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Capitolo 1: migrazioni e migranti

L’oggetto di studio e le sue caratteristiche


Le migrazioni sono un fenomeno antico come l’umanità, tanto che si può affermare che «gli umani sono una specie
migratoria» (Massey). L’umanità è sempre stata nomade, impegnata in incessanti spostamenti per seguire le prede di cui
si cibava, scoprire nuovi territori di caccia, sottrarsi a carestie e calamità naturali.
Nella Genesi e nell’Esodo si parla dello spostamento di Abramo verso il paese di Canan, di Giacobbe e dei suoi figli verso
l’Egitto e, infine, del ritorno del popolo ebraico, guidato da Mosè, verso la Terra promessa. Nell’Atene classica un ruolo
economico fondamentale era coperto dai meteci, lavoratori e commercianti forestieri ammessi come residenti ma privi di
diritti politici.
Le invasioni barbariche possono essere interpretabili come migrazioni verso i territori dell’impero romano di popoli di
stirpe germanica, sospinti da altri di origine mongolica.
Nelle città medievali i fondachi dei mercanti di origine straniera, che formavano insediamenti relativamente stabili, erano
distinti secondo la provenienza e, a volte, in veri e propri quartieri.
A Parigi la rue de Lombards richiama l’antica presenza in città di finanzieri e commercianti provenienti dall’omonima
regione italiana, mentre in borsa il tasso denominato ancora oggi lombard ricorda anch’esso il ruolo di primo piano dei
banchieri di Milano e dintorni, attivissimi al pari di fiorentini, senesi e tanti altri sulle principali piaxxe economiche
europee.
Le invasioni turche nei Balcani rievocano un tipo particolare di migrazione: quella degli spostamenti dei rifugiati in cerca
di scampo. Le comunità greche e albanesi nel Mezzogiorno d’Italia discendono da quegli antichi eventi, e attestano tra
l’altro che l’insediamento di popolazioni inizialmente «straniere» può dar vita, con le generazioni successive, alla
formazione di minoranze linguistiche e culturali.
Storia delle colonizzazioni: per secoli, verso le Americhe prima e verso l’Africa, il Sud-Est asiatico e l’Oceania poi, gli
europei andarono a insediarsi in modo violento, sopraffacendo le popolazioni native. Alla colonizzazione del Nuovo
mondo si collega poi l’immigrazione forzata.
Non è agevole definire con precisione chi siano gli immigrati. Chi si accosta a questo tema deve assumere in primo luogo
la consapevolezza dell’eterogeneità e della fluidità dei processi etichettabili come migrazioni. La definizione di immigrato
varia a seconda dei sistemi giuridici, delle vicende storiche, delle contingenze politiche.
L’impiego di definizioni diverse incide tra l’altro sul conteggio degli immigrati, rendendo difficilmente comparabili le
fonti statistiche e in definitiva poco affidabili i dati quantitativi sul fenomeno.
Come base di partenza possiamo assumere la definizione di «migrante» proposta dalle Nazioni Unite: una persona che
si è spostata in un paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel paese da più di un anno.
La definizione proposta include tre elementi:
1) Lo spostamento in un altro paese;
2) Il fatto che questo paese sia diverso da quello in cui il soggetto è nato o ha vissuto abitualmente nel periodo
precedente il trasferimento;
3) Una permanenza prolungata nel nuovo paese, fissata convenzionalmente in almeno un anno.

Questa definizione però non tiene conto delle migrazioni interne, né degli spostamenti di durata inferiore a un anno (es.,
lavoro stagionale), né di diverse visioni giuridiche di chi siano gli immigrati e i cittadini.
Le migrazioni vanno inquadrate come processi, in quanto dotate di una dinamica evolutiva che comporta una serie di
adattamenti e di modificazioni nel tempo, e come sistemi di relazioni che riguardano le aree di partenza, quelle di transito
e quelle infine di destinazione, coinvolgendo una pluralità di attori e istituzioni (le autorità del paese di origine e di
destinazione, quelle dei paesi attraversati, ecc.).
Possiamo quindi distinguere il movimento dell’emigrazione, che si riferisce all’uscita dal paese d’origine rispetto al
movimento dell’immigrazione, che riguarda l’ingresso nel paese ricevente, e chiamiamo rispettivamente emigranti e
immigrati i soggetti che compiono questi spostamenti. Migrazione e migranti sono invece termini più generali che
abbracciano le diverse fasi del trasferimento.
Generalmente si intendono per migrazioni i trasferimenti in un paese straniero. Esiste anche però anche il fenomeno delle
migrazioni interne: spostamenti da una regione all’altra dello stesso paese. (è stato importante in Italia nei decenni
passati). Esse presentano caratteristiche in parte simili a quelle delle migrazioni internazionali e in parte diverse: gli
immigrati interni sono cittadini, hanno diritto di voto e di accesso ai diritti che spettano ai residenti, parlano di solito la
stessa lingua, professano in genere la stessa religione. Tuttavia, anch’essi possono essere percepiti e trattati come
«diversi», discriminati nell’accesso al lavoro e all’abitazione, e possono attivarsi nella costituzione di reti di relazione
basate sulla comune origine e sulla parentela, alimentando le cosiddette catene migratorie.
In Italia l’attenzione delle istituzioni, dell’opinione pubblica, delle forze sociali e degli studiosi si è spostata in due
direzioni: anzitutto dalla dimensione dell’emigrazione a quella dell’immigrazione; poi dalle migrazioni interne a quelle
estere.
Possiamo quindi affermare che le migrazioni sono costruzioni sociali complesse in cui agiscono tre principali attori:
1 Le società di origine, con le loro capacità di offrire benessere, libertà e diritti ai propri cittadini e con politiche
più o meno favorevoli all’espatrio per ragioni di lavoro da parte della popolazione;
2 I migranti attuali e potenziali, con le loro aspirazioni, progetti e legami sociali;

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3 Le società riceventi, sotto il duplice profilo della domanda di lavoro di importazione e delle modalità di
accoglienza, istituzionale e non, dei nuovi arrivati.

Gli atteggiamenti e le scelte politiche delle società ospitanti appaiono oggi sempre più decisivi nel plasmare i processi di
selezione dei migranti, i tipi di immigrati che di fatto si insediano sul territorio, le forme di inclusione attuate e le relazioni
che si istituiscono tra cittadini autoctoni, ossia nativi del paese, e residenti stranieri.
La formazione di minoranze etniche riflette questa interazione tra dinamiche autopropulsive delle popolazioni immigrate
e processi di inclusione da parte delle società riceventi.
Il concetto ha a che fare cin l’insediamento stabile di immigrati stranieri, che dà vita a nuove generazioni che nascono e
crescono in un paese diverso da quello dei genitori, ma anche con il rifiuto di considerarli membri a pieno titolo della
società in cui vivono.
Ne derivano le seguenti caratteristiche:
- Sono gruppi subordinati all’interno di società complesse;
- Presentano aspetti fisici o culturali soggetti a valutazione negativa da parte dei gruppi dominanti;
- Acquistano un’autocoscienza di gruppo, essendo legati da una medesima lingua, cultura e appartenenza a una
storia, tradizione e destino condivisi, e nello stesso tempo da una comune posizione sociale (svantaggiata).
- Possono in qualche misura trasmettere alle generazioni successive l’identità minoritaria.
Il concetto implica sempre qualche grado di marginalità e di esclusione, che conducono a situazioni attuali o potenziali
di conflitto sociale.
Per quanto riguarda le dimensioni quantitative del fenomeno, abbiamo già rilevato che è impossibile fornire cifre precise.
Possiamo però rilevare che dopo la seconda guerra mondiale le migrazioni internazionali si sono ampliate in volume e
destinazioni, interessando un numero sempre maggiore di paesi. La crisi petrolifera dei primi anni settanta e la
ristrutturazione dell’economia mondiale iniziata in quegli anni hanno determinato uno spartiacque, che ha fatto emergere
nuovi flussi di popolazione e nuove aree di destinazione.
Dal 1960 al 2000 le stime mostrano un aumento della popolazione migrante da 76 a 175 milioni circa. In Italia si stima
che a fine 2003, dopo l’ultima sanatoria, i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti siano circa 2.600.000, pari al 4,5%
della popolazione.

I diversi tipi di immigrati


Un aspetto rilevante delle migrazioni contemporanee, nello scenario internazionale, è il superamento dell’identificazione
dell’immigrato con una sola figura sociale: quella di un lavoratore manuale, poco qualificato, generalmente maschio,
inizialmente solo. In altri termini, si può osservare che si sono differenziate le porte d’ingresso nelle società riceventi, per
cui oggi entrano sia immigrati con motivazioni diverse da quelle del lavoro, sia lavoratori con dotazioni maggiori di
qualificazione professionale.
La regolazione degli ingressi, soprattutto in Europa, da trent’anni ha bloccato, almeno ufficialmente, gli arrivi di lavoratori
manuali con contratti di lunga durata, provocando l’aumento imprevisto di varie altre motivazioni per l’ingresso: dai
ricongiungimenti familiari al rifugio politico e umanitario. Inoltre, l’evoluzione demografica e sociale della popolazione
immigrata ha incrementato la crescita della popolazione femminile, la nascita di seconde e terze generazioni, la
scolarizzazione, i matrimoni misti.
Possiamo così distinguere diverse figure di immigrati:
- Gli immigrati per lavoro: oggi non sono più solo maschi, non sono necessariamente poco istruiti e privi di
esperienze professionali, ma solitamente trovano lavoro nei settori e nelle occupazioni meno ambite dei mercati
del lavoro dei paesi riceventi. Si tratta spesso di nicchie poco tutelate, esposte alla precarietà, con rilevante
diffusione di rapporti di lavoro irregolari. Le diminuite possibilità di ingresso regolare e le cospicue difficoltà
nel riconoscimento di titoli di studio e competenze professionali pregresse sono i problemi più evidenti nello
scenario contemporaneo. Inoltre, le donne, muovendosi spesso in qualità di primomigranti (battistrada), sono
sempre più protagoniste delle migrazioni per lavoro. Si inseriscono specialmente nei servizi alle persone e alle
famiglie, con possibilità di miglioramento ancora più scarse che per gli immigrati maschi: si parla a proposito di
«doppia discriminazione» (perché donne e perché migranti).
- Gli immigrati stagionali o i lavoratori a contratto: in diversi paesi sono sottoposti a una regolamentazione
specifica, che ne autorizza l’ingresso per periodi limitati, al fine di rispondere a esigenze strutturalmente
temporanee e definite di manodopera. L’esempio più tipico è il lavoro stagionale in agricoltura, ma anche
l’industria alberghiera e in una certa misura quella edilizia presentano fabbisogni simili. In Italia particolarmente
attive sono le province autonome di Trento e Bolzano, rispettivamente per la raccolta della frutta e per la stagione
turistica.
- Gli immigrati qualificati e gli imprenditori: sono ancora quasi sconosciuti nel nostro paese, ma rappresentano
una quota crescente dei flussi migratori su scala internazionale, in particolare verso i paesi più aperti
all’immigrazione quali Canada, Stati Uniti e Australia, dove esistono specifici programmi per il reclutamento di
questi particolari immigrati. Si tratta, ad esempio, di tecnici informatici, ingegneri, scienziati, personale medico,
ecc., tanto che si parla di «internazionalizzazione delle professioni». Si sta inoltre sviluppando, in tutte le società
riceventi, il fenomeno del lavoro indipendente e della cosiddetta imprenditorialità «etnica» tra gli immigrati
arrivati per altre ragioni, anzitutto come lavoratori dipendenti. Il fenomeno è importante anche per ragioni

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culturali, in quanto tende a modificare l’immagine dell’immigrato come lavoratore subalterno e dequalificato,
pur lasciando spazio ad altre questioni come quella della concorrenza con le imprese gestite da cittadini
nazionali.
- I familiari al seguito. Categoria diventata importante in Europa dopo la chiusura delle frontiere attorno al ’74
nei confronti dell’immigrazione per lavoro. Dopo di allora, i ricongiungimenti familiari sono diventati la
motivazione più frequente per gli ingressi ufficiali di cittadini provenienti da paesi esterni. Il profilo anagrafico
degli immigrati tende così a «normalizzarsi», diventando più simile s quello della popolazione nativa, con un
tendenziale riequilibrio tra uomini e donne e una distribuzione per età meno concentrata nella fascia dei giovani
adulti.
- I rifugiati e richiedenti asilo. Le due categorie si distinguono per effetto della convenzione delle Nazioni Unite
del 1951 (Convenzione di Ginevra), in cui il rifugiato è definito come una persona che risiede al di fuori del
suo paese d’origine, che non può o non vuole tornare a causa di un «ben fondato timore di persecuzione per
motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale, opinione politica». Il
richiedente asilo, invece, è una persona che si sposta attraverso le frontiere in cerca di protezione, ma che non
rientra nei rigidi criteri della Convenzione di Ginevra, giacché in genere non è in grado di provare di essere il
bersaglio individuale di una persecuzione esplicita. L’instabilità internazionale seguita alla guerra fredda, i molti
focolai di conflitti e violenze in varie parti del mondo, le accresciute possibilità di mobilità geografica per le
popolazioni in pericolo, sono tra le cause dell’aumento degli spostamenti di persone in cerca di asilo. La maggior
parte avviene tra paesi confinanti, generalmente nell’ambito del cosiddetto Terzo mondo, e solo una minoranza
raggiunge i paesi sviluppati. Tuttavia, è vero che le diminuite opportunità di immigrazione per lavoro hanno
provocato indirettamente un maggiore ricorso alla strada del rifugiato politico o umanitario come porta
d’ingresso nei paesi a sviluppo avanzato, e non è sempre facile distinguere le motivazioni politiche da quelle
economiche (si parla a volte di rifugiati politico-economici). Alcuni parlano di migrazioni forzate, includendo
anche le persone obbligate a trasferirsi per effetto di catastrofi naturali o progetti di sviluppo che sconvolgono il
loro ambiente di vita e le privano dei mezzi di sussistenza.
I paesi riceventi più interessati dai flussi hanno a loro volta reagito a questo incremento della domanda di asilo
inasprendo i criteri di accesso, varano norme più restrittive e tagliando le misure di accoglienza. Le lunghe
procedure di vaglio delle domande, le battaglie legali sulla loro ammissibilità, la temporaneità dell’asilo
accordato alla maggior parte dei profughi di guerra, provocano altresì la formazione di una popolazione dallo
status precario, incerto e reversibile, soggetta all’eventualità del rimpatrio forzato o del passaggio a una
condizione di permanenza irregolare sul territorio.
- Immigrato irregolare, clandestino e vittima di traffico di esseri umani. Le prime due possono essere distinte
per il fatto che l’immigrato irregolare è solitamente identificato come colui che, entrato in maniera regolare,
è poi rimasto dopo la scadenza del titolo che gli aveva consentito l’ingresso (es., visto turistico). Il clandestino
è invece colui che è entrato in maniera fraudolenta, attraversando la frontiera senza documenti, o procurandosi
documenti falsi, o corrompendo i pubblici ufficiali preposti al controllo. La vittima di traffico è invece la
persona straniera (spesso donna) che viene coinvolta in un attraversamento delle frontiere con la forza o più
spesso con l’inganno, condizionata nella libertà di scegliere lavoro e residenza, e costretta a svolgere attività
che procurano introiti alla rete che ha organizzato il suo ingresso o ne gestisce il soggiorno. L’analisi sociologia
è cauta e problematica nel considerare la distinzione tra immigrazione regolare e irregolare come netta.
Prendendo ad esempio il caso dell’Italia in occasione delle ricorrenti sanatorie, l’immigrato che era irregolare
successivamente può diventare regolare, accedere a una normale occupazione e a diversi benefici sociali prima
negati. Se in seguito perde il lavoro, dopo un certo periodo può di nuovo ritrovarsi in una condizione irregolare.
Se invece sposa un italiano o un’italiana, può addirittura diventare cittadino. Le definizioni di regolarità e
irregolarità hanno insomma a che fare con i dispostivi di regolazione dell’immigrazione istituiti dallo stato
ospitante, soggetti a revisione e modifiche che spostano i confini della definizione giuridica dell’immigrato.
- Migranti di seconda generazione: il termine è inteso in senso ampio, così da comprendere i figli di immigrati,
nati nel paese ricevente, ma anche quelli nati nel paese d’origine e riconosciuti in seguito. Mentre nel secondo
caso possiamo parlare di «minori immigrati» e associarli abbastanza agevolmente allo status dei genitori, il
primo pone maggiori problemi definitori e istituzionali. Si tratta di «migranti senza migrazione», nati e cresciuti
al di fuori del paese di origine, verso i quali le legislazioni nazionali non hanno un atteggiamento univoco: in
alcuni paesi sono considerati cittadini (ius soli), in altri sono ritenuti stranieri (ius sanguinis); in altri ancora, tra
cui il nostro, possono acquisire la cittadinanza facendone richiesta una volta raggiunta la maggiore età.
Attraverso la nascita e la crescita delle seconde generazioni, prende le mosse un altro processo gravido di
conseguenze: l’insediamento stabile di popolazioni immigrate in un paese diverso da quello di origine,
specialmente quando si tratta di popolazioni percepite e auto identificate come «diverse» dalla maggioranza
nativa, per lingua, religione, tratti somatici, ecc., dà luogo alla formazione di minoranze etniche;
- Migranti di ritorno: coloro che rientrano nei luoghi di origine dopo aver trascorso un periodo della loro vita in
un altro paese. Sebbene visto favorevolmente e a volte attivamente promosso dai paesi di immigrazione e anche
dai paesi di origine, perché gli immigrati di ritorno apportano capitali e a volte esperienze e competenze
professionali utili, questo movimento non è facile: dal punto di vista psicosociale si tratta spesso di una nuova
migrazione, con tutti i disagi, le frustrazioni e le difficoltà di adattamento che comporta. Un caso particolare è

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quello del ritorno verso la patria ancestrale dei discendenti di antichi emigranti e coloni, ai quali spesso viene
accordato uno status particolare, che ne facilita il rientro e l’inclusione nella comunità dei cittadini: in diversi
paesi, tra cui Italia e Germania, quando i candidati all’ingresso possono dimostrare di avere un ascendente della
nazionalità del paese di cui rivendicano la provenienza, acquisiscono automaticamente lo status di cittadini.

I contesti e le tendenze
Periodizzazioni:
- Il periodo dello sviluppo industriale e della “grande emigrazione»: si estende dal 1830 per i paesi
anglosassoni ed europei e per l’Italia dal 1880 circa, fino alla prima guerra mondiale, ed è contraddistinto dai
fenomeni delle migrazioni di massa, in modo particolare in direzione delle Americhe. La realizzazione di grandi
opere pubbliche, come le ferrovie, la crescita delle industrie con produzione serializzata e l’espansione urbana
richiedono grandi volumi di manodopera, anche analfabeta e priva di socializzazione al lavoro industriale,
mentre l’impoverimento delle aree rurali di provenienza incita alla partenza. Gli ingressi sono scarsamente
regolate, eccezion fatta per alcune norme preventive di carattere sanitario. Dall’Italia altri movimenti migratori,
su scala più ridotta, con andamenti prevalentemente stagionali, si indirizzano verso i paesi europei più avanzati:
Francia, Germania, Svizzera.
- Il periodo tra le due guerre, in cui inizialmente espulsioni, esodo di profughi e deportazioni si accompagnavano
a nuovi fabbisogni di manodopera per compensare i vuoti lasciati dalle perdite belliche. A partire dagli anni
Venti, grazie anche alla costituzione dell’ufficio della regolamentazione delle migrazioni attraverso trattati
internazionali, con maggiori limitazioni e selettività, ma anche con un primo riconoscimento dei diritti dei
migranti nella legislazione internazionale del lavoro, sotto forma di parità di trattamento con i lavoratori
nazionali e di alcune misure di welfare. Negli Stati Uniti, gli anni Venti vedono l’introduzione di misure
restrittive che, sommandosi con la crisi del ’29, hanno l’effetto di diminuire drasticamente i movimenti migratori,
mentre in Italia il fascismo ostacola nuove partenze. Nello stesso periodo in Europa l’avvento dei regimi totalitari
provoca l’esodo di oppositori politici e rifugiati.
- Il periodo della ricostruzione: dal 1945 ai primi anni Cinquanta, vede il rilancio dei movimenti migratori dopo
gli sconvolgimenti bellici. La ripresa economica e la mancanza di manodopera richiedono braccia, fornite
specialmente dall’Italia per Francia, Svizzera e Belgio.
- Il periodo del decollo economico, contraddistinto dagli accordi intergovernativi per la fornitura di forza lavoro
e dalla rapida regolarizzazione dei lavoratori, anche quando entravano in un paese straniero senza regolare
permesso. Cresce il volume delle migrazioni e si allargano le aree di reclutamento, con la partecipazione di
Spagna, Portogallo, Grecia, infine Turchia. Si rafforza anche l’emigrazione verso la Francia e il Benelux dai
paesi del Maghreb e verso la Gran Bretagna dalle ex colonie del Commonwealth. Sono anche gli anni delle
grandi migrazioni interne al nostro paese, dal mezzogiorno verso le regioni del Nord. Il primo shock petrolifero,
nel ’74, conclude in modo brusco questa fase, anche se già nei primi anni settanta si manifestano in alcuni paesi
i primi segni dei nuovi orientamenti restrittivi. A causa della recessione e dell’impennata della disoccupazione,
i paesi dell’Europa centrosettentrionale decidono unilateralmente di non ammettere più immigrati per lavoro e
incoraggiano invece, con scarso successo, il rimpatrio di coloro che sono già installati.
- Il periodo del blocco ufficiale delle frontiere verso l’immigrazione per lavoro (dal ’74 in avanti). In realtà
solo la Germania, e per un breve periodo, riesce a ridurre il numero degli immigrati. Nel complesso, l’arrivo di
stranieri prosegue attraverso i canali del ricongiungimento familiare, delle richieste d’asilo, o semplicemente
dell’ingresso irregolare. A partire dagli anni Ottanta e Novanta, l’Europa meridionale diventa a sua volta un polo
di attrazione dell’immigrazione, che proviene da un numero sempre più ampio di paesi e, dall’89, coinvolge un
nuovo grande bacino di partenza formato dall’Europa dell’est.
- Nuovo scenario, con l’attuazione e il perfezionamento degli accordi di Schengen per un controllo più rigoroso
delle frontiere esterne, mentre si è messa in moto una cauta e contrastata revisione a livello europeo della politica
del blocco delle frontiere ed è avvenuto nel 2004 l’ingresso dei dieci nuovi stati membri, principalmente
dell’Europa dell’Est, destinato ad allargare notevolmente i confini dell’Europa comunitaria. Anche all’Europa
servono cervelli e lavoratori qualificati. Servono poi anche lavoratori a bassa qualifica: si pensa soprattutto a
contratti di breve durata. L’ingresso dei nuovi paesi membri è in ogni caso destinato a far lievitare il numero dei
lavoratori che potranno circolare liberamente nel territorio dell’Unione. Non per caso i vecchi paesi hanno
chiesto quasi tutti una moratoria per la libertà di movimento dei lavoratori provenienti dai nuovi partner. È
possibile che una parte dei fabbisogni delle economie europee più progredite siano soddisfatti nei prossimi anni
principalmente mediante il ricorso a lavoratori provenienti dai nuovi paesi dell’Unione.

In questa periodizzazione, una scansione particolarmente rilevante riguarda il confronto tra le migrazioni della fase aurea
della ricostruzione e dello sviluppo postbellico, in gran parte intraeuropee e rivolte verso l’Europa centrosettentrionale, e
le migrazioni più spontanee e meno inquadrate istituzionalmente dell’ultimo quarto di secolo scorso, in cui anche l’Europa
meridionale è divenuta area di destinazione.
In questo nuovo contesto si possono individuare alcune tendenze generali dei processi migratori:
1) La globalizzazione delle migrazioni, con la crescita del numero di paesi interessati al fenomeno come società
riceventi e come aree di origine. Aumenta l’eterogeneità linguistica, etnica, culturale e religiosa dei migranti;

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2) L’accelerazione delle migrazioni, con la crescita delle dimensioni quantitative del fenomeno in tutte le
principali zone di destinazione  urgenza e difficoltà di politiche efficaci di governo dei processi;
3) La differenziazione delle migrazioni, che comprendono oggi nella maggior parte dei paesi ospitanti un ampio
ventaglio di tipi di immigrati, dai migranti per lavoro temporaneo o a lungo termine, ai rifugiati, ai lavoratori
qualificati, ai familiari ricongiunti. Anche questa differenziazione complica la regolazione politica del fenomeno,
giacché i flussi, una volta iniziati, si spostano da una categoria all’altra per adattarsi (o aggirare) gli sforzi
governativi di controllo.
4) La femminilizzazione delle migrazioni, che dagli anni Sessanta ha assunto importanza non solo nell’ambito
dei ricongiungimenti familiari, ma acne nelle migrazioni per lavoro, in forme spesso autonome e precedenti
l’arrivo di mariti e figli.

Fasi e cicli dell’immigrazione


Dinamiche migratorie.
Schema proposto da Böhning (1984), ha individuato quattro fasi o stadi dei processi migratori:
- Nella prima fase, caratterizzata da grande mobilità ed elevati tassi di attività, arrivano piccoli numeri di
immigrati, generalmente maschi, di giovane età, celibi, provenienti prevalentemente dalle zone più sviluppate
del paese d’origine, ossia soprattutto dalle grandi città. Sono più qualificati e orientati maggiormente all’industria
della popolazione; sono occupati di solito delle posizioni più marginali e tendono a fermarsi per periodi molto
brevi.
- Nella seconda fase cresce l’età media, mentre la distribuzione per genere resta costante, con la predominanza
dei maschi, tra i quali aumenta la quota di sposati, cosicché la composizione per stato civile e si avvicina a quella
della popolazione non migrante. Si tratta sempre di migrazioni per lavoro e quindi si mantiene elevato il tasso di
attività, mentre si estende leggermente la durata del soggiorno e diminuisce il tasso dei rientri in patria.
- Nella terza fase l’immigrazione comincia a stabilizzarsi: cresce la componente femminile e si sviluppano i
ricongiungimenti familiari, mentre diminuiscono i rientri in patria. Diminuisce la popolazione attiva, non tanto
perché le mogli non si inseriscano nel mercato del lavoro, quanto piuttosto per la formazione di una popolazione
in età minorile. Nel frattempo partono nuovi emigranti dalle aree meno sviluppate del paese d’origine, iniziando
nuovamente dai giovani maschi celibi, ma dotati di livelli di qualificazione mediamente più bassi dei precedenti.
- Nella quarta fase l’immigrazione giunge a maturità. La permanenza si allunga, aumentano i ricongiungimenti
familiari, cresce nel suo complesso la popolazione immigrata. Sorgono a poco a poco istituzioni etniche e nuove
figure sociali, di imprenditori e di leader civili e religiosi. Questi processi inducono nuova immigrazione, per
rispondere alle esigenze delle comunità immigrate; per contro, aumenta l’inquietudine sul versante della
popolazione autoctona e la domanda di interventi politici di controllo.

Lo schema intende rendere conto del fatto che, nelle esperienze europee di immigrazione per lavoro, arrivano dapprima
soggetti che hanno come obiettivo l’inserimento nelle occupazioni disponibili. Le avanguardie sono generalmente più
intraprendenti e capaci dei soggetti che arrivano in seguito, quando la strada tracciata dai pionieri rende il percorso meno
difficoltoso. Le famiglie si formano o vengono richiamate quando i lavoratori hanno consolidato la loro posizione, e con
le famiglie aumenta la domanda di servizi sanitari, abitativi, educativi e più ampiamente sociali.
Critiche: riguardano la rigidità del modello, imperniato sull’immigrazione per lavoro di manodopera salariata e poco
sensibile ad altri tipi di flussi, come quelli di rifugiati, nuclei familiari, lavoratori ad alta qualificazione e, soprattutto,
quelli in cui le donne sono protagoniste autonome, inserite nel lavoro e attive nella costruzione di reti di richiamo e
insediamento dei congiunti in qualità di primomigranti.

Un altro schema in quattro stadi è quello di Castles e Miller. Per certi versi simile a quello di Böhning, è più sensibile
all’azione delle reti sociali, non solo come fattore di richiamo, ma anche come insieme di legami che accompagnano
l’insediamento nella società ricevente; conferisce inoltre rilievo alla dimensione politico-istituzionale, in termini di
esclusione/inclusione degli immigrati, nonché agli atteggiamenti delle società riceventi, sotto forma di
accettazione/rifiuto.
- Primo stadio: migrazioni temporanee per lavoro da parte di giovani, con l’invio dei proventi in patria e un
orientamento continuo verso il luogo di origine.
- Secondo stadio: prolungamento del soggiorno e sviluppo di reti sociali, basate sulla parentela e sulla
provenienza, motivate dal bisogno di aiuto reciproco nel nuovo contesto.
- Terzo stadio: ricongiungimento familiare, coscienza crescente di un insediamento di lungo termine, progressivo
orientamento verso la società ricevente, emergere di comunità etniche con le proprie istituzioni.
- Quarto stadio: insediamento permanente che, in relazione alle politiche pubbliche e ai comportamenti sociali
della popolazione nativa, può condurre sia a uno status legale consolidato ed eventualmente all’acquisto della
cittadinanza, sia alla marginalizzazione socioeconomica e alla formazione di minoranze etniche discriminate.

Anche questo schema si è attirato le critiche delle femministe, per la sottovalutazione del ruolo autonomo delle donne
nei movimenti migratori.

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Un approccio più flessibile e comprensivo alla dimensione dinamica del processo di inserimento è quello del ciclo
migratorio di Bastenier e Dassetto, in cui vengono distinti tre momenti.
- Marginalità salariale: condizione di lavoro dipendente e inserimento nella classe operaia;
- Nuovi ingressi: periodo in cui avvengono nuovi ingressi per matrimonio e ricongiungimento, compreso in media
fra i 5 e i 15 anni dal momento dell’arrivo.
- la popolazione di origine straniera si stabilizza: i figli entrano nell’adolescenza, sorgono leader e si affermano
movimenti che richiedono nuovi rapporti con la società ricevente. Le parti in causa sono chiamate a sviluppare
processi di reciproca co-inclusione, almeno nel senso di considerare gli altri come elementi significativi
dell’ambiente in cui tutti vivono. I comportamenti degli immigrati si diversificano, variando dall’occultamento
individuale, all’organizzazione dei margini della società, alla costituzione di aggregazioni su basi etniche. Lo
stesso termine «immigrato», come categoria globale, non è più adeguato per descrivere le diverse figure sociali
originate dall’insediamento di popolazioni straniere.

Anche in questo modello le migrazioni per lavoro rappresentano il momento inziale, e le donne entrano in scena soltanto
in un secondo momento in relazione ai ricongiungimenti familiari. È interessante l’attenzione alle relazioni con le
istituzioni della società ospitante, che la formazione delle famiglie favorisce, nonché alle dinamiche residenziali e ai
compramenti degli immigrati come attori sociali. Il progressivo radicamento nelle società riceventi è il fenomeno
fondamentale che anche questo contributo pone in rilievo.

Capitolo due: alla ricerca delle cause

Spiegazioni macrosociologiche: i fattori di spinta


Lo sforzo di spiegare le migrazioni costruendo modelli teorici è piuttosto recente: iniziato nella seconda metà del
Novecento, si tratta di sforzi parziali, poco connessi e non cumulativi in quanto nessuno di essi riesce a esporre una teoria
esplicativa globale delle migrazioni.
Occorre quindi considerare i contributi come visioni parziali, in grado di illuminare alcuni aspetti del fenomeno e alcuni
tipi di migrazioni, senza pretese onnicomprensive. Nello stesso tempo, il confronto tra le posizioni teoriche consentirà di
cogliere i principali fattori esplicativi dei processi migratori, nonché le connessioni tra di essi e altri rilevanti fenomeni
sociali.
La visione più comune dei fenomeni migratori è quella che li connette con grandi cause strutturali operanti a livello
mondiale e in modo particolare nei paesi di provenienza:
- la povertà, e a volte la fame;
- la mancanza di lavoro o la scarsissima remunerazione del lavoro svolto;
- la sovrappopolazione crescente del Terzo mondo;
- guerre, carestie, disastri ambientali, regimi oppressivi e persecuzioni delle minoranze.

A questa visione i demografi hanno dato forma teorica, attraverso la distinzione tra fattori di spinta (push factors) e fattori
d’attrazione (pull factors): nelle migrazioni della fase dello sviluppo industriale (tra Ottocento e Novecento) e del decollo
economico prevalevano i fattori di attrazione da parte dei sistemi economici più soleggiati; nella fase attuale, invece,
prevarrebbero i fattori di spinta. I migranti si muovono per effetto della forza dei fattori espulsivi nei luoghi di origine.
Le migrazioni sarebbero soprattutto emigrazioni, fuga dal sottosviluppo, dall’oppressione, dalla miseria.
Gli studi demografici ragionano in modo particolare sui tassi di incremento di popolazione sulle due sponde del
Mediterraneo, sulla contrapposta distribuzione per età, sull’aumento dell’offerta di lavoro che non trova sbocchi
occupazionale. Mediante concetti come quello di «pressione migratoria» arrivano alla conclusione che un travaso di
popolazione dalla sponda verso la sponda nord del Mediterraneo è la conseguenza logica di questi squilibri.
L’enfasi va piuttosto sul dato demografico come fattore moltiplicativo degli squilibri economici e sociali.

Teorie macrosociologiche

- teoria neomarxista della dipendenza: le migrazioni per lavoro discendono dalle disuguaglianze geografiche
nei processi di sviluppo, indotte dalle relazioni coloniali e neocoloniali che riproducono lo sfruttamento del
Terzo mondo attraverso rapporti di scambio ineguale. Inoltre, il drenaggio dei soggetti più istruiti e attivi (brain
drain) accresce il divario tra luoghi di origine e luoghi di destinazione, impoverendo i primi delle risorse umane
più valide per alimentare lo sviluppo dei secondi.
- Teoria del sistema mondo: la crescente globalizzazione delle comunicazioni e degli scambi incrementa i legami
tra diverse aree del pianeta. Wallersein ha ripreso l’idea della divisione internazionale del lavoro e degli scambi
ineguali, classificando i paesi in base al loro grado di dipendenza dalla dominazione capitalistica occidentale,
come i paesi del centro, della periferia, della semiperiferia. Le migrazioni sono quindi viste come un effetto della
dominazione esercitata dai paesi del centro su quelli della periferia dello sviluppo capitalistico, derivano dalla
disuguaglianza economica e la inaspriscono. A causa dell’espansione del modello capitalistico, gli insediamenti

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di attività produttive in paesi in via di sviluppo generano uno sconvolgimento selle società tradizionali e la
formazione di masse di sradicati. Le culture diverse da quelle occidentali vengono colonizzate ed emarginate,
gli individui, specie i giovani, son sempre più socializzati a mentalità e stili di vita tipi del mondo sviluppato. Si
creano così le condizioni culturali e materiali che favoriscono le migrazioni per lavoro, che seguono la strada
inversa a quella degli investimenti di capitale e dei legami politici: si dirigono verso i paesi dominanti e le antiche
capitali degli imperi coloniali.
- Teoria della globalizzazione: pone in rilievo la contraddizione tra la libera circolazione dei capitali, delle merci
e delle informazioni e la chiusura delle frontiere rispetto alla mobilità dei lavoratori. I livelli di controllo e di
sorveglianza che sarebbero necessari per rendere impenetrabili non sarebbero compatibili con l’aumento degli
scambi e delle comunicazioni, oltre ad avere un impatto negativo sulle libertà civili incorporate nel modello di
civiltà occidentale.
- Teoria sistemica delle migrazioni: le migrazioni, specie quelle per lavoro, si caratterizzano come processi di
costruzione e incessante rielaborazione di relazioni tra paesi/aree di origine e paesi/aree di destinazione. La teoria
tenta di tenere conto di un gran numero di variabili e di relazioni e le migrazioni vengono collocate nel contesto
degli scambi e dei rapporti di varia natura (economica, politica, culturale, linguistica) che legano i paesi e le aree
geografiche. Il concetto di sistema migratorio si propone di catturare la complessità di questi intrecci,
sottolineando che le migrazioni sono soltanto una delle componenti dei sistemi di legami che pongono in
relazione paesi diversi, e andrebbero sempre analizzate nel contesto complessivo in cui sono collocate. Il modello
sistemico ingloba diversi fattori esplicativi, come il ruolo dei legami politici o la regolazione statuale. Nonostante
l’intenzione di cogliere le interazioni tra i diversi livelli attraverso cui operano i processi migratori, appare chiara
l’enfasi sulle componenti «macro», il cui peso risulta determinante, a svantaggio di quelle collocate nel micro.

Critiche
Le migrazioni sono certamente legate a differenze economiche profonde tra aree di partenza e aree di destinazione, ma
questo fattore non è sufficiente a produrre movimenti di popolazione da un paese all’altro.
I modelli non spiegano:
- perché gli immigrati arrivano prevalentemente da paesi che si trovano in una posizione intermedia nelle
classificazioni internazionali basate sugli indici di sviluppo umano;
- perché gli immigrati provengono generalmente dalle classi medie, anche se impoverite;
- come mai, rispetto al numero di potenziali migranti residenti nei paesi in via di sviluppo, soggetti alle medesime
condizioni di disagio e oppressione, solo frazioni tutto sommato modeste decidono di cercare fortuna all’estero.

Le teorie sistemiche invece non risultano convincenti, quando si appellano ai legami materiali e culturali tra i due poli, a
spiegare lo spostamento di alcune persone de non di altre, oltre che la scelta di paesi di destinazione non necessariamente
coincidenti con i paesi egemoni nell’economia mondiale o con gli antichi colonizzatori.
In queste visioni i migranti rischiano di essere considerati soggetti passivi. Lo schema push-pull, con la sua inevitabile
enfasi su fattori di spinta, è da tempo considerato insoddisfacente a livello internazionale perché, tra l’altro, non tiene
conto della dimensione politica e istituzionale, con la regolazione limitante degli ingressi legali e il ruolo delle politiche
di ammissione.
Le teorie macrosociologiche si rivelano comunque utili nell’illuminare le cause strutturali sottostanti e la direzione delle
migrazioni internazionali  danno un’idea sui contesti in cui è più probabile che avvenga la migrazione e una prima
indicazione sulla selezione e ammissione dei collettivi di migranti.

Un’altra spiegazione macro: l’attrazione della domanda


Una visione opposta alla lettura delle cause, pur rimanendo sempre nell’ambito della migrazione come processo
strutturale, viene proposta dalle teorie che pongono al centro della spiegazione delle migrazioni la domanda di lavoro
povero da parte dei sistemi economici dei paesi sviluppati.
- Teoria dualista del mercato del lavoro: l’economista italoamericano Piore ha collegato il fabbisogno di
manodopera immigrata con il funzionamento dei sistemi economici occidentali. In essi si produce una
divaricazione tra la richiesta di stabilità, buone retribuzioni, condizioni di lavoro gradevoli/salubri, status sociale
dignitoso, espressa dai lavoratori in posizione di forza e l’instabilità, scarsa redditività, insalubrità, bassa
condizione sociale di molte occupazioni che restano ineliminabili (es., lavoro agricolo stagionale). Si produce
così una suddivisione del mercato del lavoro in due segmenti: il primo (mercato del lavoro primario), composto
da posti di lavoro sicuri, tutelati sindacalmente, adeguatamente retribuiti, è appannaggio dei lavoratori dotati di
maggiore forza contrattuale, ossia i “maschi nativi”. Il secondo (mercato del lavoro secondario) offre posti di
lavoro precari, poco tutelati e mal retribuiti, ed è appannaggio dei lavoratori più deboli e quanti non hanno come
interesse principale un posto di lavoro fisso a tempo pieno - donne, giovani, lavoratori rurali e, gradualmente,
gli immigrati. Desiderosi di lavorare e risparmiare, sprovvisti di relazioni sociali, gli immigrati si dedicano con
alacrità al lavoro, senza badare alla qualità o alla stabilità, perché le loro aspirazioni più profonde sono orientate
altrove. Per questo motivo, secondo Piore, le società riceventi hanno continuamente bisogno di immigrati nuovi,
caratterizzati da un estremo ascetismo nella dedizione al lavoro e nella frugalità dei consumi, oltre che disposti
a sobbarcarsi i lavori poveri e faticosi del mercato del lavoro secondario. Con il tempo, stabilizzandosi, gli

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immigrati si «normalizzano», adottando una visione del lavoro sempre più simile a quella della classe operaia.
Determinante è quindi l’attrazione di lavoratori economici da paesi poveri esercitata dai sistemi socioeconomici
delle società riceventi: una volta esauriti i tradizionali bacini di reclutamento, è prevedibile che la domanda degli
immigrati si rivolga a nuove aree del mondo.
- Teoria delle città globali: in questa visione S. Sassen pone l’accento sulla ripresa delle metropoli come nodi
strategici dell’economia internazionale. Dopo il declino dell’industria manifatturiera, i grandi poli urbani si sono
trasformati in sedi dei centri direzionali delle imprese che operano ormai su scala mondiale. Attorno alle
direzioni strategiche, tende poi a concentrarsi l’apparato dei servizi ad alta qualificazione, come la finanza o la
pubblicità. Si determina così una polarizzazione della popolazione urbana. Crescono le componenti privilegiate,
formate da dirigenti e professionisti ad alto reddito. Tuttavia, crescono anche le fasce di lavoratori manuali che
servono ad assicurare due tipi di attività, la manutenzione delle strutture direzionali e i servizi alle persone
richiesti dagli strati ad altro reddito per sostenere uno stile di vita agiato, all’interno e all’esterno delle abitazioni.
Queste figure sono fornite in gran parte dalla nuova immigrazione, che viene attratta dalla domanda di
manodopera delle economie urbane.

Obiezioni e critiche
Il problema è quello di considerare di nuovo i migranti come soggetti passivi, strappati alla loro terra e ricollocati in
un contesto alieno.
Le analisi delle teorie macrosociologiche offrono interpretazioni penetranti, ma neppure queste soddisfano l’esigenza
di comprendere perché partano determinati individui, da alcuni luoghi e non da altri e come si differenzino le loro
traiettorie nei paesi riceventi.
Vi è poi il problema della difficile integrazione nello schema domandista del quadro normativo, che viene destituito
di effettiva importanza: il principale effetto che la restrizione degli ingressi comporta sembra essere quello di
trasformare il lavoro legale in lavoro irregolare, paradossalmente ancora più flessibile e plasmabile dagli interessi dei
datori di lavoro.

Spiegazioni microsociologiche: dalle scelte individuali alle strategie familiari


Alle spiegazioni macro si oppongono le visioni che spiegano i fenomeni migratori a partire dal livello micro, quello
delle decisioni individuali. I comportamenti migratori possono essere considerati come scelte individuali, spontanee
e volontarie, basate su calcoli razionali di massimizzazione dell’utilità, ossia sul confronto tra la situazione in cui il
potenziale migrante si trova e il guadagno atteso dal trasferimento. Si assume, come dato di partenza, che, dovendo
scegliere tra almeno due corsi di azione alternativi, una persona sia propensa a scegliere quello in cui il valore del
risultato atteso sia maggiore. Il presupposto, quindi, è che l’attore individuale sia in grado di compiere scelte razionali
sulla base di una gerarchia di preferenze.
Approccio dell’economia neoclassica: teoria secondo cui i differenziali salariali e di opportunità occupazionali sono
la cornice strutturale che fa da sfondo alle scelte dei singoli. I flussi migratori non sono altro che l’effetto aggregato
( somma) delle scelte soggettive.
Il confronto tra il guadagno possibile nel paese d’origine e quello conseguibile nel paese di destinazione fornisce la
chiave per passare dal piano macro a quello micro.
La possibilità che il trasferimento all’estero aumenti la redditività del capitale umano posseduto, inteso come capacità
di lavoro derivante dall’età, dalla salute, dall’istruzione è il fattore fondamentale che produce i processi migratori.
Ma la scelta di partire comporta anche costi, tangibili e intangibili: questo spiega perché alcuni partano e altri
preferiscano rimanere nel paese di origine  solo chi ha ragionevoli chances di ottenere sostanziali vantaggi
economici dal trasferimento all’estero è disposto ad attivarsi e ad affrontare i costi dello spostamento. Quanto agli
effetti, le migrazioni innalzerebbero i salari nei paesi di origine e li deprimerebbero in quelli di destinazione.

Obiezioni e critiche
Alle teorie individualiste si può obiettare che le migrazioni sono sì collegate alle differenze nei livelli dei redditi e
dell’occupazione tra diverse aree del mondo, ma queste non sono una ragione sufficiente a spingere alla partenza.
È necessario:
- Che le condizioni economiche siano percepite dagli individui non solo come inferiori ma come insopportabili;
- Tenere in considerazione aspettative non direttamente salariali, come il desiderio di emancipazione: la teoria
economica neoclassica riduce le motivazioni umane alla sola dimensione economica e analizza i migranti solo
in quanto lavoratori;
- Considerare che, con la teoria neoclassica, non si spiega come mai gli immigrati non partano dai paesi in assoluto
più poveri e non si dirigano in massa verso i paesi più ricchi;
- Tenere in considerazione che le migrazioni si sono esaurite da determinati paesi in seguito al conseguimento di
condizioni di vita sopportabili nei paesi di origine, tra cui aspetti come la possibilità di fornire ai figli una buona
istruzione, di godere di una protezione sociale accettabile, di non temere un crollo del valore dei risparmi a causa
dell’inflazione, ecc.

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Alcuni dei punti deboli delle teorie neoclassiche vengono affrontati dalla nuova economia delle migrazioni, che tenta di
ricostruire uno scenario più complesso in cui si colloca la maturazione della decisione di emigrare. Le scelte migratorie
sono infatti considerate come opzioni familiari, orientate non solo alla massimizzazione dei redditi, ma anche alla
diversificazione dei rischi: inviare uno o più componenti della famiglia a cercare lavoro all’estero rappresenta una scelta
razionale, ma non motivata unicamente dalla ricerca di benessere individuale. Le rimesse dall’estero possono finanziare
l’avvio di attività economiche in patria, costituire una sorta di assicurazione contro la disoccupazione, ecc. Di
conseguenza, un miglioramento della situazione economica nel paese di origine non produce necessariamente un
rallentamento della propensione a emigrare: può anche accadere il contrario, giacché crescono le aspettative e aumentano
le risorse utilizzabili per tentare l’avventura dell’emigrazione. Neanche il conseguimento di un certo equilibrio nei livelli
salariali è condizione sufficiente ad arrestare le migrazioni: è necessario che altri elementi, come il welfare o la situazione
politica, raggiungano livelli di funzionamento più soddisfacenti.

Obiezioni e critiche
Le obiezioni riguardano innanzitutto la sostituzione del concetto di individuo razionale e calcolatore con un concetto di
famiglia altrettanto razionale e calcolatrice, in cui non si tiene conto:
- Delle differenze di status e di potere all’interno della famiglia;
- Dei conflitti di interessi tra i componenti;
- Della possibilità di sfruttamento di alcuni di essi da parte di altri;
- Che la decisione di migrare può anche essere legata a motivazioni personali, come il desiderio di avventura e di
emancipazione dai vincoli delle società tradizionali.

Inoltre, non risulta convincente l’idealizzazione comunitaria e consensuale delle famiglie del Terzo Mondo, che ne
celebrerebbe l’assetto maschilista e patriarcale.
Resta poi il problema di collegare il livello micro con quello macro, specificando come le opportunità strutturali si
traducano in azioni individuali e viceversa.
Anche in queste interpretazioni, infine, è carente la considerazione della regolazione politica delle migrazioni, ossia ruolo
dei governi nell’iniziare, favorire, arrestare, prevenire i movimenti migratori. La teoria neoclassica si è formata in
un’epoca in cui le migrazioni erano relativamente libere e non ha incorporato nel suo schema esplicito il filtro che i vincoli
politici frappongono tra la scelta di emigrare e la possibilità di realizzarla.

Nello spazio intermedio: reti sociali e istituzioni migratorie


Nel tentativo di superare i limiti delle teorie considerate, i migration studies degli ultimi vent’anni hanno tentato di
elaborare alcune spiegazioni che si collocano a un livello intermedio tra micro e macro.
Grande fortuna hanno riscosso le teorie dei network, in cui le migrazioni vengono viste come un effetto dell’azione delle
reti di relazioni interpersonali tra immigrati e potenziali migranti. Già Ravenstein, a fine Ottocento, formulando una serie
di leggi delle migrazioni nello stile positivista del tempo, aveva individuato tra di esse lo sviluppo di migrazioni a catena,
che si dirigevano verso i centri commerciali e industriali.
I network migratori vengono definiti come «complessi di legami interpersonali che collegano migranti, migranti
precedenti e non migranti nelle aree di origine e di destinazione, attraverso vincoli di parentela, amicizia e comunanza
di origine». Questa definizione può essere racchiusa nella formula: «gli individui non emigrano, i network sì».
Su quello che Faist ha definito «the crucial meso-level», specie sul ruolo dei network, si registra un movimento di
convergenza sia dal versante macro che da quello micro: le teorie della scelta razionale hanno cominciato a considerare
unità sociali come le famiglie, mentre le teorie dei sistemi hanno incorporato nella loro analisi i network.
Grazie alle reti, i processi migratori possono proseguire anche in presenza di condizioni di mercato sfavorevoli, e si
indirizzano verso determinati paesi o località non in dipendenza di maggiori opportunità economiche, ma di punti di
riferimento creati dall’insediamento di parenti, vicini e amici.
I network collegano i migranti e i non migranti attraverso il tempo e lo spazio. Una volta iniziati, i flussi migratori spesso
si autoalimentano, in quanto riflettono l’instaurazione di legami e di reti di informazione, assistenza e obbligazione che
si sviluppano tra immigrati nella società di destinazione e amici e parenti rimasti nell’area di origine. Le relazioni sociali
istituiscono rapporti che, a loro volta, rappresentano la base per la continuazione delle migrazioni attraverso il tempo, ed
eventualmente per il cambiamento della composizione. Attraverso il mantenimento dei legami, le migrazioni per lavoro
hanno la possibilità di trasformarsi in migrazioni familiari. Così, attraverso il fenomeno delle rimesse, i migranti svolgono
un ruolo attivo nella società di provenienza.
I differenziali salariali non sono una ragione sufficiente per innescare migrazioni internazionali su vasta scala, in assenza
di contatti precedenti tra società fi origine e di destinazione. La decisione di emigrare non avviene in un vuoto di relazioni
sociali; i costi e i benefici che entrano nei calcoli individuali sono condizionati dai ponti sociali che attraversano le
frontiere.
Le teorie dei network concepiscono le migrazioni come incorporate in reti sociali che attraversano le frontiere e sorgono,
crescono e infine declinano. Le decisioni individuali si inseriscono all’interno di gruppi sociali, che a loro volta si
frappongono e mediano tra le condizioni sociali ed economiche determinate a livello macro e gli effettivi comportamenti
migratori soggettivi.

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Le migrazioni sono un fenomeno di natura primariamente sociale: la precedente esperienza migratoria degli individui o
dei loro consanguinei, i legami stabiliti tra i luoghi di origine e di destinazione, l’esistenza di reti di sostegno, il
funzionamento di reti familiari, i flussi informativi appaino importanti almeno tanto quanto i calcoli economici nella
spiegazione di arrivi e partenze.

Un’evoluzione della teoria dei network è rappresentata dal transnazionalismo, che tende a combinare la riflessione sul
ruolo delle reti di relazioni interpersonali con gli spunti derivanti dalle teorie sistemiche. Qui l’accento cade sui processi
mediante i quali gli immigrati costruiscono relazioni sociali composite, che connettono le loro società di origine e di
insediamento.
Al centro dell’attenzione si pongono quindi le figure sociali dei trasmigranti, che intrattengono molteplici relazioni tra
luoghi diversi e creano campi sociali attraverso le frontiere nazionali, assumendo svariate collocazioni sociali nel luogo
di origine e nel luogo di destinazione. Promuovono progetti di miglioramento delle condizioni di vita dei luoghi di origine,
danno vita a imprese di cui assicurano gli sbocchi commerciali nella società di immigrazione, sostengono associazioni
operanti nella società civile, incoraggiano cambiamenti politici.
Queste migrazioni transnazionali sono peraltro strettamente collegate con le mutevoli condizioni del capitalismo globale,
in sintonia con gli approcci sistemici e strutturalisti, e vanno inquadrate nel contesto delle relazioni globali tra lavoro e
capitale.
Glick, Schiller, Basch e Blanc-Szanton sottolineano, in proposito, le identità culturali fluide e molteplici che i trasmigranti
tendono ad assumere, in relazione ai diversi contesti con cui si confrontano.
Queste teorizzazioni offrono spunti non trascurabili:
- L’idea di una riduzione delle distanze;
- L’idea di un incessante attraversamento dei confini in entrambe le direzioni;
- L’idea della tendenza a tenere insieme, più che nel passato, vecchie e nuove appartenenze e identità.

Questi elementi propongono una figura di migrante come attore sociale ricco di iniziativa e promotore di mutamenti
economici, culturali e sociali; inoltre, propongono una visione in cui, se molti migranti vivono tra due patrie, altri si
mobilitano e, approfittando dei molteplici legami instaurati dai trasmigranti, possono intraprendere a loro volta
l’avventura dell’emigrazione. I canali di comunicazione e di interdipendenza rendono anche meno costoso il trasferimento
e possono consentire di elaborare identità miste e mobili, prima e dopo l’effettiva partenza.

Obiezioni e critiche
Anche in questo caso non mancano le obiezioni. Innanzitutto, l’idea di una fluidità nell’attraversamento dei confini,
secondo cui le persone sembrano spostarsi da un paese all’altro con la stessa facilità dei capitali e dei prodotti culturali,
ha fascino ma risulta eccessiva e fuorviante.
La realtà del grosso dell’immigrazione è quella di una progressiva assimilazione nelle società riceventi, anche se spesso
marginale e tormentata. I ritorni e le migrazioni pendolari erano più frequenti nel passato di quanto non lo siano oggi
anche per effetto di una regolazione istituzionale che cerca di frenare l’attraversamento di confini tra aree diverse del
mondo.
Anche le teorie più consolidate dei network presentano limiti e critiche. Intanto, sembrano fornire validi spunti per
spiegare la continuazione delle migrazioni ma non il loro inizio, né lo spostamento verso nuove destinazioni  i teorici
del network non hanno mostrato come le reti trovano, scelgono e si dirigono verso nuove località in grado di sostenere i
migranti, quando le destinazioni già esistenti sono state saturate.
Massey e colleghi situano i network tra le teorie che rendono conto della perpetuazione delle migrazioni ma non delle
loro cause iniziali e non riescono a chiarire che cosa esattamente succede nei network, in modo da indurre le persone a
stare, muoversi e ritornare.
Nella maggior parte dei casi danno per scontate condizioni di ingresso e contesti istituzionali che hanno un rilievo non
trascurabile nel dare un’impronta ai flussi migratori (nella fase iniziale, ma spesso anche in seguito). L’idea è, semmai,
quella di un relativo adattamento ai vincoli esterni, cercando canali alternativi per aggirare le limitazioni alla mobilità.
Le strategie dei network vengono considerate quasi una variabile indipendente, con una relativa indifferenza nei confronti
del contesto normativo. Anche queste teorie appaiono quindi carenti nella considerazione della regolazione politico-
istituzionale delle migrazioni.
Un altro limite è il funzionalismo implicito: le teorie dei network tendono infatti solitamente ad enfatizzare le valenze
positive delle reti sociali, trascurando la possibilità che producano effetti di intrappolamento in attività marginali, o
addirittura devianti. Secondo alcuni, poi, il concetto di network è troppo vago e confuso, anche perché enfatizza le
dimensioni informali dei processi che producono le migrazioni, trascurando il ruolo delle agenzie e istituzioni formali.
È stato proposto un ampliamento della prospettiva dei network: una teoria delle istituzioni migratorie, comprendente le
diverse strutture che mediano tra le aspirazioni individuali all’emigrazione e la concreta possibilità di trasferirsi all’estero
per inserirsi nel sistema socioeconomico della società ricevente.
Si possono così individuare dei processi di strutturazione delle migrazioni, in cui le azioni individuali si incontrano con
le risorse fornite dalle istituzioni migratorie, contribuiscono a modificarle, ne fanno nascere di nuove, e sono a loro volta
condizionate dal funzionamento di tali istituzioni (es., la volontà di emigrare da parte di un individuo verrà intercettata e
canalizzata dalle agenzie di reclutamento all’estero di paesi).

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Un simile coacervo di attori ha il merito, certamente, di porre in luce le diverse agenzie che concorrono a produrre e a
modellare i processi migratori, appare a sua volta confuso e indeterminato, giacché pone sullo stesso piano istituzioni
pubbliche, enti no profit, professionisti e società di intermediazione che agiscono a scopo di lucro, e persino
organizzazioni illegali. Inoltre, il processo è studiato dagli autori considerati sul versante della società di origine, senza
approfondire il polo opposto, quello delle società riceventi.
Dal punto di vista dei paesi ospitanti, è spesso evocato, ma raramente teorizzato, il ruolo delle istituzioni solidaristiche e
umanitarie, sorte innanzitutto dalle società civili e a volte appoggiate dagli stessi poteri pubblici. Specialmente alcune
categorie di immigrati, più vulnerabili o ritenuti meritevoli di una particolare tutela, come i rifugiati, i minori, le donne
vittime di violenze o con figli a carico, nei paesi avanzati di antica o più recente immigrazione vengono in vario modo
tutelate, accolte e sostenute nei loro percorsi di inserimento da istituzioni solidaristiche di matrice religiosa, sindacale,
progressista o più generalmente umanitaria.
Nel caso italiano le reti e istituzioni autoctone, interagendo con le reti etniche, favoriscono la soluzione di problemi
normativi, logistici, informativi, e quindi l’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro e nella società più vasta.
Zincone ha posto l’accento sull’advocacy coalition, formata da sindacati, organizzazioni umanitarie, istituzioni
ecclesiali, esperti, che sarebbe nel caso italiano un soggetto particolarmente attivo nella tutela degli immigrati regolari,
tanto da riuscire a ottenere per essi un trattamento relativamente benevolo in confronto ad altri paesi. Si può ritenere che
il loro intervento rafforzi la capacità di azione dei network e di altre istituzioni nella costruzione dei movimenti migratori.
Un altro ampliamento delle teorie meso è quello volto a costruire modelli articolati, in cui il livello intermedio è collocato
tra quello macro e quello micro: è questo, per esempio, il tentativo di Faist, che distingue:
- un livello macrostrutturale, che fornisce opportunità strutturali in ambito politico, economico e culturale;
- un livello meso o relazionale, in cui operano i network e si forma il capitale sociale di cui i migranti possono
avvalersi;
- un livello micro o individuale, dove si enfatizzano valori, aspettative e risorse degli attori.

Il tentativo è interessante, ma resta piuttosto descrittivo, classificando i diversi fattori in gioco ma senza individuare una
priorità esplicativa o approfondire i nessi reciproci.

Incidenza e conseguenze inattese della regolazione normativa


Alcune importanti analisi hanno rivalutato l’importanza della regolazione normativa del fenomeno, trascurata dalle teorie
neoclassiche. Queste risentivano dell’influenza del contesto della società industriale in rapido sviluppo, in cui gli
spostamenti di lavoratori attraverso le frontiere erano molto più agevoli di oggi. A un livello intermedio tra le scelte
individuali o familiari e le grandi determinanti strutturali. Occorre collocare quindi anche la regolazione statuale delle
migrazioni, che esercita una specifica influenza selettiva sui flussi; sebbene vada subito precisato che si tratta di un livello
intermedio ben più ampio e denso di implicazioni politiche e normative di quello rappresentato dai network e dalle
istituzioni migratorie operanti a livello locali. Vi rientra la produzione legislativa, con le tradizioni politiche che la
modellano, l’azione dei governi, l’applicazione delle leggi e la capacità di controllo del territorio da parte delle forze
dell’ordine, il ruolo dei sistemi giudiziari.
La regolamentazione normativa esercitata dagli stati riceventi ha influito notevolmente sulla densità, sulla composizione
e sulla destinazione dei flussi migratori soprattutto dopo la crisi petrolifera del ’73-74, la chiusura ufficiale delle frontiere
in Europa e le restrizioni imposte in America e in altri tradizionali paesi riceventi. Diversi studi sostengono oggi la
prevalenza del fattore politico sugli altri elementi che contribuiscono a determinare le dinamiche migratorie.
In sintesi, possiamo ricordare alcuni fenomeni rilevanti:
- nell’ambito dell’unione Europea si è inasprita la contrapposizione tra cittadini dei paesi membri insigniti del
diritto alla libera circolazione, e cittadini esterni, le cui possibilità di ingresso sono severamente disciplinate,
anche attraverso il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne. L’ingresso nell’Unione di nuovi paesi sta
ora modificando questo quadro, allentando i vincoli imposti ai cittadini di paesi neo comunitari, fino a ora
soggetti alle medesime limitazioni dei cosiddetti cittadini extracomunitari;
- le migrazioni autorizzate all’ingresso nei paesi che hanno mantenuto la possibilità di immigrazione legale per
motivi di lavoro si sono caratterizzate molo più marcatamente del passato come skilled migrations, ossia
migrazioni di lavoratori istruiti e professionalmente qualificati, come ingegneri o informatici. Questa tendenza
sta ora prendendo piede anche in Europa, a partire dall’esempio tedesco.;
- sono stati indirettamente favoriti flussi migratori non collegati in modo esplicito ai fabbisogni del mercato del
lavoro, come quelli derivanti da ricongiungimenti familiari travasi dall’una all’altra categoria di immigrati e
parziali sovrapposizioni o perdite di distinzioni tra di esse;
- migrazioni progettate come temporanee o stagionali sono diventate permanenti, giacché gli immigrati hanno
generalmente preferito stabilizzate la loro condizione nel paese ospitante, anziché rischiare di non potervi più
rientrare dopo un periodo di ritorno in patria;
- i migranti sono andati alla ricerca di nuove destinazioni, dopo che le precedenti si erano chiuse  i paesi
dell’Europa meridionale, dotati di legislazioni meno restrittive e miranti a favorire gli ingressi per ragioni
turistiche, oltre che meno preparati istituzionalmente e caratterizzati da mercati del lavoro ambiguamente
ricettivi, hanno cominciato a diventare mete rilevanti dei flussi migratori esterni, sostituendo in parte i
tradizionali riceventi dell’Europa settentrionale;

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- la drastica contrazione o l’abrogazione delle possibilità di ingresso per lavoro o la non ammissione ha poi
contribuito notevolmente ad aggravare il fenomeno dell’immigrazione irregolare; essa stessa può essere
considerata in un certo senso un prodotto della regolazione normativa, che incasella e tratta diversamente i vari
soggetti migranti, inquadrandone alcuni come regolari e lavoratori, altri come regolari ma non autorizzati al
lavoro, né che in vario modo inseriti nei sistemi economici dei paesi riceventi;
- i provvedimenti di sanatoria, miranti a rimediare agli effetti perversi della chiusura ufficiale delle frontiere e
della formazione di sacche di lavoro irregolare, esercitano a loro volta effetti di retroazione sui flussi migratori,
generando l’idea che una volta entrati in un paese sviluppato in un modo o nell’altro sarà possibile in seguito
regolarizzare il proprio status giuridico. Impossibilità di ingresso legale e speranza di regolarizzazioni a
posteriori producono altresì una selezione implicita degli individui più disposti a rischiare, ad affrontare le dure
condizioni del viaggio e dell’inserimento irregolare, a mettersi nelle mani di organizzazioni di trafficanti;
- il quadro istituzionale e anche il retaggio storico degli stati nazione esercitano un influsso profondo sui fenomeni
migratori anche in un altro senso, allorquando definiscono i criteri di appartenenza alla comunità nazionale e di
accesso allo status di cittadino, così come l’impostazione delle politiche di accoglienza e dei rapporti
interculturali: modelli assimilazionisti, di gestione dell’immigrazione come fenomeno temporaneo, di
istituzionalizzazione della multietnicità, derivano da impianti istituzionali e opzioni politiche sedimentati nel
tempo e incidono sulla condizione degli immigrati, per esempio sulla possibilità di diventare cittadini a pieno
titolo dei paesi riceventi. Lo status delle seconde generazioni e dei discendenti di antichi emigranti, originari dei
paesi oggi ospitanti, sono altri esempi rilevanti.

Obiezioni e critiche
C’è un punto che sembra essere stato trascurato da questi studi: non è una spiegazione delle cause delle migrazioni. La
regolazione normativa filtra, seleziona, ostacola/facilita processi migratori che sono iniziati per altre ragioni; tanto che,
quando manca la possibilità di un ingresso legale dalla porta principale, molti aspiranti immigrati cercano ingressi
secondari, utilizzando altri canali, e se non trovano neppure questi, tentano di raggiungere le mete desiderate in modo
fraudolento o irregolare. Solo in casi particolari si può intravedere un rapporto di causazione tra regolazione istituzionale
e movimenti migratori, ma occorre che sussistano altri motivi per indurre l e persone a trasferirsi in un altro paese.
Un conto quindi è riconoscere l’incidenza delle istituzioni regolative nella configurazione dei processi migratori, un altro
elevarla a causa delle migrazioni o addirittura a causa decisiva.
Possiamo concludere affermando che la regolazione nazionale dei movimenti migratori è una variabile influenze nel
mediare tra aspirazioni dei potenziali migranti e concrete possibilità di insediamento nei paesi sviluppati. I suoi effetti,
però, son tutt’altro che lineari e prevedibili.

In definitiva, per spiegare adeguatamente le migrazioni, sembra necessario adottare un approccio multi causale. Alcune
delle spiegazioni che abbiamo considerato sono state formulate con riferimento a determinati flussi migratori o momenti
storici. Potevano essere adeguate in quei contesti, ma non come teorie generali. Altre risentono di apriorismi ideologici o
di assunti teorici apodittici, o fanno discendere le migrazioni dai processi sociali ed economici più generali.
Il pensiero sociologico degli ultimi due decenni ha cercato di mostrare che i migranti non rispondono meccanicamente ai
differenziali economici e occupazionali, non sono omogenei per orientamenti e motivazioni, e non prendono le decisioni
nel medesimo contesto. Di qui scaturisce un nuovo interesse per i processi decisionali, una riconcettuazioalizzazione delle
motivazioni sottese alla mobilità geografica, una maggiore attenzione al contesto in cui le decisioni sono assunte, e sforzi
accresciuti per identificarne le dimensioni sociali ed economiche. Si registra quindi un’evoluzione da modelli deterministi
a formulazioni più dinamiche e flessibili, che cercano di comprendere come le decisioni prese a livello micro incidono
sui processi macro sociali e viceversa.
Se un’enfasi è oggi spesso posta sui migranti come agenti attivi, questo non avviene trascurando le forze economiche e
sociali che condizionano e incanalano le azioni individuali: l’orientamento di molto lavoro teorico va nella direzione di
studiare l’interazione tra struttura socioeconomica, strategie familiari e decisioni individuali.
Una spiegazione soddisfacente delle cause delle migrazioni deve tener conto dell’intreccio di fattori che le diverse teorie
hanno posto in luce: condizioni generali, come gli squilibri economici su scala mondiale, ma anche la domanda di lavoro
flessibile e a basso costo nei luoghi di destinazione; le scelte individuali e familiari che in questo quadro vengono
effettuate dai potenziali migranti.
Le reti di parentela e di mutuo aiuto che connettono luoghi d’origine e di destinazione, agevolando l’arrivo di nuovi
migranti dopo che i primi pionieri sono riusciti a costruire delle teste di ponte; le istituzioni sociali che, ai due poli del
movimento, contribuiscono da un lato a suscitare e a indirizzare le propensioni a emigrare, dall'altro a favorirne
l’insediamento nelle società riceventi; infine, la regolazione su scala nazionale e internazionale che ha assunto un rilievo
determinante negli ultimi decenni nel plasmare i movimenti migratori e la differente libertà di movimento attraverso le
frontiere dei cittadini di paesi diversi.

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Capitolo 3: l’inserimento nel mercato del lavoro

Tre prospettive teoriche


Con andamenti non lineari, condizionati dalle guerre mondiali e dalla grande crisi degli anni trenta, il fabbisogno di
manodopera è stato un fattore determinante per la promozione o quanto meno per l’accettazione dell’immigrazione
nell’epoca dello sviluppo industriale moderno ( tra gli anni Settanta dell’Ottocento e lo shock petrolifero del ’73-74).
Le economie dei paesi più avanzati continuano ad avere bisogno di lavoratori, che attraggono da paesi più poveri.
La figura centrale dei fenomeni migratori è stata storicamente e ancora rimane quella del lavoratore che attraversa le
frontiere per cercare lavoro all’estero. Da parecchi anni la sociologia si interroga sul destino di questi lavoratori.

- La prima visione è quella dell’approccio liberale e assimilazionista, sviluppato in America a partire dagli anni
Trenta con la scuola di Chicago. Gli autori legati a questa scuola adottavano un punto di vista ottimistico: gli
immigrati, al loro arrivo, si collocano sui gradini più bassi della stratificazione sociale, accollandosi i lavori più
sgraditi e abbandonati dalla forza lavoro nazionale. Con il tempo, però, si inseriscono nella nuova società, ne
apprendono la lingua e la cultura abbandonando retaggi e consuetudini del luogo d’origine e assimilandosi al
nuovo ambiente, fino a diventare difficilmente distinguibili dalla popolazione nativa. Parallelamente salgono
gradualmente nella scala sociale, lasciando ad altri i lavori più ingrati da cui sono partiti. L’avanzamento dei
gruppi apre dei vuoti alla base della piramide occupazionale, che devono essere colmati da nuovi ingressi, in
un’incessante successione, che interessa anche i luoghi di insediamento. A livello urbano, il miglioramento delle
condizioni economiche si riflette nello spostamento residenziale, dai ghetti etnici verso aree più pregiate, con
una conseguente dispersione sul territorio, che favorisce a sua volta l’assimilazione. L’itinerario tipico vede
attraverso le generazioni un’evoluzione dalla condizione di peddler (venditore ambulante per strada) a quello di
plumber (operaio qualificato), fino all’approdo nelle file dei professionals. Ne deriva un’attenzione verso le
forme e gli esiti dei percorsi di assimilazione. L’assimilazione viene definita da Park e Burgass come «un
processo di interpenetrazione e fusione in cui persone e gruppi acquisiscono le memorie, i sentimenti e gli
atteggiamenti di altre persone e gruppi, condividendo le loro esperienze e la loro storia, sono incorporati con essi
in una vita culturale comune». Vanno ricordati tre passaggi fondamentali di questa teoria: 1) l’assimilazione è
un processo non solo inevitabile ma anche auspicabile: prima gli immigrati perdono i tratti culturali e le pratiche
sociali che li distinguono dalla popolazione nativa, prima riusciranno a farsi accettare e a progredire nella scala
sociale. 2) è un fatto tipicamente individuale, rispetto al quale appartenenze etniche e identità ascritte sono
ostacoli da rimuovere. 3) l’assimilazione culturale rappresenta la precondizione che rende possibile
l’avanzamento nel mercato del lavoro e quindi nella stratificazione sociale;
- La seconda visione è di impostazione strutturalista. Secondo questa lettura, le società riceventi hanno bisogno
di immigrati, ma non per questo sono disposte a trattarli in modo paritario e a dischiudere loro effettive
opportunità di avanzamento e promozione sociale. Anzi, hanno interesse a confinarli in ambiti svantaggiati e
subalterni del mercato del lavoro. Gli autori di orientamento marxista ricorrono al concetto di esercito industriale
di riserva: gli immigrati formano una massa di lavoratori deboli, facilmente sfruttabili, la cui presenza serve a
tenere a freno le rivendicazioni e a rintuzzare le conquiste della classe operaia nazionale. Piore parla invece di
un settore secondario del mercato del lavoro: in un’economia di tipo capitalistico, per proteggere l’occupazione
e le buone condizioni di impiego dei lavoratori forti e sindacalmente organizzati occorre scaricare l’incertezza
inerente al funzionamento del mercato su altri lavoratori, strutturalmente più deboli, tra i quali spiccano gli
immigrati. A loro toccano in maniera sistematica certi tipi di lavori. Gli immigrati li accettano perché, almeno
inizialmente, considerano temporanea la loro esperienza di lavoro all’estero. Per essi il lavoro e spogliato di
connotazioni sociali, non conferisce identità e stima, è davvero solo un modo per guadagnarsi da vivere: in
questo senso i lavoratori immigrati sono i soggetti che assomigliano maggiormente all’homo oeconomicus della
teoria economica convenzionale. Quando si accorgono di non poter più tornare indietro, tendono a rifiutare i
lavori di bassa qualità per cui sono stati assunti, ma non sono più in grado di uscire dai settori e dalle occupazioni
in cui si sono inizialmente inseriti. Il fatto che i lavori peggiori siano attribuiti a lavoratori che vengono da fuori
e restano separati dalla società ricevente consente di evitare conflitti sociali. In generale, gli autori di questo
filone denunciano le pratiche discriminatorie delle società riceventi e le condizioni di svantaggio che continuano
a colpire gli immigrati, anche dopo anni di soggiorno e l’avvento di una seconda generazione. Le ristrutturazioni
delle economie industriali intraprese a partire dai primi anni settanta hanno provocato una massiccia
disoccupazione tra gli immigrati, reclutati nel periodo precedente proprio per fornire la manodopera necessaria
al decollo economico. L’avvento di nuovi flussi migratori ha contribuito ad aggravare le condizioni degli
immigrati già insediati e dei loro discendenti, che si trovano concentrati in maniera sproporzionata tra i
disoccupati, i lavoratori precari e gli occupati nelle posizioni più sacrificate. Per di più, la percezione di scarsa
equità nel funzionamento del mercato del lavoro induce scoraggiamento e disinvestimento nei confronti
dell’istruzione e della formazione professionale. Una versione aggiornata della teoria di Piore riguarda la
segmentazione del mercato del lavoro, ossia la formazione di un sistema occupazionale articolato in nicchie e
livelli poco comunicanti tra loro, in cui nativi e immigrati tendono a trovare lavoro in ambiti diversi. Le posizioni
degli immigrati si diversificano internamente, con grandi differenze, per esempio tra le nazionalità, ma restano
largamente concentrate ai livelli inferiori. Un dato nuovo è la biforcazione dell’impiego dei lavoratori stranieri

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che, in diversi paesi sviluppati, tendono ad addensarsi ai due poli estremi del mercato occupazionale: una
minoranza nelle occupazioni ad alta qualificazione, la grande maggioranza nei lavori più poveri e instabili, a
costante rischio di caduta nella disoccupazione. Questo secondo processo contribuisce alla formazione di
minoranze etniche escluse e marginalizzate, in cui gli immigrati sono vittime di un doppio svantaggio: non solo
ricadono tra gli esclusi della società, ma vengono anche visti come la causa dei problemi. Un altro filone
riconducibile alla prospettiva strutturalista è quello relativo al funzionamento delle città globali di Sassen. Qui
il lavoro povero degli immigrati è visto come strettamente connesso e strutturalmente necessario al lavoro ricco,
sia per la manutenzione delle infrastrutture urbane, sia per il mantenimento dell’alto tenore di vita sulle fasce
professionalmente privilegiate.
- Arrivo e esplicita richiesta di immigrati istruiti e professionalmente qualificati. È un dato che si discosta
dall’equiparazione dell’immigrazione con una condizione di svantaggio nel mercato del lavoro, sia temporaneo
(visione liberale) che duraturo (visione strutturalista). Un altro fenomeno difficile da collocare nell’ambito delle
due scuole è la crescita di protagonismo degli immigrati, attraverso varie forme di mutuo aiuto mediate dalle reti
di solidarietà a base etnica e grazie al passaggio al lavoro autonomo. In tal modo vengono sfidate sia l’idea di
un’integrazione individuale affidata alle capacità personali e all’istruzione, sia l’idea di uno svantaggio
invincibile. Sul piano teorico gli avanzamenti più interessanti sono rappresentati dall’applicazione ai fenomeni
migratori di concetti e approcci interpretativi derivanti dalla cosiddetta uova sociologia economica che, partendo
da Polanyi, ha proposto l’idea di una costruzione sociale dei processi economici. Aspetti come i legami sociali,
le appartenenze culturali o l’inserimento in contesti di relazioni interpersonali vengono studiati come fattori
influenti per comprendere comportamenti e rapporti economici. Il concetto polanyiano più utilizzato in
sociologia è quello di embeddedness, un termine difficilmente traducibile, che possiamo rendere come
«incastonamento / incorporazione / radicamento» dell’azione economica in più contesti sociali che in vario
modo la favoriscono, la modellano e la vincolano. Secondo questa prospettiva, al centro dell’analisi troviamo
attori (datori di lavoro e lavoratori) coinvolti in estese reti di relazioni sociali che li connettono con altre persone
dentro e fuori i luoghi di lavoro. Questi attori interagiscono, si incontrano, negoziano i termini della
collaborazione reciproca usando le risorse a loro disposizione, ma muovendosi all’interno dei limiti posti dalle
regole scritte e non, dalla cultura condivisa in quel contesto e dalla storia dell’organizzazione produttiva in cui
operano. La ricerca di lavoratori e di lavoro avviene usando le risorse relazionali fornite dalle reti sociali, che
forniscono informazioni sui posti di lavoro e sui lavoratori disponibili e caldeggiano l’assunzione di persone
sconosciute e ritenute “affidabili”. Secondo questa prospettiva, l’azione economica degli immigrati rappresenta
uno degli esempi più chiari di costruzione sociale dei processi economici. Capitale sociale: insieme dei contatti
e rapporti interpersonali utilizzabili dagli individui per perseguire le proprie strategie di inserimento e
promozione.

Ciascuna teoria trova riscontro nella spiegazione di una parte dei fenomeni considerati. Così la teoria della liberale
riveduta e aggiornata è tuttora lo sfondo concettuale delle analisi dei percorsi di inserimento individuale nelle società
riceventi, con il progressivo superamento delle nicchie etniche e l’accesso al mercato del lavoro generale.
Le impostazioni strutturaliste, invece, forniscono spunti illuminanti nello spiegare il versante della domanda, ossia perché
le società sviluppate hanno un persistente bisogno di lavoratori immigrati da inserire nei livelli inferiori del sistema
occupazionale, anche in contesti economici diversi dal passato e in fasi economiche recessive.
La nuova sociologia economica offre invece i contributi migliori sull’analisi dei comportamenti dell’offerta di lavoro,
valorizzando l’autonomia e la capacità di iniziativa dei migranti, che si esplicano soprattutto attraverso l’azione delle reti
migratorie.

Le migrazioni nei sistemi produttivi post fordisti


Possiamo partire dall’osservazione secondo cui il fatto più rilevante nella mappa migratoria europea degli ultimi decenni
è stato il cambiamento di status dei paesi affacciati sul mar Mediterraneo, da aree di partenza ad aree di destinazione.
Questo cambiamento si è accompagnato a una modificazione in senso peggiorativo delle modalità di ingresso e di
insediamento degli immigrati. L’immigrazione degli ultimi anni si è diretta verso l’Europa del Sud ed è stata descritta
dalla letteratura sulla base di caratteristiche come:
- Evoluzione improvvisa e spontanea dei flussi di ingresso a partire dalla metà degli anni settanta, che si incontra
con l’impreparazione dei paesi riceventi ad assumere il loro nuovo ruolo di società ospitanti;
- Grande diversità dei paesi d’origine, specialmente per Italia e Spagna;
- Marcate asimmetrie di genere per molte componenti nazionali, composte in modo squilibrato o prevalentemente
da uomini o in maggioranza da donne;
- Alto grado di irregolarità e clandestinità di molti arrivi, anche per effetto delle regolamentazioni restrittive;
- Marginalità sociale della maggior parte dei gruppi immigrati, dovuta alla carenza di politiche di integrazione e
alla formazione di stereotipi stigmatizzanti;
- Concentrazione in occupazioni precarie, sottopagate e non desiderabili.

Qualche autore si è spinto a contrapporre questi nuovi arrivati all’immigrazione organizzata dei paesi del Nord. I termini
di confronto più adeguati sono rappresentati piuttosto dalle migrazioni che si inserivano nelle società industriali dei

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trent’anni gloriosi di crescita postbellica, rispetto alle migrazioni inserite nel turbolento contesto economico
contemporaneo, definibile in mancanza di migliori etichette come «postfordista».
Si può semmai argomentare che nell’Europa del Sud una serie di trasformazioni dei sistemi occupazionali si sono saldate
con strutture economiche tradizionali, come l’estesa e ramificata presenza del lavoro autonomo e delle piccolissime
imprese.
Pugliese ha parlato, in proposito, di un modello mediterraneo di immigrazione. Sono tuttavia necessarie due
specificazioni. La prima riguarda il fatto che il lavoro degli immigrati in Italia assume connotazioni diverse a seconda dei
contesti locali; la seconda si riferisce alla contestazione che le economie del Nord Europa sono tutt’altro che esenti da
trasformazioni analoghe. La domanda di lavoro flessibile, meno tutelato, a basso costo, comprato e venduto in base al suo
valore di mercato, sprovvisto di garanzie e prestazioni sociali ( mercificato), è socialmente prodotta e costruita e non
riguarda solo il Sud, dove forse è più radicata e visibile.
Possiamo dunque parafrasare questa situazione parlando di lavori delle cinque P: pesanti, pericolosi, precari, poco pagati,
penalizzati socialmente. Sono questi, in larga misura, i lavori che toccano agli immigrati, ancora necessari nelle economie
sviluppate e, in certi ambiti, persino in espansione. Non sorprende quindi che tutti i paesi sviluppati possano oggi ricadere
sotto l’etichetta di importatori riluttanti di manodopera.
In luogo dei grandi complessi produttivi, delle categorie professionali omogenee e riconoscibili, della sostanziale stabilità
dell’occupazione prende piede un modo di produrre dai contorni sfuggenti e mutevoli, più instabile e composito, in cui
buona parte dell’occupazione si sposta verso i servizi, le piccole imprese si moltiplicano, gli statuti contrattuali si
differenziano, el figure professionali si sventagliano, tanto che è sempre più difficile identificare categorie ampie e ben
definite. I fattori di richiamo sono oggi più puntuali e circoscritti, si situano in un quadro complessivo contraddistinto da
un’eccedenza di offerta di lavoro disponibile, e sono la conseguenza di squilibri localizzati, a loro volta derivanti da
crescenti processi di segmentazione territoriale e settoriale del mercato del lavoro. In questo nuovo mondo gli immigrati
cercano e spesso trovano spazi in cui spendere la loro capacità di lavoro.
Nell’Europa mediterranea, ma anche in quella continentale, si è verificato negli anni novanta un processo di inserimento
economico degli immigrati molto più opaco e deregolato del passato: il paradosso del mercato del lavoro immigrato di
questi anni è stato quello del contrasto tra la negazione ufficiale del fabbisogno di manodopera aggiuntiva e un utilizzo
endemico e diffuso di questo lavoro in varie nicchie dell’economia informale, e negli ambiti più sgraditi e instabili
dell’economia ufficiale. La legalizzazione a posteriori attraverso provvedimenti di sanatoria, o il rilancio
dell’immigrazione stagionale, manifestano la tensione tra resistenze politiche e necessità economiche di nuova
immigrazione. In mancanza di politiche esplicite di reclutamento, ci pensano gli immigrati stessi a promuovere l’arrivo
di nuova manodopera.
In una prospettiva sociologica, si può sostenere che la persistenza e la ripresa della domanda di lavoro immigrato è
incorporata nello sviluppo delle economie e delle società europee occidentali, e ne rappresenta una sorta di cartina
tornasole. Inoltre, le caratteristiche istituzionali dei diversi paesi influenzano notevolmente i processi di incorporazione
degli immigrati.
Determinanti sociali della domanda di immigrazione. Un fattore esplicativo spesso evocato è quello demografico, ma in
un paese come il nostro gli alti tassi di disoccupazione giovanile e la partecipazione al lavoro da parte delle donne ancora
modesta, fanno pensare che, sotto il profilo puramente quantitativo, l’offerta di lavoro interna potrebbe bastare. Per
spiegare le difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro nazionale, che aprono varchi nei quali si inseriscono i
lavoratori immigrati, occorre invece guardare con maggiore attenzione al versante degli atteggiamenti e del contesto
sociale di chi cerca lavoro: non vi è più, in altri termini, una coincidenza spontanea tra i lavori che il mercato propone e i
lavori che gli europei sono interessati ad accettare.
Un’offerta di lavoro molto più istruita del passato, socializzata a decenni di benessere, acculturata a pacchetti consolidati
di diritti sociali e garanzie sindacali, ha imparato a coltivare aspirazioni più elevate rispetto ai posti e alle condizioni di
impiego che svariati segmenti del mercato del lavoro attuale continuano a proporre.
I sistemi di welfare e la protezione familiare, fornendo qualche forma di tutela a buona parte delle persone prive di
occupazione, contribuiscono ad innalzarne la selettività e le aspettative.
Per contro, il mercato del lavoro non ha abolito i lavori manuali, gravosi, con scarso riconoscimento sociale, con poche o
nulle garanzie e, in genere, mal retribuiti. Le ristrutturazioni del sistema produttivo hanno cancellato soprattutto
occupazioni collocabili nella fascia stabile del lavoro manuale.
Le visioni americane di una struttura a clessidra del mercato del lavoro, diviso tra occupazioni ben remunerate e uno
stuolo di lavoratori a basso reddito, non sono trasferibili meccanicamente nel contesto europeo, in cui le classi medie
restano numerose e ben radicate. Ma una spinta verso la crescita dei poli estremi della struttura occupazionale sembra
parimenti verificabile, e per i livelli inferiori il ricorso a manodopera immigrata appare sovente ineluttabile.
Le fabbriche inoltre sono cambiate: sono soggetti a processi di decentramento molto spinti, con l’organizzazione di catene
di subfornitura di varie componenti, ma anche a processi di terziarizzazione, ossia affidate a fornitori esterni spesso in
aspra concorrenza tra loro. Accanto a un nucleo di lavoratori stabili e qualificati ruotano varie figure dallo statuto più
incerto e instabile, oltre che dotate di una qualificazione meno elevata: le visioni critiche si appuntano sul crescente
dualismo e la divisone sistematica della forza lavoro nelle imprese lean and ean (snelle e grette). Molto più difficile si è
rilevata poi l’eliminazione del lavoro manuale povero in altri ambiti occupazionali, come l’industria alberghiera.

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Nelle grandi città la domanda di questo tipo di prestazioni è particolarmente diffusa: essa tuttavia investe ormai anche i
centri minori. Mettendo l’accento sugli aspetti deteriori di questo processo, molti hanno notato che «la precarizzazione
del lavoro e la crescita del lavoro immigrato illegale sono caratteristici attributi delle città globali».
Proprio i servizi alle persone, che rimangono ad alta intensità nei luoghi di lavoro, solo in parte automatizzabili, vincolati
ai luoghi in cui vivono i beneficiari, sono l’esempio più evidente della natura strutturale e incoercibile di determinati
fabbisogni di manodopera. Se non interviene la finanza pubblica a socializzare i relativi costi, i posti di lavoro che si
generano rischiano di basarsi su una marcata asimmetria tra i redditi degli acquirenti e quelli dei fornitori delle prestazioni.
L’invecchiamento della popolazione comporta un aumento della domanda di lavoro di cura, che grava tradizionalmente
sulle donne della famiglia. Nei paesi scandinavi questa domanda è assorbita in buona parte dal settore pubblico e coperta
prevalentemente ricorrendo a lavoratori nazionali, mentre nei sistemi di welfare a orientamento familistico nell’Europa
meridionale richiama volumi crescenti di manodopera immigrata, con un ampio ricorso al lavoro irregolare. La stessa
maggiore partecipazione delle donne al lavoro extradomestico, mancando adeguate politiche pubbliche di sostegno alle
famiglie, ha fornito un incentivo al fenomeno nell’ottica di una conciliazione tra nuove aspirazioni di emancipazioni e
tradizionali compiti familiari.

Il caso italiano
L’Italia si è trasformata da paese di emigranti in meta di ingenti flussi migratori. Questa trasformazione è avvenuta in
maniera quasi inconsapevole, e ha colto di sorpresa le istituzioni pubbliche, gli attori politici e la società nel suo
complesso: un’impreparazione che ha pesato sulla ricezione dell’immigrazione. Tuttavia, l’immigrazione non è arrivata
in Italia solo perché sospinta da cause esterne. Nel nostro paese gli immigrati trovano lavoro in imprese mediamente
molto più piccole di quelle che impiegano italiani e svolgono, nel’85% dei casi, mansioni operaie o assimilabili. Il loro
inserimento non sembra avere conseguenze negative né sull’occupazione né sulle retribuzioni degli italiani, e serve
piuttosto a rimuovere alcuni «colli di bottiglia».
Fattori che hanno originato una domanda rimasta a lungo implicita, non istituzionalizzata e difficilmente riconosciuta in
modo aperto, vivace e incisiva nel ridisegnare il mercato occupazionale italiano:
- Una struttura industriale ancora consistente, ma basata in larga misura su piccole e medie imprese, operanti
spesso in settori dell’industria leggera che in altri paesi sviluppato hanno subito un drastico declino: questi settori
richiedono lavoro operaio e comportano non di rado condizioni di lavoro insalubri o gravose;
- Edilizia: servizi turistici e alberghieri presentano caratteristiche di stagionalità e discontinuità dell’occupazione,
con punte molto elevate di lavoro sommerso;
- Nel terziario urbano gli immigrati lavorano soprattutto nelle pulizie, nei servizi di ristorazione, nei piccoli
trasporti, nel facchinaggio e movimentazione delle merci, nella manutenzione del verde, nella custodia e
sorveglianza degli immobili;
- Specialmente le donne immigrate sono assunte dalle famiglie per svolgere compiti domestici e di assistenza agli
anziani, interagendo le risorse calanti del welfare invisibile, rappresentato dal lavoro non riconosciuto e non
retribuito delle donne;
- Profondi squilibri territoriali, con tassi di disoccupazione tra i più alti dell’Unione europea, e regioni e aree locali
con situazioni di quasi piena occupazione e problemi opposti, di carenza di manodopera per diverse mansioni.

Oggi vari fattori, insieme ad altri più specifici, hanno rarefatto gli spostamenti interni di manodopera, specialmente
quando si tratta di occupare posti di lavoro operaio o assimilabile: i livelli salariali raffrontati ai costi della vita, la scarsità
di prospettive di carriera, le perdite in termini di relazioni sociali e qualità della vita, rendono poco attraente una scelta
del genere.
La disoccupazione italiana ha una composizione sociale che l’ha resa finora tollerabile, tamponata dalla solidarietà
familiare, e nello stesso tempo abbastanza rigida e poco disponibile a spostarsi in aree e ambiti occupazionali in cui
determinate opportunità di lavoro esisterebbero, ma rivestono caratteristiche distanti dai posti a cui i disoccupati aspirano.
La domanda di lavoro immigrato affonda le radici in alcune caratteristiche profonde della società italiana, ne rivela antiche
contraddizioni e nuove trasformazioni. È uno specchio della geografia economica e sociale del paese, della sua
differenziazione territoriale e del suo assetto istituzionale; riflette gli interessi e le strategie dei suoi attori, nonché i
cambiamenti che hanno conosciuto nel tempo.
Il lavoro immigrato non risponde solo a una domanda economica, ma è profondamente incorporato (embedded) nella
società italiana e ne svela alcuni aspetti peculiari.
Non si riflette forse abbastanza sui costi di questa estrema adattabilità ai fabbisogni del nostro sistema economico e
sociale. Forme estreme di sfruttamento sono state rilevate in settori storicamente esposti alla violazione delle norme, e
all’imposizione di trattamenti lontani dai minimi contrattuali, come l’agricoltura e l’edilizia, o il settore domestico. Alcuni
dati statistici consentono poi di suffragare le tesi di un reclutamento della manodopera immigrata per i lavori più ingrati,
quelli delle cinque P.
L’esposizione alla precarietà dell’impiego è chiaramente espressa dai dati relativi agli avviamenti. Le assunzioni a tempo
indeterminato, un tempo del 60%, si riducono oggi a circa un terzo, mentre quelli a tempo determinato crescono del 50%
e i rapporti a tempo parziale oscillano intorno al 10%. Quanto alle posizioni occupazionali, le assunzioni riguardano in
grande maggioranza operai generici. Un piccolo gruppo di operai qualificati fa da cuscinetto tra il lavoro generico e la
ristretta area delle occupazioni connotate da un buon riconoscimento sociale. La negatività del quadro può essere attenuata

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ricordando che i contratti a tempo determinato e le posizioni di operaio generico possono evolvere, anche in tempi
abbastanza brevi, in forme di impiego più stabili e qualificate. Resta predominante il confinamento di gran parte degli
immigrati nei meandri più critici del mercato occupazionale. Il deficit di qualità del lavoro immigrato resta la regola
generale: operaio generico per gli uomini, collaboratrice familiare per le donne rimangono le mansioni di gran lunga più
diffuse.

Una pluralità di modelli territoriali


Le fonti statistiche sull’impiego di lavoro immigrato sono lacunose e relativamente attendibili. Per quanto riguarda
l’occupazione nelle aziende possono consentire tuttavia di documentare due tendenze: in generale, un crescente ricorso
al lavoro immigrato; nello specifico, una concentrazione territoriale del fenomeno nelle regioni centrosettentrionali, le
più dinamiche dell’ultimo quindicennio.
Possiamo cogliere un progressivo allargamento dei territori in cui il ricorso alla manodopera immigrata è più intenso, con
una progressiva crescita dei valori anche in Piemonte verso Nord-Ovest, in Toscana, Marche, Umbria, fino a interessare
anche l’Abruzzo, in direzione centro-sud. È in definitiva l’Italia delle piccole imprese e dei distretti industriali, ancora
bisognosa di manodopera da inserire nel ciclo produttivo, a richiedere più vivacemente apporti aggiuntivi di forza lavoro.
Una mappa diversa è quella del lavoro domestico: qui spiccano innanzitutto le regioni in cui sono ubicate le metropoli di
Roma e Milano.
Per il resto, la distribuzione di questi lavoratori e lavoratrici è abbastanza diffusa sul territorio nazionale, non escluso il
Mezzogiorno, con punte più elevate nelle aree urbane più popolose.
Secondo la banca dati dell’Inail in merito alle assunzioni o avviamenti, dalla distribuzione regionale appare chiara la
correlazione con il diverso andamento delle economie locali e con i rispettivi fabbisogni di manodopera: il fenomeno
raggiunge le punte più alte nel Nord-Est, soprattutto in termini di incidenza sul totale delle assunzioni; segue l’Italia
Nordoccidentale in cui presentano valori inferiori alla media nazionale; al terzo posto si colloca l’Italia centrale, allineata
sui valori medi, per effetto di un marcato scostamento tra il Lazio e le altre regioni della ripartizione. Seguono l’Italia
meridionale e le isole.
Le graduatorie delle province ribadiscono il legame tra il ricorso agli immigrati e i fabbisogni dei sistemi economici
locali: nelle grandi città e nelle aree turistiche le assunzioni si concentrano prevalentemente nel basso terziario; nelle
province dotate di sistemi industriali dinamici gli immigrati si inseriscono in buona parre in fabbrica; nelle aree in cui
l’agricoltura è ancora fiorente e necessita di manodopera per i lavoratori stagionali di raccolta i dati registrano
un’impennata delle assunzioni di lavoratori stranieri.
Questi dati confermano che si può parlare, per il nostro paese, di pluralità di modelli territoriali, di impiego del lavoro
immigrato.
- Il primo modello è basato sull’industria diffusa, tipico delle aree di piccola impresa e dei distretti industriali,
concentrato nelle aree territoriali maggiormente cresciute negli ultimi vent’anni. Lì si assumono principalmente
per saturare i fabbisogni di lavoro operaio, industriale e insediato in prospere aree di provincia (Nord-Est e oltre),
istituisce la differenza più marcata tra il caso italiano e quelli degli altri paesi dell’Europa mediterranea, dove il
lavoro degli immigrati è molto più metropolitano e terziario, o al più legato all’edilizia e all’agricoltura. Anche
nei sistemi territoriali a sviluppo diffuso, gli immigrati sono sempre più richiesti come lavoratori manuali nel
sistema dei servizi privati, mentre i dati della sanatoria confermano il crescente ricorso a donne straniere
nell’ambito domestico-assistenziale. Negli ultimi anni si nota un crescente accesso al lavoro autonomo e alla
micromiprenditorialità, soprattutto nel piccolo commercio, nelle pulizie e nell’edilizia.
- Il secondo modello è quello metropolitano, che ha in Milano e Roma i suoi epicentri, ma è riconoscibile in altre
città di minori dimensioni. Qui il lavoro immigrato è, fin dagli inizi, in larga prevalenza terziario e
secondariamente edile, inserito nei circuiti delle attività meno qualificate e più instabili delle complesse
economie urbane. Collaboratrici familiari e addette all’assistenza domiciliare ne sono le figure più note. Qui le
novità principali sembrano essere legate alla crescita quantitativa, al progressivo allargamento orizzontale delle
occupazioni ricoperte, a parziali avanzamenti verso occupazioni sempre manuali, ma più qualificate, alla
formazione di specializzazioni etniche che associano provenienza e nicchie occupazionali, con esisti di
rafforzamento degli stereotipi e di fuoriuscita degli italiani rimasti. I cambiamenti più incisivi sono legati al
passaggio al lavoro autonomo. Alcune componenti, come quella cinese, rilanciano poi con laboratori e micro
aziende un settore manifatturiero dai tratti ambigui e spesso discussi;
- Un terzo modello è quello delle attività instabili, precarie e in larga parte irregolari dei contesti economici
meridionali, non più legate solo all’agricoltura, ma anche all’assistenza, alle pulizie, all’industria turistico-
alberghiera, all’edilizia. Il bassissimo livello di un indicatore di insediamento come la presenza e la
scolarizzazione di minori, conferma che il Mezzogiorno rimane un’area di primo insediamento e di transito verso
altre destinazioni. Qui il fatto nuovo sembra consistere in una faticosa emersione di parte di questo lavoro,
specialmente con l’ultima sanatoria. Particolarmente significativa è risultata l’emersione del lavoro di cura svolto
da donne straniere pure nei contesti del mezzogiorno.
- Un modello intermedio tra industria diffusa e impieghi instabili è rintracciabile in alcune realtà
centrosettentrionali in cui l’occupazione degli immigrati segue andamenti stagionali, abbastanza prevedibili. Un
caso noto è quello del Trentino Alto Adige, con l’ingresso di migranti per l’agricoltura nel Trentino e all’industria
alberghiera in Alto Adige. Grazie a questi flussi, le due province compaiono da alcuni anni ai primi due posti

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nella graduatoria dell’incidenza delle assunzioni di immigrati sul totale. Altri comprensori turistici, lungo le
coste o nelle zone alpine, in maniera meno istituzionalizzata e spesso anche meno trasparente, manifestano
esigenze analoghe e ricorrono quindi al lavoro degli immigrati con intensità molto variabile nel corso dell’anno.
Anche in queste aree si osservano fenomeni di stabilizzazione e di diversificazione degli sbocchi occupazionali,
verso l’edilizia, l’industria, il basso terziario, il lavoro autonomo.

Immigrazione ed economia sommersa


Il lavoro degli immigrati è spesso richiesto, gestito e svolto al di fuori delle regole legislative e contrattuali e, nelle società
riceventi, rappresenta una componente sempre più importante dell’offerta di lavoro coinvolta in varie forme
dell’economia sommersa.
Occorre però cercare di definire con maggiore precisione un oggetto per sua natura sfuggente come l’economia sommersa.
Occorre però cercare di definire con maggiore precisione un oggetto per sua natura sfuggente come l’economia sommersa.
Castles e Portes hanno sottolineato la natura di processo dell’economia informale o sommersa, anziché di oggetto
strettamente definibile, e l’hanno riferita alle attività capacità di generare reddito, unificate da un tratto centrale: non sono
regolate dalle istituzioni della società, in un ambiente legale e sociale in cui attività simili sono regolate. Questa carenza
di regolazione istituzionale può interessare diversi elementi del rapporto di lavoro. Si può infatti riferire:
- Allo status del lavoratore, che non può essere registrato, assicurato, retribuito in conformità con le norme vigenti;
- Alle condizioni di lavoro alle quali viene sottoposto il lavoratore, per quanto riguarda le norme di igiene e
sicurezza;
- Alle forme di gestione dell’attività, quando viene perseguita la frode fiscale sistematica o l’utilizzo di pagamenti
in contanti non registrati.

Si tratta di un fenomeno universale, eterogeneo e in crescita. In molti punti della complessa geografia delle economie
contemporanee il lavoro nero, ossia privo di coperture previdenziali e assicurative, non tutelato dai contratti di lavoro,
caratterizzato dall’evasione di tasse e contributi, è tornato alla ribalta; o meglio, da fenomeno residuale e legato al passato
è riapparso a pieno titolo come un elemento portante del funzionamento e della competitività delle economie
contemporanee.
Questo è tanto più vero in un contesto, come quello italiano, in cui l’economia sommersa ha profonde radici e una
diffusione endemica: il bricolage di antico e moderno che contraddistingue tanti aspetti del nostro sistema economico,
nonché la scarsità dei controlli, formano un terreno di coltura favorevole per l’impiego di lavoro irregolare, italiano e
straniero. Economia sommersa e lavoro nero dunque precedono l’arrivo degli immigrati, hanno cause e intrecci ben più
radicati e lontani nel tempo.
È vero che l’arrivo di una forza lavoro che si viene a trovare nella necessità di reperire quanto prima possibile un lavoro,
spesso qualunque lavoro, per guadagnarsi da vivere, e in parte priva dei documenti necessari per accedere al mercato del
lavoro regolare, rappresenta un bacino di reclutamento straordinariamente favorevole ai datori di lavoro interessati al
risparmio sul costo del lavoro e alla flessibilità pressoché assoluta derivanti da rapporti di impiego non codificati
normalmente.

Nello stesso tempo, la ricerca sulla partecipazione degli immigrati all’economia sommersa fornisce spunti anche agli
studiosi che adottano un approccio interattivo e costruzionaista per spiegare il fenomeno in cui si pongono in rilievo le
convergenze di interessi tra le logiche della domanda e quelle di alcuni segmenti dell’offerta di lavoro anche nell’area del
sommerso: orientamento a una permanenza temporanea, spinta ad accumulare rapidamente risparmi per inviarli o
reinvestirli in patria, incertezza sulla possibilità di fruire dei trattamenti previdenziali, sradicamento sociale, desiderio di
lavorare in proprio ne fanno una popolazione sensibile ai vantaggi relativi dell’inserimento nell’economia irregolare.
In Italia, la partecipazione degli immigrati all’economia sommersa ha riguardato fra l’altro forme precarie di autoimpiego
come il commercio ambulante abusivo. Nel tempo, con lo sviluppo di attività indipendenti regolarmente registrate, sta
avvenendo un aumento del ricorso al lavoro irregolare di connazionali: un fenomeno sfuggente e carico di ambivalenze.
Che si tratti di datori di lavoro italiani o stranieri, non si deve però credere che l’economia sommersa rappresenti un
ambito separato e contrapposto all’economia ufficiale. In realtà, vari intrecci di convenienze e complicità collegano i due
settori: la concorrenzialità delle imprese operanti a pieno titolo nell’economia ufficiale si nutre della combinazione di
fattori produttivi diversi, una parte dei quali, in maniera diretta o indiretta, rimanda al ricorso a varie forme di lavoro
irregolare. Ad esempio, un’impresa perfettamente in regola può appaltare le pulizie a un’impresa del settore per contenere
i costi impiega lavoratori in nero. Oppure può affidare a lavori edili a un’impresa, che li subappalta a un’altra, che li
suddivide tra diversi artigiani, alcuni dei quali ricorrono a manodopera non in regola. Casi del genere si verificano anche
nei lavori pubblici, grazie a ispezioni e controlli inadeguati. Non vanno dimenticate nemmeno le convenienze indirette:
il lavoro delle donne italiane, la loro assiduità e disponibilità a lunghi orari, non sono senza rapporti con la presenza
sostitutiva di aiuti domestici e assistenziali, il cui impiego non è sempre conforme alle norme.
In conclusione, economia sommersa e lavoro irregolare sono fenomeni differenziati, articolati secondo variabili che
comprendono il grado di volontarietà dei partecipanti, la natura dipendente o indipendente dell’attività svolta, le
convenienze rispettive, la continuità nel tempo, le possibilità di evoluzione verso forme regolari di lavoro. La seguente
tipologia cerca di cogliere, con riferimento all’immigrazione, l’interazione di alcune fra queste variabili, distinguendo

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otre grandi ambiti (lavoro dipendente, indipendente e coatto) e, all’interno di ciascuno, diverse espressioni del fenomeno,
contraddistinte da diversi gradi di continuità e volontarietà.

Lavoro irregolare dipendente


- Lavoro occasionale e stagionale. È il lavoro che comporta un’elevata mobilità e transitorietà dell’inserimento.
Il caso più tipico è quello del lavoro bracciantile non regolarizzato: implica mobilità territoriale, andirivieni con
la madrepatria per coloro che provengono da paesi non troppo lontani, tentativi di composizione con altri lavori,
ugualmente occasionali e marginali.
- Lavoro semi continuativo: è il lavoro che comporta una certa continuità di rapporto con il medesimo datore di
lavoro, ma viene utilizzato per coprire picchi di domanda. Di questa natura è buona parte dell’inserimento in
edilizia e nelle attività collegate, in alcuni servizi o nel settore turistico-alberghiero.
- Lavoro stabile e continuativo. È il lavoro che, pur non essendo formalizzato, presenta caratteristiche di
continuità che lo fanno assomigliare a un rapporto normale di lavoro a tempo indeterminato. Si può distinguere
in due sottospecie: l’occupazione aziendale, nel basso terziario, nell’artigianato o nell’edilizia, in cui l’immigrato
irregolarmente impiegato ha una vita esterna all’azienda e deve solitamente risolvere altrove i problemi abitativi
e della vita quotidiana; l’occupazione domestica, in cui il più delle volte l’immigrato è donna, risiede presso il
datore di lavoro, ha scarsi spazi di vita privata e opportunità di socializzazione extradomestica, è inserito in un
rapporto di familiarità che mescola protezione e sfruttamento.

Lavoro irregolare indipendente


- Autoimpiego di rifugio. È il lavoro indipendente marginale, svolto senza regolari licenze e autorizzazioni da
immigrati che non hanno altre opportunità di lavoro a disposizione o evadendo gli obblighi amministrativi e
fiscali. Assomiglia pertanto ai casi di rifugiati del mercato del lavoro, messi in luce dalla letteratura
internazionale. In Italia si esplica soprattutto attraverso il commercio ambulante abusivo o semiabusivo,
semimendicità, vendita di prodotti del proprio paese, smercio di prodotti contraffatti.
- Inserimento promozionale. È finalizzato a un progetto di attività autonoma in cui la situazione irregolare è
concepita come una fase provvisoria, che dovrebbe portare a un’impresa regolarmente operante sul mercato. In
questo ambito si colloca l’occupazione in imprese etniche, gestite da familiari, che assicurano un percorso di
professionalizzazione e graduale carriera interna, fino al grande passo dell’ingresso nella gestione o della
creazione di una nuova attività.

Lavoro coatto
- Lavoro coatto in azienda. In questa categoria comprendiamo le prestazioni di lavoro dipendente, a cui gli
immigrati sono costretti, in genere da loro connazionali, a motivo dei debiti contratti al momento dell’ingresso
in Italia e garantite dal ritiro del passaporto, o da altre forme di pressione e di riscatto. Si configura così un
rapporto che assomiglia più alla schiavitù che a un lavoro dipendente, in cui i lavoratori sono alla mercé dei
datori di lavoro, devono sottostare a orari prolungati e a ritmi molto sostenuti, non godono di giornate di riposo
né tantomeno di ferie. La loro fondamentale speranza è quella di poter estinguere il debito contratto e iniziare a
guadagnare fino a riuscire eventualmente a mettersi in proprio.
- Lavoro coatto nella prostituzione. Solo apparentemente questa attività è esercitata liberamente. In realtà, in
genere dietro alla donna che si prostituisce c’è una rete (o più) di sfruttamento e di costrizione, che parte dal
paese di origine e si organizza in Italia. La coazione può assumere varie forme: dall’inganno alla sottomissione
psicologica alle minacce.

Il funzionamento del mercato del lavoro immigrato


L’incontro tra sistema economico italiano e lavoro immigrato, non previsto e poco guidato dalle istituzioni pubbliche, è
stato in vario modo favorito da attori sociali, iniziative solidaristiche e servizi locali, come i diversi sportelli egli uffici
per l’immigrazione aperti in questi anni: un complesso di soggetti intermediari positivamente orientati verso l’inclusione
degli immigrati nella società italiana, che possiamo definire istituzioni solidaristiche.
La domanda di lavoro incontra l’offerta immigrata attraverso due canali, spesso variamente intrecciati: le reti informali
create dagli stessi immigrati, e l’azione di istituzioni solidaristiche e servizi specializzati, di matrice privato-autoctone,
favoriscono l’incontro tra la domanda e l’offerta. Le disposizioni normative intervengono in questi scambi, favorendo,
bloccando, selezionando le possibilità di ricorrere la lavoro immigrato.
Un mercato del lavoro in cui la domanda è rappresentata in prevalenza da piccole e piccolissime imprese, con un peso
crescente delle attività di servizio, e in cui il ruolo delle istituzioni pubbliche nel favorire l’incontro tra domanda e offerta
di lavoro risulta assai debole, tende a privilegiare reti di relazioni personalistiche e familiari. Nel mercato del lavoro
italiano, ma anche in altri paesi, nei settori produttivi in cui prevalgono le piccole imprese risulta fondamentale quella
forma di regolazione definita microsociale, in cui il capitale sociale degli individui, sotto forma di appartenenze e legami
interpersonali, ha un peso assai cospicuo nella ricerca di un’occupazione. Ne consegue che il reclutamento avviene
soprattutto attraverso conoscenze personali, a cui l’imprenditore si affida nella ricerca dei requisiti metaprofessionali che
gli interessano, come l’affidabilità. Per molte occupazioni questo modo di operare del mercato del lavoro penalizza gli

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immigrati, in quanto esclusi dalle reti sociali della società ospitante. In alcuni casi, però, si inseriscono efficacemente nei
meccanismi della regolazione microsociale, attivando quelle reti di solidarietà particolaristica, a base familiare ed etnica,
che producono le catene migratorie.
Studiare il lavoro degli immigrati significa dunque guardare anche al funzionamento delle reti sociali informali; alle
strategie con cui i soggetti raccolgono, elaborano e diffondono informazioni utili, rispondendo nel nostro caso a condizioni
di contesto avverse; alle forme di mutuo aiuto generate dalla comune condizione di estranei, proiettati in una società
aliena.
In conclusione, lo studio dell’inserimento lavorativo degli immigrati consente di cogliere con maggiore nitidezza alcuni
aspetti più generali del funzionamento del mercato del lavoro italiano: un mercato segmentato e disomogeneo, in cui la
domanda non è più egemone, e il dinamismo dell’offerta, le disposizioni normative, l’intervento di reti sociali perlopiù
informali, la mediazione di istituzioni di vario genere intervengono a costruire l’incontro tra le parti.

Capitolo 4: sul versante dei migranti: le funzioni delle reti sociali

Un fenomeno facilmente osservabile: le specializzazioni etniche


Capita spesso di osservare che gli immigrati di una certa nazionalità si concentrano in un determinato settore o svolgono
la medesima occupazione. È poi frequente, nel senso comune, associare queste destinazioni occupazionali a presunte
attitudini culturali: se i lavoratori provenienti da un determinato paese si ritrovano numerosi in un certo ambito
occupazionale, si tende a pensare che questo corrisponda a loro scelte, mentalità, forme di socializzazione, esperienze
pregresse che li inducono a inserirsi con particolare interesse proprio in quei lavori. Le ricerche sul camp tuttavia
raramente confermano questo presupposto. Non capita spesso, per esempio, che un immigrato svolga la medesima attività
nel paese d’origine. Incidono piuttosto i legami sociali che producono l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, i rapporti
interpersonali che diffondono informazioni sui posti disponibili, l’appoggio di parenti e amici che riescono a influenzare
le scelte dei datori di lavoro. Questo ragionamento vale in generale, anche per i lavoratori nazionali: legami interpersonali
e conoscenze sono un canale molto importante di ricerca del lavoro e del miglioramento della situazione occupazionale.
Per gli immigrati, i fattori relazionali sono ancora più decisivi, giacché essi non hanno per esempio la possibilità di
partecipare a concorsi pubblici non hanno studiato nel paese ricevente e solo in alcuni paesi riescono a far valere con una
certa facilità i titoli di studio conseguiti in patria.
Quasi sempre, gli ambiti in cui gli immigrati già insediati sono in grado di introdurre i muovi arrivati sono quelli in cui
già lavorano essi stessi, si sono fatti conoscere e apprezzare, dispongono di notizie su posti vacanti e nuove opportunità.
Di conseguenza, si formano catene di contatti e conoscenze che conducono a colonizzare determinate nicchie
occupazionali, abbandonate dai lavoratori nazionali. Il fatto poi che certi lavori si associno alla presenza di immigrati
tende a svalorizzarli e accelera l’esodo dell’offerta autoctona.
Concetto di network o rete sociale. Le reti migratorie possono essere intese come «complessi di legami interpersonali
che collegano migranti, migranti precedenti e non migranti nelle aree di origine e di destinazione, attraverso i vicoli di
parentela, amicizia e comunanza di origine». Un’altra definizione pone in rilievo alcune delle funzioni che svolgono le
reti, parlando di raggruppamenti di individui che mantengono contatti ricorrenti gli uni con gli altri, attraverso legami
occupazionali, familiari, culturali e affettivi. Inoltre, sono complesse formazioni che incanalano, filtrano e interpretano
informazioni, articolano significati, allocano risorse controllano i comportamenti.
È necessaria una precisazione terminologica. Si parla frequentemente di reti etniche per intendere le reti di persone che
condividono una comune origine nazionale, come sinonimo quindi di reti migratorie; si parla poi di specializzazioni
etniche quando le reti di connazionali si insediano in maniera significativa in una determinata nicchia del mercato del
lavoro, determinando sull’associazione tra provenienza e lavoro svolto da cui abbiamo preso le mosse.
Nell’ambito americano ha avuto una certa diffusione il concetto di enclave etnica, che indica una peculiare
concentrazione residenziale di una popolazione immigrata, capace di dar vita a imprese e istituzioni proprie che spaziano
dalle scuole alle chiese, dai giornali alle banche. Si arriva a dire, in questi casi, che si può vivere agevolmente nel paese
di immigrazione senza neppure conoscerne la lingua, ma risolvendo le diverse necessità della vita quotidiana all’interno
dell’enclave minoritaria di appartenenza. Sebbene la costituzione di enclave sia un caso estremo e raro, la formazione di
quartieri connotati etnicamente è un fenomeno nono nuovo e abbastanza diffuso. È tipico soprattutto dei pasi con storie
di immigrazione più antiche, ed è variamente valutato da osservatori e studiosi: come esperienza di ghettizzazione e
isolamento sociale degli immigrati, o viceversa come modalità insediativa che diversifica e arricchisce il panorama della
vita urbana, sotto il profilo dell’offerta culturale, commerciale, dell’intrattenimento.

Un caso di costruzione sociale dei processi economici


In un mercato del lavoro opaco e scarsamente organizzato, le reti migratorie sono diventate un soggetto determinante
rispetto all’incontro tra domanda e offerta, specialmente nelle aree di lavoro povero e socialmente sgradito. La diffusa
destrutturazione del mercato del lavoro italiano si incontra così con la regolazione particolaristica costruita dal basso
attraverso il bricolage diffuso delle reti migratorie. Fenomeni migratori ad alto grado di informalità e autopropulsione si
saldano in questo modo con un mercato del lavoro deregolato e insieme bisognoso di manodopera, in certi casi addirittura
facendo emergere una domanda ad hoc.
Questi processi dimostrano quanto il funzionamento del mercato del lavoro sia tributario di fenomeni sociali, che spaziano
dai rapporti di parentela e amicizia e muto aiuto al significato delle appartenenze ascritte, a forme premoderne di

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patrocinino e scambio di favori, chiamando in causa il significato anche economico di norme morali come quelle che
promuovono reciprocità e fiducia tra gli attori degli scambi.
Light e Gold rievocano in proposito l’antico termine cinese guanxi, che indica una relazione o un legame sociale: guanxi
è l’abilità nel costruire relazioni sociali vantaggiose, nel conservarle e poi nel richiamarle per avere aiuto nella propria
attività.
Lo studio delle reti degli immigrati è quindi un modo privilegiato per osservare come le relazioni sociali intervengono a
strutturare l’azione economica, e come la società moderna e una sua tipica istituzione come il mercato del lavoro siano
intrise di elementi che rimandano al passato, specialmente in determinate nicchie del mercato occupazionale, dove i titoli
di studio e le esperienze pregresse contano poco; in alcuni casi, sono tratti di personalità e requisiti extra lavorativi a
essere enfatizzati, come l’onestà, il senso di responsabilità, l’atteggiamento garbato e docile. Soprattutto in questi ambiti,
l’accreditamento derivante dall’appartenenza a determinate reti di relazione ed elementi di prossimità o somiglianza nei
confronti di chi già svolge quell’occupazione, funzionano da grossolano filtro di selezione.
Nei contesti economici contemporanei l’influenza delle reti sociali si rivela maggiore, pervadendo il reclutamento della
forza lavoro nell’economia dei servizi, delle piccole imprese e delle stesse attività basate sulla conoscenza. Teoricamente
le assunzioni operate attraverso le reti di contatti sociali riducono l’efficienza del mercato nel realizzare l’incontro tra
domanda e offerta di lavoro: si abbassa infatti la probabilità che le imprese trovino i lavoratori più adatti e che i lavoratori
trovino l’occupazione che meglio corrisponde alle loro capacità e aspirazioni. Ma nello stesso tempo, le reti riducono i
costi della raccolta di informazioni da ambo i lati, accelerano la circolazione di notizie riguardo alle nuove opportunità,
espandono la conoscenza tacita condivisa dai compagni di lavoro, permettono scambi di favori che torneranno utili in
futuro, forniscono garanzie a entrambe le parti circa il rispetto degli impegni assunti. Ogni mercato del lavoro reale è
quindi radicalmente segmentato, e ogni impresa ha un effettivo accesso soltanto a una frazione dei lavoratori che in
astratto potrebbero occupare i posti di lavoro offerti.
Proprio il fatto che le reti sociali siano un fenomeno diffuso e di crescente rilievo nella costruzione dei percorsi
professionali delle fasce sociali istruite e qualificati ci può guidare nell’approfondire, comparativamente, i tratti specifici
delle reti migratorie, e specificamente del loro inserimento nel contesto italiano.
Il caso dell’occupazione straniera illustra con particolare risalto come mai l’autoorganizzazione dell’offerta di lavoro,
attraverso i rapporti interpersonali, influenzi i meccanismi di reclutamento e quindi le modalità concrete di incontro tra
domanda e offerta di lavoro.
L’azione delle reti sociali è una forma di costruzione sociale dei processi economici. Porre in rilievo il ruolo delle reti e
quindi dell’iniziativa dei migranti significa anche uscire da una visione economicista e unidimensionale del mercato del
lavoro per assumere un approccio interattivo e dinamico, sensibile nei confronti dell’autonomia degli attori sociali e
dell’incidenza delle istituzioni.
Possiamo al riguardo avanzare tre ipotesi:
a L’azione delle reti migratorie e, per alcuni aspetti, di altre istituzioni sociali volte a favorire l’inserimento al
lavoro e l’insediamento sul territorio degli immigrati è tanto più importante quanto meno incide la regolazione
pubblica e specialmente statutale;
b Allargando lo sguardo al contesto internazionale, l’intervento di questi fattori sociali segue una specie di curva
a U;
c Un processo di inclusione degli immigrati affidato all’azione delle forze di mercato da un lato, e risorse delle
reti dall’altro, ha aspetti positivi, ma presenta anche rischi di ghettizzazione e di confinamento degli immigrati
in nicchie occupazionali.

Per quanto riguarda il nostro paese, le reti dei connazionali, con le loro fragilità e i loro limiti, sono la risorsa fondamentale
e pressoché unica su cui essi possono contare, in maniera molto più accentuata che negli altri paesi di insediamento.
Questa osservazione può essere estesa e generalizzata: per gli immigrati in Italia, le reti di relazione tra persone che
condividono la medesima origine nazionale rappresentano la principale agenzia di supporto nei percorsi di inclusione e il
punto di riferimento più prossimo nei mille problemi della vita quotidiana.
La regolazione microsociale occupa gli spazi lasciati vuoti da altri attori, a partire dai poteri pubblici, nella costruzione
di processi di integrazione economica e sociale dei nuovi arrivati. Li occupa a volte in modo inadeguato, altre volte in
forme non disinteressate, spesso con comportamenti competitivi, con altri network etnici, e comunque in modo non
universalistico, favorendo i connazionali e svantaggiando gli altri.
Inadeguatezza, fragilità e discontinuità delle misure istituzionali (pubbliche) di accoglienza e orientamento degli
immigrati hanno dunque caricato di responsabilità e di compiti le reti di mutuo aiuto tra immigrati, ben al di là della loro
istituzionalizzazione in associazioni, servizi aperti al pubblico, strutture formali di rappresentanza.
Per le stesse ragioni, le reti si strutturano e operano a un livello semisommerso, particolaristico, frammentario. Gli
immigrati normalmente si ritrovano e si aiutano su basi più ristrette, riconducibili soprattutto a clan familiari più o meno
ampi. L’effetto cumulativo, inintenzionale, dell’azione di questi complessi di rapporti particolaristici e della loro
interazione con la società ricevente, produce le specializzazioni etniche, le differenti traiettorie, i tassi molto variabili di
occupazione o di coinvolgimento in attività devianti delle diverse componenti nazionali dell’immigrazione in Italia.

Gli elementi distintivi delle reti migratorie


I tratti specifici delle reti migratorie possono essere ricondotti a due aspetti:

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1 Anzitutto, si tratta di reti più concentrate ed esclusive di quelle della popolazione autoctona. Di solito, ciascuno
di noi partecipa a diverse cerchie sociali: di appartenenza familiare, lavorative, elettive, comunitarie o di vicinato,
tanto che si può affermare che l’identità individuale si definisce grazie alle collocazioni multiple in più reti di
relazione e strutture di posizioni ricoperte da altri attori. Per gli immigrati è molto più probabile che queste
cerchie si sovrappongano e tendano a coincidere, per ragioni che spaziano dalle difficoltà linguistiche, al
mantenimento dei legami con la madrepatria, agli atteggiamenti discriminatori della popolazione autoctona, alla
conseguente debolezza dei legami con ambiti sociali come quelli del vicinato. Così, la rete familiare più o meno
allargata è anche il luogo in cui si trascorre il tempo libero, il riferimento a cui si ricorre in caso di bisogno, la
risorsa a cui ci si affida nella ricerca del lavoro. A sua volta, alla cerchia familiare e parentale intrattiene rapporti
soprattutto con altre reti familiari immigrate contraddistinte dalla comune origine, formando così network a base
etnica.
2 Secondo aspetto. Si sono formate comunità occupazionali a base etnica, in cui la provenienza e l’occupazione
tendono a legarsi strettamente. Questo avviene perché, per gli immigrati sono preponderanti i legami forti, quelli
basati su vincoli familiari o di stretta amicizia, mentre sono assai più tenui i legami deboli, basati sulla semplice
conoscenza o su frequentazioni occasionali, che potrebbero in realtà aiutarli a raggiungere altre destinazioni
occupazionali.

Il capitale sociale posto a loro disposizione dai reticoli a base familiare è infatti di solito alquanto specializzato, ossia
utilizzabile in ambiti ristretti, nel nostro caso eminentemente per trovare lavoro nelle nicchie colonizzate dal gruppo di
appartenenza, ma inservibile per uscire dai circuiti occupazionali riservati agli immigrati.
Più precisamente, il capitale sociale di solidarietà produce mutuo sostegno ed è cospicui, mentre il capitale sociale di
reciprocità, che deriva dai rapporti che si formano al di fuori del gruppo di appartenenza e utile per perseguire la mobilità
sociale, è carente.
Per questa ragione, le reti sociali degli immigrati sono una combinazione di fragilità e di forza. Si tratta di reti deboli,
perché sono formate da soggetti che nelle gerarchie sociali occupano una posizione subalterna e in molti casi hanno scarse
risorse, e comunque molto caratterizzate, da metter e in circolo. La migrazione tende infatti a schiacciare verso il basso
le caratteristiche individuali dei soggetti coinvolti, appiattendoli sull’immagine collettivizzata del gruppo nazionale di
appartenenza.
Le specializzazioni etniche sono insieme effetto e causa di questi processi: derivano dall’azione delle reti, e nello stesso
tempo sembrano apparentemente confermare le associazioni tra nazionalità e occupazione.
Si tratta in parecchi casi di reti forti perché si giovano della cosiddetta solidarietà vincolata: i partecipanti sanno di non
avere molte altre chances a disposizione, oltre a quella di darsi reciprocamente man forte e cercare di difendere la buona
reputazione del gruppo nel suo insieme. Il sostegno vicendevole e l’immagine positiva del gruppo di appartenenza presso
la società ricevente sono risorse da cui dipende molto del loro futuro.
La collettivizzazione degli immigrati sulla base della provenienza tende così a essere rielaborata in termini di
autopromozione. Alla collettività dei connazionali si tendono ad attribuire, per principio, doti positive, come la laboriosità,
la lealtà, il rispetto della parola data, spesso in competizione con altri gruppi etnico-nazionali.

Le declinazioni del sostegno reciproco


Diverse funzioni sociali svolte dalle reti etniche. Il loro statuto di rossa portante e pervasiva le colloca in una condizione
di centralità nei processi di inclusione, perché la loro azione di supporto si esplica in diversi ambiti.
- L’ambito dell’accoglienza e della sistemazione logistica, tale per cui la parentela anzitutto, e poi la più ampia
cerchia dei legami basati sulla comune origine e lingua, sono la stazione d’appoggio per i nuovi arrivati e la
risorsa su cui contare per la ricerca di un alloggio;
- L’area della ricerca del lavoro, in cui le reti etniche esplicano una delle più caratteristiche e visibili forme di
sponsorizzazione, fino a generare le forme di specializzazione etnica di cui abbiamo discusso. Spesso in questi
processi si affermano vere e proprie figure di broker, intermediari tra datori di lavoro e connazionali.;
- Area della promozione professionale. Questa, nel caso dei lavoratori immigrati a cui le carriere gerarchiche
sono molto spesso precluse, si identifica di solito con il passaggio al lavoro indipendente. In questo frangente
nei casi più evoluti le reti migratorie sono fornitrici di molteplici risorse che spaziano dal capitale finanziario
alla formazione imprenditoriale on the job, ma anche nei casi più modesti, come nella maggior parte delle
esperienze italiane, arrecano un importante fattore competitivo: il lavoro flessibile e collaborativo di familiari,
parenti e dipendenti connazionali;
- Il passaparola è il canale più diffuso di approvvigionamento delle informazioni rispetto alle molte procedure
burocratiche ed esigenze di vita quotidiana che gli immigrati devono affrontare, in contesti poco conosciuti e irti
di difficoltà. Allo stesso modo, sono le reti a convogliare i connazionali verso le istituzioni solidaristiche italiane
disponibili ad aiutarli. A volte, questo sistema informale di raccolta e scambio delle informazioni, muovendosi
su un terreno incerto e contraddittorio, in cui si cerca di compensare le lacune dei canali ufficiali di
comunicazione, è anche fonte di abbagli e dicerie;
- Supporto sociale: i parenti e, in minor misura, i connazionali sono anche la precaria risorsa a cui gli immigrati
fanno ricorso nelle molte situazioni di emergenza che non riescono a fronteggiare da soli: sfratti, malattie,

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incidenti di vario genere, necessità di far pervenire rimesse economiche o beni trasportabili ai familiari rimasti
in patria;
- Sostegno emotivo e psicologico: le reti migratorie sono il luogo del supporto amicale della socialità. Per questa
via aiutano a reggere lo stress della lontananza da casa, della solitudine, della difficoltà a comunicare. Formano
circuiti sociali in cui gli immigrati possono liberarsi del senso di inferiorità che viene loro indicato dalle società
riceventi. A volte in questi ambiti più esperti e intraprendenti possono assurgere a ruoli di leadership o di punti
di riferimento per altri, più giovani e inesperti. Attraverso la frequentazione dei connazionali, inoltre, gli
immigrati recuperano, rielaborano, a volt e riscoprono la propria identità culturale, sforzandosi di risituare le
loro categorie culturali e simboliche all’interno del nuovo contesto.

Le reti migratorie sono un polo dell’elaborazione di quelle identità miste, o col trattino, che rappresentano un esito
possibile dell’incontro tra genti diverse generato dai processi migratori.
Le funzioni delle reti sono diverse, per qualità e per importanza, a seconda delle situazioni individuali e dei momenti del
percorso migratorio. Normalmente, il loro apporto è più decisivo nelle prime fasi del processo di insediamento e nel caso
di persone sole, non accompagnate dalla famiglia. Il ricongiungimento familiare attenua la dipendenza dalla più ampia
rete dei connazionali, per quanto riguarda ad esempio il supporto sociale, il sostegno emotivo e le pratiche di
socializzazione nel tempo libero. L’accumulazione di esperienza, la socializzazione linguistica, l’apprendimento di una
certa capacità di muoversi nel mercato del lavoro e nella società ricevente.
Il legame con le reti dei connazionali è poi più stringente per gli immigrati meno qualificati e meno capaci di muoversi
autonomamente nel mercato del lavoro. Chi cerca di inserirsi in posizioni qualificate difficilmente può contare sulle
modeste risorse che parenti e connazionali possono fornire, almeno nel panorama italiano attuale. Si dispiega qui in tutta
la sua portata il problema già richiamato della specializzazione del capitale sociale.
Con l’evoluzione del ciclo migratorio possono anche instaurarsi nuove forme di legame con le reti dei connazionali. Le
esperienze micro imprenditoriali pescano nel serbatoio di risorse delle reti migratorie, anzitutto per la fornitura di lavoro,
e in misura crescente, man mano che le minoranze consolidano il proprio insediamento, acquistano capacità di consumo
ed esprimono una domanda di prodotti e servizi specifici, come mercati per un’offerta imprenditoriale dedicata. Così, le
reti migratorie alimentano fenomeni micro imprenditoriali, e questi a loro volta contribuiscono alla riproduzione culturale
e al consolidamento sociale delle comunità di connazionali.
Nelle minoranze che raggiungono un certo livello di insediamento si manifestano di norma domande crescenti di
consolidamento/ringiovanimento dell’identità culturale. Sorgono così altri servizi e istituzioni, che vanno dai giornali,
alle scuole, ecc. e contribuiscono alla formazione e alla circolazione di capitale sociale, che scaturisce dalla comune
origine e dal riferimento simbolico a una patria ancestrale.
Un’altra importante questione concerne poi il grado di organizzazione interna e di capacità di sostegno delle reti
migratorie nei confronti dei partecipanti. Possiamo distinguere a questo proposito reti disorganizzate e poco efficaci nel
sostenere l’inserimento sociale dei connazionali; reti dotate di una buona coesione interna e di un certo grado di
organizzazione comunitaria, ma efficaci nel promuovere l’inserimento lavorativo solo nelle nicchie debolmente
qualificate in cui si concentrano i connazionali;
reti coese fino all’isolamento e capaci di dar vita ad attività indipendenti molto basate sul lavoro dei connazionali, i quali
a loro volta trovano con relativa facilità un’occupazione, anche se neoarrivati e in condizione irregolare; reti più flessibili
e diversificate al loro interno, con una composizione intera articolata. I cui soggetti si inseriscono in una gamma più ampia
di occupazioni, dando vita anch’essi ad attività indipendenti, meno strettamente legate alla comune appartenenza (es.,
immigrazione egiziana a Milano).

Le dimensioni della solidarietà etnica


Vi sono alcune variabili attraverso le quali si struttura l’azione delle reti migratorie. Non è sempre facile distinguere
cause ed effetti della solidarietà etnica. Parliamo, quindi, in modo più in generale, di dimensioni che assumono rilievo
nell’analisi delle reti migratorie
- La prima dimensione riguarda la numerosità: gruppi troppo piccoli, o viceversa troppo numerosi, sembrano
incontrare maggiori difficoltà nel formare reti etniche funzionanti. I primi rischiano di trovarsi dispersi e di dover
affrontare in modo sostanzialmente individuale le sfide della ricerca del lavoro e dell’integrazione; i secondi di
non riuscire a conoscere e a filtrare i connazionali immigrati e di dover far fronte a una moltiplicazione di
domande di aiuto. La numerosità va comunque rapportata all’ambito locale: un gruppo può essere poco
numeroso su scala nazionale, ma concentrato in un contesto urbano. Inoltre, essendo i network etnici composti
di micro gruppi a base parentale, contano i sistemi di legami interpersonali e le condizioni che favoriscono
interscambi più allargati, spingendo ad ampliare la disponibilità al mutuo aiuto.
- Una seconda dimensione riguarda la concentrazione, ossia l’addensamento territoriale, oppure riferito
all’ambito lavorativo, che condiziona la frequenza e l’intensità dei rapporti sociali tra i partecipanti. Occorre
dunque distinguere la concentrazione spaziale rispetto alla concentrazione occupazionale. I due aspetti possono
sovrapporsi e rafforzarsi vicendevolmente. Possiamo così pensare che una rete migratoria insediata in un
quartiere preciso e in cui la maggior parte dei membri lavora in imprese gestite da connazionali sia più influente
di una rete disseminata sul territorio e nel sistema occupazionale. In questo senso, componenti nazionali

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numerose ma disperse tendono a dar vita a reti meno dense e coese di componenti più concentrate a livello
residenziale e occupazionale;
- Una terza dimensione riguarda la composizione, che influenza la dotazione di risorse, e quindi il capitale sociale
che la rete può mettere a disposizione dei membri. Una rete formata da persone scarsamente istruite e neoarrivate
ha una capacità di sostegno ben diversa da una rete in cui sono attivi soggetti istruiti, da tempo insediati, collocati
in posizioni vantaggiose nel sistema economico. Gli immigrati vengono schiacciati verso i bassi livelli delle
gerarchie sociali e professionali, l’identità collettiva desunta dall’origine geografica diventa caratterizzante e
appiattisce le differenze individuali; a volte, anzi, non viene neppure identificata correttamente ed è ricondotta a
categorie ancora più generiche e solitamente svalorizzanti. Le loro credenziali educative non vengono
riconosciute, o comunque sono filtrate con occhiuta selettività, e anche eventuali esperienze professionali,
pregresse faticano a essere considerate positivamente. Tuttavia, le diverse componenti della popolazione
immigrata sono interamente diversificate. Il livello d’istruzione sembra avere tuttavia, soprattutto nei paesi di
nuova immigrazione, un impatto ambivalente: dato che il mercato del lavoro offre agli stranieri soprattutto lavori
poveri, mancano le opportunità di valorizzazione del capitale umano. Le reti insistono a loro volta, in nicchie
debolmente qualificate. Gli immigrati istruiti sono quindi spinti verso le medesime occupazioni manuali dei
connazionali privi di titoli di studio. Cosicché, per una sorta di paradosso, appare mediamente più agevole
l’integrazione economica e sociale degli immigrati meno qualificati e disposti ad accontentarsi di lavori modesti
e poveri di prospettive.
- Una quarta dimensione riguarda la coesione interna, ossia la forza dei legami che tengono insieme i partecipanti
e li vincolano al sostegno reciproco, generando fiducia, scambi di informazioni, circolazione di risorse di vario
genere, difesa contro la discriminazione o la concorrenza di altri gruppi nazionali. La coesione può avere a che
fare con la concentrazione, ma possiede una valenza autonoma: anche in assenza di concentrazione spaziale, le
reti possono essere più o meno coese, così come la concentrazione non produce necessariamente coesione. La
concentrazione occupazionale può essere un effetto della coesione, o comunque entra in un rapporto circolare
con la solidarietà interna alla rete. I rapporti tra coesione e composizione del gruppo sono invece più controversi:
si osserva di solito una tendenza alla fuoriuscita dalla rete o all’allontanamento dei legami da parte dei soggetti
che hanno conquistato posizioni migliori, quando gli altri membri del gruppo sono rimasti in condizioni
marginali.
- Una quinta dimensione si riferisce alla capacità di controllo sociale che in parte dipende dalle dimensioni
precedentemente richiamata ma che può essere identificata come un requisito specifico: quando le reti fanno
capo a istituzioni dotate di autorevolezza morale e hanno leader riconosciuti, dispongono di maggiore capacità
di influenzare i comportamenti dei membri, di sanzionare i casi di devianza, di richiamare il valore della tutela
della buona reputazione del gruppo. La frequenza di incontri comunitari con elevato valore simbolico ribadisce
il ruolo delle guide morali e innalza la capacità di controllo.

Alcune variabili:
- Distanza geografica: generalmente, chi arriva da più lontano è più selezionato alla partenza, dispone di maggiori
risorse in termini di capitale umano e sociale, sa di dover investire in progetti migratori più dilatati nel tempo,
acquista consapevolezza d’importanza della coesione di gruppo per trovare appoggio e reggere i costi psicologici
dello sradicamento e del trapianto in un nuovo contesto sociale, mentre chi parte da vicino affronta costi minori.
Roberts parla di durate socialmente attese delle migrazioni, e spiega in tal modo il minor successo professionale
dei migranti messicani negli stati Uniti, rispetto ad altri gruppi, come i giapponesi. I nel caso italiano, gruppi
arrivati da più lontano, come cinesi o filippini, appaiono più in generale capacità di attivare forme di solidarietà
interna e di promuovere l’inserimento occupazionale dei connazionali, rispetto a gruppi più vicini dal punto di
vista geografico.
- Fattore tempo: i gruppi arrivati prima tendono ad occupare gli spazi disponibili nel mercato del lavoro e ad
attivare catene di richiamo a vantaggio dei connazionali, attuando strategie di chiusura nei confronti di altri
gruppi di immigrati. Si notano tuttavia componenti nazionali che, dopo anni, risultano ancora relativamente
disorganizzate e poco integrate nella società ricevente.
- Ricezione sociale: azione della società ricevente, che si traduce in gradi diversi di accettazione sociale e di
apertura, derivante dalle rappresentazioni delle collettività a base etnico-nazionale. I fenomeni di etichettatura
sono pervasivi e tendono a produrre immagini collettivizzanti che si applicano a tutti coloro che provengono da
un determinato paese, hanno certi tratti somatici o professano una determinata religione. I gruppi più colpiti da
stereotipi negativi sono anche oggetto di più rigide discriminazioni e quindi si trovano condizionati, tra l’altro,
nella capacità di sponsorizzare i propri connazionali. I membri perseguono strategie di invisibilità e di
inserimento individuale o per piccoli gruppi a base familiare. Gruppi più accettati ma associati con occupazioni
modeste rischiano invece di essere avviluppati nei meccanismi dell’integrazione subalterna: sono visti
relativamente bene, ma associati con ruoli umili, strettamente subordinata ai fabbisogni della società ricevente,
senza spazi apparenti di miglioramento. In questo caso, le reti svolgono in realtà una funzione di mediazione che
contribuisce a rielaborare e a rendere tollerabili, nel nuovo contesto della società ricevente, rapporti di lavoro
culturalmente inaccettabili, che nella società di provenienza con ogni probabilità dalle stesse persone sarebbero
rifiutati.

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Reti come risorse
Le reti migratorie non hanno solo valenze positive. Possono limitare la mobilità individuale, rafforzare la segregazione
occupazionale, e persino coinvolgere i partecipanti in attività devianti. Occorre domandarsi quale sarebbe il destino dei
migranti se non potessero contare sulle reti dei connazionali. Solo ragionando in termini astratti possiamo immaginare un
mercato del lavoro universalistico, fluido, aperto verso i nuovi arrivati, in cui ciascuno possa farsi strada in base alle sue
effettive capacità.
Se gli immigrati non potessero contare neppure sulle reti etniche, sarebbero ancora più deboli, marginali e sfruttati.
Benché i legami sociali di cui dispongono li avviino verso posti di lavoro a basso status sociale e concorrano a produrre
ghettizzazioni occupazionali, l’alternativa di fatto prevedibile non sarebbe un inserimento migliore e più diversificato,
bensì un maggiore rischio di esclusione e di caduta in circuiti illegali.
La letteratura americana ci illustra casi di nicchie etniche di alto livello professionale, in cui il problema diventa semmai
quello di riaprire ragionevoli possibilità di accesso ai membri della maggioranza. Light e Golsd parlano di nichel
upgrading.
Non tutte le attività connotate etnicamente sono quindi ugualmente povere di prospettive. Già oggi in Italia in ambiti con
basse barriere all’ingresso, come l’edilizia, si verificano con una certa frequenza passaggi dalla condizione di dipendente
a quella di lavoratore autonomo o di datore di lavoro.
Insostituibile è il contributo delle reti migratorie nel mantenimento di riferimenti identitari, nell’alimentazione della
diversità culturale, nell’organizzazione collettiva ed eventualmente nell’azione politica, rivolta alla lotta contro la
discriminazione e alla tutela dei diritti degli immigrati. Il passaggio a forme più sviluppate e trasparenti di rappresentanza
è allora auspicabile, ma nessuna associazione formale potrebbe prosperare se non potesse contare su un senso di
appartenenza e un investimento affettivo da parte dei membri.
Uno dei progressi auspicabili è il consolidamento delle reti migratorie in forme associative: occorrono interventi
appropriati, finanziamenti, appoggi da parte della società civile per favorire un vero e proprio salto di qualità.
Diversi effetti negativi della solidarietà etnica vanno poi attribuiti in realtà alla carenza di interventi istituzionali
compensativi dei limiti delle reti mutuo sostegno tra parenti e connazionali. Se un immigrato istruito non riesce a trovare
lavoro al di fuori della nicchia occupazionale, la colpa non è della rete ma della carenza di politiche e servizi per l’impiego
capaci di sostenerlo.
La vera sfida non consiste allora nel superare le reti migratorie, bensì nel poterle considerare risorse flessibili e non
esclusive, capaci di offrire sostegno ma non costrittive, in grado di assecondare i processi di integrazione senza vincolare
i percorsi soggettivi, indispensabili nel conservare memorie e tradizioni culturali senza rinchiudere gli individui in schemi
di comportamento immutabili, efficaci nel contribuire alla costruzione dell’identità personale senza produrre chiusure e
segregazioni.

Capitolo 5: il passaggio al lavoro indipendente

Il versante dell’offerta di lavoro autonomo


Il ruolo storico delle minoranze intermediarie, ossia di quei gruppi entici o religiosi che si sono affermati, in società a
economia premoderna, come agenti di connessione, commerciali o creditizi, tra élite e masse, può essere visto come una
cerniera tra l’imprenditoria straniera che interessò alcuni dei padri fondatori della sociologia e la disseminazione
contemporanea di molteplici forme di iniziativa economica ad opera di soggetti immigrati.
In forme diverse, processi simili si ripropongono infatti nelle società contemporanee: gruppi minoritari, socialmente
marginali, esclusi da molte opportunità di vita migliore nel contesto della società che li ospitano, spinti dal bisogno e
dall’aspirazione alla mobilità sociale, sviluppano una propensione al lavoro in proprio e alla micromiprenditorialità, che
si inserisce negli interstizi dei sistemi economici dominanti e incontra determinate esigenze dei mercati. Anche in Europa
questa esperienza assume ovunque un’importanza crescente.
Il tasso di lavoro autonomo degli immigrati è cresciuto più di quello degli autoctoni in molti paesi, mentre, fino agli inizi
degli anni ottanta la scelta del lavoro autonomo per un immigrato tendeva a coincidere con l’integrazione nella società
ospitante, ossia con la naturalizzazione, e negli ultimi due decenni questo legame non si rivela sempre stringente. Anzi,
l’aspetto più impressionante è rappresentato dall’emergere di capacità impeditive in minoranze culturalmente poco
integrate, specialmente nel contesto nordamericano.
Anche in Italia il fenomeno sta cominciando ad acquistare una consistenza significativa, non più limitata a esperienze
circoscritte come quella dei ristoranti o delle ditte di confezioni per conto terzi a titolarità cinese. Naturalmente i valori
medi registrati dalle statistiche non rendono ragione delle profonde differenze tra i contesti locali e tra i diversi gruppi
nazionali.
L’analisi di queste diversità, e l’approfondimento delle ragioni della maggiore o minore partecipazione degli immigrati
al lavoro autonomo, rappresenta una questione di rilievo nell’ambito della letteratura su quello che viene definito ethic
business.

Prendiamo ora in esame le principali ipotesi esplicative sviluppate dalla ricerca socioeconomica in questo campo,
cominciando da quelle, più antiche e numerose, che hanno privilegiato il versante dell’offerta di iniziativa imprenditoriale,
cercando le ragioni della diversità incontrate nelle caratteristiche interne delle popolazioni immigrate

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- Spiegazione di tipo culturale, basate sul background psicologico, religioso, professionale, socioculturale di
alcuni gruppi etnici, che li renderebbe più propensi di altri alle attività commerciali e al lavoro autonomo in
generale, grazie a un’adesione particolarmente profonda a valori come l’indipendenza, l’autodisciplina, la
frugalità, l’attitudine al rischio e l’applicazione sul lavoro. Associata ai fattori culturali è anche l’enfasi sui
vantaggi etnici, rappresentati dalla disponibilità di lavoro etnico affidabile e poco costoso, dalle norme morali
interne alle collettività immigrate che plasmano i rapporti tra imprenditori e dipendenti, dalle forme di supporto
e assistenza che i connazionali possono fornire, sotto forma di accesso al capitale e a informazioni utili. Una
volta ridimensionata l’enfasi sui fattori culturali, sempre difficili da isolare e discernere, l’attenzione ai vantaggi
peculiari e documentabili, derivanti dall’inserimento degli operatori economici nelle reti migratorie resta ancora
oggi un leitmotiv di molta letteratura sull’argomento. Quanto all’etnicità, è sempre più condivisa l’idea che essa
sia fabbricata a contatto con la società ricevente, più che importata e trapiantata integralmente dall’estero, dunque
prodotta e riprodotta nell’interazione, decostruita e ricostruita, allo scopo di sfruttare i vantaggi che può fornire
e agevolare l’adattamento ai vincoli strutturali incontrati.
- Teoria dello svantaggio, di Newcomer e Collins. In questa visione, la scelta del lavoro autonomo costituirebbe
una risposta reattiva alle difficoltà di inserimento sociale, e in special modo alla disoccupazione. Minoranze
svantaggiate per la scarsa padronanza della lingua, un capitale educativo scarso o poco spendibile, vere e proprie
forme di discriminazione nell’accesso al lavoro, tenderebbero a rifugiarsi in attività indipendenti che richiedano
ridotti investimenti in capitali e tecnologie, e quindi perlopiù marginali e poco remunerative. Le difficoltà
dell’accesso al lavoro dipendente, specie alle occupazioni stabili, qualificate, ben retribuite, spiegherebbe
dunque la diffusione del lavoro autonomo in minoranze immigrate socialmente svantaggiate. Per Jones e
McEvoy lo sviluppo di attività indipendenti tra gli immigrati asiatici nel Regno Unito e nel Canada, considerati
come rifugiati del mercato del lavoro, sarebbero quasi sempre strutturalmente deboli, instabili, poco redditizie,
e condurrebbero alla formazione della sotto borghesia  concentrazione in settori e spazi marginali
dell’economia, sopravvivenza precaria, orar prolungati, lavoro pesante e intensivo sarebbero gli aspetti
caratterizzanti dell’imprenditoria immigrata. Jones e Ram hanno ribadito e aggiornato questa linea interpretativa.
L’imprenditorialità asiatica nel Regno Unito non è solo essenzialmente una strategia di precaria sopravvivenza
sotto la pressione della deindustrializzazione e dell’espulsione dai lavori manuali (salariati) per i quali gli
immigrati erano stati precedentemente reclutati, ma conosce un declino a partire dalla seconda metà degli anni
novanta. Grazie anche alla crescita dell’istruzione, questa componente è entrata maggiormente nell’occupazione
dipendente, facendo registrare un netto calo del tasso di disoccupazione, ma anche della percentuale di lavoratori
autonomi. In effetti, le tradizionali nicchie di insediamento degli operatori economici immigrati, come il piccolo
commercio, sono sempre più minacciate dall’estensione della distribuzione moderna. Dunque, sia dal versante
dell’offerta, sia da quello della domanda provengono pressioni che conducono alla contrazione del fenomeno
dell’ethic business.
- Una variante meno pessimistica della teoria dello svantaggio può essere individuata nell’ipotesi della mobilità
bloccata: gli immigrati tenderebbero a passate al lavoro indipendente perché nel mercato del lavoro dipendente
e nelle organizzazioni gerarchiche non riescono ad avanzare in misura corrispondente alle loro credenziali
educative, capacità e aspirazioni. L’intraprendenza sarebbe, in altri termini, la risposta alla discriminazione
incontrata non tanto all’accesso nell’occupazione salariata, quanto piuttosto negli sviluppi successivi. Occorre
notare una differenza tra la teoria dello svantaggio e quella della mobilità bloccata: per la prima, l’autoimpiego
rappresenta un’alternativa estrema alla disoccupazione, è meno ambito dell’occupazione dipendente, manifesta
una correlazione inversa con l’istruzione. Per la seconda, invece, si tratterebbe di una risposta alla
discriminazione nelle carriere organizzative: è quindi un passo avanti rispetto all’occupazione salariata, e ha una
correlazione positiva con l’istruzione e con l’esperienza professionale accumulata. Per queste ragioni, se la teoria
dello svantaggio esprime una visione negativa e pessimistica dell’addensamento degli immigrati nel lavoro
autonomo, nell’ipotesi della mobilità bloccata si può scorgere un cauto ottimismo e in genere anche un
atteggiamento simpatetico nei confronti del fenomeno. La mobilità bloccata, inoltre, non costituisce una
motivazione esaustiva e autosufficiente: viene considerata come una condizione per la mobilitazione verso il
lavoro indipendente, e ha bisogno di essere integrata da altri fattori, che aiutino a comprendere perché, a parità
di ostacoli, alcuni gruppi riescano più di altri a individuare strade alternative di promozione sociale attraverso il
lavoro in proprio.
- Un’altra interpretazione è quella delle middleman minorities (Bonacich): si tratta di quei gruppi etnici che
attraverso il mondo hanno storicamente ricoperto, e ancora rivestono, il ruolo di minoranze di intermediari tra
produttore e consumatore, proprietario e affittuario, élite e classi popolari. Secondo l’autrice, questi gruppi, per
quanto diversi, condividono alcune caratteristiche essenziali: 1) sono migranti che non intendono insediarsi in
maniera permanente e mostrano un attaccamento inusuale a una patria ancestrale; 2) si concentrano in
determinate occupazioni, soprattutto commerciali, che non li vincolano per lunghi periodi alla terra di approdo,
privilegiando la liquidità del capitale; 3) manifestano una tendenza alla parsimonia, un’enfasi sul risparmio, una
diffusa pratica di lunghi orari di lavoro. Proprio l’idea della migrazione come scelta temporanea favorisce poi
un alto grado di solidarietà interna, con la formazione di comunità molto organizzate e resistenti
all’assimilazione. La solidarietà interna svolge inoltre un ruolo molto importante sul versante economico,
garantendo un’efficiente distribuzione delle risorse e contribuendo a controllare la competizione dell’ambito del

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gruppo. Ne risulta che l’impresa middleman è solitamente labour intensive, ma nello stesso tempo capace di
tagliare drasticamente il costo del lavoro attraverso una gestione paternalistica, in moti casi a base familiare, dei
rapporti con i dipendenti, che spesso non vengono retribuiti in termini contrattualmente corretti, ma agevolati in
vario modo. Questo comportamento economico viene accostato da Bonacich al capitalismo preindustriale
analizzato da Weber per contrasto con l’organizzazione capitalistica moderna e il suo rapporto universalistico e
contrattuale con il fattore lavoro. In seguito, Light e Bonacich hanno ammesso che l’enfasi sulle middleman
minorities è troppo restrittiva, e risulta necessario passare al più ampio concetto di imprenditoria immigrata,
tipica di quei gruppi in cui il tasso di lavoratori autonomi supera nettamente quello della media della popolazione.
A sua volta, l’imprenditoria immigrata si traduce in imprenditoria etnica quando una seconda generazione
continua la specializzazione nel lavoro autonomo dei genitori. Le middleman minorities vengono quindi
ricondotte a un caso particolare di economia etnica, derivante da una successione di generazioni che si
caratterizzano per una specializzazione commerciale e resistono all’assimilazione da parte della maggioranza
autoctona. L’economia etnica può essere definita come l’insieme di imprenditori e lavoratori autonomi che
condividono le medesime origine etniche, con l’aggiunta dei loro salariati coetnici.
- Successione ecologica di Aldrich e Park. L’assunto di base è che la piccola borghesia impegnata in attività
indipendenti non sia in grado di autoriprodursi in misura sufficiente e sopravviva mediante il reclutamento di
piccoli imprenditori da classi sociali più basse. Per le medesime ragioni, quando in un determinato quartiere i
più anziani e insediati operatori nazionali cominciano ad uscire dall’attività e non trovano successori, nuovi
lavoratori indipendenti, sorti dalle fila delle popolazioni immigrate, tendono a prendere il loro posto. Anche per
i gruppi di più antica immigrazione, però, con il tempo i processi di assimilazione, il conseguimento di più alti
livelli di istruzione e la diminuzione delle discriminazioni nelle carriere e ampliano la pe possibilità di accedere
a posizioni più prestigiose nelle grandi organizzazioni, e contemporaneamente intaccano la propensione
all’imprenditorialità. Nuove componenti migratorie, di arrivo più recente e positivamente motivate verso il
lavoro autonomo, tendono così a prendere il loro post, specie nelle attività più pesanti e rischiose e nei quartieri
socialmente più problematici.
- Economie di enclave (Portes)  aree in cui si realizza un’elevata concentrazione di imprese fondate e dirette
da stranieri. L’intento da cui muove questo approccio è quello di contrastare le interpretazioni deterministiche
dell’inserimento nel mercato del lavoro degli immigrati, in termini assimilazionisti o strutturalisti. Oltre al
fenomeno crescente delle skilled migrations, Portes ha sottolineato la possibilità che l’iniziativa e
l’autorganizzazione dei gruppi immigrati producano, a certe condizioni, un rapido progresso in termini di redditi
e di collocazione sociale. In tutti questi casi si tratta di gruppi immigrati che si concentrano in una determinata
dislocazione spaziale e organizzano una varietà di imprese, destinate a servire dapprima il mercato interno del
gruppo, poi la popolazione in generale. Elemento basilare delle enclave è il fatto che una quota significativa
della forza lavoro immigrata sia occupata in imprese di proprietà di altri immigrati. La nascita di queste imprese
è ricondotta da Portes all’arrivo di immigrati già introdotti nel loro paese in attività commerciali e affaristiche e
quindi esperi nell’arte di comprare e vendere. È questo il requisito più critico: se mancano figure del genere, il
gruppo tende ad essere confinato nel lavoro subordinato. Un secondo fattore necessario è il capitale. Anche per
Portes, oltre ai risparmi familiari, è decisivo il sostegno garantito dalla rete di amicizie e più in generale dal
gruppo di appartenenza., che talvolta riesce a dar vita a istituzioni finanziarie proprie. Il terzo fattore è il lavoro.
Elemento rilevante nella teoria di Portes è dunque la funzionalità e la volontarietà della segregazione
occupazionale degli immigrati, e della concentrazione delle imprese etniche in aree ristrette e molto
caratterizzate. Essa contribuisce a rafforzare la solidarietà etnica, che a sua volta consente alle imprese di giovarsi
di un alto grado di lealtà, di cooperazione e di flessibilità della forza lavoro; e nello stesso tempo consente ai
lavoratori di sperare in avanzamenti di carriera all’interno dell’impresa, nell’acquisizione di capacità
professionali e in un sostegno nell’eventualità del passaggio al lavoro autonomo.
- Integrazione fra la teoria culturale e quella dello svantaggio (Light): egli sottolinea anzitutto il ruolo delle
risorse etniche collettive, distinguendole dalle risorse di classe, che rendono gli individui più o mano atti a
intraprendere attività imprenditoriali. Alcuni gruppi immigrati hanno sviluppato tassi di imprenditorialità più
elevati della media perché hanno potuto disporre di particolari risorse, di cui la popolazione nativa non mancava.
Le risorse etniche collettive comprendono quelle caratteristiche del gruppo nel suo insieme che risultano
vantaggiose per l’iniziativa imprenditoriale, e che possono essere ricondotte a quattro categorie: dotazioni
culturali ortodosse, soddisfazione relativa per l’esperienza migratoria solidarietà interna reattiva nei confronti
della società interna, orientamento a una permanenza limitata nel tempo. Light riprende poi alcuni elementi della
teoria dello svantaggio, ammettendo l’idea che la tendenza all’autoimpiego si colleghi con una posizione di
debolezza sul mercato del lavoro: i gruppi socialmente discriminati, tra cui gli immigrati, soffrono di una
sottooccupazione cronica, che spinge alcuni individui a indirizzarsi al lavoro autonomo come via di scampo da
una situazione di emarginazione. Ma non tutti i gruppi svantaggiati si mostrano egualmente intraprendenti. Per
intraprendere, argomenta Light, è necessario disporre di risorse. Ciò che distingue allora le minoranze
imprenditive da altri gruppi svantaggiati è la disponibilità di risorse collettive che permettono agli individui di
convertire un irresistibile bisogno di reddito in una piccola attività che genera reddito. Rientrano quindi in gioco
i fattori culturali, i legami e le tradizioni precedenti alla migrazione. Il processo di deterioramento si rivela più

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lento di quanto gli studiosi prevedessero, a causa degli indiscutibili vantaggi offerti dal capitalismo etnico:
l’etnicità supporta l’economia etnica e l’economia etnica supporta la perpetuazione dell’etnicità.

In termini generali, si assiste a una risottolineatura dell’importanza delle risorse di classe per intraprendere con successo,
con un certo riavvicinamento alle tradizionali posizioni degli ecomomisti e un certo arretramento dell’enfasi posta sulle
risorse etniche, più tipicamente sociologica e antropologica.
Questi studi ricordano che si è affacciata, nel panorama internazionale delle migrazioni, una nuova ondata di immigrati
professionalmente qualificati, che si dirigono verso i paesi che offrono maggiori aperture e opportunità per gli aspiranti
imprenditori, cosicché non soltanto la popolazione immigrata su scala mondiale è sempre più differenziata e stratificata,
ma anche la classe imprenditoriale.

Il versante della domanda e i tentativi di integrazione


Le diverse interpretazioni dell’imprenditorialità degli immigrati sono soggette a un’obiezione: anche se con accentuazioni
diverse, enfatizzano il versante dell’offerta, analizzando le motivazioni e i processi di inserimento nel lavoro autonomo
delle minoranze immigrate.
Da alcuni anni, si rileva negli studi sull’argomento una maggiore consapevolezza delle connessioni tra imprenditoria
immigrata e sistemi economici delle società ospitanti, anche tra autori che si erano caratterizzati nel passato per un’enfasi
sulle dinamiche dell’offerta imprenditoriale immigrata e sui fattori culturali predisponenti.
L’approfondimento della domanda di piccola imprenditoria, nelle sue interazioni con l’offerta di lavoro indipendente, si
sta rivelando essenziale per comprendere le ragioni e le forme dello sviluppo di imprese etniche. Di recente, cominciano
a essere presi in considerazione anche i fattori istituzionali.
Le analisi di Sassen aiutano a comprendere come la trasformazione dei modelli di consumo nell’ultimo decennio e i
cambiamenti dell’economia urbana incoraggino la proliferazione di piccole imprese.
Nelle metropoli rigenerate dalla globalizzazione economica, il lavoro ricco degli strati professionali privilegiati genera
una diffusa domanda di lavoro povero, sia nei servizi alle imprese, sia nelle attività di manutenzione, sia nei servizi alle
persone e alle unità familiari.
Oltre ad avere bisogno di lavoratori salariati, questi sistemi economici manifestano l’esigenza di operatori in grado di
organizzare il lavoro e di produrre in maniera efficiente i servizi richiesti.
La manutenzione dell’infrastruttura urbana richiede infatti una sufficiente dotazione di imprese che assicurino servizi
come le pulizie o gli approvvigionamenti. Individui e famiglie domandano a loro volta non solo colf o addetti
all’assistenza, ma anche piccoli operatori economici in grado di produrre e fornire all’interno delle grandi città una vasta
gamma di servizi, come ristoranti o parrucchieri.
La penetrazione degli immigrati in questi ambiti, non solo come salariati ma anche come lavoratori autonomi, è poi
favorita dalla diminuzione di offerta imprenditoriale da parte dei nativi, attratti da occupazioni più sicure.
Tripartizione delle economie metropolitane:
- Area centrale, composta di industrie ad alta intensità di capitale e servizi professionali basati sulla conoscenza,
in cui proprietari e lavoratori sono per lo più di razza bianca;
- Semiperiferia di economie etniche promosse da gruppi specifici di immigrati nei settori produttivi lasciati dai
bianchi;
- Periferia in cui altri gruppi etnici, i più deboli o i nuovi arrivati, competono alla ricerca di occupazioni
dipendenti.

Il dato interessante consiste nell’individuazione di uno strato sociale a sé stante di operatori economici immigrati che
svolgono vitali compiti di connessione e fornitura di servizi essenziali per la vita quotidiana delle metropoli.
Bossevain si sofferma sul ruolo della regolamentazione dell’attività economica esercitata dai poteri pubblici per
comprendere le direttrici dello sviluppo delle attività indipendenti degli immigrati. Non solo infatti questi ultimi si
indirizzano verso settori che presentano basse soglie all’ingresso in termini di capitali di qualificazione tecnico-
professionale, ma tendono anche ad addensarsi in ambiti in cui la regolamentazione è meno rigida.
L’azione dei poteri pubblici ha quindi un ruolo nella strutturazione dell’offerta di attività indipendenti da parte delle
popolazioni immigrate.
Questa idea è stata rilanciata, a un più alto livello di generalizzazione, da Engelen: economie nazionali in cui è maggiore
l’affidamento allo scambio di mercato per la regolazione dell’economia e la fornitura di servizi (economie mercificate)
offrono maggiori chances all’azione imprenditoriale di economie più regolate dalle istituzioni pubbliche.
Per il caso italiano, è empiricamente rilevabile l’effetto della liberalizzazione della possibilità di aprire ditte individuali e
società cooperative in seguito alla legge Turco-Napolitano. In seguito ad essa, i valori sono rapidamente cresciuti e hanno
potuto affacciarsi al lavoro indipendente anche componenti nazionali che si trovavano in precedenza bloccate dalla
clausola della reciprocità.

In questo scenario, Waldigner e colleghi hanno elaborato un modello interpretativo che enfatizza esplicitamente la
struttura delle opportunità che stanno a fronte degli immigrati, così come la distribuzione delle risorse e le modalità con
cui sono rese disponibili alle minoranze etniche. Pertanto, l’attività economica degli immigrati viene studiata come la
conseguenza interattiva del perseguimento di opportunità attraverso una mobilitazione di risorse mediate dai reticoli etnici

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in condizioni storiche uniche; nello stesso tempo, può essere studiata come un modo in cui gli immigrati e le minoranze
etniche possono rispondere all’attuale ristrutturazione delle economie occidentali.
Le analisi di Waldigner insistono sugli spazi di mercato in cui le imprese etniche si inseriscono. Tipicamente, il primo
mercato si svilupperebbe all’interno della comunità immigrata; ma il mercato interno è ristretto, sovraffollato e dotato di
scarso potere d’acquisto. Di qui la spinta a muovere verso mercati più aperti.
Oltre all’offerta di prodotti esotici a una popolazione autoctona dai gusti sempre più diversificati, le imprese immigrate
appaiono specializzate nell’inserimento in settori caratterizzati da scarsa presenza di grandi impresse, basse barriere
all’ingresso, ridotte economie di scala, instabilità e incertezza.
Secondo Waldigner, l’accesso alla proprietà di impresa in questi ambiti è reso possibile dalla diminuzione di offerta
imprenditoriale da parte dei nativi, attratti da occupazioni più sicure, gratificanti, socialmente considerate.
L’emergere dei nuovi arrivati, come gruppo di rimpiazzo nelle attività indipendenti viene ricondotto anche da Waldigner
a fattori socio-culturali: autoselezione alla partenza degli individui più preparati e inclini al rischio, predisposizione al
commercio, risorse informali assicurate dal gruppo etnico un accento particolare viene posto sulla mobilità bloccata, che
incanala verso il lavoro autonomo le speranze di ascesa sociale.
L’etnicità allora acquista rilievo quando le connessioni sociali tra i membri di un gruppo etnico aiutano a stabilire
concentrazioni occupazionali, settoriali o spaziali distinte.
Le risorse informali del gruppo sono di fondamentale importanza nel garantire la sopravvivenza e la competitività
dell’impresa. Mentre i piccoli imprenditori autoctoni lamentano spesso una seria difficoltà nel reclutamento di lavoratori
affidabili, i loro concorrenti immigrati possono attingere al network del proprio gruppo di origine, stabilire con maggiore
facilità rapporti di lealtà e fiducia reciproca, ottenere applicazione e flessibilità offrendo condizioni di lavoro inferiori agli
standard fissati dai contratti o corrispondenti agli stili di vita comunemente accettati nelle società occidentali; in cambio,
saranno a loro volta obbligati a concedere vari tipi di vantaggi.
Circolazione di informazioni, ricerca di capitali, reperimento di possibili soci sono altresì facilitati dalla solidarietà etnica.
Così pure i rapporti tra imprese collegate all’interno di una stessa filiera traggono beneficio, in termini di minori costi di
transazione, dalle relazioni sociali informali, personalistiche e fiduciarie tra parenti e connazionali.

Il punto chiave del contributo di Waldigner, quello dell’interazione tra opportunità offerte dai mercati e offerta di
imprenditorialità da parte degli immigrati è stato successivamente ripreso e ampliato da Light e Ravenstein. Essi
distinguono risorse etniche specifiche e risorse di utilità generale: le prime forniscono a chi le possiede un vantaggio
peculiare in un particolare contesto di mercato, ma non sono applicabili in generale; le seconde si riferiscono a risorse
che consentono risposte versatili a ogni tipo di domanda economica. La teoria dell’interazione proposta da Waldigner
trascura questi elementi.
Un’analisi dei dati relativi a 167 aree metropolitane americane conferma la rilevanza dell’istruzione ai fini del successo
imprenditoriale. Per contro, le risorse specificatamente etniche incoraggiano e supportano la creazione di nuove imprese
soprattutto tra i soggetti meno provvisti di capitale e istruzione: si tratterà, molto probabilmente, di attività indipendenti
più modeste e precarie di quelle avviate da operatori istruiti e professionalmente preparati. Non va dimenticato che quando
si parla di microimprese nelle economie contemporanee si assemblano fenomeni assai diversi; sono soggetti con dotazioni
assai diverse di capitale umano e finanziario, nonché dipendenti in grado diverso dalle risorse comunitarie, a inserirsi in
queste attività.

Punti deboli del modello di Waldigner:


- insistenza sulla dimensione etnica e comunitaria dell’imprenditorialità. In realtà, solo una parte delle attività
indipendenti scaturite dall’immigrazione sono di questo tipo. La categorizzazione a priori delle componenti
nazionali dell’immigrazione come gruppi etnici e l’idea che gli immigrati come imprenditori entici agiscano in
maniera diversa dagli operatori economici nazionali sono state pure sottoposte a critica.
- Enfasi sul concetto di strategie etniche, che farebbe pensare a una pianificazione rigorosa dell’occupazione di
spazi economici, della creazione di reticoli di piccole imprese, dell’attivazione programmata di catene
migratorie. Proprio l’alto tasso di fallimenti rivela esattamente il contrario  l’incidenza di un grado elevato di
improvvisazione, di scommessa coraggiosa ma poco meditata, di assunzione di comportamenti imitativi non
sempre sostenuti da capacità e risorse
- Scarsa attenzione alla dimensione etnica della regolazione politica dei mercati, ridotta a una breve lista di leggi
e regolamentazioni che si applicano specificamente agli immigrati.

Teoria di Klooosterman e Rath


Kloosterman e Rath hanno proposto la teoria della mixed embeddedness dell’imprenditoiralità immigrata. Questi
autori intendono considerare i processi più astratti e generali di incardina mento delle attività economiche in sistemi
sociali più vasti, fino a comprendere il versante della domanda e il funzionamento dei mercati: i mercati e le opportunità
strutturali sono intensivamente fenomeni sociali e quindi decisamente incorporati in più ampi contesti sociali che possono
differire secondo il tempo e lo spazio.
1) Offerta imprenditoriale immigrata sotto il profilo della composizione e delle risorse. Sebbene il profilo più tipico
sia quello di soggetti carenti di capitale finanziario ed educativo, sta emergendo, nelle economie avanzate, un
tipo di imprenditore immigrato che, pur provenendo da paesi meno sviluppati, dispone di un’elevata

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qualificazione: con la crescita dell’integrazione economica su scala mondiale, questo fenomeno è destinato ad
accentuarsi.
2) Natura delle relazioni tra gli operatori immigrati e la struttura delle opportunità. Sono pochi gli imprenditori,
nativi e immigrati, in grado di introdurre innovazioni sostanziali e di creare opportunità prima inesistenti, con
una nuova, brillante combinazione di risorse secondo il modello eroico dell’imprenditorialità. Molti aprono
nuovi orizzonti in maniera modesta e molti altri sono semplici imitatori.
3) Struttura delle opportunità, lasciato nel vago da Waldigner. Il primo aspetto di tale struttura sono i mercati, nei
quali i processi di frammentazione, la specificità crescente delle domande dei consumatori, la riduzione
dell’importanza delle economie di scala tendono ad espandere gli spazi per nuove attività di piccola dimensione.
Le due dimensioni dell’accessibilità e del potenziale di crescita dei mercati sono le pietre di paragone con cui
misurare le diverse strutture di opportunità.
In secondo luogo, Kloosterman e Rath distinguono tre livelli della struttura delle opportunità: a) un livello
nazionale, in cui le istituzioni politiche modellano le traiettorie postindustriali al lavoro indipendente,
delimitando i confini tra i beni che possono essere prodotti e venduti sui mercati e quelli forniti invece
dall’appalto pubblico, dalle famiglie o da altri soggetti, e istituendo norme e regolamentazioni che possono
frenare o favorire l’avvio di nuove imprese; b) un livello regionale/urbano, che determina l’emergere di un
mosaico di economie regionali, in cui si verificano addensamenti locali di certe attività economiche e la
formazione di specializzazioni territoriali; c) il livello del vicinato, ove la concentrazione di gruppi specifici
nazionali di immigrati costituisce mercati naturali o vincolati per operatori coetnici in grado di offrire alla
clientela prodotti non disponibili presso gli imprenditori autoctoni.

Tre variabili
1) Le reti sociali, che forniscono un capitale sociale distribuito in maniera differenziata tra i diversi gruppi. Le reti
rappresentano anche un fattore di vincolo, e trarne vantaggio è un processo complesso e dinamico,
2) I mercati, in cui possono essere distinti gli oggetti dello scambio, i soggetti autorizzati a parteciparvi, la struttura
del mercato riferita al numero degli attori e al loro potere di mercato, l’istituzionalizzazione ( i modelli
standardizzati di comportamento e le idee che hanno un valore normativo nel cotesto di riferimento), la
localizzazione, intesa come luogo di esercizio dell’attività e come scala territoriale del mercato.
3) La regolazione politica, che raccoglie l’insieme dei fattori normativi che in vario modo vincolano e favoriscono
l’attività economica, alzano/abbassano le barriere, reprimono gli abusi, formando regimi regolativi diversi,
dinamici e soggetti a pressioni politiche.

Critiche alla teoria


Anche questo modello non è esente da limiti e debolezze. Il concetto di embeddedness è suggestivo, ma da tempo è stato
criticato per la sua vaghezza teorica. Parlare di mixed embednesses non aiuta certo a definire e delimitare il concetto. È
vero, tutto il funzionamento dell’economia è incorporato in norme, istituzioni, contesti sociali, pratiche culturali, ma
questo assunto rischia di essere ribadito in maniera generica e ripetitiva, senza dar luogo ad avanzamenti conoscitivi
apprezzabili.

I costi dell’intraprendenza
Un aspetto che è stato spesso trascurato è quello dei costi umani dell’eccezionale impiego lavorativo solitamente richiesto
dallo sviluppo di attività indipendenti da parte di stranieri obbligati a muovere da una condizione svantaggiata, all’interno
di contesti generalmente sfavorevoli. In parte si tratta di una questione di prospettive: il passaggio al lavoro autonomo è
visto con maggior fervore da osservatori di orientamento liberale, mentre incontra più facilmente obiezioni e riserve dal
versante strutturalista. Alcuni studiosi da questo versante criticano esplicitamente un’adesione ideologica di fondo ai
principi del capitalismo. Il fatto che nei paesi in cui il commercio è liberalizzato i negozianti stranieri si caratterizzino per
orari di apertura particolarmente lunghi è visto da alcuni come chiaro sintomo di autosfruttamento, da altri come una
dimostrazione di dedizione al lavoro e volontà di promozione.
Diverse analisi hanno approfondito, negli ultimi anni, gli aspetti critici de fenomeno:
1) Dalla prospettiva degli studi di genere, è stato rilevato che mentre l’avvio di attività micromiprenditoriali nelle
società riceventi resta largamente un affare maschile, la manodopera familiare non retribuita o sottopagata, del
tutto flessibile e sottoposta a ritmi e condizioni di lavoro sacrificate, è molto spesso femminile. Relazioni di
genere basate sulla disuguaglianza e sullo sfruttamento delle donne sarebbero quindi il puntello di molte imprese
di immigrati;
2) Il discorso si allarga con le analisi del funzionamento di settori labour intensive come l’abbigliamento, basato
sul decentramento e la lavorazione per conto terzi a domicilio illegale, impiego di immigrati irregolari,
condizioni di lavoro malsane, utilizzo di minori, nell’assenza di controlli statali e di concrete possibilità di
intervento sindacale, sono i nodi critici spesso rilevati. In esso i confezionisti immigrati sono i più immediati
protagonisti dello sfruttamento di altri lavoratori, ma in realtà sono anch’essi schiacciati da un’organizzazione
produttiva che li obbliga a una competizione durissima sui prezzi;
3) Un altro ordine di critiche riguarda la vita di duro lavoro a cui i lavoratori autonomi immigrati si sottopongono.
Essi devono lavorare molto più duramente degli altri membri della società in cui si sono trasferiti, e lavorano più

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duramente di quanto lavorassero in patria. I lunghi orari a cui devono sottoporsi non solo li privano delle molte
gioie della vita, ma a volte minacciano effettivamente la loro salute. All’enorme investimento di tempo ed
energie richiesto dall’azione imprenditoriali vengono inoltre associati vari problemi familiari. Alla fine, al prezzo
di questi sacrifici, solo alcuni operatori raggiungono il successo, mentre per la grande maggioranza il sogno non
diventa realtà.
4) L’intraprendenza degli immigrati comporta poi dei costi per la società più ampia. Basandosi in parte su lavoro a
basso costo, riproduce forme di sfruttamento che rischiano di abbassare le condizioni di impiego del lavoro anche
all’estero; condiziona l’azione sindacale; inibisce lo sviluppo di una coscienza di classe. Tende a generare
piuttosto una competizione tra gruppi, divisi dall’appartenenza etnica, contrappone membri e non membri,
sviluppa una doppia morale, una rivolta all’interno del gruppo e l’altra all’esterno.

Si può controbattere a queste critiche osservando che l’avvio di un’impresa richiede in generale, anche per i nativi
provenienti dalle classi popolari, dedizione, sacrificio, costi familiari; solo a queste condizioni diventa una valvola di
ricambio del fattore imprenditoriale e di mobilità sociale. Nel caso degli immigrati, occorre domandarsi quali siano le
alternative, in termini di possibilità di miglioramento occupazionale e anche di uso del tempo.

Il caso italiano
Possiamo tentare di applicare al caso italiano alcune categorie interpretative:
- Un primo aspetto è la grande importanza del lavoro autonomo nell’economia italiana. Il nostro sistema
economico-produttivo, e la stessa organizzazione della vita sociale, per certi aspetti hanno bisogno di fornitori
indipendenti di beni e servizi, inseriti nei contesti locali; per altri, lasciano spazio all’aspirazione a mettersi in
proprio, che ha rappresentato storicamente, anche per molti italiani, il principale canale di mobilità sociale. Gli
immigrati trovano quindi davanti a sé un ambiente istituzionale, economico e culturale, in cui il lavoro autonomo
continua ad avere una radicata cittadinanza, e non è stato finora scalzato da forme di organizzazione economica
imperniate su imprese più grandi e strutturate. Se alcune trasformazioni strutturali sottraggono spazi al lavoro
autonomo e all’imprenditoria minore, altre continuano ad alimentare una domanda di operatori economici
indipendenti.
- Il robusto insediamento di tanti operatori italiani nel settore rappresenta in molti modi una barriera
all’ingresso di lavoratori autonomi straniero. Soprattutto nelle attività più regolamentate, la penetrazione di nuovi
attori sociali si presenta ardua. L’ipotesi della successione ecologica, secondo cui gli immigrati subentrano agli
autoctoni nelle attività indipendenti in relazione al ritiro di questi ultimi dalle nicchie di mercato meno
remunerative, sembra quindi inapplicabile a diverse delle forme che sta prendendo il lavoro indipendente degli
immigrati anche nel nostro paese: è probabile che riescano a inserirsi più facilmente nelle attività più faticose,
aleatorie e meno redditizie, gradualmente abbandonate dagli operatori italiani che si ritirano dal mercato.
- Un terzo dato fondamentale riguarda la cornice legislativa: la legge 40/1998, lasciata invariata su questo punto
dalla Bossi-Fini, ha attenuato i vincoli derivanti dalla clausola della reciprocità, liberalizzando la possibilità di
avviare ditte individuali e imprese cooperative, e aprendo così le porte a una crescita molto sostenuta di attività
autonome da parte di operatori provenienti dai gruppi nazionali che venivano discriminati dalle norme
precedenti;
- Un quarto dato fondamentale concerne la formazione di mercati etnici. Data la relativa giovinezza
dell’immigrazione verso l’Italia, il fenomeno è ancora agli inizi, ma i ricongiungimenti familiari procedono, tra
difficoltà abitative e burocratiche, e hanno ricevuto un impulso consistente in seguito all’ultima sanatoria. Ciò
significa che si allargherà il mercato interno dei potenziali acquirenti di prodotti e servizi che in genere, per
diverse ragioni, difficilmente possono essere forniti da imprenditori autoctoni. Il consolidamento delle reti
migratorie e la loro stratificazione interna, che facilitano la circolazione di informazioni, il reclutamento di
lavoratori, l’eventuale ricerca di finanziamenti, rappresentano un terreno di coltura per l’avvio di attività
indipendenti, anche per effetto dei processi imitativi all’interno delle varie componenti nazionali della
popolazione immigrata;
- Un quinto punto da ricordare è ha a che fare con l’ipotesi della mobilità bloccata, secondo cui l’avvio di attività
indipendente rappresenta una reazione alle difficoltà, per gli stranieri, di farsi strada nelle organizzazioni
gerarchiche. Il nostro paese sembra finora molto restio a riconoscere titoli di studio e competenze professionali
pregresse degli immigrati qualificati. Anche la scarsa diffusione nella popolazione immigrata della conoscenza
dell’italiano, e in modo particolare dell’italiano scritto e della lingua colta, impatta negativamente sulla
possibilità di ottenere miglioramenti professionali nei sistemi organizzativi strutturati. Se ne può dedurre che la
ricerca di opportunità di promozione sociale attraverso l’avvio di attività indipendenti trovi un terreno favorevole
in una popolazione che stenta a trovare altrove significativi canali di avanzamento.

Concludendo, si può ricavare l’ipotesi che nel futuro il lavoro indipendente degli immigrati sia destinato a conoscere un
significativo sviluppo anche in Italia.

Dati statistici: una ricerca ha rilevato un universo di 230 mila ditte il cui titolare risulta nato al di fuori dell’Europa
comunitaria; un’altra ha ridimensionato il dato a un universo di 72 mila stranieri titolari di impresa nel nostro paese.

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I dati desunti dalle iscrizioni camerali consentono però di operare confronti territoriali, mettendo a confronto ad esempio
le due maggiori aree metropolitane del paese.
Il confronto mostra analogie e differenze tra le due aree: anzitutto, il panorama romano è più sgranato, giacché nessun
gruppo arriva al 10% del totale, mentre a Milano i primi due totalizzano quasi un terzo del complesso dei titolari di ditte.
A Roma spicca il secondo posto della componente rumena, attiva soprattutto in edilizia, mentre a Milano sono senegalesi
e peruviani a occupare le posizioni di rincalzo: commercianti (spesso) ambulanti i primi; i secondi attivi anche nei trasporti
e nelle consegne rapide.

Zucchetti individua quattro percorsi:


1) Un passaggio dal lavoro dipendente a quello in proprio, grazie all’esperienza acquisita nel medesimo settore
attraverso una pratica di lavoro cominciata dal basso, riscontrabile soprattutto in comparti come l’edilizia o le
pulizie;
2) Un percorso imperniato sullo sfruttamento delle risorse personali e delle buone condizioni di partenza;
3) Un percorso condizionato dalla domanda di lavoro, obbligato e attivato per sfuggire ai rischi di
marginalizzazione o rispondente ai processi di ristrutturazione delle imprese, dando vita a quelle che vengono
definite para-imprese e forme di lavoro eteronomo;
4) Esperienze che tentano di cogliere le opportunità derivanti dalle trasformazioni delle economie urbane, come il
ritiro degli operai autoctoni da certe attività artigianali-

Le risorse culturali sono invece poste in risalto da un’altra ricerca dedicata al tema delle donne straniere che hanno avviato
a Milano attività indipendenti nei settori della moda e dell’alimentazione: un fenomeno sicuramente minoritario ma
espressivo di nuovi orizzonti. In questi casi, infatti, la riscoperta e rielaborazione di elementi culturali del paese d’origine,
l’ibridazione di retaggi diversi, la riconversione di esperienze maturate altrove, innescano percorsi imprenditoriali
originali e creativi.

Sempre a Milano, Ambrosini e Abatecola hanno approfondito il caso dell’imprenditoria egiziana, in cui emerge il ruolo
del capitale umano, insieme a un rapporto flessibile e non costrittivo con il capitale sociale assicurato dal network dei
connazionali. Anzianità migratoria e graduale accumulazione di esperienze in settori progressivamente abbandonati dagli
operatori italiani hanno consentito di sviluppare carriere che, a partire dai gradini più bassi, sono approdate in un certo
numero di casi al lavoro indipendente e anche alla costituzione di attività che danno lavoro a familiari e connazionali.
Un’altra esperienza peculiare è quella dell’immigrazione cinese, inserita in uno dei più antichi e operosi distretti
industriali italiani, quello di Prato. Si tratta essenzialmente di laboratori che operano in qualità di terzisti per imprese
italiane nella produzione di confezioni, maglieria, borse e capi in pelle  sono inseriti in una posizione subalterna
nell’articolata filiera dell’industria dell’abbigliamento e della pelletteria, svolgendo lavorazioni su commessa per ditte
italiane del sistema-moda con marchi affermati.
L’esplosione del fenomeno è avvenuta verso la fine degli anni Novanta, grazie alla parziale liberalizzazione disposta dalla
legge Turco-Napolitano.
In tutti i casi, gli immigrati cinesi si inseriscono attraverso percorsi interni al gruppo di origine, dapprima come dipendenti
di connazionali, poi passando all’autoimpiego, nella speranza di poter diventare a loro volta titolari di un laboratorio e
datori di lavoro di altri cinesi. In tal modo, non è neppure necessario conoscere l’italiano per trovare lavoro e la transizione
al lavoro autonomo è più rapida.
L’aspetto singolare di questa esperienza è l’inserimento dell’economia etnica cinese in un antico e tipico distretto
industriale italiano, con una simbiosi che mette in crisi i terzisti italiani, ma giova alla competitività dell’economia locale
nel suo complesso: svolge infatti un ruolo funzionale e fondamentale per la competitività di parte del Made in Italy: infatti,
attraverso il ricorso a una certa quantità di sommerso e grazie alla disponibilità di adottare ritmi e modalità di lavoro
inaccettabili per la maggior parte degli italiani, i laboratori cinesi garantiscono quella flessibilità e quella esternalizzazione
dei costi che sono caratteristiche delle nuove produzioni globalizzate.
Anche le imprese cinesi, tuttavia, hanno accusato nell’ultimo anno una flessione, dovuta fra l’altro alla competitività dei
prodotti provenienti proprio dalla Cina.

Una tipologia dell’imprenditoria immigrata


Ecco i tentavi di proporre alcune tipologie delle attività indipendenti avviate da immigrati: si tende a distinguere imprese
che offrono prodotti e servizi alla popolazione immigrata da quelle che invece competono sul mercato più ampio
dell’economia locale; così come vengono distinti prodotti e servizi che esibiscono un riferimento etnico, ossia un rimando
a mondi sociali e culture diverse, da altri che non si differenziano per una peculiarità culturale. Questo ventaglio di
possibilità si può collegare a modalità diverse di sviluppo delle attività, solo in parte riconducibili a motivi etnici. La
creazione di imprese, infatti, può avvenire in un processo di territorializzazione etnica delle attività, ma anche in una
grande dispersione geografica in cui i reticoli etnici possono sparire totalmente, in favore di percorsi strettamente
individuali.
- Imprese tipicamente etniche, che rispondono alle esigenze peculiari di una comunità immigrata ormai
sufficientemente installata in terra straniera, fornendole prodotti e servizi specifici, non reperibili nel mercato
normale. L’alimentazione è il settore in cui più agevolmente si colloca questo tipo di impresa.

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- Una variante dell’impresa etnica è quella dell’impresa intermediaria, specializzata nell’offrire alla popolazione
immigrata prodotti e servizi non tipicamente etnici ma che necessitano di essere mediati e tradotti attraverso
rapporti fiduciari per poter essere fruiti: sono così definibili svariate attività professionali svolte da professionisti
immigrati a profitto dei connazionali, e alcune attività di servizio rivolte ai clienti interni del gruppo immigrato.
Una variante globalizzata dell’impresa intermediaria può essere rappresentata dalle attività che si occupano
dell’acquisto e dell’esportazione di prodotti italiani verso l’estero, sfruttando i legami sociali e linguistici con i
mercati di sbocco.
- Impresa etnica allargata, in cui il prodotto offerto corrisponde alle peculiarità culturali di un gruppo immigrato,
ma la clientela è mista, comprendendo sia immigrati che italiani. È un caso frequente, la cui diffusione si spiega
con le limitate dimensioni delle minoranze immigrate e con l’ancora scarsa concentrazione in alcune zone
specifiche.
- Impresa prossima che, pur essendo specializzata in servizi per una clientela immigrata, può risultare attraente
anche per una clientela italiana o viceversa. Essendo ubicate in quartieri la cui popolazione è in larga
maggioranza italiana, per motivi logistici possono diventare un punto di riferimento anche per questa;
- Imprese esotiche, che offrono prodotti derivanti dalle tradizioni culturali del paese d’origine a un pubblico di
consumatori sempre più eterogeneo, sofisticato e sensibile all’attrattiva delle diversità e dell’inusualità. Si tratta
infatti di imprese che tendono a incorporare al proprio interno una dimensione rilevante di contenuti culturali;
- Impresa aperta, è quella che meno si identifica con le radici etniche e tende a non esibirle all’esterno e a
competere sui mercati concorrenziali, specialmente nelle grandi aree metropolitane in settori labour intensive e
in ambiti che presentano minori barriere finanziarie, tecnologiche e regolamentari. Qui il riferimento all’origine
straniera talvolta viene a cadere, in altri casi si esplica sul versante dell’organizzazione interna e delle risorse più
o meno informali che svolgono una funzione essenziale nel rendere competitiva l’azienda in mercati solitamente
affollati. Queste stesse risorse tendono a compensare gli svantaggi di partenza, le difficoltà di accettazione da
parte della clientela e i fenomeni discriminatori che danneggiano l’imprenditoria immigrata da paesi meno
sviluppati. Questo tipo può essere ulteriormente suddiviso in due sottotipi: le imprese del terziario di servizio e
le attività industriali, in molti casi collegate a processi di decentramento produttivo. Le prime di solito si
rivolgono direttamente al consumatore, le seconde si posizionano invece su un segmento di un processo
produttivo più complesso, di cui non sempre controllano lo sbocco finale: la produzione per conto terzi
nell’abbigliamento, co è un settore in cui in molti paesi si sono sviluppati piccoli laboratori gesuiti da immigrati
e lo stesso si sta verificando in Italia;
- Impresa rifugio: vi appartengono imprese marginali appartenenti a diversi settori, in genere rivolte nel caso
italiano al mercato aperto, mentre all’estero hanno spesso come sbocco la minoranza dei connazionali. In Italia
il commercio ambulante abusivo è stato a lungo, e in parte rimane, la più appariscente manifestazione di un
terziario residuale in cui cercano rifugio i segmenti deboli di alcuni gruppi di immigrati.

Immigrati e lavoro autonomo: un fenomeno che scompagina gli schemi


La necessità di considerare congiuntamente domanda di offerta e condizioni istituzionali per comprendere lo sviluppo di
attività indipendenti nelle popolazioni immigrate. Modelli interattivi e visioni allargate dell’incorporazione mista aiutano
a muovere in questa direzione. Il rischio è, altrimenti, quello di sovradeterminare le componenti legate all’offerta e in
modo particolare le attitudini culturali di taluni gruppi immigrati ad avviare iniziative imprenditoriali. L’indubbio fascino
di questa prospettiva ha condotto diversi studiosi a privilegiare il versante interno dell’offerta imprenditoriale delle
comunità immigrate, che è anche quella più congeniale per l’impiego di concetti e strumenti dell’analisi sociologica. Gli
approcci più innovativi e promettenti, invece, appaiono quelli che connettono, senza rinnegarle, le peculiarità dell’offerta
di lavoro autonomo degli immigrati con la domanda di piccola imprenditorialità che attraversa, sia pure con modalità
variegate, i sistemi socioeconomici dei paesi sviluppati. Il settore dei servizi di tipo tradizionale e i grandi contesti urbani
appaiono gli ambienti più favorevoli allo sviluppo di tali esperienze.
Un altro rischio ricorrente in una parte della letteratura considerata è dato dall’enfasi sull’etnicità delle iniziative
imprenditoriali prodotte da immigrati. Soprattutto se ci si colloca in una prospettiva europea, è possibile sottolineare che
il passaggio dal lavoro autonomo non necessariamente avviene nell’ambito di comunità o addirittura di enclave
spazialmente concentrate e rigidamente organizzate: il ricorso alle risorse garantite dal gruppo di appartenenza avviene
in misura variabile, lungo una sorta di continuum che va dall’imprenditorie che avvia un’attività destinata a rispondere ai
bisogni specifici dei connazionali, fino all’operatore che si lancia nel mercato della società di accoglienza, tagliando i
ponti con la comunità di provenienza.
Diverso è invece il riferimento etnico assunto più ampiamente in termini di comunanza di origini tra datore di lavoro e
dipendenti di termini di comunanza di origini tra datore di lavoro e dipendenti di specializzazione degli operatori in una
determinata nazionalità in un campo di attività. Entrambe queste connotazioni rimandano all’influenza delle reti sociali
sui comportamenti economici. Non solo: contribuiscono al superamento di impostazioni troppo lineari ed evoluzionistiche
del rapporto tra inserimento economico e integrazione sociale. Proprio le esperienze di iniziativa economica più radicate
nei network pongono in rilievo la possibilità che a un inserimento riuscito nel sistema economico non corrisponda una
parallela integrazione culturale e sociale.
Parecchie esperienze imprenditoriali promosse da immigrati rappresentano casi di ibridazione e ricomposizione tra retaggi
culturali e pratiche sociali tradizionali con stimoli e stili di comportamento appresi nel nuovo ambiente delle società

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riceventi: potremmo dire che i lavoratori autonomi, più ancora degli altri immigrati, si muovono incessantemente tra
antico e nuovo, tra riferimenti identitari variamente rielaborati e pronti adattamenti alla modernità, tra mondi lontani e
rapporti di vicinato.

Capitolo 6: donne migranti e famiglie transnazionali

L’approccio di genere nello studio delle migrazioni


Soprattutto negli ultimi anni, l’attenzione verso le migrazioni femminili è molto cresciuta. Il cambiamento è avvenuto
perché è aumentato il numero di donne che emigrano, e che emigrano da sole, per cercare lavoro, al pari degli uomini in
un altro paese. Donne che assumono la responsabilità di breadwinner, procurano le risorse economiche per provvedere
alle necessità della propria famiglia, acquisita o ascritta o entrambe. Donne che danno vita a catene migratorie al
femminile, come pure a ricongiungimenti familiari rovesciati, in cui sono i mariti a raggiungerle all’estero. Donne
impegnate in lavori che, sebbene modesti e svalutati, si inseriscono in processi determinanti per la vita quotidiana e il
funzionamento delle società riceventi. Donne che aumentano anche nei flussi di rifugiati e richiedenti asilo, come pure
nei movimenti indotti del traffico di esseri umani e della tratta a scopo di sfruttamento sessuale.
È cambiato anche lo sguardo dei ricercatori, grazie al contributo di numerose studiose, parecchie delle quali di origine
immigrata, che hanno introdotto una prospettiva di genere negli studi sulle migrazioni.
Il loro contributo ha indotto a rivalutare il passato, ponendo in rilievo il fatto che già in epoche precedenti le donne
emigravano, e spesso emigravano da sole, per svolgere occupazioni come quelle di balia, cameriera, operaia in alcuni
settori, senza contare il traffico di donne da avviare alla prostituzione.
Morkovasic sostiene che in un0economia che si stava ristrutturando dopo la crisi degli anni Settanta, con la proliferazione
di piccole imprese e l’espansione dei servizi, le donne rappresentavano una manodopera prontamente disponibile, che era
ad un tempo la più vulnerabile, la più flessibile, almeno agli inizi, la meno esigente. In modo particolare, appariva già
allora evidente che in tutto il mondo le donne immigrate erano impiegate nel lavoro domestico e in altri tipi di servizi alle
persone e alle famiglie.
Questo crescente inserimento nel mercato del lavoro salariato era visto come fonte di guadagni e perdite.
La femminilizzazione è oggi riconosciuta come un tratto saliente dei fenomeni migratori contemporanei e la
diversificazione interna delle migrazioni di donne apre nuove prospettive di ricerca.
Nella prospettiva di genere, l’aspetto che ha maggiormente catalizzato l’attenzione degli studiosi (e studiose) è stato
quello dei processi discriminatori di cui le donne migranti sono vittime.
Si parla al riguardo di una doppia, tripla e a volte quadrupla discriminazione. Si vuole intendere che le donne migranti
sono discriminate anzitutto in quanto donne e in quanto immigrate; sono svantaggiate da stereotipi di genere che si
sommano agli stereotipi etnici, o comunque miranti a etichettare gli immigrati in senso collettivo e svalorizzante. A queste
due forme di discriminazione viene aggiunta una terza fo, la discriminazione di classe. Razza, genere e classe formano
così quella che è stata definita una trimurti di caratteri che definiscono il ruolo delle donne immigrate nelle società
riceventi. A volte viene aggiunto un quarto attributo: il colore della pelle.

L’incrocio tra condizione di immigrata e genere appare particolarmente significativo. Alle donne immigrate si applicano
stereotipi che ne restringono severamente le possibilità di impiego e di espressione di sé: gli ambiti occupazionali di fatto
accessibili faticano a fuoriuscire dal lavoro domestico-assistenziale, con qualche estensione verso imprese di pulizie,
settore alberghiero e simili.
Tra le attività femminili, si possono far rientrare anche l’intrattenimento e la prostituzione, dove però la partecipazione
delle donne straniere non di rado è tutt’altro che volontaria.
Pone invece qualche dubbio o almeno richiede alcune specificazioni l’uso della categoria di razza per interpretare la
condizione delle donne migranti: è senz’altro sostenibile che esiste una gerarchizzazione delle donne immigrate nelle
società riceventi, influenzata dall’apparenza fisica, tale per cui per esempio le famiglie autoctone preferiscono come
collaboratrici familiari donne originarie di determinati paesi, mentre rifiutano di assumerne altre per via di una nazionalità
sgradita.
Le donne africane di colore sono generalmente oggetto di discriminazione, ma alcune componenti nazionali, in Italia
come in altri paesi, hanno dato origine da diversi anni a reticoli specializzati nella fornitura di collaboratrici familiari,
grazie anche all’appoggio iniziale di congregazioni missionarie e istituzioni religiose: capoverdiane, eritree, e somale,
nonché africane e di colore, trovano da anni lavoro nelle famiglie italiane. Meno fortunate sono in molti casi le donne
albanesi.
Al vertice della gerarchia, inoltre, non troviamo donne bianche, ma generalmente asiatiche, come le filippine, che in Italia
spuntano i salari migliori e lavorano nelle famiglie di condizione più elevata. Si tratta poi di stratificazioni abbastanza
mobili e fluide, variabili non solo da un paese all’altro, ma anche da una città all’altra, e modificabili nel corso del tempo.
In alcune grandi città italiane, l’arrivo di donne provenienti prima dall’America latina e poi dall’est europeo, sta
rimescolando la graduatoria delle preferenze, pur mantenendo ferma la segregazione nel settore domestico-assistenziale.
Qualche distinguo merita anche il terzo termine della trimurti, la classe sociale, intesa come classe operaia. I primi due
indicano caratteristiche ascritte, non modificabili, che sono all’origine dei processi di etichettatura e quindi delle
esperienze dirette o indirette di discriminazione. La collocazione di classe è invece una caratteristica acquisita, e appare

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piuttosto come la conseguenza delle prime due. Molte donne immigrate provengono dalla classe media, non di rado hanno
ricevuto un’ostruzione superiore e hanno svolto occupazioni impiegatizie: è l’esperienza migratoria che schiaccia verso
il basso il loro capitale umano, categorizzandole su basi collettive e aprioristiche come adatte a svolgere determinate
occupazioni e non altre. Anche se in seguito, sembrano essere sempre le due caratteristiche ascritte a condizionare le loro
chances di mobilità, rendendo assai ardua la fuoriuscita dalle nicchie segregate in cui hanno trovato le prime occupazioni.
Con il termine classe spesso si intende, in senso lato, l’inserimento in occupazioni che comportano una marcata
subalternità sociale, come quella di domestica, connotata in termini di isolamento e scarso riconoscimento nella società:
un lavoro atipico, alla dipendenza di famiglie e non di aziende, che stenta a vedersi riconosciuto un valore economico e
sociale, nonostante la sua rilevanza nella vita quotidiana delle società riceventi.
Le analisi si collocano in genere, dal punto di vista teorico, nella prospettiva strutturalista, in quando condividono
l’orientamento a far discendere i comportamenti individuali da cause macro sociali e a vedere le persone come soggette
a pressioni che le sovrastano e determinano il loro destino.

La concentrazione nel lavoro di cura


L’impiego di donne immigrate in attività domestiche è sempre più comune nel mondo sviluppato. Il fenomeno ha
dimensioni mondiali e rispecchia una tendenza all’importazione di accudimento e amore dai paesi poveri verso quelli
ricchi. La tradizionale divisione di ruoli tra uomini e donne tende a trasferirsi sul scala globale: i paesi ricchi del Primo
mondo assumono la posizione di privilegio che spettava un tempo agli uomini, accuditi e serviti dalle donne nella sfera
domestica, essendo impegnati nel lavoro del mercato esterno; gli immigrati e le immigrate dai paesi poveri assumono
invece le funzioni femminili, sostituendo le donne nel prodigare servizi domestici, accudimento e cure pazienti alle
persone.
L’assorbimento di donne immigrate nel lavoro domestico e di cura sta ricevendo in questi anni sempre maggiore
attenzione da parte della ricerca italiana, analogamente a quanto avviene all’estero.
Seguendo un cliché paradossale, che potremmo definire iperfunzioalistico, le donne immigrate appaiono come la parte
più accettata dell’universo dei migranti; quella che nel suo complesso suscita meno timori e resistenze, anche quando è
irregolare; quella che trova più facilmente lavoro, e tutto sommato incontra meno difficoltà anche sul versante abitativo.
Per contro, quali che siano i loro livelli di istruzione, le esperienze professionali pregresse, le competenze, le capacità e
le aspirazioni, la nostra società non sembra trovare altro da offrire alle donne immigrate che le occupazioni di
collaboratrici familiari e addette all’assistenza di persone anziane.
Una domanda di lavoro femminile così caratterizzata in campo domestico- assistenziale si rivela del resto molto
congruente con il modello familistico di welfare, tipico del nostro come degli altri paesi mediterranei, posto in rilievo in
modo particolare da Esping-Andersoen. Il sistema di protezione sociale italiano è basato essenzialmente su trasferimenti
di reddito, soprattutto sotto forma di pensioni, e meno su servizi pubblici alle persone e alle famiglie, rispetto ai paesi
dell’Europa settentrionale e centrale. In questo modo alle famiglie, implicitamente, vengono delegati svariati compiti di
cura altrove assunti dagli apparati pubblici. Ma una simile architettura del welfare riflette un assetto sociale tradizionale,
in cui gli uomini lavorano fuori casa, assumendo il ruolo di breadwinner, mentre le donne si occupano dei compiti afferenti
alla sfera domestica o riproduttiva. Questo assetto scricchiola sempre più da quando anche le donne sposate sono entrate
massicciamente nel mercato del lavoro extradomestico ed è aumentato il numero di anziani da assistere, mentre non ha
fatto grandi progressi la redistribuzione dei compiti domestici all’interno delle famiglie. Sul versante dell’assistenza agli
anziani, i limiti del modello italiano sono particolarmente evidenti.
L’impiego di collaboratrici familiari serve allora a puntellare le difficoltà sempre più evidenti delle famiglie nel reggere
carichi domestici e assistenziali. L’emancipazione delle donne italiane dall’incombenza delle attività domestiche e di cura
non retribuite, a seguito dell’ingresso nel mercato del lavoro extradomestico e in assenza di una dotazione adeguata di
servizi pubblici o di una diversa distribuzione dei carichi familiari, è stata ottenuta in molti casi delegano ad altre donne
una parte dei compiti di cura delle persone e delle abitazioni.
Io ruolo di moglie o madre viene segmentato in diverse incombenze, di cui quelle più pesanti e sgradevoli, o tali da
richiedere una presenza continuativa, vengono attribuite ad altre donne, le collaboratrici familiari, sempre più spesso
straniere, mentre le datrici di lavoro italiane si specializzano in compiti di regia, coordinamento, relazione con l’ambiente
esterno, oltre che a tenere per sé, nei limiti del possibile, le attività più dense di connotazioni affettive e di mansioni
gratificanti. Questi studi intendono mostrare, tra l’altro, che la categoria di genere non è neutra dal punto di vista dei
rapporti di potere, nel senso che il lavoro domestico diventa il luogo in cui alcune donne esercitano un potere su altre
donne.
A causa del nesso con le attività e le relazioni interne alla famiglia, queste occupazioni comportano poi una richiesta di
coinvolgimento affettivo, di sostituzione anche relazionale di congiunti che non riescono a essere presenti come forse
vorrebbero, di mobilitazione dunque non solo di energie fisiche, ma della personalità nel suo insieme.
Diventare una persona di famiglia è la richiesta esplicita o latente dei datori di lavoro, specialmente nel caso di rapporti
di impiego che implicano la convivenza, e ancor più quando comportano carichi assistenziali. Questo coinvolgimento che
potremmo definire olistico merita qualche specificazione: la richiesta di partecipazione emotiva, per certi aspetti, è un
tratto caratteristico di tutti i servizi di cura che hanno al centro il rapporto con persone, in cui viene spesso richiesto di
simulare emozioni che non necessariamente si provano. È vero però che nell’ambito domestico queste richieste diventano
più incombenti, per almeno due motivi: la marcata asimmetria di potere tra datori di lavoro e lavoratrici e la convivenza
notte e giorno.

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Dobbiamo distinguere tre profili professionali del lavoro domestico-assistenziale:
1) Assistente a domicilio di anziani con problemi di autosufficienza. Oltre ai normali compiti di cura della casa,
vengono qui richieste prestazioni di tipo assistenziale e parasanitario, come quelle di lavare, tenere in ordine,
mettere a letto e alzare le persone assistite, tenere sotto controllo il loro stato di salute, a volte medicare,
somministrare farmaci, curare le piaghe da decubito. Ma si richiede anche compagnia e sostegno emotivo, o in
altri termini una disponibilità allargata a sostituire i familiari assenti nel sollevare il morale e far passare il tempo
agli anziani assistiti. Cruciale è poi la domanda di coresidenza, e quindi l’impegno ad accudire le persone anche
di notte e possibilmente nei giorni festivi. In questo segmento del mercato è larghissimo l’impiego di donne
immigrate in condizione irregolare, per la convergenza di diversi fattori: per la pesantezza delle condizioni
occupazionali e la convivenza forzata con i datori di lavoro, perché la domanda di assistenza privata interessa
anche anziani e famiglie con redditi modesti; infine, specie per le persone appena arrivate, un lavoro di questo
genere consente di risolvere il problema abitativo, di rendersi pressoché invisibili nei confronti di eventuali
controlli, e anche di risparmiare somme relativamente elevate da rimandare in patria. Si sono osservate spesso
quindi catene, in cui donne della medesima nazionalità si avvicendano sullo stesso posto ogni tre mesi,
usufruendo del visto turistico. Ma vi sono anche donne che rimangono per anni in questa condizione e altre che
vengono a trovarsi improvvisamente in grandi difficoltà. A volte, poi, per ragioni di fatica fisica, sono impegnati
in queste incombenze anche gli uomini. Un aspetto positivo di questa situazione sacrificata è quello di poter
enfatizzare la dimensione sanitaria dell’attività svolta, presentandosi e sentendosi come infermieri/e, impegnati
in un’attività socialmente apprezzata come la cura di anziani e malati;
2) Collaboratrice familiare fissa, coresidente, un’occupazione che sembrava destinata a un declino irreversibile
per carenza di candidati disponibili. Proprio l’arrivo di donne immigrate l’ha invece rivitalizzata, riportando in
auge quello che è insieme un simbolo di status delle famiglie abbienti e un sostegno non più solo a stili di vita
agiati, ma al difficile compito di conciliare occupazioni professionalmente impegnative, gestione della casa e
cure familiari, in un paese in cui gli standard id qualità della vita domestica sono relativamente elevati. Se i
giorni di riposo e gli orari sono generalmente più rispettati, la qualità del rapporto di lavoro dipende molto
dall’atteggiamento della padrona di casa e dei suoi familiari. In ogni caso, è frequente anche in questo caso la
domanda di coinvolgimento emotivo e relazionale, di vendere non solo tempo e lavoro concreto, ma anche
sentimenti e stati d’animo. Dal punto di vista delle persone coinvolte, vengono spesso apprezzati i ritmi meno
faticosi, la convivenza con famiglie abbienti, nonché, quando presenti, il lavoro con i bambini;
3) Colf a ore, rappresenta spesso un’evoluzione dei primi due per quanto riguarda le donne straniere, ma può anche
trattarsi del primo sbocco occupazionale per le donne giunte insieme ai familiari o a seguito del marito. Il
vantaggio è quello di svincolarsi dalla convivenza con i datori di lavoro, acquisire autonomia personale e poter
organizzare una propria abitazione o ricongiungersi alla famiglia. Ciò implica però una certa capacità di
muoversi nella società ricevente, di interagire con diversi attori locali, di gestire accordi di lavoro, tempi e
spostamenti. Per le immigrate che sono passate attraverso l’impiego fisso, il lavoro a ore rappresenta una sorta
di promozione orizzontale: essendo preclusi sbocchi più qualificati, rappresenta un passo avanti sotto il profilo
dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, con il superamento degli aspetti più costrittivi ed emotivamente stressanti
della convivenza. Qui infatti il lavoro si avvicina di più a un normale scambio contrattuale, di un certo numero
di ore da dedicare allo svolgimento di compiti assegnati dal datore di lavoro in cambio di una determinata
retribuzione, anche se non perde del tutto le connotazioni della dipendenza personale. Diminuisce invece la
convenienza economica, perché l’autonomia abitativa e la necessità di provvedere automaticamente al vitto
comportano dei costi: è una riprova dell’assunto che le scelte lavorative delle persone non rispondono
unicamente ai criteri di natura economica. Per le sue caratteristiche di punto d’arrivo è un’occupazione svolta
con maggiore frequenza da donne in possesso di permesso di soggiorno e insediate ormai in maniera
relativamente stabile nella società ricevente. Molto diffuse invece restano le irregolarità contrattuali e retributive,
come l’omesso versamento dei contributi, nonché le forme di impiego grigie o di nero parziale, come la messa
in regola per un numero di ore inferiore a quelle effettivamente prestate, oppure di un solo rapporto di lavoro tra
quelli realmente vigenti.

Resta come tratto comune la doppia discriminazione. Le prestazioni che la società ricevente richiede a queste donne
derivano semplicemente dalla loro identità femminile tradizionale, che si presume le predisponga positivamente a
prendersi cura della casa e di persone che si trovano in una condizione di debolezza.
La relativa facilità nel trovare occupazioni di questo genere, anche (e forse soprattutto) in mancanza di un regolare
permesso di soggiorno, ha come contrappunto una drammatica e perdurante difficoltà a uscirne per inserirsi in attività più
qualificate.
Alcune conseguenze:
- Saldatura tra stereotipo etnico e uno di genere. Una serie di assunti circa le attitudini di certe popolazioni ad
occupare posizioni di servizio corrobora questi modi di vedere le donne immigrate: si attribuiscono loro, sulla
base del semplice connotato etnico della provenienza da determinati paesi, attributi di gentilezza, docilità,
correttezza, amabilità, che le renderebbero particolarmente adatte a rivestire certi ruoli;
- Poiché il mercato del lavoro ricerca le donne immigrate per assistere gli anziani e occuparsi delle abitazioni,
mentre inibisce le aspirazioni di promozione, molte donne si adattano alla situazione, rinunciando a perseguire

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ambizioni di miglioramento sociale. Con il tempo, sembra verificarsi un adattamento al ribasso tra offerta e
domanda di lavoro: arrivano persone meno istruite e volitive, talvolta in età matura, consapevoli di avere di
fronte un destino da collaboratrice familiare o assistente di anziani;
- Violazione degli obblighi contrattuali, ma anche abusi e prepotenze, come isolamento sociale e inosservanza
dei limiti di orario e delle giornate di riposo. Anche senza generalizzare i casi più gravi, è possibile convenire
sul fatto che in questo ambito, specie quando il lavoratore non ha un permesso di soggiorno, si riscontrano
situazioni che riportano indietro le lancette dell’orologio della storia, intrise come sono di aspetti premoderni, di
legami personali, di dipendenza dalla benevolenza dei datori di lavoro, estesa a vari aspetti della vita privata.
Nei casi più miti assistiamo a una riedizione di forme di patronage, in cui i datori di lavoro assumono una sorta
di protettorato nei confronti della lavoratrice, facendosi carico di svariati problemi personali e familiari,
trattandola umanamente e aiutandola in vario modo, ma sempre in forme volontaristiche e revocabili, prive delle
certezze dei contratti e dei diritti moderni. Non manca peraltro alle donne impiegate nel settore domestico la
capacità di manipolare queste relazioni paternalistiche a proprio vantaggio, ricavandone benefici di vario genere,
pur senza mettere in discussione i rapporti di potere.
- Dislocazioni affettive: non raramente si tratta di donne che lasciano i loro figli in patria, affidati a padri, nonni
o altri parenti, o anche ad altre persone salariate, per venire ad occuparsi dei bambini e degli anziani delle società
affluenti e questi figli ricevono dalle madri regali costosi e denaro, in luogo di presenza fisica, cura diretta e
affetto tangibile. La separazione fisica produce ferite emotive, tensioni e distacchi, il dolore della genitorialità
transnazionale, fatto di ansia, sensi di colpa e solitudine: queste madri vorrebbero essere vicine ai figli ma non
possono perché la sussistenza materiale delle loro famiglie dipende dai salari che percepiscono lavorando
all’estero, lontano da loro. L’amore per i figli si traduce allora nell’allontanarsi da loro e nel cercare di
guadagnare il più possibile per loro. All’altro polo della relazione, i figli vivono a loro volta sentimenti di
solitudine, insicurezza e vulnerabilità: contestano l’idea che i beni materiali siano sufficienti dimostrazioni
d’amore, rimproverano la scarsa frequenza dei ritorni, non reputano sufficienti gli sforzi delle madri per
mantenere legami di cura e di affetto. Un paradosso centrale delle famiglie transazionali riguarda quindi il fatto
che il conseguimento della sicurezza finanziaria per amore dei figli va di pari passo con una crescita
dell’insicurezza affettiva.

La percezione soggettiva della situazione da parte delle donne coinvolte può differire dalla loro collocazione strutturale.
Per molte donne dell’est o del sud del mondo, occupazioni che a noi appaiono dequalificate perché connotate di uno
stigma di subordinazione sociale, possono essere viste come un veicolo di emancipazione. Anzi, anche in questo ambito
negletto del mercato occupazionale possono essere rintracciati elementi di iniziativa e scelta da parte degli attori implicati,
se la prospettiva si allarga ai contesti di partenza e all’assunzione della decisione di partire.
La femminilizzazione dei flussi migratori è anche un elemento che dimostra la grande capacità di adattamento delle
migrazioni internazionali e la duttilità delle strutture familiari di molti paesi d’emigrazione nella scelta delle proprie
strategie, rivelando un completo ribaltamento delle relazioni di genere all’interno del processo migratorio.
Nei percorsi delle donne primomigranti, che partono in cerca di lavoro, sono rintracciabili anche aspirazioni a una vita
più libera e dignitosa, svincolata dal controllo di strutture familiari intrise di maschilismo e dall’accettazione passiva di
drammatiche asimmetrie di potere nei rapporti di coppia.
Una volta arrivate, il termine di confronto delle donne migranti in genere non è (ancora) la condizione delle donne
occidentali, ma a povertà e l’arretratezza dei contesti da cui provengono, la soggezione a rapporti patriarcali, la mancanza
di risorse per concepire una vita più autonoma. L’indipendenza economica dipendente dai salari che guadagnano diventa
così una forma primordiale ma essenziale di promozione sociale. Questo vale in primo luogo per le molte donne che,
almeno in un primo tempo, effettuano migrazioni di breve durata. Ma anche nel caso di insediamenti a lungo termine, la
possibilità di provvedere alla famiglia, di fare regali costosi, di favorire spese e investimenti eleva lo status sociale delle
donne migranti nella società di origine.
A volte migrare è anche un modo socialmente accettabile di sottrarsi a matrimoni infelici o falliti, provvedendo nel miglior
modo possibile alle esigenze dei figli e guadagnando spazi altrimenti impensabili di indipendenza.
La possibilità di tenuta dell’equilibrio funzionale tra la nostra domanda di attività di cura e la disponibilità di queste donne
immigrate a soddisfarla riposa in ampia misura proprio su questa diversa percezione dello status di collaboratrice
familiare: attività subalterna e sempre più rifiutata dalle donne italiane, via di emancipazione per le donne immigrate.

Il protagonismo femminile
Le considerazioni appena svolte consentono di introdurre sul piano teorico un diverso modo di vedere la condizione delle
donne immigrate.
Grazie a studi condotti in una prospettiva antropologica, sono stati posti in luce il protagonismo, lo spirito d’iniziativa, la
capacità strategica e progettuale delle donne che partecipano ai processi migratori, nonostante i vincoli severi posti dai
condizionamenti strutturali. In luogo di un’immagine delle donne migranti come donne oppresse, sfruttate, perdenti
poiché incapaci di uscire dai vincoli familiari e culturali del paese di origine e poiché legate a una condizione sociale
emarginante nel paese ospite, si è fatta strada l’idea che esse dimostrano nella quotidianità della vita di essere capaci di
un’autonomia e di un’identità che non è quella del loro passato, ma neanche quella ricercata e voluta dalle donne
occidentali.

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Diversi livelli:
1) Le stesse migrazioni temporanee maschili comportavano un aumento di autonomia delle componenti femminili,
che assumevano la guida della famiglia, sostituivano i mariti in attività come quelle agricole e ne reggevano le
sorti anche nei rapporti economici, come i negoziati con acquirenti e fornitori.
2) La scelta di partire è in molti casi mediata dal contesto familiare, come insegna la nuova economia delle
migrazioni, il che comporta aspetti ambivalenti e variamente valutati. La decisione di partire esprime legami
affettivi e obbligazioni morali persistenti: le migrazioni femminili sono più dipendenti da ragioni familiari di
quelle maschili. Sono significamente correlate con variabili come il numero dei fratelli, le dimensioni
complessive della famiglia o il basso status occupazionale del padre. Le rimesse rimandate in patria ne mostrano
tangibilmente l’attaccamento verso i familiari. Nel legame tra donne migranti e famiglie si riflettono relazioni
improntate a visioni patriarcali, tali per cui le risorse procurate dalle donne servono non solo ad assicurare una
vita migliore ai figli, ma anche a provvedere alle necessità di genitori e fratelli. Per altro verso, proprio il fatto
di procurare risorse che servono al gruppo familiare innalza lo status delle donne migranti e ne aumenta il potere
decisionale in seno alle famiglie, rimescolando i rapporti tra generi e generazioni. Le donne migranti diventano
il perno delle strategie di mobilità sociale o di difesa dello status familiare, ma in vario modo ne divengono
consapevoli e possono conquistare vari margini di consapevolezza.
3) Contiene in ogni caso un potenziale emancipativo, che spesso precede l’emigrazione e in ogni caso viene
sostenuto e rafforzato dall’indipendenza economica acquisita. Pedraza osserva che la partecipazione al lavoro
salariato da parte delle donne messicane ha forti ripercussioni sulla negoziazione dei ruoli coniugali: le
lavoratrici tendono a stabilire rapporti più cooperativi, a condividere potere, decisioni e attività.
4) Nel mercato del lavoro non sempre le donne immigrate sono penalizzate rispetto ai loro partner. In California, e
probabilmente anche altrove, le donne provenienti dall’America centrale trovano lavoro più velocemente,
lavorano di più e guadagnano mediamente di più dei loro connazionali maschi, anche se questo fatto non si
traduce automaticamente in relazioni più egualitarie all’interno delle famiglie. Nelle congregazioni indù
reinventate in America, le donne hanno ruoli di rilievo e li usano per riplasmare attivamente i contenuti della
tradizione culturale affinchè riflettano il loro status accresciuto.
5) Lo stesso confinamento nella sfera domestica e familiare è riscattato dalla sua immagine di passività e
subordinazione e riletto come luogo di protagonismo e iniziativa, tanto nei contesti delle società tradizionali
quanto nei contesti di immigrazione. Qui sono proprio le donne, quando hanno sufficiente libertà di movimento
e possibilità di costruire reti sociali, a gestire importanti funzioni di mediazione culturale, soprattutto sotto il
profilo della conservazione di abitudini e rituali, della trasmissione ai figli di valori che richiamano l’identità
ancestrale e del mantenimento della pratica religiosa. Werbner ha mostrato come siano principalmente le donne,
attraverso la gestione dei legami sociali, a tener viva la cultura del gruppo etnico di appartenenza, grazie
soprattutto agli scambi di doni e servizi. In questo modo vengono stabilte relazioni di fiducia importanti anche
sotto il profilo economico, si allargano le relazion familiari, si alimentano legami con la madrepatria. Il
trasferimento delle categorie culturali nel nuovo contesto non è automatico, né indolore: rituali e categorie di
apparteneza devono essere riadattati e ridefiniti. Pratiche tradizionali come i matrimoni combinati, ad esempio,
non rispondono più solo agli obblighi di casta, ma anche a criteri di stratificazione sociale influenzati dal nuovo
contesto, non senza produrre contrasti e lacerazioni. Pratiche come quelle del prestito a rotazione, gestite
principalmente dalle donne, sono state viste come luoghi in cui si rinsaldano i legami sociali nei contesti di
inserimento, ci si scambiano informazioni, si ravviva la fiducia reciproca, oltre a permettere all’unità familiare
di effettuare acquisti, per esempio di beni di consumo durevole, che tendono a migliorarne la qualità della vita
quotidiana.
6) Anche nei rapporti con la società ospitante, le donne migranti sono state viste come tessitrici di rapporti e
promotrici di processi di integrazione.

Il limite degli approcci sociologici che muovono dall’individuo e dalle sue azioni è quello di trascurare i vincoli di contesto
che ne possono limitare severamente le possibilità di movimento. A volte, modesti margini di manovra in situazioni
deprivate e prive di alternative vengono enfatizzati come luoghi di sapiente iniziativa strategica.
Parrenas contesta recisamente una possibile interpretazione in positivo del fenomeno delle famiglie transnazionali come
simbolo del protagonismo dei migranti contro le pressioni strutturali della globalizzazione, giacché l loro formazione
indica un rafforzamento dei controlli di frontiera sui lavoratori migranti; pertanto, famiglie transnazionali significano
segregazione.
Vari contributi tentano di superare la dicotomia tra approcci strutturalisti (macro) e approcci basati sull’azione individuale
(micro): la ricerca di spazi di autonomia e di iniziativa, l’elaborazione di strategie di resistenza e sopravvivenza,
possibilmente di promozione, pur all’interno dei vincoli determinati dalle condizioni dei contesti in cui avvengono i
processi migratori, è una direttrice su cui si orienta parecchia ricerca degli ultimi anni. L’attenzione rivolta alle reti
migratorie come fattore di connessione tra livello micro e livello macro, e all’interno di esse il ruolo svolto dalle donne,
tende ad integrare le due prospettive.
Anderson ha analizzato l’auto-organizzazione in forma sindacale delle collaboratrici familiari terzomondiali a Londra,
come esempio di resistenza localizzata a delle identità imposte dall’altro, come quella di immigrata irregolare o di parte

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della famiglia. Queste donne, capaci di superare le differenze di nazionalità e religione, incontrandosi regolarmente si
scambiano sostegno psicologico e aiuto concreto.
Al di fuori della loro comunità di origine, esse hanno forgiato una loro comunità politica, collegata con un network
europeo delle collaboratrici familiari, denominato RESPECT, e lottano per un’eguaglianza di opportunità che superi le
disparità di trattamento tipiche del settore.
Le due tradizioni di pensiero non vanno quindi rigidamente contrapposte, ma piuttosto considerate congiuntamente nei
loro reciproci rimandi, promuovendone il confronto dialettico e le possibili integrazioni.

Le famiglie in emigrazione: oltre gli stereotipi


Il legame tra ruolo femminile in emigrazione e sistema dei rapporti familiari resta un oggetto di studio privilegiato per la
sociologia delle migrazioni, in cui peraltro la famiglia migrante in quanto tale non è stata finora adeguatamente teorizzata.
Quattro fattori sembrano aver pesato in questa sottoraprresentazione:
a) L’influenza della teoria economica, che tende a lasciare da parte la famiglia, poiché le attività che svolge mal si
prestano a essere misurate in termini economici;
b) La visione secondo cui le transazioni relative ai processi migratori avvengono tra l’individuo e lo stato che lo
ammette sul proprio territorio;
c) La dicotomia che separa gli aspetti economici da quelli sociali, in cui sono le motivazioni economiche a far
intraprendere la migrazione, mentre la famiglia rappresenta la dimensione sociale che viene in seguito;
d) Il trattamento della migrazione familiare in termini di politica sociale come un tipo secondario di immigrazione,
conseguente al blocco delle migrazioni per lavoro.

Un tema ricorrente riguarda il ruolo delle famiglie come protagoniste delle strategie di sopravvivenza e di
accompagnamento nel processo di inserimento, di fornitura di risorse per l’avanzamento sociale, di luogo di protezione
dell’integrità personale, in cui gli individui possono trovare conforto e sostegno, in gran parte legato alla presenza e ai
sacrifici delle donne.
Gli studi di genere hanno però posto in luce il fatto che la famiglia non è solo un rifugio in un mondo senza cuore, ma
anche un ambito in cui hanno luogo conflitti e negoziazioni.
Molta della letteratura ha oscillato tra i due poli di disorganizzazione sociale, da un lato, e nostalgia per tradizioni familiari
idealizzate, dall’altro.
Le famiglie migranti sono state viste alternativamente come unità coese, portatrici di valori normativi e pratiche sociali
tradizionali, oppure, al polo opposto, come vittime di processi di disintegrazione e perdita di influenza normativa
nell’impatto con il mondo occidentale.
Analisi più accurate hanno cercato di approfondire le dinamiche dell’incontro tra pratiche tradizionali importate dai luoghi
di origine e stili di vita appresi nel nuovo contesto, che proprio nella famiglia danno vita a una molteplicità di espressioni
e di tensioni, producendo nuove forme di vita familiare. Così, la famiglia immigrata è stata vista come un luogo in cui si
realizza un’interazione dinamica tra dimensioni strutturali, aspetti culturali e scelte soggettive, e prende forma
un’elaborazione culturale creativa.
I vincoli strutturali e le condizioni in cui avviene l’insediamento nella società ricevente modellano le forme di adattamento
delle strutture familiari, i ruoli e gli orientamenti. Tendono per esempio a favorire il passaggio verso modelli di tipo
nucleare. Di contro, codici culturali e simbolici che gli immigrati portano con sé dalla madrepatria continuano a
influenzare valori familiari, norme e comportamenti. Ad esempio, i tassi di matrimoni endogamici restano normalmente
elevati, anche nelle seconde generazioni, e attraverso di essi le famiglie immigrate tendono a preservare identità religiose
e culturali distintive.
Tre osservazioni:
1) Il concetto di famiglia che viene applicato agli immigrati è definito dai paesi riceventi e privilegia normalmente
le famiglie nucleari di tipo occidentale, rispetto a concezioni più allargate di gruppo familiare tipiche di altre
culture;
2) Maggiore cautela nell’associare la famiglia immigrata con assetti sociali e valori tradizionali, rispetto ai quali le
società riceventi rappresentano il polo della modernità, che richiede acculturazione e adattamento. In realtà,
assetti e comportamenti moderni, tensioni emancipative e rifiuto di assetti patriarcali investono anche le famiglie
coinvolte nei processi migratori, producendo la crescita delle famiglie monogenitoriali o convivenze more
uxorio;
3) È stata posta in discussione l’idea che le donne siano costantemente sacrificate nelle migrazioni familiari e
registrino un regresso generalizzato nelle condizioni di vita, nell’autonomia e nelle opportunità di lavoro.

Ancora una volta, gli immigrati svolgono un ruolo attivo nel ridefinire la vita familiare. All’interno delle famiglie i diversi
soggetti possono tentare di plasmare gli assetti familiari cercando di modellarli in senso più favorevole ai propri scopi e
interessi. Lo stesso riferimento ai valori tradizionali risponde a forme di reinvenzione delle tradizioni, in cui il passato
viene riconcettualizzato per dare un senso all’esperienza attuale e rispondere a dilemmi e problemi di oggi.
L’idea di una famiglia immigrata coesa e organizzata secondo modelli tradizionali rappresenta un’idealizzazione
stereotipata. In alcuni flussi migratori prevalgono le famiglie monogenitoriali in cui la madre, da sola, deve farsi carico

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del mantenimento e dell’educazione dei figli. Spesso questi sono inizialmente lasciati in patria, affidati nella prima
infanzia alle cure di altri parenti e richiamati più tardi, in un’età prossima all’adolescenza, dopo diversi anni di lontananza.
In altre componenti migratorie, nella famiglia spesso manca il padre, perché ha perso la vita nei conflitti e nelle repressioni
che hanno insanguinato per decenni la regione. Le famiglie dei rifugiati inoltre arrivano in molti casi in frantumi, e devono
affrontare complicati processi di riunificazione. Si delinea così un processo che passa dalle famiglie tradizionali, nel paese
di origine, alle famiglie sradicate e spezzate e, infine, a quelle ricostruite nella società ricevente.

Famiglie divise ricongiunte


Un aspetto emergente è quello delle cosiddette famiglie transnazionali, in cui i membri dell’unità familiare, specie gli
adulti, vivono in paesi diversi rispetto ai figli. L’attenzione va in modo particolare alle madri migranti, che segnano una
discontinuità nei confronti del passato, quando a emigrare da soli erano soprattutto i padri.
L’idea di famiglia transnazionale cerca di prestare attenzione agli sforzi che le donne dispiegano per mantenere o cercare
di mantenere i contatti con gli altri membri dell’unità familiare, specie con i figli, attraverso viaggi frequenti, se i costi e
le distanze lo permettono, oppure ricorrendo a svariati mezzi di comunicazione, come lettere e telefonate ma anche mail.
Parrenas ha recentemente contestato l’equivalenza sbrigativa tra la lontananza fisica e abbandono, illustrando le modalità
con cui le madri emigranti delle famiglie transnazionali continuano a prendersi cura dei figli anche a distanza.
A queste pratiche di cura familiare a distanza si aggiunge il flusso di risorse economiche garantito dalle rimesse, che
assicurano la sopravvivenza ed eventualmente gli studi o le possibilità di iniziativa economica dei congiunti rimasti in
patria. Sono aspetti salienti di un transnazionalismo dal basso.
Il mantenimento dei rapporti familiari in condizioni di lontananza fisica è analizzato anche da un contributo europeo, che
ha messo a fuoco due strategie attraverso le quali le famiglie transnazionali si sforzano di rispondere alla separazione
fisica:
1) Frontiering (allargamento delle frontiere), denota i mezzi usati dai membri delle famiglie transnazionali per
creare spazi familiari e legami relazionali in situazioni in cui i rapporti di parentela sono relativamente dispersi;
2) Relativising (apparentamento), si riferisce ai modi in cui gli individui stabiliscono, mantengono o troncano i
rapporti con gli altri membri della famiglia.

Si tratta della concretizzazione della famiglia come comunità immaginata, con sentimenti condivisi e obblighi reciproci,
che non dipendono necessariamente dalla prossimità. Nelle famiglie transnazionali si riduce la convivenza fisica, mentre
si espandono le relazioni a distanza, di cui le rimesse sono espressione tangibile, e si ridefiniscono i tradizionali ruoli
familiari.
A fronte di un’esperienza di impoverimento dei contatti con i membri della famiglia, sorge il bisogno di spiegare come
mai alcuni di quei familiari e parenti lontani sono tuttavia parte della propria famiglia: si pensano e si ricodificano i legami
emotivamente significativi.

Un aspetto importante è quello del ricongiungimento familiare. Le famiglie ricongiunte possono essere definite come
«famiglie interessate da un periodo di separazione forzata, fisica o culturale, dei membri, i quali hanno vissuto per un
periodo più o meno lungo separati e in contesti culturali ed economici diversi».
La separazione forzata si verificava già in passato, in molti flussi di emigrazione stagionale o temporanea. La concezione
delle migrazioni come semplice dislocazione temporanea di manodopera e l’irrigidimento normativo sul fronte degli
ingressi hanno complicato e aggravato la condizione delle famiglie separate dall’emigrazione. Nello stesso tempo, però,
le istituzioni liberali dei paesi occidentali non hanno potuto contrastare a lungo il desiderio degli immigrati di riunificare
la propria famiglia nel paese in cui si erano ormai stabilmente insediati, cosicché nell’Europa della chiusura
programmatica delle frontiere il ricongiungimento familiare è diventato il principale canale di ingresso per i nuovi
immigrati. Questo ha comportato anche abusi, come i finti matrimoni per poter emigrare legalmente, la cui scoperta ha
provocato in diversi paesi un inasprimento delle norme sul diritto al soggiorno dei coniugi.
Bisogna poi ricordare la migrazione per matrimonio: un tempo questa pratica era tipicamente maschile: un uomo celibe,
partito da solo, dopo un’esperienza migratoria più o meno lunga, sposava una donna del paese d’origine e la conduceva
nel paese di immigrazione, o si faceva raggiungere entro un breve tempo.
Esistono due sottogruppi.
Il primo riguarda le seconde generazioni, che cercano uno sposo o una sposa nel paese d’origine, fenomeno frequente in
alcune componenti delle popolazioni immigrate; il secondo si riferisce al matrimonio di cittadini o residenti con persone
incontrate all’estero. Il matrimonio in questi casi è l’effetto secondario di viaggi che avevano altri scopi, come lavoro o
studio. Quando i partner sono di nazionalità diversa si parla di matrimoni misti o coppie miste.

Esistono tre diverse forme di migrazione familiare: ricongiungimenti familiari, attuati dall’uno o dall’altro coniuge;
migrazioni per matrimonio; migrazioni di intere unità familiari.
Favaro e Colombo hanno proposto sei percorsi di ricostituzione o costituzione del nucleo familiare:
1) Il percorso al maschile, il più tradizionale e diffuso, in cui l’uomo emigra per primo, trova lavoro e casa, e
prepara il terreno per l’arrivo della moglie e dei figli;
2) Il percorso al femminile, in cui la protagonista è la moglie-madre, che parte per prima e promuove l’arrivo del
marito e degli eventuali figli. Qui la donna assume le funzioni di capofamiglia e principale breadwinner;

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3) Il percorso neocostitutivo, in cui la formazione del nucleo coniugale avviene nel paese ricevente, o con un
partner incontrato sul posto, o più spesso ricorrendo a un matrimonio combinato con un partner che vive ancora
in patria e che a volte non è ancora conosciuto prima del matrimonio;
4) Il percorso simultaneo, contraddistinto dall’arrivo temporaneo o molto ravvicinato di entrambi i coniugi, e a
volte di interi nuclei familiari. È poco frequente e tipico più dei rifugiati che degli immigrati per lavoro;
5) Il percorso monoparentale, in cui uno solo dei genitori emigra, seguito da uno o più figli: spesso la madre, nei
flussi emigratori femminili, ma anche il padre, in alcuni componenti nordafricane.
6) Il percorso delle famiglie miste, formate da partner di origine diversa, in cui proprio la nascita dei figli e le
scelte educative possono accendere conflitti tra i coniugi, nei quali entrano in gioco le differenze culturali e
religiose;
7) Caso in cui l’esperienza migratoria provoca una crisi del legame coniugale e il partner immigrato allaccia una
nuova unione nel paese in cui si è stabilito, con una persona della stessa origine o anche di nazionalità diversa,
compresa evidentemente quella autoctona. Neppure il ricongiungimento preserva dalle crisi, che a volte
scoppiano proprio per effetto di ritrovarsi a vivere insieme in un contesto diverso, in cui vengono a mancare
svariati fattori di sostegno e contenimento, e dopo un periodo di forzata separazione.

Il ricongiungimento è un fattore di normalizzazione della presenza degli immigrati, il cui profilo sociale e demografico
tende così ad avvicinarsi a quello della popolazione autoctona delle stesse fasce d’età.
Una residenza stabile, la nascita e la scolarizzazione dei figli, ecc. associano positivamente il ricongiungimento con
l’accettazione sociale e l’inclusione delle famiglie degli immigrati nella società ricevente. Viceversa, vengono sollevati
problemi sul versante della spesa pubblica, specie della domanda di servizi alle persone: è indubbio che, rispetto a
individui celibi, la presenza di donne e bambini aumentano la domanda di servizi scolastici, sanitari, abitativi nei paesi
riceventi.
Paradosso: l’immigrazione più accettata, quella familiare, è più costosa per le società riceventi sotto il profilo economico
rispetto a quella dei soli lavoratori adulti; quest’ultima, tuttavia, è l’immigrazione più conveniente ma meno accettata
socialmente, specie quando si declina al maschile.

La produzione di nuove identità familiari: matrimoni e coppie miste


Matrimoni e coppie miste: nel nostro paese, come in altri, la grande maggioranza delle unioni miste legano un uomo
nativo con una donna straniera. Queste unioni sono state viste come il simbolo della fusione tra i vecchi residenti e i nuovi
arrivati. Richiamando una frase dello storico Braudel, si può affermare che senza matrimoni misti non c’è integrazione.
La progressione dei matrimoni misti è un indice della volontà degli stranieri di mettere radici nella società d’accoglienza
e, d’altra parte, della capacità di quest’ultima di accettarli totalmente.
Qualche cautela in più scaturisce dalle analisi più recenti, in cui è emerso il fenomeno dell’acquisto di mogli in paesi più
poveri, anche per mezzo di agenzie specializzate e di appositi cataloghi: si parla, in questo caso, di spose ordinate per
posta. Il fenomeno rileva uno squilibrio di potere che si estende dal mercato del lavoro alla sfera dei rapporti personali e
persino dei sentimenti. La giovane moglie straniera acquistata in un paese più povero rischia di collocarsi così in una
categoria intermedia tra le due figure femminili più diffuse della colf e della prostituta. Ricompare d’altronde nella
considerazione dei matrimoni misti un vecchio fantasma, quello della perturbazione dell’ordine sociale, specie quando
un uomo straniero sposa una donna nativa. Non per caso, nel nostro paese come in altri l’attenzione dell’opinione pubblica
e dei media si concentra su questo tipo di unioni, specie quando lo sposto è di religione musulmana, ben al di là delle
evidenze statistiche.
D’altronde, la diffusione delle convivenze di fatto e dei legami di coppia non ufficializzati nel matrimonio rende più
complesso e sfuggente anche questo fenomeno sociale, complicando gli sforzi di conteggio.
Nel nostro paese il matrimonio rappresenta, sotto il profilo giuridico, la principale e quasi unica porta d’accesso alla
comunità nazionale per quanti non possono vantare ascendenze etniche italiane.
Lo stesso concetto di matrimonio misto ha attraversato accentuazioni e versioni differenti. Un’analisi mostra che fino al
1993 l’accento era posto soprattutto sui matrimoni interrazziali; negli anni quaranta, l’interesse si sposta verso i matrimoni
interreligiosi; negli anni cinquanta compaiono le coppie internazionali, dal 1980 gli studiosi si interessano soprattutto dei
matrimoni interetnici o a mescolanza multipla, in la diversità di razza, di religione e di nazionalità si presentano spesso
simultaneamente. In questo senso si può dire che la mixité è un concetto relativo, storicamente situato e influenzato dalle
reazioni del contesto che circonda le coppie miste. Perché si parli di mixité bisogna che venga percepita una diversità tra
i partner, la cui connotazione si è modificata nel tempo: qualche decennio fa, l’unione di una donna italiana con un
cittadino americano o tedesco aveva molte probabilità di essere considerata e analizzata come un matrimonio misto,
mentre oggi questo non accade o si verifica in maniera attenuata. Per contro, non è necessario che uno dei partner sia
straniero o nato all’estero: si parla di matrimoni misti anche nel caso di figli o nipoti immigrati, in possesso della
cittadinanza, padroni della lingua e scolarizzati nel paese in cui risiedono.
La reazione all’ambiente, le forme in cui coglie la diversità rispetto a un assetto normale dei rapporti coniugali è dunque
un tratto determinante della definizione delle unioni miste. In altri termini, le coppie miste sono considerate tali, e
diventano oggetto di interesse, perché sono viste e anche vissute come atipiche, fuori dal comune.
La maggior parte delle ricerche ne pongano in rilievo le difficoltà, i conflitti e i fallimenti. Del resto, ogni scelta che
contrasta norme e convenzioni socialmente accettate rischia di incontrare resistenze e incomprensioni. Nel caso di

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matrimoni misti, la coppia deve farsi carico di mediare differenze, disuguaglianze e pregiudizi. Va notato che resistenze
e chiusure non si verificano sul versante delle società riceventi.
È interessante l’analisi delle motivazioni che spingono le persone immigrate a contrarre un matrimonio con un partner
autoctono_
- Matrimonio di convenienza, finalizzato ad acquisire uno status giuridico che consenta di rimanere nel nostro
paese, oppure per sfuggire a miseria e precarietà, o anche per ottenere un miglioramento di status sociale;
- Matrimonio facilitatore, finalizzato a una strategia di inserimento accelerato nella società di accoglienza;
- Matrimonio riparatore, che consegue alla nascita di uno o più figli;
- Matrimonio intellettuale, finalizzato a conoscere altre culture o a raggiungere la modernità;
- Matrimonio d’agenzia, negoziato, che si riferisce al fenomeno già richiamato dei matrimoni combinati da
servizi di intermediazioni;
- Matrimoni per motivi culturali, di rottura con il proprio gruppo, clan, famiglia, ambiente di appartenenza.
Sono tipici soprattutto delle donne, e rappresentano un modo per porre in discussione i valori tradizionali e la
definizione dell’identità femminile che ne discende, anche al prezzo di rompere i rapporti con la famiglia
d’origine.
L’ambito familiare si rivela dunque cruciale sia per la riproduzione e l’adattamento delle norme e delle pratiche culturali,
sia per l’elaborazione di nuove identità e stili di vita, sia eventualmente per l’incontro e la mescolanza tra vecchi e nuovi
residenti. Le donne, protagoniste delle migrazioni contemporanee e delle famiglie transnazionali, appaio no figure centrali
di questi processi.

Capitolo 7: i figli degli immigrati

La socializzazione dei figli dei migranti


La formazione di una nuova generazione scaturita dall’immigrazione rappresenta non solo un nodo cruciale dei fenomeni
migratori, ma anche una sfida per la coesione sociale e un fattore di trasformazione delle società riceventi.
Vengono così alla ribalta alcuni nodi fondamentali per l’integrazione sociale, che venivano occultati o posposti finché si
trattava di immigrati di prima generazione, di cui si poteva immaginare un rientro in patria in un futuro non lontano.
Un importante problema è quello del passaggio da immigrazioni temporanee a insediamenti durevoli, e in molti casi
definitivi, con la trasformazione delle immigrazioni per lavoro in immigrazioni di popolamento.
Il significato di questa evoluzione inattesa è ben sintetizzato dal motto: volevamo delle braccia, ma sono arrivate delle
persone.
Sayad ha illustrato criticamente come la nascita della seconda generazione abbia sconvolto i taciti meccanismi di precaria
accettazione dell’immigrazione, basati sul presupposto della sua provvisorietà: l’emigrazione e l’immigrazione sono
meccanismi sociali che hanno bisogno di ignorarsi come tali per poter essere come devono essere.
Bastnier e Dassetto hanno invece fatto notare che i ricongiungimenti familiari, nascita dei figli, scolarizzazione,
incrementano i rapporti tra gli immigrati e le istituzioni della società ricevente, producendo un processo di progressiva
cittadanizzazione dell’immigrato, ossia un processo che lo porta ad essere membro e soggetto della città intesa nella più
larga accezione del termine.
Nel bene e nel male, la nascita e la socializzazione dei figli dei migranti producono uno sviluppo delle interazioni, degli
scambi, a volte dei conflitti tra popolazioni immigrate e società ospitante: rappresentano un punto di svolta dei rapporti
interetnici, obbligando a prendere coscienza di una trasformazione irreversibile nella geografia umana e sociale dei paesi
in cui avvengono.
Ne deriva una preoccupazione fondamentale, quella del grado, delle forme, degli esiti dei percorsi di incorporazione delle
popolazioni immigrate nella società ricevente. La questione rimanda all’identità e all’integrazione della società nel suo
complesso, di cui la lealtà dei giovani di origine straniera, da un lato, e la loro inclusione paritaria, dall’altro, divengono
un banco di prova di grande risonanza simbolica. Fenomeni allarmanti come i fallimenti scolastici sono la spia di un
malessere che inquieta e fa discutere.
La questione delle seconde generazioni diventa la cartina tornasole degli esiti dell’inclusione di popolazioni alloctone.
Nell’ambito delle popolazioni immigrate, proprio la nascita e la socializzazione di una nuova generazione rappresenta un
momento decisivo per la presa di coscienza del proprio status di minoranze ormai insediate in un contesto diverso da
quello della società d’origine.

Definire le seconde generazioni è meno scontato di quello che non appaia. Confluiscono in questa categoria concettuale
casi assai diversi, che spaziano dai bambini nati e cresciuti nella società ricevente, agli adolescenti ricongiunti dopo aver
compiuto un ampio processo di socializzazione nel paese d’origine. Complicano il quadro i figli di coppia mista e i piccoli
nomadi, che nel sistema scolastico vengono equiparati ai minori di origine straniera, in quanto classificati come portatori
di eterogeneità culturale.
Alcuni preferiscono parlare di minori immigrati, giacché il termine seconda generazione sembra riferirsi primariamente
ai minori nati nella società ricevente da genitori immigrati. Ma il corrispettivo minori immigrati appare ancora meno
soddisfacente, giacché classifica come immigrati bambini e ragazzi nati in Italia e che legittimamente potrebbero
presentarsi come italiani o italiani col trattino, aggiungendo al nostro il riferimento al paese d’origine dei genitori; non

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come immigrati per la semplice ragione che non si sono mai trasferiti nel nostro paese da un altro luogo di origine.
Semmai, si può parlare di minori o giovani o persone di origine immigrata, ma prevale ampiamente il concetto di seconda
generazione.
Nel dibattito internazionale, non si è ancora raggiunta però una definizione univoca, e si possono trovare definizioni più
ristrette che limitano la seconda generazione ai figli di due genitori entrambi stranieri, che includono anche i figli di madre
straniera o padre straniero; infine, le definizioni più comprensive comprendono i figli di almeno un genitore nato
all’estero.
Un altro nodo problematico è rappresentato dal momento dell’arrivo. Fino a che età è lecito parlare di seconda
generazione? Se sui bambini in tenera età nati all’estero e trapiantati durante i primi anni di vita in nuovo paese non si
riscontrano grandi obiezioni, più controverso è lo status dei ragazzi e delle ragazze immigrati tra i 15 e i 18 anni,
specialmente quando si tratta di minori non accompagnati che emigrano soli, anche se spesso in relazione a strategie
familiari.
Rumbaut introduce una visione graduata decimale della seconda generazione  generazione 1,5, aggiungendo la
generazione 1,25 e quella 1,05: la generazione 1,5 è quella che ha cominciato il processo di socializzazione e la scuola
primaria nel paese d’origine ma ha completato l’educazione scolastica all’estero; la generazione 1.25 è quella che emigra
tra i 13 e i 17 anni; la generazione 0-5 si trasferisce all’estero nell’età prescolare.
Vi è una sorta di continuum, scandito da situazioni socioculturali e problematiche educative diverse, tra il soggetto nato
nel paese ricevente da genitori stranieri, e quello che arriva intorno alla maggiore età.
Nel caso italiano possiamo distinguere:
- Minori nati in Italia;
- Minori ricongiunti;
- Minori giunti soli;
- Minori rifugiati;
- Minori arrivati per adozione internazionale;
- Figli di coppie miste.

Lo stesso concetto di generazione non è privo di ambiguità: può riferirsi infatti alla discendenza, alle classi di età, alle
coorti demografiche, ai periodi storici.
In questo capitolo, le seconde generazioni vengono intese come figli di almeno un genitore immigrato, nati tanto all’estero
quanto in Italia.

Seconde generazioni, coesione sociale e processi di integrazione


La questione delle seconde generazioni è cruciale rispetto alla ridefinizione dell’integrazione sociale delle società
riceventi, in presenza di popolazioni immigrate ormai stabilmente insediate e destinate a rimanere.
Il rapporto tra destino delle seconde generazioni immigrate e riproduzione della società traspare anche dal fatto che si
proietta su di esse un classico timore della società adulta nei confronti dei giovani: che non accettino di introiettare e
riprodurre l’ordine sociale esistente.
DeWind e Kasinitz parlano di ansietà di assimilazione e sottopongono a critica l’idealizzazione del meltingpot del
passato: l’americanizzazione era allora considerata il progetto politico da perseguire, più che un processo da studiare, e
l’assimilazione nella società americana, o meglio negli stili di vita della classe media, era vista come desiderabile e
inevitabile allo stesso tempo.
Il caso delle seconde generazioni immigrate rimanda alla tensione tra l’immagine sociale modesta e collegata a
occupazioni umili dei loro genitori e l’acculturazione agli stili di vita e alle rappresentazioni delle gerarchie occupazionali
acquisite attraverso la socializzazione nel contesto delle società riceventi.
Il problema delle seconde generazioni si pone perché, essendo cresciuti in contesti occidentali, hanno assimilato gusti,
aspirazioni, modelli di consumo propri dei loro coetanei autoctoni. Diventati adulti, proprio come gli autoctoni tendono
a rifiutare le occupazioni subalterne accettate più o meno di buon grado dai loro padri. Già nel 1901 la seconda
commissione d’inchiesta istituita dal Congresso americano sul tema della criminalità degli immigrati sosteneva: gli
stranieri della seconda generazione, essendosi abituati ai modi di vita del paese, avendo preso più familiarità ed essendosi
liberati dal controllo dei genitori, che hanno imparato a considerare ignoranti e antiquati, hanno un tasso di criminalità
eccessivamente alto. Se non hanno successo nella scuola e non riescono a trovare spazio nel mercato del lavoro
qualificato, i figli di immigrati rischiano di alimentare un potenziale serbatoio di esclusione sociale, devianza, opposizione
alla società ricevente e alle sue istituzioni.
L’aggregazione dei giovani intorno a identità religiose ed etniche e l’insorgere di manifestazioni anche violente di
conflitto sociale nelle periferie ad alta concentrazioni di popolazioni immigrate viene quindi interpretata da diversi
studiosi come l’effetto di questa dissonanza tra socializzazione culturale implicitamente riuscita ed esclusione
socioeconomica. Touraine ha parlato, in proposito, di una situazione in cui un’assimilazione culturale si coniuga con una
forte dose di non-integrazione sociale; mentre Roy parla di etnia inventata e di islam immaginario, osservando che nelle
comunità arabe l’arabo non è la lingua di comunicazione utilizzata e la religione è vissuta più sul piano dell’identificazione
simbolica che su quello della pratica reale. L’etnicità non è dunque un punto di partenza, ma il risultato della non-
integrazione e della destrutturazione della comunità di origine.

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Sulle due sponde dell’Atlantico, si discute poi se l’integrazione degli attuali migranti di seconda generazione sia più ardua
di quella dei discendenti delle precedenti ondate migratorie.
Nel caso americano, il confronto è tra le vecchie migrazioni, arrivate tra il 1880 e il 1920, e le nuove migrazioni, giunte
dopo la riforma del 1965. Le prime erano in larga prevalenza di razza bianca e provenivano dall’Europa, mentre le seconde
sono soprattutto extraeuropee, asiatiche e latino-americane, e si distinguono per una diversità razziale che dà facilmente
esca a etichettature discriminatorie.
Alcuni studiosi hanno posto in rilievo le accresciute difficoltà dell’integrazione delle seconde generazioni di oggi,
giungendo a parlare di declino delle seconde generazioni.
Due ordini di fattori:
- In primo luogo, pesano le trasformazioni dell’economia americana verso una struttura socioeconomica a
clessidra (hourglass economy), in cui stanno scomparendo le occupazioni industriali stabili e i gradini delle
carriere gerarchiche tradizionali, che offrivano agli immigrati e specie ai loro figli la possibilità di inserirsi nella
classe media, e di puntare eventualmente, con le generazioni successive, verso i livelli superiori delle gerarchie
professionali;
- In secondo luogo, incide la differenza razziale, così come viene percepita e stigmatizzata dalla società ricevente:
i migranti di allora erano bianchi, e potevano confondersi più agevolmente con la maggioranza anglosassone;
quelli di oggi sono in grande maggioranza di colore, restano fisicamente distinguibili, sono più facilmente
assimilabili con le minoranze interne e quindi vengono colpiti maggiormente da processi di etichettatura.

La caratterizzazione razziale si trasmette inevitabilmente alle seconde generazioni, data anche l’incidenza molto elevata
delle unioni omogame e continua a influire sui loro destini anche quando l’assimilazione linguistica e culturale ha
raggiunto stadi avanzati.
Una posizione parzialmente diversa è quella sostenuta da Perlmann e Waldigner, i quali anzitutto ridimensionano la
tendenza verso l’affermazione di una struttura economica polarizzata, con il declino delle classi medie, specie per quello
che riguarda gli immigrati: le economie etniche urbane sarebbero in questo senso un importante serbatoio di opportunità.
Quanto alla razza, gli studiosi fanno notare che gli immigrati europei dei primi del Novecento erano visti, classificati e
trattati come appartenenti a razze diverse da quella bianca. Le definizioni delle differenze razziali non sarebbero un punto
di partenza per l’analisi delle forme di discriminazione, bensì gli esiti di processi di costruzione sociale che vanno a loro
volta spiegati: per i discendenti degli antichi immigrati europei, la razza ha rappresentato uno status acquisito e non
ascritto. L’idea di una maggiore facilità della loro integrazione sarebbe quindi dovuta in buona parte a un effetto
retrospettivo.
Quanto alla cultura oppositiva, Waldigner e Perlmann da un lato ne mostrano la continuità con il passato; dall’altro lato,
la considerano un’espressione della rivolta adolescenziale dei maschi di classe operaia, contro una scuola che riproduce i
valori ella classe media, più accettati invece dalle componenti femminili degli strati popolari e immigrati.

L’inclusione: visioni a confronto


Sulle visioni dissonanti dei percorsi e delle opportunità di inclusione dei giovani di origine immigrata incidono le
impostazioni di fondo degli studiosi che si occupano del fenomeno.
1) Una parte delle analisi riprende l’impianto strutturalista: anche i figli degli immigrati sono permanentemente
svantaggiati e condannati all’esclusione dalle occupazioni migliori. L’insuccesso scolastico sanziona la
discriminazione sociale. Queste posizioni sono particolarmente diffuse tra gli studiosi europei e riflettono un
contesto meno ricettivo verso l’insediamento permanente di immigrati di quello statunitense, canadese o
australiano.ci sono somiglianze in questa nuova generazione attraverso molti paesi europei. In termini di
aspirazioni, non vogliono essere confinati nei medesimi limitati ambiti occupazionali dei loro genitori; in termini
di esperienza, si confrontano con la disoccupazione o con occupazioni precarie e instabili. È l’effetto di quello
che viene definito un paradosso dell’integrazione: mentre i genitori spesso rimanevano relativamente invisibili,
inseriti in occupazioni in cui si trovavano pochi lavoratori nazionali, i figli si proiettano verso un arco molto più
ampio di opportunità, ambite anche dagli autoctoni, esponendosi a situazioni in cui è più probabile incontrare
razzismo e discriminazione. Le canoniche spiegazioni basate sul capitale umano vengono respinte. Una crescente
etnicizzazione della povertà sta prendendo piede in Europa, con il rischio della formazione di una underclass
permanentemente, esclusa dal mercato del lavoro. Tra le ragioni, questi autori individuano un duplice problema
ideologico: anzitutto, in diversi paesi perdura in ampi settori dell’opinione pubblica una visione
dell’immigrazione come temporanea, visione che frena il riconoscimento di diritti e aspirazioni propri dei
cittadini. Sempre sul piano ideologico, pesa altresì il rifiuto di riconoscere l’esistenza di discriminazioni razziali
ed etniche. Altri propongono una visione più articolata degli esiti delle seconde generazioni, analizzando in
modo particolare i risultasti scolastici. Questo studioso critica l’idea che l’insuccesso educativo sia dovuto al
peso delle culture familiari d’origine, specie se extraeuropee, ponendo in luce i diversi livelli molti di successo
scolastico raggiunti anche dai figli di immigrati europei. Thanardt interpreta queste differenze in relazione alla
capacità in autorganizzazione, di negoziazione e di rappresentazione del proprio insediamento, delle popolazioni
immigrate, rifiutando di vedere queste ultime solo come clienti, oggetti di pratiche sociali attuate da altri, ma
ponendo in rilievo il loro ruolo di attori che partecipano alle decisioni, interagendo con le istituzioni della società
ricevente;

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2) All’estremo opposto stanno le letture neoassimilazioniste. Pur abbandonando gli aspetti più ingenui e normativi
del vecchio assimilazionaismo, tali per cui era doveroso che gli immigrati abbandonassero al più presto stili di
vita e abiti mentali derivanti dall’ambiente sociale d’origine per abbracciare lingua e mentalità della società
ricevente, questi studiosi sostengono che l’assimilazione continua ad avvenire sempre e continuamente anche in
modo non intenzionale. Brubaker individua due significati basilari di assimilazione: nel primo significato,
l’aspetto centrale è la similarità o somiglianza  assimilare significa diventare simili, o rendere simili, o
trattare come simili. L’accento va sul processo, non sullo stato finale, e l’assimilazione è una questione di gradi.
Nel secondo significato, assimilare significa assorbire o incorporare, trasformare in una sostanza della propria
natura, come fa il corpo quando trasforma il cibo in sangue. L’assimilazione, in questo secondo significato,
implica un completo assorbimento. Questa seconda accezione del termine viene oggi ampiamente rifiutata e
anche nella prima accezione la versione transitiva del rendere simili appare problematica, giacché sembra
implicare misure di assimilazione forzata o quanto meno programmi che tendono ad assimilare le persone anche
contro la loro volontà. Brubaker sottolinea altri due aspetti che meritano di essere ripresi: 1) l’assimilazione è un
processo sociale che avviene a livello aggregato, è largamente inintenzionale e spesso invisibile, rappresenta la
conseguenza di una miriade di azioni e scelte individuali; 2) l’assimilazione va perseguita normativamente non
in campo culturale, bensì a livello socioeconomico: in questo senso, si oppone alla disgregazione, alla
ghettizzazione, all’emarginazione. Sono soprattutto i contesti extraeuropei più aperti all’immigrazione a fornire
riscontri empirici che vanno in questa direzione. Castles spiega che dopo il 1945 le autorità governative decisero
di promuovere nuovi arrivi di immigrati. Si sviluppò così un sistema di preferenze per i tipi desiderabili di
immigrati. Una graduatoria del genere implicava grande resistenza nel reclutare immigrati dell’Europa
meridionale, e solo quote limitate erano ammesse. Dopo vent’anni, Castles afferma che gli italiani hanno aiutato
a cambiare la cultura e l’identità nazionale australiana, da un’impostazione decisamente assimilazionista e
monoculturale a una concezione multiculturale della società, non solo, hanno preparato la strada per
un’assunzione di consapevolezza della nuova realtà geopolitica, e nel lungo periodo per l’apertura verso l’Asia.
Boyd e Grieco, sulla base dei dati della General Social Survey del 1994, giungono a parlare di transizioni
trionfanti, con il conseguimento di alti livelli di istruzione e di status occupazionale per i figli degli immigrati,
pur osservando che il successo non è uniformemente diffuso e distinguendo esiti diversi in relazione alle origini
dei genitori. In generale, le seconde generazioni, specie le persone con entrambi i genitori nati all’estero,
sperimentano più alti livello di istruzione, e questa influenza i loro risultati occupazionali, con un vantaggio, per
ogni anno di istruzione, più consistente che per ogni altro gruppo di popolazione. In contrasto con la visione
prevalente, i progressi delle seconde generazioni sono più marcati di quelli della terza e delle successive.
3) Altre interpretazioni si pongono in una posizione intermedia tra il polo strutturalista della discriminazione
permanente e il popolo liberale dell’assimilazione inevitabile. Una prima variante consiste nel problematizzare
un generico concetto di assimilazione nella società ricevente. Diversi studi tendono a segmentare il discorso,
domandandosi in quali ambiti, per quali aspetti, con quali componenti della popolazione nativa degli immigrati
tendono ad assimilarli. Nelle grandi città americane sono stati individuati da Portes processi definiti come
downward assimilation, ossia l’assimilazione dei giovani nell’ambito di comunità marginali, nei ghetti urbani
in cui si trovano a crescere insieme alle minoranze interne più svantaggiate, introiettando la convinzione di una
discriminazione insuperabile da parte della maggioranza autoctona e l’idea dell’inutilità di ogni sforzo di
miglioramento. Le scuole dei ghetti diventano arene di ingiustizia, che offrono ineguali opportunità ai minori su
basi di razza e di classe. Soprattutto i maschi, che crescono in comunità marginali senza modelli di classe media,
senza un ruolo economico e senza un ruolo familiare, tendono a diventare marginalizzati e alienati, mentre cresce
il numero di donne sole con figli. Isolamento sociale e deprivazione alimentano una cultura oppositiva, che
comporta il rifiuto di norme e valori della società maggioritaria. Queste idee non si discostano dalle impostazioni
strutturaliste. Il concetto di assimilazione segmentata intende cogliere la diversità dei traguardi raggiunti dalle
varie minoranze immigrate e sottolineare che la rapida integrazione e accettazione nella società americana
rappresentano solo una delle possibili alternative, così come il fallimento e l’invischiamento nella marginalità
permanente della downward assimilati on. Gradi diversi di successo nell’integrazione in ambito scolastico e
professionale dei minori sono stati studiati in relazione ad elementi come la coesione comunitaria e degli
investimenti educati vi delle famiglie. In diversi casi il successo scolastico delle seconde generazioni è spiegato
dal mantenimento di codici culturali distintiti e dalla socializzazione nell’ambito di comunità minoritarie,
anziché dall’assorbimento nella cultura maggioritaria. L’assunzione di comportamenti non desiderabili, come
il consumo di alcol, tabacco e droghe, è correlata con la lunghezza della permanenza negli Stati Uniti e con
l’assimilazione nella popolazione giovanile locale. Xuzhou pone in rilievo l’uso dell’etnicità come base per
forme di cooperazione capaci di superare gli svantaggi strutturali. Ambienti sociali ristretti, vigilanti,
culturalmente integrati, favoriscono la conformità ai valori familiari, che a loro volta promuovono l’impegno
scolastico e comportamenti virtuosi sotto il profilo dell’accettazione sociale, prevedendo l’acculturazione negli
strati privilegiati della società americana. Il gruppo etnico che attornia la famiglia rinforza il sostegno familiare
e svolge un ruolo di mediazione nei confronti della società più ampia, realizzando una zona di cuscinetto che
attenua le tensioni tra la realizzazione individuale e la conformità dalle norme familiari. Nello schema
dell’assimilazione segmentata, le reti etniche possono dunque essere concettualizzate come una forma di capitale
sociale che influenza l’integrazione dei figli nella società ricevente, con azioni tanto di sostegno quanto di

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controllo: l’argomento centrale è che fattori individuali e strutturali sono intrecciati con la cultura degli immigrati
e caratteristiche di gruppo predeterminate nel plasmare i destini degli immigrati e dei loro figli. La coltivazione
dei legami etnici all’interno di comunità integrate può favorire lo sviluppo di attitudini e comportamenti in grado
di rompere il circolo vizioso dello svantaggio e di agevolare la mobilità sociale. Un contributo di Farley e Alba,
basato sull’analisi dei dati di una survery, trae conclusioni che si possono a loro volta collocare in una posizione
intermedia tra l’impostazione assimilazionista classica e una variante ottimistica dell’assimilazione segmentata.
Nella maggior parte dei casi, la seconda generazione ha superato la prima per risultati scolastici, esiti
occupazionali e status economico conseguito. Gli autori notano ad esempio la grande diminuzione della quota
di soggetti che manca di diplomi di istruzione superiore rispetto alla generazione dei genitori, nonché un’evidente
crescita del prestigio delle occupazioni svolte, misurata come percentuale della popolazione occupata in
executive, managerial and professional occupations. Lo studio suggerisce la centralità dell’istruzione dei genitori
come principale fattore esplicativi. Portes ha riproposto la sua riflessione sull’assimilazione segmentata anche
in termini normativi. Anzitutto, il tradizionale modello di assimilazione, ereditato dal rapporto con
l’immigrazione di origine europea, non sembra molto utile nel descrivere l’attuale processo e i suoi probabili
esiti: una completa acculturazione comporta dei rischi, mentre i legami familiari e comunitari forti possono
fornire risorse significative per i specialmente i genitori immigrati di oggi non desiderano più che i figli adottino
acriticamente gli stili di vita dei coetanei americani. Molte minoranze incoraggiano invece un nuovo tipi di
acculturazione.

I tipi di acculturazione:
- Acculturazione consonante: è il percorso classico dei migranti che si assimilano, abbandonando lingua e
abitudini del paese d’origine per abbracciare quelli della società ricevente;
- Resistenza consonante all’acculturazione: è il caso opposto, di chiusura nella cerchia dei connazionali e nelle
pratiche linguistiche e culturali importate dal paese d’origine, senza apprezzabili passi verso l’integrazione nella
società ricevente né da parte dei genitori né da parte dei figli;
- Acculturazione dissonante (I): è il caso tipico del conflitto intergenerazionale nell’emigrazione, determinato
dalla rapida acculturazione dei figli e dal loro rifiuto di mantenere legami e retaggi culturali che richiamano le
origini dei genitori, a cui questi ultimi rimangono invece attaccati;
- Acculturazione dissonante (II): i genitori perdono i legami e il sostegno della cerchia dei connazionali.
Rimanendo indietro rispetto ai figli nei processi di assimilazione, vedono scalzata la loro autorità e il ruolo di
guide educative;
- Acculturazione selettiva. La situazione in cui l’apprendimento delle abilità necessarie per inserirsi nel nuovo
contesto non entra in contrasto con il mantenimento di legami e riferimenti identitari. Genitori e figli si muovo
di comune accordo sui due binari, riducendo il rischio di conflitti, salvaguardando l’autorità genitoriale e
promuovendo un efficace bilinguismo nelle nuove generazioni.

Le istituzioni mediatrici: famiglia e scuola


La famiglia è l’istituzione sociale in cui i processi educativi sono intrisi dell’ambivalenza tra mantenimento di codici
culturali tradizionali e desiderio di integrazione e ascesa sociale nel contesto della società ospitante, tra volontà di
controllo delle scelte e dei comportamenti dei figli e confronto con società che enfatizzano i valori dell’emancipazione,
dell’eguaglianza tra uomini e donne e dell’autonomia personale. La mancanza o la frammentarietà della rete parentale e
di vicinato rappresentano tuttavia un ostacolo che indebolisce la capacità educativa delle famiglie, tranne che laddove si
forme aggregazioni etniche particolarmente coese. I minori restano spesso soli o vengono affidati a madri arrivate per
ricongiungimento. Madri socialmente fragili sono un precario sostegno per il processo educativo e l’inserimento nella
società. Isolamento prima e perdita di controllo educativo poi sono conseguenze diffuse di questa precaria condizione
familiare. Inoltre, gli immigrati di seconda generazione, grazie alla frequenza della scuola, si vengono a trovare ben presto
in una situazione di più avanzata integrazione culturale nella società ricevente rispetto ai genitori, soprattutto sotto il
profilo della padronanza della lingua. Si trovano quindi in condizione di tensione tra sottomissione all’autorità genitoriale
e superiorità nella loro capacità di interazione.
Possiamo ricordare questi aspetti:
- Il fenomeno del rovesciamento dei ruoli, attraverso il quale i figli, grazie alla migliore conoscenza della lingua,
assumono precocemente responsabilità adulte nel confronto con la società ospitante, fino a diventare, per certi
aspetti, genitori dei loro genitori. Questo fenomeno rischia di indebolire l’immagine dei genitori e il loro ruolo
per la crescita dei figli;
- La precoce perdita di autorevolezza e capacità educativa da parte dei genitori;
- Le tendenze già richiamate dei figli a fuoriuscire dalle forme di integrazione subalterna accettate dai padri, basate
sull’inserimento nelle posizioni inferiori delle gerarchie occupazionali, attraverso l’assunzione di schemi
cognitivi e criteri di valutazione molto più simili a quelli dei coetanei autoctoni;
- La tensione nei confronti della trasmissione di modelli culturali ispirati alla società di origine: modelli in cui
convergono il desiderio di controllo sui comportamenti delle giovani generazioni, la riaffermazione di

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un’autorità genitoriale scossa dallo sradicamento e dall’incontro con la società ricevente, la contraddittoria
combinazione di incitamento alla promozione sociale e ossequio all’identità ancestrale;
- La ribellione contro le aspettative di mobilità sociale dei genitori, a causa delle pressioni livellatrici e oppositive
dell’ambiente di vita e in particolare del gruppo dei pari, nei quartieri poveri in cui molte minoranze rimangono
intrappolate. Zhou parla di dissonanza generazionale quando i figli non si collocano sui livelli di aspirazione dei
genitori e non si conformano alla loro guida;
- Le problematiche di genere e di equilibri interni alle famiglie, giacché le pressioni conformistiche sono
normalmente più forti nei confronti delle figlie, mentre i maggiori problemi sociali riguardano i figli maschi;
inoltre, i valori egualitari, l’enfasi sull’autonomia personale, i processi di emancipazione femminile possono
essere avvertiti come pericoli per i valori patriarcali tramandati da molte culture tradizionali.

La seconda istituzione influente è la scuola che è stata particolarmente studiata come il crogiolo dell’assimilazione, il
possibile trampolino di lancio della promozione sociale, o come l’istituzione sociale in cui si determinano le premesse
per il confinamento dei figli degli immigrati ai margini della buona occupazione e delle opportunità di effettiva
integrazione nelle società. Contano molto le differenze tra le componenti nazionali. Il rapporto con il sistema educativo
si mostra quindi più articolato e anche inatteso di quanto lasciassero supporre le visioni consolidate sia quelle
assimilazioniste di impronta ottimistica, sia quelle strutturaliste.
- un polo della questione è rappresentato dalle risorse e strategie delle famiglie, dalla loro capacità e
determinazione nel favorire la carriera scolastica dei figli. Sulla base delle ricerche disponibili, si può affermare
che il livello di istruzione dei genitori, nonostante le difficoltà dovute alle differenze linguistiche e alla diffusa
valorizzazione delle credenziali educative nei contesti di immigrazione, anche per i figli di immigrati rappresenta
il più importante fattore del successo scolastico, non diversamente da quanto accade per la popolazione nativa.
I programmi di ammissione di nuovi immigrati basati sulla preferenza per i soggetti ad alta istruzione e
qualificazione professionale presentano pertanto anche questo vantaggio collaterale: una maggiore probabilità
di buona integrazione dei figli nel sistema educativo e professionale;
- il secondo polo è identificabile nel funzionamento dei sistemi scolastici delle società riceventi, dal loro grado di
apertura nei confronti di alunni con un background linguistico e culturale diverso, da gli investimenti
nell’accompagnamento del loro inserimento e nell’educazione interculturale come valore;
- un terzo fattore è il contesto di ricezione dell’immigrazione. La possibilità di entrare legalmente, il
riconoscimento delle credenziali educative acquisite in patria, le modalità di inserimento nel mercato del lavoro,
l’incidenza di pregiudizi e discriminazioni, intervengono a plasmare le chances di inserimento e di promozione
sociale degli immigrati, riflettendosi sui figli e sulla loro carriera educativa.

Seconde generazioni e nuove identità culturali


Possiamo individuare tre traiettorie:
1) assimilazione tradizionalmente intesa, in cui l’avanzamento socioeconomico si accompagna
all’acculturazione nella società ricevente, e questa a sua volta comporta il progressivo abbandono
dell’identificazione con un’appartenenza etnica minoritaria e di pratiche culturali distintive;
2) confluenza negli strati svantaggiati della popolazione, con scarse possibilità di fuoriuscita da una condizione di
esclusione, un aggravamento della marginalità e della disoccupazione proprio nelle seconde generazioni: è l’esito
posto in luce soprattutto dalle visioni strutturaliste. Possiamo peraltro distinguere due varianti di questa
traiettoria: nell’ambito europeo il rapporto tra socializzazione paradossalmente riuscita agli stili di vita e ai
consumi delle classi giovanili, e persistente carenza di opportunità di miglioramento economico e socia (
assimilazione illusoria). In America il concetto di downward assimilation sottolinea l’assunzione di un’identità
etnica reattiva, contrapposta ai valori e alle istituzioni della società ricevente;
3) assimilazione selettiva, che rimanda all’assimilazione segmentata del recente dibattito americano, in cui la
conservazione di tratti identitari minoritari, peraltro rielaborati e adattati al nuovo contesto, diventa una risorsa
per i processi di inclusione e in modo particolare per il successo scolastico e professionale delle seconde
generazioni. Si discute invece sull’influenza dei livelli di istruzione de
Come mostra la ricerca di Randall su un piccolo campione di giovani di origine africana a Milano, essere neri ed essere
italiani sono ancora categorie percepite come reciprocamente esclusive. È diffuso tra questi giovani il desiderio di lasciare
l’Italia, giacché vedono maggiori opportunità all’estero di quelle concesse nel nostro paese, pur non coltivando un mito
del ritorno verso la patria ancestrale. Ristrettezza delle opportunità occupazionali, insistenti controlli di polizia, discorsi
antiimmigrati dei coetanei italiani, acuiscono la consapevolezza della discriminazione e il disagio di una condizione
incerta di confine, non ancora accettata come normale dalla società ricevente.
L’idea di una minoranza di colore, dotata di diritti di cittadinanza e dunque italiana per passaporto, oltre che per
formazione e residenza, rompe schemi consolidati e pone questioni inedite per il nostro paese e la sua già controversa
identità nazionale. I genitori e delle condizioni economiche della famiglia d’origine, l’incrocio tra elementi culturali ed
elementi di natura strutturale, nonché il confronto tra il capitale sociale umano en sociale di cui possono disporre gli
immigrati e le disposizioni della società ospitante appare in ogni caso cruciale.

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La condizione delle seconde generazioni è dunque per definizione ambigua, in bilico tra appartenenza ed estraneità; può
comportare una relazione di marginalità o di contrapposizione con la società ricevente, ma anche contribuire a porre in
discussione concezioni statiche dell’identità e della nazionalità, concorrendo alla costruzione di spazi sociali e politici in
cui possano trovare posto espressioni miste e di appartenenza.
Interrogarsi sulle seconde generazioni diventa un luogo privilegiato per discutere del futuro delle nostre società, del nuovo
volto che stanno assumendo, delle nuove forme della coesione sociale di cui hanno bisogno, nonché della produzione di
inedite identità culturali, fluide, composite, negoziate quotidianamente, in un incessante bricolage di antico e recente.
Come mostra la ricerca di Randall su un piccolo campione di giovani di origine africana a Milano, essere neri ed essere
italiani sono ancora categorie percepite come reciprocamente esclusive. Discorsi anti immigrati dei coetanei italiani
acuiscono la consapevolezza della discriminazione e il disagio di una condizione incerta di confine, non ancora accettata
come normale dalla società ricevente.
L’idea di una minoranza di colore, dotata di diritti di cittadinanza e dunque italiana per passaporto, oltre che per
formazione e residenza, rompe schemi consolidati e pone questioni inedite per il nostro paese e la sua già controversa
identità nazionale.
Si porrà il problema della costruzione di una coesione sociale non più riprodotta spontaneamente dalla società, sulla base
di un riconoscimento di comune appartenenza a una comunità nazionale: un riconoscimento non sempre pacifico, come
mostrano le vicende dell’immigrazione interna dei passati decenni, ma neppure mai posto seriamente in discussione.
Si tratta di passare da una solidarietà meccanica, basata sulla somiglianza, a una solidarietà organica, in grado di tenere
insieme le diversità. È una solidarietà ancora largamente inedita.
La ritenzione di tratti identitari minoritari non è necessariamente in ostacolo all’integrazione sociale, e neppure alla
riuscita in campo educativo e professionale. La società ricevente è chiamata pertanto a sviluppare investimenti adeguati
nell’assimilazione dei nuovi residenti, dando pratica attuazione al diritto alla somiglianza, che sta alla base di ogni
progetto di opportunità. Potrà allora legittimamente richiedere a essi un grado corrispondente di acquisizione delle
conoscenze e attitudini necessarie per muoversi nel nuovo contesto.
Le future generazioni afroitaliane saranno probabilmente più disponibili a riconoscersi in un’identità italiana se sentiranno
che questa li include.

Capitolo 8: la regolazione dell’immigrazione

La priorità del controllo


La questione della regolazione e del controllo delle migrazioni è diventata, negli ultimi anni, di grande attualità. Lo stesso
concetto di frontiera, tra l’altro, con quelli connessi di passaporto, visto, permesso di soggiorno, è relativamente recente
e si è affermato compiutamente solo con la prima guerra mondiale; in precedenza, dopo le guerre napoleoniche era
prevalsa una regolazione relativamente lasca e liberale.
Nel Novecento, la proibizione dell’emigrazione è stata una cifra politica dei regimi totalitari: basti pensare all’epoca
fascista in Italia, o alla repressione della libertà di movimento dei cittadini attuata per decenni.
La variazione nel tempo delle politiche di regolazione è stata colta da Hammar, che ha suddiviso la storia delle migrazioni
in Europa in quattro periodi:
1) grandi migrazioni transoceaniche, iniziato verso il 1830, quando gli spostamenti internazionali erano poco
controllati o comunque non richiedevano visti e permessi, il liberismo economico favoriva la mobilità della
manodopera e l’Europa era terra di migrazione verso altri continenti;
2) regolazione e restrizione dei movimenti migratori (1914-1945), legati non solo agli eventi bellici, ma anche alla
depressione economica;
3) regolazione politica relativamente liberale (dopo il 1945), motivata dai fabbisogni di manodopera per la
ricostruzione e lo sviluppo economico;
4) severa regolamentazione dell’immigrazione, iniziata con il blocco dell’immigrazione per lavoro nei primi anni
settanta e rafforzata nei decenni successivi.

Il ricorso all’immigrazione è stato visto a lungo come una soluzione a un problema economico, quello
dell’approvvigionamento di manodopera. Fenomeni come i ricongiungimenti familiari, l’arrivo di rifugiati politici e
umanitari, la trasformazione degli immigrati in minoranze etniche stabilmente insediate hanno allargato la portata del
fenomeno, trasformandolo in una questione politica.
Come dice Zolberg, «tutti i paesi verso i quali le persone vorrebbero andare restringono gli ingressi. Ciò significa, alla
fine dei conti, che sono le politiche dei potenziali paesi riceventi che determinano se gli spostamenti possono avere luogo,
e di che tipo saranno».
Non va quindi perso di vista il fatto che concetti come quelli di immigrato regolare o irregolare non sono dati “naturali”,
ma derivano dall’attività di regolazione condotta dai paesi verso cui si dirigono i migranti. Non sono neppure attributi
rigidi e immodificabili del migrante, giacché possono essere trasformati e persino rovesciati da nuovi interventi normativi.
Si tratta di costruzioni sociopolitiche, frutto degli equilibri di potere, dei sentimenti prevalenti nell’opinione pubblica,
della mediazione tra i diversi interessi in gioco. La stessa immigrazione regolare, dunque, non è un dato obiettivo, bensì
un effetto dell’incontro tra gli spostamenti delle persone attraverso le frontiere e le norme e procedure stabilite dai paesi
riceventi, volte a circoscrivere e contingentare le possibilità di ingresso legale.

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Negli ultimi anni si è verificato questo paradosso: sono stati liberalizzati molti tipi di scambi e flussi attraverso le frontiere,
finanziari, commerciali, comunicativi, culturali, turistici, mentre i movimenti di persone sono stati sottoposti a regimi
restrittivi sempre più stringenti.
Due principali tendenze:
1) ipotesi della convergenza: si verifica una crescente similarità tra i paesi sviluppati importatori di manodopera
sotto quattro aspetti: 1) gli strumenti politici adottati per controllare l’immigrazione, specialmente quella non
autorizzata e i crescenti flussi di rifugiati provenienti da paesi meno sviluppati; 2) i risultati/l’efficacia delle
misure di controllo dell’immigrazione, ritenute in generale inadeguate; 3) le politiche di integrazione sociale,
che tendono ad arricchire la dotazione di diritti degli immigrati regolari; 4) le reazioni dell’opinione pubblica
nei confronti dei movimenti migratori e le valutazioni degli sforzi dei governi per controllare l’immigrazione;
2) ipotesi del divario: in tutti i maggiori paesi industrializzati si sta allargando la forbice tra gli scopi delle politiche
migratorie e i risultati ottenuti, provocando una crescente ostilità pubblica nei confronti della generalità degli
immigrati e un’intensa pressione nei confronti delle forze politiche e dei governi affinchè adottino misure più
restrittive.

La regolazione politica delle migrazioni rappresenta oggi una questione rilevante e complicata in Europa e nella maggior
parte dei paesi sviluppati. Nel nostro continente, il nuovo clima politico susseguente alla caduta della cosiddetta «cortina
di ferro» che separava i paesi occidentali dal blocco comunista, gli alti livelli di disoccupazione interna provocati dalla
ristrutturazione delle economie negli ultimi decenni, le trasformazioni e i timori provocati dal processo di unificazione
economica e politica, contribuiscono a spiegare l’elevata sensibilità politica delle tematiche migratorie.
Appare dunque di grande rilevanza simbolica, per i governi, comunicare la certezza di tenere sotto controllo i confini
dello stato, per evitare di incorrere in crisi di fiducia da parte dei cittadini, che chiedono di essere protetti efficacemente
contro flussi paventati come incontrollabili, specie in tempi di terrorismo di matrice islamica.

Politiche di controllo delle migrazioni: posizioni a confronto


Soffermiamo ora l’attenzione sugli approcci che si sono proposti di interpretare motivazioni e obiettivi delle politiche di
controllo delle migrazioni. Sciortino individua due filoni di pensiero. Il primo situa le politiche migratorie attuate dagli
stati nel contesto del sistema politico internazionale, in relazione alla loro collocazione nella mappa geopolitica del
sistema-mondo. Le politiche di controllo delle migrazioni sono considerate, in questa prospettiva, come il luogo di
mediazione tra le forze di mercato, che spingono nel senso dell’apertura delle frontiere anche all’offerta di lavoro
straniera, e le logiche politiche, che tendono invece a chiudere i confini e a limitare la distribuzione di servizi e diritti di
protezione sociale a soli cittadini.
Il secondo filone studia le differenze tra i paesi nel mediare tra queste spinte divergenti, giacché le politiche di controllo
assumono profili ed equilibri diversi.
Modelli interpretativi:
- approccio marxista e neomarxista, secondo il quale i fattori economici e i processi politici determinano le
politiche migratorie. Agli immigrati si applica la categoria marxiana di esercito industriale di riserva, una forza
lavoro debole e pronta ad accettare qualunque condizione di lavoro, con la funzione di contenere le
rivendicazioni e la capacità di mobilitazione della classe operaia nativa. Il capitalismo, quindi, influenzando
l’azione dei governi, richiama, ridimensiona o espelle gli immigrati in relazione agli andamenti economici. Gli
interessi della classe capitalista sono peraltro disomogenei, giacché le componenti più forti di solito preferiscono
un’immigrazione regolata, mentre quelli che si trovano a competere in mercati poco remunerativi tendono a
favorire l’ingresso di immigrati irregolari, che possono essere più agevolmente sfruttati. L’immigrazione, inoltre,
inserendosi ai livelli più bassi del sistema occupazionale, innalza lo status dei lavoratori autoctoni, che si
vengono a trovare un gradino più in alto, con l’effetto di diminuire l’intensità del conflitto di classe;
- approccio dell’identità nazionale, secondo il quale la storia peculiare di ciascun paese, la sua concezione di
cittadinanza e nazionalità, così come i dibattiti sull’identità della nazione e i conflitti sociali interni, plasmano le
politiche migratorie. L’analisi è quindi condotta in chiave storica per i singoli paesi, riandando alle origini della
costruzione della nazione. Tre distinzioni emergono in proposito: 1) tra società di insediamento, storicamente
disposte ad accettare migrazioni su vasta scala, e stati etnici, che tendono invece a rifiutarle; 2) tra paesi
etnicamente e culturalmente omogenei e paesi eterogenei; 3) tra paesi in cui il codice della cittadinanza privilegia
lo ius sanguinis e quelli orientati invece allo ius soli. Contano però anche i problemi interni: l’inquietudine
sociale alimenta il timore di perdere l’identità nazionale e di rischiare un collasso dell’unità del paese, che a sua
volta produce nazionalismo e xenofobia. Soprattutto i paesi europei tendono a respingere la diversità etnica e a
vedere quindi l’immigrazione come una minaccia per l’unità nazionale e per il bene comune;
- approccio centrato sulla società o sulla politica interna, poiché assume che lo stato serva come arena neutrale
per il confronto tra gruppi di interesse e partiti: le scelte politiche sono quindi il risultato di negoziazioni e
compromessi tra questi interessi, o a volte riflettono il fatto che uno dei gruppi in competizione è riuscito ad
appropriarsi del potere statale. Questi gruppi sono rappresentati da imprenditori e gruppi etnici, che tendono a
favorire l’immigrazione, e sindacati e gruppi nazionalisti, che tendono a fermarla;
- approccio istituzionale, in cui lo stato viene visto come attore e si pone in rilievo il ruolo dell’amministrazione,
intesa come apparato burocratico, nell’elaborazione delle politiche nei confronti di immigrati e rifugiati. Non

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manca chi sottolinea le divisioni interne all’apparato statale, né chi distingue stati forti, più capaci di resistere
alle pressioni esterne, e stati deboli, in cui le pressioni degli attori sociali penetrano con successo nelle istituzioni
pubbliche e incidono sulle politiche. In un’altra versione, il potere e l’autonomia dello stato sono viste come
variabili a seconda delle politiche migratorie: molto forti rispetto ai rifugiati, più debole nei confronti
dell’immigrazione regolare, debolissima nei confronti di quella illegale;
- approccio realistico, è articolato in realismo classico e neorealismo e vede lo stato come attore principale,
unitario e razionale, preoccupato prima di tutto della sicurezza nazionale. In questa prospettiva viene privilegiato
il fatto che i conflitti internazionali, inclusi quelli militari, hanno storicamente influito sulle politiche migratorie,
sia in direzione restrittiva che liberalizzante. Il pensiero realista ha influenzato poi lo studio delle relazioni tra
politica estera e migrazioni internazionali, ad esempio sotto il profilo dell’accettazione dei rifugiati provenienti
da determinati paesi a preferenza di altri.
- Approccio liberale o neoliberale, ha una visione più ottimistica della crescente interdipendenza internazionale
e delllo sviluppo di istituzioni sovrannaturali, che vede come vincoli per la diffusione della democrazia e della
cooperazione economica. Dà inoltre rilievo ad attori non statali, come le organizzazioni internazionali e le
imprese multinazionali, che entrano nell’arena delle relazioni interstatali. Nell’approccio neoliberale rientra
anche la teoria della globalizzazione, secondo la quale la sovranità degli stati e la loro autonomia stanno
indebolendosi: varie pressioni, da quelle economiche a quelle relative ai diritti umani, tendono a erodere gli spazi
d’azione dei governi nazionali nel definire le politiche migratorie.

Un’altra classificazione è quella proposta da Brochmann, basata sull’organizzazione dei controlli applicati ai migranti.
Vengono distinti controlli esterni e controlli interni, per ognuno dei quali si può individuare una dimensione esplicita e
una implicita:
1) Controlli esterni espliciti, rappresentati dai sistemi dei visti, dei permessi di soggiorno, delle regole per
l’ingresso e la permanenza, messi in campo dagli stati nazionali per governare l’accesso al proprio territorio;
2) Controlli interni espliciti, si sviluppano in parte come conseguenza delle imperfezioni dei controlli esterni per
intercettare gli immigrati che soggiornano illegalmente sul territorio, anche quando sono entrati regolarmente
(overstayer) e sono affidati alle forze dell’ordine;
3) Controlli esterni impliciti, hanno a che fare con forme di regolazione non dichiarata o indiretta in materia di
ingresso e soggiorno dei cittadini stranieri, come nel caso delle modifiche restrittive apportate da vari paesi al
concetto di rifugiato o dell’introduzione di nuove definizioni, come quella di paese terzo sicuro, per addossare
ad altri l’onere dell’accoglienza dei richiedenti asilo;
4) Controlli interni impliciti, riferiti ai processi di chiusura sociale che assumono la forma di barriere invisibili
nei confronti dell’accesso degli immigrati a determinati ambiti, oppure ai dispositivi che li richiedono dipendenti
dai sistemi di welfare.

Le decisioni di regolazione politica delle migrazioni sono oggi attuate in maniera preponderante dalle società riceventi,
in base principalmente a considerazioni di politica interna. Il processo di mediazione tra aperture determinate da ragioni
economiche e umanitarie e chiusure suggerite da motivazioni politiche deve peraltro tener conto delle diverse forze e dei
vari interessi in gioco, come i calcoli di politica estera e i rapporti di vicinato, o l’influenza delle istituzioni politiche
internazionali e degli accordi intergovernativi.
Le soluzioni attuate sono endemicamente instabili, continuamente sfidate dai comportamenti effettivi degli attori sociali,
periodicamente soggette a revisioni e aggiustamenti, rappresentati in modo emblematico dai provvedimenti di sanatoria.

Gli sforzi di chiusura delle frontiere e i loro limiti


Nello scenario europeo la priorità è stata da tempo attribuita alla repressione dell’immigrazione regolare, con un crescente
impegno nel coordinamento e nell’armonizzazione delle procedure tra gli attuali stati membri.
Più recente è stato l’impegno comunitario nella definizione concertata delle opportunità di ingresso e di permanenza,
benché dopo il trattato di Amsterdam e il vertice di Tampere nel 1999 fosse stato possibile intravedere una svolta nelle
politiche migratorie dell’Unione europea, nel senso di una parziale riapertura delle frontiere all’immigrazione economica.
Il passaggio dall’ortodossia restrittiva a una politica migratoria realistica, capace di implementare una politica attiva degli
ingressi, non si è ancora realizzato. Al contrario, a livello comunitari si registra una tendenza sempre più marcata a
concentrarsi quasi esclusivamente sul rafforzamento incrementale degli strumenti di controllo più consolidati. A livello
dei singoli stati nazionali, le tendenze verso una politica attiva degli ingressi, cresciute notevolmente negli ultimi anni,
hanno perso nell’ultimo tempo molto terreno.
Gli stati nazionali hanno manifestato ripensamenti anche sull’attribuzione alla Commissione dell’Unione europea di
competenze più incisive in merito alla politica migratoria, e i due vertici di Laecken e Siviglia (rispettivamente 2001 e
2002) hanno palesato consistenti resistenze rispetto al superamento dell’opzione zero in materia di immigrazione. Gli
sforzi dei responsabili governativi sono andati nella direzione della politica comune in materia di visti, dell’incremento
dell’efficacia delle procedure di espulsione, del coordinamento dei controlli di frontiera, della repressione del traffico di
persone e del favoreggiamento dell’ingresso clandestino, con un rinvio a un futuro non determinato del varo di una politica
comune in materia di ingressi per lavoro. Questo processo è stato completato nel 2003: al Consiglio europeo di

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Thessaloníki è stata convenuta una politica comune concernente migrazioni illegali, controllo dei confini esterni,
rimpatrio degli immigrati undocumented, cooperazione con i paesi d’origine. A novembre la Commissione ha adottato la
proposta istitutiva di un’Agenzia per il controllo delle frontiere, che dovrebbe diventare operativa nel 2005, con compiti
di coordinamento delle attività operative di sorveglianza, di assistenza verso i paesi che devono fronteggiare la maggiore
pressione, di rimpatrio degli immigrati illegali.
La lotta all’immigrazione è un esempio di transnazionalizzazione delle politiche migratorie, con la progressiva
convergenza di paesi che nel passato seguivano approcci diversi. L’enfasi va sui controlli esterni, mentre meno incisivo
risulta il ricorso ai controlli interni, interi come repressione dell’impiego di immigrati irregolari nei sistemi economici
riceventi.
Le ragioni di questo stato di cose sono evidentemente politiche: per le autorità di governo è infatti assai più congeniale
impiegare i controlli esterni, che impattano sugli stranieri che tentano di varcare le frontiere, piuttosto che rafforzare i
controlli interni che coinvolgono i cittadini in grado, attraverso il diritto di voto, di censurare le iniziative contrarie ai loro
interessi.
Visione della Fortezza Europa. Favell e Hansen hanno analizzato la tensione tra mercati e politica nella regolazione dei
movimenti migratori nell’ambito europeo, sostenendo che le spinte all’apertura delle frontiere determinate dalle esigenze
economiche finiscono in un modo nell’altro per imporsi.
La metafora della Fortezza Europa è contraddetta da tre aspetti dell’esperienza migratoria europea degli ultimi anni: a) la
crescita netta del volume degli arrivi a partire dal 1985; b) il ragguardevole incremento delle migrazioni temporanee,
specie dall’Europa dell’Est e dai paesi candidati all’ingresso, accompagnato da una diffusione dei movimenti
transfrontalieri di vario tipo; c) lo spostamento verso una posizione favorevole ai nuovi ingressi da parte di responsabili
politici nazionali ed europei, dopo anni di retorica sullo stop all’immigrazione.
Ben illuminato è il contrasto tra fabbisogni dell’economia e chiusure di natura politica, che il ricorso al lavoro temporaneo
e transfrontaliero o il serbatoio di manodopera costituito dai paesi in procinto di entrare nell’Unione non sembrano in
grado di colmare.
Altri contributi hanno invece colto i limiti strutturali degli sforzi governativi per controllare le migrazioni, chiamando in
causa più ampiamente, oltre ai mercati, i fattori che inducono la partenza nelle società di origine, il ruolo delle strutture
intermediarie che favoriscono i trasferimenti a partire dai network dei connazionali, i differenti interessi e la
frammentazione delle competenze all’interno degli stessi apparati statali. I governi appaiono così più deboli, condizionati,
contraddittori nella loro azione, specialmente nell’attuazione operativa delle decisioni politiche, di quanto la produzione
normativa o discorsi ufficiali facciano pensare. La spiegazione più efficace dei problemi che incontrano gli stati nazionali
nel controllare i movimenti migratori è quella fornita da Cornelius, Martin e Hollifield, secondo cui «è la confluenza di
mercati e diritti a spiegare molte delle difficoltà contemporanee nel controllare l’immigrazione».
Pennix e Doomernik hanno messo a fuoco le ragioni del limitato successo degli sforzi politici per regolare le migrazioni:
- Solo eccezionalmente i governi dei paesi riceventi intervengono sul complesso di variabili che operano nei paesi
d’origine, favorendo l’emigrazione;
- La regolazione dell’immigrazione è spesso una risposta a breve termine, in genere formulata sotto la pressione
delle opinioni pubbliche, nei confronti di processi a lungo termine;
- Gli strumenti politici, anche nelle società riceventi, si focalizzano su una parte dei movimenti migratori e su un
numero limitato di variabili;
- Le regole scontano una tensione tra il riconoscimento di diritti individuali e la gestione dei flussi migratori;
- Le popolazioni immigrate insediate stabilmente rappresentano a loro volta un fattore importante nei processi
migratori complessivi, contribuendo a produrre nuova immigrazione; d’altronde, la restrizione dei loro diritti
contrasterebbe con le politiche volte all’integrazione e alla partecipazione alla vita delle società riceventi.

Alcuni fattori addizionali. In primo luogo, l’applicazione di politiche restrittive verso certe categorie di stranieri può
interferire con altri importanti obiettivi politici, come l’apertura al turismo internazionale o l’incremento degli scambi
culturali. In secondo luogo, può cozzare con i valori etici delle società democratiche. Infine, le organizzazioni che
dovrebbero attuare le politiche hanno spesso molte altre responsabilità e priorità, a fronte di risorse in ogni caso limitate.

La difficoltà pratica a chiudere le porte all’immigrazione è confermata dal fatto che, sia pure con reticenza e selettività,
tutti i paesi europei ammettono qualche forma di immigrazione per lavoro, oltre ai ricongiungimenti familiari e
all’accoglienza dei rifugiati. Le possibilità di ingresso legale oggi disponibili, tra molte cautele e resistenze, si collocano
prevalentemente ai due poli estremi della struttura occupazionale: o si tratta di autorizzazioni per lavoro stagionale, oppure
di lavoratori ad alta qualificazione.
- In Germania, nel 2000, è stata introdotta la carta verde per l’ammissione sul territorio di cittadini extracomunitari
con competenze documentate nel settore informati e delle comunicazioni. La nuova legge sull’immigrazione
prevede l’introduzione di un sistema a punti, volto ad incentivare a determinate condizioni l’arrivo di personale
qualificato;
- In Francia sono concessi permessi di soggiorno per lavoratori qualificati, che hanno conosciuto un certo
incremento. Crescono inoltre i permessi per lavoratori stagionali, destinati specialmente all’agricoltura;
- In Gran Bretagna il sistema dei permessi di soggiorno per lavoro ha subito modificazioni sempre più restrittive,
al punto che oggi solo i lavoratori altamente qualificati sono ben accolti. Per gli altri lavoratori, l’autorizzazione

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deve essere richiesta dal datore di lavoro, che deve dimostrare di aver provato a impiegare, per la stessa
posizione, un cittadino britannico. Il contratto di lavoro deve preesistere all’ingresso;
- In Italia vige un sistema di quote di ingresso programmate annualmente, che resta destinato in assoluta
prevalenza a saturare i fabbisogni di lavoro manuale ed esecutivo, e negli ultimi anni ha privilegiato in maniera
più marcata la componente del lavoro stagionale. Un aspetto su cui riflettere è rappresentato dal fatto che le
autorizzazioni all’ingresso sono congegnate in modo da premiare i paesi che hanno sottoscritto accordi con
l’Italia per contrastare il fenomeno dell’immigrazione irregolare. Tendono a diventare un complemento della
politica di controllo delle frontiere e, in questa veste, potrebbero persino essere reiterate anche in periodi di
recessione economica.

Altre restrizioni si sono abbattute sul diritto d’asilo e sulle possibilità di ingresso per ragioni umanitarie. Distinguere
ragioni politiche e ragioni economiche tra le motivazioni alla partenza è spesso arduo.
Specie negli anni successivi alla caduta dei regimi comunisti nell’Europa orientale e in coincidenza con le guerre
balcaniche, l’Unione europea è stata interessata dall’arrivo di una popolazione di rifugiati politico-economici dallo status
incerto e dalle prospettive indeterminate. L’impossibilità pratica di respingere chi proviene da paesi politicamente instabili
ha provocato la crescita di una vasta popolazione di rifugiati di fatto, tollerati per ragioni umanitarie, senza possibilità di
lavorare, di studiare e di integrarsi nelle società in cui sono venuti a risiedere.
Negli ultimi anni sono state però varate misure volte a ostacolare l’ingresso nei paesi europei tradizionalmente più
generosi con i rifugiati e a far diminuire il numero dei postulanti. Tra queste, la responsabilizzazione dei paesi di transito
o di primo ingresso è la più incisiva: alla periferia dell’Unione europea il rifugiato deve presentare domanda di asilo, o
viene attribuito a questi paesi l’obbligo di accoglierlo.
Frontiere sempre più chiuse, contro interconnessioni sempre più fitte e pressioni di vario genere a favore di nuovi ingressi:
in questa forbice si inserisce il complesso fenomeno dell’immigrazione irregolare.
Le politiche di controllo comportano che non tutti i migranti che di fatto si trovano in un determinato territorio possiedono
un’autorizzazione al soggiorno. Coloro che non ne godono sono usualmente distinti in due gruppi, irregolari e clandestini.
Nell’attuazione delle sanzioni, conta più la possibilità effettiva di applicarle, nonché la percezione di pericolosità sociale
dell’immigrato privo di permesso di soggiorno: così, il fatto che sia possibile identificarlo e che sussista un accordo di
riammissione con il paese da cui proviene è spesso l’elemento decisivo ai fini dell’attuazione di una procedura di
espulsione.
Nonostante gli sforzi dispiegati per pattugliare le frontiere e controllare gli spostamenti delle persone attraverso i confini,
un certo numero di individui riesce in vario modo a filtrare e a insediarsi. In molti paesi si manifesta periodicamente
l’esigenza di varare provvedimenti volti a riavvicinare l’inquadramento istituzionale del fenomeno migratorio con la sua
effettiva presenza sul territorio.
Le sanatorie sono anche un prezzo da pagare alla scelta politica di chiusura delle frontiere all’immigrazione per lavoro.
Lo squilibrio tra la domanda di mobilità geografica proveniente dai lavoratori dei paesi esterni e l’offerta istituzionale di
immigrazione legale forma il terreno di coltura per la ricerca di porte di servizio e scappatoie che consentano una chance
d’ingresso nei paesi sviluppati. Ma la chiusura è contrastata anche da forze economiche e sociali che in vario modo
attirano immigrati, ne hanno bisogno e se ne servono, soprattutto per soddisfare le domande provenienti dai segmenti più
poveri del mercato del lavoro locali.
Molti migranti, anziché sottomettersi ai vincoli alla mobilità imposti dai paesi riceventi, hanno perseguito strade
alternative per entrare e cercare sbocchi lavorativi nelle economie avanzate, spalleggiati dalle reti di relazioni che li legano
a migranti giunti prima di loro e ormai stabilmente insediati. Una parte di loro viene intercettata e fermata nel corso del
viaggio, un’altra cade preda di reti devianti e organizzazioni criminali, un’altra parte ancora arriva a inserirsi in qualche
interstizio dell’economia sommersa.
Provvedimenti di sanatoria: le misure di regolarizzazione tendono a presentarsi ogni volta come provvedimenti
straordinari e non ripetibili, ma il fenomeno tende a generalizzarsi negli stati membri dell’Unione europea.
Le spiegazioni di questa tendenza a incorporare ingenti flussi di immigrati irregolari sono riconducibili soprattutto a
cinque fattori:
1) La convenienza economica: gli immigrati irregolari sono comunque una risorsa per il sistema economico e
sociale e, secondo alcuni, proprio la loro mancanza di diritti li rende assolutamente flessibili, e quindi appetibili
per il sistema economico;
2) L’attivismo delle reti migratorie: l’arrivo e l’insediamento degli immigrati irregolari sono favoriti dall’azione
di «teste di ponte» rappresentate dai congiunti già insediati e dal loro inserimento in una rete più o meno fitta e
coesa di relazioni con altri connazionali;
3) Il liberalismo incorporato nelle istituzioni politiche e amministrative dei paesi a democrazia consolidata, che
impedisce di attuare provvedimenti drastici di deportazione, pattugliamento armato delle frontiere, espulsioni di
massa, criminalizzazione degli immigrati irregolari e simili. Incamminandosi su una strada del genere, le
democrazie rischierebbero di cadere in contraddizioni pericolose per la loro stessa natura: per diventare più
efficienti nella repressione del passaggio non autorizzato delle frontiere, dovrebbero diventare meno liberali. «I
principali vincoli al conseguimento degli obiettivi nell’attuale ortodossia restrittiva derivano dalle conseguenze
pratiche dei valori incorporati nelle nostre costituzioni e nei nostri sistemi giuridici, nonché dal complesso di
norme, formali e informali, che compongono l’ossatura della civiltà europea.

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4) Costi economici di politiche repressive più efficienti e della difficoltà pratica di attuare procedimenti di
espulsione nei confronti di immigrati provenienti da paesi con i quali non sono stati siglati accordi per la
riammissione degli espulsi: la conseguenza paradossale è che vengono fermati e trattenuti, per essere identificati
e rispediti in patria, solo gli immigrati provenienti da paesi disposti a cooperare in materia di controllo delle
migrazioni, e nella misura della disponibilità delle risorse economiche e logistiche.
5) Produzione istituzionale dell’illegalità: quando si nega a un lavoratore immigrato il ricongiungimento
familiare si incentiva, almeno indirettamente, il fenomeno dei ricongiungimenti non autorizzati. Anche a livello
legislativo, norme più rigide per il mantenimento dello status di immigrato regolare, per quanto riguarda
l’occupazione, favoriscono la caduta/ricaduta nell’irregolarità. Va ricordato che anche gli immigrati irregolari
godono di alcuni diritti, come quello al pronto soccorso, ai trattamenti sanitari essenziali, all’assistenza medica,
ecc. Zincone sostiene che il nostro paese è particolarmente generoso nei loro confronti e ne attribuisce la ragione
alla pressione della lobby pro immigrati, formata da sindacati, organizzazioni religiose, associazionismo
volontario, decisamente attiva nella tutela degli interessi della parte più emarginata della popolazione immigrata.

Nel nostro paese è possibile per un immigrato sprovvisto di permesso di soggiorno sopravvivere e attendere un
provvedimento di sanatoria, che gli consenta di accedere allo status di residente legale. Ed è questa la «carriera» della
maggior parte degli immigrati attualmente residenti in Italia: dopo un ingresso avvenuto, nella maggior parte dei casi, per
via legale, di solito si verifica un periodo più o meno lungo e spesso stentato di soggiorno irregolare e di lavoro nero
seguito dall’emersione e dalla possibilità di accedere al mercato del lavoro regolare.

In Italia ci sono alcuni tratti rilevanti e specifici del processo di sanatoria:


- Il carattere collettivo e di massa: nel nostro paese la strada adottata è stata quella di provvedimenti con termini
rigidi, lungamente annunciati e preceduti da aspri dibattiti, concepiti e organizzati in modo tale da produrre
affollamenti e code agli sportelli, lunghi tempi di attesa, difficoltà di esame approfondito delle istanze, con
l’inevitabile ricerca di escamotage e soluzioni di comodo.
- La ricorrenza periodica a scadenze abbastanza ravvicinate: la sanatoria varata dal governo Berlusconi è stata
la quinta nell’arco di quindici anni, in media una ogni tre anni. Questo produce alcuni effetti distorsivi: nel
contesto internazionale, l’Italia rischia di apparire come un paese in cui, se si riesce a entrare, non mancano le
opportunità di impiego nell’economia sommersa e nel giro di qualche anno è relativamente facile ottenere un
permesso di soggiorno.
- Le grandi dimensioni raggiunte, specialmente dall’ultimo provvedimento: l’Italia è già, di per sé, per
dimensioni demografiche, il maggior paese dell’Europa meridionale ed è il più interessato dalle migrazioni
internazionali: per molti aspetti è il risultato antesignano delle dinamiche migratorie nei nuovi paesi riceventi.
- Gli elevati tassi di discrezionalità lasciati di fatto alla macchina burocratica e ai funzionari che concretamente
esaminano le istanze: un problema che esiste in generale per quanto riguarda il trattamento degli immigrati ma
che proprio in occasione delle sanatorie dà luogo a casi clamorosi di disparità di trattamento, di contenziosi
prolungati e persino di peregrinazioni da una questura all’altra.

I dati relativi al provvedimento del 2002 consentono di comprendere alcune tendenze evolutive dei processi migratori e
del loro rapporto con l’economia e la società italiana.
Il numero notevolissimo di domande relative al settore domestico-assistenziale può avere inciso in una certa misura il
fattore distorsivo rappresentato dal minor costo dei contributi, rispetto all’occupazione in azienda, ma pare difficile
dubitare dell’estensione del fenomeno.
Risalta poi il collegamento con l’immigrazione già insediata e l’occupazione regolare: le domande di sanatoria si sono
concentrate prevalentemente nelle aree in cui era cospicua la presenza di immigrati provvisti di permessi di soggiorno.
L’impiego nel settore domestico-assistenziale è risultato però relativamente più diffuso sul territorio nazionale. Per questa
ragione, tra i dati inattesi spiccano i valori raggiunti da alcune regioni meridionali, rappresentate in modo particolare dal
terzo posto della Campania e dal dato della Calabria.
Uno dei primi risultati di ricerca sul fenomeno attesta che gli effetti conseguiti con la regolarizzazione sono precari e
reversibili: molti immigrati pochi mesi dopo avevano già perso il lavoro o avevano dovuto trovarne un altro. C’è una
contraddizione intrinseca nell’immaginate che gli immigrati, per poter ottenere e conservare lo status di regolare, debbano
avere un’occupazione stabile, quando il mercato del lavoro li richiede proprio per colmare esigenze in buona parte instabili
e precarie. Essere in regola è una fatica di Sisifo.
Nel contesto dell’ultima sanatoria, e della legge Bossi-Fini, sarà però più complicato conservare il permesso di soggiorno
a causa dell’irrigidimento dei vincoli per ottenere il rinnovo.
In conclusione, nel capitolo è stato analizzato l’offuscamento dei confini rigidi tra immigrazione regolare e irregolare. La
visione del senso comune sull’argomento, secondo cui l’immigrato regolare è, a prescindere, buono/accettabile, mentre
quello irregolare è pericoloso, nocivo e da allontanare con ogni mezzo, si stempera: in realtà i confini sono porosi, i
passaggi dall’una all’altra condizione avvengono con una certa frequenza e dipendono sostanzialmente da scelte
regolative della società di accoglienza, che alterna periodicamente scelte di apertura dei cancelli a una politica normale
di chiusura.

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Capitolo 9: le politiche per gli immigrati

Tre modelli di inclusione


La letteratura sull’argomento ha individuato tre principali modelli di inclusione:
1) Il primo modello è quello dell’immigrazione temporanea, esemplificato dal caso tedesco e rintracciabile in
gran parte delle esperienze europee del dopoguerra. Qui l’immigrazione è stata vista come un fenomeno
contingente di lavoratori che venivano chiamati in quanto necessari a rispondere a certe esigenze del mercato
del lavoro, ma che non dovevano mettere le radici: ci si attendeva che tornassero in patria dopo un certo periodo.
Agli inizi, il permesso di soggiorno era collegato al permesso di lavoro, e il licenziamento comportava
automaticamente l’espulsione. In alcuni casi si è tentato di imporre forme di rotazione della manodopera
immigrata, negando il rinnovo del permesso di soggiorno dopo un certo numero di anni di permanenza e
richiamando nuovi immigrati. I paesi che adottavano questo modello parlavano di lavoratori ospiti. Un modello
di questo genere corrisponde a una concezione funzionalistica dell’immigrazione, strettamente subordinata alle
convenienze del paese ricevente e nella quale l’integrazione dei lavoratori ospiti è limitata al minimo. Nello
stesso tempo non è ammesso, oppure severamente ostacolato, il ricongiungimento familiare. Castles parla di
esclusione differenziale, in quanto gli immigrati sono incorporati in certe aree della società, soprattutto il mercato
del lavoro, ma si vedono negato l’accesso ad altre. Tipica di questo modello è una concezione chiusa, etnica,
della cittadinanza, attribuita in base al principio dello ius sanguinis, ossia della discendenza da cittadini del
paese. Questo rende spesso impossibile la naturalizzazione degli immigrati; anche le seconde e persino le terze
generazioni non accedono automaticamente alla cittadinanza e sono considerate straniere. Da alcuni anni, negli
indirizzi emergenti a livello europeo, si assiste a un revival del modello nei confronti della nuova immigrazione
per lavoro, in una versione compressa/just in time: si tratta dell’ammissione di lavoratori stagionali, per pochi
mesi, in risposta a carenze di manodopera in determinati settori.
2) Il secondo modello è quello assimilativo, e ha come principale espressione storica il caso americano del passato
(in anni recenti, è esemplare il caso della Francia). In questo caso, l’orientamento delle politiche è verso una
rapida omologazione anche culturale dei nuovi arrivati. Vige infatti una concezione repubblicana della nazione
come comunità politica, aperta all’ammissione di nuovi venuti, a patto che aderiscano alle regole della politica
democratica e adottino la cultura della nazione. È un modello che punta all’integrazione degli individui, intesi
come soggetti sprovvisti di radici e autonomi rispetto a comunità di provenienza e retaggi tradizionali. I migranti
devono rendersi indistinguibili dalla maggioranza della popolazione e le istituzioni devono accompagnarli in
questo processo trattandoli secondo il principio di eguaglianza. La naturalizzazione è relativamente agevole, non
comporta tempi lunghissimi e richiede condizioni minimali: oltre ad alcuni anni di soggiorno, la fedina penale
pulita, la conoscenza della lingua ed eventualmente alcune conoscenze di base circa la storia e i fondamenti
costituzionali della società ospitante. Le seconde generazioni accedono alla cittadinanza automaticamente, in
base al principio dello ius soli: chi nasce sul territorio del paese ne acquisisce la nazionalità. La convinzione
della superiorità del proprio modello civile e nazionale ha in genere informato gli atteggiamenti dei responsabili
politici circa la capacità di assimilare gli stranieri in quanto individui, mentre la formazione di comunità
minoritarie è stata a volte scoraggiata in quanto piena di appartenenze parziali, tendenzialmente contrapposte
all’identità nazionale. La pretesa uguaglianza sul piano del diritto ha inoltre ritardato la presa di coscienza delle
discriminazioni di fatto subite dagli immigrati nel lavoro, nel sistema educativo, nei rapporti sociali. Oggi alcune
istanze ed elementi costitutivi del processo normativo rimangono vivi e si intrecciano con elementi di altri
approcci. Ad esempio, l’apprendimento della lingua viene considerato ancora un passaggio necessario pressoché
ovunque un passaggio necessario per l’integrazione.
3) Il terzo modello è quello pluralista, in cui convergono esperienze storiche, matrici culturali, orientamenti politici
diversi. Può essere distinto in due varianti. La prima è quella liberale o del laissez faire, tipica degli Stati Uniti
degli ultimi decenni, in cui le differenze culturali sono tollerate, ma non favorite da un impegno diretto dello
stato. La seconda introduce invece politiche multiculturali esplicite, che implicano la volontà del gruppo di
maggioranza di accettare le differenze culturali, modificando di conseguenza comportamenti sociali e strutture
istituzionali. Castles e Miller parlano, in proposito, di una concezione multiculturale della cittadinanza. La
nazione non solo viene definita come comunità politica aperta a nuovi membri, ma si accetta la differenziazione
culturale e la formazione di comunità etniche, sia pure all’interno delle regole democratiche. Questo approccio
si è imposto, almeno a livello teorico, nelle società in cui le popolazioni immigrate si sono consolidate sotto
forma di minoranze etniche, spesso sprovviste della cittadinanza. Reagendo all’etnocentrismo del modello
assimilativo, punta a costruire un’organizzazione sociale di tipo pluralistico, valorizzando e sostenendo la
formazione di comunità e associazioni di immigrati. A esse è demandata in molti casi l’erogazione di vari
interventi sociali, che raggiungono gli individui per il tramite della collettività di appartenenza. Nel mercato del
lavoro questa visione dei rapporti interetnici ha favorito l’adozione di azioni positive per porre rimedio al
problema della discriminazione degli immigrati, tra le quali l’espressione più ambiziosa consiste nel controverso
sistema delle quote etniche per l’accesso a determinati benefici: i meccanismi di attribuzione privilegiano chi
appartiene a minoranze riconosciute come oggetto di discriminazione. Nell’ambito del modello pluralistico si
ritrovano esperienze diverse, più o meno organiche, avanzate e incisive, ma nessun approccio pluralista si è
finora proposto di introdurre per le minoranze etniche norme speciali, ispirate ai sistemi normativi di

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provenienza, come quelle che ammettono la poligamia; sono ammessi semmai modesti adattamenti. Il modello,
soprattutto nelle sue versioni più spinte, comporta però anche effetti contraddittori: l’enfasi sul mantenimento
della lingua e della cultura del paese d’origine, favorita da programmi educativi specifici, può condizionare il
futuro delle muove generazioni, favorendone la permanenza nelle enclave etniche, ma svantaggiandole nello
sforzo di inserirsi negli studi superiori e nel mercato del lavoro più ampio.

Caso italiano
Nel caso dell’Italia si tratta di un modello che si è formato in maniera opaca e inintenzionale, ma non di meno leggibile
a posteriori come una costellazione relativamente coerente di caratteri identificabili:
- Un arrivo e un insediamento spontaneistico, non derivante da politiche di reclutamento di manodopera, né da
misure efficaci di programmazione degli ingressi;
- Una scarsa regolazione istituzionale, in cui le misure legislative hanno rincorso il fenomeno con ricorrenti
sanatorie, anziché precederlo e governarlo;
- Una ricezione contrastata da parte della società ospitante, con aperture motivate con ragioni umanitarie e
fenomeni di chiusura e rigetto, giustificati sulla base della scarsa percezione di una funzione economica positiva
dei nuovi arrivati, delle ansie per la sicurezza personale, dell’impressione di un fenomeno non governato in
maniera efficace;
- Un inserimento nel lavoro inizialmente contraddistinto dall’informalità e dalla precarietà, ma con successivi
progressi verso situazioni più regolari e stabili, anche grazie alla mobilità territoriale e settoriale.
- Un’evoluzione piuttosto rapida verso fasi più mature del ciclo migratorio, con il consolidamento di catene di
richiamo e mutuo aiuto, ricongiungimenti familiari, nascita di una seconda generazione, ingresso di questa nel
sistema scolastico;
- Un diffuso attivismo di reti spontanee di mutuo aiuto tra connazionali e gruppi etnici, ma con scarso sviluppo di
strutture associative formali ed efficaci e istituzioni proprie.

Possiamo quindi parlare di un modello implicito di inclusione degli immigrati, a lungo ignorati dalle politiche ufficiali o
soggetti a misure parziali ed emergenziali.
La legge Turco-Napolitano (40(1998) ha tentato di dare organicità alle politiche migratorie, ponendo enfasi sulla parità
giuridica e rispetto delle differenze culturali non lesive dei diritti individuali. Quanto alle politiche degli ingressi, la novità
più rilevante era rappresentata dal rilancio del sistema delle quote e dall’istituto dello sponsor, che forniva garanzie per
consentire l’accesso e il soggiorno in Italia per un anno di una persona in cerca di lavoro all’interno delle quote
predeterminate.
La nuova legge Bossi-Fini (189/2002) ha eliminato quest’ultima possibilità e introdotto una regolamentazione più
restrittiva degli ingressi e delle possibilità di soggiorno degli immigrati.
Ma i vincoli introdotti rendono complesso e difficoltoso per i datori di lavoro il reclutamento di nuovi lavoratori
immigrati: il messaggio che il legislatore comunica è quello di una grande riluttanza nell’ammissione di nuovi immigrati,
considerati una sorta di soluzione di ultima istanza.

Cittadinanza e diritti
Secondo il filosofo americano Walzer si possono individuare tre concezioni della cittadinanza. La prima concepisce le
comunità nazionali come famiglie, di cui si diventa membri solo per nascita o per matrimonio. La seconda le vede come
circoli o club, dei quali si può entrare a far parte se si è ammessi da chi è già membro di diritto. La terza, più liberale, è
paragonabile ad un quartiere, in ci si può trasferire e risiedere a piacere.
La concezione della cittadinanza come famiglia trova un corrispettivo nel diritto di sangue (ius sanguinis): per essere
cittadini di un determinato paese occorre essere figli, o almeno discendenti, di persone originarie di quel paese. È un’idea
che si richiama all’idea romantica di nazione, condivisa come criterio di base dalla maggior parte delle legislazioni, ma
particolarmente radicata nei paesi che hanno avuto un'importante storia di emigrazione verso l’estero: questi in genere
hanno voluto mantenere un legame con i propri concittadini sparsi nel mondo, incoraggiandoli a mantenere l’identità
nazionale e consentendo un agevole rientro ai loro discendenti nella patria ancestrale. Nel nostro paese gli anni di
residenza legale necessari sono stati portati a dieci e ridotti a quattro per i cittadini di altri paesi dell’Unione europea. La
concessione della cittadinanza non è automatica, ma l’amministrazione dello stato si riserva un’ampia discrezionalità nel
valutare l’opportunità dell’inserimento dello straniero nella comunità nazionale.
È relativamente facile invece diventare italiani per matrimoni (ius connubi), mentre diversi altri paesi riceventi hanno
reso più rigide le norme relative, per timore di frodi. Sono sufficienti, per chi sposa un cittadino o una cittadina italiani,
sei mesi di residenza legale sul territorio nazionale, oppure tre anni dalla data del matrimonio. L’acquisto della
cittadinanza per matrimonio, inoltre, è pressoché automatico. Zincone ha parlato del rafforzamento, di fronte
all’immigrazione, di una concezione etnica, familiare dell’appartenenza.
A livello europeo il criterio del diritto di sangue sta invece perdendo terreno a vantaggio del diritto di suolo (ius soli), che
possiamo solo in parte equiparare al circolo di Walzer: per il diritto di suolo, è la nascita sul territorio a porre le premesse
per poter richiedere o in altri casi per ottenere automaticamente la cittadinanza del paese.
Ritroviamo invece l’idea della cittadinanza come quartiere nell’evoluzione giuridica verso la naturalizzazione per diritto
di residenza (ius domicili). Negli Stati Uniti, ad esempio, possono ottenere la cittadinanza gli stranieri maggiorenni, muniti

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di permesso di soggiorno che hanno abituato in maniera continuativa nel paese per almeno cinque anni e dimostrano di
conoscere la lingua e la storia americana.
Weil, comparando 25 leggi sulla cittadinanza di paesi avanzati, è giunto a concludere che si sta verificando un processo
di convergenza che combina in modo relativamente liberale elementi di ius sanguinis e di ius soli.
Tre fattori hanno favorito questa convergenza: l’influenza dei valori democratici, la stabilizzazione dei confini nazionali
e un’esperienza comune di società di immigrazione. Nel trattamento delle seconde e terze generazioni, appare sempre più
condivisa l’idea che la formazione di una sottoclasse di alieni sia incompatibile con i principi democratici e
potenzialmente dannosa per la coesione sociale.

Anche quando non accedono alla naturalizzazione, gli immigrati residenti da lungo tempo sono in genere destinatari di
un pacchetto di garanzie e di diritti più consistente di quello dei nuovi arrivati.
Di solito hanno titoli di soggiorno più stabili e più difficilmente revocabili; anche in Italia, la legge quadro del ’98 ha
introdotto la carta di soggiorno, conseguibile dopo cinque anni di residenza, continuativa, portati a sei dalla nuova legge
Bossi-Fini.
Anche in Italia esponenti governative e forze politiche hanno presentato proposte in ordine al diritto di voto in ambito
locale. Appaiono possibili anche aperture al voto nei referendum e nelle operazioni europee. Più complicata e di fatto
improbabile appare la concessione del diritto di voto alle elezioni politiche nazionali. Il monopolio delle decisioni
politiche da parte dei cittadini a pieno titolo appare, insieme al controllo delle frontiere, uno dei residui simboli della
sovranità nazionale. I più liberali preferiscono invece la strada di una rapida naturalizzazione, includendo gli immigrati
nella comunità dei cittadini.
Anche per questa barriera insormontabile, lo statuto giuridico degli immigrati luogo residenti tende a essere rafforzato e
viene considerato in caso intermedio tra quello dello straniero e quello del cittadino a pieno titolo.
Il tema del voto, almeno locale e delle possibilità di naturalizzazione assume grande rilievo come soluzione per porre
rimedio a una contraddizione posta di in rilievo ancora da Walzer: gli immigrati hanno nelle società sviluppate uno statuto
simile a quello dei meteci nell’antica Atene, ossia di stranieri tollerati in quanto lavoratori disposti a sobbarcarsi le
mansioni più ingrate. Questa, per Walzer, è una forma di tirannia.
Il ragionamento può essere completato osservando che gli immigrati, quando lavorano regolarmente, accedono a un
pacchetto di benefici previdenziali collegati al lavoro dipendente: assistenza sanitaria, pensionistica, antiinfortunistica e
tutela contro la disoccupazione. I loro figli, se nascono o vengono ammessi sul territorio, possono accedere all’istruzione
su un piano di parità con i cittadini nazionali. È il nucleo di quella che Marshall chiama cittadinanza sociale: nel percorso
si parte dai diritti civili, si passa a quelli politici per includere infine quelli sociali. Per gli immigrati la sequenza si inverte.
I diritti sociali, almeno quelli basilari, sono i primi a essere concessi e la ragione risiede, in primo luogo, nella volontà di
equiparare il costo del lavoro degli immigrati con quello dei lavoratori nativi, abbattendo il rischio di concorrenza al
ribasso delle condizioni di impiego.
Diritti sociali non supportati da una base di diritti politici però rischiano di restare fragili e revocabili, apparendo come
una sorta di concessione che la comunità dei cittadini a pieno titolo fa a chi arriva dall’esterno e no gode del beneficio
dell’appartenenza. Lo si nota spesso quando si passa da diritti piuttosto rigidi e collegati con una sorta di automatismo al
contratto di lavoro a prestazioni sociali più discrezionali e soggetti alla deliberazione delle autorità locali, come l’alloggio.
In questo caso, il fatto di non poter votare rende deboli e più difficili da tutelare i diritti degli immigrati: nell’ambito del
lavoro, l’allargamento agli immigrati delle prestazioni sociali è più agevolmente accettato dai lavoratori nativi; nella sfera
extra lavorativa, dei servizi alle persone e delle politiche abitative, mentre i nuovi arrivati sono invece più direttamente
avvertiti come concorrenti.
Questo cruciale problema mostra le difficoltà di tenuta dello schema di Marshall di fronte all’arrivo e all’insediamento di
popolazioni immigrate. Nella sua impostazione, lo stato-nazione era visto come una continuità chiusa, i. in secondo
luogo, egli presupponeva l’esistenza di una comune cultura tra tutti i membri della comunità politica, senza approfondirne
i termini e senza prendere in considerazione le sfide poste dalla diversità culturale. Si è dunque aperto un dibattito sulla
possibilità, introducendo idee come quella di cittadinanza transnazionale o cittadinanza globale.
La cittadinanza appare così un concetto politico centrale, il cui significato convenzionale è soggetto a continui conflitti e
rinegoziazioni.
Bosniak propone quattro significati:
1) Il primo è quello di tipo legale, e designa lo status formale di membro di una comunità politica;
2) Il secondo significato è quello che collega la cittadinanza al godimento di determinati diritti, nella tradizione di
Marshall. Qui le rivendicazioni postnazionali hanno più spazio, in nome dell’universalità dei diritti umani
riconosciuti a livello internazionale, trascendendo la giurisdizione dei singoli stati nazionali;
3) Cittadinanza come partecipazione attiva alla vita politica, nel senso della tradizione civica repubblicana alla
francese
4) Il termine cittadinanza si riferisce a un’esperienza di identificazione e solidarietà che una persona manifesta nella
vita collettiva o pubblica, con un più evidente svincolamento dai confini nazionali.

Anche Zincone ha approfondito i diversi significati contenuti nel termine cittadinanza e i loro rapporti con i fenomeni
migratori.

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1 Un primo significato riguarda l’appartenenza a uno stato e alla sua giurisdizione, che comporta il diritto a
risiedere liberamente sul territorio e a uscire e rientrare dai suoi confini. Qui cittadino si contrappone a straniero.
2 Per cittadinanza si intende l’emancipazione, la condizione di persona adulta che decide di se stessa e partecipa
alle decisioni pubbliche. Il contrario di cittadino, in questo senso, è suddito e al limite schiavo. Troviamo qui i
diritti civili e politici teorizzati da Marshall;
3 Cittadinanza come una dotazione comune, un insieme di protezioni e benefici garantiti dai poteri pubblici.
Coincide quindi con i diritti sociali di Marshall. Quando arrivano gli immigrati nasce il problema della
definizione del pacchetto di benefici a cui possono avere accesso, delle condizioni e dei tempi necessari;
4 Cittadinanza come standardizzazione, ossia la condizione di uguaglianza tra i cittadini, superando differenze e
particolarismi locali, religiosi, etnici, linguistici. È una condizione che non esclude il pluralismo e la tolleranza,
ma li colloca entro i confini segnati da valori condivisi, da leggi comuni temperate al massimo da eccezioni
parziali e di minor conto. Si colloca quindi in un questo ambito la tensione tra uguaglianza giuridica e istanze di
riconoscimento delle differenze di cui gli immigrati sono portatori. Possiamo concludere dicendo che non si
tratta solo di decidere quali diritti possano o debbano essere attribuiti agli immigrati, in realtà i fenomeni
migratori pongono in discussione alcuni assunti centrali della convivenza in una determinata società,
generalmente dati per scontati e non fatti oggetto di un’adeguata riflessione, come i contenuti delle identità
collettive in cui ci riconosciamo, dell’appartenenza e l’estensione della solidarietà reciproca.

Possiamo individuare e valorizzare alcune possibili forme di partecipazione politica indiretta, attuate per il tramite di
associazioni e delle organizzazioni sindacali. Gli immigrati, pur privi di rappresentanza politica elettiva, possono incidere
sulle scelte politiche delle società riceventi promuovere almeno parzialmente i diritti e interessi propri attraverso soggetti
collettivi che concorrono, in contesti di pluralismo sociopolitico, ai processi di formazione delle decisioni, oppure si
carico della tutela delle persone che subiscono trattamenti ingiusti e discriminatori. In molti paesi l’associazionismo
immigrato ha assunto con gli anni crescente importanza e svariate funzioni, che spaziano dalla rappresentanza politica
all’animazione culturale, alla fornitura di servizi.
In Italia, l’associazionismo immigrato appare ancora gracile e poco incisivo, mentre molto più robusto e collaudato appare
l’apporto delle organizzazioni sindacali, soprattutto sul piano della verifica della correttezza dei trattamenti e della
promozione di eventuali vertenze con i datori di lavoratori. La sindacalizzazione è consistente, benché sempre difficile
da misurare e l’adesione rischia di essere perseguita e vissuta come domanda di tutela più che di partecipazione.
L’esperienza sindacale fornisce un contesto di valorizzazione e autostima che permette di dare senso al proprio operato
quotidiano, nonché un linguaggio per pensare criticamente la propria esperienza lavorativa e migratoria, rivelandosi
capace di dispensare un senso di dignità troppo spesso negato o visto negare nei contesti lavorativi.

La dimensione locale
Le politiche nazionali forniscono un inquadramento imprescindibile per i processi di incorporazione degli immigrati nelle
società riceventi, ma molte misure e interventi specifici vanno sviluppati a livello locale, dove le persone concretamente
vivono e interagiscono con le istituzioni pubbliche e con la popolazione nativa.
Si riscontra quindi una crescente consapevolezza della dimensione locale dell’appartenenza sociale e della cittadinanza.
Lo scambio quotidiano in cui si ridefinisce l’identità delle persone deve molto alle interazioni e ai contratti che si
producono a livello locale, alle condizioni concrete di vita e alle opportunità di conseguire un’esistenza migliore, così
come varie misure di politica sociale che dipendono dalle istituzioni operanti a livello locale. Anche il tema delle
differenze culturali, difficilmente accolto a livello di legislazioni nazionali, può trovare a livello locale maggiori
possibilità di ricezione.
Decentramento e autonomia dei poteri locali tendono altresì ad istruire sensibili differenze nei dispositivi di accoglienza
all’interno dello stesso paese, sicché regioni e città si configurano come distinte unità di analisi nel campo delle politiche
per gli immigrati.
Un tentativo di proporre una tipologia delle politiche locali per gli immigrati in Europa è stato compiuto da Alexander,
sulla base di materiali di ricerca relativi a 25 contesti urbani. Il suo approccio collega le politiche locali a diverse visioni
delle relazioni tra autoctoni e stranieri, riproducendo a livello decentrato, a grandi linee, le impostazioni delle politiche
nazionali che abbiamo considerato in precedenza, con l’aggiunta di un punto zero.
Vengono quindi individuati:
- Un modello transitorio, in cui l’immigrazione è vista come un fenomeno di passaggio che non sollecita
un’assunzione di responsabilità e non viene fatto oggetto di politiche vere e proprie;
- Un modello lavoratore ospite, in cui l’immigrazione è vista come una necessità economica temporanea e le
politiche locali assumono compiti limitati, di risposta ai bisogni di base;
- Un modello assimilazionista, in cui l’immigrazione è considerata come un fenomeno permanente, ma la sua
alterità culturale è ritenuta passeggera. Inoltre, le politiche locali puntano all’integrazione a lungo termine,
attraverso politiche generali, basate sugli individui e non su criteri etnici, miranti a promuovere pari opportunità
di inclusione;
- Un modello pluralità, postmoderno, in cui l’immigrazione non solo è assunta come tratto permanente, ma si
accetta il fatto che la sua alterità sia destinata a persistere. Le politiche locali si volgono pertanto al

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riconoscimento della diversità all’interno di città multiculturali, allo sviluppo di azioni positive per
empowerment delle minoranze e al sostegno delle organizzazioni comunitarie.

Le politiche locali non seguono le impostazioni nazionali, ma sovente se ne discostano, dovendo fronteggiare a livello
periferico i fallimenti delle politiche nazionali; in altri casi, sono le politiche nazionali a spingere amministrazioni locali
riluttanti verso l’attuazione di misure di inclusione.
I quattro modelli possono anche essere visti come fasi di evoluzione delle politiche locali per gli immigrati, per cui si
passerebbe nel tempo dal modello transitorio a quello pluralista, anche se il passaggio dall’una all’altra non è lineare né
scontato.
Un aspetto importante, quanto trascurato, è quello di governi e amministrazioni locali, come quelli nazionali, che non
sono affatto blocchi monolitici, ma hanno al loro interno settori, uffici e funzionari che possono seguire visioni diverse
del fenomeno migratorio.
Alexander distingue inoltre quattro ambiti di azione politica:
1) Giuridico-politico, in cui trovano luogo istituzioni come i comitati consultivi degli immigrati e le relazioni con
le associazioni rappresentative;
2) Socioeconomico, dove si collocano le misure relative all’inclusione nel mercato del lavoro, nei servizi scolastici,
nei servizi ed educativi, nei servizi sociali, nonché la gestione dell’immigrazione come problema di ordine
pubblico;
3) Culturale-religioso, riferito ai rapporti con le istituzioni religiose delle minoranze e alla consapevolezza
pubblica della diversità etnica;
4) Spaziale, relativo alle politiche abitative, al trattamento delle enclave etniche, all’uso simbolico dello spazio.

In Italia, la ricerca diretta da Zucchetti sulle politiche degli enti locali delle città capoluogo della Lombardia ha rilevato
due elementi fondamentali che accomunano i modelli di intervento locale: l’ottica emergenziale e la preoccupazione di
rendere poco visibile gli interventi stessi.
La ricerca stessa distingue cinque dimensioni delle politiche locali:
1) Intervento settoriale e intervento globale: rispetto a una delega settoriale, di solito nell’ambito dei servizi
sociali, si rilevano tentativi di passare ad approcci più organici e coordinati;
2) Intervento socioassistenziale e intervento promozionale: la prima fase degli interventi è ispirata a una
concezione degli immigrati come soggetti svantaggiati da assistere, le tendenze più recenti vanno nella direzione
dell’emancipazione degli immigrati;
3) Informalità/spontaneismo e strutturazione dell’intervento: in diverse realtà locali gli interventi per gli
immigrati sono scarsamente istituzionalizzati, in base alla preferenza per approcci leggeri e poco visibili, in altre
sono maggiormente formalizzati con strutture ad hoc;
4) Iniziative frammentate e attivazione di una rete: il quadro prevalente rivela scarso coordinamento e carente
collaborazione tra le diverse istituzioni, perché una rete è frutto dell’azione del responsabile del servizio, più che
una scelta istituzionale;
5) Delega e concorrenzialità nei rapporti con volontariato e privato sociale: un dato acquisito è in tutte le realtà
locali il massiccio apporto del Terzo settore (associazioni di volontariato, cooperative sociali, istituzioni
religiose, ecc.). il coinvolgimento da parte dell’ente locale deriva però soprattutto, anche in questo caso,
dall’iniziativa spontanea degli operatori.

Il ruolo delle iniziative solidaristiche


Analizziamo ora il ruolo del privato-sociale o terzo settore, che possiamo definire più semplicemente settore solidaristico.
Secondo Douglas ci sono tre classi di organizzazioni non profit: organizzazioni propriamente caritative, o di cura nei
confronti di determinate categorie di beneficiari; i gruppi si pressione che svolgono attività di advocacy (tutela dei diritti)
a favore dei soggetti socialmente (e politicamente) deboli; le organizzazioni di mutuo aiuto, derivanti
dall’autorganizzazione di quanti condividono una determinata condizione di bisogno.
Possiamo agevolmente assimilare i gruppi di mutuo aiuto con le reti e l’associazionismo etnico. L’attività di cura, nel
caso italiano, può invece essere distinta in due categorie: quella prestata su base propriamente volontaria, con un utilizzo
esclusivo o quasi esclusivo di personale non retribuito e in genere non specializzato; quella svolta da organizzazioni
strutturate che utilizzano personale retribuito e professionalizzato, giovandosi di finanziamenti di fonte soprattutto
pubblica, peraltro non certo adeguati rispetto ai bisogni di cui rispondere.
Questi due classi di organizzazioni si affiancano ai gruppi che svolgono attività antirazzista e di tutela dei diritti degli
immigrati, riconducibili alle organizzazioni di pressione politici, i cui scopi non sono quelli di fornire i benefici, ma di
persuadere i governi politici a farlo.
Le modalità di azione dell’associazionismo possono essere suddivise in almeno quattro idealtipi:
- Associazionismo caritativo: è quello più diffuso, anche se ricomprende al suo interno esperienze diverse, più o
meno organizzate;
- Associazionismo rivendicativo: rientrano le iniziative antirazziste e di rivendicazione politica. Spesso collegate
o ispirate ai partiti della sinistra e dalle organizzazioni sindacali, hanno svolto un ruolo attivo soprattutto nella
spinta all’innovazione legislativa, culminata nelle leggi di regolarizzazione e in alcune innovazioni qualificanti,

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come l’art. 18 della Turco-Napolitano (40/1998), che offre protezione e possibilità di residenza legale agli
immigrati vittime di organizzazioni malavitose. Il loro contributo si rivolge soprattutto alla difesa dei cittadini
stranieri che subiscono trattamenti ingiusti e discriminatori, e più in generale, alla promozione di una cultura
antirazzista, interetnica, sensibile ai diritti delle minoranze;
- associazionismo imprenditivo: fornisce servizi con una logica più professionale, di «impresa sociale», che
assume solitamente la figura giuridica della cooperativa. Rientrano in questa categoria i soggetti che gestiscono
molti dei centri di accoglienza tuttora aperti, e sempre più anche iniziative che possono essere ricondotte alla
seconda accoglienza. In questi casi, risulta quasi sempre determinante il rapporto con il sistema pubblica per
l’accesso ai finanziamenti, legati negli ultimi anni sempre più alle capacità progettuali e alla costruzione di reti
di partenariato;
- associazionismo promosso dagli immigrati, è ancora debole e poco attrezzato per fornire servizi. Quasi sempre
in Italia gli interventi consistono in servizi per gli immigrati, in cui i diretti interessati raramente svolgono ruoli
attivi di qualche importanza, con l’eccezione delle iniziative interculturali.

Occorre rilevare, nel caso italiano, un profondo divario tra associazionismo formale e reti informali ea base etnico-
nazionale. L’associazionismo formale rappresenta un fenomeno molto diffuso, ma molto fragile e soggetto a un elevato
turnover. Le reti etniche sono invece indubbiamente molto vitali, anche se alquanto differenziate a seconda dei gruppi
nazionali, intrise di particolarismo e familismo, non sempre disinteressate ma spesso capaci di sostenere in vari modi
l’inserimento sociale e lavorativo dei loro membri. Si verifica pertanto, nell’esperienza italiana attuale, un visibile
scollamento tra vitalità semisommersa di molte retri migratorie e fragilità dell’associazionismo visibile e riconosciuto.
Una parziale eccezione è riscontrabile nelle cooperative e associazioni che propongono servizi di mediazione e
animazione interculturale. Queste forme di organizzazione evolvono quindi verso l’associazionismo imprenditive e
possono essere a volte considerate un caso particolare di imprenditorialità degli immigrati.

Diverse esperienze di aiuto agli immigrati si sviluppano nell’alveo delle forme tradizionali di carità, specie di matrice
cattolica, che contribuisce a legittimare le iniziative, ma presenta anche risvolti problematici. L’inserimento in questi
contesti comporta per gli immigrati una perdita di status. Persone giovani, sane, attive nel mercato del lavoro, per poter
essere aiutate vengono equiparate ai senza dimora e agli emarginati italiani.
Tuttavia, i risultati di ricerca mostrano che anche le attività caritative tradizionali manifestano capacità di ripensamento,
riordinamento e innovazione dei servizi rivolti ai nuovi beneficiari. L’attività assistenziale continua a essere erogata,
anche in forme molto semplice e con un ampio coinvolgimento di volontari, ma con almeno quattro tendenze innovative:
1) si tende ad ampliare il pacchetto dei servizi offerti, in nome di una presa in carico più globale dei bisogni delle
persone: attività di sottegretariato sociale, assistenza nelle procedure burocratiche, consulenza per l’accesso ai
diritti tendono a svilupparsi diffusamente. Benché molte attività siano per forza di cose ancora legate alla riposta
a bisogni primati di sussistenza, si nota una propensione a introdurre, dove è possibile, iniziative di tipo
promozionale, volte a favorire l’inserimento lavorativo e l’autonomia dei beneficiari;
2) si avviano processi di specializzazione, concentrazione e professionalizzazione dei servizi, crescono inoltre
forme di collaborazione tra organizzazioni diverse, in partenariato con le istituzioni pubbliche, attorno a progetti
destrutturati. Si collocano qui alcuni dilemmi molto avvertiti. I servizi mirati sono in linea di principio selettivi:
la loro specializzazione mal si concilia con l’accoglienza indiscriminata. Si collocano in genere in una fase
successiva al primo ingresso nel nostro paese e puntano a rispondere a domande precise, sulla base di progetti
specifici e con l’apporto di personale qualificato. Tra i più significativi fra questi servizi si possono ricordare
quelli che si occupano del recupero delle vittime di lesioni dell’autonomia e della dignità personale avvenute nel
rapporto con la società ricevente.
3) Con l’evoluzione e la rapida maturazione dei flussi migratori, la popolazione straniera si differenzia ed esprime
domande più articolate. Il settore solidaristico tende quindi a riposizionare la propria offerta di servizi in risposta
alle nuove esigenze. A volte si tratta di ripensare la missione dell’ente, l’organizzazione del servizio, le strutture
di erogazione. Un aspetto tipico è il passaggio dalla prima accoglienza a forme di intervento più differenziate e
destinate a segmenti di popolazione sempre più stabilizzati;
4) La relazione di aiuto tende a diventare più esigente nei confronti dei beneficiari. Attraverso rielaborazioni della
missione originaria a volte sofferta, la carità elargita con assoluta gratuità tende ad incanalarsi in forme più
strutturate, che possono manifestarsi in vario modo: raccolta dei dati e identificazione dei beneficiari, rilascio
di tessere di accesso, limitazione del tempo di fruizione del servizio, fissazione e applicazione di regole di
comportamento. Si tende altresì a enfatizzare la responsabilizzazione e il coinvolgimento degli immigrati.
L’accoglienza indiscriminata è oggetto di diffusa critica perché si teme la deresponsabilizzazione e
l’adagiamento dei beneficiari in atteggiamenti assistenzialistici. Al di là degli effetti economici, in casi come
quello dell’accoglienza abitativa, la richiesta di rimborsi e ancor più impegno personale nel servizio è concepita
come misura attivizzante, atta a costruire un rapporto più maturo e paritario tra organizzazioni e immigrati.

Il panorama dei servizi offerti è contraddistinto insomma da una continua evoluzione e dallo sforzo di adeguarsi
all’incessante cambiamento del profilo della popolazione immigrata, nella quale i processi di stabilizzazione si
accompagnano a nuovi flussi di arrivi, la ricaduta nella precarietà è sempre possibile, la conquista dell’agognato permesso

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di soggiorno è subito seguita dall’insorgere di nuove domande, nonché dall’ingresso di altri immigrati in condizione
irregolare. I processi di professionalizzazione non cancellano il fabbisogno di apporti volontari, né l’esigenza di una
partecipazione diffusa dei cittadini per la promozione di alcuni diritti umani fondamentali.

Capitolo 10: Devianti e vittime, trafficanti e trafficati

Il coinvolgimento in attività devianti


Nel caso italiano, anche a motivo delle modalità con cui l’immigrazione ha fatto irruzione nel paesaggio sociale del nostro
paese, l’allarme criminalità ha raggiunto quasi subito livelli elevati e resta ai vertici delle preoccupazioni dell’opinione
pubblica nei confronti dei fenomeni migratori, pur con una certa attenuazione, negli ultimi tempi e le statistiche sembrano
confermare le percezioni diffuse.
9il tasso di criminalità supera di quasi nove volte quello degli italiani: è una sproporzione molto marcata, anche tenendo
conto del fatto che la composizione demografica delle due popolazioni è diversa: i giovani sono mediamente più coinvolti
in attività devianti degli anziani, gli uomini più delle donne. Rimane invece molto differenziata la distribuzione territoriale
dell’incidenza degli immigrati sui detenuti: il 54,8% si concentra infatti nelle regioni sociali.
Questo divario è stato variamente interpretato, come effetto di una maggiore tolleranza nel Mezzogiorno, da parte di
autorità e popolazione, nei confronti di alcuni comportamenti devianti, oppure una conseguenza di un diverso grado di
radicamento della criminalità locale.
Alcune altre caratteristiche del fenomeno risaltano a un’analisi più dettagliata. Secondo il dossier Caritas-Migrantes:
- Si realizza una concentrazione prevalente degli immigrati in alcune categorie ristrette di reati, come quelli contro
il patrimonio, le violazioni della legge sulla droga, alcuni reati contro la persona, i reati di falsità;
- Fattori ambientali legati alla specificità delle regioni di inserimento, e in generale al grado di integrazione nella
società, influenzano notevolmente l’incidenza nelle statistiche giudiziarie delle varie componenti nazionali
dell’integrazione;
- Forme di specializzazione di alcune nazionalità nella realizzazione di certe forme di illecito, come produzione e
spaccio di stupefacenti per i marocchini. Si riscontrano profonde differenze nel grado di coinvolgimento delle
diverse nazionalità nelle attività illegali: per alcune si nota un tasso di denunciati (e carcerati) molto più elevato
di quello dei soggiornanti; per altre avviene il contrario, ossia a una cospicua presenza sul territorio corrisponde
a una bassa incidenza nelle statistiche giudiziarie. Se combiniamo la frequenza quantitativa con specializzazione
in alcune fattispecie di reati, le reti migratorie, in certi casi, concorrano a produrre un inserimento dei
connazionali in attività devianti, anziché in occupazioni lecite, quand’anche siano irregolari. Barbagli parla in
proposito di reti viziose, osservando che anch’esse, al pari delle reti virtuose, svolgono un ruolo cruciale.

Può accadere che in certe componenti nazionali sia più frequente che gli immigrati, arrivati in vario modo, privi di solidi
punti di riferimento, senza idee chiare su come e dove trovare lavoro, siano irretiti da gruppi connazionali dediti ad attività
illegali, che prospettano immancabilmente ai nuovi arrivati facili guadagni e scarsi rischi.
A volte si manifestano fenomeni di segno contrario: gruppi nazionali come quello filippino o cinese non figurano
nemmeno tra le prime dieci nazionalità dei denunciati; manifestano infatti tassi di criminalità molto bassi, inferiori a
quello della popolazione italiana.
Vaste aggregazioni geografiche, in cui vengono convenzionalmente incasellate le nazionalità di provenienza degli
immigrati, come quella asiatica e quella latino-americana, presentano un’incidenza piuttosto scarsa sul complesso dei
denunciati. Anche per altre componenti occorre guardarsi da sbrigative associazioni tra provenienza geografica,
appartenenza culturale e propensione alla devianza.
Molto influente appare poi la variabile relativa al genere. Nel complesso, le componenti femminili dell’immigrazione
manifestano un basso grado di coinvolgimento in attività devianti, con alcune eccezioni.
Anche in questi casi si può notare l’incidenza di alcune specializzazioni derivanti dai legami con reti a base etnica dedite
ad attività illegali: rispettivamente, sfruttamento della prostituzione, traffico di stupefacenti, reati contro il patrimonio.
Complessivamente, però, le donne immigrate sono vittime di reato, piuttosto che soggetti attivi di reati. Un problema,
questo, che rientra nella questione più generale della vittimizzazione degli immigrati: in quanto componenti socialmente
deboli, sono sistematicamente più esposti della popolazione nativa ad abusi e sfruttamento, sia da parte di altri immigrati,
sia ad opera di cittadini nazionali.
Una parte dei reati ascritti agli immigrati dipende dalla loro condizione di stranieri dallo status incerto, soggetti a controlli
e limitazioni della libertà di movimento: i reati di declinazione e falsa generalità, resistenza a pubblico ufficiale, violazione
delle leggi sull’immigrazione, rimanda no alle modalità di ingresso nel nostro e in altri paesi, in cui la ristrettezza delle
possibilità di immigrazione legale non impedisce l’arrivo di persone alla ricerca di lavoro e della possibilità di mettersi
in regola non appena venga varata una sanatoria. Si tratta dei cosiddetti reati di immigrazione, per i quali la denuncia non
si riferisce a un delitto, ma al semplice fatto di trovarsi sul territorio senza essere in regola.

Immigrati e devianza: le interpretazioni


L’alta sensibilità politica e sociale del tema influisce anche sul dibattito scientifico. Questo fatto non deve meravigliare,
né indurre a scetticismo circa la fondatezza scientifica delle analisi sociologiche: è propria della sociologica, infatti,

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l’impossibilità di effettuare analisi di laboratorio. Le ricerche sociologiche sono sempre «situate», riflettono in qualche
misura condizioni, preoccupazioni, interessi, dibattiti dell’ambiente in cui vengono concepite.
Possiamo distinguere, a proposito della devianza degli immigrati, due scuole di pensiero:
1) La scuola classica assume i dati statistici del fenomeno come punto di riferimento sostanzialmente obiettivo e
quindi veritiero. Osserva quindi che gli immigrati, nell’Italia di oggi, sono sovrarappresentati tra i denunciati, i
condannati e i carcerati. Gli studiosi più avveduti tengono conto del fatto che gli immigrati hanno un profilo
demografico corrispondente a quello della popolazione nativa, per via della maggiore incidenza della
popolazione giovane e di genere maschile che risulta statisticamente più esposta alla devianza.
Gli immigrati restano un gruppo sociale più coinvolto della media in varie attività illegali. Per di più, l’analisi
dei dati statistici mostra che i tassi di devianza degli immigrati sono variabili nel tempo e nello spazio.
In Europa e in America, negli anni sessanta, le ricerche criminologiche avevano dimostrato che gli immigrati
stranieri non commettevano più reati degli autoctoni, e i pregiudizi alla loro maggiore propensione alla devianza
erano ingiustificati; dalla fine degli anni settanta è invece avvenuta un’inversione di tendenza in diversi paesi, e
i tassi di criminalità degli stranieri hanno cominciato ad aumentare.
Questo si spiega con diversi fattori. Anzitutto, sono aumentati i reati connessi da persone prive di un titolo di
soggiorno valido, ma è anche cresciuta la devianza degli immigrati regolari, specie delle seconde generazioni.
In entrambi i casi, l’aumento della devianza rifletterebbe un contesto migratorio in cui sarebbero diventati
prevalenti i fattori di spinta, rispetto a quelli di attrazione, e sarebbero peggiorate le condizioni e le prospettive
degli stessi immigrati regolari e dei loro figli.
La varianza del fenomeno nel tempo smentirebbe poi la tesi secondo cui gli immigrati sono vittime di
discriminazioni sistematiche da parte delle istituzioni preposte alla tutela dell’ordine pubblico.
Nel caso dell’Italia contemporanea, il fattore che sembra maggiormente incidere sulla devianza è individuato
nell’ingresso irregolare e nella conseguente precarietà delle condizioni di vita. Per altri è invece soprattutto
l’impossibilità di guadagnarsi onestamente di che vivere e la conseguente precarietà delle condizioni di vita a
provocare l’abnorme concentrazione della devianza tra gli immigrati in condizione irregolare. I reati più
frequentemente ascritti agli immigrati sono infatti furti e falsità collegabili alle condizioni di irregolarità e
indigenza delle fasce undocumented.
2) La seconda prospettiva può essere definita «critica» e considera la devianza degli immigrati come l’effetto di
una costruzione sociale della realtà che assume le caratteristiche di una profezia che si autoadempie: giacché gli
immigrati sono oggetto di chiusure sociali e pregiudizi, le società riceventi sbarrano la strada di un’integrazione
paritaria e rafforzano i controlli repressivi nei loro confronti. I pregiudizi generano etichettature e discriminazioni
e queste compromettono l’accesso all’opportunità di condurre una vita dignitosa guadagnando da vivere con
mezzi leciti. La caduta nella devianza è la conseguenza dell’esclusione dalla società normale: ne deriva, a
chiudere il circolo vizioso, un inasprimento dei controlli di polizia e delle sanzioni, giacché gli immigrati sono
catalogati a priori come potenziali devianti.
Secondo Palidda le forme di inserimento degli immigrati dipendono dal contesto in cui avviene la migrazione.
La produzione e la riproduzione di comportamenti devianti tra gli immigrati, di conseguenza, si correla con tre
fattori macrosociali: a) il degrado delle società di origine e la diffusione di modelli devianti; b) le politiche
migratorie proibizioniste, che hanno reso di fatto quasi impossibile immigrare regolarmente; c) l’affermazione
di un modello sociale, nelle società riceventi, che produce esclusione sociale e criminalizzazione, anziché la
possibilità di inserirsi stabilmente.
Un assetto socioeconomico che confina gli immigrati nella marginalità provoca inoltre il discredito del
tradizionale modello migratorio, basato sulla motivazione alla riuscita attraverso il lavoro e i sacrifici. Alcune
componenti dell’universo migratorio sono poi avvertite come particolarmente minacciose, quindi sottoposte a
maggiori controlli e a sanzioni più severe. Qui pesano i processi di etichettatura, per i quali l’immigrato che
commette un reato è più facilmente riconoscibile di un autoctono, e questa visibilità risulta rafforzata dal fatto
che si tratta in gran parte dei cosiddetti reati di strada.
Non sfugge ai sostenitori della posizione critica il fatto che una parte dei reati attribuiti agli immigrati derivino
dalla loro condizione di stranieri, specie se irregolari, che li conduce a violare le leggi sull’immigrazione, a
declinare false generalità, a cercare di sottrarsi alla cattura: di parla di una produzione istituzionale della
devianza. La responsabilità di questa condizione viene addossata alle società riceventi e alle loro politiche
migratorie. Secondo alcune analisi, i tassi di criminalità degli immigrati regolari sarebbero ancora più bassi di
quelli italiani, sicché agevolando l’accesso al mercato del lavoro regolare si sgonfierebbe la partecipazione ad
attività illegali.
Anche il funzionamento delle procedure di espulsione incide sul rapporto tra irregolarità e devianza: come
abbiamo visto, è più probabile infatti, e non solo in Italia, che vengano fermati e trattenuti gli individui
provenienti da paesi che hanno sottoscritto accordi per la riammissione degli immigrati espulsi. Quanti
provengono da paesi non coperti da accordi, o riescono a celare la loro identità e provenienza, molto difficilmente
possono essere allontanati dal territorio nazionale. Ne deriva una selettività implicita degli stessi controlli di
polizia, e una relativa impunità, almeno per i reati minori, per una parte degli irregolari.
Le critiche a quella che viene definita criminalizzazione degli immigrati sono talvolta ancor più radicali. Secondo
alcuni studiosi la stessa raccolta e analisi di dati sulla devianza degli immigrati è già l’esito di un processo di

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stigmatizzazione attuato dalla società ricevente, che individua gli immigrati come una categoria sociale
minacciosa, da tenere sotto controllo.

Anche la costruzione sociale dell’immigrazione come problema per la sicurezza pubblica diventa tuttavia una realtà con
cui fare i conti. Di fatto, anche la maggior parte degli studiosi che si collocano in una prospettiva critica condividono
alcuni assunti con l’approccio classico: che tra gli immigrati s riscontrino tassi elevati di coinvolgimento in (alcuni) reati;
che questo fenomeno si correli in modo marcato con l’irregolarità, che sia più frequente in alcune componenti della
popolazione immigrata.
Tra gli stessi immigrati regolari, esposti alle medesime condizioni di deprivazione e marginalità, il coinvolgimento in
attività illegali mostra infatti andamenti diversi. È quanto hanno osservato in Olanda Engbersen e van der Leun, notando
che non ogni componente dell’immigrazione irregolare costituisce un problema criminale: gli immigrati undocumented
occupano un ampio ventaglio di posizioni sociali, che spaziano da un lavoro stabile e un’integrazione avanzata nella
società alla marginalità sociale ed economica.
Per spiegare la differenza questi autori ricorrono al concetto di struttura di opportunità differenziale, che può essere
suddivisa in tre assi istituzionali:
1) Il grado di accessibilità delle istituzioni formali del welfare state, come le cure mediche, l’educazione, l’alloggio,
il mercato del lavoro;
2) Il grado di accessibilità delle istituzioni informali, tre delle quali sono particolarmente importanti: la rete di
familiari, amici e conoscenti; l’economia sommersa; i trattamenti selettivi nelle azioni di controllo da parte di
operatori istituzionali, la polizia in primo luogo;
3) La possibilità di accesso ai circuiti criminali, in cui pure esistono disuguaglianze.

Queste diverse istituzioni formali, informali e illegali, svolgono un ruolo nella (semi)integrazione degli immigrati
irregolari.
Laddove l’appoggio delle reti etniche e di altri attori è efficace e orientato alla legalità, è più probabile che gli immigrati,
benché irregolari, riescano a sottrarsi ai circuiti devianti. Laddove l’appoggio non funziona o è inquinato da componenti
malavitose, è più probabile che i nuovi arrivati ne vengano coinvolti.

L’industria del passaggio delle frontiere: passatori e trafficanti


Un aspetto rilevante della devianza degli immigrati consiste nella violazione delle norme che i paesi riceventi fissano
rispetto alla possibilità di soggiornare legalmente ed eventualmente di lavorare sul proprio territorio.
Ricordiamo che gli immigrati irregolari sono coloro che, entrati legalmente, hanno visto scadere l’autorizzazione a
soggiornare (overstayer), e rappresentano la grande maggioranza degli immigrati privi di permesso di soggiorno. I
clandestini invece hanno compiuto qualche azione dolosa per riuscire a entrare nel paese ricevente, aggirando i controlli
di frontiera, contraffacendo documenti o corrompendo le autorità preposte.
Dobbiamo ora riprendere la categoria dei migranti trafficati: persone che vengono persuase o costrette a emigrare da altri,
interessati a trarne profitto o a sfruttarle una volta giunte a destinazione, quindi trattenute contro la loro volontà e costrette
a sottostare alla volontà dei loro padroni.
Questi fenomeni, per essere compresi, vanno collocati nello scenario istituzionale che regola a livello internazionale la
mobilità delle persone attraverso le frontiere.
Il divario crescente, su scala planetaria, tra domanda di mobilità e possibilità di ingresso legale nei paesi sviluppati ha
prodotto la formazione di una consistente industria del passaggio irregolare dei confini, sempre più strutturata e presidiata
da organizzazioni criminali. Si distinguono in proposito, a livello di istituzioni internazionali, come la stessa Onu,
smuggling e trafficking: il primo termine si riferisce al semplice aggiramento dei vincoli all’ingresso, al
favoreggiamento dell’ingresso irregolare, e il sostantivo smuggler potrebbe essere tradotto come passatore: colui che,
dietro compenso, aiuta i clienti consenzienti a varcare illegalmente una frontiera, svolgendo le funzioni di agente di
viaggio fuorilegge.
Il secondo termine, trafficking, identifica il ben più grave fenomeno della tratta di esseri umani, e il trafficante è colui
che fa entrare delle persone in un altro paese con l’inganno o con la violenza, per tenerle sotto il suo potere e sfruttarle
in diversi modi.
Il punto decisivo consiste nel consenso e nella collaborazione attiva delle persone fatte passare attraverso le frontiere:
nel caso del trafficking questi elementi mancano, o sono in vario modo estorti, mentre sono una componente
imprescindibile dello smuggling. Distinguere la coercizione o la frode dalla scelta consapevole da parte dei soggetti
coinvolti non è sempre agevole in un paese che non prevede la possibilità di ingresso legale e si appoggia a
I due fenomeni sono dunque spesso intrecciati e difficili da discriminare sul piano del funzionamento operativo: possono
presentare una notevole sovrapposizione ed essere attuati dai medesimi soggetti, tanto da essere inquadrabili come i due
estremi di un’unica attività.
Tra l’altro, l’impiego di termini dalla forte risonanza emotiva, ma derivati da altre epoche storiche e da contesti lontani
dai nostri, come quelli di tratta o riduzione in schiavitù, rischia di generare confusione e incertezza a livello repressivo e
di azione giudiziaria. Nei fatti, e nell’esperienza concreta di molti aspiranti all’emigrazione, sovente consenso, inganno
sfruttamento, si mescolano e si confondono. Chi vuole entrare in un paese che non prevede possibilità di ingresso legale
si appoggio a intermediari, procacciatori di documenti e trasportatori, che si muovono tra canali legali e illegali per fornire

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il servizio richiesto. A loro volta i trafficanti di esseri umani a scopo di sfruttamento possono ricorrere a servizi impiegati
anche dai migranti irregolari autonomi.
L’inasprimento dei controlli e l’aggravamento delle sanzioni a carico dei trasportatori/trafficanti produce altresì, come
effetto perverso, un innalzamento dei livelli di organizzazione criminale dell’industria del passaggio delle frontiere. Tra
i candidati all’immigrazione, non solo le scarsissime possibilità di ingresso legale spingono alla ricerca di canali
alternativi per riuscire a entrare nel sospirato Occidente, ma determinano conseguenze nella selezione dei partenti. Se di
solito sono stati storicamente soprattutto gli individui più capai e volitivi a decidere di emigrare, cresce la probabilità che
a partire siano soggetti che non hanno niente da perdere, disposti a tutto, senza grandi remore nei confronti della violazione
delle leggi.

L’analisi dell’industria del passaggio delle frontiere come business globale, composta da componenti legali e illegali,
spesso difficile da discernere, è stata proposta alcuni anni fa da Salt e Stien.
Il trafficking in questa visione globale include anche lo smuggling, ed è inserito come elemento fondamentale di
connessione nel migration business, concepito a sua volta come un sistema di reti che comprende un insieme di istituzioni,
agenti specializzati e individui, che partecipano all’attività per ricavarne profitti economici.
Salt e Stein distinguono tre stadi del trafficking: la mobilitazione e il reclutamento dei migranti nei paesi di origine; il
loro viaggio attraverso i confini tra gli stati; l’inserimento nel mercato del lavoro e nelle società di destinazione. Il
trasporto di migranti può essere inoltre interconnesso, in certi casi, con altri flussi illegali di merci.
Salt ha riconosciuto che il trafficking di confonde e sovrappone con più forme volontarie di immigrazione illegale,
parlando anch’egli di un continuum tra i due poli della costrizione della scelta volontaria. Pur ammettendo che il numero
di migranti trasportati e la consistenza dei gruppi di passator possano variare notevolmente, con caratteristiche di
informalità, adattamento e flessibilità, ha mantenuto l’idea di una struttura organizzativa del traffico gerarchica e
articolata, impegnata a sviluppare un business multi criminale, collegato ad attività economiche che si inseriscono nelle
normali economie di mercato.
Un’analisi recente dell’organizzazione del traffico di migranti verso l’Italia, svolta dal Cespi, consente di aggiornare,
puntualizzare e anche di sottoporre a critica alcuni aspetti dell’approccio di Salt e Stein a critica.
In luogo di un modello di economia criminale oligopolistico e piramidale, emerge infatti un modello reticolare e fluido,
basato su piccole organizzazioni flessibili, senza strutture gerarchiche e rapporti durevoli, che sembrano formarsi di volta
in volta e poi sciogliersi. Le risorse organizzative che risultano centrali consistono nella flessibilità operativa e nella
capacità relazionale. La prima consente di adattare le modalità di reclutamento trasporto ai vincoli determinati dalle
strategie di contrasto. La seconda rimanda invece all’abilità nell’instaurare rapporti di collaborazione con le
organizzazioni che si occupano del reclutamento degli aspiranti all’immigrazione nei paesi di origine e del transito in
quelli vicini.
La ricerca illustra inoltre le dinamiche evolutive del traffico di migranti verso l’Italia, ponendo in rilievo quattro aspetti:
1) L’apertura di un canale o di una rotta di ingresso non è quasi mai iniziativa isolata di un attore locale, ma
beneficia di solito dell’appoggio di soggetti già dotati di esperienza specifica;
2) A questa prima fase di collaborazione fa seguito spesso l’acquisizione di una piena autonomia da parte delle
organizzazioni di trafficanti stranieri. Avvengono rapidamente processi di professionalizzazione e di
affermazione dei soggetti ti più competitivi, anche sulla base di alleanze e fusioni tra gruppi diversi;
3) L’azione di contrasto, particolarmente incisiva sulla rotta adriatica, ha prodotto dapprima un innalzamento dei
livelli di organizzazione criminale del trasporto, e conseguentemente dei prezzi, in un secondo tempo una
diversificazione sempre più accentuata delle attività illecite da parte dei gruppi albanesi, con una riconversione
verso traffici più vantaggiosi in termini di rapporto tra rischi e profitti;
4) Il declino della rotta adriatica ha prodotto una sorta di effetto domino sui trasporti illegali di migranti nel bacino
del Mediterraneo, rilanciando le rotte dalla costa turca conducono alle coste calabresi e siciliane e soprattutto i
viaggi dal Nord Africa, che trovano oggetti principalmente in Libia i loghi di imbarco e nei trasferimenti
attraverso il deserto del Sahara il drammatico retroterra.

La ricerca fa emergere in conclusione un frenetico gioco a tre nello spazio mediterraneo, tra stati che cercano di controllare
gli interessi clandestini, organizzazioni di trafficanti e aspiranti all’immigrazione.

Traffico di esseri umani e sfruttamento della prostituzione.


Per quanto riguarda il terzo stadio del trafficking, il caso più noto e inquietante è l’ingresso di giovani donne straniere da
immettere nel mercato della prostituzione.
La questione rivela anzitutto alcune analogie con aspetti dei fenomeni migratori accennati precedentemente:
1) In primo luogo, l’ingresso e la rapida espansione di un’offerta straniera in questo ambito molto particolare di
scambi economici trova un evidente riscontro in una domanda interna molto ampia e soddisfatta. Così, come in
altri ambiti, il ricorso all’offerta straniera ha compensato i vuoti comparsi nel mercato interno. Come e più che
in altri casi, tuttavia, gli operatori stranieri (criminali) che si sono inseriti non hanno semplicemente colmato dei
buchi, ma si sono rapidamente imposti come protagonisti autonomi del mercato, stimolando anche una domanda
aggiuntiva, grazie a prezzi competitivi, al fascino dell’esotico, all’offerta di ragazze molto giovani, alla stessa
visibilità della merce in vendita.

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2) Un’altra analogia riguarda il rapporto tra l’emancipazione delle donne italiane e la loro sostituzione con donne
straniere. Qualcosa di analogo avviene alla luce del giorno e nella sfera domestica per il ricorso a collaboratrici
familiari e assistenti domiciliari immigrate, sembra avvenire nel buio e per le strade con l’acquisto di rapporti
sessuali a pagamento. Anche in questo caso, la ricca domanda occidentale sembra aver bisogno di reperire altrove
prestazioni che celano rapporti sociali non più proponibili nei confronti delle donne autoctone;
3) Un terzo collegamento riguarda l’incidenza di forme di specializzazione etnica. Come in altri mercati, sono
alcune componenti nazionali ad alimentare l’offerta di prostituzione, anche se con modalità diverse e cangianti.

Per quanto riguarda l’ultimo punto, i due gruppi più attivi sono quello nigeriano e quello albanese.
Nel caso nigeriano, non è stata superata una dimensione organizzativa etnica, poco strutturata, intrisa di elementi
tradizionali, ma a suo modo efficace di gestione del traffico. Centrali appaiono le figure femminili delle Madame o
Maman, sia nella fase di reclutamento delle ragazze nei luoghi di origine, facendo balenare opportunità di lavoro e
guadagno, sia soprattutto nella gestione delle attività in Italia: ospitalità abitativa, istruzioni tecniche, gestione dei
guadagni, controllo dei comportamenti, passano attraverso l’oculata supervisione delle Maman, che acquistano le ragazze
facendole venire in Italia e valutano poi il diritto di rivalersi dei costi sostenuti.
La gestione al femminile del traffico comporta anche una capacità di manipolare bisogni affettivi e relazionali,
accrescendo il consenso e facendo delle Maman un modello da imitare: superato lo sconcerto e il disinganno per le
promesse non mantenute, non poche ragazze nigeriane aspirano a finire di pagare il loro debito per poi mettersi in proprio
e acquistare altre ragazze che lavorino per loro.
Il caso albanese appare più complesso. Le ragazze venivano spesso attirate da fidanzati che le andavano a cercare nei
villaggi di origine, convinte a partire per l’Italia, poi obbligate a prostituirsi, con minacce e sevizie. A volte si trattava di
veri e propri rapimenti. Con la strutturazione di organizzazioni criminali più organizzate e capaci di controllare il mercato,
le ragazze hanno cominciato a essere vendute dal primo gruppo, solitamente più improvvisato, a un altro, e magari poi a
un terzo, in grado di gestirne meglio l’attività sul territorio.
In Italia il controllo a vista, la convivenza con gli sfruttatori, il frequente impiego della violenza hanno caratterizzato il
modello operativo del traffico albanese.
Negli ultimi anni sono però intervenute diverse innovazioni organizzative, che hanno reso più sfuggente e difficilmente
penetrabile questo sistema criminale. L’area di reclutamento è stata allargata ad altri paesi dell’Europa orientale, cosicché
frequentemente gli sfruttatori sono albanesi, ma le ragazze sempre meno. Sono cresciuti di pari passo i collegamenti con
altre organizzazioni malavitose, e si è ampliata la pratica della compravendita delle giovani donne da avviare alla
prostituzione in Italia e in altri paesi occidentali. Si parla di un’evoluzione in senso transnazionale del traffico di donne
destinate ad alimentare il mercato del sesso.
Anche le modalità di sfruttamento sono diventate meno rozze: alla strada si vanno sostituendo progressivamente
appartamenti e locali privati.
Sul territorio le donne vengono spostate più spesso e rapidamente, in modo da ostacolare sia l’azione repressiva che
l’instaurazione di relazioni personali più approfondite da parte degli operatori delle associazioni impegnate nel settore.
Altri gruppi dell’Est europeo sono entrati nel business della prostituzione, e nuove organizzazioni si presentano sulla
scena, spesso riproponendo inizialmente le forme di sfruttamento brutali che le bande più esperte cercano di superare o
di occultare.

Un punto assai discusso riguarda il rapporto tra costrizione e consenso. Skeldon ha sottolineato in proposito il passaggio
da interpretazioni monolitiche delle donne come vittime, sostenute in particolare da correnti di pensiero femministe e da
molte ong, a una visione più complessa del fenomeno, in cui entra in gioco la constatazione che la maggioranza delle
donne entra nell’industria del sesso volontariamente e che il legame con la tratta non è così stretto come si credeva.
Le ricerche sul campo svolte in India confermano l’idea della diffusione di gravi fenomeni di coercizione e sfruttamento,
anche se è cresciuta la consapevolezza delle diversità dei casi e dei complessi intrecci tra le scelte individuali e
dominazione organizzata.
Occorre dunque porre in luce i processi che concorrono alla costruzione sociale dell’offerta di produzione straniera,
esplorando i territori intermedi tra i due poli dell’assoluta costrizione e della scelta libera e consapevole.
La ricerca del Cespi ha individuato quattro fattori che garantiscono la collaborazione delle persone oggetto del traffico
con le organizzazioni che lo gestiscono: gli elementi cooperativi, il ricorso alla violenza, l’uso del ricatto, l’uso
dell’inganno.
Anche nel primo caso, tuttavia, la remissività e la lealtà degli individui sfruttati si regge su presupposti come la distanza
tra le informazioni di cui è in possesso la rete dei trafficanti e quelle che giungono alle loro dipendenti. Inoltre, la relazione
di solito è più consensuale agli inizi, mentre si deteriora nel tempo.
Si può aggiungere che tanto le situazioni di partenza quanto le pressioni psicologiche, le minacce, la paura delle autorità,
la mancanza di conoscenze della società ricevente e delle possibili alternative, rendono l’apparente cooperazione in vario
modo condizionata da fattori che sovrastano e limitano l’espressione di scelte soggettive e consapevoli e libere.
È sempre necessario domandarsi come sia stato costruito il consenso e quali vincoli lo sostengono:
1) In primo luogo, lo squilibrio tra le possibilità di ingresso nei paesi avanzati e l’aspirazione a partire genera un
grande mercato per coloro che sono pronti a soddisfare. Questo drammatico scompenso tra domanda e offerta di
migrazione genera il primo e fondamentale anello del traffico di esseri umani, rappresentato dal debito contratto,

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che comporta la soggezione ai creditori. L’insediamento previo di teste di ponte e di legami affidabili è la risorsa
principale che preserva i migranti in condizione irregolare dalla caduta in circuiti di emarginazione, sfruttamento
grave o coinvolgimento in attività illegali. La soggezione ai trafficanti parte dunque, in generale, dall’esposizione
dei costi necessari, la cui reale entità viene peraltro spesso illustrata soltanto in un secondo tempo. A questi
elementi vanno aggiunti i fattori di debolezza derivanti dalla condizione di immigrata irregolare o clandestina,
l’età molto giovane, la conoscenza scarsa o nulla della lingua e delle istituzioni del paese ospitante;
2) Altri dispositivi, che vanno dalle minacce alle proteste. Nel caso nigeriano si cita spesso il ricorso a rituali magici,
come elementi di consolidamento del legame operativo.
3) Forme più sottili e ambigue di manipolazione della libertà personale. In alcuni lavori di ricerca è capitato di
cogliere persino una sorta di rammarico o di ambivalenza nei confronti dello sfruttatore. La manipolazione
affettiva probabilmente è ancora più agevole e diffusa quando sono donne che sfruttano altre donne, come nel
caso della rete nigeriana. Per esse, la Maman è una confidente, una guida, una benefattrice, a volte un modello
da imitare. La solitudine, lo sradicamento, il senso di estraneità, la mancanza di informazioni provocano reazioni
emotive destabilizzanti, che solo a un’analisi superficiale possono essere interpretate come espressioni di un
fondamentale consenso nei confronti dello sfruttamento;
4) Problema dell’asimmetria informativa. Tra gli elementi che concorrono a istituire legami collaborativi e
l’apparente relazione consensuale, un aspetto determinante deriva dal fatto che le uniche informazioni che
arrivano alle donne vengono fornite dai loro sfruttatori. Queste donne non hanno, in genere, altre fonti di notizie
sulle loro condizioni, i loro diritti, le opportunità a cui avrebbero accesso se uscissero dalla prostituzione e si
ribellassero allo sfruttamento. Gli sfruttatori hanno buon gioco nel drammatizzare le conseguenze delle attività
repressive della giustizia italiana, così come nell’ingigantire le loro capacità di ritorsione nei confronti di chi
tenta di sottrarsi al destino di prostituta.

Il traffico di migranti, in definitiva, non è un fenomeno omogeneo e non può essere ricondotto né a visioni minimizzanti,
né a immagini apocalittiche di grandi mafie tentacolari: può spaziare dal favoreggiamento dell’immigrazione irregolare,
al semplice trasporto di persone consenzienti, fino a forme ben più gravi di abuso, coercizione e sfruttamento ai danni di
altri esseri umani.

Capitolo 11: pregiudizio, discriminazione, razzismo.

Pregiudizi e stereotipi: i processi di etichettatura


Fenomeno del pregiudizio. Secondo Allport, alla base del pregiudizio stanno meccanismi operativi tipici dei processi
cognitivi della mente umana: la conoscenza richiede classificazione, ossia distinzione e ordinamento degli oggetti in
categorie in una certa misura precostituite. Tendiamo quindi a conoscere generalizzando, ossia costruendo categorie
collettive e riconducendo ad esse i casi individuali che, a un sommario esame, ci sembrano riconducibili alle categorie
con cui abbiamo già familiarità.
Il problema nasce quando i processi di categorizzazioni danno luogo a forme di generalizzazione indebita, che consistono
nell’attribuire a tutti i membri di un determinato gruppo sociale alcuni comportamenti o caratteristiche rilevate o
sperimentate con uno o con alcuni individui di quel gruppo.
Dai pregiudizi nascono gli stereotipi, ossia rappresentazioni rigide, standardizzate, per lo più intrise di valutazioni
stigmatizzanti, che si applicano a gruppi sociali considerati collettivamente, appiattendo le differenze tra i casi
individuali e semplificando la definizione della realtà.
Stereotipi a base etnica: per il fatto di presentare certi caratteri somatici, tra i quali storicamente spicca la pigmentazione
della pelle, o di appartenere a una popolazione straniera o minoritaria, definita spessa in modo sommario sulla base della
nazionalità, dell’area geografica di provenienza della religione, ai singoli individui vengono attribuite determinate
caratteristiche e abitudini, positive e, molto spesso, negative.
Questi processi di categorizzazione si incontrano con l’etnocentrismo, ossia la tendenza a distinguere il proprio gruppo
(talvolta definito in-group) dagli altri gruppi (out-group9 e a conferire una preferenza sistematica agli interni nei confronti
degli esterni, a ritenere se stessi e il proprio gruppo umano migliore degli altri.
Il pregiudizio etnico rischia però di innescare la xenofobia, ossia l’atteggiamento di rifiuto o di paura nei confronti degli
stranieri, che nell’esperienza delle società interessate dall’immigrazione internazionale si esprime principalmente come
ostilità nei confronti degli immigrati.

Le derive razziste: pratiche e ideologie


Il pensiero razzista ordinario è il razzismo diffuso, vago, non tematizzato, che consiste nell’interpretare la distinzione tra
Noi e Loro, o tra Noi e gli Altri, come una distinzione tra due specie umane, la prima delle quali viene giudicata più
umana della seconda, o persino la sola veramente umana tra le due.
Come aveva già notato Weber, l’ostilità razziale tende ad acutizzarsi in determinati frangenti e in certi gruppi sociali: si
collega infatti a processi di mutamento sociale che innescano in alcune componenti della società la paura di un
declassamento e si manifesta in forme più acute in quelle che si sentono più minacciate dai nuovi arrivati.
Il desiderio di marcare le distanze sociali fonda le forme popolari di razzismo e si comprende quindi come mai forme più
dirette e marcate di pregiudizio razziale e di xenofobia siano usualmente più diffuse nelle classi inferiori delle società

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riceventi, ossia nelle componenti della società che sotto il profilo abitativo od occupazionale sono più a contatto con i
nuovi arrivati e che quindi desiderano distinguersi da loro. Da questo punto di vista, non è dunque la distanza o l’ignoranza
a generare il razzismo, ma la vicinanza che genera la paura del contatto, della mescolanza o della competizione.
Altre forme di pregiudizio etnico sono invece tipiche delle classi superiori: la percezione degli immigrati come minaccia
per la sicurezza o per l’ordine sociale.
La complessità del fenomeno ha dato luogo a diversi tentativi di spiegare le ragioni per cui si sviluppano le diverse
manifestazioni di xenofobia e razzismo. Seguendo Wilmer possiamo distinguere quattro approcci:
1) Teorie della scelta razionale: xenofobia e razzismo deriverebbero dalla rivalità competitiva tra immigrati e
popolazione autoctona per l’accesso a scarse risorse, come i posti di lavoro. Secondo alcuni l’ostilità
dipenderebbe dalla percezione di equità o differenza, legittimità o illegittimità della competizione;
2) Teorie funzionaliste: sono quelle che riconducono la xenofobia alla differenza culturale e all’incapacità di
assimilarsi degli immigrati, in quanto provenienti da società arretrate;
3) Teorie della comunicazione discorsiva, oggi prevalenti, secondo cui la distanza culturale o l’incapacità di
assimilarsi sono elementi di una costruzione sociale dell’alterità degli immigrati, basata su pratiche discorsive
categorizzanti e stigmatizzanti, a cui concorrono vari attori;
4) Teorie fenomenologiche, le più recenti, che legano i fenomeni xenofobi a una trasformazione sociale in cui
certe promesse politiche, come quella del welfare state, non possono più essere mantenute e si diffondono
tensioni anomiche in ampi strati della società, ponendo in crisi l’identità collettiva e la sicurezza di sé che
sarebbero necessari e per gestire relazioni pacifiche con le popolazioni immigrate.

Il razzismo conosce poi una variabilità nel tempo quanto a bersagli dell’ostilità e può spostarsi su altri gruppi etnici o
nazionali, di solito appena arrivati, mentre gli immigrati delle precedenti ondate possono migliorare il proprio status nelle
rappresentazioni che le società riceventi si fanno degli stranieri, e talvolta arrivano anche a beneficiare dell’assimilazione
nella cerchia del noi.
Le ricerche storiche hanno mostrato che persino la percezione delle differenze fisiche, razziali, dipende dall’accettazione
sociale. Per quanto riguarda gli italiani, specie se meridionali, come riferiscono Perlmann e Walindnger, era diffusa l’idea
che avessero nelle vene sangue saraceno e che i loro caratteri fisici li facessero più assomigliare agli africani che ai bianchi
caucasici. Ancora nel 1945 alcuni studiosi distinguevano i popoli caucasici chiari e scuri: questi ultimi, considerati di
sangue misto, europeo e mongolo, erano considerati assimilabili solo molto lentamente, non prima della sesta
generazione.
Non si deve neanche ritenere che la xenofobia sia un fenomeno tipico di ideologie e posizioni politiche di destra.
Nell’America del primo Novecento, un autorevole sociologo progressista come E. Ross si schierò contro nuovi ingressi
di immigrati negli Stati Uniti e, soprattutto, contro la possibilità che i loro tratti culturali entrassero a far parte del
patrimonio comune del paese.
Non è neanche vero che il pregiudizio colpisca soltanto gli stranieri. Foot ha giustamente rilevato che l’immigrazione
meridionale a Milano nel dopoguerra era colpita da pregiudizi molto simili a quelli che oggi riguardano gli immigrati
stranieri. La razza rappresenta uno status acquisito e non ascritto.
Le società riceventi esercitano dunque pressioni che determinano una perdita di status degli immigrati, svalutando gli
elementi che più immediatamente li identificano come estranei rispetto al contesto di inserimento.
Non è tuttavia sempre chiaro quando atteggiamenti e comportamenti diffusi possono essere definiti razzisti. È un
problema individuato anche dalla Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati, e prima ancora da Balbo
e Manconi: occorre cautela nell’etichettare come razzismo ogni espressione di disagio, di protesta o anche di pregiudizio
nei confronti degli immigrati. Si rischia altrimenti di innescare processi di identificazione di porzioni consistenti
dell’opinione pubblica con una scelta di campo in senso razzista,.
Una prudenza analoga può valere nei confronti delle domande di trattamento differenziale a favore dei cittadini nella
distribuzione di determinati bene collettivi: definire come razzista chi voglia assegnare risorse scarse prioritariamente ai
cittadini è una mossa rischiosa, perché può generare false autoprescrizioni di razzismo. Altri hanno invece sostenuto che
la scarsa attenzione verso le manifestazioni quotidiane del discorso razzista favorisce e legittima forme ben più gravi di
intolleranza.
Un altro ordine di considerazioni riguarda l’evoluzione del razzismo intellettualmente elaborato, definito talvolta come
razzismo in senso proprio o in senso stretto.
A differenza del razzismo ordinario o popolare, che ha natura informale e irriflessa, questo pensiero razzista è il frutto di
una costruzione intellettuale che ambisce a una dignità scientifica. Può essere definito, secondo l’UNESCO, come
qualsiasi teoria che stabilisca una superiorità o un’inferiorità intrinseca di gruppi razziali o etnici, in base alla quale si
riconosca agli uni il diritto di dominare o di eliminare gli altri, presunti inferiori, o che fondi dei pregiudizi di lavori su
una differenza razziale.
Le sue origini vengono individuate nel pensiero illuminista del XVIII secolo, con la nascita delle nuove scienze che
naturalizzano lo statuto dell’umanità e con l’indebolimento della visione cristiana e biblica dell’unità del genere umano,
in quanto creato da un unico Dio a partire dall’unica coppia di progenitori. Il pensiero razzista come fenomeno occidentale
moderno presenta una costante: la messa in questione dell’unità del genere umano e la tendenza a concepire la varietà
della specie umana come razze, ossia come delle specie distinte e differenti.

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Il suo sviluppo ha a che fare con l’espansione coloniale europea del XIX secolo in Africa e in Asia: attraverso il razzismo
le differenze sociali tra dominatori e dominati vengono ricondotte all’ordine della natura, quindi considerate giuste e
inevitabili.
Lo sfruttamento e la sopraffazione si giustificano sul piano della gerarchia razziale, mediante la quale la pigmentazione
della pelle diventa il criterio per la collocazione degli individui nella scala dell’umanità.
Al centro del razzismo classico o biologico stava dunque la nozione di razza, costruita per analogia con le differenze tra
le specie animali, basata sulla continuità tra l’aspetto fisico e le qualità intellettuali e morali, nonché sulla superiorità della
dimensione collettiva su quella individuale.
Le concezioni razziste servivano dunque a classificare le razze in ordine gerarchico, distinguendo le razze superiori e le
razze inferiori, e fondando infine concezioni politiche tese ad attuare le idee relative alle differenze razziali.
Si parla di due forme di razzismo classico. Secondo la prima, eterorazzizzazione, la razza sono gli altri, diversi e
inferiori, da sterminare o sottomettere. Per la seconda, autorazzizzazione, la razza siamo noi, gli eletti insigniti di un
diritto naturale al dominio.
Dopo la seconda guerra mondiale il razzismo elaborato ha assunto una nuova veste, prendendo a prestito una serie di
argomenti dell’antirazzismo. Diventa infatti centrale l’idea della differenza culturale, al termine razza, si sostituisce quello
di etnica o cultura. Taguieff parla dunque di razzismo differenzialista. Il bersaglio è ora rappresentato dalle popolazioni
immigrate insediate nelle società occidentali, considerate una minaccia per l’identità culturale delle maggioranze
autoctone.
Il razzismo differenzialista prende allora la forma di un’esaltazione delle differenze e di una preoccupazione per la loro
preservazione, mentre abbandona gli argomenti antiegualitari.
Le identità culturali vengono dunque concepite come rigide, non modificabili, mentre la possibilità di ibridazione o
meticciato vengono respinte come inaccettabili (mixofobia, nel senso di orrore della mescolanza tra gruppi umani). Gli
individui vengono poi assegnati collettivamente a una certa cultural sulla base del fattore ascrittivo della nascita in un
determinato paese o della discendenza da genitori rispettivamente autoctoni o immigrati. La cultura viene quindi in un
certo senso naturalizzata e serve a rinchiuder gli individui in identità immutabili. L’ideale vagheggiato è quello di popoli
che rimangano nettamente distinti e abitino territori separati al fine di poter preservare la ricchezza delle diversità.
Nonostante gli adattamenti retori e concettuali, anche questa forma contemporanea di razzismo condivide con quella
classica un approccio essenzialista.
Il neorazzismo si impadronisce di determinati argomenti dell’antirazzismo, come l’elogio delle differenze, e si ripropone
come culturalmente accettabile, in contesti sociali messi alla prova dalla sfida dell’immigrazione e dalla ridefinizione
delle basi della convivenza.

I processi discriminatori
Il pregiudizio appartiene alla sfera degli atteggiamenti, le ideologie razziste a quella della teoria sociale e politica. La
discriminazione razziale consiste invece in comportamenti concreti che pensano singoli e gruppi in ragione di fattori come
la nazionalità o la religione.
Più precisamente, la discriminazione può essere definita come trattamento differenziale e ineguale delle persone o dei
gruppi a causa delle loro origini, delle loro appartenenze, delle loro apparenze o delle loro opinioni, reali o immaginarie.
Il che comporta l’esclusione di certi individui dalla condizione di determinati beni sociali.
Non sempre e necessariamente il pregiudizio etnico si traduce in discriminazione razziale, così come varie forme di
discriminazione non implicano necessariamente pregiudizi.
Inoltre, non tutte le preferenze accordate ai membri del gruppo sociale di appartenenza sono illegittime e vanno etichettate
come forme di discriminazione. Ad esempio, salvo pochissime e circoscritte eccezioni, in tutte le democrazie del mondo
solo i cittadini nazionali godono del diritto di voto alle elezioni politiche. C’è discriminazione quando comportamenti o
norme di orientamento etnocentrico non appaiono adeguatamente motivati e razionalmente giustificati.
Ci sono diverse forme di discriminazione razziale:
1) Gli immigrati incontrano anzitutto forme esplicite o dirette di discriminazione. Quando per esempio si leggono
annunci che propongono abitazioni in affitto, ma con la precisazione che non si desiderano inquilini immigrati,
si è in presenza di una forma di discriminazione di questo tipo: per il solo fatto di essere immigrato, un soggetto
è escluso da un certo rapporto economico. A volte il problema si pone invece in termini di discriminazione fra
immigrati di diversa provenienza. Gli esempi mostrano che la possibilità di discriminazione è insita in uno dei
due capisaldi delle nostre società, ossia il libero mercato, con il connesso diritto da parte dell’imprenditore di
scegliere liberamente chi assumere o con chi intrattenere rapporti economici. Nel dibattito internazionale si
evoca spesso l’influenza, nelle procedure di selezione del personale e nei successivi sviluppi di carriera, di quei
fattori che vengono sinteticamente definiti le tre A: accento, ascendenza e apparenza. Molti paesi, compreso il
nostro, si sono dotati di leggi per proteggere immigrati e minoranze etniche almeno contro le forme più evidenti
di discriminazione, e che nel paese liberista per eccellenza, gli Stati Uniti, il sistema giudiziario è particolarmente
severo in proposito.;
2) A volte però la discriminazione è insita nelle stesse norme giuridiche. Si parla allora di discriminazione
istituzionale: questa consiste in limitazioni della possibilità di accedere a determinate occupazioni, diritti o
benefici, attuata dalle istituzioni pubbliche delle società riceventi, sulla base della cittadinanza, senza che questi
vincoli siano rilevanti per la mansione senza che vi sia una questione di sicurezza nazionale. Una manifestazione

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è rappresentata dalle norme sulla reciprocità: certe facoltà sono concesse ai cittadini stranieri solo a patto che nel
paese da cui provengono siano riconosciute ai cittadini italiani le medesime opportunità. Nonostante possa
apparire logica a livello istintivo e goda di ampio favore nell’opinione pubblica, la norma della reciprocità
presenta almeno tre inconvenienti: è di difficile applicazione sul piano burocratico, perché richiede la verifica
del trattamento riservato agli italiani in ogni singolo paese da cui provengono gli stranieri; rischia di impedire al
nostro paese di fruire dell’apporto economico e professionale di talenti stranieri; subordina l’autonomia
normativa dello stato italiano alla volontà politica di altri. Un secondo esempio è rappresentato dall’impiego
pubblico. In Italia, come in molti altri paesi, solo chi gode della nazionalità italiana può accedervi e questa
restrizione, originariamente motivata dalla necessità di proteggere gli interessi nazionali dalle possibili
infiltrazioni di elementi stranieri nel corpo dei funzionari dello stato, è diventata nel tempo una forma di chiusura
del mercato del lavoro a favore dei cittadini, e come tale viene diffusamente percepita e legittimata tanto da
essere impiegata anche per l’affidamento di incarichi di prestazione professionale, senza vincoli di
subordinazione, da parte di enti locali. Un terzo esempio è ravvisabile nella ritrosia a riconoscere i titoli di studio
rilasciati da paesi esterni al sistema occidentale: è un altro caso di norma di per sé ragionevole, volta a tutelare i
cittadini dalle possibili manchevolezze nella preparazione di professionisti formati in sistemi diversi, lontani e
non controllabili, ma che di fatto serve ad escludere gli immigrati dalle occupazioni qualificate in cui potrebbero
entrare in concorrenza con i lavoratori italiani;
3) La discriminazione implicita o indiretta, spesso intrecciata con quella istituzionale, tanto da essere a volte
identificata con essa, ricorre invece quando disposizioni e pratiche sociali apparentemente neutre, giustificate,
dotate di fondamenti razionali, adottando criteri generali, di fatto penalizzano o favoriscono alcuni gruppi etnici.
Si parla anche in questo caso di discriminazione oggettiva, che può operare anche senza la volontà di
discriminare, e che si può desumere in base alla enorme sproporzione tra aventi diritto o aspiranti a una certa
posizione appartenenti a un gruppo minoritario e coloro che la ottengono di fatto. La differenza tra
discriminazione istituzionale e discriminazione indiretta può quindi essere rintracciata in due aspetti: nella
seconda non si danno elementi dichiarati di esclusione degli stranieri (come il riferimento alla cittadinanza) e
possono ricadervi anche fenomeni non direttamente connessi alle norme legislative e all’azione delle istituzioni
pubbliche. A volte la discriminazione implicita può essere l’effetto involontario di atteggiamenti o disposizioni
che intenderebbero di per sé favorire gli immigrati. L’argomento principale usato per giustificare il ricorso a
manodopera straniera, difendendola dall’accusa di sottrarre posti di lavoro ai disoccupati nazionali, consiste nel
ricordare che i lavoratori autoctoni rifiutano di svolgere determinati lavori. Ma in tal modo si alimenta senza
volerlo l’idea che gli immigrati abbiano diritto al lavoro limitato agli ambiti meno qualificati, quelli disertati
dalla forza lavoro nazionale, e si compromette l’impegno a migliorare le lor opportunità di sviluppo
professionale.
4) Molto frequenti nel mercato del lavoro sono infinte comportamenti riconducibili a forme di discriminazione
statistica: attribuzione a un intero gruppo sociale di atteggiamenti, caratteristiche, comportamenti,
effettivamente osservabili in alcuni soggetti appartenenti al gruppo. Ne deriva un trattamento sfavorevole per le
persone appartenenti al gruppo in questione, o etichettate come tali: tipicamente, perché vengono ritenute prive
degli attributi ricercati da chi ha il potere di scegliere, o viceversa portatrici di attributi indesiderati. Pratiche di
questo genere sono molto frequenti: i datori di lavoro hanno pochi strumenti per valutare le capacità professionali
dei lavoratori che domandano di essere assunti, e ancora meno per prevedere i comportamenti futuri sul posto di
lavoro. Tendono quindi ad affidarsi, in positivo o in negativo, ad indicatori indiretti, come appunto la prossimità
o la somiglianza con altri che hanno già conosciuto. Le preferenze accordate in sede di assunzione agli immigrati
di determinate provenienze per inserirli in certe occupazioni, già diffusamente svolte da connazionali, possono
essere ricondotte a meccanismi di discriminazione statistica, che si saldano con l’azione convergente delle reti
etniche. In questo modo la discriminazione statistica si traduce in comportamenti di discriminazione diretta.
Banton distingue tuttavia la discriminazione statistica da quella categoriale che insiste nel trattamento
sfavorevole di tutte le persone socialmente assegnate a una particolare categoria, giacché quest’ultima è per
definizione rigida, mentre la prima è sensibile all’esperienza contraria, ossia può essere corretta sulla base del
riscontro fattuale.

La discriminazione sui luoghi di lavoro


La ricerca di Tathzel in Germani a ha distinto quattro forme di discriminazione sui luoghi di lavoro:
1) Discriminazione nella gerarchia occupazionale esistente: si riferisce al fatto che i lavori meno attraenti, più
pericolosi, più dannosi per la salute e peggio pagati sono attribuiti in larga misura a lavoratori di origine
immigrata;
2) Discriminazione al di fuori della gerarchia occupazionale: si riferisce a pratiche applicate solo a lavoratori
immigrati, tese a collocarli al di fuori della struttura organizzativa, come il ricorso a contratti a breve termine;
3) Discriminazione attraverso il trattamento egualitario: si riferisce all’applicazione, formalmente ineccepibile,
di regole universalistiche a casi e situazioni che meriterebbero invece una maggiore flessibilità e considerazione
delle diversità etnico-culturali;

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4) Discriminazione nelle relazioni di lavoro quotidiane: si riferisce non ai comportamenti aziendali, ma alle
vessazioni informali e ricorrenti, inflitte dai compagni e dagli immediati superiori ai lavoratori immigrati, magari
sotto forma di battuta scherzosa.

Possiamo poi distinguere tre livelli di discriminazione sul lavoro. Il primo livello è quello dell’ingresso: qui gli immigrati
possono essere collocatati in una posizione di svantaggio in un ordine di preferenze, oppure relegati nella fascia inferiore
delle occupazioni disponibili, o anche associati di fatto a un certo tipo di lavori, indipendentemente dal loro curriculum.
Il secondo livello si riferisce alle condizioni di impiego: se i contratti collettivi di lavoro cercano di stabilire condizioni
egualitarie, tali per cui a parità di mansioni dovrebbe corrispondere una pari retribuzione, i comportamenti delle imprese
tendono in vario modo ad aggirare le norme.
Il terzo livello di discriminazione riguarda le prospettive di carriera: le direzioni aziendali possono per esempio
sostenere, non senza ragioni, che per svolgere mansioni impiegatizie, di rapporto con soggetti esterni o di coordinamento
di altri lavoratori, occorrono competenze linguistiche adeguate.

Un’ipoteca sul futuro


È importante sottolineare che i fenomeni analizzati in questo capitolo non rappresentano solo lesioni di principi di equità
incorporati nelle nostre costituzioni politiche e nella nostra idea di società giusta. Un trattamento ingiusto nei confronti
degli immigrati e dei loro figli ha, presto o tardi, ricadute gravide di conseguenze sulla qualità della convivenza nelle
società riceventi.
La temuta estraneità culturale degli immigrati verso la nostra civiltà rischia allora di essere un prodotto del pregiudizio e
dell’esclusione nei confronti di chi arriva dall’esterno. Neppure sembrano bastare valori deboli come la tolleranza.
Vorremmo terminare con una nota di speranza. La storia non è già scritta una volta per sempre. Tra difficoltà, delusioni
e sofferenze, molti immigrati hanno dimostrato, nel passato e nel presente, grande tenacia e assidua volontà di migliorare
le proprie condizioni. Non pochi ci sono riusciti. Se l’analisi svolta in questo capitolo può fornire conferme ad una visione
strutturalista e pessimista del destino degli immigrati, il richiamo alle loro risorse e aspirazioni può dischiudere un
orizzonte meno cupo. Senza esimere tuttavia le società riceventi dalle proprie responsabilità morali e politiche.

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