Sei sulla pagina 1di 144

Victor Garcìa

MUSEIHUSHUGI »
BREVE STORIA
DEL MOVIMENTO ANARCHICO GIAPPONESE
Victor Garcìa è lo pseudonimo di un noto militante libertario spagnolo
che ha, oggi, 56 anni.
La Rivoluzione spagnola scoppia mentre è ancora minorenne, ma ciò
non gli impedisce di essere presente sulle barricate e nelle trincee per
tutta la durata della lotta. Nel 1939, insieme al grosso dell’antifascismo
spagnolo, attraversa i Pirenei e conosce i campi di concentramepto nel
Sud della Francia fino a quando, allo scatenamento della II Guerra Mon­
diale, si unisce alla resistenza francese.
Finito il conflitto e ricostituitesi le organizzazioni libertarie spagnole
in Francia, occupa posti di responsabilità in esse. Visita per la prima
volta l’Italia, in incognito, per partecipare, come primo Segretario dell’In­
ternazionale Anarchica Giovanile (IJA), alle riunioni del Congresso Anar­
chico Italiano svoltosi a Faenza nel giugno del 1946. In quell’occasione col-
labora varie volte, sotto lo pseudonimo di « Germen », a « Gioventù
Anarchica » di Milano.
Nello stesso anno si unisce alla lotta clandestina contro il franchismo,
in Spagna. Viene catturato a Barcellona riuscendo, qualche mese dopo,
nel 1948, a passare nuovamente i Pirenei. Alla fine dello stesso anno
Victor Garcìa era già in America latina, continente che gli è servito come
un trampolino per viaggiare in tutto il mondo. José Peirats scrive: « È
tra i più prolifici scrittori dell’esilio. Dopo il suo debutto sui periodici
giovanili, con articoli ed opuscoli, passò ai libri. Fu una specie di Marco
Polo dell’anarchia poiché fece il giro del mondo nel 1953-1958, per met­
tersi in contatto con libertari di tutto il mondo, in particolare con gli
anarchici dell’Estremo Oriente » (Ruta n. 7).
In precedenza Felipe Alàiz, lo scrittore più notevole dell’anarchismo
spagnolo, aveva detto di Victor Garcìa: « ...è uno storico di scuola ame­
ricana... Dalla sua opera emerge un carattere sano, che è in posizione di
rispetto verso i consolidati teorici e di analisi riguardo alle dottrine
speculative... In alcuni passaggi ricorda lo stile di Reclùs ». (CNT, Tou-
louse 1956.
Un altro scrittore anarchico di fama, Benjamin Cano Ruiz, dirà:
« Victor Garcìa è oggi una delle figure più rappresentative di questo
modello umano cosi genuinamente anarchico-spagnolo che incarna i valori
più puri del rivoluzionario fino all’eroismo, dell’idealista fino al roman­
ticismo e dell’autodidatta fino al magistero... Dedicato con piena coscienza
e con fervore entusiasta a quegli ideali che rappresentano il concetto più
alto e più ampio della libertà, Victor Garcìa è l’uomo che più di ogni
altro li sta arricchendo oggi nei loro fondamenti storici, seguendo la
scuola di Max Nettlau, il nostro grande storico, indagando, però, su fonti
che il vecchio maestro non ebbe occasione o tempo di approfondire.
Prima di Victor Garcìa, nessuno storico dell’anarchismo aveva sviscerato
con tanta sollecitudine le radici orientali del pensiero anarchico » (B.
Cano Ruiz nella Prefazione al libro di Victor García « Escarceos so­
bre China »).
Victor Garcia

M U SEIHUSHUGI
BREVE STORIA
DEL MOVIM ENTO ANARCHICO GIAPPONESE
Victor Garcia

MUSEIHUSHUGI
BREVE STORIA
DEL MOVIMENTO ANARCHICO GIAPPONESE

N. 6
COLLANA «V. VALLERA »
IGLESIAS 1976
INTRODUZIONE
La rivoluzione industriale arrivò molto tardi in Giappone. Fu
il risultato logico di una politica di totale isolamento che bloccò
l’arcipelago per tre secoli. Mentre il mondo si scopriva geografica­
mente, si scrollava il medioevo e si gettava nell’avventura della
macchina inaugurando la produzione massiva a spese di una nuo­
va classe: il proletariato, il Giappone, con i porti chiusi al mondo,
viveva in un regime feudale, di casta, sostenuto esclusivamente da
un’agricoltura intensiva, come quella conosciuta da Francesco Ja-'
vier al suo sbarco nell’Impero del Sol Levante nel. 1549.
Quando nel 1853 il comandante Perry inaugurò con le can­
nonate delle moderne navi da guerra statunitensi, le comunicazio­
ni col Giappone, si scoprì una triste realtà: la evidente arretratez­
za nei campi della tecnica, dell’educazione, del commercio,
dell’industria, della politica, della medicina, del trasporto...
Fu allora che, a marce forzate, l’imperatore Meiji diede al
suo impero tutte le più avanzate innovazioni dell’Occidente. Per
ottenere ciò, non esitò ad assumere in forma massiccia tecnici e
scienziati stranieri ed a mandare, parallelamente, grossi contin­
genti di studenti giapponesi nei paesi industrializzati dell’Europa e
del Nord America. Prima che il secolo XIX finisse, il Giappone
aveva già uguagliato il livello del mondo industriale e moderno ed
aveva inoltre vinto la sua prima guerra internazionale contro la
Cina, la fornitrice più ricca e più vicina di quelle materie prime di
cui un Giappone industrializzato e mancante di esse aveva biso­
gno.
5
Di genuinamente originale niente o poco potè utilizzare il
Giappone che si potesse adattare al grosso cambiamento che si sta­
va compiendo. Le macchine, i mezzi, le tecniche di produzione e
di commercio, il sistema di lavoro, la istruzione primaria e supe­
riore, tutto era una copia fedele di Manchester, della Ruhr, di Pit­
tsburg e persino il suo stesso sistema di repressione poliziesca era
fedele modello di quello tedesco.
Il Mikado non prese alcuna iniziativa per quanto riguarda ciò
che in Europa ed in America costituiva parte integrante, indisso­
lubile ed inerente del sistema: le forme di dottrina sociale, frutto
della rivoluzione industriale; ma le correnti rivoluzionarie si in­
stallarono in Giappone con la stessa velocità dei complessi indu­
striali, dei tecnici e degli istruttori. L’unica differenza fu che men­
tre questi entravano in Giappone dalla porta degli invitati, i germi
rivoluzionari entravano nel paese dalla porta di servizio.
Lungo tutto il lavoro che segue si noterà un visibile sforzo
per dimostrare che in Giappone è sempre esistita, come in tutti i
paesi che hanno basato sulla coltivazione della terra le fondamenta
del loro sistema economico, un’anima genuinamente libertaria.
Allo stesso modo, e questo non abbisogna di esempi concreti, lo
spirito di ribellione è sempre stato presente nell’animo degli op­
pressi. Tutto ciò, tuttavia, non aveva molti sbocchi rispetto a tut­
to il sistema, massicciamente importato, per cui si giustifica, nel
campo avverso, la importazione, pur’essa massiccia, delle idee ri­
voluzionarie.
Per quanto riguarda l’anarchismo, nonostante l’originale fi­
gura di Ando Shoeki, il William Godwin giapponese, gli anarchici
nipponici lo hanno assorbito, praticamente tutto, dai teorici
dell’anarchismo europeo. Kotoku ed Osugi, le due più importanti
colonne dell’anarchismo in Giappone, nonostante la loro intelli­
genza ed il loro spirito creativo, preferirono immergersi nella tra­
duzione dei testi di Kropotkin, di Bakunin, Proudhon, ecc. nei
quali l’ideale era già ordinato, discusso ed approvato, piuttosto
che far ricorso al lungo travaglio di un’esposizione originale degli
ideali libertari.
Lo stesso vocabolo « anarchismo » venne assimilato cosi
com’era, allo stesso modo che la maggior parte di quelli introdotti
nel paese — macchinari, tecnicismo, sistema metrico decimale,
scienza, istruzione, sistema politico, ecc. — venivano accolti col
6
nome del luogo d’origine.
Al rivoluzionario occidentale è stato sufficiente ricorrere alla
fonte della nostra cultura, la Grecia, per confezionare, come fece
Proudhon, con una radice ed un prefisso, il nome dell’ideale li­
bertario: an-archismo. Il giapponese, per definire un corpo di dot­
trina sociale che neghi la autorità, ha bisogno di cinque segni
ideografici: M u, che significa assenza, sei, che vuol dire politico,
hu, per la parola organismo, shu, per principio egi, che denota
un -ismo di modo che tutta la parola, per il purista di linguistica,
sarebbe « museihushugi » la vera accezione per designare l’anar­
chismo in giapponese, per cui di rado si è soliti usare, nei testi
anarchici del Giappone, questo lungo vocabolo.
L’anarchismo in Giappone ebbe un’epoca eroica che, crono­
logicamente parlando, potremmo collocare tra gli anni 1903 e
1937. Il lettore troverà, nelle pagine che seguono, la storia di un
movimento di puri, di mistici e di martiri, il cui corrispondente
difficilmente potremmo trovare in altre coordinate geografiche.
Essere anarchico, in Giappone, fino alla catastrofe della seconda
guerra mondiale, era una condanna a morte potenziale. Un pro­
fessore della Facoltà di Economia dell’Università di Tokio, N.
Morito, che ebbe la ventura, nel 1920, di scrivere uno « Studio
del Pensiero Sociale di Kropotkin », nonostante non fosse nem­
meno un simpatizzante del movimento anarchico giapponese,
venne condannato ad un anno di carcere e gli fu precluso, per
l’avvenire, di esercitare la sua professione di insegnante.
Il primo massacro « legalizzato » contro l’ideale libertario,
ebbe luogo il 24 gennaio 1911 quando dodici anarchici furono im­
piccati per il delitto di lesa maestà. La polizia e l’esercito organiz­
zarono quella che venne definita la grande Rivolta (Dai Yaku
Jiken), con lo scopo di sbarazzarsi delle figure più in vista del mo­
vimento anarchico, appena all’inizio ma già incalzante. Il fatto eb­
be risonanza intemazionale poiché, tra gli impiccati, v’erano un
medico, uno scrittore, due giornalisti, un sacerdote buddista, un
funzionario, due proprietari, un commerciante, operai, studenti e
contadini, il che dimostrava la falsità dell’accusa. Una diversità di
professioni tanto evidente era assolutamente incompatibile con la
finalità che, secondo la polizia e l’esercito, gli accusati si erano
proposti.
Si ebbero pure molte condanne al carcere. Di questo ci rinno-
7
Le agenzie intemazionali d ’informazione trasmettono la notizia della morte di
Seima Sakamoto, avvenuta il 16 gennaio 1975, aderente al gruppo anarchico
processato nel 1910, dodici membri del quale vennero impiccati.
Muore senza poter provare la sua proclamata innocenza.
Seima Sakomoto era stato condannato, ed incarcerato per 23 anni, per aver par­
tecipato ad un complotto per assassinare l'Imperatore giapponese agli inizi del
secolo, ma aveva sempre negato la sua partecipazione.

Tokio, 16 (UPI)
Seima Sakomoto, che non cessò mai di proclamare la propria innocenza, è mor­
to oggi senza aver potuto dimostrare alla giustizia che non partecipò al complot­
to per assassinare l ’Imperatore del Giappone agli inizi del secolo.
« Sono innocente. Non morirò senza aver riacquistato il mio onore », dichiarò
recentemente Sakomoto ad alcuni amici mentre stendeva le sue memorie. Ma
spirò senza vincere la sua lotta durata 64 anni per provare la sua innocenza.
Sakomoto, che morì a 87 anni, ne aveva solo 23 quando venne alla luce nel
1910 la cospirazione per assassinare l ’Imperatore Meiji, considerato allora di di­
scendenza divina.
Egli era un fervido ammiratore dell ’anarchico Shosui Kotoku, che scrisse una
poesia per celebrare Tanno nuovo, che dice ad un certo punto: « Il mio primo
desiderio del nuovo anno è quello di un ’esplosione, il rumore della neve che ca­
de da una palma del palazzo imperiale ».
Questa poesia ed altri lavori minori determinarono l ’arresto di Sakomoto, Ko­
toku ed altri 24 presunti rivoluzionari sotto l ’accusa di cospirazione per uccidere
l ’Imperatore.
Sakomoto venne condannato a morte con gli altri accusati, e dodici dei condan­
nati vennero impiccati. Ma a Sakamoto venne commutata la pena nell’ergastolo
e nel 1934fruì dell’indulto. Aveva trascorso 23 anni dietro le sbarre.
8
vano il ricordo le agenzie intemazionali di informazione che, in
un cablo del 16 gennaio 1975, annunciano la morte di Seima
Sakomoto, una delle vittime della Grande Rivolta, condannato al
carcere e morto quello stesso giorno, ad 87 anni d’età.
All’assassinio collettivo del 24 gennaio 1911 ne seguirono
molti altri. Emerge, sugli altri, quello che ebbe luogo i primi gior­
ni del settembre 1923 quando vennero attribuiti agli anarchici ed
ai coreani gli incendi e le devastazioni che seguirono il tremendo
terremoto del I o settembre. In quell’occasione fu impossibile dare
una cifra esatta degli anarchici caduti. Infine, quando il 7 luglio
1937 il Giappone dichiarò ufficialmente guerra alla Cina, la re­
pressione contro gli anarchici superò, in ferocia, tutte le prece­
denti.
Si dovette attendere la fine della Seconda Guerra Mondiale
per conoscere l’esatta situazione dell’anarchismo giapponese.
Sorprendentemente, qualche libertario era sopravvissuto, pri­
ma alla repressione della polizia e dell’esercito, e poi, al disastro
del conflitto mondiale.
Una nuova era si prospettava per l’anarchismo in Giappone
ed il 12 maggio 1946 i libertari giapponesi si organizzavano di
nuovo. La Federazione Anarchica Giapponese cominciava il suo
lavoro.
Questo scritto cerca di essere un primo apporto di maggior
profondità rispetto agli articoli che con una certa intermittenza
compaiono nella stampa anarchica internazionale intorno alla sto­
ria dell’anarchismo in Giappone. È un contributo a questa storia
che rimane tanto sconosciuta agli anarchici dell’Occidente.
Come abbiamo sottolineato all’inizio di questa introduzione,
il giapponese ha continuamente bevuto alle sorgenti dell’Occiden­
te. La nostra storia, la nostra cultura, le nostre idee sono state se­
guite, dal giapponese, senza scosse nel suo cammino. A noi anar­
chici d’Europa e d’America è mancato il desiderio di reciprocità
che ci avvicinasse maggiormente agli anarchici dell’Estremo
Oriente. Si conosce pochissimo sulle lotte anarchiche, sulle pole­
miche sostenute per lo scontro di interpretazioni opposte, sulle
necessità e sulle inquietudini di quelli che, agli antipodi, pensano
che la umanità debba scrollarsi di dosso il giogo dello Stato ed ab­
bracciare l’ideale che maggior libertà porta in sé.
9
I

COMPENDIO STORICO

1 Le Lotte per il Potere


Se ci atteniamo all’assioma di Carlyle: « I popoli felici non
hanno storia » dovremmo riconoscere, per deduzione cartesiana,
che il Giappone deve possedere una storia ampia e ricca di avveni­
menti. Il popolo giapponese è rimasto sottomesso ai suoi tiranni
durante tutta la sua esistenza, pagando, forse, per un peccato ori­
ginale commesso dai suoi antenati nella preistoria dell’Arcipelago.
Questo peccato originale, solamente sfiorato nei trattati di
storia, sarebbe quello di usurpazione, da parte dei giapponesi,
giunti dal continente, del territorio insulare abitato dagli ainus, i
veri aborigeni di quelle isole, appartenenti, paradossalmente, alla
razza bianca. Oggi, per incontrare qualche superstite di quegli ai­
nus, bisogna raggiungere la più settentrionale delle isole nipponi­
che: Hokkaido, dove, in gruppi isolati e radi, si trovano i su­
perstiti di un popolo di cui nulla si sa e che cammina, inesorabil­
mente, verso la propria estinzione.
Approfondire questa storia non è possibile in questo saggio
dedicato ad altri scopi sebbene, dato che cercheremo di far riferi­
mento al passato del Giappone nelle pagine che seguono, ci pare
giusta precauzione stendere una sintesi ridotta che ci serva di ap­
poggio quando giunga il momento.
La storia del Giappone, come tutte le storie ufficiali di ogni
paese del mondo, comincia colla leggenda. Quella giapponese dice
che l’Impero Nipponico fu fondato nell’anno 660 avanti l’Era
11
volgare dall’imperatore Jimmu Tenno, discendente dalla dea del
Sole Amateratsu (1). Nel campo della leggenda la storia giappone­
se scorrazza per quasi dodici secoli, giacché i punti di riferimento
degni di relativo credito iniziano a partire dal VI secolo della no­
stra era, quando dal continente giungono le masse cinesi che fon­
dano, in maniera stabile, la civiltà insulare. Questo bagaglio cul­
turale, artigianale, religioso e sociale della Cina giungeva, attra­
verso la Corea, sulle spalle di anonimi coloni giapponesi che nella
nebbia di quegli anni sconosciuti, si erano stabiliti nelle terre con­
tinentali della regione chiamata Mimana. I mutamenti politico-so­
ciali della Cina e dei paesi confinanti con Mimana: Siila e Paeche,
costrinsero i giapponesi di Mimana ad abbandonare le loro case ed
il paese ritornando nel Giappone dei loro avi. Essi, con i famiglia-
ri, i servitori ed i parenti, sbarcarono con tutte le conoscenze ac­
quisite sul Continente, comprese la scrittura ideografica cinese, il
buddismo, il taoismo, il confucianesimo, la coltivazione del riso
ed una congerie di regole morali che serviranno di base al principe
Shotoku Taishi (593-628) per promulgare la prima costituzione,
nota come quella dei Diciassette Articoli.
Fino all’anno 710 la corte non aveva mai fissato la capitale.
L’imperatore subentrante abbandonava il luogo in cui era morto il
suo predecessore, per rispetto e timore della morte, e si installava
in un’altra località. Nara diventa la prima capitale che non rispet­
ta queste condizioni di nomadismo ed il periodo di Nara — inte­
ressante per la sua fase artistica ed architettonica, perché, a somi­
glianza del dorico in Grecia, rappresenta la purezza del disegno —
dura fino all’anno 784 quando la corte si stabilisce a Kyoto dove
rimane per più di mille anni — fino al 1868 — benché il governo,
secondo le famiglie dominanti di turno, si sposti attraverso altre
città — Kamakura, Osaka, Edo, ecc. —.
L’imperatore assume, ben presto, una funzione puramente
nominale mentre la vera egemonia verrà esercitata da varie fami­
glie che si alterneranno, a prezzo di lotte sanguinose, nella pratica
del potere.
I Fujiwara furono i primi ad occupare la reggenza (kampalu)
che era esercitata nella stessa città di Kyoto. A tale scopo dovette­
ro intraprendere una lotta disperata con la dinastia Soga dando
cosi inizio ad una vicenda del Giappone in cui il tema costante è la
12
lotta per il potere fino a che il rappresentante degli dei nell’arcipe­
lago, l’imperatore o Mikado, interviene. Gli imperatori, fino agli
ultimi del secolo scorso, furono vere figure decorative senza in­
fluenza di alcuna specie salvo quella che poteva trasparire dalla lo­
ro condizione di rappresentanti della dea Amaterasu sulla Terra
per i credenti nipponici.
L’egemonia dei Fujiwara crollò definitivamente nel 1185
quando diverse famiglie rivali si scontrarono riuscendo ad impa­
dronirsi della situazione Minamoto Yoritomo che prende il titolo
di « shogun » (generalissimo) e, prevenendo il peggio, stabilisce la
sua corte a Kamakura. La famiglia Hojio gli succede ed è in que­
sto periodo (1200-1333) che avvengono due seri tentativi, da par­
te di Kublai Kan, di sbarco sulle isole. Una burrasca di enormi
proporzioni distrusse la flotta cinese. I giapponesi la chiamarono
« kamikaze » (vento sacro), nome che presero i piloti suicidi che
durante l’ultima guerra mondiale si gettavano contro le navi da
guerra nemiche con il velivolo carico di esplosivo.
Viene quindi il periodo degli Ashikaga che si stabilisce a Mu-
romachi, Kyoto (dal 1338 al 1573) la fine del quale segna a sua
volta la fine del feudalesimo nipponico con la sparizione, dalla sce­
na politica, delle antiche famiglie rivali ed onnipotenti.
Nel 1573, Nogunaga, capo guerriero, abbatte gli Ashikaga e
si appropria dello « shogunato » che sfrutta molto effimeramente
giacché egli muore nel 1582. Entra in scena, quindi, una delle fi­
gure più conosciute dagli studenti giapponesi: Toyotomi Hideyo-
shi, il miglior generale di Nabunaga e chiamato, dagli storici, « il
Napoleone giapponese ». Il suo impeto guerriero lo porta
sull’altro lato del mare portando guerre senza fine e vincendo con­
tinue battaglie di Pirro. Il suo maggior trofeo furono 38.000 paia
di orecchie di coreani sconfitti, con le quali venne costruito un
enorme tumulo tuttora visibile a Kyoto.
Alla morte di Hideyoshi prese il potere Tokugawa Ioyasu che
lo tenne fino alla morte, nel 1616, dopo essere riuscito ad elimi­
nare ogni ombra di opposizione, motivo per cui lo « shogunato »
dei Tokugawa durò fino al 1868.
I Tokugawa si stabilirono a Edo, la Tokio di allora, mante­
nendo, comunque, un’ancor più stretta alleanza col Mikado di
Kyoto.

13
2 L’Isolamento
I quasi tre secoli di dominio Tokugawa stabilirono un isola­
mento ermetico del paese verso lo straniero. C’era la pena di mor­
te per il giapponese che tentasse di abbandonare il Giappone e lo
stesso accadeva a chi, trovandosi all’estero, cercasse di sbarcare
nell’Impero. La paura che le correnti di progresso dell’estero po­
tessero intaccare un sistema classista tanto chiuso, che potessero
spruzzare il lievito della ragione sull’oscurantismo del paese, che
l’irrequietezza e la consapevolezza che in altri luoghi la vita era
diversa potessero dare esca al malcontento suggerì, alla mente li­
mitata dei Tokugawa — e Hideyoshi ne prese l’iniziativa — come
soluzione appropriata, di chiudere a sette mandate l’Impero del
Sol Levante.
II timore si ridestò in questi crudeli governanti quando, in
coincidenza con la loro conquista del potere, sbarcarono sulla co­
ste della più meridionale delle loro isole, Kyushu, i portatori del
cristianesimo, con lo stesso Javier (1549), i quali ispirati da una
fede travolgente, riuscirono a diffondere il vangelo a piene mani
ottenendo risultati spiegabili solo se si tiene conto della condizione
di quelle isole soggette a pesanti imposte, drasticamente mantenu­
te in sistemi classisti insormontabili, sottomesse ai capricci delle
famiglie di turno e ad un feudalesimo instabile e, per ciò stesso,
più tirannico.
Nel 1581, a soli 30 anni dall’arrivo dei primi cristiani a Ka-
goshina, il Giappone contava già più di duecento chiese. Le « for­
ze » cattoliche costituivano una forza tanto reale che Nobunaga
non esitò a chiedere il loro appoggio per combattere le vecchie fa­
miglie, opponendosi al buddismo. I capi guerrieri che sostenevano
Nobunaga, noti come i Daimyos e che sarebbero divenuti, al tem­
po dei Tokugawa, la casta più elevata di tutte, si convertirono al
cristianesimo ottenendo meriti paradisiaci, distruggendo e incen­
diando templi e massacrando bonzi e fedeli buddisti.
Hideyoshi, fedele generale di Nobunaga finché questi visse,
non trovò altra soluzione, una volta ottenuto il potere per sé, che
annientare tutta la stirpe di Nobunaga e suoi sostenitori. Anche
nelle regole della sopravvivenza nipponica c’era la strage, frequen­
14
te pure nelle corti dei Capeti, degli Stuarts, dei discendenti dei
Cattolicissimi di Spagna, degli Hohenstaufen, ecc. in Europa, e
Hideyoshi comandò freddamente di abbattere tutte le chiese di
Osaka, Kyoto e Sakai, espellere tutti i gesuiti e, nel 1597, fece
crocifiggere sei francescani, tre gesuiti e diversi altri cristiani.
Intrufolandosi nei giochi della politica, i cristiani che rimase­
ro in Giappone si accordarono per appoggiare la causa di Hideyo-
ri, il figlio di Hideyoshi, supponendo che fosse la causa con mag­
giori possibilità di vittoria. La caduta di Hideyori e la venuta di
Ieyasu segnò la fine del cristianesimo in Giappone, in quanto il
primo Tokugawa decretò che la religione cristiana era « Falsa e
corrotta », obbligando tutti i cristiani ad abiurare. Chi non lo face­
va acquisiva la condizione di schiavo.
Questa persecuzione è all’origine della famosa rivolta Shim-
bara (1632) quando 40.000 persone si sollevarono, distruggendo i
templi buddisti e scintoisti. Riparati nell’isola di Shimbara, i cri­
stiani resistettero fino al 1638 cedendo infine all’assedio' di
60.000 soldati del « shogun » che passarono per le armi tutti i ri­
voltosi senza distinzione di sesso nè di età.
Gli olandesi, che volevano strappare il mercato giapponese a
portoghesi e spagnoli, videro una buona occasione per guadagnar­
si il favore del Tokugawa di turno, e dalle loro navi da guerra
bombardarono la fortezza assediata fino a ridurla in briciole.
Gli olandesi riuscirono nel loro proposito e per tutto il perio­
do di auto-segjegazione dei Tokugawa furono gli unici namban,
stranieri del sud, che poterono intrattenere commerci coi giappo­
nesi anche se dovettero subire incredibili umiliazioni come quella
di non poter abbandonare la piccola isola di Deshima, di non poter
portarci donne europee, di non avere bibbie nè libri sacri, di dover
abbattere un palazzo perché sul frontale vi era un « A.D. » (Anno
Domini) e, quando una volta all’anno si permetteva loro di andare
a rendere omaggio all’imperatore, li si obbligava a ballare ed imi­
tare i marinai ubriachi.
La presenza dei missionari gesuiti e francescani e il succèsso
che il loro credo aveva tra la popolazione nipponica arrivò a colpi­
re i Tokugawa che non videro altra soluzione che quella di chiu­
dere le porte allo straniero.
Il rimedio fu peggiore del male perché il cattolicesimo, tra-
15
scorsi i primi tempi e passata la sua novità, avrebbe assunto una
forza d’urto ridotta, come si è verificato in tutti i paesi asiatici do­
ve i missionari cattolici e cristiani in generale, han tentato di fare
adepti. 11 buddismo fa assegnamento, come pure l’islamismo, lo
scintoismo, ed altre religioni minori dell’Asia, su argomenti che
non si differenziano per nulla da quelli dei cristiani : il soprannatu­
rale, il sacerdote, il premio... Se la religione non aggredisce le di­
fese nemiche con l’aiuto delle armi, come successe in America
dove la croce era sempre accompagnata dall’archibugio e dalla
spada, non riesce a vincere.
3 Sete di Occidente
Se il Giappone non avesse chiuso i suoi porti all’Occidente,
questo avrebbe apportato, a poco a poco, insieme alle merci ed
agli uomini, spiriti progressisti che non avrebbero permesso che il
Giappone raggiungesse le soglie del XX secolo con sei secoli di ri­
tardo.
L’inaugurazione del periodo delle finestre aperte è compito
dell’imperatore Mutsu-Hito (1867-1912) che, con l’appoggio del
samurai Okubo, obbliga, con una terribile lotta, i Tokugawa ad
abdicare. fl Mikado si stabilisce a Tokio ed inizia Vera della luce
— Meiji — in cui si tenta di recuperare tutto il tempo perduto al
fine di trasformare il Giappone in uno Stato moderno degno di sta­
re a pari cogli stati europei. Si approvano riforme sociali come l’a­
bolizione delle caste e del feudalesimo, si promulga una nuova co­
stituzione, s’instaura il regime parlamentare sebbene l’imperatore
conservi tutte le sue prerogative. Dal punto di vista economico ed
industriale il paese vede un mutamento radicale e tutto questo in
maniera tanto effettiva e veloce che il Giappone entra nel secolo
XX in veste di grande potenza.
In due occasioni, almeno, il Giappone arriva in ritardo all’ap­
puntamento con la storia. Nel VI secolo, quando i coloni di Mi-
mana ed i buddisti del continente giungono 'in Giappone, in Cina
s’è già inventata la stampa, miUe anni prima di Gutemberg o
dell’olandese Costers; si usa già la carta moneta. Era ormai un
miUennio che si usava l’aratro sulle fertili terre deUo Yang Tsé e
dello Huang Ho; l’arte si era già espressa in tesori che tuttora so­

no inimitabili. Confucio e Lao Tsé erano ormai vecchi di dieci se­
coli... In quei tempi i giapponesi diedero prova di grande applica­
zione ed in pochi anni assimilarono la scrittura cinese, i sistemi di
agricoltura avanzata del continente, l’arte della pittura, della calli­
grafia, dell’architettura, della scultura, cosi come i sistemi di am­
ministrazione razionale delle comuni cinesi, frutto degli insegna^
menti fisiocratici dei grandi filosofi di quel grande paese.
Allo stesso modo, nel 1868, quando i Tokugawa vengono
abbattuti, il Giappone accumula un cospicuo ritardo che l’ammi-
raglio nordamericano Perry è il primo a evidenziare nel 1853
quando, con le sue potenti navi, obbliga i giapponesi ad aprire i
loro porti. Così gli isolani scoprono che nel mondo esistono loco­
motive, armi da fuoco contro cui non c’è arma giapponese che
possa resistere, macchine fotografiche, macchine per volare, che
vanno sott’acqua. Telai, telescopi, microscopi, rotative, fonogra­
fi, macchine calcolatrici, da cucire, per far la carta... Il potere assi­
milativo del giapponese viene fuori di nuovo, allo stesso modo che
nel VI secolo e ciò che l’Europa, l’America ed il mondo hanno
scoperto ed inventato in un millennio, gli abili isolani lo imparano
in una sola generazione.
Arnold Toynbee racconta che in una certa occasione chiese
ad un gruppo di giapponesi quale fosse il segno distintivo (ethos)
più importante del giapponese. Essi discussero tra loro e finirono
per essere d’accordo, di fronte a Toynbee, che il loro ethos era la
adattabilità. E dev’esserci molto di vero in ciò, nel bene e nel ma­
le di questo popolo sempre incalzato da impellenti necessità.
La maggior prova di adattabilità la potremmo forse trovare
nelle condizioni imposte dagli Stati Uniti in conseguenza della
perdita della guerra da parte del Giappone e rispetto alle quali,
non solo gli sconfitti han saputo adattarsi ma han saputo superare
le previsioni di Mac Arthur e, seguendo le regole del gioco impo­
ste dai vincitori, battere questi ultimi nei campi della tecnica,
dell’economia e del commercio.
4 La Centralizzazione del Potere
La riforma Meiji fu, comunque, una riforma reazionaria.
L’imperatore, più ambizioso dei suoi predecessori, non si adattava
17
al ruolo di rappresentante isolato della dea Amaterasu sulla Terra
e per questo, grazie all’appoggio di Okubo ed altri samurai, ab­
battè i Tokugawa. L’abolizione delle caste, parlando in generale, è
un progresso ma il fine di Meiji era quello di metter fine ai poteri
locali rappresentati dai Daimyos, i capi militari divenuti, nel tem­
po, potentati di latifondisti, la cui presenza avrebbe costituito un
pericolo per la sua stabilità. Invece di una moltitudine di piccoli
eserciti alle dipendenze dei Daimyos che li mantenevano, Meiji
decise di organizzare un grande esercito nazionale e moderno. Nel
Giappone del 1868 non esistevano industrie. Solamente i com­
mercianti, i contadini e gli artigiani rappresentavano le forze del
lavoro nel paese. La riforma Meiji venne attuata senza tener alcun
conto di costoro, dello heimin, il cittadino comune. Questo nome
venne abolito, come pure il samurai, il soldato al soldo del
daimyo, come fu abolito lo « età », il fuori-casta, tra le cui file ve­
getava l’essere umano più disprezzato dopo lo « harigan », l’in­
toccabile dell’India. Vennero aboliti i nomi, ma la situazione, sal­
vo quella dei daimyos, che videro i loro possedimenti trasferiti allo
Stato, non registrò alcun cambiamento importante tanto è vero
che nel 1873 avvenne la prima seria crisi causata dal malcontento
di coloro che qualcosa si attendevano dalle riforme. Le decime e le
tasse locali a favore dei Daimyos passarono nelle casse dello Stato
centrale e, parallelamente, lo Stato si dava affannosamente da fare
per la creazione del trampolino che avrebbe dovuto proiettarlo nel
ruolo di grande potenza: l’esercito. La consegna era « Fukuku
Kyohei » (Paese ricco, esercito forte).
5 Nascita e Tramonto del Militarismo
C’era solo una maniera di far fronte alle crisi ed al malcon­
tento : la cortina fumogena a cui son soliti ricorrere gli Stati totali­
tari quando la situazione interna diventa minacciosa o, in altre pa­
role, la guerra... Nel 1894 inizia la guerra cino-giapponese che
dura otto mesi. Il Giappone ottiene, col trattato di Shimonoseki,
la parte meridionale della Manciuria, Formosa, le isole dei Pesca­
tori, 200.000.000 di scudi e l’indipendenza della Corea che di­
venterà, subito dopo, un protettorato nipponico. Dieci anni più
tardi (1904) il Giappone si getta di nuovo in guerra, stavolta con
18
la Russia. L’anno seguente, dopo diverse vittorie per terra e per
mare, il Giappone ottiene,col trattato di New Hampshire (5 set­
tembre 1905), il riconoscimento della sua sovranità sulla Manciù-
ria, la penisola di Liaotung, Port Arhur e la metà delle isole
Sakhalin.
L’Impero giapponese era una realtà. Mancava qualche ritocco
cui penseranno i militari che, morto Meiji nel 1912, continuava­
no a sostenere il nuovo imperatore. Questi ritocchi erano in Cina,
di facile accesso con la Corea e la Manciuria come trampolini. E
così che ha inizio la guerra dei tre sette (7 luglio 1937) giorno
della dichiarazione ufficiale della rottura. Il risultato di questa av­
ventura bellica fu negativo soprattutto a causa della guerra mon­
diale che distrusse ogni ambizione militare dello Stato Giapponese
e, contemporaneamente, umiliò un esercito che si riteneva invin­
cibile.
I risultati della guerra russo-giapponese ebbero molta impor­
tanza in Giappone ed in tutta l’Asia. Era la prima volta che un
popolo di razza gialla vinceva una potenza « bianca » com’era la
Russia. Il trattato di New Hampshire significava negare un qual­
cosa di quasi assiomatico: la superiorità della razza bianca. Persi­
no i cinesi stessi, umiliati dieci anni prima dai giapponesi, si ralle
grarono di una vittoria che tornava a vanto della loro razza. Tutto
l’Oriente fece una cura di realismo. Non esistevano razze superio­
ri invincibili. I russi avevano morso la polvere. Il più grande stra­
tega dello zar, il generale Kuropatkin, era stato vinto dai piccoli
uomini gialli dell’arcipelago del Sol Levante. In Cina ormai non
chiamavano più i giapponesi « wako » (pirati nani) ed il Giappone
aveva acquistato la figura di difensore dei paesi dell’Oriente.
Ciò spiegherebbe, in parte, la facilità con cui il Giappone
s’appropriò, negli anni 1941 e 1942, di tutta la geografia del sud­
est asiatico, dall’Indocina francese fino alla Birmania, con tutta
l’immensità delle isole delle Indie Olandesi, le Filippine e tutte le
isole sparse nel Pacifico.
II Giappone vinse molte battaglie, ma perse l’ultima. Nel
1945, anche se Truman non avesse ordinato le esplosioni nuclea­
ri di Hiroshima e Nagasaki dei giorni 6 e 9 di Agosto, il Giappo­
ne doveva arrendersi. L’impero militare era finito.
19
6 « Myoden » e « Uji »: Esempi di Collettivismo Liberta­
rio
Esaminiamo ora, rifacendo il cammino della storia delle tappe
feudali e dinastiche, i fatti sociali che se ne possono ricavare.
Il Giappone insulare, come l’immensa maggioranza dei popo­
li dell’Estremo Oriente, ha un’alimentazione a base di riso. L’in­
troduzione della coltivazione del riso si fa risalire, in Giappone,
alla preistoria, al tempo di Yayoi (dal III secolo avanti la nostra
Era fino al III secolo dopo la nostra Era). La popolazione, di conse­
guenza, si stabilì nelle regioni meridionali, dove la coltivazione
del cereale era possibile. Il suolo adatto a risaia raggiungeva,a mala
pena, il 15 per cento della superficie delle isole.
Queste comunità di uomini si mettevano d’accordo per la
preparazione collettiva della futura risaia. Una sola o diverse fami­
glie contadine disboscavano la terra, la livellavano e la circondava­
no di una simbolica palizzata a significare che se n’era preso pos­
sesso per lavorarla. Questa parte si chiamava « myoden » (den
significa risaia e myo significa che la terra era in relazione con un
gruppo, una famiglia). Contemporaneamente, l’aristocrazia ed an­
che i sacerdoti prendevano possesso di terre e queste prendevano
il nome di « shoen », che sarebbe l’equivalente di azienda, terre­
no, proprietà agricola. Queste erano esenti da imposte.
A proposito dei « myoden », che son quelli che rivestono un
certo interesse per il nostro studio, si può aggiungere che nel se­
colo XII conservavano ancora la funzione di « collettivismo fami­
gliare » ma dall’inizio del Giappone feudale, che avviene nel 1185
con l’apparizione dello « shogunato » creato da Minamoto Yori-
tomo, la funzione democratica e popolare del « myoden » si affie­
volì a favore dei potenti che orbitavano attorno allo « shogun » di
turno.
Questi potenti, che sarebbero diventati i « daymios » o si­
gnori feudali fecero pressioni di ogni genere, oneste e disoneste,
perchè i « myoden » sollecitassero la loro « protezione » verso i
più o meno ipotetici ambiziosi latifondisti. Fu questa la situazione
che creò la presenza degli eserciti privati o « bushi ». Nacquero i
mercenari che non solo avevano il compito di difendere le pro­
prietà del signore ma di spaventare i contadini indifesi del « myo-
20
den », distruggerne i raccolti, incendiarne i villaggi allo scopo di
costringerli ad accettare la « protezione » del signore feudale.
Ugualmente, ed una volta annesso il « myoden » alle proprietà
feudali, che la corte imperiale riconosceva sotto il nome di
« shoen », i mercenari dovevano vegliare per evitare la fuga dei
contadini che, capito l’inganno, cercavano di fuggire dalle terre
che furono dei loro avi e che avevano terminato di essere loro.
D « bushi » portò, paradossalmente, una certa morale tra la
gente d’armi conosciuta come « bushido » (il cammino del guer­
riero). Il « bushido » è un trattato di morale che anche adesso do­
po un secolo di assenza del regime di caste, la letteratura, l’imma­
ginazione, la coscienza popolare, evocano con ammirazione. Il
« bushido » era il decalogo del « samurai » e questi continua ad
incarnare le migliori qualità dell’essere umano, il prototipo
dell’uomo dalla vita esemplare e cavalleresca. I films che godono
di maggior attrattiva popolare sono quelli dei « samurai », i Don
Chisciotte dell’Oriente.
Fu proprio la disubbidienza alla morale « samurai » la causa
della perdita della guerra da parte del Giappone, affermano nume­
rosi giapponesi. L’attacco a tradimento a Pearl Harbour il 7 di­
cembre del 1941 era contrario ai principi del « bushido » ed era
logico che la mancanza di rispetto del codice supremo del soldato
nipponico avrebbe causato la disfatta dello stesso.
Un’altra istituzione popolare che attira la nostra attenzione è
quella dello « uji ». Poco si sa di questo primo esperimento comu­
nitario della società giapponese molto anteriore ai primi fatti stori­
ci del Giappone. È molto probabile che sia stato introdotto dagli e-
migranti ritornati da Mimana, sul continente, quando la Cina di­
nastica, bramosa di allargare i suoi confini, costrinse i coloni giap­
ponesi a trasferirsi di nuovo sull’arcipelago. Quei gruppi si stabili­
rono in Giappone portandosi dietro un ricco bagaglio culturale,
economico e sociale della Cina ed è certo che nei loro zaini c’era
anche l’esatta conoscenza del sistema libertario cinese di coltiva­
zione della terra, conosciuto come « Sistema del Campo del Poz­
zo », già completamente impiantato durante la dinastia Chou (dal
1.122 al 225 avanti la nostra Era). Il « Campo del Pozzo » era
così chiamato perché consisteva nel dividere le terre collettive in
gruppi di nove parti minori i cui confini acquistavano la forma del
21
Il segno ideografico pozzo nell’antica ideografìa cinese era rappresentato con
due righe orizzontali parallele incrociate, perpendicolarmente, da due parallele
verticali.

Tracciato un quadrato che racchiude il segno pozzo, si ottenevano nove settori


più piccoli rigorosamente uguali che venivano distribuiti fra otto famiglie. Quel­
lo centrale era comune e doveva venir coltivato, con un turno rigoroso, da
ognuna delle otto famiglie che avevano i settori vicini.
22
segno ideografico che designava la parola « pozzo » nella vecchia
ideografia cinese, consistente in due righe orizzontali e parallele
incrociate da altre due verticali, anch’esse parallele. Queste nove
parti rimanevano alle cure di otto famiglie od otto gruppi che do­
vevano coltivarle, in un ordinato avvicendamento, mentre il frut­
to della nona parte era per il signore, i sacerdoti e, presumibil­
mente, per le vedove e gli invalidi.
È questo regime collettivista che i giapponesi espulsi dal con­
tinente introdussero quando si aggregarono alla vita contadina
delle isole nipponiche. Con loro entrarono in Giappone i primi fer­
menti buddisti, le prime nozioni della scrittura ideografica, le in­
dustrie artigiane dei bacini dello Yang Tsé e dello Huang Ho e, in
genere, tutto il bagaglio culturale del Chung Kuo o Cina, che a
quei tempi era all’avanguardia della cultura mondiale.
I popoli, ai loro inizi, hanno maggior bisogno di solidarietà e
di mutuo appoggio. La società contemporanea, in cui predomina
la cosiddetta classe media, appare egoista e la tendenza è verso
l’individualismo negativo e all’isolamento nella torre d’avorio in
cui ogni famiglia trasforma la propria vita. La storia di ogni popolo
si manifesta sempre con esperimenti di vita comunitaria. Nella
stessa America, con tanto ritardo entrata nella storia dell’uma­
nità, si registra la presenza della terra lavorata in collettività — lo
ayllù degli Incas, il Calpulli in Messico — con piccole parti desti­
nate, come nel « Campo del Pozzo » cinese, ai regnanti, agli
dei, alle vedove, agli orfani, ed agli invalidi. Niente di strano, per­
ciò, che nel Giappone proto-storico sia esistito un sistema di vita
comunitario, proprio di ogni popolo giovane e debitore, d’altra
parte, del sistema contadino del continente.
Lo « Uji » è l’unità sociale fondamentale del popolo giappo­
nese. Da questa unità nasceranno i rami che andran formando
l’albero del sistema sociale del paese, sistema che non rifletterà,
nel corso degli anni, lo spirito libertario del primo « uji ». Lo
« Uji », che inizia come caratteristico del mondo contadino, è for­
mato da un numero indeterminato di membri che accetta, all’ini­
zio, che la sua rappresentanza sia assunta dal più anziano che viene
chiamato « ujinokami » — « kami » significa divinità e occorre
dedurne che questo personaggio esercitava anche funzioni sacer­
dotali, in rappresentanza degli antichi fondatori dello « uji ». Lo
23
« uji » era una comunità totalmente autocratica nel senso che
contava solo su se stessa per la soddisfazione delle proprie neces­
sità. Man mano che la comunità cresceva nascevano, dal suo se­
no, i membri che si dedicavano a diverse occupazioni artigianali
che, aH’interno dello « uji », formavano un sotto gruppo chiama­
to « be », suffisso che accompagnava la specialità di ogni mestie­
re ; così i tessitori si chiamavano « oribe », i fabbricanti di armi
« tanuibe » e perfino gli interpreti avevano il loro gruppo: « osa-
be ».
Gli « Uji » acquistarono, per la maggior parte, grandi pro­
porzioni in conseguenza dell’aumento della loro popolazione e la
conseguente necessità di nuove terre. Prima della nascita del
Giappone politico, come la storia ufficiale lo ha definito in segui­
to, il Giappone era formato da una molteplicità di comunità o
« uji » della cui importanza documentano già gli Annali cinesi del
secolo III quando fan riferimento al Giappone come le isole dei
« Cento Regni ».
Nel passato di tutti i popoli si trovano profondamente radica­
ti, tratti inconfondibili di una cultura libertaria. Il Giappone li ha,
in modo molto particolare, con il « myoden » e lo « uji ». L’isola­
mento deciso dai regimi politici, molto facilitato dalle condizioni
geografiche di un paese insulare, sottrasse il popolo giapponese
dal resto dei popoli. L’isolamento produsse, nelle classi popolari
nipponiche, un sentimento di abbandono con elementi molto mar­
cati di impotenza. Cosi, mentre in altre parti del mondo le popola­
zioni cedevano molto lentamente i loro privilegi sovrani ai tiranni
di turno, offrendo una strenua resistenza ad ogni tentativo di
usurpazione, nel Giappone vediamo che le comunità cedono con
relativa sottomissione alle pressioni dei grandi latifondisti, dei
« daimyos » e del Mikado, al punto che quando la storia del paese
registra la loro funzione come documento didattico a cui devono
obbligatoriamente attingere gli alunni delle scuole nipponiche, la
presenza degli « uji » e dei « myoden » non è contemplata.
7 Le rivolte del Medioevo
Si hanno, comunque, sufficienti indizi per porre in evidenza
che il popolo nipponico non è un popolo sottomesso ed in diverse
24
occasioni si registrano rivolte tendenti a scrollarsi di dosso, so­
prattutto, il pesante carico di imposte esercitato dai « daimyos »
sulle masse produttrici di villaggi e città. Sotto questo aspetto si
possono avere forti parallelismi con le lotte che in Europa si regi­
strano tra gli abitanti dei villaggi ed i signori feudali che minaccia­
vano con le loro bande ogni volta che il villaggio non si piegava a
pagare al feudatario le tasse che lui voleva. D villaggio avrebbe vo­
luto disinteressarsi, d’altra parte, delle guerre che avvenivano tra
i « daimyos » al tempo in cui si contrapponevano l’aumento au­
torizzato di potenza dello « shogun » ai loro intermediari di fidu­
cia. È così che si decide di circondare i loro villaggi di muraglie e
fossati per fronteggiare i « daimyos » mentre cercano di ottenere,
direttamente presso la corte, condizioni più umane per i loro vil­
laggi e le loro città. Esistono documenti che danno come un fatto
alquanto generalizzato quello sopra descritto, confermando, per di
più, che in queste località le decisioni di qualsiasi specie si prende­
vano in assemblee (« yoriai »). Inoltre si conosce di una città im­
portante, Sakai, con più di 50.000 abitanti, che ottenne la propria
autonomia politica grazie, oltre all’impegno dei suoi abitanti per
raggiungere tale scopo, al fatto che era un porto in cui arrivavano
le merci dall’Occidente che, subito, venivano introdotte nel pae­
se, sempre assetato del frutto proibito dell’estero. Sakai era sepa­
rata dalla terra ferma da un fossato che era difeso da un esercito di
mercenari contro ogni possibile invasione dell’arcipelago. Sarebbe
doveroso aggiungere che il « shogun » aveva un grande interesse
nel mantenimento dello statu quo di Sakai che gli consentiva, at­
traverso il suo porto, l’acquisizione dei prodotti stranieri il cui
ingresso rimaneva proibito negli altri porti giapponesi.
Durante l’epoca di Edo, che inizia nell’anno 1603 quando i
Tokugawa si impadroniscono dello « shogunato » e decidono di
stabilirsi ad Edo, la moderna Tokio, per tenersi ancor più vicina
la corte di Kioto di quanto lo facessero gli « shogun » precedenti,
si stima che avvennero, in Giappone, circa 1.700 rivolte, la mag­
gior parte contadine e, in maggioranza in chiara relazione col
prezzo del riso. Il potere d’acquisto delle masse bisognose era tan­
to limitato che era sufficiente il più lieve aumento del cereale a ba­
se della loro alimentazione perchè il malcontento esplodesse in
violenza. Avvennero comunque anche rivolte cittadine ed è anco-
25
ra molto nota quella che guidò il « samurai » Oshio Heiachiro ad
Osaka, nel 1837.
Contemporaneamente al malcontento popolare bisogna regi­
strare la presenza delle lotte — guerre locali, in pratica — dei po­
tenti « daimyo », che i Tokugawa tolleravano quando si mantene­
vano a livello inferiore dello « shogunato », dato che tali opposi­
zioni implicavano l’indebolimento dei nemici potenziali.
Lo «shogun», comunque, non potè prevedere l’ingerenza
dello stesso imperatore in uno di questi confronti armati che fu
quello che fece crollare il regime fondato da Nobunaga, Hideyoshi
e Ieyasu, tre secoli prima.
Una delle sollevazioni che più influenza ebbe all’estero fu
quella di Shimabara nel 1632 che abbiamo già avuto occasione di
riferire, benché sommariamente, nelle pagine precedenti. L’Occi­
dente mise un profondo impegno nel porre in rilievo la durezza
con la quale i giapponesi soffocarono la rivolta cristiana degli acco­
liti di Javier anche se quelli che causarono il maggior danno furo­
no gli olandesi che, dalle loro navi vomitarono 426 cannonate
contro i rivoltosi.
8 Una Sintesi dello Zen
L’intuizione dei governanti nipponici captò subito che anche
se tutte le religioni patteggiano con Cesare, quella straniera arri­
vata da ultimo si doveva a Cesari stranieri invece che a loro che
avrebbero dovuto assumere drastici provvedimenti per sradicarla
dall’arcipelago. Le religioni già presenti nel paese, quella buddista
e quella scintoista, si prestavano inoltre ai disegni progettati da
tutti i governanti e la presenza di un credo straniero sarebbe servi­
to unicamente ad indebolire la posizione del potere.
Non fu sempre cosi ed il buddismo presentò varie volte pro­
blemi di violenza che non erano compatibili cogli insegnamenti di
passività del principe Sidharta.
Le chiese erano riuscite ad organizzarsi politicamente e mili­
tarmente al punto che nei secoli XV e XVI esistevano confrater­
nite religiose difese da eserciti che riuscivano a tenere a bada l’am­
bizione dei « daimyo ». A partire dal secolo XVII il potere tempo­
rale religioso decadde benché in alcune occasioni come quella di
26
------- - p re zz0 d e l riso
= R iv o lte
N e l p e rio d o d e i T o k u g w a s i reg istra ro n o 1 .7 0 0 rivo lte n e l G iappone. I p r e z z i
d e l riso erano a ll’o rig in e della m a g g io r p a rte d i esse. N e l 1 8 3 7 sco p p iò la rivo lta
g u id a ta d a l sa m u ra i O sh io H eia ch iro .
Nichiren, il Savonarola giapponese, il potere del « shogun » corse
notevoli pericoli.
Nonostante tutto, la religione che agli occhi di molti occiden­
tali ha strutture anti-cesariste è la setta buddista zen.
Lo zen fu abbracciato dai « samurai » e riuscì, fin dai suoi
inizi, nel secolo XIII, ad avere gran seguito nell’impero insulare.
A questa religione si deve il tocco di distinzione e di raffinatezza
che osserviamo nel giapponese e i suoi insegnamenti sono di tanti
tipi inclusa la meditazione (zen significa meditazione in sanscrito),
l’arte dei fiori o « ikebana », quella della cerimonia del thè o « O
cha no yu », quella della pittura in nero a base di olio di resina in­
diana o « Sumi-e ». Lo stesso « bushido » o codice del « samu­
rai » è ispirato agli insegnamenti dello zen. Lo Zen introdusse
una serie di aspetti pratici come le discipline dello judo, dello aiki-
do, del tiro con l’arco, discipline che si proiettano sulla maniera
di disegnare un giardino, di scrivere poesie (allo zen si deve il poe­
ma più breve del mondo: lo haiku, che non può superare le di­
ciassette sillabe), dell’igiene-
in Occidente, per merito di Teitaro Suzuki, che lo mescolò al­
le nostre lingue, lo zen è stato abbracciato da molti spiriti inquieti
e continua ad avere seguito nel seno della Società dei Consumi co­
me antidoto contro i mali della vita eccessivamente sottomessa al
comfort ed al materialismo.
Tante sono le cose positive dello zen che ci si sente portati a
considerarlo più come una filosofia che come una religione. Lo
stesso Suzuki ne scrive su un libro (2). La presenza di chiese e se­
minari rende chiaro che siamo di fronte ad una religione e ciò è
convalidato dalle immagini benedette e venerate di Budda ma ci è
stato assicurato che l’obiettivo principale di chi abbraccia lo zen
nei seminari è quello di ritrovare se stessi — l’uomo inizia ricer­
candosi in una fase pre-individuale. Imita e copia, nella fase se­
guente raggiunge la sua maturità. Distingue l’infantilismo degli
slogans politici e la futilità della maggior parte degli atti della vita.
La legge dello spirito e la libertà e tenterà di raggiungerla come
manifestazione assoluta della sua nuova autonomia. Nella terza fa­
se l’uomo supera la condizione dell’« Io ». Si proietta più oltre per
raggiungere una condizione di misticismo che a noialtri, occiden­
tali, pare inaccessibile. Per i buddisti è il nirvana o satori.
28
In questa ricerca dell’ « Io » lo studioso dello zen può, senza
apparire irriverente nè blasfemo, abbattere gli ostacoli che si inter­
pongono tra lui e la ricerca di se stesso e trasformarsi in potente
iconoclasta abbattendo persino le immagini del Budda che si frap­
pongano sul suo cammino.
Lo zen, a quanto pare, è un miscuglio di religione e di filoso­
fia. Il buddismo superando le elevate vette dell’Himalaya per
proiettarsi sulle immensità del Chung Kuo, si scontrò con la logi­
ca fisiocratica cinese, basata sulle fondamenta inamovibili del pen­
siero di Confucio e, soprattutto, di Lao Tsé. L’incontro del pen­
siero di Lao Tsé con una derivazione del buddismo diede origine
al buddismo Ch’an in Cina. Fu un fenomeno di aggregazione in
cui la filosofia del vecchio Lao Tsé rimase intatta mentre la reli­
gione di Gautama subi una trasformazione. D Ch’an rimase in for­
ma latente in Cina finché, nel XIII secolo, entrò in Giappone do­
ve trovò l’ambiente favorevole per il suo sviluppo. Prese il nome
di zen e stigmatizzò, con la sua presenza, la cultura e la caratteri­
stica di un intero popolo. t
Lo zen si è pure introdotto nelle file anarchiche nipponiche.
C’è il caso concreto di un sacerdote zen, Sukeo Myajima, allievo
di Sakai Osugi, uno dei più importanti rappresentanti del movi­
mento anarchico giapponese di cui ci occuperemo più avanti, che
è, oltre che sacerdote, uno scrittore. Ho notato nelle biblioteche
di numerosi libertari alcune sue opere: « Koofu » (Minatore),
« Henreki » (Viandante), « Kasso sha no kei » (Amore del fino
uomo) che sono scritte con uno spirito genuinamente anarchico.
È indubitabile che quando cqIuì che cerca la verità coll’ap­
poggio della guida dello zen raggiunge la fase della maturità
dell’« Io », come avevamo detto più sopra, quando il ricercatore
scopre la frode del politicante, l’ipocrisia del sacerdote di mestie­
re, la struttura addomesticata della storia ufficiale, l’inutilità del
cerimoniale, la funzione di assassino assunta dal soldato, si sta in­
discutibilmente sul terreno anarchico. Nulla di strano, quindi,
che molti libertari giapponesi vedano con simpatia questa filosofia
intrisa di buddismo, questa religione che invita ad essere iconocla­
sti.

29
n

L’ANARCHISMO IN GIAPPONE
(Fino al 1945)

9 Ando Shoeki: il precursore Ignorato


Quando si attuò la riforma Meji, nel 1868, la politica consi­
stè nel mandare all’estero un’élite selezionata e preparata perchè
osservasse ed imparasse tutto ciò che riguardava l’industria, il
commercio, il militarismo moderno, l’arte della politica e tutto
ciò che costituisce l’infra-struttura e la struttura, vera e propria,
dello Stato moderno. Allo stesso tempo si stipulavano contratti
per l’assunzione dei tecnici stranieri che mettessero in moto, nel
paese, tutto il meccanismo della nuova era industriale che costi­
tuiva parte dell’ambizioso piano del Mikado.
Nel Giappone confluirono tutte le conoscenze necessarie a
poterlo trasformare, in meno di una generazione, in un paese ca­
pace di potersi confrontare, da uguale ad uguale, con gli Stati eu­
ropei e gli Stati Uniti.
Mentre tutte queste conoscenze, macchine, tecnici, entrava­
no dal portone principale dell’impero dalla porta di servizio sgat­
taiolavano dentro il paese le idee rivoluzionarie che in Europa ed
in America avevano ormai compiuto la maggiore età. Una perso­
na molto importante per tutto ciò fu Tsomin Nakae, noto come il
Jean Jacques Rousseau giapponese, maestro dei primi rivoluziona­
ri nipponici compreso Denjiru Kotoku, il primo anarchico di rilie­
vo del movimento libertario moderno del Giappone.
Dobbiamo trattare in rilievo la presenza di uno scrittore anar­
chico che visse in Giappone al tempo dei Tokugawa e che merita
31
di esser considerato come il William Godwin dell’Oriente. Si trat­
ta di un medico che nacque alla fine del secolo XVII, cioè quasi
un secolo prima del Godwin, che nacque nel 1756, e che scrisse
« Shizen Shineido » (Il Cammino della Natura ed il Lavoro) e
« Seishi ron no maki » (Sulla vita e la morte) scritti che vertono
su argomenti eterogenei ma focalizzati tutti attraverso un punto di
vista libertario e ribelle che parrebbe perfino impossibile siano sta­
ti stesi in pieno oscurantismo feudale. Lo « Shizen Shineido » con­
stava, in origine — il terremoto del 1923 che distrusse gran parte
di Tokio e di Yokohama si accani con l’opera di Ando Shoeki —
di 100 volumi (kan) e 92 libri (satsu) oltre alla prefazione che co­
stituiva un altro volume a parte. I satsu constano di 50 fogli ed
ogni pagina contiene una media di 240 caratteri ideografici cinesi.
L’introduzione è curata da un discepolo di Ando Shoeki che si fir­
ma Senkaku e comincia cosi: « Ryoshi (Ando Shoeki) è il mio
maestro. È un maestro senza allievi. Quando lo si interroga sulla
verità egli risponde. Quando lo si interroga su temi personali egli
tace. Le sue conoscenze comprendono argomenti che i grandi sag­
gi ignoravano. Budda, Confucio, Lao Tsé, Chuang Tsu e Sho-
toku... ». Il tema di fondo di Ando Shoeki nella sua opera monu­
mentale è il contadino « l’unico che adotti una posizione corretta
di fronte alla vita ». Parlando di una società fisiocratica egli consi­
dera colui che lavora la terra come l’elemento più importante del­
la società. Ha parole d’elogio per il tessitore, il carpentiere, il fab­
bro ma si confessa in forma aperta e sincera a favore del contadino
che esalta al vertice di tutto l’elenco del lavoro. Il Cammino della
Natura ed il Lavoro concerne solamente, in maniera determinan­
te, il lavoratore dei campi. I capitoli del suo lungo scritto trattano
del principio di autorità imposto con evidente travalicamento delle
leggi naturali; il principio della libertà, necessario ma inesistente
a causa della imposizione egemonica del precedente; l’obbligo di
collocare l’uomo nella costante condizione di produttore ed attri­
buendo al lavoro un ruolo di merito cui tutti dobbiamo arrivare;
si definisce, inoltre, per l’abolizione del castigo corporale; auspica
l’abolizione delle classi sociali tanto rigidamente imposte nel paese
e, naturalmente, che i paria giapponesi — gli età ed i musankaitin
— acquistino condizioni umane.
Il pensiero di Ando Shoeki rimase ignoto per più di 150 anni
32
fino a che nel numero della rivista pedagogica « Naigai Kyoiku
Kyooron » dell’8 gennaio 1907 compare uno scritto dal titolo
« Dai Shisoka ari » (C’era una volta un grande filosofo) che, se­
condo il diplomatico orientalista Herbert E. Norman, era opera di
Kano Kokichi. Un anno dopo, nell’organo anarchico « Nihon
Heimin Shinbun » del 24 gennaio 1908, sulla base dello scritto di
Kano Kokichi, il libertario Watanabe Daito pubblicava una mono­
grafia dal titolo : « Ando Shoeki e il Shizen Shineido. Un anarchi­
co di 150 anni fa ».
Comunque, la vera presentazione al grosso pubblico giappo­
nese del grande pensatore del XVIII secolo fu merito di Herbert
E. Norman, un diplomatico, figlio di diplomatici, che nacque in
Giappone nel 1909- La sua esistenza fu breve, poiché fu vittima
della caccia alle streghe iniziata dal tristemente celebre senatore
Mac Carthy e sapendosi tacciato di comunista si suicidò al Cairo.
Prima di morire aveva lasciato diversi scritti sul Giappone: « Ja-
pan’s emergence as a modem State », « Soldier and Peasant in Ja-
pan » e, quello che più c’interessa, « Ando Shoeki and thè Ana-
tomy of Japanese Feudalism » pubblicato a Tokio la prima volta
nel 1949. E questo lavoro, in due grossi volumi, quello che ci
permette di conoscere l’imponente personalità del medico di Aki-
ta, città conosciuta per la sua delicata seta. In seguito, in un’edi­
zione abbreviata, comparve un volume di 150 pagine dal titolo
« Wasurareta Shisoka » (Il Filosofo dimenticato).
Norman era molto sorpreso, come dice lui stesso in occasio­
ne della prima edizione del suo « andò Shoeki », di non riuscire
ad ottenere alcuna testimonianza della protesta contro il feudalesi­
mo giapponese. Testimonianza scritta, si capisce, poiché abbiamo
già avuto occasione di sottolineare che 1.700 sollevazioni sconvol­
sero il lungo periodo dei Takugawa. Kano Kokichi, studioso del
primo periodo Meiji ed amico di Norman, gli dà degli elementi
poiché egli, nel 1899, rovistando negli archivi nazionali, ritrovò
l’opera principale di Ando Shoeki, il « Shizen Shineido ». Disgra­
ziatamente per Norman e per tutti, quando Kano Kokichi allacciò
amicizia col diplomatico, il terremoto del 1923 si era già scatena­
to ed una gran parte dei manoscritti del nostro dottore anarchico
era stata distrutta.
33
10 Atsusuke Nakae: Il Rousseau dell’oriente
È cosi che, nonostante la presenza di radici autoctone nel
Giappone, l’anarchismo che vi nasce a cominciare dalla fine del
secolo scorso costituisce una vera importazione giunta clandestina
nelle navi che trasportavano nel Giappone le macchine, i tecnici e
le materie prime necessarie alla trasformazione del paese ed al suo
raggiungimento del livello di moderna nazione.
Il terreno era stato concimato e la semente diede frutti ge
rosi. C’era una gran sete di conoscenze e di cultura in Giappone.
Tsomin Nakae tradusse gli Enciclopedisti e Rousseau; agli inizi
del secolo Horigucho Daigaku traduce Gide e Cocteau ; Hasegawa
Futabatei traduce Turguenev; Yamanuchi Yoshio Martin du
Gard; Suzuki Shintaro Mallarmé e Verlaine. Ibsen compare già
nelle locandine teatrali di Tokio nel 1909. Ancora una volta il
Giappone arrivato in ritardo all’appuntamento cercava di mettersi
al corrente, l’industria ed il commercio da una parte, i militari
per loro conto, la cultura pure compiva il suo dovere.
Nemmeno gli spiriti rivoluzionari rimasero indietro. Nel
1897 i socialisti e gli anarchici uniti, creano la « Unione dei La­
voratori dell’Acciaio » e pubblicano allo stesso tempo, « Il
Mondo Lavoro ». Tutti quegli idealisti avevano assorbito gli inse­
gnamenti di Atsusuke Nakae, che si firmava Tsomin, di cui ab­
biamo già avuto occasione di parlare.
Il « nakaenismo » è una parola che, se i progressisti giappo­
nesi non vi hanno pensato, dovrebbe comparire nel loro dizionario
sociologico. Il pensiero rivoluzionario in Giappone, quello sociali­
sta e quello anarchico, è debitore verso Nakae, iniziando da quello
di Denjiru Kotoku, una delle figure più rilevanti dell’anarchismo
orientale che divideva, con Nakae, il suo tetto, le sue povere ri­
sorse, le sue miserie ed un’amicizia duratura.
Nakae, che abbiamo già sottolineato essere l’introduttore di
Rousseau in Giappone e che si diceva aperto sostenitore della de­
mocrazia, spingeva il suo giudizio fino ad affermare che quando il
meccanismo della società diventava complesso, il popolo doveva
esercitare di diritto il controllo diretto sulle attività parlamentari
perché i membri del parlamento finiscono col tradire l’elettorato.
« Se questi membri non rappresentano l’opinione pubblica; se, al
34
contrario, il parlamento diventa un luogo di riunione di politici
autocratici, allora il popolo attento deve buttarli fuori ». Così foca-
lizza la democrazia nella giusta accezione, com’era interpretata in
Grecia, con il cittadino sempre vigilante sulla capacità dei suoi
rappresentanti. I suoi allievi daranno un impulso molto forte che li
allontanerà enormemente dagli insegnamenti del maestro, soprat­
tutto per quanto riguarda il pensiero anarchico.
Tsomin Nakae ebbe il solo merito di scoprire il pensiero de­
mocratico di progresso. Era nato nel 1847, a Tosa, isola di
Shikoku, quando i Tokugawa impedivano ancora l’apertura verso
il mondo esterno. Nel 1871, con una borsa di studio concessagli
dal governo Meiji, era a Parigi a studiare legge. Riuscì a conosce­
re, anche se fugacemente, i « Communards » e la stessa Comune
i cui insegnamenti gli rimasero impressi per sempre. Tre anni do­
po, nel 1874, ritorna nel suo paese e fonda un Istituto di Lingua
Francese mentre è impiegato come interprete al senato. È mentre
traduce « D Contratto Sociale » di Rousseau che diventa lo sprone
alla lotta per i membri dell’organizzazione dei « Diritti Civi­
li »-(3)
Rimane per poco al suo ufficio di traduttore-interprete e di­
venta direttore capo del periodico « Toyo Jiyu Shinbun », pro­
prietà di un congiunto dell’imperatore. La rivista fu costretta a
chiudere dalla pressione del governo e Nakae fu costretto a rima­
nere senza lavoro e senza risorse salvo le poche entrate ottenute
nel suo istituto di francese. Nel frattempo, era sorta la prima orga­
nizzazione politica nel 1874, « Aikotu Koto » fondata da Itakati
Taisuko ritiratosi dal governo. Era il precursore del Partito Libera­
le. Nakae ed i suoi accoliti chiesero l’ingresso nel partito ma furo­
no respinti perché il loro estremismo oltrepassava il programma li­
berale.
Ciononostante, Nakae era un coacervo di contraddizioni o,
come preferiva definirsi: un realista. Riuscì ad essere eletto mem­
bro del parlamento, ma vi resistette poche ore ed abbandonò gli
scanni nauseato dal comportamento dei parlamentari e dalla falsità
del sistema. Appoggiò la creazione di una casa di tolleranza nella
prefettura di Gunna (4) spiegando che in una società dalla morale
tanto severa, alla gioventù non rimaneva altra soluzione, per la
soddisfazione sessuale, che quella del postribolo. Nel 1900 aderì
35
alla Kokumin Domei Kai (Lega Nazionale) la più reazionaria delle
fazioni politiche e quando Kotoku gli espresse il suo stupore, egli
replicò che la Lega sosteneva la guerra contro la Russia e che una
vittoria del Giappone avrebbe consentito grandi opportunità ai
giapponesi ed alla diffusione degli ideali di progresso. In preceden­
za, nel 1898, creò il suo partito, il « Kokumin To » (Partito Na­
zionale) con uno slogan propagandistico degno dei nostri tempi:
« Sia un gatto, sia un cane, sia un matto, perfino un falegname, o
un * rikisha ’ (chi spingeva la portantina), tutti possono entrare
nel ‘ Kokumin To ’ gratis ». Lo slogan, in anticipo sui tempi non
ebbe successo.
Scrisse numerosi libri e la sua erudizione non conosceva limi­
ti. Conosceva i classici cinesi che poteva citare in lunghi discorsi e
10 stesso faceva con Voltaire, Pascal, Condorcet e molti altri fran­
cesi. Kotoku gli mostrò sempre un gran rispetto considerandolo
suo maestro e riconoscendolo come tale. I due ultimi libri scritti
da Nakae prima della sua morte (13 dicembre 1901): « Ichinen
Yuhan » e « Zoku Ichinen Yuhan » (Un Anno e Mezzo e Conti­
nuazione di un Anno e Mezzo) furono pubblicati da Kotoku dopo
la morte di Nakae. Quest’ultimo lasciò scritto nel testamento che
11 suo corpo fosse donato alla medicina, il che permise, sia detto di
passaggio, di dimostrare che il cervello di Nakae pesava di più di
un cervello normale.
11 Donjiro Kotoku: Fondatore dell’anarchismo in Giappo­
ne
Denjiro Kotoku nacque il 22 settembre 1871 a Nakamura.
Era figlio di un farmacista e gli fu possibile compiere studi supe­
riori benché senza riuscire a laurearsi per cui è improprio il titolo
di dottore che a volte gli si mette avanti al nome. Fu l’allievo pre­
diletto di Nakae al cui fianco militò fino alla morte del maestro.
Dal liberalismo rousseauiano Kotoku avanzò fino al socialismo e
fondò, con Sen Katayama e Nanoe Kinoshita, il Partito Socialista
Nipponico — Shakai Shugi Kyokai —, per poi giungere all’anar­
chismo. Non si conosce con esattezza quando Kotoku si definisca
anarchico per la prima volta ma un punto di riferimento lo trovia­
mo in una lettera che egli scrive al suo amico Albert Johnson del­
la California datata 10 agosto 1905 da Odawara. Stava per uscire
36
KURO H ATA, (Bandiera Nera) l ’organo della FAJdedica uno dei suoi nume­
ri a Denjiro Kotoku ed ai martiri dell 'ideale anarchico, giustiziati il 24 gennaio
1911. La fotografia fissa le immagini di Kotoku e della sua compagna Sugo
Kanno.
37
dal carcere dove aveva scontato una condanna a cinque mesi per
aver scritto e diffuso propaganda sovversiva e in essa dice : « Sono
entrato (in carcere) marxista e ne esco anarchico convinto ». Fino
a questo momento il movimento socialista era unico ma la sua
unità da tempo presentava fenditure. La scissione risultò ufficiale
al Congresso che la Shakai Shugi Kyokai tenne il 17 febbraio
1907. Dodici anni prima, il 5 febbraio, Kotoku aveva pubblicato
nel « Heimin Shimbun » (Giornale deH’Uomo Comune) un arti­
colo di lotta: « Il mio pensiero è cambiato » in cui, rivendicando i
concetti di Kropotkin in « Il Salariato » ed analizzando l’involu­
zione del socialismo tedesco, si definisce contrario alle elezioni e
si proclama sostenitore dell’azione diretta. Uno dei paragrafi dice
testualmente: « Il suffragio universale ed il parlamentarismo non
portano ad una vera rivoluzione sociale e non esistono altre solu­
zioni, per il raggiungimento di questa rivoluzione, che l’azione
diretta attraverso l’unione di tutti i lavoratori ».
Il Congresso dei socialisti terminò con tre correnti nettamen­
te definite: quella di Denjiro Kotoku, chiaramente anarchica;
quella di Sen Katayama che accettava il parlamentarismo (5) e
quella di Toshihiko Sakai che rimase neutrale.(ó)
Ora Kotoku emerge ormai come il rivoluzionario più rilevan­
te del Giappone. Era andato negli Stati Uniti appena uscito dal
carcere nel 1905 e ritornò un anno dopo con un bagaglio di anar­
chismo. Instancabile nel suo lavoro di propaganda crea la rivista
« Yaradsu Chohu » (Azione Diretta), poi « Tatsu Kwa » (Ferro e
Fuoco) collabora tra un divieto e l’altro a « Hikari » (Lampo), a
« Chokugen » (Avanti) preparando la creazione del più importan­
te periodico anarchico giapponese « Heimin Shimbun » che, al
suo ritorno dagli Stati Uniti fonda e riesce a trasformare in quoti­
diano per un breve periodo. (7)
Tutta questa attività non gli impedisce di percorrere il Giap­
pone per una continua campagna proselitista né di dedicarsi a scri­
vere opere di più ampio respiro e di tradurre gli anarchici europei.
In una lettera indirizzata al suo amico Johnson, del 3 maggio del
1907, leggiamo: « Durante questi ultimi mesi vivo incalzato da
ogni persecuzione governativa. Il nostro periodico (‘ Heimin
Shimbun ’) è sospeso. Molti compagni sono in carcere. Non ho la­
voro. Non ho denaro ma posso ancora scrivere... Adesso sto tra-
38
ducendo l’opuscolo di Arnaldo Roller ‘ Sciopero Generale Socia­
le D mio libro, che raccoglie diversi scritti sul militarismo, il co­
munismo ed altri estremismi, è stato proibito e sequestrato dal go­
verno. Il caso vuole che l’editore, furbo matricolato, avesse già
venduto quasi millecinquecento esemplari. Adesso penso di dedi­
carmi alla traduzione delle opere di Kropotkin ». (8)
D 28 dello stesso mese di maggio, in un’altra lettera, segna­
la: « La faccenda del ‘ Heimin Shimbun ’ si è conclusa. Il gestore
ed il redattore capo sono stati condannati al carcere per aver pub­
blicato il mio discorso. Mentre io, che l’ho tenuto, sono libero. È
una fortuna, ma è strano ».
« Sospeso il periodico non abbiamo più portavoce. Qualcuno
vorrebbe uscire con un settimanale ma poiché sono sostenitori del
parlamentarismo non ce ne possiamo fidare » e la lettera ha anche
un accenno famigliare : « mia madre è tornata dalla mia città nata­
le. Vive con noi. Ha 67 anni d’età... ».
L’opera rivoluzionaria di Kotoku è ciclopica. Non si ferma,
non dorme, si moltiplica e così anche il pugno di libertari che
hanno abbandonato le rotte del parlamentarismo per dedicarsi
all’azione anarchica. Nella assemblea che vide la divisione tra au­
toritari e libertari le argomentazioni di Kotoku furono talmente
convincenti che il Congresso votò per la soppressione, negli Statu­
ti del Partito Socialista, della clausola che Sen Katayama era riu­
scito a far inserire un anno prima ed in cui l’organizzazione era
definita come sostenitrice di un « socialismo nella Legge ». Ka­
tayama era rimasto totalmente soggiogato dalle caratteristiche par- '
lamentariste approvate nel Congresso riformista di Amsterdam
nel 1904, dove aveva abbracciato Plejanov, cosa che avrebbe in
seguito rinnegato quando diventò, insieme all’indostanico
M.N.Roy, il propagandista più efficiente del comunismo in tutta
l’America spagnola. Malgrado l’aureola internazionalista di Ka­
tayama, questi venne distrutto dalla dialettica e dagli argomenti di
Kotoku.
Questa grande popolarità e la presa di posizione tanto aperta­
mente rivoluzionaria fece si che il governo Meiji si gettasse in pie­
no in una spietata repressione che culminò con l’assassinio di Ko­
toku e dei suoi più vicini compagni.
Le carceri si riempirono di anarchici finché la spinta rivolu-
39
Gruppo composto dai principali militanti socialisti ed anarchici che alla fine del
secolo X IX ed agli inizi dell'attuale incarnarono gli ideali di progresso nelle lot­
te sociali giapponesi Sono: Denjiro Kotoku, Toshihiko Sciai. Sanshiro
Ishikawa e Kojiro Nishikawa.
40
zionaria dei loro ideali si esaurì. Nella corrispondenza con John­
son vi sono paragrafi che descrivono la repressione scatenata dalla
polizia e dall’esercito giapponese: « D gestore ed il redattore capo
(del ‘ Heimin Shimbun ’) sono stati condannati al carcere... »,
« Il periodico è stato sospeso » scrive il 28 maggio 1907; « Ho
una brutta notizia da darti. I compagni Sakai, Osugi e altri quattro
sono stati arrestati... » afferma il 3 febbraio 1908; « Devo darti
ancora una brutta notizia. A Tokio sono stati imprigionati, in
massa, numerosi anarchici... » insisteva in una lettera del 7 luglio
1908. « Il compagno Sakai è in carcere con altri tredici compagni,
tra i quali numerose compagne » continuava il 19 agosto 1908, e
così di seguito senza pause.
La preda principale, per il governo, era Kotoku che deve vi­
vere di scappatoie, fuggendo dai trabocchetti che gli tende la poli­
zia, continuando a cambiare località inseguito da una forza repres­
siva che viene addestrata da istruttori tedeschi in base alle tecni­
che persecutive più moderne d’Europa. Nell’ultima lettera ricevu­
ta da Johnson, dell’11 aprile 1910 leggiamo: « A causa delle per­
secuzioni e delle difficoltà economiche da esse derivate, ho dovuto
rifugiarmi a Jugawara. La polizia non mi dava tregua a Tokio.
Tutta la mia attività ed i miei spostamenti sono oggetto di una
caccia feroce e vigliacca che fa in modo che io non possa guada­
gnarmi da vivere. Sono qui da tre settimane. Sto scrivendo un li­
bro per dimostrare che Cristo non è mai esistito, che il mistero
cristiano si basa sulla mitologia pagana e che la Bibbia è, per la
sua maggior parte, una truffa. Suga Kanno (la sua compagna) è
qui con me ».
I lettori si sorprenderanno dell’interesse manifestato da Ko­
toku nello smascherare il cristianesimo, una religione praticamen­
te inesistente in Giappone. Non è esattamente cosi. Le valanghe
delle tecniche occidentali non giungevano isolate. Si trascinavano
dietró, attaccato ai loro imballaggi, il cristianesimo ed il Giappone
andava riempiendosi di tenaci missionari che minacciavano di ave­
re un maggior successo di Javier ed i suoi compagni. Kotoku,
quando ritorna in Giappone nel 1906, nota il cambiamento che si
sta verificando nel suo paese e lo riferisce al suo corrispondente
californiano : « I preti cristiani hanno ricevuto dal governo un
grosso appoggio finanziario. Adesso, sotto la protezione dello Sta-
41
to i preti diffondono a marce forzate il vangelo del patriottismo. Il
cristianesimo era, prima della guerra (quella russo-giapponese) la
religione dei poveri. Ora ha cambiato partito. Nello spazio di due
anni il cristianesimo è diventato una grande religione borghese,
una macchina dello Stato, del militarismo ».
Nell’agosto del 1910 Kotoku cerca di imbarcarsi per l’Euro­
pa per assistere al Congresso dell’Internazionale Socialista che de­
ve aver luogo a Copenhagen. La polizia riesce, finalmente, ad ar­
restarlo. Nella retata cadono altri 24 anarchici e, tra di essi, Suga
Kanno, la sua compagna di 31 anni. La polizia costruisce tutta
una gran montatura per imputare agli anarchici la regìa della
« Dai Yaku Jiken » (La Grande Rivolta) ed in seguito ad un pro­
cesso per direttissima dodici degli anarchici arrestati vengono con­
dannati alla forca — un’altra tecnica occidentale introdotta nel
paese da Meiji. Tutti gli altri vennero condannati all’ergastolo. È
doveroso ricordare il nome dei martiri: Denkiru Kotoku, la sua
compagna Sugo Kanno, Unpei Morichika, direttore del periodico
« Heimin Shimbun », Tadao Niimura, Takichi Miyashita, Riki-
saku Hurukawa, Kenshi Okumiya, Seinosuke Ooishi, Heishiro
Naruishi, Uichita Matsuo, Uichiro Miimi, Gudo Uchiyama,
Akaba.
Il decano dei martiri era Kenshi Okumiya, che aveva 54 an­
ni, seguito da Seinosuke Ooishi, di 45 e Kotoku di 41. Il resto era
gioventù generosa, come Tadao Niimura, di 25 anni, o Rikisaku
Hurukawa, di 28.
Fu un crimine d’inusitata crudeltà ed in Europa ed in Ameri­
ca la gente con si capacitava di credere alla veridicità della notizia
trasmessa dalle agenzie intemazionali d’informazione.
L’esecuzione ebbe luogo il 24 gennaio 1911 ed inorridì tutto
il mondo. L’apparenza di modernismo che il governo Meiji stava
tanto diligentemente costruendo si sgretolò completamente. No­
nostante questa tragedia si fosse consumata agli antipodi, la sua
eco commosse il mondo occidentale con pari intensità della fucila­
zione di Francisco Ferrer o l’esecuzione di Sacco e Vanzetti. L’as­
sassinio di un medico, uno scrittore, due giornalisti, un sacerdote
buddista (Gudo Uchiyama), un contadino, uno studente, un ope­
raio tipografo, un commerciante, due proprietari ed un funziona­
rio metteva in evidenza, per la gamma tanto vasta di professioni,
42
Denjiro Kotoku in posa di fronte al fotografo con un abito tradizionale.
43
che la « Dai Yaku Jiken » non poteva essere vera.
Lo Stato era giunto alla conclusione che la caduta del presti­
gio internazionale era preferibile alla rivoluzione. Giudicò il mas­
sacro il male minore. L’anarchismo giapponese impiegherà degli
anni a ristabilirsi da un colpo così duro soprattutto per il fatto che
il terrore continuò ancora per diversi mesi (9)
Denjiro Kotoku fu uno scrittore molto fertile. La sua penna
era presente in tutta la stampa rivoluzionaria, non solamente
anarchica, del tempo. I suoi articoli, se raccolti in volumi, forme­
rebbero una grossa mole. Tra le sue opere più importanti possia­
mo citare: « Shakai Shugi Shinzui » (Quintessenza del Sociali­
smo, 1903), « Shorai no Keisai Soshiki » (Il Futuro Sistema
dell’Economia), « Jiyo Shiso » (La Libera Idea), « Teikoku Shu­
gi » (Imperialismo), « Rekishi to Kokumin no hakken » (Incontro
tra Storia e Nazione), « Kindai Nippon no Keisei » (Formazione
del Giappone Moderno), « Kirisuto Massatsuron » (Rottura con
Cristo), terminata in carcere nel 1911. Nel 1908, Kotoku tradus­
se « La conquista del Pane » di Kropotkin che in giapponese porta
11 titolo di « Pan no Ryakushu ». Inoltre esiste un’edizione accu­
rata delle « Opere di Denjiru Kotoku » che contiene, oltre a molti
dei titoli già citati, un gran numero di articoli del grande martire
anarchico giapponese.
12 Sakai Osugi: « Anarchico in Traduzione »
Era ancora attiva la repressione che già nel 1913 appare una
delle ultime pubblicazione di Kotoku, « Kindai Shiso » (Idea Mo­
derna). La nuova versione era stata portata a termine da Sakai
Osugi e da Arahata e, due anni più tardi, nel 1915, Osugi s’inca­
rica di far uscire l’inestinguibile « Heimin Shimbun ».
Osugi raccolse l’eredità di Kotoku e seppe rimanere ai livelli
del suo maestro. Ritornando alla preziosa corrispondenza che Ko­
toku indirizzò al suo amico Johnson negli Stati Uniti leggiamo in
una lettera del 18 dicembre 1905 : « La mia amica si trovava tra il
pubblico, quel mattino, durate il processo al compagno Osugi. È
un giovane studente che è dei nostri e a cui sono molto affeziona­
to. Lo giudicano per infrazione alla legge sulla stampa. Ha tradot­
to, da una rivista anarchica francese, un appello « Ai coscritti » e
44
lo inserì nel periodico socialista « Hikari ». Attendo il verdetto
con ansia. Saranno senza dubbio, lunghi mesi di carcere... ».
Dopo questi « lunghi mesi di carcere » Osugi ritornò in li­
bertà per rimettersi con maggior vigore nella lotta. Bersaglio della
polizia non tardò ad essere di nuovo incarcerato. È lo stesso Ko-
toku che lo riferisce all’anarchico Johnson nella lettera del 3 feb­
braio 1908: « ...Ho una brutta notizia da darti: i compagni Sakai
ed Osugi e altri quattro amici nostri sono stati presi venerdì, 17
gennaio... ».
La polizia aveva fatto un’irruzione nel mezzo d’una conferen­
za che si teneva in un locale affittato dalla « Società del Venerdì »,
creata da Sakai, Osugi e lo stesso Kotoku e trasferì in carcere i sei
anarchici, che più si opponevano all’ordine d’arresto dell’autorità.
Furono accusati di violazione della legge sull’ordine pubblico.
Fu quest’incarcerazione che salvò la vita ad Osugi che non
potè essere coinvolto nella montatura del « Dai Yaku Jiken »
ideata dallo Stato essendo egli prigioniero. Potè così sopravvivere
per dodici anni al suo amico e maestro Kotoku ed ottenere ciò che
pareva impossibile dopo la cruenta repressione messa in opera dal­
la polizia come conclusione del crimine collettivo dei dodici marti­
ri del 24 gennaio 1911.
Sakai Osugi era nato nel 1885, ad Aichiken dove frequentò
la scuola primaria e parte della scuola secondaria finché, a 17 an­
ni, andò a Tokio dove conobbe Kotoku e si dedicò interamente
all’ideale anarchico. Abbiamo già visto che in piena repressione ed
appena uscito dal carcere pubblica, in aperta sfida ai suoi potenti
nemici, « Kindai Shiso » (Idea Moderna) e nell’ottobre 1914 rie­
sce a far nuovamente uscire « Heimin Shimbun », il massimo
portavoce degli anarchici giapponesi che, se si potessero fare simi­
li paragoni, non è minore per importanza e influenza a « Free-
dom » di Londra, « La Protesta » di Buenos Aires, « Solidaridad
Obrera » della Spagna, « Le Libertaire » parigino, « Umanità No­
va » di Roma ed al numeroso fascio di stampa anarchica occiden­
tale che ha saputo rappresentare il pensiero degli anarchici di
ognuno di questi paesi in forma precipua rispetto al resto della
stampa anarchica.
Osugi, conscio della situazione sociale in cui si trovava il
Giappone in quei momenti, decise di giocare ancora una volta il
45
tutto per tutto. Doveva farsi vivo e dimostrare che l’anarchismo e
lo « Heimin Shinbun » erano come la Fenice. Il malessere nel
paese era generale, le crisi politiche, economiche e pre-belliche, le
contraddizioni in un regime appena emerso per decreto dal me­
dioevo per immergersi, senza interruzione, nell’età moderna pro­
dussero fratture a tutti i livelli, incluso quello del lavoro. Nel
1914 scoppiarono in Giappone 50 scioperi impegnando 8.000
operai. Era solo un inizio: quattro anni dopo gli scioperi furono
497 e gli operai partecipanti 60.000. Il 1918 raggiunse, per il
malcontento sociale, il punto culminante. Vi contribuì il consiglio
dei Ministri quando decise che : « E giunto il momento che il po­
polo limiti il consumo di riso con una propria auto-disciplina ». Fu
la goccia che fece traboccare il vaso. Il popolo scese nelle strade
travolgendo tutto ciò che incontrava. Le botteghe di alimentari, i
mercati, i commissariati di polizia, le fabbriche di tessuti, di mo­
bili, di utensili domestici, le prefetture, tutto fu bersaglio dell’ira
popolare. Quando l’autorità s’impadronì di nuovo della situazione
la crudeltà che dimostrò non ebbe limiti. Vennero comminate
7.000 condanne all’ergastolo.
Le classi povere del Giappone cessarono di essere, ufficial­
mente, gli « heimin » e gli « età » ma ciononostante è risaputo
che la promulgazione di una costituzione non comporta la spari­
zione di ciò che ordina di abolire. La costituzione Meiji del 1889
ordina l’abolizione delle caste ma la misera situazione dei più po­
veri permase in quanto si istituì un’altra denominazione per quelli
che fino al 1889 erano stati gli « heimin » e gli <ceta »: « Mu-
sankaitin », vocabolo composto di due radici : Musati cioè sposses­
sata e Kaitin cioè classe. Il «musankaitin» corrispondeva, nel
Giappone, alla condizione del proletariato in Occidente. Opposto ad
essi c’era l’onnipotente « Zaibatsu », il monopolio più forte del
mondo, abolito da Mac Arthur e dalla costituzione del 1947 ma
nuovamente ricostituito in seguito al « miracolo economico »
giapponese degli anni sessanta. Lo « Zaibatsu » o, in altre parole,
la « Iusankaitin », la classe sfruttatrice.
Il compito di Osugi e dei suoi compagni si manifestava tanto
duro quanto quello di Kotoku ed i suoi, ma si può affermare che
risultarono vincitori e che l’anarchismo seppe, non solo curare le
ferite della repressione dell’anno 1911 e seguenti, ma che rag­
46
giunse vaste platee con le sue parole d’ordine mentre allo stesso
tempo diffondeva la vasta letteratura libertaria e con successo.
È innegabile che l’anarchismo, nel Giappone, si rifletteva a
immagine e somiglianza dell’anarchismo deH’Occidente.(lO)
Dacché il meijismo introdusse massivamente la « civilizzazione »
occidentale nell’arcipelago, 1’ « ethos » predominante del giappo­
nese, l’adattabilità, se dobbiamo dar credito a Toynbee ed al grup­
po di giapponesi da lui intervistati, si trasformò nell’adattamento
a quanto era stato raggiunto in tempo brevissimo con stupore
dell’Europa e dell’America.
Nell’attesa della nascita di filosofi nazionali, i progressisti si
gettarono alla scoperta del pensiero occidentale ed abbiamo già
avuto occasione di notare il successo che ottenne Nakae traducen­
do Rousseau.
Il desiderio di rendere accessibile il pensiero anarchico alle
masse nipponiche fu quello che spinse Kotoku a tradurre i filosofi
libertari e, in special modo, Kropotkin. Lo stesso desiderio era in
Osugi che tradusse « L’origine delle Specie » di Charles Darwin,
numerose opere di Wallace, di Gustave Le Bon, di Howard Moo-
re ed altri, grazie, soprattutto ad una stupefacente facilità che per­
metteva ad Osugi di parlare mezza dozzina di lingue occidentali.
Tradusse anche « Il Mutuo Appoggio » di Kropotkin, deci­
sione che prese alla vista dei danni che faceva in Giappone l’appli­
cazione del « The Struggle for Life » nell’ambito sociale nipponi­
co. Due portabandiera del regime: i dottori Kato Hiroyuki e Oka
Osagiro, spiegarono una grande attività letteraria per deformare il
pensiero darwiniano ed attribuire il valore di assioma alla vittoria
del forte sul debole ed alla necessità, per il bene del paese, che ciò
avvenisse.
Questo richiama con sorprendente somiglianza ciò che suc­
cesse in Inghilterra alla fine del secolo scorso quando Kropotkin,
per esaltare la solidarietà umana e ribattere i concetti darwiniani
di Thomas Henry Huxley, ritenuti da Kropotkin male interpreta­
ti, pubblicò sul « Nineteenth Century » la serie di articoli che
avrebbero costituito, nel 1902, « Il Mutuo Appoggio ». Toccava
agli anarchici, nel Giappone, rivendicare il darwinismo come fat­
tore di morale razionale, come era successo in Europa, ed Osugi
stimò che il miglior punto d’appoggio per una tale difesa fosse
proprio Kropotkin.
47
Osugi lasciò, nonostante morisse a soli 38 anni, un’abbon­
dante produzione scritta. Una gran parte di essa è stata raccolta ed
esiste un’edizione di 24 volumi che contiene il meglio dei suoi
scritti incluso, naturalmente, molto materiale autobiografico —
« Autobiografia » s’intitola una dei suoi lavori —. La sua univer­
sità fu il carcere e così egli stesso riferisce in un’altra sua opera:
« La mia vita in carcere » : « sono un uomo maturato dal carcere.
La mia cultura, le mie conoscenze, le mie idee ed il mio carattere
son stati formati, modellati, nel carcere ». Fu in carcere, soprat­
tutto in quelli cinesi, che apprese l’esperanto,, l’italiano, il tede­
sco, il russo. Prima aveva imparato il francese e l’inglese.
Kotoku inculca in Osugi l’inclinazione kropotkiniana. Lo spi­
rito scientifico del grande anarchico russo impressionò, più di
chiunque altro, i metodici orientali, compresi i libertari cinesi.
Cosi Osugi riprende il lavoro di traduzione e divulgazione iniziato
da Kotoku ed a lui si deve la versione giapponese di « La Conqui­
sta del Pane », « Lo Stato, il suo ruolo storico », « La Morale a-
narchica » ed alcune opere minori di Kropotkin.
Subito, però, si rende conto che il suo temperamento è più
vicino a Bakunin che scopre in seguito. E lo confessa : « Per Kro­
potkin si ha rispetto ma non affetto, inclinazione. A me è più caro
l’anarchico nato e, allo stesso tempo, ribelle, costituzionalmente
parlando. Ribellione che non cesserà nemmeno vivendo in una so­
cietà anarchica. L’uomo che non è nè regolare nè ordinato nelle
sue abitudini, vive una vita bohemien e disordinata. Non posso
non sentirmi incoraggiato quando penso alla vita di Bakunin, no­
stro padre ».
Vi fu ancora un altro russo che l’affascinò: Nestor Makhno.
La guerriglia in Ukraina lo abbagliava con la sua strategia dinami­
ca e la tattica sconcertante del movimento permanente. Al suo
unico figlio maschio diede nome Nestor. Ho avuto occasione di
vedere il nome dei due scolpito sulla pietra della tomba comune
nel cimitero di Itoshima, nell’isola di Kiushu. Anche alle sue
quattro figlie diede nomi di noti anarchici intemazionali : Emma e
Luisa in omaggio ad Emma Goldman ed a Luisa Michel (11). È
possibile che questa propensione verso uomini d’azione e di tribu­
na, piuttosto che verso studiosi da biblioteca e laboratorio, abbia
una spiegazione plausibile nella sua balbuzie. Osugi era balbuzien­
te — « sono capace di balbettare in sette lingue » era solito dire —
48
e doveva invidiare, nel suo intimo, la capacità persuasiva dei no­
stri famosi tribuni.
« Se mi si accuserà di essere, io stesso, una traduzione dell’a-
narchismo — scrive Osugi — confesso che non potrò respingere
questa accusa ». Si era talmente immerso nei testi libertari stranie­
ri ed era, d’altra parte, così a corto di tempo per tutto ciò che vo­
leva fare, che finiva per considerare più utile alla lotta contro le
autorità del paese, la traduzione piuttosto che la propria crescita.
« Sono, di fatto, un socialista in traduzione — aggiungeva, con
una costruzione sintattica che non potrà convincere il linguista ri­
goroso —; la maggior parte delle mie conoscenze libertarie pro­
vengono dalla traduzione di libri europei sull’anarchismo ed il
movimento sociale a cui mi sono abbeverato con vigore e interes­
se ».
Siamo di fronte al caso tipico del giapponese, che cerca sem­
pre di sminuirsi di fronte agli altri levando merito all’opera che,
senz’alcun dubbio, ne ha. Sicuramente le traduzioni di Osugi fu­
rono tanto importanti quanto necessarie per un movimento senza
radici. Sorto all’improvviso, si può quasi dire, senza fondamenti
autoctoni poiché quelli veramente giapponesi, come il caso di An­
do Shoeki, il William Godwin del Giappone, furono scoperti sola­
mente molto più tardi, quando gli studiosi ebbero accesso ai docu­
menti della storia del paese. Ma Osugi non è, solamente, un « a-
narchico in traduzione ». Fu un eccellente assimilatore degli inse­
gnamenti dell’Occidente ma li seppe filtrare attraverso la sua sor­
prendente intelligenza ed il suo instancabile sforzo di divulgazio­
ne. Un rivoluzionario che si limitasse a tradurre non avrebbe forza
persuasiva per l’azione propagandistica. D sacerdote zen Sukeo
Myajima, di cui abbiamo fatto menzione più sopra, che si procla­
ma discepolo di Osugi, è molto lontano dal considerare il suo
maestro come un intermediario che, travasando l’insegnamento
occidentale, si limiti a riversarlo, cosi com’è, nelle affamate mino­
ranze nipponiche e i suoi romanzi e racconti, cosi carichi di pen­
siero libertario, riflettono la influenza di un maestro e non quella
di un satellite che si limita a ritrasmettere ciò che riceve.
Per di più, basterebbe approfondire la numerosa e vana stam­
pa anarchica fondata, mantenuta, difesa, diffusa, e per la maggior
parte composta da Sakai Osugi perchè ci si renda contò che Osu-
49
gi, quando landò la frase « anarchico in traduzione », rese merito
a questa educazione che riceve il giapponese e che rimane nei cro­
mosomi fin dalle lontane origini e che consiste nello sminuirsi agli
occhi degli altri.
A cominciare con « Kindai Shisoo » (Idea Moderna), pubbli­
cata nello stesso momento della sua uscita dal carcere nel 1913,
in collaborazione con Asahata Kanson, un socialista che andò in
seguito verso il marxismo, stabilendosi in URSS; e terminando
coll’onnipresente « Heimin Shimbun » che riusrì a sopravvivere a
tutti i martiri dell’anarchismo giapponese, Osugi ha sparso per le
pagine di tutta la stampa anarchica nipponica la più lunga ed ori­
ginale puntuale collaborazione di quanti sono intervenuti al man­
tenimento ed alla divulgazione dei periodici anarchia.
In « Kindai Shisoo », nel 1913, accusando ancora gli anni
di carcere e ricordando il recente assassinio legale del suo maestro
Kotoku ed i suoi undici compagni, Osugi spreca il meglio dei suoi
sforzi in sterili polemiche contro « i giovani figli della borghesia »
com’egli stesso li chiama. Attacca l’individualismo della torre d’a­
vorio e rivendica la lotta collettiva come l’obiettivo fondamentale
del rivoluzionario. La vita non può migliorarsi nè progredire se,
prima, non vengono abolite le differenze di classe, i privilegi e
l’oppressione economica, politica, sociale, culturale e religiosa.
Subito, comunque, capisce la contradditorietà di questa pole­
mica con i « dilettanti » cui non manca nulla e pretendono di
ignorare la miseria e decide di non continuare più la rivista : « In­
vece di discutere sulle astrazioni intellettuali coi giovani borghesi,
dobbiamo camminare ancora, a fianco dei lavoratori, i nostri veri
amici ». Con questo epitaffio dava pietosa sepoltura al « Kindai
Shisoo » mentre metteva fine alla sua fase aristocratica, per usare
un’espressione di Gerard de Lacaze Duthiers.
Dal 1915 Osugi si dedica, in forma definitiva, all’anarcosin-
dacalismo e resuscita l’inestinguibile « Heimin Shimbun » che
subisce completi ed opposti mutamenti poiché se anche non lo li­
quidano le autorità, queste riescono a far si che il perseguitato
portavoce degli anarchici appaia con la caratteristica dell’intermit­
tenza e delle lunghe interruzioni. A causa della persecuzione at­
tuata sullo « Heimin Shimbun » Osugi ricorse alla strategia che
tutti gli anarchici adottano in casi simili: creare altri organi d’e-
50
Sakae O su g i, c o n tin u a to re d ì K o to k u n e l c o m p ito d i d iffo n d e re g li ideali lib erta ­
ri n e l G iappone. A ssa ssin a to , in sie m e alla su a c o m p a g n a e a d u n n ip o tin o d i 7
a n n i il 1 6 s e tte m b re 1923-

51
spressione. É cosi che vediamo apparire « Rodo Shimbun » (Gior­
nale del Lavoro) e « Rodo Undo » (Movimento Operaio), con la
qual cosa il movimento libertario giapponese aveva sempre a di­
sposizione un organo d’orientamento che, anche se con titoli dif­
ferenti, era sempre portatore di un contenuto anarchico.
Conosciuto internazionalmente, Sakai Osugi fu invitato dai
promotori dell’AIT che avrebbe dovuto fondarsi di nuovo a Berli­
no nel 1923. Egli riuscì ad imbarcarsi clandestinamente fino a
Shanghai dove gli anarchici cinesi gli procurarono un passaporto
del paese con cui potè raggiungere l’Europa.
Le agitazioni europee, la solidità delle organizzazioni operaie,
la presenza di elementi di valore all’interno del campo anarchico
europeo non poterono non impressionare Osugi, giunto da un
paese dove la repressione era di casa e dove dieci anni prima si po­
tevano impiccare impunemente dodici anarchici colpevoli solo del
fatto di esserlo. Padrone del francese con cui s’esprimeva sciolta-
mente, Osugi venne invitato dagli anarchici di Parigi ad interveni­
re ad una riunione pubblica libertaria nel sobborgo di Saint Denis,
a nord della grande città, per la celebrazione del Primo Maggio
del 1923.
La presenza di Osugi era già stata segnalata dall’ambasciata
giapponese a Parigi alla polizia francese e questa, su richiesta
dell’altra, arrestò Osugi. La Francia, il paese del Diritto d’Asilo
s’insudiciò le mani col fango dell’ignominia, ben sapendo che, ri­
spedendo Osugi in Giappone, ammanettato ed impotente, la mor­
te di quel guerriero diveniva opera del governo francese.
E così fu. La polizia giapponese fu riconoscente per l’estradi­
zione di un cittadino tanto sospetto e due mesi dopo lo assassinava
in combutta coll’esercito nipponico. La nave che trasportava Osu­
gi giunse al porto giapponese nel Luglio ed in Settembre, esatta­
mente il 10, Sakai Osugi, la sua compagna Noo Itoo, di 29 anni,
ed un nipotino di 7 anni, Soochi, venivano vilmente assassinati.
Il generale Fukuda, promosso al grado di comandante in capo
della regione di Tokio, approfittò della triste congiuntura del ter­
remoto del I settembre che rase al suolo la regione di Tokio e
Yokohama (12) per agire nel caos regnante ed ordinò di ammaz­
zarli e gettare i loro corpi nel fondo di un pozzo abbandonato. Cre­
deva, così, di far passare il fatto come una disgrazia causata dal
terremoto.
52
N o e Ito o , co m p a g n a d i O su g i, assassinata in sie m e a l su o c o m p a g n o il 1 6 s e t­
te m b re 1923■ I loro co rpi, c o n q u e llo d e l n ip o tin o S o ic b i T ad ibana, d i 7 a n n i,
v e n n e ro g e tta ti s u l fo n d o d i u n p o z z o a sciu tto d a i loro assassini a g li o rd in i d e l
g en era le F ukud a.

53
Venti giorni dopo i corpi putrefatti di Osugi, Itoo e Soochi
vennero scoperti e la coraggiosa denuncia degli amici sinceri di
Osugi diede inizio ad una protesta che raggiunse l’altro lato della
frontiera poiché Osugi era conosciuto da tutti i rivoluzionari del
mondo intero. Il governo giapponese dovette simulare il desiderio
di far giustizia per il crimine di Fukuda per il quale si celebrò un
processo che condannò il capitano che esegui gli ordini di Fukuda
a l O anni di carcere. La pena, in sé irrisoria, non venne scontata e
qualche mese dopo il capitano dell’esercito, Amakasu, veniva ri­
messo in libertà.
Osugi trovò la morte a soli 38 anni, quando stava raggiun­
gendo la maturità fisica e ideologica. Il movimento anarchico giap­
ponese ed internazionale perdeva uno dei suoi più validi uomini di
punta. Ancora oggi stupisce il dominio di Osugi di tante e diverse
branche del sapere umano cosi come la fertile attività in ogni ge­
nere di materie di studio e la propaganda, non solamente anarchi­
ca. Nel 1906, a soli 21 anni, Osugi fonda l’Associazione Espe­
rantista del Giappone, potendosi il nostro uomo considerare il pri­
mo diffusore della lingua del Dr. Zamenhof nell’Impero del Sol
Levante.
La morte di Osugi, della sua compagna e del piccolo Soochi
non fu un fatto isolato. Il terremoto venne considerato un’occasio­
ne unica per le autorità nipponiche che la sfruttarono compieta-
mente. Dal I settembre i sicari della polizia si dedicarono al compi­
to di diffondere voci che attribuivano ai rivoluzionari ed ai coreani
— l’eterno lumpenproletariat del Giappone — l’esplosione di
bombe, l’avvelenamento di pozzi, gli incendi delle case, l’assassi­
nio ed i furti e tutto ciò, a causa della psicosi creata dalla tragedia
sismica che aveva falciato più di 100.000 vite umane, incontrò
terreno fertile tra la popolazione permettendo che organizzazioni
paramilitari come la « Società Nuova » e la « Associazione degli
Ex-combattenti » s’impadronissero delle città e compissero tutta
una serie di prepotenze contro i militanti della sinistra rivoluzio­
naria. Molti domicilii di noti anarchici vennero perquisiti ed i loro
abitanti arrestati e selvaggiamente torturati. È cosi che nella
« Yun Rodo Kumai », organizzazione operaia del sobborgo di
Kumaido, furono tratti in arresto il segretario, Harisana, anarchi­
co e altri dieci libertari che, portati al commissariato di polizia del
quartiere, furono assassinati a sciabolate, insieme ad un buon nu­
mero di coreani e, tutti, bruciati.
54
« K uro H a ta » rip ro d u ce il d iseg n o c b e u n co m p a g n o d i cella fe c e a K y u ta r o
W ada W ada a tte n tò alla v ita d e l g en era le F u ku d a n e l p r im o a n n iversa rio della
m o rte d i O su g i, fa lle n d o il s u o p ro p o sito . S i su icid ò in carcere.
55
Questo avvenne in tutti i commissariati e nei luoghi predi­
sposti dalle organizzazioni reazionarie senza poter conoscere il nu­
mero dei massacrati dalle orde dell’oscurantismo.
13 Martirologio degli Anarchici
Le autorità giapponesi stimarono opportuno fissare dei cicli
alla fine dei quali e coi pretesti più convenienti, si dovevano sacri­
ficare i nemici del regime in modo massiccio e spietato, al fine di
seminare il terrore tra le file rivoluzionarie che avrebbero dovuto,
secondo il parere governativo. dissolversi e rinunciare per sempre
ai loro ideali di sovversione. È cosi che si prepara la « Dai Yaku
Jiken » o Grande Rivolta del 1910 che culmina con l’olocausto di
Kotoku e dei suoi compagni il 24 gennaio del 1911. È cosi, pure,
che sopraggiunge il « provvidenziale » terremoto del I settembre
1923 che permette alla polizia ed ai militari di assassinare impu­
nemente centinaia di rivoluzionari che avrebbero figurato tra le
vittime del terribile sisma.
Il ciclo si concludeva e lo Stato massacrava la rivoluzione ma
la teoria secondo la quale l’albero sradicato non avrebbe più dato
germogli falliva platealmente ogni volta.
Così, tre mesi dopo l’assassinio di Osugi, Kyotaro Wada scri­
veva in « Rodo Undo » : « ... si vuole condannare l’iniziativa indi­
viduale di Amakasu per la morte di Osugi quando si sa che i mili­
taristi covavano da anni l’idea di ammazzare tutti i rivoluzionari e
lo dicevano perfino apertamente nei soliti incitamenti ai soldati:
Lo Stato attende di far la guerra ai rivoluzionari in un prossimo
futuro... dal che si deduce chiaramente che i massacri in massa
non furono l’iniziativa individuale ma di un governo fortemente
condizionato dai militari ».
È anche per questo che il I settembre 1924, col pretesto della
celebrazione del primo anniversario del terremoto, Wada tentava
di giustiziare il generale Fukuda, invitato d’onore della cerimonia,
autore spirituale dell’assassinio degli anarchici ed ugualmente fa­
moso per i massacri di Tsi Nan Fu, in Cina, dove centinaia di ci­
nesi vennero uccisi per suo ordine. Fukuda rimaneva solo ferito
mentre Wada veniva condannato a 20 anni di carcere. Non resi­
stette al regime di prigionia del penitenziario di Akita ed il 20 feb-
56
braio 1928, attuando il modo di fuga preferito dai giapponesi in
ultima istanza, si suicidò. Wada aveva 35 anni quando venne ac­
colto dalle Parche. Aveva conosciuto Osugi quando aveva 21 anni
e collaborò con lui e Arabata nel « Rodo Undo » che riuscì a por­
tare avanti dopo l’assassinio di Osugi facendo causa comune col
nucleo libertario composto da K. Kondo, H. Hisaita e K. Naka-
mura. Al di fuori del suo gruppo godeva di una grossa reputazione
sotto lo pseudonimo di Kyu-san. Il suo scritto più noto « Gokuso
Kara » (Dalla Finestra del Carcere), è stato tradotto in francese.
Altri anarchici di rilievo che riuscirono a sfuggire alla cru­
deltà militare nel settembre del 1923 furono Kentaro Goto, Daiji-
ro Huruta, Tetsu Nakahama, Humi Kaneko e Genjiro Muraki,
caduti, tutti, per l’ideale poiché nessuno di loro raggiunse i 40
anni.
D primo a morire fu Kentaro Goto. Aveva quasi 30 anni
quando decise di por fine ai suoi giorni nel cacere di Kanazawa il
20 gennaio 1925. Era un poeta rivoluzionario ed aveva avuto oc­
casione di collaborare alla stampa libertaria dove i suoi articoli e le
sue poesie avevano una grande accoglienza. La sua cattura avven­
ne ad Ikayama mentre stava attaccando epigrammi antimilitaristi
sui muri della città. Lasciò vari scritti tra i quali sono da menzio­
nare quelli intitolati « Lavoro », « Emigrazione » e « In carce­
re ».
In Daijiro Huruta, uno degli arrestati più incriminati dalla
polizia nipponica, vediamo riunite le condizioni ideali del rivolu­
zionario. Coraggioso fino alla temerarietà, abbracciando l’azione
con maggior forza della penna, seppe, comunque, scrivere articoli
incendiari su « Kosakunin » (Contadino), un’altra pubblicazione
libertaria che usciva ad Hasuta. Aveva una grossa preparazione,
avendo studiato all’Università di Waseda, a Tokio e lo dimostrò
quando, catturato, processato e condannato, scrisse: « Shikeishu
no Omoide » (Memorie di un condannato a morte).
Huruta era nato a cavallo dei due secoli, nel 1900 e divenne
nel breve lasso della sua vita — morì sulla forca il 15 ottobre
1925 — il prototipo orientale di coloro che si dedicarono alla
« Propaganda dell’azione ». Aveva organizzato e partecipato ad
assalti a banche destinando le somme ottenute ai fondi del gruppo
anarchico che Huruta formava nella grande città di Osaka. Questo
57
gruppo venne chiamato « Ghigliottina ». In una delle azioni d’e­
spropriazione realizzate in un’importante banca di Osaka, il pro­
prietario morì ed Huruta fu arrestato insieme ad altri compagni
suoi del gruppo « Ghigliottina », tra cui Tetsu Nakahama. Tutt’e
due vennero condannati a morte.
Poco prima di morire Huruta scrisse: « Compagni: Vado a
morire. Saluti e azione. 15 ottobre 1925 alle 8,25 del mattino ». I
parenti che andarono all’obitorio a reclamare il suo cadavere nota­
rono che c’era un sorriso sul volto di Huruta.
Il nome di Tetsu Nakahama è uno pseudonimo. Il suo vero
nome era Chikai Tomioka ma tra gli amici non era conosciuto né
col primo né col secondo nome. Hamatetsu bastava. Era di tre an­
ni più vecchio di Huruta poiché era nato nel 1897 a Hishakuda,
Moji all’estremo nord della più meridionale delle grandi isole nip­
poniche: Kyushu. Frequentò la scuola secondaria e fu arruolato,
come soldato telegrafista a Tokio. Come molti altri fu destinato a
Tien Tsin, in Cina finché, terminato il servizio militare, ritornò
in Giappone. Nel 1920 lo troviamo già nel movimento libertario
giapponese. Conobbe Osugi e molti altri compagni anarchici e di­
vise la sua attività tra Osaka e Tokio soprattutto. L’impetuosità di
Daijiro Huruta riuscì a contagiare Nakahama e fu così che tutt’e
due presero parte a varie espropriazioni fino all’arresto della mag­
gior parte dei componenti il gruppo « Ghigliottina » e alla con­
danna a morte di Huruta e Nakahama da parte dei giudice
Nonostante il ruolo avuto da Nakahama all’interno della cor­
rente « della propaganda col fatto », la sua lunga ed erudita colla­
borazione nel campo della letteratura anarchica giunse ad avere
un maggior valore per le generazioni successive che si sono im­
merse nella lettura delle opere di Nakahama con godimento ed en­
tusiasmo. Di quest’ultime possiamo citare: « Kuro pan » (Pane
nero), « Kokudan » (Proiettile Nero), « Doksaisha kara Doksai-
sha e » (Da Dittatura a Dittatura), « Kokka » (Nero Avvenimen­
to) ed altre. Occorre segnalare, ancora, una sua Antologia: « Ha­
matetsu no Shisun », un’autobiografia « Jijoden », un gran nu­
mero di poesie, ed un racconto di grosso successo « L’ultimo
Giorno di Heiachiro Oshio » sul celebre samurai che guidò la ri­
volta di Osaka nel 1837, « In Carcere » ed altri. Inoltre aveva
fondato la rivista « Aka to Kura » (Rosso e Nero) nel 1923.
58
Nel 1926 la reazione esigette altre morti libertarie. Mentre
ad Osaka si processava il gruppo « Ghigliottina », a Tokio le au­
torità avevano creato una altra cortina di fumo a spese, ancora,
degli anarchici, dei rivoluzionari e dei coreani. L’accusa era: Ten­
tato delitto di lesa maestà contro l’imperatore ma quest’accusa fu
montata .tanto grossolanamente che la giustizia non si decise ad
iniziare il processo. Tre anni trascorsero tra l’incarcerazione delle
vittime e la celebrazione del processo. La condanna si ebbe il 25
marzo 1926 e questa coinvolgeva anche due coreani: Boku Retsu
e Kiu Schau Kan — è per questo che il caso è anche conosciuto
come « L’affare dei coreani » — ed una giapponese: Humi Ka-
neko, compagna di Boku Retsu.
Ella era nata nel 1905 ad Aichiken, come Osugi, ma fin dal­
la più tenera età andò col padre sul continente e visse in Corea fi­
no all’età di 16 anni quando ritornò di nuovo nelle isole unendo­
si, nel 1922, a Boku Retsu. Insieme pubblicarono « Corea Ribel­
le » e fondarono il gruppo che rispondeva allo stesso nome ed al
quale partecipava pure Kiu Schau Kan.
La Corea era patria di ideali libertari ed una gran quantità di
scritti anarchici erano stati tradotti in coreano. « La Conquista del
Pane » di Kropotkin giunse ad avere tre edizioni di seguito. Quan­
do Humi Kaneko ritornò in Giappone a soli 16 anni, aveva già as­
sorbito gli ideali anarchici in quella penisola di passaggio per rus­
si, cinesi, giapponesi ed uomini di ogni nazionalità. In quanto al
suo compagno, Boku Retsu, anche a lui era successa la stessa co­
sa. Tutti e due, al loro arrivo in Giappone, ancora senza cono­
scersi, erano già portatori, nei loro bagagli, del lievito anarchico.
La condizione di coreani, assommata a quella di libertari, fece
inferocire contro di loro la polizia con maggior accanimento, se
possibile, che contro gli altri anarchici giapponesi. La loro condan­
na a morte, nel 1926, era causa della loro condizione di coreani,
poiché le accuse presentate contro di loro per il delitto contestato­
gli si smontarono fin dalla prima sessione del tribunale. E tanto
evidente era la loro innocenza che la pena di morte venne com­
mutata in ergastolo.
Per un carattere sensibile come quello del giapponese, gli ef­
fetti erano identici e Humi Kanako finì per suicidarsi nella sua cel­
la la mattina del 23 luglio 1926. Aveva solamente 21 anni.
59
Kiu Schau Kan fu condannato a tre anni. In quanto a Boku
Retsu, una volta terminata la seconda Guerra Mondiale, a quasi
cinquant’anni, venne liberato e tornò in Corea dove, secondo gli
anarchici coreani, tuttora continua nelle lotte sovversive e rivolu­
zionarie.
Genjiro Muraki è un altro dei sopravvissuti ad Osugi ed alle
centinaia di rivoluzionari morti nel 1923. Comunque, come pure
Kentaro Goto, Daijiro Huruta, Tetsu Nakahama, Humi Kaneko
e Kyutaro Wada, sopravvisse alla grande tragedia che ebbe il cul­
mine nel terremoto del 1923 solo per pochi anni. Nel 1929, il 24
novembre, steso sulla bandiera nera dell’anarchia, esalava l’ulti­
mo respiro.
Muraki nacque a Yokohama nel 1890. Suo padre era un
commmerciante e, caso abbastanza insolito, cristiano. Una volta
che accompagnava suo padre in chiesa conobbe Kanson Arahata e
anche Hattori, tutti e due passati, in seguito, nel campo socialista
dopo essere stato, Arahata, collaboratore di Osugi nella pubblica­
zione « Rodo Shimbun » e finendo, anni dopo, in Russia converti­
to al leninismo. È possibile che il contatto con Arahata e Hattori,
più anziani di Muraki, e la loro diserzione dal campo cristiano,
abbia influenzato l’evoluzione delle idee sociali di Muraki che da
cristiano si converti, attraverso punti di transizione presumibili —
ateismo e socialismo — in anarchico. Nel 1907 Muraki era già
fortemente convinto negli ideali anarchici e presenziò alla manife­
stazione organizzata dai libertari di Kanda (13), nota come « Ata
Hata » (Bandiera Rossa), che fu la conseguenza immediata della
scissione che quell’anno ci fu tra anarchici e socialisti, i primi per
l’azione diretta ed i secondi per il parlamentarismo. Come scrive­
va Kotoku al suo amico Albert Johnson (lettera del 6 dicembre
1907): « Il movimento giapponese si trova, ora, diviso in due. Da
una parte i parlamentaristi, dall’altra i partigiani dell’azione diret­
ta, degli scioperi generali, gli antimilitaristi e, perfino, i terrori­
sti... ». La « Ata Hata », che più tardi sarà l’insegna comunista,
rivendicò, nel 1907, numerose azioni rivoluzionarie patrocinate
dagli anarchici, in particolare quelle organizzate dalla « Hokuko
Kai » (Gruppo del Vento del Nord).
Per questo, Muraki ricevette il battesimo del carcere dove,
con entrate ed uscite intermittenti, passò molti anni della sua bre-
60
ve esistenza avendo contratto la tubercolosi nelle prigioni sotterra­
nee del Mikado. Il suo ultimo arresto ebbe luogo nel 1924 ed era
in relazione col processo del gruppo « Ghigliottina » di Osaka. Il
medico del carcere, vedendo che gli mancavano poche ore di vita
consigliò le autorità a liberarlo perché non morisse in carcere evi­
tando così un sicuro scandalo. Mori, in effetti, pochi giorni dopo
essere stato rimesso in libertà, nella casa dove aveva sede la « Ro­
do Undo » e ciò nonostante tutti gli sforzi fatti dai suoi compagni
d’idee.
Il movimento anarchico giapponese è stato molto generoso di
uomini e di vite. In questo studio si è commessa l’ingiustizia di
aver lasciato in margine molti martiri ed abnegati libertari i cui
nomi e le cui azioni non abbiamo potuto registrare. È l’omissione
involontaria in cui s’incorre quando si intraprende un nuovo cam­
mino per la prima volta e che si deve correggere nelle successive.
Quello steso fin qui, comunque, registra il martirologio subi­
to dal movimento rivoluzionario giapponese che ricorda, nono­
stante la distanza e gli aspetti diversi che differenziano il Giappone
dalla Spagna, le tristemente famose repressioni scatenate in questo
paese, principalmente a Barcellona, dal 1919 al 1923, da parte
del Sindacato Libero creato dalla borghesia e dalle autorità per de­
molire la C.N.T. spagnola. Sia a Sakai Osugi, sia a tutti gli anar­
chici uccisi profittando della confusione del terremoto del I set­
tembre 1923, venne applicata, chiaramente e semplicemente, la
criminale « Ley de Fugas » conosciuta in Spagna da tutta la popo­
lazione.
14 I Superstiti della crudeltà dello Stato
Non tutti gli anarchici morirono sulla forca, furono assassi­
nati con la spada o, disperati, scelsero il suicidio. Alcuni soprav­
vissero a quell’epoca eroica che termina con la sconfitta militare
giapponese nel 1945. Mezzo secolo di abnegazione e di sacrificio
che pone l’idealista giapponese nelle file dell’avanguardia rivolu­
zionaria.
Non tutti gli anarchici morirono nella lotta. Ve ne furono
molti che continuarono a lottare ed a teorizzare. È il caso del pro­
fessore Sanshiro Ishikawa, che potè militare al fianco sia di Ko-
61
toku sia di Osugi. E fu amico di Kropotkin, di Eliseo Reclus e di
Eduard Carpenter ci lasciò profondi studi come « L’Anarchismo
dal punto di vista estetico », « L’Anarchismo: suoi principi e sue
realizzazioni », « Movimenti Socialisti in Europa ed in Ameri­
ca », « Storia della Civiltà Orientale », « Studio della mitologia
giapponese », « Biografia di Eliseo Reclus » così come pure nu­
merosi scritti su pubblicazioni giapponesi e straniere con tema, in­
distintamente, la storia, la religione o l’anarchismo. Ishikawa
morì a tarda età — nel 1956 — amato dalle generazioni di anar
chici più giovani e rispettati dai nemici.
Ricordiamo anche Toshihiko Sakai, che morì nel 1933, a 63
anni. Fu, insieme a Kotoku, il fondatore del « Heimin Shimbun »
che apparve per la prima volta nel 1903 ma volle mantenersi fuori
della polemica tra Kotoku e Sen Katayama e che terminò con la
divisione del movimento operaio giapponese nel 1907 come abbia­
mo già visto più sopra. Sakai, che non si lasciò affascinare dal can­
to della sirena della rivoluzione russa del 1917, la cui illusione fe­
ce strage nelle file anarchiche di tutti i movimenti organizzati nel
mondo, inclusi quelli giapponesi, rimase aderente al socialismo
pre-leninista e mantenne sempre contatti fraterni cogli anarchici.
Una delle due figlie si uni con un volonteroso e preparato liberta­
rio, Kenji Kondo, che io ebbi occasione di conoscere la prima vol­
ta che andai in Giappone. Nel 1904 tradusse, con Kotoku, « Il
Manifesto Comunista ». Fu sempre un rivoluzionario notevole.
Scrisse, tra le molte altre cose, le sue memorie: « Sakai To­
shihiko Den » e « Nihon Shakai Shugi Undosai » (Storia del Mo­
vimento Socialista giapponese) dove afferma che « L’Anarchismo
ebbe un ruolo importante nel compito di prevenire la corruzione
del socialismo ortodosso operata dal riformismo ed anche in quello
di evitare che cadesse nella direzione del comunismo ».(14)
Di minor risonanza, ma ugualmente determinanti per la so­
pravvivenza del movimento anarchico giapponese, per quanto ri­
guarda l’epoca eroica, la cui fine coincide con la fine dell’ultima
guerra, si potrebbe fare un lungo elenco di militanti, nonostante
io mi riconosca incapace di farlo senza commettere una grave in­
giustizia per le numerose omissioni che vi sarebbero. La prima
volta che andai in Giappone, nel 1957, potei far la conoscenza,
grazie a Taiji Yamaga, con numerosi anarchici di età ormai avan-
62
zata che avevano militato con Sakai Osugi e qualcuno, i più vec­
chi, perfino con Kotoku: Jo Kubo, di Osaka, un medico omeopa­
tico ed agopunturista che non poté evitare egli stesso di rimanere
vittima del bacillo di Koch; Ogawa, di Nagoya, amico di Mori-
chika Umpei, fondatore del « Nihon Heimin Shimbun » di
Osaka, impiccato insieme a Kotoku; Miura, la cui famiglia fu la
prima che conobbi in Giappone, a Yokohama, e che continua,
tutt’ora, a pubblicare « Giyu Gin » (Il Libertario), rivista che rag­
giunge tutti i paesi del mondo, autore di diversi libri e numerosi
scritti e di cui ci occuperemo più avanti quando approfondiremo il
movimento anarchico odierno; Kenji Kondo, già menzionato, au­
tore di diversi lavori, tra cui « La Storia del Movimento Anarchi­
co in Giappone » ; Shakimoto, il decano dei libertari di Osaka; T.
Soejima, di Fukuoka, popolare artista delle marionette « Haka-
ta »; J. Sugito, militante minatore del « Nipón Tanko Rodo Ku-
miai », organizzazione riconosciuta come una tra le più intransi­
genti del sindacalismo rivoluzionario giapponese; K. Konda, E.
Oshima, Y. Hashimoto, Yamaguchi, Tasaka e tanti altri i cui no­
mi mi fu impossibile registrare.

15 Taiji Yamaga: Mezzo secolo di Anarchismo


L’epoca eroica dell’anarchismo giapponese è chiusa, con si­
gilli d’oro, da Taji Yamaga. Con lui si completa la trilogia formata
insieme a Kotuku ed Osugi, nonostante non morisse assassinato
dalle leggi o dal militarismo giapponese come gli altri due. Yama­
ga nacque il 26 giugno 1892 a Kioto e morì il 6 dicembre 1970.
Questi 78 anni racchiudono la biografia più dinamica ed avventu­
rosa di tutti gli anarchici giapponesi senza che il suo costante
viaggiare e la sua azione rivoluzionaria abbiano sottratto capacità
ai suoi numerosi contributi intellettuali.
Fin da molto piccolo lo vediamo già in familiarità con la tipo­
grafia. Suo padre, Zembrei Yamaga, nel 1874, a soli sei anni
dall’insediamento Meiji, fonda una tipografia a Kioto, la città che
fu capitale dell’impero per più di mille anni e che, come tale, fu la
custode più severa della tradizione cosi come l’oppositrice più re­
calcitrante del progresso proveniente dall’occidente. La tipografia
degli Yamaga era la prima che si stabiliva a Kioto. Il fatto rivesti­
63
va condizioni di provocazione, praticamente, per gli abitanti della
città imperiale. Quando in seguito, terminata la Seconda Guerra
Mondiale, troveremo Taiji Yamaga preparare stampe e manifesti
anarchici con la sua tipografia ridotta nella sua piccola abitazione
del villaggio di Ichikawa, capiremo che la sua grande abilità nel
maneggiare i caratteri, la compositrice, il rullo e l’inchiostratore è
in evidente relazione coi suoi anni infantili a Kioto quando, per
aiutare il padre, si cimentava nell’altissima arte della stampaci5)
In Giappone, come in Cina ed in molti paesi dell’Occidente,
il primogenito eredita il patrimonio familiare e gli altri figli devono
sottomettersi all’autorità del fratello maggiore oppure, se ribelli
od inquieti, lasciare la famiglia. D fratello maggiore di Taiji,
Seika, era quello designato a sostituire il vecchio Zebrei quando
questi avrebbe lasciato questo mondo e Yamaga, ben sapendolo,
decise di abbandonare la casa e la città di Kioto per andare a
Tokio, la grande città industriale giapponese.
L’eredità del vecchio Yamaga, comunque, risultò più misera
del previsto. La tipografia chiuse ed invece di trascorrere gli ultimi
anni della sua vita chiuso in casa, il padre di Taiji e Seika pensò di
ritornare alla scuola confucianista dove aveva fatto il maestro tem­
po prima per insegnare ai ragazzi di Kioto fino agli ultimi giorni
della sua vita. Non lasciò eredità materiali ai successori ma solo
una raccolta di poemi « haiko » (16) che la critica avrebbe giudi­
cato eccezionali.
Seika cercò di continuare l’attività del padre, dandole una co­
raggiosa modifica e diventando il più grande artista del ricamo e
della stampa di tessuti del paese. Esistono lavori stampati con la
più perfetta policromia tipografica che contengono i lavori artistici
di Seika Yamaga.
Quando Yamaga arrivò a Tokio l’effervescenza rivoluzionaria
lo attrasse immediatamente. Si sentiva attratto pure per una sete,
mai saziata per tutta la sua vita, di arricchire il suo bagaglio cultu­
rale. Per tutte e due, la rivoluzione e la cultura, Osugi funse da
guida. È così che a quindici anni, pochi mesi dopo esser giunto
nella capitale, Yamaga abbraccia l’anarchismo e diventa segreta­
rio della « Japana Esperantista Asocio ». Questo avveniva nel
1907.
Allo stesso modo che in Europa, ma non nell’Inghilterra poi-
64
chè gli inglesi hanno sempre considerato la loro lingua come l’i­
dioma internazionale per eccellenza, le società esperantiste giap­
ponesi raccoglievano gli spiriti più irrequieti del paese. L’ondata
rivoluzionaria si serviva dell’Esperanto nell’irrefrenabile desiderio
di potersi rivolgere a tutti i rivoluzionari degli altri paesi così co­
me di poter ricevere gli appelli dall’estero. Molti anarchici giappo­
nesi, oltre a Sakai Osugi e Toshihito Sakai, facevano parte della
Federazione Esperantista e la presenza di Yamaga alla segreteria
della stessa può significare che a quindici anni, il nostro kiotese
era già un insigne esperantista. Egli andrà perfezionando questa
lingua, come l’inglese, il cinese, il tagalo (dialetto parlato nelle
Filippine) sempre di più col passare degli anni. Tutte le sedi liber­
tarie dell’Occidente ricevettero i riassunti, in esperanto, della
stampa anarchica nipponica a partire dal 1945-’46 alla fine della
Seconda Guerra Mondiale; tutte le associazioni pacifiste ed anti­
militariste han ricevuto per lungo tempo, il « Mondcivitano »
(Cittadino del Mondo) che Yamaga stampava in esperanto e distri­
buiva in tutti gli angoli del mondo. Yamaga risultò essere il punto
di connessione più importante e più regolare esistente tra il Giap­
pone ed il resto del mondo e ciò per la sua ottima conoscenza della
lingua intemazionale di Zamenhof. È stato sempre grazie all’E­
speranto che noi di lingua spagnola abbiamo conosciuto il pensie­
ro del grande filosofo cinese Lao Tsé filtrato da Yamaga.(17)
Quando nel 1910 iniziò la « Dai Yaku Jiken » (La Grande
Rivolta), tramata dallo Stato per eliminare Kotoku e gli anarchici
più in vista ed anche per radere al suolo dalle fondamenta il movi­
mento anarchico giapponese, Yamaga aveva solamente 18 anni,
sette anni meno del più giovane degli impiccati: Tadao Niimura.
Ciò fece si che egli non figurasse tra i primi catturati dalla polizia
e dai militari. Quando il suo nome venne preso in considerazione,
Yamaga aveva già potuto frapporre il mare tra il Giappone e se
stesso. Era andato a rifugiarsi a Formosa, allora possedimento
giapponese come risultato della guerra cino-giapponese del 1894-
’95. Da Formosa gli fu facile raggiungere il continente e lo vedia­
mo a Canton, Pechino, Nanchino ed infine Shanghai.
Fu a Shanghai che Yamaga rimase di più diventando il pre­
zioso collaboratore di Shi Pho, l’anarchico più importante di quel­
lo che era allora un grande villaggio (1913). Shi Pho aveva perso
65
La sta m p a a n a rch ica g ia p p o n ese rip ro d u ceva co n m o lta p re c isio n e le illu stra zio ­
n i d ella sta m p a lib erta ria o ccid en ta le. Q u e sto d iseg n o a lleg o rico d e l 1 ° m a g g io
era app arso, in o rig in e , n e ll ’« In d u stria i W o rk e r » d e g li S ta ti U n iti.

66
una mano poco tempo prima cercando di fabbricare una bomba in
casa. Nei giorni di ricovero in ospedale, Shi Pho decise di rinun­
ciare alla violenza e di approfondire con più impegno l’anarchi­
smo. La sua rinuncia alla violenza lo portò tanto lontano che si
converti al naturismo per non doversi cibare con carne di animali
uccisi e non usò nemmeno più cinture, scarpe o articoli di cuoio
che implicavano necessariamente, l’uccisione di un essere viven­
te. Forse Shi Pho, che era un grande studioso, sapeva dell’esisten­
za del jainismo in India, la religione che proibisce di uccidere
qualsiasi essere, sia questo una formica, un serpente, una tigre od
un criminale, e si immerse nei suoi insegnamenti come parte
dell’articolato pacifismo libertario. Shi Pho pubblicava « Ming
Sing » (La Voce del Popolo) e quest’organo anarchico usciva bi­
lingue, metà in cinese e metà in Esperanto — « La Voco de la po­
polo » — e Yamaga curava questa seconda parte.
Furono anni di grande attività rivoluzionaria nei quali Yama­
ga si dedicò completamente alla divulgazione degli ideali anarchi­
ci. In questo periodo furono pubblicati a Shanghai scritti impor­
tantissimi, come « La Conquista del Pane », « Ai Giovani », am­
bedue di Kropotkin, « Il Vangelo dell’Ora » di Paul Berthelot,
« Polemica tra Chiang Kang Hu e Shi Pho » essendo il primo un
noto socialdemocratico che spezzò lance in difesa dello Stato e
l’autorità contro Shi Pho che rivendicava, come anarchico, i prin­
cipi anti-statali ed anti-autoritari.
Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale e si rinfocolarono
le Istituzioni chauviniste in tutto il mondo, l’anarchismo orienta­
le, sia quello cinese che quello giapponese, fu soggetto al collasso
comune che si osservava nel resto del mondo. D celebre « Manife­
sto dei 16 » che agitava, all’interno, le file libertarie in Europa ed
in America per la presa di posizione belligerante di Kropotkin ed i
suoi amici in favore di una delle due parti contendenti, non ebbe
ripercussioni in Cina né in Giappone. Si erano interrotte le rela­
zioni epistolari e fino al 1919 non vennero riprese. Yamaga, nel
frattempo, era ritornato nel suo paese e si era unito con Mika, la
sua compagna per il resto dei suoi giorni, con cui formò una fami­
glia nomade. Da questa unione nacquero un figlio ed una figlia.
Yamaga aveva lasciato, a Shanghai, il ricordo della sua gene­
rosità e la diligenza per il lavoro e nel 1927, quando si apri in
67
quella grande città cinese la Università del Lavoro, il Consiglio
universitario decise di invitare Taiji Yamaga e Sanshiro Ishikawa
perché facessero parte del personale docente di quell’istituzione.
Yamaga divenne, così, insegnante universitario di Esperanto
mentre Ishikawa, il cui sapere e le cui conoscenze storiche erano
proverbiali, insegnò la storia dei movimenti rivoluzionari in Euro­
pa.
La Cina viveva, in quegli anni, un’effervescenza rivoluziona­
ria incontenibile. Effervescenza che Chiang Kai Shek voleva con­
tenere con mezzi di criminalità di massa e proclamando alle sue
truppe che « È meglio uccidere cento innocenti che lasciar scappa­
re un rivoluzionario ». L’anarchismo annoverava prodezze quanti­
tative e qualitative e le sue gesta, nonostante l’impegno maoista
per cancellarle dalla storia, continuano, come pure il ricordo dei
nomi di molti anarchici. Più avanti, man mano che le generazioni
succederanno alle generazioni e l’alluvione dei testi ufficiali fini­
ranno per asfissiare la verità storica, sarà possibile che lo studioso
trovi difficile e perfino impossibile registrare testimonianze anar­
chiche del Chung Kuo. Per il momento ciò non è possibile al Par­
tito Comunista Cinese grazie al ricordo di quelli che non furono
massacrati da Chiang Kai Shek né dai fanatici del « Libretto Ros­
so ». Un testimone importantissimo, che ha partecipato a nume­
rosissimi simpatizzanti l’importanza dell’anarchismo in Cina fin­
ché l’avvento del Maoismo lo sradicasse, fu Taiji Yamaga. Yama­
ga visse anni d’intensa attività libertaria in Cina e gli rimasero
sempre amici, oltre a Shi Pho, i fratelli Lu Chien Bo e Lu Kien
Ten, traduttori di Kropotkin, il famoso Li Pei Kan e molti altri li­
bertari di Pechino, di Shanghai, di Cantòn, di Nanchino, Hong
Kong ed altre città cinesi in agitazione per le idee rivoluzionarie
diffuse dagli anarchici.
Poco prima dello scoppio della guerra dei tre sette (sette lu­
glio 1937), dichiarazione protocollare che giungeva con anni di
ritardo dall’aggressione sistematica che il militarismo giapponese
portava alla Cina, Yamaga lasciava il continente. Paradossalmente
i suoi maggiori nemici erano i suoi compatrioti che vestivano l’u­
niforme. La presenza dell’esercito del Mikado in Cina era incom­
patibile con la presenza degli anarchici giapponesi su quel suolo.
L’agilità di spostamento di Yamaga si pone ancora una volta
68
in evidenza. Attraversando trenta paralleli Yamaga raggiunge le
Filippine. LI lo sorprende la Seconda Guerra Mondiale che gli
strappa il figlio.
La sua grande facilità d’apprendimento delle lingue gli per­
mette di imparare rapidamente il Tagalo, la lingua più diffusa
nell’arcipelago. Ciò gli permette di trovar un lavoro che sia, tra
l’altro, consono alle sue inclinazioni di scrittore e di tipografo. Di­
viene infatti redattore del periodico di Manila « Manila Nichi Ni­
chi Shinbun » che, sebbene diretto alla colonia giapponese della
capitale filippina ed alle truppe d’occupazione, mantiene tuttavia
degli spazi dedicati ai filippini nella loro lingua. La sua propensio­
ne allo studio lo incoraggia ad un lavoro di grande respiro e, in
collaborazione con un filippino di origine spagnola, il professor
Verzosa, redige il primo dizionario giapponese-tagalo.
Alla fine della guerra Yamaga ritorna in Giappone. D milita­
rismo giapponese è stato sconfitto. L’imperatore ha terminato di
essere un personaggio divino. Gli Stati Uniti impongono la dichia­
razione del 1947 in cui, al suo articolo 9°, il Giappone « rinuncia
per sempre alla guerra » ed aggiunge che « non verranno mante­
nute le forze di terra, mare ed aria, come pure qualsiasi altro po­
tenziale bellico. Non verrà riconosciuto il diritto di belligeranza
dello Stato ». Un futuro di attività rivoluzionaria nel paese che lo
vide nascere si apre di fronte a Yamaga. Nello stesso momento in
cui giunge in patria, Yamaga comincia a sviluppare un’attività ci­
clopica di diffusione, proselitismo ed associazione tra gli anarchici.
Questa attività manterrà un ritmo costante per venti anni e
comprenderà, senza trascurare i collegamenti costanti e farragino­
si all’interno del movimento anarchico giapponese, risorto alla fi­
ne della guerra, una corrispondenza diretta in tutti gli angoli del
mondo che ha stupito che ha conosciuto il lungo elenco dei suoi
indirizzi nel mondo.
La prima decisione che presero gli anarchici giapponesi, una
volta finita la guerra, fu quella di costituirsi in federazione. Il 12
maggio 1946 celebravano il loro congresso costitutivo di cui Ya­
maga, per le sue condizioni di poliglotta, assunse la Segreteria del­
le Relazioni coll’Estero. Finché l’apoplessia lo stese sul tatami
(18), Yamaga tenne testa al suo oneroso compito di mantenere
l’anarchismo giapponese aggiornato sulle attività dell’anarchismo
69
internazionale e, quest’ultimo, aggiornato sulle lotte portate
avanti dai libertari nipponici. In modo intermittente, inoltre, Ya-
maga assunse la Segreteria Generale in diverse occasioni.
La sua collaborazione allo « Heimin Shimbun », che gli anar­
chici giapponesi decisero di far ricomparire (il primo numero di
questa nuova epoca porta la data del 15 luglio 1946), è pure pun­
tuale e seguita, avendo egli l’incarico della sezione esperantista
che, in « estratto » accompagna sempre il numero che va all’este­
ro perché gli anarchici dell’Europa e d’America abbiano una idea
del contenuto e degli argomenti.
Non si conosce nessuna azione di violenza attribuita a Yama-
ga. L’influenza del pacifista Shi Pho fu, probabilmente, molto for­
te in lui. Egli aveva pubblicamente aderito all’Intemazionale dei
Resistenti alla Guerra (W.R.I.), il che suscitò alcune critiche da
parte dei difensori della violenza indiscriminata.
Yamaga era riuscito ad organizzare la propria attività in tre
parti, ognuna delle quali manteneva la propria indipendenza. Po­
neva l’anarchismo al centro dei suoi impegni, ma si manteneva
nelle file esperantiste, non necessariamente anarchiche, e nel seno
di essa sviluppava la sua attività in relazione con l’Esperanto in
una completa indipendenza di gestione. La stessa cosa succedeva
quando s’impegnava nelle attività della War Resistere’ Internatio­
nal i cui iscritti ancora meno erano necessariamente anarchici, so­
prattutto in Giappone dove le esplosioni atomiche di Hiroshima e
Nagasaki indussero grandi masse di giapponesi a dichiararsi obiet­
tori di coscienza e pacifisti convinti.
Agli anarchici che affermavano, nelle riunioni, che egli dove­
va fare opera di proselitismo all’interno della Federazione Anar­
chica, Yamaga ribatteva che, invece, egli si sentiva spinto ad an­
dare alla ricerca del futuro libertario ed incontrarlo dove fosse. In
ogni esperantista, diceva, c’è un internazionalista in potenza e ciò
che occorre è rivelargli la presenza del miglior veicolo dell’inter­
nazionalismo: l’anarchismo. La stessa cosa egli sosteneva riguar­
do agli obiettori di coscienza : in ogni avversario alla guerra si evi­
denzia il miglior esponente di solidarietà umana e l’ideale che me­
glio riflette questo sentimento è l’anarchismo per cui è necessario
che facciamo conoscenza, come organizzazione, con ognuno degli
obiettori che fanno parte del W.R.I. In « C.N.T. » di Tolosa, or-
70
gano della Confederazione Nazionale del Lavoro Spagnola in Esi­
lio, nel numero corrispondente al 17 agosto 1952, viene riprodot­
ta una lettera di Yamaga in cui rappresentando la FAJ, si rivolge
alla Gioventù Libertaria (FIJL), in esilio. Dice: « ... la storia del
nostro movimento in Giappone dice che abbiamo combattuto
spesso con mezzi violenti (molti compagni hanno usato Tarma da
fuoco, la bomba ed hanno punito coll’attentato i loro nemici).
Dalla guerra, con l’apparizione della bomba atomica, la lotta vio­
lenta ci pare senza utilità. Perciò stiamo preparando la propaganda
detta della « resistenza passiva » e della « disobbedienza contro
l’ingiustizia », secondo la linea di Gandhi, e sviluppiamo il nostro
bagaglio culturale di base, come cittadini del mondo ed usiamo
l’Esperanto come lingua mondiale ».
Si può affermare, senza timore d’esagerare, che il movimento
anarchico giapponese, se non avesse potuto contare sulla laborio­
sità di Yamaga e sulla sua capacità, non avrebbe potuto mantene­
re quelle relazioni che ottenne, a partire dal Terzo Congresso del­
la Federazione Anarchica Giapponese che ebbe luogo il 10 maggio
1948- a Tokio ed a cui assistettero 200 delegati giunti da tutte le
regioni del Giappone e, pure, della Corea. In quel Congresso si
mise in particolare rilievo il collegamento con l’estero nominando
una commissione per tale attività. Il membro più attivo di questa
commissione fu Taiji Yamaga. Se si potessero riunire tutte le let­
tere scritte da Yamaga in Esperanto, in Inglese, in Cinese e, na­
turalmente, in Giapponese, si otterrebbe un immenso libro con la
descrizione più dettagliata ed appassionata della storia dell’anar­
chismo giapponese.
Gli sforzi continui di Taiji Yamaga, con le sue antenne per­
manentemente orientate verso ogni meridiano del mondo finirono
per farlo diventare l’anarchico più famoso dell’arcipelago giappo­
nese. I corrispondenti di Yamaga erano dislocati in tutto il globo
terracqueo. Più di cinquanta città francesi, statunitensi, inglesi,
canadesi, olandesi, italiane, latinoamericane, australiane, filippi­
ne, coreane, cinesi, indostaniche, indonesiane, indocinesi, tede­
sche, svedesi completavano il suo ben organizzato schedario di in­
dirizzi. La sua posta era impressionante perché non smetteva nel
suo compito pesante di scrittura. Con ciò, nonostante il tempo
che gli prendeva lo scrivere, Yamaga era un collaboratore fisso e
71
La G u erra e la R iv o lu zio n e d i Spa gna era n o te m i c o sta n ti su lle p a g in e d i « K u r o
H a ta ».

72
seguito della stampa libertaria giapponese, lettore attento e parte­
cipante costante di tutte le riunioni e conferenze tenute dalla Fe­
derazione Anarchica Giapponese, La Japana Esperantista Asocio
e la War Resistere’ International del Giappone.
Tra i suoi corrispondenti occorre citare idealisti conosciuti
come l’anarchico più noto dell’India M.P.T. Acharya, l’esperan­
tista Eugene Lanti, l’animatore della W.R.I. Antony Smythe, il
cinese Lu Chien Bo, l’indimenticabile Hem Day, il coreano Ryu
Rim, il primo cittadino del mondo Garry Davis ed una fitta schie­
ra di rivoluzionari, progressisti ed intellettuali i cui nomi farebbe­
ro interminabile l’elenco.
Yamaga riusciva a espletare tanta attività perché, come giap­
ponese, non poneva il sonno nella categoria delle necessità indila­
zionabili come facciamo noi occidentali. Un giapponese non ha
l’abitudine di dormire a ore fisse e se deve realizzare uno studio,
un lavoro od una attività, di non importa quale specie, di notte, lo
porterà a termine senza maggiori preoccupazioni. Il giorno se­
guente può approfittare del viaggio in treno, del metrò, dell’auto­
bus, del tempo d’intervallo per il pranzo, una qualsiasi pausa nel­
la giornata per chiudere gli occhi e dormire qualche minuto, sulla
panca, sul tatami, sul bordo del marciapiedi. Nella casetta occupa­
ta da Yamaga e dalla sua compagna Mika, ad Ishikawa, ad un’ora
di distanza da Tokio col treno, formata da una cameretta ed una cu­
cina, mentre io, legato alle usanze dell’Occidente, dormivo
sull’accogliente tatami durante la notte, Yamaga metteva mano al
suo compositoio, alle sue cassette di caratteri « romaji » (19), al
suo rullo, alle sue boccette d’inchiostro e quando era l’alba del
giorno successivo egli aveva composto e stampato un manifesto.
Sul treno, in quell’ora di viaggio che separava Tokio dalla
stazione di Ishikawa, se aveva la fortuna di trovar posto a sedere,
Yamaga estraeva le sue carte, ora per leggerle, ora per scrivervi
sopra. Lo stesso faceva al ristorante aspettando che gli servissero
una porzione di « mori soba » (20), o nelle riunioni quando i pre­
senti portavano la conversazione sull’oscuro e lui cessava di inte­
ressarsene.
Nel 1960 Yamaga fece la sua ultima apparizione da Don Chi­
sciotte. Come aderente alla War Resistere’ Intemational assistè al
X Congresso che questa associazione teneva nella località di Gan-
73
dhigram, in India. I libertari, gli obiettori di coscienza e gli amici
esperantisti permisero, con una sottoscrizione volontaria, il viag­
gio di Yamaga fino al triangolo indostanico.
Yamaga ebbe la soddisfazione di abbracciare e conoscere, di
persona, molti suoi corrispondenti sparsi per il mondo. Riuscì, an­
che, a conoscere il discepolo più famoso del Mahatma Gandhi:
Vinoba Bhave, modemizzatore degli antichi sistemi comunitari
dell’India che, grazie agli sforzi di Bhave e dei suoi allievi, riusci­
vano a rinascere attraverso il Bhoodan (Donazione di terra) e, in
seguito, il Gramdan (socialismo agricolo e pastorizio). GÌi echi del
lavoro di Vinoba Bhave sono stati fin troppo esaltati in Occidente
per doverci dilungare ancora su questo fenomeno umano-tellurico
che l’India, inesauribile sorgente di questi fenomeni, ha offerto.
Noi ci limitiamo a sfiorarlo poiché fu una ulteriore personalità tra
le molte che già facevano parte dell’elenco di corrispondenti di
Yamaga.
Yamaga, invitato dagli obiettori di coscienza dell’India, orga­
nizzatore del X Congresso della W.R.I., ebbe occasione di visitare
alcune delle collettività agricole condotte col sistema della dona­
zione della terra e del suo lavoro in comune riportando, da queste
visite, un’impressione esaltante e profonda. Ricordiamo che Ya­
maga, rispetto alla violenza, transigeva solamente di fronte ad un
caso di estrema disperazione. Shi Pho gli aveva inculcato gli ideali
pacifisti a Shanghai e, in seguito, studiando il pensiero di Gandhi,
si proclamò apertamente per la non-violenza. Non possiamo la­
sciare in margine, d’altra parte, il messaggio pacifista che rac­
chiude la definizione filosofica del buddismo. E non dobbiamo
nemmeno dimenticare che Yamaga era un grande ammiratore di
Lao Tsé com’è stato già dimostrato citando il suo scritto su « Lao
Tsé ed il suo libro del cammino e della virtù » e che è di Lao Tsé
il pensiero che dice: « Se tu non combatti, nessuno al mondo sarà
disposto a combattere al tuo fianco ».
Le collettività create da Vinoba Bhave condussero Yamaga a
studiare i kibbutzin di Israele e, soprattutto, le collettività conta­
dine su cui poggiava gran parte dell’economia della Spagna rivolu­
zionaria del 1936-’39. La somiglianza era impressionante e ciò
permise di sperare nella trasformazione dell’India su posizioni ri­
voluzionarie.
74
T a iji Y a m a g a , il tè rzo d e i p u n ti s ig n ific a tiv i della triade ana rch ica g ia p p o n e se —
c o n K o to k u e d O su g i — m o rto il 6 d ic em b re 1 9 7 0 .

75
Quando Yamaga ritornò in Giappone lo fece portandosi die­
tro nel suo bagaglio una altissima convinzione della possibilità che
i primi germi rivoluzionari possono sorgere dall’uomo di campa­
gna piuttosto che dal cittadino.
Nel 1961 Yamaga fu colpito da un attacco apoplettico. Qual­
che anno prima aveva subito una seria operazione che gli aveva ri­
dotto lo stomaco ad un terzo delle sue dimensioni primitive.
Un’ulcera gastrica fu la causa dell’intervento chirurgico. Trascu­
rato nella sua salute, non fece caso ai campanelli d’allarme che da
qualche anno riceveva dal suo organismo e quando gli si perforò
lo stomaco e venne operato d’urgenza si dovette estirpargli due
terzi di quest’organo vitale.
Quando Yamaga morì, il 6 dicembre 1970, eran già nove
anni che giaceva sul tatami da cui poteva sollevarsi solamente con
l’aiuto della fedele compagna Mika. Metà del suo corpo era rima­
sta paralizzata ma i corrispondenti di Yamaga, benché ricevessero
testi molto brevi e più distanziati nel tempo, continuavano ad ave­
re notizie sul movimento anarchico giapponese. Yamaga aveva
imparato a scrivere colla mano sinistra, sforzo che portava a ter­
mine, conscio di dover continuare a sopportare le proprie difficoltà
fino in fondo.
Abbiamo già avuto occasione di vedere con quanta facilità i
giapponesi ricorrano al suicidio per sfuggire dalla vita. Gli anar­
chici Kentaro Goto, Humi Kaneko, Kyutaro Wada e molti altri
giocarono la « giustizia » statale suicidandosi nella cella del carce­
re. H famoso scrittore Akutagawa Ryunossuke, autore del libro
best-seller « Rashomon », acquisì maggior notorietà dopo essersi
suicidato e lo stesso accadde con il caso più recente di Yukio Mi-
shima di cui poco o nulla si sapeva finché si fece « sepukku » (ha-
ra-kiri) e assurse alla notorietà internazionale. Abbiamo il caso di
un altro scrittore, questo celebre visto che ebbe il Premio Nobel,
Yasunari Kawabata, che scelse il gas per affrancarsi dalla vita. Nel
nostro secolo si sono suicidati in Giappone tredici scrittori e seb­
bene vi siano paesi che registrano una maggior percentuale di sui­
cidi — la Svezia, paradossalmente — nessuno ha una famigliarità
così intima con la morte come il Giappone. Tutti gli anni, mi­
gliaia di giapponesi vanno al tempio di Sengakuji, a Tokio, a ren­
dere omaggio ai « 47 Ronin » (samurai senza padrone) e ciò per-
76
ché nel 1703, dopo aver vendicato la morte del loro signore, si
diedero la morte essi stessi.
Contrastare l’avversità col suicidio implica quasi questioni di
principio. D disonore, il fallimento, l’impotenza, tutto può rinve­
nirsi all’origine del suicidio di un giapponese che ha subito per
tutta la sua vita, una esasperata influenza di filosofia pessimista.
Andare a rendere omaggio a 47 suicidi, ogni anno, riflette uno
stato d’animo collettivo a cui il giapponese non può sottrarsi. Egli
vive in una permanente promiscuità dovuta alla saturazione de­
mografica delle isole nipponiche e, comunque, ha un carattere in­
troverso molto pronunciato. Questo carattere lo isola tra la molti­
tudine ed è facile preda della depressione. Il suicidio, viene consi­
derato come onorevole soluzione. I « 47 ronin » esercitano un’in­
fluenza malefica a cui, incomprensibilmente, l’educazione ufficia­
le non tenta di opporsi.
Taiji Yamaga avrebbe potuto ricorrere al suicidio. Sapeva di
essere condannato quando, nel 1961, l’apoplessia lo atterrò ineso­
rabilmente. Rifiutò la « soluzione giapponese », conscio che un ri­
voluzionario dev’essere volitivo e che la volontà del suicida è ne­
gativa poiché la volontà è lotta mentre il suicida rinuncia a lottare.
Yamaga non rinunciò mai alla lotta ed era stupefacente continua­
re a vedere la sua piccola abitazione meta degli anarchici giappo­
nesi che accorrevano fino a Ishikawa per incoraggiare il vecchio
militante ma, allo stesso tempo, per conoscere le sue opinioni sui
problemi che si presentavano. E cosi anche quando gli anarchici
giapponesi decidono, nel 1968, di sciogliere la Federazione Anar­
chica Giapponese — in base ad una strategia non comprensibile
agli occidentali — ed i militanti decidono di consultare Yamaga
per sapere il suo parere al riguardo. Quando il comunicato dello
scioglimento giunse ai movimenti anarchici dell’Europa e d’Ame­
rica, in esso si specificava molto chiaramente che Taiji Yamaga
era stato interpellato. In Occidente, sapendo che la decisione con­
tava sull’appoggio del noto anarchico, si accettò la deliberazione
e, sebbene lo si considerasse un errore di tattica, fu sufficiente sa­
pere che il parere di Yamaga era favorevole all’abolizione della
FAJ per giudicare che poco si conosceva delle condizioni della lot­
ta nel Giappone e che, di conseguenza, bisognava concedere un
voto di fiducia agli anarchici dell’Estremo Oriente. Quest’assenso,
77
da parte dei movimenti d’Europa e d’America, non sarebbe stato
espresso senza la presenza nel comunicato, del nome di Yamaga.
La sua influenza era tanto determinante, dato che egli aveva il
polso della situazione dopo tanti anni di instancabile militanza,
che nessuno se la senti di rifiutare la decisione nipponica. Più
avanti vedremo i motivi che portarono allo scioglimento della
FAJ.
Gli anarchici giapponesi han reso il giusto omaggio a Taiji
Yamaga. Esistono due profili biografici, a cura di Kou Mukai e
Selichi A. Miura, che possono considerarsi i primi contributi per
una lunga biografia che Yamaga merita. È comunque necessaria la
presenza di un gruppo di generosi che frughi nelle pagine di tre
quarti di secolo di stampa anarchica per compilare un elenco degli
scritti di Yamaga, sebbene il pensiero del nostro personaggio, che
deve trovarsi sparso per tutte le zone della terra nelle innumerevo­
li lettere spedite da lui ai quattro punti cardinali del mondo, non
potrà essere conservato nella sua completezza, poiché rimane sco­
nosciuta una buona parte dei suoi corrispondenti.
In un grazioso porto di pescatori, Numazu, dove insegna la
figlia di Yamaga, Aino, e dove si ritirò, alla morte di Yamaga, la
sua compagna Mika, esiste un piccolo « museo » con tutto ciò
che si è potuto raccogliere di questo grande libertario dell’Estremo
Oriente. Tra ciò che desta più curiosità, sono alcuni modelli di ca­
ratteri giapponese e « romanji », un rudimentale rullo, una lastra
fissa, una compositrice ed alcune mollette. Cose assolutamente
semplici e che, comunque, furono gli strumenti con cui Yamga
riusci ad equiparare l’anarchismo giapponese a tutti i movimenti
anarchici del mondo.
16 Epilogo dell’Epoca Eroica
Le traduzioni in giapponese del pensiero progressista occiden­
tale portate a termine da Nakae, Osugi, Ishikawa ed altri fecero si
che la marea del socialismo e dell’anarchismo intemazionale som­
mergesse il Giappone e lo ponesse alla pari con le agitazioni rivo­
luzionarie mondiali. Il messaggio che Yamaga ha diffuso, in ma­
niera continua, a tutti i suoi corrispondenti sparsi per tutto il
mondo, ha contribuito, in senso inverso alla conoscenza delle
78
azioni del movimento anarchico giapponese da parte degli anarchi­
ci d’Europa e di America. Yamaga evidenziava, così, che in Giap­
pone esisteva un movimento, minoritario, certamente, che rifiu­
tava di venire assorbito dalla nuova religione del marxismo, favo­
rito, quest’ultimo, dalle grandi quantità di letteratura e denaro in­
vestite nell’arcipelago dall’URSS e dalla Cina, che cercavano,
tutt’e due, di frapporre, tra America e Asia, un piccolo avampo­
sto che ostacolasse le ingerenze statunitensi nel Grande Continen­
te.
L’esserci concentrati sulla vita di Taiji Yamaga ha fatto sì che
toccassimo con velocità eccessiva le decadi che precedettero la Se­
conda Guerra Mondiale.
Assassinati Osugi, Huruta, Nakahama; suicidatisi Goto, Ka-
neko; morto per i maltrattamenti subiti nel carcere Muraki; in­
carcerato Boku Retsu; all’estero Yamaga; seppelliti nella fossa
comune, insieme alle vittime del terremoto del I settembre 1923,
le centinaia di libertari assassinati dall’esercito e dalla polizia; in­
carcerati molti altri, vittime delle violenze statali e di un program­
ma di « epurazione » sostenuto dall’esercito con l’obiettivo di di­
struggere l’anarchismo nell’arcipelago, ci si dovrebbe arrendere
alla logica e concludere che, in effetti, le idee libertarie dovevano
essere rimaste senza divulgatori nel paese.
Inspiegabilmente c’erano ancora rimasti degli anarchici e nel
1926, quando venivano assassinati in carcere i componenti il
« Gruppo Ghigliottina » e si suicidavano quelli che volevano gio­
care la « giustizia » dello Stato o scomparivano dalle loro abitazio­
ni i militanti più conosciuti, lo sviluppo della « Jiyu Rengo Dantai
Zenkoku Kaigi » (Libera Federazione dei Sindacati Anarchici) as­
sunse dimensioni sorprendenti nell’ambiente di lavoro nel mentre
che una gioventù appena entrata nell’agone sociale si presenta
apertamente nella lotta e diffonde in pubblico il suo organo d’e­
spressione « Kuro Seinen » (Gioventù Nera), portavoce dell’orga­
nizzazione dallo stesso nome.
Questo stato di cose, la repressione da una parte e la volontà
di lotta dall’altra, continuò ad esserci fino al 1937. Quest’anno
vede l’invasione della Cina da parte dell’esercito giapponese e, ri­
fugiandosi nel luogo comune della sicurezza nazionale, lo Stato
scatena un’offensiva di massacro e di sterminio contro tutti i rivo­
79
luzionari. Si può salvare solo chi è riuscito a fuggire, chi riesce a
nascondersi o chi cambia d’abitazione nascondendo le proprie idee
ai colleghi di lavoro ed ai vicini.
Dal 1937 al 1945, quando finisce la Seconda Guerra Mon­
diale, il Giappone è un paese in concentramento, dalla stampa im­
bavagliata e coi cittadini traumatizzati.
Se all’epoca eroica dell’anarchismo giapponese occorresse da­
re una data concreta per indicarne la fine, reputiamo che questa
dovrebbe essere il 7 luglio 1937, giorno in cui il Giappone invade
la Cina ed inizia la guerra nota come quella dei tre sette.
Dal primo organo d’espressione libertaria « Heimin Shim-
bun » agli inizi del secolo fino ai numeri sporadici degli anni tren­
ta, il movimento libertario giapponese non interruppe la pubblica­
zione di periodici, opuscoli e letteratura anarchica attraverso la
quale si potrebbe delineare il calvario di questo movimento di
martiri. Disgraziatamente, la presenza di due guerre mondiali co­
me anche la guerra russo-giapponese del 1904-’05, l’altra guerra
cino-giapponese iniziata nel 1937 confluita nella Seconda Guerra
Mondiale, ed in aggiunta a tutto questo la presenza di un regime
repressivo inconcepibile nei paesi dell’Occidente ad eccezione dei
paesi sottomessi alle dittature nere e rosse, rende molto difficile la
possibilità di raccogliere tutta questa documentazione che, se re­
cuperata, giustificherebbe la costituzione di una emeroteca specia­
lizzata nel movimento anarchico giapponese.
In questo scritto abbiamo avuto occasione di indicare qualche
titolo di pubblicazione libertaria giapponese, aggiungendo, ad in­
tervalli, lo « Heimin Shimbun », la rivista fondata da Kotoku, in­
sieme a Toshihito Sakai nel 1903, quando l’Associazione Sociali­
sta non s’era ancora sciolta in conseguenza della presa di posizio­
ne libertaria ed autoritaria assunta, rispettivamente, da Kotoku e
da Sen Katayama. Dopo il congresso che vede la scissione della
Shakai Shugi Kyokai i giorni 17 febbraio e seguenti, lo « Heimin
Shimbun » continuò con la direzione di Kotoku ma rimase vitti­
ma della prima di una lunga catena di divieti. Kotoku, privato del
suo portavoce, mantenne la collaborazione al « Hikari » (Lampo)
pubblicato da Kojiro Nishikawa e Kohen Yamaguchi nel 1905,
che era una pubblicazione quindicinale. Allo stesso tempo Kotoku
collaborava anche allo « Shinkigen » (Nuova Epoca), che era di-
80
retto da Sanshiro Ishikawa, Naoe Kinoshita ed Isoo Abe. Quando
ritornò dagli Stati Uniti riuscì, grazie al contributo economico di
un amico, a far uscire di nuovo lo « Heimin Shimbun » come
quotidiano e, di nuovo sospeso, creò « Chozugen » (Avanti).
Morto Kotoku, Osugi prese la responsabilità di dare conti­
nuità all’espressione scritta cominciando col « Kindai Shisoo » (I-
dea Moderna), nel 1913, continuando col « Heimin Shimbun »
ancora, stavolta coll’aiuto di Taiji Yamaga, nel 1914. Qando vie­
ne la nuova probizione del periodico Osugi fonda « Rodo Shim­
bun » (Giornale del Lavoro) e, vietato quest’ultimo, « Rodo Un-
do » (Movimento Operaio). Questo accade nel 1921 e due anni
dopo verrà assassinato dal capitano Amakasu agli ordini del gene­
rale Fukuda.
Non è possibile fare un elenco completo della stampa liberta­
ria giapponese dell’epoca eroica. C’era la stampa contadina « Ko-
sakunin Shimbun » (Giornale del Contadino), i portavoce della
violenza « Kuro Te » (La Mano Nera). « Kokushoku Shimbuin »
(Fronte Nero), gli organi associativi « Jiyu Rengo » (Federazione
Libera), « Toyo Shakai Shimbun » (Giornale dell’Oriente Socia­
le), riviste culturali « Kaiho Bunka » (Emancipazione e Cultura),
portavoce della gioventù « Kuro Seinen » (Gioventù Nera), titoli
aggressivi come « Kuro Hata » (Bandiera Nera) o semplicemente
descrittivi come « JiyoJin » (D Libertario).
Con questa descrizione siamo comunque molto lontani dall’a-
ver offerto l’elenco esauriente degli organi d’espressione anarchica
giapponese ma rimane in chiara evidenza che il movimento liber­
tario in Giappone era presente in una gamma molto assortita di
periodici che non sarebbero stati possibili se non fosse esistito un
pubblico che li seguiva. Il movimento anarchico era, quindi, soli­
damente radicato nel suolo giapponese.
Un giornale dal titolo « Anarchismo » non figura nell’elenco
della stampa libertaria della prima epoca. La ragione secondo gli
anarchici consultati, risiede nel fatto che la traduzione della parola
anarchismo non è semplice. I greci definirono con radici e prefissi
esatti un regime senza autorità nè governo. Col prefisso a e con i
sostantivi crazìa o archìa Proudhon riuscì a dare un nome ad un
corpo di dottrine sociali noto, in tutto l’Occidente, come anar­
chia. Queste radici e questi prefissi non sono presenti nella lingua
81
giapponese, strettamente connessa con la rigidità ideografica cine­
se.
L’espressione più vicina a ciò che significa anarchia è costi­
tuita, in giapponese, dalla parola composta « Museihushugi ».
Questo vocabolo è composto di sette segni ideografici cinesi, quat­
tro dei quali si abbreviano in due, significando, ognuno dei cinque
segni risultanti « mu » = assenza, « sei » = regime politico,
« hu » = organismo, « shu » = principio e « gi » = suffisso che
significa ismo. Da ciò dipende il fatto che un nome così complica­
to non compare come titolò di giornali e che gli anarchici giappo­
nesi sono propensi ad usare la voce « Jiyu » o « Jin » (Libero).
Le gesta anarchiche dell’epoca eroica sono connesse alla re­
pressione delle autorità contro il movimento libertario. I crimini
di massa perpetrati contro Kotoku ed i suoi undici compagni, con­
tro Osugi, la sua compagna Noe Itoo e l’innocente bambino di 7
anni Sooichi, contro tutti quegli anarchici che non riuscirono a
sfuggire alle retate del settembre 1923, contro il « Gruppo Ghi­
gliottina », contro tutti i libertari che vennero assassinati nel
1937.
Se gli anarchici non avessero costituito una minaccia, per il
loro numero e la loro influenza, alla sicurezza dello Stato, la re­
pressione non si sarebbe manifestata in maniera tanto brutale.
L’anarchismo, ed i libri che ne trattavano, era considerato
tanto corrosivo che quando nel 1920 un professore della Facoltà
di Economia dell’Università di Tokio pubblica, sull’organo
dell’Università, uno « Studio del Pensiero Sociale di Kropotkin »,
la polizia incarcera l’insegnante, N. Morito, e, una volta scontata
la sua condanna, le autorità universitarie gli vietano l’insegna­
mento dovendo, infine, espatriare dato che figurando sulla lista
nera, non può trovare lavoro in alcuna parte del Giappone.
Nel 1926, in occasione del cinquantenario della morte di
Bakunin, il movimento anarchico organizzò un incontro a Tokio.
Sei militanti libertari avrebbero dovuto prendere la parola uno di
seguito all’altro ma i sei furono arrestati ed incarcerati. Fu l’anno
del caso del coreano libertario Boku Retsu e della sua compagna
Humi Kaneko, accusati di attentare alla vita dell’imperatore,
spingendo Kaneko al suicidio, fu l’anno in cui impiccarono Tetsu
Nakahama ma fu anche l’anno della risurrezione giovanile, con la
82
creazione della « Kuro Seinen Rengo » (Federazione della Gio­
ventù Nera) e del suo organo « Kuro Seinen » e, infine, fu l’anno
che vide l’apparizione, insieme allo « Heimin Shimbun » del
« Jiyu Rengo » (Federazione Libera), organo della « Jiyu Rengo
Dantai Zenkoku Kaigi », la Federazione dei Sindacati Anarcosin-
dacalisti.
Dell’importanza dei sindacati d’ispirazione anarchica nel
Giappone, al tempo eroico del sindacalismo del paese dà una palli­
da idea lo sciopero della « Nibou Senju Kaisha », una fabbrica do­
ve 180 uomini e 60 donne erano iscritti al sindacato apolitico.
Nel 1927 due lavoratori vennero licenziati ingiustamente. Di
fronte alla protesta degli altri lavoratori il padrone rifiutò di reinte­
grare ai loro posti i licenziati ed i lavoratori scesero in sciopero.
Occuparono la fabbrica e rifiutarono di abbandonare i posti di la­
voro. Il padrone, coll’aiuto della polizia, fece circondare l’edificio
in modo da impedire il passaggio di viveri e di rinforzi agli assedia­
ti. Lo sciopero si estese, per solidarietà, a molte altre fabbriche e
stabilimenti vicini alla « Nibou Senju Kaisha » ed in diverse occa­
sioni l’abitazione del padrone venne presa d’assalto dai lavoratori
del luogo e dai famigliari degli assediati, obbligando il borghese a
rifugiarsi nel Commissariato di polizia. Dopo cinque giorni alcuni
lavoratori, già sottoalimentati in periodi normali, cominciarono a
svenire ma quando vennero portati in ospedale il medico si rifiutò
di assisterli. Fu necessaria la presenza minacciosa dei gruppi di
azione sindacalista perché il giuramento di Ippocrate venisse man­
tenuto e gli infermi fossero ricoverati.
Nella notte del I maggio un militante anarcosindacalista s’ar­
rampicò in cima all’alta ciminiera della fabbrica, a 30 metri d’al­
tezza, piantandovi la bandiera nera e rifiutando di scendere finché
la lotta non si fosse risolta a favore dei lavoratori. In quello stesso
Primo Maggio, il Sindacato tenne una manifestazione davanti alla
fabbrica e, rompendo i cordoni della polizia, penetrò nei locali del­
la fabbrica portando soccorsi a coloro che avevano iniziato lo scio­
pero della fame. Il contrasto divenne sempre più imbarazzante per
le autorità e queste ordinarono al padrone di raggiungere un ac­
cordo con gli scioperanti, concedendo, infine, l’assistenza medica
per tutti, il pagamento retroattivo di tutti i salari ed un compenso
di 1.500 yen, il riconoscimento dei tre giorni seguenti la fine del­
83
lo sciopero come giorni festivi retribuiti e, ancora, la riassunzione
dei lavoratori licenziati. Lo sciopero durò 22 giorni, dal 21 aprile
all’11 maggio. D giorno 12 maggio dovettero salire fino alla cima
della ciminiera per far scendere, esausto, il coraggioso dimostran­
te che aveva resistito dodici giorni in una posizione quasi suicida.
Dovette essere ricoverato in un ospedale.
Non sempre anarchici e sindacalisti rivoluzionari furono uni­
ti. I secondi avevano stabilito i primi contatti nel 1923, l’anno
che venne organizzata la « Jiyu Rengo », con la sede dell’Asso­
ciazione Internazionale dei Lavoratori in Europa e, a somiglianza
di alcuni paesi occidentali, molti e diversi contrasti dividevano gli
anarchici e gli anarcosindacalisti, soprattutto per quanto riguarda
i punti teorici. D ruolo dei contadini, per esempio, rispetto ai lavo­
ratori dell’industria, era uno dei problemi in discussione in riferi­
mento, di fatto, al comportamento della I.W.W. (Industriai World
Workers) degli Stati Uniti, che esclude, come indica il nome stes­
so, il lavoratore dei campi.
D pericolo costante che minacciava gli anarchici e gli anarco­
sindacalisti per la presenza di un regime repressivo che non dava
pace nè tregua, favorì il superamento delle molte divergenze che,
viste in distanza, assomigliano alle discussioni dei monaci bizanti­
ni sul sesso degli angeli. Nel 1930 si giunge all’unificazione delle
tendenze e, dopo la ratifica dell’adesione all’interno dell’A.I.T. si
approva e si pubblica per la prima volta in Giappone, una Dichia­
razione di Principi anarcosindacalisti.
La situazione di contrasto contro il padronato giapponese si
faceva sempre più violenta. L’avvento Meiji, nel 1868, favori la
concentrazione delle ricchezze delle famiglie più benestanti
dell’impero originando veri monopòli e trust che trasformavano il
lavoratore in un indefesso lottatore contro l’immensa forza dei
grossi proprietari. Questa associazione padronale è nota col nome
di « Zaibatsu ». Gli Stati Uniti la sciolsero nel 1945 ma è tornata
a riorganizzarsi con maggior forza di prima.
Compagnie come la Mitsui, la Sumitomo, la Daiichi Bussan,
la Mitsubishi giunsero a rappresentare l’80 per cento del potere
industriale giapponese di prima della guerra e nel confronto con
questa « Zaibatsu » enorme, la « Jiyu Rengo » doveva piegarsi o
spezzarsi. Le altre unioni sindacali, influenzate da leader come
84
Bunji Suzuki, si piegarono ai voleri della « Zaibatsu » che domi­
nava, pure, la Dieta giapponese, il parlamento del paese, compra­
ta a forza di yen.
Nel Giappone dell’anteguerra c’erano quattro grandi « bat-
su » : quella dei militari o « Gumbatsu », quella della corte e della
nobiltà o « Mombatsu », quella della burocrazia, che cominciava
già a premere, o « Kambatsu » e la già ricordata « Zaibatsu ».
Questa, che era quella della plutocrazia, dominava apertamente le
altre tre, ma dato che gli interessi degli uni erano gli interessi di
tutti, l’unità di tutti loro, di fronte alle classi lavoratrici non po­
neva difficoltà.
Per il raggiungimento dei loro scopi la « Zaibatsu » sottomi­
se, a forza di milioni, i partiti maggioritari della Dieta, il
« Seiyukai » e il « Minseito ». Nel 1927 due terzi del parlamento
giapponese non avevano legami colla « Zaibatsu ». Nel 1923-’24
Sanji Muto ed il marchese Ito, i grandi magnati dell’industria tes­
sile e dell’elettricità offrirono 250.000 yen alla polizia perché que­
sta distruggesse il movimento operaio. Inoltre la « Zaibatsu » im­
pose che venisse votata, nel 1925, la « Legge Contro i Movimen­
ti Pericolosi » che permetteva la perquisizione domiciliare e tre
anni dopo, l’attuale imperatore firmava un decreto in cui si consi­
deravano i « Movimenti Pericolosi » come passibili di punizione
colla pena suprema. Dalla firma del decreto fino al 1931 vennero
arrestati più di 10.000 lavoratori e progressisti in nome di questa
legge iniqua.
Più tardi venne promulgata un’altra legge, quella del « Man­
tenimento della Pace Pubblica » che permise, i giorni 11 e 12 no­
vembre 1935, la perquisizione e la dissoluzione di tutte le sezioni
della « Jiyu Rengo » a Kanda, Kioto, Osaka, Tokio, Kobe, Na-
goya, Fukuoka e in tutte le grandi città dell’arcipelago dove le fe­
derazioni anarcosindacaliste erano una minaccia per il governo.
Quasi 300 incarcerazioni e l’assassinio dei militanti più in vista fu
il risultato di queste due tragiche giornate.
Questa foga contro gli anarchici obbediva ad un piano presta­
bilito tendente ad aumentare le smisurate ambizioni delle « bat-
su », e soprattutto la « Zaibatsu » e la « Guambatsu » : la guerra
contro la Cina che apri al Giappone una fonte inesauribile di ma­
terie prime, di cui è sempre stato deficitario, e costituì un’occa-
85
sione, da parte dei militari, assetati di potere, di mettersi in mo­
stra. Quando nel 1937 il Giappone dichiara guerra alla Cina il
movimento rivoluzionario giapponese ha cessato di costituire una
minaccia per quelli che volevano conquistare la Cina ed in seguito
il mondo.
Alla fine della guerra mondiale, nel 1945, tutte le grandi fa­
miglie avevano sestuplicato le loro grandi fortune. Il popolo giap­
ponese aveva perduto la guerra, era stato l’unico a subire le con­
seguenze indescrivibili delle bombe atomiche di Hiroshima e Na­
gasaki, dovette trascorrere quindici anni di privazioni e miserie,
subi l’onta di vedere la sua terra, mai calpestata da esercito nemi­
co, occupata dagli stivali dei pretoriani dello Zio Sam. All’oppo­
sto, in modo paradossale per questa società ingiusta, la causa di
tutti i suoi mali, quella che spinse il Giappone alla guerra, veniva
premiata con una grande fortuna accumulata su milioni di cadave­
ri e, ulteriore beffa, veniva caldamente sollecitata dalle « forze vi­
ve » del paese e dalle istanze dell’occupante, perché desse il suo
aiuto a beneficio della ricostruzione del paese distrutto. La « Zai-
batsu » aveva vinto la guerra.

86
ni

IL GIAPPONE OGGI
(1945 -1974)
17 1945: Inventario Sconsolante
Al termine della Seconda Guerra Mondiale il Giappone fece
un bilancio di ciò che aveva perduto e di ciò che ancora gli rima­
neva. L’inventario non avrebbe potuto essere più desolante: l’in­
dustria pesante completamente paralizzata, tutte le città, ad ecce­
zione di Kyoto e Nara (21), in gran parte distrutte, la marina
mercantile affondata completamente — il 95 per cento secondo
dati degni di fede — le risaie rovinate e gli alimentari razionati al
massimo. In base all’accordo deciso dagli alleati al Cairo, nel
1943, il Giappone perdeva Formosa, la Corea, la Manciuria, le
Isole dei Pescatori e da parte loro gli Stati Uniti prendevano pos­
sesso di Okinawa e delle isole del Pacifico. Al nord la Russia si an­
netteva le isole Kurili e la metà meridionale della penisola di
Sakhalin.
Mac Arthur ordinò il congedo delle truppe nipponiche ed il
rimpatrio di tutti i soldati e marinai oltremare. Contemporanea­
mente venivano chiuse le fabbriche che erano ancora in piedi per­
chè, direttamente o indirettamente, avevano lavorato per la guer­
ra. Vennero soppressi i ministeri della Marina e dell’Esercito. D
paese si riempi di gente senza lavoro facendo intravedere, per
l’immediato futuro, le peggiori prospettive possibili.
Il tribunale militare internazionale giudicò migliaia di crimi­
nali di guerra. Tojo e sei dei suoi furono condannati alla forca,
altri sedici condannati all’ergastolo. 4.200 giapponesi furono di-
87
chiarati colpevoli da altri tribunali. Circa 700 furono giustiziati.
Le forze d’occupazione ordinarono di liberare i prigionieri politici
del Mikado, assicurarono la libertà di parola e di stampa così co­
me vollero la soppressione di tutte le organizzazioni militari e pa­
ramilitari. Vennero epurati, con l’esplicita proibizione di occupar­
si di cose pubbliche, 200.000 giapponesi.
Premendo per una « democratizzazione » a marce forzate, i
nordamericani disposero degli emendamenti alla legge elettorale
affinché anche le donne potessero votare e venisse ridotta, l’età
per il voto, a 20 anni.
Il 3 maggio 1947, in accordo coll’abbozzo di progetto pre­
sentato da Mac Arthur, viene promulgata l’attuale Costituzione
che per la prima volta nel Giappone, afferma che « il potere sovra­
no risiede nel popolo ». La cosa più rilevante di questa Costituzio­
ne è concentrata, comunque, nel suo Articolo 9: « Aspirando
sinceramente ad una pace internazionale basata sulla giustizia e
sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra
come diritto sovrano della nazione, ed alla minaccia o l’impiego
della forza come mezzo per risolvere i contrasti intemazionali ».
« Allo scopo di realizzare il proposito espresso nel paragrafo
precedente, non si manterranno forze di terra, mare e aria, cosi
come qualsiasi altro potenziale bellico. D diritto di belligeranza
dello Stato non verrà riconosciuto ».
Trascorrerà poco tempo prima che il supremo articolo della
Costituzione del 1947 sarà preso in giro cinicamente dai gover­
nanti giapponesi.
La perdita di tutti i possedimenti insulari e continentali ridus­
se la superficie del Giappone a 369.831 kilometri quadrati. La sua
popolazione, al termine della guerra nel 1945 assommava a circa
75.000.000 di abitanti. Se teniamo presente che il Giappone è un
paese montagnoso dove solo il 15 per cento del suolo è coltivabile,
ci renderemo perfettamente conto della situazione tragica che il
popolo giapponese aveva di fronte quando, alla resa agli alleati il
15 agosto 1945, iniziava la risalita dal fondo abissale in cui i suoi
ambiziosi governanti l’avevano cacciato.
D’altra parte, le autorità d’occupazione, timorose di una re­
surrezione economica giapponese che avrebbe pregiudicato l’e­
spansione economica americana, erano riluttanti a facilitare la
88
riorganizzazione industriale del paese. Oltre allo scioglimento di
ogni struttura militare e la conseguente sparizione della « Gum-
batsu », Mac Arthur ordinò la completa disarticolazione della
« Zaibatsu » impedendo, in tal modo, la riorganizzazione dell’in­
dustria giapponese secondo le vecchie regole. Gli occupanti si de­
dicarono, in primo luogo, alla pianificazione di una riforma agra­
ria che permettesse, colla sintesi di teoria e pratica, uno sfrutta­
mento più intenso e razionale del suolo giapponese. I latifondisti
che non vivevano nelle loro terre dovevano, con la suddetta rifor­
ma, venderle ad un organismo designato allo scopo. Questa dispo­
sizione non valeva per coloro che possedevano meno di un ettaro
(4 nell’isola settentrionale di Hokkaido). Le terre così acquisite
venivano concesse ai contadini con scadenze di 30 anni di paga­
mento. D prezzo delle terre veniva fissato in base alle somme sta­
bilite prima della guerra per cui, data l’inflazione, i latifondisti ri­
sultavano, in pratica, espropriati poiché percepivano una decima
parte del valore reale della proprietà. Nel 1952 la riforma agraria
interessava già il 92 per cento delle terre coltivabili.
Avviare un paese così sovrappopolato e con così poco suolo
coltivabile su un futuro agricolo era un controsenso. Una situazio­
ne tanto negativa poteva venir modificata solamente dai massicci
aiuti che apportavano gli Stati Uniti. Dal 1945 al 1952 questi aiu­
ti economici raggiunsero l’esagerata somma di 2.000.000.000 di
dollari. Il paese era in una condizione di indigenza con una piccola
massa di contadini occupati e la maggioranza della popolazione
condannata alla disoccupazione forzata.
18 II « Boom » economico
Fu la guerra di Corea che permise il ribaltamento completo
della situazione. Il Giappone cessò di essere il nemico degli Stati
Uniti e gli si permise l’organizzazione accelerata della sua indu­
stria che, in due anni, vendette agli Stati Uniti merci per un valo­
re di 4.000 milioni di dollari. Si istituì lo scambio importazione-e­
sportazione, aumentò in maniera sostanziosa il potere d’acquisto
del giapponese e dopo le inevitabili crisi di riorganizzazione, il
Giappone conseguiva, a partire dal 1955, un saldo attivo nel suo
bilancio commerciale con l’estero.(22)
89
La « Zaibatsu », proibita e condannata, dimostrò le sue pro­
prietà poliedriche e divenne dominante nell’industria pesante, le
banche, l’esportazione. Perse il « batsu », conservò il « zai » e di­
venne « Zaikai » (23)
Poiché nulla era rimasto in piedi come risultato della guerra
perduta, gli industriali utilizzarono gli anni di prosperità offerti
dalla guerra di Corea per riammodernare tutta l’industria, gli alti-
forni, i cantieri navali, le ferrovie, le banche e tutto ciò che avesse
bisogno di un aggiornamento per poter far fronte al commercio e-
stero. L’aumento annuale della produzione del Giappone si man­
tenne sopra l’8 per cento. Il Giappone divenne il primo produttore
di naviglio nel mondo, il quarto per l’acciaio, il quinto per auto­
mobili, il secondo per l’industria cinematografica il sesto per l’e­
nergia elettrica.
I prodotti giapponesi invadono il mondo e questo reagisce in
mille e una maniera diversa per contrastare la marea nipponica. In
Inghilterra le Trade Unions si accordano per appoggiare economi­
camente gli operai dell’acciaio giapponesi in sciopero per ottenere
aumenti sostanziosi dei salari che obblighino gli industriali ad au­
mentare i prezzi dei tessuti e subire la concorrenza dei generi fab­
bricati nei paesi in cui la manodopera è meglio retribuita. Gli Stati
Uniti impediscono l’entrata, in tutti i loro porti del Pacifico, dei
prodotti tessili giapponesi, per il fatto che questi costano la metà
di quelli fabbricati negli Stati Uniti. I giapponesi non si spaventano
e continuano ad acquistare cotone, che essi non producono, da
qualunque parte, compresa la Louisiana. Questa materia prima
viene imbarcata a San Francisco, attraversa il Pacifico, viene lavo­
rata nelle moderne tessiture di Kyushu e Honshu, i prodotti finiti
vengono caricati su navi a Osaka e Yokohama e questi, con scali a
Calcutta, Suez, Marsiglia e Rotterdam, giungono a New York,
dove non esistono proibizioni per i tessuti lavorati giapponesi, per
terminare, infine, come capi di vestiario per i proprietari di pian­
tagioni di cotone americani. Il capo nelle sue diverse fasi di tra­
sformazione, avrà fatto il giro completo del mondo e l’americano
che lo compra risparmierà di più che comprandone uno di uguale
qualità fabbricato in patria.
II Giappone, che inizia esportando prodotti di qualità inferio­
re a quelli europei ed americani, riesce, in seguito, ad imporsi per
90
la qualità. La manodopera giapponese diviene molto più redditizia
di molte altre.
Il Giappone entra anche sul terreno politico e su quello socia­
le. L’8 settembre 1951 quarantotto nazioni firmano il Trattato di
Pace col Giappone. Nello stesso giorno, Giappone e Stati Uniti fir­
mano un trattato di sicurezza che autorizza gli Stati Uniti a man­
tenere delle truppe sul suolo giapponese e li obbliga a difendere il
Giappone in caso di attacco.
Inizia la guerra fredda e gli Stati Uniti cessano di vedere un
nemico nel Giappone e cercano di approfittare della sua posizione
strategica : le sue innumerevoli isole sono un avamposto ideale per
prevenire qualsiasi offensiva continentale, venga questa dalla Rus­
sia oppure dalla Cina.
11 trattato di Sicurezza che diverrà il bersaglio degli attacchi
della sinistra rivoluzionaria giapponese per tutto il tempo della sua
durata, che è indefinita poiché viene prorogata ogni dieci anni, è
steso in una maniera ingenua per il resto. Inizia cosi : « Il Giappo­
ne ha firmato, oggi, un trattato di pace con le potenze alleate.
Quando entrerà in vigore, il Giappone non possiederà alcun mez­
zo efficace per esercitare il suo diritto fondamentale di autodifesa,
poiché è stato disarmato ».
« In questa situazione il Giappone è in pericolo, a causa del
militarismo irresponsabile che non è scomparso ancora dal mon­
do (24)... » e più avanti: « Per esercitare questi diritti, il Giappo­
ne desidera, come accordo provvisorio per la propria difesa, che
gli Stati Uniti d’America mantengano proprie forze armate nel
Giappone... ».
Il Giappone manterrà il suo ritmo lungo tutti questi anni.
Economicamente parlando ha superato tutti i paesi ad eccezione
dei super-grandi Stati Uniti e U.R.S.S. La crisi del petrolio ha fre­
nato questa avanzata vorticosa che, dopo 30 anni, non mostra
sintomi di rallentamento. L’ha frenata ma solo per il momento. I
paesi industrializzati hanno anch’essi accusato il colpo e la riorga­
nizzazione si effettua a livello internazionale per cui, una volta su­
perata la crisi, la marcia in avanti riprenderà. Attualmente, con
104 milioni di abitanti, il Giappone dispone di maggior quantità
di manodopera del Mercato Comune, esporta per un valore di
38.000 milioni di dollari ed importa per 31-000 milioni, appor-
91
tando, il suo commercio coll’estero, un’eccedenza attiva di 7.000
milioni di dollari. Domina il commercio di tutta l’area del Sud-est
Asiatico, dall’India alla Nuova Guinea, è il primo esportatore di
apparecchi fotografici, di motociclette, di navi-cisterna, il secondo
di automobili, di orologi, di macchine calcolatrici, di pellicole cine­
matografiche. Ogni complesso industriale nipponico è capace di di-
^versificare la propria produzione in migliaia di articoli come la dit­
ta Itachi che avendo iniziato come produttrice di equipaggiamenti
elettrici è diventata, oggi, produttrice di 10.000 prodotti diversi
che vanno dai veloci treni « Hikari » che percorrono il tratto
Tokio-Osaka a 250 kilometri all’ora, rasoi elettrici, passando per
ogni tipo di turbine, di transistors, oggetti di plastica, televisori
ecc.
Il « miracolo giapponese » ha superato tutti i miracoli econo­
mici registrati in queste ultime decadi.
I sociologi e gli economisti cercano di interpretare il « mira­
colo », senza che vi sia molto accordo nelle conclusioni. La mag­
gior parte pone il lavoratore giapponese come fattore principale
della crescita economica. D giapponese è parco, abile, dignitoso.
Sono anni che l’analfabetismo è stato sradicato dal paese. Vi sono
giornali, come lo « Asahi » e lo « Yomiuri Shimbun », che tirano
9.000.000 di copie giornaliere ognuno. D mondo del lavoro rico­
nosce poche feste ed il lavoratore fa di solito molte ore straordina­
rie per riequilibrare un bilancio terribilmente instabile a causa
dell’inflazione, il che, secondo alcuni economisti è all’origine del
« boom » economico. D’altre parte, il giapponese si è adeguato al­
la società dei consumi e per l’industria ed il commercio nipponici
104 milioni di consumatori costituiscono una garanzia stabile per
collocare i loro prodotti. Quando il lavoratore si abitua alla società
del consumo e comincia ad acquistare merci per la propria como­
dità e per quella della sua famiglia s’instaura, contemporaneamen­
te, il processo obbligato di indebitamento per l’acquisto dell’ap­
partamento, del televisore, dell’auto e tutto ciò ostacola il ricorso
allo sciopero che, in circostanze differenti, forse verrebbe preso in
considerazione.
Kan Eguchi, un importante ed erudito anarchico giapponese,
sulla base delle asserzioni di un economista « meritevole di atten­
zione », indica come ragioni di tutto ciò :
92
« a. - All’origine troviamo la rovina completa dell’economia
causata dalla guerra. La spinta alla ricostruzione è stata prepotente
e coloro che avevano goduto di un certo standard di vita, prima
della guerra, hanno cercato di aumentare le loro entrate ».
« b. - Le circostanze favorivano, da un lato, la presenza della
tecnica e, dall’altro, quella di persone necessarie alla produzione.
Il livello di educazione dei lavoratori era elevato ed eccellente l’a­
bilità degli addetti ».
« c. - Una serie di riforme ‘ democratiche ’ vennero fatte
alla fine della guerra (imposte dagli occupanti), quali il ristabili­
mento dei diritti fondamentali dei lavoratori ed una riforma agra­
ria che hanno elevato, tutt’e due, il livello di vita dei lavoratori ed
hanno incoraggiato la loro volontà di lavorare provocando, in tal
modo, un incremento della domanda nel paese. Inoltre, una serie
di misure contro i monopòli che hanno permesso l’entrata in sce­
na di giovani e dinamici amministratori che hanno sostituito i vec­
chi ».
« d. - La situazione di sotto-sviluppo del Giappone ha svolto
due ruoli. I salari bassi in relazione a quelli dei paesi sviluppati ha
favorito l’esportazione. Vennero adottate due tecniche straniere:
la tecnica già in uso prima della guerra nei paesi più avanzati per
quanto riguarda le apparecchiature elettriche, l’automobile e le
nuove tecniche del dopo-guerra: l’elettronica, la petrolchimica,
l’energia atomica. Si aggiunga a ciò che l’innovazione delle tecni­
che permise un progresso accelerato ».
« e. - D governo giocò un ruolo importante nello sviluppo
economico. I suoi funzionari diressero il mondo industriale col fi­
ne di rinforzare le capacità di ognuno rispetto alla concorrenza in­
temazionale ».
19 II Problema del Lavoro
Il carattere imprenditoriale delle nuove generazioni seppe
orientare in maniera giusta il potenziale produttivo del lavoratore
giapponese. È fuori di dubbio che la popolazione attiva del paese,
calcolata in circa 60 milioni di produttori, rappresenta una forza
molto difficile da superare da parte delle forze produttive degli
altri paesi, considerate singolarmente. Maggior rendimento ora-
93
rio, più ore di lavoro alla settimana, meno giornate di ferie ogni
anno, installazione di macchinari più moderni di quelli rimasti di­
strutti dalla guerra precedente, salari più bassi all’inizio del « mi­
racolo », la convinzione di cominciare da zero ed addirittura al di
sotto dello zero e che la sopravvivenza dipendeva dal coraggio e
dalla dedizione, tutti ed ognuno di questi fattori debbono esser te­
nuti presenti se ci si vuol avvicinare alla spiegazione del « miraco­
lo economico giapponese ».
Miracolo, sia detto per inciso, che non va esente da inconve­
nienti. Ad un occidentale sarebbe impossibile adeguarsi al modo
di vita di un lavoratore giapponese ridotto, in apparenza, ai mini­
mi termini; l’inflazione, che come è logico, punisce il salariato
nella stessa proporzione in cui gratifica l’industriale e l’interme­
diario, raggiunge in Giappone livelli elevati che la crisi del petro­
lio ha accentuato ancora di più; la spersonalizzazione dell’uomo,
rinchiuso nelle viscere dei grandi complessi industriali e ridotto al­
la mera espressione di un numero; l’ammassamento nelle grandi
città, e, al loro interno, nei grandi blocchi multifamiliari con il
conseguente obbligato annullamento di una vita privata e, più de­
plorevole di tutto, l’inquinamento ambientale che nel Giappone,
particolarmente a Tokio, raggiunge percentuali riconosciute come
pericolose.
La disumanizzazione dell’uomo è strettamente connessa alla
presenza dei giganteschi complessi industriali. Il Giapponese, am­
massato come nessun abitante del globo, è un solitario permanen­
te. L’introversione di questo orientale è documentata dalla storia e
dalla letteratura e risulta senza alcun dubbio. Inoltre esiste l’alie­
nazione come conseguenza dell’altissimo livello di automatismo
cui ha condotto inesorabilmente il colosso industriale.
Affinché il miracolo non venisse meno e poiché lo spazio geo­
grafico giapponese era insufficiente, i dirigenti dell’economia giap­
ponese hanno proiettato oltre frontiera, non solo il prodotto finito
ma l’industria che lo realizza. Oggi le grandi aziende giapponesi
hanno fabbriche sparse per tutti i meridiani della terra. L’aumento
dei salari nel Giappone da un lato e la completa mancanza di ma­
terie prime del paese ha permesso questa soluzione. Dopo gli Stati
Uniti, il Giappone è il paese che ha il maggior numero di compa­
gnie multinazionali capaci, per il loro dislocamento in tutto il
94
mondo, di evadere le leggi nazionali di tutti i paesi più potenti, la
maggior parte delle volte, dello Stato stesso che concede loro l’au­
torizzazione a stabilirsi sul rispettivo territorio.
Vi sono fabbriche giapponesi in Brasile, in India, a Hong
Kong, in tutti i paesi del Sud-est Asiatico, in Australia, in nume­
rosi paesi dell’America latina, in Corea e perfino nei confini della
maggior potenza economica del mondo: gli Stati Uniti.
Questa situazione è a svantaggio del lavoratore giapponese e
viene molto astutamente sfruttata dal padrone che ottiene il pro­
dotto ad un costo più ridotto nelle fabbriche straniere per la qual
cosa non deve dipendere dalla produzione nazionale. Il Giappone
ha un mercato inesauribile di braccia in tutti i paesi del Sud-est
Asiatico ed ha disseminato di fabbriche le Filippine, l’Indonesia,
la Malesia, la Tailandia, il Viet-Nam e tutte queste regioni balca­
nizzate riescono, con l’uso di questo mercato di manodopera a po­
co prezzo, a mantenersi in testa alle esportazioni continuando ad
offrire il prodotto più economico ai mercati mondiali.
Anche riguardo alle leggi sul lavoro l’esercito d’occupazione
impose le sue decisioni. Considerando che l’egemonia della « Zai-
batsu » e della « Gumbatsu » era all’origine dell’aggressività nip­
ponica, l’occupante volle porre un freno a questa forza d’espan­
sione ed ordinò l’elaborazione di una legge sindacale che venne
approvata nel dicembre 1945. Questa legge conferiva ai lavoratori
il diritto di sindacarsi liberamente, di discutere e firmare contratti
collettivi col padronato ed ammetteva il diritto di sciopero. L’in­
tervento della polizia contro le masse lavoratrici venne limitato
drasticamente favorendo, in tal modo, lo sviluppo di un movi­
mento operaio promettente e forte.
20 II Sindacalismo fino al 1945
Il Giappone, come abbiamo già avuto occasione di notare,
non aveva mai goduto di libertà sindacali e tutti i tentativi sinda­
cali vennero soffocati sempre dalla polizia.
Si indica, come iniziatore del movimento sindacalista giappo­
nese il « Doshikwai » (Corporazione della Comunità dell’Amore),
creato dai tipografi nel 1890. Otto anni dopo sono i ferrovieri che
si organizzano su questo tipo di fratellanza non trascendente. Il
95
fermento operaio viene animato da Kotoku, Sakai, Katayama che
riescono a provocare scioperi efficaci e, molti di essi, vittoriosi.
Dell’entusiasmo popolare suscitato dalla propaganda sindacalista e
dall’azione diretta è una prova la manifestazione indetta, il mese
di aprile 1901, nel Mukoshima, per assistere alla quale si doveva
pagare un biglietto e, purtuttavia, 50.000 lavoratori lo compraro­
no. La polizia, temendo un pericoloso fermento in una moltitudi­
ne cosi considerevole ordinò che l’accesso non fosse consentito a
più di 5.000 persone e che i favoriti fossero coloro che arrivano
prima. 30.000 lavoratori passarono tutta la notte nel parco per po­
tersi disputare l’accesso al recinto.
Morti Kotoku ed i suoi undici compagni, portata spietata­
mente a termine la repressione contro i rivoluzionari, l’ambiente
parve propizio alla creazione, nel 1912, da parte di Bunji Suzuki,
della « Yuaikwai » (Società dell’Amore Fraterno) che non ebbe
maggior espansione poiché gli obiettivi erano limitati compren­
dendo, tra gli altri, quello dell’educazione dei lavoratori, le sotto-
scrizioni di aiuti e la cooperazione tra operai e padroni. Era certo
che con un simile programma la « Yuaikwai » non avrebbe avuto
problemi con le autorità. Della scarsa accoglienza che ebbe Suzuki
alla sua prima apparizione nel campo del lavoro è un fedele
riflesso il numero di iscritti che giunse ad ottenere la « Yuaik­
wai » : 50.000.
Alla fine della Prima Guerra Mondiale il malcontento popola­
re raggiunse vertici sensibili arrivando a gradi tali di violenza che
vennero incendiati negozi, magazzini, case di commercianti,
commissariati e municipi a causa dell’aumento del prezzo del riso
che aveva provocato l’aumento dei prezzi. Nell’ambiente del lavo­
ro il malcontento si manifestò con scioperi multipli registrando,
solo nel 1919, più di 500 sospensioni in tutto il paese. Nacquero,
contemporaneamente, numerosi sindacati di evidente imprepara­
zione, del che approfittò Bunji Suzuki per trasformare la sua
« Yuaikwai » nella « Nihon Rodo Sodomei » (Federazione Giap­
ponese del Lavoro) nel 1921. Suzuki è stato definito, dai rivolu­
zionari giapponesi, il Gompers del Giappone poiché il suo lavoro
di strumentalizzazione del mondo del lavoro era il riflesso fedele
del lavoro controrivoluzionario e conformista compiuto da Gom­
pers (25) negli Stati Uniti. La Rodo Sodomei godette sempre di
96
ampia libertà di movimento e fu anzi dal suo seno che il governo
scelse uno dei suoi membri come delegato governativo per rappre­
sentare il paese all’Organizzazione Intemazionale del Lavoro
(OIT) di Ginevra.
Parallelamente nacquero altre due federazioni sindacali, una
centrista, la « Nihon Rodo Zenkoku Hyogikai » (Consiglio Na­
zionale dei Sindacati Giapponesi) e la « Nihon Sangio Betsu Ro-
dokamai » (Congresso Nazionale dei Sindacati Giapponesi) che era
dominata dai comunisti.
Nonostante che le tre centrali sindacali collegassero più di
500 sindacati, il numero totale degli iscritti, nel 1927, non rag­
giungeva i 300.000 che significava un 8 per cento scarso della
manodopera giapponese.
Se, d’altra parte, prendiamo in considerazione che gli sciope­
ri in Giappone non cessarono mai, che nel 1921 gli operai, iscrit­
ti alle tre grandi centrali, dei cantieri navali di Kawasaki e Kobe,
dichiararono lo sciopero e organizzarono una manifestazione cui
parteciparono 30.000 lavoratori; che nel 1937 vennero dichiarati
3-000 scioperi coinvolgendo 200.000 operai; che nel 1931, in
conseguenza dell’incidente della Manciuria (26) le centrali sinda­
cali perdettero una gran parte degli iscritti perchè impartirono,
con Bunji Suzuki in prima linea, direttive favorevoli all’intervento
armato sul continente ; che il malessere sociale e del mondo del la­
voro aumentava sempre più,che, d’altra parte, l’attività dell’anar­
chismo in quei tempi eroici era presente in tutte le manifestazioni
popolari; qualsiasi studioso di storia sociale nipponica deve giun­
gere alla conclusione, dopo aver respinta la generazione spontanea
dei conflitti, che l’incessante lotta dei libertari era un fattore da
tenersi in considerazione per la spiegazione di tante situazioni
conflittuali.
Quando giunse l’apogeo militare, nel 1937, e l’invasione
della Cina venne decisa dalla « Gumbatsu » e dalla « Zaibatsu »,
le centrali operaie furono abolite. D tradimento di Suzuki divenne
palese quando accettò di andare negli Stati Uniti, in rappresentan­
za del governo nipponico, al fine di ottenere che i sindacati norda­
mericani non adottassero un’attitudine ostile verso il Giappone.
Dal 1937 fino al 1945, l’unico organismo « del lavoro » fu
un’associazione « Industriale Patriottica » a immagine e somi-
97
. glianza del corporativismo mussoliniano, del Fronte del Lavoro
Nazista tedesco e dei sindacati verticali del franchismo spagnolo.
Come le summenzionate organizzazioni europee, l’Industria­
le Patriottica obbligava l’iscrizione di ogni lavoratore così come di
ogni esecutivo, compreso il padrone o i soci dell’azienda. Il diret­
tore di ogni fabbrica, officina o complesso industriale, era, al tem­
po stesso, il capo della sezione sindacale corrispondente. La legge
di Mobilitazione Generale, inoltre, proibiva qualsiasi rivendicazio­
ne economica, che diventava di sola responsabilità del governo.
21 II Sindacalismo attuale
Perciò la legge sul lavoro del dicembre 1945, imposta da
Mac Arthur, diveniva, per il lavoratore giapponese, un’occasione
insperata. Com’era da supporre, comunque, una legge simile non
poteva durare molto e nel 1947 venne creato un Ministero del La­
voro e nel 1948 il governo, su richiesta dello stesso generale Dou­
glas Mac Arthur, approvò una nuova legge che restringeva drasti­
camente le caratteristiche progressiste di quella di due anni prima.
La nuova legge proibisce agli impiegati dello Stato lo sciopero, lo
limita notevolmente per i lavoratori dei servizi pubblici e delega il
governo stesso come unico capace di giudicare le condizioni di
ogni azienda per cui ogni sciopero può essere dichiarato illegale se
il governo, a suo giudizio, decreta che lo stabilimento dove è
scoppiato il conflitto è un’impresa di pubblica utilità.
La tendenza padronale giapponese, molto influenzata dalla
mentalità dell’assolutismo del Giappone di un tempo, la lotta con­
tro i prodotti della concorrenza straniera che si vince mediante co­
sti più bassi, l’inflazione soffocante che pone il paese tra le prime
dieci vittime del disastro mondiale fa sì che il malcontento e gli
scioperi continuino anche se l’economia nazionale cresce come
abbiamo già avuto occasione di sottolineare.
In Giappone non esistono sindacati dell’industria o degli uffi­
ci, quali siamo abituati a vedere in Europa ed in America. Sono i
sindacati aziendali che formano le grandi centrali operaie anche se
può presentarsi una coincidenza tra azienda ed industria, com’è il
caso dei ferrovieri, che formano il sindacato più numeroso del
Giappone. Questo rende possibile il fatto che degli operai di una
98
piccola ditta si costituiscano in sindacato e riescano a raggiungere,
con duri sforzi, due decine di iscritti.
Nel 1945, quando divennero nuovamente legali i sindacati,
dopo il lungo periodo di divieto, si erano costituiti 509 sindacati
con un totale di 380.677 iscritti. Questa forza rappresentava il
3,2 per cento del totale delle forze produttive del Giappone. L’an­
no dopo si erano già costituite 17.266 sindacati con un totale di
4.925.598 membri cioè il 41,5 per cento del totale dei lavoratori
del paese. D picco più alto del sindacalismo giapponese si raggiun­
ge nel 1949, con 34.688 sindacati e 6.655.483 membri che signi­
ficavano un 55,8 per cento del totale della massa lavoratrice giap­
ponese. Da questo anno il sindacalismo giapponese andò dimi­
nuendo in quanto la percentuale dei suoi iscritti in rapporto al to­
tale della popolazione lavoratrice, nonostante l’incremento fisiolo­
gico della popolazione, aumento che si riflette anche all’intemo
della popolazione lavoratrice, abbia fatto allungare l’elenco dei
sindacati. È cosi che sebbene vi siano, oggi, circa 13.000.000 di
iscritti nei sindacati giapponesi, questi rappresentano solamente il
30 per cento del totale dei lavoratori del paese. (27)
Queste cifre riflettono l’incremento dei posti di lavoro creati
all’intemo del governo, giacché i sindacati più numerosi sono
quelli dei funzionari e dei lavoratori governativi. D’altra parte, sono
comunque un chiaro sintomo della delusione che serpeggiava tra
le classi lavoratrici che a partire dal 1949 cominciarono ad abban­
donare le organizzazioni operaie. La politicizzazione delle centrali
sindacali diventò, nello stesso tempo, sempre maggiore trasfor­
mandosi in strumenti dei partiti socialista, comunista e di altri.
Le centrali sindacali, in ordine d’importanza numerica, at­
tualmente sono : il « Nihon Rodo Kumiai So-Hyogi Kai » (Consi­
glio Generale dei Sindacati Giapponesi), noto come « Sohyo ».
Nacque nel 1950 ed è la centrale sindacale maggioritaria con circa
cinque milioni di iscritti. Al « Sohyo » aderiscono il Sindacato dei
Lavoratori delle Ferrovie Nazionali, l’Unione dei Maestri e Pro­
fessori Giapponesi, l’Unione dei Lavoratori Municipali, il Sinda­
cato dei Lavoratori delle Comunicazioni, i Lavoratori del Ministe­
ro dell’Agricoltura e Foreste, il Sindacato del Trasporto Munici­
pale, il Sindacato del Ministero delle Finanze e degli Impiegati
delle Dogane e diversi altri sindacati governativi che formano, tut-
99
ti quanti, la divisione del « Sohyo » nota come Consiglio dei Sin­
dacati dei Lavoratori Pubblici.
L’altra divisione del « Sohyo » corrisponde ai Sindacati Indu­
striali quali: la Federazione dei Lavoratori dell’Industria del Ferro
e dell’Acciaio, la Federazione dei Lavoratori del Carbone, la Fede­
razione dei Ferrovieri delle Ferrovie Private, la Federazione dei
Lavoratori dell’Industria Chimica e dei Prodotti Sintetici, la Fede­
razione dei Lavoratori Metallurgici, la Federazione dei Lavoratori
dell’Industria della Carta, la Federazione dei Lavoratori della
Stampa, l’Unione dei Lavoratori Portuali, l’Unione dei Lavoratori
Tipografici, la Federazione dei Lavoratori della Sanità e molti
altri, a dimostrazione che dal sindacato iniziale di ogni azienda al­
la centrale sindacale s’interpongono vari strati intermedi, quali il
Sindacato dei Sindacati, l’Unione dei Sindacati, la Federazione dei
Sindacati, ecc.
Il « Sohyo » segue le direttive del Partito Socialista Giappone­
se e, come riflesso della neutralità di questo, non ha ancora aderi­
to ad alcuna centrale sindacale mondiale. In passato si schierò
contro il Trattato di Sicurezza Stati Uniti-Giappone, contro le ba­
si militari nord americane nel paese e l’occupazione di Okinawa,
contro il programma di educazione giudicato superato dagli stu­
diosi progressisti ed altre decisioni di dubbio progresso e conve­
nienza prese dal governo, che vennero demagógicamente sfruttate
dai socialisti e dai dirigenti del « Sohyo » e favorirono la sua su­
premazia in campo sindacale nipponico. La sua popolarità diminuì
alquanto, sebbene, numericamente, si mantenga nelle prime posi­
zioni nel mondo del lavoro.
La « Domei ». Il suo nome completo sarabbe « Zen Nihon
Rodo Sodomei Kumiai Kaigi » (Federazione dei Sindacati Giappo­
nesi). Venne fondata nel 1962 ed è il prodotto della fusione di tre
centrali sindacali di fondazione anteriore (28). La sua organizza­
zione è opposta a quella del « Sohyo » e molti dei suoi dirigenti
fanno parte del Partito Socialista Democratico. Il numero dei suoi
iscritti si avvicina ai 2.500.000 e comprende la maggioranza dei
lavoratori dei cantieri navali, delle industrie tessili, dell’industria
dell’automobile e molti gruppi usciti dal « Sohyo » Si dichiara an­
ti-comunista ed anti-socialista. Il suo riformismo è più di destra di
quello del « Sohyo » benché tutt’e due le centrali si caratterizzano
100
per i loro obiettivi ristretti e di netto rifiuto dei metodi e delle tat­
tiche rivoluzionarie. Mentre il « Sohyo » è l’aperto strumento del
Partito Socialista, la « Domei » lo è del Partito Socialista Demo­
cratico.^)
Rimangono comunque, una volta sommate le adesioni
dell’ordine dei milioni al « Sohyo » ed alla « Domei », grandi
contingenti sindacali che, avversi al controllo delle centrali politi­
che, sono isolati da esse mantenendo, comunque, attraverso un
« Consiglio di Collegamento dei Sindacati Neutrali del Giappone »
un accordo senza compromessi e senza una linea definita. Questa
miscellanea ibrida raggiunge, però, quasi un milione e mezzo di
lavoratori.
Occorre ancora segnalare, per la sua importanza numerica, la
« Federazione Intemazionale dei Metallurgici. - Sezione del Giap­
pone » (I.M.F. - J.C.), in opposizione al «Sohyo», come alla
« Domei ». Questa Federazione controlla un numero di iscritti pa­
ri a quanti ne controlla il Consiglio dei Sindacati Neutrali, e cioè
un milione e mezzo di membri.
Si cercò, senza successo, di resuscitare, col nome di « Shin
Sanbetsu », la centrale sindacale nata alla fine della guerra col no­
me di « Sanbetsu » - Shin significa nuovo in giapponese -. Fu
l’impeto di quella prima sindacale che obbligò Mac Arthur a limi­
tare gli scioperi, a correggere la Legge del Lavoro ed a proibire le
sospensioni di lavoro dei funzionari e dei lavoratori pubblici nel
1948 (30). La « Shin Sanbetsu » controllava, quando si sciolse nel
1962, circa 40.000 affiliati.
Al termine di questa esposizione, troveremo ancora, senza
centrale sindacale che li controlli, 3.000.000 di lavoratori sin­
dacati, quasi un quarto del movimento sindacalista giapponese.
Questa emarginazione implica, logicamente, una diminuzione
della forza operaia, già ridotta dalla presenza di quattro grandi
centrali sindacali.
Questi sindacati indipendenti, la maggior parte dei quali rac­
coglie solamente i lavoratori di una piccola fabbrica, sono consci
della necessità di unione di tutti i salariati giapponesi ma preferi­
scono ciò che giudicano « il male minore », cioè, un’indipenden­
za che li obblighi ad una forza d’azione limitata, piuttosto che ve­
dersi trasformati in strumenti dei partiti politici.
101
Questi sindacati indipendenti sono numerosissimi e la loro ci­
fra esatta sfugge, persino, alle statistiche del Ministero del Lavoro.
Una stima approssimativa che cerca di fissare in centinaia di mi­
gliaia i sindacati nel Giappone l’abbiamo quando ci rendiamo con­
to che la media di iscritti, per sindacato, non è molto minore ai
200. Ciò è dovuto al fatto, già segnalato prima, che il Giappone
vieta il sistema sindacale di azienda ma non quello d’ufficio, di of­
ficina e per le piccole località, il sindacato di più uffici.(31)
I circa 3-000.000 di iscritti che gremiscono le centinaia di
migliaia di sindacati indipendenti, nonostante la forza potenziale
espressa da un tale numero, non possono essere determinanti per
il destino del paese. I padroni esercitano un’influenza reale all’in­
terno di questi gruppi ridotti e limitati all’ambito di una sola fab­
brica o officina. Questo 30 per cento di iscritti giapponesi organiz­
zati non apporta, in definitiva, alcun aiuto alla liberazione degli
sfruttati.
Questa caratteristica giapponese riveste maggior importanza,
però, per il fatto che il giapponese è un lavoratore molto costante
nel senso che quando entra a far parte di un’azienda ci rimane fi­
no alla fine dei suoi giorni cercando miglioramenti economici al
suo interno piuttosto che fuori di essa (32). Non si tratta, come in
altre cose del giapponese, di una educazione inculcatagli, ma, an­
cora una volta, dell’« ethos », della capacità di adattamento giap­
ponese : un paese così sovrappopolato è causa di una spietata con­
correnza per quanto riguarda l’offerta di mano d’opera. La dina­
mica produttiva crea certamente nuove fonti di lavoro in modo co­
stante ma spesso senza tener conto nella dovuta proporzione della
valanga di nuova manodopera che entra nel mercato grazie all’in­
cremento demografico. Deriva da ciò il fatto che ogni impiego
venga considerato come una conquista e non vi siano molti lavo­
ratori disposti a correre il rischio di perdere un oggi, mal retribui­
to, per un ipotetico domani meglio remunerato.
Le forze d’occupazione, insieme al padronato, usarono tutto
il loro potere ed influenza perchè la situazione cambiasse. Questa
è la ragione per cui nel 1950 nasce il « Sohyo » cui aderiscono i
dissidenti della « Sanbetsu » che, dal 1947 comincia a decadere. I
comunisti, che avevano goduto di una certa influenza nella « San­
betsu » passarono, dando prove delle loro note doti proteiformi, al
102
« Sohyo », riuscendo, in poco tempo, ad occupare i posti chiave
della prima centrale sindacale come numero d’iscritti. Ad un cer­
to punto il « Sohyo » ebbe un segretario generale, Minoru Taka-
no, che era colui che, in gergo sociale, viene chiamato un « com
pagno di strada ». Questa manovra provocò una scissione all’in­
terno del « Sohyo », quattro anni dopo la sua fondazione. Da que­
sta frattura sorse la « Zenro » che, dal 1962, si coagulò attorno
alla « Domei » finché, infine, la corrente moderata del « Sohyo »
riusci ad averne la direzione ed a consolidarla ponendo a capo del­
la centrale sindacale Kaoru Ota ed Akira Iwai, ambedue membri
del Partito Socialista Giapponese.
La guerra di Corea che all’inizio dà origine allo slancio indu­
striale ed economico del Giappone attuale, dà il via, simultanea­
mente, all’indebolimento del movimento operaio, in parte per gli
ostacoli governativi già esposti, in parte per il soggiogamento del
sindacalismo agli obiettivi politici. L’occupante mise il Giappone,
allo scoppio della guerra coreana, in una sfera di « sicurezza
nazionale » attraverso due vie diverse, quella di un incremento
delle commesse all’industria nipponica e quella del compromesso
stipulato col Trattato di Sicurezza.
Ritenuti e dichiarati di fatto minorenni da parte dei loro tuto­
ri, i partiti politici cioè, i sindacati giapponesi cessarono di essere
una minaccia reale contro il regime nato nel 1945. Il gigante del
mondo del lavoro era inoffensivo ed i suoi piedi erano d’argilla. I
suoi scioperi erano, e sono, determinati da fattori esterni che i di­
rigenti sindacali contrastano utilizzando le regole dello judo.
Quando una protesta è inevitabile i dirigenti ne assumono la dire­
zione senza contrapporsi alla forza che questa scatena ma utiliz­
zando questa stessa spinta per guidare la protesta fino al vicolo
chiuso delle Commissioni paritarie, delle delegazioni parlamentari
e delle concessioni irrisorie del padronato.(33)
22 I Partiti Politici
Questa debolezza del proletariato costringeva l’altra parte del
popolo giapponese a cercare per conto proprio di sfruttare le in­
quietudini delle masse scontente: gli studenti, cui si sono aggiun­
ti gli strati più giovani del movimento operaio rinunciatario.
103
Da dò si deduce che i sindacati si sono autoemarginati dalle
lotte sociali del Giappone e che il vero confronto è tra i partiti po­
litici, difensori del regime con tutte le loro strutture ed infrastrut­
ture, e le minoranze giovanili - studenti in maggior parte e giova­
ni operai - che costituicono la notizia costante nella telescrivente
dell’informazione intemazionale.
Politicamente parlando, il Giappone ha saputo mantenere
un’ammirevole stabilità da quando si è incamminato sulla strada
della « democrazia » che gli indicò la forza d’occupazione. I con­
servatori del Partito Democratico Liberale sono al potere dalla fine
della guerra. Con palese abilità questo partito seppe guadagnare il
voto dei contadini, il cui numero continua ad essere decisivo e
seppe aggiungervi, inoltre, quello della borghesia e di notevoli set­
tori della classe media. Dall’aprile 1946, quando il Giappone in­
disse, per la prima volta nella sua storia, le elezioni nel significato
occidentale della parola, il Partito Democratico Liberale è alla gui­
da della politica nazionale ed intemazionale del Giappone.
Erede del « Seiyukai » dell’anteguerra, seppe mettere in mar­
cia la sua macchina di partito prima degli altri e sfruttare, contem­
poraneamente, le caratteristiche conservatrici di un mondo conta­
dino tradizionalista e di una borghesia conservatrice. La sua mag­
gioranza alle camere è rappresentata da una percentuale di elettori
che oscilla su un 45 per cento della totalità dell’elettorato.
Ad esso segue, in ordine d’importanza, il Partito Socialista
che raggiunge percentuali che oscillano attorno al 30 per cento
anche se alle elezioni del 1969, come conseguenza della sua de­
magogia vacillante che si mise in evidenza nelle movimentate
giornate del 1968, raccolse solo un 21,4 per cento perdendo 50
rappresentanti alle Camere per tale motivo .(34)
D terzo posto lo occupa il Komeito (Governo Pulito) che è
l’arma politica della setta buddista « Soka Gakkai »(35); il Ko­
meito è un fenomeno politico-religioso con una spinta irrefrenabi­
le fino ad oggi, il suo elettorato proviene dagli strati poveri e fana­
tici ed i suoi orientamenti sono di marcate tinte fasciste; attual­
mente sta raggiungendo percentuali superiori al 15 per cento della
massa elettorale e questo, paradossalmente, a detrimento del Par­
tito Comunista e Social-Democratico.
Il Partito Comunista non riesce a raggiungere l’obiettivo pre­
104
figurato da molto tempo: ha il 10 per cento dei voti ed occupa il
quarto posto in ordine d’importanza.(36)
È appannaggio dei Social-democratici il quinto posto e di al­
cuni gruppuscoli indipendenti il sesto ed ultimo.
Il fatto che il paese si vada sempre più industrializzando dan­
do origine in tal modo ad un ingrandimento delle città a detrimen­
to della campagna fa sì che, a poco a poco, il Partito Democratico
Liberale veda minacciata la sua supremazia. L’opposizione, ben­
ché divisa e in contrasto al suo interno, sta raggiungendo la possi­
bilità di formare una coalizione che strappi a quello il primo posto
alle camere e nel governo. Questo fatto, che in altri paesi non ha
soverchia importanza, nel Giappone assume caratteristiche di ri­
voluzione perché l’ispirazione della politica giapponese è all’estero
e la coalizione, i cui partiti sono tra loro in disaccordo, ha un
punto d’accordo completo da opporre al Partito Democratico Libe­
rale: quello del Trattato di Sicurezza cogli Stati Uniti del 1951,
rinnovato ogni dieci anni, nonostante la protesta popolare, dal
partito del governo. Cioè, se l’opposizione vincesse le elezioni, gli
Stati Uniti perderebbero questa immensa piattaforma, saldamente
installata di fronte alle coste della Cina e dell’U.R.S.S. Salvo che,
come sempre accade in politica, i punti di vista dell’opposizione
subiscano un cambiamento di 180 gradi quando essa diventi la
guida politica del paese.
23 La Forza Repressiva
La presenza degli Stati Uniti nella geografia, la politica e l’e­
conomia del Giappone ha permesso all’opposizione di disporre di
un facile bersaglio per i suoi attacchi. La guerra del Viet Nam,
l’occupazione di Okinawa, le direttive emanate dall’ambasciata
americana sullo stesso suolo originario dei giapponesi sono stati
elementi preziosi che l’opposizione ha saputo sfruttare per il rag­
giungimento di maggiori percentuali elettorali.
Comunque, quello che per i politici non era altro che una
strategia demagogica, per gli studenti ed i giovani lavoratori giap­
ponesi, alcuni, componenti qualche partito d’opposizione, altri,
indipendenti da ogni influenza partitica, risultò costituire un’arma
esplosiva di combattimento le cui manifestazioni han raggiunto il
mondo intero.
105
Ogni attento lettore della stampa intemazionale avrà potuto
verificare che una gran parte delle agitazioni provocate dalla gio­
ventù in Giappone era strettamente collegata ai nordamericani,
ora per la visita annunciata di un presidente degli Stati Uniti —
come quella di Eisenhower, che non potè avvenire —, ora per le
espropriazioni di terre agricole ad Okinawaora per la presenza di
fabbriche completamente destinate alla produzione di armi per le
truppe americane, ecc.
Il Giappone dispone della polizia meglio addestrata del mondo
per fronteggiare le manifestazioni e questo perchè deve opporsi al­
le forze d’urto studentesche meglio organizzate del mondo.
La presenza di una polizia moderna e potente ha permesso
che si formasse, parallelamente, un esercito in fragrante violazio­
ne dell’articolo 9° della Costituzione che afferma che « il popolo
giapponese rinuncia per sempre alla guerra » e non manterrà « le
forze di terra, mare e aria, così come qualsiasi altro potenziale bel­
lico ».
Servendosi della Carta delle Nazioni Unite che riconosce il di­
ritto di autodifesa, il governo giapponese ha calpestato uno dei po­
chi articoli positivi della sua Costituzione e sta organizzando un
esercito tra i più tecnicizzati del mondo. A tale scopo, iniziò dedi­
cando l’I per cento del suo prodotto nazionale greggio alle « For­
ze di Autodifesa », eufemismo per esercito, e, dal 1972 questo
preventivo venne raddoppiato al 2 per cento cioè, in cifre assolu­
te, e per gli anni 1972-’76 5.700.00.0.000.000 di yen, ossia
200.000 milioni di dollari, una cifra uguale a quella die la Fran­
cia, la più bellicosa delle nazioni europee, destina alla sua « dife­
sa ». Anche se l’impegno verrà rivolto all’armamento vero e pro­
prio e non all’aumento degli effettivi che, secondo gli ultimi dati è
di circa 260.000 uomini, queste somme astronomiche di denaro
metteranno a disposizione delle « forze di autodifesa » i mezzi di
repressione più perfezionati e tecnidzzati del mondo contro le for­
ze che si oppongono al regime.
È tanto vero ciò che oggi ormai risulta fuori della logica il
confronto delle sinistre rivoluzionarie con la polizia giapponese e
se in passato non fu possibile ad un presidente degli Stati Uniti
raggiungere il Giappone non è più lo stesso oggi e vediamo che
Gerald Ford riesce ad essere il primo presidente nordamericano a
visitare il Giappone, nel dicembre 1974.
106
24 II Movimento degli Studenti
L’effervescenza studentesca ed operaia nasce nello stesso an­
no 1945, quando dopo due mesi dalla fine della guerra, in otto­
bre, gli studenti del liceo di Mito scendono in sciopero per il rag­
giungimento della democrazia della città occupando i locali ed esi­
gendo le dimissioni dell’amministratore, giudicato fascista. Que­
st’azione s’estende a macchia d’olio ed in diversi licei ed univer­
sità sorgono movimenti simili, spontaneamente e senza il peso
della influenza di un determinato partito politico.
Gli studenti raggiungevano i loro obiettivi e ben sapendo
l’importanza della loro azione diretta, mentre, contemporanea­
mente, a livello di politica nazionale si faceva ritorno al 1943 con
i socialisti ed i comunisti a rimpiangere le prime disposizioni di
Mac Arthur del 1945, ed a definirle positivamente. Cosi nacquero
i primi dissapori tra studenti e partiti politici poiché l’agitazione
preludeva ad una totale indipendenza della gioventù dai partiti.
In generale i marxisti, abituali alla strategia del cambiamen­
to, distaccarono dall’interno dei loro partiti dei giovani militanti
addestrati all’uopo che s’infiltrarono nella lotta studentesca e cer­
carono di guadagnarla alla loro causa. Il trotskismo ed il maoismo,
da parte loro , svincolati dal bagaglio riformista e burocratico del
Partito Comunista Giapponese, fecero anche essi il loro ingresso
nell’ambiente studentesco che seppe, per lungo tempo, mantener­
si al margine dell’ipoteca ideologica.
Il 6 luglio 1948 gli studenti, per la maggior parte indipen­
denti, rappresentati da 400 delegati ed a nome della popolazione
studentesca di 138 università, si riunivano all’università di Tokio
e creavano la « Unione Nazionale dei Comitati Autonomi degli
Studenti Giapponesi ». Era nato il « Zengakuren ».
La linea d’azione iniziale del « Zengakuren » era contenuta
nei seguenti 6 punti :
1 - Soppressione del fascismo dall’educazione.
2 - Strutture democratiche.
3 - Unione tra tutta la gioventù.
4 - Libertà di studio e garanzia sulle condizioni di vita dello
studente.
5 - Miglioramenti salariali per gli studenti lavoratori.
107
6 - Completa libertà d’idee all’interno del movimento studen­
tesco.
Nel 1950 ha luogo il II Congresso del « Zengakuren » che
vede una scissione provocata dal Partito Comunista Giapponese.
A cominciare da questo avvenimento, si rende evidente la diffe­
renza tra il « Zengakuren » ed il partito marxista ufficiale del
Giappone anche se le frazioni maoista e trotskista continuano a ri­
manere nel grosso del « Zengakuren » cercando di influenzarlo in
diverse occasioni.
La tattica di protesta sistematica contro le forze d’occupazio­
ne, seguendo le istruzioni marxiste, e la disattenzione verso i pro­
blemi e le questioni interne al mondo universitario, raffreddò l’en­
tusiasmo della base che si rifletté nel V Congresso quando l’assen­
teismo manifesto dimostrò il pessimismo regnante. Di 266 univer­
sità solamente 54 erano rappresentate. Seguirono, quindi, le scre­
polature del monolito marxista, come al XX Congresso del P.C.
sovietico con la critica dello stalinismo da parte di Kruchev, la ri­
voluzione d’Ungheria, il ritiro dei documenti a numerosi intellet­
tuali di sinistra. Tutto ciò portò grosse conseguenze contrarie alle
ambizioni del P.C. Giapponese. Di ciò approfittarono i trotzkisti
giapponesi che crearono la Lega dei Comunisti Rivoluzionari
« Kakkyodo » a cui la frazione internazionalista del P.C.J. oppose
un’altra organizzazione di nuovo conio: « Lega degli Studenti So­
cialisti » o « Shagakudo » cui i trotzkisti replicarono con un’altra
versione: la Lega dei Comunisti, « Kyosando », conosciuta pure
come « Bundo » ; e tutto ciò pone in evidenza la tattica della con­
fusione a cui i marxisti si sentono tanto attratti. (39)
Da queste bellicosità marxiste usci beneficato il « Nikkyoso »
(Sindacato dei Professori) nel XII Congresso che ebbe luogo nel
1959. L’azione diretta ebbe un impulso ed in quello stesso anno
80.000 operai e studenti manifestavano davanti alla Dieta per op­
porsi al rinnovo del Trattato di Sicurezza ed il 17 gennaio I960
vengono innalzate barricate per impedire la partenza per Wa­
shington del primo ministro Kishi che vi andava per rinnovare il
suddetto Trattato. Fu necessario mobilitare 7.000 poliziotti per
riuscire a liberare l’aereoporto, ma il fatto ebbe enorme eco in tut­
to il paese ed all’estero.
Il Partito Socialista fondò il suo gruppo studentesco: la Lega
dei giovani socialisti « Shaseido » mentre i trotskisti inventarono
un altro nome, il terzo: « Marugakudo » o Lega degli Studenti
Marxisti. Nel frattempo, le notizie delle agenzie intemazionali
d’informazione cominciavano a dar valore di combattimenti agli
atti di protesta degli studenti nipponici ed il « Time » di New
York faceva riferimento al « Zengakuren anarchico » causando
maggior confusione nel già tremendo terremoto studentesco. Nel
1962 ha luogo un’altra divisione, la quarta, all’interno del trotki-
smo e viene creata la « Kakkyodo-Kakumaru », anti-stalinista e la
« Kakkyodo-Chukaku » che ripiega su una politica di alleanza con
gli altri marxisti.
L’indipendenza di giudizio si acuisce tanto tra gli studenti,
che tra università e Scuole Tecniche Superiori assommano a circa
3.000.000 di membri, e il controllo delle attività agitatorie degli
studenti si fa tanto difficile per gli amanti del centralismo, che i
marxisti lanciano l’ordine della « Eliminazione dei minoritari che
dividono il movimento studentesco », e si ha notizia di università
i cui nuclei di azione marxista non esitano ad eliminare, fisica-
mente, chiunque dissenta dalla linea autoritaria.
L’intensità della lotta studentesca aumenterà in proporzione
diretta alla escalation nordamericana in Viet Nam. Il « Zengaku­
ren » presentava serie divisioni dei marxisti tra di loro — Zen­
gakuren Sampa da un lato e Zengakuren Kakumaru — e altre
tendenze non marxiste, inclusi gruppi anarchici, formano il gros­
so agglomerato sempre più in contatto con la parte giovanile dei
sindacati.
Fu una massa imponente composta da tutti questi, quella che
s’oppose al viaggio nel Viet Nam del primo ministro Eisaku Sato.
I dintorni dell’aereoporto di Tokio, Haneda, vennero presidiati da
gruppi organizzati di studenti che, armati di lance di bambù, fron­
teggiarono la polizia che, sorpresa dall’ampiezza dell’azione ope­
raia-studentesca, reagì con maggior violenza che mai, in un episo­
dio che fece epoca nella storia dei movimenti insurrezionali del
Giappone. Più di 600 feriti, 60 arresti, danni incalcolabili anche
se Sato potè partire, in ogni modo, verso il sud.
Questo stesso giorno, l’8 ottobre 1967, mentre la lotta si
svolgeva accanita tra gli studenti e la polizia, la frazione studente­
sca del Partito Comunista giapponese, la « Zengakuren-Minsei »,
partecipava alla festa annuale della « Akahata » (Bandiera Rossa),
109
organo del P.C.J., completamente avulsa dalle inquietudini degli
altri studenti e completamente in disaccordo con l’azione portata
avanti dagli altri.
Questo genere di azioni ebbe una continuità sistematica e lo
vediamo nuovamente il 12 novembre dello stesso anno quando
Sato parte per gli Stati Uniti; il 15 gennaio 1968 a Sasebo, per
l’arrivo della portaerei nordamericana « Enterprise »; a Oji, nel
mese di marzo, quando l’ospedale della città viene messo a dispo­
sizione dei soldati americani...
Un’altra azione operaia-studentesca-contadina è quella che
s’inserisce nel lungo procedimento che culminerà.con l’inaugura­
zione dell’altro aeroporto per la gigantesca città di Tokio dimo­
strandosi ormai troppo ristretto quello di Haneda. La zona scelta è
quella di Narita, a circa sessanta kilometri da Tokio, nota perché
a Koza, a tre kilometri scarsi da Narita, ebbe luogo il sacrificio di
Sakura Sogoro, nel 1652 che, a nome di 389 villaggi soggetti alla
tirannia di un « daimyo », andò a protestare dal « shogun » per le
ingiustizie commesse dal signore feudale del luogo. Secondo le ri­
gide leggi del Giappone antico, Sakura Sogoro aveva commesso
un grave delitto per cui egli, la sua sposa ed i suoi quattro figli,
vennero condannati a morte e giustiziati. Allo stesso tempo, il
« shogun » rese giustizia a favore dei contadini, e la memoria di
Sakura Sogoro continua ad essere ricordata e venerata.
Gli attuali contadini rifiutano di evacuare i loro campi colti­
vati, che formavano uno dei granai di Tokio e, con l’appoggio di
operai e studenti, fronteggiano le forze governative senza che, fi­
nora, queste siano riuscite a farli sloggiare. I rinforzi, giunti da
Tokio vennero ospitati nei poderi e nelle case dei contadini, pa­
gando il loro sostentamento ed aiutando nei lavori agricoli dando
un sostegno, con la loro presenza, alla resistenza contadina degli
abitanti di Narita.
Dal 1968 le università entrano in lotta su grande scala. Alcu­
ne riescono a resistere un anno. Le cause erano diverse, come la
protesta davanti al Ministero dell’Educazione per la eliminazione
delle borse di studio per gli studenti bisognosi, la lotta contro la
presenza delle università private, il mandarinato di alcuni profes­
sori, le ingerenze delle grosse industrie e delle grosse banche e la
presenza di un tipo d’insegnamento che non soddisfaceva il movi­
mento studentesco progressista.
110
Lo studente si accorge di venir educato secondo la necessità
di una società che odia, di essere un prodotto richiesto per far par­
te del complicato ingranaggio dell’attuale società di consumo. Fa
sua la denuncia che faceva « The Economist » del 13 novembre
1968 quando dice che l’insegnamento superiore nell’America del
Nord è un’industria per « fabbricare cittadini secondo le necessità
della società, compresi i membri del servizio di spionaggio della
C.I.A. ».
Ciò accade negli Stati Uniti, in Russia, in Francia, in Brasile
ed in ogni paese del mondo, compreso, naturalmente, il Giappo­
ne. Si deve proprio ad uno studente giapponese, Norisuke Ando,
lo scritto « Teoria della Rivoluzione studentesca » in uno dei cui
paragrafi leggiamo: « Quando analizziamo il principio d’esistenza
dell’università moderna, partiamo dal fatto che questa, in quanto
strumento della società capitalista giapponese, è sottomessa ad un
severo regolamento nella cornice del processo produttivo della so­
cietà. Occorre capire il carattere e la struttura dell’università mo­
derna e la sua relazione con i problemi della riproduzione della
manodopera, una delle condizioni fondamentali per la riproduzio­
ne del capitale... » ed aggiunge più oltre: « Di conseguenza, si
può affermare che la caratteristica dell’insegnamento, all’interno
del sistema capitalistico, è quella di formare un potenziale di ma­
nodopera e di riprodurlo senza fine in quanto manodopera aggiun­
tiva ».
« Storicamente parlando, l’insegnamento moderno ha la sua
origine nella necessità che ha lo Stato di formare e riprodurre, in
maniera pianificata, una manodopera di qualità aggiornata, neces­
saria alla riproduzione capitalista del momento... ».
Nel 1969 le università subiscono l’intervento della polizia. Il
governo presenta la Legge di Dispositivo Speciale per la Gestione
delle Università che dà facoltà al rettore di sospendere i corsi, au­
torizza il Ministero dell’Educazione a chiudere le università ed a
far intervenire la polizia nel campus e nei suoi locali.
Come reazione adeguata, gli studenti creano un altro organi­
smo di lotta, il « Zenkoku Kyoto Kaigi Rengo » (Unione Nazio­
nale dei Consigli di Lotta) che pone il « Zengakuren » pratica-
mente in condizione di non agire.
Il fatto ha molta importanza perché dei 26.000 partecipanti
alla fondazione — che ebbe luogo nel Teatro all’aperto del parco
111
di Hibiya, di fronte al palazzo imperiale e nel pieno centro di
Tokio — in rappresentanza di 179 università diverse, più dei due
terzi dei presenti non appartenevano ad alcuna organizzazione.
Erano studenti inquieti che avevano partecipato spontaneamente
alla convocazione col desiderio di unirsi e poter offrire resistenza
alla prepotenza della Legge del Dispositivo Speciale per la Gestio­
ne delle Università.
Gioventù senza un programma prestabilito, senza tessera del
partito in tasca, ma cosciente del suo compito di testimonianza in
favore di un’università libera. Nel Giappone questo insieme di ra­
gazzi ha un nome : « Radicali senza partito », molto più avanzato
del « Ribelli senza causa » fondato in Messico dalla stessa gio­
ventù inquieta e non irreggimentata.
La lotta studentesca entra in una nuova fase. Ormai non ha
più senso parlare del « Zengakuren » ed ancor meno nella forma
in cui appare sulla stampa, che di solito attribuisce il nome di
« Zengakuren » agli studenti estremisti mentre il termine desi­
gnava, fino alla riunione di Hibiya, l’insieme di 557 gruppi stu­
denteschi riuniti intorno ad un consiglio centrale.
Se ci siamo dilungati sulla problematica studentesca giappo­
nese è stato per cercare di mettere in chiaro le caratteristiche di
questo movimento che, dopo essersi aperto il passo in metà dei
meridiani della terra, giunge al quanto deformato ai rivoluzionari
d’Europa e d’America.
Vogliamo dire che, anche se non si tratta di un movimento
anarchico come appariva sul « Time » in alcune occasioni, non
era nemmeno un movimento privo di elementi e gruppi libertari.
Al tempo dell’esistenza del « Zengakuren », e anche dopo al­
la stessa maniera, le caratteristiche di ogni raggruppamento stu­
dentesco erano apportate dai gruppi locali aderenti al consiglio. Da
ciò si deduce che mentre vi sono state città dove i gruppi studen­
teschi anarchici hanno potuto essere determinanti, o, per lo me­
no, avere una certa influenza sull’elaborazione della linea da se­
guire, in altre città si è giunti ad eliminare il militante libertario
che esternava la sua ideologia. Quando il Partito Comunista Giap­
ponese crea, staccandosi, il « Zengakuren Minsei » nel 1963, ed
impartisce l’ordine « Occorre eliminare le minoranze che divido­
no il fronte studentesco », favorisce, come di fatto accadde a
112
Tokio, che guidati da un cieco fanatismo, i gruppi di azione del
« Zengakuren Minsei » giungano ad uccidere uno studente liber­
tario.
Nel 1970, nonostante tutte le manifestazioni operaie-studen­
tesche, il Trattato di Sicurezza viene rinnovato ancora una volta.
Il movimento operaio-studentesco fa una verifica delle sue forze e
delle sue possibilità. Tiene anche conto delle forze e delle possibi­
lità altrui, cioè, di quelle della repressione.
La polizia non ha dormito. D Ministero dell’Interno ha dedi­
cato sforzi e denari perché il Giappone abbia una forza di repres­
sione capace di fronteggiare il movimento studentesco più impe­
tuoso del mondo. Kan Eguchi, facendo uno studio del punto mor­
to in cui si trova il movimento delle masse in Giappone al mo­
mento della stipulazione del Trattato di Sicurezza, indica che nel­
lo stesso tempo in cui la polizia ha ricevuto rinforzi in addestra­
mento, armamento ed effettivi, contemporaneamente le leggi ed i
decreti repressivi si son fatti più violenti :
« Le forze di polizia che avevano fatto fronte alle manifesta­
zioni violente nella seconda metà dell’anno 1967 e nella prima del
1968 erano deboli. Gli attacchi con le bombe Molotov erano effi­
caci. Inoltre, se si veniva arrestati, le condanne erano leggere, gli
arresti relativamente brevi e la cauzione per l’ottenimento della li­
bertà provvisoria non era pesante; le imputazioni erano, d’altra
parte, rare. Le università, dove la polizia non poteva entrare, era­
no veri santuari che servivano di base per le azioni ».
« La situazione cambiò alla metà del 1968. La polizia si era
ammodernata e, anche, rafforzata, la magistratura diventò più
reazionaria, le detenzioni più prolungate, le cauzioni più onerose,
le imputazioni più frequenti, le condanne più dure. La polizia co­
minciò a perquisire, sistematicamente, i santuari universitari. Il
numero di operai e studenti incarcerati fino al 1969 raggiunse i
20.000. Le migliaia di militanti imprigionati, il denaro e gli sforzi
compiuti per la difesa ostacolò l’impegno di lotta ».
« Le centrali sindacali, il Partito Socialista, il Partito Comu­
nista, cercando ciecamente la soluzione ‘ pacifica ’, si opposero
alle lotte autonome delle masse ».
« Le sette politiche della nuova sinistra — trotskisti, maoisti
e socialisti di sinistra — ebbero anch’esse un ruolo paralizzante
113
con le loro deviazioni e divisioni ».
« Mentre le lotte nelle università furono sostenute dalla base,
quelle si animarono per l’apporto dei ‘ radicali senza partito ’ che
si sforzavano di rinvigorire la spontaneità delle masse. A misura
che l’autorità del comitato si rafforzava, la base s’indeboliva,
mentre, parallelamente, i conflitti tra le differenti fazioni politiche
scalzavano la fortezza dei gruppi ».
« Trascurando la vera finalità della lotta, le sette iniziarono
ad attaccarsi tra loro utilizzando, persino, mazze di ferro, nel ten­
tativo di ampliare, a detrimento altrui, la propria clientela e di raf­
forzare la propria organizzazione. Queste lotte intestine provoca­
rono il rifiuto della base studentesca ed operaia e,' seguendo l’e­
sempio dei ‘radicali senza partito ’ , abbandonarono il fronte del­
la lotta ».
« Se le lotte di massa, in termini generali, hanno subito un
arresto, l’atmosfera di contestazione continua. Nonostante l’arre­
tramento del movimento studentesco, la vivacità delle lotte porta­
te avanti dai cittadini, dai contadini e dai pescatori contro la di­
struzione dell’ambiente naturale diventa la caratteristica della si­
tuazione presente ».
« Il popolo, indifferente alle direttive politiche, utilizza spes­
so, per le proprie lotte, l’azione diretta, come nel caso della difesa
delle vittime di Minamata (Infermità causate dalla contaminazione
ambientale), o quello della lotta dei contadini di Sanrikuza, inizia­
ta nel 1965 contro la costruzione del nuovo aereoporto e l’espro­
priazione delle loro terre ».
« Più recentemente, comunque, si profilano movimenti auto­
nomi che cercano di federarsi tra loro, localmente, regionalmente
e nazionalmente ». (40)
25 La Federazione Anarchica Giapponese
In una delle prime lettere che rivelavano Taiji Yamaga agli
anarchici dell’Occidente, leggiamo: « Avvenuta l’occupazione da
parte dell’esercito americano, quando per la prima volta i soldati
giapponesi erano disarmati, potemmo, noi anarchici, con emozio­
ne ed entusiasmo indescrivibili, discutere, organizzare e diffonde­
re l’anarchismo in maniera aperta, come non eravamo mai ri usci -
114
ti in precedenza. Avevamo a disposizione scarsi mezzi mentre i
bolscevichi ricevevano aiuti finanziari dagli organismi sovietici.
Nonostante tutto eravamo presenti ».
I superstiti dell’epoca eroica si mescolarono in un abbraccio
sincero. Sanshiro Ishikawa, Kenji Kondo, genero di Toshihiko
Sakai, Yamaga, Osawa, Jo Kubo, Shakimoto, Miura, Soejima e
un pugno di anarchici entusiasti si diedero ad un lavoro di propa­
ganda che diede frutti positivi permettendo l’ingresso, all’interno
della corrente libertaria, di molti giovani desiderosi di ideologie di­
verse da quelle offerte dai marxisti e dai parlamentaristi. La abne­
gazione di questo primo nucleo di anarchici, senza mezzi econo­
mici ma straripanti di mistica rivoluzionaria, ebbe maggiori risul­
tati della propaganda profusa a piene mani dai politici di ogni ten­
denza.
È così che il 12 maggio 1946 viene fondata la Federazione
Anarchica Giapponese durante il suo Primo Congresso si approva
una dichiarazione di princìpi che chiude con queste parole :
« Affermiamo che l’unico cammino da seguire è quello
dell’anarchia, combattendo per una società basata sulla libertà,
l’uguaglianza e l’aiuto reciproco. Sentiamo la necessità di costitui­
re una federazione di popoli liberi ed autonomi basata sull’indi­
pendenza del nostro popolo e di tutti i popoli del mondo. Incitia­
mo il popolo giapponese e tutti i popoli del mondo a lottare contro
ogni governo, contro il capitalismo e contro la reazione ».
II 15 luglio, due mesi dopo, compariva il settimanale « Hei-
min Shimbun », organo e nome consacrati nell’epoca eroica a ri­
manere strettamente vincolati con le figure più rilevanti dell’anar­
chismo giapponese, Denjiro Kotoku, suo fondatore nel 1903, e
Takai Osugi. La prima tiratura fu di 20.000 copie.
Questi primi sforzi diedero i loro frutti e la Federazione
Anarchica ebbe un promettente incremento. Si crearono gruppi
anarchici nella maggior parte delle città giapponesi e, periodica­
mente, si convocavano riunioni e incontri in cui si diffondeva la
stampa, la letteratura e i manifesti libertari.
D I maggio del 1948 si celebra il Terzo Congresso della
F.A.J. e si riuniscono più di 200 delegati di tutti gli angoli del
Giappone e anche della Corea. In questo Congresso si ratificano i
principi di azione diretta e si intavolano dibattiti sulle questioni
115
sindacali, l’occupazione americana di Okinawa e le minacce cre­
scenti di un governo che chiede alle truppe d’occupazione di Mac
Arthur di avere maggior forza di repressione e più autorità sulla
legislazione del lavoro.
I timori manifestati nel corso del IH Congresso della F.A.J.
trovarono giustificazione sette mesi dopo quando nel dicembre
dello stesso anno, con la autorizzazione ed il beneplacito dell’oc­
cupante, il governo introduce profonde modifiche alla Legge del
Lavoro con le quali il diritto di sciopero veniva ridotto alla minima
espressione.
II 1948 vede l’apparizione di un bollettino ripensile, « Con­
versazione Anarchica » è il suo titolo, che a partire da febbraio si
dedica al dibattito dei problemi e dei punti di vista interni del mo­
vimento anarchico giapponese. La necessità di far entrare nel mo­
vimento dei giovani rivoluzionari è uno degli argomenti che com­
pare con più insistenza. L’azione di propaganda viene ostacolata
dalla totale assenza di letteratura, dato che nella Seconda Guerra
Mondiale venne tutta distrutta. Si comincia la pubblicazione di
opuscoli e di qualche libro, in maggioranza traduzioni della lette­
ratura anarchica occidentale, anche se meritano di essere menzio­
nati specialmente gli scritti di Sanshiro Ishikawa che, anche se già
in età avanzata, cerca di porgere le sue conoscenze alle nuove ge­
nerazioni. Di lui si pubblica « L’Anarchia dal punto di vista este­
tico », «L’Anarchia, suoi principi e sue possibilità», «Eliseo
Reclus, una biografia » ed anche scritti di carattere storico, all’al­
tezza della sua condizione di professore di Storia: « Storia della
Civiltà Orientale » e « Studio della Mitologia Giapponese ». I gio­
vani entrati nel movimento, con un bagaglio culturale solido e
profonda conoscenza delle lingue europee, continuano il suo lavo­
ro e traducono in giapponese libri interessanti. Tra di essi emerge
Masamichi Osawa che ha tradotto, tra gli altri, Herbert Read,
Rudolf Rocker, Pietro Kropotkin, Maria Luisa Bemeri ed altri.
Nel 1948 escono a Tokio due portavoce del movimento anar­
chico coreano « Corea Libre » e « Stampa Libera » grazie, soprat­
tutto, alla presenza permanente di una nutrita colonia coreana nel
Giappone ed all’interesse, da parte dei coreani della penisola, ad
organizzare una Conferenza Anarchica dell’Asia la cui realizza­
zione venne a mancare per la guerra del 1950.
116
Oltre al « Heimin Shimbun » ed alla « Conversazione Anar­
chica », tutt’e due pubblicate a Tokio, molti dei gruppi anarchici
delle diverse città del Giappone diffondevano, a loro volta, organi
locali di relativa tiratura. A Kioto, a Osaka, a Fukuoka, Hiroshi­
ma, Himeji, Nagoya apparivano, in modo intermittente, i porta­
voce anarchici locali. Tra i portuali di Yokohama, i minatori
dell’isola di Kiushu, i pescatori di Chizuoka, i contadini di Naga-
no non mancava mai l’organo di espressione e di diffusione dell’i­
deale libertario.
Colla crescita della Federazione Anarchica Giapponese nac­
quero al suo interno divergenze di interpretazione e di tattiche. Una
delle polemiche più aspre venne causata dall’interpretazione della
parola organizzazione. Nel 1951 due fazioni si affrontarono
sull’argomento, la prima definendola necessaria per rafforzare l’a­
zione anarchica e la seconda rifiutandola perché la giudicava sino­
nimo di disciplina, che è autoritaria. D gruppo coreano era nella
prima posizione e puntava anche, timidamente, al programma
« piattaformista » degli anarchici russi in completo disaccordo con
tutti i giapponesi, inclusi i difensori dell’organizzazione che segui­
vano, piuttosto, la struttura anarchica degli spagnoli di cui ammi­
ravano il movimento per la sua potenza e la sua capacità.
Questa polemica condusse ad uno scioglimento della Federa­
zione Anarchica Giapponese, ma nel luglio dello stesso anno
(1951) si riorganizzava come Federazione Anarchica e basta seb­
bene, come ci sottolineava Yamaga quando ci riferì la cosa, « per
gli altri paesi, e per evitare confusioni, continueremo ad essere la
Federazione Anarchica Giapponese ».
Un altro risultato delle polemiche del cruciale 1951 fu la
scomparsa del «Heimin Shimbun», nel maggio di quell’anno.
« Heimin » è una parola giapponese che significa gente comune
ed era una delle caste in cui erano divisi i giapponesi prima della
rivoluzione Meiji, al di sotto della quale non rimaneva altro che il
fuori-casta o « età ». Per una parte degli anarchici, i più vecchi, il
nome di « Heimin Shimbun » costituiva un’« eredità spirituale »,
come diceva Yamaga, mentre per i giovani era un anacronismo.
Prevalse il giudizio giovanile e lo « Heimin Shimbun » cessò le
pubblicazioni, stavolta per sempre, al numero 153- In sostituzio­
ne apparve il « Jiyukyosan Shimbun » (Libero Cittadino).
117
Non poteva mancare, tra i temi in discussione, l’influenza
comunista. I giovani libertari, più fiduciosi dei meno giovani e
senza l’esperienza di questi ultimi sulle conseguenze, sempre gra­
vi, di ogni unione o patto coi marxisti, facevano forti pressioni per
una fusione anarco-marxista alla quale si opponeva, con ancora
maggior forza, la maggioranza del gruppo libertario.
La nuova Federazione Anarchica aveva le seguenti caratteri­
stiche, secondo Masamichi Osawa: « La Federazione che cream­
mo non era un organo di coordinamento anarchico come la prece­
dente. Si distingueva come un gruppo anarchico specifico che si
proponeva di agire in base ai principi ed agli accordi. Noialtri or­
ganizzammo la nuova Federazione partendo da questi presuppo­
sti : la vecchia Federazione si limitava soltanto alla riunione socia­
le in nome dell’anarchia e non poteva avere la forza di quei movi­
menti che si propongono la emancipazione del genere umano;
cioè, il progresso del nostro movimento non poteva essere effetti­
vo senza le attività precise attraverso un’organizzazione basata sui
principi e sull’accordo ».
« Nonostante tali presupposti, il principio e l’accordo adotta­
ti dalla Federazione non furono discussi in profondità da tutti i
membri. Non tutti tra loro si son resi conto della reale situazione
e delle regole del federalismo libero. Inoltre, proprio il principio e
l’accordo dovevano essere ratificati dai membri stessi. Lo spirito
che animava all’inizio la Federazione Anarchica venne gradual­
mente scomparendo, e, di conseguenza, si lasciò in disparte anche
il principio ed il significato dell’accordo. Ognuno dei membri della
F.A.J. pensò di dover agire nei termini in cui lo faceva nella vec­
chia Federazione e per questa ragione la confusione è rima­
sta ».(41)
L’enfasi attribuita ad Osawa al rispetto del patto o accordo,
mette in evidenza che nel seno della Federazione, ed in nome
dell’anarchia, c’era chi pretendeva di agire individualmente e ciò
in pieno diritto poiché le decisioni non si prendevano a maggio­
ranza e solo chi le approvava s’impegnava ad esserne conseguente.
È comunque evidente che l’aderire ad una Federazione implica,
necessariamente l’accettazione di un minimo di compromissione
che, a giudicare dalle osservazioni di Osawa, non veniva assoluta-
mente tenuto in conto da alcuno.
Quelli che rifiutarono di partecipare alla nuova Federazione
118
del 1951 continuarono, in ogni modo, la loro attività e si distin­
se, tra essi, un gruppo noto come 1’« Anarkisto Kurabu » (Circo­
lo Anarchico).
Il « Jiyukyosan Shimbun » ebbe vita breve e diventò « Kuro
Hata » (Bandiera Nera), organo della nuova federazione.
Il fatto che Osawa difenda la posizione della Federazione
Anarchica sulle colonne di un altro foglio potrebbe essere un sin­
tomo di divisione ma fu, a quanto pare, dovuto al desiderio di far
conoscere agli anarchici stranieri, attraverso un portavoce redatto
in inglese, le inquietudini ed i problemi presenti nel seno dell’a­
narchismo giapponese.
Nel XI Congresso i libertari giapponesi lanciarono la proposta
di riorganizzare la F.A.J. il che, agli occhi di un buon osservato­
re, lasciava scorgere una dubbia stabilità dato che la nuova strut­
tura era relativamente fresca. Le misure riformiste del Sesto
Congresso, nel 1951, non avendo dato alcuna soddisfazione, si di­
mostravano inappropriate all’idiosincrasia libertaria dei giappo-
nesi.
« Dobbiamo cominciare da ciò che è recente — insiste Osawa
— con passo fermo. Riformando ciò che si deve riformare,
e lasciando intatto ciò che deve essere lasciato intatto »... « Se ci
fermiamo ad esaminare il problema della riorganizzazione dobbia­
mo fermarci su questi punti. Primo, considerare se nelle condizio­
ni attuali vi sia una crescita effettiva nella F.A.J. e considerare i
fatti con completa imparzialità. Un idealismo che ignori queste
condizioni è parziale e dogmatico e non ci fornirà alcun beneficio.
Secondo: come possiamo creare una federazione libera nei tempi
attuali? Il federalismo libero è stato sfruttato da noi per molto
tempo come nostro slogan, ma è difficile affermare che vi sia un
modello perfetto di federalismo libero in una qualsiasi organizza­
zione anarchica nel mondo. Comunque, è un problema molto im­
portante definire ciò che è un’organizzazione anarchica. La nostra
organizzazione deve essere più libera di qualsiasi altra organizza­
zione ma dobbiamo assumere, comunque, un atteggiamento mol­
to severo contro chi minaccia la libertà. Nelle circostanze attuali
in cui proliferano le nuove sinistre ed il potere poliziesco si rinfor­
za, dobbiamo difendere la nostra organizzazione dai disfattisti, dai
provocatori, dalle spie ».(42)
I militanti libertari temono l’infiltrazione di corpi estranei che
119
facciano deviare il movimento anarchico dal cammino che gli è
proprio. Si giudicò, nel 1951, la vecchia federazione superata e
che bastasse cambiarla perché l’anarchismo s’impossessasse della
situazione del paese. Dieci anni dopo, riandando indietro al passa­
to, gli innovatori si rendono conto che il problema non consisteva
in un cambiamento la cui portata sfugge al nostro giudizio, giac­
ché il libero accordo e il suo fondamento poteva essere stabilito,
senza bisogno di mutamenti, all’interno della federazione già co­
stituita. Dietro quelle riforme ciò che colpiva era l’abisso genera­
zionale come accadde in seguito, nel 1968, quando si decide, non
di trasformare ancora la Federazione, ma semplicemente di scio­
glierla.
Il problema maggiore che gli anarchici affrontano nella attua­
le società dei consumi è l’assenza di un obiettivo di immediata ap­
plicazione che possa contrastare le soluzioni, false ed inesistenti
per il resto, dei partiti politici di ogni tendenza. I popoli vogliono
una soluzione anti-autoritaria poiché la corruzione politica ed am­
ministrativa raggiunge ogni livello ma la parola d’ordine anarchi­
ca non è abbastanza convincente come occorrerebbe per conqui­
stare la fiducia delle masse.
Il popolo giapponese, sommerso con furia frenetica dalla feb­
bre della produzione e dal bisogno di un posto nella società di con­
sumo, reagisce come il popolo nordamericano, quello francese,
quello tedesco o quello inglese per cui gli ideali anarchici hanno
grossi inconvenienti nei loro impegni divulgativi. Per far fronte a
questi ostacoli, le due generazioni, quella di ieri e quella di oggi,
raggiungerebbero maggiori risultati continuando uniti.
Quattro mesi dopo la pubblicazione dello scritto di Osawa, in
« The Echo » del 15 settembre 1962, un articolo non firmato che
attribuiamo a Tadataka Hirayama, direttore della rivista (43),
trattava nuovamente il tema del ristagno delle attività anarchiche,
venivano analizzati i motivi e si sforzava, l’editorialista, di spie­
garli : « D ristagno del movimento durato dieci anni ha provocato,
nei suoi membri, impazienza ed esaurimento. Le cause di ciò po­
trebbero essere nella sua organizzazione difettosa, una teoria cen­
trale dell’anarchia esposta con imprecisione, indolenza individuale
ed altre, tutto in una negativa mescolanza ». Continua poi affer­
mando che l’instabilità dell’anarchismo non ha le radici in questo,
120
ma nella pigrizia e nella debolezza degli anarchici per cui « è inu­
tile ripetere il richiamo verso quelli che hanno perduto la loro pas­
sione e il loro entusiasmo per l’anarchismo. Tocca a noi, che cre­
diamo nell’anarchismo come soluzione effettiva, riprendere il
cammino con spirito rinnovato ».
« ... A chi afferma che “ L ’anarchismo è una corrente di
pensiero ormai superata che ha terminato la sua missione storica,
l'anarchismo deve essere ridefìnito come una variante del sociali­
smo libero ” io rispondo: “ Quando l'anarchismo è decaduto dal­
la sua missione storica ? e qual 'è la missione storica dell 'anarchi­
smo^ ” . Ammettiamo che il pensiero anarchico odierno non è ap­
propriato ai nostri tempi, ma ciò non significa la negazione dell’a­
narchismo in sé. Il nostro compito è combattere gli atteggiamenti
di negazione e di distruzione sistematica e sforzarci di raggiungere
un’immagine costruttiva dell’ideale libertario, studiare la maniera
di adattare i principi anarchici alle condizioni attuali. Può darsi
che si giunga a conclusioni quali quella di cambiare perfino il no­
me dell’anarchismo. In quanto l’anarchia è, per natura, un socia­
lismo con libertà, la verità sarà immutabile. Attaccandoci alla ve­
rità universale, alle regole della natura ed al genuino carattere
dell’essere umano, noi sfoceremo inevitabilmente nell’anarchia
come principio universale, come scienza sociale, come teoria rivo­
luzionaria ».
« La F.A.J. non dispone, come movimento complementare,
di un’organizzazione sindacale. Dopo aver lavorato intensamente
nell’organizzazione dei sindacati, ci troviamo, paradossalmente,
senza un nostro sindacato ». Per questo, continua Tadataka Hi-
rayama, dobbiamo sforzarci di battere altre vie di divulgazione e
di pratica rivoluzionaria. Dobbiamo raggiungere l’integrità morale
dell’essere umano che è sommersa da ogni pregiudizio e false abi­
tudini di una società costruita sulle fondamenta dell’egoismo, del­
la comodità e del materialismo economico. « Cioè, finisce, dobbia­
mo riprendere il cammino con un sincero senso di rinnovamento
e ciò dall’inizio ». (44)
Lo stesso numero di « The Echo » offre la sintesi del XH
Congresso della Federazione Anarchica Giapponese che ebbe luo­
go i giorni 4 e 5 agosto 1962 a Tokio.
Le sedute del Congresso servirono per fare un esame retro­
121
spettivo e vedere il modo di correggere le fasi negative sorte du-,
rante l’ultima decade, dare nuovo impulso alla F.A.J., attualizza­
re il pensiero anarchico nel senso di integrarlo alla mentalità delle
masse di oggi. Si decise pure di cambiare il nome all’organo della
F.A.J. « Kuro Hata » (Bandiera Nera) in quello di « Jiyu Rengo »
(Federazione libera). Per scarsità di fondi si decise, parallelamente,
di sospendere l’edizione di « Anarchismo », l’erede di « Conver­
sazione Anarchica » dedicato, come questo, a trattare i problemi
interni ed i dibattiti di impostazione ideologica nel seno della mili­
tanza della F.A.J.
Questa visione deprimente che gli anarchici organizzati del
Giappone offrono nel loro XII Congresso non è altro che un rifles­
so della situazione sociale che il paese attraversa. Da una parte e
dal 1950, quando inizia la guerra di Corea, l’economia del paese
s’è rafforzata permettendo al Giappone di andare ad occupare il
terzo posto, su scala mondiale, come gigante economico. Questo
progresso economico non favorisce ugualmente tutti gli strati so­
ciali del paese e mentre le grosse industrie si arricchiscono, in bre­
ve tempo ed abbondantemente, le classi lavoratrici vedono i loro
miglioramenti salariali liquefarsi in una delle inflazioni più accen­
tuate su scala mondiale.
Questa prosperità economica ha favorito una collusione più
profonda e mostruosa tra la « Keidanren » (Unione padronale
giapponese) e le grandi centrali operaie che, imbevute di uno
squallido spirito patriottico, volsero i loro sforzi a frenare le giuste
rivendicazioni popolari giustificandosi col porre come prima ne­
cessità quella della ricostruzione del paese dalle rovine della
guerra.
Il Trattato di Sicurezza divenne una testa di turco, bersaglio
di ogni malcontento. Fu la cortina di fumo sfruttata dalla « Kin-
danren », insieme alle centrali sindacali, che permise lo sfogo del
malcontento popolare diretto contro i nordamericani e distraendo-
lo, pietosamente, dai veri obiettivi dei lavoratori.
Questa situazione venne, finalmente smascherata. Il prestigio
sindacale decadde completamente e se il numero di iscritti si man­
tenne, in apparenza, sullo stesso livello, fu gfazie al fatto che in
molte località l’iscrizione sindacale si effettua automaticamente,
all’atto dell’assunzione del lavoratore da parte dell’azienda. La di-
122
sintegrazione sindacale, per quanto riguarda gli obiettivi, si evi­
denziò ben presto e per molti anni i sindacati operai videro il pas­
saggio dei propri iscritti da un’organizzazione all’altra coll’eviden­
te rifiuto delle etichette politiche di tutte quante.
Lo spirito rivoluzionario delle masse operaie e studentesche,
che doveva esplodere alla luce del giorno nel 1967, cominciò a
crescere diversi anni prima quando la delusione verso le colossali
centrali operaie finì col manifestarsi e le teste più calde e ribelli de­
cisero di prendere strade diverse da quelle indicate dai bonzi ina­
movibili negli incarichi della « Soyo », la « Domei » e le altre
centrali. È ciò che racconta il militante anarchico Ei Yamaguchi
in una parte del suo scritto: « Incremento di nuovi rivoluzionari
in Giappone » quando segnala che: « L’illusione, alimentata per
tanto tempo nel popolo, che i partiti politici di sinistra fossero l’a­
vanguardia organizzata del movimento rivoluzionario giapponese,
scomparve. Anche l’altro inganno, quello secondo cui il nucleo di
questo movimento rivoluzionario risiedeva nella ciclopica organiz­
zazione sindacale, era stato distrutto. I veri iniziatori della genui­
na causa rivoluzionaria, nati nel seno del popolo giapponese, era­
no riusciti a rendersi indipendenti dai tentacoli della burocrazia
delle grandi centrali sindacali e pure dall’inquadramento dei parti­
ti politici riorganizzandosi su basi intrinsecamente rivoluzionarie.
Sotto questo aspetto stanno fiorendo, in Giappone, nuovi nuclei,
rivoluzionari che hanno respinto qualsiasi decalogo e qualsiasi au­
torità costituita nelle strutture dei partiti politici della sinistra.
Questi nuovi nuclei, spezzati i legami di soggezione che li univa­
no indissolubilmente al sindacato ed al partito parlamentare, han­
no approfondito i mezzi rivoluzionari e molti settori della società
portando con la loro presenza la spinta rivoluzionaria che fino ad
allora era rimasta assente. Questi gruppi stanno moltiplicandosi e
le loro attività sono sempre più numerose. Da tutto ciò si può de­
durre che ci troviamo in presenza di un incremento di nuovi rivo­
luzionari capaci di apportare un’energia potenziale a vantaggio
della rivoluzione ».(45)
Questi nuovi nuclei, emancipati dalla tutela dei bonzi sinda­
cali e dei leader politici, sono quelli che, come già abbiamo visto,
hanno permesso l’insurrezione studentesca ed operaia del 1967.
Ad essi si aggiungono anche i giovani libertari che vogliono sfug-
123
gire all’involuzione denunciata in tante occasioni dagli stessi anar­
chici.
La Federazione Anarchica Giapponese risentiva, di conse­
guenza, dell’assenza dei giovani irrequieti che, uscendo dalle sue
file, ingrossavano i nuclei studenteschi ed operai nella decade
1960-1970. L’aver posto all’ordine del giorno, come argomento
di discussione per il XIII Congresso del 1963, tra gli altri temi,
quello del colore della bandiera della F.A.J., riflette una visione
degli avvenimenti molto più che distorta.
I fatti rivoluzionari che vanno crescendo danno l’immagine,
d’altra parte, della rinascita che tutti si auguravano. Valga, a di­
mostrazione, ciò che trascriviamo qui sotto, apparso nell’organo
esperantista dell’Intemazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI)
che, con sede nella località di Himeij, appare irregolarmente. Gli
anarchici giapponesi sono i militanti più attivi della sezione nippo­
nica della W.R.I. ed il militante libertario Kou Mukai è il perso­
naggio più rilevante della W.R.I. in quel paese. Su « Informilo »
del 6 dicembre 1966 scrive Kou Mukai:
« Facciamo riferimento al nostro lavoro ed alle novità che ci
sono state in questi ultimi tempi. Per quanto riguarda i fatti in cui
i nostri membri sono intervenuti, desideriamo vendere noto che:
« Primo. Il 19 ottobre, varie decine di giovani attaccarono la,
fabbrica Nittoku C ., a Tokio, dove si fabbricano mitragliatrici
che vengono usate nella guerra delVietNam. L’assalto avveniva
mentre si invitavano i lavoratori ad interrompere le loro occupa­
zioni al grido di ‘ Basta colla fabbricazione di armi! ’. I giovani che
partecipavano all’azione distrussero il sistema televisivo a circuito
chiuso e gli impianti telefonici impedendo la continuazione del la­
voro. Quattro militanti vennero arrestati.
« Secondo. Il 15 novembre, sei giovani della nostra organiz­
zazione si introdussero nella fabbrica ‘ Houa Kogyo C° ’. a Na-
goya, diffusero manifesti pacifisti e pretesero l’intervento del di­
rettore dell’azienda adottando la tattica del ‘ seat in ’ nei punti vi­
tali della fabbrica. I sei vennero arrestati ».
« Terzo. Il 18 novembre, circa 50 studenti penetrarono
all’interno degli uffici della Mitsubishu a Tokio, che è l’industria
più grande del Giappone, per la fabbricazione di armi, manifestan­
do per cinquanta minuti ed impedendo il lavoro della azienda al
124
grido di: ‘ Mitsubishu, commerciante di morte Diversi manife­
stanti vennero arrestati ».
Kou Mukai termina con un appello in favore dei detenuti,
membri della Sezione Giapponese della W.R.I. ed affermando la
volontà del movimento pacifista giapponese di continuare la lotta
per la pace nel mondo e contro i fabbricanti di armi.
Ogni mese, ogni giorno, in tutte le città del Giappone si regi­
stravano fatti simili a quelli esposti su « Informilo ». Dal 1967 è il
grosso del movimento studentesco quello che decide le manifesta­
zioni ed adottando'sempre la strategia dell’originalità e dell’impre­
vedibilità. Lo studente giapponese anticipa quello parigino del
1968 proponendo, un anno prima, « L’Immaginazione al pote­
re ».
Abbiamo già avuto occasione di accennare, nel corso di que­
sto lavoro, ai fatti più rilevanti di quest’epoca. Dobbiamo ripeterci
solamente per notare che nel mondo si è ignorato il ruolo impor­
tante rappresentato dalla*gioventù operaia e studentesca libertaria
in tutti questi anni di generoso sacrificio giovanile. La stampa oc­
cidentale ha dedicato molte colonne alle gesta del « zengakuren »
lasciandosi ingannare dalle valanghe df notizie marxiste che pre­
tendono sempre di attribuirsi il monopolio dei fatti e delle azioni.
Gli anarchici, senza mezzi economici che gli permettono di grida­
re al mondo la verità dei fatti e porre le cose nella loro effettiva lu­
ce, dovettero assistere, ancora una volta al modo in cui il marxi­
smo, quello della Seconda, Terza, Quarta, Quinta ed ennesima
Internazionale, si appropriava dei meriti altrui e faceva credere al
mondo che l’insurrezione giovanile era solamente opera sua.
Gli anarchici giapponesi, onesti e sinceri, riconoscono che le
turbolente giornate degli anni 1967-1969 furono opera di tutte le
forze giovanili, ma rivendicano la loro parte in esse mentre attri­
buiscono ai « radicali senza partito » una schiacciante maggioran­
za di aderenti che pongono i marxisti in minoranza.
Per i libertari, la presenza di una maggioranza studentesca,
non aderente ad alcun partito, dedicata all’azione diretta, alla de­
mocrazia militante, cioè rivoluzionaria, che condivide i principi
federalisti, audace e temeraria contro il dispotismo dello Stato
giapponese, era da considerarsi una prospettiva
promettente, una possibilità di una rinascita anarchica, per cui di-
125
venta comprensibile ciò che, in Europa ed in'America, pareva
suicida: lo scioglimento della Federazione Anarchica Giapponese.

26 1968: Il Movimento Anarchico scioglie la F.A.J.


Questo scioglimento ha luogo con un accordo del XVIII
Congresso della Federazione Anarchica Giapponese celebrato a
Tokio nel 1968.
L’ultimo segretario della F.A.J., Selichi A. Miura, conscio
della meraviglia che una simile notizia causerà in-Occidente, tra la
stampa libertaria, precisa chiaramente nella circolare che ci spedi­
sce che: « Lo scioglimento della F.A.J. non è una conseguenza di
scissioni o discordie ma rappresenta una decisione unanime del
nostro Congresso del 1968 ».
Aggiunge, dopo aver passato in rassegna le origini della
F.A.J., che « l’anarchismo è in chiara espansione parallelamente
alla crescente intensificazione della rivolta studentesca. La pubbli­
cazione di libri che trattano del pensiero anarchico si moltiplica ed
in numerose località si formano gruppi che si dedicano allo studio
dell’anarchismo ».
« Per anni la maggioranza degli studenti giapponesi è stata
influenzata dal marxismo. Quelli che si dichiarano libertari si di­
mostrano, d’altro lato, riluttanti ad avvicinarsi, ci trovano estra­
nei, come se trovassero degli ostacoli ad aderire alla nostra federa­
zione. Forse questa è una condizione esclusivamente giappone­
se ».
« Stanti tali circostanze, abbiamo deciso di sciogliere la no­
stra organizzazione e di unirci ai giovani delle nuove generazioni
nella attesa del momento in cui si sentirà la necessità di dar vita
ad una nuova federazione anarchica ».
«... abbiamo aderito a questa decisione con l’impegno che
tutti noi e ciascuno di noi lavorerà perché la Federazione tomi a
risorgere di nuovo ».(46)
Nonostante tutto questo resoconto, il segretario Miura si
rende conto che potrebbero nascere interpretazioni negative quan­
do in Occidente saranno analizzate le frasi della sua comunicazio-
126
ne, ed è per questo che si affretta ad aggiungere:
« Abbiamo riferito la notizia dello scioglimento ai compagni
Taiji Yamaga e Kenji Kondo, ambedue affetti da una grave infer­
mità. Yamaga ha detto: « Continuate con più grande vigore » e lo
stesso ha detto il compagno Kondo ».
L’anarchica Fusako Hirayama, componente il gruppo che
pubblica « The Echo » di Kobe, si espresse in termini simili nel
corso di un’intervista che le fece Gregorio Quintana nell’estate
del 1973, in occasione di un viaggio attraverso l’Europa effettuato
dalla militante anarchica giapponese. Questa intervista, pubblicata
sul N. 10 di « L’Internazionale » dell’ottobre 1973, segnala che
« una crisi di crescita e di orientamento portò alla decisione che
tutti noi consideriamo opportuna e salutare. Dopo la scomparsa
della F.A.J. si può verificare, oggi, che il movimento anarchico
giapponese vive all’interno di vari gruppi ed individualità sparse
per tutto il paese, che partecipano a riunioni ed azioni comuni in
favore di gruppi autonomi... ».(47)
Nel mese di luglio 1974 ebbi l’occasione di intervistare nu­
merosi anarchici a Kobe, Kioto, Osaka, Tokio e qualche altra lo­
calità di Honshu, e le risposte che si riferivano allo scioglimento
della F.A.J. ed ai veri motivi che portarono gli anarchici giappone­
si a prendere tale misura si avvicinarono abbastanza a quanto af­
fermato da Selichi A. Miura e da Fusako Hirayama : il movimento
anarchico non disponeva di una forza d’azione all’interno delle
masse lavoratrici. Al massimo riusciva, in qualche sindacato
aziendale, ad esercitare una certa influenza ma è un fatto che i co­
lossi della « Sohyo », la Domei e le altre centrali operaie schiac­
ciavano, col loro peso ed il loro potenziale economico e politico,
qualsiasi manifestazione di dissidenza. D’altra parte « la crescente
intensificazione della rivolta studentesca », per citare testualmente
le parole di Miura, scavalcando tutte le limitazioni imposte da
ogni partito politico compresa la F.A.J., faceva diventare un orga­
nismo anacronistico la Federazione Libertaria così com’era strut­
turata. I « radicali senza partito », rifiutando qualsiasi specie di
etichetta politica e comprendendo anche l’organismo anarchico in
questa tabula rasa, non accettavano adesioni che non fossero di in­
dividualità o di gruppi autonomi. Cercare di influenzarli branden­
do la bandiera della F.A.J. risultava controproducente e poiché,
127
d’altra parte, le azioni di questo grande raggruppamento puro era­
no assolutamente libertari: l’azione diretta, l’alleanza per un’azione
precisa e determinata e suo scioglimento appena terminata l’azio­
ne, federalismo di base, rifiuto dei capi, della polizia, dello Stato,
dell’autorità universitaria amministrativa, dei programmi d’inse­
gnamento superati, solidarietà £ogli studenti, coi lavoratori, col
popolo, vigilanza continua per la salvaguardia delle vittorie rag­
giunte, incarichi a rotazione, la misura dello scioglimento per en­
trare, individualmente, in questi gruppi dalle radici anarchiche
istintive, non sembra tanto strampalata come parve alla maggio­
ranza di noi anarchici in Europa ed in America quando la notizia
ci raggiunse alla fine del 1968, inizi del 1969.
Comunque un altro argomento di un certo peso ebbe rilevan­
za nel tanto discusso scioglimento. In Giappone esiste, come negli
altri paesi del mondo, il noto salto generazionale. Per la loro espe­
rienza e per essere sopravvissuti all’epoca eroica, i vecchi militan­
ti anarchici erano soliti assumersi l’incarico di segretario della Fe­
derazione Anarchica e, ciò che era peggio, indirizzavano la lotta
libertaria in una forma che la « Seinen Anarkisto Renmei » (Gio­
ventù Anarchica), gruppo aderente alla F.A.J., considerava supe­
rata. I dissensi tra vecchi e giovani sarebbero, quindi, all’origine
dello scioglimento pur pesando con uguale o maggior forza rispet­
to alla apprezzabile strategia di introdursi, in forma individuale,
all’interno del raggruppamento studentesco e della gioventù ope­
raia.
Occorre sottolineare, in ogni modo, che alle riunioni alle
quali assistetti si notava la presenza di militanti giovani ed anzia­
ni, senza distinzioni, il che obbligherebbe a riconoscere che, una
volta dissolta la F.A J. e lasciati trascorrere i primi anni di afede-
razionismo, tutti i militanti anarchici, in generale, sono stati spin­
ti a riunirsi nuovamente su un piano di uguaglianza e di compren­
sione tenendo, nel momento in cui scriviamo questi paragrafi,
riunioni preliminari per la riorganizzazione della Federazione Li­
bertaria con cui verrebbe realizzato ciò che auspicava Selichi A.
Miura nel suo citato comunicato quando scrive che si accettò lo
scioglimento « alla condizione che tutti noi e ciascuno di noi lavo­
rerà perché la Federazione tomi a risorgere di nuovo ».
La Federazione metteva quindi fine alle sue attività dopo 23
128
anni di vita. Da quel Congresso costitutivo del 12 maggio 1946 il
movimento anarchico giapponese si era caratterizzato con il gran­
de impulso dato alla propaganda scritta. Si ripubblicarono le opere
complete di Kotoku e di Osugi, si pubblicarono quelle di Sanshiro
Ishikawa che abbiamo già avuto occasione di citare. Una serie di
scrittori libertari, giovani e vecchi, cercò di offrire alla lotta socia­
le saggi, scritti di storia, dibattiti, una gran quantità di letteratura
anarchica che, nonostante gli scarsi mezzi economici disponibili,
si riusciva a diffondere tra la gioventù irrequieta delle fabbriche e
delle università. Si misero in mostra, per la loro penna e il loro ta­
lento, scrittori come Masamichi Osawa, Kazuo Otaki, Takeshi
Hasegawa, Yuzuro Kubo, Kou Mukai, Yutaka Haniwa, Hiroshi
Ozeki, Kiyoshi Akiyama, Michio Matsuda, Takashi Saito, Kuni-
nosuke Matsuo, Yoshiharo Hashimoto, Tei Uemura, Kenji Kon-
do, Taiji Yamaga, Teiko Kurihara, Atsusha Shirai. Con i testi
genuinamente giapponesi si traducevano gli scritti di Marx Stir-
ner, Kropotkin, Bakunin, Proudhon, William Godwin, Berdaief,
Berkman, Emma Goldman, Martin Buber, Carpenter, Camus,
Orwell, Levai, Malatesta, Guerin, Elztbacher, Paul Goodman,
Maria Luisa Bemeri, Reclus, Vernon Richards, Nettlau, Charles
Martin, Maximov...
Ogni località, ad un certo punto di questo tappa organizzata
che va dal 1945 al 1968, aveva il suo organo d’espressione e il
« Heimin Shimbun » appariva ad Osaka, Tokio, Nagoya,
Fukuoka. L’elenco della stampa anarchica giapponese sorprende
per l’abbondanza delle sue testate e dei suoi nomi: « Anarchi­
smo », « Libertà », « Gioventù Anarchica », « Emancipazione »,
« Società Libera », « Uguaglianza », « Movimento Operaio »,
« Cittadino Libero », « Resistenza », « Bandiera Nera », « Fede­
razione Libera », « Pensiero Libero », « IOM » (Esperantista),
« Fronte Nero », « Aurora », « Lavoro e Libertà », « Pensiero
anarchico », « Movimento Anarchico », « L’Individuo », « The
Echo »...
Alcune di queste testate continuano ad essere pubblicate ed
altre si sono aggiunte, dopo il 1968, nel compito della divulgazio­
ne scritta dell’anarchismo e la « Jiyu Rengo » (Federazione Libe­
ra), che era stato l’organo ufficiale della F.A.J. continua ad essere
pubblicato, come mensile, con una tiratura di 2.500 copie. Testa­
129
te inconfondibili come « Koku Shoku » (Bandiera Nera), « Koro
no Techo » (Quaderno Libero), « Ko Ko » (Luce Nera), « Giyu
Gin » (Il Libertario), « Anarkism » « Radicai » (Inglese), « The
Echo » (Inglese), « Ran » (Rivolta), « Libera Federo » (Esperan­
to), « IOM » (Esperanto), « Libero » (Esperanto), « Saluton » (E-
speranto).
Vi sono gruppi completamente dediti alla pubbicazione di o-
pere anarchiche come il « Kokushoku Sensensha » (Fronte Nero)
che è, forse, il più dinamico e rilevante benché meritino di essere
citati il « Thanatos », il « Mugi », « The Echo », « Giyu Gin »
e « Kuro no Techo » ed altri che, in modo discontinuo, publicano
opuscoli e libri.
Da ultimo, e come in Europa ed in America, le case editrici
borghesi che hanno scoperto che l’anarchia è redditizia sotto il
punto di vista editoriale, e si trovano sul mercato librario giappo­
nese eleganti libri editi da grandi industrie editoriali con titoli im­
portanti, quali « D Mutuo Appoggio » di Kropotkin, « La Capa
cità Politica delle Classi Lavoratrici » di Proudhon, « Breve Storia
dell’Anarchia » di Nettlau, « L’Unico e la sua Proprietà » di Stir-
ner, « L’Anarchia » di George Woodcock, « Anarchia e Ordi­
ne » di Herbert Read, « Bakunin » di E.H. Carr, « La Rivoluzio­
ne Sconosciuta » di Volin, « Gli Anarchici Russi » di Paul Avri-
ch, « La Rivoluzione Bolscevica » di Berkman, ecc. Molti di que­
sti titoli han dovuto essere ripubblicati essendo esauriti ed essen­
doci ancora, per quelli, una grande domanda.
Tra le fila anarchiche vi sono militanti molto preparati (48)
che traducono con facilità dalle lingue occidentali in giapponese.
Anarchici come Masamichi Osawa, Hiroshi Ozeki, Selichi A.
Miura, Tadataka e Fusako Hirayama, Sakan Endo, Yoshiharo
Hashimoto, non hanno problemi di carattere tecnico per tradurre
in giapponese i testi di Proudhon, Stirner, Woodcock, Carr,
Berkman e gran parte dei teorici dell’anarchismo europeo, parten­
do dalla lingua di questi. Da segnalare, in modo rilevante, la tra­
duzione fatta da Ima Mura, una ragazza militante, di « La C.N.T.
en la Revoluciòn espanda » di José Peirats.
Lo scioglimento della Federazione Anarchica Giapponese la­
sciò ai suoi membri la libertà di dedicarsi, individualmente o col­
lettivamente, a diverse attività in cui l’impronta anarchica avreb­
130
be potuto avere influenza. Qualche gruppo, di quei membri della
F.A.J., decise di mantenere la propria struttura nell’intenzione,
in un certo qual modo, di non vedere cadere nel nulla quegli sfor­
zi già iniziati prima dello scioglimento della Federazione.
Ad Akita, all’estremo nord dell’isola di Honshu, dove nac­
que Ando Shoeki, gli anarchici locali decisero di mantenere il Cir­
colo Letterario che avevano creato e intorno al quale si svolgeva
un’intensa attività tra gli studenti e gli intellettuali progressisti
della regione.
La stessa cosa accadde a Tokio dove si registra la presenza di
qualche gruppo che mantiene un eccellente ritmo nelle sue atti­
vità. Possiamo segnalare il gruppo « Idea » (Shisoo) che pubblica,
in maniera più o meno periodica, « Radicai », in inglese, che go­
de di interessanti collaborazioni e che è tra i migliori per quanto
riguarda le analisi storiche e concettuali dell’anarchismo. La dire­
zione della pubblicazione è a carico di Yoshiharo Hashimoto, un
generoso lavoratore della causa libertaria. È rilevante anche il la­
voro portato avanti da Selichi A. Miura, instancabile editore di
« Giyu Gin » (Il Libertario), rivista mensile molto apprezzata tra
gli intellettuali giapponesi e conosciuta dall’anarchismo occidentale
perché raggiunge tutti gli ambienti anarchici del mondo. Selichi.
A. Miura è un intellettuale di rilievo dalle molte conoscenze che
pone le sue doti di poliglotta al servizio dell’idea, avendo tradotto,
dal francese e dall’inglese, numerose opere anarchiche di teorici
occidentali. Un altro gruppo, in cui lavora il militante Masamichi
Osawa, pubblica « Koro no Techo ». L’anarchico Osawa ha un
elenco molto lungo di lavori scritti, di cui abbiamo già avuto occa­
sione di parlare ed è uno dei traduttori più quotati nel mondo
dell’editoria giapponese, non solamente anarchica. Un altro nu­
cleo interessante è il « Koku Shyoku Sensen Sha » (Gruppo Ban­
diera Nera) sostenuto, principalmente, dal vecchio anarchico e
maestro di scuola Eizaburo Ooshima, radicato a Nakama, quartie­
re operaio di Tokio. Ooshima, che dopo il maestro fece anche il
contadino e riuscì a possedere un po’ di terra, vendette tutto ciò
che possedeva offrendo il guadagno della vendita come fondo ini­
ziale per le pubblicazioni libertarie. « Koku Shyoku Sensen Sha »
ha pubblicato numerosi libri ed opuscoli dal giorno della sua fon­
dazione.
131
Tutti questi gruppi sono soliti stabilire delle riunioni a sca­
denza fissa settimanale o mensile, in qualche posto nel centro di
Tokio, di preferenza Shinjuku, uno dei quartieri più animati della
capitale giapponese ed è in esse che si stabiliscono gli argomenti
delle pubblicazioni ed altre attività che i gruppi si assegnano.
Ad Himeji e a Nagoya occorre registrare la presenza di due
gruppi di esperantisti e di resistenti alla guerra animati, tra gli
altri, dal militante libertario Kou Mukai.
A Kobe agisce un altro dei gruppi più dinamici del paese che
si assume, come una delle sue principali attività, la responsabilità
della pubblicazione del « The Echo », rivista di cui abbiamo già
avuto occasione di parlare. Con la sigla di « The Echo », gli anar­
chici di Kobe hanno pure pubblicato diversi opuscoli di propagan­
da anarchica.
Nel 1968, alla celebrazione del Congresso Anarchico Inter­
nazionale di Carrara fu presente pure l’anarchico Hiroshi Ozeki
che ebbe anche occasione di visitare i movimenti anarchici in Eu­
ropa. Una delle sue visite fu dedicata al C.I.R.A. di Losanna e l’i­
dea di formare un archivio anarchico in Giappone venne lanciata
li con un notevole successo poiché già da qualche anno funziona,
ai piedi della montagna Fuji, il C.I.R.A. — Nipponico che conta
già un lungo elenco, di volumi e pubblica, tra l’altro, « Anarchi­
smo » ed un bollettino informativo « Libero », in inglese. « Anar­
chismo » è una voluminosa rivista — circa 70 pagine —, in giap­
ponese, che contiene un riassunto in esperanto che favorisce la di­
vulgazione della rivista nei paesi occidentali.
La sede del C.I.R.A. — Nipponico è in un originale stabile
costruito, col proprio contributo e con quello della sua compagna,
dal libertario Buichiro Ryo. Si trova ai piedi del Fujiyama, tra le
piantagioni di thè ed è una residenza per i giovani in vacanza che
vi si riposano prima di intraprendere la ascensione della più alta
montagna del paese. Questo stabile, che in inglese è conosciuto
come « Youth Hostel », accoglie annualmente centinaia di giova­
ni, di cui numerosi libertari e tutti gli impegnati, gli studiosi e ri­
belli, che prendono conoscenza dell’ideale libertario mentre si
preparano a scalare la cima del Giappone. La località dove si trova
la dimora di Buichiro Ryo, membro pure della W.R.I. ed esperan­
tista da anni, si trova nei dintorni di Fujinomiya, non lontano da
132
Numazu, dove si trova il piccolo museo dedicato al famoso anar­
chico Taiji Yamaga.
Dal 1973 funzionò un Consiglio Socialista Libertario che
comprendeva nel suo seno un gran numero dei « Radicali senza
Partito » delle Università, soprattutto in quelle di Waseda e Hi-
nei, ma si sciolse col venir meno della spinta studentesca.
Per quanto riguarda le individualità, queste sono numerose.
Alcuni perché si sono dedicati ai principi individualisti, altri per
non nuocere ad un gruppo aderendo ad un altro, per dissentire
dalla assenza di una Federazione anarchica nel paese, sono molti
gli anarchici che preferiscono agire da soli o, semplicemente, rin­
chiudersi nell’impotente torre d’avorio. A titolo d’esempio, per
quanto riguarda l’attività di un anarchico non aderente ad alcun
gruppo, trascriviamo un frammento delle « Notizie Minori » del
già citato « Radicai » : « ... Desidero mettere a disposizione la mia
abitazione, anche se piccola, e prestare i miei libri, opuscoli ed
altro a chi li voglia la seconda e quarta domenica di ogni mese,
dall’1 alle 4 del pomeriggio. Spero che la mia modesta offerta (49)
possa servire a creare un mondo senza autorità, basato sull’amore
ed il mutuo appoggio ».
Si potrebbero cosi elencare alcune delle attività specifiche a
cui gli anarchici dedicano i loro sforzi :
PACIFISMO. — D nucleo più importante della W.R.I. è mol­
to influenzato dai gruppi libertari di Nagoya, Osaka ed Himeji che
organizzano manifestazioni, mostre, pubblicano manifesti e porta­
no a termine azioni quali l’assalto alla fabbrica « Nihon Tokoshyu
Kinzu Ku Kabushi Gaiza », che costruisce mitragliatrici ed altre
armi da guerra. Gli oppositori alla guerra hanno il loro organo
d’espressione « Senso Teikosha » (Pacifista) che è a cura del liber­
tario Kou Mukai (50)
Nel campo del pacifismo le attività che possono essere portate
avanti sono numerosissime. La Guerra del Viet Nam fu uno degli
avvenimenti più sfruttati dai pacifisti; il problema di Okinawa fu
pure un argomento di rigore fino al ritorno delle isole Ryu Kyu al
Giappone, grazie all’intervento degli Stati Uniti, il 14 maggio
1972; l’articolo 9 della Costituzione, mai rispettato dal militari­
smo e dalla potente industria ; gli anniversari delle bombe di Hiro­
shima e Nagasaki; la costruzione di un « Nautilus » a propulsione
133
nucleare e, recentemente, il varo della prima nave giapponese a
propulsione atomica; le industrie dedite, in gran numero, alla fab­
bricazione di armamenti, sono gli obiettivi d’intervento del pacifi­
smo.
Non mancano neppure per gli anarchici, le occasioni di
ingrossare organizzazioni quali la « Hansen » (I Comitati della
Gioventù contro la Guerra) il cui nome completo è « Hansen Sei
neni iinkai », composta prevalentemente da operai — quasi
20.000 nel 1970 — non aderenti ai partiti politici né alle centrali
sindacali e, in seguito, il « Beheiren » che era un grosso raggrup­
pamento eterogeneo di studenti, operai, impiegati, pensionati e
dimostrò con vigore contro la guerra del Viet Nam, riuscendo a
mobilitare grossi contingenti di popolazione, raggiungendo vertici
drammatici come l’olocausto dell’esperantista Yunoshin Yui che
a 73 anni si diede fuoco come una torcia vivente, di fronte all’abi­
tazione del primo ministro nipponico, per protestare contro la
guerra nel Sud Est Asiatico.
ESPERANTO.-Attività strettamente legata al pacifismo, ma
che sviluppa attività proprie senza accordi forzati coi Resistenti al­
la Guerra. L’Esperanto gode di una meritata simpatia nel Giappo­
ne. Uno dei suoi fondatori fu Takai Osugi, che era esperantista
già all’inizio del secolo. Anche Taiji Yamaga fu un noto esperan­
tista e molti militanti anarchici sono, contemporaneamente, espe­
rantisti convinti. Un occidentale può imparare l’Esperanto in tre
mesi mentre un giapponese od un cinese han bisogno, in media,
di un anno. Nonostante ciò sono stati molti i giapponesi che si so­
no dedicati alla lingua internazionale per poter rompere il cerchio
di incomunicabilità prodotto da una lingua come la loro, dalla
scrittura ideografica e dai segni sillabici insieme con una gramma­
tica con regole completamente opposte alle grammatiche europee.
In Giappone sono sempre esistiti organi esperantisti di espressione
libertaria, pacifista ed internazionalista.
CONTAMINAZIONE AMBIENTALE.-Il Giappone è il
paese che subisce più drammaticamente le conseguenze della con­
taminazione ambientale. Durante l’anno ed in modo discontinuo,
si ordina la dimunuzione del febbrile lavoro di Tokio, quando l’at­
mosfera della città più popolata del mondo — 12.000.000 di abi­
tanti — diventa irrespirabile. Acquista proprietà letali, semplice­
134
mente e chiaramente. I giapponesi si sono organizzati in comitati
di quartiere, di fabbrica, comitati cittadini per richiamare l’atten­
zione in favore della difesa dell’ecologia del paese e del risanamen­
to del suo ambiente. I libertari di Tokio, Osaka, Kobe, Nagoya e
le altre grandi città giapponesi hanno dimostrato di essere sensibili
a questi movimenti sporadici e vi hanno aderito mentre hanno
cercato di mantenere gli organismi-guida in completa indipenden­
za rispetto ai partiti ed ai sindacati politicizzati.
ETÀ E COREANI.-La rivista « Atlas » del dicembre 1968
riportava uno scritto del « The Asia Magazine » di Singapore che
trattava dei coreani stabilitisi in Giappone. Questi « gaijin » - stra­
nieri — sono considerati come il gradino più basso, insieme agli
« età », degli strati sociali del paese. L’articolo si intitola « Il ne­
gro del Giappone ». 600.000 coreani vivono in condizioni sub­
umane e forniscono la manodopera per i lavori che i giapponesi
giudicano degradanti.
Questa condizione di « lumpenproletariat » i coreani la divi­
dono con gli « età », nati in Giappone ma che subiscono ancora le
conseguenze di una società classista che, in teoria, venne abolita
nel 1868. Nel « Time » del 2 marzo 1970, si può leggere: « Cer­
tamente il cambiamento ha interessato il modo di vivere di vir­
tualmente tutti i gruppi e tutte le classi (del Giappone) ad eccezio­
ne di coloro che si trovano in fondo ed in cima. Lo « età », erede
dei lavori disprezzati quali la vendita di stracci e il mattatoio, è, in
Giappone, il più vicino possibile all’ « intoccabile » dell’India; so­
no un milione e vivono in porcili, lavorando come rigattieri o peg­
gio e raramente possono sposarsi con altri esseri che non siano
della loro classe. In cima c’è l’imperatore... ».
I figli di questi paria subiscono, a scuola, le prepotenze dei
compagni e questo ha favorito la nascita di un movimento uguali­
tario tra i maestri che tenta di combattere questo sentimento anti­
sociale e razzista. Nel « Nikkyoso » — il Sindacato dei professori
e dei maestri — sono stati gli insegnanti libertari che hanno svolto
maggior attività sotto questo aspetto nonostante il loro numero ri­
dotto al confronto coi professori ed i maestri aderenti al marxismo
ed al socialismo statale.
Lo scioglimento della F.A.J. fu causato, tra l’altro, perché la
maggioranza dei libertari desiderava essere presente ad ogni tipo
135
I l C alendario fa sc ista n ip p o n ico v u o l d i n u o v o im p orsi. E sso indica ch e l ' i l f e b ­
braio (!) d e l 600 p r im a della no stra Era, l'Im p e ra to re J im m u T e n n o , d is c e n d e n ­
te dalla dea A m a te ra tsu , fo n d ò l ’im p e ro giap ponese. I l d iseg n o illustra l ’a v v e n i­
m e n to , c o n o sc iu to c o m e « K ig e n s e ts u ».
di azione o di manifestazione senza dover analizzare, ogni volta,
se per la loro condizione di militanti di un organismo di portata
nazionale, non incorressero in un’azione incompatibile con la li­
nea tracciata dalla Federazione Anarchica.
Dal 1968 ogni anarchico decide di intervenire in ogni genere
di lotta che giudichi progressista e benefica per l’anarchismo. In­
sieme con tutti i contestatori del paese l’anarchico partecipa ai
« seat in » davanti alla Dieta, ai serpenti umani — manifestazioni
di massa in cui i manifestanti, in file di dieci o dodici, uno dietro
all’altro, afferrati per le braccia, lunghe duecento e più metri e
zigzagando da un lato all’altro dei larghi viali, offrono uno spetta­
colo di potenza e di unità impressionante, soprattutto per chi
guarda nel Movimento di Liberazione della Donna, nell’assalto al­
le fabbriche di armi, nella campagna contro il nuovo-aereoporto di
Narita, nelle manifestazioni del Primo Maggio, a quelle degli an­
niversari di Hiroshima ogni 9 agosto, ai picchetti davanti al Mini­
stero dell’Educazione per protestare contro la restaurazione del
« Kigensetsu » (51). Non esiste alcun divieto dell’organizzazione
verso alcuna azione individuale. La coscienza rivoluzionaria di
ognuno suggerisce gli atteggiamenti da prendere.
Questo non è un ostacolo perché il pensiero dell’organizza­
zione solletichi lo spirito di alcuni militanti in modo intermittente
ma ripetuto. D gruppo « Kokko » (Luce Nera) di Kioto, a cui ade­
riscono soprattutto elementi giovani e preparati come Naoyuki
Haguma, laureato in Psichiatria, esperantista e dall’attività tra­
volgente, ha manifestato, nell’agosto 1974, il proposito di riorga­
nizzare una Federazione Libertaria.
Si sono svolte parecchie riunioni preliminari per discutere la
proposta del gruppo « Kokko »... Il 1968 non è tanto lontano e
per qualcuno la cosa, se si decide, potrebbe essere prematura. Per
altri, comunque, la necessità di organizzarsi si giustificherebbe
col fatto che le condizioni attuali sono diverse da quelle esistenti
nel 1968, quando l’effervescenza studentesca e lavoratrice stava
raggiungendo il suo punto culminante. Tutti, comunque, tengo­
no presente ciò che Selichi A. Miura affermava al termine della
sua lettera agli anarchici d’Occidente: « Tutti noi e ciascuno di
noi (lavorerà) perché la Federazione torni a risorgere di nuovo ».
Caracas, 1974
137
NOTE

(1) Ciò venne inventato dai cortigiani del Vili secolo per attribuire carattere sacro
alla dinastia nascente. Alla venuta di Meiji, nel 1868, si sentì il bisogno di ricostituire
la necessità di mantenere divino l’Imperatore e, con assurda precisione, non solo si in­
dicò l’anno 660 come quello dell’inizio della dinastia, ma se ne indicò addirittura il
giorno: l’il febbraio. Questa giornata, nota come « Kigensetsu », era una delle più
importanti del calendario fascista di prima della guerra.
(2) Teitaru Suzuki. « Una interpretación de la Experiencia Zen ». Messico 1965.
(3) « Jiyu Minken Undo » (Movimento della Libertà Civile) sarebbe il nome che
più si avvicina. Durò dieci anni (dal 1874 al 1884) venendo i suoi aderenti attirati dalla
politica riformista, alcuni, e dal socialismo gli altri.
(4) Questa regione vide, nel periodo Meiji, eventi apertamente rivoluzionari, so­
prattutto nella città di Chichibu dove la popolazione che viveva della lavorazione della
seta, si vide condannata alla fame dall’introduzione di macchinari che eliminarono
grandi contingenti di manodopera. La disoccupazione forzata obbligò molti a vendere ed
impegnare le loro proprietà e fiorirono le botteghe di pegni e di prestiti al punto che
nacque un’organizzazione molto interessane: La lega dei Poveri di Chichibu o « Chichi­
bu Shakkin To ». Il 2 novembre 1884 la città di Chichibu scese in piazza buttando fuori
dalla città la polizia, gli usurai, quelli che prestavano su pegno mentre fondava un cen­
tro rivoluzionario proclamando l’instaurazione del « Primo Anno di Libera Autono­
mia ». Decisero pure di demolire tutti i locali di pegno e di usura. La capitale non arri­
vava a capire, dopo quasi due decadi dall’imposizione del centralismo Meiji, che un si­
mile fatto pótese accadere. Tre giorni di battaglia — le forze imperiali provarono sui
corpi dei chichibuiani una nuova arma, la « Mulata ju » — la fecero finita coi rivolu­
zionari, molti dei quali vennero massacrati, altri riuscirono a fuggire sulle montagne ed
un piccolo numero venne giustiziato nel 1885.
(5) Sen Katayama è stato il marxista più noto del Giappone. Nel 1904, essendo
già scoppiata la guerra russo-giapponese, Katayama partecipa al Congresso Socialista In­
temazionale di Amsterdam ed abbraccia il russo Plejanov volendo significare che la
guerra dei loro due paesi non intaccava la unità intemazionale della classe operaia. Più
tardi si staccò dalla II Intemazionale e fece parte del Politburo della III. Percorse, insie­
me all’indostanico M.N. Boy, dopo la rivoluzione russa, la maggior parte dei paesi
dell’America Latina cercando di organizzare vari partiti comunisti nella regione.
(6) Toshihiko Sakai nacque nel 1870 e mori nel 1933- I suoi avi appartenevano
alla casta dei Samurai. Fece diversi mestieri, come quelli di giornalista, maestro di scuo­
la, collaboratore di riviste. Fu grande amico di Kotoku e si considerava, come lui, allie­
vo di Atsunsuke Nakae. Fondò, con Kotoku, lo « Heimin Shimbun », nel 1903 ed in
sieme i due fecero la prima traduzione giapponese del « Manifesto Comunista », nel
1904.
138
(7) Ci riferiamo, naturalmente, alla seconda apparizione della rivista, quando già
il socialismo giapponese si era diviso. « Heimin Shimbun » divenne quotidiano grazie ai
contributi economici di un simpatizzante, amico di Kotuku.
(8) La prima traduzione giapponese « La Conquista del Pane » di Kropotkin è por­
tata a termine da Kotoku nel 1903 e fu pubblicata, distribuita, venduta e letta clande­
stinamente.
(9) Ganketsu Akaba, membro della « Heimin Sha » (Società Proletaria) come Ko­
toku dal 1903; scrittore e giornalista — fondò il « Toyo Shakai Shimbun » (Giornale
dell’Oriente Socialista) nel 1908 —, era negli Stati Uniti quando ebbe luogo la monta­
tura grossolana della « Dai Yaku Jijen » ma ritornò agli inizi del 1912. Venne arrestato
ed incarcerato immediatamente e proclamò lo sciopero della fame che doveva portarlo
alla morte il 1 ° marzo 1912. Mori a 37 anni e dev’essere considerato, giustamente, co­
me una ulteriore vittima della « Dai Yaku Jijen ».
(10) È per questo che Philippe Pons, corrispondente di « Le Monde Diplomai i-
que » scrive nel numero di agosto del 1972: « Ma la guerra (quella degli anni 1914-
1918) è riuscita, come maggiore risultato, a far passare il paese (il Giappone), ancora
ampiamente agricolo, allo stato di potenza industriale. Il che equivale ad un aumento
della classe operaia. Organizzato all’origine sul modello trade-unionista, il movimento
sindacale si rafforza nella crisi: speculazione di intellettuali, l'anarcosindacalism o d iven ­
ta un m etodo d i lotta... » (La sottolineatura è nostra).
(11) La figlia maggiore di Osugi, Mako, che io riuscii a vedere, nel 1957, a
Fukuoka, continuava nell’ideale paterno, e, insiema al suo compagno, Aoki, pubblica­
va « Teikosha » (Resistenza), una rivista pacifista libertaria.
(12) D terremoto del I o settembre 1923, sebbene durasse solo 30 secondi, falciò
la vita di 100.000 persone. 40.000 di esse vennero cremate nei depositi di uniformi
dell’esercito. Altre 43-000 vennero date per disperse. Il 54 per cento delle abitazioni
vennero rase al suolo, 700.000 case s’incendiarono.
(13) Kanda è uno dei centri di Tokio più animati. Li sono le più grandi librerie ed
i centri culturali. Insieme con Shinjuku forma il nucleo più intellettuale ed inquieto del­
la più grande città del mondo.
(14) Vedi un profilo biografico di Toshihiko Sakai alla Nota 6.
(15) « C.N.T. » di Tolosa (17.8.1952) pubblicò una lettera di Taiji Yamaga diret­
ta alle Gioventù Libertarie in cui si riferiva a ciò: « Io sono abbastanza vecchio; ma gio­
vani compagni mi aiutano a comporre e stampare in modo semplice e primitivo, senza
macchina! nella mia piccola casa. Col denaro che ci spedirono dei compagni russi che
stanno negli Stati Uniti abbiamo comperato 2.500 caratteri da stampa ed un semplice
rullo a mano per litografia, con cui stampiamo il foglio stendendolo sui caratteri. Non
possiamo comprare un’altra macchina più cara e, perciò, rimediamo cosi. I caratteri che
necessitano di accenti — si riferisce ai caratteri in Esperanto — li faccio io stesso con
una lamina di zinco ».
(16) Il « Haiko » è una poesia brevissima di 5-6-7 sillabe ed è considerato, in
Giappone come il massimo della poesia. Lo Zen l’ha molto diffuso. Felipe Alàiz si di­
lungò, con umorismo, attorno alle caratteristiche del « haiko » che così definiva : « Per
qualsiasi intenditore di cose pregevoli (il « haiko ») è una terzina reclusiana ». (Solidari­
dad Obrera, 17.5.1952, Parigi).
(17) Taiji Yamaga — « Lao tsé y su Libro del Camino y de la Virtud » — Tierra
y Libertad, Messico, 1963 — 128 pag. Yamaga tradusse la sua interpretazione liberta­
ria del pensiero di Lao Tsé in Esperanto e Eduardo Vivancos, noto esperantista liberta-

139
rio spagnolo, lo tradusse in spagnolo.
(18) D pavimento delle abitazioni giapponesi è ricoperto dai « tatami », stuoie
spesse e rigide confezionate con paglia di riso. Misurano, all’incirca, un metro per due
e sopra di esse, chi vi abita e chi giunge in visita, cammina scalzo giacché le scarpe si
lasciano sulla soglia. L’abitazione giapponese non ha mobili perché, senza né sedie né
letti, la vita si svolge a livello del suolo, sul « tatami ». Un piccolo desco alto 20 cen­
timetri, qualche cuscino e qualche trapunta formano l’unico e originale mobilio del
giapponese.
(19) « Roma » per romano e « ji » che significa lingua. Si dà il nome di « romaji »
al giapponese con caratteri europei, cioè, col nostro alfabeto. La scrittura giapponese,
vera e propria, si compone di caratteri ideografici cinesi ed un sillabario — Kata-kana o
hira-gana — per cui il « romaji » sarebbe un tentativo di avvicinamento alle lingue oc­
cidentali.
(20) Una zuppa considerata come il piatto più economico dei ristoranti a basso
prezzo.
(21) Come la città universitaria tedesca di Heidelberg, che i bombardamenti allea­
ti rispettarono per il suo valore culturale, anche le città di Nara e di Kioto, in Giappo­
ne, non vennero bombardate per le ricchezze culturali e storiche in esse conservate.
(22) Negli anni 1950-1960 la produzione industriale del Giappone si triplica. 11
Prodotto Nazionale Lordo raddoppia. La produzione agricola raggiunge una cifra record.
11 reddito nazionale aumenta del 50 per cento e lo stesso accade per il consumo. Il reddi­
to prò capite è di un 20 per cento più elevato di prima della guerra...
(23) Furono gli occupanti i primi a restaurare ciò che essi stessi avevano abolito.
Le famiglie potenti dell’Impero — le entrate del barone Mtsui, capo della famiglia-pro­
prietaria dallo stesso nome, superava il preventivo dello Stato, nel 1937 — decadute ed
emarginate, si videro invitate a « collaborare » mentre il Parlamento s’incaricava di at­
tenuare la Legge Antimonopolio. A partire dal 1952 la Fonderia Fuji si accaparra il 25
per cento della produzione dell’acciaio e la metà della fonderia giapponese. Nel I960 il
50 per cento delle tessiture sono in mano a 10 famiglie. La Mitsubishi produce il 34 per
cento delle armi giapponesi e ciò rappresenta solo un modesto 6 per cento della totalità
delle sue molteplici attività. La Mitsubishi, insieme alla Mitsui ed alla Sumitomo, rap­
presenta il 30 per cento di tutta la produzione giapponese. La maggior industria com­
merciale giapponese è la Mitsui Bussan.
(24) La sottolineatura è nostra.
(25) Samuel Gompers fu la figura più rilevante del sindacalismo negli Stati Uniti
ed il principale artefice della sottomissione dei sindacati al padronato. Si oppose alle Fe­
derazioni dell’Industria; difese la collaborazione coi padroni e col regime capitalista e
schiacciò qualsiasi inizio rivoluzionario della centrale sindacale più grande del paese : la
American Labor Federation.
(26) Il 18 settembre 1931 vi fu un’esplosione sulla linea ferroviaria di Mukden,
capitale della Manciuria, probabilmente provocata dagli stessi giapponesi, motivo per
cui l’esercito nipponico occupò tutta la Manciuria instaurando, dietro uno Stato di co­
modo — il « Manchukuo » — il dominio effettivo su tutta la regione.
(27) La popolazione lavoratrice giapponese oscilla intomo ai 60 milioni di lavora­
lavoratori.
(28) Le tre organizzazioni che si fusero furono: la « Zenro » (Congresso dei Sin­
dacati giapponesi), la Federazione Giapponese dei Sindacati ed il Consiglio dei Sindacati
dei Lavoratori Statali del Giappone. La Zenro aveva aderito alla federazione intemazio­
nale C.I.O.L.S.
140
(29) Il programma d’azione della « Domei », ancora più a destra della « Sohyo »,
afferma tra le altre cose: « Siamo contro l’unità d’azione... La nostra politica vuol rag­
giungere una democrazia parlamentare.... I sindacati non devono essere, necessaria­
mente e categoricamente, contro il sistema e noi ci opponiamo all’introduzione della
lotta di classe nelle relazioni tra lavoratori e padroni ». L’adesione del Sindacato delle
Industrie Pesanti della Mitsubishi, apportando più di 40.000 iscritti in un sol colpo,
permise, nel 1969, un aumento considerevole dei suoi effettivi.
(30) La « Sanbetsu Kaigi » contava, nel 1946, quasi 1.400.000 iscritti. I Comita­
ti superiori, iscritti al Partito Comunista, fallirono nel loro tentativo di politicizzare la
« Sanbetsu » quando emisero un ordine di sciopero generale per il mese di febbraio
1947 che non venne eseguito dai lavoratori. Dal fallimento della « Sanbetsu » nacque la
« Mindo » (Movimento Operaio per la Democrazia) che fu l’embrione da cui sorse, nel
1950, la mastodontica « Sohyo ».
(31) D 43 per cento dei lavoratori giapponesi, quasi 24 milioni, è occupato presso
ditte con meno di 300 persone. Su un totale di 4.500.000 di questo tipo di piccole e
medie imprese, più di un milione e mezzo occupa da uno a tre persone solamente.
(32) La grande industria giapponese sfrutta una abile valvola di sicurezza su due
fronti: quello padronale e quello operaio. Con la prima, che raccoglie la piccola e media
industria, stipula dei semi-contratti, da cui può disimpegnarsi in caso di crisi, quando
riduce la produzione a svantaggio dei partners, il che le permette di mantenere inaltera­
to il ritmo interno. Anche con la seconda attua una strategia simile: contratti a tempo
di manodopera, in sovrappiù di quella che già è fissa nell’azienda, e che è possibile li­
cenziare quando si abbassa la produzione o quando vengono introdotte tecniche e mac­
chinari che possano far a meno della manodopera. Questo stabilisce una condizione di
discriminazione tra gli stessi lavoratori poiché quelli impiegati in permanenza si oppon­
gono all’ingresso, nel Sindacato Aziendale, dei temporanei. Da qui nasce che l’obietti­
vo massimo di ogni lavoratore giapponese è quello di far parte, con carattere permanen­
te, dell’azienda.
(33) La « Nikkeiren » (Federazione Padronale), al contrario dei sindacati operai,
raggruppa la totalità degli sfruttatori giapponesi. La sua forza, oltre all’appoggio dello
Stato che vede in essa il fattore principale del « miracolo economico giapponese », è nel
corpo monolitico che formano tutti i padroni intorno ad un solo organismo.
(34) Due correnti sono presenti all’interno del Partito Socialista, la Kozokaikaku
e la Nuova Prospettiva Socialista, la prima nettamente riformista e la seconda con pro­
nunciatissime venature l’opportunismo, i suoi ideali sono lo standard di vista america­
no, la sicurezza sociale dell’U.R.S.S., la democrazia parlamentare inglese e la costituzio­
ne pacifica del Giappone.
(35) Il « Komeito » fu creato nel 1964 come braccio politico della Nichiren Shu
che raccoglie sei milioni di famiglie credenti. D suo slogan « Una mano tesa a coloro che
i politici evitano » ebbe un grosso successo.
(36) Il Partito Comunista dice di avere 300.000 iscritti, un numero ben scarso in
un paese di più di cento milioni di abitanti. I suoi continui trasformismi — dal pacifismo
all’avventura dell’estrema sinistra ed al pacifismo di nuovo — fa si che molti militanti si
distacchino soprattutto dopo il 6° Congresso, nel 1955. È conosciuto come « Yoyo-
gui», nome del quartiere vicino a Shinjuku dove è la sede centrale, diventando,
« yoyogui », sinonimo di intrigo e di tradimento per gli altri gruppi marxisti che si
scontrano con la timorosa posizione del P.C.J. Nel suo XI Congresso, celebrato nel
1970, la moderazione dei termini si è fatta ancora più pronunciata: « derivazione » al
posto di « cellula », « legge del proletariato » in luogo di « dittatura del proletariato ».
11 suo organo, « Akabata » (Bandiera Rossa) non adopera ormai quasi più la parola « ri-
141
votazione ». Il P.C.J. si dichiara, secondo Koichiro Ueda, membro del Comitato Cen­
trale e direttore di « Akabata », per « l’istituzione di un regime democratico, cioè di­
retto dal proletariato e dalla borghesia... ». (Philippe Pons, « Le Monde Diplomatique »
Luglio 1974) e riceve voti a tutti i livelli, senza eccettuare gli strati fascisti monopoliz­
zati, ancora per poco, dal « Komeito ».
(39) La « Bundo », al riguardo della tattica da adottare per opporsi nel novembre
del 1969 al viaggio del primo ministro Eisaku Sato negli U.S.A., si divise a sua volta. La
frazione più violenta andò a far parte del celebre « Sekigun » (Esercito Rosso), che se­
questrò un Boeing nell’aprile del 1970 e partecipò alia lotta palestinese contro Israele,
con la sventata prodezza del 30 maggio 1972 in cui tre membri del « Sekigun » a nome
del Fronte di Liberazione della Palestina, fecero 26 morti ed 80 feriti all’aeroporto di
Tel Aviv. La disciplina di questo gruppo è tanto rigida che in un processo intemo, per
« violazione della disciplina rivoluzionaria », vi furono 14 condanne a morte fredda­
mente eseguite.
(40) Kan Eguchi. « Memoire sur la Situation politique japonaise (1967-1973),
Marzo 1974.
(41) Masamichi Osawa. « About thè Reorganisation of J.A.F. ». The Echo,
25.5.1962.-Kobe.
(42) Idem.
(43) Tadataka Hirayama è un insegnante di scuola secondaria che risiede nell’agi­
tata città di Kobe. Insieme alla sua compagna Fusako svolge un grosso lavoro propagan­
distico e di divulgazione mantenendo, contemporaneamente, la pubblicazione del « The
Echo ». Nel 1973, insieme a Fusako ed un altro noto libertario kobense, Yukinaga
Maeda, partecipò a diverse azioni libertarie in Europa — Italia, Svizzera, Francia ed In­
ghilterra — lasciando, nei compagni occidentali, una sensazione di maturità organica e
teorica ben solida.
(44) « You must make a fresh start » (Editoriale).
(45) Ei Yamaguchi. « Grouth of thè Revolutionary Elements in Japan ». The
Echo, 10.12.1962.-Kobe.
(46) Questa lettera-circolare venne ampiamente diffusa dalla stampa anarchica oc­
cidentale.
(47) Si fa, come cifra approssimativa, il numero di circa 200 gruppi libertari, in
tutto il Giappone nei mesi che seguirono lo scioglimento della FAJ.
(48) Di fatto, ogni giapponese è, come educazione e cultura, preparato. Il Giappo­
ne è un paese in cui l’analfabetismo è stato completamente sradicato e dove la sete di
lettura e di studio raggiunge quote sconosciute in Occidente.
(49) Sembra inevitabile, soprattutto nei vecchi giapponesi, questo dettaglio di u-
miltà nel linguaggio. Il giapponese, e l’orientale in generale, arriva a chiedere scusa
persino di un fatto eroico.
(50) Sono affini al « Senso Teikosha », il « Saluton », « IOM », « Informilo », e
10 « Informa Bulteno » dei resistenti alla guerra ed è, di tutti, collaboratore di rilievo il
libertario Kou Mukai.
(51) Lo Stato è impegnato a restaurare la mitologia giapponese — l’imperatore co­
me discendente della dea Amateratsu — ad imporre la storia aggiustata da quelli che ri­
camarono sull’avvento Meiji nel 1868 e, soprattutto, tornare a rendere sacro il giorno
11 febbraio — giorno dell’avvento del primo imperatore — come giornata suprema come
lo fu nel calendario fascista di prima della guerra.

142
INDICE GENERALE
A MO’ D ’INTRODUZIONE ....................................................................... 5
I - COMPENDIO STORICO
Le Lotte per il Potere.......................................................................................... 11
L’Isolamento........................................................................................................ 14
Sete di Occidente................................................................................................. 16
La Centralizzazione del Potere.......................................................................... 18
Nascita e Tramonto del Militarismo................................................................ 19
« Myoden » e « Uji » : Esempi di Collettivismo Libertario.......................... 21
Le Rivolte del Medioevo.................................................................................... 24
Una Sintesi dello Zen......................................................................................... 26
II - L’ANARCHISMO IN GIAPPONE (Fino al 1945)
Ando Shoeki: Il precursore Ignorato............................................................... 31
Atsusuke Nakae: Il Rousseau dell’oriente...................................................... 34
Denjiro Kotoku : Fondatore dell’anarchismo in Giappone........................... 36
Sakai Osugi: « Anarchico in Traduzione ».................................................... 44
Martirologio degli Anarchici............................................................................. 56
I Superstiti della crudeltà dello Stato................................................................ 61
Taiji Yamaga: Mezzo Secolo di Anarchismo................................................. 63
Epilogo dell’Epoca Eroica.................................................................................. 78
IH - IL GIAPPONE OGGI (1945-1974)
1945 : Inventario sconsolante...................................................................... .. . 87
II « Boom » economico...................................................................................... 89
Il Problema del Lavoro....................................................................................... 93
Il Sindacalismo fino al 1945.............................................................................. 95
Il Sindacalismo attuale........................................................................................ 98
I Partiti Politici.................................................................................................... 103
La Forza Repressiva............................................................................................ 105
II Movimento degli Studenti.............................................................................. 107
La Federazione Anarchica Giapponese. ........................................................ 126
1968: La F.A.J. si scioglie...............................................................*.............. 128
NOTE ................................................................................................................ 138
Finito di stampare
alla «Rotografica Fiorentina »
Via Faenza, 54 - Firenze
Maggio 1976
Víctor García ha fondato e diretto parecchi periodici e riviste anar­
chiche in Francia e nell’America latina. Attualmente dirige la rivista
« RUTA » in Venezuela. Ha collaborato a tutta la stampa libertaria spa­
gnola dell’esilio e suoi scritti sono apparsi anche, in italiano, in francese,
in esperanto.
E autore di diverse opere tra cui si possono ricordare:
« America hoy », « La Incognita de Indoamerica », « Proyección de
Iberia en America », « Coordenadas Andariegas: Panamá, Mexico y Oceano
Pacifico », « Japón hoy », « Escarceos sobre China », « El Sudeste Asiatico »,
« El Pensamiento Anarquista », « La Internacional Obrera », « Bakunin
hoy », « Las Utopias », « España hoy », « Franco y el Quinto Manda­
miento », « Juicio contra Franco », « Raúl Carballeira », « II Vaticano »...
Fa parte del gruppo editoriale dell’« Enciclopedia Anarchica » in
spagnolo

Collana Vallera
ha pubblicato :
n. 1 - Umberto Postiglione « Scritti Sociali > L. 2.000
n 2 - Osvaldo Bayer - Severino di Giovanni « L'idea­
lista della violenza » L. 2.500
n. 3 - Vernon Richards « Insegnamenti della Rivolu­
zione Spagnola (1936-1939) » L. 1.500
n. 4 - Luigi Fabbri « La controrivoluzione preventiva » L. 1.500
n. 5 - Michele Damiani <rL’anarchismo degli anarchici» L. 2.000
n. 6 - Victor Garcìa « Breve storia del Movimento
Anarchico Giapponese » L. 2.500
> "

A V

«y

. •
•i

*
*

».

L . 2.D00