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GIULIANA NUVOLI

LETTERATURA ITALIANA

4 LEZIONI INTERDISCIPLINARI

SILSIS
ANNO ACCADEMICO 2000-2001
NOTA PRELIMINARE

Le lezioni che seguono nascono da un convincimento profondo: che non vi sia materia
che possieda una vita autonoma e una forma compiuta in se stessa. Quella interdisciplinare
è, così, l’unica forma possibile di insegnamento e, certo, è la strada che la scuola futura
dovrà privilegiare.
Queste lezioni sono il frutto di quattro incontri con il II corso SILSIS dell’A.A. 2000-
2001. Esse sono informate ad alcuni criteri di base che, a mio avviso, sono alla base di ogni
lezione, qualunque sia il destinatario della lezione stessa.

• Ogni volta che si intende affrontare un argomento si deve avere ben chiara una
idea-guida, e intorno a quella si devono aggregare i contenuti con un movimento simile
alla limatura di metallo verso una calamita. L’enumerazione in rosario degli argomenti è
più noiosa e dispersiva, e quindi meno efficace.

• Deve essere dosata con la giusta alchimia la quantità di elementi noti e quella di
elementi da conoscere. Nel caso di queste lezioni ho presupposto note le Coordinate, che
ho comunque riportato, e vi è, sempre, un elemento di elaborazione originale che,
ovviamente, varia a seconda del tempo destinato ad ognuna, delle mie ricerche pregresse, e
del grado di competenza generale per ogni singolo argomento. In aula, con studenti di età
compresa fra i dieci e i vent’anni, è necessario rispettare un criterio simile: in caso
contrario la comunicazione rischia di essere incomprensibile.

• Per ogni argomento si pongono diversi Problemi di metodo: nessuna materia, o


frammento di materia, può essere insegnato in modo indifferenziato e ripetitivo.

• La bibliografia allegata è assolutamente sintetica e ha valore puramente indicativo;


i testi critici sono come gli abiti: ognuno deve scegliersi quello che gli sta meglio, anche se
alcuni di loro (pochi) sono fondamentali per una buona conoscenza dell’argomento. Una
regola fondamentale per distinguere i buoni testi critici è, naturalmente, la loro
comprensibilità e il piacere che ci deriva dalla loro lettura.

2
• Anche i Percorsi di ricerca sono indicativi: ognuno di voi può inventarsi una nuova
strada, traendo spunto dalle sollecitazioni quotidiane: anche da quelle apparentemente più
lontane dalla materia. I legami fra ognuno di noi, il mondo che lo circonda, il passato e ciò
che sta per accadere, sono più stretti, fitti e tenaci di quanto riusciamo a immaginare.

Buon lavoro!
g.n.

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IL PERSONAGGIO DI ANTIGONE
IN SOFOCLE E ALFIERI

PROBLEMI DI METODO

4
L'accostamento di due testi letterari destinati alla rappresentazione, pone alcuni
problemi che risultano "esterni" al testo: la messinscena, l'utilizzo di scenografie,
costumi, strumenti musicali, movimenti e vocalità diverse.
Qualunque sia l'elemento privilegiato della comparazione, va da sé che non si possono
ignorare almeno accenni essenziali a quanto sopra indicato.

Per questo incontro sceglieremo il più letterario fra gli elementi, quello che riguarda la
caratterizzazione del personaggio: in altri termini quali caratteristiche l'autore
attribuisce al suo personaggio in relazione, anche, agli obiettivi che si pone con la
scrittura della tragedia.
Per comprendere (e quindi essere in grado di spiegare) con sufficiente chiarezza il
personaggio di Antigone così come esso è disegnato nella tragedia di Sofocle e in quella
di Alfieri, richiede così che:
1. venga delineato il profilo storico, culturale, ideologico dell'autore;
2. la tragedia sia contestualizzata, in un primo momento, nella produzione
letteraria dell'epoca, quindi nella produzione complessiva dell'autore;
3. vengano individuate le caratteristiche essenziali del personaggio;
4. siano messe a fuoco le relazioni che la protagonista instaura con il sistema
complessivo degli altri personaggi;
5. venga definito l'obiettivo che l'autore si pone con la creazione della protagonista, in
relazione, in particolare, ai punti 1. e 2.
6. si valuti i punti di forza e i punti meno riusciti della tragedia, sia in relazione ai
singoli personaggi, sia in relazione all'obiettivo che l'autore si era proposto.

5
LE COORDINATE

L’AUTORE

AUTORE SOFOCLE VITTORIO ALFIERI


(Atene 497- (Asti 1749 - Firenze
406) 1803)
TEMPO DELLA 442 1777-78
SCRITTURA
LUOGO DELLA ATENE FIRENZE
SCRITTURA
GENERE TRAGEDIA IDEM
LETTERARIO

I. L’esordio di Sofocle negli agoni drammatici avvenne nel 468: qui egli vinse,
battendo il più giovane Euripide, con un trionfo decretato dagli stessi strateghi. Da quel
momento ebbe dalla sua il favore degli Ateniesi e degli dei: ottenne 24 vittorie nei
concorsi drammatici; fu due volte stratego, e una di queste con Pericle; fu ellenotamo1
(443), sistratega con Pericle (441) e poi stratega con Nicia (428); fu membro del
collegio dei probuli (413); fu infine sacerdote di una divinità della salute a nome Halon.
Ebbe bellissimo aspetto e seppe infondere serenità a chi gli stava vicino: morì
vecchissimo e all’improvviso: forse per la gioia di una vittoria, o l’affaticamento
provocato dalla lettura di un passo dell’Antigone, o per il soffocamento causato da un
acino d’uva.
Ma quanto felice fu in apparenza la sua vita, altrettanto disperato fu il suo canto di
poeta. “Sofocle è certo il poeta del dolore senza esito e senza senso; è il tragico
dell’uomo nella sua essenza d’infelicità; è il cantore dell’individuo solo ed escluso da
ogni ordine cosmico d’intuibile eticità o finalismo. […] L’estremo della grandezza
umana coincide con l’estremo del dolore; per converso l’assurdo dell’esistere si
medesima con l’eroico decoro dell’individuo che, senza miraggi terreni o ultraterreni di
riscatto, si realizza nella tragicità della sua vicenda.” (Pontani 1991, 10)

________________________
Ellenotamo: amministratore del tesoro della lega attica

1
.

6
II. Di nobile famiglia piemontese, Vittorio Alfieri, viene educato nella Reale
Accademia di Torino, che lascia nel 1766. Inizia una lunga serie di viaggi per tuta
l’Europa sino al 1773. Nel 1775 fece rappresentare la sua prima tragedia, Cleopatra: a
lei faranno seguito altre 20 tragedie e una tramelogedia, Abele. Fondamentali, per
comprendere il suo teatro, i due trattati politici: Del principe e delle lettere e Della
tirannide (iniziati a scrivere nel 1777 e pubblicati entrambi nel 1789). Pagine
illuminanti sono contenute anche nella sua autobiografia, la Vita (1790, 1804); da
ricordare, inoltre le Rime, dedicate in gran parte a Luisa Stolberg contessa d’Albany,
sua compagna di vita, le Satire(1786-97) e sei commedie (1800-03).
Con Alfieri si perde il senso più profondo dell’ottimismo illuministico, per passare
ad una tensione già tutta romantica, che presenta numerose coincidenze con le posizioni
dello Sturm und Drang. “Il centro della personalità dell’Alfieri va ritrovato, si è detto, in
un eroico pessimismo individualistico. Questo significa, per il nostro poeta, senso altero
e profondo dell’”io”, aspirazione ad affermare decisamente se stesso e, quindi, lotta
contro il mondo esterno, contro il “limite” costituito dalla stessa realtà, contro ogni
oprressione che si opponga alla necessaria libertà dell’uomo. Questo magnanimo
individualismo fu concepito dall’Alfieri come ideale di libera e alta vita; e proprio per
tale sua capacità di configurarsi come un severo ideale di vita in un significato
agonistico e conflittuale, esso si differenzia radicalmente da certe altre forme di
sfrenato, sopraffattorio, egolatrico individualismo che si manifestarono in età
decadentistica […]. L’individualismo dell’Alfieri, per essere adeguatamente inteso, non
va staccato dall’atmosfera del “protoromanticismo”; e deve essere avvicinato, in
particolare all’atteggiamento degli Sturmer und Dranger, il quale ha avuto la sua
espressione migliore, anche se piuttosto oratoria e declamatoria che poetica, nel teatro
schilleriano.” [Maier 19992].

7
LA TRAGEDIA
STRUTTURA DELLA TRAGEDIA

SOFOCLE ALFIERI
2
Prologo
Parodo3
Primo episodio4 (Primo Atto I (Scene I-III)
5
stasimo ) Atto secondo (Scene I-II)
Secondo episodio (Secondo Atto terzo (Scene I-IV)
stasimo) Atto quarto (Scene I-VI)
Terzo episodio (Terzo stasimo)
Quarto episodio, Dialogo lirico6 Atto quinto (Scene I-VII)
(Quarto stasimo)
Quinto episodio (Quinto
stasimo)
Esodo

I PERSONAGGI

SOFOCLE ALFIERI
Antigone Antigone
Ismene (sorella di Antigone) Argia (vedova di Polinice,
fratello di Antigone)
Coro dei vecchi tebani
Creonte (tiranno di Tebe) Creonte
Guardia
Emone (figlio di Creonte) Emone
Tiresia
Messaggero
Euridice (moglie di Creonte)
Altro messaggero

2
Prologo: parte iniziale della tragedia, di carattere informativo, che precede l'ingresso del coro.
3
Parodo: canto del coro al suo ingresso nell'orchestra
4
Episodio: "che succede l'ingresso del coro", complesso di scene compreso fra due stasimi.
5
Stasimo: "canto da fermo", canto corale che divide un episodio dal successivo.
6
Dialogo lirico: comma, destinato a esprimere lamento (di norma cantato).

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DISTRIBUZIONE DELLA MATERIA PER ATTI

I. Il Prologo è costituito dal dialogo fra le due sorelle, Antigone e Ismene: la prima
ferma nel suo opporsi al potere, la seconda che invece, oppressa dalle sue sciagure,
gli cede innanzi. E drammatico è il modo in cui si chiude il dialogo e prende forma il
dissidio.
La Parodo risuona dei rumori, delle grida, degli squilli di tromba della vittoria
argiva; entra in scena il tiranno Creonte che giustifica l’editto col quale vieta che sia
sepolto il corpo di Polinice e tenta di motivarne le ragioni.
Nel primo stasimo è contenuta una alta meditazione sulla natura e la vita, e lo
stupore per l’audacia dell’ignoto che ha violato la legge seppellendo Polinice.
Segue, nel secondo episodio, il primo potente scontro fra Antigone e Creonte: la
fanciulla tiene magnificamente testa al tiranno, mostrando non solo di non temere la
morte, ma di preferirla ad una vita sì piena di sventure.
Nel secondo stasimo il Coro7 canta il maligno volere del Fato per cui le colpe dei
padri ricadono sui figli innocenti; e come “alla grandezza umana si accompagna la
sventura”.
Invano Ismene tenta di Placare il tiranno; e falsamente egli sembra ammorbidirsi
nello scontro col figlio Emone (terzo episodio).
Alto l’esito del terzo stasimo, dove si canta la forza di Eros, passione dilagante e
sentimento che tutto penetra e travolge.
Il quarto episodio rappresenta il punto più alto della tragedia: Antigone domina la
scena con la riflessione sul suo destino e la sua vertiginosa solitudine; il Coro e
Creonte fanno da contrappunto.
Nel quarto stasimo il Coro piange il destino dell’infelice fanciulla, macchiata da
una colpa non sua.

7
Coro: formato da 15 coreuti, guidati dal corifeo, cantava in armonia con la musica e con la danza.
Talora diventa un vero e proprio personaggio.

9
Il quinto episodio si sostanzia, in gran parte, del dialogo fra Tiresia e Creonte, con
l’indovino che ammonisce il tiranno a non perdersi per eccesso di arroganza.
Il quinto stasimo è il così detto “coro delle folli speranze”: inno rituale a Dioniso,
tramato di canti, movenze e parole iniziatiche.
Nell’esodo, infine, si compie, con la morte, il destino di Emone, di sua madre
Euridice, di Antigone. In questa progressione di scomparse irreversibili e di lutti,
Creonte invoca la morte per fuggire il peso della sua colpa.

II. Nel primo atto Antigone incontra nottetempo Argia, vedova di Polinice, e le
comunica il suo proposito di seppellire il corpo del fratello, anche dovesse costarle la
vita.
Nel secondo atto Emone prega il padre di permettere ad Antigone di seppellire il
corpo di Polinice; portate dalle guardie vengono introdotte Argia e Antigone, che
reclama su di sé la colpa di aver infranto l’editto di Creonte. Entrambe vengono
tradotte in prigione.
Nel terzo atto Emone dichiara al padre di amare Antigone: Creonte, dapprima
contrario, acconsente alle sue nozze con la fanciulla che avrebbe, così, salva la vita.
Antigone (scena seconda) rifiuta di sposare il figlio dell’”estirpator del suo sangue”.
Invano, e a lungo, Emone la supplica di mutar proposito.
Creonte, nel quarto atto, ordina di seppellire viva Antigone. Emone tenta ancora,
disperatamente di salvarla: Antigone dichiara di amarlo ma di non potere sposarlo
poiché teme l’ira delle “sue ombre”. Creonte fa salva la vita ad Argia, che invano
intercede per Antigone.
Nel quinto atto le due giovani donne si danno l’ultimo addio: Argia può vivere
perché le colpe di Edipo ricadono solo sul “suo sangue”. Creonte, da solo, medita
sulla natura del potere, così strettamente legata agli umori del popolo. Entra Emone
che reclama Antigone: irredente Creonte gli dà il permesso di andare da lei: ella è già
morta, svenata. Sopraffatto dal dolore, con un colpo di spada, Emone si toglie la vita.
A Creonte (è la sola battuta della settima e ultima scena) non resta che attendere la
punizione degli dei.

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IL PERSONAGGIO DI ANTIGONE IN SOFOCLE E ALFIERI

Aristotele, nella Poetica, indica come la tragedia possa sussistere senza caratteri,
ma non senza azione: sancisce, così, la subordinazione dei primi rispetto alla
seconda. Ma Aristotele sbaglia: la tragedia trae la sua linfa vitale e la sua forza
proprio dai personaggi.
Fra le tante definizioni di personaggio scegliamo, come punto di partenza, quella
semiologia fornita da Roland Barthes:

Quando sèmi identici attraversano a più riprese lo stesso nome proprio e sembrano
fissarvisi, nasce un personaggio. Il personaggio è quindi un prodotto combinatorio: la
combinazione è relativamente stabile (caratterizzata dal ritorno dei sèmi) e più o meno
complessa (comportando tratti più o meno congruenti, più o meno contraddittori), questa
contraddittorietà determina “la personalità” del personaggio, altrettanto combinatoria quanto
il sapore di una pietanza o l’aroma di un vino. [Barthes 1973, 65]

Il personaggio come “prodotto combinatorio” di elementi disparati, dunque; come


luogo di conflitto; crocevia di scelte; magma in perenne movimento. E lo è, in
particolare, il personaggio del protagonista, l’eroe che, nella tragedia, si nutre, vive,
trae la sua energeia dal senso di colpa. Una bellissima pagina in proposito l’ha
scritta Michail Bachtin:

Nei riguardi della visione del mondo dell’eroe classico l’autore è dogmatico. La sua
posizione etico-conoscitiva deve essere indiscutibile o, più esattamente, non è messa in
discussione. In caso contrario sarebbe introdotto il momento della colpa e della
responsabilità e l’unità artistica e la compattezza del destino sarebbero distrutte. L’eroe si
ritroverebbe libero, lo si potrebbe portare di fronte a un tribunale morale, gli mancherebbe
l’interiore necessità e nulla gli vieterebbe di essere diverso. Là dove nell’eroe sono introdotte
la colpa e la responsabilità morale (e, quindi, la libertà morale, la libertà dalla necessità
naturale e da quella estetica), egli cessa di coincidere con se stesso, e la posizione di
extralocalità dell’autore, nella sua essenza (liberare l’altro dalla colpa e dalla responsabilità,
contemplarlo fuori del senso) risulta perduta e il compimento artistico transgrediente diventa
impossibile. Naturalmente, la colpa trova posto nel carattere classico (l’eroe della tragedia è
quasi sempre colpevole), ma non si tratta di una colpa morale, bensì della colpa
dell’esistenza; la colpa deve essere dotata della forza dell’esistenza, e non della forza del
senso dell’autocondanna morale (il peccato contro la persona divina e non contro il senso,
contro il culto, ecc.). I conflitti all’interno del carattere classico sono conflitti e lotta di forze
dell’esistenza (naturalmente, di forze di valori naturali dell’esistenza dell’alterità e non di

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entità fisiche e psicologiche), e non di valenza di senso (il dovere e l’obbligo sono qui forze
di valori naturali); questa lotta è un processo interiormente drammatico, che non supera mai i
limiti dell’esistenza-datità, e non un processo dialettico, di senso, della coscienza morale. La
colpa tragica si trova interamente sul piano dei valori dell’esistenza-datità ed è immanente al
destino dell’eroe; perciò la colpa può essere messa completamente fuori dell’ambito della
coscienza e del sapere dell’eroe (la colpa morale deve essere immanente all’autoscienza: io
devo prendere coscienza di me in essa come io), nel passato della sua stirpe (la stirpe è un
categoria di valori naturali di esistenza dell’alterità); l’eroe può commettere la colpa senza
sospettare il significato di ciò che sta facendo; in ogni caso la colpa è nell’esistenza in quanto
forza e non nasce per la prima volta nella libera coscienza morale dell’eroe; egli non ne è
l’iniziatore interamente libero, qui non si può andare oltre i limiti della categoria
dell’esistenza come valore. [Bachtin 1988, 160]

La colpa di Antigone, come quella di ogni altro eroe della tragedia greca, sarebbe
inesorabilmente legata al suo essere un ente-esistente: esiste dunque la colpa è in lei.
Ed è in lei in quanto appartenente ad una stirpe colpevole. Il valore della stirpe è,
infatti, il terreno su cui cresce il valore del destino:

Io non comincio la vita, non sono l’iniziatore responsabile dei suoi valori, non dispongo
neppure dei valori che mi diano la possibilità di cominciare attivamente la sequenza
responsabile, di valore e di senso, della vita; posso agire e valutare sulla base di una vita già
data e valutata; la sequenza degli atti non comincia da me, io la continuo soltanto (gli atti-
pensieri, gli atti-sentimenti, gli atti-opere); io sono legato da un inscindibile rapporto di
filialità alla paternità e maternità della stirpe (della stirpe nel senso ristretto, della stirpe-
popolo, della stirpe umana).

Parrebbe così che non vi sia scampo per l’eroe: l’uomo nasce colpevole.
Colpa ben presente al cristianesimo che la definisce come peccato originale, e
introduce il battesimo per cancellarla: col battesimo entro nella ecclesia, nel popolo
degli eletti e ti salvi. Non ha salvezza, invece, l’eroe della tragedia greca che, a
differenza dell’eroe cristiano, non può scegliere. Quest’ultimo non ha stirpe: ha un
padre celeste che determina il suo destino ben più del padre terreno; e se sceglie di
affidarsi a Lui terrà lontano da sé il male di esistere.
Non con questo che i figli non paghino, nella cultura cristiana, le colpe dei padri:
Dante docet e, più vicino a noi, Manzoni. Ermengarda e Adelchi, ad esempio, pagano
per le colpe di Desiderio. Il fatto è che per i cristiani questa vita terrena è solo un
infinitesimale frammento della vita che si compie e si adempie nell’aldilà; per i Greci

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no. Il sole è qui, qui la vita, qui il paradiso: l’Ade è freddo e triste e pieno di
rimpianto.
Alla luce di questa differente possibilità di determinare il proprio destino, è da
leggere la differenza cruciale fra il personaggio di Antigone nella tragedia sofoclea e
in quella alfieriana. La prima avverte il peso della colpa in quanto figlia di Edipo, e
non tenta in alcun modo di sottrarsi al suo destino: la sua ε υ σ ε β ε ι α non
glielo permette. Non è Creonte che può decidere della sua morte: quella l’hanno già
decisa gli dèi; Creonte, col suo editto, si è fatto solo strumento che permette al quel
destino di compiersi. L’Antigone di Alfieri è, invece, l’individuo che sceglie di
compiere un’azione moralmente giusta, e in nome di questa scelta infrange una legge
ingiusta, che lo condanna a morte.
Utile, in merito a questo punto, il raffronto dei due dialoghi cruciali tra Creonte e
Antigone.
SOFOCLE8 ALFIERI
QUARTO EPISODIO. ATTO III
DIALOGO LIRICO SCENA II
Antistrofe II
ANTIGONE
ANTIGONE M’offre grazia Creonte? – a me qual atra
La piaga che duole di più grazia puoi far, che trucidarmi? Ah! tormi
tu tocchi: quella dagli occhi tuoi per sempre, il può sol
paterna pietà famosa morte:
tocchi, l’intera felice fai chi te nol vede. – Impètra,
sorte, che fu per noi, Emone, il morir mio; pegno fia questo,
pei Labdàcidi, triste. sol pegno a me dell’amor tuo. Deh! Pensa,
Materno letto, orrori, che di tiranno il miglior dono è morte;
amplessi, incesti col padre mio cui spesso ei niega a chi verace ardente
della misera madre mia, da cui desio h’ha in cor…
(che cosa mai!), meschina me, nacqui un
dì! CREONTE
Dannata, adesso, e nubile, Non cangerai tu stile?
con loro vado a vivere. Sempre implacabil tu, superba, sempre,
Ahi ahi, morto sei – o ch’io ti danni, o ch’io ti assolva, sei?
Per te tristi assai quelle nozze –
Fratello che viva mi distruggi. ANTIGONE
Cangiar io teco stil?… cangiar tu il core,
fora possibil più.

8
La presente versione è quella di Filippo Maria Pontani [1978].

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CORO EMONE
Un atto pio significa Questi m’è padre:
Pietà, ma il regno di chi è re se a lui favelli, Antigone, in tal guisa,
Violarlo certo non si può: l’alma trafiggi a me.
l’arbitrio ora t’ha perduta.
ANTIGONE
ANTIGONE Ti è padre; ed altro
Io pianti, amici, canzoni non ho: Pregio ei non ha; né scorgo io macchia
tratta ormai per una via alcuna,
pronta già, me ne vo. Emone, in te, ch’essergli figlio.
Né questa luce divina che fulgida
Brilla potrò più mirare, CREONTE
la mia sorte illacrimata Bada;
nessun amico piange. clemenza è in me, qual passeggero lampo;
rea di soverchio sei; né omai fa d’uopo,
[Rientra in scena Creonte. Si rivolge alle che il tuo parlar nulla v’aggiunga…
guardie.]
ANTIGONE
CREONTE Rea
Nessuno smetterebbe di cantare i suoi Me troppo or fa l’incontrastabil mio
lamenti prima della morte, se ciò giovasse: Trono, che usurpi tu. Va’; non ti chieggio
lo sapete, no? Dunque cosa aspettate a Né la vita, né il trono. Il dì, che il padre
trascinarla via? Chiedetela in una tenebrosa Toglievi a me, ti avrei la morte io chiesta,
tomba, come v’ho detto, e poi lasciatela là,
o data a me di propria man l’avrei;
derelitta e sola, sia che voglia morire, sia che
preferisca stare laggiù sepolta viva. Del suo ma mi restava a dar tomba al fratello.
sangue io sono mondo: l’essenziale è questo, Or che compiuta ho la sant’opra, in Tebe
che non abbia commercio con i vivi. Nulla a far mi riman: se vuoi ch’io viva,
rendimi il padre.
ANTIGONE
Toma, stanza nuziale, sotterranea dimora, CREONTE
sempre vigile custodia, dove sto per andare Il trono e in un con esso,
dai miei cari, che in numero infinito ha il t’offro ancor non aborrito sposo;
ricevuto Persèfone fra i morti. Sono l’ultima Emon, che t’ama più che non mi aborri;
io, che nel modo più indegno di tutti calo che t’ama più, che il proprio padre assai.
laggiù, ben prima che la mia parte di vita
abbia toccato il termine. Eppure nutro una
speranza grande che sia, la mia venuta, cara ANTIGONE
al padre, e a te, diletta madre, e cara a te, Se non più cara, più soffribil forse
fratello mio. Quando moriste voi, io fui che Farmi la vita Emon potrebbe; e solo
vi lavai con le mie mani, composi i vostri Il potrebb’ei. – Ma qual fia vita? E trarla,
corpi, offrii libami alle tombe. E se questo, a te dappresso? E udir le invendicate
Polinice, ora mi tocca, è stato per le cure ombre de’ miei da te traditi, e spenti,
pretate al tuo cadavere. Un onore lecito e
gridar vendetta dall’averno? Io, sposa,
giusto per quanti hanno senno. Se avessi
avuti figli, o a decomporsi fosse stato un tranquilla, in braccio del figliuol del crudo
marito, questa briga, a dispetto dei pubblici estirpator del sangue mio?…
voleri, non l’avrei presa.

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In nome di che norma parlo così? Morto un CREONTE
marito, un altro avrei potuto prenderne; Ben parli.
perduto un figlio, un altro avrei potuto Troppo fia casto il nodo: altro d’Edippo
averne da un altro. Ma per me stanno Figliuol v’avesse! Ei di tua mano illustre,
nell’Ade padre e madre; così, che mi rinasca
degno ei solo sarebbe…
un fratello, è impossibile. Il criterio per cui
t’ho reso onore è stato questo. E’ sembrata a
Creonte colpa grave, fratello caro, ANTIGONE
un’audacia tremenda. Ora m’ha presa a forza Orribil nome,
e mi trascina, senza talamo, senza epitalami, di Edippo figlia! – ma, più infame nome
senza esperienza di nozze e di parti: fia, di Creonte nuora
m’hanno lasciata sola tutti, e vado viva,
povera me, nelle caverne dei morti: quale
mai legge divina ho trasgredita?
E come posso, misera, volgere ancora
l’occhi verso i numi? Quale aiuto chiamare?
La pietà m’ha fruttato una macchia
d’empietà. Se tutto questo è bene per gli dèi,
subendo la mia pena, capirò la mia colpa; se
in colpa sono gli altri, vorrei che non
patissero di più di ciò che fanno,
ingiustamente, a me.

L’Antigone di Sofocle è perfettamente centrata nell’appartenenza alla stirpe di


Giocasta ed Edipo: è la stirpe ad attribuire valore e senso al personaggio, non
viceversa. Ed è l’appartenenza a quella stirpe, ancora, a segnare la dinamica delle sue
azioni ed il termine ultimo del suo percorso. Antigone cammina come gli indovini
dell’Inferno dantesco, con la testa voltata all’indietro: gli affetti della famiglia
d’origine sono più forti e sacri di quella che ella potrebbe formarsi; si possono avere
più mariti o più figli, ma un solo padre e una sola madre. E una sola è la colpa che
conduce “anzitempo all’Ade” i componenti della sua famiglia, secondo un disegno
degli dei che ella al momento ignora e che, forse, comprenderà morendo.
L’ε υ σ ε β ε ι α e la σ ο φ ρ ο σ υ ν ε dominano le sue azioni in una
combinazione di ineluttabilità e di scelta consapevole: Antigone accetta con lucida
fermezza il suo destino di morte precoce e ingiusta e, come la ginestra di Leopardi,
non tenta vigliaccamente di eluderlo, né vi si oppone con irragionevole sforzo.
Creonte, in questa “vertigine dell’assoluto”, resta personaggio secondario,
stolidamente occupato a far rispettare i suo editto e a rendere operative le sanzioni
per i trasgressori.

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L’Antigone di Alfieri vive di altro: è l’antitiranno, è l’indomabile oppositore del
potere. Creonte cerca di blandirla: le promette salva la vita, il miglior matrimonio
ch’ella possa fare, il trono. E tutto ella rifiuta con stringenti argomentazioni. Sì, è
vero, Creonte non potrebbe offrirle di più, ma come potrebbe ella essere la sposa di
suo figlio, e convivere sotto lo stesso tetto di chi le ha sterminato la famiglia? La
colpa di cui Creonte si è macchiato non può essere lavata,: i morti non tornano.
Così la colpa è trasferita dalla stirpe all’individuo, e da Antigone a Creonte.
La colpa è figlia di una libera scelta individuale; Creonte se ne è macchiato e sarà
lui a dover pagare il prezzo più alto, restando vivo con la consapevolezza di aver
causato la morte non solo della stirpe di Edipo, ma anche del figlio e della moglie.
Circoscritta alla sfera individuale (il Creonte di Sofocle causa sventure alla città di
Tebe) è dunque anche la pena decretata al tiranno. L’esasperato individualismo di cui
si nutre l’opera alfieriana stravolge, così, il carattere dell’eroe della tragedia classica:
ma si perde una grandezza nota ai personaggi di Sofocle a favore di indicazioni
pragmatiche di comportamento, per quanto altamente esse siano motivate.

LA PROTAGONISTA
SOFOCLE ALFIERI
La pietà (Prologo) La pietà (Primo atto)
La υβρ ι σ (secondo La υ β ρ ι σ (tutta la
episodio) tragedia)
Il rispetto delle leggi arcaiche
(quarto episodio)

Senso di colpa e di Trasferimento della colpa al


appartenenza alla stirpe tiranno e senso della propria
individualità
Destino stabilito dagli dèi Volontaria scelta di morire

L'ANTAGONISTA
Si ravvede nel quinto episodio, Lacerato dai dubbi, ma gli è
si pente nell'Esodo ignoto il pentimento
Emone figura marginale In lotta con Emone
Causa delle sventure di Tebe Causa della sua tragedia
personale e del suicidio del
figlio
Dominato dalla forza morale di Idem
Antigone

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PERCORSI DI RICERCA

1. I meccanismi della costruzione del personaggio in Sofocle e in Alfieri.


2. Il sistema dei personaggi nelle due tragedie: presenze, omissioni, varianti.
3. La figura del tiranno: modelli e riferimenti storici e ideologia del potere.
4. Υβ ρ ι σ , σ ω φ ρ ο σ υ ν η , ε υ σ ε β ε ι α caratterizzano
l’Antigone di Sofocle. Individuare con quali modalità esse sono presenti nell’Antigone di
Alfieri, facendo ricorso anche a un’analisi stilistica del testo.
5. Confrontare tra loro la messinscena delle due tragedie e il ruolo che ricoprono
scenografie, musica, costumi e altri strumenti di scena.

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BIBLIOGRAFIA

SOFOCLE
Raffaele Cantarella, Sofocle: Antigone, a cura di Sergio Musitelli, Milano, La
Goliardica, 1961.
Tutte le tragedie, a cura di Filippo Maria Pontani, Roma Grandi Tascabili Newton,
19973.
* George Steiner, Le Antigoni, Milano, Garzanti, 1995.

ALFIERI
Tragedie, a cura di Luca Toschi, introduzione di Sergio Romagnoli, Torino, Einaudi,
1993.
Antigone, Milano, Tascabili la Spiga, 1998.
Tragedie, introduzione e note di Bruno Maier, Milano, Garzanti, 19994.
* Arnaldo Di Benedetto, Vittorio Alfieri. Le passioni e il limite, Napoli, 1987.
* Giacomo Debenedetti, Vocazione di Vittorio Alfieri, con un saggio di Franco
Fortini, Milano, Garzanti, 1995.
* Piero Gobetti, La filosofia politica di Vittorio Alfieri, Ripatransone, Sestante, 1995.
* Michail Bachtin, L’autore e l’eroe, trad. it. Torino, Einaudi, 1988.

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