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Quindicinale

Anno XL

04.07.2018
Numero

706
PERIODICO DI ATTUALITÀ DEI COMUNI DI ALANO DI PIAVE, QUERO VAS, SEGUSINO

Alpini e bambini dal Grappa al Piave - pag. 1


Il programma del Reset Festival 2018 - pag. 2-3
Alano: mostra di pittura e artigianato - pag. 5
D’estate, di sera... in biblioteca - pag. 9
Auser: vacanze romagnole - pag. 24
Chiuso in redazione il 25.06.2018 - Prossima chiusura il 16.07.2018
http://digilander.libero.it/tornado
Tassa pagata/Taxe Perçue/Ordinario Autorizzazione Tribunale BL n. 8 del 18/11/80Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A. P. - D.L. 353/2003 - (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art.1, comma 1, DCB BL
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IL TORNADO Sede: Via J. Kennedy - 32031 FENER-ALANO di PIAVE (BL). DIRETTORE RESPONSABILE: Mauro Mazzocco. REDATTORI: Sandro Curto, Silvio Forcellini. COLLABORATORI: Ales-
sandro Bagatella, Ivan Dal Toè, Antonio Deon, Foto Comaron, Fotocolor Resegati, Ermanno Geronazzo, Cristiano Mazzoni, Sergio Melchiori, Andrea Tolaini.
ABBONAMENTI: ITALIA Abbonamento annuale (18 numeri) € 25,00 ESTERO Abbonamento annuale (18 numeri) € 50,00.
L’ABBONAMENTO PUÒ ESSERE SOTTOSCRITTO O RINNOVATO NEI SEGUENTI MODI: 1- versando la quota sul c/c postale n. 10153328 intestato alla PRO LOCO di FENER; 2- con bonifico
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BAR JOLE - Fener; CARTOLIBRERIA SCHIEVENIN ALBERTINA - Quero; ALESSANDRO BAGATELLA - Quero; BAR “PIAVE” Carpen - LOCANDA SOLAGNA - Vas; ANTONIO DEON - Vas; BAR
“BOLLICINE” - Scalon; BAZAR di A. Verri - Segusino.
1 CRONACA

Alpini e bambini dal Grappa al Piave


di Marco Bollotto
Un ragazzo bellunese poco più che ventenne, conosciu-
to un paio d’ore prima al parco del Piave, a Fener, mi in-
crocia nuovamente mentre indosso il cappello alpino per
andare sul palco dello School Festival. Sul suo volto si
apre un sorriso inatteso mentre mi chiede se ho fatto il
servizio militare. Vuole consigli, perché a breve farà do-
manda di ferma volontaria. È entusiasta, perché ha co-
nosciuto un ex militare. È entusiasta perché è giovane,
oltretutto. Vede che faccio qualcosa per gli altri e impara.
Gli alpini hanno bisogno di giovani attivi, ma intanto sono
sul palco a cantare con i ragazzi delle scuole elementari
di Quero Vas ed Alano, in una cornice splendida di festa
ed allegria. Un tripudio di bandiere tricolore accompagna
l’intonazione dei grandi inni del Piave, del Grappa, del
Cimone, la Tradotta. Canzoni che possono anche avere
una certa età, ma non un tono sbiadito, e i ragazzi le
cantano a perdifiato. I nonni raccontano i fatti tragici
conseguenti agli eventi bellici e qualcuno si commuove.
L’esperimento è riuscito, la fusione è magica.
Gli alpini avevano accompagnato gli studenti anche
il 29 maggio, qualche giorno prima, questa volta per
l’ormai tradizionale uscita al monte Grappa. L’evento
ricorre ogni anno, ma il Grappa si presenta
all’appuntamento con un vestito sempre diverso.
Che sia un bel cielo terso o una sciarpa di nuvole
come quest’anno, comunque l’esperienza diretta dei
ragazzi con i luoghi della Grande Guerra non lascia
mai indifferenti. Salendo verso il grande sacrario mi-
litare il nostro gruppo si è fuso con i ragazzi di una
scuola primaria di Feltre, accompagnati da alpini del-
la stessa sezione. È sembrato logico a tutti, nello
spirito di fratellanza che unisce gli alpini, cantare in-
sieme in coro l’inno na-
zionale e posare per una
foto ricordo. I ragazzi
hanno potuto compiere
tutto il percorso storico del
massiccio, apprezzare un
veloce rancio alpino, gio-
care tra loro e scherzare
con le penne nere, prima
che la pioggia li accom-
pagnasse sul pullman per
il ritorno a casa. Questi
progetti culturali che uni-
scono gli alpini e i ragazzi delle nostre scuole vogliono tener viva la memoria di una guerra
lontana per rafforzare le fondamenta di una pace duratura, ma non scontata. La perfetta riu-
scita testimonia che la tradizione, se tenuta viva senza scadere nella liturgia, può rappresen-
tare un tassello nella costruzione educativa dei nostri ragazzi. Foto sul Grappa di Claudio Dal Pos
2 CRONACA

Al Parco del Piave di Fener dal 25 al 29 luglio

Il programma del Reset Festival 2018


di Silvio Forcellini

E’ un “RESET FESTIVAL” sempre più ricco di sorprese quello che andrà in scena da mercoledì 25 a domenica 29
luglio al Parco del Piave di Fener con la organizzazione della
associazione “LIBERO PENSIERO”. Saranno ben venti i con-
certi dal vivo cui si potrà assistere durante i cinque giorni della
festa, concerti che avranno luogo, alternativamente, su due pal-
chi differenti (e quella del secondo palco è la novità più rilevante
dell’edizione 2018, assieme alla zona campeggio attrezzata e al
chiosco della birra artigianale). Restano, ovviamente, quegli “in-
gredienti” che hanno caratterizzato le precedenti sette edizioni (e
che contribuiscono a far rivivere la stessa, magica atmosfera che
si respirava al “Music Festival”): cucina per tutti i gusti, pizzeria
ResetStyle, cinque chioschi per la birra, chillout zone, mercatino
etnico, laboratori creativi, campetto di green volley (con possibili-
tà di iscriversi al torneo), yoga in riva al Piave, t-shirt Reset 2018
(limited edition)… Insomma, un festival a ingresso libero “più straordinario che mai”, in una location - uno splendido
parco “affacciato” su un fiume - che tutti ci invidiano. Di seguito il programma completo della manifestazione.
MERCOLEDI' 25 LUGLIO (alle ore 18 aperitivo musicale, dalle ore 21 live music in chillout zone)
HAMKA, funk (Vittorio Veneto - TV) # GOODMORNING MAMA, soul / r’n’b (Verona)
GIOVEDI' 26 LUGLIO (dalle ore 21 live music)
palco principale: JHON MONTOYA, tierra folk (Colombia / Treviso) # VESSELS, elettronica (Leeds - UK)
secondo palco: JUKEBOXX, tecno (Vittorio Veneto - TV) # HLFMN, electronic / chillwave / laptronica (Roma)
VENERDI' 27 LUGLIO alle ore 12 apertura stand, dalle ore 19 live music)
palco principale: BRUCE HARPER, post rock elettronico (Brescia) # CLAVER GOLD, rap / hip hop (Ascoli Piceno)
# SCRATCH BANDITS CREW - CHINESE MAN RECORDS, scratch music / hip hop mutant (Lyon - FR)
secondo palco: AUTER, rap (Valdobbiadene - TV) # TIN WOODMAN, tin wood pop (Brescia) # VERTI-
CAL PSYCHO GROOVE, experimental jazz (Vicenza)
SABATO 28 LUGLIO (alle ore 12 apertura stand, dalle ore 19 live music)
palco principale: SONARS, electro psych (UK / IT) # UNIVERSAL SEX ARENA, rock (Mestre - VE) # GENTLE-
MAN'S DUB CLUB, dub / reggae / dance (Leeds - UK)
secondo palco: NEXT STATION, reggae (Savona) # THE BOWERS, rock’n’roll (Milano) # CARA CALMA, rock
(Brescia)
DOMENICA 29 LUGLIO (alle ore 12 apertura stand, dalle ore 15 spettacoli, dalle ore 20 live music)
dalle ore 15 spettacoli per il divertimento di grandi e piccini con: CLAUDIO E CONSUELO, spettacolo itinerante #
RUFINO CLOWN, microteatro (uno spettacolo…di pancia) # CIRCO PUNTINO, teatro circo, comici e acrobati #
CLOWN BARABBA, acrobatica, equilibrismo, fachirismo, sparafuoco
3 CRONACA

dalle ore 20 live music con: CURLY FROG & THE BLUES BRINGERS, original blues (Trento) # OLLY RIVA & THE
SOULROCKETS, rock’n’soul (Bergamo)
Nei pomeriggi poi - altra bella
novità di quest’anno - ci sarà
“ECO-ARTE”, un ciclo di quat-
tro interessantissimi laboratori
creativi destinati ai bambini dai
5 ai 10 anni e proposti e con-
dotti dai volontari della asso-
ciazione “IL COLLETTIVO”
guidata da Stephanie Rebuli. I
quattro laboratori - “DIPINGE-
RE CON LA NATURA”, “LA
DANZA DELLA TERRA”,
“CACCIA AL RIFIUTO” e
“COSTRUIAMO INSIEME” -
sono gratuiti, si svolgono
all’interno del “Reset Festival”
dal mercoledì al sabato dalle ore 15 alle ore 17 e hanno come obiettivo rafforzare nei più piccoli il senso di rispetto
per l’ambiente. Facendo leva sul gioco e sulla creatività, i bambini vengono sensibilizzati al tema del riuso e del rici-
clo, rendendoli più consapevoli nei loro gesti quotidiani. Per ulteriori informazioni sui laboratori: whatsapp
+393493008014 (Stephanie Rebuli).
Per ulteriori informazioni, invece, sul “Reset Festival”: WEB: www.liberopensiero.org - FACEBOOK: RESET e Libero
Pensiero - INSTAGRAM: reset.festival.

Gruppi musicali, il querese Marino De Bortoli


“scritturato” dai Bad As
di Silvio Forcellini
Ci siamo già occupati in passato del querese MARINO DE BORTO-
LI (nella foto a fianco), già batterista del gruppo rock Le Basour, im-
pegnato in trionfali tournée in Ucraina e in Russia. Da un paio di
mesi Marino è entrato a far parte, in pianta stabile, del gruppo metal
BAD AS. Contattato per un provino dal celebre bassista e composi-
tore trevigiano Alberto Rigoni, uno dei membri dei Bad As, Marino ha
superato l’esame alla grande, tanto da essere immediatamente
“scritturato” e inserito nella nuova formazione, composta, oltre che
da Rigoni (basso) e da De Bortoli (batteria), anche da Mattia Martin
(cantante) e da Alessio “Lex” Tricarico (chitarra). Per chi non lo co-
noscesse, Alberto Rigoni è un bassista e compositore italiano molto
conosciuto a livello internazionale per la sua carriera da solista e per
l’appartenenza al gruppo progressive rock Twin Spirits. I suoi dischi
da solista (“Something Different”, “Rebirth” e “Three Wise Monkeys”,
pubblicati tra il 2008 e il 2012), che spaziano tra rock, progressive,
metal e fusion, vantano la partecipazione di illustri ospiti quali Kevin
Moore (Dream Theater), Gavin Harrison (Porcupine Tree e King
Crimson), Göran Edman (Yngwie Malmsteen), Michael Manring e
molti altri. Rigoni ha partecipato inoltre a numerose produzioni di artisti sia italiani, tra i quali la cantante Alexia, che
stranieri. Il “nostro” Marino, invece,
ha iniziato a suonare la batteria
all’età di 12 anni e vanta quindi già
un’esperienza trentennale. Con i
Bad As sta già lavorando al nuovo
album, mentre a breve uscirà il
nuovo video del gruppo. Un’ultima
informazione per gli appassionati
del genere: i Bad As si rifanno a
gruppi come Pantera, Megadeth e
Alter Bridge.
4 LETTERE AL TORNADO

Asilo di Quero: quanti ricordi!

La scuola materna parrocchiale di Quero offre diverse opportunità didattiche come i laboratori di lingua inglese con
insegnante madrelingua, di psicomotricità con professionista in materia; un orario scolastico che va incontro alle
esigenze delle famiglie che lavorano: orario anticipato alle 7.30 e prolungato nel pomeriggio fino alle ore 18.00, inoltre
l'accoglienza dei bambini nel mese di luglio, unica scuola nel Basso Feltrino ad offrire queste opportunità. La
preparazione dei bambini che hanno frequentato l'asilo di Quero è riconosciuta dalle insegnanti della scuola primaria
(elementare) dell'Istituto Comprensivo di Quero. Facciamo fin da subito un appello alle famiglie affinché iscrivano i loro
bambini all'Asilo di Quero. Fate del bene alla nostra Comunità, iscrivete i vostri bambini alla scuola materna parrocchiale
di Quero. Grazie ad un contributo extra dell’Amministrazione comunale, la scuola sconterà un mese di retta.
(La direzione della scuola e l’amministrazione comunale)
5 ATTUALITÀ
6 ATTUALITÀ

La “voce” sul nostro illustre conterraneo è stata curata dal professor Gerardo Bianco

La “Treccani” su Egidio Forcellini


a cura di Silvio Forcellini
Il Dizionario biografico degli italiani, con i suoi oltre 30.000 profili, tutti pubblicati in rete
con “voci” firmate e ricca bibliografia, accende un riflettore su tutti quegli italiani consi-
derati meritevoli di essere ricordati in quanto ascesi meritoriamente agli onori della
storia - artistica, politica, scientifica, religiosa, letteraria ed economica - e che hanno
vissuto in un lunghissimo intervallo temporale: dalla caduta dell’impero romano
d’occidente ad oggi. Quest’iniziativa editoriale è stata ideata nel 1925 sul modello di
analoghe opere come l’Allgemeine Deutsche Biographie in tedesco (in 56 volumi) e
il Dictionary of National Biography in inglese (in 60 volumi) ed ha iniziato le pubblica-
zioni nel 1961, giungendo al novantesimo volume sui cento previsti. Il Dizionario bio-
grafico degli italiani è curato dall’Istituto dell’Enciclopedia italiana (quello della celebre
“Treccani”, tanto per capirci). Nell’elenco degli italiani illustri vi è anche il “nostro” Egi-
dio Forcellini di cui, nel 250° dalla morte, ci stiamo occupando diffusamente su que-
ste pagine. La “voce” sul Forcellini è stata scritta dal professor Gerardo Bianco, do-
cente universitario, latinista, politico, già Ministro dell’Istruzione dal luglio 1990
all’aprile 1991 e componente del Comitato scientifico che stilò il programma delle ce-
lebrazioni forcelliniane volute dall’Amministrazione Piccolotto in occasione del III anni-
versario della nascita del “principe dei lessicografi”. Ecco, di seguito, quanto scritto dal professor Bianco sul nostro
illustre conterraneo.

Nacque a Fener, oggi frazione di Alano di Piave (Belluno), il 26 agosto 1688 da Bernardino e da Maddalena Elisa-
betta, agricoltori di modeste, ma dignitose condizioni. Avviato agli studi dallo zio paterno, Uberto, parroco di Segu-
sino, a sedici anni, nell’ottobre 1704, entrò nel seminario di Padova, in quel periodo attivissimo centro di cultura
umanistica; nel marzo 1705 appare già tra gli iscritti al corso di grammatica superiore. Di ingegno pronto e perspi-
cace, di memoria eccellente, robusta e fresca, come recitavano i giudizi sul profitto scolastico del 1706, il Forcellini
si distinse subito nella composizione latina, valutata “supra grammaticum”. Più cauto, invece, risultava il giudizio
conclusivo del curriculum, nell’agosto 1710: gli esaminatori, infatti, definirono il Forcellini “ingenii multi sed adhuc
maturescentis”. La riserva riguardava, probabilmente, l’esame di teologia scolastica, che completava il corso degli
studi, ma non certo la preparazione linguistica nel latino.

Il Forcellini, infatti, divenuto sacerdote a ventitre anni, fu presto coinvolto nelle molteplici iniziative di I. Facciolati,
prefetto degli studi del seminario, già autorevole latinista e immerso in accese discussioni, dalle problematiche stili-
stiche a quelle sulla “emendatio, ope ingenii” di lezioni dubbie, trasmesse dai codici. Ma il tema centrale, oggetto di
dibattito nei circoli umanistici di Europa da quasi due secoli, restava quello della completa ricognizione del lessico
latino, per stabilirne l’esattezza. La questione era particolarmente avvertita in Padova, sia nell’antico studio universi-
tario, sia nel nuovo seminario fondato da Gregorio Barbarigo, essendo la composizione latina ritenuta strumento in-
dispensabile per l’azione pastorale. Il Facciolati, consapevole della insufficienza e spesso inattendibilità dei tradi-
zionali repertori lessicali, a cominciare dal più celebre e diffuso “Calepino”, Dictionarium Latinum di Ambrogio Cale-
pio (Regii 1502), ne andava progettando una più ampia e corretta riedizione. Il Forcellini ne assunse, a partire dal
1715, l’onere maggiore, come dimostrano le annotazioni sulle copie del Calepino, usate da ambedue e ancora in
possesso del seminario di Padova. Nella nuova edizione del Calepino, rivista e accresciuta, pubblicata a Padova
nel 1718 (con il titolo Calepinus septem linguarum), il Facciolati non rese il giusto merito al contributo del Forcellini,
che venne solo genericamente indicato nella prefazione, senza neppure la citazione del nome. E non risulta che il
Forcellini rimanesse turbato dall’ingiusta omissione della sua collaborazione all’edizione dell’Ortografia italia-
na apparsa con il solo nome del Facciolati, sempre a Padova, nel 1721. Bisognerà attendere l’ottava edizione (Pa-
dova 1741) perché il Facciolati desse atto del contributo del Forcellini, che aveva anche collaborato alla revisione
del vocabolario greco-latino di Cornelius Schrevel edita a Padova a cura del Facciolati nel 1715. Il Forcellini fu,
quindi, pronto allorché il Facciolati lo invitò a intraprendere, insieme, l’opera che avrebbe segnato la sua vita, la rie-
laborazione, appunto, dell’intera lessicografia latina.

L’esperienza maturata nella riedizione del Calepino, pubblicata con la singolare dicitura “editio postrema”, quasi
l’annuncio di una necessaria svolta nella lessicografia latina (ma ne seguirono altre nove edizioni fino al 1779), ave-
va convinto sia il Facciolati sia il Forcellini dell’esigenza di una radicale reimpostazione metodologica che abbando-
nasse il vecchio modello di Ambrogio Calepio. L’impresa non era di facile attuazione: i tentativi precedenti, a co-
minciare da quello di Robert Estienne due secoli prima (Dictionarium seu Latinae linguae thesaurus, Parisiis 1531),
avevano avuto esiti soltanto parziali, per cui il Calepino, pur insoddisfacente e criticato, continuava a mantenere in-
tatta la sua fortuna editoriale. Ma l’entusiasmo del Facciolati e la ferma volontà del nuovo vescovo di Padova, il car-
dinale Giorgio Corner, di approntare, finalmente, un nuovo strumento linguistico del latino per la corrispondenza an-
che pastorale, indussero il Forcellini, appena conclusa la revisione del vecchio Calepino, a immergersi
nell’immensa ricerca per la redazione di un nuovo lessico. Il Forcellini aveva trent’anni quando iniziò l’opera. Il pri-
mo fascicolo del lessico indica la data del 5 novembre 1718.
7 ATTUALITÀ

Il Forcellini lavorò intensamente al progetto, senza interruzioni, per sei anni, elaborando, nei primi tre anni e mezzo,
la lettera A, giungendo, quindi, alla voce “comitor”, allorché, per ordine del nuovo vescovo di Padova, Giovanni
Francesco Barbarigo, dovette trasferirsi, nel 1724, come prefetto degli studi, nel seminario di Ceneda. L’interruzione
dell’opera durò circa un settennio. Non furono, forse, estranee alle decisioni del vescovo incomprensioni con il Fac-
ciolati, come può desumersi da una lettera da questo indirizzata a Nicola Andrisio e, probabilmente, anche una vi-
sione pastorale rivolta più alla formazione religiosa dei seminaristi che alla raffinatezza umanistica, sia pure conce-
pita come veicolo culturale per l’attività dei sacerdoti. In questo periodo l’attività del Forcellini si concentrò sulla
educazione dei chierici, maturando un’approfondita esperienza pedagogica, che chiaramente traspare da alcune
lettere al fratello Marco.

Nel 1731, richiamato nel seminario, anche per le sollecitazioni del Facciolati, dal nuovo vescovo di Padova Minotto
Ottoboni, il Forcellini poté, finalmente, riprendere l’opera interrotta che continuò, “strenue”, fino al 1742. In
quell’anno, infatti, venne incaricato delle funzioni di confessore dei chierici, un compito vissuto dal Forcellini, anche
per lo scrupolo che poneva in ogni sua azione, come particolarmente gravoso. Il lavoro lessicografico richiedeva
grande concentrazione e continuità di studi che il compito di confessore non permetteva. Il Forcellini annotò, il 10
febbraio 1742, sul manoscritto, al lemma “pone”, la sua preoccupazione di dover procedere molto lentamente. Così
accadde per circa nove anni.

Nel 1751 il nuovo vescovo di Padova, il cardinale Carlo Rezzonico, futuro papa Clemente XIII, decise di sollevare
dal compito di confessore il Forcellini, per consentirgli di dedicarsi pienamente al completamento dell’opera, essen-
do poco più che formale, e comunque compatibile, il compito di custode della Biblioteca del seminario. La gioia di
poter riprendere, con continuità, il lavoro lessicografico fu espressa, come al solito, dal Forcellini con una nota ap-
posta il 25 ottobbre 1751, alla voce “Thesaurus”, nell'undicesimo volume del suo manoscritto: “erit ... si vita viresque
suppetent, expeditior hic labor”. Bastarono, appunto, solo due anni alla conclusione dell’opera. Il 21 febbraio 1753,
ponendo il sigillo alla sua impresa, il Forcellini scriveva: “ad qualunicuinque finem, Deo favente, perveni. Reliquurn
est ut relegam”.

Restava la rilettura, che durò due anni e si concluse nell’aprile 1755. Il Forcellini aveva compilato 102 fascicoli per
un totale di dodici volumi, in circa trentacinque anni, ma l’impegno lessicografico, comprendendovi anche il rifaci-
mento del Calepino, era durato circa quaranta anni. Con una evidente vena malinconica, scrivendo ai chierici del
seminario, per esortarli alla cura dell’eloquenza romana considerata di grande giovamento a chi vuole servire la
Chiesa, il Forcellini ricordò la sua vita tutta trascorsa nell’immensa fatica di sistemare la latinità: “adulescens manus
admovi, senex, dum pefficerem, factus sum, ut videtis”.

Completata l’opera e la rilettura, il Forcellini ritenne necessaria la trascrizione del testo in una più accurata e chiara
grafia, essendo il suo manoscritto pieno di correzioni e di aggiunte, anche con foglietti laterali e stilato su carta piut-
tosto scadente. L’incarico venne affidato a Lodovico Violato, un impiegato della tipografia del seminario, esperto
della lingua latina. La trascrizione richiese molti anni di lavoro e fu completata nel novembre 1765 con grande accu-
ratezza ed eleganza di scrittura, in sedici tomi, ancora conservati nel seminario di Padova.

Ormai tutto era pronto per la stampa ma, probabilmente, difficoltà finanziarie o anche il calcolo di non lasciare in-
venduto il Calepino, ritardarono i tempi della pubblicazione. Il poderoso manoscritto rimase a lungo negli archivi, né
il Forcellini poté vedere la sua opera avviata in tipografia. Nel maggio del 1765 egli si era ritirato nella casa natia, ai
Faveri, nella contrada Fener, con una piccola pensione di 100 ducati annui. Si dedicò, quindi, all’educazione dei
giovani e alle confessioni, svolgendo, nella parrocchia di Campo, una discreta azione pastorale. Il Forcellini morì il 5
aprile 1768, nel martedì di Pasqua.

La morte del Forcellini fu, probabilmente, uno stimolo alla pubblicazione dell’opera. Fu, infatti, nello stesso anno che
il manoscritto, per ordine del cardinale Antonio Marino Priuli, da pochi mesi vescovo di Padova, venne mandato in
tipografia. Secondo la testimonianza del Violato nel gennaio 1769 la stampa era già ormai avviata. Fu Gaetano Co-
gnolato, che scrisse anche un’ampia prefazione alla prima edizione, a sovrintendere alla pubblicazione. La compo-
sizione richiese più anni di lavoro e il lessico del Forcellini vide la luce, forse, nei primi mesi del 1772, anche se
nell’intestazione fu indicata la data del 1771. Fu scelto il titolo di Totius latinitatis Lexicon consilio et cura Iacobi
Facciolati, opera et studio Aegidii Forcellini, alumni Seminarii Patavini lucubratum, essendo stata scartata l’ipotesi
bizzarra, suggerita, in un primo momento, dal Facciolati di titolare l’opera Grammatophylacium. In questa edizione,
accanto al nome del Forcellini appariva anche quello del Facciolati, quasi ne fosse coautore, ma V. De Vit chiarì
che in un primo momento l’intestazione era stata concepita come Latinitatis totius Lexicon in Patavino Seminario
cura et opera Aegidii Forcellini lucubratum, iussu et auspiciis Antonii Marini Cardinalis Prioli ep. editum. Il Forcellini,
che amava autoridimensionarsi, definendosi, scherzosamente “Calepinante”, secondo il suo stile misurato, aveva
suggerito titolazioni più modeste per la sua opera come, appunto, Latina lingua suis elementis digesta et illustrata
ad usum Seminarii Patavini oppure Elementa latinae linguae per ordinatam litterarum seriern digesta et exposita ad
usum Seminarii Patavini. La pubblicazione del Lexicon suscitò l’ammirazione degli ambienti culturali italiani ed eu-
ropei. L’opera fu studiata e ripresa da tutti i lessicografi successivi, da I.G. Sheller a K.E. Georges, a W. Freud, dal
quale poi attinsero N. Theil e E.A. Andrew per i dizionari latini, francese e americano.
8 ATTUALITÀ

La rielaborazione lessicografica della latinità, ebbe, nella concezione del Forcellini, come scopo primario quello di
fornire uno strumento più adeguato, semplice, preciso e ricco per l’eloquenza, innanzitutto religiosa, di cui il latino
era, all’epoca, veicolo essenziale. Si concretizzava, così, quella “via docta” alla “pietas” religiosa, che aveva avuto
nel fondatore del seminario di Padova, Gregorio Barbarigo, un grande ispiratore.

Per rendere più agevole la consultazione, l’ordine delle voci fu disposto dal Forcellini secondo un rigoroso criterio
alfabetico, con una chiara e precisa spiegazione dei termini latini, usando, talvolta, parole tratte perfino da idiomati-
smi veneti. Il Forcellini, per controllare l’esattezza dei vocaboli, esaminò le più accurate edizioni dei classici, i
grammatici e le raccolte epigrafiche e numismatiche, ricavandone nuove voci. Eliminò termini di dubbia provenienza
e introdusse i vocaboli dei mestieri, delle arti, dell’agricoltura, della medicina e altro attingendo ad autori come Vi-
truvio, Frontino, Vegezio. A tal fine risultò prezioso l’amichevole sodalizio culturale con gli scienziati dello studio pa-
tavino: G.B. Morgagni, G. Pontedera e G. Poleni, che fornirono chiarimenti tecnici al Forcellini, ricevendone spiega-
zioni lessicali per le loro ricerche su antichi autori latini di tecniche, agricoltura, medicina. Il Forcellini è attento alla
corretta ortografia delle parole, e di ciascuna fornisce informazioni sul genere, caso, flessione, sull’uso, frequenza,
arcaicità. Dei termini è indicata la quantità sillabica e l’etimologia, suggerita con cautela. Il primo significato indicato,
soprattutto in italiano e in greco, è quello corrente e più usuale, seguono poi i sensi figurati e anche le particolari
accezioni. Solo per alcuni termini vi sono spiegazioni nelle altre lingue europee. Il Forcellini omise, per una precisa
scelta, i nomi geografici e prosopografici, inserendo soltanto circa seicento voci aggettivali da essi derivanti. Dei vo-
caboli vengono indicate prima le citazioni degli autori di età “aurea” e “argentea”, seguono poi le testimonianze più
antiche e, quindi, quelle del periodo ritenuto della decadenza. Le citazioni degli scrittori in prosa sono accuratamen-
te indicate per libri, capitoli, sezioni; dei poeti secondo l’opera con il numero del verso. Non essendo tutte le edizioni
degli autori distribuite allo stesso modo il Forcellini, al fine di facilitare la consultazione dei testi, indicò il catalogo
delle edizioni da lui adoperate.

L’opera del Forcellini rimane esemplare per l’impianto e per la chiarezza del disegno, anche se contiene ancora fal-
se lezioni, inesattezze e lacune che furono poi corrette e integrate dalle successive edizioni curate da G. Furlanetto,
da V. De Vit e, più incisivamente, da F. Corradini. Ogni edizione del Lexicon ha una sua interessante storia: quasi
un monumento intorno al quale si adoperarono in molti a perfezionarlo. Il Furlanetto in un “Avviso letterario”, pubbli-
cato nel 1814 sul Giornale dell’Italia letteratia, aveva invitato gli studiosi di ogni parte d’Europa a segnalare aggiun-
te, a fare osservazioni in preparazione di un’appendice al Lexicon. L’aggiunta fu, poi, pubblicata a Padova nel 1816
e conteneva oltre 3-500 voci e nuovi vocaboli ricavati soprattutto dalle scoperte codicologiche di Angelo Mai. Conti-
nuarono l’opera del Forcellini, indipendentemente l’uno dall’altro, V. De Vit e F. Corradini. Quest’ultimo si era a lun-
go preparato, elaborando, sulla base anche degli esiti della filologia tedesca, nuovi e più scientifici criteri lessicogra-
fici. Una edizione anastatica della quarta edizione patavina a cura del Corradini fu poi pubblicata, nel 1940, dal se-
minario di Padova. L’opera forcelliniana era stata, intanto, integrata e completata con varie aggiunte e con
l’Onomasticon anche da G. Perin. Una ulteriore riproduzione anastatica dell’edizione del 1940 fu realizzata nel
1955.

A distanza di oltre due secoli il Lexicon forcelliniano risulta, ancora oggi, fonte preziosa di consultazione per le voci
non pubblicate dal Thesaurus linguae latinae, opera collettiva avviata all’inizio del XX secolo. Il confronto dà la mi-
sura della grande impresa compiuta dall’umile sacerdote che da solo schedò l’intera latinità.
9 ATTUALITÀ
10 CRONACA

Alano: dal 3 al 5 agosto


ritorna la Festa di San Lorenzo
di Silvio Forcellini
«Chi dice che molliamo? San Lorenzo
torna! La festa tradizionale veste con
entusiasmo un abito nuovo. Stessa
passione, stessi ingredienti, stesso sa-
pore, nuova location! Sempre nel cuore
delle “valli” di Alano, vi aspettiamo an-
che quest’anno per festeggiare insie-
me!». Ho ripreso le parole di una degli
organizzatori, pubblicate su Facebook,
per informare i lettori del Tornado sul
fatto che la Festa di San Lorenzo, a
detta di molti una delle più belle e sug-
gestive organizzate in zona, va in scena
anche in questo 2018, più precisamente
da venerdì 3 a domenica 5 agosto. Per-
ché - prendo a prestito sempre le parole degli organizzatori - «San Lorenzo non è solo una festa. E' tradizione.
Un’iniziativa nata dai nostri paesani 34 anni fa. Coro de Lan e amici volenterosi di fare qualcosa di bello per stare
insieme. E' respiro. Un paese che si riunisce per passare tre giornate insieme all’insegna del sorriso, del racconto
e della spensieratezza, in un luogo rurale che fa prendere una pausa dalla frenesia della vita quotidiana. E' incon-
tro. Bambini, adolescenti, adulti e nonni insieme. Si parte dal pranzo in famiglia e i giochi della domenica pomerig-
gio, si passa per la balera, qualche bicchiere e qualche canto insieme al bar, si conclude ancora in famiglia ricor-
dando insieme la gioventù passata. Ecco perché abbiamo deciso di non mollare. Quest’anno abbiamo bisogno di
voi più che mai: nella festa ma anche nei preparativi. Aiutateci a portare avanti San Lorenzo! Chi desidera contribui-
re concretamente al mantenimento e alla riuscita della festa ci contatti in privato e verrà aggiornato dei momenti in
cui ci si troverà per i preparativi. Contiamo su di voi!».

In ricordo di Flora Curto


di Sandro Curto
Dopo breve malattia ci ha lasciati, alla veneranda età di 95 anni, Flora Curto, nostra af-
fezionata abbonata da più di 35 anni. Originaria di Colmirano dove era nata il 14 aprile
1923 da Sisto Curto detto “Acio” e da Assunta Collavo detta “Adele”, aveva seguito la
famiglia emigrata per lavoro a Settimo Torinese in Piemonte da dove era rientrata dopo la
grave crisi economica del 1929. Poi l’adolescenza, la guerra, una malattia ai polmoni che
sembrava limitarne l’esistenza, l’attività di sarta svolta con la sorella Corinna e poi da so-
la, un periodo da dipendente del preventorio del dott. Dal Molin e, nei primi anni Sessan-
ta, il trasferimento a Roma e il matrimonio con Giuseppe Capraro. Dopo trent’anni il ritor-
no in Veneto, prima a Onigo di Pederobba, paese originario del marito, e poi, dopo esser
rimasta vedova, il definitivo rientro ad Alano nel 1998 con gli ultimi anni vissuti in buona
salute e serenamente, fatta eccezione per la perdita del fratello Silvano e della sorella
Corinna. Ciao zia!

Il saluto di Elia
Ciao, sono Elia Giacomelli, sono nato l’11 giugno 2017, volevo
attraverso le pagine del Tornado fare una sorpresa a mamma
Lorena e a papà Andrea, e salutare i miei nonni Nadia Franco
Dario e Pasqualina,i bisnonni Irma Alessandra Maria Antonia e
Giovanni, le zie Giorgia e Laura con Walter. Un bacione a tutti
e...evviva me!
11 COME ERAVAMO

Accadde nel 1998


a cura di Sandro Curto
IL PARCO GIOCHI DI VIA MONFENERA L’11 luglio 1998 viene inaugurato ad Alano, in via Monfenera, un parco
giochi realizzato dalla locale Associazione Ex Emigranti sul terreno messo a disposizione dalla signora Antonietta
Sommariva. Alla cerimonia, allietata dalla musica della banda di San Vito di Valdobbiadene, sono presenti il sinda-
co Luigi Codemo, il parroco don Alessandro Dal Sasso e il presidente della Famiglia Ex Emigranti di Alano Bruno
Campana.
SI SPOSA TAM Duro colpo per gli scapoli della zona con la capitolazione di Giovanni Tessaro, universalmente co-
nosciuto come “Tam”, di Colmirano, che nell’estate del 1998 sposa Camelia Mariana Toma.
PIAVE TEGORZO: PROSDOCIMO ALLENATORE La Piave Tegorzo presieduta da Gino De Girardi si appresta ad
affrontare il nuovo campionato di Seconda categoria con il nuovo allenatore Giuseppe Prosdocimo, che sostituisce
Mauro Dal Canton.

Giocatori locali nel Valdosport anni ’60-’70


a cura di Silvio Forcellini
In questa foto, dataci dal no-
stro abbonato fenerese Sisto
Bacchetti, è ritratta una for-
mazione del Valdosport im-
pegnata allora (siamo alla
fine degli anni Sessanta-
primi anni Settanta) nel cam-
pionato di Seconda Catego-
ria. Vi facevano parte anche
alcuni giocatori del Basso
Feltrino: l’alanese Giorgio
Durighello (il secondo in pie-
di da sinistra), il fenerese Si-
sto Bacchetti (il quarto in
piedi da sinistra), il vassesse
Antonio Deon (il secondo ac-
cosciato da sinistra), il segu-
sinese Franco Zanella (il
quarto accosciato da sinistra)
e l’alanese Giovanni Code-
mo (il quinto accosciato da
sinistra).

La Banda
di Campo,
fine anni
Quaranta
a cura di Silvio Forcellini
Sempre il nostro abbonato Lu-
ciano Mondin ci ha fornito que-
sta bella foto tratta dal suo ine-
sauribile archivio. E’ stata scat-
tata nell’anno 1948 o 1949 e vi
è ritratta la Banda di Campo
durante una sua esibizione nel-
la piazza della frazione.
12 RASSEGNA STAMPA

Tradizionale appuntamento a Milies di Segusino

Festa del Narciso tra stand e divertimento


SEGUSINO. Una festa che è diventata un appun-
tamento tradizionale di primavera inoltrata. Intor-
no ad un fiore di montagna, il narciso, che lega il
suo nome ad un personaggio della mitologia gre-
ca famoso per la sua bellezza, ogni anno a Milies
viene organizzata una manifestazione che intrec-
cia natura e artigianato artistico. Domenica scor-
sa il grazioso borgo di Segusino, che si trova a
740 metri di altitudine, ha richiamato diverse cen-
tinaia di persone. Le vie del paese e i cortili delle
case sono stati pacificamente invasi dai variopinti
stand di decine di espositori, hobbisti e produttori
locali, dando vita ad un mercatino e a una mini
fiera con i prodotti della enogastronomia. I volon-
tari della Pro Loco di Segusino in collaborazione con l’Avab, hanno organizzato il pranzo all'interno degli spazi
dell’ostello della Gioventù “Saint Jory”. Nel pomeriggio musica, giochi e animazioni e uno spazio all’arte, con espo-
sizioni e dimostrazioni di pittura.
da “La Tribuna di Treviso” del 30 maggio 2018

Il raro esemplare investito a Malga Domador, in una Zps della Rete Natura 2000

Fuoristrada uccide gallo cedrone


ALANO DI PIAVE. Era stato investito e ucciso da
un fuoristrada a Malga Domador, in un tratto di
strada dove il conducente non aveva nemmeno il
permesso di transitare. La morte del gallo cedro-
ne diventa un caso per iniziativa di una interroga-
zione a risposta immediata presentata dai consi-
glieri Andrea Zanoni (Partito democratico), Cristi-
na Guarda (Lista Amp) e Patrizia Bertelle (Movi-
mento 5 Stelle) dell’Intergruppo per il benessere
e la conservazione degli animali e della natura.
«La conservazione della fauna alpina è a rischio,
con svariate specie a rischio estinzione. Per que-
sto la Regione dovrebbe non solo applicare la
normativa comunitaria in maniera più stringente,
ma anche rafforzare le misure di tutela». I tre fir-
matari prendono spunto da quanto accaduto lun-
go una strada chiusa, in una Zona di protezione speciale della Rete Natura 2000: un gallo cedrone investito da un
fuoristrada. «È evidente che la vigilanza nelle strade montane chiuse al traffico sia insufficiente. Si trattava di un
esemplare raro, tanto che, per studiarne il comportamento, la sezione bolognese dell’Ispra aveva in programma di
applicargli un sensore. Gli inquirenti avrebbero individuato i responsabili, ma il problema rimane: troppe specie sono
messe in pericolo dalle aggressioni dell’uomo. Le zone montane sono frequentate ogni anno da migliaia di persone
e solo poche hanno un’adeguata educazione ambientale: la loro presenza, per esempio, disturba la nidificazione a
terra della femmina del gallo cedrone che, spaventata, abbandona nido e prole con la specie che è quindi destinata
ad estinguersi perché non si riproduce più. Nei mesi scorsi - conclude Zanoni - insieme ad altri consiglieri di opposi-
zione ho presentato una proposta di legge di modifica dell’articolo 7 della legge regionale 14/92 sulla “Disciplina
della viabilità silvopastorale”, in cui si chiedeva di rafforzare controlli e multe visto l’indiscriminato transito di moto e
motoslitte lungo sentieri e mulattiere dove in realtà sarebbe vietato. Ora chiediamo a Zaia di attivarsi in modo da
proteggere specie in via di estinzione che sono patrimonio di tutti i veneti».
da “Il Corriere delle Alpi” del 16 giugno 2018

I piccoli atleti costretti alla trasferta via terra per lo sciopero dei trasporti aerei.
Da onorare c’era l’impegno con i cugini d’Oltralpe gemellati con Segusino.

L'impresa dei baby rugbisti di Segusino:


26 ore di pulmino per il torneo
SEGUSINO. Inarrestabili i ragazzini del Rugby Valdobbiadene, tanto che neppure uno sciopero dei trasporti nazio-
nali li può fermare. Se l’aereo che doveva portarli a Tolosa in Francia è rimasto a terra, loro il quadrangolare con i
13 RASSEGNA STAMPA

cugini d’Oltralpe lo hanno fatto lo stesso, sciroppandosi ben 26 ore di pulmino, tra andata e ritorno, per rispettare la
parola data. Il torneo si è tenuto il 9 giugno scorso, il lunedì prima la ferale notizia: voli e treni bloccati per lo sciope-
ro. A questo punto che fare? Visto che si tratta di under 10, la strada più semplice era quella di soprassedere. Ma
giammai: i ragazzi del Rugby Valdobbiadene avevano infatti un compito da svolgere molto importante, oltre a quello
di scendere in campo e fare meta: rappresentare il Comune di Segusino (dove ha sede il loro campo) a casa di
quello francese di Saint Jory, con cui è gemellato.
Un’unione così forte che quando i francesi (in
gran parte discendenti di emigrati di Segusino e
vicinanze, tanto che la lingua franca è stato il dia-
letto) hanno saputo che il loro arrivo era in forse,
si sono subito offerti a pagare la trasferta. Ma non
è stato necessario. Grazie alla società e a un
contributo del Comune, in fretta e furia è stato or-
ganizzato un pulmino in modo da permettere che,
seppur al minimo, fosse possibile comporre una
squadra: dunque cinque bambini e quattro ac-
compagnatori. A parte qualche pausa tecnica, in
14 ore sono arrivati a destinazione e, seppur era-
no ormai le due di notte, hanno trovato ad atten-
derli in piazza i “gemelli” dello champagne, che li
hanno ospitati in famiglia, come faranno il pros-
simo anno gli atleti del Rugby Valdobbiadene. Il
tempo di dormire qualche ora e poi era già ora di andare in campo. E una volta finito il torneo, sabato scorso, una
notte di sonno e poi via, altre 12 ore di pulmino per tornare a casa. «Un’esperienza molto positiva anche per questo
imprevisto dello sciopero», commentano genitori e organizzatori, «che ha insegnato ai ragazzi che bisogna fare di
tutto per rispettare gli impegni presi anche se costa sacrificio. Un grazie all’amministrazione di Segusino che ha
permesso questa trasferta all’ultimo momento». A proposito, però, com’è finito il torneo? I nostri hanno vinto una
partita su quattro: ma questo è un dettaglio, se non altro perché nelle gambe avevano quattordici ore di strada.
da “La Tribuna di Treviso” del 18 giugno 2018

Il Consiglio finanzia le iniziative turistiche del Basso Feltrino

Schievenin e Cartiera di Vas: via ai progetti


QUERO VAS. Sono bastati 10 minuti per liquidare gli unici 2 punti all’ordine del giorno dell'ultimo Consiglio comuna-
le. Nel primo minuto è stato approvato in via definitiva il catasto comunale dei soprassuoli percorsi dal fuoco ai sen-
si della legge quadro in materia di incendi boschivi che definisce divieti, prescrizioni e sanzioni sulle zone boschive
e sui pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco prevedendo la possibilità da parte dei Comuni di appor-
re, a seconda dei casi, vincoli di diversa natura sulle zone interessate. L'approvazione era avvenuta nel precedente
consiglio ma bisognava attendere 30 giorni dalla pubblicazione sull’albo pretorio comunale. Non essendo pervenute
osservazioni si è proceduto all'approvazione. La minoranza si è astenuta. Più corposo il secondo punto consistente
nell’approvazione di 2 convenzioni messe in atto fra l’Unione Montana Feltrina e il Comune di Quero Vas e volte,
rispettivamente, alla realizzazione di 2 progetti strategici: il potenziamento degli impianti sportivi comprensoriali del
Feltrino e il potenziamento dell'ospitalità diffusa nella zona. Come ha spiegato il sindaco Bruno Zanolla, «il nostro
Comune aveva fatto richiesta degli ex fondi ODI divenuti FCC (Fondi dei Comuni di Confine) ottenendo 500mila eu-
ro che sono in fase di utilizzo. Una parte è stata destinata alla ristrutturazione del chiosco dell’area pic-nic di Schie-
venin, un’altra parte è in corso di utilizzo per censire e mettere in sicurezza le moltissime vie di arrampicata presenti
in valle e per l’acquisto di una quindicina di biciclette elettriche la cui distribuzione sarà data in gestione agli opera-
tori turistici della frazione. Sono previsti - ha aggiunto il primo cittadino - anche interventi di arredo urbano e la rea-
lizzazione di piazzole». In merito alla seconda convenzione riguardante l’ospitalità diffusa che coinvolge quasi tutti i
Comuni dell’Unione Montana, Zanolla ha spiegato che il contributo ottenuto (altri 500mila euro) sarà destinato inte-
ramente a contribuire a finanziare il decollo della ex cartiera di Vas seguendo il progetto a lungo termine che
l’associazione “La Charta” si è posta quale obiettivo quando ha deciso di prendere in gestione l’area. «Si tratta di
una scelta forte - ha sottolineato il sindaco - volta a generare opportunità, posti di lavoro e ricchezza per il ter-
ritorio». La minoranza ha espresso il suo voto contrario, «ma - come ha sottolineato Mauro Miuzzi - la nostra con-
trarietà riguarda soltanto il secondo progetto in quanto riteniamo che finanziamenti di questo tipo distribuiti in questo
modo non portino vantaggi al tessuto sociale».
da “Il Gazzettino” del 23 giugno 2018

LETTERE AL TORNADO

Cedesi attività commerciale a Fener


Cedesi, a Fener, attività commerciale, consistente in un negozio di alimentari di 150 metri quadrati, più magazzi-
no e parcheggio. Per informazioni più dettagliate, contattare il 346.3120720 (Gabriele Putton).
14 RACCONTO

Il meraviglioso mondo di Sharuk


Sharuk ha tredici anni.
Da poco è arrivato da Mumbai in un treno merci, sudato e
schiacciato, stremato, con il vagone vicino stracolmo di mucche.
Venti giorni di viaggio con le narici colme dell'odore degli escrementi
di quegli animali che per lui, per i suoi antenati sono sacri e venerati.
Ricorda che nella sua città passeggiavano tra la gente, a volte
rispettati più degli uomini...
Ma questo era ieri, oramai tutto cio' appartiene al passato.
Adesso abita ad Alano di Piave, un paesino del nord Italia, in
provincia di Belluno.
Oggi è il suo primo giorno di scuola, è emozionato, pensa ai nuovi
compagni ; chissà quanti giochi nuovi imparerà.
La scuola è dotata di una grande palestra, potrà finalmente esibirsi
nel gioco del calcio, visto che il cricket qui non lo pratica nessuno.
Non sa bene l'italiano ma durante la ricreazione prova comunque a
comunicare con i nuovi compagni, usando quelle poche parole
apprese dalla televisione e gesticolando goffamente.
I compagni, tutti italiani, non sembrano apprezzare i suoi tentativi di
interagire, sono indifferenti ai suoi approcci e, senza quasi
rendersene conto, lo isolano. Che delusione per Sharuk!
Il pomeriggio, dopo la scuola trascorre il suo tempo da solo,
rispondendo a monosillabi anche ai familiari.
Dovrebbe svolgere i compiti assegnati dai vari professori, ma sia
perché non capisce le consegne, sia perché gli manca la
motivazione, chiude i libri, prende una sedia e si mette a guardare
fuori dalla finestra.
Da lì osserva la strada pulita, le case, così diverse da quelle di
Mumbai, la vegetazione, ed i passanti.
È un pomeriggio soleggiato e per strada c'è un via vai di persone:
donne con strani bastoncini che camminano, mamme che spingono i
passeggini o tengono per mano i bambini piccoli e cani al guinzaglio.
Vede passare anche alcuni dei suoi compagni di scuola, in gruppo,
ragazzi e ragazze, vorrebbe unirsi a loro ma dopo il fallimento di
questa mattina pensa che non sia una buona idea.
Nota che tutti tengono in mano il telefono cellulare e ognuno di loro è
intento a giocare o a messaggiare, nessuno conversa o ride, o
scherza, sono insieme ma allo stesso tempo sono soli.
Anche la signora che sta passando con il passeggino armeggia con il
telefono, il vicino di casa, appena partito con la macchina, ha già
preso il telefono, con una mano al volante e con una messaggia.
Osservando questo piccolo mondo riflette su questi dispositivi e su
come essi tengano tutti sempre connessi con l'intero pianeta, ma
soli. In quel momento Sharuk pensa che tutte queste persone si
stanno perdendo i bei momenti che la vita dona loro e che se non
fossero cosi concentrati sul telefono ne potrebbero godere.
Sharuk pensa che, usando esageratamente il telefono, dipendere da
esso per sentirsi di essere moderno ed avere il modello di ultima
generazione, si viva solo una parte della vita, perché non ci si
concentra sulle cose che invece potrebbero piacere o interessare, si
sfiora la vita senza afferrarla. Il telefono e il computer dovrebbero facilitare il quotidiano, invece, purtroppo allontanano
gli uni dagli altri e trasportano gli utenti in un mondo virtuale dove tutto corre all'impazzata, in cui è sufficiente un click e
migliaia di finestre si aprono sul mondo che non viene contemplato, immaginato, sognato ma è lasciato semplicemente
scorrere. Si accorge che il tempo è passato, solo quando sua madre lo chiama per cenare così si reca in cucina;
percorrendo quei pochi metri che separano i due luoghi, si rende conto che, grazie all'osservazione è riuscito a soli
tredici anni a fare questo tipo di considerazioni. Sharuk ha trascorso il tempo contemplando e pensando, un tempo che
a molti può sembrare morto, inutile, sprecato perché non ha prodotto niente; il suo pensiero ha vagato senza un click,
senza fretta, senza la frenesia di messaggiare, di postare, taggare, mettere i like, il suo è stato solo un meraviglioso
tempo trascorso a pensare.
A cena è loquace, allegro, racconta ai genitori la sua splendida giornata e promette loro e a se stesso che da domani
non si arrenderà, imparerà bene l'italiano e comunicherà con i nuovi compagni. Ha voglia di vivere, di interagire, ma
senza fretta. I saggi in India affermano che la fretta induce in errore, ognuno ha bisogno del proprio tempo per
completare il proprio lavoro. Assaporare ogni momento è per Sharuk importante, la lentezza diventa la chiave per
comprendere gli aspetti importanti della vita. (Immagine articolo tratta dal Corriere Nelle Alpi)

Bravo Alessandro! Il suo racconto sembra quasi abbia ispirato chi ha proposto le tracce del compito di italiano per la
maturità. Il tema della solitudine è stato, infatti, uno degli argomenti della prova d’esame. Complimenti al nostro
giovanissimo studente, al quale raccomandiamo di continuare a curare la vena letteraria.
Il Tornado avrà bisogno di nuove leve per continuare ad esistere…
15
16 RACCONTO

(M.M.) Dagli scritti di Olivo Andreazza segnalati da Alessandro Bagatella. Racconto scritto nel 1974, in cui Olivo
con la scusa della cronaca del pellegrinaggio, racconta anche il territorio che il corteo attraversa. Invenzione me-
scolata alla realtà per dar vita ad un racconto che sembra, a tratti, irriverente, ma costruito per rendere verosimile
questa “cronaca” d’altri tempi, alternando storia e geografia alle avventure dei pellegrini.

Il Pellegrinaggio
racconto di Olivo Andreazza scritto il 05.11.1974
Quell’anno vi era grande siccità nella nostra valle perché da quasi due mesi non cadeva una sola goccia di pioggia dal
cielo. Infatti il dieci di giugno c’era stato un violento temporale; da quel giorno fino al sette di agosto i giorni di sole si
erano susseguiti senza interruzione. Si pensi un poco ai terreni dei nostri paesi, costituiti da materiale di frana, prove-
nienti dai ripidi pendii sovrastanti: terra e ghiaia mescolati assieme ossia molta ghiaia e poca terra. Sarà facile allora
comprendere in quale stato si trovassero allora i campi di granoturco, i modesti vigneti ed i prati. La gente si dedicava
ormai con poco entusiasmo ai consueti lavori dei campi e attendeva rassegnata che il tempo si decidesse a cambiare.
Qualcuno, però, non si rassegnava alla sorte, perché sorretto da una incrollabile fede nella divina provvidenza. La mat-
tina di quel giorno mio fratello ed io ci siamo alzati come il solito alle sei e abbiamo ripreso a tagliar erba con la falce
messoria sui ripidi pendii di Cengia Vainel. Nitidi ci giunsero i consueti rintocchi della campana di Scalon ad annunciare
l’inizio del giorno. Verso le sette, però, si vede un insolito movimento di persone sul sagrato della chiesa. Arriva sempre
più gente da tutte le case vicine e lontane e, chi seduti sul muretto chi in piedi sembra attendere ordini da qualcuno. Si è
saputo in seguito che la sera precedente vi era stata una riunione dei saggi del paese per decidere quali misure prende-
re per combattere la siccità che ormai minacciava fame e carestia per tutti quanti. Mio zio Giovanni era un uomo amato
e stimato da tutti, in paese e nei dintorni; era amato per la sua bontà, l’altruismo, il timor di Dio. Stimato per la saggezza
del suo pensiero e per il modo calmo e sereno con cui affrontava le avverse contingenze della vita. Egli sostenne, du-
rante la riunione, che l’unica cosa da tentare era quella di fare un pellegrinaggio alla Madonna di Caravaggio per invoca-
re la Lei misericordia e aiuto affinché facesse cadere la pioggia in questa povera contrada in modo da scongiurare
l’incombente minaccia della fame. Meno Berti, noto per le sue tendenze antireligiose, insisteva invece che l’unico modo
per scongiurare il disastro era quello di mobilitare tutta la gente del paese e anche muli, asini e cavalli e portare con ogni
sorta di recipienti, l’acqua del Piave su nei prati e nei campi al fine di ridar loro nuova linfa vitale. Quando questi ebbe fi-
nito di parlare, intervenne Canipa Ragionevole, storico del paese, egli affermò con la massima convinzione che il pelle-
grinaggio era l’unica via di salvezza e a sostegno della sua tesi citava date storiche precise: giorno, mese, anno di secoli
addietro quando le preghiere della gente di Scalon furono accolte in cielo e la tanto attesa pioggia cadde abbondante
sulle nostre terre assetate. Le messe ripresero a crescere e non ci fu fame per nessuno. Soltanto una volta, il 12 agosto
1814 secondo le sue conoscenze, il popolo di Scalon non venne esaudito. Sembra, però, che durante l’inverno prece-
dente, alcune persone del paese avessero commesso gravi peccati. Eugenio Corso parlò per ultimo, sostenendo la tesi
dello zio Giovanni e si espresse in questi termini: “Il popolo di Scalon è sempre stato modello di virtù a tutti i nostri fratelli
dei paesi vicini. Esso, come dimostra la storia, è il più qualificato per chiedere soccorso alla Madonna; non vorrete per
caso che sia la gente di Carpen a invocare il suo aiuto poiché la gente forestiera sa bene che è un paese, diciamo, di
costumi piuttosto licenziosi insomma, si conduce un’esistenza troppo profana. Non è che manchi la gente proba ed one-
sta, ma la Madonna non concede certo le sue grazie ad un paese dove si pecca con tanta facilità. Quelli di Caorera tra-
scorrono la maggior parte dell’anno sui monti a fare carbone di legna o pascolare gli armenti, dimenticando i doveri di
ogni buon cristiano. Quando la stagione è terminata e scendono al paese, vanno all’osteria a bere e giocare a carte in-
vece di recarsi in chiesa a pregare. Nemmeno il popolo di Marziai che incorre negli stessi peccati di quelli di Caorera
con in più, da parte di alcuni, qualche peccato di frode in commercio. La gente di Santa Maria è, in generale, opportuni-
sta e frequenta le pratiche religiose solo per farsi notare dagli altri; insomma ha poca fede. Basta dire che Momi Fabiane
e il signor Birolin sono dei veri “turchi” e rifiutano perfino di far entrare il prete nella loro casa per la benedizione annuale.
Ma non è tutto: quando si deve portare legna e uva per il cappellano, viene portata la legna più scadente e l’uva meno
matura. I vecchi del paese ricordano di aver sentito dire che molti anni addietro era stato fatto un pellegrinaggio alla Ma-
donna di Caravaggio dagli abitanti di uno dei paesi vicini, sempre per chiedere la grazia della pioggia ma non sono stati
esauditi perché, appunto, non ne erano meritevoli. “Gli abitanti di Sanzan sono troppo lontani dal Signore – continua
Eugenio Corso – e quelli di Vas e di Quero più lontani ancora. Gli abitanti di Scalon, invece, sono sempre stati virtuosi,
rispettosi della morale cristiana, ospitali e caritatevoli, laboriosi, sobri nei costumi, morigerati nelle libagioni. L’umile
campana della loro chiesetta, diffuse sempre nel corso dei secoli ed anche nei momenti più difficili, col suono dei suoi
rintocchi, il primo saluto del giorno nascente, l’annuncio del mezzodì e l’Angelus al calar della sera per ricordare alle
anime pie il momento della preghiera quotidiana”. Bisogna dire, ad onor del vero, che qualche volta, la domenica sera,
dalle finestre dell’osteria della Monica, uscivano canti non proprio ortodossi, ma era talmente poca cosa che non venne
tenuta in alcun conto nella riunione la quale si concluse con la decisione di fare il pellegrinaggio. Quella sera stessa
vennero inviati dei ragazzi ad avvisare coloro che si trovavano nelle malghe in montagna che la mattina seguente alle
ore sette la processione sarebbe partita dal sagrato della chiesa. Rimanessero alle baite solo le persone necessarie alla
sorveglianza degli armenti. La Processione. Il cielo era come il solito, sereno e un limpido sole illuminava già le cime
dei monti; noi continuavamo a seguire con lo sguardo attento, il lento fluire della gente sul sagrato della chiesa finché
all’ora stabilita, tutti si disposero in doppia fila, pronti ad iniziare la marcia. Davanti a tutti era lo zio Giovanni come rap-
presentante del clero, preceduto dal crocifero. Seguivano: Canipa Ragionevole, Meno Berti, E. Corso e gli altri saggi.
Poi tutti gli altri uomini. Per ultime le donne e le fanciulle. La processione si mette in movimento al canto della Salve Re-
gina, seguito da quello delle Litanie, scandendo lentamente le note. Raggiunse tosto la strada comunale, proseguendo
in direzione sud-ovest sempre cantando inni in onore della Beata Vergine. Gli abitanti del Borgo attendevano con umiltà
il momento di potersi unire ai loro compaesani in processione: gli uomini con il berretto in mano e un’espressione com-
punta; le donne con il fazzoletto scuro in testa, annodato sotto il mento, erano genuflesse e recitavano preghiere sotto
voce, muovendo appena le labbra. I bambini, per contro, avrebbero voluto giocare, ma rimanevano fermi, intuendo che il
17 RACCONTO

momento non era il più indicato a dar libero corso ai loro desideri. Lo zio Giovanni aveva un’espressione ieratica mentre
dirigeva i canti, regolandone il ritmo. Camminava a passi lenti, giungendo ogni tanto le mani mentre volgeva lo sguardo
al crocifisso che lo precedeva. Di statura un poco sopra la media e settanta anni di età, lo zio Giovanni era ancora pieno
di vita anche se aveva difficoltà a camminare per via della gamba destra con il ginocchio rigido in seguito ad un infortu-
nio sul lavoro. I suoi occhi erano chiari, situati in due orbite profonde e lo sguardo sereno di chi ha l’anima pura; la sua
persona diffondeva uno strano senso di quiete che solo pochissimi posseggono. Intanto i pellegrini, uniti a quelli del
Borgo continuavano il loro lento cammino verso la speranza mentre pochi metri più sotto scorrevano fresche e limpide le
acque del Piave. Questo fiume così ricco di tanta linfa vitale era certo in stridente contrasto con i poveri prati sovrastanti
sui quali ormai l’erba più non cresceva, le piante dei fagioli, nei campi, erano quasi secche e quelle del granoturco si ar-
rotolavano nel disperato tentativo di sottrarsi ai cocenti raggi del sole mentre molte piante di viti con radici poco profonde
se seccavano all’improvviso impossibilitate dalla mancanza di acqua a mandar avanti il loro processo vitale. Negli al-
peggi le fosse che contenevano l’acqua piovana destinata ad abbeverare gli armenti e agli altri usi dell’alpe, erano quasi
asciutte e l’umidità della notte pressoché nulla. L’erba sui pendii dei monti era completamente secca e alcune piante di
carpino nero avevano le foglie gialle. La terra non si raffreddava più durante la notte e il cielo rimaneva limpido durante
tutte le ventiquattro ore del giorno. Scalon Brut. Quando i pellegrini percorsero il tratto di strada incavata nella roccia di
Scalon Brut, l’eco dei canti giungeva ancora più nitido ai nostri orecchi. E giunti alla grande caverna, molte donne si fe-
cero il segno della croce per difendersi dagli spiriti maligni anche se erano sicure di non subire alcun male dato che era
pieno giorno. Testimonianze di persone che sono transitate di qui a notte fonda, affermano di aver sentito urla tremende
uscire dall’antro e taluno, forse sotto l’effetto dei fumi del vino o della cattiva nutrizione, asserisce di essere stato trasci-
nato fino all’imbocco della caverna ma a quel punto, liberata la mano destra dalla stretta di un demonio si fece subito il
segno della croce mettendo così in fuga i nefasti demoni. Ritornato quindi sulla strada, con l’animo in subbuglio per il
pericolo corso, riprende il cammino verso casa. Lasciata alle spalle Scalon Brut, questa enorme sporgenza rocciosa che
precipita per centinaia di metri a picco sul Piave e che ancor oggi è ben levigata dall’azione erosiva del grande ghiac-
ciaio che milioni di anni fa solcava questa valle, la processione continua il suo cammino concedendosi un momento di
tregua nelle preghiere. Andrea Checolina attendeva da un bel po’ il passaggio dei suoi compaesani, sulla porta della
sua umile casetta, con il cappello in mano, pantaloni e giacca di velluto a coste, molto lisi, la catena dell’orologio ben vi-
sibile sul gilet, un fuggente sorriso sulle labbra, e un’espressione sul volto sempre in bilico tra il serio ed il faceto. Era un
uomo di indole mite, ma non si poteva mai capire quando parlava sul serio e quando no. Non bisogna dimenticare che
aveva una vivida fantasia per cui, con la massima serietà, raccontava tutta una serie di bugie che faceva sempre rima-
ner stupiti. Andrea Checolina veniva considerato da tutti come il più celebre cacciatore che fosse mai esistito in quella
contrada. Ricercatissimo ammaestratore di cani per cui in più occasioni ricchi signori gli offrirono un lauto stipendio e
una vita da signore se solo avesse voluto andare ad abitare nelle loro case a far scuola ai loro cani da caccia. Ma egli,
che amava la libertà al di sopra di ogni altra cosa al mondo, non volle mai abbandonare la sua umile casa e il suo picco-
lo podere dal quale ricavava quel tanto che gli permetteva di tirar avanti alla meno peggio assieme ai suoi due figli. Sua
moglie era morta in giovane età, lasciandogli due bambini: Elsa e Giovanni i quali crebbero felici in quel luogo tanto soli-
tario e povero. Elsa aveva una bella voce di soprano e Giovanni di Tenore. Quando, già grandi, nelle sere d’estate can-
tavano assieme qualche canzone davanti l’uscio di casa, la loro voce attraversava il Piave ed era per noi un vero piace-
re stare ad ascoltarli. E lo stesso avveniva quando Elsa si recava al fiume a lavare. Gli anni passarono e anch’essi do-
vettero andare per le vie del mondo e confondersi tra la folla anonima delle grandi città. Così, Andrea Checolina rimase
solo e continuò a vivere la sua esistenza libera e solitaria. D’inverno andava nelle famiglie dei paesi all’intorno ad am-
mazzare il maiale e confezionare le sue carni in saporiti salami, cotechini ed altre cose ancora. Però in fatto di puntualità
non si poteva fare il benché minimo affidamento su di lui. Se qualcuno lo rimproverava per non aver mantenuto gli im-
pegni presi, aveva subito pronta una delle sue innumerevoli e sempre convincenti bugie. In compenso portava sempre
con sé allegria e buon umore; e poi, il solo guardarlo era sufficiente a disporre al riso anche la persona più riservata.
Adesso si era unito anche lui alla processione, claudicando come sempre per via della gamba destra leggermente più
corta dell’altra. Con quale disposizione d’animo vi partecipasse, nessuno lo avrebbe saputo dire. Castelnuovo. Ora la
strada si allontana alquanto dal letto del Piave e, di fronte ai pellegrini, sulla riva destra, si erge possente la massiccia
costruzione del Castelnuovo, solida fortezza, eretta nel dodicesimo secolo dall’allora fiorente Repubblica di Venezia.
Essa, dopo aver assistito per secoli alle lotte tra veneziani e i barbari del nord, questi ultimi a volte anche provenienti da
lontani paesi, ed aver resistito alle frequenti e furiose inondazioni del Piave, è tuttora in ottimo stato di conservazione.
Attraverso le sue robuste porte sono passate genti di ogni contrada; seconda delle circostanze il castello è stato adibito
a fortezza, carcere, rifugio per i viandanti, stazione di sosta per le zattere provenienti dall’alto corso del Piave e dirette
verso la sua foce ed infine per molti anni venne usato come locanda e luogo di traffici non sempre puliti. Durante una
delle tanta battaglie tra i soldati della Serenissima e i barbari del nord, venne rinchiuso nella cella più oscura della sua
prigione il capitano veneziano Gerolamo Emiliani. E in merito a questo fatto, narra la leggenda che l’Emiliani, vissuto fin
dall’infanzia nell’agiatezza, mentre era rinchiuso nel carcere, riandò con il ricordo ai lontani anni della sua fanciullezza.
Rivide come in sogno la sontuosa dimora nella città lagunare dove era cresciuto e sua madre che con tanta cura e tanto
amore lo aveva allevato. Osservando il tetro ambiente dove era finito, le pesanti catene ai piedi e alle mani e il duro trat-
tamento dei suoi carcerieri, si lascia vincere dal dolore. Ben tosto, però, gli vengono alla mente le parole che la mamma
sovente gli diceva dopo aver recitato le preghiere della sera: “se un giorno ti trovassi in pericolo di vita, invoca il soccor-
so della Madonna; vedrai che essa ti verrà in aiuto”. Sollevato alquanto da questo pensiero, Gerolamo Emiliani si mette
a pregare con fervore, invocando Maria Vergine affinché venga a liberarlo da questa tetra prigione. Finito che ebbe di
pregare si meravigliò di aver potuto recitare quelle preghiere che ormai da tanti anni aveva dimenticato. Ma ecco che
mentre era immerso in questi pensieri, gli appare davanti la Madonna, tutta avvolta in una nube splendente: “Eccomi”,
disse, “ho esaudito le tue preghiere”. Detto questo, gli sciolse le pesanti catene con le quali era legato e prendendolo
per mano, lo condusse fuori dalla fortezza, attraversando il piazzale antistante gremito di soldati nemici. Questi ultimi,
colpiti da tanto splendore, si scontano in fretta facendo largo e togliendosi l’elmo dal capo di inchinano deferenti. Gero-
lamo Emiliani ritorna a Venezia, informa i suoi superiori dello straordinario evento e chiede di poter dedicare la restante
sua vita ad allievare il dolore dell’umanità. Dopo la sua morte fu fatto santo ed ancora oggi è venerato in molte parti del
mondo. Il Ponte di Vas. Il sole, già alto nel cielo, scaldava con i suoi roventi raggi cose e persone ma i nostri pellegrini
erano abituati alla calura estiva; proseguivano quindi il loro cammino ripetendo il canto delle Litanie. Ma eccoli passare
ora presso il ponte di Vas il quale trovandosi sul punto più stretto della valle sarà lungo centocinquanta metri circa. Co-
18 RACCONTO

struito agli inizi di questo secolo, esso ha assistito a parte della prima guerra mondiale, finché fu distrutto dall’esercito in
ritirata. Ricostruito di nuovo verso il 1920 uguale a prima, vide passare le ultime zattere costituite da tronchi di abete op-
portunamente disposti e provenienti dal Cadore. Queste zattere trasportavano ogni sorta di mercanzie e anche qualche
passeggero che aveva l’ardire di salirvi sopra. Esse erano sovente ingovernabili specialmente quando si trovavano sulle
rapide. Qualche volta finivano per incagliarsi ed allora i zatterieri davano libero sfogo alla loro rabbia profferendo ogni
sorta di bestemmie tanto che si erano aggiudicati il titolo di grandi bestemmiatori. Prima che il ponte fosse costruito,
c’era una barca che faceva da traghetto da una riva all’altra del fiume. Trasportava più che altro persone e qualche ar-
mento; questi ultimi soprattutto nel periodo della transumanza. Molto poche le mercanzie. Il ponte di Vas continua la sua
esistenza normale fino a quando nell’autunno dell’anno 1966 si abbatte sulla nostra valle uno dei più grandi nubifragi
che la storia ricordi. Narrano quelli che si trovavano nella zona in quella occasione che innumerevoli torrenti di pioggia
caddero per giorni senza tregua mentre il vento, fortissimo, portava via i tetti delle case e le persone che per ventura si
trovavano all’aperto; dai ripidi pendii montani cadevano frane gigantesche. Insomma, sembrava il diluvio universale. Il
nostro amato fiume ingrossava a vista d’occhio, trasportando nel suo alveo ogni cosa tra cui enormi tronchi di abete, la-
rice ed altre piante. Il ponte, ben piantato sulle sue fondamenta, reggeva bene alle continue sollecitazioni delle acque in-
furiate, ma un po’ alla volta i grandi tronchi cominciarono a fermarsi sui piloni e quindi sbarrare il passaggio dell’acqua
prima su una arcata, poi su un’altra e quindi su tutte quante. Cadeva la pioggia sempre torrenziale, il vento soffiava for-
tissimo e il livello dell’acqua saliva più rapido che mai. Giunse in breve fino sotto gli archi, poi su, sempre più su fino al
piano della strada. Le acque premevano sulla struttura del ponte con una enorme pressione sempre crescente finché ad
un tratto la gente delle case vicine ode un tremendo schianto: il ponte viene spazzato via per intero in un colpo solo e
portato a valle per alcune decine di metri. Nello stesso istante prese il via una gigantesca onda allagando campi e case
al suo passaggio. Nelle valli laterali dell’alto corso del Piave si ebbero danni ingenti: lunghi tratti di strade asportate, pon-
ti travolti, case sepolte da frane e persone inghiottite per sempre dalle acque infuriate. I nostri pellegrini sono ora nel ter-
ritorio di Vas e si avviano su per la leggera salita alla cui sommità Sant’Antonio da Padova dal sommo della sua mode-
sta e trascurata chiesetta impartirà ai fedeli che gli passano ora davanti, la sua paterna benedizione. Subito dopo la
chiesa e un poco scostato dalla strada maestra, ecco apparire il palazzo dei signori Zuliani sul cortile del quale giocano
alcuni bambini e ragazzi; nessuno di loro fa caso alla processione che passa sulla strada. Più avanti e ancora più lontani
dalla strada, si vedono i capannoni e la ciminiera della cartiera di Vas. La cartiera di Vas. Fondatore di questa benefica
industria è stato il padre degli attuali proprietari della fabbrica il quale, girando per il mondo, dotato di un’ottima intelli-
genza, imparò i segreti per fabbricare la carta. Ritornato a casa dopo alcuni anni di emigrazione, il vecchio Zuliani fece
canalizzare l’acqua di una grossa sorgente che nasce alla base del monte che sovrasta il paese e la portò vicino alla
fabbrica, ricavandone l’energia necessaria ad azionare le macchine, usandola poi per il lavaggio delle materie che veni-
vano lavorate. Questa industria portò ricchezza alla famiglia Zuliani e benessere a gran parte degli abitanti di Vas. Dopo
aver rivolto una fervida preghiera al grande santo da Padova affinchè si renda interprete delle istanze della gente di
Scalon presso la Madonna, mio zio Giovanni da il segnale della ripresa dei canti. Fatta una leggera discesa e traversato
un piccolo ponte, la processione inizia la salita che conduce al centro abitato di Vas. Laggiù in fondo, sulla sinistra, ai
piedi del monte, si vede una grande caverna nella quale, secondo studi recenti, fin da tempi remotissimi vi abitarono de-
gli esseri umani. Continuando nei lor mesti canti, i pellegrini attraversano il paese tra l’indifferenza dei presenti ma nes-
suno di coloro che formavano la processione si scompose per questo atteggiamento e le preghiere alla Beata Vergine
risuonarono più alte che mai. La grande maggioranza della gente di Vas viveva allora del lavoro in cartiera ed era molto
egoista e si riteneva superiore agli abitanti dei paesi vicini. Tutti i giorni c’era gente all’osteria; chi giocava a carte, chi a
bocce e chi conversava; altri giocavano a tamburello sulla piazza o stavano appoggiati ai muri delle case a godersi il so-
le. Tutti avevano la schiena ben dritta, la pelle del volto senza screpolature e pochi calli alle mani. Salvo che a quei po-
chi che lavoravano la terra, a loro non interessava gran che di quello che faceva il tempo: secco o pioggia, vento o
grandine la loro vita andava avanti sempre bene. Così, chiusi nel loro egoismo, non si preoccupavano per nulla delle
necessità altrui. Il sole scalda sempre di più e rivoli di sudore solcano le guance delle persone più anziane mentre il
gruppo di oranti sta passando davanti alla bianca chiesetta di santa Caterina situata in prossimità delle rocce scoscese
che separano il territorio di Vas da quello di Segusino. Il Piave scorre ora nel suo letto assai profondo, proprio sotto la
strada. Quest’ultima lascia la pianeggiante conca di Vas per inoltrarsi, stretta e tortuosa, in quel di Segusino. Sulla de-
stra orografica del fiume corre la linea ferroviaria che, passando per Feltre e Belluno perviene a Calalzo. E, più sopra, si
estende la campagna di Quero la cui chiesa parrocchiale domina il paesaggio con la sua grande mole. Il paese di Se-
gusino. Quero è situato su di un promontorio morenico dell’ultima glaciazione. Il terreno è poco fertile e gli abitanti si
danno delle arie perché vivono in un capoluogo di comune e accettano con degnazione il bicchiere di vino che vien loro
offerto da uno di Schievenin, di Carpe o di Santa Maria. Le donne di solito hanno poca voglia di lavorare e sono molto
esigenti quando vanno a bottega. Le due grandi chiese di Segusino sono ora ben visibili ai nostri pellegrini i quali fanno
il loro ingresso nel paese in perfetto ordine anche se affaticati. Neanche qui, però, le accoglienze della popolazione fu-
rono tanto calorose per via dei forti contrasti, sorti anche in altre occasioni, fra i proprietari delle terre umide che si tro-
vano sulla pianura presso il fiume da una parte e quelli che possedevano le terre asciutte delle rive e che si estendeva-
no fino a Miglies e Rivagrassa, dall’altra. Questi ultimi aspettavano con ansia la pioggia per salvare i loro raccolti, giunti
ormai al limite di resistenza. I primi, dal canto loro, si auguravano che non piovesse nel timore che troppo abbondanti
piogge facessero marcire i loro abbondanti raccolti. Così, durante il passaggio della processione, erano quasi tutti
sull’uscio di casa: metà con il viso arcigno, augurandosi in cuor loro che i voti dei pellegrini di Scalon non venissero
esauditi; l’altra metà con sul volto un’espressione di riconoscenza ed affetto, pronunciava parole di incoraggiamento per
la santa iniziativa intrapresa. Le fornaci di calce di Fener, con le loro tozze torri, sono ormai in vista; anche il luogo dove
il torrente Tegorzo entra nel letto del Piave appare quasi vicino. Le sue fertili acque vengono dal fondo della valle di
Schievenin dove alla base di una grande roccia calcarea sgorga una grossa polla d’acqua. Molti paesi della ”Marca Tre-
vigiana” sono riforniti per i loro usi domestici dell’acqua del Tegorzo. Il ponte di Fener con la sua struttura metallica si
trova poco oltre. Da quando è stato costruito si è rivelato instabile e durante le piogge primaverili o autunnali, viene so-
vente chiuso al traffico. Pare che le fondazioni di alcuni piloni non rispondano alle esigenze di stabilità richieste dalla na-
tura del suolo. Poco dopo il ponte inizia una salita abbastanza ripida ma in compenso ben ombreggiata da alti platani e
acacie che si trovano ai lati. Qui i nostri pellegrini trovano un po’ di refrigerio dalla calura e poi l’approssimarsi della meta
infonde nei loro animi nuova forza. Dalla cima della salita appare nitido il santuario, sfavillante al sole. Si ricompongono
le fila, si asciugano i sudori dalla fronte e si entra nel tempio del quale in precedenza erano state aperte le porte princi-
19 RACCONTO

pali. All’interno della chiesa c’è una dolce penombra che dispone gli animi dei fedeli alla preghiera e alla meditazione. In
tanto silenzio risalta ancora di più le ultime invocazioni dei fedeli alla Madonna affinché faccia cadere la pioggia sulle
aride ed assetate terre della valle del Piave. Assolto il loro compito, i pellegrini escono dal tempio e una parte si appres-
sa ad una fontana e toglie dalle sporte i viveri che aveva portato con se. Gli altri entrano nella vicina osteria per bere du-
rante il loro frugale pasto, un buon bicchiere di “prosecco” dal gradevole profumo e che proprio qui su questa terra sola-
tia viene coltivato. Il luogo dove si trovano ora i pellegrini è veramente suggestivo. Molte piante sempreverdi, ogni sorta
di piante da frutto e tanti filari di viti. Strade pulite e case linde; ovunque si notano i segni dell’ordine e della pulizia. Il pa-
norama che si vede all’intorno non è meno interessante: il monte Cesen, alle spalle, con i vasti pendii prativi, il massic-
cio del Grappa con sulla vetta più alta il grande monumento ossario, attorno al quale si trovano ancor oggi i segni della
lontana guerra 1915-1918. AI piedi del monte si adagiano in amene posizioni i paesi di Possagno, Cavaso e, più vicino;
Pederobba. Più a sud vi sono i Colli Asolani che partendo dalla Madonna di Rocca presso Cornuda, vanno fino ad Aso-
lo. Ancora a Sud, tolto qualche lieve promontorio presso Montebelluna e quello poco elevato ma esteso del Montello, si
estende la fertile pianura che va fino al mare. Alla sinistra, ai piedi della catena dei monti che dal monte Cesen va fino al
Nevegal, sono situati i rinomati vigneti di Valdobbiadene e Conegliano. Il Ritorno. Ammirando un panorama così sug-
gestivo e consumando con appetito il pur modesto desinare, i pellegrini si sentono veramente ristorati. Così, divisi in
piccoli gruppi, chiacchierando allegramente, riprendono la via del ritorno. I più anziani della brigata, però, danno ancora
un’occhiata al cielo per vedere se mai ci fosse qualche segno di cambiamento del tempo: una piccola nube si è formata
sulla vetta del monte Cesen non è certo quello il luogo dove hanno origine grandi formazioni nuvolose. Anche sugli Al-
topiani di Asiago vi sono delle nuvole, ma non danno a sperare nulla di concreto. Il massiccio del Grappa è stato fin dai
tempi più remoti, una vera e propria fabbrica meteorologica. E il benessere delle popolazioni contadine che per millenni
sono vissute in un raggio assai ampio attorno ad esso, dipendeva dal tipo di nuvole che venivano a formarsi lassù. Quel
giorno, però, non la più piccola nube era nell’aria in quei luoghi. Nonostante questi segni poco propizi, anche gli anziani
si misero sulla via del ritorno con molta speranza nel cuore. Ben presto raggiunsero gli altri paesani e assieme ad essi
continuarono il cammino. Essendo pomeriggio inoltrato, il caldo era meno afoso in modo che potevano procedere con
minore fatica. Sempre conversando tra loro, i pellegrini oltrepassano il ponte di Fener e approssimandosi a Segusino,
videro la bella filanda, orgoglio della gente del posto. Costruita tanti anni prima da un uomo pieno di iniziativa e di genio,
in essa venivano lavorati i bozzoli dei bachi da seta prodotti copiosamente in tutta la zona circostante. Molte persone, in
particolare donne e fanciulle, avevano un lavoro fisso con adeguato compenso. Il filato che ne usciva era di prima quali-
tà ed a questo proposito mio nonno raccontava che un anno venne allestita una mostra concorso delle sete prodotte nel
mondo. Essa ebbe luogo a Venezia e molti furono i partecipanti, giunti anche dal lontano Oriente. Gli esperti esamina-
rono con competenza i vari campioni esposti ed assegnarono il primo premio a quello proveniente dalla filanda di Segu-
sino sia per la maggior brillantezza della seta che per la perfezione della filatura: e la gente del paese era molto fiera di
questa azienda che concorreva in modo così degno al benessere di tutti. Nuvole sopra il Grappa. La comitiva oltre-
passa l’abitato, si inoltra tra le rocce scoscese che lo seguono e ben presto si trova nei pressi della chiesetta di santa
Caterina in quel di Vas. A quel punto lo zio Giovanni volge ancora una volta lo sguardo verso cima Grappa e con sollie-
vo vede che attorno alla sommità si era formata una densa nube. Lo comunica agli altri e tutti ebbero l’impressione che
qualcosa di buono stesse maturando sul monte Grappa. Riattraversando l’abitato di Vas i pellegrini diedero uno sguardo
alla canonica dove allora il parroco che abitava, era considerato dai bambini il più grande distributore di ceffoni della
diocesi di Padova. Presso la chiesetta di Sant’Antonio si fermarono un poco per riposare e dissetarsi. Di fronte a loro
stava la bella villa dell’industriale Zuliani con il giardino ben curato davanti: aiuole piene di fiori e piante con molti frutti
seminascosti tra le foglie; tutto attorno era bello perché qua e la correvano ruscelli d’acqua e quindi i prati erano verdi e
le messi sui campi maturavano normalmente. Signore ben vestite si muovevano con grazia seguite da solerti camerieri;
bimbi e ragazzi che giocavano con oggetti mai visti dai loro coetanei di Scalon. Eppure dai volti dei presenti non traspa-
riva invidia, ma solo ammirazione per quel luogo e quella agiatezza. Intanto con grande sollievo dei pellegrini, le nubi
sopra il Grappa diventavano sempre più grandi alimentando in loro la fiducia nell’aiuto della Beata Vergine. Adesso sta-
vano per inoltrarsi nella stretta valle e avrebbero perciò un orizzonte più limitato. Una improvvisa lieve brezza aveva rin-
frescato i corpi accaldati dei viandanti mentre la nuvolosità aumentava a vista d’occhio. Sul Grappa in questo frattempo
e per effetto dello scontro tra le correnti d’aria calda provenienti dalla pianura con quelle fredde del nord, vengono a
formarsi grandi nubi temporalesche il cui colore grigio-piombo, causa non poche preoccupazioni a coloro che le osser-
vano. Erano circa le quattro del pomeriggio quando una grande nube, a quota più bassa delle altre, si stacca dal monte
Grappa e percorre l’ampia valle di Alano preceduta da un forte vento. Passa sopra il villaggio di Colmirano poi su quello
di Campo, lasciando cadere qua e là qualche chicco di grandine. La gente guarda con timore verso il cielo mentre la
nube continua la sua corsa verso oriente. Oltrepassato il torrente Tegorzo dalle limpide acque, lascia cadere grossi
chicchi di grandine su giardini coltivati con amore, prati e campi assetati di acqua, case, vie e piazze. I chicchi rimbalza-
no al suolo e la gente del posto guarda sbigottita. Le campane delle chiese suonano a distesa e i più vicino corrono in
queste a chiedere al Signore di soccorrerli in questa grave sventura. Quero e la sua campagna sono ormai sotto il tiro
diretto di questa nube apportatrice di desolazione e carestia. Continua ad avanzare, oltrepassando il monte Cornella, di-
rigendosi verso la stazione ferroviaria di Quero e del villaggio montano di Cilladon. I nostri pellegrini hanno già oltrepas-
sato il ponte di Vas ed anche Scalon Brut quando vedono la nube tempestosa passare sopra Castelnuovo come
un’immensa onda marina e la sorpresa è così grande che rimangono tutti senza parola e con sul volto i segni dello
sconforto. Tenendosi uno vicino all’altro come per proteggersi a vicenda, si fermano tutti, pallidi in volto, a guardare con
occhi smarriti il procedere di quella nube che ben presto avrebbe distrutto quel poco di raccolto che si era salvato dalla
siccità. Le campane di Santa Maria suonavano disperatamente e fra pochi istanti l’ondata di grandine avrebbe oltrepas-
sato il Piave, compiendo anche là la sua opera nefasta. Ma, giunta sulla riva del sacro fiume, avvenne un prodigio che
lasciò i pellegrini ancora più sbalorditi di prima: il colore della nube minacciosa divenne di colpo bianco candido e invece
della temuta grandine cadde una fitta e calma pioggia. L’impetuoso vento cessò di colpo e una dolce quiete pervase
uomini e cose. Come in quelle tragiche giornate della nostra storia recente il Piave aveva impedito, pochi chilometri più
a valle, il passaggio del nemico, salvando in tal modo la Patria da sicura rovina, così ora si era ripetuto ancora una volta
il miracolo del Piave nel quale la Madonna, volendo premiare il virtuoso popolo che con tanta fede si era rivolto a Lei per
chiedere soccorso, impedì alla grandine di portare fame e carestia nelle sue terre. Ecco dunque i pellegrini giungere al
villaggio bagnati da capo a piedi mentre la pioggia continuava a cadere. E prati e campi ripresero vigore mentre l’umile
chiesetta del paese si andava riempiendo di fedeli per il canto del “Te Deum” in segno di ringraziamento.
20 CRONACA

Dopo Nibali ecco Faccinetto-Iavazzo-Mazzocco


Protagonisti alla Milano-Sanremo
di Sandro Curto
Bella avventura per tre nostri pae-
sani appassionati delle due ruote
che, domenica 10 giugno, hanno
corso in bicicletta la Milano-
Sanremo per amatori. Fabio Facci-
netto di Campo di Alano, Gianmaria
Mazzocco di Quero e Giuseppe Ia-
vazzo, noto commerciante di frutta e verdura ormai trapian-
tato nel feltrino, hanno percorso i 297 Km. di una delle clas-
classiche monumento del ciclismo internazionale in 8 ore e
50 minuti con una media attorno ai 34 orari.
Nonostante la corsa fosse riservata agli amatori il percorso
era lo stesso dei professionisti con il passo del Turchino
(532 m. e massima asperità della giornata), i vari capi Me-

le, Cervo e Berta, la salita della Cipressa e l’ultimo strap-


po del Poggio, che ha visto nella storia parecchie azioni
esaltanti ultima quella di Vincenzo Nibali, che nell’edizione
2018 si è aggiudicato la corsa contro ogni pronostico. Per
i nostri eroi passerella finale in via Roma, in una Sanremo
in festa.
ASTERISCO

La foto di copertina
(M.M.) Una tira l’altra, quasi come le copertine del nostro periodico! Stiamo parlando delle ciliegie, di così tante varietà
e gusti che ogni volta che le mangi ti sorprendi per il loro gusto sempre diverso. Quelle in copertina sono di produzione
propria, a kilometro meno di zero, polpose, buone da mettere sotto spirito. Ironia della sorte, quella in primo piano
sembra sorridere, camuffata da emoticon. Garantiamo sulla sua genuinità, anche fotografica. Si è presentata così, di-
segnata dalla natura e non artefatta da fotoritocchi vari. Dal quotidiano “La Stampa” di sabato 23 giugno apprendiamo
che anche le ciliegie tardive saranno ottime. A dispetto della credenza piemontese che dopo San Giovanni si trovano
ciliegie col “Giuanin”, a indicare le larve
che le renderebbero poco appetitose,
sappiate che sono state fatte coltivazioni
che portano i raccolti fino a metà luglio.
Tranquilli, quindi, potremo gustare questo
prelibato frutto e sorridere, senza “Gio-
vannino”.
ATTUALITÀ
21 COME ERAVAMO

Quero: i coscritti del 1932


segnalazione di Marcello Geom. Meneghin

Bella la foto dei coscritti inviataci dal nostro abbonato Marcello. Peccato non avere le sequenza dei nomi delle persone
ritratte, alcune ben riconoscibili. Non sarà difficile, però, per i nostri lettori dare un nome ai volti che qui vediamo. Se
avete dubbi chiedete a Silvio Rizzotto: lo vedete in seconda file, alla sinistra del cappellano.
CRONACA
50° di matrimonio
Festa per i coniugi Giulia e Silvio
di Alessandro Bagatella
I coniugi Giulia Curto e Silvio De Simoi, nostri vecchi abbonati di Sanzan, hanno rinnovato il proprio sì alla vita coniu-
gale nella chiesa di Sanzan, alla presenza di don Firmino, parroco della comunità. A festeggiare l’avvenimento del 50°
anniversario erano presenti i figli Gian Luca, Michele, Nicola e Anto-
nella. Con loro le nuore Linda, Francesca e Sonia, assieme agli
amati nipotini Francesco, Luca, Sebastiano e Chiara. Tutta la com-
pagnia si è poi trasferita in un ristorante a Farra di Soligo. Tanti au-
guri a Giulia e a Silvio e felicitazioni per il bel traguardo raggiunto,
unito ad un arrivederci alle nozze di diamante.
22 ASTERISCO

Giornali o riviste?
tratto da: https://www.cosenostre-online.it/rubriche/piazze-amiche/
Le testate giornalistiche delle nostre Pro Loco censite da Gepli
sono circa una settantina.
Per quanto riguarda il formato e la presentazione grafica, già
guardando la prima pagina le possiamo dividere in due macroca-
tegorie:
– formato “giornale”, con la pagina di testata che contiene in ge-
nere l’editoriale e due-tre articoli ritenuti più importanti; è il caso

di Cose Nostre;
– formato “rivista”: in questo caso sotto la testata
viene inserita un’immagine di copertina; gli articoli
in questo caso partono da pagina 2.
Per i giornali formato rivista la scelta dell’immagine
di copertina è molto importante, perché contraddi-
stingue l’uscita di quel numero. Nei testi a seguire
due esempi, scelti non a caso fra quelli in cui
l’immagine si prestava a raccontare qualcosa del
territorio, anche se solo a livello di curiosità.
Il Tornado
Nome evocativo, per una testata: sa di dinamismo,
di velocità. Non per nulla, la testata giornalistica,
che si autodefinisce nel sottotitolo “periodico di at-
tualità dei Comuni di Alano di Piave, Quero Vas,
Segusino”, è l’unico quindicinale presente fra le
testate seguite da GEPLI.
Editore è la Pro Loco di Fener, provincia di Belluno.
Inizio pubblicazioni nel 1980. L’immagine scelta per
il numero 678, uscito lo scorso dicembre, ha una
storia particolare. L’immagine, di Madonna con gli
angeli, è la foto di una pittura murale presente su
una casa di Fener. L’autore del dipinto è il proprie-
tario della casa, che si è ispirato a un celebre dipin-
to, La vierge aux anges, del pittore francese
Bouguerau, esponente parigino della corrente pitto-
rica ottocentesca dell’accademismo. (…Omissis…)

(M.M.) Scoperta, piacevole, navigando fra le pagine di internet, questa che qui sopra proponiamo all’attenzione
dei nostri lettori e per la quale ringraziamo gli autori ed amici del sito di “Cose Nostre”, organo di informazione del-
la Pro Loco di Caselle Torinese. Confermiamo che alle nostre copertine riserviamo un’attenzione particolare e ci
fa piacere che attirino l’attenzione, che solletichino la voglia di sfogliare la nostra pubblicazione.
Magari non ci riusciamo sempre, ma l’impegno, quello sì, è sempre massimo.

CRONACA
In ricordo di Emma Bagatella
di Alessandro Bagatella
La piccola comunità di Santa Maria di Quero Vas si è stretta alla
famiglia per commemorare Emma. Persona bonaria e servizievole
verso chi versava in stato di bisogno. Da giovane Emma conobbe i
sacrifici ed il lavoro come emigrante, dapprima in Isvizzera e poi,
nel 1948, si sposò con Decimo Andreazza e riprese la via
dell’emigrazione, stavolta in Belgio, dove il marito aveva trovato
occupazione nelle miniere di carbone. Ad Ougrée nacque il primo
figlio Vincenzo. Nel 1954 la famiglia fece ritorno in Italia e nel 1959
venne alla luce il secondo figlio: Diego. In Italia Decimo trovò lavo-
ro un po’ ovunque ed Emma si prese cura della famiglia. Rimase
vedova nel 1987 ed ebbe la sventura, nel 2012, di perdere anche
Diego, il secondogenito. Emma è stata, inoltre, una grande dona-
trice di sangue, meritando la medaglia d’oro in virtù della sua ge-
nerosità. Le sue precarie condizioni fisiche l’hanno portata ad es-
sere ospite della Casa di Riposo “Brandalise” di Feltre. Ai suoi fu-
nerali è accorsa tanta gente, fino a riempire la chiesa di Quero. Don Alessio, nel corso della cerimonia funebre, ha
espresso parole di elogio per la cara Emma. La famiglia desidera ringraziare tutto il personale del reparto medico che
ha seguito nella malattia mamma Emma. Ai famigliari le più sentite condoglianze.
23 ASTERISCO

I segni del tempo


di Claudio Dal Pos
Tanti queresi son
passati presso il
pino silvestre che
si trova nel
piazzale della
biblioteca,
tanti si ricordano
quando presso lo
stabile vi erano
ubicate le scuole
elementari,
qualcuno vi si
arrampicava, con
le immancabili
sgridate delle
maestre, su per
quel pino.
Ebbene quel pino
porta i segni del
tempo, tutto
rinsecchito e
perciò morto.
Messo a dimora
nel 1935/1936
alla presenza
degli alunni della
classe 1929 con
la maestra di
allora, signora
Chiari, è arrivato
fino ai giorni
nostri.

In foto: sopra, lo
stato attuale del
pino e, qui a fianco,
copia dell’articolo
uscito nel mese di
aprile 2014 proprio
su queste pagine,
per ricordarne la
storia.

Ricordando il “Boss” COME ERAVAMO

dal libro dei ricordi della famiglia Favero- segnalazione di Luca Favero
Gianfranco Favero, amichevol-
mente conosciuto come “Il
Boss”, ci ha lasciato il 29 gen-
naio del 2007. Sfogliando
l’album dei ricordi, il fratello Luca
ha trovato due foto che lo ritrag-
gono ai tempi della leva militare
(anno 1971 circa) e vuole condi-
videre queste immagini del pas-
sato assieme ai nostri lettori, per
rinnovare il ricordo di Gianfran-
co, conosciuto ben oltre i confini
di Quero.
Gianfranco, lo ricordiamo, fu an-
che presidente della sezione
donatori di sangue, contribuen-
do con il suo entusiasmo alla
sua crescita, soprattutto fra i
giovani, che seppe avvicinare al-
la generosa pratica della dona-
zione di sangue.
24 CRONACA

Con il Circolo Auser “al Caminetto” di Alano Quero Vas


Vacanze romagnole
di Elda Carla Franzoia*
Anche quest’anno 51 soci hanno trascorso le vacanze, dal 03 al 17 giugno a Riccione, nella Riviera Romagnola. I
vacanzieri hanno ripetuto l’esperienza dell’anno scorso presso l’Hotel “Le Terrazze” con vista sul mare Adriatico. Il
tempo è stato bello, caldo, il sole splendente per cui tutti si sono esposti per curare le “magagne” invernali e sono
rientrati sfoggiando un’invidiabile tintarella. Gli amanti del mare si sono esercitati a nuotare a dorso e stile libero
sorvegliati dai bagnini sempre presenti. In spiaggia le signore hanno usufruito dell’idromassaggio, mentre i maschi si
sono divertiti con le bocce, la palla e il gioco delle carte. Qualcuno si è recato alle Terme per fanghi e cure termali e si
è spostato con la navetta gratuitamente. Fin dall’inizio abbiamo controllato la salute degli ospiti e ogni mattina abbiamo
misurato la pressione arteriosa. Fortunatamente tutti hanno goduto di ottima salute. Una gita pellegrinaggio alla
Madonna di Loreto in pullman e un divertente giro in nave lungo la costa fino a Gabicce (Pesaro) sono state le
indimenticabili varianti della vacanza. I bagnini di Riccione hanno organizzato una serata al porto con la “rostida” di
sardoncini freschi e hanno offerto a volontà brocche colme di Albana, il vino bianco della zona. Un pomeriggio la nostra
bagnina Lucia ha invitato tutti in spiaggia sotto le tende ad assaggiare il ciambellone, dolce tipico romagnolo, con vino
Trebbiano, mentre Federico, il titolare dell’Hotel, ha organizzato la serata dell’ “arrivederci”, con musica dal vivo, ballo,
dolci, bevande alcoliche e non. La serata è stata allietata anche dai canti di montagna che gli Auserini hanno intonato e
cantato richiamando l’attenzione e ottenendo l’applauso dei passanti. *Presidente del Circolo Auser

ASTERISCO
La parola giusta
Dice un proverbio arabo che ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare da tre porte.
Sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: E’ vera?"
Sulla seconda campeggiare la domanda: "E' necessaria?"
Sulla terza essere scolpita l'ultima richiesta: “E’ gentile?
Una parola giusta può superare le tre barriere e raggiungere il destinatario con il suo significato piccolo o grande.
Nel mondo di oggi, dove le parole inutili si sprecano, occorrerebbero cento porte, molte delle quali rimarrebbero sicu-
ramente chiuse. (Romano Battaglia)
25 LETTERE AL TORNADO

Amici Alpini
Caro Direttore,
la fotografia in allegato è il commento che mi sento di proporti/Vi alla cui di pagina ventuno Tornado N° 704. Persone
più titolate nell’associazione penso faranno le
considerazioni del caso, perciò mi astengo.
Qualsiasi argomentazione, anche se non condi-
visa, è sempre legittima. Quello che non è am-
missibile risulta l’anonimato chiesto, suggerito o
imposto non lo so con cui la Scrivente si presen-
ta. Molto male ha fatto la redazione ad accondi-
scendere! Non doveva succedere. Per il resto, a
mio modestissimo parere non richiesto, lo scritto
mi è un esercizio accademico di certa gioventù
studentesca magari fuori corso di professione.
M’insegnava una persona, a me molto cara, con
scolarità terza elementare, ma laurea con lode
nell’università della vita, che non controllava
quante “sinapsi” avesse inserito, ma quanto cer-
vello ci fosse nelle sue parole e idee: “chi da uo-
vo nasce la terra ruspa” e, aggiungo io, razza e
genere non c’entrano. Tornando alla fotografia,
caro Direttore, penso che il Tornado per scusar-
si con gli Alpini non per lo scritto ma per l’omissione, di cui la sopra prebenda, la pubblichi magari In copertina rappre-
sentante in parte lo spirito Alpino, con tutte le fisiologiche eccezioni.
Loreo /20/6/18 Giovanni Polloni

(M.M.) Accettiamo l’osservazione dell’amico/lettore Giovanni e assicuriamo che non avremo più spazi per interventi
che non siano firmati. Insomma, mettiamoci la faccia, anche se può essere difficile esporre le proprie idee. Però,
puntualizzo un paio di cose anch’io, in merito alle osservazioni fatte da Giovanni.
Prima di tutto ricordo che lo sfogo dell’autrice metteva in riga chi assume atteggiamenti sessisti e spesso succede,
senza che in questo conti nessuna appartenenza, effetto forse del sentirsi branco, protetti dal gruppo. Un atteggia-
mento non tollerabile. Poi, perché qualificare quel “certa gioventù studentesca magari fuori corso di professione”?
Non si può, non si deve ribattere ad una tesi cercando di screditare la parte opposta. Credo che l’intervento della
nostra lettrice sia stato utile per farci riflettere: sull’importanza di crescere in educazione nei rapporti fra uomini e
donne, sull’importanza di giocare in prima persona un ruolo positivo attivo e, inoltre, sull’importanza di avere scambi
di opinioni franche, nei quali giocare la carta della forza delle idee piuttosto che la debolezza della parte opposta.
Grazie, infine, a chi ci ha letto e a tutti coloro che ci hanno dato la possibilità di discuterne.
26 CRONACA

Rassegna delle bande giovanili


di Gaiané Babaian
Domenica 10 giugno 2018 si è svolta la seconda rassegna delle bande giovanili, che ha visto coinvolte tre bande
giovanili presenti nel nostro territorio. I concerti si sono tenuti al parco del Piave in occasione dello School Festival. Le
bande giovanili esibitesi sono le seguenti: la banda giovanile "Sette Ville" di Alano e Quero Vas, diretta da Laura
Argenta; la banda giovanile "Lagorai" di Strigno, condotta da Walter Zancanaro ed infine la banda giovanile dell’Alpago,
diretta da Andrea D'Incà. Tutte si sono esibite suonando brani avvincenti, coinvolgendo con il loro ritmo ed energia il
pubblico presente. I musicisti, nonostante la giovanissima età, si sono mostrati concentrati e tutti a loro agio durante lo
spettacolo. La banda giovanile affianca la banda cittadina ed è stata fondata con il proposito di promuovere la musica
d'insieme ai giovani allievi per inserirli successivamente in banda. Questo ensemble da modo ai componenti non solo di
confrontarsi e crescere musicalmente, ma soprattutto di condividere momenti musicali, importanti per la loro crescita
sociale, personale e umana. In foto: banda Sette Ville, a sx, Alpago, Strigno e, infine, le tre bande riunite.
27

LETTERE AL TORNADO

Prima vennero...
dai sermoni del pastore Martin Niemöller - segnalazione di Silvio Forcellini
«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli
ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi
erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno
vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».
Questi versi - erroneamente attribuiti a Bertolt Brecht - prendono spunto dai sermoni del pastore Martin
Niemöller (1892-1984) sull’apatia e sui silenzi degli intellettuali tedeschi di fronte all’ascesa al potere dei nazisti e
alle “persecuzioni” nei confronti di determinati gruppi di persone, scelti di volta in volta come “nemico” verso cui
dirigere il malcontento popolare per la situazione di crisi economica degli anni Venti del XX secolo. Questi versi,
molto conosciuti e frequentemente citati, rappresentano un efficace invito a drizzare le orecchie e a ricordarsi di
quanto possa essere banale e impercettibile l’instaurarsi del Male, come alle volte si inizi con parole d’odio tese a
impaurire determinati “obiettivi” e a compiacere i propri “adepti” e come poi, una volta finite le cose fuori controllo, ci
si accorga che è troppo tardi per rimediare.
28 ATTUALITÀ

Residenza nella casa vacanze: no all’iscrizione anagrafica


La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13241 del 2018, conferma che non è possibile
ottenere l’iscrizione anagrafica nella (seconda) casa utilizzata per le vacanze.
Il caso oggetto della pronuncia della Cassazione attiene ad una persona che, vistasi negare
l’iscrizione anagrafica da parte del Comune, ricorre prima al Prefetto (ricorso gerarchico) e,
successivamente, visto che lo stesso Prefetto aveva confermato la decisione dell’Ufficiale
d’Anagrafe, nei tre gradi di giudizio: Tribunale di Chieti, Corte d’Appello de L’Aquila e Corte
di Cassazione. In tutti i gradi di giudizio l’interessata ha perso.
Sia il Prefetto che Il tribunale di Chieti avevano rigettato i ricorsi basandosi sul fatto che dai
ripetuti accertamenti effettuati dai vigili urbani del Comune, era sempre emerso che la persona "non aveva ivi stabilito
la dimora abituale, che è un presupposto della residenza, non essendo sufficiente l'occasionale ricezione di
corrispondenza".
Dagli accertamenti effettuati era emerso che non vi era alcun radicamento della persona sul territorio comunale
limitandosi ad una presenza durante le sole vacanze estive. Sempre gli accertamenti disposti dal Comune avevano
evidenziato che l’appartamento in proprietà alla ricorrente era disabitato per la maggior parte dell’anno: circostanza
confermata dall'accumularsi della posta nella cassetta, e dalle dichiarazioni dell'amministratore di condominio, che
aveva riferito di diffide per il pagamento delle quote condominiali restituite al mittente.
Nel ricorso in appello in appello l’interessata aveva sostenuto che "ai fini della nozione dei stabile dimora, dovesse
tenersi conto anche della volontà del soggetto e non solo del dato oggettivo della permanenza nel luogo". L’interessata
cercava di avvalorare la propria tesi dimostrando di aver ritirato due raccomandate nell'ufficio postale del luogo e di
aver chiesto che gli accertamenti in loco venissero effettuati dal giovedì alla domenica. Anche la Corte d'Appello aveva
rigettato il ricorso sostenendo che, pur volendo tener conto dell'elemento soggettivo, dato della volontà del richiedente,
questa deve comunque essere desunta dalle consuetudini di vita e dalle relazioni sociali del soggetto nel Comune in
cui intende stabilire la residenza.
Con la sentenza n. 13241 del 28 maggio 2018 la Cassazione conferma quanto già stabilito da Tribunale e Corte
d'Appello, confermando che "la residenza di una persona, secondo la previsione degli artt. 43 c.c. e 3 del dPR n. 223
del 1989, è determinata dall'abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, che si caratterizza per l'elemento
oggettivo della permanenza e per l'elemento soggettivo dell'intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle
consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali (Cass. n. 25726 del 2011)."

Chiuso per cambio gestione CRONACA

Bar Oasi a Quero


di Alessandro Bagatella
Il Bar Oasi, all’incrocio di via Dante con via Roma a Quero, gestito da Lara e Monia, è momentaneamente chiuso. In
attesa di un nuovo gestore, il titolare Placido Andreazza porterà a termine alcuni lavori necessari alla sicurezza del bar.
Lara e Monia, che lasciano la gestione per loro vari motivi familiari, ringraziano i clienti che le hanno sostenute in questi
anni in cui hanno avuto la gestione del locale.
COME ERAVAMO

1962: Giunta querese… estiva?


di Alessandro Bagatella
La nostra abbonata Giulia Curto ci propone questa foto datata 1962, fatta da Antonio Resegati a Rimini. Che si tratti di
una riunione estiva della Giunta Comunale di Quero? Io riconosco nella foto, in piedi da Sx: il segretario comunale, a
seguire Luigi Collavo “Fontanele”, Rinaldo Bagatella, Giacomo Favero, Vincenzo Santimaria, Borgia (?) Antonio Chioc-
ca, Antonio Curto, Mario Schievenin. Accosciati, da Sx: Silvio Mazzocco, Silvano Sbrovazzo, Luigi Schievenin.
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