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Il commissario Montalbano crede di muoversi dentro una storia.

Si
accorge di essere finito in una storia diversa. E si ritrova alla fine in un
altro romanzo, ingegnosamente apparentato con le storie dentro le quali si
è trovato prima a peregrinare. È un gioco di specchi che si rifrange sulla
trama di un giallo, improbabile in apparenza e invece esatto: poco incline
ad accomodarsi nella gabbia del genere, dati i diversi e collaborativi
gradi di responsabilità, di chi muore e di chi uccide, in una situazione
imponderabile e squisitamente ironica. Tutto accade in una Vigàta, che
non è risparmiata dai drammi familiari della disoccupazione; e dalle
violenze domestiche. La passione civile avvampa di sdegno il
commissario, che ricorre a una «farfantaria» per togliere dai guai una
giovane coppia di disoccupati colpevoli solo di voler metter su una
famiglia. Per quanto impegnato in più fronti, Montalbano tiene tutto sotto
controllo. Le indagini lo portano a occuparsi dell’attività esaltante di una
compagnia di teatro amatoriale che, fra i componenti del direttorio,
annovera Carmelo Catalanotti: figura complessa, e segreta, di artista e di
usuraio insieme; e in quanto regista, sperimentatore di un metodo di
recitazione traumatico, fondato non sulla mimèsi delle azioni sceniche,
ma sull’identificazione delle passioni più oscure degli attori con il
similvero della recita. Catalanotti ha una sua cultura teatrale aggiornata
sulle avanguardie del Novecento. È convinto del primato del testo. E
della necessità di lavorare sull’attore, indotto a confrontarsi con le sue
verità più profonde ed estreme. Il romanzo intreccia racconto e passione
teatrale. Nel corso delle indagini, Montalbano ha la rivelazione di un
amore improvviso, che gli scatena una dolcezza irrequieta di vita: un
recupero di giovinezza negli anni tardi. Livia è lontana, assente. Sulla
bella malinconia del commissario si chiude questo possente romanzo
dedicato alla passione per il teatro (che è quella stessa dell’autore) e alla
passione amorosa. Un romanzo, tecnicamente suggestivo, che una
relazione dirompente racconta in modo da farle raggiungere il più alto
grado di combustione nei versi di una personale antologia di poeti; e,
all’interno della sua storia, traspone i racconti dei personaggi in colonne
visive messe in moviola perché il commissario possa farle scorrere e
rallentare a suo piacimento.
Salvatore Silvano Nigro
La memoria

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DELLO STESSO AUTORE

La stagione della caccia


Il birraio di Preston
Un filo di fumo
La bolla di componenda
La strage dimenticata
Il gioco della mosca
La concessione del telefono
Il corso delle cose
Il re di Girgenti
La presa di Macallè
Privo di titolo
Le pecore e il pastore
Maruzza Musumeci
Il casellante
Il sonaglio
La rizzagliata
Il nipote del Negus
Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta
La setta degli angeli
La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta
La rivoluzione della luna
La banda Sacco
Inseguendo un’ombra
Il quadro delle meraviglie
Le vichinghe volanti e altre storie d’amore a Vigàta
La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta

4
La mossa del cavallo
La scomparsa di Patò

LE INDAGINI DEL COMMISSARIO MONTALBANO

La forma dell’acqua
Il cane di terracotta
Il ladro di merendine
La voce del violino
La gita a Tindari
L’odore della notte
Il giro di boa
La pazienza del ragno
La luna di carta
La vampa d’agosto
Le ali della sfinge
La pista di sabbia
Il campo del vasaio
L’età del dubbio
La danza del gabbiano
La caccia al tesoro
Il sorriso di Angelica
Il gioco degli specchi
Una lama di luce
Una voce di notte
Un covo di vipere
La piramide di fango
Morte in mare aperto e altre indagini del giovane
Montalbano

5
La giostra degli scambi
L’altro capo del filo
La rete di protezione
Un mese con Montalbano

nella collana «Corti»

La stanza numero 2
Il ladro onesto
La congiura
Romeo e Giulietta
Notte di Ferragosto

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Andrea Camilleri

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Il metodo Catalanotti

Sellerio editore
Palermo

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2018 © Sellerio editore via Enzo ed Elvira Sellerio 50 Palermo

e-mail: info@sellerio.it
www.sellerio.it

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EAN 978-88-389-3815-3

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Il metodo Catalanotti

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Uno

S’attrovava in una radura davanti a un boschetto di castagni, il tirreno era


tutto cummigliato da ’na specialità di margherite russe e gialle che lui non
aviva viduto mai ma dalle quali nisciva fora un profumo che ’mbarsamava
l’aria. Gli vinni gana di caminare a pedi nudi e si stava calanno per
slacciarisi le scarpi quanno dal boschetto sintì arrivari un forti sono di
ciancianeddri. Si firmò ad ascutari e vitti nesciri ’na mannara di crapuzzi
bianche e marrò, ognuna delle quali aviva un collarino di cianciani. Mentri
che le vestie gli s’avvicinavano, il ciancianiddrìo divinni un sono unico,
’nsistenti, ’nterminabili, acuto. E criscì tanto di volumi da darigli ’na
sensazioni di fastiddio alle recchie.
Fu quel fastiddio che l’arrisbigliò e si fici pirsuaso che quel sono, che
ancora continuava da vigliante, autro non era che quella grannissima
camurria del tilefono. Accapì che doviva susirisi e annare ad arrispunniri,
ma non ce la faciva, era troppo ’ntordonuto dal sonno, aviva la vucca
’mpastata. Allungò un vrazzo, addrumò la luci, taliò il ralogio: le tri del
matino.
E chi potiva essiri a quell’ura?
Lo squillo ’nsistiva, non gli dava un momento di abento.
Si susì, annò nella càmmara di mangiari, sollivò la cornetta:
«Rontooo schi alla?».
Chisto era quello che gli era nisciuto dalla vucca.
Ci fu un momento di silenzio, po’ la voci di chi l’aviva acchiamato fici:
«Ma è casa Montalbano?».
«Sì».
«Mimì sono!».
«Che minchia?...».
«Per favori, per favori, Salvo. Rapri che staio arrivanno».
«Che devo rapriri?».
«La porta».
«Aspetta» fici.
Si cataminò a scatti, a lento a lento, come a un pupo atomatico. Raggiungì
la porta, la raprì.

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Taliò fora.
Non c’era nisciuno.
«Mimì, ma dove minchia sei?» vociò nella notti.
Silenzio.
Chiuì la porta.
Vuoi vidiri che se l’era ’nsognato?
Tornò ’n càmmara di letto, si rincuponò.
Stava per pigliari sonno quanno il campanello di casa sonò.
No, non se l’era ’nsognato.
Montalbano arrivò alla porta, la raprì.
Mimì da fora l’ammuttò con forza, il commissario da dintra non ebbi il
tempo di scansarisi e vinni cummigliato dall’anta che lo pigliò in pieno
facennolo sbattiri contra al muro.
E siccome non ebbi sciato per santiare, Mimì non si capacitò di indove
s’attrovassi e l’acchiamò:
«Salvo, dove sei?».
Montalbano richiuì con un càvucio la porta per cui Mimì ristò novamenti
fora dalla casa.
Si misi a fari voci:
«La vuoi rapriri ’sta porta o no?».
Montalbano raprì e si scansò fulmineo, fermo a taliare a Mimì che trasiva
con l’occhi che gli mannavano lampi di foco. Po’, quello, che accanosciva
bono la casa, gli passò davanti di cursa, s’appricipitò ’n càmmara di
mangiari, raprì lo sportello della cridenza e si pigliò ’na buttiglia di whisky
e un bicchieri. Appresso crollò supra a ’na seggia e accomenzò a viviri.
Fino a ’sto momento Montalbano non aviva rapruto vucca e sempre senza
rapriri vucca si nni annò ’n cucina e si priparò la solita cicaronata di cafè.
Aviva accaputo, talianno la facci di Mimì, che la facenna di cui voliva
parlarigli portava un carrico pisanti.
Mimì lo raggiungì ’n cucina ricrollanno supra a ’n’autra seggia:
«Ti vorrei dire...» principiò, e po’ si firmò, pirchì sulo allura vitti che il
commissario era nudo.
E macari Montalbano stisso sulo allura si nni addunò e corrì ’n càmmara
per pigliarisi un paro di jeans.
Mentri che se li stava ’nfilanno, s’addimannò se non era il caso di
mittirisi macari ’na canottera. Po’ addicidì che Mimì non se la meritava.
Tornò arrè ’n cucina.
«Ti vorrei dire...» riprincipiò Augello.

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«Aspetta che prima mi vivo ’u cafè, po’ parlamo».
La cicaronata gli fici ’n effetto appena bastevoli.
S’assittò davanti ad Augello, s’addrumò ’na sicaretta e po’ dissi:
«E ora parla».
Mimì accomenzò a contari e subito a Montalbano, forsi pirchì stava
ancora in una speci di dormiveglia, gli parsi d’attrovarisi al ginematò: le
parole di Augello addivintaro ’mmidiato immagini.

La notti era avanzata, la strata bastevolmenti larga e l’atomobili


procidiva silenziusa, a lento a lento, a fari astutati, sfioranno le machine
parcheggiate lungo il marciapedi, non pariva caminare ma sciddricare
supra al burro.
Tutto ’nzemmula la machina scattò, si ghittò sul lato mancino, sterzò e
parcheggiò in un vidiri e svidiri.
Po’, si raprì la portera dalla parti del guidatori e un omo niscì fora
quatelosamenti richiuienno adascio lo sportello.
Era Mimì Augello.
Si isò il baviro della giacchetta fino a sutta al naso, ’ncassò la testa tra
le spalli, detti ’na ràpita taliata torno torno, po’ facenno tri sàvuti di fila
travirsò la strata e s’arritrovò supra al marciapedi d’infacci.
Tinenno sempre la testa calata, avanzò dritto di qualichi passo, si firmò
davanti a un portoni, allungò un vrazzo e senza manco taliare i nomi
scrivuti supra alle targhette del citofono, sonò un campanello.
La risposta vinni pronta, ’mmidiata:
«Sei tu?».
«Sì».
La sirratura scattò. Mimì raprì, trasì e chiuì in un fiat, po’ accomenzò
ad acchianari le scali in punta di pedi. Aviva prifiruto accussì chiuttosto
che pigliari l’ascensori che avrebbi fatto troppo scarmazzo.
Arrivato al terzo piano, vitti filtrari la luci da ’na porta appena appena
rapruta. Vi s’addiriggì, ammuttò, trasì. La fìmmina, che evidentementi
l’aspittava appena darrè la soglia, l’agguantò con il vrazzo mancino
mentri che con la mano destra ’nsirrava la porta con quattro giri di
chiavi nella toppa superiori e con autri dù in quella di sutta, po’ le ghittò
supra a un tavolineddro. Mimì Augello fici per abbrazzare la fìmmina la
quali, ’nveci, si scostò, lo pigliò per una mano e gli dissi a voci vascia:
«Andiamo di là».
Mimì bidì.

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S’arritrovaro ’n càmmara di letto, la fìmmina l’abbrazzò e ’mpiccicò le
sò labbra supra a quelle di lui. Mimì la stringì forte ricambianno la
vasata appassionata.
E fu propio in quel priciso momento che i dù si ’mmobilizzaro
taliannosi con l’occhi sgriddrati.
Ma avivano realmenti sintuto il rumori della prima girata di chiavi
nella toppa?
’Na frazione di secunno appresso non ebbiro cchiù dubbi.
Qualichiduno stava raprenno.
Mimì, con uno scatto fulmineo, s’appricipitò al balconi, lo raprì, niscì
fora e la fìmmina fu lesta a richiuirlo darrè alle sò spalli.
Sintì che quella addimannava:
«Martino, tu sei?».
E ’na voci d’omo oramà trasuto ’n casa che arrispunniva:
«Sì».
E lei:
«Ma come mai?».
«Mi fici sostituiri che non mi sento tanto bono».
Mimì non ascutò autro, non aviva tempo da perdiri, s’attrovava
veramenti ’ntrappolato. Non avrebbi potuto passari la nuttata supra al
finestroni e doviva pinsari a un modo per livarisi da quella situazioni
scommoda e perigliosa.
Si sporgì a taliare di sutta.
C’era un balconi priciso ’ntifico a quello indove stava lui: alla vecchia
manera, con la ringhiera di ferro.
Se scavalcava la ’nfirriata potiva raggiungirlo mantenennosi con le
mano fermo alle sbarre e lassannosi calare a picca a picca.
D’autra parti non aviva autra strata di sarbizza.
Allura, senza perdiri tempo, si isò supra alla punta dei pedi, taliò a
dritta e a manca per vidiri se sopravviniva qualichi machina e, visto che
non si cataminava nenti, satò l’infirriata, posò i pedi dalla parti esterna
della basi del balconi e s’acculò, po’, tinennosi sospinnuto con tutta la
forza che aviva nelle vrazza, arriniscì a toccare con la punta dei pedi la
ringhiera di sutta.
Inarcanno la schina, e facenno un sàvuto atletico, atterrò addritta
dintra al balconi del secunno piano.
Era fatta!
S’addossò con le spalli al muro respiranno affannosamenti, mentri

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sintiva che il sudori gli aviva ’mpiccicato i vistita supra alla pelli.
Appena che si fici capace di essiri pronto per ’n’autra acrobazia, si
sporgì novamenti di fora per taliare com’era la situazioni.
Sutta di lui ci stava un balconi priciso ’ntifico all’autri dù.
Calcolò che ’na vota arrivato al primo piano avrebbi potuto attaccarisi
a ’na grossa tubatura mitallica che passava parallela al portoni e accussì
sarebbi arrivato ’n strata.
Addicidì d’arriposarisi ancora tanticchia prima di principiari la
scinnuta. Fici un passo narrè e le sò spalli annaro a toccari le persiane
del balconi raprute a mezzo. Si scantò che i sò movimenti potivano essiri
percepiti da qualichiduno che stava nella càmmara. Si girò a lento a
lento supra i sò tacchi e fu allura che s’addunò che non sulo le persiane,
ma macari la vitrata, era rapruta. Ristò fermo un momento a raggiunari.
Non era meglio, chiuttosto che arrischiari novamenti l’osso del coddro,
tintari di travirsari quell’appartamento senza fari la minima rumorata?
D’autra parti, arriflittì, era sempre uno sbirro, e se lo sorprinnivano, ’na
qualichi bona scusa l’avrebbi attrovata. Scostò quatelosamenti le
persiane e la vitrata, ’nfilò la testa dintra alla càmmara completamenti
allo scuro, e per quanto appizzasse le recchie, trattinenno il respiro, sintì
sulo un silenzio assoluto. Pigliatosi di coraggio, raprì chiossà e ’nfilò
dintra la testa e mezzo busto. Stetti fermo ’mmobili, l’oricchi tisi, per
sintiri un fruscio, un respiro. Nenti. La splapita luci che viniva dalla
strata gli abbastò per accapiri che s’attrovava in una càmmara di letto,
però si fici pirsuaso che era vacanti.
Avanzò autri dù passi e ccà capitò l’incidenti: urtò contro a ’na seggia,
tintò d’agguantarla prima che battissi ’n terra, ma non fici a tempo.
La rumorata gli parsi pricisa ’ntifica a ’na cannunata.
Ristò ’mmobili, ’na statua di sali, ora qualichiduno avrebbi addrumato
la luci, ora qualichiduno si sarebbi mittuto a fari voci, ora macari... ma
com’è che non capitava nenti?
Il silenzio era cchiù profunno di prima.
Vuoi vidiri che aviva avuto una gran botta di culo e in quel momento
non c’era nisciuno ’n casa?
Si firmò ’mmobili a taliare torno torno per avirinni conferma.
I sò occhi si stavano bituanno meglio allo scuro, e fu perciò che gli
parsi d’addistinguiri supra al letto a ’na grossa sagoma nìvura.
Appizzò chiossà l’occhi: era ’na forma umana!
Possibili che avissi il sonno accussì pisanti da non arrisbigliarisi al

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fracasso che aviva fatto?
S’avvicinò. Tastiò con mano leggia leggia e subito accapì che il letto
non era conzato, c’era sulo un linzolo che cummigliava il matarazzo;
seguitò a tastiare verso la forma nìvura e ’ncontrò subito un paro di
scarpi d’omo e, ’mmidiatamenti appresso, il risvolto di un paro di
pantaluna.
E pirchì l’omo si era annato a corcare completamenti vistuto?
Avanzò di un passo allato al letto, allungò il vrazzo e accomenzò a
sfiorari con la mano la sagoma dell’omo, passò supra alla giacchetta
pirfettamenti abbuttunata e fu allura che si calò verso la facci per
sintirinni il respiro.
Nenti.
Allura, pigliatosi di coraggio, gli posò decisamenti la mano supra alla
fronti.
L’arritrò di scatto.
Aviva sintuto il friddo della morti.

Le immagini scomparero.
Le parole di Mimì erano addivintate tutto ’nzemmula la rumorata di una
pillicula che gira a vacanti.
«E allura che facisti?».
«Ristai un attimo ’mmobili, po’, sempri allo scuro, m’addiriggii verso la
porta, la raprii, niscii fora, scinnii le scale...».
«’Ncontrasti a qualichiduno?».
«A nisciuno. Raggiungii la machina, la pigliai e vinni ccà».
Montalbano accapì che non ce l’avrebbi fatta, a malgrado la cicaronata
vivuta, ad arrivolgiri a Mimì le dimanne d’addimannare.
«Scusami un attimo» fici, susennosi e niscenno.
Annò ’n bagno, raprì il rubinetto dell’acqua fridda, ci misi la testa sutta.
Stetti un minuto accussì sintennosi arrinfrescari il ciriveddro, po’ s’asciucò
e tornò ’n cucina.
«Scusami, Mimì, ma pirchì vinisti ccà?» spiò.
Mimì Augello fici ’na facci sbalorduta:
«Secunno tia che cosa doviva fari?».
«Dovivi fari quello che non hai fatto».
«E cioè?».
«Dato che l’appartamento, come mi dicisti tu, era disabitato, avresti
dovuto addrumari la luci e non pigliari il fujuto».

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«E pirchì?».
«Per vidiri autri particolari. Per esempio: tu mi veni a diri che supra a
quel letto c’era un morto, ma quel morto, secunno tia, com’è che era
morto?».
«Non lo saccio, io saccio sulo che mi scantai accussì tanto che mi nni
scappai».
«E malo facisti. Capaci che è un morto naturali».
«Spiegati meglio».
«Chi te lo dice che ’sto povirazzo è stato assassinato? Se tu me lo
descrivi vistuto di tutto punto e stinnicchiato supra al letto, può darisi che
quell’omo è arrivato alla sò casa che si sintiva malo assà, ha appena avuto
il tempo di corcarisi e moriri macari di un sintòmo...».
«Sì, ma questo che cangia?».
«Cangia tutto. Pirchì se tu hai avuto a chiffari con un catafero di morti
naturali è un discurso, nuautri potemo macari fare finta di non sapiri nenti
della facenna, ma se ’nveci quell’omo è vittima di ’n’ammazzatina, le cose
cangiano di radica e nuautri avemo il doviri di ’ntirviniri. Mimì, prima
d’arrispunniri, pensaci bono. Concentrati e prova a dirimi se hai avuto la
sensazioni, macari minima, che quell’omo è morto assassinato o è morto per
i fatti sò».
Mimì si misi ’n posizioni: fronti corrugata, gomiti appuiati supra al
tavolo e testa tra le mano.
«Fa’ appello a tutta la tua esperienza di sbirro» gli suggirì Montalbano.
«Sinceramenti» fici Augello doppo qualichi secunno «’na cosa l’avvirtii,
ma appena appena. Può essiri macari il risultato di ’na suggestioni, non lo
saccio...».
«Prova a dirimilla lo stisso» lo ’ncoraggiò il commissario.
«Può darisi che mi sbagli, ma mi pari di aviri avvirtuto, quanno
m’avvicinai all’omo per toccarigli la fronti, ’n odori strammo, duciastro».
«Forsi l’odori del sangue?».
«Che vuoi che ti dica...».
«Troppo picca» fici Montalbano e si susì.
Ma fu in quell’attimo che s’immobilizzò a taliare ad Augello che si tiniva
ancora la testa tra le mano.
Po’, si calò attraverso il tavolo, gli agguantò il vrazzo destro, glielo torcì,
lo taliò per un attimo e gliel’ammuttò facennolo sbattiri nella facci.
Augello strammò.
«Che ti piglia?».

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«Talìati ’u pusino dritto».
Mimì bidì.
Il bordo del polsino della cammisa aviva ’na striatura leggia di colori
russo. Certamenti di sangue.
«Lo vidi che avevo ragione?» scattò Augello. «E chisto arrispunni alla tò
dimanna: è morto ammazzato».
«Prima di annari avanti aio bisogno di ’na poco d’informazioni» fici
Montalbano.
«Ccà sugno».
«In primisi: era la prima vota che annavi ad attrovari a ’sta fìmmina nella
sò casa?».
«No» dissi Augello.
«E quante volte, figliolo?».
«Almeno sei, di cui quattro bone».
«Che significa bone?».
«Salvo, significa...» arrispunnì Augello tanticchia affruntato «... bone,
significa in modo totalizzante. Mi spiegai?».
«Ti spiegasti. E l’autre dù?».
«Diciamo ’n modo parziali ed esplorativo. Ma scusa Salvo, che ci
trasino ’ste dimanne, ti parino ’mportanti?».
«No».
«E allura pirchì me le fai?».
«Sunno ’n’alternativa. Non l’hai capito?».
«A che cosa?».
«A ’st’ura di notti aio dù strate davanti a mia: o babbiare come stavo
facenno o spaccariti la facci ’n quattro. Epperciò arrispunni a quello che
t’addimanno senza fari tante storie».
«Vabbeni» fici rassegnato Augello.
«Sei sicuro che durante ’sto vaieveni nisciuno t’abbia mai notato?».
«Sicurissimo».
«Come s’acchiama ’sta signura?».
«Genoveffa Recchia».
Montalbano si misi a ridiri di cori.
Mimì si ’nfuscò.
«Ma che minchia hai da ridiri?».
«Pinsavo che se ci stava Catarella sicuramenti sarebbi addivintata
Genoveffa la Racchia».
«Vabbeni» dissi Mimì Augello susennosi. «T’auguro la bonanotti. Io mi

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nni vaio».
«Dai» fici Montalbano. «Non ti incazzare, assettati e continuiamo ’sto
discurso. Che fa ’sta Genoveffa?».
«In primisi, ti porto a canoscenza che si fa chiamare Geneviève».
Montalbano si rimisi a ridiri.
Mimì, taliannolo torto, continuò a parlari:
«In secunnisi, Geneviève, a fari fa quello che devi fari: fa la fìmmina di
casa».
«E si vidi che perciò, mischina, dato che duranti la jornata si stuffa,
attrova modo di spassarisilla la notti».
La taliata di Mimì fu ancora cchiù ’nfuscata.
«Ti sbagli su tutta la linia. Geneviève si occupa di tante cose, tra l’autro,
avi un laboratorio di teatro per i picciliddri».
«Avi figli?».
«No».
«E il marito che fa?».
«È medico allo spitali di Montelusa e ogni jovidì avi il turno di notti».
«Quindi voi avete un giorno alla simana per farivi la notturna».
Augello isò l’occhi al celo, addimannanno aiuto per non perdiri la
pacienza davanti al continuo babbìo di Montalbano.
Si vidi che la preghiera di Augello vinni accogliuta pirchì ’nfatti il
commissario spiò:
«Per caso, accanosci il nomi del morto?».
«Sì, ho taliato il campanello sul pianerottolo. Di cognomi fa
Aurisicchio».
«Sai autro di lui?».
«Nenti di nenti».
Cadì silenzio.
«Chi fa? Addivintasti muto?» spiò smanioso Mimì doppo tanticchia.
«Il fatto è che mi hai mittuto davanti a un problema grosso».
«Sarebbi?».
«Come potemo cataminarinni per viniri ufficialmenti a sapiri che dintra a
quell’appartamento ci sta un morto ammazzato?».
«Mi sta vinenno di fari ’na pinsata» sclamò Mimì.
«Dilla».
«E se putacaso quell’omo si fusse suicidato?».
«Potrebbi essiri ’na possibilità che non cangia nenti».
«Eh no! Cangia, pirchì se l’omo si è ammazzato, nuautri come polizia

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potemu macari catafuttirinni fino a quanno qualichiduno non scopre il
catafero».
«Mimì, mittenno da parti la tò grannissima umanità, ’st’idea geniali
complica le cosi. L’unica, secunno mia, è di fari ’n modo che nuautri
vinemo a sapiri che in quell’appartamento c’è qualichicosa di strammo da
annari a controllari».
«E questo è il busillisi».
«Comunqui» proseguì Montalbano. «Teni prisenti ’na cosa: che il primo a
trasire in quell’appartamento devi essiri tu, Mimì, e devi fari ’n modo di
toccari a mano nude cchiù cosi che puoi».
«Pirchì?».
«Amico mè, tra il fatto che hai ammuttato le persiane per trasire ’n
càmmara di letto, il fatto che hai tintato di non fari cadiri la seggia, il fatto
che hai rapruto lo scoppo della porta, lo sai quante ’mpronti digitali tò ci
sunno in quella casa?».
Augello aggiarniò.
«Matre santa! Se si veni a sapiri ’sta storia capace che mi futto
matrimonio e carrera. Che potemo fari?».
«Ora come ora l’unica è che ti levi dai cabasisi. Nni videmo stamatina ’n
commissariato verso l’otto. Ti va beni?».
«Mi va beni» fici Mimì Augello, susennosi e addiriggennosi verso la
porta.
Montalbano non l’accompagnò, tornò ’n càmmara di letto, taliò il ralogio,
erano squasi le quattro del matino. E ora? Di corcarisi novamenti non se la
sintiva e non se la sintiva manco di vistirisi.
Oramà il cafè aviva fatto il sò effetto.
L’unica era di ristari viglianti e di farisi ’na passiata a ripa alle prime
luci dell’alba. Epperciò, per scansari qualichi botta di sonno a tradimento,
s’annò a priparari ’na secunna cicaronata.

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Due

Caminò sulla rina vagnata per chiossà di ’na mezzorata.


Non s’era mittuto né cammisa e né giacchetta e quindi il venticeddro
leggio che s’era susuto, quello delle prime matinate, gli fici viniri qualichi
bripito di friddo.
Continuò ancora per tanticchia, ma po’, all’improviso, il vento cangiò, si
rinforzò, e la rina asciutta accomenzò a sollivarisi, a ’mpiccicarisi supra
alla sò peddri. Era vinuta l’ora di tornare.
Appena che si fu votato, un foglio di jornali che navicava nell’aria gli
sbattì supra alla facci, gliela ’ncartò.
Il commissario se lo livò e ’stintivamenti lo taliò.
Era la prima pagina del «Giornale dell’Isola» che portava la data del
jorno avanti.
Alla splapita luci del matino liggì il titolo dell’articolo della prima
pagina: Allarmanti le cifre sul lavoro.
E il sottotitolo faciva:
La Sicilia si conferma la regione con il più basso tasso di occupazione
in Europa: sotto il 40%.
Po’, a destra ’n autro titolo:
Che succede se usciamo dall’Euro?
Al centro della pagina ’na scritta annunziava:
Nuove misure di sicurezza contro il terrorismo.
Il commissario mentri che stava per farinni ’na palla di carta si firmò. ’N
funno alla pagina ’n autro titolo diciva che sul simbolo del partito del
Vaffaday non sarebbi comparso cchiù il nomi del comico fondatori puntoit,
ma sulo quello del movimento puntoit.
«Votala come vò sempri è cucuzza» pinsò.
Avrebbiro continuato a diri NO a ogni cosa, nella spranza di arrinesciri
accussì ad ottiniri il potiri per po’ finiri come a tutti l’autri.
Montalbano s’agurò di non vidiri mai quel jorno.
Finì di fari la palla e la ghittò a mari. A leggiri quelle malenove aviva
avuto ’na sensazioni di lurdìa.
Ebbi gana di sbarazzarisinni subito e, a malgrado che ogni tanto trimasse

21
per il friddo, si taliò torno torno e visto che non c’era anima viva si spogliò
nudo e trasì nell’acqua. Per picca non gli pigliò un sintòmo ma risistì e
quanno il mari gli arrivò al petto si misi a natari.

All’otto del matino, appena che Montalbano e Augello si taliaro ’n facci


accapero che non era cosa.
Senza manco rapriri vucca, s’addiriggero l’uno allato all’autro nel
cammarino indove ci stava il matriali per fare il cafè.
Si nni vippiro dù tazze a testa e po’, sempre muti e affiancati come a dù
carrabbineri, si nni tornaro ’n ufficio.
S’assittaro uno di ’nfacci all’autro e si taliaro a longo in silenzio.
Po’ Montalbano spiò:
«Hai attrovato qualichi soluzioni per farinni scopriri il catafero?».
«No, nenti».
«Ma non è che lo potemo lassari ddrà fino a quanno non addiventa
schelitro. Chiamamo a Fazio e videmo se a lui veni di fari ’na pinsata».
«Un momento» satò Augello. «Non mi pare opportuno che Fazio venga a
sapere di quello che mi è accaduto stanotte. Ne va della mia reputazione».
«Mimì! Non scassare la minchia! La tò reputazioni è già bella che
sputtanata».
«E vabbeni» si rassignò Augello «acchiamamolo».
Montalbano sollivò la cornetta e dissi a Catarella:
«Mannami a Fazio».
«Non è ancora ’n loco, dottori, ma ci voliva diri che ora ora tilefonò ’na
fìmmina trimolianti, la quali...».
«Questo me lo conti doppo. Cercami subito a Fazio».
«Subitissimo dottori, ma vidissi che ’sta fìmmina trimolianti dici che...».
«Ti dissi di circarimi a Fazio!».
«Come voli vossia».
Picca secunni appresso il tilefono squillò.
«Pronto dottore, sono Fazio».
«Stai vinenno ’n ufficio?».
«Nonsi dottore, staio facenno sirvizio nella manifestazioni dei sinnacati
per il travaglio».
Montalbano ’ntonò la litania dei santioni.
«E quanno ti sbrogli?».
«Dottore, minimo minimo ci vogliono dù orate».
Il commissario attaccò, non potivano fari affidamento su Fazio.

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La botta della porta che sbattiva contra al muro fu violentissima.
Comparsi Catarella con le vrazza isate in àvuto.
«Addimanno compressioni e pirdonanza, dottori, ma siccome che aieri
misi tanticchia d’oglio nei gardini della porta che ciacolava...».
«Dimmi Catarella».
«Dottori, ci voliva diri che ha tilefonato già dù vote ’na fìmmina
domestica cammarera trimolianti...».
«Catarè, pirchì trimolianti? S’acchiama accussì?».
«Nonsi dottori, trimolianti in quanto che m’arrifiriscio in quanto che avi
la voci che le trimulìa tutta».
«Vabbeni, vai avanti».
«’Sta fìmmina, che acchiamasi Giusippina, non accapii bono se Lo Voi o
Lo Vai, dici che essenno annata a fari la pulitina ’n casa del raggiuneri sò
patruni, l’attrovò morto stinnicchiato senza sciato supra al matarazzo letto
che era propio morto...».
«Basta accussì» dissi Montalbano «puoi diri alla signura che stamo
arrivanno. Grazie, puoi andare».
«Che culo!» sbottò Augello appena che Catarella si nni fu ghiuto. «La
soluzioni arrivò da sula: finalmenti hanno attrovato il nostro catafero. E
ora?».
«E ora io e tia, Mimì, nni mittemo ’n machina e annamo sul loco delle tò
prodizze notturne».

Un quarto d’ura appresso parcheggiaro in via Umberto Biancamano 20.


Mimì scinnì per primo e fici strata a Montalbano.
Davanti al portoni si firmaro.
«T’arripeto che devi toccari ogni cosa quanno semo nell’appartamento, e
tanto per abbunnari accomenza dal citofono: sona tu».
Mimì appuiò bono il dito innici supra al campanello con scritto Filippo
Aurisicchio.
Nisciuna risposta.
Riprovò ancora facennolo sonare cchiù a longo.
Nenti.
«Ma la cammarera dovrebbi essiri ’n casa ad aspittarinni» fici Augello.
«Com’è che non arrispunni?».
«Capace che non funziona il citofono».
Propio in quel momento il portoni si raprì. Un quarantino si firmò sulla
soglia:

23
«Devono entrare?».
«Sì grazie» arrispunnì Montalbano.
Il signore li lassò passare, po’ niscì macari lui mentri che il portoni si
richiuiva atomatico con un botto forte.
«Stavota pigliamo l’ascensore» fici Montalbano.
Mimì, che oramà aviva ’mparato la lezioni, raprì la porta dell’ascensori
e fu lui stisso ad ammuttari il pulsanti per il secunno piano.
Arrivati che foro, Augello, per lassari tutte le ’mpronti possibili e
’mmaginabili, adopirò il pollici per sonari.
Macari stavota non ci fu risposta.
«Capace che la cammarera sta facenno qualichi travaglio e non nni
senti».
Picca minuti appresso Mimì usò ’u dito medio, ma la risposta fu sulo
silenzio.
I dù si ficiro pirsuasi che nell’appartamento ci stava probabilmenti sulo
il catafero.
«Forsi la cammarera scantannosi di ristari sula col morto nn’aspetta ’n
qualichi autra parti. Spialo a Catarella» fici il commissario.
Mimì pigliò il cellulari:
«Catarè, ma la cammarera indove dissi che nn’aspetta?».
«Indove il micidio è stato avvinuto. In via Almarmaro 38».
«Ma che cazzo dici, Catarè? L’omicidio è stato in via Biancamano».
«Nenti sacciu di ’sta mano bianca. La fìmmina dissi ’splicitamenti e
pirfettamenti via Almarmaro 38».
«Ma a Vigàta non esisti via Almarmaro».
«Aspittassi che leggio meglio il pizzino. Ci fazzo lo spelli».
Finalmenti Mimì accapì che si trattava di via La Marmora. Montalbano
se lo vitti compariri davanti giarno che faciva spavento. Si ’mpressionò:
«Che fu? Che ti dissi Catarella?».
«E ora che minchia facemo?».
«Che vuol dire che facemo? Parla!».
«Salvo, il morto di Catarella non è quello nostro. Ci nni sunnu dù. Uno
ccà e ’n autro in via La Marmora».
«Minchia!» fici il commissario, mittennosi stavota lui alla guida.

Mentri che caminavano Mimì dissi:


«E accussì torna la camurria di come facemo a fari scopriri il morto
nostro».

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«Mimì, la tò sbirritudine mi commovi! Avemo dù ammazzatine ’n
contemporanea e tu l’unico problema che hai è di parariti il culo.
Piccamora non ti stari a prioccupari. Il morto nostro, morto è, e da ddrà non
si catamina».

Il portoni di via La Marmora era rapruto. Dintra alla guardiola del


portinaro ci stava ’na fìmmina sissantina malovistuta che appena li vitti
compariri si susì di scatto e s’appricipitò verso di loro.
«Vuautri siti della pulizia, vero?».
«Sì» fici Montalbano.
«Maria che cosa spavintusa! Maria che cosa tirribili! A momenti un
sintòmo mi pigliava!» si misi a fari voci la fìmmina.
Dù o tri pirsone che passavano per la strata, si firmaro di colpo a taliare
che stava succidenno.
Mimì Augello ebbi la prisenza di spirito di agguantarla per un vrazzo e se
la strascinò ai pedi delle scali, fora dallo sguardo dei curiosi. Ma il
lamintio della fìmmina era ’narristabili.
Montalbano tirò ’na sciatata profunna e po’, mittenno la sò vucca squasi
dintra alla recchia mancina della fìmmina, ululò:
«A che pianoooo???».
La vociata fici il sò effetto. La fìmmina si carmò quanto bastava per diri:
«Al secunno. Ma l’ascinsori non funzionìa».
«Come si chiama lei?» spiò Augello mentri che accomenzavano a fari le
scali.
«Giusippina Voloi».
Duranti l’acchianata la fìmmina non finì mai di chiangiri e fare stripitìo.
«Maria, pirchì? Pirchì a mia m’hanno a capitari sempri ’sti cose tirribili?
Pirchì ’u Signuruzzu mi metti davanti a ’ste provi? Macari l’autro jorno mè
cognato che sciddricò, la simana passata che mè soro si rumpì un vrazzo, e
ora il raggiuneri Catalanotti che mi fa chista di farisi ammazzari e farisi
trovari di mia...».
Montalbano s’avvicinò novamenti alla recchia della signura e dissi:
«Apraaa!!!».
La fìmmina lo taliò e scotì la testa:
«Vidissi che tutte a mia mi succedono? La chiavi dintra mi scordai. E ora
come facemu? Mischina a mia!».
Montalbano santiò.
E la fìmmina si zittì.

25
«Mimì, vidi s’arrinesci ad attrovari il portinaro che macari avi ’n’autra
chiavi».
«Certu che ci l’avi! Sicuro a Bruno l’attrova nel bar allato al portoni».
Mimì scinnì di prescia, Montalbano s’assittò supra a ’no scaloni e fici
’nzinga alla fìmmina di mittirisi allato a lui.
Secunno il manuali del bravo sbirro, quello sarebbi stato il momento
giusto per fari un sacco di dimanne alla cammarera. Ma la gana non gli
vinni pirchì era sicuro di non reggiri alla voci lamintiusa, acuta e trimolianti
di Giusippina.
Quindi si nni stetti muto, ’n silenzio, fumannosi ’na sicaretta. Po’ dato che
la fìmmina continuava a lamintiarisi senza macari spiccicari parole, si susì
di scatto, si fici ’na rampa di scali e annò ad assittarisi allo stesso scaloni
ma di un piano sutta.
Aviva fatto appena tri tirate quanno tornò trionfanti Mimì con la chiavi ’n
mostra. E accussì, come Dio vosi, pottiro trasiri nell’appartamento.
«Ccà, ccà, viniti ccà» fici Giusippina «’n càmmara di dormiri è».
A Mimì Augello abbastò ’na sula taliata che vinni obbligato ad appuiarisi
al muro per la sorprisa. A malgrado che la notti avanti avissi avuto appena
la possibilità di ’ntravidiri il catafero, gli parsi d’avirinni davanti all’occhi
’na copia pricisa ’ntifica.
Il morto era vistuto di tutto punto, giacchetta e cravatta, le scarpi lucite e
un fazzuletto al taschino.
Se non fussi stato per il manico d’un tagliacarti a pugnali che gli spuntava
all’altizza del cori, sarebbi stato semplicementi un signori vistuto bono che
s’arriposava un momento supra al letto doppo aviri participato a un
matrimonio o a un vattìo.
Mentri che Montalbano si calava a taliare la facci del catafero, Mimì gli
s’avvicinò e gli murmuriò:
«Mi pari ’na stampa e ’na figura col morto nostro».
Il morto era un cinquantino ben rasato, e tiniva l’occhi chiusi come se
fussi addrummisciuto. La facci era bella e sirena, pariva che stessi facenno
un sogno miraviglioso.
Montalbano subito notò che c’era troppo picca sangue ad allordare la
cammisa e la giacchetta del morto, cosa che gli parsi bastevolmenti
stramma.
Si votò verso Augello.
«Mimì, chiama a Fazio. Digli di lassari catafuttiri la manifestazioni di
’sta minchia e di viniri ccà. Subito appresso convoca il circolo questri».

26
Mentri che Mimì nisciva, Montalbano notò che Giusippina non era cchiù
nella càmmara. Però nni sintì a distanzia il lamintìo. Seguitanno la voci
arrivò dintra a un bagno.
Fu assugliato ’mmidiato da ’na nuvola di sciauro accussì duciastro e
pizzicanti che gli vinni di stranutiri. Giusippina non sulo si era annigata nel
profumo, ma ora, davanti allo specchio, tra un lamintìo e l’autro stava
finenno di ’mpuparisi.
La fìmmina vidennolo trasiri si scusò:
«E commissario mio, ora che arrivano i giornalisti, la tilevisioni... uno
s’avi a prisintari come Dio cumanna. Pinsassi che l’autra vota mè cuscina
s’attrovò supra al jornali ’na fotografia sò, che c’era stato ’n incidenti
atomobilistico con dù morti, e iddra mischina che stava passanno, vinni
pigliata che pariva ’na cammarera!».
«Capisco» fici il commissario. «Ho bisogno di rivolgerle alcune
domande, dove possiamo andare?».
«’N salotto, vinissi appresso a mia».
«Prima di tutto» accomenzò Montalbano, assittannosi supra al divano
«vorrei sapere il nome, il cognome, l’età e il mestiere del morto».
Alla parola “morto”, Giusippina arripigliò la camurriosa litania, che
Montalbano ’nterrompì subito, macari pirchì dintra alla càmmara si era
spannuto un sciauro ’nsopportabili e a lui gli ammancava il respiro.
«Basta accussì!» urlò.
La fìmmina s’azzittì di colpo e po’ dissi tutto d’un sciato:
«Carmelo Catalanotti, vigatisi, dicemo cinquantino, e di misteri...».
E ccà la fìmmina s’ammutolì.
«Di misteri...?» arripitì Montalbano.
«E questo è il busillisi, commissario mio. In apparenzia pariva che non
faciva nenti, verso le deci nisciva di casa e s’annava ad assittari al cafè
Bonifacio. Ci stava fino a mezzojorno e mezzo, po’ tornava a la casa,
mangiava quello che io gli aviva cucinato, e si complimentava assà, si nni
ghiva a corcare per un paro d’orate, appresso si susiva e non ci saccio
cchiù diri nenti. Ogni tanto capitava che si nni partiva per qualichi jorno».
«Sa dove andava?».
«Nonsi, non lo saccio, e poi io non sugno fìmmina strucciulera».
«Ma» fici Montalbano tanticchia ’mparpagliato «come si guadagnava ’u
pani?».
«Saccio che aviva qualichi propietà e forsi» azzardò la fìmmina «forsi,
trafichiava».

27
«Si spieghi meglio».
«Ma... che ci aio a diri. Quanno si nni stava al cafè sempri al solito
posto, ogni tanto gli s’avvicinava qualichiduno, s’assittava e gli parlava e
doppo tanticchia si nni ghiva. Appresso n’arrivava ’n autro, parlavano fitto
fitto, e poi macari chisto si nni annava».
«Ma lei come fa a saperlo se sta a mezzo servizio? Che fa, lo seguiva al
cafè?».
«Nonsi commissario, ’sta facenna me la contò mè cuscina Amalia che avi
la putìa del forno d’infacci al cafè Bonifacio».
«Era maritato?».
«Nonsi. Patre e matre morti e non aviva né frati né soro».
«Zito?».
«Manco».
«Ma arriciviva?».
«Chisto sicuro è. Non aio mai ’ncontrato a una di ’ste buttane, ma mi nni
addunavo la matina per gli asciucamani vagnati che erano chiossà, ’na vota
un russetto scurdato, ’n’autra vota un paro di mutanne...».
«Vabbeni, vabbeni» tagliò Montalbano. «Di caratteri com’era?».
«’Na pasta d’omo. Ma certi vote quanno s’arraggiava, commissario mio,
pariva un diavulazzu, faciva spaventu».
A ’sto punto s’arricampò Mimì Augello.
«Ho avvertito tutti. Fazio sta arrivando. Tu hai finito con la signora?».
«Sì» fici Montalbano.
«Allora pirchì, aspettanno al circolo, non annamo a pigliarinni un cafè?».
«Bona idea» dissi il commissario. Po’ arrivolto a Giusippina:
«Lei però non si muova da qui».
«E cu s’arrimina? Io aio da fari la veglia» fici la fìmmina aggiustannosi i
capilli davanti a ’no specchio.
Scinnero le scali a pedi ma al principio dell’ultima rampa sintero un
vociari animato.
«Che succede?» fici il commissario.
«Aspetta ccà. Vaio a vidiri» arrispunnì Augello.
Ritornò squasi subito.
«L’atrio è chino chino di genti. Si vidi che il portinaro fici il bando.
Meglio che non nni facemo vidiri».
Tuppiaro novamenti. Giusippina vinni a rapriri:
«Cè! Com’è ca turnastivu?».
Montalbano non arrispunnì alla dimanna e dissi:

28
«Giusippì, ce li potrebbi fare dù cafè?».
«’Nca certu! Figurativi! Bonissimo lo fazzo iu u cafè! Accomodativi!».
S’assittaro ’n salotto. Augello si calò verso il commissario e con
un’ariata cospirativa a voci vascia gli spiò:
«E ora?».
«E ora cosa? Aspittamo ’u cafè e il circolo questri».
«No!» ribattì Augello «m’arrifiriscio al morto nostro».
«Bih, che camurria! E po’ che nostro e nostro? Il morto tu lo scopristi e tu
te lo teni. Tutto tò è!».
«Alla facci dell’amicizia!».
Giusippina trasì con i cafè. Li posò supra a un tavolineddro e niscì
novamenti.
Montalbano si vippi il primo muccuni e letteralmenti lo sputò supra al
tappito:
«È pisciazza bollenti!» sclamò.
Mimì ’nveci principiò a vivirisillo con tranquillità. Po’ schioccò la
lingua e fici:
«A mia mi pari bono».
Montalbano non ebbi il tempo di replicari che sintero tuppiari alla porta:
«Aprite! Polizia!».
Mimì si susì e annò a rapriri pricidenno a Giusippina. Macari
Montalbano si era susuto e vitti vinirisi ’ncontro a ’na fìmmina che non
accanosciva.
Era ’na trintina àvuta, sicca, capiddri ricci ricci ricci e tagliati curti.
L’occhi parivano dù fissure longhe che partivano da un naso pirfetto.
Appena che la vitti il commissario provò ’na speci di strizzunata alla vucca
dello stommaco.
«Tu sei Montalbano, vero?» fici pruiennogli la mano. «Sono Antonia
Nicoletti, responsabile della scientifica».
«Da quando?» arrispunnì il commissario sintennosi tanticchia
’mpacciato.
«Da una settimana».
’Ntanto Mimì, che aviva accompagnato i colleghi appena arrivati nella
càmmara di letto, era tornato di cursa per prisintarisi a Antonia:
«Non ho ancora avuto il piacere di conoscerti. Sono il vicecommissario
Domenico Augello, i miei omaggi».
E mentri che diciva ’ste parole pigliò galanti la mano della fìmmina e
gliela vasò. Appresso dissi:

29
«Posso avere l’onore di accompagnarti di là?» fici passannole la mano
supra alle spalli.
Antonia non si cataminò.
Taliò a Montalbano con le dù fissure virdi e dissi:
«E tu non vieni?».
«No. Preferisco aspettare qua. Vi sarei d’impaccio».
Sulo allura la picciotta si livò il vrazzo di Mimì dalle spalli e fici:
«Andiamo».

Sonaro novamenti alla porta e stavota toccò a Montalbano ad annari a


rapriri. Davanti a lui c’era il dottor Pasquano.
«Troppo tardi arrivò».
«E pirchì?».
«Pirchì quelli della scientifica sunno già a travagliari epperciò deve
aspittari. Se vuole può venire con me di là. Posso farle portare un ottimo
caffè».
«E perché no?» fici Pasquano.
Montalbano l’accompagnò e po’ annò ’n cucina da Giusippina. Quanno
tornò vitti il dottore assittato supra a ’na seggia che trafichiava.
Pasquano tiniva ’n mano ’na baligetta, la posò supra alle sò gamme, la
raprì e circanno bono tra bisturi, forfici, garze e midicinali vari, tirò fora un
sacchiteddro di carta oliata dal quali cavò un cannolo tutto scrafazzato. Non
si persi d’animo e travaglianno con un dito gli ridetti la forma primitiva.
Po’ si portò il dito alla vucca e se lo liccò:
«Ci crede che stamatina non aio avuto tempo di fari colazioni?».
«No» dissi Montalbano.

30
Tre

Il dottore non contrabattì, finì di mangiarisi il cannolo e po’ talianno a


Montalbano spiò:
«Com’è che ancora non m’anticipò nenti di ’sto morto?».
«Pirchì mi sento tanticchia a disagio» confissò il commissario. «C’è
qualichicosa che non mi quatra».
«Si spiegassi meglio».
«Preferiscio che prima ci duna ’na taliata lei».
«Come l’hanno ammazzato?» spiò Pasquano.
«Un colpo al cori con un tagliacarti a forma di pugnale. Almeno accussì
pari. Dell’arma del delitto sporgi sulo il manico».
«Che veni a diri?».
«Veni a diri che è priciso come al disigno di un fumetto dell’orrori. ’Sto
morto si nni sta stinnicchiato, vistuto di tutto punto, giacchetta e cravatta,
perfino con le scarpi. S’accapisci che è un morto sulamenti pirchì teni ’na
lama ’nfilata nel cori, masannò pari che dormi. Aio la ’mpressioni, come
diri, di fàvuso, di tiatro».
Supra alla porta comparsi Antonia:
«Ah dottor Pasquano, lei è già qui? Se vuole può iniziare a lavorare».
Pasquano si passò la manica della giacchetta supra alla vucca per
puliziarisilla, si pigliò la baligetta e si nni niscì.
Antonia s’assittò supra alla stissa seggia di Pasquano.
«Niente caffè per me?».
Montalbano scattò, annò ’n cucina, dissi a Giusippina di priparari ’n
autro cafè e tornò di cursa. Assittannosi spostò la seggia cchiù vicino ad
Antonia.
«Come mai non stai di là coi tuoi uomini?».
«Sanno benissimo quello che devono fare. Appena finiscono di
fotografare e di guardarsi attorno leviamo le tende».
Fici ’na pausa e po’ dissi:
«Secondo me questa storia ti darà filo da torcere».
«Che vuoi dire?».
«C’è qualcosa che non mi torna».

31
«Macari a mia» pinsò Montalbano. ’Nveci spiò:
«Cioè?».
«Ho una sensazione di falso, di messinscena».
Giusippina, sempri priciduta dal sò profumo duciastro, posò il cafè
davanti a Antonia che accomenzò a vivirisillo.
«Dov’eri prima di venire qua?» addimannò il commissario.
«In Calabria».
«E il trasferimento a Vigàta è una promozione o una punizione?».
«Un posteggio».
«Non ho capito».
«Non andavo più d’accordo con i miei colleghi così mi hanno trovato una
soluzione temporanea. Presto dovrò andare ad Ancona. Ma è una storia
lunga...».
«Vuoi raccontarmela a cena?» fici Montalbano non cridenno a quello che
lui stisso aviva ditto.
«Mi spiace, non vado a cena con sconosciuti».
«Ma io non sono uno sconosciuto, sono un collega!» ’nsistì Montalbano.
«E allora, mi spiace ma non vado a cena con i colleghi».
Montalbano non seppi cchiù che diri.
Fu in quel priciso momento che tornò Pasquano.
«Così, a occhio e croce, mi pare di trovarimi dintra a ’na pillicula
miricana. Apparentementi l’omo dovrebbi essere stato ammazzato da quella
pugnalata ma l’apparenzia spisso ’nganna».
«Ma secondo lei quando è stato ammazzato?».
Pasquano raprì la vucca per arrispunniri, po’ la richiuì. Scotì negativo la
testa:
«Non posso dire niente prima dell’autopsia».
Salutò Antonia con un inchino e stava per niscirisinni quanno davanti alla
porta gli si parò Augello. Il dottori lo scostò con un colpo di spaddra e
continuò la sò strata senza manco salutarlo.
Augello gli detti ’na mala taliata ma po’ la sò espressioni cangiò alla
viduta della picciotta. Si pittò sulle labbra il sò meglio sorriso e fici:
«Antonia, i tuoi uomini ti reclamano, hanno finito».
Lei si susì e s’addiriggì verso la càmmara di letto.
Mimì non le staccò l’occhi di supra, po’ s’avvicinò a Montalbano e senza
manco parlari gli detti dù manate alla scrapola:
«Spiramo che a Vigàta arrivi ’n’epidemia d’ammazzatine, accussì la
videmo cchiù spisso a ’st’Antonia» fici sorridenti.

32
A quelle parole Montalbano s’arrisentì:
«Non c’è bisogno di ’n’epidemia, Mimì, abbasta che arritrovano il morto
tò per rividirla».
’Mmidiato Augello si sgonfiò, cadì di piso supra a ’na seggia.
Montalbano si susì.
«Io mi nni torno ’n commissariato. Tu resta ccà fino all’arrivo del
piemme quanno che s’addicidi a viniri, e salutami a Antonia».
Niscì dalla casa, stava sul pianerottolo ad aspittari l’ascensori, che aviva
arripigliato a funzionari, quanno che la porta si raprì e si vitti d’infacci a
Fazio.
«Trasi ’n casa e vai a dari ’na taliata al morto macari tu».
«M’aspetta?».
«No».
Pigliò l’ascensori e scinnì.
S’attrovò davanti a ’na quarantina di pirsoni tra giornalisti, curiosi,
fotografi, cameramen che facivano un grannissimo scarmazzo:
«Che fu?».
«Com’è stato ammazzato?».
«Avete trovato qualche indizio?».
Montalbano agitò le vrazza ’n aria, po’ le usò per farisi largo e
s’allontanò senza arrispunniri a nisciuna dimanna.

Era squasi mezzojorno quanno s’assittò nel sò ufficio.


Era squasi mezzojorno e mezza quanno Fazio s’arricampò.
«Che ’mpressioni avisti?».
«Dottore, che ci aio a diri? Il morto è morto con ’na pugnalata, però ’na
pugnalata stramma, pirchì la cammisa e la giacchetta non sunno
bastevolmenti lorde. E la scientifica non ha attrovato tracce di sangue nelle
autre càmmare. Capace che ’st’omo è stato ammazzato in un autro posto e
appresso portato nella sò casa lassannolo bello e composto supra al letto. E
allura io m’addimanno e dico: tutto questo che veni a significari?».
«E io non saccio che diriti. Aspittamo i risultati dell’autopsia e po’ nni
riparlamo. Contami chiuttosto della manifestazioni».
Prima d’arrispunniri Fazio sturcì la vucca e allargò le vrazza.
«Dottore, ancora ’na vota, che ci aio a diri? Vidissi che alla
manifestazioni non c’erano sulo operai delle fabbriche che stanno
chiuienno, ma c’era macari la genti comuni, e chista è la vera tragedia. Ci
stavano i picciotti che non hanno spranza d’attrovari travaglio. Aio

33
arraccanosciuto, per esempio, macari ’na poco di cumpagni di scola e autri
amici mè, maritati, patri di famiglia, ’mpiegati, laureati che hanno pirduto il
travaglio e non hanno nisciuna possibilità d’arritrovarlo. Se le cosi
continuano accussì l’unica è tornari a fari ’n’autra vota l’emigranti».
«Raggiuni hai, Fazio. E forsi chista sarebbi la meno, pirchì se a ’sta genti
gli sàvuta il firticchio di sfogari tutta la raggia che si portano dintra capace
che ’sta facenna finisci veramenti a schifìo. Se non sei ’n condizioni di dari
da mangiari a tò figlio, sei pronto a fari la qualunqui».
Si ’nterrompì pirchì gli era vinuto di fari ’na pinsata.
«Tu hai chiffari ccà?».
«Nonsi».
«Allura veni con mia».
Niscenno, dissi a Catarella:
«Quanno s’arricampa Augello digli che nni rividemo nel doppopranzo».
Arrivati al posteggio, raprì lo sportello e dissi a Fazio:
«Acchiana».
«E indove mi porta?».
«Po’ te lo fazzo vidiri».

Doppo ’na vintina di minuti Montalbano parcheggiò in via Biancamano,


al 20.
«Scinnemo».
Fazio bidì.
Montalbano se lo misi sutta vrazzo, gli ’ndicò il palazzo che avivano
davanti.
«Lo vidi quel balconi al secunno piano?».
«Sissi».
«Corrisponne a ’na càmmara di letto, supra al quali ci sta un morto
ammazzato, vistuto di tutto punto, persino con le scarpi. ’Nzumma squasi
’na stampa e ’na figura col morto che hai viduto in via La Marmora».
Mentri che continuava a parlari la facci di Fazio si stracangiava, la vucca
aperta, l’occhi sgriddrati.
«Dottore, babbìa o dici supra o serio?».
«Non babbìo».
«Ma vossia come fa a sapiri ’sta cosa?».
«Grazii a quel grannissimo strunzo di fimminaro di Augello. Veni a
mangiare con mia che ti cunto lo cunto de li cunti».

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Appena trasuti nella trattoria spiò a Enzo:
«La cammareddra è libbira?».
«Sissi».
«C’è nisciuno?».
«Nisciuno».
«E allora servinni ddrà».
«Come voli vossia».
Trasero, s’assittaro.
«Fammi un piaciri, Enzù» dissi Montalbano senza addimannare nenti a
Fazio «portaci dù spachetti con le sarde e mentri ch’aspittamo, un purpo
alla strascinasali ch’aio la fami d’un lupo».
Enzo niscì e Montalbano si misi a contari tutti i fatti della notti avanti.
Alla fini Fazio si vippi tutto con un muccuni un bicchieri ’ntero di vino.
«Ora mi sento meglio» dissi. «Mi pari che la cosa cchiù ’mportanti da
fari sia circari di sapirinni chiossà che si può supra al morto del dottor
Augello. Vossia lo sapi come s’acchiama?».
«Aspetta, mi pari d’arricordarlo... Sì, Aurisicchio».
«Vabbeni» fici Fazio. «Finemo di mangiare e mi metto alla cerca».

Appena che misi pedi nel sò ufficio, Mimì Augello trasì.


«’Sta minchia di piemmi nni fici aspittari un’ura sana sana e finalmenti
po’ si pottiro portari via al catafero».
Ghittò un mazzo di chiavi supra alla scrivania del commissario.
Montalbano se lo misi ’n sacchetta:
«E che mi sai diri delle conclusioni della scientifica? Opuro sei ristato
sulo pinnotizzato dal culo di Antonia?».
«Vedo che anche il probo commissario Montalbano non è rimasto
’ndiffirenti al darrè da deci e lode della picciotta. A proposito di fìmmine,
volivo diriti che stanotti ci torno».
«Unni?».
«Mi tilefonò Geneviève».
«E cu è?».
«Dai, la mè amica del terzo piano, e mi dissi che sò marito sta meglio e
stanotti è di sirvizio straordinario epperciò nni potemo arrifari».
Montalbano lo taliò sinceramenti ammirativo.
«Che stommaco che hai, Mimì! Doppo tutto quello che ti è capitato... con
il morto sutta di tia...».
«Salvo, ogni lassata è persa». Po’ proseguì: «Comunque piccamora la

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scientifica non ha elementi. Sperano d’attrovari qualichi ’mpronta supra al
tagliacarti ma ci stanno scarse probabilità. Secunno mia, visto il picca
sangue, è stato ammazzato in qualichi autro posto. Allura io m’addimanno e
dico ’na cosa: come minchia hanno fatto a trasportare al catafero fino alla
casa indove bitava? In qualichi modo l’hanno pigliato dalla machina e
strascinato fino al portoni, mittuto nell’ascensori, fatto trasiri nella casa.
Ora, non ti pare che hanno corruto un rischio enormi?».
«Arriva alla conclusioni» fici Montalbano.
«La conclusioni è che ci sunno molte probabilità che sia stato ammazzato
in qualichi autro appartamento dello stisso palazzo. Allura il rischio che
hanno corruto è stato minimo».
Montalbano lo stetti a taliare, in aspittanzia.
«Epperciò secunno mia» ripigliò Augello «dovemo passari al sitaccio
tutti quelli che abitano a via La Marmora, portinaro compreso».
«Vabbeni» dissi il commissario. «Accomenza tu».
«E tu non veni?» spiò sorpriso Augello.
Montalbano pinsò che forse era meglio piccamora non accinnari a quello
che stava facenno Fazio.
«No. Io devo aspittari ’na tilefonata ’mportanti dal quistori. Tra qualichi
orata ti vegno a dari ’na mano».
Augello si nni niscì e Montalbano pigliò la prima carta da firmari.

Fu con granni sorprisa che doppo ’n’orata si vitti ricompariri a Fazio con
la facci di chi porta carrico.
«Che attrovasti?».
Fazio s’assittò.
«Ci pozzo diri con estrema sicurizza che il morto del dottor Augello non
è il signor Filippo Aurisicchio».
Stavota fu Montalbano a rapriri la vucca e a sgriddrare l’occhi:
«E come fai a dirlo?».
«Pirchì ci parlai di pirsona pirsonalmenti al tilefono. Mi vinni ’n testa di
tornare in via Biancamano ed ebbi la fortuna d’attrovari a uno che
accanosciva e che mi spiò che viniva a fari da quelle parti, e io gli dissi che
dovivo fari ’na comunicazioni al signor Aurisicchio. Lui mi taliò
’mparpagliato e mi fici: ma Aurisicchio è da doppo la stati che si nni è
ghiuto da Vigàta, il sò appartamento è vacanti in aspettanzia di essiri fittato.
E mi detti il sò nummaro di tilefono, dicennomi che stava a Ravenna. Io
allura l’acchiamai subito e m’apprisintai come a uno ’ntirissato alla sò

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casa».
«E che ti contò?».
«Mi dissi che si era trasferuto difinitivo per ragioni di lavoro e che aviva
dato l’appartamento a un’agenzia».
«E tu lo sai qual è il nome di ’st’agenzia?».
«’Nca certo! Casamica».
«E allora tilefonaci».
«Già fatto».
Montalbano, per non arraggiarisi, addicidì di non aviri sintuto le parole
di Fazio.
«E che ti dissiro?».
«M’arrispunnero di chiamari tra quattro jorni quanno che torna il capo
che avi macari le chiavi».
«Ma che agenzia della minchia è?».
«Pari che Aurisicchio è giluso assà di ’st’appartamento e le chiavi le ha
lassate al capo dell’agenzia, che si nni sta a Stromboli, facennosi dari la
garanzia che sulo lui può raprirlo e chiuirlo».
«No, non potemo aspittari ancora. Bisogna assolutamenti attrovari ’na
soluzioni».
«Forsi ’na tilefonata anonima...».
«No Fazio, è da scludiri».
«E pirchì?».
«Ora vegno e mi spiego. Raggiuna: se il catafero ci veni signalato da ’na
tilefonata anonima nuautri per forza di cose dovemo ’ndagari e scopriri chi
fu a fari la tilefonata. E che ci contamo al piemmi?».
«E allura nni potemo scriviri ’na littra».
«È la stissa cosa della tilefonata».
«E allura abbisogna che lo scopremo nuautri?».
«Sì, ma come facemo a trasiri, con quale scusa?».
Fazio non seppi che arrispunniri.
A Montalbano vinni ’na pinsata fulminea.
Fazio, che accanosciva bono al commissario, videnno lo stracangiamento
della sò facci accapì che Montalbano aviva ’n testa la soluzioni:
«Mi dicisse».
«Ora come ora non pozzo. Prima devo parlari con Augello. Anzi, sai che
ti dico, veni con mia e annamolo ad attrovari».
«E unn’è?».
«Sta interrogando all’inquilini di via La Marmora».

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La tilefonata lo pigliò a mezzo mentri che si stava susenno:
«Dottori, ci sarebbi che c’è supra alla linia ’na pirsona che si qualificò
come capo della scientifica. Ma iu dalla voci accapii che non è capo ma
capissa».
«Passamilla».
«Ciao Salvo, ti volevo comunicare un primo risultato che purtroppo,
forse, sarà anche l’ultimo. Sul manico del tagliacarte non ci sono impronte,
o l’assassino aveva i guanti o le ha cancellate».
«Grazie Antonia di avermi chiamato subito».
«Grazie a te. Arrivederci».
Tu... tu... tu... fici il tilefono.
E Montalbano ci ristò tanticchia mali.

Arrivati che foro a via La Marmora, il commissario spiò al portinaro:


«Lei lo sa in quale appartamento si trova il mio collega?».
«Sissi dottori. Finì l’attico e macari il quarto e il terzo piano. Ora è dalla
signura Musumarra al secunno».
«Sostituiscilo tu» dissi Montalbano a Fazio «continua l’interrogatori e
dici ad Augello di scinniri che ci devo parlari».
Non ebbi il tempo d’addrumarisi ’na sicaretta fora dal portoni che venni
raggiunto da Mimì.
«Matre santa, matre santa! Ma che fu? Fatta cizzione dell’attico che ci
stava ’na quarantina graziusa, l’età media di ’sto palazzo s’aggira supra ai
cent’anni...».
«Lassa perdiri, sei arrinisciuto a sapiri qualichicosa?».
«No, pari che ccà nisciuno ha mai viduto al vicino di casa. Tri ure perse.
Che mi vulivatu diri?».
«Annamo ’a pigliarinni un cafè».

S’assittaro a un tavolino appartato.


«Mi vinni ’n’idea» attaccò subito il commissario «per come scopriri
ufficialmenti il morto tò».
«E sarebbi?».
«Sarebbi che stasira tu devi rifari il percorso dell’autra notti».
«Mi devo calari arrè al piano di sutta?».
«Esattamenti. Alla fìmmina ci cunti che nella fuitina ti pirdisti il
portafogli sicuramenti al secunno piano e che lo devi arraccuperari».
«Ma accussì ’n’autra nuttata persa è!» fici sdisolato Augello.

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«No, Mimì, la facenna del portafogli la puoi tirari fora dopo che hai fatto
gli affaruzzi tò».
«Scusa un momento» fici Mimì Augello. «Ma quanno io scopro il
catafero, automaticamenti Geneviève si veni ad attrovari nei guai, pirchì io
devo giustificari la mè presenza nella sò casa».
«Pinsai macari a questo» fici Montalbano. «La versioni ufficiali che noi
daremo è che tu sei stato chiamato dalla signura pirchì aviva avuto la
’mpressioni che qualichiduno fusse acchianato al finestroni sò per fari
’n’arrubbatina, accusì chiamò al commissariato, tu ci sei annato e nel fari il
controllo del balconi t’è caduto il portafogli in quello di sutta. È chiaro?».
«E vabbeni» fici rassegnato Augello. «Ci provo».
Tornati che foro al portoni, Mimì dissi che annava a dari ’na mano a
Fazio. «Tu non veni?».
«No» fici Montalbano.

Quanno che Mimì si nni fu acchianato, Montalbano trasì nel gabbiotto del
portinaro e visto che c’era ’na seggia libera l’affirrò e gli s’assittò allato
muto.
L’omo arridì.
«Che fa? Si voli pigliari u mè posto?».
«No, voglio solo scambiare qualche parola con lei».
«Vossia è patrone».
Era un sissantino rusciano, con una facci allegra e un paro di baffuna alla
tartara.
«Lei come si chiama?».
«Bruno Ammazzalorso».
«Non è un nome delle nostre parti».
«’Nfatti, mè patre vinni dall’Abruzzo che io ero propio nicareddro
nicareddro».
«Ammazzalorso Bruno d’Abruzzo...!» sorridì Montalbano dintra di sé, e
pinsò che se quell’omo avissi tilefonato ’n commissariato, Catarella
gliel’avrebbi passato dicenno: c’è un signori che ammazzò un orso bruno in
Abruzzo, oppuro un orso ammazzò un signori bruno in Abruzzo, po’ spiò:
«Da quand’è che fa il portiere qui?».
«Deci anni».
«E il signor Catalanotti già ci abitava?».
«Sissignura».
«Mi parli di lui».

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«Taliasse, dottori, ’sto signori è ’na pirsona stramma. Picca e nenti
saccio. Non s’è mai maritato. Schetto era quanno arrivai e schetto arristò».
«Ma un’amante l’aveva?».
«Questo non ce lo saccio diri. Da lui acchianavano fìmmine e òmini.
Capace che qualichiduna ristava macari la notti...».
«Ma aveva parenti?».
«A mia non m’arresultano».
«Va bene, vada avanti».
Ammazzalorso si taliò torno torno e abbasciò la voci calannosi verso il
commissario.
«Si voli che ci dico la vera virità, per mia quivoco era».
«Si spieghi meglio».
«Il signor Catalanotti non faciva né l’impiegato né aviva nisciun autro
travaglio stabili. Però i soldi non gli ammancavano mai. Anzi, gli
abballavano dintra alla sacchetta. La matina, sempri alliffato, si nni annava
al cafè ccà vicino e po’, come ci lo pozzo diri, arriciviva».
«Provi a spiegarmi meglio» fici il commissario.
«Ogni tanto si vidivano fìmmine e òmini che vinivano a parlare con lui.
Ma s’accapiva che non erano amici sò. Che gli dicivano? Che gli
contavano? Boh! All’una pricisa si susiva e si nni tornava ccà a mangiari.
Si faciva ’na durmuta, accussì mi dissi Giusippina, e po’ non lo saccio.
Certi vote nisciva e po’ s’arricampava all’otto spaccati masannò si nni
ristava ’n casa. Saccio che macari la sira aviva chiffari».
«E dove andava lo sa?».
«Non nni aio la cchiù pallita idea».
«Ma c’erano giorni nei quali restava nel suo appartamento?».
«Era raro, dottori, ma capitava. E allura arriciviva la genti ’n casa».
Montalbano pigliò la stissa ariata cospirativa del portinaro e gli dissi:
«Parlamo da omo a omo, facci con facci, lei sicuramenti però ’n’idea di
quello che faciva Catalanotti se la sarà fatta».
«Certamenti».

40
Quattro

«Me la può diri?» spiò il commissario taliannolo con un sorriseddro


complici.
Ammazzalorso s’addrizzò appuiannosi le spaddre alla spallera della
seggia, assumì ’n’ariata sdignitosa.
«Dottori, non è mia bitudine mittiri nei guai a qualichiduno».
«Che altro guaio può capitare al povero Catalanotti oltre a quello di
essere stato ammazzato?».
«Chisto vero è. Allura ci lo dico: secunno mia, ma è sulamenti ’na mè
pinioni pirsonali, trafichiava con la droca».
«E pirchì si è fatto ’sto pinsero?» spiò Montalbano.
«Nun lo saccio. Accussì...».
«Ma scusassi, s’arricorda che età avivano ’ste pirsone che lo vinivano ad
attrovari?».
«Picca picciotti, cchiù spisso dai quaranta in su».
Montalbano ebbi la ’mpressioni che ’sta storia della droca non stava né
in celo né in terra. Era sulo ’na mala pinsata del portinaro.
Si susì, stringì la mano ad Ammazzalorso Bruno e s’addiriggì verso le
scali.
Dù piani a pedi se li potiva pirmittiri.
Appena arrivato supra al pianerottolo vitti nesciri a Mimì e a Fazio
dall’appartamento d’infacci a quello di Catalanotti.
«Novità?» spiò.
Arrispunnì Augello.
«Che ti dissi? Pari un tipico condominio di Stoccolma».
«Ci sarebbi ’n’autra ipotesi» fici il commissario «che tutti sanno tutto ma
nisciuno nni voli parlari con nuautri».
«In questo caso le cose cangiano e avemo a chiffari con un tipico
condominio siciliano» concludì Fazio.
«Nuautri scinnemo al piano di sutta» fici Augello.
«Auguri» arrispunnì Montalbano, livanno i sigilli, si pigliò le chiavi
dalla sacchetta e raprì la casa del morto.
L’appartamento di Catalanotti si componiva di ’na prima entrata spaziusa,

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a mano dritta si partiva un corridoio tutto cummigliato da un armuàr di ligno
bianco longo longo che a mancina portava nella càmmara di dormiri e al
bagno allato. Sempri dalla prima trasuta ci stavano autre tri porte: una dava
nella cucina, oltri la quali ci stava un secunno bagno, ’n’autra nella
càmmara di mangiari che faciva anche da salotto, e l’ultima in uno studdio
chiuttosto nicareddro ma con un divano che pigliava ’na pareti ’ntera.
Ccà Montalbano si firmò.
Sulle pareti ci stavano librerie chine chine di libri e riviste, e supra alla
scrivania che aviva dù granni cascioni erano posati un vecchio computer,
’na stampanti, ’na poco di fogli di carta e un tilefono.
Si rifici la strata fino alla càmmara di dormiri e ccà notò ’na cosa alla
quali non aviva fatto caso ’n pricidenza. Tra il letto e la finestra si vidiva
’na speci di porticeddra che pariva l’anta di ’n armuàr evidentementi
’ncasciato nel muro.
Fici per raprirla ma non ci arriniscì: era chiuiuta a chiavi.
Montalbano non si pirsuadì: avenno ’n armuàr che pigliava tutto il
corridoio pirchì Catalanotti ne aviva bisogno di un secunno ’n càmmara di
dormiri?
Tintò novamenti di raprirlo con una chiavi che attrovò supra a un
commodino, ma non ce la fici.
Allura amminchiò.
Voliva a tutti i costi vidiri che ci stava dintra. Si tirò tri passi narrè,
pigliò l’abbrivio e detti un gran càvucio all’anta isanno il pedi cchiù che
potiva.
Sintì la rumorata di qualichicosa che si rumpiva.
Provò a rapriri, stavota la porta cimiò, sarebbi bastato ’n autro càvucio e
’nfatti...
S’attrovò davanti a ’na speci di libreria stipata ancora di libri e riviste e
carpette.
Supra a ciascuna costa ci era ’mpiccicato un foglio bianco con scrivuto il
nome di una pirsona: Giovanni, Maria, Filippo, Ernesto, Valentina, Guido,
Maria 3, Andrea, Giacomo e via di ’sto passo. La lunga fila di carpette era
di tanto in tanto ’nterromputa da un oggetto che la spartiva.
Agguantò dù o tri carpette che gli vinniro a tiro, e che stavano una
appresso all’autra, se le portò supra al letto, s’assittò e raprì la prima,
quella ’ntistata a Maria.
Dintra c’era ’na foto che rapprisintava in primo piano a ’na picciotta
biunna supra a ’na seggia mentri che liggiva qualichicosa.

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Po’ ci stavano dù fogli, uno scrivuto al computer e l’autro a mano.
Il primo era un dialogo di quattro o cinco righe, le liggì.

– Che cosa?
– La verità.
– Da oggi, allora, dovrai rassegnarti a vivere senza più nessuna
illusione.
– Ho vissuto nell’illusione tutta la vita. Non mi è mai stato possibile
farne a meno.
– Hai voluto tu arrivare a questo, ad ogni costo.
– Sino ad oggi le illusioni mi avevano dato la forza di continuare,
m’aiutavano a vivere. Non credo in altro, io. Non avevo altro che mi
aiutasse.

In fondo ci stavano dù ’niziali. Montalbano non ci accapì ’n’amata


minchia. Passò al foglio scrivuto a mano, al centro del quali spiccava il
nomi: Maria. Tra parentesi ci stava scrivuto, primo incontro. Po’
continuava:

È stato molto difficile riuscire a farla aprire.


Ci sono volute diverse ore. Apparentemente è molto disponibile
all’amicizia ma appena tento di oltrepassare questa prima soglia e di
avere da lei notizie sulla sua vita più intime e riservate, si chiude come
un riccio.
Sono arrivato alla conclusione che non si tratta di un fatto
caratteriale, deve avere subito una qualche esperienza fortemente
negativa che ne ha condizionato il modo di fare. È proprio questo che mi
interessa di lei. Credo sia ancora vergine. È un’attrice o almeno si reputa
tale e forse la chiave per farla aprire può essere proprio il teatro. Ad una
mia precisa domanda, e cioè fino a che punto fosse disposta a difendersi
da una aggressione sessuale, ha risposto in modo confuso. Sono stato
allora più chiaro: saresti stata capace di uccidere il tuo aggressore? E lei
non mi ha risposto, mi ha solo guardato. Poi ha voluto recitarmi un testo
dell’Antigone. Ha delle reazioni imprevedibili. Mi interessa molto.
Continuerò ad incontrarla, più spesso possibile.

E stavota Montalbano ci accapì meno di prima.


Pigliò la secunna carpetta: Giacomo. La raprì, macari ccà dintra dù fogli,

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e la foto d’un omo con un cappeddro che stava addritta con la vucca rapruta
come se cantasse. Liggì il primo foglio scrivuto al computer:

– Quale conclusione? Voi parlate come se voi ne sapeste molto di più di


noi sul conto di Martino.
– Quello che io so è che ci deve essere stata qualche ragione per fare
quello che ha fatto.
– Forse Martino si è ucciso perché credeva che io avessi preso il
denaro.
– Ancora con questi soldi! Se credete che Martino si sia ucciso al
pensiero che avevate preso quel denaro, allora non conoscevate vostro
fratello. Ma se rise quando glielo dissi. Ciò lo divertì. Molte cose
divertivano quel giovanotto.

La confusioni di Montalbano aumentò.


Chi erano ’ste pirsone? Il foglio a mano ’ntistato a Giacomo diciva:

Raramente mi è capitato di incontrare una persona che non intende in


nessun modo rinunciare ad alcun piacere che la vita può offrirgli.
Al quarto incontro mi sono reso conto lucidamente che non esiterebbe a
fare del male agli altri purché da questo male ne possa ricavare un
qualche piacere.
Il suo principale problema è il denaro in quanto che i suoi piaceri
costano e parecchio.
Alla mia domanda, se trovandosi un assegno con una cifra molto alta di
cui lui potrebbe impadronirsi senza correre rischi, farebbe ricadere la
colpa su un altro, risponde che non ne sarebbe capace.
Ho avuto la sensazione che mentisse. Lo incontrerò ancora perché se
riuscissi a capire che lui mi ha detto una menzogna, Giacomo sarebbe per
me ideale.

Uguali le dù ’niziali alla fini: SP. Montalbano ristò ’ngiarmato, con la


carpetta supra alle ginocchia, sprufunnato in un abisso di neglia.
Allura pigliò ’na decisioni ràpita. Si susì, riacchiappò le carpette, le
rimittì a posto, chiuì alla meglio l’armuàr e passò nello studdio.
S’assittò alla scrivania. Supra ai fogli di carta non c’era scrivuto nenti. Si
ripromittì di taliare appresso nel computer.
Allura affirrò la maniglia e raprì il primo cascione a manca.

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Continiva ’na gran quantità di libri contabili, Montalbano pigliò quello
dell’anno in corso: il dumilasedici. Accomenzò a taliarlo.
Quanno ’na mezzorata doppo l’ebbi chiuiuto si fici pirsuaso che
Catalanotti possidiva ’na gran quantità di casuzze, tirreni e magazzini
regolarmenti affittati. Se non era ricco, picca ci ammancava.
Allura passò al cascione di destra. Macari ccà c’erano ’na quantità di
libri contabili e macari chisti avivano scrivuta l’annata supra. Pigliò quello
dell’anno in corso e ccà ebbi ’na sorprisa. Ogni pagina era ’ntistata a un
nomi diverso.
Nella prima c’era scrivuto il nomi di Adalberto Lai.
Sutta c’era ’na dichiarazioni:

8 gennaio 2016

Io sottoscritto Adalberto Lai dichiaro di ricevere in prestito dal signor


Carmelo Catalanotti la somma di quindicimila (15.000) €, e che mi
impegno a restituire entro sei mesi a far data dalla presente la somma di
quindicimilacinquecento (15.500) €.

In fede

Seguiva la firma.
Sutta alla firma e stavota con la calligrafia di Catalanotti, c’era scrivuto:

10 giugno 2016

Io sottoscritto Carmelo Catalanotti ricevo in data odierna dal signor


Adalberto Lai la somma in precedenza convenuta. Non ho null’altro a
pretendere.

E subito appresso tanto la firma di Catalanotti quanto quella di Lai.


Votò pagina. Era ’ntistata a Nico Licata.
Arresultava che in data 14 gennaio ’sto Nico si era fatto dari
milliecinquecento euro, che ne aviva arrestituito milliesei, tri misi
appresso, e manco doppo venti jorni aviva arridimannato un novo prestito
di milli euro che ancora però non aviva arrestituito.
Le pagine che vinivano doppo erano tutte dello stisso tono.
Quanno chiuì i registri arrivò alla conclusioni che Catalanotti pristava

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dinaro a strozzo, faciva l’usuraro, macari se l’intiressi che pritinniva erano
àvuti sì, ma manco assà. Un usuraro, dicemo accussì, di bon cori.
Raprì il computer e s’addunò subito che nella cartella PRESTITI e VARIE ci
stavano in ordini priciso pirfetto le copie dei documenti cartacei.
A ’sto punto si susì e detti ’na taliata ai libri che c’erano torno torno.
Si trattava di romanzi di discreta qualità e di rivisti e libri soprattutto di
tiatro.
’N conclusioni la figura di Catalanotti pariva essiri composta da pirsone
diverse: un colto lettore, un usuraro di media stazza e ’n omo bastevolmenti
dinaroso che, va’ a sapiri pirchì, assà si ’ntirissava del caratteri e della
psicologia dell’autri.
Chist’ultimo era l’aspetto cchiù misterioso.

Stava astutanno la sicaretta che s’era fumato alla finestra, quanno sintì
tuppiare. Annò a rapriri. Erano Fazio e Augello.
«Pensavamo che te n’eri già annato a Marinella» fici Mimì. «La signura
Contarini del primo piano nni tinni chiossà di dù orate a parlari di sò nipoti
Ninuzzo che non attrova travaglio e addimannannomi a mia ’na
raccomannazioni per farlo trasiri ’n polizia».
«E apparti chisto. Scoperto qualichicosa?».
«Tutti l’abitanti di ’sto palazzo sunno ’na stampa e ’na figura. Nisciuno
accanosci a nisciuno. Pari che non facivano manco reunioni condominiali».
«Macari io finii» dissi Montalbano, e po’ arrivolto a Fazio: «Rimetti i
sigilli alla porta».
Mentre Fazio eseguiva, Montalbano fici a voci vascia a Mimì:
«Arricordati di quello che devi fari stanotti».
Augello fici ’nzinga di sì con la testa.
Scinnero le scali, Ammazzalorso non ci stava cchiù; evidentementi erano
le otto passati. Montalbano pigliò la sò machina e si nni annò a Marinella.

Davanti alla maravigliosa frittura croccanti di gammareddri e calamari


che Adelina gli aviva priparato ebbi un momento di sitazioni.
L’occhio gli currì supra a un pizzino ’mpiccicato al frigorifiro.
Propio ’na simanata avanti, l’urtima vota che Livia era vinuta ad
attrovarlo, gli aviva lassato un foglietto di scarsi parole ma che per lui
sonavano come ’na speci di cunnanna a morti.
Il biglietto diciva testualmenti:

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Ricordati che (scrivuto col pinnarello russo) il tuo metabolismo è
decisamente cambiato (macari decisamente in russo sottolineato dù vote).
Bastano poche calorie per raggiungere il fabbisogno giornaliero.
VIETATI:
Carboidrati (pane, pasta...).
Dolci (soprattutto cannoli e cassate).
Fritti (soprattutto sarde a beccafico, polpette di neonata, e i polipetti
che ti piacciono tanto).
Alcol, massimo un bicchiere di vino rosso al giorno.

Po’ ci stava addisignata ’na crozza di morto e appresso, sempri con il


pinnarello russo:
ABOLIRE IL WHISKY.

Adelina gli aviva addimannato conto e raggiuni di quel pizzino. E lui


aviva arrispunnuto con un’isata di spaddre.
Ma il sciauro che viniva dalla padeddra ebbi la meglio.
Montalbano annò a conzari supra alla verandina e accomenzò a mangiari
il friuto dalla stissa padeddra.
Quanno ebbi finuto inchì novamenti il bicchieri di vino che si era scolato
duranti la mangiata e si lo vippi in dù muccuna.
Fu in quel priciso momento che il tilefono sonò. Era Livia.
«Ho finito di cenare or ora. Tu hai già mangiato?».
«Gamberetti bolliti con un filo d’olio e un po’ di limone. Pane integrale, e
un mezzo bicchiere di vino. Come vedi, sto rispettando le tue regole».
«Bravo! Continua così, mi raccomando. Volevo dirti che forse tra due
giorni posso venire».
«Sarebbe bellissimo ma proprio stamattina c’è stato un omicidio. La
faccenda si presenta complicata...».
Livia lo ’nterrompì.
«Non ti preoccupare, proviamo per la settimana prossima e magari mi
prendo un giorno in più».
Stettiro a chiacchiariari ancora tanticchia di tutto e di nenti, po’ si dettiro
la bonanotti e Montalbano catammari catammari si annò ad assittari davanti
alla tilevisioni.
Nicolò Zito, il giornalista di «Retelibera», stava danno la notizia
dell’ammazzatina di Catalanotti e discriviva il morto come pirsona
bonostanti e soprattutto omo tranquillo che non aviva mai avuto problemi

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con la giustizia. Passò a vidirisi distrattamenti ’no spittacolo di rivista.
Tutto ’nzemmula il sò ’ntiressi si ridistò. C’era la prima ballarina che era
’na stampa e ’na figura con Antoni... certo ’na gran bella fìmmina ma di
caratteri grevio, difficili assà da avvicinari.
«Pirchì?» addimannò Montalbano a se stisso. «Tu pircaso la vorristi
cchiù vicina?».
La risposta gli niscì ’mmidiata dal cori:
«E pirchì no?».
Non si volli pirmittiri autre dimanne.
Astutò la tilevisioni per non rividiri alla prima ballarina, si annò a fumari
l’urtima sicaretta supra alla verandina e po’ addicidì che era vinuta l’ora di
annarisi a corcare.

La notti era avanzata, la strata bastevolmenti larga e l’atomobili


procidiva silenziusa, a lento a lento, a fari astutati, sfioranno le machine
parcheggiate lungo il marciapedi, non pariva caminare ma sciddricare
supra al burro.
Tutto ’nzemmula la machina scattò, si ghittò sul lato
mancino, sterzò e parcheggiò in un vidiri e svidiri.
Po’, si raprì la portera dalla parti del guidatori e un omo niscì fora
quatelosamenti richiuienno adascio lo sportello.
Era Mimì Augello.
Si isò il baviro della giacchetta fino a sutta al naso, ’ncassò la testa tra
le spalli, detti ’na ràpita taliata torno torno, po’ facenno tri sàvuti di fila,
travirsò la strata e s’arritrovò supra al marciapedi d’infacci.
Tinenno sempre la testa calata, avanzò dritto di qualichi passo, si firmò
davanti a un portoni, allungò un vrazzo e senza manco taliare i nomi
scrivuti supra alle targhette del citofono, sonò un campanello.
La risposta vinni pronta, ’mmidiata:
«Sei tu?».
«Sì».
La sirratura scattò. Mimì raprì, trasì e chiuì in un fiat, po’ accomenzò
ad acchianari le scali in punta di pedi. Aviva prifiruto accussì chiuttosto
che pigliari l’ascensori che avrebbi fatto troppo scarmazzo.
Arrivato al terzo piano, vitti filtrari la luci da ’na porta appena appena
rapruta. Vi s’addiriggì, ammuttò, trasì. La fìmmina, che evidentementi
l’aspittava appena darrè la soglia, l’agguantò con il vrazzo mancino
mentri che con la mano destra ’nsirrava la porta con quattro giri di

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chiavi nella toppa superiori e con autri dù in quella di sutta, po’ le ghittò
supra a un tavolineddro. Mimì Augello fici per abbrazzare la fìmmina la
quali, ’nveci, si scostò, lo pigliò per una mano e gli dissi a voci vascia:
«Andiamo di là».
Mimì bidì.
S’arritrovaro ’n càmmara di letto, la fìmmina l’abbrazzò e ’mpiccicò le
sò labbra supra a quelle di lui. Mimì la stringì forte ricambianno la
vasata appassionata.
«Mi devi scusare. Ma devo ancora fare ’na cosa».
«Ancora???!» fici lei maliziusa.
’Ntanto Mimì si era susuto e accomenzava lesto a rivistirisi.
«Devo ritrovare il portafogli che penso di aver perso nella fuitina
dell’autra notti».
«Ma io non ho trovato nulla qui».
«Appunto. Temo sia caduto nel piano di sotto».
«E adesso?».
Mimì fici un sàvuto atletico verso il finestroni del balconi, lo raprì.
«Tranquilla! M’abbastano sulo deci minuti».
Cavò ’na torcia dalla sacchetta, si sporgì fora dalla ringhiera,
addrumò la pila e fici il tiatro di taliare accuratamenti il balconi
sottostanti.
«Ccà sutta non lo vio. Mi devo calari per forza» dissi mentri che stava
già scavalcanno la ringhiera.
«Pi carità! Accura!».
«Sarò novamenti tutto tuo tra pochissimo» fici sparenno dalla vista
della fìmmina.
Appena che s’attrovò supra al balconi del secunno piano vitti che
macari stavota il finestroni era mezzo rapruto.
All’idea d’arritrovarisi davanti a quel catafero, fici ’na smorfia, po’
s’armò di coraggio e raprì del tutto quatelosamenti.
S’arricordava pirfetto indove che aviva ’nciampato nella seggia, tastiò
torno torno con le vrazza stise ma non ’ncontrò nisciun ostacolo. Signo
evidenti che qualichiduno aviva rimittuto a posto la seggia. Addrumò la
pila tinennola vascia e senza taliare il letto niscì fora dalla càmmara. A
colpo d’occhio si fici pirsuaso che l’appartamento era ’na copia ’ntifica
a quello di supra.
Si firriò in punta di pedi, ’n’autra càmmara di letto, uno studdio, ’na
càmmara che continiva ’na collezioni di conchiglie, dù bagni e ’na

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cucina. Non c’era anima criata. Allura tornò nella càmmara di dormiri e
addiriggì la luci supra al letto.
La pila gli cadì dalle mano ma Mimì non fu manco capaci di
raccoglirla.

Quello che aviva viduto l’aviva fatto addivintari ’na statua di cira.
O meglio quello che non aviva viduto.
Senza perdiri un minuto, riagguantò la pila, s’addiriggì alla porta, la
raprì, la chiuì, scinnì le scali, raprì il portoni, raggiungì la machina, ci si
’nfilò dintra e partì sparato verso Marinella.

Dal profunno dell’oceano di sonno Montalbano assumò a galla faticoso


pirchì sintì ’na rumorata che gli aviva dato e continuava a darigli fastiddio
assà.
Stava tintanno di staccari i cigli dai sopraccigli quanno accapì che
s’attrattava della soniria del tilefono.
Addrumò la luci tastianno, taliò il ralogio.
Erano le dù passate.
Scinnì, sbattì contro la seggia ai pedi del letto, sbattì contro lo stipiti
della porta della càmmara di dormiri, sbattì contro l’autro stipiti della
càmmara di mangiari, sbattì contro ’n’autra seggia, sbattì contro il
tavolineddro e finalmenti tastianno attrovò il tilefono e sollivò la cornetta.
«Grunt» fici.
«Raprimi Salvo, raprimi! Tra cinco minuti sugno nni tia».
Non arraccanobbi assolutamenti la voci.
«Ma chi parla?».
«Salvo, mi senti? Io sugno, Mimì! Raprimi!».
E che potiva essiri capitato?
Prima di rapriri annò ’n cucina, si misi la testa sutta all’acqua del
rubinetto e stava priparannosi la cicaronata di cafè quanno un botto tirribili
gli fici fari un sàvuto.
«’Na bumma!» pinsò ’mmidiato.
Corrì nel corridoio. Raprì.
Mimì aviva frenato troppo tardo e il musso della machina, come a ’na
testa d’ariete, si era catafottuto sulla porta.
«Fai marcia narrè masannò non puoi trasire» dissi il commissario.
Ma Mimì manco lo stetti a sintiri. Niscì dalla machina, satò supra al
cofano e con il sàvuto successivo s’attrovò dintra alla casa, scostò con una

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manata a Montalbano, s’appricipitò ’n càmmara di mangiari e il
commissario mentre tornava ’n cucina vitti che si stava vivenno il whisky
direttamente dalla buttiglia. Il cafè era pronto, Montalbano se lo virsò nel
solito cicaroni e in quel momento arrivò Mimì che s’accasciò supra a ’na
seggia.

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Cinque

«Beh?» fici Montalbano assittannoglisi davanti col cicaroni fumanti.


Augello gli fici ’nzinga con la mano d’aspittari tanticchia. Doviva
arripigliari sciato.
Il commissario accomenzò a vivirisi il cafè, po’ visto che Mimì
continuava a ristari muto, arripitì con voci cchiù àvuta:
«Beh?».
Mimì arrispunnì biascicanno qualichi parola, Montalbano non ci accapì
nenti.
«Vuoi essiri cchiù chiaro, per favori?».
«No... no... non c’era» tartagliò Mimì.
«Ma come, Genoveffa non si fici attrovari?».
«Ca quali Genoveffa e Genoveffa! Geneviève m’aspetta ancora con le
vrazza aperte...».
«Epperciò?».
«Epperciò lui non c’era».
«Ma lui chi?».
«Salvo, il morto nostro non c’era cchiù supra al letto».
«E indov’era?».
«Da nisciuna parti, Cristo! Spirì!».
«Qualcuno se lo portò via?».
«’Nca certo! Non è che potiva nesciri con le sò gamme!».
Montalbano si passò ’na mano supra alla fronti.
«Un attimo... un attimo. Sei sicuro che quanno lo vidisti era morto?».
«Lo toccai! Rigito era! Come a ’na statua! Che, non te l’arricordi che mi
macchiai la cammisa di sangue?».
«Ma hai taliato nelle autre càmmare?».
«Taliai, taliai! Ma nenti, Salvo! Il morto nostro ddrà non c’è cchiù».
«’Nzumma, ’n conclusioni ’sto morto, e te lo voglio arripitiri è solo tò,
vinni parcheggiato supra a quel letto, po’ qualichiduno è vinuto a
pigliarisillo e a portarisillo va’ a sapiri indove. E questo però ci risolvi un
problema».
«Quali?».

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«Che non dovemo cchiù essiri nuautri a scopriri il catafero. Sicuramenti
appena che verrà fora da qualichi parti, nni saremo debitamenti ’nformati».
«Allura non ci resta che aspittari?».
«Sì, e mentri che aspetto ti saluto, mi nni vaio a corcare e arricordati di
spostari il musso della tò machina dalla mè porta».
Si susì, niscì dalla càmmara lassanno a Mimì che si era pigliato la testa
tra le mano.

Arrivò ’n commissariato e vinni letteralmenti assugliato da Catarella.


«Ah dottori dottori! Ci sarebbi che c’è che ci voli parlari con vossia di
pirsona pirsonalmenti lo ’ngigneri Rosario Rosario».
«È in linea?».
«Nonsi, in loco».
«Vabbeni, tra cinco minuti fallo trasiri nni mia e mannami macari a
Fazio».
«’Mpossibilitato a mannariccillo in quanto che non trovasi in loco,
essennosi dovuto arrecari allo spitali di Montelusa».
Montalbano s’apprioccupò.
«Che gli capitò?».
«A lui di pirsona pirsonalmenti nenti, dottori, ma siccome che stamatina
spararo...».
Montalbano lo ’nterrompì:
«E me lo dici solo ora?».
«Dottori, vossia non avi idea di quante vote lo tilefonai supra alla linia
del tilefono della sò casa. Sonava, sonava e non arrispunniva nisciuno.
Macari il ciallulari era astutato...».
Fu allura che Montalbano s’arricordò che mentri si nni stava
addrummisciuto come ’n catalessi aviva sintuto sonari un concerto di
ciancianeddri.
«Va bene, vai avanti. A chi hanno sparato?».
«Spararo a un picciotto sdillicato e Fazio è andato ’n loco spitalero a
vidiri a ’sto picciotto sdillicato».
«Lo vidisti macari tu?».
«A cù?».
«Se mi dici che ’sto picciotto è sdillicato veni a diri che l’hai viduto?».
«Nonsi dottori, non lo vitti, sdillicato è di famiglia».
«Ma che minchia vai dicenno?» fici sconsolato Montalbano
allontanannosi e addiriggennosi verso il sò ufficio.

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S’assittò e subito sintì tuppiare a leggio alla porta e ’na voci che faciva:
«Permesso?».
«Avanti».
Comparse un quarantino sicco sicco e àvuto, capilli nìvuri pittinati tutti
narrè e un paro di baffetti a cuda di surci.
Appariva chiaramenti ’mozionato.
«Buongiorno, sono l’ingegnere Rosario Lo Savio».
Montalbano si susì, si stringero la mano, l’ingigneri s’assittò davanti alla
scrivania.
«Mi dica».
«Ho saputo ieri della morte di Carmelo Catalanotti. Era un mio amico» e
ccà la voci gli si rumpì.
Dù lagrime gli colaro, tirò fora dalla sacchetta un fazzoletto, se l’asciucò.
«Mi scusi, sono venuto qui perché credo di essere stata l’ultima persona
a vederlo vivo».
Montalbano lo corriggì.
«L’ultima persona a vederlo vivo è stato sicuramente il suo assassino».
«Ha ragione, allora sarò stato la penultima» fici l’ingigneri.
«Mi racconti come è andata».
Prima d’arrispunniri Lo Savio tirò un longo respiro.
«Io sono socio della Trinacriarte, la più importante compagnia di teatro
amatoriale della provincia, anche Carmelo ne faceva parte. L’altroieri
abbiamo terminato verso la mezzanotte e una volta arrivati al parcheggio la
mia macchina non è partita. Allora Carmelo gentilmente si è offerto di
darmi un passaggio e mi ha accompagnato fino a casa».
«Come se lo ricorda? Agitato, diverso dal solito?».
«No, era assolutamente tranquillo».
«Le ha dato l’impressione che potesse avere un appuntamento?».
«Direi di no. Non aveva nessuna fretta, anzi mi ricordo che sotto casa
mia siamo stati anche un pochino a chiacchierare sullo spettacolo che
stiamo preparando. Mi scusi, che stavamo preparando».
E ccà autre dù lagrime.
«Mi dica qualcosa di questa compagnia. Dove si trova? Quanti...».
Lo Savio lo ’nterrompì, assumì ’n’ariata ’mpittita.
«La Trinacriarte nasce nel 1857 voluta dal grande e purtroppo
dimenticato commediografo vigatese Emanuele Gaudioso, subì
un’interruzione di tre anni dopo l’Unità d’Italia dovuta a...».
Montalbano all’idea di doviri ascutari cent’anni e passa di storia della

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compagnia non si tinni cchiù.
«Mi scusi, è molto interessante quello che mi sta dicendo, ma venga ai
giorni nostri, per favore. Anzi, faccio io le domande».
«Va bene».
«Quanti siete nella compagnia?».
«Allora, gli iscritti sono diciotto, dieci uomini e otto donne».
«C’è un responsabile? Un direttore?».
«Abbiamo un direttorio composto da tre membri del quale faceva parte il
povero Catalanotti».
«E gli altri due?».
«Una è Elena Saponaro, dirigente di banca, e l’altro è l’avvocato Scimè,
Antonio Scimè».
E ccà l’ingigneri fici ’na speci di smorfia. Stava per diri qualichicosa ma
si tenni. Montalbano non si lassò scappari l’occasioni:
«Mi dica di questo Scimè».
«No, sa, è tanto una cara persona, ma una grandissima rottura di
cabasisi».
«Perché?».
«Da giovane frequentò l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, e si
diplomò come attore. Pare, non abbiamo testimonianze dirette, abbia
esordito in uno spettacolo di Gassman e non si è mai più ripreso. Ogni
cinque minuti trova modo di ricordare, a se stesso e agli altri, gli anni
romani della dolce vita».
«Catalanotti oltre a far parte del direttorio, cos’era? Attore? Regista?».
«A parte il fatto che Catalanotti era il principale sovvenzionatore della
Trinacriarte, era anche un ottimo caratterista e un regista molto serio,
preparatissimo e con una sua particolare idea di teatro».
«Me la dica».
«Per lui il teatro era il testo. Tutto doveva nascere dal testo. Anche i
costumi, le scene, le luci derivavano dalla scrittura teatrale. Fondamentale
era il suo lavoro sull’attore».
«Cioè?».
«È un po’ complicato, provo a spiegarglielo: Carmelo voleva che ogni
attore per interpretare il suo ruolo partisse da qualcosa di profondamente
personale. Che so, un trauma, un momento di vita, un amore sbagliato,
un’esperienza privata, profonda, intima, che in qualche modo potesse
servire a quello che il testo richiedeva».
«Mi faccia capire meglio. Se nella commedia c’era una vedova in scena,

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lui voleva una vedova autentica?».
«No, commissario. Non era così didascalico. Cominciava però a scavare
nell’intimo di un attore per cercare, per esempio, l’equivalente di un senso
di assenza, come può essere la vedovanza, e in questo era abilissimo.
Riusciva ad abbattere le difese personali di chi gli stava davanti fino a
fargli emergere un qualcosa di similare: un lutto recente, un divorzio,
perfino un trasloco, insomma un’emozione traumatica che avesse a che fare,
come in questo caso, con una mancanza, con un vuoto».
«Capisco. Una via di mezzo tra uno psicanalista e un confessore».
«Direi piuttosto uno Stanislavskij corretto, rivisto e modernizzato».
«Mi perdoni, ma tutti gli attori consentivano a sottoporsi a questa sorta di
indagine psicologica?».
«No, non tutti. Qualcuno infatti si è ribellato e Carmelo non l’ha preso
per la parte».
«Queste sedute avvenivano in presenza di tutta la compagnia?».
«No, solo in un secondo momento, prima c’era una lunghissima
preparazione che Carmelo voleva venisse fatta tête-à-tête».
A Montalbano non vinniro ’n menti autre dimanne particolari, se non
quelle di normali amministrazioni alle quali Lo Savio non arriniscì ad
arrispunniri pirchì pariva che Catalanotti non dava confidenzia a nisciuno;
quindi non seppi se aviva nimici, se aviva fìmmine che l’assugliavano o
parenti serpenti.
Mentre che lo salutava, pruiennogli la mano dall’autro lato della
scrivania, Montalbano gli spiò:
«Cosa state provando attualmente?».
«La tempesta di Shakespeare».
«E Catalanotti vi prendeva parte?».
«No, stava preparando la sua regia. Però non si perdeva una prova».
«Che spettacolo voleva mettere in scena?».
«Una commedia di un autore inglese moderno. Non la conosco».
Cadì ’na pausa e po’ Montalbano spiò:
«Mi piacerebbe assistere a qualche prova. Dove avete la sede?».
«Uno degli attori ha messo a disposizione un ex magazzino di legname
che si trova al numero 15 di via Lombardo».
Mentri che se lo scriviva supra a un pizzino, addimannò:
«Devo avvisarla?».
«Non si preoccupi, noi siamo lì tutti i lunedì, mercoledì e venerdì dalle
nove e mezza di sera in poi».

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Quanno l’ingigneri si nni niscì Montalbano arriflittì supra a ’na cosa che
quello gli aviva appena ditto, vali a diri che le reunioni della compagnia si
facivano nei jorni dispari.
Sollivò la cornetta.
«Catarè, dovresti acchiamare a Bruno Ammazzalorso di via La
Marmora».
Accapì che Catarella era ristato ’mparpagliato.
«Catarè, sei ancora lì?».
«Sissi, dottori».
«Che ti succede?».
«Nun saccio come fari».
«A fare cosa, Catarè?».
«A chiamari a un orso e a ’na martora tutti ’nzemmula».
Montalbano si vitti perso. Pigliò sciato e nella manera cchiù calma dissi:
«Trovami il nummaro del portinaro della casa in cui ci fu
l’ammazzatina».
«Ah, vabbeni, vabbeni, dottori. Accussì mi veni facili».
’Nfatti doppo cinco minuti ebbi il nummaro.
«Signor Ammazzalorso? Il commissario Montalbano sono».
«Mi dicissi, dottò».
«Vorrei una precisazione, lei mi ha detto che il signor Catalanotti usciva
tutte le sere. È così?».
«Sissignuri, tutte».
«Ma tutte tutte?».
«A quanto pari, dottori, tutte tutte».
Ringraziò e chiuì la comunicazioni. Allura la dimanna che nasciva
spontanea era: indove annava Catalanotti le sire che non addidicava al
tiatro?
Fu a ’sto punto che s’arricampò Fazio.
«Contami tutto» dissi il commissario.
«Il picciotto firuto a ’na gamma s’acchiama Nico Licata, avi vintotto
anni, laureato in littiri attualmenti disoccupato come del resto squasi la mità
di tutti i picciotti di ’sti parti. Ha fatto un sacco di dimanne, di concorsi, di
abilitazioni, ma piccamora nenti, epperciò ogni matina si nni nesci a circari
un travaglio qualisisiasi».
Montalbano s’arricordò della notizia sulla disoccupazione nel foglio di
jornali che gli era sbattuto ’n facci mentri che il jorno avanti passiava a
ripa.

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«’Nzumma un bravo picciotto che avi la sfortuna di essiri nasciuto ccà!».
«Bravissimo e di bona famiglia. Sono tutti ddrà allo spitali torno torno al
sò letto ma nisciuno si capacita del pirchì di ’sta sparatina».
«Ma il fatto come capitò?».
«Stamatina, era appena nisciuto di casa e stava per addiriggirisi al porto
quanno vinni raggiunto da ’na pallottola alla gamma mancina».
«Ci sunno testimoni?».
«Nonsi, ccà tistimoni non si nn’attrovano manco a pagarli a piso d’oro,
ma il bello è che lui sosteni di non aviri manco sintuto il botto dello sparo.
Secunno Nico si tratta di ’n incidenti, si è attrovato nel posto sbagliato al
momento sbagliato».
«E a tia ti pirsuadi?».
E ccà Fazio fici ’na smorfia.
«Dottore, io mi pozzo sbagliari, ma accussì, a peddri, c’è qualichicosa
che non mi torna».
«Vali a diri?».
«Vali a diri che ’sto Nico Licata mi parsi che mi stava contanno la mezza
missa».
«Come dicisti che s’acchiama?».
«Domenico Licata, ’ntiso Nico. Pirchì?».
«Aio la ’mpressioni di avirlo già sintuto a ’sto nomi».
«Sì, però ’sto picciotto non ha mai avuto a chiffari con la liggi».
«Ma, vabbè, ci penserò. E ora stammi a sintiri che ti cunto io ’na bella
storia».
«Sugno tutto recchie».
«Te l’arricordi al morto di Augello?».
«’Nca certo! Quello che non sapemo come attrovari».
«Bravo. E ora la situazione si fici ancora cchiù difficili».
«E pirchì?».
«Pirchì il catafero si è reso irreperibili».
Il mento di Fazio cadì supra al sò petto e contemporaneamenti tutto Fazio
arrischiò di cadiri dalla seggia.
Po’, facenno fatica a parlari, spiò:
«Che veni a significari?».
«Veni a significari che Mimì Augello tornò nell’appartamento di via
Biancamano e il sò morto non ci sta cchiù».
«Epperciò è stato portato via. E allura c’è qualichiduno che possedi la
chiavi dell’appartamento».

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«Elementare Watson!» fici Montalbano, e continuò: «Cerca di sapirinni
chiossà che puoi su ’sto Nico, però devi assolutamenti tilefonari a quello
dell’agenzia per accapiri se c’è in giro una copia della chiavi di casa del
morto di Augello».
«Chiamo subito» fici Fazio e si nni niscì.
Un minuto appresso s’apprisintò Mimì Augello con una facci da dù
novembriro.
«Salutamo» fici il commissario talianno il ralogio. «Lo sai che ure
sunno?».
Mimì accapì la sisiata.
«Il fatto è che stanotti non dormii».
«’U pinsero del morto spiruto non ti fici pigliari sonno?».
«Ma quanno mai! Non potivo lassari le cose a mezzo. Pensa che
Geneviève si nni era ristata dù ure affacciata sul balconi addimannannosi
sempri cchiù dispirata che fini avivo fatto io. Minimo minimo la dovivo
acconsolari».
«Non è che minimo minimo le hai macari contato la storia del morto tò?».
«Ma no, Salvo. Le dissi che trasuto in quell’appartamento avivo avvirtuto
qualichicosa che non mi persuadiva e l’avivo ’spezionato a longo. Po’ ero
annato ’n commissariato a fari delle ricerche. A ’sto punto Geneviève mi
confirmò che l’appartamento era disabitato ma che però, a pinsarici bono,
certe sirate aviva sintuto rumorate stramme, mezze parole, mutuperi».
«E quindi?».
«E quindi nenti, Salvo, autro non sapiva, epperciò arripigliai ad
acconsolarla».
Nell’ufficio trasì Fazio con l’ariata sdisolata.
«L’impiegata dell’agenzia non mi seppi diri nenti».
«Pirchì non provi ad acchiamari novamenti al propietario
dell’appartamento?».
«Già fatto. Aurisicchio mi confirmò che non ci sunno copie. Le uniche le
avi il titolari dell’agenzia».
Visto e considerato che non arriniscivano ad arrivari ad una qualisisiasi
conclusioni, il commissario addicidì che l’unica era di ghirisinni a
mangiare.

Mittutosi ’n machina, va’ a sapiri pirchì gli passò la gana di annare da


Enzo. S’addiriggì verso un ristoranti che s’acchiamava «Catarinetta», del
quali aviva sintuto parlari bono e che s’attrovava a mità strata tra Vigàta e

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Montaperto.
Aviva fatto manco cinco chilometri che vitti ’na prima ’ndicazioni,
doviva girari a mano dritta e pigliari ’na strata sterrata.
Guidò per ’n’autra mezzorata votanno ora a dritta, ora a manca a secunna
dei cartelli e finì per attrovarisi in aperta campagna. Torno torno c’erano
tirreni coltivati a vigneti, e a perdita d’occhio si vidivano àrboli di mennule
’n mezzo ai quali, di tanto in tanto, spiccava il bianco di casuzze di
viddrani. Era un paisaggio ’ncantevoli che rassirinava il cori e l’anima,
però a Montalbano vinni un pinsero tinto. Va’ a sapiri quanti mafiusi latitanti
s’attrovavano ancora dintra a ’ste casuzze accussì ’nnuccenti all’apparenzia
e s’arricordò che tanti anni prima c’avivano ammucciato a un picciliddro
che s’acchiamava Giuseppe Di Matteo che era stato rapito e po’ gli avivano
fatto fari ’na fini orribili, da vrigugnarisi d’essiri òmini. Non volli cchiù
pinsarici, parcheggiò davanti al ristoranti e trasì.
Il locali era fatto da ’na piccola anticàmmara che dava in un saloni granni
dintra al quali ci stavano ’na vintina di tavolini tutti occupati. Taliò
sconsolato le pirsone che mangiavano a tinchitè, che parlavano ad àvuta
voci e arridivano e fici per votari le spalli e ghirisinni quanno vinni
raggiunto da un cammareri.
«Circava a qualichiduno o voliva mangiare?».
«Volivo mangiare, ma...».
«Se avi pacienza d’aspittari ’na mezzorata».
Montalbano stava per arrispunniri di no, quanno si raprì la porticeddra
del bagno che stava propio allato alla trasuta e vitti nesciri di spalli ’na
fìmmina. Ristò per un attimo ’mparpagliato a taliarla pirchì quel corpo gli
arricordava... e in quel priciso momento la fìmmina si votò e lui
arraccanobbi a Antonia, la capa della scientifica. Per un momento gli
ammancò l’aria. Lei ’nveci, che non l’aviva notato, s’addiriggì a un
tavolino. Montalbano la seguì con l’occhi e vitti che era sula.
Allura, i sò pedi si cataminaro verso la fìmmina. Lei isò l’occhi, lo taliò
e Montalbano ebbi la cirtizza che non era contenta di vidirlo.
«Buongiorno».
«Buongiorno» fici Antonia sicca.
«Aspetti qualcuno?».
«No, perché?».
Montalbano tartagliò.
«No... siccome che... non c’è posto... se tu potessi... io ho fame».
Antonia non arrispunnì e ’ndicò semplicementi la seggia davanti a lei.

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Montalbano s’assittò e taliò il menù supra al tavolo.
«Hai ordinato?».
«Non ancora».
«Conoscevi già questo posto?».
«Sì».
«Come si mangia?».
«Abbastanza bene».
E cadì un silenzio pisanti come a ’na petra.
Montalbano sfogliò rapidissimamenti un cintinaro di argomenti che gli
passaro nel ciriveddro ma non ne attrovò uno giusto, epperciò pigliò il
menù e lo taliò. A prima vista si fici pirsuaso che in quel locali di pisci non
ci nn’era manco l’ùmmira.
«Tu cosa mangi?» spiò ad Antonia.
«Pasta con la ricotta. È molto buona. E tu?».
Montalbano si nni stetti muto per chiossà di trinta secondi e po’
s’arrisolvì.
«Anch’io» fici.
E ristaro ’n silenzio fino a quanno non s’apprisintò il cammareri per
pigliari l’ordinazioni.
Per secunno Antonia ordinò ’na costoleddra d’agneddro con patati e
Montalbano, naturalmenti, macari.
Nel silenzio che seguitò il commissario s’addimannò il pirchì
s’attrovasse accussì ’mpacciato davanti alla picciotta.
Era forsi il sò contegno accussì picca socievoli a mittirlo a disagio opuro
’sto disagio addipinniva dal fatto che Antonia aviva su di lui l’effetto di una
calamita?

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Sei

L’occhio gli cadì supra alle belle mani di lei: non portava aneddri.
Non seppi mai da quali profunnità gli arrivò la dimanna che le sò labbra
spararo mentri che erano separati da una barrera di silenzio.
«Sei fidanzata?».
Il fastiddio che Antonia provò fu evidenti assà, le si addisignò supra alla
facci.
«Perché?».
Montalbano ricadì nella profunnità dalla quali stavota non gli vinni
parola di risposta.
La barrera di silenzio si tramutò in un sipario di ferro.
Sulo doppo tanticchia arriniscì a diri:
«Scusami, non volevo essere inopportuno...».
E stavota miracolosamenti fu lei a parlare.
«Vivo da sola da più di dieci anni, questo non vuol dire che non mi
attraggano gli uomini, ma non ne ho ancora incontrato uno che mi piaccia
tanto da averlo vicino tutti i giorni. E tu?».
Il commissario non aviva prividuto il rinculo.
«Io vivo da solo, ma... ma... non sono solo».
S’aspittava che Antonia gli addimannasse di spiegarisi meglio, ma la
picciotta si nni ristò muta. E Montalbano si fici pirsuaso che quello era per
lei ’n argomento chiuso.
Però il commissario non voliva mollare l’osso e stava per rapriri
novamenti vucca, quanno vinni sopraffatto da ’na gran vociata che
proviniva dal tavolo a mano manca.
Assittato allato a una fìmmina minuta e mingherlina, un omo grasso e
sudatizzo agitava le dita chine chine di aneddri, mentri che se la pigliava
con un cammareri che gli stava ’mpalato addritta davanti:
«’Nca como? Io vegno apposta da Fela, mi fici chilometri e chilometri
pirchì mi ’nchiero la testa di ’sto ristoranti di minchia, che faciva la pasta
cò quadumi, e ora tu mi veni a contari che l’Europa di ’sta minchia dici che
non la potiti fari cchiù?».
«Sissignori, che voli che ci dico, signori mio. Chiste sunno regole che

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arrivano da fora. Nuautri povirazzi non ci potemo fari nenti...».
L’omo grasso si isò, agguantò la fìmmina mingherlina e se la strascinò
fora santianno.
«Ma che cos’è questo quadumi?» spiò Antonia, mentri che un cammareri
posava davanti a loro i cavateddri con la ricotta.
«Sono le interiora della mucca. In Sicilia le cuciniamo in tanti modi
diversi».
Antonia fici ’na smorfia di schifìo. Accomenzaro a mangiare senza
scangiarisi cchiù parole, po’ Montalbano contravvinenno alla sò regola di
non parlari durante la mangiata, addimannò:
«Cosa avete scoperto nella macchina di Catalanotti?».
«Niente di importante. Non c’erano tracce biologiche rilevanti, di certo
non è stato né ammazzato e né trasportato in quell’automobile».
Cchiù che ascutare le parole di lei Montalbano era ’ngiarmato dai
movimenti che faciva. Ogni sò gesto possidiva ’na grazia, ’na liggirizza, e,
ci ammancava ancora ’n autro aggettivo... ’n’armonia, ecco!
Chista era la parola giusta. ’Na speci di rapporto coordinato non sulo di
lei stissa col propio corpo ma di lei stissa con lo spazio che aviva torno
torno, e non era ’no spazio nico ma era aperto, vasto, senza limiti. ’Nzumma
quella picciotta pariva in armonia con il munno stisso.
Fu allura che gli vinni spontanea ’na dimanna:
«Ma tu Antonia, come passi le serate? Esci? Vai al cinema? Guardi la
televisione?».
«Al cinema raramente, preferisco leggere».
Montalbano ne fu subito ’ncuriosuto.
«Anche a me piace molto leggere. Quali sono i tuoi autori preferiti?».
«Tanti. In questo momento sto leggendo un racconto di un autore siciliano
che mi piace molto, si chiama Giosuè Calaciura, lo conosci?».
Montalbano non accanosciva quello scrittore ma sapiva tutto dell’editore,
’na signura che aviva messo su ’na casa editrici palermitana che faciva i
libri cchiù belli a vidirisi e a leggirisi.
E fu accussì, parlanno di libri, che scoprero d’aviri tante cose ’n comuni.
Forsi troppe assà.
E la prima ad addunarisinni fu Antonia. Che subito si tirò narrè.
«Adesso devo andare. Paghi tu?».
Senza aspittari la risposta, si isò, gli stringì la mano e si nni niscì.
Montalbano non le livò l’occhi da supra fino a quanno non la vitti
scompariri.

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Fu mentri che si nni stava tornanno a Vigàta che, senza sapiri né come né
pirchì, il nomi di Nico Licata assumò nella sò mimoria e squasi
contemporaneamenti s’arricordò indove l’aviva liggiuto.
Abbisognava fari subito un controllo epperciò ’nveci d’addiriggirisi
verso il commissariato, doppo ’na ventina di minuti parcheggiò davanti alla
casa di Catalanotti. Il portoni era ancora chiuso, pigliò le chiavi che aviva
’n sacchetta, attrovò quella giusta, spostò i sigilli, raprì e trasì.
Quanno fu dintra all’appartamento annò sparato nello studdio, s’assittò,
raprì il cascione a mano dritta e pigliò il registro dei prestiti. S’era
arricordato giusto: nella secunna pagina stava scrivuto il nomi di Nico
Licata.
Continuò a taliare attentamenti.
’N conclusioni vinni a scopriri che oltre a Nico non avivano potuto
arrestituiri il dinaro con l’intiressi ’n’autre dù pirsone: Luigi Sciacchitano,
che aviva un debito di trimila euro, e Saveria di Donato, che si nni era fatta
’mpristari ventimila. Raprì il computer ed ebbi novamenti conferma che
tutto quello che Catalanotti c’aviva dintra era stato scrivuto e ordinato nei
registri.
S’appuntò supra a un pizzino i dù nomi e si nni niscì.
Stavota il portoni era aperto, Ammazzalorso si nni stava al posto sò e
s’addimostrò sorpriso alla vista del commissario.
«Dottori, mi scusassi la dimanna, ma nelle pillicule che io vio la polizia
si nni sta ure e ure a taliare i minimi pirtùsa della casa. Com’è che ccà si
nni ghiero tutti in picca minuti?».
«Dalle parti nostre avemo sistemi diversi» dissi il commissario con
sicurizza.
E va’ a sapiri quali, pinsò ’n contemporanea. E comunqui l’onori della
polizia era salvo.

S’arricampò ’n commissariato che erano le cinco e mezza, si fici mannare


subito a Fazio, gli pruì il pizzino con i dù nomi.
«Cerca di sapiri chiossà che puoi supra a ’ste dù pirsone».
«Pirchì? Cu sunno?».
«Dù ai quali Catalanotti aviva ’mpristato dinaro a strozzo e che non
sunno stati ’n condizioni d’arrestituirlo».
«Vossia pensa che Catalanotti possa essiri stato ammazzato da
qualichiduno che non potiva pagari?».
«Fazio mio, pirchì, non succedi? E dato che ci semo ti voglio arrivilari

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che macari Nico s’attrova nella stissa condizioni».
«E cu è Nico?».
«Il picciotto sparato alla gamma, Fazio».
«Mi scusassi dottore, e quindi, secunno vossia, Nico Licata potrebbi
essiri un assassino che doppo, per vinnitta, è stato sparato da un complici di
Catalanotti?».
«Non lo saccio, Fazio. Però vorria parlari con ’sto picciotto. Pensi che
allo spitali a ’st’ura mi fanno trasiri?».
«E pirchì no, dottore. La pallottola di striscio lo pigliò, non è ’na cosa
gravi».
«Amoninni».
«C’è un problema» dissi Fazio quanno foro dintra alla machina verso
Montelusa.
«Sarebbi?».
«Sarebbi che Nico è arricoverato in un cammarone con otto letti, tutti
occupati. Come facemo a parlarici a sulo?».
«Facemo che tu me lo porti in una cammareddra che addimannamo di
darinni ai dottori».
«Vabbeni».

’Na mezzorata appresso Nico Licata era assittato supra a ’na seggia a
rotelli davanti al commissario. La caposala gli aviva dato un locali nico
nico, chino chino di matriali spitalero, con un feto di midicinali che
assintomava. Nico era stato accompagnato da ’na beddra picciotta biunna,
che prima di lassarlo si calò a vasarlo ’n fronti.
«È Margherita, la mè zita» spiegò Nico quanno la picciotta si nni fu
nisciuta.
Montalbano si prisentò e subito appresso spiò:
«Come si sente?».
«Ora sono sotto antidolorifici e quindi meglio».
«Mi può raccontare nei particolari com’è andata?».
«C’è pochissimo da raccontare. Ho già detto tutto al signor Fazio».
«Le chiedo di ripetermelo».
«Stamattina molto presto, potevano essere le sei e mezzo, stavo uscendo
dal portone per recarmi al porto. Mi capita certe volte di scaricare casse di
pesce e così guadagno qualcosa...».
«Mi scusi» lo ’nterrompì il commissario «di mattina esce di casa sempre
a quell’ora?».

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«Sì, quasi sempre».
«Vada avanti».
«Stavo chiudendo il portone con le spalle voltate verso la strada quando
ho avvertito un dolore acutissimo alla gamba. Non sono più riuscito a
reggermi in piedi, sono scivolato in ginocchio appoggiandomi sempre al
portone. Quando mi sono voltato la strada era deserta. Altro veramente non
so dire».
«Chi l’ha soccorsa?».
«Dopo un po’ sono riuscito faticosamente a mettermi in piedi
appoggiandomi al muro e ho citofonato. Margherita è scesa subito con
Filippo e mi hanno portato all’ospedale».
«Scusi, non ho capito bene. Lei vive con Margherita e con Filippo?».
«Sì. I miei genitori si sono trasferiti a Catania e mi hanno lasciato
l’appartamento. Per coprire le spese e per guadagnare qualcosa ho affittato
una stanza al mio amico Filippo, che beato lui lavora!».
«Capisco. Lei ha qualche idea su chi possa essere stato?».
«Nessuna. Nessunissima».
«Ha qualche sospetto? Qualcuno che le vuole male?».
«Certo non fino al punto da spararmi».
E ccà Montalbano addicidì di calari il carrico da unnici.
«Lei conosce un certo Carmelo Catalanotti?».
«Sì. Perché?».
«È stato ammazzato nel suo appartamento».
Nico aggiarniò.
«No... no, non lo sapevo» tartagliò. «E quando?».
«L’abbiamo trovato ieri mattina».
«Mi dispiace. Era una brava persona. Volevo dire che...» si ’nterrompì di
colpo.
«Vada avanti» fici Montalbano ’ncitannolo.
E Nico parlò dicenno ’na cosa che il commissario mai si sarebbi
aspittato.
«Gli dovevo dei soldi. E adesso che devo fare?».
«Ma era un debito di amicizia o era...».
«Non eravamo amici. Mi aveva prestato del denaro a un interesse... non
da strozzino. E quindi non lo definirei un usuraio».
«Comunque è una pratica fuori legge».
«Dottore, mi scuserà, ma di questi tempi è difficile dire cosa sia dentro o
fuori la legge. Tutti i giorni leggiamo che proprio quelli che dovevano far

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rispettare la legge sono a loro volta indagati...».
E ccà Montalbano tagliò duro:
«Mi dispiace ma io non ho dubbi. So che cos’è fuori o dentro la legge.
L’usura è illegale».
Il picciotto non replicò. Quell’ammissioni del debito potiva essiri ’na
mossa tanto astutissima quanto ingenua. Epperciò addicidì di continuari
l’interrogatorio, ma non ne ebbi il tempo, pirchì la porta si raprì e comparsi
Margherita secutata da ’n infirmeri, il quali dissi:
«Devo riportare il paziente in corsia».
E in un vidiri e svidiri Nico vinni portato fora.
Margherita stava per annarici appresso quanno Montalbano la firmò.
«Potrebbe restare un momento?».
«Certo» fici la picciotta.
Si sintì la voci di Nico che era già nel corridoio.
«Ma veni presto, Margherì».
«Si accomodi» fici il commissario.
Margherita s’assittò supra a ’na seggia.
«Lei come si chiama?».
«Margherita Lo Bello».
«È di qui?».
«Sono nata a Messina ma la mia famiglia si è trasferita a Vigàta quando
avevo tre anni».
«Conosce Nico da molto?».
La picciotta lo taliò.
«Scusi, perché mi fa questa domanda?».
«Semplice, non ho avuto il tempo di chiederlo a Nico e perciò mi rivolgo
a lei. Da quanto tempo siete fidanzati?».
«Da due anni» arrispunnì la biunna.
«E da quando vivete assieme?».
«Da tre giorni».
«E come mai solo da tre giorni?».
La picciotta fici un sorriseddro amaro.
«Ho avuto una brutta lite con papà. Mi ha praticamente cacciata di casa».
«Posso sapere il motivo di questo litigio?».
«Preferirei non dirglielo».
«Lei ha un lavoro?».
«Sono laureata in Matematica. Mi arrangio con le ripetizioni. Spero di
trovare presto un’occupazione stabile. Con Nico stiamo facendo tutto il

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possibile per inventarci un modo per campare meglio...».
«Avete intenzione di sposarvi?» addimannò Montalbano.
«Non sono ottimista, commissario. Come facciamo, io con le ripetizioni e
Nico scaricando cassette al porto, a garantire qualcosa a noi stessi e magari
a dei figli...».
«Mi scusi, ma la convivenza non è praticamente un matrimonio?».
«Commissario, io sono stata costretta ad andare a vivere con Nico. Fosse
stato per me avrei aspettato di potermi sposare».
A Montalbano ’sta picciotta d’autri tempi gli fici simpatia assà.
«Mi racconti della sparatoria».
«Volevo salutarlo dal balcone, ma mentre stavo per affacciarmi il
citofono suonò. Era Nico che chiedeva aiuto. Ho urlato, Filippo si è
svegliato, e sono scesa».
La picciotta si ’nterrompì. Taliò al commissario.
«Lei sa chi è Filippo?».
«Sì».
«Quando Filippo è arrivato al portone gli ho chiesto di andare a prendere
le chiavi della sua macchina e l’abbiamo trasportato subito all’ospedale».
«Quindi neanche lei ha sentito lo sparo?».
«No».
«E non ha visto nessuno?».
«Nessuno».
«Ha idea di chi possa essere stato?».
Margherita ebbi ’na liggerissima esitazioni che non sfuggì ai dù.
«No. Nessuna».
«Basta così, la ringrazio» fici Montalbano.

Mentri che percorrivano i corridoi dello spitali, il commissario dissi a


Fazio:
«Ti è chiaro che macari Margherita nni contò la mezza missa?».
«Sissi» fici Fazio.
«Allura voglio sapiri tutto di ’sta famiglia Lo Bello e cerca di scopriri i
motivi della sciarriatina tra patre e figlia. Io ora mi nni vaio a Marinella».
Non è che avissi tanto pititto, continuava a sintirisi tutto quel feto
spitalero ’mpiccicato supra alla peddri. Epperciò la prima cosa che fici fu
di annarisi a fari ’na doccia. Alla fine della quali il pititto assumò
’mpirioso.
Currì a rapriri il frigorifiro e, ammucciata sutta alla carta argintata,

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attrovò ’na sciaurosissima ’nsalata di pisci: gammareddri, sicci, purpiteddri
e acci. Adelina si era arrinnuta al pizzino di Livia e aviva livato di mezzo il
pani. Accussì Montalbano fu costretto a vivirisi il conzo ristato nel piatto
con un cucchiaro.
Finuto che ebbi, taliò il ralogio. Erano le novi passate.
Gli vinni di fari ’na pinsata: capace che quella sira la Trinacriarte
avrebbi organizzato ’na commemorazioni per il poviro Catalanotti. E pirchì
allora non farici un sàvuto?
Appena che trasì ’n machina tutta la stanchizza e il sonno attrassato gli
cadero di supra squasi sippillennolo. Ebbi la gana ’mmidiata di tornarisinni
dintra e corcarisi ma il senso del doviri ebbi la meglio.
Misi ’n moto e partì.
Sulo doppo deci minuti che marciava s’addunò che non aviva la minima
idea di indove s’attrovava via Lombardo. Era completamenti ’ntordonuto
dallo stranottamento.
Po’ vitti un cartello che annunziava la prossima apertura di un nuovo
centro commerciali propio in via Lombardo. Sutta c’era ’na freccia che
’ndicava di annari dritto. La seguì. A cento metri di distanzia ’n’autra
freccia diciva di girari a mano dritta. Girò. E accussì di freccia ’n freccia
s’attrovò fora paìsi, sulla strata per Montiriali. E ccà finalmenti vitti scritto,
a mano manca, via Lombardo. Dell’annunziato centro commerciali esistiva
sulamenti ’na speci di schilitro di cimento. Si tanto dava tanto, la prossima
apertura sarebbi stata almeno almeno doppo dù o tri anni.
Al nummaro quinnici corrisponniva ’n autro capannoni con la porta
blindata. Firmò. Scinnì.
Alla luci dei fari, pirchì torno torno era scuro fitto, s’addunò che allato
alla porta c’erano un campanello e ’na targa che diciva: «Trinacriarte».
Sonò. Non ebbi nisciuna risposta.
Aspittò avanti di fari ’na secunna sonata, il capannoni era granni e capace
che ci voliva tempo prima di raggiungiri la porta.
Doppo dù o tri minuti ritintò novamenti. E novamenti non ebbi risposta.
Allura si fici pirsuaso che forsi dintra al capannoni non c’era nisciuno
pirchì quella sira avivano macari sospinnuto le prove ’n signo di lutto.
Si rimisi ’n machina e aviva appena chiuiuto lo sportello che vitti
rapririsi la porta del capannoni. Scinnì novamenti dalla machina e vinni
subito assugliato dall’omo che s’attrovò davanti:
«Lei chi è? Che vuole?».
«Il commissario Montalbano sono».

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«Mi scusi. Prego, si accomodi» fici l’omo tirannosi da parte.
Trasero. Montalbano s’attrovò in una speci d’anticàmmara ottinuta con
dei vecchi séparé probabilmenti finti cinisi.
L’omo, un sissantino tirato a lucito dalla testa senza un capillo fino alla
punta delle scarpi, gli pruì la mano.
«Sono l’avvocato Antonio Scimè, del direttorio della Trinacriarte. Posso
esserle utile in qualcosa?».
«Non vorrei disturbare le prove...» fici Montalbano tanticchia
’mpacciato.
«No, si figuri. Oggi non lavoriamo, stiamo organizzando le celebrazioni
per il nostro amico Carmelo».
«Il funerale?...» spiò Montalbano.
«No, non ci sarà. Carmelo ha sempre espresso la sua volontà di non
avere funerali religiosi. Se vuole accomodarsi...».
«Volentieri» fici il commissario e mentri che lo secutava pinsò che
doviva tilefonare a Pasquano per aviri i risultati dell’autopsia.
All’interno del capannoni era stata arrangiata ’na platea con una
cinquantina di posti indove vitti assittate ’na decina di pirsone. Sulla
sopraelevazioni che faciva da palcoscenico c’erano assistimati darrè a un
longo tavolo dù fìmmine e tri òmini, uno dei quali era l’ingigneri Lo Savio.
Appena che arraccanobbi al commissario, l’ingigneri s’appricipitò a
stringirigli la mano e po’ l’invitò ad acchianari macari lui supra al
palcoscenico e assittarisi indove voliva. Le dù fìmmine gli vinniro
prisintate come la signura Elena Saponaro, membro del direttorio, e l’autra
come Giovanna Zicari, prima attrici; mentri l’autri dù mascoli arresultaro
essiri Filiberto Vullo, primo attori, e Calogero Gianturco, amministratori
della compagnia.
Naturalmenti appena che Montalbano si fu assittato, all’ultimo posto ’n
fila con l’autri, calò silenzio pirchì nisciuno sapiva da indove accomenzari.
Doppo tanticchia Lo Savio si susì e pigliò la parola.
«Siamo qui riuniti per stabilire in che modo possiamo degnamente
rendere omaggio al nostro grande amico tragicamente scomparso».
La prima attrici lo ’nterrompì susennosi macari iddra.
«Penso che nessuna parola, nessun canto, nessun inno al mondo possa
essere all’altezza dei meriti di quell’amico, grandissimo regista e immenso
uomo di cui qui vorrei elencare...».
A ’sto punto ’na voci fimminina dal pubblico fici:
«Finiamola con questa buffonata!».

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A parlare era stata ’na picciotta assittata in platea e che ora si era susuta
addritta. Montalbano l’arraccanobbi subito. Era la Maria della foto della
carpetta di Catalanotti.
«Perché buffonata?» spiò polemico Scimè.
«Perché» continuò la picciotta sempri cchiù agitata «voi non avete mai
apprezzato Carmelo per quello che valeva, l’avete sempre considerato
troppo strano...».
«Vero è!» fici sempri dalla platea un omo longo longo allampanato.
«Ora basta! Noi gli abbiamo dato tutte le possibilità che voleva ma niente
lo soddisfaceva» tagliò Scimè.
La picciotta ripigliò a parlari:
«La migliore commemorazione che potete fare voi è il silenzio»; po’ votò
le spalli e si nni niscì dalla sala.
Nella mutangheria che secutò la nisciuta di Maria si sintì sulo la voci di
Montalbano:
«Scusate, ma chi è?».
Fu sempri Scimè ad arrispunniri:
«Maria del Castello. Una che sperava di lavorare con Carmelo. Forse
l’avrebbe presa nella commedia che stava preparando».
Montalbano ripigliò:
«Perdonatemi l’interruzione, non vorrei farvi perdere tempo, ma sono
venuto solo per avere da voi il nome, l’indirizzo e possibilmente il numero
di telefono di tutti coloro che fanno parte della vostra compagnia».
La prima attrici, chiaramenti ’nfastiduta da tutte quelle ’ntirruzioni,
s’assittò di tri quarti supra alla seggia votanno le spalli al pubblico e
l’istisso fici l’ingigneri. Fu l’avvocato Scimè a diri:
«Se è per questo, non ci sono problemi. Posso portarle io stesso tutti i
nominativi domani mattina in commissariato».
«Va bene» fici Montalbano. «La ringrazio. Scusate ancora il disturbo, vi
lascio al vostro lavoro».
Stringì la mano a tutti e accompagnato dall’ingigneri Lo Savio niscì fora
dal capannoni.
Si misi ’n machina. Partì e alla luci dei fari arraccanobbi a Maria.
La picciotta caminava a passo ràpito e tutta chiuiuta in se stissa con le
spalli squasi curve. Montalbano l’affiancò, si firmò.

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Sette

«Posso darle un passaggio?».


«No» fici lei senza votarisi.
«Il commissario Montalbano sono».
Allura la picciotta lo taliò.
«Sì» dissi. «Grazie».
Montalbano le raprì lo sportello, quella acchianò.
«Mi dica dove posso portarla».
La picciotta gli detti l’indirizzo. Era ’na strata che il commissario
accanosciva.
«Lei ha lavorato con Catalanotti?».
«Speravo di sì ma...».
«Continui, la cosa mi interessa».
«Carmelo mi ha sottoposto, come sempre faceva, alle prove più dure. Ho
resistito perché quella parte mi piaceva molto, la volevo mia, ma alla fine
lui concluse che sarei stata incapace di affrontarla e così è finita. Questo
però non mi impedisce di riconoscerne la genialità. Nessuno della
compagnia era al suo livello. Sono solo dilettanti».
«Lei come reagì alla sua esclusione?».
«Certo non posso dirle di esserne stata felice, ma me ne sono fatta una
ragione. Ecco, siamo arrivati» dissi Maria, niscenno dalla macchina e
taglianno di netto la conversazioni. «Grazie e buonanotte».
«Senta, posso chiederle il cellulare per qualsiasi evenienza?».
La picciotta glielo detti, Montalbano se lo signò e si salutaro.
Aviva scrivuto bono Catalanotti, pinsò il commissario rimittenno ’n moto,
Maria aviva un caratteri ’mprevidibili e fu a ’sto punto che la botta di sonno
che lo pigliò l’obbligò a parcheggiari. Un attimo appresso durmiva con la
testa appuiata alle mano a loro vota tinute supra al volanti.

Era l’ura che, con la prima luci violetta splapita, il celo saluta alla
terra, quanno il munnizzaro Totò Panzeca, scupanno scupanno, s’attrovò
nei paraggi di ’na machina ferma propio alla fini della scalunata della
chiesa matre, indove che era vietatissimo parcheggiari.

72
Gli vinni di taliare dintra e vitti che i dù posti di davanti erano
occupati da ’n omo ’ncasciato tra le dù portere ’n posizioni fetali. La
facci non si vidiva pirchì il vrazzo mancino era ripiegato supra alla testa.
Totò tuppiò al finistrino per arrisbigliari l’omo corcato.
Non ebbi nisciuna risposta. L’omo non si cataminò. Totò ci arriprovò
senza ottiniri risultato. Allura, tanticchia ’mpressionato, acchiamò a voci
àvuta il collega Ninì Panaro che travagliava a ’na decina di passi di
distanzia.
«Talìa ccà dintra» dissi Totò appena che Ninì gli arrivò allato.
«Embè? È uno addrummisciuto».
«E tu prova ad arrisbigliarlo!» lo sfidò Totò.
«Certo che ci provo» fici quello. E con la scupa che si era portata
appresso detti ’na gran botta supra al tetto della machina.
L’omo non si cataminò.
«Vuoi vidiri che è morto!» dissi Ninì, tintanno con le dù mano di
forzare la portera.
E fu a ’sto punto che Totò, alluntanannosi di cursa, vociò:
«Attento!».
«Che ti piglia?».
«Capace che è un terrorista con tanto d’atobumma!».
Fu come usari parole mammalucchigne. In un vidiri e svidiri i dù
s’attrovaro palliti e trimolianti uno nelle vrazza dell’autro.
«Che facemo?» spiò Totò.
«Chiamamo i carrabbineri».

Deci minuti appresso arrivò currenno il marisciallo Bonnici secutato


da un appuntato. Totò e Ninì ’nformaro subito il marisciallo della
facenna.
Bonnici s’avvicinò a lento, quateloso, verso la machina tinenno la testa
’ncasciata dintra alle spalli come se da un momento all’autro s’aspittassi
’na pistolettata. A dù passi dalla machina si firmò e si sporgì tutto in
avanti a taliare. Macari lui si fici pirsuaso che l’omo era morto.
Tornò narrè. Raggiungì i tri e dissi:
«È chiaro che si tratta di un tranello. Quel morto è stato messo lì per
attirare l’attenzione, appena qualcuno prova ad aprire lo sportello, la
macchina salta in aria. Voi restate qui e tenete la gente alla larga. Io
chiamo subito Montelusa per far venire gli artificieri».
Mentri che il marisciallo si alluntanava di cursa, patre Stanzillà raprì

73
il portoni della chiesa per la missa delle sei e po’ scinnì ’na poco di
graduna per pigliari tanticchia d’aria.
«Via da lì! Via da lì! Via da lì!» fici l’appuntato a gran voci, seguito dal
coro dei munnizzari:
«Si nni ghissi! Si nni ghissi! Si nni ghissi!».
Patre Stanzillà li taliò ’mparpagliato.
«E pirchì?».
«Pirchì dintra a ’sta machina ci sta ’na bumma».
A malgrado dell’avvertimenti, patre Stanzillà scinnì autri dù graduna e
arrivato all’altizza della machina dissi:
«Ma c’è puro un cristiano!».
«Morto è! Morto è!» fici il coro a gran voci.
Allura patre Stanzillà si ’mpressionò, votò le spalli, riacchianò di cursa
i graduna, trasì dintra alla chiesa e con un gran botto chiuì il portoni.
Manco a farlo apposta in quel priciso momento arrivò un camioncino
carrico di pisci che si firmò a poca distanzia dalla machina mentri che
dall’altoparlanti viniva ’na voci che arrisbigliava il paìsi ’ntero:
«Taliate come abballano i mè pisci! Frischi e vivi sunno! Taliate come
abballano!».
L’appuntato s’appricipitò verso il camioncino.
«Via da lì! Via da lì!».
«Io in regola sugno» fici il pisciarolo ammostranno un foglio.
«Via da lì! Via da lì. Nella macchina c’è una bomba!» vociò
l’appuntato.
Il camioncino savutò in avanti, parsi propio ’na partenza
all’Indianapolis, nello stisso momento dall’altoparlanti, che il pisciarolo
non aviva astutato, rimbombò ’na potenti biastemia.
Fu allura che la portera della machina si raprì e vinni fora l’omo che
tutti accridivano morto.
Mentri che i dù munnizzari si nni scappavano scantati, l’appuntato non
ebbi un minuto d’esitazioni. Scocciò il revorbaro e ’ntimò:
«Mani in alto!».

Montalbano, che ancora era tra veglia e sonno, ebbi la ’mpressioni di


continuari a sognari e ’stintivamenti isò le vrazza pinsanno:
«Tanto tra picca m’arrisbiglio...».
L’appuntato gli s’avvicinò sempri tinennolo sutta punteria e con
grannissima sorprisa l’arraccanoscì:

74
«Ma lei non è il commissario Montalbano?».
Quello non fici a tempo a diri «sì» che si sintì la vociata di ’n omo che
arrivava di cursa.
«Matre Santa! Matre Santissima! Chi fu? Chi fu? Pirchì l’Arma punta
l’arma supra al commissario mè?».
Era Catarella che si parava con il sò corpo davanti a Montalbano,
offrenno il petto all’appuntato. Per il sì e per il no, quello continuava a
tiniri il revorbaro puntato. Tutti erano ’mmobilizzati. Pariva un fermo
immagini d’una pillicula di Tarantino. A ’sto punto arrivò di gran cursa
Bonnici.
«L’artificiere è partito e sta per...» e si bloccò di colpo talianno a vucca
aperta a Montalbano.

Quanno finalmenti arrivò a Marinella, scinnenno dalla machina accapì


che la nuttata passata in quella posizioni scommoda gli aviva fatto
addivintari le gamme rigite come a dù pali di ligno. Accomenzò a santiari
già mentri che rapriva la porta di casa. Maledette vicchiaglie!
Arrivò, come Dio vosi, in càmmara di mangiari. S’appuiò con le dù mano
al tavolino e principiò ’na speci di esercizio ginnastico allunganno narrè
prima la gamma dritta e po’ la mancina, come a un mulo che si metti a tirari
càvuci.
Doppo ’na decina di minuti di ’st’esercizio, sintì che le gamme non erano
cchiù dù pali. Si spogliò nudo e annò a mittirisi sutta alla doccia.
Po’, mentri che se la stava spassanno, niscì vagnato com’era, annò ’n
cucina, si priparò la cicaronata di cafè e tornò novamenti sutta alla doccia.
’Nzumma ci vosi chiossà di ’n’orata pirchì il sò corpo ripigliassi tutte le
funzioni. Ma a ’sto punto avvinni ’n autro finomeno, certamenti dovuto
all’età: gli calò novamenti sonno.
Agguantò il tilefono, chiamò a Catarella.
«Aio chiffari a Marinella. Avverti tutti che vegno ’n commissariato verso
le unnici».
E si annò a corcare.

Propio mentri che stava parcheggianno vitti nesciri dal commissariato


all’avvocato Scimè. Scinnì dalla machina, lo chiamò.
«Buongiorno avvocato, mi scusi se ho tardato ma...».
«Ho saputo, ho saputo» fici l’avvocato.
«Scusi, cosa ha saputo?» spiò Montalbano ’mparpagliato

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«La storia che le è capitata stamattina. È stato, a quanto pare, scambiato
per un terrorista. Tutto il paese ne ride».
Montalbano si ’ncazzò e cangiò discurso.
«Mi ha portato i documenti?».
«Sì. Purtroppo devo correre in tribunale a Montelusa. Li ho lasciati al
piantone, sulla copertina c’è l’intestazione Trinacriarte. Resto comunque a
sua disposizione per tutti i chiarimenti di cui potrebbe avere bisogno».
Si stringero la mano e Montalbano trasì. Per essiri subito firmato da
Catarella.
«Ah dottori dottori! S’arripigliò? Bono si senti ora? Maria che scanto che
mi pigliai stamatina! Maria che scanto!».
Montalbano non aviva nisciuna gana d’ascutari i lamintii di Catarella
epperciò tagliò curto:
«Dammi i documenti che ti ha lassato l’avvocato Scimè».
Catarella si calò e gli pruì ’na carpetta.
Montalbano la pigliò e principiò a caminare verso il sò ufficio. S’attrovò
a mità strata all’agenti Cumella che lo taliò e si misi a ridiri. L’occhiata
furminanti che gli lanciò il commissario lo fici addivintari serio di colpo.
Appena che trasì nel sò ufficio, Montalbano chiuì la porta a chiavi, ghittò
la carpetta supra alla scrivania e si misi a passiare santianno. Doviva
sfogarisi di tutto il nirbùso che l’aviva assugliato. Ma possibili che in
questo mallitto paìsi non cadiva un capillo dalla testa di un omo senza che
tutti lo vinissiro a sapiri?
Raprì la finestra, s’addrumò ’na sicaretta, se la fumò, richiuì, s’assittò,
pigliò la carpetta.
L’avvocato Scimè aviva fatto un travaglio bono.
A prima vista arresultava che i componenti della Trinacriarte si
dividivano in tri categorie: soci, iscritti e collaboratori. Il primo nomi nella
categoria soci era quello del poviro Catalanotti allato al quali Scimè s’era
prioccupato di mittiri ’na piccola croci. Appresso vinivano i nomi di Scimè
stisso e della dirigenti di banca, Elena Saponaro, che ’nzemmula a
Catalanotti facivano parti del direttorio, a seguiri quello della prima attrici,
del primo attori e dell’amministratori. Nell’autro elenco cchiù sustanziuso
comparivano i nomi degli iscritti: sei mascoli attori, compreso l’ingigneri
Lo Savio, e sei fìmmine attrici.
’Nfini, nell’ultima categoria, ci stavano i collaboratori: sarta, suggeritori,
datori luci, elettricista, scenografo, costumista, capo macchinista... tutto
personali tecnico per un totali di setti pirsone.

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Nel foglio successivo Scimè aviva spicificato la differenzia che corriva
tra le tri categorie. I soci erano ’na speci di produttori, circavano i
finanziatori, sostinivano la spisa di ogni messinscena e pircipivano gli
eventuali ricavi. Gli iscritti travagliavano a gratis e avivano diritto a una
diaria in caso di tournée. Mentri i tecnici venivano pagati secunno il
minimo sinnacali.
Scimè ci tiniva a specificari ancora che era il direttorio a stabiliri quali
opire sarebbiro state mittute ’n scena, quali attori ci avrebbiro participato e
a chi assegnari di vota ’n vota la scenografia e i costumi.
Di ogni nomi prisenti nelle tri categorie il diligentissimo avvocato aviva
scrivuto ’ndirizzo e nummaro di tilefono.
Montalbano aviva accomenzato a leggiri daccapo i fogli per vidiri gli
indirizzi quanno sintì tuppiare alla porta.
«Avanti» dissi.
La porta vinni ammuttata ma non si raprì.
S’arricordò allura che l’aviva chiuiuta a chiavi.
Si susì, annò a rapriri e s’attrovò davanti a Fazio.
Il commissario gli fu subito grato pirchì non aviva la facci sorridenti.
S’assittaro come al solito. Fazio trasì subito in argomento.
«Dottore, ho saputo qualichicosa che arriguarda la famiglia Lo Bello».
«Parla».
«Pari che la sciarriatina ’n seguito alla quali la picciotta nni dissi che
aviva dovuto lassari la sò casa fu ’na cosa seria assà. ’Na vicina mi contò
che addirittura sò patre la ghittò fora di casa, ’n mezzo alla strata, e chiuì il
portoni. Mentri che la picciotta chiangiva dispirata, il patre tirava fora dal
finestroni vistita, mutanne, reggipetti, scarpi, e po’ appresso ci ghittò macari
’na grossa baligia vacanti e le dissi: “Non ti fare cchiù vidiri dagli occhi
mè!”. La signura Nunziata, la vicina di casa, mi contò che a ’sto punto iddra
niscì e annò a conortare alla povira picciotta. Se la portò dintra, raccoglì
tutto quello che sò patre aviva ghittato, e la fici rassirenari tanticchia. Po’ la
picciotta tilefonò al sò zito che arrivò di cursa doppo ’na decina di minuti, e
appresso si pigliaro la baligia e si nni ghiero».
«’Na bella scena d’autri tempi» commentò Montalbano.
«E c’è di peggio» fici Fazio «pari che ’n famiglia il signor Tano Lo Bello
usi spisso e volanteri modi violenti. Sempri la signura Nunziata mi contò
che addirittura dù misi fa dovittiro ’ntirviniri pirchì Lo Bello aviva pigliato
a lignate a sò mogliere. Pari, ma non saccio quanto sia vero, che per il sò
comportamento fu convocato dai carrabbineri».

77
«Ma di che cosa rimprovera la figlia in particolare? L’hai saputo?».
«Le rimprovera il longo zitaggio con un picciotto che, secunno lui, non
avi gana di fari nenti».
«Ma se quel povirazzo si metti persino a scarricare cassetti di pisci...»
obiettò Montalbano.
«Sì certo, ma il signor Lo Bello non è dello stisso pariri».
«Ma che fa di professioni ’st’omo?».
«Teoricamenti sarebbi ’n impiegato al municipio».
«Pirchì teoricamenti?».
«Pirchì pari che appartenga a quella categoria di ’mpiegati che vanno a
travagliari a turno e che timbrano macari a turno, ’na vota uno per l’autri,
’na vota l’autro per l’uni».
«E lui che fa per il resto del tempo?».
«Si nni va a la sala jochi a farisi le partitine di videopoker».
«Margherita è figlia unica?».
«Nonsi. Avi un frati cchiù granni di lei, Gaspare, il quali è maritato, avi
un picciliddro di un anno e stanno tutti ’n casa di Lo Bello».
«Travaglia?».
«Purtroppo l’hanno appena allicinziato».
«Vabbeni» concludì il commissario. «Fammi il santissimo piaciri di
tinirimi d’occhio a ’sto Lo Bello».
«Sarà fatto» dissi Fazio.
«E dell’autre dù pirsone che mi conti?».
«Nenti dottore, ancora non aio avuto tempo d’accomenzari a fari
dimanne».
«Me lo fai ’n autro piaciri?».
«A disposizione, dottore».
«Susiti, nesci fora dalla càmmara, chiui la porta, aspetta qualichi
secunno, raprila arrè, trasi e chiuitilla novamenti alle spalli».
«E pirchì ’sto trafico?».
«Po’ te lo spiego».
Fazio si susì e fici esattamenti quello che gli aviva spiato Montalbano.
«Fermati ccà!» gli ’ntimò il commissario appena che quello fu dintra.
«Dimmi esattamenti in quali parti della gamma è stato firuto Nico».
«Al polpaccio mancino».
«Hanno stabilito da che direzione viniva il colpo?».
«Sissi dottore, frontali».
«Benissimo, veni ad assittariti. Arrifletti attentamenti prima

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d’arrispunnirimi: dimmi che cosa i tò occhi hanno viduto raprenno la
porta».
Fazio ci pinsò supra un momento:
«A vossia darrè alla scrivania fino all’altizza del quadro del Presidenti
della Repubblica».
«Cerca di fare ’n autro piccolo sforzo: mi hai taliato volontariamenti al
momento di trasire?».
«Nonsi dottore».
«Te la senti di fare ’na passiata con mia?».
«Certo».
«Allura pigliamo la tò machina» fici il commissario.
«Unni ghiemo?».
«Indove abitano Nico e la sò zita».

La via Pignatelli era longa e stritta, non c’era praticamente posto per
parcheggiari, accussì Fazio la dovitti percorriri squasi tutta prima di
potirisi firmare. Scinnero e tornaro narrè a pedi.
Al nummaro cinquantasetti ci stava un portoncino chiuiuto.
«Nico abita ccà. Al primo piano» fici Fazio.
Era ’na casuzza a dù piani.
«Lo sai chi ci sta al secunno?».
«Sfitto è, dottore».
’Nfatti sulo allura il commissario s’addunò che ci stava un cartello che
diciva: «Vendesi». Propio d’infacci al portoni ci stava un negozio di
merceria, sulla saracinesca abbasciata c’era ’na scritta che diciva:
«Affittasi». A mano manca ’n autro negozio con la ’nzigna macelleria,
macari ccà ci stava scrivuto: «Affittasi». A mano dritta c’era ’n autro
portoncino ’nsirrato.
Il fabbricato di fronti continuava ancora con dù finestri con l’infirriati a
manca e dù pricise ’ntifiche a dritta.
«Allura» dissi Montalbano. «Veni con mia».
Fici qualichi passo e si firmò con le spalli appuiate al portoni del
nummaro cinquantasetti. Fazio s’assistimò allato a lui.
«Fa conto che stai niscenno dal portoni. Che vidi?».
«La saracinesca della merceria» arrispunnì Fazio.
«E con la cuda dell’occhio?».
«Arrivo fino alle finestre».
«Ora vota leggermenti la taliata a manca. Che vidi?».

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«Il principio del palazzo che ci è attaccato».
«Ora talìa a dritta».
«Lo stisso, l’autro palazzo».
«Conseguenza?».
«Conseguenza» fici Fazio «Nico deve per forza aviri viduto chi gli stava
sparanno. E quanno l’ha arraccanosciuto si è votato, non per chiuiri il
portoni, ma nel tintativo di tornarisinni dintra. Ci ’nzertai?».
«Ci ’nzertasti» arrispunnì il commissario. «E chista è quella parte della
missa che Nico non ci ha voluto contare».
«E allura come nni cataminamo?».
«Te lo dico cchiù tardo. Ora accompagnami da Enzo».

Nella trattoria ci stavano picca pirsone, perciò fu squasi ’mmidiatamenti


che s’apprisintò Enzo.
«Li voli tanticchia d’antipasti di mari? Sunno frischissimi».
«E facemo ’sto sacrificio» arrispunnì il commissario.
Enzo stava per ghirisinni quanno si firmò e si calò verso Montalbano
appuiannosi con le mano supra al tavolino.
Po’ spiò a voci vascia:
«Me lo può diri a che punto siti per l’ammazzatina di Catalanotti?».
Montalbano strammò.
«Pirchì, l’accanoscivatu?».
«Sissi dottore, era un clienti».
«Davero?».
«Sissi, viniva da un tri misi a ’sta parte. Sempre di sira».
«Vuoi vidiri che ci ’nzerto se ti dico in quali sirate viniva?».
«Me lo dicissi».
«Martidì, jovidì e sabato».
«Ci ’nzertò» fici Enzo. «Ma vossia lo sapiva già?».
«No. Dimmi ’n’autra cosa: viniva sulo?».
«Nonsi dottore, era sempre accompagnato dalla stissa fìmmina: ’na
quarantina, tutta ’mpupata, biunna e sempre in punta di furchetta. Dottore,
’na grannissima camurria, ’na finomenali scassacabasisi. Non c’era mai un
piatto che le annasse bono: ’na vota era assà cotto, ’na vota era assà
crudo...».
«E con Catalanotti come si comportava?».
«M’arricordo che ’na sira chiamaro al nummaro del ristoranti per parlari
con il dottori. Quanno quello tornò al tavolo, la fìmmina gli s’abbattì

80
davanti per porco e armò un catunio. “Come fanno a sapere che sei qui? A
chi l’hai detto che andiamo a cena in questo ristorante?”».
«E lui?».
«E iddru mischino, cunfuso, che circava di diri che la cosa non aviva
’mportanzia. Ma non ci fu verso, a un certo momento la fìmmina,
continuanno a fare voci, si susì e si nni niscì fora lassannolo in tridici. Il
poviro Catalanotti prima di riassittarisi si sintì ’n doviri di scusarisi con
l’autre pirsone del ristoranti per il grannissimo burdello che quella aviva
fatto».
«E da allura sunno tornati a mangiare ccà?».
«’Nca certo! Dù jorni doppo si nni stavano tranquilli tranquilli al loro
tavolo».
«Ma tu lo sai come s’acchiama ’sta biunna?».
«Nonsi dottore, mi dispiace, non la pozzo aiutari. Non aio macari mai
viduto a qualichiduno che la salutava ccà dintra».
«Hai avuto modo di notari se vinivano con dù machine diverse o con una
sula?».
«Crio che vinivano con una sula».
«Pirchì? Come fai a sapirlo?».
«Pirchì quella sira del mutuperio, Catalanotti m’addimannò di
chiamarigli un taxi per tornari a la casa».
Quanno Enzo s’allontanò, Montalbano pinsò che la trattoria distava assà
dalla bitazioni di Catalanotti che era allocata addirittura nella parti opposta
del paìsi. E lontana macari dal capannoni indove facivano le prove.
Quindi doviva trattarisi di ’na relazioni segreta, tant’è vero che né il
portinaro né la cammarera gli avivano saputo diri indove annava le sire dei
jorni pari.

La mangiata fu soddisfacenti e sustanziusa; la passiata verso la punta del


molo fu perciò lenta e meditativa.
S’assittò supra allo scoglio chiatto, e il solito grancio appena che lo vitti
arrivare s’ammucciò sutta al pilo dell’acqua. Si vidi che non aviva gana di
fari conversazioni.
Il cunto di Enzo aggiungiva ’na nova complicazioni al quatro ginirali; ora
c’era macari di mezzo ’na fìmmina mistiriusa.
E allura, secunno la tradizioni, forsi abbisognava accomenzari
dall’imperativo categorico: cherchez la femme.

81
Otto

Si era allura allura assittato che trasì, con la facci ’nfuscata, Mimì
Augello e senza diri ’na parola s’assistimò supra alla seggia davanti alla
scrivania.
«Beati l’occhi che ti vidino!» fici il commissario.
Mimì scattò arraggiato.
«Io è da ieri che sugno ’mpignato nelle ’ndagini».
«Quali?» fici ironico Montalbano.
«Quelle del morto nostro».
«Tò, Mimì, il morto è tutto tò».
«Vabbeni, vabbeni. Io non ci pozzo cchiù sonno. Non mi capacito indove
l’hanno ammucciato. Com’è che ancora non veni fora?».
«E che hai fatto?».
«Talè. Sugno annato perfino nel porto ad addimannari a quelli dei
motopiscariggi se avivano viduto un morto ’n mari con le scarpi, i pantaluna
e la giacchetta. M’arrispunnero che tutti i morti che attrovano ’n mari,
vistuti boni o malo, l’arriportano a ripa. Po’ vinni la segnalazioni che a Fela
avivano arritrovato a un morto ammazzato. Allura pigliai la machina e ci
annai. Non era lui».
«Fermati ccà» fici Montalbano; «come fai a dire che non era lui se l’hai
sulo sfiorato?».
«E mi è bastato. Le scarpi del morto nost... mè, erano aliganti. Chiste che
aviva il morto di Fela, erano scarpazzi di viddrano, i pantaluna erano di
villutazzo mentri che quelli erano di stoffa... non t’abbasta?».
«Senti Mimì, non t’addannare accussì. Non perdiri il sonno. Sta’ sicuro
che prima o po’ ’sto morto tò assuma. Voglio chiuttosto addimannariti di
darimi ’na mano per l’autra ’ndagini».
«A disposizione».
«Accomenzamo col dire che ’sto Catalanotti era ’n usuraro medio».
«Che significa medio?» lo ’nterrompì Augello.
«Che ’mpristava dinaro con un intiressi non tanto elevato. Era macari
propietario di magazzini e appartamenti, faciva l’attori e il regista teatrali
in una compagnia della quali era parti del direttorio, e si dilittava macari a

82
fare lo psicologo».
«E che vuoi da mia?».
«Nei jorni pari della simana aviva la bitudini di annare a mangiare la sira
da Enzo accompagnato da ’na quarantina, biunna, tutta alliffata e di caratteri
grevio».
«Embè?» arripitì Augello.
«Pinsavo che tu sei la pirsona cchiù ’ndicata per arrinesciri a sapiri chi è
’sta fìmmina».
La facci di Mimì si schiarì di colpo. Fici un sorriseddro.
«Beh, ci pozzo provari» dissi.
E po’, doppo un momento:
«Se era attori e regista la prima cosa da fari è circari tra le attrici della
compagnia».
«L’elenco ce l’aio» dissi Montalbano piglianno la carpetta di Scimè e
pruiennogliela.
Mimì la pigliò, la raprì e po’ si fici dari un foglio di carta supra al quali
ricopiò i nomi e li ’ndirizzi delle otto fìmmine attrici.
Quanno ebbi finuto si susì.
«Ti farò avere presto notizie» dissi.
Pari che si fussiro appattati per darisi il cambio: Mimì ammuttava la
porta per nesciri e Fazio la tinni rapruta per trasiri.
«Novità?».
«Prima ci voglio addimannari ’na cosa: di quant’era il debito di
Sciacchitano con Catalanotti?».
«E chi è ’sto Sciacchitano?» pinsò Montalbano. Po’, facenno un certo
sforzo, s’arricordò del registro dei prestiti di Catalanotti indove c’era ’sto
nomi e ’n autro di una fìmmina che non avivano arrestituito ancora il dinaro.
«Non m’arricordo bono» fici il commissario «... ma mi pare ’na cifra
vascia, forsi tra le dù e le trimila euro».
Fazio fici ’n’obiezioni ’ntelligenti:
«Cifra vascia a secunna dei punti di vista, dottore».
«Spiegati».
«’Sto Sciacchitano è un cinquantino che avi le carti macchiate per rissa,
aggressioni a mano armata e via di ’sto passo. Campa facenno il robivecchi
e abita in una baracca squasi fora paìsi. Per lui dù o trimila euro sunno ’na
cifra grossa assà!».
«Raggiuni hai. E allura? Lo facemo veniri ’n commissariato?».
«Non ce n’è di bisogno, dottore».

83
«E pirchì?».
«Pirchì sugno annato a trovarlo io».
«Allura? Che ti vuoi fari tirari le parole con la tinaglia?».
«Nonsi dottore, il fatto è che Sciacchitano da ’na simana s’attrova
arricoverato allo spitale. È cchiù ddrà che ccà, me lo dissi sò mogliere».
Montalbano allargò le vrazza, po’ addimannò:
«E che mi dici dell’autro debitori? Era ’na fìmmina».
«Sissi. S’acchiama Saveria di Donato. Ancora non aio avuto tempo.
Portasse pacienza fino a dumani».
E si nni niscì macari lui.
Montalbano s’annò a fumari ’na sicaretta. Si riassittò e chiamò a Scimè.
«Avvocato, mi scusi il disturbo, sono Montalbano».
«Commissario, che piacere. Grazie mille della telefonata».
«Come grazie? Sono stato io a chiamarla e in verità avrei un favore da
chiederle...».
«Commissario, speravo tanto che lei si facesse vivo. Ho bisogno di
parlarle».
Montalbano ristò ’n silenzio. L’avvocato continuò:
«Mi creda, stavo per chiamarla io. Sono troppo sconvolto dalla morte del
mio amico. Ci sono tante domande alle quali non riesco a dare risposte...».
Montalbano, che s’attrovava nella stessa situazioni di Scimè, spiò:
«E quindi?».
«E quindi, possiamo vederci?» fici l’avvocato.
«Certo. Quando?».
«Stasera? Dopo cena».
Il commissario non potiva sperare di meglio, accussì avrebbi fatto la sò
mangiatina senza problemi.
«Perfetto. Vuole venire in commissariato?».
«Come crede. Altrimenti se non vogliamo essere disturbati potremmo
andare anche in sede, non troveremo nessuno».
Pariva che ’st’omo lo liggisse nel pinsero.
«Perfetto. Alle ventuno e trenta alla Trinacriarte».
«Grazie, grazie mille» dissi Scimè.
«E si figuri, grazie a lei» fici il commissario, e riattaccò.
Non seppi mai si fu il commissario Montalbano che aviva bisogno di una
notizia che arriguardava l’indagini opuro fu l’omo Salvo che aviva ’na
grannissima gana di risintiri la voci della fìmmina.
«Ciao Antonia, sono Montalbano. Ti disturbo?».

84
«No. Dimmi pure».
Un attimo di silenzio.
«No... volevo domandarti... ma il cellulare di Catalanotti ce l’avete
voi?».
«No. Se l’avessimo preso, lo sapresti. Tant’è vero che ti abbiamo
lasciato il computer perché tu potessi lavorarci».
«E quindi il cellulare secondo te dove può essere?».
«Evidentemente se l’è portato via l’assassino. Hai altre domande?».
Dù attimi di silenzio.
«Sul momento...» fici Montalbano.
«Allora arrivederci» dissi Antonia chiuienno la conversazioni.
Matre santa quant’era grevia!
Fu sulo per squietarla ancora che Montalbano rifici il nummaro.
«Scusami Antonia, un’ultima domanda...».
Nella risposta della fìmmina ci fu un liggero senso di sopportazioni.
«Dimmi».
«Ma tu quella ricotta sei riuscita a digerirla?».
E finalmenti la picciotta arridì!
«Dai, non mi fare perdere tempo» e chiuì.
Però Montalbano signò un punto a sò favori: tanticchia di grevianza era
scomparuta dalla voci di Antonia. Non era però scomparuta, anzi era
aumentata, quella stramma sensazioni alla vucca dello stommaco.

Tornò presto a Marinella.


Adelina stavota aviva contravvenuto alle struzioni di Livia epperciò gli
aviva fatto ’na miravigliosa, sopraffina, squasi cilistiali, pasta ’ncasciata.
La sirata era tanticchia frisca, ma sopportabili, quindi conzò supra alla
verandina e si sbafò la porzioni di pasta che sarebbi abbastata e macari
superchiata per dù pirsone.
Sconzò di prescia. Si sintì appisantuto, si nni scinnì nella pilaja e
principiò a farisi ’na bella curruta a ripa.
Ma doppo manco tri minuti dovitti firmarisi pirchì aviva il sciato grosso
e si sintiva la pasta che dalla panza gli era riacchianata fino al cannarozzo.
Allura si nni tornò verso la casa con la testa vascia come se stessi
annanno appresso a un funerali sullenni indove Livia faciva da cirimoniera.

L’avvocato l’aspittava davanti alla porta del capannoni della


Trinacriarte. Doppo i saluti, Scimè lo guidò fino al retropalco indove erano

85
stati arricavati, sempri con tramezzi di ligno, dù gabinetti, quattro
cammarini e ’n ufficio chiuttosto spaziuso che sulla porta aviva la targhetta:
«Direzione».
Scimè cavò dalla sacchetta un paro di chiavi, raprì, addrumò la luci, fici
trasire il commissario, lo ’nvitò ad accomidarisi supra a ’na seggia davanti
a ’na scrivania. Lui s’assittò nella seggia d’infacci.
Montalbano stava per rapriri vucca ma vinni priciduto.
«Le sono veramente grato commissario di avermi telefonato, perché così
mi dà la possibilità di parlare della morte di Carmelo».
«Mi scusi» fici Montalbano «ma tra voi non ne avete parlato?».
«No, vede, ci siamo soprattutto occupati delle questioni pratiche senza
riuscire ad affrontare il fatto vero, e cioè il brutale assassinio del nostro
amico».
«E come se lo spiega?».
«Commissario, lei deve prendere le mie parole per quello che sono...
impressioni... suggestioni... supposizioni...».
«Me le dica senza timore».
«Ho avuto la sensazione che questa reticenza fosse dovuta a una sorta di
sospetto reciproco. Come se ognuno di noi si fosse fatto la convinzione che
ad uccidere Carmelo sia stato uno della compagnia. E quindi la miglior
cosa da fare era non affrontare l’argomento».
«Mi perdoni, ma all’interno della vostra compagnia c’erano frizioni,
discussioni accese tra lui e gli altri?».
«Certo commissario, ma si trattava soprattutto di questioni strettamente
legate alla nostra attività teatrale e mai di una tale violenza da giustificare
un omicidio».
«Avvocato, me ne parli lo stesso...».
«Ho qualche dubbio...».
«Perché?».
«Perché sono troppo... come dire... avventate. Però mi creda, non sono
campate in aria. Lei, commissario, si intende di teatro?».
«Ho visto qualche spettacolo».
«Non basta. Deve sapere che io mi sono diplomato all’Accademia d’Arte
Drammatica di Roma e per due anni sono stato in compagnia con Gassman».
Po’ si firmò, fici un sorriseddro e aggiungì:
«Con Vittorio, naturalmente. Era il periodo della mitica avanguardia
teatrale nel mondo e in quegli anni ci capitò di vedere degli spettacoli
stupefacenti, soprattutto per la presenza scenica degli attori, per l’uso del

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corpo e per la straordinaria versatilità della voce. Mi perdoni se mi sto
dilungando, ma è assolutamente necessario che io le spieghi che il metodo
che si era inventato Carmelo per mettere un attore in condizione di recitare
portava alle estreme conseguenze tutte quelle teorie teatrali basandosi
essenzialmente sulle emozioni...».
Montalbano lo firmò.
«Me ne ha già fatto cenno l’ingegnere Lo Savio».
Scimè fici ’na smorfia.
«Sì, commissario, ma vede, Rosario non ha mai voluto provare con
Carmelo, quindi non ha subito quell’esperienza. Io invece sì».
«Allora me ne parli».
«Anzitutto le dirò che l’esame al quale l’attore veniva sottoposto non si
faceva qui ma in luoghi imprevedibili. Per esempio io venni portato da lui
in un appartamento disabitato, in un ambiente a me del tutto sconosciuto.
Non solo, eravamo di notte e al buio completo. Appena entrati lui, senza
dirmi una parola, sparì. Dopo cinque minuti cominciai a chiamarlo. Ma
Carmelo non mi rispondeva più. Allora iniziai a muovermi e tentai di
accendere la luce. Girai l’interruttore ma la luce non si accese. Riuscii a
tentoni a raggiungere la porta però non ce la feci ad aprirla, era chiusa a
chiave. Mi ricordo questa fortissima sensazione di disagio che lentamente si
mutò in vero e proprio spavento. Poi trovai una sedia e mi sedetti. Allora
percepii un fruscio stranissimo come se ci fosse qualche cosa che si
muovesse sul pavimento. Pensai, chissà perché, che fossero dei topi che si
stavano avvicinando minacciosamente, poi addirittura sentii degli squittii
sempre più forti e non riuscii a trattenere un urlo disperato. Balzai in piedi
sulla sedia. In quel momento si riaccese la luce. Accanto all’interruttore
c’era Carmelo che mi fissava serio. Mi chiese subito: “Perché hai
gridato?”. Risposi che mi ero immaginato... e poi non riuscii più a parlare.
“Cosa???” disse lui. “Dei topi” balbettai. “Risiediti” mi disse. Anche lui
prese una sedia. Si accomodò davanti a me e fu come l’inizio di una specie
di analisi per cui quei topi venivano a configurarsi come miei terrori
segreti. E aveva, questo glielo riconosco, una straordinaria abilità nel
riuscire a penetrare nei pensieri più riposti e talvolta inconfessabili.
Praticamente alla terza prova, la più terribile di tutte, che qui non voglio
nemmeno ricordare, decisi di rinunciare al lavoro con lui».
Montalbano, che si nni era stato sempre ad ascutari con ’ntiressi il cunto
dell’avvocato, doppo tanticchia spiò:
«Senta, ma quali erano gli attori con cui Catalanotti lavorava più

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volentieri?».
«La sa una cosa commissario, nessuno voleva più lavorare con lui.
Anche per questo ci sono stati molti litigi in compagnia».
«Avvocato, mi dica, ma queste discussioni erano in particolare con
qualcuno?».
«Sì, commissario, con me. Abbiamo avuto delle tensioni fortissime.
Carmelo voleva immettere all’interno del nostro gruppo delle persone, da
lui casualmente incontrate, che si erano dimostrate pronte a seguirlo nella
sua ricerca. Persone magari senza esperienza teatrale che gli servivano
comunque per il suo spettacolo, come quella Maria dell’altra sera. Noi, in
compagnia, eravamo del tutto contrari a introdurre componenti occasionali,
di tipo usa e getta. Mi ricordo che una volta portò qui una ragazzina dicendo
“ecco l’autentica Ofelia!”. Commissario, era poco più che una bambina,
evidentemente con gravi problemi mentali. Insomma, restammo allibiti! Di
certo non poteva salire su un palco. Ma lui fino alla fine si ostinò a dire che
era lei Ofelia, che noi non capivamo nulla... E andò a finire che non
mettemmo mai in scena l’Amleto».
Scimè si ’nterrompì.
«Vuole bere qualcosa?».
«Berrei volentieri un whisky ma non so se...».
«Ce l’ho» fici l’avvocato susennosi, raprenno ’n armadietto e tiranno fora
dù bicchieri e ’na buttiglia. Inchì a metà i dù bicchieri e prima che potissi
ripigliari a parlare, Montalbano spiò:
«Mi levi una curiosità. Lo Savio mi ha detto che stava lavorando alla
preparazione di un nuovo spettacolo. Lei sa di cosa si tratta?».
«Certo commissario. Forse date le mie premesse lei penserà che Carmelo
volesse mettere in scena solo capolavori o tragedie greche. Nossignore,
sceglieva soprattutto drammi del Novecento. Sosteneva che era il mondo
borghese ad affascinarlo. Stava lavorando infatti su una commedia inglese
di J. B. Priestley, Svolta pericolosa. Un autore noto per la sua bravura nello
scrivere opere para-poliziesche».
«Che significa?».
«Significa che all’apparenza sembrano trame gialle ma in realtà sono
indagini profonde nell’animo dell’uomo contemporaneo».
Montalbano arriflittì che non esistiva bravo sbirro che non fusse macari
capaci di ’ndagari a funno nell’animo dell’essiri umani.
Po’ addimannò:
«Ma lei avvocato sa se qui c’è una copia di questa commedia?».

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«Una dovremmo averla».
Scimè si susì, raprì ’n autro scaffali chino chino di copioni. Stetti a longo
a circarla e po’ finalmenti l’attrovò ’n cima a un montarozzo di carti.
«Eccola» dissi l’avvocato «la prego poi di restituirmela perché è l’unica
copia che abbiamo».
«Certamente» fici Montalbano.
Po’ Scimè continuò:
«Mi dispiace che non vedremo mai questo spettacolo».
«Quand’è che riprendete le prove della Tempesta?».
«E questo è un altro problema. Perché non riusciamo...».
L’avvocato si firmò, fici un longo respiro e po’ dissi:
«La verità vera è che per ora ci stiamo evitando».
«Lei lo sa che lavoro faceva Catalanotti?»
«Non lavorava, viveva di rendita. Era un uomo direi abbastanza ricco,
possedeva case, magazzini. Se non sbaglio provenivano dall’eredità
materna che Carmelo aveva saputo amministrare molto bene...».
«Nient’altro?».
«Ma sa commissario, noi non abbiamo mai avuto rapporti d’amicizia al
di fuori del teatro, quindi che io sappia no. Perché?».
«Perché a me risulta che fosse anche un usuraio».
Scimè sbalordì, raprì la vucca, la chiuì, sgriddrò l’occhi. Non arriniscì a
spiccicari parola, po’, però, a picca a picca s’arripigliò. Si vippi ’na bona
muccunata di whisky e gli si pittò un sorriseddro ’n facci.
«A che sta pensando?» gli spiò Montalbano.
«Sto pensando che in fondo, questa, è per noi una buona notizia».
«E perché?».
«Perché un usuraio di sicuro avrà tanti nemici e quindi l’assassino può
benissimo non essere uno di noi».
Montalbano cangiò argomento.
«Avete un album con le foto degli attori?».
«Come no!».
Scimè raprì un cascione della scrivania e ne cavò fora un grosso volumi
che pruì al commissario.
Montalbano accomenzò a sfogliarlo.
C’erano tutte e diciotto le fotografie dei componenti della compagnia. Di
ogni attori o attrici ci stavano tre immagini: un primo piano, ’na mezza
figura e ’na figura ’ntera.
Si principiava con le attrici.

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Il commissario le taliò attentamenti. Tra le otto fìmmine non ci nn’era una
biunna, il che stava a significari che la compagna serali per la mangiata da
Enzo non faciva parti della Trinacriarte. Richiuì l’album, lo riconsegnò
all’avvocato e gli spiò:
«Senta, a parere suo, chi era tra questi attori o attrici che aveva una
maggiore intimità con Catalanotti? Glielo chiedo per non perdere tempo.
Potrei convocare tutti in commissariato ma sarebbe certamente inutile.
Vorrei restringere l’indagine alle persone che erano in rapporti più stretti
con lui».
«Commissario, ci sono due attori, un uomo e una donna, che hanno
partecipato a un lavoro messo in scena da Carmelo, si trattava di Giorni
felici di Beckett e gli sono rimasti particolarmente legati».
Po’ raprì l’album e gli ammostrò i dù.
«Eccoli, sono Eleonora Ortolani, una caratterista, e il mio collega
Ernesto Lopez».
Montalbano ne pigliò mentalmenti nota, po’ addimannò:
«Avvocato, lei mi ha già detto che non aveva un rapporto di amicizia con
Catalanotti, ma sapeva per caso se fosse legato sentimentalmente?».
«Probabilmente sì, ma io non ne so niente».
«Non vi è mai capitato di parlarne?».
«No, commissario. Carmelo non ti metteva in condizione di fare domande
alle quali non volesse rispondere. Magari Eleonora ed Ernesto sapranno
dirle di più».
Montalbano stava per susirisi, ritinenno finuta la conversazioni, quanno
Scimè spiò:
«Ha ancora dieci minuti di tempo?».
«Certamente».
La facci dell’avvocato si stracangiò, un sorriso tutto denti gli comparsi,
l’occhi gli sbrilluccicaro di cuntintizza. Si calò, raprì il cascione mancino e
tirò fora tri album, cchiù voluminosi di quello che stava ancora supra al
tavolino.
«Le volevo mostrare alcune foto della mia trascorsa giovinezza».
Si susì, si misi allato a Montalbano, raprì la prima pagina del primo
album. Campeggiava una foto di Vittorio Gassman con la dedica: «al mio
carissimo amico Antonio».
La secunna era ’n’autra fotografia, ammostrava Scimè vistuto come a un
paggio.
«Qui» dissi «sono nel mio saggio di recitazione all’Accademia. Facevo

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Paggio Fernando».
Montalbano la taliò attentamenti. Scimè era picciottissimo, squasi nenti
della facci che stava videnno appartiniva alla facci attuali. Accussì davanti
all’occhi di Montalbano sfilaro i tri quarti del teatro italiano a mità del
secolo passato. Quanno, doppo ’n’orata bona, arrivò alla fini del terzo
album, Montalbano era caduto nelle vrazza della depressioni cchiù
profunna.
Di lui stisso, pinsò, non esistiva manco ’na fotografia da picciotto.
E quindi non potiva fari paragoni con la facci che s’attrovava ora, di
sicuro però sarebbi stata irraccanoscibili come a quella di Scimè.

Dormì picca ma bono.


La chiacchiariata con Scimè gli aviva dato la gana di mittiri la quarta
all’indagini, ’na botta d’energia che non provava da tempo.
Mentri si nni stava frischittanno sutta alla doccia, la rinata primavera che
si sintiva di dintra gli fici spuntari a sorprisa, tra la neglia dell’acqua
càvuda, l’immagini di Antonia nuda macari iddra.
Chiuì i rubinetta e si nni scappò letteralmenti fora dal bagno.

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Nove

Si stava vivenno la cicaronata di cafè e gli vinni ’n testa di tilefonare a


Fazio, il quali arrispunnì.
«Che fu dottore, che successi?».
«Nenti, non t’allarmare. Vorrei sulo che tu convocassi subito a chiste dù
pirsone. Una me la fai viniri alle novi e l’autra all’unnici».
«E chi sunno?».
«Ernesto Lopez, che pari fa l’avvocato, e Eleonora Ortolani».
«Ci l’avi i nummari di tilefono?».
«No Fazio, ma attrovi tutto nella carpetta della Trinacriarte che ho
lassato supra alla mè scrivania».
«Sissi, me l’arricordo».
«Bene, nni videmo ’n commissariato».
Stava per nesciri quanno sintì squillari il cellulari. Era Livia. Matre
santa! Da quann’è che non si parlavano? Pinsò che la meglio era pigliarici
di supra chiuttosto che ristarici di sutta:
«Livia, ma che fine hai fatto?».
«E lo domandi a me? Tu piuttosto... Ti ho telefonato ieri sera ma non ho
mai avuto risposta. Cominciavo a preoccuparmi e allora...».
«Hai fatto bene».
Autro non potiva arrispunniri. Lui da parti sò se l’era completamenti
scordata.
«L’indagine ti prende tanto da...».
«Sì Livia, francamente. Ho fatto tardissimo».
«Pensi che ti occuperà ancora per molto?».
«Temo proprio di sì. Non mi sembra di averci ancora capito abbastanza».
«Questo vorrà dire che è inutile che io mi prenoti il viaggio per
Palermo...».
Quelle parole provocaro ’n Montalbano ’na sensazioni di tinirizza. Ma
non di dispiaciri. Si sintì in colpa e per tintari d’arrimediari, rilanciò:
«Ti prometto che appena sarò libero ti raggiungo a Boccadasse e ce ne
andiamo insieme da qualche parte».
«Sì sì... certo» fici Livia. Il tono era scunsolato ma non cchiù rancuroso

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come ’na vota.

Attrovò a Fazio che l’aspittava in ufficio.


«Che mi dici?».
«Dottore, la signura Ortolani arriva alle novi, ’nveci l’avvocato Lopez
devi annare ’n tribunali epperciò addimanna se l’incontro può avviniri nel
doppopranzo».
«Vabbeni».
«Mi scusassi un momento che avverto all’avvocato» fici Fazio.
Tirò fora il cellulari, fici un nummaro, parlò brevementi, chiuì e spiò a
Montalbano:
«Pozzo sapiri chi sunno?».
Il commissario si nni stetti ’n silenzio, po’ accomenzò a canticchiari a
mezza voci il famoso valzer della Vedova allegra.
«Tace il labbro, tace... Sì, è ver, tu m’ami! Sì, tu m’ami, è ver!».
Il ciriveddro di Montalbano aviva fatto un camino tutto sò, passanno dal
nomi della signura Ortolani, al pirsonaggio di Winnie di Giorni felici che
alla fini accenna a cantari le noti della vidova.
Fazio lo taliava con l’occhi sbarracati.
E quindi Montalbano si sintì ’n doviri di spiegari. E spiegò.
«Aio anche le ’nformazioni che mi ha addimannato sulla signura di
Donato».
«Dimmi tutto».
«Commissario, ’na scena squasi tragica. ’Sta signura, che avi
settant’anni, possidiva ’na putìa nica nica nella parti cchiù vecchia del
paìsi. E come tutti ’sti piccoli comercianti stava annanno ’n fallimento. La
signura di Donato ha circato di sarbarisi facennosi ’mpristare il dinaro da
Catalanotti, cosa che però non è sirvuta a nenti. Pirchì la signura è stata
comunqui obbligata a chiuiri la putìa. Però, siccome è ’na fìmmina onesta,
mi fici vidiri ’na busta dintra alla quali tiniva diciannovimila euro. Stava
mittenno ’nzemmula la somma da arrestituiri a Catalanotti. E li voliva
macari consegnari a mia pirchì ora non sapiva cchiù a chi darili».
«E tu che hai fatto? Te li sei pigliati?».
«Nonsi, dottore».
«E che le hai detto?».
Fazio non arrispunnì.
«Che le hai detto?» ’nsistì il commissario.
«Le ho detto che piccamora se li pò tiniri lei ’sti soldi, tanto nisciuno

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verrà a reclamarli».
«Hai fatto bene» dissi Montalbano.
Fazio ripigliò a parlari.
«Nico Licata è stato dimesso dallo spitale aieri a sira. Che volemo
fari?».
«A che ora ti dissi che veni l’avvocato Lopez?».
«Alle quattro».
«Allura fai viniri il picciotto ’n commissariato alle sei».
«Lo chiamo subito e se non avi autre cose da cumannarimi mi nni vaio in
ufficio».
«Ti saluto. E però alle novi, quando arriva la signura Ortolani, veni
macari tu».
Era da ’n’orata che firmava carti quanno il tilefono squillò.
«Dottori, ci sarebbi che c’è ’na signura ortolana che dici che devi parlari
con vossia di pirsona pirsonalmenti, pirchì Fazio la convoquò. Che fazzo?».
«Accompagnamilla ccà e strata facenno chiama a Fazio».
La porta si raprì e Fazio si fici da parti cidenno il passo a ’na cinquantina
biunna chiuttosto ’n carni, tutta alliffata e pittata, vistuta con un cappotto
maculato che forsi le aviva ’mpristato Crudelia Demon.
«Si accomodi, signora» fici galantementi il commissario susennosi e
’ndicannole ’na seggia davanti alla scrivania.
La signura caminava con un passo molleggiato come se s’attrovasse supra
a ’na varca.
S’assittò in pizzo, s’aggiustò la gonna, taliò il commissario e gli sorridì.
Tutto sommato, se le si scancillava il maschironi che aviva supra alla facci
doviva aviri ’na spressioni simpatica.
Fazio s’apprisintò a lei e s’assittò supra all’autra seggia.
«Mi dovete scusare ma mi sento molto nervosa» fici la fìmmina con una
voci tutta di testa e pigolosa come quella di un puddricino.
Si susì.
«Posso usare il bagno?» spiò.
«Accompagnala» dissi Montalbano a Fazio.
Il commissario era ’mparpagliato. Nella fotografia che aviva viduto la
sira avanti, la signura era, come tutte le autre sò colleghe, decisamenti di
capillo scuro.
Com’è che ora s’apprisentava biunna?
Potiva essiri lei la compagna di Catalanotti per le mangiatine sirali dei
jorni pari?

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Però a prima vista pariva di bono carattiri e non camurriusa come l’aviva
discrivuta Enzo.
La signura Ortolani s’arricampò doppo tanticchia secutata da Fazio, si
riassittò, si risistimò la gonna e la prima dimanna che Montalbano le fici la
strammò tanto che le cadì la borsetta che tiniva supra alle gamme.
«Da quanto tempo è bionda?».
«Scusi?!...».
«Ieri sera ho visto una sua foto dove era castana. Vorrei sapere da quanto
tempo non lo è più».
La signura ristò tanticchia ’n silenzio, ’ncapaci di parlare, po’ facennosi
forza pigolò:
«Do... do... dottore, lo so, ho sbagliato. Anche mia sorella me l’ha detto.
Ma da queste cose non si torna indietro così facilmente...».
Montalbano la firmò.
«Che sta dicendo signora?».
«Lo so, lo so, non dovevo farlo. Ma quel giorno... ero disperata. Mi
sentivo, come dire, estranea a me stessa. Dovevo per forza fare un gesto
estremo. Ho preso la macchina e sono uscita».
«Signora Ortolani, cerchi di spiegarsi meglio: quale gesto estremo?» fici
Montalbano.
La povera signura accasciannosi sempri di cchiù supra alla seggia,
ripigliò sciato, emisi un pigolio stavota leggermenti cchiù lamintiuso
dell’autri e dissi:
«La colpa è tutta mia. Non ho giustificazioni».
Fazio e Montalbano si taliaro.
E fu Fazio ad azzardari:
«Sta parlano dell’omicidio di Catalanotti?».
«Cheeeeeeeeeeeee?????» pigolò acutamenti la signura.
«Signora Ortolani» ripigliò Fazio «ci stava dicendo del suo gesto
estremo...».
«Certo, quello di farmi bionda».
Montalbano annò alla finestra, raprì, santiò muto verso tutto il munno
esterno, richiuì e tornò ad assittarisi.
«Provo a rifarle la domanda: da quanto tempo è bionda?».
«Da 33 giorni».
E allura non potiva essiri lei la compagna di Catalanotti.
La signura Ortolani si fici forza e addimannò:
«Il biondo non mi dona, vero commissario?».

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«Signora» fici Montalbano cangianno discurso «l’ho convocata perché
l’avvocato Scimè mi ha detto che lei è stata la protagonista di Giorni felici
con la regia di...».
La signura s’agitò tutta supra alla seggia come una gaddrina che si stava
spiumanno.
«Ah, che spettacolo indimenticabile! Uno di quelli che segnano
indelebilmente la vita di un’attrice. Qualcosa di irripetibile, di magico...».
«Ecco, volevo sapere da lei che metodo usò Catalanotti per metterla in
condizione di interpretare il personaggio».
«Lo ricordo come se fosse oggi. Mi portò in uno splendido albergo sul
mare, c’era pochissima gente perché eravamo fuori stagione. Passammo tre
giorni bellissimi. Almeno credo...».
«Che significa “almeno credo”?».
«Beh, vede, il primo giorno mi portò in spiaggia in un posto isolato. Ci
seguiva un bagnino con una pala e un ombrellone. Gli fece scavare una buca
profonda e mi chiese di entrarci. La buca venne ricoperta dalla sabbia e
solo la mia testa rimase fuori. Poi mi piantarono sopra l’ombrellone.
«“Resta così. Tornerò tra una mezzoretta” mi disse Carmelo. Ma la sa una
cosa, commissario, tornò che il sole stava già tramontando. Io ero esausta.
Avevo una sete terribile. Ogni tanto gridavo aiuto ma non c’era nessuno
nelle vicinanze. Però devo dirle che fu anche un’esperienza straordinaria
questo stare sola con me stessa. Mi ricordo che la sera mangiai poi con un
enorme appetito. Il giorno seguente fece scavare la buca ma mi lasciò il
busto e le braccia di fuori. Mi aveva chiesto di portarmi la borsetta e me la
lasciò. Quando, immersa nella sabbia, aprii la borsetta e vidi gli oggetti che
usavo quotidianamente, mi creda, mi apparvero in una luce totalmente
diversa. Cominciai ad esaminarli uno a uno come se li vedessi per la prima
volta. Addirittura, pensi, non sapevo nemmeno più come aprire il cappuccio
del rossetto. Mi sembravano tutti oggetti sconosciuti, estranei. Il terzo
giorno poi fu l’esperienza più stravolgente. Carmelo mi chiese nuovamente
di mettermi nella buca fino all’altezza del petto e quando il bagnino se ne fu
andato, lui estrasse dalla tasca dei pantaloni un revolver. Mi disse
“prendilo”. Io lo presi spaventata. Le armi da fuoco mi fanno orrore.
“Attenta, è carico”. E se ne andò».
«E che successe?» spiò Montalbano.
«Pensi che cosa strana! Io dopo meno di un’ora, a forza di considerarlo,
di studiarlo, non ero più spaventata dall’arma. La presi, cominciai quasi ad
accarezzarla con la mano. Era un grosso revolver a tamburo. Pesava molto

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e divenne ad un tratto un tutt’uno con la mia mano. La voglia di usarlo
cominciò lentamente a crescere dentro di me. Ad un certo punto lo gettai
lontano. Ma non abbastanza da non poterlo afferrare di nuovo. Passò
qualche ora e cominciai a scavare la sabbia attorno a me, volevo uscire,
recuperare il revolver e sparare non so a chi, in aria o al primo che
passava. Ero quasi alle ginocchia, ancora un po’ e ce l’avrei fatta, quando
Carmelo sopraggiunse di corsa e gridò: “Basta così!”. Io mi bloccai e vidi
che aveva a tracolla un binocolo. Capii che mi aveva sempre osservata.
Ecco, queste sono state le prime prove, poi ne sono servite molte altre,
circa cinque o sei, e solo alla fine Carmelo mi dichiarò che ero in grado di
affrontare la parte. Ne fui felice».
«Un metodo piuttosto pericoloso» osservò Montalbano.
«Beh, si ricordi che è sopraggiunto al momento giusto, quindi lui non mi
ha mai messo in vero pericolo, mi ha sempre tenuta d’occhio. Sia in quei
giorni che durante le altre prove. E allora, vede, è stato tutto chiaro per me.
Ho capito qual è il problema per chi affronta quel testo: perché Winnie ha
un revolver?».
«Perché?» ficiro ’n coro Fazio e Montalbano.
«Perché lei è arrivata a un punto tale della sua esistenza che può
indifferentemente uccidere se stessa e il suo compagno oppure mettersi a
cantare il valzer della Vedova allegra».
Alla fini del discorso si era talmenti immedesimata nel sò cunto che
aviva la fronti sudata e le mano che le trimoliavano tanticchia.
«Vuole un po’ d’acqua?» le spiò Fazio.
«Sì, grazie».
Doppo aviri vivuto avidamenti, ripigliò:
«Certo che aveva un sistema molto personale. Mi ricordo bene, all’inizio
mi proibì di leggere per intero il testo di Beckett. Mi aveva dato solo un
foglietto sul quale c’erano alcune battute che dovevo ripetere mentre stavo
dentro la sabbia».
«E quando le diede finalmente il permesso di leggere la commedia?»
’ntirvinni Montalbano.
«Dopo che trovò Willie, il mio partner, al quale aveva fatto fare prove
peggiori delle mie. Solo allora ce lo fece leggere assieme per la prima
volta».
Montalbano pinsò ai foglietti dintra alle carpette che stavano nell’armuàr
della casa di Catalanotti.
Evidentementi quei brani di dialogo dovivano essiri battute della

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commedia che stava priparanno.
«E poi, dopo che aveva trovato gli attori giusti, come procedeva nella
preparazione dello spettacolo?».
«Commissario, Carmelo voleva incontrare singolarmente ciascuno di noi,
anche il costumista, il datore luci, lo scenografo. Ci teneva tutti
volontariamente separati. Arrivò addirittura a proibirci di parlare tra di noi.
E devo dire che tutti rispettavamo il suo volere. Quando finalmente
arrivavamo a fare le prove in palcoscenico, Carmelo ci faceva ripetere
cinquanta, sessanta volte la stessa battuta fino allo sfinimento. Dopodiché
bisognava in qualche modo fare un’improvvisazione con tutto il corpo sulla
battuta che era stata ripetuta. Facevamo ancora due tre improvvisazioni, e
poi si tornava a ripetere con la voce la battuta scritta. Non so se sono stata
chiara».
«Chiarissima. Ma Catalanotti cosa faceva durante queste prove:
interveniva spesso? Interrompeva? Prendeva appunti?».
«Interrompeva spessissimo e sì, prendeva anche appunti».
«Mi tolga un’altra curiosità, signora. Mi sembra che la vostra sia una
compagnia amatoriale, sicuramente di grandi meriti, ma non di
professionisti. Allora mi chiedo: in nome di cosa vi sottoponevate a queste
prove certamente non facili?».
«Commissario, cerco di spiegarle. Carmelo aveva la straordinaria
capacità di tirare fuori da ognuno di noi tutto, dico tutto, quello che
avevamo dentro. E adoperarlo in funzione teatrale. Mi creda, era come una
cura, dopo ogni spettacolo io e il mio compagno avevamo voglia di correre,
tanto ci sentivamo... come dire, liberati, sciolti. Il prezzo pagato era
altissimo e sconvolgente, certo alcuni dei miei colleghi non si sono sentiti
di affrontarlo. Non tutti hanno questa voglia di confrontarsi con le loro
verità più nascoste».
Montalbano la ’nterrompì novamenti.
«Ci rifletta su un attimo. Che lei sappia, questo talento nel mettere a nudo
le persone e liberarle magari dai loro complessi, dalle loro reticenze, dalle
loro sovrastrutture, Catalanotti lo impiegava solo per scopi teatrali?».
La signura ristò tanticchia muta.
«Commissario, mi deve credere, nonostante fosse riuscito a creare questo
livello di intimità sul palco, fuori dal teatro noi non ci siamo mai visti.
Tutto si esauriva su quelle tavole. Io non so neanche dove abitasse, e ancora
non ho idea se avesse una famiglia, una moglie, dei figli. Io non so nulla di
lui».

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Fici ’na brevissima pausa, taliò occhi nell’occhi al commissario.
«Le dirò di più: non voglio che l’oscenità della morte di Carmelo adesso
mi riveli suoi aspetti personali che avevamo volutamente escluso in vita
con un tacito patto».
Montalbano le arrivolgì ’n’occhiata d’ammirazioni.
Quella fìmmina che parlava come a un puddricino era digna di ogni
considerazioni.
«E io rispetterò il vostro patto» fici il commissario susennosi e
pruiennole la mano.
Fazio stava raprenno la porta per farla nesciri quando Montalbano dissi:
«Un momento, signora. Guardi che a parer mio il biondo non le sta affatto
male».
Per picca la signura Ortolani non svinni tra le vrazza di Fazio.
Fazio tornò squasi subito, ma siccome vitti che il commissario era perso
darrè a un sò pinsero, s’assittò e si nni ristò muto.
Montalbano parsi che manco si era addunato del sò ritorno, po’ dalle
labbra gli niscì ’na parola a mezza voci.
«Peccato».
Stavota Fazio si sintì autorizzato a parlare.
«Pirchì?».
«Stavo pensando a Catalanotti. Mi sarebbe piaciuto tanto conoscerlo,
parlargli. Raramente mi è capitato di imbattermi in una personalità così
complessa. È chiaro che si tratta di un vero artista. Forse l’unico della
compagnia, e allura io m’addimanno e dico: chi è stato ammazzato?
L’artista o l’usuraro?».
«Dottore però mi scusasse, ma a mia mi pare strammo assà che un vero
artista è macari ’n usuraro».
«E ccà ti sbagli, Fazio. Ci sunno stati grandi artisti che hanno arrubbato,
ammazzato, stuprato. Catalanotti era capace di tiniri ben separate le sò
attività, tant’è vero che la signura Ortolani ci ha detto che non sapiva nenti
della sò vita privata e io le crio. Del resto macari Scimè ’gnorava
quest’aspetto di Catalanotti. Fazio, cchiù parlamo e cchiù mi vaio
pirsuadenno che la chiavi di tutto è propio nella mè dimanna: chi è stato
ammazzato?».
Fazio non seppi che diri.
«Vabbeni» fici il commissario con un sospiro «pensamo ad autro».
«Ah» dissi Fazio «m’ero scordato di dirici ’na cosa. Quanno che
acchiamai a Nico Licata per convocarlo per stasira mi dissi che i medici gli

99
avivano proibito di caminari e quindi non pò nesciri di casa».
«E pacienza, voli diri che stasira ci ghiemo nuautri».
Il muntarozzo di carti ancora da firmari che stava supra alla scrivania gli
fici stantaneo cangiari pinsero.
«Anzi, sai che ti dico: ci annamo ora ad attrovarlo».
«Vabbeni» fici Fazio susennosi.
Appena che Catarella accapì che i dù stavano niscenno fora li firmò.
«Ah dottori, dottori, non niscissi! La fini do munno! Periglio assà ci sta
fora, dottori. Acchiamaro macari i carrabbineri di rinforzo. La fini do
munno, dottori!».
«Ma pirchì? Che capitò?».
«Dottori, avi prisenti la cimenteria Bellofiore? Stamatina quanno gli
operai s’apprisentaro davanti alla flabbica attrovaro le cancillate chiuiute.
Erano stati tutti allicinziati. Tricento famigli coi propii famigliari che da
’sto momento ’n po’ non avino cchiù nenti da mangiari».
«Andiamo a vedere» dissi Montalbano a Fazio.
Niscero fora ma appena giraro a mano manca non vittiro cchiù nenti,
s’attrovaro davanti a ’na nuvola di fumo dintra alla quali si sintivano
vociate e ’splosioni. Evidentementi sparavano lacrimogeni.
«Commissario» dissi Fazio «non mi pari cosa».
E propio in quel momento vittiro nesciri dalla nuvola a un omo che
pariva ’mbriaco e che si tiniva ’na mano darrè al cozzo e l’autra supra alla
fronti. Po’ l’omo cadì supra alle ginocchia e accomenzò a strisciari verso
loro dù.
Montalbano e Fazio s’appricipitaro ad aiutarlo. Aviva ’na firuta supra
all’occhio destro che gli sanguliava. L’omo s’affirrò a Fazio, con ogni
probabilità era stato pigliato a manganellati.
«Portamolo ’n commissariato» fici Montalbano.
L’omo si lamintiava e ’n mezzo al lamintìo gli scurrivano lagrime
dall’occhi. Lo portaro dintra fino alla camera d’aspittanzia, lo ficiro
stinnicchiare supra al divano. L’agenti Cumella, che faciva macari funzioni
d’infirmeri, arrivò con la cassetta del pronto soccorso, gli disinfittò la firuta
che per fortuna non era profunna, po’ gliela fasciò.
Sulo allura l’omo si taliò torno torno come se a picca a picca ripigliassi
cuscenzia. Po’ spiò con un filo di voci:
«Unn’è che sugno?».
«In commissariato» fici Fazio.
Il gesto ’stintivo dell’omo fu quello di ’ncrociari le dù vrazza come a

100
protiggirisi la facci.
«Mi voliti ancora vastuniare?» fici con voci dispirata. «Cornuto e
mazziato? E ora chi ci duna a mangiare ai mè tri figli?».
Montalbano votò le spalli.
Tornò nel sò ufficio. Si chiuì dintra. Era disgustato di sé, del mestiere che
faceva. Era disgustato dai carabinieri, dalla legge, dal governo. Era
disgustato dal mondo, dall’ordine stesso dell’universo.
Che munno era chisto nel quali all’omo si livava il travaglio, la
possibilità di guadagnarisi onestamenti il pani?
E la risposta dello Stato quanno che ’sti poviri disgraziati s’azzardavano
a protestare erano lignate, vastunate, lacrimogeni, arresti, fermi?
Da quant’anni era che faciva il servitore di questo Stato?
Aviva travagliato con onestà e con rispetto verso l’autri?
Non c’era arrinisciuto sempri, ma spisso sì.
Si vidi che la maggioranza dei sò colleghi avivano ’n’autra idea di quello
che significava servire lo Stato.
Non aviva via di scampo.
Quanno Fazio lo salutò e si nni niscì, s’assittò rassignato al posto sò,
pigliò il primo foglio dal muntarozzo e lo firmò.
Verso le dù, quanno stava letteralmenti anniganno ’n mezzo a tutta quella
cartaglia e che l’aria gli accomenzava a mancari, ’mprovisi come in una
pillicula miricana arrivaro i nostri.
La porta sbattì contro la pareti con il solito botto da bumma.
Montalbano però manco la sintì, la rumorata gli fici appena sollivare
l’occhi ’nquatranno a Catarella che si nni stava sulla soglia e riggiva con le
dù mano un vassoio di carta.
«M’ascusassi dottori ma con il pedi dovitti tuppiare» fici avanzanno e
posanno la guantera supra alla scrivania.
Montalbano, sutta all’occhi compiaciuti di Catarella, livò la carta:
tramezzini, sfincioni, crocchette, fritti, panelle, ’na miraviglia di Dio!
«Che festeggiamo, Catarè?».

101
Dieci

Catarella sorridì:
«Non è fisteggio, mi scantava che vossia per i manifesti non nisciva di
ccà prima di stasira e allura profittai di un momento di calmizza e corrii in
un bar e accattai tutto chiddro ch’attrovai».
«Bono facisti, Catarè...».
«Aspittassi che ci porto macari tanticchia di vino».
Annò e tornò con mezzo sciasco.
«Catarè, lo sai mantiniri un sigreto? Veni ad assittariti con mia ma non
devi diri a nisciuno del nostro schiticchio».
«Vossia che voli che io mangio con vossia?» dissi la voci trimolianti di
Catarella che si era mittuto sull’attenti addivintanno rigito come a un palo.
«Certo, chiui la porta, piglia dù bicchieri dall’armuàr e veni ccà».
Catarella eseguì e po’ s’assittò davanti a lui pigliannosi ’na pizzetta, e
mentri che faciva ’sto movimento con lintizza, esitazioni e squasi scanto,
Montalbano ebbi tutto il tempo di agliuttirisi dù tramezzini.
Po’ dovitti susirisi di cursa a dare adenzia a Catarella pirchì la pizzetta
gli era annata di traverso e stava assuffichianno, tussichianno con le lagrime
all’occhi.
Il commissario gli battì ’na mano supra alla schina, gli fici viviri
tanticchia di vino, però a ’sto punto Catarella si susì addritta.
«Dottori, mi devi ascusari ma io non ce la fazzo a mangiari con vossia.
Troppo anuri. Mi si stringi il cannarozzo!».
«Vabbeni» fici Montalbano accompagnannolo alla porta e raprennola.
«A proposito, quanto hai spinnuto?».
«Nonsi dottori, m’appirdonassi ma chisto è un maggio mio».
Montalbano richiuì la porta e coscienziusamenti, con metodo e disciplina,
alliquitò tutt’intera la guantera. La ghittò nel cestino e s’appuiò con le spalli
alla seggia tiranno un sospiro di soddisfazioni. Stavota la porta si raprì
senza rumori e l’arcangelo Catarella comparsi con una tazza di cafè fumanti.
La posò davanti al commissario. Senza cataminarisi dalla sò posizioni,
Montalbano si portò dù dita alle labbra e gli mannò ’na vasata.
Catarella cimiò e niscì varianno come se avissi arricevuto ’na botta ’n

102
testa. Il commissario si vippi il cafè, si susì, annò alla finestra, la raprì,
s’addrumò ’na sicaretta. Si sintiva liggero, stava diggerenno alla pirfizioni
quanno, tutto ’nzemmula, gli tornò a menti l’infami pizzino con la crozza di
morto lassato da Livia.
Di colpo sintì ’na gran pisantizza allo stommaco, la digistioni era stata
irrimediabilmenti bloccata. Addicidì che ’na vota tornato a Marinella
avrebbi livato quel pizzino dal frigorifiro e l’avrebbi gelosamenti
ammucciato, in attesa d’arritirarlo fora non appena Livia fussi tornata.
In quel momento tuppiaro e ricomparse Catarella:
«Dottori, ci sarebbi che c’è ’no spagnolo che è venuto anticipato in
quanto convoquato per le quatro e in quanto che ora sunno le tri e tri quarti
e dunque epperciò lo spagnolo dici se lo pò arriciviri...».
«Levami ’na curiosità, ’sto spagnolo s’acchiama per caso Lopez?».
«A mia mi parsi Gomez, ma può essiri puro che s’acchiama accussì».
«Fazio c’è?».
«Sissi dottori, in loco è».
«Vabbeni. Allora prima mi mandi a Fazio e po’ fai trasire allo spagnolo».
Fazio ebbi appena il tempo d’assittarisi che fici la sua trasuta l’avvocato
Ernesto Lopez. Era ’mpossibili darigli ’n’età: russo di pilo spilacchiato,
àvuto minimo minimo un metro e novanta, sicco come la morti, potiva
oscillari tra i trenta e i settant’anni. Era quello che aviva dato raggiuni a
Maria del Castello, duranti la commemorazioni. Aviva tintato di vistirisi
bono senza arriniscirici; portava la cravatta di traverso e la giacchetta era
tutta pieghi pieghi. Si cataminava come se un vento forti lo stessi facenno
cimiare e Montalbano si scantò che non sarebbi mai arrivato ad
arraggiungiri la scrivania. Per fortuna ci arriniscì macari se per assittarisi
gli ci volliro deci secunni boni per scinniri a livello seggia dall’altizza
nella quali s’attrovava. Fu lui ad attaccari per primo:
«Sono a vostra disposizione» fici con una voci da basso profunno. «Ho
saputo che stamattina avete interrogato Eleonora».
«Sì» dissi Montalbano «ci ha raccontato delle prove del vostro
spettacolo e del metodo, diciamo così, di Catalanotti. Con lei come andò?».
Lopez fici ’na risateddra.
«Come lei forse sa, commissario, Willie, il personaggio di Beckett, non è
in grado di camminare ma solo di trascinarsi per terra. Carmelo prima
d’assegnarmi definitivamente la parte m’ha fatto strisciare per un mese
consecutivo, spiegandomi la differenza che correva tra il procedere di un
serpente e quello di un verme, e lui pretendeva che io diventassi

103
assolutamente un verme, anche nel modo di pensare. E poiché Willie
indossa sempre un abito, s’immagini le difficoltà che ho dovuto superare e i
litigi con mia moglie perché rovinavo una giacca a settimana...».
Montalbano lo ’nterrompì.
«Ma lei sa se a Catalanotti questo metodo gli è piovuto dal cielo o se si è
ispirato a qualcosa, a qualcuno...».
«Commissario, come le avrà detto Eleonora, Carmelo parlava poco di sé,
ma una sera, durante queste prove singole, a una mia precisa domanda
rispose che l’idea gli era nata molti anni prima durante un suo viaggio a
Roma per lavoro. Aveva visto che un teatro dedicava una settimana al
regista polacco Jerzy Grotowski e ai suoi spettacoli. Ci andò, ne rimase
affascinato, riuscì ad incontrare gli attori principali, parlò a lungo con loro,
non con il regista che non era in città. Poi studiò le sue teorie in un libro,
che ho letto anch’io: Per un teatro povero. Ecco, se devo essere sincero,
commissario, credo che in proposito Carmelo non avesse le idee
perfettamente chiare, però possedeva una capacità di persuasione sugli
attori quasi ipnotica. Il suo sistema in un modo o nell’altro funzionava
sempre. Io ed Eleonora gli restammo a lungo legati in una stranissima
forma. Ma lui no. Cercava di evitarci. Una volta andato in scena lo
spettacolo non esisteva più, faceva di tutto perché non ne rimanesse traccia.
Era il contrario di quello che accade sempre tra noi, gente di spettacolo: le
foto, i video, i manifesti, diventano una sorta di storia della memoria, un
modo per non essere dimenticati. Carmelo invece pretendeva l’oblio. Per
lui la vita dello spettacolo terminava nel momento in cui calava il sipario. E
lo stesso esigeva per il suo privato. E devo confessarle che questo mi
faceva una certa rabbia. Ma come? Lui era stato capace di rivoltarmi come
un calzino e io invece della sua vita ignoravo tutto? Una volta mi capitò,
passando davanti alla vetrina di un bar, di vederlo. Stava seduto e
conversava a bassa voce con una donna che mi dava le spalle».
«Era bionda?» addimannò ’ntirissato Montalbano.
«No, no. Continuai per qualche minuto a spiarlo attraverso la vetrina,
aveva uno strano rapporto con quella donna perché tenevano le loro teste
vicine come in un’intimità amorosa ma in realtà, dopo un po’, ho capito che
stavano così solo per non essere sentiti dagli altri. Mentre facevo queste
considerazioni lui alzò gli occhi e mi vide. Si trasformò: con
un’espressione rabbiosa, afferrò la donna per un braccio, si alzò, uscì dal
locale e non si degnò neanche di guardarmi. Ecco, questo era Carmelo».
«Possibile che questa sia stata l’unica volta che vi siete visti fuori dalle

104
prove?» spiò il commissario.
«Ah... ah, ora che me lo fa tornare a mente, abbiamo avuto un altro
incontro, ma veramente di sfuggita. È successo tre o quattro mesi fa, ero
andato a trovare un amico ricoverato all’ospedale di Montelusa e proprio
sull’ingresso mi sono quasi scontrato con Carmelo. Mi ha riconosciuto,
questo è certo, ma non mi ha salutato, è andato dritto sulla sua strada come
se non mi conoscesse. È tutto, non saprei cosa altro dirle...».
«Le dico io una cosa che certamente non sa» dissi Montalbano: «faceva
anche lo strozzino».
Lopez non ebbi nisciuna reazioni.
«Non la sorprende?».
«No».
«Perché?».
«Questo non glielo so spiegare. Ma vede, ho sempre pensato che un uomo
come lui, in grado di penetrare nei più riposti segreti di un’altra persona,
fosse un uomo capace di tutto. Io credo che provasse un certo piacere
quando...» si ’nterrompì.
«Vada avanti» lo ’ncitò Montalbano.
«... Quando scopriva una nostra vergogna nascosta, ecco».
Il commissario non se la sintì di continuari supra a ’sta strata.
«Tra di voi discutevate, perlomeno di teatro?».
«Questo sì. Vede, anche io ho letto tante teorie teatrali e un giorno ebbi a
dirgli che lui si sbagliava, non applicava il metodo di Grotowski ma stava
facendo un pasticcio tra quest’ultimo e la Fura dels Baus».
«E che cos’è?» addimannò Montalbano.
«Una compagnia catalana di teatro, come dire, fisico, che usa anche
l’azione forte e violenta. Ecco, Carmelo replicò che lui non cercava il
verosimile teatrale che è quello a cui aspirano in fondo in fondo tutti i
teatranti. Non al falso, badi bene, ma al verosimile. Infatti lui ribaltava la
parola e la chiamava “similvero” e questo doveva avere un significato che
però non riuscii mai ad approfondire, a cogliere veramente».
«Mi scusi, ma se lei si rendeva conto che il sistema di Catalanotti era
confuso e forse, come dire... non professionale, perché vi siete prestati a
prove così estreme...?».
«Glielo ripeto: Carmelo aveva lo straordinario dono di coinvolgerci nel
suo gioco facendo a poco a poco cadere tutte le nostre resistenze. Era un
incantatore di serpenti».
Montalbano si votò a taliare verso Fazio come a spiarigli se lui aviva

105
dimanne da fare. Fazio gli fici ’nzinga di no.
Montalbano si susì e l’autri dù ficiro l’istisso, pruì la mano a Lopez.
«La ringrazio delle sue informazioni. Lei mi è stato utilissimo. Se avrò
bisogno di altro la richiamerò. Grazie ancora e buona giornata».
«A disposizione» fici Lopez salutanno al commissario e addiriggennosi
appresso a Fazio che gli faciva strata.
Montalbano a ’sto punto pinsò che ne sapiva bastevolmenti supra al
metodo Catalanotti. Gli vinni ’n menti di tilefonari a Maria del Castello, po’
mentri stava per fari il nummaro cangiò idea, sarebbi stato tempo perso, la
picciotta non avrebbi potuto che contarigli autri straminii subiti dal regista.
Lassò perdiri. Fazio tornò squasi subito, s’assittò.
«Pozzo diri la mia?».
«Certamenti».
«Dottore, non può essiri che Catalanotti sia stato ammazzato per una
speci di ribellioni?».
«Spiegati meglio».
«Dottore, se quello era capace d’arriduciri l’òmini a pupi, non è
possibile che uno di ’sti pupi si possa essiri arribbillato a ’na qualichi
prova stramma?».
«Se le cose stanno accussì come ci ha contato Lopez, la tò ipotesi non è
sbagliata. Però non restringe il campo delle indagini ma l’allarga, pirchì
non è ditto che sia stato uno degli attori ad arribbillarisi ma macari una
delle tante pirsone che ’ncontrava per farle partecipari ai sò spettacoli».
Fazio lo taliò facennosi viniri ’na ruga ’n fronti.
«Ora mi spiego» fici il commissario. «Catalanotti quanno non attrovava
la sò vittima all’interno della compagnia se l’annava a circari fora, tra la
genti comuni. Nella sò càmmara di letto ci stanno le trascrizioni dei provini
che aviva fatto».
«E quanti sunno?».
«Un centinaro».
«Minchia!».
«Appunto. Ci nn’è travaglio da fare».
«E da indove principiamo?».
«Ora come ora non te lo saccio diri. Ci penso stanotti e domani nni
parlamo».
Tuppiaro alla porta e trasì Mimì Augello.
«Ti saluto Mimì, porti novità?».
«Bastevoli. Anzitutto sono annato a parlare con Enzo».

106
Fazio fici ’na speci di sàvuto supra alla seggia.
«E che ci trase Enzo con tutta ’sta storia?».
Montalbano gli contò brevimenti la facenna della mangiata con la biunna
nei jorni pari.
«Ecco» ’ntirvinni Augello «questo non è risultato esatto».
«E cioè?».
«Cioè non sempre annavano a mangiare nei jorni pari, certe vote
satavano, non annavano da Enzo. E questo capitava spisso».
«E che autro ti dissi?».
«Enzo alla facenna non aviva dato nisciuna ’mportanzia ma io l’ho
mittuto sutta torchio e allura s’arricordò che ’na vota aviva sintuto a
Catalanotti che alla biunna l’acchiamava Anita. Ccà sunno arrivato. Spero
portarivi presto notizii cchiù concrete. E vuautri che mi contate?».
Montalbano gli fici un sunto delle dichiarazioni della Ortolani e di
Lopez.
Mimì sturcì la vucca.
«Un omo accussì era un omo potenzialmenti periglioso assà» fici.
«Sugno d’accordo» s’associò Montalbano.
Mimì si susì, salutò a tutti e si nni niscì.
Il commissario taliò a Fazio.
«Che nni dici, è troppo tardo o potemo ancora, secunno tia, fare un sàvuto
da Nico?».
«Amoninni dottore».
Arrivati in via Pignatelli, Fazio citofonò.
«Chi è?» spiò ’na voci fimminina.
«Il commissario Montalbano sono».
«Prego prego, salga pure su» fici la voci di Margherita tutta contenta.
Acchianaro dù rampe di scali. Margherita l’aspittava sulla porta con un
grannissimo sorriso.
«Accomodatevi, accomodatevi».
Trasero e s’attrovaro dintra a ’na càmmara di mangiari indove deci
pirsone almeno stavano a taliarli e po’ tutti ’n coro ficiro:
«Bonasira!».
Fazio e Montalbano ristaro ’mparpagliati supra alla soglia.
Era chiaro che non avrebbiro potuto fare nisciun interrogatorio con tutta
quella genti. La situazione era squasi comica: da ’na parti del tavolo di
mangiari ci stava Nico con la gamma appuiata supra a ’na seggia, dall’autra
parti, isolate, dù pirsone chiuttosto anziane che s’apprisintaro come il patre

107
e la matre di Nico. Appresso foro apprisintati a dù cuscini mascoli dello
stesso Nico, a dù cuscine fìmmine di secunno grado, sempri di Nico, a ’no
zio luntano accompagnato dalla mogliere e per ultimo s’apprisintò Filippo,
il locataro della càmmara.
«È venuto per parlare con me?» spiò Nico.
«Affatto. Ci trovavamo nei paraggi» fici disinvolto Montalbano «e
abbiamo voluto vedere come stavi».
«Grazie commissario, mi sento meglio. Ancora non posso alzarmi in
piedi ma sento che sto guarendo rapidamente».
«Bene. Vi saluto a tutti. Ah, nel caso avessi bisogno di parlarti da solo,
quando pensi...».
«Domani mattina, magari verso le dieci».
«D’accordo» fici il commissario salutanno la comitiva, e po’ mentri che
scinniva le scali murmuriò: «Nuttata persa e figlia fìmmina».
«Vossia che fa, si nni torna ’n commissariato o va a Marinella?».
«Vaio a Marinella. E tu?».
«Io vorria stare ancora tanticchia in ufficio».
«E allora ti accompagno e poi proseguo».

La botta di pititto gli smorcò violenta già a un chilometro di distanzia


dalla casa. Per lui mangiare un panino ’mbottito opuro ’na poco di
tramezzini era come non aviri mangiato nenti. Perciò la prima cosa che fici
fu corriri ’n cucina, livari il pizzino con le raccomannazioni di Livia,
posarlo delicatamenti supra alla tavola e quindi rapriri il frigorifiro. A
colpo d’occhio vitti che era vacanti. Lo chiuì facenno sbattiri lo sportello e
s’appricipitò al forno. Oh biniditto il celo con tutti l’angiluzzi!
Adelina, che a ’sto punto era chiaro che si nni catafuttiva delle istruzioni
di Livia, gli aviva priparato un sartù di riso che il commissario dovitti
trattinirisi a fatica dal mangiarisillo ’mmidiato addritta e friddo com’era.
Addrumò il forno, pigliò il foglietto di Livia, lo annò a mittiri nel
commodino della càmmara di letto, si livò la giacchetta, passò in càmmara
di mangiari, addrumò la tilevisioni, raprì la porta-finestra della verandina,
aspittò ancora cinco minuti caminanno avanti e narrè, e po’ tirò fora la
teglia, la misi supra a un piatto, s’assittò al tavolo di cucina e accomenzò a
mangiari.
Si firmò doppo la prima cucchiarata, aspirò profunnamenti, era di una
cillenza superiori.
Suspirò a funno, grato alla vita che gli arrigalava momenti simili. Alla

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terza cucchiarata, s’addunò che tiniva l’occhi chiuiuti per assaporari
meglio. Soddisfatto, arrivato a mità del sartù, si susì e se lo continuò a
mangiare davanti alla tilevisioni. Accomenzò a sintirisi il telegiornali.
A Parigi era successo un burdello pirchì ’na baligia scordata era stata
criduta china di esplosivi. L’Ungheria e la Polonia s’arrefutavano
d’arriciviri la loro quota di migranti, pejo: avivano accomenzato a costruiri
mura per non farili trasiri. Nel frattempo scannali di pedofilia nei campi
profughi. In Italia per fortuna quel jorno avivano chiuiuto sulo setti
flabbiche. Il commissario pircipì chiaro il piricolo vero: stava per perdiri
il pititto. Cangiò canali e s’attrovò facci a facci con quella ballarina
miravigliosa che assimigliava ’na stampa e ’na figura ad Antonia.
E stavota non cangiò canali, mangianno con arritrovata filicità.
Quanno finì, si susì per inchirisi un bicchierotto di whisky e tornò ad
assittarisi davanti alla tilevisioni, e mentri che se lo stava cintellinanno
guccia a guccia, partì il notiziario di «Televigàta». Comparsi la facci di
Ragonese che accomenzò con ’ste parole:
«A che punto stanno le indagini per l’omicidio del povero Catalanotti?».
Montalbano astutò e vinni assugliato da ’na speci di rimorso. Ma come?
Con tutto quello che c’era da fare, lui si nni stava a taliare ’na ballarina?
No, no, doviva assolutamenti darisi ’na mossa.
Sparecchiò alla sanfasò, si detti ’na rilavata, si rimisi la giacchetta,
controllò la sacchetta per assicurarisi che aviva le chiavi giuste, niscì fora,
montò ’n machina e partì.
Però non s’arristò in via La Marmora, firmò e parcheggiò almeno quattro
strate prima, ’n modo da potiri mittiri meglio ’n moto la digestioni per il
troppo sartù mangiato.
Le strate erano diserte, c’era un bar che stava chiuienno, pinsò che un
cafè doppio gli avrebbi meglio schiaruto il ciriveddro. Po’, dato che il
travaglio sarebbi stato di certo longo, ritrasì nel bar e si fici fari quattro
cafè mittuti dintra a ’na buttiglietta. Po’, vitti sul bancone delle vaschette
che continivano scorce d’arancio arricoperte di cioccolato. Si nni fici dari
’na scatola. Po’, notò delle mezze bottiglie di whisky e se l’accattò. Aviva
fatto proviste per una longa nuttata.
Fici mittiri tutto dintra a un sacchiteddro di nylon e niscì. Quanno arrivò
davanti al portoni, tirò fora le chiavi, raprì. Sempri per via dello sgravio
del piso allo stommaco, si fici i dù piani a pedi. Arrivato davanti alla porta
di casa con tanticchia di sciato grosso, raprì adascio, richiuì e addrumò la
luci dell’anticàmmara. E ccà addivintò ’na statua di sali.

109
S’arricordava pirfettamenti che l’urtima vota che era stato in quella casa
aviva astutato le luci. Allura com’era possibili che lo studdio era
addrumato? S’immobilizzò, trattenenno persino il respiro.Vuoi vidiri che
era vero che l’assassino torna sempre sul loco del delitto? Mannaggia, non
sulo era disarmato ma macari il pacco che tiniva ’n mano gli avrebbi reso
disagevoli ogni movimento, epperciò a pedi leggio, senza fari la minima
rumorata, s’addiriggì ’n cucina, posò il pacco supra al tavolino, per il sì e
per il no si livò la giacchetta, si rimboccò le maniche, s’armò del cchiù
grosso cuteddro che attrovò e accomenzò ad avanzari verso lo studdio.
Arrivato allato alla porta s’addossò tutto al muro e lentamenti sporgì la
testa fino ad arrinesciri a taliare dintra alla càmmara con un occhio sulo. E
non criditti a quello che vitti. Ritirò la testa, si passò una mano sull’occhi.
Ecco, nella retina doviva essiri ristata ’mpressa l’immagini della
tilevisioni. Rifici la stissa operazioni di prima, a lento a lento. La confirma
di ciò che aviva viduto gli fici ammancari il respiro.
Supra al divano, con tri cuscina darrè alla schina, senza scarpi, ci stava
stinnicchiata Antonia, aviva all’oricchi delle cuffie e moviva la testa
secutanno il ritmo di ’na musica, torno torno a lei ci stavano ’na poco di
carpette e i registri dei prestiti. L’occhi di Montalbano a stento si livaro
dalle gamme di Antonia pirchì in quella posizioni la gonna le era acchianata
fino a mità panza. Si calò a posare ’n terra il cuteddro, si susì, si detti ’na
passata di mano supra ai capilli e sempre in punta di pedi arrivò allato al
divano. Assorta com’era nella lettura di una carpetta aperta e nell’ascutanza
della musica, Antonia non s’addunò del suo arrivo.
Montalbano isò un ginocchio, l’appuiò supra al divano e le si misi allato.
Ci fu un grido suffocato di Antonia che satò addritta e si votò a taliarlo.
«Ma che cazzo ci fai qua?» fici con voci altirata.
«No. Che ci fai tu?» fu la risposta.
Inaspettatamenti supra alla facci di Antonia spuntò un sorriso.
«Buonasera» fici la fìmmina.
«Buonasera a te. Vuoi un caffè?» arrispunnì Montalbano mentri che
nisciva dallo studdio. Si cataminava in quella casa come se fussi stata sò.
’N cucina raprì con disinvoltura scaffali e cascioni, attrovò un vassoio
che aviva addisignati dù aceddri supra a un ramo che gli parsi appropriato
per la situazioni, epperciò ci posò le tazzine, dù bicchieri, la bottiglietta di
whisky, quella che continiva il cafè che era ancora bastevolmenti càvudo e
’na scatola di viscotti del poviro Catalanotti.
A malgrado il pricario quilibrio di tutto quello che c’era supra al

110
vassoio, arriniscì a portarlo con la stissa liggirizza ed aliganza di un
cammareri d’àvuta classi.
Antonia si nni era ristata supra al divano, sempri stinnicchiata sul dorso,
appuiata ai cuscini, tiniva le gamme allungate, sulo che si era abbasciata la
gonna e aviva ’nforcato un paro d’occhiali che a Montalbano parsi
aumentavano la sò biddrizza.
La fìmmina battì per dù vote la mano mancina allato a lei ’nvitannolo ad
accomidarisi. Il commissario posò con grannissima vilocità il vassoio
supra alla scrivania e s’assittò. Ma si vinni ad attrovari assà cchiù vicino a
lei di quanto lui stisso avrebbi voluto.
«Ma ti rendi conto cosa ho scoperto? Ho preso questi documenti...
Catalanotti era un usuraio! Prestava soldi a strozzo!».
Il commissario la taliava affatato.
Ma com’era possibili? Si mittiva un paro d’occhialazzi e pariva cchiù
beddra... s’arraggiava supra a Catalanotti e chisto sirviva ad aggiungiri ’n
autro picca di biddrizza?
Era lontano milli miglia dall’indagini, filici di aviri Antonia allato a lui.
Non dissi nenti, l’unica cosa che fici fu d’avvicinarisi chiossà a lei.
«E come se non bastasse» ripigliò Antonia «trascriveva tutti i dialoghi
che aveva con i suoi creditori. Guarda qui, questa carpetta l’ho presa dalla
camera da letto. C’è un armadio pieno di...».
«So tutto» tagliò Montalbano.
«Parlano di un uomo che si è tolto la vita, forse proprio a causa dei
debiti, e lo fanno con assoluto distacco, quasi indifferenza... ma come è
possibile?».
Montalbano isò l’occhi al celo a spartiri lo sdegno con la picciotta, ma in
realtà quello che fici il sò corpo fu di cataminarisi ancora ’na vota
leggermenti verso la fìmmina, senza che questa si nn’addunasse.
In brevi s’arritrovaro ’mpiccicati.
Antonia si susì a mezzo per calarisi a pigliari ’n’autra carpetta d’in terra
e quanno stava per tornari nella sò posizioni non potti pirchì il sò posto era
stato occupato tutto dal commissario.
La fìmmina non aviva scelta, o assittarisi supra al bracciolo o supra alle
sò gamme.

111
Undici

Non dissi nenti, lo scavalcò e s’annò a mittiri sull’autro lato del divano,
quello ristato vacanti.
Montalbano macari si nni ristò muto mentri che il sò corpo ripigliava, per
i fatti sò, l’opira di lento avvicinamento stavota verso l’autro lato.
Antonia circò di scostarisi ma non potiva pirchì sarebbi caduta.
Lo taliò nell’occhi.
Salvo ricambiò la taliata.

È tutto così semplice,


sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.

Niscero azzuppati dalla doccia.


Si taliaro torno torno, non vittiro ’n’ùmmira d’asciucamano.
«Ma dove possono essere?» spiò Antonia.
Finalmenti Montalbano scoprì che darrè alla porta pinnuliava ’n
accappatoio, lo pigliò e accomenzaro ad asciucarisi tinennosi abbrazzati.
Tutto ’nzemmula si firmaro taliannosi occhi nell’occhi. Avivano avuto lo
stisso priciso pinsero. Stavano usanno la casa di un morto ammazzato per
fari i loro commodi. Ma l’attrazione dei loro corpi era stata cchiù forti di
qualisisiasi considerazioni. Ebbiro tutti e dù lo stisso ’mbarazzo e accussì
cadì tra loro un momento di pisanti silenzio.
Lo rompì Antonia che, taliannosi nello specchio, si misi ad arridiri e gli
dissi:
«Ma guarda che mi hai combinato! Ho tutta la pelle arrossata dalla tua
barba».
«Scusami!» fici Montalbano non sapenno che autro diri.

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Si rivistero sempri ’n silenzio.
Ci misiro ’na mezzorata a finiri il cafè, il whisky e i viscotti. Si sbafaro
macari le scorcie. Po’ lei si susì, la facci seria seria.
«Commissario» dissi «torniamo al nostro dovere».
«Volentieri» arrispunnì Montalbano. E d’un sàvuto fu addritta,
agguantannola stritta e cummigliannola di vasate.
Lei si divincolò.
«Intendevo dire, continuiamo l’indagine».
Montalbano tintò ’na deboli resistenzia.
«Abbiamo tutto il tempo che vogliamo».
«Ho detto, torniamo al nostro dovere» fici arrisoluta Antonia libbirannosi
dalla stringiuta.
Però, macari lei non doviva aviri tutta ’sta gana che addimostrava a
parole, ’nfatti ebbi subito come un ripensamento e siccome il commissario
si era ristinnicchiato supra al divano, Antonia gli acchianò tutta allato e se
l’abbrazzò e accussì, senza manco addunarisinni, s’appisolaro.
Fu sulamenti verso le cinco del matino che Montalbano raprì vucca e
spiò:
«Ma adesso me lo spieghi perché sei venuta qui?».
«Ero stata colta da una specie di rimorso» fici Antonia. «Avevamo visto i
documenti nello studio ma non eravamo riusciti ad aprire l’armadio nella
stanza da letto. Poi ce ne siamo dimenticati. Me ne sono ricordata oggi
pomeriggio e siccome c’era una copia delle chiavi di casa, sono venuta e ho
trovato quello che ho trovato...».
«Guarda» dissi Montalbano «si tratta di due cose separate. Questi registri
riguardano il Catalanotti, diciamo così, usuraio, le carpette che sono
nell’armadio di là, sono dei provini che lui faceva ai suoi attori».
«Che strani provini...».
E ccà Montalbano le contò del metodo Catalanotti.
«Facciamo così» fici Antonia «mi sembra ormai troppo tardi per
cominciare a guardare questi documenti; lasciamo le cose come stanno,
andiamo a riposarci. Torniamo qui nel pomeriggio, verso le due».
«No» arrispunnì sicco il commissario.
«E perché?».
«Perché a quell’ora io mangio. Ma se tu volessi venire da Enzo con
me...».
«Certo che voglio venire con te».

113
Che me ne importa a me se non son bella tanto l’amore mio fa il pittore
e mi dipingerà come una stella...

E fu tutto un frischittìo, tanto che non s’addunò delle tre scaffe che a
momenti gli scassaro la machina pirchì lui volava in àvuto da terra.
E fu tutta una cantata, tanto che arrivato alla viuzza indove doviva votari
a manca verso la sò casa, tirò dritto, e sulo quanno vitti il cartello che
diciva Montereale, ’nveci di mittirisi a santiare, con un sorriso ebete fici
’n’inversione a U e tornò narrè verso Marinella.
Nenti fami, nenti sonno.
Annò ’n càmmara di letto, si livò i vistita e po’ raprì l’armuàr per
pigliarisi la robba pulita.
La prima cammisa aviva il puso mancino tanticchia consumato.
La secunna tiniva un colletto che pariva aviri fatto la ’15-18.
La terza era di un colori che era annato di moda non cchiù tardo del
millinovicentosettantacinco.
Da quant’era che non s’accattava ’na cammisa nova? L’occhio po’ gli
cadì supra ai vistita che pinnuliavano. Al solo taliarli si sintì scoraggiato.
Possibili che tutto aviva ’n’aria di ’mpruvolazzato, di vecchio, di
consumato...
Con una speci di raggia ’mprovisa svacantò l’armuàr ghittanno tutte le
stampelli con i vistita supra al letto e po’ s’assittò sconsolato. A ’sto punto
fu inevitabili vidiri la sò immagini riflettuta nello specchio: aviva l’occhi
arrussicati, la varba longa e pungicosa, dalla curva delle sopracciglia si
partivano ’na poco di pila longhi longhi e bianchi, la panzetta stava
diventanno ’na panza vera e propia. Isò un vrazzo e la carni gli trimuliò.
Maria, matre santa! Ma che stava succidenno?
Come per scancillare quell’immagini, si susì di colpo e s’addiriggì in
bagno per farisi la doccia. Stava per rapriri l’acqua quanno si firmò e
accomenzò a naschiare supra alla pelli del vrazzo mancino.
Miracolo! Miracolo!
C’era ancora tanticchia del sciauro di Antonia.
Non era meglio che ’nveci di farisi la doccia si lavava pezzo a pezzo,
senza passarisi l’acqua supra al petto?
Forsi ’na picca del sciauro di lei durante la matinata gli sarebbi
riacchianato fino alle nasche. Po’, facennosi la varba, s’arricordò della
frasi di Antonia. Fettivamenti assimigliava a ’na speci di carta vitrata!
Certo, con quel saponazzo da quattro soldi che s’accattava dal tabaccaro,

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che potiva pritinniri?
Torno ’n càmmara di letto, sciglì ’na giacchetta e un paro di pantaluna che
gli parsero i meglio, po’ prima di mittirisilli, si stinnicchiò panza a terra:
non meno di quaranta flessioni.

S’addiriggì con la machina sparato verso il centro del paìsi indove che ci
stava ’na sparluccicanti e granni profumeria nella quali non aviva mai
mittuto pedi.
Siccome che era ancora presto attrovò facilmenti da parcheggiari.
Trasì e ’mmidiato fu assugliato dal sciauro duciastro e squasi vomitevoli
che stagnava nell’aria. Darrè al banconi ci stavano dù picciotte
alliffatissime. La cchiù giovane arrivolgennogli un luminoso sorriso gli spiò
se potiva essiri d’aiuto. Montalbano si sintiva tanticchia ’mpacciato in
quell’ambienti che gli pariva liccato ma senza nisciuna vera aliganzia.
«Cerco una buona crema da barba».
«Spray o da pennello?».
«Da pennello».
«Un attimo» fici la picciotta.
Si scostò dal banconi, annò a rapriri ’na vitrinetta e tornò tinenno ’n mano
tri confezioni di sapuni.
«Il migliore è questo. È francese».
Montalbano era sempri cchiù sturduto dal profumo, dissi sulamenti:
«Va bene, lo prendo».
La picciotta ’nveci di farigli il pacchetto continuava a taliarlo.
Ma che voliva da lui, si spiò il commissario.
«Mi permette?» fici tutto ’nzemmula la commissa.
«Prego».
La picciotta allungò un vrazzo, Montalbano di scatto si scansò, tirannosi
narrè.
«Mi scusi» fici la fìmmina «volevo solo...».
«Mi scusi lei» dissi, riavvicinannosi, il commissario.
La picciotta gli passò sdilicata le dita supra alla facci, come se gli facissi
’na carizza.
«Lei ha la pelle molto disidratata, le ci vorrebbe proprio un buon
dopobarba».
Montalbano rassegnato allargò le vrazza.
La picciotta raprì ’n’autra vitrina e tornò da lui.
Scopirchiò la scatola, svitò il tappo e glielo misi sutta al naso.

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«Senta che buon profumo».
Montalbano naschiò, fettivamenti il sciauro era gradevoli.
«È della stessa marca del sapone, però vorrei fargliene provare anche un
altro».
La picciotta tirò fora da un cascione un tubetto tutto sparluccicanti e
glielo mittì sutta alle nasche.
«Che ne dice?».
«Che cos’è?» spiò il commissario che gli pariva di essiri trasuto di colpo
dintra a un tempio buddhista.
«È un sapone liquido con i sali del Mar Morto e dell’incenso puro
yemenita».
Il commissario voliva sulamenti nesciri il prima che potiva da quel
posto. Dissi alla commissa che gli piaciva chiossà il primo.
Mentri che la picciotta era annata a farigli il pacchetto, nel negozio trasì
una signura aligantissima. L’autra commissa che si nni era stata sempri
assittata darrè al bancone, la salutò.
«Buongiorno, signora Geneviève».
A sintiri ’sto nomi Montalbano si girò a taliarla nell’occhi. La fìmmina
stava facenno lo stisso. Il commissario, vrigugnoso di essiri sorpriso dintra
a ’na profumeria, avrebbi voluto scompariri dalla facci della terra, però fu
vinciuto dalla curiosità di vidiri la fìmmina che forsi era quella che bitava
supra al morto di Augello. A ’sto punto la signura gli sorridì e dissi:
«Ma lei è il famoso commissario Montalbano?».
Stavota autro che scompariri, avrebbi voluto cadiri ’n terra catafero.
«Sì».
E l’autra, papali papali:
«Io ho il piacere di conoscere il suo vice, Domenico Augello».
«Anche io» dissi Montalbano, santianno muto per la minchiata che aviva
appena ditto.
Genoveffa, ’ntisa Geneviève, che evidentementi non sapiva cos’era la
discrezioni, spiò:
«È qui per acquistare qualcosa per la sua compagna?».
Il commissario non arrispunnì. Si votò verso la sò commissa e dissi:
«Mi scusi, è troppo tardi, devo scappare».
«Ho già fatto» dissi la picciotta. «Ecco il suo pacchetto. Ci ho messo
dentro anche dei campioncini da uomo per il contorno occhi. Sono sicura
che li troverà eccezionali. Mi faccia anche sapere come è andata la crema e
il dopobarba».

116
Montalbano non isò la testa, fici un mezzo ’nchino a Genoveffa, ’ntisa
Geneviève, annò alla cassa, senza vidiri il conto pagò con la carta e niscì.
Per arripigliarisi dalla vrigogna e dal sciauro che l’aviva ’mpistato,
s’addiriggì verso un cafè. Arrivato che fu, ordinò e mentri si nni stava ad
aspittari davanti al banconi, raprì la busta della profumeria.
Pigliò lo scontrino, lo taliò e per picca non cadì ’n terra.
Aviva spinnuto squasi quanto ’na cena per dù nel meglio ristoranti di
Palermo. Però al pinsero che Antonia carizzannolo avrebbi attrovato ’na
pelli morbita ’nveci che la carta vitrata, si dissi che “ok, il prezzo era
giusto”.
Trasì dintra alla machina, misi ’n moto per annari al commissariato,
quanno vinni pigliato da un dubbio. Astutò il motori e stetti tanticchia a
considerarlo. Non era meglio arrisolviri i problemi del vistiario in quella
stissa matinata? Aviva fatto trenta, tanto valiva fari trentuno.
Misi ’n moto, partì e miraculosamenti attrovò parcheggio davanti al cchiù
liganti negozio mascolino di Vigàta.
Ccà non c’erano commisse fìmmine, il personali era... com’era il
personali? Certamenti erano mascoli ma da come si cataminavano parivano
cchiù fìmmine delle commisse della profumeria.
Montalbano dissi che voliva delle cammise, lo ficiro accomidari supra a
’na poltruna di villuto russo e po’ gli vinni addimannata la misura del
colletto. Arrispunnì che non lo sapiva, il commisso allura gli dissi di
mittirisi addritta e gli passò un metro torno torno al coddro. Fu in quel
priciso momento che sintì ’na voci fimminina che faciva:
«Oh che bello, commissario! Questo sì che si chiama destino! Vorrà dire
che dobbiamo diventare amici!».
Era Genoveffa, ’ntisa Geneviève.
Il commissario risantiò dintra però arriniscì a tirari fora un mezzo
sorriso.
Tornò il commisso tinenno ’n mano ’na pila di cammise che assistimò
supra al banconi. E ccà si materializzò ’na parata di colori a mità strata tra
un circolo questri e un carretto siciliano: stoffi a pois, a riga granni e riga
stritti, ad arcobaleno, stampati con le giraffi niche niche o granni granni, con
i pusa cangianti a riporto del colletto, con i buttuna diffirenti uno dall’autro,
con il coddro alla coriana, e con un baviro anni sittanta che arrivava a mità
panza. Tutto questo era davero troppo per Montalbano che non arriniscì a
diri nenti mentri che s’addiriggiva verso la trasuta.
Genoveffa, ’ntisa Geneviève, lo firmò:

117
«Le posso essere utile?».
Il commissario la pircipì come un salvagenti.
«Sì grazie».
«Mi sembra di capire che ha bisogno di una camicia?».
«Sì, ma non di una così» dissi Montalbano con tono sconsolato ’ndicanno
il banconi.
Genoveffa, ’ntisa Geneviève, dissi ’na poco di parole mammalucchigne
al commisso il quali si nni annò per tornari con una nuova pila di cammise,
chiste sì, mittibili.
’Nzemmula nni scigliero tri: bianca, cilistina e cilistina sempri, ma con
delle riguzze sottili sottili.
Aviva spinnuto squasi quanto quattro pranzi sempri nello stisso meglio
ristoranti di Palermo. Salutò Genoveffa, ’ntisa Geneviève, arringraziannola
’n’autra vota, annò ’n machina, misi le cammise nel sedili posteriori e
ripartì verso il commissariato.
Firmò subito appresso.
Che stavano a significari le cammise nove se i vistita erano ’na fitinzia?
Abbisognava di necessità accattarinni almeno dù.
Ritrasire nel negozio di prima non era cosa. Avrebbi arritrovato ancora
quella gran camurria di Genoveffa, ’ntisa Geneviève. Gli vinni ’n menti che
in funno al corso ci stava un negozio di abiti bell’e fatti.
Misi ’n moto, ma ancora ’na vota si firmò. S’addunò ’nfatti che il trafico
si era fatto cchiù ’ntenso, capace che non avrebbi attrovato cchiù
parcheggio. Quindi scinnì e se la fici a pedi.
A mità del corso notò ’n’insigna di varberi.
Taliò dintra, vitti che c’era ’na seggia libbira e annò ad assittarisi.
Addimannò al varberi ’na spuntatina ai capilli e ai baffi. Duranti tutta
l’operazioni si nni stetti sempri con l’occhi chiuiuti. Darrè alle sò palpibri
’nfatti scorriva ’n’immagini trasversali che partiva dalla scapula mancina di
Antonia, finiva sul sò scianco dritto e po’ tornava narrè. Il varberi gli
addimannò si voliva il servizio completo che prividiva shampoo, crema per
capelli, per il viso, per gli occhi... Il commissario consintì e accussì quanno
raprì l’occhi e si taliò allo specchio vinni pigliato da ’na grannissima
maraviglia pirchì squasi non s’arraccanoscì. Però quello che arrinisciva ad
arraccanosciri gli annava bono.
Aviva spinnuto squasi quanto ’na cena di pisci sempri nel meglio
ristoranti di Palermo. Niscì e s’addiriggì verso il negozio.
Ci persi il resto della matinata.

118
Doppo aviri viduti tanti vistita e avirinni scigliuti dù, si li annò a
provare. Di uno le maniche erano troppo longhe, ’nveci dell’autro il
problema erano i cazuna in quanto che gli stavano troppo stritti di vita. Un
commisso gli pigliò le misure giuste e gli dissi che avrebbi potuto arritirarli
nel doppopranzo dell’indomani. Domani? Ma a lui nicissitavano tra meno
di dù orate. E allura, oltre a quelli scigliuti, si nni dovitti pigliari ’n autro
spezzato, questo sì che gli annava bono.
Aviva spinnuto squasi quanto ’na festa di vattìo sempri nel solito
ristoranti.
Si nni niscì, si rifici a pedi il corso, s’accattò du pacchetti di sicarette,
delle mentine per aviri l’alito bono, però il pacchetto gli cadì, e calannosi
per ripigliarlo s’addunò che aviva le scarpe consunte.
Gli vinni lo scanto che i negozi stavano per chiuiri, epperciò squasi di
cursa dovitti appricipitarisi dintra alla putìa di Umberto Amato, famoso
latro di passo, indove aviva giurato che non avrebbi mai mittuto pedi.
La fama di Umberto Amato s’arrivilò squasi cchiù vascia della rialtà.
Gli fici pagari per un paro di scarpe ’nglisi squasi la stissa cifra che se in
Inghilterra ci fusse annato con un volo privato.
E comunqui, va’ a sapiri pirchì, va’ a sapiri per como, tutto sorridenti
niscì dal negozio per addiriggirisi verso la machina.
A un certo punto vitti ’na vitrina indove ci stavano delle quasette
miravigliose ed aligantissime.
Certo, come sarebbiro state bene sutta ai pantaluna novi.
«Ma no!» si dissi con un moto di orgoglio mascolino. «Le quasette no!
Mi tegno le mie!».

Era passata da picca l’una quanno trasì ’n commissariato.


Vinni assugliato dalle vociate di Catarella.
«Ah dottori dottori! È da tutta la matinata che...».
Montalbano si votò, lo taliò ’mpirioso, si portò l’innici al naso.
Catarella s’azzittì di colpo.
Si stava addiriggenno verso il bagno, quanno vinni firmato da Fazio.
«Dottore, ma che fini fici? Avi il cellulari astutato, è tutta la matina che
l’aspetto per annari da Nico Licata».
«Talè!» fici Montalbano sorridenno. «Me l’ero scordato. Ci andremo
domani. D’altronde, amico mio, che prescia c’è? Ora aio chiffari, ti saluto».
E annò, secutato dall’occhi strammati di Fazio e Catarella, a chiuirisi ’n
bagno con tutti i pacchi e pacchetti.

119
Mancavano dodici minuti alle dù quanno la porta del bagno si raprì.
Montalbano niscì fora che pariva un figurino, aliganti, profumato, con le
scarpi novi che sbrilluccicavano.
Nel corridoio la genti era aumentata, ora ci stavano ad aspittarlo macari
Gallo e Galluzzo oltre a Fazio e Catarella. Tutti stavano per rapriri la vucca
per parlari ma ristaro ’ngiarmati a taliarlo.
Mai avivano viduto al commissario accussì alliccato.
Montalbano non aviva né tempo e né gana di spiegarigli nenti e glielo fici
capiri semplicementi stoppannoli isanno il palmo della mano dritta.
Pariva uno di quei principi del tribunali, che alla fini d’una seduta
’mportanti, assugliato dai giornalisti, arrispunni alle dimanne sulo con un
laconico “no comment”.
Mancavano dù minuti alle dù quanno con una sgummata parcheggiò
davanti a Enzo.
Montalbano scinnì e si misi sulla porta del ristoranti in aspittanzia di
Antonia.
Ristò accussì sull’attenti almeno un quarto d’ura.
Antonia non compariva.
Erano le dù e venticinco quanno s’arrisolvì ad aspittarla dintra.
Ma non appena fu nel ristoranti i sò occhi vinniro calamitati da ’na scena
che l’apparalizzò: Antonia era assittata a un tavolo con un omo, e gli
sorridiva!
Montalbano si sintì moriri il cori.
Chi era ’st’omo di spalli che... po’ l’arraccanoscì. Era Enzo. Se la
stavano scialanno.
Montalbano, ’nfuscato dalla gilosia, avrebbi voluto cataminarisi verso il
tavolo sbattennogli un tovagliolo ’n facci e dirigli: “si ritenga
schiaffeggiato”. Ma po’ la filicità di rividiri Antonia ebbi la meglio.
S’avvicinò, si calò, la vasò squasi sulla vucca e senza dignari Enzo di
una taliata dissi:
«Finalmente».
«Ti sei fatto aspettare» fici gelita Antonia.
Intanto Enzo si era susuto e lassannogli il posto spiò:
«Cosa vi pozzo portari?».
Montalbano taliò ’ntirrogativo ad Antonia che dissi:
«Non ci vedo dalla fame, ti prego fai anche per me».
Il commissario ordinò ’na poco di antipasti sustanziusi, e po’ quanno
Enzo si fu allontanato posò ’na mano supra a chiddra di Antonia e le

120
sorridì.
Antonia la ritirò senza ricambiare il sorriso.
«Che c’è?» spiò allarmato.
«Che ci deve essere? Niente» fici la fìmmina, e lanciannogli ’na ràpita
taliata continuò: «A me piacevi più prima».
«Prima quando?».
«Prima prima. Questo taglio di capelli ti invecchia e poi sei... come dire,
tutto lucido, sembra che sei cascato nella brillantina. Hai un odore strano. E
questa giacca poi...».
«Cos’ha la giacca?».
«Ti ingrassa».
Ma come? Non aviva dormuto, non aviva travagliato, aviva passato la
matinata a fare compere, aviva spinnuto un patrimonio e pariva cchiù
vecchio e cchiù grasso?
Stava per susirisi arraggiato quanno lei gli posò la mano supra alla sò,
gliela carizzò e con un sorriso fici:
«Non te la prendere, dai».

121
Dodici

Per fortuna arrivaro le sarde a beccafico e po’ i cacoccioli fritti e ’na


poco di purpiteddri sutta acìto. Ma a Montalbano il pititto era passato.
O meglio pinsava che gli era passato, pirchì quanno vitti con quanto
piaciri e sodisfazioni Antonia si sbafava a picca a picca tutti l’antipasti,
provò macari lui a dari ’no svogliato muzzicuneddru e po’ ’n autro, e po’ ’n
autro ancora fino a quanno accapì che il pititto non sulo non gli era passato
ma gli stava tornanno cchiù ’mpirioso di prima.
E accussì fu tutto un gran sorridirisi e taliarisi occhi nell’occhi e brindari
alla riciproca filicità.
’Stintivamenti sutta al tavolo le gamme di Montalbano annaro a circari
quelle di Antonia che s’atturciuniaro come radici di un àrbolo.
«Meno male!» fici Montalbano dintra di sé «le è passata».
Non aviva finuto di formulare ’sto pinsero che quella si sradicò e dissi
severa:
«Cerchiamo di essere seri, Salvo. Ricordiamoci che siamo qui per
l’indagine».
«Solo per quello sei qui?».
«E perché altro sennò?».
Montalbano abbasciò la testa e si misi a mangiari gli spachetti alla
carrittera. Po’ tutto ’nzemmula si firmò con la forchetta a mezz’aria pirchì le
gamme di lei vinniro a circari le sò. Il commissario isò l’occhi dal piatto e
la taliò. Antonia aviva ’na taliata addivirtuta. Montalbano si sintì come si
fusse acchianato supra alle montagne russe e da ddrà non potiva, o forsi,
non voliva cchiù scinniri.
Al momento di pagari il conto, Enzo dissi:
«Già fatto».
«Hai pagato tu?» fici il commissario, pronto ad arraggiarisi.
«Io no».
«Se pirmittiti, offri la ditta: omaggio alla biddrizza!» fici Enzo,
’nchinannosi ad Antonia.
Mentri che Montalbano guidava verso via La Marmora, gli vinni
spontanio di appuiari la sò mano dritta sulla gamma mancina di Antonia.

122
Quella, senza diri né ai né bai, gliela livò e gliela posò supra al volanti.
«Maria quant’è grevia!» pinsò Montalbano sintennosi cadiri tutte le
spranze che aviva riposto nel doppopranzo.
Arrivato davanti al nummaro di Catalanotti, parcheggiò.
Antonia scinnì e già con le chiavi ’n mano s’addiriggì sparata verso il
portoni. Montalbano dovitti chiuiri di fretta la machina e la raggiungì di
cursa. Lei era già trasuta in ascensori lascianno la porta aperta. Montalbano
chiuì, ammuttò il pulsanti, le fici un sorriseddro, ma nenti.
Quella si nni stava con le spalli ’mpiccicata al funno dell’ascensori e nni
taliava il tetto. La distanzia tra loro dù potiva essiri di mezzo metro ma
l’atteggiamento di Antonia era come se fusse milli e millanta miglia lontana.
Arrivati al piano, Montalbano le lassò il passo, lei annò a rapriri la
porta, trasì. Il commissario la secutò, si votò a chiuiri, si rivotò e vinni
sbattuto contro il ligno dal corpo di Antonia che gli si era letteralmenti
ghittata contro e gli tiniva con forza le labbra supra le sò.

Lasciami libere le mani


E il cuore, lasciami libero!
Lascia che le mie dita scorrano
Per le strade del tuo corpo.
[...] È l’incendio!

S’asciucaro con lo stisso accappatoio, si rivistero.


Montalbano le contò ’n brevi tutto quello che avivano scopruto attraverso
gli ’ntirrogatori e le conclusioni alle quali erano arrivati in commissariato.
Po’ aggiungì:
«Ti faccio una proposta. Ora prendiamo questi faldoni dall’armadio,
saranno un centinaio. Ce li dividiamo e cerchiamo di capire attraverso i
provini, e soprattutto i commenti di Catalanotti, i vari profili. Sicuramente
ne troveremo di più curiosi e interessanti. Questi ultimi li mettiamo da parte
e poi li esamineremo di nuovo insieme. D’accordo?».
«D’accordo» fici Antonia ’nforcanno gli occhiali.

Ficiro un travaglio serio, ’nfatti quanno finero erano squasi le novi di


sira.
Rimisiro a posto le carpette, lassannonni fora solamenti ’na decina.
Parlaro di quello che avivano attrovato e po’ Antonia addimannò:
«E di queste carpette che ne facciamo, le lasciamo qui o le porti in

123
commissariato?».
«Io le lascerei qui» dissi Montalbano sornioni «se dobbiamo esaminarle
insieme...».
«Va bene» fici Antonia.
Po’ il commissario la taliò e sorridennole le spiò:
«Andiamo a cena fuori o vieni da me?».
«Nessuna delle due» fici brusca la fìmmina. «Devo tornare a casa. Mi
puoi accompagnare alla macchina?».
Montalbano accapì che le montagne russe si erano rimittute ’n moto, fici
’nzinga di sì e niscero dalla casa di Catalanotti.

Stava guidanno verso il parcheggio di Enzo e tintò, senza nisciuna


spranza, ’na mossa d’avvicinamento verso Antonia: posò la sò mano dritta
sulla gamma mancina della fìmmina che gliela livò e la rimisi supra al
volanti.
Come volevasi dimostrare.
«Come restiamo d’accordo?» spiò il commissario.
«Ti chiamo io» fici Antonia niscenno dalla machina senza manco
dignarisi di darigli ’na vasateddra.

Era passata da tempo l’ura della mangiatina serali e lo stommaco glielo


arricordava murmuriannosi sordamenti, per calmarlo misi ’na mano supra
alla panza squasi ad accarizzarisilla: era orgoglioso del sò corpo che
potiva essiri sì malannato con l’età, però ’nzumma, tutto sommato, si era
comportato bono, anzi, per dirla tutta, si era addimostrato al di supra di
ogni aspittativa. Pigliò il vialetto che portava alla sò casa ma dovitti frinari
di colpo pirchì s’attrovò la strata sbarrata da tri machine. Va’ a sapiri pirchì
e pircomo gli vinni ’n testa che potiva essiri ’n agguato. Nello scuro
’ntravidì tri sagome d’òmini, misi ’stintivamenti la marcia narrè e partì per
riacchianare supra alla strata, mentri che con la mano destra rapriva ràpito
il cruscotto e ’mpugnava l’arma. In quel priciso momento sintì ’na voci.
«Salvo, Mimì sono».
Tirò un respiro di sollevo, chiuì il cruscotto e ripigliò il vialetto mentri
alla luci dei fari arraccanosciva oltri a Mimì macari Gallo e Fazio. Scinnì.
«Ma che minchia ci facite ccà?».
«Ma che minchia di fini hai fatto tu?» reagì Augello. «Stamatina vinisti ’n
commissariato per picca minuti, ti ’mpupasti e po’ sei scomparuto nel nulla
per tutta la jornata! Cellulari astutato! Nisciuna risposta dal tilefono di

124
Marinella! Cristo, ma ti rendi conto che potivamo aviri bisogno di tia? A un
certo punto nni semo macari apprioccupati».
«Ma di cosa vi siete preoccupati?».
«Dato che ti eri travistutu».
«Travistutu? Iu?».
«Accussì mi dissi Fazio, no? Dici che parivatu un figurino. Avemo
pinsato che dovivi fari qualichi missioni a taci maci».
«Ma che cazzo andate dicenno. Se macari vuautri doviti farimi un
cazziatone, faciti puro, masannò tornativinni ’n commissariato o alle vostri
case».
«Bonanotti» fici Gallo, e si nni trasì ’n machina accomenzanno a fari ’na
difficili manopira per scansari le autre atomobili ferme.
E dato che Fazio e Augello non ammostravano la minima gana di
ghirisinni macari loro, Montalbano pigliò ’na risoluzioni.
«Parcheggiamo bono e po’ trasemo tutti ’n casa».
La sirata era bastevolmenti gradevoli, s’assittaro nella verandina.
Montalbano annò ’n cucina, nel forno ci stavano ’nvoltini di carni al suco e
patati a volontà.
«Mangiastivu?» spiò a voci àvuta da dintra.
«No» arrispunnero l’autri dù ’n coro.
«E allora conzate».
Augello e Fazio bidiro all’ordini. Mentri che tutto si quadiava,
Montalbano raprì ’na buttiglia di vino tinto bono e la virsò nei bicchieri.
«E allora che mi contate di bello?».
«Salvo» fici Mimì con tono risintuto «finemola con ’sta sisiata, parla».
«Ho fatto una cosa che nessuno di voi ha pensato di fare. Nella càmmara
di Catalanotti ci stava ’na speci di armuàr indove dintra attrovai chiossà di
cento carpette. Me le sono taliate, liggiute una appresso all’autra, ci ho
spinnuto la jornata ’ntera. Sunno le trascrizioni dei provini tiatrali che
Catalanotti faciva ai sò aspiranti attori».
Mimì lo taliò ammaravigliato. Il commissario continuò:
«Ci sunno ’na decina di documenti ’ntirissanti che ho mittuto da parti.
Domani me li studio».
«Voli che vegno macari io?» fici Fazio ’ntiressatissimo.
«Manco po’ cazzo!» reagì ’stintivo Montalbano.
Fazio lo taliò ’mparpagliato
«Che fici, commissario? Che dissi?».
«No, scusami scusami. È che... come dire, attrovai un metodo mè

125
epperciò preferiscio continuari a sulo. Tu chiuttosto dumani a matino
avverti a Nico che per le deci e mezzo semo a la sò casa».
«Vabbeni, vabbeni».
E tanto per cangiari discurso, dissi susennosi:
«Crio che l’involtini siano bastantementi càvudi».
Annò ’n cucina e tornò con la teglia fumanti. Fici le porzioni e spiò
novamenti:
«E allora, che mi contate di bello?».
Fazio e Augello si taliaro e fu Mimì a parlare per primo.
«Io ancora non sugno arrinisciuto ad accapiri chi è la biunna di
Catalanotti ma crio di essiri supra alla bona strata».
«Io ’nveci» fici Fazio «aio le chiavi!».
«Le chiavi di che?» dissi stunato il commissario firmanno a mezz’aria la
forchetta con tanto di patata ’nfilzata.
«Tornò il responsabili dell’agenzia e lo persuadii a darimi le chiavi» fici
Fazio, ’nfilanno ’na mano ’n sacchetta e tirannole fora.
«Ma l’agenzia di che?» arridimannò Montalbano facenno rotiari la patata.
«Commissario, le chiavi dell’appartamento di via Biancamano!!!» fici
Fazio isanno il tono di voci e parlanno come si fa coi picciliddri.
«Il morto mè!» satò Augello.
Quella frasi aiutò Montalbano a fari dù cchiù dù quattro. E per darisi un
contegno dissi:
«Era ora!» po’ si zittì novamenti.
«Ci vaio io» fici Mimì Augello «accussì macari nni approfitto per
salutari a Geneviève».
«Non ci va nisciuno» tagliò Montalbano «dammi ’ste chiavi».
Fazio gliele pruì e in quel priciso momento squillò il tilefono. Era Livia.
Augello addimannò coi gesti se voliva che loro dù si nni ghissero per
lassarlo parlari ’n paci. Montalbano fici ’nzinga di no con la testa.
«Mi devi scusare Livia, ma qui da me ci sono Fazio e Augello, stiamo
discutendo di un caso molto complicato».
«Nessun problema. Ti auguro una buonanotte».
«Dormi bene anche tu» fici Montalbano, e tornò nella verandina.
«Ora avemo tutto il tempo che volemo per fari il punto sull’indagini».
Non aviva finuto di parlari che il tilefono risonò. Si susì di malavoglia
pinsanno che era Livia che si era scurdata di dirigli qualichicosa.
«Pronto» fici sgarbato.
«Sono io».

126
Era Antonia. Montalbano traballò e po’ dissi:
«Puoi aspettare solo due secondi?».
«Certo».
S’appricipitò come un furgaroni nella verandina.
«Va bene, adesso facitimi il piaciri di ghirivinni subito».
«Ma non volivi fari il punto...» fici Augello ’mparpagliato.
«No! Ghitivinni».
E dato che i dù si erano susuti squasi li ammuttò dintra e li secutò, sempri
ammuttannoli, verso la porta di casa. Murmurianno, scantato che Antonia
potissi sintiri dalla cornetta, fici:
«Nni videmo domani matina ’n commissariato».
Chiuì la porta alle loro spalli e corrì al tilefono.
«Sei ancora lì?».
«Sì certo».
«Avevo paura» arrispunnì il commissario sintennosi il corpo che
s’arrilassava.
«Ma di cosa?».
«Che non ci fussi più. Ma piuttosto come fai ad avere questo numero?».
«Commissario, io sono il capo della scientifica. Non dimenticarlo».
«Comunque è bellissimo sentire la tua voce» fici Montalbano con l’occhi
chiusi e completamenti perso.
«Ma io non ti ho mica telefonato per farti sentire la mia voce».
«E allora perché?».
«Per dirti che domani non possiamo vederci».
Tunft, fici il cori di Montalbano cadenno ’n terra.
Comunqui non si pirdì d’animo e arriniscì persino a parlari con voci
ferma.
«E allora vediamoci adesso».
«Dai, sii serio. Domani devo andare a Palermo, non so quando
rientrerò».
«E allora ti chiamo nel pomeriggio...».
«No. Ti chiamo io» e chiuì la comunicazioni.
Montalbano si nni stetti tanticchia con il ricevitori ’n mano, po’ lo posò,
annò nella verandina e accomenzò tristementi a sconzare la tavola.
Po’ sintenno che l’occhi accomenzavano a farigli pampineddra addicidì
di annare a corcarisi per riguadagnari tanticchia del sonno perso la notti
avanti. Livannosi la giacchetta, s’addunò che nella sacchetta c’era un mazzo
di chiavi. S’arricordò che erano quelle che gli aviva dato Fazio, le chiavi

127
dell’appartamento del morto di Augello. Allura a malgrado della stanchizza
gli vinni l’idea di pigliari la machina e annarici subito ma ’mmidiatamenti
appresso gliene vinni ’n’autra che stimò meglio assà: pirchì non
addimannare ad Antonia dumani di accompagnarlo nella visita? Oltretutto
lei avrebbi potuto attrovari supra al letto del morto eventuali tracce che lui
non avrebbi notato a occhio nudo. Appena che toccò il letto e chiuì l’occhi,
subito gli comparsi davanti Antonia. Le arrivolgì un grannissimo sorriso e
s’addrummiscì.

Alle deci e mezza, vistuto col vistito novo e con allato Fazio citofonò a
Nico.
Margherita gli vinni a rapriri e li rassicurò:
«Vi stavo aspettando. Mi scuserete ma devo uscire di corsa».
«Nessun problema» dissi Montalbano pruienno la mano alla picciotta.
Attrovaro a Nico stinnicchiato supra al divano.
«Prego, prego, accomodatevi».
Montalbano e Fazio pigliaro dù seggie e gli si assittaro vicino.
«Posso offrirvi qualcosa?».
«No, no, grazie» ficiro ’n coro.
«In questi giorni» attaccò il commissario «avrai certamente avuto modo
di pensare a quello che è successo».
«Sì, non ho fatto altro».
«Bene. Hai qualcosa di nuovo da dirci?».
«No, commissario. E non solo non so chi sia stato a sparare, ma non
riesco nemmeno a immaginarne il perché. Sono sempre più convinto che si
tratti di uno sbaglio».
«Posso guardare un attimo fuori dal balcone?» addimannò Montalbano
susennosi.
«Certo» arrispunnì il picciotto.
Il commissario annò al finestroni, lo raprì, niscì fora. Il portoni stava
propio sutta e d’infacci vidiva lo stabili della merceria che aviva sei piani.
Dato che era ’na bella jornata di soli, in squasi tutti i balconi avivano
stinnuto la lavata ad asciucari. Montalbano ritrasì dintra. Si riassittò.
«In sostanza» dissi «tu confermi che uscendo dal portone non hai notato
la presenza di nessuno?».
«Confermo».
«E questo è molto strano».
«E perché?».

128
«Perché uscendo fuori avresti dovuto per forza intravedere quello o
quella che poi ti ha sparato. La balistica parla chiaro. Il tuo aggressore era
di fronte a te. Ora per favore dimmi chi è».
«Non posso dirglielo perché io non ho visto nessuno».
«C’è un testimone» fici Montalbano. «Anzi, una testimone».
A malgrado che fusse stinnicchiato il soprassalto di Nico fu evidenti.
«Impossibile».
«E perché impossibile? Non hai visto quanta gente abita nel palazzo di
fronte?».
«Posso saperne il nome?».
«No. Posso dirti che verrà nel pomeriggio in commissariato perché
avendo visto bene il tuo aggressore è in grado di farne l’identikit».
Nico s’asciucò con un vrazzo la fronti sudata.
«Sicuro che non hai niente da dire?» ’nsistì Montalbano.
A ’sto punto l’atteggiamento di Nico cangiò di colpo.
«Commissario» fici mittennosi assittato «quello che mi sta facendo è un
interrogatorio?».
«No. Come vedi nessuno sta verbalizzando».
«Meglio così».
«Perché meglio?».
«Perché da questo momento in poi io non risponderò più alle sue
domande se non in presenza del mio avvocato, come vuole la legge».
Era un discorso difinitivo, perciò Montalbano si susì, fici ’nzinga a Fazio
di secutarlo e salutanno con la mano, senza manco dignari Nico d’una
taliata, niscero fora.

«E ora» dissi il commissario quanno s’attrovaro ’n machina «stamattina


stissa mi devi procurari ’na fotografia di Tano Lo Bello».
«Pensa che sia stato lui?».
«È possibili e ci provo. Però lo sfunnapedi devi essiri pirfetto».
«Cioè?».
«Prima devo parlari con la zita di Nico».
«Quanno la fazzo viniri?».
«Oggi doppopranzo verso le cinco».
Se Antonia tilefonava avrebbi annullato l’incontro.

Aviva accomenzato a firmari le prime carte del muntarozzo di mano


manca quanno gli satò il firticchio di usari un pennarello virdi per vidiri la

129
reazioni dell’uffici superiori. Raprì il primo cascione centrali per circari il
pennarello e si ’mbattì in un fascicolo rilegato con un torciglioni di plastica
nìvura sul quali ci stava scrivuto granni granni: «Svolta pericolosa». E che
era? Lo raprì, l’accomenzò a leggiri. Nenti. Erano tutti dialoghi di genti coi
nomi ’nglisi. Allura s’arricordò. Era il copioni della commedia che voliva
mittiri in scena Catalanotti. Rimisi ’n cima al muntarozzo il foglio e con un
sospiro di sodisfazioni per le scampate firme accomenzò a leggiri.
Passaro squasi dù orate avanti che isassi l’occhi dal copioni. Era ’na
bellissima commedia. E forsi la chiave di tutto potiva stari nell’arrinesciri
a capiri come e qualmente Catalanotti aviva addiciso di mittirla ’n scena.
Di sicuro ne avrebbi dovuto parlari con Mimì e Fazio e allura addicidì di
pigliari un foglio e di scriviri ’na speci di riassunto.

Sipario chiuso, voce di uomo e donna che parlano di illusioni e di


verità.
Sempre al buio si sente un colpo di rivoltella e un grido di donna.
Si alza il sipario, un ambiente borghese nel quale si trovano 4 donne
(Freda, Betty, la signorina Mockridge, Olwen) che hanno appena
ascoltato una commedia alla radio. Commenti vari.
Arrivano gli uomini. Si capiscono le coppie: Freda è sposata con
Robert Caplan, Betty con Gordon Whitehouse, fratello di Freda, e poi c’è
un terzo uomo, Stanton, che lavora nella casa editrice di Robert. La
signorina Mockridge è una scrittrice, e anche Olwen lavora presso la
stessa casa.
Si viene a sapere che un anno prima Martin, fratello di Robert, dopo
aver sottratto 5.000 sterline si è tolto la vita sparandosi.
Ad un certo punto Freda tira fuori una scatola di sigari con un carillon
e Olwen la riconosce dicendo che appartaneva a Martin. In realtà Olwen
non avrebbe potuto sapere che era di Martin. Le chiedono spiegazioni,
Olwen prova a lasciar cadere.
Gordon cerca un pezzo ballabile alla radio per evitare di continuare a
discutere sull’argomento. La radio smette di funzionare.
Robert però si intesta a volerne sapere di più sulla scatola: come è
possibile che Olwen sappia che apparteneva a Martin?
Robert vuole conoscere la Verità.
Olwen è costretta ad ammettere che andò a trovare Martin nel suo
cottage la sera del suicidio. Anche Freda confesserà di essere stata lì
nello stesso pomeriggio.

130
Il disvelamento della verità porta alla luce amori e odi inconfessabili:
Olwen era innamorata di Robert (lo dirà la stessa moglie Freda).
Freda aveva una relazione da tanti anni con il cognato Martin.
Martin era amato anche da Gordon, marito di Betty.
Freda e Gordon, fratelli, discutono su chi fosse più riamato da Martin:
una coppia di isterici che litigano accanto a un morto.
Si scopre che Stanton aveva messo i due fratelli l’uno contro l’altro
insinuando a Martin che fosse stato Robert a rubare le 5.000 sterline e
viceversa. L’atmosfera si fa sempre più pesante.
Olwen ad un certo punto confesserà di essere stata lei ad uccidere
Martin casualmente per difendersi da un’aggressione sessuale di lui in
preda alle droghe. Stanton non è sorpreso della confessione, riferisce i tre
elementi che lo avevano da sempre fatto sospettare di Olwen.
Olwen rivela che dopo l’incidente con Martin si è recata al cottage di
Stanton e lì lo ha trovato che faceva l’amore con Betty.
Betty, che pare la bambolina ingenua della comitiva, in realtà non lo è
affatto e ha una relazione, solo sessuale, con Stanton. Il marito Gordon
infatti non la degna di nessuna attenzione.
Si scopre che in verità è stato lo stesso Stanton ad impadronirsi del
denaro per soddisfare anche le voglie di Betty.
A quel punto Robert rivela l’amore per Betty, di cui Frida era a
conoscenza, ed è sconvolto nello scoprire che Betty non è quella che
immaginava.
La Verità è troppo pesante per tutti: decidono che non ne parleranno
mai con nessuno.
Olwen, che è quella che ha premuto il grilletto, sembra l’unica a uscire
pulita da tutto.
Robert è il più disperato nel rendersi conto che la realtà in cui ha
vissuto sino ad allora è solo un mondo di illusioni. La Verità è totalmente
diversa. Freda gli ricorda che è stato lui. Buio.
Luce: Tutti sono nella posizione del primo atto. Riparte la commedia,
al punto delle domande sulla scatoletta con il carillon, Gordon riesce a
trovare alla radio un pezzo ballabile e tutti si mettono a danzare.
Si chiude il sipario.

Rimisi a posto il copione nel cascione. Taliò il ralogio, si era fatta l’ura
d’annari a mangiare.

131
Tredici

Da Enzo niscì veramenti aggravato. Si fici la solita passiata fino allo


scoglio chiatto, s’assittò e accomenzò ad arriflittiri supra alla commedia
che aviva liggiuto. Era scrivuta accussì bona che il commissario arriniscì a
’mmaginarisi facilmenti i personaggi e i movimenti supra alla scena.
Ma come se l’era ’mmaginata Catalanotti?
Che tipo di provini aviva pinsato di fari?
O macari aviva già fatto?
Circò di farisi tornari a menti le prime battute, quelle sulla virità e le
illusioni.
Le aviva già liggiute. Ma indove?
Di sicuro qualichi aiuto gli sarebbi vinuto dalle deci carpette da
riesaminari con Antonia.
E va’ a sapiri indove e con chi stava Antonia in quel momento.
Sonò il cellulari. Spiranno che fusse lei, circò di tirarlo fora dalla
sacchetta, ma quanno che ci era squasi arrinisciuto, l’apparecchio gli
sciddricò annanno a finiri perigliosamenti vicino al bordo dello scoglio,
fici un sàvuto in avanti e l’agguantò allordannosi tutto.
«Pronto...!».
Era Livia. La sdillusioni fu profunna. Pirchì tilefonava a ’st’ura?
«Che c’è?» spiò sgarbato.
«Scusami, ti disturbo?».
«Sì certo, sono in riunione».
«Ci metto poco: volevo dirti che domattina arrivo con il primo aereo che
atterra a Punta Raisi alle dieci».
«No!» urlò Montalbano.
«No cosa? È troppo presto? Non puoi venirmi a prendere? Non ti
preoccupare, vengo con l’autobus».
«No. Non puoi venire».
«Oddio, e perché?».
Montalbano non sapiva che arrispunniri.
Astutò il tilefono, le avrebbi ditto che era caduta la linia. Po’ pinsanno
che lo avrebbi circato ’n commissariato, pirchì lo sapiva in reunioni, si fici

132
coraggio e la chiamò.
«Scusami, sono uscito fuori dalla riunione. Ora possiamo parlare».
«Mi dici che ti ha preso? Perché non posso venire?».
«Livia, cercherò di spiegartelo con calma stasera, ora ti posso solo dire
che non è il caso che tu venga. Non mi troveresti».
Era in effetti sulamenti ’na mezza farfantaria, pirchì era vero che macari
se Livia fussi vinuta, non avrebbi cchiù attrovato al Montalbano che lei
accanosciva.
«D’accordo. Ci sentiamo stasera».
Quanno tornò ’n ufficio, prima passò ’na mezzorata a tambasiare, po’ si
riliggì il riassunto della commedia. Stava per ripiegari il foglietto che trasì
Fazio.
«Assettati».
E senza aggiungiri parola gli pruì la pagina con il sò riepilogo di Svolta
pericolosa. Fazio se lo liggì e po’ gli spiò ’ntordonuto:
«E che è ’sto gliommaro?».
«È la trama della commedia che Catalanotti stava allistendo e per la
quali circava l’attori».
Senza diri ’na parola Fazio si riliggì attentamenti il foglietto e taliò
novamenti ’nterrogativo a Montalbano.
«T’arricordi che avivamo fatto la supposizioni che l’assassino potiva
essiri qualichiduno che si era arribbillato ai provini, dicemo accussì,
crudeli, ai quali Catalanotti sottoponiva i sò attori?».
«Sissi».
«A mia pari che ’sta commedia gli offriva la possibilità di scatenari la sò
fantasia fino a limiti estremi».
«Chi mi voli significari?».
«Fazio, qui si parla di gente borghese, che fa un lavoro e una vita
borghese. Non ha problemi di nessuna sorta, se non quello di continuare a
vivere in un mondo di illusioni. Una sera uno di loro, Robert, chiede la
verità su una cosa apparentemente da nulla, epuro basta per scatinari un
virivirì indove ci scappa macari un morto. E forsi dù».
«’N conclusioni vossia voli orientari l’indagini tra le pirsone che
Catalanotti circava per il sò spittacolo?».
«Esattamenti».
«Dottore, però ci voglio fari notari ’na cosa: mi pari che nella commedia
si parla macari di dinaro arrubbato e non arrestituito».
«Embè?».

133
«Embè, vossia non si devi scordari che Catalanotti faciva puro lo
strozzino. Perciò secunno mia il campo d’indagini resta largo sempre lo
stisso».
Squillò il cellulari. Lo tirò fora. Era Antonia.
Il cori gli fici un sàvuto dintra al petto!
«Gioia! Che bello sentirti!».
Di scatto Fazio si susì, niscì fora richiuienno la porta.
«Ciao Salvo, volevo dirti che sto tornando a Montelusa».
«Benissimo. A che ora passo a prenderti?».
«Per andare dove, scusa?».
«Non so, potremmo andare a cena assieme e poi...».
«No Salvo, ci vediamo in via La Marmora alle nove e mezza».
«Va bene, a stasera» fici sdilluso il commissario.
Antonia non ricambiò. Evidentementi la montagna russa si era rimittuta ’n
movimento in acchianata. Tuppiaro discretamenti alla porta.
«Avanti».
Comparsi Fazio.
«Trasi, trasi».
«Solo un momento dottore, le volevo dire che è arrivata Margherita Lo
Bello».
«Accompagnala ccà».
Fazio spirì e doppo un minuto, sulla porta, s’apprisintò Margherita. Era
bianca ’n facci, l’espressioni nirbùsa, e da come si cataminava s’accapiva
che era assugliata da ’na forti prioccupazioni.
«S’accomodi» dissi il commissario, e prima che potissi continuari, parlò
la picciotta.
«Temo di aver sbagliato a venire qui, Nico mi ha riferito del colloquio di
stamattina».
«E perché pensa di aver sbagliato?».
«Perché forse dovevo farmi assistere da un avvocato».
«Guardi, la rassicuro subito, questo è un colloquio informale, come
quello fatto al suo compagno».
«Va bene».
«Nel racconto suo e in quello di Nico, ci sono dei particolari che non
tornano. Posso andare avanti?».
La picciotta fici ’nzinga di sì con la testa.
«Anzitutto, tanto lei quanto Nico avete asserito di non avere sentito il
rumore dello sparo. Ora, alle sei del mattino la strada era deserta, ed è

134
praticamente impossibile che voi due non abbiate percepito il colpo».
Margherita lo ’nterrompì.
«Può darsi che avesse il silenziatore».
«E allora parliamo di un killer professionista che non avrebbe certamente
ferito Nico alla gamba. D’altra parte il nostro testimone afferma di aver
sentito benissimo il colpo».
La facci della picciotta addivintò sempri cchiù colori del gesso.
«Se mi consente di parlarle a cuore aperto, le dirò che non capisco che
necessità abbiate nel negare di aver sentito lo sparo. A meno che...».
E ccà il commissario si firmò.
«A meno che...» fici con un filo di voci Margherita.
«A meno che» continuò Montalbano «il fatto di non aver sentito il colpo
sia l’unica possibilità per lei, Margherita, di poter sostenere la sua versione
dei fatti».
«Non ho capito» dissi la picciotta.
«Provo a spiegarmi meglio. La prima volta che parlammo in ospedale, lei
mi disse che stava per aprire il balcone e per salutare Nico quando sentì
suonare il citofono. Se lo ricorda?».
«Sì, è così».
«Ora, se sta aprendo il balcone e sente un colpo di pistola, lei che sa che
il suo Nico è sul portone di casa, istintivamente apre e si affaccia per
vedere cosa è successo. Questo invece non è avvenuto, secondo il suo
racconto, perché non ha udito il colpo ma ha sentito solo il citofono
suonare. Ma vede, tra lo sparo e il suono del citofono passa un bel po’ di
tempo: Nico cade, tenta di rialzarsi, non ce la fa, poi finalmente riesce a
raggiungere il citofono e chiamare aiuto. E lei? Lei rimane per tutto questo
tempo davanti al balcone chiuso senza mai aprirlo? Si rende conto di come
sia incongruo il suo racconto?».
Margherita non seppi che arrispunniri. Calò la testa e stetti ’n silenzio.
«Posso continuare?» spiò il commissario. Fici ’na pausa, si tirò il paro e
lo sparo pirchì stavota si stava jocanno tutto con una farfantaria grossa
come a ’na casa. Se ci ’nzertava era fatta.
Stancamenti Margherita allargò le vrazza.
«Io le sto dando tutte le possibilità di raccontarmi la verità. Ma lei non
sembra voler cogliere l’opportunità, allora le dico che la prossima volta
che sarà convocata dovrà venire con il suo avvocato».
«Perché?».
La dimanna della picciotta fu squasi ’mpercettibili.

135
«Perché la testimone l’ha vista sul balcone e l’ha sentita gridare».
A ’sto punto Margherita si misi a chiangiri. Ci aviva ’nzertato.
«Io ho finito» dissi Montalbano. «Ha ventiquattro ore per pensarci. Si
consulti con il suo fidanzato. Fazio, accompagna la signorina».
Tornò Fazio e si nni stettiro tanticchia a taliarisi ’n silenzio.
«Hai ancora dubbi?» spiò Montalbano.
«No».
«È chiaro che tanto Nico quanto Margherita hanno visto benissimo chi è
che ha sparato e non vogliono in nessun modo farne il nome. Perché?».
«Perché» dissi Fazio «quel nome è di Tano Lo Bello, il patre di
Margherita».
«Attrovasti la foto?».
«Sissi».
«Avemo qualichiduno ’n commissariato che sapi addisegnari ’n
identikit?».
«Sissi dottori, ci sta Di Marzio».
«Allura portagli subito la foto e digli che me lo faccia bastevolmenti
assimiglianti».

Niscì dal commissariato, annò al negozio per pigliari i vistita novi, che
dovivano essiri pronti, li carricò ’n machina senza manco provarisilli e
s’addiriggì a Marinella. Appena trasuto ’n casa raprì la porta-finestra della
verandina e ristò ’ngiarmato a taliare il tramonto che era ’na vera biddrizza.
La linia del mari pariva pittata da Piero Guccione. Affatato, s’assittò.
’Sta palla russa s’inabissava lentamenti, lentissimamenti nel mari. Sulo
quanno scomparì del tutto, ’mmidiato gli vinni il pinsero di Livia. Macari la
loro storia si era lentamenti, lentissimamenti allascata e ora stava
tramuntanno com’era tramontato il soli? Era già capitato la vota che s’erano
’nnamurati con Marian e lui era arrivato a un passo dal chiuiri la storia con
Livia quanno che era ’ntirvinuta la tragica morti di François. Ma ora le cose
stavano in un modo completamenti diverso. Antonia non era il rimpiazzo del
soli che tramuntava con Livia, Antonia era il soli che sorgiva. Antonia gli
dava la possibilità di sintirisi ancora vivo. E risintirisi vivo, forsi, per
l’urtima vota nella sò esistenzia. Epperciò non la potiva perdiri.
Ma com’è che con Livia erano arrivati a ’sto punto? La distanzia che ’na
vota faciva cchiù forti il loro ligami, quella mancanza che si tramutava
’nveci in una prisenza continua, ora era semplicementi luntananza, assenza.
E nisciuno dei dù aviva fatto un passo, un passo vero, per addicidiri di

136
colmari quell’assenza. Livia si nni stava a Genova a fari la sò vita e le era
bastato pigliarisi un canuzzo per non sintirisi sula. Lui aviva continuato a
fari il sò travaglio a Vigàta pinsanno di stari bono accussì, in una vita
distinata a un lento tramonto. Macari davanti al mari. ’Nveci la vita ha assà
cchiù fantasia di nuautri. E lui dintra a quella fantasia voliva ristarici cchiù
a longo possibili, forsi per sempri. Però sintiva il doviri di dari ’na
spiegazioni a Livia prima di troncari. La facenna era complessa e non
sarebbiro state bastevoli ’na poco di tilefonate. Doviva assolutamenti
attrovari il coraggio di partiri per Boccadasse.
Si era fatto scuro, e va’ a sapiri pirchì ’nzemmula alla gioia che da lì a
picca avrebbi rividuto Antonia, s’ammiscò ’na botta di sottili malincunia.
Reagì subito. Si susì, trasì dintra, pigliò i vistita novi, annò ’n càmmara
di letto, si spogliò per provarisi il primo. Si taliò allo specchio e si vitti
riddicolo. Non è che il vistito avissi nenti di particolari, però gli pariva che
non gli cadiva bono: le maniche troppo larghe, i pantaluna troppo curti.
Si sintiva come a un pupo costretto a ’ndossari ’n’armatura che non era la
sò. Se lo livò di cursa e si provò il secunno. Stavota l’armatura pariva un
vero e propio sarcofago. Ghittò tutto ’n terra e siccome aviva sudato
s’addiriggì ’n bagno, ma fici l’errore di taliarisi allo specchio. Il risultato
fu che ’mmidiato si misi a fari ’na poco di flessioni. Po’ quanno non
arriniscì cchiù a piegari le vrazza si strascinò fino alla doccia. Addicidì di
mittirisi il vistito che s’era livato e ’ncignò ’na cammisa appena accattata.
’Na vota che si fu vistuto gli vinni un dubbio: mangiare o non mangiare?
Forsi la scoperta di quello che gli aviva priparato Adelina l’avrebbi
aiutato ad arrispunniri alla dimanna ’mletica.
Raprì il frigorifiro: nenti.
Raprì il forno: nenti.
Però supra al tavolino ci stava ’na pentola cummigliata con un piatto.
Tintò di sollivari il piatto e non ci arriniscì, era accussì aderenti che
pariva ’ncoddrato. Allura, prima di farisi viniri il nirbùso, raprì il
cascione, pigliò un cuteddro, ’nfilò la lama tra il piatto e la pentola e...
rapriti pipiti chiuiti popiti: la caponatina! Il dubbio era arrisolvuto.
Agguantò ’na furchetta, stava per avvintarisi quanno un pinsero lo firmò: ma
Antonia sarebbi vinuta mangiata o no?
Forsi la cosa si potiva arrisolviri portannosi la caponatina appresso.
S’assittò, si beò, si vippi un bicchieri di vino e po’ accomenzò a circari
qualichicosa per trasportare la caponatina.
Raprì l’armuàr della cucina e nenti: un continitori tunno di plastica tiniva

137
sulo un coperchio quatrato, la teglia di alluminio fagliava della carta per
cummigliarla. Attrovò ’na buttiglia a collo largo, la sciacquò, ci ’nfilò ’n
imbuto e a cucchiarate travasò la caponatina. Ogni tanto il cucchiaro
pirdiva la strata della buttiglia e annava a finiri nella sò vucca.
Tappò la buttiglia, la ’nfilò dintra a un sacchetto di plastica e prima di
nesciri si detti ’na taliata allo specchio e s’addunò che la cammisa si era
tutta allordata.
’N mezzo a ’na litania di santioni, annò ’n bagno, si rilavò, si rimisi
l’urtima cammisa nova e finalmenti potti lassari Marinella.
’N machina gli vinni ’n testa che non avivano nenti da viviri. Si sarebbi
firmato al bar dell’autra vota.
La notti era avanzata, la strata bastevolmenti larga e l’atomobili
procidiva silenziusa, a lento a lento, a fari astutati, sfioranno le machine
parcheggiate lungo il marciapedi, non pariva caminare ma sciddricare
supra al burro.
Tutto ’nzemmula si firmò, si ghittò sul lato mancino, e a marcia narrè
ripercorrì un pezzo della strata appena fatta.
Parcheggiò davanti a ’na vitrina china di cosi colorati.
Po’, si raprì la portera dalla parti del guidatori e un omo niscì fora
quotelosamenti richiuienno adascio lo sportello.
Era Mimì Augello.

«Salvo, che ci fai ccà?».


Il commissario Montalbano, che stava paganno la buttiglia di vino che si
era appena accattato, arraccanoscì la voci e si sintì aggilari.
Che minchia di risposta potiva dari a quella dimanna? Si stampò sulla
facci un mezzo sorriso e rilanciò:
«E tu che ci fai?».
«Stavo vinenno nni tia quando t’ho viduto dalla vitrina».
«E pirchì volivi viniri nni mia, scopristi ’n autro morto?».
Intanto erano nisciuti fora dal bar.
«Non babbiare Salvo, che quanno penso al morto nostro mi venno ancora
i sudori friddi».
«Mimì, il morto è tutto tò. Ora dimmi pirchì stavatu vinenno a
Marinella».
«Pirchì saccio chi è la biunna».
«Quali biunna? Quella di Catalanotti?».
«Sissignori».

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«Complimenti» fici sbrigativo il commissario «dumani mi conti tutto».
«Salvo, ma che dici? È ’na notizia bumma, dovemo parlarinni
’mmidiato».
Montalbano, come si fusse addivintato surdo, raprì la portera della sò
machina e stava per trasiri, ma la mano di Mimì supra alla sò spaddra lo
firmò.
«Talìami» fici Mimì.
Montalbano si votò.
Mimì Augello ’nfilò i sò occhi dintra a quelli del commissario.
«Dimmi la verità: unni stai ghienno?».
Montalbano accapì che da quel momento in po’ Mimì non avrebbi cchiù
lassato l’osso. Meglio quietarlo dannogli tanticchia di carne.
«Va bene, Mimì, tranquillo. Trasemo, nni assittamo e tu mi dici quello
che mi devi diri».
Appena che foro dintra, il banconista l’avvirtì:
«Stavo chiuienno, io».
«Cinco minuti suli e livamo il disturbo» fici Mimì Augello, continuanno a
taliari il commissario sospittuso. «Non mi pirsuadi Salvo, il vino, la
cammisa nova, tutto alliffato...».
Montalbano non gli lassò spazio per fare autre dimanne.
«Allura, volemo parlari di ’sta fìmmina?». Il commissario si votò.
«Certo, si chiama Anita Pastore, ed è propietaria d’una fabbrica di
famiglia che produce cioccolato».
«E che autro sai?».
«Nenti. Aio nummaro di tilefono e ’ndirizzo e stavo vinenno nni tia
propio per sapiri come procidiri».
«Non ne potemo parlari dumani matina? Ora staio annanno ’n casa di
Adelina che il figlio di Pasquale...».
Mimì allargò le vrazza.
«Come voli vossia!» arrispunnì Augello susennosi.
Quanno stava raprenno lo sportello per trasire nella sò machina, a
Montalbano vinni un pinsero. E se Mimì l’avissi voluto secutari per
scopriri indove annava veramenti?
Perciò pigliò la direzioni opposta a quella che portava in via La
Marmora. Doppo ’na decina di minuti, quanno accapì che Mimì non gli
stava appresso, ripigliò la strata giusta.
Attrovò posto nelle vicinanze del portoni, gli vinni di taliare il ralogio.
Tra ’na cosa e l’autra aviva perso tri quarti d’ura di tempo.

139
Appena che trasì nell’appartamento di Catalanotti fici a voci àvuta:
«Sono io».
Squasi fusse un marito qualisisiasi che torna a la casa doppo il travaglio.
Non ebbi risposta. Vitti ’na luci addrumata nello studdio.
Lassò le buttiglie ’n cucina e ci si addiriggì.
Antonia si nni stava con l’occhiali ’nforcati, assittata davanti allo
scrittoio, con ’na poco di fogli sparpagliati davanti.
Montalbano si calò per vasarla supra alla vucca ma lei si scansò e gli
offrì la guancia. Autro giro, autra cursa!
«Hai già mangiato?» le addimannò.
«No».
«Ho portato della caponatina che...».
«Non ho appetito» tagliò. E po’ continuò: «Come mai sei così in
ritardo?».
«Ho incontrato casualmente Mimì Augello e mi ha fatto perdere un sacco
di tempo. Pensa che mi voleva dire...».
«Prendi una sedia e vieni qui accanto a me» fici Antonia senza dari
’mportanzia a quello che lui le stava contanno.
Montalbano bidì.
«Trovato qualcosa di interessante?» spiò.
«Sì. E ne vorrei discutere con te».
«Va bene» dissi il commissario «ma prima ho bisogno di bere. Tu vuoi
qualcosa?».
«No».
Annò ’n cucina, stappò la buttiglia di vino, taliò malincuniuso la
caponatina, po’ s’inchì il bicchieri e se lo portò nello studdio.
Appena che lo posò supra alla scrivania, Antonia, senza staccari l’occhi
da quello che stava liggenno, allungò ’na mano e si vippi il vino di filato.
Montalbano si risusì e senza diri ’na parola annò novamenti ’n cucina
portannosi il bicchieri vacanti e stavota ne inchì dù.
La carpetta che Antonia gli raprì davanti continiva ’na pagina
dattiloscritta che però non era dimanna e risposta ma ’na speci di
monologo. Po’ c’era la fotografia a figura ’ntera di un omo sicco sicco e con
la testa che pariva ’na crozza. ’N autro foglio, scrivuto con la grafia di
Catalanotti, diciva:

Giuseppe Fusaro, usciere comunale, particolarmente nevrotico.


Provocato a dovere ha reazioni impreviste e incontrollate. Forse troppo

140
pericoloso da trattare.

In fondo a destra c’era ’na sigla: GF.


«Chissà che significano queste due lettere?».
«Forse sono le iniziali di questo Giuseppe» arrispunnì il commissario.
«Ma che bisogno aveva di una sigla se aveva scritto il nome per
esteso?».
A ’sto punto a Montalbano tornò a menti che macari nei documenti che
aviva taliato la prima vota c’erano delle sigle. Si susì.
«Dove vai?» spiò Antonia.
«Devo controllare una cosa e torno subito».
Annò ’n càmmara di letto e pigliò i dù faldoni ’ntistati rispettivamenti a
Maria e a Giacomo. Tutti e dù avivano in fondo a mano dritta la stissa sigla:
SP, che evidentementi non corrisponniva ai loro nomi.
E allura che stava a significari? A malgrado che era digiuno, a malgrado
il continuo acchianari e scinniri sulle montagne russe che gli provocava
Antonia, a malgrado, ammittemolo puro, delle vicchiaglie, la lampatina
s’addrumò ancora ’na vota nel sò ciriveddro: SP, Svolta pericolosa!
Tornò nello studdio squasi di cursa.
«Antonia, GF non sta per Giuseppe Fusaro ma per Giorni felici».
«Di che giorni parli?».
«È una commedia che Catalanotti aveva messo in scena».
«Ah, certo! È Beckett. E quindi?».
«E quindi dobbiamo controllare tutti gli ultimi provini che riportano le
lettere SP, lo spettacolo che stava preparando: Svolta pericolosa».
«Non lo conosco» fici Antonia.
«Allora te lo racconto io» le dissi Montalbano.
E grazie al fatto che non aviva ciduto ai vistita novi e si era rimittuto i sò
pantaluna, potti tirari fora il pizzino con il riassunto della commedia.
Principiò a leggiri.
«Che leggi?».
«Ho fatto una specie di sintesi».
La fìmmina, pigliannogli il foglietto dalle mano, fici:
«Preferisco leggermela da me».
Montalbano non sciatò.

141
Quattordici

Doppo picca Antonia dissi:


«E adesso?».
«E adesso dobbiamo cambiare metodo».
La fìmmina senza parlare si susì, affirrò ’na poco di carpette, le ristanti le
pigliò Montalbano e annaro ’n càmmara di letto per rimittirle a posto e
accomenzari a selezionari tutte le autre circanno i pizzini che avivano la
sigla SP. A fari ’sto travaglio ci misiro ’na mezzorata e po’ si nni tornaro
nello studdio tinenno supra alle vrazza ’na dozzina di carpette.
Prima di principiare a sfogliarle, Antonia agguantò uno dei dù bicchieri e
si vippi il vino. Montalbano la imitò. La picciotta raprì la prima carpetta
ma la chiuì squasi ’mmidiatamenti ristanno ’mmobili a taliare davanti a sé.
«Che c’è?» spiò il commissario.
«Intervallo» dissi la fìmmina. Po’, senza aggiungiri autro, gli ghittò le
vrazza al coddro e lo vasò.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora


socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
Come mi batte forte il tuo cuore.

«Alziamoci».
«Ti prego, aspetta. Restiamo così ancora due minuti».
«No. Abbiamo perso troppo tempo, io vado».
Montalbano s’arrisintì, anzi si sarebbi voluto arrisintiri, ma po’ si dissi
che i momenti che stava passanno erano accussì belli che per nisciuna
raggiuni al munno l’avrebbi ruinati per ’na parola ’nfelici. Perciò si susì e
muto la secutò ’n bagno. S’arrivistero alla come veni veni. Antonia pigliò
’n mano la carpetta di prima e addimannò sorridenno:
«E ora, commissario, sono ai suoi ordini. Mi dica qual è il nuovo
metodo».

142
Il commissario la vasò e po’ parlò:
«Mi sbaglierò ma sempre più mi sono fatto la convinzione che c’è un
rapporto strettissimo tra l’omicidio di Catalanotti e la messa in scena di
Svolta pericolosa. È per questo che abbiamo selezionato solo i fogli
relativi alla commedia. Dobbiamo trovare una dozzina di attori o presunti
tali che avrebbero dovuto rivestire i panni di personaggi in qualche modo
ambigui o decisamente colpevoli di un reato».
«Spiegati meglio».
«Secondo me dobbiamo seguire le indicazioni di Catalanotti, prima di
tutto per quanto riguarda tre personaggi: Martin, il morto suicida o forse no,
comunque colui accusato di essersi appropriato di una grossa somma;
Olwen, che alla fine risulterà la vera assassina per difendersi da
un’aggressione sessuale; e infine Gordon, che pur essendo sposato a Betty è
innamorato anche lui di Martin. E non trascurerei nemmeno due personaggi
minori, ma molto complessi, come Stanton e la stessa Betty».
«Divertente!» fici Antonia. «Mi pare di stare in un racconto di Agatha
Christie: un morto in palcoscenico!».
Po’ tutto ’nzemmula, mentri che stava liggenno un foglio, la voci di
Antonia accomenzò a farisi leggia leggia fino a trasformarisi in una speci di
murmuriata.
«Eh?» fici Montalbano.
Antonia non gli arrispunnì, il foglio le sciddricò dalle mano e cadì ’n
terra. Montalbano accapì che la picciotta era stata pigliata da ’na botta di
sonno. Allura si susì dal divano, con sdilicatizza, la pigliò squasi ’n vrazzo
e la misi bella commoda stinnicchiata. Lui s’assittò in una delle seggie della
scrivania e ristò accussì a taliarla affatato. Po’ macari lui avvirtì la
stanchizza, appuiò un vrazzo supra alla scrivania, ci posò la fronti e
lentamenti sciddricò nel sonno.

S’arrisbigliaro all’ora dell’ultima sveglia che aviva puntato Catalanotti:


6.45.
«Peccato!» dissi lei. «Stavo facendo un sogno rivelatore».
«Su noi due?» addimannò il commissario ridacchianno.
«E che abbiamo ancora da rivelarci? Stavo sognando il morto sul
palcoscenico».
«Quale morto, Catalanotti?».
«No, no. Anche se non l’ho visto in faccia, sono sicura che non fosse lui,
anche se era vestito come lui».

143
«E racconta, dai».
«Solo cinque minuti, poi dobbiamo andare via prima che apra la
portineria».
«Va bene, promesso».
Antonia gli contò come e qualmente aviva ’nsognato che supra al
palcoscenico di un teatrino tutto oro e villuta ci stava un catafarco chiuso.
Subito s’era ’mmaginata di assistiri a ’no spittacolo di magia, ’nveci il
catafarco si era rapruto ed era assumata lentamenti ’na forma umana.
«Ma non avevi detto che era un morto?».
«Sì, ma all’inizio non si capiva. Avevo la certezza che si sarebbe alzato
in piedi. E invece no, dopo un po’, non so come, ho realizzato che era
morto».
«Come hai fatto a capirlo?».
«Provo a spiegarti, perché la cosa è strana: solo io sapevo che era morto,
tutti gli altri spettatori erano tranquillissimi. L’uomo steso sul catafalco era
vestito di tutto punto: completo nero, cravatta, scarpe lucidissime, però
nonostante non potessi vederlo in faccia, dal mio posto in platea ho visto
una macchia di sangue sulla camicia».
Montalbano satò addritta.
«Forse ti ’nsognasti il morto di Augello!».
Antonia strammò.
«Di che morto parli? Che c’entra Augello?».
«Ora ti spiego».
«No, ora ci vestiamo e usciamo da qui».

Un quarto d’ura appresso erano assittati a fari colazione al solito bar


delle vicinanze. Montalbano le contò ogni cosa e le dissi macari che il
jorno avanti finalmenti aviva avuto le chiavi dell’appartamento.
«Voglio andarci» fici Antonia.
Montalbano le dissi di sì, po’ fici un timido tintativo di ’nvitarla a
mangiare da Enzo che non ebbi nisciun successo, e ristaro d’accordo che si
sarebbiro sintuti nel doppopranzo, per annare in via Biancamano.
Non aviva tempo di ghiri a Marinella a cangiarisi e farisi la varba,
epperciò s’apprisintò direttamenti ’n commissariato accussì come
s’attrovava.
Appena che si fu assittato tuppiaro alla porta e trasì Fazio.
«Dottore, buongiorno. Aio l’identikit che nni fici Di Marzio».
Lo posò supra al tavolino ’nzemmula alla fotografia di Lo Bello.

144
«Che dice, s’assimigliano?».
«Ottimo!» fici Montalbano mittennosillo ’n sacchetta «autre novità?».
«Al momento nisciuna».
In quell’istanti comparsi Mimì Augello.
«Scusami Salvo, ma volevo farti sapere che ho pigliato ’n’iniziativa».
«Quali?».
«Acchiamai alla signura Anita Pastore e la convocai per oggi alle tri».
«Bono facisti. Ora io vi saluto, aio chiffari. Nni videmo doppo».
A malgrado che nel bar si fusse mangiato macari dù briosci, cchiù che
sonno sintiva un pititto irresistibili. Ebbi ’na visioni: la caponatina
’mbuttigliata sul tavolino della casa di Catalanotti. Fici subito marcia narrè
e si firmò davanti al portoni di via La Marmora.
«Buongiorno commissario. Come mai a quest’ura?» spiò l’urso Bruno.
«Devo prendere documenti importanti» fici Montalbano passanno di
cursa davanti alla portineria.
Quanno fu ’n casa di Catalanotti ebbi un problema: come ammucciare la
buttiglia all’occhi del portinaro? Ci pinsò tanticchia supra e arrivò alla
conclusioni che l’unica era mangiarisilla ddrà. Pigliò un piatto, ’na
forchetta, fici scolari dalla buttiglia tutta la caponatina e accomenzò l’opira.
Alla fini scrupolosamenti si mittì a fari i piatti. Puliziò tutti i bicchieri
allordati e l’asciucò prima di riassistimarli nella cridenza.
Ora aviva la cuscenzia a posto e potiva tornarisinni a Marinella e annari
a farisi il sonno, come si dice, dei giusti.

La caponatina mangiata di prima matina gli ristò sullo stommaco, per cui
quanno s’arrisbigliò che era l’una passata si fici pirsuaso che annari da
Enzo non sarebbi stata cosa. Si sintiva tanticchia ’ntordonuto per la dormuta
fuori orario, epperciò si nni stetti a longo sutta alla doccia e passò tempo
fissianosilla nel bagno a provari i campioncini che gli aviva dato la
commissa scantannosi a rapriri i tubi granni delle creme che gli erano
costate un patrimonio. Addicidì d’addomesticari i dù vistita novi non
mittennosi un completo, ma adopranno prima un novo paro di pantaluna con
un’autra giacchetta, dicemo accussì, vecchia. Si taliò allo specchio e gli
parsi ’na scelta passabili. A malgrado che non avissi mangiato era
comunqui ura di doppopranzo, come d’accordo chiamò a Antonia ma quella
non arrispunnì.
Alle tri meno deci era ’n commissariato.
Mimì l’avvirtì che la signura Pastore sarebbi arrivata a momenti.

145
«Chiama a Fazio» gli dissi Montalbano «voglio che sia presenti».
Ebbi il tempo di spiegari a Fazio chi era e pirchì avivano convocato alla
Pastore, quanno squillò il tilefono e Catarella dissi:
«Dottori, c’è che ci sarebbi in loco ’na signura che avi un nomi
campagnolo».
«Portala ccà».
Anita Pastore era ’na stampa e ’na figura a come l’aviva discrivuta Enzo:
alliffata, ’mpupata e con ’n’ariata alla “non mi toccate che mi scozzolo”.
Fazio le ciditti il sò posto davanti alla scrivania.
«Io non capisco perché sono stata...» principiò la signura Pastore con una
voci risintuta e acuta.
Montalbano la ’nterrompì subito.
«Semplicissimo signora. Lei è qui perché vogliamo sapere della sua
frequentazione con Carmelo Catalanotti che come sicuramente le è noto è
stato assassinato».
«Non sono stata certo io» fici grevia la signura Anita.
Era veramenti ’na gran scassacabasisi.
«Non lo metto in dubbio. Ma io desidero sapere da lei quali erano i
rapporti tra voi due. Può rispondere in piena libertà, perché questo è solo
un colloquio informale».
«E mi avete convocato in commissariato per un colloquio informale? Se
fosse così potevamo farci una chiacchierata al bar qui di fronte».
«Allora procediamo per vie ufficiali».
«Che significa?».
«Significa che lei si sceglie un avvocato, che verrà convocata dal
piemme e assieme le faremo un severo interrogatorio. Devo però avvisarla
che il caso Catalanotti attrae molto interesse morboso e semmai ci fossero
fughe di notizie io non posso assicurarle il segreto istruttorio. Può darsi che
il suo nome e la sua foto finiscano sui giornali».
A ’sti parole l’atteggiamento della signura Anita cangiò. S’assistimò
meglio supra alla seggia, si detti ’n’aggiustatina ai capilli, e spiò:
«Volete sapere se il nostro era un rapporto sentimentale?».
«Ce lo dica lei, signora».
«No. Non lo era affatto».
«E che cos’era?».
«Era uno strano rapporto di lavoro».
Mimì ’ntirvinni ironico:
«Non mi risulta che Catalanotti si occupasse di cioccolato».

146
«Non intendevo in questo senso».
«Allora signora vada avanti, per favore».
«Dunque, conobbi Catalanotti un tre mesi fa perché mi venne presentato
da un’amica. Quando, chiacchierando durante una cena, seppe della mia
azienda familiare, subito mi subissò di domande. Fu proprio la sua curiosità
ad incuriosirmi».
«Si spieghi meglio» fici il commissario.
«Sentii che il suo era un interesse autentico. Mi invitò fuori e accettai».
La fìmmina fici ’na pausa e ripigliò.
«E poi questi incontri divennero un’abitudine. Io non sono sposata, non
ho figli, pochi amici e molto tempo libero. Mi capita raramente di parlare
di me e Carmelo aveva il dono di mettermi a mio agio. Le nostre cene
diventarono appuntamenti quasi regolari».
«Quindi, non era solo un rapporto lavorativo, ma magari di amicizia?».
«Amicizia non direi proprio. Io non so nulla della vita di Carmelo. Noi
parlavamo quasi sempre di me ed essenzialmente del mio lavoro. Carmelo
voleva sapere tutto delle dinamiche aziendali, i rapporti tra me e i miei
fratelli, con i nostri dipendenti, con la distribuzione. Addirittura voleva
essere ragguagliato sull’andamento giornaliero, settimanale».
«E si è mai domandata i motivi di tale interessamento?».
«Sì, all’inizio temevo che mio fratello Paolo avesse ragione. È il
maggiore e pensa sempre che il mondo voglia imbrogliarlo. Lui sospettava
che Carmelo volesse rubare qualche ricetta, qualche segreto aziendale...».
«Ed era così?».
«No. Carmelo era attratto dalle dinamiche, diciamo, familiari. Lo
incuriosivano i nostri metodi di lavoro, come condividevamo le
responsabilità, le eventuali frizioni, i disaccordi...».
«Mi perdoni. Vada al dunque: perché?».
«Perché voleva scrivere un romanzo ambientato in un’azienda familiare».
«Prendeva appunti?» addimannò Montalbano ricordannosi delle carpette.
«No» fici Anita «però mi promise che mi avrebbe fatto leggere la prima
stesura e io ne fui veramente orgogliosa. Nell’attesa non dissi niente a
nessuno».
«Mi scusi, lei mi ha parlato di una fabbrica di famiglia, chi altro
partecipa all’impresa? Siete solo lei e suo fratello Paolo?».
«Fino a due anni fa c’era anche Giovanni. Ora siamo rimasti solo io e
Paolo. Giovanni non può più occuparsene. È morto».
La signura Anita Pastore tirò un sospiro, taliò il commissario e po’ dissi:

147
«Tanto ormai che differenza fa... si è suicidato».
Un campanello principiò a sonari nella testa di Montalbano.
«Mi dispiace» fici il commissario «posso chiederle perché?».
«Perché mai si è ucciso? Perché era un uomo fragile, impreparato ad
affrontare i problemi della vita e ha semplicemente preferito togliersi di
mezzo».
La risposta era conclusiva ma il commissario, ora che aviva accaputo
pirchì Catalanotti era ’ntirissato a Anita, non voliva mollari l’osso.
«Mi sta dicendo che suo fratello era il più debole di voi tre?».
«Mi perdoni, ma questo cosa c’entra con la morte di Carmelo?» fici la
fìmmina appuianno le mano ai braccioli e taliannolo occhi nell’occhi.
«Lasci giudicare a me, signora» arrispunnì brusco Montalbano.
Anita si riassistimò supra alla seggia.
«Guardi commissario, è stata una storia triste e complessa. Ci fu un
grosso ammanco. Paolo fu subito certo che fosse stato Giovanni. Io un po’
meno. Giovanni si mostrò, come dire, indignato, avvilito, non si difese e il
suo suicidio fu per me una sorta di ammissione della sua responsabilità».
«E Catalanotti» addimannò Montalbano «le fece domande su questo
suicidio?».
«Moltissime. Addirittura volle una foto di Giovanni. Mi raccontò che
anche un suo fratello si era tolto la vita».
«Peccato che Catalanotti era figlio unico» pinsò tra sé e sé il
commissario.
Po’ le spiò:
«Ma Giovanni cosa rispose alle vostre accuse?».
«Si dichiarò sempre innocente ma non ci portò mai una prova».
«Però la mancanza di prove non sempre significa una conferma di
colpevolezza».
«Che mi sta cercando di dire, commissario?».
«Che poteva trattarsi appunto di una reazione di un uomo ingiustamente
accusato dai suoi fratelli».
A quelle parole Anita addivintò furiosa, satò addritta, fici con una voci
che pariva un trapano:
«Ma come si permette? Io non resto un momento di più in questo ufficio».
S’avviò verso la trasuta.
Fazio si susì per firmarla ma Montalbano gli fici ’nzinga di lassarla ghiri.
La fìmmina raprì la porta e niscì sbattennosilla alle spalli.
«Ma perché l’hai lasciata andare?» spiò Augello.

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«Mimì, ho capito qual era la vera scascione dell’intiressi di Catalanotti».
«E dillo macari a nuautri».
Fazio ripigliò il posto sò davanti alla scrivania.
«La trama della commedia che Catalanotti voliva mittiri in scena avi
simiglianze assà con quello che è capitato nell’azienda Pastore».
«E che è ’sta commedia?» spiò Mimì.
Montalbano non se la sintì d’arripitiri per l’ennesima vota la storia di
Svolta pericolosa.
«Fattilla contare da Fazio. Io aio bisogno di nesciri, devo fari ’na cosa
’mportanti».
Si susì, niscì fora dal commissariato e s’avviò verso il cafè cchiù vicino.
La mancata mangiata da Enzo si stava facenno sintiri ’mpiriosa. Nel bar
avivano tramezzini con prosciutto e cacio. Si nni mangiò quattro di fila. Si
vippi macari ’na birra media.
Tornò ’n ufficio e chiamò subito a Fazio.
«Le ventiquattr’ure che desimo a Nico e Margherita sunno scadute».
«Li fazzo viniri ccà o annamo nuautri?».
Montalbano non arrispunnì, ristò pinsoso. Doppo tanticchia Fazio
azzardò:
«Dottore, che vulemo fari?».
«Staio pinsanno che ’sti dù picciotti o non ammittiranno mai che a sparari
sia stato il rispittivo patre e futuro sociro, opuro, se lo fanno, se lo
rimprovereranno per tutta la loro esistenzia. Sunno bravi ragazzi».
«E allura che facemo?».
«Tu ce l’hai il nummaro di tilefono di casa Lo Bello?».
«Sissi dottore».
«E allora acchiamalo. Metti il vivavoci, e convocami ’mmidiato a Lo
Bello patre. Se non è ’n casa, fatti diri se sanno indove s’attrova. Se te lo
dicino ci vai di pirsona e me lo porti ccà. Forza!».
Fazio tirò fora dalla sacchetta ’na manata di pizzini, nni sciglì uno, fici un
nummaro.
«Pronto, casa Lo Bello?».
«Sì» arrispunnì ’na voci mascolina.
«Parlo con il signor Gaetano Lo Bello?».
«Sì. Ma pozzo sapiri cu minchia è?».
«Qui è il commissariato di Vigàta. Il dottor Montalbano desidera vederla
subito».
«Mi fa piaciri, ma io ura comu ura aio chiffari, epperciò non mi

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scassate».
«Va bene, allora tra cinque minuti sono da lei e la traduco in
commissariato in manette».
Dall’autro capo del filo, arrivò ’na litania di biastemie.
Po’ la comunicazioni vinni ’ntirrotta.
«Vammillo a pigliari prima che si nni scappa» fici Montalbano a Fazio
che ’ntanto si era susuto e si stava ’nfilanno la giacchetta mentri che corriva
verso la porta.
In quell’istanti, Augello trasì ’n ufficio.
«Salvo, sugno annato su internet a liggirimi ’na parti del copioni di
Svolta pericolosa. Minchia! Le coincidenze con la famiglia Pastore sunno
veramenti ’mpressionanti. Macari iddri erano dù frati e uno si era
ammazzato. Certo che ’sto Catalanotti era strammo assà!».
«In che senso Mimì?».
«Pirchì a mia pari che cchiù che essiri ’n usuraro o ’n omo di tiatro, era
un vero e propio sbirro. Anzi meglio, un cani da tartufo! Ma come ha fatto
ad attrovari a ’na famiglia che corrispunniva para para a quella della
commedia? Salvo, ma tu lo sai se pir davero stava scrivenno un romanzo?».
«Ma quanno mai! Ca quale romanzo e romanzo! Vedi Mimì, il metodo
teatrali di Catalanotti era di partiri sempre da un dato riali, epperciò aviri
’ncontrato a ’na famiglia indove erano capitate squasi le stisse cose della
commedia per lui è stata ’na vera e propia trovatura».
«E che bisogno aviva di ’sto dato riali per mittiri ’n scena ’na cosa di
fantasia?».
«Mimì, te la fazzo brevi: Catalanotti aviva una sua teoria che si basava
non sul verosimile ma sul similvero. E ccà ti lasso. Ti dico sulo che faciva
’n’operazioni di scavo nelle coscienze, alla ricerca del dato di rialtà con
tutti quelli che pinsava potissiro essiri l’interpreti della commedia.
Epperciò li votava e li rivotava come se fossiro quasette, l’ho accaputo
liggenno i sò appunti nelle carpette».
«A proposito, Salvo, a che punto sei con ’sta lettura?».
«È ’n’opira longa e complicata» fici il commissario pinsanno macari alla
sua storia con Antonia «ma crio d’essiri sulla strata giusta. Sugno
arrinisciuto a selezionari i provini per i possibili attori di Svolta
pericolosa».
«E chi è Olwen?» addimannò di slancio Mimì.
«Questo ancora non lo saccio. Ci sunno dù o tri possibili ’nterpreti
che...».

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La marcetta ’mprovisa che si partì dal cellulari fici fari un sàvuto supra
alla seggia a Montalbano.
Pigliò il tilefono. Era Antonia.
Ristò qualichi momento ’ndiciso. Doviva arrispunniri? E se Mimì avissi
accaputo qualichicosa?
«Che fai? Parli o no?» fici Augello.
Montalbano s’armò di coraggio e dissi:
«Buongiorno».
Lei dovitti accapiri subito.
«Non sei solo?».
«Sì, sono in riunione» l’avvirtì Montalbano.
«Ti confermo per stasera. Dammi l’indirizzo».
Montalbano si vitti perso. ’Mpossibili pronunziari la parola Biancamano
davanti a Mimì.
«Non posso» fici.
«Ho capito. E quindi?».
«Ti posso richiamare?».
«Sto entrando in riunione anche io».
«Potrei venirti a prendere a casa. Mi dai l’indirizzo?».
Antonia con una risateddra si pigliò la rivincita:
«Non posso».
«D’accordo, lo trovo io. Sarò da te alle 8. Va bene?».
«Se scopri dove abito!» dissi Antonia arridenno mentri che chiuiva la
comunicazioni.
«Che tilefonata misteriusa, commissario Montalbano» commintò Augello
con ariata maliziusa. «Sento sciauro di fìmmina».
«Mimì, fatti i cazzi tò».
«D’accordo, d’accordo. Basta però che quanno po’ tocca a mia non ti
metti a fari la morali di ’sta minchia...».
«Tornamo arrè a Catalanotti» tagliò il commissario.
«Pozzo fari ’na dimanna?».
«E falla».
«Ma pirchì sei così giluso di ’ste carpette?».
«In che senso?».
«Te le teni tutte per tia come se fussiro un sigreto. Se nni parli con nuautri
o le porti ccà ’n ufficio potemo essiriti d’aiuto».
«Hai ragione» arrispunnì Montalbano.
Certo che era giluso del sigreto di Antonia.

151
Quindici

A ’sto punto la porta vinni rapruta violentementi. ’Na folata fici cadiri ’n
terra dù fogli che stavano supra alla scrivania, e mentri che Montalbano si
stava calanno per ripigliarili si bloccò di colpo.
Alla porta era comparso un orco.
Propio l’orco delle favole: ’na muntagna d’omo, la testa direttamenti
appuiata supra alle spalli, vistuto di strazzi, i capilli ’na foresta ’ntricata, i
denti, quelli ristati, tutti gialli e nìvuri, la facci lorda e unta come se avissi
finuto allura allura di mangiarisi a Pollicino.
Montalbano tirò un sospiro di sollevo vidennolo ammanettato.
Un ammuttuni di Fazio, che era darrè a lui ’nzemmula a dù agenti, lo fici
arrivari ’n mezzo alla càmmara.
Nella fotografia e nell’identikit l’orco era bastevolmenti civilizzato
sicché finiva per assimigliari picca e nenti con l’omo che era trasuto
nell’ufficio.
Sulo allura Montalbano notò che Fazio si tiniva un fazzuletto arrussato di
sangue davanti alla vucca.
«Che fu?» spiò.
«’Sto cornuto ha reagito e m’ha dato un cazzotto ’n facci e io l’ho
ammanettato».
«Certo» dissi l’omo «ma cuntaccilla tutta. Prima mi desti un càvucio nei
cabasisi e po’...».
«Va bene, va bene» tagliò Montalbano. «Signor Lo Bello, capisce che
avendo resistito con la forza all’arresto da parte di un pubblico ufficiale si
è già prenotato per qualche anno di galera?».
«E figurati lo scanto che mi faciti!» dissi l’orco con un surriseddro
sfuttenti.
«Volevo dire che questo è solo l’inizio. È stato visto da una testimone
mentre sparava al fidanzato di sua figlia Margherita».
«Io non aiu sparato a nisciuno».
«Lo vada a raccontare al piemme. Da questo momento è in arresto con
l’accusa di tentato omicidio».
E senza aggiungiri autro fici ’nzinga di portarlo ’n càmmara di sicurizza.

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Ma la cosa non fu facile, l’omo faciva resistenzia e per farigli moviri un
passo ci voliva l’argano. Fazio e i dù agenti lo dovittiro ammuttari verso la
nisciuta mentri che l’orco sghignazzava:
«A ’sta tistimoni la vulissi vidiri ’n facci».
E po’ seguitò dicenno che tanto il jorno doppo sarebbi tornato ’n libbirtà,
che la justizia era fatta per gli strunzi e che lui strunzo non era, che ’sti
quattro sbirri di merda erano boni sulo alla tilevisioni.
La litania continuò macari nel corridoio, po’ l’orco tutto ’nzemmula
s’azzittì. Forsi non cridenno ai sò occhi.
«Che cazzo ci faciti ccà?».
Montalbano sintenno ’sti parole si susì e annò a vidiri.
Davanti all’orco ci stavano ’n omo trintino, allato a lui ’na fìmmina con
in vrazzo un picciliddro e ’na signura cchiù anziana.
Gli agenti strascinaro l’orco verso la càmmara di sicurizza mentri che
quello arripigliava a urlari.
«Grannissima troia, tornatinni subito alla casa!».
Il commissario s’avvicinò ai novi arrivati e addimannò:
«Ma voi chi siete?».
Il primo a parlari fu il trintino.
«Sono Gaspare Lo Bello, questa è mia madre Nunziata, mia moglie
Caterina e mio figlio Tanino».
«Accomodatevi» fici Montalbano pricidennoli.
S’arritrovaro tutti nell’ufficio, Fazio fici assistimare le dù fìmmine e il
picciliddro supra al divanetto, cidenno la sò solita seggia a Gaspare.
E fu Gaspare a rapriri la vucca:
«Sono il figlio di Gaetano Lo Bello, siamo qui per denunciarlo per
violenza familiare continuata».
A ’sto punto la mogliere di Lo Bello si misi a chiangiri.
La nora le passò il vrazzo libbiro attorno alle spalli, la stringì, le
sussurrò:
«Mamà, non faciti accussì».
Montalbano si pigliò qualichi secunno di silenzio spiannosi come mai da
un orco tanto fituso fossiro nasciuti dù figli aducati e per beni come a
Gaspare e Margherita. S’arrispunnì che di certo il merito non potiva che
essiri della mogliere.
«Io capisco» fici il commissario «quanto vi costi venire a sporgere
questa denunzia e vi ringrazio per il coraggio che dimostrate, però prima di
procedere sono costretto a farvi una domanda più gravosa. Mi riferisco al

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tentato omicidio del fidanzato di Margherita».
Evidentementi i Lo Bello quella dimanna se l’aspittavano. Calaro l’occhi
’n terra e si nni ristettero muti.
«Desidero sapere una cosa: quella mattina chi di voi l’ha visto uscire di
casa?».
«Io e Caterina no» dissi Gaspare.
Il commissario s’arrivolgì direttamenti alla signura, la quali s’ammucciò
la facci con le mano.
«Mi può rispondere anche con un cenno della testa, per favore: suo
marito le ha detto cosa intendeva fare uscendo?».
La signura fici ’nzinga di no.
«Ma lei immaginava cosa avesse in mente?».
La signura fici ’nzinga di sì e scoppiò in una chiangiuta convulsa.
Fu Gaspare a parlari.
«La mamma ci ha raccontato che lo vide aprire l’armadio e tirare fuori
una scatola».
«Conteneva un’arma?» spiò il commissario.
Stavota a fari ’nzinga di sì con la testa fu il picciotto.
«Va bene così» fici Montalbano. «Vi ringrazio».
Po’ dissi a Fazio:
«Portati in ufficio i signori, prendi la denuncia per violenza familiare e
verbalizza anche tutto quello che è stato detto».
Si susì, pruì la mano a tutti, fici ’na carizza al picciliddro e tornò ad
assittarisi.
Quanno l’ufficio ristò vacanti, Montalbano si dissi che abbisognava
assolutamenti mannare a quell’orco in galera, pirchì si era arrinisciuto ad
abbattiri tutte le resistenzie che i figli e ’na mogliere ponno aviri ad
ammittiri ’na cosa accussì devastanti come la violenza ’n famiglia, viniva a
diri che ogni limiti era stato superato e che il passo succissivo potiva essiri
’na vera e propia tragedia.
Pinsò ’ncuriosuto a Nico e Margherita che ancora non s’erano fatti vivi.
Pirsona trista nominata e vista. Squillò il tilefono.
«Ah dottori dottori, ci sarebbi che ci sunno dù picciotti. Uno è chillo
sdillicato che ci spararo ma che non l’ammazzaro. Se l’arricorda?».
«Sì, sì» tagliò Montalbano «falli trasiri».
Appena che li vitti il commissario si fici pirsuaso che erano ’ntinzionati a
non parlare. Li fici accomidari e po’ subito spiò brusco:
«Che avete da dirmi?».

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Attaccò il picciotto.
«Commissario, se vuole sapere la verità, io e Margherita non ne abbiamo
nemmeno più discusso di questa faccenda».
«Cioè, voi ritenete normale che qualcuno vi spari?».
«Non dicevo questo, commissario. Certo che non è normale. Ma non
abbiamo nulla da aggiungere a quanto vi abbiamo già separatamente
dichiarato. Né io né Margherita abbiamo visto chi è stato a sparare».
Senza diri ’na parola Montalbano si misi ’na mano ’n sacchetta e tirò fora
un foglietto. Lo posò supra alla scrivania e dissi ai dù:
«Guardatelo attentamente. L’identikit è stato fatto in base alle
dichiarazioni della testimone. Avete nulla da dire?».
Stavota fu Margherita a parlare.
«Sì, ha una certa somiglianza con papà, ma non è lui».
«Vi devo avvertire di una cosa: a questo punto potreste essere entrambi
incolpati di falsa testimonianza».
I dù picciotti aggiarniaro.
Montalbano ripigliò.
«A me non resta altro che consigliarvi di scegliere un buon avvocato, la
vostra posizione è diventata francamente assai difficile da difendere. Sarete
chiamati direttamente dal piemme. Arrivederci e grazie».
I dù parsero sdillusi, probabilmenti si erano appattati per fari un discurso
cchiù longo e convincenti.
Senonché in quel momento si sintì un chianto di picciliddro.
Montalbano pigliò l’occasioni al volo; satò addritta, s’appricipitò nel
corridoio e dissi:
«Venga pure qui, signor Gaspare».
Sutta all’occhi sgriddrati dei dù picciotti comparsi l’omo che tiniva ’n
vrazzo a Tanino tintanno di consolarlo.
Gaspare, Margherita e Nico ristaro tutti e tri a taliarisi ’ngiarmati per
tanticchia, po’ Margherita spiò con un filo di voci:
«Che ci fai qua?».
«Non sono venuto solo. Ci sono anche Caterina e mamà. È ura di diri la
virità, Margherì».
Margherita lo taliò squasi con odio.
«Pirchì l’hai fatto?».
«Pirchì non voglio che ’sto picciliddro passi quello che avemo passato
nuautri».
Po’ Gaspare le misi ’n braccio a Tanino e posannole ’na mano supra a ’na

155
spalla dissi:
«Veni che ti porto da mamà».
Senza diri ’na parola Margherita si susì e si fici accompagnari fora.
Nico ristò assittato.
«Ora me lo racconti quello che è successo?» gli spiò Montalbano.
E Nico parlò.
«Commissario, Margherita e io è da dù anni che semo ziti. Volivamo
maritarinni subito e ’nveci non semo mai arrinisciuti ad attrovari quel
minimo di travaglio che nni potiva consintiri di fari ’na famiglia. Io sugno
laureato e mi guadagno tanticchia di pani scarricanno casce di pisci.
Margherita puro si laureò in picca tempo e macari iddra nenti. Senza
travaglio che possibilità avemo nella vita? A stento arrinescio a portari alla
casa quel picca che mi basta per mangiari e aviri la forza di riprincipiari il
jorno appresso. E pir fortuna che l’appartamento non lo devo pagari».
Il commissario, che davanti a quelle parole non potiva fari autro che
vrigognarisi per il munno di merda che macari lui aviva consignato ’n mano
a quei picciotti, cangiò discurso:
«Dimmi di Lo Bello».
«Tano squasi da subito accomenzò a martoriari a sò figlia. Voliva che mi
lassasse e si mittissi con qualichiduno che le potiva garantiri un futuro.
Avivano discussioni sempri cchiù violente fino al punto che ’na poco di
vote Tano isò le mano supra di iddra. A un certo momento addicidii di
annare a parlare con Tano ma doppo picca paroli lui non volli sintiri
raggiuni e mi dissi che se Margherita non mi lassava subito, l’avrebbi
ghittata fora di casa. Mantinni la parola: Margherita ristò con mia e lui la
misi fora. Però quanno che Margherita si nni vinni alla mè casa, Tano parsi
addivintato pazzo. E ’na matina, niscenno fora dal portoni, me l’attrovai
davanti col revorbaro ’n mano. Accapii la sò ’ntinzioni e fici per ritrasiri
dintra ma non me ne detti tempo. “Accussì accapisci che a mè figlia non la
devi vidiri cchiù”, sparò e si nni scappò. Che potevo fari io? Margherita mi
fici giurari che non avria mai mittuto di mezzo a sò patre. E io ho fatto
quello che mi addimannava».
Montalbano si nni ristò muto.
Quel silenzio squietò a Nico:
«Dottore, vidissi che io ci dissi la vira virità, stavota».
«Lo so» fici il commissario. «Ma staio pinsanno al modo in cui pozzo
tiniri fora a tia e a Margherita. Aio bisogno di tempo. Nico, tu sei un bravo
picciotto, adesso tornativinni tutti a la casa e approfittati dell’assenza di

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Tano. Stativinni tanticchia ’nzemmula ’n paci e tu cerca di tranquillizzarli».
Nico si susì.
«Io non saccio come arringraziarla».
«Lassa perdiri». Montalbano gli battì ’na mano supra alle spalli e il
picciotto si nni niscì. Trasì Fazio.
«Fatto tutto» dissi.
«Ti volivo diri ’na cosa» fici il commissario «’sti verbali tinili ’n
sospiso».
«Pirchì, chi voli fari?».
«Voglio che i nomi di Margherita e Nico non compaiano come testimoni
della sparatoria. Staio cercanno di capiri come cataminarimi».
«La facenna difficili è, dottore».
«Lo saccio e sai di cosa mi scanto: che se Nico dichiara di non aver visto
l’attentatore, Tano Lo Bello possa dire addirittura, macari sulamenti per fari
danno al picciotto, che non solo l’ha visto in faccia ma che gli ha persino
parlato».
«E come pensa di pirsuadiri a uno come a Tano a diri quello che vole
vossia?».
«Non ci penso propio. L’unica è di prospettarigli ’n aggravio della pena
se non fa ’na certa cosa. Facemo accussì, ’ntanto che mi veni ’n’idea bona
lo tinemo dintra tutta la notti e macari lui avi modo di pinsare alle minchiate
che ha fatto. Po’ dumani a matino ci vaio a parlari. Tu ’ntanto fammi il
favori di annare ’n casa di Lo Bello ad arraccuperari il revorbaro».
Mentri che Fazio nisciva dall’ufficio Montalbano pinsò che non aviva la
minima idea di come arrisolviri quella situazioni, però si sintiva debitori
nei confronti dei dù picciotti ai quali lassava un mondo di merda. In un
modo o nell’autro doviva strumentiari ’na soluzioni.
Taliò il ralogio, s’era fatto tardo, chiamò a Catarella e quello si
materializzò doppo picca secunni.
«All’ordini dottori».
«Chiui la porta».
«Con la chiavi, dottori?».
«Sì. Ora avvicinati».
Catarella, che aviva accaputo che s’attrattava di un incarrico pirsonali,
accomenzò ad aggaddrinacciarisi come gli capitava ogni vota che
Montalbano addimannava il sò aiuto: gamme rigite come quelle di un pupo,
vrazza stinnicchiate verso il vascio e tinute leggermenti allargate, dita delle
mano raprute di picca, squasi fussiro zampi palmati, occhio sbarracato,

157
facci russa come a un pipironi, denti sirrati.
«Mi devi fari un favori ma senza parlarinni con nisciuno».
Catarella si portò alle labbra l’innici e il medio della mano destra, li
vasò dall’una e dall’autra parti.
«Tomba sugno, dottori, e chisto giuramento sullenni è».
«Entro cinco minuti mi devi assolutamenti attrovari l’indirizzo del novo
capo della scientifica di Montelusa».
«Fìmmina è, dottori».
«Pirchì si è fìmmina la cosa t’addiventa cchiù difficoltosa?».
«Nonsi dottori, vuliva sulo avvirtirla che è fìmmina di generi fimminino e
pari che sia macari ’na beddra fìmmina».
«Vabbeni, vabbeni» tagliò Montalbano. «Attrovami ’st’indirizzo».
Catarella niscì, il commissario annò alla finestra, la raprì, s’addrumò ’na
sicaretta. Non era arrivato a fumarisinni la mità che il tilefono squillò.
«Dottori, dottori, con Cicco de Cicco parlai, ce l’arrifiriscio tilefonico o
vegno di pirsona?».
«Veni ccà».
Catarella si rimaterializzò tinenno un pizzino ’n mano.
«Ccà ci lo scrissi. Lo voli liggiuto?».
«No, t’arringrazio, puoi andare».
Quello, che ’ntanto si era cangiato in una speci di mummia giziana, ci
misi cinco minuti boni ad arrivari alla porta, a raprirla e a chiuirla.
Montalbano si susì, pigliò dal cascione le chiavi di via Biancamano, se
le misi ’n sacchetta e niscì dal commissariato.

Prima di trasiri a Montelusa si firmò un attimo e taliò il pizzino che gli


aviva dato Catarella. Non si trattava di ’na bitazioni ma di un albergo che
fortunatamenti era picca distanti. Fu accussì che all’otto spaccati trasì nella
hall di un hotel nico ma ben tinuto.
«Vuole dire alla signorina Nicoletti che il commissario Montalbano la
aspetta?».
Il portinaro pigliò il tilefono, parlò e po’ dissi:
«Scende subito».
Montalbano ristò addritta a taliare un manifesto della Valle dei Templi. Si
sintiva distrubbato e non accapiva il pirchì. Po’ tutto ’nzemmula se lo
spiegò: se Antonia aviva pigliato alloggio in un albergo, la sò permanenza a
Montelusa non sarebbi stata longa.
Uno, cento, milli pinseri gli s’affollaro nel ciriveddro.

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Po’ ne assumò uno che proviniva da tutto il sò corpo: addimannare il
trasferimento ad Ancona. Ma gliel’avrebbiro concesso alla vigilia o squasi
dell’annata ’n pinsioni? Opuro avrebbi dovuto prisintari le dimissioni?
Comunqui a ’sti pinseri il cori gli si era stringiuto come un pugno. Lenta
lenta ’n’ondata di malincunia lo sommirgì e fu per fortuna in quel momento
che sintì la voci di Antonia e di colpo ogni prioccupazioni, ogni malo
pinsero, scomparero come per magia davanti al suo sorriso.
«Ciao. Non dubitavo che saresti riuscito a trovare il mio indirizzo».
Montalbano notò che aviva ’na baligetta ’n mano e, come uno scimunito,
le addimannò allarmato:
«Che fai, già parti?».
«E perché dovrei partire?» dissi la picciotta. «Mi sono portata qualche
strumento per la rilevazione di tracce. Non dobbiamo andare a fare
questo?».
«Certo, certo» dissi sollivato Montalbano.
Niscero dall’albergo, il commissario tintò di vasarla, Antonia
scansannosi gli dissi:
«Non qui».
Pò s’addiriggero verso la machina e il commissario le addimannò:
«Non sarebbe meglio se prima andassimo a cena?».
«Va bene» consintì Antonia «però facciamo una cosa veloce».
«Tu conosci un ristorante qui vicino?».
«Sì» dissi lei. «Possiamo arrivarci a piedi».
Montalbano le pigliò la baligetta dalle mano e doppo manco deci minuti
erano assittati in un ristoranti tutto sparluccicanti. Erano l’unici clienti.
«Ma come si mangia qui?» spiò il commissario dubitoso.
«’Na fitinzia, come dite voi, ma sono veloci. In mezz’ora abbiamo
finito».
Ordinaro ’na bistecca e ’n’insalata.
Appena che il cammareri si fu alluntanato, Antonia si isò leggermenti
dalla seggia e vasò ’n vucca a Montalbano. Quello la trattenni tinennole le
mano supra alle guance e stava per ricambiari la vasata quanno il sò
cellulari sonò.
Era Livia.
Non arrispunnì. Si susì, dissi ad Antonia di scusarlo e niscì fora dal
locali. Sulo allura s’addicidì a pigliari la comunicazioni.
Appena che ebbi ditto «pronto» vinni subito assugliato dalla voci
arraggiata di Livia.

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«Posso sapere che fine hai fatto? Avevi detto che mi avresti chiamato e
invece non ti sei fatto sentire! Ma che diavolo ti succede? Me lo vuoi
spiegare una buona volta?».
«Non è questo il momento».
«Invece sì, è questo. Io mi sono stufata. Se c’è qualcosa che non va, abbi
il coraggio di dirmelo apertamente».
«Ti ho detto che non è questo il momento. Sono con altre persone. Non
posso perdere tempo».
«Quindi mi stai dicendo che parlare con me è una perdita di tempo?».
«Ti ripeto che non posso parlare».
«Va bene» concidì Livia. «Allora dimmi quando ti posso chiamare».
«Ora come ora non so darti una risposta».
«Sai che ti dico, che se tu non puoi parlare, lo faccio io: sono stanca di
aspettare una tua telefonata, una tua visita, una tua qualsiasi proposta. Io
aspetto, aspetto... sono in attesa da una vita, sospesa tra il tuo lavoro e
quello che dovrebbe accadere in un futuro che non arriva mai. Ma secondo
te è normale che tu non mi abbia cercata per giorni? Che tu non ti chieda
come sto io, cosa faccio, come mi sento? Salvo, c’è una sola cosa che può
giustificare il tuo comportamento: tu non mi ami più. O comunque non
abbastanza da fare qualcosa per me. Ed io, adesso, sono stufa di dare
priorità solo a quello che è meglio per te. Io voglio pensare a me.
Perdonami, forse non è giusto dirtelo per telefono ma sono davvero esausta.
Per me la nostra storia è alla fine».
Ristaro deci lunghissimi secunni ’n silenzio.
Po’ Livia squasi ’ncredula spiò:
«Ma non hai niente da dire?».
«No» fici Montalbano chiuienno la comunicazioni.
Non ritrasì subito nel ristoranti, ebbi il bisogno d’appuiarisi con tutto il
corpo a un muro e si nni stetti per una poco di minuti accussì sintennosi
svacantato di dintra. S’addrumò ’na sicaretta ma il sapori lo disgustò, la
ghittò subito. Po’ tirò un lungo respiro e tornò dintra.
Appena che si fu assittato Antonia lo taliò ’n silenzio e po’ spiò:
«Cattive notizie?».
«Sì, direi proprio di sì».
In quel momento arrivaro le bistecche ma a Montalbano il pititto era
completamenti passato.
Antonia accapì la situazioni.
«Questa carne è disgustosa, ti dispiace se andiamo via?».

160
Montalbano pagò, niscero, si misiro senza parlari ’n machina e arrivaro
finalmenti davanti al portoni di via Biancamano.
«C’è un problema» fici il commissario «hai presente l’amante di Mimì di
cui ti ho parlato? Vorrei evitare di incontrarla».
«Non ti preoccupare, ci penso io. Ti lascio il portone aperto. Vado
avanti. Conta fino a cento».
La picciotta scinnì, ’nfilò la chiavi dintra al portoni, scomparì.
Arrivato a cento, Montalbano raprì di scatto lo sportello che annò a
’ncastrarisi supra al marciapedi lassannogli sulamenti ’na fissura dalla
quali non potiva certamenti nesciri.
Santianno agguantò lo sportello con le dù mano per richiuirlo ma non ce
la fici, va’ a sapiri come e pirchì la portera pariva essiri saldata con la
basola. Raprì dall’autro lato, scinnì, girò torno torno alla machina e tintò di
chiuiri il mallitto sportello dall’esterno. Stavota finalmenti ci arriniscì.
Rifici il giro, riacchianò dalla latata del passiggero, rimisi ’n moto e
s’addunò che lo spazio di manopira che aviva tra l’auto che gli stava
davanti e quella che gli stava narrè era di pochissimi cintilimetri.
Ci misi cinco minuti boni per arrinesciri a scostari la machina dal
marciapedi, finalmenti scinnì, travirsò la strata. Si firmò davanti al portoni
che ’ntanto, va’ a sapiri pirchì, non era cchiù rapruto. Si misi a sonari ma
non arrispunnì nisciuno. Aviva perso troppo tempo.
L’unica era di tilefonarle. Tirò fora il cellulari e la chiamò.
«Ma che fine hai fatto?» dissi la picciotta.
«Ho avuto un contrattempo!».
«Un’altra telefonata di brutte notizie?» spiò Antonia.
«Mi apri sì o no?».
«Ti apro, ti apro».
Il commissario potti infini trasiri, si fici di cursa le rampi di scali e si
catapultò nell’appartamento.

161
Sedici

Quanno chiuì la porta lo scuro nella càmmara addivinni completo.


«Prima di accendere le luci verifichiamo che tutte le imposte siano ben
chiuse» fici la voci di Antonia.
Montalbano annò a controllari l’unica finestra della càmmara.
«Questa è sicura». E addrumò la luci.
Non si dissiro nenti, si taliaro occhi nell’occhi, e sintero il bisogno di
abbrazzarisi. Po’ Antonia si tirò un passo narrè e fici:
«Andiamo».
’Spezionaro tutta la casa da cima a funno: era chiaramenti vacanti da
tempo. Ci fu una càmmara che li colpì ’n modo particolari: tutte le pareti
erano cummigliate da ’na speci di libreria fatta di tavole di ligno, ma supra
a ’sti tavole non ci stavano libri ma centinara di conchiglie che annavano da
quelle cchiù granni, squasi gigantische, a ’na ’nfinità di autre cchiù niche.
Montalbano non è che nni accapissi nenti ma ebbi la netta sensazioni che
si trattassi di ’na raccolta preziusa. Ecco pirchì Aurisicchio voliva che le
chiavi fussero tinute sulamenti dal propietario dell’agenzia.
«Torniamo nella camera da letto» fici Antonia.
Era l’urtima a mano dritta, e corrisponniva esattamenti, come aviva ditto
Mimì, a quella di Genoveffa, ’ntisa Geneviève.
Appena trasero il commissario chiuì la persiana, addrumaro la luci e
finalmenti ebbiro davanti all’occhi la famusa càmmara del morto di
Augello.
Il mobilio consistiva in un paro di seggie, un letto matrimoniali con supra
dù matarazzi cummigliati da un linzolo. C’era macari un cuscino.
Antonia appuiò la baligetta supra a un commodino dicenno al
commissario:
«Siediti da qualche parte e lasciami lavorare».
Montalbano s’assittò supra alla prima seggia che attrovò e stetti a
taliarla.
Si cataminava con un’aliganzia naturali che lo affatava.
Per prima cosa tirò fora ’na speci di lenti d’ingrandimento con dintra ’na
luciddra con la quali si misi a taliare cintilimetro appresso cintilimetro il

162
linzolo. Po’ misi da parti la lenti e tirò fora ’n autro strumento che pariva un
cannocchiali. Travagliava silenziusa, pricisa, mitodica.
Picca doppo lassò il cannocchiali, pigliò ’na speci di raschietto e ’na
bustina trasparenti di plastica: passava a leggio a leggio lo strumento supra
alla tila, e po’ ’nfilava dintra alla bustina il matriali che ristava attaccato
alla lama.
Doppo ’na mezzorata di ’sto travaglio silenziuso, Antonia si firmò a
taliare ’na parti del linzolo che stava tanticchia sutta al cuscino. Ripigliò la
lenti, lo esaminò con estrema attenzioni e finalmenti s’addicidì ad
arrivolgirisi al commissario:
«Qui c’è una macchiolina che potrebbe essere di sangue. Ma con gli
strumenti che ho non sono in grado di esaminarla. Che faccio? Pensi che
posso tagliare un pezzetto di lenzuolo?».
«Ma certo» dissi Montalbano. «Siamo in pochi a sapere del morto di
Augello».
Dalla baligetta, Antonia tirò fora ’na forficina, ritagliò tanticchia di
lenzolo e lo ’nfilò in un’autra bustina di plastica.
«Ho finito» dissi al commissario.
«Che mi dici?».
«Allora, innanzitutto c’è una anomalia assoluta: un cadavere messo su un
lenzuolo e un cuscino come questi, lascia indubbiamente un’impronta. Qui
c’è qualcosa ma non è tale da poter essere rapportata al peso di un corpo
morto che vi è stato appoggiato».
Montalbano non ci accapì nenti.
«Scusami Antonia, che mi stai dicendo?».
«Ti sto dicendo che settanta, ottanta chili di carne inerte posati sia pure
per poco tempo su un materasso, avrebbero dovuto lasciare un’infossatura,
un incavo più evidente».
Montalbano la firmò:
«Ma sono passati diversi giorni...».
«Certo, ma credimi, il segno dovrebbe essere molto più chiaro; qui è
quasi impercettibile».
«E che viene a significare?».
«Così, su due piedi, non te lo so dire. Ho bisogno di fare controllare le
tracce in laboratorio».
«E adesso che facciamo?» spiò il commissario tanticchia sdilluso.
«Adesso se vuoi torniamo in via La Marmora e finiamo il lavoro sulle
carpette».

163
Montalbano taliò il ralogio. Non erano manco le deci...
«Senti» dissi «va bene, però prima ci fermiamo a mangiare qualcosa».
«Uffa» fici la picciotta «ancora mangiare... A quest’ora dovremo
accontentarci dei tramezzini sfatti di un bar...».
«No» la ’nterrompì il commissario «la mia proposta è diversa. Andiamo
a mangiare a casa mia?».
«A casa? Ci mettiamo a cucinare? Ma non abbiamo tutto questo tempo...».
«Ma che cucinare e cucinare! Io ho la fortuna di avere Adelina, una cuoca
strepitosa. Non ne resterai delusa».
«E va bene» fici Antonia.

Quanno che arrivaro a Marinella e Antonia si fu assistimata supra alla


verandina, la picciotta non potti cridiri ai sò occhi.
«Ma qui è una meraviglia!».
Montalbano s’inorgoglì.
«Vado a vedere cos’ha preparato Adelina».
Nel frigorifiro non c’era nenti, ’n compenso dintra al forno... c’era un
piatto mai viduto prima!
Adelina, squasi avissi prividuto l’ospiti di riguardo che quella sira ci
sarebbi stato, aviva priparato un meraviglioso timballo di maccaruna in
crosta.
Era priciso ’ntifico a quello contato nel Gattopardo: un timballo da
principi! E quanno Montalbano, mittennolo supra a un vassoio con allato dù
piatti, dù forchette, dù bicchieri e ’na buttiglia di vino, portò tutto in
verandina, Antonia nni ristò affatata. Nisciuno dei dù aviva il coraggio di
rompiri la crosta di pasta frolla, ma quanno Montalbano, cavaleri senza
macchia e senza paura, s’addicidì a farlo, vinni fora ’n aroma di zuccaro e
cannella da fari firriari la testa, e ’na vota rapruto attrovaro il di dintra
chino di ogni ben di Dio.
Antonia e Salvo si taliaro filici e, ’n contemporanea, si misiro a mangiare
direttamenti dalla teglia.
Per almeno tri minuti i dù si scangiaro sulo sorrisi di contintizza e
mugolii di piaciri. Doppo tanticchia Antonia spiò:
«Ma Adelina cucina sempre così?».
«No» dissi Montalbano «forse ha intuito che stasera sarebbe stata una
serata importante».
«Non ce la faccio più» dissi a un certo momento la picciotta posanno la
forchetta.

164
A Montalbano parse malo continuari a mangiare a sulo macari se aviva la
gana di puliziari la teglia, e quindi per non cidiri alla tintazioni, si susì e
portò il timballo ’n cucina. Quanno che tornò nella verandina aviva con sé
dù bicchieri e ’na buttiglia di whisky. Accomenzaro a vivirisillo a picca a
picca, senza parlari.
Montalbano sintiva lentamenti il sò cori rapririsi per la filicità di essiri
allato a quella creatura che era per lui come un rigalo caduto dal celo
quanno oramà era sicuro che un miraculo simili, nella sò vita, non sarebbi
mai cchiù potuto accadiri. Non potiva essiri vero e quindi, cchiù che autro
per essiri sicuro che quel momento fusse riali, misi un vrazzo torno torno
alle spalli di Antonia e se la stringì. Lei s’abbannunò. Fu il contatto fisico
con la picciotta a darigli il coraggio di parlari.
«Ti sarai accorta che sono rimasto molto turbato dalla telefonata al
ristorante».
«Sì, ma non ti fare scrupoli. Non hai nessun obbligo di raccontarmi...».
«No, invece voglio parlarne proprio con te. È una faccenda che ti
riguarda direttamente».
Antonia s’ammostrò surprisa.
«Mi riguarda direttamente?» fici scostannosi.
«Sì. La telefonata era di Livia, la mia compagna. Ti avevo accennato, mi
pare, che non ero solo».
«Me lo ricordo benissimo».
«Sto con lei da molto tempo. Livia vive in Liguria...».
Antonia lo ’nterrompì.
«Non c’è modo migliore per rendere duraturo un rapporto...».
«Quale?».
«Quello di stare assieme ma non stare insieme. Però ti prego, continua,
sono molto curiosa di capire in che modo questa telefonata mi riguardi
direttamente».
Montalbano ebbi ’n attimo di esitazioni, gli era parso di sintiri ’na certa
ironia nell’urtime parole di lei, comunqui annò avanti:
«Livia è per me una persona importantissima, è una moglie, è una
compagna, stiamo insieme da così tanto tempo che non saprei neanche dirti
quanto. Solo che...».
«Solo che?».
«Solo che il nostro rapporto è ormai cambiato. La lontananza che prima
era un pungolo per cercare di ritrovarsi quanto prima ora è solo distanza.
La passione si è tramutata in un amore fraterno. Non sentiamo più il bisogno

165
di passare il tempo insieme. Insomma, io temo che la storia con Livia sia
finita».
«Ed io, scusami, cosa c’entro?».
«C’entri Antonia, c’entri perché averti incontrata è stata la prova del
nove. Io con te mi sento vivo, ho il desiderio di stare vicino a te ad ogni
istante, sento la necessità fisica di averti accanto. Io voglio stare con te. Io
sono felice con te».
Antonia lo taliò ’mpressionata e ’mparpagliata.
«Ma io sto partendo. Io non...».
«Antonia, io verrò con te. Chiederò il trasferimento, darò le dimissioni,
ma non voglio perderti. Voglio che andiamo a vivere insieme».
Antonia a quel punto si isò, s’avvicinò alla balaustra della verandina, po’
tornò narrè, si vippi un muccuni di whisky e si riassittò.
«Una sola domanda, Salvo».
«Dimmi».
«Ma tu, anche solo per un attimo, ti sei chiesto che cosa voglio io? Ti sei
domandato se io voglio vivere con te, se quello che tu senti è corrisposto,
se anche io desidero averti accanto a me in futuro?».
Po’ si firmò, si vippi ’n autro po’ di whisky, e con tono assà cchiù
arraggiato fici:
«Perché? Mi chiedo perché tu debba pensare che una donna giovane, più
o meno carina, con una carriera che procede anche piuttosto bene, non veda
l’ora di avere un uomo accanto? Magari credi anche che non aspetto altro
che sposarmi e avere dei figli e quindi smettere di lavorare? Ma non ti è
mai passata per il cervello l’idea che se io sono sola è perché io voglio
stare sola? E non perché sono misogina, né lesbica, né perché mio padre mi
abbia violentato, né perché sono zitella dentro, neanche perché sono delusa
dagli uomini ma semplicemente perché io sto bene così? Sto bene senza
avere doveri nei confronti degli altri, di un marito, di un figlio. Io sto bene
con me stessa. Punto».
In Montalbano le parole di Antonia arrivaro come ’na serie di cutiddrate
al cori. Pirchì tutto ’nzemmula si era addunato che la passioni l’aviva
talmenti accecato da non farigli vidiri la rialtà della pirsona che aviva
davanti. Lui l’aviva considerata già cosa sò e chisto era stato ’n errori
terribili dovuto forse al sopravveniri della vicchiaglia. O forse solo allo
scanto. Quanti anni c’erano di diffirenzia tra lui e quella picciotta?
Non aviva accaputo che per Antonia il loro era stato forse solo un
incontro di passaggio mentre lui cridiva che quell’incontro potiva

166
significari il punto di arrivo della sò esistenzia e non s’era addimannato,
nepuro per un attimo, che cosa avrebbi ’nveci significato per lei.
A malgrado tutto Montalbano non sulo continuava ad addisidirarla ma ora
la stimava macari chiossà, avennonni apprezzato la sincerità e l’onestà.
Ristò muto ’n silenzio finché la picciotta dissi:
«Ma sei così sicuro poi che con Livia sia davvero tutto finito?».
Montalbano fici un sorriso tirato e non le arrispunnì, sulo doppo picca
dissi:
«Grazie di avermi fatto capire un sacco di cose. Ti chiedo scusa. Ora se
vuoi andiamo».

Montalbano ’mpiegò il tempo che ci volli per arrivare in via La Marmora


contannole quello che aviva arrifirito la signura Pastore e delle conclusioni
alle quali erano arrivati con Fazio e Augello. Antonia si nni stetti tutto il
tempo silenziusa ad ascutare senza diri né ai né bai. S’assittaro supra al
solito divanetto, macari le dodici carpette stavano ddrà ’mpilate una supra
all’autra.
«Sono sempre più convinto» fici il commissario «che in una di queste ci
sia il nome dell’assassino».
«Io, invece» fici lei «stavo pensando a un’altra cosa».
«Cioè?».
«Se ho capito bene dal tuo racconto, nell’appartamento di via
Biancamano in teoria non sarebbe potuto accedere nessuno perché il
proprietario aveva affidato le chiavi all’agenzia. Allora mi chiedo: come
hanno fatto a entrare? Come hanno fatto a portar via il cadavere? È chiaro
che deve esistere da qualche parte un altro mazzo di chiavi che qualcuno
deve avere usato. Ti posso dare un suggerimento?».
«Dimmi tutto quello che vuoi» arrispunnì il commissario sorridenno.
Antonia l’ammuttò e continuò:
«Io una chiacchierata con questo signore dell’agenzia andrei a farmela».
«Hai ragione» fici Montalbano e po’: «Allora lavoriamo sulle
carpette?».
«Siamo qui per questo. Però ho pensato ad un modo per risparmiare
tempo».
«E dimmelo».
«Mentre lavoravo nel mio ufficio a Montelusa non ho fatto altro che
pensare a questo caso. Mi sono anche scaricata e letta la commedia. Sono
rimasta molto colpita dalla personalità di Carmelo Catalanotti. A

167
quest’uomo evidentemente piaceva molto giocare con il fuoco».
«In che senso?».
«Nel senso che andava a cercare, e trovava, uomini e donne che avevano
o qualcosa da nascondere o grossi problemi personali. E riusciva
addirittura a farseli raccontare...».
«Meglio» la ’nterrompì Montalbano. «Non si contentava del racconto, li
faceva prima confessare e poi, a tempo debito, riusciva a far risanguinare le
vecchie ferite rigirando il ferro nella piaga».
«Hai ragione» ripigliò Antonia. «Aveva un sesto senso molto affilato, una
qualità quasi rabdomantica nello scoprire persone borderline, dalle
reazioni non sempre prevedibili. Reazioni, del resto, che lui provocava
volontariamente. Ecco, ho l’impressione, chissà perché, che sia rimasto
vittima, come dire, di un incidente sul lavoro...».
Montalbano ristò per un momento pinsoso.
«Sei arrivata alla mia stessa conclusione».
Antonia ripigliò:
«Se il modello di messa in scena di Catalanotti era la società della
signora Pastore, è chiaro che le informazioni che ha ricevuto da lei sono
state per Catalanotti a un tempo rivelatrici e limitative».
«In che senso?».
«Nel senso che mentre nella ditta Pastore sono tutti convinti che si sia
trattato di un suicidio, nella commedia avviene uno scatto ulteriore, cioè si
viene a scoprire che l’assassina, se così si può chiamare, è stata Olwen, la
quale si è trovata all’improvviso di fronte a un tentativo di violenza da
parte di Robert. La morte è stata accidentale. Dato che era stata minacciata
con un revolver perché cedesse ai desideri dell’uomo, la ragazza ha fatto
partire inavvertitamente quel colpo che ha ucciso lo stesso Robert».
«Esatto» dissi Montalbano.
«Quindi se Catalanotti seguiva passo passo questa storia è chiaro che
nelle dodici carpette che abbiamo selezionato si trovi l’assassina».
«Vedi che siamo giunti alla stessa conclusione?».
«Dai, fammi finire, per risparmiare tempo ti consiglio quindi di
concentrarti solo sulle donne, sulla possibile Olwen».
Mentri che lei parlava a Montalbano accomenzò a nasciri un pinsero, e
siccome non voliva aggiungiri dubbi a autri dubbi, parlò apertamenti.
«Antonia, grazie, mi hai fatto un discorso lungo e intelligente. Mi hai dato
delle dritte molto importanti ma vorrei chiederti una cosa, alla quale spero
mi risponderai sinceramente. Queste tue parole stanno a significare che non

168
ti occuperai più di questo caso?».
«Sì Salvo, il mio contributo termina qui. Ho un ultimo compito: il
risultato delle analisi sui reperti trovati in via Biancamano che ti farò avere
al più presto».
Che autro potiva diri?
Qualisisiasi frasi avrebbi peggiorato la situazioni tra loro dù. Non ristava
che accettari la rialtà. Ah, l’evidenza di questa fottuta rialtà!
Com’era difficili agliuttirisilla la rialtà di quel momento della sò vita.
Epuro non aviva autra strata che questa. Chiuiri gli occhi e agliuttiri,
agliuttiri. Fino alla feccia.
«Va bene» dissi susennosi di scatto. «Se vuoi andiamo».
«Andiamo» fici lei.
Il commissario pigliò le carpette, se le misi sutta vrazzo e deci minuti
doppo erano ’n machina.
«Ti accompagno».
«Naturale. Come vuoi che torni?».

Montalbano aviva un cori d’asino e un cori di leoni: da ’na parti avrebbi


voluto portari la picciotta all’hotel il cchiù vilocementi possibili per
potirisi grattari a sulo la rogna che si sintiva di supra. Dall’autra era tintato
di caminari cchiù lento d’un vavaluci per ristari ancora qualichi secunno
allato della picciotta. Non seppi resistiri e marciò accussì chiano che a un
certo punto Antonia addimannò:
«Tutto bene?».
«È il motori che...» farfagliò lui.
Ci misi un’eternità. Prima di scinniri dalla machina Antonia si calò verso
di lui e lo vasò supra a ’na guancia.
«Ci sentiamo più tardi» dissi.
Niscì, Montalbano la seguì con l’occhi e la taliò fino a quanno la porta
dell’albergo si chiuì.
Passò ’na dicina di minuti fermo ’mmobili, sintenno che dintra alle sò
vini stava succidenno ’na cosa curiosa: era come se qualichiduno gli avissi
fatto ’na ’gnizioni di ghiazzo. Ecco, si sintiva come un cubo di ghiaccio,
gelido, senza vita. Non arrinisciva a cataminarisi per mittiri ’n moto la
machina. Po’ finalmenti ce la fici e allura partì sparato per arrivari dintra
alla sò tana di Marinella il prima possibili, come se potissi ammucciarisi
dintra a un rifugio sicuro, ’nviolabili.
Di annare a corcarisi manco a parlarinni. Raprì la porta-finestra, s’assittò

169
nella verandina, ma doppo picca minuti si susì, parennogli la notti troppo
fridda. Allura pigliò le carpette che aviva mittute supra al tavolo e se le
portò allato alla poltruna, davanti alla tilevisioni. S’assittò. Affirrò la
prima, se la posò supra alle gamme, la raprì. Un attimo doppo la richiuì.
Non aviva nisciuna gana d’occuparisi dell’indagini. ’Na gran quantità di
pinseri gli firriavano nella testa, ma erano tutti ’nturciuniati come sirpenti.
S’addrumò ’na sicaretta, se la stetti a fumari talianno lo schermo della
tilevisioni astutata. Po’ il tilefono fici uno squillo brevissimo, subito
’ntirrotto. Il cori di Montalbano per un attimo si firmò. A chiamarlo a
quell’ura non potiva che essiri Livia opuro... opuro Antonia. Ma non ci fu
nessun autro squillo. Certo era stato un contatto. Allura ebbi l’impulso
violento di chiamari a Livia. Si susì, posò la mano supra al ricevitori... si
firmò. Fici ’nzinga di no con la testa. Si riassittò.
E s’addimannò: pirchì aviva sintuto il bisogno di chiamari a Livia? Cosa
voliva o potiva diri a Livia? Cosa voliva o potiva dirigli Livia doppo
quello che gli aviva già chiaramenti ditto al tilefono?
Gli aviva gridato che non voliva cchiù aspittari.
Io aspetto, aspetto... sono in attesa da una vita, sospesa tra il tuo
lavoro e quello che dovrebbe accadere in un futuro che non arriva mai.

Il futuro? Ma lui lo voliva un futuro con Livia?


Per anni aviva vissuto la loro storia come se fusse sospisa nel tempo e
nello spazio. Il suo travaglio aviva sempre avuto la meglio sul loro
rapporto. I loro progetti avivano sempri navicato a vista. Quanno s’era
apprisintata la possibilità di prinnirisi, come dire, le “responsabilità” della
loro relazioni, come con François, lui s’era ’nquartato. Mai aviva veramenti
proponuto a Livia di maritarisi, di viviri ’nzemmula. Ogni vota che nni
avivano parlato po’ lui aviva fatto cadiri il discurso congilannolo in quella
bolla senza spazio e senza tempo. Come se il sò rapporto con Livia fusse
troppo blindato per essiri condizionato dallo spazio e dal tempo... dato per
certo... scontato. E scontate oramà erano addivintate le loro tilefonate a
parlari del cchiù e del meno, le serate passate ’nzemmula sul divano senza
dirisi squasi nenti, abbrazzati supra al letto senza manco ’na vasata.
E quello era forsi amuri?
Non ebbi dubbio: sì, era amuri. Vecchio, consunto come a un vistito
troppo a lungo usato, con qualichi pirtuso ccà e ddrà, ricusuto alla meglio,
stanco, ma sempri amuri.
E po’, a sintiri nella sò testa quella parola, subito il cori gli si stringì e

170
assumò ’n autro nomi: Antonia. Con Antonia ’nveci sì che aviva ’mmidiato
fatto progetti per il futuro: le aviva confidato senza vrigogna di voliri stari
con lei sempri, che sarebbi annato ’n pinsioni, che l’avrebbi secutata sino
alla fini del munno criato. Epuro con Antonia nenti era dato per certo: non
erano scontate le loro conversazioni, non era scontato il loro modo di fari
all’amuri, non era scontato se e quanno si sarebbiro rividuti. Tutta la loro
relazioni era incerta, era in balia dello spazio e del tempo.
E quello, quello era forsi amuri?
E macari stavota non ebbi dubbi: sì, era amuri.
L’unica era di attaccarisi alla buttiglia di whisky. E accussì fici.
Appena che si fu stinnicchiato sprofunnò in una voragini nìvura e accussì
non seppi como, quanno, e a che ura si era finalmenti addiciduto di
spogliarisi e annarisi a corcare senza manco farisi la doccia.
Po’ il suono ’nsistenti del tilefono l’obbligò faticosamenti a rapriri
l’occhi. Li richiuì subito firuto dalla luci della prima alba.
«E chisto» pinsò mentri si susiva per annari ad arrispunniri «sarà sicuro
quella gran camurria di Catarella che devi annunziarimi qualichi
ammazzatina».
Aviva la vucca ’mpastata di whisky, pronunziò un «pronto» che pariva
’na speci di grugnito. La voci che gli arrispunnì lo fici addivintari di colpo
lucito, prisenti, attentissimo.
«Che fai dormivi?» addimannò Antonia.
A malgrado che il sò spirito si fusse mittuto all’erta, la sò voci lo tradì.
«Nzzz ngrt».
«Facciamo così» dissi la picciotta pratica «vatti a fare una doccia, ti
richiamo tra dieci minuti».

171
Diciassette

Montalbano s’appricipitò facenno tutto a ’na vilocità tali che pariva ’na
pillicula di Ridolini. Prima che il tilefono si rimittissi a sonari ebbi persino
il tempo di pittinarisi, di sparmarisi il doppobarba che adurava di sandalo,
e mittiri il cafè supra al foco.
«Pronto» fici stavota con voci chiara. «Come mai sei...?».
«Scusami, hai ragione, forse è troppo presto ma ho lavorato tutta la
notte».
«Hai lavorato tutta la notte? E dove?».
«Dopo che mi hai riaccompagnata non avevo sonno e sono andata in
laboratorio. Ho analizzato i reperti».
«Hai qualche novità? Se vuoi vengo subito da te e facciamo colazione
insieme così mi racconti» si ghittò cavaddro e carretto Montalbano.
«No scusami, ho bisogno di andare a dormire».
«E allora dimmi» fici il commissario frinanno il cavaddro.
«Non ci sono tracce organiche».
«Che stai dicendo? E quella macchiolina di sangue?».
«Effetti speciali».
«Cioè?».
«È sangue finto, artificiale. È un composto chimico che viene usato per
gli effetti speciali del cinema».
Montalbano ristò per un momento alloccuto.
«E gli altri prelievi?».
«Niente di rilevante, c’erano solo miscele di esteri, alcoli, acidi saturi».
«Cioè?» arripitì Montalbano.
«Cera».
«Scusa?».
«Cera, Salvo. Comune cera».
«E che sta a significare?».
«Questo non lo so».
«Possibile che sia per le candele che magari avevano messo accanto al
cadavere?».
«No, direi proprio di no, erano tutte minuscole scaglie di cera colorata di

172
rosa pallido, di blu e di nero...».
Montalbano ristò muto. Era veramenti strammato.
«Allora dato che non hai niente da dirmi» dissi la picciotta «io me ne
vado a dormire».
«Grazie. Ma quando possiamo...».
Tu... tu... tu...
Antonia aveva già chiuiuto la comunicazioni.
Che viniva a significari quella nuova complicazioni?
Non volli pinsarici supra rimannanno tutta la quistioni a cchiù tardo. La
cosa ’mportanti che aviva da fari era quella che gli era stata suggerita
propio da Antonia: annare a parlari con il responsabili dell’agenzia.

Appena che lo vitti arrivare con le vrazza carriche di carpette, Catarella


niscì di cursa dallo sgabuzzino e l’alliggirì del piso.
«Ci sunno Fazio e Augello?».
«In loco attrovansi, dottori» fici Catarella posanno le carpette supra alla
scrivania.
«Mannamilli a tutti e dù».
Cinco minuti appresso nell’ufficio di Montalbano accomenzò la reunioni.
«Sarebbero chiste le famose carpette?» addimannò Mimì.
«Sì» dissi Montalbano. «Sono il risultato di una lunga e attenta
valutazione che abbiamo fatto...».
«Che avete?» lo ’nterrompì Augello.
«Che ho...» si corriggì subito il commissario. «Ecco le carpette che ho
selezionato. Qui ci sono i profili di quelli che presentano delle anomalie
psicologiche, psichiche oppure una naturale propensione verso ogni forma
di trasgressione. Cioè i più inclini a ribellarsi alle imposizioni di
Catalanotti. Sono stato chiaro?».
«Chiarissimo» fici Fazio.
«In ogni carpetta troverete anche una foto a mio parere scattata
all’insaputa del soggetto. Però il bravo Catalanotti non ci ha facilitato il
compito omettendo il cognome dei provinati, il loro indirizzo e numero di
telefono. Partite dalla secunna carpetta in po’, pirchì della prima saccio già
bastevolmenti. Quindi il compito che vi affido è quello di riuscire nel
miracolo di identificarli. Ora io aio ’n’autra cosa da fare. Fazio, ce l’hai tu
le chiavi della càmmara di sicurizza?».
«Sissi».
«Dammille».

173
Fazio le tirò fora e gliele detti. Montalbano si susì.
«Nni videmo tra cinco minuti» dissi.
Niscì, annò ’n funno al corridoio, raprì la porta della càmmara di
sicurizza, la chiuì alle sò spalli.
Tano Lo Bello si nni stava assittato supra al pagliarizzo, i gomiti appuiati
alle ginocchia e la testa tra le mano. Montalbano ristò addritta davanti a lui.
Tano isò la testa. Non aviva cchiù la taliata armalisca del jorno avanti. Ora
aviva l’ariata di un cani vastuniato. Stettiro un momento occhi nell’occhi,
po’ Montalbano tirò fora dalla sacchetta un pizzino e lo misi davanti alla
facci di Tano.
«Stammi a sintiri bono, se tu dici di sì alla mè proposta, chisto pizzino
continuerà a essiri un pizzino che mi rimetto ’n sacchetta. Se tu ’nveci dici
di no, chisto pizzino si trasforma in una bustina. E lo sai che c’è dintra a
chista bustina?».
«Nonsi».
«C’è ’na bona dosi di cocaina. E lo sai indove l’avemo attrovata chista
bustina?».
«Nonsi» arripitì l’orco oramà squasi addomesticato.
«L’avemo attrovata nella tò sacchetta ’nzemmula a ’n’autra decina di
bustine uguali. Mi spiegai?».
«Sissi. Si spiegò».
«C’è bisogno che ti dica autro?».
«Nonsi. Ora mi facissi la sò proposta».
«È sempricissima: Nico e tò figlia devono ristari fora dalla sparatina».
«Si spiegassi meglio».
«Nico ci ha sempri ditto che non è arrinisciuto a vidiriti ’n facci mentri
che sparavi. Tu devi confirmari la sò deposizioni. Chiaro?».
«Chiarissimo. E che mi nni veni ’n cangio?».
«’N cangio ti nni veni che l’aggressioni a pubblico ufficiali veni
cancellata, la droga non l’avemo mai attrovata e t’arresta sulo il tintato
omicidio. Cioè a diri, qualichi annuzzo di galera ’n meno. Hai bisogno di
pinsarici supra?».
«Nonsi» fici l’orco.
«Ti saluto» dissi Montalbano.
Raprì la porta della càmmara di sicurizza, la richiuì. Si sintiva
vrigugnoso di se stisso per aviri dovuto ricorriri a un ricatto. Ma non aviva
autra scelta. Tornò in ufficio. S’arrivolgì a Fazio:
«T’arricordi che t’avevo ditto di tiniri in un cascione le deposizioni di

174
Nico e Margherita?».
«Sissi, dottore».
«Falle scompariri. Nico non vitti ’n facci a chi gli sparò».
In un lampo Fazio accapì ogni cosa.
«Potemo fidarinni di Tano?» spiò mentri che si ripigliava le chiavi che
Montalbano gli pruiva.
«Sì. Fammi un piaciri: avverti tu la famiglia Lo Bello che ponno stari
tranquilli. Nni videmo tra un dù orate».
E si nni niscì. Ma arrivato al portoni vinni firmato da Catarella:
«Ah dottori dottori, ci sarebbi che c’è supra alla linia il dottori Pasquano
che ci vorrebbi parlari di pirsona uggentevoli, uggentevolissimevolmenti».
Matre santa! S’era completamenti scordato dell’autopsia! Agguantò la
cornetta del centralino, ebbi il tempo di diri sulo «pronto», che vinni
assugliato da ’no sdilluvio di parolazzi.
«Ma che si è rincoglionito del tutto? Ma che perse la memoria? Ma lo
vede che non ce la fa più con le vecchiaglie che s’arritrova supra alle
spalli? Come mai, mi staio addimannanno da ’na poco di jorna, che non
m’ha ancora romputo i cabasisi per sapiri il referto sull’autopsia di
Catalanotti? Opuro voli che nni parli con Catarella che macari glielo
risolve lui il caso? Tutte ’ste dimanne e manco ’na risposta. Capace che lei
può aiutarimi...».
«Dottor Pasquano, mi scusasse. Ma non la liggì la notizia?».
«Quali?».
«L’hanno detto alla tilevisioni, alla radio. Ci sunno stati casi di
avvelenamento gravissimi per una partita di ricotta da cannolo andata a
male e io mi scantai di venirla ad attrovari».
«Ma vada a fanculo!».
«Mi scuso della latitanza. Lei ha ragione, sono solo un povero vecchio. E
ora parlassi».
«E lei mi ascolti con attenzione perché la faccenda è perlomeno
singolare. A prima vista si tratta di una morte causata dalla pugnalata del
tagliacarte. Senonché, osservando la ferita al cuore, mi sono accorto che
c’era un’altra lesione gravissima di pochissimo precedente».
Montalbano stunò.
«Mi vuole dire che è stato pugnalato due volte?».
«Non ho parlato di pugnalate. La prego di mettere in funzione meglio che
può quel poco di cervello che ancora le resta. Ripeto: mi stia ad ascoltare
attentamente. Le ho parlato di una ferita al cuore, causata dal tagliacarte, e

175
di una lesione gravissima provocata invece da un infarto. E quindi al
momento della pugnalata l’uomo era appena deceduto».
Montalbano era talmenti strammato che non arriniscì a rapriri vucca.
Pasquano continuò:
«A ’sto punto mi dovrebbe domandare: e lei come ha fatto a capirlo? E io
le risponderei: perché non essendo più in corso la circolazione sanguigna,
la lacerazione cutanea, cioè quella prodotta dal tagliacarte, non è risultata
infiltrata. A questo punto, data la sua incapacità a prendere parte a questo
nostro dialogo, le direi anche che l’infarto è dovuto a un eccesso di
stimolanti sessuali. E forse questa è l’unica parte del discorso che può
afferrare. E ora senta: visto che continua a essere in stato catatonico poggi
la cornetta sul telefono e così si chiude la nostra bella comunicazione».
Come a un atoma, Montalbano bidì e ristò a taliare a Catarella.
«Dottori, bono si senti?».
Cinco secunni muto e po’ il commissario tornò alla rialtà.
«Bono, bono» dissi. E s’addiriggì verso la sò machina.

L’agenzia, secunno quanto l’aviva ’nformato Fazio, s’attrovava verso la


fini del corso principali, senonché a mità strata vinni firmato da un vigile
che l’accanosciva.
«Commissario, mi scusi ma la strada è momentaneamente interrotta
perché è saltato un tombino».
«E allora?».
«E allora deve fare il giro largo».
Santianno misi la marcia narrè e arrivato all’altizza del primo vicolo a
mano dritta svoltò, po’ girò ancora a manca e stavota s’attrovò in una viuzza
chiuttosto stritta in mezzo alla quali, oltretutto, ci stava un furgoncino fermo.
Sonò ma non ebbi nisciuna risposta. Dintra al camioncino non c’era anima
criata. Aspittò ancora mentri che darrè di lui si formava una longa filata di
machine e accomenzava il concerto dei clacson, delle vociate e delle
biastemie.
A mano manca ci stava ’na chiesuzza col portoni spalancato. Doppo
tanticchia niscì un omo che si portò le mano alla vucca a imbuto e fici:
«Doviti aviri ancora cinco minuti di pacienza ca carricamo ’u santu».
Montalbano addicidì che l’unica era di scinniri fora dall’atomobili e
accussì fici. In quel momento dalla chiesa niscero dù òmini che riggivano la
statua d’un santo a grannizza naturali mentri che ’na terza pirsona lo tiniva
fermo dalla parti di darrè.

176
Arrivati all’altizza del furgoncino lo posaro con sdilicatizza ’n terra.
Montalbano si ’ncuriosì e spiò a uno:
«Che state facenno?».
«Stamo portanno a Sant’Antonio Abate ad arriparari».
«Pirchì? Che ci successi?».
«Successi ca cadì ’na torcia addrumata e la mano dritta del santo, vidissi,
si squagliò».
«Come, si squagliò?».
«’Nca certo! Fatto di cira è».
A quelle parole Montalbano s’apparalizzò.
’Ntanto i tri, faticanno, erano arrinisciuti a carricari il santo supra al
furgoncino. Ora lo stavano tinenno fermo ligannolo con fasci elastiche.
Fu a ’sto punto che Montalbano s’arripigliò.
«Scusate» fici ancora «e indove lo portate ad arriparare?».
«A Fela pirchì ddrà c’è ’na flabbica di statui di cira».
Il camioncino finalmenti partì ma il coro delle biastemie e delle
clacsonate arripigliò cchiù forti di prima. ’Nfatti il commissario non si
rinniva conto che si nni era ristato fermo ’mpalato ’n mezzo alla strata. Po’
si sintì affirrare per un vrazzo e scutuliare con violenza.
«Si voli arrisbigliari o no?».
«Scusatemi, scusatemi» fici confonnuto.
Trasì nella machina e partì. Però fatti picca metri accostò al marciapedi.
Frinò. Scinnì.
Non arrinisciva a guidare.
A Fela ci stava ’na flabbica di statui di cira?

«... c’erano solo miscele di esteri, alcoli, acidi saturi».


«Cioè?».
«Cera».
«Scusa?».
«Cera, Salvo. Comune cera».
S’assittò nella prima seggia che attrovò d’un bar.
«Desidera?» fici il cammareri.
«Portami un cafè forti, ma forti assà» dissi il commissario.

L’agenzia ’mmobiliari Casamica consistiva in una càmmara chiuttosto


granni dintra alla quali s’attrovavano dù scrivanie. Una era vacanti,
nell’autra ci stava un cinquantino, bono vistuto, che stava facenno ’na

177
tilefonata. Alle pareti cintinara di fotografie a colori d’appartamenti e di
villuzze con allato la rispittiva pianta, e sutta a ogni foto c’era ’mpiccicato
un cartellino con la scrivuta: «OCCASIONE!!!». Il signori che stava
tilefonanno fici ’nzinga a Montalbano d’assittarisi nella seggia che gli stava
davanti. Mentri che quello continuava a parlari, il commissario si taliò
torno torno. La scrivania vacanti era in un ordini pirfetto. Si vidi che
l’occupanti stava ritardanno o macari era ’mpignato ad accompagnari a
qualichi clienti.
L’omo finì di parlari al tilefono, sorridì al commissario, gli pruì la mano.
«Buongiorno, sono Michele Tedesco, il proprietario di Casamica. Come
posso aiutarla?».
La facenna del santo di cira si nni stava ferma a occupari la mità del
ciriveddro di Montalbano, epperciò addicidì che la meglio era di annare
subito al dunqui. Si tirò il paro e lo sparo:
«Il commissario Montalbano sono» dissi.
«Oh, mi scusi» fici il propietario «non l’avevo riconosciuta».
«Poco male. Ho bisogno di avere da lei alcune informazioni circa
l’appartamento di proprietà del signor Aurisicchio in via Biancamano».
Michele Tedesco fici ’na facci ’mparpagliata.
«Ho dato le chiavi giorni fa a qualcuno dei vostri».
«Sì, infatti ce le ho qui in tasca».
Le tirò fora e le posò supra alla scrivania.
«Ma non capisco perché...» principiò Tedesco.
Montalbano lo ’nterrompì e accomenzò a ’mprovisari:
«Guardi, sono qui perché c’è stata una doppia denunzia».
«Doppia? E di che si tratta?».
«La signora Genoveffa Recchia, proprietaria dell’appartamento sopra
quello di Aurisicchio, e che sa disabitato, ha udito per qualche notte di
seguito degli strani rumori venire da sotto, anche alcune grida soffocate di
donna».
«Ma quando? Io non ne so nulla. Sono appena tornato dalle vacanze».
«Mi lasci finire, per favore. Questo cercheremo di chiarirlo dopo. Volevo
prima parlarle della seconda denunzia che è assai più grave. Però devo
sapere una cosa: lei c’è stato in quell’appartamento?».
«Certo che sì».
«Ha visto la stanza con la collezione di conchiglie?».
«Sì, ovviamente, è di gran valore, per questo Aurisicchio mi ha chiesto la
cortesia di essere presente durante le visite dei clienti».

178
«Allora» continuò il commissario. «Sono stato colto da un sospetto: ho
fotografato la raccolta e l’ho mandata al proprietario, il quale si è accorto
subito che mancavano ben quindici conchiglie tra le più preziose e per
questo ha sporto regolare denuncia per furto».
Tedesco addivintò pallito come un morto.
«Quindi» concludì il commissario «lei capisce che si trova in una
posizione delicatissima».
Tedesco era veramente ’ngiarmato, raprì e chiuì dù vote la vucca, po’
arriniscì a diri:
«Ma siete sicuri che... che... la porta non sia stata forzata?».
«Sicurissimi. Non c’è nessuna traccia di scasso».
Fu a ’sto punto che ’na voci fimminina fici:
«Buongiorno a tutti».
Montalbano si votò e per un momento il sò sangue si firmò di girari nelle
vine. La picciotta che stava sulla porta sorridenti era Maria del Castello, la
Maria della prima carpetta di Catalanotti! La Maria della sira della
commemorazioni alla Trinacriarte!
«Buongiorno commissario» fici la picciotta, e annò ad assittarisi alla
scrivania vacanti e principiò a travagliare.
«E quindi» proseguì Montalbano come se non l’avissi arraccanosciuta ma
isanno tanticchia la voci, in modo da essiri sintuto macari dalla picciotta «è
chiaro che qualcuno si è impadronito delle chiavi dell’appartamento di
Aurisicchio per rubargli le conchiglie».
Mentri che parlava, taliava la picciotta con la cuda dell’occhi. Alle
paroli “chiavi” e “Aurisicchio”, la vitti addrizzarisi supra alla seggia e
votarisi di tri quarti verso di loro, come per potiri ascutare meglio.
«Se non è stato lei» continuò Montalbano «può essere stato qualcun altro
che ha preso le chiavi mentre lei era assente. Mi vuol dire dove le
teneva?».
«Qua, in questo cassetto» fici Tedesco, raprenno il primo cascione a
mano manca della sua scrivania.
«Era chiuso a chiave?».
«Certamente».
«Ecco, mi faccia un favore, prenda queste chiavi» fici Montalbano
pruiennogliele «le metta nel cassetto e lo chiuda a chiave».
Tedesco bidì. Montalbano si susì, annò a mittirisi davanti al cascione e
po’ arrivolgennosi alla picciotta che stavota era completamenti votata a
taliare la scena, dissi:

179
«Ce l’ha per favore una forcina?».
«Sì» fici la picciotta portannosi le mano ai capilli e pigliannone una.
«Mi fa un favore? Venga qui, accanto a me».
«Che devo fare?».
«Provi con la forcina ad aprire questo cassetto».
«Ma io non ho mai...».
«La infili nella serratura e provi a ruotare in senso orario...».
La picciotta eseguì e subito si sintì un “clic” viniri dal cascione.
«Grazie» fici Montalbano «non ho più bisogno di lei».
La picciotta si rimisi la forcina nei capilli, il commissario notò che le
mano le trimoliavano e la facci le era addivintata giarna, po’ tornò ad
assittarisi al posto sò.
Montalbano si calò tanticchia, ’nfilò la mano mancina sutta al cascione e
lo tirò fora.
«Ha visto?» fici arrivolto a Tedesco.
«Ho visto. E questo mi solleva di molto».
«Si spieghi meglio».
«Beh, dato che io non c’ero chiunque ha potuto aprire questo cassetto per
prendere le chiavi».
«Quanti impiegati ha la sua agenzia?».
«Solo la signorina Maria del Castello».
«Ma io non...» protistò la picciotta vivaci.
«Non lo metto in dubbio» fici il commissario «può essiri stata la donna
delle pulizie...».
A questo punto accapì che la meglio era lassari i dù a cociri nel loro
brodo. Si detti ’na manata alla fronti:
«Scusatemi ma devo andare. Buongiorno».
E niscì lassanno i dù come a dù statui di sali. O meglio, come a dù statui
di cira.

«Mimì, la vuoi sapiri ’na cosa? Crio che la tò frequentazioni con


Genoveffa ti abbia bastevolmenti ’ntronato».
«Che vuoi diri?».
«Di tutto quello che capitò, non ci accapisti ’n’amata minchia».
«Cioè?» fici Augello risintuto.
«E cioè il morto tò non era morto per ’na cutiddrata ma era stato
sparato».
«... ma in quello scuro... tu capisci che io non potivo...».

180
«Ma siccome che gli hai posato ’na mano supra alla fronti ti putivatu
addunari di ’n’autra cosa...».
«E cioè?» arripitì Augello, stavota cchiù prioccupato che risintuto.
«E cioè che il morto di via Biancamano non era morto vero».
«Ma che cazzate stai dicendo...».
«Muto, Mimì, che è meglio per tia. Il morto tò era un pupo di cira».
Per non cadiri dalla seggia sulla quali stava assittato, Augello s’aggrappò
a Fazio che gli stava allato.
«Ma chi te lo dissi che...».
«Mimì, ora ora tornai dalla ciriria Palumbo di Fela. Foro iddri a
fabblicari il morto tò: un bell’omo, grannizza naturali, pittato, alliffato,
vistuto di tutto punto e sparato al cori. Pariva ’n omo ma ’nveci era ’na vera
opira d’arte. Pensa che s’attrattava di un sottilissimo strato di cira che
s’appuiava supra a un riticolato di sottilissimo filo di resina. Pisava nenti!
Addirittura si potiva dividiri in dù parti».
«Ma pirchì tutto ’sto gran mutuperio? Pirchì tutto ’sto gran tiatro?».
«Appunto per fari tiatro» fici il commissario. «Catalanotti si fici
flabbicari il pupo dalla ciriria e si nni sirviva per i sò provini. Quel morto
fàvuso arrapprisintava a Martin».
Fu a ’sto priciso momento che il tilefono squillò.
«Ah dottori dottori! Ci sarebbi un tidisco che dissi ’na cosa che non ci
accapii nenti ma che è supra alla linia che ci voli parlari
uggentevolissimevolmenti».
«Parla tidisco?».
«Nonsi dottori, parla come a nuautri».
«Vabbeni, passamillo».
«Pronto, dottor Montalbano. Sono Michele Tedesco».
Montalbano misi subito il vivavoci:
«Mi dica».
«Dopo la sua visita sono arrivato alla conclusione che l’unica persona
che ha potuto usare le chiavi di via Biancamano è la mia assistente Maria.
L’ho messa sotto torchio e ha confessato. L’ho licenziata su due piedi».
«Mi dica una cosa» fici Montalbano. «Le spiegò perché si serviva di
quell’appartamento?».
«Sì, per incontrarsi con un suo amante. Maria non voleva portarlo a casa
per il timore che i vicini la giudicassero male».
«Sarà sconvolta di essere stata scoperta. Vorrei parlarle. Sa dove posso
trovarla?».

181
«Ma guardi, sconvolta non mi sembrava proprio. Ci ha tenuto solo a
ribadirmi che non è una ladra e che non ha toccato nessuna conchiglia. Poi,
a dirle la verità, per lei questo lavoro era un modo come un altro per
pagarsi l’affitto. La sua vera passione è il teatro».

182
Diciotto

Montalbano sorridì, Tedesco continuò:


«Maria è un’attrice, o almeno lei si ritiene tale. Spesso mi ripeteva che
appena possibile avrebbe lasciato tutto per andare a fare l’Accademia a
Roma. Pensi che proprio stasera debutta con un nuovo spettacolo al teatro
Satyricon di Montelusa. Le avevo promesso che sarei andato... ma con
quello che è successo, per fortuna me la posso risparmiare».
A Montalbano abbastò.
«La ringrazio davvero per il suo aiuto prezioso. Le farò avere notizie».
Appena chiuì la tilefonata, vinni assugliato dalle dimanne di Fazio e
Augello:
«E chi è Maria? Ancora cosi di tiatro? Ma pirchì minchia ci tieni allo
scuro di tutto?».
Montalbano si pigliò deci minuti per contarici di Maria del Castello,
macari della sorprennenti conclusioni che gli aviva arrivilato Pasquano, gli
detti ’ndirizzo e nummaro e po’ fici:
«Mimì, io non tengo gana. Tu ora vai dal piemme e gli addimanni
l’autorizzazioni a pirquisiri l’appartamento della picciotta».
«E lei?» spiò Fazio.
«Io, vista l’ura, mi nni vaio a mangiare».

’N machina arriflittì che oramà l’indagini supra all’ammazzatina di


Catalanotti s’avviava alla conclusione.
Va’ a sapiri pirchì ’nveci di sintirisi cuntento vinni pigliato da ’na botta
di malincunia. Non sulo stava arrivanno alla conclusioni dell’indagini, ma
soprattutto stava arrivanno alla conclusioni la sò storia con Antonia.
Sintì il bisogno ’mpirioso di ascutari la sò voci.
Parcheggiò la machina, cavò il cellulari, fici il nummaro spiranno che
quella gli arrispunnissi.
Il miracolo avvinni e come conseguenza a Montalbano ammancò la voci.
«Ciao Salvo, ti stavo per chiamare».
Silenzio.
«Salvo...».

183
Arriniscì a tirari il sciato nicissario.
«Per dirmi cosa?».
«Per salutarti. Domani parto».
«In che senso?».
«Nel senso che parto. Vado via. Sono stata trasferita d’urgenza».
Silenzio.
«Salvo...».
«Possiamo vederci?» fici Montalbano con un filo di voci.
«Questo è il problema per cui ti chiamavo. Non ho tempo. Tra un’ora
vengono a prendermi per portarmi a Catania. Il mio ex capo mi organizza
una sorta di festa di addio stasera e...».
«Posso venirti a salutare a Catania?».
«No Salvo. Non vedo perché devi...».
«Ci tengo moltissimo».
«E va bene. Ho il treno domani sera alle 20».
«Ci vediamo alla stazione di Catania domani alle 19,30. D’accordo?».
«D’accordo».

Il pititto gli era completamenti passato.


Si rimisi ’n machina e s’addiriggì al porto.
Po’ accomenzò la longa passiata verso lo scoglio chiatto sutta al faro.
S’assittò, s’addrumò ’na sicaretta. Si sintiva completamenti svacantato. Non
arrinisciva manco a stari assittato e allura si stinnicchiò supra allo scoglio.
La sicaretta gli lassava un sapori amaro dintra alla vucca, la ghittò a mari,
chiuì l’occhi.
Ah! Quanto sarebbi stato meglio se ’nveci di essiri ’n omo ’n carni e ossa
fusse stato un pupo di cira flabbicato a Fela.
Un pupo di cira, senza ciriveddro, epperciò senza passato, senza prisenti
e senza futuro.
Una cosa. Una cosa che se arrivava un’ondata cchiù grossa delle autre se
la sarebbi strascinata a mari.
Dovitti fare ’no sforzo granni per rimittirisi assittato. Si passò le mano
sulla facci e s’addunò che se l’era vagnate. E certo non si trattava di acqua
di mari.
Allura gli vinni di fari ’na cosa stramma: tirò fora la lingua e accomenzò
a liccarisi le mano puliziannole dalle lagrime e po’ se le passò supra ai
pantaluna per asciucarle.
Pinsava che arrivato alla sò età mai quelle lagrime sarebbiro dovute

184
nesciri dai sò occhi. E chiste lagrime però gli dettiro forza e dignità, quel
tanto che abbastava per addiriggirisi verso la sò machina, a lento a lento sì,
ma tornato a essiri omo.

«Il piemme» dissi Mimì «non fici storie, mi detti subito il mandato. Te lo
pigli tu?».
«Sì» arrispunnì mittennosillo ’n sacchetta.
«E quanno voli che ci annamo?» spiò Fazio.
«La mè ’ntinzioni è quella di pirquisiri l’appartamento quanno che semo
sicuri che la picciotta non è ’n casa. E siccome sapemo che stasira avi la
recita a Montelusa, organizzamonni di conseguenza».
«Sarebbi?» fici Fazio.
«Sarebbi che tu da questo momento in po’ piantoni la casa di Maria.
Appena che nesci me lo tilefoni e io arrivo».
«Ma vossia si nni resta ’n commissariato?».
«Sì. Voglio fari scompariri ’sto muntarozzo di carti».
«E io?» fici Mimì.
«Mimì, tu quello che dovevi fare l’hai fatto. Grazie e arrivederci».

Firma, firma... Forza Montalbà, firma fino a quanno il gesto diventa


quello di un atoma. Accussì non pensi a nenti, Montalbà.
Salvo Montalbano. Salvo Montalbano.
Firma, annegati in un mari di carti, Montalbà. E se il vrazzo accomenza a
fariti male futtitinni, continua, continua...
Il tilefono squillò.
Montalbano taliò il ralogio. Erano le sei e mezza. Sollivò la cornetta.
«Dottore» fici Fazio «la picciotta niscì ora ora. Pigliò la machina e
s’addiriggì verso Montelusa. Crio che avemo campo libbiro».
«Arrivo di cursa».

Arrivò davanti alla ’bitazioni di Maria e a rapririgli lo sportello fu


Fazio.
«Come semo cumminati?» spiò il commissario.
«Non c’è portinaro. La picciotta abita al quarto piano. Mi dispiace, non
c’è ascensori. Taliai la sirratura. È ’na cosa chiuttosto semprici».
«Amoninni».
Era un monolocale. Tutto stava in picca metri quadrati: un cucinino, un
letto matrimoniali, ’na bella libriria china di libri di tiatro, supra alla pareti

185
indove stava la scrivania nica nica, c’era appizzata ’na grannissima
fotografia di Maria in un bellissimo costumi di scena sitticintisco.
Raprero l’armuàr, ci misiro vinti minuti per accapiri che
nell’appartamento non c’era nenti che li potissi ’ntirissari.
Propio un momento avanti di niscirisinni scornati, a Montalbano vinni di
fari un bisogno.
Trasì nel bagnetto, si libbirò e s’addunò che il tetto del bagno era cchiù
vascio dell’autri. Taliò meglio e vitti al controsoffitto con la botola dello
stisso colori.
Chiamò a Fazio, quello non persi tempo, pigliò ’na seggia, ci acchianò e
raprì la botola con un ammuttuni.
Po’ allungò un vrazzo e tirò fora ’na scala di alluminio pieghevoli leggia
leggia.
«S’accomidassi».
«No, acchiana tu» fici il commissario.
Fazio scomparì. E doppo ’n attimo Montalbano sintì la sò voci trionfanti.
«Ccà è il morto di Augello. Dintra a ’no scatoloni. Che fazzo, ce lo
calo?».
«No» dissi il commissario «lassalo indov’è e scinni».
Fazio rimittì a posto la scaletta, richiuì la botola.
«E con ciò avemo finuto. Tornatinni ’n commissariato o indove vuoi tu».
Fazio lo taliò ’mparpagliato.
«Ma me lo voli diri che avi ’n testa di fari?».
«Te lo dico dumani a matino».

Il Satyricon non era un vero e propio tiatro. Si scinnivano dù scaluna e


s’arrivava a ’na speci di cantina. Non ci stava manco il potichino.
Montalbano vitti ’na fìmmina anziana assittata darrè a un tavolinazzo di
ligno.
«Desidera?» spiò.
«Un biglietto per lo spettacolo».
La fìmmina allargò le vrazza.
«Stasira forsi lo spittacolo non si fa».
«E perché?».
«Pirchì non c’è pubblico».
«E io allora?».
Di malavoglia la fìmmina si susì.
«Mi scusassi un momento» dissi.

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Fici quattro passi, raprì ’na tenda e vociò allo scuro.
«Marì, arrivò uno. Che arrisolvi, lo fai o no lo spettacolo?».
«Sì» arrispunnì ’na voci fimminina luntana.
La fìmmina tornò, staccò di malagrazia un biglietto, Montalbano pagò sei
euro e trasì.
Il tiatro consistiva in una quarantina di seggie di paglia e di un
palcoscenico che potiva essiri massimo quattro metri di larghizza per tri di
profunnità. Non c’era sipario e manco scinografia. Vitti sulo a un
tavolineddro che supra aviva un tilefono anni ’30, un posacinniri e allato
’na poltruna mezza sfunnata. Montalbano s’assittò in una seggia di prima
fila e supra al palcoscenico s’addrumò un riflettori che cadì pirfettamenti
supra alla zona che comprinniva il tavolineddro e la poltruna. Po’ comparsi
Maria, ’n fodetta, scàvusa, avanzò e si portò ’na mano alla fronti a taliare
l’unico spettatori ’n sala. A Montalbano parsi che di colpo la facci della
picciotta si fusse come rassirinata. Aviva ’n’autorità e ’na prisenza che
’ncatinavano l’attinzioni. Un sorriso liggero le comparsi supra alle labbra.
Tornò narrè, s’assittò supra alla poltruna. Attaccò:
«Questa sera avrei dovuto recitare La voce umana di Cocteau ma data la
presenza di uno spettatore tutto speciale, improvviserò per lui e solo per
lui».
Montalbano abbasciò la testa, squasi a dirle “prego, vada avanti”.
«Sono diventata una donna, quando ancora c’erano gli uomini. Sono stata
educata con il principio che i maschi volevano sempre e solo una cosa:
fottere. I maschi erano gentili con le femmine per una ragione, i maschi si
fidanzavano con le femmine per la stessa ragione, e talvolta si sposavano
con le femmine sempre per quell’unica ragione. Fottersele».
La voci della picciotta ora era stracangiata. Stava certamenti dicenno ’na
virità ma usava frasi, toni, colori, che le sò paroli parivano cchiù ’na cosa
di tiatro che di vita vera.
«E così, per lungo tempo, ho cercato in tutti i modi di essere una ragazza
rispettata e rispettabile, come mi avevano insegnato in famiglia. Non
rispettando però mai me stessa. Cercai di nascondere così tanto la mia
femminilità che mai nessun maschio si accorse di me. Solo sulle tavole del
palcoscenico» e appuiò con cchiù forza i pedi scàvusi supra al ligno «ho
avuto la possibilità di essere la vera me, attraverso l’interpretazione di
donne diverse da me: donne libere, che sapevano quello che volevano e che
se lo prendevano. Nella vita reale restavo la vergine Maria del Castello,
pronta a difendersi dal maschio. Poi arrivò Carmelo, il mio demiurgo, e mi

187
spiegò che c’era un modo per essere me stessa anche fuori dal palco. E io
mi affidai ciecamente. Meglio, mi feci plasmare da lui. E lui fu così bravo
da farmi sentire davvero Ofelia e poi Teodora, e poi Irina e Nora. E
soprattutto fu lui a farmi diventare donna».
E ccà il tono della sò voci si fici cchiù vascio e duluranti.
«Una sola volta però mi fece femmina. Durò pochi minuti, in macchina.
Poi, il perché non lo seppi mai, mi si rifiutò. Ma quella sola volta,
nell’attesa che ce ne fossero altre, bastò a farmi divenire sua schiava, sua
prigioniera. Dipendente da lui, totalmente assoggettata alla sua volontà, e
soprattutto al desiderio che mi facesse di nuovo sua. E Carmelo se ne
approfittò. Eccome se se ne approfittò. E quasi a punirmi della mia
sottomissione non mi permise più di salire sul palco. Io non mi ribellai, ero
sempre lì a chiedermi perché non mi volesse, perché mi rifiutasse. Non ero
stata brava a fare l’amore con lui? Non avevo fatto quel che desiderava? E
allora perché mi avevano sempre detto che i maschi volevano solo quella
cosa e lui invece non la voleva da me? Perché mi aveva lasciata proprio
quando mi ero scoperta femmina ad implorare il suo corpo, una sua carezza,
un suo abbraccio? Poi arrivò Svolta pericolosa. Disse che forse potevo
essere Olwen. Olwen era la mia ultima possibilità. Un personaggio
secondario, nessuno si accorge di lei finché Martin, forse solo alterato dalla
droga, decide di possederla. E Olwen rifiutandosi e uccidendolo uscirà
dall’anonimato. Io volevo essere Olwen. Ma Carmelo presto cambiò
parere: “Non ce la farai mai. Come fai tu a far tirare il cazzo ad un uomo? E
poi addirittura a sparargli? No, dai Maria, lascia perdere. Trovo un’altra
per questa parte”. Io lo supplicai di farmi fare una prova. Carmelo allora mi
sfidò: se davvero volevo quella parte dovevo dimostrargli che ero pronta a
tutto. Mi chiese di trovare un posto dove provare perché non se la sentiva di
portarmi da lui. E io rubai le chiavi dell’appartamento dall’agenzia. Mi
chiese di vestirmi come Olwen. E io diventai un’anonima segretaria: calze
spesse color carne, mocassini, una gonna al ginocchio, una camicetta
comunissima, dei guanti bianchi e una valigetta da lavoro. Dovevo girare
così vestita, sempre. Andammo in via Biancamano una prima volta insieme,
poi una seconda. Mi chiese di lasciargli le chiavi dell’appartamento. La
sera appresso ci saremmo incontrati dopo cena. Arrivai, bussai, mi accorsi
che la porta era accostata ed entrai. Carmelo non mi rispondeva e
camminando al buio arrivai in camera e intravidi un cadavere sul letto.
Pensavo fosse lui e urlai, urlai così tanto che Carmelo accese la luce e mi
fece vedere che si trattava solo di un pupazzo di cera, ma io ero sconvolta.

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“Te l’avevo detto che non potevi farcela. Hai paura di un pupo di cera,
figurati se saresti capace di uccidere un essere umano. Su, Maria, lascia
perdere”. Non sapevo più cosa fare. Mi inginocchiai, gli abbassai i
pantaloni, volevo dimostrargli che ero una donna vera. Ma Carmelo non
solo non si eccitò ma si mise a ridere. Un sorriso beffardo. Poi mi disse che
non voleva perdere altro tempo con me e che se ne andava. Mi intimò di
rimettere tutto a posto, mi spiegò come svitare il pupo e riporlo nella
scatola che stava sotto il letto e mi ripeté di non farmi vedere più. Ma io lo
supplicai di portarmi con lui e nonostante i suoi rifiuti, lo seguii fino a casa
sua, così com’ero vestita. “Va bene Maria, facciamo in questo modo e poi
però prometti che te ne vai. Io ti faccio un regalo, anzi il mio cazzo ti fa un
ultimo regalo”. Rovistò nella tasca, cercò delle pillole, ne cercò delle altre,
e le inghiottì. Poi mi disse: “Adesso mi riposo che sono stanco, tu metti la
mano sui pantaloni, quando vedi che è pronto ci sali sopra e fai quel che ti
serve”. Me la ricordo quest’immagine di me: io seduta accanto a lui sul
letto, i guanti bianchi posati sulla patta dei pantaloni e lui che si riposa. Ad
un certo punto un sorriso ebete gli si disegnò sul volto. Pensavo che la
medicina avesse fatto effetto, invece nulla. Solo quel sorriso cretino che
continuava ad aleggiare sulle sue labbra. Ci crede che è stato quel sorriso,
commissario, a farmi liberare da lui? Ho capito mentre lo guardavo che io
lo odiavo, che lo detestavo, che io sì che sarei stata capace di ucciderlo, e
allora d’impulso, senza pensarci, presi il tagliacarte che aveva sul
comodino e glielo infilai nel cuore. Carmelo non si mosse, non cercò di
fermarmi, continuò a sorridere e io a spingere il pugnale.
«Poi mi sentii libera. Finalmente libera. Lo lasciai sul letto. Tracce mie
in quella casa non potevano essercene, d’altronde Carmelo non mi aveva
mai permesso di andarlo a trovare. Andai nell’appartamento di via
Biancamano. Pulii tutto quello che c’era da pulire, rimisi a posto il pupazzo
di cera nella sua scatola e me lo portai via. Non ho toccato altro,
commissario, le conchiglie non le ho rubate io, gliel’assicuro. Poi appena
fuori dall’appartamento buttai quegli orribili vestiti di Olwen. Lei mi deve
credere, non ho mai avuto un momento di rimpianto. È possibile che si
possa uccidere un uomo e non sentirsi colpevole ma solamente libera?».
Aviva finuto e si abbannunò senza cchiù forze contro la spallera della
poltruna. Montalbano si susì, si avvicinò al palcoscenico e la chiamò a voci
vascia:
«Maria...».
La picciotta sollivò la testa, lo taliò. Montalbano notò che aviva la facci

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asciutta, non una lagrima era nisciuta dai sò occhi.
«Mi dà ancora cinque minuti prima di arrestarmi?» spiò.
«Io non intendo arrestarla» replicò Montalbano.
E ccà la picciotta ebbi ’no scatto ’mproviso. Si susì addritta, gridò:
«Ma tutto quello che io le ho raccontato è vero. Io sono un’assassina.
Carmelo non ci credeva che io ne sarei stata capace ma invece l’ho fatto
per davvero e non per il similvero che voleva lui».
«Mi ascolti» fici pacinziuso il commissario «l’autopsia ha rivelato che
quando lei lo ha pugnalato era già morto d’infarto da pochi secondi. Quindi
mi dispiace ma non l’ha assassinato».
Maria barcollò. Le gamme non le riggero cchiù. Cadì supra alla poltruna
e stavota scoppiò in un chianto irrefrenabili, convulso.
Montalbano la lassò sfogari e quanno la vitti tanticchia cchiù carma dissi:
«L’aspetto domattina alle dieci in commissariato».
La picciotta non arriniscì a parlari ma fici sulo ’nzinga di sì con la testa.
«Cerchi di dormire stanotte» le votò le spalli e niscì fora dalla sala. ’Na
vota ’n machina chiamò a Fazio.
«Scusami il disturbo. La ragazza ha confessato ed io le ho detto che
Catalanotti però era già morto. L’ho convocata per domani mattina alle
dieci. Verbalizza e poi portala davanti al piemme che avrà già ricevuto il
referto da Pasquano. Se la caverà con poco».
«Ma scusassi» fici Fazio «vossia domattina non veni?».
«No, ho un impegno. Starò fuori Vigàta per tutta la giornata. Ti saluto,
bonanotti».
Addrumò il motori e si nni partì.

Quanno il jorno appresso si misi ’n machina per annari a Catania si


congratulò con se stisso. Era arrinisciuto a spardari la sirata, la nuttata e la
matinata sulamenti pirdenno cchiù tempo possibili.
Mittenno ’n moto calcolò che sarebbi arrivato troppo presto per
l’appuntamento. Ma attrovò subito la soluzioni. Arrivato che fu a Fela,
deviò per Piazza Armerina. Quanno fu ddrà non arriniscì a farisi capace che
era lui, a sulo, a godirisi tanta miraviglia. Non vitti anima criata tra i
mosaici e tra le stratuzze ’ncantevoli della villa. Ma come minchia era
possibili che in un paìsi che consirvava la parti cchiù granni di biddrizze
della terra, non erano stati capaci d’organizzari un turismo che dassi da
mangiari a tutti e s’arritrovavano ’nveci poveri e pazzi?
A malgrado di ’sti pinseri si nni ripartì sintennosi il cori meno pisanti.

190
Arrivò in pirfetto orario e supra alla banchina c’era già Antonia che
l’aspittava. Aviva sulo ’na baligia e per di più non molto granni. Forse la
robba cchiù ’ngombranti l’aviva già spiduta. C’erano scarsi viaggiatori. Il
treno non era ancora arrivato. Davanti alla fìmmina che gli sorridiva,
Montalbano ebbi un momento d’impaccio. Doviva pruirille la mano,
vasarla supra alla guancia, dirle sulo «bonasira»? Antonia accapì e fu lei ad
abbrazzarlo.
«Grazie di essere venuto».
E po’ capitò ’na cosa terribili: non attrovaro la minima scascione di
conversazione.
Fu Antonia a parlari per prima:
«A che punto è l’indagine su Catalanotti?».
«Risolta. Avevi ragione tu, era la possibile Olwen della commedia. Ho
avuto anche una certa fortuna, mi ha praticamente confessato tutto da sola.
Però non è stata lei a ucciderlo».
E ccà Antonia strammò. Lo taliò ’mparpagliata.
«Che significa?».
E Montalbano le contò quello che era capitato e macari del pupo di cira.
A ’sto punto il treno annunziò il sò arrivo con una longa friscata e si
firmò. Montalbano si calò per pigliare la baligia, ma ’nveci del manico
s’attrovò ad affirrari la mano di lei che l’aviva priciduto.
E fu come se quelle dù mano non potissiro scoddrarisi cchiù. Ristaro tutti
e dù accussì, mezzi calati, tinennosi per mano e taliannosi nell’occhi.
«In vettura...».
Parsiro non avirlo sintuto. Continuavano a taliarisi senza parlari.
Stringennosi sempri cchiù forti le mano. Nisciuno dei dù sintiva la gana di
lassari la presa.
Il treno accomenzò lentamenti a cataminarisi.
Loro non lo vittiro manco partiri.
Tutto ’nzemmula s’attrovaro in un silenzio irreali, erano come chiusi
dintra a ’na bolla fora dallo spazio e fora dal tempo.
Lassaro la presa della baligia e di scatto s’attrovaro uno nelle vrazza
dell’autro, in un abbrazzo convulso.
«E ora?» arriniscì ad addimannare Montalbano.
«Ora siamo qui».

Il rogo che avvampò tutta notte


E che ti arse fino alla più fonda radice

191
Alla prima chiaria, si smorzò, perse impeto e vigoria,
mutò il suo rauco ruggire
in un balbettante crepitio.
Poi tacque, per sempre.
Era, lo sapevi, l’ultimo fuoco concessoti
dagli Dei nel tuo più che tardo autunno.
Non ce ne saranno altri.
Ma adesso basterà un Everest di cenere
Per seppellire questa manciata di braci
Che ancora si ostinano a bruciare?

192
Nota

I versi qui citati sono rispettivamente di Patrizia Cavalli, Pablo Neruda,


Wisława Szymborska.
Ripeterò fino allo sfinimento che i personaggi, i loro nomi, le situazioni
nelle quali si vengono a trovare, i ragionamenti che fanno, le realtà che
vivono, sono tutti di mia invenzione.
Non sono di mia invenzione però certi fatti politici che oggi sono realtà
ma che ai tempi della stesura al commissario apparivano solo come un
incubo.
Ringrazio il Generale Enrico Cataldi per alcuni preziosi consigli.
Grazie, come sempre, a Valentina per il suo impareggiabile contributo.

A. C.

193
Indice

Il metodo Catalanotti

Uno
Due
Tre
Quattro
Cinque
Sei
Sette
Otto
Nove
Dieci
Undici
Dodici
Tredici
Quattordici
Quindici
Sedici
Diciassette
Diciotto
Nota

194
Indice
Risvolto 2
Collana 3
Dello stesso autore 4
Frontespizio 7
Copyright 9
Il metodo Catalanotti 10
Uno 11
Due 21
Tre 31
Quattro 41
Cinque 52
Sei 62
Sette 72
Otto 82
Nove 92
Dieci 102
Undici 112
Dodici 122
Tredici 132
Quattordici 142
Quindici 152
Sedici 162
Diciassette 172
Diciotto 183
Nota 193

195