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Quando il passato torna a trafiggere

America
amara

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essere semplificato in adesione ideologica
o in altrettanto semplice rifiuto politico.

SToriE E MiTi a STELLE E STriScE scandali bancari e finanziari alla presidenza

con l’intenzione di identificare alcuni nodi

infrante. Il “sogno americano” ha influenzato la

Lucio
ISBN 978-88-8402-878-5

v illari
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I legami tra l’Europa e gli Stati Uniti sono antichi e


complessi: dobbiamo molto a un paese che, non senza
contraddizioni, ha inventato un modello di democrazia
e un concetto nuovo delle libertà politiche e sociali, e ha
partecipato generosamente a due guerre europee anche
in nome di questi valori.
Politica, letteratura, musica, cinema: un mondo vitale
e attivo che continua a esercitare un fascino particolare
che non può essere semplificato in adesione ideologica o
in altrettanto semplice rifiuto politico. Evoluzione del
capitalismo, situazione politica ed economica – dalla
grande crisi del 1929 al New Deal di Roosevelt al maccar-
tismo agli scandali bancari e finanziari alla presidenza
Obama – questa “America” si ripropone come un rinno-
vato e piú aperto modello di Stato sociale. Lucio Villari
rilegge alcune pagine della storia degli Stati Uniti tra
passato e presente, con l’intenzione di identificare alcuni
nodi essenziali del suo formarsi come nazione, del suo
appartenere alle radici culturali dell’Europa, ma anche
del suo negarsi a esse rinnovandosi e inventandosi come
un mondo nuovo.
L’autore si sofferma sul rapporto tra l’Italia e gli Stati
Uniti. Un’“America” vissuta come sogno, come terra
promessa, con speranze talvolta infrante. Il “sogno ame-
ricano” ha influenzato la nostra cultura, la letteratura,
l’arte, l’economia, il costume.
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Composizione presso Grafica Elettronica, Napoli

Copertina:
Concept and graphic design: Andrea Bayer per hi!nest Padova
Illustrazioni: Andrea Conforzi

a
1 edizione digitale: novembre 2013
ISBN 978-88-8402-911-9
a
1 edizione cartacea: novembre 2013
ISBN 978-88-8402-878-5

Tutti i diritti riservati - All rights reserved


Copyright © 2013 by Salerno Editrice S.r.l., Roma
P REM E S SA

America amara. È un titolo molto bello, inventato da emilio cecchi


per raccontare l’america che lui ha visto in lunghi soggiorni nel 1930-
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’31 e nel 1937-’38. Glielo chiedo in prestito, il titolo, per questo mio
breve viaggio dentro momenti particolari della storia americana che
ancora significano qualcosa. momenti, e anche personaggi della poli-
tica, dell’economia, della letteratura, cui si aggiungono analisi di sto-
rici e resoconti di scrittori e critici letterari della vecchia europa che
hanno in un modo o nell’altro, tra l’Ottocento e il Novecento, studia-
to e interpretato gli stati uniti perché incuriositi dalle novità, dalle
crisi, dai periodi drammatici e dalla vitalità di un popolo nato con
molte difficoltà come nazione e divenuto uno stato dopo una guerra
di indipendenza anticoloniale che fu definita una “rivoluzione”. Non
lo era nel senso che poi si darà alla parola, ma l’america insorta ispirò,
per varie ragioni, la prima rivoluzione politica moderna scoppiata in
europa: quella francese.
emilio cecchi, che rifletteva su una « piú decisa considerazione dei
fatti politici e culturali » del suo viaggio americano, ha voluto però
quasi giocare con le parole nello scegliere il titolo di un libro che vide
la luce alle soglie della seconda guerra mondiale. l’italia degli anni ’30
del Novecento fu stranamente affascinata, come diremo, dagli stati
uniti. un paese per tante ragioni vicino a noi ma non sempre facil-
mente spiegabile e pienamente definibile. anche cecchi volle cerca-
re qualche prestito:

mi sedusse, per il titolo, un’allitterazione cui davano abbrivio: Amica America


di Jean Giraudoux, Amusante Amérique di adrien de meeus, America primo
amore di mario soldati. seguitando per quella strada, e con nell’orecchio an-
che il “maremma amara” d’una canzone del vecchio bracciantato toscano, ho
forse finito per trovare un’assonanza ormai in ogni senso piú esatta.

cecchi accenna anche a Italiani d’America di amerigo Ruggiero, ap-


parso nel 1937, e avrebbe potuto ricordare La terza America di beniami-
no de Ritis, sempre del 1937.

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premessa

Ricordiamo, certo, la sorprendente e preziosa raccolta di narratori


Americana (1941) curata da elio vittorini e subito sequestrata dalla
censura fascista. sarà riammessa l’anno dopo solo grazie a una per-
plessa e « amara » postfazione di emilio cecchi. ma vorrei citare una
altra strana raccolta di saggi di scrittori e giornalisti americani dedica-
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ti ai tumultuosi anni ’30 apparsa a milano nel 1942 a cura di una ame-
ricanista, maria Napolitano martone. l’italia ha appena dichiarato
guerra agli stati uniti e la curatrice del volume giustifica cosí il muta-
mento degli italiani negando sostanzialmente ogni valore al lontano
eppur vicino paese:
Per centocinquanta anni gli stati uniti hanno rappresentato la parte del ra-
gazzo prodigio della storia. un ragazzo prodigio ha questo di straordinario:
che non diventa mai adulto. infatti è nato vecchio. Tanto vale dire che il ra-
gazzo prodigio è un mostro. in questo senso si può affermare degli stati uni-
ti che sono uno stato mostruoso. c’è qualcosa di mostruoso e di senile soprat-
tutto nella loro apparente gioventú e sregolatezza. Qualcosa di diabolico. la
piú vecchia repubblica del mondo sono loro: gli stati uniti. e tuttavia si trat-
ta di uno stato che non è ancora una nazione né una patria. […] se prima
della mattina dell’otto dicembre 1941 era difficile esprimere un giudizio sugli
stati uniti, da allora è divenuto impossibile.

appena un anno dopo la pubblicazione di questo volume, nell’estate


del 1943, gli italiani accoglievano quegli americani cosí disprezzati e
descritti, come vecchi amici e come liberatori.

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I NTRODUZ ION E

Tal fra le vaste californie selve


Nasce beata prole, a cui non sugge
Pallida cura il petto, a cui le membra
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Fera tabe non doma […].


(G. Leopardi, Inno ai Patriarchi, 1822)

È agli storici americani della prima metà del Novecento che va


soprattutto il merito di avere affrontato, con una attenzione e una
tendenziosità particolari, il complesso problema delle origini degli
stati uniti e della formazione della nazione americana. i nodi storio-
grafici da sciogliere erano di diversa natura e questo spiega la molte-
plicità delle interpretazioni e le aspre polemiche che hanno diviso gli
studiosi. comune era però la consapevolezza che l’immagine con-
venzionale e agiografica di un paese divenuto, dopo una orgogliosa
guerra di popolo, subito nazione e subito democrazia (con tutte le
variabili politiche e culturali che ha questo termine) fosse da abban-
donare. la storia degli ultimi decenni del settecento andava dunque
riscritta analizzando meglio le difficoltà del sistema economico-so-
ciale e costituzionale creato dopo la dichiarazione di indipendenza
del 4 luglio 1776 e dopo la separazione definitiva dalla madrepatria, la
Gran bretagna, avvenuta nel 1783. È probabile che l’interesse degli
storici per il problema delle origini fosse stimolato dalla questione
sempre piú emergente della democrazia, dei suoi effettivi contenuti
teorici, dei suoi progetti politici, della evoluzione dei suoi embriona-
li istituti rappresentativi. era questo, infatti, un tema incandescente
della lotta politica e sociale già sul finire del settecento, sia in europa
sia negli stessi stati uniti. e, come si vede, il dibattito è sempre aperto,
apertissimo.
ma, nell’Ottocento e fino alla metà del Novecento, il dibattito in-
vestiva frontalmente anche il problema del destino del liberalismo
borghese, del liberismo economico e del suo necessario adeguarsi
alla società industrializzata per potere cosí far fronte alla forte pressio-
ne dei movimenti sindacali e alle “insidie” del marxismo e del socia-

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introduzione

lismo. Parve opportuno, allora, andare oltre le riflessioni sulla demo-


crazia americana di Tocqueville (che risalivano al 1835-’40) e interro-
garsi sulle motivazioni originarie e sul processo di formazione di quel
“sistema” americano che, per la prima volta nella storia, si era definito
democrazia e che aveva prodotto prima della rivoluzione francese
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non solo un tipo di regime politico finora inedito, ma lo stesso con-


cetto di “nazione” che nasce, di comunità allo stato nascente. e noi
sappiamo quanto sarà incandescente e rivoluzionaria nella Francia
del 1789, la formula di emmanuel sieyès sul Terzo stato inteso, ap-
punto, come “nazione”. e su questo aspetto fondamentale avveniva
la contiguità, il contatto tra l’europa – o la parte di essa, illuminista,
radicale, antifeudale che entrava in conflitto con la propria storia – e
l’america che dichiarava guerra all’inghilterra colonialista da cui pro-
veniva.
l’originalità dell’evento americano, cioè l’insurrezione indipen-
dentista creatrice di uno stato e di un nuovo popolo, era stata imme-
diatamente colta anzitutto dalla monarchia di Francia per ragioni di
supremazia internazionale e di contesa con la vicina potenza inglese
(benjamin Franklin, in viaggio a Parigi, fu accolto festosamente da
luigi Xvi), e poi, per ragioni opposte, dagli intellettuali francesi e
con la consueta, impressionante lucidità, da Denis Diderot. ecco le
parole della sua celebre apostrofe Agli insorti d’America del dicembre
1778.
Dopo secoli di oppressione generali – scriveva Diderot – possa la rivoluzione
che si è appena compiuta al di là dei mari e che offre a tutti gli uomini d’eu-
ropa un asilo contro la tirannide e il fanatismo, istruire i governi sull’uso le-
gittimo della loro autorità! Possano questi coraggiosi americani prevenire
l’accrescimento enorme della ricchezza e la sua ineguale ripartizione, il lus-
so, la mollezza, il degrado morale, e provvedere al mantenimento della loro
libertà e alla durata del loro governo!

Queste parole, infiammate ma non retoriche, meritano qualche ri-


flessione. vi sono in esse i dati essenziali del novus ordo sæclorum (come
è scritto ancora oggi sulle banconote del dollaro) che stava per nasce-
re in america. in realtà, la guerra di indipendenza dei coloni ameri-
cani aveva provocato inediti effetti politici e giuridici: nel nuovo

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introduzione

mondo stava avvenendo – almeno cosí pareva agli osservatori con-


temporanei – la congiunzione, fino allora impensabile, tra il regno
della libertà e quello della necessità. la libertà, il concetto intorno al
quale da piú di un secolo, grazie all’illuminismo, si scriveva in euro-
pa, diveniva ora, con gli insorti americani, una categoria operante,
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reale. anche la ricchezza, dunque, avrebbe potuto e dovuto assumere


un significato diverso, importante ai fini della costruzione di una na-
zione e di una democrazia fondata anzitutto sulla eguaglianza sociale.
ecco allora l’appello di Diderot a « prevenire l’enorme accrescimento
della ricchezza e la sua ineguale ripartizione », e il drammatico finale:
« Possa la terra inghiottire quella tra le province americane che un
giorno fosse abbastanza potente e insensata da cercare i mezzi per
soggiogare le altre! ».
lo studio delle motivazioni politiche e degli interessi dai quali nac-
que come premessa ideale degli “stati uniti” la costituzione ame-
ricana non poteva che essere la vera questione storiografica da affron-
tare. a porla polemicamente fu charles beard, della columbia uni-
versity, in un saggio, pubblicato nel 1913, dal titolo Interpretazione econo-
mica della Costituzione degli Stati Uniti. la tesi di beard, molto docu-
mentata, ribaltava le precedenti interpretazioni: la costituzione era
stata imposta da un gruppo di proprietari, i piú ricchi tra gli americani
del tempo, i quali temevano le tendenze democratiche affermatesi in
alcuni stati e intendevano frenarle centralizzando il potere politico.
Quaranta dei cinquantacinque delegati riuniti a Philadelphia avevano
capitali investiti in titoli governativi o nell’acquisto di schiavi o in pro-
prietà terriere. la costituzione che ne scaturí – concludeva beard –
era perciò intesa a frenare, non a promuovere, la democrazia in ame-
rica, aprendo, anzi, un contrasto mai piú sanato tra forme giuridiche
e istituzionali e i contenuti reali della democrazia.
la posizione radicale di beard suscitò, come era prevedibile, viva-
ci dissensi, ma ebbe anche molti consensi. beard voleva dare un senso
al concetto di nazione, al formarsi di una identità e di una coscienza
nazionale negli stati uniti. la sua tesi fu perciò accolta con maggiore
vigore e approfondita proprio negli anni della crisi economica del
1929, e in particolare durante il New Deal di Roosevelt. uno dei mag-
giori contributi storiografici in tale direzione fu dato da merril Jensen

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introduzione

in due nutriti volumi (Gli Articoli della Confederazione pubblicato nel


1940 e La nuova Nazione che vide la luce nel 1950) e anche da Francis
Franklin con il saggio Come l’America diventò nazione (1943). il proble-
ma che avevano di fronte i padri fondatori Washington, Franklin e
quei tenaci fautori di una costituzione che furono i “federalisti” ma-
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dison, Hamilton e Jay era infatti, secondo Jensen, quello di conciliare


esigenze diverse: istituire un governo centrale forte e insieme rispet-
tare la sovranità dei singoli stati; accogliere le gelosie autonomistiche
e le differenze economiche tra nord e sud; fare il conteggio degli
schiavi ai fini del rapporto proporzionale tra numero degli abitanti
dei singoli stati e numero di rappresentanti in Parlamento; avere l’au-
torità di imporre tasse; esercitare il controllo del commercio interno
e internazionale. un altro elemento di ambiguità derivava dal fatto
che una parte dei cinquantacinque delegati temeva l’egemonia dei
delegati benestanti a danno del popolo e l’appannarsi dell’immagine
prestigiosa e affascinante che l’america rivoluzionaria aveva dato e
dava di sé al mondo. Tutti erano però concordi nel diffidare degli
sviluppi di uno spirito democratico che era, in ogni caso, considerato
un potenziale vettore di sovversione sociale se non, addirittura, di
incitamento al saccheggio dei beni dei proprietari. Tuttavia, è soprat-
tutto nel federalismo che c’è l’embrione del sistema politico attuale
degli stati uniti, come anche della contrapposizione sociale che lo
caratterizza.
al momento in cui si precisava l’identità nazionale americana il
dibattito e lo scontro non erano solo politici ma anche di natura eco-
nomica. Da Jefferson, che teorizzava una nazione con meno proprie-
tari e piú eguaglianza, si ispiravano coloro che desideravano mante-
nere un’america agricola, a Hamilton, sostenitore di quanti aspirava-
no ad un’america industriale e sui quali Tocqueville, nel corso del
suo viaggio in america (1835), farà gravare il sospetto di volere costi-
tuire una specie di nuova e piú potente aristocrazia. lo dirà esplicita-
mente nella prefazione alla seconda edizione (1840) di La Democrazia
in America:
man mano che la massa della nazione si volge alla democrazia, la classe par-
ticolare che si occupa dell’industria diviene piú aristocratica. io penso che nel
suo complesso l’aristocrazia industriale sia una delle piú dure che mai siano

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introduzione

apparse sulla terra. Proprio verso questa parte gli amici della democrazia
devono continuamente rivolgere lo sguardo e diffidare.

ad evitare di esser giudicato un “critico romantico” della rivoluzione


industriale e quindi un conservatore, Tocqueville chiariva il suo pen-
siero: « appunto perché non sono un avversario della democrazia, ho
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voluto essere sincero con essa ».


Questa dunque la premessa che ritengo necessaria per introdurre
in modo adeguato il tema del rapporto tra l’europa e gli stati uniti a
cominciare dalla fase di formazione di questo paese. in particolare in
quel secolo e mezzo (dalla guerra di indipendenza al New Deal di
Roosevelt) che vede gli americani “uscire” dapprima dall’europa, ge-
stire la loro adolescenza nazionale e crescita sociale, per rientrare in-
fine, e per sempre, nel vecchio mondo, in nome di principi universa-
li, con la guerra europea del 1914-’18 e nel pieno della seconda rivolu-
zione industriale che da alcuni decenni aveva unificato i destini del
capitalismo europeo e di quello statunitense e infine durante e dopo
la seconda guerra mondiale.
È la storia di un confronto, alternato con dissensi, autocritiche, ri-
flessioni, sulle idee che hanno attraversato l’atlantico, depositandovi,
soprattutto nel corso dell’Ottocento, la pluralità di problemi politici
e teorici che per tutto quel secolo hanno infiammato il vecchio con-
tinente. se ora sono gli stati uniti il problema costante dell’europa
– nel senso soprattutto della politica estera e delle relazioni economi-
che –, allora era l’europa il problema – ricordiamo i milioni di immi-
grati provenienti da tutto il mondo – degli stati uniti. l’argomento è
affascinante: occorre vedere e conoscere unitariamente le due facce
della medaglia, anche per non lasciare uno spazio eccessivo a una
pubblicistica, filo o antiamericana, approssimativa, sentimentale, re-
torica. e infatti, dire ad esempio che le forze politiche in campo
all’aprirsi del secolo decisivo per gli stati uniti, l’Ottocento, siano
state agitate e divise da quel che la libertà stava producendo in Francia,
significa capire meglio anche la presente divisione tra gli americani
sulla teoria e le pratiche della democrazia della presidenza democra-
tica di Obama, tendente a riabilitare l’idea dello stato sociale, e le
posizioni anche grottesche dell’opposizione repubblicana.

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introduzione

Per John adams, presidente dal 1797 al 1801, la rivoluzione francese


era un pessimo modello. « adams – è stato scritto di recente – insistet-
te costantemente su questo aspetto: in nome della nascita di un mon-
do nuovo i rivoluzionari hanno osato tutto l’osabile; sennonché l’esi-
to è stato di aver reintrodotto in una forma peggiore tutti i vecchi
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mali che intendevano estirpare ». aveva ragione lui o il suo immedia-


to successore Jefferson per il quale agli stati uniti era necessaria inve-
ce proprio l’égalité, cioè che ci fossero « meno proprietari e piú egua-
glianza »? era piú omologa agli ideali della nuova nazione la tesi di
Jefferson o quella di adams?
su questo dilemma teorico delle origini scorrerà la successiva sto-
ria degli stati uniti. Forse era l’america jeffersoniana che l’illumini-
sta napoletano Gaetano Filangieri aveva immaginato chiedendo a
benjamin Franklin, nel 1782, ospitalità (« giunto che sarei in america,
chi potrebbe ricondurmi in europa! »). su queste due linee, dove la
storia e l’interpretazione coincidono, scorre in fondo la trama di tutti
i libri di storia americana, delle indagini sulla costruzione politica
degli stati uniti – nel senso della evoluzione delle sue istituzioni –
del testo stesso, costantemente aggiornato e emendato della costitu-
zione settecentesca, della stessa, specifica, cultura americana.
Per quest’ultimo aspetto sono rilevanti alcuni segmenti culturali
(entrano nel discorso gli scrittori, i poeti, gli artisti, a cominciare da
Herman melville, acuto interprete, come diremo, della poesia di leo-
pardi o da edgar allan Poe, singolare lettore e recensore dei Promessi
sposi) che caratterizzano l’atteggiamento critico di intellettuali prag-
matici (la filosofia del pragmatismo è nata negli stati uniti, e forse
andrebbe dedicata nuovamente ad essa una maggiore attenzione) at-
tratti dai problemi reali degli stati uniti e sempre pronti, almeno i
migliori tra questi, a confrontarsi con quanto avveniva nel tormenta-
to liberalismo europeo e nel serpeggiante socialismo del vecchio con-
tinente. l’atteggiamento critico, basti pensare a John Dewey, è per
loro quasi una necessità, dato che il problema dei contenuti da dare
alla democrazia americana sarà il tormento delle classi dirigenti degli
stati uniti fino a che esso non verrà sciolto soprattutto durante la
lunga presidenza di Franklin Delano Roosevelt. ma su questo punto
va fatta una ulteriore riflessione. È evidente che la “nazione america-

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introduzione

na” precede la “cultura americana”, nel senso che l’immagine che


l’america nascente e rivoluzionaria dava di sé agli europei appariva
migliore, piú ricca, piú colta di quanto non apparisse, a parte il pa-
triottismo, agli americani stessi.
la mancanza di una storia precedente faceva infatti dell’america
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un luogo delle Origini, intatto, puro, sconfinato, naturale, la cui cul-


tura era essenzialmente nella sua forza primigenia. È dunque su que-
sti elementi senza radici, ma reali e anche poetici, “naturalmente”
religiosi (un Dio supremo e invisibile conta piú della storia), che ven-
gono costruiti i fondamenti intellettuali della letteratura, della poesia,
della filosofia, della pittura, della politica, dell’idea stessa dell’agire
economico: l’entusiasmo, il coraggio, l’avventura, l’intraprendenza
diventano i valori di riferimento, lo stupore di viaggiatori ed esplora-
tori di terre sconosciute da sottomettere e sfruttare. sarà anche questo
il mito del West.
i concetti di spazio, di tempo, di natura, di confine, di frontiere da
superare sono perciò la materia prima cui attingere in una sorta di
grande emozione romantica che ha certamente movenze del roman-
ticismo europeo, ma che qui si esaltano come dati epici, di una classi-
cità tutta da inventare. ed ecco i versi di Henry longfellow, non a
caso traduttore della Divina Commedia, con il suo Excelsior (il titolo
dice molto); le dodici poesie del 1855 (Foglie d’erba) di Walt Whitman
apparse anonime che volevano esaltare, anche nell’uso geniale del
verso libero, la piena libertà americana, diversa dalle vecchie libertà
dell’europa. I Celebrate Myself, il suo magico verso, fa coincidere l’io
con l’america, è l’america. e l’esaltazione spiritualistica della Natura
del poeta e filosofo Ralph emerson, una Natura come incarnazione
del pensiero, « un precipitato della mente nel mondo » (il suo primo
libro, del 1836, ha infatti il titolo La Natura); l’ascetismo di Henry
Thoreau, autore nel 1854 del celebre Walden o la vita nei boschi; la ricrea-
zione in forma narrativa degli anni vissuti in una comunità campestre
di uomini e donne, la Brook Farm, da Nathaniel Hawthorne con il
romanzo L’idillio di Blithedale del 1852.
era questa l’america che cercava charles Dickens nel corso del
viaggio (sono molto belle le sue Note americane) compiuto negli stati
uniti, alla scoperta della verità dei negri, degli indiani nei suoi incon-

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introduzione

tri con i contadini, gli emigrati, i poveri, vanamente cancellati da


quanti esaltavano invece, sui giornali o nella lotta politica, gli impren-
ditori senza scrupoli, i prepotenti cacciatori e dominatori delle bel-
lezze naturali o animali, sempre alla ricerca dei soldi, dell’oro, del
profitto. lincoln, il presidente che con le parole dette a Gettysburg
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nel 1863 “uní l’america” (è questo il titolo del libro che lo storico
Gerry Wills ha dedicato a quel cruciale evento e ora in edizione ita-
liana presso il saggiatore e al quale si è certamente ispirato steven
spielberg nel suo recente film), alla vigilia della guerra civile, nel
messaggio al congresso del 1861, aveva proclamato solennemente la
superiorità del lavoro sul capitale e nel corso della guerra, « fece della
solidarietà dell’europa democratica e progressista verso la causa nor-
dista uno dei suoi punti fermi ».
e ancora « la corrente dei riformatori sociali », da Henry George a
Henry lloyd, che negli ultimi decenni dell’Ottocento, discutendo
sul progresso, la povertà, la miseria, i conflitti di classe, elaborano –
alcuni si ispirano anche al progetto di democrazia etica e sociale di
mazzini – idee ancora oggi vive nella società civile americana. Fino a
giungere, siamo alle soglie del XX secolo, a Thorstein veblen, che
con la Teoria della classe agiata (1899) e la Teoria dell’impresa (1905) ha per
primo sviluppato una critica globale e compiuto una seria “descrizio-
ne” del capitalismo americano, dei suoi vizi, della sua pericolosità. È
una indagine, questa di veblen, contestuale all’attacco ai monopoli,
alla nascita dell’ “era progressiva” e, non a caso, dell’ideologia della
“strenuous life” e della caccia grossa praticata del presidente Theo-
dore Roosevelt, e allo spiritualismo cristiano che ispirerà l’opera del
suo successore, il presidente Woodrow Wilson. Negli stessi anni di
veblen, lavorava un altro “padre fondatore” del moderno sistema
produttivo e culturale americano: Frederik Winslow Taylor, il teori-
co del taylorismo la cui idea di fondo è, a mio parere, piú democratica
e piú politicamente fruibile di quanto non mostrassero gli imprendi-
tori capitalisti che l’hanno utilizzata e banalizzata (chi non ricorda
Tempi Moderni di chaplin del 1936?) per i loro profitti.
Giungiamo cosí ai tempi dell’età del jazz e del rugged Capitalism. È
il redde rationem della cultura americana nei confronti di se stessa che
porterà molti scrittori e artisti a riscoprire l’europa e insieme a voler-

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introduzione

sene distaccare specie dopo l’esperienza fatta da due milioni di solda-


ti americani nelle trincee della prima guerra mondiale. Fu definita la
« intellectual alienation » degli anni ’20 ed ebbe un esordio letterario:
This Side of Paradise, il primo romanzo di Francis scott Fitzgerald.
1920: esplode l’età del jazz, ma Fitzgerald racconta la ribellione dei
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giovani americani contro i valori tradizionali e conservatori della loro


società che saranno contestati anche, pochi anni dopo, da studiosi
come John Dewey ed edmund Wilson e difesi invece da altri scritto-
ri come Theodore Dreiser e sherwood anderson. la lost Generation
ha in Fitzgerald il suo primo cantore, colui che venti anni dopo, nel
1940, consiglierà alla figlia di leggere il Capitale di marx per compren-
dere meglio il mondo nel quale viveva. sono, anche queste, pagine di
storia sulle quali riflettere soprattutto intorno a quel nodo politico e
sociale del rapporto tra libertà e giustizia sociale che la crisi capitali-
stica del ’29 porterà alla luce e la spada democratica di Roosevelt riu-
scirà a tagliare. almeno fino alla guerra fredda e al maccartismo, per
poi riaffiorare in tempi piú autentici e piú vicini alla nostra sensibilità
di europei a cominciare dalle presidenze di bill clinton e di barak
Obama.
la premessa potrebbe finire qui. ma la storia e le cose che accado-
no in america sono imprevedibili e offrono sempre materiali di stu-
dio e di curiosità e soprattutto sono le prime notizie (o tra le primis-
sime) – quando il sole sorge negli emisferi terrestri – che le agenzie
di stampa, le borse, le banche, le radio (con la costante, ossessiva pre-
senza di musiche rock), le televisioni, gli uffici stampa del cinema e
delle grandi case editrici, le redazioni dei giornali, i gossip di tutto il
mondo, le società commerciali, i centri di informazione della ricerca
scientifica e tecnologica, trasmettono senza interruzione fino alle al-
be successive. È sempre l’ “america for ever!” che Giacomo Puccini
salutava dal transatlantico (in una intervista volante di cui è rimasta la
rarissima testimonianza cinematografica) che lo portava a New York
dopo la prima guerra mondiale. ed è ancora l’America amara che emi-
lio cecchi raccontava negli anni drammatici della crisi economica e
sociale e insieme delle grandi speranze di resurrezione di quel popo-
lo cosí vitale e variopinto. Forse in quell’ “amara” cecchi coglieva
anche la sfumatura che all’aggettivo aveva dato Orazio, che piú che

17
introduzione

all’amaro fa pensare all’ “acerbo”. e gli stati uniti sono ancora capaci
di essere giovani e acerbi.
con il rischio però di dover sempre rinnovare la propria identità.
È questo un problema non facilmente risolvibile pensando anche allo
spazio enorme che occupano gli stati uniti nella trasformazione con-
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tinua delle relazioni tra le nazioni. Who Are We? si chiedeva infatti
samuel Huntington, dell’università di Harvard, in un saggio del 2004
dal sottotitolo allusivo The Challenges to America’s National Identity.
confermando però che, alla fine, questa sfida è stata vinta facendo
dell’identità e dell’unità due concetti e due realtà non separabili. a
cominciare proprio dalla guerra civile che « ha solidificato l’america
come una nazione ».

18
i

ROBERT OWEN: I L P RI MO CAP ITALI STA EUROP EO


C H E SOG NA L’ARMON IA AM ERICANA
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Nel 1816, nel pieno della rivoluzione industriale inglese, ugo Fo-
scolo si trasferí in esilio volontario a londra. veniva da un agitato e
povero soggiorno in svizzera e non voleva ritornare nella milano
austriaca. e a londra fu accolto con affetto e onore da politici e lette-
rati cui era giunta la sua fama. era fuggito dall’italia lasciando incom-
piuto il poema Le Grazie dove avrebbe voluto raccontare in versi
l’armonia e « idoleggiare le idee metafisiche del bello ». a londra
però l’attendevano altri impegni: la ricerca letteraria e critica, una
attività giornalistica come collaboratore di riviste inglesi e le inquie-
tudini di osservatore della realtà sociale del paese che lo aveva accol-
to. curioso delle macchine e dei progressi industriali in corso, visitò
nel 1822 manchester e liverpool, fumanti di ciminiere, tra fragori di
officine, soprattutto tessili, e rumorosi cantieri: fu una folgorazione.
al poeta della bellezza si apriva lo scenario brutale dell’industrializ-
zazione e del profitto capitalistico. scrisse a una amica: « i vostri figli,
o al piú tardi i vostri nipoti si accorgeranno che la vera rivoluzione
sarà qui tacitamente prodotta da un lato dalla disperata miseria della
moltitudine, e dall’altro dalla potenza economica dei plebei arricchi-
ti » e, alla fine, si impianterà « la piú terribile delle tirannidi, quella
degli Oligarchi padroni delle manifatture che non hanno altra idea,
altro sentimento che quello di fare fortuna ». Foscolo anticipava di
venti anni l’ansia di leopardi per l’incalzare di « macchine al cielo
emulatrici »; a cominciare dall’« anglia tutta con le macchine sue »
della Palinodia. i due poeti forse credevano di essere soli o tra i pochis-
simi uomini di cultura a rimanere perplessi e sgomenti di fronte alle
contraddizioni del progresso industriale, ma non era cosí perché pro-
prio in quei venti anni, anche in piena ideologia del libero mercato,
stavano maturando, soprattutto in inghilterra, riflessioni molto criti-
che sui limiti e i difetti di quella rivoluzione economica. e non era il
lamento di aristocratici conservatori, di proprietari terrieri scalzati

19
« america amara »

dal progresso (in una inchiesta del 1811 risultava che i lavoratori
dell’inghilterra, della scozia e del Galles occupati nell’industria e nel
commercio superavano ormai di una volta e mezza quelli dell’agri-
coltura), ma di uomini d’affari e imprenditori intelligenti, non appar-
tenenti ai “plebei arricchiti”. saranno questi a gettare i primi semi di
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un mondo nuovo, diverso, progredito ma civile. in particolare uno di


loro, Robert Owen, finito stranamente tra gli “utopisti” forse perché
verrà accomunato nel Manifesto dei comunisti di marx e engels a quei
singolari pensatori (ad esempio, Fourier e saint-simon) che « emer-
gono nel primo periodo, non sviluppato, della lotta tra proletariato e
borghesia ».
in verità, nella descrizione precisa e nella critica del capitalismo
industriale marx e engels sono arrivati dopo di lui e comunque senza
Owen non sarebbe nato il socialismo in inghilterra e non sarebbero
iniziate l’esplorazione e la diagnosi del modo di produzione indu-
striale, delle condizioni di vita e di salute degli uomini, delle donne e
dei bambini impegnati nelle officine e nelle miniere, né sarebbe ap-
parsa, nella polemica politica di quegli anni, la possibilità che la socie-
tà industriale potesse essere piú vivibile di quella che si era venuta
formando. Non risponde dunque a verità storica il fatto che l’avere
Owen creduto in quella “possibilità” ne facesse l’esponente di un so-
gno utopistico, lontano dalla conoscenza dei rapporti effettivi di pro-
duzione e in assenza della lotta di classe dal cui esito vittorioso per il
proletariato avrebbe potuto essere rovesciato quel mondo di povertà
e di sfruttamento.
infatti, duecento anni or sono, nel 1813, Owen aveva pubblicato un
saggio che fece scalpore Per una concezione nuova della società. segnava
l’inizio di una stagione di idee riformatrici che nel 1815, un anno pri-
ma della visita di Foscolo a manchester, saranno piú visibili nel saggio
Osservazioni sugli effetti del sistema industriale. i titoli dicono molto per-
ché Owen sapeva benissimo di cosa parlava. a venti anni, nel 1791,
aveva diretto una delle piú grandi filande del lancashire, dove lavora-
vano cinquecento operai e poco dopo, ormai ricco industriale e
membro tra i piú autorevoli della società letteraria e filosofica di
manchester, era divenuto proprietario delle piú moderne filande di
New lanark, in scozia. la sua azienda era fiorente e per venticinque

20
i. robert owen

anni Owen sperimentò un modello di società industriale dove il ruo-


lo dell’imprenditore-capitalista fosse non solo quello di creare ogget-
ti, ma di avere per collaboratori soggetti (i lavoratori e le loro fami-
glie) sani, ben retribuiti, felici del loro lavoro, partecipi delle sorti del
tessuto civile e sociale della comunità. insomma, l’industria come un
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servizio sociale e tramite di crescita culturale e morale senza bisogno


della “lotta tra proletariato e borghesia” di cui parlerà il Manifesto. che
il progetto, realizzato, fosse unico, inedito, sorprendente lo prova il
fatto che a New lanark affluirono visitatori e osservatori da tutto il
mondo per vedere come mai gli alti salari, le ore di lavoro ridotte, la
protezione delle donne e dei minori impegnati nel lavoro, buone
case, cibi e vestiti decenti, fabbriche areate e circondate dal verde,
l’educazione scolastica dei bambini ispirata al laicismo, all’ateismo,
alla conoscenza e alla solidarietà, producessero cosí grandi guadagni
al proprietario. Tanto piú che Owen aveva dato un limite al profitto
del suo capitale e aveva deciso che i profitti eccedenti fossero tradotti
in servizi sociali a favore dei lavoratori della fabbrica. ebbene, il sag-
gio Per una nuova concezione della società e lo scritto successivo destinato
a correggere « le parti piú dannose alla salute e alla morale » dei lavo-
ratori del sistema industriale non erano altro che il risultato dei piani
di Owen per le sue fabbriche “umanizzate”. se poteva apparire una
utopia essa era tale che, attuata nella vita sociale, avrebbe, come scris-
se lo storico maurice Dobb, « spazzato via in breve tempo il capitali-
smo e il sistema concorrenziale ». il prestigio di cui godeva Owen
impedí che la sua visione rivoluzionaria venisse subito spazzata via
dai difensori dell’altro capitalismo. si attese che egli, nella sua intensa
attività pubblicistica e di divulgatore delle sue idee a tutti i livelli del-
le istituzioni politiche si scontrasse finalmente con le chiusure con-
servatrici della chiesa. Fu attaccato frontalmente e allora decise di
recarsi negli stati uniti dove, nel 1825, fondò la comunità New Harmo-
ny (il nome sarebbe piaciuto a Foscolo) e poi organismi sindacali,
cooperative, scuole dando un corpo concreto all’ “owenismo”. Furo-
no anni “americani” di speranze, di sconfitte, di illusioni perdute con-
tro gli orrori della rivoluzione industriale europea e nel desiderio di
una società di persone felici del loro lavoro, non inchiodate dal biso-
gno e dallo sfruttamento. ebbe fino all’ultimo (morirà nel 1858) l’in-

21
« america amara »

telligenza e la curiosità di forzare l’enigma di un progresso necessario


ma fonte di ingiustizie, di crisi, di inquinamento. un enigma in attesa,
duecento anni dopo, di essere risolto. Resta intatto però il lascito sto-
rico di Owen: New Harmony è il sogno realizzato di un illuminismo
americano. il luogo dove furono sperimentate avvenieristiche tecno-
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logie al servizio dell’industria moderna ma – fu anche questo l’owe-


nismo – soprattutto nel rispetto dell’uomo.

22
ii

M ELVI LLE E LEOPARDI


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Giacomo leopardi e Herman melville, due pianeti, due orbite


poetiche e letterarie senza possibilità di incrociarsi. eppure, l’incon-
tro è avvenuto nel cielo degli stati uniti e leopardi è addirittura uno
dei sofferenti protagonisti di un problematico poema dello scrittore
americano apparso nel 1876.
leopardi e il suo pensiero sono raffigurati nel personaggio di celio
e l’opera di melville è intitolata Clarel: A Poem and Pilgrimage in the
Holy Land. il meglio di sé melville l’aveva dato molti anni prima, ma
questo poco noto poema si ricongiunge a un romanzo satirico pub-
blicato da melville nel 1849 (Mardi, e un viaggio laggiú); un viaggio av-
venturoso nei mari del sud, un’occasione per sintetizzare e irridere
l’economia del capitalismo trionfante e per denunciare l’ipocrisia e
l’insipienza della religione cristiana.
Nel 1849 leopardi non era ancora approdato negli stati uniti, ma
molte pagine di Mardi contengono riflessioni e premonizioni che tra-
figgono il secolo « superbo e sciocco » evocato e irriso nella Palinodia e
nella Ginestra. e appena tra anni dopo, nel 1852, appare il primo saggio
critico americano, dal titolo Leopardi.
la scoperta del nostro poeta (il suo nome e alcuni scritti e poesie
erano già conosciuti in inghilterra, Francia e spagna) in quel conti-
nente culturale cosí poco europeo è dovuta a un critico e poeta bosto-
niano Henry T. Tuckerman che era stato in italia, quando leopardi
era ancora vivo, nel 1833-’34.
il saggio su leopardi fu pubblicato su una rivista dedicata soprat-
tutto al pubblico femminile che aveva a quel tempo circa 150 mila
abbonati. in quelle pagine è il leopardi delle Operette Morali piú che
il poeta ad affascinare Tuckerman ed anche a turbarlo.
lo scetticismo, la razionalità amara, sono questi, secondo Tucker-
man, i segni piú evidenti dell’« erculea opera di ricerca e di analisi
critica » del poeta di Recanati. e Tuckerman cerca anche di spiegare
alle sue letttrici il contrasto di fondo tra la « superiore intelligenza » di

23
« america amara »

leopardi e il mondo che lo circondava. Fu però il primo traduttore di


Dante in america, Thomas W. Parsons ad avventurarsi nella poesia
leopardiana traducendo nel 1858 Bruto Minore.
la scelta aveva un senso. secondo Giuseppe lombardo, che nel
1987 ha condotto una breve ricerca sulla fortuna di leopardi in ame-
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rica, Parsons vedeva nel messaggio del Bruto leopardiano « un’appas-


sionata difesa del libero pensiero, dell’animo nobile di fronte ai rischi
della soggezione a forze estranee alla sfera razionale dell’uomo ». in-
somma, fin dal primo contatto dei critici americani con l’opera di
leopardi era esaltata la visione materialistica, il disincanto appassio-
nato di una poesia lucida, sentimentale e fortemente sorvegliata. un
primo gruppo di Canti sarà tradotto nel 1866 e infine Henry W. long-
fellow, con la traduzione di altre poesie leopardiane, tra cui A Silvia,
farà conoscere, tra il 1871 e il 1887 il nostro poeta al pubblico colto
degli stati uniti.
Tra queste date si colloca il poema di melville. anche qui sono
state le assonanze ideologiche con il pensiero filosofico di leopardi a
suggerire allo scrittore americano di servirsi della storia di quell’ani-
ma per farne un simbolo della sofferenza, della solitudine, della ribel-
lione alle convenzioni religiose. in Mardi melville era stato esplicito:
i poeti sono, diceva, « i veri storici », il loro sguardo dilatato e fantastico
permette di raggiungere la realtà e di criticarne le forme e i contenu-
ti piú diversi: dall’economia, come abbiamo visto, alla vita sociale,
alla religione. che poi nell’america degli ultimi decenni dell’Otto-
cento scrittori e poeti cominciassero a percepire i limiti di una trasfor-
mazione veloce e tecnologica dei ritmi naturali della vita sociale; che
alcuni di loro vedessero nella rivoluzione industriale la fine di un
rapporto equilibrato con la natura e l’inizio di un mondo travolgente
e spesso insostenibile, questo non poteva che facilitare il loro incon-
tro con leopardi, con una poesia che era pur sempre una « voce della
Natura ».
era questo, tutto sommato, lo stato d’animo anti-borghese che, in
quegli stessi anni, serpeggiava nel decadentismo europeo. anti-bor-
ghese e anti-americano anche il decadentismo per quel che di volga-
re e invadente la ricca america stava rappresentando agli occhi degli
europei piú esclusivi e gelosi di sé. lo scriveva senza mezzi termini

24
ii. melville e leopardi

Huysmans in À rebours: « …era la grande galera dell’america traspor-


tata nel nostro continente, era infine l’immensa, la profonda, l’incom-
mensurabile cafoneria dei finanzieri e dei nuovi ricchi… che eiacula-
va, ventre a terra, oscene cantiche davanti all’empio tabernaclo delle
banche ». È il 1884. Tre anni dopo, nel 1887, appare contemporanea-
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mente negli stati uniti e in inghilterra la prima traduzione completa


dei Canti. Da quel momento la poesia leopardiana conquisterà non
pochi raffinati poeti e studiosi degli stati uniti; un mondo che leo-
pardi non ebbe il tempo di conoscere. scomparve nel 1837 proprio
mentre il suo contemporaneo, Tocqueville, cominciava a scoprirne
spazi, idee, nuove speranze e future incertezze.

25
iii

COM I NC IA LA “SCOP ERTA” DELL’EUROPA


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Un americano a Parigi: indimenticabile Gershwin. e poi, racconti,


lettere, personaggi, storie e diari, film, famosi quanto il bellissimo
concerto. era la Parigi degli anni ’20 e numerosi sono stati gli scrittori
e gli artisti americani che, scoperta l’europa, hanno lasciato a Parigi
un segno restandone segnati. ma non sono stati i primi. Gli americani
di Gershwin erano il seguito pacifico dei giovani soldati degli stati
uniti sbarcati in Francia nel 1917 in soccorso dei francesi e degli italia-
ni e accolti con indescrivibile entusiasmo soprattutto a Parigi (« Parigi
esplose di gioia. Ne fummo sorpresi e storditi… » ricorderà il genera-
le John J. Pershing, capo della spedizione militare) salvando la Fran-
cia e l’italia dal collasso militare (noi avemmo caporetto, i francesi
ammutinamenti di truppe su tutti fronti, con rivolte, decimazioni,
tribunali militari). ma in un clima e in tempi del tutto diversi alcuni
decenni prima, in un Ottocento pieno di promesse e di invenzioni,
altri americani erano giunti a Parigi, scopritori e viaggiatori forse piú
incantati e pieni di idee di quelli che verranno nel Novecento. intel-
lettuali dei quali nessuno aveva dato un catalogo né raccontato le
storie personali e i successi meglio di quanto ora ha fatto, in una straor-
dinaria ricerca, David mccollough, due volte premio Pulitzer, tra i
piú autorevoli studiosi di storia americana (The Greater Journey, Ameri-
cans in Paris).
il confronto tra le due ondate non è comunque possibile. Gli anni
’20 del Novecento durarono in fondo lo spazio di un mattino. il Gran-
de viaggio del secolo precedente durò invece dal 1830 al 1900: un Tour
di iniziazione, lunghissimo, che coinvolse tre generazioni di artisti,
scrittori, medici, politici, architetti. era il primo incontro diretto della
cultura americana con quella parte dell’europa che proprio dalla ri-
voluzione politica del 1830 si apriva a tutti i mutamenti possibili e a
tutte le ribellioni possibili (di lí a poco, nel 1848, a Parigi le rivoluzioni
saranno addirittura due, a febbraio e a giugno) contro le mortificazio-
ni, le censure e le interdizioni della Restaurazione. bastava questo per

26
iii. comincia la “scoperta” dell’europa

accendere la curiosità, il bisogno di novità, lo spirito di avventura di


certi americani inquieti che da tempo leggevano, traducevano, sco-
privano la cultura europea. Questo spirito era simmetrico, anche cro-
nologicamente, a quello dei pionieri che in quegli stessi anni attraver-
savano immensi territori alla conquista del West. ma, come scrive
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mccollough, « non tutti i pionieri andavano nel West », e non si trat-


tava esclusivamente di uomini. Da cincinnati giunse a Parigi nel 1849
la prima donna americana laureata in medicina, elisabeth blackwell.
Parigi le pareva il luogo ideale sia per esercitare liberamente la profes-
sione (negli ambienti scientifici americani si riteneva che le donne
fossero troppo nervose ed eccitabili per riuscire a curare qualcuno),
sia per stare in contatto con un mondo femminile che si stava liberan-
do da emarginazione e subordinazione (« …e come sanno parlare le
ragazze francesi… », scriveva alla madre). e poi l’elenco di altri perso-
naggi: i due amici James Fenimore cooper e samuel morse (quest’ul-
timo, famoso per l’alfabeto telegrafico inventato proprio a Parigi, ha
al louvre un posto di rilievo come pittore e ritrattista eccezionale.
« Parigi è ora il grande centro del mondo », è una delle sue ultime
pubbliche dichiarazioni); il mitico pittore John singer sargent, il cui
studio parigino era frequentato quanto quello dello scultore augu-
stus saint-Gaudens; la pittrice mary cassat, i cui quadri non sono
separabili dalla pittura di Degas e degli impressionisti. e che dire del
successo del pianista louis moreau Gottshalk che portò da New Or-
leans le melodie creole. e poi Ralph Waldo emerson, Nathaniel
Hawthorne, mark Twain (che in Innocents Abroad diceva di Parigi:
« sfavilla sopra di noi come una splendida meteora »), Henry James. ai
tempi dell’impero “liberale” di Napoleone iii gli intellettuali ameri-
cani residenti a Parigi erano piú di quattromila per non contare quel-
li che venivano per poco tempo in omaggio al “Greater Journey”,
l’equivalente francese del Grand Tour che i giovani europei facevano
in italia già nel settecento. e si possono immaginare anche i conflitti,
le rivalità, i dubbi, i piaceri, la felicità e le infelicità che hanno attraver-
sato i settanta anni di storia degli americani a Parigi. il libro parla an-
che di questo.

27
iv

STATI UN ITI:
ETERNO G IOCATTOLO DEG LI ITALIAN I?
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si potrebbe cominciare, ad esempio, con un nostro debito cultura-


le verso gli stati uniti che risale al 1934 quando apparve a New York
un volume di racconti di William saroyan. aveva un titolo simpatico:
Che ve ne pare dell’America?. la domanda era infatti rivolta anche a noi:
anzi, per la traduzione italiana di mondadori del 1940 saroyan scrisse
proprio una affettuosa epigrafe: « agli italiani della mia città natia, con
i quali crebbi, con i quali vendetti giornali, lavorai nelle vigne, studiai
e giocai ». si trattava, certo, di poveri emigrati, di italiani senza nome,
quelli di cui parla saroyan, ma alla domanda del titolo rispose elio
vittorini scrivendone una incantata prefazione. l’america descritta
nel libro appariva a vittorini come « un continuo incrociarsi di figure
acutamente sottolineate nella loro, diciamo, nazionalità » e questo
« forma uno spettacolo pittoresco da mondo cosmopolita sul genere
delle grandi favole orientali, “mille e una notte” e via di seguito.
l’america appare come una reincarnazione moderna dell’asia di
Harun al-Rascid, san Francisco suona come bagdad, e persino la qua-
lificazione di un uomo nel suo mestiere, nel suo essere barbiere, dro-
ghiere, giornalaio o cantastorie, prende l’intensità evocativa che è
caratteristica dell’antico mondo orientale ». siamo ad appena un anno
dalla dichiarazione di guerra (era dicembre 1941, pochi giorni dopo
Pearl Harbor) di mussolini al paese che aveva accolto e dato lavoro
anche a quei poveri italiani di saroyan, ma vittorini interpretava un
sentimento che si aveva di quell’america, come di un luogo da ama-
re, come una nostra infanzia da riprendersi, come un giocattolo affa-
bulato. D’altra parte, da poco vittorini e cesare Pavese avevano in-
trodotto i lettori italiani con la loro Americana nel mondo non dei po-
veri ma della ricchezza culturale, storica, letteraria e artistica degli
stati uniti. Quindi quel debito cominciava ad essere saldato e avreb-
be poi preso altri significati. Non ultimi la magia del cinema, delle
commedie sofisticate, delle musiche straordinarie di Gershwin, Por-

28
iv. stati uniti: eterno giocattolo degli italiani?

ter, Kern, carmichael, del jazz (dove proprio gli italiani d’america
furono i precursori), e, perché no, dal fatto che la Quinta armata tra
il 1943 e il 1945 porterà la libertà a una italia impoverita e disperata e
un po’ di benessere e di sogni negli anni della Ricostruzione.
ebbene, dopo quasi ottanta anni saroyan exit. ma la sua domanda
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continua a provocarci, ci appartiene con altri linguaggi e con forme


espressive piú seducenti di quelle letterarie e piú insinuanti di quelle
cinematografiche che proiettano, in modo insieme astratto e diretto,
una idea dell’america che, diciamolo pure, volteggia senza ancoraggi
sulla nostra cultura e ci lascia in uno stato di perenne attenzione, di
candore partecipe e anche, per molti, in una sorta di fanciullezza spi-
rituale. È uno stato di grazia che le “cult series”, le seguitissime nar-
razioni televisive degli ultimi venti anni, si impegnano a tutelare.
apparentemente non è cambiato nulla dai tempi di saroyan, che era-
no anche quelli hollywoodiani dell’ “american dream”. ma, ora, l’a-
merica non è piú affidata allo scambio tra culture, ma appunto all’im-
magine quasi esclusivamente televisiva che di essa si dà: dalla cronaca
alla fiction. e questa immagine che eccita un sentimento estetico che
talvolta sorvola anche il realismo e la concretezza sul modo di vivere
e di pensare degli americani e che alla fine contribuisce ad allontanar-
ci dalle nostre radici e comunanze attuali con l’europa. sul piano
delle emozioni noi italiani siamo sempre piú vicini agli stati uniti
piuttosto che, poniamo, alla Francia, alla Germania, all’inghilterra.
Perché questo? È solo la potenza delle immagini?
al pari e forse piú di alcuni film di questi ultimi anni (pensiamo
alle opere di altman, allen, Redford, eastwood, scorsese fino al
Good Night and good Luck di George clooney e – da invidiare quest’ul-
timo – Enron: the smartest Guys in the Room di alex Gibney, sul capita-
lismo ladrone di inizio millennio) le narrazioni televisive, proprio
perché televisive e seriali, producono uno spazio abituale ed emozio-
nale, una sorta di neorealismo attraversato da solidali affinità, nel qua-
le noi e gli stati uniti ci incrociamo, ci accarezziamo con reciproco
erotismo culturale. l’america, passata e presente, continua ad essere
dunque il nostro irrimediabile futuro, il giocattolone della nostra in-
fanzia.
Questo stato di anestesia va in qualche modo spiegato. in modo

29
« america amara »

serio, naturalmente, ma anche lieve e allegro, come richiedono i car-


toons o le fiction tipo I Simpson, Sex and the City o gli impegnativi The
Orange County, Six Feet Under, The Sopranos (storia mafiosa italo-ame-
ricana). Qualche attendibile spiegazione l’hanno data qualche anno
or sono due volumi (Cult series. Le grandi narrazioni televisive nell’Ameri-
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ca di fine secolo). È una ricerca interessante rispetto agli studi piú recen-
ti di carattere politico, sociologico o, dati i tempi attuali di crisi, eco-
nomico: si tratta di interrogarsi sullo scenario totalizzante della pro-
duzione e ricezione culturale della televisione americana, e gli autori
dei volumi, guidati da Franco monteleone, l’hanno fatto.
Oltre ai programmi che ho indicato, le serie prese accuratamente
in esame sono Twin Peaks, Medici in prima linea, Alias e altri titoli ben
noti. l’analisi, che condivido pienamente, di monteleone va oltre la
rappresentazione sociologica del fatto. a suo parere le serie televisive
di fine secolo hanno avuto un ordito diverso rispetto agli esperimen-
ti passati: è come se valorizzassero, del normale vissuto degli ameri-
cani, una « particolare forma di laicismo », un « esercizio della concre-
tezza »; categorie esistenziali che sono in sostanza i valori di un seco-
lare « esperimento democratico di convivenza, tra stati diversi, unico
nella storia e sul quale si è fondato il liberalismo occidentale ».
Perché la televisione americana arrivasse a descrivere e soprattutto
a raccontare tutto questo era necessario che prima essa si confrontas-
se criticamente con gli strumenti narrativi del cinema, e poi si auto-
nomizzasse da questi per « costruire nuovi modelli espressivi autosuf-
ficienti, pronti per essere esportati in tutto il mondo ». modelli « che
fanno sempre meno ricorso alla narratività e alla continuità, e sempre
piú si organizzano intorno alla struttura ricorrente dei plot »: cioè
dell’intreccio, della trama. ma il problema teorico e storico investe,
mi sembra, temi piú controversi del rapporto culturale che, anche
grazie ai media, gli stati uniti hanno con noi, con l’europa. mi chie-
do: quale cultura, o meglio, che cultura di qualità può quotidianamen-
te esportare l’america in una europa che in realtà, almeno per questo
aspetto (lo si sa dai tempi di chaplin fino a Woody allen) è la sua
culturale coscienza infelice? e poi, anche la cultura delle serie di cui
parliamo può coglierci di sorpresa? una risposta a questi interrogativi
la trovo là dove si dice che la funzione viva e attiva delle serie è « in-

30
iv. stati uniti: eterno giocattolo degli italiani?

tercettare i mutamenti, cogliere i punti di rottura, dare un senso agli


smarrimenti, senza rinunciare a rappresentare le tendenze di lungo
corso e gli elementi di continuità, questo è il compito di una produ-
zione di fiction che sia espressione di una società matura; come lo è in
sommo grado la società americana »; matura anche perché composta
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di estremi. specchio fedele e onesto, in fondo, del tempo di estremi


nel quale il mondo oggi si trova.
ebbene forse si può partire da qui per tentare un viaggio nella sto-
ria e nelle tante storie di una « nostra » America amara. amara per tante
ragioni: non ultime le battaglie politiche e parlamentari della presi-
denza democratica di Obama per dare un sevizio sanitario nazionale
e pubblico agli americani, per difenderli da milioni di armi da fuoco
pronte a sparare e a uccidere innocenti, dalle lobbies dei costruttori di
queste armi, dalle lobbies di banchieri indecenti e di capitalisti stupidi,
dai difensori della pena di morte, dal razzismo occulto, da una oppo-
sizione politica, quella repubblicana, che riesce ad aggiungere livelli
culturali e ideologici assolutamente incredibili, reazionari, peggiori
perfino di quelli che certe formazioni politiche raggiungono in italia
o in altri paesi europei. È giusto perciò richiamarsi al tempo lontano
di saroyan e di vittorini alle soglie della seconda guerra mondiale.
certe continuità americane sono anche il nostro tormento intellet-
tuale e il nostro continuo esame di coscienza di appartenenti storica-
mente al continente insormontabile della libertà e della democrazia
dei moderni.
in quello stesso anno di vittorini, 1940, era apparso infatti, l’Ameri-
ca amara di cecchi, ma si trattava come tentiamo di capire oggi, di
un’altra cosa. sono dunque trascorsi i decenni, compresi quegli anni
’60 quando, grazie a un gruppo di poeti e scrittori ben noti (ora in via
di totale estinzione) era apparsa un’altra america. ma persino quegli
anni autocritici sono stati e sono da noi assorbiti nella magia dell’ame-
rica « for ever ». sono certo quindi che i film di altman, Redford e al-
len piaceranno soltanto a quelli che la pensano come loro ma non
smuoveranno di un millimetro le certezze trasmesse quotidianamen-
te da autorevoli protagonisti della cultura e dalla quasi totalità dei
mezzi di informazione. in fondo, è meno faticoso cullare l’immagine
degli stati uniti come un Paese dove l’unico possibile dissenso è so-

31
« america amara »

ciale (i poveri, gli ispanici, gli sradicati, i neri di sempre…), mai poli-
tico, culturale e intellettuale. che nessuno dunque ci svegli. si prega
di parlare a bassa voce.
Questo stato di anestesia si avverte anche quando si è di fronte a
fatti drammatici quali, ad esempio, la diffusa e convinta applicazione
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negli stati uniti della pena di morte. agli americani la questione non
interessa piú di tanto; noi, invece, a fare gli indignati e gli offesi non
tanto per i condannati quanto per la ferita inferta al nostro American
dream. che questo sogno offuschi anche quel che di bello c’è in ame-
rica lo provò proprio la vicenda di una recente e discussa esecuzione
capitale. Nessun inviato di giornali e televisioni si accorse che a Rich-
mond, in virginia, dove la condanna è stata eseguita, esisteva in una
vecchia casa, un museo dedicato a edgar allan Poe. anche il brutto
dell’america affabula talmente da non far scorgere le piccole, vere
cose del passato e del presente che si hanno a portata di sguardo. ep-
pure Poe, in Parole con una mummia, aveva intravisto le durezze e le
contraddizioni della democrazia del suo paese. bastava ricordarlo e
rifletterci su. Non sarebbe grave infatti se quanto accade negli stati
uniti fosse riferito cosí com’è, senza aggiungere nulla e senza pro-
muovere ogni evento (dal mediocre spettacolino di broadway all’en-
nesimo best-seller, al film di spielberg dai mille stucchevoli effetti
speciali) a fatti culturali di cui la vecchia europa non sa francamente
che farsene. e intanto i dubbi e le perplessità che intellettuali e artisti
americani hanno sullo stato sociale e culturale della loro nazione
giungono qui: voci solitarie e marginali con un’eco smorzata e disar-
mata. Tanti anni fa, in una intervista a « la Repubblica » altman aveva
detto:
Tutti i miei film raccontano in modo diverso la stessa storia: come tentare
di sopravvivere, socialmente e culturalmente, in un paese in cui la società e
la cultura si corrompono sempre piú. l’america sembra grande e diversa, e
invece è grande e uguale dovunque: Kansas city, nel missouri, dove sono
nato, è identica a Dallas nel Texas. Dovunque ciò che mi colpisce è l’identi-
ca mancanza di cultura. ci vantiamo tanto che i nostri bambini sanno usare
il computer, ma non ci preoccupiamo del gravissimo fatto che non sanno
piú né leggere né scrivere. bambini come macchine, macchine come bam-
bini.

32
iv. stati uniti: eterno giocattolo degli italiani?

Parole strazianti che, guarda caso, inghiottiamo senza battere ciglio.


È recente la notizia che su un giornale di New York una studiosa (né
sociologa, spero, né psicanalista) ha invitato gli americani a far legge-
re libri ai loro figli, a strapparli ai videogiochi e ai computer. Ho sen-
tito per caso un commento alla notizia ascoltando un giornale-radio
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della Rai: era ironico e irridente nei confronti della proposta.


ma tornando alle parole di altman, non si può che ripensarle con
lo stesso spirito con cui allora furono commentate. Quale cultura o,
meglio, che cultura di qualità dovrebbe quotidianamente esportare
l’america in quell’europa che in realtà (lo dimostrano anche i film di
Woody allen) è come si è detto la sua culturale coscienza infelice?
Quale cultura prodotta oggi negli stati uniti può coglierci di sorpre-
sa? sono domande legittime alle quali si deve dare una risposta. altri-
menti si continuerà, come in un vaudeville, a scoprire ogni volta l’a-
merica, mentre è l’america, una certa america, a scoprire continua-
mente, affascinata, l’europa. Perché, in verità, anche dagli stati uniti
giunge talvolta un invito all’attenzione su quanto lí accade, non all’ac-
cettazione incondizionata.
Probabilmente, però, gli americani non sanno di essere da noi visti
e letti in modo cosí eccedente e in fondo strumentale. certo, dobbia-
mo molto al modello americano-rooseveltiano di libertà e moltissi-
mo (anche se non appare evidente) alla filosofia del pragmatismo di
William James e di John Dewey. Furono Roosevelt e Dewey a getta-
re le basi teoriche e politiche della reale e non formale democrazia
contemporanea, ma è strano che il sistema politico-sociale italiano
(molto meno di quello francese, tedesco o inglese) abbia fondato per
decenni la propria stabilità e immobilità non sull’importazione del
modello rooseveltiano e deweiano, ma sul martellamento giornalisti-
co, pubblicistico, televisivo di una media immagine culturale dell’ame-
rica. condita, al piú, con le musiche di cole Porter e Duke ellington,
il ricordo dei favolosi music-hall degli anni ’30-’50, e gli scintillanti e
indimenticabili film di billy Wilder.

33
v

I L CAP ITALI S MO AM ERICANO:


P EN SARE L’ECONOM IA CON “I NTELLIG EN ZA”
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Raramente la pratica dell’economia, la proliferazione di oggetti e


la loro messa in vendita, cioè i loro valori d’uso e di scambio, sono
stati associati a una produzione e a una circolazione altrettanto proli-
fica di un pensiero o di una teoria che dell’uso e dello scambio spie-
gasse oltre gli scopi evidenti anche le procedure, i metodi e le ragioni.
Per secoli l’economia, anche la piú minuziosamente regolamentata
– ad esempio l’economia feudale – ha camminato da sola sulle linee
tracciate e definite giuridicamente e socialmente, senza però “spie-
garsi” nemmeno a se stessa. Ha creato ricchezze, le ha distrutte, le ha
usate bene e male, non trovando però in tutto questo una motivazio-
ne teorica e filosofica che si elevasse sopra la ragione dell’esistente,
cioè del denaro che dà potere e benessere.
Per avere un’idea di questo attivo non-pensiero basti ricordare i
tempi lunghissimi del lavoro degli schiavi che di quell’esistente fu il
motore primario. lo schiavismo del mondo classico, con la successi-
va variante dei servi della gleba durata in Russia fino al 1861, è stato il
fondamentale input della produzione e della circolazione della ric-
chezza (fino allora prevalentemente agricola), ma ha suscitato soltan-
to poche e prudenti riflessioni filosofiche o lamentose consolazioni
religiose. e in quest’ultimo caso anche con molti riguardi nei con-
fronti del sistema sociale contenitore della schiavitú. san Paolo ad
esempio ha parlato con fermezza di tutte le liberazioni possibili, non
di quella, decisiva e risolutiva, degli schiavi (anche se il messaggio
cristiano, nonostante le ambiguità degli apostoli, si diffonderà anche
tra gli schiavi dell’impero romano). Nella seconda Lettera ai Corinzi (11
20) dirà amaramente: « in realtà sopportate chi vi riduce in servitú, chi
vi divora, chi vi sfrutta, chi è arrogante, chi vi colpisce in faccia. lo
dico con vergogna ». bisognerà arrivare all’illuminismo per avere una
esatta percezione del problema poiché l’illuminismo accompagna in
europa la comparsa degli “operai”, cioè del lavoro salariato, e il decli-

34
v. il capitalismo americano

no economico del lavoro gratuito degli schiavi. la prima rappresen-


tazione teorica dell’economia capitalistica è già nell’Enciclopedia di
Diderot, ma nella Gran bretagna di John locke e nella scozia di Da-
vid Hume e adam smith (il filosofo Hume muore proprio nell’anno
della Ricchezza delle nazioni, il 1776) il pensiero economico si sintoniz-
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za con la rivoluzione industriale.


Tra i “rivoluzionari” industriali vi era però una scarsa educazione
teorico-economica nei confronti di quanto stava accadendo. sarà un
paradosso, ma l’inizio del modo di produzione scientifico del capita-
lismo avviene nonostante l’iniziale ignoranza dei suoi promotori. la
nascita del pensiero economico è dunque una derivazione, la conse-
guenza di un fatto. con una necessaria precisazione da fare: mentre
il pensiero progrediva sempre piú, l’ignoranza di molti produttori
(soprattutto banchieri e finanzieri) restava invincibile. anzi, alla luce
di quanto accade, lo è ancora. confermando cosí un poco noto giudi-
zio di un economista liberale, John Kenneth Galbraith, che ancora in
anni recenti metteva in guardia dall’imbecillità dei capitalisti. imbe-
cillità pericolosa, visibile a occhio nudo, che fa dire al celebre econo-
mista Jeffrey D. sachs: « Ovunque vediamo un’epidemia di compor-
tamenti criminali e corrotti ai vertici del capitalismo. Gli scandali
bancari non sono delle eccezioni né degli errori, sono il frutto di fro-
di sistemiche, di una avidità e di una arroganza sempre piú diffuse.
anche in europa ormai le banche contano piú dei giovani. Nel mon-
do s’impongono metodi cinici alla Rupert murdoch ». e poco prima
aveva svelato, a proposito di coloro che detengono il “pensiero” eco-
nomico del capitalismo: « in venticinque anni di docenza universita-
ria ho visto un peggioramento etico anche nelle grandi Facoltà di
élite degli stati uniti: il potere delle grandi imprese ha fiaccato il senso
etico tra molti professori ».
Parole cosí si sentono di rado, ma non sono nuove. sarebbero state
sottoscritte tranquillamente da marx, schumpeter, Keynes e da altri
economisti, dotati di grande “immaginazione economica”, oltre, na-
turalmente, che di una esatta percezione dei fatti reali.
Pensavo a questo sfogliando il libro di una giornalista americana,
sylvia Nasar, per anni corrispondente economica del « New York Ti-
mes ». il libro si può leggere nella recente traduzione italiana (L’imma-

35
« america amara »

ginazione economica. I geni che hanno creato l’economia moderna e hanno cam-
biato la storia del mondo). in verità il sottotilo originale è meno pompo-
so di quello italiano (The Story of Economic Genius) e il titolo Grand
Pursuit allude a un inseguimento a una caccia piú che a una immagi-
nazione, ma è pur vero che l’immaginazione e la fantasia nel capire in
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quale mondo si era entrati non mancarono né a marx e engels (con


loro si apre il volume) né ad altri economisti dell’età industriale dal-
l’Ottocento fino ai nostri tempi (non solo alfred marshall – suggesti-
vo il racconto di sylvia Nasar del viaggio di marshall negli stati uniti
e del suo “contatto” personale con le nuove fabbriche – e Keynes, ma
Paul samuelson, Joan Robinson, Galbraith, Gunnar myrdal, Frie-
drick von Hayek – autore nel 1944 de La vita della schiavitú –, amartya
sen e tantissimi altri. Ora aggiungerei proprio l’ultimo lavoro di sa-
chs, Il prezzo della civiltà). in fondo, le motivazioni di questo e dell’altro
precedente e straordinario libro della Nasar A Beautiful Mind, è di
“cacciare” appunto dall’ombra e di mettere in grande evidenza il pro-
blema teorico massimo del capitalismo al culmine del successo. Pro-
blema nato dall’osservazione di un destino di miseria e di ingiustizia
e contemporaneamente nell’immaginare un diverso futuro dall’uma-
nità. Non era necessario essere anticapitalisti per vedere già nell’Otto-
cento che idee diverse da quelle puramente liberistiche « si potessero
usare per promuovere società caratterizzate dalla libertà individuale e
dall’abbondanza invece che dalla rovina morale e materiale ».
Riflettendo un momento, tutto il volume di sylvia Nasar, che è un
vivacissimo insieme di narrazioni, di racconti, di vita dei protagonisti,
di riscontri storici, di azioni politiche, di scelte di governo in pace e in
guerra, di curiosità intellettuali e di forti sentimenti individuali, ruota
intorno ad una visione direi “idealistica” che in questo caso corri-
sponde alla storia vera, cioè non ideologica ma critica del capitalismo
americano ed europeo. Nel senso che quella che Nasar chiama l’in-
telligenza economica della realtà capitalistica è stata, lei scrive, « mol-
to piú importante ai fini del successo di quanto non fossero il territo-
rio, la popolazione, le risorse naturali o la leadership tecnocratica. le
idee sono importanti. anzi, per dirla con una famosa frase pronuncia-
ta da Keynes durante la crisi del 1929, “il mondo è governato quasi
solo da esse” ».

36
v. il capitalismo americano

una economia di soli fatti porta in definitiva al peggio non al me-


glio. l’idealismo in questo caso ha una ragione produttiva. lo ha dimo-
strato marx, apparentemente non idealista, ma lo ha confermato ap-
punto Keynes convinto che « le idee economiche avessero trasforma-
to il mondo piú del motore a vapore ». Per questo è necessario imma-
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ginare il futuro, pensarlo prima che i suoi rudi o corrotti costruttori lo


distruggano in nome del loro sedicente progresso materiale e della
loro sedicente civiltà del benessere.

37
vi

CAP ITALI S MO AM ERICANO E “REGOLE”


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una parola fantasma è stata evocata e si aggira inquieta nel linguag-


gio politico e nei commenti preoccupati sulla crisi finanziaria, aperta
negli stati uniti (dopo il fallimento della lehman brothers) e diffusa
in europa ormai da cinque anni. c’è la indefinita, diffusa sensazione,
tra la gente comune, che se non si riesce a dare corpo a questo fanta-
sma, si rischia una grande depressione mondiale. lo aveva scritto
esplicitamente nel 2009 il « New York Times »: « il sistematico sman-
tellamento di leggi che richiedevano le regole ha contribuito alla cri-
si attuale ». la parola è, appunto, regole. Gli economisti e gli uomini
d’affari e di impresa, in caso di emergenza, ne parlano come di una
verità ovvia e Obama con la legge Dodd-Frank ha cercato di ripren-
dere la via delle leggi e dei decreti sulle regole. sir evelyn Rothschild,
ma non è il solo, ha fatto ora la scoperta che nei comportamenti del
mondo della finanza ci vorrebbe, ad esempio, l’etica. Gli uni e gli altri
sono però, tranne qualche caso di coscienza infelice, interessati a non
chiarire il senso di ciò cui alludono e sono piú che mai preoccupati
che i provvedimenti governativi di salvataggio e di intervento pubbli-
co possano andare oltre il tempo e lo spazio necessari. in prospettiva,
il pericolo vero sarebbe in un ritardato ritorno al libero mercato e nel
rilancio di una “vecchia” idea di stato interventista, che all’occorrenza
sa nazionalizzare, pronto a occupare spazi incompatibili con la libertà
economica, ma anche a pagare a spese della collettività, le perdite
subite dai privati.
si intuisce comunque che le regole rinviano a qualcosa di positivo
e di necessario a tutti (« in un mercato senza regole – aveva detto un
esperto di cose finanziarie come Tommaso Padoa schioppa in una
intervista a “la Repubblica” del 2008 –, nessuna istituzione finanziaria
potrebbe resistere. e vanno bene in certi casi anche interventi straor-
dinari dello stato »). ma, andando al concreto, non mi pare di aver mai
letto in questi anni sui giornali e nelle dichiarazioni ufficiali di esper-
ti, politici, economisti una puntuale, precisa definizione concettuale

38
vi. capitalismo americano e “regole”

e teorica delle regole, né aver visto identificare codici altrettanto pre-


cisi di comportamento e relative strategie di politica economica da
seguire anzitutto da parte delle banche « too big to fail ». Tutte le vol-
te che le regole sono state evocate non si è trattato mai di prescrizioni
organiche e definite, ma di decaloghi “dolorosi” cui si deve obbedien-
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za, di medicamenti di carattere straordinario (« in certi casi », diceva


Padoa schioppa) e provvisorio. infatti, fino alla crisi dei mutui si face-
va della parola un uso discreto, timido, mai politico, prudentemente
giornalistico. alla fine, per i compiaciuti lacchè ideologici del merca-
to parlare di regole significava lambire il limite della bestemmia an-
che perché il promotore di esse non potrebbe che essere lo stato. c’è
voluto il presidente Obama a rompere la minacciosa ellisse regole-
stato lasciando stupiti molti commentatori e partners occidentali. si
prenderà infatti, in pieno congresso, lo schiaffo, quanto mai comico,
di bolscevico. lo stesso, come sappiamo, che negli anni ’30 fu appiop-
pato a Roosevelt. ma gli schiaffi non servono a molto.
eppure, questa parola cosí semplice e apparentemente manegge-
vole è un eterno ritorno. È stata sempre simmetrica delle crisi econo-
miche essendo evidentemente non soltanto la prova della loro evita-
bilità – anche se la previsione delle crisi è sempre ridicolizzata e non
pare faccia parte della cultura del mercato – ma soprattutto la loro
medicina. cento anni or sono (solo gli storici ricordano questo even-
to drammatico che si manifestò nel 1907 e che è certo tra le tante
premesse economiche anche della prima guerra mondiale), sempre
negli stati uniti esplose una crisi bancaria e finanziaria simile a quel-
la ora in corso. l’alta finanza, Wall street e le borse, definite senza
mezzi termini da esponenti della produzione e del pensiero econo-
mico “le bande nere” dell’economia, coinvolsero il sistema produtti-
vo dell’europa allora in espansione e che fino a pochi anni prima
aveva finanziato gran parte del decollo industriale e delle infrastrut-
ture (le ferrovie, anzitutto) statunitensi.
anche l’italia liberista, col bilancio in pareggio e la lira che faceva
aggio sull’oro – eravamo nel decennio giolittiano – ebbe un grave con-
traccolpo. la tanto esaltata libera concorrenza internazionale si rivela-
va, secondo la nota metafora di un commentatore inglese, «una volpe
libera in un pollaio aperto». si trattava di manovre finanziarie, del

39
« america amara »

mercato azionario, delle borse, ma «quanto prima – scriveva vilfredo


Pareto sulla “Gazette de lausanne” nel 1907 – la crisi si estenderà an-
che alla produzione economica». Previsione esatta. l’autorevole gior-
nale italiano «l’economista » chiedeva perciò a gran voce un interven-
to istituzionale – dalla banca d’italia al ministro del Tesoro – che « sor-
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vegli e regoli il mercato». la magica parola era stata pronunciata.


venti anni dopo, punto e a capo. siamo nel 1929. il confronto, sem-
pre temuto dagli americani, ritorna ineluttabile quasi a voler suggeri-
re che anche la storia potrebbe servire agli americani per capire qual-
cosa dei fatti economici. serve di piú, ovviamente, quando la crisi
esplode, altrimenti, come scrisse ironicamente arthur miller, pre-
sentando nel 1987 il suo dramma L’orologio americano, « non è buona
educazione » ricordare agli americani la crisi del 1929.
Per ridurre comunque all’essenziale l’elenco storico delle conse-
guenze del crollo di Wall street dirò che ancora tre anni dopo il gio-
vedí nero, nell’estate 1932 i disoccupati erano 14 milioni e 400 mila, la
produzione industriale era diminuita del 50 per cento con una punta
massima dell’80 nell’industria pesante. le 1475 società industriali e
commerciali piú importanti del paese, con un patrimonio complessi-
vo di 27 milioni di dollari (di allora), accusavano un deficit di 97 milio-
ni di dollari. È superfluo elencare le vittime del collasso finanziario e
bancario. le banche fallite erano, alla vigilia dell’insediamento di Roo-
sevelt nel 1933, novemila. molti banchieri, tra lo sgomento generale,
si gettarono dalle finestre dei loro uffici.
il presidente Obama, agli inizi del suo primo mandato, con il tem-
pestivo intervento di 700 o 800 miliardi di dollari, primo passo forse
verso la nazionalizzazione di alcune banche, ha impedito che succe-
dessero le scene che un involontario testimone dei giorni dell’ottobre
1929, il poeta Federico Garcia lorca, in viaggio di piacere negli stati
uniti, ha cosí raccontato:
lo spettacolo di Wall street era inenarrabile. io sono stato tra la folla al mo-
mento del grande panico finanziario. Non potevo uscirne fuori. Gli uomini
gridavano e discutevano come belve e le donne piangevano dappertutto.
Quando uscii da quell’inferno in piena sixth avenue trovai la circolazione
bloccata. Dal piano 16 dell’Hotel astor un banchiere si era gettato sul selciato
della via.

40
vi. capitalismo americano e “regole”

l’attuale crisi americana non provoca gesti violenti come i suicidi o


drammatiche proteste di massa. in europa invece c’è una indignazio-
ne popolare piú diffusa soprattutto in paesi mediterranei come la
Grecia, la spagna, il Portogallo, cipro e in parte in italia e in Francia.
sono appunto gli indignados che, a loro volta, oltre la giusta protesta,
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raramente sanno indicare procedure e iniziative di leggi per stabilire


o ristabilire delle regole nei rapporti economici, nei sistemi produtti-
vi, nelle relazioni industriali. Torna perciò, necessariamente, il riferi-
mento al modo in cui ottanta anni or sono si cercò di arginare le indi-
gnazioni di allora.
il presidente Roosevelt aveva cercato di mettere fine alle conse-
guenze piú immediate della crisi con le regole contenute nelle leggi
e nelle iniziative di governo sotto forma di codici del lavoro, di orga-
nismi di controllo delle banche e della circolazione del denaro, di ri-
lancio programmato della produzione (alcuni americani ricordano
ancora il marchio statale dell’aquila azzurra sui prodotti in vendita) e
dei consumi popolari, strutture e piani (parola temibile per un liberi-
sta puro) per la ricostruzione ed, ecco il punto, per la contemporanea
riforma dell’economia di mercato. Nacque cosí dalle regole roosevel-
tiane e si diffuse nell’europa capitalistica il prezioso Welfare State che
ha salvato il vecchio e il nuovo mondo nel dopoguerra e che durante
il governo di margaret Thatcher e la presidenza di Ronald Reagan è
stato, anche in italia, tranquillamente smantellato prima per via teo-
rica (basta con le spese pubbliche, con leggi costose di protezione
sociale, con gli organismi statali di controllo, con le imprese pubbli-
che, con il capitalismo “misto”) poi per vie di fatto con la esaltazione
del “privato è bello”, contro i “boiardi di stato”, contro la sopravvi-
venza dell’iRi, ecc. Nell’america post reaganiana questa demolizio-
ne avvenne anche con il contributo del partito democratico e del
presidente clinton il quale nel 1999 aveva abrogato una legge che nel
citato articolo del « New York Times » era definita « un pilastro del
New Deal »: la Glass-Steagall Act del 1933 che separava le attività com-
merciali dalle speculazioni delle banche. Grazie a clinton si sono
anche ridimensionati altre leggi e istituti pienamente efficienti della
regulation di Roosevelt, quali la Securities Exchange Commission e la Com-
modity Exchange Act del 1936 che servivano a sorvegliare e a dare nor-

41
« america amara »

me inderogabili alle banche. Dunque, dalla regulation si è arrivati a una


gioiosa de-regulation che felicemente è giunta venti anni or sono, tra
altri paesi europei, anche in italia. la mancanza di regole e le priva-
tizzazioni avrebbero dovuto appunto liberare nel nostro paese ener-
gie produttive. Forse l’intenzione era buona, ma come si è visto in
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questi ultimi anni, ha liberato, con il consenso dei governi di centro-


sinistra e con lo slogan « meno stato, piú mercato », il capitale finan-
ziario da necessari controlli.
Gli stati uniti sono dunque il grande paese dove si scatenano crisi
economiche ma dove, bisogna pur dirlo, si trovano anche regole per
guarirne le ferite. Per prevederle e prevenirle esistono la ricerca scien-
tifica, la riflessione teorica, cioè « la critica del capitalismo » e anche la
semplice narrazione di fatti e persone. È una storia ormai secolare che
ha visto impegnati, per non parlare di Taylor e del taylorismo, tecnici
del management, sociologi dell’organizzazione, economisti come
veblen, schumpeter, Galbraith, samuelson, baran, sweezy, scrittori,
drammaturghi, uomini di cinema da chaplin a Woody allen, che del
capitalismo americano nelle sue forme piú problematiche hanno rac-
contato molto bene le maschere e i volti.
attualmente, in alcune università americane, da stanford a Wa-
shington studiosi dell’organizzazione lavorano intorno al tema delle
regole legandolo sia a sperimentazioni settoriali (ad esempio il fun-
zionamento delle stesse università) sia a progetti teorici sull’equivalen-
za tra applicazione delle regole ed evoluzione del sistema democrati-
co. in una ricerca guidata da James G. march (che insegna da anni
scienza della politica a stanford) è detto ad esempio:
una volta istituite, le regole influenzano i processi politici. le regole nei
giochi politici guidano e limitano le azioni dei singoli, stabiliscono dei diver-
si diritti e responsabilità per i partecipanti, accrescono la coerenza di compor-
tamenti simultanei in qualche modo dispersi e forniscono delle opportunità
e degli ostacoli per l’azione strategica. il risultato è un processo formato dalla
coscienza politica collettiva derivata dalle esperienze passate e codificate dal-
le regole del gioco.

Tesi molto chiare che march aveva elaborato già nel 1989 e che con-
fermerà in un volume scritto con martin schulz e Xueguang Zhou

42
vi. capitalismo americano e “regole”

apparso nel 2000 e tradotto nel 2003 anche in italiano presso l’univer-
sità bocconi con il titolo Per una teoria delle regole. Nascita, cambiamento e
strutturazione delle regole. vi si dice inoltre che « le regole forniscono
delle difese procedurali in domini in cui è difficile instaurare delle
difese sostanziali e la fiducia è problematica ». ma la potenzialità teo-
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rica e pragmatica delle regole apre ampi e prevedibili orizzonti poli-


tici, sociali ed economici. secondo questa ricerca infatti « le regole
sono il risultato delle negoziazioni tra i diversi interessi, sono contrat-
ti sociali ». Possono dunque essere un grande strumento per accordi
negoziati tra interessi contrapposti. cosí intese le regole sono infatti
una svolta nella trasformazione sia della democrazia economica sia di
quella politica. È possibile immaginare che dalla attuale crisi econo-
mica i capitalisti e i politici che credono nella democrazia possano
trarre una lezione richiamandosi anche ai vantaggi e alle possibili e
pacifiche soluzioni sottintesi nella visione cosí aperta e problematica
delle regole?

43
vii

LE ARI STOC RAZ I E DELL’ECONOM IA


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il Prometeo liberato, il Proteo, il Wirtschaftführer (il condottiero


dell’economia), il capitano d’industria, il mago della finanza, il cava-
liere d’industria, il barone oppure il re (dell’acciaio, della luce, della
chimica, e cosí via…). Quanti traslati e richiami alla mitologia, alla
feudalità, al linguaggio militaresco e monarchico per dare colore e
immagine a personaggi e fatti precisi e banali – per nulla mitologici
ed eroici – quali il moderno e cangiante capitalismo e i capitalisti in
azione. autori quest’ultimi e attori delle loro gesta oltre che dei loro
affari e soprattutto negatori per definizione e per diritto storico di
ogni contatto con l’economia e le tradizioni della nobiltà dei « cavalie-
ri antiqui », di quel « variopinto mondo feudale » (per dirla con il Ma-
nifesto di marx e engels) per combattere il quale essi erano nati alcuni
secoli or sono. l’aspetto lievemente paradossale delle metafore che li
riguardano è che, in realtà, la terminologia esaltante ed eroica è molto
spesso uscita dalla penna di persone obbiettivamente estranee ai fatti
e ai protagonisti del capitalismo, e appartenenti al mondo delle idee
e della fantasia. ma quando si entra nel territorio della comunicazio-
ne strettamente economica il linguaggio del capitalismo, ricco ed en-
fatico sui prodotti in vendita, è stato quasi sempre modesto se non
reticente riguardo coloro che li producono. Nell’Ottocento, ad esem-
pio, si sapeva tutto sulle banche Rothschild o sui cannoni Krupp ma
molto poco sulla vita dei Rothschild e dei Krupp. Per uno degli ultimi
Krupp c’è voluto addirittura il processo di Norimberga. e in italia?
citiamo un nome noto: neanche dopo la sua morte, quarantasette
anni dopo la fondazione della FiaT, si è saputo qualcosa del “privato”
del senatore Giovanni agnelli.
i capitalisti, soprattutto se di rango, non amano parlare di sé come
tali; meno che mai, salvo qualche rara eccezione, della loro vita. Que-
sta virtú del silenzio ha una storia di almeno trecento anni; è ormai
l’equivalente laico della regola del silentium di alcuni monasteri e dei
conventi di clausura. Naturalmente il silenzio è stato sempre rotto dai

44
vii. le aristocrazie dell’economia

loro eventuali biografi o agiografi o critici con l’eccezione, che sul fi-
nire degli anni ’20 del Novecento fece scalpore, di Henry Ford che
scrisse una autobiografia tradotta subito in tutto il mondo (in italia fu
pubblicata da bompiani) cui seguí un suo ampio saggio sul Perché
questa crisi mondiale? apparso in italia nel 1932, a testimonianza che
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anche un grande industriale riusciva a collegare i propri problemi ai


problemi degli altri. Occorrerà attendere il 1957 perché un altro ame-
ricano illustre, questa volta un uomo di finanza, bernard baruch, rac-
contasse la sua storia. ma aveva ormai ottantasette anni e poteva ben
dire: « Gli anni passati a Wall street e negli affari furono un lungo
corso di istruzione sulla natura umana ». solo per ovvie ragioni di
autodifesa un altro banchiere, questa volta tedesco, il famoso Hjalmar
schacht, ha scritto una Resa dei conti con Hitler. Per l’italia bisogna ac-
contentarsi dei reticenti Frammenti di vita di Riccardo Gualino, pub-
blicati nel 1931, del Taccuino di un borghese di ettore conti, apparso
all’alba della nostra democrazia, nel 1946 e, con molta calma, dei Tac-
cuini 1922-1943 di alberto Pirelli, apparsi (con quanti tagli?) nel 1984
quando l’interessato non c’era piú. Tre industriali e uomini d’affari,
implicati nella politica e con compiti istituzionali anche importanti.
conti fu un magnate dell’industria elettrica, presidente della banca
commerciale, senatore e uomo politico. apparentemente piú defila-
to alberto Pirelli, ma solo apparentemente, perché, oltre che noto
industriale, fu dirigente dell’associazione delle società per azioni,
presidente dell’istituto per le relazioni internazionali, tra gli organiz-
zatori dell’economia di guerra, eccetera. Per Gualino basti ricordare
la sNia viscosa, la Rumianca, la unica, la casa di produzione cine-
matografica lux, e cosí via.
alla dimenticanza di sé di molti imprenditori hanno supplito,
molto spesso, gli storici e la bibliografia relativa è, a livello internazio-
nale, abbastanza ampia, anche se con molti vuoti. l’ultima ricerca
interessante sull’argomento è di David s. landes, tradotta in italiano
con il titolo Dinastie. Fortune e sfortune delle grandi aziende familiari. l’at-
tenzione è prevalente per le “aristocrazie” statunitensi e il volume dà
conto schematicamente di una vicenda che non sempre è fondata sui
documenti di archivio dei protagonisti dinastici né di quelli delle loro
aziende, tranne qualche piccola eccezione. È questa una difficoltà

45
« america amara »

insormontabile per gli storici americani. « a volte ho conosciuto per-


sonalmente la famiglia, figli e nipoti compresi, ma si tratta di eccezio-
ni. ciò che ho scritto – scrive landes – si basa soprattutto su materia-
li a stampa, in genere pubblicati, ma anche su carte private e conver-
sazioni ». insomma, nessuna scoperta sensazionale e poche o nessuna
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novità. Tuttavia, è sempre utile sapere per grandi linee da chi e come
è stata governata, tra Ottocento e Novecento, la rivoluzione indu-
striale e la modernizzazione capitalistica.
i numerosi capitoli del volume riguardano i banchieri baring (sia-
mo sul finire del settecento e la dinastia baring, di origine olandese,
darà il meglio di sé in inghilterra dai tempi del nemico Napoleone
fino al 1995); i finanzieri Rothschild (i quali, per ammissione di uno
dei discendenti nel 1966 « piú di altri banchieri sono stati riservati e
reticenti su tutto ciò che riguardava la famiglia. Tutti loro hanno svi-
luppato una sorta di tecnica della discrezione assoluta, portandola
alla perfezione », come volevasi dimostrare); infine i mitici morgan,
dei quali John Pierpont è noto anche perché ha rastrellato in europa
opere d’arte di qualità. sottoposto a una commissione d’inchiesta del
congresso nel 1912 per affarismo, interessi politici, corruzione e simi-
li, alla domanda di un commissario: « lei afferma di non avere alcun
potere in alcun ministero o industria? », morgan rispose: « No, non ne
ho ». « Nemmeno il minimo potere? » « Nemmeno il minimo pote-
re ». « la sua società la dirige lei, dico bene? » « No, signore ». « No? »
« No ». « ma lei è l’autorità di ultima istanza, vero? » « No, signore ».
ma nella seconda parte lo sguardo dello storico americano si allun-
ga dai Ford agli agnelli, a Peugeot, Renault, citroën e ai giapponesi
Toyoda. su Ford (al quale si deve una politica di buoni salari e la sco-
perta della produzione in serie e dell’automobile per tutti) e sul “for-
dismo” si è detto e scritto tanto. sugli agnelli si potrebbe dire altret-
tanto, e landes non lesina alla dinastia omonima osservazioni critiche
e giudizi precisi, alcuni positivi, altri al vetriolo (ad esempio: « l’italia
ha tutto da guadagnare se la FiaT prospera. Questo principio genera
un effetto di compravendite a catena: quando la FiaT ha bisogno di
qualcosa lo stato gliela fornisce a prezzo stracciato; e se la FiaT pro-
duce bidoni, proprio di bidoni lo stato ha improvvisamente biso-
gno »).

46
vii. le aristocrazie dell’economia

Nella terza parte si torna a casa e vengono alla ribalta i Rockefeller


e i Guggenheim. Qui il discorso sul capitalismo familiare, sulle dina-
stie e sui successori ai troni è arricchito dalla vicinanza storica con i
personaggi in questione e con la conoscenza molto accurata che lan-
des ha del capitalismo americano del Novecento, fino ai giorni nostri.
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vorrei aggiungere alle informazioni che spesso si hanno sulle due


famiglie questo dato bibliografico: nel 2002 è uscito negli stati uniti
un voluminoso libro di memorie di David Rockefeller opportuna-
mente tradotto da mondadori. Non mi pare che se ne sia parlato
molto sulla stampa italiana. Potrebbe essere una occasione per spin-
gere i tanti eredi delle nostre dinastie industriali e finanziarie a segui-
re l’esempio di Rockefeller e ad aprire agli studiosi le carte di famiglia.
sarebbe, una volta tanto, un buono e trasparente servizio di interesse
pubblico. anche se dovesse disturbare la loro immagine di benefatto-
ri o qualche loro privato e laterale interesse.

47
viii

COSA È LA “C RI S I ECONOM ICA”?


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Tra le opinioni piú diverse sulla crisi capitalistica, che si evolve


nelle forme piú diverse nell’economia globale dell’anno di grazia
2013, l’unica certezza è che essa non produce crisi nella pubblicistica
che la riguarda. sono numerosi, negli stati uniti, e in generale nel
sistema politico anglosassone, i libri e i saggi dove l’analisi del presen-
te si ricollega, come è corretto fare, a crisi analoghe del Novecento, a
eventi e personaggi che hanno occupato quelle crisi, le hanno provo-
cate, le hanno criticate. Ha ragione perciò una delle colonne del
« New York Times » Thomas l. Friedman, premio Pulitzer per
un’opera di successo come The Lexus and the Olive Tree, a intitolare il
suo ultimo documentato e anche ironico libro The World is Flat, con il
sottotitolo, Breve storia del Ventunesimo secolo. la “piattezza” del mondo
di questi primi anni del Duemila (in copertina il globo è divenuto una
enorme, tonda moneta) consiste nel ritorno di questioni del secolo
precedente e anche della storia piú antica, con la conclusione che se
per cristoforo colombo il mondo era fascinoso e rotondo, « la mia
scoperta », scrive Friedman, è che invece « il mondo è piatto e l’ho
confidato a mia moglie, in un sussurro ». le due scoperte, secondo
l’autore, sono epocali e responsabile dell’appiattimento è ovviamente
il mercato capitalistico.
anche negli anni ’20 e ’30 del Novecento c’era timore dell’appiat-
timento capitalistico. ma su questo problema specialistico anche
scrittori, filosofi, uomini di cinema e di teatro erano in grado di dire
la loro. Diversamente da quanto accade oggi, il problema economico
aveva infatti in primo piano, un dilemma ideale e culturale: o subire
il capitalismo in depressione, oppure sperimentare il socialismo “scien-
tifico” (cosí era chiamato a fine Ottocento), quello umanitario e poi il
comunismo sovietico: il rotondo contro il piatto. la Gran bretagna e
gli stati uniti, piú di altri paesi, furono al centro di questo dilemma e
tornano alla mente gli scambi di riflessione, i coinvolgimenti emotivi,
i contrasti ideologici tra figure centrali della cultura inglese di quel

48
viii. cosa è la “crisi economica”?

tempo. sono da ricordare le polemiche di Keynes, shaw, Wells, dei


coniugi Webb, di aldous Huxley, George Orwell e altri: scrivevano
sui giornali, litigavano sui rischi della crisi, sui pericoli per le libertà,
sulla democrazia, su liberalismo e socialismo, su comunismo e fasci-
smo. Nel panorama londinese la scena giornalistica (e anche radiofo-
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nica) era occupata prevalentemente da Keynes (con contorno di vir-


ginia Woolf e di altri amici del gruppo), ma gli era contesa sui giorna-
li, in teatro, nella pubblicistica, da un personaggio molto popolare:
George bernard shaw.
Nel 1883 shaw aveva pubblicato sul londinese « To Day », « mensile
di socialismo scientifico », il romanzo An Unsocial Socialist. era l’anno
di nascita di mussolini e di Keynes, due personaggi che shaw incroce-
rà quando il discorso sul sociale e sul socialismo diverrà infammabile
materia di economia reale e della sua gestione politica. shaw anticipò
questa svolta abbandonando la carriera di romanziere già nel 1884
(aveva ventotto anni), iscrivendosi alla Fabian society e dedicandosi al
teatro di parola e di costume, alle battaglie per le riforme sociali ed
economiche, ai comizi operai e a un brillante giornalismo controcor-
rente. Dissacratore di miti, di ipocrisie vittoriane e falsi modernismi,
irritando e divertendo per decenni lettori e spettatori di mezzo mon-
do, shaw conquistò la fama politica di un illuminista ironico e severo
con lieve inclinazione anarchica. lo seguirà poi su questa strada fino
agli anni ’70 il filosofo matematico ateo e pacifista bertrand Russell.
Naturalmente shaw usava armi talvolta approssimative e la sua
satira di costume era talvolta scontata. ma aveva radici in swift o in
sterne, e questo spirito lo guiderà fino al 1950, anno della morte avve-
nuta a novantaquattro anni per una banale caduta in giardino. l’acco-
stamento a Keynes era inevitabile e ha un senso anche se Keynes non
visse quanto shaw né “come” lui. morí nel 1946, a sessantatré anni,
ma ingaggiò battaglie analoghe a quelle di shaw, smascherando, lui
profondamente liberale, i limiti del liberismo, dell’Establishment con-
servatore, le maschere del capitalismo e delle sue crisi, non dimenti-
cando mai le stupidità teoriche dell’economia politica tradizionale e
i professori con le loro borie accademiche. alla prova dei fatti, il libe-
ralismo di Keynes aveva il sapore critico, talvolta lo spirito spigoloso
da cabaret, del socialismo personalizzato di shaw: era insomma un li-

49
« america amara »

berista “asociale”, perché eccentrico e anticonformista. molti fabiani


lo consideravano per questo “uno di sinistra”. la asocialità dei due
apparteneva a un medesimo snobismo individualistico – piú pungen-
te in Keynes, piú ironico in shaw – ma sempre politicamente e mo-
ralmente impegnato. c’erano dei precedenti nella cultura inglese ma
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il piú recente e illustre era Oscar Wilde, anch’egli fabiano, promoto-


re (questo non lo ricorda nessuno) di comizi nei quartieri operai di
londra, difensore dell’« anima dell’uomo sotto il socialismo », vittima
del suo anticonformismo.
Tra il vittoriano shaw e l’eduardiano Keynes, la Fabian society di
londra e il bloomsbury Group di cambridge, cui Keynes appartene-
va, non avrebbero dovuto, oltre lo snobismo, esserci altre affinità, ma
tra i distinguo qualcosa pareva unirli. Non certo il giudizio positivo di
shaw sulla Russia sovietica e su stalin, quanto la critica della prima
guerra mondiale e dei trattati di pace. la commedia Casa cuore infran-
to di shaw ha, ad esempio, riferimenti precisi al famoso Le conseguenze
economiche della pace di Keynes scritto nel 1919 (e una analoga polemica
sulla conferenza di versailles è in un contemporaneo saggio di shaw)
e comune era il dissenso etico dal capitalismo crollato nel 1929. la
compagna politica di shaw, beatrice Webb, fondatrice col marito
sidney della Fabian society, aveva già nel 1926, in clima di orgia capi-
talistica, scritto a Keynes una lettera di apprezzamento per il suo arti-
colo Liberalism and Labour e l’anno dopo Keynes parlava del debito
che ogni persona ingelligente doveva avere nei confronti di shaw.
Nel 1928, pubblicando una « guida al capitalismo e al socialismo » (il
titolo era Intelligent Woman’s) shaw vedeva in Keynes il degno succes-
sore di mill e di Ruskin. maturavano cosí i tempi di una alleanza. Nel
1934, infuriando la crisi, beatrice Webb offrí a e.m. Forster, del grup-
po bloomsbury, un trattato di pace ideologica e di cooperazione in
nome appunto degli interessi collettivi devastati dal mercato. Non so
se Forster abbia risposto, ma proprio nel ’34 mentre Keynes lavorava
alla Teoria generale, shaw esaltò l’economia socialista (tipo pianifica-
zione sovietica) come drastica medicina per i mali del capitalismo.
Ripropose a Keynes la rilettura di marx, e Keynes gli rispose il 1° gen-
naio 1935 informandolo amichevolmente, e a suo modo, sul suo lavo-
ro in corso:

50
viii. cosa è la “crisi economica”?

Ho dato un ultimo colpo al vecchio marx leggendo la scorsa settimana la sua


corrispondenza con engels. Tra i due preferisco engels […]. sto scrivendo un
libro di teoria economica che rivoluzionerà ampiamente i pensieri correnti
sui problemi economici. Quando sarà bene assimilata la mia teoria si mesco-
lerà con la politica, con i sentimenti, con le passioni. i ricardiani fondamenti
del marxismo saranno abbattuti. lei ora non può crederci, ma io di questo
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sono sicuro.

alla fine, il tema keynesiano di una economia regolata nella libertà


prevalse nella comune “critica dell’appiattimento” di Keynes e di
shaw. e tra i due “rivoluzionari” vinse quello che non avrebbe forse
voluto esserlo.

51
iX

LA C RI S I DEL 1929: QUAN D O I LETTORI ITALIAN I


COM I NC IARONO A SAP ERN E QUALCOSA
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Giulio einaudi iniziò l’attività di editore nei primi mesi del 1934.
Quell’anno in europa e in america non c’erano allarmi di guerra e
pareva aleggiare un clima di pace, ma la guerra economica e sociale
sottile e pericolosa serpeggiava nel mondo occidentale con il marchio
del 1929. a questa stava cercando di porre termine Roosevelt, appena
insediato alla casa bianca. ma il New Deal, che doveva dare speranza
al mondo e una svolta definitiva alla follia del mercato capitalistico,
per ora non influenzava se non in minima parte l’italia. il giovane
editore sapeva però che la crisi e le decise azioni governative roosevel-
tiane erano il tema del giorno. Di qui il progetto di una serie di pub-
blicazioni sull’argomento con l’avvio di una collana, « Problemi con-
temporanei », agganciata alla rivista « la Riforma sociale » diretta dal
padre luigi einaudi. l’intenzione era di dare conto, in tempo reale, di
quanto stava avvenendo nell’economia mondiale e specialmente di
segnalare quanto gli stati uniti stavano facendo per fronteggiare la
crisi e ridisegnare la loro società. cosí, nel giugno 1934 apparve nelle
librerie, con una elegante copertina verde e una grafica raffinata, il
saggio di uno dei piú attivi collaboratori del New Deal, il ministro
dell’agricoltura di Roosevelt, Henry a. Wallace: Che cosa vuole l’Ame-
rica?. Questo scritto, che inaugurava la collana, era apparso negli stati
uniti appena tre mesi prima con l’esplicito titolo America Must Choose.
Pochi giorni dopo l’uscita del libro di Wallace, einaudi pubblicò, fuo-
ri collana, un volume di piccolo formato, L’America al bivio, copertina
rosso chiaro con un disegno stilizzato, l’aquila ad ali spiegate sovrasta-
ta dalla sigla NRa con due simboli negli artigli, l’elettricità e una
ruota dentata. era l’immagine, ormai famosa nel mondo, della Nation-
al Recovery Administration. impressa su molti prodotti americani, docu-
mentava visivamente l’iniziativa economica pubblica, i “codici” sin-
dacali e il controllo pubblico della produzione decisi da Roosevelt.
l’autore del “tascabile” era il giornalista amerigo Ruggiero, corri-

52
ix. la crisi del 1929

spondente da New York della « stampa » di Torino, attento osservato-


re della società, letteraria, artistica e teatrale degli stati uniti. Ruggie-
ro era nato a Grassano nel 1886 e la sua attività di corrispondente era
cominciata nel 1934, e proseguirà fino al 1941 con articoli letterari e di
costume e con qualche saltuario intervento di natura economica.
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L’America al bivio sembra scritto da un economista piú che da un


giornalista. il fatto che einaudi affidasse a lui il bilancio, sul campo,
del primo anno della amministrazione Roosevelt ha fatto pensare che
l’autore fosse in verità un altro, uno studioso piú autorevole e piú vi-
cino alle iniziative editoriali di Giulio: il fratello mario. economista,
interessato agli stati uniti fin dal 1928 (vi si era recato a ventiquattro
anni con una borsa di studio), mario einaudi nel 1933 aveva lasciato
l’università di messina e l’italia, con una decisione certo non gradita
al regime fascista, per insegnare all’università di Harvard. che l’am-
mirazione per il New Deal e per l’azione democratica del presidente
Roosevelt fosse in lui vivissima lo si vedrà nel 1959, quando apparve
in america il suo libro The Roosevelt Revolution, subito tradotto ed
edito dal fratello. Per varie ragioni, e induzioni, penso che tra ameri-
go Ruggiero e mario einaudi vi sia stato uno scambio di idee, una
sintonia sulle vicende economiche americane. in ogni caso, il nome
di Ruggiero era una sorta di lasciapassare politico che avrebbe potuto
forse smorzare la diffidenza di mussolini verso gli einaudi che per il
regime erano degli antifascisti. il duce, in un articolo sul « Popolo
d’italia » del 18 maggio 1934, aveva infatti elogiato le corrispondenze
di Ruggiero da New York; « Non si tratta – scriveva – di “articoli di
colore”, né di panzane romanzesche. sono articoli redatti con chia-
rezza di vedute e onestà di ragguagli ». ma, nello stesso tempo, alla
censura fascista non era sfuggito uno dei primi libri editi dalla einau-
di, il Diario di guerra di leonida bissolati. il volume era stato sequestra-
to perché troppo critico verso i capi militari della prima guerra mon-
diale. era l’inizio della fine per la neonata casa editrice? Forse sí. biso-
gnava correre ai ripari. luigi einaudi decise di rivolgersi direttamen-
te al capo del governo. cosí, pochi giorni prima che L’America al bivio
andasse in libreria, einaudi scriveva a mussolini una lettera dignitosa
ma preoccupata. È un documento del clima e degli obblighi di quegli
anni:

53
« america amara »

Torino, 2 luglio 1934


eccellenza,
purtroppo accade che io sia anche questa volta indotto a chiedere all’e. v.
un colloquio ad occasione di incidente occorso ad uno dei miei figli. Fu se-
questrato qui il volume Diario di guerra di leonida bissolati edito appunto
da mio figlio e questi fu diffidato a non svolgere attività editoriale contraria
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alle direttive del regime. Poiché consegnai io il manoscritto a mio figlio, do-
po averlo letto, desidero esporre all’e. v. alcune meditazioni in merito.
se ella me lo consentirà, vorrei in quello istesso mentre esporle altresí
qualche riflessione di carattere generale economico intorno a cui ho conclu-
so, dopo meditazione, esservi in italia una sola persona alla quale valga la
pena di manifestarle.
Ricevendo avviso il giorno prima, mi recherò senz’altro al luogo dall’e. v.
fissato. Dell’e. v. devotissimo
luigi einaudi

Non so se mussolini abbia poi ricevuto einaudi. Quando apparve


il saggio di Wallace era però rabbonito verso l’editore, ma non verso
il padre. in un articolo scritto per l’universal service e pubblicato nel
« Popolo d’italia » del 17 agosto 1934 mussolini recensí Wallace molto
favorevolmente, ma lanciò una frecciata al professor einaudi:
un libro che ha un titolo di questo genere è grandemente attirante e quando
poi si aggiunga che l’autore è l’economista Wallace, il quale fa parte dell’at-
tuale governo Roosevelt, la curiosità vi spinge sulle pagine e ve le fa leggere
senza pause da cima a fondo. il libro è breve e sarebbe di piú comoda lettura
se il prof. senatore einaudi non avesse accollato alle 100 pagine del testo una
introduzione di ben 37 pagine, una specie di glossa prolissa a un testo che è
straordinariamente chiaro e che avrebbe dovuto imbarazzare profondamen-
te un cultore superstite del liberalismo. a meno che non sia anch’egli sulla
strada di Damasco.

mussolini vedeva infatti la contraddizione, per un liberista come ei-


naudi, di dovere avallare il pensiero di Wallace e il suo libro « che è un
atto di fede, ma anche una requisitoria tremenda contro l’economia
liberale che ha fatto il suo tempo e concluso il suo ciclo. alla doman-
da: che cosa vuole l’america? si può rispondere: tutto, fuorché il ri-
torno all’economia liberale ». Per cogliere il senso storico e per collo-
care con esattezza l’ideologia antiliberista del fascismo nel contesto

54
ix. la crisi del 1929

della crisi mondiale capitalistica è utile ricordare che quando il New


Deal prese l’avvio negli stati uniti, siamo agli inizi del 1933, in italia
era stato fondato l’iRi e il fascismo avviava una politica di intervento
pubblico in economia che appariva, in teoria e di fatto, la negazione
della incontrastata libertà del mercato. la questione era perciò attua-
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le e aperta e il volume di Ruggiero usciva nel momento piú delicato,


anche dal punto di vista editoriale. era una indagine in tempo reale la
cui conclusione suonava come una profezia coraggiosa sulle conse-
guenze soprattutto morali del New Deal; un esperimento che, sono le
ultime righe del libro, « potrà veramente condurre alla trasformazio-
ne radicale del gigantesco disordinato prodigo devastatore spietato
sistema capitalistico americano ». e meglio di cosí non si sarebbe po-
tuto dire delle ragioni che avevano portato alla crisi.
ma nella descrizione di Ruggiero il motivo ispiratore del New Deal
non era soltanto di natura morale. Rileggere oggi questo vivo raccon-
to di due anni decisivi della democrazia americana, significa riscopri-
re, come tento di fare in queste pagine, un tempo della storia del
Novecento che ha il segno, mi sembra, della verità della politica.
l’immagine non è retorica. infatti, sembra essersi perso il gusto della
politica costruita giorno dopo giorno (è stato questo il valore “creati-
vo” del New Deal), del rapporto di fiducia da stabilire tra chi governa
e chi è governato, del coinvolgimento dei cittadini nella sperimenta-
zione di programmi sociali, culturali, economici che rappresentino
gli interessi generali e non quegli degli individui che si difendono
dalla società. Per questo, una interpretazione storica corretta e com-
plessiva di tali questioni non può, oggi, che mettere in grande rilievo
il ciclo politico aperto nel 1933 per dare una prospettiva alla società
americana in crisi. Penso che ancora nel 2013 sia utile l’individuazione
di una ulteriore chiave di lettura dell’esperienza del New Deal per-
metta di sottrarsi a una scelta tra le tesi di quegli storici che giudicano
il New Deal come un consapevole meccanismo messo in moto per
salvare il capitalismo, e le tesi di coloro che attribuiscono al New Deal
quel significato politico, cui sopra si è accennato. le due tesi, in so-
stanza, non sono contrapposte; e appaiono intercambiabili anche le
interpretazioni puramente ideologiche del New Deal, da quella liberal
a quella portata avanti dalla sinistra radicale americana (in particolare

55
« america amara »

dalla diffusa rivista « New left ») che spesso hanno svilito i molteplici
e democratici elementi di novità del New Deal appiattendoli su uno
sfondo celebrativo etico-politico oppure in senso riduttivo economi-
cistico. l’opera del New Deal era invece indirizzata verso obiettivi
molto piú estesi. la ripresa (relief ) economica, la “rimessa in moto”
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non era il solo oggetto della politica di Roosevelt. Questo lo mette


bene in luce il saggio di Ruggiero e lo confermerà H.W. arndt nel
1943: il New Deal « tentò di combinare la ripresa con la riforma socia-
le ». l’intensità di questa combinazione è confermata dall’appoggio
che Roosevelt ebbe da parte dei grandi sindacati americani (e anche
dai lavoratori non sindacalizzati) e dalla spinta democratica che ebbe-
ro gli stati uniti nel lungo periodo in cui Roosevelt fu alla presidenza
(dal 1933 al 1945). si può credere che anche questa spinta verso una
trasformazione delle strutture esistenti, verso le riforme sociali, faces-
se parte del “disegno del capitale”, della smithiana “mano invisibile”?
la politica economica del New Deal fu duramente osteggiata e in
parte smantellata dall’opposizione delle forze conservatrici america-
ne, i tradizionalisti, il partito repubblicano, le grandi imprese, una
corte suprema reazionaria. ma anche un economista innovatore co-
me schumpeter parlò, in Business Cycles (1939), di un « preconcetto
anticapitalistico » che il New Deal aveva manifestato nei suoi atti legi-
slativi e di governo, e soprattutto nello spirito che li aveva animati.
Tesi, questa di schumpeter, che fu appunto (lo ricordano due econo-
misti della sinistra americana, Paul baran e Paul sweezy, autori nel
1966 del famoso Monopoly Capital) « calorosamente salutata da con-
servatori e reazionari, economisti e non economisti ».
È probabile che alcuni esiti keynesiani della politica economica del
New Deal (quali, ad esempio, la svalutazione della moneta – Roose-
velt svalutò il dollaro del 40% – la politica degli investimenti pubblici,
la lotta contro la disoccupazione, la riduzione del saggio di interesse)
abbiano fatto pensare a una certa affinità di Roosevelt con le idee di
Keynes, ma non è cosí: l’opera di Keynes tendeva a migliorare il fun-
zionamento del meccanismo economico-sociale esistente, a rimet-
terlo in moto, senza però modificare la struttura sociale del liberismo,
che per Keynes era tra « i fondamenti del sistema economico nel qua-
le viviamo ». Di qui, come è stato osservato, « la tendenza a maschera-

56
ix. la crisi del 1929

re i contrasti sociali » e l’inconciliabilità tra l’inattaccabile proprietà


privata dei mezzi di produzione, sostenuta da Keynes, e la socializza-
zione degli investimenti produttivi voluta da Roosevelt. Di questo
problema, teorico e pratico, non avrebbe potuto certo occuparsi Rug-
giero. l’opera teorica fondamentale di Keynes apparirà nel 1936. ma
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certe sue idee riguardo la crisi erano ben note già agli inizi degli anni
’30. È interessante perciò, per completare il quadro che Ruggiero ha
disegnato, accennare al fatto che Keynes si recò negli stati uniti nel
1934 ed ebbe un colloquio con Roosevelt. secondo l’ironico com-
mento del maggior biografo di Keynes, R.F. Harrod, bisogna com-
piere « sforzi particolari per accertare se Roosevelt fu davvero profon-
damente impressionato da questo colloquio ». D’altronde, alla fine
del 1933, mentre l’amministrazione Roosevelt era tesa fino allo spasi-
mo nel varare progetti e programmi, Keynes aveva inviato al presi-
dente una lettera aperta che, al contrario di quanto apparve a diversi
osservatori del New Deal, era piú critica che solidale, dato che per
Keynes il New Deal non era altro che uno « sperimentalismo medita-
to » da applicare, però, « nell’ambito del sistema sociale esistente ».
mario einaudi chiarirà molto bene in The Roosevelt Revolution questo
controverso concetto di “sperimentazione”:
New Deal significava movimento, sperimentazione, sforzo costante per man-
tenere un giusto equilibrio tra le forze economiche, ricerca di nuove politi-
che, e iniziativa nell’affrontare le crisi. la riuscita del New Deal la si dovette
appunto a questa elasticità, a questa prontezza ad assumere rischi, non già ad
una politica di prudenza, di elusione di conflitti, al timore di offendere inte-
ressi costituiti.

l’etichetta di sperimentalismo o di pragmatismo ha comunque ac-


compagnato e seguito il destino del New Deal anche se un grande
pragmatico per definizione, il filosofo Dewey, leale sostenitore dei
valori democratici del programma rooseveltiano, parlerà nel 1937 del-
la necessità di un « controllo sociale della produzione ». la definizione
di politica pragmatica può dunque essere accettata, ma a condizione
che del pragmatismo del New Deal si abbia una rappresentazione piú
incisiva di quanto non sembrino averla avuta i suoi critici. anche
queste riflessioni vogliono essere un breve e sommario invito alla ri-

57
« america amara »

lettura del saggio di amerigo Ruggiero. Da questo racconto del pri-


mo New Deal bisogna infatti partire per meglio intendere quel plu-
svalore ideale che era nelle intenzioni del Brain Trust rooseveltiano
(da Rexford Tugwell a adolphe berle a Henry Wallace) di provocare
una serie di riforme sociali decisive: quelle che porteranno alla nasci-
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ta e al successo del Welfare State. il nodo creativo del New Deal è dun-
que in tempi di colpevole liquidazione di quella esperienza, da ripen-
sare. e non è detto che proprio la lettura (se l’editore einaudi volesse
ristamparlo) del minuzioso racconto di Ruggiero non possa servire a
questo. Non è casuale, infatti, che proprio nel luglio 2013 negli stati
uniti venga lanciato dal Bureau of Economic Analysis una “grande idea”:
far entrare la creatività nell’economia, dare importanza ai valori della
fantasia, della ricerca disinteressata, della cultura. « l’errore è quello di
non considerare come voci attive del bilancio economico i beni im-
materiali ». cosí il « New York Times ».

58
X

I L N EW D EAL E L’ITALIA
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Nel 2013 vi è una grande fioritura di saggi storici sul ruolo di Roo-
sevelt nella seconda guerra mondiale. È un gran passo avanti negli
studi. ma i luoghi dove il ricordo del presidente sarebbe, per dir cosí,
piú congeniale (le maggiori università, i sindacati, le città e i villaggi
della vallata del Tennessee, lo stesso partito democratico) stentano
ancora a ritrovarne la memoria. eppure, è stata la piú lunga presiden-
za della storia di questo paese; forse la piú drammatica.
Ricordo che nel centenario della nascita, nel 1982, vi furono alcune
manifestazioni celebrative, ma solo grazie al dinamismo di un giova-
ne e oscuro impiegato, elettore del partito democratico. una piccola
università dello stato di New York, la Hofstra university, ha poi or-
ganizzato un convegno di studi e infine il settimanale radicale « The
New Republic », prestigioso ma non molto diffuso, ha dedicato a Roo-
sevelt la copertina e alcuni articoli di notevole livello politico e anali-
tico; tra questi la testimonianza di Joseph alsop che definí Roosevelt:
« l’uomo aperto che ha aperto l’america ».
ecco, a questo uomo aperto che si è trovato ad affrontare la piú
grave crisi sociale ed economica del capitalismo moderno e la guerra
piú feroce del nostro secolo, noi oggi pensiamo come a un uomo co-
raggioso che ha sentito il dovere del governare, che ha dato un conte-
nuto reale alla parola riforma, che ha dato un significato al concetto e
alle pratiche della democrazia americana. se gli stati uniti non sento-
no l’orgoglio di avere, con Roosevelt e con il New Deal, raggiunto uno
dei punti piú alti della loro storia, allora vuol dire che i cambiamenti
avvenuti anche nell’america di Obama sono meno profondi di quan-
to non appaia agli osservatori esterni. staremo a vedere. È certo, però,
che l’opera di abrasione del rooseveltismo compiuta negli anni di mc-
carthy e della guerra fredda (e forse il maccartismo è nato proprio
per liquidare il mito democratico del New Deal ) ha agito in profondi-
tà, almeno fino all’avvento di Kennedy. ancora nel 1959, nella nota
editoriale a un pamphlet americano sulla politica estera di Roosevelt

59
« america amara »

(tradotto in italiano con il titolo Lo stalinista Roosevelt) si diceva espli-


citamente: « il mondo risuona ancora dei nomi di Hitler e di stalin,
ma del presidente americano si son perse le tracce ». Da allora, il silen-
zio si è ancor piú addensato. Tuttavia, se Roosevelt e il New Deal sono
un problema che, oggi, riguarda probabilmente gli storici piú che i
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politici, ciò non vuol dire che la loro conoscenza debba essere fram-
mentata e affidata esclusivamente a qualche specialista dell’economia
o della storia costituzionale degli stati uniti. il problema è invece di
grande attualità se si pensa alla attuale qualità culturale della propa-
ganda politica del partito repubblicano. come è stato recentemente
osservato, c’è ancora « chi ha paura di Franklin Delano Roosevelt ».
Perché? la risposta sarebbe semplice.
il progetto di Roosevelt, e del Brain Trust che con lui ha collaborato
dal 1933 al 1945, è stato di ampio respiro. si trattava, anzitutto, di fare
fronte a una sconvolgente depressione provocata dal capitalismo rug-
gente degli anni ’20, il decennio che già allora era definito, sia negli
stati uniti che in europa: l’era della “stabilizzazione”. una schiera di
speculatori, di affaristi, di banchieri, aveva travolto uno dei paesi piú
ricchi del mondo. il New Deal fu, ripetiamolo, la risposta a questa ir-
razionalità. Roosevelt tentò di organizzare la ripresa del sistema pro-
duttivo, ma fece anche qualcosa di piú: volle procedere a profonde
riforme sociali. l’intensità di questa combinazione tra ripresa e rifor-
ma è, come si è detto nel capitolo precedente, la chiave della demo-
crazia rooseveltiana.
in realtà, la ripresa produttiva presupponeva la tanto temuta piani-
ficazione dell’economia che era, certamente, nei programmi e nelle
teorie dei newdealisti e di cui diedero prova con la Tennessee Valley
Authority. seguendo questa strada non si poteva piú tornare indietro.
bisognava andare avanti con gli strumenti di una democrazia reale,
cioè affondata nelle strutture del paese, e che di giorno in giorno si
caricava di una ideologia progressista. Questa semplice e necessaria
verità conquistò subito la maggioranza degli americani e la stessa op-
posizione conservatrice dovette ridimensionarsi già a partire dal 1934.
Ha ragione perciò la sensibile e colta eleanor Roosevelt a ricordare
nelle sue memorie il sostanziale consenso del popolo americano alle
iniziative dell’amministrazione:

60
x. il new deal e l’italia

Quando io mi volgo a guardare il passato, gli anni dal 1934 al 1936 mi appaio-
no come i piú tranquilli e i meno ansiosi di quanti passammo alla casa bian-
ca. le riforme introdotte cominciavano a rimettere il paese in condizioni di
maggiore equilibrio; tra capitale e lavoro e tra presidente e congresso esiste-
va, in generale, una buona armonia e nella nostra vita di famiglia eravamo
riusciti ad adattare le nostre tradizioni e le nostre abitudini alle esigenze del-
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la casa bianca, formandoci il modello che seguimmo anche negli anni se-
guenti.

Dunque, anche privato e pubblico si incrociano. Questa fusione di


intenti sarà una cura energica per il sistema politico ed economico
americano degli anni ’30; diverrà un richiamo alle responsabilità indi-
viduali e collettive. Finalmente, il tradizionale rigore morale puritano
usciva dal rispetto puramente formale e retorico di norme e di com-
portamenti tradizionali, per divenire uno stimolo a quella « trasforma-
zione dei valori» da Roosevelt considerata indispensabile per dare
identità e legittimità alle classi dirigenti americane. Fu anche questa
unificazione tra progettualità sociale e tensione morale a generare l’ac-
cusa, rivolta poi a Roosevelt, alla moglie eleanor e al gruppo dei
newdealisti, di essere sovversivi e “comunisti”. e se ne vedranno le
conseguenze negli anni ’50, e non solo negli stati uniti. Persino il no-
stro presidente del consiglio di allora, alcide De Gasperi, in una con-
ferenza stampa del febbraio 1954, si lasciò andare dicendo che «la pian-
ta malvagia del comunismo era nata e cresciuta nel clima rooseveltia-
no». molte sono, dunque, le ragioni di un ricordo non superficiale di
Roosevelt. e forse comincia solo in questi ultimi anni, almeno in italia,
una riflessione oggettiva sulla figura e sull’opera di questo presidente.
crediamo quindi di dare un contributo in questa direzione pubblican-
do brani inediti tratti dal diario di Rexford Tugwell del 1934.
il diario di Tugwell, insieme con altri importanti documenti sul
New Deal, fa parte del materiale raccolto durante un mio recente
soggiorno negli stati uniti. esso si trova nella sezione manoscritti
della «Franklin D. Roosevelt» library di Hyde Park. Rexford Tugwell
fu il “cervello” del “trust dei cervelli” di Roosevelt. Professore alla
columbia university, fu assistente del presidente nel 1933-’34 e, dal
1934 al 1937, sottosegretario di stato all’agricoltura. cariche apparen-
temente di non grande rilievo; ma, nella sostanza, Tugwell fu l’uomo

61
« america amara »

che gettò le basi di tutti i progetti di razionalizzazione e di pianifica-


zione elaborati dal New Deal. Nemico del laissez faire, Tugwell teoriz-
zò una larga democrazia e un controllo effettivo dello stato sul capi-
talismo privato. idee, queste, che cominceranno in quegli anni a cir-
colare anche in europa, in paesi con sistemi politici diversi: dall’italia
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fascista alla spagna repubblicana e democratica, alla Francia del Fron-


te popolare. con un viaggio compiuto in europa nel 1934 Tugwell
stabilí, attraverso conferenze, colloqui con uomini politici, dibattiti
con la stampa, un primo contatto tra l’esperienza in corso del New
Deal e quanto anche in europa stava maturando sul tema della crisi.
Di questo viaggio Tugwell tenne un diario. le pagine espressa-
mente tradotte che qui pubblichiamo si riferiscono al suo soggiorno
in Francia e in italia dove, tra l’altro, Tugwell pronunciò un impor-
tante discorso all’istituto internazionale di agricoltura di Roma ed
ebbe un colloquio con mussolini.
ottobre 1934
Dopo quattro giorni in Francia le mie idee cominciano a quagliare. Ho
parlato con la gente dell’ambasciata, coi giornalisti, con alcuni amici ameri-
cani e con un certo numero di francesi di vario tipo. il ministro dell’agricol-
tura è fuori, per cui non posso vederlo.
c’è qualcosa che incombe, qui. credevo che il belgio avesse appena co-
minciato a fronteggiare il suo problema; ma in Francia non se ne vede l’ini-
zio. il costo della vita è altissimo; il problema dell’agricoltura è grave. Dap-
pertutto si parla di trasformazioni. Doumergue fa una politica conciliante
che ha promesso tanto ma ha fatto poco e dubito che farà mai molto. Qui, la
teoria che l’europa possa finire nel caos per una serie di guerre civili o inter-
nazionali futili o insignificanti non sembra cosi fantastica. mentre scrivo, in
spagna ci sono disordini che potrebbero finire in un regime fascista. la gente
è stanca della lentezza e dell’inefficienza della democrazia; ma non si sa or-
ganizzare e portare avanti le rivoluzioni. in particolare, non mi sembra pos-
sibile che accada in Francia. Qui la gente è universalmente acculturata da
generazioni. i francesi sono troppo logici e troppo intelligenti per seguire
stupidi condottieri. Tuttavia, nonostante l’abilità dei politici, le pressioni so-
no esercitate in modo troppo uniforme perché si generi uno squilibrio pro-
pizio alla rivoluzione. alcuni movimenti intellettuali che denunciano l’im-
patto della tecnica industriale sulla loro civiltà, appaiono come l’indispensa-
bile preludio a qualche grande mutamento. come stanno le cose, c’è soltan-

62
x. il new deal e l’italia

to un vasto, universale scontento che resta indefinito. sembra che dall’italia


non spiri alcuna corrente di pensiero in questa direzione. Non è improbabile
che il belgio, se farà qualcosa di nuovo, possa mostrare la via alla Francia.
Non sono che impressioni, che contano poco. ma per il momento non ho
niente di piú definito. la Francia mi è sempre parsa un paese retrogrado e
classicheggiante che cercava di essere una potenza mondiale. lo sembra an-
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cora. Qui le cose non accadono per prime, ma quasi per ultime. ci sono pa-
recchi giovani francesi che s’interessano a quello che facciamo noi e che fa
l’inghilterra, ma non hanno pubblico. e tuttavia c’è da sperare piú in loro che
nelle macchinazioni degli attuali politicanti
mi sono fermato al residence, ho lavorato e ho incontrato gente nel nuovo
edificio dell’ambasciata quasi l’unico che abbiamo ad essere adeguato. Ospita
tutte le nostre attività ed è veramente qualcosa di cui andare fieri.
È tipico di questa carriera che sia dovuto venire in Francia per scoprire
qualcosa del giovane movimento socialista belga. là avevo fallito completa-
mente. Tuttavia è stato Peli qui che mi ha messo in contatto coi giovani
francesi. Qui i diplomatici di carriera sono dilettanti intelligenti, interessati a
tutto ciò che accade ma un po’ indolenti e inclini alla mondanità. sono ame-
ricani amabili di alta estrazione sociale, ma hanno appena sentore del New
Deal. Nessuno di loro gli è veramente ostile ma sembrano meno propensi ad
approfondirlo che a vederlo come un movimento generale in un vasto con-
testo storico. l’ambasciatore deve essere stato un valente uomo d’affari. È
nato nella ricchezza e l’accetta come un attributo normale, ma è ebreo e an-
che scaltro. sta avviando qualcosa, nel groviglio del debito bellico, che può
dare i suoi frutti. lo vado mettendo a fuoco insieme a tante altre impressioni
che ritengo opportuno non mettere per niente sulla carta. avevo sperato di
vedere Dodd nonostante le istruzioni di non andare in Germania. l’ho chia-
mato questa mattina sperando d’incontrarlo in Germania, mentre tornavo da
Roma. era fuori, ma si metterà in contatto con me piú tardi. una sua lettera
mi annunciava in termini perentori che aveva alcune cose da dirmi. vorrei
sentirle. anche Parigi mostra segni di pressione. Hanno espulso tutti i lavo-
ratori stranieri ma la disoccupazione cresce. molti negozi sono chiusi. la fine
del turismo li ha colpiti duramente. in qualsiasi altro paese si potrebbe predi-
re qualcosa. si aggrappano ancora tenacemente all’oro. lo molleranno solo
in extremis, ma sono certo che ci arriveranno. Fino allora, le tensioni continue-
ranno ad accumularsi. strauss è assolutamente contrario, per ora, ad avviare
trattative commerciali e anch’io sono d’accordo per ragioni che dirò poi.

3 ottobre 1934
mi sembra che alcune delle cose che cercavo di dire ieri le abbia dette

63
« america amara »

shakespeare nel sonetto (ii) che inizia: quando quaranta inverni faranno as-
sedio alla tua fronte, con i versi:
Questo figliolo è mio
assolverà il mio debito, rende
scusabile ch’io invecchi
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provando, col succedere alla tua


bellezza, la sua!

indubbiamente è un tema centrale di molte belle espressioni. È strano


come uno resti colpito da qualcosa che poi ritrova e sente dappertutto.
Forse è perché sono totalmente distaccato dal problema americano come
non ero mai stato da molti anni che questi temi senza età mi occupano la
mente come non accadeva da tanto – questo e un certo problema psicologico
insoluto che vieta ogni parvenza di felicità ai miei pensieri – e anche, scopro
ora che l’interesse per i residui d’un vecchio mestiere diventi abbastanza for-
te da occuparmi la mente sia pure per poco. e va avanti cosí da molto tempo.
in queste condizioni, non dovrei ormai avere piú appigli per vivere se non
fosse per gli obblighi impegnativi ed eccitanti del servizio.
ieri sono stato al ministero dell’agricoltura a vedere un paio di funzionari.
e ieri sera morris aveva invitato a cena uno degli esteri che sarà incaricato di
negoziare il trattato commerciale. sembrava abbastanza realista, e la cosa
probabilmente andrà in porto anche se non ne verrà fuori un granché. la
visita a lovanio nel pomeriggio è stata piú interessante, emotivamente in
biblioteca, e praticamente negli uffici del boorenbund – il sindacato degli
agricoltori che non solo ha una società di credito cooperativo ma compie
esperimenti su larga scala e gestisce fattorie per incrementare la produzione
di bestiame e mangimi. Deve essere l’unico al mondo che fa questo tipo di
lavoro.

10 ottobre 1934
sono stato felice di lasciare l’atmosfera dell’ambasciata di Parigi, l’altro
ieri – non che strauss non sia stato il piú amabile possibile, ma mi sento sem-
pre a disagio quando vivo su quel piano. la gita a bordeaux è stata piacevole
e interessante – mi sono riaffiorati ricordi della zona degli châteaux. il P-0
passa per la valle della loira e dal treno si possono vedere parecchi castelli. il
console di qui, Findlay, ci è venuto incontro con la notizia che Re Pietro [è un
lapsus si tratta di re alessandro di iugoslavia] e barthou [ministro degli esteri
francese] erano stati assassinati a marsiglia. Non vedo che differenza faccia,
tranne che potrebbe affrettare il declino dell’influenza francese nei balcani.

64
x. il new deal e l’italia

barthou era al corrente dell’idea di strauss sui debiti e bisognerà ricomincia-


re tutto da capo.
ieri abbiamo visitato la regione dei vini bianchi insieme al console e al
segretario dell’associazione vinicola. abbiamo sostato a château climens
(barsac), château sudirirant, château Yquem e château Filbot. ci siamo
fatti un’idea chiara dei metodi sauternes. ma la colazione da Oliver a lango-
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no per poco mi spediva all’altro mondo, dopo tutto il cibo irresistibile che
abbiamo inghiottito da quando abbiamo lasciato l’inghilterra. la sera siamo
andati a cena col console e i suoi assistenti a château Trompette, a bordeaux
– un altro pasto memorabile se fossi stato in grado di consumarlo. abbiamo
assaggiato tutti i vini e la mia competenza, piuttosto scarsa, si è arricchita.
Oggi andiamo nella regione del vino rosso, a vedere come fanno. ieri sera,
una lunga conversazione ha gettato un bel po’ di luce sui problemi del con-
sole e anche sul declino del commercio come fattore di rilievo nella politica
economica nazionalista di tutti i paesi oggi.
È arrivato un telegramma da H.a. che approva il discorso per Roma.

14 ottobre 1934
il secondo giorno nel bordeaux, il console aveva programmato che Jean
cruse c’illustrasse il medoc. siamo andati a mouton Rothschild, a lafitte,
Pontet canet, dove abbiamo mangiato, e in parecchi altri posti, abbiamo
preso il tè a contemerle siamo ritornati a bordeaux e poi siamo andati a li-
bourne e abbiamo mangiato con un americano superstite della guerra – su-
blette.
la mattina seguente siamo andati in macchina da charles van Ripers
(l’amico di Knowles Ryerson) a Toneins (alta Garonne) e ci siamo fermati
per la notte. l’indomani mattina abbiamo preso il treno ad agen per marsi-
glia, dove siamo arrivati alle 6,30. abbiamo mangiato a basso – dove non ho
mangiato la bouillabaisse. smith, dell’istituto di entomologia, ci è venuto
incontro e ci ha portato in macchina a Hyères, dove questa mattina mi sono
svegliato col sole della riviera che inondava la stanza e ho potuto vedere di
nuovo dalla finestra il mediterraneo, il Polius, la buganvilla e i pini. in matti-
nata darò un’occhiata ai nostri laboratori e proseguirò per cannes.

Roma, 18 ottobre 1934


Non ho scritto nulla per una settimana, un po’ per i continui spostamenti
e per abituarmi a una nuova ambasciata e un po’ anche per un profondo di-
sagio della mia situazione personale e di quella mondiale, disagio che non
riesco a scrollarmi di dosso. Penso che sia perché avrò qualche settimana per
osservare le cose da spettatore e quindi piú tempo per rendermi conto dell’as-

65
« america amara »

soluta impossibilita di fare qualcosa che ci avvicini alla soluzione del proble-
ma socio-economico della nostra generazione. Questo pessimismo, misto a
una grande infelicità personale che ormai non mi lascia piú, ha quasi paraliz-
zato la mia capacità di agire. in realtà, dopo van Ripers, ho attraversato in
treno fino a marsiglia una terra che ha sempre avuto per me un fascino par-
ticolare, e da lí sono arrivato in macchina a Genova passando le notti a Hye-
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res, cannes e alassio, e dalla notte di martedí 16 sono stato ospite di long.
Ho fatto tutto questo in una specie di trance. Ho avuto colloqui e riunioni.
Niente di tutto ciò mi sembra degno di essere riportato perché, non avendo
un lavoro quotidiano da svolgere, mi sono convinto che non possiamo sfug-
gire al disastro – ma forse è colpa di questa specie di nebbia che sembra porsi
fra il mio pensiero e la mia mente.

19 ottobre 1934
Ho avuto ormai molti colloqui con long, col consigliere Kirk, con Kitt-
man e Harrison. credo di poter dare al Presidente uno schema adeguato del
loro carattere se, quando torno, sarà ancora interessato al suo personale come
quando sono partito. Ho ricevuto una lettera di Dodd da berlino, in cui mi
dice che mi può incontrare a costanza, e gli ho risposto fissando l’appunta-
mento per il 28. abbiamo accuratamente alterato le nostre lettere facendo ri-
ferimento a questioni agricole e a casuali coincidenze; ma ci siamo capiti be-
nissimo. sento dire che dovrò incontrarmi con mussolini; ma il momento
non è stato ancora fissato. Da londra ho inviato in patria il discorso che devo
fare all’istituto. H.a. lo ha approvato per telegramma. steve early ha telegra-
fato che Hull accettava il mio discorso purché lo facessi da privato e non uffi-
cialmente. aggiungeva che secondo il Presidente questo non era possibile.
Non so che pensare, ma evidentemente Hull disapprova mentre il Presidente
vuol far capire che a lui sta bene. in ogni modo ho apportato alcuni cambia-
menti e li ho telegrafati a H.a. chiedendogli di sentire early e di telegrafarmi.
Questo potrebbe provocare un incontro tempestivo tra Hull e H.a. che avrà
come risultato il mio richiamo o il divieto di fare il discorso o qualcosa altret-
tanto insulsa. Naturalmente a Hull non piacerà quello che dico. la sua teoria
è, come mi ha detto piú volte, che quando devi tagliare la gamba a un pazien-
te non dovresti mai dirglielo. in altre parole, è favorevole alla segretezza
dell’operato. beh! la mia teoria e che nella vita pubblica occorrono l’appoggio
e la comprensione, altrimenti ti s’impedirà di fare qualsiasi cosa. Perciò sono
sempre tentato di parlare apertamente, di offrire alternative e spesso di batter-
mi risolutamente per una di esse. D’altro lato, nelle faccende amministrative
sono arrivato alla conclusione che è meglio non parlare dei possibili vantaggi
ma di evidenziarli solo quando sono stati ottenuti. se dici quello che speri di

66
x. il new deal e l’italia

fare metti molta gente in condizione di avvantaggiarsene e molta altra in con-


dizione di prevenirti o ostacolarti. Fin quando avremo una stampa a monopo-
lio privato, malevola e venale, sarà difficile ottenere un aiuto organizzato.

19 ottobre 1934
comunque, quanto al discorso, ho detto chiaramente che l’isolamento
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economico ha i suoi vantaggi, che seguiterà e che perciò è finito il tempo del
laissez faire. Questo pone un problema di disegni organizzativi internazionali
e prima ci dimentichiamo della vecchia revisione tariffaria e meglio è perché
finalmente potremo mandare avanti il lavoro vero. Per Hull tutto ciò è natu-
ralmente un pugno in faccia, ma in sostanza è quello che io e il Presidente
abbiamo concordato a Hyde Park il giorno prima che m’imbarcassi, anche se
lui naturalmente non aveva visto una parola di quello che avevo scritto. avrei
voluto annotare qui la conversazione straordinariamente interessante che ho
avuto con lui nelle prime settimane di settembre, ma non ne ho ancora avu-
to la forza.

20 ottobre
Ho scambiato qualche parola con R.R. enfield e l’ho trovato molto pessi-
mista sulla situazione economica e politica mondiale. era d’accordo che l’at-
tuale prosperità dell’inghilterra è passeggera e che neanche lí stanno facendo
niente di fondamentale. Trovo che l’italia sta facendo molte cose che mi
sembrano necessarie. e a ogni modo si sta ricostruendo materialmente in
maniera sistematica. Qui la brava gente si preoccupa del bilancio, eccetera.
certo mussolini ha gli stessi oppositori di F.D. Rooswelt. ma ha il controllo
della stampa, per cui non possono urlargli menzogne ogni giorno. e ha una
nazione compatta e disciplinata anche se priva di risorse. almeno in superfi-
cie, sembra aver fatto enormi progressi. ma ho qualche domanda da fargli
che potrebbe imbarazzarlo, o forse no. mi dicono che ha il senso dell’umori-
smo e un modo di fare diretto, sempre che si riesca a restare completamente
soli con lui.

22 ottobre 1934
la certezza matematica che tutto quello che scrivo e imposto da qui sarà
quanto meno letto m’impedisce di buttar giú alcune notazioni che mi piace-
rebbe registrare.
Negli ultimi due giorni ho visitato le paludi Pontine in via di bonifica
(dove non ho riscontrato nulla di qualche rilievo o interesse dal punto di vista
dell’organizzazione sociale), sono stato a due pranzi e ricevimenti, ho fatto
qualche giro turistico e ho letto dal principio alla fine il nuovo libro di H.a.
New Frontiers che mi è arrivato qui.

67
« america amara »

Parlando con long vedo che anche lui è d’accordo che gli attachés all’agri-
coltura e commercio dovrebbero passare al Dipartimento di stato.
si sta verificando una situazione curiosa e della massima importanza di
cui l’italia si ritrova al centro. l’italia è decisa a non perdere altro oro sia
perché crede nel suo valore standard sia perché ritiene che alla fine della
crisi i paesi che non avranno subito l’inflazione saranno considerati forti e in
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buona posizione di partenza. conservare l’oro significa ridurre le importa-


zioni, ed è quello che apparentemente è decisa a fare. Nella lista, il cotone e
il tabacco stanno ai primi posti. attualmente, nel campo del rayon e stata
perfezionata una tecnica che permette di sostituire fino al 75, 80 per cento il
cotone, la lana, il lino o la seta con fibre di cellulosa (polpa di legno). Ho visto
il materiale prodotto e al mio occhio di non specialista sembra persino mi-
gliore del cotone puro. si dice che in grandi quantitativi questa fibra può
essere filata a costo inferiore del cotone. l’italia ne esporta circa mezzo mi-
lione di balle l’anno. ma mi dicono che c’è richiesta da quasi tutti i paesi
europei e, naturalmente, abbiamo sentito parlare di qualcosa del genere an-
che in Germania – l’ho persino menzionato nel discorso che farò tra un
giorno o due.
sento parlare anche di un nuovo tipo di fabbrica di cellulosa che produr-
rebbe la materia prima piú a buon mercato degli alberi – molto piú a buon
mercato. Ho chiesto che la cosa venga approfondita.
mettendo insieme tutte queste storie e proiettandole in un mondo futuro
ancora ostico, mi sembra ovvio che ci troviamo di fronte ad anni di sempre
minore commercio e sempre maggiori sostituzioni. inutile dire che tutto ciò
renderà necessario un riassetto degli stati produttori di cotone. Non credo
che si possa impiantare una struttura di trattati commerciali tanto tempesti-
vamente da arrestare questo processo, e in ogni caso la tendenza all’autosuf-
ficienza è forte – molto piú forte di quanto avevo immaginato parecchi anni
fa proiettando nel futuro ciò che vedevo. Tutta l’europa sembra decisa a vi-
vere all’interno dei confini nazionali; e ogni eventuale modifica si verificherà
dietro specifici accordi egalitari – per lo meno cosí mi sembra. e ciò significa
che faremmo bene a prendere le misure necessarie per trovarci economica-
mente preparati.

22 ottobre 1934
mi dicono che dovrò incontrarmi col Duce questo pomeriggio. le riu-
nioni all’istituto inizieranno questa mattina e si pensa che farà un’apparizio-
ne per quella d’apertura.
Di fatto, l’altro giorno, quando sono andato con long a una parata milita-
re, lui mi stava proprio di fronte, sul suo cavallo bianco. È stata un’esperienza

68
x. il new deal e l’italia

sconcertante, in cui rientravano elementi che colpivano la sensibilità ameri-


cana. la sua forza e l’intelligenza sono evidenti come, anche l’efficienza
dell’amministrazione italiana. È il piú pulito, il piú lineare, il piú efficiente
campione di macchina sociale che abbia mai visto. mi rende invidioso.
che dire degli incontri all’istituto per i quali sono venuto qui? il mio
scetticismo per questa istituzione aumenta. mentre l’osservo e osservo il suo
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personale e parlo a coloro che dovrebbero darle una fisionomia, mi chiedo se


potrà diventare quel centro di convegni commerciali ecc. che avevo pensato,
destinato a spianare la strada con le statistiche e a stimolare di continuo il
compromesso. il nostro delegato, il vecchio H.c. Taylor, è verboso è incon-
cludente. sta conducendo un profondo gioco sul nulla, con mosse e contro-
mosse misteriose. Dato il mio crescente pessimismo, ho preferito tenermi in
disparte come capo della nostra delegazione e lasciargli sistemare le cose a
suo piacere, in qualità di delegato permanente, senza impegnarmi in prima
persona. ci sono state molte pressioni per farmi eleggere Presidente dell’as-
semblea. Ho rifiutato recisamente. sento che andrà a un francese, e lord De
la Warr e io saremo i vicepresidenti. Non c’era possibilità di evitarlo. Taylor
ha dato un pranzo l’altra sera per le due figlie e per il segretario di David
lubin. È stata una di quelle spaventose faccende, fradice di sentimentalismo,
dove tutti ricordavano lacrimosamente il grande eroe scomparso senza pos-
sibilità per nessuno di sottrarsi al culto. le figlie ormai sono opulente e sta-
gionate. il mio annoiato disgusto per tutta la faccenda era fin troppo palese,
temo, e mi sono fatto cosí dei nemici di cui non avevo certo bisogno.

69
Xi

M US SOLI N I SC RIVE A ROOS EVELT


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il diario romano di Tugwell (dove si avverte un rispettoso distacco


verso la politica del fascismo) ha un precedente molto significativo in
un contatto che mussolini tentò con Roosevelt subito dopo il suo
insediamento alla casa bianca e del quale non si è mai saputo nulla.
il gesto dissimula una attenzione reciproca sulle iniziative anticrisi
che sia in italia sia negli stati uniti ponevano al centro delle varie
strategie l’intervento dello stato nell’economia di mercato, responsa-
bile in gran parte della depressione. la lettera inedita di mussolini
che qui pubblichiamo è un importante documento storico per molte
ragioni. anzitutto è l’unica lettera che mussolini abbia inviato al pre-
sidente americano ed è un messaggio privato e riservato con toni di
grande cordialità. È stata inviata il 24 aprile 1933, esattamente nel cin-
quantesimo dei mitici cento giorni (Roosevelt si insediò alla casa
bianca il 4 marzo) che segnarono l’esordio del New Deal, e risponde
al vivo interesse che il gruppo di autorevoli collaboratori del presi-
dente, aveva subito mostrato per le iniziative prese dal governo italia-
no per fronteggiare le ondate della crisi (nel gennaio 1933 era stato
creato ad esempio, l’iRi). Roosevelt e i suoi collaboratori (in partico-
lare Tugwell e Raymond moley) erano alla ricerca di un metodo di
intervento pubblico e di impegno dello stato che, senza distruggere
il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e
trasformasse il mercato capitalistico, asociale e incontrollato, in un
sistema sottoposto e ai principi di giustizia sociale e insieme di effi-
cienza produttiva.
ma anche il capo del fascismo italiano guardava al programma del
New Deal con attenzione sia per le iniziative concrete (le leggi, i codi-
ci, gli istituti messi immediatamente in atto dall’amministrazione
americana), sia per lo spirito con cui Roosevelt sgomberava il terreno
dai miti del liberismo. il 7 luglio dello stesso 1933 mussolini pubblicò
per l’Universal Service (un’agenzia giornalistica americana) un articolo,
Roosevelt e il sistema, dove, riferendosi al libro appena pubblicato del

70
xi. mussolini scrive a roosevelt

presidente americano, Looking Forwards (tradotto quasi contempora-


neamente dall’editore bompiani col titolo Guardando al futuro), espri-
me ammirazione per come Roosevelt si era liberato « dai dogmi del
liberalismo economico ».
e aggiungeva: « molti si sono domandati, in america e in europa,
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quanto “fascismo” ci sia nella dottrina e nella pratica del Presidente


americano ». una domanda cui mussolini e alcuni newdealisti cer-
cheranno di dare una risposta in numerosi interventi pubblici e pri-
vati fino a tutto il 1934, quando l’impronta democratica di Roosevelt
cominciò a dare un significato diverso all’orizzonte politico e ideale
che si era aperto negli stati uniti. ma, ancora nel 1934, mussolini
scrisse articoli sull’america che tentava di uscire dalla crisi per l’Uni-
versal Service e per il « Popolo d’italia » e, dal canto suo, Roosevelt inviò
Rexford Tugwell a Roma per incontrare mussolini e studiare da vici-
no le realizzazioni del fascismo. « ciò non significa – ha scritto corret-
tamente John P. Diggins nella sua ricerca Mussolini and Fascism. The
Wiew From America (1972) – che Roosevelt fosse in qualche modo in-
fluenzato da mussolini oppure che il New Deal fosse un figlio bastar-
do dello stato corporativo ».
la lettera di mussolini a Roosevelt e il dono delle riproduzioni dei
codici di virgilio e Orazio (un regalo elegante e ben accompagnato
dalle parole del capo del governo) furono molto graditi dal presiden-
te americano. il ministro Jung e la delegazione italiana, sbarcati a
New York il 2 maggio dal « conte di savoia », furono ricevuti il giorno
dopo alla casa bianca. anche la delegazione americana era al piú alto
livello. Nel dispaccio inviato il giorno stesso a Roma, Jung scrive:
« Ho presentato al Presidente la lettera del capo del Governo e i due
codici laurenziani recati in dono. una ed altri furono altamente ap-
prezzati da Roosevelt che dice di essere bibliofilo. egli risponderà a
s.e. mussolini e rimpiange di non saperlo fare in italiano ». in verità,
il testo in inglese della lettera di mussolini conteneva qualche lieve
imprecisione. ad esempio mussolini avrebbe dovuto chiamare codices
e non manuscripts le riproduzioni di virgilio e Orazio, e scrivere nella
chiusa la parola « stima » non exsteem, ma esteem. vi è anche un lapsus
subito corretto: le « opere poetiche » erano inizialmente « opere poli-
tiche ». ma questo non toglie nulla alla eccezionalità di questo docu-

71
« america amara »

mento, custodito in copia nell’archivio « Jung » e il cui originale, co-


me il diario inedito di Tugwell, si trova nella « Roosevelt » library.
il lapsus sottolinea infatti il senso fortemente politico che musso-
lini intendeva dare alla missione Jung. Roosevelt la pensava allo stesso
modo: il « New York Times » e i giornalisti della catena Hearst pub-
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blicarono foto del presidente con accanto Jung e dietro, in piedi, il


Brain trust quasi al completo. il senso politico, e ideologico, era certa-
mente dentro il problema della grande crisi capitalistica, ma nello
stesso tempo ne diventava autonomo se si pensava alle tensioni idea-
li che in quelle ore serpeggiavano nel mondo. solo tre mesi prima
Hitler aveva preso pacificamente il potere in Germania e in estremo
Oriente il Giappone militarista e autoritario apriva un orizzonte di
incertezza angosciosa per il destino degli stati uniti. Nel corso dei
colloqui, Jung e Roosevelt parlarono anche dell’incognita Hitler sa-
pendo entrambi che mussolini aveva scarsa simpatia per il nazismo e
il suo capo. la prospettiva che si stava delineando era dunque questa:
gli stati uniti e l’italia erano in quel momento gli unici paesi capitali-
stici al mondo che sul terreno economico, sociale e politico cercava-
no una « terza via ». la Francia era ancora lontana dal Fronte popola-
re, i giovani laburisti inglesi erano inchiodati dalle strategie e dagli
obblighi, dell’impero, la spagna, da poco repubblica democratica, era
incerta sul da farsi. la scelta dell’intervento dello stato in economia e
per la sicurezza sociale, avviata dall’italia, non poteva quindi lasciare
indifferenti i riformatori progressisti americani. mussolini ne era tal-
mente convinto che si fece anche divulgatore, attraverso un lungo
articolo dedicato a un libro tradotto in italiano del ministro piú di si-
nistra del governo Roosevelt, Henry Wallace (con cui come sappia-
mo aveva esordito nel 1934 la casa editrice einaudi), pieno di elogi e
di apprezzamenti. appena un anno dopo era tutto finito. ma ecco la
lettera di mussolini tradotta.
mio caro Presidente,
in risposta alla vostra richiesta di avere uno scambio di idee sui problemi
economici e politici del mondo ai quali gli stati uniti e l’italia sono recipro-
camente interessati, ho chiesto al ministro delle Finanze on. Guido Jung di
venire a Washington come mio rappresentante. egli vi dirà con quanto gran-
de interesse io stia seguendo il lavoro del Governo degli stati uniti, per la

72
xi. mussolini scrive a roosevelt

soluzione delle attuali difficoltà del mondo, che soltanto attraverso la mutua
collaborazione e la buona volontà delle nazioni possono essere risolte. È con
grande piacere che ho affidato al signor Jung la riproduzione dei codici di
virgilio e di Orazio che sono conservati alla biblioteca « laurenziana » di
Firenze; il mio rappresentate avrà l’onore di consegnarveli come segno della
mia piú cordiale considerazione. Ho scelto questi due autori non soltanto
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perché le loro opere poetiche sono il piú grande lascito letterario di Roma,
ma anche perché sono esempi di quella nobiltà dello spirito ed umana com-
prensione che credo essere le due qualità fondamentali del carattere ameri-
cano.
con i migliori auguri e con sentimenti di stima, credetemi

sinceramente vostro
mussolini
Roma, 24 aprile 1933 – Xi

73
Xii

“P OLVERE DI STELLE”
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Quante volte abbiamo fin qui ricordato il “1929”? molte volte, ed


è una data alla quale non ci si può sottrarre perché quell’anno appar-
tiene alle svolte della storia. ma per gli americani, nonostante tutto,
quell’anno non è stato solo portatore di meteore drammatiche nel
campo dell’economia. era stato anche un anno che, come sappiamo,
prometteva allegria, ricchezze facili, speranze, nostalgie e per molti
oblio di sé nell’amore e nelle emozioni. a cominciare dalla musica
che quei sentimenti vitali sapeva esprimere, soprattutto negli stati
uniti, nel modo migliore e piú affascinante. ebbene, in quel 1929
molti americani ascoltarono una strana melodia, una canzone che i
dischi diffondevano dappertutto, che compie dunque ottantaquattro
anni e resta tra le piú belle canzoni del Novecento.
Ha un titolo luminoso, ma pare alludere a un declino struggente,
alla perdita di qualcosa. il testo musicale ha la stessa leggerezza e
allusività del titolo e delle parole di una canzone che è tra le piú
belle del nostro secolo. il senso di una fine, se si vuole cercarlo, c’è:
Star Dust chiude, come in una elegia, gli « anni ruggenti ». come
dirà Francis scott Fitzgerald: « Qualcuno aveva commesso uno sba-
glio e l’orgia piú costosa della storia ebbe fine. Nel 1929 la fiducia,
che era il principale fondamento di quell’età, fu violentemente
scossa; di lí a poco tutta la fragile struttura crollò ». e di questa fragi-
lità quale allusione migliore della polvere di stelle, della pura luce
cadente?
È probabile che Hoagy carmichael scrivendo Star Dust non pen-
sasse affatto alla crisi imminente, ma è pur vero che egli, brillante
studente di legge nell’università dell’indiana, era da anni immerso
nel mondo musicale di louis armstrong, King Oliver, benny Good-
man ed era un pianista straordinario. ma forse la novità di Star Dust,
l’eleganza struggente delle sue note ha radici nell’incontro avvenuto
nel 1923 tra carmichael e un jazzman bianco di vent’anni, bix beider-
becke. un personaggio mitico della storia del jazz, dalla cui cornetta

74
xii. “polvere di stelle”

è uscito uno stile musicale che ha un posto particolare tra i grandi di


quell’età e dei tempi successivi del jazz.
bix morirà a ventotto anni bruciato dall’alcol, ma carmichael fu
conquistato dal suo suono purissimo, un suono che un musicista di
quel tempo definiva « la cosa piú vicina al paradiso che abbia mai ascol-
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tato ». Fatto sta che carmichael abbandonò gli studi di diritto e scoprí
con bix un modo diverso di fare jazz. ecco un suo ricordo della fasci-
nazione subita: « Gli interventi di bix non erano aggressivi come quel-
li di armstrong, ma erano caldi e denotavano la scelta molto curata di
ogni nota, bix mi dimostrò che il jazz poteva essere musicale e bello
quanto focoso. mi dimostrò che il ritmo non significava velocità. la
sua musica mi catturò in modo diverso: non so dire come ».
Queste parole sono il segreto di Star Dust: una canzone che ha il
ritmo del jazz ma che in realtà è una canzone « attraversata » dal jazz.
chi legge con attenzione ad esempio la costruzione melodica, le arit-
mie di Paolo conte, chi è sedotto dalle sue canzoni intende meglio
l’originalità di carmichael e di Star Dust. Dalla « polvere di stelle » ver-
ranno, a cominciare dal 1930, altre composizioni indimenticabili di
carmichael, da Georgia on My Mind a Memphis in June ai temi di film
famosi di Wyler, curtiz, Hawks e altri, che hanno educato il nostro
orecchio alle onde lunghe e sinuose del sentimento e delle memorie.
Dunque, carmichael fu, come compositore ed esecutore, un pro-
tagonista degli anni piú intensi della età del Jazz; del jazz nero e bian-
co, e della cultura musicale che vi era dietro: l’« africana », filtrata dal
pianto e dalla gioia dei discendenti degli schiavi, e quella dell’impres-
sionismo francese di Debussy, del tocco di satie, dell’espressività di
stravinskij (debitore a sua volta del jazz di New Orleans).
in incroci musicali cosí particolari tra europa e america si trovò
quindi carmichael insieme all’aristocratico bix. in un saggio del 1991
di aldo lastella, dedicato alla vita e alla leggenda di bix beiderbecke,
si ricorda appunto l’incontro in una sala d’incisione americana tra bix
e « un uomo con la barba, ben vestito e dall’aria europea, che si rivelò
essere maurice Ravel, uno degli idoli di beiderbecke ». era il 12 mar-
zo 1928 e bix, intimidito, dopo avere trascorso una serata con Ravel e
ascoltato un suo concerto gli confessò: « adoro tutto quello che avete
fatto ». ed è singolare che il primo contatto che bix ebbe con louis

75
« america amara »

armstrong fu quando bix eseguí, nel luglio dello stesso anno a chi-
cago, l’Ouverture 1812 di Čajkovskij. armstrong fu affascinato dal « to-
no cosí puro » della tromba di bix e alla fine del concerto si lanciò con
lui in una jam session. Dunque, reciproca cittadinanza tra musica clas-
sica e jazz puro.
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con gli anni ’30 si faranno piú precise le personalità musicali del
jazz americano: esplodono i grandi solisti, le band, i dischi con musi-
che e melodie di stupefacente bellezza. Gli anni ’20 si arricchiscono,
nel decennio successivo, con la svolta dello swing cominciata nel 1935
(è di quest’anno Sophisticated Lady di un coetaneo di carmichael, Du-
ke ellington), ma questa è una data puramente indicativa. in verità,
da Star Dust in poi è come se ci fosse stata una continua rielaborazione
di tutti i canoni del jazz. Fu considerata una fase di transizione, un
tempo in cui, come si diceva, i musicisti neri si trasformavano in bian-
chi e i bianchi si sostituivano ai neri.
Body and Soul, del pianista e band leader Johnny Green, è del 1931.
How Deep Is the Ocean di irving berlin, un fiore all’occhiello della
musica statunitense, è del 1932. Smoke Gets in Your Eyes di Jerome
Kern è del 1933. e che dire di Gershwin, cole Porter, charlie Parker,
Glenn miller e i tanti eccezionali solisti? carmichael aveva però dei
segni particolari, era anche un « cantante-narratore » e piegava la sua
voce all’atmosfera delle canzoni che voleva interpretare: una voce
limpida e sicura, oppure appena accennata, indecisa. c’è ad esempio
una incisione di Star Dust dove accompagna al pianoforte se stesso che
canta come stordito dalla polvere di stelle e ve ne sono altre dove in-
terrompe le parole fischiettando il motivo.
ma l’anniversario di Star Dust non sarebbe completo se non si ri-
cordassero le due autobiografie di carmichael, The Stardust Road e
Sometimes I Wonder che ripercorrono la storia non solo musicale ma
anche letteraria e sociale di un tempo ormai lontano degli stati uniti;
quel tempo che Woody allen ha voluto ricostruire in un film al qua-
le ha dovuto necessariamente dare il titolo Stardust Memories.

76
Xiii

G IORNATE PARTICOLARI:
G LI STATI UN ITI SC EN D ONO I N CAM P O
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Non fu il giorno piú lungo, quel 4 giugno 1944 dello sbarco in


Normandia, a decidere le sorti della Germania e della seconda guerra
mondiale, ma furono cinque giorni brevi, concitati, dal 23 al 28 mag-
gio 1940, cinque giorni di parole, di discussioni, di scambi epistolari,
di polemiche tra Winston churchill, appena diventato primo mini-
stro, e alcuni suoi colleghi conservatori a segnare il destino dell’euro-
pa e forse del mondo. la guerra dilagava ormai da otto mesi e sulla
carta geografica del Nord e dell’Ovest del nostro continente si ap-
puntavano numerose le bandierine con la croce uncinata. Nel resto
del mondo, silenzio: la grande Russia sovietica osservava, tranquilla.
Gli stati uniti d’america osservavano, attenti e lontani. i grandi ami-
ci della Germania, l’italia e il Giappone osservavano in agguato.
a londra, nel salotto di Downing street o alla camera dei comu-
ni, dei signori discutevano e intanto la tenaglia germanica si chiudeva
su 250.000 soldati britannici e 140.000 francesi assediati nel porto fran-
cese di Dunkerque.
sul finire dei cinque giorni di parole, il 27 maggio, cominciava
l’umiliante ricerca di salvezza per mare di questi uomini intrappolati.
Navi per attraversare la manica c’erano ben poche, la Francia era or-
mai in ginocchio (chiederà la pace alla Germania venticinque giorni
dopo), i germani nazisti ridacchiavano: « si spera che i Tommies sap-
piano nuotare » dichiarò quel giorno Hermann Goering, numero
due del Reich. Fino al 4 giugno, l’impresa disperata di riportare in
inghilterra i Tommies e di salvare i loro compagni francesi fu com-
piuta con tutti i battelli possibili, fino ai pescherecci, alle barche a vela,
agli yacht dei ricconi, ma alla fine 88.000 furono fatti prigionieri. an-
che in Normandia lo sbarco del 1944 fu terribile per gli alleati (ora i
compagni degli inglesi erano gli americani), ma la Germania aveva i
mesi contati. alla fine di maggio 1940, nella angoscia di Dunkerque,
erano invece la Francia e l’inghilterra ad avere le ore contate. e noi

77
« america amara »

storici ci chiediamo perché i capi militari e politici tedeschi non die-


dero il colpo di grazia alle truppe nemiche ammassate e disperate
distruggendole con bombardamenti a tappeto. la risposta non può
che essere una sola: la Germania stava vincendo la guerra e Hitler
attendeva con calma la resa dell’inghilterra; come di lí a poco avrà
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quella della Francia e del belgio. ma di risposte ce n’è ancora una, la


piú interessante politicamente: Hitler attendeva l’esito del confronto
di opinioni, nel partito conservatore e nel governo inglesi, tra lord
Halifax, ministro degli esteri, Neville chamberlain (l’uomo di mo-
naco, il primo ministro che churchill aveva appena sostituito dopo
un altro clamoroso smacco delle truppe britanniche nella Norvegia
invasa dai nazisti) e appunto Winston churchill. il confronto era tra
i primi due, favorevoli alla ricerca di una strategia diplomatica, di un
compromesso politico che permettesse un accordo di pace con la
Germania e quindi la rapida risoluzione del conflitto, e churchill,
deciso a proseguire la guerra ma costretto, per cosí dire, a negoziare
questa decisione dopo la disfatta militare di Dunkerque, di fronte alla
forte pressione rinunciataria degli esponenti conservatori piú conser-
vatori degli altri, se non addirittura filotedeschi.
la partita si giocò anzitutto nel Gabinetto di guerra che sedeva
quasi in permanenza a Downing street, e in affannose conversazioni
private intorno ad una operazione di tattica diplomatica di cui furono
protagonisti mussolini e, quasi contemporaneamente, Roosevelt.
ma cominciamo da mussolini. a lui pensarono di rivolgersi Hali-
fax e chamberlain, stabilendo anche contatti con l’ambasciatore ita-
liano a londra, per convincerlo, in via riservatissima, a una iniziativa
di mediazione tra la Germania e l’inghilterra per giungere a una pace
che non significasse né sconfitta né vittoria per i due paesi in guerra.
l’italia aveva infatti dichiarato la non belligeranza e quei conservato-
ri non sapevano (e non lo sapeva neanche churchill) che in quei
giorni di maggio mussolini aveva già deciso in cuor suo di entrare nel
conflitto a fianco delle armate tedesche. Dunque la manovra e le
lunghe discussioni erano per costringere churchill a servirsi della
mediazione di mussolini e a concedere qualcosa a Hitler (ad esempio
la sospensione degli armamenti britannici e la cessione di una parte
della flotta o di basi navali inglesi) in cambio di un accordo che evitas-

78
xiii. gli stati uniti scendono in campo

se una guerra che si annunciava con distruzioni e disastri crescenti.


l’offensiva “italiana” cominciò segretamente nel Gabinetto di guerra
coinvolgendo anche l’intero governo (il Gabinetto di guerra era il
nucleo decisionale formato da pochi membri del governo) fin dal 23
maggio. Da Roma giunsero segnali di attenzione, ma churchill resi-
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stette all’ipotesi dell’intervento di mussolini. Halifax era il piú deciso


e chamberlain dichiarò esplicitamente che mussolini « Play any part
in the game ».
Qui avanzo l’ipotesi che il misterioso carteggio mussolini-chur-
chill, di cui si parla inutilmente da decenni con racconti fantapolitici,
non sia altro che il contatto, veicolato dal nostro ambasciatore a lon-
dra, Giuseppe bastianini, con il governo italiano per questa strana
mediazione che mussolini non avrebbe comunque mai intrapreso
perché sarebbe stata malvista da Hitler, e anche perché l’italia stava
per entrare in guerra contro l’inghilterra. Ora, che churchill fosse
assolutamente contrario all’intervento di mussolini, il Duce, in quei
giorni, non poteva assolutamente saperlo; anzi, provenendo l’offerta
dal ministro degli esteri britannico, questa, ai suoi occhi, non poteva
che avere l’avallo del primo ministro, cioè di churchill. Potrebbe es-
sere questa l’origine della leggenda del misterioso scambio epistolare
tra i due?
Può anche darsi che tra le carte che mussolini portava con sé nel
1945 vi fossero proprio i documenti diplomatici dell’invito britannico
alla sua mediazione con Hiltler. in caso di cattura da parte degli allea-
ti, sarebbero stati in qualche modo utili a una sua difesa basata sul ri-
spetto che, ancora allo scoppio della guerra, egli godeva in inghil-
terra.
a mussolini churchill preferí Roosevelt, rompendo anche l’atmo-
sfera di antipatia che tra i due aveva creato l’ambasciatore americano
a londra Joseph Kennedy (padre del futuro presidente), amico segre-
to della Germania nazista. churchill chiese a Roosevelt, bloccato da-
gli isolazionisti e anche dai numerosi filonazisti americani (su questo
punto si è soffermata susan Dunn in una ricerca appena pubblicata
per la Yale university Press: 1940. FDR, Willkie, Lindbergh, Hitler – the
Election Amid the Storm), di aiutare militarmente l’inghilterra nella lot-
ta senza quartiere contro Hitler, presentandogli la disfatta di Dunker-

79
« america amara »

que come segnale di un pericolo reale per la libertà e la democrazia.


e Roosevelt non fu insensibile alla richiesta. ma intanto la battaglia
tra i conservatori inglesi infuriava in un incrociarsi di opinioni che è
ora possibile conoscere grazie alle ricerche di uno storico americano,
John lukacs.
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lukacs ha lavorato negli archivi britannici e in particolare sui do-


cumenti del Gabinetto di guerra oltre che su una vasta pubblicistica
di diari e testimonianze di alcuni protagonisti. Ne è venuto fuori un
libro, apparso nel 2009 negli stati uniti presso la Yale university
Press. È l’avvincente racconto dei Five Days in London. May 1944 (che
nel 2010 sarà sviluppato nel saggio The Legacy of the Second World War).
sono oltre duecento pagine che ricostruiscono le intense ore di lotta
di churchill per mantenere l’inghilterra in guerra contro Hitler e il
nazismo, negando ogni possibilità di “appeasement” con la Germa-
nia. senza questa tenacia forse la storia del mondo sarebbe stata di-
versa.
secondo uno dei tanti documenti inediti, churchill affronta i suoi
colleghi del partito conservatore sostenendo che la Gran bretagna
non può « ridursi a uno stato di schiavitú, né il suo governo essere una
marionetta nelle mani di Hitler, né sottoporsi a mosley (capo del
partito fascista inglese) o a qualche altro individuo del genere ». Que-
sta orgogliosa difesa della libertà fu ribadita nell’ultimo dei cinque
giorni infuocati, il 28 maggio, quando, giunta la notizia che il re del
belgio si era arreso ai tedeschi, churchill dichiarò (e fu il colpo deci-
sivo agli avversari e nemici interni): « la nostra unica speranza è la
vittoria e l’inghilterra non abbandonerà mai la guerra finché Hitler è
vivo; o noi cesseremo di essere uno stato ». e lukacs commenta cosí
queste parole. « The italics are mine. churchill had survived Halifax’s
challenge. but his real opponent was not Halifax but Hitler ». un
sottile, ironico giudizio storico che suona bene anche nella traduzio-
ne italiana: ‘churchill era sfuggito alla sfida di Halifax. ma il suo vero
avversario non era Halifax ma Hitler’.
con questa ferma convinzione, churchill poteva cosí affrontare
l’opinione pubblica inglese e mondiale in un grande discorso il 4 giu-
gno; il primo di una serie di “greatest speeches” che hanno animato
alla resistenza e hanno dato fiducia a quanti sentivano imminente la

80
xiii. gli stati uniti scendono in campo

vittoria della Germania. a cominciare dal suo giudizio sulla Francia


che si era arresa il 22 giugno: « […] i francesi sono entrati in una china
scivolosa, perderanno la loro flotta e alla fine la loro libertà ». e lukacs
contrappunta con ironia le vigorose frasi di churchill con le pagine
del diario inedito dello sconfitto lord Halifax, dove si parla delle
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« Winston’s garrulouness » e della impossibilità di reggere « cinque


minuti di conversazione col primo ministro ». certamente, la storia è
piú grata all’ “iper-garrulo” churchill che al brillante e annoiato snob
lord Halifax. il 1941 ne sarà la conferma.
la giornata di Pearl Harbor era cominciata tranquillamente. aspettavamo
molti invitati a colazione e rimasi delusa, ma non sorpresa, quando Franklin,
un po’ prima dell’ora, mi fece avvertire che non credeva gli sarebbe stato
possibile raggiungermi. […] Noi eravamo trentuno a tavola. la notizia
dell’attacco era giunta prima che la nostra colazione finisse, ma non l’appren-
demmo se non quando salimmo ai piani superiori, quando mi fu comunica-
ta da uno degli uscieri. la notizia era cosí stupefacente e inattesa che dapper-
tutto regnava una quiete assoluta. Pareva di muoversi in una sorta di vuoto.

il preciso ricordo di eleanor Roosevelt del 7 dicembre 1941 non sa-


rebbe però storicamente completo se non si aggiungessero altre os-
servazioni: una di carattere privato, l’altra politica. « Piú tardi quando
mio marito ed io avemmo la possibilità di discorrere, trovai che, no-
nostante la sua ansietà, Franklin era in certo modo piú sereno di
quanto non apparisse da molto tempo. Penso che gli desse energia il
sapere che finalmente il dado era tratto ».
la serenità con cui Roosevelt accolse la notizia dell’attacco giappo-
nese non era un sentimento che potesse, in quel momento, coinvol-
gere la nazione americana, scossa dal proditorio atto di violenza. e
tuttavia, « se – come scrisse il piú autorevole consigliere del presiden-
te, Harry Hopkins – Roosevelt provò quasi un senso di sollievo che i
giapponesi avessero scelto quella tattica per sciogliere il dilemma tra
la pace e la guerra, anche il popolo americano parve respirare piú li-
beramente ». come interpretare, allora, lo stato d’animo di Roose-
velt, come entrare in una delle pieghe piú segrete della storia dell’en-
trata in guerra degli stati uniti? una limpida risposta è nel giudizio
che ne diede eleanor Roosevelt in Questo io ricordo:

81
« america amara »

io ero convinta che agli obiettivi sociali perseguiti dal New Deal si dovesse la
formazione di quello spirito che ci permise di sostenere la guerra e ritenevo
che fosse importantissimo dare al popolo la persuasione che, combattendo
sui campi di battaglia e sui mari, si combatteva in realtà per quegli stessi
obiettivi. era ovvio che se il mondo fosse stato governato da Hitler, libertà e
democrazia non sarebbero piú esistite.
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l’accenno a Hitler è necessario a proposito di Pearl Harbor perché i


dilemmi degli americani e di Roosevelt sulla inevitabilità dell’inter-
vento furono sciolti proprio da Hitler. lo ha raccontato nel 2000 in un
libro di memorie l’economista John K. Galbraith, a quel tempo nello
staff di Roosevelt (Facce note. Quasi un’autobiografia):
e non era finita: nel giro di poche ore – ore trascorse a Washington nel timo-
re che tutta la nostra attenzione e tutte le nostre risorse militari adesso sareb-
bero state dirottate verso il Pacifico, anzi nel sospetto che l’attacco rientrasse
in una tattica ben precisa in tal senso – Hitler dichiarò guerra agli stati uniti.
mi è difficile descrivere il sollievo che provammo nel sentire di questa mo-
numentale pazzia.

Galbraith ha lasciato nella penna il nome di mussolini. anche l’italia


infatti pochi giorni dopo Pearl Harbor, l’11 dicembre, dichiarò guerra
agli stati uniti.
Dunque, da una parte la tragedia di Pearl Harbor provocava l’in-
tervento degli stati uniti in guerra, e cioè il contributo decisivo al
fronte internazionale antifascista; dall’altra la fine della politica isola-
zionista americana era, per cosí dire, confermata politicamente da
Hitler e mussolini; era lo svolgimento del disegno sociale roosevel-
tiano. Nel senso che la lotta contro la miseria e l’ingiustizia sociale,
avviata in piena crisi economica, ora appariva sempre meno separabi-
le dalla difesa della democrazia e delle libertà fondamentali. Fu l’in-
terna coerenza di questo disegno a formare negli anni del conflitto
l’immagine (non è anche questo il mito novecentesco dell’america?)
dell’esercito americano liberatore, cioè portatore di libertà.
in risposta a Pearl Harbor, a Hitler e a mussolini, Roosevelt e i suoi
collaboratori si decisero dunque alla guerra e come protagonisti di
una transizione storica dell’umanità verso forme piú democratiche

82
xiii. gli stati uniti scendono in campo

ed egualitarie. « Franklin – ricorderà ancora eleanor Roosevelt – era


convinto che, dopo la guerra, il mondo sarebbe stato assai piú sociali-
sta ». Nel 1937 un sondaggio di opinioni aveva rivelato che oltre il 70
per cento degli americani era contrario a interventi militari. su tale
convinzione avevano certamente influito le forze politiche ostili a
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Roosevelt insieme con la grande stampa di informazione della catena


del magnate Hearst.
la situazione paradossale che si era creata negli stati uniti alla vi-
gilia della seconda guerra mondiale era infatti questa: da un lato c’era-
no i fautori dell’isolazionismo e del non intervento che apparteneva-
no sia allo schieramento repubblicano e conservatore sia allo schiera-
mento democratico (« dalla loro parte – ammise poi lo storico charles
beard – c’erano anche i propagandisti tedeschi e italiani, intenti a ot-
tenere l’appoggio americano alla causa di Hitler e mussolini »); dall’al-
tro c’erano le varie correnti democratiche e progressiste (il loro gior-
nale era il « New York Times ») che avevano accolto con molto calore
il « Discorso della quarantena » pronunciato da Roosevelt nell’ottobre
1937, in cui era stata tracciata una linea politica estera di contenimento
dell’asse italia-Germania e del Giappone. in quella occasione Roo-
sevelt aveva ammonito che gli stati uniti sarebbero stati in ogni eve-
nienza accanto alle « vittime dell’aggressione »; e questo gli aveva pro-
curato critiche durissime.
Tuttavia, al contrario di quanto sostenevano i suoi avversari, Roo-
sevelt non era un bellicista né, dopo il discorso del 1937, aveva avvia-
to piani accelerati di riarmo (secondo una battuta semiseria di Gal-
braith il potenziale bellico americano era a quel tempo pari a quello
del Portogallo). in definitiva Roosevelt e il suo governo pensavano
che l’aiuto degli stati uniti ai paesi europei aggrediti potesse essere
soprattutto di natura economica. ancora nel luglio 1940 (la guerra
in europa era in corso da dieci mesi) Roosevelt scriveva in un mes-
saggio al congresso: « Noi siamo contrari alla guerra. Non faremo
uso delle nostre armi in una guerra di aggressione, non manderemo
i nostri uomini a prendere parte alle guerre europee ». e l’anno dopo
dava un corpo a questa dottrina elaborando la « legge affitti e presti-
ti » (11 marzo 1941) che assicurò un aiuto incondizionato anzitutto
alla Gran bretagna e poi a « tutte le potenze in guerra contro l’asse ».

83
« america amara »

cosí anche l’unione sovietica (che non rientrava idealmente nella


costellazione delle democrazie europee), aggredita dalla Germania
nel giugno 1941, fu immediatamente beneficiaria di questa legge,
per la cui esecuzione erano stati stanziati 7 miliardi di dollari di al-
lora.
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anche nella « legge affitti e prestiti » confluiva dunque lo spirito


newdealistico che rappresentava sempre piú gli stati uniti (e l’imma-
gine era efficacissima) come il « grande arsenale della democrazia ».
Per Roosevelt, ripetiamo, era infatti di fondamentale importanza
unificare politicamente stati uniti (che erano fuori dalla guerra) e
europa in guerra con la Germania e l’italia in un comune sentire.
solo questo avrebbe dato agli eserciti combattenti forza morale e il
senso di difendere interessi e valori universali. È in questo clima che
il 4 agosto 1941, dopo un convegno tenuto su una nave al largo delle
coste atlantiche degli stati uniti, Roosevelt e churchill lanciarono la
dichiarazione congiunta che avrebbe preso il nome di carta atlanti-
ca. il documento, fondato sulla premessa della « definitiva distruzione
della tirannia nazista », suggeriva un programma di ricostruzione che,
seppur venato di utopia, ebbe effetti eccezionali sulla condotta della
guerra. la carta atlantica parlava infatti della necessità che, finita la
guerra, « tutti i paesi, grandi e piccoli, vincitori e vinti, avessero acces-
so, in condizioni di parità, ai commerci e alle materie prime mondia-
li necessarie alla loro prosperità economica » che venisse ripudiato
l’impiego della forza per risolvere le controversie internazionali; che
si procedesse ad « alleggerire il peso schiacciante degli armamenti per
tutti i popoli amanti della pace ».

84
Xiv

STELLE E STRI SC E N EI C I ELI DI G UERRA


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il mediterraneo, gli oceani immensi, i cieli dell’europa, dell’africa


e dell’asia (le americhe ne furono indenni), i deserti, le città piú bel-
le, migliaia di paesini e villaggi, isole verdissime e sconosciute, pianu-
re gelate: questo lo sconfinato teatro della seconda guerra mondiale.
spazi della natura e della civiltà, testimoni impassibili di tempeste
d’acciaio; mari limpidi solcati da navi poderose e da grandi sommer-
gibili, inquinati dal petrolio e da esplosivi distruttori della fauna, dei
fondali, delle barriere coralline; i cieli violati dagli aerei; una guerra
che mescolava la terra, l’aria, l’acqua. Questo fu l’incipit della Toten-
tanz rappresentata nel mondo tra il 1939 e il 1945, quando gli aerei, le
portaerei, i sottomarini si imposero come la vera novità tecnica, il
grande fuoco d’artificio di quel conflitto. soprattutto gli aerei, para-
gonati alle navi (corazzate volanti), con nomi da cartoons: Spitfire, Hur-
ricane, Mustang, Liberators, Hellcats, Fortezze volanti… Oggetti terribili di
alta precisione che fino allora solo i romanzi di Jules verne, le strips di
“Flash Gordon”, i “velivoli” – la parola è sua – di D’annunzio, i dise-
gni e i versi dei futuristi, le pagine di ernest Jünger, i sogni comunisti
di majakovski (« le corazzate della comune alla conquista del cielo »)
avevano fatto immaginare. il segno premonitore era di pochi anni
prima: i bombardamenti giapponesi della cina, quelli italiani
sull’inerme etiopia, quelli nazifascisti di Guernica, madrid, lleida,
barcellona.
con l’inizio della guerra vi fu quella svolta scientifica e tecnica, che
ne segnò tutta la storia e che è interessante rileggere sotto questo
aspetto. il recente libro dello storico americano Paul Kennedy: Engi-
neers of Victory. The Problems Solvers Who Turned the Tide in the Second
World War fa appunto il racconto dell’intelligenza che ha inventato
macchine perfette e crudeli, una intelligenza comune ad amici e ne-
mici e forse per questo troppo complicata, nei suoi “prodotti”, per
potere essere narrate in testi letterati e fantasiosi. soprattutto quando
si trattava di inedite macchine aeree di cui era già difficile descrivere

85
« america amara »

le invenzioni, il funzionamento, l’uso coraggioso che ne fecero mi-


gliaia di piloti e le conseguenze di tutto questo per centinaia di mi-
gliaia di civili innocenti. un solo scrittore tentò di farlo, John stein-
beck che, come Hemingway e Faulkner, era attratto dalle vicende
delle guerre allo stesso modo (lo aveva dimostrato con Furore) delle
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drammatiche vicende esistenziali degli americani nella crisi del 1929.


cosí, nel 1942, l’anno dopo il bombardamento aereo di Pearl Harbor,
steinbeck pubblicò una storia della squadra di un bombardiere (Bom-
bs Away. The Story of a Bomber Team) che ora viene per la prima volta
tradotta da bompiani (Missione compiuta: storia della squadra di un bom-
bardiere durante la seconda guerra mondiale, 2013). bisognerà attendere il
1997 perché lo scrittore W.G. sebald affrontasse il tema (Luftkrieg und
Literatur) accennando soltanto a cosa siano stati i bombardamenti ae-
rei sulla Germania.
il libro di steinbeck è un libro di guerra che non esalta affatto la
guerra, ma narra, con l’attenzione ai particolari e senza alcuna enfasi,
come era nello stile dell’autore e con viva partecipazione emotiva e
politica, come l’intelligenza, la preparazione, congiunte alla “vitalità,
versatilità” e allo spirito di iniziativa degli americani (« […] cui si deve
lo sviluppo di questo continente »), si ritrovassero benissimo proprio
nella impetuosa e rapida crescita dell’aviazione da bombardamento.
l’arma che « non ha secoli di tentativi ed errori da cui trarre insegna-
menti », ed è nuova e giovane e piú delle altre armi si scaglia libera e
forte in difesa della libertà del mondo. la dimensione letteraria che
steinbeck dà al racconto dell’organizzazione dei bombardieri e degli
uomini che li guideranno parte proprio da questa energia vitale che
penetra nei primi grandi quadrimotori b27 e b24 che dal 1942 in poi
saranno, con i successivi potenti modelli, determinanti per la vittoria
sul nazifascismo e sull’imperialismo giapponese. Questa energia, fat-
ta anche di muscoli, di giovinezza e di spirito sportivo, non si riduce
ad essi perché i piloti, i mitraglieri, i marconisti, i tecnici di bordo,
l’armiere, il navigatore, il motorista (sono questi anche i titoli del li-
bro) sanno a che cosa serve la loro intelligenza. È la volontà di oppor-
si a una intelligenza eguale e contraria, quella tedesca e giapponese
che con gli aerei (a cominciare dall’attacco a Pearl Harbor) ha svelato
la “verità” di quella guerra. ma, scrive steinbeck,

86
xiv. stelle e strisce nei cieli di guerra

soltanto dopo che l’europa è stata attaccata e quasi conquistata, la popolazio-


ne mondiale si è resa conto di come la potenza aerea possa essere battuta
solo dalla potenza aerea. se il piano dei tedeschi avesse funzionato saremmo
stati spacciati, perché l’asse aveva progettato di distruggerci prima che le
nostre fabbriche potessero iniziare a costruire aerei e prima che i nostri ra-
gazzi potessero essere addestrati ad usarli.
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la chiave storica e politica di questo racconto è tutta qui: il mondo


della libertà deve agli aerei molto della sua salvezza.
un capitolo centrale della ricerca di Kennedy (How to Win Com-
mand of the Air) conferma l’affermazione di steinbeck e spiega l’inte-
grazione strategico-scientifica dell’air Force americana con la RaF
inglese. e la letteratura gli viene in soccorso: l’epigrafe del capitolo
sono dei versi del poeta vittoriano Tennyson che immaginavano « […]
the nation’s airy navies grappling in the central blue ».
il libro di steinbeck è arioso e piacevole come i suoi romanzi per-
ché egli ancora non sa dei drammi dei successivi tre anni. vede solo
formarsi, raccontando le giornate di lavoro di un b24 in addestra-
mento per la prima missione di guerra, una nuova generazione di
americani coraggiosi, sportivi, pieni di speranze che vivono in sim-
biosi con gli aeroporti, le fabbriche, gli operai, le ragazze, l’arte delle
armi, i collaudi, le ore libere. arriva il giorno della partenza per l’eu-
ropa:
Passarono un pomeriggio molto tranquillo. Quella sezione trasversale del-
l’america, quegli uomini arrivati da ogni angolo del paese, con alle spalle
ogni tipo di esperienza, erano divenuti una cosa sola: un equipaggio di bom-
bardiere. erano cambiati ma non avevano rinunciato ad essere se stessi, con-
tinuavano ad essere individui.

87
Xv

ADDIO ALLE ARM I


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la caduta degli dei della grande industria bellica tedesca cominciò


pochi giorni prima del suicidio di Hitler. era il mese d’aprile del 1945
e la figura piú emblematica di quel mondo di dei e della potenza
militare e industriale della Germania, alfried Krupp, fu arrestato
mentre giocava a carte nella sua villa Hugel, vicino essen. l’11 aprile
due ufficiali americani su una jeep, percorso il lungo viale, entrarono
nel sontuoso atrio e si fecero annunciare dal maggiordomo (la casa
aveva otto domestici). alfried Krupp apparve sulle scale « con un cap-
pello alla anthony eden e un abito da passeggio di ottimo taglio », ma
i due ufficiali non si fecero impressionare e non ebbero bisogno di
spiegarsi. uno dei due americani, il capitano benjamin Westerveld
raccontò poi al « sunday express », « lo presi per la collottola e lo ficcai
nella jeep ». Forse l’arresto fu meno rude, ma Krupp sarà processato a
Norimberga tra il 16 agosto del 1947 e il 31 luglio 1948 insieme con
altri undici dirigenti della sua industria nella stessa aula dove si era
svolto nel 1946 il processo ai grandi gerarchi nazisti. alla Krupp furo-
no attribuiti delitti contro la pace, delitti di guerra e contro l’umanità,
il saccheggio dei paesi occupati e l’impiego di manodopera coatta, la
partecipazione a un piano comune, con il regime e con le altre indu-
strie, per commettere tali delitti. Nella requisitoria finale il generale
Telford Taylor concludeva cosí: « la tradizione della Krupp e il com-
portamento sociale e politico che rappresentava si attagliava perfetta-
mente al clima morale del Terzo Reich ». in poche parole era detto
tutto. Krupp fu condannato a dodici anni di reclusione. ben altro il
clima morale, e altri i comportamenti dei capitani d’industria che
negli stati uniti affrontarono l’organizzazione bellica tedesca co-
struendo in appena due anni un potenziale economico e umano di
tali proporzioni da salvare i paesi che in europa resistevano all’appa-
rato militare tedesco che aveva raggiunto il massimo della perfezio-
ne. Forse non è retorico ricordare che gli aerei, le navi, i carri armati,
le armi di ogni tipo che gli stati uniti produssero e rovesciarono sui

88
xv. addio alle armi

fronti di battaglia dell’europa, dell’africa e dell’asia avevano una in-


tenzione ideologica e un senso reale: la libertà. Tranne che nell’ “og-
getto” finale, la bomba atomica, che conteneva intenzioni e messaggi
politici già modificati.
Tra il 1940 e il 1945, le officine, gli altiforni, le miniere, le sorgenti
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di energia, le industrie di precisione, gli arsenali, le industrie mecca-


niche, automobilistiche, alimentari, tessili, chimiche, e i relativi labo-
ratori e istituti di ricerca di fisica e matematica e di nuove materie
prime, con stuoli di ingegneri, tecnici, manager, economisti (com-
presi tutti i premi Nobel disponibili), e la mobilitazione di donne
(nell’industria bellica ne furono impiegate circa 5 milioni), di artisti
del cinema e del teatro, di scrittori, musicisti, giornalisti furono la
parte attiva e viva di una presa di coscienza nazionale. Fu insomma
quell’ “arsenale della democrazia” che vinse il nazismo e il micidiale
militarismo espansionista giapponese. Due Behemoth che senza gli
stati uniti, avrebbero chiuso il mondo in una morsa mortale.
Gli anni decisivi per la costruzione delle basi di tutto il sistema
furono soprattutto il 1942-’43 e vi fu un costo di vite umane tra i lavo-
ratori americani che generalmente la storiografia tende a sottovaluta-
re. Forse è difficile avere dati complessivi e articolati di tutti gli anni
di guerra ma solo in quel biennio il numero di operai, uomini e don-
ne, morti o feriti per incidenti sul lavoro o per lo sforzo eccessivo
(infarti, malattie varie) fu superiore ai caduti e feriti in guerra in rap-
porto da venti a uno. ma non erano schiavi ed erano lavoratori che
impiegavano le loro risorse intellettuali e fisiche anche, pensiamo,
per dimenticare il tempo della depressione economica e della vasta
disoccupazione.
Fu questa la differenza essenziale tra i due contrapposti arsenali
bellici. e dei suoi contrappunti sociali, culturali e di psicologia di mas-
sa riferiti agli stati uniti parla la ricerca dello storico americano ar-
thur Herman, Freedom’s Forge, 2012. il libro ha il sottotitolo How Ameri-
can Business Produced Victory in World War ii. e infatti il Business degli
armamenti americani fu impersonato da due uomini il cui nome non
è passato alla storia come quello dei Krupp o Thyssen in Germania
né di altre figure-simbolo del capitalismo industriale e finanziario
americano (come Ford, Rockefeller, morgan, eccetera), ma va ricor-

89
« america amara »

dato perché alla loro capacità di pianificazione e di organizzazione si


deve la trasformazione di una grande economia di pace, ancora soffe-
rente per le conseguenze della crisi del 1929, in una potente macchina
bellica. Furono il magnate dell’automobile William Knudsen e l’ar-
matore navale Henry J. Kaiser. il primo era un immigrato danese,
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presidente della General Motors fino al 1940 quando Roosevelt lo chia-


mò a dirigere tutta la produzione industriale per l’esercito degli stati
uniti (da ricordare che anche l’aviazione faceva parte dell’esercito e
non era, come poi diventerà, un’arma a parte). sono belle le pagine
dedicate da Herman all’incontro di Knudsen con Roosevelt alla casa
bianca. si chiarisce in quel colloquio il principio nuovo di una “de-
mocrazia capitalistica”, cioè di una economia come parte essenziale e
solidale di una società autenticamente libera e ispirata alla giustizia
sociale.
Henry Kaiser fu la chiave di volta delle costruzioni navali e del
trasferimento di milioni di soldati e di mezzi dagli stati uniti in tutti
gli altri continenti sia con le potenti navi da guerra sia con le famose
navi Liberty, compresi gli sbarchi in africa del Nord, sicilia, Norman-
dia, baltico, isole del Pacifico occupate dai giapponesi. Questi due
grandi manager produssero i due terzi di tutto l’equipaggiamento
militare alleato impegnato nella guerra.
Herman ricostruisce minuziosamente la storia di questi due terzi,
dell’impegno di milioni di civili americani, dell’apporto potente degli
operai, dei sindacati e di tutti gli organismi produttivi necessari alla
costruzione del rooseveltiano “arsenale della democrazia”. Qualche
cifra può darne l’idea: 86 mila carri armati, mezzo milione di jeeps, 2
milioni e mezzo di carri ferroviari, 286 mila aerei, 8800 navi da guerra
e 5600 navi mercantili, 434 milioni di tonnellate di acciaio, 2 milioni e
seicentomila cannoni e fucili, miliardi di proiettili per concludere con
armi decisive come le fortezze volanti b29 fino alla bomba atomica.
Queste e altre cifre attraversano la storia americana tra il 1940 e il 1945,
fatta non solo di febbrile attività industriale ma di passione, del senti-
mento condiviso di combattere per ideali alti che congiungevano gli
stati uniti con il destino e la sopravvivenza nella libertà e nella demo-
crazia del resto del mondo, a cominciare dalla comune madre, l’eu-
ropa.

90
xv. addio alle armi

« È stato – scrive Herman – il miracolo di una produzione di massa


che operando in un clima di libertà potè superare ogni ostacolo o
difficoltà ». i sacrifici furono enormi perché furono dieci milioni gli
americani, uomini e donne, che vestirono l’uniforme e centinaia di
migliaia i caduti su tutti i fronti, ma, come ho ricordato prima, furono
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migliaia anche i caduti sul lavoro, dentro le officine, negli arsenali,


nelle grandi strutture industriali, nei campi. anche nel fiore all’oc-
chiello di Knudsen, la General Motors, 189 dirigenti morirono per lo
stress di un’esperienza che non aveva precedenti nella storia della pro-
duzione capitalistica e dei suoi capitani d’industria che generalmente
rinviano piú all’immagine di Krupp, servito da otto camerieri in livrea
mentre il suo paese mordeva la polvere della sconfitta, che a quella di
manager che si mettono al servizio della nazione contro l’indifferenza
morale del profitto aziendale e personale di altri capitalisti. Profitto
ottenuto con la violenza, la barbarie e l’odio verso l’umanità.
l’italia è citata nel volume, soltanto per ricordare che un anno
dopo, dicembre 1942, la produzione bellica degli stati uniti superò
quella dei tre paesi dell’asse, italia, Germania, Giappone messi insie-
me, e che nel 1943 la sola « Ford motor company would produce
more war material than the entire economy of mussolini’s italy ». il
libro racconta molte storie di vita di milioni di cittadini impegnati, a
vari livelli di partecipazione, in una guerra che essi non vedevano,
combattuta a migliaia di chilometri di distanza, ma sentita come un
conflitto di ideali e di doveri ai quali era impossibile sottrarsi.

91
Xvi

UNA LUC E DAG LI STATI UN ITI:


EI N STEI N, L’ITALIA, LA F I LOSOF IA
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Nella seconda guerra mondiale il mondo conobbe veramente l’e-


clisse della civiltà e l’attuarsi della barbarie. « Noi non miriamo sol-
tanto a distruggere tutto il sistema nato con la rivoluzione francese,
ma vogliamo risalire assai piú in là, ben oltre i principi di tolleranza
e le concezioni umanitarie del medioevo ». cosí proclamava l’auto-
revole settimanale nazista, « Das Reich », il 28 settembre 1941; e le
parole erano rivelatrici. evidentemente, la vertigine dei successi mi-
litari della Germania rendeva piú esplicita l’idea che i suoi capi ave-
vano della guerra e piú chiara la meta storica che intendevano rag-
giungere. ma non erano parole di pura propaganda, anche se « Das
Reich » era diretto da un geniale propagandista come Joseph Goeb-
bels. la guerra nazista trionfava come il braccio secolare di un pro-
getto quasi religioso di un futuro nuovo ordine del mondo da instau-
rare solo dopo la cancellazione della storia dell’europa e dei suoi
fondamenti teorici e spirituali. il nazismo voleva essere questo, piú
le Panzerdivisionen e le ss. un anno dopo, il 26 agosto 1942, in singo-
lare coincidenza col giorno-anniversario della Dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino del 1789, il Reichstag votava una legge che
conferiva a Hitler poteri discrezionali nell’amministrazione della
giustizia. la legge aveva questo preambolo: « Oggi in Germania non
ci sono piú diritti, solo doveri ». e Goebbels su « Das Reich » del 1°
settembre cosí commentava: « l’era borghese, con le sue false e in-
gannevoli cognizioni di umanità, è finita ». Forse, grazie anche a
messaggi politici come questi si cominciava finalmente dopo tre an-
ni di guerra, a percepire le “grandezze” dello scontro e le questioni
che esso metteva in gioco. una dopo l’altra svanivano le residue
perplessità. soprattutto per gli uomini di cultura, nutriti dell’ “era
borghese” tanto disprezzata dai nazisti, era giunto il momento di
scegliere e di interrogarsi. ai superstiti intellettuali antifascisti euro-
pei, agli scrittori esuli negli ospitali stati uniti, alla borghesia demo-

92
xvi. einstein, l’italia, la filosofia

cratica americana del New Deal, il nazismo gettava cosí un guanto di


sfida. come raccoglierlo?
il 20 novembre 1942 il fascicolo sesto della rivista « la critica » si
apriva con un saggio del suo direttore, benedetto croce, dal titolo:
Perché non possiamo non dirci “cristiani”. una litote, affievolita, in appa-
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renza, dalle virgolette alla parola cristiani e stranamente fiorita dalla


penna di un laico; ma anche una immediata indicazione, un interro-
gativo indiretto per quanti si dibattevano in confusi esami di coscien-
za. sono trascorsi settanta anni da questo scritto di appena nove pagi-
ne che resta, a mio parere, la singolare, forse unica, testimonianza di
una reazione non-politica ma solo teoretica, da parte del maggior
esponente della cultura italiana del Novecento, alla fascinazione del-
l’abisso, alla minaccia di svuotamento totale del mondo delle idee,
messa in atto dal nazismo e dalla stessa macchina infernale della
guerra. che tale svuotamento si potesse accompagnare anche alla
distruzione materiale di quel mondo e dei suoi segni, croce lo aveva
avvertito fisicamente un anno prima, nella notte del 5 dicembre
1941:
la sera, alle 20, allarme e cannoneggiamenti fino alle 4 circa del mattino. […]
uno spezzone incendiario ha attraversato il tetto ed è entrato nell’apparta-
mento superiore al mio; ma, per fortuna, caduto in mezzo al pavimento, si è
spento senza conseguenze. ma questo è il pericolo nel quale io sono: di vede-
re andare in fiamme tutta la mia biblioteca, radunata in piú di sessantanni.

È una pagina allarmata dei Taccuini di lavoro, dove affiora il paradosso


di quel tempo: i roghi di libri appiccati dai nazisti finiscono (e lo fini-
ranno veramente, basti ricordare solo, per restare nei “dintorni” di
croce, la distruzione di montecassino e dei documenti storici angioi-
ni e borbonici dell’archivio di stato di Napoli) per confondersi con
le fiamme provocate dagli indiscriminati bombardamenti alleati.
Di fronte a questa apocalisse del presente era necessario riannodare
i fili sommersi del passato, dare alla guerra, insomma, un senso che
non fosse soltanto quello piú visibile e immediatamente dichiarato
del conflitto tra la libertà e la dittatura, tra la ragione e la potenza del-
le tenebre. Questo senso del conflitto era ormai chiaro infatti, da tem-
po, nei suoi termini essenziali. lo stesso croce, alla vigilia della guer-

93
« america amara »

ra, nel 1939, riferendosi proprio alla Germania nazista lo aveva cosí
descritto: « altro travaglio soffre ora il mondo, tirato come si sente giú
verso l’animalità, verso la bruta vitalità che vuol sopraffare e sostituire
lo spirito ». ma ora le cose stavano cambiando rapidamente. Non era
piú possibile un raffronto con i dilemmi che la prima guerra mondia-
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le aveva posto ad alcuni scrittori e filosofi e in particolare a croce:


aderire alla guerra oppure restarne fuori? sentire il richiamo della
patria oppure esserne indifferente? adesso, il concetto di patria pren-
deva un’altra forma, provocava e insieme negava i sentimenti piú pro-
fondi dell’uomo di cultura dell’era borghese, il quale era nello stesso
tempo cittadino e uomo pubblico, cioè “politico”. Forse, con questa
guerra, l’intellettuale era lentamente risucchiato in una sorta di terza
dimensione della storia, in un mondo di fantasmi, di richiami meta-
storici, di echi di idee antiche e sommerse, non catalogabili secondo il
metro della politica e della ragione (di stato, collettiva o individuale
che fosse). si stava entrando insomma nei territori senza confine del-
le guerre di religione dove le armi e le munizioni della politica agisco-
no ciecamente e senza controllo. c’è una pagina di croce del 29 ago-
sto 1941 dove il problema è nettamente individuato:
ma proprio una guerra di religione io sentivo che si stava preparando […].
che una simile guerra includa in sé momenti politici e prenda forma politica,
è cosa ovvia, ma non permette di negare questo sostanziale carattere religio-
so, che tutti sentiamo attorno a noi e in noi stessi, e che ha fatto passare in
seconda linea gli interessi particolari che determinarono l’altra guerra, e ha
disorientato dapprima e sconvolto e mortificato il sentimento patriottico, nel
quale eravamo stati educati.

certo, il concetto religioso della libertà che croce aveva sempre cu-
stodito e storicamente e filosoficamente analizzato lo trovava pronto
ad affrontare anche questa battaglia, ma in Perché non possiamo non
dirci “cristiani” il terreno del confronto scelto da croce, la sua esaltazio-
ne della “rivoluzione cristiana” (« la piú grande rivoluzione che l’uma-
nità abbia mai compiuta ») contro « le adulazioni del Wodan germa-
nico », finisce col far coincidere il cristianesimo con la storia stessa
provocando, come è stato notato, un problema critico « di estrema
delicatezza ». Non entrerò in questo problema, anche se è prevalente

94
xvi. einstein, l’italia, la filosofia

la tendenza a sminuire e assorbire questo scritto nell’insieme di rifles-


sioni, di bilanci e di angosciose meditazioni che croce ha fatto negli
anni della seconda guerra mondiale: dall’inquieto Soliloquio di un vec-
chio filosofo, del 1942, a Per la storia del comunismo in quanto realtà politica,
del 1943, a Aristocrazia e masse, a Il fascismo come pericolo mondiale, scritto
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dopo la caduta di mussolini per il « New York Times », al diario 1943-


’44 di Quando l’Italia era tagliata in due, ad altri saggi, articoli e interven-
ti politici.
Perché non possiamo non dirci “cristiani” richiede però un’attenzione
particolare proprio nel quadro della rievocazione del clima, della luce
che, a pochi mesi dell’arrivo degli americani sul suolo italiano, pareva
provenisse dall’america di Roosevelt. intanto il saggio di croce è una
dichiarazione di legittima difesa teorica e politica dell’idea di libertà
(anche se lo scritto è allusivo ed extratemporale, senza riferimenti
alla guerra, al nazismo e al fascismo), e poi perché i principi umanita-
ri e i valori morali del cristianesimo (che il Goebbels di « Das Reich »
voleva tranquillamente espellere) sono da croce ritenuti « legittimi e
necessari » e riconosciuti, in sottile polemica con altri filosofi, parte
integrante della “logica umana” e della cultura moderna. ma il saggio
va letto laicamente, come se avesse per sottofondo un grido di dolore
di fronte alla guerra ma anche la determinazione di salvare tutto il
patrimonio di ricerche e di scoperte compiute dagli « uomini dell’uma-
nesimo e del Rinascimento », dai « severi fondatori della scienza fisi-
co-matematica della natura », dagli « illuministi della ragione trion-
fante, che riformarono la vita sociale e politica, fugando fitte tenebre
di superstizioni e pregiudizi », dagli « assertori della religione naturale
e del diritto naturale e della tolleranza » e « dietro ad essi, dai pratici
rivoluzionari, che dalla Francia estesero la loro efficacia nell’europa
tutta ». era forse questo l’unico modo possibile per un filosofo di ri-
spondere non solo a una guerra ingiusta, ma a una sfida assoluta e
derisoria della storia.
Non fu il tramonto della civiltà occidentale preconizzato da spen-
gler alcuni decenni prima perché questa guerra conteneva, al contra-
rio della prima, elementi di chiarezza e precise distinzioni etiche e
politiche tra chi difendeva la civiltà e chi la offendeva: questo fu pos-
sibile, dobbiamo ammetterlo, perché tra i due conflitti era sorta una

95
« america amara »

politica nuova ispirata a una democrazia progressiva; grazie anche


alla crisi americana del 1929. una barriera era stata costruita per difen-
dere la ricchezza delle risorse umane e naturali dalla depressione eco-
nomica e si era rivelata come vettore di progresso culturale e sociale.
la modernità del Novecento realizzava, con la guerra alla barbarie, in
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nome della giustizia e della democrazia l’incontro preconizzato da


Roosevelt tra le comuni necessità del genere umano e l’unificazione,
che non era uniformità, culturale del mondo. la parola veniva resti-
tuita ai grandi ideali, ai filosofi, alla saggezza politica. ed è singolare
che sia stato lo scienziato albert einstein a scrivere, pochi giorni dopo
il decisivo sbarco alleato in Normandia, a benedetto croce un mes-
saggio di fiducia nel potere risanatore dell’intelligenza filosofica e del-
la razionalità politica. come agli inizi del secolo, il pensiero scientifi-
co si congiungeva alla funzione civile della filosofia:
mi conforta il pensiero – scriveva einstein il 7 giugno 1944 – che le sue cure
ed ansie si rivolgano a ben altro nei tempi che corrono e che le stia a cuore
anzitutto il destino del suo bel paese straziato ancora dai feroci oppressori di
dentro e di fuori. in quest’epoca in cui tutto crolla lei pare predestinato a
rendere un servizio inestimabile al suo paese. se Platone potesse contempla-
re la situazione odierna gli parrebbe oltremodo familiare, poiché nei secoli
trascorsi ebbe poche occasioni di vedere attuato il suo sogno di un governo
retto dai filosofi.

Nella risposta croce, da molti mesi impegnato nel governo demo-


cratico sorto nell’italia del sud appena liberata, si schermiva rivendi-
cando al filosofo impegnato nella politica il ruolo di cittadino con il
compito di illuminare l’azione politica ma soprattutto di parteciparvi
(« a noi, modesti filosofi, spetta di imitare un altro filosofo antico, so-
crate, che filosofò ma combatté da oplita a Potidea, o Dante, che po-
etò ma combatté a campaldino ». immergersi sempre nel bagno spi-
rituale della cultura, (« ma in quel bagno non è dato restare, e da esso
bisogna uscire per abbracciare gli umili e spesso ingrati doveri che ci
aspettano sull’uscio ») entrando direttamente nelle “comuni necessi-
tà” degli uomini. Non è possibile, tuttavia, leggere queste lettere con
il distacco imposto dalla distanza temporale oppure con la semplice
curiosità che suscita questo incontro epistolare. solo entrando con la

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xvi. einstein, l’italia, la filosofia

riflessione storica e con la partecipazione dei sentimenti politici negli


infuocati mesi del 1944 si può cogliere il senso delle parole di einstein
e di croce. Non è un caso che queste lettere siano state rese pubbli-
che sui giornali di Napoli e diffuse in un opuscolo. erano i giorni che
decidevano, con la liberazione di Roma e lo sbarco in Normandia, il
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destino della libertà di milioni di uomini. Non solo, ma erano anche


i giorni nei quali proprio l’italia libera e il suo governo si mostravano
al mondo come il primo esempio in europa di una nuova instaura-
zione democratica.
È questo il clima, l’occasione che spinge einstein a rivolgersi, dalla
lontana quiete dell’università di Princeton, al filosofo che ha, in quel
momento, la funzione di uomo di stato, quasi incarnando l’ideale
platonico della filosofia che ispira il governo della cosa pubblica. ma
nelle parole di einstein c’è anche un sentimento intellettuale: l’idea
che la cultura e la conoscenza hanno un valore non contingente ma
eterno: congiungono “aristocraticamente” coloro che hanno la fortu-
na di frequentarle, oltre i conflitti del tempo, dello spazio, delle ideo-
logie.
l’ampia risposta di croce, uno studioso attento ai limiti teoretici
ed etici della scienza e degli scienziati, conferma però una verità sem-
plice ma non facilmente percepibile: anche i piú puri ideali e valori
hanno senso solo se calati nella concreta vicenda della storia (« la lotta
interna per la civiltà e la libertà si svolgerà poi, a guerra finita, nei
paesi vincitori non meno che nei vinti »), in un moto incessante di
ricerca, di costruzione politica, di impegno morale. che era poi il si-
gnificato pragmatico della platonica e lontana “forma di governo”
della democrazia di cui parlava einstein. e da quel momento il dato
oggettivo del governo di una democrazia vincente non poteva che
essere la valorizzazione del Welfare State come idea guida della Rico-
struzione. Discorso che, dalla fine della guerra in poi, fu valido so-
prattutto per l’europa che cominciava anche a dividersi ideologica-
mente. il rinnovamento e la divisione avvenivano contemporanea-
mente anche nel nome di una economia che cercava una nuova ani-
ma. Non è senza ragione che ancora croce, in un articolo del 1946
(Osservazioni sulla scienza economica), cercasse una soluzione etico-poli-
tica del problema incombente.

97
« america amara »

la tesi del puro liberismo al pari di quella del puro statalismo e comunismo
si valgono nella comune mancanza di giustificazione dottrinale; ma simil-
mente ne mancano le infinite soluzioni intermedie, che sono state proposte
o possono proporsi, tra questi due estremi. Perché? Perché la soluzione spet-
ta di volta in volta, nelle condizioni storicamente determinate, unicamente
alla coscienza etico-politica, che sola vince l’astrattezza della scienza econo-
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mica. Quando, anche di recente, un valente economista, Wilhelm Ropke, si


diè a cercare la “terza via” tra le due, e credette di averla trovata nello stesso
campo economico, vi fu chi gli fece osservare che qui egli cadeva teorica-
mente in un errore, perché la “terza via” non poteva cercarsi in una transa-
zione compiuta sullo stesso piano delle altre due, ma in un piano superiore,
al quale conveniva innalzarsi.

croce criticava le tesi dell’economista liberale Ropke perché, aggiun-


geva in nota: « comprovano che a un puro economista non riesce
agevole lo sforzo mentale che solo permette di intendere come vi
siano questioni, economiche nell’apparenza, che realmente non sono
tali, e perciò non si risolvono con meri concetti economici ».
una indiretta risposta, questa, alla tesi aberrante del liberista Frie-
drich von Hayek che nel 1944, nel saggio La via della schiavitú aveva
attaccato il Welfare State come esempio di stato totalitario dove il con-
trollo dei mezzi nasconde il controllo dei fini. una riflessione che fa
pensare in qualche modo anche a Keynes, ai suoi limiti da puro eco-
nomista che, quaranta anni dopo l’articolo di croce, facevano scrive-
re a un altro economista liberale, Paolo baffi, di avere il sospetto che
« beveridge abbia spiazzato Keynes » (« Rivista di storia economica »,
febbraio 1985). eppure, proprio l’acuta percezione storica dei proble-
mi del suo tempo aveva fatto di Keynes il precursore del rinnova-
mento della teoria economica e della esigenza di serietà nella ricerca
degli economisti (« se gli economisti riuscissero a farsi considerare
gente umile, di competenza specifica, come se fossero dei dentisti,
sarebbe meraviglioso », aveva scritto nel 1930 auspicando per i propri
nipoti « la fine dell’economia ») e di sensibilità verso la duttilità e va-
riabilità degli eventi sociali e politici (in una nota a piè di pagina della
Teoria generale vi è questa splendida intuizione: « È nella fase di transi-
zione che viviamo realmente »), confermando cosí la necessità di evi-
tare ogni conformismo acritico e la disponibilità al principio che

98
xvi. einstein, l’italia, la filosofia

« ogni opportuno strumento di politica economica deve trovare pos-


sibilità di applicazione, quando ne ricorrono le condizioni ».
se questo è vero, facciamo ancora una volta nostra una domanda
che aleggia sempre piú insistentemente proprio nei primi anni del
nuovo millennio: « can it Happen again? », ‘Potrebbe ripetersi’? È
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sempre lo stesso interrogativo ansioso e insistente che dagli inizi del-


la sua presidenza Obama, al contrario dei suoi ultimi predecessori,
non ha paura di porsi. se l’era chiesto dopo Kennedy, l’economista
americano Hyman P. minsky in un saggio del 1963, e lo stesso inter-
rogativo è nella copertina di un volume da lui pubblicato nel 1982 con
il sottotitolo Instabilità e finanza dopo la crisi del ’29. Dunque, anche nel
clima della contestazione del Welfare State e del rilancio enfatico e rea-
ganiano del mercato e delle privatizzazioni che ha caratterizzato gli
ultimi venti anni del secolo scorso c’era ancora chi dal piú grande
paese capitalistico del mondo metteva sull’avviso confermando co-
munque che dall’anno primo della ricostruzione, il 1946, al 1965
l’economia americana aveva presentato un progresso costante e fondamen-
talmente tranquillo. Per quanto lontana dall’utopia, ebbe un andamento fe-
lice nel senso che vennero raggiunti miglioramenti sostanziali e ampiamente
diffusi degli aspetti economici della vita: in tali anni, inoltre, un analogo pro-
gresso economico si verificò in altre economie capitalistiche avanzate.

il Welfare State funzionava, ma dentro di esso e dentro quei preceden-


ti venti anni gli stati uniti e l’europa piombavano nelle notti profon-
de dell’incertezza della democrazia, del maccartismo, degli incubi
degli anni ’30. cosa era accaduto? cerchiamo di vedere piú da vicino
quanto avvenne allora.
Nel 1962, in un’intervista alla Rai il filosofo Jean Paul sartre di-
chiarò che era indispensabile l’impegno politico degli intellettuali a
patto che « si disarmasse la politica », cioè che si riconoscessero alla
cultura (non soltanto ai tecnici e agli scienziati utili alla produzione
ma anche agli inutili filosofi, storici, scrittori, artisti) molti spazi che la
politica aveva prepotentemente occupato. erano i prodromi del
1968.
ma la storia del dissenso della cultura tedesca dal nazismo e di
quella americana dal maccartismo anticomunista dei primi anni ’50

99
« america amara »

erano certamente presenti nella richiesta sartriana di un equilibrio


democratico tra la libertà della cultura e l’autonomia della politica. la
guerra fredda aveva messo e continuava a mettere alla prova, anche
nel mondo occidentale, gli intellettuali. a questa realtà pensava sar-
tre e ai suoi pericoli si riferiva, dal canto suo, Thomas mann quando,
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nella irriconoscibile america del 1950, lanciava un anatema contro la


guerra fredda che « stava distruggendo la democrazia e stava portando
a una follia generale ». cos’altro si poteva dire infatti di un clima poli-
tico che all’inizio di quel decennio aveva spinto il governo degli stati
uniti, che negli anni precedenti aveva accolto il meglio della cultura
e della scienza dell’europa, a imporre il giuramento anticomunista
nelle università, nei centri di ricerca scientifica e della produzione
artistica del paese? ancora una volta si richiedeva alla cultura, alla
scienza una prova di servilismo. ma tale richiesta non poteva avere
successo se non a prezzo di atti violenti di repressione e intimidazio-
ne; che infatti furono compiuti con vere e proprie cacce alle streghe.
eppure, l’esperienza del 1930-1950 era stata vasta e importante grazie
anche all’immigrazione intellettuale dalla Germania. in un libro del
1980 lo storico H. stuart Hughes aveva scritto: « la triplice lotta che era
stata combattuta da questi intellettuali in quel periodo contro la de-
pressione economica, contro la tirannide interna e contro le campa-
gne razziali, assunse per tutto il resto della loro vita il valore di una
esperienza ideologica capitale ». Fatte poche eccezioni, essi quindi
« ricusarono di mettere sullo stesso piano comunismo e nazismo co-
me se fossero totalitarismi analoghi ». molti di loro abbandonarono
perciò l’america (primo tra tutti, come vedremo, charles chaplin) e
per identiche ragioni molti intellettuali europei scelsero di divenire
militanti comunisti identificando il comunismo non tanto con l’unio-
ne sovietica quanto con la loro libertà di esistere come intellettuali. È
troppo noto quanto sia stato complicato dal trionfo delle pure e sem-
plici ideologie il percorso della storia europea e mondiale in seguito
a queste paradossali verità. ed è superfluo ricordare che anche le piú
tragiche esperienze della guerra fredda del tragico stalinismo, e
dell’illusione del comunismo reale sono state troppo spesso protette
dall’impegno di una cultura che aveva vissuto nel Novecento poche
stagioni di autentica libertà. si è perduto il senso delle distinzioni e

100
xvi. einstein, l’italia, la filosofia

nello stesso tempo l’obiettivo dell’unità della cultura. si è dovuto ar-


rivare alla caduta del muro di berlino per riaprire il dialogo tra le due
culture. lo testimoniò il filosofo americano Quine.
mi appassiona superare le divisioni, il grande progetto di una scienza unifi-
cata. Oggi un filosofo, un fisico che studia la meccanica quantistica, un neu-
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rologo lavorano nello stesso campo. Non dico che sia un progetto rapido,
certe scienze come la psicologia (che pure andrà ricondotta allo studio del
sistema nervoso) o l’economia recalcitrano; è difficile integrarle, ma certo
stiamo facendo grandi passi avanti.

lo aveva già intuito questo dialogo einstein nella lettera a croce.


ma solo qualche anno prima della caduta del muro di berlino, l’agen-
zia United Press ha fornito l’ultima, grottesca prova di quei danni.
Grazie al Freedom of Information Act un giornalista americano ha potuto pren-
dere visione di un fascicolo di millecinquecento pagine intestato dal Fbi ad
albert einstein. i documenti, molti dei quali anonimi, vanno dal 1932 al 1955,
anno della morte dello scienziato. È venuto cosí alla luce che einstein fu so-
spettato di essere alla testa di un complotto comunista per distruggere Hol-
lywood; di usare il suo ufficio a berlino come buca delle lettere per agenti
sovietici; di essere coinvolto nel rapimento del figlio di lindbergh e di avere
inventato una macchina per controllare il pensiero.

era la reazione maccartista a quel che einstein aveva, qualche anno


prima, scritto pubblicamente: « Gli intellettuali devono opporsi a
mccarthy, anche a rischio della loro carriera e della loro libertà: ne va
della libertà dell’america ». Di fronte a questa commedia di una guer-
ra fredda che ha raggelato per decenni il mondo, è utile allora richia-
marsi al common sense del destinatario della lettera di einstein del 1944,
benedetto croce: « il partito da prendere non è dubbio, perché è il
solo che non abbassi la vita spirituale dell’uomo nella sua integrità a
quella mutilata e abietta del vivere purché sia. Quel partito è la coin-
cidenza dello spettacolo della storia con la verità dell’etica ».

101
Xvii

UN PATRIOTA DA N EW YORK: TOSCAN I N I 1943


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Nel luglio 1943, quando i tifosi americani che assistevano a una partita di ba-
seball appresero dall’impianto radiofonico dello Yankee stadium che mus-
solini era stato destituito, si alzarono tutti in piedi applaudendo. Quando la
notizia fu comunicata al pubblico che era presente nello studio della Nbc al
Rockefeller center di New York, interrompendo un concerto di musiche
verdiane diretto da arturo Toscanini, anche lí la gente si alzò in piedi applau-
dendo. il giorno dopo il « Times » disse che il maestro « si era preso la testa tra
le mani e aveva alzato gli occhi al cielo, come se le sue preghiere fossero state
finalmente esaudite ». il sindaco di New York, Fiorello la Guardia, com-
mentò l’annuncio definendo mussolini « il traditore d’italia ». il « Washington
Post » lo chiamò come « un imperatore di segatura », il « New York Herald
Tribune » salutò la fine dell’« egoismo napoleonico » di mussolini e il « chri-
stian science monitor » applaudí la fine delle sue « smargiassate dal balco-
ne ».

cosí lo scrittore italo-americano Gay Talese ricorda come la notizia


del crollo del regime fascista giunse in america. Talese aveva allora
dieci anni, e diventerà una penna autorevole del « New York Times ».
il suo ricordo di quelle ore e il suo riferimento a Toscanini è quanto
mai interessante. Non solo gli esuli antifascisti italiani ma anche l’opi-
nione pubblica americana erano da tempo in attesa del crollo di una
dittatura che aveva, dichiarando guerra agli stati uniti, cercato di
rompere un legame profondo che esisteva tra i due popoli. un lega-
me che proprio Toscanini, in quel 1943, fece di tutto per rinsaldare.
al grande direttore il 1943 parve una simmetria di date simboliche:
una ideale congiunzione tra il primo Risorgimento e l’anno primo
del nuovo Risorgimento; e allora ecco un verdi richiamato alla sua
dimensione storica e politica, ma anche « rinnovato » ideologicamen-
te da uno dei suoi maggiori e piú fedeli interpreti. È stata questa l’ese-
cuzione dell’Inno delle Nazioni diretto da arturo Toscanini l’8 e il 20
dicembre 1943. alla guida della Nbe symphony Orchestra il maestro
italiano registrò nello studio 8-H, insieme al testo verdiano, la sua

102
xvii. un patriota da new york: toscanini 1943

appassionata partecipazione all’italia che, rovesciato il fascismo, com-


batteva dall’8 settembre accanto agli alleati. era impensabile dunque
che Toscanini, col pensiero rivolto al suo paese lacerato, ma con l’ani-
mo dell’esule grato al popolo americano che lo aveva accolto e a quel-
lo inglese per il quale verdi aveva composto l’Inno, non dirigesse que-
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sto verdi col piglio di un soldato tra soldati.


verdi aveva composto L’inno delle Nazioni nel 1862 su un testo di
arrigo boito nel quale con versi mutuati evidentemente della poesia
civile di victor Hugo, la voce del bardo e il coro di popolo esaltavano
la vittoria della pace: il contributo di due Nazioni, la Francia e l’in-
ghilterra, alla nascita di una europa libera, affratellata; l’aurora dell’ita-
lia (« Oh italia! Oh patria mia! che il cielo vegli su te fino a quel dí che
grande / libera ed una tu risorga al sole ») che da appena un anno era
stata proclamata unita.
l’ultimo verso dell’Inno richiama infatti, con quel « libera ed una »,
il percorso del Risorgimento, e cita esplicitamente il verso, non bello
ma efficace, « liberi non sarem se non siamo uni » di manzoni, lo scrit-
tore che verdi amava e ammirava.
l’Inno delle Nazioni è la celebrazione musicale di un evento che
inorgogliva la cultura borghese e l’attivismo capitalistico-industriale
di quel tempo: l’esposizione universale di londra. l’inghilterra,
l’unico paese di europa che non aveva vissuto né rivoluzioni né bar-
ricate, rivendicava un’altra rivoluzione, quella industriale, che aveva
reso visibile l’idea di progresso. e questa immagine si imponeva, oc-
cultando certamente i conflitti sociali ed economici, come una im-
magine vincente di pace operosa e offerta di amicizia alle altre Nazio-
ni (non piú « avversari crudeli » ma « Fratelli in arte »). sui versi di
boito verdi aveva perciò costruito una partitura limpida, commossa e
partecipe. Doveva essere veramente un inno alla pace dell’europa
che Toscanini volle raccogliere mentre l’europa era dilaniata dalla
guerra. e Toscanini pensava all’italia. in quel mese di dicembre gli
alleati stavano risalendo la penisola ma erano stati inchiodati dalla
morsa tedesca lungo un fronte che andava da cassino a Ortona. No-
nostante alcune grandi battaglie perdute, la Germania non era vinta
in europa. solo sul fronte orientale i russi resistevano e cercavano di
contrattaccare. Toscanini aveva dunque ben presente lo scenario mi-

103
« america amara »

litare, ma nei continui contatti con gli altri antifascisti italiani, esuli
negli stati uniti, aveva occasione di riflettere sul pericolo per la so-
pravvivenza della civiltà occidentale. insieme con salvemini, borge-
se, lionello venturi, Randolfo Pacciardi, Toscanini fu (come altri ar-
tisti e intellettuali americani ed esuli europei) uno dei puntelli cultu-
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rali della promessa di libertà che il presidente Roosevelt lanciava al


mondo.
cosí, quando l’8 dicembre 1943 Toscanini entrò nello studio della
radio di New York aveva già deciso che il verdi ottimista dell’Inno
sarebbe apparso spiritualmente lontano se non fosse stato in qualche
modo reso « attuale ». in altre parole, pensò di trasferire verdi dall’800
al ’900, immaginando quale sarebbe stato il suo impegno politico di
fronte al nazismo e al fascismo. e allora l’Inno delle Nazioni si arricchí
di nuove ispirazioni. Nella partitura verdiana l’omaggio alla Francia e
all’inghilterra è sottolineato dagli inni nazionali God Save the Queen e
la Marseillaise. in verità quest’ultima non era ancora, nel 1862, inno
nazionale della Francia (lo sarà soltanto nel 1879), ma la sua esempla-
rità simbolica era evidente. l’omaggio all’italia unita avrebbe dovuto
essere la Marcia Reale (nostro inno nazionale fino al 1946), ma nell’ese-
cuzione irrompe, come segno profetico dell’italia repubblicana, l’In-
no di mameli. e sul finire, un’altra irruzione di note, improvvisa, inat-
tesa: la solenne Internazionale, eseguita integralmente e cantata dal co-
ro che fino allora aveva contrappuntato il bardo, il tenore Jan Peerce.
era il tocco politico antifascista di Toscanini e un diretto omaggio alla
Russia in lotta.
la guerra fredda era di là da venire e in quel momento anche sta-
lin, insieme a Roosevelt e churchill, combatteva contro le tenebre di
quella « guerra di religione ». anche il testo di boito fu ritoccato nei
versi dedicati all’italia: all’invocazione « oh patria mia! », Toscanini ag-
giunse « perduta ». era un grido di angoscia perché sul finire del 1943
nessuno era in condizioni di sapere quando e come la guerra sarebbe
finita. e pendeva su tutti, non dimentichiamolo, la minaccia di un’ar-
ma sconosciuta che Hitler dichiarava di possedere.
Da questo momento dunque, Toscanini è in prima linea nel pen-
sare anzitutto alle sorti dell’italia. cosí, quando il 4 giugno 1944 Roma
fu finalmente liberata, Toscanini collaborò alla stesura di un « mani-

104
xvii. un patriota da new york: toscanini 1943

festo degli italiani d’america » che ebbe ampia diffusione negli stati
uniti. È un documento politico dal linguaggio diretto, inusitato e di
notevole spessore. era soprattutto un invito ai governi americano e
inglese a considerare la liberazione dell’italia come un fatto non
esclusivamente militare: « sbagliano coloro che pensano che solo il
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destino d’italia sia in giuoco in italia. Tutti i valori della civiltà occi-
dentale sono colà messi alla prova ».

105
Xviii

CAP ITALI S MO AL VELENO E MACCARTI S MO


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ai primi del 1948, giungeva sugli schermi in europa un film inten-


so, dal fascino strano: Monsieur Verdoux. autore e protagonista charles
chaplin. il nome dell’autore era troppo importante perché in quei
tempi di ripresa del cinema europeo, di opere che restano nella storia
del cinema, di sale sempre affollate di spettatori, Monsieur Verdoux pas-
sasse inosservato. ma sarebbe forse eccessivo dire che il pubblico ab-
bia veramente amato e capito questo film. meno che mai gli spettato-
ri italiani. il film apparve nelle nostre sale il mese di marzo, mentre gli
italiani, tra madonne in lacrime, anatemi contro peccatori, guerra
fredda incombente, si dilaniavano nella campagna elettorale che por-
terà al trionfo democristiano del 18 aprile 1948. ma è strano che, ri-
manga ancora inalterata la perplessità di quanti vedono o rivedono
questo classico del cinema. Neanche il ricordo, nel 1997, dei venti
anni della scomparsa di chaplin è servito a stimolare una riflessione
su un’opera cosí impegnativa, plurale, della quale, ancora nel 1964,
nella autobiografia, chaplin dirà: « sono convinto che Monsieur Ver-
doux è il film piú brillante e intelligente che io abbia mai realizzato ».
singolare dichiarazione di un artista che ha portato l’arte cinemato-
grafica alle piú alte vette della poesia e al quale la brillantezza e l’intel-
ligenza non sono mai mancate. in Monsieur Verdoux questi due pregi
erano dati, anzitutto, dai dialoghi, liberi da qualsiasi schema tradizio-
nale e spregiudicati nella forma e nel contenuto; poi dal thrilling di una
storia (protagonista un impeccabile ed elegante assassino di signore
sole e benestanti) che richiamava alla memoria un altro monsieur,
Henri-Désiré landru, l’omino francese mandato alla ghigliottina nel
1922 per avere assassinato dieci sue amanti o mogli. Dunque niente a
che vedere con le comiche di charlot, né con le situazioni grottesche
di Tempi moderni o de Il Grande Dittatore, né con la storia struggente di
Luci della città. ma tra questi capolavori Monsieur Verdoux è l’unico sul
quale l’autore ha dichiarato di avere investito tutta la sua forza creati-
va. È come se quei film lo contenessero in nuce. il film è il primo gira-

106
xviii. capitalismo al veleno e maccartismo

to da chaplin dopo la seconda guerra mondiale. l’idea (nata da un


incontro con Orson Welles) era germinata già nel 1942, ma è nel 1947
che vede la luce dopo un anno di accurata lavorazione. sebbene appa-
risse sugli schermi in un mondo pacificato e restituito apparentemen-
te alla serenità, Monsieur Verdoux non induceva all’ottimismo e pareva
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voler riassumere in una pensosa riflessione quei sedici anni di storia,


dal 1929 al 1945, durante i quali il Novecento aveva dato il peggio e in
qualche modo il meglio di sé. un peggio che il signor verdoux, la cui
vicenda nel film termina nel 1937, interpreta magnificamente e che
non rotola affatto, alla fine, nel paniere del patibolo come la sua testa,
ma rimane sospeso come un presagio nell’alba livida delle ultime in-
quadrature con la parola Fine. Nelle sue memorie, di nessun altro
film chaplin parla diffusamente come di Monsieur Verdoux. Ne è rico-
struita la storia, dall’ispirazione originaria alla reazione che il pubblico
americano ebbe dopo un iniziale successo del film. Roosevelt era
morto da due anni, e chaplin era da tempo accusato di essere comu-
nista. Monsieur Verdoux fece traboccare il vaso.
chaplin fu denunziato alla nazione da quattro senatori repubbli-
cani e, ricorda, « non passava giorno senza la notizia che qualche ge-
store di cinema aveva annullato la prenotazione del film ». laddove si
riuscí a proiettarlo, i cinema erano picchettati da membri della ca-
tholic legion che inalberavano cartelli con scritte « mandatelo in
Russia », « cacciate lo straniero dal paese », « chaplin è un filocomuni-
sta ». insomma, per il film fu anche una batosta economica senza pre-
cedenti.
Perché tanto scandalo? la storia di verdoux si svolge nella Francia
travolta dalla crisi dilagata negli stati uniti. verdoux è un « insignifi-
cante impiegato di banca » (sono parole di chaplin). ma, attenzione,
la “banca” è la chiave del racconto. Monsieur Verdoux è infatti un film
insieme solare e noir e riassume i sentimenti di un tempo che gran
parte del mondo ha vissuto sulla propria pelle; un inizio epocale se-
gnato dal crollo di Wall street. verdoux vede “dall’interno” la falsità
e l’immoralità di quel sistema economico, la disonestà di speculatori
e finanzieri che si comportano come criminali incalliti; il tutto in una
sorta di falsificazione di valori e comportamenti. in una prima stesura
il film si apriva con una voce fuori campo dal tono lievemente ironi-

107
« america amara »

co: « Nei giorni dorati del 1928, tutti guadagnavano denaro tranne
coloro che lavoravano per produrlo ». e il film immette subito nel
panico di Wall street con le immagini di due banchieri che si gettano
dalla finestra e di verdoux, possessore nel suo piccolo di azioni, il
quale telefona all’agente: « vendete tutto! », avendo per risposta: « ave-
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te perduto tutto da un pezzo ». e mentre la crisi imperversa, veloci


fotogrammi, molto eloquenti, attraversano le scelte private di ver-
doux: mussolini al balcone di piazza venezia, mussolini e Hitler,
giornali che annunciano la guerra civile in spagna, rotative che sfor-
nano giornali con titoli cubitali. Nel collasso generale verdoux sco-
pre che commettere un delitto per avere del denaro non è che l’eser-
citare con altri mezzi le tecniche individuali del profitto e quelle col-
lettive della violenza bellicista e fascista. Fa allora la sua scelta: il de-
naro è facilmente reperibile attraverso l’arte di seduzione di vecchie
e danarose signore. verdoux deve anche mantenere una moglie para-
litica e un figlio che ama teneramente, cosí, mentre con eccezionale
savoir faire uccide le donne che ha corteggiato, scrive loro: « Quando il
mondo si fa tetro, penso a te monica e a Pierre. È l’unica cosa di buo-
no che ho in terra ».
all’uscita del film chaplin cosí lo riassumeva in una conferenza
stampa:
il film ha uno spiccato valore morale. Per verdoux il delitto è la logica conse-
guenza degli affari. verdoux esprime il sentimento del nostro tempo; è dalla
catastrofe che emergono uomini come lui. emblema del disagio civile e del-
la depressione economica, è frustrato, amaro, ma non è mai morboso. visto
nella maniera giusta, anche il delitto può essere comico.

e infatti, attraverso l’ironia intelligente del racconto vi sono numero-


se situazioni sottilmente comiche che filtrano in dialoghi quanto mai
eleganti. Dove l’eleganza è, ovviamente, un profilo in piú del crimi-
ne. « Gli affari – dice a un certo punto verdoux – sono in se stessi
spietati ». e piú oltre: « Per trentacinque anni ho usato il cervello one-
stamente. Poi non l’ho piú voluto. Questa è un’era disperata! ». e al
giornalista che lo intervista dopo la condanna a morte chiedendogli:
« Pretendete di sapere tutto? », risponde: « mi sarebbe di grande aiuto
sapere tutto ».

108
xviii. capitalismo al veleno e maccartismo

Nell’autobiografia chaplin pubblica otto pagine della sceneggia-


tura dove i dialoghi si avvolgono intorno a una disincantata e lucida
morale del delitto. una morale che appare drammatizzata soprattut-
to in due scene finali: le ultime parole dell’imputato verdoux alla
corte, prima della sentenza, e lo scambio di opinioni tra il condanna-
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to e il sacerdote che va a prenderlo in cella per accompagnarlo al pa-


tibolo. ecco alcune battute dei due passaggi. Tribunale di Parigi 1937.
Verdoux al Giudice. Non si stanno forse costruendo armi sempre piú per-
fezionate per sterminare i popoli su scala sempre piú vasta? Non si sono
già fatti a pezzi donne e bambini, e in modo altamente scientifico? come
assassino in confronto io non sono che un dilettante… scandalizzarsi per
la natura dei miei crimini è vera e propria ipocrisia. voi vi compiacete del
delitto, lo legalizzate e lo adornate con ghirlande d’oro; voi lo celebrate
con trionfi e fanfare! l’assassinio è l’attività imprenditoriale su cui prospe-
ra il vostro sistema.

ed eccoci nella cella del condannato a morte.


Verdoux. caro padre, io sono in pace con Dio. in questo momento mi sento
in conflitto con l’uomo.
Prete. Non prova rimorso per i suoi peccati?
verdoux. e chi lo sa cosa è il peccato? […] Dopotutto senza il peccato lei cosa
farebbe?
Prete. stanno venendo. lasci che preghi per lei.
Verdoux. come vuole. ma penso che i signori non vadano fatti aspettare.
Prete. che Dio abbia pietà della sua anima.
Verdoux. Perché no? Dopotutto gli appartiene.

« a Hollywood – ricorderà chaplin – organizzai una proiezione pri-


vata per i miei amici. alla fine Thomas mann, lion Feuchtwanger e
molti altri si alzarono in piedi e applaudirono per piú di un minuto ».

109
NOTA CONC LUS IVA

Gli applausi a chaplin chiudono bene, mi sembra, questo viaggio


tra alcune pagine e alcune emozioni della storia americana. altri per-
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corsi e altri racconti sarebbero stati possibili e, forse, necessari ad una


visione storica piú complessiva degli stati uniti, ma non era l’inten-
zione di questo volume dove si tenta di pensare l’america con attra-
versamenti improvvisi tra passato e presente e con l’idea di ritagliare
dal vecchio e dal nuovo costante flusso saggistico e pubblicistico de-
dicato anche in italia agli stati uniti, alcuni nodi essenziali del suo
formarsi come nazione, del suo appartenere alle radici culturali del-
l’europa, ma anche del suo negarsi ad esse rinnovandosi e inventan-
dosi come un “mondo nuovo”. Nelle sue dolcezze e fascinose bellez-
ze, ma anche nelle sue amarezze e durezze. Da parte della cultura
europea c’è un modo di “sentire”, oltre che di decifrare, gli stati uni-
ti che ha seguito, ovviamente, tutte le oscillazioni e le inquietudini
della storia politica e delle ideologie del “vecchio mondo”: dall’am-
mirazione per la rivoluzione di fine ’700, al dissenso alternante dei
decenni successivi, alla fiducia nell’america come accogliente « sorel-
lastra del mondo ». certo, il modello economico che gli stati uniti
hanno rappresentato, la ricchezza dei suoi apparati capitalistici, il ca-
pitalismo ruggente o in crisi l’hanno fatta, e continuano e farla, sem-
pre da padroni, ma l’American way of life, il cinema, la musica, la lette-
ratura, la sua democrazia, sempre insidiata da forze retrive, ma sem-
pre autentica e sociale, resistono, alla fine, a qualunque critica che sia
totalmente negativa. anche nei momenti piú difficili l’america è ri-
masta, come in un gioco intellettuale, l’Oggetto di una nostra eterna
infanzia, di un nostro futuro misterioso.
Per rispettare le regole non scritte di questo gioco ho ripensato ad
alcune, tra le tante, pagine vive della storia di un paese che non accet-
ta schemi storiografici e che, quando è necessario, sa tranquillamente
aprirsi anche alle critiche che gli vengono rivolte.

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I N DIC I
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I N DIC E DEI NOM I

adams John: 14. conte Paolo: 75.


agnelli, famiglia: 46. conti ettore: 45.
agnelli Giovanni: 44. cooper James Fenimore: 27.
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alessandro i, re di iugoslavia: 64. croce benedetto: 93, 94, 95, 96, 97, 98,
allen Woody: 29, 30, 31, 33, 42, 76. 101.
alsop Joseph Wright: 59. cruse Jean: 65.
altman Robert: 29, 31, 32, 33. curtiz michael: 75.
anderson sherwood: 17.
armstrong louis: 74, 75, 76. D’annunzio Gabriele: 85.
arndt Heinz Wolfgang: 56. Dante alighieri: 24, 96.
Debussy claude-achille: 75.
baffi Paolo: 98. Degas Hilaire-Germain-edgar: 27.
baran Paul alexander: 42, 56. De Gasperi alcide: 61.
baring, famiglia: 46. De la Warr: 69.
barthou louis: 64, 65. de meeus adrien: 7.
baruch bernard mannes: 45. de Ritis beniamino: 7.
bastianini Giuseppe: 79. Dewey John: 14, 17, 33, 57.
beard charles: 11, 83. Dickens charles: 15.
beiderbecke bix: 74, 75. Diderot Denis: 10, 11, 35.
berle adolf augustus: 58. Diggins John Patrick: 71.
berlin irving: 76. Dobb maurice: 21.
beveridge William: 98. Dodd William: 63, 66.
bissolati leonida: 53, 54. Doumergue Gaston: 62.
blackwell elisabeth: 27. Dreiser Theodore: 17.
boito arrigo: 103, 104. Dunn susan: 79.
borgese Giuseppe antonio: 104.
early steve: 66.
Čajkovskij Pëtr il’ič: 76. eastwood clint: 29.
carmichael Hoagland Howard, detto eden anthony: 88.
Hoagy: 29, 74, 75, 76. einaudi Giulio: 52, 53, 58.
cassat mary: 27. einaudi luigi: 52, 53, 54.
cecchi emilio: 7, 8, 17, 31. einaudi mario: 53, 57.
chamberlain arthur Neville: 78, 79. einstein albert: 92, 96, 97, 101.
chaplin charlie: 16, 30, 42, 100, 106, 107, ellington edward Kennedy, detto Duke:
108, 109, 110. 33, 76.
churchill Winston: 77, 78, 79, 80, 81, 84, emerson Ralph Waldo: 15, 27.
104. enfield R.R.: 67.
citroën, famiglia: 46. engels Friedrich: 20, 36, 44, 51.
clinton bill: 17, 41.
clooney George: 29. Faulkner William: 86.
colombo cristoforo: 48. Feuchtwanger lion: 109.

113
indice dei nomi
Filangieri Gaetano: 14. Hume David: 35.
Findlay Paul: 64. Huntington samuel Phillips: 18.
Fitzgerald Francis scott: 17, 74. Huxley aldous leonard: 49.
Ford, famiglia: 46, 89. Huysmans Joris-Karl: 25.
Ford Henry: 45.
Forster edward morgan: 50. James Henry: 27.
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Foscolo ugo: 19, 20, 21. James William: 33.


Fourier François-marie-charles: 20. Jay John: 12.
Franklin benjamin: 10, 14. Jefferson Thomas: 12, 14.
Franklin Francis: 12. Jensen merril: 11, 12.
Friedman Thomas l.: 48. Jung Guido: 71, 72, 73.
Jünger ernest: 85.
Galbraith John Kenneth: 35, 36, 42, 82,
83. Kaiser Henry J.: 90.
Garcia lorca Federico: 40. Kennedy John Fitzgerald: 59.
George Henry: 16. Kennedy Joseph: 79.
Gershwin George: 26, 28, 76. Kennedy Paul: 85.
Gibney alex: 29. Kern Jerome David: 29, 76.
Giraudoux Jean: 7. Keynes John maynard: 35, 36, 37, 49, 50, 51,
Goebbels Paul Joseph: 92, 95. 56, 57, 98.
Goering Hermann: 77. Kirk: 66.
Goodman benny (benjamin David): 74. Kittman: 66.
Gottschalk louis moreau: 27. Knudsen William: 90, 91.
Green Johnny: 76. Krupp, famiglia: 44, 89.
Gualino Riccardo: 45. Krupp alfried: 88, 91.
Guggenheim, famiglia: 47.
la Guardia Fiorello Henry: 102.
Halifax edward Frederick lindley landes David s.: 45, 46, 47.
Wood, visconte: 78, 79, 80, 81. landru Henri-Désiré: 106.
Hamilton alexander: 12. lastella aldo: 75.
Harrison: 66. leopardi Giacomo: 9, 14, 19, 23, 24, 25.
Harrod Roy Forbes: 57. lindbergh charles augustus: 101.
Hawks Howard Winchester: 75. lloyd alfred Henry: 16.
Hawthorne Nathaniel: 15, 27. locke John: 35.
Hayek Friedrich august von: 36, 98. lombardo Giuseppe: 24.
Hearst William Randolph: 83. long Harry breckinridge: 66, 68.
Hemingway ernest: 86. longfellow Henry Wadsworth: 15, 24.
Herman arthur: 89, 90, 91. lubin David: 69.
Hitler adolf: 45, 60, 72, 78, 79, 80, 82, 83, luigi Xvi, re di Francia: 10.
88, 92, 104, 108. lukacs John adalbert: 80, 81.
Hopkins Harry lloyd: 81.
Hughes Henry stuart: 100. madison James: 12.
Hugo victor-marie: 103. majakovskij vladimir vladimirovič: 85.
Hull cordell: 66, 67. mameli Goffredo: 104.

114
indice dei nomi
mann Thomas: 100, 109. Pavese cesare: 28.
manzoni alessandro: 103. Peerce Jan: 104.
march James Gardner: 42. Peli: 63.
marshall alfred: 36. Pershing John J.: 26.
marx Karl: 17, 20, 35, 36, 37, 44, 50, 51. Peugeot, famiglia: 46.
mazzini Giuseppe: 16. Pietro i, re di iugoslavia: 64.
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mccarthy Joseph Raymond: 59, 101. Pirelli alberto: 45.


mccollough David: 26, 27. Platone: 96.
melville Herman: 14, 23, 24. Poe edgar allan: 14, 32.
mill John stuart: 50. Porter cole: 28-29, 33, 76.
miller arthur: 40. Puccini Giacomo: 17.
miller Glenn alton: 76.
minsky Hyman Philip: 99. Quine Willard van Orman: 101.
moley Raymond charles: 70.
monteleone Franco: 30. al-Rascid Harun: 28.
morgan, famiglia: 46, 89. Ravel maurice: 75.
morgan John Pierpont: 46. Reagan Ronald Wilson: 41.
morris: 64. Redford Robert: 29, 31.
morse samuel: 27. Renault, famiglia: 46.
mosley Oswald ernald: 80. Robinson Joan: 36.
murdoch Rupert: 35. Rockefeller, famiglia: 47, 89.
mussolini benito: 28, 49, 53, 54, 62, 66, 67, Rockefeller David: 47.
70, 71, 72, 73, 78, 79, 82, 83, 91, 95, 102, Roosevelt anna eleanor: 60, 61, 81, 83.
108. Roosevelt Franklin Delano: 11, 13, 14, 17,
myrdal Gunnar: 36. 33, 39, 40, 41, 52, 53, 54, 56, 57, 59, 60, 61,
70, 71, 72, 78, 79, 80, 81, 82, 83, 84, 90, 95,
Napoleone i, imperatore: 46. 96, 104, 107.
Napoleone iii, imperatore: 27. Roosevelt Theodore: 16.
Napolitano martone maria: 8. Ropke Wilhelm: 98.
Nasar sylvia: 35, 36. Rothschild, famiglia: 44, 46.
Rothschild evelyn: 38, 44, 46, 65.
Obama barack: 13, 17, 31, 38, 39, 40, 59, 99. Ruggiero amerigo: 7, 52, 53, 55, 56, 57, 58.
Oliver: 65. Ruskin John: 50.
Oliver Joe, detto King: 74. Russell bertrand: 49.
Orazio: 17, 71, 73. Ryerson Knowles: 65.
Orwell George: 49.
Owen Robert: 19, 20, 21, 22. sachs Jeffrey David: 35, 36.
saint-Gaudens augustus: 27.
Pacciardi Randolfo: 104. saint-simon louis de Rouvroy, duca di:
Padoa schioppa Tommaso: 38, 39. 20.
Paolo, santo: 34. salvemini Gaetano: 104.
Pareto vilfredo: 40. samuelson Paul: 36, 42.
Parker charlie: 76. saroyan William: 28, 29, 31.
Parsons Thomas William: 24. sartre Jean Paul: 99, 100.

115
indice dei nomi
satie eric alfred leslie: 75. Tocqueville charles-alexis-Henri clerel
schacht Hjalmar Horace Greely: 45. de: 10, 12, 13, 25.
schulz martin: 42. Toscanini arturo: 102, 103, 104.
schumpeter Joseph alois: 35, 42, 56. Toyoda (Toyota), famiglia: 46.
scorsese martin charles: 29. Tuckerman Henry T.: 23.
sebald Winfried Georg maximilian: 86. Tugwell Rexford Guy: 58, 61, 62, 70, 71, 72.
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sen amartya Kumar: 36.


shaw George bernard: 49, 50, 51. van Ripers charles: 65.
sieyès emmanuel: 10. veblen Thorstein bunde: 16, 42.
singer sargent John: 27. venturi lionello: 104.
smith: 65. verdi Giuseppe: 102, 103, 104.
smith adam: 35. verne Jules: 85.
socrate: 96. vittorini elio: 8, 28, 31.
soldati mario: 7.
spengler Oswald: 95. Wallace Henry agard: 52, 54, 58, 72.
spielberg steven: 16, 32. Washington George: 12.
stalin iosif vissarionovič: 50, 60, 104. Webb beatrice: 50.
steinbeck John: 86, 87. Webb sidney: 50.
sterne laurence: 49. Welles Orson: 107.
strauss: 63, 64, 65. Wells George: 49.
stravinskij igor´ Fëdorovič: 75. Westerveld benjamin: 88.
sweezy Paul marlor: 42, 56. Whitman Walt: 15.
swift Jonathan: 49. Wilde Oscar: 50.
Wilder billy: 33.
Talese Gay: 102. Wills Gerry: 16.
Taylor Frederik Winslow: 16, 42. Wilson edmund: 17.
Taylor H.c.: 69. Wilson Thomas Woodrow: 16.
Taylor Telford: 88. Woolf virginia: 49.
Thatcher margaret Hilda: 41. Wyler William: 75.
Thoreau Henry: 15.
Thyssen, famiglia: 89. Zhou Xueguang: 42.

116
I N DIC E

Premessa 7

introduzione 9
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i. Robert Owen: il primo capitalista europeo che so-


gna l’armonia americana 19
ii. melville e leopardi 23
iii. comincia la “scoperta” dell’Europa 26
iv. stati uniti: eterno giocattolo degli italiani? 28
v. il capitalismo americano: pensare l’economia con
“intelligenza” 34
vi. capitalismo americano e “regole” 38
vii. le aristocrazie dell’economia 44
viii. cosa è la “crisi economica”? 48
iX. la crisi del 1929: quando i lettori italiani comin-
ciarono a saperne qualcosa 52
X. il new deal e l’italia 59
Xi. mussolini scrive a Roosevelt 70
Xii. “Polvere di stelle” 74
Xiii. Giornate particolari: gli stati uniti scendono in
campo 77
Xiv. stelle e strisce nei cieli di guerra 85
Xv. addio alle armi 88
Xvi. una luce dagli stati uniti: einstein, l’Italia, la
filosofia 92
Xvii. un patriota da New York: Toscanini 1943 102

117
indice

Xviii. capitalismo al veleno e maccartismo 106

Nota conclusiva 110

indici
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indice dei nomi 113

118