e la ribellione è una cosa progettata per
essere praticata quando sei giovane. Per favorire questa convinzione i
custodi dei media facevano gli straordinari, in modo da dimostrare che
quando il nostro piccolo sogno si fosse esaurito, gli hippy sarebbero
tornati a Casina per maturare e imitare i genitori come se niente fosse
successo. Woodstock Census, uno studio approfondito di Deanne
Stillman e Rex Weiner, dimostra che l'immagine mediatica degli hippy,
diventati altrettanti Babbitt, è radicalmente lontana dalla realtà. Con il
passare degli anni lo stile di vita hippy, evoluto sino alla fine degli anni
Sessanta, sarà visto come la forza ,che ha spezzato la tagliola dell'Etica
protestante, questa colonna spirituale della smania di profitto, che ha
diffuso l'etica pacifista. Il nostro grido di battaglia era "fate l'amore, non
la guerra".
Quanto a me, ho sempre tenuto il fiore ben stretto in un pugno.
Ritenevo importante, almeno in parte, l'organizzazione anche tra i figli
dell'amore, ero decisissimo a far diventare il movimento hippy un
fenomeno di protesta più ampio. In Vietnam c'erano già 500.000
soldati, l'apocalisse era alle porte. Noi attivisti dovevamo imbrigliare le
nostre energie sovrabbondanti. Sì, ci credevo sul serio nel potere
dell'amore, però era venuto il momento di diffondere l'oltraggio a
macchia d'olio.
Passa una bella differenza tra lo stare seduti in una stanza a
cazzeggiare con gli amici e far accadere le cose. Io ero disposto ad
ascoltare le fantasie degli altri, ma poi ero la "miccia", quello che
correva al telefono o per strada perché si realizzassero. Alien Ginsberg
ha passato una quantità esagerata di tempo a cercare di insegnarmi
come stare buonino, ma io ho sempre preferito la tensione da giocatore
di dadi tra realtà e fantasia. Come dice la canzone, "la libertà è solo il
sinonimo di quando non hai niente da perdere", ma c'è anche "non sono
mai soddisfatto", come direbbero gli Stones. Un buon organizzatore
deve avere "le formiche nelle mutande".
Da classici americani, non avevamo un'ideologia. Io ho messo a
punto da solo i miei metodi per esprimere l'indignazione che provo e
per trovare le tecniche adatte al luogo e all'ora. E quello era un periodo
plateale, pieno di ribellismo, ottimismo ingenuo, finalità morali, sesso
sfrenato e droga semigratuita. (Credetemi, si può fare di molto peggio!)
Insomma, l'epoca e il sottoscritto si sono miracolosamente incontrati
nel Lower East Side. Gran bella coincidenza, un periodo fantastico per
essere vivi. Ogni mattina gridavamo: oggi è il primo giorno della tua
vita.

MUSEO DELLE STRADE


La prima volta che m'avete visto è stata forse quando sono salito
nella galleria della Borsa valori di New York per far piovere banconote
sui broker. Naturalmente, non mi avete visto davvero, perché non esiste
una fotografia di quell'evento. I fotoreporter non possono entrare nel
sacro tempio del commercio.
Cominciò tutto con una semplice telefonata alla Borsa valori, con cui
mi misi d'accordo per un giro turistico, lasciando uno dei miei
pseudonimi preferiti, George Metesky, il noto bombarolo pazzo di
Manhattan. Poi misi insieme trecento dollari che cambiai in tante
banconote nuove fruscianti da uno, raccolsi quindici spiriti liberi, cosa
per cui allora erano sufficienti poche telefonate, e andammo a Wall
Street.
Non chiamammo la stampa. Allora non avevamo il minimo concetto
di "evento mediático". (Voglio precisare un punto importantissimo. Io
non ho mai recitato per i media. Io cercavo di arrivare alla gente.
Questo non era recitare. Non era uno spettacolo di burattini per la
stampa. Sarebbe solo un'interpretazione cinica della vicenda.) Ci
mettemmo in Didascalia originale: "Un giovane riccioluto brucia una
banconota da cinque". Il rogo dei soldi alla Borsa valori, aprile 1967. A
dare una mano a Abbie ci sono Stew Albert e Jerry Rubin. Foto "New
York Daily News".
fila assieme ai turisti, anche se il nostro abbigliamento tendeva a dare
un tantino nell'occhio. La coda si snodava davanti alle vetrinette che
descrivevano l'ascesa della Rivoluzione industriale e glorificavano il
mondo dei commerci. Poi, a un certo punto, girò l'angolo. E d'un tratto
vedemmo le telecamere e gli inviati, a orde. Qualcuno doveva aver
subodorato che c'era un servizio interessante nell'aria e aveva avvertito
le agenzie. A New York la stampa si sa mobilitare in pochi minuti.
Certe volte è più veloce della polizia.
Cominciammo allora a fare i pagliacci, a baciarci e abbracciarci, e a
mangiare banconote. Poi si materializzò un burocrate della Borsa con
cui discutemmo, finché non ci permisero di entrare nella galleria, anche
se i guardiani tennero rigorosamente alla larga la stampa. Io distribuii
un tot di soldi a fricchettoni e turisti, poi scattammo tutti quanti verso la
ringhiera e cominciammo a lanciare banconote. Pandemonio totale. Il
sacro nastro elettronico con le quotazioni, cuore pulsante
dell'Occidente, si bloccò di colpo, e gli agenti di Borsa cominciarono a
correre da tutte le parti come tanti topolini spaventati per raccattare i
quattrini. L'avidità aveva fatto cadere la maschera dell'imperturbabile
affarista.
Durò cinque minuti al massimo, poi i sorveglianti ci fecero uscire in
fretta e furia con una severa ramanzina, e il nastro luminoso riprese a
scorrere.
Fuori ci aspettavano inviati e cameraman.
"Chi siete?"
"Io sono il cardinale Spellman."
"Dove avete preso i soldi?"
"Come ti permetti? Non si chiede al cardinale Spellman dove ha
preso i soldi!"
"Quanti ne avete gettati?"
"Migliaia."
"Quanti siete?"
"Centinaia, no, tre... anzi, due... non esistiamo! Non esistiamo!" Poi
le telecamere ci ripresero mentre ballavamo, bruciavamo verdoni e
dichiaravamo l'estinzione del denaro.
PASSANTE: "Che scena schifosa."
IO: "Hai ragione. Sono solo una manica di lerci comunisti."
Quella sera, quando mandarono in onda i servizi relativi, il nostro
messaggio fece il giro del mondo, però, dal momento che i giornalisti
non avevano assistito con i loro occhi all'incidente, ognuno si creò una
propria versione di fantasia su quanto era successo dentro il tempio del
Dio denaro. Una versione pretendeva che avessimo gettato i soldi del
Monopoli, un'altra rete parlò di carte da cento, una terza di banconote
strappate. Intervistarono anche un turista del Missouri che sosteneva di
essersi unito al lancio dei dollari perché tanto stava buttando soldi per
tutta New York da giorni e la nostra tecnica gli sembrava più veloce e
più divertente. Dall'inizio alla fine questo incidente è stato la perfetta
leggenda metropolitana. Persino i giornalisti presenti s'erano dovuti
inventare i fatti.
Avevamo fatto scattare la scintilla. Il sistema aveva mostrato la prima
piccola crepa. Non avevamo versato una goccia di sangue, nessuno
s'era rotto il minimo ossicino, ma quel giorno, con quel gesto, cominciò
una guerra d'immagini. Nella mente di milioni di ragazzini la Borsa
aveva appena fatto crac.
Penso che il teatro di guerriglia sia la più antica forma di commento
politico, in cui le idee vengono riciclate di continuo. La doccia di soldi
sui broker di Wall Street era la versione "catodica" della cacciata dei
mercanti dal tempio. I simboli, lo spirito e la lezione erano identici. Era
una vera minaccia all'Impero? Due settimane dopo il raid in Borsa della
nostra minibanda di psicoterroristi, spesero ventimila dollari per
blindare la galleria con un vetro antiproiettle. Qualcuno laggiù aveva
letto il nastro.
Ne II teatro e il suo doppio, Antonin Artaud invoca una nuova
"poesia di folle e sagre, con la gente che si riversa per strada". Non
c'era alcun bisogno di costruire un palcoscenico, era lì tutto attorno a
noi. I materiali di scena sarebbero stati semplici e banali. Noi ci
scagliavamo contro la tela della società come tanti schizzi di vernice, le
immagini ultravisive diventavano notizie e le malelingue diffondevano
il nostro verbo sovreccitato. I telegiornali iniziavano inconsciamente
ogni relazione delle nostre attività con l'immancabile frase "la sapete
questa?".
Per noi la protesta teatrale diventò la cosa più normale del mondo.
Tanto eravamo già in costume. Se salivamo oltre la Quattordicesima
diventavamo all'improvviso un branco di mezzi indiani alle prese con
una cultura semistraniera. Tutta la nostra esperienza era teatrale,
suonare il flauto a un angolo di strada, l'accattonaggio, passeggiare,
innalzare cartelli di protesta, ma la nostra teatralità non era adottata
dall'esterno. Non avevamo letto o acquisito nulla, non era nemmeno
una moda come lo stile da discoteca che vedevi sui rotocalchi e imitavi.
Una volta dato per scontato che l'universo è un teatro e accettata la
guerra per simboli, il resto veniva facile. Bastava solo un po' di olio di
gomito.
Durante le assemblee, la gente si divideva in tanti gruppi che
elaboravano qualche azione teatrale, alcune con poche persone, altre
più complesse. Alcune dovevano essere pianificate quanto una rapina in
banca, altre erano semplici be-in per tutti.
Una sera decidemmo di fare qualcosa per esprimere l'opposizione del
quartiere al traffico sempre più caotico, e per la prima volta pensammo
di utilizzare tattiche mobili, cioè gente che correva in giro per creare il
caos, invece di starsene impalata, e all'uopo diffondemmo un volantino
anonimo che invitava la popolazione a ritrovarsi alle nove di sera in
Saint Mark's Place e attendere un segnale divino prima di sparpagliarsi.
Arrivarono in duemila.
Uno di noi (indovinate chi) era andato in drogheria a comprare un
chilo di magnesio con cui riempimmo alcune lattine per il caffè che
piazzammo sui tetti tutto attorno alla piazza, poi fornimmo le lattine di
micce, in realtà una semplice sigaretta accesa infilata in una bustina di
minerva. Fatto ciò, scendemmo di corsa in strada dove la gente stava
aspettando il segnale celeste. Tutto d'un tratto il cielo fu illuminato da
un enorme lampo al magnesio. La folla si diede alla fuga e arrivarono i
mezzi dei vigili del fuoco. Certe volte il caos è utile se vuoi farti
sentire.
Ci riunivamo in stanze sature d'incenso, a gambe incrociate sul
tappeto, e complottavamo qualche nuova impresa eccessiva. I Joker non
avrebbero avuto pietà di Gotham City.
Dana Beai, agitatore provo, un giorno si lamentò che bisognava darci
un taglio con tutte quelle occhiatine che ci lanciavano i turisti dai
pullman.
"Ehi, che ne dite di questa?" saltò su Radio Bob Fass. "Wavy Gravy
si veste bene e compra un biglietto per un tour, poi noi ci vestiamo da
cowboy e organizziamo una grande rapina al pullman appena gira
l'angolo della Seconda Avenue. Partiamo all'abbordaggio, tiriamo giù
Wavy e l'impicchiamo a un lampione."
"L'impicchiamo? "
"Non in senso stretto. Gli infiliamo uno di quegli arnesi sotto il
giubbotto come fanno al cinema."
Ma il grande appuntamento della primavera fu il be-in a Central Park,
il giorno che mi sono convinto definitivamente. Ero a Liberty House
allorché arrivarono Lynn House e Jim Fouratt, dicendo che stavano per
organizzare la manifestazione, al che io andai in radio, alla wbai, per
promuovere l'evento con un'intervista di Bob Fass. Fu allora che
cominciai a immaginare come sarebbe stato, senza altoparlanti, palchi,
leader, senza un format definito, in modo che fosse la gente a decidere.
Moltissimi arrivarono sotto il palco la domenica di Pasqua, vestiti per
l'occasione e pronti a scambiarsi oggetti, palloni, acidi, gelatine, uova di
Pasqua, per ballare danze druidiche o quel che più gli garbava.
Si presentarono 35.000 persone. Il diretto concorrente, la tradizionale
parata di Pasqua sulla Quinta Avenue, ne richiamò meno della metà.
Dopo il be-in uscii dal parco con Anita per unirmi alla parata sulla
Quinta, con la faccia tutta dipinta d'argento e un enorme coniglio in
braccio. Davanti alla cattedrale di San Patrizio gli altoparlanti
diffondevano inviti fragorosi a entrare in chiesa per pregare. Perché no?
Purtroppo appena salita la scalinata fummo bloccati da un picchetto di
sbirri.
"Non potete entrare conciati così."
"Come non possiamo entrare? Non vedete con chi siamo? Dico, è il
coniglio pasquale."
"Il cardinale non vuole hippy la domenica di Pasqua."
Cominciò a radunarsi una folla, mentre noi continuavamo a fare i
finti tonti con gli sbirri, e la discussione si animò a tal punto che
inscenammo una ritirata strategica, preparando però la strada per un
secondo tentativo. "Torneremo il Natale prossimo. Affitteremo un'asina
e un tizio con i capelli lunghi che vestiremo in tunica bianca e sandali, e
varcherà a dorso di mulo le porte di san Patrizio seguito da una folla
che agiterà rami d'ulivo, e il cardinale Spellman verrà a dirci che non
possiamo entrare."
E tanto facile. Basta un minimo di sangue freddo e la ferrea volontà
di rompere i coglioni. Poi insisti, per esempio, ripetendo quel che
dicono loro. "Intendete che il cardinale avrebbe detto che..."
Se permetti agli spettatori di interpretare, diventeranno attori del
dramma anche loro. L'eccesso di analisi ammazza l'esperienza teatrale
diretta, quindi la messinscena deve permetterti di scansare la trappola.
Inoltre, è essenziale anche infrangere le usanze tradizionali. Il concetto
di spettacolo di massa, di linguaggio di tutti i giorni e di simboli facili
da riconoscere era fondamentale per il coinvolgimento del pubblico.
Gli artisti, che sono l'avanguardia della comunicazione, erano ormai
stanchi dopo decenni di forme astratte. L'arte moderna era già
istituzionalizzata, i finti Kandinskij erano appesi nell'anticamera dei
dentisti. Andy Warhol ruppe con l'astrazione e ci permise di scorgere la
materia prima dell'arte nei supermercati, in tivù, sulle riviste e nelle
discariche. E intanto, Allan Kaprow e altri artisti stavano sperimentando
una nuova forma espressiva chiamata "happening", esibizioni in parte
già scritte, in parte casuali, arte tridimensionale in cui usavano come
vernice la gente.
Gli happening erano un'estensione dell'arte astratta e, in quanto tali,
erano pensati per la classe dirigente. Io ero convinto di poter mettere
una pezza a questa situazione. Forse il pubblico delle soap non avrebbe
approvato il nostro "messaggio", però avrebbe capito. Se non eravamo
accettati dagli Archie Bunker d'America, forse lo saremmo stati dai figli
dei vari Bunker. Il fatto che il Museum of Modem (sic) Art celebrasse
gli "happenning" e la "pop art", mentre ignorava bellamente la nostra
forma di teatro politico, dimostra soltanto il legame esistente fra gli
artisti di successo e i ricchi.
Una volta Lenin ha scritto che l'arte è controrivoluzionaria perché
mostra la bellezza nel presente, mentre la rivoluzione promette la
bellezza nel futuro. Sì, è vero che l'arte per l'arte porta agli spettacoli di
danza moderna per gli scià e gli sceicchi, o alle discussioni di scultura
durante il tè delle cinque con i Rockefeller, però ti serve un po' di
creatività se vuoi arrivare alla gente sommersa dalle immagini della
classe dirigente, e soltanto gli artisti possono riuscirci. Gli artisti sono
gli occhi del futuro. Uno dei peggiori sbagli che può commettere una
rivoluzione è quello di diventare noiosa, portare a rituali
diametralmente opposti al gioco, a culti in quanto opposti alla comunità
e alla negazione dei diritti umani in quanto opposta alla libertà.
Organizzando un movimento attorno all'arte, non permettevamo solo
alla gente di partecipare senza sensi di colpa, ma anche di viverlo con
gioia. L'uso del divertimento nella lotta era una novità. Persino nel
Mississippi, dove eravamo spaventati da morire e spesso ci sparavano
addosso, nonostante la paura costante di lasciarci le penne, avevo
l'impressione che alle persone piacesse il proprio "lavoro". Io ho
soltanto chiarito che a farlo ci si sentiva bene. Non vedo nessuna
incongruenza tra fare le cose sul serio e divertirsi. Però questo faceva
incazzare da matti la sinistra ufficiale.
Uno dei principi base del buon teatro è non sovraccaricare mai il
pubblico con le spiegazioni a piè di pagina. Nel 1967 un cartello con su
scritto basta con... era assai più coinvolgente di un altro che diceva
basta con la guerra. La gente adora riempire gli spazi vuoti. Un
movimento populista deve permettere alla gente di decidere i propri
spazi, le proprie ragioni, di essere lei il critico dello spettacolo. Una
buona spiegazione è zero spiegazioni, tenere la bocca chiusa è la
risposta esatta. Però, c'era una forma ancora più elevata di
comunicazione, dato che "zero spiegazioni" ricorda un po' troppo il "no
comment" dei burocrati. Un attore di strada non ha nulla da nascondere.
La soluzione risiede nell'assioma zen: "di' tutto dicendo nulla, rimani in
silenzio dicendo tutto". Qualsiasi comico ebreo decente, da Hillel a Don
Rickles, sa di cosa sto parlando.
guardia: Mi dispiace ma gli hippy non possono entrare in Borsa.
attore: Ma noi non siamo hippy, siamo ebrei. Vuole che la stampa
sappia che avete impedito agli ebrei di entrare in Borsa?
Per me il teatro di protesta era un connubio di circostanze e
personalità. Dopo un po', non sono più riuscito a mantenere segreta la
mia vera identità. All'inizio era un mezzo mistero, e mi firmavo spesso
con alias strani: George Metesky il bombarolo, Jim Metesky, che era un
incrocio tra il primo e Jim Piersall, un giocatore dei Red Sox che mi
piaceva, Frankie Abbott (riportato sul "New York Times" come Frank
Abbott), Free, The Digger o semplicemente A. Hippie (è stato il punto
dopo la "A" a tradirmi). Dopo essere diventato una faccia nota, non ho
più potuto fingere, anche se l'atteggiamento era quello giusto. Veniva
tutto dalla mia riluttanza (forse incapacità) a definire qualcosa. M'è
sempre parso che la definizione avesse una sua qual componente di
controllo.
Il 5 aprile 1967 la più grande manifestazione nella storia del paese,
forte di 700.000 persone, sfilò davanti alle Nazioni unite per protestare
contro l'escalation nella guerra del Vietnam. Il nostro contingente del
Lower East Side si radunò in Tompkins Square Park e iniziò a sfilare.
Sfilò verso nord, raccogliendo altra gente per strada. Gli artisti vennero
al gran completo, perciò la nostra rappresentazione fu alquanto colorita:
c'erano Alien Ginsberg con le campanelle e le nenie, il Bread and
Puppet Theater, tizi fumatissimi e vestiti in maniera assurda, un
Sottomarino giallo e un sacco di gente che sembrava avesse posato per
la copertina di Sergeant Pepper (uno dei primi esempi di capolavoro
arrivato nei supermercati).
Un mese dopo, la destra rispose con una manifestazione
"appoggiamo i nostri ragazzi", così noi organizzammo una "brigata dei
fiori" che partecipasse alla loro sfilata. Quel giorno eravamo in una
ventina con fiori e striscioni con la scritta "appoggiamo i nostri ragazzi
portiamoli a casa", tutti con ima bandierina americana in mano. Io
partecipai in cappa multicolore con sopra scritta la parola "libertà",
mentre Anita era tutta in rosso, bianco e blu. Joe Flaherty del " Village
Voice" venne a informarci che stavamo andando a caccia di guai, e
persino gli sbirri cercarono di dissuaderci, rifiutandosi di assegnarci una
scorta di protezione. Comunque, appena vedemmo gli adesivi
"appoggiamo i nostri ragazzi" sui parabrezza delle loro auto, capimmo
che avremmo fatto meglio senza di loro.
Per un po' andò tutto bene. Sfilammo dietro alcuni boy scout del
Queens ("Guarda, si baciano!" squittivano, perdendo il passo), poi però
andammo a sbattere frontalmente contro i guai. Ci saltarono addosso
con pugni, calci, sputi, birra, vernice'rossa, ci strapparono persino di
mano le bandiere americane, poi finalmente spuntò dal nulla un
plotoncino di sbirri che ci scortò zoppicanti e sanguinanti fino a Saint
Mark's Place.
Imperturbabili, organizzammo un'altra marcia, stavolta fino al
Lincoln Center, per un programma di scambi culturali. Sui nostri
volantini c'èra scritto "Marcia sul Lincoln Center. Portatevi i vostri
rifiuti. Scambiamoli con il loro pattume Pari e patta", e così sfilammo
in una trentina dal nostro quartiere per le strade di Manhattan, fino
all'appena inaugurato Lincoln Center. Quindi, scaricammo nella fontana
della piazzetta centrale i nostri bravi sacchi della spazzatura, per poi
sparpagliarci in tutte le direzioni appena la polizia ci caricò. I media ci
andarono a nozze, e trasformarono l'incidente nella potente immagine
che desideravamo. " Ah, i soliti hippy, sono andati a gettare la
spazzatura al Lincoln Center." Tutto lì, era quello il messaggio. La
stampa non aveva ancora capito quanto quelle immagini fossero
distruttive per la società, essendo immediatamente assorbite come fatto
di moda e divertimento. In seguito, i redattori diventarono più
sofisticati.
Una volta che hai l'immagine giusta, i dettagli non sono tanto
importanti. L'iperanalisi sfata il mito. Un concetto importante che
abbiamo imparato in quel periodo è che non devi spiegare perché. La
pubblicità sta tutta in questo. "Perché" è per i critici.
Il teatro radicale dilagò entusiasta nelle strade. Quando la nostra
banda guerrigliera attaccò la Con Edison, l'azienda elettrica di New
York, al momento prefissato esplosero negli uffici le bombe di
fuliggine, le latte di olio fumogeno eruttarono densi pennacchi negli
atrii, l'edificio fu avvolto nella carta crespata nera e sul portone
principale fu appeso un enorme striscione: RESPIRARE NUOCE
ALLA TUA SALUTE. Poco dopo accorsero sul posto squadre di
poliziotti e pompieri, così scappammo in tutte le direzioni,
disperdendoci in mezzo alla folla. Il notiziario delle sei aprì con le
nuvole di fumo, una panoramica dello striscione e certi strani
ragazzacci che davano di matto. Un responsabile dell'azienda elettrica
in giacca e cravatta spiegò la posizione della Con Ed, toccandosi
nervoso la faccia. In quel modo sulle sue guance spuntarono alcune
macchie scure autoinflitte. Lo spettacolo di varietà fu così completato
da un siparietto di umorismo involontario. Più sono grossi, più rumore
fanno quando cascano.
Il centro di reclutamento dell'Esercito di Times Square fu cosparso di
adesivi VISITA SUBITO IL CANADA. I segnali di stop agli incroci
adesso dicevano STOP ALLA GUERRA. Alcune streghe in tunica
bianca con una rosa in mano esorcizzarono il palazzo dell'FBI per
scacciare gli spiriti maligni. Centinaia di persone affollarono l'atrio del
"Daily News", fumando erba e distribuendo ai dipendenti volantini che
esordivano con queste parole: "Cari compagni del complotto
comunista". Fu piantato un albero nel bel mezzo di Saint Marx Place
(c'eravamo permessi di cambiare la grafia) mentre 5000 persone in festa
ballavano alle note della musica rock. Gli artisti di mezzanotte
s'intrufolarono nelle stazioni della metro per dipingere enormi murali.
Nelle chiese si videro scorrazzare persone nude. Strani mendicanti
batterono le strade per ore e portarono poi gli spiccioli raccolti alla
banca più vicina, sparpagliandoli sul pavimento. Un gigantesco
sottomarino giallo continuava a spuntare misteriosamente nelle zone di
divieto di sosta. Gli autobus per i turisti, che adesso facevano una
deviazione apposita per andare ad ammirare le mattane degli hippy,
venivano accolti dai freak che
* Era lì che scappavano i ragazzi che rifiutavano di partire per il
Vietnam [N.d.T.].
brandivano enormi specchi e urlavano: "Toccati! ". Anita e io ci
divertivamo a fare questo e altro.
Alcune trovate venivano propiziate da una generosità inattesa. Un
giorno un tizio ci chiamò per dirci che aveva diecimila fiori da darci,
così mi venne un'idea. Non sarebbe stato fantastico se ci fosse stata una
pioggia di fiori su un be-in in Central Park? Dovevamo trovare
qualcuno che sapesse portare un aereo e fosse disposto a rischiare
l'arresto. Ne trovai uno nel New Jersey, e gli dissi anche di sbrigarsi. Fu
tutto organizzato al bacio, a parte l'ultimissimo dettaglio: i fiori. Il tizio
li mollò tutti e diecimila a qualche isolato di distanza, in una strada
deserta.
Se il teatro di strada vuole evitare di scivolare sul palloso, non guasta
un pizzico di aggressività, un tantino di potenziale violenza. Quando
Dean Rusk, il segretario di Stato, venne in città per parlare a una
riunione di falchi al Waldorf-Astoria, noi ci riunimmo all'angolo tra la
Settima Avenue e la Cinquantasettesima, pronti a "portare la guerra in
patria". Nella sera si videro schizzare sacchetti pieni di sangue di
mucca, sopra le teste della folla tuonarono registrazioni di battaglie in
corso, alcune scimmie urbane (non ancora "gorillieri") con la faccia
pitturata e armate di pistole ad acqua attaccarono i collaborazionisti in
smoking, furono tirati allarmi antincendio e sciami di dimostranti
incazzati gridarono in pieno centro: "Hey, hey, LBJ, how many kids did
you kill today?", Johnson, quanti ragazzi hai ammazzato oggi?
Una coppia che stava osservando il casino chiese che diavolo
succedeva, così io risposi "non vedete, c'è una guerra in corso!" proprio
mentre la polizia a cavallo partiva alla carica. Comunque, pensammo
bene di sparpagliare un tot di biglie sui marciapiedi, facendo scivolare e
crollare al suolo i quadrupedi. I passanti innocenti (nessun passante è
innocente) rimasero presi tra due fuochi, anche perché gli sbirri
attraversarono la folla distribuendo manganellate a destra a manca. Ahi!
E io fui portato dentro.
Fu anche recapitata a Hubert Humphrey, il vicepresidente, una testa
di maiale su un piatto d'argento davanti a un gruppo scandalizzato di
liberal. Shelley Winters, quella pomposa fasulla, ci denunciò. Durante
un'assemblea di azionisti della Dow Chemical furono sguinzagliati un
tot di topi. Il cardinale Spellman (Loda-il-Signore-e-le-munizioni), che
durante una visita in Vietnam aveva posato fiero dietro una
mitragliatrice, fu contestato durante una funzione da alcuni cattolici
imbufaliti.
.E quando non potevamo fare altro, dichiaravamo la fine del conflitto.
In cinquemila scendemmo in strada abbracciando la gente nei negozi e
sugli autobus, gridando "La guerra è finita! Hip-hip-urrà! ! E finita! ! ".
Palloncini, coriandoli, canti, balli. Se non ti piacevano le notizie potevi
anche fartele tu per conto tuo.

IN AMERICA CI SONO PIÙ TELEVISORI CHE CESSI


Il giorno di san Valentino ha un significato speciale, e per l'occasione
ho escogitato un regalino tra innamorati, gentile omaggio della
controcultura. Tremila persone scelte a caso sull'elenco del telefono
ricevettero quell'anno una canna di maria rollata ad arte con un biglietto
che diceva: "Buon san Valentino. Questa sigaretta non contiene
sostanze dannose e cancerogene. E fatta al 100% con marijuana
purissima". C'erano anche le istruzioni su come fumarla, perché i
destinatari potessero mandare a quel paese tutte le balle che giravano e
decidere con la propria testa. Un postscriptum avvertiva: "Oh, a
proposito, il possesso dell'oggetto che hai in mano in questo momento
può costarti cinque anni di galera, indipendentemente da come o da chi
l'hai avuto".
La stampa reagì come se fosse calata sulla Grande Mela una piaga
d'Egitto, e da Washington, almeno secondo i giornali, furono inviate
squadre speciali di agenti dell'antinarcotici appositamente per stanare i
delinquenti. Il giornalista televisivo Bill Jorgensen, allora a Channel
Five, recitò per l'occasione la parte del perfetto signor nessuno. Ripresa
a mezzo busto: "Buona sera, sono Bill Jorgensen e questo è il notiziario
della sera. Questo (pausa melodrammatica) è uno spinello. E fatto con
una sostanza illegale, la marijuana. Migliaia di ignari cittadini di New
York ne hanno ricevuto uno oggi assieme al seguente messaggio di san
Valentino" annunciò con faccia impenetrabile. E dopo averlo letto: "La
polizia ha approntato una linea speciale per le chiamate di protesta"
(numero che scorreva in basso nello schermo). "Adesso lo chiamiamo."
Mentre New York aspettava con il fiato sospeso fu proposto un
riempitivo di venti minuti di notizie e pubblicità. Poi, verso la fine del
telegiornale, il giornalista in studio presentò un paio di tizi in
impermeabile, due perfetti cloni dei detective dei telefilm.
GIORNALISTA: Lei è della polizia?
POLIZIOTTO: Esatto.
GIORNALISTA: Ho ricevuto questa nella posta.
POLIZIOTTO: Circa a che ora?
GIORNALISTA: Era nella posta del mattino.
POLIZIOTTO: Nome e indirizzo?
GIORNALISTA: Bill Jorgensen.
POLIZIOTTO: Ha un documento?
GIORNALISTA {perplesso): Mah, sono Bill Jorgensen. Non lo
vedete il cartello? Questo è il telegiornale presentato da Bill Jorgensen.
POLIZIOTTO: Dobbiamo lo stesso vedere un documento.
GIORNALISTA: Ma essere in possesso di questa canna potrebbe
costarmi sul serio cinque anni di prigione? E vero?
POLIZIOTTO: Non è competenza del nostro dipartimento. Dovrebbe
chiederlo al procuratore distrettuale.
GIORNALISTA (ancor più perplesso, guardando in camera): Bene, il
notiziario di stasera è terminato.
E successo sul serio su una rete di New York. Un'emittente radio del
New Jersey riferì addirittura che Bill Jorgensen era stato arrestato per
possesso di marjuana durante il telegiornale della sera. Ovviamente
nessuno, compreso il serissimo Bill, s'è buscato la colpa del tiro
mancino, però per giorni circolarono le storie più incredibili. Tentare di
separare le notizie dai pettegolezzi è stato lo sforzo di una vita intera e
non sono tuttora convinto che ci sia una differenza. Tutto è soggettivo,
ogni informazione è distorta, selezionata, esagerata, enfatizzata,
omessa, con tutte le variabili possibili. Walter Cronkite non è diverso
dal vicino che ti dà la sua versione dei fatti appoggiato alla staccionata.
C'è sempre tanta distorsione.
I giornalisti ti danno la "notizia"; il nemico fa "propaganda". I nostri
"soldati" e alleati sono costretti ad ammazzare per difendere la libertà, i
loro "terroristi" ammazzano per finalità criminali. (Ricordate sempre
che nessun terrorista bombarda da un jet, perciò solo i nemici
dell'imperialismo possono guadagnarsi questa nomea.) La colpa degli
scioperi se la prendono i sindacati, non le dirigenze. Gli omicidi sono
materiale da notiziario, mentre i prezzi manipolati sono troppo
"astratti". Persino il giornalista televisivo che rispetto di più, Cronkite, è
propenso a usare l'immaginario della Guerra fredda. Quando parlava
della guerra del Vietnam, per anni ha citato 1'"American way of life" o
il "Mondo libero che combatte il comunismo". Cultura nostrana contro
ideologia forestiera. Nessun reporter o mezzobusto americano sarà mai
autorizzato a dire che la nostra "way of life" è "capitalismo" o
"imperialismo", o che la "cooperazione" è la dinamica sociale dei paesi
comunisti. I nostri "leader" contro i loro "dittatori", la nostra "stampa
libera" paragonata alla loro "linea del partito". Il nostro governo, il loro
regime.
Quanto alle notizie di politica interna, ho sentito di tanti casi in cui un
caporedattore ha detto a un inviato: "Diecimila a quella
manifestazione? Troppi. Scrivi tremila". Il giornalista abbozzava, poi
andava a ubriacarsi. Quando accendi la tele o apri un giornale, ti stai
sintonizzando con la propaganda e i pettegolezzi dei potenti. Se credi
che l'America abbia una stampa libera, significa che non hai riflettuto
abbastanza. Tutti quelli che fanno e presentano le notizie sanno bene di
cosa sto parlando.
(Nel caso ve lo stiate domandando, la spedizione di marijuana per
posta fu interamente finanziata da Jimi Hendrix.)
Lo scenario della protesta si allargò dalla strada agli studi televisivi,
fino alle case della gente comune. Tenete presente che in televisione
vigeva una regola secondo la quale invitavano in trasmissione una
persona con idee radicali soltanto per farle fare la figura del fesso.
Sapendo ciò, io trattavo i talk show come se stessi entrando in zona di
guerra: mi portavo dietro ogni sorta di munizioni verbali, pronto a
qualsiasi emergenza, e prima di ogni apparizione passavo ore a studiare
il format dello spettacolo.
Era una questione decisamente spinosa. Una delle prime domande
che mi facevano era: "Se sei tanto censurato, come mai sei qui seduto
con me in una rete nazionale?". Permettevo anche che mi tagliassero, in
modo da aderire al ruolo prefissato in una recita già scritta dai
produttori della società americana. "E solo una faccia carina fra tante".
Tenendo presenti queste trappole, la televisione è stata comunque un
veicolo preziosissimo per far passare qualche messaggio al pubblico
medio, un veicolo che ho usato come una variante di guerra teatrale. Il
lettore deve tenere presente che le interviste televisive sono montate in
modo da far fare bella figura all'intervistatore, non all'intervistato. Sono
solo "liberamente basate" sulla realtà, come tutte le altre fiction del
mezzo catodico.
Quando fummo invitati al David Susskind Show eravamo preparati ai
tentativi di neutralizzarci a suon di spiegazioni imposte. Quando
Susskind ci chiese "cos'è un hippie?" si aprì una scatola come per
magia, e ne volò fuori un'anatra con un cartello al collo, SONO UN
HIPPIE. "Perché non lo chiedi a lei, David?" Scoppiò il finimondo,
l'incubo dell'intellettuale, mentre il volatile terrorizzato andava a
sbattere contro i riflettori. Gli assistenti partirono alla caccia all'anatra
transfuga, che intanto non la smetteva di fare la cacca in volo. Sul
pubblico caddero tante bombe hippie. Poi quando fu ora di mandare in
onda la puntata, Susskind tagliò l'intera scena. E per una settimana fu
bersagliato da telefonate notturne, "quak, quak, quak! ".
Il vero fine di questa, non meglio identificata, disciplina artistica
(parte avanspettacolo, parte insurrezione, parte divertimento collettivo)
era quello di infrangere ogni pretesa di obiettività. La calma, patriarcale
voce della ragione incarnata da un David Susskind, poteva essere un
pericolo maggiore delle stridule accuse di comunismo. Imparammo così
a intrufolarci nell'etere con frammenti d'Arte concettuale capaci di
scuotere gli spettatori dal loro stupore televisivo.
Però, prima, dovevamo studiare il mezzo televisione. All'inizio
puntammo sui pezzi di colore verso la fine di ogni notiziario, il
segmento "varia umanità", per offrire al pubblico un quadretto vivido
che stridesse con l'indistinta macchia sfumata delle notizie serali.
Infiltravamo informazioni passando dalla porta sul retro, per poi risalire
pian piano fino ai titoli di testa. Per vederci sui rotocalchi settimanali
come "Time" e "Newsweek" dovevi sfogliare fino alle ultime pagine,
ma naturalmente ogni studente di comunicazioni di massa
minimamente sveglio sa che quasi tutti leggono queste riviste partendo
dal fondo. E tutti stanno sempre attenti ai servizi di "varia umanità",
perché essendo più personali deviano dal copione prefissato.
Prendevo molto sul serio le cose della televisione, che in teoria erano
da prendere con le pinze. Lo sanno tutti che il pubblico in studio ride a
comando, applaude come se fosse uscito di senno e in genere sembra in
estasi, però è facile dimenticare quanto sia forzata e manipolata questa
situazione. Io ho sfruttato questa distorsione della realtà al David Frost
Show, innescando reazioni ostili nel pubblico in studio.
Durante la pausa per la pubblicità mi alzavo dalla poltrona, già con
questo creando un certo scompiglio, perché gli ospiti non dovrebbero
alzarsi dal posto in un talk show, a meno che non sia il presentatore a
dirglielo ("Che ne diresti di cantarci una canzone?" "Sissignore."). Io,
invece, andavo dritto in mezzo al pubblico e cominciavo ad aizzarlo.
"Su, non sei ancora abbastanza arrabbiato! Io sono un muso giallo.
Sono un negro. Sono un giudeo. Dai, gridalo forte!" E loro iniziavano a
strillare, si alzavano in piedi imbufaliti, agitando il pugno contro di me.
Una vera sinfonia dell'odio. Alla fine della pausa pubblicitaria io ero
tornato al mio posto e sorridevo come un agnellino innocente, mentre il
pubblico latrava e urlava e Frost mi minacciava. Allora io saltavo su e
recitavo di nuovo la parte del direttore d'orchestra dell'odio. Fui molto
efficace.
In quella stessa puntata attesi di essere inquadrato mentre parlavo, e
alla fine della tirata mimai qualche parola senza però pronunciarla,
infilando la parola "cazzo" a uso e consumo di chi sapeva leggere le
labbra. Quanti guardarono la trasmissione rimasero arciconvinti che mi
avessero tagliato l'audio, che mi avessero censurato.
Per eseguire queste contromanipolazioni dovevi essere molto
controllato. In teoria, la gente non dovrebbe fare cose del genere in uno
studio televisivo. Il senso dell'operazione era di inviare al pubblico a
casa un messaggio diverso, una volta tanto, che fosse più vicino alla
realtà. Cioè, chi cazzo se ne frega di quanto è dura per un attore alzarsi
alle cinque del mattino per farsi incipriare il naso?
Per la radio era necessaria un'impostazione mentale diversa. Io, dopo
averla studiata a fondo, l'hò sempre preferita alla tivù, l'ho sempre
ritenuta migliore, perché l'ascoltatore non poteva vedere quel che
succedeva e quindi reagiva a certe immagini che creavo. Una sera mi
stavo facendo intervistare dal vivo da un conduttore ostile alla WNEW,
un'emittente di New York. A un certo punto, raccolsi il suo pacchetto di
cancerose e chiesi: "Mi presta una sigaretta?".
"Certo, si serva pure" rispose lui, così sfilai una paglia e diedi una
tirata avida. "Ehi, questa è roba da sballo, amico" dissi, imitando la
voce del classico musicista fumato. Allora il conduttore incazzato
annunciò: "Signore e signori, sta solo fumando una banale Marlboro.
Su, glielo dica, gli dica che è solo una sigaretta". E io: "Oddio, scusa,
non dovevo... mi dispiace, non voglio farti saltare la copertura. Però che
figata, amico, mascherarla da sigaretta." Non poteva sfuggire a questa
trappola solo con le parole. Quindi andò giù di testa.
Durante un altro talk, ricevetti una telefonata minatoria, così dissi che
sarei uscito alle cinque in punto e diedi una descrizione sommaria del
sottoscritto, solo che in realtà descrissi le sembianze del conduttore.
"Ho gli occhiali con la montatura di corno e una giacca sportiva
scozzese bianca e marrone." Di solito, quando parlavo della guerra o di
altri temi sociali, usavo comunque l'arma dell'umorismo per tenere
desta l'attenzione, e non perdevo mai l'opportunità per pubblicizzare le
prossime dimostrazioni. Era tutto spazio radiofonico gratuito ed
efficace. Prima della disco in radio la gente parlava, adesso invece
sembra che tutti quanti, disc-jockey, conduttori, annunciatori, saltino su
e giù allo stesso ritmo monotono. Undue-tre. Un-due-tre.
Mi preparavo per le conferenze stampa o per i talk show un po' come
i cantanti e gli attori provano il loro numero. Ti devi addestrare a
improvvisare. Di solito le chiacchiere in tivù sono registrate, ma io non
leggevo mai un discorsetto preparato. Le domande nei talk show sono
di solito fornite dagli ospiti. Le conferenze stampa dei politici sono
attentamente coreografate. La gente deve credere che sia tutto
"totalmente spontaneo", però, se non è totalmente provato, diciamo che
è arrangiato. Prendete per esempio una conferenza stampa del
presidente. Intanto, solo gli inviati per bene (controllabili) possono
entrare nel gruppo accreditato presso la Casa bianca, e di solito
scelgono per le prime domande i giornalisti più sicuri e controllabili (i
mezzibusti televisivi). Saltare da un giornalista all'altro, da una
domanda all'altra, dà l'impressione di uno scambio di vedute libero e
aperto. Essendo uno che è stato da ambo le parti della barricata, so bene
che nessun format è più adatto di questo a nascondere la verità sotto la
patina delle pubbliche relazioni. Naturalmente, c'è un minimo di libertà
nei grandi mezzi di comunicazione statunitensi, ma invece di rendergli
un omaggio genuflesso, non sarebbe meglio spiegare alla gente in che
senso non è libera? Tipo non essere libera di suggerire un'alternativa al
nostro sistema economico.
Inoltre, cercavo di personalizzare il pubblico. Sapendo del limitato
tempo di attenzione di uno che è ridotto a guardare un quadrato
luminoso nel salotto di casa sua, mi esercitavo nelle battute fulminanti,
nelle riposte immediate, nelle trovate da ko. Mi allenavo con gli amici,
con i camerieri, con la gente per strada, con i tassisti, con i sindaci, con
le stelle del cinema, con gli sbirri, con i giornalisti e con i parenti.
Quando non avevo nessuno sotto mano, accendevo la televisione e
recitavo i vari personaggi, interiorizzando domande e risposte. Quel che
voglio dire è che ogni forma di comunicazione è identica, che sia faccia
a faccia o di fronte alla telecamera.
Leggevo "Variety", "Show Business", "Billboard" e altre testate del
settore, di sicuro molto più di qualsiasi altro militante radicale nella
storia. Potrei recitarvi a memoria i dieci maggiori incassi della
settimana nei cinema, oppure i dieci spettacoli tivù più seguiti. Cercavo
di studiare i dettagli, come la differenza che passa tra guardare in
camera e guardare il conduttore (dipende) o se truccarsi o meno. Se non
mi truccavo ero visivamente svantaggiato, però, avevo la possibilità di
rispondere quando mi accusavano di essere un fasullo: "E buffo, Dick,
la gente che mi lancia un'accusa come questa è sempre truccata". E
immediatamente il pubblico a casa poteva "vedere" la differenza tra noi
due e capire qualcosa di più sull'informazione televisiva. Non c'è nulla
di più radicale di cui tu possa discutere in televisione della televisione
stessa.
Mentre analizzavo la comunicazione verbale, ho stilato una lista delle
dieci parole più accettabili. La più popolare nella nostra lingua è "free",
libero, la seconda è "new", nuovo. "Less", meno, è più accettabile di
"more", più. Il potenziale cliente è sempre sospettoso del più, conosce
la massima "paghi di più e ottieni di meno". La pubblicità televisiva è
l'apogeo della manipolazione della fantasia. Mentre scrivevo gli spot
perla rivoluzione, io ho cercato appunto di imparare i ritmi dei mezzi di
comunicazione.
Il mio lavoro in televisione non ha mai significato l'accettazione
supina del suo format. Io sono entrato nel mondo della televisione per
portare allo scoperto la sua desertificazione. Le prime cento
multinazionali controllano l'80% di tutto il tempo di trasmissione delle
reti. Una volta Robert Hutchins ha detto: "Possiamo mettere nella
giusta prospettiva la televisione, immaginando che la grande invenzione
di Gutenberg sia stata usata solo per stampare fumetti".
In seguito, un nostro gruppo mise in scena una pièce teatrale
guerrigliera che riassumeva a pennello il nostro atteggiamento nei
riguardi della televisione. Quando Nixon si rivolse alla nazione per
spiegare la necessità di invadere la Cambogia, noi piazzammo un 24"
su un piedestallo e davanti a ventimila manifestanti incazzati
prendemmo a colpi d'ascia la sua immagine sfarfallante. Vudù
elettronico. Certe volte la posizione intellettuale più adatta è un bel
"vaffanculo !".

PERSONAGGI E INTERPRETI
Le idee sono gratis. C'è un bella differenza tra avere un'idea e
realizzarla. La militanza non è un lavoro ufficiale nella nostra società.
Un intellettuale/artista che si sbatte per cambiare la struttura di potere
non ha un'occupazione legittima. "Dietro le belle parole mi stai
descrivendo un barbone" avrebbe detto mio padre. Certi altri "barboni"
che hanno lavorato sul campo meritano di essere citati in questa sede,
perché sono i cospiratori che hanno fatto succedere tutto quanto.
La prima volta che ho visto Phil Ochs, nel 1962, era in tour nazionale
per l'SDS e cercava di costruire un movimento socialista con le sue
canzoni di protesta. Se si fosse estraniato dal movimento per
concentrarsi sulla propria carriera di artista sarebbe diventato una star
milionaria. Invece, ha scelto di fare la spola fra la strada e lo studio di
registrazione. Numero irto di difficoltà. Phil componeva pezzi satirici
sui "liberal", anche se, come tutti noi, aveva un po' di sangue liberal
nelle vene. Adorava Ho Chi Minh e i Kennedy, socializzava la medicina
e i quiz televisivi. Alla fine, però, fratello Phil non è riuscito a tenere
tutto insieme e ha posto fine ai suoi giorni impiccandosi nella vasca da
bagno della sorella. Il povero Phil è morto da anni, e ci ha lasciati qui a
cantare la sua canzone.
Ed Sanders ha ispirato una bella fetta del teatro di strada del Lower
East Side. Grande, originale, Ed non ha mai partorito una singola idea
che non fosse totalmente sua. Mi sono sintonizzato la prima volta sulla
sua lunghezza d'onda nel '65, quando con qualche amico pacifista è
andato all'arrembaggio di un sottomarino nucleare al largo del
Connecticut. Studioso di geroglifici egiziani, detective, negoziante,
cantante rock e predicatore, Ed proponeva una poesia che galoppava
libera per strada, fermandosi soltanto per prostràrsi ai piedi di una
mitica dea del ghetto. La sua salace creatura, il gruppo rock dei Fugs
(per anni i censori librari avevano costretto gli scrittori a usare fug al
posto di fuck), era una presenza costante alle manifestazioni e ai
benefit. Ed è stato l'Omero degli Yippie, la sua Shads of God la nostra
Iliade. Tuli Kupferberg, un altro Fug e anarchico sessuale, s'era gettato
anni prima dal Manhattan Bridge, riuscendo, non si sa come, a
sopravvivere alla caduta e passando in seguito a inventare 1001 modi
nuovi per fare l'amore. In piena notte potevi incontrarlo che
scarabocchiava le sue poesie sui muri dei casermoni ribollenti. Tuli era
il folle permeato dalla compassione.
Jim Fouratt, biondo cherubino gay e attore off-Broadway, ha
impegnato ogni fibra del suo corpo nel tentativo di far cantare la strada.
Vero capostipite dei figli dei fiori, Jim recitava sempre la parte del
perfetto innocentino, che saltava su nel mezzo del casino con una faccia
stupefatta della serie, "chi, io?". Quando fece saltare la mosca al naso
della polizia di Newark, perché aveva contrabbandato camion pieni di
cibo e di elettrodomestici nel bel mezzo delle sommosse nei ghetti neri,
gli sbirri erano tanto incazzati che lo pestarono con le canne delle
pistole prima di sbatterlo al fresco. Una volta, in ritardo per
un'assemblea, Jim andò a sbattere per strada contro un poliziotto,
rovesciandogli il gelato dentro la giacca, e fu arrestato per aggressione
a pubblico ufficiale "con cono gelato". Puro Fouratt. Per me "Fouratt" è
sinonimo di coraggio speciale. L'ultima volta che ho visto Jim è stato
attorno al '71 durante une delle ultime marce contro la guerra, quando
tenne un discorso vestito da donna. "Non saprete mai cos'è la libertà
finché non vi sarete travestiti" proclamò alla folla.
Paul Krassner è stato il vero padre della stampa underground. La sua
rivista "Realist" sapeva fondere nel migliore dei modi politica e
umorismo, capostipite delle migliaia di giorpalini ciclostilati apparsi in
quel periodo. Grande umorista, Krass ha tenuto per anni il governo
sotto tiro. "Prendili per le palle e il cuore, e la mente seguirà" è puro
Krassner, una frase poi rubata da Johnson, che però non gli ha mai
riconosciuto il merito. Krassner era un solitario che insisteva sempre a
ridurre tutto all'assurdo, un tipo buffo, un comico, scivolato non si sa
come nella controcultura. Forse sembravamo uguali, ma tra noi c'è stato
sempre un certo attrito. Quando fu chiamato a testimoniare durante il
processo di Chicago, si calò un acido quella mattina stessa e crollò
proprio sul banco dei testimoni. Noi non capimmo cosa stava
succedendo, ma Kunstler fu costretto a congedarlo prematuramente. Fu
il nostro peggior teste, l'unico interessato a sé più che a dare una mano
a scagionarci. Era la sua anarchia speciale. Se ci fossimo messi
d'accordo prima, avremmo potuto sfruttare la trovata dell'LSD
trasformandola in una scena memorabile. Se ce l'avesse detto, Kunstler
avrebbe potuto chiedergli se era in acido, scioccando i bravi giurati del
Midwest con una persona in carne e ossa in pieno trip. Ci sono stati
tanti incidenti del genere che ci hanno impedito di diventare amici. Paul
giudica tutto quello che gli succede in termini di immagine pubblica, e
restare amici con uno che la pensa così è quasi impossibile. E meglio
puntare a restare in buoni rapporti e basta.
Bob Fass, pioniere della comunicazione, ha inventato il freestyle
radiofonico, le trincee verbali da cui partivamo all'attacco della cultura
di plastica. New York è una capitale dei media, il posto in cui infili tutte
le spine, e Bob Fass era la nostra arma segreta. Oggi FM significa
antiarte commerciale registrata, ma Big Bob ha sempre preferito i suoi
principi alle mode. Attualmente è in bacino di carenaggio.
In Europa c'erano parecchi altri gruppi anarchici che lavoravano su
premesse simili alle nostre. Per esempio, a Berlino operavano Fritz
Teufel, Karl Pawla e la Kommune L Anche se stavamo dall'altra parte
dell'Atlantico, siamo venuti a sapere lo stesso che durante uno dei suoi
tanti processi, Pawla s'era calato i pantaloni e aveva defecato sul
pavimento dell'aula, pulendosi il culo con il mandato. A Parigi Jean-
Jacques Lebel, discepolo di Artaud, strangolava polli e spalmava il loro
sangue sulle ambasciate americane. Quando venne negli States
conoscemmo finalmente il nostro contraltare europeo, uno che riusciva
a teletrasportarsi istantaneamente da una cultura all'altra, premeva un
pulsante e si sentiva a casa su entrambe le sponde dell'Atlantico. Lebel
non aveva la minima difficoltà a fondere l'anarchismo della Riva
sinistra con la cultura di strada di Haight-Ashbury o del Lower East
Side.
Ad Amsterdam, un punto particolarmente avanzato del pianeta, gli
attori di strada si facevano chiamare "Provos" (da provocatori) e
praticavano la politica del "gratis", aprendo i parchi ai concerti gratuiti,
occupando case e distribuendo zuppe agli affamati senza soldi. Il loro
simbolo diventò la bicicletta bianca, le due-ruote usate che venivano
ridipinte e lasciate in giro per la città. Chi ne aveva bisogno ne
prendeva una e via che pedalava, lasciando il velocipede in un altro
posto per il cliente successivo. I Provos diventarono una cosa talmente
grossa da riuscire a occupare qualche seggio nel consiglio comunale,
ma alla fine furono distrutti dal settarismo nevrotico. Non prima di aver
instaurato un'atmosfera comunitaria che sarebbe diventata il modello
per tutti noi.
Dana Beai fondò nel Lower East Side una sezione ispirata a loro. Era
davvero uno strano tipo, Dana, un ometto di buona famiglia, con i
capelli lunghissimi, capace di lavorare venticinque ore al giorno per
tentare di dare una forma alla rivolta anarchica in un campo
prevalentemente popolato da noi ebrei. Tredici anni dopo è ancora lì,
nel Lower East Side, che cerca di rifarsi una vita, e viene ancora
pizzicato un giorno sì e uno no. E un eterno Peter Pan, un fanatico
attratto dai rituali degli Yippie più che dal contenuto.
A parte i Provos, un altro grande modello è stato ovviamente la
comunità californiana di Haight-Ashbury, quella di Verso Betlemme di
Joan Didion. Berkeley è stata la culla della politica contestataria, un
quartiere che nel '67 riusciva a mobilitare migliaia di pacifisti con la
grande marcia sull'ufficio di leva di Oakland e l'immensa
manifestazione al Kezar Stadium. Quel giorno gli attriti tra fazioni
uscirono spettacolarmente allo scoperto, quando un gruppuscolo
trotzkista staccò la spina proprio mentre si esibiva la band di Country
Joe and the Fish.
I freak dell'ateneo attraversavano in un flusso continuo la Baia per
andare ad accamparsi a Haight. Il numero faceva la forza, e così ben
presto in zona apparvero piume e perline, si moltiplicarono le cliniche
gratis, le fumerie e le comuni. Il primo be-in al mondo si tenne lì, al
Golden Gate Park, quando Berkeley e Haight accantonarono le
divergenze in un bel giorno di sole e trentamila persone andarono in
trance.
Speranza. Creatività. Bontà. Potenziali. Tutto quanto esplose in un
bagliore accecante.
A Haight c'erano due grandi forze creative in pieno fermento. La
prima era il "San Francisco Oracle", multicolore tabloid psichedelico, è
stato il più bel quotidiano mai apparso nelle strade di questo pianeta, la
nostra versione dei codici miniati del Medioevo, un vero
"allucinogeno", per usare un'espressione d'annata. Anche se era il meno
politico di tutti i giornali underground, riusciva a incarnare la passione
per la bellezza in tante maniere nuove ed eccitanti, in effetti non molto
capite dai politici. Bisognerebbe tirar fuori le vecchie annate
dell'"Oracle" per studiarle. Era quella la roba genuina.
L'altra forza che guidava la massa brulicante della creatività di
Haight erano i Diggers, una costola (qualcuno direbbe piuttosto i rifiuti)
della San Francisco Mime Troupe. Arthur e Paula Lish, Peter Berg,
Peter Coyote, Batman, Motorcycle Ritchie (riposi in pace), il Buffalo
Man, Nicki Wells e gli altri che sono stato tanto sciocco da dimenticare,
sapevano fondere il teatro di strada dadaista con la politica
rivoluzionaria del gratuito. Veri santi dei vicoli, illuminarono quel
periodo diffondendo la poesia dell'amore e dell'anarchia a suon di
robuste dosi di genialità. Il loro negozio gratuito, crocevia della poesia
istantanea di sopravvivenza associata a una coscienza di origini indiane,
è stato il grande faro di quell'epoca, che ha illuminato tante menti della
East Coast.
E poi c'era Emmett. Emmett Grogan era il guerriero hippie per
antonomasia, e anche tossico, maniaco, attore di talento, ribelle,
groupie del rock e soprattutto spina nel culo per tutti gli amici. Emmett
m'ha fatto molto male. Non come lui o altri potrebbero pensare, però
una coltellata nella schiena da una persona che rispetti non è facile da
digerire. Il suo memoriale su quell'epoca, Ringolevio, pur in parte
luminoso, è rovinato dalla paranoia e dall'immaturità. Eterno punk,
Emmett s'è dannato per diventare il cocco dei promoter di concerti e il
ribelle chic adottato dai liberal di New York, ma chiunque gli ha voluto
bene sa anche che mentiva come respirava, menzogne vere e proprie,
non scuse. Non potevi fidarti di una sua sola parola. Ringolevio è stato
scritto per vendetta, non per amore, è la sua Altamont (un incidente che
Emmett ha contribuito a scatenare) in versione cartacea, un libro triste
che immortala un clown triste. Tra noi correva cattivo sangue. La mia
ultima notte al Chelsea Hotel, due settimane prima di entrare in
clandestinità, lo vidi per caso e gli mandai un messaggio tramite
Gregpry Corso. Volevo sfidarlo giù nell'atrio, e in effetti sarebbe stato
un bel match tra sfigati macho, ma purtroppo o per fortuna, a seconda
del teatrino che preferite, non si fece vivo. Mi sa che durante l'anno
successivo ha avuto una bella strizza, invece io in quel periodo ebbi
modo di sfogare la rabbia e mi dissi che lui o Corso dovevano aver
smarrito il messaggio e se n'erano andati a letto, quella sera. Poi ci
siamo sentiti per caso al telefono. Lui era nella redazione di "Oui", io in
una cabina presso Santa Fe, e abbiamo fatto pace. È stata l'ultima volta
che ci siamo sentiti. Poi ho saputo che avevano trovato il suo cadavere
in piena notte nella metro di Coney Island. E vissuto e morto come una
leggenda, onorando la frase di Thomas Wolfe, secondo il quale soltanto
i morti conoscono Brooklyn.
All'inizio degli anni Sessanta, un'altra mia grande fonte d'ispirazione
furono due dischi rossi semitrasparenti stampati dalla Fantasy Records.
Il primo, Picnic in a Graveyard di Lenny Bruce, mi farà ridere per un
altro secolo. Per anni ho cercato di imitare la sua lagna nasale e le
frecciatine taglienti. In queste pagine non c'è abbastanza spazio per
parlare di Lenny Bruce, quindi vi basti sapere che nel '61 sono andato
in autostop fino a New York per vederlo al Village Vanguard. Ci
presentò Chuck Israels, un mio compagno di studi alla Brandéis e
bassista nello spettacolo di Lenny, e vi assicuro che persino conoscendo
i suoi numeri a memoria ero sempre sbigottito dalla sua spontaneità.
Una volta, durante un monologo, si sentì un tonfo sonoro al piano di
sopra, così lui saltò su una sedia, cominciò a battere sul soffitto e a
gridare: "Ehi, Frankenstein, smetti di farti le seghe!". M'ha fatto
sbudellare. Fra tutti i comici di oggi solo Richard Pryor può battere
Bruce quanto a umorismo immediato. E un vero peccato che Lenny non
ci sia più. Gli ho dedicato Woodstock Nation. La sappiamo tutti la sua
storia. Merda. Piscia. Cazzo. Un vero eroe anglosassone.
L'autore dell'altro disco rosso Fantasy è Alien Ginsberg. A parte
qualcosa di Eliot, la sua Urlo è la più grande poesia in inglese del
Novecento, chiuso. Ginsberg l'ha scritta in un'ora e mezzo, seduto su
una collina che dominava North Beach a San Francisco. Era ispirato
dagli dèi. Così come avevano parlato un tempo a Isaia e Geremia,
avevano parlato anche a Ginsberg, poi lui aveva portato la sua poesia
per le strade. Gli ebrei non hanno santi, hanno solo, ogni tanto, un
Ginsberg.
La banda di Ben Morea, gli Up-Against-The-Wall-Motherfuckers, è
stata, a mio modesto parere, il gruppo più anarchico di tutti. I
Motherfuckers vivevano come topi di fogna e si nutrivano con quello
che trovavano in giro. Vestivano solo di nero e marrone e ringhiavano
di continuo. Insomma, si presentavano come il classico incubo della
borghesia. Un fenomeno mediático antimedia già per il semplice fatto
che il nome non poteva essere stampato. Quando i giornali ne parlavano
li menzionavano come "un gruppo dal nome irriferibile", e così ogni
lettore drizzava immediatamente le antenne.
Ce n'erano tanti altri. Anne Waldman, loquace fondatrice del
laboratorio di poesia di Saint Mark s. Marty Carey, mio amico già ai
tempi del liceo a Worcester, che appiccicava le sue utopie sui manifesti
e sui volantini distribuiti per strada. Trina Robbins che è diventata la
nostra migliore illustratrice-pamphlettista. Alan Katzman e Walter
Bowart, che sono riusciti a evadere dalle edizioni domenicali dell'"East
Village Other", il nostro contraltare del più liberal e fighetto "Village
Voice". Keith Lampe, un clownesco pacifista che adorava travestirsi da
poliziotto delle comiche finali e faceva la spola tra i gruppi militanti e
la gente normale. Intanto, Judy Lampe curava la grafica di tutto il
nostro agitprop, comprese le spillette di protesta. Anche Anita scriveva
per r"evo", e il suo romanzo successivo, Thrashirtg, anche se tende a
glorificare quell'epoca, ha l'atmosfera che può trasmettere soltanto
qualcuno che era lì mentre il ferro veniva battuto. Robin Morgan è
un'altra poetessa attivista che in seguito avrebbe recitato una parte di
spicco nel movimento delle donne. I suoi taglia e cuci su tutti gli ex
amici erano leggendari, ma vi garantisco che la sua denuncia di una
famosa frase sessista che avrei pronunciato, in seguito inserita in
Sisterhoodls Powerful, è un puro parto della fantasia. La sfido a
dimostrare che è vera.
Considero ancora una sconfitta la facilità con cui la società ha
assimilato e diluito la cultura hippie. I capelli lunghi, le canne e i vestiti
buffi hanno perso da tempo il loro significato sociale. La spontaneità
della stampa della controcultura è stata assorbita da "Rolling Stone", e
il capitalismo modaiolo è diventato la spugna con cui assorbire
l'originalità hippy. Jann Wenner ha venduto alle case discografiche
l'idea di un giornale nazionale "underground" culo e camicia con
l'industria del settore, in cambio dell'inserimento delle pubblicità sotto
la bandiera di "Rolling Stone". In tutte le analisi redatte a proposito
della precoce obsolescenza della cultura hippy, non ho ancora visto
citare il ruolo cruciale di "Rolling Stone" come imitatore della stampa
underground. Una volta privati delle pubblicità discografiche, i giornali
perdevano il puntello finanziario, e così la cultura dominante poteva
dirigere più facilmente il corso degli eventi, avendo a disposizione un
giornale "cool" legato strettamente al sistema. Jann Wenner è stato il
grande collaborazionista degli anni Sessanta.
Nell'ottobre '67 la comunità di Haight, avendo capito che "Rolling
Stone", il musical Hair e le altre versioni annacquate della
comunicazione controculturale la stavano vampirizzando, decise di
seppellire per prima la propria cultura. Una bara con su scritto MORTE
DI UN hippy sfilò lungo le strade di San Francisco accompagnata dalle
campane a morto. Pochi anni dopo, Altamont e Charles Manson
avrebbero conficcato gli ultimi chiodi in quella bara.
Persino il teatro di guerriglia stava diventando noioso a forza di
ripetersi. Mi ricordo che m'arrestarono a Chicago per essermi scritto
una parolaccia in fronte; un anno dopo, arrivato a Seattle, trovai ad
aspettarmi in aeroporto una trentina di ragazzi con fuck scritto in faccia.
Come ha segnalato correttamente Marcuse, nel 1971 le bestemmie e le
parolacce avevano perso il loro valore icastico ed erano diventate una
forma di comunicazione superflua.
(Molti sono convinti che la trovata sia stata ispirata da Lenny Bruce,
ma in realtà stavo pensando a un altro caso. Jack Kerouac, dopo avere
meditato sulla cima di un monte, si presentò ai giornalisti con una croce
al collo. Quelli scattarono le loro foto, però poi le corressero per tut te
le edizioni del mattino. In quel caso, io volevo vedere se avrebbero
avuto il coraggio di cancellarmi la faccia.)
Quando sono entrato in clandestinità, costretto quindi a diventare
un'altra persona, devo aver vinto la tendenza a ripensare a quegli anni
con la tenerezza un po' lacrimosa del reduce che ha solo voglia di
parlare della guerra nel Pacifico. Io non mi ritenevo per nulla un
veterano delle battaglie contro la guerra. La nostalgia è solo una forma
più lieve di depressione. Noi tendiamo ad aggrapparci al passato perché
siamo scontenti del presente e timorosi del futuro. Allora c'erano i
Beatles, oggi c'è la Beatlemania.
Gli anni Sessanta sono stati un tale terremoto che i Settanta possono
essere descritti solo in negativo. Non erano i Sessanta. Però possiamo
girare l'angolo, lasciarci alle spalle la nostalgia, iniziare a studiare quel
periodo con il necessario distacco storico. Vedo già i segnali... Quando
sono stato di recente a New York ho visto dei veri figli dei fiori, così gli
ho chiesto da dove venivano. "Oh, non siamo hippy, siamo comparse di
hair". Stavano girando la scena di un be-in a Central Park. Che forza:
un film in costume ambientato dieci anni prima.

RUBIN E LA LEVITAZIONE DEL PENTAGONO


Non ho mai pensato per un solo istante che il teatro di guerriglia
fosse sufficiente a fermare la guerra nel Vietnam, però ha favorito il
coinvolgimento di tutti i sensi e la conpenetrazione nel mondo
simbolico della fantasia (il primo scopo della televisione). Se non ci
fosse stato un richiamo altrettanto forte alla ragione (che è un metodo
comunicativo più convenzionale) i nostri sforzi sarebbero stati vani. Il
merito di ciò va a un gruppo chiamato National Mobilization
Committee to End the War in Vietnam. Il nome non è facilissimo da
stampare su una spilletta, però quel gruppo aveva un suo efficace
metodo organizzativo per mobilitare la resistenza pacifista. Visto che
non sentiva il bisogno né desiderava spaccare la cultura americana in
due tronconi distinti, il Mobe riusciva ad arrivare a età, classi, sindacati
e forze culturali che sarebbero stati estraniati dal nostro stile particolare.
Io, che non sono mai stato uno sciovinista hippy, mi sono sempre
considerato un iscritto in pectore del comitato direttivo del Mobe. Per
militanti come Cora Weiss,
Sidney Lens, Sid Peck, Norma Becker e Dave Dellinger, calarsi un
acido, vestire da hippy e correre per strada con una bomboletta in mano
sarebbe stato inconcepibile. Quando il movimento ha cominciato a
crescere oltre quello che concepivamo come "limite", quando siamo
diventati sul serio una forza "nazionale", una parte notevole delle
grandi dimostrazioni è stata attentamente coordinata in modo da
lasciare spazio ai due stili diversi.
Nella primavera del '67, poco prima della grande Summer of Love, il
Mobe organizzò la più grande dimostrazione nella storia degli Stati
uniti, una marcia sulle Nazioni unite a cui parteciparono qualcosa come
settecentomila persone, tre volte quelle che erano state portate a
Washington nel '63 dal movimento per i diritti civili. Ormai la
repressione degli anni Cinquanta era lontana, sapevamo che il nostro
movimento aveva gettato profonde radici anche nel cuore profondo
dell'America, vedevamo spuntare dappertutto comunità della
controcultura, quindi ci aspettavamo tanta gente... però questa folla
superava tutte le aspettative. Sapevamo che per ogni persona onesta e
abbastanza ardita da avventurarsi fuori dal salotto di casa per unirsi a
una marcia di protesta, ce ne sarebbero state forse cento simpatizzanti
ma inclini a restarne fuori. Trovarsi lì in tanti significava la certezza che
potevamo far uscire gli Usa dal Vietnam. Attenzione, non era un
compito facile, mai nella storia s'è visto un popolo sollevarsi per
sconfiggere la guerra imperialista del suo stesso governo. André
Glucksmann, il migliore dei "nuovi filosofi francesi", m'ha detto una
volta che il movimento contro la guerra negli Stati uniti sarà ancora per
un secolo il simbolo della libertà, "ha dimostrato la forza della gente
quando le tocca affrontare una repressione sofisticata". Durante quella
primavera abbiamo capito quanto eravamo decisi a schierarci contro la
guerra, e quella marcia ci ha dimostrato che avevamo i numeri per
vincere. Le dimostrazioni nazionali erano solo la punta dell'iceberg, il
nostro sondaggio speciale, quello che teneva insieme le organizzazioni
di base, aiutava i singoli e i gruppi isolati a sentirsi parte di qualcosa di
più grande. Niente di strano, quindi, che nel giro di un anno il
Congresso abbia approvato l'Interstate Riot Act (questa legge, ancora in
vigore, e non ancora contestata nei tribunali, rende illegali tutte le
dimostrazioni nazionali, se è il governo a dichiararsi parte in causa).
E stato lì che ho conosciuto di persona Jerry Rubin. Come il Che ha
avuto bisogno di Fidel e Gianni di Pinotto, Jerry Rubin e io eravamo
destinati a trovarci, un matrimonio concepito non in cielo ma per strada,
in guerra e non in pace, ma sorprendentemente solido e duraturo. In una
comunità di ego conflittuali, noi per lo meno siamo riusciti a fondare un
ego di due persone.
Jerry è di Cincinnati, Ohio, una cittadina di media grandezza e
fortemente antisindacale, quindi molto simile a Worcester, e in più è un
maniaco dell'azione e un "antintellettualoide" come me. Sono state le
somiglianze, non le differenze dei nostri caratteri, a far funzionare il
connubio. Tutti e due volevamo travalicare la ragione. Come me, Jerry
era un populista che guardava la tele, andava a vedere i film di cassetta
e sapeva trasformare le idee in azione.
Insomma, diventammo amici. Io lo introdussi alla controcultura, poi
lo portai alla radio e l'intervistai durante il programma di Bob Fass,
traducendo le sue parole per il pubblico hippy. Jerry non sapeva ancora
come adattare linguaggio e immaginario allo stile dell'epoca.
Anche se conosceva lo stile dei he-in> avendo partecipato al
primissimo a San Francisco, il suo modo di porsi era ancora troppo
retorico e forzato, non aveva quella componente cretina né la spinta
spirituale. E stato in questo che l'ho complementato. A sua volta, lui era
più portato di me a incorporare la rivoluzione culturale in una struttura
più ampia. Eravamo due persone che intuivano la possibilità di fondere
la rivoluzione culturale con quella politica, però il forte di Jerry erano i
tempi politici, il mio i tempi drammatici. Io mi fidavo del suo
raziocinio politico più di quanto mi sia mai successo con chiunque altro
nel paese. Eravamo anarchici, ma tra gli anarchici non ce ne sono tanti
che possono guidare e stilare una strategia. Alcuni sono più uguali degli
altri in questo campo. Jerry, un tipo testardo e consapevole delle vie del
potere e dell'universo, aveva la spinta e l'istinto politico adatti per
riuscire a cavalcare l'onda del movimento.
Conoscevo Rubin prima che lui conoscesse me. Qualche anno prima,
spalleggiato dal miglior stratega legale del movimento, Arthur Kinoy,
aveva sfidato i supercattivi dell'HUAC in maniera alquanto insolita,
vestendosi da rivoluzionario americano (intendo la prima rivoluzione)
per ingaggiare una fortunata guerra simbolica con il nemico. La guerra
simbolica, leggiadra forma di arte d'opposizione, esige che uno ami il
suo paese se vuole rovesciare il governo, anche se l'utilizzo degli eroi
nazionali del passato, dei miti, della bandiera, delle leggende popolari e
compagnia bella dev'essere eccezionalmente astuto. Jerry era un
adorabile bastardo astuto. Lo seguivo da quando era tornato a Berkeley
e organizzava manifestazioni che esaltavano la componente
intellettuale, tentando di fermare i treni militari diretti ai porti che
dall'altra parte avevano il Vietnam (in realtà, mi sembrava di non
essermene mai andato da Berkeley) Anche Dave Dellinger era molto
interessato a questa palla d'energia chiamata Rubin, perciò dopo la
marcia sulle Nazioni unite lo invitò a est per diventare dirigente del
Mobe. Il potere stava a est, perciò Rubin fece la giusta scelta tattica.
Non avrei potuto chiedere un commilitone migliore.
La mia impressione al primo incontro non fu esente da critiche.
Nonostante i frizzi rivoluzionari, Jerry era un tipo pieno di sé, si
prendeva molto sul serio come tutti i predicatori di sinistra. Appena lui
e i suoi amici sbarcarono, io li portai a Wall Street a bruciare un tot di
soldi. Il miglior insegnante è il miglior studente, e infatti Rubin colse il
messaggio al volo. Poi l'attirai nel Lower East Side, e lui attirò me nella
sede centrale del Mobe e nella cospirazione contro Washington del
prossimo autunno. " Abe, perché non convinci quei fricchettoni a
muovere il culo e raggiungerci a Washington?" mi suggerì. Avendo
notato che gli crescevano i capelli più alla svelta della marijuana sotto
le lampade, cominciai a tenere conto del suo parere.

LA MAGIA SVENTA LA MACCHINA BELLICA


Tutti gli indiani, persino quelli della tribù elettronica, devono fare
affidamento su una componente magica se vogliono vincere le
battaglie. La purificazione spirituale è un antidoto contro i demoni che
allignano in tutte le macchine belliche imperialiste. Il 21 ottobre
dell'anno 1967 avremmo lanciato la nostra guerra santa per scacciare gli
spiriti maligni stanziali nel Pentagono. E scritto nei testi sacri di
parecchie religioni che le figure con cinque angoli sono create dal
diavolo, e in effetti nessuno che si fosse preso la briga di leggere tra le
righe quello che diceva il "New York Times" poteva più dubitare che la
guerra del Vietnam fosse una creatura di Lucifero. Che pensare delle
bombe a grappolo che si aprono a cento metri dal suolo e rilasciano
piccoli ordigni che a loro volta liberano una pioggia di aghi letali che
fanno fuori ogni essere vivente nei paraggi? Penetrazione silenziosa
nella carne. Puoi forse parlare in termini civili delle bombe a
saturazione, dei villaggi strategici e delle zone di fuoco libero? Puoi
descrivere il napalm a un bambino di dieci anni? E un gas gelatinoso
che viene sganciato in grossi barili e si diffonde rapidamente,
appiccicandosi alla pelle. O dei defolianti progettati per avvelenare
chilometri e chilometri di piante e alberi? Non era più successo di
vedere un deserto creato a freddo da quando i romani avevano salificato
per vendetta la terra di Cartagine. E il nemico? I "gialli" che i nostri
ragazzi dovevano ammazzare per salvare rAmerican Way of Life? C'è
davvero qualcuno ancora convinto che Dio e il napalm possano stare
dalla stessa parte? Io ho capito che gli Stati uniti non avrebbero mai
vinto quella guerra dal giorno che un saggio colonnello vietnamita,
Xuan Oanh, m'ha detto:
Devi venire a vedere come noi vietnamiti viviamo la guerra. Molti di
noi non avevano mai visto prima un aereo. Sulle montagne e nella
giungla la gente li prendeva per draghi volanti che mollavano uova di
fuoco sui loro villaggi. Un terrore del genere è incomprensibile per un
occidentale.
Noi gli abbiamo solo insegnato a non avere paura. I contadini hanno
imparato a restare lì nei campi a sparare ai jet. Molte volte avrebbero
fatto centro. Sarebbe stato sciocco non usare il soprannaturale come
alleato.
Xuan Oanh era un soldato straordinario, un superbo guerriero della
giungla capace anche di indossare la feluca del diplomatico quando era
necessario negoziare con Kissinger a Parigi. A quasi sessantanni ne
dimostrava ventotto. Xuan, soldato da un quarantennio, restava un
uomo di pace, l'alfiere della controcultura ad Hanoi, a Parigi e nelle
gallerie e trincee del Vietnam del Sud. Pur essendo privo di istruzione
formale, riusciva a esprimersi correntemente in cinque lingue. Anche se
non ne parlava mai, tanti suoi familiari erano stati torturati dalla polizia
politica che cercava di risalire a lui. Le sue tattiche di evasione erano
leggendarie. Una volta che ci vedemmo a Parigi mi disse che stava per
tornare a casa. Io chiedo: "Xuan, come fai?", e lui: "Prendo un volo
commerciale per Mosca, poi salgo su un caccia diretto ad Hanoi. Ci
vogliono circa sedici ore, poi proseguo a piedi fino a casa. Per questa
parte ci vogliono sei mesi". Conoscendo la magia del viaggio nel
tempo, era in grado di adattarsi a tutte le giungle al mondo, e aveva
anche la capacità soprannaturale di avviare una discussione sempre
sulla nota giusta. Una volta, durante una visita dopo Woodstock, ha
chiesto ad Anita se poteva mandargli un disco di Janis Joplin. In cambio
lui le ha regalato una pipa da hashish fatta con l'ala di metallo di un jet
abbattuto. Mentre tornavamo in taxi dall'ambasciata Anita ha
esclamato: "Incredibile. M'ha letto nel pensiero. Sapeva che avevo
finito le cartine".
Non c'è bisogno di aggiungere che noi e il Pentagono avevamo
un'immagine diametralmente diversa dei vietnamiti. Essendo di cultura
buddista, loro capivano il significato dei martiri americani che si
cospargevano di benzina e si trasformavano in tante torce umane per
protesta. E non consideravano affatto frivoli i tentativi di esorcizzare il
Pentagono. Anzi, un'idea del genere poteva essere germogliata
benissimo ad Hanoi. Xuan Oanh era capace di cullarci senza dire una
parola, nell'illusione che fosse stata un'idea nostra. Essendo giovani e
affamati, noi ci siamo beati di questa illusione. Che cazzo!
Avviai il rito fermandomi con Marty Carey nel prato proibito che
circonda un lato della bestia di granito. (Nel caso abbiate qualche
problema a distinguere un capo della guerriglia da un alto papavero
imperialista, pensate al quartier generale del Fronte di liberazione
nazionale, un collettivo fluttuante che si spostava di notte dai tunnel
scavati a mano nella giungla fino a un buio retrobottega di Saigon.
Invece, le forze americane erano guidate dal più grande palazzo per
uffici al mondo.) Marty aveva portato incenso e campanelle tibetane,
poi improvvisammo una danza di guerra apache e iniziammo a
misurare a spanne la distanza da un angolo all'altro. "Che cazzo
succede?" strillò il sergente della Polizia militare arrivato a baionetta
innestata. Noi non lo degnammo di un'occhiata e proseguimmo.
"Centouno, centodue, centotré..." contavamo, scambiandoci di posto
a ogni numero. In pochi secondi si formò un capannello di personaggi
preoccupati. Le uniformi con i nastrini indicavano un alto papavero
militare, la giacca e cravatta un figuro delle pubbliche relazioni.
"Allora, che succede?" chiede un'uniforme.
"Mah, caporale, come ben saprà, gli oggetti a cinque lati sono
diabolici. Siamo qui per l'esorcismo del Pentagono" risponde Abbie.
"Un attimo. Questa è proprietà del governo, e io sono un capitano."
"Facciamo in un minuto" spiega Marty. "Ci basta misurare un lato e
moltiplicare per cinque. Dobbiamo verificare quante streghe ci servono
per circondare il Pentagono."
"Circondare il Pentagono? Sergente, in nome del cielo, che succede?"
strilla il capitano.
"Proprio così. Vede, parte della cerimònia di levitazione.,." inizia a
spiegare Marty.
"Levitazione!"
"Non si preoccupi, generale, abbiamo già fatto domanda. Vogliamo
11 permesso di sollevare di una trentina di metri il Pentagono,"
"Sarebbe tutto legale" aggiungo io con tono da persona assennata.
"Maledizione, sergente, mi arresti questi pazzi! "
L'arresto suscitò un certo interesse nazionale. "Il mese prossimo
torneremo con altri cinquantamila" annunciammo.
"Avete ottenuto il permesso?" volle sapere la stampa.
"Stiamo trattando per essere autorizzati a sollevare di trenta metri il
colosso di granito, ma per il momento i generali ce ne hanno concessi
solo tre. Noi siamo ragionevoli, quindi tre può andare. Ci vediamo il
mese prossimo, ragazzi e ragazze."
Reclutammo le streghe presso l'ufficio collocamento più confacente
(Saint Marx Place), le vestimmo come si deve e le mandammo in
televisione a informare la gente dei nostri piani. Hildi Hoffman,
capostrega dei Group Image, sconvolse un presentatore quando versò
della sabbia rossa sul pavimento dello studio e disegnò un pentagono
con un bastone, iniziando a improvvisare fatture. Costruimmo anche
un'enorme replica del mostro sul Potomac, e durante una prova costume
al Fillmore East riuscimmo persino a farla decollare, grazie a Fugs,
musica, fumogeni e anche a un reticolo di corde metalliche attaccate
alle travi del soffitto.
Quando la polizia di Washington annunciò di essere pronta a usare il
temuto spray urticante Mace per accecare i dimostranti, rivelammo che
i nostri scienziati avevano inventato una nuova droga, il Lace, "acido
lisergico unito a un agente capace di penetrare l'epidermide. Quando la
spruzzi sulla pelle o sui vestiti viene immediatamente assorbita in
circolo e il soggetto sessualmente eccitato inizia a denudarsi", come
annunciai a un gruppo di giornalisti sconvolti quanto arrapati. Per i
pochi scettici incalliti organizzammo perfino un'orgia. Prima
caricammo le pistole ad acqua con la famosa sostanza segreta arrivata
di contrabbando da Taiwan, poi telefonai a qualche giornalista e gli
dissi che disponevamo di una nuova droga che faceva venir voglia di
chiavare. "Come facciamo a sapere che è vero?" chiesero. Allora gli
consigliai di venire a casa mia per una dimostrazione dal vivo.
Arrivarono in massa. Li facemmo entrare in una stanza che avevamo
preparato all'uopo, con i cuscini per terra, e li ammucchiammo contro il
muro prima di presentare le due coppie che avrebbero dimostrato dal
vivo gli effetti del Lace, ma soltanto dopo un mio discorsino delirante
sulla nuova droga, in cui li avvertivo di non toccare le confezioni
perché la roba non era stata ancora testata.
Dopo questo fervorino dovevo assolutamente scappare per tenere un
comizio in una chiesa. Non potevo immaginare che le coppie sarebbero
arrivate sino in fondo, per così dire, per la rivoluzione, perciò sono
ancora scocciato di essermi perso quell'orgetta. I soggetti si spararono
addosso reciprocamente con le pistole ad acqua piene di Lace viola, poi
si tolsero i vestiti e trombarono con foga. Alla fine si rivestirono e si
fecero intervistare. I giornalisti gli chiesero com'era stato.
"Mah, dopo cinque minuti ho cominciato a vedere colori di tutte le
fatte..." Le risposte erano solo banali riassunti delle loro passate
esperienze in acido.
In men che non si dica Johnny Carson stava già parlando di questa
nuova e potente droga, il Lace. Allora c'era parecchio allarmismo sulle
varie droghe, acido, funghi, STP e semi di Morning Glory, con tanti
nuovi nomi che rimbalzavano da tutte le parti e un sacco di storielle sui
drogati che facevano strane cose. Secondo me, la gente ha subodorato
che la storia del Lace era tutta una montatura, ma comunque... hippy,
droghe, orge, era tutto abbastanza credibile. Un ottimo scherzo e
un'ottima pubblicità per la marcia sul Pentagono. Eravamo in grado di
controbattere tutti gli allarmismi che potevano inventarsi gli sbirri.
Così facemmo arrivare a sud e distribuimmo poco prima dell'alba
sulle rive del Potomac due camion di liquido speciale, pistole ad acqua,
fumogeni, maschere di Halloween e raganelle. Un'ora dopo si sparse la
voce che uno dei nostri battaglioni segreti, guidato da Walter Bowart,
era stato bloccato in aeroporto assieme a diecimila fiori. Erano stati
pizzicati mentre salivano su un piccolo Piper che doveva superare le
difese antiaeree per bombardare di gigli il Pentagono. Qualche infame
aveva cantato ancor prima che il Piper fosse intercettato dai radar.
Arrivarono carovane di dimostranti da tutto il paese, e a mezzogiorno
ci riunimmo davanti alla statua dell'onesto Abe Lincoln. Era una calda
giornata d'ottobre, pertanto i ragazzi si spogliarono per nuotare nudi
nella grande vasca. Radio Bob litigò con qualche provocatore nazista e
fu schiaffato in un carcere improvvisato sotto il monumento a
Washington (più o meno dove ci sarebbe il coglione di sinistra se
l'uccello avesse le palle). Eravamo in parecchie migliaia, più di
centomila complessivamente. L'aria vibrava per la tensione mentre
cantanti e oratori scaldavano la folla.
Quindi Dave Dellinger spiegò il regolamento: "Non si spinge, non si
tocca, niente violencia, però chi ne ha voglia si diriga verso le mura del
Pentagono per dimostrare la sua disobbedienza civile". La guerra stava
per sbarcare in patria. Benvenuti, sorelle e fratelli, alla Seconda
rivoluzione americana!
"Via i diavoli! Via i diavoli! " Gli slogan diventavano sempre più
assordanti, i Fugs e gli sciamani riempivano l'aria con il suono dei
tamburelli, dei tamburi e degli incantesimi urlati. Anita, vestita da
sergente Pepper, e io, indiano con in testa il cappello dello zio Sam, ci
spartimmo, tenendoci per mano, l'ultima tavoletta d'acido prima di
andare a sbattere contro la superstrada e risalire la spalletta dopo aver
zigzagato in mezzo al traffico. Da lì potevamo finalmente vedere il
colosso a cinque fianchi che occupava l'orizzonte della Virginia. Alla
nostra destra e sinistra c'erano file e file di dimostranti che affrontavano
la salita, molti con le bandiere vietcong. I gonfaloni dei college
garrivano accanto agli striscioni con gli slogan pacifisti. Alcuni
individui sparpagliati erano già inseguiti dalla polizia militare, ma
riuscivano a far perdere le loro tracce nella boscaglia schizzando in
mezzo alla superstrada. Una volta arrivati in cima al pianoro, il
Pentagono diventò perfettamente visibile. In cielo ronzavano gli
elicotteri mentre le file si compattavano. Poi gridai con tutto il fiato che
avevo in corpo: "CARICA!" e partii all'attacco. "Alle mura! Alle
mura!" Uno sciame di cinquantamila persone attraversò il piatone
scagliandosi come un'unica palla di fango contro il Pentagono, poi
ballando e bestemmiando cercammo di circondarlo. Tra noi e il palazzo
si frapponevano plotoni di soldati armati di fucile e baionetta, in
formazione d'attacco. In quel momento, i vari capi improvvisati
invitarono la gente a sedersi e stare calma, e un attimo dopo partirono le
note di Down by the Riverside.
Super Joel, uno dei migliori agitatori di Berkeley, andò verso le
baionette e infilò con un gesto di grande coraggio e pieno d'amore un
fiore nella canna di un fucile. E ancora una delle più classiche foto
degli anni Sessanta.
Passarono le ore. La barriere esterne erano già coperte di scritte, HO
CHI MI AMA LBJ, BASTA GUERRA!, FLN VINCERÀ, GUMBO È
STATO QUI.
Quando scese la sera accendemmo qualche falò per tenerci al caldo.
La gente si rannicchiò sotto le coperte, in una replica dell'epopea di
Valley Forge. Ma appena sparirono le telecamere, il nemico passò
parola e cominciò a menare. Qualcuno di noi fece resistenza.
Cominciarono subito a girare voci di soldati che disertavano, di gente
sparata, e intanto gli elicotteri con i riflettori sfrecciavano nel buio in
una strana replica del Vietnam. Avvolti nelle nubi del nostro fiato
congelato dal gelo autunnale, ci sforzammo di tenere le posizioni
mentre affluivano i cellulari e le ambulanze per il lungo e tedioso
rituale dei fermi.
Poco prima dell'alba ci ritrovammo in undici presso il lato ovest, con
la pancia in preda alle fitte per la fame, le dita anchilosate dal freddo, la
faccia imbrattata di vernice e mascara liquefatti. Ormai l'effetto
dell'acido era passato, lasciando solo la gola e le labbra riarse. Uno
stregone soshone chiese ad Anita di sedersi a gambe incrociate rivolta
verso il sole per guidarci nella preghiera, poi dalla nostra cerchia di
compagni si alzò spontaneo un suono trillante, un rumore che ricordava
un po' il grido di battaglia delle donne algerine. Lo sciamano disse
qualche parola che rimarrà per sempre segreta, quindi Anita si alzò alta
e fiera e con voce invasata ruggì om ah hum om ah hum om ah hum. Il
terreno sotto i nostri piedi tremò, le mura di granito cominciarono a
luccicare come il nuovo sole arancione, e alla fine, davanti ai nostri
occhi, senza fare rumore, il Pentagono decollò come un disco volante.
La cosa che m'ha impressionato di più è stata la facilità. Un gioco da
ragazzi, sul serio. Naturalmente per "vedere" la levitazione dovevi
essere lì, anzi, non bastava nemmeno essere lì in senso fisico, dovevi
essere maestro della tecnica di Don Juan del non-fare, dovevi sapere
come fermare il mondo. Xuan Oanh m'ha poi detto di aver sentito il
decollo del Pentagono mentre tornava a casa sua lungo la pista di Ho
Chi Mirth.
Lasciando perdere la metafisica, lo spettacolo del più famoso simbolo
guerrafondaio del pianeta assediato da migliaia di suoi cittadini fece
immediatamente il giro del globo. Non c'era alcun bisogno di interpreti
o di formule magiche.
Quando ci fecero uscire dalle galere del distretto di Columbia
tornammo alle rispettive comunità, Madison, Atlanta, Ann Arbor,
Berkeley, New Orleans, Lower East Side. Sapevamo già quale sarebbe
stato il nostro prossimo appuntamento nazionale. Tra otto mesi ci
saremmo ritrovati fuori dalla Convenzione democratica. Appena
annunciarono la località, rendemmo subito note le nostre intenzioni.
Avremmo portato la guerra a Chicago. La fiducia era al top, l'esperienza
e il coraggio erano già stati messi alla prova sul campo. All'inizio
eravamo fermamente intenzionati a tallonare Lyndon Johnson mentre
faceva campagna elettorale in tutto il paese, radunando eserciti di
contestatori che poi sarebbero andati nelTlllinois a schiaffare i
politicanti di fronte alla loro follia.
Non immaginavamo nemmeno alla lontana che quel vecchio ronzino
di LBJ non avrebbe partecipato alla corsa. Solo una delle tante sorprese
dell'anno dopo. Un conto è vedere il Pentagono che si solleva, ma per
vedere in anticipo il Sessantotto ci sarebbero voluti poteri di
chiaroveggenza di gran lunga superiori alle nostre capacità. Tenetevi
stretti, amici sportivi, stiamo per entrare nell'Apocalisse: buon anno,
buon 1968! Siete stati fantastici.

1968: L'ANNO CHE FU


Il giorno di Capodanno nacque una nuova parola.
Cinque carbonari giacevano sparpagliati sui cuscini del minuscolo
salotto del nostro appartamento nel Lower East Side, e Paul Krassner,
in pieno dopoacido, andava in giro per la stanza chiedendo "Perché?
Perché? Perché?".
"Sentite, quando fate il segno della pace con le dita a V e le braccia
tese state formando anche una Y" disse a un certo punto. Gli si erano
appena accese lampadine accecanti nella testa bacata.
Poi Jerry Rubin cominciò a pigolare "Pi-Pi". La sua mente a forma di
archivio stava già collegando il tutto. "In tutti i movimenti ci vuole una
P. "
E Abbie aggiunse: "Anche una I, I am the Walrus, I am the Eggman".
"E sta per energia" disse Nancy Kurshan, la ragazza di Jerry. Poi tutti
in coro: "Yippie!". Quel punto esclamativo ci avrebbe portati alla
vittoria, le sue buone vibra avrebbero scacciato tutti i punti interrogativi
e ci avrebbero portato a Chicago. Se la stampa aveva creato gli "hippy"
noi non potevamo forse partorire gli "yippie"? Un hippy politicizzato.
Un figlio dei fiori che era stato al fresco. Un guerriero strafatto dell'Età
dell'Acquario. "Cos'è imo yippie"? avrebbero chiesto. "Un yippie è
qualcuno che va a Chicago".
Forse fuori nevicava, e in tivù c'erano le solite partite di football.
Cinque anni prima avrei tentato di piazzare un'ultima scommessa sui
vincitori del Cotton Bowl e del Rose Bowl, ma lo stadio di Pasadena
era ormai lontano anni luce dal Lower East Side. L'amore per il gioco
era stato sostituito dall'impegno costante a escogitare sempre nuove
trovate per il teatro guerrigliero che avrebbe cambiato il mondo. Non
c'era più nulla d'interessante nello sport a parte le ginocchia di Joe
Namath e il jab sinistro di Muhammad Ali (in quegli anni fermato dai
guerrafondai). Tutto il mio entusiasmo per lo sport era stato incanalato
nella Grande partita, la battaglia contro il governo.
L'anno iniziò con una salva di colpi d'avvertimento. Il buon dottor
Spock3 e altri quattro furono incriminati da una corte federale di
Boston per aver aiutato i renitenti alla leva. Fu il secondo dei grandi
processi contro un complotto, essendo stato il primo quello ai sette di
Oakland. Al Congresso era in corso un dibattito infuocato sulla
controversa legge per i diritti civili. Nel paese dell'uguaglianza,
centonovanta anni dopo la sua nascita, i politici stavano ancora
litigando sul colore della pelle in quanto fattore che decideva dove
poteva vivere e lavorare una persona. Dopo il solito processo
d'annacquamento, i conservatori avrebbero accettato di far passare la
legge se fosse stato aggiunto qualche codicillo, per esempio che era
illegale attraversare i confini di uno stato con l'intenzione di fomentare
una sommossa. Questo, che è diventato noto come provvedimento "Rap
Brown", era ed è ancora la più antidemocratica legge del codice.
Quando ad aprile il Congresso approvò il pacchetto sui diritti civili,
tutte le dimostrazioni nazionali furono automaticamente definite da
quel momento "sommosse", e i leader contestatori, questi osceni figuri
allucinati dai burocrati in spregio alle proteste popolari, rischiavano
adesso dieci anni di galera. La posta stava crescendo, come il
malumore.
In primavera partì l'offensiva del Tet. Nixon annunciò la sua
candidatura alla presidenza. A Orangeburg, nel Nord Carolina, i
militanti neri ingaggiarono una durissima battaglia a colpi d'arma da
fuoco con la polizia. Lyndon Johnson rese noto che non si sarebbe
candidato per un secondo mandato. Una settimana dopo fu assassinato
Martin Luther King Jr.
Nella settimana finale di quel caotico mese d'aprile, iniziato con
l'assassinio di King, gli studenti radicali impegnati a forgiare una
coalizione con la comunità nera locale e a sabotare i legami dell'ateneo
con la guerra del Vietnam, trasformarono là Columbia University in un
campo di battaglia. Un decennio prima questo bastione della Ivy
League aveva regalato al mondo Pat Boone. Come cambiano le cose. I
capelli a spazzola non erano più tanto di moda nel campus, e il nuovo
cantante della Columbia era un giovincello con la faccia da bambino,
una folta chioma di capelli biondi e una voce altrettanto ricca che usava
lo pseudonimo di Mark Rudd, dal momento che, come nel mio caso, le
radici russe erano state purgate da una guardia di frontiera a Ellis
Island. Intendiamoci, Rudd era comunque un membro a tutti gli effetti
della Cospirazione ebraica internazionale.
Non puoi condurre una guerra come quella del Vietnam senza la
complicità degli atenei, fondamentali centri di ricerca sulle armi
avanzate e sugli strumenti di comunicazione. Inoltre, le università
addestrano quanti devono gestire le false pubbliche relazioni necessarie
a convincere i giovani ad andare a morire nelle guerre dei vecchi. Dalle
università escono politici, generali, produttori cinematografici, persino
rivoluzionari. La Columbia, come la Dow Chemical, aveva un
investimento finanziario in corso nella guerra del Vietnam.
I fatti di Morningside Heights presero forma come una palla di neve
che diventa pian piano una valanga. Prima l'occupazione del rettorato e
lo sfondamento del reticolato attorno al cantiere della palestra, simbolo
della distruzione della comunità di Harlem per ampliare le attività
ricreative dell'ateneo. Poi l'occupazione di sette importanti edifici del
campus. L'università andò in tilt, e Avery Hall diventò la sede di un
matrimonio controculturale. Alla biblioteca Low i radicali respinsero gli
attacchi degli sbronzi giocatori di football e degli sgherri delle
confraternite. Intanto, nella palazzina dell'amministrazione si
scoprivano documenti compromettenti, mentre noi del Lower East Side
presidiavamo il forte della facoltà di Matematica.
Motherfuckers, Jim Fouratt, Anita, c'era la banda al gran completo,
tutti veterani ormai stagionati in quella primavera del '68.1 nostri colori
erano il nero degli anarchici o il rosa e viola degli yippie, una tavolozza
assai diversa dai motivi floreali hippy che dominavano a Avery Hall.
Eravamo comunque meno castigati degli studenti dell'SDS asserragliati
nel rettorato e meno fanatici della disciplina militare dei neri che
tenevano il forte a Hamilton Hall. Come la rivolta parigina di quei
mesi, non c'era praticamente alcuna leadership centrale. Certo,
comunicavamo tra le palazzine con i walkie-talkie, ma per il resto era
tutto più o meno spontaneo.
Io facevo la spola tra le occupazioni e il mondo esterno attraverso
una serie di passaggi segreti che avevamo scoperto, evitando così gli
studenti di destra che circondavano con una catena umana gli edifici
occupati nel tentativo di stanarci per fame. A quel punto la nostra rete di
comunicazioni era molto sviluppata, e così, grazie alla radio WBAI e a
un sacco di volantinaggi, invitammo gli accademici e la comunità a
venire a unirsi a noi alla Columbia per sventare un'occupazione polizie-
sca. Sapevamo che si prospettava qualcosa di diverso dal solito scontro
nei vicoletti bui in stile Lower East Side.
Dietro le barricate ci comportavamo come durante il classico assedio,
cioè passavamo le giornate a discutere sul che fare quando sarebbe
arrivata la polizia. Per tutti coloro che avrebbero sostenuto il primo
scontro con gli sbirri noi yippie eravamo un incoraggiamento
ambulante, visto che c'eravamo già passati ed eravamo ancora lì, vivi e
vegeti. Discutevamo molto anche sulle tattiche difensive. Qualcuno
propose a un certo punto di spruzzare la schiuma degli estintori sulle
scale per rallentare la polizia, ma la mozione fu bocciata. Invece,
attaccammo il nastro isolante alle finestre per evitare che si
sfondassero, e assieme alle cibarie facemmo arrivare un bel po' di
vaselina e sacchetti di plastica come protezione contro gli spray
urticanti.
Intanto, fuori dalle palazzine, studenti e professori si schieravano. Un
gruppo di destra, la "Majority Coalition", era chiaramente contro i
dimostranti, ma nel suo complesso il corpo accademico si augurava di
riuscire a tenere a freno i bollenti spiriti per impedire che scorresse il
sangue.
Piazzammo guardie fisse nell'attesa, durata poi cinque giorni,
dell'arrivo della polizia. Gente stravaccata dappertutto, rock a manetta.
Parlavamo allo sfinimento di temi e strategie, combattevamo la noia e
la paura, ci attenevamo alle decisioni, stilavamo vie di evacuazione,
ridevamo, facevamo l'amore, fumavamo erba, cantavamo, litigavamo, e
aspettavamo.
La gente imparava in questa maniera, si faceva un'esperienza di
provocazioni, perché in fondo era questo il vero senso dell'occupazione,
una provocazione contro il sistema. Nemmeno per un minuto abbiamo
pensato di impossessarci della Columbia o di bloccarla per più di
qualche giorno. Volevamo solo dimostrare che chi chiamava la polizia
non era interessato al bene degli studenti, e che quanto succedeva alla
Columbia (ricerca sugli armamenti, consulenze, investimenti finanziari)
non c'entrava un fico secco con studenti, docenti e insegnamento, ma le
lezioni erano solo accademico fumo negli occhi per nascondere gli
affari lucrosi.
Verso le tre di notte del 22 aprile uscii dalla radio per tornare al
campus carico di scatole di ciambelline per tutti gli occupanti di
Matematica, ma arrivai assieme alla polizia, e assistetti in diretta
all'incredibile incubo inscenato a uso e consumo della televisione,
quando in tutto il complesso si accesero riflettori, illuminando a giorno
gli edifici pseudoellenici con le loro barbe d'edera.
Una carovana di mezzi della polizia occupò il centro del proscenio,
poi gli sportelli di dietro dei furgoni si spalancarono e scesero frotte di
sbirri, mentre migliaia di studenti fischiavano e li bersagliavano con i
bicchierini di carta. Gli sbirri avevano un aspetto decisamente
impressionante, erano tutti bestioni grandi e grossi, con i visori
abbassati, vestiti di cuoio, le bombolette pronte, i manganelli sguainati
(in seguito ci dissero che la polizia non era stata autorizzata a portarli
dentro il campus). Erano anche con i nervi a fior di pelle, ma
prontissimi a sfogare la tensione con metodiche molto macho. Fui
travolto dalla carica dei ragazzi in blu, sollevato di peso e gettato dentro
un furgone cellula re, e nel frattempo la polizia faceva irruzione dentro
Matematica strillando: "Se non uscite subito ve ne pentirete". Tutti gli
occupanti si rifiutarono, perciò gli sbirri ne approfittarono per
manganellarli per tutto il tragitto dalla facoltà sino ai cellulari.
Al commissariato mi appiopparono la violazione di proprietà a Avery
Hall, anche se non avevo mai messo piede in quell'edificio, ma mi
dichiarai ugualmente colpevole e accettai una condanna a un anno in
libertà vigilata. Tra i più di cinquecento dimostranti arrestati, meno di
dieci si beccarono un'imputazione: Marty Kenner, il mio vecchio amico
di Berkeley, Gus Reichbach, Jonah Raskin e gli altri che i vari infiltrati
avevano indicato come "leader". Mark Rudd, espulso dall'ateneo e
accusato di vari capi d'imputazione, fu quello che la pagò più cara.
Per me Mark era come un fratello minore, zero esperienza ma un
talento naturale per seminare zizzania positiva. In quel frangente seppe
trasformare il problema della palestra e dell'istituto di ricerca in una
battaglia che travalicava i confini del campus, anche se l'istituto in
questione significava a dir molto tre professori sulla settantina. Poi
Mark ha ammesso di non aver mai messo piede nel cantiere della
palestra, ma di aver capito che il trucco consisteva nel tenere ben stretta
la coda della tigre, nello spingere allo scontro. Mentre i liberal del West
Side se ne tornavano nelle loro eleganti palazzine per dibattere sul ruolo
dell'università, Mark era perfettamente consapevole che le lotte erano in
grande misura costruite, erano concetti astratti resi concreti.
Anche se eravamo molto vicini, lui riteneva che i fricchettoni fossero
solo un interessante dettaglio complementare del vero evento, che poi
sarebbe la classica interpretazione comunista della storia anarchica. Si
vergognava di essere stato pizzicato per droga e non ne parlava mai con
nessuno. Non vedeva il collegamento. D'altro canto, i vecchi sinistrorsi
non lo digerivano per niente. Non gli avrebbero mai perdonato le
maniere rudi con cui sfidava la riserva-territorio di caccia, per loro
Mark sarebbe sempre rimasto una bestia nera. Lui se ne fregava. Tra
diciotto mesi avrebbe scatenato una guerra dalla clandestinità.
Per noi la violenza poliziesca non era una gran novità. Una volta,
dopo la dimostrazione contro Dean Rusk, sono finito in un
commissariato nel gruppone dei fermati, e ho visto due sbirri di destra
massacrare con le canne delle pistole un dimostrante che aveva le mani
ammanettate dietro la schiena per dieci terrificanti minuti, anche se
abbiamo fatto il possibile per interferire con il pestaggio. Quando ci
hanno fatti salire sul furgone quello è rimasto indietro, perché dovevano
aspettare che smettesse di sanguinare per ripulirlo e poi mandarlo in
aula. Abbiamo tutti sporto denuncia, ma ovviamente non c'è stato alcun
seguito. Comunque, mi sono sempre domandato che ne è stato di quel
cristone baffuto dalla pelle scura che non ha perso un briciolo della sua
dignità mentre il suo sangue schizzava dappertutto.
Un mese prima della Columbia, in una specie di presagio degli
scontri di Chicago, tenemmo uno yip-in di mezzanotte alla Grand
Central Station. Nei volantini promettevamo una gioiosa copula
dell'equinozio, un festival della vita in preparazione di Chicago, ci
sarebbero stati palloncini, pattini e balli. Si presentarono in seimila, tutti
pronti a scatenarsi sotto il soffitto a cupola, e infatti si stavano
divertendo un mondo, quando un esaltato scalò il bancone informazioni
per staccare le lancette dell'orologio. Un gesto del genere avrebbe forse
impedito ai treni di arrivare in orario? Equivaleva al ridurre a brandelli
la bandiera? Evidentemente fu una cosa molto drammatica, perché a
quel punto la polizia ci vide rosso e cominciò a sfondare teste senza
preavviso. I loro ufficiali si rifiutarono a più riprese di lasciare che io
mi rivolgessi alla folla per invitarla a non farsi prendere dal panico,
bloccando anche Barry Gottehrer e altri collaboratori del sindaco
disposti a dare una mano per calmare le acque. In quell'immenso salone
scoppiò una vera e propria guerra civile culturale, anche se non c'era
gara: soltanto una parte era armata. Non c'erano nemmeno possibili vie
di fuga, se non attraverso le forche caudine. Quel posto diventò una
prigione echeggiante di grida che aumentavano, se possibile, l'orrore
della scena, più spaventosa anche di tutto quanto sarebbe successo dopo
pochi giorni a Chicago.
Una squadra speciale puntò dritto verso di me, mentre un altro yippie,
Ron Shea, fu scagliato attraverso una vetrata perché cercava di
proteggermi. Gli hanno spezzato le mani e tranciato alcuni nervi
importanti delle braccia. Nancy, Anita e un altro amico, Brad Fox, mi
fecero scudo con il loro corpo. Purtroppo, gli sbirri avevano in mente
ben altro, quindi me li tolsero di dosso e mi presero a manganellate fino
a farmi svenire. Ci ho rimesso una vertebra che mi fa ancora male. In
qualche maniera riuscimmo a filarcela. La Quarantaduesima Strada
barricata dalla polizia era un dedalo di ambulanze e barellieri in bianco.
Fu il Massacro di Grand Central, che però non ci impedì di andare a
Chicago. Ci rese solo più determinati.
Anche a Chicago c'erano stati i primi segnali dello scontro prossimo
venturo. Il South Side di Chicago fu sconvolto dalle sommosse
successive all'assassinio di Martin Luther King Jr. In quella città, se
qualcuno sputava sul marciapiede, il sindaco Daley si sentiva
personalmente insultato. Perciò, vedendola messa a ferro e fuoco in
quel modo, il signore irlandese della guerra uscì dai gangheri ed emanò
il seguente editto:
Sparate per uccidere tutti gli incendiari o chiunque abbia una bottiglia
molotov in mano, e sparate per azzoppare o lesionare gravemente
chiunque saccheggi un negozio della nostra città.
Daley, che non è mai stato un sentimentalone, fece il viso dell'armi
che avrebbe mantenuto per tutti i successivi mesi, decisissimo a recitare
la parte deU'anfitrione/kingmaker durante la Convention di agosto. Nel
Partito democratico stava brigando tra gli schieramenti Humphrey e
Kennedy. Nessuno poteva sperare di guadagnarsi la nomination senza
la benedizione del più famoso sceriffo politicante d'America. Nessun
negro, comunista o hippy gli avrebbe rotto le uova nel paniere.
In primavera, quando Rennie Davis e altri organizzarono un pacifico
corteo contro la guerra, la polizia di Daley e alcuni gorilla caricarono i
manifestanti con una rabbia pari solo a quella dimostrata dagli sbirri a
Grand Central. Scene simili, anche se meno cruente, si stavano
ripetendo in tutto il paese. A Madison, nel Wisconsin, a San Francisco,
ovunque la campagna elettorale portasse Nixon o Humphrey. Intanto, la
campagna di Eugene McCarthy stava diventando una crociata nobile
quanto ininfluente. Invece Bobby Kennedy stava decollando più veloce
dell'ultimo album dei Rolling Stones. Quando le nostre vedette
riferirono certe voci del giro della controcultura secondo le quali il
fratellino di JFK fumava erba, capimmo immediatamente che era lui il
candidato da battere a Chicago. Kennedy sarebbe stato il nostro vero
interlocutore, forse persino il nostro candidato, se la storia non ci avesse
tenuti lontani dalla grande politica in quei cinque anni. Forse se non
avesse indagato Jimmy Hoffa... Forse... forse... la storia politica è
avvolta dentro strati di "forse".
Il 5 giugno ogni dilemma sarebbe stato sciolto nelle cucine di un
albergo di Los Angeles. Sirhan Sirhan, un fanatico palestinese armato
di una pistola di piccolo calibro, pensò bene di dare il suo voto alle
primarie. L'immagine che m'è rimasta in testa è l'ultima pagina del
"New York Post" interamente occupata dal corpo inerte e insanguinato
di Robert Kennedy, sotto la solita testata di tutti i giorni, "New York
Post: Sport". Ti veniva quasi da pensare che Sirhan fosse un sicario
pagato dalla National Football League. Comunque, Kennedy era
stecchito e il paese (cioè noi tutti) tremava per l'improvvisa
consapevolezza della fragilità collettiva.
Nonostante tutti questi sussulti nazionali, noi yippie (adesso ogni
tanto ci facevamo chiamare Youth International Party) procedemmo
imperterriti verso il nostro incontro con il destino nella città del vento.
Tutti gli organizzatori di punta attivi nel giro della controcultura
tennero una serie di riunioni in vista del nostro annunciato Festival
della Vita. Tutto quanto vedevamo succederci attorno confermava il
nostro assunto di base. I democratici si sarebbero riuniti a Chicago per
una convention di morte, noi invece ci saremmo riuniti per celebrare la
vita. Avremmo eletto un maiale come candidato alla presidenza, e lo
slogan della nostra campagna sarebbe stato: "Loro nominano un
presidente che mangia la gente. Noi nominiamo un presidente che viene
mangiato dalla gente".
Avremmo organizzato in un grande parco seminari, mostre,
dimostrazioni e concerti rock in netto contrasto con le menate previste
dentro la Convention Hall. Certo, ci sarebbero state le solite incursioni
del teatro di guerriglia, però i nostri piani non prevedevano scontri
organizzati o disordini, anche se i nostri scritti bizzarri veicolavano una
serie di allucinazioni indotte da droghe varie. Per esempio, svelammo
che l'associazione caritatevole dei "Fumati" s'era prodigata tutta la
primavera a seminare un tot di piantine nei terreni abbandonati di
Chicago, in previsione del clima ideale per la fioritura durante la
prevista Lunga Estate Calda. Facemmo girare la voce che battaglioni di
supermaschi yippie si stavano allenando e tirando a lucido per sedurre
le convegniste, e che alcune agenti yippie avevano infiltrato battone
nell'esercito. I nostri piani scellerati non avevano fine. Avremmo
travestito certi scalmanati da vietcong e li avremmo sguinzagliati per
andare a stringere la mano a qualche politico americano, avremmo
dipinto le auto di giallo come i taxi e le avremmo spedite a raccogliere i
delegati per poi abbandonarli nel Wisconsin. Stavamo tramando di
occupare la sede di Chicago della Nabisco per distribuire pane e biscotti
alle masse, una mossa un tantino forte se fosse mai esistita una sede di
Chicago della Nabisco. Tuttavia, il Comitato sulle attività
antiamericane prese tutto molto sul serio, ventilando persino che
avevamo in programma di far saltare in aria un campo da baseball a
Lincoln Park.
Incoraggiamo cani e porci a candidarsi alla presidenza, pertanto i
cartelli "vota per me" iniziarono a ondeggiare nel vento fitti come
pannocchie di granturco nei campi dell'Illinois. Un candidato, Louis
Abolofia, distribuì addirittura volantini in cui compariva nudo sopra la
scritta "Cos'ho da nascondere?". Promettemmo anche un nuovo sbarco
di vichinghi sulle rive del lago Michigan, stavolta però a bordo di
sottomarini gialli. Sarebbe stata riscoperta l'America!
Organizzavamo notte e dì. La nostra sede di New York, sotto la
direzione di Nancy Kurshan, stampò decine di migliaia di malfamati
poster, volantini e spillette espressamente pensati per far arrivare gente
a Chicago. Alla Free University si tenevano tutte le settimane
assemblee a ruota libera aperte a tutti, pubblici funzionari compresi. Il
Servizio stampa della Liberazione, allora guidato da Marshall Bloom e
Ray Mungo, inviava tutti i giorni telegrammi d'aggiornamento alle
centinaia di giornali underground, ormai terreni di coltura per le sedi
distaccate yippie. Anche i cantanti rock e folk furono invitati a
partecipare, e molti accettarono, anche se alla fine si sarebbero defilati
tutti quanti a parte Phil Ochs e gli MC-5 di Detroit. Alcuni cedettero
alle minacce di Daley e della sua polizia, ma la maggior parte al
desiderio dei loro manager di astenersi dalla politica fatta sul serio, con
passione.
Dovendo portare a Chicago una gran massa di gente, centinaia di
artisti e gruppi teatrali con un budget ridicolmente basso (mi pare
attorno ai diecimila dollari), creammo un mito. Cos'è uno yippie? Un
hippy che va a Chicago. Chi è uno yippie? Chiunque voglia esserlo.
Yippie è il nome del mito che garantì la pubblicità gratuita alla nostra
manifestazione di Chicago. Non abbiamo mai pagato le inserzioni. I
giornali e i mezzi di comunicazione elettronica ci fornirono la copertura
gratuita, e rubammo migliaia e migliaia di dollari di promozione a suon
di trovate. Non credo che resterete stupiti se vi dico che dopo Chicago
tre agenzie pubblicitarie cercarono di assumere me e Jerry.
Naturalmente dietro il mito c'era una quantità impressionante di
organizzazione di stampo tradizionale. Quando sei impegnato a creare
un'aura di spontaneità, non fai certo entrare le telecamere che
inquadrano la gente che risponde al telefono dalle nove alle cinque.
Questa riluttanza a sfatare il mistero ha senza dubbio contribuito alla
nostra immagine di persone poco serie, ma noi non volevamo mostrare
il deus ex machina che dietro le quinte creava la magia. La gente,
persino i compagni del movimento pacifista, ci diceva sempre: "Siete
un nongruppo, non esistete". Quando i giornalisti ci accusavano di
insussistenza rispondevamo: "Avete ragione. E una magia. Succede e
basta. Noi ci limitiamo a spuntare dalle fogne".
"E come farà tutta quella gente ad andare in bagno?" volevano
sapere.
"Gli yippie non vanno in bagno. Avete mai visto uno yippie andare in
bagno? Ecco, non è un problema."
In realtà, avevamo risolto da tempo tutti i problemi logistici e censito
le chiese e le abitazioni private presso il parco. A tempo debito
avremmo diffuso i dettagli concreti.
A Pasqua si presentarono in quarantamila al nostro Yip-out a Central
Park per ascoltare i comizi e prepararsi a Chicago. I militanti dei
campus garantirono costantemente un folto pubblico a me e a Jerry,
quando ci recammo sul posto per descrivere che cosa sarebbe successo
e per fare la raccolta fondi. Per tutto luglio e l'inizio di agosto
intrattenemmo negoziati con i responsabili della città di Chicago. Il
capo della loro delegazione, un certo David Stahl, tenne fede al suo
nome e cercò di tenerci in stallo. I negoziati sono sempre una faccenda
complicata, è un gioco del gatto con il topo. Se la città ci avesse
permesso di accamparci a Lincoln Park, sarebbero arrivate forse anche
centomila persone, garantendo così dimostrazioni su grande scala, per
quanto pacifiche. Se invece non fosse arrivato alcun permesso,
saremmo diventati tutti "criminali colpevoli di occupazione abusiva di
luogo pubblico e manifestazione non autorizzata". Saremmo stati di
meno, ma più incazzati. La Costituzione degli Stati uniti ci garantiva il
diritto di riunirci e manifestare, però il sindaco Daley pensò bene di
smentire i padri
fondatori. Tra l'altro, in una delle sue gaffe più profetiche durante una
conferenza stampa, disse: "La polizia non è qui per creare disordini, la
polizia è qui per garantire il disordine".
Mentre i negoziati proseguivano, gli yippie di tutto il paese
mettevano a punto i preparativi del festival.
Sarà la prima riunione di tutte le persone coinvolte nella rivoluzione
dei giovani. Sarà una bellissima settimana. E il primo giorno del resto
della vostra vita. Ci vediamo a Chicago, yippie! !!!!!!!!!
All'inizio di agosto presi un aereo da solo per Chicago, disposto a
non muovermi di lì finché non avessi trovato il modo di farmi ascoltare.
Avevo circa trentasette dollari in contanti, un cambio di abiti e un sacco
di determinazione. Il pistolero solitario che stava andando a ripulire
Dodge City Come Henry Kissinger! Prima di imbarcarmi sul volo
stipulai un'assicurazione sulla vita in cui indicavo come beneficiario il
Fronte di liberazione nazionale del Vietnam, nel caso fosse cascato
l'aereo. Non successe, però a Chicago ci fu lo stesso un disastro. Per un
bel po' d'anni non sarebbe più stata una città come tante, bensì il
simbolo della guerra civile.

CHICAGO: TUTTO IL MONDO CI STA GUARDANDO


Chicago, dice la canzone, è una magnifica città, e tendo a essere
d'accordo. E un posto dove ti passano le paranoie. Non c'è una città più
tipicamente americana. Il centro del centro del paese. Da lì i treni
portano le materie prime lungo le arterie in tutto il corpo della nazione.
Lì non trovi lo snobismo sofisticato di New York o le ariette
cosmopolite di San Francisco. New Orleans ha fascino. Los Angeles ha
Hollywood. Houston e Dallas hanno la folle ricchezza del petrolio e del
bestiame. Chicago non ha nulla di tutto ciò.
Le sue caratteristiche urbane sono state decise dalla collocazione
geografica. La Città del vento si trova nel bel mezzo del granaio più
produttivo al mondo. La sua grande risorsa naturale sono gli immigrati
che si sono spezzati la schiena costruendola. Comunisti. Anarchici.
Idealisti. Tutta gente sciamata a Chicago per organizzare la massa di
braccia malpagate che affollava la città. Qui gli scontri di Haymarket
con la polizia sono diventati la più violenta battaglia sindacale del
paese. (Va a discredito della città che commemori solo gli sbirri morti.)
Negli anni Venti e Trenta i grassatori come Al Capone e Dion
O'Bannion hanno costruito veri e propri imperi, fondendo l'oculata
amministrazione con la politica del terrore. Quasi quasi sospetto che
senza la produttività di Chicago gli Alleati avrebbero perso la Seconda
guerra mondiale. Carne. Grano. Porci. Cotone. Carbone. Mercanti di
materie prime per un'economia in pieno boom. Chicago è molto utile al
paese.
Una gran parte della cultura popolare americana è scaturita da
Chicago. Il jazz ha risalito il Mississippi ger diffondere il suo blues e
bebop dal South Side in tutto il mondo. E stato qui che Louis
Armstrong ha reso famosi i pezzi di W.C. Handy. Il più grande
avvocato populista d'America, Clarence Darrow, ha appeso qui la sua
targhetta, come il poeta di tutti, Cari Sandburg. La tradizione
chicagoana di scrittori proletari resta imbattuta: Upton Sinclair, James
Farrell, Nelson Algren, Studs Terkel. E gira voce che B. Traven, il mio
scriba-operaio preferito, fosse originario dei quartieri degli immigrati
dietro i grandi depositi bestiame. La storia di questa città rissosa,
turbolenta, è macchiata di sangue. Chicago è finita sui giornali a causa
dei disordini di Haymarket. Il cinema l'ha immortalata per le guerre tra
gang. Era destino che gli yippie dovessero versare il proprio sangue per
far arrivare Chicago sugli schermi dell'intero mondo spettatore.
Però, tra sapere e provocare c'è di mezzo il mare. Il fatto che noi
sentissimo puzza di sangue potrebbe indurre i direttori tecnici del
lunedì mattina a concludere che abbiamo incoraggiato le violenze. Vi
garantisco, a dieci anni di distanza, che non è stato quasi sicuramente
così. Sapevamo che Chicago era in una sua maniera distorta la più
grande città "sudista" d'America. Daley spara-per-uccidere aveva fatto
capire a ogni piè sospinto che si sarebbe giocato sporco, e lo sceriffo
bifolco della contea di Cook, un certo Joe Woods, aveva annunciato alla
stampa le sue intenzioni di "bloccare gli yippie nelle loro gallerie di
fango e organizzare gruppi di vigilantes bianchi". Uno non poteva
andare ingenuamente in gita a Chicago aspettandosi fiori e bacini.
Quando la rottura dei negoziati chiarì che l'amministrazione comunale
voleva andare allo scontro, capimmo che avrebbero risposto all'appello
soltanto i più coraggiosi della nostra generazione.
Atterrai all'aeroporto O'Hare di Chicago nei primi giorni di agosto, in
maglietta, stivali da cowboy, collanine, capelli lunghi e una valigia
piena di camuffamenti. Vedendo come mi fissava la gente, ebbi
l'impressione che sapessero già chi ero e perché mi trovavo lì. In tutto
l'aeroporto ci saranno stati dieci "capelloni" al massimo.
La mia prima fermata fu presso la sede di "Seed", la voce della
controcultura del Midwest, anche perché lavoravo da sei mesi con il
direttore Abe Peck per portare i dimostranti alla Convention. Seppi così
che la locale organizzazione comunitaria, la Free City Survival, stava
trattando con la giunta ed era estremamente ottimista.
Nella sede del giornale fui intercettato da un anziano signore che mi
offrì un posto in cui andare a stare dritto di fronte al Lincoln Park, la
Lo yip-in alla Grand Central Station, primavera 1968. Anita cerca di
raggiungere Abbie, che dieci secondi dopo sarà abbattuto. Vertebra
slogata. Foto di Fred W. McDarrah.

A sinistra: Membro onorario della polizia di Chicago. Foto di Nacio


Jan Brown, Black Star. A destra: Abbie, Alien Ginsberg, Bob Fass al
Lincoln Park, Chicago 1968. Ginsberg tiene dentro la scatola i piani
segreti degli yippie. Foto di Lee Balterman, Time-Life.
nostra presunta casa durante la Convention, perciò accettai al volo. Il
mattino dopo ci fu una scena strappalacrime, quando il mio ospite mi
mostrò un articolo spiegazzato del "Saturday Evening Post" sulla nota
spia sovietica, il colonnello Rudolf Abel.
"Sono stato io a tradirlo" confessò il vecchietto con le mani che
tremavano. Rimasi lì impietrito, mentre mi si dipanavano davanti agli
occhi gli anni Cinquanta. Poi, con la testa tra le mani, mi parlò delle
minacce dell'FBI e di come alla fine avevano fatto breccia. In fondo,
Abel era stato scambiato con Francis Gary Powers, no?
Ora non posso non citare Stew Àrbert, un bestione biondo che
attraversava il movimento con la leggerezza di un uomo di linea del
football che va a placcare il quarterback, la cui mole era il perfetto
camuffamento per un cervello sopraffino, da grande allenatore. Stew
era il Vince Lombardi ("Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a
giocare") del Movimento. "Abbie, muovi il culo. Sei sempre in..." Non
doveva nemmeno finire la frase. Io avevo già fatto le valigie.
Scoprii presto che la paranoia provata in aeroporto era ampiamente
giustificata, dal momento che mi pedinavano ovunque andassi. Dopo un
paio di giorni di questa solfa avvicinai i miei angeli custodi e gli
domandai che diavolo succedeva.
"Dobbiamo pedinarla" risposero. "Dovremmo seguirla ventiquattro
ore al giorno." Potevo seminarli quando volevo, ma in realtà non mi
davano fastidio. Avevo poco da nascondere, anzi, certe volte era
comodo averli alle spalle. Un giorno stavo andando in auto con un altro
militante alla ricerca di un ristorante che ci avevano raccomandato, solo
che non lo trovavamo. Così, io dico: "Fermati un attimo" e vado
dall'auto degli angeli custodi per chiedere: "Conoscete un posto dove
possiamo mangiare un boccone? Abbiamo una fame da lupi".
"Pure noi" fanno, così andiamo a mangiare insieme. A pranzo
discutemmo di bambini, sport, Beatles, droghe e gerarchia della polizia
di Chicago, e io ebbi modo di spiegargli che tutti gli alti papaveri del
loro dipartimento erano liberal solo di facciata, erano sacchi pieni di
merda di cui non ti potevi fidare. Loro annuirono, poi pagarono perfino
il conto. Io gli rendevo il lavoro più facile passandogli un sacco di
informazioni inutili per i rapporti che dovevano redigere, e loro in
cambio mi tenevano informati sulle consegne, anticipandomi le loro
attività.
Un mattino, durante la convention, li convinsi ad accompagnarmi a
North Beach per andare a trovare Alien Ginsberg. Era una giornata
fredda e grigia, e la gente seduta in spiaggia tremava mentre intonava le
solite cantilene. Mentre tornavamo in centro, uno dei due angeli custodi
chiese: "Che scena strana. Che cos'era?".
E io risposi: "Un buon politicante va sempre a messa la domenica
mattina".
Con l'avvicinarsi della settimana della Convention cominciarono ad
affluire e ad accamparsi i militanti del Movimento. "Seed", capendo che
uno scontro era inevitabile, cominciò a consigliare alla gente di stare
alla larga. L'alleanza s'era sfaldata, però l'inerzia spingeva ormai con
forza in una direzione sola. La sede del Mobe in Dearbord Street, in
pieno centro, era una fucina di attività. Quando Dave Dellinger riunì il
comitato direttivo, il compito di coordinare gli attivisti fu affidato a
Rennie Davis. Rennie, lavoratore indefesso, era la calma nell'occhio di
tutte le tempeste e crisi. Eravamo praticamente colleghi, quelli che
facevano sì che i volantini fossero stampati, che la gente fosse ospitata,
che i fondi fossero raccolti. Invece, Hayden e Rubin erano gli strateghi
capaci di dirigere un gruppo verso la meta. Eravamo comunque tutti
esperti di relazioni con la stampa, di tribunali, di polizia e di politici,
tutti veterani dell'organizzazione.
Una settimana prima dell'inizio delle attività vere e proprie, nel parco
(20-28 agosto) era ancora in corso la partita negoziale al gatto e al topo.
Noi mandammo i nostri avvocati in tribunale per costringere la città a
permetterci di dormire nel parco, ma il giudice Lynch, piazzato su
quella poltrona da Daley, sollevò un gran polverone a suon di
pignolerie. Io in quei giorni misi in atto la mia maniera classica di
trattare con i funzionari comunali. In genere, cercavo di metterli sulla
difensiva, cioè piazzavo i piedi sul tavolo e li chiamavo per nome
mentre dicevo: "Volete che migliaia di persone come noi vaghino per le
strade di Chicago senza un posto dove stare? Ma usate quella testa
bacata. Scatenereste una sommossa". A un certo punto dissi per scherzo
che se mi avessero dato mille dollari me ne sarei andato dalla città. (In
seguito questa battuta fu addotta come prova al processo, scatenando
l'enorme titolo in prima pagina del "Chicago Tribune", "Gli yippie
chiedono soldi alla città". In realtà, Abbie se ne sarebbe andato anche
solo per un centone.)
Un giorno organizzammo un corteo verso il distretto di polizia più
vicino a Lincoln Park per regalare agli sbirri torte di mele in segno di
pace, e distribuimmo pacchi di materiale a tutti i forestieri. Jeff
Nightbyrd, direttore del "Rat" del Lower East Side, trasferì la redazione
della testata underground a Chicago per realizzare un'edizione speciale
da collezione. La rivista "Ramparts" pubblicò un tadzebao quotidiano.
C'erano conferenze stampa tutti i giorni. All'inizio non facemmo nulla
per far calare la confusione. Anzi, la favorimmo.
GIORNALISTA: Quanti yippie ci sono a Chicago?
YIPPIE: Quattro (sollevando quattro dita) ma ne stiamo facendo
arrivare altri quattro per mercoledì [sollevando altre quattro dita).
Un inviato della ABC ci passò un kit promozionale contenente la lista
degli alberghi dei delegati. La stampammo, completa di piantine delle
varie camere e piani, e l'intitolammo SVELATI I PIANI SEGRETI. La
reazione fu il panico. Mio Dio! Come li hanno avuti? Ma sono dei
terroristi! Piazzeranno delle bombe! La gente era davvero convinta che
si trattasse di informazioni riservate. L'idea m'era venuta da un titolo
del "Chicago Tribune" che parlava appunto di piani segreti degli yippie
portati alla luce, anche se in realtà l'articolo s'era limitato a citare un
pezzullo che avevo scritto per il "Realist" di Krassner.
Decisi così di etichettare tutto quanto "top secret". Cartine stradali e
programmi furono intitolati "clamoroso, i piani top secret degli yippie
per Lincoln Park", e vi garantisco che assieme alle 20.000 spillette con
la scritta "leader degli yippie" che avevamo prodotto e alla
raccomandazione ai giornalisti di chiedere a tutti gli yippie, nessuno
escluso, come mai erano venuti a Chicago, contribuì a sollevare un bel
polverone sui nostri intenti, quasi tutto voluto.
Non ci voleva James Bond per infiltrare le nostre fila. Un pomeriggio
mi fermai a osservare un volontario che conduceva un programma di
avviamento al karaté, e c'era qualcosa nel modo in cui si rivolgeva alla
gente che m'insospettì. Era più militare del voluto, e la sua tecnica di
karaté non era soltanto difensiva. Così andai da lui e dissi: "Irv, mi fai
vedere i documenti. Sei uno sbirro, vero?".
"Col cavolo. Sei solo prevenuto perché non ho i capelli lunghi." Quel
tipo continuò a bazzicare, ma io non ebbi più tempo di starmi a
preoccupare di quanti potessero essercene a Lincoln Park, anche se
notavo una notevole percentuale di tizi che viaggiavano attorno al
quintale e con una discreta competenza in materia meccanica, nel gergo
delle ricetrasmittenti, nella mentalità poliziesca, che parlavano come se
fossero militari. C'era un limite nella capacità di mimetizzarsi da yippie
per lo sbirro chicagoano medio.
L'unico infiltrato che non fu mai scoperto è Bob Pierson, che s'era
camuffato da biker cencioso e stava sempre appiccicato a Jerry, in
quanto sua guardia del corpo. Soltanto dopo un anno o due i poliziotti
infiltrati hanno cominciato a portare i capelli lunghi.
Il nostro candidato alla presidenza, Pigasus, un bel maialone grasso,
fu nominato durante una cerimonia in centro. Quella sera la sua signora,
Piggy Wiggy, fu mollata in pieno Lincoln Park e dopo un'allegra
corsetta fu catturata dai prodi poliziotti di Chicago. Il signore e la
signora Porco si ritrovarono al canile, fuori dal quale sfilava gente che
reclamava "liberate i maiali! ".
, E io ammonii: "Se i maiali sonò ancora detenuti, quando comincerà
la Convention sguinzaglieremo un leone! ".
Ho litigato con Jerry Rubin per Pigasus. Lui non riteneva che il
maiale che avevo comprato da un contadino della zona avesse l'aria
abbastanza minacciosa, mentre io non trovavo che fosse importante. Ed
ero anche incazzato perché lui si metteva continuamente in posa per i
flash dei fotografi, invece di impegnarsi a risolvere i problemi per
strada e nel parco. Fra le pressioni dell'organizzazione e le tensioni
generiche di quel periodo, persino un problema marginale come
l'estetica di un maiale può scatenare una bella incazzatura. Questa qua
durò mesi, poi, come tante altre volte, appianammo le nostre
divergenze. Ma litigavamo anche sui temi di fondo. All'epoca io ero
molto più hippy di Jerry e pensavo che la musica rock, la droga, il
diritto di stare nel parco fossero tutti problemi importanti. Tanto lo
sapevano già che ero contro la guerra. I litigi tra amici stressati sono
inevitabili quanto quelli tra persone sposate, solo che il nostro rapporto
era totalmente pubblico e quindi eravamo in crisi perenne.
Un giorno annunciammo che gli yippie stavano valutando la
possibilità di sciogliere l'LSD nell'acqua da bere, e cosi Daley ordinò a
migliaia di membri della Guardia nazionale di circondare i serbatoi e
bacini idrici. Quando rivelammo che stavamo per varare le "lezioni" di
ballo del serpente (una poderosa forma di sfilata che, serpeggiando per
strada, garantiva una certa copertura ai dimostranti), il sindaco Daley,
per non essere da meno, rispose: "Non siamo affatto preoccupati dal
ballo del serpente degli yippie. Quanto a me, preferisco la giga
irlandese".
Sotto la patina di frivolezza e la solita routine di permessi e istanze
notavamo però alcuni segnali preoccupanti. Daley aveva cancellato i
giorni di permesso per i poliziotti al gran completo. Da quel momento
in poi, ogni sbirro avrebbe fatto spossanti turni quotidiani di dodici ore.
Una cosa che sconsigliavamo. Inoltre, il governatore aveva messo in
"stato di allerta da combattimento" quindicimila uomini della Guardia
nazionale delPIllinois. Nei pressi della città furono allestiti vari campi
militari. Le immagini televisive dei dimostranti che si riunivano nel
parco erano accompagnate dai filmati dei convogli della Guardia
nazionale che affluivano a Chicago. Parecchi ristoranti si rifiutavano di
servire gli evidenti manifestanti, e gli ispettori edili perseguitavano i
padroni di casa che permettevano agli inquilini di alloggiare forestieri.
Insomma, lo stuoino di benvenuto era stato arrotolato.
Una sera Ron Kaufman, la mia guardia del corpo/baby-sitter, andò ad
aprire la porta e si trovò davanti un tizio con la pistola carica che
urlava: "Voglio ammazzare quell'Abbie Hoffman!". Ron gli sottrasse
l'arma e lo consegnò ai miei angeli custodi. H mattino dopo, una volta
sganciati trecento miseri dollari di cauzione, il folle era di nuovo a
piede libero. La mia vera difesa consisteva nell'avere sempre un
paravento di giornalisti di giorno e nell'utilizzare una serie di
camuffamenti e manovre diversive di sera. Mi sentivo più sicuro a
viaggiare solo, e per gran parte del tempo scelsi l'incognito.
Il posto di comando della polizia era stato piazzato nello zoo di
Lincoln Park, una luogo abbastanza pittoresco. Una delle sue attrazioni
principali era un'imitazione di fattoria, e così tutti i giorni, tra i fienili
bianchi e rossi, potevi vedere file di poliziotti che marciavano lungo il
sentiero centrale in mezzo a pecore che belavano, mucche che
muggivano e maiali che grugnivano. L'analogia con i porci non è mai
stata tanto azzeccata. La forza di polizia di Chicago era davvero tutta di
taglia extralarge, e con le loro grosse pance da birra, i tripli menti, le
facce rubizze e gli occhietti porcini, gli sbirri somigliavano in maniera
preoccupante ai maiali, come del resto Daley e i suoi tirapiedi al
municipio. Sembravano intagliati nella stessa carne da aia.
Sabato 24 agosto, il giorno prima del nostro previsto ingresso nel
parco, mi recai a passo di marcia fino al posto di comando della polizia
in giacchetta da karaté (non ne sapevo mezza di arti marziali, però con
quella tenuta probabilmente i picchiatori potenziali ci avrebbero
pensato due volte prima di saltarmi addosso), inclinai il cappello da
cowboy e feci un discorsino agli agenti riuniti. "Benvenuti a Chicago"
esordii, sfatando il mito dell'agitatore venuto da fuori. Cercavo sempre
di recitare la parte del padrone di casa, ovunque mi trovassi. "Allora,
ragazzi, secondo me dovreste andarci piano. Qui a Lincoln Park vedrete
certe cose strane, però abbiamo molta fiducia nel vostro comandante
Linskey, perciò vediamo di non perdere la calma. In fóndo, voi non
volete rimanere a spasso, e nemmeno noi vogliamo perdere il lavoro,
perciò ricordate che là troverete solo un sacco di persone buffe e
innocue. Tenetelo presente e vedrete che supereremo questa settimana.
Nessuno progetta di scontrarsi con la polizia."
Durante il comizietto gli sbirri rimasero a guardarmi in cagnesco,
battendosi lo sfollagente sul palmo della mano. La sera prima, la polizia
aveva ammazzato un yippie, il diciassettenne Dean Johnson, che
secondo loro stava rapinando un negozio. Gli sbirri fecero anche un
volantinaggio nei parchi chiedendo alla popolazione di collaborare. Noi
rispondemmo con il seguente avvertimento: "Attenzione: gli sbirri
locali sono armati e da ritenere pericolosi".
In battaglia le informazioni significano la sopravvivenza. Senza
quelle puoi morire. Nei giorni seguenti sfruttai tutte le informazioni e
gli strumenti dell'arsenale che avevo messo insieme per tenere aperte le
liriee di comunicazione. Avevo il numero di telefono di casa dei più
importanti funzionari e responsabili dei servizi sociali della città, l'ala
progressista del sistema che fungeva da ammortizzatore. Conoscevo le
gerarchie della polizia, i legali amici, i centri ecclesiastici e tutte le
persone d'appoggio, e oltre a ciò tenevamo riunioni regolari della
struttura per valutare la situazione. Eppure, nessuno di noi aveva
motivo di aspettarsi il caos che ci avrebbero scatenato contro.
Non aveva senso tenerci fuori dal parco, anche se non avevamo
l'autorizzazione ufficiale. C'era un mare fra la tutela rigorosa dell'ordine
e il guardare dall'altra parte, e ci illudevamo che sarebbe stata questa la
politica adottata dall'amministrazione locale. I nostri contatti ci
garantivano che sarebbe andata così. In fondo, l'alternativa era
trasformare le strade di Chicago in una zona di guerra, e non aveva
alcun senso. Invece fu così che andò.
Nel pomeriggio di domenica 25 agosto annunciammo ufficialmente
che entravamo nel parco. La giunta ci aveva dato il permesso per un
concerto rock al pomeriggio, però, già mentre suonavano gli MC-5,
cominciarono i pestaggi sparsi della polizia. Tra l'altro, spaccarono la
testa a Stew Albert, avendolo individuato come uno dei capi. Quando
scese la sera sul lago Michigan, gli addetti del Lincoln Park
cominciarono a inchiodare in giro i cartelli con la scritta VIETATO
DORMIRE NEL PARCO, e fu annunciato un coprifuoco alle undici di
sera. Sapevo che se non fossimo riusciti a installare un accampamento
quella notte stessa, avremmo avuto i nostri bei problemi a convincere
altra gente a venire, per arrivare ai trenta-quarantamila che speravamo
di avere entro mercoledì. D'altro canto, non volevamo nemmeno
arrivare così presto allo scontro. La rabbia stava crescendo, la
situazione stava diventando incontrollabile.
L'America si stava sedendo a tavola per cenare davanti alla tivù,
aspettandosi la solita sbobba politica che era diventata il simbolo di una
Convention già decisa. Invece, rimase sconvolta dallo spettacolo dei
poliziotti con il casco che gasavano e manganellavano i giovani stesi a
terra. Il paese si sintonizzò istantaneamente con la guerra civile. I
genitori litigarono con i figli, alcuni dei quali uscirono di casa, salirono
su un aereo e ci raggiunsero a Chicago.
La nostra determinazione a restare nel parco diventò ferrea quanto la
voglia del municipio di farci sfollare. Nelle due notti seguenti la
battaglia esplose in tutta la sua rabbia, furono erette barricate, nuvole di
gas lacrimogeno evasero dal parco assieme alle masse di dimostranti
inseguiti dalle autopattuglie e da plotoni di sbirri. Gli uomini in blu
caricavano a destra e a manca come tori aizzati dal drappo rosso.
Presero a manganellate persino Hugh Hefner. I cittadini di Chicago a
spasso furono pestati. Tutto ciò che si muoveva per strada era diventato
un bersaglio. Poi la polizia commise un peccato imperdonabile:
cominciò a pestare i giornalisti. Sandor Vanocur, allora inviato della
NBC, avrebbe dichiarato in seguito, scrivendo sui fatti per "Esquire",
che per la prima volta in quell'occasione un corrispondente aveva detto
la verità su una dimostrazione contro la guerra. Dopo essermi sorbito
anni di servizi sulle dimostrazioni, che sembravano comunicati stampa
della polizia, sono assolutamente d'accordo. Le telefoto dicevano tutto.
Una faccia furibonda sotto un casco da poliziotto, uno sfollagente che
stava per sfasciare un obiettivo. Quello sbirro s'era tolto illegalmente il
distintivo per nascondere la propria identità. Guardie nazionali in
maschera a gas avevano la baionetta puntata contro le gomme di una
giardinetta, mentre la telecamera e il microfono registravano le minacce
degli sbirri all'autista. Un'occhiata nell'abitacolo rivelava una signora di
mezz'età al volante. Innocenti assaliti da un esercito assetato di sangue.
La candid camera era diventata un po' troppo candida.
Quanto a me, non amando le classiche conferenze stampa, preferivo
parlare con i giornalisti nel parco e mostrargli i feriti. Gli sbirri s'erano
accaniti contro le barricate erette lunedì sera, era una vera battaglia da
guerra d'indipendenza. Quando le telecamere delle reti inquadrarono le
venti sedie e le quattro panchine ammassate in mezzo a quel parco
enorme, non c'era più alcun bisogno di stare a disquisire sull'assurdità
delle dichiarazioni ufficiali. Però non guastava anche una bella ripresa
dall'aria.
C'è una leggenda metropolitana secondo la quale noi avremmo
dominato i servizi che arrivavano da Chicago. In realtà i nostri tempi
sull'etere, un'ora e dieci minuti sulle novantasei ore del totale della
settimana, furono solo una minuscola percentuale. E per lo più era
materiale di repertorio. Però, mentre la Convention proseguiva
monotona, adesso tutti sapevano che cosa succedeva fuori dalla sala.
Quando il senatore Ribicoff ricordò dal podio che "vengono applicate a
Chicago tattiche degne della Gestapo", una nazione intera di sbigottiti
lettori delle labbra decifrò le offese del furibondo Daley, "bastardo,
giudeo figlio di puttana, leva le chiappe da Chicago".
E quando i poliziotti in sala pestarono Dan Rather, Walter Cronkite
ne parlò turbato definendoli "teppisti". Intanto la Battaglia di Chicago
imperversava. Nel giro di tre brevi giornate la politica di strada era
diventata vita di tutti i giorni (o, per essere più precisi, di prima serata).
Ogni sera riuscivamo a guadagnare qualche altro minuto oltre il
coprifuoco, prima che la polizia iniziasse a caricarci nel parco. Durante
una carica, andai dal responsabile più vicino della polizia e gli dissi:
"Ma che succede? I suoi uomini ci caricano anche se abbiamo altre due
ore". Lui si scusò, richiamò i suoi uomini, che un paio d'ore dopo si
raggrupparono e iniziarono a caricarci in perfetto orario. Io, intanto,
telefonavo ai funzionari comunali per dirgli: "Che cosa cambia se
restiamo nel parco? Siamo già qui, perché allora non possiamo
dormirci?". E loro ammettevano che sarebbe stata la cosa più sensata,
peccato che poi gli sbirri continuavano a caricarci.
Zigzagando tra manganelli e nuvole di lacrimogeno, riuscivo sempre
in qualche modo a uscire dal parco, poi seminavo i pedinatori saltando
da un taxi all'altro, passando attraverso i ristoranti e le sale per uscire
dal retro, prendendo bus e metro prima di andare a dormire nel
seminterrato di una chiesa o a casa di amici.
I loro numeri di telefono li conservavo in tanti fogliettini separati
dalla mia agenda, oppure li mandavo a memoria, e chiamavo sempre da
una cabina per sentire se gli amici erano in casa e se potevano lasciare
la porta aperta dopo le undici. In ogni appartamento avevo un completo
di vestiti che cambiavo di continuo. Una notte fui ospitato dal mio
vecchio compagno di stanza al college, Manny.
Esattamente di fronte al parco c'era una chiesa che era anche un
punto di ritrovo molto frequentato. Mentre passavo con i capelli
nascosti sotto un berretto davanti alle schiere di poliziotti, certe volte
con un paio di baffi finti incollato alla faccia, ero perfettamente
consapevole che se mi avessero riconosciuto mi avrebbero fatto a pezzi
sul posto. Per mia fortuna non sapevano nulla dell'uscita di servizio da
cui sgattaiolavo per riprendere a spostarmi in città. Dopo il coprifuoco,
un hippy che camminava per strada era al sicuro più o meno quanto un
ebreo nella Berlino di Hitler.
Il martedì sera tenni un discorso davanti a circa quattrocento persone
in un auditorium vicino, quindi tornammo al parco, solo per esserne
cacciati come sempre. Io seminai gli angeli custodi e mi diressi verso
un appartamento nel South Side, ma m'ero appena spogliato quando per
radio parlarono degli scontri in corso, così mi cambiai e tornai sulla
scena del delitto. Mi rimisi al lavoro, cioè a portare i feriti in ospedale,
andare nei commissariati, telefonare agli avvocati. Tanto non avevo
bisogno di dormire. La situazione era adrenalinica di suo.
Nel pomeriggio, davanti a un caffè, i miei angeli m'avevano
annunciato che il mattino dopo sarei stato arrestato.
"Perché?"
"Troveremo un pretesto."
Mercoledì 28 agosto fu il gran giorno, l'acme di tutto il lavoro di un
anno. Sotto gli occhi del mondo i democratici avrebbero nominato il
loro candidato alla presidenza, e la gente che era venuta a Chicago per
protestare contro la guerra si sarebbe radunata per sfilare in corteo
lungo Michigan Avenue. Al mattino, mentre mi vestivo, trovai un
rossetto e così mi scrissi un bel "FUCK" sulla fronte. Quel giorno non
avevo tanta voglia che mi venissero scattate foto per i giornali. E
quando uscii di casa e trovai le mie ombre, gli dissi: "Bene, oggi è il
gran giorno! Siete pronti?".
Mentre facevo colazione con Anita e Paul Krassner, tenni in testa per
tutto il tempo il cappellaccio nero da cowboy per nascondere la nota
parolaccia, in modo da non turbare la cameriera. Stavamo ancora
mangiando quando entrarono due sbirri.
"Togliti il cappello" intimano.
"Non ho ancora finito di far colazione."
"Dai, togliti il cappello. Diciamo sul serio."
"Avete sentito l'ispettore Rutherford? Ecco il suo numero di casa.
Intanto dovrei finire la colazione."
Prendono il foglietto e confabulano. Poi se ne vanno. Però tornano
qualche minuto dopo con altri sei piedipiatti. Fuori ci sono quattro
volanti e anche un furgone cellulare. A quel punto, noto che i nuovi
sono tutti dell'Ottavo distretto e dico: "Voi invece fareste meglio a
chiamare il comandante Brash. M'ha detto che se qualcuno mi voleva
torcere un capello, prima doveva chiamare lui per ragguagli".
Tutti e otto corrono al telefono mentre io finisco il succo. Poi uno
dice: "Ma che cavolo stiamo facendo?" e tornano tutti al tavolo a pistole
spianate.
"Basta così. Togliti il cappello e facciamola finita."
Io obbedisco, poi mi fanno scivolare sul ripiano sopra le uova e
pancetta, quindi lungo il pavimento fino a una volante, e per finire mi
ammanettano e mi sbattono nel cellulare.
Mi dico che dopo le solite formalità al distretto mi rilasceranno in
poche ore, invece la polizia mi fa rimbalzare da un distretto all'altro, da
una cella all'altra, per tredici ore, senza cibo, telefonate o avvocati,
mentre mi pestano a sangue. Durante i vari pestaggi io riesco solo a
ridere in piena crisi isterica, tanto sono strafatto dalla mancanza di
sonno e da tutta questa tensione. A un certo punto, uno sbirro mi ficca
una pallottola sotto il naso e fa: "La vedi questa? C'è scritto sopra il tuo
nome. Stanotte è la tua ora".
"E io ho una pallottola d'argento con sopra il tuo nome. Sono il
Cavaliere della valle solitaria! " Non lasciavo mai l'ultima parola agli
sbirri. Ogni volta che mi trovavo in una situazione del genere recitavo
come se fosse un mio film privato.
Per tutto il giorno continuarono a ripetermi che stavano "ripulendo le
strade da voi stronzi hippy", ma a parte le loro ingiurie da giocatori di
football, non sapevo un'acca di quanto stava succedendo all'esterno. Per
tutto il giorno riuscirono a tenere segreta la mia posizione agli avvocati
che cercavano in tutti i modi di farmi uscire dietro cauzione. Quando
arrivai in tribunale, ero talmente esasperato che strappai il mandato
d'arresto sotto il naso del giudice. I piedipiatti erano riusciti a tenermi
lontano dalla battaglia di Michigan Avenue.
Verso sera ero di nuovo a piede libero. Il mio giro per i parchi e per i
nostri accampamenti nei seminterrati delle chiese non fu gran che
diverso da quello di Scarlett tra i feriti dopo la battaglia di Atlanta in
Via col vento. Per puro miracolo non c'era rimasto secco nessuno, però
vidi tanti guerrieri della strada avvolti negli stracci insanguinati. Il
puzzo dei gas lacrimogeni aleggiava ancora nell'aria. Capivi sin dal
primo istante che c'era appena stata una svolta apocalittica della storia.
Quel giorno siamo cambiati tutti dentro. Non credo di essere più stato
molto pacifista dopo Chicago.
Hubert Humphrey si aggiudicò la nomination. Sotto gli occhi delle
telecamere si alzò per baciare sua moglie Muriel, anche se non era la
vera consorte quella sfiorata dalle sue labbra, ma solo un'immagine sul
megaschermo. L'allegro Hubert che bacia uno schermo rimarrà in
eterno un simbolo di quanto è successo a Chicago. Sia i democratici sia
i repubblicani sapevano che si trattava del bacio della morte. Quanto
era accaduto nelle strade della città aveva azzerato ogni speranza dei
democratici nella corsa alla Casa bianca.
La nostra battaglia di Chicago non è stata contro i democratici, ma
contro i responsabili della guerra nel Vietnam. Alla cerimonia
d'insediamento di Nixon, nel gennaio seguente, saremmo andati a
dimostrare altrettanto numerosi, e avremmo continuato la lotta per altri
quattro anni. I primi passi di Nixon come presidente furono intrapresi
nella consapevolezza che, durante il suo mandato, non si dovevano
assolutamente ripetere le situazioni che avevano portato alla rovina i
democratici, quindi, non avendo la minima intenzione di mollare la
guerra, Nixon pensò bene di sgominare il movimento contro la guerra,
prendendo di mira quelli che riteneva i suoi capi.
Ma anche prima di Nixon, a tanti enti governativi prudevano le mani.
Quando tornai a Chicago, tre settimane dopo la pulizia delle strade,
fissai un record del movimento facendomi arrestare tre volte in un
giorno. Sembrava quasi che la polizia locale fosse contenta di avermi
tra le palle. Nei due anni seguenti avrei visitato tutte le loro migliori
aule di tribunale e celle di prigione. Forse me lo sto solo sognando, ma
oserei dire che mi si fossero affezionati.
Chicago! Chicago! La città che fa per me.

VIVERE CON GLI AVVOCATI


Dopo la battaglia dell'estate, quasi tutti i "nomi" che l'opinione
pubblica associava comunemente a Chicago si prepararono a una lunga
guerra legale. Su tutti noi incombeva la spada di Damocle di una serie
di processi, e ogni nostro nuovo discorso in pubblico significava che la
pubblica accusa locale poteva farsi bella inchiodando un grosso
agitatore venuto da fuori. Subito dopo essere tornato a New York, andai
a fare una visitina agli uffici di William Kunsder. Il pugnace Billy era
salito a bordo del treno del movimento assai prima che si mettesse in
moto e diventasse di moda, ed era un bersaglio facile per quanti erano
intenzionati a spaccare un culo idealista. La filosofia di Kunstler rimane
simpaticamente unica nel mondo degli azzeccagarbugli, anzi, di tutti i
professionisti, essendo Bill uno che si rifiuta fermamente di accettare le
regole della casa.
Il nostro sistema legale, anche se finge di essere equanime, somiglia
in realtà a un club aristocratico inglese. L'avvocato difensore è
letteralmente un agente della corte, leale, dietro tante manfrine, soltanto
al sistema giudiziario. Così come il dottore deve essere fedele all'ordine
e agli ospedali. E il prete alla chiesa.
Se insorge un conflitto tra pazienti, tra pecorelle smarrite o tra
difensore e istituzione, ineluttabilmente il professionista sacrificherà
l'individuo o l'ideale pur di proteggere il sistema vigente e la propria
carriera. A Washington hanno un modo di dire fantastico per questo tipo
di calata di brache. E qui, dicono, che uno impara a "salire sopra i
propri principi".
Kunstler rifiuta recisamente la regola della segregazione del
professionista dal cliente. Lui non va a cena con il pubblico ministero,
né è iscritto al country club del giudice. Lui se la spassa con gli
imputati. Difende solo le persone che apprezza (sfidando un'altra regola
della casa) e non finge di nascondere le proprie idee politiche sotto una
fasulla cappa d'obiettività. E la coscienza dietro ogni viscido che vuole
solo fare quattrini alla svelta, e credo che si guadagnerà l'encomio
dell'Associazione americana avvocati soltanto da morto. E uno
spavaldo uomo di spettacolo, di bell'aspetto, con una propensione al
teatrale da bravo rinnegato romantico, insomma, sarà in eterno il vero
avvocato idealista della nostra era.
Non ho mai pensato di chiedere proprio a lui di diventare il mio
avvocato. Era troppo impegnato per patrocinare la montagna di cause
che presagivo dopo Chicago. A me serviva un giovanotto desideroso di
diventare socio nello studio e intenzionato a seminare scompiglio nel
sistema legale. "Gerry Lefcourt, è lui quello che fa per te, formerete
un'ottima squadra" sentenziò Kunstler appena gli esposi la mia
strategia.
Gerry Lefcourt non fumava canne, e non era alcolizzato. Non era
nemmeno tipo da esporre le sue emozioni in pubblico (come invece il
sottoscritto e Kunsder). Sempre tirato a lucido, drogato del lavoro, solo
a tratti Gerry si tradì con un ghignetto malevolo, mentre rispondeva con
notevole pazienza alle mie domande. Era appena stato impegnato in una
causa importante che andava contro le regole della casa, e aveva fatto
esattamente quello che avrei fatto io se avessi impugnato la sua
ventiquattrore. In quanto difensore d'ufficio di coloro che non potevano
permettersi un avvocato, aveva capito subito che la difesa d'ufficio non
era tanto pensata per la protezione degli imputati indigenti, quanto
come copertura per un'altra clamorosa falla del sistema: se non hai tanti
soldi, non hai tanta difesa. Persino i difensori d'ufficio più idealisti
finivano presto sommersi sotto una slavina di cause, intrappolati
nell'infinita routine dello strappare il patteggiamento migliore,
indipendentemente da giustizia o verità. Gerry aveva pertanto deciso di
cambiare le regole del gioco organizzando un sindacato avvocati ed
esprimendo ad alta voce le sue critiche sull'andazzo attuale. Il codice
professionale richiede che i panni sporchi non si lavino mai in pubblico,
quindi era stato immediatamente silurato, ma aveva contrattaccato
facendo causa. In quel momento era appena uscito dal suo processo
durato sette mesi. Il giudice aveva sentenziato a suo sfavore, ma nel
giro di un anno gli sforzi di Lefcourt avrebbero dato i loro frutti con
una riforma quanto mai necessaria.
Questo giovane avvocato attivista, che aveva buttato nel cesso una
carriera nel sistema, mettendo gli ideali sopra i soldi, era proprio quello
che m'aveva ordinato il dottore. Gli spiegai la mia posizione. "Non ho il
becco d'un quattrino. E non pagherei nemmeno se li avessi. Però, so che
c'è una legge per i ricchi e una per i poveri, e io voglio inculare questo
sistema. Passo venti ore al giorno a fare casino, e lei è l'unico che sa
che faccio sul serio. Mi tenga fuori dalla galera. Affare fatto?" Ci
abbracciammo.
Il giorno dopo, la nostra coppia legale partì per il processo in corso in
quei giorni a Chicago. Argomento della contesa, la famosa parolaccia.
Appena scesi dall'aereo fummo accolti da sei uomini in blu locali.
Ammanettato e arrestato per infrazione della libertà su cauzione, fui
sequestrato in una cella improvvisata in aeroporto per la perquisizione.
"Ci volevi fregare! Hai cambiato aereo" mi ringhiavano intanto i
piedipiatti. In effetti, io e l'avvocato avevamo perso il volo prenotato,
ma avevamo avvertito l'agente che doveva venirci a prendere a
Chicago. A quanto pareva, gli sbirri l'avevano scoperto e adesso erano
assai fieri del loro fine lavoro d'indagine. Quando poi mi perquisirono,
trovarono un coltellino legale in tutti gli stati dell'unione. Pensate che
scena: ero circondato da una dozzina di bestioni provvisti di calibro 45,
sfollagente, spray urticante eccetera, che però rimasero ugualmente
inorriditi dalla scoperta di quest'arma nascosta. Si passarono avanti e
indietro il coltellino, cercando tutti quanti di aprirlo. Visto che nessuno
riuscì nella prodezza, giunsero alla conclusione che si trattava di un
serramanico. La foto sul "Chicago Tribune" di quella sera stessa
riusciva a farlo sembrare lungo un palmo, minacciosissimo. Mi
arrestarono per possesso di arma da guerra. Adesso avevo tre
imputazioni sul groppone. A quel punto poteva finalmente partire il
corteo di sbirri e giornalisti per il tribunale, trascinandosi dietro il
prigioniero yippie.
Quando alla fine emergemmo da una giornata intera di fortunate
manovre legali e ci stavamo rilassando un attimo sulla gradinata del
distretto di polizia, vedemmo spuntare due tizi in trench. "Lei è Abbie
Hoffman?" chiese uno con voce baritonale. "Proprio lui." "La dichiaro
in arresto per reati a bordo di un aereo di linea." Di nuovo il coltellino. I
premurosi federali mi fecero passare la notte in cella. Il mattino dopo,
versata la cauzione, ci imbarcammo per tornare a New York, ma m'ero
appena seduto e il velivolo rullò sino alla fine della pista, così il pilota
annunciò un piccolo ritardo. Altri tre uomini in trench salirono a bordo
per perquisire la cabina passeggeri, e quando mi trovarono aprirono una
cartellina e annunciarono che avevo un mandato di comparizione a una
seduta del Comitato sulle attività antiamericane.
Durante gli otto mesi successivi sarei stato arrestato non meno di
altre sette volte, per una macedonia di motivi, dall'agganciamento di
cintura di sicurezza (disturbo della quiete pubblica) al possesso di armi
da guerra, all'aggressione. Poche accuse avrebbero retto in tribunale
(per esempio, il coltellino famoso "sparì" all'improvviso dalle prove a
carico) ma resta il fatto che il governo e i tutori locali dell'ordine
avevano sposato la politica del terrore a tempo pieno. Costringendomi a
presentarmi in tribunale una settimana sì e una pure, risucchiando fondi
per le cauzioni, limitando i miei spostamenti, toglievano energia
all'opposizione alla guerra. Alla fine, grazie alla perseveranza
indefettibile di Gerry, le forze della legge e ordine riuscirono a ottenere
pochi successi concreti. Gerry riuscì a tenermi fuori dal carcere.

RIVOLUZIONE PERCHÉ MI TIRA COSÌ


Scrissi Revolution for the Hell oflt nel giro di due settimane, dopo
Chicago. A parte qualche capitolo smaccatamente sessista, difendo
ancora quel testo. Anche se il titolo riflette (volutamente) la mia
insolenza di eterno discolo, incarna una visione di quel periodo e della
natura umana degna di qualche menzione, in cui Freud è sostituito da
Maslow, Darwin dai Beatles, e forse anche Karl Marx da Groucho. Già
dal titolo si capisce che il libro punta a demolire i critici che cercano
sempre la chiave esplicativa in un'infanzia infelice, nei traumi e negli
istinti libidinali repressi. Invece, i rivoluzionari possono essere spiegati
da ragioni "più sane". Mi viene in mente una volta che siamo andati a
trovare dei vecchi amici di Anita, i Renzler, lei scrittrice sulla rampa di
lancio, lui noto psichiatra. Abbiamo passato la serata con loro che
volevano analizzarci a tutti i costi. Visto che venivamo tutti dallo stesso
ambiente, l'imprinting sociale doveva essere andato in tilt a un qualche
punto. Noi eravamo "immaturi", "passivo-aggressivi", "bloccati", solo
per citare qualche giudizio professionale buttato a caso sopra il tavolo
da bridge.
Alla fine del libro ho stampato una lista di diciotto richieste yippie.
Un decennio or sono erano radicali da morire, adesso più della metà s'è
realizzata. La guerra nel Vietnam è finita. La leva obbligatoria è stata
abolita. Mancano pochi anni alla legalizzazione della marijuana.
L'aborto è legale. La censura è stata allentata. La libertà di scelta
sessuale, grazie agli sforzi dei movimenti femminista e gay, è più
praticabile. I temi ambientali dell'elenco sono diventati una
preoccupazione comune a milioni di persone. Grazie alla tele via cavo,
alla stampa offset, alle radio CB e alle apparecchiature video poco
costose è stato facilitato l'accesso ai mezzi di comunicazione. Il
computer presagisce una società che non sarà più gravata dal "lavoro"
manuale.
Il "lavoro", per gli yippie una parolaccia, sta subendo in effetti una
lenta ma graduale trasformazione che noi abbiamo contribuito ad
avviare. In quegli anni chiedevamo utopisticamente il "pieno
disimpiego", sottolineando che potevano pensarci tranquillamente le
macchine a fare il lavoro da schiavi. Che il denaro doveva essere
abolito. Che l'arte doveva sostituire il lavoro salariato. Il capitalismo,
come ha scritto Max Weber, è cresciuto a dosi massicce di etica
protestante, della serie puoi salire in cielo solo se ti sei fatto il culo per
l'azienda, e la beatitudine eterna è solo l'ultima promozione. Con
l'yippismo la distinzione tra lavoro e gioco è crollata. Noi abbiamo
mischiato lotta e divertimento.
Non ho firmato Revolution for the Hell oflt con il mio vero nome.
L'editore ha precisato con insistenza che il libro avrebbe venduto
cinquantamila copie in più se avessi evitato di farlo. E così in copertina
ho scribacchiato la parola più popolare della lingua inglese, l'unica che
non sia corruttibile. FREE.
Tutte queste manfrine sono opera di un egocentrico?
Rifiuto le distinzioni freudiane tra Es, Io e Superio, sono
ipersemplificazioni pensate puramente per farci ammettere l'esistenza
dell'inconscio. Rifiuto il concetto di "modestia", è stato inventato dai
WASP per tenere gli ebrei fuori dal mondo della finanza.
L'autopromozione, come l'autoindulgenza e il senso del ridicolo, sono
stati i principali ferri del mio mestiere. Va bene, sono un comico e non
uno studioso. Che fate, mi denunciate? Citatemi una cosa divertente
detta da Gesù e mi mangio questa pagina.

ADDIO, COMITATO, È STATO BELLO CONOSCERTI


A ottobre avemmo finalmente l'occasione di fare la conoscenza del
Comitato parlamentare sulle attività antiamericane. Visto che ero
diventato contestatore anche a causa delle sue malefatte, non vedevo
l'ora di ringraziarlo di persona. C'erano vecchi debiti da appianare.
Conoscevamo molto bene la storia della repressione negli Stati uniti
prima di noi, un'eredità che risaliva alle retate Palmer degli anni Venti,
alla persecuzione di attivisti come Big Bill Heywood e Emma
Goldman, alle liste nere di artisti come Paul Robeson e gli Almanac
Singers. Il Comitato, nato poco prima della Seconda guerra mondiale,
puntava a sterminare la sinistra facendo sprofondare il paese in una
caccia alle streghe dettata dalla paura, smerdando ogni forma di
idealismo politico e creando un'atmosfera di timore dei "rossi" nascosti
sotto ogni letto.
II mio fratello di sangue Gerry Lefcourt e il suo compagno di tennis
dopo l'ennesima vittoria in aula. Foto "New York Daily News".
Jerry Rubin rinfrescò la sua precedente apparizione al cospetto dello
HUAC in costume da rivoluzionario americano, con un elegante mix di
guardaroba internazionale. Berretto dell'lRA. Calzoni da pigiama neri,
gentile omaggio dei vietcong. Bandoliere messicane incrociate sul
sensuale torso nudo del guerriero yippie, tutto il corpo solcato da strisce
di vernice rossa. Sotto gli occhi aveva due righe del cerone nero, che
usano gli sportivi e le teste di cuoio, per eliminare i riflessi del sole. I
capelli arruffati e la barba altrettanto in disordine erano talmente lunghi
e spettinati che potevi solo indovinare la presenza del collo. Per finire,
era scalzo, impugnava una riproduzione assai realistica di una
mitraglietta M-16 e non s'era fatto volutamente il bagno per tre
settimane. Dio, se era brutto! L'incubo di tutti i comitati passati e
presenti in una confezione unica.
Io invece volai basso, prevedendo di andare in scia a Rubin.
Le aule occupate dal Comitato erano lo scenario ideale per le losche
manovre che attuarono in quell'occasione. Dietro un lungo tavolone era
seduta una sfilza di inquisitori in giacca e cravatta che ripetevamo a
pappagallo discorsi patriottici al microfono. Quanto al pubblico, gli
amici del Comitato sedevano gomito a gomito con il nostro team legale,
con i "leader" dei dimostranti e con i giornalisti. Abby Mann, che era
stato inserito a suo tempo nelle liste nere dal Comitato, era venuto
espressamente per vederci che lo riducevamo a brandelli, e con lui tanti
altri. Dopo i discorsetti introduttivi, l'atmosfera si animò. Nancy
Kurshan, Sharon Krebs e altre yippie vestite da streghe cominciarono a
girovagare nella sala spazzando per terra, lanciando mugolìi spettrali e
distribuendo bastoncini d'incenso. Jerry cominciò a fare su e giù lungo
la corsia puntando l'M-16 giocattolo contro il Comitato e ringhiando
minaccioso. A un certo punto io saltai su, mi avvicinai al tavolo e chiesi
a gola spiegata ma con una vocina infantile se potevo andare in bagno,
poi appena fuori dalla porta sbraitai "CAZZATE!" tanto forte che credo
di aver fatto tremare le mura del Campidoglio. Le guardie mi saltarono
addosso, ma io dissi: "Tranquilli, ragazzi, il divertimento deve ancora
arrivare". Essendo poco sicuri delle consegne, si fecero subito indietro.
La mia vera mossa era prevista per il giorno dopo.
Mi alzai di buon'ora per il trucco perché Anita mi doveva dipingere
con estrema cura una bandiera cubana sulla schiena. Poi gli stivali e i
pantaloni di daino tipici dei vecchi pionieri furono accompagnati da una
camicia a stelle e strisce bianca, rossa e blu. Nelle due ore successive
avrei fatto più per la nostra bandiera di chiunque altro dai tempi di
Betsy Ross, la donna che l'aveva cucita.
Quando il mio costume stelle e strisce si avvicinò alle sacre aule del
Congresso fummo immediatamente circondati da un distaccamento di
poliziotti. "La dichiaro in arresto per offesa alla bandiera. Ci segua."
Anita gridò di lasciarmi in pace, iniziando a martellare la nuca dello
sbirro con una furia da menade, e così in un microsecondo la scalinata
fu invasa da cameraman, piedipiatti e yippie urlanti. Io lottai con
accanimento per portare in salvo la pelle e la camicia, dibattendomi
come un pazzo. Strrrrappp! "Porci, m'avete strappato questa camicia di
merda" strillai, tornando con la mente alla scenetta che m'era costata
l'espulsione dal liceo.
Mentre ci portavano al fresco, le audizioni proseguirono. Il giorno
dopo mi presentai davanti al giudice nudo dalla cintola in su. La
camicia a brandelli era posata sul tavolo della pubblica accusa in una
scatola contrassegnata come "Prove A". Feci subito notare: "Mi dovete
14,95 dollari per quella camicia", ma ugualmente la cauzione fu fissata
a tremila dollari. "Fuori di qua con quella bandiera vietcong. Come
osa?" protestò il giudice. "Cubana, vostro onore" lo corressi. Qualche
mese dopo il medesimo giudice cominciò a farsi crescere i capelli,
chiese la legalizzazione della marijuana e iniziò a fare dichiarazioni
contro la guerra.
Le sezioni 700 e 711 del codice penale degli Stati uniti proteggono la
bandiera da sfregi e offese. Il massimo della pena è un anno di prigione
e una sanzione di mille dollari. Io sono stato la prima persona arrestata
sotto il nuovo statuto federale, ma come voi faccio ancora fatica a
credere che qualche persona "razionale" possa aver invocato un
provvedimento del genere.
Assieme a Gerry Lefcourt mi giocai la difesa basandomi
esclusivamente sul Primo emendamento, ma il giudice si sentì lo stesso
in dovere di dichiararmi colpevole. "L'imputato ha qualcosa da
dichiarare prima della sentenza?" mi chiese, cercando di imitare i film
giudiziari che aveva visto. Io mi alzai solennemente, tentando di
raffigurarmi mentre mi spedivano nel braccio della morte, e cominciai
ad aggirarmi nell'aula per tenere un comizio sulla libertà di parola che
conclusi con una delle mie migliori battute da tribunale. Dopo essermi
messo in posa gridai: "Vostro onore, mi dispiace di avere solo una
camicia da donare al mio paese". Il martelletto si abbatté e la voce del
giudice tuonò dal banco: "L'imputato è condannato a trenta giorni di
detenzione".
La condanna fu ribaltata in appello, ma a quel punto erano già state
arrestate più di trenta persone per infrazioni simili. Un panciotto in
Virginia. Una trapunta nello Iowa. Tutta roba con il classico disegno a
stelle e strisce. Intervenendo in difesa della legge, il procuratore
generale di Nixon affermò: "L'importanza della bandiera nello sviluppo
della lealtà all'entità nazionale è stata oggetto di numerosi scritti",
peccato che il primo passo citato dal governo fosse tratto da Metri
Kampf, scritto dal più famoso imbianchino della storia, Adolf Hitler.

AWOLGERSI NELLA BANDIERA


La bandiera e io diventammo un'accoppiata proverbiale. Durante un
comizio in un college a Topeka, nel Kansas, scaldai a puntino il
pubblico gridando: "Dove sono i Wichita Minutemen? ". I Minutemen,
un gruppo terrorista di destra di quel periodo, mi aveva minacciato di
castrazione se avessi messo piede nel Kansas. Alcuni maschi tra il
pubblico alzarono la mano, così io gli andai dritto di fronte e dissi: "Il
vostro odio mi aggrava le allergie. E... e... e... tciù!Feci finta di
starnutire, poi estrassi un fazzoletto a stelle e strisce dalla tasca per
raccogliere il presunto moccio. Quelli strabuzzarono gli occhi, anzi, li
fecero schizzare dalle orbite. Quel gesto doveva essere stato tanto
scioccante per loro che erano rimasti di sasso. Il giorno dopo il giornale
annunciò che lo sceriffo, arrivato sul posto qualche minuto dopo, aveva
spiccato un mandato d'arresto a mio nome. E ancora valido.
La camicia a stelle e strisce recitò un ruolo cruciale anche nella mia
più osannata apparizione televisiva. In primavera fui ospite del Merv
Griffin Show assieme a Virginia Graham, a due stelle hippy del film
Zabriskie Point e al destrorso di prammatica, un giornalista della
"National Review" di William Buckley. Essendoci io presente, era
necessario rispettare la par condicio, anche se non mi sembrava che
funzionasse mai in senso inverso.
Fu Virginia a cominciare, parlando del lifting e, molto male, del
movimento femminista. Poi Merv rivolse agli hippy di Zabriskie
qualche domanda imbarazzante sul sesso nella comune di Boston,
quindi toccò a me, in giacca di camoscio con le frange lunghe. Dopo la
presentazione cominciai a lamentarmi che sotto i riflettori faceva un
gran caldo. Dispiaceva a qualcuno se mi toglievo la giacca?
"Faccia pure" rispose il gentile Merv. Quando me la tolsi Virginia
rischiò di sfregiarsi a unghiate il nuovo lifting per l'orrore. Invece Merv
finse di non accorgersi che stavo garrendo la vecchia Old Glory.
"Mi scuso se questa è soltanto una copia di quella per cui m'hanno
arrestato, l'originale è in viaggio verso la Corte suprema per la
decisione finale" dissi impassibile, poi allungai uno spino ad Arthur
Treacher, che passò il resto dell'intervista impegnato a esaminarlo, a
distanza di sicurezza, come se fosse radioattivo.
Merv Griffin aveva due bellissimi occhi azzurri, perciò, mentre
parlavo con lui, avevo l'impressione di guardargli attraverso il cranio e
scorgere il cielo alle sue spalle. In quell'occasione specifica scelse di
gestire la gag della camicia facendo due chiacchiere come se niente
fosse, ma alla fine si passò dalla moda uomo a questioni più serie.
"Come fai a dire che c'è repressione in America se sei qui alla mia
trasmissione?" Così gli raccontai che m'avevano appena condannato a
trenta giorni non per aver indossato la camicia a stelle e strisce, ma per
averlo pensato. Rickie Nelson, Roy Rogers, Dale Evans, Raquel Welch
e PhylHs Diller avevano indossato capi del genere in televisione e al
cinema, e gli spettatori potevano andare alla boutique alla moda a pochi
passi dagli studi, dove l'avevo comprata io, e portarsene a casa una
uguale.
Allora fecero entrare il destrorso, livido ancora prima di sedersi, il
quale disse puntandomi contro il dito: "A te non ti prende sul serio
nessuno" poi si lanciò in una geremiade pazzesca. Quando rimase senza
fiato dissi: "Dove l'hai presa quella cravatta? Non è male". Gli stavo
facendo quello che aveva fatto Merv con me. Volevo fare due
chiacchiere sulla moda da uomo per non stare ad ascoltare quel che
andava dicendo, perché s'impiccasse da solo al nodo della cravatta.
Nel frattempo, Virginia s'era ripresa. "Ma è il teatro dell'assurdo"
dichiarò. Era incazzatissima, così cominciò a farfugliare di quello che
aveva ottenuto la sua generazione rispetto alla nostra. "Noi siamo
andati sulla Luna, abbiamo realizzato grandi film, allestito spettacoli
teatrali grandiosi (noterete l'uso del noi' e l'interesse per lo show
business), abbiamo scoperto la cura contro il cancro..." Al che mi
genuflessi di fronte a lei, le baciai i piedi e dissi: "Dio mio! Virginia
Graham ha scoperto la cura contro il cancro! Sentito, 'National
Enquirer'?".
"Il tempo sta scadendo" intervenne l'ormai disperato Merv, ma non
prima che avessi la felice intuizione di predirgli che la mia apparizione
sarebbe stata pesantemente tagliata, esattamente come l'incidente con la
papera al David Susskind Show e tutte le altre volte che ero stato in
televisione. Ovviamente, in quel momento non sapevo che gli altissimi
papaveri della CBS sarebbero stati coadiuvanti smaniosi e
inconsapevoli di queste mie opinioni, oltre i miei sogni più rosei.
La sera dopo ci riunimmo nel mio appartamento pronti a tutto,
almeno credevamo, ma poco prima dell'inizio della trasmissione una
voce fuori campo ci informò che la puntata preregistrata del Merv
Griffin Show sarebbe stata preceduta da un importante annuncio. Poi
sullo schermo comparve un tipo dall'aria serissima, mentre la voce fuori
campo annunciava: "Signore e signori, Robert D. Wood, vicepresidente
della CBS". Aveva la faccia di uno che stava per informarci che c'era
appena stato un terremoto terrificante in tutta la California e adesso Los
Angeles si trovava alla deriva in pieno oceano. Invece disse quanto
segue:
Durante la registrazione del prossimo programma è accaduto un
incidente che ha posto un dilemma ai responsabili della rete, non solo
per il dubbio gusto e il rischio di offendere gli spettatori, ma anche per i
gravi risvolti legali. Pare che uno degli ospiti abbia pensato bene di
intervenire allo show con una camicia fatta con una bandiera americana
[falso, era una camicia con un motivo a stelle e strisce]. Perciò, per
evitare possibili denunce, i responsabili della rete hanno deciso di
"mascherare" elettronicamente tutte le porzioni visibili della camicia
offensiva. Spero che gli spettatori ci comprenderanno.
Comincia lo show. Prima la Graham, poi gli hippy di Zabriskie, poi il
sottoscritto, ma appena mi tolgo la giacca lo schermo diventa un'unica
distesa azzurra fosforescente. Davanti a milioni di ignari spettatori la
macchia azzurra parlante tira fuori una copia del Libretto rosso del
presidente Mao e dice: "Merv, vorrei esordire con una piccola lettura".
Apro il volumetto e inizio, ma lui m'interrompe. "Ah, ragazzi, siete tutti
uguali, ogni volta che venite qui...".
"Che intendi, Merv?" faccio. In quel momento sembravo uno venuto
da Venere, lui non aveva mai avuto un ospite con idee radicali nel suo
spettacolo, per non parlare di uno che iniziava leggendo Mao TseTung.
"Merv, volevo solo far vedere questo tizio. Voi invitate alla trasmissione
tanti scrittori che vendono, che so, trenta, quarantamila copie di un
libro. Sai quante copie ha venduto costui? Quasi un miliardo. Questo
qua batte la Bibbia dodici a uno! Perché non inviti lui? Dalla foto puoi
vedere che è uno che si presenta come si deve."
A questo punto, la gente in tutto il paese smise di tentare di scorgere
qualcosa attraverso la solida parete azzurra per capire cosa succedeva e
iniziò a telefonare alla stazione locale. 88.000 persone quella sera si
arrabbiarono a tal punto da telefonare per protestare contro la censura.
Nei giorni successivi in tutta la nazione i negozi esaurirono le loro
giacenze di camicie a stelle e strisce, si tennero manifestazioni sotto gli
uffici della CBS in tre città e Merv Griffin fece le sue pubbliche scuse
sostenendo di non essere stato avvertito della censura. Anzi, mi
offrirono duemila dollari per sedermi tra il pubblico la sera dopo. Io
rifiutai, sapendo che quell'incidente era diventato una farsa e la mia
apparizione sarebbe parsa come un imprimatur.
Nota a margine: ai seguaci di McLuhan interesserà sapere che il
"New York Times" riferì che la mia camicia venne "oscurata", facendo
così capire di non possedere la tivù a colori. La censura audio è una
vecchia usanza nel mondo della televisione con tutti i bip che hanno
costellato gli anni Cinquanta e Sessanta, però la mia camicia è entrata a
buon diritto nella disgraziata Arca della fama bis, quella riservata alle.
offese ottiche assieme al bacino di Elvis Presley e alla scollatura di
Faye Emerson. Che cosa non darei per essere stato lì a origliare durante
la riunione che ha deciso di mandare in onda le mie parole sul cavo
coassiale, ma soltanto dopo aver inviato la mia camicia nella lavanderia
censoria. Chissà quante simpatiche spaccate del capello in quattro.
Mascheramento elettronico è un termine nato proprio quella sera,
almeno per il grande pubblico. Io lo definii "fascismo elettronico" e
chiesi la par condicio con quello schermo azzurro parlante,
minacciando di far causa alla CBS.
Sono passati nove anni da allora, ma la mia apparizione censurata al
Merv Griffin Show è ancora un grave trauma per la gente del settore.
La primavera scorsa Virginia Graham è andata da Griffin ed è tornata
sull'argomento.
"Che fa attualmente l'ascesso?" L'ascesso sarei io, un brufolo
novennale sulle sue chiappe. Merv è stato molto diplomatico. "Su,
Virginia, io credo che avesse tutto il diritto di indossare quella camicia
in trasmissione, e che non dovesse essere censurato."
Ultima nota paradossale. Quella sera, poco prima che apparisse il
gran capo con il suo monito, avevano mandato in onda uno spot
dell'American Motors in cui lo zio Sam, con il suo classico costume
stelle e strisce, strombazzava una "divorabenzina". Una perfetta
apertura. Non potevo immaginarne una migliore. Meglio di così non
potevo fare.
A dicembre, il Comitato ripartì con la sua gogna pubblica per i capi
delle proteste a Chicago. Il suo attacco fu però inficiato gravemente dal
rapporto governativo, secondo il quale era stata la polizia ad aggredire.
Io non potevo essere tra il pubblico, perché grazie a quella botta e via in
una galera del distretto di Columbia avevo contratto una grave forma di
epatite. I secondini, contro la mia volontà, erano riusciti a siringarmi un
braccio per prelevarmi il sangue. Dopo otto settimane esatte si
manifestarono i sintomi e mi dovettero portare in ospedale. I medici,
dopo avermi spiegato che le otto settimane erano appunto il periodo di
incubazione, ritenevano che fosse stata colpa di quell'incidente.
Facemmo causa al governo, e anche se perdemmo, portammo allo
scoperto una mai denunciata epidemia di epatite in quel carcere.
Quella malattia debilitante, simpaticamente soprannominata "pericolo
giallo", si protrasse per tutto il 1968. Quell'anno fu in effetti
un'apocalisse globale. Nel maggio '68 gli studenti francesi riuscirono a
scatenare uno sciopero nazionale che coinvolse tutte le scuole e nove
milioni di lavoratori. Se non fosse stato per le mosse del Partito
comunista francese, il governo de Gaulle sarebbe stato rovesciato dalla
gente scesa in strada a manifestare. A Città del Messico, alla vigilia
delle Olimpiadi estive, gli studenti si riunirono in piazza Hatelolco per
protestare contro la pesante repressione statale. La polizia e le
squadracce in borghese li attaccarono, ammazzando centinaia di
dimostranti inermi. A Roma, Berlino, Francoforte e Tokio si tennero
enormi manifestazioni fuori dalle ambasciate degli Stati uniti per
protestare contro la guerra nel Vietnam. Mentre noi stavamo per andare
a Chicago, i carrarmati russi accorsero a Praga per schiacciare la rivolta
dei giovani. Nelle basi militari in patria e all'estero i soldati rifiutavano
di addestrarsi e di combattere. Si valuta che quindicimila richiamati
siano scappati in Canada facendo capire che non erano disposti a
sacrificare i loro ideali per diventare carne da cannone in una guerra
che disprezzavano. Le invocazioni di libertà risuonarono in quasi tutti i
paesi, e quasi sempre ad accendere il fuoco della protesta fu la scintilla
delle manifestazioni contro l'intervento americano in Vietnam.
Se il '68 era stato fantastico anche il '69 non fu malaccio. Il crescendo
di eventi dell'anno passato si cristallizzò in quello che secondo la
ACLU sarebbe stato il processo del secolo. Ma prima di passare al
Grande Processo di Chicago, sarebbe il caso di concederci una breve
pausa per tornare al fronte culturale, parlando di un evento musicale
che non ha più avuto uguali dopo le trombe di Giosuè sotto le mura di
Gerico.

LA NASCITA DELLA WOODSTOCK NATION


Per tutta la primavera e la prima estate del 1969, il sempre più alto
numero di militanti nati con gli scontri per strada confluì nelle riunioni
preparatorie e nelle conferenze del Movimento. Durante un congresso
della stampa "underground" a Ann Arbor, nel Michigan, gli attivisti
dello Youth International Party delle comunità di tutto il paese
cercarono di stilare una strategia del dopo-Chicago. Le sempre più
pesanti persecuzioni poliziesche e gli attacchi della destra agli hippy
erano talmente generalizzati da farci sospettare che fosse in corso un
pogrom nazionale contro i capelli lunghi.
Il procuratore generale John Mitchell stava iniziando la famosa
campagna segreta degli "sporchi trucchi", tramite l'FBl, mentre J. Edgar
Hoover aveva già avviato la sua politica di infiltrazione e
scompaginamento della sinistra. Fino al Watergate la stampa l'avrebbe
definita per lo più "pura paranoia", anche se noi, i bersagli,
conoscevamo un'altra faccia della medaglia.
Pertanto, quando ci ritrovammo a Ann Arbor per discutere di queste
faccende, ci arrivammo come cultura oppressa. Però il morale era alto.
La repressione aveva favorito una certa solidarietà fra le tendenze
socialiste e nazionaliste. Eravamo una rivoluzione culturale in fieri,
anche se per il momento eravamo più che altro una nazione assediata. Il
padrone di casa, il White Panther Party affiliato all'YIP, era il classico
esempio di questo nuovo atteggiamento. La sua linea politica nasceva
dall'esperienza dal basso, dalla strada. Il presidente, John Sinclair, era
stato condannato a dieci anni di galera per aver passato uno spinello
acceso a un infiltrato dell'Antinarcotici. Sinclair era diventato il nostro
Huey Newton, un capo in prigione, e il grido "John Sinclair libero!" era
diventato sinonimo di militanza. Quello che era successo a lui era
capitato in tante altre comunità, e la gente ci segnalava di continuo casi
di poliziotti che avevano tagliato i capelli con la forza agli hippy, di
attacchi di gang alle comuni, di perquisizioni senza mandato in cerca di
droga, di bando al rock nei parchi pubblici. Negli ultimi dodici mesi
c'erano stati qualcosa come 340.000 arresti per droga, quasi tutti per
marijuana. L'erba assassina era al centro della protesta. Quando i
giovani la fumavano, non provavano nessuno degli effetti sgradevoli
contro cui li mettevano in guardia genitori e giornali. In Vietnam quasi
tutti i soldati provavano l'erba e molti di loro, grazie al fumo,
s'identificavano con il movimento pacifista. La marijuana ha
scompaginato l'esercito più della sinistra organizzata. Fumare ci ha reso
tutti quanti, come cantavano ¡Jefferson Airplane, "fuorilegge agli occhi
d'America".
A Berkeley scoppiò una battaglia di strada. I giovani avevano
occupato alcuni terreni abbandonati per protestare contro la
partecipazione dell'ateneo allo sforzo bellico, e per andare oltre la
singola manifestazione iniziarono a trasformare quei terreni in un
giardino-campo giochi, che si guadagnò il nome di Parco del Popolo.
La stretta arrivò quando l'università capì che il parco stava diventando
velocemente una vera e propria istituzione della controcultura. Quei
terreni significavano soldi, pertanto l'università, essendo un business,
costrinse la polizia a distruggere il parco. La gente decise allora di
difendere il proprio territorio, e questo significò giorni di battaglia di
strada. James Rector, un giovane attivista, fu ammazzato a colpi d'arma
da fuoco. E stato il primo martire della controcultura morto in battaglia.
Naturalmente era disarmato.
Durante il convegno, il dibattito ruotò appunto sulla necessità di
difendersi, e lo slogan "amore armato" diventò la perfetta espressione
della coscienza collettiva. Lo YIP presentò anche la sua bandiera della
Nuova nazione, nera con una foglia verde di marijuana sopra una stella
rossa. Come se non fossimo già abbastanza arrabbiati, la conferenza
dovette subire un'incursione della polizia di stato, che in un assalto
coordinato alle prime ore dell'alba sbucò dalla foresta che attorniava il
nostro accampamento e iniziò a menare la gente con il pretesto che lì
stavamo addestrando guerriglieri. Ci fu qualche arresto per detenzione
di maria, e subimmo anche l'esperienza umiliante di essere costretti a
sfilare nudi sotto una forca caudina di fucili. Ce ne andammo da quel
convegno ancor più decisi a portare la guerra in patria.
> Soltanto due settimane prima avevo partecipato a un altro conclave
nazionale. L'SDS aveva tenuto a Chicago il suo nono e ultimo
congresso, l'incontro più tempestoso del decennio. Dopo le violenze
della polizia durante la Convention, l'organizzazione non era più
riuscita a tenere insieme i vari filoni del pensiero di sinistra. La
gioventù era una nuova classe a sé stante? E il conflitto tra l'analisi
classista e gli altri fattori come il sesso e la razza? L'organizzazione
locale doveva essere privilegiata all'azione nazionale? Da quel
congresso uscì con la maggioranza la fazione Revolutionary Youth
Movement I, mentre la corrente Progressive Labor, più anti-hippy e
incentrata sugli operai bianchi di Boston, rimase con la sigla e con solo
l'involucro esterno dell'organizzazione. La cosiddetta "fazione-azione"
si trasferì a Chicago sotto la direzione di Bernardine Dohrn, Jeff Jones,
Bill Ayers, Mark Rudd e altri. Adesso c'erano due gruppi che
rivendicavano l'organizzazione nazionale. L'RDM-SDS fu poi
comunemente identificato con i Weathermen, anche perché aveva una
linea politica molto simile a quella degli Yippie. I Weathermen
tendevano a prendere più sul serio la cultura giovanile di quanto non
facesse il resto della sinistra.
La guerra del Vietnam era stata interiorizzata da entrambi i gruppi
come la "nostra guerra", perciò la nostra attività principale consisteva
nel convincere i giovani a evitare la leva, disertare e combattere in tutte
le maniere possibili contro l'imperialismo. Però eravamo anche molto
diversi. I Weathermen non usavano come noi l'umorismo per
ridicolizzare e nemmeno per controbilanciare il fanatismo. Inoltre,
ritenevano i propri affiliati, anzi, tutti i giovani bianchi, colpevoli di
"crimini contro le popolazioni del Terzo mondo", una colpa nata dal
"privilegio della pelle bianca" e lavabile solo con il sangue. Doveva
scorrere sangue bianco per dimostrare a neri, chicanos e vietnamiti che
i ragazzi bianchi facevano sul serio. Tradotta in pratica, la politica dei
Weather significava l'apocalisse. Questi kamikaze e presto bombaroli si
bruciarono parecchi ponti alle spalle, dimostrando in pochi mesi che
non sarebbe bastato qualche coraggioso per rovesciare un governo.
Ad aprile, il governo annunciò che avrebbe messo in stato d'accusa
otto leader pacifisti per complotto al fine di attraversare i confini statali
per fomentare disordini. Io fui uno degli otto privilegiati, perciò salutai
la notizia con un'allegra festa alla canapa assieme a Jerry Rubin e ai
nostri complici yippie di New York. Quando avevo deciso di dedicarmi
anima e corpo al Movimento, trasferendomi a New York, avevo avuto
l'impressione di andare a giocare tra i professionisti. Adesso, tre anni
dopo, ero stato convocato per l'Ali-Star Game. C'erano stati e ci
sarebbero stati altri processi, però, più spesso che no, coinvolgevano
"figure" come il dottor Spock, Dan Ellsberg e Angela Davis. Quello
degli Otto di Chicago fu invece un processo agli organizzatori. Noi non
eravamo noti in altri settori. Vivevamo e respiravamo la militanza. La
nostra politica non si basava su una repentina conversione, bensì su
anni di lotte. Le dimostrazioni di Chicago non erano state un incidente
isolato nel nostro operare ma un'azione necessaria in un continuum di
proteste legittime.
Nei dossier desegregati, in base al Freedom of Information Act, J.
Edgar Hoover descrive diffusamente il significato di questo processo
vetrina come tattica intimidatoria. In uno dei primi promemoria, un
testo cruciale datato 23 ottobre 1968, da Hoover alle sedi del Bureau, il
direttore afferma che entro breve saranno rinviati a giudizio i capi delle
dimostrazioni di Chicago, e aggiunge: "Una condanna del genere
sarebbe un successo senza pari per il Bureau e minerebbe gravemente le
attività della Nuova sinistra".
Prendendo di mira gli organizzatori il governo aveva dichiarato
guerra al movimento pacifista in un periodo in cui le nostre fila erano
già scompaginate dalla lotta tra fazioni. Noi non avevamo la minima
idea di cosa fare "dopo Chicago", ma fortunatamente i nostri nemici del
ministero della Giustizia ci regalarono un nuovo tema su cui
concentrarci. Invece di limitarsi a dare la colpa di "Chicago" ai
democratici, per poi passare ad altro, Nixon e Mitchell sbagliarono
grossolanamente i conti. Scelsero il posto sbagliato, il momento
sbagliato e le imputazioni sbagliate. Su Chicago ci dichiarammo non
colpevoli. Non avremmo permesso che Nixon e i tribunali riscrivessero
la storia. Se volevano un processo vetrina, noi eravamo più che contenti
di stare al gioco.

RIPENSARE WOODSTOCK
Durante il congresso di Ann Arbor, s'era fatto un gran parlare di
questo gigantesco festival rock in programma il mese dopo sulla East
Coast. "Sì, ne ho sentito parlare." "No, non è nella fattoria di Bob
Dylan." "Sì, ero proprio convinto che New York avrebbe dato il
permesso." Le voci si susseguirono a getto continuo. Stava bollendo in
pentola un fenomeno delle dimensioni di Chicago. Woodstock, un
villaggetto due ore a nord di New York, stava per essere sostituito da
"Woodstock", il megaevento. Ora bisognava mettere a punto la politica
della Nuova nazione maturata durante il Convegno. Quando una cultura
diventa una nazione necessita di un esercito, che avrebbe trovato i suoi
soldati in quella massa amorfa di giovani che giravano il paese in cerca
di se stessi, soprattutto durante i mesi estivi. Un enorme concerto rock
lungo più giorni ci regalava l'occasione ideale per arrivare alle masse di
giovani, in un ambiente in cui si sentivano parte di qualcosa di più
grande. Liberazione. Libertà. Pace. Amore. Quale che fosse il refrain,
doveva essere tradotto nelle realtà di uno stile di vita sotto attacco.
Quando tornai a New York organizzai immediatamente una riunione
con gli organizzatori di Woodstock. In quanto rappresentanti della
cultura di strada, avanzammo alcune richieste: diecimila dollari ai
gruppi comunitari, duecento biglietti gratis, il diritto a piazzare
bancarelle e a volantinare. Volevamo imporre un precedente nazionale.
Stranamente, i promoter accettarono. Poi s'è scoperto che avevano fatto
un affarone. Si aspettavano 70.000 spettatori, ma rimasero tutti a bocca
aperta quando ne arrivarono sei volte tanto. Il film e il disco non
possono trasmettere che cosa si provava a stare lì nei boschi assieme ad
altre 400.000 persone, nemmeno il libro che ho scritto, Woodstock
Nation. Il mito in cui credevamo stava diventando realtà. Non eravamo
soli. Ettari di fricchettoni. Nemmeno uno sbirro. Nemmeno una rissa
segnalata. Il primo esame su strada della Nuova nazione fu un successo
immane. Il più grande raduno musicale della storia ci ha insegnato che
potevamo essere uniti, che potevamo sopravvivere, che potevamo
vincere. Tanta gente non ha capito che sono stati i "politicanti" del
Lower East Side a fare in modo che finisse così.
La prima sera, mentre Richie Havens si scatenava in uno dei suoi
pezzi, cominciò a piovere a catinelle, un rovescio torrenziale che non
voleva saperne di smettere. La gente corse a ripararsi sotto gli alberi,
sotto qualche tenda improvvisata, oppure si raccolse in grandi ammassi
umani. Le colline e i prati diventarono vere e proprie piste da slittino
nel fango mentre gli arrivi della prima serata sguazzavano nei campi in
cerca degli amici persi e degli oggetti smarriti. Quando spuntò l'alba
vedemmo tutto intorno a noi migliaia e migliaia di persone, tende
smosse dal vento, pattume e zaini, tutto quanto ricoperto di melma. Non
c'era più la terraferma. Come se non bastasse, quella massa enorme era
destinata a raddoppiare in poche ore man mano che un fiume incessante
di appassionati si faceva a piedi oltre venti chilometri per raggiungerci.
Le strade d'accesso erano tanto intasate di veicoli che la gente aveva
abbandonato il mezzo di trasporto decidendo di proseguire a ogni costo.
"Woodstock o morte" era la parola d'ordine. La polizia di stato aveva
chiuso la New York State Thruway, rimandandone indietro altre
migliaia. Il governatore Rockefeller convocò al sabato mattina una
riunione d'emergenza dei consiglieri e dichiarò l'area "zona calamitata".
Il "New York Times" fu il capofila dei quotidiani borghesi che
attaccarono "questo evento oltraggioso" (droga, nudità eccetera) con
titoli tipo Incubo sulle Catskills. Intanto, la folla bloccata sul posto era
decisissima ad andare fino in fondo. Il loro "incubo" era il nostro
sogno.
Noi del movimento non ci limitammo ad andare lì ad ascoltare
passivamente la musica. Una parte dei soldi incassati era già stata spesa
per un giornalino che portammo al festival. Distribuimmo mezzi di
sopravvivenza. Organizzammo un po' di persone per spartire coperte e
cibarie. Censimmo l'acqua non inquinata. Un nostro gruppo smantellò
le tende della stampa e le usò per allestire un ospedale da campo.
Requisimmo ricetrasmittenti, un elicottero e un tot di brande. Facemmo
arrivare in volo dalla città decine di medici del Comitato sanitario per i
diritti umani. Noi provvedevamo a curare i feriti, mentre Wavy Gravy e
Hog Farm gestivano quelli in bad trip e davano una mano a sfamare la
gente. Nel giro di poche ore diventò operativo un ospedale da campo
completo di sala operatoria e deposito materiali. E lavorò a un ritmo
infernale. Vedemmo gambe rotte e appendicectomie acute, parti e anche
decessi, uno accidentale, uno per infarto. La stampa ostile avrebbe
cercato di screditare Woodstock battendo su questi incidenti,
dimenticando il piccolo dettaglio che per tre giorni buoni eravamo stati
la seconda città dello stato di New York, con un tasso di incidenti e
decessi inferiore alla media di certe località turistiche grandi un quarto.
Un festival musicale. Un evento. Una città. E, per finire, un simbolo di
speranza. La Nuova nazione aveva un nome, e per tanti anni saremmo
stati noti in tutto il mondo come la "generazione di Woodstock".
Nelle prime ore del sabato mattina decisi di trasformare Woodstock
in un modello di condivisione comunitaria. La rivoluzione culturale
doveva sopravvivere a tutti i costi. Io avevo a disposizione un
megafono, una scatola di walkie-talkie e un certo talento organizzativo,
così stampai un falso tesserino con la scritta COORDINATORE
GENERALE e decollai per il mio piccolo trip di potere. Sono state tra
le mie ore più belle, più gratificanti, ma sotto un aspetto politico
cruciale ho fallito, ed è difficile parlarne adesso senza farlo sembrare
come se mi stessi candidando per il premio "bravo ragazzo di
Woodstock". Mi spiego. Se avete mai sentito parlare di me in relazione
a quel festival, non è stato perché ho fatto la crocerossina per i figli dei
fiori. Avrete invece sentito dire: "Ah, quello, già, non è il tizio che ha
sequestrato il microfono per tenere un comizio mentre Pete Townsend
lo prendeva a chitarrate in testa?". Ho letto un'infinità di versioni di
quell'incidente, ho persino visto un mastodontico murale con quella
scena. Però non ho mai visto una sola foto. Perché? Perché non è mai
successo.
Certo, mi sono impossessato del microfono e ho tenuto un discorsino
su John Sinclair, appena condannato a dieci anni da scontare nel
penitenziario di stato del Michigan per aver passato due spini a due
sbirri infiltrati, e ho anche invitato a mettere a frutto la forza che
sentivamo in noi a Woodstock per andare a liberare i nostri fratelli e
sorelle in galera. Qualcosa del genere. Townsend, che stava accordando
la chitarra, s'è girato e m'è venuto a sbattere contro. Una cazzata. Ci
sono centinaia di foto e chilometri di pellicola che documentano cos'è
successo su quel palco, ma nulla sul presunto incidente. Questo
aneddoto è stato pompato e ripetuto tanto spesso nel mondo del rock,
perché a quel punto anch'io ero diventato un simbolo. Una minaccia al
concetto del cantante rock come divinità irraggiungibile e infallibile.
Allora, io ero l'incarnazione della politica, e in quel mondo sono in tanti
a ripetere che non vogliono saperne mezza di politica. (C'è un incidente
di quel periodo che m'è rimasto sul gozzo. Jerry Rubin fu intervistato al
Dick Cavett Show, ma quando cominciò a parlare della guerra del
Vietnam
Cavett lo bloccò sul nascere con un "la politica mi lessa le palle! ".
Usava il gergo scurrile per sembrare giovanile, e per non farsi
scavalcare da Rubin presso il pubblico dei giovani. In seguito, gli avrei
ricordato che aveva invitato una quantità di senatori e deputati in
trasmissione e non aveva mai accennato una volta sola a quanto la
politica gli lessava le palle!) Nel mondo del capitalismo alla moda noi
yippie eravamo la politica, perché minacciavamo la loro pretesa di
passare per ribelli e fari della cultura giovanile.
Quando il sistema rock ha pensato bene di omaggiare qualcuno come
"salvatore della patria", si sono rivolti a figure del sistema come il
proprietario della fattoria, secondo il quale gli hippy erano tanto buoni,
ma solo dopo aver incassato cinquantamila cucuzze per l'affitto dei
terreni. Il dottore del posto, William Ambruzzi, è diventato talmente
noto da imboccare una carriera come conferenziere e consulente dei
grandi promoter di concerti rock sulla gestione dei bad trip. Una
carriera giustamente culminata con la perdita della licenza. Prima di
Woodstock, il segaossa non aveva mai visto un bad trip in vita sua e se
n'era stato per tutto il tempo con le mani in tasca, mentre ci pensavano
gli Hog Farmers e i radicali a prendersi cura degli scoppiati.
Fred Weintraub, il dirigente della Warner Brothers, responsabile del
film su Woodstock, m'ha confessato che hanno volutamente deciso di
"purgare" dalla versione su celluloide tutto quanto sapesse di politica.
In parole povere, non eri autorizzato a vedere le infermerie o qualche
notorio radicale.
"Che c'è, Abbie, non ti va giù? Perché non vai a Berkeley a sfasciare
lo schermo. Una pubblicità del genere non ci farebbe schifo" mi disse
allora. Non era uno stupido. Aveva combattuto in montagna con Castro,
era stato persino detenuto nelle galere di Batista. Adesso lavorava per la
Warner. E così, mentre il mio libro dipingeva Woodstock come un
grande grido di battaglia per legalizzare l'erba, fermare la guerra e
combattere una cultura decadente, il film decantava il potere del rock e
la bontà del capitalismo. Soltanto gli ex radicali come Fred Weintraub,
Jann Wenner, che s'è fatto le ossa a "Ramparts", e Bill Graham, che ha
iniziato con la San Francisco Mime Troupe, sono stati abbastanza furbi
da capire sin da subito che il rock poteva svolgere un importante ruolo
politico. Degni avversari nella battaglia per i cuori e le menti dei
giovani, costoro hanno vinto a mani basse la guerra d'immagine di
Woodstock.
Naturalmente, il rock come rivoluzione è una delle grandi bufale di
quel periodo. Certo, la sua energia allo stato puro ti faceva inumidire le
mutandine, diventare arrapato e rabbioso. Ti faceva sentire parte di
qualcosa di più grande. Però non era una rivoluzione. Le rivoluzioni
non sono programmate a tavolino negli studi delle multinazionali della
comunicazione. Questo si chiama fare buoni affari, e il contenuto della
rivoluzione non è mai buono per gli affari, per quelli è sufficiente la
forma. Mick Jagger può cantare finché gli pare di guerrieri della strada,
è un tipo di talento ed è abbastanza oltraggioso, però ha ispirato gli
ascoltatori più a diventare milionari che a rovesciare il sistema. Soltanto
facendo un sacco di grana la gente poteva sperare di condividere lo
stesso stile di vita degli Stones. Amare la droga ti pone contro la legge,
amare la musica rock fa di te un buon consumatore. Quella era roba
"rivoluzionaria" soltanto perché abbiamo detto noi che lo era.
Adesso il rock è rispettabile. La storia della figlia che porta a casa
l'amichetto irsuto che il padre scambia per un barbone hippy, fino a
quando gli segnalano che guadagna un milione di dollari all'anno
suonando la chitarra, è ormai una favoletta vecchia e stantia. Oggi i
genitori incoraggiano le lezioni di chitarra dei figli quanto gli studi da
medico o avvocato. Ma i grandi festival e i concerti all'aperto sono
quasi fuori moda. I tentativi di rifare Woodstock non sono mai
decollati. C'è ancora una vena ribelle incarnata dal punk, e il reggae, più
di qualsiasi variante del rock, è riuscito a inserire nei propri testi la
politica della ribellione/rivoluzione. Ci sono addirittura cantanti country
fuorilegge (ah!). I freak decadenti come Lou Reed e David Bowie. E
rocchettari ribelli di città, come Bruce Springsteen e Billy Joel. Persino
i Kiss inducono i ragazzini a ringhiare contro la società degli adulti.
Comunque, nel rock c'è ancora tanto maschilismo. Le donne sono
relegate di solito al ruolo di canarini, è raro che suonino uno strumento
in un gruppo e prendano parte al processo decisionale. Mi sembra tutto
così spento. Abbastanza prevedibile. Dopo venticinque anni di
rock'n'roll il sistema ha imparato a distinguere tra can che abbia e can
che morde. (Questa parte è stata scritta prima che assistessi ai fortunati
e visionari concerti antinucleari del MUSE, Musicians United for Safe
Energy, al Madison Square Garden, il più significativo evento
politicoculturale dopo Woodstock.)

UN PROCESSO PER FAR CESSARE TUTTI I PROCESSI


I latitanti viaggiano leggeri. Io ho un limite di due valigie, però sono
riuscito ugualmente a conservare la lettera che m'ha spedito mio padre
prima che cominciasse il grande processo di Chicago.
22 settembre 1969
Caro Abbott,
alla vigilia del tuo processo spero e prego che ti comporti bene,
perché in fin dei conti i tribunali della nostra terra sono ancora la nostra
forma di giustizia, e quando non sono più rispettati che cosa ci resta? In
fin dei conti questo è ancora un paese che c'è stato donato da Dio, ed
essendo io uno che ha vissuto due disumane atrocità, questa nazione ha
più significati.
Ti prego, smettila di pensare che la tua condotta in aula giocherà sia
contro di te che a tuo favore. Non voglio fare prediche, ma solo darti un
piccolo consiglio. Noi genitori ti amiamo sempre e ti auguriamo tutto il
bene possibile.

PAPÀ
Mio padre e il governo erano gli unici che mi chiamavamo "Abbott".
La cosa interessante di questa lettera è che papà aveva capito
istintivamente cos'era quel processo ancor prima che cominciasse.
Certo, ci sarebbero stati testimoni della difesa per deporre sui grandi
temi che ci avevano portato a Chicago, ma questo sarebbe stato diverso
dagli altri processi politici a causa della nostra volontà di sconfinare
dall'ambito dei comportamenti accettati in aula.
Una volta dimostrato che non temevamo la corte e non ci facevamo
nemmeno impressionare dall'apparato scenico della tradizione, scoppiò
un gran casino. Il processo contro il Complotto di Chicago diventò, tra
le altre cose, la più grande commedia di costume mai recitata in un'aula.
Se siete mai stati arrestati e processati, saprete che la prima cosa che
l'avvocato vi dirà è di vestirvi come si deve e tenere la bocca chiusa. E
la pubblica conferma che state accettando l'autorità della corte, che siete
disposti a stare al gioco. Inoltre, certifica la vostra salute mentale e
dimostra che appartenete alla società e non c'è alcun bisogno di
ostracizzarvi. Poco prima delle dimostrazioni di Chicago dell'anno
prima, ero comparso davanti al giudice Lynch perché costringesse la
giunta a concederci il permesso di assemblea, ma quello aveva
esternato, senza neanche stare ad ascoltarmi: "Il suo abbigliamento è un
affronto a questa corte".
Non abbiamo mai pensato anche solo per un secondo di cambiare
guardaroba e comportamento. Già questo da solo costituirebbe
oltraggio? Non ho mai letto nulla in proposito. Quel giudice vanesio e
stizzoso chiedeva in realtà che gli rendessimo omaggio tutti i giorni.
Omaggio come simbolo di persona selezionata per indossare la toga
nera della giustizia e sedere al banco di quella che definiva da mane a
sera "la più alta corte sulla terra". Lui esigeva il nostro rispetto perché
era "vostro onore", e chiedeva anche omaggio in quanto anziano
membro abbiente dell'alta borghesia, in quanto ebreo tedesco accettato
dalla comunità dei gentili della Gold Coast di Chicago.
Perciò, man mano che il processo avanzava o si disintegrava, ci
facemmo un dovere di attaccare questa usanza innaturale delle persone
condannate alla galera che si sentivano obbligate a rispettare il sistema
pronto a negargli la libertà. Detto in soldoni, a leccare il culo della
classe dirigente.
Ormai hanno già scritto venti libri su quel processo, e parecchi
drammi, uno in scena proprio in questi giorni a Los Angeles. La BBC
l'ha proposto come sceneggiato in più puntate, la trasmissione più vista
quell'anno in Inghilterra. E anche un album vendutissimo. La CBS ha
annunciato per l'autunno 1980 una ricostruzione di tre ore del processo
in prime time, diretta da Jeremy Kagan. Tutti si sono fatti un'opinione
in proposito. Durante il dibattimento ci sono arrivate manifestazioni di
solidarietà da tutto il mondo, e quando ci hanno condannato, dopo quasi
sei mesi di corpo a corpo legal-psicologico, mezzo milione di
dimostranti è sceso per strada al grido di "7 di Chicago liberi", uno dei
più ripetuti slogan di quel periodo.
Deve essere stato il primo processo politico in cui gli imputati
(almeno alcuni) hanno applicato la strategia non lineare di comunicare
direttamente al pubblico televisivo attraverso simboli, gesti e altri
mezzi. Non abbiamo inscenato strettamente il processo per la
televisione, però non potevamo nemmeno ignorare la sua presenza
pervasiva. Siamo stati visti da milioni di spettatori, anche solo sotto
forma di vignette schizzate dagli artisti di tribunale. Da bravi militanti
impegnati a convincere la gente che la politica del governo era
sbagliata, dovevamo capire tutti i limiti e i vantaggi di questo modo di
comunicazione. La televisione è simultanea e spontanea, perciò non
potevamo trovare una maniera migliore di esprimere le nostre idee di
questa nostra immagine esagerata da cartone animato.
Volevamo arrivare ai giovani, "mostrare" che eravamo differenti da
chi ci giudicava. Volevamo proporre una sinossi dei temi che
dividevano la nazione e, in questo modo, sollevare la nostra causa sul
medesimo piedistallo di quella del governo. Non potevamo certo
sperare di riuscirci con le armi, potevamo solo cominciare
dall'immaginario, pensato per costringere chi stava nel mezzo a
scegliere da che parte schierarsi. Una volta risucchiata nel processo, la
maggior parte delle persone si alleava immediatamente o con gli
imputati, o con la pubblica accusa (il giudice e la procura erano culo e
camicia). Naturalmente, qualche cerbero della società, colonne come il
"New York Times" e l'Associazione americana avvocati, tentò di restare
neutrale, ma nel complesso riuscimmo a dividere la popolazione come
non era mai successo in nessun dibattimento della storia degli Stati
uniti. Arrivammo a un passo dalla guerra civile, e fummo anche un
degno riassunto di un decennio di lotte.
Di tutte le analisi che ho letto, quella che mi convince di più è un
libro che non tratta nello specifico quei fatti, ma li inserisce nel più
ampio contesto della lotta degli ebrei con la modernità. The Ordeal of
Civility di John Murray Cuddihy avanza la sua tesi alla luce della
battaglia fra due Hoffman, il giudice Julius e il sottoscritto, tra l'altro
aggrappandosi a una frase che ho detto in aula dopo essere stato
condannato per oltraggio alla corte: "Quando il decoro diventa
repressione, l'unica dignità che resta agli uomini liberi è parlare ad alta
voce". Cuddihy dimostra l'inevitabilità dello scontro, quando un ebreo
come Julius è investito dallo stato dell'autorità di sbattere in galera un
ebreo come me. Raccomando caldamente il suo libro. E incredibile
come ha capito tutto pur non essendo mai stato in aula e non avendo
mai conosciuto direttamente nessuno dei due Hoffman.
In quel processo ho impegnato ogni fibra del mio essere. Galera?
Minacce di farmi fuori? Sul serio, non contavano un accidente. Quel
che contava era vincere davanti alla giuria e condannare il governo
davanti al mondo. E chiaramente un assunto contraddittorio. Se foste
stati lì nella grande sala in cui furono selezionati i giurati, non avreste
potuto neanche lontanamente pensare che quella gente potesse formare
una giuria di nostri pari. E semplicemente assurdo. Qualcuno doveva
avere indetto una riunione del Rotary Club e di un coro battista, e in
mezzo a quel misto dovevamo scegliere i nostri giurati. Stilammo una
lista di quarantaquattro domande interessanti che avrebbero chiarito
quanto tutto ciò era incongruo: Chi è Janis Joplin? Che cosa pensa delle
donne che non portano il reggiseno? Ha mai provato la marijuana? Ha
sull'auto un adesivo di sostegno alla polizia? Ovviamente, il giudice
non le fece passare. Per citare un inviato del "New York Times", quelli
là erano "prevalentemente bianchi, di ceto medio e di mezz'età" (sto
citando non dalle pagine del giornale ma da Barnyard Epithets and
Other Obscenities del giornalista del "Times" Anthony Lucas).
Il massimo che riuscimmo a ottenere fu inserire nella giuria una tizia
della nostra età, ma un giorno la sua famiglia ricevette una lettera
minatoria, che secondo noi era partita dall'FBI: "Ti sorvegliamo, siamo
le Pantere nere". Lei non ne sapeva mezza, quindi il giudice gliela lesse
perché ne fosse informata, dopodiché la costrinse a ritirarsi perché ora
non poteva più esprimere un parere imparziale. La sostituimmo con
un'altra giovane che si scoprì poi essere fidanzata con un tipo
intraprendente, che non solo lavorava per il sindaco Daley, ma aveva
strappato un contratto da diecimila dollari con il "Chicago Sun Times"
per l'esclusiva dopo il verdetto (se ci avessero assolti sarebbe saltato
tutto). John Schultz in Motion Denied, la sua inchiesta per "Evergreen",
descrive nei dettagli la reazione a posteriori dei giurati dopo averne
interrogati alcuni. Quattro di loro, tra l'altro, avevano l'impressione di
essere stati manipolati dal giudice e da un giurato "fazioso", in modo da
arrivare a un verdetto di colpevolezza nonostante fossero convinti della
nostra innocenza. "Abbiamo condannato quegli uomini per discorsi di
cui non ricordavamo una singola parola" ha affermato un giurato
simpatizzante dopo il processo. Ma a parte questo, l'età media della
giuria era di ventanni superiore alla nostra, e nel 1969, con il paese in
preda a una guerra generazionale, come faceva una persona sana di
mente ad affermare che eravamo stati giudicati da una giuria di nostri
pari? E stato questo il nostro primo handicap.
Vorrei dire un'altra cosetta sulle giurie, e su questa in particolare.
Come tutti ben sanno, in aula non siamo stati zitti. Devono averci
sentiti sino in Afghanistan. Nel nostro sistema giudiziario i giurati sono
autorizzati a fare domande. Molte interviste post-processo hanno
confermato la confusione dei giurati riguardo la legge e riguardo quanto
era successo in aula, eppure, per sei mesi, non hanno mai cercato di
chiarirsi le idee. Non credo di sbagliarmi di molto se affermo che le
migliaia di giurie attualmente in attività se ne stanno tutte quante zitte e
mute. Sono intimidite esattamente da quel severo decoro imposto con
tanta forza dal sistema giudiziario. Si parla sempre della giuria come
istituzione sacra, ma il vero potere è nelle mani del giudice. E qui
arriviamo al nostro secondo handicap.
Certo, è un filino ingiusto tacciare di handicap l'onorevole giudice
Julius Jennings Hoffman, settantaquattro anni, pseudoebreo milionario
appartenente alTélite legale di Chicago. Certo, la sua reputazione è
perfettamente riassunta dal soprannome "Hoffman Chelimpicca". Certo,
ha gestito la corte come mio nonno gestiva la sua drogheria, se varcavi
la soglia eri lì per comprare, e per quel giudice gli imputati erano solo
clienti entrati per acquistare anni di galera e multe. Penserete che stia
esagerando, ma sappiate che nei ventiquattro precedenti processi del
giudice Hoffman le giurie avevano emesso ventiquattro verdetti di
colpevolezza.
Durante il dibattimento la nostra squadra della difesa avrà sollevato
qualcosa come duemila obiezioni, ma a quanto ricordo nemmeno una è
stata accolta dal giudice. D'altro canto, praticamente tutte quelle della
pubblica accusa sono state accettate. Ed è importante sottolineare che
delle centotrenta decisioni in cui secondo noi il giudice aveva
gravemente sbagliato (ciascuna poteva costituire la base per un vizio di
forma) le corti d'appello sono state d'accordo con noi ogni singola volta.
Il giudice non ha avuto alcun bisogno di essere provocato, di essere
indotto a una reazione contraria. E stato contrario sin dal primo giorno.
In realtà, tutta la sua storia professionale era abbastanza estrema. Anche
in questo caso i dossier desegretati grazie alla legge sulla libertà
d'informazione confermano le gravi collusioni tra FBI, giudice e
pubblica accusa. In questo momento è pendente presso le corti federali
una mozione per punire magistrato e pubblico ministero per questa loro
collaborazione illegale.
La cosa interessante è come i media hanno collaborato. Per esempio,
il giudice ci mangiava spesso la faccia, però i veri capiredattori
cambiavano il testo scritto dagli inviati, e così sul giornale il giudice
"diceva" mentre gli imputati "strillavano". La nostra mancanza di
civiltà veniva contrapposta all'intolleranza del giudice. Secondo loro,
noi avremmo dovuto accettare educatamente la decisione del sindaco
Daley di proibirci il diritto di riunirci e manifestare, poi piegarci
educatamente alle persecuzioni del procuratore generale Mitchell, e
adesso avremmo dovuto ingoiare educatamente un giudice prevenuto.
Ci dicevano di continuo: "Non temete, in appello vi assolveranno" ma
le prigioni erano piene di detenuti in attesa di un appello, e la storia
ricca di casi di imputati politici condannati sommariamente da giudici
prevenuti quanto il nostro. Non potevamo accettare passivamente
l'ingiustizia di quel tribunale, come non potevamo accettare
passivamente la guerra che eravamo decisi a far cessare.
Ovviamente, nella sua aggressività, in questa sua involontaria
imitazione di un personaggio dei cartoni animati (sembrava e parlava
come Mister Magoo), il giudice ha permesso al suo razzismo, alla sua
vanagloria, al suo isolamento dal mondo reale e alla sua crudeltà, di
affiorare oltre la patina di decoro. Noi l'abbiamo spogliato della sacra
toga nera (assieme a Jerry ne ho persino indossata una per un giorno),
facendolo apparire per quel che era, cioè uno schtunk (uno dei tanti
insulti yiddish che gli ho lanciato). E una parola pesante, ma non è la
mia opinione personale su di lui. E la mia opinione pubblico-personale.
Se riguardo quel processo come se fosse un'esperienza teatrale, devo
ammettere che avevo grande rispetto per quel giudice. Era un attore
astuto, pieno di senso del dramma e immerso nella sua parte, che
recitava con furore e passione. Su un nastro finito nelle mani del nostro
avvocato si sente il giudice che guarda il telegiornale nelle sue stanze. A
un certo punto, Cronkite annuncia che la difesa dubita di poter ottenere
un processo equo, e lui: "Gli farò vedere io quanto posso essere
prevenuto! ". S'era dimenticato di avere accanto lo stenografo del
tribunale e il registratore acceso. Ma, comunque, non ci voleva uno che
recitasse la parte di Salomone, perché tanto la legge era già bacata di
suo. In realtà, Jules era l'uomo che faceva per noi. La prova del nostro
affiatamento sta nel fatto che entrambe le parti, giudice e difesa,
avrebbero potuto far saltare il dibattimento su due piedi, e invece
abbiamo preferito tener duro. Per quasi tutti gli imputati la galera non è
mai stata un deterrente, mentre i nostri attacchi (forse i più smaccati
nella storia giudiziaria) non l'hanno mai indotto a far calare il sipario.
Anche se recitavamo da parti avverse, avevamo deciso che lo spettacolo
doveva continuare.
Il fatto che nel processo fosse stato inserito anche Bobby Seale lasciò
tutti a bocca aperta. Era stato a Chicago soltanto un giorno e non poteva
essere stato coinvolto nell'organizzazione delle dimostrazioni, in
nessuna sua fase. Aveva tenuto solo due brevi discorsi come sostituto in
extremis di Eldridge Cleaver, e soltanto un imputato (Jerry) l'aveva mai
incontrato prima del processo. L'unica prova contro Bobby erano tre o
quattro frasi infuocate da comizio e un biglietto d'aereo che dimostrava
che era uscito da uno stato. Che tu possa beccarti dieci anni di galera
per una cosa del genere può sorprendere solo un bianco borghese. E
difficile credere che Seale ci sia potuto finire in mezzo se non sei al
corrente delle discussioni tra Mitchell, Hoover, Nixon e il resto della
banda. Forse l'hanno inserito sapendo che le prove non avrebbero retto,
così, quando sarebbe stato assolto e noialtri sbattuti al fresco, nessuno
avrebbe più potuto contestare che il sistema era razzista. O forse
davano per scontato che la sua presenza "minacciosa" avrebbe
contribuito a convincere la giuria della nostra colpevolezza. O forse i
ragazzi giù a Washington volevano solo togliersi dalle palle "un altro
negraccio cattivo". Forse è un misto di tutte queste ragioni.
Dal nostro punto di vista, quello di militanti che puntavano a colmare
il divario tra le razze, l'incriminazione di Seale era un vantaggio
ulteriore. E non era male nemmeno per lui, perché in quel periodo
aveva un'imputazione più seria che gli pendeva sulla testa a New Haven
(concorso in omicidio) e la pubblicità guadagnata a Chicago avrebbe
favorito il sostegno all'altra causa. Seale rischiava la sedia elettrica,
quindi le sue decisioni sulla tattica legale avevano la precedenza. E
anche se non avesse avuto quel problema, i voti del movimento nero
dovevano essere moltiplicati per otto, quindi il suo voto a favore di
Charles Garry come avvocato, allora legale delle Pantere nere, l'ebbe
vinta per 8-7. Bill Kunstler ingoiò il suo enorme ego e accettò di
suonare come secondo violino.
Furono Huey Newton e Charles Garry a forzare la situazione in modo
che Bobby Seale finisse imbavagliato e incatenato in aula quando la
corte gli rifiutò un rinvio perché il suo avvocato era costretto a
rinunciare per motivi di salute. Come tutti noi, Seale non voleva
arrivare al punto di rottura con il giudice, però il Panther Party preferiva
tenerlo fuori dal processo per tutta una serie di ragioni (non ultima delle
quali era la rivalità con un'altra organizzazione). Per farla breve, era una
faccenda più complicata della semplice gelosia, c'entrava più con il
rapporto tra bianchi e neri nelle lotte in America. In parole povere,
politica. Comunque, un nero incatenato e imbavagliato perché la corte
gli rifiuta la possibilità di difendersi per conto proprio non ha bisogno
di tante interpretazioni. Non c'è nulla in quel processo e in tutti i
processi politici della nostra epoca che possa eguagliare la potenza e la
verità di quel momento. La cosa che m'è sempre sembrata
particolarmente interessante sono gli attacchi costanti della pubblica
accusa a Kunstler (e credo del governo alle sue spalle) perché secondo
loro aveva manipolato e "usato Seale come un burattino". In realtà, era
l'opposto. Le Pantere davano ordini agli imputati, i quali davano ordini
agli avvocati.
Dovete sapere che, nelle testoline bacate dei governanti, i bianchi
controllano sempre i neri, i professionisti controllano sempre i clienti.
Invece nel movimento valeva l'esatto opposto.
Appena Bobby chiarì che avrebbe sabotato il dibattimento fin quando
il giudice non l'avesse autorizzato a difendersi da solo, capimmo che
era solo questione di tempo prima della reazione inevitabile. A causa
del rischio di condanne al carcere, mattane come queste erano
abbastanza rare in aula ed esistevano pochissimi precedenti nei testi
sacri. I giudici federali si riunirono in fretta e furia in vari comitati in
tutto il paese per decidere, e si parlò addirittura di rinchiuderci tutti e
otto dentro gabbie di vetro insonorizzate, o di sbatterci dentro celle
allestite all'uopo dietro il tribunale, da cui avremmo potuto seguire il
processo su uno schermo. Ma in realtà ci aspettavamo che il giudice
avrebbe fatto legare e imbavagliare Bobby, e infatti fu così.
Naturalmente, Jules Hoffman aggiunse il giusto pizzico di teatralità
ordinando agli sceriffi federali di "portare fuori quell'uomo e fargli quel
che va fatto". Suspense. Terrore. Purtroppo per loro, si rivelò quasi
impossibile legare e imbavagliare un uomo, e tre o quattro metodi
diversi fecero cilecca. All'inizio fu un semplice seggiolino con manette
e straccio, un gioco da ragazzi per Bobby, che si liberò nel giro di un
minuto, si alzò sedia e tutto e urlò: "Esigo i miei diritti". Ogni volta le
catene diventavano più pesanti, il bavaglio più complesso. E ogni volta
una voce soffocata riusciva a domandare che l'ascoltassero. E stata la
più notevole testimonianza della forza dello spirito umano a cui io
abbia mai avuto il privilegio di assistere.
Alla fine, dopo due o tre giorni di torture medievali e imbarazzo
internazionale, il giudice fu costretto ad ammettere almeno in parte di
non essere riuscito a intimidire Bobby Seale, condannandolo a quattro
anni per oltraggio alla corte e stralciandolo dal processo. Gli otto di
Chicago diventarono così i sette di Chicago, ma la vicenda di Seale è di
gran lunga l'episodio più significativo del processo.
La sinistra ci criticò a lungo perché gli imputati bianchi non avevano
protestato in maniera più vigorosa. Persino Dellinger si lamentò, in
seguito. Però quello era lo spettacolo di Seale, e nelle nostre riunioni
quotidiane Bobby aveva insistito che a quel punto non dovevamo fare
nulla per sabotare il processo. Del resto, avevamo già accumulato
diciotto mesi per oltraggio alla corte lottando contro i secondini e
urlando le nostre contestazioni. C'era una tale tensione in aula che era
quasi impossibile non reagire. Però è stato Bobby a decidere di spingere
la situazione al limite.
Ecco come mi presentai a Chicago per il processo. Era settembre ed
entrambe le squadre di baseball della città erano in lotta per il titolo. Per
prima cosa dovevamo far capire che eravamo noi la squadra di casa,
pertanto sfruttammo il baseball per trasformare il processo in un evento
spettacolare, "le World Series dell'ingiustizia", come lo chiamai. A New
York contattai Michael O'Donoghue, Chris Cerf e George Trow, una
banda di pazzi scatenati che poi avrebbero fondato il "National
Lampoon", tutti grandi umoristi, e con loro pensai un programma
ufficiale della stagione di baseball (lo battezzammo "pogrom ufficiale'')
coinvolgendo persino l'illustratore ufficiale dei Mets. I Complotto di
Chicago contro i Canguri di Washington. E invece di negare del tutto
l'esistenza di una cospirazione, cercammo di ridicolizzare questo
concetto minaccioso, ricordando il suo significato di "respirare
insieme". Ottima scelta.
Dopo il programma, inventammo una serie di felpe e gagliardetti in
cui la palla da baseball era stata sostituita da una bomba anarchica, poi
mi recai a Chicago con un gruppo di ventiquattro yippie, alcuni vestiti
da giocatore di baseball, le ragazze con i pon-pon delle cheerleader. Il
nostro teatro di guerriglia scattò già in aeroporto, e le mie prime parole
furono naturalmente "è bello essere tornati a casa". A casa? Tre
settimane prima avevo ispezionato assieme a Ron Kaufman tutti gli
edifici attorno al tribunale federale, quello dove ci sarebbe stato il
processo. Volevamo farci un'idea del punto in cui poteva piazzarsi un
possibile cecchino. All'inizio eravamo tutti quanti convinti che
avrebbero cercato di farci fuori, e vi assicuro che se aveste sentito le
telefonate di certi talk-show radiofonici o aveste letto la nostra posta
non vi sarebbe parsa una paura infondata. Perciò, tutta quella recita, i
berretti da baseball, i pon-pon, le migliaia di biglietti gratis distribuiti
per strada per venire a vederci, aveva un altro scopo: fugare il timore
che potessimo costituire una minaccia per la popolazione di Chicago.
Funzionò da matti. Non solo non siamo mai stati aggrediti, ma siamo
diventati celebrità locali. La gente ci riconosceva al ristorante e ci
offriva la cena, i tassisti offrivano la corsa e ci facevano gli auguri.
Qualsiasi animosità sorta dall'aver disturbato la Convention era stata
spazzata via dalla nostra messinscena.
Il primo giorno del processo, prima di entrare nel palazzo di giustizia,
mi esibii in un salto mortale all'indietro. Da giovane ero abbastanza
bravo in questo genere di acrobazie, anche se ultimamente tendevo a
cadere spesso sulla faccia, ma quella volta mi dimostrai all'altezza e
atterrai ben saldo su due piedi. Un fotografo scattò un'istantanea in cui
compaio a metà volo, finità su tutti i giornali del paese. Quel processo
era un circo, e quella foto ne era la dimostrazione. In seguito m'hanno
chiesto nelle interviste perché l'avevo fatto di fronte al giudice.
Leggenda metropolitana.
Il gesto plateale successivo arrivò quando il pubblico ministero ci
presentò alla giuria. Venivo dopo Hayden, che si alzò a salutare i giurati
con il pugno chiuso. Il giudice avvertì la giuria di non tenere in
considerazione quel pugno minaccioso agitato nei loro confronti
dall'imputato Hayden. Tom protestò, ma non c'era gara con un giudice
di quel livello. Perciò, quando toccò a me, mi alzai e mandai un bacio ai
giurati, così il magistrato li invitò a non tenere in considerazione il
bacio soffiatogli dall'imputato Hoffman. Come potete immaginare, una
delle cose più ridicole in un tribunale è quando il giudice invita la giuria
a non tenere conto di qualcosa che quelli hanno visto o udito
perfettamente. (Ho ancora davanti agli occhi quelle dodici bocche
spalancate e i ventiquattro occhi fuori dalle orbite, mentre il giudice
invitava la giuria a non prestare attenzione a Seale incatenato e
imbavagliato sotto il loro naso.) A proposito, il bacio era soltanto un
bacio gentile e scherzoso. Nella vignetta mostrata in tivù quella sera
stessa inserirono una sfilza di cuoricini che svolazzava verso la giuria.
Ci furono altri gesti memorabili. Per il compleanno di Bobby
sfilammo con una torta. Una mattina esordimmo piazzando due
bandiere sul tavolo della difesa, una americana, una del Fronte di
liberazione nazionale del Vietnam, scatenando un bel tira e molla con
gli sceriffi. Poi indossammo bracciali neri per pubblicizzare la
moratoria nazionale in corso. Li indossarono anche i legali, così il
pubblico ministero si sentì in diritto di accusare Kunstler di essere un
mero "portavoce" degli imputati. Il pubblico ministero Thomas Foran,
il classico cattivo della nostra tragedia, sembrava uscito di peso dal
passato di Chicago: ringhiava le parole come Edward G. Robinson in
Piccolo Cesare, aveva una bazza alla Dick Tracy che faceva di continuo
avanti e indietro, insomma, era il duro tenente che cazzia di continuo
Sam Spade dicendogli che sta esagerando. Nella sua arringa ci definì
"uomini malvagi", onorando così il suo secondo nome, Aquinas,
l'Aquinate. Era evidente che per il cattolico democratico Foran questo
processo era una specie di sua personale inquisizione. E dopo la
sentenza, indotto dalla sua mentalità da spogliatoio maschile, protestò
che stavamo perdendo i nostri figli "per la rivoluzione dei fricchettoni
finocchi" e ci apostrofò con epiteti antiquati come "invertiti" e "abietti".
Ma il vero cervello della pubblica accusa fu un altro ebreo tedesco,
Richard Schultz. Che dire di lui? Mi ricordava Yale Newman, il
bambino che veniva sempre preso di mezzo alle elementari perché
leccava il sedere all'insegnante. Occhiali dalle lenti spesse, goffo, con
due pantaloni sformati sul sedere. Il ricordo più vivido che ho di
Schultz è la polemica sui cessi. Dovete sapere che continuavamo a fare
politica pur essendo in aula otto ore al giorno, così ruotavamo le uscite
con la scusa di andare in bagno per poter fare qualche telefonata e
conferire con i nostri collaboratori in corridoio. Certe volte uscivamo
solo per farci una canna. L'accusa obiettò, perciò il giudice ci impose di
andare in bagno in una cella adiacente l'aula. Jerry la prese male e
sussurrò a Schultz (eravamo sì e no a due metri) che gli avrebbe
pisciato sulle scarpe. Allora quello scattò in piedi. "Vostro onore,
l'imputato Rubin mi ha appena minacciato di farmi la pipì sulle scarpe."
Come dicevo, il classico lecchino. Infame!
Il nostro tavolo era un elemento importante della recita, un ammasso
informe di lettere, libri, giornali, boccette di vitamine. Ci arrivavano
centinaia di lettere al giorno, così nei momenti più barbosi
ammazzavamo il tempo leggendole. Una volta ne ricevetti una,
voluminosa e piuttosto difficile da aprire, così tirai e tirai, e alla fine
riuscii a depositare alcuni grammi di erba dritto in mezzo al tavolo. Ci
vestivamo come sempre, fornendo quindi un radicale contrasto estetico
con il tavolo, l'atteggiamento e il guardaroba dell'accusa.
Una delle più gravi offese alla corte fu il nostro rifiuto di alzarci
quando il giudice entrava in aula durante il periodo di Seale ai ceppi.
Julie diventava paonazzo per la rabbia di fronte a questa protesta
silenziosa. (Credo che la corte d'appello abbia accolto la nostra tesi che
si trattava di un gesto protetto dal Primo emendamento). E stata una
delle poche volte che abbiamo agito all'unisono. Infatti, in quella
formazione eravamo tutti playmaker, tanto che persino la giuria fece
cadere l'ipotesi di complotto. Quando mi chiesero al banco dei
testimoni se c'era mai stato un complotto io ribattei: "Complotto? Non
siamo d'accordo nemmeno su quel che mangiamo a pranzo".
Ma non è mai stato, nemmeno per sogno, il mio processo. In
un'autobiografia il pronome "io" è tenuto a spuntare spesso, ma una
delle più grandi soddisfazioni del processo di Chicago è stata quella di
lavorare in una banda così forte. Avete visto I magnifici sette? Era un
remake western de I sette samurai, e se ci considerate un po' come una
versione moderna di quel film vi potete fare un'idea di come vedevo le
cose. Ognuno di noi portava nella battaglia una personalità distinta e le
proprie capacità. Perciò, prima di proseguire, permettetemi di
presentarvi gli altri ragazzi della banda.
Jerry Rubin lo conoscete già. Quando iniziò il processo di Chicago
Jerry era detenuto nel penitenziario di Santa Rita in California e si
sciroppò metà paese in catene e scortato, però, quello che gli rodeva di
più, era il taglio di capelli imposto dai secondini. Escogitammo così una
trovata pubblicitaria per attirare l'attenzione su questa pratica da
Gestapo utilizzata nelle carceri di tutto il mondo. Assieme a Lee Weiner
mi feci ritrarre bardato con un lenzuolo da barbiere mentre mi
mozzavano i boccoli, tra l'altro davanti a un enorme striscione che
pubblicizzava il concorso parrucche yippie, dato che avevamo chiesto
alle sorelle e ai fratelli di tutto il paese di votare con i capelli,
suggerendo anche di spedire un ricciolo o a Jerry o a Julius (il giudice),
a seconda dello yippie che preferivano. Jerry ricevette per posta
valanghe di capelli con cui improvvisammo una parrucca. Al giudice
calvo non so com'è andata.
Dave Dellinger aveva un ruolo piuttosto complesso, essendo più
vecchio di noi d'una ventina d'anni e l'unico pacifista "integrale" del
gruppo, quello che prendeva sempre una posizione di principio. Rennie
Davis era l'amministratore più in gamba del Movimento, e grazie alla
sua indole equilibrata capiva sempre come bilanciare le varie fazioni
perché le cose potessero procedere regolarmente. Quando venne il
momento di deporre per la difesa, fummo selezionati soltanto io e
Rennie, che avrebbe recitato la parte del boy-scout, del ragazzo della
porta accanto che ti falcia l'erba del prato d'estate. Io ero invece il
monello del quartiere, un discolo a cui ogni tanto ti vien voglia di tirare
il collo, ma che non manderesti mai al fresco per dieci anni.
Lee Weiner e John Froines sono figure di secondo piano di quel
processo. Non c'erano praticamente testimonianze a loro carico, e alla
fine furono assolti su tutta la linea. Erano tutti convinti che fossero stati
infilati nell'evenienza di uno stallo della giuria, nel qual caso sarebbero
venuti utili per strappare un verdetto di colpevolezza a carico degli altri.
Però non alterarono l'equilibrio all'interno del gruppo, visto che si
bilanciavano sia come carattere sia come posizione politica. In realtà,
per il movimento sarebbe stato meglio se si fosse trattato di due donne.
Kathy Boudin e Judy Gumbo sarebbero cadute a fagiolo. Tom Hayden
fu l'unica figura di rilievo che dichiarò di non tenerci affatto a essere
processato. Lui giudicava più importante il suo lavoro e chiarì subito
che non avrebbe fatto comizi né raccolto fondi per la difesa. Avevamo
tutti quel filino di arroganza necessario per fare l'attivista, però Hayden
esagerava. Per giunta, era noto perché mandava gli altri ad affrontare
gli sbirri mentre intanto lui se la filava dal retro, e perché evitava
accuratamente tutte le votazioni in cui poteva uscire sconfitto. Inoltre,
era totalmente privo di senso dell'umorismo. Tom e Jerry sembravano i
due omonimi e rissosi personaggi da cartone animato, e nel frattempo
noialtri ci dannavamo per non far saltare per aria la nostra fragüe unità.
Io ci tenevo a far convergere a tutti i costi le energie impegnate nel
processo per far nascere un'organizzazione globale della sinistra,
un'idea accettata da tutti, a parte Tom, che silurò con successo tutti i
tentativi unitari. Nel momento cruciale del processo, il giudice,
scandalizzato da un articolo che riferiva un discorso di Dellinger, ritirò
a Dave la libertà su cauzione. Mentre portavano dentro Dave, in aula
scoppiò il pandemonio. Quella sera tenemmo la nostra più importante
riunione strategica in cui Jerry e io insistemmo per schierarci con forza
accanto a Dave e bloccare il processo finché non lo liberavano. Tom
disse invece che, essendo Dave un pacifista, gli andava di lusso di finire
in galera e quindi noi non dovevamo interferire. La cosa più insensibile
mai sentita in vita mia. Poi, dopo il verdetto, mentre eravamo al fresco,
capitò un altro incidente che dimostrò il suo talento nell'arte di
trasformare i compagni in altrettanti oggetti. Era venuta l'ora della
rapata rituale. Nel mio discorso pre-sentenza avevo fatto allusione a
questo atto simbolico dicendo: "Stasera le guardie ci taglieranno i
capelli e li venderanno fuori dalle mura della prigione". Ora la profezia
stava diventando realtà, ma io lottai fino all'ultimo, scalciando,
sputando e bestemmiando. Due secondini furono costretti a trascinarmi
per quattro rampe di scale, ammanettato e con le catene ai piedi. Tom
aveva invece la puzza sotto il naso, per lui la controcultura era tutta uno
scherzo. Odiava l'erba e il rock, e teneva i capelli lunghi solo per
ragioni "politiche". Con me invece dovettero far arrivare altre guardie.
Alla fine mi stesero sul pavimento della barberia mentre urlavo e
scalciavo. Il barbiere, anche lui un detenuto, aveva le lacrime agli
occhi. Che scena. Intanto, Tom si pettinava allo specchio e ripeteva che
non dovevo fare tanto casino, che dovevo lasciarli fare. Entrambi
prigionieri di guerra, avevamo idee diametralmente opposte su come
affrontare la situazione. (A proposito, quella sera lo sceriffo mostrò
tutto impettito le foto delle nostre "teste rasate" tra gli applausi
scroscianti della cena dei repubblicani della contea. Presumo che prima
ci fosse stata la danza dei sette veli di Salomè.)
Hayden, Davis e Froines erano un'ala del complotto, Rubin, Weiner e
io quella opposta. Non è un caso che le due fazioni si siano schierate
secondo uno spartiacque religioso. C'erano però altre divisioni. Noi
eravamo drogati, loro bevevano superalcolici. (Rennie si collocava nel
mezzo, in questo caso.) Noi eravamo hippy capelloni ed edonisti, loro
politici intellettuali e severi. E interessante anche notare che Dellinger
era considerato da quasi tutti un ebreo (ricevette persino alcune lettere
antisemite) e non gli dispiaceva fumarsi un po' di erba con noi ogni
tanto. Ci separavamo persino sulla dieta. Per loro il roast-beef quasi
crudo era un piatto esotico, per noi ogni pasto sembrava l'ultimo e
quindi ci davamo sotto. In termini psicoanalitici, loro erano ritenzionisti
anali, noi avevamo una fissazione orale. Una volta Murray Kempton ha
scritto che "c'erano due tipi di persona, quelli a cui piaceva Hayden e
quelli a cui piaceva Hoffman". Credo che quelle che ho appena elencato
fossero le differenze a cui alludeva. A modo suo, questa spaccatura
serviva a tenere in piedi lo show. Le differenze ci permettevano di
arrivare a tipi diversi di persone. Insomma, diventammo una specie di
versione politica dei Beades.
Il vero eroe nascosto del processo è stato Lenny Weinglass, un vero
cavallo da soma che era stato ai tempi del college un forte runningbàck
e in seguito aveva incanalato le energie strabordanti nel servizio legale
comunitario di Newark. Aveva quasi la nostra età, era molto
politicizzato e possedeva una finissima mente legale. E stato il perfetto
contraltare di Kunstler. Quando Billy e il giudice si scontravano era
davvero un bel testa a testa, mentre Jules sembrava sempre un po'
condiscendente con Lenny, sembrava quasi fargli la predica, e spesso
sbagliava volutamente il cognome. "La prego, signor Weinruss." O
WeinStein, Weinburg, Finestein, Weinrob, Weinramer o Fineglass. Per
prendere in giro l'evidente antipatia del magistrato preparammo un
cartello con su scritto SIGNOR WEINGLASS, e la prima volta che
Julie sbagliò il cognome, lo sollevammo e facemmo il giro del tavolo in
fila indiana.
Ci sono altri quattro legali che meritano di essere citati. Michael
Kennedy, Michael Tiger, Dennis Roberts e Gerry Lefcourt, tutti della
generazione di Len, tutti validi. S'impegnarono nelle udienze
predibattimento, ma poi si ritirarono dal caso con un telegramma, una
pratica di routine nel caso di avvocati attivi in un altro stato, anche se
eterodossa quando è fatta per telegrafo. E così, sin dai primi passi,
quando alla prima udienza Seale pretese l'avvocato delle Pantere nere, il
giudice approfittò dell'errore e ordinò agli sceriffi federali di diverse
città di arrestare i quattro legali, che furono riportati nella corte di Julie,
ammoniti e sbattuti in gattabuia, dopodiché il magistrato, guardandoli
in cagnesco dal suo seggio, muggì: "Sigftor Kunstler, le chiavi della
loro libertà sono nelle sue mani". Intendendo che, se lasciavamo cadere
la richiesta, lui li avrebbe liberati. Arrivarono di gran carriera a Chicago
trecentocinquanta avvocati da tutto il paese per picchettare il palazzo
federale in segno di protesta, la più grande dimostrazione di questo tipo
mai vista, che valse a Julius l'odio nazionale di tutti i giovani legulei,
anche se sul momento lui ci guadagnò un viaggetto gratis alla Casa
bianca e una pacca sulla schiena da parte di Richard Nixon per il suo
rifiuto di reggere bordone agli azzeccagarbugli.
C'era un altro avvocato nel team della difesa, Mr. Impossible, Arthur
Kinoy, un docente della Rutgers per il quale nessun gesto era troppo
oltraggioso da parte degli imputati. E stato lui a far salire Howard Zinn
sul banco dei testimoni, per tracciare parallelismi tra il nostro processo
e quelli tenuti durante la rivoluzione, e a far spiegare da Frank
Bardacke l'importanza del Parco del Popolo. Cercammo di usare ogni
tipo di piattaforma, dalla sbarra dei testimoni fino alle conferenze
stampa. Tentammo persino (senza successo) di far venire come
testimone un superstite vietnamita del massacro di My Lai, e riuscimmo
a puntare i riflettori sull'assassinio a sangue freddo di Fred Hampton, il
capo delle Pantere nere di Chicago, avvenuto durante il dibattimento. E
fu Kinoy ad aiutarci in alcune delle tattiche diversive più
immaginifiche, quelle che trasformarono la nostra linea difensiva in un
la. boratorio sperimentale per i futuri processi politici.
Però, naturalmente, la figura principale in aula fu Kunstler, un
avvocato sveglio e coraggioso, con una passionalità sfrenata che lo
spingeva a risate omeriche o lacrime di rabbia nel veder crollare nel
caos un sistema giudiziario in cui credeva sul serio. Quel processo l'ha
cambiato. Per noi imputati erano stati gli incidenti, gli scontri per le
strade di Chicago, a spingerci a tagliare i ponti con il sistema. Sono stati
quelli a radicalizzarci. Invece, Kunsder è stato radicalizzato dal
processo. Il modo in cui ha reagito è stato uno dei grandi drammi di
quelle giornate. Soltanto Marion Brando potrebbe rendergli giustizia.
Un giorno Bill scriverà un libro su quei giorni, e avrà lui l'ultima parola
(la migliore), almeno se resisterà alla tentazione di rendere eccessivi
omaggi alla retorica sinistrorsa.
Tutti i nostri sforzi in aula si basarono sulla collaborazione fattiva di
un gruppo molto dinamico di militanti, studenti di legge, procacciatori
di fondi e manovali. Alla fine di ogni giornata tornavamo al quartier
generale dietro l'angolo e delineavamo la strategia dei giorni successivi
e il programma dei comizi, e organizzavamo la corrispondenza e altre
forme di pubblicità e raccolta fondi. Visionavamo per esempio
testimoni e filmati da usare per la difesa, ma cercavamo anche di
impedire che il processo ci tenesse lontani dalle nostre normali attività
nel movimento pacifista. Alla prima occasione utile trovavamo il tempo
per andare a rimpolpare il morale e il pubblico ai comizi e alle
dimostrazioni in tutto il paese. Per me erano già molte cinque o sei ore
di sonno a notte. Sono stato graziato dalla capacità tipica del cammello
di fare lunghe sfacchinate senza chiudere occhio. E poi i russi hanno
dimostrato che gli esseri umani possono andare avanti senza problemi
con quattro ore di sonno per notte.
La linea della pubblica accusa era abbastanza semplice. Più che altro
si trattava di testimonianze di pubblici funzionari di Chicago, poliziotti
e agenti sotto copertura dell'FBL Nel complesso furono sette le agenzie
governative che mandarono a deporre agenti infiltrati, dall'ufficio dello
sceriffo della contea di Cook fino ai servizi d'informazione della
Marina, compresi un giornalista televisivo di San Diego, che faceva
anche l'informatore dei federali, un fotografo di un'agenzia di New
York, pure lui al soldo dei federali, e il buon vecchio George
Demmerle, uno di destra che era riuscito in qualche maniera a infiltrare
gli yippie di New York.
Mai il termine "infiltrare" è stato più denso di equivoci. Noi non
operavamo attraverso cellule clandestine, eravamo un movimento
democratico e aperto. Spesso la presunta infiltrazione significava al
massimo essere andati a una riunione o a un comizio. L'infiltrato
doveva solo dimostrare di essere stato nelle immediate vicinanze
dell'imputato. Per quanto riguarda le testimonianze contro di me...
erano montature. I miei comizi sono stati pubblici e ben documentati,
ma quelli non hanno mai presentato alcuna, registrazione delle cose che
avrei detto. E anche se avessi detto una roba come "domani
occuperemo l'Hilton e i porci non ci fermeranno", sono comunque
parole protette dalla Costituzione (se no, come mai non m'hanno
incriminato per incitamento alla sommossa?). Quando si parla di
informatori, è la tua parola contro la loro. Del resto, se non forniscono
qualche prova a tuo carico, vuol dire che non hanno fatto bene il loro
lavoro. Non s'è mai vista una prova concreta come, che so, un
nascondiglio di bottiglie molotov o un volantino stampato. L'accusa
non è riuscita a offrire un solo "infame" (intendo uno dei nostri, che
però era andato a denunciarci perché eravamo dei puri e semplici
criminali). Ma, date le leggi asinine e mai messe alla prova, in realtà
c'era poco da dimostrare.
La nostra linea difensiva abbracciò tutto il panorama di attività del
Movimento. Portammo di tutto, non nascondemmo nulla, dai pacifisti
quaccheri alla simpatica Linda Morse, che raccontò che s'era addestrata
con un fucile M-16 sulle colline di Berkeley a causa dei fatti di
Chicago. Testimoniarono anche i cantanti, Phil Ochs, Country Joe
MacDonald, Judy Collins, Ario Guthrie, Pete Seeger. E cercammo di
impostare l'interrogatorio in modo che potessero anche cantare. Spesso
significò un gran casino. Quando Judy Collins chiuse gli occhi e intonò
a gola spiegata "Where have ali the flowers gone..." il giudice ordinò a
uno sceriffo di tapparle la bocca con una mano. Un fantastico disegnino
per il telegiornale della sera, Judy Collins con la mano di uno sceriffo
federale sulla bocca. La imbavagliarono anche in un'altra maniera.
Qualche giorno dopo, al Dick Cavett Show, le impedirono di parlare del
processo perché rischiava di influenzare la giuria, scusa deboluccia,
perché la giuria non poteva leggere i giornali né guardare la televisione.
Però il mio aneddoto canoro preferito è quando Ario Guthrie ha
interpretato Alices Restaurant con l'assenso del giudice, ignaro del fatto
che quel pezzo fluviale durava ben venticinque minuti. Appena Jules
capì l'errore disse ad Ario di stringere, poi lo mise a tacere del tutto.
Portammo anche poeti, drammaturghi, comici, testimoni oculari,
persino un parlamentare britannico. Centinaia di persone si offrirono di
deporre a nostro favore, ma non potemmo accontentare tutti,
mandammo indietro perfino un congressista liberal, Allard Lowenstein,
che implorava letteralmente di poter deporre in aula. Secondo noi
cercava soltanto un'occasione per far avanzare la sua carriera. Non sono
mica tanti gli imputati che dicono di no a un deputato.
Ralph Abernathy, il successore di Martin Luther King, arrivò in
ritardo di un quarto d'ora e così il giudice gli rifiutò il permesso di
deporre. Fu ricusato persino Ramsey Clark, che era stato procuratore
generale degli Stati uniti all'epoca delle dimostrazioni, forse una delle
decisioni più scandalose di quel giudice. Persino il "New York Times"
lo criticò aspramente. Immaginatevi uno che ha il coraggio di ricusare il
capo della pubblica accusa della nazione, cioè la persona che conosce
per filo e per segno i rapporti dei servizi d'informazione, i negoziati.
Naturalmente, era notorio che Clark non era favorevole al processo e
riteneva che il vero responsabile dei disordini fosse stata la polizia
locale. Ecco l'inizio della mia testimonianza alla sbarra.

INTERROGATORIO DELL'IMPUTATO ABBOTT H. HOFFMAN


DA PARTE DELL'AVVOCATO WEINGLASS
D Le dispiace identificarsi per i verbali?
R Mi chiamo Abbie, Sono orfano dell'America.
D Dove risiede?
R Nella Nazione di Woodstock.
D Le dispiace spiegare alla corte e alla giuria dove si trova?
R Certo. E una nazione di giovani alienati. La portiamo con noi come
stato mentale, come gli indiani sioux portavano con sé la nazione sioux.
E una nazione che privilegia la collaborazione alla concorrenza, l'idea
che il popolo dovrebbe avere migliori modi di scambio della proprietà
privata o del denaro, convinta che ci sia un'altra base per l'interazione
umana. E una nazione che s'impegna nel...
CORTE [giudice]: Mi scusi, legga la domanda al teste, prego.
(Domanda letta)
CORTE: Basta che dica dove si trova.
TESTE: Si trova nella mia mente e nelle menti dei miei fratelli e
sorelle vCe la portiamo dietro come gli indiani sioux si portavano dietro
la nazione sioux. Non consiste di materiali o proprietà ma piuttosto di
idee e di certi valori, che sarebbero la collaborazione contro la
concorrenza, la nostra fede in una società...
SCHULTZ: Non sta dicendo dove si trova la Nazione di Woodstock,
ovunque essa sia.
WEINGLASS: Vostro onore, il teste l'ha identificata come uno stato
mentale, e credo abbia il diritto di definire questo stato mentale.
CORTE: No, voglio la residenza del teste, se ne ha una, il suo luogo
di lavoro, se ha un lavoro, o entrambi se preferisce dirli entrambi. Sarà
sufficiente un indirizzo. Niente filosofia o India, caro signore. Solo
dove abita, se ha un'abitazione. Ha parlato di Woodstock. In quale stato
si trova?
TESTE: E in uno stato mentale, nella mente mia e dei miei fratelli
sorelle. E un complotto...
D Può dire alla corte quanti anni ha?
R 33. Sono un figlio degli anni Sessanta.
D Dov'è nato?
R Psicologicamente nel 1960...
D Può dire alla corte e alla giuria qual è la sua attuale occupazione?
R Sono un rivoluzionario culturale. Mah, in realtà sono un imputato...
D Che cosa intende?
R ...a tempo pieno.
Andò avanti così per giorni. Quando il giudice mi ordinò
espressamente di rispondere a una domanda del procuratore mi appellai
al Quinto emendamento. "Nulla di personale, giudice, ma ho sempre
desiderato farlo. Per i Rosenberg." Non so perché, questo li fece
sbarellare e dovetti appellarmi di nuovo al Quinto, poi, fingendo di
essere disposto a obbedire all'intimazione del magistrato di rispondere
alla domanda, dissi: "In tutti i miei anni sul banco dei testimoni,
giudice, è la peggior decisione che ho mai sentito".
Un'altra volta stavo duellando con Schultz durante il controesame,
quando il procuratore lesse un passo da Revolution for the Hell o/It
(che definiva ogni volta con frase minacciosa "il suo manuale per la
rivoluzione") in cui descrivevo una visita in una palazzina abbandonata
presso Lincoln Park da occupare in caso di pioggia.
Schultz indagò il mio stato mentale.
D E che cosa pensava in quei momenti?
R Non sono sicuro di cosa intende con pensare. E una cosa tipo i
sogni?
D Sì, come i sogni.
R Mah, signor Schultz, è difficile. Non sono mai stato processato per
aver sognato.
Buona parte del processo consistette nelle nostre reazioni a una frase
pazzesca del giudice, come quando domandò a un papabile giurato nero
la cui consorte aveva lavorato per la procura: "Faceva la domestica?".
Era stata segretaria, quindi non era immaginabile una frase più razzista.
Ma noi non lasciavamo mai passare questi insulti. Una volta Dave si
alzò in piedi e l'interpellò con un "signor Hoffman", motivando la scelta
con la sua abitudine a non rivolgersi mai alle persone usando il titolo
formale. A me invece venne in mente una cosa dettami una volta da
Saul Alinsky sui negoziati con i funzionari statali, cioè che potevi
minare il loro potere chiamandoli per nome. Così, quando venne il mio
turno di rivolgermi al giudice, forse quando Seale era incatenato, lo
chiamai "Julie". Da quel momento scoppiò la piccola guerra fra noi
due, la guerra degli Hoffman. In seguito, ogni volta che lui mi
chiamava "imputato Hoffman" io l'informavo che non era più il mio
cognome, che l'avevo ripudiato perché era stato infamato. E annunciai
alla stampa la mia intenzione di cambiare legalmente di cognome,
passando a Fuck. Quando poi il giudice sbatté al fresco Dave durante le
ultime udienze, sbottai: "Sei una disgrazia per gli ebrei. Dovevi servire
Hitler, shtunkl ".
In realtà le sue reazioni furono abbastanza strane e ambigue.
Sembrava quasi vedere in me, con un misto di tristezza e rancore, un
nipotino più indocile della media. Finì con il darmi solo otto mesi per
disprezzo della corte, il minimo di tutti i protagonisti del dramma,
anche se vi garantisco che sono stato il più fastidioso, a parte Seale.
C'erano giorni in cui Jerry e io partivamo con le medesime
intemperanze, ma lui si beccava sei mesi e io pochi giorni. E solo uno
dei tanti misteri di un processo che dieci anni dopo è ancora discusso, e
sarà ancora dibattuto per anni nelle facoltà di Giurisprudenza e portato
sulle tavole di un palcoscenico. Ho letto certe recenti frasi di Jerry
Rubin secondo il quale eravamo colpevoli, ma sta solo facendo cagnara
per spingere qualche sua strana tesi. Tanto per cominciare, non
avrebbero mai dovuto rimandarci a giudizio. Mentre ci processavano,
noi intanto fomentavamo ulteriori disordini e danneggiavamo il sistema
in tutti i modi possibili. In pratica quel processo ci è servito per
organizzare una sommossa da una costa all'altra nel giorno del verdetto
di colpevolezza. Però, è assolutamente falso che siamo arrivati alla
Convention con quelle intenzioni. Durante il mio appello finale alla
giuria citai il famoso discorso inaugurale di Lincoln del 1861:
Quando la gente si stancherà del suo diritto costituzionale di
correggere
il governo, eserciterà il suo diritto rivoluzionario di scompaginare e
rovesciare il governo.
Poi aggiunsi: "Se Abramo Lincoln avesse tenuto questo discorso al
Lincoln Park, oggi sarebbe processato qui in questa stessa aula per
incitamento alla violenza". Ne sono convinto ancora oggi.
Ormai quel processo è storia, però i protagonisti sono tuttora figure
note in un mondo che cambia. Foran e Schultz fanno ancora squadra e
hanno un fortunato studio legale a Chicago. La pubblica accusa, dopo
Foran, è attualmente governatore dell'Illinois. Il suo predecessore è
Daniel Walker, l'autore del rapporto governativo che imputò gli
incidenti del 1968 alla polizia. Uno dei nostri contatti con la stampa,
Don Rose, è appena stato il regista della sorprendente scalata di Joan
Byrnes alla poltrona di sindaco di Chicago e attualmente partecipa alla
campagna presidenziale di Barry Commoner. Il sindaco Daley, Hubert
Humphrey, Lyndon Johnson e J. Edgar Hoover hanno ricevuto un
mandato di comparizione davanti al Grande tribunale in cielo. Spero
che abbiano un buon avvocato. Richard Nixon s'è dimesso in disgrazia,
e tutti i suoi collaboratori responsabili del nostro processo sono finiti in
galera.
Il giudice, sempre pimpante a ottantaquattro anni, si siede ancora
ogni tanto al banco in quell'aula al ventitreesimo piano che è stata il
palcoscenico del nostro processo e attualmente è un'attrazione turistica
di Chicago. Mi dicono che Julius parla di me con affetto, e sappia che è
ricambiato. Riferitegli che ho detto quelle brutte cose su di lui solo per
vendere copie del libro, e capirà. Lo stenografo s'è cuccato centinaia di
migliaia di dollari vendendo le trascrizioni e in seguito ben due
audiocassette. Len Weinglass fa parte di una comune di avvocati del
movimento a Los Angeles. Bill Kunstler continua a patrocinare cause
politiche impopolari in un'epoca in cui non va più di moda. Bobby
Seale ha fatto un figurone nel 1974 come candidato delle Pantere nere
alla poltrona di sindaco di Oakland, poi è uscito dal partito ma continua
la sua battaglia in veste di scrittore/attivista a Filadelfia. John e Lee
lavorano a Washington per il governo. Dave è coordinatore di
Mobilization for Survival e attivo come sempre in politica. Jerry ha
scritto un'analisi estremamente onesta della sua vita nel Movimento,
Growing Up at 37 (Quinto: uccidi il padre e la madre). In realtà è stato
un tantino troppo duro con se stesso per i miei gusti. Oggi è felicemente
sposato e ha completato assieme alla sua compagna di vita, Mimi
Léonard, un libro sulla sessualità maschile.
Rennie Davis sta studiando economia per una compagnia
d'assicurazioni di Denver, e s'è convertito al piccolo indiano che
dovrebbe essere Dio (che razza di Dio si merita l'America dopo il
Vietnam?). Hayden fa sforzi disumani per negare il passato radicale
nella sua attuale battaglia per intrufolarsi nel giro che conta del Partito
democratico, e intanto cerca di spremere come un limone il movimento
antinucleare. Faccio spesso incubi in cui lui e il procuratore Foran
rievocano davanti a una bottiglia di whisky quei "pulciosi finocchi" che
non avevano alcun rispetto per il sistema.
Quanto a me, in un certo senso sono stato fortunato. Costretto a
diventare fuorilegge, non m'è toccato vivere la crisi esistenziale dei
miei compagni. O meglio, l'ho vissuta in maniera tanto totale che le
angosce degli anni Settanta mi sono passate sulla testa. Quasi che
essere latitante m'avesse aiutato a sfuggire alle nubi radioattive della
nevrosi che inquina l'atmosfera. Il governo ha risolto tutti i miei
problemi d'identità facendo in modo che dovessi diventare qualcun
altro per sopravvivere. Be', ce l'ho fatta.

LO SPETTACOLO ITINERANTE
Durante il processo, eravamo sommersi d'inviti per andare a parlare
nei campus, alle adunate e per un qualche benefit, e così con un piccolo
stanziamento iniziale misi su una cosa chiamata Movement Speakers
Bureau, ufficio oratori di movimento. Era un'iniziativa conforme al mio
concetto di distribuzione alternativa, con cui volevo allargare il mio
"potere di richiamo" per portare attenzione su altre persone meno note
che avevano qualcosa da dire, e ha funzionato abbastanza
decentemente, fin quando un bel giorno ho aperto il giornale e ho
scoperto che tutti i collaboratori di New York erano stati pizzicati per
attentato a una banca. Erano stati beccati en flagrante, per così dire,
molotov in pugno. Io non ne sapevo mezza. La sede dell'agenzia si
trovava in un appartamento al pianoterra presso il distretto di polizia
sulla Quinta strada. La stessa sera che mi fu consegnato il rinvio a
giudizio per il Complotto di Chicago, mi telefonarono a tarda ora per
dirmi che tre persone che dormivano in sede erano state accompagnate
alla porta accanto in stato di arresto. M'infilai gli stivali e andai a
investigare. Bang! "Scusa, Abbie, ma sei in arresto."
"Ma per cosa, cazzo?"
Era andata circa così. Un tizio era arrivato nella sede con una
valigetta e aveva chiesto se poteva lasciarla lì da loro, mentre lui
andava a mangiare un boccone. Mezz'ora dopo stavano bussando alla
porta tutti gli sbirri del quartiere. Sorpresa! Dentro la valigetta c'era un
vero arsenale di pistole, silenziatori, bombe a mano e anche eroina.
Arrestati tutti. Vi garantisco che non avevo mai visto prima un
silenziatore o l'eroina. Una montatura delle più montate, tanto che le
imputazioni furono lasciate cadere prima del rinvio a giudizio. Il
giudice ammonì addirittura l'agente che aveva effettuato gli arresti,
ricordandogli che la faccenda puzzava assai. Come credete che abbiano
reagito i miei genitori ai titoli dei giornali? Bombe a mano. Eroina.
Silenziatori. Però riuscii ad aggiungere almeno un tocco simpatico.
Quando ci fecero uscire in catene dalla stazione di polizia per salire sul
cellulare, riuscii a nascondere il viso alle telecamere. Sapete, come
fanno i mafiosi. Quella volta perfino Bill Jorgensen, che non aveva
mosso un labbro durante la burla delle lettere alla marijuana, si fece una
grassa risata.
Qualche mese dopo ci fu un altro strano episodio. Arriva questa dama
tutta in ghingheri, mi offre una canna e mi fa quelle che usavamo
definire "avance spinte". Cosa sarà stato? Occhio lungo? Percezioni
extrasensoriali? Fatto sta che le prendo la borsetta, l'apro e, guarda un
po', trovo un registratorino. Altro che uomo oggetto! Sono fuori di me.
Allora lei con le lacrime agli occhi mi confessa che sta lavorando su un
articolo della serie "a letto con lui" per un rotocalco scandalistico. Io, in
realtà, sento più aria di sbirraglia, tipo sesso e droga per strappare
qualche segreto. Ma non hanno un minimo di vergogna, chiedo io?
Insomma, la sede di New York era sorvegliata da anni, e vi giuro che
non è complesso di persecuzione se sospetto che là dentro fosse pieno
di cimici, quindi tutt'altro che il posto ideale per progettare un attentato
a una banca. Il Movement Speakers Bureau chiuse per sempre i battenti
quando il personale finì al fresco al gran completo, ma io tenni duro
fondando un'agenzia nazionale dei campus e cominciai a girare il paese
in lungo e in largo per parlare del processo e della resistenza alla guerra
del Vietnam.
Il mio stile oratorio era conforme all'umore del giorno, lontanissimo
dallo stile usato nei teach-in degli anni precedenti. Come ho ricordato
una volta: "La libertà di parola è la libertà di gridare teatro in un al
fuoco affollato". A cavallo fra performance e conferenza, declamavo un
"talk-rock" in cui curavo il ritmo quasi quanto il testo, e sputavo fuoco
e fiamme. Teoria. Dritte organizzative. Fatti concreti sulla guerra e
notizie fresche dalla controcultura. Quella che di solito nella stampa
popolare viene definita "retorica" la condivo con bestemmie, slogan,
freddure, info sul movimento locale e inviti all' azione. Man mano che
il confine tra i due diventava meno netto, sia l'oratore sia il pubblico
diventavano più spontanei. Spesso mi sedevo prima tra il pubblico e
salivo sul palco solo in un secondo momento per parlare come "uno dei
tanti". Del resto, il microfono a mano favoriva una certa mobilità. E
durante il dibattito facevo su e giù per le corsie, e quando veniva il
momento dell'applauso finale ero io ad applaudire il pubblico, usanza
dei paesi socialisti.
Non ho mai tentato di far leva sul senso di colpa del pubblico, invece
mi rivolgevo alla sua voglia di liberazione, al cameratismo e al
desiderio di fare la storia, trattavo il sistema come se lui fosse il toro
imbufalito e io l'intrepido matador. Abbastanza al corrente dei limiti
legali, piantavo le banderillas più aguzze immaginabili, sporgendomi
appena oltre le corna del potere. Sono stato incornato e calpestato un
discreto numero di volte, ma se mi aveste visto, avreste pensato di
sicuro che ero uno che amava il suo lavoro. Il messaggio, impulsivo e
oltraggioso, era: rottura. "Ci sono più di sette milioni di leggi in questo
paese. Noi puntiamo a infrangerle tutte una per una... compresa la legge
di gravitazione universale".
Ricordo una volta che mi trovavo sul palco di un college al confine
tra Ohio e stato limitrofo, e così, fingendo di trovarmi nell'Indiana,
dissi: "Qui vi potete beccare cinque anni per aver fumato maria, ma lì
[nell'Ohio] sono quarant'anni". E non mi limitavo a dirlo, ovvio. Tiravo
fuori una canna e davo un tiro. Di solito tremila persone stipate in un
auditorium ti garantivano una protezione migliore di un avvocato in
gamba a New York. Ma non sempre. Alla fine di un comizio al Saint
Joseph's College la polizia di stato dell'Indiana mi accompagnò al
confine, avvertendomi che se fossi tornato mi avrebbero arrestato
seduta stante. Al Rio Grande College, prima del mio arrivo, fu
impiccato in pieno campus un gatto con il mio nome. All'Adelphi
College, a nord di New York, l'American Legión aveva chiesto a tutti
gli abitanti della cittadina di esporre la bandiera come forma di rito
purificatore dell'americano medio, così io attraversai il corso principale
a bordo di una decappottabile scoperta salutando come un'astronauta
durante la sfilata trionfale. Dopo il comizio fui accompagnato al college
vicino, Genesee, solo per essere fermato a un posto di blocco. I
poliziotti mi strapparono dal sedile posteriore, mi pestarono e dissero
che se per caso ripetevo quelle schifezze ero morto. Quella sera chiesi a
tutti i presenti di accompagnarmi all'aeroporto più vicino, e così fui
scortato verso la salvezza da un convoglio di qualche centinaio di auto.
Capitava spesso che il gruppo organizzatore lottasse a lungo contro il
rettore per farmi accedere nel campus. Nella mia Worcester natale
m'impedirono di parlare, e l'Holy Cross College cedette solo dopo forti
pressioni. Il figliol poco prodigo. Seimila persone stiparono la sala
all'inverosimile, ma gli ex studenti conservatori se la legarono al dito e
l'ateneo perse un milione e mezzo di dollari in donazioni cancellate. In
tanti casi l'amministrazione dell'università impose la clausola che il
comitato studentésco doveva invitare anche uno di destra, se mi voleva
avere. William Buckley e Lester Maddox furono in quel periodo i miei
partner più fedeli e si aggiudicarono parecchie serate soltanto perché gli
amministratori li avevano imposti al corpo studentesco. Del resto, da
Merv Griffin e Dick Cavett sono stato costretto a partecipare assieme a
un portavoce dei conservatori, anche se non è mai successo l'opposto.
Non so di nessun oratore di sinistra ingaggiato per "bilanciare" un
programma.
Una volta m'invitarono alla University of Alabama per un dibattito
con il governatore Wallace, ma non mi permisero di mettere piede nello
stato perché il parlamento locale aveva approvato una legge apposita
per tenermi alla larga. Pertanto, allestirono una diretta telefonica.
Mentre parlava Wallace, fu portata sul palco dell'oratore una bara con
sopra la scritta libertà di parola e una parrucca, poi d'un tratto dalla bara
scaturì la mia voce. Stavo confutando Wallace dalla tomba.
Mi proibirono di andare in tanti altri posti. Tredici parlamenti di stato,
soprattutto a Sud e a Ovest, approvarono risoluzioni appositamente per
impedirmi di aprire bocca. Però nell'Oklahoma questo bando fu
contestato dall'aclu, e ci vollero due anni e cinquemila dollari ma alla
fine la spuntammo. Fui autorizzato a parlare nello stato, un comizio che
servì da pretesto per un'incriminazione federale. Il New Hampshire
tentò di tenere alla larga dalle università Dave Dellinger, Jerry Rubin e
chi vi parla, ma gli studenti risposero con uno sciopero. Il governatore,
per evitare un'insurrezione, alla fine cedette, ma ci rimise il posto alle
successive elezioni. All'aeroporto di Boston alcuni pubblici funzionari,
che si facevano passare per studenti, cercarono di accompagnarci nel
New Hampshire per parlare nel pomeriggio, ma fortunatamente erano
stati seguiti da alcuni veri studenti dall'occhio lungo che ci diedero
l'imbeccata. La vera manifestazione studentesca era in programma alla
sera, e quelli là pensavano di farci parlare davanti a un pugno di
persone prima di farci sloggiare dallo, stato entro il tramonto. Tra
l'altro, i nostri comizi di quella serata fecero scattare uno sciopero
statale nei college e nei licei contro l'invasione della Cambogià, e gli
studenti che avevano organizzato la serata furono espulsi da scuola. A
Colgate, gli allievi dei corsi per i riservisti e i loro compari atleti
avevano circondato la cappella del campus in cui era previsto il mio
intervento, perciò durante l'assalto della squadra di football finii per
sforacchiarmi il culo con un vecchio spadino che Paul Kantner (venuto
a sentirmi assieme a Grace Slick) m'aveva allungato per proteggermi.
In qualche maniera riuscii a concludere, lo spettacolo doveva
continuare, ma con il sangue che scorreva a rivoli lungo la gamba. Mi
calai i pantaloni per una prima medicazione veloce, poi finii il comizio
tamponando la ferita con il mio fedele fazzoletto a stelle e strisce. Il
giorno dopo il procuratore locale cercò di farmi arrestare per tentato
omicidio, atti osceni in luogo pubblico e oltraggio alla bandiera.
Fortunatamente Gerry Lefcourt riuscì a farlo recedere dietro promessa
formale che non sarei più tornato da quelle parti.
In Canada tenni due comizi, ma fui immediatamente cacciato dal
paese per "turpitudine morale", una roba che ricorda i vecchiacci che
sbirciano sotto la gonnellina delle scolarette, ma in realtà è la versione
canadese del Comma 22. Poi ci fu un momento altamente drammatico
al confine.
Andai a parlare anche alla University of Miami. Quando studiavo,
Miami era una di quelle università note per essere teatro di feste
grandiose. Non era cambiata di un millimetro. Offrivano perfino corsi
d'intreccio vimini. Quel campus era tanto fuori di testa che sembrava
pianificato da noi, e poi accantonato. Però c'erano CIA e pretoriani
presidenziali ovunque, visto che la Casa bianca estiva era a soli sei
chilometri e in quei giorni ospitava Tricia Nixon con il morbillo. Il
pubblico era ricco di provocateurs cubani pagati, e a latere avevamo i
palestrati che urlavano "O ci stai o te ne vai", mentre i due o trecento
del movimento presidiavano le prime file spalla a spalla e scandivano
"Power tQ the people, power to the people". Intanto, cinquemila
studenti strafatti gironzolavano per il campus senza capire un'acca di
quanto succedeva, e io sul palco assieme ad Anita scansavo i pomodori
e gli altri oggetti volanti non identificati e tentavo di tenere un comizio
mentre qualcuno pestava i giornalisti. Stavo raccontando il mio trip da
acido al Fontainebleau, quando una signora di mezz'età, abbigliata in
chic suburbano Florida, salì sul palco per abbracciarmi, gridando:
"Sono tua cugina Eleanor. E vent'anni che non ci vediamo. Come stai?".
Le ripercussioni di quella serata comprendono trenta arresti e il
siluramento del caporedattore di cronaca della tivù di Miami, il quale
aveva permesso l'inserimento nel notiziario serale delle immagini di
tremila studenti che urlavano "affanculo il giudice!". Pare che quella
notte siano cadute le arance dagli alberi.
Prima di andare alla Georgetown University avevo ricevuto minacce,
perciò mi portai dietro una frusta, e prima di prendere la parola chiesi a
un volontario di salire sul palco. Un mitissimo hippy acconsentì. Allora
gli ficcai una sigaretta in bocca, feci un passo indietro e... Crac! Crac!
Non chiedetemi come ho fatto, ma sono riuscito a strappargli la paglia
di bocca, di netto. Non m'ero nemmeno esercitato. I gorilla della
Georgetown capirono l'antifona e si astennero dal prendere d'assalto il
palco. Al Queens College parlai protetto da una quarantina di studenti
armati di casco e mazze, schierati contro un plotone di vigilantes.
Purtroppo I'fbi mi ha sempre proibito l'accesso alle migliaia e
migliaia di pagine dei dossier sui pedinamenti e sui trucchi vari che in
teoria dovrebbero essere desegretati per legge. Però, è chiaro che i
federali hanno fatto il possibile per impedirmi di tenere comizi fuori
dagli atenei più radicali. Appena si veniva a sapere che c'ero io in
programma, la sede locale del Bureau avvertiva l'amministrazione del
campus che sarebbero andati sul posto a registrare ogni sillaba.
Tentavano sempre di spaventare gli atenei perché mi cancellassero, in
quanto "minaccia alla sicurezza e al benessere della comunità", con
resoconti (quasi tutti falsi) dei vari incidenti seguiti al mio arrivo in un
campus. E andavano sempre a bussare alla porta dell'ufficio
conferenzieri di Boston che mi gestiva.
Qualche incidente puzzava. Una volta alla University of Kansas
alcuni militanti neri disturbarono il mio discorso e aggredirono i
"pallidi" con una tale salva di ragionamenti deliranti che sembrava una
montatura. Spesso, i cronisti locali ricevevano imbeccate su di me, che
poi mi facevano sfigurare una volta messe nero su bianco. E durante un
tour nella zona Cleveland-Detroit, ogni scuola, radio o emittente
televisiva ricevette in anticipo un comunicato carogna sul sottoscritto.
Soltanto il mio avvocato e il sistema giudiziario federale (essendo io in
libertà vigilata) conoscevano i miei esatti spostamenti. Quindi
c'entravano per forza i federali.
Questa storiella vi piacerà (l'ha scovata Stew Albert nei rapporti
desegretati del Bureau). Alla University of Buffalo citai en passarti che
tra le altre cose quella settimana avevo "trombato Kim Agnew", la figlia
teenager del vicepresidente. Suonava abbastanza credibile, perché in
quel periodo Kim andava vestita un po' alla hippy, militava nel
movimento ecologista e si faceva fotografare con gli indiani. Alcuni
comunicati interdipartimentali confermano che il Bureau rimase molto
perplesso sulla gestione di questa notiziola abbastanza delicata. Lo
sanno tutti che brutta fine fa il messaggero che porta pessime notizie
all'imperatore. All'inizio gli agenti pensarono di distruggere il nastro,
ma fecero subito marcia indietro, perché un altro dipartimento stava
analizzando le prove per vedere se era possibile montare una causa
federale. Poi, qualcuno pensò di far uscire una soffiata anonima presso
le altre agenzie. Cassata anche questa. Alla fine si decise di consegnare
il nastro direttamente nelle mani del vicepresidente, perché decidesse
lui. Però nessuno ci teneva a effettuare la consegna di persona. Finì che
chiamarono la Liaison Division perché venissero a prenderselo, senza
comunicare che cosa conteneva il nastro.
Poco dopo, papà Agnew avviò una serie di attacchi contro la mia
persona. Be', qualsiasi esperto di pubbliche relazioni vi confermerà che
il vicepresidente degli Stati uniti non dovrebbe mai citare per nome un
agitatore che punta a rovesciare il governo. Eppure, Spiro Agnew
cazziava "Abbie Hoffman e i suoi simili", m'invitava a farmi un bagno
oppure proponeva di darmi la caccia con un retino per farfalle invece
che con le telecamere. Naturalmente, allora non potevo sapere che era
stata la battuta su Kim a scatenare quelle intemperanze, perciò risposi
sfidando pubblicamente Agnew a tennis o a golf, i due sport che
preferiva. Aggiunsi anche che se mi avesse battuto mi sarei rapato a
zero e mi sarei rimangiato tutto quanto avevo detto su lui e Nixon. Se
volete sapere com'è andata davvero tra Kim e il sottoscritto, vi toccherà
aspettare la sua autobiografia.
Nonostante tutti questi ostacoli, riuscii a prendere la parola in decine
di manifestazioni e campus, in posti in cui i radicali si avventuravano di
rado. West Virginia. Iowa. Arkansas. Florida del Nord. Oltre ai soliti
pascoli tradizionali della Ivy League e degli atenei delle metropoli.
Il tour più assurdo mi portò in pieno Texas, la volta che parlai a una
manifestazione pacifista a Dallas mentre una coalizione di gruppi di
destra sfilava attorno al palco brandendo cordiali cartelli di benvenuto
tipo ammazzate l'ebreo comunista. Ad Austin si stipò, nel palazzetto
dello sport, negli edifici adiacenti e nel prato esterno, la più grande folla
della storia del campus, circa dodicimila persone. Dal soffitto
penzolava un'enorme foto di Agnew a testa in giù, e sul palco sfilarono
cowboy che si calavano i pantaloni per mostrare il culo al pubblico. La
folla accendeva canne, dava fuoco alle cartoline precetto, batteva i
piedi, urlava e lanciava i cappellacci in aria. Qualche giorno dopo una
ragazza di una sorellanza del campus mi paragonò a Hider durante un
talk show. "Tutto ciò in cui credo è crollato quando quell'omaccio ha
parlato nel mio campus. Avevo le lacrime agli occhi per il Texas" pietì.
Il momento più alto, però, lo toccai a Houston, dove ripetevano a
pieni polmoni che non dovevamo mettere piede in città se volevamo
uscirne vivi. I giornali pubblicavano moniti tutti i giorni. Una settimana
prima, una stazione radio underground era saltata in aria perché troppo
di sinistra, e i ragazzi che cercavano di organizzare un sindacato dei
soldati erano caduti in un'imboscata mentre arrivavano dall'aeroporto.
Io ero stato invitato a parlare alla Rice, ma appena il consiglio
studentesco lo rese noto, il Klan pensò bene di lanciare qualche
molotov contro la sede consiliare. Anche i portavoce degli ex alunni
contribuirono ad alzare la tensione, tanto che il rettore decise di
cancellare sua sponte l'invito. Per ritorsione, gli studenti invasero il
rettorato nel primo sit-in dell'ateneo, innescando le dimissioni del
rettore, prigioniero tra le sue idee progressiste e le pressioni
economiche. Nel frattempo, un'organizzazione conservatrice riuscì a
strappare al tribunale un'ordinanza restrittiva che m'impediva di mettere
piede nel campus. E la polizia chiarì che non si riteneva responsabile
della mia sicurezza.
"Jeff, sei sicuro che sia necessario?" chiesi al mio vecchio compagno
Jeff Nightbyrd, puro Texas. Era stato un dirigente nazionale dell'SDS,
poi era venuto nel Lower East Side a fondare "Rat", un cazzutissimo
giornale underground. Quando però il movimento femminista aveva
innescato una rivolta redazionale, Jeff era tornato nel natio Texas.
"Certo, Abbs, siamo messi bene. Non puoi fare culo indietro. Il
movimento locale conta su di te" rispose. Avevano organizzato un
grosso assembramento pacifista in un parco del centro di Houston, più
un comizio in serata in un night del ghetto nero, anche se il proprietario
aveva imposto al movimento di non pubblicizzare la cosa fino a tre ore
prima. Andammo così a Houston. Appena sbarcato dall'aereo fui
circondato da venti capelloni armati di fucile, e mi furono presentati
due energumeni in tuta da karaté, le mie personali guardie del corpo.
Nessun poliziotto alle viste. Mi trascinarono di corsa verso un furgone
dai finestrini oscurati, ordinando di stendermi faccia a terra, quindi
fummo circondati da altri furgoni e finalmente il nostro piccolo corteo
si avviò verso la manifestazione. Intanto, un inviato della radio
underground saltata per aria mi teneva un microfono appiccicato alla
faccia e chiedeva: "Le piace Houston?". Il furgone arrivò dritto sotto il
palco, gli sportelli si spalancarono e io saltai giù, afferrai il microfono,
cantai qualche battuta di Midnight Special e avviai un poco
convenzionale discorso pacifista. E via che si riparte. Durante una sosta
alla redazione del giornale underground, da un'auto carica di sgherri del
Klan parte una freccia scoccata da una balestra. Quel dardo è entrato
dalla finestra e s'è andato a conficcare nella parete di cemento. Stac!
Prossima fermata Holiday Inn. Il comitato aveva prenotato tre
camere. Appena arrivai con il mio plotone di guardie del corpo,
chiusero l'intero piano. Mezz'ora dopo giunse una telefonata secondo la
quale la prossima freccia mi si sarebbe conficcata dritto in testa.
Ugualmente, dopo qualche Big Mac, ci avviammo per la seratina al
night.
Mi fecero passare dal retro per evitare i forsennati che s'erano
radunati all'entrata, dopodiché tenni il mio discorso dietro una fila di
guardie del corpo. Jeff mi presentò, mostrando la freccia d'acciaio che
qualcuno era riuscito a scalzare dalla parete. "Ricordino del tuo viaggio
a Houston" disse. A metà discorso un cavernicolo scattò in piedi ed
estrasse di tasca una Luger piuttosto voluminosa. Io fui subito buttato a
terra mentre i gorilla mi si gettavano addosso per farmi scudo e la
squadra karateka disarmava il tizio prima che potesse prendere la mira.
Stavo cominciando a capire come mai Jackie Kennedy non era più
tornata da quelle parti.
Il mattino dopo entrai nel campus in diretta violazione dell'ordinanza
del giudice e tenni un breve comizio improvvisato. "Mi dispiace
lasciarvi proprio quando cominciavo a sentirmi come a casa" dissi con
accento del posto, e conclusi con il motto dei Ranger del Texas: "Il
piccolo batterà sempre il grande, finché avrà ragione e la testa dura".

DALLE STALLE... ALLE STALLE


In quel periodo sono diventato una specie di "nome". Cioè, se
qualcuno faceva una stronzata, qualcun altro scriveva che si
comportava "come Abbie Hoffman". Il mio taglio di capelli, o meglio,
il mio non taglio, diventò argomento d'interesse nazionale, come gli
occhiali di Gloria Steinem o la collezione di cappelli di Bella Abzug,
imitato da uomini e donne. A un certo punto, l'associazione nazionale
dei barbieri offrì una ricompensa al suo iscritto che fosse riuscito a
convincermi a sottopormi alle forbici. (La domanda esistenziale più
frequente degli intervistatori sembrava essere: "Chi ti ha conciato così i
capelli?" e io: "Oh, mi sono sdraiato sulla Seconda Avenue e m'è
passato sopra un camion".) Fui votato uno dei quattro uomini più sexy
d'America dalla rivista "Mademoiselle" e vinsi una sfilza di gare di
popolarità alla radio. Oltre a tutti gli epiteti che vi aspettereste di
leggere sui quotidiani, per esempio "scaltro", "infido" e "pericoloso",
fui probabilmente l'unico rivoluzionario professo a essere definito
"carino".
Immagino che qualcuno di voi obietterà a questo punto che ho
volutamente cercato di far colpo, e se vi fa star meglio, ammetterò che è
andata proprio così. Una volta ho incrociato alla University of Miami
uno psicologo, assunto dal governo espressamente per "analizzare"
Jerry Rubin e me, così gli ho chiesto che cos'aveva scovato. "Lei è un
esibizionista" ha risposto il tipo. Visto che lo studio era costato ventitré
testoni, io avrei risparmiato volentieri tutti quei soldi al contribuente,
ammettendo di mia spontanea volontà una caratteristica che era quanto
mai lampante. Sì, abbiamo cercato di costruire un movimento popolare,
e per farlo abbiamo tentato di saltare all'occhio dell'opinione pubblica
come fanno i politici, i preti, gli artisti, gli attori e gli atleti. Dubito che
sia mai esistita una società che brama il divertimento quanto la nostra.
Forse gli ultimi giorni dell'Impero romano con i circhi e le orge, ma
sembra che anche allora ci fossero una maggiore partecipazione diretta
e meno brividi per procura. Le riviste patinate e la televisione a colori
esigono nuove "personalità". Non sono mai stato molto d'accordo con la
diarissima frase di Andy Warhol secondo la quale avremo tutti il nostro
quarto d'ora di notorietà. Certo, con una Polaroid quasi tutti gli
americani possono scattarsi una discreta istantanea, poi farne tante
fotocopie a colori e spedirle agli amici, ma soltanto pochissimi
potranno guadagnarci milioni come Andy, e solo una piccola fetta di
qualsiasi società godrà del suo quarto d'ora di fama. La frase di Warhol
suona giusta a lui e ai suoi simili, perché loro sono tutti quanti famosi
per un quarto d'ora o anche più. La café society è la café society, che sia
in smoking o in blue jeans. Radicai chic o fascist chic. La fama è per la
"bella gente", naturalmente in base a una definizione poco elastica di
bellezza, di solito fornita da un compagno di strada come Truman
Capote. La fama è per chi ha "talento", anche se tutti, nessuno escluso,
dipendevamo dagli umori del mercato. In realtà, sembra che l'unica
costante siano i soldi. La fama e i soldi vanno in tandem come Monaco
e la principessa Grace. Se sei ricco è relativamente facile diventare
famoso, e se sei famoso è altrettanto facile diventare ricco.
Io non ho mai cercato di trasformare la notorietà in dollari, e
altrettanto vale per le facce note del movimento che ho avuto modo di
conoscere. Le ghiotte occasioni che ci si sono presentate sono tra le più
creative contraddizioni mai escogitate da una società capitalista. Anzi,
vi dirò che nei buoni vecchi Usa è possibile essere ricercati con
altrettanto accanimento dall'FBl e dalla Universal Pictures. Io, per
esempio, ho venduto i diritti cinematografici di Revolution for the Hell
oflt per sessantacinquemila dollari (dieci anni fa una discreta sommetta)
ma il giorno dopo aver ricevuto l'assegno, Jean Genet m'ha fatto venire
i sensi di colpa (oltretutto in un'altra lingua!) e m'ha spinto a devolverli
quasi tutti alle Pantere nere. Ho donato venticinquemila dollari al loro
fondo per le cauzioni, poi svaniti assieme a uno di loro finito sotto
processo. E stata la più grossa somma mai incassata in vita mia. Il fisco
s'è cuccato ventimila dollari, dopodiché finalmente mi sono potuto
intascare quello che non era andato in agenti e avvocati, cioè circa
dodicimila. Quasi tutti i miei cachet da oratore andavano in spese legali,
oppure erano direttamente devoluti ai gruppi, e comunque il fisco ci
pedinava con accanimento. Io avevo un controllo una media di due
volte all'anno, anche perché in quegli anni Nixon usava efficacemente
gli esattori delle tesse per recuperare i verdoni che riuscivamo a
strappare a college ed editori. Era una persecuzione politica e
iperselettiva. Qualche anno fa, Jerry Rubin ha ricevuto una lettera di
scuse per gli "sporchi trucchi" dell'ufficio imposte in quel periodo.
Sono sicuro che l'avrei ricevuta pure io se non fossi stato latitante.
Ciò nonostante, se avessi voluto, nel 1970 sarei potuto diventare
milionario senza troppa fatica. Ecco qualcuna delle più bizzarre offerte
per fare poco più di una firma sopra la linea tratteggiata. Allora c'era un
oggettino abbastanza popolare, una scatoletta che non faceva altro che
sghignazzare per tre minuti. Se avessi prestato il mio nome al gadget, i
fabbricanti mi avrebbero dato r 1% di tutto il fatturato, una cifra che
secondo il mio legale viaggiava attorno alle "sei cifre". Altri due
fabbricanti volevano produrre le " Abbie Doli", e uno addirittura
commercializzarla in una scatola che doveva comprendere anche il
bambolotto di uno sbirro. Capita l'antifona? La bambola Abbie verrebbe
sempre arrestata. Mi offrirono diecimila dollari per permettere a uno
studioso di compilare una raccolta delle lettere che mi arrivavano. Ci
sarei anche stato, ma la redazione femminile del candidato editore entrò
in sciopero e mi toccò cancellare l'accordo. Poi c'era l'offerta da
ventimila dollari dello stesso editore per la ristampa della mia
deposizione (che comunque era di pubblico dominio), ma in questo
caso ho risposto picche.
Un giorno, un tipo in trench alla Humphrey Bogart mi bloccò,
offrendosi di "processarmi" fino alle più alte sfere di Scientology. Non
accennò minimamente ad argomenti di carattere spirituale ma chiarì
ben bene che ne sarebbe valsa la pena dal punto di vista finanziario.
Leacock e Pennebaker, i cineasti che avevano già realizzato il
documentario su Bob Dylan Don't Look Back, mi offrirono
cinquantamila dollari più il 35 % dei profitti se avessi concesso a una
troupe di seguirmi per tre settimane appena. E ci sono state parecchie
offerte per un poster.
In tanti casi si parlava di intascarsi mezzo milione senza quasi
muovere un dito. Poi c'erano le offerte basate sul "talento". Parti in un
film, dischi e, naturalmente, libri. Per un libro sul processo avrei anche
potuto limitarmi a "dire il mio prezzo". La Random House, che era stata
ottima con Woodstock Nation, mi riteneva un po' il "fricchettone della
casa". Non solo sapevo scrivere, almeno a sentir loro, ma gli avevo
anche fatto capire come progettare e commercializzare il mio libro con
meno soldi e metà tempo del normale.
A un certo punto, il mio avvocato era convinto che dovessi almeno
chiedermi se fosse il caso di imboccare la strada commerciale, pertanto
organizzò una riunione riservata con un vicepresidente dell'agenzia
William Morris. Un passo dopo l'altro mi spiegarono il piano di
marketing che mi avrebbe portato fino allo "scaglione fiscale più alto".
Non era un percorso molto diverso da quanto succede a tutte le altre
celebrità confezionate. Non dimenticate che in quegli anni era in corso
una fioritura culturale che aveva colto di sorpresa il big business, e
adesso i marchi della vecchia guardia si facevano in quattro per mettersi
al passo. Discoteche come l'Electric Circus offrivano ai manager veri e
propri seminari incentrati sulla controcultura, e le agenzie pubblicitarie
si scapicollavano per aggiudicarsi un "freak". Ricordo perfino una cena
al Max's Kansas City, il nostro ritrovo preferito, in cui furono distribuiti
ai manager di blue chips, come itt, Dow Chemical, Case
Manhattan Bank ed Esercito, perline dell'amore e altri ammennicoli
psichedelici da palpare.
Coloro che offrivano la cena famosa si proposero di finanziare una
newsletter che avrei diretto e scritto io di persona, per tenere gli
abbonati (a cento dollari al colpo! ) al corrente "di quanto succede nella
scena giovanile prima che succeda". Insomma, mi proponevano di
diventare una spia della controcultura che stavo aiutando a creare!
Data l'attuale smania di rapido arricchimento personale, forse vi
riuscirà difficile credermi, fatto sta che non ho accettato alcuna di
queste offerte e ho detto a Gerry Lefcourt di appendere alla finestra il
cartello "non Vendesi". Ipocrisia? Forse, ma anche in questo caso
dovete tenere presente il periodo. Allora c'erano tante migliaia di
persone totalmente sorde al richiamo dei soldi. Michael Brody,
stravagante erede di una fortuna milionaria, diventò un eroe popolare
quando annunciò (addirittura alYEd Sullivan Show) che avrebbe
donato tutti i suoi quattrini. C'era persino la figura dello "spacciatore
onesto" che devolveva una grossa percentuale dei suoi profitti alla
comunità. Tutti gli attivisti diedero le spalle all'incessante caccia al
dollaro, e indossarono questo rifiuto come una medaglia al merito.
Vanno però citati alcuni utilizzi "legittimi" del "nome". Ai soldati
mandati nel Vietnam regalavano in automatico un'assicurazione sulla
vita da diecimila dollari. Quando i marmittoni indicavano me (o un
altro noto attivista pacifista) come beneficiario, la loro partenza veniva
automaticamente procrastinata e in certi casi restavano addirittura in
patria. Un giovane marinaio di stanza nel Maryland mi scrisse una volta
di averci ripensato, non aveva più tanta voglia di essere mandato
oltreoceano. Potevo dargli una mano? Io lo chiamai e insieme
architettammo la seguente trovata. Inviai al suo comandante una lettera
formulata più o meno così (la busta era indirizzata in maniera formale
al contrammiraglio) :
Caro Frank,
ne è passato di tempo dall'ultima volta a New York. Spero che ti
siano piaciuti i biglietti gratis per Ha ir e che te la sia spassata con le
ragazze del
cast. Vorrei chiederti un piacere. Hai sotto di te il guardiamarina
che sta per partire per l'Estremo Oriente. A New York sono tutti
sconvolti, perché è un elemento chiave nel circuito dell'LSD che
abbiamo allestito nel Maryland. Ci danneggerebbe tutti se saltasse tutto
quanto solo perché qualche ottuso burocrate l'ha trasferito. Ti sarei
grato se intervenissi, e sarò al tuo servizio la prossima volta che
t'imbarchi sulla Grande Mela e avrai bisogno di un'altra serata allegra.
La firmai con il mio nome e la imbucai. Fin qui tutto bene. Una
settimana dopo il guardiamarina mi chiama gongolante: "Fantastico! È
scoppiato un gran casino. M'hanno cacciato dalla Marina militare". Non
la smetteva di ripetere che mi sarebbe stato grato in eterno. Non credo
che sia stata una cosa illegale, ma comunque non ho mai ricevuto
proteste dal contrammiraglio o dalla Marina militare.
Più o meno in quel periodo, mi comunicarono che dovevo telefonare
a Grace Slick da un telefono sicuro. Obbedii, e Grace, tutta eccitata, mi
fece una delle più scatenate proposte galanti che ho mai ricevuto.
"Ti andrebbe di farmi da cavaliere alla Casa bianca?"
"Alla Casa bianca? Che cazzo stai fumando?"
"No, dico sul serio. Vedi, ho frequentato una scuola di lusso, il Finch
College, e indovina chi c'era in classe con me. Tricia Nixon. Pare che ci
abbia invitate tutte per un tè, così potremmo escogitare qualcosa se mi
fai da cavaliere."
Accettai al volo, e ci mettemmo d'accordo di vederci a Washington la
sera prima del colpo. Per prima cosa tirai fuori dall'armadio il vestito
per i funerali, poi con acqua e lacca riuscii a domare la zazzera e ridurla
a uno stile accettabile per la Casa bianca di Nixon. Ero diventato, come
avrebbero detto i miei, "quasi presentabile". Quindi presi con Anita il
volo per Washington e scesi in albergo. Una volta riuniti tutti i
complici, spiegai il piano. "Appena entriamo cominciamo a spostare i
mobili, poi io mi sfilo la bandiera della Woosdstock Nation che mi sarò
avvolta addosso e l'appendiamo alla parete. Poi diremo che ha preso il
potere un nuovo governo e ci insediamo lì dentro."
"Tutto qua?" fa Gracie, tutt'altro che impressionata.
"Perché, tu a cosa pensavi?"
"Senti, un'occasione del genere capita una volta sola nella vita. Hai
presente la Rivoluzione russa? Quando sono partiti all'assalto del
Palazzo d'inverno doveva esserci uno dentro ad aprire la porta. Sono io
quel qualcuno. Loro credono che io sia una tipa affidabile." Capisco in
quel momento che ha riflettuto sulla burla molto più a lungo di me.
"Sentite, faremo così. Drogheremo quei figli di puttana."
"Con I'lsd?" chiede Anita.
"Esatto." Grace tira fuori un flacone e versa la polvere arancione sul
tavolo. "E il migliore, accidentaccio, ma ne vale la pena. Ce lo
ficcheremo sotto le unghie e lo scioglieremo nella caraffa del ponce."
Mutismo generale. Poi Paul Kantner rompe il silenzio dicendo: "Ho
la mia uniforme da autista. Affitteremo una limousine e arriveremo sul
posto in pompa magna. Sarà il trip del secolo".
Il mattino dopo arriviamo al cancello indicato, poi Grace e io ci
mettiamo in fila per Ì controlli, con l'invito in bella mostra. Oh-oh!
Imprevisto. Sembra che siano così tante ex compagne di scuola che
hanno accettato, che adesso sono ammesse solo le ragazze. Grace
comincia a litigare con le guardie, poi arriva l'addetto stampa di Pat
Nixon e decide che la camicetta trasparente di Grace non può passare.
Altre urla e strepiti. Poi un giornalista ci riconosce e comincia la rumba.
Io tiro fuori la bandiera da sotto la camicia e inizio a scavalcare la
recinzione della Casa bianca per attaccarla in cima, ma mi tirano giù
dopo pochi secondi. Un magnifico piano andato a monte!

RUBA QUESTO AUTORE


Uno dei motivi per cui mi tenevo alla larga da chiunque fosse
intenzionato a etichettarmi è che avevo da tempo un progetto che mi
frullava in testa. Da quando avevo scritto e distribuito il manuale di
sopravvivenza intitolato Fuck the System, la gente di strada s'era fatta
in quattro per tenermi aggiornato sugli ultimi trucchi. Quand'ero
ragazzino, era proprio il genere di dritte che adoravo sentire e
trasmettere. Mi ricordo un'estate al mare in cui restammo rapiti ad
ascoltare un guru ambulante che dimostrava come trasformare una
gruccia appendiabiti in uno strumento che, infilato correttamente dentro
una fessura del telefono a gettoni, faceva cadere tutte le monetine
contenute, e ti permetteva di telefonare gratis. Quando comunicai l'idea
in sala biliardo, un tale mi mostrò un altro trucchetto. "Guarda qua"
disse, ed estrasse un'enorme puntina da disegno che portava in tasca e
perforò con mossa esperta un cavo del telefono, poi lo sfregò contro un
tubo di metallo. Come per magia il tutù segnalò che eravamo in linea.
Naturalmente, a fine anni Sessanta entrambe le tecniche erano
decisamente datate. L'azienda telefonica fa il possibile per tenersi al
passo con tutte queste trovate e investe milioni per sfornare apparecchi
a prova di bomba. Idem per il taccheggio, per i viaggi gratis e ogni altra
forma di furto. Sia la banca sia il rapinatore devono tenersi aggiornati, e
vince chi è un passo avanti. La moralità sembra entrare in ballo soltanto
nei rapporti tra singoli individui. Insomma, è universalmente sbagliato
rubare al vicino, però quando esuli dal livello interpersonale e metti
l'individuo contro la multinazionale, la burocrazia federale, le moderne
piantagioni dell'agrobusiness o le aziende di servizi, dipende solo dal
punto di vista capire chi esattamente sta rubando a chi. Il reato di una
persona è il profitto di un'altra. Il capitalismo è la licenza di rubare, e il
governo si limita a decidere chi ruba e quanto. Avevo sempre desiderato
compilare un manuale del fuorilegge che favorisse la consapevolezza su
questo tema, e aiutasse anche a pareggiare i conti. Inoltre, per me c'era
un'altra sfida: testare i limiti della libertà di parola.
Il mio mentore alla Random House era stato Jason Epstein, un tipo in
gamba che ha reso popolare, se non proprio inventato, il tascabile "di
qualità". Jason sa praticamente tutto quel che c'è da sapere sulla mafia
editoriale. Ed è persino venuto a Chicago perché voleva scrivere un
libro sul processo. Quando gli chiedevo di che diavolo avrebbe parlato,
lui rispondeva che era irrilevante, lamentando il fatto che la civiltà
occidentale stesse arrivando rapidamente alla sua conclusione nelle
risaie del Vietnam. Jason sapeva che non c'era quasi più mercato per le
riflessioni ponderate. Era venuto il momento dell'azione, della pratica.
E infatti è stato dietro consiglio suo e di sua moglie Barbara che la
"New York Review of Books" ha piazzato il disegno esplicativo di una
bottiglia molotov in copertina. Quel giorno fatidico Jason si sporse oltre
il cravattino e mi chiese che cos'avevo intenzione di scrivere adesso.
"Caro Jason, scriverò un libro che nessuno vorrà pubblicare" risposi,
scatenando la sua risata di gusto. " Abbie, potresti anche pisciare sulla
carta e stai sicuro che un editore te la leccherà." Lui e la Random House
mi avevano già fornito il titolo. Steal This Book, ruba questo libro, le
stesse tre parole che avevo inserito nella quarta di Woodstock Nation.
Purtroppo, quando le prime centomila copie erano arrivate negli scaffali
i librai ci avevano visto rosso. "Ditegli pure di rubare in banca, ditegli
di rubare all'azienda telefonica, di rubare a chiunque, ma non ditegli di
venire a rubare da me" avevano recriminato in coro. Per la ristampa la
Random House eliminò il problematico slogan, ma questo violava il
nostro contratto, come gli ricordai senza tante perifrasi. La frasetta
riapparve, e con essa le lamentele dei librai. Quel libro conobbe nove o
dieci ristampe, alcune con lo slogan, altre no, a seconda di chi urlava
più forte. Quella battaglia aveva acuito la mia sete di guai. Nessuno
poteva censurare il titolo di un libro. Pertanto, cominciai la mia nuova
opera con un titolo e una sfida.
Ed entra in scena Izak Haber, un giovanotto che mi offrì i suoi servigi
come guardia del corpo e scrittore fantasma per un progetto editoriale
basato su Fuck the System> però in versione ampliata. Arrivò con la
fidanzata, entrambi pistola in pugno, e si trasferì armi e bagagli nel
nostro appartamentino sotto i tetti. Izak mi garantì che avrebbe
incassato lui la prima pallottola a me indirizzata. Purtroppo, le sue
ricerche "originali" si rivelarono nient'altro che materiale copiato parola
per parola da testi già esistenti, che aveva banalmente raccolto e
ribattuto come se fosse opera "sua". Quando lo misi di fronte alla realtà
la sua replica fu: "Non se ne accorgerà nessuno. Tanto chi la legge
quella roba?". La mia stima del signore stava rapidamente declinando, e
poi Anita non sopportava di trovarseli lì a dormire sul pavimento della
cucina. Avrei continuato il libro da solo. Ed ecco che esce di scena
Haber. Era rimasto meno di cinque settimane, prima di partire per
l'Europa. Mi aspettava un anno di ricerche e stesure.
Girai il paese in lungo e in largo intervistando medici, latitanti,
spacciatori, renitenti alla leva, investigatori privati, veterani, militanti e
taccheggiatori, e ogni volta che trovavo qualcuno che viveva ai margini
della società gli chiedevo se conosceva per caso qualche trucchetto
interessante. Alla gente piace raccontare come incula il sistema.
Però una parte della ricerca è originale. Un giorno, quando chiesi ai
Video Freex, un collettivo multimediale di New York, se era possibile
inserire piratescamente un'immagine su una rete nazionale, vidi la
curiosità cominciare a lampeggiare negli occhi più svelta di una luce
stroboscopica. Comprarono l'attrezzatura, fecero qualche provino e una
bella sera, mentre David Brinkley recitava il notiziario, su alcuni
schermi della zona di Soho comparve una coppia che chiavava. Eureka!
Funzionava. Purtroppo i Video Freex se la fecero sotto, perciò
raccolsero le masserizie e sparirono. Io li implorai, "abbiamo visto
muoversi le dita del mostro". Tutto inutile. Per loro i macchinari e la
licenza erano più preziosi dei diamanti. Tuttavia, la tecnica usata è
sopravvissuta nelle pagine di Ruba questo libro. (In seguito, quello
stesso gruppo è riuscito a inserirsi nel cavo che va dal Madison Square
Garden fino a un centro di controllo per rubare la registrazione
completa dell'"incontro del secolo" tra Ali e Frazier. Pensavano di
trasmettere il filmato nelle reti normali dopo la fine del match, ma
anche quella volta temettero le ripercussioni. Finimmo per farlo vedere
gratis nel bar sotto casa.)
Una sera, un mezzo fantasma mi beccò per strada e sussurrò sotto i
baffi che aveva qualcosa da farmi vedere, poi in un cinema vicino
estrasse dalla tasca un cubo di plastica avorio di cinque centimetri, con
quattro bastoncini che spuntavano da un lato.
"E allora?"
"E un apparecchio."
"Per cosa?"
"Quando lo inserisci nel telefono le chiamate sono gratis."
"Come ti chiami?"
"Diciamo Bell. Dave Bell. Mi farò vivo io."
Ballava nella presa, ma funzionava, eccome se funzionava.
Comprammo un centinaio di quelle macchinette per i gruppi del
movimento di tutto il paese e alla fine convinsi Bell (metà dei pirati
telefonici adottano il cognome Bell) a darmi gli schemi delle
connessioni, che ho stampato nel libro. E stata la prima apparizione
mondiale del phreaking.
I dati per il capitolo sulla clandestinità sono stati forniti dai latitanti
stessi, però per il resto quasi tutte le sezioni parlano di attività legali.
Come gestire unà fattoria con pochi soldi, come fondare un giornale,
organizzare una dimostrazione, il pronto soccorso, fare autostop,
arredare un appartamento. Molte tecniche di sopravvivenza le ho
inventate io, anche se per lo più si tratta di rimaneggiamenti della
scienza di strada. Sembrava così strano vedere tutti quei trucchi e
furbate, di solito tramandati oralmente, messi nero su bianco. Quel libro
è stato in parte anche una parodia sommessa della passione americana
per i manuali fai-da-te, ed è stato riscritto parecchie volte per ottenere
maggiore semplicità e chiarezza. Volevo che fosse un libro che piaceva
ai giovani. Qualcosa per la gente che non leggeva mai un libro.
Finalmente fu pronto ad andare in stampa. Non era mai stato scritto
nulla del genere. Il mio editor alla Random House era Chris Cerf, che
caldeggiò il testo presso i vertici della casa editrice, i quali però
risposero nyet, costringendo il figlio di Bennett Cerf alle dimissioni. La
Random House era disposta a pubblicarlo soltanto dopo numerosi
ritocchi. Ricordo come se fosse ieri la scena nell'ufficio di Jason
Epstein. Quando protestai: "Ma, Jason, mi stai censurando il libro", lui
diventò rosso come un peperone. "La Random House non censura i
libri! " Nella stanza cadde il silenzio mentre giocavamo allo Scarabeo
dei liberal per trovare la parola che andasse bene a tutti. Fu Jason a
rompere il ghiaccio. "Ecco, noi editiamo. La Random House edita i
testi."
Successivamente, fu rifiutato da trenta editori. Oh, ci sono state tante
offerte. Cambia questo, cambia quello. Di solito proponevano di
cambiare il titolo. Un'offerta di quarantamila dollari anticipati, ma solo
nel caso di cambiamenti consoni. Dovevi essere pazzo per rifiutare. Io
ero pazzo. Le case editrici temevano che l'azienda telefonica o il
governo avrebbero bloccato la distribuzione del libro facendo causa
(non è mai successo). Tutte però concordavano su un dettaglio: avrebbe
fatto guadagnare una barca di soldi.
Ed entra in scena il Reverendo. Thomas King Forcade. Andai da lui
nel dicembre 1970, poco prima di concedermi qualche settimana di
ferie in carcere a Chicago. Forcade si propose di lavorare alla
pubblicazione e distribuzione del libro, avendo un minimo di
esperienza nel settore, perché aveva fondato un'agenzia, informazioni
underground. Passai così le mie due settimane al fresco lavorando
all'introduzione del libro, ma appena uscii Forcade aveva concluso che
una distribuzione fuori dal giro normale era poco pratica e quindi non
poteva finanziare l'impresa. Però, voleva ottomila dollari per le due
settimane di revisione. " !@%@/! " gli dissi, così lui minacciò di farmi
causa, rifiutando un'offerta prendere o lasciare di mille e cinque. Esce
di scena Forcade. Per ora.
Ed entra in scena la Grove Press. Se per caso riuscivo a trovare i soldi
per pubblicarmelo in proprio e gli portavo centomila copie finite,
accollandomi tutti i rischi legali, loro me l'avrebbero distribuito,
pertanto fondai, con quindicimila dollari prestati da amici, la Pirate
Editions, arrangiando in proprio grafica, altri prestiti, battitura e
immagini. Furono anche composte e spedite le pubblicità. Presto,
presto, presto. Alla fine di tutto lo sbattimento cominciarono a viaggiare
per il paese centomila volumi chiusi dentro tanti scatoloni etichettati
RUBA QUESTO LIBRO. In quanto responsabile della promozione,
spedii le copie a chi le poteva recensire. Risultato: zero recensioni. In
quanto responsabile delle pubbliche relazioni distribuii duemila copie ai
gruppi del Movimento, e a tutti i giornali underground arrivò una lettera
firmata che li autorizzava a ristampare l'intero libro e a venderlo
localmente come raccolta fondi. I diritti britannici andarono gratis a un
gruppo irlandese per i diritti civili, ma Scotland Yard sentenziò "non
esiste" e lo mise al bando in Inghilterra. Ci fu un'edizione spagnola
pirata. Un'edizione gratuita francocanadese. I giapponesi comprarono i
diritti per soli cento dollari, poi vendettero circa cinquantamila copie.
Negli Stati uniti una buona metà dei distributori si rifiutò di trattare il
libro, di modo che gli scatoloni iniziarono a fare avanti e indietro. Molti
sparirono. La Benjamin News Company di Montreal fu perquisita dalla
polizia a cavallo, provvista di mandato di sequestro, e furono confiscate
quattromila copie. Per la prima volta nella storia, il Canada aveva
impedito l'importazione di un libro che non fosse pornografico. Le
librerie dei campus erano un unico grande deserto, Yale, Michigan,
University of California, perfino la Brandeis, la mia alma mater, si
rifiutarono di tenere il volume. La Coop di Harvard pure, nonostante le
critiche dell'"Harvard Crimson". Poi il negozio decise di fare marcia
indietro e accettò di tenere il libro, che però sarebbe rimasto sotto
chiave nell'ufficio del direttore per essere venduto solo su richiesta. Le
librerie commerciali di tutto il paese lo misero all'indice. A Coldwater,
nel Michigan, Richard Rosichan riuscì a infilarlo sugli scaffali ma fu
licenziato su due piedi. A Rochester, New York, la battaglia imperversò
per mesi a suon di assemblee infuocate con oltre settecento persone, e
alla fine vinsero i libertari. I libri potevano restare. Si combatterono
battaglie simili anche nell'Indiana, nel Connecticut e nello Iowa. A
Lansing, nel Michigan, la polizia beccò due tizi che stavano scappando
da un edificio abbandonato la cui porta era stata appena fatta saltare.
Quando gli trovarono addosso una copia di STB, la polizia cercò di
incastrarmi per associazione a delinquere. A Granada, jun'isoletta
caraibica, il primo ministro arrestò il capo dell'opposizione, Maurice
Bishop, per detenzione illegale di munizioni. Quando la polizia gli
sfondò la porta di casa trovò una copia di STB. Secondo il governo era
la prova definitiva del coinvolgimento straniero in un complotto per
assassinare il primo ministro. Pochi mesi fa, Bishop ha preso il potere a
Granada. (Ehi, Maurice, se mi stai leggendo, che ne dici di un bell'asilo
politico?)4
Nell'Oklahoma qualche cane da guardia della fede m'intentò una
class action da quattro milioni di dollari per "corruttela della gioventù".
Il direttore della sicurezza aziendale della AT&T cercò di convincere i
"perpetratori di frodi" a confessare di essere stati influenzati da STB. E
mi accusò direttamente dell'aumento, pari a dieci milioni di dollari,
delle telefonate a carico di false carte di credito! La "National Review"
di William Buckley, Jarvis Tyner, responsabile giovani del Partito
comunista, e Frank D. Register {sic), direttore dall'Associazione
nazionale negozianti alimentaristi, mi accusarono tutti quanti di aver
contribuito all'inflazione perché il taccheggio aveva fatto salire i prezzi.
Questa sì che è unanimità!
Il ministero dell'Interno indisse una conferenza stampa per
denunciare il libro e affermare che non distribuivano più bisonti gratis
come erroneamente segnalato nel testo. Avevano ricevuto oltre tremila
richieste. La R.T. French Company garantì che non regalavano nessuna
pellicola sui pappagalli. Erano stati costretti ad assumere una segretaria
a tempo pieno per rispondere alle lettere che gli arrivavano. Il numero
di casa di Henry Kissinger era stato battuto male e un povero cristo si
beccò parecchie telefonate strane in piena notte da presunte fan.
Quando ci fece causa, patteggiammo. Il signor Poverocristo diventò più
ricco di due sacchi. Io intanto ricevevo lettere che cominciavano così:
"Senti, ho seguito i tuoi consigli e m'hanno beccato. Ti prego di
spedirmi i soldi della cauzione". Il deputato di Brooklyn Robert E.
Kelly propose un disegno di legge immediatamente approvato che
rendeva reato grave pubblicare STB e testi simili su truffe e trucchi.
Ventisette stati approvarono a causa del mio libro disegni di legge che
limitavano la pubblicazione delle informazioni su come fregare
un'azienda telefonica, anche in seguito al milione speso in attività di
lobbying dalla AT&T. E il direttore della sorveglianza della E J.
Korvettes rivelò al "Times" di Londra che la lettura dei capitoli sul
taccheggio era diventata obbligatoria per i nuovi dipendenti.
A parte una piccola emittente di Boston, tutte le radio si rifiutarono di
mandare in onda uno spot che avevo realizzato per il libro,
nascondendosi quasi tutte dietro un presunto regolamento della
Commissione federale telecomunicazioni, la quale dichiarò che
avevano interpretato male il regolamento. Ugualmente non mandarono
in onda lo spot. Anche i quotidiani non accettarono inserzioni, a parte il
"San Francisco Chronicle". La sezione apposita del "New York Times"
mi scrisse che il loro giornale si rifiutava di pubblicizzare un libro
paladino delle attività illegali. Ricevetti questa lettera, nella medesima
settimana in cui il "Times" era indaffaratissimo a ristampare i Pentagon
Papers! Il "New York Post" rifiutò una pubblicità, anche se il libro fu
per otto settimane nella sua lista dei tascabili più venduti.
La Grove valutò che una metà delle copie fosse stata venduta a New
York. A Pittsburgh nemmeno un negozio accettò di tenere il libro. A
Filadelfia soltanto uno, e lo fece pagare un dollaro più del prezzo di
copertina. Quando feci fare un giro ai giornalisti a Boston, non trovai
nemmeno una copia. E nemmeno nell'area della baia di San Francisco.
L'intera catena Doubleday ci boicottò, e un loro vicepresidente
dichiarò: "Non vogliamo dire alla gente che deve rubare. Abbiamo a
che ridire soltanto sul titolo. Se fosse intitolato Come vivere gratis lo
venderemmo". La Grove riferì che metà delle loro filiali si rifiutava di
tenerlo. Secondo loro, dopo Tropico del Cancro non s'era mai visto un
libro boicottato in quel modo.
Poi ci fu la schiarita. Dotson Rader scrisse sul "New York Times" una
recensione entusiastica in cui criticava con forza la stessa testata per
aver rifiutato la pubblicità. Io la ritagliai, staccai un assegno e la mandai
come nuova inserzione per il "Times". Hanno rifiutato la loro stessa
recensione! Però nell'articolo erano anche criticate alcune librerie, che
cedettero alla pressione. Anzi, la gente iniziò a boicottare le librerie che
non avevano il libro. In quanto responsabile del settore promozione,
girai in lungo e in largo il paese per intervenire nei talk show, concedere
interviste, portare i giornalisti in libreria e attaccare bottone con i
gestori riluttanti. A Boston, il cronista del "Globe" Bruce McCabe
rimase a bocca aperta quando corsi fuori da una libreria con un enorme
libro d'arte che avevo sgraffignato perché si rifiutavano di tenere il mio
libro. Un certo giudice Liebowitz cercò di costringere una trasmissione
pomeridiana di una tivù di New York a cancellare il mio invito, dato
che ero una minaccia alla società. Non ebbe fortuna. A Baltimora
registrai la puntata di uno show assieme a due taccheggiatori, ma la
direzione si rifiutò di mandarla in onda, causando le dimissioni di
alcuni dipendenti.
Questa esperienza m'ha insegnato tante cose utili sui grandi mezzi di
comunicazione. In quei giorni incaricai un servizio stampa di seguire la
campagna pubblicitaria, e adesso vi posso dire a ragion veduta che le
bugie e distorsioni erano incredibili. Per esempio, quando a Boston mi
chiesero cos'avrei fatto se mi avessero rubato qualcosa, risposi: "Be', di
sicuro non chiamerei la polizia, no?". Almeno è quanto si poteva
leggere sul "Boston Globe". Eppure, la Associated Press scrisse: "Di
sicuro chiamerei la polizia". Questa versione conobbe un notevole
successo: centinaia di testate pubblicarono un servizio intitolato Abbie
chiamerebbe la polizia, con un commento della serie "ve l'avevo detto
io". Allora raccolsi decine di ritagli e compilai un servizio su di me
composto esclusivamente di dettagli totalmente falsi che lessi alla
prima convention More Media a New York. Cominciava così: "La
signorina Abbie Hoffman, bionda, alta quasi uno e 90, quarantaduenne,
segretaria del Partito comunista, ha appena lasciato il suo elegante
attico nell'East Side di Manhattan...". Questa mia immagine di
smargiasso milionario radicale era a dir poco delirante. Allora
campavamo con 135 dollari al mese in un appartamentino di due
camere e mezzo e cucina in uno dei peggiori isolati del Lower East
Side. Non possedevo nulla. Nemmeno un'auto. Non ho mai investito un
centesimo. Non avevo mai avuto in banca più di poche migliaia di
dollari, con tre figli a carico che stentavo a mantenere. Sui giornali mi
descrivevano sempre in compagnia divi del cinema che conoscevo a
malapena, in una reggia del centrocittà in cui non avevo mai messo
piede. In un servizio scrissero che m'ero presentato in un bar di Chicago
con un completo da quattrocento dollari per brindare con l'addetto
stampa di Eisenhower. L'avevo conosciuto in televisione, non eravamo
mai stati in un bar, e a parte il vestito da funerali, tutti gli altri miei
completi erano sotto chiave in tribunale. Ogni giorno aprivo il giornale
e scoprivo, che so, di aver giocato a tennis con Mario Puzo, anche se
non l'avevo mai visto in vita mia.
Ma c'erano anche altre forme di persecuzione. Non mi davano mai
fiducia in nulla. Il supermarket locale aveva un commesso apposito che
mi seguiva lungo le corsie. Le compagnie aeree mi perquisivano a
tappeto. Scioccamente, avevo affermato nel libro che conoscevo modi
sicuri per volare gratis ma non potevo citarli. M'arrivarono duecento
lettere che esordivano con un "non lo dirò mai a nessuno, puoi fidarti".
Nel complesso ricevetti quindicimila lettere, quasi tutte per dire che
STB era il libro preferito del mittente oppure per chiedermi come fare
per averne una copia.
Fu più o meno allora che Izak Haber tornò dall'Europa. Nel giro di
pochi giorni venni a sapere che "Rolling Stone" stava per pubblicare un
suo articolo che spiegava come gli avevo rubato il suo libro. Chiamai
subito la rivista e mi proposi di mostrargli tutti i miei manoscritti e i
contratti, ma mi dissero che avevano deciso di non pubblicare il pezzo.
Invece, una settimana dopo eccolo in edicola. Era il colmo del
giornalismo distorto! Secondo "Rolling Stone" avevo comunque diritto
di replica, cioè potevo spedire una lettera alla rubrica della posta.
Sapete, la parte del giornale in caratteri minuscoli. Io invece gli proposi
un servizio fotografico sull'attico favoloso di cui cianciavano. Il mio
intero appartamento sarebbe entrato nel bagno di Jann Wenner! Nel
frattempo però tutti i giornali della nazione stavano riprendendo quel
servizio, perciò passai da eroe a eroinomane. Naturalmente, tutta la
parte sulle cause in corso tra me e Haber era delirante. Non avevo mai
passato un secondo in tribunale con Haber, il quale non aveva mai
scritto una riga. Anzi, ho saputo in seguito che nemmeno l'articolo di
"Rolling Stone" era suo! E riecco Forcade.
La causa con lui era in corso. Tom chiedeva ottomila dollari, io
riproposi i mille e cinque. Dopo tre settimane di arbitrato la corte
decise: Abbie deve a Tom mille dollari più il diritto di stampare a spese
dell'altro diecimila copie e di venderle, però non in libreria. Forcade
rifiutò l'offerta dei libri, così la corte gli concesse millecinquecento
dollari in totale. Esattamente quanto valutavo i suoi servigi. Ero
soddisfatto. Eppure, il giorno dopo, il verdetto della stampa fu: "Abbie
colpevole!". Lo dissero perfino in televisione nelle reti nazionali.
Secondo loro, visto che Tom aveva diritto a una certa cifra, lui aveva
vinto e io avevo perso.
Poi cominciò la lunga battaglia con la Grove Press sul contratto di
distribuzione. A quel punto ero nauseato per quanto era successo, perciò
misi il libro fuori catalogo e chiusi la mia casa editrice. In quei giorni
vendeva circa ottomila copie a settimana. Un anno dopo fu piratato per
dieci verdoni, cinque volte il prezzo di copertina. Mi dicono che oggi
una copia può venire venti dollari. Non ho la minima idea di quante
copie siano state stampate in tutto. Ho visto un'edizione con la
copertina oscurata tipo romanzo porno, stampata illegalmente, che
aveva cortocircuitato la Grove Press e il sottoscritto. Io ne sono uscito
con ventiseimila dollari in tutto in quanto autore/editore. Briciole.
Il manoscritto originale di Ruba questo libro è finito nella biblioteca
della Columbia mentre ero in libertà condizionata per i disordini
avvenuti nel 1968 nello stesso ateneo.
Due anni dopo, la Lancer Books, un editore ormai defunto, mi mise
sotto contratto per un seguito. Doveva diventare tutto quello che
avrebbe dovuto essere STB ma non era stato, il libro di testo ufficiale
per il corso di laurea della strada. Incontrai falsari, ricettatori di gioielli,
ladri d'auto, scassinatori, esperti di false identità, una sfilata ininterrotta
di fuorilegge che videro in me il padre confessore, dispostissimi a
discutere nel dettaglio le loro tecniche specifiche.
Un giorno, sulla Seconda Avenue uno strano tizio che si faceva
chiamare "Agente 37" mi confessò di essere il primo yippie rapinatore
di banche e mi mostrò un ritaglio di giornale che in effetti descriveva
un bandito dai capelli lunghi. "Vedi, siamo noi! Siamo dappertutto"
esclamò, fiero di avere infranto un'altra barriera che si opponeva alle
pari opportunità. Io lo convinsi a darmi diecimila dollari in contanti,
passati poi a chi viveva in clandestinità. Tre mesi dopo vidi la sua
faccia sul "Daily News", su un manifesto tipo pericolo pubblico barrato
con la scritta ARRESTATO. Buona fortuna, Agente 37 !
Incontrai tutti i grandi phreaker telefonici, una specie estremamente
esotica. Dopo aver trascorso gran parte delle loro giornate a parlare in
una cabina o in un laboratorio seminterrato, erano tutti quanti pallidi
come cadaveri. Questi ingegneri del popolo si spremevano le meningi
per escogitare sempre nuovi metodi per fregare la compagnia telefonica
accedendo a circuiti poco noti tramite codici speciali e segnali
d'accesso, il mondo occulto delle comunicazioni ad alto livello.
Una volta un phreak mi portò in una cabina telefonica ed estrasse una
striscia nera di nastro magnetico lunga una ventina di centimetri, poi
l'inserì in un Sony portatile, sollevò la cornetta e accostò il
registratorino al microfono. Serie di bip. Pausa... "Ecco, ascolta" spiegò
il phreak. "Siamo appena entrati nel sistema segreto GS Red del
governo." Qualcosa del genere. Stavamo ascoltando una voce
computerizzata. Fu veramente da brividi stare lì in una cabina ad
ascoltare la voce di un calcolatore del governo. Quella volta ricavai il
numero di casa del procuratore generale Kleindienst e lo dettai una
notte alla radio. Naturalmente vidi ogni sorta di blue box, black box,
red box e boxer immaginabile, di apparecchietti che in una maniera o
nell'altra ti facevano telefonare gratis, imparai a usare gli scrambler e
anche a rilevare e praticare le intercettazioni telefoniche. Poi ci
mettemmo tutti insieme e sponsorizzammo un convegno, pubblicando
una newsletter con le ultime novità nel settore. (La Lancer Books aveva
un gruppo di avvocati che non vedevano l'ora di sfidare l'azienda
telefonica e le nuove leggi, perciò tutte queste nuove istruzioni e
schemini finirono al completo nel seguito di STB.)
Il massimo phreak di tutti i tempi, di gran lunga, è stato (ed è
ancora!) il leggendario John Draper, meglio noto come Captain Crunch.
Quasi tutti sono disposti ad ammettere che è stato lui a inventare la blue
box, e che ne ha combinate di tutti i colori. E anche un anarchico
convinto, forse il vero pericolo pubblico numero uno per le
multinazionali. Crunch m'ha dato risme di dati da inserire nel nuovo
libro. Nell'estate 1972 stavamo parlando da una cabina all'altra quando
lo sentii strillare nella cornetta: "Eccoli!". Quindi sentii del trambusto.
Il giorno dopo appresi che Captain Crunch era stato arrestato dai
federali. Imputato di frode telefonica, fu multato di mille dollari e
condannato a cinque anni di libertà vigilata. Mi fa sentire più ottimista
sulle sorti del genere umano sapere che il capitano è là fuori in una
cabina a sperimentare la sua ultima macchinetta. La nostra risposta a
Thomas Edison. Ho però appena appreso che l'hanno inchiodato a San
José e adesso sta scontando un annetto. Il giudice l'ha costretto a
dichiarare in pubblico che non è più un phreak telefonico. Che schifo!
Il nuovo testo di ben 475 pagine non aveva rivali. Il vero manuale
completo del fuorilegge, un'abbagliante vetrina di tecniche di tutti
quelli che potremmo chiamare reati non violenti, senza spargimento di
sangue. Una settimana dopo la consegna del testo la Lancer fallì, e un
mese dopo mi pizzicarono per cocaina per colpa di uno spacciatore
infiltrato che avevo conosciuto mentre svolgevo ricerche per il libro.
Eravamo nell'agosto '73. Cinque mesi dopo entrai in clandestinità ed
ebbi modo di sfruttare i miei libri come guida. Karma, no?
Mi sono dimenticato di citare un altro bocconcino editoriale. Quando
avevo scritto Revolution /or the Hello/It avevo usato una foto di
copertina in cui comparivo con la parola FUCK in fronte. Senza
nemmeno consultarmi, l'editore l'aveva corretta in FREE. Però sia su
Woodstock Naiton che su Steal This Book sono riuscito a far passare la
nota parolaccia. Se avete entrambi i libri, guardate attentamente tra le
righe e sfumature e troverete il messaggio subliminale. La mia piccola
guerra privata contro la censura. Scusami tanto, curatore.

PORTARE LA GUERRA IN PATRIA


La guerra in Indocina toccò un altro zenith nella tarda primavera del
1970. Nixon e il suo complice Henry Kissinger, costretti a cambiare
strategia, iniziarono a tagliare il numero di militari americani ma anche
a bombardare il Vietnam del Nord. E i bombardamenti segreti con i B-
52 su Cambogia e Laos, avviati già nel maggio 1969, passarono nel
1970 a una cadenza quotidiana. (A proposito di libera stampa!
L'esistenza del più grande aeroporto al mondo, allestito in Thailandia e
utilizzato per quei raid, non fu praticamente segnalata per due anni.)
Mentre in pubblico proclamavano di essere a favore del disimpegno dal
Vietnam, Nixon e Kissinger stavano in realtà tentando di far regredire
l'Indocina all'età della pietra a suon di bombe.
Nei tre anni successivi all'arrivo di Nixon, le cifre rivelate dalla
Biblioteca del Congresso parlano di 469.000 missioni di bombardieri e
20,8 milioni di voli di elicotteri. In totale furono sganciati 3,6 milioni di
tonnellate di bombe, altri 20.000 americani rimasero uccisi e 110.000
gravemente feriti. Era questo il "disimpegno" di Kissinger.
Con il rientro dei soldati in patria, il massacro di vietnamiti passò in
larga parte nelle mani dei robot della guerra. Nelle remote giungle le
fantasie del dottor Stranamore diventarono realtà escogitate dal
Pentagono, con le bombe "intelligenti" direzionate dalle telecamere
accluse, con i missili termoguidati, con le bombe a frammentazione,
con le mine a innesco telecomandato. I defolianti e le altre forme di
guerra chimica avevano decimato le risaie e avvelenato quasi tutte le
riserve idriche. Un quinto della superfìcie del paese era stato ridotto a
un mucchio di sabbia e crateri, un vero paesaggio lunare privo di
umanità.
Nel Vietnam del Nord fu rasa al suolo buona parte di Hanoi,
comprese fabbriche, case e ospedali. Il sistema di dighe nordvietnamita
fu bombardato per far saltare i raccolti e scatenare una carestia
generalizzata. Le foto dal cielo e le ispezioni in loco di americani
(compresa una delegazione di donne yippie) ed europei documentarono
ampiamente la tragedia, ma Washington continuò a negare, sostenendo
che fotografie e rapporti erano menzogneri. Intanto, nel Sud i miliardi
di dollari in munizioni e armi americane continuavano a tenere in vita il
corrotto regime del presidente Thieu. La "vietnamizzazione" della
guerra significava in pratica che Nixon faceva il possibile perché
fossero i gialli a morire al posto degli americani.
La campagna di pubbliche relazioni di Nixon e Kissinger funzionò
alla grande. Quasi tutti i bombardamenti avvenivano fuori dalla portata
delle troupe televisive, quindi erano ignoti. Quando cominciarono i
negoziati di pace a Parigi, quasi tutti gli americani si bevvero la tesi del
governo, cioè "ci vuole tempo per certe cose*. Con immensa vergogna
del nostro paese, durante i primi anni Settanta, quando la guerra era
generalmente detestata, la maggioranza della gente ha accettato di
barattare bombardieri e asiatici morti con il sangue degli americani.
I movimenti sociali, come l'acqua, tendono a livellarsi. Molti dei
nostri, scoraggiati dalla reazione inadeguata dell'opinione pubblica
all'escalation di bombardamenti e dal puro e semplice passare degli
anni, sentivano l'acuta necessità di passare a tattiche più militanti. Io,
per esempio. O per lo meno credevo nella possibilità di rendere la
situazione interna il più possibile caotica e scomoda per i guerrafondai.
Non ho mai creduto nella violenza gratuita. Nulla di quanto accadeva
in quegli anni autorizzava il sacrificio di una singola vita per mano dei
militanti del movimento contro la guerra. Però la violenza, come la
nonviolenza, è un termine abbastanza vago. Dire che il mondo sarebbe
migliore senza violenza m'è sempre parso uno di quegli slogan rituali
privi di significato reale. Se proprio dobbiamo usare un'astrazione, la
giustizia mi sembra assai più essenziale della pace, perché troppo
spesso "pace" significa soltanto che l'oppressore ha manipolato con
successo le speranze degli oppressi. Un movimento di protesta significa
"conflitto". Richiede "forza". I suoi militanti devono imparare a
"combattere". Lo status quo viene "rovesciato". Sono questi i termini e i
sentimenti della lotta e della resistenza. Soltanto in un caso la
nonviolenza ha senso, cioè quando ti ritiri a causa dello svantaggio
numerico. I pacifisti tendono a issarsi troppo spesso su un piedistallo
morale, a parer mio non sempre giustificato o efficace.
Nel 1970 lo Youth International Party aveva ramificazioni in una
settantina di città grandi e piccole, persino in Europa, e sponsorizzava
centinaia di azioni, tipo teatro di guerriglia, non partite da noi a New
York, tutte documentate dalla stampa della controcultura. Ne ricordo
due in particolare. Una avvenne a Disneyland. Il noto parco
divertimenti insisteva nel negare l'ingresso ai capelloni, anche perché i
suoi ranghi dirigenziali erano una specie di scuola quadri per
l'amministrazione Nixon. Del resto, era stato Richard in persona a
tagliare il nastro inaugurale. Se avanzassi l'ipotesi che chi ha creato
Disneyland ha creato anche il Vietnam non direi poi un così grande
sproposito. Un bel giorno circa cinquecento yippie guidati dalla sezione
di San Diego sfondarono i cancelli di Disneyland e cogliendo i
guardiani di sorpresa riuscirono a piantare la bandiera dei vietcong sul
modellino di gesso del Matterhorn. Le immagini della polizia in assetto
di guerra che faceva la guardia a Fantasyland, per proteggerla dall'orda
capelluta, ispirarono altre simili azioni di disturbo. La sezione del
partito di Vancouver (Columbia britannica) convinse parecchie
centinaia di canadesi a dichiarare guerra agli Stati uniti e a varcare il
confine a Blair, nello stato di Washington. Nessuno aveva più osato
nulla del genere dai tempi di Pancho Villa !
Ci furono anche decine di smoke-in in quasi tutti gli stati. Ritrovarsi a
Washington il 4 luglio per sfumazzare diventò con il tempo una
tradizione, però in genere le sezioni del partito organizzavano cortei e
comizi contro la guerra. Ovunque ci fosse un punto d'incontro della
gente di strada, potevi stare sicuro di trovare gli agitatori yippie, la
bandiera della New Nation, decine di gruppi rock, la bandiera vietcong,
il pungente aroma dell'erba. Manifesti, spillette, riviste underground e
volantini pacifisti. Il mix di Mao e maria creò un nuovo genere di
rivoluzionario americano, ma non dovete dubitare nemmeno per un
istante che al centro di tutto ciò non ci fosse la guerra. L'agitazione
culturale era il nocciolo della strategia pacifista yippie.
Dopo Chicago, non s'è più vista molta disobbedienza civile vecchio
stampo. I rituali sit-in in violazione delle ordinanze della polizia non
erano semplicemente più accettabili per la maggior parte dei
partecipanti. I pacifisti sognavano il giorno in cui migliaia di persone
avrebbero bloccato pacificamente la macchina bellica, sarebbero state
portate al fresco cantando Give Peace a Chance, avrebbero rifiutato la
cauzione, avrebbero avviato uno sciopero della fame e, grazie alla
capacità di convincimento, avrebbero allargato le proprie fila fin
quando tutta la nazione si sarebbe unita a loro, compresi i generali in
Vietnam (di entrambe le parti). Era questa l'utopia pacifista. Tutti hanno
bisogno di un'utopia, di una visione. Molti a sinistra sognavano l'unione
con i sindacati, o la rivolta dei neri, o un candidato ostile alla guerra che
veniva eletto al Congresso per spezzare la morsa della vecchia guardia,
oppure il mondo arabo che tagliava le forniture di petrolio. Altri
pensavano che la nuova coscienza culturale avrebbe creato un clima in
cui non sarebbe più stato possibile sfruttare la mistica maschilista per
manipolare gli eserciti. Diverse visioni creavano tattiche diverse. La
storia, che si rifiuta testarda di ripetersi nella stessa identica maniera,
non offre una ricetta esatta per il cambiamento sociale. Di solito è una
questione della serie "viene quel che viene", e i più efficaci saranno
sempre gli attivisti che riescono ad annusare meglio l'aria che tira,
indipendentemente dalla loro tattica o filosofia.
Nel 1970 il mio "piano" per fermare la guerra significava
scompaginare la vita quotidiana sul fronte interno. Non mi sembrava
che finire dietro le sbarre fosse il modo migliore di utilizzare il proprio
tempo. Io pensavo piuttosto al maggio '68 in Francia, scioperi
(soprattutto delle forze armate e delle università), dimostrazioni,
occupazioni, blocco dei centri di reclutamento, rogo degli uffici della
Riserva, sabotaggio degli impianti della Difesa. Insomma, vi siete fatti
un'idea. Lo chiamavano "trashing", devastazione. Aggiungo che è quel
che successe.

DEVASTARE LE STRADE, FAR SALTARE I CESSI


Non potevamo ispirarci a nessun fenomeno del passato. Entro certi
limiti la protesta pacifica come i picchetti, i raduni e i teach-in sarà
sempre efficace. Come i sit-in. In quel periodo, ogni tanto, una sede
della Riserva si ritrovava i corridoi e gli uffici intasati di corpi
spaparanzati che tentavano di impedire il reclutamento per la guerra.
Ciò nonostante, vedevo aumentare lo scoramento tra i contestatori.
Ormai, qualsiasi gruppuscolo che avesse almeno un portavoce
universalmente noto e che fosse riuscito a raccogliere poche migliaia di
dollari per i volantini e le inserzioni, poteva organizzare una
manifestazione contro la guerra a Central Park e radunare da venti a
quarantamila persone, a seconda delle ultime notizie e del clima.
Partecipare diventò un rito e i discorsi proseguirono monotoni, senza
sosta.
Durante il processo di Chicago, i Weatherpeople5 affluirono nella
Città del vento per un confronto nazionale intitolato i "giorni della
rabbia". All'inizio noi imputati eravamo favorevoli, anzi, il nome
l'avevo inventato io ispirandomi al titolo di un documentario su John
Kennedy. Tom Hayden arringò la folla al Lincoln Park accanto a
Froines, ma come sempre lasciò subito il proscenio. Io ero in mezzo
alla folla. A un certo punto Jeff Jones diede il segnale di uscire dal
parco e puntare verso la parte borghese di Chicago. Stavolta non si
menava il can per l'aia. La gente cominciò a tirar fuori tubi e catene e a
devastare tutto quello che incrociava, auto, vetrine, poliziotti. Fu un
vandalismo indiscriminato. In seguito, ho scritto un articolo in cui
criticavo azioni del genere. Secondo me era suicida sfidare apertamente
la polizia, e ce l'avevo anche con i guerrieri della strada che avevano
sfondato i vetri delle Volkswagen e i negozietti a conduzione familiare.
Però, mi guardavo .bene dal criticare la devastazione in quanto tattica,
anzi, invitavo i Weatherpeople a spostarsi a Washington per proseguire i
vandalismi nelle aule dei palazzi del governo.
I "giorni della rabbia" innescarono sommosse in tutta la nazione.
Nei due anni seguenti questo tipo di incursioni fu praticato da
centinaia di migliaia di manifestanti. Di solito non erano pianificate,
seguivano semplicemente i raduni. Appena la polizia si muoveva per
fermare qualcuno che varcava i limiti, la folla scattava. Per la maggior
parte scappavano e basta, però molti si fermavano a vandalizzare un
bersaglio adocchiato in precedenza. Spesso, si tentò di erigere barricate
e creare zone liberate. Seattle, Berkeley, Cambridge, Madison e Lower
East Side diventarono le enclavi più attive della resistenza. Le
dimostrazioni in questi posti si succedevano a cadenza settimanale. A
Berkeley, ogni tanto, cinquemila persone prendevano d'assalto il
palazzo dei corsi per ufficiali della Riserva lanciando pietre e bottiglie.
Ad Harvard Square i manifestanti bruciarono le auto della polizia e
sfondarono le vetrine delle banche. In una notte di disordini, a Madison
furono appiccati non meno di quarantuno incendi. Durate un fine
settimana di disordini a Kansas City si segnalarono danni per due
milioni di dollari. Il Consiglio americano per l'istruzione valutò 9408
proteste nei campus durante l'anno accademico 1969-70, e in più di
settecento casi fu necessario spedire altri poliziotti o membri della
Guardia nazionale.
Oltre a queste violenze spontanee, cominciarono a formarsi cellule
rivoluzionarie clandestine che portarono a segno parecchi sabotaggi
contro i simboli della guerra o del sistema. Furono fatti saltare centri di
addestramento militare, messe a ferro e fuoco banche. Queste violenze,
abbastanza comuni in Europa, erano praticamente sconosciute negli
States. I disordini contro il reclutamento durante la guerra
d'indipendenza e l'ondata di militanza anarchica durante la nascita dei
sindacati, negli anni Novanta dell'Ottocento, erano gli unici precedenti
storici di quanto stava accadendo ora. Però, nessuno di quei due
fenomeni poteva essere paragonato quanto a portata all'opposizione alla
guerra del Vietnam. Si valuta che i danneggiamenti abbiano superato la
soglia dei cento milioni di dollari. Il totale di attentati guerriglieri
dipende dalle statistiche di cui vi fidate. La rivista "Scanlon", costola
effimera di "Ramparts", pubblicò nel gennaio '71 un servizio in cui
catalogò 546 sabotaggi nel solo 1970, più o meno dieci alla settimana.
Se estrapoliamo da un'altra analisi dell'agenzia del Tesoro per la lotta ad
alcol, tabacco e armi da fuoco, la media settimanale viaggia attorno ai
quarantadue attentati o incendi dolosi di matrice politica. L'analisi
obiettiva e dettagliata di quel periodo di Kirkpatrick Sale, nel suo libro
SDS, è forse la fonte che ci fornisce il miglior quadro generale. Sale
valuta che sia stato coinvolto in queste azioni quasi un milione di
persone, appoggiate da circa un quinto della popolazione, cioè forse
altri quaranta milioni. Ricordo questi dati solo perché tanti libri scritti
da militanti pacifisti si sono sentiti in dovere di negare questa realtà e
farci passare per tanti agnellini.
Una volta Rap Brown ha detto: "La violenza è americana come la
torta di ciliegie", però come arma politica rivolta contro le istituzioni
era un'esperienza inedita. Soprattutto per tanti bianchi intellettualoidi
come me che non erano mai stati sotto le armi. (A proposito, sono stato
riformato per via dei figli, ma ho bruciato lo stesso la cartolina
precetto.) Bombe e armi da fuoco erano cose assolutamente estranee al
mio background, anche se, come ho scoperto con grande stupore, la mia
era solo una posizione minoritaria. Tanti ragazzi, soprattutto quelli
venuti dalle zone di campagna, crescono con una certa praticaccia in
tema di armi e con un'infarinatura sul funzionamento degli esplosivi.
Ciò che a me sembrava marziano, per altri colleghi era una seconda
natura. In tante parti della nazione puoi comprare legalmente la
dinamite lasciando appena una firma. Puoi produrre una bomba potente
(anche se alquanto instabile) mischiando cacca di pollo e cherosene. Per
la confezione di una bottiglia molotov non occorre una grande
competenza. Trovi facilmente vari manuali che insegnano a sabotare (la
Paladin Press di Denver è stata la casa editrice più attiva
sull'argomento), e alcuni dei testi migliori sono pubblicati dal governo
degli Stati uniti e sono consultabili presso la Biblioteca del Congresso.
E nel fiorente mercato clandestino puoi trovare senza troppi problemi
armi ed esplosivi più sofisticati. In quel periodo sono stato interpellato
da parecchi mercanti d'armi che mi offrivano pistole, mitragliette,
plastico, bazooka, mortai. "Dì solo un nome. Puoi avere un carrarmato,
perfino un jet! " mi disse una volta un trafficante. Anche se non sono
mai giunto a un accordo ero affascinato da questo circuito clandestino.
Ovviamente, altri non si sono astenuti, e per strada si faceva un gran
parlare di corsi clandestini per confezionare delle bombe. Dove c'è una
volontà, c'è una maniera. Piazzavi un timer, infilavi la bomba in un
sacchetto di plastica e la depositavi in uno sciacquone. Esplodevano di
notte, con danni che andavano da poche centinaia di dollari a due o tre
milioni. Dopo un po' di questa solfa non potevi più entrare in un
edificio federale senza essere perquisito, eppure qualcuno è riuscito lo
stesso a far esplodere un ordigno al Campidoglio o nel Pentagono.
In tanti casi il danno simbolico era nettamente superiore alla
distruzione materiale. Adesso la struttura di potere non era più vista
come una fortezza impenetrabile. I Weather Underground, per quanto
responsabili di una minima percentuale di attentati, avevano impiantato
una vasta rete di sostegno che propagandava le loro azioni (propaganda
dei morti) e ne allargava il mito. Il loro massimo contributo, secondo
me, è stata la loro pura e semplice sopravvivenza. Il sistema aveva
sguinzagliato centinaia di agenti alla loro ricerca, eppure le laute taglie
e le offerte di trattative non diedero risultati. Un prossimo processo ad
alcuni federali svelerà i tanti metodi illegali usati dai tutori dell'ordine
per beccare questi rivoluzionari in clandestinità. Tra i capi
d'imputazione figurano intercettazioni non autorizzate, furti e irruzioni
illegali.
Anche se ero piuttosto scettico sui "giorni della rabbia" e su tanti
spunti polemici dei Weather Underground, ugualmente ritenevo che il
loro mito avesse un enorme valore e collaboravo con la loro rete di
sostegno. Con Anita m'è capitato spesso di incontrare persone entrate in
clandestinità, e siamo stati fieri di dar loro una mano e di renderci
complici di ogni genere di fuorilegge. Fra tutti i gruppi legali (sino alla
formazione a metà anni Settanta dei Prairie Fire Collectives) lo YIP è
quello che ha avuto più contatti ravvicinati con la clandestinità, anzi,
tanti comunicati dei gruppi clandestini sono stati letti per la prima volta
durante le conferenze stampa yippie.
I nostri primi contatti sono scattati subito dopo l'esplosione di un
palazzo al Greenwich Village, il 4 marzo 1970. Tre Weather furono fatti
a pezzi e parecchi altri rimasero feriti, ma riuscirono in qualche maniera
a scappare dal luogo della più grande tragedia nello sviluppo della rete
clandestina. Per quanto drammatica, la vicenda ha avuto un suo lato
positivo. Tutti i gruppi hanno le loro correnti, persino quelli che
operano in clandestinità. La piccola fazione che s'era separata
dall'umanità spinta dalle proprie pulsioni suicide si stava attrezzando
per l'attività terroristica, a cominciare dalle bombe contro la Columbia
University per quello che sarebbe stato il gesto più idiota della nostra
storia. Non si vince una rivoluzione con l'odio e con l'intimidazione
della popolazione. La gente è fatta di carne e sangue, non di simboli.
Sono d'accordo che la proprietà privata non ha diritti inalienabili, non
s'è mai fatta una rivoluzione senza distruggere le proprietà private,
soprattutto i simboli del potere. "Non puoi fare la frittata senza rompere
le uova" ha detto una volta Lenin. Però siamo ancora mille miglia
lontani dal terrorismo che falcia vite innocenti, che siano in un'aula, in
un aereo o in un condominio.
Non solo questo tipo di terrorismo è una strategia che non funziona,
ma può soltanto arrivare a sostituire il nostro sistema spietato con un
altro simile. A distanza di tempo, l'esplosione in quella palazzina ha
salvato tante vite proprio perché ha azzerato le tendenze terroristiche
nella struttura dei Weather. Da quel giorno non è più rimasto ferito
nessuno in un loro attentato, e i veri responsabili di questo distacco dal
terrorismo gratuito verso una "distruzione costruttiva" sono stati Jeff
Jones e Bill Ayres, a parer mio i più brillanti leader della rete
clandestina. Ho sempre avuto un enorme rispetto per Bernardine Dohrn,
anche se è la responsabile dello stridente catechismo di sinistra che
echeggiava in quegli interminabili comunicati da venti pagine a
interlinea stretta, che dalla clandestinità volevano direzionare le masse
"prive di guida". Ma Jones e Ayres rappresentavano la tendenza più
creativa, cercavano sempre di inserire la nuova cultura nella politica
socialista internazionale. Ovviamente, parlare dei Weather è
estremamente difficile, ancora oggi. Conoscevo abbastanza bene una
delle vittime di quell'esplosione, Terry Robbins, e dopo lo scoppio ho
aiutato a organizzare una funzione commemorativa davanti alle
macerie. Circa una settimana dopo sono scattati i miei contatti con la
rete clandestina. Era tutta gente coraggiosa e idealista, ma chiaramente
un po' fuori di testa.
Mi sento molto vicino a loro, e la penserei uguale anche se non fossi
latitante.
I Weather hanno sbagliato tutto sull'andamento della guerra e sul
futuro del movimento contro la guerra. Oggi è abbastanza facile
snobbarli come una nota a piè di pagina, romantica ma delirante, di
quel periodo caotico. Il fatto che siano riusciti a costruire una rete
clandestina e abbiano portato a segno varie azioni di guerriglia (a
proposito, non corrispondono alla mia definizione di gruppo terrorista)
riuscendo a evitare di essere beccati, sarà molto apprezzato dal
prossimo movimento pacifista che nascerà per protestare contro la
prossima (e inevitabile) guerra all'estero.
Poi ci fu il 4 maggio, forse il giorno più nero nella storia delle
università americane. Circa duecento dimostranti inermi s'erano dati
appuntamento nel campus della Kent State University, nell'Ohio. Un
contingente della Guardia nazionale aprì il fuoco senza avvertimento e
senza essere provocato, ammazzando quattro studenti e ferendone altri
nove. Il paese fu attraversato da una squassante ondata di rabbia. Altri
cinquecento atenei si unirono allo sciopero e quasi cinque milioni di
studenti si rifiutarono di andare a lezione o fare esami. Sono
settantacinque gli attentati documentati da "Scanlon" solo nella prima
settimana di maggio, e numerose palazzine ospitanti i corsi per
riservisti furono date alle fiamme.
Durante lo sciopero, i gruppi attivi nei campus organizzarono una
serie di assemblee e seminari per discutere le tattiche che avrebbero
portato al ritiro dei nostri militari dalla Cambogia e alla fine della
guerra. La maggior parte dei college fu usata per organizzare le
manifestazioni contro la guerra, ma quando i militanti cominciarono a
fare visita anche ai licei locali, l'ufficio del procuratore generale a
Washington invitò tutti i campus a chiudere i battenti, sperando che in
quel modo gli studenti si disperdessero.
Fu senza dubbio il periodo di maggiore tensione e più feroci lotte di
tutti quegli anni. Al Pace College di New York fu allestito un centro
smistamento di notizie sullo sciopero generale. Ricordo molto bene
quella sera. Stavo tornando da una serie di comizi quando mi
bloccarono in aeroporto e mi spedirono dritto al centro. Giravano voci
cupissime. Nel pomeriggio camion e camion carichi di vigilantes armati
di uncini da macellaio erano sfilati nella vicina Foley Square,
scagliandosi contro gli studenti. Un gruppo provvisto di ricetrasmittenti
aveva fatto irruzione nel campus distruggendo attrezzature e pestando i
coordinatori dello sciopero. E la cosa più vicina al film Z L'orgia del
potere che mi venga in mente. Io quella sera ricevetti parecchie
minacce di morte, pertanto evitai accuratamente di tornare a casa. Il
giorno dopo andai a parlare nei college del Queens e di Brooklyn
attorniato da guardie armate, ma anche così si presentarono i camion di
vigilantes. Però stavolta, a riceverli c'erano centinaia di studenti armati
di mazze da baseball, pertanto i provocatori si limitarono a sventolare
bandiere e cartelli con slogan di destra prima di tagliare la corda.
Attraverso manifestazioni come queste, organizzammo il passaparola
per una manifestazione da tenere a Washington il 15 maggio per
"portare la guerra in patria, dai guerrafondai". Quella che prometteva di
essere la più esplosiva manifestazione di sempre, riuscì invece a
diventare la solita grande adunata di protesta. Ancora una volta gli
stessi vecchi oratori ammonirono Nixon su quello che sarebbe successo
se continuava a fare il cattivo. Del resto i coordinatori del raduno
avevano passato la settimana a collaborare con i funzionari del governo.
Quel giorno, centomila persone si lasciarono tranquillamente
circondare da poliziotti e sceriffi federali. Secondo me, ci voleva
qualcosa di un tantino più militante. Non parlo di devastazioni, perché
si trattava di una folla mista, con bambini e vecchi, anzi, era
esattamente il momento adatto per la più classica disobbedienza civile.
Centomila persone sedute di fronte alla Casa bianca rifiutandosi di
muoversi sarebbero state molto efficaci. (Tra l'altro i partecipanti erano
disponibili.) Io avrei lanciato immediatamente l'appello per altre
manifestazioni davanti alle ambasciate degli Stati uniti in tutto il
mondo. Sarebbe stato un momento unitario in un movimento già
abbastanza frammentato. E senza dubbio avrebbe affrettato la
conclusione di una sanguinaria guerra sbagliata. Quella sera alcune
migliaia di partecipanti delusi sfilarono per strada, e cinquecento di loro
furono arrestati. Ma c'è il tempo per sfilare, il tempo per combattere, il
tempo per tacere, il tempo per qualsiasi tattica scaturita dalla fantasia.
Questo era il tempo giusto per sedersi e rifiutare di muoversi fino a
quando non avessero fatto cessare la guerra. Purtroppo, un'occasione
favorevole come questa non s'è più ripresentata. Furono i piccoli
burocrati mai sentiti e che non vanno nemmeno citati a dirigere le
operazioni. Tutti gli imputati di Chicago s'erano sbattuti tenendo due,
talvolta tre comizi al dì, fino al giorno della manifestazione nazionale.
Quanto a me, ero crollato per la stanchezza dopo una serie di comizi
nello stesso giorno a Syracuse, al Queens College e alla New York
University. Quando arrivammo a Washington ormai avevano preso le
redini delle operazioni i burocrati, la gente priva d'immaginazione che
non è riuscita a cambiare di una virgola la strategia nei sei anni di
protesta, che per quanto ne so sta organizzando ancora oggi la
medesima manifestazione con la medesima lista di oratori nello stesso
angolo di Union Square. Moonisti di sinistra!
Del genere che dirotta le rivoluzioni socialiste dopo che i leader più
ispirati sono morti e santificati.

LA ALGERIAN CONNNECTION
Tornammo a New York schifati dalla manifestazione di Washington.
Nixon aveva fatto una passeggiatina tra i dimostranti, poi era tornato a
guardarsi la partita di football in televisione. In seguito la USIA ha
mostrato in tutto il mondo un filmato di quel raduno per dimostrare
quanto era libera l'America, quanto eravamo stati tutti buonini quando
c'eravamo riuniti per presentare una petizione al nostro governo. Tanto
per fare un esempio, alcuni gruppi di sinistra come il Socialist Workers'
Party, una formazione trotzkista, erano in pratica un gruppo di
vigilantes che impediva agli altri di occupare le strade, e i loro iscritti si
fecero in quattro per impedire ai militanti còme me di parlare alla folla.
Erano gli sbirri del Movimento, che in quel caso riuscirono a
controllare la situazione. Quel grande raduno, e quel gruppo in
particolare, fornirono un'educata valvola di sicurezza, in seguito molto
criticata dalla maggioranza dei partecipanti, che sembravano desiderosi
di "qualcosa di più".
In estate feci assieme ad Anita un viaggio all'Ovest per parlare in
parecchi istituti scolastici. Per la prima volta da quando c'eravamo
sposati ci potevamo rilassare. Nel favoloso Circus-Circus Casino,
Anita, che non aveva mai preso in mano un paio di dadi in vita sua, con
una botta di culo vinse quattordici volte consecutive. Yippie! Noi
intascammo duemiladuecento verdoni, ma qualche forte scommettitore
si portò a casa il decuplo. I sorveglianti le fecero addirittura rimboccare
le maniche. Una serata fantastica. Las Vegas si guadagnò la targa di
nostra città preferita. Il giorno dopo c'incontrammo in segreto nel
deserto con i capi della rete clandestina. Spartimmo la vincita al casinò,
fumammo un po' di erba, dormimmo sotto le stelle e parlammo delle
battaglie future. Ricordo ancora la faccia di Delgado quando mi disse:
"Io voglio solo fumare erba e fare la rivoluzione". Non c'era alcun
motivo di dubitare che sarebbe andata avanti così per sempre.
Circa un mese dopo, girò voce che Timothy Leary, aiutato dai
Weather Underground, era evaso dal carcere di San Luis Obispo ed era
ricercato in tutto il paese. Io volai immediatamente a Oakland per
chiedere a Huey Newton se poteva mettersi d'accordo con Eldridge
Cleaver, pure lui in esilio, perché Leary potesse scappare in Algeria.
Forse per un estraneo potevamo sembrare culo e camicia, ma non era
affatto così. Non avevo mai visto Newton in vita mia, e Cleaver l'avevo
a stento salutato una volta in una hall di albergo. Nemmeno Leary lo
conoscevo gran che. (Il mio territorio era New York.) Per me erano tutte
figure simboliche, molto più che banali amici. Da come immaginavo
l'anno venturo (almeno a giudicare da quanto successo in primavera)
parecchia gente sarebbe entrata in clandestinità o andata in esilio.
Yippie, pantere, Weather e chissà quant'altri. Metà della lista dei
maggiori ricercati dell'ABI era composta da latitanti politici. Per la
prima volta i primi dieci pericoli pubblici erano diventati sedici. E non
erano gli unici nemici della lista stilata da Nixon e Hoover.
Se fossimo riusciti a insediare una colonia di rifugiati in Algeria, non
solo le varie tendenze del movimento statunitense si sarebbero
riaccostate, ma la nostra rivoluzione culturale sarebbe stata finalmente
riconosciuta dagli altri movimenti di liberazione del pianeta. Sono
sempre stato consapevole del nostro misero appeal a livello globale.
E molto più facile avere a che fare con simboli tipo bandiere e palazzi
che con gli esseri umani. Quanto è successo laggiù è una vera farsa di
movimento.
Per prima cosa, mandammo Stew Albert a "spiegare" Leary a
Cleaver, sperando che poi trovassero la maniera di spiegarlo al governo
algerino. Fu molto più complicato di quanto potete immaginare, tanto
che continuammo a lungo a "inventare" per Leary un passato politico
che non suonasse soltanto L-S-D. Un bel giorno Tim e sua moglie
Rosemary si materializzarono inaspettati nel quartier generale delle
Pantere nere prima che fossero conclusi i negoziati, e posso
confermarvi che Tim non era il nostro latitante più disciplinato. Alla
fine decisero di farlo passare per un docente universitario silurato per le
sue posizioni pacifiste e perseguitato dal governo. Gli algerini
cominciarono a considerarlo una specie di Frantz Fanon americano.
Quando Stew tornò a New York ci aggiornò sulla situazione.
"Vogliono che mandiamo una delegazione. Terranno una conferenza
stampa per annunciarlo al mondo intero." Anita era disposta ad andare,
e con lei altri yippie, Marty Kenner, che era anche un importante
procacciatore di fondi per le Pantere nere, e Jonah Raskin, una persona
di cui i latitanti si fidavano. (Potete leggere il resoconto dettagliato di
questi eventi nel notevole libro di Jonah Out of the Whale.) E anche
Jennifer Dohrn, sorella di Bernardine, che s'era intrufolata in una
fabbrica di reggiseni per sindacalizzare le ispaniche, e Brian Flanagan.
Durante i "giorni della rabbia" Brian era stato placcato dal capo del
Consiglio municipale Richard Elrod, che però aveva mancato la presa e
s'era rotto la schiena sul marciapiedi. Brian era stato incriminato ma poi
prosciolto per tentato omicidio, dopodiché s'era candidato per il nostro
partito alla carica di sceriffo della contea di Cook. Purtroppo, aveva
vinto Elrod, giocando la carta della commiserazione. Io sarei anche
andato, ma essendo libero su cauzione non potevo uscire dal paese per
l'Algeria, però mi permisero di incontrare il mio editore italiano. Partii
con Anita con una settimana d'anticipo per fare un po' di turismo prima
dell'incontro a Roma.
Era un momento esaltante nella storia dello Youth International Party:
stavamo per dare un senso alla seconda parola della sigla e per forgiare
un anello importante nella catena della liberazione globale. Tra pochi
giorni dovevamo incontrare a Parigi Jerry Rubin, Nancy Kurshan e Gus
Reichbach, un avvocato yippie, poi io e Jerry avremmo parlato a un
meeting e infine ci saremmo sparpagliati in tutta Europa per costruire il
partito. Il nostro programma autunnale era imperniato
sull'internazionalizzazione.
Be', andò molto diversamente da come immaginato. Anita tornò a
Parigi una settimana prima del previsto, fuori da ogni grazia di Dio,
strillando: "Egomaniaci! Leary. Cleaver. Due pazzi! Non funzionerà
mai. M'è toccato scappare. Ma ti ci vedi io che scappo?". Pare che
Leary e Cleaver avessero indetto una conferenza stampa, ma quando i
giornalisti avevano saputo che ci sarebbe stata anche una certa Dohrn
avevano pensato che fosse Bernardine, all'epoca la persona più ricercata
d'America. Erano accorsi immediatamente in Algeria decine di inviati
speciali, pertanto il governo locale aveva cominciato a seguire con
interesse questo intrigo internazionale in pieno svolgimento sotto il suo
naso. Quando poi avevano scoperto che Leary non era affatto un
"Frantz Fanon", avevano costretto Cleaver a cancellare la conferenza
stampa. Nel frattempo Tim era riuscito a far entrare di contrabbando
ventimila micropunte di LSD, evidentemente progettando una serie di
trip panafricani. Dopo pochi giorni aveva anche iniziato a litigare con
Cleaver. Anita lo trovava svitato forte, uno che sparava slogan in cui
non credeva, ma riservava la vera acredine per Cleaver. "Kathleen è sua
prigioniera! Non m'hanno nemmeno permesso di vederla! Lui se ne
andava in giro con l'amante adolescente che ha trovato laggiù, e
ordinava alle donne di restare chiuse in camera. Non potevamo
nemmeno aprire bocca. Ma io non sono algerina! " Eldridge e Huey
passavano giornate intere al telefono minacciando di farsi fuori a
vicenda. Secondo Anita, i suoi compagni di viaggio erano dei miserabili
molluschi che non l'avevano minimamente appoggiata, mentre Cleaver
si vantava pubblicamente di sparare alla gente che non era d'accordo
con lui e di andarla a seppellire nel deserto. Durante una delle lune
storte di Cleaver, Anita era scappata dalla finestra, s'era fatta dare un
passaggio in città ed era uscita dall'Algeria veloce come il vento.
"Leary è andato a fare un tour dei campi d'addestramento per
guerriglieri palestinesi per dimostrare il suo zelo rivoluzionario" disse.
"Credi a me, ci saranno guai grossi da quelle parti."
Anita ha pagato un prezzo per aver avuto il fegato di contestare la
tirannia personale di Cleaver e per la propria fuga. Per un po' se l'è vista
brutta. Tra l'altro, dopo il processo ero diventato famoso, quindi la
gente saltava addosso a me e tendeva a ignorare lei. Se stavamo
chiacchierando a una festa qualcuno s'infilava immancabilmente nel
mezzo dandole le spalle e attaccando bottone con me. La notorietà
azzerò tutte le amicizie. Poco prima di andare in Europa avevamo fatto
un viaggetto nello stato di New York per andare a visitare un paesello in
cui pensavamo di trasferirci in vista dell'entrata in clandestinità, in parte
per stare lontani dalla polizia, in parte per sfuggire alle groupie del
movimento. La passione rivoluzionaria di Anita si andava raffreddando
da qualche mese a quella parte, e tra l'altro cercavamo anche di avere
un bambino. L'esperienza algerina aveva rinfocolato il suo odio per le
ipocrisie e per i leccapiedi del movimento.
Poi arrivò Jerry Rubin. Aveva rotto con Nancy! Era a pezzi. Lei era
scappata con un compagno della Kent State, e adesso Jerry ce l'aveva
con tutto il genere femminile. Si rifiutava perfino di stare ad ascoltare
Anita. Poi quando arrivarono gli altri, tenemmo un conciliabolo.
Cleaver voleva che riconoscessimo la sua leadership, anzi, io e Jerry
dovevamo raccogliere fondi per lui e Leary. Tanto per fare un esempio,
voleva che gli comprassimo un'automobile. Anita scoppiò a ridere. "Lui
è un porco e voi siete un branco di sessisti ipocriti" strillò.
Be', mi schierai, dalla sua parte. Non solo era mia moglie, ma anche
la mia più cara amica. E poi aveva ragione. Alla fine tutti partirono per
Londra, a parte me e Anita. Che cazzo, Parigi è un posto fantastico per
fare un bambino. Invece, quando andammo in Germania per incontrare
Daniel Cohn-Bendit (Danny il Rosso) ci rifiutammo di scopare. Non
trovammo alcunché di romantico in Germania.
Al nostro ritorno evitammo di parlare del dramma algerino. Io ho
sempre discusso poco o nulla di quel grande colpo internazionale.
Comunque, nel giro di pochi mesi non sarebbe più contato un accidente
perché si seppe che Cleaver aveva messo Tim e Rosemary agli arresti
domiciliari, e mi cercarono per aiutare i Leary a uscire dall'Algeria.
Prima dentro, poi fuori. Riuscimmo a ottenergli l'asilo politico in
Danimarca, ma anche in quel caso riuscì a mandare tutto a scatafascio
scendendo dall'aereo in Svizzera per farsi arrestare in flagrante. Ho
sempre trovato divertente che il paese che ha dato al mondo le banche e
gli orologi a cucù gli abbia dato anche l'LSD. Gli svizzeri non lo
trovano affatto buffo, perciò quel giorno sbatterono al fresco Leary. Il
resto è nel suo libro.

L'ULTIMA RETATA
Nell'inverno 1970-71 Anita era gloriosamente incinta, però restava
l'amaro in bocca per la vicenda dell'Algeria. Come se non bastasse, le
donne del movimento cominciarono ad attaccarla perché voleva un
bambino. "Non c'è tempo per questo genere di lussi" le dicevano. Era
controrivoluzionario, sessista ed egoista. Persino una scheggia
impazzita come Germaine Greer la cazziò perché diventava prigioniera
di un neonato. "Come una vacca!" Una grossa fetta della sinistra
sembrava dispostissima a vivere senza figli. I militanti dovevano essere
clonati mentalmente, non prodotti dall'utero. Sembrava quasi che tutto
facesse brodo per lanciare un attacco personale.
Quando uscirono il mio libro e quello di Anita, andammo un po' in
giro per promuoverli. Io continuavo a parlare nei campus, anche se
l'estate del '70 sembrava avere prosciugato tutte le energie degli
studenti. Il mese più tumultuoso nella storia dei college, il maggio
precedente, aveva costretto le autorità a chiudere centinaia di campus,
ma in autunno era tutto tranquillo. L'invasione della Cambogia finì e i
soldati continuarono a rientrare in patria. C'era un'atmosfera generica di
intimidazione. Del resto, avevano ammazzato sei studenti alla Kent e
alla Jackson State. Io andai a parlare alla Kent State e incontrai gli
attivisti locali. Secondo i rapporti ufficiali, al centro degli scontri c'era
stata la sezione dell'YlP, perciò alcuni nostri militanti chiave erano sotto
processo. Doveva cadere qualche testa, e come spesso succede furono
le vittime della violenza a essere accusate di "provocazione". A questo
punto, tanti istituti erano pesantemente infiltrati da informatori e agents
provocateurs che incoraggiavano le guerre tra fazioni, e aleggiava la
frustrazione che nasce quando che non hai più altra scelta a parte le
elezioni o la lotta armata, che in quel periodo significava attentati. E
infatti erano in auge le reti clandestine. In quasi tutti i campus vedevi
qualche T-shirt con la saetta dei Weather e i manifesti che annunciavano
"qui Bernardine è benvenuta". Il grosso problema degli attentati era il
loro effetto sugli attivisti, che li ritenevano l'unica espressione legittima
della propria battaglia. Appena germogliava l'idea, scattava anche il
dilemma esistenziale "perché non mi unisco a loro?" seguito dalla
risposta perfettamente sensata che non ne valeva la pena. Centinaia di
militanti rimasero presi in quella tagliola, e così abbandonarono ogni
attività, convinti di non avere ima vera vocazione.
La moda stava cambiando. Adesso era nell'aria la nostalgia.
Nell'introduzione all'edizione tascabile di Woodstock Nation ho scritto
(sprezzante) del revival degli anni Cinquanta, l'autoanalisi, il fervore
religioso, i tranquillanti (droghe che ti facevano evadere,
diametralmente opposte all'effetto delle droghe della mente) e
l'assimilazione della controcultura nel mainstream. Qualsiasi appello
all'idealismo veniva accolto da cori di "già sentito", anche da parte mia.
Però mi tenevo attivo, anzi, per una settimana scesi nelle strade di
Belfast a combattere contro i militari inglesi. Un'avventura davvero
simpatica: ero venuto a osservare e finii per indossare l'uniforme
dell'lRA (giubbotto della Seconda guerra mondiale e basco) in segno di
sfida alle leggi che ne facevano un reato. Alla sera le donne
percuotevano i coperchi dei bidoni come se fossero cimbali, per
richiamare i miliziani in strada perché stavano arrivando le pattuglie
britanniche. In quel periodo, l'esercito utilizzava le pallottole di gomma
in quella che mi sembrava un aggiornamento abbastanza signorile del
colonialismo. I fratelli McCann, capi dell'ala estremista dell'lRA, le mie
guide, mi spiegarono che gli irlandesi erano i "negri bianchi d'Europa".
Il tasso di disoccupazione fra i cattolici era il quadruplo che tra gli
Orangemen protestanti, e quasi tutti i lavori umili erano di competenza
delle donne. I ragazzi si salutavano per strada e al bar chiedendo: "Tua
madre lavora ancora? ".
Una volta mi accompagnarono dietro una cascata fino a una taverna
segreta, il Belfast Felons' Club, secondo loro un grandissimo onore,
visto che solo chi era stato dentro perché aveva combattuto per l'Irlanda
libera ne poteva diventare socio. In quel locale i ragazzini che
fumavano canne giocavano a freccette con i nonni che andavano a
whisky. Imparai lì che la pietra angolare del movimento irlandese era la
famiglia, così cominciai a rivedere il mio concetto di rivolta
generazionale. (A proposito, allora avevo già trentacinque anni.)
Quando partii (m'avevano avvertito che i tribunali americani stavano
per revocare la libertà su cauzione e dichiararmi latitante, se non fossi
tornato su suolo statunitense nel giro di ventiquattro ore) parecchi
attivisti europei che avevo incontrato in Irlanda furono arrestati e
accusati di cospirazione per aver tentato di far saltare il Queens College
di Belfast. Per settimane, la stampa britannica strombazzò la mia visita
come prova di un complotto anarchico internazionale. Sui giornali
americani girò addirittura la storia, più fantasia che realtà, che avevo
steso un soldato britannico mentre aggrediva un bambino. Scotland
Yard mi scortò alla frontiera e fui bandito per sempre dalle isole
britanniche. Poi negli States tenni una serie di conferenze e contribuii a
raccogliere fondi per la causa irlandese. Dopo qualche mese si venne a
sapere che i McCann avevano trasformato il loro processo in una
versione Belfast di Chicago, dopo che Jimmy, il fratello minore, aveva
annodato le lenzuola e scavalcato il muraglione del carcere di Belfast.
Mi chiamava Abie. Ti voglio bene, Jimmy. Continua a scappare,
continua a combattere.
I bombardamenti in Vietnam non volevano saperne di smettere, ma io
non organizzavo più cortei e adunate. Scoppiarono bombe in
Campidoglio e al Pentagono. Dave Dellinger finì in ospedale. Jerry si
trasferì in California. Tom ebbe uno scontro fra correnti a Berkeley e
rimase in panchina per un tot. Rennie Davis entrò in un collettivo di
Washington, la May Day Tribe, e in primavera lanciò un appello al
disordine generalizzato, utilizzando tattiche di guerriglia per bloccare il
traffico. Ma gli avversari misero in campo migliaia di poliziotti e
guardie nazionali per levare i manifestanti dalle strade e dai parchi, di
solito prima che le cose degenerassero, arrestando tutti quelli che
avevano l'aria sospetta. Nelle retate della polizia furono fermati
dodicimila dimostranti. Nessuna delle due parti prestava soverchia
attenzione alla legalità. In un secondo tempo, i tribunali avrebbero
ricusato ogni arresto, criticando Mitchell per aver "preso la legge nelle
sue mani". Qualche anno dopo avrebbero concesso dodici milioni di
dollari di risarcimento ai dimostranti. Nessuno s'illude che ci sarà sul
serio un esborso di denaro, però questa sentenza sancisce che le autorità
hanno esagerato e che sono state loro a infrangere la legge.
Per me è stata l'ultima retata. Ormai ero meno svelto di gamba, così
un giorno gli sbirri mi beccarono mentre separavo un filobus dallo
spinterogeno e m'inseguirono in un vicolo. Lottai con tutto quello che
avevo. Cazzotti. Calci. Unghie. I compagni irlandesi ne sarebbero stati
fieri. Mi battei come un ratto spalle al muro contro quei panzoni in blu,
grandi tutti il doppio di me. Alla fine due mi bloccarono le braccia
dietro la schiena mentre un altro, con un ringhio, mi assestava il colpo
fatale, abbattendo uno sfollagente con tutta la forza in piena faccia.
Sentii le ossa spezzarsi, e capii che i miei giorni da guerriero della
strada erano finiti. Ero più un Cirano che un Sansone, la mia forza era
sempre stata nel naso, non nei capelli.
Mi svegliai in un improvvisato campo di concentramento attorniato
da migliaia di compagni. Stew Albert mi aiutò ad arrivare alla tenda del
pronto soccorso. "Dio, sei proprio conciato male" disse. Qualcuno stava
scavando le buche per le latrine, altri stavano ammassati contro i
reticolati. Era un lager, giuro. Un compagno di detenzione, il dottor
Spock, mi mise qualche punto di sutura. "Ciao, doc, non sapevo che
facessi le visite a casa" biascicai, riuscendo a imbastire un ultimo
mezzo sorriso.
"E spezzato forte, sai" disse.
Quando mi fecero uscire dal complesso camuffato con un camice
bianco chiamai Anita da una cabina. "Bimba, faccio tardi stasera."
I federali non furono tanto contenti della mia fuga. Stavano ancora
guardando il film dell'anno prima, pertanto m'incriminarono per
l'ennesima volta per incitamento alla sommossa, e lanciarono l'allarme.
Ci volle una ventina di agenti per beccarmi. Faccia bendata. Braccio al
collo. Anita ormai era al settimo mese. Mi presero di sera, nel corridoio
buio del nostro palazzo. Un agente strillò spianandomi la pistola
Sfaccia: "Beccatelo! " e Anita fu gettata a terra. Poi mi ammanettarono
e mi portarono dentro.
NASCE AMERICA
Gli sbirri di Washington m'avevano rullato forte. Eppure, mi
appiopparono un'imputazione extra per aggressione a pubblico
ufficiale, anche se le autorità competenti la ritirarono appena diedero
un'occhiata al mio grugno massacrato. I medici dell'Albert Einstein
m'imbastirono un facsimile decente della vecchia faccia da culo e mi
rimandarono a piede libero con il monito "un'altra così e ti soffierai il
naso dalle orecchie". Decisi di appendere al chiodo le scarpe Ho Chi
Minh, poi strinsi la mano ai dottori e presi la metro per tornare nel
Lower East Side.
A quel punto Anita era pronta a "scodellare". Abbiamo amato quel
bambino sin da prima che nascesse. Era il nostro modo di dire che le
relazioni personali contavano. Il nostro era un matrimonio di grande
tenerezza con qualche parte noiosa ma ugualmente impagabile. Non ci
applicavamo molto, ma solo perché non sembrava ci fossero tante
tensioni da risolvere. Tra noi passava qualcosa di positivo. "Morte alla
monogamia" era soltanto uno di quegli slogan da duri del movimento
che ti lasciavano l'amaro in bocca. Sapeva di Stalin che abolisce il
giorno di san Valentino e delle severe reprimende ai genitori che
vivevano nel sacro vincolo. A nessuno di noi due piaceva questa forma
di arroganza generazionale. Il nascituro sarebbe stato l'espressione della
nostra curiosità per la vita e del nostro impegno per il futuro. Non
sarebbe rimasto separato dalla nostra attività politica. Doveva essere
piuttosto una conferma. E come i nostri libri, iniziava con un titolo
interessante: america. Che fosse maschio o femmina il nascituro
l'avremmo chiamato "america", rammentando a tutti che la prima "a"
era minuscola. (Nel certificato di nascita è scritto così.) E i giornalisti
mi chiedevano in coro: "Va scritto anche con la kappa?". Non vi dico
quante volte me l'hanno chiesto, la conferma, almeno per me, che non
capivano una mazza. Un bambino fascista?? Tra l'altro Grace e Paul dei
Jefferson Airplane avevano chiamato la figlia china, così se fosse stato
un maschio nostro figlio si sarebbe potuto sposare un giorno con china
davanti a Henry Kissinger nelle vesti di un rabbino protestante.
In sala parto tenni stretta forte forte Anita senza mai perdere di vista
il neonato che spuntava. Poi successe. "Un maschietto! " gridò
qualcuno. Tre chili di essere umano fremente. Giuro di aver visto un
pugnetto chiuso agitato in segno di vittoria quando america uscì nel più
vasto universo. Voleva nascere. Da quel giorno non do più molto peso
alle teorie del trauma alla nascita.
Non venne al mondo in silenzio. La stanza d'ospedale era sommersa
da mazzi di fiori, nastri e completini inviati dagli amici, tutti
naturalmente nei colori di famiglia, bianco, rosso e blu. La WBAI diede
l'annuncio del lieto evento, e Radio Bob mandò in onda GodBless
America per tutta la notte. Però, anche in questo caso avevo aggiunto
un piccolo tocco yippie. I politici giù a Washington ti spedivano a
comando i biglietti di felicitazione se li avvertivi in tempo di fatterelli
lieti come nascite, matrimoni o promozioni, perciò poco prima che
Anita entrasse in ospedale avevo notificato il fatto alla Casa bianca a
nome "signori Hoffman", e in effetti arrivò un bigliettino con le lettere
in rilievo che diceva "il presidente e Pat Nixon sono lieti di
congratularsi con voi per la nascita di vostro figlio". Così naturalmente
quando venne a trovarci il biografo di famiglia, cioè la Associated
Press, io potei annunciare tutto impettito che Nixon ci aveva appena
inviato le sue felicitazioni. L'addetto stampa della Casa bianca, Ron
Ziegler, smentì, al che io ficcai sotto il naso dei giornalisti biglietto e
busta. "Non è la prima volta che quel bastardo mente." Sissignore,
ancor prima di disporre della favella il pupattolo aveva già le mani nella
pasta politica. Un ramo della vecchia quercia, il piccolo america.

IL TAGLIO DI CAPELLI CHE HA CONCLUSO UN'EPOCA


Forse la più smaccata distorsione di cui sono stato vittima è avvenuta
subito dopo la nascita di america. Stavo tenendo un discorso in una
scuola nel New Jersey quando, durante una lunga sfuriata contro
l'assimilazione della controcultura, esclamai: "I capelli lunghi non
significano più una sega", poi tirai fuori un serramanico e mi sfoltii la
zazzera riccioluta, gettando qualche ciocca alla folla. Raffiche di flash
mentre i cronisti prendevano nota. Finalmente, uno degli ultimi
irriducibili gettava la spugna. "Gli anni Sessanta sono finiti! I Sixties
sono finiti!" (Era stato un così bel decennio che aveva sforato di un
paio d'anni.) Ovviamente questo non l'ho mai detto, ma non voglio stare
a sindacare. La sera dopo, al pari di altri trenta o quaranta milioni di
americani, mi sedetti davanti al telegiornale, e per qualche strano
motivo cominciai da quello della NBC. Vidi una mia immagine
accompagnata da un lungo editoriale sulla fine di un'epoca. Mi dispiace
di non avere il testo completo perché era quasi tutto inesatto. Erano
riusciti a far sembrare che m'ero fatto fare un bel taglio "ali-American"
dal barbiere. Invece era una foto vecchia di due anni! La segnaletica
scattata nel carcere della contea di Cook. Cambiai immediatamente
canale. Anche la CBS ne parlava. Cronkite fu più onesto, ma la foto era
lo stesso vecchia di un anno. Era quella con Grace fuori dalla Casa
bianca, quella con i capelli impomatati. Vedere è credere, mi dissi,
mentre mi accarezzavo i boccoli lunghi fino alle spalle per verificare
che fossero reali. Le vere foto di quel mio discorso erano apparse in
quasi tutti i giornali del New Jersey, e almeno due furono distribuite
dalle agenzie di stampa nazionali. Ma allora, come mai milioni di
persone in tutto il paese vedevano un Abbie privo di boccoli? Sapete,
non sta a me rispondere a questa domanda. Rivolgetela agli alti
papaveri.
La sera dopo stavo guardando il notiziario della CBS, tutto contento
per il crollo in Borsa, come sempre, quando suonò il telefono. "Pronto,
c'è Abbie?" tuonò una voce familiare.
"Sono io."
La verità dietro il taglio di capelli che concluse un'epoca. Le foto
sopra sono state spacciate come verità a milioni di telespettatori (Wide
World Photos). La foto sotto è stata scattata il giorno dopo ( Abbie,
John Lennon, Yoko Ono e Jerry Rubin). Foto di Anita Hoffman.
"Ciao, sono Walter" fece la voce.
"Walter? Com'è possibile? Ti sto guardando proprio adesso in tivù",
"E registrato" rispose l'anchorman per antonomasia.
"Registrato?"
"Sì, nel resto del paese andiamo dal vivo, ma a New York siamo
sfasati di mezz'ora."
"Quindi se il mondo finisse alle sette e un quarto New York non lo
saprebbe mai."
"Ah ah ah. Mi sa che lo posticiperebbero. A proposito, volevo
ringraziarti per la lettera..."
Mi tornò in mente in quel momento. Qualche mese prima Cronkite
portava un paio di occhiali dalla montatura pesante. Dopo avere
studiato l'effetto per tre giorni, gli avevo scritto consigliandogli le lenti
a contatto. Secondo me gli occhiali nuocevano alla sua immagine. La
gente pensava che ci vedesse poco e subliminalmente che le sue parole
fossero meno credibili. Mandavo di continuo lettere del genere.
"Sai, ho seguito il tuo consiglio" disse complimentoso.
"Non vorremmo perderti, Walter. Come mai hai chiamato?"
"Vorrei farti un'intervista... sai, una ventina di minuti sul crollo del
movimento."
"Walter, non mi sono mai tagliato i capelli, quella storia è una bufala.
Sono foto vecchie. E poi non voglio parlare della fine di nessun
movimento. Ci sono gli alti e i bassi, e le mie sono solo opinioni
personali. Le cose diventano difficili per strada quando sei famoso."
"Ti capisco. Faccio fatica anch'io a passeggiare per strada. Certe volte
mi sembra di essere agli arresti domiciliari. "
Appese proprio mentre la sua immagine spariva dallo schermo. E
stata davvero un'esperienza surreale, parlare dal vivo con Walter
Cronkite mentre tornava nel Connecticut in limousine, e intanto lo
guardavo "dal vivo" in televisione. Capii che era reale quanto il mio
taglio di capelli. Che la società moderna ha creato tanti mezzibusti che
mimano in play-back le battute preparate da un megacomputer
presidiato da tecnici esangui in lunghi camici bianchi. E questi
mezzibusti non dicono mai nulla che non sia pianificato per controllare
le masse. E che nulla è reale.

SCOCCIATO DAL MOVIMENTO


Il movimento stava cadendo a pezzi, Per circa un anno gli attivisti in
piena crisi continuarono a tempestarmi di telefonate in cui mettevano
l'anima a nudo. Lotte tra correnti. Problemi personali. Ferite di guerra
ancora aperte. C'erano ragioni molto concrete per tutto questo. Lo
spegnersi della guerra significava automaticamente lo spegnersi del
movimento contro la guerra. Certo, i bombardamenti a tappeto
continuavano massicci e l'amministrazione doveva ancora far scattare
un'ultima invasione del Laos, però era sempre più chiaro che i giorni in
cui i soldati americani combattevano sul campo erano agli sgoccioli.
L'opposizione alla guerra era arrivata fino ai santuari del sistema, ora
sia il "New York Times" che il "Wall Street Journal" invocavano il ritiro
delle truppe, e George McGovern stava trasformando la sua campagna
per la nomination democratica in un unico comizio pacifista. Fu
sospesa la leva obbligatoria, e con essa buona parte dei motivi
immediati che spingevano tanti giovani a sfilare per strada. Restava
ancora qualche idealista, ma l'idealismo da solo non sembrava
sufficiente a spingere milioni di persone a lottare contro un certo tipo di
politica estera.
Breznev aveva abbracciato Nixon e gli aveva dato il benvenuto a
Mosca. Ancor peggio, Ciu En-lai faceva cincin con lui a Pechino nel
momento stesso in cui cadevano le bombe sul Vietnam del Nord. Penso
che siano stati per noi i giorni più tristi. Mi ricordo la volta che me ne
sono lamentato con Irwin Silber, editorialista del "Guardian", un
settimanale della Vecchia sinistra, e lui: "Dovevi esserci quando Stalin
firmò il trattato di pace con Hitler. E stato il giorno che ha fatto
vacillare sul serio la nostra fede". Il paragone era giustificato: la politica
globale sembrava presagire un mondo più complesso di quello degli
anni Sessanta.
E poi il movimento era attraversato da divisioni traumatiche, in gran
parte per via del femminismo. Il sessismo era vivo nel movimento
quanto nelle multinazionali. Forse in minor misura, ma c'era.
Naturalmente siamo tutti figli dei nostri tempi, e una volta che Videa
della liberazione della donna è arrivata sul tavolo delle trattative, non
esisteva che la gerarchia restasse la medesima o fosse rimaneggiata solo
in superficie. Qualcosa doveva cedere.
Nella primavera-estate del 1971 fondammo un gruppo chiamato
WPAX. Rennie Davis s'era accordato con i vietnamiti per ottenere su
Radio Hanoi da due a quattro ore quotidiane riservate al movimento per
le trasmissioni indirizzate ai soldati americani di stanza al Sud. Poi
Rennie mi passò le redini, e io formai il solito gruppo decisionale, il
mix classico di attivisti, agenti sotto copertura e suonati. La maggior
parte delle loro energie la riservavano agli attacchi contro di me perché
ero famoso. Quando si trattò di andare a definire i dettagli con i
vietnamiti, fui costretto dal collettivo WPAX a portarmi dietro (a mie
spese) una tizia che era nel giro da due mesi al massimo. I due
funzionari vietnamiti che avevano finalmente iniziato a fidarsi di me
rimasero basiti quando mi presentai con una perfetta sconosciuta. La
novellina non aprì bocca per tre giorni, ma ne sentì un sacco. Finita la
serie d'incontri io insistetti per tornare separatamente, avendo in
programma di passare da Londra per pubblicizzare il prossimo processo
alla rivista "Oz" e per incontrare in segreto qualche capo dell'lRA. Poi il
gruppo mi processò perché non m'ero portato dietro la tizia in
Inghilterra. La incrociai qualche giorno dopo per strada a New York.
Aveva le lacrime agli occhi. Non riusciva a capacitarsi del mio
"atteggiamento elitario".
"Senti, ieri sera una combriccola di poliziotti fuori servizio è venuta a
passeggiarci sopra il tetto, armata di mazze da baseball" le dissi
esasperato. "Mi pende sul capo una condanna a cinque anni di galera.
Sono libero sulla parola in tre stati, e a Washington rischio altri dieci
annetti. Hai qualche vero problema?" Non l'ho mai più rivista, i suoi
due mesi di slego erano finiti. Stava solo usando il movimento per
sfogare le nevrosi, e non le fregava un accidente di chi era l'avversario,
Abbie o il governo. La natura antielitaria del movimento era
ammirevole, ma tanto poi ci pensava il governo a creare i leader. La
realtà strideva con la nostra filosofia del "niente capi".
FBI, CIA e persino uno HUAC che aveva appena cambiato nome
compresero che trasmettere i pezzi di Bob Dylan e Joan Baez assieme a
qualche notizia diversa dalla solita propaganda delle Forze armate era
in effetti un modo efficace per minare il morale dei soldati. Io, in
quanto Hanoi Abbie, fui indagato, ma il governo non dovette
preoccuparsi a lungo. Dietro pressioni americane, la Aeroflot, la
compagnia di bandiera russa, si rifiutò addirittura di portare le
registrazioni ad Hanoi, e i bisticci all'interno del nostro collettivo non
resero più possibile lavorare in maniera produttiva. Poi uno stronzo di
Buffalo che agiva in base a "un principio rivoluzionario superiore" rubò
le apparecchiature. Il gruppo WPAX si disintegrò. Per qualche strano
motivo stavo cominciando a convincermi che la mia nuova condizione
di "leader non-leader" mi rendeva impossibile la vita di movimento.
Non mancavano le conferme. Mi chiamavano tutti i giorni per
partecipare a un comizio o a una manifestazione in tutto il paese, solo
che non potevo onorare tutte le richieste, così spesso quando declinavo
l'invito uno sconosciuto all'altro capo del filo urlava: "Lo sapevo che eri
un porco con la puzza sotto il naso! ".
I ragazzi scappati di casa trovavano immancabilmente il modo di
arrivare da noi per sentire se potevano trasformare la nostra piccola
camera da letto in un dormitorio. Una volta un ragazzotto pretese di
entrare, e quando mi rifiutai, appiccò un principio d'incendio e iniziò a
soffiare il fumo da sotto la porta d'ingresso. Anita, che era incinta di sei
mesi, spalancò il portone mentre io affrontavo lo sconosciuto arma in
pugno. Era stato un rivale invidioso della nostra notorietà a spingerlo a
quel gesto. Poi lui si scusò e se ne andò. Io però tremavo come una
foglia. Avevo rischiato di fargli saltare la testa.
La fama è uno strano fenomeno. La gente cominciò ad avere una
voglia pazzesca di toccarmi, di strapparmi i vestiti di dosso, di
chiedermi un autografo. Un veterano del Vietnam in carrozzina si fece
quasi duemila chilometri dal Wisconsin solo per incontrarmi in
un'occasione pubblica, poi davanti ai giornalisti mi si aggrappò alle
gambe implorando che lo guarissi dalla paralisi. Essendo stato a
Lourdes e nel santuario della Vergine di Guadalupe conoscevo sin
troppo bene le guarigioni miracolose e il potere dèlia suggestione. Il
poveretto era pronto a essere guarito, e se fossi stato al gioco forse sarei
riuscito sul serio a farlo camminare di nuovo. Ci avrei anche provato se
non ci fossero stati i giornalisti a immortalare la scena. John Lennon
m'ha detto una volta che ai Beatles succedeva di continuo. La
differenza era che io non ero protetto da nessuno, non avevo uno
straccio di privacy, nessun addetto stampa. Diversamente dalle altre
persone famose, quando le telecamere si spegnevano io tornavo per
strada.
Quando cominciarono a girare le false storie sul mio "attico" nell'East
Side, sul mio "furto" di Steal This Book, sul "taglio di capelli" eccetera,
non avevo alcun ufficio pubbliche relazioni pronto a correggere quelle
menzogne. Ero ancora nel movimento, ma il mio cuore stava altrove.
Qualsiasi cosa facessi qualcuno protestava. Non ne facevo mai una
giusta.
La goccia finale cadde nel vaso una domenica pomeriggio a Central
Park, la classica pagliuzza che ha spezzato la mia schiena yippie. C'era
appena stata la strage di Attica in cui era morto un compagno, Sam
Melville, e un altro, Robin Palmer, era rimasto ferito. Stavo spingendo
con Anita il passeggino nel parco, quando due poliziotti si fermarono a
chiacchierare e giocare con il piccolo america. Erano amichevoli, e poi
avevano i baffi e i capelli lunghi oltre il colletto, il massimo che
concedeva il dipartimento. Era una scena simpatica, ma con la coda
dell'occhio vidi i paparazzi dilettanti che si disponevano in cerchio per
scattare qualche foto. Sì, in effetti era una novità gustosa. Le didascalie
delle foto sarebbero state "Piedipiatti giocano con la piccola america di
Abbie mentre l'America è in fiamme". Mi toccò prendere a male parole
i due piedipiatti per togliermi d'impaccio. Loro rimisero america nel
passeggino e se ne andarono incarogniti. La mia immagine pubblica era
salva, ma dentro di me ero a pezzi. Quegli insulti non erano sinceri, ero
stato costretto a comportarmi in maniera disumana solo per proteggere
la mia immagine. Poi Anita li seguì e gli spiegò la faccenda lontano
dalle macchine fotografiche. Soltanto una persona famosa può capire.
Tornammo a casa in metrò nel più assoluto mutismo. Avevamo capito
che non riuscivamo più a reggere la situazione.

IMBOSCATI NELLE COLONIE


"Che latitante di merda sarei" stavo pensando. Ero venuto a Saint
Thomas nelle Isole Vergini in cerca di un posticino in cui crescere il
piccolo america assieme ad Anita per sei mesi, lontano dai riflettori. Per
prima cosa avevo noleggiato una macchina per andare in giro finché
non trovai una casetta sulle colline. Pensavamo che ci avrebbero lasciati
in pace se fossimo andati a vivere lì in incognito, pertanto avevo preso
una serie di documenti contraffatti dalla sacca da latitanza, ero andato
sin lì in segreto, avevo aperto un conto corrente e affittato casa e
macchina sotto falso nome.
Un giorno, mentre uscivo da un parcheggio, una vigilessa mi fece
notare che avevo superato il tempo pagato, poi mi chiese i documenti.
Era alta un metro e un cazzo, ma quando non riuscii a mostrare il
patentino speciale di cui m'aveva parlato l'autonoleggio mi accorsi che
m'aveva afferrato per un braccio. Mi stava arrestando. Prima che
potessi dire beo la donna mi guidò verso la stazione di polizia dall'altra
parte della piazza. L'uomo seduto al banco mi fissò la multa a cento
dollari. Naturalmente io ne avevo solo sessanta, quindi ebbi l'onore di
far visita alla più elegante cella di Saint Thomas. Due ore dopo mi
portarono in aula davanti a un giudice Hoffman! Era nero, eppure si
chiamava proprio come me, e visto che le Isole Vergini sono un
protettorato ogni arresto diventava un caso di pertinenza federale. Dico,
ero in libertà dietro cauzione di 45.000 dollari, condannato a cinque
anni di prigione, imputato per altri dieci a Washington, sotto falso
nome, e adesso mi trovavo al cospetto di un altro giudice Hoffman!
Dopo tre o quattro casi di routine chiamò il mio nome. Mentre mi
recavo a testa bassa alla sbarra cercai in tutti i modi di sembrare
altissimo e biondo, e mi augurai che non mi crescesse troppo il naso.
"Può parlare, figliolo" disse il giudice senza il minimo accento del
posto. E io pensai: "Dio mio, viene dagli Stati uniti". Nel frattempo
però dissi: "Mah, vostro onore, c'è stata un'incomprensione per colpa
dell'autonoleggio che non ha mai parlato di patente speciale. Non
capisco dove posso aver sbagliato". Il primo giudice Hoffman l'avevo
chiamato schtunk, questo invece lo chiamavo vostro onore. Comunque,
nessuno mi riconobbe, perciò pagai l'ammenda e tornai a piede libero.
Due settimane dopo, subaffittammo il nostro appartamento a una
simpatica signora per una cifra sufficiente a coprire entrambi gli affitti.
Eravamo convinti che l'avrebbe utilizzato per scopi misteriosi e in
prevalenza notturni, ma eravamo ugualmente al settimo cielo per questa
opportunità impareggiabile di scappare da New York.
Nessuno che abbia mai avuto la fortuna di immergere il pollicione nel
mar dei Caraibi potrà apprezzare qualsiasi altro tratto di mare. E la
piscina riscaldata che tutti desiderano, però all'aperto. Non so come, ma
il colore e la temperatura dell'acqua la fanno sembrare perennemente
finta. Esplorando l'isola scoprimmo alcune baiette nascoste dove
potevamo stare soli soletti. Inoltre, esaudii un mio desiderio di sempre e
m'iscrissi a un corso di sub. Ogni tanto noleggiavamo una barca e
andavamo a pescare in apnea qualche conchiglione da vendere ai
ristorantini. Io cominciai a cucinare, Anita a curare il giardino, e imparò
anche a guidare quando acquistai una Volkswagen. Alla sera ci
rintronavamo con l'erba cresciuta sotto casa e daiquiri alla banana e
guardavamo il sole calare nella baia, simile a uno yoyo accecante.
A parte qualche rivista underground, scrivevo soltanto agli amici,
soprattutto lunghissime lettere a James McCann dell'lRA. Cullavo
questo sogno romantico di unirmi a loro. Non lo sapeva quasi nessuno
che eravamo andati da quelle parti, ma ciò nonostante cominciai a
portare notte e giorno gli occhiali da sole. Diventammo amici solo di
una coppia che era stata nei mari del Sud con i Corpi della Pace, del
derattizzatore, di un ingegnere e sua moglie e di qualche maniaco di
vela. Facevamo il possibile per evitare i turisti, beandoci di quella
piccola arroganza che ti viene quando vivi in un posto che la gente
sogna, ma in cui rimane giusto quel tanto per una scottatura solare e un
breve abboccamento con i pappataci.
Il dottor Spock teneva ormeggiata una barca a vela nel porticciolo
vicino. Una sera ci andammo a cena, così gli chiesi se gli dispiaceva
dare un'occhiata al petto di america, che aveva lo sterno invertito.
Spock, contentissimo, lo fece saltare sulle ginocchia e poi disse,
sollevandosi la maglietta: "Oh, non è nulla. Vedete, significa solo che
da grande farà il pediatra!".
Ogni tanto passava a trovarci un amico. "Come fate a sopportarlo?"
volle sapere Jerry Rubin. "Niente cinema, tanta noia, e il paesello
sembra Saigon, i bianchi di giorno e i neri di notte. "
"Qui ci tocca chiacchierare. Chiacchieriamo un sacco" rispose Anita.
"Parliamo con il sole e l'oceano" aggiunsi io. "E poi il piccolo ci tiene
occupati."
"Non so, io qui impazzirei" concluse Jerry, che era un drogato
dell'informazione e diventava nervoso quando non si trovava nel caos
di una metropoli.
Una volta passò Brad Fox, così andammo a Portorico per un festival
rock i cui organizzatori erano vere e proprie serpi prive di scrupoli.
Avevano chiamato i giovani a venire sull'isola per una settimana di sole
e musica senza il minimo rispetto per la sicurezza. Il festival doveva
chiamarsi "Rock e tintarella" e in effetti di giorno si viaggiava sui
quaranta gradi all'ombra. Lo staff medico non era sufficiente per tutta
quella folla, e a Portorico nessuno aveva uno straccio di esperienza di
trip girati male. E il posto, una spiaggia remota, era bellissimo quanto
letale. Nei due giorni prima del festival ci annegarono tre persone.
Inoltre, i portoricani venivano a frotte a spiare le bagnanti nude, con
relativo corteo di risse al coltello e di stupri. L'organizzazione non fece
il minimo tentativo di inserire gruppi che avessero qualcosa a che
vedere con la cultura portoricana, anzi, la domenica di Pasqua
dovevano suonare i Black Sabbath in costume satanista. Signori, vi
presento l'imperialismo rock.
Noi contattammo qualche gruppo indipendentista portoricano e
tenemmo una conferenza stampa congiunta in cui consigliammo alla
gente di non venire, e come gesto di buona volontà verso i portoricani,
annunciammo che ce ne saremmo andati prima dell'inizio. Dopo il
festival, diecimila persone rimasero bloccate all'aeroporto di San Juan
visto che i charter non avevano rispettato i contratti, al che Brad
commentò deluso: "Abbiamo visto la nostra Altamont".
Tornato a Saint Thomas, mi feci assieme ad Anita tante lunghe
passeggiate immaginando una vita a tre in un posto ancor più isolato.
Del resto, buona parte della nostra copertura era saltata. I federali erano
già arrivati nella nostra casetta sull'isola per chiederci di Ron Kaufman.
Ron era stato la mia guardia del corpo a Chicago ed era sparito
misteriosamente dopo il processo. Secondo la rivista "Time" s'era
riarruolato con il preciso intento di imparare a usare gli esplosivi, poi in
perfetta solitudine aveva piazzato nove bombe in altrettante cassette di
sicurezza di banche di città diverse. Però, poco prima dell'apocalisse, se
posso chiamarla così, s'era pentito e aveva inviato alle banche una
lettera in cui spiegava dove stavano gli ordigni. Ron era troppo gentile
per fare del male anche a una cassetta di sicurezza. Appena i federali se
ne andarono, sgattaiolammo dietro casa a estirpare tutte le piantine di
marijuana.
Un giorno a Saint Croix alcuni leader neri mi riconobbero e mi
chiesero se mi andava di parlare al college locale. Io mi defilai, ma i
poliziotti locali cominciarono a guardarci con occhio diverso. E anche il
quotidiano del posto. Promisi che mi sarei fatto intervistare prima della
partenza solo se il giornale non avesse parlato subito della mia presenza
in loco.
Eravamo a corto di liquidi, inoltre, tra non molto dovevo presentarmi
in aula a Washington. Paventavamo il ritorno in città, anche perché,
come si suol dire, c'eravamo "rammolliti". Forse tutte le partenze da
un'isola sono intrise di tristezza. La nostra lo fu.
Sei giorni dopo essere tornati a New York andammo a ritirare l'auto
allo scalo di Brooklyn. "Una Volkswagen azzurra, porto di spedizione
Saint Thomas. Ha solo un sedile, lo sa?" annunciò il funzionario delle
Dogane.
Dopo due ore ci portarono finalmente al molo dove rivedemmo la
nostra piccola Volks. In quel momento arrivarono due portuali dai
capelli lunghi. "Ehi, bello, devi essere uno grosso se hanno appena fatto
una Trench connection' al tuo macinino" fece uno.
"Davvero? Li avete visti?" chiese Anita.
"Ah-ah. L'hanno smantellata, gomme, portiere, sedili. Saranno stati in
dieci. Ma non ve ne sareste nemmeno accorti."
Invece ce ne accorgemmo.

MCGOVERN E MIAMI
Una volta tornati in città, la priorità fu l'udienza predibattimento a
Washington sull'imputazione di associazione a delinquere a scopo di
sommossa. Un'associazione con una persona sola, ci dicemmo mentre
volavo con Lefcourt verso la capitale per cominciare un altro round con
pubblici ministeri federali e giudici. Attualmente il procuratore generale
era Richard Kleindienst, visto che John Mitchell era passato alla
direzione della campagna per la rielezione di Richard Nixon e
presiedeva un esercito clandestino di artefici di trucchi sporchi. Durante
una lunga discussione, piombarono in aula alcuni federali che
iniziarono a sussurrare all'orecchio della pubblica accusa, e un attimo
dopo fu annunciato che tutte le imputazioni erano cadute. Il ministero
della Giustizia preferiva tenere nascoste tutte le mie intercettazioni,
quell'immensa mode di materiali raccolti illegalmente. Anni dopo, in un
altro processo in un'aula federale, il governo avrebbe confessato non
meno di 144 intercettazioni illegali a mio carico.
Quel che mi sembra strano, se ripenso alla primavera del 1972, è
l'immagine che aveva di noi il governo. Era di nuovo periodo di
Convention, e Nixon temeva che avremmo combinato ai repubblicani
quello che avevamo fatto quattro anni prima ai democratici. Convinto
che fossimo in grado di far affluire a San Diego quarantamila
contestatori, avviò una sistematica campagna di intimidazione contro
tutti gli attivisti della California del Sud, aumentando al tempo stesso la
sorveglianza delle figure nazionali più in vista. Tutto ciò senza essersi
apparentemente accorto delle difficoltà interne al movimento, quasi ci
fosse un divario enorme tra la raccolta d'informazioni alla base da parte
del sistema e il potere decisionale su in cima. Ovviamente, il governo ci
accreditava un potere che ormai per lo più s'era dissipato. Arrivarono al
punto che Gordon Liddy stilò un piano per sequestrare Jerry Rubin e il
sottoscritto e portarci in Messico sino a Convention conclusa. Alla fine
si convinsero (senza la minima sollecitazione da parte nostra) che non
sarebbe stato possibile arginare i disordini, e così spostarono la
Convention a Miami Beach, rimettendoci un milioncino di dollari.
A me e Jerry quel rapimento non sarebbe dispiaciuto affatto.
Eravamo nel casino. Anche tra gli yippie valeva il gap generazionale. I
più giovani "zippie" allucinavano da quattro anni gli scontri di Chicago
come l'apogeo delle lotte degli anni Sessanta. Per loro non era cambiato
nulla. Il sistema bipartitico era un porco a due teste, e adesso volevano
andare a Miami Beach per contestare entrambe le Convention. Gli
yippie più stagionati che avevano preparato Chicago ritenevano invece
che i tempi fossero parecchio cambiati. "La storia non si ripete. E
cambiato tutto" sosteneva Jerry. Certo, la guerra continuava, ma adesso
un forte candidato dell'opposizione, George McGovern, chiedeva il
ritiro completo e immediato dal Vietnam, uno stacco radicale dalle
posizioni di tutti i candidati nel '68. Prima, il critico più accanito dentro
i due partiti maggiori arrivava al massimo a chiedere un accordo
internazionale, anche se dal '66 il movimento pacifista non faceva che
ripetere che gli Stati uniti non avevano il diritto di negoziare un
conflitto interno di un altro paese e se ne dovevano semplicemente
andare.
Io sostenevo McGovern, ma anche lo Youth International Party,
perché di McGovern mi piaceva solo la politica sul Vietnam. Era più o
meno la posizione degli yippie più vecchi, pertanto a inizio estate
mandammo una delegazione a Washington per incontrare lo staff della
campagna di McGovern. Se ci avessero detto che il nostro appoggio
sarebbe stato per lui il "bacio della morte" forse avremmo abbassato i
toni, ma non lo fecero, perciò noi promettemmo che non avremmo fatto
alcunché che potesse metterlo in imbarazzo (anche se molti fedeli del
Partito democratico dissero che già la nostra presenza da sola era
imbarazzante).
Assieme a Jerry e Ed Sanders firmai un contratto per un libro sulle
Convention, i cui eventuali profitti sarebbero serviti a finanziare le
dimostrazioni organizzate dagli altri yippie che ritenevano necessaria
una presenza nelle strade. Bisognava ricordare alla gente che la guerra e
i movimenti di protesta erano ancora vivi e vegeti. Il mio scazzo con il
movimento non significava che ero disilluso. Nonostante tante
difficoltà, le mie idee di base rimanevano le stesse. (Ancora oggi.) Ma
non ero più molto sicuro su come tradurre queste idee in altrettante
azioni significative.
Quando arrivammo a Miami, Nixon annunciò il bombardamento del
Laos, quasi un ultimo memento ai vietnamiti del fatto che aveva ancóra
il dito sul grilletto, e un avvertimento ai loro negoziatori a Parigi di non
riporre speranze infondate in un "candidato di pace" alla McGovern.
Perciò, organizzammo immediatamente una grande manifestazione alla
University of Miami. Visto che c'era un gran bisogno di qualche faccia
nota, chiesi aiuto a Donald Sutherland, uno dei divi di
Hollywood disposti a uscire dal seminato e una delle poche persone
di buona volontà che non avevano paura di esprimere le proprie
opinioni. Mi rivolsi anche a Candice Bergen, che non aveva mai parlato
in pubblico. Quando prese la parola, per un minuto le venne la
tremarella da palcoscenico! Allora le diedi qualche dritta. "Candy, devi
parlare dal cuore, del tuo passato, di com'era crescere in America, di
come credevi dovessero essere i governi, della tua rabbia attuale."
Fu una mezza delusione scoprire che tanti attori e attrici facevano
scena muta quando dovevano parlare in pubblico di politica. Non so
perché, gli avevo attribuito superpoteri che gli permettevano di
"fingere" qualsiasi parte se soltanto avevano un paio di battute pronte.
Quando vennero al processo di Chicago successe uguale. Dopo aver
visto Jane Fonda che teneva un comizio, erudii anche lei consigliandole
di non usare appunti e di essere più spontanea. Jane è una donna
davvero insolita che non smette mai di sorprendermi. (Anche se il suo
gusto in tema di uomini lascia spesso a desiderare.) Vista la sua
estrazione, in teoria doveva essere la solita squinzia sciroccata
impegnata in una crociata buonista, invece è diventata attivista perché
essere soltanto un'attrice famosa non le bastava. M'è sempre piaciuta, e
ho cercato di rapportarmi con lei in quanto compagna, non come diva
del cinema, perché è questo che è diventata.
Il giro per la Convention democratica fu un viaggione, una roba
psichedelica. Quattro anni prima a Chicago eravamo stati picchiati e
gasati, adesso quando ci vedevano passare i delegati ci abbracciavano e
ci stringevano la mano. Il movimento a favore di McGovern aveva una
forte componente di base. Era diverso, come fu svelto a ricordare
Nixon. Un gruppo di giovani turchi scortò me e Jerry fino alla
delegazione dell'Illinois, dove ci fecero sedere cerimoniosamente sulla
"poltrona del sindaco Daley". Cathy Macklin, la prima donna inviata a
una Convention da una testata, ci intervistò proprio lì. La rivista "New
York" ha poi scritto che quell'intervista era costata a McGovern
duecentocinquantamila voti. I repubblicani sfruttarono a mani basse la
nostra presenza, ma dubito che McGovern sarebbe stato eletto
comunque, anche se l'elettorato fosse stato già al corrente del
Watergate. Il candidato democratico non aveva ancora capito come
fondere questa nuova coscienza (il potere nero, i diritti delle donne,
l'opposizione alla guerra, la legalizzazione dell'erba) con la mentalità
dei bianchi tradizionali, degli operai, della base del partito. Il breve
sforzo di McGovern ci ha comunque offerto un esperimento sociale dal
vivo. Abbiamo trovato la maniera di restare attivi, di parametrare le
nostre opzioni.
Gli zippie continuarono ad attaccarci, interpretando ogni tic come
una resa, ogni tac come la prova che c'eravamo venduti, e si fecero
beffe di Jerry quando compì i trent'anni, offrendogli una "mediatorta".
Noi li contrastammo in tutti i modi perché non ci piaceva il loro
umorismo come non ci piaceva la loro linea politica inflessibile. La
satira è opinabile come qualsiasi altra arma politica, e vi confesso che
gli zippie praticavano un teatro comico di strada che mi dava la nausea.
Per esempio, quando Arthur Bremer sparò a George Wallace
lasciandolo paralizzato, loro festeggiarono con una manifestazione. Le
scelte politiche di Wallace erano disgustose, ma da paralizzato non
faceva più male a nessuno. Un omone che scivola su una buccia di
banana fa ridere, una donna meno. Un bambino ancora meno. Se
succede a una persona handicappata, la messa in ridicolo diventa
soltanto crudeltà. E capitato di rado che gli zippie riuscissero ad
afferrare queste sottigliezze, loro avevano la mano pesante,
consideravano nemici (me compreso) tutti quelli che non la vedevano
alla loro maniera. Facevano troppo in fretta a isolarsi dagli altri gruppi e
dal grande pubblico, erano troppo smaniosi di adottare l'arroganza
tronfia della setta chiusa. Jerry e io ci battemmo per tutti quei mesi per
controllare l'immagine del partito, anche se avevamo una gran voglia di
passare ad altro. Lo dovevamo ai nostri nipotini.
Poi gli zippie si sono evoluti in yippie, e con loro anche la linea
politica. Oggi sono uno dei pochi gruppi degli anni Sessanta ancora
attivi. A un certo punto del percorso hanno seppellito l'ascia di guerra, e
adesso siamo in buoni rapporti.
Nell'autunno '72 partii per una tournée di comizi in cui spiegai, con
qualche difficoltà, come mai appoggiavo McGovern. Lo incrociai a
Minneapolis, ma stetti molto attento a rimanere lontano dagli obiettivi
della stampa per non danneggiarlo. Dalla Convention alle elezioni fu
una specie di gimcana, visto che McGovern pestò una merda dopo
l'altra. Certe volte sospetto che i politici americani siano appositamente
selezionati per deluderci, diretto risultato della forma di selezione "il
minore dei due mali".
In inverno Anita e io decidemmo che non volevamo più vivere in
città. La nostra breve permanenza nelle Isole Vergini ci aveva fatto
venire una gran voglia di intimità e di bellezze naturali. Quando jua
madre ci comprò una villetta a Long Island ci trasferimmo lì, e io
iniziai a lavorare al seguito di Ruba questo libro. Da quel momento
l'unica attività politica regolare in cui mi sono immischiato è la vicenda
di Tommy Tran tino.
Me l'aveva fatto conoscere un amico cronista, Jay Levin. Tommy,
uno scrittore-poeta rimasto dieci anni nel braccio della morte (per un
totale di vent'anni in galera) era stato condannato per aver ammazzato
due poliziotti del New Jersey. Dopo aver letto il libro che di lì a poco
avrebbe pubblicato, Lock-the-Lock, cominciai a fargli regolarmente
visita una volta alla settimana nel penitenziario di Rahway in quanto
suo "editor". Mettemmo insieme un comitato per la difesa e cercammo
appoggi, Tommy mi ricordava un sacco Jimmy McCann, il provo
irlandese, uno di quei tipi romantici che passano l'esistenza impegnati a
scansare la spada di Damocle. Forse aveva commesso un errore, ma la
gente cambia, i tempi cambiano, e vent'anni in gabbia mi sembravano
tanti quale che fosse il verdetto, quale che fosse il crimine. Se il New
Jersey volesse, Tommy potrebbe uscire sulla parola sotto mia custodia.
Ha ancora qualcosa da dare.

SESSO, DONNE, VASECTOMIA E TUTTA QUELLA ROBA


APPICCICOSA
Un giorno Anita tornò dopo essere andata dal ginecologo. In lacrime.
"La spirale è passata attraverso la parete dell'utero. Secondo il dottore ci
vuole un'operazione per rimuoverla." A me questa storia della
contraccezione non sembrava giusta. Perché dev'essere sempre
responsabilità della donna? Dopo l'esperienza con Sheila avevo capito
che ogni tecnica ha le sue complicazioni. Anita aveva preso la pillola in
anni passati, ma i risultati degli studi l'avevano convinta che non era
saggio usarla a lungo. E adesso questo! Decisi così di sottopormi a
vasectomia. Non solo, ma avrei filmato tutta l'operazione spiegando le
mie ragioni. Sarebbe stato un gesto politico-culturale. Avrei parlato più
con le palle che con la lingua.
Fu Larry Rivers a filmare l'intera sequenza di eventi. Questa pellicola
spiega le mie ragioni mostrandomi mentre gioco con i bambini e
culminando con la vera operazione. E interessante e divertente, anche
se un po' carente a livello propagandistico. I maschietti si toccano
istintivamente le palle quando la vedono. Con il tempo arriveranno
soluzioni migliori, però con il senno di poi non ho rimpianti.
L'operazione, signori che state pensando se operarvi, non avrà il
minimo effetto sulla vostra vita sessuale.
Il mio matrimonio con Sheila era stato monogamo, mentre con Anita
avevo un rapporto aperto, più da parte mia che sua. (Molto di più!) In
qualche periodo abbiamo anche sperimentato ogni forma di sesso. Be',
non proprio tutte! Niente fruste e catene. Anita era sinceramente stupita
dal mio appetito sessuale, e mi vedeva un po' come la reincarnazione di
Pan, il seduttore, come del resto è legittimo attendersi da un doppio
Sagittario. Ho sempre pensato che il differimento del piacere fosse una
cosa inventata dagli anglosassoni per tenere gli ebrei fuori dai country
club e dai ristoranti di lusso. Quando ho saputo che Hemingway era
convinto che scopare gli prosciugasse le energie creative e che
Muhammad Ali non trombava durante la preparazione, ho capito al
volo che non avrei mai fatto lo scrittore o il pugile. Ogni volta che
guardo una statistica su quante volte gli uomini lo fanno, io finisco
sempre nella parte all'estrema destra della curva a campana. In parole
povere, lo faccio un sacco. Ed Sanders ha aperto il suo romanzo Shards
ofGod con me che mi scopo una macchina davanti al Pentagono. La
parabola sessuale pubblicata da Jerry Rubin parla soprattutto dei
problemi a rizzarlo, ma il mio problema è tenerlo nelle mutande. (Per
qualche strano motivo pensare al baseball, e ripetere questa parola
come un mantra, mi fa ammainare la bandiera.) Sapete, parlandone oggi
non capisco se mi sto vantando o se sto confessando una debolezza. Mi
considero un femminista maschilista, cioè rifiuto recisamente il
conservatorismo e ritengo che l'unica cosa buona dei bei tempi andati
sia stata che ne siamo usciti vivi. I maschietti che si tengono aggrappati
ai vecchi ruoli sono solo delle "femminucce" che temono le sfide e le
avventure di un atteggiamento diverso. Quando viene il momento di
lavare i piatti soltanto i vigliacchi restano seduti a tavola.
Non mi vergogno di dire che mi faccio le seghe. Qualche malalingua
ha detto che mi masturbo in pubblico, ma posso soltanto dirvi che
nessuno sotto i trentacinque può considerarlo ancora un insulto. Una
volta Tuli Kupferberg ha scritto: "Masturbarsi è umano, chiavare
divino". Be', non ho mai amato questa distinzione. Per Norman Mailer è
un peccato, ma io ho qualche problemino ad accettare le sue idee da
vecchio West sul sesso. Il suo libro Prigioniero del sesso è una
descrizione onesta e coraggiosa dei conflitti sessuali vissuti dal classico
maschio americano che ha raggiunto l'adolescenza prima della pillola
generalizzata. E anche la mia storia. Anch'io tendo a vedere di primo
acchito le donne come oggetti sessuali. Però il primo dovere di un
prigioniero è evadere, e temo che quel libro sia più determinista del
lecito. L'uguaglianza tra i sessi significa rapporti sessuali ricchi di
creatività e amore. Più si discute meglio è. E stato duro sia per i maschi
sia per le femmine, ma credo che il movimento delle donne sia un
salutare passo avanti nel cammino dell'umanità. L'evoluzione promette
l'uguaglianza, e la rivoluzione è l'impegno del singolo individuo in
questo processo. Non ci saranno sempre società in cui il forte mangia il
debole. La suddivisione del lavoro, con gli uomini che vanno a caccia e
le donne che accudiscono i bambini e fanno da mangiare, finirà relegata
in un lontano passato. Alla fine persino la nostra mitologia inconscia
evolverà. Il sesso è politica e pertanto il sesso rivoluzionario esige
giustizia. Il sesso è gioco e pertanto esige gioia. Il comunismo edonista
non mi sembra un brutto programma per le camere da letto, e nemmeno
per i governi.
Noi due vivevamo come una coppia. Parlavamo in via teorica dei
vantaggi delle comuni ma, non so perché, non abbiamo mai trovato
quella giusta. New York non sembrava molto favorevole alle famiglie
allargate, che sembravano funzionare meglio in campagna dove c'è più
spazio. E poi le comuni avevano l'aria di cadere a pezzi prima delle
coppie. Il nostro rapporto è durato più di quello di quasi tutti i nostri
amici, non abbiamo mai litigato e, romanticamente, abbiamo creduto
che sarebbe durato per sempre.
Il movimento è stato simultaneo alla rivoluzione sessuale. Grazie alla
maggiore mobilità, a più facili scambi d'informazioni e ai modelli di
lavoro diversi, la famiglia nucleare s'è disgregata. Nel movimento si
faceva molto sesso ma solo in contrasto con la repressione del passato.
Lì ha cominciato a svilupparsi una nuova moralità come esito della
rottura culturale. Si sentiva una certa frenesia nell'aria nuova. Come i
Kennedy dopo gli Eisenhower. Poi è arrivata la liberazione della donna
che ha portato il discorso a un livello ancora più alto di onestà. Il sesso
è un'avventura misteriosa. Forse nel giro di trenta o quarantanni avrò
qualcosa da dire sul tema. Per ora me lo godo troppo per un'analisi
approfondita.

NON PUOI BERE LA COCA E MANGIARLA ANCHE


Non posso dirvi tutto della storia della cocaina perché un giorno
potrebbe finire in tribunale. Non sono nemmeno sicuro di come sia
andata, per esempio non ho mai conosciuto uno degli altri arrestati con
me. Da ambo le parti c'erano sbirri infiltrati. Io ho contribuito a mettere
insieme la gente, ma non era il mio viaggio. Secondo i testimoni
neutrali, ascoltati in una successiva udienza processuale, i poliziotti che
m'hanno pizzicato si sono fatti passare per tecnici telefonici e hanno
manomesso la centralina nel seminterrato del palazzo di mia suocera.
Era lì che stavo quando ero in città. Pare che abbiano anche chiesto al
custode la chiave per entrare da lei. Non è tanto assurdo sospettare che
abbiano piazzato delle microspie. Io allora stavo intervistando parecchi
spacciatori lì e per telefono per il seguito di Ruba questo libro, e forse
hanno pensato di potermi incastrare. Ne avevano ben donde: solo due
settimane prima ero stato coinvolto in una causa che aveva costretto il
Dipartimento di polizia di New York a distruggere i dossier su un
milione di persone. Il mio era stato l'unico singolo nome coinvolto,
quindi per loro ero un'eterna spina nel fianco.
Naturalmente, queste precisazioni non sono una scusa valida.
Semplicemente non dovevo essere lì, solo che ero curioso, tutto qua.
Penso che tutti i lettori di questo libro, a parte mia madre, abbiano
sniffato coca. L'unico motivo per cui questa droga è illegale è che
qualche politico del Profondo Sud ha convinto tanto tempo fa il
Congresso che la cocaina spingeva i neri a desiderare la carne bianca e
a non temere più le pallottole. Poi è arrivato Harry Anslinger con la sua
burocrazia che regolamenta i farmaci, e le pene sono diventate ancora
più severe. La gente equivoca la cocaina con l'eroina, ma non troverete
un solo farmacologo disposto a dirvi che è uno stupefacente. Però, è
vero quello che ha detto il primo giudice della causa: "Se lo stato vuole
definire il latte uno stupefacente, può farlo". Io sono stato pizzicato
poco prima che entrasse in vigore la legge Rockefeller sulla droga.
Rischio da quindici anni all'ergastolo. La città era in preda all'isterismo
sulla droga e giravano tante panzane sulla cocaina. La pubblica accusa
chiese mezzo milione di cauzione ritenendo che l'accaduto fosse "un
delitto più osceno di un omicidio". Attualmente, il pubblico ministero è
socio di un mio avvocato e difende la gente beccata per droga. Oggi in
aula sostiene che la coca è innocua.
Quando entrai per la prima volta nel carcere di Tombs, in attesa che
la corte d'appello abbassasse la cauzione, non avevo la minima
intenzione di tagliare la corda. Forse Tombs ha un altro nome, però lo
chiamano tutti così. A ragion veduta. Ogni piano ha la sua categoria. In
alto ci sono gli svitati, poi vengono i segregati, dall'omicidio in su, poi
gli omo, due piani generici e uno di detenuti che godono di certi
privilegi e fanno andare avanti la baracca, cioè si' calano la pena
lavorando. Il pianoterra è luminoso ed eccezionalmente pulito, pertanto
è lì che incontri avvocati e visitatori. Serve a nascondere al mondo
l'orrore dei piani di sopra. Io stavo tra i segregati, assieme agli altri che
rischiavano l'ergastolo. Quando mi sbatterono al fresco, New York era
nella morsa della peggior ondata di caldo da sessant'anni a quella parte.
Non si respirava. Le finestre erano saldate, e la sporcizia bloccava da
anni la visuale del cielo. I detenuti dovevano rimanere sempre chiusi in
cella, a parte nell'ora dei pasti, per le visite e la doccia settimanale. Non
c'era l'aria condizionata o altro minimo sollievo dal caldo
insopportabile, così tutti stavano nudi avvolti in un lenzuolo bagnato.
Persino gli enormi scarafaggi sudavano. Io rischiai di essere
violentato sotto la doccia da un certo Candy, un energumeno che faceva
mille flessioni al giorno. Una volta era stato incantonato in un angolo
da un poliziotto con cane al seguito, ma aveva spezzato il collo del
cane, afferrato la pistola dello sbirro e fatto saltare la testa del tipo. Un
mattino, a cinque celle di distanza dalla mia, un detenuto s'impiccò con
un lenzuolo, ma molti sospettarono che non fosse stato un suicidio. Il
cibo era quasi immangiabile e si andava giù pesante con gli amidi. Un
giorno i due detenuti che lo portavano si scusarono perché non c'era
abbastanza pane. Secondo loro l'avevano mangiato i topi. Di notte
sentivi i ratti che zampettavano dentro i condotti dell'aerazione. La
lampadina nuda e accecante stava sempre accesa, e il tempo diventava
una pressione incessante nella scatola cranica.
Su trentacinque uomini, solo tre eravamo bianchi, e gli altri due erano
mafiosi. I neri si dividevano in due. bande, musulmani e non. E
scoppiavano continuamente risse. Un gruppo massacrò due tizi accusati
di essere infami proprio sotto la mia cella. Uno fu picchiato in faceia
con un pesante aggeggio usato per strizzare gli strofinacci. Gli ho visto
strappare un occhio, che rimase a penzolare dal nervo. L'altro che stava
sanguinando come un maiale sgozzato fu portato via per i piedi dai
secondini che sembravano godersela un mondo.
Passai sei settimane in gabbia a domandarmi se avrei retto quindici o
ventanni del genere ad Attica. Non sono mai stato un detenuto
integrato, perciò finii più spesso che no in isolamento. Avevo discrete
possibilità di vincere in tribunale, però con il passare dei giorni la
depressione non faceva che aumentare. Un giorno decisi che se mai
fossi tornato a piede libero, non mi sarei più fermato.
Anita veniva spesso a trovarmi con il bambino, e ci parlavamo al
telefono. "Tesoro, se mai esco voglio andare a nuotare" le dissi un
giorno.
"Sì, lo so" fece lei accostando un dito alle labbra. "Nuotare" era il
nostro termine in codice per il passaggio in clandestinità. Avendo
vissuto sorvegliati per tanto tempo avevamo affinato un codice per
discutere senza essere capiti dalle orecchie federali.
Alla fine mi concessero la cauzione e tornai a piede libero. Avevo sì e
no due mesi di tempo per pianificare la fuga. Che alternative avevo?
L'esilio? Da ponderare. Chiesi a due amici se potevano andare in
Europa a sentire nei vari paesi come avrebbero reagito al mio arrivo.
Era necessaria l'assoluta riservatezza, perché se fosse filtrato qualcosa
mi avrebbero revocato la libertà su cauzione. Stranamente, i giudici mi
autorizzarono i viaggi all'estero. Andai così in Europa, poi in Messico
per un incontro segreto con un gruppo di avvocati di sinistra. I
doganieri ormai mi dicevano ogni volta che tornavo: "Ciao, Abbie, non
pensavamo di rivederti!". Passavo intere nottate a studiare i trattati
sull'estradizione, diventando un esperto del settore. Di solito, pochi
paesi accettano un esule in base a un'ipotesi, però c'erano ottime
probabilità che gli svedesi mi accettassero, dato che molti artisti e
intellettuali da quelle parti mi conoscevano e secondo gli avvocati c'era
un appoggio sufficiente a sventare con successo un'estradizione.
Naturalmente, Israele ha una legge sul ritorno secondo la quale tutti gli
ebrei possono cercare rifugio lì quale che sia il loro crimine, però la
politica ha sempre la precedenza e quindi tendono a rimandare la gente
negli Usa. Mesi dopo seppi che potevo andare anche a Cuba, e mi
arrivarono da altri paesi notizie di contatti disposti a crearmi una nuova
identità.
A gennaio feci sapere in giro che volevo incontrare qualche Weather
in clandestinità negli Usa. Era la strada che avevo deciso di
intraprendere e adesso volevo sapere com'era da uno che la stava
vivendo sulla propria pelle. Ci volle una settimana per mettersi
d'accordo. Vari intermediari mi portarono dalla metro a un taxi a un
ascensore a un altro taxi e così via, fino a quando furono sicuri di non
essere seguiti. Alla fine, mi ordinarono di entrare in un cinema e
sedermi in terza fila. Eravarno in un qualche punto di Brooklyn, e
curiosamente il film era Come eravamo. Mezz'ora dopo Delgado venne
a sedermisi accanto. Ormai era latitante da quattro anni, e non ci
vedevamo da più di un anno. Aveva cambiato colore di capelli ed era
dimagrito di quasi dieci chili, e sembrava molto più mogio di quella
notte nella Valle della Morte in cui c'eravamo stonati e avevamo parlato
per ore di rivoluzione.
"Lo sai che sarà molto dura" disse.
"Ho sentito Robin che è appena uscito da Attica, e ho deciso. Correrò
il rischio."
"Puoi vincere al processo? "
"Forse. In realtà, è la parola dello sbirro contro la mia. E solo per
l'aria che tira, e se perdo, la pena è troppo alta. Sono stufo di processi."
"Viene anche Anita? "
"No. Ne abbiamo parlato. Per il piccolo sarebbe troppo pesante. E
stanca delle mie menate. Proveremo a stare separati un anno, poi
vedremo."
"E molto duro. Da soli, intendo. Nessuno dei nostri ce la potrebbe
fare da solo, è un cambiamento troppo drastico. E sei più vecchio di
noi. Una faccia nota. Concéntrati sulla camminata e sulla voce. Devi
essere sempre consapevole di come ti presenti al mondo. Abbie, dovrai
farcela da solo."
"Delgado, io parto il mese prossimo. Vorrei che inviaste queste lettere
dalle città che vi indico. Sono per Anita, per il mio avvocato, per gli
amici sorvegliati. Una falsa pista. Come nei film. "
"Sai dove andrai a stare?"
"No, però ti dico una cosa. Farà più caldo che a Brooklyn. Ti
manderò una cartolina."

I CANCELLI DELLA LATITANZA


Delgado aveva ragione su Anita. Ne avevamo passate tante insieme, e
adesso non ci sarebbe più stato nessuno. Nell'imminenza dell'alba mi
sedetti ai piedi del letto a guardarla dormire. Dentro di me imploravo
che cambiasse idea.
Era febbraio ed era arrivata la neve. Anita s'era trasferita in un
appartamentino nel quartiere dei magazzini a sud di Canal Street. Da
quando era nato america provvedevo io a cucinare, perciò per l'ultimo
pasto insieme preparai un vero banchetto. E facemmo l'amore tutta la
notte, un'unica scopata tantrica che speravo non finisse mai. Al mattino
infagottammo il piccolo e lo portammo all'asilo nido. Era qualche sera
che lo mettevo a nanna con una favola sul coniglietto che andava a
nascondersi nella foresta per sfuggire ai cacciatori cattivi. Dopo la mia
partenza, Anita gli avrebbe tradotto la storia, e lui avrebbe capito
abbastanza presto come mai papà era sparito.
Andando in aeroporto forai, e un poliziotto si fermò per aiutarmi a
cambiare la gomma. Facemmo due chiacchiere sul tempo. "Ma io la
conosco?'' chiese lui.
"Ne dubito, sono solo venuto a trovare mia sorella" risposi, calcando
l'accento di Boston. Lui fece segno di sì.
L'aereo era in perfetto orario. Sarei andato a Richmond, in Virginia,
per un comizio, poi mi sarei volatilizzato. Ci abbracciammo un'ultima
volta. "Promettiamoci tutti e due che non fumeremo più sigarette" disse
Anita. Avevamo smesso insieme quattro anni prima, la nostra piccola
vittoria privata. Poi si girò e se ne andò. Stivali neri. Jeans scampanati.
Camicia da cowgirl. La giacca di pelle nera con il colletto di pelliccia.
Quel rosso puntino sexy nell'occhio. Con lei se ne stavano andando i
migliori anni della mia vita.
Ero rimasto solo. Quasi immediatamente si attivò l'istinto di
sopravvivenza. La depressione si dileguò come la nebbia a metà
mattino. Il comizio andò bene, e nessuno parve capire quando conclusi
dicendo: "Addio, se vedete il vecchio Rockefeller che mi cerca ditegli
che sono andato da quella parte" (indicando il cielo). Prossima fermata,
Atlanta.
Sentivo già la differenza. Scarpe rigide. Giacchetta sportiva. Occhiali
con la montatura pesante, come quelli della foto sulla nuova patente.
Presi un taxi.
"Seinuovo di qui, bello?"
"Fresco da Jacksonville" improvvisai. "Sto andando a Boston. Sono
un attore di teatro e ho avuto una piccola parte in un musical, Atlantis.
Mi dovrei sistemare i capelli. Quel rompi del regista dice che ad
Adantide avevano tutti i capelli dritti."
"Il massimo è Lloyd Sheffield a Jonesboro, nella contea di Clayton.
Dicono che è il migliore" m'informò il tipo.
"Ehi, brucia da schifo! " strillai.
"E quello che ci vuole" replicò il barbiere. "Una volta usavamo il
ferro rovente, ma durava solo un mesetto. Questa roba regge fino a sei
mesi se la strofini bene. Sei italiano?"
"Come ha fatto a capire?" replicai, e intanto mi dicevo che tutti
costoro mi stavano aiutando a costruirmi una nuova identità.
"Oh, hai l'aria. Alcuni dei miei amici più cari sono italiani."
E io pensai che avevo sempre desiderato essere italiano.
Nel bagno della mia camera d'albergo rilessi le istruzioni della tinta.
Shampoo. Sciacquare. Applicare boccetta A. Sciacquare. Applicare
boccetta B. Lasciar riposare quaranta minuti. Sentivo la densa schiuma
grigia che mi colava sul viso. "Specchio, specchio delle mie brame, chi
è il più bel biondo dell'Holiday Imi? " Aprii gli occhi.
Lo specchio rispose: "Tu no di sicuro, Frankie". Cazzo! Rifaccio
l'intero trattamento, e alla fine arrivo a un similbiondo. I capelli sono
vaporosi proprio come in televisione. Mi rivesto mentre ripeto allo
sconosciuto nello specchio: "Ti chiami Frank. Ti chiami Frank". Poi
passo il resto della serata a memorizzare tutti i numeri dei miei
documenti e a scrivere su un foglio la mia nuova autobiografia. Italiano.
Acquario. Genitori morti in un incidente stradale. Così la gente eviterà
di farmi domande sul passato. Appena divorziato. E questo spiegherà la
depressione.
Prossima fermata Los Angeles. L'operazione mi porta via metà della
riserva monetaria per la fuga. Non posso sapere quanto a fondo
controlleranno. Deve cambiare tutto quanto.
"Ah, è l'amico di Lance, Sam dal Canada" fa il dottore. Ho già
sistemato tutto con lui. Lance Reventlow, il corridore automobilistico,
m'aveva detto che quell'uomo era il miglior chirurgo plastico del paese.
Lance era morto, e i morti non parlano. Il medico di me sapeva solo che
ero una personalità della tele canadese che voleva rinfrescare i
connotati in un periodo in cui dovevi avere sempre la faccia a posto.
L'antidolorifico stava cominciando a fare effetto. Feci appena in
tempo ad autoipnotizzarmi. Il tempo mi frullava nella testa come gli
anelli di Saturno. Mentre mi portavano in carrozzina in sala operatoria,
diventai un astronauta. Era l'ultima parte di Odissea nello spazio.
"Lei viene dall'Irlanda" disse il dottore indicando un'altra ombra.
Avevano entrambi la mascherina da chirurgo sul viso.
"Irlanda. Irlanda libera... smeraldo... smeraldo... smeraldo..."
mormorai semisvenuto.
Stavo correndo nelle strade di Belfast. Sentivo le donne che
battevano sui bidoni per chiamare le famiglie sul campo di battaglia.
Poi il freddo acciaio di una lama sul naso.
"Forse le farà un po' male" borbottò la voce dietro la mascherina.
Adesso ero nella Grand Central Station e una fiumana di corpi
fuggiva mentre un poliziotto teneva un ragazzo a faccia in giù e
colpiva.
"Attento, Bradley!"
Ero nel Mississippi, e stavo sfilando lungo una sterrata. "Liberà,
libertà, prima di essere schiavo preferisco essere morto, per essere
LIBERO" cantavano in coro i manifestanti.
Il dottore sollevò il martello.
"Mamma, non voglio fare il dottore... digli che non voglio fare il
dottore."
Tornai bambino. Ero in un Campetto. Stavamo facendo il girotondo.
Risate. Risatine. Sempre più svelti...
"Corri, corri, più veloce che puoi, sono l'uomo nero..." Crollammo
presso la sabbia, felici ma stanchi. Andy era abbracciato al piccolo
america. E Amy cominciò a cantare piano: "La vita è solo un sogno".
EPILOGO

Siamo arrivati alla fine della mia storia. Naturalmente, in questo caso
la fine è solo l'inizio. Sono scomparso dal mondo alla fine del febbraio
1974, e in questi ultimi sei anni ho vissuto alla macchia. Soltanto
compromettendo la mia sicurezza potrei scrivere della mia vita da
latitante con lo stesso candore delle pagine precedenti.
Nel periodo d'incubazione mi sono applicato con diligenza per
affinare la mia nuova identità. Ho imparato a convivere con il terrore
dei rumori poco familiari in piena notte, con l'angoscia di essere
riconosciuto per strada, con il dolore della separazione dagli amici e
dalle persone amate, e con gli sbalzi improvvisi nell'aspetto, nella
classe d'appartenenza, nella cultura. L'universo mi ha fatto bù, ma io ho
mantenuto i nervi saldi e sono sopravvissuto. Gli altri scommettevano
otto a cinque che mi avrebbero beccato entro sei mesi. Nemmeno io
avrei accettato la puntata.
Il primo anno ho vissuto praticamente sepolto, quasi sempre da solo
in una pensioncina, insegnando in una scuola e andando a lezione di
sera. Dubito che la gente da quelle parti sapesse chi ero, anche se
gliel'avessi confessato. Facevo continui incubi, ma pian piano mi
abituai a essere braccato. E lo ero. Ogni settimana gli ultracorpi
facevano una retata nelle comuni e una visitina ad amici e parenti.
Quando è morto mio padre, l'FBI ha mandato parecchi agenti al
funerale nella speranza di pizzicarmi.
Ho saputo tutte queste cose grazie alla posta che mi arrivava
attraverso una complessa rete che avevo allestito prima di tagliare la
corda. Però nessuno del mio mondo passato, nemmeno quelli che
inoltravano la posta, sapeva dove mi trovavo. Mi preparai con pazienza
ai tempi lunghi.
Poi arrivò la notizia che forse avrebbero lasciato cadere le
imputazioni. Erano saltati fuori alcuni testimoni indipendenti che
avevano identificato i poliziotti che m'avevano incastrato. Pare che si
fossero fatti passare per tecnici dei telefoni e avessero lavorato sulla
centralina nello scantinato del palazzo di mia suocera, dove stavo
quando andavo a New York. Erano perfino entrati nel suo appartamento
con la chiave universale del custode. Qualcosa di simile era successo
anche a casa di un amico dove il portiere li aveva identificati. Ma
nonostante queste novità, il processo andò avanti.
Più o meno in quel periodo ho conosciuto Angel, e così abbiamo
deciso di unire i nostri rispettivi talenti, riuscendo a campicchiare con
qualche lavoretto. Quando m'è arrivata una richiesta d'intervista
televisiva ho accettato, convinto che il personaggio più interessante che
potessi impersonare, e anche il più sicuro, fosse la mia solita immagine
mediatica. Così siamo andati alla scuola per truccatori Max Factor di
Hollywood, dove abbiamo imparato quel tanto da poter ricreare il mio
vecchio me. Dev'essere stata l'intervista più difficile che ho mai
concesso. Dovevo essere sincero, ma anche distorcere la verità allorché
si parlava della mia latitanza. Ogni commento, persino politico, poteva
contenere un indizio rivelatore. E stata dura. Come se non bastasse, ci
hanno fermato per eccesso di velocità e un problemino nei documenti è
sfociato in un terzo grado della Stradale.
Più o meno in quel periodo, alcuni amici sono riusciti a scarrozzare
america in mezzo paese per una rimpatriata emozionante. Siamo andati
in tutti i posti per turisti mentre la mia compagna di clandestinità
scattava foto. In quell'occasione, dopo aver accuratamente evitato il
telefono per un anno, avrò esploso un centinaio di chiamate, svegliando
gli amici in piena notte, titillando i giornalisti e sfidando le autorità
costituite. Ho persino chiamato il Dipartimento di polizia di New York
denunciando la mia scomparsa. Hanno addirittura organizzato una festa.
Ormai lo sapevano tutti chi ero. Se proprio andava storto qualcosa,
potevo scalare un muraglione e scappare verso la libertà con l'auto
pronta in caso di fuga. Certi incontri con i vecchi amici sono stati
preparati con enormi precauzioni. E per tutto questo tempo: poco sonno
e costanti corse dal nascondiglio alla cabina, da lì al parcheggio, poi
alla fattoria isolata, in Messico e ritorno. Ciliegina sulla torta, m'è
toccato affrontare un'operazione delicata. Subito prima, l'anestesiologo
m'ha chiesto che farmaci avevano usato nelle operazioni precedenti, e
io ho risposto, a ragion veduta, il Demerol, perché lascia vigile il
paziente. Trovarsi addormentato su un tavolo operatorio circondato da
perfetti sconosciuti è proprio il genere di situazione che un latitante
cerca accuratamente di evitare. Invece, senza dirmelo, hanno usato un
farmaco che m'ha messo kappaò. Qualche ora dopo sono stato fatto
uscire di soppiatto dall'ospedale, e durante la convalescenza mi sono
curato da solo. Certe volte il dolore era tale che dovevo addentare un
asciugamano per soffocare le urla. Tutto ciò ha portato al mio primo
crollo.
Mi vedo ancora seduto e fuori di me sul pavimento di una stanza
d'albergo a Las Vegas. Abbiamo corso come pazzi per giorni, sempre
con un passo o due d'anticipo rispetto agli ultracorpi. Angel sta
cercando di capire che razza di preparativi può fare per quella che
sembra una cattura inevitabile. E stanca di vedere l'uomo che ama
trasformarsi pian piano in un mostro. Ho le labbra screpolate dalle tante
ore di vaniloquio. Sono convinto che i medici m'abbiano inoculato una
trasmittente durante l'operazione e sto cercando di decodificare i bip.
Più che camminare striscio, evitando gli sguardi della gente dietro il
finto specchio.
Il televisore mi sta parlando, naturalmente in codice. E stata liberata
Saigon. Mi cadono sulla testa le tessere del domino. Tra poco cadrà
anche Las Vegas. Mi aggiro farfugliando frasi incoerenti, attacco
bottone, recito strane parti. Per mia fortuna siamo a Las Vegas. Qui la
follia è più comune del raffreddore.
Andiamo nel deserto. Le maniglie e il portacenere dell'auto captano
segnali. Ho male dentro. So che sono impazzito. Alla fine arriviamo in
una casa isolata tra le montagne. Adesso sono più tranquillo e accetto il
cibo e le medicine.
Pian piano torno in me. Ricominciamo a vivere la nostra vita da
uccelli di bosco, torniamo dove abitavamo per cominciare a lavorare
come custodi. Campiamo con molto poco. Ogni tanto ci aiuta un amico.
Sopravviviamo. Ma soprattutto ci godiamo la vita. Permettiamo ad altra
gente di spartire il nostro prezioso segreto, e intanto allarghiamo la rete
clandestina di supporto e comunicazione. Abbiamo contratto un enorme
debito con quanti hanno tenuto la bocca chiusa evitando la tentazione
dei pettegolezzi oziosi.
E passato un altro anno. Ogni mese ha portato novità sui progetti del
governo per beccarmi. Nella primavera 1975 la CIA ha affermato in
tribunale di non avere fascicoli a mio nome, ma parecchi mesi dopo la
National Security Agency ha ammesso di aver intercettato mie
telefonate, telegrammi e lettere. Durante un'audizione parlamentare, ha
affermato di aver passato tutti i dati alla CIA, e un funzionario dei
servizi che aveva lavorato per il ministero della Difesa ha confessato
agli avvocati di aver visto un piano del Pentagono per incastrarmi per
droga. In quel periodo stavo per pubblicare le lettere mie e di Anita, To
america With Love: Letters from the Underground. Lei viveva a carico
della previdenza, ma continuava a organizzare le altre madri in un
gruppo di sostegno, ed era costantemente sorvegliata dall'FBI.
Mi sono messo d'accofdo con un giornalista di "Playboy" per
un'intervista, ma lui ha violato il nostro accordo, e quando Angel e io
l'abbiamo letta abbiamo capito che la nostra copertura sarebbe saltata
appena la rivista arrivava nelle edicole. La rabbia m'ha regalato una
nuova fiammata di energia. Però, sotto sotto ero terrorizzato. Tra poche
ore ci saremmo dovuti separare, saremmo scomparsi. Io sono andato da
solo in Canada, poi, anche se non ci crederete mai, a Chicago. E una
volta persino a New York, dove sono andato al concerto in memoria di
Phil
Ochs. Ho corso il rischio per rendere un ultimo omaggio al mio
vecchio compagno di strada, pronto a sfidare quelli che mi davano la
caccia.
Le luci pulsanti di New York m'hanno scombussolato il cervello. Ero
capace di chiamare cento persone a notte recitando poesie, cantando,
parlando del più e del meno. Mi presentavo a casa della gente senza
preavviso oppure mi divertivo a chiedere la strada ai piedipiatti. Ho
corso tanti rischi inutili da farmi pensare che desiderassi essere preso o
ammazzato. Alla fine m'hanno convinto a lasciare la città.
Solo, in una città strana, ho fatto andare su di giri le rotelline
cerebrali. Mi vedevo invecchiare. Provavo falsi infarti. Parlavo alle
macchine, alla gente dall'altra parte del pianeta e, alla fine, ai morti. Ero
ossessionato dalle immagini di mio padre anche perché solo ora si
estrinsecava il dolore per la sua morte. Spesso mi smarrivo. Il cervello
di un fuggiasco è intasato di una congerie di dati, numeri della
previdenza sociale, curriculum, date di nascita, contatti codificati,
perfino caratteristiche somatiche diverse. Utilizzo almeno una ventina
di identità diverse. Se esamino l'enigma di ciò che sono, una cosa che
fanno tutti quanti nei periodi più introspettivi, riesco solo a renderlo più
mastodontico. Una semplice domanda, "come ti chiami?", è capace di
piegarmi in due dalle risate.
Nel momento più basso di questa fase isterica sono finito al fresco,
dove hanno controllato con attenzione le mie credenziali. La mia storia
di copertura inventata su due piedi era talmente esagerata che gli sbirri
non sapevano se gettare via le chiavi della cella o darmi le chiavi della
città. A un certo punto m'hanno, appunto, sbattuto in cella. Lo scatto
della porta è stato uno dei rumori più assordanti che abbia mai sentito in
vita mia. Ero sicuro che la polizia avesse capito chi ero. Comunque, ho
preso della carta cerata e me la sono strofinata sui polpastrelli. Certe
volte con la cera riesci ad alterare le impronte digitali. Poi ho infilato
l'agendina in un panino e me la sono mangiata, dicendomi che se per
caso affondavo avrebbero avuto solo me. Poche ore dopo m'hanno
rilasciato. Un vecchio amico aveva guidato nove ore di seguito per
portare i soldi della cauzione prelevati dal fondo per il bar mitzvah del
figlio. Ho così scoperto che l'identità che stavo usando era già stata
utilizzata da un ricercato. Altra curiosa coincidenza: nelle ore della mia
breve permanenza al fresco l'fbi aveva arrestato a New Orleans un certo
Albert Hoffman e le agenzie di stampa avevano annunciato che ero io.
Invece di strapparmi dallo stato maniacale, la gita in gattabuia l'ha
aggravato. Adesso avevo la sensazione di essere invulnerabile.
Snobbavo il sonno, e tutta l'energia in eccesso andava nella ginnastica.
Ho scritto una mezza dozzina di articoli, qualche canzone, poesie,
decine di lettere, e ho cominciato a fare pratica con le armi da fuoco,
convinto che sarei diventato un criminale.
Alla fine, solo e al verde, ho collassato, concludendo la fase
maniacale, e ho cominciato a piangere come un vitello, consapevole
che avevo allontanato tutti quelli che amavo e che stavo correndo verso
l'autodistruzione. Volevo morire, ma mi mancava l'energia o lo spirito
d'iniziativa. Invece me ne stavo a letto e aspettavo. Il terrore mi si stava
infiltrando nelle ossa, avevo paura. Vergogna e paura. Riuscivo a stento
a scrivere il mio nome, qualsiasi nome, e le decine di idee affogavano
nel gorgo della depressione. Alcuni studi hanno collegato i cicli
maniacali alla creatività, e negli anni m'ero convinto che fosse vero, ma
adesso scoprivo che non dovevo sfruttare solo la fase euforica, ma
anche la depressione. Fu comunque difficile tradurre in azione questa
consapevolezza. Ogni giorno cominciava con l'idea del suicidio e della
resa, e più volte ho pensato di tornare a New York con la coda tra le
gambe.
Ho cercato di metterci una pezza, sono persino andato in una clinica
psichiatrica, ma sono uscito prima di vedere un terapeuta. Comunque,
questo sforzo ha almeno avuto un effetto benefico. Convinto che le
autorità fossero ormai sulle mie tracce, ho deciso di trasferirmi di
nuovo, stavolta in una metropoli del Nord-Est. Quando il padrone di
casa ha accompagnato me e le due valigie alla stazione delle
autocorriere gli ho spiegato che ero un ricercato. Una vocina interna mi
diceva che potevo fidarmi di quell'uomo. Lui ha ascoltato la mia storia
in silenzio, poi ha cominciato a parlare di sé, m'ha detto che era stato in
galera, che aveva perso la sua azienda ed era stanco della vita, che suo
fratello era stato ammazzato in Corea. Non gli ho mai rivelato il mio
vero nome, ma poi gli ho spedito un libro autografato. Quando ci siamo
salutati m'ha infilato qualche banconota in mano.
Nella nuova città ho cominciato a cercare una stanza che costasse
poco, ma l'unico posto che potevo permettermi era una topaia fatiscente
nei bassifondi. Venticinque dollari alla settimana per quel buco. Dai al
detenuto le chiavi della sua cella. Lo scalone d'ingresso era pieno di
alcolizzati, e nel corridoio echeggiava il ticchettio dei tacchi delle
prostitute. Un giorno un pappone ne ha tirata una fuori dall'ascensore
tirandola per i capelli. E al sabato sera arrivavano i piedipiatti, controllo
documenti e perquisizioni illegali. Tutti vivevano nella paura.
Dopo quattro giorni ho conosciuto un tale per strada. Mi aveva visto
impegnato a leggere gli annunci, così m'ha chiesto se cercavo un posto
dove stare. L'ho seguito fino al suo appartamento, dove ho visto mucchi
di stampa di sinistra sparpagliati in giro, e una copia di Ruba questo
libro su uno scaffale. Allora ho fatto un bel respiro profondo e sono
crollato su una seggiola, spiegandogli chi ero e che cos'avevo passato
negli ultimi mesi. M'ha ascoltato in silenzio. In effetti, somigliavo alla
foto sul libro. Ci siamo dati appuntamento per il giorno dopo. Lui
poteva aiutarmi, però voleva farmi conoscere un amico.
Ci siamo rivisti in una caffetteria. Il suo amico era uno psichiatra
marxista che una volta mi aveva sentito parlare. Dopo pochi minuti
m'hanno creduto e si sono proposti di aiutarmi. Il mio nuovo amico
John s'è trasferito dalla ragazza, lasciandomi il suo appartamento, e lo
psichiatra s'è offerto di starmi accanto per qualche giorno. Ho anche
trovato un lavoro. Il lavoro manuale è la migliore terapia. Era bello
combinare qualcosa con lo sforzo fisico. Poi quando l'ho perso ho
deciso che era di nuovo ora di alzare i tacchi, verso un'altra città, un
altro lavoro.
Mi sono ritrovato con Angel. Lei lavorava come cameriera, io come
cuoco. Le ferite mentali stavano cominciando a rimarginarsi. Ho
imparato a vivere da schizofrenico controllato. Non solo avevo una
nuova identità, ma ogni tanto incappavo in qualche persona che
m'aveva conosciuto quando insegnavo o battevo le strade. Ormai avevo
vissuto diverse vite. Di sera scrivevo articoli per riviste varie. Me ne
avevano già pubblicati una ventina. Quattro anni fa ci siamo sistemati
in una pacifica vallata, un vero paradiso. Il paese significava meno di
mille abitanti. Per tanti mesi non ho nemmeno avuto un cognome. Ho
imparato un sacco di lavori dei campi, e ho persino cambiato accento. I
locali hanno iniziato ad accettarmi. Con Angel tenevo "Abbie" dentro
una scatola chiusa a chiave, e ogni tanto, quando mi sentivo, tiravo
fuori gli appunti e lavoravo a questo libro. Alla faccia dei cristiani
rinati! Non ero mai sicuro di scrivere la mia autobiografia o la biografia
di un altro. So che hanno cercato di affibbiarmi il mito dell'integrazione
da delusione per il passaggio dai Sessanta ai Settanta, ma non è per
niente vero. Però questa critica m'ha spinto a completare il libro.
Un anno prima del disastro scampato di Three Mile Island, la nostra
vallata è stata selezionata come sito per una serie di reattori nucleari. Il
posto che io e Angel stavamo chiamando casa, in questa nostra
esistenza sradicata, è stato invaso da burocrati venuti da fuori. Così mi
sono buttato di nuovo nella militanza, ho ritrovato l'energia dei tempi
del Mississippi e di Chicago, anche se questa lotta era diversa, ora
stavano attaccando la nostra casa, la nostra terra. Però, il mio handicap
mi spingeva a riflettere su ogni mossa. Adesso sono molto più
ponderato. E mi va bene. Un giorno il quotidiano locale ha pubblicato
un articolo su di "me" e uno su "Abbie" nella medesima edizione! Ho
parlato presso università, licei, chiese e sono stato in radio e in
televisione. Il nostro comitato è una vera coalizione americana. Una
volta un'attivista, una conservatrice sulla cinquantina, ha citato un
gruppo antinucleare nella data contea che non aveva vinto perché era
stato infiltrato da militanti radicali di professione che erano andati per
organizzarli, così io ho soffocato una risatina mentre obiettavo che non
esiste un animale "militante radicale di professione". Comunque,
avremmo vinto anche senza Three Mile Island, almeno per il momento.
Forse un giorno sarò libero di raccontare l'intera faccenda. Non sono un
latitante molto laconico. Spesso mi domando se la gente di qua
accetterebbe Abbie come ha accettato l'altro.
Purtroppo la vittoria locale ha richiamato una certa attenzione. Ci
sono almeno due testate a grande tiratura che ignare hanno scritto
nell'ultimo anno di tutti e due. Un anno fa ho pensato di unirmi ad altri
attivisti antinucleari per lottare sotto le vesti dell'altro, e per mesi mi
sono chiesto chi dei due doveva andare a parlare con Jackson Browne e
Bonnie Raitt per discutere di manifestazioni e benefit. Non ho ancora
deciso. Poi c'è stato Three Mile Island, e dalla sera al mattino il
movimento antinucleare è stato troppo in vista perché potessi uscire
allo scoperto, quindi mi sono ritirato nella mia vallata. Una volta ho
temuto che la mia copertura fosse saltata, e nel giro di un'ora ero già
sulla statale a fare l'autostop per cambiare stato mentre Angel si
fermava a togliere le impronte digitali dal nostro nido, ma
fortunatamente abbiamo bloccato in tempo la fuga di notizie e sono
tornato indietro. Voglio continuare con il mio impegno, è la cosa
migliore che ho mai fatto. In passato siamo sembrati grandiosi solo
perché c'era la guerra del Vietnam. So che un giorno mi beccheranno,
ma non ho il minimo dubbio che quanto sto facendo qui adesso e
quanto sto imparando valgano lo sforzo e il rischio.
Non c'è nulla di più entusiasmante di quando sfidila struttura di
potere da perfetto signor nessuno, ti ci butti a corpo morto, e vinci.
Credo di aver imparato la lezione, due volte. Il succo di una rivoluzione
riuscita, che sia per un individuo, una comunità di individui o una
nazione intera, dipende dal fatto che accetti questa sfida. La rivoluzione
non è una cosa prefissata in un'ideologia, né è adatta a un decennio
particolare, è un processo continuo radicato nello spirito umano.
Quando tutti gli ismi odierni saranno diventati la filosofia vecchia di
ieri, ci saranno ancora i reazionari e i rivoluzionari. Potete
razionalizzare finché vi pare, ma non eviterete la scelta che ognuno di
noi apporta alla nostra condizione su questo pianeta. Credo ancora alla
fondamentale ingiustizia del sistema basato sul profitto e non accetto
che possano esistere i ricchi e i poveri in eterno.
Ho avuto momenti belli e altri meno. Ho messo a segno qualche
punto e mi sono fatto qualche ammaccatura. A metà del cammino, a 43
anni, ancora dico "o la va o la spacca". Nessun governo, nessun Federai
Bureau of Investigation, nessun giudice, nessun secondino mi farà mai
dire "m'arrendo". Adesso come allora, che la partita continui. Io punto
tutto sulla libertà, e mi gioco queste carte senza rimpianto alcuno.
Abbie Hoffman
Dalla clandestinità, Stati uniti, nell'autunno degli anni Settanta
EPILOGO II

P.S. Ci ho ripensato...
Forse mi sbagliavo.
Sapete, mi dispiace sul serio, e adesso vorrei tornare a casa. Amo la
bandiera. Blu per la verità. Bianco per la giustizia. Rosso per il sangue
che i nostri ragazzi hanno versato in guerra. Amo mia madre. Mi
sbagliavo quando consigliavo ai giovani di ammazzare i genitori. Era
tutta colpa dei figli. Mocciosi viziati ed egoisti, ecco chi ha fatto gli
anni sessanta. Abbiamo spinto i ragazzi a scappare da casa. Perdonami,
mamma. Amo Gesù, Parco flessuoso della sua schiena, i lunghi riccioli
biondi. Gesù è morto per tutti noi, persino per noi giudei. Grazie,
Signore. Sono stati Pat e Debbie Boone a farmi conoscere Gesù, nella
loro piscina. Grazie, Pat. Grazie, Debbie. Grazie, Gesù. Amo Israele
come baluardo della civiltà occidentale. Quasi tutto quel che ho viene
dal lavaggio del cervello fatto dagli agenti del KGB. L'FBI aveva
ragione, è stato il KGB a darci soldi, droga e addestramento. Ci
incontravamo regolarmente presso la delegazione cubana alle Nazioni
unite.
Odio le droghe. Ti fanno male. La marijuana ha un effetto tremendo
sul cervello, ti fa dimenticare tutto quello che hai imparato a scuola.
Quando la fumi fai fatica a lavorare. Io l'usavo solo per portarmi a letto
le giovani vergini. Me ne vergogno tanto. La cocaina ammazza. Ti
rende affamato di sesso e mette su di giri la gente ignorante. Chi dice
che non rende dipendenti è un povero illuso. Il naso sa, e il naso dice
no. La gente dovrebbe dare ascolto al proprio naso e non ai ricchi
rocchettari. L'LSD è frutto del demonio. Conosco tanti piccoli paralitici
con una mamma degenere che si faceva di LSD. E nemmeno l'etere è
roba da ridere. Quando si tratta di droga, solo il dottore sa le cose.
Fatevi consigliare da lui e pagatelo per i suoi servigi. Rubare è un
crimine.
Una volta ho bruciato soldi in Borsa. E stata davvero
un'esagerazione. La gente sgobba per fare soldi. Persino i broker di
Borsa. Nessuno sgobba in Bangladesh, e questo spiega come mai oggi
quelli fanno la fame e noi no. Con l'inflazione si lavora ancora più sodo
per fare soldi. Non è colpa nostra o del nostro governo. Se c'è qualcuno
da accusare sono gli arabi e quegli smidollati europei che gli lisciano il
pelo pagando il prezzo che chiedono per il petrolio. Possiamo solo
insistere. Anche a rischio di affamare il mondo. Se riusciamo a imporre
le nostre priorità, non saremo costretti a cambiare i contatori delle
pompe di benzina.
, Tempo fa ho lavorato per la causa dei neri. Era di moda. Eravamo
animati da buone intenzioni ma ci siamo fatti prendere la mano.
Comunque quelli volevano solo essere lasciati in pace. Se i neri non
amassero l'America i loro antenati non sarebbero stati tanto ansiosi di
entrare. Non è colpa nostra se si sono incatenati alle navi e sono finiti in
America. Comunque siamo arrivati nel mondo libero, e siamo tutti
uguali, maschi e femmine, bianchi e neri, ricchi e poveri, sani e malati.
Il libero arbitrio è fondamentale per il nostro Way of Life. Mi sbagliavo
quando ho tentato di rovesciare questo delicato equilibrio. Il
comunismo è il male incarnato. Lo si capisce già dagli occhietti porcini
di Karl Marx, dal lungo naso e da quel ghigno sprezzante dietro la
barba. Oggi un miliardo e mezzo di persone vive in schiavitù. L'unica
cosa buona che trovi nei paesi comunisti è l'arte. Quando i loro pittori
ritraggono la gente vedi due occhi, due orecchie e un naso. I nostri
artisti sono tutti pervertiti, a parte naturalmente il povero Norman
Rockwell. Ah, un'altra cosa sui quadri comunisti: la gente ha i vestiti
addosso. Io non sono affatto contrario alle nudità, però non trovo nulla
di artistico in un corpo discinto. L'anatomia dovrebbero studiarla i
futuri medici. Tenetela lontana dagli occhi delle donne e dei bambini.
Gli hippy passavano il tempo a spogliarsi, ed è il vero motivo per cui
non ci sono più hippy Sono morti tutti di polmonite. Buon viaggio a
quel pattume fetente! ! Almeno adesso passeggi per strada senza
inciamparci.
La libertà è un diritto prezioso, di cui non devi abusare, ma la
violenza non ha nulla a che vedere con la televisione a meno che non
sia nel notiziario. Omicidi e stupri vanno riferiti perché la gente sappia
che aria tira in centro e stia più attenta quando esce. La gente che si
macchia di gravi crimini non va coccolata, per quelli è già troppo
gentile la pena di morte.
Gli antinucleari che ho conosciuto si stavano soltanto prendendo in
giro. Sono solo una manica di nevrotici solitari in cerca di scopate
facili. Se gli dessimo retta dovremmo ficcare la testa sotto la sabbia e
l'America sarebbe ridotta a una potenza di serie B. Il nostro paese vuole
il progresso. L'energia nucleare è pulita, e divertente! E poi se questi
sfigati irritano le aziende elettriche qualcuno potrebbe anche staccare la
spina solo per impartirgli una lezione. Vedrete come fanno presto a
sciogliersi quei picchetti quando non potranno più sentire la loro
musica punk o guardarsi 60 Minutes.
Il nostro sistema democratico è il migliore al mondo. Non so molto
degli altri sistemi, ma se aprite il giornale o accendete la tele sembra
che tutti gli altri caschino a pezzi. I buoni governi non si sfasciano tanto
facilmente. Il Sudafrica è lì da trecento anni. Non vorrei essere
frainteso, là non è tutto rose e fiori. Dovrebbero essere più carini con i
loro neri, soprattutto quelli che si comportano bene. Se non sbaglio di
recente Henry Ford ha detto da quelle parti che per i cambiamenti ci
vuole tempo. Altri tre secoli non sono poi tanti per un cambiamento
pacifico.
Gli omosessuali vivono nel peccato. Lo dice la Bibbia. Chiunque
abbia mai fatto una chiacchierata sincera con una di queste povere
vittime della nostra società permissiva ha sentito il dolore che
cercavano di esprimere. Gli omo hanno solo bisogno di una buona
spalla su cui piangere, però intanto vanno tenuti lontani dai bambini che
si fanno influenzare troppo dagli omosessuali newyorchesi. Come tutti,
amo New York. Ammiro l'ambizione che ha costruito quei grandi
palazzi, però da quelle parti hanno strane idee in testa. Forse perché le
Nazioni unite stanno a New York e la brava gente è sottoposta a idee
forestiere. Se fossero a Salt Lake City, se i portoricani invadessero lo
Utah per arricchirsi in fretta a carico della previdenza sociale e se i gay
fossero proprietari di tutti i cinema e delle botteghe di barbiere, anche là
finirebbe uguale. Credo nei diritti delle donne, ma deve avvenire fuori
dalla famiglia.
La latitanza m'ha almeno permesso di vedere come vive la gente
normale, e m'ha fatto capire quanto mi sono sbagliato in passato. Sono
cresciuto. So com'è quando sei giovane e sfrenato, e adesso vorrei
tornare a scuola a imparare a non essere un peso per la società. Ho
sempre desiderato fare il ragioniere e lavorare con un gruppo come i
boat people. Forse dovrei diventare l'uomo immagine di una malattia,
tipo le emorroidi. Se un giudice condannasse Keith Richards a cantare
per i ciechi visto che ha fatto il cretino con la coca, io per punizione
potrei cantare per i sordi. Se un giudice condannasse Linda Blair a
parlare contro l'abuso di droghe, io sarei più che lieto di fare altrettanto.
Se lasciano cadere le imputazioni a mio carico, prometto che non
infilerò più nulla nel naso. Nemmeno il dito. Insegnerei
tossicodipendenza al catechismo, nelle code al supermercato e fuori
dallo Studio 54.
Adesso devo andare sotto i ferri. I medici non m'hanno detto se è
benigno o maligno, però non mi guardano dritto in faccia. Come ho
fatto a dire tutte quelle cose tremende su Hubert Humphrey, che Dio
abbia pietà della sua anima? L'età ha i suoi inconvenienti, però ti regala
la saggezza. Quando sei con le spalle al muro vedi le cose con
maggiore chiarezza di quando la folla applaude e la fanfara suona. So
che non posso riparare tutti i danni al sistema che ho causato, però sono
disposto a rimboccarmi le maniche e tentare. In clandestinità si sta
scomodi.
Adesso posso tornare?
AIUTI E FAVOREGGIAMENTI

"I get by with a little help from my friends."


The Beatles

Un grazie al mio editore per aver avuto più cervello e palle degli altri
venti rigattieri che hanno rifiutato questo libro; al mio curatore Fred
Jordan, questo libro è suo quanto mio; a Heather Martin e Barbara
Lagowski per non aver temuto le intercettazioni telefoniche; agli agenti
segreti Elaine e Sheryl per avermi accettato come uno di loro, e un
punto in più per aver inchiodato la tavoletta del cesso; all'agente segreto
Ron che fornisce alcuni dei migliori telefoni sulla costa est; ai terapeuti
di libri Cathy e Ron che m'hanno aiutato a sbloccarmi e a rimettere a
posto il participio zoppicante. Visto che questo libro è stato
letteralmente scritto in fuga, un ringraziamento speciale va a Judy, ai
Martin, ai fratelli fuorilegge della contea di Humbolt, Lafayette, David,
Dan e Pat, Paulie, Mister J.R., Jason, Pam e Reggie, Jane, Howard, e
naturalmente ad america che ha letto parti del manoscritto e ha fornito
qualche consiglio; a Stew Albert che m'ha permesso di svegliarlo in
piena notte per verificare fatti e miti assortiti; all'antropologo Samuel
Leff per l'accesso ai malfamati Yippie Archives; a Norman Mailer per
l'aiuto a un compagno fuorilegge ebreo. Quest'uomo, a mio modesto
parere, è il più grande giornalista americano, un genuino cacciatore di
verità.
Correzioni: a ben pensarci, Dave Dellinger merita maggiori elogi. È
stato il nostro anchorman, nel bene e nel male. Il suo contributo
affinché l'America si dimostrazze all'altezza dei suoi sogni è
inestimabile. Huey Newton è stato un vero eroe dei Sixties, e per quel
poco che l'ho frequentato m'è parso una persona colta ed educata. Se mi
sforzassi, troverei qualcosa di buono da dire (la dichiarazione di Port
Huron) anche su zio Tom Hayden, ma i risultati positivi non possono
azzerare la mia critica costruttiva del suo sbracamento. Grazie a Ron
Kaufman, ovunque tu sia; a Danny Schechter è stato uno dei primi
amici nel movimento che vale la pena di citare; a Ron Kovics, che
abbraccio da vecchio compagno pacifista, e un grazie anche a tutti i
soldati, marinai e civili che hanno perso in Vietnam qualcosa più
dell'orgoglio; a chi ha sfilato e devastato per convincere i potenti degli
Stati uniti che là in Asia stavano combattendo la squadra sbagliata. Un
riconoscimento speciale come eroe del lavoro va a Zio B., che secondo
l'umile parere di chi scrive ha avuto la miglior combinazione di mente e
cuore di tutti gli eroi degli anni Sessanta che ho conosciuto.
Posso tirare avanti da fuorilegge ricercato solamente perché ho quel
tipo di amici che i soldi non possono comprare. A,D,E, B, B, A, F, M, J,
H, R, P, W, S, T e il Sindaco sono stati tutti ampiamente all'altezza. Una
parolina anche a Carol Ramer: le tue lacrime sono state le mie. Un
avvertimento a tutti i lettori: ai latitanti non piace essere indicati con il
dito. Non avvicinatevi mai per salutarli. Tanto noi abbiamo lo sguardo
lungo e vi vediamo prima. Dovete salutare un fuggiasco soltanto con un
sorriso o strizzando l'occhio. Abbiamo bisogno di ogni sorta di aiuto, e
sappiate che la lingua lunga può affondare le corazzate.
La mia famiglia: grazie a mio padre per avermi insegnato che non
esiste alcuna contraddizione tra essere un bravo uomo d'affari, una
brava persona e un bravo rivoluzionario; a mia madre per il senso
dell'umorismo e il brodo di pollo; alle donne della mia vita, soprattutto
Sheila che m'ha insegnato a puntare solo al massimo e ha favorito la
mia carriera nel movimento. Grazie alla catarsi di questo libro, ho
reimparato ad amarla. Alla mia carissima moglie Anita, il cui sorriso e
il cui coraggio ci uniranno fino alla morte e oltre; a Angel per tutto, e a
suo padre per avermi insegnato a restare fedele ai veri ideali e valori, e
a sua madre per avermi insegnato le buone maniere e a diventare un
miglior scrittore e marito. Per concludere, una parola ai miei tre figli.
Andy, Amy e america, papà sente tanto la vostra mancanza. Vi vuole
tanto bene e non vi sgriderà se ruberete questo libro.
A.H., 8 novembre 1979
Postfazione

RICORDANDO ABBIE
Howard Zinn

M'è capitato di recente di raccontare a Kurt Vonnegut di un tipo che


conosco, Bill Breeden, un predicatore camionista che abita nelle foreste
dell'Indiana assieme alla moglie e ai figli. Quando il suo paesello,
Odon, ha dedicato una strada a John Pointdexter, complice di Reagan
nello scandalo Iran-Contras, Breeden ha rubato il cartello e ha
annunciato che l'avrebbe liberato solo in cambio di un riscatto di 30
milioni di dollari, appunto la cifra coinvolta nello scandalo.
Secondo Vonnegut, Breeden era un "pagliaccio ispirato. Come Joe
Heller. E Abbie Hoffman".
Abbie Hoffman occupa un posto tutto suo nella storia
contemporanea. Non c'è stato nessuno come lui, nessuno capace di
combinare uno spirito brillante e claunesco con una linea politica
rigorosa. E non c'è stato nessuno capace come lui di unire, come con un
colpo di grancassa, la rivoluzione culturale degli anni Sessanta con le
tumultuose proteste per la giustizia razziale e contro la guerra nel
Vietnam, e pochissimi che siano riusciti a trasbordare l'energia e
l'impegno di quegli anni fin negli anni Settanta e ottanta, senza un
momento di pausa e senza incertezze.
Le farsesche avventure di Abbie sono state istruttive nel senso
migliore del termine, come quando un insegnante esperto utilizza le
risorse dell'umorismo e della drammaturgia per creare una profonda
analisi sul mondo in cui viviamo. Abbie è entrato nel novero di un
prestigioso gruppo di artisti che hanno impegnato tutto il proprio
talento nella battaglia per la pace e la giustizia, che sia con la musica
come Bob Dylan, Woody Guthrie, Paul Robeson, Joan Baez, Pete
Seeger, o con l'umorismo come Mark Twain, Lenny Bruce, Dick
Gregory o, come John Steinbeck, Theodore Dreiser, Arthur Miller e
James Baldwin, con la scrittura.
Un movimento politico ha bisogno di molto di più di
un'organizzazione efficace, di un'analisi fine o di qualche discorso
ispirato. Ha bisogno di anima e cuore, e Abbie ne aveva in abbondanza.
Ha bisogno di passione e vita, che da Abbie sgorgavano a fiotti
avviluppando le persone che toccava. Lui si definiva un "organizzatore
della comunità" (sempre inteso che questa comunità si allargasse fino a
diventare la nazione intera), ed è vero, però in questo modo
dimenticava l'aspetto più sconvolgente del suo apporto ai movimenti
degli anni sessanta: Abbie ha contribuito a trasformare gli istinti
antiautoritari delle giovani generazioni nella resistenza politica al
razzismo e alla guerra. Ha saputo parlare alla dolcezza e alla voglia di
un mondo non violento dei figli dei fiori, ma dicendo: "Ho sempre
tenuto il mio fiore nel pugno chiuso".
Sul finire di questo libro Abbie entra in clandestinità, inizia a
"nuotare", secondo il suo linguaggio in codice. C'è gente che non s'è
mai trovata in pericolo quanto Abbie, eppure ha mollato lo stesso il
movimento. Invece Abbie, che rischiava l'ergastolo e l'arresto da un
momento all'altro, s'è rifiutato di tacere. Ha subito un intervento di
chirurgia plastica, s'è tagliato e tinto i capelli e s'è spostato nel paese
con un'audacia che sarebbe stata stupefacente per chiunque ma che da
lui, Abbie Hoffman, ci aspettavamo.
Mentre era latitante ha tenuto comizi, è apparso in televisione, ha
scritto almeno quaranta articoli e ha parlato alla radio. Ha perfino fatto
un giro turistico del palazzo dell'FBI a Washington.
Tuttavia non era solo. Sin dai primi giorni della latitanza, dopo il
penoso addio alla moglie Anita e ai tre figli, mentre si trovava in
Messico ha trovato un'anima gemella. Johanna Lawrenson è diventata
così la sua "compagna di fuga" negli anni della latitanza e anche dopo,
fino alla morte di Abbie nel 1989.
Insieme hanno combinato qualche tiro mancino alla Abbie. Per
esempio, sono stati in giro per l'Europa per sei mesi, concedendosi
pranzi sontuosi in cinquantaquattro dei migliori ristoranti al mondo,
ovviamente senza pagare perché Abbie aveva una falsa lettera che lo
presentava agli chef come un inviato di "Playboy" per un servizio sulla
nouvelle cuisine francese.
A un certo punto si sono trasferiti nel villino di Johanna nelle Mille
isole del fiume San Lorenzo, uno dei più bei posti del continente. Il
canale del San Lorenzo che collega i Grandi laghi all'Atlantico è stato
una delle grandi imprese del secolo, un enorme complesso di bacini,
argini, centrali idroelettriche, ponti, autostrade e nuove comunità. Però
dal punto di vista ambientale ha avuto esiti disastrosi, con intere isole
cancellate e diecimila persone sradicate.
Quando Abbie e Johanna si sono trasferiti da quelle parti il Genio
dell'Esercito ha presentato un piano per rendere navigabile il fiume
anche in inverno con una combinazione di rompighiaccio e sbarramenti
di tronchi. Abbie ha studiato la proposta e ha capito subito che avrebbe
distrutto i luoghi dove si abbevera l'aquila calva in via di estinzione,
disturbato la catena della vita acquatica ed eliminato le paludi. Ci
sarebbero state erosioni e alluvioni gravissime e l'acqua potabile
sarebbe stata contaminata dai rifiuti tossici. Si temevano anche
infiltrazioni di petrolio.
Abbie e Johanna hanno allora fondato Save the River! assieme a
vicini e amici. L'esperienza organizzativa di Abbie è venuta molto utile.
Quanto a lui, ha parlato senza sosta alla radio e in televisione, ha tenuto
conferenze stampa, ha mobilitato gli esperti. Quando il Genio militare
ha organizzato un'udienza sul progetto, si sono presentate ben seicento
persone, e quando il senatore Daniel Patrick Moynihan ha tenuto
un'audizione senatoriale la sala era gremita da novecento spettatori.
Abbie è stato eloquente come al solito, e così nella primavera 1980 il
Congresso ha ritirato il finanziamento al progetto. E stata una
straordinaria vittoria popolare.
Poco dopo Abbie ha deciso che non voleva più essere uh fuggiasco e
s'è accordato per tornare a New York e scontare un anno di galera.
Quando è tornato in libertà non poteva più fermarlo nessuno, ha
inanellato una serie di comizi nei campus di tutto il paese. Poi nel 1987
ha partecipato alla disobbedienza civile alla University of
Massachusetts di Amherst, impedendo il passaggio dei reclutatoli della
CIA.
Lo conoscevo dai tempi del movimento per i diritti civili al Sud, poi
in seguito le nostre strade si sono incrociate più e più volte. E adesso
venivo convocato come "teste esperto" durante il processo a Abbie e
compagni per i fatti di Amherst. Dovevo fare quello che avevo fatto
tante volte nei processi politici dell'era del Vietnam: parlare della
necessità della disobbedienza civile di fronte alle pericolose scelte del
governo. In quel processo ci sono anche state alcune deposizioni sul
ruolo della CIA da parte di ex agenti che hanno raccontato le sue
attività sanguinose e illegali in tutto il mondo.
Però il momento più alto del processo è stata l'allocuzione finale di
Abbie alla giuria. Chiunque avesse ancora in testa le sue intemperanze
al processo di Chicago del 1969 dev'essere rimasto basito per
l'abbigliamento, i modi, il linguaggio: sobri, ponderati, ragionevoli,
persuasivi. Alla fine la giuria ha prosciolto gli imputati, e il pubblico
ministero ha concluso: "Se c'è un messaggio in tutto questo è che...
l'America media non vuole che la CIA si comporti così".
In seguito ho rivisto Abbie una volta sola, quando abbiamo parlato a
una manifestazione studentesca per la libertà accademica nel campus
della Boston University. Sarebbe morto nell'aprile 1989, per quella che
sembra un'overdose di barbiturici e alcol, nel momento più buio di una
grave depressione.
Dopo la sua morte ho parlato di lui una sera in un'affollata taverna
nella downtown di Manhattan, assieme a Norman Mailer, Alien
Ginsberg, Barbara Ehrenreich e altri. Ci aveva toccati tutti, in maniera
diversa. Sentivamo tutti quanti che era fondamentale per il futuro del
nostro paese che sopravvivesse la sua eredità fatta di divertimento e
ribellione, di spirito indomito, di amore sconfinato per la giustizia.

Fine

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