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Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Scuola di Scienze Politiche

Corso di laurea triennale in

Scienze politiche, sociali e internazionali

Tesi di Laurea in

Storia delle Dottrine Politiche

Le ragioni del politico:


l'eredità di Ernesto Laclau nella lettura contemporanea del populismo

CANDIDATO RELATORE

Angela Nicolazzo Prof. Maurizio Ricciardi

II Sessione

Anno Accademico 2014/2015


Le ragioni del politico:

l'eredità di Ernesto Laclau nella lettura contemporanea del populismo

Indice:

Introduzione p. 1

I. Ernesto Laclau e l'enigma populista 3

I.1 L'universo di Ernesto Laclau : la storia, la politica e le idee 4

I.2 L'eclettismo al servizio del popolo: post-marxismo, linguistica, psicoanalisi 7

I.3 La chimera populista e il fallimento della teoria politica 12

I.4 Alla ragione, dal sentimento. Il riscatto del popolo nelle scienze sociali 16

II. Il politico e il popolo: dialogo tra Laclau, Schmitt e Mouffe 19

II.1 Ernesto Laclau: le ragioni del politico 20


II.1.1 Oltre la classe: l'eterogeneità 20
II.1.2 Domande sociali e pratiche politiche: differenze, equivalenze e antagonismo 21
II.1.3 Dire è fare: il potere performativo del discorso tra egemonia e significanti vuoti 25
II.1.4 Il populismo è il politico: la ragione ritrovata 27
II.2 Le origini del politico: Carl Schmitt e l'omogeneità del popolo 29
II.3 Per un ritorno del politico: Chantal Mouffe e la sfida schmittiana 32

III. Quel che resta del politico: ragioni populiste nel critico oggi della democrazia 39

III.1 Pierre Rosanvallon: il politico ai tempi del populismo 40


III.1.1 Verso una storia del politico 40
III.1.2 Democrazia: perpetue tensioni 41
III.1.3 Oltre il suffragio: il popolo attivo della controdemocrazia 45
III.1.4 Il populismo è l'impolitico: Rosanvallon e Laclau a confronto 46
III.2 Voci dall'altra dimensione: il populismo della scienza politica 50
III.2.1 Vecchie crisi, nuove consapevolezze: l'antipolitica oltre la destra e la sinistra 50
III.2.2. Il laboratorio politico italiano: l'esperimento di una ragione populista 53

Bibliografia 57
Il problema è come reintrodurre
una legge ancora credibile
senza che essa possa discendere dal cielo.

M. Recalcati
0
Introduzione

Il presente elaborato ha per oggetto di indagine il contributo di Ernesto Laclau alla


letteratura contemporanea relativa alla categoria politica del "populismo". Esso inoltre
analizza la ricezione, nel dibattito teorico-politico corrente, dei presupposti anormativi che
hanno ispirato l'inedita prospettiva di ricerca sul fenomeno abbracciata dal pensatore
argentino, il cui nome è entrato soltanto di recente nel discorso intellettuale italiano.
L'interesse da cui trae origine la trattazione seguente è da rintracciare nell'originalità di
approccio a un tema, quello del populismo, tradizionalmente sottoposto a vessatorie
inquisizioni teoriche dagli intenti esclusivamente denigratori, all'insegna di quel pregiudizio
ideologico così ricorrente nei difensori, in senso conservatore e liberale, dell'attuale
configurazione istituzionale e rappresentativa della liberaldemocrazia.

Il punto di forza della decostruzione dei preconcetti normativi da parte della filosofia
laclausiana, svolta sul piano prettamente ontologico, risiede nel descrivere il populismo,
piuttosto che nei termini di un'ideologia o di un movimento, in quanto modalità specifica ed
essenziale della più generale operazione costitutiva del popolo, rispondente ad una logica
propria del "politico". È nella dimensione del politico che si realizza difatti la “ragione
populista” - questo il titolo dell'opera di Ernesto Laclau analizzata in questa sede - iscrivendo
la sua ricerca nel percorso teorico che mette il politico al centro delle dinamiche di
costituzione e rappresentazione del “popolo”, entità politica ambigua e inafferrabile.
Ricostruire il retroterra teorico laclausiano, pertanto, porta necessariamente individuare le
connessioni esistenti tra il pensiero dell'intellettuale argentino e della sua compagna di vita e
ricerca intellettuale nell'ambito della complessiva teoria della democrazia radicale, Chantal
Mouffe, e le intuizioni sul popolo e sul concetto di politico da parte di colui che di
quest'ultimo è padre indiscusso: Carl Schmitt.

L'eredità del pensiero di Laclau e del suo tentativo di inglobare in una cornice teorica
coerente ed esaustiva gli sviluppi del peronismo argentino deve tenere conto delle
problematiche sollevate sul piano empirico dalla crisi politica in cui versano le democrazie
europee da un ventennio a questa parte. La sfida posta alla tenuta istituzionale dalla comparsa
delle nuove destre radicali, nazionaliste e xenofobe, è rilevante ai fini della presente
dissertazione nella misura in cui le tendenze dell'analisi politologica, seppure impegnate in
una condanna, apparentemente inappellabile, dei populismi odierni e dei loro effetti collaterali

1
sulla salute della democrazia, mettono al tempo stesso in evidenza caratteristiche
reinterpretabili, ad una lettura più attenta, alla luce della razionalità che Laclau, attraverso la
dimensione del politico, ha restituito al fenomeno e alle sue manifestazioni concrete.

La struttura dell'elaborato si articola in tre capitoli. Il primo capitolo sarà dedicato alla
ricostruzione del complesso universo filosofico di Ernesto Laclau e delle implicazioni sul
versante politico delle sue riflessioni; il secondo capitolo si incentrerà, di seguito,
sull'immaginario dialogo tra i lavori di Laclau, Schmitt e Mouffe attorno al tema del politico e
della costituzione del popolo. Il terzo e ultimo capitolo sposterà invece il focus sugli sviluppi
della teoria e della scienza politica contemporanea nell'analisi del populismo, con particolare
riferimento alla ricerca di Pierre Rosanvallon sul politico e la dimensione della
controdemocrazia, per analizzare brevemente, infine, un caso concreto di populismo nel
panorama partitico italiano che, più di tutti, sembra conciliare la funzionalità
controdemocratica e la politicità populista nel senso inteso dal filosofo argentino.

L'obiettivo ultimo della presente analisi è ribadire il messaggio intrinsecamente politico che
una prospettiva teorica di radicale alternativa di lettura del populismo, quale quella proposta
da Laclau, porta con sé. Comprendere le ragioni della ricomparsa del popolo, nel tempo in cui
il solido edificio della democrazia rappresentativa sembra cedere sotto il peso del degrado e
del disincanto che ha esso stesso generato, significa sostituire alla critica distruttiva
un'indagine costruttiva, e possibilmente, riabilitativa delle fisiologiche dinamiche istituzionali,
tali da rimettere la sovranità popolare e il bene pubblico al centro dell'interesse politico.
Se il ventre della storia è gravido di mostri, una sana, autocritica introspezione da parte degli
attori politici, i principali responsabili della storia stessa, può e deve tenerne a freno
l'altrimenti inevitabile proliferazione.

2
Capitolo I
Ernesto Laclau e l'enigma populista

Il panorama internazionale della teoria politica degli ultimi decenni è stato attraversato dal
risveglio dell'interesse intellettuale, in verità mai del tutto sopito, attorno alla tematica del
populismo. Il rinnovato tentativo di inquadrare all'interno di una cornice universale di
riferimento un fenomeno di cui esponenti di rilievo della disciplina, da Jacques Rancière a
Pierre Rosanvallon hanno segnalato e denunciato l'inafferrabilità, se non, addirittura,
l'introvabilità1, risulta chiaramente comprensibile alla luce di un evidente, e duplice, dramma
teorico e politico. L'esplosione – sebbene sia più corretto parlare in questo caso di
riproposizione – di straordinarie forze, che rifuggono l'ordinarietà delle categorie storiche di
destra e di sinistra, in una posizione di costante ambiguità in termini di collocazione nello
spettro politico, sembrerebbe minacciare, più efficacemente sul piano extra-parlamentare che
non all'interno delle istituzioni, la tenuta del sistema storicamente fondato sui partiti e la
rappresentanza tradizionale, contribuendo all'erosione dei presupposti sistemici su cui la
liberaldemocrazia in Europa ha eretto la propria legittimità e ragion d'essere.
Le energie profuse nella trattazione del tema, pur illuminando gli aspetti più ricorrenti e
caratteristici del fenomeno nel suo attuale dispiegamento, arrivano con grande difficoltà ad
eguagliare la radicalità di una voce che si erge, tra tutte, nella teorica contemporanea. Il
contributo intellettuale di Ernesto Laclau, la cui ricezione negli ambienti italiani si attesta
tuttavia ancora alle fasi iniziali2, deve la sua originalità e la potenza teorica all'inedita
centralità e autonomia conferita alla dimensione del politico3. Si tratta, questo, di un passo
epistemologico fondamentale per la comprensione del fenomeno populista, e del carattere
politicamente universale che la costituzione del “popolo” incarna, nella misura in cui il primo
si rende espressione di una logica costitutiva ricorrente e intrinseca al dispiegamento della
dimensione politica stessa, trasversale a ogni tipo di movimento e ideologia. Intraprendere
un'analisi ontologica del politico è il prerequisito essenziale per sottrarre gli agenti politici
definiti “populisti” alla denigrazione morale di quella tradizionale interpretazione intellettuale

1 Jacques Rancière, L'introvabile populismo, in Che cos'è un popolo, A. Badiou et al., Roma, DeriveApprodi,
2014, p. 113.
2 Giorgio Grappi, Libertà, uguaglianza, contingenza! Ernesto Laclau e la teoria della “Democrazia Radicale”,
«Scienza e Politica», 30/2004.
3 Il “politico” descritto da Laclau dimostra una chiara – seppure tacita – connessione coi caratteri che informano
il termine nella concezione del suo padre teorico, Carl Schmitt. I motivi di analogia e di contrapposizione tra i
due intellettuali per quel che concerne le dimensioni di “politico” e “popolo” saranno oggetto di analisi del
secondo capitolo.

3
che ha visto in questi ultimi la manifestazione dei tratti più patologici e degenerati dell'intera
esperienza di mobilitazione e rappresentanza politica.
Ernesto Laclau è il protagonista del presente capitolo, la prima parte del quale sarà
incentrata su una ricognizione dei principali elementi del pensiero dell'intellettuale di origine
argentina recentemente scomparso. Ricostruire la cornice storica e ideologica di riferimento
risponde al bisogno – per chi scrive, e per chi legge - di inquadrare gli strumenti essenziali per
facilitare la lettura e la comprensione di un pensiero di altrimenti ardua accessibilità.
Comprendere appieno la portata di un percorso intellettuale che si intreccia con i contributi
più acuti delle dottrine del pensiero post-moderno necessiterebbe un accurato lavoro di analisi
delle modalità attraverso cui Laclau ha interagito con le tradizioni filosofiche, politiche e
psicoanalitiche a lui contemporanee, e ne ha reinterpretato i concetti nella propria dottrina. La
portata e la natura della presente dissertazione non consente, prevedibilmente, di addentrarsi
in un'impresa di ricerca del tipo appena descritto.
Piuttosto, la linea di analisi del capitolo cercherà di mettere a fuoco gli elementi chiave che
informano il pensiero di Laclau e spiegarne la rilevanza nella misura in cui ciò contribuisca a
cogliere gli esiti più significativi della riflessione intellettuale e politica dell'autore, senza
rinunciare per questo a fornire – in linea generale – le coordinate di riferimento all'interno
delle quali la formulazione della teoria sul popolo e sul populismo si è resa possibile.
Nell'essenzialità con cui concetti di oggettiva complessità teorica saranno trattati, si voglia
leggere la necessità di agevolare una comprensione quantomeno armonica del contributo di un
autore che vanta un'eredità intellettuale tra le più disparate e impervie. Dalla critica ai
pregiudizi normativi del dibattito contemporaneo, a cui sarà dedicata la seconda parte del
capitolo, le ragioni di radicalità dell'autore, in termini di riflessione teorica e di ricadute nella
praxis, cominceranno ad assumere tratti più definiti. È sulla base di tali argomenti che, nel
capitolo successivo, le categorie di populismo e popolo saranno riabilitate in senso ontologico
e riconsegnate alla dimensione del politico alla quale, necessariamente, appartengono.

1.1 L'universo di Ernesto Laclau : la storia, la politica e le idee

L'opera di Laclau, al di là della riconosciuta e già affermata originalità, si distingue per una
raffinatezza filosofica senza precedenti tra gli autori che animano il dibattito contemporaneo
sul tema, e un eclettismo che riconferma le ragioni della straordinarietà del suo sforzo teorico,

4
intellegibile attraverso una pluralità di prospettive dottrinarie. Sebbene, da un punto di vista
strettamente accademico, la carriera di Ernesto Laclau si sia svolta per gran parte in Europa,
dove ottenne la cattedra di Teoria Politica presso l'Università di Essex nella Gran Bretagna
degli anni Settanta, prima di assumere la direzione del Centre for Theoretical Studies in
Humanities and Social Sciences, non è possibile comprendere la produzione del teorico se
non in riferimento alla terra d'origine. Inevitabilmente, infatti, il pensiero di Laclau è iscritto
nella storia dell'Argentina del Novecento. È lo stesso autore, tra le pagine di New Reflections
on the Revolution of Our Time nel 1990 a rivendicare la presenza silente dell'Argentina nella
propria riflessione, quando, in una suggestiva identificazione con James Joyce, il cui virtuale
ritorno all'esperienza della nativa Dublino attraversa costantemente l'opera dello scrittore, ne
descrive le lotte politiche negli anni Sessanta come «punto costante di riferimento e di
comparazione nella propria ricerca»4.
Fu, in particolare, la travagliata scena politica che sconvolse l'America Latina e il paese a
partire dagli anni Trenta la forza motrice dell'interesse di Ernesto Laclau per una trattazione
critica e comprensiva del fenomeno populista che consentisse di spiegare, in modo finalmente
esaustivo, l'ascesa, le evoluzioni e le cadute del peronismo, fase storico-politica che il giovane
Laclau, nato a Buenos Aires nel 1935, aveva vissuto direttamente nell'intensa esperienza di
militanza politica. Membro del Partido Socialista Argentino nel 1958, prima del diretto
coinvolgimento nel Partido Socialista e la Izquierda Nacional di orientamento trotzkista dal
1963 che gli consentì di assumere incarichi di rilievo nella leadership del movimento e nella
direzione della rivista Lucha Obrera (letteralmente, “lotta operaia”) legata al manifesto e alla
propaganda del movimento, Laclau fu costretto alla fuga in Europa dall'avvento della giunta
militare e la repressione dei gruppi di opposizione.
È in Inghilterra, lontano dagli echi degli sconvolgimenti latinoamericani, che Laclau muove
i primi passi nella comprensione – teorica e politica – del fenomeno del populismo, mosso
principalmente da due ragioni: l'insoddisfazione maturata negli anni della formazione
universitaria nei confronti della letteratura vigente sul tema, e la necessità di
riconcettualizzarne le categorie interpretative alla luce della personale lettura positiva
dell'esperienza politica di Juan Domingo Perón, che attorno al proprio simbolo e al proprio
carisma personale era riuscito a condensare il supporto di gruppi e formazioni politiche
fortemente eterogenee5. L'ambizioso, radicale progetto di ripensamento teorico del populismo

4 Simon Critchley, Oliver Marchart, Laclau: a critical reader, London, Routledge, 2004, p. 2.
5 Damiano Palano, Laclau e i misteri del “politico”, «Istituto di Politica», 22 aprile 2014,
www.istitutodipolitica.it/wordpress/2014/04/22/ernesto-laclau-i-misteri-politico-ricordando-lintellettuale-
argentino-teorico-populismo/ . [Consultato il 03/08/2015].

5
inizia pertanto a farsi strada nell'opera che rappresenta la cesura ideologica per eccellenza
dell'esperienza intellettuale e politica dell'autore, Egemonia e Strategia Socialista: Verso una
politica democratica radicale, nata nel 1985 dall'incontro con la collega e futura compagna, la
politologa belga Chantal Mouffe, e per la cui comprensione un excursus sulla ratio ideologica
della sua genesi è quanto mai indispensabile.
Ritenuta dalle stesse penne contemporanee di ispirazione gramsciana l'opera-manifesto del
post-marxismo6, Egemonia e Strategia Socialista simboleggia per Laclau e Mouffe il punto
iniziale di un progressivo commiato dalla tradizione dell'ortodossia marxista che interessa
l'intera opera dell'argentino e che pure mai riuscirà del tutto a estinguere l'afflato politico ed
etico, eredità del socialismo. È in tale ottica che la prima opera di Laclau Politics and
Ideology in Marxist Theory, risalente al 1977, acquista particolare interesse ai fini della
presente analisi. Sebbene parzialmente ancorata ad una prospettiva economicistica del sociale,
l'opera diventa preludio e antefatto della successiva produzione di Laclau proprio nell'ultimo
capitolo, denominato profeticamente “Towards a Theory of Populism” e contenente in nuce
gli elementi essenziali per l'elaborazione una sistematicità teorica realizzata, in maniera
compiuta, soltanto nel 2005 con l'opus magnum La ragione populista.
Se Politics and Ideology in Marxist Theory è, per i motivi che saranno presto evidenziati, il
laboratorio genetico delle intuizioni che apriranno la strada alla maturità intellettuale della
teoria laclausiana sul populismo, Egemonia e strategia socialista è invece la fabbrica delle
materie prime che ne hanno consentito la realizzazione, una dispensa di ingredienti la cui
formalizzazione si iscrive nel più generale contesto di rinnovamento dell'esperienza
dell'intellettualità occidentale. L'esito, seppur controverso e non ancora completamente
dispiegatosi, dell'operazione di decostruzione dell'immaginario simbolico di una tradizione di
pensiero tipicamente eurocentrica è il cosiddetto post-modernismo, nella definizione di Stuart
Hall, «il nome che diamo alle molteplici dimensioni teorico critiche che, nel corso del
Novecento, fan vacillare tutte le certezze del moderno»7. Di tale tentativo, il post-marxismo
costituisce soltanto un aspetto, uno tra i tanti sintomi dell'urgenza intellettuale di fornire una
risposta alla crisi della modernità tentando di superarne le narrazioni principali. Egemonia e
Strategia Socialista, nell'accogliere il contributo delle più disparate tradizioni intellettuali
della contemporaneità, è il luogo privilegiato dal quale osservarne lo sviluppo e la traduzione

6 Guido Liguori, «Egemonia e strategia socialista» dei filosofi Chantal Mouffe e Ernesto Laclau: La
democrazia radicale che sorge dalle differenze, recensione sul sito web dell' «International Gramsci Society
Italia», s.d., www.igsitalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=191:ernesto-laclau-e-chantal-
mouffe-egemonia-e-strategia-socialista&catid=43:recensioni&Itemid=70 [Consultato il 05/08/2015].
7 Michela Russo, Il populismo secondo Laclau, «Consecutio Temporum: Rivista critica della postmodernità», 6
maggio 2011, www.consecutio.org/2011/05/il-populismo-secondo-laclau/. [Consultato il 03/08/2015].

6
nei termini dell'ontologia politica e sociale che anima il lavoro dei due autori nella prospettiva
di un radicale costruttivismo e nell'ottica di un progetto teorico-politico di democrazia
radicale. È da tali premesse che l'impresa intellettuale, presente e successiva, di Laclau e
Mouffe si svolgerà sul terreno di ridefinizione del concetto di società e del soggetto sociale di
riferimento, il popolo, colto nell'irriducibile eterogeneità dei suoi elementi e spiegabile
attraverso il carattere costitutivo e contingente di particolari pratiche politiche – nello
specifico, l'articolazione egemonica – che saranno descritte nel dettaglio nel capitolo
successivo.

1.2 L'eclettismo al servizio del popolo: post-marxismo, linguistica, psicoanalisi

Occorre dunque definire l'origine degli strumenti dottrinari determinanti per il delinearsi dei
contorni teorici di tali aspirazioni. E' possibile individuare una triade di fonti a cui l'intera
produzione di Laclau e Mouffe ha attinto: le elaborazioni dell'italiano Antonio Gramsci e
dello sloveno Slavoj Žižek, interlocutori di riferimento costanti nell'operazione di
riappropriazione e parziale superamento delle categorie ideologiche tradizionali del
marxismo; Saussure e la linguistica di matrice strutturalista; il patrimonio della psicoanalisi
freudiana, arricchito degli apporti del francese Jacques Lacan e riconcettualizzato ai fini di
una rilettura contemporanea dei fenomeni socio-politici8. E' stata già svolta una ricognizione
in linee generali dei caratteri costitutivi della prima dimensione teorica, il post-marxismo.
Sarà premura del presente capitolo affrontare, nei limiti delle sue dimensioni e degli strumenti
teorici a disposizione, digressioni analitiche sommarie sui contenuti principali delle dottrine
psicoanalitiche e linguistiche considerate da Mouffe e Laclau in particolare.
Le implicazioni del post-marxismo possono essere colte nella loro pregnanza teorica per lo
studio del filosofo argentino sul fenomeno populista soltanto rendendo conto del contributo di
un panorama intellettuale più ampio. È infatti dall'incontro tra la riappropriazione della
nozione gramsciana di egemonia, le logiche sottostanti alla formazione delle identità
collettive e i gli esiti della svolta linguistica postmoderna che La ragione populista, sulle
fondamenta gettate da Egemonia e Strategia Socialista con i concetti di articolazione
egemonica, antagonismo, differenza ed equivalenza, può offrire una definizione compiuta dei
processi politici di costituzione del popolo. L'autoattribuzione del titolo di post-marxista è in

8 Cfr. Massimo Recalcati, Patria senza padri : psicopatologia della politica italiana, a cura di C. Raimo, Roma,
Minimum Fax, 2013.

7
effetti il risultato, leggibile nel più ampio dibattito ideologico che attraversa l'intera sinistra
socialista in Europa a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, della crisi internazionale del
modello sovietico, della delusione di un'intellettualità politicamente attiva e della necessaria
ricerca di nuovi paradigmi ideologici che dessero ragione del fallimento delle promesse
marxiste di giustizia sociale e sovranità popolare. Lungi dal condurci verso una rischiosa
indagine storico-ideologica degli eventi della politica internazionale e del dibattito interno alla
sinistra intellettuale in quegli anni, tali brevi cenni storici costituiscono la base di partenza per
comprendere cosa intendesse Laclau quando, nel 1990, giustificò l'evoluzione ideologica della
propria opera con la seguente espressione: «Io non ho ricusato il marxismo. È successo
qualcos'altro. È il marxismo che è andato a pezzi. Io mi tengo aggrappato alle sue schegge
migliori»9.
Schegge migliori tra le quali, evidentemente, non figurano tutti quegli elementi al centro
della critica rivolta al marxismo classico in Egemonia e Strategia Socialista: il riduzionismo
classista - il carattere cioè essenzialista attribuito alla classe e all'identità individuale e
collettiva - nonché la concezione aprioristica ed economicistica del sociale derivante da tale
assunto, che ne ricondurrebbe lo sviluppo ad una logica regolata dalle inviolabili leggi dello
scontro tra classi quale motore fondamentale del cambiamento, pertanto teologicamente
orientato alla finis historiae nel trionfo della classe per sé operaia. È nello scetticismo nei
confronti della rigida prospettiva teorica incentrata sull'idea di sovradeterminazione sociale,
della dicotomia struttura/sovrastruttura e nel tentativo di superamento – post-strutturale, per
l'appunto – dei difetti costitutivi più imperdonabili all'ortodossia che il post-marxismo prende
forma, e con Laclau e Mouffe si radicalizza in definite categorie teoriche.
Ecco allora che la fama di manifesto teorico del post-marxismo che Egemonia e Strategia
Socialista ha guadagnato nel dibattito intellettuale, col suo portare agli estremi la critica al
determinismo, all'orientamento teleologico della società, riconvertendone i progetti
emancipatori nelle dinamiche non necessariamente rivoluzionarie della democrazia radicale,
appare del tutto giustificata. La decolonizzazione dell'ortodossia rossa nella prospettiva di
Laclau e Mouffe è stata polemicamente interpretata dal baluardo della tradizione nei termini
di demolizione radicale dei principi di base del materialismo storico attraverso da una
epistemologia idealista fondata su tre aspetti fondamentali : soggettivismo, situazionismo e
nichilismo10. Siamo in presenza degli elementi – qui presentati nella loro variante
9 Ernesto Laclau, New Reflections on the Revolution of Our Time, London,Verso, 1990 cit. da Davide Tarizzo,
Populismo: Chi starà ad ascoltare? Introduzione a Ernesto Laclau, La ragione Populista, Bari, Laterza, 2008, p.
VIII.
10 Henry Veltmeyer, El proyecto post-marxista: aporte y crítica a Ernesto Laclau, «Revista Theomai: Estudios
sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo»,14/2006, Buenos Aires, PrometeoLibros, pp. 2-4. Fonte web:

8
terminologica più critica – a fondamento del discorso post-marxista di Laclau e Mouffe:
eterogeneità, contingenza, e la negatività permanente delle forze sociali come prodotto di
un'impossibilità contingente11. Perché si arrivi ad una coerente comprensione di tali termini e
del ruolo complessivo che essi rivestono nella loro reciproca interazione nell'ambito della
filosofia di Laclau, è opportuno giungere a una visione globale dell'intero processo di
costituzione del sociale, non ancora affrontato.
Quello che, tuttavia, non dovrebbe esser sfuggito da una lettura attenta di tale impostazione,
è come l'enfasi posta sul carattere costituito della dimensione sociale, e del soggetto rilevante
nella presente analisi, il popolo, lasci presagire la non-esistenza, in senso aprioristico e
predeterminato, di una struttura data che il marxismo, e l'epistemologia strutturale prima e
dopo Marx, si proponeva di cogliere nella sua esistenza necessaria. Sebbene il pregiudizio
deterministico nei confronti della realtà sociale abbia notevolmente informato le riflessioni di
Politics and Ideology in Marxist Theory, è la presa di distanza da ogni prospettiva
“sociologica” (gruppale, funzionalista, strutturalista) dell'analisi sociale 12 a inaugurare la
ridefinizione dell'approccio laclausiano. Il presupposto fondamentale della nuova prospettiva,
definita a tal proposito post-fondazionale13 risiede specificamente in tale intuizione: l'oggetto
sociale cessa di essere il frutto di una determinazione oggettiva, in senso marxista, fondata sui
rapporti di produzione economica. La struttura sociale e le implicazioni ideologiche che da
essa derivano, racchiuse da Marx nella nozione di sovrastruttura, non sono il risultato di un
rapporto di subordinazione definito una volta per tutte e necessariamente dal dominio di
classe. La realtà sociale è un prodotto mai fissato e sempre aperto di continue negoziazioni – o
per meglio dire, di lotte antagonistiche.
Siamo lontani tuttavia dal concetto strutturale della lotta di classe e dall'idea del
materialismo storico. La dinamica che Egemonia e Strategia Socialista ha in mente con la
nozione di antagonismo è lo scontro tra pratiche di articolazione, che si svolge all'interno di
uno specifico campo di battaglia: il discorso. L'esito di tale contrapposizione, contingente e
costitutivo della realtà sociale, è il significato che Laclau e Mouffe assegnano al termine
egemonia, derivato degli insegnamenti gramsciani, seppur epurato da residui essenzialisti 14 e
concetto chiave per decodificare la filosofia politica dei due autori. Il concetto di egemonia

www.revista-theomai.unq.edu.ar/numero14/ArtVeltmeyer.pdf. [Consultato il 12/08/2015].


11 D. Tarizzo, Introduzione a La ragione Populista, p. XII.
12 Ivi, p. X.
13 M. Russo, Il populismo secondo Laclau,«Consecutio Temporum: Rivista critica della postmodernità»,
6/05/2011.
14 Damiano Palano, La democrazia e il politico: i limiti dell'agonismo democratico, «Rivista di Politica»,
02/2012, p. 98.

9
non è il solo contributo che Egemonia e Strategia Socialista apporta alla comprensione
dell'ontologia sociale: il momento fondamentale, che dà senso dell'autorità che la linguistica e
la psicoanalisi esercitano sul battesimo post-marxista di Essex, risiede nel riconoscimento
assiomatico, non privo di una certa carica provocatoria nelle sue ricadute politiche, della non
esistenza della società. La realtà sociale, e in particolare, l'orizzonte di totalità che l'idea di
società stessa intende a incarnare, non esiste – in termini lacaniani – se concepita nella sua
totalità. Nei termini di Egemonia e Strategia Socialista:

«il carattere incompleto di ogni totalità ci porta necessariamente ad abbandonare, come


terreno di analisi, la premessa di società come una totalità suturata e autodefinita. La “società”
non è un valido oggetto di discorso»15.

È nella sua aspirazione a farsi universale, nel nome di quella necessità trascendentale pretesa
dall'epistemologia strutturalista contemporanea da Kant a Marx passando per Hegel 16, che non
può sussistere; è, in ultima istanza, il suo realizzarsi come unità, come dimensione inclusiva e
totalizzante, che le è preclusa. Pervenire alle ragioni di tale impossibilità significa compiere
un passo in avanti nell'universo intellettuale di Laclau. Ciò si traduce, in questa sede, nel
premettere e accennare le categorie essenziali perché la proposta di alternativa radicale possa
essere letta e compresa a pieno, nelle sue implicazioni filosofiche e pratiche. Non sarebbe
altrimenti possibile comprendere, nel prossimo capitolo, le logiche laclausiane di rapporto di
equivalenza e differenza, i concetti di significati vuoti e fluttuanti e le pratiche egemoniche
alla base della costruzione del popolo – in altre parole, la dimensione del politico, che nel
populismo si manifesta – senza un'operazione propedeutica che ne chiarisca i raw materials a
cui si è fatto riferimento in precedenza.
In tale propedeuticità, i paradigmi linguistici e psicoanalitici rivestono un ruolo
comprimario, occupando lo spazio lasciato vuoto dallo strutturalismo economico marxista.
Nel momento in cui si ammette, di fatto, che la realtà sociale sia qualcosa di differente da una
struttura autoevidente e data, nella sua forma di essenza non-essenza, in quanto, orizzonte
concepibile ma non determinato, allora questa esiste esclusivamente sul piano della possibilità
della sua nominazione. Distanziandosi dalla distinzione che Foucault opera tra pratiche
discorsive e non discorsive, per Laclau e Mouffe, nessuna esternalità è concepibile. Non è

15 Ernesto Laclau, Chantal Mouffe, Egemonia e Strategia Socialista, a cura di F.M. Cacciatore e M. Filippini,
Genova, Il Melangolo, 2011, p. 11.
16 Ernesto Laclau, Universalism, Particularism and the Question of Identity, in Emancipation(s), London,
Verso, 2007, p. 24.

10
possibile, cioè, pensare a qualsivoglia pratica sociale concependola al di fuori della pratica del
discorso17. È nel campo discorsivo, concepito come terreno primario per la costituzione
dell'obiettività in quanto tale18 che si costituisce pertanto la struttura a geometrie variabili
della realtà sociale.
Occorre tuttavia prestare attenzione all'accezione che l'analisi laclausiana dà alla nozione di
discorso. Sarebbe quanto di più errato ridurne l'interpretazione al mero esercizio linguistico,
che si limiti al nominare e definire l'oggetto perché ne segua una sua costituzione. In tal caso,
ci ritroveremmo nell'assurdità di una metafisica trascendentale del tutto estranea all'indagine
che stiamo considerando. È in questo frangente che la nozione di relazione, centrale nella
lezione di Saussure in riferimento alla linguistica, si inserisce nel campo dell'analisi sociale.
Se la langue, per Saussure, è la forma unitaria di un processo di articolazione degli elementi
eterogenei della linguistica, e ogni suo elemento si definisce negativamente all'interno di tale
complessità, attraverso cioè una relazione differenziale con ciò che è diverso, altro da sé 19,
allo stesso modo, la realtà sociale non è sostanza unitaria e positiva in sé, ma la forma
contingente, in un dato luogo e tempo, di una relazione costitutiva tra elementi che si
definiscono solo attraverso una reciproca, ineluttabile interdizione. Il discorso diventa così il
luogo di un complesso di relazioni differenziali dotate di potere costitutivo. Così come, in
senso lacaniano, la donna non esiste come oggetto in sé ma concepibile soltanto nell'orizzonte
di riferimento simbolico di un discorso egemonizzato da il Nome-del-padre, e non pensabile
dunque al di fuori di tale cornice semantica 20, la società non esiste nel nome della sua
universalità, ma esclusivamente nella forma di un'eterogeneità negativa.
È la tensione verso la totalità da parte dei singoli elementi, irriducibili nella loro parzialità, a
sancirne problematicamente l'impossibilità, e a innescare lotte interne nel contendersi il
primato della rappresentazione di quella che Laclau definisce la “pienezza assente” 21 della
società. Le identità sociali si costituiscono allora attraverso i rapporti di differenzialità
opportunamente formulati – anzi, articolati, in una cornice discorsiva di riferimento. Politico
è la dimensione logica che sta sotto tale operazione discorsiva, dai risultati sempre variabili, il
nome sistematico dell'impossibilità della società, e il popolo è il resto di questa nominazione,
ogni volta fallimentare22. Assegnando i nomi di domanda sociale, articolazione ed egemonia
agli aspetti coinvolti in tale processo, le premesse epistemologiche della filosofia di Laclau

17 E. Laclau, C. Mouffe, Egemonia e Strategia Socialista, pp. 105 ss.


18 Ernesto Laclau, La ragione Populista, a cura di D. Tarizzo, Bari, Laterza, 2008, p. 64.
19 D. Tarizzo, Introduzione a La ragione Populista, p. XII.
20 Ivi, p. X.
21 Ivi, p. XIII.
22 Ivi, p. XVII.

11
appena poste acquisiranno una concretezza visibile nell'ambito della teoria politica che si
propone di rinnovare.

1.3 La chimera populista e il fallimento della teoria politica

È stato già accennato come l'oggetto di interesse del presente capitolo risieda nel tentativo di
cogliere la specificità dell'opera di Laclau nel più generale contesto della letteratura della
teoria politica sui populismi. Nel complesso universo del sistema di Laclau una chiave di
lettura non poco illuminante è fornita, incidentalmente, dal titolo stesso dell'opera al vertice
del percorso di radicale ripensamento dell'approccio alle categorie di populismo e popolo. È
infatti all'insegna della ragione, intesa in termini di ricerca di un fondamento logico e
trasversalmente soggiacente alle pratiche e ai processi di costituzione del sociale, che lo
studio di Laclau rappresenta uno spartiacque rispetto alla tradizione precedente dell'esperienza
intellettuale sull'argomento, spesso carica di un'eccessiva emotività o preda di tentazioni
moralisteggianti a cui l'oggetto politico contribuisce, per sua natura, a dare adito, non senza
effetti potenzialmente fuorvianti di cui l'autore si mostra cosciente:

«C'è un imperativo etico nel lavoro intellettuale, che Leonardo chiamava “ostinato rigore”:
[…] mai soccombere al terrorismo delle parole. Una delle forme principali di paura, al giorno
d'oggi, consiste nel sostituire l'analisi con la condanna etica»23.

Nell'affrontare l'analisi della produzione di Laclau attorno all'argomento, è opportuno tenere


sempre a mente come gli elementi del suo pensiero attraversino le opere intensificandosi
progressivamente nel tempo. Concetti embrionali sviluppati nei primi scritti vedono
coerentemente potenziati, seguendone le linee cronologiche, il rigore logico e l'obiettività
analitica insita nelle premesse. I caratteri analitici della ricerca di Laclau presenti ne La
ragione populista sono il portato di una metodologia espressa già negli anni in cui erano
ancora saldi i rapporti con il marxismo. La questione problematica relativa all'intera
esperienza della teoria politica sul tema era già stata inquadrata infatti nell'ultimo capitolo, di
Politics and Ideology in Marxist Theory, “Towards a Theory of Populism”. L'imbarazzo
intellettuale del giovane Laclau gravitava attorno alla consapevolezza dell'uso ricorrente del
termine nelle analisi politiche contemporanee, una frequenza a cui non faceva da contraltare,

23 E. Laclau, La ragione populista, p. 236.

12
paradossalmente, alcuna determinazione concettuale. La vaghezza e l'indeterminatezza di
quell'approccio che si era tradotto in una pratica ormai istituzionalizzata nell'affrontare la
materia furono inquadrate già al tempo da Laclau come principale ostacolo a ogni percorso di
analisi scientifica e sistematizzazione del concetto da intuizione, riferimento allusivo a
categoria analitica.
È in questa sede che Laclau organizza le interpretazioni multiple del populismo,
opportunamente e scambievolmente associato a un movimento o a una ideologia, in quattro
approcci di base di cui si propone di dimostrare la scarsa efficacia esplicativa. Tra le
prospettive più fallaci, quelle che intendono ridurre il populismo ad espressione – e dunque
movimento - di una data, concreta e distinta base sociale, circoscrivendo l'analisi a contesti
storici e geografici in cui fenomeni definiti populisti vantavano effettivamente il supporto
popolare di un settore sociale spesso marginale e tendenzialmente omogeneo, senza tuttavia
riuscire a cogliere l'essenza specifica, il trait d'union che contraddistingua un insieme di
fenomeni diversi, che, pur sotto la stessa etichetta, trovavano la propria fonte di legittimazione
in quadri sociali fortemente eterogenei. Attraverso procedure di astrazione, le caratteristiche
specifiche di ogni movimento concreto risultavano così isolate e reinscritte all'interno di un
quadro generale di attributi, una tipologia che servisse da guida nell'analisi comparata di
diverse realtà di cui, per la loro intrinseca differenza e eterogeneità, poche risultavano
condividere almeno due elementi di una enumerazione caotica di caratteristiche tratto dal
momento astrattivo. L'errore, e in questo risiede la prima grande intuizione laclausiana sul
tema, è il non ricercarne piuttosto l'essenza specifica all'esterno, al di fuori della singolarità
dei movimenti. L'assenza di un criterio concreto di decodifica è a monte della stessa impasse
intellettuale24 che circonda i lavori dei principali analisti politici, primo tra tutti Margaret
Canovan, la cui opera di ricostruzione di due tipologie di populismo, agrario e politico (in cui
è collocato il peronismo) si risolverebbe in una mera, parziale mappatura di quella che Laclau
definisce una dispersione linguistica25 delle espressioni generalmente utilizzate nella
descrizione del termine. Il limite principale di tale impostazione consiste, in ultima istanza,
nella tendenza a dismettere le logiche costitutive di tali fenomeni quali criterio specifico di
definizione, privilegiando al contrario gli specifici contenuti politici o sociali alla base della
mobilitazione di ciascun movimento.
Il secondo bersaglio della critica metodologica di Laclau è rappresentato dall'approccio

24 Laclau ritornerà sulla critica alle fallimentari comprensioni della letteratura sul populismo nel primo capitolo
de La ragione populista. Siamo qui in presenza di quel movimento di ripresa e radicalizzazione dei contenuti
concettuali tipica della sua produzione teorica.
25 E. Laclau, La ragione populista, p. 8.

13
nichilista26, tipico di una diffusa tendenza a dismettere qualsiasi iniziativa di indagine che
abbia il populismo per oggetto di ricerca, rifiutandone la dignità teorica sulla base
dell'evidente indeterminatezza del concetto e nella convinzione che un'analisi del fondamento
sociale dei singoli movimenti risolva una volta per tutte il problema definitorio.
È su quel fumo verbale di apparenza, sulla presenza-assenza di quell'illusione che Laclau,
riprendendo la lezione contenuta nel saggio di Peter Worsley The concept of populism27,
intende piuttosto indagare, consapevole dell'esistenza di una fonte concreta, da qualche parte
nello spazio delle logiche sociali, a ragione di tale inconsistenza terminologica.
Sebbene la vaghezza concettuale del termine sia percepita dai più, contributi teorici quali
quelli di Peter Wiles nel saggio A Syndrome, not a Doctrine 28 che tendono a mettere insieme
in una parvenza di tipologia tratti intuiti come salienti, ricadono nella ricerca di una
sistematicità paradossale, costantemente screditata dal proliferare di casi eccezionali e limite.
Ben lungi dal confermare la regola, tali eccezioni segnalano l'inadeguatezza di questa
operazione di condensazione di caratteri particolari in una categoria più generale, la cui
estensione è, di fatto, inversamente proporzionale alla capacità di cogliere intensivamente la
concretezza degli oggetti in analisi. Pur illuminando caratteri specifici e peculiari a cui il
termine “populismo” nel suo impiego più ordinario allude, tra i quali la tendenza
multiclassista, la leadership carismatica del capo indiscusso, un'ardua collocazione politica
rispetto alla dicotomia destra/sinistra, l'appello al popolo tramite l'impiego di una retorica
volgare e demagogica e ai diritti di sovranità popolare e una forte connotazione anti-elitaria e
anti-sistemica, l'approccio descrittivo, riducendo di fatto il populismo ad una ideologia, è
ancora incapace di risalire alla logica essenziale, che sia esplicativa dei tratti tipici considerati
e che li riconduca, una volta per tutte, a un principio unitario.
Sorte migliore nella riesamina di Laclau non spetta neanche alla prospettiva funzionalista
che ha informato lo studio del sociologo di origini italiane Germani, di cui egli stesso fu
allievo nel periodo universitario a Buenos Aires. I limiti principali di tale approccio
risiedevano, per Laclau, nell'aver sviluppato lo studio e la comprensione del populismo sullo
sfondo di una concezione deterministica e teleologica, secondo la quale la società sia
necessariamente proiettata verso uno sviluppo socio-economico in cui la manifestazione
politica del populismo è il risultato di una asincronia processuale tra elementi di modernità e
arretratezza e della prematura mobilitazione delle masse all'interno di un sistema politico in

26 Ernesto Laclau, Politics and Ideology in Marxist Theory: Capitalism, Fascism, Populism, London, Verso,
1977, p. 145.
27 Ivi, p. 146.
28 E. Laclau, La ragione populista, p. 10.

14
cui una totale integrazione a livello sociale, economico e culturale non si era ancora
pienamente dispiegata e le cui strutture non erano sufficientemente predisposte ad assorbire
l'impatto della partecipazione popolare.
Se, nell'ottica di Germani, tale paradigma 29 riesce a spiegare a fondo le dinamiche della
realtà politica dell'America Latina, rintracciando nel populismo un fenomeno politico
ricorrente e tutto sommato temporaneo, specifico della delicata fase di transizione alla società
industriale da uno stato rurale e tradizionale, la posizione di Laclau è qui di radicale rottura. In
particolare, oltre a non spiegare i motivi dell'insorgenza dei fenomeni populisti in Occidente –
incarnati nelle forme dei totalitarismi, il Poujadismo francese e il Qualunquismo italiano - è la
presunta connessione che Germani realizza tra arretratezza socioeconomica e intensità del
fenomeno populista a destare lo scetticismo di Laclau, che ne rigetta le argomentazioni in
quanto arbitrarie e frutto di concetti predeterminati e tutto sommato non fissati in ultima
istanza. Le singole categorie che vogliono essere inscritte nel paradigma, in particolare quelle
legate allo sviluppo socioeconomico e alla dicotomia tra tradizione e modernità, non hanno in
sé alcun significato assoluto e trascendente se non interpretate in relazione a un contesto di
riferimento, una mancanza di autonomia semantica che presenterebbe vizi sostanziali e
conseguenze non trascurabili nell'ottica di una rigorosa analisi scientifica del processo politico
sottostante che l'autore si propone di condurre.
L'errore metodologico alla base della ricerca di un criterio definitorio non è l'unico
fallimento dell'esperienza teorica attorno al populismo. Una delle tendenze più ricorrenti del
processo teorico-morale ai populismi è lo stabilire una dicotomia tra ideologia e retorica,
attribuendo a quest'ultimo termine connotati dispregiativi che precludono la possibilità di
incarnare qualsivoglia tipo di razionalità o maturità spettante invece al discorso ideologico. Lo
scetticismo laclausiano qui, è rivolto alla sussistenza logica della stessa dicotomia, che
ridurrebbe il populismo a mero epifenomeno30. Sarà raccogliendo i frutti del lavoro maturato
in precedenza nel sodalizio con la Mouffe in merito alla Discourse Theory che Laclau riuscirà
a riscattare la retorica dalla dimensione di minorità a cui è relegata. Interpretandola nei
termini di riflesso dell'anatomia del mondo ideologico31, Laclau non negherà la vaghezza, la
bassezza, o la vuotezza intellettuale32 del discorso retorico, rileggendone, come si vedrà, i
caratteri alla luce di una razionalità interna, specchio della realtà sociale sottostante che si
propone di costituire e sottolineandone la politicità soggiacente, trasversale ad ogni logica
29 Cfr. E. Laclau, Politics and Ideology in Marxist Theory, cap. 4 per un approfondimento delle teorie di
Germani e la critica laclausiana al modello funzionalista del sociologo italiano.
30 E. Laclau, La ragione populista, p. 18.
31 Ivi, p. 14.
32 Ivi, p. 13.

15
performativa.

1.4 Alla ragione, dal sentimento. Il riscatto del popolo nelle scienze sociali

Comincia pertanto ad esser chiaro come ciò che sottende l'intero sforzo retorico di Laclau, e
in particolare, la ricerca di un approccio alternativo per un analisi del populismo, sia il suo
essere profondamente ispirato dalla volontà di riscattare i concetti di popolo e populismo dalla
denigrazione etica riservata al fenomeno dalla letteratura analizzata. Lungi dall'essere una
novità, si tratta piuttosto di una tendenza elitista profondamente radicata nella tradizione delle
scienze sociali del secolo scorso, e nella grand peur nei confronti della massa, omogenea e
deviante, dei vagabondi e delle bande criminali nei sobborghi dell' Europa dell'Ottocento da
parte delle elites aristocratiche e borghesi, e compiutamente espresse nel dibattito sulla
“psicologia delle masse”33. Ripercorrendone il sentiero intellettuale da la Psicologia delle
folle di Gustave Le Bon a Il pubblico e la folla di Gabriel Tarde, passando attraverso gli studi
sulla plebs della Rivoluzione francese di Hyppolite Taine, Laclau prepara il repertorio
strumentale per lo sviluppo della sua teoria, orientata al recupero della dimensione del popolo,
ribaltando la sprezzante immagine della massa informe all'insegna di una irriducibile
eterogeneità sociale. La ragione populista, in particolare, dedica pagine densissime alla
descrizione del progresso delle scienze sociali nell'analisi dell'azione collettiva. Sebbene
l'analisi delle dinamiche emozionale e di suggestione imitativa che Laclau fa proprie in tale
contesto siano di un indubbio interesse sociologico, l'elemento fondamentale da segnalare in
questa sede ai fini della comprensione dei presupposti teorici del pensatore argentino è, sopra
tutti, la centralità che egli assegna all'analisi dei processi concreti di identificazione e
aggregazione, scorgendo nello sviluppo delle dottrine sociali una progressiva attribuzione del
carattere di razionalità tipica dell'individuo al gruppo, un movimento il cui momento decisivo
reca il nome di Sigmund Freud.
A tal proposito, Laclau riformula con grande abilità le categorie psicoanalitiche freudiane,
per permetterne la fruibilità nella cornice socio-politica 34. Il pensatore argentino riconosce
infatti al padre della psicoanalisi il merito notevole del superamento della dicotomia
individuo/gruppo, attraverso l'individuazione della genesi della psicologia individuale nella

33 Ivi, p. 20.
34 È doveroso notare come lo stesso Laclau, in tale operazione, avverta la necessità di procedere con cautela al
fine di evitare distorsioni del pensiero e forzature in un ambito, quello politico, quasi completamente
estraneo agli interessi di Freud.

16
psicologia sociale, nell'impulso libidico. La libido, intesa in questo caso nei termini di
sublimazione della carica erotica, costituisce il collante nel processo di formazione del legame
sociale, la cui intensità è dedotta nella distanza, lungo una linea di continuum ideale, tra l'Io e
l'ideale dell'Io. Se dunque, alla radice dell'identificazione sociale tra i membri del gruppo
giace il sentimento di comune attaccamento al leader, la cui necessità è avvertita
proporzionalmente alla distanza tra gli estremi di tale segmento, il discorso psicoanalitico
freudiano fornisce a Laclau una matrice discorsiva fondamentale per l'elaborazione delle
logiche di costituzione del legame sociale nella forma di tensione continua tra gli estremi
della equivalenza e della differenza, tra l'orizzonte dell'universalità e l'irriducibilità del
particolare.
L'analogia si costruisce soprattutto sul piano dell'esercizio logico della reductio ad
absurdum: come sarà presto illustrato, infatti, allo stesso modo in cui la logica
dell'equivalenza non arriva mai prevalere del tutto su quella differenziale, e viceversa, pena,
da un lato, la dissoluzione dell'eterogeneità sociale che è, per Laclau, irriducibile, e dall'altro,
la dissoluzione stessa dei presupposti del politico35, nel continuum freudiano tra l'Io e l'ideale
dell'Io, la coincidenza tra tali estremi corrisponderebbe al precipitare nell'assurdità empirica di
una situazione di totale presenza o assenza del leader, il mito di puro e incontrastato
totalitarismo o pacifismo assoluto, con la conseguente e rispettiva dissoluzione dei
presupposti del sociale e del politico. Da qui, una deduzione fondamentale, che sottolinea
come l'approccio di Laclau sia profondamente distante dal resto delle correnti interpretative
per le quali il populismo si definisce, nella sua essenza, nella dimensione della leadership
autoritaria: la centralità del capo carismatico è importante ma non necessariamente cruciale
nel populismo. Assegnare a tale criterio il ruolo definitorio di cosa il populismo sia è la
tentazione normativa alla quale lo stesso autore si propone di non cedere, fino ad affermare:
«non ha più senso chiedersi se un certo movimento politico sia o non sia populisitico […]
perché l'unica domanda che possiamo porci è : in che misura un movimento è populistico?» 36.
È nell'intensità di tale rapporto, è indagando in tale tensione costitutiva di ogni relazione
sociale, e non, come è frequente, nella sua eccezionalità, che la natura e la problematicità del
populismo, e con esso, del politico, deve essere colta.

A partire dalle coordinate del sistema teorico di riferimento in cui il pensiero filosofico e
politico di Laclau si realizza sono stati dunque individuati i nodi problematici della teoria
35 Ernesto Laclau, Populism: What's in a name? in Francisco Panizza (a cura di), Populism and The Mirror of
Democracy, London, Verso, 2005, p. 46.
36 D. Tarizzo, Introduzione a La ragione Populista, p. XVIII.

17
politica tradizionale. Nel rintracciare gli errori metodologici e i pregiudizi ideologici alla base
di una lettura deformante del populismo, e nel definire la necessità di un approccio
ontologico, anziché ontico, al fenomeno37, la pars destruens a cui è stata destinata la seconda
parte del presente capitolo è il presupposto analitico per la risoluzione dell'enigma populista
nella prospettiva di rigore a-normativo che attraversa l'intera produzione del pensatore
argentino. Tale missione reinterpretativa prende le mosse dal bagaglio strumentale fornito dal
panorama intellettuale europeo contemporaneo ai due studiosi dell'Essex, e che la prima
sezione del capitolo ha illustrato nelle sue forme essenziali. È nell'operazione successiva,
nella ricostruzione del concetto di “popolo” e delle dinamiche sottostanti la definizione della
realtà sociale che si intravede progressivamente il progetto politico di democrazia radicale a
cui la filosofia di Mouffe e Laclau approda. Lungi dall'essere aberrazione della politica e
fenomeno degenerato delle logiche rappresentativi, il populismo è ricondotto alla sua essenza
di logica necessaria e intrinseca al processo di costituzione del politico. La dimensione
populistica, trasversale ad ogni ideologia o movimento, è risolta nel politico attraverso un
complesso di processi in cui l'egemonia svolge il ruolo di filo conduttore. È comprendendone
la natura intima, la sua essenza radicalmente politica, che il populismo si presta ad una lettura
globale dei problemi contemporanei della democrazia. Questi gli intenti delle prossime
pagine.

37 Ernesto Laclau, Populism: What's in a name?, p.34.

18
Capitolo II
Il politico e il popolo: dialogo tra Laclau, Schmitt e Mouffe

Il concetto di politico è, in maniera evidente, la chiave di volta dell'intero edificio teorico di


Ernesto Laclau sul populismo. L'analisi della realtà sociale e delle pratiche politiche concrete,
elaborata all'insegna dell'eclettico bagaglio intellettuale che informa la sua filosofia politica,
permette al pensatore argentino di giungere all'intuizione cruciale attraverso cui risolvere il
problema della riabilitazione del populismo come categoria nell'ambito della teoria politica. In
tale percorso di ricerca, la costruzione discorsiva e contingente della frontiera antagonistica e
del popolo a partire dall'eterogeneità costitutiva è il terreno su cui si realizza l'identità tra
populismo e la logica politica tout court, di cui, lungi dall'essere movimento o ideologia
degenerata, il fenomeno populista – inteso nella sua dimensione di pratica politica - è
l'espressione più pura. La centralità che il politico riveste nella produzione laclausiana
rimanda, inevitabilmente, all'eredità intellettuale di colui che, nel contesto della filosofia
politica, del politico è il padre indiscusso: Carl Schmitt.
Scomodare uno degli autori più eclettici, influenti e soprattutto controversi del XX secolo per
indagarne una riflessione che spazia, maestosa, tra più disparati del sapere, dalla filosofia
politica al diritto, non è compito che spetta alla presente dissertazione. Non si può tuttavia
tacere su quegli aspetti essenziali della teoria politica di Schmitt che ruotano attorno alle
questioni del politico, del popolo e della rappresentanza e che, anche tacitamente, hanno
permesso alla produzione di Laclau relativa al populismo di venire alla luce, per coglierne,
anche solo marginalmente, le affinità concettuali e segnalarne opportunamente le differenze.
La questione schmittiana irrompe, manifesta, in tutta la sua urgenza nella misura in cui è
attraverso il concetto di politico, nella necessità di restituire alle istituzioni
liberaldemocratiche la dimensione polemica che le tendenze teoriche e partitiche hanno
sottratto loro nell'orizzonte della globalizzazione e della crisi di legittimità della democrazia -
di cui il populismo è espressione - che la ricerca di Chantal Mouffe riconduce a unità il
portato intellettuale e politico condiviso con Ernesto Laclau. Le tre sezioni del presente
capitolo – con particolare riguardo per il contributo laclausiano – tenteranno di ricostruire i tre
momenti di tale dialogo intellettuale che ha per protagonista il nesso, teorico e pratico, tra
popolo e politico.

19
2.1 Ernesto Laclau: le ragioni del politico
2.1.1. Oltre la classe: l'eterogeneità

È stato già fatto presente come la riflessione filosofica di Ernesto Laclau sia inintelligibile
se non a partire dall'influenza che l'esperienza biografica dell'autore ha esercitato sul suo
percorso intellettuale. Contestualizzarne la produzione teorica nell'alveo della critica di
matrice post-moderna, e ricondurne le ragioni profonde all'esigenza di risolvere gli enigmi
sociali che il marxismo aveva lasciato irrisolti è essenziale per comprendere cosa si celi dietro
l'idea laclausiana di società e del popolo che nuovi fenomeni, il peronismo in particolare,
avevano fatto emergere in modo del tutto nuovo. È sullo sfondo dell'Argentina degli anni
Sessanta e delle lotte politiche che hanno accompagnato il ritorno di Juan Domingo Perón
che il termine populismo si lega così indissolubilmente all'emergenza di un progetto di
emancipazione politica. L'atipicità della lettura che Laclau propone, grazie anche alla scoperta
intellettuale di Gramsci e l'appropriazione dei concetti di egemonia e volontà collettive, si
coniuga con una concezione dello spazio sociale del tutto rinnovato, alla luce del quale
ripensare concretamente l'esperienza politica, nelle forme emancipatorie della democrazia
radicale a cui approderà il sodalizio con Chantal Mouffe.
La radicalità del post-marxismo che anima la ricerca teorica di Laclau è da ricercare, in
particolare, nell'esperienza europea degli anni Settanta, sullo sfondo della quale i dubbi
teoretici già emersi in Politics and Ideology in Marxist Theory si rendono portatori
dell'esigenza concreta di cogliere nella realtà sociale il palesarsi di una eterogeneità che il
riduzionismo classista del pensiero ortodosso non riusciva a scorgere. Difronte all'emergere di
pressioni sociali e di nuove soggettività sulla scena politica, quali i movimenti femminista,
ambientalista e pacifista, cresceva l'urgenza di disfarsi degli assiomi deterministici ed
essenzialisti legati alla centralità del concetto di classe – quella operaia, nello specifico – e di
forgiare pertanto categorie nuove, che fossero in grado di rappresentare la pluralità delle
istanze di emancipazione38.
La rinuncia all'idea di uno spazio sociale determinato, a priori, dalla struttura dei rapporti di
produzione, lascia aperta dunque la questione, teoricamente e politicamente problematica, di
cosa resti delle classi e dei gruppi sociali in genere nel momento in cui non appaiano più come
datum, come oggetto precostituito dalla dimensione economica. E' nel riconoscimento di tale
pregiudizio essenzialista che il discorso di Laclau relativo al populismo prende le mosse. La

38 G. Grappi, Libertà, uguaglianza, contingenza!, p.43.

20
rottura primaria da compiere, coerentemente e parallelamente al rifiuto dei postulati
deterministici del marxismo, è quella con gli approcci che avevano reso il gruppo il principale
referente sociale di cui i fenomeni populisti, erroneamente ridotti a movimenti o ideologie, si
rendevano espressione. La via d'uscita dal circolo vizioso del riduzionismo, e delle concezioni
teoriche sul populismo ad esso correlate, è per Laclau un movimento epistemologico
dell'unità dell'analisi di ricerca. Inquadrare il fenomeno nella sua essenza di pratica politica,
anziché concepirlo nei termini di movimento o ideologia, è il primo passo che l'autore
sottolinea come necessario al progetto di radicale ripensamento, ma al tempo stesso, non
sufficiente. Perché il populismo possa essere colto nella sua essenza costitutiva della realtà
sociale, perché, cioè, se ne possa cogliere il suo carattere intrinsecamente politico, la nozione
di pratica sociale deve essere connessa alla rivalutazione delle unità di analisi nella ricerca
sulla società.

2.1.2. Domande sociali e pratiche politiche: differenze, equivalenze e antagonismo

L'intento metodologico di Laclau è mirato all'uscita dalla logica che aveva condotto in
errore quel precedente dibattito teorico che, parlando di movimenti o ideologie populiste,
considerava il gruppo – precostituito – come unità minima di analisi 39. L'approccio dell'autore
adotta una prospettiva radicalmente differente: è assegnando priorità ontologica alla pratica
politica piuttosto che al gruppo, che il populismo potrà essere colto nella sua forma specifica
di logica articolatoria di elementi di base, diversi dalla classe, concepiti a prescindere dal
significato che li incarna. L'elemento atomico – e cioè, irriducibile e aprioristico - della nuova
ricerca, piuttosto che la classe e il contenuto delle sue rivendicazioni, sarà allora un'unità
ancora più piccola, che Laclau individua nella categoria di domanda sociale, intesa nei
termini di forma elementare nella costruzione del legame societario 40. L'enfasi posta sul
carattere formale di tale assunto non è casuale, ma tratto distintivo della ricerca di Laclau, che
fa dell'ontologia il terreno su cui è possibile ripensare la specificità del populismo. Come
fissato chiaramente tra le pagine di Populism: What's in a Name?:

«il populismo è una categoria ontologica e non logica; il suo significato, ovvero, non
dev'essere ricercato in alcun contenuto politico o ideologico che entri nella descrizione delle
pratiche di un gruppo in particolare, ma in una specifica modalità di articolazione che riguardi

39 E. Laclau, Populism: What's in a name?, p.33


40 Ivi, p.35

21
qualsiasi contenuto sociale, politico o ideologico» 41.

È tale logica di articolazione, derivata dal pensiero di Althusser42 e reinterpretata in chiave


ontologica, che rende il populismo una categoria "aperta", e ne permette il riscatto teorico
dalla condanna etica a cui è stato tradizionalmente sottoposto43. Le modalità attraverso cui, in
assenza di predeterminazione, sia possibile definire un tipo specifico di unità – il popolo, nel
caso dei populismi – rispondono all'operare di logiche differenti nel campo sociale, all'origine
di soggetti politici altrettanto distinti. Oggetto primario delle pratiche di articolazione, e
dunque, della stessa ricerca laclausiana, le demands sono espressione di quella eterogeneità
dello spazio sociale che il pensatore argentino aveva colto nella sua esperienza politica in
Argentina e in Europa.
In un passaggio teorico che denota una notevole, già evidenziata, cura nei confronti della
questione linguistica, Laclau specifica l'ambivalenza del termine inglese "demands" con cui le
unità di analisi sono presentate, nel segno della criticità che la distinzione tra richiesta e
reclamo determina nel processo di formazione delle soggettività politiche e dei soggetti
populisti in particolare44. Per cogliere le implicazioni della differenza terminologica è utile
ricomporne la piattaforma esistenziale che condividono: entrambe i tipi di demand rispondono
a concrete necessità, auto-evidenti ma non autosufficienti. La loro ragion d'essere è, per così
dire, correlata alla propria irriducibile parzialità. Nella misura in cui le richieste – espressione
dell'emergere di un concreto bisogno sociale – sono soddisfatte dal sistema istituzionale
vigente, esse cessano di esistere in quanto domande, e il potenziale polemico della loro
origine è esaurito nel loro essere articolate differenzialmente dal potere costituito, che ne
cristallizza cioè la parzialità attraverso i dispositivi istituzionali e le risorse di cui dispone.
Il processo di fissazione delle parzialità si accompagna pertanto a un meccanismo di
isolamento, inteso nei termini di separazione e di allontanamento rispetto al destino a cui le
domande che il sistema istituzionale non è in grado, per impotenza o precisa volontà
politica45, di assorbire attraverso gli stessi meccanismi istituzionali con cui le domande ormai
appagate erano state separate l'una dalle altre.

41 Ibidem.
42 Ibidem. È in questo passaggio che si evidenza chiaramente la presa di distanza di Laclau rispetto ai
paradigmi ontici entro cui il collega post-marxista aveva elaborato la propria nozione di articolazione.
43 Che significato tale "apertura" – interpretazione personale - rivesti nel pensiero di Laclau e quali le sue
implicazioni teoriche e politiche, è chiarito nella trattazione di "significanti vuoti" e "fluttuanti", infra.
44 E. Laclau, Populism: What's in a name, p. 35.
45 Le ragioni per le quali le domande popolari non riescono ad essere accolte nel sistema istituzionale non sono
rilevanti ai fini dell'analisi di Laclau. Una distinzione di questo tipo sarebbe infatti di carattere ontico, e
dunque priva di senso nel terreno ontologico su cui la ricerca laclausiana si muove.

22
Diversamente, in assenza di una risposta differenziata, nuovi orizzonti si aprono sul terreno
della mobilitazione sociale. Il sollevarsi e l'intensificarsi continuo nel tempo di domande
inascoltate determina un infatti accumularsi di istanze, prodotto di una manchevolezza
insanabile nel quadro istituzionale, che assumono progressivamente la forma di vere e proprie
rivendicazioni o reclami. L'esito più prossimo di tale processo di condensazione delle singole
istanze in quella che è definita catena equivalenziale46, è una progressiva dicotomizzazione
dello spettro politico locale47, o, in altri termini, l'accentuarsi del divario che separa le
istituzioni e la forma embrionale di una nuova soggettività politica, il popolo. È nel passaggio
da domande a reclami, e nella costituzione di una frontiera tra le élite del potere e la fonte
delle rivendicazioni che Laclau rintraccia i primi, essenziali requisiti per l'emergere del
populismo.
In questo senso, la distinzione terminologica posta tra domande democratiche e domande
popolari48 acquista significati teorico-politici rilevanti nella definizione soggettiva. Gli
aggettivi "democratico" e "popolari" non fanno riferimento ad alcuna distinzione sul piano dei
contenuti concreti delle esigenze da soddisfare. La loro differenza è colta invece, nel destino
in cui tali demands incorrono, e nelle corrispondenti logiche articolatorie all'origine delle
soggettività politiche. Le domande democratiche, a prescindere dalla propria sorte nel sistema
– siano cioè esse, in ultima istanza, soddisfatte o meno – mantengono una posizione isolata
all'interno dello spazio sociale, sottraendosi dunque alla guerra di posizione49 nella crescente
dicotomizzazione dello spazio sociale. Perché le domande acquistino una corporeità, si
rendano cioè visibili all'interno dello spazio sociale, è necessario che si iscrivano all'interno di
un legame che dia voce e rappresentanza comune all'eterogeneità delle lotte parziali contro il
sistema. È nel loro predisporre il terreno alla costituzione del popolo vis a vis all'élite
istituzionale che tali domande si definiscono popolari. Il loro allineamento in senso
equivalenziale, coerentemente all'impostazione laclausiana, è permesso da un meccanismo
relazionale di tipo ontologico: il legame non si costruisce cioè sulla base del contenuto
concreto delle richieste, ma in virtù del loro stesso mobilitarsi contro il potere costituito. «Non
è, di conseguenza una positività a stabilirne l'unità, ma qualcosa di negativo che esse
condividono: l'opposizione a un nemico comune»50.
Iniziano dunque ad apparire chiare le implicazioni delle premesse del primo capitolo, e in
particolare, il perché i concetti lacaniani dell'identità come mancanza, e del suo definirsi in
46 Id., La ragione populista, p 71.
47 Ivi, p. 69.
48 Ibid.
49 L'espressione è di Antonio Gramsci, cit. Ivi, p. 145.
50 Ernesto Laclau, Why do Empty Signifiers Matter to Politics, in Emancipation(s), London, Verso, 2007, p.40.

23
senso differenziale e contingente rispetto a un costitutive outside sia centrale nella riflessione
non-essenzialista di Laclau. È nell'ambito di questa negatività, in quella che egli chiama la
morte del soggetto51, e nella stessa impossibilità di riferire le espressioni finite e concrete di
una soggettività multiforme a un centro trascendentale che è possibile concentrare
l'attenzione sull'eterogeneità stessa52. La questione cruciale alla base di tale passaggio, risiede
proprio nell'eccesso rappresentato dall'eterogeneità rispetto alla possibilità di costituzione di
una totalità che la contenga. La catena equivalenziale è intrinsecamente fragile, in particolare
nella sua fase genetica, per effetto di una spinta centrifuga attuata dalla logica differenziale
che pure è, d'altro canto, il presupposto essenziale perché l'equivalenza possa sorgere53.
La logica equivalenziale attiva dunque un movimento simultaneo di antagonismo e
unificazione, che necessità tuttavia di un ulteriore momento perché la costruzione del popolo,
nella sua essenza di soggetto politico, possa definirsi compiuta. Nel processo chimico che
porti alla sintesi del popolo, serve cioè l'intervento del reagente del legame equivalenziale:
l'identità popolare54. Ciò che permette, difatti, di rinsaldare il fronte antagonistico in un
orizzonte di mobilitazione politica condiviso e che assicura a tale mobilitazione una continuità
temporale è la definizione di una cornice simbolica come spazio di costruzione di una
soggettività unitaria che ne trascenda la parzialità costitutiva. Un problema, questo,
particolarmente più urgente man mano che la catena equivalenziale si allarga fino a contenere
il più ampio spettro di differenze.
La sopravvivenza del legame equivalenziale e della lotta popolare contro il nemico al di là
della frontiera è legata perciò alla possibilità di neutralizzare il potenziale distruttivo delle
divisioni interne all'equivalenza, associato dall'autore alla freudiana pulsione di morte. È nella
nozione di articolazione egemonica e significante vuoto che Laclau risolve la questione
problematica dell'unità del popolo a partire dalla ineliminabile frammentazione dello spazio
sociale. In tale passaggio logico la Discourse Theory, preludio alla comprensione dell'essenza
politica del populismo, rappresenta il debito più grande che Laclau, insieme a Mouffe, ritiene
nei confronti della linguistica e della psicoanalisi.

51 Id.,Universalism, Particularism and the Question of Identity, p. 21.


52 Ivi, p.20.
53 Id., La ragione populista, p. 48. La metafora dei porcospini di Schopenauer di matrice freudiana, contenuta
in tale passaggio, è illuminante a proposito del rapporto esistente tra i due tipi di domande: «Le domande
democratiche [che si inseriscono nella catena equivalenziale,diventando popolari] se sono troppo distanti
hanno freddo; se si avvicinano troppo per scaldarsi, si pungono con gli aculei.»
54 Ivi, p. 88.

24
2.1.3. Dire è fare: il potere performativo del discorso tra egemonia e significanti vuoti

Laclau lega la fondazione della soggettività del popolo, e dunque la costruzione dell'identità
collettiva a partire dalla parzialità dei suoi elementi costitutivi, all'emergenza di un
denominatore comune che incarni la totalità della serie 55. Ciò che occorre perché
l'opposizione a ciò che è escluso dalla catena equivalenziale si saldi in un fronte unitario e
compatto è, in sostanza, il significante vuoto56, un elemento interno al complesso delle
domande popolari che condensi l'eterogeneità irriducibile delle domande popolari attraverso
un elemento, simbolo, nome o immagine di una domanda, o la figura stessa del leader 57, che
elevi la parzialità delle domande alla totalità di cui, costitutivamente, sono prive. Tale
elemento è significante nella misura in cui incarna in sé la possibilità, irrealizzabile,
dell'universalità, nel suo continuo riaffermare l'orizzonte della pienezza fallita della società,
nel segno di una manchevolezza insanabile e di cui la possibilità stessa dell'emergere della
catena equivalenziale è sintomo.
Ai fini di una comprensione politica, nei termini laclausiani, del populismo, la vuotezza del
significante ha un'importanza centrale. È nella duplicità del suo essere significante di un
universo simbolico in cui la pienezza-assente della società è di volta in volta ricreata, e nel
posto vuoto che la parzialità, perché possa rendersi totalità, deve occupare, che si legge
l'operare della logica politica58. Nell'ambito di tale vacanza semantica si scatena una dinamica
polemica tra le unità differenziali della catena equivalenziale per la fissazione del flusso di
significati eterogenei in punti nodali del discorso59. Il trionfo, contingente e costitutivo, di un
oggetto parziale sugli altri che ristabilisca l'ordine simbolico dal caos dell'eterogeneità è ciò
che il pensiero laclausiano definisce, gramscianamente, egemonia. Il sociale, nella sua
dimensione mitica e fittizia di totalità, si realizza proprio nel segno di questa tensione
irriducibile tra equivalenza e differenza. La stessa identità egemonica incarna, per l'autore, la
tragicità della pienezza assente, perché divisa tra la sua necessaria particolarità e l'universalità
che rappresenta60.
Laclau concepisce pertanto l'unità del popolo, e in generale, la dimensione sociale, come
costruzione discorsiva contingente61. Il perché del carattere costituito del sociale dovrebbe

55 Ivi, p. 90.
56 Cfr. Id., Why do Empty Signifiers Matter to Politics.
57 Id., La ragione populista, p. 205.
58 Non siamo lontani dal concetto di potere inteso nei termini di “empty place” da Claude Lefort, cit. in
Chantal Mouffe, The Democratic Paradox, London, Verso, 2000, pp. 1-2.
59 E. Laclau, La ragione populista, p.106. L'autore si riprende il concetto lacaniano di “object petit a”.
60 Ivi, p. 100.
61 Ivi, p. 84.

25
ormai essere chiaro: piuttosto che un'autoevidenza, determinata aprioristicamente, la società è
prodotto della logica articolatoria dell'operazione egemonica a partire da quell'irriducibile
eterogeneità degli agenti sociali, e delle loro modalità di interazione. Il carattere contingente
dell'articolazione egemonica è invece la conseguenza diretta della "vuotezza" del significante.
Nella misura in cui il significante non è ancorato ad alcun significato, ogni elemento del
discorso, a prescindere dal suo contenuto ontico, concreto, è potenzialmente ascrivibile al
ruolo di significante dell'identità popolare, sulla base di una necessità costitutiva che è invece
ontologica. In altre parole, la stessa funzione di condensazione delle identità parziali in un
fronte identitario unico può essere assolta da significanti di segno politico diametralmente
opposto62. Siamo difronte ad una intuizione di non poco conto nella comprensione del
populismo contemporaneo: è all'insegna di quella vuotezza che si spiega il perché
dell'altrimenti bizzarra volatilità elettorale che ha interessato i sistemi politici europei 63 nel
sorgere contemporaneo dei populismi di destra, che approfittando della debolezza del fronte
comunista e socialista, hanno ricoperto la funzione tribunizia64 un tempo proprio della
sinistra.
La terza dimensione dell'articolazione egemonica, il carattere discorsivo, è intimamente
associato allo strutturalismo linguistico. È grazie alla formulazione della Discourse Theory
che le argomentazioni di Laclau possono sostituire alla condanna etica inflitta linguaggio
populismo il riconoscimento della stessa razionalità del discorso politico tradizionale. Se nulla
esiste al di fuori delle pratiche discorsive, l'idea stessa di società si rende possibile
esclusivamente attraverso dispositivi linguistici dal valore costitutivo: il discorso svolge, in
altre parole, la funzione propria della pratica egemonica, nel suo attualizzare, costante,
l'impossibilità della società. Laclau si rifà, a tal proposito, agli assiomi linguistici di Saussure:
il linguaggio non è espressione letterale di tutto ciò che è realmente presente ma prodotto di
una figurazione che permetta di trasmettere concetti non altrimenti esprimibili65. È la retorica,
attraverso la catacresi, a svolgere tale funzione associativa, distorcendo il significato di un
significante per nominare qualcosa di altrimenti assente. L'articolazione egemonica populista
è interamente costruita sull'utilizzo di dispositivi retorici, dal momento che compie una
funzione di significazione dell'omogeneità di popolo, altrimenti irrealizzabile, attraverso un
atto di nominazione che, come la sineddoche, porti la parte a rappresentare il tutto. Ne

62 Ivi, p. 82.
63 Ivi, p. 83. È nell'asimmetria tra funzione ontica e ontologica del significante che Laclau dà ragione del
fenomeno ambiguo di "sinistro-lepenismo" con cui Yves Mèny e Yves Surel in Populismo e Democrazia
segnalano il passaggio dell'elettorato del Partito Comunista al Front National in Francia.
64 Georges Lavau, A quoi sert le PCF, Fayard, Paris 1981, op.cit ibid.
65 E. Laclau, La ragione populista, p. 105.

26
consegue che il populismo, che la critica tradizionale condannerebbe a pura retorica, non reca
in sè alcuna dimensione patologica dal punto di vista linguistico. Lungi dall'essere prerogativa
del discorso populista, o distorsione stessa del linguaggio, è infatti precondizione stessa
dell'atto linguistico di significazione66, e, in quanto tale, caratteristica ricorrente di ogni
discorso politico, se è vero che, in assenza di tali dispositivi, nessuna struttura concettuale
trova la sua coesione interna67.
Analogamente, il rigetto della dignità del discorso populista per la forza emotiva che incarna
non è giustificato alla luce del fatto che il processo di significazione del linguaggio
presuppone logiche associative governate dall'inconscio, e come tale è la dimensione affettiva
stessa ad essere imprescindibile. L'emotività è prerogativa di ogni atto di costituzione
simbolica: più intenso sarà il pathos alla base dell'operazione di nominazione performativa,
quella che Laclau definisce investimento radicale68 sul significante vuoto, più l'unità che è
fondata retroattivamente da tale processo sarà solida.
Sulla scia di questa operazione di decostruzione del pregiudizio linguistico Laclau chiarisce
dunque, una volta per tutte, come la vaghezza e l'imprecisione del discorso populista, in cui la
teoria politica è solita rintracciarne il criterio definitorio, non sia necessariamente il prodotto
di una minorità ideologico-politica, ma conseguenza diretta dell'eterogeneità della superficie
di iscrizione delle domande popolari. L'identità popolare, punto di tensione/negoziazione tra
universalità e particolarità69, sarà più intensa, quanto meno estesa. In altre parole, il
significante vuoto riempito di un significato più concreto e aderente alla particolarità dei
bisogni individuali tanto meno ampio lo spettro sociale delle domande che dovrà
rappresentare. Viceversa, l'astrattezza del discorso populista, l'allentarsi del significante
rispetto al significato più prossimo della domanda sociale, è espressione della necessità di
racchiudere al di sotto dell'ombrello equivalenziale un'eterogeneità crescente di istanze
sociali. In questo senso, la vaghezza e l'imprecisione rispondono ad una logica costitutiva che
è, nella sua essenza, irrimediabilmente politica70.

2.1.4. Il populismo è il politico: la ragione ritrovata

È possibile, a questo punto, trarre le conclusioni principali attorno alla natura del populismo
nell'eclettica teoria di Ernesto Laclau, svolta all'insegna della ricerca di un criterio definitorio
66 Ivi, p. 68.
67 Ivi, p. 63.
68 Ivi, p. 104.
69 Ivi, p. 92.
70 Ivi, p. 93.

27
di cui un'analisi profondamente critica della tradizione teorico-politica aveva denunciato il
fallimento. Le riflessioni sulla realtà sociale e le intuizioni filosofiche a cui la
riappropriazione degli strumenti concettuali di svariate eredità intellettuali lo hanno condotto,
convergono, come la presente trattazione ha cercato di illustrare, nella ricostruzione di
un'intima connessione tra le categorie di populismo e politico. Se è vero, come Laclau
afferma, che il politico è l'espressione dell'anatomia del sociale, nel quale ogni realtà è il
prodotto contingente di un processo concreto di articolazione della loro irriducibile
eterogeneità, e dal momento in cui

«la costruzione del "popolo" è l'atto politico per antonomasia e le condizioni sine qua non
del politico sono la costituzione di frontiere antagonistiche all'interno del sociale e l'appello a
nuovi soggetti di cambiamento»71,

la deduzione logica più immediata è essa stessa la risposta al quesito attorno a cui ruota
l'intera produzione laclausiana: lungi dall'essere aberrazione del processo politico o fenomeno
perverso di natura transitoria, il populismo è, al di fuori di ogni considerazione peggiorativa, il
manifestarsi, nella sua forma più pura, dell'essenza stessa del politico.
L'eterogeneità fondante il sociale è ciò che rende il processo articolatorio delle differenze in
unità, e il realizzarsi dell'opposizione a ciò che l'articolazione egemone pone all'esterno della
frontiera, una lotta dagli esiti sospesi. L'egemonia, il nome di questa contingenza costitutiva, è
l'effetto della non-fissità radicale delle identità, che preclude, alla società e alla storia, uno
sviluppo teleologico, trascendentalmente predeterminato72. Nella tensione costitutiva tra
universalità e particolarità, il populismo è restituito al linguaggio della razionalità. Se la
società fosse, difatti, del tutto riconciliata con ogni sua parte, se la plebs degli emarginati si
costituisse cioè in un'omogeneità pienamente realizzata che neutralizzi le frontiere,
cesserebbero i presupposti stessi del politico; se, d'altro canto, la parte che, per dirla con
Sieyès, vuole ergersi a tutto fosse ricondotta alla sua dimensione di parzialità di un intero
eterogeneo, non si produrrebbe nient'altro che una mera, poliziesca, amministrazione 73. È
soltanto attraverso dinamica antagonistica, di cui il populismo è espressione, capace di
iscrivere la parzialità della plebs nell'universalità assente del popolus, che il politico ritrova la
ragione della propria esistenza.

71 Ivi, p. 146.
72 E. Laclau, Egemonia e Strategia Socialista, p. 255.
73 Id., La ragione populista, p. 213.

28
2.2 Le origini del politico: Carl Schmitt e l'omogeneità del popolo

Che l'opera di Laclau, nei passaggi fondamentali della trattazione sul populismo, porti con
sé tracce evidenti della teoria politica di Carl Schmitt è, al di là del silenzio della sua
produzione a riguardo, fuor di ogni dubbio. Se è possibile rinvenire una prima, manifesta,
analogia tra Laclau e Schmitt74, questa risiede senz'altro nella la dimensione antagonistica
intrinseca al politico. La ricerca di un criterio che sancisse la specificità e la conseguente
autonomia della politica rispetto alle dimensioni dell'economia e della morale, porta il giurista
tedesco a rintracciare nella dicotomia amico/nemico il fundamentum divisionis proprio del
politico, quest'ultimo inteso come estremo “grado di intensità di un'unione o di una
separazione, di un'associazione o una dissociazione”75. La dicotomia Freund/Feind, laddove
il nemico è specificato nella sua accezione pubblica di hostis, distinto dall'inimicus privato,
riporta al centro dell'analisi politica la dimensione decisionista propria della sovranità, in
perfetta sintonia con il ruolo costitutivo del politico sul sociale che è al centro della teoria
populista di Laclau.
Nella misura in cui se ne rifugge ogni interpretazione essenzialista della politica, è infatti
possibile leggere nel politico schmittiano la scoperta della mancanza di essenza – e quindi di
stabilità di ogni ambito della vita associata76. A tal proposito, è utile richiamare uno tra i
passaggi più noti della Teologia Politica di Carl Schmitt: «Sovrano è chi decide sullo stato di
eccezione». In assenza di una predeterminazione, un'autoevidenza della società rispetto allo
stato di diritto, è nell'operazione di ricreazione, artificiale e continua, della stabilità sociale
dal caos normativo che la sovranità si estrinseca nella sua funzione ordinante. Se si
concepisce ciò nei termini di

«“concreto” vuoto di sostanza ma carico di energia eccezionale, [e in quanto]immediatezza


dell’eccezione, che nega originariamente non solo la politica “ben fondata” premoderna ma
anche l'artificio statuale moderno, la mediazione razionale..[..] »77

74 D. Tarizzo, Introduzione a La ragione Populista, p XVI


75 Carl Schmitt, Le categorie del “politico”, a cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera, Bologna, il
Mulino, 2013, p. 109.
76 Carlo Galli, Genealogia della politica, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 742., op. cit. in Maurizio Guerri,
Orientarsi dopo l'11 settembre: dalla «instabilità semantica» alla genealogia della politica. Alcune note su
Carl Schmitt, n.d., www.maurocarbone.org/documenti/articoli/corso0506/Maurizio%20Guerri_schmitt.pdf
[consultato il 20/08/2015].
77 Ivi, pp. 743-44, op. cit. in M. Guerri, Orientarsi dopo l'11 settembre.

29
non siamo poi così distanti dalla dimensione costitutiva e contingente della pratica
egemonica nella formazione del popolo a partire dall'investimento radicale sul significante
vuoto. È nell'idea di rottura radicale, nella creatio ex nihilo che segna il passaggio da una
formazione egemonica all'altra78 e nella fissazione dell'ordinamento simbolico che diventa
possibile segnalare una prossimità tra il decisionismo schmittiano proprio della sovranità e la
pratica articolatoria dell'egemonia in Laclau.
Se, ad una prima analisi, sia Schmitt che Laclau reintroducono la polemicità come
specificità del politico, facendo della definizione di una frontiera tra il popolo e il nemico il
criterio distintivo dell'azione politica tout court, è sulla collocazione di tale limis
antagonistico, sulla conseguente costruzione del popolo e sulla necessità politica della sua
unità che la riflessione dei due autori diverge tangibilmente. Così come per Laclau la
costruzione del popolo è l'atto politico per antonomasia, in Schmitt il concetto di politico è
altrettanto inscindibile dalla dimensione di popolo. La differenza sostanziale, in questo caso,
deve esser letta all'interno del rapporto popolo/stato. Per Schmitt unità del popolo e stato sono
i termini di un'identità, dalla quale ogni forma di parzialità interna è esclusa. L'esordio
dell'edizione del 1932 del Concetto di Politico rende tale connessione evidente: «Il concetto
di Stato presuppone quello di politico» nella misura in cui con Stato si intenda lo «status
politico di un popolo, organizzato su un territorio chiuso»79.
La coincidenza tra statualità e popolo era, in verità, già stata espressa ne La Dottrina della
Costituzione, considerato per giunta l'unica opera di Schmitt che dà corpo a chiari intenti
sistematici80 e che può dunque, ai fini di un'analisi comparata, garantire una certa oggettività.
La forma dello stato – nel connubio elementi politici e legali che è caratteristico de La
Dottrina della Costituzione – è descritta nei termini di specie particolare della struttura
dell'unità politica del popolo81. In qualunque modalità essa si presenti – monarchia,
aristocrazia, democrazia – il problema della statualità richiama necessariamente il
rappresentare, nel senso di rendere visibile82 nello spazio pubblico, qualcosa di altrimenti non
percepibile ma esistente in quanto specie di essere più alta e sviluppata83 rispetto alla sua
condizione naturale. In altre parole, perché di forma di stato e di governo si possa parlare, è
necessario che essa esprima l'unità politica del popolo nelle forme della totalità84.

78 E. Laclau, La ragione populista, p. 216.


79 Antonio Caracciolo, Introduzione a Carl Schmitt, La Dottrina della Costituzione, a cura di A. Caracciolo,
Milano, Giuffrè Editore, 1984, p. XVII.
80 Ibid.
81 C. Schmitt, La Dottrina della Costituzione, a cura di A. Caracciolo, Milano, Giuffrè Editore, 1984, p. 271.
82 Ivi, p. 277.
83 Ibid.
84 Ivi, p. 280.

30
Un dato sorge qui con evidenza: sebbene l'omogeneità sociale sia una garanzia di adesione
all'ordinamento politico e elemento indispensabile per scongiurare le minacce alla coesione
territoriale85, l'eterogeneità che per Laclau è condizione ineliminabile del sociale non è del
tutto estranea a Schmitt. L'eterogeneità non viene eliminata, ma trasmigra dal dominio –
autonomo – del politico alla dimensione etica ed economica. Ciò vale anche per la dimensione
del pluralismo partitico: «solo finché l'essenza del politico non è preso in considerazione è
possibile concepire un associazione politica pluralisticamente allo stesso livello delle
associazioni religiose, culturali o economiche»86. L'unità richiesta da Schmitt, e
dichiaratamente non esistente per natura87, è dunque propriamente politica, e si rende
necessaria all'esistenza dello Stato stesso perché è nella consapevolezza, tutta politica, della
distinzione tra amico e nemico, che la democrazia è salvaguardata 88. Se per Schmitt
apparentemente il popolo è il luogo della dissoluzione pluralistica e al tempo stesso la sintesi
unitaria capace di assumere la decisione89, è il popolo, sovrano e decisore della sua unità, che
si rende potere costituente nella forma democratica dell'ordinamento dello stato borghese di
diritto. Il problema della sua traduzione in totalità all'interno dello stato di diritto è per
Schmitt risolto nella tensione tra due principi formali di identità e rappresentazione, il primo
inteso come presenza immediata e reale in unità, e il secondo come pura delega in assenza90.
È all'interno di tale continuum, nella commistione tra i due principi, che lo stato borghese di
diritto può articolarsi nelle forme di governo che gli sono proprie. Il precipitare della
costituzione dell'unità politica sugli estremi di tale segmento immaginario, nelle forme pure
che Rousseau e Hobbes, in totale contrapposizione, hanno teorizzato, sarebbe infatti
paradossale per Schmitt. Le forme della democrazia diretta sono quanto più di politicamente
astratto, perché reggenti su un presupposto, quello dell'omogeneità sostanziale del popolo, che
è, nei fatti, nient'altro che una finzione: una situazione del genere svuoterebbe di senso la
dimensione politica stessa, riducendo il popolo a mera entità culturale o economica, o
addirittura subalterna a un popolo straniero, politicamente attivo91. D'altra parte, concepire un
massimo di rappresentanza significa negare la presenza del popolo come soggetto costitutivo,
svuotando di fatto il luogo del potere da un proprio referente sociale 92. È dunque attraverso
un'altra reductio ad absurdum, che il politico ancora una volta trova, tra gli estremi dissolutori

85 Ivi, p. 315.
86 C. Mouffe, The Democratic Paradox, p. 52.
87 C. Schmitt, La Dottrina della Costituzione, P 274.
88 Ivi, p. 324.
89 Hoffman cit. in A.Caracciolo, Introduzione a C. Schmitt, La Dottrina della Costituzione, p. XX.
90 C. Schmitt, La Dottrina della Costituzione, pp. 270-272.
91 Ivi, p. 284.
92 Ibid.

31
della politica e della società, le condizioni per la propria sopravvivenza.
Allo stesso, laclausiano modo, nella concretezza delle pratiche politiche, il politico ha in sé i
sintomi di una totalità, di fatto, assente, e sempre virtualmente ricreata, così come è altrettanto
necessario per Schmitt, come aveva fatto Laclau, stabilire il concetto di popolo
negativamente, in contrapposizione al potere costituito 93. È certamente vero che Schmitt
consideri il popolo come elettorato o cittadinanza con diritto di voto94, e che anche per Laclau
questo vada inteso sempre come qualcosa di meno della totalità dei membri di una comunità,
[…] una componente parziale, che ciononostante aspira ad essere considerata l'unica totalità
legittima95. Si tratta pur sempre, tuttavia, di due tipi diversi di essere una parzialità. La
differenza, all'interno della quale si iscrivono tutte le divergenze tra i destini del politico in
Schmitt e Laclau, risiede, in ultima istanza, nella finalità teorico-politica stessa dei rispettivi
autori: la ricerca dell'ordine nella forma statuale, per uno, per il quale la frontiera
amico/nemico coincide con confini territoriali dello stato stesso; il progetto radicale di
emancipazione, che individua l'hostis nell'elite dominante, per l'altro.

2.3. Per un ritorno del politico: Chantal Mouffe e la sfida schmittiana

Se i riferimenti alla dottrina schmittiana sul politico nell'opera laclausiana sono taciti e
sfuggenti a una prima lettura, nei testi di Chantal Mouffe l'eredità di Carl Schmitt e del suo
Begriff des Politischen è resa manifesta. Le premesse della sua ricerca erano d'altronde già
state tracciate nell'opera manifesto del sodalizio intellettuale con Laclau: è infatti nel nome
della missione riabilitativa della dimensione politica rispetto alla posizione subalterna in cui
questa era stata collocata dal materialismo storico, e della necessità di comprendere il ruolo
della politica nella formazione del sociale e delle identità collettive che il progetto post-
marxista converge, necessariamente, con l'ontologia schmittiana del politico 96. Artefice di tale
incontro dottrinario, Chantal Mouffe traduce gli strumenti concettuali di Hegemony e
Socialist Strategy in un percorso di ricerca individuale dagli intenti dichiaratamente politici e
teoretici che concretizzi nelle forme del pluralismo agonistico il progetto politico di
democrazia radicale a cui il percorso congiunto con Laclau era fin dalle origini orientato.
Il lavoro teorico di Mouffe si articola in una serie di saggi il cui denominatore comune è
93 Ivi, p. 318.
94 Ivi, p. 313.
95 E. Laclau, La ragione populista, p. 77.
96 Damiano Palano, Recensione a Chantal Mouffe, Agonistics: Thinking the world politically, «Filosofia
Politica», Bologna, Il Mulino, 2/2014, p. 364.

32
facilmente rintracciabile: la ferma critica alla pretesa dei sostenitori dei modelli partecipatori
di stampo razionalistico e consensuale della post-modernità e la necessità di restituire alla
politica, intesa classicamente come insieme di pratiche, discorsi e istituzioni che organizzano
l'esistenza pubblica, nell'orizzonte della sfida della globalizzazione e della crisi della
liberaldemocrazia, la sua autentica essenza antagonistica, a partire da un modello democratico
di riferimento che riesca a coglierne la politicità, nel senso più strettamente schmittiano del
termine. Il politico, e la polemicità soggiacente a ogni logica di costruzione del sociale, sono i
protagonisti indiscussi della sua produzione, che pur trattando di democrazia, non rinnega in
alcun passaggio il debito intellettuale nei confronti di Carl Schmitt, sul quale Mouffe si
esprime nei seguenti termini:

«uno dei più brillanti e intransigenti oppositori del liberalismo, dal quale sono convinta ci
sia tanto da imparare. Molti leggeranno in ciò qualcosa di perverso, se non addirittura
oltraggioso. Eppure, io credo che sia la forza intellettuale dei teorici, non le loro qualità
morali, che debbano essere i criteri decisivi per scegliere se stabilire o meno un dialogo con il
loro lavoro»97.

In questo senso, il dialogo virtuale tra Mouffe e Schmitt si instaura attorno alla percezione
condivisa della tensione costitutiva propria della liberaldemocrazia che l'autrice definisce
significativamente paradosso democratico, prodotto dell'articolazione storica e contingente
tra due differenti tradizioni ideologiche 98: l'uguaglianza e la sovranità popolare propria della
democrazia, e la difesa delle libertà individuali e dei diritti umani in un orizzonte di
cittadinanza globale tipico del paradigma liberale 99. Il bersaglio primario della critica svolta
da Il paradosso democratico è rappresentato, in termini generali, dal framework teorico e
intellettuale in cui il principio democratico è inserito, caratterizzato dal proliferare delle
categorie della tradizione liberale: l'universalismo, il cosmopolitismo etico e il tema dei diritti
umani, il progresso della civiltà nel razionalismo decisionista. L'enfasi riposta sulla
dimensione delle libertà individuali, lungi dall'estendere lo spazio della partecipazione e
l'esercizio della sovranità del popolo, tenderebbe piuttosto a comprimerne il completo
dispiegamento100. Si tratta, per Mouffe, di una particolare configurazione egemonica dello
spazio politico contemporaneo, tipico della globalizzazione: il trionfo del paradigma
97 Chantal Mouffe, On the political, London, Routledge, 2005, p. 4.
98 Cfr. John Lucaks, Democrazia e Populismo, Milano, Longanesi, 2006 per un'analisi del concorso delle
tradizioni ideologiche alla definizione della configurazione democratica attuale.
99 C. Mouffe, The Democratic Paradox, pp. 2-3.
100 Ivi, p. 4.

33
neoliberale sulle forme democratiche della sovranità popolare, e l'asservimento di queste
ultime agli scopi delle istituzioni liberaldemocratiche su cui si regge l'intero sistema
dell'economia di mercato101. Demistificando il carattere egemone – dunque costitutivo e
contingente – dei suoi principi, la liberaldemocrazia è tuttavia nell'apparato mouffiano
spogliata della presunta non negoziabilità102 che ne accompagna la narrazione, e diventare –
da fine della storia, per parafrasare Fukuyama – una fase transitoria, una tra le tante, possibili
articolazioni dello spazio sociale.
Mouffe attribuisce la responsabilità del continuo riprodursi del Zeitgeist103 della post-
modernità a una duplice matrice, intellettuale e politica. I teorici della democrazia
deliberativa, quali Rawls e Habermas, sono solo alcuni nomi nella vasta schiera di intellettuali
mostratisi strenui difensori di un modello decisionistico di tipo razionale e consensuale che
sottrae alla politica ogni forma di politicità, riducendola a mera ricerca di un consenso attorno
a concezioni di carattere etico condivise in virtù di una razionalità aprioristicamente assegnata
al dibattito pubblico104. Il problema di fondo di tale approccio, per Mouffe, risiede nella
negazione delle caratteristiche costitutive del politico: l'antagonismo e l'indecidibilità105, lo
spazio vuoto del potere e dei suoi contenuti attorno al quale la lotta egemonica si articola.
Quest'ultima caratteristica, derivata dal decostruttivismo derridiano, è inseparabile dalla
dimensione intrinsecamente relativa e pluralistica in cui ogni decisione politica si svolge, e
che Mouffe riprende da Wittgenstein: «non può esserci nessuna interpretazione migliore o più
razionale di altre […], ed è precisamente questa intuizione che è costitutiva della democrazia
pluralista»106. Alla luce di tali considerazioni, l'autrice pone l'accento sull'importanza di
elaborare un modello di democrazia, interno alla tensione paradossale tra il principio
democratico e liberale, che realizzi il dispiegarsi del pluralismo in una forma politica in cui il
politico sia restituito alla propria essenza polemica, se è vero che, come ribadisce
ripetutamente,

«la logica democratica implica sempre il tracciare una frontiera tra un “noi” e loro, tra quelli
che fanno parte del demos e quelli che si trovano al di fuori, in una irriducibile relazione di

101 Ivi, p. 3. Mouffe riprende il pensiero del liberale F. A. Hayek per sottolineare il ruolo strumentale della
democrazia nel paradigma liberal-democratico: «la democrazia è essenzialmente un mezzo, un dispositivo
utilitaristico per salvaguardare la pace interna e la libertà individuale».
102 Ivi, p. 4.
103 C. Mouffe, On the political, p. 5.
104 C. Mouffe, The Democratic Paradox, p. 91.
105 Ivi, p. 105.
106 Ivi, p 73.

34
inclusione-esclusione»107.

La problematicità del paradosso liberaldemocratico si gioca sul terreno della conciliabilità,


per Schmitt irrealizzabile, tra le due dimensioni antitetiche di pluralismo e omogeneità che i
principi liberale e democratico, rispettivamente, richiedono. È in tale, significativo passaggio
che il discorso dei due intellettuali diverge, e che Mouffe si ripropone di andare con Schmitt,
contro Schmitt ed intravedere la possibilità di pluralismo politico pur nelle forme
dell'omogeneità che l'associazione politica richiede. Per superare quello che è,
apparentemente, solo un falso dilemma schmittiano108, l'autrice ne converte il rigido, esclusivo
antagonismo nella categoria dell'agonismo, trasformando cioè il nemico in rivale. Nel
modello avversariale di democrazia delineato da Mouffe è possibile rinegoziare i termini del
paradosso democratico, ridimensionando gli spazi della moralità e del calcolo razionale in cui
la politica ha smarrito la propria essenza polemica e reintroducendovi la dimensione
antagonistica e passionale della lotta egemonica, pur riconoscendo la legittimità del
compromesso e del confronto nella sfera pubblica: nel modello mouffiano la pluralità degli
attori coesiste, agonisticamente, accettandosi reciprocamente nella cornice simbolica del
sistema istituzionale di cui tutti condividono i presupposti ideologici e i principi di
funzionamento109.
Tra le critiche principali mosse alla teoria di Chantal Mouffe, la più ricorrente e sotto certi
aspetti condivisibile riguarda l'inconsistenza del suo normativismo, che non fornirebbe alcun
dettaglio circa la forma o le condizioni che consentano il sorgere di uno spazio agonistico che
110
siano diverse da una semplice automoderazione della conflittualità politica . Non si tratta, a
onor del vero, di un'osservazione ingiustificata, dal momento che le argomentazioni di Mouffe
sembrano effettivamente ricadere, talvolta, nell'impasse moralistica111 di cui ella stessa accusa
il discorso politico post-moderno. Seppur evidenti, tali lacune teoriche non possono tuttavia
sottrarre al discorso dell'autrice la fermezza critica che caratterizza l'a analisi delle tendenze
politiche della contemporaneità, specie per la rilevanza dei temi che la denuncia della
consensualità post-politica solleva: la crisi e il destino della sinistra e della liberaldemocrazia
nella sfida dei populismi di destra. In linea di continuità con la proposta agonistica, la tesi di
Mouffe a tal proposito è l'espressione più cogente dell'urgenza di ritornare a un modello che

107 Ivi, p. 4.
108 Ivi, p. 53.
109 Ivi, p. 93.
110 D. Palano, Recensione a Chantal Mouffe, pp. 363-366.
111 Chantal Mouffe, The “End of Politics” and the Challenge of Right-wing Populism, in Francisco Panizza (a
cura di), Populism and The Mirror of Democracy, London, Verso, 2005, p. 65.

35
ripristini l'autonomia del politico dal registro della moralità o della logica economica:

«lungi dall'essere un ritorno di forze arcaiche e irrazionali, un anacronismo nei tempi delle
identità post-convenzionali, da combattere attraverso una maggiore modernizzazione e
politiche della “Terza via”, il populismo di destra è la conseguenza del consenso post-politico.
E' infatti l'assenza di un dibattito democratico efficace riguardo possibili alternative che ha
portato, in molti paesi, al successo di partiti politici che sostengono di essere “la voce del
popolo”»112.
Il riferimento alla Terza Via di Anthony Giddens non è casuale: nella critica di Mouffe è
proprio il paradigma consensuale del buon governo113 ad essere ritenuto il responsabile
dell'ondata di “Clintonizzazione”114 della socialdemocrazia europea, promuovendone un
rinnovamento che si è tradotto, piuttosto, nel logoramento dei valori programmatici più
autentici della sinistra. Rigettato il suo anti-capitalismo fondante e asservita agli interessi
della dottrina neoliberale, ciò che resta della sinistra è un pallido riflesso che converge nel
centro radicale115 dello spettro politico, nel nome della non-partigianità, della neutralizzazione
delle passioni, del consenso a tutti i costi tipici di una democrazia ormai depolicizzata.
Nel ribadire l'ineliminabilità politica della discriminazione amico/nemico, e al tempo stesso
reclamarne a gran voce l'urgenza, Mouffe non si contraddice affatto, al contrario di quanto si
potrebbe pensare. Questo perché, come lei stessa precisa,

«a differenza di quel che le prediche degli avvocati della post-politica vorrebbero far
credere, non è che la politica e i suoi vecchi antagonismi siano stati rimpiazzati dalle
preoccupazioni etiche riguardo ai diritti umani. Il politico, nella sua dimensione antagonistica,
è invece più vivo che mai. […] La caratteristica principale della nostra età da “fine della
politica risiede nel fatto che la politica è condotta, adesso, nel registro della moralità, e le
frontiere […] disegnate attraverso le categorie morali dei buoni e dei cattivi, dei bravi
democratici e della malvagia estrema destra, razzista e xenofobica, che dev'essere
sradicata»116.
L'insorgenza dei populismi è allora la diretta conseguenza del dissolversi, nel nome
dell'obsolescenza, delle frontiere politiche sinistra/destra e della rimozione della frontiera
antagonistica costitutiva della forma democratica dal sistema partitico istituzionale.
112 Ivi, p. 51.
113 Ivi, p. 55.
114 C. Mouffe, The Democratic Paradox, p. 113.
115 Ivi, p. 108.
116 C. Mouffe, The “End of Politics” and the Challenge of Right-wing Populism, p. 58.

36
Articolando espressioni diverse di risentimento e paura escluse ridimensionamento dello
spazio rappresentativo, il discorso populista si è impossessato di quello spazio di indecidibilità
rigettato dalle elites della liberaldemocrazia contemporanea, costituendo, sulla base di una
catena equivalenziale, il fronte degli oppressi contro il blocco del potere.

«Hay una necesaria dimensión populista en democracia»117, e riassegnare alle istituzioni


liberaldemocratiche il dominio del politico di cui il populismo si è reso, attualmente,
espressione significa per l'autrice andare al cuore della questione. Un modello di tipo
agonistico, che affronti il deficit democratico che affligge l'egemonia neoliberale, e che
fornisca canali istituzionali di espressione a un contesto sociale di domande e rivendicazioni
irrimediabilmente eterogenee è ritenuto in questo senso capace di offrire una risposta politica
efficace all'avanzata del populismo in Europa. Che tale compito, inserito in una missione più
radicale di emancipazione di una società plurale dalla trappola delle contraddizioni
neoliberali, spetti a una nuova, rigenerata sinistra, è la scommessa e lo spirito che informa – e
attraverso cui è leggibile – l'intero progetto intellettuale e politico della democrazia radicale
di Chantal Mouffe ed Ernesto Laclau.

117 Chantal Mouffe, “Hay una necesaria dimensión populista en democracia”, intervista ad opera di Francesco
Manetto, El País, 19 aprile 2015.
Fonte web: politica.elpais.com/politica/2015/04/17/actualidad/1429290307_967426.html.
[Consultato il 3/09/2015].

37
38
Capitolo III
Quel che resta del politico: ragioni populiste nel critico oggi della democrazia

Non c'è articolo giornalistico, saggio politologico o commento di cronaca politica incentrato
sul tema dello stato attuale di crisi – politica, economica, sociale – in cui le democrazie
europee versano da circa un ventennio a questa parte che non renda conto del ruolo da
protagonisti che una grande varietà di fenomeni, opportunamente bollati come populismi,
eserciterebbero nel deterioramento delle già precarie fondamenta delle istituzioni e del
sistema rappresentativo dei partiti. Assolvere i movimenti populisti dalla gogna politica e
mediatica a cui sono condannati nelle spesso semplicistiche rappresentazioni contemporanee
si rivela assai arduo nel momento in cui le linee programmatiche di tali formazioni si
arricchiscono di tematiche e linguaggi di sapore evidentemente xenofobo, nazionalista e
autoritario. Se non è possibile giustificare, da un punto di vista dei principi democratici di
pluralismo e salvaguardia dei diritti civili, certi aspetti particolari e concreti di tali
manifestazioni, resta pur sempre aperta la possibilità – dalle notevoli implicazioni, teoriche e
politiche – di preservare i presupposti di ragionevolezza alla base del loro dispiegarsi. La
prima pietra miliare di un percorso di riflessione teorica che rimetta al centro della
discussione sul concetto di populismo le ragioni della genesi del fenomeno è stata posta dalla
filosofia politica di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, i cui lavori dimostrano, come i due
capitoli precedenti hanno cercato di illustrare, la presenza nel populismo del tratto costitutivo
di ogni logica prettamente politica a cui le odierne forme della liberaldemocrazia sembrano
gradualmente sottrarsi.
Tra gli autori che, nell'alveo della teoria politica contemporanea, inquadrano più
efficacemente la necessità di rappresentazione di una forma autentica, critica e partecipe, di
sovranità popolare che risolva le aporie e le contraddizioni racchiuse nel concetto di
democrazia è Pierre Rosanvallon. Pur abbracciando una posizione fortemente critica nei
confronti della deriva populista che ha interessato la dimensione controdemocratica
contemporanea, la sua insistenza circa la costruzione di uno spazio pubblico, comunitario e
condiviso, di espressione delle pluralità sociali ad opera del politico non lo conduce troppo
distante dalle teorizzazioni laclausiane circa la funzione costitutiva del sociale che il politico
stesso rivestirebbe. La prima parte del presente capitolo sarà dedicata all'approfondimento di
tale prospettiva, e a delinearne nel dettaglio le dovute analogie e differenze con il pensiero
analizzato in precedenza, oltre che le implicazioni politiche che essa comporta. La seconda

39
sezione comporta, invece, uno slittamento del focus dall'ambito del pensiero politico alla
ricerca specificamente empirica propria della scienza politica, riservando un posto privilegiato
agli apporti più significativi prodotti nel panorama italiano. Rilevarne gli aspetti più originali
e in linea con la riflessione filosofica attorno a cui il discorso sui populismi può essere
riabilitato consente di elevare un caso particolare di populismo al centro del dibattito
nazionale, il Movimento 5 Stelle, a emblema di quell'insieme complesso di caratteri che le
argomentazioni filosofiche di Laclau avevano sottratto alle critiche di demagogia e
irrazionalità.

3.1 Pierre Rosanvallon: il politico ai tempi del populismo


3.1.1. Verso una storia del politico

La lezione di Ernesto Laclau, nell'ambito più generale di ricostruzione ontologica del


fenomeno populista, è riducibile, in ultima istanza, a un fondamentale presupposto di ricerca:
non c'è ragione che non colga l'essenza. In altre parole, non sarebbe stato possibile
riconsegnare il populismo alla razionalità di cui era stato privato dalla letteratura
contemporanea senza cogliere all'interno dell'articolazione politica populista il dispiegarsi di
logiche proprie del politico, operazione che contribuisce non poco alla radicalità delle
intuizioni del pensatore argentino. Analogamente, il pensiero di Pierre Rosanvallon non
godrebbe della stessa importanza e influenza che esercita dalla cattedra di Storia presso il
Collège de France nel dibattito storico-politico francese ed europeo senza l'ambizioso
progetto che ne anima l'intera carriera intellettuale: la realizzazione di una «storia filosofica
del politico»118, al di là di ogni settorializzazione del sapere, attraverso cui comprendere la
democrazia e le sue aporie a partire dal rapporto che si instaura, nel tempo, tra le molteplici
dimensioni del sistema socio-politico e l'essenza stessa di politico.
Sarebbe tuttavia fuorviante dedurre da tale premessa l'esistenza di una piattaforma culturale
condivisa tra i due autori, o addirittura leggere nella riflessione politica di Rosanvallon
un'elaborazione dell'esperienza teorica laclausiana a meno che non se ne colgano
dovutamente differenze rilevanti in termini di contenuti, ispirazioni e, almeno parzialmente,
esiti teorici e politici. In primo luogo, è la Sinistra progressista-riformista, piuttosto che la sua
ala radicale, ad informare le pagine dello studioso francese. La sua trattazione, inoltre, pur

118 Riccardo Brizzi, Michele Marchi, Introduzione a Pierre Rosanvallon, Il Politico: storia di un concetto, a
cura di R. Brizzi e M. Marchi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005, p. V.

40
muovendosi sul terreno comune della democrazia, del popolo e del populismo, guarderà a
quest'ultimo secondo prospettive decisamente meno accomodanti, pur comprendendone
criticamente le ragioni alla luce della problematicità che la rappresentanza democratica del
popolo porta con sé. Lo stesso politico, principio e oggetto primario della sua ricerca, è
concettualizzato in termini che divergono sensibilmente dalla logica schmittiana di creazione
delle frontiere antagonistiche da parte di un potere egemonico, sebbene permanga l'idea che
esso costituisca il centro nevralgico da cui la società deriva la sua stessa esistenza e
possibilità di comprensione119. Si tratta, nondimeno, di una forma dell'azione collettiva in cui
si costruisce e si dispiega un certo modo di essere della vita comune, che agisce definendo i
caratteri della dimensione politica, giuridica, economica, culturale e sociale dello spazio
comunitario della polis, di là del terreno immediato della competizione partigiana per
l'esercizio del potere, dell'azione quotidiana del governo e della vita ordinaria delle
istituzioni120. Il politico così inteso risente di una certa problematicità nel contesto di una
specifica forma organizzativa della vita collettiva, la democrazia, nella misura in cui le
coordinate che orientano la convivenza civile in società non sono determinate
aprioristicamente da una volontà – autoritaria o tradizionale – esternamente data, ma prodotto
di tensioni costitutive e permanenti che dissolvono irrimediabilmente i contorni della cornice
definitoria dello stesso politico, esponendolo al vento di una rischiosa indeterminatezza.

3.1.2. Democrazia: perpetue tensioni

La democrazia è del resto il soggetto attorno a cui si articola l'intero discorso di Rosanvallon
nei volumi della sua trilogia sull'analisi storica dell'esperienza democratica in Francia, Le
sacre du citoyen, Le peuple introuvable e La dèmocratie inachevée. Colta nel suo essere
espressione e storia di un repertorio complesso di ambiguità e contraddizioni radicati nella
modernità politica fin dagli albori rivoluzionari, la democrazia attualmente realizzata è per
Rosanvallon il luogo di un dissidio insanabile tra il progetto utopico della sovranità popolare e
la sua realizzazione nelle forme concrete del sistema-elettorale rappresentativo, tra
l'imperativo dell'inclusione121 e l'esclusione sistematica dall'esercizio del potere. Pertanto,
ogni crisi che – come quella attuale – attraversa la storia sociale e istituzionale della
democrazia è da comprendere rintracciando la matrice di tale tensione strutturale

119 Pierre Rosanvallon, Il Politico: storia di un concetto, a cura di R. Brizzi e M. Marchi, Soveria Mannelli,
Rubbettino, 2005, p. 9.
120 Ivi, p. 10.
121 R. Brizzi e M. Marchi, Introduzione a P. Rosanvallon, p. XVI.

41
nell'inquietudine che la nozione di popolo reca con sé, diviso tra l'invocazione della sua
potenza e la sua introvabilità, tra il principio politico della volontà generale che ne consacra
l'unità e su cui si regge la legittimità democratica, e il principio sociologico che evidenzia
invece la complessa molteplicità del corpo sociale 122. La traduzione logica nei termini
politico-istituzionali della tensione tra i due principi del popolo è rappresentata dal dualismo
costitutivo proprio della modernità politica, liberalismo e democrazia: un'intuizione, questa,
formulata con particolare riferimento alla storia della Repubblica francese, che non si
allontana dalle riflessioni di Chantal Mouffe sul destino del politico nella liberaldemocrazia
contemporanea.
L'analisi della processualità democratica e dell'inerente tensione costitutiva è svolta da
Rosanvallon all'insegna della prospettiva della storia, materia e forma necessaria di una
concezione globale dei concetti politici 123: è solo osservando la relazione tra i due principi nel
loro reciproco movimento temporale e concettuale, e leggendo attraverso le fratture
costitutive della realtà storica, nel momento in cui esso è messo alla prova, che una diagnosi
del politico si rende possibile, rivelando significativamente come la vita della democrazia
consista nello studio di un problema da risolvere nella sua concreta e complessa dimensione
aporetica e non nel raffronto con un modello ideale 124. A tal proposito, la preoccupazione di
Rosanvallon al fronte dell'analisi della crisi politica contemporanea sembra riprendere gli esiti
della riflessione della studiosa belga nel momento in cui individua in tale tensione un
progressivo ridimensionamento dello spazio politico, sperimentabile su una molteplicità di
fronti: la percezione di una dissoluzione degli spazi di autonomia dell'azione politica a
vantaggio della dimensione giuridica ed economica, la dissociazione crescente tra territorio e
potere centrale – di cui il proliferare di iniziative secessioniste è prova evidente – e il
rafforzamento di sentimenti di appartenenza di tipo etnico-religioso. Tuttavia, diversamente
dall'approccio prettamente esterno nei confronti della restrizione degli spazi del politico con
cui la scienza politica ha riversato fiumi di inchiostro sul tema, la diagnosi di Rosanvallon è
piuttosto basata su un'indagine interna ai meccanismi di coesione statale alla base del
contratto sociale, che nella forma attuale sembrerebbero relegare la politica a una sorta di
fastidioso residuo che bisognerebbe idealmente eliminare, [...] una dimensione tragicamente
assente, una grandezza che fa crudelmente difetto 125. La sua analisi è, in altri termini,
orientata a comprendere le ragioni del palese indebolimento delle identità collettive nello
122 Pierre Rosanvallon, Controdemocrazia: la politica nell'era della sfiducia, Roma, Castelvecchi, 2012, p.
208.
123 P. Rosanvallon, Il politico, p. 24.
124 Ivi, p. 27.
125 Ivi, p. 40.

42
spazio comunitario e la dispersione se non addirittura il declino, di quella volontà
storicamente consacrata nella sua generalità dalla narrazione democratica e ad oggi talmente
frammentata da mettere a rischio, a lungo termine, la messa in opera di un disegno
comunitario che realizzi le promesse sospese di inclusività, di confronto politico e di
solidarietà del progetto democratico.
Principio e sintomo della disgregazione interna dello spazio collettivo è una difficoltà
strutturale della politica contemporanea nel dissociare la politica dal politico, risultato della
tendenza ad identificare la gestione della dimensione pubblica con la detenzione, non priva di
oscurità, del potere126. Al tema della delusione e del degradamento progressivo del rapporto
tra gli elettori e i rappresentanti eletti, nei termini dell'autore «entropia rappresentativa» 127
intrinseca alla tensione democratica, è dedicato ampio spazio nelle pagine di
Controdemocrazia. Il sottotitolo dell'opera, la politica nell'era della sfiducia, inquadra
piuttosto ambiguamente l'apporto teorico di Rosanvallon al tema della crisi politica degli
ultimi decenni. Il riferimento diretto alla dimensione della defiance sembrerebbe infatti
collocare le analisi dell'autore francese nell'interminabile polemica intellettuale,
particolarmente diffusa negli ambienti della scienza politica, nei confronti dell'allentamento
del legame democratico tra le istituzioni politiche e cittadini, la cui passività si registra,
periodicamente, attraverso un'evidente crescita del tasso di astensionismo e di partecipazione
partitica. Un errore, questo, nella prospettiva di Rosanvallon, ciononostante comprensibile
alla luce di una concezione prettamente procedurale della democrazia e della legittimità. Il
focalizzarsi esclusivamente sulla dimensione positiva e periodica della sovranità popolare
attraverso il principio elettorale, tendenza tipica di una tradizione liberale della democrazia
che, da Kelsen e Schumpeter, ha contribuito al trionfo di una visione democratica protettrice
delle libertà personali al di là dell'effettiva realizzazione della sovranità popolare 128, offrirebbe
una visione soltanto parziale della partecipazione civica nella dimensione pubblica,
deducendone semplicisticamente la sfiducia a fronte della sola apatia elettorale e della
volontaria sospensione del potere di investitura dei rappresentanti.
La comprensione del politico e delle trasformazioni in atto nella scena politica
contemporanea necessitano pertanto per Rosanvallon di una sistematizzazione dell'esperienza
democratica che complichi la definizione di cittadinanza, inquadrando cioè l'attività di
partecipazione in un contesto multiforme, analizzato nella duplice dimensione della
legittimazione e della fiducia, termini del discorso democratico il cui scarto ha rappresentato,
126 Ivi, p. 39.
127 P. Rosanvallon, Controdemocrazia, p. 16.
128 Ivi, p. 209.

43
in forma tutt'altro che eccezionale, un dramma ricorrente nella storia della rappresentanza. Se
la trilogia di Rosanvallon aveva in precedenza indagato le tensioni strutturali alla base degli
istituti politici della cittadinanza, dalla questione del governo rappresentativo alla sovranità
popolare, in altre parole, gli aspetti salienti relativi al processo di legittimazione,
Controdemocrazia è dedicata all'esplorazione dell'intreccio di pratiche, verifiche, di contro-
poteri sociali informali e di istituzioni, destinato a compensare l'erosione della fiducia
tramite un'organizzazione della sfiducia129.
Riconsegnare dignità alle diverse forme di manifestazione del dissenso, storicamente
relegate ai margini della fisiologica dialettica rappresentativa, ricollocandole nel quadro
teorico della partecipazione, rende visibile, leggibile e comprensibile l'aspetto invisibile
dell'esperienza democratica, funzionale alla dialettica rappresentativa nella misura in cui esso
contribuisce ad estenderne l'efficacia e la legittimità attraverso processi di sorveglianza e
correzione destinati a re-indirizzare l'azione dei governanti eletti verso la realizzazione del
bene comune. Siamo perciò distanti da un'accezione liberale della sfiducia, tipica di una
visione cinica e pessimistica del mandato democratico derivante dal suffragio universale e
manifesta nella forma del potere di prevenzione130.
La sfiducia democratica ha, al contrario, esigenze prettamente orientate all'estensione della
modalità di partecipazione popolare attraverso l'esercizio della sovranità sociale negativa131, e
che si estrinseca specificamente attraverso tre contro-poteri caratteristici dell'universo
cosiddetto controdemocratico, all'ombra della democrazia elettorale-rappresentativa: la
sorveglianza, l'interdizione e il giudizio. Adottare una prospettiva onnicomprensiva della
partecipazione, complicare i termini con cui la democrazia è stata storicamente simbolizzata
nella sua manifestazione più istituzionalizzata ed evidente, l'investitura elettorale, offre
all'autore la possibilità di rileggere in termini più cauti e decisamente meno apocalittici gli
indicatori statistici che lamentano un crescente disincanto democratico. Piuttosto, lungi dal
segnalare una forte tendenza all'apatia e al disinteresse nei confronti dell'attività dei palazzi
della politica, il disincanto democratico è per Rosanvallon motore del profondo mutamento
che le forme partecipative della cittadinanza stanno attraversando. Una trasformazione,
questa, che si accompagna ad un'estensione della nozione stessa di popolo.

129 Ivi, p. 11.


130 Ivi, p. 13.
131 Ivi, p. 17.

44
3.1.3 Oltre il suffragio: il popolo attivo della controdemocrazia

La crescente difficoltà da parte delle forze politiche di condensare maggioranze positive


non annulla di per sé la presenza della forza popolare. Per comprendere le dinamiche che
interessano le democrazie contemporanee, e l'intera esperienza della democrazia, è infatti
necessario accostare al popolo-elettore designato dal contratto sociale nuove tipologie di
attivismo negativo e indirettamente espresso nelle forme dell'opposizione e del rifiuto, il
popolo-sorvegliante, il popolo-veto e il popolo-giudice132, che rendano conto ai sostenitori di
quello che Rosanvallon definisce «il mito del cittadino passivo» del rinnovamento di
espressioni non-convenzionali della forza sociale. Difronte all'erosione progressiva della
democrazia elettorale, le crescenti inclinazioni alla protesta, le adesioni a manifestazioni,
petizioni, scioperi e alle forme collettive di espressione della solidarietà, la progressiva
giuridicizzazione del politico – fortemente avversato da Mouffe in quanto sintomo di
apoliticità del moderno - e lo spostamento dello spazio di rappresentazione dai partiti
tradizionali ai gruppi di pressione e movimenti di tipo volontaristico rivelano così un impiego
massiccio delle forme democratiche dell'espressione, del coinvolgimento e dell'intervento133.
Nell'intendere la politica uno spazio d'esperienza134 lo sguardo dello storico è
imprescindibile. Rosanvallon ripercorre difatti l'evoluzione del processo democratico
analizzando il rapporto tra cittadini e istituzioni politiche in ogni fase del percorso di
costruzione della sovranità popolare, dalla polis dell'antica Grecia e la civitas romana alle
rivoluzioni americana e francese, con l'obiettivo di rintracciare in tale sviluppo, complesso e
discontinuo, l'esistenza di forme controdemocratiche preesistenti alla stesso suffragio e
all'affermazione della democrazia propriamente detta. Passando dagli istituti medievali del
diritto alla resistenza fino alle pratiche moderne dell'impeachment e del recall elettorale, è
interesse particolare di Rosanvallon dar conto delle ragioni alla base della loro accelerazione e
temporanee battute d'arresto, significativamente associate, come nel caso del fallimento
dell'istituto del Tribunato francese successivo al regime del Terrore, al trionfo del liberalismo
conservatore e del repubblicanesimo, forze abili a placare le agitazioni della moltitudine e ad
estinguerne momentaneamente le rivendicazioni con la concessione del suffragio universale,
arco di volta, benedetto e sufficiente, della democrazia135.
La rilevanza del discorso dell'intellettuale francese al fine della presente analisi non risiede

132 Ivi, p. 19.


133 Ivi, p. 21.
134 Ivi, p. 25.
135 Ivi, p. 74.

45
tuttavia nella disamina storica, per quanto puntuale, delle forme di sorveglianza, interdizione e
giudizio, quanto nella riflessione sull'attuale stato di salute della democrazia e nelle
conseguenti implicazioni per la valutazione del populismo contemporaneo quale espressione
particolare della reattività che l'odierno disincanto democratico innesca. L'attuale
configurazione del conflitto tra i dispositivi controdemocratici e le forme della democrazia
elettorale-rappresentativa è da inquadrare, per Rosanvallon, in un contesto che tenga conto di
due fattori fondamentali, di ordine sociale e politico: una nuova percezione sociologica e
politica della nozione di maggioranza, nel nome della quale non è più l'interesse generale a
pretendere rappresentazione, ma la voce di minoranze eterogenee, emarginate e talvolta
escluse dal sistema, assieme a una rinnovata concezione della questione della legittimità, che
ha provveduto alla desacralizzazione dell'elezione e allo svuotamento della pregnanza politica
del mandato elettorale, in un contesto politico e partitico segnato da grande imprevedibilità,
indeterminatezza e opacità per quel che concerne i programmi elettorali, le alleanze
parlamentari e governative, gli attori coinvolti e le logiche sottostanti ai processi di decision-
making136.
È la stessa instabilità della democrazia elettorale-rappresentativa, pertanto, ad alimentare per
Rosanvallon la legittimità dei processi controdemocratici. La ragion d'essere di tale insieme
di dispositivi è dunque da rileggere nell'ottica di un processo continuo di rinegoziazione e
potenziamento della sovranità collettiva dal detentore della sovranità designato dalla
rivoluzione, il popolo, e l'organo istituzionale che ne rimanda necessariamente la presenza.
L'espressione della vita civica attraverso le attività di sorveglianza, interdizione e giudizio è
pertanto leggibile nel segno della vitalità – piuttosto che di presunto disinteresse – della
cittadinanza nello spazio pubblico, a patto che l'esercizio della sovranità critica che la
controdemocrazia consente non si traduca nelle forme atrofiche dell'antipolitica, tali da
ostruire e paralizzare, piuttosto che rinfrancare e legittimare, lo spazio dell'azione governativa.
È in questo passaggio che il discorso sulla controdemocrazia si intreccia con la riflessione sul
fenomeno populista al centro dell'interesse della presente dissertazione. Chiarirne i punti
essenziali è quanto di più essenziale per cercare di comprendere e contestualizzare il pensiero
e il giudizio che Rosanvallon rivolge al tema.

3.1.4. Il populismo è l'impolitico: Rosanvallon e Laclau a confronto

L'edificio democratico che Rosanvallon si ripropone di ricostruire per una lettura agevole

136 Ivi, p. 83-84.

46
dei processi politici e sociali si regge su tre pilastri – altrimenti definiti scene - fondamentali:
il governo elettorale-rappresentativo; l'universo contro-democratico; la funzione del politico,
quest'ultimo inteso come attività riflessiva e deliberativa attraverso cui si determinano le
regole di interazione politica ed economica e i principi giuridici che articolano le relazioni tra
pubblico e privato, il sistema, cioè, di decisioni fondante un mondo in comune137. All'interno
di tale regime misto, le tre dimensioni della democrazia possono collaborare sinergicamente e
in modo complementare, avviando un processo virtuoso che consenta, per metterla nei termini
di Rousseau, di progredire verso un autogoverno degli uomini 138. Perché ciò si realizzi,
l'armonia tra le scene è il presupposto essenziale. Di tutt'altro segno, invece, la diagnosi che
Rosanvallon formula nei confronti della situazione attuale, caratterizzata piuttosto da un
assorbimento progressivo dell'attività politica da parte della dimensione controdemocratica, e
la simultanea regressione della funzione del politico, che si traducono sistematicamente
nell'espressione più estrema di tale involuzione impolitica, o di anti-democrazia assoluta: la
deriva populista.
Con il termine impoliticità Rosanvallon si riferisce alla tendenza caratteristica del rapporto
tra società civile e istituzioni politiche dell'epoca presente, prodotto di un duplice movimento:
il trionfo della sovranità negativa e l'iperattività indiretta della cittadinanza nelle forme di un
consumismo politico che mette al primo posto l'esigenza della trasparenza e della leggibilità
delle deliberazioni politiche da una parte, e dall'altra, in risposta alla costante sorveglianza ed
esposizione al giudizio, una progressiva modestia dell'ambizione politica delle classi dirigenti,
incapaci di fissare orizzonti di intervento sul sociale che rappresentino alternative reali al
modello vigente. La crisi e la percezione di impotenza della cittadinanza difronte all'apparente
immobilità o indifferenza dei governanti, contenute in nuce nella tensione democratica
descritta in precedenza, risultano ulteriormente acuite dalla nuova narrazione spoliticizzante
intrinseca al discorso populista: l'esaltazione della nuova utopia, la trasparenza, intesa come
vera e propria

«ideologia al posto dell'ideale democratico legato alla produzione di un mondo comune,


[che] in un mondo segnato dall'incertezza, è diventata la virtù che si è sostituita alla verità o
all'idea di interesse generale»139.

In tal senso, con la denuncia al declino del politico, Rosanvallon non intende riferirsi
137 Ivi, p. 207.
138 Ivi, p. 223.
139 Ivi, p. 183

47
particolarmente alla dispersione dei processi decisionali di tipo orizzontale descritti negli
scenari della governance e della subpolitica ricorrenti nelle analisi contemporanee140. Nella
verticalità del rapporto tra società civile e istituzioni che l'autore esamina, la centralità della
politica nazionale risulterebbe infatti addirittura confermata dall'irrobustirsi progressivo,
attorno ad esso, dei poteri controdemocratici. La spoliticizzazione che lo storico francese ha in
mente, piuttosto, riguarda il politico come capacità di istituzione del sociale 141, che la
degenerazione populista ha portato alle estreme conseguenze. I toni allarmati e severi con i
quali Rosanvallon descrive il populismo contemporaneo non tradiscono le preoccupazioni di
uno tra i più accaniti sostenitori della socialdemocrazia e del sindacalismo in Francia negli
anni in cui il paese è uno tra i centri nevralgici dell'avanzata populista. Se si considera poi che
è proprio il Front National di Marine Le Pen a minacciare la revisione in senso nazionalistico
di uno tra i welfare state più prodighi del mondo occidentale e a cui lo stesso Rosanvallon
aveva legato le sorti della democrazia in La società dell'uguaglianza, i toni accesi della
riflessione che accompagna una certa lettura del populismo risultano comprensibili. Pur
venata di un giudizio di valore esplicito e di segno contrario rispetto allo studio di Mouffe e
Laclau, l'interpretazione di Rosanvallon ne conserva uno tra gli aspetti più salienti: l'esigenza
di porre il politico al centro della costruzione dello spazio sociale.
La specificità del populismo risiede in prima istanza, per Rosanvallon, nella capacità di
risolvere, fittiziamente, il dissidio politico-sociologico della rappresentazione del popolo,
resuscitandone un'immaginaria unità ed omogeneità. La problematicità di tale operazione
risiede tuttavia nella sua mancata traduzione politica, in altre parole, nella critica nichilista e
distruttiva rivolta al potere e alle autorità governative, alla politica dei politici142 nel suo
complesso, senza che alla denuncia si sostituisca l'energia rivoluzionaria, l'azione propositiva
rivolta al cambiamento. I leader populisti, profeti del disincanto e agitatori di masse negative,
contribuiscono a riprodurre esclusivamente un sentimento anti-sistema violento, impotente e
rassegnato, in un rovesciamento perverso degli ideali e delle procedure della democrazia
rappresentativa143 e della forza altrimenti costruttiva e correttiva della controdemocrazia. Nei
termini dei teorici e commentatori della rivoluzione francese, il populismo di Rosanvallon si
appropria, indebitamente, di quella sfiducia custode dei diritti del popolo, facendo sì che

140 Il concetto di “subpolitica” è mutuato dalla trattazione svolta da Ulrich Beck ne La società del rischio, op.
cit. ivi, p.186.
141 Ivi, p. 187.
142 Pierre Rosanvallon, Democratic Legitimacy: Impartiality, Reflexivity, Proximity, a cura di A. Goldhammer,
Princeton, Princeton University Press, 2011, p. 222.
143 Id., Controdemocrazia, p. 190.

48
l'attività politica del cittadino si perda anima e corpo nel controllo144.
La negatività del giudizio di Rosanvallon è innegabile, sebbene non assimilabile alle
interpretazioni di quella tradizione liberale del pensiero politico che si è cimentata nella
denigrazione aprioristica della volontà del popolo, a partire da Tocqueville fino al più recente
John Lucaks, per il quale il populismo non è nient'altro che un'indefinita miscela di odio e
paura145. Piuttosto, la critica al populismo contenuta in Controdemocrazia si svolge
all'insegna di una strenua difesa democratica e dei dispositivi di cui il popolo, inteso
sociologicamente nella sua eterogeneità, possa servirsi per dotarsi di una volontà generale,
attiva e propositiva che non sia più prodotto del

«idealizzazione di una menzogna o la dichiarazione di un pio desiderio, ma la somma di una


serie di pratiche di arbitrati, di compromessi o scelte perentorie che riguardano il costituirsi
del legame sociale […]. Ridare senso e forma al politico non vuol dire celebrare un essere
collettivo redentore, che sia popolo, classe o moltitudine, bensì chiarire il sistema delle
interazioni reali che formano le differenze e le divisioni»146.

Le prospettive che informano i discorsi di Laclau e Rosanvallon sul populismo sono dunque
soltanto apparentemente antitetiche, pur partendo, come è stato ammesso in precedenza, da
presupposti concettuali e ragioni contestuali differenti. Una lettura attenta de La ragione
populista evidenzia infatti come l'autore argentino, al di là di ogni considerazione morale del
populismo o del rapporto che lega tale fenomeno al funzionamento della democrazia, sia
interessato, con un riferimento costante e non sempre espresso - al peronismo e alle sue
logiche costitutive del corpo popolare nella misura in cui tale dinamica performativa dia
ragione della rappresentanza di un fronte unitario a partire dall'eterogeneità sociale. La
riflessione di Rosanvallon, pur priva della radicalità e dello spirito rivoluzionario che animano
il pensiero laclausiano, si inserisce nella stessa direzione di politicizzazione della società e
della democrazia tale da svolgere una funzione prettamente cognitiva, fissando, cioè, le
coordinate attraverso cui gli individui, nella loro diversità, possano tradursi in comunità, e
rappresentarsi in una totalità leggibile e visibile orientata alla costruzione della vita comune. Il
ruolo costitutivo del politico è qui riconfermato, e riconsegnato ad una cornice democratica
complessa e riflessiva, in cui al meccanismo identificativo tra potere e popolo faccia da
contrappeso, in equilibrio, la democrazia dell'appropriazione manifesta nei poteri
144 Ibidem.
145 J. Lucaks, Democrazia e populismo, p. 191.
146 P. Rosanvallon, Controdemocrazia, p. 222.

49
controdemocratici147. Ripristinare il politico in un sistema in cui sovranità positiva e negativa
agiscano armonicamente significa, per Rosanvallon, contribuire a una dimensione del vivere
civile in cui il cittadino non sia mai privato dell'arma, fondamentale, della sfiducia, da
impiegare al servizio dell'efficienza dell'istituzione politica e della definizione di quel
“comune” che l'impolitica nega; quella condizione dell'esperienza civica in cui, in ultima
istanza, non si cessi mai di unire il pessimismo dell'intelligenza all'ottimismo della volontà148.

3.2. Voci dall'altra dimensione: il populismo della scienza politica


3.2.1. Vecchie crisi, nuove consapevolezze: l'antipolitica oltre la destra e la sinistra

La trattazione contemporanea dei populismi è, come l'esperienza democratica per


Rosanvallon, un fenomeno in cantiere, un coro di voci discordanti, ciascuna presa dal
tentativo di definire concettualmente una materia in sé sfuggente, che condanna gli sforzi
teorici alla stessa indeterminatezza che le è propria, e che Laclau, nell'ambito della filosofia
politica, aveva domato attraverso l'approccio ontologico. Le osticità del fenomeno che si
intende spiegare, se ci si sposta sul versante delle scienze sociali, sono addirittura amplificate
dalla vocazione empirica di tali discipline, le cui interpretazioni, particolaristiche e
contingenti a un dato contesto spaziale e temporale, con grande difficoltà possono tradursi in
modelli universali, applicabili senza contraddizioni alla varietà del suo manifestarsi. Il
disaccordo teorico circa l'applicazione dell'etichetta populista è una diretta conseguenza della
vaghezza narrativa del populismo e della letteratura del fenomeno, specie se si tratta, come
Alfio Mastropaolo ha sottolineato, di una

«patente […] concessa con disinvoltura non solo a una folla di regimi e movimenti
democraticamente non troppo scrupolosi ma a ogni nuovo venuto, il cui stile e i cui discorsi,
marcati dalla retorica del popolo, non siano agevolmente riconducibili agli schemi politici
prevalenti»149.

Lo stesso titolo della nota opera di Mastropaolo sui populismi, La mucca pazza della
democrazia, è d'altronde indicativo del giudizio che la scienza politica contemporanea rivolge

147 P. Rosanvallon, Democratic Legitimacy, p. 220.


148 Id., Il politico, p. 44.
149 Alfio Mastropaolo, Antipolitica: all'origine della crisi italiana, Napoli, L'Ancora del Mediterraneo, 2009, p.
56.

50
allo studio del fenomeno, indissolubilmente legato al discorso, vigente ormai da un ventennio
a questa parte, della crisi delle democrazie occidentali. Le ricerche politologiche e
sociologiche traboccano difatti di riferimenti alla precarietà delle esistenze e la fluidità delle
esperienze individuali in un contesto segnato da grande incertezza, che la recente crisi
finanziaria ed economica ha senz'altro aggravato, riportando al centro del dibattito pubblico i
temi della diseguaglianza sociale e della povertà e scoperchiando ulteriormente il vaso di
Pandora della fragilità politica e partitica che la stagione del benessere delle trente glorieuses
di uno stato sociale prodigo aveva temporaneamente occultato. Le riflessioni sulle
metamorfosi in atto nella vita politica post-democratica150, sullo stravolgimento delle modalità
di comunicazione mediatica rivolta alla nuova audience democracy151, si accompagnano alle
valutazioni, per lo più di segno negativo – in parte spiegabili alla luce di una comprensibile
nostalgia per i tempi in cui le appartenenze partitiche e sindacali costituivano, sotto il grande
ombrello dell'ideologia152, i valori fondanti dell'identità individuale e collettiva – dello stato di
salute attuale dei partiti, attori sempre indiscussi della democrazia rappresentativa, e
abilmente descritti da Ignazi nella prigionia del paradosso della forza senza legittimità e dei
loro fallimenti rappresentativi nel post-materialismo153.
È leggendo tra le righe di tale disorientamento, politico e sociale, che è possibile spiegare, in
ultima istanza, la confusione che aleggia attorno al tema del populismo nella scienza politica
contemporanea. Effettivamente, e non sorprendentemente, tra i punti fermi del discorso
intellettuale regna la consapevolezza di trovarsi difronte a un fenomeno radicalmente diverso
rispetto alle esperienze populiste tout court del passato, in particolare, il peronismo e i suoi
fratelli latinoamericani che avevano ispirato i lavori di Laclau:

«ciò che si indica oggi in Europa con il nome di populismo è un'altra cosa. Non è una forma
di governo, è al contrario, un certo atteggiamento di rifiuto nei confronti delle pratiche
governamentali in vigore»154.

Alla certezza della natura inedita del fenomeno, si affianca, almeno in linea di massima, una
certa idea di neutralità ideologica:

«vi sono populismi sia di destra che di sinistra, accomunati dall'avversione nei confronti di
150 Colin Crouch, Postdemocrazia, op. cit. in Ilvo Diamanti, Democrazia ibrida, Bari, Laterza, 2014, p. 3.
151 Bernard Manin, The Principles of Representative Government, op.cit. ivi, p. 6.
152 M. Recalcati, Patria senza padri, formato Kindle, pos 148/1561.
153 Cfr. Piero Ignazi, Forza senza legittimità: il vicolo cieco dei partiti, Bari, Laterza, 2012.
154 J. Rancière, L'introvabile populismo, p. 113.

51
ogni classe dirigente, politica, economica, intellettuale che sia, con cui essi contrappongono -
rozzamente , ma con chiarezza - l'essenza stessa della democrazia, ovvero il popolo sovrano,
di cui romanticamente esaltano le virtù, insieme all'intrinseca giustezza delle sue volontà, e
alla quale vorrebbero sostituire il potere usurpato dagli oligarchi dell'establishment»155.

Il populismo, lungi dall'incarnare un'ideologia precostitutita, è piuttosto uno stile politico


applicabile a modelli ideologici diversi, una forma debole e vaga di interpretazione del
contesto sociale, e pertanto assorbibile da una grande varietà di paradigmi dottrinari più
elaborati – dal socialismo al nazionalismo – che storicamente ne hanno integrato i caratteri 156.
Sebbene, in una prima fase, lo stesso Mastropaolo non si sia sottratto alla tentazione –
ricorrente, nella letteratura politologica dei tempi recenti – di identificare il neo-populismo
con la realtà multiforme della destra radicale – il male venuto dal Nord - xenofoba,
nazionalista o separatista, incarnata nei vari Fpö in Austria, i Repubblikaner in Germania,
Vlaams Blok nelle Fiandre, il Partito del Progresso in Danimarca e Norvegia, la Lega Nord in
Italia, e il Front National in Francia 157, e interpretati ragionevolmente da molti come effetto
delle tendenze sovranazionali dello sviluppo post-industriale 158, la lettura più allargata del
fenomeno che l'autore propone suggerisce alcuni spunti illuminanti. Attento alle evoluzioni
della sofferente democrazia italiana, Mastropaolo accosta alla dimensione radicale delle
nuove destre, strettamente populista, somministrata in dosi massicce e non più controllate159,
la categoria di antipolitica quale sua variante aggiornata, versatile e diluita nei suoi intenti
dissacranti nei confronti delle istituzioni, che ha mostrato grande capacità di adattamento alle
forme tradizionali della democrazia rappresentativa, una volta rassegnatasi al pluralismo
irriducibile della postmodernità160. In modo piuttosto simile a quanto Meny e Surel avevano
affermato sull'ibridità delle nuove strutture populiste, in costante equilibrio tra il
comportamento lealista delle democrazie rappresentative e gli appelli alla mobilitazione
popolare tipici del discorso anti-sistema161, le nuove forme antipolitiche tenderebbero a
potenziare e massimizzare ogni opportunità di appello alla volontà popolare realizzando – o
proponendo, nei programmi elettorali – istituti di democrazia diretta, dalla pratica referendaria
alle primarie di partito fino all'elezione popolare del capo dell'esecutivo, fino a contagiare lo

155 A. Mastropaolo, Antipolitica, p. 29.


156 Yves Mény, Yves Surel, Populismo e democrazia, a cura di A. De Ritis, Bologna, Il Mulino, 2001, p. 276.
157 Alfio Mastropaolo, La mucca pazza della democrazia:la destra radical-populista e la politica italiana,
«Meridiana» 38-39/2000, p. 45.
158 Piero Ignazi, Extreme Right Parties in Western Europe, New York, Oxford University Press, 2006, p. 218.
159 A. Mastropaolo, Antipolitica, p. 32.
160 Ibid.
161 Y. Mény, Y. Surel, Populismo e democrazia, p. 254.

52
stile narrativo dell'intera scena politica162.
In questa prospettiva, la crescente personalizzazione del partito politico nella figura del
leader, l'apertura dei contenuti programmatici alla varietà della audience e l'interclassismo, in
altre parole, il marketing politico dei partiti catch-all descritti da Kirchheimer163, sarebbero da
osservare come caratteristiche riconducibili a una logica di sapore populista atto ad informare
non soltanto il discorso delle opposizioni quanto, addirittura, quello della maggioranza. È qui
che il discorso di Mastropaolo si spinge oltre le letture tradizionali, rintracciando, non senza
richiamare certi aspetti ormai familiari del discorso laclausiano, le logiche dialettiche
intrinseche al populismo nelle forme moderate dell'establishment. A servirsene, nelle
circostanze attuali, sarebbe persino la leadership neoliberale, che alimentando la polemica nei
confronti della farraginosità dello stato sociale e le inefficienze che gravano sulle spese delle
pubbliche amministrazioni al fine di legittimare il ridimensionamento dell'attività statale,
contribuirebbe alla creazione di un nuovo cleavage sociale tale da contrapporre l'immoralità
pubblica dei dirigenti della macchina statale e le dissipazioni del welfare alle virtuosità e alla
produttività del singolo cittadino e alle efficienze del mercato164.

3.2.2. Il laboratorio politico italiano: l'esperimento di una ragione populista

Lo scenario partitico italiano, laboratorio di esperienze politiche nelle sue manifestazioni


più grottesche e caricaturali165, offre nel caso del populismo contemporaneo un esempio
emblematico, e tutt'altro che deforme, della natura ibrida e dell'irrilevanza della collocazione
ideologica di movimenti considerati “populisti” rispetto alla loro ragion d'essere principale:
l'opposizione alla versione nazionale dell'odierna democrazia oligarchica166. Le ragioni perché
si possa ritenere il Movimento 5 Stelle portatore sano di quella che è considerata la patologia
populista, alla luce della prospettiva riabilitante che la presente trattazione ha in oggetto, sono
molteplici. In primo luogo, il rifiuto ostinato della formazione di considerarsi un partito –
denominazione che pur gli spetterebbe, se si tiene fede alla definizione di partito che Giovanni
Sartori ha fornito alla scienza politica 167 – è il sintomo più evidente della presa di distanza da
un sistema di potere tradizionalmente partito-centrico, fortemente deficitario dal punto di vista

162 A. Mastropaolo, Antipolitica, p. 33.


163 Id., La mucca pazza della democrazia,p. 66.
164 Id., Antipolitica, p. 33.
165 Sergio Romano, Morire di democrazia: Tra derive autoritarie e populismo, Milano, Longanesi, 2013,
formato Kindle , pos. 765/1150.
166 Marco Revelli, Post-sinistra: cosa resta della sinistra in un mondo globalizzato, Bari, Laterza, 2014, pp.
50-52.
167 Piergiorgio Corbetta, Elisabetta Gualmini, Il partito di Grillo, Bologna, Il Mulino, 2013, p. 7.

53
della legittimazione democratica, e da una classe politica negli scandali, nella corruzione e
nello sperpero delle risorse dei contribuenti. È d'altronde questo il tratto che risparmia al
discorso penta-stellato le critiche, altrimenti più aggressive, rivolte alle altre manifestazioni
populisticamente intese da parte di chi, da Recalcati a Ignazi, ne salva e legittima la missione
civica:

«il movimento […] che invoca grazie al potere della rete una forma di partecipazione diretta
[…] e che giudica come un arcaismo della democrazia la funzione social dei partiti, è
[tuttavia] sorretto da un sentimento giusto di indignazione rispetto alla degradazione
disastrosa della politica italiana [che lo rende] antropologicamente diverso dal Popolo della
Libertà»168.

Dal punto di vista del profilo politico, inoltre, la significatività della dicotomia
destra/sinistra sembra sfumare per gli stessi elettori e attivisti, che si collocano comunque
mediamente e leggermente a sinistra dal centro dello spettro politico, sebbene l'agenda del
movimento nei tempi recenti abbia radicalizzato il carattere nazionalista delle rivendicazioni
di giustizia sociale, allargando la propria capacità di attrazione elettorale 169. Effettivamente, al
di là di ogni aprioristica identificazione tra neo-populismo e estreme destre, la genesi del
movimento affonda le radici nel terreno della sinistra radicale e libertaria che ha ispirato la
green wave europea nel suo tentativo, ancora non pienamente dispiegato, di dare voce alla
promozione dei valori post-materialistici della silent revolution preconizzata da Inglehart
negli anni Settanta170. La linea programmatica, tendenzialmente progressista e schierata contro
l'ipersovranità dei poteri non democratici dell'universo neoliberista, dal mercato alla finanza, e
opposta al progetto di un' integrazione europea esclusivamente funzionale ai disegni
capitalistici, non risponde pertanto a una definita strutturazione ideologica. Nelle parole di un
iscritto al movimento, «il programma non si basa sull'ideologia ma sull'analisi della situazione
attuale, e intorno a questo vengono fatte emergere proposte», comprese, dunque, quelle
relative alle tematiche sull'immigrazione e i diritti civili e non espressamente stabilite in
agenda perché ancora politicamente divisive per un elettorato troppo eterogeneo 171. Infine, la
stessa centralità della leadership, al centro del bersaglio della critica al movimento –
perlomeno stando all'immagine veicolata fino a qualche tempo fa dai mezzi di informazione

168 M. Recalcati, Patria senza padri, formato Kindle, pos. 552/1561.


169 P. Corbetta, E. Gualmini, Il partito di Grillo, p. 112.
170 Ivi, p. 108.
171 Ivi, p. 153.

54
meanstream – ad una lettura più attenta del sentimento degli iscritti risulta notevolmente
ridimensionata : i dissensi interni per i caratteri poco democratici interni allo strano animale
del web-populismo172 sembrerebbero suggerire difatti, al contrario, l'esistenza di un certo
attivismo indipendente da ogni presunta e indiscussa dipendenza della volontà del capo,
anticipando un processo di emancipazione, ammesso e non concesso che una reale
subordinazione ci sia stata, che pare aver già una certa efficacia, mobilitativa e
amministrativa, almeno a livello locale173.

Ciò che di rilevante consegue dall'analisi sul M5S svolta da Gualmini e Corbetta è dunque il
suo inserirsi all'interno di un filone teorico del tutto originale rispetto alla letteratura
tradizionale, il suo rinnovare un approccio che guardi piuttosto al fenomeno attraverso
un'ottica di neutralità, tale da liberare il concetto da ogni pregiudizio valutativo e ideologico
di segno negativo che ne ha fatto una dirty word174, una deriva demagogica all'interno della
fenomenologia democratica e, in ultima istanza, un fardello di cui disfarsi, perlomeno sotto il
profilo della scientificità teorica. Se è vero che il populismo è servitore di molti padroni175,
comprenderne le tendenze metamorfiche è il primo, fondamentale passo per decifrare i
messaggi sociali che esso veicola, evitando di cadere nella trappola semplificatoria di una
rappresentazione – seppur non per questo non preoccupante - xenofoba e fascistizzante. Il
vero pericolo latente, è, d'altro canto, insito nell'incapacità, teorica e politica, di cogliere la
voce del popolo nel suo manifestarsi negativamente, nella richiesta – esplicita o tacita, a
seconda che esso eserciti la sovranità che gli è propria attraverso le forme, costituzionalizzate
o meno, di cui dispone – di partecipazione democratica dei cittadini e responsabilità civile
degli eletti. La scelta di lettura del populismo tra le prospettive proposte dalla letteratura sul
tema, nei termini alternativi di «una tentazione ricorrente della democrazia e quasi un vizio
costitutivo, o un'insidia perennemente in agguato»176 o, più ragionevolmente, un ineludibile
segnale d'allarme nei confronti di un sistema politico-istituzionale da riprogettare, a partire dai
suoi valori costitutivi, in un rinnovato senso politico, è il terreno su cui si gioca, oggi, la salute
e il destino della democrazia.

172 Ivi, p. 179.


173 Cfr. Roberto Biorcio, Gli attivisti del Movimento 5 Stelle. Dal web al territorio, Milano, FrancoAngeli,
2015.
174 P. Corbetta, E. Gualmini, Il partito di Grillo, p. 198.
175 Paul Taggart cit. ivi, p. 199.
176 A. Mastropaolo, Antipolitica, p. 31.

55
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