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Centolettori

I pareri di lettura dei consulenti Einaudi


1941-1991

A cura di Tommaso Munari


Prefazione di Ernesto Franco
Einaudi

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Prefazione
Ritratti e autoritratti

Cesare Pavese (n. 23) che vorrebbe fare «un monumento» a


Clara Coïsson per come sa «illuminare» la redazione su un libro
che è leggibile solo in russo, Le radici storiche dei racconti di
fate di Vladimir J. Propp; Paolo Fossati (n. 150) che cerca di
spiegare a un Antonio Tabucchi, forse un po’ troppo sbrigativo
a proposito di un progetto di antologia del teatro brasiliano, che
cosa si richiede da un parere: «Tieni presente che noi siamo del
tutto all’oscuro della portata e del significato dei libri e del
progetto, quindi la prima cosa è cercare di farci capire in che
area ci stiamo muovendo e con quali significati culturali»;
Guido Davico Bonino (n. 147) entusiasticamente profetico con
Giuliano Baioni, che invia un parere, esemplare ancorché
negativo, su La società di corte di Norbert Elias: «Lei ci ha dato
una splendida lezione di come avrebbero da essere le schede
editoriali e la Sua varrebbe la pena d’essere pubblicata».
Nel corso del tempo e delle generazioni sembra rinnovarsi in
Einaudi una sorta di perpetua ricerca del parere perfetto,
scandita dalle espressioni di meraviglia, ammirazione e vera e
propria simpatia che nascono spontanee dalla penna dei
«redattori» interni quando ne incontrano qualche esemplare.
Uno degli scambi epistolari piú significativi a questo
proposito è quello fra Calvino e Wilcock (n. 98). «Lei dovrebbe
mandarci per ogni libro con una certa sollecitudine», scrive
Calvino, nel luglio del 1960, «un rapporto di circa una cartella,
con tutti gli elementi che Lei pensa ci possano servire: un breve
riassunto del contenuto, il Suo giudizio, notizie – se ne ha –
sull’autore o sulla fortuna che il libro ha avuto in edizione
originale o in altre traduzioni, eventuali previsioni
sull’accoglienza che il libro potrebbe avere in Italia». Wilcock
riceve i libri, legge, scrive e ritorna il tutto alla casa editrice. A

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fine settembre, Calvino gli invia una nuova lettera: «i suoi
giudizi sono molto belli e divertenti e orientano bene sui libri».
Proviamo a smontare quanto si dice in queste brevi battute e a
considerarne tutti gli elementi uno per uno. Ne vien fuori un
dodecalogo del parere perfetto.

I. «una certa sollecitudine»


Lettura del libro e stesura del parere non possono avere i
tempi lunghi dello studio e della ricerca. La casa editrice
deve essere, anche, tempestiva: bisogna essere piú veloci
degli altri editori nella decisione, e chi scrive, d’altra parte,
sa che il suo parere verrà discusso in redazione e magari
genererà supplementi di indagine, altri pareri e nuove
discussioni. A volte ci vogliono giorni. Inoltre, per molti
libri che interpretano lo spirito del tempo, può essere
importante, in certi casi determinante, la velocità di
pubblicazione, che naturalmente viene condizionata, in
origine, dalla velocità di decisione editoriale.
Chi viene richiesto di un parere deve idealmente
interrompere i lavori di cui si sta occupando, concentrarsi
su una lettura che magari con essi non ha nulla in comune e
scriverne a caldo. Non c’è tempo per verifiche e
approfondimenti. Non c’è tempo per la maturazione di un
distacco mentale, che, al contrario, deve essere immediato
e radicale. Si è soli, in fondo, con il proprio bagaglio di
letture e con i propri pregiudizi. È un’operazione che
presuppone una discreta agilità intellettuale.
Il parere di Franco Lucentini (n. 75) su Le Voyeur e Les
Gommes di Alain Robbe-Grillet è tutto condizionato, anche
stilisticamente, dall’«urgenza» della decisione. Perché
l’autore ha appena vinto un premio importante che lo ha
portato all’attenzione di tutti gli editori; perché si tratta in
effetti di «due libri eccezionali»; perché Lucentini dichiara
di essersi sbagliato a classificarli fra «quelli che possono
aspettare»; perché per «concretare» la decisione sul piano

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amministrativo resterà pochissimo tempo. Di conseguenza,
Lucentini spinge l’acceleratore anche sul piano concettuale
e non risparmia paragoni «magari esagerati» con Proust,
Kafka, Moravia, addirittura Picasso e segna a margine dei
due libri qualche passo, che basterà da solo a rendere l’idea
per chi poi dovrà decidere.
II. «rapporto»

Il carattere generale esterno di un parere è quello del


«rapporto». Un termine quasi militare. In un rapporto come
si deve, chi ha avuto accesso diretto ai fatti – un
esploratore, un’avanguardia, uno scout – riferisce con il
massimo della precisione a chi, di conseguenza, dovrà
assumersi la responsabilità di agire. Ciò che conta
principalmente nel rapporto è dunque l’esattezza.
L’esattezza fa il rapporto. Solo che i libri non sono fatti,
ma organismi complessi di senso. Chiedere dunque, in
questa occasione, esattezza significa chiedere una raffinata
operazione critica in grado di individuare i punti cardinali
del libro e di trovare le parole che li nominino.
Ci riesce mirabilmente Furio Jesi (n. 157) nel suo
«rapporto» su un libro complesso e provocatorio come
L’anti-Edipo di Deleuze-Guattari.
III. «circa una cartella»

Brevità. Il parere deve essere breve. E ciò non solo


perché c’è urgenza, ma perché la brevità aiuta. Costringe
chi scrive a essere efficace, a inventare figure per analogia,
a trovare metafore per dare l’idea delle intenzioni o dei
metodi dell’autore, per fotografare personaggi o interi
passaggi del libro. Con ciò, la brevità del parere è la prima,
piú generale, condizione che costringe chi scrive a dire
anche qualcosa di sé, della propria cultura, del proprio
stile. Nella brevità si è costretti a venire allo scoperto.
Scegliendo ciò che è essenziale nel libro, il lettore in realtà
racconta ciò che è essenziale per se stesso. La cosa è di

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fondamentale importanza per chi dovrà leggere il parere e
lo interpreterà anche in base al profilo intellettuale che si
sarà mano a mano costruito dell’estensore.
Giorgio Manganelli (n. 146), che è ovviamente ben
conosciuto in casa editrice, è libero di essere fulminante. A
proposito di Doris Lessing, scrive: «La sua pagina sa di
virtuosa varichina, i suoi periodi vanno in giro con le calze
ciondoloni».
IV. «tutti gli elementi che Lei pensa ci possano
servire»
Chi scrive il parere è certo un lettore e non un «interno»
della casa editrice. Tuttavia, deve mettersi, almeno un po’,
anche nei panni dell’editore. Deve cioè considerare il libro
non solo nel merito suo specifico, ma anche come gesto
dotato di un preciso valore culturale. Pubblicare un libro
significa inserirlo in un nuovo contesto di ricezione e
quindi il lettore, come editore, deve considerare «tutti gli
elementi», dai piú interni ai piú esterni al testo, che
possano facilitarne od ostacolarne la diffusione.
Considerando che cosa possa «servire» all’editore,
l’estensore del parere, inoltre, dichiara implicitamente che
cosa pensa dell’editore medesimo, in una sorta di sua
personalissima critica dell’editoria, aggiungendo cosí un
altro tassello a quella mappa della reciproca conoscenza
che sarà determinante per l’efficacia del futuro lavoro
comune.
Franco Venturi (n. 11), nella chiusura del parere su L’An
zéro de L’Allemagne di Edgar Morin, dichiara
implicitamente la sua idea di cosa l’Einaudi dovesse o non
dovesse essere e fare: «Invecchierebbe presto, è un libro di
attualità, il cui valore è tutto nell’aderenza ad una
situazione estremamente mutevole e labile». Altrove,
anziché una critica, un qualcosa di simile a tale
dichiarazione avrebbe potuto essere preso per un positivo

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progetto editoriale.
V. «riassunto»

L’arte del riassunto è la molecola dell’arte del narrare.


Anche perché è proprio dalla padronanza dell’arte del
riassunto che deriva la scelta di un’eventuale digressione.
E chi scrive un parere deve comunque saper raccontare una
storia sempre immensamente piú lunga e complessa di
quanto richiederebbero lo spazio e il tempo che ha a
disposizione. Sia che si tratti di un romanzo o di un saggio.
Fatale è, sempre, perdersi nei particolari di una trama.
Fatale, perdersi nei dettagli di un’analisi. Il parere parla
sempre di qualcosa a qualcuno che questo qualcosa non
conosce e potrebbe non poter conoscere, quindi deve
costruire una narrazione che abbia una sua autonomia,
senza dover rimandare in alcun modo ad altro. Il parere
non è un invito alla lettura, come un risvolto di copertina o,
in certi casi, una recensione, ma è, in qualche modo, un
sostituto della lettura.
Ne è eccellente esempio uno dei pareri paradossalmente
piú lunghi della raccolta, quello di Gianni Celati (n. 145)
su Logica del senso di Gilles Deleuze. Perché è proprio il
«complicatissimo intrico» del libro a richiedere di
adeguare la misura della brevità alla perfetta
comprensione. Il lettore «editoriale», a fine parere, pur non
avendo letto il libro, è in grado di sapere di che libro si
tratti. E poi, da par suo, Italo Calvino (n. 96) su Roberta
stasera e La revoca dell’editto di Nantes di Pierre
Klossowski: «I due libri hanno personaggi comuni, sono
fatti alla stessa maniera e sono in realtà due pezzi d’un
libro solo. Protagonisti sono Octave, un professore erotico-
cattolico-blasfematore, la cui gran passione è cedere sua
moglie a tutti coloro che entrano in casa, e Roberte, sua
moglie, donna politica progressista, atea e rude, membro
della commissione di censura, le cui prestazioni amorose

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(che non si capisce mai bene se sono reali o sognate perché
spesso si svolgono con colossi e nani assolutamente
simbolici) sono seguite con una fantasia e una tecnica
dell’osceno difficilmente pareggiabile. Poi c’è in entrambi
i romanzi un giovane nobiluomo guardia pontificia e
collaboratore dei nazisti con un passato romanzesco. E un
nipote che dev’essere educato e fa da contraddittore nei
dialoghi filosofici».
VI. «il Suo giudizio»

Non è possibile sottrarsi. Alla fine, il parere, la scheda


editoriale, la lettura si rivelano per quello che, in essenza,
sono: un giudizio di valore. Sí o no: non c’è alternativa
possibile. E il giudizio editoriale è molto impegnativo,
perché ha conseguenze pratiche niente affatto
insignificanti. Il giudicante sa, certo, di trovarsi in un
contesto culturale dove sono al lavoro molte altre case
editrici oltre a quella con cui dialoga, ma, virtualmente e
per quella specifica casa editrice, il suo giudizio decide
nientemeno che dell’esistenza o non esistenza del libro. In
questo senso, si tratta di qualcosa di molto piú radicale di
una censura, che vuole nascondere ciò che comunque ha
già una vita propria. Si tratta di un giudizio, per quanto
attiene al libro e certo si parva licet, universale: vivi o
muori. Naturalmente non è affatto detto che la casa editrice
decida poi di accogliere il giudizio del giudicante. Ma
l’eventualità rimane. Con il giudizio, il giudicante dice
«tutto» sul libro, ma dice anche moltissimo di sé, dei propri
gusti, della propria idea della scrittura o della disciplina a
cui fa riferimento, e naturalmente di come interpreti
l’attività della casa editrice che ha come interlocutore in
quel momento. In una parola, il giudicante racconta un
frammento della propria biografia e della cultura nella
propria epoca. Ciò è fondamentale per chi leggerà il
giudizio. In futuro, infatti, saprà secondo quali leggi di

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affinità o differenza affiderà un libro allo stesso lettore.
In questo senso, mi è sempre parso esemplare il giudizio
“sbagliato” di Delio Cantimori (n. 30) su Civiltà e imperi
del Mediterraneo nell’età di Filippo II di Fernand Braudel.
Sbagliato, perché essere contrario «alla traduzione e alla
pubblicazione in italiano del grosso volume del Braudel»
avrebbe significato non cogliere una svolta epocale negli
studi storici. Esemplare, non solo come ritratto d’epoca,
ma come dinamica del rapporto fra lettore e casa editrice: il
lettore dice «no» al libro ma, ciononostante, mette in
condizione la casa editrice di poter dire «sí» a editoriale
ragion veduta.
Quanto alla necessità del giudizio, valga per tutte la
chiusa del parere di Edoardo Sanguineti (n. 151) sulle
Comiche di Gianni Celati: «onde, in analogia a casi
precedenti, e ad evitare torbide accuse di ambiguità nella
sentenza, personalmente proclamo: ahimè, púbblichisi!».
VII. «notizie»

Sull’autore e sul libro. Esterne e interne. Di merito e di


contesto. Il lettore non può conoscere perfettamente,
perché non li vive, tutti i criteri secondo i quali la casa
editrice prenderà la sua decisione, ma intuisce che siano un
combinato di ragioni, culturali, politiche, etiche persino, e
commerciali. Istanze tutte che agiscono non una per volta
ma tutte contemporaneamente. È cosí che si forma il
giudizio finale dell’editore, sia che se ne abbia piena
coscienza oppure no. Ciò che per il lettore può apparire un
dettaglio ininfluente, può essere determinante alla fine per
la decisione di pubblicare o meno.
VIII. «sulla fortuna che il libro ha avuto in edizione
originale o in altre traduzioni»
È possibile tradurre la ricezione? Parrebbe di sí,
soprattutto in condizioni di sempre crescente omologazione
culturale, ma non è sempre detto: non si tratta di una

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scienza esatta. È piuttosto un sentimento da interpretare, e
in alcuni casi alla rovescia.
Carlo Fruttero (n. 68) avverte, a proposito di Spirit of St.
Louis di Charles A. Lindbergh, che «l’autore vuole essere a
tutti i costi “un ragazzo (americano) qualunque”», anche se
ciò non «incide» troppo sul racconto; e Sergio Solmi (n.
54) apre il suo parere su Finzioni di Jorge Luis Borges con
la nota sul «buon successo di stampa» della traduzione
francese.
IX. «eventuali previsioni sull’accoglienza che il libro
potrebbe avere in Italia»
Di nuovo in gioco sono qui la visione che chi scrive ha
della cultura a lui contemporanea e il ruolo che in tale
ambito gli sembra dover assumere la casa editrice a cui si
rivolge. In fondo, si tratta dell’idea di Italo Calvino,
secondo cui il mestiere editoriale ha un senso se inteso a
fare in modo che la cultura di un paese abbia un profilo e
un’evoluzione piuttosto che altri.
E allora, ancora Cantimori (n. 30) su Braudel, secondo
cui: «la impostazione pseudoscientifica rende
estremamente pericoloso questo metodo, specialmente da
noi: stiamo appena uscendo dalla prosopopea e dal vuoto
idealistico ammantati di concetti, parolone, pensieroni ecc.,
e ora dobbiamo sostituirlo con il vuoto neopositivistico e
neosociologico, ammantato di allusioni, richiami,
evocazioni, significazioni, suggestioni, puntini di
sospensione?»; Antonio Cederna (n. 123) che, a proposito
di Vita e morte delle grandi città di Jane Jacobs, a rischio
di sembrare un po’ «censorio», avverte che: «questo libro
servirebbe soltanto a diffondere l’avversione contro
l’urbanistica tout court, a far esultare gli speculatori, a
contrastare lo sforzo di tutti coloro che si battono per un
meno indecente assetto delle nostre città»; o, infine, Elio
Vittorini (n. 70) che, a proposito di La specie umana di

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Robert Antelme, sulla vita nei campi di concentramento,
ricorda che «noi [lo] si voleva già fare sei anni or sono e
poi si lasciò perdere perché non sapevamo in che collana
metterlo e perché in quel momento l’argomento pareva
insopportabile al pubblico, troppo sfruttato e anche
divenuto enfatico, mentre oggi può essere considerato,
nella distanza, con interesse nuovamente intatto».
X. «i suoi giudizi sono molto belli»

La bellezza del giudizio, e cioè la cura stilistica,


l’equilibrio delle parti componenti, l’efficacia delle
metafore e delle immagini, nonché l’esattezza lessicale non
sono elementi aggiuntivi o prescindibili del «rapporto»,
bensí il dettaglio che lo definisce come forma. Allora,
Giorgio Manganelli (n. 130), naturalmente, su quello che
diventerà il Ritratto del poeta attraverso le lettere di Dylan
Thomas: «Caro Fossati, Sííííí! Non perdete un momento:
per quel che mi riguarda, le lettere di Thomas, che ho letto
in buona parte, sono una cosa splendida, tra gli esempi piú
straordinari della prosa di un grande prosatore. La deliziosa
confusione, quella libertà tra losca e infantile, il torpore
alcoolizzato, trovano una perfetta collocazione nella
misura approssimativa, ineguale, infondata, della lettera.
Dylan parla di quel che scrive, poi si distrae a discorrere di
dio e del diavolo, poi di quel che legge, del tempo che fa,
dei suoi desideri, con una deliziosa, irrisolvibile smania,
una inquietudine delicata e carezzevole».
XI. «e divertenti»

Il processo del giudizio ha sempre in sé qualcosa di


capitale, di decisione grave e, in ambito editoriale, senza
appello: si pubblica o non si pubblica. Spesso sono in ballo
questioni di notevole peso culturale, politico ed etico. A
farsi prendere la mano, simile atmosfera può diffondersi
come una nebbia su qualsiasi istante del mestiere, che
invece, come tutti i mestieri, è fatto anche di momenti

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ludici, o piú lievi, che servono da contrasto per meglio
comprendere quelli piú impegnativi e dirimenti. È il
momento dell’ironia e dell’autoironia, che è al servizio,
sempre, della lucidità. Ecco allora Franco Lucentini (n. 72)
che, per stroncare un libro insopportabile, mette in scena
un dialogo comico fra l’autore del libro e un suo lettore, il
quale, alla fine, di fronte allo sproloquiare del primo, tenta
di fuggire, pensando di citare per danni l’editore; oppure
Italo Calvino (n. 173) che, scrivendo di James Purdy, si
diverte a inventare proverbi in rima: «Se con Purdy non ci
perdi | è imprudente che lo perdi».
XII. «e orientano bene sui libri»
Dodicesimo punto, riassuntivo dei precedenti: che tutti
devono tendere non a indirizzare, ma a orientare la
decisione ultima della casa editrice. Ne è un modello,
senza dubbio, il parere di Roberto Bazlen (n. 42), alla cui
lettura integrale senz’altro val la pena di rimandare. Bazlen
si ritrova fra le mani un capolavoro come L’uomo senza
qualità di Robert Musil. Un libro che deve diventare un
classico, ma non lo è ancora. Ne intuisce subito la
grandezza e la complessità, conosce perfettamente il
meccanismo della casa editrice e scrive un piccolo gioiello
di parere editoriale giostrando da maestro con tutti i dodici
gli elementi della sua forma.

Destinati a non essere pubblicati, ma pubblicabili molto


spesso piú di altri testi, idiosincratici, a un tempo critici e
confidenziali, analitici e figurali, non esenti da giochi di parole e
di stile, da sottintesi e paradossi, parlati e scrittissimi, i pareri
editoriali qui raccolti coprono per antologia un arco di tempo
che va dai primi anni Quaranta ai primi anni Novanta del secolo
scorso, raccontando la storia della cultura italiana al tempo della
sua contemporaneità, attraverso una sorta di drammaturgia della
lettura.
Se è vero che un grande ritratto deve sembrare somigliante

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anche per chi non ha mai conosciuto l’originale (Lukács) e che
in qualche modo deve rappresentare il «dramma naturale
interno» (Raimondi) del proprio soggetto, i pareri editoriali
sono al contempo ritratti e autoritratti. Ritratti di libri e
autoritratti di lettori che, mettendo esplicitamente in gioco il
loro gusto e la loro sensibilità, tracciano, uno per uno, l’affresco
generale di un’epoca.
ERNESTO FRANCO

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Introduzione

Nel corso del consiglio editoriale del 13 febbraio 1952 Giulio


Bollati leggeva il parere negativo di Delio Cantimori sulla
Critica della ragione storica di Wilhelm Dilthey (scheda n. 45)
di fronte a un imbarazzato Norberto Bobbio che ne aveva
proposta la pubblicazione. Due giorni dopo, in una lettera a
Felice Balbo, il filosofo torinese descriveva in questi termini la
situazione della «Biblioteca di cultura filosofica»:
... siamo in tre a dar giudizi, tu, Cantimori ed io; e ci sono tre filoni importanti
nella filosofia contemporanea. Vediamo che cosa succede: viene avanti prima di
tutto la filosofia della crisi (da Nietzsche a Heidegger); tu ed io proponiamo.
Cantimori pone il veto. E non se ne fa nulla. Poi c’è la filosofia scientifica (dal
neo-empirismo allo strumentalismo): qui sono io che propongo (con la benevola
neutralità di Cantimori), ma ti opponi tu. E naturalmente non se ne fa nulla.
Rimane la filosofia cattolica. Prova un po’ tu a proporre qualche cosa...
Scommetto che Cantimori ed io diremmo un bel no! E si continua a non far
nulla... Cosí il giro è perfetto. I tre consiglieri si neutralizzano a vicenda. E la
collana filosofica muore (se non è già morta) 1.

Nonostante la forzatura caricaturale, il quadro abbozzato da


Bobbio rispecchia con una certa fedeltà un metodo di lavoro
all’interno del quale le schede editoriali svolgevano una precisa
funzione. La maggior parte delle volte, il parere di un
consulente, anche se il piú competente e autorevole nella
materia del libro in esame, ne stimolava un secondo, talvolta un
terzo, eccezionalmente un quarto, alimentando e prolungando la
discussione, in certi casi addirittura per anni. Pur essendo lucido
e argomentato, il giudizio positivo di Bruno Zevi su Vision &
Design di Roger Fry (n. 4), per esempio, ne suscitava a distanza
di pochi mesi uno di Carlo Ludovico Ragghianti, che respingeva
senza appello i «vecchi e inadeguati» saggi di un «ben noto
campione di snobismo intellettuale e saggistico» (n. 6). La
tiepida accoglienza riservata da Ernesto de Martino a L’Avenir
de l’esprit di Pierre Lecomte du Noüy (n. 8) veniva corroborata

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da una lettura di Felice Balbo, che attribuiva all’opera la
capacità di disperdere «i vasti residui psicologici della dottrina
crociana tra i quali ancora si trova la cultura italiana» (n. 9).
Lungi dall’avere una funzione risolutiva, il parere favorevole di
Cesare Pavese alla pubblicazione, già caldeggiata da Carlo
Muscetta, di Tiro al piccione di Giose Rimanelli 2 (nn. 36 e 38),
dava avvio a un lungo dibattito sulla collocazione del romanzo,
che alla fine sarebbe stato pubblicato da Mondadori.
A colpi di schede editoriali si consumavano anche veri e
propri scontri ideologici e generazionali. Se per il giovane
Renato Solmi Où va le peuple américain? di Daniel Guérin
rappresentava una critica radicale e coraggiosa al movimento
sindacale americano (n. 46), per Antonio Giolitti, allora
deputato del Pci, le opinioni espresse dall’autore erano cosí
«prive di contenuto critico e dettate esclusivamente da
risentimenti personali» da non far «male a nessuno» (n. 52). E
Solmi, in quanto primo proponente della traduzione dell’opera
di Adorno, era anche l’implicito bersaglio di Cantimori in una
durissima scheda di lettura sui Minima moralia, opera, a detta
dello storico, faisandée, che sarebbe potuta interessare solo a
dei «liceali impazienti» (n. 51). Il dialogo con la nuova
generazione di einaudiani era sotteso anche all’accorato e a
tratti malinconico parere di Bobbio su Operai e capitale di
Mario Tronti (n. 117):
Ho cercato di combattere in questi anni con tutte le mie forze contro la
mentalità che può far nascere libri come quelli di Tronti. Si capisce che vedermi
sotto gli occhi un esemplare cosí perfetto di questo genere di libri, in piú accolto
con favore da giovani che stimo, mi affligge. Significa un’altra battaglia
perduta. Non potete chiedermi un consenso, che sarebbe un atto di incoerenza e
di abbandono del campo.

La lettura multipla, dunque, è una consuetudine che non si


limita ai testi piú controversi e sebbene in molti casi non abbia
lasciato una traccia documentaria, in alcuni ha addirittura
plasmato la forma del documento: tra le carte di Cesare Pavese
sono infatti conservate alcune schede “doppie”, in cui il giudizio

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di un consulente è contrapposto a quello di un altro, come quella
del 12 marzo 1947 su L’Existentialisme di Henri Lefebvre:
A me pare troppo “facile” per i filosofi e troppo astruso e pettegolo per i
non. Lasciando stare che la sua tesi di liquidare tutto il pensiero metafisico è un
po’ da autodidatta.
Andrei adagio anche perché suppone familiarità coi pubblicisti francesi
contemporanei e, se fatto, andrebbe fatto al volo – e noi non ci riusciamo mai.
Pavese
È in questo momento un libro opportuno, perché serve a “smontare”
l’esistenzialismo, soprattutto l’esistenzialismo francese.
Non si tratta di un libro tecnico e quindi è accessibile a un pubblico molto
vasto: i giudizi sono molto aperti e non c’è bisogno di preparazione filosofica
per comprenderne il valore. L’orientamento filosofico generale seguito
dall’autore è il materialismo dialettico, che gli serve di spunto per la critica, ma
l’autore non vi insiste. E quindi anche da questo punto di vista il libro non riesce
pesante.
Bobbio

O quella del 17 luglio 1947 su Giovanni e le mani di Franco


Fortini, pubblicato ne «I coralli» nel 1948 con il titolo Agonia di
Natale:
Antipatico ma notevole. Antipatica l’insistenza sulle cose tristi e schifose,
ma notevole il senso simbolico che questo mondo assume, specie verso la fine.
È chiaramente kafkiano; la malattia è la condizione umana, la colpa originaria;
la redenzione è vista con senso corale nella fusione con l’umanità della
periferia. Ci sono pagine buone in questo senso.
Irritante è invece tutto il maneggio con la ragazza; l’incantata e banale e
contorta atmosfera in casa di lei e la sua lettera (qui Kafka mostra la corda) ma
– una volta che il ms. sia stato ripulito e preparato per la stampa, che ora non è –
non mi oppongo alla pubblicazione. Mi parrebbe di fare un dispetto a Vittorini.
Pavese
A me non piace, io sono contraria. C’è qualcosa di un po’ bello in ultimo,
ma tutta la prima parte mi sembra piovigginosa, lumacosa; la struttura del
romanzo, cosí ora in prima persona, ora in terza persona, è governata molto
stancamente. È la storia di un giovane che si fa visitare da un dottore (molte
pagine per questo) e scopre che è malato, allora deve dirlo alla sua fidanzata,
perché non potranno piú sposarsi. Non sa se glielo deve dire, se non glielo deve
dire, poi va via e le scrive una lettera. Poi c’è una parte un po’ meglio, di un
medico strano che gli è stato indicato da una prostituta: lí è un po’ meglio. Poi la
fidanzata gli scrive che lo sposa anche se è ammalato, e invece lui muore. Mi

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pare una storia senza alcun sugo, mi sono annoiata a morte mentre lo leggevo, e
sono contraria. Mi pare che sappia di muffa e trovo che è in stile da «Riforma
Letteraria» (rivista fiorentina di Noventa del 1935-36).
Natalia [Ginzburg] 3

Non solo le schede, ma anche la corrispondenza interna e i


verbali del consiglio di redazione testimoniano di un fitto via
vai di libri stranieri e manoscritti tra le varie scrivanie editoriali.
Un saggio destinato alla «Biblioteca di cultura filosofica»
passava, come ricordato da Bobbio, sotto la lente di Balbo e
Cantimori, oltre che sotto la sua. Cantimori era anche
consulente per la «Biblioteca di cultura storica» insieme con
Franco Venturi, e ai due si sarebbero affiancati, nel corso del
tempo, Corrado Vivanti, Ruggiero Romano e Carlo Ginzburg.
Ma gli storici interpellati per un parere editoriale erano molti di
piú: Ernesto Sestan, Alessandro Galante Garrone, Arnaldo
Momigliano ed Enzo Collotti, per limitarsi ai nomi dei «lettori»
inclusi in questa antologia. Ernesto de Martino, Cesare Musatti
e Ludovico Geymonat richiamano alla mente i colori viola e blu
delle collane – la «Collezione di studi religiosi, etnologici e
psicologici» e la «Biblioteca di cultura scientifica» – che
contribuirono a fondare o a modellare con i loro suggerimenti.
La mancanza di una collezione di argomento musicale non
impedí a Massimo Mila di coniugare, in decine di limpide
schede editoriali, la sua competenza musicologica con una
spiccata sensibilità editoriale, né a Luigi Nono di cimentarsi in
ardite letture di testi sperimentali come Fa:m’ Ahniesgwow di
Hans Helms (n. 99); e, sempre in ambito musicale, almeno in un
caso possiamo sentire anche la voce di un appassionato cultore
della materia come Raniero Panzieri (su The Italian Madrigal di
Alfred Einstein, n. 89).
Nonostante il progressivo disinteresse per la narrativa, Pavese
restò fino alla morte il piú acuto e autorevole «lettore» di
romanzi italiani, francesi, americani e non disdegnò di
cimentarsi, qualora avesse fiutato un autore «indispensabile»,
con lingue a lui poco familiari. Una sua scheda su Der Tod des

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Vergil di Hermann Broch, scritta curiosamente in terza persona,
recita: «Per quel tanto che capisce il tedesco, Pavese ha delibato
questo librone che racconta tutti i pensieri, gli stati, le
sensazioni di Virgilio morente e ne fa una favola di
superamento del terrestre e di ricerca di aldilà e di redenzione»
(n. 16).
Ma la schiera dei «lettori» di narrativa era assai folta. Per
poter entrare ne «I coralli» o nei «Supercoralli» e piú avanti ne
«La ricerca letteraria» o nell’«Einaudi Letteratura», un romanzo
doveva passare al vaglio di almeno due consulenti, tra i quali
Italo Calvino, Bruno Fonzi, Carlo Fruttero, Natalia Ginzburg e
in seguito Franco Lucentini, J. Rodolfo Wilcock, Angelo Maria
Ripellino, Guido Davico Bonino, Edoardo Sanguineti, Giorgio
Manganelli, Guido Neri ed Elena De Angeli. Seppure forte del
suo ruolo di direttore de «I gettoni», anche Elio Vittorini, dopo
aver espresso un parere editoriale, si rimetteva di norma alla
decisione collegiale, salvo poi far valere, di fronte a un’opinione
contraria, le sue inflessibili ragioni. Il suo appassionato, anche
se tardivo, giudizio su L’Espèce humaine di Robert Antelme (n.
70) 4, per esempio, era stato accolto senza entusiasmo da
Calvino, che in una lettera del 4 marzo 1954 aveva espresso le
sue perplessità sull’opportunità di pubblicare «un altro libro sui
campi di concentramento, specialmente un libro scritto allora».
Ma Vittorini era stato irremovibile: «il libro di Antelme l’ho
proposto per la sua validità poetica in assoluto e non in
relazione all’argomento [...] Vale per quello che dice sulle cose
umane in generale, pur partendo da un tale argomento» 5. E, di
fatto, il romanzo sarebbe uscito quello stesso anno nei
«Gettoni».
Un tandem critico ben rodato, anche se non sempre concorde,
appare quello formato da Roberto Bazlen e Cesare Cases.
«Anche lui è un interessante superstite della Mitteleuropa»,
scriveva quest’ultimo a proposito del primo in una lettera a
Luciano Foà del 17 luglio 1960, sottolineando un’affinità sulla
quale prevalevano tuttavia le divergenze 6. Entrambi sedotti da

18
Das Buch vom Es di Georg Groddeck 7, entrambi stremati
dall’interminabile Die Dämonen di Heimito von Doderer (nn.
80 e 85), entrambi abbagliati, ma in senso opposto, dagli
Schriften di Walter Benjamin: mentre Cases ammetteva che se li
avesse letti dieci anni prima sarebbe «andato in brodo di
giuggiole», Bazlen metteva in guardia l’Einaudi dal rischio che
col tempo «certi diamanti» potessero diventare «banalità
adamantine» (nn. 76 e 79).
Va detto tuttavia che all’Einaudi la competenza disciplinare
di un «lettore» non coincideva di per sé con il suo ambito di
consulenza. Se appare scontato che Antonio Cederna venisse
interpellato per un giudizio su un libro di urbanistica, Lucio
Gambi su uno di geografia e Guido Aristarco su uno di cinema,
non deve stupire che un economista come Piero Sraffa
esprimesse un’opinione su La Part maudite di Georges Bataille
(n. 29), uno slavista come Vittorio Strada si pronunciasse su Les
Régions polaires di Pierre George (n. 66) o un francesista come
Gian Carlo Roscioni formulasse un parere sull’Autobiografia
della giovane America di Giorgio Spini (n. 135).
È anche vero che certe materie e soprattutto certe lingue
richiedevano necessariamente letture “specialistiche” che
dovevano essere affidate a figure competenti e di massima
fiducia, non sempre facili da individuare. In una lettera a Franco
Venturi del 7 maggio 1948 Einaudi lamentava: «la mancanza di
una persona che conosca correntemente il russo, come poteva
essere Leone Ginzburg e come potresti essere oggi tu, è
deleteria in quanto ci si deve affidare ai giudizi di terzi». E il 24
maggio 1948, sempre a Venturi, Balbo confessava: «Ho cercato
invano qui a Torino di trovare qualcuno che mi potesse servire
da ponte di passaggio» verso la cultura sovietica 8. Non è un
caso che tra i primi e piú apprezzati “lettori-ponte” figuri una
colta e versatile traduttrice dal russo come Clara Coïsson, alla
quale Pavese avrebbe voluto «fare un monumento» per il suo
«diligentissimo rapporto» su Le radici storiche dei racconti di
fate di Vladimir Propp (n. 23).

19
Da un lettore-ponte l’Einaudi pretendeva, naturalmente,
qualcosa di piú e di diverso rispetto a quanto domandava agli
altri «lettori». Insoddisfatto da una prima, stringata scheda di
Antonio Tabucchi sul progetto di un’antologia del teatro
brasiliano contemporaneo, il 15 ottobre 1970 Paolo Fossati
spiegava al giovane lusitanista che cosa si richiedesse a un suo
parere editoriale e come perciò dovesse essere scritto (n. 150):
Tieni presente che noi siamo del tutto all’oscuro della portata e del
significato dei libri e del progetto, quindi la prima cosa è cercare di farci capire
in che area ci stiamo muovendo e con quali significati culturali. Per esempio
non mi dici in che modo è organizzata questa antologia del teatro brasiliano: i
quattro autori sono legati tra di loro per una scelta di un certo andamento
culturale o stilistico; o sono semplicemente la giusta posizione del meglio di un
certo arco di anni? È piú interessante un panorama del genere o puntare sul
modernismo brasiliano traducendo magari tutte e tre le commedie di de Andrade
come esempio omogeneo e compatto?

«In che area ci stiamo muovendo e con quali significati


culturali»: sembra questo, in estrema sintesi, ciò che l’Einaudi
aveva bisogno di sapere dai suoi «lettori» per decidere se
pubblicare un libro; e pur nella diversità degli stili, tutti gli
autori delle schede qui raccolte sembrano essersi attenuti a
questo criterio. Non mancano, è vero, considerazioni di
carattere commerciale sulla possibile fortuna di un’opera. Pietro
Zveteremich, per esempio, presagiva «un successo editoriale
sicuro» per Epopea del lavoro moderno di Michail Il´in, un
libro «rivelazione per chi è curioso di conoscere i piani
quinquennali non solo nel loro significato economico, ma come
liberazione e progresso dell’umanità» (n. 5). Nella sua scheda
su Théorie des distributions di Laurent Schwartz, il matematico
Bruno de Finetti, dopo aver dichiarato superfluo qualunque
discorso sul valore dell’opera, confessava di non conoscere a
sufficienza il mercato dei libri scientifici per potere esprimere
un giudizio equilibrato (n. 138). Nell’impossibilità di prevedere
l’accoglienza italiana dell’ultimo romanzo di James Purdy,
Calvino componeva addirittura una coppia di ironici proverbi-

20
epigrammi: «Se con Purdy non ci perdi | è imprudente che lo
perdi» e «Se ti prude leggere Purdy | prendi i Purdy ancora
verdi. | Poco perdi se ritardi | e ti perdi i Purdy tardi» (n. 173).
Si tratta tuttavia di eccezioni che confermano una regola
sottintesa, ma facilmente ravvisabile nelle schede che seguono:
ciò che veniva richiesto a un «lettore» Einaudi era appunto di
saper cogliere e spiegare i «significati culturali» di un’opera.
Nei pareri di Cantimori ritorna, quasi in modo ossessivo,
l’aggettivo «dannoso»: «non ritengo utile, anzi dannoso,
diffondere, per mezzo della traduzione di un’opera cosí ben
scritta, brillante, affascinante anche per la sua facilità ed
evasività e superficialità di riflessione e di concetti – il metodo,
o il sistema, o il regime o l’arte o la retorica, chiamateli come
credete, del gruppo di L. Febvre, Morazé, Braudel», scriveva a
proposito di La Méditerranée et le monde méditerranéen à
l’époque de Philippe II (n. 30). Se il “no” storiografico di
Cantimori non riuscí a bloccare la diffusione dell’opera di
Braudel in Italia, quello “ideologico” di Giuliano Baioni a Die
höfische Gesellschaft di Norbert Elias ritardò invece di un
decennio la ricezione italiana di un libro che avrebbe influito
profondamente sulla storiografia dell’età moderna (n. 147).
Nella calorosa raccomandazione di Israël, fait colonial? di
Maxime Rodinson che Corrado Vivanti rivolgeva a Giulio
Bollati si può cogliere un senso di urgenza, quasi di
trepidazione, che muoveva da ragioni non tanto editoriali
quanto politiche e culturali, se non addirittura biografiche (n.
133). Le schede di Guido Neri sono veri e propri saggi critici in
cui non c’è spazio per considerazioni di carattere economico o
commerciale; come interpretare altrimenti il suo parere negativo
sul best seller annunciato di Simone de Beauvoir, La Femme
rompue?, «una nemesi ineccepibile, per una scrittrice che aveva
preteso, a forza di buona volontà intellettuale e di serietà
morale, di riproporre i problemi della donna in un orizzonte che
superasse la stretta economia sessuale-sentimentale» (n. 137).
Analogamente, il suggerimento di Fosco Maraini di tradurre

21
dall’originale giapponese l’imponente Storia di Genji di
Murasaki Shikibu non può essere inteso al di fuori di una
politica della cultura mirante a combattere l’invalsa convinzione
che «tutto ciò ch’è Oriente va ficcato nel cantuccio dell’esotico,
quindi dell’inferiore, dell’ancillare» (n. 176).
Forse il filo che unisce i pareri raccolti in questa antologia
può essere rintracciato proprio nel concetto di «politica della
cultura» cosí come la definí Bobbio nel lontano 1952: una
politica fondata sul dialogo e fatta dagli uomini di cultura per i
fini stessi della cultura 9.
TOMMASO MUNARI

1 Archivio Norberto Bobbio (presso il Centro Studi Piero Gobetti, Torino), unità
archivistica 484, faldone 94, Casa editrice Einaudi. Attività, corrispondenza,
documentazione, 1938-1952, Corrispondenza Einaudi.
2 Non prima, però, di averlo fatto «potare, sfrondare, neutralizzare, verniciare»
dall’autore.
3 Archivio Gozzano-Pavese (presso il Centro di Studi di Letteratura Italiana in
Piemonte «Guido Gozzano - Cesare Pavese», Università degli Studi di Torino), fasc.
FE 19.1.
4 Il libro era uscito nel 1947 presso le Éditions de la Cité Universelle ed era poi
stato “riscoperto” da Gallimard nel 1957: una sorte analoga a quella subita da Se
questo è un uomo di Primo Levi.
5 La lettera di Calvino e la risposta di Vittorini sono conservate nell’Archivio
Einaudi (presso l’Archivio di Stato di Torino), serie Corrispondenza, sottoserie
Corrispondenza con autori e collaboratori italiani (d’ora in poi AE), cart. 221, fasc.
Elio Vittorini.
6 Michele Sisto, «Spianare le strade al futuro», in Cesare Cases, Scegliendo e
scartando. Pareri di lettura, Aragno, Torino 2013, p. XLV.
7 Ibid., pp. 373-74.
8 AE, cart. 221, fasc. Franco Venturi.
9 Norberto Bobbio, Politica culturale e politica della cultura [1952], in Id.,
Politica e cultura [1955], nuova edizione a cura di Franco Sbarberi, Einaudi, Torino
2005, pp. 18-30.

22
Avvertenza

Questa antologia di pareri di lettura scritti da consulenti e


redattori dell’Einaudi tra il 1941 e il 1991, vorrebbe essere
rappresentativa sia della pluralità delle voci che hanno
contribuito alla formazione del suo catalogo, sia della varietà
dei generi e delle materie prese in esame da una casa editrice
dalla vocazione programmaticamente “umanistica”. Ho cercato
infatti di costruire un libro che non fosse solo un’antologia di
belle pagine, ma una raccolta di documenti utili allo studioso di
storia della cultura. La scelta di ordinare le schede
cronologicamente, nonostante alcune difficoltà di datazione, si
inserisce in questa prospettiva, cosí come quella di rispettare un
rapporto di proporzionalità, seppure con alcune eccezioni, fra il
numero dei pareri scritti da ciascun consulente e quello dei testi
antologizzati.
Allo scopo di rendere immediatamente percepibili al lettore i
riferimenti a libri, riviste e collane, ho uniformato al corsivo i
titoli di romanzi, saggi, articoli, opere musicali e film; al tondo
fra virgolette basse le testate dei periodici e i nomi delle collane.
Salvo diversa indicazione, i titoli delle schede sono sempre
redazionali. Trattandosi di un libro scritto da cento autori (in
realtà centouno, se si considera che la scheda su Les Murs de
l’asile di Roger Gentis è firmata congiuntamente dai coniugi
Basaglia), il lettore riscontrerà numerose difformità: oscillazioni
ortografiche (devo/debbo, soprattutto/sopratutto, etc./ecc.),
differenze nella punteggiatura, presenza/assenza delle maiuscole
di cortesia, singolarità di impaginazione. Nel rispetto dei testi e
dei loro autori, ho deciso di intervenire il meno possibile sulle
peculiarità dei vari dettati (la prosa discorsiva di Natalia
Ginzburg, l’effervescente plurilinguismo di Roberto Bazlen, lo
stile “visivo” di Edoardo Sanguineti tutto giocato sulle iniziali
minuscole), limitandomi a correggere tacitamente le sviste

23
ortografiche e la grafia inesatta dei nomi propri, ad eccezione
dei cognomi russi. Quando il parere di lettura era contenuto
all’interno di una lettera, ho scelto di omettere, sempre
segnalandolo, quelle parti del documento non pertinenti al
giudizio editoriale, conservando tuttavia la struttura e le formule
epistolari.
I pareri editoriali qui raccolti rappresentano una parte
estremamente esigua di quelli conservati nell’archivio della casa
editrice Einaudi. Luisa Gentile e tutto il personale dell’Archivio
di Stato di Torino, presso cui è conservato il fondo
documentario dell’Einaudi, hanno agevolato in ogni modo il
mio lavoro di ricerca e riproduzione dei testi: a loro va il primo
ringraziamento. La mia riconoscenza va inoltre: a Renzo
Guidieri e Flavia Abbinante, di Bollati Boringhieri, per avermi
messo a disposizione i pareri di Ernesto de Martino e Cesare
Musatti; a Mariarosa Masoero, direttrice del Centro di Studi di
Letteratura Italiana in Piemonte «Guido Gozzano - Cesare
Pavese», per avermi fornito quelli di Pavese; a Pietro Polito,
direttore del Centro Studi Piero Gobetti, per avermi dato
accesso all’archivio e alle carte di Norberto Bobbio; a Renato e
Raffaella Solmi per avermi messo a disposizione la scheda di
Sergio Solmi.
Per l’aiuto, i consigli, le informazioni che mi hanno offerto
durante le varie fasi di questo lavoro, propostomi con rinnovata
fiducia da Ernesto Franco, desidero ringraziare Lorenzo Alunni,
Mauro Bersani, Giulia Calvi, Franco Farinelli, Enrico Ganni,
Didi Magnaldi, Giulia Merlo, Anthony Molho, Silvia Reymond,
Maria Teresa Vendemiati e soprattutto Luca Baranelli. È
difficile dire che cosa sarebbe stato questo libro senza i
suggerimenti, la competenza e la passione di Stefania Pico.
T. M.

24
Elenco delle abbreviazioni
ABB Archivio Bollati Boringhieri, presso la casa editrice omonima, Torino.
AE Archivio Einaudi, presso l’Archivio di Stato di Torino, serie Corrispondenza,
sottoserie Corrispondenza con autori e collaboratori italiani.
AE, Archivio Einaudi, presso l’Archivio di Stato di Torino, serie Corrispondenza,
Div. it. sottoserie Corrispondenza con diversi italiani.
AE, Archivio Einaudi, presso l’Archivio di Stato di Torino, serie Verbali,
Verbali sottoserie Verbali delle riunioni editoriali.
AGP Archivio Gozzano-Pavese, presso il Centro di Studi di Letteratura Italiana in
Piemonte «Guido Gozzano - Cesare Pavese», Università degli Studi di
Torino.
ANB Archivio Norberto Bobbio, presso il Centro Studi Piero Gobetti, unità
archivistica 484, faldone 94, Casa editrice Einaudi. Attività, corrispondenza,
documentazione, 1938-1952, Corrispondenza Einaudi.
ASS Archivio Sergio Solmi, Milano, sede privata.
GEE Archivio Einaudi, presso la Giulio Einaudi editore, Torino.

25
Centolettori

26
[1.]
Mario Alicata
JOAQUIM MARIA MACHADO DE ASSIS, opere.

Joaquim Maria Machado de Assis (1839-1908).


Machado de Assis è riconosciuto unanimemente come il piú
grande scrittore brasiliano e forse anche come il piú grande
scrittore lusitano moderno.
Il gusto della sua prosa, ricca di riferimenti culti e di humour,
è di conio prettamente moderno e potrebbe richiamare in
qualche modo la piú celebre maniera di Aldous Huxley. Le
suggestioni della letteratura inglese sul Machado de Assis si
dissolvono nella sua narrazione in un moralismo vivido
d’invenzione, che sostiene con vena inesausta una paradossale,
sapidissima psicologia.
Di Machado de Assis sono stati tradotti i seguenti romanzi:
Memorie postume di Brás Cubas (Ediz. Carabba Lanciano
«Antichi e moderni») (Vi è premessa una larga introduzione
sulla vita e le opere di Machado), Quincas Borba (Ediz.
Corticelli Milano), Don Casmurro (Roma 1930).
Per una traduzione ex novo si possono proporre un volume o
una scelta delle quattro raccolte di novelle, di limpidissimo stile,
considerate tra i capolavori dello scrittore, o uno dei romanzi
non tradotti (Esaú e Jacob; Memorial de Aires).
Nessuna opera di Machado de Assis può dare luogo a rilievi
di carattere etico o politico.

AE, cart. 3, fasc. Mario Alicata [dicembre 1941]. Mario Alicata era stato assunto
all’Einaudi nell’ottobre del 1941 come consulente, traduttore (dall’inglese e dal
francese) e responsabile della sede romana. Allo stesso periodo risale un’altra scheda
di Alicata su O primo Basílio di José Maria Eça de Queirós: «Il presente romanzo fu
pubblicato nel 1878, tre anni dopo O crime do Padre Amaro (La colpa del prete
Amaro) e appartiene allo stesso momento stilistico, che è poi il piú felice dell’intera
produzione del de Queiroz. Rispetto a La colpa del prete Amaro, Il cugino Basilio

27
segna il placarsi del gusto scopertamente verista e il temperamento delle troppo diffuse
analisi psicologiche. Inoltre il ritmo narrativo si svolge piú fuso e coerente, scevro di
quegli inserti fortemente polemici che già appariscono ne La colpa del prete Amaro e
si faranno sempre piú larghi e violenti nelle successive opere del de Queiroz. Fu
appunto O primo Bazilio ad affermare nel campo di piú puri valori letterari la fama
dello scrittore, che con O crime do Padre Amaro era stata piuttosto affidata a un
interesse di novità polemica e quasi scandalistica. Il presente romanzo quindi, a
differenza del La colpa del prete Amaro e di altri (come La Reliquia), non offre
materia alcuna a possibili rilievi circa il suo contenuto etico, religioso o sociale».
Queste segnalazioni si inseriscono probabilmente in una politica editoriale di
resistenza al progressivo restringersi delle maglie censorie fasciste, che contava di
trovare nella letteratura lusitana maggiori margini di libertà.
Di Machado de Assis, Einaudi pubblicherà soltanto La cartomante e altri racconti,
a cura di Amina Di Munno, «Struzzi», 1990.

28
[2.]
Ernesto Rossi
FRIEDRICH AUGUST HAYEK (a cura di), Collectivist Economic
Planning, Routledge, London 1935.

Gentilissimo Dott. Giulio Einaudi,


Le propongo di pubblicare una traduzione, che ho già fatto, di
Collectivist Economic Planning di F. A. von Hayek, edito nel
1935 da George Routledge, London. Questo libro contiene, oltre
ad una introduzione e ad un messaggio conclusivo dell’Hayek,
il saggio del Pierson in cui, si può dire, per la prima volta, nel
1902, venne impostata nei suoi giusti termini la discussione sul
problema del valore in un regime comunistico, un saggio di Von
Mises, del 1920, che ristampato poi, quasi senza alcuna
modificazione, costituisce il capitolo centrale dell’opera
maggiore, Gemeinwirtschaft, dello stesso autore, un saggio
dell’Halm, scritto appositamente per la raccolta, un’appendice
contenente la traduzione dello studio del Barone sul Ministro
della produzione nello Stato collettivista, pubblicato sul
«Giornale degli economisti» nel 1920, una seconda appendice
con una nota bibliografica.
Il libro, a me pare, potrebbe trovare adeguatamente posto
nella Sua collezione di «Problemi contemporanei». Ritengo che
potrebbe trovare un pubblico abbastanza vasto di lettori, perché
è stato molto favorevolmente recensito su tutte le riviste
economiche, viene continuamente citato come un testo ormai
classico sull’argomento, è di attualità e facilmente
comprensibile da chiunque abbia una comune cultura generale.
Il saggio dell’Halm, e specialmente i saggi dell’Hayek sono
quello che di meglio io abbia letto sull’argomento.
La pubblicazione non incontrerebbe certamente alcun
ostacolo, dato il suo carattere di critica scientifica al

29
comunismo; il libro dimostra, infatti, la impossibilità di un
adeguato calcolo economico, e quindi di una razionale
distribuzione delle risorse disponibili nei diversi possibili
impieghi, in un regime comunistico.
In inglese il libro è di 293 pp., ma nella edizione italiana si
potrebbe fare a meno delle 45 pp. della prima appendice,
rimandando, per il lavoro del Barone, alla ristampa fatta dallo
Zanichelli nel volume di Saggi. Nella nota bibliografica sarebbe
conveniente aggiungere la indicazione delle principali opere
pubblicate dal 1935 in poi sull’argomento. Per mio conto, io
conosco solo gli studi pubblicati sul «Giornale degli
economisti» e sulla «Rivista di storia economica».
Per il caso possa interessarLe, La informo che ho pure già
pronta la traduzione di un altro libro molto interessante, in cui
vengono in gran parte trattati gli stessi argomenti svolti nella
raccolta dell’Hayek: Economic Planning and International
Order di L. Robbins. A Sua richiesta sarei ben contento di
precisarLe qual è il carattere di questo libro, che potrebbe essere
pubblicato forse solo con qualche taglio non essenziale. Del
Robbins ho già tradotto anche The Economic Causes of War, e
sarei disposto a tradurre il fondamentale [An] Essay on the
Nature and Significance of Economic Science – che mi piace
moltissimo, e di cui posseggo il testo – ed Economic Basis of
Class Conflict, di cui ritengo di poter ottenere il testo in prestito.
Con i piú distinti ossequi
Prof. Ernesto Rossi
Confinato Politico
(p. Littoria) Ventotene

AE, cart. 181, fasc. Ernesto Rossi. Lettera manoscritta, Ventotene, 1º luglio 1942.
In calce timbro «Direzione Colonia Confinati - Ventotene». La conoscenza fra Rossi e
Einaudi risaliva al 1929, quando il futuro editore copiava a macchina e distribuiva i
manifesti di propaganda di «Giustizia e Libertà» che gli venivano consegnati dal
militante azionista. Dopo il 1930, «con Ernesto Rossi in carcere, mio padre e io
tenemmo continui contatti, gli inviavamo novità librarie e lui rispondeva con cartoline
postali scritte con calligrafia minutissima il cui testo veniva pubblicato sulla “Rivista

30
di Storia economica”, come note bibliografiche, firmate con una sigla»: Giulio
Einaudi, Frammenti di memoria, Rizzoli, Milano 1988, pp. 9-10.
Pianificazione economica collettivistica. Studi critici sulle possibilità del
socialismo, con scritti di F. A. von Hayek, N. G. Pierson, L. von Mises e G. Halm, a
cura di Ernesto Rossi, prefazione di Costantino Bresciani-Turroni, «Biblioteca di
cultura economica», 1946. Degli altri libri menzionati, Einaudi pubblicherà solo Lionel
Robbins, Le cause economiche della guerra, «Problemi contemporanei», 1945.

31
[3.]
Giaime Pintor
Raccolte poetiche di UMBERTO SABA,
LEONARDO SINISGALLI,
ADRIANO GRANDE, GIORGIO VIGOLO, SERGIO SOLMI, CARLO
BETOCCHI, MARIO LUZI, SANDRO PENNA, VITTORIO SERENI,
BENIAMINO DAL FABBRO.

Caro Pavese,
esprimo parere contrario all’iniziativa dei poeti. So benissimo
che quest’idea vagola da tempo nella testa del padrone, il quale
ritiene che sia suo dovere assumere il patrocinio della cultura
militante, ma ho molti dubbi sulla validità di quei poeti a
rappresentare la cultura militante (soprattutto quella del
dopoguerra a cui dovrà essere legato il nome della nostra casa).
Siccome prevedo che la cosa si farà lo stesso aggiungo i miei
giudizi personali con la preghiera di tenerne conto.
Saba. Magari, ma in ogni
modo non l’opera omnia. Cosa sono queste manie
mondadoriane? L’opera omnia va bene per poeti che siano
storicamente accettati; quella di Saba non significa nulla.
Molto meglio una rigorosa scelta fatta dall’autore e con
carattere definitivo.
Sinisgalli. È nei suoi limiti il piú riuscito dei giovani e
quello che vedrei piú favorevolmente. Ha anche il
vantaggio di non essere mai stato pubblicato insieme.
Grande. Assolutamente no. È un relitto.
Vigolo. Direi di no. Anche lui rappresenta un momento già
superato.
Solmi. Buono, ma troppo debole.
Betocchi. È assolutamente informe. Non si può pubblicare.
Luzi. Ha molte qualità, ma ancora non si capisce dove
voglia andare a parare.
Penna. Con Sinisgalli, quello che sarebbe piú ragionevole
pubblicare. Anche qui una scelta rigorosa.

32
Sereni. Benché abbia molti fautori mi pare ancora
indeterminato.
Dal Fabbro. Intelligente e stimabile, ma per ora non è un
poeta.
E che intenzioni avete per Lavorare stanca?
Tienimi informato del seguito e frena gli entusiasmi del
padrone.
Saluti a voi due e al gatto da
Pintor

AE, cart. 159, fasc. Giaime Pintor. Vichy, 24 aprile 1943. Pintor, «direttore della
sezione tedesca» dell’Einaudi dal principio del 1942, rispondeva a una lettera di Cesare
Pavese del 17 aprile: «L’ultima trovata del padrone è di uscire con un gruppo di poeti,
possibilmente di ciascuno l’opera omnia, nella collezione Montale-Rilke [...]
Considerati: Umberto Saba, Adriano Grande, Giorgio Vigolo, Sergio Solmi, Carlo
Betocchi, Mario Luzi, Sandro Penna, Vittorio Sereni, Beniamino Dal Fabbro [...] Hai
obiezioni?»
Dei poeti elencati, Einaudi pubblicherà solo Umberto Saba (Il canzoniere, «Poeti»,
1945; ed. accresciuta «I millenni», 1968) e Vittorio Sereni (Gli strumenti umani,
«Supercoralli», 1965; Il musicante di Saint-Merry e altri versi tradotti, «Supercoralli»,
1981; Diario d’Algeria, «Collezione di poesia», 1998; Poesie, «Einaudi Tascabili»,
2002; Stella variabile, «Collezione di poesia», 2010). Come auspicato da Pintor, nel
1963 sarebbe uscita anche un’Antologia del «Canzoniere» di Saba secondo una scelta
progettata dallo stessa poeta nel 1948 (a cura di Carlo Muscetta, «Nuova Universale
Einaudi»).

33
[4.]
Bruno Zevi
ROGER FRY, Vision & Design, Pelican, Harmondsworth
1937 (1 a ed. Chatto & Windus, London 1920).

Le accludo il libro di Roger Fry, Vision & Design, da Lei


inviatomi circa una settimana fa. Come ebbi a dirLe nella mia
lettera di ricevuta, sono convinto che valga la pena di tradurre il
libro in italiano.
Certamente, molte “scoperte” di Fry sono ormai esperienze
acquisite nella critica d’arte, ma ciò che è veramente
straordinario nell’autore è la sua freschezza di sensazioni visive,
il suo atteggiamento critico sperimentale, il suo linguaggio
stimolante di associazioni – qualità queste che fanno prevedere
che il libro avrebbe successo in Italia e gioverebbe alla cultura.
La mancanza di illustrazioni non nuoce al volumetto; anzi
direi che mette meglio in rilievo il valore e la continuità dei vari
saggi – cioè la ricerca estetica dell’autore.
Lei mi chiede se qualche saggio può essere omesso nella
traduzione; la mia opinione è che, se qualche saggio sarà
omesso, l’interesse del libro potrà aumentare. Le propongo
perciò di togliere i seguenti capitoli:

The Artist’s Vision p. 46


Art and Science p. 71
The Munich Exhibition p. 99
Giotto p. 112
The Jacquemart Coll. p. 115
Aubrey Beardsley p. 190
A Possible Domestic Architecture p. 220

Questi capitoli o sono di carattere giornalistico, oppure (A

34
Possible Domestic Architecture) sono superati dalla cultura
posteriore, o infine (Giotto) sono troppo superficiali per il
pubblico italiano. Le idee importanti di The Artist’s Vision e di
Art and Science sono meglio illustrate in altri saggi. Questo vale
anche per alcune osservazioni del Giotto, bene espresse nel
saggio The Art of Florence.
In complesso, toglierei una settantina di pagine, che
ridurrebbe il libro a un 170 pagine dell’edizione inglese.

AE, cart. 227, fasc. Bruno Zevi. Lettera a Giulio Einaudi, Roma, 9 aprile 1945. Tra
la fine del 1944 e l’inizio del 1945 Zevi era stato coinvolto da Einaudi nel progetto di
una «Collana storica di architettura» che sarebbe stata inaugurata nel 1951.
Visione e disegno sarà pubblicato dall’editore milanese Minuziano nel 1947. Cfr.
infra, scheda n. 6 (Ragghianti, 27 ottobre 1945).

35
[5.]
Pietro Zveteremich
MICHAIL IL´IN, Rasskaz o velikom plane [«Storia di un
grande piano»] («Epopea del lavoro moderno»), Gos. Izd-
Vo, Moskva 1930.

È il racconto del gigantesco sforzo industriale che l’Unione


Sovietica ha intrapreso col primo piano quinquennale: una
spiegazione costante del criterio con cui questo piano fu
condotto, in modo da rendere evidente al lettore la differenza
sostanziale tra economia sovietica ed economia capitalistica, le
sue cause e le sue conseguenze.
Nei vari capitoli, Iljin tratta dei problemi della costruzione
socialista: scoperta delle materie prime, sfruttamento, necessità
delle macchine per lo sfruttamento, sfruttamento delle forze
naturali, i lavoratori d’assalto, la torba, il petrolio, concorrenza
capitalistica ed emulazione socialista, chimica, ecc. Termina
con un capitolo rivolto alla gioventú sovietica, ed un altro per la
gioventú dei paesi capitalistici, in cui ancora spiega il
significato umano della costruzione socialista.
Il libro non ha la veste del saggio, ma di un racconto
appassionato di come si azionano forze nuove per un ideale di
progresso e di umanità. È stato scritto per la gioventú: di qui
quelle che sono le caratteristiche di tutti i libri di Iljin: la
fantasia, la semplicità, il senso di scoprire continuamente un
mondo nuovo. Ma anche per questo il libro interesserà da noi
strati piú larghi di lettori, e sarà certamente una rivelazione per
chi è curioso di conoscere i piani quinquennali non solo nel loro
significato economico, ma come liberazione e progresso
dell’umanità, per chi vuole conoscere lo spirito degli uomini
sovietici in questa impresa.
Il libro va illustrato con numerose fotografie o disegni. Credo
che il libro costituirà un successo editoriale sicuro, com’è già

36
stato in America, in Inghilterra e in Francia.

AE, cart. 228, fasc. Pietro Zveteremich [luglio-agosto 1945]. Traduttore dal russo,
Zveteremich era entrato in contatto con Giulio Einaudi nel 1944 tramite Elio Vittorini,
con il quale, tra il maggio e il giugno del 1945, progettò una collana di letteratura
sovietica ispirata al realismo socialista (non realizzata). Per Einaudi tradusse Vladimir
Il´ič Lenin di Majakovskij nel 1946, ma le sue versioni piú celebri uscirono presso altri
editori: Il dottor Živago di Boris Pasternak per Feltrinelli nel 1957 e le Poesie di
Marina Cvetaeva per Rizzoli nel 1967.

37
[6.]
Carlo Ludovico Ragghianti
ROGER FRY, Vision & Design, Pelican, Harmondsworth
1937 (1 a ed. Chatto & Windus, London 1920).

Caro Einaudi,
ti restituisco il volumetto «Pelican»: Vision and Design di
Roger Fry, che mi hai inviato per parere il 21 settembre scorso.
Non conoscevo tutti i saggi raccolti nel volume, ma soltanto
alcuni di essi. Li ho letti in gran parte, dando naturalmente la
preferenza a quelli che ignoravo.
Alcuni di essi (segnatamente Art and Life e Art and
Socialism, Art and Science e The Artist’s Vision) sono o ricchi
di corbellerie, o vecchi e inadeguati. Farebbero un curioso
effetto nella cultura italiana moderna; né d’altronde significano
molto di se stessi, nemmeno come documento.
Il Fry è ben noto campione di snobismo intellettuale e
saggistico; non grande intelletto, ma curioso ed aperto a varie
esperienze, specialmente dell’arte dell’800 francese e delle sue
giustificazioni. Sfiora spesso il giornalistico, per il suo
disinvolto adoperare di formole disparate, con le quali inquadra
le sue impressioni. Queste sono però spesso buone e gustose.
Non consiglierei una edizione italiana di questa operetta; ma
tuttavia la traduzione può esserne giustificata a seconda dei fini
che ci si proponga di raggiungere.
Resto in attesa della risposta alle mie precedenti lettere, e
credimi cordialmente aff.mo
C. L. Ragghianti

AE, cart. 169, fasc. Carlo Ludovico Ragghianti. Roma, 27 ottobre 1945. Ragghianti
dirigeva per Einaudi la «Biblioteca d’Arte».
Per Fry, cfr. supra, scheda n. 4 (Zevi, 9 aprile 1945).

38
[7.]
Bruno Fonzi
GEORGE ELIOT, Middlemarch, Blackwood, Edinburgh-
London 1874.

La vicenda si svolge nel paese di Middlemarch.


Dorothea, giovane orfana di aristocratica e ricca famiglia,
sposa, contro il parere dello zio, col quale convive, e della
sorella Celia, l’anziano e malaticcio reverendo Casaubon,
titolare d’una pingue parrocchia, che gode fama di profondo
studioso e d’uomo d’integerrima dirittura morale. La fanciulla,
attratta da virtú tanto rare, e che sopra ogni altre apprezza, vede
in lui il compagno ideale cui votare la sua vita con tutto lo
slancio d’un temperamento appassionato e generoso. Per aiutare
il marito nei suoi lavori scientifici (Casaubon lavora da anni ad
un’opera monumentale: La Chiave di tutte le Mitologie, che
dovrebbe renderlo illustre), Dorothea si mette a studiare le
lingue morte; le elevate attività dello spirito che occupano il
marito la riempiono d’ammirazione, ma non passa molto tempo
che Casaubon si rivela per un uomo mediocre, d’idee ristrette,
d’ingegno impari alle mete che s’è proposte, e soprattutto
profondamente egoista. Dorothea non tarda ad avere una chiara
visione del vero essere del marito, ma fa tacere in sé l’amarezza
del disinganno; il suo profondo rispetto per il vincolo
matrimoniale e l’elevatezza del suo animo le fanno provare non
già risentimento, ma pietà per il marito, che vede infelice e
schiavo delle sue stesse manchevolezze. Ella continua ad essere
per lui la piú amorosa e sottomessa delle mogli, e quando un
giovane cugino del marito, Will Ladislaw, le rinfaccia quasi
brutalmente i difetti di lui, ella insorge appassionatamente in sua
difesa.
Questo Will Ladislaw, orfano d’una zia, mi pare, del
Casaubon, la quale condusse vita nomade e irregolare, al bando

39
della famiglia e quindi diseredata, è stato educato a spese del
cugino che, in definitiva, gode d’una parte delle ricchezze che
sarebbero spettate a lui. Il Reverendo ha provveduto
all’educazione di Will, per soddisfare uno scrupolo di
coscienza, ed il giovane cugino non gliene è certo riconoscente
come per un atto di generosità. I due sono divisi da una
profonda antipatia. Will, all’opposto del cugino, è di spirito
vivace, di temperamento ardente e generoso, inclinato alle arti.
Tra lui e Dorothea nasce ben presto una vivissima simpatia, di
cui, prima ancora di Dorothea, si accorge il geloso e sospettoso
marito, il cui complesso d’inferiorità tiene sempre sul chi vive.
Egli cerca in tutti i modi di evitare gli incontri tra la moglie e il
cugino, e quando questi, dopo un viaggio per il Continente,
viene a stabilirsi a Middlemarch, ospite dello zio di Dorothea,
Mr Brook, di cui seconda le velleità politiche, Casaubon rompe
decisamente con lui e gli interdice di frequentare la sua casa.
La malferma salute del Casaubon frattanto è andata
ulteriormente declinando: gli si manifesta una grave malattia
cardiaca, per la quale occorrono riposo e tranquillità. Egli non
può adattarsi all’uno: la preoccupazione di morire prima che la
sua opera sia compiuta raddoppia la sua lena; l’altra gli è negata
dal timore che la moglie, dopo la sua morte, possa essere del
cugino. Egli muore immediatamente prima di ottenere dalla
moglie il giuramento che mai acconsentirà a sposare Will. Ha
tuttavia disposto per testamento che il suo patrimonio, di cui
lascia erede la moglie, le sarà tolto se ella sposerà il giovane.
Questa clausola oltraggiosa mette brutalmente Dorothea di
fronte al proprio sentimento, che finora la sua onestà, la sua
«cristallina» moralità le avevano impedito di confessarsi. Il
giovane Ladislaw, dal canto suo, sdegnato dalla bassezza del
cugino, che anche in morte ha voluto confermare la meschinità
del suo animo, decide di partire, di abbandonare per sempre il
paese, per non dar esca a chiacchiere che potrebbero tornare ad
offesa della sua amata; d’altronde, oltre a non aver alcuna
sicurezza che il suo sentimento sia ricambiato, povero com’è e

40
privo di posizione sociale, sa di non poter aspirare alla mano di
lei. Prima di partire, però, vuol rivederla, darle un ultimo addio
e in questo commosso colloquio i due giovani, senza arrivare a
confessarselo esplicitamente, intuiscono la reciprocità del loro
sentimento.
Dorothea, nella sua nuova condizione di vedova facoltosa si
dedica alle opere di beneficenza, per cui è sempre stata molto
portata. Dopo non lunga assenza il giovane Ladislaw,
tormentato dalla passione, torna a Middlemarch, e per un caso
fortuito Dorothea lo incontra in casa di una giovane signora, alla
quale egli sta raccontando le sue pene d’innamorato infelice.
L’atteggiamento dei due appare cosí equivoco a Dorothea,
ch’ella, convinta del tradimento, si ritrae inorridita.
Il malinteso, d’altronde, è chiarito di lí a poco, e i due
giovani, confessatisi finalmente il loro amore, decidono di
sposarsi. Non valgono, a trattenere Dorothea, l’opposizione dei
parenti: particolarmente vivace quella del nobile cognato, che in
questo matrimonio vede, oltre che la povertà per lei, un
declassamento della famiglia. Le nozze si compiono e i due
giovani, finalmente riuniti, vivono felicemente a Londra,
allietati da numerosa prole, e in una larga agiatezza che
Ladislaw si procura con l’esercizio di una qualche professione.

Accanto a questa vicenda principale il romanzo ne svolge


altre due poco meno importanti: quella del dr. Lydgate e la
moglie Rosamunda, e l’altra del giovane Fred Vincy e di Mary
Garth.
Il dr. Lydgate, giovane medico agli inizi della carriera, di
buona famiglia, ma povero, si stabilisce a Middlemarch ed è
nominato direttore di un nuovo ospedale fondato e sovvenuto
dal banchiere locale, il piissimo Mr Bulstrode.
Il Lydgate, giovane d’ingegno e professionalmente valente, è
tutto preso dal suo ideale scientifico, cui intende dedicare tutta
la sua esistenza. Come forestiero, professionista distinto e
giovane di bell’aspetto, è ricevuto volentieri dalle famiglie della

41
borghesia locale, e prima ancora di rendersene conto si trova
preso in un romanzetto con la graziosissima Rosamunda Vincy,
figlia d’un modesto industriale, mi pare, agiato ma non ricco, e
la sposa. Rosamunda è molto avvenente, ma un cervellino, è
tutta esaltata che suo marito sia cugino d’un baronetto, la
prospettiva di salire di rango sociale costituisce una delle
attrattive principali del suo matrimonio. Il povero Lydgate fa un
sacco di debiti per metter su casa, e la moglie, assai leggera e
vanitosa, menando un tenore di vita inadeguato ai guadagni del
marito, aggrava la situazione: presto si è alla vigilia di
pignoramenti, di vendite all’asta, e queste angustie mettono
ancor piú a nudo il carattere vano di Rosamunda, il suo
egoismo, la sua mancanza di comprensione nei riguardi del
marito. Sull’orlo del fallimento Lydgate è salvato da un prestito
fattogli dall’avidissimo banchiere Bulstrode in particolari
circostanze. Subito dopo Bulstrode viene smascherato come
antico tenutario d’un banco di prestiti su pegno e ricettatore, e
moralmente squalificato. Lydgate, compromesso da quel
prestito, a tutti, ed a lui stesso risultato incomprensibile, viene
additato dall’opinione pubblica quale complice del banchiere, o
tacito favoreggiatore, nella sparizione dell’unico testimone di
quell’antica colpa. Lydgate è del tutto innocente, ma
impossibilitato a scagionarsi, e trovandosi ormai in un ambiente
ostile, pagati i creditori, emigra altrove con la moglie, con la
quale non potrà piú trovare, ormai, un piano d’accordo.

La terza vicenda è quella di Fred Vincy, fratello di


Rosamunda, che è innamorato della compagna d’infanzia Mary
Garth, figlia d’un onesto e laborioso, ma povero amministratore
di campagna. Fred, che il padre ha avviato agli studi con
l’intenzione di farne un ecclesiastico, non ha alcuna voglia di
studiare, e tanto meno di fare il pastore. Gioca, fa debiti, si fa
avallare una cambiale dal padre di Mary, che poi, inadempiente
il principale obbligato, deve pagare: un centinaio di sterline che
gettano la famigliola nella costernazione. Mary è governante in

42
casa d’un vecchio zio di Fred, Mr Featherstone, ricchissimo e
strampalato; quando questi viene a morire dice alla fanciulla di
bruciare uno dei due testamenti ch’egli ha redatto, in modo che
rimanga valido l’altro, col quale istituisce erede universale
Mary stessa, ed un importante legato a favore del nipote Fred.
La fanciulla, presa da scrupoli, rifiuta recisamente di eseguire la
volontà del moribondo. Fred, ella stessa, e tutti gli altri parenti
rimangono senza un soldo e tutto il patrimonio va in
beneficenza.
La delusione per l’eredità sfumata è un grave colpo per il
giovane, e per di piú le sue profferte d’amore sono
metodicamente respinte da Mary, che gli rimprovera la sua
leggerezza e la sua fannullonaggine. Il ragazzo, spronato
dall’amore si mette a studiare, prende il suo diploma, ma di
vestir l’abito non vuol saperne. Con gran disappunto del padre
si rifiuta di continuare gli studi, prende ad occuparsi di
campagna sotto la guida e agli ordini del vecchio Garth, si
dimostra volenteroso e capace e finirà per sposare la sua Mary.

Middlemarch è un romanzo “corale”: con le tre vicende


principali ed i numerosi motivi di contorno è descritta la vita del
paese, e quindi la vita provinciale dell’Inghilterra vittoriana. Il
rigore con cui la Eliot ha mantenuto quest’assunto costringe gli
eventi del romanzo su un piano della piú comune e ordinaria
mediocrità. È l’azione delle cause ordinarie sugli avvenimenti
umani, ch’ella segue, e il limite che s’è autoposta non è mai
oltrepassato, quanto ai fatti, e vi rientrano anche i personaggi,
ad eccezione di Dorothea e di Will. Dorothea rappresenta
l’ideale morale dell’Autrice, come altre figure femminili di altri
suoi romanzi (Dinah in Adam Bede), tuttavia la sua
eccezionalità è limitata al campo puramente psicologico e non si
riflette sullo svolgimento dei fatti. È questa una delle virtú piú
considerate dalla Eliot: il saper adattare le aspirazioni e gli
impulsi di un animo particolarmente elevato alla mediocrità e
alle convenzioni del proprio ambiente, il saper soffrire e subire

43
in silenzio, senza ribellarsi, la schiavitú di legami ingiusti, di
tradizioni non piú sentite, in omaggio al mantenimento d’un
ordine sociale ormai stabilito, d’una armonia ormai raggiunta e
che non è lecito spezzare (motivo piú diffusamente trattato in
Adam Bede). Will Ladislaw, personaggio eminentemente
romantico, la cui personalità irrequieta, viva, non-conformista,
potrebbe portare un soffio vivificante nel romanzo, è in fondo
trascurato; comunque, tra tutti, risulta senz’altro il personaggio
meno convincente. Per lui, la Eliot aveva, sotto molti riguardi,
un modello a portata di mano nel Lewes; in piú, a Ladislaw
attribuisce gioventú e bellezza; tuttavia, come ho detto, ella nel
trattarlo sembra presa da scrupolo e riduce la sua parte ad un
valore puramente funzionale, quasi a citare l’eccezione che
conferma la regola.
Basato sulle premesse accennate il libro avanza lentamente
attraverso una narrazione di piccoli fatti della vita ordinaria,
che, seppure importanti per l’esistenza del singolo, rientrano nei
fatti comuni della società umana. Matrimoni che vanno male
perché conclusi su un equivoco, nella reciproca ignoranza del
carattere, brame d’eredità miseramente deluse, grandi attitudini
dello spirito, nobili aspirazioni che naufragano nei bassifondi
della vita, ipocrisia lungamente trionfante, ecc.; tutto ciò narrato
con lentezza minuziosa, con frequenti digressioni
meticolosamente seguite che deviano l’interesse, già troppo
frazionato, delle tre narrazioni principali, che hanno scarsi e
casuali rapporti tra loro, indebolendo l’unità del libro che riesce
alquanto monotono e greve alla lettura.
Per contro, questo sistema di narrare, passo passo, senza
trascurare un particolare – che credo possa in parte attribuirsi
all’educazione della Eliot alla critica razionalista – risulta d’una
grande efficacia per la descrizione psicologica dei personaggi, i
quali, pur diversificati da un esame cosí approfondito,
mantengono tuttavia un carattere d’uniformità che deriva da una
loro piú o meno involontaria, piú o meno formale e dichiarata
aderenza ad uno standard di moralità puritana. Nello spirito di

44
questa moralità, elemento cosí essenziale della società
vittoriana, l’Autrice si mantiene con una coerenza
diligentissima, con uno sforzo di oggettivazione perfettamente
riuscito, che non soltanto, come negli altri suoi romanzi, le
permette di dissimulare del tutto la sua opinione di libera
pensatrice, ma qui la fa giungere addirittura ad estremi cosí
azzardati da riuscire difficilmente accettabili. Tale è per
esempio il caso della Mary Garth che per scrupolo morale
rifiuta di eseguire la volontà del tutto lecita, del moribondo Mr
Featherstone.
Altro pregio del libro, oltre l’acume dell’indagine
psicologica, è lo stile. Le scene di vita familiare, i dialoghi tra
coniugi, tra genitori e figli, e soprattutto le scene d’amore,
hanno una grazia, una freschezza veramente deliziose. Delicate
reticenze dettate non già da furbesca premeditazione o da
civetteria, ma da un naturale riserbo dell’animo, da una
verecondia piena di decoro, da un cauto rispetto per l’altrui e la
propria dignità, tempeste del sentimento espresse non già con
parole vivaci, con gesti incontenuti, ma con lo sguardo lucente
della passione, col rossore delle guance e il tremore delle
labbra; la pruderie puritana trova qui il suo forse unico, ma non
disprezzabile lato positivo: quello di rendere piú ghiotto il
raggiungimento della meta.

AE, cart. 82, fasc. Bruno Fonzi [seconda metà del 1945]. Si tratta quasi certamente
di una «scheda di prova» affidata a Fonzi all’inizio della sua collaborazione editoriale.
Responsabile interno per le pubblicazioni cinematografiche e in seguito anche per la
narrativa straniera, Fonzi fu un prolifico traduttore dall’inglese e dal francese e un
raffinato narratore (Un duello sotto il fascismo, 1961; Il maligno, 1964; Tennis, 1973).
La prima traduzione italiana di Middlemarch fu eseguita da Mario Manzari e
pubblicata da Utet nel 1982.

45
[8.]
Ernesto de Martino
PIERRE LECOMTE DU NOÜY, L’Avenir de l’esprit, Gallimard,
Paris 1942.

Quest’opera appartiene a un tipo assai noto e diffuso, e in


fondo screditato: ai tentativi di tracciare un “affresco” generale
dell’evoluzione, dalla materia inorganica all’ameba e
dall’ameba a Dio. E si lega altresí anche a un’altra tradizione, di
origine positivistica, e cioè al tentativo di utilizzare i risultati
delle scienze particolari a vantaggio e a sostegno non già del
materialismo ma di una visione spiritualistica e religiosa della
vita e del mondo. Accenni in questo senso si trovano, per
esempio, in Eddington e in Planck: e sono a mio parere le cose
piú leggibili del genere. D’altra parte in questa temperie
culturale possono prender forma pretese assai basse e ingenue,
come lo spiritismo di un Lodge.
Ciò che vale a individuare l’opera di Lecomte du Noüy fra le
altre di questo tipo è la sua larga utilizzazione dei risultati della
geologia, della biologia e della antropologia (sebbene, come
accade in queste visioni d’insieme, lo specialista potrebbe
sollevare numerose obiezioni). E ciò che spiega il successo di
quest’opera è il fatto che si lega, esprimendole, alle rinnovate
aspirazioni a una visione della vita e del mondo che per un
verso si accordi con i risultati della scienza, e per l’altro salvi lo
«spirito» e la «dignità dell’uomo». Aggiungerò che in questo
motivo della dignità dell’uomo vibra, nell’opera del Lecomte du
Noüy, un accento e quasi un risentimento particolare, spiegabile
attraverso la cruda esperienza dei “totalitarismi”.
Personalmente, non sono entusiasta di quest’opera. Ma
certamente essa esprime, come suol dirsi, una delle voci del
tempo. Il relativo successo editoriale dell’opera mi sembra
assicurato: resta da vedere se avendo la casa già pubblicato un

46
volume del Lecomte, sia da ritenersi opportuna la pubblicazione
di un’opera che dalla pubblicazione dell’Avenir de la Science in
poi ha diverse consorelle.

ABB, fasc. Ernesto de Martino. Scheda allegata a una lettera all’Einaudi del 26
marzo 1946. Appunto manoscritto in testa al foglio: «Mandarlo col testo a Balbo».
Riprodotta in Cesare Pavese e Ernesto de Martino, La collana viola. Lettere 1945-
1950, a cura di Pietro Angelini, Bollati Boringhieri, Torino 1991, pp. 78-79. L’Avenir
de la Science è un’opera collettiva di Louis de Broglie, André Thérive, Raymond
Charmet, Pierre Devaux, Daniel-Rops e Antonin-Dalmace Sertillanges pubblicata da
Plon nel 1941.
L’avvenire dello spirito, presentazione e traduzione di Alberto Carlo Blanc, uscí nei
«Saggi» nel 1948. Di Lecomte de Noüy, Einaudi aveva già pubblicato Il tempo e la
vita, traduzione di Oliviero M. Olivo, «Biblioteca di cultura scientifica», 1939. Cfr.
infra, scheda n. 9 (Balbo, 2 aprile 1946).

47
[9.]
Felice Balbo
PIERRE LECOMTE DU NOÜY, L’Avenir de l’esprit, Gallimard,
Paris 1942.

Narrazione dell’evoluzione fino all’uomo di oggi ed oltre,


verso l’avvenire.
Il libro è indubbiamente interessante, stimolante, vivo e rivela
una sensibilità rara tra gli scienziati naturali per il mondo umano
(psicologico, affettivo), per le istanze spirituali profonde e per la
sanità morale.
Ma è purtroppo una formulazione della vita e dello spirito che
si muove nell’incerta zona di confine tra scienza e filosofia e,
sebbene quanto a scienza sia corretto, non è né l’una né l’altra
ed anzi induce in errori o in miti sia nell’una che nell’altra.
Anch’io credo che darebbe un buon risultato editoriale.
È certo però che opere come questa, pur – ripeto – cosí
intelligenti e in fondo sane, tendono a ribadire, con l’autorità di
un nome, ingenuità o ignoranze che nel libro sono in tono
minore, ma che nei lettori possono condurre al solito gretto
positivismo.
C’è una sola cosa da osservare: dati i vasti residui psicologici
della dottrina crociana tra i quali ancora si trova la cultura
italiana, presentare il libro nei «Saggi» potrebbe avere,
polemicamente, un significato. Comunque decidi tu.

AE, cart. 74, fasc. Giulio Einaudi. Lettera a Giulio Einaudi, Torino, 2 aprile 1946.
Per Lecomte du Noüy, L’avvenire dello spirito, cfr. supra, scheda n. 8 (De Martino,
26 marzo 1946).

48
[10.]
Franco Venturi
JOHAN HUIZINGA, Cultuurhistorische verkenningen, H. D.
Tjeenk Willink, Haarlem 1929; ID., De wetenschap der
geschiedenis, H. D. Tjeenk Willink, Haarlem 1937.

I due volumi di Huizinga si compongono di saggi di valore


disuguale, alcuni nettamente cattivi come quello sul Settecento,
altri interessanti, come quello sulla Borgogna. Quest’ultimo
sarebbe il solo degno di essere pubblicato, anche staccato, o con
una o due altre cosette minori. Lo sconsiglio tuttavia perché è
un tema che poco interesserà gli italiani e soprattutto perché è
troppo simile all’Autunno del Medioevo, già tradotto. In genere
questi saggi rivelano ancora una volta che Huizinga è un erudito
di gusto, specializzato in un campo limitato e particolare e che
appena si mette a filosofare è di valore pressoché nullo.
Abbiamo già pubblicato un numero largamente sufficiente di
volumi di questo decadente. Consiglio di passare ad altro. I
volumi verranno inviati prossimamente a Roma.

AE, Verbali. Giornale di segreteria di Torino, 29 aprile 1946. Il 18 aprile il giornale


di segreteria aveva già registrato: «Venturi si chiede chi è nella Casa il paladino di
Huizinga, che vede imperversare all’orizzonte con numerosi volumi e che,
contrariamente a quanto molti opinano, non è un grande storico». L’autunno del
Medioevo era stato pubblicato da Sansoni nel 1940.
La traduzione di De wetenschap der geschiedenis apparirà nel volume La scienza
storica, edito da Laterza nel 1974. Di Huizinga l’Einaudi aveva pubblicato, nei
«Saggi», La crisi della civiltà (1937), Erasmo (1941) e Homo ludens (1946); in seguito
sarebbero usciti La civiltà olandese del Seicento («Saggi», 1967) e Le immagini della
storia. Scritti 1905-1941 («Biblioteca di cultura storica», 1993).

49
[11.]
Franco Venturi
EDGAR MORIN, L’An zéro de l’Allemagne, premessa di
Bernard Groethuysen, Éditions de la Cité Universelle,
Paris 1946.

Ricevuto in omaggio dall’autore Edgar Morin, L’an zéro de


l’Allemagne, avant-propos de Bernard Groethuysen, Éditions de
la Cité Universelle, 5 rue Dupin, Paris.
Libro giornalistico, di un simpatizzante comunista, scritto
vivacemente e intelligentemente. Sinteticamente esamina tutti i
problemi della Germania, dalla sconfitta al marzo di quest’anno:
responsabilità tedesca, occupazione alleata, resistenza nazista,
partiti antifascisti, chiesa, ecc.
Se si ha la reale possibilità di farlo tradurre rapidamente e di
pubblicarlo subito (un mese e mezzo, due) potrebbe attirare
molta curiosità, sia per il problema di cui pochissimo si parla in
Italia ora, sia per le reali qualità giornalistiche dell’autore.
Eventualmente si potrebbe chiedere, rapidamente, a Morin, di
permetterci di tagliare alcune parti, per inserirlo cosí nei
«Problemi Contemporanei».
Invecchierebbe presto, è un libro di attualità, il cui valore è
tutto nell’aderenza ad una situazione estremamente mutevole e
labile.

AE, Verbali. Giornale di segreteria di Torino, 11 maggio 1946.

50
[12.]
Massimo Mila
ROGER VAILLAND, Drôle de jeu, Corrêa, Paris 1945.

È un romanzetto divertente sulla Resistenza francese; non sul


maquis, ma sulla vita clandestina in Parigi occupata. In realtà, le
parti piú vive ed efficaci sono gli intrighi erotici che si
mescolano alle vicende cospirative d’un gruppo di giovani sulla
ventina, capeggiati da un uomo maturo, esperto della vita e
passabilmente libertino, che oltre a dirigere il lavoro clandestino
ammaestra anche i suoi giovani collaboratori e risolve loro
problemini sessuali, non senza portarsi a letto, ogni tanto, la
ragazzina di questo o di quello. Tradotto, alimenterebbe ogni
sorta di discussioni e confronti tra la Resistenza italiana e quella
francese, a tutto vantaggio nostro. Ma, letterariamente, non va
oltre una simpatica spigliatezza narrativa e un’abilità puramente
commerciale a manovrare i soliti caratteri e le solite situazioni
psicologiche del romanzo borghese francese sullo sfondo della
Resistenza e in un ambiente di militanti del P.C.

AE, Verbali. Giornale di segreteria di Torino, 23 agosto 1946.


Pubblicato con il titolo Uno strano gioco nella «Medusa» Mondadori nel 1949.

51
[13.]
Natalia Ginzburg
LALLA ROMANO, Maria [primo abbozzo, 1946].

Da quando sono qua dentro è questo il primo manoscritto che


mi piaccia davvero. Mi ha preso sin dalle prime pagine, direi
quasi fin dalle prime righe. Mi piace molto quel modo di
scrivere. Mi fa venir voglia di scrivere anche a me: mentre
abitualmente il primo fastidioso effetto dei noiosissimi
manoscritti che arrivano è di far andar via tutta la voglia di
scrivere. Tuttavia non dico di essere pienamente consenziente a
quell’avvicinarsi alle cose senza penetrarle mai. Se ne hanno
come delle ombre e nient’altro. È una delusione sottile che
lascia un po’ amari. Ma nello stesso tempo, quel mondo è ben
vivo, pieno di cose che restano e di figure che non si
dimenticano. A me sembra che questo autore riveli un campo
vastissimo di possibilità.

Scheda allegata a una lettera di Cesare Pavese a Lalla Romano del 1º settembre
1946. Nonostante il giudizio positivo di Natalia Ginzburg, Pavese comunicava alla
Romano di essere rimasto deluso dalle sue storie: «La cercata impassibilità e rinunzia
mi hanno lasciato freddo: io credo che ci sia un po’ di retorica del semplice,
dell’impossibile, dell’umile. Per caso poi mi succede un fatto contenutistico: che io
non posso soffrire l’ambiente delle donne di servizio». Scheda e lettera sono citate in
Paolo Di Stefano, Lalla Romano e la Casa editrice Einaudi. Un carteggio inedito
(1943-1965), in Antonio Ria (a cura di), Intorno a Lalla Romano. Saggi critici e
testimonianze, Mondadori, Milano 1996, p. 377.
Maria sarebbe uscito nella collana «I gettoni» nel 1953.

52
[14.]
Norberto Bobbio
KARL JASPERS, Die Schuldfrage, Schneider, Heidelberg
1946.

Caro Mila,
ti scrivo le mie impressioni [...] sul libro di Jaspers che mi
son portato a Rivalta, dato che sino a venerdí quasi certamente
non sarò di ritorno a Torino.
Il libro di Jaspers (Die Schuldfrage), secondo me, merita di
essere pubblicato. Prescindo dal successo editoriale che il libro
potrebbe avere per il nome dell’autore e la natura
dell’argomento. Il libro è interessante di per se stesso, per la
chiarezza formale (insolita in Jaspers) e, quel che piú conta,
teoretica, se pur qua e là ottenuta con un po’ di accademica
pedanteria (inevitabile in un professore universitario tedesco),
con cui viene affrontato un problema universalmente sentito ma
risolto dai piú alla leggera, e per l’assoluta sincerità e
spregiudicatezza con cui viene cercata una soluzione lontana da
ogni ipocrisia e liberata da ogni falsa giustificazione, soluzione
in cui non mi pare vi sia alcun residuo di sentimento
nazionalistico, ma soltanto il desiderio di giungere ad una verità
universalmente valida: solo attraverso la coscienza della propria
colpa – è questo il nucleo centrale del libro – il popolo tedesco
può iniziare la propria purificazione, la quale è un atto supremo
di libertà e condizione essa stessa di una nuova libertà politica;
di bandire quindi tutte le opinioni che in qualche modo cercano
di nascondere o di attenuare la colpa, o di riversarla su gli altri.
L’accento è sempre assai elevato, e talora anche appassionato,
nonostante lo stile ad effetto che è proprio dello Jaspers, ma che
in un libro del genere acquista talora particolare calore.
Aggiungo che il libro è specialmente interessante per noi
italiani, data l’analogia della situazione storica: penso che non

53
vi sia nessuno che, leggendo il libro, non si senta invitato a fare
un esame di coscienza, e a mettere su se stesso alla prova le
distinzioni e le precisazioni jaspersiane sul problema della colpa
[...]
Affettuosi saluti
Norberto Bobbio

AE, cart. 28, fasc. Norberto Bobbio. Lettera manoscritta, Rivalta Bormida, 29
settembre 1946.
Il libro fu pubblicato, con il titolo La colpa della Germania, a cura di Renato De
Rosa per le Edizioni Scientifiche Italiane nel 1947.

54
[15.]
Antonio Giolitti
RUGGERO ZANGRANDI, Il lungo viaggio. Contributo alla
storia di una generazione [1946].

Caro Giulio,
[...] Ho esaminato in questi giorni un interessante
manoscritto: Il lungo viaggio di R. Zangrandi. È il viaggio di un
gruppo di giovani, venuti all’età della ragione dopo il 1922, dal
fascismo all’antifascismo. Quindi, non il solito libro sulla
resistenza, ma l’esperienza di una generazione, vista e vissuta
dal di dentro. Come tale, il libro è di vivissimo interesse
politico, perché imposta e chiarisce su un piano larghissimo e
non settario il problema dei giovani che sono stati fascisti. È un
libro, a mio avviso, necessario. Per di piú è scritto bene, senza
retorica e senza fronzoli. Ci sono da fare, a mio giudizio, tagli e
ritocchi, che l’autore accetta. Dimmi ora tu se credi, almeno in
linea di massima (vorrei sentire anche il giudizio di Balbo o di
Pavese), di farlo pubblicare entro il 1947.
Affettuosi saluti
Giolitti

AE, cart. 96, fasc. Antonio Giolitti. Lettera a Giulio Einaudi, [Roma] 9 dicembre
1946. Giolitti era allora il responsabile della sede romana dell’Einaudi.
L’opera uscí nei «Saggi» nel 1948.

55
[16.]
Cesare Pavese
HERMANN BROCH, Der Tod des Vergil, Pantheon, New York
1945.

Per quel tanto che capisce il tedesco, Pavese ha delibato


questo librone che racconta tutti i pensieri, gli stati, le
sensazioni di Virgilio morente e ne fa una favola di
superamento del terrestre e di ricerca di aldilà e di redenzione.
L’opera appare piena di demonismo e di parole difficili –
idealismo tedesco – ma ci sono periodi lunghi una pagina che
evocano una scena o uno stato d’animo o una meditazione,
mirabili.
È un romanzo-oceano che qualche volta ricorda l’Ulisse e
Moby Dick. Di questi libroni gli manca il realismo descrittivo, le
altre ambizioni le ha tutte.
Pavese è convinto che ci voglia il parere di un buon
germanista e sospetta che Broch potrebbe diventare uno di quei
nomi indispensabili come appunto Joyce o Th. Mann o Proust.

AGP [Torino, 1947].


La morte di Virgilio sarà pubblicato da Feltrinelli nel 1962.

56
[17.]
Cesare Pavese
WILLA CATHER, My Antonia, Houghton Mifflin, Boston -
New York 1918.

Racconta un’infanzia e adolescenza trascorsa nelle piane


dell’Iowa, dell’America del centro, nel momento in cui,
dileguati antichi pionieri, gli emigrati dell’Europa centrale
(Slavi, Boemi, Cechi) v’impiantano un’agricoltura vasta e
laboriosa. Il racconto vive soprattutto per la presenza incessante
del grandioso paese, della pace e immensità georgiche di quelle
culture. Ma non ha nulla di retorico, di descrittivo. Il paese
s’oggettiva in molte figure di originali, simpatiche e tenere, e
soprattutto in Antonia, la cèca naturalmente buona e sana, che
concresce al protagonista e diventa una specie d’immagine della
sua infanzia e adolescenza.
Il libro uscí al tempo che Lewis, Dreiser, Anderson, Lee
Masters, svolgevano la loro scoperta letteraria del Middle West,
e di questa scoperta è uno dei documenti piú duraturi,
convincenti e universalmente accessibili. C’è infatti nel narrare
della Cather, una pacatezza, una misura oratoria, un naturale
pudore di ogni violenza verbale e umana, che quel mondo
appare vissuto piú da un latino che da un anglosassone. Prova,
se occorresse, della molteplicità e ricchezza che la cultura
americana presenta.

AGP [Torino, 1947].


La mia Antonia, traduzione di Jole Jannelli Pinna Pintor, «I coralli», 1947.

57
[18.]
Cesare Pavese
ITALO CALVINO, Il sentiero dei nidi di ragno [1946].

Racconto non di personaggi, ma di avventure. Un ragazzo


fratello di puttana scopre il mondo bestiale dell’amore e ferino
della guerra e va coi partigiani, e cerca, in sostanza, la purezza,
il gioco, la carità dei grandi. Grande stonatura il capitolo del
commissario Kim che ragiona del distaccamento di carogne
dov’è il ragazzo.
Si rompe l’angolo di visuale del ragazzo, e quello di Kim
commissario non è ingranato nell’avventura, è un’esigenza
intellettualistica. Inoltre sovente il mondo del ragazzo è rotto da
evocazioni che sanno di sintesi lirica adulta (i passi segnati
delle pagg. 18, 38, 48, 58, 65) – qui si sostituisce al ragazzo
l’autore. Non che la familiarità del ragazzo con donne, brutture,
guerra ecc. sia stonato: è stonato il linguaggio che la esprime.
Ma ciò è raro. Bella invece la coerenza per cui i personaggi
non assurgono a casi umani, ma restano figurine (Lupo Rosso è
però il piú schematico e sforzato. Inoltre l’episodio
dell’uccisione di Pelle – pag. 90 – non ha stile, è semplice
materiale).
Bella la favola dei nidi di ragno.
Piena di vita sobria e fantastica la lingua che costruisce
questo mondo di brutture e malizia e giochi.
È senza dubbio il primo racconto che a mio parere faccia
poesia dell’esperienza partigiana, e ciò per virtú anzitutto del
punto di vista – l’avventura del ragazzo.
È senz’altro da stampare nei N. C. [«Narratori
contemporanei»] Si spera che tutti siano d’accordo.

AGP, Torino, 23 gennaio 1947.


Il sentiero dei nidi di ragno uscirà ne «I coralli» nel 1947.

58
[19.]
Ernesto Sestan
HUGH J. SCHONFIELD, The Jew of Tarsus: An Unorthodox
Portrait of Paul, Macmillan, London 1946.

Non ho speciale competenza nel giudicare di studi sulle


origini cristiane; ma forse appunto perciò mi vien fatto piú
facilmente di mettermi dal punto di vista del lettore medio, non
specialista. Il volume dello Schonfield si legge con grande,
vivissimo interesse, che non cala, o cala di poco, anche nei punti
dottrinali, nei molti riferimenti neo-testamentari, talmudici,
rabbinici, ecc., intercalati nel testo. Certo, specialmente nella
prima parte, i settatori del metodo storico di stretta osservanza,
troveranno, a ogni passo quasi, di che arricciare il naso: la parte
in cui lo Schonfield tenta di seguire, o piuttosto di indovinare, la
formazione culturale e psicologico-religiosa del giovane Saulo
di Tarso può fondarsi soltanto su elementi cosí radi, scarni e
incerti, che tutto rimane problematico e soggetto a cauzione.
Problematico, tuttavia, non arbitrario: è difficile poter credere
che con elementi cosí scarni si potesse costruire un qualche cosa
di piú approssimato alla presumibile, probabile verità delle cose,
di quello che ci fornisce lo Sch., tanta è la sua conoscenza del
mondo culturale e psicologico ebraico, della vita delle sètte
religiose e politiche del tempo. Anche il punto, capitale, della
conversione sulla via di Damasco è interpretato in modo
singolare, che potrà non soddisfare tutti, ma che è, comunque,
indice di una fine sensibilità religiosa e di una conoscenza
consumata dei processi mistici. La seconda parte, basata su
elementi meno incerti, presenta forse meno originalità, ma si
legge tuttavia con non mai spento interesse. Per quel poco che
posso giudicare, mi pare che anche l’inglese dello Sch. sia
vivacissimo, efficace e brillante. Non è un libro in nessun senso
confessionale; e sotto questo riguardo non potrà trovare il

59
consenso degli ortodossi: né ebrei, né, tanto meno, cristiani e
cattolici. Tradotto da un buon conoscitore dell’inglese, che
sappia anche rendere in un italiano fluido ed eloquente lo
splendore non raro del testo inglese, il volume dovrebbe
incontrare il favore dei lettori italiani e rappresentare – se non
proprio per gli specialisti – certo per gli amatori di studi
religiosi, un buon avvio, senza pedanterie e senza sovraccarico
di problemistica filologica (che tuttavia non è ignorata) agli
studi paolini e in genere delle origini cristiane.

AE, cart. 195, fasc. Ernesto Sestan. Roma, 30 settembre 1947. Su quest’opera si era
già espresso favorevolmente Pavese in una scheda del 19 agosto 1947: «Biografia di S.
Paolo, fatta da un credente in Cristo, non cattolico. Molto seria e moderna. Indagini
personali su libri ebraici. Ha scoperto che prima di Damasco, Saulo credeva di essere
lui il Messia, e in genere la comunità cristiana primitiva (nazareni) è vista in modo
molto convincente e non apologetico. Anche la personalità di Saulo-Paolo è molto
viva. Per me, sarebbe un buon saggio», cit. in Cesare Pavese, Lettere 1945-1950, a
cura di Italo Calvino, Einaudi, Torino 1966, p. 155.
Il giudeo di Tarso. Ritratto eterodosso di Paolo, traduzione di Nino Diana e
Vittorio Gabrieli, «Saggi», 1950.

60
[20.]
Piero Sraffa
CHRISTOPHER HILL, Lenin and the Russian Revolution, The
English University Press, London 1947.

Caro Einaudi,
[...] Conosco bene Christopher Hill, che è uno storico di
Oxford e uno dei migliori marxisti inglesi: il suo libro Lenin e la
Rivol. di Ottobre è fatto bene e soprattutto leggibile. Anche
Dobb e Garman me ne hanno parlato favorevolmente, e te lo
raccomando. (Pensavo di segnalartelo quando fu pubblicato, poi
mi sembrò che in questa materia avresti preferito autori o russi o
italiani). Il libro è stato pubblicato in una serie intitolata «Teach
Yourself History» edita dal Rowse, un ex-marxista diventato
seguace di Churchill: la serie è poco raccomandabile, e tende a
mettere in evidenza «l’importanza della personalità nella
storia»: ma il libro di Hill non è stato influenzato, se non tutt’al
piú nel titolo [...]
Cordialmente tuo
Piero Sraffa

AE, cart. 202, fasc. Piero Sraffa. Lettera manoscritta, [Cambridge] 11 febbraio
1948. Sraffa rispondeva a una lettera di Einaudi del 5 febbriao 1948: «Tu sai niente di
una biografia di Lenin scritta da Christopher Hill? Alcuni che l’hanno letta la trovano
buona. Se tu conosci l’autore mi potresti dare qualche elemento utile».
Lenin e la Rivoluzione russa uscí nella «Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria»
nel 1954 (traduzione di Gina Fanoli).

61
[21.]
Carlo Muscetta
FRANCESCO JOVINE, Tutti i miei peccati [1947]; ID., Uno che
si salva [1948].

Caro Pavese,
ho letto Uno che si salva, e non so se preferirlo a Tutti i miei
peccati. Forse hai ragione tu, sebbene io abbia letto una copia
non corretta e limata. Ma direi che la critica da fare è un’altra:
lo spirito di Tutti i miei peccati è nuovo, polemico rispetto a
certa società. Il protagonista di Uno che si salva è invece troppo
vagheggiato e troppo consolato: non si salva un corno, resta un
classico porco di cattolico provinciale. Glielo dirò a Jovine,
quando torna dalla Jugoslavia.
Credo proprio che i due racconti messi insieme avranno
successo per i loro addentellati non solo di contenuto, ma anche
di forma, tra nuovo e vecchio.
Jovine è a questo punto e si è espresso con verità e con
serietà. Riuscirà a fare di meglio? Possiamo augurarglielo.
Ciao, vecchio Pav

AE, cart. 141, fasc. Carlo Muscetta. Roma, 24 marzo 1948. Il 17 marzo 1948
Pavese aveva scritto a Muscetta, responsabile con Antonio Giolitti della sede romana
dell’Einaudi: «Il secondo romanzetto di Jovine (Uno che si salva), non vale il primo
[Tutti i miei peccati], è piú “materiale”».
I due racconti saranno pubblicati nel 1948 in un volume della collana «I coralli»
con il titolo Tutti i miei peccati.

62
[22.]
Alessandro Galante Garrone
GEORGES LEFEBVRE, Quatre-Vingt-Neuf, Maison du livre
français, Paris 1939.

L’Ottantanove di Georges Lefebvre è una mirabile sintesi,


condensata in 200 paginette, dell’aprirsi della rivoluzione
francese, delle sue profonde scaturigini culturali, economiche,
sociali, rilevate con estrema lucidità.
Se, in alcune movenze del pensiero e perfino dello stile,
questo succoso saggio insolitamente ci fa pensare all’Ancien
Régime e ai Frammenti sulla rivoluzione francese del
Tocqueville, esso nella sua sostanza è il risultato dell’ultima
storiografia francese della rivoluzione, rappresentata sopra tutto
dal Mathiez e dal Lefebvre stesso, ben piú attenta della
storiografia “classica” ai fenomeni economici e sociali (come il
recentissimo saggio di Franco Venturi, pubblicato da Einaudi,
ha ben messo in evidenza).
Con molta chiarezza è disegnato l’avvicendarsi delle varie
rivoluzioni che in realtà si possono distinguere all’esordio della
grande rivoluzione: la rivoluzione aristocratica (l’insurrezione
della nobiltà, dei parlamenti), quella borghese – satura
d’illuminismo –, quella contadina (la Grande Peur).
Georges Lefebvre è oggi il piú grande storico della
rivoluzione francese. Alle sue ultime sintesi egli è giunto dopo
tutta una vita di acutissime ricerche sulla storia economica e
sociale (specialmente agraria) di quel periodo. L’Ottantanove è
un degnissimo esempio di questa recente tendenza storiografica.
Quest’opera, scritta in occasione del centocinquantenario
della rivoluz. francese (e la pagina con cui termina, che risente
dell’occasione celebrativa, potrebbe forse essere rifatta dal
Lefebvre per un’edizione italiana, su preghiera che potrei fargli
io stesso) per il suo carattere e le sue dimensioni può essere

63
pubblicata anche nei «Saggi».

AE, cart. 87, fasc. Alessandro Galante Garrone, aprile 1948. Appunto manoscritto
in calce: «Confermo. Serini». Il «recentissimo saggio» di Venturi è Jean Jaurès e altri
storici della Rivoluzione francese, «Saggi», 1948.
L’Ottantanove, saggio introduttivo di Albert Soboul, traduzione di Alessandro
Galante Garrone, «Saggi», 1949.

64
[23.]
Clara Coïsson
VLADIMIR J. PROPP, Istoričeskie korni volšebnoj skazki («Le
radici storiche del “racconto di fate”»), Izdatel´stvo
Leningradskogo Gosudarstvennogo universiteta, Leningrad
1946.

Con un ritardo che La prego di scusare, Le mando una specie


di sommario dell’opera del Propp. Poiché non sono in grado di
dare un giudizio sull’opportunità o meno di tradurla in italiano,
ho cercato di esporre chiaramente la materia trattata e le
conseguenze a cui giunge l’autore. Come profana posso soltanto
dire che l’esposizione è molto viva, piena di cose interessanti
che dovrebbero attrarre non solo chi si occupa specificamente di
folk-lore, ma anche un piú vasto pubblico che s’interessa di
problemi storici e religiosi. L’opera è molto documentata, come
si vede dai frequentissimi richiami alle opere di studiosi
tedeschi, inglesi e francesi. Forse l’elemento piú nuovo che essa
contiene è quello che la riallaccia alle dottrine di Engels, Lenin,
ecc. Inutile dirLe che non mancano gli strali contro il
cristianesimo, trattato esattamente alla stregua, se non peggio,
delle religioni primitive. Ma la critica è sempre signorile e
détachée. Ciò premesso, io lo tradurrei molto volentieri, se
Einaudi si dovesse decidere a pubblicarlo. Sto ricopiando il mio
Herzen, che consegnerò in luglio e durante le vacanze potrei
lavorare piú intensamente di adesso, quindi mi sentirei di
sbrigarmela abbastanza presto. Comunque, veda Lei... e non
dica che sono ingorda!
Sarò a Torino verso gli ultimi di questo mese e verrò a
trovarLa per sottoporLe svariati quesiti in merito al caro
Herzen. Intanto gradisca i miei migliori saluti.
Clara Coïsson

65
Nel capitolo intitolato «Premesse» l’autore chiarisce la sua
intenzione di non limitare l’opera ad un raffronto tra le diverse
fiabe, poiché, in tal caso, lo studio non uscirebbe dal quadro del
comparativismo. Egli vuole, invece, estendere l’indagine e
trovare la base storica che ha fatto nascere il «racconto di fate»;
vuole ricercare a quali fenomeni (e non avvenimenti) del
passato esso corrisponda e fino a che punto il passato l’abbia
realmente prodotto e fatto sorgere. In altre parole, scopo del
presente lavoro è di mettere in chiaro le fonti del racconto di
fate nella realtà storica. Per tale indagine è stato prescelto il tipo
di «racconto di fate» che incomincia con un danno inferto a
qualcuno (ratto, cacciata da casa) oppure col desiderio di
possedere qualcosa, e prosegue quindi con la partenza del
protagonista, l’incontro con un «donatore» che gli dona un
mezzo magico, oppure un «aiutante», grazie al quale l’oggetto
della ricerca viene trovato. Successivamente il tipo prescelto ci
dà un duello con l’avversario, il ritorno e l’inseguimento del
protagonista. Spesso la composizione presenta certe
complicazioni. Il protagonista è tornato a casa, viene gettato in
un burrone dai fratelli, si salva, viene messo alla prova, compie
le imprese difficili che gli sono imposte, è fatto re e si sposa, o
nel suo regno o in quello del suocero. Questa è la breve
esposizione schematica dell’asse della composizione che sta alla
base di moltissimi e diversi soggetti.
Lo studio della struttura dei «racconti di fate» mostra la
stretta parentela che li unisce, cosí stretta che un soggetto non
può esser separato dall’altro e studiato a sé, e nessun soggetto
può esser studiato senza i suoi rapporti con l’insieme.
Il «racconto di fate» è un fenomeno avente carattere
«sovrastrutturale»; è nato, cioè, sulla base delle forme
precapitalistiche di produzione e di vita sociale. Esso rispecchia
le istituzioni sociali del passato; l’indagine permette di dedurre
sotto quale ordinamento sociale furono creati i singoli soggetti e
l’intera fiaba. Essa ha conservato, cioè, delle forme sparite di
vita sociale; lo studio di tali relitti (attraverso l’esame di [certe]

66
leggende dei popoli primitivi) dischiude le fonti di molti motivi
dei «racconti di fate».
Vi è una diretta corrispondenza tra il racconto di f. e il rito,
che si ritrova in esso o pressoché immutato, o deformato e
trasposto. Il raffronto tra il racconto di f. da un lato e i riti e le
usanze dei popoli primitivi dall’altro, permette di definire quali
soggetti nascano da questo o quel rito e in quali rapporti stiano
con esso.
Un’altra fonte del racconto di f. è il mito definito dal Propp
come «narrazione su divinità o esseri divini alla cui realtà il
popolo crede». La fede viene trattata qui non come fattore
psicologico, ma come fattore storico. Il mito e la fiaba si
differenziano non per la forma, ma per la funzione sociale.
Nell’intento dell’autore il lavoro deve rappresentare
«un’indagine genetica. Essa, per la sua essenza, è sempre
storica, però non si identifica con l’indagine storica. La genetica
si prefigge il compito di studiare l’origine dei fenomeni, la
storica studia la loro evoluzione. La genetica precede la storia,
le dischiude la via». Come materiale di studio l’autore ha scelto
il «racconto di fate» russo, ma sottolinea che non ha inteso fare
uno studio del «racconto di f. russo, bensí un lavoro di folk-lore
comparato storico sulla base del materiale russo, come punto di
partenza». È ovvio che, per orientare il lettore non specialista,
sarebbe opportuno aggiungere in appendice la traduzione di
alcune caratteristiche fiabe russe, che trattano gli argomenti
studiati dal Propp.
Non è possibile dare un’idea, sia pur sommaria, dei dieci
capitoli (Premesse –Intreccio – La foresta misteriosa – La
grande casa – I doni magici – Il viaggio (o traghetto) – Il fiume
di fuoco – Il regno lontano – La principessa sposa – La fiaba
come insieme), perché l’opera è troppo densa di raffronti di
materiale, di deduzioni e anche di spunti polemici e di
discussioni con altri folk-loristi, a molti dei quali l’autore
rimprovera la mentalità borghese, che impedisce di scorgere nel
«racconto di fate», nel mito e nel rito un riflesso fedele delle

67
condizioni di vita. Secondo il Propp la maggior parte dei motivi
del racc. di f. appartengono a due cicli: [il primo è] quello che fa
capo al rito dell’iniziazione e abbraccia i seguenti motivi:
cacciata dei bambini che vengono condotti oppure capitano nel
bosco; rapimento dei bambini ad opera d’uno spirito silvestre;
incontro del protagonista con la fata; mutilazione di un dito;
segni apparenti di morte; risurrezione del protag.; il protag.
viene inghiottito e quindi restituito da un mostro, riceve un
mezzo magico oppure un «aiutante» magico; il savio del bosco.
Al medesimo ciclo dell’iniziazione risale anche la fase seguente
del racconto sino alle nozze e al ritorno, con questi motivi: la
grande casa o casa nel bosco (che, secondo Propp, risalirebbe
alle «case per uomini soli» dove i popoli primitivi
rinchiudevano fino al loro matrimonio quelli che stavano
compiendo o avevano già compiuto il rito dell’iniziazione); la
mensa apparecchiata nella casa del bosco; i cacciatori; i briganti
(il Propp ravvisa nel motivo dei briganti una chiara traccia
dell’usanza primitiva, secondo cui ai neofiti, isolati nella casa
del bosco, era concesso il diritto di compiere eccessi, violenze,
furti ecc. con lo scopo di sviluppare nel neo-cacciatore e
guerriero l’opposizione contro la casa paterna, le donne e
l’agricoltura); le «sorelline» dei briganti (giovinette destinate
alle esperienze prematrimoniali dei neofiti); le belle fanciulle
nella bara, nel giardino incantato e nel palazzo (il Propp azzarda
l’ipotesi che le nozze di Psiche con Amore riflettano le nozze
«temporanee» con i «confratelli» della casa del bosco, con la
differenza che viene omesso il carattere poliandrico di tali nozze
non piú corrispondente al periodo storico in cui si è formata la
predetta leggenda); i temi che trattano del divieto di lavarsi; del
marito il quale compare alle nozze della moglie e viceversa; del
ripostiglio proibito (che risalirebbe alle stanze segrete delle
«case per uomini soli» o «case nel bosco» dove si conservavano
gli amuleti e si compivano i riti dell’iniziazione). Secondo il
Propp il ciclo dell’iniziazione è la base piú antica del «racconto
di fate».

68
Il secondo ciclo è quello che comprende le rappresentazioni
della morte. Ad esso fanno capo i seguenti motivi del racconto
di fate: rapimento delle fanciulle ad opera dei serpenti; varietà
di nascita miracolosa come reincarnazione d’un morto; la
partenza del protagonista munito di calzature, di un bastone o di
altri oggetti di ferro; la foresta come ingresso dell’altro mondo;
l’odore del protagonista (sgradevole ai morti che sono inodori e
si accorgono quindi d’aver a che fare con un vivo); l’aspersione
della porta della capanna nel bosco; il pranzo in casa della fata;
la figura del traghettatore o guida dell’eroe; il viaggio compiuto
in barca o cavalcando animali diversi; la lotta col guardiano
dell’ingresso che vorrebbe divorare il nuovo venuto; l’arrivo nel
regno dell’aldilà, ecc. Tra questi due cicli non è possibile
tracciare un limite preciso. Tutto il rito dell’iniziazione era
considerato come un soggiorno nel paese dei morti, e, viceversa,
il morto sperimentava tutto quello che era sperimentato
dall’iniziando. Secondo il Propp, se ci raffiguriamo tutte le
diverse prove a cui erano sottoposti gli iniziandi e le
raccontiamo di seguito, ne risulta la composizione su cui è
costruito il racconto di fate. Il racconto successivo di tutto ciò
che, secondo le credenze primitive, accadeva ai morti presenta
di nuovo lo stesso nucleo, con l’aggiunta degli elementi che
mancavano ai riti dell’iniziazione. I due cicli suddetti offrono
quindi quasi tutti gli elementi costruttivi fondamentali del
«racconto di fate». L’unità di composizione del racconto di f.
non riposa su particolarità della psicologia umana, né su una
creazione artistica, bensí sulla realtà storica del passato. Quello
che ora si racconta, un tempo fu fatto, raffigurato, oppure
immaginato. Il primo dei due cicli è anche quello che muore per
primo. Il rito dell’iniziazione non si compie piú, mentre le
rappresentazioni della morte seguitano a vivere, si sviluppano,
mutano aspetto, senza piú nessun nesso col rito dell’iniziazione.
Il quale sparisce insieme con lo sparire della caccia quale unico
o fondamentale mezzo di sussistenza.
Una volta formatosi il nucleo suddetto, esso assorbe in sé

69
alcuni nuovi particolari prodotti da nuove attività umane. Da un
canto, la nuova vita crea dei generi nuovi (la fiaba novellistica)
che crescono su un terreno diverso da quello della composizione
e dei motivi del racconto di f. In altre parole l’evoluzione segue
la via della sovrastratificazione, delle sostituzioni, delle
trasposizioni di significato; e dall’altro segue la via delle nuove
formazioni. Cosí, ad es., il motivo dei figli di re rinchiusi in
carcere deriva dal consueto isolamento dei re, dei sacerdoti, dei
maghi, e dei figli di essi. Il motivo del padre morto o del «morto
riconoscente» che dona un cavallo al protagonista corrisponde
funzionalmente alla fata, ma ne costituisce una deformazione
prodotta dal fenomeno meno antico del culto degli antenati.
Circa l’origine del racconto di fate, il Propp sostiene la tesi
seguente: il processo della rinascita del mito nella fiaba si può
definire come il distacco del tema e dell’atto della narrazione
dal rito. Nel momento in cui avviene questo distacco nasce il
racconto di fate, mentre il sincretismo di esso col rito ne
costituisce la preistoria. Questo distacco è avvenuto o
naturalmente, come necessità storica, o è stato affrettato
artificialmente dall’apparire degli europei, dalla
cristianizzazione, dalla deportazione di intere tribú, dal
mutamento delle forme di vita, dei metodi di produzione, ecc.
Però il racconto di fate, privato delle sue funzioni religiose, non
rappresenta un prodotto inferiore nei confronti del mito da cui è
nato. Al contrario, liberato dalle strettoie del condizionamento
religioso, il racconto di f. entra nella libera atmosfera della
creazione artistica, viene mosso da altri fattori sociali e
comincia a vivere una sua vita completa.
Riguardo all’evoluzione storica del racconto di fate, l’autore
ritiene che col sorgere della cultura feudale gli elementi folk-
loristici divennero patrimonio della classe predominante, e che
sulla base di questo folk-lore furono creati i cicli eroici, quali
quello di Tristano, dei Nibelunghi, ecc. «In altre parole, il
movimento va dal basso verso l’alto, e non dall’alto in basso
come affermano i teorici reazionari».

70
N.B.L’esatta traduzione sarebbe non «racconto di fate» ma
«racconto magico». Infatti la fata (in russo «baba-jaga») ne è
soltanto uno degli elementi.

AE, cart. 54, fasc. Clara Coïsson. Lettera a Cesare Pavese, Jesi, 5 giugno 1948.
Appunto manoscritto di Pavese in testa: «FARLE UN MONUMENTO». Il 15 giugno
Pavese manifestava la sua soddisfazione direttamente alla Coïsson: «il Suo
diligentissimo rapporto su Propp ha riempito d’ammirazione Einaudi e me. Lei è dei
pochi nostri collaboratori che sa illuminarci in modo esauriente e preciso». Lo Herzen
menzionato nella lettera di accompagnamento alla scheda è Il passato e i pensieri
(1949), prima di una lunga serie di traduzioni dal russo che la Coïsson (lettrice di
italiano all’Università di Riga dal 1922 al 1939) eseguí per l’Einaudi. La prima
segnalazione dell’opera di Propp veniva da Franco Venturi che il 17 febbraio 1948 (da
Mosca, dove si trovava in qualità di addetto culturale presso l’Ambasciata italiana) ne
aveva scritto a Pavese in questi termini: «Ha suscitato qui in questi ultimi mesi molte
discussioni che però riguardano soprattutto l’eccessivo occidentalismo dell’autore, e
cioè il fatto che, secondo i critici, non vede abbastanza l’indipendenza e l’originalità
del folklore russo. Polemica questa che si svolge in tutti i campi e perciò anche in
questo. Il libro si intitola Le radici storiche dei racconti di fate (la parola russa [skazki]
significa letteralmente “magici”, come si dice il flauto magico e lanterna magica, e
riguarda generalmente ogni forma di stregoneria, di fate, di magia). È pubblicato
dall’Università di Leningrado, dove l’autore, V. Ja. Propp è professore. Gente che se
ne intende piú di me apprezza molto quest’opera. Forse se si volesse tradurre il titolo
sarebbe meglio indicare semplicemente “dei racconti popolari russi”. Fallo leggere e
dimmi che cosa ne pensate».
Le radici storiche dei racconti di fate, prefazione di Giuseppe Cocchiara,
traduzione di Clara Coïsson, «Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici»,
1949.

71
[24.]
Ernesto de Martino
ERNST CASSIRER, The Myth of the State, Yale University
Press, New Haven 1946.
MIRCEA ELIADE, Techniques du Yoga, Gallimard, Paris
1948.

Caro Pavese,
suggerisco per la collezione due libri: E. Cassirer, The Myth
of the State, Yale University Press, New Haven 1946 (o Oxford
Univ. Press 1947), Mircea Eliade, Techniques du Yoga,
Gallimard 1948. Il primo dei due è una esplorazione
documentata dei rapporti fra la mentalità magica primitiva e
alcuni tratti caratteristici del nazismo tedesco. È un lavoro molto
interessante e che ha avuto già una certa risonanza nella vita
culturale italiana (vedi la recensione che ne fa Clinio Duetti in
«Belfagor», a. III, n. 4, luglio 1948, pp. 453 sgg.). Purtroppo il
libro si presta a una interpretazione nettamente reazionaria, e
cioè a una polemica contro il mostro del giorno, cioè il
comunismo: i nostri “idealisti” se ne sono impadroniti con
questo intento (è il caso del signor Duetti che non si fa scappare
l’occasione per scaricare tutti i colpi della sua idealistica
colubrina, ed è anche il caso del De Ruggiero che ne ha parlato
sulle colonne del «Messaggero»). Perciò io propongo che la
traduzione italiana sia preceduta da una introduzione critica
relativamente diffusa, atta a bloccare gli slogans della polemica
idealistica (Nazismo = fascismo = comunismo = totalitarismo).
La traduzione italiana potrebbe intitolarsi Mentalità mitica e
fascismo oppure Mondo magico e fascismo oppure Stregoni e
Duci o qualche cosa di simile: sconsiglio in ogni caso di
mantenere il titolo originale («Il mito dello Stato»). Per la
introduzione potrei pensarci io, per la traduzione vedete voi a
chi affidarla. Il saggio di Mircea Eliade sulle tecniche yogiche è

72
assai interessante per la ricostruzione ab intra e per la
comprensione della spiritualità indiana. Si tratta di un volumetto
di 264 pagine nel quale si esplorano con una analisi
documentata e intelligente i modi tecnici di cui si avvalgono gli
yogin per «sopprimere la storia». Lo Yoga esprime infatti in
modo piú radicale e conseguente la paradossia esistenziale in
cui versa chi ha in «uggia» la storia, una paradossia la cui
comprensione è fondamentale per intendere il mondo del mito e
della religione in generale. Anche qui è necessaria una
introduzione per il pubblico italiano, e anche per questo sono a
disposizione della Casa [...]
Cordiali saluti
Ernesto de Martino

ABB, lettera a Cesare Pavese, Roma, 9 ottobre 1948. Riprodotta in Pavese e De


Martino, La collana viola cit., pp. 107-10.
L’Einaudi pubblicherà solo Mircea Eliade, Tecniche dello Yoga, prefazione di
Ernesto de Martino, traduzione di Anna Macchioro de Martino, «Collezione di studi
religiosi, etnologici e psicologici». Il mito dello Stato di Cassirer uscirà per Longanesi
nel 1950.

73
[25.]
Luigi Einaudi
JOHN MAYNARD KEYNES, Essays in Biography, Macmillan &
Co., London 1933.

Il libro del Keynes si divide in due parti. La prima potrebbe


essere considerata come un’appendice all’opera Le conseguenze
economiche della guerra che ebbe in tutti i paesi del mondo un
cosí grande successo.
Gli schizzi di uomini politici contenuti nella prima parte
scolpiscono la personalità di parecchi degli uomini che ebbero
parte nelle vicende dell’altra guerra.
La seconda parte invece comprende biografie di economisti.
Non esiste nella letteratura economica niente di piú elegante e
conciso del saggio su Malthus. Gli altri due, Marshall ed
Edgeworth, sono le due figure piú rappresentative della
generazione passata. L’ultimo è un giovane economista morto
prematuramente.
Varrebbe la pena, se i saggi biografici fossero tradotti, di far
precedere una biografia dell’autore tratta da una delle parecchie
che sono state pubblicate dopo la sua morte.
Keynes era soprattutto conosciuto come economista in tutto il
mondo, ma, a differenza della maggior parte degli economisti,
era anche un grande scrittore di lingua inglese, promotore delle
arti, iniziatore di un piccolo teatro. Avendo sposato una
ballerina di grandissima classe, promuoveva l’arte del ballo ecc.
ecc.

AE, cart. 75, fasc. Luigi Einaudi [Roma, 1949].


Politici ed economisti, traduzione di Bruno Maffi, «Saggi», 1951.

74
[26.]
Massimo Mila
BORIS DE SCHLOEZER, Introduction à J. S. Bach, Gallimard,
Paris 1947.

È un bel libro di estetica musicale, lucido, rigoroso e


consequenziario alla maniera francese. Fa giustizia di un sacco
di pregiudizi e di luoghi comuni e di maniere errate d’intendere
la musica, e si sforza di definire per pura virtú di ragionamento
quale sia la natura dell’opera d’arte musicale, dando il massimo
peso agli aspetti formali ed eliminando ogni sorta di deviazioni
psicologiche, contenutistiche e di arbitrio e soggettivo
impressionismo.
Con tutto ciò le sue conclusioni non sono interamente
accettabili in Italia: è un libro troppo astratto, che recide
interamente ogni legame tra l’opera d’arte e l’autore, come se le
opere d’arte nascessero per generazione artificiale, e manca
totalmente nell’apprezzamento dei valori storici.
(Bach non c’entra quasi per niente; solo, tutte le volte che c’è
bisogno di un riferimento e di un esempio musicale, questo è
tratto da composizioni di Bach).
Per maggiore chiarezza, aggiungo copia della recensione che
ho scritto del libro per «La Rassegna Musicale».
In conclusione è certamente un libro di grande merito e che
stimola idee e discussioni. Non è interamente accettabile, ed è di
lettura difficilissima.

[RECENSIONE ALLEGATA: «La Rassegna Musicale», a. XIX,


n. 1, gennaio 1949, pp. 67-69: Boris de Schloezer. –
Introduction à J. S. Bach (Essai d’esthétique musicale) –
Gallimard, Parigi, 1947 – Frs. 475.]
Nessun libro musicale poteva, meglio di questo, entrare a far parte d’una

75
collana editoriale che porta il titolo di «Bibliothèque des Idées»: in verità, non si
potrebbe immaginare libro piú di questo denso d’idee. Delle 307 pagine che lo
compongono, forse non ve n’è neanche una che si possa leggere con quella
distensione, con quel riposo con cui si passa oltre ad ovvie affermazioni e a
concetti conosciuti: ogni pagina fa progredire il ragionamento serratissimo, e ad
ogni svolta del pensiero sono panorami di pensieri nuovi e spesso sconcertanti
che si presentano al lettore, il quale credeva magari di viaggiare in una terra
notissima.
Conosciamo da tempo le idee di Schloezer, la sua battaglia perché la musica
venga intesa nella purezza assoluta della sua natura essenziale, e non come una
specie di afrodisiaco intellettuale, capace di ridestare nell’ascoltatore gratuite e
gradevoli fantasticherie, né come uno strumento narrativo o descrittivo. Il suo
memorabile articolo Comprendere la musica, pubblicato diciotto anni fa nella
«Rassegna Musicale», è rimasto una pietra miliare nell’attuazione delle nostre
concezioni estetiche con riguardo all’arte musicale.
Sono ancora questi pensieri ch’egli sviluppa con la piú rigorosa e lucida
coerenza in questo libro nato da una singolare avventura intellettuale, e tale che
testimonia della probità dello scrittore: egli s’era accinto veramente ad uno
studio dell’arte e della persona di Bach, ma man mano che procedeva nel suo
lavoro cominciò ad accorgersi della imprecisione ed incertezza della maggior
parte dei termini di cui si serviva. «Potevo abbandonarmi a dotte dissertazioni
sulla musica di Bach, quando ignoravo che cosa sia propriamente un’opera
musicale, come sia costituita, che cosa significhi esattamente ascoltarla,
comprenderla, se essa sia capace o no di espressione (e del resto, che cosa è
l’espressione?), che cosa siano la sua forma, la sua materia, il suo contenuto (se
ha un contenuto), e quale sia il rapporto tra il ritmo, l’armonia, la melodia?»
In questo periodo della prefazione è sintetizzato l’argomento del libro, dal
quale Bach è in verità scomparso, se non per il fatto che tutte le documentazioni
e gli esempi musicali sono tratti da opere di Bach. Ma altrimenti il libro
potrebbe essere altrettanto un’introduzione a Beethoven che a Brahms, a
Wagner che a Verdi. È una profonda e serrata disamina della natura della
musica.
Abbiamo già detto in che larga misura ci professiamo noi stessi debitori
verso le idee introdotte dallo Schloezer nell’estetica musicale. Il suo
smantellamento di tutte le posizioni edonistiche nei riguardi della musica, la sua
vigorosa affermazione della necessità di una attiva collaborazione intellettuale
da parte dell’ascoltatore, ché la musica non è un comodo nirvana da lasciarsi
piovere addosso comodamente, e soprattutto la sua mirabile identificazione
della natura «fenomenica» del linguaggio musicale, il quale non è un segno di
qualcosa che stia al di là e che si debba raggiungere passando oltre e attraverso
il linguaggio stesso, ma è contenuto e forma, significante e significato: tutto ciò
ci trova pienamente consenzienti e l’abbiamo da tempo adottato come
patrimonio vivo del nostro stesso pensiero e ce ne serviamo di continuo nella
elaborazione del nostro modo di intendere la musica.
E tuttavia non ci sentiamo di seguire lo Schloezer fino al fondo delle
vertiginose conclusioni a cui egli arriva in questo suo fondamentale volume.

76
Non già che sia possibile avvertire nel suo ragionamento una sconcordanza, una
deviazione qualsiasi della rigorosa correttezza del ragionamento. Ma le
premesse culturali da cui egli muove non sono identiche alle nostre, l’ambiente
e il costume filosofico che costituiscono il suo punto di partenza sono quelli di
un lucido intellettualismo cartesiano, che nella sua formidabile potenza di
astrazione ignora completamente la realtà dei valori storici.
In fondo, era fatale, ed è simbolico che proprio allo Schloezer toccasse
quest’avventura intellettuale di muoversi per studiare l’opera determinata e
concreta d’un musicista storicamente individuato – Bach – e di finire invece col
dissertare in astratto dell’opera d’arte musicale. Poiché nella sua fiera diffidenza
d’ogni empiria e d’ogni «psicologismo» egli recide tutti i legami che
congiungono l’opera d’arte al suo creatore, e la proietta in uno spazio vuoto e
astratto, come il frutto di qualche sibillina fecondazione artificiale,
rigorosamente chiusa in sé e sola competente a rispondere di se stessa. Che
un’opera musicale sia nata nel Seicento o nell’Ottocento, in Germania o in
Italia, che l’abbia scritta l’intelligentissimo Strawinsky o l’appassionato Bellini,
tutto ciò non serve a comprenderla: è materiale esterno, aneddotico, psicologico.
«Étude des structures», viene definita l’estetica a p. 159. A pag. 212 se ne
esclude nientemeno che «l’acte créateur de l’artiste, dont l’étude relève de la
psychologie plutôt che de l’esthétique» [«l’atto creativo dell’artista, il cui studio
rientra nell’ambito della psicologia piú che dell’estetica»]. E a un altro punto
(pag. 243) lo Schloezer dichiara: «... l’auteur ne m’intéresse pas pour l’instant»
[«per il momento, l’autore non mi interessa»]: e c’è da chiedersi quando mai gli
interesserà, dato che per lui le opere d’arte sono queste miracolose orfane, sulle
quali bisogna centrare tutto il fuoco dell’attenzione, senza concedersi di gettare
neanche un raggio di luce sopra le circostanze della loro produzione, su ciò che
lo Schloezer assimila al «terrain» di una pianta.
Ma sí, a pag. 276 (il libro ne conta, abbiamo detto, 307), avviene finalmente
la sensazionale ammissione che a certe domande non si può rispondere «tant
que l’on considère l’œuvre en elle-même» [«finché si considera l’opera in
quanto tale»] e che «à partir de ce moment il nous faut changer de point de vue;
et nous sommes nécessairement amenés à rétablir l’œuvre à sa place dans la
série des événements de notre univers, à remonter jusqu’à ses origines, à
rechercher les facteurs ayant contribué à sa naissance, pour trouver sa raison
dernière en son créateur. Ainsi tout théorie esthétique est-elle finalement obligée
d’aborder le problème des rapports entre l’œuvre et l’artiste» [«a partire da
questo momento, bisogna mutare punto di vista; per cui siamo di necessità
condotti a ricollocare l’opera nel posto che le compete all’interno della serie
degli eventi del nostro universo, a risalire alle sue origini, a ricercare i fattori
che hanno contribuito alla sua nascita, fino a trovare la sua ragione ultima in chi
l’ha creata. Perciò, alla fine, qualunque teoria estetica è costretta ad affrontare il
problema dei rapporti tra opera e artista»].
In realtà, tanto ripugna allo scrittore questo accostamento alla concretezza
carnale dei valori storici, che nell’ultimo capitolo del libro, quello che dovrebbe
appunto essere destinato ai rapporti tra l’opera e l’artista, egli inventa la finzione
di un «io mitico», al quale si deve la paternità delle opere d’arte, e che non ha

77
niente da vedere – per carità! – con l’accidentale esistenza empirica di quelle
persone cosí e cosí individuate nel tempo e nello spazio, che si chiamano Bach,
Beethoven e Schubert.
Il che è veramente sequestrarsi dalla realtà per timore delle sue accidentali
imperfezioni empiriche, e condannarsi a vivere in un cosmo perfetto e
indubbiamente tirato a linea d’arte, ma che ha il piccolo difetto di non esistere,
d’essere una comoda finzione cartesiana, non piú reale di quanto sia reale,
poniamo, la geometria. Noi crediamo che sia possibile salvare la purezza d’una
concezione estetica della musica, non inquinata da psicologismi, senza
rinunciare alla realtà, alla concretezza dei valori storici. Come questo sia
possibile, non è possibile né spiegare né abbozzare nel breve spazio di una
recensione; abbiamo personalmente tentato di farlo in un saggio (Capire la
musica, in «Belfagor», Firenze, gennaio 1948), che in non piccola parte muove
proprio dalle idee fondamentali manifestate dallo Schloezer nel suo vecchio
articolo di cui abbiamo già fatto cenno; e poi ne diverge con quello scarto per
cui divergono le idee di una persona cresciuta nell’indirizzo dell’intellettualismo
cartesiano dalle idee d’una persona cresciuta nell’indirizzo dello storicismo
vichiano.
Non è possibile un accordo totale? Non è possibile che da due cammini
differenti si possa pervenire al possesso della stessa verità? A me pare che ce ne
sia la possibilità, approfondendo il concetto di «espressione» e soprattutto
adottando la nozione di «espressione inconsapevole», che in Italia abbiamo
cercato di chiarire in questi ultimi anni: espressione, cioè, come una specie di
osmosi spirituale, per cui tutta la carica di personalità umana d’un artista passa,
magari senza ch’egli se lo proponga e manco se ne accorga, nell’opera d’arte
alla quale egli sta lavorando, tutto impegnato unicamente in problemi di
struttura. Perché la struttura da sola non basta a produrre l’opera d’arte. Ne
conosciamo tutti opere musicali la cui struttura è perfetta, in cui tutti i rapporti
sono soddisfacenti, e manca soltanto quel piccolo particolare che è la bellezza,
cioè l’impronta vivida d’una personalità umana concretamente individuata. E il
ponte sul quale, io credo, lo Schloezer e gli studiosi italiani d’estetica
potrebbero incontrarsi a mezza strada, è quella meravigliosa citazione
proustiana ch’egli fa nell’ultimo capitolo, dov’è mirabilmente descritta quella
qualità del genio che consiste nell’attitudine a stampare la propria personalità –
quale ch’essa sia, alta o bassa, mediocre o sublime – nella propria opera. Questo
«pouvoir réfléchissant» [«potere di riflessione»] è ciò che noi chiamiamo
espressione, e ne rivendichiamo la definizione e lo studio ai compiti
dell’estetica.
(m.m.)

AE, cart. 133, fasc. Massimo Mila [1949].

78
[27.]
Carlo Ludovico Ragghianti
WILHELM WORRINGER, Ägyptische Kunst. Probleme ihrer
Werte, Piper, München 1927.

Caro Einaudi,
conoscevo già da tempo il volume del Worringer sull’arte
egizia. È un volume caratteristico della cultura positivistica
tedesca: di qualità particolarmente pesante, gergosa, fortemente
impersonale. Non credo che tale volume possa avere alcun
significato nella cultura artistica italiana attuale. Il Worringer
era un accademico seguace della Einfühlung, dottrina fisio-
psicologica la cui grossolanità poté essere in parte recuperata
soltanto da uno studioso geniale che fu il Wölfflin. Ma il
Worringer è proprio un ripetitore non originale delle
formulazioni psico-fisiche. Anche questa sua Arte Egizia è una
specie di ruzzolone pseudo storico, irta di astrazioni formali
eguagliate a simboli psico-fisici. In qualche parte,
assolutamente asfissiante. Di questa cultura era largamente
costituita anche la cosiddetta ideologia nazista.
Il mio parere quindi, come vedi, è completamente negativo
circa la opportunità di tradurre un mattone come quello del
Worringer.
È a mia conoscenza che un ottimo studioso nostro, Sergio
Donadoni, il quale è fra i pochissimi in Italia che studiano
quest’argomento ed abbiano anche buon apprezzamento
all’estero, ha composto un volume complessivo sull’arte egizia.
Io ne lessi qualche tempo fa alcune parti dattiloscritte. Vi sono
indubbiamente dei limiti formalisti, ma è una trattazione non
solo incomparabilmente piú ariosa e fine, ma anche
storicamente piú articolata e fondata, di quella del Worringer.
Se lo credi opportuno, visto l’interesse dell’argomento, posso
interpellare il Donadoni. Non so se egli abbia già un editore per

79
la sua opera. Credo che potresti averlo a buone condizioni. In
Italia un volume complessivo sull’arte egizia manca (ve ne sono
di vecchi, inservibili): quelli stranieri o sono banalmente
filologici e criticamente empirici, o sono esercitazioni di
pompieria mentale, come quello del Worringer. Il volume del
Donadoni potrebbe essere una novità in questo campo, anche
per gli studi esteri.
Sappimi dire qualche cosa in proposito, e frattanto credimi
coi piú cordiali saluti
aff.mo Carlo L. Ragghianti

AE, cart. 169, fasc. Carlo Ludovico Ragghianti. Firenze, 15 aprile 1949.
Il consiglio di Ragghianti venne accolto e Arte egizia di Sergio Donadoni fu
pubblicato nella «Biblioteca d’arte» nel 1955.

80
[28.]
Elio Vittorini
FRANCO LUCENTINI, La fossa e altri racconti [1949].

Letto per primo il racconto La porta, trovato piacevole,


gradevole, promettente, ma inconcludente. Letto quindici giorni
dopo il terzo racconto, quello che dà il titolo al libro, trovato
decisamente brutto malgrado non smentisse le qualità di
scrittore rivelate dal primo racconto. Ma letto il secondo
racconto I compagni sconosciuti trovato bellissimo. Bellissimo
senza la minima riserva tranne forse qua e là per qualche
insistenza che si può facilmente correggere. A giudicare dal
secondo racconto, e dalle qualità rimaste potenziali negli altri
due, debbo riconoscere che questo Franco Lucentini è il
migliore di tutti i giovani che si siano presentati finora alla porta
di Casa Einaudi. Un sentimento della realtà potentissimo e
facile, felice. Ma la presenza contorta degli altri due racconti
testimonia anche, purtroppo, di una ricerca metafisica senza
capo né coda. Non si può pubblicare un libro coi tre racconti. La
porta e La fossa devono essere buttati via. Sono sboccati a
vuoto. Sono sciocchi. E tradiscono la bellezza che è
indiscutibile ne I compagni sconosciuti. Tra due o tre anni
quest’uomo ci darà certo un grande romanzo. Voglio dire: sarà
uno scrittore perfettamente in gamba. Che fare intanto? Temo
che se si restituisce il libro al Lucentini pregandolo di mettersi a
scrivere un romanzo per noi e di rinunciare intanto a pubblicare
il presente libro, qualche altro editore gli pubblicherà senza
esitare i tre racconti e addio. Sarà un danno per lui e per noi. Ma
pubblicare tutti e tre i racconti non si può assolutamente. Ripeto
che solo il secondo è degno di pubblicazione. Ecco che ora i
«Corpuscoli» ci avrebbero fatto comodo. Si sarebbe potuto
pubblicare solo il secondo racconto. Non si potrebbe pubblicare
nei «Coralli» Compagni sconosciuti, stampandolo molto largo?

81
Dopotutto non è meno lungo di È stato cosí.

AE, cart. 221, fasc. Elio Vittorini, 5 maggio 1949. Appunto manoscritto di Vittorini
in testa al foglio: «per Natalia [Ginzburg, autrice di È stato cosí]». Riprodotta in Elio
Vittorini, Gli anni del «Politecnico». Lettere 1949-1951, a cura di Carlo Minoia,
Einaudi, Torino 1977, pp. 251-52. Progettata nel gennaio del 1949 e mai realizzata, la
collana dei «Corpuscoli» avrebbe dovuto accogliere brevi saggi di natura polemica,
articoli già apparsi in riviste italiane e straniere, nonché novelle e poesie di esordienti.
I compagni sconosciuti inaugurò, nel 1951, la collana di narrativa contemporanea
diretta da Vittorini, «I gettoni». La porta fu pubblicato in «Nuovi argomenti», n. 1,
marzo-aprile 1953. La fossa era una prima stesura di Notizie degli scavi che darà il
titolo a un volume comprendente questi tre racconti uscito per Feltrinelli nel 1964.

82
[29.]
Piero Sraffa
GEORGES BATAILLE, La Part maudite, Éditions de Minuit,
Paris 1949.

Caro Einaudi,
[...] Ho scorso il libro di Georges Bataille, La Part maudite,
sul quale Balbo chiese la mia opinione. Delle prime due parti ho
capito pochissimo, quasi niente; ma quei frammenti che, qua e
là nella nebbia, ho intravisto, mi sono sembrati molto suggestivi
e mi hanno colpito. Sono poi passato alla 5 a parte, sulla Russia:
questa, sfortunatamente, mi è riuscita perfettamente
comprensibile e non ho nessun dubbio sul suo scarsissimo
valore: mi ha convinto che le idee delle prime parti devono
essere di seconda mano e che l’impressione di originalità era
dovuta alla mia ignoranza delle opere antropologiche da cui
evidentemente sono prese. Quando l’A. viene ad applicarle a
cose piú vicine e a me meno sconosciute del «potlatch» lo fa in
modo meccanico e che mostra la corda; il risultato è assurdo.
Questa impressione l’avevo formata già prima di arrivare a
pagina 208 dove comincia ad esaminare quel «documento
importante, tendenzioso ma autentico» che sarebbe il libro di
Kravchenko: la discussione che segue, per quanto bene
intenzionata, è puerile. Se malgrado tutto decidi di pubblicare
questo libro non mancare di mettere sulla fascetta il detto piú
memorabile dell’A.: «L’acte sexuel est dans le temps ce que le
tigre est dans l’espace» [...]
Cordialmente tuo
Piero Sraffa

AE, cart. 202, fasc. Piero Sraffa. Lettera manoscritta, [Cambridge] 17 maggio 1949.
Di Bataille, Einaudi pubblicherà solo L’azzurro del cielo («Einaudi Letteratura»,
1969). La parte maledetta sarà tradotto da Bertani nel 1972.

83
[30.]
Delio Cantimori
FERNAND BRAUDEL, La Méditerranée et le monde
méditerranéen à l’époque de Philippe II, Armand Colin,
Paris 1949.

Sono contrario alla traduzione e alla pubblicazione in italiano


del grosso volume del Braudel, La Méditerranée..., ecc. del
quale mi sono state inviate le bozze in sedicesimi ai primi di
maggio.
Le ragioni sono le seguenti: non ritengo utile, anzi dannoso,
diffondere, per mezzo della traduzione di un’opera cosí ben
scritta, brillante, affascinante anche per la sua facilità ed
evasività e superficialità di riflessione e di concetti – il metodo,
o il sistema, o il regime o l’arte o la retorica, chiamateli come
credete, del gruppo di L. Febvre, Morazé, Braudel, ecc. ecc.
Come cercherò di dimostrare in un saggio che spero di
pubblicare presto, si tratta ormai di una geo-socio-storia, che
associa in una presentazione tanto brillante e suggestiva, quanto
evasiva, tanto piccante, quanto indigesta, i motivi della
geopolitica, delle sociologie pseudostoricistiche tedesche
(Troeltsch, Weber, Simmel, Spengler, Keyserling, ecc.), degli
schemi pseudoscientifici degli Ellero e dei Toynbee messi
insieme. Tutto è «significativo» in questo sfavillante
Mediterraneo; ma in questo luccichio di significazioni e di
evocazioni, una specie di Via col vento della storiografia, si
rimane abbagliati: e non si capisce piú niente. Non è realismo
storiografico; è bruto naturalismo. Noi abbiamo avuto un
precedente: il Medioevo italiano di G. Volpe per Vallecchi
(1926, o 1928). Per dir tutto, non si dice niente.
Con ciò non si nega né vasta preparazione, né larga
informazione, né relativa novità di risultati, né interessanti
conclusioni, né pagine sostanziose; è un libro che mi affretterò

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ad acquistare, ma che non ritengo utile sia fatto conoscere da
Einaudi al pubblico italiano. Vuol rispondere forse alla stessa
esigenza alla quale risponde il romanzo storico sovietico p. es.;
ma la impostazione pseudoscientifica rende estremamente
pericoloso questo metodo, specialmente da noi: stiamo appena
uscendo dalla prosopopea e dal vuoto idealistico ammantati di
concetti, parolone, pensieroni ecc., e ora dobbiamo sostituirlo
con il vuoto neopositivistico e neosociologico, ammantato di
allusioni, richiami, evocazioni, significazioni, suggestioni,
puntini di sospensione? Certo, fa sentire la complessità della
storia: ma certe cose non basta sentirle e rimanere a bocca
aperta: si corre il rischio di rimanere in superficie, senza
penetrare mai al di sotto. Se qualche tendenza c’è, sarebbe
quella, proprio, di una terza forza storiografica, che solletica
tutti e non soddisfa nessuno, anche se a qualcuno il solletico può
piacere. Perciò, senza negare nessuno dei meriti del lavoro del
Braudel, considero pericolosa e dannosa la traduzione di questo
libro. Da tempo studio questa tendenza. Queste sono le
conclusioni generali. La dimostrazione seguirà a suo tempo,
intanto, quanto al parere sulla opportunità di tradurre il libro, mi
pare che basti.

AE, cart. 38, fasc. Delio Cantimori. Scheda manoscritta, Pisa, 22 maggio 1949.
Riprodotta in Delio Cantimori, Politica e storia contemporanea. Scritti 1927-1942, a
cura di Luisa Mangoni, Einaudi, Torino 1991, pp. 795-96.
Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II di Braudel uscirà, tradotto
da Carlo Pischedda, nel 1953 nella «Biblioteca di cultura storica».

85
[31.]
Carlo Muscetta
CARLO LEVI, L’Orologio [1949].

Caro Einaudi,
ho ricevuto le bozze del Dorso [La Rivoluzione meridionale]
che rimanderò domani.
Colgo l’occasione per informarti che Carlo Levi mi ha dato in
lettura il dattiloscritto dell’Orologio, una specie di leggenda
abbastanza veridica di Roma da dopo la Liberazione alla caduta
del Ministero Parri. Un libro di questo genere che abbia al
centro la vita di Roma, nell’Anno santo dovrebbe costituire
indubbiamente il tuo piú grande successo internazionale. Non
credo che Carlo Levi ti tradisca, non fosse altro che per una
ragione di pigrizia. Egli ritiene che tu lo abbia fregato ma questa
non credo che sia una ragione sufficiente a fargli cambiare e a
lasciarsi fregare da qualche editore fascista. Carlo Levi ritiene
che tu abbia addirittura eseguito una edizione clandestina di cui
non gli hai dato il rendiconto. Sono sfoghi che ha fatto a me con
l’intenzione soprattutto di migliorare la sua situazione di autore
per questo secondo libro. Naturalmente tutto ciò che ti ho
riferito è strettamente confidenziale e spero che ti serva per
regolarti nei futuri rapporti con l’ineffabile don Carlo.
Dimenticavo di dirti che il libro, se nella sua struttura ideologica
conserva ancora le megalomanie intellettualistiche che tanto
furono fatali ai piccolo-borghesi del P.d’A., dal punto di vista
letterario non è inferiore al Cristo anzi, data la presenza nel
libro di numerosi personaggi, politici e non, di cui solo il nome
è travestito, susciterà un vespaio di curiosità mondana piú
ancora dell’altro libro.
Il volume consta di 520 pagine dattiloscritte a spazio triplo
che faranno circa 350 nell’edizione dei Saggi. Qualche
lungaggine specie di carattere ideologico, è stata già tagliata su

86
mio consiglio e altre ancora spero che lo saranno. In
conclusione, il libro anche per molti spunti anticlericali esce
proprio al momento propizio e ho l’impressione che incontrerà
un successo non inferiore al Cristo.
Credimi con i piú cordiali saluti.
Tuo C. Muscetta

AE, cart. 141, fasc. Carlo Muscetta. Lettera a Giulio Einaudi, Roma, 1º settembre
1949. Sul complesso rapporto fra Levi e l’Einaudi si veda Luisa Mangoni, Da «Cristo
si è fermato a Eboli» a «L’Orologio»: note su Carlo Levi e la casa editrice Einaudi
(2003), in Id., Civiltà della crisi. Cultura e politica in Italia tra Otto e Novecento,
Viella, Roma 2013, pp. 337-59.
L’Orologio uscí nel 1950 nei «Saggi», dove nel 1945 era apparso anche Cristo si è
femato a Eboli.

87
[32.]
Bruno Fonzi
CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI, Saggi sul cinema [1949].

La premessa del libro già rivela la sua debolezza strutturale.


È una raccolta di articoli allo stato grezzo, che neanche tentano
di dissimulare la loro origine giornalistica, anzi, giornaliera.
L’opportunità dell’ordinamento cronologico che l’Autore ha
voluto conservare «perché meglio si vedesse il procedere della
sua riflessione», è quanto mai discutibile: Ragghianti non è un
cineasta cosí noto da poter interessare al pubblico il procedere
della sua riflessione. Un suo contributo all’estetica
cinematografica – specie in rapporto alle arti figurative – può
essere interessante, ma se espresso in maniera ordinata e
organica, non attraverso una raccolta di articoli e articoletti
(alcuni sono addirittura Note su «Bianco e Nero») dove tra
l’altro, com’è inevitabile nella collaborazione giornalistica, le
stesse cose sono ripetute piú volte.
I primi articoli, di sedici o diciassette anni fa, fanno citazioni,
agitano problemi, combattono polemiche già sopite e
dimenticate da un pezzo. Ci sono lunghe citazioni di Bragaglia,
di Gordon Craig, fatte in tono di grande attualità; ripubblicare
questa roba adesso sembrerebbe voler risvegliare dei cadaveri.
Certi articoli sono recensioni di libri usciti quindici o vent’anni
fa, alcuni rimasti poco noti, che oggi, in Italia, sí e no duecento
persone conosceranno.
Altri hanno poco a che fare col Cinema (La regia teatrale,
che prende spunto dall’Accademia d’Arte drammatica di
Roma).
Naturalmente in quasi tutti gli articoli si può trovare qualcosa
d’interessante, ma sono pezzetti di fungo natanti in una
brodaglia giornalistica piuttosto stantia.
Bisognerebbe che Ragghianti fondesse la materia,

88
rielaborandola in un unico saggio, magari breve, di un centinaio
di pagine, che, con le fotografie, farebbe un volume decente.
Cosí come sono, questi articoli – a mio avviso – non fanno
libro.
Buono il materiale fotografico.

AE, cart. 169, fasc. Carlo Ludovico Ragghianti, 14 settembre 1949.


I saggi cinematografici di Ragghianti furono pubblicati con il titolo Cinema arte
figurativa nei «Saggi» nel 1952.

89
[33.]
Elio Vittorini
ITALO CALVINO, Bianco veliero [1949].

Ne sono molto perplesso. Costantina è esattamente la servetta


del Sor Pampurio nel «Corriere dei Piccoli». Tutti gli altri
personaggi vanno bene al primo momento, all’incontro, ma non
riescono a durare piú del tempo della macchietta. E questo non
sarebbe ancora grave. Il libro potrebbe vivere lo stesso, nel
passare appunto da una macchietta a un’altra, nella rapidità d’un
tale passare, nel movimento della vicenda. Solo che, fino a pag.
55, ci siamo abbastanza; c’è una vivacità che giustifica in tal
senso. Come c’è di nuovo sulla fine, da circa pag. 197 in poi
(sebbene ormai in modo sforzato). Ma tra pag. 55 e pag. 197
non c’è nessuna vivacità vera che giustifichi. C’è una gran fretta
da bambocciata. C’è infantilismo e basta.
Pubblicare? La casa editrice può certo pubblicare. Si trattasse
del libro di un ignoto direi decisamente di no. Perché allora la
responsabilità sarebbe tutta della casa editrice. Trattandosi del
libro di uno scrittore che ha già il suo pubblico la responsabilità
ricade unicamente sullo scrittore e la casa editrice resta
perfettamente salva. Pubblica e se ne lava le mani.
Tuttavia Calvino è anche un amico. Non dobbiamo dire a
Calvino amico che fa male a se stesso, forse non poco,
pubblicando un libro simile? Io gli direi di riprenderlo,
rileggerlo a freddo, e vedere se non può riscrivere, dico
riscrivere, tutte le pagine dalla 56 alla 197.

AE, cart. 221, fasc. Elio Vittorini. Scheda allegata a una lettera a Natalia Ginzburg
del 26 settembre 1949. Riprodotta in Vittorini, Gli anni del «Politecnico» cit., pp. 271-
72.

90
[34.]
Cesare Musatti
OLIVER BRACHFELD, Les Sentiments d’infériorité, Éditions
du Mont-Blanc, Genève-Annemasse 1945 (Los
sentimientos de inferioridad, Luis Miracle, Barcelona
1935).

a) Teoreticamente: è un libro insieme farraginoso (dove si


mescolano considerazioni psicologiche, divagazioni
filosofiche, reminiscenze letterarie) e superficiale.
b) Politicamente: un po’ pericoloso forse per lo sfondo
antitotalitario di maniera: rispecchiante la mentalità
occidentale antinazista del periodo bellico: quella stessa che
ora viene ripresa ed adattata in funzione anticomunista.
c) Editorialmente: suscettibile di notevole successo per
l’interesse che l’idea nebulosa del sentimento di inferiorità
suscita in tutti gli uomini.

Non lo pubblicherei. Eventualmente datelo prima da leggere


ad un politico, in relazione ai dubbi espressi in b).

ABB, fasc. Cesare Musatti. Scheda manoscritta del 1950. Sul contributo di Musatti
alla «Biblioteca di cultura scientifica» e (dal 1951) alle Edizioni Scientifiche Einaudi,
si veda Giulia Boringhieri, Per un umanesimo scientifico. Storia di libri, di mio padre
e di noi, Einaudi, Torino 2010 (in particolare pp. 254-65).

91
[35.]
Ranuccio Bianchi Bandinelli
C. W. CERAM, Götter, Gräber und Gelehrte. Roman der
Archäologie, Rowohlt, Hamburg-Stuttgart 1949.

Caro Pavese,
sono a Roma per quattro soli giorni, e poi ritorno a Cagliari, e
ho trovato, qui arrivando, la tua lettera del 7 e il libro di C. W.
Ceram edito dal Rowohlt.
Posso accontentarti subito, col dirti che lo avevo già visto a
Berlino, dove ha avuto molto successo. Adesso gli ho dato
un’altra occhiata, e questa mi ha confermato che il libro è ben
fatto: è una divulgazione di tono piacevole, basata su dati
controllati e anzi, in qualche punto, con una esposizione ampia e
precisa. Come avrai visto, tratta della scoperta della Grecia
preellenica, delle scoperte dei geroglifici e delle antichità
egiziane, poi di quelle babilonesi e di quelle messicane.
Se poi il pubblico italiano si interessa a questo genere di libri,
non lo so. Certo che non esiste in Italia un altro libro analogo; e
sulle civiltà orientali, come su quelle precolombiane, non esiste
assolutamente nulla. Data questa impreparazione, forse
bisognerebbe adattare qualche parte della trattazione alla
mentalità e ai presupposti culturali italiani; nel capitolo sulle
scoperte a Creta, accennare anche con poche parole, agli scavi
italiani, che sono per certo lato piú importanti di quelli tanto
famosi di Knossos. (Ma gli archeologi nostri non hanno saputo
né popolarizzarli, né trattarli scientificamente in modo
esauriente: dopo quarant’anni dagli scavi, si aspetta ancora la
redazione ufficiale degli scavatori!)
Concludendo, se il genere di libro può essere accettato, io
consiglierei la traduzione. E potrei anche suggerire qualcuno
che facesse una revisione del testo tradotto tenendo conto delle
conoscenze correnti in Italia.

92
Le tabelle cronologiche in fondo al volume certamente voi
vorrete abolirle: ma sarebbe bene sostituirle almeno con delle
tabelle piú sommarie. Molta gente che ha fatto l’Università non
ha alcuna idea della successione delle date della civiltà antica
[...]
Cordiali saluti
R. Bianchi Bandinelli

AE, cart. 21, fasc. Ranuccio Bianchi Bandinelli. Lettera manoscritta, Roma, 11
febbraio 1950.
Civiltà sepolte. Il romanzo dell’archeologia, prefazione di Ranuccio Bianchi
Bandinelli, traduzione di Licia Borrelli, «Saggi», 1957.

93
[36.]
Carlo Muscetta
GIOSE RIMANELLI, Tiro al piccione [1949].

Caro Pavese,
ti mando a parte il libro di Giose Rimanelli, che tu hai avuto
modo di conoscere a Roma. Non so se tu sai qualcosa della sua
curiosa e interessante storia personale. Comunque il libro, pur
non essendo autobiografico nel senso stretto della parola, è un
fortissimo documento degli anni che Rimanelli trascorse al
Nord, quando non aveva ancora venti anni. Ora ne ha soltanto
24 e questo suo primo libro, con tutte le imperfezioni e le
evidenti derivazioni letterarie neorealistiche, mi sembra che sia
molto vivo e umanamente importante. Credo che gli si possa
dare anche fiducia dal punto di vista artistico, a giudicare come
morde nella materia e (questo ho potuto constatarlo io) come è
stato bravo a correggere e ad eliminare con severità le pagine
morte. Ci ha lavorato a lungo; e ora mi sembra che, con tutti i
limiti della sua acerbità, sia un libro da pubblicare.
Da un punto di vista editoriale si tratterà di un successo
sicuro, perché non gli potrà mancare da ogni parte
l’incoraggiamento che merita la sua particolare situazione
morale e politica. Gli saranno contro, naturalmente, i fascisti
irredimibili; ma i suoi coetanei resteranno scossi a leggere con
quanto coraggio e franchezza morale questo giovane ha saputo
guardare alla sua dura e tristissima esperienza.
Sono desideroso di leggere il tuo parere, che mi auguro
favorevole. Ho mandato il libro a te, anche per espresso
desiderio dell’autore che si ripromette dalla tua simpatia per lui
un incoraggiamento e, se lo credi necessario, anche qualche
colpo di pollice, che solo l’autore di Prima che il gallo canti
può essere in grado di dare a un libro come il suo.
Inutile dirti che Rimanelli ha lavorato a questo racconto

94
facendo contemporaneamente cento mestieri. Ma il mestiere che
lo attrae di piú e a cui si dedica con una disperata passione, è
quello dello scrittore: perciò, come capita a chi ha di queste
vocazioni, fa la fame, spesso nel senso letterale della parola. La
pubblicazione del suo libro potrebbe in qualche modo aiutarlo,
infondergli un po’ di fiducia, e assicurargli una relativa
tranquillità sul suo avvenire.
In attesa della tua risposta, tanti cari saluti anche da parte di
Rimanelli
tuo C. Muscetta

AE, cart. 141, fasc. Carlo Muscetta. Roma, 29 aprile 1950. Giose Rimanelli era un
reduce della guerra di liberazione in cui aveva militato nelle file della Repubblica
Sociale.
Respinto dall’Einaudi (che lo avrebbe riaccolto nei «Tascabili» solo nel 1991), Tiro
al piccione fu pubblicato ne «La medusa degli italiani» Mondadori nel 1953. Cfr.
infra, scheda n. 38 (Pavese, 11 maggio 1950).

95
[37.]
Cesare Musatti
LEOPOLD SZONDI, Schicksalsanalyse. Wahl in Liebe,
Freundschaft, Beruf, Krankheit und Tod. Erbbiologische
und psychohygienische Probleme, Benno Schwabe & Co.,
Basel 1944.

L’opera di Szondi è la esposizione di una complessa dottrina


elaborata dall’autore e in cui confluiscono da un lato concetti e
punti di vista tratti dalla psicoanalisi freudiana e dalla psicologia
di Jung, dall’altro i principî della moderna genetica.
Questo libro pubblicato nel ’44 (come quello che lo ha
seguito nel ’47 e che contiene la esposizione di una nuova
tecnica sperimentale per la diagnosi degli istinti) ha sollevato
fra gli studiosi molte critiche e diffidenze: indubbiamente
Szondi è alquanto fantastico e incline alle facili
generalizzazioni, cosí che le sue affermazioni vanno accolte con
grande cautela. Tuttavia vi è della genialità nella sua
impostazione dei problemi. Ciò spiega come in Isvizzera, in
Francia e anche negli S.U., mentre qualche anno fa non veniva
preso troppo sul serio, oggi si provino i suoi procedimenti e si
discutano i suoi libri.
Dal punto di vista editoriale il giudizio può essere diverso.
Gli stessi elementi che scientificamente appaiono negativi
possono anche costituire fattori di successo editoriale. E l’idea
che si possa in qualche modo determinare il proprio e l’altrui
«destino» e che questo possa farsi «su basi scientifiche» esercita
indubbiamente un fascino su vasti strati del pubblico.
I problemi spinosi della scelta matrimoniale e professionale, e
quelli della malattia e della morte come scelta e come destino,
sono fatti per attrarre fortemente l’interesse, anche se
l’elencazione dei casi e i complessi alberi genealogici che li
accompagnano, appesantiscono un po’ il libro.

96
In conclusione: libro culturalmente non molto importante, ma
editorialmente un probabile successo.

ABB, fasc. Cesare Musatti. Scheda manoscritta del 5 maggio 1950.

97
[38.]
Cesare Pavese
GIOSE RIMANELLI, Tiro al piccione [1949]

Caro Mus,
smettila coi tuoi capricci di prestigio. Ci sono cose piú gravi a
questo mondo.
Letto il Piccione. Come da verbale di consiglio va a Vittorini
– dato che non si può pensare alla «Pbsl» [«Piccola Biblioteca
Scientifico-letteraria»] (sensualismo) né ai «Coralli»
(sperimentalismo). Il mio parere è che il libro, con tanta materia
sanguinolenta, orrida e oscena, pecca per sentimentalismo. Del
resto esser sentimentali vuol dire essere deboli (letterariamente):
cedere alle sensazioni e agli umori, e quindi al gusto per il truce,
il violento, il colorito, il sensuale. Le scene di guerra o di
tentazione, in genere molto forti ed evidenti, guadagnerebbero
tutte ad essere «messe in sordina». Aggiungi che sul
fiammeggiare aggettivale e verbale della sua prosa descrittiva,
Giose ha sparso il pepe del turpiloquio neorealista. Insomma,
potare, sfrondare, neutralizzare, verniciare.
Giose dovrebbe leggere molto i maestri dell’understatement:
Stendhal, Hemingway, Pavese.
Il libro, a mio parere, non è un libro politico – non vi esiste il
caso del fascista che si disgusta o converte; bensí il giovane
traviato, preso nel gorgo del sangue, senza un’idea, che esce per
miracolo, e allora comincia ad ascoltare altre voci. È una tesi
notevole e tale da interessare tutto il mondo, non solo gli
italiani.
Io sono per stamparlo, questo libro, ma bisogna fare i conti
con Calvino e Vittorini.
Pavese

AE, cart. 141, fasc. Carlo Muscetta. Lettera a Muscetta, Torino, 11 maggio 1950 (si

98
può leggere anche in Pavese, Lettere 1945-1950 cit., p. 521).
Il 10 maggio Pavese e Calvino avevano presentato il romanzo in consiglio
editoriale suggerendone la pubblicazione ne «I gettoni» di Vittorini, il quale tuttavia lo
respinse. Su Rimanelli, cfr. supra, scheda n. 36 (Muscetta, 29 aprile 1950).

99
[39.]
Italo Calvino
MARGUERITE DURAS, Un Barrage contre le Pacifique,
Gallimard, Paris 1950.

Caro Elio,
da tempo non mi capitava di leggere un libro bello come il
Barrage contre le Pacifique. L’ho letto da pochi giorni e non
parlo d’altro: ma siccome non so che emettere esclamazioni
d’entusiasmo, nessuno mi crede. Ora l’ho mandato a Natalia che
è in montagna. Intervieni anche tu, per favore, io sarei per un
«Corallo» con grande lancio, perché è un libro divertente di
lettura facile, come pochi. Ma in Francia cosa ne dicono? Non
ho ancora letto niente sui giornali francesi. La prima parte mi
sembra una cosa purissima e nuova. Nella seconda forse c’è una
mano piú pesante. Ma io non mi aspettavo di vedere un libro
cosí uscire dalla letteratura francese d’oggi. Di’ alla Duras che
la amo moltissimo. Quella vecchia! Quel paesaggio!
L’automobile! Quella ragazza! Quei dialoghi! Lui, il giovane! E
quel tale del diamante! Gli indigeni! È un gran bel libro
senz’altro.
Ciao

AE, cart. 221, fasc. Elio Vittorini. Velina, Torino, 22 luglio 1950. Già pubblicata in
Italo Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, a cura di Giovanni Tesio, Einaudi,
Torino 1991, p. 29.
Tradotto da Giulia Veronesi, Una diga sul Pacifico sarà pubblicato ne «I gettoni»
nel 1951.

100
[40.]
Norberto Bobbio
FRIEDRICH NIETZSCHE, Nachgelassene Werke. Aus den
Jahren 1869-1872 e Nachgelassene Werke. Aus den Jahren
1872/73-1875/76 (voll. IX e X delle Nietzsches Werke),
Naumann, Leipzig 1903.

Colli ci propone di tradurre nella «Filosofica» le opere


postume di Nietzsche, e piú precisamente – dato che per ovvie
ragioni non si possono tradurre tutte intere le opere postume che
comprendono nell’ediz. Naumann otto volumi – i primi due
volumi che comprendono una serie di scritti e di frammenti che
accompagnano la elaborazione della prima opera pubblicata La
nascita della tragedia e che vanno dal 1870 al 1875.
Ritengo che la proposta di Colli meriti qualche attenzione.
Anzitutto, com’è noto, l’opera postuma di Nietzsche è stata
considerata, ai fini della conoscenza del suo pensiero, non meno
importante di quella edita. H. J. Bolle nella sua edizione
francese delle opere postume (1934) dice tra l’altro: «Par sa
substance, elle (l’opera postuma) constitue une partie
importante de l’œuvre totale, à certains égards on peut la
considérer comme une œuvre indépendante. Elle n’est pas un
commentaire; elle est un texte: on peut même dire qu’elle
constitue véritablement le texte dont l’œuvre publiée ne fut que
le commentaire» [«Dato il suo contenuto, essa costituisce una
parte rilevante dell’intera opera, per certi versi la si può
considerare come un’opera indipendente. Non è un commento;
è un testo: si può addirittura affermare che essa costituisca il
testo reale, di cui l’opera edita è stata il semplice commento»].
In secondo luogo, forse la parte piú importante e meno
frammentaria dell’opera postuma (ad eccezione della Volontà di
potenza, che forma un’opera a sé ed è stata del resto piú volte
tradotta) è proprio quella contenuta nei primi due volumi, dove

101
ci è dato cogliere il pensiero di N. alle sue origini, con alcune
caratteristiche – ritorno alle origini, senso della fine della civiltà
e quindi della filosofia, lotta contro la scienza e lo spirito
borghese cristiano – che contrassegnano il suo pensiero piú
maturo, ma senza le stravaganze, lo smisurato orgoglio, il senso
dell’altezza rarefatta, le violenze verbali delle opere successive.
Peraltro, due volumi di Nietzsche sono ancora troppi, senza
contare [che] con una traduzione integrale si accoglierebbero
anche cose secondarie e minime. Penso che si potrebbe rendere
accettabile la proposta di Colli consigliandolo a scegliere dai
due volumi le opere piú significative e meno frammentarie in
modo da formare un solo volume di 400 o 500 pagine. Se
dovessi consigliare a Colli una scelta gli proporrei i tre seguenti
scritti o gruppi di scritti:
Über die Zukunft unserer Bildungsanstalten (vol. IX, pp.
297-439);
Die Philosophie im tragischen Zeitalter der Griechen, di
cui deve esserci già una traduzione italiana, ma non molto
nota (vol. X, pp. 5-106);
Theoretische Studien, frammenti di un’opera compiuta Der
letzte Philosoph (vol. X, pp. 109-208).

ANB [ottobre 1950]. Di Nietzsche, l’Einaudi aveva già pubblicato Considerazioni


sulla storia, a cura di Lia Pinna-Pintor, prefazione di Giaime Pintor («Universale
Einaudi», 1943) e Ecce homo, a cura di Sergio Romagnoli («Universale Einaudi» n.s.,
1950). Le ripetute proposte di Giorgio Colli in merito alla pubblicazione delle opere
postume di Nietzsche prima e dell’opera omnia poi furono oggetto di lunghe
discussioni e polemiche, ricostruite in Luisa Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice
Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta, Bollati Boringhieri, Torino 1999, pp.
757-59 e 765-69. Cfr. infra, scheda n. 47 (Colli [primavera 1952]).

102
[41.]
Alessandro Pizzorno
ROBERT MUSIL, Der Mann ohne Eigenschaften, 3 voll.,
Rowohlt, Berlin 1930-43.

Egregio dottore,
alquanto tempo dopo una lettera – non so se da Lei inviatami
– che mi invitava a leggerli ed eventualmente a tradurli, ho
ricevuto i tre volumi del romanzo L’uomo senza qualità di
Musil. Non ho ancora terminato di leggerli (è una prosa
intessuta di riflessione e di analisi, che richiede lettura lenta e
attenta, difficile, insomma: considerazione di cui tener conto
anche per il calcolo di un successo di gran pubblico della
traduzione), ma ho già raccolto osservazioni che credo saranno
sufficienti per i fini editoriali.
Che si tratti di un’opera importante e di cui sia augurabile
possedere una traduzione italiana, va da sé. Un’opera che ha
l’ambizione di offrire un’epopea analitica – a volerne dare la
definizione, l’etichetta, un po’ grossamente – dell’Impero
austriaco alla sua fine, e nello stesso momento, offrire la
creazione del tipo individuale dell’«u. s. q.», che potremmo
chiamare una sorta di superuomo passivo (a confermare queste
definizioni vorrei però attendere a lettura completa; e del resto,
già la nozione di società austriaca, tende, avanzando il romanzo,
a divenire immagine dell’umanità intera). Ricchissima, di alta
tenuta intellettuale, ma soprattutto di una costante intelligenza
psicologica, vicina, per tale qualità, all’opera di Svevo, ma in
campo molto piú vasto. (Non lontana da un aspetto dell’opera di
Proust, ma, nel complesso, molto meno coerente).
Sarà del resto Loro noto che «Der Monat», la piú importante
rivista culturale tedesca, ha dedicato a Musil il numero di nov.
scorso; che il Rowohlt Verlag di Amburgo ha annunziato per
quest’anno l’edizione critica dell’opera completa; e che, benché

103
per ora assai poco letto, Musil tende in Austria ad assumere la
posizione di Nationaldichter.
Ciò detto, due facili previsioni: che in Italia il romanzo non
avrà né successo di pubblico, né di critica. Non di pubblico: per
quanto ho già in parte spiegato; per l’assenza di azione; perché
l’analisi psicologica presuppone già un’autocoscienza nel
lettore, e, in gran parte, un’analogia dei suoi stati psicologici
con quelli dei personaggi; i quali non sono creazioni viventi,
bensí “stati”, a lungo approfonditi, ma non conclusi, per cui al
lettore si chiede uno sforzo intellettuale di “ricomposizione”.
Non di critica (italiana, cioè piú o meno crocianizzata, o
purista, o fieraiola, e simili; mentre i non-letterati non avranno
tempo di leggerlo): per il modo ambiguo del racconto, che tende
a conservarsi vicino alla riflessione, ma pure si sa, e si rivela
continuamente, oggettivo; per l’ibrida inserzione di saggi, che
partono come riflessione del personaggio, ma proseguono
indipendenti, aperte considerazioni dell’autore (interi capitoli
sono veri e propri saggi culturali, e ne sono assenti personaggi);
per la farragine del contenuto, che non certo risolve una prosa
pesante, che non accetta di abbandonare nulla, che riproduce
ogni punto del procedimento di pensiero dell’autore,
indipendentemente da una necessità del suo essere espresso; per
la cura di essere vero, preciso, piuttosto che artisticamente
scritto e costruito.
Aggiungo una determinazione che Musil stesso ha dato della
propria opera: distinguendola dal Th. Mann post-Zauberberg,
che si è rivolto al mito, la definisce una riduzione a riflessione
intellettuale dei motivi dell’azione epica. Ed è una definizione
giusta, anche se non esauriente.
Questi i dati. [Verrà] tradotto? Non sto ora a dire le difficoltà
di tanta traduzione, paragonabili forse alle difficoltà di una
traduzione da Joyce. Occorrerebbe molto tempo, e chiederei, nel
caso, di dividerne il peso con un altro traduttore (dato anche il
fatto che le due parti del romanzo sono abbastanza
indipendenti).

104
Aspetto ora da Loro una risposta. Mi interesserebbe fra l’altro
anche sapere qual è la mia posizione presso la casa editrice.
Segnalo Loro, occasionalmente, un libro di Bert Brecht che
ho ricevuto in questi giorni da Berlino: Songs aus
Dreigroschenoper. È una breve raccolta di ballate e canti, alcuni
post-nazisti. Forse varrebbe la pena pubblicarlo in Italia. Mi
sembra del resto che sarebbe bene far conoscere di piú in Italia
B. B.
Ed ora, dopo averla un’altra volta occupata piú a lungo del
previsto, la saluto cordialmente
Alessandro Pizzorno

AE, cart. 162, fasc. Alessandro Pizzorno. Lettera a [Bruno Fonzi], Nizza 5 gennaio
1951. «Le siamo grati – rispondeva Natalia Ginzburg il 26 gennaio 1951 – per il suo
chiaro e diffuso giudizio sul libro di Musil. Il libro ci interessa molto; non siamo
ancora assolutamente decisi a stamparlo, ma fortemente invogliati. La preghiamo
tuttavia di mandare ancora a noi i tre volumi, che vorremmo sottoporre a un secondo
giudizio». Il futuro sociologo Pizzorno aveva appena iniziato a collaborare con
l’Einaudi come lettore di libri tedeschi e francesi (era allora assistant d’italien
all’École Normale d’Instituteurs di Nizza). Nel 1959 avrebbe partecipato al progetto
della collana di scienze sociali, ideata da Raniero Panzieri, «La nuova società», dove
nel 1960 sarebbe apparso il suo Comunità e razionalizzazione.
L’uomo senza qualità, traduzione di Anita Rho, 3 voll., «Supercoralli», 1957-1962.
Cfr. anche infra, scheda n. 42 (Bazlen, 12 giugno 1951).

105
[42.]
Roberto Bazlen
ROBERT MUSIL, Der Mann ohne Eigenschaften, 3 voll.,
Rowohlt, Berlin 1930-43.

Mi dispiace che ci sia tanta fretta. È una faccenda complicata,


e per farvi capire bene di cosa si tratta, volevo scriverne molto a
lungo, e tradurvi qualche brano. Ma dato che la fretta c’è, ti
rimando oggi i tre volumi, e ti butto giú, alla meglio, qualche
parola che vi potrà – spero – aiutare a decidere:
come livello, non si discute, e (malgrado le riserve che vi farò
ed infinite altre che si possono fare) va pubblicato ad occhi
chiusi. Come valore sintomatico in ogni singola pagina, come
valore assoluto in moltissime parti, rimane una delle faccende
piú grosse tra tutti i grandi esperimenti di narrativa non
conformista, fatti dopo la prima guerra mondiale, quasi tutte
opere basate sul predominio di un’unica funzione, usata fin oltre
i limiti permessi dalla pedanteria (Joyce, per esempio,
l’associazione sonora; Musil, la precisione di pensiero).
Da discutersi molto, invece, da un punto di vista editoriale-
commerciale. Qui, devo fare l’avvocato del diavolo. E come
avvocato del diavolo, ho quattro argomenti. Il romanzo è
1°) troppo lungo
2°) troppo frammentario
3°) troppo lento (o noioso, o difficile, o come vuoi chiamarlo)
4°) troppo austriaco.

1°) troppo lungo: 1674 pagine definitive; – 307 pagine


considerate in un primo tempo definitive da Musil, tanto che
erano già stampate. Poi s’è pentito, ha ritirato le bozze, e stava
riscrivendole fino al giorno stesso della morte (dunque, in
questa parte, capitoli non rifatti, capitoli rifatti, un capitolo
troncato a metà); – 150 pagine di capitoli finiti e non finiti,

106
senza continuità tra di loro, e nei quali non c’è quasi nessun
accenno a come il romanzo avrebbe dovuto chiudersi (benché,
in linea generalissima, lo si intuisca, e te ne scriverò).
2°) troppo frammentario: la prima parte è svolta
completamente; seguono capitoli disordinati; nessun accenno
alla conclusione. Non è uno di quei grandi torsi, come per
esempio i tre romanzi di Kafka, dei quali – malgrado le lacune, i
capitoli scritti a metà, le imprecisioni e le contraddizioni – vedi
il libro fino alla fine. Qui, intuisci l’arco storico (il romanzo
comincia nell’agosto del ’13, e sai che tutto andrà in malora
nell’agosto del ’14; però molto prima di Sarajevo, direi in
primavera del ’14, si ferma), ma cosa succede dei singoli
personaggi?
Io stesso, benché il libro valga per infinite altre ragioni che
non siano il racconto vero e proprio, dopo esser vissuto
praticamente due mesi leggendolo ogni giorno, sono rimasto un
po’ a bocca asciutta, perché, tirate le somme, vorrei anche
sapere chi vive, chi si sposa e chi crepa [...]
3°) troppo lento (o noioso, o difficile): malgrado tutta l’azione
della quale ti dirò, tutto va avanti a base di saggi di dozzine,
ventine, cinquantine, centinaia di pagine, molto spesso in forma
di considerazioni dell’autore, o in forma di riflessioni dei
personaggi, o in saggi dialogati [...]
4°) troppo austriaco: il tutto si svolge su uno sfondo
implicito dell’Austria prima del ’14, ed è carico di allusioni a
forme di vita, abitudini, istituzioni, machines burocratiche, ecc.
di quel mondo, poco familiari al lettore italiano. Non sarebbe un
gran male, si pubblicano e si comprendono libri con premesse
ben piú lontane, ma qui c’è troppo che in traduzione deve andar
perduto: la fisionomia dei nomi e dei cognomi, che sono di una
sintomaticità e di una precisione clinica sbalorditiva, e che
spesso basterebbero da soli a caratterizzare quasi
completamente il personaggio; – un particolare négligé di
dizione (non parlo di dialettismi, ma quasi di cadenze di
coteries) che crea «l’atmosfera» e dà corpo ai personaggi, e che

107
in italiano deve andare necessariamente perduto.

Queste, le quattro riserve dell’avvocato del diavolo, delle


quali vi prego di tener molto conto. E per quanto riguarda il
soggetto, vorrei raccontartelo in tutti i suoi capillari, ma dovrei
scriverti pagine e pagine. Tirate le somme sono soggetti e
soggetti, la storia di almeno una dozzina di personaggi di
primissimo piano, che s’ingranano piú o meno tra di loro (dico
piú o meno, perché nelle duemila pagine pubblicate finora tutto
non è ancora ingranato in pieno). Tutti questi soggetti, tutte
queste storie sono imbastite intorno allo scheletro seguente:
nel mese di agosto del ’13, un gruppo di aristocratici austriaci
decide di preparare una grandissima manifestazione per
festeggiare il 70° anniversario del «regno di pace» di Francesco
Giuseppe, che avrà luogo nel 1918. Il luogo di raduno del
comitato è la casa della musa del comitato, una ex piccola
borghese culturalisticissima e con anima davanti e di dietro, ora
abbastanza arrivata in quanto moglie di un altissimo funzionario
degli esteri. Di lei si innamora un grande finanziere ebreo
germanico (un monumentale ritratto di Rathenau) che gravita
intorno al comitato in parte per causa di lei, in parte – pare – per
certi pozzi di petrolio in Galizia. Viene chiamato a fare il
segretario del comitato il protagonista, l’«uomo senza qualità»,
il portavoce e forse l’autoritratto di Musil, il quale, essendo
matematico (come lo fu Musil) ed avendo il pallino della
precisione, pensa con un’inflessibilità contro la quale non c’è
proprio niente da fare, e con una spregiudicatezza, una
ricchezza di idee, di associazioni e di cultura piú che esemplari,
tutto quello che succede o che potrebbe succedere, sempre un
po’ oltre i limiti convenzionali entro i quali le cose vengono
comunemente accettate dai personaggi e dagli altri, ed entro i
quali hanno una loro – per quanto convenzionale – forma e
consistenza e giustificazione, finché tutto potrebbe essere
qualcos’altro, finché tutto è portato all’assurdo e si disgrega, e ti
puoi immaginare il casino che succede.

108
Per piú di mille pagine (oltre a tutto il resto) il comitato è
occupatissimo a cercare l’idea centrale della manifestazione, e
non fa che decidere di prendere la decisione di formare
sottocomitati per decidere di prendere la decisione ecc., finché
viene deciso, in considerazione del fatto che l’Austria nel ’18
avrà avuto praticamente settant’anni di pace quasi continua, di
inscenare una grande «Friedensaktion» [«Azione di Pace»].
Siamo in primavera del 1914.
Bada che questo non è che uno scheletro molto
approssimativo, intorno al quale sono costruite:
– le parecchie storie d’amore ed avventure del
protagonista, svolte da un lato fino ad una coucherie avec
la moglie dell’alto funzionario, dall’altro fino ad un
(meravigliosamente delicato e caldo) idillio incestuoso con
sua sorella, imbottito di qualche centinaio di pagine di
dialoghi intelligenti, ed accompagnato da uno scritto del
protagonista «sulla psicologia dei sentimenti»;
– il distacco di questa sua sorella da suo marito, e
l’incontro con un altro uomo, candido, stupidamente
sistematico e un po’ marionettistico;
– l’amore pomposo e cauto del grande finanziere per la
moglie del funzionario;
– la storia del servetto negro del finanziere e della
cameriera della moglie del funzionario;
– le vicende finanziario-familiari di un piccolo procuratore
di banca ebreo che ha una moglie quasi junker, e una figlia
alle prese con quei giovani biondi che dieci anni dopo
saranno i nazisti;
– le considerazioni idiote, però di un’intuizione veramente
luminosa e di una delicatezza quasi impalpabile, di un
generale che tenta di elevare il proprio spirito;
– il delitto sessuale di un vagabondo allucinato, il quale
(delitto) oltre a tutti i problemi sui limiti della coscienza e
della responsabilità, mette in moto direi un’ottantina di
pagine sull’inconsistenza di ogni impostazione giuridica;

109
– gli attriti espressi e le divergenze inespresse di un
ménage di una giovane coppia, che non va piú avanti,
ecc.
ecc.
ecc.

Ora, tutto questo, che ti potrebbe sembrare vivissimo, va


avanti soltanto per mezzo di riflessioni, saggi, dialoghi,
considerazioni laterali, descrizioni, diagnosi storiche, ecc. e
dopo poco, si legge con molta fatica, spesso con noia, benché
tutti questi saggi siano (con la riserva di qualche singola
cavillosità irritante, di qualche singolo semplicismo, di qualche
motto di spirito che non direi troppo facile, ma che comunque
preferirei piú difficile) di una precisione di pensiero e di
scrittura impeccabile, e di una sensibilità di associazioni da
battere spesso le piú belle pagine di prosa di Rilke.
Dopodiché ti succede che attraverso questi interminabili
dialoghi, saggi, trattati, feuilletons – e dopo di esserti
abbondantemente irritato e annoiato –, ti si formi lentamente un
mondo vivissimo, le persone (delle quali credevi di conoscere
principalmente i pensieri astratti, ecc.) assumono lentamente
una densità ed una plastica da grandissimi personaggi da
romanzo, che l’azione, della quale non ti sei accorto, fila che è
un gusto, e che non ti sei annoiato, ma che ti sei divertito, che
hai compartecipato, che per due mesi sei vissuto in parte di quel
mondo, e che ti sei innamorato di Agathe, sorella dell’uomo
senza qualità.
E non ti ho detto di cos’è il miracolo di quella ragnatela che
si forma lentamente con i fili tirati tra l’idea a pagina x di un
volume, e quella a pagina y di un altro – e dell’immenso senso
del giuoco politico, e del paesaggio, e della conoscenza
veramente rispettabile delle malattie mentali, ed anche qui, ecc.
ecc. ecc.
Però, malgrado che il livello dei lettori italiani sia
infinitamente piú alto di quanto si ritenga comunemente,

110
pubblicare un libro di questo genere è un rischio un po’ grosso;
per leggerlo ci vuole tempo, pazienza, premesse culturali in
comune con l’autore, e via dicendo. Ora io non escluderei che
possa interessare, o che subentri qualche fattore che lo faccia
diventare di moda (per esempio attraverso la nuova edizione in
Germania, la pubblicazione in altri paesi, il saggio di qualcuno
cui si crede, ecc.). Però non vorrei avere la responsabilità,
nemmeno in piccola parte, di aver buttato un editore in questa
avventura.
Non faccio in tempo a darti un quadro piú completo del libro.
Al caso, fatemi domande specifiche, risponderò subito [...]

Lettera a Luciano Foà, 12 giugno 1951, in Roberto Bazlen, Scritti. Il capitano di


lungo corso. Note senza testo. Lettere editoriali. Lettere a Montale, a cura di Roberto
Calasso, Adelphi, Milano 1984, pp. 273-79.
Per Musil, cfr. supra, scheda n. 41 (Pizzorno, 5 gennaio 1951).

111
[43.]
Elio Vittorini
BEPPE FENOGLIO, La paga del sabato; ID., I ventitre giorni
della città di Alba [1951].

Fenoglio – i difetti del romanzo mi sembra che risultino


confermati nella seconda versione – il cartonaccio del
cinematografo non lo leva piú nessuno di là dentro – l’Arpino
ha fatto un capolavoro al confronto col suo romanzo su Genova
– e tra due della stessa risma io vorrei scegliere solo il migliore,
cioè l’Arpino – invece i racconti del Fenoglio, riletti, mi
persuadono piú di prima – proporrei di pubblicare solo un
volume di racconti scelti, tra guerrieri e borghesi – si potrebbero
chiamare, per il filo piemontese che li unisce, Racconti barbari
(e scusatemi se chiamo “barbaro” il Piemonte, con questo, ma lo
è e il Fenoglio lo sa mostrare) – del resto racconti e romanzo
insieme erano un po’ un pasticcio – Fenoglio può trovare un
editore facilmente (per il romanzo) dopo la pubblicazione dei
racconti nei «Gettoni».

AE, cart. 79, fasc. Beppe Fenoglio. Scheda manoscritta s.d., ma del settembre 1951.
Riprodotta in Beppe Fenoglio, Lettere 1940-1962, a cura di Luca Bufano, Einaudi,
Torino 2002, pp. 36-37. Vittorini aveva già espresso delle perplessità sulla prima
stesura di La paga del sabato in una lettera a Calvino del 27 novembre 1950: «l’ultima
parte del Fenoglio mi persuade meno. Diventa film sempre di piú, e non sa piú essere
altro che film. La fine poi non è resa necessaria da niente che sia nella situazione o nei
caratteri. Che dobbiamo fare? Se non ci fossero i primi capitoli, e soprattutto il
rapporto teso tra madre e figlio, direi di non farne niente», in Vittorini, Gli anni del
«Politecnico» cit., p. 354. Il romanzo di Arpino è Sei stato felice, Giovanni, «I
gettoni», 1952.
I ventitre giorni della città di Alba uscí ne «I gettoni» nel 1952; La paga del sabato
fu pubblicato postumo nei «Supercoralli» nel 1969.

112
[44.]
Fernanda Pivano
GERALD SYKES, The Nice American, Creative Age Press,
New York 1951.

L’autore è il marito della pittrice Buffie Johnson.


Per chi conosce Buffie questa può essere di per sé una
presentazione. Per chi non la conosce, dirò che il libro è una di
quelle storie dove tutti sono ricchi, hanno bellissimi impieghi o
posizioni sociali formidabili e se non sono ancora stati
pubblicati sulla copertina di «Life» è questione di brevissimo
tempo perché lo siano.
In questo ambiente si muove un colonnello americano ad
Algeri, la cui unica preoccupazione è quella di scegliere –
alternatamente – se andare a letto con sua moglie o con la sua
amante. La moglie americana, bruna, nipote di un senatore e
aspirante alla carriera politica; naturalmente, energica, egoista,
volitiva ecc. come si conviene agli stereotipi femminili
americani. L’amante è francese, bionda, marchesa, madre di due
figli, perfetta padrona di casa; e sensibile, tenera, comprensiva,
sottomessa ecc. come si conviene di stereotipi femminili
europei – stabiliti dal gusto americano. Il dilemma viene ogni
tanto interrotto da qualche accenno al dramma dei negri del
Nordafrica francese: che è visto però in termini americani, di
negri puzzolenti che riempiono i tram e cosí via. Il colonnello
finisce per decidere di sposare [una seconda volta] l’americana:
dopo aver scoperto che tanta energia nasconde in realtà un gran
bisogno di aiuto (una specie di Candida maschile).
Non esistono problemi di stile, né di tecnica narrativa, né di
costruzione, né di impostazione, né altro. Un romanzetto per
dattilografe, dove risaltano con una certa crudezza le
caratteristiche che gli americani odiano nelle loro donne, e, nel
personaggio del colonnello, le qualità maschili che disprezzano

113
nei loro uomini. Molto sesso (una scena d’amore con mutandine
strappate su un terrazzo), molta scioltezza, molta disinvoltura;
qualche pagina di diario militare; un vago hardboilismo
hemingwayano.

AE, cart. 161, fasc. Fernanda Pivano [fine 1951]. Pivano dedica a Sykes alcune
pagine dei suoi Diari 1917-1973, a cura di Enrico Rotelli con Mariarosa Bricchi,
Bompiani, Milano 2008, pp. 280-81.

114
[45.]
Delio Cantimori
WILHELM DILTHEY, Gesammelte Schriften, vol. 7: Der
Aufbau der geschichtlichen Welt in den
Geisteswissenschaften, Teubner, Leipzig-Berlin 1927 (1 a
ed. in «Abhandlungen der Preußischen Akademie der
Wissenschaften, Philosophisch-Historische Klasse
[Berlin]», a. 1910).

È un volume composito, fatto di alcuni grossi articoli e di


varie note e appunti e progetti di lavori: ca. 400 pagine grandi e
fitte, che in italiano sarebbero di piú. Il carattere frammentario
che cosí viene ad acquistare il volume sarebbe per me un
ostacolo trascurabile, benché la leggibilità e lo studio del
volume ne vengano resi quasi impossibili (a meno delle piú
ampie dissertazioni, che però sono anche le meno interessanti, a
mio parere). Ma non mi sembra che il volume abbia interesse
altro che retrospettivo, e anche questo, limitato. Per i filosofi
non saprei dire, ma tutta quella sociologia e psicologia del
sapere e tutta quella rimasticatura (da gran professore, ma
rimasticatura) sulle «scienze della natura» e «scienze dello
spirito» mi sembrano interessanti forse come documento d’un
particolare periodo della storia (delle scuole?) della cultura e
della filosofia tedesca; ma non attuali, non vive oggi, e tanto
meno suscettibili di svolgimenti, di approfondimento, di
promuovere nuova vita sugli studi. Come studioso di storia e di
questioni di metodologia storiografica, mi sembra farraggine
inutile. Ho studiato molto i saggi storici di Dilthey, che ammiro
(letterariamente certo), sia pure con molte riserve; ma non ho
mai tratto alcuna utilità per il mio lavoro, né in particolare, né in
generale, da quest’opera: né gli altri studiosi che conosco,
eccetto Bobbio, a quanto dice. Neppure quanto alle ricerche
metodologiche: ma forse i filosofi le intendono in altra maniera.

115
Si vedano a p. 114 come sono generici e “loriani” i discorsi sul
Droysen, tanto per fare un caso. È tutto estremamente generico,
grigio di quel grigio che annulla le distinzioni e le sfumature
stesse. Vorrei sentire il parere d’un intendente di musica sulle
pp. 221 sgg., che mi sembrano un discorso da salotto (mentre
non trovo discorso da salotto il bel libro di Dal Fabbro!); ma
saranno cosí generiche che non si potrà dire neppure che sono
sciocchezze: e questo vale certo per i luoghi comuni
pomposamente presentati sotto il capo «Ermeneutica» a p. 225,
e altrove. (Tanto per fare esempi.)
Inoltre, mentre riesco a capire bene l’interesse dei filosofi per
le ricerche nuove di logica, ecc., non riesco a vedere l’utilità di
questo richiamare l’attenzione sulla «Geistesgeschichte». Anzi,
la ritengo dannosa e pericolosa in generale, perché annebbia e
diluisce tutto misticamente (e di misticismo ereticale, nota per
Balbo), e dannosissima per gli studi, perché distoglie dalla
ricerca della realtà e dalla analisi critica e ricostruzione precisa,
per un gioco alato e arbitrario di idee senza costrutto. Questo è
stato anche, da noi, conseguenza di certo idealismo in certe
scuole; ma ora, ripresentata con nuove formule, sarebbe ancor
piú dannosa. Lasciamo che ci sguazzino gli epigoni tipo
Perticone ecc., nelle questioni «il valore e la storia», ecc.
Per quanto mi riguarda, e con molte scuse a Bobbio per la
vivacità del linguaggio, il mio parere è negativo (mentre non è
negativo per altre opere del Dilthey, come gli scritti sul
Settecento tedesco).

È un libro che sarebbe andato bene, che so io, in una raccolta


filosofica di Bocca una trentina d’anni or sono, e poi e poi: ma
non ha niente a che fare con Einaudi, né sotto il profilo
“tradizionale”, né sotto quello nuovo (universitario classico e
trattatistico); non dice nulla, per lo storico e il lettore generale,
che non sia già in altri scritti italiani o stranieri tradotti. È inoltre
pesante, noioso, e ripropone problemi come quelli della storia
come arte, ecc.

116
ANB, scheda manoscritta dell’11 febbraio 1952. Bobbio aveva proposto l’opera di
Dilthey nel corso della riunione editoriale del 23 gennaio 1952: «Abbiamo parlato
molto qui in Italia di storicismo tedesco: ma Dilthey, il suo principale assertore, non
l’abbiamo mai letto. Chi volesse capire Dilthey, leggendo per esempio il noto libro di
Antoni, rimarrebbe deluso. Eppure Dilthey, come Croce e piú di Croce, sta alla base
del movimento che contro il naturalismo positivistico ha ripreso i grandi motivi
storicistici della prima metà del secolo XIX ed ha cercato di caratterizzare un metodo
delle scienze storiche distinto da quello delle scienze naturali: è un movimento in cui
siamo dentro, volenti e nolenti, anche noi. Non c’è nessuno, credo, che si sia occupato
di ricerche nel campo storico e non sia stato spinto a cercare le opere di Dilthey. Ma
pochi le hanno lette per davvero, anche perché si tratta di un autore piuttosto difficile e
la maggior parte si sono accontentati di notizie di seconda mano. Tutt’al piú si è letta la
Introduzione alle scienze spirituali. Ma l’opera fondamentale per la critica della
“ragione storica” è quella che qui abbiamo indicata. Sono convinto che tradurla in
italiano sarebbe un contributo culturale di prim’ordine».
Il contro-parere di Cantimori diede origine a un lungo dibattito fra il filosofo e lo
storico (cfr., in ANB, Bobbio a Cantimori, 4 marzo 1952, e Cantimori a Bobbio, 4
marzo 1952) che si concluse con la pubblicazione di Dilthey, Critica della ragione
storica, introduzione e traduzione di Pietro Rossi, «Biblioteca di cultura filosofica»,
1954. Il libro di Beniamino Dal Fabbro è Crepuscolo del pianoforte, «Saggi», 1951.

117
[46.]
Renato Solmi
DANIEL GUÉRIN, Où va le peuple américain?, 2 voll.,
Julliard, Paris 1950-51.

Si tratta di una ricostruzione avvincente e (per quel che un


profano può giudicare) obbiettiva della storia del movimento
sindacale americano dalla fine del secolo scorso fino ad oggi. Il
fatto che il libro sia stato scritto da un europeo, mentre non ne
pregiudica la serietà filologica e scientifica (il Guérin ha
studiato a fondo la letteratura relativa all’argomento, ed è
vissuto oltre due anni in America a stretto contatto con gli
ambienti sindacali e coi movimenti di sinistra), contribuisce ad
avvicinare fatti e vicende della recente storia americana alla
mentalità del lettore europeo, che viene introdotto, attraverso
confronti e richiami alla storia del movimento operaio in
Europa, alla comprensione delle vicende per tanti rispetti
diverse ed originali del sindacalismo americano.
Può colpire, a prima vista, l’atteggiamento tenuto nei
confronti dei comunisti, americani ed europei: che è di profondo
dissenso e di critica spesso molto aspra. Ma questo problema
non va sopravvalutato, e va piuttosto considerato alla luce, oltre
che del valore storico e informativo dell’opera, della sua
impostazione fondamentale. È vero: il Guérin non esita ad
esprimere il suo giudizio negativo sugli sviluppi del socialismo
dell’Unione Sovietica, e non risparmia critiche al carattere e
all’operato del Partito Comunista americano. Ma il nocciolo del
libro non è qui: è nell’analisi dello sviluppo e delle forme del
movimento sindacale americano, e nella critica intransigente
dell’agnosticismo politico dei dirigenti corporativi e riformisti.
Il contrasto tra la potenza e l’estensione delle organizzazioni
sindacali americane e la loro debolezza ideologica e politica; tra
la tenacia e l’eroismo della classe operaia americana, che hanno

118
avuto occasione di manifestarsi in aspre e lunghe lotte, e la viltà
e il conformismo della burocrazia sindacale dirigente, è
rappresentato con estremo vigore ed evidenza. L’organizzazione
del proletariato americano in una forza autonoma e praticamente
operante, l’alleanza del proletariato industriale con la mano
d’opera agricola e coi negri, rappresentano – per il Guérin – la
sola via d’uscita del movimento sindacale e del socialismo
americano dall’impasse attuale (la questione agraria e la
questione negra formano l’oggetto del secondo volume del
libro). In questa fondamentale prospettiva il Guérin è d’accordo
coi comunisti (come egli stesso, del resto, riconosce): e che
questi, per il loro carattere e per i loro metodi, per i loro vincoli
internazionali, o per altre cause piú o meno indipendenti, non
siano stati in grado di adempiere a questo compito, è un fatto
che non si può onestamente negare.
Il libro del Guérin attiva l’attenzione del lettore europeo su un
fatto troppo sovente dimenticato: la lotta di classe è in corso
anche in America, e – data l’entità delle forze contrapposte –
può avere in un domani non lontano sviluppi grandiosi ed
impensati. Molto, moltissimo, dipende dall’esito di questa lotta.
L’America – che ha un peso enorme nella situazione
internazionale – non è un dato stabile, insuscettibile di
mutamenti. La questione del grado di coscienza politica
conseguito dal movimento operaio americano e delle
prospettive future del suo sviluppo, non può non interessare le
forze progressive di tutto il mondo.
Questo libro ha avuto – in Francia – recensioni sfavorevoli (a
volte addirittura indignate) dalla stampa di destra; è stato
passato sotto silenzio dai comunisti. Piú gravi le reazioni oltre
Atlantico. L’autore, dopo la pubblicazione, non è potuto
rientrare negli Stati Uniti, dove vivono la moglie e la figlia. Il
libro è stato accolto dovunque come un vigoroso e documentato
atto d’accusa contro la dittatura economica e politica dei
monopolî e l’involuzione imperialistica degli Stati Uniti. Non
abbiamo esitato a pubblicare la “mezza denuncia” tipo Rose [I

119
negri in America], nonostante le molte riserve e incongruenze
che caratterizzano questo genere di inchieste, o il pamphlet
politico di Bevan [Il socialismo e la crisi internazionale]. Non
vedo perché dovremmo esitare di fronte ad una critica radicale e
coraggiosa, anche se l’autore non è un socialdemocratico né un
comunista. Credo che (anche noi) dovremmo avere il coraggio
di tradurre questo libro.

AE, cart. 198, fasc. Renato Solmi. Scheda manoscritta s.d., ma del marzo 1952. Su
questo giudizio e in generale sulla collaborazione di Renato Solmi all’Einaudi si veda
il suo I miei anni all’Einaudi (1999), in Id., Autobiografia documentaria. Scritti 1950-
2004, Quodlibet, Macerata 2007, pp. 757-64 (sul giudizio, p. 760).
Cfr. infra, scheda n. 52 (Giolitti, 20 agosto 1952).

120
[47.]
Giorgio Colli
Opere varie: Upanishad, LEIBNIZ, GOETHE, BRUNO,
NIETZSCHE, Musica tedesca da Mozart a Wagner,
MARTINETTI.

Upanishad – Senza discussione il massimo documento della


filosofia orientale. Quello che in Italia si è pubblicato sotto il
nome di filosofia indiana, oltre ad essere frammentario, privo di
valore critico e piú o meno connesso all’equivoca letteratura
artistica e teosofica, non è stato tratto se non in misura
irrilevante dalle Upanishad. Certo l’impresa è di eccezionale
difficoltà, anche a prescindere dalla conoscenza della lingua, per
l’impossibilità di dominare il problema delle fonti e per
l’estrema incertezza della tradizione letteraria indiana. In ogni
modo, dato che la diffusione di quest’opera significa per la
nostra cultura la scoperta di una prospettiva nuova, si può anche
pensare alla peggio di utilizzare sussidiariamente le due uniche
traduzioni esistenti, inglese e tedesca (Müller e Deussen).
Leibniz – L’unica cosa vitale della sua filosofia è la teoria
della scienza – a mio parere – ed è di qui che sorge il suo
influsso piú importante, sul pensiero scientifico ed anche su
quello teoretico. Del resto, oggi questo è il Leibniz meno
conosciuto, e può dire ancora qualcosa di nuovo.
Goethe – Ritengo fondamentale un libro sul pensiero di
Goethe, che finora non c’è stato. In Italia non si esce
dall’alternativa tra la superficiale condanna crociana e
l’accettazione della filosofia spicciola e miracolistica del Faust
II. In realtà c’è molto di importante e di serio, sia nella parte
teorica della Farbenlehre (giudicata da Goethe la sua cosa
importante), sia in lettere ed in articoli staccati. Da questo punto
di vista anche la filosofia del Faust II acquista un ben diverso
peso. L’interpretazione, diciamo pluralistica, di Spinoza, è

121
secondo me fondamentale. In conclusione, si può scegliere tra
due soluzioni editoriali: o si pubblicano i testi piú significativi,
con commento critico, oppure si tenta uno studio
dell’argomento, in cui i testi goethiani dovrebbero rappresentare
il connettivo. Nel secondo caso l’opera sarebbe da includere
nella collezione di cultura filosofica, e potrei trovare chi è in
grado di compiere il lavoro.
Bruno – È uno dei massimi pensatori, ed in Italia non è mai
stato messo in luce, per vari motivi contingenti. Si conoscono di
lui, e male, le opere italiane. Le opere latine che appartengono
all’ultima fase del suo pensiero – quella piú complessa,
profonda ed interessante – sono del tutto ignorate (l’ultima ediz.
risale ad una settantina d’anni fa). L’applicazione presenta gravi
difficoltà per l’ampiezza e l’oscurità di queste opere. Dato però
che si tratta di vari scritti, si potrebbe ridurre eventualmente
l’ampiezza.
Nietzsche – Le opere postume giovanili contengono
l’interpretazione della grecità (uno dei punti di massima
originalità e costruttività del pensiero nietzschiano, che si
conosce solo attraverso la Nascita della Tragedia, opera troppo
letteraria e retorica), in forma approfondita, analitica, piú
filosofica che letteraria. Un giudizio fondato sulla formazione e
sui motivi piú riposti del pensiero di N. non può prescindere da
questi scritti. Inoltre, i motivi essenziali del suo sviluppo sono
già impliciti in questi frammenti. La forma è attraente e gli
argomenti vari: filosofia della storia, estetica, compiti della
cultura, ecc. Mai tradotto.
Lo Zarathustra, che è già un classico, a cominciare dalla
forma, non è mai stato pubblicato come tale. Le numerose
traduzioni sono popolari e scadenti. Una presentazione critica
costituirebbe una novità e servirebbe a chiarire molti malintesi.
Musica tedesca da Mozart a Wagner – Attraverso uno studio
molto serio, si dovrebbe scegliere ed interpretare gli scritti
teorici ed altri documenti di questi musicisti, ricercando gli
spunti filosofici, anche se impliciti ed ingenui, e restituendo

122
senza retorica e luoghi comuni la loro concezione della vita, che
fu quasi sempre una cosa molto seria. Lo studio dovrebbe essere
condotto allo stesso modo di quello proposto per Goethe (anche
qui potrei trovare l’individuo adatto). Il tentativo sarebbe nuovo
– in quanto non affidato ad un tecnico musicale, ma ad uno che
si intenda “anche” di tecnica musicale – e di grande interesse.
La musica di questo periodo non solo costituisce un fenomeno
culturale culminante ed unico, ma opera in modo decisivo su
pensatori come Nietzsche.
Martinetti – Quest’opera [Introduzione alla metafisica (?)] è
la piú formativa di questo filosofo: si tratta di un esame critico
molto acuto, condotto da un punto di vista sistematico, di tutte
le piú importanti filosofie. Opera seria e competente come
poche. Pubblicare Martinetti ha un significato, oltre a tutto,
perché si tratta [di una] delle piú belle figure morali di questi
ultimi decenni.

ANB [primavera 1952]. Questo dattiloscritto costituisce probabilmente l’«ulteriore


“assalto” di Colli su titoli e proposte che gli stanno a cuore» che Balbo inviava a
Bobbio il 3 maggio 1952 («Io avrei molto da discutere ma certo non sono cose
sciocche e soprattutto qualcuna delle proposte potrebbe essere accolta anche fuori della
“Filosofica”»). Per inquadrare questo documento nell’ambito della consulenza
filosofica di Giorgio Colli all’Einaudi, si veda Alberto Banfi, Giorgio Colli: il
coraggio del pensiero (profilo biografico), in «Kleos», 9, 2004, pp. 252-64. Cfr. anche
supra, scheda n. 40 (Bobbio, [ottobre 1950]).
Di Piero Martinetti, Einaudi aveva pubblicato nei «Saggi» Ragione e fede. Saggi
religiosi nel 1942.

123
[48.]
Lucio Lombardo Radice
DINA BERTONI JOVINE, Storia della scuola popolare in Italia
[1952].

Parere sul libro di Dina Jovine Bertoni sulla storia della


scuola nell’ultimo secolo:
1) il libro riempie veramente un vuoto. È frutto di anni di
studio e di ricerche accuratissime. Si imporrà certamente
per lungo tempo come il testo fondamentale al quale tutti
dovranno fare ricorso per la storia della scuola nell’800 e
nel primo ’900.
2) la impostazione storiografica mi pare ottima. L’A. si
preoccupa sempre di connettere le iniziative nel campo
della scuola alla posizione sociale di classe dei suoi
promotori, il carattere delle scuole ai caratteri generali di
un certo regime politicosociale. La storia della scuola
diventa cosí uno scorcio della storia italiana degli ultimi
centocinquanta anni.

Raccomando vivamente la sollecita pubblicazione del


volume. Per necessità di alleggerimento tipografico possono
essere fatti dei tagli di un certo rilievo ma sciuperebbero il
pregio della ricchissima documentazione.

AE, cart. 96, fasc. Antonio Giolitti. Parere trascritto in calce alla lettera di Giolitti a
Paolo Serini del 28 maggio 1952: «Muscetta e io l’abbiamo letto e in sostanza
concordiamo nell’apprezzare le qualità positive del lavoro e il suo vivo interesse
attuale e al tempo stesso nel riconoscerne i limiti che ne fanno piuttosto un contributo –
sia pure importante – alla storia della questione che non una “storia” nel senso pieno
della parola. Al nostro parere si accompagna quello che L. Radice ha formulato per
iscritto e che trascrivo in calce».
L’opera fu pubblicata nei «Saggi» nel 1954.

124
[49.]
Antonio Giolitti
ESTES KEFAUVER, Crime in America, Doubleday, Garden
City 1951.

Se a un libro si addice la qualifica di “sensazionale”, questo è


il caso. Sensazionale specialmente per il pubblico europeo, il
quale generalmente è indotto a credere che la letteratura e la
cinematografia “gialla” sui gangsters americani siano realtà
romanzata, mentre qui si scopre che sono un’immagine
attenuata di una realtà molto piú estesa e allarmante. Realtà il
«trust dell’assassinio» (Murder Inc.) che estende la sua rete su
tutto il territorio degli Stati Uniti; realtà le complicità tra
gangsters e uomini politici (senatori, deputati, governatori di
Stati, ambasciatori, indicati con nome e cognome in questo
libro, insieme con alti magistrati e capi di polizia anch’essi al
servizio dei gangsters), come documentano i capitoli sulla
situazione di Kansas City, di Miami, di New Orleans e della
stessa New York; realtà l’impiego, da parte di grandi industriali
(tra i quali Ford), di sicari forniti dai gangsters per impedire
l’organizzazione sindacale nelle fabbriche e rompere gli
scioperi; realtà il monopolio delle informazioni radio per le
scommesse sui cavalli (Continental Press Service) nelle mani
del Chicago - Capone Syndicate; realtà la fittissima rete di case
da gioco illegali, ma praticamente tollerate, che assicurano agli
organizzatori un reddito annuo valutato tra i 17 e i 25 miliardi
(sic) di dollari; e l’esemplificazione potrebbe continuare, dallo
sfruttamento della prostituzione al commercio di droghe, dal
contegno del governatore dello Stato di New York, Dewey, alla
pseudodeportazione – da lui favorita – di Lucky Luciano in
Italia, ecc.
Ma tutte queste rivelazioni della inchiesta svolta dal Senate
Crime Investigating Committee (presieduto dal sen. Kefauver,

125
attuale candidato democratico alla Presidenza) tra il maggio
1950 e il maggio 1951 – i cui risultati costituiscono il contenuto
del libro in esame – non sono semplicisticamente sensazionali o
scandalistiche: illuminano tutto un aspetto della società
americana, che per la sua estensione e profondità assume
enorme importanza, e rivestono quindi un interesse addirittura
antropologico oltre che sociale e politico.
Il libro è scritto con uno stile brillantissimo. Ogni capitolo è
avvincente come un bel film “giallo”. I ritratti dei gangsters
sono uno piú bello dell’altro. La scelta dei brani di dialoghi
registrati – tra il Comitato e i gangsters o i poliziotti o i politici
chiamati a deporre – è quasi sempre molto spiritosa.
La difficoltà della traduzione è grandissima, perché ogni
pagina è zeppa di slang e di gergo di malavita, e si tratta di 254
pp. fittissime (500 parole). D’altra parte, l’eventuale
pubblicazione dovrebbe essere sollecita, per sfruttare la
pubblicità che al nome dell’autore è fatta dalla campagna per le
elezioni presidenziali.

AE, cart. 96, fasc. Antonio Giolitti. Roma, 31 maggio 1952.


Il gangsterismo in America, traduzione di Carlo Fruttero, «Saggi», 1953.

126
[50.]
Cesare Musatti
DAVID KATZ (a cura di), Handbuch der Psychologie, Benno
Schwabe & Co., Basel 1951.

Il Trattato di psicologia di Katz, scritto in collaborazione da


vari autori, presenta il carattere di un trattato europeo di
psicologia: gli autori sono fra i migliori psicologi di cui oggi
disponga l’Europa.
L’opera è molto equilibrata: due quinti sono dedicati alla
esposizione sistematica della psicologia generale, gli altri tre
quinti a branche e ad indirizzi che hanno avuto grande sviluppo
negli ultimi decenni e che riguardano problemi di largo
interesse (psicologia dell’età evolutiva, psicologia sociale,
psicologia differenziale, psicologia pedagogica, psicologia del
profondo, psicopatologia, psicologia industriale).
L’opera è aggiornatissima e tien conto di tutti gli sviluppi
della psicologia americana, ma ha il pregio di essere scritta con
mentalità europea, e cioè da psicologi formatisi sotto la
influenza della classica psicologia scientifica germanica, e
quindi in forma piú sistematica ed organica.
Può essere adottata utilmente come testo universitario.
Risponde ad una esigenza fortemente sentita dal pubblico che
spesso domanda un libro generale di psicologia.
Sono senz’altro favorevole alla sua pubblicazione.
La traduzione va molto curata e deve essere riveduta da uno
specialista.

ABB, fasc. Cesare Musatti, 5 giugno 1952.


Sarà pubblicato, con il titolo Trattato di psicologia, dalla Boringhieri nel 1960.

127
[51.]
Delio Cantimori
THEODOR W. ADORNO, Minima Moralia. Reflexionen aus
dem beschädigten Leben. Suhrkamp, Berlin - Frankfurt am
Main 1951.

Mi sembra di essere ringiovanito di venti, anzi, venticinque


anni e piú, e di essere tornato quel pivello che ero allora,
scoprivo la «Neue Deutsche Rundschau», e i suoi scrittori, le
varie Betrachtungen, e mi compiacevo sublimemente di quella
letteratura di massime e considerazioni socio-psico-filosofiche
con veleno politico, che per me aveva anche la faccia di ragazze
interessanti e di ambienti culturali nuovi, grosse scoperte per il
normalista o quasi calato dalla montanara Forlí in Pisa, e poi
cascato fra svizzeri e berlinesi. Ma poi me ne son sempre
vergognato, ragazze a parte. Mi meraviglio che possa piacere a
dei cittadini di oggi, se non son molto giovani. Jünger, un certo
Th. Mann, Ernst Bloch (Erbschaft dieser Zeit, Geist der
Utopie), certe pagine del Musil, e altri e altri esempi (ora cito a
memoria, meno Ernst Bloch, per via che è anche filosofo della
musica).
Non so se sia di derivazione francese, o se sia di tradizione
locale, questa letteratura di massime trasformate in succedersi di
meditazioni, a volte a rosario, a volte a cannocchiale; ma
insomma, ha una sua tradizione che data già da Nietzsche, della
quale io ho assaggiato e gustato a suo tempo qualche esempio:
ma un Vincenti può darvi piú luce di me, in questo argomento
sono ignorante. A confronto delle cose che conosco, l’Adorno
mi sembra scadente: è una lontana risonanza di quella
letteratura del periodo “weimeriano”, con la novità
dell’impostazione dell’esilio; ma se l’esilio non gli ha insegnato
altro... (con tutto il rispetto, mi raccomando bene!) Perciò
permettetemi di sorridere della ingenuità di chi ci trova qualcosa

128
di cosí importante da doverlo tradurre (e a chi lo date? con la
pessima fama che si stan facendo i nostri traduttori...: e un buon
traduttore mi pare sprecato) in italiano. Per conto mio l’ho letto
con gusto, perché m’è venuto in mente il lontano 1926 e 1927,
quando si scoprivano queste cose assieme al Povero Bianco di
Sh. Anderson, trad. in tedesco, le edizioni «Insel» (Angelo
Silesio, Wedekind, ecc.); ma questo è un fatto personale e
privato. Non mi pare meglio di tante altre cose del genere, anzi;
superficiali le considerazioni sociologiche, p. es. sull’America
ecc., anche se posson far piacere; “letteratura filosofica” o
“filosofia letteraria” i passi “dialettici” (voglio dire “poesia”
oscura come metafisica, metafisica alata e lirica come “poesia”:
nessuna cosa al suo posto, disordine elegante del salotto buono!
Montanelli!); ridicole le considerazioni morali-psicologiche, p.
es. sulle donne (ma allora, traduciamo proprio Aristotele, con le
sue curiose osservazioni degli scritti minori!)
Certo: la scrittura è elegante e raffinata, ma evasiva quanto
basta per irritare. Ma allora, meglio Nietzsche! Sono
considerazioni marginali, sfoggio di “eleganza sovrana”, di
buon gusto e di delicatezza nervosa, di interpretazioni
“profonde” che da un particolare deducono un fatto o fenomeno
generale – cose che vanno bene quando si va a spasso e si fanno
considerazioni oziose sulla irregimentazione e sui caratteri della
civiltà moderna guardando la gente disciplinata ai segni del
traffico (se è indisciplinata se ne traggono buoni auguri per lo
spirito ribelle del popolo); strapaese-stracittà, Longanesi,
Malaparte, Giovanni Ansaldo; non fa differenza se questi sono
in grosso e in reazionario e l’Adorno è in fino e in liberale: è la
stessa zuppa; anche se il colore cambia per qualche ingrediente,
il sapore insipido è sempre quello.
È la stessa genia di Mühlestein che (in forma
conferenza-«storica», non meditazione-«filosofica») ho criticato
e respinto l’anno scorso. Capisco come possa piacere, c’è del
faisandé, non è usuale (da noi); non m’indegno che piaccia e ci
si trovi piú pagine belle e interessanti di quello che in realtà non

129
ci siano. Prego coloro ai quali è piaciuto di non prendersela:
chiedo scusa di riferimenti personali; ma li ho stimati utili a
mostrare che non sono ignaro della cosa, visto che parlo di
argomento che esce dalla mia “specialità”. Ma il solletico
intellettuale non mi fa piú effetto. Non mi “oppongo” alla
traduzione; ma mi sembra cosí ridicola e provinciale la cosa che
non ho potuto star zitto, e non mi son potuto astenere dal
mettere a profitto della Casa Editrice la mia scarlattina di tanto
tempo fa per questo “genere” dal quale mi pare che il libro
dell’Adorno non si distingua. Se si vuol fare una collezione per
liceali impazienti, ... ancora, scusate.

AE, cart. 38, fasc. Delio Cantimori. Scheda manoscritta allegata alla lettera a Giulio
Bollati del 23 giugno 1952: «Mando a te l’Adorno, perché non so se Foà ne è uno degli
entusiasti. Ti ricordi quelle pagine di Hemingway in Verdi colline d’Africa, dove lui,
H., sta alla posta per certa grossa selvaggina sospettosissima, e tutto gli viene guastato
da un grosso camion sgangherato, guidato da un tale che leggeva il querschnitt, che
faceva conversazioni intellettuali e “intelligenti” e seccava immensamente
Hemingway? Valle a rileggere quelle pagine [...] Ecco l’effetto che mi ha fatto il
signor Adorno: ora c’è caccia seria, lavoro serio da fare in tutti i campi, da noi, e da
Einaudi: non c’è tempo da perdere con questa robetta: sono discorsi che piace fare
anche a me, dopo cena, bevendo e chiacchierando in qualche osteria fuori porta: ma
non piú che tali. Non capisco che cosa ci trovino. È lattime intellettuale: fenomeni di
crescenza, che non hanno a che fare con la attività di una casa editrice. Se la volete
fare, fatela. Però dovete fare una collana di “gettoni” filosofici e farla dirigere a
Vittorini!» Scheda e lettera sono riprodotte in Cantimori, Politica e storia
contemporanea cit., pp. 807-10.
Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, a cura di Renato Solmi, «Saggi»,
1955.

130
[52.]
Antonio Giolitti
DANIEL GUÉRIN, Où va le peuple américain?, 2 voll.,
Julliard, Paris 1950-51.

Quale interesse, preciso e profondo, abbia mosso il Guérin a


scrivere questa opera ponderosa (in 3 voll.: il 1° sul monopolio
e le organizzazioni sindacali operaie, il 2° sui negri e sulla
questione agraria, il 3° contenente le conclusioni) sugli Stati
Uniti d’America, egli stesso ce lo dice esplicitamente all’inizio
del 1° vol.: egli ha visitato e studiato quel paese «perché la
società futura, quella alla quale aspira, da generazioni,
l’avanguardia dell’umanità, sta prendendo forma nel suo seno»;
e infatti egli poco dopo annuncia che nelle conclusioni, cui sarà
dedicato il 3° vol. in preparazione, egli si sforzerà «di tracciare i
lineamenti della civiltà di masse di cui l’America reca oggi la
speranza al mondo» (vol. I, prefaz., pp. 11-12 e 15).
Non occorre di piú per stimolare l’attenzione del lettore
sensibile ai problemi piú vivi della società contemporanea. Uno
scrittore «di sinistra» – anzi, almeno teoricamente, di estrema
sinistra – che scopre e studia nella società americana non gli
elementi di involuzione e decadimento ma quelli di sviluppo e
di progresso, e riesce a vedervi non la minaccia bensí la
promessa per una nuova civiltà: ecco un punto di vista nuovo,
un impegno arduo, una prospettiva originale. Questa attrattiva e
questa aspettativa create dalla prefazione sono completamente
deluse dalla lettura del primo volume, che per il suo contenuto
appare senza dubbio il piú importante dei tre. Anzitutto, il
lettore disilluso si accorge subito che quelle assai impegnative
affermazioni iniziali circa la civiltà americana non sono frutto di
una meditata considerazione della realtà – come pur era lecito
sperare da un autore che ci assicura di aver soggiornato due anni
negli S.U. – ma solo una delle tante improvvisazioni, di cui il

131
libro è pieno, arbitrariamente costruite sulla base assai precaria
di una affrettata lettura di una incompleta e per lo piú vecchia
letteratura. Perché questa è una prima ovvia constatazione che
anche il lettore meglio disposto è costretto a fare: l’autore non
porta alcuna interessante esperienza personale (non possono
certo considerarsi tali le due o tre manifestazioni di piazza alle
quali egli ci racconta di aver assistito), non presenta un dato o
una notizia di prima mano, ma sempre descrive citando o
riassumendo da una letteratura già nota e molto spesso superata,
senza neppure sottoporla a critica, senza mai istituire un
confronto, valutando le fonti solo al lume delle proprie personali
simpatie o antipatie.
Questa mancanza di un qualsiasi metodo sul piano filologico,
critico e storiografico si accompagna a una sconcertante
confusione d’idee sul piano politico e filosofico: impossibile
leggere senza ridere la concezione della dialettica che l’autore
espone con sussiego a pag. 307 del 1° vol. In questo caos
ideologico, l’unico criterio metodologico costante che risulta,
dal libro del G., aver servito da guida alla sua indagine è lo
schema seguente: da una parte il male, incarnato nei monopolî,
negli «staliniani», nei riformisti e in Roosevelt; dall’altra il bene
e cioè la spontaneità operaia (anarco-sindacalista). Se un simile
schema fosse stato portato sul piano del paradosso, per
sostenere una tesi almeno apparentemente paradossale come è
quella annunciata nella prefazione, poteva venirne fuori un
pamphlet magari brillante: ma il guaio è che il G. vuol fare
terribilmente sul serio e il suo libro ha del pamphlet solo quei
limiti e quei difetti (superficialità d’informazione, analisi
affrettata, ecc.), che a un pamphlet riuscito possono perdonarsi
ma che di un’opera di questa mole e di questo impegno fanno
un libro mancato.
Il G. affronta il suo difficilissimo tema con una sicurezza
sconcertante e che presto si rivela frutto non di conoscenza
profonda dei problemi ma di presuntuosa superficialità. Egli è
convinto d’aver scoperto l’America. Procede per assiomi e

132
profezie. Non ha dubbi, non si pone problemi storiografici o
politici o economici. Ecco qualche esempio, per chi voglia
controllare: la politica di Roosevelt è sommariamente giudicata
e condannata (si vedano, fra le tante, le pp. 210 ss.); la posizione
del movimento operaio e delle organizzazioni sindacali nel New
Deal è ridotta alla storia (o meglio alla storiella) dei rapporti
personali di Roosevelt e Lewis e risolta in una formuletta (p.
160); in dodici pagine (293-306) il G. crede di aver detto
l’ultima parola sul Piano Marshall e non si accorge di aver
ripetuto malamente i motivi piú correnti della propaganda
spicciola dei Partiti comunisti «staliniani», senza aver aggiunto
un dato nuovo né un argomento originale. Anche le profezie
abbondano, tutte regolarmente smentite dai fatti successivi e
perciò, a leggerle oggi, di ridicolo effetto. Ma chi, se non un
ingenuo o un settario, poteva, nel 1950, scrivere che il C.I.O.
era l’alba di un nuovo giorno, l’affossatore dei trusts (p. 172)?
O annunciare come concreta e imminente, nel 1951, la
formazione di un terzo partito, un Labor Party, negli S.U. (pref.
al 2° vol., p. 15)?
La prima parte del volume, sui monopolî industriali, che è
indubbiamente fondamentale nella struttura dell’opera, è tutta di
seconda mano, una compilazione fatta di citazioni e riassunti da
una letteratura ormai in gran parte invecchiata. Tutti dati
generici e approssimativi, nessuna indagine originale, nessun
controllo delle fonti. Almeno avesse utilizzato le ricche,
importanti e attendibili fonti statistiche ufficiali esistenti negli
S.U.; invece, nessuna preoccupazione per la serietà dei dati
economici: si veda il basso livello giornalistico delle notizie sui
maggiori gruppi industriali, a pp. 32-33 (neppure è indicata la
percentuale sulla produzione nazionale!) Nessun accenno ai
legami internazionali dei trusts, al loro peso politico, al loro
ruolo nella direzione della politica imperialistica; parlando della
legislazione antitrust, il G. neppure ricorda il modo in cui questa
ha giocato nei rapporti tra monopolî tedeschi e americani. Ed è
ammissibile che in un’opera sui monopolî e sul movimento

133
operaio negli S.U. non si trovano, non dico analizzati, ma
neppure menzionati il taylorismo e il fordismo?
La stessa superficialità e genericità d’informazione si
riscontra nella parte sulle organizzazioni sindacali. Solo
apparentemente il G. dedica a queste maggior attenzione e
spazio: in realtà, questo è prevalentemente riempito di dettagli
cronachistici, oggi del tutto privi d’interesse, mentre manca
un’analisi seria delle forze e delle caratteristiche essenziali del
movimento sindacale americano. Nonostante il suo soggiorno di
due anni negli S.U., il G. non ha fatto l’esame diretto neppure di
uno solo dei grandi scioperi di quegli anni, e nonostante la sua
posizione teorica in favore della spontaneità operaia ci descrive
– sempre di seconda mano – le grandi lotte sindacali in modo da
farle apparire come dominate esclusivamente dalle manovre di
alcuni leaders, anzi – si potrebbe dire – di un leader, John L.
Lewis, paragonato ora a Robespierre (p. 197) ora a Napoleone
(p. 158) ora a Cromwell (p. 202) ora addirittura agli eroi
omerici (p. 249): al punto che questa parte del libro è piú
un’apologia e apoteosi di Lewis che uno studio sul sindacalismo
americano. Eppure la personalità di Lewis non viene
storicamente chiarita; di volta in volta il G. lo getta nella
polvere come «riformista» o lo mette sugli altari come nemico
degli «staliniani»; e valga per tutte la contraddizione tra questi
due passi, a non piú di due pagg. di distanza: «i sit-down
nell’industria automobilistica (i grandi scioperi del 1937) non
erano stati previsti né voluti da John Lewis» (p. 195); «Come
Robespierre incarnò per un istante (!) la Rivoluzione francese al
suo apogeo, prima di arrestarla e incanalarla, John L. Lewis
personificò, all’inizio del 1937, il grande sollevamento delle
masse. Nessuno dei suoi errori passati o futuri potrebbe
offuscare questa gloria» (p. 197).
Senza dubbio vi sono nel libro molte cose interessanti: quelle
che si trovano in tanti altri libri, anche americani, piú informati
e piú seri, sullo stesso argomento, che di per sé è interessante.
Questo libro del G. vorrebbe dire tutto e non dice nulla. Meglio

134
allora tradurre due o tre buone monografie sui singoli
argomenti, sui trusts, sui sindacati (sulla questione negra
abbiamo già il Myrdal). Ci sono vari buoni saggi, vivaci e
polemici (ricordo quello di Claude Morgan, per esempio, che a
suo tempo abbiamo scartato), di gran lunga migliori di questo
libro, come assai migliore, allora, sarebbe il Laski. Siamo stati
molto guardinghi e rigorosi in questa scelta e abbiamo fatto
bene: badiamo a non scivolare sulla buccia di banana del G.
Non è nemmeno, con la sua mole di tre voll., un’opera di
consultazione, né vuol esserlo, del resto – bisogna rendergli
questa giustizia – poiché non ha la minima preoccupazione di
sistematicità. E non si parli, per carità, di coraggio, a proposito
di questo libro: ci sono moltissimi libri di autori americani,
stampati negli S.U., che dicono sulla società americana cose ben
piú gravi, senza bisogno di precostituirsi l’alibi con gli insulti
agli «staliniani»; e tanto meno è il caso di parlare di coraggio a
proposito di questi ultimi, perché le opinioni espresse dal G.
sono cosí evidentemente prive di contenuto critico e dettate
esclusivamente da risentimenti personali, che non fanno male a
nessuno. Non c’è dunque alcun bisogno di tirare in ballo la
paura per spiegare lo spiegabilissimo rifiuto del precedente
editore francese del G., che questi nella prefazione deplora; piú
difficile (ma non impossibile: le vie della propaganda sono
spesso assai tortuose) spiegare come si sia potuto pubblicare un
centone di notizie giornalistiche in tre voll., evidentemente
destinate a invecchiare con una velocità che nessun editore
avrebbe potuto rallentare.

AE, cart. 96, fasc. Antonio Giolitti. Lettera a Giulio Einaudi, [Roma] 20 agosto
1952.
Il libro di Gunnar Myrdal citato da Giolitti è An American Dilemma. The Negro
Problem and Modern Democracy (1944), di cui l’Einaudi aveva pubblicato una
versione ridotta a cura di Arnold Rose: I negri in America, «Saggi», 1952. Su Guérin,
cfr. supra, scheda n. 46 (Solmi [marzo 1952]).

135
[53.]
Felice Balbo
EDGAR MORIN, L’Homme et la mort dans l’histoire, Corrêa,
Paris 1951.
SARVEPALLI RADHAKRISHNAN (a cura di), History of
Philosophy Eastern and Western, vol. I, Allen & Unwin,
London 1952.

Caro Foà,
partito il libro di Max Picard nell’istante stesso in cui arrivava
il tuo sollecito. Il mio giudizio, incompleto e non di grande peso
dato l’argomento, è consegnato oralmente a Solmi.
Rinvio anche il Morin, L’homme et la mort dans l’histoire.
Prima di tutto devo dire che è un libro che io ho letto con molto
interesse e che si fa leggere. L’autore analizza lo sviluppo
storico di tutte le religioni e filosofie principali, dal punto di
vista espresso nel titolo, con notevole capacità di penetrazione:
dal buddismo a Heidegger e Sartre e dai Presocratici a Hegel e
Marx, dalla religione primitiva al cristianesimo. Dice qua e là
anche cose notevoli e intelligenti che è effettivamente difficile
trovare in studi di altro tipo o piú specializzati. Naturalmente la
sua penetrazione dei vari sistemi e delle varie religioni non è
sempre uguale, ma anche in casi delicati e complessi come
quelli del cristianesimo e del marxismo dimostra se non altro di
non essere rimasto all’esterno. Dove il libro casca in maniera
quasi incomprensibile è proprio nel finale, dove si direbbe che
all’autore manchi il fiato: lo sforzo di immedesimazione operato
nel capire tante diverse posizioni si direbbe che l’ha lasciato in
una impossibilità costruttiva o anche solo conclusiva. Del resto
la sua posizione oscillante tra scientismo ed esistenzialismo
francese non è cosa inconsueta. Tipicamente francese in senso
deteriore è anche la mescolanza tra una vasta cultura classica e
umanistica e la cultura accademica e di moda. Capita talvolta di

136
vedere avvicinati con eguale rispetto gli aforismi e le frasi
celebri dei grandi con stracche definizioni dell’autore
dell’ultima polemica. In complesso è un libro estremamente
sollecitante, ma mi pare sostanzialmente effimero. Io direi di
non farlo, però sarebbe meglio che qualcun altro lo guardasse.
Sono anche giunto a un avanzato esame della History of
Philosophy Eastern and Western di Radhakrishnan. Si tratta di
una raccolta abbastanza equamente completa di tutto il pensiero
filosofico mondiale dalle origini a oggi. L’opera è trattata
sistema per sistema da specialisti, i quali però sono quasi
sempre scelti tra il personale accademico indiano. Io la trovo del
massimo interesse poiché, se anche presenta dei difetti e delle
disunità di stile, di proporzioni e di punti di vista, è però
certamente il primo tentativo di fornire materiali ed avvii per
una storia della filosofia non piú a sezioni occidentale, orientale
ecc., ma in cui si vedano invece tutte le varie posizioni
filosofiche come tappe dell’intero pensiero umano. In alcuni
casi finora direi eccezionali, ho trovato qualche errore del tipo
di quelli che capitano quando i mondi sono completamente
separati. (L’autore del capitolo sul Christian Mysticism, capitolo
peraltro fatto abbastanza bene, e sulla scorta della letteratura
migliore, afferma che S. Tommaso è spagnolo. La cosa è
abbastanza grossa ma credo che non vada sopravvalutata perché
capita di vedere anche in libri francesi, americani o russi
svarioni anche piú grossi.) Direi però che in generale questi
indiani manifestano una stupefacente capacità universalistica e
una concreta capacità di equanimità nel giudizio. Quanto alle
possibilità editoriali, credo si potrebbe pubblicare tutta la parte
della filosofia orientale. Naturalmente in questo caso
bisognerebbe vedere se non ci sono altri testi migliori e
comunque devo ancora andare avanti per essere sicuro nel mio
giudizio positivo. Per ora volevo soltanto attirare l’attenzione su
questo libro in modo che se ci fossero solleciti da parte
dell’editore possiate sapere come regolarvi.
Per quanto riguarda le mie incombenze circa i «Classici della

137
filosofia», ho scritto a Bobbio e vi dirà lui a che punto sono.
Buon lavoro a tutti e affettuosi saluti
Balbo

P.S. (Di’ a Solmi che non faccia il pignolo e che quando


manda il verbale non mi dia del Lei.)

AE, cart. 12, fasc. Felice Balbo. Lettera a Luciano Foà, Roma, 18 settembre 1952.
L’allusione a Picard è forse riferibile a Die Welt des Schweigens, del 1948.
L’uomo e la morte di Morin uscirà nel 1980 per i tipi di Newton Compton; la Storia
della filosofia orientale nel 1978 per quelli di Feltrinelli.

138
[54.]
Sergio Solmi
JORGE LUIS BORGES, Ficciones, Editorial Sur, Buenos Aires
1944.

Il libro che, nella traduzione francese, ha avuto un buon


successo di stampa, è effettivamente di alta qualità. Borges
utilizza procedimenti della letteratura fantastica (false leggende,
opere immaginarie, trame di racconti “gialli”) per perseguirvi
curiosi paradossi logici e metafisici. Narrazioni come La
lotteria di Babilonia, La biblioteca di Babele possono far
pensare a Kafka; come può far pensare a Chesterton
l’invenzione di procedimenti “gialli” in modi di letteratura
“dotta”. Ma vi mancano, naturalmente, tanto l’angoscia
ossessiva del primo come la polemica ideologica del secondo.
Piuttosto, lo scetticismo metafisico e la sottigliezza dei
paradossi logici potrebbero riannodarlo al Valéry di Monsieur
Teste e dei quaderni di aforismi. Particolarmente prezioso il
modo di insinuare trame di narrazioni di situazioni enigmatiche
sotto la forma di recensioni a libri inesistenti e bibliografie
immaginarie (modo che il gusto romantico peraltro già conobbe,
da Carlyle a Nerval a Villiers ecc.).
Étiemble l’ha definito uno scrittore «cosmopolita». Mi pare
tuttavia che un certo filone di fantasia logicizzante non sia
estraneo alla tradizione iberica (penso a certe novelle di
Cervantes, come Il licenciado Vidriera, al Quevedo dei Sueños
ecc.).
In conclusione mi sembra un grande “dilettante” (dico in
senso tutt’altro che spregiativo). Alle sue elaborazioni
fantastiche manca la necessità di un Poe o di un Kafka, ma il
suo scetticismo si colora spesso di rattenuta emozione e di
poesia.

139
ASS, scheda s.d., ma letta nel corso della riunione editoriale del 12 novembre 1952.
Ringrazio Renato e Raffaella Solmi per avermi fornito una copia del documento.
Finzioni, traduzione di Franco Lucentini, «I gettoni», 1955.

140
[55.]
Arnaldo Momigliano
RONALD SYME, The Roman Revolution, The Clarendon
Press, Oxford 1939.
HOWARD H. SCULLARD, Roman Politics (220-150 B. C.), The
Clarendon Press, Oxford 1951.
HELMUT BERVE, Gestaltende Kräfte der Antike, C. H. Beck,
München 1949.
MARTIN P. CHARLESWORTH, The Roman Empire, Oxford
University Press, London 1951.

Caro Editore,
Grazie della lettera del 12 novembre ’52 [...]
R. Syme, The Roman Revolution – Si tratta di un classico:
occorre un traduttore di fine senso di stile, ché l’autore è uno
stilista. Nessun dubbio sull’opportunità della traduzione.
H. H. Scullard, Roman Politics – Il libro è una imitazione di
Syme senza l’aspro realismo e lo stile del medesimo, ma
probabilmente con maggiore accuratezza nei particolari. Direi,
tutto sommato, che è utile tradurlo.
H. Berve, Gestaltende Kräfte – L’Autore è un egregio
nazista, che ha cessato di scrivere cose serie nel 1926 con i suoi
due importanti volumi su Alessandro. È tutt’altro che uno
stupido, e sa scrivere, ma io lo lascerei alle cure dei missini.
M. P. Charlesworth, The Roman Empire – Per la «Piccola
Biblioteca [Scientifico-letteraria]» va bene. Il Charlesworth era
un mediocre storico, ma aveva il dono di simpatizzare e
soprattutto una grande familiarità con le fonti. Il libro è apparso
postumo, e ci sono errori di fatto. Chi lo traduce dovrebbe
tenere conto delle recensioni (per esempio quella di H. M. Last
che sta per uscire nel «Journal of Roman Studies», 1952) per
rettificare in nota questi errori (che non sembrano essere molti)
[...]

141
Con i migliori saluti
Arnaldo Momigliano

AE, cart. 135, fasc. Arnaldo Momigliano. [Londra] 15 novembre 1952.


Einaudi pubblicherà solo Ronald Syme, La rivoluzione romana, introduzione di
Arnaldo Momigliano, traduzione di Manfredo Manfredi, «Biblioteca di cultura
storica», 1962.

142
[56.]
Franco Fortini
ARNOLD HAUSER, The Social History of Art, 2 voll., Alfred
A. Knopf, New York 1951.

L’opera tenta una sintesi di tutta la storia delle arti e delle


letterature vista in relazione alla storia sociale. Per un lato
(come indicano i titoli e le partizioni) è storia del gusto; per un
altro storia delle forme; per un altro lato ancora storia dei
rapporti fra i creatori e il pubblico. Non si può dire che il
metodo sia sempre coerente. Anzi, i resultati della sociologia
applicati alla letteratura e alle arti non coincidono con quelli che
sarebbero consigliati dal metodo marxista. Si può prevedere che
un libro simile farà venir fuori il fiele dei crociani e incorrerà
nella disapprovazione degli immobilisti marxisti. La mia
opinione è che questo sia un libro utilissimo: non poche pagine
sono veramente buone e intelligenti, evidentemente aggiornate
con i resultati della migliore critica. Vedi quelle su Dostoevskij,
quelle sull’impressionismo. Anche le conclusioni (ultimo
capitolo) mi sembrano, nel complesso, accettabili. La parte
riguardante il Settecento, ad esempio, richiama le pagine
migliori del Qu’est-ce que la littérature? di Sartre. Un libro
simile è importante: 1°) perché non c’è di meglio, almeno
finché non ne facciamo uno noi; 2°) perché apre al lettore
italiano prospettive inconsuete sull’arte e sulla letteratura dei
paesi di lingua inglese e tedesca (vedi le pagine sul
Romanticismo); 3°) perché costituisce un utilissimo “fondo” per
maggiori precisazioni, per studi particolari. Sarebbe sbagliato
non pubblicare un libro cosí, in nome della debolezza dei suoi
principî e di un certo eclettismo di metodo. Sono dell’avviso
dunque che il libro prenda il suo posto nella «Pbsl» e,
subordinatamente, nei «Saggi». Nei limiti suoi, che son quelli di
certe sintesi e panoramiche, è un libro serio, di lettura forse non

143
sempre facilissima ma fruttuosa.

AE, cart. 83, fasc. Franco Fortini [gennaio 1953]. Il giudizio di Fortini si riferisce
in particolare al secondo volume dell’opera.
Storia sociale dell’arte, 4 voll., traduzione di Anna Bovero, «Piccola Biblioteca
Scientifico-letteraria», 1955-56.

144
[57.]
Natalia Ginzburg
DOMINIQUE ROLIN, Le Souffle, Seuil, Paris 1952.

Caro Luciano,
ho letto Le souffle di Dominique Rolin: a me sembra un libro
che sarebbe giusto fare. In principio lo detestavo (ci sono delle
cose di cattiva lega e poi un’aria di evocare atmosfere
misteriose, che mi stava molto sullo stomaco) ma poi a poco a
poco ho capito che ha un fascino, anche se è un fascino che a
me è estraneo. Devo dire che è un libro piuttosto bello. La storia
è cosí: c’è un padre che sta per morire, e lí in casa ci sono figli e
figlie; per un po’ il padre sta per morire, poi muore; muore
anche un bambino cascando dalla finestra; uno dei figli è
innamorato d’una ragazza che gli chiede sempre dei soldi (gli
amori di questi due sono la cosa piú bella) e alla fine lui
ammazza la sorella piú vecchia che non vuol dare l’eredità. È
scritto un po’ alla maniera di Virginia Woolf. Dallo da leggere a
Calvino. Te lo faccio rispedire su. Io sono rimasta abbastanza
scossa, anche se, ti dico, è un fascino che mi sento estraneo [...]
Ciao
Natalia

AE, cart. 95, fasc. Natalia Ginzburg. Lettera manoscritta a Luciano Foà, «arrivata il
4-2-53».

145
[58.]
Gianfranco Contini
BRUNO SNELL, Der Aufbau der Sprache, Claassen, Hamburg
1952.

Caro Bollati,
ho letto il libro di Snell con piacere non inintermesso e con
partecipazione modesta. Non brilla né per genialità euristica né
per didattica cristallinità di esposizione; non ha portata
informativa, e il contributo, come si suol dire, personale non è
nello spirito della linguistica moderna; è piú teologico che
positivo, è in buona parte extralinguistico (razionalistico), parla
della lingua in generale ma in realtà ha l’intenzione volta al
latino e al greco (molto meno, al tedesco); è una macedonia di
osservazioni attraenti, di nozioni ovvie e d’interpretazioni
contestabili; non direi neppure che costituisca una lettura
amena. Il mio debole parere sarebbe dunque che si traducessero
i classici della linguistica (o magari della divulgazione
linguistica) prima dei vient-de-paraître decorosi ma superflui
[...]
Tanti cordiali saluti dal Suo
Contini

AE, cart. 57, fasc. Gianfranco Contini. Lettera manoscritta, Firenze, 21 marzo
1953; ora in Gianfranco Contini, Lettere all’editore (1945-54), a cura di Paolo Di
Stefano, Einaudi, Torino 1990, pp. 51-52.
La struttura del linguaggio di Bruno Snell sarà pubblicato da il Mulino nel 1966.

146
[59.]
Cesare Cases
BERTOLT BRECHT, Kalendergeschichten, Neues Leben,
Berlin 1949.

L’idea di collegare dei racconti e delle poesie al calendario


rientra negli intenti didascalici di Brecht, ma è attuata
unicamente nel titolo e non implica nessuna organicità effettiva.
Sono 8 racconti con 8 poesie intercalate. Le poesie si trovano
in molte altre raccolte e sono tra le piú note (le Fragen eines
lesendem Arbeiters ecc.). I racconti invece sono nuovi e
ripetono alcuni temi brechtiani tipici, cioè:
Il circolo di gesso di Augusta traspone nell’ambiente della
guerra dei 30 anni la storia del Kaukasischer Kreidekreis
(bambino conteso tra serva fedele e ricca madre snaturata, con
finale giudizio salomonico);
I due figli: episodio del crollo del nazismo (v. Furcht u.
Elend);
L’esperimento (quello famoso che provoca la morte di
Bacone): desiderio di sapere ecc. (v. Galileo);
Il mantello dell’eretico (Giordano Bruno), id. id.;
Cesare e il suo legionario sul tono del nuovo romanzo su G.
C. (opposizione tra fedeltà umana degli umili e viltà dei grandi,
che è anche il motivo del Circolo di gesso);
Il soldato di La Ciotat contro la guerra;
La ferita di Socrate id. id. (rapporti tra eroismo e paura);
La vecchia indegna che dopo una vita esemplare si dà alla
bella vita negli ultimi anni (motivo della doppia vita e in
generale della duplicità dei comportamenti che si trova nel
Guter Mensch von Sezuan e un po’ anche nel racconto su
Socrate qui sopra).
Se l’unità didascalica esiste dunque, oggettivamente, solo nel
titolo, non è men vero che la raccolta costituisce una specie di

147
silloge di tutti i principali motivi di Brecht che può servire
ottimamente da propedeutica a chi non lo conosca e anche da
bignamino a chi lo conosce già e lo vuole ripassare stando su un
piede solo. Il «calendario» di Brecht c’è tutto; il libretto
nell’insieme è carino e anche le poesie sono quelle che ci
vogliono. Alla fine c’è però un fuoriprogramma che mette un
po’ a disagio, e cioè le Geschichten vom Herrn Keuner, al
completo (qualcuna ne avevo letta altrove). Sono tra le cose
migliori di Brecht, a mio parere, e quindi quanto a esemplarità
vanno benissimo col resto, ma sono estremamente raffinate,
come puoi constatare leggendone qualcuna, e tale cerebralità
stride col tono popolare del preteso lunario o Barbaverde. In
fondo però sono solo una ventina di pagine, e quando il lettore è
arrivato in fondo è troppo tardi per farsi rifondere le duecento
lire della «Pbsl».
Detto tra di noi: sono sempre convinto che Brecht, nonostante
tutto, è un decadente della piú bell’acqua. La sua popolarità è
quella dell’intellettuale che si mette a fare il canzonettista o il
fahrender Galgenvogel come lo chiamava K. Kraus. Trovo
molto piú “popolare” Thomas Mann. Ma non dirlo a nessuno,
perché troverei coalizzati contro di me gli eretici e gli ortodossi.
Ciò che ti esorterà, spero, a far tradurre il libretto.

AE, cart. 43, fasc. Cesare Cases. Lettera a Renato Solmi s.d. ma del 1953; ora in
Cesare Cases, Scegliendo e scartando. Pareri di lettura, a cura di Michele Sisto,
Aragno, Torino 2013, pp. 13-14.
Storie da calendario uscirà nella traduzione di Paolo Corazza e Franco Fortini nella
nuova serie dell’«Universale Einaudi» nel 1959.

148
[60.]
Carlo Fruttero
GWYN THOMAS, The World Cannot Hear You, Little, Brown
& Co., London 1951.

Quella che il mondo non può sentire è la voce di Meadows


Prospect, un villaggio di minatori sperduto tra le montagne del
Galles. In realtà, chiudendosi in questa modestia deliberata,
programmatica, il Thomas va molto lontano. Il suo è un
microcosmo che riproduce su scala minima, volendo simbolica,
i conflitti e i tentativi del nostro tempo. Intreccio vero e proprio
il romanzo non ha; molti i personaggi: il nobile svagato e
filantropo che fonda istituti di cultura per i proletari, il
giovinastro senza scrupoli che si serve di lui per far carriera,
l’ingenuo che decide di tornare alla terra, il pensatore cinico, la
setta religiosa degli «knockers», che portano in testa una
tavoletta di legno per bussare all’indirizzo del Cielo, ecc. Tutto
questo seguito e commentato attraverso gli anni da un piccolo
gruppo di operai disoccupati e filosofi, «noi», che parlano una
lingua meravigliosa, piena di immagini e di canto. Nonostante
disoccupazione e miseria, infatti, il Thomas non è caduto
nell’aperta polemica sociale, e d’altra parte il suo libro non ha
niente a che vedere col qualunquismo folcloristico. La pietà e
l’amore (le due parole ricorrono con frequenza) sono alla base
del suo umorismo particolarissimo, e la sua protesta appare
tanto piú giustificata, la sua amarezza tanto piú legittima, in
quanto Meadows Prospect non chiede molto per essere un paese
felice.
Riuscire a scrivere un libro ottimista, ricco di poesia e di
calore umano, dove i personaggi si chiamano Omri, Orlo,
Caradoc, Orlando, dove i disoccupati bevono tazze di brodo, mi
pare, in tempi come questi, impresa talmente straordinaria da
meritare una traduzione. Certo si tratta di un romanzo non

149
facile, statico, molto sottile; il candore di Thomas è una
raffinatissima simulazione, il suo inglese viene di lontano. Il
lettore deve accettare Meadows P. per eroe principale, non
chiedere colpi di scena. Se lo fa, gli restano alla fine piú che due
soldi di speranza.

AE, cart. 85, fasc. Carlo Fruttero [1953]. Già autore per Einaudi di alcune
traduzioni dall’inglese, Fruttero fu assunto con un contratto di «collaborazione
esclusiva» nell’aprile del 1953. Responsabile di tre collane: «I gettoni», la «Collezione
di teatro» e la «Nuova Atlantide».

150
[61.]
Arnaldo Momigliano
ALEXANDER A. VASILIEV, History of the Byzantine Empire, 2
voll., University of Wisconsin Press, Madison 1928-29.
GEORG OSTROGORSKY, Geschichte der byzantinischen
Staates, C. H. Beck, München 1940.

Caro Editore,
Grazie per la lettera del 1º ottobre [...]
Circa Vasiliev e Ostrogorsky. I due libri naturalmente sono
complementari. L’opinione generale (che io condivido) è che
Ostrogorsky rappresenti una tecnica di lavoro molto alta: il libro
è piú difficile, ma piú istruttivo. Inoltre oggi si legge il tedesco
meno facilmente dell’inglese. Come scelta, preferirei O.; ma se
avete quattrini e traduttori, i due insieme si completerebbero e
darebbero infine al lettore italiano qualcosa per cominciare lo
studio di una civiltà quasi trascurata.
Tante buone cose
Arnaldo Momigliano

AE, cart. 135, fasc. Arnaldo Momigliano. Lettera manoscritta a Giulio Einaudi,
Londra, 6 ottobre 1953.
Einaudi avrebbe pubblicato solo Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino,
traduzione di Piero Leone, «Biblioteca di cultura storica», 1968.

151
[62.]
Giorgio Levi Della Vida
PHILIP K. HITTI, History of the Arabs, Macmillan, London
1937.

Egregio Dottor Einaudi,


Rispondendo alla Sua lettera del 16 e grato della stima che fa
del mio giudizio, Le dirò che la History of the Arabs di Ph. K.
Hitti mi è ben nota (ne posseggo la prima e la seconda edizione
che l’autore, mio buon amico, mi regalò a suo tempo), ma che
non ho ancora veduto la quinta, col capitolo aggiunto, che
immagino riguardi la storia contemporanea.
Il successo dell’opera mostra che essa risponde a un’esigenza
del pubblico. Ed è certamente ricca di dati, accuratamente scelti
e sempre bene controllati. Quello che forse le manca è la
capacità, o la volontà, di affrontare i problemi storici in quello
che hanno di essenziale; il che ne fa piuttosto una diligente
rassegna di fatti che un deciso tentativo di comprendere e
costruire la storia. Tuttavia, dato che da noi mancano scritti di
solida e completa informazione sull’argomento, ciò che il libro
di Hitti certamente è, credo che una traduzione sarà quanto mai
utile e sarà accolta con favore [...]
Mi creda, coi piú cordiali saluti,
G. Levi Della Vida

AE, cart. 12, fasc. Giorgio Levi Della Vida. Lettera a Giulio Einaudi, Roma, 19
ottobre 1953.
La Storia degli Arabi di Hitti fu pubblicata da La Nuova Italia nel 1966.

152
[63.]
Felice Balbo
TALCOTT PARSONS, Toward a General Theory of Action.
Theoretical Foundations for the Social Sciences, Harvard
University Press, Cambridge 1951.

Caro Solmi,
[...] Rimando indietro Toward a General Theory of Action.
Mi pare un libro nettamente non pubblicabile. Prima ancora di
qualsiasi giudizio sul contenuto e sul valore del libro si può
subito dire che i problemi trattati rispetto all’ambiente italiano
sono assolutamente indigeribili. In senso testuale e non
analogico. Voglio dire che è cibo per stomaco da elefanti e
bocca correlata e non da stomaco umano. Credo che anche in
America sia difficilmente adoperabile prima che si realizzi la
terza rivoluzione industriale e le macchine elettroniche
divengano base di ogni azienda. A mio parere questo tipo di
libri sono il tipico frutto del paese capitalistico ipersviluppato
dove s’impiegano milioni e milioni di dollari in mastodontiche
Foundations completamente slegate da ogni senso di
economicità intellettuale. Infatti impiegare tanta materia grigia
per sapere se è piuttosto per fame, per godimento o per noia che
si entra in un ristorante sembra un po’ fuori luogo in questa
Europa malandata ma in cui esiste ancora il piú veloce buon
senso. Se però avrai voglia di divertirti alla orologeria
antropologica leggilo e tanti auguri [...]
Affettuosi saluti a te e ai tuoi nonché agli Einaudi.
Grazie di farmi da portavoce alle riunioni. Io spero di venir su
di qui a non molto.
Il tuo Balbo

AE, cart. 12, fasc. Felice Balbo. Roma, 23 ottobre 1953.

153
[64.]
Giulio Carlo Argan
PIERRE GEORGE, La Ville. Le fait urbain à travers le monde,
Puf, Paris 1952.

Caro Einaudi,
conoscevo già di fama La ville di Pierre George, e mi ha fatto
molto piacere poterlo leggere. È un saggio di geografia
economica, piú che di urbanistica: nel suo genere,
scientificamente perfetto. Inoltre, cosa rara, contiene uno studio
approfondito dell’influenza esercitata dai regimi di democrazia
popolare sulla struttura urbana. Benché, ripeto, il problema
urbanistico non sia specificamente trattato, il libro può avere, e
soprattutto da noi, un’importanza eccezionale per gli studi
urbanistici; in quanto considera il problema della città ad uno
“strato” molto piú profondo di quello che è il piano sul quale
normalmente si fondano gli studi urbanistici propriamente detti.
Non sono naturalmente in grado di giudicare tutti gli aspetti
economico-sociali del libro; comunque, è indubbio che la
traduzione di esso costituirebbe un contributo importantissimo
alla cultura italiana.
Le due sole possibili obbiezioni sono: a) il carattere
assolutamente specialistico, tecnico-statistico, della trattazione;
b) il fatto che non siano in nessun modo trattati i problemi
italiani. Il primo rilievo ha un’importanza molto relativa, tanto
piú che potresti forse considerare la possibilità di pubblicare
altri lavori dello stesso tipo (a titolo d’esempio: La cité de
Londres di A. Dauphin-Meunier, Gallimard, 1940) e formare
cosí una collana omogenea e del piú grande interesse. Il
secondo è piú grave perché, senza fare del nazionalismo
(tutt’altro!), il problema di certe città italiane – come Roma,
Napoli, Venezia – ha, sul piano teorico generale, un’importanza
non certo minore del problema di Parigi, Bordeaux o Montreal.

154
E bada che non mi riferisco tanto alla questione dell’eredità
storica e dei monumenti, ma alla condizione di disintegrazione
sociale, e al contrasto tra funzioni produttive da un lato e
culturali, politiche, rappresentative dall’altro. Come per il
Taylor, credo che al successo del libro in Italia sia necessaria
l’aggiunta di una parte dedicata ai problemi italiani: anche e
soprattutto per evitare il solito, tradizionale commento: «sí, va
tutto bene; ma da noi è un’altra cosa». Mentre invece, salvi certi
particolari, è esattamente la stessa. Io credo che lo stesso
George potrebbe accettare di curare un’edizione italiana, nella
quale, non foss’altro, si dimostrassero quanti e quali guai
dipendano dalla Chiesa cattolica. Ti prego, comunque, di non
considerare il mio giudizio altrimenti valido che per la parte
urbanistica: sottoponendo ad altri il volume per la parte storica,
sociale, economica [...]
I piú cordiali saluti
Argan

AE, cart. 8, fasc. Giulio Carlo Argan. Roma, 25 ottobre 1953.


Di George, Einaudi avrebbe pubblicato Le regioni polari: cfr. infra, scheda n. 66
(Strada [1953]) e Geografia economica dell’Unione Sovietica («Piccola Biblioteca
Einaudi», 1960). Il «Taylor» citato è Henry Francis Taylor, The Taste of Angels
(tradotto da Einaudi nel 1954 con il titolo Artisti, principi e mercanti. Storia del
collezionismo da Ramsete a Napoleone), di cui è conservata una scheda di Argan del 2
ottobre 1953: «È un libro importante, certo la prima storia seria del collezionismo; è
scritto con un certo gusto e può senza dubbio interessare un pubblico abbastanza vasto.
Ha due gravi difetti: un modo troppo superficiale di studiare gli aspetti sociali del
problema, e una sensibile sproporzione tra lo sviluppo dato allo studio del
collezionismo in Inghilterra e in altri paesi europei e quello dato allo studio del
collezionismo in Italia. Quest’ultima parte è molto scarsa e certo, chi vi cercasse una
buona documentazione sulla formazione delle grandi raccolte artistiche italiane,
rimarrebbe deluso».

155
[65.]
Delio Cantimori
NICOLA OTTOKAR, Il Comune di Firenze alla fine del
Dugento, Vallecchi, Firenze 1926.

Caro Einaudi,
per il libro di Ottokar, Comune di Firenze alla fine del
Dugento: sono d’accordo ma senza entusiasmo. Il libro non ha i
meriti di vivacità e largo interesse del Pieri [Il Rinascimento e la
crisi militare italiana] p. es., o di altre opere nostre del genere, e
neppure quelli del Magnati e Popolani. Fu scritto in polemica
con questo volume del Salvemini, per l’appunto, e pubblicato
proprio mentre Salvemini passava il confine di nascosto,
guidato da Chabod... Fu interpretato allora come condanna alla
interpretazione classista di Salvemini (validamente criticata su
base rigorosamente filologica da Ottokar per la vita fiorentina),
e questo non sarebbe gravissimo, ma anche come
riaffermazione della «politica» e della «classe politica» di
contro al «materialismo storico»: in quegli anni ero convinto
che Ottokar avesse ragione, ma mi è sempre rimasto molto
spiacevole e allora mi fu spiacevole pensare che la critica a
Salvemini usciva in quel momento; e che poi con questo libro
Ottokar si guadagnò il posto lasciato “libero” da Salvemini.
Inoltre è un libro che non mi pare “bello” come quello di Pieri:
cioè è una discussione erudita e una ricostruzione storico-
erudita, con discussione continua dei risultati (è uno di quei libri
che piacciono a me, in quella maniera che mi induce a
sconsigliarteli perché gustosi solo a pochi bizzarri malinconici
come me).
Queste le ragioni negative (inoltre Ottokar mi è poco
simpatico personalmente per sgarbi fatti a Sestan – non a me,
anzi). Le ragioni positive sono che il libro fa coppia, come
classico minore della discussione storiografica italiana, con

156
Magnati e Popolani; i suoi risultati sono ancora validi (se non
sul piano generale, come conseguenze teoriche, sul piano
specifico, nella fattispecie fiorentina fine Duecento); è una delle
opere importanti della storiografia europea non solo italiana del
periodo piú recente; non manca di pagine vivaci dove la
controversia erudita non affoga ma ravviva l’interesse (p. es. pp.
250-254; 286-fine; 125 sgg.); e se non la vedrei nella «Storica»,
la vedrei benissimo nei «Saggi» (senza farne questione capitale)
[...] si potrebbe chiedere una prefazione non autobiografica ma
critico-storiografica che rievocasse i problemi, ecc., a Falco, p.
es., oppure a uno dei giovani medievisti. In una ventina di
pagine, la cosa potrebbe andare – e sarebbe utilissimo, per
ravvivare l’interesse per gli studi di storia medievale (e
corrisponderebbe anche a questo ravvivamento). Sarebbe
opportuno aspettare, a farlo uscire, che uscisse la riedizione
degli scritti di St. medioevale di Salvemini in preparazione
presso una delle case editrici in contatto con R. Mattioli (come
mi ha detto lo stesso Salvemini): la pubblicazione
contemporanea dei due volumi risolleverebbe la vecchia
questione, e potrebbe contribuire al successo. Ma questo è un
tentativo professorale di far l’uomo pratico, del quale ti chiedo
scusa.
Dunque: parere decisamente favorevole, pur senza
entusiasmo.

AE, cart. 38, fasc. Delio Cantimori. Lettera manoscritta, Pisa, 18 novembre 1953
(con lievi differenze in Cantimori, Politica e storia contemporanea cit., pp. 815-16). Il
13 gennaio 1954 Cantimori ribadiva a Luciano Foà: «Per Ottakar risposi a G. E., che
m’aveva scritto direttamente (parere positivo con qualche riserva); bisognerebbe che
Venturi convincesse Salvemini a darci i suoi scritti medievali (affidati al Cristiani per
la revisione, e i cui diritti sono in mano al Mattioli): per avere sugli stessi problemi,
Ottokar non solo, ma Salvemini, in funzione (polemica) del quale Ottokar scrisse». E
ancora il 27 gennaio: «Crederei opportuno affidare la prefazione a Sestan, per questa
ragione: non solo è scolaro di Salvemini e in parte di Ottokar (credo laureato con
Salvemini, ma piú affine a Ottokar), ma è un ottimo medievalista, uno dei migliori
anziani che abbiamo. È abbastanza anziano per aver gusto alla “storiografia” e
abbastanza al corrente delle nuove tendenze, per tenerne conto. E sarebbe anche in

157
grado di fare eventualmente la prefazione al Salvemini».
Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295 di Gaetano Salvemini e Il Comune
di Firenze alla fine del Dugento di Nicola Ottokar uscirono con una prefazione di
Ernesto Sestan nella «Biblioteca di cultura storica» rispettivamente nel 1960 e nel
1962.

158
[66.]
Vittorio Strada
PIERRE GEORGE, Les Régions polaires, Armand Colin, Paris
1946.

Al lettore qualunque, assueto a sentir parlare di queste terre


con un linguaggio a sensazione o comunque “letterario”, alcune
pagine del libro di Pierre George appariranno prive di lusinghe e
suggestioni. D’altra parte, se scopo della «Pbsl» non è di offrire
opere gonfie di specioso pathos esotizzante, ma piuttosto di
illuminare i problemi effettivi che la realtà, in questo caso
geografica, presenta, non v’è dubbio che Les régions polaires,
assolvendo con efficacia il compito d’un’informazione
essenziale e precisa, potrebbe sistemarsi convenientemente nella
schiera dei volumetti rossi. Tanto piú che se, com’è stato detto,
alcune pagine sono scarsamente vive, la piú parte del libro, per
la natura stessa della materia trattata, tiene desta la curiosità e
interessa. Un altro problema è quello dell’attuale opportunità
d’una traduzione. Certo, l’argomento può sembrare tale da
giudicarne prorogabile la trattazione che però è, in un certo
senso, indipendente, cioè non presuppone altre opere di
carattere generale.
Il volume francese è illustrato solo con cartine alle quali
potrebbero opportunamente aggiungersi, in un’edizione italiana,
fotografie.

AE, cart. 204, fasc. Vittorio Strada [1953]. Strada aveva iniziato a collaborare con
l’Einaudi nel 1953 come «lettore» di libri stranieri. Dopo un triennio di studio a
Mosca, nel 1961 era stato assunto a tempo pieno come consulente per la letteratura
russa.
Le regioni polari, corredato di un ampio apparato iconografico, uscí con la
traduzione di Rosa Lidonnici Arcuri nella «Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria»,
1954.

159
[67.]
Vittorio Strada
VERE GORDON CHILDE, History, Cobbett Press, London 1947.

Deve riconoscersi l’ufficio e l’utilità di opere brevi e puntuali


come questa del Childe non pure per l’ausilio che offrono a far
chiaro un atteggiamento storiografico diffuso ma perché
immettono il lettore non specializzato nel folto della
problematica storiografica con un procedimento agevole e
concreto.
Il libretto pone innanzitutto in rilievo i principii metodologici
applicati dal Childe nella ricerca storica. Senza mettersi dal
punto di vista di un’esegesi particolare di dottrine è però
evidente che l’Autore si muove di fatto nell’orizzonte d’un
materialismo economistico che invano vuol dirsi storico. La
caricata accentuazione del momento tecnico-economico e la
trascuranza della sua radicale mediazione organizzativo-sociale
con le categorie d’ordine sovrastrutturale, caratteristiche
rilevabili, ad es., anche in Man Makes Himself, sono qui rese
esplicite e mette conto rilevarle anche in quanto diffuse fra altri
intellettuali anglo-americani di “sinistra” (B. Farrington, M.
Cornforth etc.). Occorre far presente che non si pone
un’inopportuna e assurda esigenza di “ortodossia”, ma piuttosto
di chiarezza e precisione.
D’altro lato, come s’è detto, il breve studio ha valore per la
critica disamina di dottrine storiografiche oggi divulgate
(Toynbee, geopolitica etc.) e per gli essenziali lineamenti di
storia della storiografia. Motivi questi che assieme agli elementi
di “teoria” fanno del libro una non indegna, elementare
propedeutica al pensiero storiografico.

AE, cart. 204, fasc. Vittorio Strada [1953].


Di Childe, Einaudi pubblicò Il progresso nel mondo antico («Biblioteca di cultura

160
storica», 1949), il citato L’uomo crea se stesso («Piccola Biblioteca Scientifico-
letteraria», 1952) e L’alba della civiltà europea («Saggi», 1972).

161
[68.]
Carlo Fruttero
CHARLES A. LINDBERGH, The Spirit of St. Louis, Scribner,
New York 1953.

Come i films sull’epoca del charleston, questa cronaca della


prima trasvolata atlantica risponde alla sete di “storia” di
“passato” propria dell’America, e allo stesso tempo soffia sul
mito dell’Individuocapace-di-tutto caro agli americani.
Fortunatamente le successive tenerezze di Lindbergh per il
fascismo qui non risultano affatto.
La prima parte del libro, circa un terzo, va dalla prima idea,
casuale, della trasvolata, alla partenza dello Spirit of St. Louis
dall’aeroporto di New York: le difficoltà, i bluffs coi
finanziatori, le timidezze, il terrore di essere preceduto, la lenta
e contrastata costruzione dell’apparecchio.
C’è poi la trasvolata vera e propria, che ha una specie di
“montaggio” cinematografico, con ampi ritorni autobiografici e
molto “suspense”. L’infanzia dell’autore nelle foreste, i
pellirosse, le cacce col padre, la scuola, i primi voli, e molte
interessantissime pagine sull’aviazione di quegli anni, quando il
volo era considerato un’impresa da circo equestre.
Le peregrinazioni per tutta l’America, le acrobazie a
pagamento, gli incidenti piú straordinari, il continuo pericolo e
la continua mancanza di soldi fanno di questo Lindbergh un
personaggio che sarebbe piaciuto a Dos Passos.
Il libro è scritto al tempo presente, lo stile è piano e diretto.
Poche compiacenze, qualche “volata” sul Creato o sull’Uomo
abbastanza ingenua da riuscire simpatica. Ogni tanto si sente
che l’autore vuole essere a tutti i costi “un ragazzo (americano)
qualunque”, ma anche questo candore da «Reader’s Digest» non
incide sulla consistenza e sul ritmo del racconto, via via piú teso
e spasmodico, fino a che il pilota, in lotta contro la nebbia, il

162
vento e soprattutto il sonno, non avvista le coste irlandesi.

AE, cart. 85, fasc. Carlo Fruttero [1953-1954]. Appunto manoscritto di Giulio
Einaudi in calce: «Sí – non deve però uscire molto distante dall’ediz. americana, in
modo che la propaganda indiretta venga a favore alla diffusione del libro in Italia».
Il libro, tradotto da Bruno Jappelli, fu pubblicato nella «Nuova Atlantide» nel 1955.

163
[69.]
Carlo Fruttero
Antologia del teatro francese contemporaneo.

Dovrebbe comprendere: En attendant Godot di Samuel


Beckett; Tous contre tous di Adamov; La Cantatrice chauve di
Ionesco.
C’è stato un grosso equivoco critico quando queste opere
sono state rappresentate per la prima volta. Sono state
considerate infatti “d’avanguardia” e ad esse è stata pronosticata
una vita non lunga e non facile. Oggi, dopo oltre un anno, si può
vedere che non si tratta affatto di un fenomeno di moda
letteraria. Beckett e Adamov, per lo meno, tengono
ininterrottamente il cartellone ed è chiaro ormai che il loro
pubblico non è formato soltanto da una piccola élite
intellettuale. Non si può d’altra parte parlare di una vera e
propria “scuola”, come ad esempio per gli espressionisti o i
dadaisti. Questi tre autori hanno tra loro legami e intenzioni piú
sottili e profondi. Tutti e tre sono di origine straniera e a questo
si può senz’altro attribuire una particolare sensibilità per il
luogo comune, per la frase fatta del manuale linguistico e il loro
linguaggio fatto di esasperate banalità, di funambolesche
assonanze.
Beckett, il piú celebre, è ormai stato rappresentato in molti
paesi e la sua commedia è stata trasmessa dalla Rai. In breve si
potrebbe dire che è dei tre il piú “metafisico”; per questa sua
allegoria sono stati fatti i nomi di Kafka e di Joyce. Adamov
invece si può in qualche modo accostare agli espressionisti
tedeschi; è molto violento e quello maggiormente dotato di
“senso del teatro”. Ionesco è il giocoliere, il fumista, il
discendente, se si voglion far nomi, di Jarry e Labiche. Tutti e
tre, ciascuno a modo suo, sembrano soprattutto preoccupati dal
problema dell’assurdo e la loro protesta contro l’inconsistenza

164
dei valori e della vita in generale ha un andamento tra farsesco e
lugubre cui non si può negare notevole originalità.

AE, cart. 85, fasc. Carlo Fruttero [1953-1954]. In calce appunti manoscritti di
Luciano Foà («[Gerardo] Guerrieri [condirettore, con Paolo Grassi, della “Collezione
di teatro”] è d’accordo») e Giulio Einaudi («Per la collezione Teatro va bene. Ma
perché un volume solo, grosso, e non tre volumetti?»)
I tre drammi saranno pubblicati separatamente nella collana teatrale: Beckett,
Aspettando Godot, traduzione di Carlo Fruttero, 1956; Adamov, Tutti contro tutti.
Intimità. Paolo Paoli, prefazione di Bernard Dort, traduzione di Giorgio Buridan, Gian
Renzo Morteo e Vittorio Radicati di Mamorito, 1961; Ionesco, La Cantatrice calva e
altre commedie (Jacques ovvero la sottomissione. Le sedie. La lezione), prefazione e
traduzione di Gian Renzo Morteo, 1958.

165
[70.]
Elio Vittorini
ROBERT ANTELME, L’Espèce humaine, Éditions de la Cité
Universelle, Paris 1947.

Caro Calvino,
proporrei di prendere in considerazione per la serie straniera
dei «Gettoni» il bellissimo libro di Robert Antelme sulla vita nei
campi di concentramento tedeschi: L’espèce humaine, che noi si
voleva fare già sei anni or sono e poi si lasciò perdere perché
non sapevamo in che collana metterlo e perché in quel momento
l’argomento pareva insopportabile al pubblico, troppo sfruttato
e anche divenuto enfatico, mentre oggi può essere considerato,
nella distanza, con interesse nuovamente intatto. Il libro ha
successo piú in questi ultimi anni che prima, in Francia. Due
anni fa ha preso anche un premio dopo 5 anni ch’era stato
pubblicato. Se Giulio è d’accordo io scriverei subito ad
Antelme, chiedendogli anche di autorizzarci a operare dei tagli
per alleggerirlo d’una certa lentezza. Io vorrei proprio metterlo,
per avere con gli stranieri la stessa larga gamma documentaria
oltre che narrativa che abbiamo raggiunto con gli italiani. Anzi,
considererei ideale che si uscisse a maggio con questa Espèce
humaine insieme all’Algren [Le notti di Chicago] e al Morris [Il
padre dell’eroe], invece de L’autre [di Charles Rohmer] (che
rimanderei all’autunno). Se mi dite di sí subito, magari per
telegramma, potrei trovare un buon traduttore qui a Milano
(magari Fortini) che lo traducesse in un mese. Il libro è
splendido. L’ho letto nel ’47 la prima volta e d’allora
continuavo a pensarci. L’ho ripreso in mano ieri sera e mi trovo
riconfermato nei ricordi che me ne restavano.
Ciao
Elio

166
AE, cart. 221, fasc. Elio Vittorini. Lettera manoscritta a Italo Calvino, [Milano] 19
febbraio 1954. Riprodotta in Elio Vittorini, Lettere 1952-1955, a cura di Edoardo
Esposito e Carlo Minoia, Einaudi, Torino 2006, p. 158.
La specie umana uscirà ne «I gettoni» nel 1954 (traduzione di Lorenza e Ugo
Bosco).

167
[71.]
Natalia Ginzburg
BÉATRIX BECK, Des Accommodements avec le ciel,
Gallimard, Paris 1954.

Caro Calvino,
ti spedisco Des accommodements avec le ciel, manoscritto di
Béatrix Beck. Ce ne sono al mondo, solo due copie: questa e
un’altra che ha Gallimard. Sta’ attento che non vada perduta.
Il romanzo, l’ho trovato abbastanza divertente: ci sono storie
di famiglia, e questo è sempre la cosa migliore che lei può dare:
salvo un particolare disgustoso del nonno nella bara, che trasuda
una specie di sugo brunastro (perché lo portano da un paese
all’altro e fa caldo). Soltanto, trovo questo: mentre Léon Morin
dava un tono di vicenda conclusa, questo non conclude nulla, è
un capitolo aperto (finisce che partono per l’Inghilterra, ma
insomma non cerca in nessun modo di chiudere). È evidente che
questa sta scrivendo le sue memorie, ogni due o tre anni ne
scrive un pezzo. Però evidentemente non possiamo aspettare
che scriva cosa le succede in Inghilterra.
Insomma questo qui è meglio di Léon Morin, mi pare.
Affettuosi saluti
Natalia

AE, cart. 95, fasc. Natalia Ginzburg. Lettera manoscritta, 17 maggio 1954.
Léon Morin, prete e altri racconti era stato tradotto da Lalla Romano e pubblicato
nei «Supercoralli» nel 1954.

168
[72.]
Franco Lucentini
Auteur: J. Custance
Titre: Adventure into the Unconscious («Aventures dans
l’Inconscient»)
Genre: Propagande
Ed. originale en anglais, 207 p. en 8°
Editeur: C. Johnson, London 1954
Rapport de M. Lucentini

L’auteur commence par nous informer qu’il est sujet depuis


vingt années à des crises de folie maniaco-dépressive et que ces
crises l’on mis en contact avec un monde fantastique (infernal
dans les crises de dépression, célestial dans celles de manie) où
il se propose de nous introduire, car il a des raisons pour croire
que ce monde, quoique fantastique, n’est pas tout à fait «irréel».

LECTEUR Très bien, cela m’intéresse. Qu’est-ce qu’il se passe


dans cet autre monde? Quelles sont vos visions?
AUTEUR Une minute. Je veux d’abord vous exposer, bien que
je ne sois pas très qualifié pour le faire, les théories de différents
philosophes et psychologues...
LECTEUR Cela m’intéresse moins, du fait surtout que, comme
[vous] le dites vous-mêmes, vous n’êtes pas très qualifié...
AUTEUR N’importe. Donc, selon Kant... selon Jung... selon
Freud... Et surtout selon moi... car moi aussi j’ai des théories là-
dessus... Mais, avant, je veux citer quelques poètes... et même
un petit poème à moi, une chose de rien bien entendu, une petite
chose...
LECTEUR (s’endort profondément).
AUTEUR Vous dormez? Vous ne croyez donc pas que je suis
le plus intéressant des fous? Écoutez, je vais vous dire quelque
chose: une fois, j’ai tenté d’empoisonner ma mère!

169
LECTEUR (reprenant un peu d’intérêt) Ah? Vraiment?
AUTEUR Oui. C’est à dire que j’avais eu l’impulsion
démoniaque d’empoisonner ma mère, mais une impulsion
contraire m’en a détourné et j’ai pris le poison moi-même.
LECTEUR Mais vous n’êtes pas mort?
AUTEUR Oui. Non. C’est à dire... ce n’était pas un poison
bien fort... au fait, ce n’était pas véritablement un poison... mais
je me suis évanoui...
LECTEUR (poli) Bon. Vous disiez donc avoir entrevu un autre
monde, un monde infernal?
AUTEUR Oui. Par exemple le matin, quand je me rase, il y a
dans la salle de bains deux crochets dont les vis ressemblent à
des yeux et où il me semble reconnaître deux visages
diaboliques... Je les ai surnommés Satan et Belzebub et je
discute avec eux. Oui monsieur, vous avez bien entendu: Je dis-
cu-te avec eux!!! Ah, ah! Je vous l’avais bien dit que je suis
fou!... Comment? De quoi je discute? Du Positif et du Négatif.
Car il faut savoir que selon les Chinois il y a un principe actif,
dit du «yang», et un principe passif, dit du «yin». Or, ces deux
principes...
LECTEUR (se rendort; et l’on arrive comme cela à [la] moitié
du livre).
AUTEUR Reveillez-vous, maintenant cela devient intéressant.
Donc, avec Satan et Belzebub – ah! ah! – je discute aussi du
Communisme, et c’est même ce qui les intéresse le plus. Car
moi je suis spiritualiste, et je trouve que le Communisme est une
stupidité et une cochonnerie. Il faut défendre la propriété. À
propos, je vais vous raconter l’histoire de ma famille, car elle
est étroitement liée à celle de ma propriété de Wichbury, et cette
propriété est habitée par des anges et des démons... Oui; en
apparence, il s’agit de bêtes: le vieux chat, le chien, le cheval,
etc.; mais ma femme et moi nous les appelons avec des noms
démoniaques et discutons avec eux – ah! ah! – de toutes sortes
de choses, et surtout du Communisme. Car le Communisme,
comme je vous disais...

170
LECTEUR (se lève pour s’en aller).
AUTEUR Un instant. Je vous jure que je suis le plus
intéressant des fous. Imaginez-vous que récemment, en sentant
s’approcher une crise de manie, j’ai décidé de m’en aller tout
seul à Berlin-Est, pour voir ce qui se passerait une fois la crise
déchaînée. Et j’y suis vraiment allé!!! Tenez, je vais vous
raconter ça sous forme de journal. 31 Octobre: Me voilà à
Berlin, mais la crise ne s’est pas encore déclarée. Je décide,
pour précipiter les choses, d’avoir recours à de fortes boissons
alcooliques. 1 Novembre: Ça n’y est pas encore, mais
entretemps je vais vous entretenir sur ma philosophie de la vie,
qui est diamétralement opposée à celle du Communisme. Donc,
selon moi, la vie humaine... 2 Novembre: Ça y est! Je suis fou à
lier! Figurez-vous que ce matin, en plein Berlin-Est, il m’a
semblé voir un grand panneau qui disait: «Bandits du monde
entier, unissez-vous!»; et un autre qui disait: «Fainéants du
monde entier, etc.». Ça alors, c’est formidable. Peu après, voilà
qu’il me prend une impulsion irrésistible d’aller cracher sur le
buste de Stalin, à l’Alexanderplatz. Et bien, savez-vous par qui
cette impulsion m’a été dictée? Par Marx et Engels eux-mêmes,
qui m’ont apparu en personne et que j’ai vus comme je vous
vois!!! Après cette formidable et conclusive Expérience de
Berlin, je suis passé à Paris voir «Gabriel Marcel, whose
recommendation has led to the acceptance of Wisdom, Madness
and Folly by Plon, the Catholic publishers (p. 115)». Je l’ai vu,
mais il a eu l’air de me reprocher de cultiver moi-même ma
folie; il a dit que cela n’est pas bien honnête. Mais comment,
donc, je dois vous dire que je suis véritablement fou, et que j’ai
des visions, des prémonitions de la plus haute importance? En
Suisse j’ai vu Jung, qui m’a pris très au sérieux, lui!
(Évidemment, N.d.R.). Et voilà une autre preuve: l’autre jour, en
traversant Londres en voiture, j’ai essayé de prévoir la couleur –
rouge ou vert? – des feux que j’allais recontrer aux différents
carrefours. Eh bien, mes Génies m’ont aidé, et «mes prévisions,
pour la pluspart, se sont avérées plus ou moins justes» («most

171
guesses... were more or less right», p. 142)! Eh bien... Vous me
croyez, maintenant? VOUS ME CROYEZ???
LECTEUR (reculant terrifié vers la porte et se proposant, s’il
arrive à s’en tirer, de citer l’éditeur pour dommages et intérêts)
Oui... ah, oui... ça... absolument!

Si ce Custance n’affirmait peremptoirement avoir été interné


plusieurs fois, on pourrait croire qu’il s’agit tout simplement
d’un nouveau colleur d’affiches recruté par «Paix et Liberté».
Pour ma part, je ne doute pas qu’il ait été véritablement interné,
mais je soupçonne très fortement qu’il se soit agi de quelques
histoires de mœurs, et non pas de visions. Ici, d’ailleurs, la
question ne se pose pas: car un psychiatre a observé que «le fou,
très souvent, se double d’un imbécile commun», et dans ce
livre, de la première à la dernière ligne, ce n’est jamais le fou
qui parle, mais toujours l’imbécile.

Publication: Absolument pas, et l’on ferait bien de stopper


également la publication de Wisdom etc. (si c’est vrai qu’il a été
accepté).

AE, cart. 120, fasc. Franco Lucentini [agosto 1954]. Assunto nel 1954 come agente
editoriale in Francia, Lucentini svolgeva anche l’incarico di «lecteur» di libri stranieri
per l’editore Plon. Le schede di lettura che redigeva per la casa francese venivano
spesso trasmesse, come in questo caso, anche all’Einaudi. Cfr. la lettera di Luciano Foà
a Lucentini del 13 settembre 1954: «Rapporti Plon: mandaci tutti quelli che tu pensi
possano interessarci, anche se fossero negativi (quello sul libro di Custance ci ha
divertito molto!)»
Per la traduzione, cfr. Appendice 1.

172
[73.]
Enzo Collotti
ERICH EYCK, Geschichte der Weimarer Republik, 2 voll.,
Eugen Rentsch, Erlenbach-Zürich 1954-56.

Facendo seguito alla mia precedente in risposta alla lettera di


codesta Casa del 3 agosto, mi affretto a riferire brevemente le
mie impressioni sul libro di Erich Eyck proposto per la
traduzione.
Concordo sostanzialmente con l’avviso della Casa che il
libro, nonostante tutto, sia la trattazione piú esauriente e
documentata sinora esistente sulla Repubblica di Weimar. Vari
appunti tuttavia si potrebbero fare all’opera. Un difetto di
struttura mi sembra anzitutto rilevabile, e cioè il fatto che il
libro sia esclusivamente storia politica, nel senso piú stretto
dell’espressione, sicché ne risulta praticamente esclusa ogni
indagine sul sottofondo sociale e intellettuale, caratteristica
questa che non è tipica dell’autore ma di tutta la storiografia
“liberale” alla quale egli stesso rivendica espressamente nella
prefazione l’appartenenza della sua opera. Tale lacuna è
accentuata inoltre dalla prevalenza data agli sviluppi della
situazione internazionale gravitante attorno al trattato di
Versailles ed ai suoi strascichi, che finiscono per assorbire ogni
altro aspetto del periodo considerato. Il trattato di Versailles ha
indubbiamente grande importanza a questo proposito, ma non
esaurisce tutta la problematica della Repubblica di Weimar. E
su questo punto è auspicabile che il secondo volume osservi un
maggiore equilibrio. Per quanto mi sembra che non ci si possa
attendere molte novità dal secondo volume, poiché
l’impostazione del primo fa capire abbastanza chiaramente a
quali conclusioni tenda l’autore.
Anche su molti dettagli si può dissentire dall’autore. A
cominciare dall’insufficiente valutazione dell’opera di Noske, il

173
quale armando i corpi franchi ha immesso tra gli organi della
Repubblica i suoi veri distruttori. L’importanza dei corpi franchi
nella preparazione della controrivoluzione reazionaria non è
affatto messa nel giusto rilievo. Né sottoscriverei la
svalutazione sistematica della personalità di Kurt Eisner. E
continuando nell’esemplificazione si potrebbero citare le pagine
sul trattato di Rapallo, o l’eccessiva importanza attribuita al
sistema proporzionale come causa dell’instabilità politica, ed
altre ancora.
All’attivo dell’opera può essere annoverata, fra l’altro,
l’attenzione prestata ad episodi di solito trascurati, come i lavori
dell’Assemblea nazionale di Weimar e i vari processi contro
personalità della Repubblica. In complesso, anche se il tono
brillante e talora leggermente frivolo tipico di questo anche
troppo prolifico scrittore può non apparire sempre opportuno, il
libro è quanto di piú informato sull’argomento esista oggi. Le
maggiori riserve che si possono fare su parecchi giudizi e
valutazioni non ne annullano il valore, anche se per molti punti
sarà ancora necessario ricorrere alla storia del Rosenberg che
fino a poco fa era la migliore fonte in materia e che rimane
tuttora un libro fondamentale. D’altra parte nella valutazione del
libro di Erich Eyck non va dimenticato neppure, ciò che ne
mette ulteriormente in rilievo il pregio, il tono e l’indirizzo della
piú recente storiografia moderata sull’argomento (penso
soprattutto alla Deutsche Geschichte del Prinz zu Löwenstein e
al libro di W. Görlitz su Hindenburg), dalla quale Erich Eych si
differenzia nettamente, se non altro per il serio impegno
informativo e non piattamente agiografico e per la manifesta
capacità di uscire, sia pure entro ben determinati limiti, dai
ristretti confini di una storiografia nazionalistica vagamente
intinta di aperture liberali.
In conclusione ritengo che questo libro meriti di essere
tradotto, tanto piú in assenza di opere recenti migliori
sull’argomento e in considerazione della scarsa attenzione che
gli studiosi e gli osservatori politici italiani, troppo intenti a

174
guardare alla Terza Repubblica, dedicano alla storia della
Repubblica di Weimar ricca, fra l’altro, di attualissimi
insegnamenti politici.
Resto naturalmente in attesa di un cortese riscontro alla
presente ed eventualmente dei dettagli necessari per l’inizio del
lavoro di traduzione, ossia il termine entro il quale dovrebbe
essere pronto il lavoro e la misura del compenso per il
medesimo.
Con cordiali saluti
Enzo Collotti

P.S. Ricevo in questo momento la vostra lettera dell’8


settembre. Sta bene. Come scrivo sopra ho già ricevuto e letto il
primo volume, per il quale accetto le condizioni proposte.

AE, cart. 55, fasc. Enrico Collotti. Lettera all’Einaudi, Roma, 15 settembre 1954.
Era stato Antonio Giolitti a introdurre Collotti all’Einaudi nei primi anni Cinquanta:
«ho conosciuto ieri – scriveva all’editore il 21 settembre 1951 – quell’Enzo Collotti di
cui Nino Valeri mi aveva fatto una segnalazione molto elogiativa e convincente per
una eventuale candidatura a collaboratore interno della Casa [...] Devo dire che la mia
impressione è stata ottima. Giovane, modesto, serio; sulla sua preparazione in campo
storico-politico-economico dà ottime informazioni Valeri, come pure sulla sua
conoscenza del tedesco, inglese e francese. Ma soprattutto mi sembra un tipo che pur
essendo intelligente non ha pretese, ha i requisiti dello sgobbone e non dice di saper
fare quello che non sa fare […] Politicamente, Collotti è simpatizzante ma non iscritto.
So che è disposto a venire a Torino».
Storia della Repubblica di Weimar (1918-1938), traduzione di Enzo Collotti e
Lullina Baligioni Terni, «Biblioteca di cultura storica», 1966. Degli altri volumi cui si
allude nella scheda, furono tradotti in italiano Hubertus Friedrich Prinz zu Löwenstein,
Breve storia della Germania (Baldini e Castoldi, 1960), e Arthur Rosenberg, Storia
della Repubblica di Weimar (Sansoni, 1972).

175
[74.]
Franco Venturi
DENIS MACK SMITH, Cavour and Garibaldi 1860. A Study in
Political Conflict, Cambridge University Press, Cambridge
1954.

Caro Luciano,
mi sono riguardato attentamente il volume di Mack Smith su
Cavour e Garibaldi nel 1860. Mi ha fatto ottima impressione. Si
legge benissimo, come una narrazione tutta tesa, è intelligente
nell’interpretare i conflitti politici, ha una visione seria dei
problemi sociali. Molte cose si possono discutere, ma l’assieme
regge, e regge bene. È un modo secco e spiccio di condensare il
Risorgimento che farà molto bene in Italia. Conclusione: tentate
di fare uno sforzo per ottenere questo libro. Questa la mia
opinione. Ripeto sempre, tuttavia, quanto ti avevo già detto e
cioè che il giudizio di Maturi deve esser richiesto e considerato
decisivo. Tanto piú che sarebbe eccellente una sua
presentazione al volume: diventerebbe un utile raffronto tra gli
studi italiani e la mentalità inglese rispetto al Risorgimento.
Chiedete a Maturi una approvazione di massima e se, come
credo, sarà data, cercate di non lasciarvi sfuggire il volume.
Ciao, grazie per i libri che mi hai mandato e che leggerò con
gran piacere. Particolarmente Buck, The Road to Reunion. Tra
quindici giorni sono a casa. Intanto i piú cari saluti
Franco Venturi

AE, cart. 215, fasc. Franco Venturi. Lettera manoscritta a Luciano Foà, [Cagliari]
25 settembre 1954.
Cavour e Garibaldi nel 1860 uscirà, tradotto da Paolo Gori, nella «Biblioteca di
cultura storica» nel 1958.

176
[75.]
Franco Lucentini
ALAIN ROBBE-GRILLET, Le Voyeur, Éditions de Minuit, Paris
1955; ID., Les Gommes, Éditions de Minuit, Paris 1953.

Caro Luciano,
ti mando con tutta urgenza, dopo averli letti
rapidissimamente, Le Voyeur di A. Robbe-Grillet, che ha vinto
l’altro ieri il Prix des Critiques ’55 (quello del ’54 fu dato alla
Sagan, quello del ’53 a Gascar), nonché Les Gommes dello
stesso autore, pubblicato due anni fa ma ora riattualizzato dal
premio.
Si tratta di due libri eccezionali, che a mio avviso andrebbero
pubblicati senz’altro (in vista non tanto delle loro possibilità
commerciali immediate, quanto della data che segnano nella
storia della narrativa, e dunque dei loro indubitabili
rebondissements futuri) e che comunque dovreste esaminare
subito, con la massima attenzione, per non trovarvi poi ad
esservi lasciati sfuggire per distrazione o per lentezza un autore
della portata d’un Proust, d’un Kafka o d’un Moravia.
Questo paragone con P., K., e M. è magari esagerato dal
punto di vista della compiutezza dell’opera (nelle Gommes c’è
una fâcheuse scarsezza di fondo, sotto il sorprendente spessore
della tecnica; nel Voyeur questo difetto è corretto, ma la terza
parte, in cui il racconto vuole acquisire tutte le dimensioni del
romanzo classico, è mancata e peggio che mancata, sebbene,
come osserva un recensore, «elle sera peut-être, pour bien de
lecteurs, la plus passionante»), ma non lo è certo (esagerato) dal
punto di vista della qualità inventiva, o Weltanschauung, o
scoperta d’una nuova dimensione del mondo, o come altro si
voglia chiamare quella instaurazione d’una realtà singolare che
è poi, naturalmente, l’essenza stessa della poesia.
Qui, allo scopo di spronarvi alla lettura e decisione quanto

177
mai ponderata oltre che rapida, vorrei fare pure un paragone con
Picasso, ma ci rinuncio per i motivi detti sopra, e sottoscrivo
invece a questa conclusione d’un altro recensore: «Par sa
rigueur, sa probité, Alain Robbe-Grillet répond, littérairement, à
des peintres tels que Braque et Buffet». Diciamo anche soltanto
Buffet: capirai lo stesso che la cosa non è da prendersi alla
leggera, e che dovreste mettervi subito a considerarla dal punto
di vista letterario, dato che per concretarla sul piano
amministrativo resterà poi pochissimo tempo: le Éd. de Minuit,
infatti, non hanno voluto darmi che un’opzione di un mese (e ho
dovuto sudare per averla), per cui è indispensabile che per l’8
luglio, e possibilmente prima, tutto sia già pronto per assicurarci
il contratto; l’opzione che ho avuto, infatti, è soltanto verbale, e
c’è sempre il pericolo che quelli, sotto la pressione della
concorrenza già scatenata, se la rimangino (non sto a darti i
dettagli di questa concorrenza, ma t’assicuro che c’è, e forte, e
non solo per via del Premio).
Le recensioni che accludo sono abbastanza pertinenti, ma non
servono affatto a dare un’idea del R.-Grillet a chi non l’ha letto;
a me, anzi, avevano dato l’impressione che i suoi libri, per
intelligentini che fossero, rientrassero tra quelli che “possono
aspettare”, col risultato che il Prix m’è arrivato tra capo e collo
e ho rischiato di far tardi per l’opzione. Non ripetete l’errore, e
leggete subito i due libri, con questa sola avvertenza: che il
primo, piú perfetto esteriormente, va letto con particolare
attenzione al suo schema (che è una serie di eventi “sfrangiati”,
sovrapposti sui bordi, con spettacolosa ricapitolazione finale
delle eccedenze in una sfrangiatura unica); e che nel secondo
c’è da superare un preludio descrittivo giustificato, ma faticoso,
nonché una terza parte gratuita (il libro finisce in realtà a pag.
163), ma probabilmente opportuna ai fini editoriali. Ho segnato
d’altra parte a matita, in entrambi i libri, dei passi che possono
darvi subito la misura dell’arte del R.-G.
Molti cari saluti
Franco

178
AE, cart. 120, fasc. Franco Lucentini. Lettera a Luciano Foà, [Parigi] 10 giugno
[1955].
Le gomme, traduzione di Franco Lucentini, «I coralli», 1956; Id., Il voyeur,
traduzione di Luigi Aurigemma, «I coralli», 1962. Cfr. anche infra, scheda n. 87
(Cases, 25 agosto 1958).

179
[76.]
Cesare Cases
WALTER BENJAMIN, Schriften, 2 voll., Suhrkamp, Frankfurt
am Main 1955.

Carissimo Solmi,
grazie della tua lettera. Ho scritto naturalmente a Lukács
subito dopo la tua telefonata.
La pretesa di Suhrkamp mi sembra assurda a priori. Perché
mai si dovrebbero tradurre delle «opere complete» che non sono
affatto tali e che del resto non pretendono affatto di esserlo (ho
l’impressione che l’amico Adorno abbia eliminato tutto quello
che c’era di piú engagé)? E perché il pubblico italiano dovrebbe
essere disposto a sorbirsi, di un autore che non ha mai sentito
nominare, i prodotti piú diversi, dai ricordi d’infanzia o di
viaggio ai saggi su Hebel o su Kafka? È contro ogni logica piú
elementare. Inoltre per quel poco che ho letto finora la
produzione di B. è molto diseguale. In complesso è
interessantissimo e ti sono molto grato di avermelo mandato.
C’è dentro di tutto, perfino le parabole talmudiche, con minore
rigore che in altri mandarini tedeschi a noi noti (è significativo
che a differenza di Adorno e di Lukács si aiuti molto con le
citazioni) ma con maggiore talento espositivo e capacità di
amalgamare, e senza i pasticci di Bloch. Mi sembra che la parte
migliore sia proprio quella giornalistica: i saggi su Kafka,
Brecht, Kraus, Wieland, Jean Paul ecc. sono bellissimi. Invece
l’Ursprung des deutschen Trauerspiels, interessante come
documento di un platonismo di sinistra ispirato a Lukács ma
anche ai neokantiani (cita moto Hermann Cohen), è un
compromesso tra questa impostazione filosofica alla Theorie
des Romans e il desiderio di fare un lavoro “scientifico” a scopo
accademico. Dato il ristretto interesse dell’argomento
(l’allegoria nel dramma tedesco barocco) penso che non si

180
debba tradurre. Comunque ti riferirò quando avrò letto di piú.
Certo che se lo avessi scoperto dieci anni fa sarei andato in
brodo di giuggiole. Ma anche ora mi è giunto gradito in mezzo a
tante letture inutili [...]
Coi migliori saluti
tuo Cesare Cases

GEE. Pisa, 8 febbraio [1956].


Il 2 febbraio Solmi aveva informato Cases che Suhrkamp avrebbe concesso i diritti
di traduzione di Benjamin solo se l’Einaudi avesse pubblicato i due volumi
integralmente. Ne uscirà tuttavia solo una scelta: Angelus Novus. Saggi e frammenti,
introduzione e traduzione di Renato Solmi, «Saggi», 1962. Il dramma barocco tedesco
sarà pubblicato, nella traduzione di Enrico Filippini e con un’introduzione di Cesare
Cases, nella collana «La ricerca letteraria» nel 1971. Per Benjamin, cfr. anche infra,
scheda n. 79 (Bazlen, 2 ottobre 1956).

181
[77.]
Carlo Fruttero
FLANNERY O’CONNOR, Wise Blood, Harcourt, Brace & Co.,
New York 1952.

Caro Vittorini,
è finalmente arrivato quel famoso Wise Blood di cui mi aveva
parlato Michel Arnaud mesi fa. L’ho letto: ricorda un po’, nei
personaggi e nel clima, Il giorno della locusta, e i primi capitoli
sono promettenti. Ma poi mi pare che incominci a barare, e tutta
la storia prende un’aria di voluto e di appiccicato. Alla fine ho
sentito odor di Greenwich Village. Certo, non è un libro senza
interesse, e bene o male ti dà un’idea di una certa America. In
complesso io non lo farei. Vedi adesso tu che effetto ti fa.
Intanto, aspetto i racconti della stessa donna, che mi dicono belli
e crudelissimi.
Cari saluti

AE, cart. 221, fasc. Elio Vittorini. Velina, Torino, 14 febbraio 1956.
La saggezza nel sangue, nota di Fernanda Pivano, traduzione di Marcella Bonsanti,
Garzanti, Milano 1985.

182
[78.]
Italo Calvino
OTTIERO OTTIERI, Tempi stretti [1956].

Caro Elio,
non ho piú tue nuove, dopo il tuo viaggio a Parigi.
Ti mando un romanzo di Ottieri. So che l’autore non ti garba,
ma questa è cosa completamente diversa dalle Memorie
dell’incoscienza. È un documentario di vita industriale, con tre
aziende diverse, di diverso stadio di sviluppo tecnico, viste in
tutti i loro aspetti piú importanti e inediti (anche quello degli
«assistenti sociali»), e sulla Milano squallida e periferica. Mi
pare il primo che parla di queste cose con serietà e modestia
documentaria e con vasta conoscenza diretta. Quel po’ di
intreccio di romanzo che c’è vale poco, ma serve a far muovere
la macchina da presa e a rappresentare la complessità della
situazione industriale e operaia italiana. Le parti psicologiche,
erotiche e in genere tutte le parti piú “scritte” sono dell’Ottieri
che già conosciamo e disturbano un po’: ma il libro interessa
per il resto, che è la sua piú gran parte. Anche sulle riunioni
politiche e sindacali riesce a rappresentare, evitando abbastanza
gli scogli, e con l’espediente di mettere in primo piano i
socialisti anziché i comunisti cerca di dare qualche pennellata
inedita (senza andare molto a fondo, in realtà). Mi pare che tra i
«Gettoni»-testimonianza questo sia molto utile e atteso, ancor
che Ottieri sia scrittore di carne triste.
Vuol dire che accanto a lui il Daví ci darà la faccia allegra e
scooteristica del mondo industriale (quando lo facciamo?)
Cari saluti,
Calvino

AE, cart. 221, fasc. Elio Vittorini. Lettera a Elio Vittorini, Torino, 15 maggio 1956.
Già pubblicata in Calvino, I libri degli altri cit., pp. 185-86.

183
Memorie dell’incoscienza era uscito ne «I gettoni» nel 1954; Tempi stretti sarà
pubblicato nella stessa collana nel 1957. Il libro di Luigi Daví è Gymkhana-Cross, «I
gettoni», 1957.

184
[79.]
Roberto Bazlen
WALTER BENJAMIN, Schriften, 2 voll., Suhrkamp, Frankfurt
am Main 1955.

Benjamin: state un po’ attenti prima di fare il contratto. Mi


pare che bisognerebbe fare un volume un po’ sottile, e non due
volumi un po’ grossi. Forse, soltanto il Trauerspiel e qualche
saggio essenziale.
Te lo dico perché dopo che me ne hai parlato, ho riletto la
Einbahnstrasse che è un vero orrore. Anche Peterson, con tutta
la sua stima per Benjamin, m’ha detto che rileggendola ora è
rimasto molto male. È vero che non si tratta che di un giocattolo
marginale, e non normativo. Ma è cosí fané, cosí pretenzioso
nella sua perfezione stilistica, e intimamente cosí banale, da far
temere che anche il resto sia piú sfiorito di quanto lo abbia nel
ricordo. Certi diamanti col tempo diventano banalità
adamantine.

GEE, lettera a Luciano Foà, Roma, 2 ottobre 1956. «Peterson» è probabilmente


Erik Peterson, teologo e storico tedesco, professore di patrologia nel Pontificio istituto
di archeologia cristiana di Roma.
Per Benjamin, cfr. supra, scheda n. 76 (Cases, 8 febbraio [1956]).

185
[80.]
Cesare Cases
HEIMITO VON DODERER, Die Dämonen. Nach der Chronik
des Sektionsrates Geyrenhoff, 2 voll., Biederstein,
München 1956.

Caro Luciano,
ho ricevuto regolarmente i libri che mi avete mandato,
nonché le lettere. Non basta però che scriviate all’università
perché altrimenti la posta fa il giro di tutte le cliniche
universitarie dove risulto sconosciuto finché scoprono dove
sono. L’indirizzo è Romanisches Institut, Gletschersteinstr. 53,
Leipzig 0 27.
Quanto ai Dämonen di Doderer ne ho letto 470 pag., ciò
significa che me ne restano 874. Per dare un giudizio definitivo
bisognerebbe leggerlo tutto e del resto se l’editore crede che in
Italia tutti siano disposti a sbudellarsi a vicenda per riuscire ad
averne i diritti si sbaglia di grosso. È uno di quei libri che o li
traducete voi o non li traduce nessuno. È infatti certamente
notevole ma pesantissimo. Si svolge in un ambiente di grossi
funzionari, capitalisti e bohémiens viennesi tra il ’26 e il ’27.
Essi costituiscono una specie di consorteria («i nostri») con
beghe, amori, complicazioni spirituali di ogni genere. C’è un
numero enorme di personaggi. Spirito e stile proustiano-
musiliano. Lo scopo evidentemente è quello di dare un quadro
della crisi dell’alta società viennese, con un certo contraltare in
alcune figure popolari (peraltro poco sviluppate nella parte letta
sinora). Libro, insomma, di livello culturale elevato e di
ambizioni pure elevate, ma di lettura piuttosto faticosa e ad uso
dei happy few. Penso che bisognerà tradurlo prima o dopo, ma
senza nessuna urgenza. Si è vissuti finora senza Musil e si potrà
vivere benissimo per altri 10 o 20 anni senza Doderer. Questa è
per ora la mia impressione. Sarò piú preciso quando l’avrò letto

186
tutto, se non morirò prima [...]
Molti saluti a te e a tutti.
Tuo Cesare Cases

GEE, lettera a Luciano Foà, Lipsia, 2 novembre 1956. In un’altra lettera a Foà del
12 gennaio 1957 Cases aggiungeva: «Quanto al labirinto dei Dämonen vedrai che mi
sono accorto che è molto piú reazionario di quanto credessi in principio, ma mantengo
il giudizio sulla qualità».
I demoni. Dalla cronaca del capo-sezione Geyrenhoff, introduzione di Anton
Reininger, traduzione di Clara Bovero, Laura Mancinelli e Anitha Rho, 3 voll., «Gli
struzzi», 1979. Cfr. infra, schede n. 85 (Bazlen, 17 giugno 1957) e 176 (Ferrero [fine
novembre 1977]).

187
[81.]
Renato Solmi
PATRICK MAYNARD STUART BLACKETT, Atomic Weapons and
East/West Relations, Cambridge University Press,
Cambridge 1956.
ROBERT JUNGK, Heller als tausend Sonnen. Das Schicksal
der Atomforscher, Scherz & Goverts, Stuttgart 1956.

Blackett, [Atomic Weapons and East/West Relations]. Il libro


polemizza contro la tesi ufficiale della Nato e dei vari governi
alleati, per cui la difesa dell’Occidente dovrebbe basarsi
sull’impiego indiscriminato delle armi atomiche e nucleari.
Blackett ha buon gioco a dimostrare che questa politica, efficace
come deterrent, rischia di ritorcersi contro l’Occidente nel caso
di un attacco effettivo. La bomba a idrogeno può servire a
impedire una guerra mondiale, ma non singoli conflitti,
aggressioni ecc., per cui bisogna elaborare una difesa graduata,
e commisurata all’entità dell’attacco. A conclusioni di questo
genere sono arrivati anche Liddell Hart ed altri osservatori
politici e militari. Ma le loro proposte concrete sono ancora
insufficienti (quando non sono del tutto assurde, come quella di
limitare l’impiego delle bombe a certi continenti – Asia, Africa
– piuttosto che ad altri, o di escludere dai bombardamenti
determinate zone intorno alle città). Le piú ragionevoli sono
ancora quelle che si riferiscono alla distinzione tra armi
atomiche tattiche o strategiche. Blackett (che appare piuttosto
dubbioso circa la possibilità concreta di questa distinzione)
propone in ogni caso di elaborare criteri precisi per evitare di
trovarsi totalmente sprovvisti alla prima occasione di conflitto.
(Ci si può rendere conto della gravità di questi problemi, che si
pongono fin d’ora, nelle decisioni quotidiane delle autorità
militari, pensando che l’esercito americano si è già messo
interamente «su piede atomico» ecc.) Il libro contiene anche una

188
breve storia dei rapporti atomici tra i due blocchi, dove l’A.
ritorna su alcune delle conclusioni del libro precedente (oggi
evidentemente superate) e traccia con molta finezza i momenti e
le fasi successive del terribile duello. Il principale inconveniente
del libro è quello di essere scritto ad uso dei governi e
dell’opinione pubblica anglosassone (e specialmente inglese),
come il parere di un esperto in polemica con altri esperti; di
essere, insomma, un intervento particolare e volutamente
provvisorio anziché un’analisi generale di tutti gli aspetti del
problema. È un libro per chi si trova in condizioni di poter
decidere o influire sulle decisioni in materia, e non per chi –
come noi – è in posizione di spettatore, o si considera – almeno
idealmente – al di fuori o al di sopra dei blocchi. (Torno a
ripetere che, a rigore, potrebbe valere la pena di tradurlo, per far
conoscere al pubblico italiano lo stato attuale di questi problemi.
Il pensiero di Blackett, cosí fine ed acuto, permette inoltre di
estrapolare conclusioni a cui la sua cautela britannica gli vieta di
addivenire.)

Robert Jungk, Heller als tausend Sonnen. Un libro altrettanto


soggettivo (e suggestivo) quanto quello di Blackett è
impersonale e tecnico. Si tratta di una storia (vivace ma
documentata) della «famiglia internazionale» degli scienziati
atomici, dal 1918 ad oggi. Si comincia con la descrizione della
vita universitaria a Gottinga, centro internazionale degli studi di
fisica e matematica negli anni del primo dopoguerra. Questo
prologo idillico serve a introdurre e a presentare i vari
personaggi del dramma (dai “vecchi” Rutherford e Bohr, a
Heisenberg e Fermi, Szilárd e Oppenheimer ecc.). Sono gli anni
della rivoluzione teorica, delle grandi scoperte, e insieme della
collaborazione fiduciosa fra gli scienziati delle varie nazioni.
Poi l’atmosfera comincia a guastarsi, e cambia completamente a
partire dal ’33. Jungk alterna abilmente, con una tecnica (si licet
ecc.) da Doctor Faustus (a cui non mancano riferimenti piú o
meno espliciti), la descrizione dei progressi sempre piú rapidi

189
del pensiero scientifico col crescendo progressivo dell’orrore e
del terrore. Si arriva cosí all’emozionante finale di questa prima
parte: la scoperta (ad opera di Hahn-Meitner) della scissione
dell’uranio e della possibilità teorica della costruzione di
bombe, che precede di pochi mesi lo scoppio della guerra. Ora
la scena si sposta in America, dove i fisici ungheresi Szilárd e
Wigner, già vittime delle persecuzioni naziste, sono i primi a
reagire a questa eventualità, e a provocare il celebre intervento
di Einstein. Siamo nell’estate del ’39, e la cortina del silenzio
cade tra gli scienziati delle due parti. L’evoluzione successiva
segue due vie completamente opposte. Mentre i fisici
occidentali (in particolare quelli emigrati), ossessionati dall’idea
che Hitler possa entrare in possesso della bomba, mettono in
moto, a forza di pressioni ed insistenze (e contro l’indifferenza
o l’opposizione delle autorità militari), la grande macchina del
«Manhattan Project», quelli tedeschi si guardano bene
dall’esercitare pressioni al riguardo, e lasciano che le vaghe
iniziative per lo sfruttamento militare dell’uranio cadano una
dopo l’altra nel vuoto. (È legittimo a questo punto il sospetto
che Jungk tenda a fare la partie trop belle agli scienziati
tedeschi: ma la sua interpretazione pare basata sui fatti e risulta,
anche psicologicamente, abbastanza plausibile.) Si arriva cosí al
1942, quando il progetto americano (condotto finora senza
eccessiva energia) viene ripreso e sviluppato da Oppenheimer, e
comincia la costruzione dei laboratori di Los Alamos.
Oppenheimer appare qui in una luce ben diversa da quella in cui
è apparso di fronte all’opinione pubblica internazionale nel
«processo» del ’54. Jungk lo presenta come il tipo dello
scienziato moderno, attirato e sedotto dal potere, a cui sacrifica
– a poco a poco – la propria indipendenza morale e politica. Un
intero capitolo è dedicato a un oscuro episodio del 1943:
Oppenheimer, appena nominato direttore di Los Alamos, viene
ricattato dal Fbi (che è a conoscenza dei suoi precedenti politici)
e costretto a fare il nome di un amico (del resto innocente) che
egli stesso ha involontariamente denunciato in una incredibile

190
«confessione». Col passare degli anni, egli diventa il consigliere
sempre piú ascoltato, ma anche il docile strumento delle autorità
politiche e militari. Ecco come Jungk descrive l’atteggiamento
dei fisici nel «processo» del ’54: «I colleghi, fin dall’inizio, si
schierarono quasi unanimi dietro di lui. Ciò che li induceva a
prendere le sue parti, era di rado una simpatia personale. Essi
conoscevano troppo bene la storia delle sue esitazioni e dei suoi
compromessi dopo il 1945, per vedere ora in lui, come il grosso
pubblico, il fermo difensore dell’umanità. Essi si impegnarono
in suo favore, anzitutto per solidarietà professionale e interesse
proprio: se uno scienziato che aveva consigliato il suo governo
poteva essere piú tardi chiamato a render conto delle vedute
espresse in un parere, e minacciato di un’espulsione
disonorante, ciò avrebbe potuto accadere in seguito a ciascuno
di loro. Che proprio l’uomo che molti dei suoi colleghi, fin da
quando aveva preso posizione per il May-Johnson Bill (un
progetto di legge che tendeva a porre l’energia atomica sotto
controllo esclusivo delle autorità militari, e che fu sostituito poi,
in seguito alla rivolta degli scienziati, dal progetto MacMahon,
che incaricava del controllo una commissione civile), avevano
trovato eccessivamente docile e obbediente verso le richieste
delle autorità statali, venisse ora messo alla gogna come
sabotatore, apparve a molti di loro come un’ironia storica…»
Il climax del libro è rappresentato dalla narrazione dei
precedenti immediati del lancio della bomba atomica su
Hiroshima: dalla ferma decisione dei militari (e in particolare
del generale Groves, direttore del progetto) di impiegare al piú
presto la bomba (secondo il testo della raccomandazione a
Truman dell’«Interim Committee», di cui facevano parte, con
parere consultivo, anche quattro scienziati: Oppenheimer,
Fermi, Compton e Lawrence: «1. La bomba deve essere
impiegata al piú presto possibile contro il Giappone. 2. Deve
essere lanciata contro un obiettivo dotato di questa duplice
caratteristica: un impianto militare o una fabbrica che sia
circondato da case di abitazione e da altri edifici facilmente

191
danneggiabili o nella vicinanza immediata degli stessi. 3. Deve
essere utilizzata senza prima attirare l’attenzione sulla natura
speciale di quest’arma») alla coraggiosa opposizione di un
gruppo di fisici, gli autori del memorabile «Rapporto Franck»
(riportato in fondo al volume), che profetizzava con esattezza
gli sviluppi successivi della corsa al riarmo («Le altre nazioni
non avranno bisogno che di tre o quattro anni per raggiungerci,
e di otto o dieci per tenere il passo con noi...») I vari fattori che
portano, con irresistibile necessità, al lancio della bomba, sono
analizzati con grande acutezza e intelligenza storica (anche se
Jungk tende a sottovalutare un elemento cosí decisivo come la
speranza di impedire ai russi di partecipare alla fase conclusiva
delle operazioni contro il Giappone, per cui vedi la
dimostrazione di Blackett nel suo primo libro). Fa una certa
impressione leggere, oggi, delle varie alternative che si
presentavano al lancio improvviso della bomba (dimostrazione
preventiva davanti ai rappresentanti delle Nazioni Unite,
preavviso al governo giapponese, ingiunzione di sgomberare un
determinato territorio ecc.); vedere, cioè, che queste possibilità
non esistevano solo astrattamente, ma furono avanzate e
lungamente dibattute; quali furono gli argomenti pro e contro e
gli uomini che effettivamente li sostennero. Jungk ricostruisce
anche il feroce calcolo psicologico che presiedette al lancio
della seconda bomba (su Nagasaki): un singolo evento, per
quanto spaventoso, non fa testo, ha bisogno di una riprova o
controprova; perché appaia il prodotto di un calcolo umano,
qualcosa che si può evitare o meno, bisogna che si ripeta
almeno due volte: e il calcolo non fallí, perché i giapponesi, che
prima, in qualche modo, «non avevano capito», ora capirono, e
intavolarono subito trattative di resa. (Mentre in realtà gli
americani avevano esaurito la loro scorta, e non avrebbero avuto
altre bombe prima di settimane e forse mesi.) In questa paurosa
“lezione” inflitta dai bianchi all’imperialismo di colore è forse
racchiuso il segreto di gran parte dell’evoluzione successiva
(dalla vittoria del comunismo in Cina all’attuale schieramento

192
delle forze politiche mondiali).
In confronto alla trattazione di questa fase, quella degli anni
successivi è molto piú rapida e sommaria. La degenerazione
della ricerca scientifica in invenzione di armi sempre piú
micidiali e piú assurde, la perversione dei fisici in consulenti
strategici e militari ecc., appaiono come la necessaria
conseguenza di quel primo tradimento. Dove emergono,
naturalmente, tutti i limiti della “filosofia” di Jungk (cosí
soprattutto nella conclusione). Il suo penchant mitteleuropeo, il
sottofondo religioso del suo pensiero, lo portano a calcare
continuamente la mano sulle responsabilità americane. Egli, del
resto, non pensa a negare il carattere di necessità di tutto il
processo, e si accontenta di rilevarne gli aspetti mostruosi e
paradossali. Il libro è pieno di aneddoti ed episodi del tipo di
quelli del Futuro è già cominciato, come la storia del fisico
Gregory Breit, che viene incaricato di stabilire, in ultima
istanza, se si possa escludere il pericolo di una «reazione
globale a catena», e cioè di una conflagrazione generale dei
mari e dell’atmosfera. («Questa volta egli portava da solo tutta
la responsabilità, perché il suo giudizio sarebbe stato accettato
come definitivo. Poiché la faccenda era “strettamente segreta”,
egli non poteva contare sulla possibilità che insieme a lui altri
fisici fossero messi a conoscenza del problema. E se a questa
domanda – una domanda come in nessun mito, in nessuna
favola, era mai stata posta ad un uomo – egli avesse dato una
risposta errata? Se avesse trascurato un fattore qualsiasi? Se
avesse detto: “O.K.: il rischio di cui parlate, nei limiti della
conoscenza umana, non esiste”, e poi risultava che si era
sbagliato?») Il libro si basa su materiale edito ed inedito, e su
confidenze e dichiarazioni orali di gran parte dei personaggi.
Quali saranno le loro reazioni, è difficile prevedere. Se
Oppenheimer appare alla fine come una specie di Faust, su cui
potrebbe ancora scendere la luce della salvezza, altri, come
l’ambizioso e frenetico Teller, il principale assertore della
bomba all’idrogeno, e il solo accusatore di Oppenheimer al

193
«processo» del ’54 (che gli altri fisici, secondo Jungk,
eviterebbero come un «appestato»), appaiono in una luce
veramente sinistra. (È vero che il matematico Ulam, richiesto di
un giudizio su Teller, apre un volume di Anatole France e punta
l’indice sul motto: «Vous n’avez donc pas vu que c’étaient des
anges?»; e Jungk commenta: «Lo ritiene forse un angelo
caduto? Egli non lo dice e sorride soltanto. Ma forse egli pensa,
come molti altri fisici oggi, che Teller, proprio in quanto ha
promosso, vissuto e condotto all’estremo, come nessun altro, la
follia del riarmo, è diventato lo strumento di una volontà divina
e ha contribuito all’avvento della pace...»)
Il «pensiero» di Jungk si può discutere finché si vuole; la sua
impostazione può essere generica, vagamente religiosa ecc.; gli
si può rimproverare un’apologia del vecchio mondo (compresa
la vecchia Germania) e una sistematica denigrazione del nuovo;
ma questi pregiudizi (ammesso che siano tali) scompaiono quasi
interamente nella narrazione; e la quantità di intuizioni, di punti
di vista nuovi (e soprattutto di fatti) è tale da fare di questo libro
(per chi non fosse già al corrente, per averli vissuti, di tutti i
segreti e retroscena della famiglia atomica internazionale) una
vera e propria rivelazione. Il Futuro era, forse, piú originale
(anche perché era il primo), ma dal punto di vista della lettura
questo (che sta al Futuro come un autentico romanzo a un
semplice, per quanto brillante, reportage) è di gran lunga piú
avvincente, e promette anche un maggiore successo.
Solmi

AE, cart. 198, fasc. Renato Solmi [1957].


Blackett, Le armi atomiche e i rapporti tra Est e Ovest, traduzione di Luciana
Pecchioli, «Saggi», 1961; il «primo libro» cui si allude è Conseguenze politiche e
militari dell’energia atomica («Saggi», 1949). Jungk, Gli apprendisti stregoni. Storia
degli scienziati atomici, traduzione di Piero Bernardini Marzolla, «Saggi», 1958. Di
Jungk Einaudi aveva già pubblicato nel 1954 il citato Il futuro è già cominciato;
seguirono Hiroshima, il giorno dopo (1960), La grande macchina (1968), L’uomo del
millennio (1975) e Lo stato atomico (1978), tutti editi nei «Saggi».

194
[82.]
Luciano Gallino
CHARLES WRIGHT MILLS, The Power Elite, Oxford University
Press, New York 1956.
WILLIAM H. WHYTE, The Organization Man, Simon &
Schuster, New York 1956.

Nell’America del 1956, l’«elite del potere» non si identifica


piú con le cosiddette «200 famiglie», gruppo onnipotente di
capitalisti borghesi, né con il gruppo dei «managers», e
nemmeno può spiegarsi con il temporaneo sopravvento di un
dato gruppo d’interesse nel processo di attrito che secondo
alcuni si avrebbe tra un elevato numero di gruppi di potere
autonomi; sono quindi inaccettabili, per il Mills, o vanno
rivedute e integrate, le posizioni del Veblen come quelle del
Burnham, del Parsons e del Riesman. L’«elite del potere» è oggi
composta in misura pressoché uguale dai membri degli ordini
politico, economico e militare, e ciò che la distingue è la
irresponsabilità del potere che detiene: essa non manipola
deliberatamente le masse, ma le sue decisioni non vengono per
nulla influenzate da queste, che pure ne subiscono le
conseguenze – spesso di enorme portata. Fra i tre ordini si ha
pertanto un continuo interscambio di persone e di mansioni –
ecco il generale eletto presidente di una «corporation», il «big
executive» divenuto uomo politico o ambasciatore – che
contribuisce a rafforzare irreversibilmente la nuova elite, a
renderla piú omogenea e cosciente degli interessi comuni di tutti
i suoi membri, a estendere il raggio del suo potere fino a
includere tutti i settori dell’educazione, dell’attività scientifica,
dell’industria culturale. E gli uomini che la compongono,
dimostra l’autore, provengono in massima parte dalle classi
superiori della società: oggi meno che mai l’«american dream»
della mobilità sociale illimitata, del successo alla portata di tutti,

195
risponde alla situazione reale, e la legione dei manipolati non
può nemmeno sperare di salire a far parte, in nessun caso, del
ristretto gruppo dei manipolatori.
Brioso, quasi mordente nello stile, definito da un recensore
«fascinating and infuriating», folto di dati di prima mano, il
libro del Mills presenta un altro grosso motivo di interesse: vi
abbondano i nomi, e sono i nomi delle persone che ricorrono
ogni giorno nei giornali di mezzo mondo, sono i generali ed i
banchieri, i presidenti e gli ammiragli da cui può dipendere da
un’ora all’altra la pace o la guerra, il destino dell’America e il
nostro. Per quanto si possa dissentire da talune conclusioni,
obiettare a questa o quella affermazione del Mills, The Power
Elite è un libro che ci pone sott’occhio, con quasi dolorosa
violenza, alcuni dei piú crudi aspetti della realtà sociale
contemporanea – soprattutto il nostro essere pedine, in un gioco
di gruppi che non hanno da rispondere a nessuno per le proprie
azioni.

Se l’opera del Mills è un’analisi del vertice della piramide del


potere negli Stati Uniti, questo del Whyte è un esame del suo
fusto, se non della base. La società americana è divenuta «The
Organization»; il suo motore è la «Social Ethic»; e «The
Organization Man» è il tecnico, il manager, lo scienziato, che
sono in mille modi sollecitati ad integrarsi, a fare gruppo, a
lavorare decidere pensare in teams e in équipes, in committees e
in conferences. Non la competenza specifica, ma il
conformismo ai canoni della «Social Ethic» consente di arrivare
ai gradi superiori dell’«Organization», poiché solo
conformandosi alla «Social Ethic» si può apprendere quella
capacità di stabilire e mantenere buone «Human & Public
Relations», verso l’alto e verso il basso, su cui si regge
l’«Organization», e che nei gradi piú elevati di essa ha reso
ormai praticamente nullo il bisogno di competenze particolari.
Quel che occorre è il well-rounded, broad gauge man; e dalla
culla all’università, dalla casa all’azienda, «The Organization»

196
non lesina gli sforzi per produrre uomini di tale tipo, assopirne
le eventuali velleità individualistiche, e fare di loro strumenti
per la propria perpetuazione.
Il Whyte è un managing editor di «Fortune»; persona non
sospetta, quindi, di aneliti rivoluzionari. Non diversamente dal
Mills, le soluzioni ch’egli brevemente propone alla fine del libro
non vanno piú in là di un generico ritorno all’individualismo
dell’inizio del secolo, l’ideale neo-liberale e neo-umanista di
molti intellettuali americani contemporanei, spoliticizzati pur
quando assumono, come il Mills e il Whyte, posizioni
nettamente politiche; del resto esse non hanno alcun peso
nell’impostazione e nel tono dell’opera, e il lettore perviene
senza dubbio a conclusioni ben diverse se appena esamini la
genuina sostanza di questa. Quel che importa, come per il Mills,
è che il Whyte sembra toccare veramente il fondo di molti
problemi della società americana (e della nostra: quanti giovani
dirigenti di grande azienda si sentiranno toccati da queste
pagine), e i due libri si illuminano e si rinvigoriscono a vicenda,
completandosi l’un l’altro fin negli aspetti marginali (e davvero
andrebbero letti, tradotti e presentati, se non venduti insieme):
fatto tanto piú significativo in quanto sono stati scritti e
pubblicati contemporaneamente, riprova, semmai ce ne fosse
bisogno, della reale consistenza dei fatti che i due autori hanno
individuato ed esaminato da punti di vista diversi, ma
singolarmente complementari.

AE, cart. 88, fasc. Luciano Gallino [1957]. Era stato Raniero Panzieri a fare da
tramite tra Gallino e la casa editrice coinvolgendolo nel progetto della collana «La
nuova società».
L’Einaudi pubblicò solo Whyte, L’uomo dell’organizzazione, introduzione e
traduzione di Luciano Gallino, «Saggi», 1960. L’élite del potere di Mills fu pubblicato
da Feltrinelli nel 1959 (traduzione di Paolo Facchi).

197
[83.]
Angelo Maria Ripellino
MAREK HŁASKO, Pierwszy krok w chmurach («Il primo
passo tra le nuvole»), Czytelnik, Warszawa 1956.

Caro Calvino,
ti sono grato delle buone e belle parole che hai avuto per il
mio lavoro. Spero che allo stesso modo ti piacerà il libro di
Majakovskij, che sto tormentosamente costruendo.
Nel dedicarmi al Dostoevskij, avevo dimenticato ancora una
volta di comunicarti un parere su Marek Hłasko, Pierwszy krok
w chmurach (Il primo passo tra le nuvole). Io non ne sono
proprio entusiasta, però penso che valga la pena di farlo uscire
in italiano. È l’esempio d’una “rottura” stilistica e lessicale nella
letteratura polacca, il tentativo di immettere certe cadenze
“americane” nel parlato e nel mondo quotidiano dei polacchi
d’oggi. I risultati sono senza dubbio notevoli, specialmente se si
pensa che la scrittura polacca è stata sempre aulica e raffinata.
Inoltre il libro ha un notevole significato documentario: dà
mirabilmente il grigiore delle strade e dei tetri casamenti della
periferia di Varsavia con le sue figure di teppisti, donnacce,
ubriachi, malandrini. C’è a tratti qualche accento alla Esenin.
Vi consiglio perciò di metterlo in programma. Riflettendo sui
traduttori, dopo tutto, penso che è meglio fermarsi alla Bersano,
perché conosce bene la lingua (e qui c’è da affrontare il gergo
dei bassifondi varsaviani). Degli altri eventuali traduttori dal
polacco non so davvero chi potrebbe metterci le mani. Se voi
rifiutate la Bersano, allora scriverò a Firenze a un mio collega,
la cui figliola semipolacca ha recentemente tradotto con finezza
un romanzo polacco dell’Ottocento. Fatemi sapere qualcosa.
Frattanto ti accludo, perché tu possa fartene un’idea, uno dei
migliori racconti di Hłasko da quel libro, tradotto alla meglio
(per uso interno editoriale!)

198
Fra qualche giorno ti invierò alcune proposte di cose russe.
Sarei contento se potessimo uscire con Pasternak all’inizio di
maggio, perché ho sentito dire che Feltrinelli vuole istradare il
romanzo di Pasternak, che riuscí a ottenere non so per quale via
dallo stesso autore.
Coi piú cordiali saluti
tuo Angelo Maria Ripellino

AE, cart. 174, fasc. Angelo Maria Ripellino. [Roma] 25 aprile 1957. Ripellino era
stato assunto nel 1955 come consulente per la letteratura russa, polacca e cecoslovacca.
Per Einaudi pubblicò, fra l’altro, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (1959)
cui si allude in apertura della scheda, l’antologia Nuovi poeti sovietici (1961), Il trucco
e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento (1965) e Praga magica
(1973). Il volume di Pasternak menzionato è Poesie, tradotte da Ripellino, «Nuova
collana di poeti tradotti con testo a fronte», 1957.
Di Hłasko l’Einaudi pubblicò solo L’ottavo giorno della settimana, traduzione di F.
L. [Franco Lucentini], «Supercoralli», 1959.

199
[84.]
Renato Solmi
ROLAND BARTHES, Mythologies, Seuil, Paris 1957.

Caro Daniele,
ti ringrazio della tua carissima lettera, che mi ha fatto molto
piacere [...]
Quanto al Barthes (Mythologies) è una raccolta di propos
sugli argomenti piú vari, intesi a smascherare la funzione
ideologica («mitica») dei vari aspetti della vita quotidiana.
Debolissimo saggio finale, che vorrebbe essere una teoria
generale del mito (ma le generalizzazioni filosofiche non sono
certo il suo forte). Il libro è certamente significativo (vedi gli
elogi di Fortini), ma, direi, piú come sintomo di un male che
perché svolga una funzione culturalmente utile. Risente troppo,
a mio avviso, del crescente provincialismo della cultura
francese e dell’ideologismo delle nuove generazioni (senti chi
parla!) Barthes stesso considera l’ideologismo come una sorta di
reazione alla poesia pura, che resta, però, altrettanto astratto e
lontano dalla realtà. Ma ciò non toglie che vi sia dentro fino al
collo, e nel senso piú problematico del termine. È significativa,
a questo proposito, la sua confessione alla fine del libro: «Il
semble que se soit là une difficulté d’époque: aujourd’hui, pour
le moment encore, il n’y a qu’un choix possible, et ce choix ne
peut porter que sur deux méthodes également excessives: ou
bien poser un réel entièrement perméable à l’histoire, et
idéologiser; ou bien, à l’inverse, poser un réel finalement
impénétrable, irréductible, et, dans ce cas, poétiser. En un mot,
je ne vois pas encore de synthèse entre l’idéologie et la poésie
(j’entends par poésie, d’une façon très générale, la recherche du
sens inaliénable des choses)»; dove anche la spiegazione storica
(«c’est sans doute que l’idéologisme et son contraire sont des
conduites encore magiques, terrorisées, aveuglées et fascinées

200
par la déchirure du monde social») può ridursi, come di fatto si
riduce, ad un alibi, se ideologia e realtà (o, peggio ancora,
ideologia e «semiologia») sono separate fin dall’inizio, e
assegnate a due sfere diverse (la filosofia di Barthes ha molti
aspetti in comune con quella di Fortini). – Il fenomeno è
curioso, e meriterebbe di essere studiato piú a fondo. In
confronto a questi idéologues di nuovo genere, come dispersi e
privi di un vero centro, i philosophes engagés della generazione
precedente (Sartre, Merleau-Ponty ecc.) danno un’impressione
di sostanzialità quasi classica (per non parlare, poi, dei
cosiddetti «decadenti»). – Quanto al primo punto
(provincialismo crescente della cultura francese) può sembrare
strano dirlo a proposito di Barthes, che si dimostra molto
influenzato da Brecht e il cui amico e collaboratore Morin è il
teorico di quell’«umanità meticciata» e di quel «marxismo
cosmico» che ha per motto il detto di Pascal (rovesciato): «Que
le silence éternel de ces espaces infinis ne nous effraie plus!»
Ma il terreno scelto, o piuttosto accettato senza il minimo
dubbio, per le sue esercitazioni mitologico-critiche essendo la
società francese attuale (e cioè quanto di meno rappresentativo
si possa immaginare per lo stato attuale del mondo), il risultato
non può essere che questo. (Basta dire che il B. non esita a
diffondersi per vari capitoli in un’analisi del... poujadismo, dove
crede di ravvisare i tratti universali decisivi della borghesia del
XX secolo.) Appare qui, in forma particolarmente spiccata, dato
l’assunto generale del libro, un fenomeno caratteristico di tutta
la riflessione francese: la relativa continuità della storia della
Francia moderna determina una singolare ignoranza dei salti
qualitativi effettuati dall’evoluzione capitalistica nel suo
complesso (differenza fra società monopolistica e capitalismo
classico), che si ripercuote negativamente sull’analisi dei singoli
fenomeni. Questi vengono a trovarsi tutti sullo stesso piano,
indipendentemente dal fatto che appartengano alla nuova
struttura della società o che non siano che residui anacronistici
del passato (dove gioca anche la tendenza tradizionale del

201
pensiero francese, o almeno di quello da cui il B. appare piú
influenzato – scuola di Durkheim, gruppo di «Critique» ecc. –,
alla formulazione di schemi sociologici, psicologici ecc.
generali indipendenti dalla totalità storica concreta). La
borghesia oggetto del libro di Barthes (a parte qualche acuta
osservazione sull’organizzazione della sua egemonia nella
Francia attuale) è ancora quella di Michelet o di Verne; e il suo
contrasto con il proletariato si configura ancora, piú o meno,
come ai tempi della Comune. (Ciò che del resto si verifica
anche in Sartre, ma ad un altro livello di elaborazione
filosofica.) Ma qui il discorso si farebbe troppo lungo, e mi pare
di averti dato (anche se in forma un po’ troppo concentrata)
sufficienti elementi per giudicare. Il mio parere, comunque, è
negativo (come anche per il libro di Morin, di cui ho letto solo
una cinquantina di pagine, ma che credo si possa scartare
senz’altro).
Ti scriverò presto piú a lungo, raccontandoti (se possibile)
anche qualcosa di qui. Intanto ti ringrazio della tua intenzione di
tenermi sempre al corrente di quanto accade da voi. Le tue
lettere sono veramente preziose (solo non vorrei che ti
portassero via troppo tempo del poco che ti resta). Abbiti
intanto i miei saluti piú affettuosi
Renato

AE, cart. 198, fasc. Renato Solmi. Lettera a Daniele Ponchiroli, Francoforte, 28
maggio 1957. Per gli «elogi» di Fortini a Barthes, si veda la sua recensione Il mito
oggi, in «Avanti!», 26 marzo 1957, p. 3. Il libro di Morin è probabilmente Le Cinéma
ou l’homme imaginaire (1956).
Uscito da Lerici nel 1962, Miti d’oggi sarà ripubblicato ne «Gli struzzi» nel 1974
(traduzione di Lidia Lonzi); per le citazioni, si fa riferimento all’edizione «Einaudi
Tascabili» (1994), pp. 237-38: «Sembra che questa sia una difficoltà dei tempi: oggi,
ancora per il momento, c’è una sola scelta possibile, e questa scelta può solo vertere su
due metodi ugualmente eccessivi: o presupporre un reale interamente permeabile alla
storia e ideologizzare; oppure, inversamente, presupporre un reale alla fine
impenetrabile, irriducibile, e, in tal caso, fare poesia. In una parola, io non vedo ancora
una sintesi tra l’ideologia e la poesia (per poesia intendo, in maniera molto generale, la
ricerca del senso inalienabile delle cose) [...] Ciò si deve senza dubbio al fatto che

202
l’ideologismo e il suo contrario sono comportamenti ancora magici, terrorizzati,
abbagliati e attratti dalla lacerazione del mondo sociale».

203
[85.]
Roberto Bazlen
HEIMITO VON DODERER, Die Dämonen. Nach der Chronik
des Sektionsrates Geyrenhoff, 2 voll., Biederstein,
München 1956.

Doderer: premetto che non mi è simpatico. Of course, la


Leistung è considerabile. Per cavarmela con poche parole (so
che è inesatto) ammettiamo che Substanz e Leistung siano
divisibili; si potrebbe allora dire che mentre in certi buoni
scrittori di poca sostanza (Th. Mann; in parte anche Joyce) la
Leistung diventa sostanza, in Doderer invece non serve ad altro
che a nascondere, a mascherare, una mancanza di sostanza
assoluta. Non c’è che molta furberia, una grande eleganza
superficiale che non compensa la hybris fondamentale,
un’intelligenza molto parassitaria e se gratti, molto banale, e
un’ambizione demonica. Strano che piaccia a Cases: è la
quintessenza di tutto quanto ha esasperato Karl Kraus. Dopo la
Strudlhofstiege, di cui non avevo letto che una parte, per me era
una faccenda liquidata. Dopo la tua lettera, ho cominciato a
leggere i Dämonen. Per il momento, e con molta fatica, sono a
pagina 200. Probabilmente è perfetto come «machine», ma di
una noia indicibile. Mi dicono che ci sono dei capitoli molto
vivi sulla malavita (infatti, anche nelle pagine che ho letto, piú
in basso [socialmente] va, piú leggibile diventa); sicuro è che è
difficile trovare capitoli (e pagine) piú morti di quelli che ho
letto finora. – Se andrò avanti, ti scriverò ancora; ma non ne
sono sicuro.

GEE, lettera a Luciano Foà, [Roma] 17 giugno 1957. Con lievi differenze in
Bazlen, Scritti cit., p. 284.
Su Doderer cfr. anche supra, scheda n. 80 (Cases, 2 novembre 1956) e infra,
scheda 176 (Ferrero [fine novembre 1977]). Nel 1965 l’Einaudi pubblicò nei
«Supercoralli» anche La scalinata (traduzione di Ervino Pocar).

204
[86.]
Franco Lucentini
GEOFFREY BIBBY, The Testimony of the Spade, Knopf, New
York 1956.

Libro sconnesso, scialbo, sciocco.


Sconnesso: perché il facile principio che ha presieduto, in
massima parte, alla sua compilazione è quello del biografismo
spicciolo. Non dunque un romanzo dell’archeologia «perfetto
gemello del Ceram», come pretende la copertina, ma tutt’al piú
«le vite degli eccellenti scavatori». Le quali vite messe insieme,
con qualche capitoletto di colore inserito qua e là, dovrebbero
darci nell’intenzione dell’A. un quadro completo, mirabile ecc.
della preistoriografia dell’Europa settentrionale; ma che
risultano, in pratica, ben noiose da leggersi, come quelle che – a
malgrado della loro pedantesca classificazione e incorniciatura
– ci costringono a saltare continuamente da un argomento
all’altro, con l’impressione di ricominciare il libro sempre da
capo. (Non per niente, del resto, l’A. è ricorso al principio della
biografia e addirittura del «Who is Who»: ché, volendo
raccogliere le briciole lasciate fuori dal Ceram, non s’è trovato a
disporre che d’argomenti disparatissimi, cui non era forse
conferibile, e a cui comunque non ha conferito, altra unità che
fittizia.) Ripeto: non un romanzo dell’archeologia, ma una
sconnessa serie di biografiole, raccontini e bozzetti a sfondo
archeologico.
Scialbo: perché le suddette biografiole sono scialbe. Ciascuna
di esse, pedantesca e meccanicamente compilata, comprende
obbligatoriamente: a) una diffusa nota iniziale sulla famiglia del
protagonista, con l’ascendenza completa anche materna; b) la
carriera a cui il protagonista era stato improvvidamente avviato
dai genitori; c) sue vere inclinazioni e sue vicende scolastiche,
dalle elementari all’università; d) sua carriera universitaria e

205
beghe con i colleghi incomprensivi, difficoltà col Ministero; e)
il di solito tardivo riconoscimento da parte del Ministero stesso,
dei colleghi e del pubblico, con l’elenco completo delle
onorificenze e degli incarichi conseguiti; f) un ritratto fisico
dettagliatissimo, con particolare insistenza sulla foggia degli
abiti e sul porto o meno della barba e dei baffi; g) un non meno
dettagliato ritratto morale, con i soliti aneddotini d’obbligo –
tratti di spirito, azioni generose ecc. – tramandati dai discepoli;
h) qualche notizia, tutt’altro che perspicua e avvincente, sulle
attività propriamente archeologiche del protagonista, con
l’elenco delle memorie accademiche in cui quelle ricerche
vennero consegnate. In tutto questo, quel che si sente
pochissimo o niente affatto – e che si sentiva cosí distintamente
nel Ceram – è il suono della vanga contro gli oggetti sepolti. Il
lettore non partecipa mai alla ricerca effettiva (o vi partecipa
grazie a espedienti da giornalistucolo, che non “mordono”
affatto), ma si trova, dopo le premesse biografiche che ho detto,
dinnanzi agli oggetti già belli e puliti e catalogati, come davanti
alla vetrina di un museo.
Sciocco: perché a compenso della fondamentale sciatteria e
mancanza di mordente del volume, meccanicamente compilato
al solo evidentissimo scopo di sfruttare i postumi dell’interesse
per il Ceram, l’A. ha farcito il tutto di quelle insopportabili
considerazioni moralistiche pseudoprogressive che affliggono i
tre quarti della moderna pubblicistica inglese: importanza del
lavoro collegiale; utilità politica e sociale degli scavi come
quelli che ravvicinano i popoli tra di loro, in particolare
l’Inghilterra al resto dell’Europa; folgori contri i Greci, che
chiamavano barbari quei popoli che con tanto successo, invece,
oggi nuovamente si scavano; sarcasmi a non finire sulle
«benedizioni dell’influenza civilizzatrice di quello Stato di
polizia che fu l’Impero Romano» (p. 394), ecc. ecc. Giacché il
Bibby, anche se ha trovato un editore americano, resta inglese, e
di quegli inglesi noiosissimi che crescono all’ombra dei Pelican
Books. Quanto poi alle sue benemerenze archeologiche, chi è

206
questo Bibby? Sul 1° risvolto di copertina figura come «noto
archeologo», ma sul 2° non è piú che un «funzionario del museo
preistorico di Aarhus, in Danimarca», né v’è traccia di altre sue
pubblicazioni, e tantomeno di scavi o ricerche da lui
personalmente condotte. In sostanza: un illustre sconosciuto, un
compilatore mediocrissimo, e uno scrittore inesistente. Il libro
potrebbe dunque, per la congerie di fatterelli anche archeologici
in esso comunque raccolti, andar bene come pubblicazione di
seconda scelta, in una collezione secondaria, ma non come
strenna!
Traduzione. Per i molti termini tecnici da una parte, ma piú
ancora per la sua sciatteria, pedanteria e faticosità, il volume
non si presta alla traduzione intensiva: ci vorranno quattro mesi
di lavoro duro e ininterrotto. Verranno infatti, fatto il conto
accurato degli spazi, circa 600 cartelle: ciascuna delle quali
richiederà un ¾ d’ora per venirne a capo decentemente, e un
altro quarto d’ora per correggere e pulirla.

AE, cart. 120, fasc. Franco Lucentini, 7 luglio 1957.


Le navi dei vichinghi e altre avventure archeologiche nell’Europa preistorica,
traduzione di Piero Jahier, «Saggi», 1960.

207
[87.]
Cesare Cases
KARL LÖWITH, Weltgeschichte und Heilsgeschehen. Die
theologischen Voraussetzungen der Geschichtsphilosophie,
Kohlhammer, Stuttgart 1953 (trad. di Meaning in History,
The University of Chicago Press, Chicago-London 1949).

Caro Luciano,
[...] ho letto Weltgeschichte und Heilsgeschehen durante le
vacanze. Devo dire che se prima della lettura il comportamento
di Solmi mi pareva improntato al suo “nuovo corso” (che lui
nega, ma che invece è reale), adesso mi sembra piú
comprensibile anche tenendo fede alla massima apertura. Il
libro è effettivamente cosí reazionario come non mi sarei mai
aspettato. Probabilmente Löwith è sempre stato cosí, anzi
certamente, ma gli altri libri trattavano un periodo in cui la
critica reazionaria veniva in certi limiti a coincidere con quella
progressiva. Qui scopre le carte: la concezione greca e quella
protocristiana sono le uniche possibili, e il resto è decadenza.
L’uomo è sempre lo stesso e la storia non ha senso: tutt’al piú si
può credere come i cristiani nella fine dei tempi, ma appunto
come soppressione della storia, mentre l’errore è di credere che
la storia costituisca una preparazione dello stato finale. L’errore,
che non è ancora in Agostino, si trova già in Paolo Orosio e
dopo di lui in tutti fino a Marx ecc. Un libro simile non può
trovare nessun addentellato nella cultura italiana, se non in
quella cattolica, e quindi mi sembra che abbia ragione Solmi.
Indipendentemente dalla pubblicazione della Distruzione della
ragione di Lukács, che Solmi adduceva, perché qui non si tratta
di opposizione al marxismo, ma ad ogni e qualsiasi storicismo,
anche al piú annacquato. Dixi et servavi animam meam. Peraltro
se pubblicate questo libro potrà sempre passare come contributo
alla conoscenza dei reazionari “interessanti”. Dopo tutto avete

208
pubblicato anche Toynbee (il quale però in confronto a Löwith è
un modello di storicismo progressista, tant’è vero che L. lo
sfotte e lo trova incoerente) [...]
Molti cari saluti a tutti. Non dire a Lucentini che non riesco a
leggere il Robbe-Grillet. Datemi notizie, se ce ne sono, sul
destino del pamphlet contro i neopositivisti.
Tuo Cesare Cases

GEE, lettera a Luciano Foà, Pisa, 25 agosto 1958. Per l’accenno a Robbe-Grillet,
cfr. supra, scheda n. 75 (Lucentini, 10 giugno [1955]).
Su quest’opera, pubblicata da Comunità nel 1963 con il titolo Significato e fine
della storia, esiste anche un parere di Delio Cantimori del 1949: «Ho esaminato
Löwith. Sono decisamente contrario alla traduzione del suo libro Meaning in History.
Non riesco a capire come possa essere piaciuto a te e a Pavese. Immagino che in un
momento di sonnolenza omerica, vi siate lasciati sorprendere dal solletico intellettuale
certo piacevole (ma è basso piacere) che è provocato dallo scetticismo (certo assai
acuto e raffinato) del Löwith. Non ci sono in questo libro che ripetizioni
(sostanzialmente parlando) di quanto già si trova nell’altro che Einaudi ha tradotto di
recente [Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX].
Che quei motivi (contraddizioni inerenti in ogni interpretazione in qualche modo
positiva della storia) vengano ora applicati anche allo studio di altri autori non cambia
la sostanza della cosa: sono analisi puramente negative, che non possono essere
interpretate, a mio parere, come analisi critiche, a meno di cadere in una concezione
antiquata, controversistica, della critica. Il solletico intellettuale prodotto dalla
negazione ironica intelligente e colta (intelligentissima e coltissima, se volete, questa
del Löwith) rimane però solletico: non può essere fecondo in nessuna maniera, è sterile
di per se stesso. Potrà piacere ed essere utile anche (vi chiedo di lasciarmi il libro in
prestito ancora un po’), per scopi particolari di ricerca: ma per scopi molto particolari.
Non merita affatto la ulteriore diffusione di una traduzione. La posizione
sostanzialmente nullistica del Löwith, il suo nichilismo antistoricistico ma anche
antistorico, rimane negativa: fra l’altro anche del crocianesimo: ma è pura negazione.
Anche la scelta dei tipi è discutibilissima. Per noi, di lingua italiana, considero il libro
dannoso, pericoloso, da combattere la vostra proposta», lettera a Felice Balbo dell’8
ottobre 1949, ora in Cantimori, Politica e storia contemporanea cit., pp. 796-97.

209
[88.]
Federico Zeri
HAROLD ACTON, The Last Medici, Methuen, London 1958
(1 a ed. Orioli, Firenze 1930).

Caro Bollati,
assieme ai piú cordiali auguri per il 1959 Le invio i
ringraziamenti per il volume del Carletti, che ho gradito
moltissimo e che – malgrado Emilio Cecchi – è cosa assai
notevole.
Le scrivo anche per segnalarLe un volume che ho finito or
ora di leggere: The Last Medici, di Harold Acton (London,
Methuen). È una recente ristampa di un’opera di 30 anni fa; non
so se sia già stata tradotta da noi, o se qualcuno vi abbia già
messo sopra gli occhi, ma ad ogni modo cercate di non farvela
sfuggire. È davvero straordinaria, al punto da suscitare una
curiosità disgustata e morbosa; la storia della fine dei Medici, in
un tripudio di preti, pederasti, sifilidi, e simili, è fra i momenti
della Storia d’Italia che andrebbero piú divulgati. Legga il libro,
e poi, se lo stampate, come mi auguro, potrei darvi una mano
per curare le illustrazioni, che nell’edizione originale sono assai
manchevoli, benché abbondi il materiale piú originale e curioso.
Cordialmente,
Federico Zeri

AE, cart. 226, fasc. Federico Zeri. Roma, 25 dicembre 1958; ora in Federico Zeri,
Lettere alla casa editrice, a cura di Anna Ottani Cavina, note di Davide Ravaioli,
Einaudi, Torino 2010, p. 36. Il volume di Francesco Carletti è Ragionamenti del mio
viaggio intorno al mondo (1594-1606), a cura di Gianfranco Silvestri, «I millenni»,
1958.
Gli ultimi Medici fu pubblicato a cura di Adriana Castelnuovo Tedesco nei «Saggi»
nel 1962.

210
[89.]
Raniero Panzieri
ALFRED EINSTEIN, The Italian Madrigal, 3 voll., Princeton
University Press, Princeton 1949.

Studia il madrigale italiano come forma d’arte specifica nella


quale poesia e musica sono in reciproco, indissolubile rapporto.
Il volume «aspira a definire la funzione della musica profana
nella società italiana del secolo XVI», al di là dell’aspetto
strettamente estetico e tecnico.
Fondata su una documentazione formidabile di prima mano,
frutto di quarant’anni di ricerche, l’esposizione dell’E., pur
essendo analitica, è sempre condotta con eccezionale sobrietà,
padronanza della materia, chiarezza critica; senza nulla
concedere a generalizzazioni schematiche, fornisce perciò nel
suo insieme una idea precisa del significato estetico, culturale,
storico del madrigale italiano dai primordi fino a Monteverdi,
studiandone dall’interno le condizioni della nascita, sviluppo e
decadenza nel contesto storico generale.
Nel suo complesso l’opera è un esempio di filologia critica,
moderna, altamente significativa dal punto di vista storiografico
e culturale in genere. Nonostante il carattere particolare
dell’argomento, il volume potrebbe essere inserito nei «Saggi»,
anche tenendo conto dell’attuale risveglio di interesse verso i
problemi di storia della musica. Manca nella traduzione – tutta
da rivedere – il terzo volume dell’opera, che contiene
un’antologia di partiture inedite: ciò solleva evidentemente un
problema da affrontare con il consiglio di uno specialista.

GEE, aprile 1959. Uno dei primi incarichi affidati a Raniero Panzieri al suo arrivo
all’Einaudi nel 1959, fu quello di esaminare e valutare quindici traduzioni destinate
alla collana dei «Saggi»», tra le quali, oltre a quella inedita di The Italian Madrigal,
Eros e civiltà di Marcuse e Tecnica e cultura di Mumford (cfr. infra schede nn. 90 e
91).

211
[90.]
Raniero Panzieri
HERBERT MARCUSE, Eros and Civilization. A Philosophical
Inquiry into Freud, Beacon Press, Boston 1955.

Contributo di sociologia psicanalitica; alla determinazione


prevalente della dottrina di Freud si accompagna, e sovrappone,
l’influenza della scuola sociologica di Francoforte (Horkheimer-
Adorno). Fondamentalmente, si tratta di una restituzione-
reinterpretazione del pensiero di Freud (civiltà = repressione)
«in termini del suo contenuto socio-storico», e di una polemica
serrata contro il revisionismo neo-freudiano, nel quale, secondo
l’A., l’«addolcimento» imposto alle concezioni di Freud è in
funzione di una conciliazione ideologica, mistificata, con la
società esistente. L’A. opera invece una distinzione –
fondamentale – tra «repressione fondamentale» e «repressione
addizionale», e collega quest’ultima non alla «civiltà» in
generale, ma alla condizione della società alienata (rapporto tra
repressione addizionale e alienazione del lavoro). Intorno a
questo tema, l’analisi del M. è assai minuziosa e investe tutti gli
elementi della «filosofia della psicanalisi» (che secondo il M.
viene svalutata dai revisionisti perché portatrice di un contenuto
esplosivo, rivoluzionario), sostenendo la domanda in cui è il
senso generale del saggio: «se sia ragionevole pensare a uno
stato di civiltà nel quale i bisogni umani sono soddisfatti in
modo e misura tale da eliminare la repressione addizionale».
Nonostante le solite osservazioni che si possono muovere alla
impostazione e alla terminologia psicanalitiche, il saggio è
vivace, acuto, bene argomentato nella polemica. Ciò che non si
capisce è perché l’A., che fa largamente uso di concetti
marxisti, non citi mai il marxismo. È senz’altro consigliabile la
pubblicazione nei «Saggi». Sarebbe forse opportuno premettere
una introduzione di uno specialista italiano aperto ai problemi

212
affrontati dall’A. (ad esempio, Musatti).
La traduzione è infelicissima, praticamente da rifare.

GEE, aprile 1959. Scheda riprodotta in Raniero Panzieri e la casa editrice Einaudi.
Lettere e documenti 1959-1963, a cura di Luca Baranelli, in «Linea d’ombra», II
(novembre 1985), n. 12, p. 64.
Eros e civiltà, introduzione di Giovanni Jervis, traduzione di Lorenzo Bassi,
«Saggi», 1964.

213
[91.]
Raniero Panzieri
LEWIS MUMFORD, Technics and Civilization, Harcourt,
Brace & Co., New York 1934.

È il primo volume di un complesso di tre opere (di cui


Comunità ha pubblicato già La cultura delle città). L’A.
sviluppa nel suo solito modo prolisso, confuso, moralistico le
sue note tesi sulla crisi della civiltà del macchinismo (crisi della
«scienza neutra e senza valori»; crisi dell’organizzazione
sociale), per sostenere la necessità di una «ideologia organica».
Questo «organicismo» – com’è noto – è una sintesi o una
somma di elementi eterogenei, momenti tipici della cultura
contemporanea: il volume è pieno di riferimenti confusamente
intrecciati all’urbanistica, all’architettura, alla medicina,
all’educazione, ecc. ecc. Non meno confusa è l’«ideologia
sociale» professata dal M., il suo «comunismo di base», le cui
tesi sono molto vicine appunto a quelle di Comunità. Qua e là
emergono nel libro osservazioni interessanti su determinati
aspetti della civiltà industriale: ma si tratta di idee entrate
largamente in circolazione e sottoposte a un vaglio critico assai
piú rigoroso di quanto non risulti dai libri del M. La cui critica
della società contemporanea è nel suo fondo peggio che incerta
e superficiale: è «ideologica», vagamente umanistica e
«mistica», quindi sviante. D’altra parte, il libro non ha neppure
piú il pregio di presentare il M. al lettore italiano, dacché esso è
già conosciuto dalla stampa fattane da Comunità e da altri
articoli pubblicati su riviste tipo «Civiltà delle macchine». Darei
dunque, tutto sommato, parere negativo per la pubblicazione.

GEE, aprile 1959. Scheda riprodotta in Raniero Panzieri e la casa editrice Einaudi
cit., p. 65.
Lewis Mumford, Tecnica e cultura, traduzione di Ettore Gentilli, il Saggiatore,

214
Milano 1961.

215
[92.]
Franco Venturi
ROBERT R. PALMER, The Twelve Who Ruled. The Year of the
Terror in the French Revolution, Princeton University
Press, Princeton 1941.

Caro Luciano,
[...] Mi sono letto in questi giorni la seconda edizione del
libro di R. R. Palmer The Twelve Who Ruled. The Year of the
Terror in the French Revolution, Princeton University Press,
1959. Certo abbiamo una tale abbondanza di libri sulla
Rivoluzione francese che arrossisco a proporre una simile cosa.
Tuttavia, se si volesse un volume quasi ceramizzabile su
Robespierre e compagni, scritto con grande serietà e scienza,
ma con altrettanta abilità di prospettare attraverso le biografie
dei 12 del Comitato di salute pubblica tutti gli essenziali
problemi economici, politici, militari ecc. dell’epoca del
Terrore, questo è il libro che fa per noi. Si legge con gran
piacere, è insieme molto dettagliato e non confuso, cosa rara.
Fallo venire se credi, e dallo in mano a qualcuno che lo legga
dal punto di vista del piacere di percorrerlo. Dal punto di vista
storico te lo garantisco io [...]
Grazie e arrivederci presto, ed abbiti i nostri affettuosi saluti
Franco

AE, cart. 215, fasc. Franco Venturi. Lettera a Luciano Foà, Massalubrense, 25
settembre 1959.

216
[93.]
Roberto Bazlen
WILLIAM BURROUGHS, The Naked Lunch, Olympia Press,
Paris 1959.

Assolutamente impubblicabile: una sfilza ininterrotta


monomane e monotona di oscenità tali che non ti posso
nemmeno accennare perché non potresti far archiviare questa
lettera. Capito perché la Ljuba, dopo averlo avuto in mano per
dieci minuti, mi abbia assolutamente proibito di menzionarlo
mai piú. Bill Demby che ho costretto a leggerlo quasi fino in
fondo (io ho letto qua e là, poco – ma sempre troppo) è caduto
(veramente) in uno stato di profonda depressione. Già dopo aver
letto poche pagine, ha fatto un appunto che ti accludo:
mettiamoci d’accordo (sai come sono rimasto male dopo aver
sfogliato il vostro Nathanael West) che basta, e per sempre, col
«wailing of the damned».
Del resto, sarebbe stato intraducibile dato che l’unico charme
(sic) del libro sta nel gergo dei trafficanti di droghe e degli
omosessuali; in italiano, che io sappia, molto meno sviluppato
che in americano. Ma quel disgraziato ha una profonda cultura,
parecchie doti, e fa molto bene, con 30-40 anni di ritardo,
l’avanguardia del post Prima guerra mondiale.

[APPUNTO ALLEGATO DI WILLIAM DEMBY]


Yes. Of course the Damned are among us. Many of us are – or will be –
damned. Even though one stylishly refuses to – and, indeed, cannot – accept the
Calvinist doctrine of Pre-Destination. And yet, at one level of historical
consciousness or the other, we all know about Karma. Bobby: from the very
beginning of human history the Damned have wailed – just as, from the very
beginning of human history, the cosmically timid have made jokes. The wailing
of the Damned is the sub-sonic sound which frightens children at night. Not the
maternal rustling of leaves. Nor the praeter-human whining of the wind. But the
wailing of the Damned! And yet, Bobby, not Art Literature nor even Artistic

217
Journalism have ever been moulded from the wailing of the Damned. Nor have
Poetry or Music ever been shaped from the archaic praeter-chaotic laments of
women mourning their dead. Only those blessed with a vision of light shall
make Art Literature Journalism live: They? Among them – Baudelaire,
Rimbaud, Ovid. THE NAKED LUNCH IS THE WAILING OF THE
DAMNED.

AE, cart. 17, fasc. Roberto Bazlen. Lettera a Luciano Foà, Roma, 18 dicembre
1959. Ljuba Blumenthal era la compagna di Bazlen. Il libro di Nathanael West è Il
giorno della locusta (traduzione di Carlo Fruttero, «I coralli», 1952). In una lettera
all’Einaudi del 2 settembre 1960 Bazlen tornava a parlare del libro di Burroughs:
«Quel libro orripilante e impubblicabile di cui vi ho scritto a suo tempo (The Naked
Lunch), verrà pubblicato prossimamente in Inghilterra e in America con moltissimi
tagli. Non voglio vederlo. Ma poiché interessava Einaudi, siete avvertiti». Il pasto
nudo sarà tradotto da Claudio Gorlier e Donatella Manganotti e pubblicato, con una
prefazione di Oreste del Buono, da Sugar nel 1964.
Per la traduzione del testo di Demby, cfr. Appendice 2.

218
[94.]
Elémire Zolla
Eisherz und Edeljaspis, oder Die Geschichte einer
glücklichen Gattenwahl. Ein Roman aus der Ming-Zeit,
trad. tedesca di Franz Kuhn, Insel, Leipzig 1927 (titolo
originale Hao Ch’iu Chuan, XVII secolo).

Il romanzo ming è meno realistico del t’ang. Questo poi non è


fra i maggiori dell’opera ming. Ne esiste una traduzione inglese
del 1829 (cfr. Fitzgerald p. 512). Francamente noioso ha tuttavia
un certo interesse in quanto rappresenta un tipo di narrativa
popolare sciolto dalle convenzioni cui siamo abituati in
Occidente. È veramente piacevole non udir mai frasi
d’abbandono alla divinità o invocazioni a Dio nei momenti
difficili («anche nelle piú grandi sciagure c’è un consiglio, alla
fine, cui appigliarsi» dice il protagonista al padre in disgrazia),
cosí non esiste l’irritante culto dell’ingenuità femminile che
rende cosí edulcorate le eroine popolari della narrativa
occidentale; per rendere simpatici i suoi personaggi il narratore
cinese ne fa dei letterati di gusto impeccabile e dei sottilissimi
sofisti, esperti di ogni ripiego del cerimoniale e di ogni astuzia
procedurale, pronti a precostituirsi le prove di ogni fatto, a
introdurre clausole elegantissime nei loro accordi. Ancora: li fa
compassati e freddi, indifferenti al sesso quando non sia
sublimato dai riti e dalle eleganze della dottrina (al protagonista
capita un episodio simile a quello del giovane Giuseppe con la
moglie di Putifarre e non consuma il matrimonio per inceppi di
cerimoniale).
Parlare di stile non si può, evidentemente, su una traduzione.
Comunque gli intermezzi poetici sembrano spesso squisiti: cfr.
p. 325, «Sparsam wie Zypressenblüte, haucht sie süss aus
innerm Traum» [«Sobria come il fiore del cipresso, sussurra
dolce da un intimo sogno»]. A volte gli idiomatismi cinesi ci

219
vengono incontro con un tono immediato e divertente – abituati
come siamo ai nostri, abusati: all’uomo colpito in testa «ballano
fiori davanti agli occhi» (p. 254); «lo stomaco pieno di
incertezza» (p. 215) è anche una verità psicosomatica.
Riferire la trama minutamente sarebbe esasperante. L’eroe,
d’aspetto femmineo, di corpo robustissimo e di mente sottile,
leggendo un antico testo incontra l’episodio di un funzionario
che si mise in disgrazia eccedendo di zelo. Con un soprassalto
pone in rapporto l’episodio con la situazione del padre che nella
capitale potrebbe incorrere in un errore del genere. Parte per
avvisarlo. Non so se si possa attenuare l’apparente assurdità
facendo un parallelo con i nostri letterati rinascimentali che,
ancora per gran parte immersi in un clima magico,
interrogavano le sortes vergilianae.
Per istrada trova qualche torto da raddrizzare. Arrivato alla
capitale trova il padre imprigionato appunto per eccesso di zelo.
Machiavelliche escogitazioni e giuridiche astuzie, opportuni
sfoggi di energia al punto giusto e il padre è reintegrato
nell’ufficio. Frammischiati alla vicenda dialoghi fra padre e
figlio sul limite entro il quale va contenuto il senso del dovere,
dove si vede che a furia di meditare Confucio si può arrivare
alle conclusioni dell’etica hegeliana. La scena si sposta.
Protagonista una fanciulla esperta di riti, cerimoniali, di cavilli e
pronta a precostituirsi con avvocatesca abilità le prove dei fatti –
il pendant del protagonista. Il padre le è stato esiliato alla
frontiera – lo zio-aio è nell’imbarazzo perché il don Rodrigo del
luogo la vuol sposare. Abbastanza ben delineata la figura dello
zio pavido, astuto nella sua pavidità ma nemmeno del tutto dalla
parte del signorotto. La giovinetta, espertissima d’astrologia,
trova modo di ingarbugliare i segni delle tavolette cerimoniali,
sicché il signorotto si trova sposato non già a lei ma alla sua
bruttissima cugina. Il signorotto allora decide di rapirla in
occasione della visita alla tomba della madre (bei versi a p. 94,
nello stile impressionistico della piú bella poesia cinese). Ella
sventa un primo tentativo di abduzione, ma sta per soccombere

220
al secondo, quando ricompare l’eroe che sventa la trama. Infatti
egli si è messo in viaggio per imparare usi e costumi, nonché
per raddrizzare torti. Complicato processo che volge a favore
della fanciulla che ha già predisposto tutte le sue pezze
d’appoggio. Il signorotto incarica un bonzo di avvelenare l’eroe,
ma la fanciulla sventa l’intrigo facendolo ricoverare in casa sua.
Questa mossa è però contraria ai riti. Ma il caso eccezionale fa
prevalere, ella argomenta contro lo zio che protesta, l’etica sul
diritto. Durante la cena con cui viene celebrata la guarigione
dell’eroe dai prodromi dell’avvelenamento si svolge la
conversazione che è il pezzo forte del romanzo. Fra
considerazioni complicate di etica e di cerimoniale viene di
quando in quando alla luce l’amore che s’è acceso fra i due; il
dialogo è veramente squisito, come è delicatissimo il pensiero
dell’eroe, col quale egli nota il primo accendersi del suo amore:
«ach wie sehnlich wünschte ich, jemanden um mich zu haben,
dem ich bei Tag u. Nacht bisher Ungehörtes ablauschen könnte»
[«Oh quanto ardentemente desidererei avere qui con me
qualcuno dal quale giorno e notte apprendo storie mai prima
udite»]. Degno di Madame de La Fayette.
L’eroe non accetta le profferte di matrimonio dello zio della
fanciulla, perché è stato infranto il cerimoniale. Altre sue
complicate avventure, altri intrighi del don Rodrigo, alla fine il
padre della fanciulla, riabilitato e reintegrato in ufficio combina
il sospirato matrimonio, accordandosi con il padre dell’eroe. Ma
i due decidono di non consumare le nozze fin tanto che non sia
chiarito l’intoppo della presentazione indecorosa. Ora è un alto
funzionario a pretendere che l’eroe sposi la figlia e faccia
annullare per vizio di forma il primo matrimonio. Anche questo
intoppo è superato, e si arriva finalmente a un giudizio davanti
alla suprema istanza imperiale, nel quale tutti i torti vengono
riparati, le giuste pene irrogate, l’intoppo cerimoniale sanato.
Alfine vengono consumate le nozze.
Diceva Goethe a Eckermann che nel romanzo cinese «alles
klarer, reinlicher [und] sittlicher zugeht» [«tutto avviene in

221
modo piú chiaro, piú puro e piú morale»]. Ma anche
terribilmente noioso. Non condivido l’opinione di Fitzgerald,
che siano irreali i caratteri di entrambi i protagonisti. L’appunto
colpisce solo l’eroe. La fanciulla invece mi sembra abbastanza
plausibile.
Pubblicabile? Non direi, a meno che altri romanzi cinesi non
preparino il pubblico anche ad accettare questo, che non è fra i
maggiori (cosí si dice).
La traduzione inglese era parecchio tagliata. Credo che
un’antologia del romanzo cinese, con estratti sufficienti di
ciascuno sarebbe ottima cosa (di questo si potrebbe fare un libro
leggibile lasciando solo le parti piú sottili e delicate, tagliando
via l’intrigo superfluo, ovvero gli otto decimi – cosa che fra
l’altro non sarebbe nemmeno fattibile con i nostri romanzi
secenteschi, tanto simili (d’Urfé ecc.) nella loro trama a questi,
orientali, ma privi di interesse psicologico.

AE, cart. 228, fasc. Elémire Zolla [1960]. Il libro di Charles P. Fitzgerald a cui fa
riferimento Zolla è China. A Short Cultural History (1935) tradotto da Einaudi nel
1974 con il titolo La civiltà cinese. L’esordio letterario di Zolla all’Einaudi risaliva al
1956, quando era apparso ne «I gettoni», contro il parere di Vittorini e con uno
strascico di polemiche, Minuetto all’inferno; cfr. Mangoni, Pensare i libri cit., p. 681,
nota 254, e Grazia Marchianò, Introduzione, in Elémire Zolla, Minuetto all’inferno,
Aragno, Torino 2004, pp. 6-29. Per la citazione di Goethe, cfr. Johann Peter
Eckermann, Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita, a cura di
Enrico Ganni, Einaudi, Torino 2008, p. 175 (31 gennaio 1827).

222
[95.]
Roberto Bazlen
ELIAS CANETTI, Masse und Macht, Claassen Verlag,
Hamburg 1960.

Sottoscrivo in pieno tutto quello che vi ha scritto Bobbio –


con l’unica differenza che, su di me, le ripercussioni sono state
diametralmente opposte.
La prima parte, una fisica descrittiva, anzi una meccanica di
M. e M., mi ha lasciato freddo; l’ho trovata non unintelligent,
ma sterile.
La seconda parte invece, il «vaneggiamento» (del resto
lucidissimo) – una tipologia clinica basata su intuizioni molto
poco coerenti – mi ha dato parecchio da pensare (il meccanismo
comune del paranoico e del Mächtigen, enucleato con una vera
chiaroveggenza, ecc.).
Tirate le somme piú NO che SÍ – ma vediamo gli effetti su un
terzo lettore. Non è un libro da scartare alla leggera – anche per
l’abbondante, poco noto e bene esposto materiale antropologico
e storico, molto suggestivo.

AE, cart. 17, fasc. Roberto Bazlen [1960]. Non è stato possibile rintracciare il
parere di Norberto Bobbio.
Massa e potere sarà pubblicato, nella traduzione di Furio Jesi, da Rizzoli nel 1972.

223
[96.]
Italo Calvino
PIERRE KLOSSOWSKI, Roberte ce soir, Éditions de Minuit,
Paris 1953; ID., La Révocation de l’Édit de Nantes,
Éditions de Minuit, Paris 1959.

Questo Klossowski, il cui secondo libro ha preso l’ultimo, mi


pare, Prix des Critiques, è il piú scatenato pornografo che mai
mi sia stato dato di leggere. E se il suo nome non risuona sopra
tutti quelli che godono simile fama, penso che si debba al fatto
che questi suoi libri sono per metà discorsi filosofici (per un
semplice lettore come me completamente incomprensibili) [e
per] metà fantasie oscene di cui è molto difficile seguire il filo
narrativo.
Klossowski è anche autore d’un saggio su Sade e traduttore di
Nietzsche, Kafka, Max Scheler e delle meditazioni bibliche di
Hamann.
I due libri hanno personaggi comuni, sono fatti alla stessa
maniera e sono in realtà due pezzi d’un libro solo.
Protagonisti sono Octave, un professore erotico-cattolico-
blasfematore, la cui gran passione è cedere sua moglie a tutti
coloro che entrano in casa, e Roberte, sua moglie, donna
politica progressista, atea e rude, membro della commissione di
censura, le cui prestazioni amorose (che non si capisce mai bene
se sono reali o sognate perché spesso si svolgono con colossi e
nani assolutamente simbolici) sono seguite con una fantasia e
una tecnica dell’osceno difficilmente pareggiabile. Poi c’è in
entrambi i romanzi un giovane nobiluomo guardia pontificia e
collaboratore dei nazisti con un passato romanzesco. E un
nipote che dev’essere educato e fa da contraddittore nei dialoghi
filosofici.
Spesso Klossowski, per bocca del suo protagonista parla del
vero ateismo, che afferma essere molto affine al cattolicesimo.

224
Mentre Roberte, che a questo proposito la pensa come noialtri,
viene continuamente schernita.
I capitoli di entrambi i libri sono di disparata fattura e si
susseguono come a caso: a capitoli visionario-narrativi
s’alternano altri di diario saggistico, di critica d’arte, dialoghi e
vere e proprie dissertazioni di filosofia (per esempio,
sull’essenza dell’ospite e dell’invitato), il tutto sempre però di
tema direttamente o indirettamente pornografico.
Il primo volume è ornato di ignobili vignette dell’autore.
Scrittore di detestabile impostazione ideologica e letteraria, è
scrittore da non potersi né doversi pubblicare.
Però devo confessare che antipatico non è, e che in tutte
queste porcherie non perde mai un suo sense of humour, cosa
che difetta di solito ai mistici dell’erotismo.

AE, cart. 34, fasc. Italo Calvino [1960].


I due libri saranno pubblicati da SugarCo nel 1981 (Roberta stasera) e nel 1982 (La
revoca dell’editto di Nantes).

225
[97.]
Riccardo Landau
BRUNO SCHULZ, Cynamonowe sklepy. Sanatorium pod
klepsydra. Kometa, Wydawnictwo Literackie, Kraków
1957 (prime edizioni 1934, 1937 e 1938).

Nato nel 1892, morto durante lo sterminio dei ghetti ebraici


nel 1942, Bruno Schulz fece parte della generazione dei letterati
polacchi degli anni ’30. Egli fu scoperto improvvisamente dalla
scrittrice Zofia Nałkowska, la quale, contro il parere della
critica ufficiale di allora lo portò al successo; del tutto
dimenticato e messo all’indice dall’ortodossia marxista, è stato
riscoperto con un certo scalpore negli anni del disgelo
kruscioviano.
La sua narrazione, sempre al limite tra la realtà e il sogno
surreale, rimane ovunque nel campo dei ricordi dell’infanzia. I
due libri principali: Cynamonowe sklepy («Negozi di cannella»),
pubblicato nel 1934, e Sanatorium pod klepsydra («Sanatorio
all’insegna funebre»), pubblicato nel 1937, costituiscono una
serie di racconti separati, racconti che, tutti, hanno un nesso in
comune: la figura del padre. Attraverso il signor Jakub Schulz,
commerciante di stoffe a Drohobycz, piccola città della Polonia
orientale, Bruno Schulz racconta il mondo della sua infanzia, la
vita della sua città, improvvisamente assurta al ruolo di un
importante centro petrolifero, lo scontro tra il vecchio mondo
del commercio e della borghesia austro-ungarica (questa parte
della Polonia appartenne fino al 1918 all’impero di Francesco
Giuseppe) e lo spirito moderno degli industriali. La figura del
padre, resa sempre un po’ folle, un po’ ridicola, un po’
drammatica e un po’ patetica, costituisce ovunque l’asse intorno
al quale si svolge il racconto. Accanto al padre c’è Adele, la
donna di servizio, che tiene invece i piedi ben saldi per terra, e
impedisce le follie, le fantasie e gli sprazzi di genio del padre.

226
Ovviamente, dietro le innumerevoli maschere del padre si
cela anche la figura dell’autore. Nelle sfuriate del genio
incompreso (il padre) contro la bassezza del mondo e della vita
quotidiana (Adele) si percepisce la preoccupazione dello
scrittore per l’avvenire del pensiero e dello spirito umano.
Reso ridicolo da un sarcasmo tra benevolo e accorato, il
padre spiega il proprio pensiero ad Adele e a due sartine, stolte
e ridacchianti: «Troppo a lungo abbiamo vissuto sotto il terrore
della perfezione inimitabile del Demiurgo, troppo a lungo la
perfezione della Sua opera paralizzava la nostra creatività
personale. Non vogliamo concorrere con Lui. Non abbiamo
l’ambizione di esserGli uguali. Vogliamo creare nella nostra
sfera piú bassa, desideriamo la creatività per noi, desideriamo la
gioia di creare, desideriamo – insomma – la demiurgia...»
E nella sua polemica col Demiurgo, il quale si dilettava a
creare «stoffe squisite, perfette e complicate», il padre folle
afferma che «noi diamo la priorità alla stoffa scadente». «Meno
contenuto – egli grida – e piú forma!» E ciò dicendo fa scivolare
giú la calza dal delizioso ginocchio di una delle sartine. «Piú
modesti nei propositi… e il mondo sarà piú perfetto!» – esclama
il genio incompreso arrivando ai polpacci della sartina,
quand’ecco appare la temibile Adele. Il padre scappa, sul
pavimento scivoloso, sulle pareti, sul soffitto, scappa ovunque,
temendo la vendetta e il solletico di Adele.
L’autore stesso ci fa capire il conflitto di questi due mondi:
padre-Adele, ma subito lo risolve in modo quasi kafkiano con
un allegro «buffetto sul naso» dato dalla sorridente Adele al
padre stupefatto e felice.
L’aria di Kafka si ritrova spesso nelle storie di Schulz. Nel
racconto La via dei coccodrilli, simile all’America di Kafka,
Schulz traccia un quadro surrealista di una strada di Drohobycz,
improvvisamente moderna, industriale, ricca e sicura di sé, folle
perversa e maniacalmente erotica, ma sopra ogni cosa assurda, e
la paragona al Klondike della febbre dell’oro.
O in quell’altro, Karakony («Scarafaggi»), dove il padre

227
viene identificato ora con un gigantesco uccello rapace, ora con
un odioso scarafaggio. «E chi poteva garantire se egli viveva
ancora in qualche spaccatura del pavimento, se scorrazzava di
notte per le camere tutto preso dagli affari scarafaggeschi,
oppure se era tra quegli insetti morti che ogni mattina Adele
trovava a pancia all’insú con i piedi tutti irti, e gettava con senso
di disgusto nell’immondizia».
Non meno kafkiano è il racconto Wiosna («Primavera») dal
secondo volume. Qui la protagonista, una ragazzetta dal nome
Bianca, da un’adolescente che sveglia nell’autore i primi
pensieri e i primi velati impulsi erotici, si trasforma nell’esiliata
erede al trono dell’impero austriaco. E ne segue la piú assurda
ed affascinante storia, in cui Francesco Giuseppe personifica le
forze dell’oppressione, mentre l’imperatore Massimiliano,
fucilato nel Messico, quelle della libertà e della riforma politica.
In aiuto al protagonista, tutto preso dall’idea di dover liberare la
principessa Bianca, vengono «Dreyfus e Garibaldi, Bismarck e
Vittorio Emanuele I, Gambetta e Mazzini», richiamati per
magia da un museo di figure di cera. Tutti questi grandi uomini
partecipano alla crociata per liberare Bianca, rapita
dall’oppressore di Vienna. Ma una volta giunti in vista della
carrozza di Bianca, s’avvedono che il ratto politico non è ratto,
ma una fuga di amanti, e che l’amante uomo non è altri che
Rodolfo, finora il piú grande amico e confidente del
protagonista. Per cui questi s’arrende, si dimette e abdica.
Mentre gli ormai inutili personaggi del panocticum andranno
per il mondo con fisarmoniche, ad allietare le ore mattutine
delle cuoche e dei portinai.
Di queste simili mascherate il libro è pieno. Ricorderemo
ancora il travestimento del padre in una corazza medievale per
sfuggire al solletico che con dita maligne gli faceva Adele, ogni
qual volta egli iniziava un discorso piú serio e piú drammatico.
Cosí attrezzato, il padre diventa il capo dei pompieri e permette
loro di rubare all’orrificata ma impotente Adele intere
damigiane di succo di ciliegie. Dopo di che, salta dalla finestra,

228
leggero e atletico su un telone teso dai suoi commilitoni dal
casco dorato.
L’ultima fuga del padre chiude il secondo volume. È ancora
una metamorfosi surreale, dove il padre, ormai disperato
dall’incomprensione del mondo che lo circonda, si trasforma in
una specie di granchio marino, e come tale viene finalmente
dalla madre bollito e servito a tavola. Nessuno lo vuole toccare,
salvo lo zio Carlo, lo scemo della famiglia, il quale «tende la
forchetta verso il piatto, ma la ritrae a metà strada, incerto sul da
farsi, e ci guarda con stupore».
Alcuni giorni dopo, seppur bollito e messo in dispensa, il
padre se ne fugge dal piatto, lasciandovi soltanto una gamba
«bagnata nel sugo di pomodoro». «Bollito, perdendo le sue
gambe per strada, si trascinò avanti con le ultime forze, nel suo
pellegrinaggio senza meta, e non l’abbiamo visto mai piú».

Ecco alcuni punti salienti di questo libro. Come dissi


all’inizio, soltanto il disgelo dell’epoca post-staliniana aveva
permesso la ristampa dei racconti di Bruno Schulz (il libro
recensito racchiude praticamente tutta l’opera dello scrittore).
Mi sembra che si possa unire l’opera di Bruno Schulz, maestro
di disegno in un ginnasio della Polonia orientale, ai racconti di
Isaak Babel´ e di altri scrittori ebrei dell’Europa orientale, i
quali come nella pittura di Marc Chagall, restituiscono alla
storia delle arti tutto un mondo dapprima assorbito dalla
civilizzazione moderna e durante la Seconda guerra mondiale
andato definitivamente e irrimediabilmente distrutto dalla
persecuzione nazista.
L’elemento magico si unisce a tal punto col realismo e con la
verità storica, sociale e spesso politica, che questi racconti
diventano addirittura dei testi fondamentali.
Mi pare che per il suo fascino puramente letterario (ripeto:
molto v’è dello stile kafkiano della maniera migliore), il libro
può ottimamente interessare anche all’estero, perché non pecca
affatto di quel provincialismo che cosí spesso diminuisce il

229
valore della letteratura dell’Oriente europeo. Se vi si
aggiungono gli altri elementi or ora menzionati, l’editore
dovrebbe essere certo di andare verso un successo non solo di
critica, ma anche commerciale.
Per la traduzione – non molto facile – bisognerebbe scegliere
chi “sente” questo particolare genere letterario.
Eliminerei dall’edizione italiana l’ultimo racconto Kometa
(«La cometa») [...] Questo racconto fu pubblicato nella rivista
«Wiadomości Literackie» nel 1938, ed è piú contorto, piú
involuto e dal punto di vista letterario piú debole.
Se, infine, le 300 pagine dei due volumi dovessero essere
troppe, si potrebbe curare una scelta dall’uno e dall’altro,
creando un solo volume di racconti, che andrebbe benissimo,
senza portare danno al valore artistico della prosa di Schulz e
senza diminuirne i pregi storici e sociali. Anzi, forse proprio
l’idea di un volume di racconti scelti è la migliore.

AE, cart. 110, fasc. Riccardo Landau. Roma, 19 marzo 1960. Già addetto culturale
all’Ambasciata polacca a Roma, Ryszard Landau si stabilí definitivamente in Italia nel
1955 (dopo un primo tentativo, nel 1950, di espatriare clandestinamente dalla Polonia
conclusosi con una condanna alla reclusione), dove proseguí una carriera editoriale
avviata a Varsavia che lo avrebbe condotto alla direzione commerciale del gruppo
L’Espresso. Per Einaudi tradusse L’elefante e Il tacchino di Sławomir Mrożek (1963 e
1965), ma a lui si deve soprattutto la diffusione in Italia dell’opera di Witold
Gombrowicz. Cfr. Mya Tannenbaum, Fuga dalla Polonia, presentazione di Sergio
Romano, interlinea, Novara 2010.
Le botteghe color cannella, saggio introduttivo di Angelo Maria Ripellino,
traduzione di Anna Vivanti Salmon, «Supercoralli», 1981.

230
[98.]
J. Rodolfo Wilcock
ALEXANDER TROCCHI, Young Adam, Olympia Press, Paris
1954.

Il Giovane Adamo di Alexander Trocchi è fatto con nulla o


quasi; a questo nulla sono stati aggiunti alcuni pensierini – al di
sotto dell’esistenzialismo – dell’autore, e diverse descrizioni,
poche però, delle piú banali fra le sue esperienze amorose.
L’insieme non è molto interessante ma la sua annacquata
pornografia all’anglosassone potrebbe comunque sedurre
qualche zitella solitaria.
Il protagonista Joe abita su una barcaccia col marinaio Leslie
e sua moglie Ella, proprietaria della barca. Un giorno trovano il
cadavere di una donna annegata; l’episodio non ha per il
momento altre conseguenze, tranne il fatto di dare
indirettamente lo spunto a una relazione fra Joe ed Ella (Leslie,
suo marito, è impotente); relazione che si protrae lentamente
sotto gli occhi quasi del marito. Finché questi li sorprende a
letto, e se ne va. Joe ed Ella continuano a lavorare con la
barcaccia.
Intanto la polizia prosegue le indagini sul mistero della donna
annegata. Questa era in realtà un’altra amante di Joe, caduta in
acqua per sbaglio dopo aver fatto all’amore con lui sotto un
convoglio merci. Joe si considera quasi l’assassino della
ragazza, ma la polizia sospetta di un altro uomo, il quale alla
fine viene condannato alla pena capitale. Intanto Joe si è stufato
di Ella, l’ha lasciata, e il romanzo finisce com’è cominciato, nel
vuoto. Il che non sarebbe da criticare, se non fosse che
l’indifferenza dell’autore è contagiosa.
Per il resto, lo stile è dignitoso ma guadagnerebbe di molto se
Trocchi decidesse di tacere i suoi piccoli pensieri.

231
AE, cart. 223, fasc. J. Rodolfo Wilcock, 3 agosto 1960. Il 12 luglio 1960 Italo
Calvino aveva proposto a Wilcock di collaborare con l’Einaudi come lettore di libri
inglesi e spagnoli: «Potremmo compensare ogni lettura e giudizio con 10 mila lire.
Questa, s’intende, sarebbe una prima fase “sperimentale” dei nostri rapporti [...] Lei
dovrebbe mandarci per ogni libro con una certa sollecitudine [...] un rapporto di circa
una cartella, con tutti gli elementi che Lei pensa ci possano servire: un breve riassunto
del contenuto, il Suo giudizio, notizie – se ne ha – sull’autore o sulla fortuna che il
libro ha avuto in edizione originale o in altre traduzioni, eventuali previsioni
sull’accoglienza che il libro potrebbe avere in Italia». Wilcock superò la fase
«sperimentale» in modo piú che soddisfacente (il 30 settembre sempre Calvino gli
scriveva: «i suoi giudizi sono molto belli e divertenti e orientano bene sui libri») e nel
giugno del 1962 gli fu proposto di cimentarsi con una traduzione, incarico che
all’inizio declinò con ironica modestia: «Queste lettere, le schede accluse – scriveva a
Calvino il 14 giugno 1962 –, tutto dovrebbe convincerLa che io non sono in grado di
scrivere bene in italiano, dunque di fare delle traduzioni. Se per caso io dovessi
rimanere in Italia, e riuscissi a imparare un po’ meglio la lingua, farei certo il
traduttore, perché mi sembra un mestiere piú onesto che non quello di critico o
capriccioso pensatore. Ma prima dovrei imparare a usare, se non altro, le preposizioni
italiane; e prima ancora, le consonanti doppie. Soltanto allora potrei esigere che le
segretarie della casa Einaudi mi chiamino Wilcock invece di Wilcokk». Per Einaudi
Wilcock tradurrà, fra l’altro, le Poesie in inglese di Samuel Beckett (1964) e Una pinta
d’inchiostro irlandese di Flann O’Brien (1968).
Giovane Adamo fu pubblicato da Olympia Press Italia nel 1970.

232
[99.]
Luigi Nono
HANS G. HELMS, Fa:m’ Ahniesgwow, DuMont-Schauberg,
Köln 1959-60.

caro Giulio Einaudi,


Hans G Helms vive a Colonia, circa 32enne, si muove nella
cerchia di Karlheinz Stockhausen (anche 32enne e musicista di
grande natura e talento, discusso fin che vuoi, figura centrale
della nuova musica tedesca, iniziatore dell’esperienza
elettronica), di G M Koenig (circa 35enne tecnico allo studio
elettronico della radio di Colonia e compositore velleitario,
autore della nachwort al libro di Helms), ed è vicino al gruppo
dei pittori di Düsseldorf (Gaul e altri giovani): tutti
riallacciantisi, specie nelle loro ultime esperienze, a filoni
dadaisti tedeschi, Schwitters-Hannover-Colonia / e in rapporto e
influenzati dal gruppo di John Cage - Rauschenberg - new dada
di New York.
non è che li si possa etichettare «neo dadaisti» e risolver cosí
la questione, ma tra i vari filoni e “neo” attuali, quello di New
York è loro piú imparentato.
indubbiamente toccano alcuni problemi attuali e importanti,
rapporto tempo-spazio, simultaneità di possibilità, di
accadimenti diversi che “casualmente” s’incontrano,
constatazione di ordine statistico, non di coscienza, di piú
fenomeni attuali non limitati da confini finora tante “cortine di
ferro” (uso di piú lingue o di gerghi dialettali di differente
origine linguistica – presa in considerazione di concezioni
culturali filosofiche funzionali appartenenti a altre civiltà e
tentativi di osmosi: naturalmente ogni volta da analizzare il
perché e il come di tali connubi, poiché possono esser o per
motivi di reazione aperta, di colonialismo piú o meno celato, o
di cultura viva).

233
ma restano condizionati nel loro fare da una astrattezza
formale, tipica di certa cultura tedesca attuale, per cui l’interesse
primo si sposta su procedimenti tecnici-linguistici, alle volte
sfioranti situazioni focali, ma raramente proiettati nella piena
vitalità di nuova esigenza espressiva, quindi di nuovo dire.
cioè il loro dire si ferma e si risolve nel procedimento stesso,
nella combinazione fonetica-linguistica, nella struttura sonora,
non l’automatismo lirico di origine surrealista, ma se mai «il
gesto» fonetico-strutturale che esaurisce in se stesso ogni
ragione di espressione.

Fa:m’ Ahniesgwow ha due processi formali


I) uso della pagina-spazio non nella normale successione da
sinistra a destra, ma quasi come un giornale, su cui si legge a
salti senza ordine. questo è un concetto che credo risalga a
John Cage (l’ho udito formulare a Darmstadt nel ’58). ed è
applicato nel klavierstücke n. 11 di Stockhausen (1957), per
cui non è definita la composizione o struttura, ma solo una
esposizione degli elementi che debbono poi venir
«organizzati» dal lettore o dall’esecutore. Principio della
esaltata «opera aperta»: non composizione, ma esposizione /
da non confondere con la falsa interpretazione di tale
principio a opera di alcuni milanesi, di cui anche Italo Calvino
è una vittima – nella sua prefazione a i nostri antenati.
esempio: nella «struttura I», si legge ancora da sinistra a destra,
ma – e il disco lo esemplifica – è possibile, anzi calcolata la
sovrapposizione di alcuni elementi presentati nella
successione, da sinistra a destra, con il risultato di
combinazioni fonetiche, alcune sicuramente “interessanti”
foneticamente.

234
e qui si ricordino i «poème simultan» di Huelsenbeck-
Janco-Tzara, del periodo del club Voltaire, e anche la
differente intenzione – risultato polemico distruttivo di
quell’epoca.
ora limitato a gioco sonoro, spesso affascinante, ma fine a
se stesso.
nel klavierstücke n. 11 di Stockhausen vengono proposti
alcuni elementi – campi sonori – ma lasciata all’esecutore
la scelta – come l’occhio cade – dell’ordine tra loro.

nella musica l’unità base dell’elemento usato – solo suoni


– permette la possibilità di una linea “casuale” ma unitaria.
nel libro, l’uso di varie lingue e dialetti limita, nella
sovrapposizione, l’espressione complessa a risultati
fonetici.
vi è inoltre l’uso di terminologia musicale: i parametri.
esempio: parametro del tempo di lettura: se v’è una «struttura»
fonetica complessa, la possibilità di dirla e riceverla-
comprenderla sarà piú lunga, che non quella per una
«struttura» piú semplice.
questa è vera accademia tedesca astratta formale. e, direi,
stupida.
in qualsiasi libro vi sono periodi che richiedono un tempo

235
di lettura diverso, a seconda delle situazioni o concetti
espressi. spesso bisogna leggere e rileggere varie volte un
periodo – almeno a me capita – per intenderlo, mentre in
altri casi si vola, e anche si “sorvola” apparentemente.
II) stesura del testo normale e sua lettura normale da sinistra a
destra: il testo risulta da combinazioni tra loro – anagrammi,
incastri – di parole nelle varie lingue, per arrivare spesso a
una intensificazione del significato, a una resa onomatopeica-
sonora del concetto o parola scritta, a un linguaggio
foneticamente piú ricco.
es. «struttura» I 3 «rapephrodisiac» = rape: violentare (una
donna) + phrodisiac: afrodisiaco. (concetto intensificato).
«peeyellow» = pee: pipí + yellow: giallo.
semper e immer = semmer imper etc.

e qui mi sembra che Chlebnikov-Majakovskij-Stramm-


Huelsenbeck-Joyce ridicolizzano tale accademia tedesca di
oggi.
perché in Helms tutto ciò è per una banale storia raccontata-
scritta-detta-resa estremamente complessa e spesso non
intellegibile (esige conoscenza di varie lingue, non solo, ma
anche di vari slang dialettali – Pasolini! Pasolini! Povero
grullo!!!!!!), per cui la storia scompare pressoché sopraffatta da
giochi - combinazioni fonetiche (e han poco di tirar in ballo
Adorno, Bloch!), mentre basta ascoltare Majakovskij detto da
Ripellino in russo, per comprendere il perché e l’efficacia
fonetica espressiva della sua struttura sonora.
semmai mi sembra tale libro un’occasione per uno studio da
farsi – sociologico-storico-culturale – sul perché ora in
Germania v’è tale accademia.
anziché perder le bave dietro ai vari Adorno (hai letto il
saggio di Pestalozza su «la rassegna musicale» in proposito?)
sarebbe ora necessario uno studio considerando le cause:
massima ostentazione e disastro / guerre perdute, ma non
criticamente superate / massima astoria, di conseguenza /

236
impennate teoriche peggiori di un fungo atomico / e tendenza al
rifiuto a conoscere e riconoscere le cause, le responsabilità, le
correità / non presa sulla intelligenza del pubblico di alcune
manifestazioni sicuramente precise attuali critiche della cultura
e del I dopoguerra e del II e di tuttora.
il chiodo resta sull’elmo del prussiano.
inoltre c’è in Germania il gruppo di Max Benese, con rivista,
che sta sviluppando un’analisi poetica basata sulla statistica
(principio della verificabilità di Wittgenstein adoperato a
sproposito?!)
in ogni caso col massimo d’interesse vero (e Stockhausen
oggi è l’unico musicista che mi continua a interessare nel vero
senso), io sono lontano, contro tali concezioni.
in quanto fanno di un momento, sicuramente importante, di
studio analitico di esperimento privato (e ogni artista ha diritto
all’esperimento!!!) il risultato – oggetto di creazione; in quanto
anziché trasformare fondamentalmente l’oggetto della nostra
considerazione-vita, ne variano semmai la presentazione-veste,
sviando, intenzionalmente o no, l’azione critica e l’attenzione al
problema-base; in quanto limitano a una questione linguistica la
necessità attuale, e di sempre, di dire, cioè di prender posizione,
responsabilità, decisione.

ti ho rispedito il libro
con affetto tuo
Luigi Nono

AE, cart. 145, fasc. Luigi Nono. Venezia, 23 novembre 1960. In testa al primo
foglio appunti manoscritti di Luciano Foà («Lo hai già ringraziato a voce? Devo far
qualcosa di questa lettera?») e di Giulio Einaudi («Deve essere un parere [richiesto].
Non so di che si tratta»). Ora in Massimo Mila e Luigi Nono, Nulla di oscuro tra noi.
Lettere 1952-1988, a cura di Angela Ida De Benedictis e Veniero Rizzardi, il
Saggiatore, Milano 2010, pp. 216-19. L’Appendice I del volume riproduce il carteggio
fra Nono e la casa editrice Einaudi dal 1960 al 1972. Il saggio di Luigi Pestalozza è La
contraddizione pratica di Adorno, in «La Rassegna Musicale», XXX (1960), n. 1, pp.
9-23.

237
[100.]
J. Rodolfo Wilcock
JOHN WAIN, Hurry on Down, Olympia Press, Paris 1954.

Hurry on Down è ormai un classico della letteratura dei


giovani arrabbiati, a volte chiamata The Movement, il
Movimento. Apparso qualche mese prima di Lucky Jim, e di
Under the Net di Iris Murdoch, ebbe non soltanto un notevole
successo di pubblico, ma, ciò che gli conferí speciale
importanza, decise l’indirizzo di praticamente tutta la
produzione delle nuove leve del romanzo inglese fra il 1953 e
1960. È abbastanza strano che non sia stato ancora tradotto in
italiano; se non altro perché l’autore è già noto in Italia (vedi su
«Il Mondo» recensioni di The Contenders e di A Travelling
Woman, quest’ultimo edito da Longanesi) attraverso altre sue
produzioni alquanto inferiori. Hurry on Down è stato tradotto in
molte lingue; nel 1956 è apparso in Argentina, in spagnolo; nel
1960 in Russia.
Lo stile del romanzo risale direttamente al noto genere
romanzesco spagnolo chiamato «picaresco», in cui di solito si
raccontano le avventure di un giovane non molto rispettoso
della morale convenzionale, in diversi luoghi e attraverso
diversi strati della società contemporanea. Il protagonista di
Wain, Charles Lumley, è un giovane universitario che ha scelto
la carriera accademica, ma che a un tratto decide di
abbandonare quel genere di vita indicibilmente falso e vuoto per
cercare, ribassandosi volontariamente fino alle classi lavoratrici,
una vita piú piena e piú degna di essere vissuta. Il suo tentativo
è condannato al fallimento; Lumley scende sempre piú, fino a
diventare un delinquente, e la sua carriera si chiude con la
suprema degradazione di un impiego alla Tv.
Un libro che ha avuto successo in molti paesi; non è detto che
non possa anche avere un discreto successo in Italia.

238
AE, cart. 34, fasc. Italo Calvino, 19 marzo 1961. Wilcock ribadiva indirettamente il
suo giudizio su Hurry on Down in una scheda, di poco successiva, su Strike the Father
Dead [Colpisci a morte il padre, Rizzoli, 1965]: «Con il suo titolo tolto da un verso di
Shakespeare, con la sua ovvia pretesa di presentare il conflitto tra due generazioni, con
la sua tecnica del racconto alternato in prima persona (alla Wilkie Collins), con la sua
aria di amara finta serietà intellettuale, Strike the Father Dead è stato accolto da una
parte della critica come il piú importante tra tutti i romanzi che John Wain ha scritto
finora. La critica inglese si nutre di inganni (non ha quasi null’altro di cui nutrirsi,
come d’altronde la critica europea in genere); ma dovrebbe essere ovvio e stabilito che
John Wain ha scritto un solo romanzo leggibile, Hurry on Down, e che tutti i suoi altri
tentativi non soltanto sono finora falliti, ma sono andati di male in peggio. Rimane
comunque uno scrittore pieno di risorse, che si ostina a scrivere romanzi di terz’ordine,
nemmeno adatti al cinematografo. Strike the Father Dead racconta, a varie voci, la
storia di un ragazzo, figlio di un professore, e appassionato di jazz, che scappa di casa
a diciassette anni per farsi una vita a modo suo. Alla fine del romanzo vengono messi a
confronto il suo fallimento totale e quello di suo padre; da questo scontro non scatta
però – e questo è il solo tratto originale – alcuna scintilla, neanche una sia pur minima
illuminazione». Dei due altri libri di Wain citati da Wilcock Le amicizie brevi (A
Travelling Woman) era stato pubblicato da Bompiani nel 1960. Jim il fortunato di
Kingsley Amis e I gatti ci guardano di Iris Murdoch erano invece rispettivamente
usciti da Martello nel 1957 e da Garzanti nel 1956.
Tradotto da Stefano Torossi, Giú con la vita! fu pubblicato nei «Supercoralli» nel
1966; seguiranno, ne «I coralli», Un suicidio da non sprecare (1968) e Un cielo piú
piccolo (1971).

239
[101.]
Franco Fortini
MAURICE BLANCHOT, L’Espace littéraire, Gallimard, Paris
1955; ID., Le Livre à venir, Gallimard, Paris 1959.

Ritrovo, a pag. 41 del n° 33/34 del «Politecnico» del sett./dic.


1946, cioè di quindici anni fa, questo giudizio di Carlo Bo su
Blanchot: «Il critico piú maturo che abbia la Francia, per ora, se
lo dobbiamo giudicare dal suo volume Faux pas... la sua
intelligenza ci sorprende per la forza, per la pienezza, per la
sicurezza della sua immaginazione... bisognerebbe indicare in
questa alta prosa critica la cifra valida del secondo dopoguerra
francese».
Questo giudizio mi sembra serva non tanto a confortarne uno
nostro, quanto a suggerirci che l’importanza di B. non è un fatto
recente; anche se solo in questi ultimi anni Blanchot si è venuto
a trovare al centro di un gruppo di scrittori e di critici che, si
voglia o no, sono i piú agguerriti della Francia d’oggi. Valga
quel che valga: un Coudol, della redazione di «Tel Quel»,
considera critici «seri» soltanto Blanchot, Poulet, Barthes e
Starobinski.
Dai due volumi qui presi in esame si ha l’impressione che B.
abbia continuato, complicato e arricchito un unico discorso:
quello che impiega la corrente orfica del surrealismo francese e
del tardo simbolismo tedesco a descrivere la catastrofe e la
resurrezione “esistenziale” dell’artista-scrittore di fronte alle
contraddizioni dell’operare artistico e poetico, come esemplari
di quelle dell’uomo contemporaneo (o, secondo B., eterno) di
fronte alla comunicazione.
Il contributo obiettivamente positivo di B. è, a mio parere, la
sua spesso geniale, sempre intelligentissima, capacità di sfilar
via l’anima nera delle opere e degli autori considerati e di
dimostrare sempre di nuovo, in una casistica di diverso e di

240
identico, come il tema di ogni opera sia l’opera stessa cioè la
possibilità, il rischio, la contraddizione, lo scacco della
comunicazione-espressione.
L’aspetto negativo è la patologica claustrazione “letteraria”,
la superficialità e artificiosità di molta dialettica appena verbale,
la scrittura involuta e oracolare.
Se si guarda alle coordinate culturali, nessun dubbio che
convenga condividere il giudizio (9 IV 1961) di B. (credo
Bazlen): «jongleries», «giri a vuoto», «solidificazioni putrefatte
nel simbolismo francese e nel classicismo post-simbolista...
folklore grossolano e scostante come quello “popolare” anche se
su di un livello apparentemente meno incivile» (B. aggiungeva
tuttavia che la letteratura “sperimentale” non ha finora dato un
solo libro che valga un libro di Blanchot). Solo che sarei anche
piú pessimista di Bazlen: questo post-simbolismo coniugato col
surrealismo non ha appena la pelle piú dura di quanto non si
potesse credere dieci o quindici anni fa, ma ha fatto, e sta
facendo, anche in Italia peau neuve e nuova sul serio, magari a
livello pubblicistico-letterario, come unico concorrente del piú
sciocco empirismo della “scienza della letteratura” e della
“sociologia della letteratura”, essendo pressoché assente o
ridottissimo il campo di una critica marxista.
Da quanto ho detto fin qui, è chiaro che – una volta
riconosciuta l’indubbia genialità, l’acutezza spesso straordinaria
di un B. – questi libri vengono e vanno da e in direzioni
inaccettabili. Ma è innegabile che essi sono il meglio, o almeno
fra il meglio, di quella direzione. E che quindi il problema non è
di dare un giudizio di valore assoluto di essi (come fa Solmi) ma
di considerare l’opportunità editoriale di una informazione del
meglio della attuale critica francese. Da questo punto di vista (e
nel quadro della pubblicazione eventuale degli 8 o 10 libri di
critica oggi importanti nel mondo) ritengo utile e positiva la
traduzione di B.
Dei due libri il primo (L’Espace littéraire) è il piú organico
perché considera (pur impiegando in modo assolutamente

241
mitico il termine «spazio») tutti gli aspetti dei rapporti che
intercorrono fra impulso espressivo e parola letteraria, fra
questa e l’«opera», fra l’opera e il vuoto o morte su cui e da cui
nasce, fra opera e comunicazione, testo e lettore. Gli oggetti
critici sono assolutamente subordinati a questa ricerca:
Mallarmé, Kafka, Rilke, Hölderlin.
D’altra parte in questo libro il linguaggio di B. è spesso
acrobatico vaniloquio, oracoleggiante e fumoso, fastidioso e
noioso proprio per la scarsezza o assenza di referenze utili per il
lettore.
Per questo esito sia a proporlo sia a proporne uno
smembramento. Anche se debbo riconoscere che i primi tre
capitoli (introduttivo, su Mallamé e su Kafka) (pp. 9-83) sono
singolarmente importanti per la personalità di Blanchot e che
giustamente Bazlen raccomanda le sei pagine dal titolo Le
regard d’Orphée (179-185). Queste si trovano nel capitolo
L’inspiration (pp. 167-197), trenta pagine che potrebbero essere
tradotte. Includerei anche le pagine degli Annexes (261-292)
dove ci sono delle straordinarie sequenze sul «senso» dei
cadaveri, che vanno lette come pagine di creazione letteraria al
modo di certe pagine della Nausée; nonché delle osservazioni su
Hölderlin non so quanto giustificate ma molto interessanti.
Il secondo libro, Le Livre à venir, pur svolgendo in sostanza i
medesimi temi ha una molto piú grande varietà di pretesti critici
e quindi una leggibilità e utilità molto maggiori. È questo, in
sostanza, il libro che consiglierei di tradurre, anche se in
apparenza piú raccogliticcio.
Gli autori qui inclusi nel discorso sono: Proust, Goethe
giovane, Artaud, J.-J. Rousseau, Joubert, Mallarmé, Claudel, i
Profeti biblici, la leggenda del Golem, J. L. Borges, V. Woolf,
Broch, James, Musil, Hesse e altri (sottolineati i nomi di autori
cui sono dedicati i saggi piú ampi). Tutta l’ultima parte del libro
(Où va la littérature?) (235-304) è poi di un estremo interesse
per l’attualità dei problemi che tratta.
Concludendo: a mio avviso sarebbe possibile (A) tradurre il

242
solo Livre à venir (pp. 7-304); (B) aggiungervi o premettervi
circa 140 pagine dell’Espace littéraire (quelle indicate). Nel
caso (B) sarebbe però necessario consultare Blanchot. È uno dei
critici che pretendono al discorso ininterrotto; e che quindi
possono essere interrotti pressoché ovunque senza gran danno...
Qualora si escludesse la soluzione A, quella B necessiterebbe
di un supplemento d’inchiesta.

AE, cart. 83, fasc. Franco Fortini, scheda databile alla seconda metà del 1961. Il
parere di Roberto Bazlen citato da Fortini e conservato nel suo fascicolo dell’AE (cart.
17), si può leggere in Bazlen, Scritti cit., pp. 305-6.
Lo spazio letterario, saggio di Jean Pfeiffer, nota bibliografica di Guido Neri,
traduzione di Gabriella Zanobetti, «Saggi», 1967; e Il libro a venire, traduzione di
Guido Ceronetti e Guido Neri, «Saggi», 1969. Einaudi tradurrà in seguito anche
L’infinito intrattenimento. Scritti sull’«insensato gioco di scrivere» («Einaudi
Paperbacks», 1977).

243
[102.]
Vittorio Bodini
JULIO CORTÁZAR, Los premios, Sudamericana, Buenos Aires
1960.

Nonostante l’intelligenza dell’A., la sua abilità nel seguire


contemporaneamente varie trame di esistenze congiunte dal
caso in una allucinata crociera, il romanzo non convince, resta
estraneo al suo simbolo, e Cortázar di fatti, sentendo per primo
la gratuità di ciò che narra, sente il bisogno di giustificarlo su un
piano metafisico inserendo lunghi brani in corsivo, commenti
lirico-filosofici che lungi dal riscattare il testo finiscono col
condannarlo. Il romanzo non è insomma all’altezza dei due
volumi di racconti: Bestiario e Las armas secretas, da me
consigliati.

AE, cart. 24, fasc. Vittorio Bodini. Scheda allegata alla lettera a Luciano Foà,
[Bari] 13 agosto 1961. Poeta, scrittore di viaggio, docente di Letteratura spagnola
all’Università di Bari, Bodini tradusse per Einaudi molte opere tra cui Don Chisciotte
della Mancia di Cervantes (1957), il Teatro di García Lorca (1968) e Lazarillo de
Tormes (1972).
Il romanzo di Cortázar sarà tradotto da Flaviarosa Nicoletti Rossini e pubblicato
con il titolo Il viaggio premio nei «Supercoralli» nel 1983. Bestiario fu tradotto nel
1965 per la collana «La ricerca letteraria» da Flaviarosa Nicoletti Rossini e Cesco
Vian; Le armi segrete compare nella raccolta dei Racconti curata da Ernesto Franco e
pubblicata nella «Biblioteca della Pléiade» nel 1994. Su Cortázar cfr. anche infra,
scheda n. 164 (Calvino [1974]).

244
[103.]
Gianfranco Contini
LUCIO MASTRONARDI, Il maestro di Vigevano [1961].

Caro Einaudi,
ho súbito letto Il maestro di Vigevano (súbito, intendo,
compatibilmente col fatto che il corriere non si è benignato,
come non suole, secondo il costume fiorentino, benignarsi, di
portarmi il plico a casa – e di ciò avviso, per favore, alla tua
segretaria, che non riadotti questo mezzo –, e sono dovuto
andarlo a cercare agli antipodi della città). Debbo confessarti di
non averci ritrovato la vivacità d’invenzione poetica, piú o
meno espressa in forma vernacolare, che m’aveva interessato,
anzi rapito, nel pezzo del «Menabò». Anche questo libro è
decorosissimo; ma appunto, forse, il mastronardismo ci s’è
sistemato in letteratura. L’autore riecheggia se stesso, la propria
grammatica (non dico solo il dialetto vigevanese, ma l’etica
borghese dei calzaturifici e della loro sottoprefettura): e infatti
rallenta, amplifica, ripete, specialmente uscendo dalla prima
parte. È pregevole e nuovo anche come studio sociale, perché
non credo che si diano altrove riproduzioni dello squallido
ambiente magistrale; ma lo scrittore sembra essersi incasellato
in provincia, nel senso che le analogie avvertibili, e certamente
spontanee, sono con la narrativa scapigliato-piccoloborghese-
umoristica a cavallo tra i due secoli (non, tanto per intenderci, e
in un qualche senso al Mastronardi ne va reso merito, con
Gadda, Pasolini & C.): insistentemente nelle sezioni facete e
paratattiche viene alla mente il nome di Panzini, nelle
tragicomiche – anche se allora il ‘monologo interiore’ come tale
non era stato inventato – quello del mio Faldella, specialmente
il primo, intorno al Male dell’arte. Venendo al nòcciolo: tu
pensi, difficoltà tecniche (linguistiche) a parte, che questa specie
di piccola Nausée subalpina possa costituire articolo di

245
esportazione? A me ne manca la fiducia, cioè, e per molte
ragioni me ne duole, l’ingrediente indispensabile a collaborare
nell’impresa [...]
I piú cordiali saluti del
tuo Gianfranco Contini

AE, cart. 57, fasc. Gianfranco Contini. Firenze, 3 febbraio 1962.


Il libro uscí ne «I coralli» nel 1962. Il pezzo del «Menabò» è Il calzolaio di
Vigevano pubblicato sul primo numero del 1959.

246
[104.]
Angelo Maria Ripellino
WITOLD GOMBROWICZ, Dziennik 1953-1956, Instytut
Literacki, Paris 1957; ID., Dziennik 1957-1961, Instytut
Literacki, Paris 1962.

Caro Giulio,
preso dal lavoro alla prolusione, ho dimenticato di risponderti
in merito all’affare Gombrowicz. La lettera, di cui mi avete
inviato copia, è alquanto presuntuosa e sgradevole. Quanto al
diario (penso si tratti di quello apparso sulla rivista «Kultura» di
Parigi), non è poi cosí strabiliante. Si tratta di un insieme di
noterelle e frammenti sulla musica, su Ferdydurke, sulla vita
polacca e sudamericana: noterelle senza grandi bagliori, e
spesso di sciatto interesse. Non ne farei un problema di assoluta
necessità. Rinunziarvi non nuoce. Ritengo che di Gombrowicz
basta l’aver pubblicato Ferdydurke. Tutto il resto gira e rigira
sino alla noia su questa scoperta. Affettuosamente
tuo Angelo Maria Ripellino

AE, cart. 174, fasc. Angelo Maria Ripellino. Lettera a Giulio Bollati, [Roma] 10
febbraio 1962. Ferdydurke era uscito l’anno prima ne «I coralli», con una prefazione
dello stesso Ripellino. I diari di Gombrowicz furono tradotti da Riccardo Landau e
pubblicati da Feltrinelli rispettivamente nel 1970 e nel 1972. Non è stato possibile
rintracciare la lettera citata nella scheda. Nel fascicolo Ripellino è conservata anche
una scheda s.d. (ma del 1973) sulla raccolta postuma di Gombrowicz Varia (1973):
«La prima parte riunisce articoli di critica letteraria, embrioni di novelle, interventi su
questioni della vita culturale polacca tra le due guerre, interviste, autodifese, appunti di
viaggio. Per un lettore straniero è materia in ampia misura indifferente. Se si
eccettuano alcune righe molto striminzite sull’Ulisse di Joyce, su Witkiewicz, su
Bruno Schulz, su Freud, su Wells, su Conrad, su Ubu roi – il grosso è costituito da
analisi e schede molto superficiali e scritte probabilmente per necessità di guadagno su
romanzi polacchi ormai dimenticati [...] È uno squallido cimitero di libri caduti
nell’oblio. Un’attività pubblicistica di secondaria importanza per il profilo dello
scrittore e di impianto strettamente “locale”».

247
[105.]
Roberto Bazlen
VIDIADHAR SURAJPRASAD NAIPAUL, A House for Mr Biswas,
André Deutsch, London 1961.

Caro Italo,
ripeto quanto ti ho detto ieri a voce.
Apri una pagina a caso: un tessuto di prima qualità, stretto,
denso, consistente; fatto a mano; concreto, plastico; senza
astrazioni, senza riempitivi; ogni frase sta in piedi da sé,
aggiunge qualcosa a quella precedente – ti accorgi subito che sei
alle prese con uno scrittore nato, e che fa sul serio.
Metti assieme alcune pagine: se vedi dialogo, puoi star sicuro
di trovarti davanti a un episodio divertente (anche se per Dio
non sempre allegro!), a una scenetta goldoniana di un Goldoni
delle Indie orientali che ha letto anche un po’ (non troppo) di
Freud (ma ai suoi fini, di piú non gli servirebbe – tanto piú che
ha occhi aperti, testa buona, esperienza, umorismo, umanità e
modestia); se invece non vedi dialogo, trovi o una descrizione,
che ti entra negli occhi, di un paesaggio di Trinidad o di uno dei
tanti domicili sgangherati del Signor Biswas, o il resoconto
riassuntivo dei fatti avvenuti tra una scenetta e l’altra, resoconto
che fila che è un gusto, a base di tratti sintomatici,
epigrammatici, tutti azzeccati in pieno.
Metti assieme molti di questi gruppetti di pagine, e hai uno
dei lunghi capitoli che corrispondono alle singole fasi della vita
del Signor Biswas, cioè a uno dei suoi tanti mestieri (l’ultimo:
disoccupato – dopo essere stato pittore di insegne, bottegaio
ecc., ma anche giornalista e – facendo le corna – quasi
assistente sociale) e a uno dei suoi sgangherati domicili.
Metti assieme tutti questi capitoli, e hai non soltanto la vita
completa del Signor Biswas, ma anche quella (completa) del
clan di sua moglie, che lo divora – suocera, se ben ricordo

248
undici cognate tra cui tre vedove (vedove!) e dunque otto
cognati, piú due cognati fratelli della moglie, sorella della
suocera, cognato della suocera, un grouillement di infiniti nipoti
in un caos garantitamente napoletano, tutti ben caratterizzati,
tutti distinguibili, tutti ininterrottamente in piena azione, per lo
piú nefasta. Piú molte figure laterali. E hai un mondo, e il tempo
che passa, e i riflessi della guerra mondiale, e gli effetti
dell’occidentalizzazione – hai tutto.
MA: hai anche cinquecentotrentuno pagine, fitte fitte, piene
zeppe di roba – e per me, che dovevo leggere il libro in fretta,
sono state un po’ troppe. A un certo punto (dopo 60-80 pagine
al giorno che poi erano diventate 30-40) non ce l’ho fatta piú, e
ho smesso. Avrei potuto benissimo rimandarvi il libro dopo
averne letto la metà, che bastava a garantire la qualità. Ma si
trattava anche di vedere se non diventava eccessivamente
monotono, e se la bravura della sonata su una corda sola (e su
molte corde sole) arrivava fino in fondo. Per cui ho deciso di
sfogliarlo. Ma sfogliandolo, venivo preso, e giú a leggerlo
attentamente. Finché alla fine stava per diventare un incubo. Poi
l’ho finito, e posso dirti che non diventa monotono, e che la
sonata regge fino all’ultima nota. Poi l’ho rimandato a Torino.
Poi mi hai telefonato. Ora te ne scrivo. Sono ancora vivo.
Il Signor Biswas era un povero diavolo, e la sua vita sarebbe
stata la solita vita del povero diavolo, se non avesse fatto (data
la sua appartenenza a una casta apprezzata e alla scarsità di
maschi di questa casta) il grande matrimonio: con una delle
troppe figlie del socialmente importante clan dei Tulsi. Per
diventare un granellino nella polenta (invadentissima) del clan
dei Tulsi, dalla quale polenta tenterà di liberarsi per
cinquecentoquindici pagine fitte fitte (salvo le poche pagine del
prologo e quelle dell’infanzia), ma verrà sbattuto
«irrimediabilmente» da un domicilio Tulsi in un altro domicilio
Tulsi, e soltanto alla fine (sedici pagine) riesce, caricandosi di
debiti, a comperarsi una casa sbagliata e sgangherata come
quelle dei Tulsi, ma sua – per morire non troppo dopo,

249
disoccupato e di mal di cuore, dopo essere stato ammalato di
stomaco per almeno quattrocento pagine.
È un libro molto simpatico, e nonostante il soggetto non c’è
aria di miserabilismo, di ingiustizia sociale, di vittimismo (il
Signor Biswas non è un caso neorealisticamente pietoso, anzi
man mano che inacidisce mette su qualcosa che non è proprio
un buon carattere) – e di tutti i libri della lista di Vittorini (ma
bada che uno non lo conosco, e un altro è come se non lo
conoscessi) è quello che, mi pare, piú si meriti il premio. E di
gran lunga.
Con una riserva: le cinquecentotrentuno pagine.
Ciao
Bobi B.

Bada che, nei primi capitoli, c’è un certo impaccio, e un giro


di prospettiva un po’ duro. Ma subito dopo, tutto cala.

AE, cart. 17, fasc. Roberto Bazlen. Lettera a Italo Calvino, Roma, 21 febbraio
1962. La lista di Vittorini conteneva probabilmente i titoli dei romanzi candidati al
Prix international de littérature ideato da Carlos Barral e Giulio Einaudi nel 1960 e
assegnato annualmente a Formentor da una giuria internazionale di cui facevano parte
anche Calvino e Vittorini.
Una casa per il signor Biswas, traduzione di Vincenzo Mantovani, Mondadori,
Milano 1964.

250
[106.]
Guido Davico Bonino
LUCIANO BIANCIARDI, La vita agra [1962].

È la storia dell’inurbamento (milanese!) d’un intellettuale di


provincia, sceso in città dapprima con propositi da comunista
anarchico alla «discepolo di Bakunin 1900-1907», poi con
velleità (presto sopite) di attivista da cellula, quindi assorbito
nella routine grama dello sbarcare il lunario, infine ingoiato
dalle quotidiane angustie della civiltà cosiddetta organizzata. La
vicenda (svolta tutta in chiave umoristica, con cadenze
grottesche e spesso marionettistiche) è il pretesto per una satira
della civiltà di massa e industriale patite da un intellettuale
«meschinetto», per natura angustiato e refrattario istintivamente
alle «magnifiche sorti e progressive» del secol nostro. La
polemica è condotta innanzi con estro e brio picareschi, con una
rabbia «tutta autocomicizzante», con un gusto del pastiche iroso
e bofonchiante che fa pensare a Henry Miller (che qui compare
come Enrico Molinari di New York), se non ci fosse di mezzo
una sorta di linea “maledetto-toscana” e, piú in sottofondo,
“lombarda”.
Mi piace piuttosto. Mi piace il narrare in apparenza svagato,
anzi disordinato (ma solo in apparenza!), per cui la storia
procede a tappe, incorporando a sé, attraverso soste e
interruzioni, con una tecnica “a incastro”, flashback sul passato
del protagonista, excursus ironico-eruditi (quello sulla
biblioteca braidense o sul termine «tradurre»), pamphlets contro
questo o quell’aspetto della società d’oggi (molto divertenti
quello sull’erotismo frainteso, quello sulla vita aziendale),
autoironici manifesti di poetica (come quello che si potrebbe
intitolare “in quanti modi farei un romanzo”). Mi piace
l’impasto stilistico, in cui discorso diretto e indiretto (e dentro a
questo citazioni da classici, proverbi, frasi fatte, titoli di libri a

251
rovescio) si fondono con ritmo sempre sostenuto e piacevole.
Mi piace il “magazzino” lessicale, con i preziosismi vernacoli
usati con autodisprezzo. Certo qualcosa c’è da equilibrare: la
frattura-sutura dei piani narrativi andrebbe studiata con piú cura,
certe insistenze ridimensionate, altri accenni piú estesi. Ma, già
cosí com’è, è un bel prodotto d’un “geniaccio” irrequieto,
dotato di verve e fumisterie quanto basta; ed è un libro che si
legge con divertita curiosità, e che una sua amara lezioncina,
sotto sotto, la insegna.

AE, Verbali, scheda allegata al verbale della riunione editoriale del 18 aprile 1962.
Entrato in Einaudi nel 1961 come capufficio stampa, dal 1963 al 1977 Davico Bonino
ne fu segretario generale.
La vita agra fu “soffiato” all’Einaudi e pubblicato da Rizzoli in quello stesso anno.

252
[107.]
Roberto Bazlen
YUKIO MISHIMA, Der Tempelbrand, Paul List, München
1961 (ed. or. Kinkakuji, Shinchōsha, Tōkyō 1956).

Giapponese – ma non allarmante: il protagonista gira in


pantaloni kaki e camicetta (sudicia), la fattura del romanzo è
europea, le motivazioni psicologiche sono anche nostre, e quello
che non è nostro non è esotistico e può essere rivissuto da un
lettore italiano che abbia un minimo di buona volontà.
In prima persona, raccontato dal protagonista balbuziente,
poco attraente, povero – un invidioso che cerca argomenti che
giustifichino il suo astio nella bassezza degli altri, e che, per non
dover riconoscere che vive di solo astio (ma anche per ragioni
piú profonde) nutre un ideale di bellezza che gli si è
materializzato nel padiglione di un vecchio tempio zenita.
Il racconto è fatto dalle sue esperienze che lo portano di colpa
in colpa, in un tentativo di provocare un castigo che gli viene
sempre evitato, finché non gli rimane che allucinare la
distruzione totale, e brucia il tempio (del resto, questo spunto è
stato fornito da un episodio realmente accaduto pochi anni fa).
È un libro piuttosto bello, molti episodi sono veramente vivi,
alcuni sono di quel particolare sordido che continua ad essere di
moda – anche questo è un libro che direi di sí (se Calvino vuole
leggerlo: esiste una traduzione inglese che, se la fate cercare a
Londra, si dovrebbe trovare facilmente).

AE, cart. 17, fasc. Roberto Bazlen. Lettera a Daniele Ponchiroli, Roma, 9 maggio
1962.
Tradotto da Mario Teti, il libro fu pubblicato quello stesso anno da Feltrinelli con il
titolo Il padiglione d’oro.

253
[108.]
J. Rodolfo Wilcock
DORIS LESSING, The Habit of Loving, MacGibbon & Kee,
London 1957.

I critici letterari hanno l’abitudine di seminare a volo, nelle


loro recensioni, aggettivi generosi e formule pietose colte di
solito in altre recensioni di altri libri; gli editori hanno
l’abitudine di raccogliere queste gemme e di ornare con esse i
risvolti delle loro pubblicazioni. Questa abbondanza di epiteti
sparsi a vanvera può spiegare l’affermazione di Pamela
Hansford Johnson che «la signora Lessing è uno dei migliori
scrittori inglesi, sia maschi che femmine»; oppure quella di
Nancy Spain: «le sue pagine sono magnificamente leggibili».
Donna aiuta donna; ma nemmeno la contessa di Noailles
riuscirebbe a velare con le sue delicate lodi la mancanza quasi
burocratica di ispirazione della signora Lessing.
Il solo merito dei suoi racconti, quello di essere intelligibili,
può perfino, nel suo caso, venire considerato uno svantaggio.
Infatti, non sarebbe forse meglio che una densa nuvola ermetica
travestisse la scarna miseria di The Habit of Loving, storia di un
uomo donnaiolo che a sessant’anni sposa una donna ancora
giovane, la quale lo tradisce ma alla fine ritorna al freddo
focolare? Oppure The Words He Said, in cui si racconta la breve
vicenda di una ragazza innamorata di un ragazzo? Oppure di
The Woman, loquace aneddoto immaginato da un anacronistico
mostro congegnato con il corpo di Casanova e la testa di
Katherine Mansfield? Non sarebbe forse meglio che un morbido
silenzio attutisse la stupidità di una novella come Through the
Tunnel? Domande, tutte queste, bisogna dire, che neppure
richiedono risposta.

AE, cart. 223, fasc. J. Rodolfo Wilcock, 14 giugno 1962. Non è chiaro perché

254
l’Einaudi avesse affidato in lettura a Wilcock un libro di cui esisteva già una
traduzione italiana: L’abitudine di amare, traduzione di Vincenzo Mantovani,
Feltrinelli, Milano 1959.

255
[109.]
Claudio Magris
PETER SZONDI, Versuch über das Tragische, Insel, Frankfurt
am Main 1961.

Libro che desta molte perplessità, nonostante l’indubbio


interesse della materia e la finezza intellettuale del discorso. È
la definizione del «tragico», della tragicità nell’accezione
moderna del termine, che S. identifica con la visione dialettica
del reale. Lo stile è rapido, suggestivo, essenziale e S. riesce
indubbiamente a cogliere con efficacia – e, a mio avviso, con
originalità – il processo evolutivo per cui, attraverso Schelling,
Hegel ecc. dalla tragicità catartica di Aristotele si giunge a
quella moderna, dialettica, che è la tragicità dell’antinomia,
della contraddizione.
Le perplessità derivano – a prescindere da ogni giudizio
sull’impostazione generale del saggio – dalla struttura di
quest’ultimo, che assomiglia piú ad una serie di appunti acuti e
talora geniali che a un discorso organico. I vari capitoletti, cioè,
pur sempre molto interessanti, non riescono a collegarsi
armonicamente, danneggiando forse un po’ in tal modo il filo
del libro. Lo stesso dicasi per le analisi della seconda parte,
illuminanti interpretazioni critiche di tragedie scelte talvolta a
caso o ad arbitrio.
D’altronde il saggio vuole appunto presentarsi come un
suggerimento, un’indicazione; i filosofi e i poeti analizzati
appaiono scelti in certo senso in base a un metodo di campioni,
per appoggiare e chiarire l’interpretazione generale.
Nel complesso il saggio è notevolmente stimolante, non cade
mai nel gratuito o – come sarebbe stato facile dato il tema
dell’analisi – in elucubrazioni astratte. Per questo motivo e per
una certa vivacità unita all’indagine obiettiva e spassionata,
sarei propenso – nonostante i limiti del libro – a suggerirne la

256
pubblicazione.

AE, cart. 57, fasc. Claudio Magris [seconda metà del 1962]. Nel maggio del 1962,
su parere favorevole di Cases, l’Einaudi aveva deciso di includere nei «Saggi» la tesi
di laurea di Claudio Magris, Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna
(1963).
Saggio sul tragico, a cura di Federico Vercellone, introduzione di Sergio Givone,
traduzione di Gianluca Garelli, «Piccola Biblioteca Einaudi», 1996. Era stato
preceduto, a partire dagli anni Settanta, da Teoria del dramma moderno (1971),
Poetica dell’idealismo tedesco (1974), La poetica di Hegel e Schelling (1986) e
Introduzione all’ermeneutica letteraria (1992).

257
[110.]
Delia Frigessi
GOFFREDO FOFI, L’immigrazione meridionale a Torino,
1963.

Gli immigrati meridionali a Torino presenta evidenti difetti,


ma anche notevoli pregi: e questi ultimi mi sembrano contare,
nella valutazione complessiva del libro, piú dei primi. A mio
parere, e per usare poche parole, i difetti consistono: a) in una
prospettiva politica a volte eccessivamente schematica, a volte
imprecisa; b) in lungaggini e ripetizioni a piú riprese avvertibili;
c) in un certo contrasto – che si rivela anche nella scrittura – tra
la parte piú originale e nuova, che è di gran lunga predominante,
e certe pagine piú compilatorie e meno efficaci. A questi difetti
credo si potrebbe ovviare con qualche opportuna modifica da
apportare in sede stessa di redazione, con la collaborazione
dell’autore. Quanto a una certa esilità della prospettiva politica,
essa non guasta il libro, il cui valore consiste soprattutto
nell’essere una copiosa raccolta di materiale che non ha forse
sistemazione scientifica, ma ha certo il pregio di offrire una
cronaca e una narrazione, appassionata e diretta, di un
fenomeno tra i piú importanti della società italiana di oggi, di
raccontare una storia di sfruttati e di sfruttatori.
Il fenomeno dell’immigrazione non è ancora, direi, del tutto
storicizzabile e obiettivabile: in divenire come è e non
conchiuso. Questo libro, che ne dà per Torino un’ampia
descrizione e testimonianza, indicando la responsabilità della
classe dirigente, si potrebbe avvicinare, in un contesto e in una
situazione diversi, ai primi libri di Dolci: meno “scritto”, meno
brillante, ma forse piú preciso e comunque non inferiore quanto
a carica “protestataria”.
Il mio è perciò un parere favorevole, confortato anche dalla
piena fiducia che nutro nell’opera di illuminazione politica e

258
culturale perseguita dall’editore.

AE, cart. 84, fasc. Delia Frigessi. Scheda s.d., ma letta nel corso della riunione
editoriale del 13 novembre 1963. Sulla crisi provocata all’interno dell’Einaudi dalla
discussione editoriale sul libro di Fofi, cfr. Mangoni, Pensare i libri cit., pp. 906-30.
Allieva di Antonio Banfi (con il quale discusse una tesi sull’estetica di Renato Serra),
Delia Frigessi entrò nella redazione dell’Einaudi nel 1960 per coordinare il progetto in
cinque volumi di La cultura italiana del ’900 attraverso le riviste, di cui curò
personalmente il primo («Leonardo», «Hermes», «Il regno», 1960).
L’immigrazione meridionale a Torino sarà pubblicato da Feltrinelli nel 1964. Cfr.
infra, scheda n. 111 (Roscioni, 16 novembre 1963).

259
[111.]
Gian Carlo Roscioni
GOFFREDO FOFI, L’immigrazione meridionale a Torino,
1963.

Caro Bollati,
mi è stato chiesto da Davico un parere sul libro di Fofi. So
che se n’è parlato nella riunione di mercoledí scorso, e il mio
parere (dato e non concesso che possa valere qualcosa: si tratta
infatti di un argomento sul quale non ho nessuna competenza)
arriverà troppo tardi. Ho comunque letto il libro appena mi è
arrivato, e non voglio sottrarmi alla presa di posizione che si
richiede da me come da tutti i membri del Consiglio.
Il libro di Fofi mi sembra interessante anche se un po’
farraginoso. Gli attacchi alla Fiat e soprattutto alla «Stampa» mi
hanno un po’ irritato: sono un po’ triviali, e mancano perciò di
persuasività e di mordente. Le citazioni dalla «Stampa» sono
pochissime, mentre avrebbero dovuto essere numerose: con
l’aria di dire che l’atteggiamento della «Stampa» nei confronti
degli immigrati è disgustoso, Fofi si esime dal compito di
dimostrare quello che afferma. E a giudicare dalle sue rare (e
indiscutibilmente significative) citazioni, non avrebbe dovuto
essere difficile.
Non vorrei essere sospettato, a questo punto, di simpatie e di
timori che sono lontanissimo dall’avere. Voglio dire soltanto
che, proprio perché è giusto che Einaudi pubblichi un libro in
cui si attaccano la Fiat e la «Stampa», e perché la pubblicazione
di un libro di questo genere è cosa importante, occorre che
l’autore sappia argomentare e dimostrare, scegliendo i fatti, le
citazioni, il tono e le parole. Non per prudenza, ma per
raggiungere una maggiore efficacia.
Il mio modesto parere è dunque che il libro debba essere
pubblicato; ma che, se non è proprio possibile arricchirlo di

260
argomentazioni e di citazioni, vada almeno potato delle accuse
generiche e delle definizioni affrettate.
Cordialmente tuo
Gian Carlo Roscioni

AE, cart. 180, fasc. Gian Carlo Roscioni. Roma, 16 novembre 1963. Redattore
della sede romana ed esperto di letteratura francese e inglese del Sei e Settecento,
Roscioni era anche il tramite prezioso con Carlo Emilio Gadda, al quale dedicò lo
studio La disarmonia prestabilita («Saggi», 1969).
Sul libro di Fofi, cfr. supra, scheda n. 110 (Frigessi, 13 novembre 1963).

261
[112.]
Fausto Codino
FRANZ ALTHEIM, Entwicklungshilfe im Altertum. Die großen
Reiche und ihre Nachbarn, Rowohlt, Reinbek 1962.

Il contenuto di questo libretto del noto storico tedesco


(professore alla Freie Universität di Berlino) corrisponde solo in
parte al titolo. Esso tratta di alcune aree marginali del mondo
medio-orientale (i territori degli abissini, unni, arabi, ebrei,
nomadi delle zone piú esterne) nelle quali, nel V e VI secolo d.
C., s’intrecciarono e si urtarono le azioni diplomatiche e militari
dell’Impero romano d’Oriente e della Persia dei Sassanidi. La
parte maggiore è quella dedicata all’Abissinia: dopo che la zona
arabo-etiopica aveva costituito un «vuoto di potenza», il regno
di Axum, con la conversione alla fede cristiana monofisitica,
diventò a poco a poco un naturale alleato di Costantinopoli nella
lotta contro i nomadi africani da una parte, e contro i vari
vassalli dei Sassanidi dall’altra; in particolare quando si formò
un grande regno ebraico d’Arabia (con Yusuf) che poté essere
sconfitto solo dalla coalizione fra l’imperatore d’Oriente e il
negus, e quando (con la conversione della Nubia) si stabilí un
collegamento diretto fra i territori imperiali e l’Etiopia.
La storia, piuttosto intricata, di questi avvenimenti attorno al
Mar Rosso è opportunamente inquadrata nelle vicende generali
interne ed esterne delle due massime potenze del tempo e nelle
lotte di religione, impiegate da esse come essenziale strumento
di manovra diplomatica: tanto essenziale che mentre i Sassanidi
erano al culmine della loro potenza militare e finanziaria,
Costantinopoli poté tener loro testa sfruttando le maggiori
capacità espansive del cristianesimo (anche non-ortodosso,
“eresie” comprese) rispetto a quelle dello zoroastrismo; alla
missione cristiana fra germani, slavi, unni, africani ecc., la
Persia poté infine contrapporre solo la missione nestoriana.

262
Questo quadro dei contrasti d’influenze è originale e
istruttivo in quanto il panorama della situazione internazionale è
osservato da certi punti di vista piuttosto insoliti e periferici; ma
non giustifica ancora il titolo del volume e la prefazione, che
sembrano aggiunti a posteriori, con l’intento d’istituire analogie
sorprendenti fra fenomeni della tarda antichità e della politica
odierna. È vero che anche nel corso del volume l’A. mostra a
piú riprese come le turbolente popolazioni che premevano ai
confini dei due grandi imperi ricevessero, da questi ultimi, doni
e tributi che finivano col diventare materia di estorsioni e ricatti
da parte degli stessi «beneficati»; e come finalmente l’impero si
accorse che la missione religiosa era uno strumento di dominio
economico. Ma nella prefazione l’A. ricava da tutto ciò uno
schema generale accettabile solo in parte: quando esistono due
grandi potenze contrapposte, circondate da «blocchi» di satelliti
«sottosviluppati», in un’ecumene talmente unificata che
qualsiasi fatto locale suscita ripercussioni dappertutto, le grandi
potenze cominciano col fornire aiuti economici destinati
all’elevamento del tenore di vita delle popolazioni controllate
(allora per rendere sedentari i nomadi, ora per industrializzare i
paesi agricoli); gli aiuti finiscono regolarmente nelle tasche dei
governanti locali, che imparano ad aumentare sempre piú le loro
pretese e a ricattare. Allora si pone la necessità d’influenzare
direttamente le masse non beneficate, e ciò può essere fatto nel
modo piú efficace ed economico mediante l’«assistenza
spirituale» o «ideologica», mediante la diffusione di grandi
promesse e speranze (cioè la missione religiosa nell’antichità, la
propaganda politica oggi).
Questa ricerca di analogie fra la tarda antichità e il mondo
moderno ha qualche giustificazione e può apparire molto
attraente. Ma nel presente libro il parallelismo è spinto troppo
oltre il lecito e non sembra neppure corrispondere ai dati
strettamente scientifici che ne costituiscono la parte principale.
Si ha cosí da un lato un saggio storiografico ben fondato ma di
lettura tutt’altro che agevole (le 14 pesanti colonne che

263
costituiscono l’indice delle persone e delle cose – per un testo di
130 paginette – indicano quanto gli argomenti siano intricati),
dall’altro un contorno di proposizioni rispecchianti un’idea
piuttosto semplicistica della storia come magistra vitae. Della
quale riportiamo un paio di saggi:
«La descrizione minuziosa delle situazioni e degli avvenimenti ci porterà
fuori della sfera consueta della storia antica e anche tardo-antica. Essa si
muoverà in territori periferici che nelle esposizioni tradizionali sono tutt’al piú
sfiorati, ma di solito ignorati. Se si prega il lettore di accettare le cose con
pazienza, non gli si chiede di affrontare disagi maggiori di quelli necessari per
seguire la politica odierna. D’altronde egli si accorgerà d’incontrare, in una
veste tardo-antica o primo-medievale, gli stessi paesi che richiamano oggi la sua
attenzione. A ciò corrisponde il fatto che svolgeremo il nostro tema
cominciando dall’Abissinia della tarda antichità» (p. 19).
«Si raggiungevano relativamente presto le funeste fasi finali» (cioè gli aiuti
erano intascati dai gruppi privilegiati senza beneficio per le popolazioni). «E a
questo proposito si tenga presente che attualmente si è cominciato a far ricorso
agli aiuti di sviluppo economico da quindici anni, al massimo. Non si è superato
lo stadio delle illusioni, in parte si vive ancora in mezzo alle illusioni, e solo a
un occhio reso acuto dalla comparazione storica si manifestano i primi segni di
malaugurio. L’antichità, mostrandoci un corso compiuto, fa apparire in tutta la
sua dolorosa chiarezza la rovina di tutto ciò che allora, come oggi, si era
intrapreso con speranza. Essendo diverso il centro di gravità – oggi le speranze,
allora le degenerazioni – è accaduto che non si è osservata l’identità del
fenomeno che qui studiamo. Ma all’occhio dello storico – cioè dello scettico
incorreggibile – una volta osservati gli spunti decisivi, le analogie si rivelano in
tutta la loro spietata gravità» (p. 51).

In conclusione, anche qui l’A. non si sottrae alla consueta


tentazione di confrontare troppo fiduciosamente fasti antichi e
moderni; ma se questa tendenza non comprometteva opere
maggiori (come la grande Storia degli Unni da lui curata), qui la
semplice giustapposizione, in uno spazio cosí breve, fra il dotto
contributo accademico e le riflessioni moralistico-politiche
“analogiche” crea un ibrido che non può essere presentato in
veste né scientifica né divulgativa.

AE, cart. 53, fasc. Fausto Codino [novembre 1963]. Come Vivanti scriveva ad
Arnaldo Momigliano il 29 novembre 1963, la scheda sull’opera di Altheim di Codino

264
aveva «ispirato una certa perplessità nonostante (o dato) il nome dell’autore». Il 2
dicembre Momigliano, laconico come sempre, scioglieva le perplessità einaudiane in
senso negativo: «è potenzialmente interessante, ma temo che tradotto diventi troppo
evanescente». Nell’archivio Einaudi è conservato un breve profilo di Codino scritto da
Bollati nel 1956: «Fausto Codino, trent’anni, lucchese, scapolo, figlio di un pittore,
laureato a Pisa in filologia classica. Buona conoscenza di lingue e letterature classiche,
francese, tedesco, inglese. Presso Laterza ha fatto una lunga esperienza di segretario
editoriale, revisore di manoscritti, correzione di bozze e cura di volumi (Quando gli
uomini creavano gli dei, antologia di leggende e miti greci e latini, è uscito sotto il suo
nome). Per Bompiani ha curato varie voci del Dizionario delle opere. Ha pubblicato su
riviste specializzate saggi e recensioni di filologia classica. È tipo serio e preciso,
lavoratore puntiglioso e costante. Alla Normale era stimato dai suoi professori (era
allievo di Pasquali) e dai colleghi. Lettore bene informato di pubblicistica e di libri
contemporanei. È di carattere piuttosto taciturno. Non è piantagrane, ma schivo e
suscettibile. Nel 1951 tradusse per noi l’Abusch [Storia della Germania moderna] in
maniera non soddisfacente. Era il suo primo lavoro del genere e c’è da supporre che
nel frattempo abbia fatto notevoli progressi. Scrive un italiano chiaro e pulito».

265
[113.]
Giovanni Pirelli
GÉRARD CHALIAND, L’Algérie est-elle socialiste?, François
Maspero, Paris 1964.

Premetto che il mio giudizio proviene da una lettura piuttosto


frettolosa (se aspettavo il momento per una lettura piú calma,
passavano altre settimane).
Il lavoro, a mio avviso, ha alcuni difetti. Esemplificando:
– Una disposizione della materia spesso poco consequente.
– Una certa carenza di coordinamento (in senso dialettico)
fra le analisi settoriali.
– Un eccessivo restringimento del campo dell’analisi, con
riferimento, ad esempio, al capitale internazionale e alla
politica degli aiuti, alle contraddizioni tra politica interna e
politica panafricanista, ecc.

Tanto basta, parrebbe, per dare un giudizio negativo. Il mio


giudizio, invece, è positivo. L’impostazione politica mi sembra
giusta, le contraddizioni del regime sono ben messe in evidenza,
le analisi, condotte con molta cura (anche se non con altrettanta
dottrina), ottengono senz’altro il risultato di informare in modo
compiuto e di demistificare ciò che deve essere demistificato
(soprattutto con riguardo all’atteggiamento delle sinistre verso il
“socialismo” algerino). L’esposizione è molto chiara, adatta
anche a un pubblico non strettamente specialistico.
I miei dubbi sono, eventualmente, di altra natura. Il libro,
legato com’è all’attualità politica, per taluni aspetti è già
invecchiato. Se non potesse uscire nell’edizione italiana fino
all’autunno prossimo (calcolo che mi sembra non sballato), ci
sono molti rischi che il discorso sia parecchio invecchiato; e ciò
non tanto per le tesi di fondo, sicuramente valide per molto
tempo ancora, quanto per il riferimento a situazioni mutevoli ed

266
anche precarie. L’accenno al possibile ruolo di Boumedienne e
dell’esercito potrebbe diventare tra qualche tempo un’eccellente
profezia nell’ambito di un saggio completamente outdated. Però
questo non impedirebbe che l’analisi di Chaliand rimanga come
una buona analisi dell’èra benbellista.

AE, cart. 160, fasc. Giovanni Pirelli [1964]. Collaboratore e autore dell’Einaudi dal
1952 (quando uscirono sia il volume di racconti L’altro elemento sia le Lettere di
condannati a morte della Resistenza italiana curate con Piero Malvezzi), negli anni
Sessanta Pirelli si dedicò assiduamente allo studio della questione algerina, curando fra
l’altro la traduzione de La Rivoluzione algerina nei suoi documenti (1961) e le edizioni
delle Lettere della Rivoluzione algerina (1963) e della Sociologia della rivoluzione
algerina di Frantz Fanon (1963).

267
[114.]
Sebastiano Timpanaro
ROBERT A. HALL JR, Idealism in Romance Linguistics,
Cornell University Press, Ithaca 1963.

Caro Pincin,
sono stato un delinquente a trattenere per tanto tempo il libro
di Robert Hall jr senza risponderti. Scusami! Ma ho avuto un
mucchio di cose urgenti da fare (e non sono, poi, riuscito a farne
bene neppure una!), e il tempo è passato senza che me ne
avvedessi.
Ad ogni modo il libro l’ho letto e ne darei (con tutte le riserve
del caso, non essendo io glottologo e tanto meno glottologo
romanzo) il seguente giudizio: l’indirizzo è, a mio parere,
sanissimo, la polemica contro l’idealismo in linguistica è piú
che giusta. C’era già in Italia un libro meritorio in questo senso,
ed era Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio di
Giovanni Nencioni (Firenze, La Nuova Italia, 1946). Rispetto al
Nencioni, lo Hall mi sembra che abbia il merito di una maggiore
chiarezza e recisione in senso “positivistico” (mentre il N.
cercava di arroccarsi su una specie di realismo spiritualistico, e
proprio per evitare la riduzione della linguistica a scienza
naturale tirava fuori il parallelismo lingua-diritto).
C’è però nello Hall un punto nero, ed è la sua molto
superficiale informazione di storia della linguistica. L’idealismo
è, in complesso, combattuto bene; gli idealisti sono spesso
trattati troppo sommariamente, le loro teorie esposte con troppa
schematicità e sbrigatività. Già l’esposizione delle teorie
neogrammatiche (p. 8 sgg.) è molto superficiale e in qualche
punto inesatta. Hall considera i neogrammatici come degli
studiosi che riconducevano la linguistica a fisiologia, mentre
questi studiosi (pur affermando l’assoluta regolarità dei
mutamenti fonetici) insistevano molto sul loro carattere

268
psicologico e non fisiologico, contrapponendosi ai linguisti
della generazione precedente come lo Schleicher. Piú vicino
allo Schleicher era, sotto questo aspetto, l’Ascoli, il quale
dunque non può essere considerato come un neogrammatico
malgré lui, che avrebbe criticato i neogr. solo per la loro
«arroganza» (p. 9 sgg.). E si potrebbe continuare.
Insomma, la pubblicazione del libro in edizione italiana
presenta da un lato il vantaggio di offrire un’esposizione breve,
chiarissima e sostanzialmente giusta degli argomenti che si
possono opporre alla linguistica idealistica; d’altro lato presenta
il pericolo di offrire, a causa delle numerose inesattezze di storia
della linguistica, il destro ai linguisti idealisti per contrattaccare,
accusando lo Hall di rozzezza, di americanismo superficiale ecc.
Rimango pertanto un po’ incerto sull’opportunità di una
traduzione in italiano.
Scusami di nuovo, e i piú affettuosi saluti dal tuo
Sebastiano Timpanaro

AE, cart. 209, fasc. Sebastiano Timpanaro. Lettera a Carlo Pincin, Pisa, 10 maggio
1964. Filologo classico e ottocentista, Timpanaro ebbe con l’Einaudi rapporti sporadici
contrassegnati per lo piú da progetti non realizzati: la pubblicazione del suo celebre
studio su La filologia di Giacomo Leopardi (uscito per Le Monnier nel 1955), la cura
di un’antologia di scritti di Pietro Giordani e quella dell’edizione italiana della
Geschichte der Philologie di Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff (curata infine da
Fausto Codino e pubblicata nella «Pbe» nel 1967).

269
[115.]
Ludovico Geymonat
THOMAS KUHN, The Copernican Revolution, Harvard
University Press, Cambridge 1957.

Il volume The Copernican Revolution di Kuhn è una delle


opere piú importanti, uscite negli ultimi anni, sulla rivoluzione
astronomica nel Rinascimento. Un’altra opera, di pari
importanza, uscí pure nel 1957: A. Koyré, From the Closed
World to the Infinite Universe, e mi è stato detto che ne è in
corso una trad. italiana. Le due non si faranno concorrenza? Può
darsi che, al contrario, si aiutino a vicenda stimolando in Italia
l’interesse per questi problemi.
Basterebbe raccomandare al traduttore di aggiornare la
bibliografia con un’Appendice che tenga conto dei lavori
posteriori al ’57 in particolare di quelli italiani.
Nella presentazione della figura del Kuhn come studioso di
storia del pensiero scientifico-filosofico, ricordare la sua
recentissima opera The Structure of Scientific Revolutions,
Chicago 1963.

AE, cart. 92, fasc. Ludovico Geymonat. Scheda manoscritta allegata a una lettera a
Daniele Ponchiroli del 16 giugno 1964. Per il libro di Alexandre Koyré, cfr. infra,
scheda n. 116 (Romano, seconda metà del 1964).
La rivoluzione copernicana. L’astronomia planetaria nello sviluppo del pensiero
occidentale, introduzione di James B. Conant, traduzione di Tommaso Gaino, «Piccola
Biblioteca Einaudi», 1972; e La struttura delle rivoluzioni scientifiche, traduzione di
Adriano Carugo, «Einaudi Paperbacks», 1969.

270
[116.]
Ruggiero Romano
ALEXANDRE KOYRÉ, From the Closed World to the Infinite
Universe, Johns Hopkins University Press, Baltimore
1957.

Il Koyré – da poco scomparso – ha veramente rinnovato gli


studi di storia della scienza. Ad una conoscenza «erudita» della
storia della scienza egli ha alleato un forte senso della storia tout
court. In tal modo, la storia della scienza non gli è mai apparsa
come un “capitolo” della storia, ma semplicemente come un
modo per cogliere l’evolversi della vicenda umana. Di questo
principio il libro presentato qui costituisce chiara illustrazione.
Egli ha fatto ciò con estrema finezza e chiarezza senza mai
troppo “insistere” esplicitamente su questo punto.
Questo libro illustra in modo netto il cambio di mentalità che
tra ’5 e ’600 si realizza in Europa. Attraverso l’opera del K., per
esempio, l’intento che aveva animato Lucien Febvre nel suo
meraviglioso saggio su Rabelais di dimostrare i limiti del
libertinismo possibile nella prima metà del XVI secolo, appare
completamente chiaro (oltre che giusto).
La funzione del Koyré, in traduzione italiana, non si esaurisce
qui. In effetti, esso può contribuire ad attirare l’attenzione di
molti studiosi sul secolo XVII che, schiacciato tra XVI e XVIII, è
stato finora molto trascurato: ora, sono convinto che lo studio
del XVII, se fatto in una luce europea, può servire ad illustrare
molta parte della storia italiana fino ad oggi. Non credo sia
azzardato dire che l’Italia “perde l’autobus” proprio allora:
sarebbe interessante ed utile cominciare a vedere come e perché.
Un buon saggio introduttivo potrebbe essere preparato da
Paolo Rossi.

AE, cart. 178, fasc. Ruggiero Romano. Sebbene la scheda non sia datata, il

271
riferimento alla recente scomparsa di Koyré, permette di datarla alla seconda metà del
1964.
Dal mondo chiuso all’universo infinito sarà pubblicato da Feltrinelli nel 1970. Cfr.
supra, scheda n. 115 (Geymonat, 16 giugno 1964).

272
[117.]
Norberto Bobbio
MARIO TRONTI, Operai e capitale [1964].

Caro Baranelli,
mi trovo in un certo imbarazzo nel dover dare un giudizio sul
libro di Tronti, sia perché sono stato costretto a leggerlo molto
in fretta e si tratta di un libro non facile, sia perché gran parte
del libro è dedicata ad una critica del Capitale, che richiede una
competenza di economista che io non ho. Aggiungo che
appartiene ad un genere di letteratura verso la quale non ho
alcuna simpatia e quindi il mio giudizio è, lo confesso
candidamente, prevenuto. Per spiegarmi in poche parole: il libro
di Tronti è un ennesimo tentativo di indicare i metodi e le
condizioni migliori per la conquista del potere da parte del
proletariato, una ricetta, l’unica, la vera, finalmente svelata,
ricetta per fare la rivoluzione. Ma non dice niente su quel che
verrà dopo, cioè su che cosa dovrà fare o farà la classe operaia
dopo aver rovesciato la situazione, e se l’umanità starà meglio o
peggio. A me piacciono i libri che dicono molto chiaramente e
onestamente i fini che una certa politica si propone e quali sono
i mezzi piú adeguati per raggiungerli; ma i libri di questo genere
li scrivono per lo piú i laburisti, in genere i socialdemocratici,
cioè coloro per i quali il problema della conquista del potere
non si pone neppure perché non esiste per essi che un metodo
lecito per farlo, il metodo democratico. A Tronti la democrazia
non interessa: perciò il suo problema è quello di proporre una
nuova strategia per la conquista del potere. Non dico che non sia
importante per chi non crede nella democrazia; ma io insisto nel
dire che è piú importante il sapere che cosa avverrà dopo la
conquista del potere. Non si riesce a capire infatti da tutto il
libro quali soluzioni darà ai problemi della società e dello stato
quella somma astrazione che è secondo il Tronti la classe

273
operaia. Ora un libro che non risponde a queste domande è, in
quanto libro politico, un libro mancato. Non posso ammettere
che la politica possa essere ridotta a tattica o a strategia per la
conquista del potere. Oltretutto è troppo comodo: i grandi
problemi vengono dopo. Che cosa pensi Tronti su questi grandi
problemi, nessuno è in grado di intravederlo.
L’altro punto che mi rende perplesso riguarda non tanto la
sostanza quanto il metodo. A me pare che oggi l’unico metodo
valido per tracciare un programma politico sia quello di studiare
la storia, l’economia, la sociologia della società contemporanea,
indagarne le linee di sviluppo, fare raffronti tra lo sviluppo
politico ed economico di vari paesi, ecc. Tronti ha seguito il
metodo opposto: ha fatto un commento al Capitale, cioè ad un
libro scritto cent’anni fa. Questa è, mi pare, la quintessenza del
dottrinarismo e, diciamo pure, del dogmatismo. Siccome quel
che ha scritto Marx è per definizione la verità, il problema
politico di oggi viene risolto non studiando i problemi di oggi,
ma estraendo da Marx la verità sinora nascosta. Ritengo
oltretutto che questo modo di procedere sia un pessimo servizio
reso a Marx e al movimento della classe operaia, la quale non
avrebbe da opporre alla scienza economica (borghese!) altro che
un sacro testo.
Ho detto che ero prevenuto. Ho cercato di combattere in
questi anni con tutte le mie forze contro la mentalità che può far
nascere libri come quelli di Tronti. Si capisce che vedermi sotto
gli occhi un esemplare cosí perfetto di questo genere di libri, in
piú accolto con favore da giovani che stimo, mi affligge.
Significa un’altra battaglia perduta. Non potete chiedermi un
consenso, che sarebbe un atto di incoerenza e di abbandono del
campo. Naturalmente il mio giudizio non è un giudizio
editoriale. Il libro di Tronti è a suo modo un libro coraggioso ed
onesto. La battaglia per cui combatte è il bellum iustum di oggi,
anche se la combatte a mio parere in modo sbagliato, per
astrazioni e semplificazioni. Non mi oppongo. Vorrei però che
fosse letto anche da un economista, perché la parte relativa alla

274
discussione di problemi economici, se pur filtrati attraverso
Marx, è prevalente. Il giudizio sulla serietà e sulla validità della
parte economica dovrebbe essere decisivo.
Coi piú cordiali saluti,
Norberto Bobbio

AE, cart. 23, fasc. Norberto Bobbio. Lettera a Luca Baranelli, dicembre 1964.
Pubblicato nei «Saggi» nel 1966, Operai e capitale fu ristampato piú volte fino al
1981. A Giulio Einaudi che gli aveva chiesto un giudizio su una nuova raccolta di
saggi di Tronti, il 9 maggio 1976 Bobbio rispondeva: «esito a pronunciarmi perché il
parere che mi chiedesti anni or sono sul libro dello stesso Tronti, Classe operaia e
capitale, è uno dei maggiori infortuni della mia vita. Ti diedi un parere scritto
(conservato quindi nel vostro archivio), del tutto negativo. E invece è stato uno dei
libri piú letti dai giovani dopo il 1968, ed ora Asor Rosa fa terminare con Tronti la sua
storia della cultura italiana. Posso dirti soltanto che il tema di cui si sta occupando
Tronti, detto dell’“autonomia del politico”, a me pare un tema fritto e rifritto, su cui un
marxista può dire qualche cosa di nuovo soltanto se si decide ad allargare il cerchio
delle proprie letture oltre Marx e i marxisti. Da alcuni interventi su “Rinascita” e anche
dal libro su Hegel politico (che a me è parso, a dire il vero, non particolarmente
originale), ho l’impressione che Tronti si sia messo su una buona strada. Non voglio,
capisci, ripetere la “gaffe” di qualche anno fa».

275
[118.]
Giorgio Manganelli
FLANN O’BRIEN, The Dalkey Archive, MacGibbon & Kee,
London 1964.

È una assai curiosa e amabile grulleria che, pur non essendo


del livello di At Swim-Two-Birds, serve a corroborare quanti
hanno una qualche indulgenza per le invenzioni di una dilettosa
follia. Dalkey è un paesetto irlandese, ricco di pubs e di preti. In
una villetta fuori mano vive un curioso scienziato, De Selby,
che attende a certe sue ricerche assai oscure. In realtà, come egli
stesso spiegherà a due pacifici cittadini di Dalkey, il suo
obiettivo è semplice: egli vuole distruggere il mondo. Allo
scopo, ha preparato una sostanza che, debitamente spalmata
sulla terra, distruggerà ogni traccia di ossigeno, rendendo
impossibile la vita. De Selby è persuaso che la terrestre nequizia
esiga una soluzione radicale. Ma c’è dell’altro: nel corso delle
sue ricerche, De Selby ha scoperto che, sottraendo ossigeno
all’aria, si ottiene un effetto secondario non privo di interesse:
viene abolito il tempo. Questo fa sí che nella zona cosí trattata
tutto l’universo passato e futuro in qualche modo confluisca, ed
anche i luoghi celesti e infernali, separati dal nostro mondo dal
diverso uso del tempo. A riprova del suo discorso, De Selby
organizza in una caverna sottomarina un esperimento, nel corso
del quale egli avrà, alla presenza dei due irlandesi, un lungo
colloquio con Sant’Agostino, il quale, veramente, usa un
linguaggio talora pesantemente confidenziale. De Selby spiega
di avere avuto a quel modo colloqui con un gran numero di
padri della chiesa, ed aver cosí acquistato una non comune
competenza teologica. Uno dei due testimoni, l’onesto Mick,
rilutta alla propria distruzione, e si rivolge ad un poliziotto
(policeman) locale, un galantuomo che va sempre in giro in
bicicletta, ma mai a cavallo di essa. Infatti, come costui spiega,

276
egli ha avuto modo di rilevare che chi va in bicicletta tutta la
vita, tende ad un rapporto osmotico con la medesima, cosí che,
mano a mano, la bicicletta si umanizza, e l’uomo si imbicicletta.
«Nel nostro cimitero», egli dichiara, «ci sono piú biciclette che
uomini». Mick lo prega di aiutarlo a rubare la scatola in cui sa
essere custodita la pasta apocalittica. La guardia promette il suo
appoggio. Mentre Mick prepara i piani del furto, gli accade di
incontrare in un pub un bizzarro dottore, che sotto sigillo di
assoluta segretezza gli rivela una notizia assai eccitante: James
Joyce non è morto; vive in un paesino presso Dublino, nascosto
a tutti. Grande ammiratore di quella laica gloria patria, Mick si
reca nel villaggio, e scopre il miope e allampanato James Joyce:
fa il barista in un misero pub. Seguono lunghi colloqui con
Joyce, il quale dichiara di non aver mai scritto l’Ulysses, che
sarebbe stato messo assieme da Sylvia Beach e dai suoi amici,
giacché lei, Sylvia Beach, era innamorata di lui, e voleva
sedurlo procurandogli gloria internazionale. Joyce è indignato
all’idea che gli sia stato attribuito quello «sporco libro», e
dichiara di aver scritto in vita sua solo i Dubliners e alcuni
opuscoli di propaganda cattolica, di quelli che si distribuiscono
la domenica dopo la messa. Anzi, Joyce ha ben altro in testa che
fare lo scrittore: vuol farsi gesuita. Mick lo mette in contatto con
un padre gesuita che ignorando d’aver a che fare col noto
scrittore gli propone lavori di giardinaggio e rammendo di
mutande sacerdotali, turbando il dignitoso intellettuale. Mick
compie il furto – ormai inutile, perché De Selby ha cambiato
idea. Mick pensa di farsi trappista, ma poi decide di sposarsi.
L’ho riassunto con qualche ampiezza per dare un’idea della
proliferazione di follie e stoltezze che adorna il volumetto – 200
pagine. Non dirò che sia tutta follia da Re Lear, ma ha una
qualità plebea e svagata, una sciatteria casalinga (non è l’astratta
demenza dell’umorismo britannico), un disordine da affettuoso
ubriacone, che non mi dispiace. Il racconto non sta molto in
piedi, come si dice ad una camminata di persona ebra ma senza
furore; ma anche questo suo barcollare da un’idea ad una

277
trovata, come se fossero fraterni lampioni, ha una sua
indecorosa grazia. Confesso una certa parzialità per libri
cosiffatti.

AE, cart. 126, fasc. Giorgio Manganelli. Scheda databile alla seconda metà degli
anni Sessanta. Allo stesso periodo risale anche la scheda di lettura di The Third
Policeman, terminato da O’Brien nel 1940, ma pubblicato postumo nel 1967:
«Evidentemente, ad un certo punto della sua economica vita letteraria, O’Brien deve
aver avuto per le mani una vaga idea – un’idea erratica, piú una molestia fantastica che
non una invenzione totale. Non gli interessava scrivere un romanzo, ma tracciare una
traiettoria narrativa che gli consentisse di includere alcuni oggetti improbabili ed
eccitanti – ad esempio, un poliziotto che coltiva una non casuale fede nella
metamorfosi dell’uomo in bicicletta. O’Brien si provò due volte a percorrere quel
tragitto: in The Dalkey Archive, e in questo The Third Policeman. Ne deriva che i due
romanzi, pur narrando storie – per cosí dire – affatto diverse, continuamente si
intersecano, si prestano episodi e personaggi: due itinerari diversi, con alcune
situazioni in comune. The Dalkey Archive era deliziosamente macchinoso, ma The
Third Policeman è assai meglio lavorato: la dissennatezza della materia si dispone con
la grazia di un nonsense intinto di metafisica. Storia di un omicidio, e dei colloqui
ulteriori dell’assassino con la sua vittima – nulla di educativo, sia ben chiaro, nessuna
surrettizia propaganda contro l’omicidio, anzi la vittima è abbastanza odiosa – e con la
polizia, il testo mantiene alcune trovate di At Swim-Two-Birds (i colloqui interiori
tradotti in figurazioni precise – qui l’anima dell’omicida, battezzata Joe) e si conforta
di note spesso assai dilettose. Vi è un po’ di Carroll, meno di Joyce che nell’altro libro.
The Third Policeman NON è un capolavoro – mentre credo proprio che At Swim-Two-
Birds lo sia. È un libro amabile, leggibile, inconsueto, e ragionevolmente demente.
Assai piú facile da tradurre che non At ecc.».
Di Flann O’Brien Einaudi pubblicherà solo At Swim-Two-Birds (Una pinta
d’inchiostro irlandese, traduzione di Rodolfo J. Wilcock, «Supercoralli», 1968) e The
Third Policeman (Il terzo poliziotto, traduzione di Bruno Fonzi, «Supercoralli», 1971).
L’archivio di Dalkey uscí per Adelphi nel 1995.

278
[119.]
Raffaele Crovi
CESARE RUFFATO, poesie [1965].
SEBASTIANO VASSALLI, poesie [1965].
GAETANO TESTA, L’ex [1965].

Caro Davico,
ti restituisco, con brevi pareri, i dattiloscritti di Ruffato,
Testa, Vassalli.

Cesare Ruffato. Promettente. Bravo nel rappresentare le


metamorfosi della realtà attraverso immagini dei processi
biologici: letterato in senso scolastico quando abusa di
immagini descrittivo-figurative. Le sue radiografie (da buon
radiologo) di stati di cariocinesi o calcificazione anche del
mondo esistenzial-sentimentale (morale) sono efficaci. Le sue
poesie forniscono troppi esempi, tuttavia, del linguaggio
analogico astratto retorico (catasta di sguardi opachi,
pullover di giorni provvisori, esili motori di speranza, ruota
liscia come il fondo, il metallo dei giorni desolato lagher, in
banca breve conto di sole, ecc.) o di immagini addirittura
retorico-illustrative (fughe d’orizzonti, mambo tumescente,
mani ragadose aggrappate alla valle come il cuore al respiro,
azione nomade a sterili semi, mani visive in un periplo breve
di frammenti, lapidi d’orgoglio, contrade agoniche
dell’anagrafe a lutto). Testi migliori: quelli allegati in
fotocopia e Se i discorsi altoparlanti, Lasciamo per un poco i
problemi, Sulla fronte, L’errore di scrutare nella paura, Nel
brulicame di scansie, Davanti alle stagioni rotte, Io al di là
del bene o del male, L’arsura morgana sulla pelle. Tra queste
c’è da scegliere, a mio parere, per un prossimo numero del
«Menabò». Ne fornirei copia a Vittorini.

279
Sebastiano Vassalli. Poeta piuttosto sorprendente. Il suo
sperimentalismo lessical-linguistico (con intarsio di arcaismi,
fractio verbis intesa come strumento immaginifico
neologistico, gioco di assonanze e consonanze, ecc.) è di un
gusto ironico un po’ liberty, ma efficacissimo, esilarante,
quando non dissacratore nella dimensione barocca. Almeno
nelle composizioni che si presumono recenti della Grande
Protag’agonia: sceglierei per «Menabò» i testi di pag. 1, 2, 3,
4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 26, 27, 30, 31, 32.

Gaetano Testa. L’ex, romanzo-collage, vuol essere un’allegoria


dell’accidia? Ma cos’è poi l’accidia per Testa? Flânerie o
esistenziale disgusto? Non ho risolto l’interrogativo: e non
perché il racconto non sia «leggibile»; è, piuttosto,
approssimativo, genialoide ma nell’ambito dei divertissements
intellettualistico-goliardici. Le immagini di Testa sono in
realtà troppo poco pregnanti e del tutto scontate. La sua ironia
è conversativo-discorsiva: non demistifica. I suoi esorcismi
erotici risultano consueti, banali.

Ciao,
R. Crovi

AE, cart. 60, fasc. Raffaele Crovi. Lettera a Guido Davico Bonino, Milano, 14
aprile 1965. Collaboratore di Vittorini dal 1954, Crovi fu prima consulente per «I
gettoni» e poi redattore de «Il menabò di letteratura».

280
[120.]
Guido Neri
RAYMOND QUENEAU, Les Fleurs bleues, Gallimard, Paris
1965.

Il racconto procede, in primo luogo, per sequenze alternate.


Si alternano due protagonisti: il duca d’Auge e Cidrolin.
Quest’ultimo vive in epoca contemporanea; il duca d’Auge
passa attraverso una serie di avventure, intonate, come lo stile
narrativo in cui sono esposte, alle diverse epoche in cui si
svolgono: precisamente, cinque momenti storici separati da
intervalli di 175 anni: 1264, 1439, 1614, 1789, 1964 (con: Luigi
IX che prepara la sua seconda crociata; Carlo VII e Gilles de
Rais sullo sfondo; Luigi XIII; gli Stati generali; la presa della
Bastiglia e Sade sullo sfondo). Ogni sequenza ha termine
quando il suo protagonista si addormenta; allora entra in scena
l’altro. Questo tipo di raccordo accredita la lettura della catena
di episodi come una serie di sogni “reciproci”, secondo i termini
dell’apologo cinese che è citato nel risvolto del libro: Ciuang-
Tse sogna una farfalla, ma forse è invece lui stesso il sogno
della farfalla. Una chiave di lettura su scala ridotta è fornita
dall’episodio (179) in cui Cidrolin e la domestica (e poi
fidanzata) vanno al cinema insieme: all’uscita Cidrolin
commenta un film di cappa e spada, e lei un western: l’uno e
l’altra hanno dormito, e sognato un film; quale era il film
effettivamente proiettato? Tornano indietro e sul manifesto
vedono annunciato «Spartaco e Frankenstein contro Ercole e
Dracula»; ma forse è l’annuncio di un “prossimamente”;
conclusione: «on ne saura jamais».
Cidrolin è il tipico personaggio di Queneau: melanconico,
remissivo Diogene di banlieue, misantropo-filantropo che abita
su una chiatta, che vive di futili abitudini, gesti e curiosità, che
parla da solo o con chi passa, ma lascia presto cadere la

281
conversazione, che riflette su realtà e sogno, su necessità e
libertà. Il rapporto che lo lega al duca d’Auge è suggerito fin
dalle prime pagine. Nei pensieri e nei discorsi di ciascuno dei
due personaggi passa di tanto in tanto qualche traccia della vita
dell’altro: una reminiscenza inspiegabile, un termine non piú in
uso e non ancora inventato (con meraviglia o scandalo degli
astanti). Ci sono anche precise coincidenze: ad esempio,
ciascuno dei due ha tre figlie, e ha a che fare con un
personaggio chiamato Onésiphore (abate per il duca, e per
Cidrolin proprietario del Bar Biture: un bistrot dal nome
significativo). Nel corso del libro, si chiarisce il carattere
“profondo” dei loro rapporti.
Mentre il duca d’Auge – che è un personaggio dalla
psicologia quasi inesistente: vitale, plastico, troppo teso
all’azione per avere problemi morali, e ignaro (cioè
perfettamente incurante) della parte di inganno che gli tocca
subire – procede nella sua ascesa attraverso la storia, Cidrolin –
che al contrario vive fuori della storia, ma è estremamente
caratterizzato e complesso – rumina nell’inconscio un problema
interiore. Sul suo passato grava l’ombra di una consapevolezza:
un processo, due anni di carcere preventivo, un’accusa di
assassinio riconosciuta falsa piú tardi. Le accuse riappaiono
continuamente, sotto forma di parole ingiuriose scritte da un
ignoto sullo steccato che sta di fronte alla chiatta; e tra le
abitudini di Cidrolin c’è ormai quella di ridipingere
periodicamente lo steccato per fare sparire le scritte. Mano a
mano che il duca d’Auge si avvicina ai tempi moderni, Cidrolin
si mostra sempre piú inquieto: alla Rivoluzione francese
corrisponde un febbrone, preceduto da una confidenziale
chiacchierata notturna con il custode del camping vicino (già
fonte di speculazioni burlesche in tema linguistico, negli
incontri occasionali di Cidrolin coi campeggiatori), che si
rivelerà piú tardi come il pensatore-giustiziere per vocazione La
Balance, detto Labal (non curioso – e palindromo – per un
personaggio che, in fin dei conti, svolge funzione di

282
psicoanalista). Labal ha una parte di primo piano nella caccia al
misterioso diffamatore organizzata dal duca d’Auge, finalmente
approdato ai tempi moderni e incontratosi, in una strana
atmosfera, con Cidrolin (nessuno fa piú sogni, i sonni si sono
fatti pesanti). Alla fine l’uomo è catturato, e si scopre che è
Cidrolin stesso. Ma ormai la censura è levata. Anche la
fidanzata si riconcilia con Cidrolin. Tutti prendono posto nella
chiatta (chiamata l’Arche), di cui finora si diceva che non era in
grado di navigare, e salpano risalendo il corso del fiume.
Cidrolin viene sbarcato lontano con la fidanzata, e scompaiono.
Il romanzo, come altre volte in Queneau, è impostato sulla
sovrapposizione di diversi schemi strutturali: oltre
all’alternanza, c’è la convergenza tra un tracciato orizzontale
(Cidrolin) e uno ascendente (Auge). Quanto si dice della Tv,
nella conversazione tra figlie e generi di Cidrolin (59 e seguenti)
sembra disegnare – nel particolare modo burlesco che ha
Queneau di rendere favolosi, emblematici, e insieme
“filosofici”, gli oggetti tecnici moderni – questo procedimento:
la Tv è istruttiva, è un modo facile per studiare, perché ciò che
viene presentato come attualità può essere piú tardi riutilizzato
(ossia riportato al presente) come storia. Del resto tutto il
linguaggio narrativo e il lessico di Queneau servono qui al
disegno generale del libro: dal calembour, usato, specie nelle
prime pagine, come segno pertinente dell’anacronismo, alle
allusioni letterarie («un gallimard», le «lois de l’hospitalité» di
Russule) e autoparodistiche («ce que vous vous gourez» dice
una ragazza, ritorcendo a Cidrolin-Queneau un verso della sua
famosa canzonetta Si tu t’imagines) in funzione irrealistica. La
stessa dialettica del sogno può essere assunta come semplice
approssimazione di un movimento profondo verso l’ignoto.
L’alchimia è solo uno dei mezzi tentati da Auge. Piú tardi sarà
la ricerca di un oscuro passato «pre-adamitico» del genere
umano. «Les miracles se font rares par les temps qui courent»: a
questa frase-chiave (in senso negativo) pronunciata,
naturalmente, da un vescovo, Auge reagisce scoprendo (o

283
fabbricando?) la grotta di Lascaux: il fine immediato è
anticlericale e razionalistico: ma questo razionalismo che
scende nelle profondità della terra apre, per Queneau, una
conoscenza prodigiosa.
La struttura del romanzo è, infine, circolare e chiusa.
L’ultimo capoverso del libro contiene una serie di probabili
elementi-chiave: a una pioggia (purificatrice) che dura giorni e
giorni, alla nebbia che impedisce di stabilire se la chiatta va
avanti, indietro o è ferma, succede il sole; si attracca alla
sommità di un bastione che è lo stesso da cui aveva preso le
mosse il racconto, e ritorna quasi identica una frase della prima
pagina («il s’approcha des créneaux pour considérer, un tantinet
soit peu, la situation historique»); allora spuntano sulla terra le
«fleurs bleues» del titolo (probabilmente il magico «fiore
azzurro» dell’Ofterdingen di Novalis). Come i due personaggi
principali si riassorbono in uno (e insieme si separano
autenticamente), cosí l’opposizione sogno-storia, dopo essere
stata esposta in successioni reciproche sogno-sogno, sembra di
nuovo risolversi in sogno: se si può interpretare anche in questo
senso la frase di Platone posta in epigrafe: ὅναρ ἀντὶ ὀνείρατος.
Non potrei escludere che altri (o definitivi) significati si
nascondano in questo libro. L’impressione è che, su un fondo di
pensiero già presente in altre sue opere – e riprendendo motivi
(come quello dei due protagonisti complementari) che risalgono
a Jarry – Queneau abbia rinnovato la combinazione delle
strutture e dei toni narrativi. È comunque uno dei suoi libri piú
animati e divertenti.

AE, cart. 144, fasc. Guido Neri [1965-1966]. «Sí» dattiloscritto in testa alla scheda.
Già redattore dell’Enciclopedia dello Spettacolo, Guido Neri entrò nella redazione
romana dell’Einaudi nel 1963. Per i suoi tipi tradusse e presentò fra l’altro i Manifesti
del surrealismo di André Breton (1966), Il teatro e il suo doppio di Antonin Artaud
(1968, con Gian Renzo Morteo) e L’azzurro del cielo di Georges Bataille (1969).
Incaricato dell’insegnamento di Lingua e Letteratura francese presso l’Univesità di
Bologna nel 1971, continuò a collaborare con la casa torinese come consulente.
I fiori blu fu pubblicato, nella traduzione «reinventiva» di Italo Calvino, nei

284
«Supercoralli» nel 1967.

285
[121.]
Vittorio Lanternari
EDWARD E. EVANS-PRITCHARD, Theories of Primitive
Religion, Oxford University Press, Oxford 1965.

È una sobria, densa analisi delle teorie sulle religioni


primitive, da quelle evoluzioniste a quelle psicologiche o
psicologizzanti, a quelle sociologiche. Un cap. particolare è
dedicato a Lévy-Bruhl, con una certa sproporzione rispetto allo
spazio dedicato a tanti altri autori, da Tylor, Frazer, Müller fino
a Weber: tanto piú che sono trascurati autori come Frobenius,
Jensen e, fra i piú moderni, Goody, Horton, Norbeck, Howells.
L’esposizione è chiara, ricca di dati, penetrante. I legami fra le
teorie specialistiche e certi problemi generali di metodo, di
orientamento scientifico, sono sottolineati. L’esposizione è
arricchita con richiami a correnti di pensiero filosofico (James,
Bergson). Originale è il confronto fra la teoria prelogista di
Lévy-Bruhl e quella – per certi aspetti contraddittoria – di V.
Pareto, circa il prevalente aspetto non-logico del mondo
culturale occidentale. Lo scopo di questi raffronti e richiami è di
dimostrare come le singole teorie elaborate dai piú vari studiosi
sulle religioni primitive, e spesso sulla religione in generale, si
contraddicano l’una con l’altra, quanto esse oggi appariscano
inconsistenti, mutuamente escludentisi e tutte sorpassate o
comunque unilaterali, indebitamente pretenziose ed erronee.
Che il libro sia scritto per distruggere piú che per costruire,
l’a. l’ammette fin dapprincipio. È, insomma, piú una «storia
degli errori e dei pregiudizi» nell’etnologia religiosa, che non
una storia del pensiero e cioè un riesame dialettico delle teorie.
Fin quando E. P. denuncia l’astrattezza di teorie aprioristiche
non mai ravvivate da esperienze vive sul terreno da parte degli
autori; finché egli demolisce le tesi di un Tylor e Frazer sulla
magia come scienza o tecnica fallita (dovuta a erronee

286
associazioni mentali, o allucinazioni), e quella di un Lévy-Bruhl
che ignora l’immensa portata del mondo tecnologico e razionale
dei cosiddetti «primitivi»; e finché egli critica l’idolo della
società creato da Durkheim in contrapposizione schematica con
l’uomo-individuo e le proprie esigenze, le riserve dell’a. vanno
condivise, e del resto sono in grande misura acquisite dalla
scienza etnologica contemporanea. Insomma, non si può
discordare dall’a. nella critica ch’egli muove alle teorie
presentate. Tuttavia il lettore non riuscirà facilmente a vincere,
alla fine del libriccino, un senso di frustrazione e disinganno. Di
contro alla parte distrutta, si ha l’impressione che E. P.
costruisca ben poco di positivo. Si resta col sapore di un
sostanziale agnosticismo che male viene corretto da un generico
richiamo a un “embrassonsnous” religioso. Infatti la tesi
sostenuta alla fine è che soltanto studiosi «credenti» in Dio
siano in grado di comprendere la vita religiosa di individui di
altre culture, mentre per gli studiosi «razionalisti», «agnostici»,
«atei», o piú generalmente «pragmatisti» (i quali ultimi
comprendono secondo l’a. l’enorme schiera degli autori classici
dell’etnologia religiosa, da Tylor a Frazer, Lévy-Bruhl,
Malinowski, fino a Weber) sono, di fronte alla religione, come
dei ciechi di fronte ai colori.
E. P. è un a. perspicace, colto, e bene conosce l’importanza
del fattore storico nello studio delle culture. Egli stesso è in urto
con la Social Anthropology inglese per avere difeso
strenuamente il principio secondo cui l’antropologia si deve
fondere con la storia, e la storiografia tradizionale deve
allargarsi verso l’antropologia. Tuttavia, nonostante i saldi
principî che guidano certi scritti teorici di metodologia, e da cui
nessuno fra noi potrebbe dissentire, in atto, con questa opera di
storiografia etnologica, che piú richiedeva lo sforzo di applicare
il principio di una visione dialettica dei problemi, e cioè un
esame critico e insieme costruttivo delle teorie passate, l’a. ha
mancato di applicare il metodo da lui stesso brillantemente
difeso in teoria. Questa «storia degli errori e dei pregiudizi»

287
nell’etnologia religiosa, pur nella lucida stesura, fa lamentare
l’assenza di un adeguato impianto storiografico: di
quell’impianto cui è avvezza la tradizione storiografica
nostrana, e per cui lo studioso non può limitarsi, se vuol
comprendere i fenomeni nel loro significato contemporaneo, a
scoprire errori e fallimenti, ma è obbligato a valutare gli apporti
e incrementi, diretti o indiretti, dati dal pensiero passato allo
sviluppo dei metodi e delle conoscenze contemporanee. Come
ignorare, in tale caso, il contributo delle teorie etnologiche
classiche all’ampliamento di nozioni generali, ad es. quella di
«religione»? Come ignorare il ruolo avuto dalla scoperta delle
religioni primitive nell’avviamento di una conoscenza delle
stratificazioni e della dinamica delle religioni antiche e
moderne? Come trascurare l’importanza di queste teorie per una
migliore conoscenza dei rapporti fra religione e società,
religione e cultura, religione e politica, anche nel mondo
moderno e contemporaneo?
Il libro di E. P. è ben meditato, intelligente, ammirevole per
osservazioni da cui nessuno di noi potrebbe dissentire. Ma se si
pensa di pubblicare una traduzione italiana, occorrerebbe una
buona prefazione.

AE, cart. 110, fasc. Vittorio Lanternari [1966]. Appunto manoscritto di Guido
Davico Bonino in testa alla scheda: «È un no – rinunciare». Allievo di Raffaele
Pettazzoni a Roma, l’antropologo Lanternari fu assunto come consulente nel 1959
grazie all’intermediazione di Ernesto de Martino che, vincolato allora da un contratto
esclusivo con Mondadori, aveva concordato con Einaudi questa forma di consulenza
per interposta persona.
Teorie sulla religione primitiva fu tradotto da Guido Frongia e Jane Hilowitz e
pubblicato da Sansoni nel 1971, con una prefazione dello stesso Lanternari in cui
venivano ripresi argomenti e interi passi della sua scheda di lettura.

288
[122.]
Giulio C. Lepschy
LOUIS HJELMSLEV, Sproget. En Introduktion, Berlingske
Forlag, København 1963.

Pubblicato in danese solo nel 1963, ma redatto


simultaneamente ai Prolegomena (cioè durante la Seconda
guerra mondiale), Sproget costituisce un po’ l’applicazione dei
principî teorici dei Prolegomena al metodo della grammatica
comparata e ai problemi della tipologia linguistica (si tratta,
all’ingrosso, di due discipline che istituiscono dei
raggruppamenti fra le lingue: la prima in termini di parentela
genealogica e di sviluppo cronologico, la seconda in termini di
caratteristiche strutturali, e a prescindere dall’evoluzione).
Sproget contiene: Osservazioni introduttive, p. 7; Funzione
linguistica, p. 12; Parentela linguistica genealogica, p. 14;
Struttura linguistica e uso linguistico, p. 35; Formazione dei
segni, p. 48; Famiglie linguistiche, p. 70; Lingue originarie, p.
79; Parentela linguistica tipologica, p. 88; Tipi di strutture
linguistiche, p. 94; Tipi di usi linguistici, p. 111; Mutamento
linguistico, p. 118 (e inoltre un Lessico alfabetico, p. 128; una
Bibliografia, p. 132; un Indice dei nomi e delle cose, p. 134).
Il libro è interessante, e particolarmente utile come
complemento dei Prolegomena (di cui sto ultimando la
traduzione). In esso le nozioni teoriche, che nei Prolegomena
sono elaborate rigorosamente e secondo un ordine preciso,
vengono presentate in maniera piú facilmente accessibile; e in
particolare di esse si mostra la rilevanza nel campo della
linguistica comparata e storica (che è quello ancora oggi piú
largamente coltivato in Italia – e al tempo stesso quello in cui i
metodi strutturalisti sono piú difficili da applicare, e sono stati
meno applicati). Hjelmslev chiarisce bene come sia ingannevole
la concezione tradizionale secondo cui la grammatica comparata

289
indoeuropea non fa che spingere all’indietro nella preistoria
l’applicazione dei metodi di comparazione e ricostruzione
linguistica già verificati nell’ambito della storia. Bisogna
invece, anche nell’ambito della grammatica comparata, ricorrere
ai «rapporti» o «dipendenze» fra gli elementi linguistici,
rapporti che Hjelmslev chiama «funzioni». La parentela
genealogica è definita allora come una funzione che intercorre
fra certe lingue, grazie alle funzioni che intercorrono fra i vari
elementi dell’espressione (fonemi ecc.) di una lingua e quelli
delle altre (p. 33). La nozione è svolta con ragionamenti espliciti
(rari fra i comparatisti tradizionali), e si mostra che questa
«funzione» che è la parentela genealogica indica che le lingue
genealogicamente parenti debbono essersi sviluppate da una
lingua originaria comune (p. 80). Di tale lingua originaria si
sottolinea che possiamo sapere certe cose con certezza, e altre
no (e in particolare che non possiamo sapere con certezza
particolari di uso e di significato, p. 81 – posizione
particolarmente interessante in Italia, in quanto si oppone a
quella di Devoto, che ricostruisce «significati», e in base a
questi «nozioni» e «usanze» indoeuropee).
Oltre a un’illustrazione delle nozioni teoriche dei
Prolegomena troviamo qui (in una formulazione vivace, e direi
accessibile anche al profano) uno schizzo del sistema
indoeuropeo, una rassegna delle principali famiglie linguistiche,
e come si è detto un confronto fra le due nozioni fondamentali
di parentela genealogica e di parentela tipologica. Il libro è
intelligente e suggestivo (credo anche per i non specialisti). Ha
due limiti inevitabili: da un lato i limiti della glossematica stessa
(la teoria di Hjelmslev); dall’altro, all’interno dei precedenti, il
fatto di rappresentare una fase teorica (quella dei Prolegomena)
che Hjelmslev stesso ha successivamente modificato (non però
in opere di sintesi che potessero sostituire i Prolegomena). Una
traduzione sarebbe a mio avviso certamente utile. Esistono in
Italia molte introduzioni alla glottologia indoeuropea, ma
nessuna che tenga conto, nell’impostazione teorica, dei principî

290
della linguistica moderna. Di Sproget esiste già una traduzione
francese, pubblicata dalle Éditions de Minuit, Paris 1966.

AE, cart. 112, fasc. Giulio C. Lepschy [1966].


Il linguaggio, a cura di Giulio C. Lepschy, traduzione di Anna Debenedetti Woolf,
uscí nella «Piccola Biblioteca Einaudi» nel 1970, preceduto dalla pubblicazione nel
1968 dei citati Prolegomena, ovvero Omkring sprogteoriens grundlaeggelse (1943): I
fondamenti della teoria del linguaggio, introduzione e traduzione di Lepschy («Nuova
Biblioteca Scientifica Einaudi»).

291
[123.]
Antonio Cederna
JANE JACOBS, The Death and Life of Great American Cities,
Random House, New York 1961.

Caro Fossati,
il libro della Jacobs, Death and Life of Great American
Cities, è opera interessante, scritta da persona competente, che
qualche anno fa suscitò una notevole polemica negli Stati Uniti.
A mio parere tuttavia ne è sconsigliabile la traduzione, per una
ragione pratica di opportunità, che forse non sarà condivisa da
altri. Esso si inserisce infatti in un dibattito tipicamente
americano: e rappresenta quella corrente di pensiero urbanistico
che si batte tenacemente contro la cosiddetta linea della Garden
City, del decentramento cosí come spesso è inteso (avversione
alla città e ritorno a certe condizioni di maggior contatto con la
natura). Cose magari giuste e certo condivise dalla maggior
parte dei nostri urbanisti: che però, data la situazione nostrana,
provocherebbero un gran numero di equivoci interessati.
La Jacobs combatte il verde pubblico e loda il marciapiedi,
accusa di astrattezza e paternalismo tutta una vasta corrente di
pensiero urbanistico, esalta certe qualità positive della
congestione: diffuso da noi, che non abbiamo le alternative
esistenti in America, che non abbiamo verde né parchi, che non
abbiamo realizzazioni nemmeno del tipo di quelle criticate
dall’autrice, questo libro servirebbe soltanto a diffondere
l’avversione contro l’urbanistica tout court, a far esultare gli
speculatori, a contrastare lo sforzo di tutti coloro che si battono
per un meno indecente assetto delle nostre città.
Insomma è un libro interessante che presenta dei pericoli in
una situazione come la nostra. Questo è il mio parere (anche se
ne ho letto solo le prime duecento pagine); e anche se
assomiglia un po’ a un intervento censorio. Ma non si può

292
ignorare la realtà del nostro paese disgraziato, nel quale le
esperienze straniere sono sempre interpretate a rovescio. Un
saluto cordiale
Antonio Cederna

P.S. Le farò riavere subito il libro.

AE, cart. 169, fasc. Antonio Cederna. Roma, 7 marzo 1966. Di Cederna Einaudi
aveva appena pubblicato Mirabilia Urbis. Cronache romane 1957-1965 (1965) ed era
in uscita La distruzione della natura in Italia (1966).
Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, traduzione di
Giuseppe Scattone, uscí nei «Saggi» nel 1969.

293
[124.]
Enzo Collotti
WILLIAM SHERIDAN ALLEN, The Nazi Seizure of Power. The
Experience of a Single German Town 1930-1935,
Quadrangle Books, Chicago 1965.

Caro Losano,
ho tardato un po’ a farmi vivo per il libro dello Allen The
Nazi Seizure of Power perché il volume mi è arrivato durante il
mio ultimo soggiorno triestino. Ora comunque, a lettura
ultimata, Le riferisco brevemente le mie impressioni.
Il libro rappresenta effettivamente uno dei pochissimi studi
esistenti (dopo quello eccellente dello Heberle sullo Schleswig-
Holstein e quello piú recente ma meno buono del Roloff su
Braunschweig) che analizzino le ragioni e i modi dell’ascesa del
nazismo verso la conquista del potere a livello locale. Mi pare
che da esso risultino chiare sia la forza nuova, dirompente, del
movimento nazista nei confronti dei partiti tradizionali, sia la
crisi della democrazia weimeriana anche in una proiezione cosí
limitata e circoscritta, sia infine l’influenza di fattori piú
generali come la «grande crisi». Nel complesso il mio giudizio è
positivo, tanto piú in quanto le conclusioni dell’A. sono
estensibili anche in linea piú generale (lo stesso può valere per
molte delle osservazioni sulla stabilizzazione e sul
consolidamento della NSDAP dopo l’avvento al potere) al di là
dello stretto ambito territoriale che egli prende direttamente in
esame. Ritengo infine utile far conoscere anche in Italia il libro
dello Allen per ragioni metodologiche, dato che da noi simili
studi di sociologia politica, particolarmente validi proprio a
livello locale, sono praticamente sconosciuti, mentre potrebbero
fornire uno strumento e un’indicazione di ricerca estremamente
appropriati per l’appunto nello studio del fascismo, e come
studio dell’avvento al potere del fascismo e come ricerca sulle

294
modifiche della società italiana sotto il fascismo. D’accordo
quindi con il proposito del prof. Venturi di caldeggiare la
traduzione del libro.
Per il volume dello Stein – The Waffen SS – mi lasci ancora
qualche giorno di tempo, ma mi pare fin d’ora che non valga la
pena di occuparsene: non è un cattivo libro, ma l’argomento è
troppo particolare e in Italia circola già la traduzione del libro
piú generale, e del resto ottimo, del Reitlinger sulle SS.
I piú cordiali saluti dal
Suo Enzo Collotti

AE, cart. 55, fasc. Enzo Collotti. Lettera a Mario Losano, Milano, 19 marzo 1966.
Gli altri due libri citati da Collotti sono rispettivamente George H. Stein, Waffen SS-
Hitler’s Elite Guard at War, 1939-1945 (1966) e Gerald Reitlinger, Storia delle SS
(Sugar 1965; ed. or. 1956).
Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930-1935, tradotto da Luciana
Pecchioli, fu pubblicato nei «Saggi» nel 1968.

295
[125.]
Angelo Maria Ripellino
BOHUMIL HRABAL, opere.

Caro Guido,
mi ha scritto Fossati a proposito di Bohumil Hrabal, autore
ceco davvero di prim’ordine, da me ancora non proposto per le
difficoltà estreme di traduzione. Sarei comunque del parere di
fermare in opzione almeno i due volumetti Lezioni di ballo per
anziani e progrediti (Taneční hodiny pro starší a pokročilé) e
Pábitelé (all’incirca: Gli acchiappanuvole). L’opera di Hrabal,
personaggio bislacco (alla Jarry) della propria vita, è tutta nel
linguaggio, che risulta di un’ibrida pluralità di strati semantici,
di strani accostamenti di gergo del tempo della monarchia e di
ceco colloquiale moderno, di locuzioni popolari e di arcaismi, in
un ductus che somiglia alla grafomania d’un “naïf”. Con un
occhio allo Švejk di Hašek e un altro alle tessiture verbali di
Joyce, egli tratteggia storie deliziosamente idiote di figurette
afflitte dal cosiddetto mindrák, ossia il complesso di inferiorità.
Lezioni di ballo è un divagante e pigro discorso dalle frasi
lunghissime, a incastri, ad ammicchi, a smorfie, come d’un
contadino che abbia letto l’Ulisse, un discorso furbesco rivolto a
una ragazza. Queste cose hanno tutte radici nella dottrina del
filosofo-romanziere ceco Ladislav Klíma (anni Venti), del quale
bisognerebbe pur pubblicare una scelta. Di Hrabal è uscito ora
un nuovo volumetto che non conosco, Inserzione per una casa
in cui non voglio abitare. Dicono che egli abbia un’intera
riserva di testi accumulati negli anni in cui non gli era
consentito di pubblicare. Certo, nella «Ricerca letteraria»
andrebbe a meraviglia, e, se non fossi assorbito dalle mie tre
cose (Chlébnikov, La poesia russa, Halas), lo farei volentieri.
Comunque chiediamo i diritti sui due volumi indicati, e
vedremo in autunno come organizzarne la traduzione (sono del

296
resto brevi cose) [...]
Affettuosamente tuo
A. M. Ripellino

AE, cart. 174, fasc. Angelo Maria Ripellino, lettera a Guido Davico Bonino,
[Roma] 24 giugno 1966. Il 14 giugno 1966 Paolo Fossati aveva scritto a Ripellino: «ci
è stato segnalato il nome di Hrabal, come di uno scrittore cecoslovacco di estremo
interesse. Le sarei grato se volesse farci sapere il Suo parere in merito a un eventuale
progetto editoriale in questo verso». I tre lavori da cui Ripellino era assorbito erano
presumibilmente la cura di un’antologia commentata di Poesie di Velimir Chlebnikov
(«Supercoralli», 1968), la preparazione di una nuova edizione dei Nuovi poeti sovietici
e la traduzione di Imagena di František Halas («Collezione di poesia», 1971).
Delle opere citate, Inserzione per una casa in cui non voglio piú abitare uscí, nella
traduzione di Ela Hlochová Ripellino, nei «Coralli» nel 1968; Pábitelé fu invece
pubblicato da Longanesi nel 1973 con il titolo Vuol vedere Praga d’oro? (traduzione
di Hana Kubistova Casadei).

297
[126.]
Ruggiero Romano
FELIX GILBERT, Machiavelli and Guicciardini. Politics and
History in Sixteenth Century Florence, Princeton
University Press, Princeton 1965.

Il libro, in realtà, contiene piú e meno di quanto promesso nel


titolo.
Piú: infatti è tutto il quadro fiorentino del XV secolo che è
molto ben tracciato dal Gilbert. Meno: infatti il rapporto
Guicciardini/Machiavelli è a tutto vantaggio (parlo di n. di
pagine, d’interesse profondo dell’A.) del secondo.
Ma si tratta d’opera assai bella e che penso varrebbe la pena
di pubblicare. «Bella», significa che si tratta d’un lavoro molto
accurato, intelligente, penetrante e condotto con idee
storiografiche se non proprio alla punta, certamente assai
avanzate (non v’è che da vedere il capitolo 2 della parte I).
Ma v’è un altro motivo d’interesse per la pubblicazione di
questo libro: il fatto che, dopo la scissione creata – soprattutto in
Italia – tra i due “fiorentini” (chi si occupa di Machiavelli non si
occupi di Guicciardini!), si compie nuovamente un
“matrimonio” tra i due personaggi. L’unione è piú o meno
felice, diranno i critici. Personalmente, dico ch’essa mi sembra
feconda.
Infine, è da segnalare che il Gilbert è già noto in Italia; infatti
il Mulino ha pubblicato già una sua raccolta di saggi:
Machiavelli e il suo tempo.
Penso che il libro di Gilbert dovrebbe essere pubblicato nella
«Pbe».

AE, cart. 178, fasc. Ruggiero Romano, scheda databile all’ottobre 1966. L’ultima
frase è cancellata a penna.
Machiavelli e Guicciardini. Pensiero politico e storiografia a Firenze nel

298
Cinquecento, traduzione di Franco Salvatorelli, «Piccola Biblioteca Einaudi», 1970.

299
[127.]
Furio Jesi
BRONISŁAW MALINOWSKI, Coral Gardens and Their Magic.
A Study of the Methods of Tilling the Soil and of
Agricultural Rites in the Trobriand Islands, 2 voll.,
Routledge, London 1935.

Si tratta di un’opera molto bella e al tempo stesso molto


problematica, non solo nel senso di una problematica interiore
(ovvio forse per ogni testo non dogmatico), ma anche in
rapporto con l’eventualità di riproporre le conclusioni generali –
la “dottrina” – di Malinowski, trent’anni dopo la loro
gestazione. Malinowski era assillato dal timore di generalizzare.
Sia il primo, sia il secondo volume, frutto delle meditazioni
sull’esperienza eccezionalmente viva e seria di ricerca
etnologica in loco, tendono a mostrare i risultati di
quell’esperienza come testimonianze di uno stato di fatto unico
e perciò universale. Di qui il rischio, per un lettore non
specialista, di rimanere interdetto se non annoiato dinnanzi alla
restrizione del contesto documentario in cui la dottrina diviene
fondamento del metodo: siamo troppo abituati alla
comparazione e alla ricerca dell’universale attraverso l’analogia
anziché attraverso l’individuale (di singolo gruppo), per leggere
senza polemica un libro del genere.
I libri, in realtà, sono due. Nel primo volume il problema
fondamentale è l’esplicazione della magia nelle tecniche
agricole, e piú a fondo la comprensione dell’esperienza magica
in diretto rapporto con la sua funzione. Si tratta di un testo
teorico del funzionalismo in cui la parola «funzionalismo» quasi
non compare. E d’altronde questo non è un paradosso, poiché il
funzionalismo genuino si teorizza applicandolo. Ma nonostante
le riserve sulla limitazione implicita in tale tecnica di lavoro
(teoria solo concepibile a livello di pratica), bisognerebbe ormai

300
comprendere che il funzionalismo fu per Malinowski l’unica
lecita accezione della fenomenologia nell’ambito della ricerca
etnologica. In termini molto generali: il primo volume è un testo
che nessuno studioso di magia può ignorare, ma che ha la
caratteristica (o il privilegio) di irritare chiunque oggi si dichiari
sul biglietto da visita «studioso di magia». Ciò significa che il
suo valore provocatorio non è perduto, e anzi si accentua in
tempi di corrente strutturalismo, proprio nell’istante in cui
esclude ogni comparativismo. Non è un libro-conclusione, ma
un libro - punto di partenza, non un «classico» ma un eccitante.
Il secondo volume è dedicato allo studio del linguaggio
secondo dottrine di behaviorismo piuttosto ortodosso: il
linguaggio è comportamento (cosí come la magia è funzione), o
almeno linguaggio (e magia) sono accessibili dall’esterno come
tecniche di comportamento. Per essere polemici, potremmo dire
che il secondo volume è oggi la parte meno attuale dell’opera
(nonostante il pregio d’essere fondato su una conoscenza diretta
e sommamente genuina di un determinato elemento linguistico,
clima linguistico).
Il primo e il secondo volume potrebbero essere scissi senza
gravi difficoltà, e soprattutto senza alcuna difficoltà di
comprensione. Direi, anzi, che dal punto di vista editoriale la
scissione sarebbe abbastanza opportuna; perché se il primo
volume è uno stimolante, di notevole forza irritante e genuina, il
secondo appare piú périmé.
In conclusione, suggerirei: se i due volumi sono scindibili,
pubblicare il primo (con opportuna introduzione) e non il
secondo; se no, non pubblicare né l’uno né l’altro.

AE, cart. 107, fasc. Furio Jesi [1966-1967]. «No» manoscritto in testa alla scheda.
Sull’attività di consulente editoriale di Jesi, si veda Andrea Cavalletti (a cura di), Furio
Jesi lettore, con cinque schede di lettura inedite, in «Alias», inserto settimanale de «il
manifesto», a. 9, n. 3, 21 gennaio 2006, pp. 20-22.

301
[128.]
Giovanni Jervis
MICHEL FOUCAULT, Naissance de la clinique. Une
archéologie du regard médical, Puf, Paris 1963.

Il sottotitolo porta Una archeologia dello sguardo medico,


però altri sottotitoli sarebbero altrettanto giustificati. Ad
esempio La nascita della medicina moderna alla fine del 18º
secolo, oppure: Concezione dell’uomo e indagine clinica nei
fondatori della clinica moderna; oppure Saggio sulla struttura e
sul metodo della conoscenza medica alla fine del Settecento.
Una cosa è chiara: non è un libro di storia della medicina:
quest’ultima viene data per scontata anche per quanto riguarda
quell’arco di tempo relativamente ristretto (50 anni) di cui si
interessa l’autore. D’altro lato non è neanche un libro di storia
delle idee e della cultura, perlomeno nel senso usuale di questi
termini: il Foucault si interessa del modo in cui un certo periodo
della storia europea vede l’uomo, dal punto di vista
dell’indagine sull’uomo malato e sulle malattie dell’uomo.
Questo modo di vedere l’uomo viene esaminato da un punto di
vista piú strutturalistico che storico: esiste infatti una tendenza
deliberata a non paragonare esplicitamente il pensiero medico
della fine del ’700 con i movimenti culturali dell’epoca
(Illuminismo) e con i suoi eventi storici principali, come la
Rivoluzione francese. L’autore dice di aver fatto un libro nel
campo della storia delle idee: lo ha fatto però in modo
particolarissimo, affascinante ma sicuramente discutibile. Infatti
nel binomio «storia-idee» la ricostruzione archeologica delle
idee (nel senso di «storia naturale delle idee») finisce col
nascondere il termine storia. La rivoluzione dello sguardo
medico alla fine del ’700, malgrado alcuni riferimenti al
riformismo sanitario della Rivoluzione, sembra nascere dal
nulla, o per meglio dire si presenta al lettore come una

302
esplosione barocca, come il pieno manifestarsi di un nuovo
modo, ricchissimo e contraddittorio, di vedere l’uomo in una
dimensione che è subito la nostra di oggi.
I vari capitoli relativi ai problemi della localizzazione delle
malattie, all’anatomia patologica, alla filosofia dei sintomi e
delle costellazioni sindromiche, alla dialettica visibile-invisibile,
morte-vita hanno una irritante immobilità, e al tempo stesso il
fascino simmetrico e un po’ mostruoso di certi studi etnologici
di Lévi-Strauss. Parlano del nostro modo di vedere la malattia,
in modo stimolante e rivelatore, piú che del modo in cui la
storia politica e culturale dell’Europa settecentesca ha condotto i
medici a gettare uno sguardo nuovo sulla teorizzazione clinica.
Il linguaggio stesso, fiorito, allusivo, immaginoso, seducente
e un po’ molle e compiaciuto, mira non di rado a stupire e
sedurre piú che a convincere: il divertimento intellettualistico si
rivela là dove la cultura a alto livello perde il proprio rigore per
diventare puro sottinteso.
Al confronto col recente Les mots et les choses vi è forse
negli assunti dell’autore una maggiore modestia: ma si tratta
forse soltanto di un campo di indagine piú limitato, perché
anche qui la straordinaria abilità del Foucault si tiene sempre ai
margini della fumisteria. L’autore si rivela lettore di «Planète»
(ahimè) e non solo di Lévi-Strauss.
Non so cosa valga il libro dal punto di vista della storia della
medicina, cioè non so se il Foucault non dia troppa importanza
ad alcuni clinici del ’700 trascurandone altri, né se ne travisi il
pensiero. È impossibile accorgersene se non si ha una
conoscenza approfondita specifica della storia della medicina;
cosí, non mi so rendere conto se il fatto di citare quasi
esclusivamente i clinici francesi non faccia un torto ad altri
scopritori e pensatori, ad esempio nordici o italiani.
Posso dire che il libro non mi è dispiaciuto e che mi è
sembrato stimolante e forse anche valido, e dotato di una sua
completezza. Meno stimolante che Les mots et les choses,
certamente, ma anche sicuramente piú serio e valido, e quindi

303
piú meritevole di traduzione.
Non mi sento però di prendermi la responsabilità di
appoggiarlo pienamente per una traduzione italiana, e credo di
averne accennati i motivi. La mia conclusione è positiva ma con
riserva. Vorrei che, se interessa, venisse valutato da qualcun
altro, prima che venisse presa una decisione.

AE, cart. 107, fasc. Giovanni Jervis [1966-1967]. Collaboratore di Ernesto de


Martino e in seguito di Franco Basaglia, Jervis era consulente dell’Einaudi per la
psichiatria e la psicoanalisi.
Nascita della clinica, traduzione di Alessandro Fontana, «Einaudi Paperbacks»,
1969. Le parole e le cose fu pubblicato da Rizzoli nel 1967.

304
[129.]
Carlo Carena
PETER BROWN, Augustine of Hippo, University of California
Press, Berkeley - Los Angeles 1967.

È una biografia sistematica sulla base delle opere: quindi


contiene i fatti, ricostruiti soprattutto sull’enorme autobiografia
che costituiscono gli scritti agostiniani, e le polemiche, il
pensiero nelle sue fasi di sviluppo e nei suoi diversi problemi.
Un po’ anglosassone nella stesura staccata, nella posizione
storica dell’autore (non odora d’incenso; al piú risente, qua e là,
del fascino della personalità).
Piuttosto lenta e smorta all’inizio, poi sale: c’è un capitolo
attraente e umano sulle Confessioni, altri interessanti e moderni
sulle dispute con Pelagio e Giuliano (predestinazione e grazia).
Può interessare il lettore medio, che desideri conoscere e
documentarsi sul Santo, oppure sulle vicende della Chiesa e del
mondo antico in un periodo cruciale; anche il tecnico può
trovarvi un buon manuale.
A mio giudizio non conviene ai «Saggi», quanto alla «Pbe».

AE, cart. 40, fasc. Carlo Carena. Scheda allegata a una lettera a Guido Davico
Bonino del 3 febbraio 1967. Carena aveva cominciato a collaborare con l’Einaudi alla
fine del 1954 come traduttore dal greco e in seguito era entrato a far parte del gruppo
redazionale.
Agostino d’Ippona, traduzione di Gigliola Fragnito, «Biblioteca di cultura storica»,
1971.

305
[130.]
Giorgio Manganelli
DYLAN THOMAS, Selected Letters, a cura di Constantine
Fitz-Gibbon, Dent, London 1966.

Caro Fossati,
Sííííí! Non perdete un momento: per quel che mi riguarda, le
lettere di Thomas, che ho letto in buona parte, sono una cosa
splendida, tra gli esempi piú straordinari della prosa di un
grande prosatore. La deliziosa confusione, quella libertà tra
losca e infantile, il torpore alcoolizzato, trovano una perfetta
collocazione nella misura approssimativa, ineguale, infondata,
della lettera. Dylan parla di quel che scrive, poi si distrae a
discorrere di dio e del diavolo, poi di quel che legge, del tempo
che fa, dei suoi desideri, con una deliziosa, irrisolvibile smania,
una inquietudine delicata e carezzevole.
Non si tratta di documenti per la storia di un poeta, ma di
letteratura, attiva e funzionante letteratura: e qui è l’unico punto
da tener presente: occorre un traduttore di classe, che sappia
correr dietro a questa prosa esplosiva, meteorica, piena di ottoni,
di scattose batterie. E piú ricca di idee di quanto non ci facciano
supporre per lo piú i Poeti. Forse un buon traduttore sarebbe
Wilcock. Anche Oddera: ma qui vorrei proprio uno scrittore.
Credo che di questo libro si possa fare una cosa importante.
Cordialmente
Giorgio Manganelli

Constantine FitzGibbon è uno sciocco se mai ve ne fu uno,


autore anche di una documentata e risibile biografia di Dylan
Thomas; ma qui si è limitato a fare annotazioni modeste e non
inutili. Mi chiedo se il libro non abbisognerà di ulteriori note per
il lettore italiano.
Lei mi scrive che mi ha inviato codesto libro qualche

306
settimana fa: ma la data di spedizione da Torino è del 27
gennaio.

P.S. Nel ’57 uscí una raccolta di lettere di Thomas e Vernon


Watkins, assai interessanti specie per la parte poetica dell’opera
di Thomas. Non si potrebbe esaminare le due raccolte insieme?

AE, cart. 126, fasc. Giorgio Manganelli. Roma, 13 febbraio 1967.


Ritratto del poeta attraverso le lettere, a cura di Constantine FitzGibbon,
traduzione di Bruno Oddera, «Supercoralli», 1970.

307
[131.]
Michele Ranchetti
JEAN-MARIE DOMENACH e ROBERT DE MONTVALON, Une Église
en marche, Desclée de Brouwer, Paris 1964.

Caro Fossati,
[...] La raccolta di documenti, a cura di Domenach, è molto
interessante: si tratta di exempla tutti sulla storia ideologica del
cattolicesimo francese, e connessi, l’uno con l’altro, da
brevissimi commenti. Ne risulta una storia delle idee religiose
per documenti, che vale la pena di far conoscere anche al
pubblico italiano.
Però: 1) è una storia molto francese, che, se trascritta in
italiano, andrebbe molto annotata; 2) i documenti sono parziali,
sia nel senso che sono citazioni incomplete, sia nel senso che
sono scelti, né poteva esser altrimenti, fra molti; e quindi
mancano a mio giudizio, all’interno della stessa «storia francese
della religione», alcuni autori; 3) manca, come spesso in queste
sillogi, un corredo di note storiche di fondo, cioè non solo nel
senso di 1).
Concludendo: farei fare il libro all’editore, ma lo farei curare
da qualcuno, in Italia, che intervenisse abbastanza a fondo sul
testo originario; non cioè una semplice traduzione italiana, ma
un’edizione italiana dello stesso materiale, in vista, quasi, di un
parallelo volume italiano o tedesco.
Cordialmente suo
Michele Ranchetti

AE, cart. 170, fasc. Michele Ranchetti. Lettera manoscritta a Paolo Fossati, Londra,
2 marzo 1967. Nel 1963 Ranchetti aveva pubblicato nei «Saggi» Einaudi Cultura e
riforma religiosa nella storia del modernismo.
Il libro fu pubblicato da Morcelliana con il titolo Una avanguardia cattolica.
Documenti della contestazione cristiana, prefazione di Mario Rossi, traduzione di
Alfonso Prandi, Brescia 1969.

308
[132.]
Gianni Rodari
DANILO DOLCI, Cavalli bianchi [1967].

Caro Ponchiroli Persona Seria,


posso pregarti di alcuni favori editoriali?
I – Far spedire Il libro delle filastrocche e La torta in cielo allo
scrittore tedesco signor
James Küss,
Casa Montaneta
La Calzada
Las Palmas de Gran Canaria
(España)
II – Rispondere a ma dernière.
III – Accettare il mio parere sui Cavalli bianchi di Dolci, che me
li ha mandati da Palermo. Non è un libro per bambini. Non è
un libro per la scuola media. È invece un ottimo, magnifico
libro-discorso per giovani dai 14 anni in su (i precoci
potranno leggerlo anche a 12). Un intervento utile, credo,
nell’educazione dei giovani. Non so quale collocazione
precisa possiate dargli. Ma potreste fregarvene delle
collocazioni e stampare il libro a sé, per sé, per i giovani:
«Protestate ma leggete» – «Protestate leggendo Dolci» –
«Imparate a protestare meglio» – In questa chiave – Secondo
la missione della Ditta, infine. Dovreste impegnarvi a
lanciarlo organizzando convegni di giovani ye ye, incontri
internazionali di provos, pellegrinaggi di giovani in Sicilia (la
prima, laggiú: ragazzi scelti a Torino, Milano, Roma,
Bologna, Taranto, a Partinico); una notizia per tutti i giornali;
servizio di Rodari su Paese-Sera a spese di Terenzi. Può
essere una cosa bella e importante. Ma non tocca a me
insegnarvi il mestiere. Il mio compito si esaurisce nella
dichiarazione che sono il tuo affezionatissimo

309
Gianni Rodari

AE, cart. 175, fasc. Gianni Rodari. Lettera manoscritta, Roma, 22 aprile 1967; ora
in Gianni Rodari, Lettere a Don Julio Einaudi, Hidalgo editorial e ad altri queridos
amigos, a cura di Stefano Bartezzaghi, Einaudi, Torino 2008, pp. 73-74.
Il libro fu pubblicato con il titolo Ai piú giovani da Feltrinelli nel 1967.

310
[133.]
Corrado Vivanti
MAXIME RODINSON, Israël, fait colonial?, in «Les Temps
Modernes», XXII (1967), n. 253 bis, dossier Le conflit
israéloarabe, pp. 17-88.

Caro Giulio,
nell’eventualità che mercoledí prossimo ci sia riunione, vorrei
lasciarti un promemoria circa il saggio di Rodinson, che apre il
numero di «Temps Modernes», dedicato a Israele e agli arabi:
Israël, fait colonial?
Il saggio – saggio nel senso che si diceva a Rhêmes, scritto
elegantemente, con profonda conoscenza delle cose e degli
scritti sul problema, ma senza far pesare questo nella scrittura –
esamina il problema della formazione di Israele al fine di
individuare la fondatezza di una serie di questioni e dilemmi che
anche gli ultimi avvenimenti hanno posto (ma lo scritto risale a
febbraio-marzo): che cosa rappresenta Israele e come può essere
interpretato alla luce degli avvenimenti contemporanei. In tal
modo Rodinson traccia, in modo estremamente rapido, una
storia del sionismo, dal punto di vista ideologico e politico-
diplomatico. In modo rapido, ma direi completo, per quel che
posso giudicare. Cioè non mi sembra che vi siano silenzi o
stravolgimenti su fatti, problemi, dibattiti, libri di qualche peso,
dai Biluím degli anni ’80 alla costituzione dello Stato, passando
attraverso l’analisi delle opere di Pinsker e Achad Ha’am, fino a
Herzl e Weizmann, senza ignorare i teorici della colonizzazione
cooperativistica o collettivistica e del socialismo sionista, come
Aaron David Gordon o Ber Borochov. Se mai si può osservare
che Rodinson quasi tace di Jabotinsky e dei sionisti revisionisti:
ma è comprensibile, dato che il suo assunto è di mostrare in che
modo le stesse correnti democratiche e socialiste si inseriscano
nel piú vasto processo dell’espansione colonialistica europea fra

311
’8 e ’900 (non per infamarle o denunziarle come tali, ma solo
per individuare una componente essenziale e del resto comune
al socialismo della stessa Seconda internazionale): inserire
l’estrema destra sionistica (per certi aspetti fascista) avrebbe
finito col deformare la prospettiva dell’autore, che con molta
eleganza rinunzia appunto a scegliere una strada troppo facile.
Da quest’analisi, molto precisa e completa nonostante la sua
stringatezza, risulta difficilmente controvertibile la conclusione
dell’autore: il sionismo si inserisce senza difficoltà nel processo
colonialistico europeo, sia dal punto di vista delle prese di
posizione ideali (costituzione di «colonie» in territori
scarsamente popolati, con un atteggiamento di indifferenza
rispetto alle popolazioni indigene, alle quali si è certi di
apportare in ogni modo vantaggi e la civiltà e il progresso,
secondo un modulo comune al colonialismo di tutta l’Europa
colta: e possiamo rileggerci Labriola per conto nostro) sia dal
punto di vista delle manovre diplomatiche e dei successi
politici. Da questo punto di vista Rodinson è portato a
concludere che il porre il conflitto israeliano-arabo alla luce di
alternative come «progresso-arretratezza», «civiltà-barbarie»,
«democrazia-feudalesimo», «socialismo-fascismo» è un falsare
la situazione. Per gli arabi, non c’è possibilità di vedere gli
israeliani altrimenti che come coloni di origine europea, e
quindi manifestare un risentimento non diverso da quello che gli
algerini potevano avere per i pieds noirs. Con questo non si
deve dire che Israele deve scomparire, cosí come gli stessi
algerini non avrebbero voluto la partenza dei coloni francesi.
Gli arabi devono tener conto della situazione maturatasi e capire
che devono fare i conti con questa realtà. Successivamente
Rodinson ha scritto su «Rinascita» un articolo che sviluppa
proprio questo argomento, alla luce degli avvenimenti bellici: la
debolezza araba sta proprio nell’aver impostato una politica
nettamente antisraeliana, non tanto perché
propagandisticamente essa è stata controproducente, ma perché
ha impedito agli arabi di porsi con chiarezza quello che

312
costituisce il loro vero problema: sviluppo, lotta contro i regimi
feudali, ecc.
Trovo che nell’attuale confusione di giudizi e valutazioni,
l’analisi lucida, completa, di Rodinson costituirebbe un ottimo
NP [«Nuovo Politecnico»]. Consiglierei di metterci in contatto
con l’autore per avere da lui una prefazione che potrebbe
riprendere le argomentazioni dell’articolo di «Rinascita»,
eventualmente ampliate. E soprattutto serve perfettamente a
dare, oltre che un tema di dibattito, una conoscenza sommaria
ma sufficiente della storia del sionismo e di Israele.
Raccomando, peraltro, la rapidità della decisione (e della
pubblicazione: io posso garantire la rapidità della traduzione),
che in questo caso mi sembra particolarmente importante.
Corrado Vivanti

AE, cart. 222, fasc. Corrado Vivanti. Lettera senza data a Giulio Bollati (in testa al
foglio si legge l’appunto manoscritto di quest’ultimo: «Riferito nella riunione del 26
luglio 1967»). L’articolo pubblicato su «Rinascita» è È possibile Israele senza
sionismo? (16 giugno 1967).
L’idea di tradurre il saggio di Rodinson fu presumibilmente sostituita da quella di
pubblicare il volume Israël et le refus arabe uscito da Seuil l’anno seguente: Israele e
il rifiuto arabo. Settantacinque anni di storia, traduzione di Corrado Vivanti, «Serie
politica», 1969.

313
[134.]
Guido Neri
MICHEL TOURNIER, Vendredi ou les Limbes du Pacifique,
Gallimard, Paris 1967.

È la storia di Robinson Crusoé e di Venerdí nell’isola deserta.


Il rifacimento, la parodia (un modo di cui solo l’epoca post-
romantica aveva dimenticato la specifica fecondità formale,
relegata entro i limiti sociologici e retorici di un genere minore)
è per Tournier la forma piú corretta e concreta di invenzione.
Per una deformazione passiva delle nostre abitudini di lettura, il
rifacimento sembrerebbe implicare un atteggiamento negativo e
polemico verso la favola: ma qui ci troviamo di fronte a un libro
– follemente ingegnoso, enormemente ambizioso e ironico – in
cui l’invenzione è tutto. Invenzione di un tipo particolare: lo
svolgimento narrativo smette presto di disporsi sul filo dei fatti,
perché la situazione stessa di Robinson sull’isola deserta mette
in crisi il criterio di realtà e suggerisce la sua sostituzione con
una connessione di segni. Di un’esperienza, Robinson non si
chiede piú se corrisponde a un evento reale, a un dato oggettivo,
ma che cosa significa, che messaggio gli porta. Il racconto
dunque, molto piú che successione di vicende esteriori, è
costruzione di significati, di miti, di allegorie. L’inserzione delle
pagine del Log-book di Robinson riflette in modo appena piú
esplicito questa logica del racconto. I termini della riflessione
sono successivamente:
– psico-sociologici: specialmente sulla «absence d’autrui»
sperimentata come assenza di una struttura intrinseca della
percezione (è uno degli aspetti, insieme con quello della
perversione, su cui soprattutto si è soffermato Deleuze nel
saggio che ha dedicato, su «Critique», al libro di Tournier);
– economico-religiosi e politici (reazione al processo
spontaneo e passivo di degradazione a livello animale, e

314
intrapresa di un piano di coltivazione e civilizzazione, che
assume aspetti di gioco e di delirio razionale);
– crisi del valore etico del progetto, precipitata dalla
presenza di Venerdí, e liquidazione regressiva del rapporto
propriamente sociale, sottesa da uno splendido profilo
psicologico che segna la soluzione dell’invidia in amore;
– periplo mitologico, come termine di trapasso tra cultura e
natura: Robinson sfiora, volta a volta, Noè, Mosè, Edipo,
Caino ecc.;
– dissolvimento della sessualità letterale in una profonda
vocazione «geotropica» dell’Eros: personificazione
dell’isola, dapprima in forma incestuosa e nostalgica, con
la discesa emblematica nella grotta-grembo, le tenebre
bianche, il rischio di accecamento, poi in forma
superficiale e innocente (i coiti di Robinson con la terra
danno luogo qui a pagine di un lirismo un po’
compromesso da qualche precedente letterario);
– conversione, infine, a un campo di mitologie elementari,
dove (ancora per la mediazione di Venerdí) ai valori della
Terra si oppongono e si sostituiscono i valori aerei del
Sole.

Questo sistema di simboli e di miti si articola in


un’appassionante avventura, senza alcun detrimento degli
elementi di suspense, di esotismo, di ignoto connessi alla
situazione fantastica di Robinson: avventura che svela e
interpreta un destino schematicamente preannunciato dal
responso ermetico dei tarocchi egiziani, consultati, prima del
naufragio, dal capitano della nave, nelle pagine di preambolo al
romanzo: «Le petit discours que je vous ai tenu est en quelque
sorte chiffré, et la grille se trouve être votre avenir lui-même.
Chaque événement futur de votre vie vous révélera en se
produisant la vérité de telle ou telle de mes prédications» (12).
Il racconto comincia col dissimulare le sue ambizioni sotto le
apparenze di un’amabile consonanza stilistica coi modi

315
tradizionali di un genere. Le prime fasi del naufragio e del
soggiorno nell’isola (drammatiche ma piú prevedibili, in quanto
segnano il rovescio e l’esaurimento per forza d’inerzia della
memoria del vivere sociale in Robinson) sono trattate a ritmo
disinvolto e abbreviato, con un ricorso contenuto e ancora
ambiguo alle risorse del pittoresco. Dal momento in cui
Robinson è interamente penetrato dalla sua solitudine, muta
profondamente il suo rapporto con le cose, le referenze di
ordine psicopatologico si affacciano per ritirarsi sullo sfondo:
Robinson inventa ormai la propria esperienza, e le suggestioni
del racconto si conformano al carattere sperimentale e perverso
della sua avventura (perversione sancita, nei termini di
verosimiglianza della favola, dall’arbitrio colpevole che
costituisce il punto di partenza: la decisione di abbandonare
moglie e figli, dunque la civiltà, per mettersi in viaggio). Un
altro arbitrio, un misticismo umanistico, lo conduce ora a
promulgare leggi, salvaguardare l’uso della parola pronunciata e
scritta, fondare istituzioni, organizzare cerimonie (circolando in
abito da cerimonia nell’assurdo scenario dell’isola), lanciare il
contratto dialettico di trasformazione della (e dalla) natura, in
vista di una società possibile di cui è l’unico componente,
suddito e sovrano assoluto: da queste pagine, il libro prende un
tono sconvolgente di serio-grottesco, un’impronta di
inafferrabile contro-ironia. Il fantastico non è per Tournier un
lievito letterario piú ricco di stimoli spaesanti e eccitanti: è un
campo di deformazioni sperimentali delle categorie umane.
Cosí, la complessa argomentazione sul rapporto interpersonale
che affiora a piú riprese nella prima parte resta poi in sospeso e
come sorpassata; le preoccupazioni di salute mentale e morale
subiscono graduali e decisive trasformazioni; il tempo perde il
suo ruolo di pulsione ossessiva; la nozione stessa di economia,
portata a un estremo di (assurda) coerenza, finisce travolta
radicalmente con tutto il resto.
Come si vede, la problematica che il romanzo viene toccando
è complessa, interessa i campi di tutte le scienze umane. Ma in

316
questa discussione implicita Tournier non fa leva sulla figura e
situazione del “primitivo” quale ci è consegnata dall’etnologia.
Robinson resta una figura di utopia, non orientata in modo
ideologicamente univoco, ma sperimentale. Espulso dalla
Storia, ne capta e ne traspone certe risonanze privilegiate: il suo
stesso sistema mitologico integra, accanto ai vaticini della
natura, le pagine della Bibbia. Nelle riflessioni di Robinson,
Tournier incorpora senza soluzione di continuità tratti ideologici
storicizzati (tracce di una mentalità XVIII secolo) conferendo al
suo discorso un’ambiguità pertinente, oltre che di un bellissimo
effetto ironico.
Lo sbarco, ormai inatteso, di una nave inglese, con la
conseguente possibilità per Robinson di recuperare il consorzio
sociale proprio quando è al culmine del suo avvicinamento alle
mitologie elementari, risulta cosí l’episodio piú atroce
dell’avventura. L’orrore doloroso di fronte alle contraddizioni
dell’uomo civilizzato si manifesta su due piani: quello della
ribellione etica contro lo schiavismo, l’alienazione ecc., e quello
di un conflitto globale col regno dei fini. La disumanizzazione
di Robinson si ricarica di movimenti umani prima di arrivare
allo scioglimento allucinante. Contagiato dalla conoscenza del
tempo trascorso, dal senso del deperimento e dell’abbandono
(Venerdí è fuggito sulla nave, che lo affascina con nuove
prospettive di giochi aerei) Robinson resta sull’isola, pronto a
orientarsi di nuovo verso l’atemporalità innocente e l’estasi
solare. Ma gli sta accanto un altro relitto della civiltà: il mozzo
della nave fuggito sull’isola terrorizzato dallo sfruttamento e dai
maltrattamenti.
Michel Tournier è al suo primo libro. La sua scrittura è
insolita: limpida, tesa, elegante, fermamente aderente alle idee,
priva di raffinamenti verbali e di inquietudini sintattiche.
Tournier mette in pratica con coerenza una tranquilla
svalutazione dell’“interiore” e del “profondo”. I suoi giochi di
parole, le sue speculazioni etimologiche sono un po’ semplici e
didascaliche; non teme certe messe a punto esegetiche o certe

317
clausole pleonastiche in margine al racconto che siamo abituati
a considerare impoetiche. Gli elementi speculativi non danno
luogo quasi mai a digressioni filosofiche, ma piuttosto a pagine
di grande respiro fantastico (come la riflessione sul «désir»
desessuato alle pp. 98-99). È anche possibile isolare splendidi
pezzi narrativi (specie su Venerdí e le sue gesta).

AE, cart. 144, fasc. Guido Neri [1967]. «Sí» dattiloscritto in testa alla scheda. Il
saggio di Deleuze è Une théorie d’autrui (autrui, Robinson et le pervers), in
«Critique», XXI (1967), n. 241, pp. 503-25.
Venerdí o il limbo del Pacifico, traduzione di Clara Lusignoli, «I coralli», 1968. Per
la citazione, si fa qui riferimento all’edizione delle «Letture Einaudi», 2010, p. 15: «Il
discorsetto che ti ho fatto è in certo modo un discorso cifrato e la griglia per decifrarlo
si trova proprio nel tuo domani. Ogni evento della vita futura ti rivelerà nel prodursi la
verità di questa o quella tra le mie predizioni».

318
[135.]
Gian Carlo Roscioni
GIORGIO SPINI, Autobiografia della giovane America. La
storiografia americana dai Padri Pellegrini
all’Indipendenza [1967].

È un libro sul quale è difficilissimo, per chi come me non ha


confidenza con la storiografia americana, dare un giudizio.
Tanto piú che lo Spini, animato dal peraltro lodevole proposito
di rendere agevole la lettura, ha escluso dal corpo della sua
narrazione e dalle sue argomentazioni quasi ogni riferimento
alla letteratura critica sulla storiografia americana, rendendo
cosí impossibile al candido e ignaro lettore distinguere ciò che è
farina del suo sacco da ciò che è piú o meno elaborata
trascrizione di fatti già noti come delle findings e delle opinioni
altrui. Le opere esaminate vengono analizzate nel contenuto e
nel carattere come se si trattasse di manoscritti nuovamente
scoperti, senza far parola (nella maggior parte dei casi) del
lavoro che intorno ad esse si è andato accumulando negli ultimi
due secoli. Le lunghe e dettagliate notizie biobibliografiche che
si trovano in speciali sezioni dimostrano che lo Spini conosce
questa letteratura e ha consultato i repertori e i dizionari in cui
queste notizie si trovano, ma illuminano poco circa l’uso che ne
ha fatto. L’impressione che un non specialista si fa dell’opera è
che, da un punto di vista strettamente erudito, di ricerca, il
contributo dello Spini sia piuttosto modesto, né forse, dato
l’argomento, poteva essere altrimenti. Ci si chiede dunque
perché mai, proprio un’opera di questo genere sia corredata da
un cosí sovrabbondante apparato bibliografico e informativo. La
cosa è tanto piú sorprendente in quanto lo Spini è tutt’altro che
un pedante e un pignolo. L’opera è stata anzi redatta in modo
molto sciatto: i passi di alcuni autori sono tutti citati in inglese,
quelli di altri sono tutti tradotti, quelli di altri ancora parte

319
tradotti e parte in inglese, senza che si riesca a capire il perché
di questo diverso trattamento; e lo stesso dicasi dei titoli;
diverse volte poi ci si dimentica di indicare esattamente il luogo
da cui è tolta una citazione; e, come si è detto, i rimandi a opere
di altri studiosi che possono aver contribuito a orientare le
ricerche e le conclusioni dello Spini in una direzione piuttosto
che in un’altra sono pressoché inesistenti. Il libro, è vero,
rappresenta da questo punto di vista un notevole progresso
rispetto alla Ricerca dei libertini dello stesso autore in cui i
riferimenti, le citazioni e i giudizi senza babbo né mamma erano
frequentissimi, ma io non lo pubblicherei in una collana della
nostra Casa editrice senza imporre allo Spini un lavoro di messa
a punto e di “pulizia” che all’atto pratico si rivelerebbe forse
molto piú difficile e delicato di quanto possa sembrare a prima
vista.
Avanzate queste riserve sul libro in quanto opera erudita,
resta da lodare il principio che l’informa, lo studio cioè della
storiografia americana ex parte subjecti, che dà vita e calore a
una materia non sempre peregrina. Lo Spini scrive inoltre con
quella vivacità che fa di lui uno degli storici contemporanei che
si leggono piú volentieri: quando tocca poi i temi a lui cari del
rapporto tra spirito evangelico e libertà religiosa, o quando
confronta la storiografia americana con quella europea
contemporanea le sue pagine sono tutt’altro che banali. Qui,
come in altri suoi libri, non sono le idee che fanno difetto. E
dispiace che non abbia saputo scegliere fin da principio la strada
giusta. Un libro piú breve, piú agile che non si presentasse come
una diffusa ed esauriente trattazione ma come un’indagine
critica di alcuni aspetti e caratteri della storiografia americana
prima della Rivoluzione sarebbe molto piú utile al lettore e,
vorrei dire, allo stesso Spini. Un libro cosí fatto avrebbe fortuna
e sarebbe certamente tradotto in America. Cosí com’è, mi pare
che non vada bene né per il lettore italiano, né per quello
americano, né per il lettore generico, né per quello esigente.

320
AE, cart. 180, fasc. Gian Carlo Roscioni [1967-1968].
Il libro fu pubblicato nella «Biblioteca di cultura storica» nel 1968.

321
[136.]
Guido Neri
JACQUES DERRIDA, L’Écriture et la différence, Seuil, Paris
1967.

La posizione di Derrida nei confronti del movimento di


pensiero strutturalista sembra essere di severo controllo critico,
di continua riapertura problematica, di stimolo verso una
sempre piú approfondita consequenzialità: alla luce sia della
linea Nietzsche-Freud-Husserl-Heidegger, sia dei concetti e
problemi della tradizione classica del pensiero filosofico, da
Platone a Descartes a Hegel. Una delle proposizioni conclusive
di questo libro è che il compito filosofico di distruzione della
metafisica non può compiersi che in un linguaggio – il solo di
cui disponiamo – che appartiene già interamente alla metafisica.
Può nascere il dubbio che il rigore categoriale con cui Derrida
vaglia certi testi attuali scada in qualche caso a rigidezza
scolastica: ad es., nel saggio sull’Histoire de la folie di Foucault
(Cogito et histoire de la folie), dove sembra sia ribadito il
rapporto formale classico tra raison e déraison, e, attraverso una
«presa di coscienza» della contestazione logico-storica tentata
da Foucault, si riaffermi, in conclusione, una sorta di diritto-
dovere della ragione filosofica, non a rinchiudere, ma a
escludere, a fuggire la follia (interpretazione che – a partire da
una messa a punto apparentemente marginale sul senso di alcuni
passi di Descartes – assomiglia meno a un’assunzione che a un
sostanziale svuotamento logico della tesi di Foucault); e cosí
pure nel saggio su Lévi-Strauss (La structure, le signe et le jeu
dans le discours des sciences humaines), dove, accanto alle
bellissime argomentazioni sul rapporto tra centro e struttura, o
sul passaggio tra segno e simulacro, può lasciare perplessi il
modo in cui è impostata la questione della scientificità (del
lavoro di Lévi-Strauss).

322
Nel saggio Force et signification, da una serie di rilievi
ragionevoli sui limiti del metodo critico di Rousset, si passa
all’indicazione di fondamentali carenze e esigenze che
caratterizzano l’attuale congiuntura del pensiero (vedi la critica
all’idea strutturale di opera d’arte come assetto simultaneo,
termine di un finalismo, e non come opera nel tempo, durata; o
sull’obliterazione speculativa delle istanze della forza,
dell’intensità).
I saggi intorno ad Artaud (La parole soufflé e Le théâtre de la
cruauté et la clôture de la représentation), su Freud (De
l’économie restreinte à l’économie générale) sono splendidi. La
ricchezza dell’analisi critica e delle prospettive teoriche
compensano la qualità indubbiamente inamena della scrittura di
Derrida, assetata di rigore fino alla pedanteria, ma a volte anche
aperta alla vertigine di trascendimenti speculativi globali,
preziosa, incline al gioco etimologico, liricizzante (ma senza
l’humour e la concisione di un Barthes, senza la magia registica
di un Foucault).
I saggi fin qui citati costituiscono un nucleo di interventi
rigorosi e nuovi su temi di viva e larga attualità. Non mi
nascondo però che il libro ha il suo centro in due saggi di piú
arduo accesso, anche per una certa accentuazione del tecnicismo
filosofico: su Husserl («Génèse et structure» et la
phénoménologie) e su Lévinas (Violence et métaphysique).
Derrida, che tiene a sottolineare il rapporto fenomenologia-
strutturalismo, confronta al pensiero di Husserl un’alternativa
fondamentale, considerata – secondo una tendenza ricorrente in
questo libro – come problema insieme filosofico e linguistico. Il
saggio su Lévinas è di oltre cento pagine: dedicato a un
pensatore scarsamente noto in Italia, è però di grande interesse,
sia perché pone in questione la prima interpretazione di Husserl
e di Heidegger in Francia, sia per i nessi che legano l’opera di
Lévinas a quella di autori come Blanchot e Sartre, sia per i temi
filosofici e antropologici rimessi qui in discussione.
Di fronte alla tentazione di amputare il libro almeno di

323
quest’ultimo saggio (e dei due scritti ancora piú eccentrici – per
noi – su Edmond Jabès), solleciterei una seconda lettura,
possibilmente da parte filosoficamente responsabile.

AE, cart. 144, fasc. Guido Neri [1967-1968]. «Sí» dattiloscritto in testa alla scheda.
A margine appunto manoscritto di Neri: «Per Fossati».
La scrittura e la differenza, introduzione di Gianni Vattimo, traduzione di Gianni
Pozzi, «Biblioteca di cultura filosofica», 1971.

324
[137.]
Guido Neri
SIMONE DE BEAUVOIR, La Femme rompue, Gallimard, Paris
1967.

Sempre piú attratta e sollecitata dalla sfera dei rapporti privati


– nella misura stessa in cui non riesce a demordere
dall’egocentrismo problematico-delirante del suo personaggio
(autobiografico o) narrativo – Simone de Beauvoir ha raccolto
insieme tre vicende che esemplificano, con alcune varianti
esterne e tipologiche, una comune situazione di donna in crisi o
in declino.
L’âge de discrétion mette in scena una coppia di intellettuali,
assestati in una discreta riuscita professionale e in una sorta di
comfort culturale, con la cauzione di un impegno politico
diventato ormai buona coscienza di sinistra. Ma l’uomo
denuncia una certa stanchezza, che cerca di mascherare sotto
una subdola distrazione; la donna, che sembra satura di
disponibilità alla vita e di instancabile attenzione critica, si
rivela preda di un cieco demone pedagogico nei confronti del
figlio. Quando questo figlio, appena sposato e posto di fronte
alla scelta professionale, mostra di volersi scostare dalla
vocazione anticonformista che i genitori si erano illusi di
potergli dettare, la tensione moralistica si manifesta nella madre
come drammatica alienazione affettiva; e tanto piú quanto piú
essa si ostina in una strategia di fallimentare intransigenza,
come se si trovasse obbligata a vivere una tragedia di Corneille.
La crisi è sottolineata dall’insuccesso dell’ultimo libro dato alle
stampe dalla madre-professore, e aggravata dal disaccordo col
marito, occasionato da un modo diverso di reagire al contrasto
col figlio. C’è, alla fine, una sorta di amara presa di coscienza:
ma non tanto netta da eliminare l’impressione che nell’incrocio
di sollecitazioni critico-interpretative che si esercita tra autore,

325
personaggio e lettore, non sia l’autore a catturare la psicologia
del lettore nella trappola del personaggio, né il personaggio a
trascendere nella sua concretezza di fantasma formale il basso
commercio psicologistico tra autore e lettore, ma il lettore a
scoprirsi residui di chiaroveggenza nei confronti di una confusa
complicità pre-letteraria che lega il destino del personaggio ai
limiti ideologici dell’autore.
L’impressionante mancanza di ironia e di inventiva che
caratterizza la protagonista dell’Âge de discrétion, trova un
riscontro ben piú deprimente nella reticenza acritica con cui il
personaggio è accompagnato alla sconfitta senza che sia
pronunciata né suggerita una qualsiasi messa in questione di un
partito preso illuministico cosí evidentemente disarmato, borné
e – in definitiva – sospetto. Nella nota che si legge in risvolto la
Beauvoir si preoccupa di distanziare la materia del libro,
negando che se ne debba trarre qualche lezione morale. Ma tra
la situazione mentale della coppia che è al centro del primo
racconto (dove, oltre al figlio e alla nuora, figura anche una
nonna iscritta al partito e fermamente convinta che le sorti del
socialismo del mondo sono minacciate solo dal pericolo cinese)
e le situazioni ricorrenti nei libri autobiografici della Beauvoir è
difficile non cogliere qualche compromettente risonanza.
Il secondo racconto, Monologue, vuol essere la registrazione
del frenetico sproloquio di una donna ormai assediata dalla
solitudine, che, sotto la pressione della paura e di un rancore
generalizzato, lascia emergere, nel suo sfogo, la grettezza e
meschinità dei moventi che l’hanno condotta alla rovina
sentimentale e all’abbandono. È un’esercitazione di tranche de
vie, soggettiva, compitata con maestria piuttosto ovvia, con un
facile, unilaterale ricorso al volgare e all’osceno, e senza la
minima trovata originale. La funzione di questo pezzo di tono
estremo, inserito nel libro tra altri due, drammaticamente piú
articolati, finisce per essere – piú che di contrasto – di riscontro
indicativo: oltre le differenze formali e di tono, e forse oltre le
intenzioni dell’autore, denuncia il carattere di chiuso, ostinato,

326
raziocinante monologo che assumono ai nostri occhi le
disavventure delle due donne che hanno funzione di
protagonista negli altri due racconti.
Nella Femme rompue (l’ultimo dei tre racconti) è affrontato
di petto il tema della crisi coniugale e dell’adulterio (sempre in
coincidenza col motivo dell’età e della consunzione dei
sentimenti nel tempo: la crisi interviene dopo venti anni di
matrimonio). C’è uno scrupoloso accumulo di petits faits vrais
sul piano della fenomenologia dell’adulterio: meccanismo della
malafede e della menzogna coniugale, codice dei compromessi
e accomodamenti, diario clinico della donna tradita. Questa
parte, nella sua sgradevole piattezza naturalistica rompe almeno
il manierismo serioso dei problemi di coscienza, delle irrisorie
manovre di comportamento, delle farneticazioni autocritiche.
Ma anche qui l’autore sembra aderire al suo personaggio molto
piú di quanto sia consentito al lettore: il quale può facilmente
trovare patetiche – e in sostanza mistificate, ridicole – le
manifestazioni di puntigliosa “larghezza di vedute” a cui si
sente tenuta la donna e a cui tenta di aggrapparsi, senza che a
questa “spregiudicatezza” esteriore corrisponda una sincera
apertura interiore: vittima ipocrita di un pregiudizio
“progressista”, incapace di assumere la scompostezza vitale del
suo dramma. Questo personaggio che continuamente si giudica,
invita a giudicarlo: e si classifica oggettivamente come un
personaggio di satira. Ma per tutti tranne che per l’autore.
La critica ha severamente messo in rilievo il lato di courrier
du cœur e fumettistico di queste narrazioni problematico-
sentimentali. È una nemesi ineccepibile, per una scrittrice che
aveva preteso, a forza di buona volontà intellettuale e di serietà
morale, di riproporre i problemi della donna in un orizzonte che
superasse la stretta economia sessuale-sentimentale.

Scusate, non mi ero accorto della lunghezza spropositata di


questa scheda.

327
AE, cart. 144, fasc. Guido Neri [1967-1968]. L’ultima frase è manoscritta. In testa
alla scheda appunto manoscritto di Neri: «Sí».
Una donna spezzata fu tradotto da Bruno Fonzi e pubblicato ne «I coralli» nel
1969.

328
[138.]
Bruno de Finetti
LAURENT SCHWARTZ, Théorie des distributions, 2 voll.,
Institut de Mathématique de l’Université de Strasbourg,
Strasbourg 1950-51.

Mi riferisco alla Sua lettera del 9 luglio relativa al libro di


Laurent Schwartz, Théorie des distributions.
Circa il valore e l’importanza del libro è superfluo esprima un
giudizio personale; si tratta per riconoscimento generale di
un’opera fondamentale, che valse all’A. fama e premi di
massimo rilievo.
Caratteristica principale è l’utilizzazione di un’idea
sostanzialmente semplice per allargare le considerazioni usuali
nei casi normali a casi diversi che in genere vengono o trattati
con disinvoltura ma senza rigore (da ingegneri, fisici, ecc., con
rischio di errori) oppure vengono appesantiti da armamentari
matematici che ne offuscano il vero significato.
Ho comunque scorso il volume per essere in grado di dire
qualcosa dal punto di vista editoriale, perché il dubbio è,
semmai, se un’opera del genere, scritta con molta chiarezza ma
ciononostante illeggibile tranne che da matematici capaci e con
debito sforzo di attenzione, possa avere una diffusione
sufficiente in edizione italiana (dato anche che molti fra gli
interessati avranno già, o non avrebbero avuto difficoltà in fatto
di lingua ad acquistare e leggere, il testo francese o inglese).
Purtroppo non ho un’idea delle situazioni concrete del
mercato di libri scientifici per potermi pronunciare. Vedo che
escono di quando in quando opere di valore e di smerciabilità
presumibilmente ristretta, e allora non vedo perché analoga
sufficienza di circostanze dovrebbe mancare in questo caso.
Forse sarebbe decisivo sapere se il libro verrebbe consigliato
per qualche corso (p. es. di Analisi superiore) in Università

329
italiane, o fatti del genere, che sono sempre difficilmente
accertabili.
Comunque, eventuali riserve riguardano soltanto l’aspetto
commerciale, e spero che le indicazioni date possano giovare,
per quanto concerne l’aspetto sostanziale, a guidare il vostro
definitivo giudizio.
Cordiali saluti
Bruno de Finetti

AE, cart. 65, fasc. Bruno de Finetti. Lettera a Paolo Fossati, Roma, 16 agosto 1968.

330
[139.]
Giorgio Manganelli
ANTHONY BURGESS, Enderby, Penguin, Harmondsworth
1968.

Caro Fossati,
eccomi fresco della lettura del lungo ma dilettoso, talora
sommamente dilettoso, Enderby di Anthony Burgess; autore del
quale, a vero dire, avevo modesta opinione, ed anche ora
perplessa e riluttante stima. Ma Enderby è un libro assai
notevole. È la storia di un poeta, del tutto mediocre, a giudicare
dalle poesie inserite e aggiunte anche in appendice, credo a
parodia del Dottor Zhivago. Un poeta la cui vita “interiore” è
tale nel senso letterale, essendo costituita essenzialmente dei
borborigmi, gli spasmi, i rutti e le flatulenze di una
laboriosissima digestione. Pertanto, Enderby fa della latrina il
suo studiolo, e accoccolato sul wooden O meditatamente alterna
ricercate rime e frastuoni gastrici. Enderby vive in un selvatico
e risibile squallore, mangiando orribili materie, che
incrementano insieme la sua musa e la sua dispepsia. Egli è
anche sudicio, e nella sua mente gli oggetti repulsivi tengono la
maggioranza. C’è uno splendido ritratto della matrigna, una
donna che si pulisce i denti con i biglietti dell’autobus e rutta
«come una nave nella nebbia». Catturato dalla redattrice di un
giornale femminile, Enderby si rassegna ad un matrimonio
tendenzialmente emendativo; ma nel momento in cui si sente
sospinto verso il grembo della Chiesa cattolica, portale
d’accesso al non meno fatale grembo della sposa, egli fugge;
teme di aver perso l’ispirazione, tenta di uccidersi. Salvato da
rapaci psichiatri, viene avviato alla utilità sociale – farà il
barista. Nuova ribellione e fuga; circostanze grottesche lo
rendono sospetto di assassinio, fugge in Marocco. Donne,
nemici poeti, in mezzo a tutto Enderby si muove inetto, ignaro,

331
ignobile; i suoi odii sono ineffettuali – il suo nemico, che egli
vuole veramente uccidere, gli muore dolcemente tra le braccia
–, i suoi amori pigri e riluttanti. Enderby raccoglie due libri: il
primo (Enderby Inside) è certo il migliore, di una densità
grottesca talora straordinaria; ma anche il secondo si legge con
piacere, come una farsa irrealistica, ma non insensata. Circola in
tutto il libro una sconcezza, una coprolalia affascinante: un
modo di iperbole, una invenzione retorica disgustosamente
eccitante. Insomma, il libro è senz’altro notevolissimo, e lo
consiglierei caldamente. Certo, non è facile tradurlo: è fitto di
bellissimi giochi, di allusioni, di pasticci linguistici. Ma val la
pena di farlo.
Giorgio Manganelli

AE, cart. 126, fasc. Giorgio Manganelli. Lettera a Paolo Fossati, Roma, 10
novembre 1968. Manganelli ritornerà su Burgess in un’altra doppia scheda di lettura
del 18 ottobre 1971: «MF è uno dei migliori libri di Burgess, e dei piú originali. Si
tratta di una storia insieme picaresca ed esoterica di una serie inaudita di incesti, per
altro affatto asessuati, ma addobbati, in modo volutamente chiassoso, da simbolici,
allegorici e metafisici. Il titolo porta le iniziali di un personaggio chiave e inesistente,
Miles Faber, ovvia escogitazione anglolatina, che oscilla tra T. S. Eliot e l’archetipo
primigenio dell’Homo Sapiens. La favola incestuosa (include anche un glimpse di
nipotino che ingravida una nonna) si svolge in un’isola sudamericana dove si parla una
lingua incestuosa – italo-napoletano-spagnolo –, si professa una religione incestuosa,
cattolico-musulmana: il prototipo deve essere Malta, intensamente allegorizzata; il
tutto si chiama ironicamente Castiza. L’invenzione è assai gustosa ed eccitante, anche
se forse si desidera, come spesso in Burgess, una maggiore continuità di stile: ma
anche da questo lato è dei libri migliori, ricco di belle fantasie linguistiche, alla
maniera degli incesti dell’Arancia a orologeria, ma meno sistematici. Furbo e ilare,
Honey for the Bears, ma di minor densità; è una storia di contrabbando di vestiti di
fibre artificiali in Russia, da parte di una coppia di coniugi, un lui e un lei inclini
all’omosessualità. È divertente, ma come farsa mi pare che qualcosa faccia difetto;
forse occorrerebbe maggior velocità, si sospettano sottaciuti patetismi, il gusto del
losco è un poco sommario; ma dove la fantasia, l’estrosità della situazione prevalgono,
il talento di Burgess funziona».
Einaudi pubblicherà sia Enderby (con il titolo La Dolce Bestia, «Supercoralli»,
1972) sia MF («Supercoralli», 1977) nella traduzione di Floriana Bossi, autrice anche
di quella di Un’arancia a orologeria («Supercoralli», 1969).

332
[140.]
Gian Carlo Roscioni
H. RAP BROWN, Die Nigger Die!, Dial Press, New York
1969.

Caro Guido,
ho letto il Rap Brown, e sono favorevole alla pubblicazione.
Non tanto per le immagini e metafore che hanno conquistato
Manganelli (e che nell’economia generale del libro incidono in
misura relativamente limitata), quanto per la straordinaria
efficacia della sua prosa asciutta e tagliente, nella tradizione
della migliore pamphlettistica politica anglosassone. Non mi
sembra il caso di parlare di letteratura: si tratta di
un’autobiografia-libello che, se non ha il peso ideologico e
documentario del libro di Malcolm X, ha però un’immediatezza,
una capacità di persuasione assai maggiori. Le proposizioni
disgiuntive, le tirate polemiche, le invettive di Rap Brown
hanno, nella loro sommarietà, una presa sicura anche sul lettore
meno sensibile a questo tipo di problematica e di propaganda.
Penso che dobbiamo stampare questo libro proprio perché
abbiamo stampato Malcolm X, rispetto al quale Rap Brown (che
ha 26 anni) rappresenta un’altra generazione, una generazione
che si muove in un diverso contesto e usa perciò un diverso
linguaggio. Di questo penso che i “politici” come Ciafaloni
dovrebbero tener conto. È cambiato da noi il linguaggio dei
giovani rispetto a quello dei quarantenni: figuriamoci cosa deve
essere successo in un mondo e in una situazione tanto piú
esplosivi come quelli in cui si muovono i negri d’America.
Certo, pubblicando Die Nigger Die, rischiamo un processo.
Non perché sia osceno piú di altri libri che abbiamo pubblicato,
ma perché le sue oscenità figurano in un testo
fondamentalmente politico.
Sappiamo per esperienza che, in casi come questi, il fascista

333
che ci procura delle grane salta facilmente fuori.
Di altre obbiezioni (come la poca simpatia che ispira il
personaggio) non credo si debba tener molto conto. Sono
dunque, come ti dicevo, per il sí. La sede mi sembra che
debbano essere i «Saggi».
Tuo,
Gian Carlo

AE, cart. 180, fasc. Gian Carlo Roscioni. Lettera a Guido Davico Bonino, Roma,
30 giugno 1969. Il libro di Malcolm X cui si allude è l’Autobiografia, pubblicata nei
«Saggi» nel 1967. Già redattore della Bollati Boringhieri e collaboratore dei «Quaderni
Piacentini», Francesco Ciafaloni aveva da poco iniziato a collaborare con l’Einaudi,
occupandosi fra l’altro, con Luca Baranelli, della «Serie politica».
Muori schifoso negro, muori!, traduzione di Bruno Oddera, fu pubblicato da
Longanesi nel 1971.

334
[141.]
Federico Caffè
ROY HARROD, Money, St Martin’s Press, London 1969.

In relazione alla Vostra lettera del 30 luglio u.s. ed all’arrivo,


diversi giorni dopo, del volume di Roy Harrod Money,
inviatomi in visione, comunico che il volume stesso presenta un
indubbio interesse, come espressione dell’insegnamento di oltre
40 anni di uno dei principali protagonisti del dibattito scientifico
contemporaneo, particolarmente negli aspetti collegati ai
fenomeni monetari.
Mentre, dunque, ritengo senz’altro interessante il volume,
agli effetti della traduzione faccio presente:
– sembra difficilmente da attendersi che il volume possa
essere adottato in Italia come testo universitario (come
prospetta l’introduzione), in quanto i richiami istituzionali
riferiti sempre al Regno Unito sono sensibilmente
differenti da quelli necessari per l’Italia (a meno che la
lacuna non venga colmata dalla traduzione-integrazione);
– siccome, nel capitolo II°, alcuni problemi attuali sono
datati, occorrerebbe ottenere l’autorizzazione per
l’aggiunta di note a cura del traduttore. Ad esempio, se nel
prossimo settembre risulteranno approvati i cosiddetti
«Diritti speciali di prelievo» del Fondo monetario
internazionale, sembra strano lasciare nella traduzione la
trattazione dei diritti stessi come se fossero ancora in corso
di approvazione;
– da un punto di vista dei valori assoluti, quando si pensi
che il libro di Keynes (1936) è stato tradotto dieci anni
dopo; che non è ancora tradotto (ma mi risulta prenotato) il
Patinkin, ossia il libro sulla moneta piú importante dopo
Keynes; che all’Einaudi sembra sfuggito il bellissimo
volume di Saggi sulla teoria monetaria di Hicks (in corso

335
di traduzione); forse il volume di Harrod viene alquanto
sopravalutato da una traduzione sollecita. Ma poiché è
praticamente certo che verrebbe tradotto da altri, sembra
che valga la pena che l’Einaudi si assuma l’iniziativa.

Con i migliori saluti


Federico Caffè

AE, cart. 32, fasc. Federico Caffè. Lettera alla casa editrice, Roma, 11 agosto 1969.
Introduzione all’economia monetaria fu pubblicato da Loescher nel 1982. Gli altri
volumi citati da Caffè sono Occupazione interesse e moneta. Teoria generale, di John
Maynard Keynes (Utet, 1947), Saggi critici di teoria monetaria di John Richard Hicks
(Etas Kompass, 1971) e Moneta, interesse e prezzi. Integrazione della teoria
monetaria con la teoria del valore di Don Patinkin (Cedam, 1977).

336
[142.]
Guido Neri
ANDRÉ BRETON, L’Amour fou, Gallimard, Paris 1937.

Tre temi sono puntualizzati nei primi due capitoli. 1) Unità e


molteplicità dell’amore. 2) Bellezza «envisagée exclusivement à
des fins passionnels» (12-13), con riferimento alla bellezza
«convulsive» di cui si parla in Nadja, ma precisando anche: «à
l’expiration exacte de ce mouvement même»; rapporto
immediato tra piacere estetico e piacere erotico («trouble
physique», connesso a «mes plus profonds refoulements»). 3)
«Rencontre» e «hasard»: fitto commento (31-37) al questionario
posto da B. e Éluard su «Minotaure» a proposito della
«rencontre capitale de votre vie»; formula per conciliare i punti
di vista di Freud e di Engels attraverso una definizione di che
cosa è «hasard».
Per quest’ultimo aspetto, la ricerca surrealista sembra
configurarsi per B. come un’altra forma di “caccia al caso”, che
si distinguerebbe dall’attitudine razionalistica per un partito
preso antivolontaristico, rafforzato da una serie di attività
(provocazione, poesia, superstizione, automatismo ecc.) volte a
riprodurre «irrazionale». In questa ricerca dell’«incognita»
connessa ai fenomeni «magici» (ossia retti dallo «hasard»), B.
indica (50-51) come mezzi fondamentali due diverse forme di
collaborazione: 1) i giochi surrealisti delle definizioni, delle
supposizioni e delle previsioni («la plus fabuleuse source
d’images introuvables»); 2) i rapporti di amicizia, di amore e di
solidarietà sociale e rivoluzionaria: tre piani energicamente
appiattiti tra loro, secondo la caratteristica visuale di B., che
tiene soprattutto a esprimerne la sintesi in termini eticolirici:
«Notre chance est éparse dans le monde, qui sait, en pouvoir de
s’épanouir sur tout, mais chiffonée comme un coquelicot en
bouton. Dès que nous sommes seuls à sa recherche elle repouse

337
contre nous la grille de l’univers, elle joue pour nous duper sur
la triste ressemblance des feuilles de tous les arbres, elle vêt le
long des routes des robes des cailloux». Da questa sintesi nasce
l’idea (77) di «comportement lyrique, tel qu’il s’impose à tout
être, ne seraitce qu’une heure durant dans l’amour et tel qu’a
tenté de les systématiser, à toutes fins de divination possible, le
surréalisme». Il problema della conoscenza è qui toccato da B.
in via subordinata. Soffermandosi (121-122) sul rapporto tra
sensazione e pensiero, riprende la critica al pensiero astratto, in
termini moderati: da questo punto di vista, sembra ancora una
volta che per lui il surrealismo sia l’unico possibile realismo.
Ma i procedimenti surrealisti (a cominciare
dall’associazionismo) non vogliono essere una pura tecnica
(126), né una variante dell’«ispirazione» poetica: quello che qui
preme a B. è la loro estensione dal «mondo sensibile» al
«mondo morale». La chiave, il motore dell’attività surrealista è
il desiderio, definito qui non solo come comune denominatore
dei fenomeni «magici» (37), ma come «il solo oggetto reale,
attuale» (130). L’illustrazione di questo concetto si confonde,
nell’ultima parte dell’Amour fou, con l’esaltazione di un’etica
dell’amore, proposta come etica positiva: è significativa, a
questo riguardo, la riserva espressa (139-140) a proposito del
male: «Le problème du mal ne vaut d’être soulevé que tant
qu’on n’en sera pas quitte avec l’idée de la transcendance d’un
bien quelconque qui pourrait dicter à l’homme des devoirs.
Jusque-là la représentation exaltée du “mal” inné gardera la plus
grande valeur révolutionnaire. Au-delà, j’espère que l’homme
saura adopter à l’égard de la nature une attitude moins hagarde
que celle qui consiste à passer de l’adoration à l’horreur».
L’accentuazione moralistica è ancora piú evidente nella lettera a
Écusette de Noireuil, che chiude il libro: l’amore è chiaramente
il bene: «l’amour absolu, comme seul principe de sélection
physique et morale qui puisse répondre de la non-vanité d’un
témoignage, du passage humains» (173-174).
Tra i libri di B. L’amour fou è forse quello che ha l’assunto

338
piú avanzato (dal punto di vista delle preoccupazioni
dell’autore) e insieme il piú gravato da un lirismo predicatorio e
dimostrativo. Libro tutto trasparente – senza apertura di
problemi inediti, senza spessore di esperienze inesplicate (di
vita o di linguaggio) – e in questo senso, quello che riflette in
modo piú fedele e suggestivo la passione razionalistica che è al
fondo dell’intelligenza di Breton.

AE, cart. 144, fasc. Guido Neri [primi anni Settanta].


L’amour fou fu tradotto da Ferdinando Albertazzi e pubblicato nel 1974 nella
collana «Einaudi Letteratura», dove nel 1972 era già apparso Nadja. Da questa
edizione si traggono le seguenti traduzioni dei passi citati nel testo: «considerata
esclusivamente per fini passionali» (p. 7); «all’esaurirsi esatto di questo stesso
movimento» (p. 9); «La nostra sorte è sparsa nel mondo, chi sa, pronta a sbocciare su
tutto, ma sgualcita come un papavero in bocciolo. Se appena ci troviamo soli alla sua
ricerca, essa respinge contro di noi l’inferriata dell’universo, gioca, per ingannarci,
sulla triste somiglianza delle foglie di tutti gli alberi, veste lungo le strade un mantello
di ciottoli» (p. 40); «comportamento lirico quale si impone a ogni essere, non fosse che
nello spazio d’un’ora nell’amore e quale ha tentato di sistemarlo, in vista di qualsiasi
forma di divinazione, il surrealismo» (p. 63); «Non è il caso di sollevare il problema
del male finché non si sarà liquidata l’idea della trascendenza di un bene non meglio
precisato che potrebbe dettare all’uomo dei doveri. Fino a quel momento la
rappresentazione esaltata del “male” innato conserverà il piú alto valore rivoluzionario.
Al di là, spero che l’uomo saprà adottare nei confronti della natura un atteggiamento
meno disarmato di quello che consiste nel passare dall’adorazione all’orrore» (p. 113);
«l’amore assoluto come unico principio di selezione fisica e morale in grado di
garantire la non-vanità della testimonianza umana, del passaggio dell’uomo» (p. 140).

339
[143.]
Enrico Castelnuovo
RUDOLF ARNHEIM, Visual Thinking, University of California
Press, Berkeley 1969.

Premetto che il libro di Arnheim non è in alcun modo un libro


di storia dell’arte e che dovrebbe essere giudicato anche da uno
psicologo.
In certo modo l’autore vuole proporre una teoria della
conoscenza in cui l’elemento privilegiato è la percezione visiva.
Essa è all’origine del pensiero, o meglio non si distingue da esso
(visual thinking appunto); Arnheim intende infatti restituire
l’unità di percezione e di pensiero, eliminando la dicotomia tra
l’informazione data dalla vista (e dagli altri organi) e
l’organizzazione, la generalizzazione, il trattamento, in una
parola, di questa informazione effettuato dal pensiero. Questo
non esiste senza la percezione e non la segue, ma piuttosto la
accompagna organizzandosi secondo immagini visive. In altre
parole vedere è pensare (e viceversa perché secondo l’autore si
pensa in termini visivi).
La percezione visiva non fornisce informazioni singole e
disparate su singoli oggetti, eventi ecc. (informazioni che in
seguito costituiranno il materiale trattato dal pensiero), ma è
piuttosto essa stessa che elabora le generalizzazioni. In tal modo
essa è alla base della formazione dei concetti. Il pensiero non si
organizza attraverso strutture linguistiche, ma attraverso modelli
visivi.
Risulta quindi chiara l’importanza data alla sfera delle
manifestazioni visive e quindi a quelle artistiche e di qui nasce
un parallelismo tra arte e scienza considerate come due attività
svolgenti entrambe funzioni cognitive fondamentali.
Si tratta di un prodotto coerente e ortodosso (mi sembra) della
tendenza gestaltista e in un certo modo di una summa del

340
pensiero di Arnheim che già in alcuni scritti degli anni ’40
tendeva verso questa direzione. Quello che a me in questo libro
particolarmente interessa sono le conseguenze della tesi esposta
sulle funzioni dell’arte. È chiaro che se il pensiero si organizza
secondo la percezione, e anzi all’interno di essa, se percepire e
pensare sono la medesima cosa, questo comporta una certa
valutazione delle funzioni dell’arte. L’elaborazione di schemi e
di modelli visivi (le opere d’arte e le altre espressioni visive che
non raggiungono il livello artistico) verrebbe ad avere una
funzione cognitiva privilegiata. Ho già detto che questo non è
un libro di storia dell’arte, ma è evidente che questa tesi ha delle
incidenze importanti sulla storia di un’antichissima attività
umana quale è l’arte appunto.
Non sono convinto fino in fondo dalla tesi principale di
Arnheim e mi sembra che il suo procedere sia troppo
unidirezionale, ma è chiaro che un libro di questo genere si
colloca in un terreno di discussione vivace e attuale.

Dopo avertene parlato a voce aggiungerò che il pericolo di


una spiegazione ontologica e in fondo reazionaria è evidente,
ma che è d’altra parte assai interessante il rapporto tra una tesi
di questo tipo e le tendenze della ricerca visiva attuale. Per
questo mi sembra che il libro dovrebbe essere fatto.

AE, cart. 45, fasc. Enrico Castelnuovo, «per Fossati» [1970]. L’ultimo capoverso è
poscritto.
Il pensiero visivo, traduzione di Renato Pedio, «Einaudi Paperbacks», 1974.

341
[144.]
Lucio Gambi
DAVID HARVEY, Explanation in Geography, St Martin’s
Press, New York 1969.

Un ottimo trattato intorno a quella che si chiama da qualche


anno «geografia quantitativa»: cioè quel tipo di geografia che –
visti i fallimenti in altre direzioni di una teoretica geografica –
cerca di individuare una «filosofia» della geografia (il termine
ricorre spesso in Harvey) nel riconoscimento di certi modelli
che dovrebbero servire all’analisi dei fenomeni spaziali (e per
questa via, che in verità è un metodo di ricerca e non un campo
di ricerca, la geografia dovrebbe risolvere gli equivoci dei suoi
indirizzi tradizionali, che non sono mai riusciti a inglobare in
una unica disciplina i problemi fisici e quelli storico-
economici).
Ripigliando piú volte nel suo discorso la critica –
fondatissima – della geografia tradizionale, lo Harvey dà una
larga idea e documentazione della geografia «quantitativa»: la
quale potrebbe rientrare fra quelle forme di pseudoscienza di cui
parla Maldonado a pp. 45-47.
Il testo potrebbe essere tradotto piú che altro come esempio di
una corrente (non dirò corrente di idee, ma di soluzioni
tecniche) che nei paesi anglosassoni (es. la London School of
Economics) e anche tedeschi, va facendo, sfortunatamente,
molta fortuna fra sociologi, geografi e urbanisti. Ma al
medesimo scopo, invece di questa opera si potrebbero tradurre
anche:

Dietrich Bartels, Zur Wissenschaftstheoretischen Grundlegung


einer Geographie des Menschen, Wiesbaden 1968; o
R. J. Chorley e P. Haggett, Models in Geography, Londra,
Methuen, 1967; o

342
B. J. Berry e D. F. Marble, Spatial Analysis, New Jersey,
Prentice Hall, 1968.

Si equivalgono. Harvey, piú degli altri anglosassoni, ha un


particolare: quod anglicum non est non legitur. E poiché ad es.
Febvre, La terre et l’évolution humaine non è stato tradotto in
inglese – cosí almeno pare – non può tenere conto di certe sue
argomentazioni che mandano all’aria ogni modello, e sono
ancora oggi piuttosto valide.

AE, cart. 89, fasc. Lucio Gambi [1970]. Professore di geografia all’Università di
Milano (e in seguito di Bologna), Gambi collaborava con l’Einaudi dal 1964. Il libro di
Tomás Maldonado è La speranza progettuale. Ambiente e società, «Nuovo
Politecnico», 1970.
Sulla citata opera di Chorley e Haggett, cfr. infra, scheda 153 (Gambi, 24 gennaio
1971).

343
[145.]
Gianni Celati
GILLES DELEUZE, Logique du sens, Éditions de Minuit, Paris
1969.

Mi sembra che fondamentalmente Logique du sens


rappresenti uno sforzo per uscire dalla situazione di stallo in cui
si è posta la filosofia francese post-strutturalista riconvertendo
in teologia negativa una fondata critica del sapere occidentale.
Cosí da un lato Deleuze riprende l’istanza antilogocentrica e
antiplatonica di Derrida, ma la sorpassa di slancio in una
teorizzazione avventurosa ed ostentatamente «nomadica» di
un’etica positivo-negativa, ossia ambivalente e paradossale,
ossia ancora di «una maniera concreta e poetica di vivere» come
quella degli stoici.
Traducendo i termini di Deleuze con qualche scorrettezza
possiamo dire che è lo sforzo per la conquista di una “terrenità”
che le filosofie di discendenza platonica si vietano. Terrenità o
come dice Deleuze «superficie». Perciò egli deve fare i conti
insieme con due storie diverse: il mito dell’altezza sublime di
tipo apollineo (ossia la teoria delle idee platoniche), e il mito
della profondità di tipo dionisiaco (ossia la teologia negativa
che vien fuori dal primo Nietzsche). Il primo obbiettivo è
affrontato polemicamente con la riduzione della dialettica
platonica ideale-copia al principio della seriazione: il trapasso è
polemico perché è intenzionalmente compiuto con la procedura
del «ribaltamento». Una serie non comporta alcun originale, ma
soltanto avvenimenti successivi ognuno dei quali non vale piú
per l’approssimazione ad un modello primario ma per il
semplice fatto di esserci, di avvenire nel mondo, di manifestarsi.
La singolarità di ogni elemento di serie allora risulta dalla
momentaneità diciamo irripetibile del suo apparire che
comporta un passato e un futuro (gli elementi precedenti e

344
successivi della seriazione) ma insieme annulla passato e futuro
nella infinita suddivisibilità del presente. La problematica è
ripresa pari pari dagli stoici ma trapassa immediatamente in una
problematica attuale sugli usi funzioni e senso dello spettacolo
mondano come spettacolo tout court eternamente al presente, e
quindi in una esaltazione dello happening (ma Deleuze non usa
questo termine) come unica forma di spettacolo non teologico.
Lo happening o l’avvenimento puro esclude i sensi secondi per
confrontarsi unicamente con il suo aspetto di manifestazione
(Deleuze chiama «contro-effettuazione» questo confronto e
richiama la recitazione irripetibile dell’attore), e quindi affidarsi
ad esso vuol dire tagliar fuori l’istanza dell’originale o del
modello primario passato o futuro. Nello stesso tempo
l’avvenimento è una singolarità nella misura in cui è l’incrocio
di seriazioni diverse, quindi elemento di cerniera tra tangenti
che vanno in sensi opposti e contrari: questo porta sia a negare
una dialettica dei contrari sia una identificazione dei contrari,
per ammettere invece il principio della ambivalenza
paradossale. Il problema dell’avvenimento è quindi il problema
del paradosso e del nonsenso.
Il senso non è coglibile né come designazione né come
significazione, il senso non esiste ma insiste o sussiste nella
proposizione a sua volta come avvenimento: senso e
avvenimento sono la stessa cosa, il fatto di esserci, di apparire,
di manifestarsi d’una serie o d’una convergenza di serie. Il
senso è dunque un effetto di apparenza, un effetto di superficie.
La superficie è a sua volta l’incrocio di seriazioni diverse e
quindi il piano di ambivalenza essenziale della manifestazione.
Se ho ben capito, la superficie è la dimensione concreta
dell’essere nel mondo, è la linea biologica della seriazione degli
eventi e del nostro aver parte negli eventi come eventi noi stessi.
Su questo punto la trattazione di Deleuze diviene estremamente
originale e affascinante e rappresenta senz’altro uno sbocco
aperto alla teologia negativa verso una riflessione sulla prassi.
Purtroppo Deleuze non compie questo percorso, fermandosi alla

345
descrizione della meccanica della superficie e del gioco
superficie-profondità. Cerco di riassumere alla buona tutto il
complicatissimo intrico di specificazioni del modello offerto
cosí: la profondità è indicata dal miscuglio, commistione,
mélange dei corpi (coito ma non solo, miscuglio di elementi
all’interno del corpo, cibo introiettato nel corpo etc.); seguendo
gli stoici Deleuze distingue i dati corporei dai dati incorporei
che sono gli avvenimenti, ossia gli effetti dell’azione-passione
dei corpi, entità positive (non metafisiche) con cui bisogna fare i
conti per definire ciò che chiamiamo azione o prassi. Allora le
serie degli avvenimenti costituiscono non solo l’effetto
dell’azione dei corpi, ma anche l’apparenza o immagine che
risulta dall’azione dei corpi, ossia il vissuto come serie di
simulacri e di fantasmi. Dominare la superficie vuol dire credo
uscire dalla nostra identità infantile di corpi per realizzare
l’avvenimento. La posizione schizoide non esce mai dal
dramma dell’agire-patire dei corpi, ma rappresenta la premessa
di qualsiasi manifestazione, è una specie di vissuto primario
(infantile), è la vita nel corpo smembrato, da cui nascono tutte le
serie di paradossi come sforzo di ricucitura della frammentarietà
originaria in una superficie unitaria: è insomma la vita di
profondità. La conquista della superficie è acquisizione d’un
principio unitario (ma ambivalente, fondato sul paradosso)
attraverso il dominio degli effetti corporei nel loro prodursi
come manifestazione (ad es. l’attore). La vita di profondità è il
senso (il simulacro) della ferita o fessura originale che non si
salda mai ma si domina attraverso il dominio delle superfici
corporee nella struttura unitaria dell’io, ossia ripercorrendo
l’itinerario dei paradossi in cui si intersecano le diverse
seriazioni (mi sembra: frutti dell’originaria frammentazione) di
superficie. Questa conquista della superficie attraverso il
paradosso è simbolizzata dalle avventure di Alice. Di passaggio
qui va notato che l’uso che Deleuze fa di Carroll è del tutto
approssimativo, molto spesso ingiustificato e in sostanza
soltanto emblematico (mentre in questa tematica del paradosso e

346
del nonsenso avrebbe potuto ricavarne molto di piú se si fosse
applicato ad una analisi tecnica, come ad es. quella di R. D.
Sutherland, Language and Lewis Carroll).
Ma quest’ultima annotazione ci porta poi piú vicino alle
magagne reali del libro. La prima delle quali è che, dopo aver
scoperto il valore rivoluzionario del paradosso, Deleuze si
limita a descriverlo senza usarlo. Ossia nelle sue serie
paradossali egli sceglie piú volentieri il procedimento
entimematico, sicché il paradosso diventa sí l’avvenimento
privilegiato ma anche la spia d’una mancata ermeneutica che va
a parare in una specie di teologia dell’ambivalenza. In realtà la
funzione operativa del paradosso è ben piú sollecitante e
provocatoria di cosí, e basta pensare a Luciano: perché in
sostanza il paradosso è trasgressivo nella misura in cui sostiene
il progetto d’una filosofia dell’emergenza e del tutto-possibile,
contro una filosofia dell’identità o del solo-questo-possibile.
Mentre quella di Deleuze stranamente (date le premesse) si
riduce sempre piú col procedere ad una sistematica del
paradosso inteso come avvenimento puro non come strumento,
quindi (sofisticando un po’) in una filosofia dell’identità
indifferenziata di tutti i possibili. Salvo errori o sviste mie.
Poi da qui può procedere una critica piú fondamentale del
libro: dopo aver portato alle estreme conseguenze la riduzione
del sapere (del senso) a fenomenologia, Deleuze non sa o non
riesce a compiere nessun passo per riconvertire il discorso
fenomenologico in discorso politico, o sulla prassi. Questa è una
critica di parte, ma però mi sembrano addirittura patetici i suoi
riferimenti alla prassi politica e alla natura dell’azione
rivoluzionaria (c’è un capitolo in cui ne parla) mischiati ai
ricorsi alla filosofia zen. Il discorso di Deleuze lanciato in uno
spazio proibitivo dal punto di vista filosofico si ripiega cosí in
una razionalizzazione del dover pensare in uno spazio
trasgressivo senza che mai vengano fuori i veri nemici in carne
ed ossa contro cui si deve compiere un discorso trasgressivo.
Questa è una critica che non tocca solo Deleuze ma molta

347
cultura francese che procede allo stesso modo, e quindi è una
critica parziale che tocca il contesto del libro piú che il libro
stesso. Ma insomma bisogna pur dirle le cose. Se l’istanza
prima di Deleuze è, come mi sembra, quella di una rottura con il
monologismo occidentale e quindi una aggressione dall’interno
della procedura filosofica che risolve ogni contrasto empirico e
ogni paradosso reale nell’identità infinita di un io
trascendentale, questa istanza non è adeguatamente servita da
strumenti linguistici (il linguaggio che non ha mai la forza
dirompente di quello humour di superficie che Deleuze invoca,
ma si modula “alla francese” su tonalità declamative, su una
retorica della persuasione sapiente per mezzo del solito trucco
“dell’intelligenza”) ed è addirittura fuorviata dagli strumenti
logici e dall’impostazione di fondo.
Quest’ultimo problema mette in questione anche il titolo.
Deleuze nella sua foga antiplatonica non va mai a stuzzicare
Aristotele, il quale ci fa la figura di quello che non c’entra
niente con tutto il discorso. Ora l’idea d’una logica del senso
come logica del nonsenso o del paradosso scavalca allegramente
il fatto che si può parlare di logica solo all’interno d’una
istituzione filosofica di tipo aristotelico. C’è la stessa
equivocazione che si ritrova in tanta cultura francese di moda,
dalla Kristeva a Sollers. «Logica» qui sembra significare logica
del senso trascendentale, sinonimo di ragione formale e quindi
inclusivo di tutte le sue specificazioni; nello stesso tempo però
significa (dato il metodo entimematico che Deleuze e gli altri
usano) logica sillogistica, categorica, fondata su una semantica
del nome denotante univocamente un oggetto. Per evitare la
fallacia bisognerebbe usare «logica» solo nel primo senso e per
il secondo un’altra locuzione, per es. legge o grammatica della
formazione del discorso o dell’obbiettivazione dell’esperienza
mediante linguaggio. Ma poi succede (come dimostra Melandri
in La linea e il circolo) che l’equivocazione permarrebbe. La
logica non esiste al di fuori o al di sopra della grammatica. La
logica trascendentale non è che una grammatica egemonica.

348
Sicché lo sforzo primo di Deleuze di sottrarre il mondo del
senso alla grammatica egemonica delle idee platoniche per
riformularlo come pluralità seriale senza originali, quindi senza
categorizzazioni all including, va a farsi friggere nel momento
in cui ricostituisce una grammatica egemonica del mondo del
senso attraverso la logica dell’avvenimento. Lo sforzo di dare
cittadinanza ai paradossi del reale come modalità o
disseminazioni regionali non riconvertibili in nessun io
trascendentale primario è lo sforzo credo della filosofia
moderna piú sovversiva per liberarsi del suo retaggio
etnocentrico e logocentrico. L’equivocazione sul termine
«logica» propria della cultura francese (che non ha mai fatto i
conti a fondo col neopositivismo e quindi incoccia negli stessi
cancheri aristotelici a tutto spiano) nasconde una nuova
proposta egemonica, sia pure in chiave di teologia negativa, a
cui Deleuze bene o male si sottrae. Quindi, tutto sommato, c’è
altro da dire per tirare le somme in maniera un po’ corretta. Nel
quadro della produzione francese dedicata alla tematica del
senso, Logique du sens sta in mezzo a tante opere onorate di
traduzione (come a es. Elementi di semiologia e Sistema della
moda di Barthes) come una punta avanzata tra le piú assennate e
accettabili. Se Deleuze nel far la capriola per ribaltare una
grammatica egemonica del senso si ritrova alla fine all’impiedi,
gli altri, da Barthes ai telquellini, rimangono grettamente
immobili e abbarbicati ad un punto di vista aristotelico e quindi
totalitario ed esclusivista, sicché relativamente parlando lo
scacco di Deleuze risulta il piú produttivo di tutti. E allora
parlando di problemi del tradurre o no il libro (correlandoli con
l’esigenza di far breccia nel monologismo occidentale), vien
fuori che, a cospetto diciamo di un’opera come Sistema della
moda, questa qui è altamente stimolante, enormemente piú
suggestiva e intelligente, e in fondo con preoccupazioni
scientifiche piú serie. Questa qui poi mi sembra che scavalchi
anche il momento decisivo di rigetto dello strutturalismo
(Derrida su Lacan), per aprire nuovi spazi di discussione che né

349
Derrida né Lacan, troppo dentro alla metafisica della negatività,
osano permettersi per timore dello spauracchio del numinoso.
Qui bene o male vien fuori la voglia di inaugurare un discorso
sull’empiria, sullo spettacolo mondano come spettacolarità
avvincente e avventurosa. E se Deleuze si mette nei pasticci nel
farlo per troppo slancio e troppo scarso retroterra linguistico e
culturale, almeno pagina per pagina si sente questa fame di
spettacolo pieno, di spettacolo carico di tutte quelle impurità che
l’intellettualismo moderno disperatamente emargina da
cinquant’anni a questa parte. A legger bene, c’è dentro tutto un
programma letterario basato sull’idea di recitazione e
sull’effetto funambolico e godibile e sofferto che la letteratura
moderna troppo astuta si nega (come fanno quelli che si
sottraggono al coito per godersi questa privazione); c’è dentro
poi un programma filosofico che ritira fuori i vessilli degli stoici
con un coraggio abbastanza insolito per andare verso una
filosofia agita, recitata, interpretata e satirica (come quella degli
stoici), non piú soltanto declamata: ci manca solo la capacità di
mettersi a parlare concretamente e selvaggiamente della prassi.
Insomma, alla fine, è un libro tutto sbagliato che però offre un
modello di non-prudenza discorsiva deliberatamente scelta
molto piú utile della falsa prudenza dei semiologi aristotelici
che oggi vanno di moda. Credo quindi che con Logique du sens
bisogna una volta o un’altra farci i conti, traduzione o non
traduzione.

AE, cart. 47, fasc. Gianni Celati [1970].


Logica del senso, traduzione di Mario de Stefanis, Feltrinelli, Milano 1975.

350
[146.]
Giorgio Manganelli
DORIS LESSING, The Four-Gated City, vol. V della serie
Children of Violence, MacGibbon & Kee, London 1969.

Caro Davico,
[...] Doris Lessing: l’aspra sudafricana (The Four-Gated City)
arriva con 700 pagine, un aneddoto progressista e psicologico
da giustapporre ad altri cinque volumi. La Lessing è una
discendente degli amori ancillari di Victor Hugo, ma ha preso
chiaramente dalla proava. La sua pagina sa di virtuosa
varichina, i suoi periodi vanno in giro con le calze ciondoloni; e
poi questa donna ha qualcosa da dire, e in meno di tremila
pagine avrebbe l’impressione di essere rimasta un po’ sulle
generali. Nel nostro mondo editoriale si sente la mancanza di
Baldini & Castoldi o del vecchio Corbaccio in tunica gialla [...]
Spero di venire presto. Affettuosamente
Giorgio Manganelli

AE, cart. 126, fasc. Giorgio Manganelli. Roma, 25 gennaio 1970. L’uscita, l’anno
seguente, di Briefing for a Descent into Hell avrebbe offerto a Manganelli l’occasione
per rincarare la dose contro il futuro premio Nobel: «Scrittrice ambiziosa, tra
universale e cosmica, logorroica e sciattina, col tocco ben riconoscibile della
grafomane, la signora Lessing, ha scoperto i matti. Il suo bla bla affettuoso ed
energetico si immerge in ardimentosi filosofemi. Dopo sessanta pagine mi sono arreso,
simulando un’assoluta normalità. Tuttavia non posso negare che un libro del genere,
per la sua facile audacia, il suo tempismo culturale, la sua rudimentale
spregiudicatezza può avere un pubblico. Acquistarlo e scambiarlo con Rizzoli in
cambio di Strindberg» (parere di lettura contenuto in una lettera a Paolo Fossati del 30
novembre 1971).

351
[147.]
Giuliano Baioni
NORBERT ELIAS, Die höfische Gesellschaft. Untersuchungen
zur Soziologie des Königtums und der höfischen
Aristokratie, Luchterhand, Neuwied 1969.

Caro Davico,
mi pare di poter sciogliere i vostri dubbi in senso negativo.
L’A. imposta la sua opera sulla contrapposizione di storiografia
e sociologia. La storiografia non ha alcun fondamento
scientifico perché si occupa esclusivamente di una serie di
singole azioni di singoli individui dando loro una valutazione
soggettiva ed affatto arbitraria, viziata dall’ideologia dello
storico e della sua epoca. La sociologia al contrario è analisi
oggettiva di oggettive ‘figurazioni’ (strutture), studio
sistematico di determinate strategie di potere. All’arbitrio
dell’interpretazione del singolo storico (scuola storica) che
valuta i dati forniti dalle fonti secondo i pregiudizi del proprio
tempo, si sostituisce l’oggettività di modelli di comportamento
o di congegni di potere che sono empiricamente verificabili e
consentono pertanto una valutazione autonoma,
ideologicamente neutra (?), dei fenomeni storici. La polemica
dell’A. contro la storia politica intesa come interpretazione delle
sole fonti e dei soli documenti diplomatici potrebbe anche
essere valida; solo che l’A. non sembra nemmeno avere il
sospetto che esista una storiografia marxista. Il suo bersaglio è
la vecchia storiografia individualistico-borghese dell’Ottocento
per la quale fa il nome di Ranke. Dato il tipo di avversario che
si è scelto le sue lunghe ed estenuanti considerazioni
metodologiche girano sempre a vuoto. Infatti: quali sono le
condizioni per il sorgere di queste strutture o figurazioni? La
risposta è: nel meccanismo della struttura stessa e il suo
funzionamento, ovvero nell’insieme delle interdipendenze e

352
delle costrizioni reciproche cui devono sottostare gli individui di
una determinata struttura sociale. L’etichetta (o il cerimoniale) è
uno di questi meccanismi; come meccanismo essa è determinata
dalle necessità della struttura, ma, d’altra parte, la struttura è,
appunto, questo meccanismo.
Tutto il libro procede cosí per tautologie; in questo modo
tutte le strutture sono uguali. Si veda l’Appendice I (p. 405 sgg.)
ove si apprende che anche il nazismo era una struttura e come
tale non qualitativamente diversa dalla corte di Luigi XIV. Il
nazismo infatti, lungi dall’essere un blocco ‘monolitico’, era
caratterizzato da conflitti e da rivalità interne di cui Hitler, al
pari di Luigi XIV, si serviva per consolidare la sua autorità
assoluta. Ciò che conferiva a tale struttura l’apparenza dell’unità
era la mancanza di pubblicità di tali conflitti che avevano luogo
entro la ‘corte’ di Hitler (proprio come gli intrighi non uscivano
dalla corte del Re Sole). In fondo, quel che distingue il nazismo
dalla democrazia è che i conflitti di potere dei vari gruppi rivali
non avevano luogo in parlamento, ma all’interno del partito; i
tedeschi accettavano il nazismo perché irritati (sic!) per la
pubblicità che la vita parlamentare dava a queste rivalità.
Le ho citato a lungo queste conclusioni per mettere in
evidenza come la fondamentale carenza del metodo abbia
sciupato quanto di buono o almeno di utile vi è nel volume.
L’analisi della ‘topografia’ del palazzo, del suo arredamento
e della sua decorazione; la necessità, imposta dall’ethos
aristocratico, di illustrare il proprio rango attraverso il lusso; la
funzione della corte come filtro tra il monarca e il paese e come
strumento di decadenza o di ascesa tra le classi: erano certo
argomenti interessanti (anche se non proprio nuovi); solo che
l’A. cade molto spesso per supponenza metodologica, come
quando afferma, col tono di chi scopre finalmente la verità, che
la struttura «camera-anticamera» è un indizio inequivocabile
dell’abisso che separava l’aristocratico dai suoi servi.
Il capitolo migliore è il VII, ove l’A. abbandona il piano
sincronico della struttura per porsi sul piano diacronico del suo

353
sviluppo. Il passaggio dalla feudalità agraria all’aristocrazia di
corte è esposto finalmente in modo chiaro e convincente
soprattutto là dove interpreta la corte come centro di
integrazione e di differenziazione di funzioni, ovvero come la
prima struttura politica che conosce il principio della divisione
del lavoro. Ma si tratta, purtroppo, di un capitolo solo.
Interessante poteva essere anche il cap. VIII, che tratta della
genesi del «romanticismo aristocratico». Il processo di
automatizzazione dei rapporti intersoggettivi (etichetta,
razionalità dei modelli di comportamento ecc.) e l’inurbarsi dei
nobili che sono costretti ad abbandonare il loro feudo per
trasferirsi a corte e farsi dipendenti del re producono una
letteratura «romantica» ovvero un tipo di letteratura che
idealizza la libera esistenza della feudalità pre-assolutistica.
Questa prospettiva che considera la cultura della aristocrazia
europea in rapporto al processo di centralizzazione e di
burocratizzazione proprio dell’assolutismo poteva essere molto
fertile, e almeno per me, è stata nuova; solo che l’A., dati i
presupposti meramente descrittivi del suo metodo, non vede
minimamente quale è la funzione umanistica e rivoluzionaria
che l’esaltazione della vita di campagna e della natura in genere
avrà in mano alla borghesia. Egli mette infatti nobiltà e
borghesia sullo stesso piano e rende assoluto l’asse diacronico,
come aveva fatto prima con quello sincronico. Romanticismo
aristocratico (l’idillio rococò per es.) e romanticismo borghese
sarebbero allora solo due fasi successive di un unico processo
che, iniziatosi nel ’500, arriva fino ai giorni nostri. Sia
l’aristocratico della corte di Luigi XIV, sia il burocrate borghese
dell’Ottocento, sia l’operaio nella fabbrica, tutti sono vittime di
strutture che hanno strappato l’uomo dalla natura inserendolo in
un insieme di automatismi, il che, bisogna ammetterlo,
semplifica molto la storia e rappresenta comunque una preziosa
occasione sciupata dall’autore.
Quanto poi all’ultimo capitolo, che studia la genesi della
Rivoluzione, non c’è molto da dire. L’uso della violenza con lo

354
scopo di sostituire alcuni detentori del potere con altri non può
spiegarsi semplicisticamente come espressione di una lotta di
classe perché l’ancien régime conosceva già una larga
partecipazione democratica, come dimostra il fatto che certi
borghesi (Colbert per es.) detenevano un potere effettivo
superiore a quello di molti aristocratici. La Riv. ebbe luogo solo
perché la struttura aveva raggiunto un grado di automatismo tale
che fu incapace di riformarsi. Tutto il resto è ideologia.
In conclusione: vi sono nell’opera diversi spunti interessanti
che potevano essere fertili di risultati se l’A. non avesse una
precipua, insistente, monotona, irritante intenzione
metodologica che rimette in discussione qualsiasi prospettiva in
sé non ovvia. Dire, come fa continuamente l’A., che solo il
concetto di struttura può risolvere l’annoso problema della
libertà e della determinatezza dell’uomo storico, in quanto non
può esistere struttura senza individui, né individui al di fuori
della struttura è abbastanza scontato se per struttura si intende
un qualsiasi meccanismo di reciproche interdipendenze. Su
questo piano, come ho notato piú sopra, sia la corte di Luigi
XIV, sia un ministero prussiano, sia una cosca mafiosa sono la
stessa cosa: appunto un congegno di potere. Diretto contro chi?
L’A. non si sogna nemmeno di porsi una domanda cosí
ideologica.
Le spedirò il piú presto possibile il volume. Non sarebbe
male sentire il parere di uno storico (Collotti per es.) che
potrebbe dare un giudizio molto piú qualificato del mio; magari
scoprirebbe che il libro, pur con molti difetti, è almeno utile. Per
quanto mi riguarda l’ho trovato un libro irritante. Ma forse mi fa
velo l’ideologia.
Molto cordialmente Suo
Giuliano Baioni

AE, cart. 12, fasc. Giuliano Baioni. Lettera manoscritta, Bressanone, 27 luglio
1970. Ringraziando Baioni per la sua «magnifica scheda», il 10 settembre Guido
Davico Bonino teneva a precisare: «Lei ci ha dato una splendida lezione di come

355
avrebbero da essere le schede editoriali e la Sua varrebbe la pena d’essere pubblicata».
L’opera, tradotta da Giuseppina Panzieri, sarebbe uscita con il titolo La società di
corte presso il Mulino nel 1980.

356
[148.]
Michele Salvati
GUNNAR MYRDAL, The Challenge of World Poverty. A
World Anti-Poverty Program in Outline, Pantheon Books,
New York 1970.

Se la diversificazione del portafoglio dei titoli è una misura


indispensabile per un trust d’investimento, non vedo perché non
debba esserlo per una casa editrice. E cosí leviamo di mezzo le
obiezioni dei puristi, dei patiti dell’analisi di classe, degli
entusiasti di Gunder Frank e Arrighi, a cui appartengo anch’io,
beninteso. Vedrò se mi riesce a dare un giudizio di questo
lavoro immedesimandomi nell’angosciata visione di questo
grande candidato al premio Nobel per la Pace.

1. 500 pp. sono tante, e quindi il lavoro sta in piedi da solo:


i rinvii a Asian Drama servono effettivamente per
approfondimenti. In genere gli riesce di riassumere in
modo intelligibile i risultati di quel gigantesco lavoro.
Anzi, gli riesce di ripeterli fin troppo spesso. Naturalmente
molto spesso un lettore intelligente vorrebbe avere piú
esempi, piú particolari: ma sa dove andare a cercarli.
2. Come spesso in Myrdal, ci sono 2 temi. Uno di denuncia
di uno stato di fatto, l’altro di critica dell’ideologia.
Quest’ultima, s’intende, è una critica “alla buona”, meno
approfondita che nell’altro suo lavoro, sull’Elemento
politico nel pensiero economico [pubblicato in Italia da
Sansoni N. d. R.]. Ma è semplice e convincente [la critica
a]:
– l’accettazione a-critica di statistiche poco accurate;
– l’uso di queste in raffinati modelli: puro fumo su un
arrosto inesistente;
– il rifiuto degli economisti di considerare le variabili

357
sociali, in tal modo vanificando tutti i loro sforzi
tecnici;
– l’applicazione di modelli validi solo in contesti
sviluppati.
Questi sono i temi, su cui torna numerose volte.
Perché questa sconfitta della «professione»? Eppure si
tratta di gente personalmente onesta. E qui la risposta
sta in una espressione che riuscirà difficile tradurre in
italiano: «opportunismo». Cioè: un porsi dell’angolo
di visuale dei paesi capitalistici ricchi, un condividere
la politica dei loro governi... e quindi, non voler
trattare problemi in modo che appaiano nella loro vera
natura. E la loro vera natura – per Myrdal – non è
quella che è svelata ponendosi in una angolatura
anticapitalistica: quindi elaborando un’analisi
dell’imperialismo (la parola imperialismo non viene
mai usata come espressione analitica adottata
dall’autore). No, la loro vera natura è semplicemente
MOLTO GRAVE, molto piú grave e molto piú bisognosa
di interventi radicali di quanto gli economisti di solito
ammettano. L’«opportunismo» è semplicemente un
peccato di sottovalutazione.
3. La denuncia consiste in una elencazione dei mali
principali, nei principali ostacoli allo sviluppo. Ostacoli
che stanno nell’agricoltura, nello sviluppo eccessivo della
natalità, nell’educazione, nella debolezza, corruzione e
classismo dell’apparato statale. E qui, rispetto agli
economisti soliti, c’è almeno il coraggio di buttarsi in
un’analisi globale: politica e sociologica, oltre che
economica. Si vorrebbe naturalmente molto di piú: per
esempio, dopo aver analizzato i rapporti di classe in
agricoltura, si respinge la solita tesi reazionaria secondo
cui la riforma agraria è un male perché, aumentando
l’autoconsumo dei contadini, lascia meno fondi nelle mani
di coloro che sono in grado di risparmiarli e di investirli

358
(per intenderci, la tesi portata in Italia con grande scalpore
da Rosario Romeo). Invece la riforma agraria, e una
radicale, sarebbe un gran bene. Perché? La risposta, nel
contesto di questo scritto, non è rigorosa (ma forse il tema
è meglio sviluppato in Asian Drama). In genere: l’analisi
di classe è appena sbozzata, le ingenuità abbondano. Ma
nell’insieme gli riesce abbastanza di dipingere in modo
catastrofico la situazione dei grandi Stati (India, Pakistan,
Indonesia) che sono i protagonisti di Asian Drama. E
giustamente porta il problema sul nodo politico: quello
della mobilitazione delle masse, come strumento essenziale
per risolvere tutti i problemi. Ed è giustamente
pessimistico circa la capacità dei movim. politici dominanti
di collegarsi colle masse (donde il pessimismo che pervade
Asian Drama, subito colto, spesso in chiave reazionaria – e
allora lasciamoli friggere e non diamogli neanche un
dollaro –, negli USA, e contro il quale ora M. cerca di
reagire). Ma la reazione, come appare da questo libro, è
pura utopia: appello al buon senso, alla lungimiranza dei
paesi occidentali. Appelli allo spirito di sacrificio, di «auto-
eliminazione», delle classi alte nei paesi sottosviluppati.
Eppure aveva a poca distanza il modello cinese: oltretutto
il figlio glielo avrà sbattuto piú volte sotto il naso! E invece
la Cina è la grande assente: inutile nascondersi sotto la
foglia di fico di non trattare, per ragioni di spazio, dei paesi
socialisti. Del piccolo Vietnam si parla, tuttavia, e proprio
come modello di mobilitazione popolare. Uno non riesce a
levarsi l’impressione che anche M. sia caduto vittima di ciò
che – proprio all’inizio – dice di voler evitare: cioè l’uso
diplomatico dello scritto. La Cina fa paura, la Cina è tabú.
E invece occorre un testo digeribile dal liberal medio
americano. Ma forse non c’è malafede: si tratta veramente
del massimo che può fare un pensatore «educato nella
grande tradizione del liberalismo illuminato», come lui
stesso dice. Comunque è già importante che a questo

359
massimo ci arrivi, e ci arrivi con un candore disarmante.
4. Come già ricordato, la critica ai paesi avanzati non è
proposta nel contesto di una teoria dell’imperialismo. Si
tratta dei motivi ormai comuni circa il blocco commerciale
esercitato dai paesi ricchi nei confronti dei poveri, il danno
che si associa agli investimenti esteri, l’assenza di aiuti,
ecc.
5. Il capitolo finale, l’appendice sull’America latina, sono
come il resto del libro: pieni di “buon senso” e tutti rivolti
alle classi medie illuminate dei paesi sottosviluppati (vedi
l’argomento standard per un – limitato – uso della violenza
alle pp. 483-84).

I problemi da discutere per la pubblicazione di questo libro


sono simili a quelli che si incontrano per il libro di Melman
(Pentagon Capitalism).
Un lavoro scritto da un famoso liberal per un borghese
medio, educato in una tradizione umanitaria, accurato lettore,
sensibile ai grandi temi della libertà, povertà, giustizia. Quindi
un lavoro scritto con il meno possibile di sovrastrutture
interpretative evidenti (e evidentemente di parte). Che arriva a
suscitare emozione, indignazione, simpatia, usando il piú
possibile ingredienti del discorso comune e dei valori medi
accettati da questo tipo di pubblico.
Anche il livello analitico è simile. Rispetto a molte analisi del
sottosviluppo si tratta di un buon lavoro. I grandi problemi sono
posti in drammatica evidenza. Ed effettivamente si arriva al
fondo del dilemma: il problema della partecipazione politica
delle masse. Naturalmente il linguaggio e l’argomentazione
sono semplici, e purtroppo l’aver già scritto Asian Drama gli
consente a volte una sbrigatività anche eccessiva. Ed è vero che
ci sono molti giudizi affrettati e stereotipati, specie su Marx e il
marxismo.
Insomma: si potrebbe trattare di un libro di preparazione,
fattuale ed emotiva, che predispone all’accettazione di analisi

360
sia teoricamente sia politicamente piú radicali.
Che nei Paesi Anglosassoni e nella Scandinavia ci sia un
pubblico del genere è chiaro. Da noi? Di solito si dice – ma
forse è una sciocchezza – che il pubblico che legge roba del
genere è già diviso in campi ideologici definiti: per cui quelli di
sinistra già esigono un’analisi marxista… e quelli di destra non
leggono cose simili. Se è cosí si tratterebbe di un libro inutile.
Altrimenti trova un pubblico… che si spaventerebbe o non
capirebbe un discorso diverso. E allora sarebbe anche utile.

AE, cart. 185, fasc. Michele Salvati. Scheda manoscritta, 20 settembre 1970. La
nota redazionale nel terzo capoverso è di Guido Davico Bonino. Sul citato libro di
Seymour Melman (pubblicato con il titolo Capitalismo militare. Il ruolo del
Pentagono nell’economia americana nella «Serie politica» nel 1972) esiste una scheda
di lettura di Salvati del 15 novembre 1970: «La cosa piú interessante del libro, che
purtroppo conferma la regola del sutor e della crepida, è il capitolo secondo, in cui, da
bravo sociologo industriale e scienziato organizzativo, M. spiega in modo semplice e
convincente come la struttura di potere del Dipartim. della Difesa sia passata dal
military-industrial complex, tenuto insieme da rapporti personali non istituzionalizzati
e dal mercato, ad una gigantesca organizzazione formale, in cui le imprese destinatarie
delle commesse del Pentagono sono da considerarsi a tutti gli effetti come “impianti”
di una colossale Corporation. Ma forse questa dimostrazione mi ha colpito per
ignoranza di altra letteratura recente (chiedere a Solmi). Per il resto: 1. – La
Prefazione è il patetico messaggio di un liberal che crede ai grandi valori del
capitalismo americano (o mostra di crederci per far giungere il messaggio ai suoi
concittadini): l’attacco contro questa nuova “grande corporation” non va quindi mai
oltre i limiti della ideologia liberal, e si basa su due pezzi di fondo: a) L’ethos
“antimonopolistico” cosí integrato nella mentalità piccolo-borghese americana; b) Il
mito della divisione dei poteri: il “nuovo Pentagono” usa insieme il suo potere di Stato
che si rivolge al cittadino e gli chiede obbedienza, ed il potere di employer, che si
rivolge al salariato come datore di lavoro. Non nego che questo tipo di approccio abbia
una certa utilità strumentale negli USA. Da noi, nessuna. 2. – Il 3° cap. (Il controllo
della produzione) presenta alcune informazioni disorganiche sull’ampiezza e la
ramificazione del controllo del Pentagono sull’economia americana. Hanno il solo
vantaggio di essere aggiornate e facilmente leggibili. 3. – Anche le informazioni sul
rapporto Pentagono-Università non sono nuove, né particolarmente abbondanti: ma
una lettura del capitolo è istruttiva per chi è ignorante di queste cose (naturalmente non
c’è nessun approfondimento tipo Chomsky [I nuovi mandarini. Gli intellettuali e il
potere in America, «Nuovo Politecnico», 1969] circa il conformismo degli intellettuali:
solo alcuni fatti). 4. – Il 5° e il 6° cap. cercano di mostrare che la strategia
dell’“impresa Pentagono”, spiegabilissima e “razionale” secondo fini di sviluppo di
una organizzazione burocratica, sono: a) mostruosi da un punto di vista “umanitario”;

361
b) inefficienti da un punto di vista della difesa... e anche dell’offesa. A giudicare
dall’ammontare delle cose che già sapevo – e io sono mediamente ignorante di queste
cose – direi che l’informazione accumulata non è molto abbondante. L’esposizione e
l’analisi sono poi superficiali. 5. – L’ideologia del Pentagono è volto a smascherare le
piú comuni giustificazioni fornite da questa istituzione e da chi la difende. Il “candore”
delle risposte può essere utile per il pubblico cui si rivolge. A noi non interessa. 6. – Il
costo del Pentagono. Da un punto di vista economico è molto superficiale. L’idea di
fondo è ovviamente giusta (le spese per la difesa sono improduttive… e dato che le
risorse non sono illimitate, esisterebbe un uso alternativo per le risorse usate dal
Pentagono). Ma, mentre discute tesi “marxiste” in altri punti, qui neppure si domanda
se queste spese svolgano una “funzione” di sostegno del sistema, e in quale misura la
svolgano. Non basta mostrare che il “Wall Street Journal” è contro la guerra in
Vietnam… per sostenere che una riduzione delle spese militari avrebbe una sua
contropartita in un aumento delle spese civili! 7. – L’ultimo capitoletto è un altro
“pezzo persuasivo” di ideologia liberal, alquanto superficiale. Mi domando: c’è un
pubblico di liberals anche da noi? Allora il libro, nonostante la sua superficialità,
andrebbe pubblicato. Altrimenti l’unica cosa che vorrei vedere circolare (su una rivista,
per es.) è una traduzione del 2° capitolo. Oppure: il titolo, l’argomento, la facilità…
possono attirare molti lettori (come per Galbraith [Come uscire dal Viet Nam. Una
soluzione realistica del piú grave problema del nostro tempo, «Saggi», 1968]): e allora
sarebbe un affare commerciale».

362
[149.]
Guido Aristarco
Jean-Luc Godard par Jean-Luc Godard, Belfond, Paris
1968.
ANDRÉ BAZIN, Qu’est-ce que le cinéma?, 4 voll., Éditions du
Cerf, Paris 1958-62.

Caro Ponchiroli,
dopo il nostro colloquio della settimana scorsa, ti invio gli
appunti richiesti.
1. Jean-Luc Godard par Jean-Luc Godard, collection des
«Cahiers du Cinéma», Éditions Pierre Belfond (4, rue
Guisarde, Paris VI), 1968. È una raccolta di note,
recensioni, articoli e interviste con il regista francese, i cui
giudizi possono non essere condivisi ma che risultano
significativi e determinanti per la comprensione di una
poetica e una corrente cinematografica che hanno in Italia
e altrove largo seguito. Anche in relazione agli ultimi
atteggiamenti politici e polemici assunti da Godard in
alcuni scritti e dichiarazioni (che metterei in appendice)
penso che questo sia il momento piú opportuno per
diffondere il libro.
2. Penso anche che sia il momento di far conoscere l’opera
di André Bazin, che è stato e rimane uno dei maggiori
critici francesi di cinema. I suoi saggi – che già
anticipavano alcune correnti tornate attuali, come a
esempio lo strutturalismo – resistono ancora. Di Bazin, le
Éditions du Cerf hanno ristampato in tre volumetti Qu’est-
ce que le cinéma? Proporrei di fare un unico libro,
scegliendo gli scritti piú importanti. Vedrei il Godard e il
Bazin in una collana come la «Pbe»: credo tra l’altro,
infatti, che possano avere un pubblico abbastanza vasto [...]
Molti cordiali saluti,

363
Guido Aristarco

AE, cart. 9, fasc. Guido Aristarco. Genova, 30 settembre 1970. Aristarco era
consulente cinematografico dell’Einaudi.
Entrambe le opere furono pubblicate da Garzanti a cura di Adriano Aprà: Jean-Luc
Godard, Il cinema è il cinema, 1971, e André Bazin, Che cos’è il cinema?, 1973.

364
[150.]
Antonio Tabucchi
Antologia del teatro brasiliano contemporaneo.

Caro Fossati,
cercherò di essere piú esauriente e, per quanto posso, di darti
degli elementi di giudizio un po’ piú concreti.
Dunque:
L’antologia del teatro brasiliano che vi hanno proposto
sembrerebbe, a una prima occhiata, non seguire nessuna linea
culturale e stilistica: infatti mette assieme un modernista come
Oswald de Andrade, uno psicologista come Nelson Rodrigues,
un (come dire?) “tradizionalista” (in senso buono: tradizione,
folklore, mito) come Suassuna e dei neorealisti come Guarnieri
e Boal. Suppongo dunque che l’intento dell’antologo sia di
riunire il meglio di un certo arco di anni. Questo meglio sarà poi
veramente il meglio? Beh, qui il discorso è piú complicato: è
una questione di gusti, di scelte, di indirizzo, eccetera. Ad ogni
modo, come ti avevo già detto, in linea di massima approvo la
scelta; i testi, indubbiamente, sono validi, due (Andrade e
Suassuna) addirittura eccezionali. Ma parlavo, all’inizio, di una
prima occhiata. Ad un secondo esame, infatti, la linea
dell’antologia si lascia individuare abbastanza bene, ed essa
assume un suo volto molto preciso, molto “etichettabile” con
una fascetta editoriale, per esempio. Tutti i pezzi scelti, infatti,
ad eccezione di uno, sono socialmente impegnati, anche se,
ovviamente, ogni impegno è vestito con la poetica e la estetica
del suo autore. Per cui un Oswald de Andrade, per satireggiare
la borghesia, il capitalismo e gli intellettuali conniventi ricorre
ad espedienti surrealisticheggianti; un Suassuna ambienta il
dramma in un sottoproletariato agricolo sfruttato e
superstizioso, i neorealisti (ma è il neorealismo del Teatro de
Arena di S. Paulo, su cui ci sarebbe da fare un discorso piú

365
lungo: a proposito, sull’ultimo numero di «Sipario» ci sono
delle dichiarazioni di Boal molto interessanti), dal canto loro,
seguono la loro scuola. A questa “linea-impegno” ne sfugge
uno, come dicevo. È Nelson Rodrigues, col suo Vestido de
noiva che con gli altri non ha proprio niente a che vedere. Viene
da chiedersi come mai sia stato incluso: forse per riempire un
vuoto, oppure perché essendo un testo molto importante e
innovatore (da un punto di vista formale) l’antologo non ha
avuto il coraggio di escluderlo? Comunque tutto dipende da
come si vuol confezionare il prodotto: se si vuole presentare un
teatro combattivo e dissenziente consiglierei di escludere
Rodrigues e di sostituirlo con qualcosa di piú in tema (magari,
perché no, un bellissimo inedito o un testo attualmente
perseguitato in Brasile); se invece si vuole semplicemente dare
una panoramica del teatro brasiliano degli ultimi trent’anni,
allora la stonatura-Rodrigues non suona piú come tale, o
perlomeno risulta molto attenuata.
Che dire poi di un volume con le tre commedie di Oswald de
Andrade? Certo sarebbe una scelta completamente diversa e la
pubblicazione dell’uno non escluderebbe l’altro. Se ci fosse da
scegliere, quale dei due? Difficile da dire: io forse propenderei
per il primo, per varii motivi, il principale dei quali è che il
teatro brasiliano è pressoché sconosciuto in Italia, dunque il
primo libro assolverebbe a una funzione informativa, piú da
vasto pubblico, cioè. Un altro motivo è che le commedie di
Andrade sono prima di tutto testi letterari e una loro
rappresentazione sarebbe molto improbabile per le difficoltà di
realizzazione; i pezzi che vi hanno proposto, invece, sono
facilmente rappresentabili e potrebbe interessare molte
compagnie. Ma non so se questo possa essere un elemento tale
da orientare le vostre scelte [...]
Ciao, a presto e buon lavoro.
Antonio Tabucchi

366
AE, cart. 205, fasc. Antonio Tabucchi. Vecchiano, 23 ottobre 1970. Il 14 ottobre
Tabucchi aveva espresso un primo giudizio sul progetto antologico: «mi sembra molto
buono. Gli autori sono buoni (due veramenti ottimi, Oswald de Andrade e Ariano
Suassuna) e i pezzi mi sembrano scelti con intelligenza. Dunque, a mio parere, va
bene». Un giudizio insoddisfacente, secondo Paolo Fossati, che il 15 ottobre gli aveva
spiegato «che cosa si richiede da un tuo parere. Tieni presente che noi siamo del tutto
all’oscuro della portata e del significato dei libri e del progetto, quindi la prima cosa è
cercare di farci capire in che area ci stiamo muovendo e con quali significati culturali.
Per esempio non mi dici in che modo è organizzata questa antologia del teatro
brasiliano: i quattro autori sono legati tra di loro per una scelta di un certo andamento
culturale o stilistico; o sono semplicemente la giusta posizione del meglio di un certo
arco di anni? È piú interessante un panorama del genere o puntare sul modernismo
brasiliano traducendo magari tutte e tre le commedie di de Andrade come esempio
omogeneo e compatto?» Di Oswald de Andrade, Einaudi avrebbe pubblicato un
romanzo: Serafino Ponte Grande, traduzione di Daniela Ferioli, «I coralli», 1976.

367
[151.]
Edoardo Sanguineti
GIANNI CELATI, Comiche [1970].

carissimo,
le comiche celatesche deferiscono, come da dedicatoria in
memoriam, Laurel-Hardy, il piacere evidente di ossessiva
gestualità. Ma ossessiva è poco: riflettendosi nella gestualità
testuale, dello scrivere monomaniaco e complessato da
persecuzione, la storia del Celati verte su un personaggio
stendente e faticosamente proteggente un diario-testimonianza
da altri congiuratamente manomesso (pag. 71: «Cosí io sempre
debbo ricominciare ricominciare a scrivere ciò che ho già scritto
e che è successo in un passato ormai scemo d’attualità e per
giunta sovente nemmeno a me»). Il tutto sostanzialmente
svolgendosi dentro una «casa di cartone», di nome «Bellavista»,
concepita quale villeggiatura eufemistica, del tipo ‘istituzione
chiusa’.
conviene immaginare il dottore in legge Daniel Paul
Schreber, di freudiana memoria, afflitto in forma non mistica,
ma sfrontatamente e sfrenatamente comica (appunto) da
parallela dementia paranoides: il che dice che gli ingredienti
(anche stilistici) non sono inediti: monomania, regressione (e
verbale e immaginativa), delirio, onirismo.
programmaticamente monotono sino alla disperazione,
l’opera si allinea su quel versante manieristico, già altra volta
denunciato da me in affini prodotti e, come ora una volta di piú
confermasi, ormai inevitabile e ‘normale’.
onde, in analogia a casi precedenti, e ad evitare torbide
accuse di ambiguità nella sentenza, personalmente proclamo:
ahimè, púbblichisi!
tuo
Edoardo Sanguineti

368
AE, cart. 187, fasc. Edoardo Sanguineti. Lettera a Guido Davico Bonino, Salerno, 8
novembre 1970.
L’opera fu pubblicata nel 1971 nella serie italiana de «La ricerca letteraria»,
collezione di narrativa d’avanguardia nata nel 1966 e diretta da Guido Davico Bonino,
Giorgio Manganelli e dallo stesso Sanguineti.

369
[152.]
Carlo Ginzburg
ROBERT MANDROU, Magistrats et sorciers en France au
XVII e siècle. Une analyse de psychologie historique, Plon,
Paris 1968.

Il sottotitolo del libro è «analyse de psychologie historique».


È un’indicazione completamente fuorviante. Il libro, nonostante
i richiami a Febvre, maestro e ispiratore del M., è una ricerca,
molto proba, scrupolosa e minuziosa, di tipo ottocentesco – una
specie di Gabotto francese, si potrebbe dire paradossalmente, se
Gabotto avesse mai avuto fiato per una ricerca simile, di questa
ampiezza. Il M. si disinteressa esplicitamente delle credenze
delle streghe – anche se racconta molti processi, con aria del
resto stracca e poco convinta (sarà forse questo che mi ha
comunicato un certo senso di noia; certo il M. non ha il brio –
né naturalmente la genialità – del suo maestro, ma per fortuna
nemmeno lo stile fumoso e arruffone di Dupront, che ringrazia
nella prefazione). Ma in realtà non analizza nemmeno la
mentalità dei giudici (tranne in poche paginette finali,
abbastanza scontate). Il libro si propone piuttosto di ricostruire
minuziosamente dall’esterno le tappe attraverso cui, nel corso
del ’600, i tribunali francesi smisero di perseguire i reati di
stregoneria – prima il Parlamento di Parigi, poi, dopo un certo
scarto, i Parlamenti provinciali. È una ricostruzione molto
particolareggiata e ricca – un bell’esempio di histoire
événementielle, in fondo. Si potrebbe osservare che il M. tende
a evitare i problemi piú spinosi, che avrebbero complicato il
quadro: il peso della medicina (l’atteggiamento dei medici
precede e condiziona quello dei magistrati nei confronti della
stregoneria) e il nesso indubbio tra i famosi casi di possessione
diabolica nei conventi femminili all’inizio del ’600 (Loudun
ecc.) e un certo tipo di pietà religiosa contemporanea, barocca,

370
esaltata, “isterica” (un esempio che il M. non fa: Maria
Alacoque, fondatrice – se non sbaglio – dell’ordine del Sacro
cuore di Gesú e della devozione relativa, strinse un vero e
proprio “patto” con Cristo, analogo a quello della badessa di
Loudun con Satana). Il fatto è che il M. non si pone il problema
della stregoneria o delle possessioni diaboliche in quanto tali,
cioè non le esamina da un punto di vista di storia religiosa:
quindi non riesce a spiegare quest’epidemia di possessioni nei
conventi, se non, positivisticamente, con l’imitazione. Eppure
vede bene che queste possessioni ebbero una funzione
importante nel gettare scetticismo sugli indemoniamenti in
generale.
Nonostante questi limiti mi pare che il libro possa benissimo
essere tradotto, perché è un libro serio – vecchiotto, ma serio e
onesto.

AE, cart. 94, fasc. Carlo Ginzburg. Scheda databile al dicembre 1970.
Magistrati e streghe nella Francia del Seicento fu pubblicato da Laterza nel 1979.

371
[153.]
Lucio Gambi
RICHARD J. CHORLEY e PETER HAGGETT, Models in
Geography, Methuen, London 1967.

Caro Dott. Fossati,


rispondo alla sua relativa al volume Chorley e Haggett. Lo
conosco, questo volume, perché l’ho in Istituto e ci si è fatto
sopra un seminario l’anno scorso. È un’antologia di scritti molto
“autorevoli” della cosiddetta geografia quantitativa: cioè di quel
tipo di geografia che insegna a pensare ancora meno dell’altra
geografia (la tradizionale) perché si limita a inventare dei
modelli (diagrammi, formule, giochetti vari) per raffigurare e
interpretare in termini molto categorici i piú vari fenomeni che
hanno una qualche distribuzione nello spazio, e si preoccupa
sostanzialmente di collocare entro questi modelli le piú varie e
fluide realtà. È una soluzione molto infantilmente americana di
vedere le cose: cioè uno sforzo per dominarle e quasi fermarle
in un certo “stato”. Lo Spinelli che ha scritto entusiasticamente
del libro all’editore londinese, è figlio di un’americana e ha
studiato molto in America: si può spiegare il suo punto di vista.
Si può anche capire la fortuna del testo in una Facoltà di
Scienze Economiche (ove egli insegna) che prepara i giovani
alle tecniche di tabulazione manageriale. Per lo stesso motivo il
libro ha avuto larga fortuna dopo il ’68 alla London School of
Economics. Gli studenti milanesi di Lettere, Filosofia e Scienze
Politiche hanno avuto – a mio parere molto giustamente –
parole di fuoco per questo e altri testi del genere, che a mio
avviso sono degli Artusi per i tecnocrati, per i quaternari in
genere.
In sostanza: che possa valere la pena di fare conoscere queste
tecniche modellistiche in Italia è indubbio; che il testo in Italia
possa essere adottato in qualche Facoltà tipo Bocconi, o Sc.

372
Econ. di Torino, di Genova, di Roma etc., è anche probabile;
che l’opera sia fatta per arricchire la cultura di problemi,
certamente no; che l’opera abbia una sua capacità politica, sí: la
capacità cioè di agire come drogante su cervelli acritici, o di
abituare a una facile acriticità i cervelli non ancora troppo solidi
e maturi.
Il mio punto di vista forse è un po’ troppo storicisticamente
polemico verso la geografia quantitativa, e perciò vi pregherei
di sentire su Chorley e Haggett qualche altro parere (agli
econometristi ad es. l’opera potrebbe piacere).
Con i piú cordiali saluti e a presto rivederci
Lucio Gambi

AE, cart. 89, fasc. Lucio Gambi. Firenze, 24 gennaio 1971. Cfr. supra, scheda 144
(Gambi [1970]).

373
[154.]
Franco Basaglia e Franca Ongaro
ROGER GENTIS, Les Murs de l’asile, François Maspero, Paris
1970.

Roger Gentis propone in Les murs de l’asile


un’interpretazione della vita ospedaliera manicomiale partendo
dall’analisi della distanza fra la pretesa terapeutica e la pratica
reale dell’istituzione.
Rispetto ad altre analisi analoghe (Goffman ad es.) questa di
Gentis si diversifica nel senso che l’istituzione da lui presa in
esame è un’istituzione dove è già avvenuta una primitiva
trasformazione (Gentis fa parte del gruppo legato a G.
Daumezon che, nell’ospedale di Fleury-les-Aubrais, dove
tuttora lavora, ha realizzato fra il ’40 e il ’51 uno dei primi
tentativi di liberalizzazione psichiatrica in Francia) e presenta
quindi un livello di analisi che va oltre la critica manicomiale,
individuando gli elementi tipici della struttura asilare anche
nell’istituzione «rinnovata». Ciò che si rivela immutabile è la
solidità delle «mura» dell’asilo, che impedisce di agire anche
alle migliori volontà riformatrici; solidità mantenuta dalle
pressioni sociali ad esso esterne. Il merito principale di questo
libro non è dunque (come per Goffman) l’analisi dell’ambiente
ospedaliero, ma la messa in luce della permeabilità
dell’istituzione a queste pressioni.
Les murs de l’asile può essere ritenuto un’esperienza critica
intermedia fra Asylums di Goffman e l’Istituzione negata, nel
senso che, se l’esperienza italiana, inserita nella cultura medico-
ideologica di tipo positivista, ha potuto saltare automaticamente
dalla critica manicomiale all’interpretazione politico-
sociologica dell’istituzione, in Francia, dove l’ambiente medico
piú avanzato è permeato dalla cultura psicoanalitica che gode di
una legittimità e di una egemonia culturale quasi esclusiva, il

374
libro di Gentis doveva necessariamente porsi come momento
critico a livello psicanalitico. Momento critico che – quasi
assente nella cultura italiana per un ritardo di importazione –
può risultare utile conoscere per comprendere i passaggi
necessari, nelle diverse culture, alla individuazione della natura
politico-sociale dei problemi.
Il limite del discorso di Gentis è l’arrestarsi ad
un’interpretazione critica di tipo psicologico-psicoanalitico,
avvicinabile alla linea dell’antipsichiatria inglese (la «follia»
come promessa di una verità che possa “cambiare la vita”, che
per questo viene repressa dalla società come fonte di pericolo e
sovvertimento). Ciò che Gentis non mette a fuoco è il momento
storico in cui la follia ha assunto questo aspetto “minaccioso”, e
sotto la pressione di quali forze sociali sia poi diventata quella
che è cosí come la conosciamo. Al di là di questi limiti, se ne
ritiene utile la traduzione.

R. Gentis, oltre alla sua pratica quotidiana che si iscrive nella


linea piú dinamica della psichiatria attuale, dirige un’eccellente
collana, la «Bibliothèque de l’infirmier» che tende alla
formazione del personale ospedaliero, con la collaborazione di
tutta l’équipe curante.

AE, cart. 147, fasc. Franca Ongaro Basaglia. Scheda inviata «dai coniugi Basaglia»
databile tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972 (il 6 ottobre 1971 Davico Bonino
scriveva a Franca Basaglia: «ti spedisco il primo libro di Gentis di cui si è parlato
giorni fa nello studio di Giulio. Potresti con Franco farci una “scheda” che ci aiuti a
capire il personaggio e il suo tipo di lavoro?») Appunti manoscritti di Giulio Einaudi in
testa al foglio («Farlo GE») e in calce («Perché non dice che si legge bene? GE», «Non
è vera neppure la riserva. Il discorso è tutto implicato (v. ad es. p. 41-46)»). Di Gentis,
l’Einaudi avrebbe pubblicato Guarire la vita, traduzione di Vera Dridso, prefazione di
Franca Basaglia, «Saggi», 1976.
Il volume fu pubblicato, con il titolo Contro l’istituzione totale, da Savelli nel 1974.

375
[155.]
Corrado Vivanti
MARC BLOCH, Les Caractères originaux de l’histoire rurale
française, Les Belles Lettres, Paris 1931.
BERNARD HENDRIK SLICHER VAN BATH, De agrarische
geschiedenis van West-Europa (500-1850), Het Spectrum,
Utrecht-Antwerpen 1960.

Mi spiace intervenire all’ultimo momento, con il rischio di


intralciare comunque la pubblicazione di opere che è giusto che
escano quanto prima possibile: tuttavia credo che sia necessario
dare ai lettori certe opere con un certo ordine e chiarezza.
I due libri sono praticamente la stessa cosa: nel 1930 Bloch,
con i Caractères originaux delineava una sorta di storia
dell’agricoltura europea, o almeno di una certa parte di Europa
(e non solo Francia). Va tenuto presente che il lavoro era
assolutamente da pioniere: ci si poteva essere interessati fino
allora di storia economica sub specie agricola, di storia dei
prezzi agricoli, e cosí via; ma i problemi connessi con le
tecniche, e queste ricollocate nella vita della società, nei
rapporti di produzione, ecc. erano praticamente trascurati, per
non dire sconosciuti. L’opera di Bloch assume dunque il valore
di un’opera di fondazione scientifica, una specie di monumento,
e se è piú vicino ai Prigioni che ad opere tutte ben rifinite e
lisciate, non credo ci sia da lamentarsi. Ma il particolare – oggi
come oggi – non è da trascurare.
A trent’anni e piú di distanza, Slicher van Bath ha ripetuto, in
certo qual modo, l’operazione, e questa volta con l’ambizione di
esaminare l’intera storia europea, o almeno di quelle regioni
d’Europa che presentavano alcune condizioni particolari.
L’opera è di tale importanza, novità, ecc., che è stata esaminata
anche nell’originale olandese (quando non esisteva ancora la
versione inglese) perfino in un paese cosí restío all’uso delle

376
lingue straniere come l’Italia. E poi, in inglese, è largamente
penetrata nelle università. Ancora oggi è sulla cresta dell’onda:
naturalmente, col passare degli anni cominciano a uscire nuovi
contributi, meno geniali, delimitati geograficamente, ecc., che
ovviamente cominciano a mutare alcune linee dell’insieme.
In questa situazione, per parte mia, raccomando
vivissimamente la piú rapida pubblicazione possibile dello
Slicher van Bath nella «Pbe» (si preferisce questa sede alla
«Storica»). L’opera non presenta problemi, è chiara, è generale,
e ha tutti i requisiti per essere indirizzata al piú vasto pubblico.
L’opera di Bloch, invece, mi sembra necessiti di altro
trattamento. Per il suo carattere di «classico» mi pare piú
indicata, come sede, la collana dei «Paperbacks», tanto piú che
nella successiva edizione (1952) è stato apportato tutto un
apparato che, cosí com’è, non può essere riportato, ma che
mette in ogni modo in chiaro la complessità dei problemi che si
presentano oggi a un editore. Nei «Paperbacks», mi pare, si
potrebbero pubblicare i Caractères senza problemi,
riproponendo semplicemente l’edizione originale, come
pubblicata da Bloch. Invece nella «Pbe», rivolgendo il discorso
a un pubblico diverso, mi sembra che il tipo di presentazione
debba anche mutare.
Detto questo, ripeto, non vorrei minimamente intralciare il
corso della pubblicazione dell’uno o dell’altro volume. Dixi,
ecc.

AE, cart. 222, fasc. Corrado Vivanti, Osservazioni sui «Caractères originaux» di
Marc Bloch e su Slicher van Bath [1972].
Uscirono entrambi nella «Piccola Biblioteca Einaudi»: la Storia agraria
dell’Europa occidentale (500-1850) di Slicher van Bath nel 1972 (presentazione di
Ruggiero Romano, traduzione di Andrea Caizzi), I caratteri originali della storia
rurale francese di Bloch nel 1973 (saggio di Gino Luzzatto, traduzione di Carlo
Ginzburg).

377
[156.]
Enrica Collotti Pischel
EDGAR SNOW, The Long Revolution, Random House, New
York 1972.

Come già preannunciato, il libro di Snow mi sembra


senz’altro una scelta positiva, da pubblicare con urgenza. Come
sempre c’è nel lavoro di Snow qualche cosa che nessun altro sa
dare nelle indagini sulla Cina, cioè la ricchezza di particolari
concreti, la capacità di dare l’idea della vita quotidiana, umana
dei cinesi. Ciò mi fa pensare – come sempre – ad un grosso
successo editoriale, anche e soprattutto presso il pubblico non
militante. Infatti come in tutti i suoi lavori, Snow tende ad
ignorare (o a sbagliare) la problematica ideologica, come
quando dice che in Cina non c’è coscienza di classe, per
intendere che non c’è l’avvertimento psicologico di differenze
di “status” o di tenore di vita. Ma questo si sa e del resto è
proprio una caratteristica dei lavori di Snow ed una
caratteristica positiva: chi capisce realmente che cosa è il
marxismo, può benissimo ricavare per induzione il significato
generale ed ideologico di ciò che Snow dice. Chi cerca invece
l’ideologia già estrapolata e schematizzata, vada pure a leggersi
Servire il popolo, se non ha altro da fare. Questo per l’ideologia.
Io vedo in questo libro un parallelo in grande del Myrdal II
[Un villaggio cinese nella rivoluzione culturale] cioè un libro
molto utile.
Certo, il libro rispecchia un’esperienza dell’inverno ’70-71,
prima dell’affare Lin Piao. È possibile che ora il libro sia un
poco superato da una situazione sociale nuova e diversa e non
omogenea a quella che Snow avrebbe desiderato. D’altra parte
non c’è piú Snow a potere andare a parlare a Mao e Chou e poi
a saper raccontare ciò che gli è stato detto, senza paura, senza
opportunismo e senza trionfalismi nel linguaggio del popolo

378
americano medio. Han Suyin non saprà mai fare ciò.
Penso si possa, al caso, nella presentazione della copertina,
porre in modo problematico l’interrogativo che deriva dalla
collocazione cronologica del libro. Resta però un fatto
inesplicabile: che cosa aveva Snow per farsi dire dai dirigenti
cinesi ciò che gli dicevano e come glielo dicevano. Eppure non
c’è mai in lui né piaggeria, né opportunismo e forse neppure
totalmente consenso politico, certo non ideologico. Il fenomeno
Snow resterà un grosso problema nei “rapporti transculturali”.
Ma proprio questo è il bello.

Fate fare davvero una buona traduzione, che lasci sciatto


N.B.
ciò che è sciatto e in linguaggio di «Topolino» ciò che è in
linguaggio di «Topolino». Per carità, che Snow non diventi
Jacoviello (a ciascuno il suo, senza ingiuria!)

AE, cart. 55, fasc. Enrica Collotti Pischel. Scheda manoscritta s.d. (ma del 1972)
«per il dott. Davico». Studiosa di storia asiatica e in particolare cinese, Enrica Pischel
collaborò con l’Einaudi come consulente dal 1955 e pubblicò per i suoi tipi Le origini
ideologiche della rivoluzione cinese (1959), La rivoluzione ininterrotta (1962) e La
Cina rivoluzionaria (1965), oltre a numerose traduzioni fra cui quella di Stella rossa
sulla Cina di Snow.
La lunga rivoluzione fu tradotto da Emilio Sarzi Amadé e pubblicato nei «Saggi»
nel 1973.

379
[157.]
Furio Jesi
GILLES DELEUZE e FÉLIX GUATTARI, L’Anti-Œdipe.
Capitalisme et schizophrénie, Éditions de Minuit, Paris
1972.

Il punto di partenza del libro è una critica alla psicoanalisi (di


ogni scuola, ma con particolare riferimento a Freud), posta sotto
l’accusa di prevaricazione autoritaria in difesa del capitalismo.
«La psychanalyse, c’est comme la révolution russe, on ne sait
pas quand ça commence à mal tourner...» (p. 64). Gli autori
ritengono di poter identificare le ragioni e fin quasi l’istante in
cui «ça commence à mal tourner...», indagando il meccanismo
che portò Freud dalla scoperta, per autoanalisi, del complesso di
Edipo alla sua formulazione teorica generalizzata. Reso
micidialmente oppressivo il rapporto con il paziente, lo
psicoanalista (innanzitutto il dottor Freud, ma, necessariamente,
anche qualsiasi suo discepolo discorde) si preoccupa di imporre
nel paziente lo schema triangolare della «sainte famille»
edipica: padre, madre, figlio. «Dis que c’est Œdipe, sinon
t’auras une gifle!» (p. 54). Egli ottiene cosí l’univocità forzosa
dell’associazione libera, latente nell’inconscio; «scopre», ma in
realtà inventa, la generalità dei riferimenti obbligati alla madre e
al padre. Questo significa non solo, e non tanto, una mancanza
di «réalisme biologique», quanto l’imposizione di una stortura
che impedirà al paziente di confrontare direttamente la
«production désirante» dell’inconscio con la «production
sociale» (fra le quali esiste «identité de nature» ma «différence
de régime»), e che, in conclusione, gli impedirà anche di
accorgersi della repressione esercitata dalla «machine sociale»
sulle «machines désirantes» dell’inconscio. – Il discorso si
sposta quindi dalla specifica pratica terapeutica al «gran teatro
del mondo»: lo psicoanalista è il teologo e al tempo stesso il

380
tecnico specialista di forme di prevaricazione psicologica che si
ramificano in ogni ambito ideologico: antropologia, dottrina
dello stato, ecc. Reciprocamente, è possibile impostare come
«Introduction à la schizo-analyse» (pp. 325 ss.) un’analisi del
modo di produzione capitalistico.
Discorsi di questo genere sono già stati fatti da altri, e direi
che qui si avverte abbastanza nettamente l’influsso di Masse
und Macht di Elias Canetti (che pure è soltanto citato una volta,
e in modo marginale, a p. 332): in particolare delle pagine di
Canetti dedicate alla schizofrenia e al caso Schreber (cfr.
L’Anti-Œdipe, pp. 18-26, 66-67, e tutto il cap. IV). Mi
sembrano, del resto, discorsi utili nella misura in cui pongono in
guardia dagli equivoci sulla psicoanalisi come strumento anti-
borghese, ecc. A parte tale utilità, direi che il libro di Deleuze e
Guattari è specialmente originale quanto al metodo e alla scelta
dell’obiettivo diretto (l’edipismo). Questa scelta dipende
precisamente dalla metodologia: l’uso intrecciato (in modo
piuttosto coerente) delle varie teorie dei «segni» – non soltanto
della semiotica in senso stretto. In fondo, l’obiezione radicale
rivolta dagli autori alla teoria di Freud per smentirne
l’oggettività è la seguente: il seno, il fallo, la bocca, l’ano, ecc.,
non sono «la madre», «il padre», o gli organi da cui procede
necessariamente una percezione a senso unico, al termine della
quale stanno i due membri adulti della «sainte famille». Sono
invece, di per sé, entità singole, segni singoli polivalenti, inseriti
nel funzionamento delle «machines désirantes» dell’inconscio.
Attribuire a quei segni univocità equivale, da parte dello
psicoanalista, ad operare una castrazione simile a quella cui lo
psicoanalista stesso cerca di «rimediare». Lo studio dei segni e
del loro blocco schizofrenico in univocità (quanto al loro uso,
piú che al loro valore semantico) è dunque, secondo gli autori,
l’approccio adeguato ai «mornes jeux du représentant et du
représenté dans la représentation» (p. 63) su cui si fondano le
aggressive difese psicologiche del modo di produzione
capitalistico. – Di là da tutto ciò si potrebbe anche riconoscere,

381
abbastanza legittimamente, una sorta di junghismo marxista: gli
archetipi resi assolutamente polivalenti («les connexions sans
fin, les disjonctions sans exclusive... les flux» [p. 63]), allo stato
di «segni fluidi» che «vrombissent au fond de l’inconscient», e
salvati nella loro presunta genuinità per salvare con essi una
sorta di «uomo naturale». Gli autori del resto non negano una
certa simpatia per Jung («Tout à mal tourné ensuite...») e per
Lawrence, che di solito è piuttosto amato dai mitologi
junghiani.
Nel complesso, direi che varrebbe certamente la pena di
tradurre il libro: mi sembra sostanzialmente originale, e al
momento giusto. Darà forse un po’ fastidio lo stile à l’Artaud.

AE, cart. 107, fasc. Furio Jesi [aprile 1972]. Riprodotta in Cavalletti, Furio Jesi
lettore cit., p. 20. Nello stesso torno di tempo Jesi indirizzava all’Einaudi anche una
scheda su L’Invention du monde chez les Indiens Pueblos di Lucien Sebag (prefazione
di Claude Lévi-Strauss, François Maspero, Paris 1971; tradotto in Italia da Dedalo nel
1976): «Si tratta del lavoro di un allievo di Lévi-Strauss, morto improvvisamente sei
anni fa, sulla mitologia dei Pueblos e, di là da essa, sulla “filosofia naturale” di codesta
popolazione, cioè sulle modalità con cui i Pueblos conoscono se stessi e la natura, se
stessi nella natura. Il lavoro è, in certa misura, incompiuto: sia perché l’autore non fece
in tempo a correggerne la prima redazione (quella, appunto, pubblicata), sia soprattutto
perché Sebag non poté compiere il lavoro “sul terreno”, fra i Pueblos, indispensabile al
perfezionamento delle fonti documentarie cui egli attingeva. Le conseguenze negative
di questa incompletezza: 1) come precisa lo stesso Lévi-Strauss nella prefazione,
alcune approssimazioni e inesattezze dal punto di vista naturalistico (identificazioni
botaniche e zoologiche, ecc.), e forse alcune durezze di dettato; 2) un certo margine di
rischio dovuto alla mediazione dei miti Pueblos per il tramite delle fonti documentarie
(rischio, d’altronde, non facilmente superabile neppure in circostanze di lavoro “sul
terreno”, data la labilità attuale di queste tradizioni e l’alterazione in atto). Questi
elementi negativi incidono – a mio parere – in modo abbastanza superficiale nella
qualità dell’opera. Il lavoro di Sebag è senza dubbio l’indagine piú intelligente e piú
acuta compiuta fino ad oggi sui Pueblos. Inoltre – ma forse in primo luogo, quanto
all’interesse del libro – la ricerca è stata compiuta in modo esemplare e specialmente
originale dal punto di vista metodologico: l’edificio e il meccanismo del pensiero dei
Pueblos sono stati posti in luce con una tecnica rigorosa e geniale di indagine che
potrebbe essere detta “micrologica” (nel senso di Adorno) tanto rivela l’acribia nello
sminuzzare e porre sotto la lente il materiale mitologico ridotto a molecole – e che,
d’altro canto, fa risorgere dai frammenti isolati (e quasi sterilizzati, per renderli piú
leggibili) le relazioni vitali interne sia all’individuo sia al gruppo. Il libro potrebbe
quindi stare degnamente a fianco di quello di R. T. Zuidema [Etnologia e storia. Cuzco

382
e le strutture dell’impero inca, «Nuova Biblioteca Scientifica Einaudi», 1971] sulle
strutture dell’impero Inca (sebbene quest’ultimo possegga il vantaggio della
compiutezza, e forse anche di un soggetto meno rischioso: un’indagine di questo tipo è
indubbiamente piú ricca di sicure verifiche nell’ambito della struttura di un impero,
canonica, che in quello continuamente sfuggente di una cultura di interesse
tecnologico). In linea di massima, quindi, mi sembra che la traduzione dell’opera di
Sebag sarebbe molto opportuna. L’unica mia riserva importante tocca piú
l’orientamento metodologico generale di questo e di analoghi lavori che la qualità
specifica del libro. A mio parere si sta avvicinando il momento in cui l’ondata
strutturalista, almeno nel campo etnologico, subirà un netto riflusso – e parecchie
opere degli allievi di Lévi-Strauss finiranno per essere giudicate dallo stesso punto di
vista che è invalso, per esempio, nella valutazione delle antiche analisi dei miti in
chiave di simbolismo astrale: applicazione meccanica ed erudita di una formula che nel
suo ambito chiuso funziona benissimo, ma che “è superata”, serve poco. Come ho
detto, questa è un’osservazione generale, rivolta verso l’orientamento della collana
“Nuova Biblioteca Scientifica Einaudi” e non verso il libro di Sebag in particolare. Il
quale – se si ritiene opportuno pubblicare un’altra opera di stretta osservanza
strutturalista – è piú degno di molti altri».
L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, introduzione e traduzione di Alessandro
Fontana, «Einaudi Paperbacks», 1975. Da questa edizione si riprendono le seguenti
citazioni: «La psicanalisi, è come la rivoluzione russa, non si sa quando comincia ad
andare male» (p. 58); «Di’ che è Edipo, altrimenti ti prendi uno schiaffo» (p. 48); «tetri
giochi del rappresentante e del rappresentato nella rappresentazione» (p. 57); «le
connessioni senza fine, le disgiunzioni non esclusive [...] i flussi [che] rombano nel
fondo dell’inconscio» (p. 57).

383
[158.]
Norberto Bobbio
JOHN RAWLS, A Theory of Justice, Harvard University Press,
Cambridge 1971.

Caro Davico,
scrivo a Lei, cioè scarico sempre su di Lei le mie telefonate o
le mie lettere, perché non conosco piú l’organico (anzi
l’organigramma, come si dice ora) della casa editrice, e quindi
le mansioni dei vari redattori.
Rispondo a una lettera in cui mi si chiede un giudizio sul
libro di J. Rawls, A Theory of Justice (la lettera è datata 20
giugno e la firma è illeggibile). Il libro è importante,
recensitissimo (due volte, e ampiamente sul «New York Review
of Books»). Ma troppo tecnico, troppo specialistico, troppo
anglosassone per i gusti forti dei nostri lettori. Figuriamoci un
po’, un libro sulla giustizia, in cui Marx è citato due o tre volte,
Lenin mai, e nemmeno Della Volpe, e nemmeno Althusser, e
nemmeno Sartre o Garaudy! Orrore!
A parte gli scherzi, voi mi chiedete anche di restituire il libro.
D’accordo. Però vi chiedo di tenerlo sino a che non sarà arrivata
la copia che ho ordinato, da tempo all’Istituto giuridico, almeno
cioè sino a settembre.
Se non ci vediamo piú, buone vacanze e i piú cordiali saluti,
Norberto Bobbio

AE, cart. 23, fasc. Norberto Bobbio. Lettera manoscritta, Torino, 9 luglio 1972.
Una teoria della giustizia fu pubblicato da Feltrinelli nel 1982 a cura di Sebastiano
Maffettone.

384
[159.]
Antonio Tabucchi
JOSÉ CARDOSO PIRES, O hóspede de Job, Arcàdia, Lisboa
1963; ID., O delfim, Moraes, Lisboa 1968.

Caro Fossati,
non so se sono ancora valide, eccoti comunque le mie schede
Cardoso Pires.
Lo scrittore: provenienza neorealismo (vedi O hóspede de
Job) asciutto e senza oleografie, con qualche vena lirica ma con
pudore (Vittorini). Buon mestiere, smaliziato.
O hóspede de Job: già uscito come sai in trad. it. (Lerici). Io
non ci vedrei una ristampa. Sa di anni ’50. Troppi alberi di
sughero nel Portogallo meridionale.
O delfim: un taglio nella vita dell’alta borghesia portoghese.
Il padrone, la jaguar, i cani da caccia, una laguna, una villa,
rapporti ambigui col servo, una moglie morta affogata certo non
per sua volontà. Il tutto visto, dedotto e arguito da uno scrittore
in ferie venatorie nella suddetta laguna. Tecnica che sa di
Gombrowicz e Pinget, ma ben adoperata.
Il Portogallo ormai è piú il Delfim che l’Hóspede de Job, gli
agrari non vanno piú col calesse ma con la fuoriserie, abitano a
Lisbona e passano le vacanze in villa, ammazzano le mogli,
sono anche laici e l’omosessualità non è un peccato, vestono
Cardin. Lo scenario che li circonda però è ancora quel cantuccio
dell’Iberia che veste di nero, ecc. ecc., e il Cardoso Pires
disegna che è una bellezza.
Ti rispedisco i volumi. Ciao, cari saluti.
Antonio Tabucchi

AE, cart. 205, fasc. Antonio Tabucchi. Lettera a Paolo Fossati, Pisa, 7 ottobre 1972.
L’ospite di Giobbe uscí, come ricordato da Tabucchi, da Lerici nel 1963; Il delfino
sarà pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1979 (con un’introduzione dello stesso

385
Tabucchi).

386
[160.]
Carlo Ginzburg
FRANK E. MANUEL, A Portrait of Isaac Newton, Harvard
University Press, Cambridge 1968.

Questo è veramente un bel libro. Consiglio molto la


traduzione. Non è un libro di storia delle idee, né un libro di
storia della scienza, bensí una biografia nel vero senso del
termine, un ritratto, come dice il titolo. Manuel ha scritto una
monografia su Newton storico (non l’ho letta) ma questo è un
libro per il lettore genericamente colto; non ci sono termini
tecnici né discussioni minute. Manuel cerca di ricostruire (e ci
riesce con molta vivacità) l’ambiente in cui Newton visse, e
soprattutto le molteplici facce dell’attività di Newton – quindi
non solo di Newton matematico o cosmologo o studioso di
ottica, ma anche il Newton alchimista, interprete della Bibbia,
studioso di cronologia e di storia sacra, nonché presidente della
Zecca e in quanto tale ferocissimo persecutore di falsari.
Il punto di vista che unifica la ricerca è psicologico – la
ricostruzione del carattere di Newton nelle sue ambivalenze e
ambiguità, impulsi distruttivi (per es. la lite con Leibniz) ecc.
Qui c’è anche quella che per Manuel è evidentemente la
maggior novità del suo libro, ciò a cui tiene di piú – e cioè l’uso
di strumenti psicoanalitici per ricostruire la biografia di Newton,
i suoi rapporti con altri scienziati, nonché per rintracciare le
radici psicologiche profonde delle sue scoperte scientifiche. A
me sembra psicoanalisi abbastanza all’acqua di rose: spesso
plausibile nelle sue congetture (evidentemente non dimostrabili,
come Manuel sa benissimo) altre volte un po’ comica come
nella pagina sulla mela e la scoperta della legge di gravità
(Manuel insiste sul fatto che la mela sarebbe caduta nel giardino
dove Newton aveva passato l’infanzia, dove aveva invano
aspettato la madre che si era risposata lasciandolo coi nonni; e

387
sottolinea le implicazioni affettive della espressione «attrazione
universale»). In generale si può obiettare a queste catene di
congetture psicoanalitiche, che esse tendono a trasformare via
via le ipotesi iniziali in fatti dimostrati. Ma nonostante questo, il
libro sta in piedi benissimo ed è un’ottima introduzione,
eventualmente, a saggi specialistici tipo Koyré (pubblicato nella
«Filosofica»).
Mi sembra un’ottima «Pbe»; o anche, se si vuole, un
«Saggio». Si dovrebbero conservare le illustrazioni.

AE, cart. 94, fasc. Carlo Ginzburg. Scheda allegata a una lettera a Luciano Foà del
21 ottobre 1972. I «saggi specialistici» di Koyré sono quelli raccolti in Studi
newtoniani, traduzione di Paolo Galluzzi, «Biblioteca di cultura filosofica», 1972.

388
[161.]
Paolo Fossati
JOHN BERGER, Ways of Seeing, Penguin, Harmondsworth
1972.

Il libretto (di un’équipe di cui Berger fa parte) muove da una


trasmissione televisiva inglese ed è articolato in sette saggetti o
parti: tre di sole immagini, quattro di immagini e parole.
Tralasciato ogni problema storico relativo all’opera o alla figura
o al raffronto presi in considerazione si vuol mettere in luce che
dietro ogni aspetto formale c’è una serie di domande che lo
spettatore è tenuto a porsi per legger correttamente l’opera.
L’aspetto muliebre è particolarmente evidenziato da un paio di
punti di vista. Mi pare il classico esempio di un libro didattico-
divulgativo inglese dove chiarezza ed evidenza nascondono,
secondo il costume dell’isola, un vuoto anche patetico, ben
detto e ornato di figure ma privo di vita e di pensiero. Il tutto
elegante e per pochi centesimi. Basti ad agghiacciare un lettore
il confronto tra Ingres e una fanciullina cartacea a pg. 55, oltre
alla lettura di Holbein a pgg. 89 sg. e la questione del glamour a
pgg. 146 sg. Sarei per un no sodamente continentale. Peccato
perché Berger è autore di un polemico e gustoso Picasso che a
suo tempo mi aveva interessato.

AE, cart. 84, fasc. Paolo Fossati [1972-1973]. Su Fossati, responsabile delle
pubblicazioni artistiche (sotto la supervisione del consulente anziano Enrico
Castelnuovo), Roberto Cerati ha scritto: «In Einaudi fu promotore della collana
“Einaudi Letteratura” dove troviamo, grazie a lui, ma non dimentichiamo Bollati,
esche e punte di cultura viva e desueta. Il suo interesse era principalmente rivolto alle
arti figurative: da Fontana a Munari, da Melotti a Mulas a Kolář o Man Ray; o alle
correnti artistiche da Bragaglia a Schlemmer, da Klossowski a Marinetti; o autori
innovativi da Breton a Savinio, da Michaux a Roussel, da Barilli a Leiris. Negli anni
tra il ’69 e l’84 sono usciti 80 titoli e in ognuno c’è la sua impronta. La sua vivacità era
nella vis polemica che, senza alcuna reverenza, lo faceva dialogare o dibattere, anche
aspramente, con senatori o maestri consacrati», in Gianni Contessi e Miriam Panzeri (a

389
cura di), Paolo Fossati: la passione del critico. Scritti scelti sulle arti e la cultura del
’900, Bruno Mondadori, Milano 2009, p. 316.

390
[162.]
Vittorio Strada
ARON JAKOVLEVIČ GUREVIČ, Kategorii srednevekovoj kul
´tury, Izdatel´stvo Iskusstvo, Moskva 1972.

A. Ja. Gurevič è forse, attualmente, il maggior studioso


sovietico di storia medievale, e certamente quello di piú vasto
orizzonte e di piú viva cultura. Dopo aver studiato la
feudalizzazione dei rapporti agrari nell’Inghilterra prenormanna,
a partire dal 1955 circa si è occupato della genesi e della fase
iniziale di sviluppo del feudalesimo nella Norvegia dei secoli IX-
XIII. I risultati di queste ricerche sono stati via via esposti in
numerosi articoli, apparsi nelle riviste specializzate sovietiche e,
in parte, tradotti in tedesco. L’opera di sintesi, svolta da un
particolare punto di vista tematico, è il recente libro Istorija i
saga («Storia e saga»), Moskva 1972. Di sintesi piú ampia e
problematica e metodologicamente innovatrice è la monografia
Problemy genezisa feodalizma v zapadnoj Evrope («Problemi
della genesi del feudalesimo nell’Europa occidentale»), Moskva
1970. Per intendere la figura intellettuale di G., oltre a queste
ricerche si devono ricordare suoi saggi metodologici come
quelli dedicati al concetto di fatto storico e a quello di legge
storica, originali non solo nell’ambito degli studi sovietici.
Ultimamente G. ha orientato la sua ricerca nella direzione della
psicologia storica, nello spirito di un Febvre, di un Vernant, di
un Bachtin. Di recente aveva richiamato l’attenzione un suo
saggio, assai bello, sulla nozione di tempo nel medioevo. Di
questi suoi interessi e studi nuovi, ma anche di tutti quelli
precedenti di storia agraria e giuridica, è frutto l’ultimo suo
libro, Le categorie della cultura medievale, che qui si segnala
con ogni favore. Come weberianamente dice l’autore, suo scopo
è quello di costruire un «modello» di cultura medievale che
sostituisca un «tipo ideale» piuttosto che una passiva

391
riproduzione. Essenziale diventa allora la scelta delle categorie
ricostruite come struttura di tale «tipo». Quando G. indaga
questo corredo categoriale (lo spazio e il tempo, il diritto, la
ricchezza, il lavoro e la proprietà), convince che l’insieme loro
costituisce la piú adeguata via per modellizzare dall’interno, e ai
suoi livelli determinanti, la cultura del medioevo. Si tratta infatti
di categorie vissute piú che ideologizzate, e su esse può
esercitarsi fruttuosamente la psicologia storico-sociale,
delimitandosi dalla storia sociale delle idee, pur senza scavare
un abisso tra sé e questa. Tale criterio, in G., si arricchisce di un
elemento essenziale: il rapporto tra medioevo barbarico e
medioevo cristiano. Per il che ogni capitolo si snoda in due
parti, dedicate ai «due» medioevi, con un accento che cade sulle
radici barbariche (in primo luogo germaniche) della cultura
feudale cristiana. Momento, questo, che potrà suscitare
obiezioni, ma che nel libro si giustifica con l’orientamento verso
il livello psicologico-sociale, verso la coscienza «di massa»,
piuttosto che verso le espressioni alte e culte, cioè con
l’interesse preminente per gli strati profondi e inconsci, dove gli
elementi precristiani costituivano un residuo attivo. Questo
punto di vista, questa doppia ottica barbarico-cristiana
conferisce al «tipo ideale» costruito da G. un carattere
dinamico, e permette di unificare in sintesi i vari livelli
simbolici di quel «sistema segnico» che è la cultura medievale,
passando dal sentimento giuridico alla visione pittorica, dalla
mitologizzazione del tempo della letteratura epica
protomedievale alla cosmicizzazione dell’appezzamento.
Parlare ulteriormente del libro significherebbe entrare nella
sostanza di ogni sua parte. Quel che si è detto sembra sufficiente
a far sentire l’importanza di quest’opera che, oltre tutto, è di
elegante e compatta scrittura, e si legge con un interesse che mai
si spezza. Sarebbe un ottimo «Paperback», di studio e di
scoperta.

392
AE, cart. 204, fasc. Vittorio Strada [1973]. Appunto poscritto di Corrado Vivanti in
calce: «Questa scheda di segnalazione di Strada, viene terza in una concorde
segnalazione di quest’opera. Raoul Manselli, insigne medievista (collaborerà alla
Storia d’Italia per l’Atlante), ha ripetutamente insistito perché si pubblichi questo libro
(che altrimenti indicherà ad altri editori) a suo giudizio molto “einaudiano”; Geremek,
a Varsavia, mi ha procurato il volume direttamente dall’autore, perché lo mostrassi qui
a qualcuno in grado di apprezzarlo, sottolineando il valore innovatore dell’opera. Ho
dato questa copia in mio possesso a Venturi, che mi ha promesso una scheda, ma che
prima di partire per Napoli mi ha già dato oralmente un giudizio estremamente
favorevole. L’autore, per quel che conosco di saggi pubblicati sulle “Annales” (è molto
amico di Le Goff), è persona straordinariamente acuta e preparata: se tutti gli storici
sovietici fossero cosí, il rinnovamento critico della storiografia marxista sarebbe
assicurato».
Le categorie della cultura medievale, traduzione di Clara Castelli, «Einaudi
Paperbacks», 1983.

393
[163.]
Cesare Segre
ANTONIO TABUCCHI, Piazza d’Italia [1974].

Piazza d’Italia è la storia di una famiglia di anarchici toscani


durante un secolo circa. Storia come serie di quadri la cui
connessione è spesso affidata al lettore: il quale si accorge,
operandola, di aver contemporaneamente colto i legami con la
storia d’Italia, pur se vista sotto un’angolatura unica ed
eccentrica.
Nonostante il riferimento al modello popolaresco dei
cantastorie, Tabucchi è, con le sue ellissi e le sue informazioni
desultorie, agli antipodi del moraleggiante convenzionalismo
che caratterizza il cronista di piazza. Egli mette in opera la sua
formula narrativa per conservare un distacco affettuosamente
ironico verso la materia senza compromettere la serietà di fondo
della sua rievocazione.
Col suo linguaggio veloce e preciso, Tabucchi crea scene che,
comiche nella loro paradossalità immediata, risultano poi
emblematiche nel loro accumulo, il quale realizza un modo,
questo sí popolareggiante, di passare senza mediazioni dalla
superficie delle cose al loro senso.
Non vorrei però tenere questa nota sul registro solenne.
Piazza d’Italia è un libro estroso, divertente, vario, senza
momenti di stanchezza se non, forse, verso il fondo, dove
qualche taglio gioverebbe. È un libro in cui i sentimenti hanno
risalto senza bisogno d’introspezione, e le frasi piú semplici
risuonano a lungo. Se voi lo stamperete, lo rileggerò, cosa che
non accade sovente di fare con i libri d’oggi.

AE, cart. 192, fasc. Cesare Segre [1974]. In un ricordo di Tabucchi pubblicato sul
«Corriere della sera» il 26 marzo 2012 (Imparò da un poeta i segreti del narratore),
Segre ha rievocato il suo primo incontro con lo scrittore: «Verso il 1974, Luciana

394
Stegagno Picchio mi fece leggere il dattiloscritto di un suo allievo lusitanista,
proponendomi di scriverne la presentazione; fui subito colpito dall’opera (Piazza
d’Italia, Bompiani, 1975), perché evocava un ambiente paesano e autobiografico,
quello apuano, di passioni potenti (siamo al centro del movimento anarchico) e di
altrettanto potente affabulazione. Si seguiva, ma per capovolgerlo con uno
straniamento di tipo fiabesco, il filone della stampa popolare».

395
[164.]
Italo Calvino
JULIO CORTÁZAR, Libro de Manuel, Sudamericana, Buenos
Aires 1973.

Cortázar ha voluto con questo romanzo far entrare nella sua


narrativa i contenuti politici che negli ultimi anni sono entrati
nel raggio dei suoi interessi. Il romanzo somiglia agli altri suoi:
un gruppo d’intellettuali sudamericani a Parigi che passano
nottate in casa dell’uno o dell’altro, discutendo bevendo
amoreggiando ascoltando jazz, in un denso impasto di frasi
colloquiali, gags verbali, allusioni letterarie; qui si aggiunge il
collage di ritagli di giornale con notizie dell’America Latina
riguardanti atti terroristici di rivoluzionari e torture ai militanti
arrestati. (Il «libro di Manuel» è un quaderno in cui una coppia
che fa parte del gruppo incolla ritagli di giornale perché il loro
bambino quando sarà grande abbia un’idea del mondo nei suoi
primi anni di vita.)
La novità rispetto agli altri romanzi di C. è che qui il
problema che travaglia il protagonista, Andrés, è come
conciliare un senso della vita surrealista, gaio e libero, fatto di
buona musica, erotismo e gratuità, con la durezza dell’azione
rivoluzionaria. Ma mentre questa bohème resta per l’autore una
miniera inesauribile di personaggi, discorsi, invenzioni verbali,
la rivoluzione (che viene chiamata la joda, termine intraducibile
che deriva da joder, fottere) resta un’idea quanto mai generica,
tanto che l’inserimento di notizie su azioni dell’ERP o sulle
torture non acquista la forza che l’autore voleva dargli.
Pare che nel gruppo di amici alcuni abbiano un’attività
rivoluzionaria, c’è un certo Marcos che è l’uomo d’azione senza
incertezze, e Ludmilla attrice polacca, già amante di Andrés,
finisce per passare con lui; Andrés si muove in questo mondo
con distacco svagato, e perfino Lonstein, teorico della

396
masturbazione, pare sia piú addentro di lui nelle cose
rivoluzionarie, che consistono soprattutto nello spaccio a Parigi
di dollari falsi per finanziare un’azione dell’ERP che si svolgerà
egualmente a Parigi: il rapimento di un VIP (Very Important
Person) della CIA. Questi dollari falsi vengono portati a Parigi da
Oscar che accompagna su un aereo di linea un pinguino color
turchese e due formichieri reali, presunto dono di zoologi
argentini allo zoo di Vincennes, in realtà pretesto per
contrabbandare nei contenitori del mangime per gli animali i
dollari falsi. Sbirri della CIA cercano a loro volta di rapire
Marcos come Ben Barka, ma non vanno al di là di pedinamenti
e cazzottature sulla Rive Gauche. Il rapimento del VIP da parte
dell’ERP avviene, ma la disinvoltura conversativa di Cortázar
viene meno quando deve far parlare tanto i rivoluzionari veri
quanto il repressore reazionario. Questa parte di azione
terroristica manca di credibilità, sia pur la credibilità d’un
romanzo fantastico; e tutto risulta un gioco da bambini
nonostante la morte tragica di Marcos.
Cosí come apprezzo i racconti brevi di Cortázar, altrettanto
sono allergico ai suoi romanzi, per il manierismo colloquiale
che vuol essere troppo spiritoso e tutto strizzate d’occhio. Qui il
testo si presenta graficamente molto complesso, con collages,
corpi tipografici piccolissimi o enormi, schemi o appunti
tipografici, ma tutto sommato si segue, anche attraverso le
frequenti digressioni, per esempio sulla fine della musica
melodica (a commento della composizione di Stockhausen) o
sulla difficoltà di sodomizzare le donne. Le scene erotiche
hanno molta parte e molta arditezza, ma direi che la piú riuscita
è contenuta in due pagine: un ammutinamento di ragazze in un
collegio di monache.
L’autore, molto onesto e molto ingenuo, mi ha parlato
diffusamente e lucidamente di come il libro abbia suscitato in
Argentina unanimità di rifiuti: sia da coloro che stimavano
l’autore come letterato puro e ne condannano ora l’impegno
politico; sia dai giovani rivoluzionari che lo attaccano

397
aspramente perché “francese”, perché erotico, perché scrive non
per il popolo ecc. Lui è invece convinto di star combattendo una
battaglia sacrosanta: a) obbligando i suoi lettori borghesi a
rendersi conto che in Argentina la polizia tortura gli arrestati; b)
all’interno del campo rivoluzionario conducendo una lotta
contro la pruderie del militantismo puritano, e per una
letteratura formalmente audace e sprovincializzatrice del gretto
mondo rioplatense. Va riconosciuta l’ottima fede dei suoi
propositi, la difficoltà del suo assunto, ma anche la fragilità e
vaghezza del suo sistema intellettuale. Il libro insomma non mi
piace, ma tenuto conto che è un nostro autore, che questo libro è
meglio del precedente che abbiamo già acquistato, che un
interesse obiettivo di lettura – proprio anche per i suoi difetti –
c’è, temo che bisognerà dire: sí.

AE, cart. 34, fasc. Italo Calvino [1974]. In una scheda s.d. (ma successiva a questa)
su Octaedro Calvino ribadirà: «L’eccellenza del Cortázar novelliere sul Cortázar
romanziere, è confermata da questa nuova raccoltina di otto racconti che, in un
momento in cui il romanziere non mi pare in gran forma, si tiene per gran parte al
livello delle sue prove migliori, e presenta almeno un racconto che è tra i suoi
capolavori, Liliana piangendo e forse anche Manoscritto trovato in una tasca,
orchestrati con un’abilità straordinaria, tutti comunque, tranne uno, leggibili con
interesse». E nel settembre del 1977, a proposito di Alguien que anda por ahí,
affermerà: «Undici nuovi racconti. Il precedente libro di racconti di Cortázar mi pare
fosse di due anni fa (Octaedro) e in quell’occasione avevo osservato che mentre come
romanziere perdeva sempre piú colpi, come autore di racconti continuava ad avere la
mano felice. Non posso dire lo stesso di questa nuova raccolta, dove il manierismo e la
autocompiacenza imperano sia sul versante mondano-turistico-erotico – d’una
ingenuità e cattivo gusto disarmanti – sia su quello del racconto politico e d’azione –
dove le trovate a effetto mascherano la povertà della sostanza. Salverei solo un
racconto, fantastico e misterioso, in verità un po’ oscuro, a cominciare dal titolo,
Reunión con un círculo rojo. Naturalmente Cortázar conduce ogni racconto in modo da
sfoggiare virtuosismi e acrobazie di scrittura e di composizione, e questo vuol dire che
i suoi fans piú di bocca buona, che non mancano, non troveranno che lo spettacolo sia
impoverito, anzi. Dico questo perché se comunque il libro dovremo pubblicarlo, il suo
pubblico lo terrà ancora. Intanto, forse è il momento di pensare a tirar fuori il primo
romanzo di Cortázar, Los premios, che abbiamo in casa tradotto da una quindicina
d’anni e che abbiamo sempre rimandato preferendo pubblicare la produzione del
Cortázar piú attuale». Su Cortázar cfr. anche supra, scheda n. 102 (Bodini, 13 agosto
1961).

398
[165.]
Sebastiano Timpanaro
JEAN FALLOT, Le Plaisir et la mort dans la philosophie
d’Épicure, Julliard, Paris 1951.

Questo volumetto, uscito nel 1950 e (per quanto mi risulta)


scarsamente noto anche in Francia, costituisce una delle
migliori introduzioni allo studio del pensiero epicureo. Due
sono i pregi principali del libro: da un lato una grande chiarezza
espositiva e una piena capacità di concentrare l’attenzione del
lettore sui motivi centrali della filosofia di Epicuro; dall’altro un
forte interesse teoretico, che, mentre non conduce mai a
forzature interpretative e a false “attualizzazioni” del pensiero
epicureo, fa sí che l’opuscolo del Fallot non sia una semplice
esposizione, ma un ripensamento originale dell’epicureismo.
In opere precedenti e piú ampie il Fallot si è rivelato un
vigoroso pensatore marxista. In questo Epicuro non è tanto il
marxismo che viene in luce, quanto piuttosto una posizione
materialistico-edonistica, che ha scarse analogie nel pensiero
europeo del nostro secolo e che, del resto, ha continuato a
ispirare le successive opere del Fallot, dando al suo marxismo
un’impronta particolare, egualmente lontana dal “diamat”
staliniano (nel quale i motivi edonistici erano soppressi e il
materialismo era scolasticamente risecchito), dal cosiddetto
marxismo umanistico, dagli indirizzi “francofortese” e
strutturalistico. L’insistenza stessa sul motivo edonistico non
appare influenzata dalla psicanalisi, ma sembra piuttosto
ricollegarsi al pensiero settecentesco e al socialismo utopistico,
forse attraverso una mediazione engelsiana (Origine della
famiglia).
Credo che anche da questi cenni assai sommari risultino
chiare l’importanza e l’originalità del lavoro del Fallot: le quali
saranno, con tutta probabilità, ulteriormente accresciute dalle

399
aggiunte e dalle modifiche che l’Autore si propone di fare
appositamente per l’edizione italiana. Mi permetto, quindi, di
raccomandare vivamente la pubblicazione di questo volumetto.

AE, cart. 209, fasc. Sebastiano Timpanaro [febbraio 1974]. In un articolo su Karl
Korsch e la filosofia di Lenin pubblicato su «Belfagor» il 1° gennaio 1973, Timpanaro,
amico e ammiratore di Fallot, aveva dichiarato: «Il Fallot è, a mio avviso, il piú serio e
originale filosofo marxista che abbia oggi la Francia. La sua avversione per le
civetterie del marxismo strutturaleggiante e del marxismo husserliano, oggi prevalenti
nella cultura francese di estrema sinistra, e, d’altra parte, il suo distacco dalla
fossilizzata ortodossia del Pcf, hanno fatto sí che il suo pensiero non abbia ancora
ottenuto il riconoscimento a cui da tempo ha diritto».
Il piacere e la morte nella filosofia di Epicuro, prefazione di Sebastiano
Timpanaro, traduzione di Anna Marietti Solmi, «Nuovo Politecnico», 1977.

400
[166.]
Ruggiero Romano
FREDERIC C. LANE, Venice. A Maritime Republic, Johns
Hopkins Press, Baltimore 1973.

F. C. Lane è certamente uno dei piú grandi specialisti viventi


della storia di Venezia. Il suo nome è molto conosciuto in Italia
(dove, purtroppo, nulla della sua opera è stato tradotto, mentre il
suo libro sull’Arsenale di Venezia è stato tradotto in Francia).
Durante tutta una vita F. C. Lane ha lavorato su Venezia; ora,
piú vicino ai 70 che ai 65 anni, egli ha scritto questo libro
generale su Venezia che mi sembra il frutto di una grande
esperienza, di una grande intelligenza storica. Venezia è vista –
rivista – alla luce di un’esperienza particolare: quella di un
americano venezianizzato e formatosi alla scuola di Luzzatto.
Da un lato, dunque, il rigore di Gino Luzzatto; dall’altro
l’“americano” (Lane, infatti, durante la Seconda guerra
mondiale è stato l’organizzatore capo del sistema dei convogli
di guerra degli Usa e su quest’esperienza ha scritto un libro
magnifico: Ships for Victory). In tal modo, concetti quali sistemi
di muda di galera, imprenditoria, leadership, etc. ricevono una
dimensione nuova senza per questo essere banalmente ridotti a
categorie d’impiego.
Personalmente sono convinto che il libro di Lane farebbe un
bellissimo «Saggio» (va pubblicato nei «Saggi» e non nella
«Storica»). E ciò non solo per i meriti intrinseci dell’opera di
Lane, ma perché sono persuaso che una certa curiosità di “storie
cittadine” va soddisfatta (il Napoli di Ghirelli insegni).

AE, cart. 178, fasc. Ruggiero Romano, Parigi, 4 febbraio 1974. Il libro di Antonio
Ghirelli a cui allude Romano è Storia di Napoli, «Saggi», 1973.
La Storia di Venezia di Lane sarà tradotta da Franco Salvatorelli e pubblicata nella
«Biblioteca di cultura storica» nel 1978, seguito, nella medesima collana, da I mercanti
di Venezia (1982) e Le navi di Venezia (1983).

401
[167.]
Daniele Ponchiroli
CAROLINA INVERNIZIO, La trovatella di Milano, Barion,
Milano 1920, pp. 150 (ma l’edizione originale è di Salani,
Firenze 1889, credo con illustrazioni).

Riassunto.

I. Maria, «la bella guantaia di Porta Vittoria», sta


chiudendo il suo negozietto, quando un giovane
mascherato (siamo di Carnevale) chiede di essere nascosto
dicendo di essere inseguito da qualcuno che gli vuol fare
del male. Maria, rassicurata anche dall’aspetto signorile del
giovane, lo aiuta, e gli presta finanche un suo abito
(femminile) per dar modo al giovane, cosí travestito (tanto,
siamo di Carnevale!), di non essere riconosciuto.
II. Maria è una trovatella. Annetta Durini, una delle eroine
delle Cinque giornate del ’48, che si è vista morire accanto
il marito sulle barricate, aveva trovato Maria, allora una
bambinetta, sulle scale di casa, con la veste insanguinata:
la qualità dell’abito e un ciondolo d’oro avevano convinto
la popolana Annetta che si trattasse della figlioletta di
qualche “signore”. Dopo aver fatto ricerche per trovarne i
genitori, Annetta aveva adottato Maria, che era cresciuta
ignorando la sua situazione e amando Annetta come
propria madre.
III. Il conte Ercole Patta vive da pochi anni a Milano,
proveniente da Vienna, in un sontuoso palazzo. È uomo dal
passato poco chiaro e misterioso. È vedovo e ha una figlia,
Adriana (nata a Vienna di madre austriaca), che il padre
vorrebbe unire in matrimonio con un certo marchese Diego
Tiani (libertino anzichenò), mentre Adriana ama, riamata,
Gabriele Terzi, giovane onesto ma di origini borghesi. Il

402
Tiani vuole assolutamente sposare la ricca ereditiera
Adriana e, a tale scopo, ne ricatta il padre: è infatti in
possesso di documenti da cui risulta che il conte Patta è
stato, nel ’48, una spia infame, fuggito a Vienna per evitare
il furore popolare ma abbandonando ad esso, vilmente, la
moglie – scomparsa durante la sommossa – e una bambina
in tenera età.
IV. A Maria viene recapitato un pacco contenente gli abiti
femminili prestati all’ignoto giovane mascherato (cfr. cap.
I): dentro vi è anche un cofanetto con una preziosa collana
di perle, che Gabriele Terzi (cosí è firmato il biglietto che
accompagna il dono) si permette di regalarle come atto di
riconoscenza. Qualche giorno dopo Maria incontra il
sedicente Gabriele (in realtà, Diego Tiani), che riesce a
innamorarla di sé promettendole, piú avanti, di sposarla.
Maria è caduta nel laccio.
V. Il conte Patta cerca di convincere la figlia Adriana che
mal ripone il suo affetto in Gabriele Terzi, indegno di lei in
quanto se la intende con una giovane guantaia di Porta
Vittoria. Adriana, sconvolta e incredula, chiede che le
siano fornite delle prove. Basterà – dice il padre –
chiamare, col pretesto di acquisti, la bella guantaia e farla
parlare. Dal colloquio, Maria conferma che Gabriele Terzi
è suo fidanzato e che presto si sposeranno. Adriana,
disperata per il tradimento di Gabriele, acconsente alle
nozze col marchese Diego Tiani.
VI. Gabriele Terzi (cioè, Diego Tiani) comunica a Maria
che dovrà assentarsi per qualche tempo: sa di aver ottenuto,
col suo inganno, la mano di Adriana, e si prepara a disfarsi
della guantaia. Dolore di Maria, che nulla sospetta.
VII. Adriana scrive un’ultima lettera all’ex amato
(Gabriele Terzi, il vero) accusandolo di infamità per averla
tradita con una guantaia di Porta Vittoria. Il giovane
trasecola, non capisce, e si mette alla ricerca della guantaia
per saperne di piú. Trovatala, si presenta col suo nome, ma

403
Maria gli ribatte che Gabriele Terzi non può essere lui
stante che è il suo fidanzato. Non è difficile al giovane
capire l’intrigo del marchese Tiani per ottenere,
screditandolo, la mano di Adriana. L’amore di Maria per
l’amante si muta in odio feroce: insieme col vero Gabriele
cercherà ora di smascherare gli infami, il Tiani e il Patta,
evidentemente d’accordo.
VIII. Diego Tiani ha sposato Adriana, ma questa – gliel’ha
detto chiaro e tondo – non sarà mai sua moglie nel vero
senso della parola, almeno per ora. Dopo le nozze la coppia
si ritira in una tranquilla dimora presso Cernusco Merate,
da dove Diego può facilmente raggiungere Milano per
continuare la sua vita di libertinaggio fino allora condotta.
Ma una notte, Maria la guantaia viene sorpresa da Adriana
nel giardino della villa: Maria è venuta per «punire» il
miserabile traditore (che però quella sera è assente). Tra le
due giovani avviene un drammatico colloquio in cui tutto è
chiarito: tutt’e due le ragazze sono vittime di un infame
complotto.
IX. Diego torna a casa da Milano. Adriana gli urla in
faccia di conoscere la tresca da lui ordita. Il marito non
nega, dice di averlo fatto per amor suo, e vigliaccamente le
rivela il losco passato del padre che «abbandonò alla furia
dei ribelli, che ne dovettero far strazio, una giovane moglie
e una bella, innocente bambina». Adriana cade svenuta. A
questo punto entra in scena Maria, finora nascosta dietro
una tenda, che, aggredita da parole di ironico sprezzo dal
marchese che sta avventandosi anche contro di lei, fa fuoco
su di lui con una rivoltella e l’uccide. Prima però che
arrivino i gendarmi, Maria riesce a trovare e bruciare tutte
le carte che comprovano le colpe del padre di Adriana.
X. Maria è imprigionata e accusata di omicidio. Essa non
nega l’accusa ma sostiene di aver ucciso per legittima
difesa e per vendicare il suo onore. Adriana, non reggendo
allo choc, cade gravemente ammalata, scossa

404
profondamente anche dalle rivelazioni sul padre fattele dal
marito. Il conte Patta è preoccupato soprattutto per sé: teme
che le indagini della polizia possano mettere in luce i
documenti per lui compromettenti, non sapendo che Maria
ha bruciato tutto.
XI. Siamo al processo. In modo impreveduto, Annetta
Durini (madre adottiva di Maria, l’ex petroliera del ’48)
chiede di essere ascoltata: ha cose importanti da rivelare
alla corte. E racconta la storia della trovatella di Milano. Il
conte Patta, presente in aula, riconoscendo in Maria la
figlia abbandonata, dà in un grande urlo e fugge della sala,
stravolto.
XII. Maria e la madre Annetta sono finalmente di nuovo a
casa, piú che mai unite dopo la tragica avventura. Si
presenta in visita il conte Patta, che dichiara a Maria di
essere suo padre e di voler riparare a tutti i torti nei di lei
riguardi. Ma fieramente risponde Maria: «Mio padre, voi?
Ditemi che avete fatto per meritare che io vi dia un nome
cosí sacro, un nome che dovrebbe far battere il mio cuore
di commozione... Venite a dirmi: “tu sei mia figlia!”
Ebbene, no; io non vi conosco... Io non avrò altro nome
che quello datomi da mia madre adottiva, io non sarò che
sua figlia! ... Preferisco la povertà vicino a lei, che la
ricchezza al vostro fianco». Il vecchio farabutto si ritira
scornato.
Conclusione. Adriana muore, ossessionata dalle
rivelazioni sull’infame passato del padre, che non riesce a
perdonargli. Solo all’ultimo, spinta anche dal buon
Gabriele, si indurrà a perdonare il padre purché cerchi la
bambina abbandonata, la sorellastra. Quando Adriana
muore, il padre finalmente capisce: «Sono io... io che l’ho
uccisa!» Adriana viene sepolta al Monumentale. Dopo la
cerimonia, un uomo si avvicina alla tomba e trae di tasca
una rivoltella. È Gabriele. Ma Maria, che lo teneva
d’occhio, lo ferma convincendolo di non avere egli il

405
diritto di uccidersi perché in tal modo disonorerebbe la
memoria di Adriana. «Il conte Patta, dopo la morte di
Adriana, tentò altri passi verso Maria, sperando di indurla a
piú miti consigli. Ma la giovine si mostrò meno clemente
della sorella: non seppe né perdonare, né dimenticare... Ma
ogni settimana, Maria non mancava di recarsi a pregare
sulla tomba di Adriana, dove veniva sempre raggiunta da
Gabriele... L’una serbava sacro il culto dei ricordi, l’altro
quello dell’amore!»
FINE

Il libro è un feuilleton triploconcentrato: in 150 pagine ci


sono tutti gli ingredienti di un pranzo di parecchie portate.
Ma chi ha detto che l’Invernizio è una scrittrice
“diseducativa” (sotto tale etichetta, la locale biblioteca ha
provveduto negli anni Trenta-Quaranta a mandare al macero le
sue opere, che possedeva numerose) sbaglia come per Salgari.
Questo libretto ha una cornice storica, ha una morale, ha una
scrittura veloce senza tante svenevolezze. Insomma se si avesse
il coraggio (lascio a voi decidere se è proprio tale, o se invece
non sia impudenza) di ficcarlo nelle «Letture per la scuola
media», un certo discorso ci si potrebbe far su (serio o
semiserio, a seconda dei casi e dell’opportunità), che al limite
potrebbe avere un suo peso polemico nei riguardi della
letteratura-bene, “educativa”, assai piú “diseducativa” di quanto
non paia. (Abbiamo già “sgonfiato”, anzi storicizzato, De
Amicis, ma quanti altri rimangono in piedi!)
Per inciso, il libro è dedicato alle giovani figlie dell’editore,
Amelia, Zaira e Pia Salani: «... Oggi, fatte giovinette, ... Non vi
compiacete che di quei libri, i quali rispondono ai sentimenti
gentili della vostra anima... Ecco perché i miei libri hanno
sempre trovato grazia presso di voi e perché oggi vi dedico
questo mio lavoretto...»
Altra cosa. Dopo una ventina di pagine, e anche meno, si sa
grosso modo già tutto: si capisce a grandi linee come andrà a

406
finire. C’è una specie di “anticipo” da parte del lettore rispetto
alla storia. Secondo me, questa non è una ingenuità della
scrittrice, ma una specie di “suspense” alla rovescia: perché, è
talmente chiaro quello che succederà che il lettore si chiede: ma
non è possibile che sia cosí! E tira avanti col fiato ugualmente
sospeso, finché prova il grande relax constatando che ci aveva
preso fin dal bel principio! Credo che sia una tecnica studiata,
una specie di rischio calcolato.

Nota a margine. Forse le brume che velano la campagna


hanno velato (in senso pascoliano) anche il mio cerebro. Se l’ho
fatta troppo grossa, perdonatemi e... Come non detto!

AE, cart. 164, fasc. Daniele Ponchiroli. Scheda allegata alla seguente lettera inviata
a Guido Davico Bonino da Viadana il 10 dicembre 1974: «dopo aver girato, come una
farfalla, intorno alla grande Carolina, ecco che mi sono forse scottato un po’ il
cervello, e c’è il caso che mi sia ammattito. Senti qui! Ti mando una scheda su... La
trovatella di Milano, buona per le “Letture per la scuola media” ovvero anche per la
“Collana ragazzi”. Questa è la mia follia! Naturalmente c’è da mettere la proposta
sotto la doccia del giudizio sano dei compagni di lavoro a tutti i gusti e livelli.
L’importante è che non pensiate troppo male di me. Gli è che, dando ormai per perduto
il mondo, l’unica alternativa, per un ottimista del mio calibro, è quella di “divertirsi”
col passato, dato che col futuro c’è solo da “piangere”. Miserere me!» La scheda sul
libro della Invernizio è la numero 25 di una lunga serie che Ponchiroli inviò
all’Einaudi tra il 1974 e il 1979 da Viadana, dove si era ritirato dopo essersi dimesso
da caporedattore della casa editrice. Le schede riguardano libri potenzialmente
destinati alle due collane di sua competenza: le «Letture per la scuola media» e i «Libri
per ragazzi».

407
[168.]
Massimo Mila
JOSEPH HANSON KWABENA NKETIA, The Music of Africa, W.
W. Norton & Co., New York 1974.

Un utile e sistematico manuale, ad opera d’uno specialista


che conoscendo a fondo la materia può ripartirla con estrema
chiarezza. Premesso che non esiste una singola civiltà o cultura
africana, ma ce ne sono molte, certamente intercomunicanti,
l’autore passa a descrivere le principali influenze esterne
ch’esse hanno subito: quella islamica, penetrata intimamente nel
costume indigeno, e quella europea, sovrapposta, invece, e
imposta con la violenza. (L’urto, per esempio, tra le
consuetudini della musica religiosa cristiana e la preponderanza
della percussione nel costume musicale africano.)
Esaurite queste premesse, l’autore passa ad esaminare il
background sociale e culturale dell’attività musicale in Africa:
la prevalente funzionalità sociale della musica (canti di lavoro,
di guerra, di caccia, celebrazioni rituali delle varie fasi della vita
individuale, formule magiche a scopo medico e meteorologico,
ecc.). Tuttavia questo aspetto non esaurisce la musicalità
africana: esiste, e come, la musica per se stessa, il piacere di far
musica e di ascoltare musica. Sempre particolareggiando gli
esempi attraverso le varie nazioni e regioni, l’autore descrive le
occasioni di esecuzione musicale, sia individuali sia collettive, il
formarsi di gruppi spontanei e il reclutamento di musicanti
professionali, il loro addestramento (in realtà molto scarso e per
lo piú abbandonato a una specie di spontaneismo; è raro il
fenomeno della «bottega» artigianale, inesistente quello della
scuola); la configurazione dei villaggi indigeni che prevede tra
le capanne l’esistenza d’uno spazio per raduni popolari,
cerimonie e veri e propri concerti di canto e di danza.
Esaurite queste premesse, si passa all’esame sistematico di

408
materia e forme della musica africana. Gli strumenti, nella
classica divisione di idiofoni, membranofoni, aerofoni e
cordofoni (l’esposizione è sorretta da materiale illustrativo, in
verità un po’ modesto: le illustrazioni sono nel testo, off-set).
Quindi con la sezione dedicata alle «strutture della musica
africana» si entra nel vivo della materia: prevalenza melodica,
ma esistenza di casi di polifonia, tanto nella musica vocale che
in quella strumentale; le scale in uso, generalmente basate su
quattro, su cinque, sei e sette suoni nell’ottava, ora equidistanti
ora no, senza esclusione di scale piú complesse;
l’organizzazione ritmica dà luogo a un capitolo appassionante.
Le possibilità d’esecuzione vocale: canto individuale, canto
corale, a responsorio e antifonico. Ma l’autore evita
accuratamente questi termini ed in genere qualsiasi confronto
con gli sviluppi della musica europea ed americana, sicché si
proibisce, per esempio, qualsiasi informazione sulle
sopravvivenze della genuina musica africana nel jazz, anche
quando l’argomento viene sfiorato: per esempio il termine di
highlife music in uso nell’Africa occidentale per indicare un tipo
di musica leggera di derivazione occidentale.
Infine il rapporto tra la musica e altre arti, cioè rapporto con
la parola e, sviluppatissimo e spontaneo, con la danza, fino alla
costituzione di un vero e proprio teatro musicale, un dramma
danzato. Numerose citazioni di testi poetici cantati mostrano
una spiccata concordanza con le forme della lirica greca e della
canzone trovadorica, concordanza che il partito preso
dell’autore gli vieta di rilevare: eppure le canzoni storiche in
lode di guerrieri e di defunti si pongono nella stessa situazione
sociale non solo delle chansons de geste, ma delle odi di
Pindaro; e oltre all’ovvia esistenza di canti d’amore (ma piú
frequenti i canti familiari e materni), di paesaggio e di
descrizione della natura, è impressionante scoprire l’esistenza di
canti didascalici (l’autore li chiama «di riflessione») che
configurano forme sentenziose come quella del sirventese e
perfino di quel particolarissimo canto gnomico e moraleggiante

409
che era il provenzale enueg, cioè l’istruzione morale attraverso
l’elencazione delle cose che non vanno bene. Eccone un
umoristico esempio: «Ciò che conviene a un uomo, gli
conviene. Ma una corda al collo non conviene a un pollo. Tre
orecchie non convengono a una testa. Calzoni e camicia presi a
nolo non possono mai convenire a un uomo. Anche se i
pantaloni non ti fossero troppo stretti intorno alle gambe, la
camicia ti sarebbe sempre larga intorno al collo».
Discografia, bibliografia, cartine etnografiche e linguistiche,
dizionarietto di termini indigeni, completano l’utile volume.

AE, cart. 133, fasc. Massimo Mila [1974-1975].


La musica dell’Africa fu tradotto dalla Società Editrice Internazionale nel 1976.

410
[169.]
Giulio Bollati
Moi, Pierre Rivière, ayant égorgé ma mère, ma sœur et
mon frère... Un cas de parricide au XIX e siècle,
presentazione di Michel Foucault, Gallimard, Paris 1973.

Scheda breve e sommaria, data l’urgenza. Questo libro in


realtà ne contiene due (da tener presente per la valutazione
editoriale). Il libro A è un dossier di interrogatorî, verbali,
“perizie” (o quel che c’era allora, nel 1835), atti giudiziarî,
relativi a un triplice omicidio compiuto da un ventenne sulla
madre incinta, un fratello settenne e una sorella diciottenne.
Ambientazione in un villaggio miserabile della Francia del
Nord, tra contadini e artigiani ai limiti della fame.
Il libro B, piú breve, consiste in una serie di interventi
“tecnici” di oggi (che da varie angolazioni, naturalmente in
chiave «istituzioni negate», commentano e traggono la morale).
Il primo libro si legge come quei documentari tipo A sangue
freddo di Truman Capote, che hanno una presa notevolissima su
un pubblico mediamente popolare, comunque potenzialmente
largo. Il secondo, naturalmente, rimanda all’editoria di
contestazione, di cui costituisce un degno e attraente esemplare
(si può però affermare con compiacimento che quanto alle idee
conduttrici noi italiani, cioè in fondo noi casa editrice, non
siamo secondi, anzi, forse siamo un po’ piú avanti dei francesi).
Dunque, il mio parere è senza esitazioni favorevole. La
collocazione dipende: se si dà maggior peso a B, è un N.P.
[«Nuovo Politecnico»]; se ad A, come io propenderei per
ragioni sia commerciali che pedagogiche («come si deve
leggere un caso di cronaca nera»), allora non c’è dubbio che è
un ottimo «Struzzo».

AE, cart. 25, fasc. Giulio Bollati. Scheda databile alla metà degli anni Settanta.

411
Nonostante la «propensione» di Bollati, Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia
madre, mia sorella e mio fratello... Un caso di parricidio nel XIX secolo uscirà nel
«Nuovo Politecnico» nel 1976 (traduzione di Alessandro Fontana e Paquale Pasquino).

412
[170.]
Giulio Bollati
INGMAR BERGMAN, En filmtrilogi. Såsom i en spegel,
Nattvardsgästerna, Tystnaden, Norstedt & Söner,
Stockholm 1963.

È il copione o, come almeno si chiama nelle lingue nordiche,


il “manoscritto” di tre film. E come libro questa trilogia regge
ottimamente. Perché trilogia? Lo stesso Bergman spiega che il
primo film è la certezza conquistata, il secondo la certezza
scrutata e analizzata, il terzo è «il silenzio di Dio», la
«negativa». Se non interpreto male, Dio tace, è assente e non c’è
piú certezza di sorta. Bergman spiega anche che il tutto è una
«riduzione»: cioè una scelta discendente, uno scadimento o
degradazione.
Non sto a soffermarmi sul contenuto dei singoli film che del
resto è assai noto. Osservo solo che, innanzitutto, il libro è
leggibilissimo. Non c’è distacco tra sceneggiatura e dialogo, tra
quadro visivo e parola: e lo stesso Bergman non ha sentito il
bisogno di distinguere i due piani o elementi con accorgimenti
tipografici, per esempio scrivendo in corsivo la sceneggiatura.
Ogni film si legge molto bene come un racconto, dove le
situazioni sono descritte in uno stile stringato e asciutto, ma che
ha anche una sua bellezza e non è affatto incompleto. Questo è
un gran pregio ed è anche una riprova – se ce ne fosse bisogno –
della completezza dell’artista. Naturalmente, l’unità della
trilogia non è solo formale, ma anche e soprattutto morale. Ogni
film (nel primo, che è arioso anche come paesaggio, Karin cade
in estasi e «vede Dio»; nel secondo, il prete Tomas che celebra
la messa pasquale è colto da una crisi spirituale e mette in
dubbio l’esistenza di Dio – e il tema è svolto con drammaticità
ibseniana –; nel terzo il torbido rapporto tra le sorelle Anna e
Ester) contiene un messaggio, che è un messaggio di umanità e

413
che forse è espresso nel modo piú esplicito nella chiusa di Come
in uno specchio: la frase biblica «Dio è amore» – dice un
personaggio – significa «sapere che l’amore esiste come
qualcosa di reale nel mondo degli uomini».
Ancora qualche osservazione, a proposito del Silenzio:
interessanti alcune notazioni di colore che nel film vero, in
bianco e nero, non saranno utilizzate: il cartello che si vede alla
stazione è scritto «in caratteri verdi su fondo giallo», la gonna di
Anna è di seta «verde cangiante», i nani hanno «splendidi
costumi di tinte tenui» e alcuni hanno una maschera «bianco-
giallastra», una poltrona è «dorata», ecc.: in complesso
mancano le tinte forti, eccettuato il nero. – Una finezza, che data
la sua concisione è in perfetta armonia col contesto (p. 145):
«La stanza diventa un acquario». – Colpisce, in generale, la
precisione con cui ogni minimo particolare è stato reso nel film.
Nel testo ci sono alcune frasi in piú, che evidentemente
corrispondono a sequenze censurate: ma non sono piú di due o
tre.

AE, cart. 25, fasc. Giulio Bollati. Scheda non firmata, databile alla metà degli anni
Settanta.
Il volume, tradotto e integrato da Giacomo Oreglia, sarà pubblicato nei «Saggi» nel
1979 con il titolo Sei film. Luci d’inverno, Come in uno specchio, Il silenzio, Il rito,
Sussurri e grida, Persona.

414
[171.]
Enrico Castelnuovo
PETER BURKE, Tradition and Innovation in Renaissance
Italy. A Sociological Approach, Fontana, London 1974
(edizione accresciuta di Culture and Society in
Renaissance Italy, Fontana, London 1972).

L’autore sembra essere un allievo di Gombrich. E il suo libro


vuole essere una storia sociale dell’arte italiana del Quattrocento
quale Gombrich l’aveva invocata nella sua critica recensione ad
Hauser, una storia che sia prima di tutto ricostruzione di una
certa situazione materiale, che si preoccupi in modo
«obbiettivo» delle condizioni di vita e di lavoro degli artisti, dei
loro rapporti con i committenti e delle richieste di questi ultimi,
delle funzioni che alle opere d’arte venivano attribuite eccetera.
Una storia materiale delle condizioni della produzione artistica,
che si vorrebbe priva di accentuazioni ideologiche troppo
pronunciate. I limiti del libro, peraltro interessante, stanno
proprio in questa esaltazione del metodo del «matter of fact»,
come se anch’esso non facesse parte di un certo tipo di
ideologia. Malgrado ciò il libro è valido e molto utile, parla
dell’estrazione sociale degli artisti, del tipo di istruzione che
ricevevano, si preoccupa del problema della innovazione e della
tradizione, tentando di mettere in rapporto questi due diversi tipi
di atteggiamenti con la fisionomia, il comportamento e la
visione del mondo di una certa classe sociale in un certo
periodo. Per studiare il rapporto borghesia mercantile urbana /
innovazione l’autore tenta anche un interessante confronto
Italia/Fiandra nel Quattro/Cinquecento e uno meno ovvio
Italia/Giappone.
Un primo capitolo, con qualche ingenuità tipicamente
inglese, ma scritto con una certa verve e con chiarezza fa la
storia dell’approccio sociale all’arte e alla cultura del

415
Rinascimento, da Burckhardt a Wölfflin a Von Martin, a
Warburg ad Antal. L’autore utilizza scrupolosamente i vari
studi sul nesso arte/società nel Rinascimento, dandone i risultati,
mettendoli in rapporto ecc. Mi pare un esempio di approccio a
una storia sociale dell’arte non marxista, assai utile per
ricchezza di materiale, chiarezza di esposizione e che fa il punto
su differenti aspetti settoriali. Una buona «Pbe»; talmente buona
che per annotare certi punti e certe citazioni me la porto di
nuovo via. Te la farò avere al piú presto.

AE, cart. 45, fasc. Enrico Castelnuovo [1975]. La scheda era probabilmente
indirizzata a Paolo Fossati. La recensione di Gombrich a The Social History of Art di
Hauser fu pubblicata in «The Art Bulletin», XXXV (1953), n. 1, pp. 79-84.
Cultura e società nell’Italia del Rinascimento, traduzione di Enrico Basaglia,
«Piccola Biblioteca Einaudi», 1984.

416
[172.]
Corrado Augias
EDWARD ALBEE, Seascape, Atheneum, New York 1975.

L’impianto di Seascape (che tradurrei «Marina» nel senso di


paesaggio con mare) è semplice: una coppia (Nancy e Charlie)
sta facendo un pic-nic sulla spiaggia. Nella loro conversazione
emergono brandelli di risentimenti reciproci, frustrazioni,
desideri anche molto elementari e innocenti ma egualmente
destinati, si capisce subito, a non avverarsi mai. La quiete un
po’ afosa della spiaggia è interrotta soltanto dal ruggito di un jet
che sorvola a bassa quota la battigia... È Nancy a notare ad un
certo punto che poco distante giace al sole un’altra coppia. Ma
la conversazione tra i due prosegue ugualmente, non si fa molto
caso agli altri. Poi, sempre Nancy, avverte che gli altri due sono
spariti, chissà dove saranno andati. Poco dopo i due compaiono
sulla sommità d’una duna, vicinissimi. Per un motivo che al
momento ci sfugge Nancy e Charlie sono atterriti da questa
apparizione. Si accovacciano sulla spiaggia nella posizione (piú
o meno quella dei musulmani in preghiera) che definiscono di
«sottomissione». Fine del primo atto.
Con il secondo atto ha inizio la reciproca “scoperta” delle due
coppie. Sono le due donne che danno inizio per prime alla
conversazione, rompono il ghiaccio, diventano sempre piú
“amiche”. Nancy arriva a sbottonarsi la camicetta per far vedere
a Sarah (questo il nome dell’altra) come sono fatte le
mammelle, attributi di cui Sarah è sprovvista. Insomma
scopriamo che Sarah e Leslie sono due esseri profondamente
diversi. Sarah per esempio è ovipara, ha fecondato piú di
settemila uova e ride quando sa che Nancy di figli ne ha avuti
appena tre. Dal significato della stretta di mano a quello del
«cogito ergo sum», le scoperte vanno avanti lasciando emergere
la diversità ma anche, al di sotto di quella, qualche singolare

417
somiglianza, nei sentimenti ad esempio. In poche parole questa
seconda coppia non deve avere una situazione granché dissimile
da quella che Nancy e Charlie hanno fatto scorgere con le
battute iniziali. Alla fine i due estranei fanno per avviarsi verso
il mare da dove sono temporaneamente emersi; gli altri due non
vorrebbero lasciarli andare: «Vi potremo aiutare» sussurra
Nancy. E Leslie di rimando: «Benissimo, comincia!»
Come All over anche Seascape è racconto fortemente
simbolico che rimanda, come si capisce subito dalle allusioni
contenute nelle battute, a significati molto piú vasti di quelli
strettamente descritti dagli avvenimenti. È un tic molto
frequente nel teatro americano ma piace anche a Patroni Griffi e
a Brusati. La vicenda di queste due coppie ad esempio dovrebbe
essere anche una “riflessione” sul razzismo, l’umana capacità di
comprendere (o meno) gli “altri”, sui piú comuni pregiudizi,
sulle difficoltà della vita in comune eccetera. Probabilmente è
anche una metafora (ma ottimistica) sulla morte. La scrittura è
di grande stringatezza, abbondano le battute felicemente
ironiche e un diffuso senso dello humour a volte paradossale.
Un tipico prodotto di Albee ma di buona fattura (al contrario
di quanto era avvenuto con alcune delle ultime opere). Il
momento di fortuna in Italia del teatro commerciale, la
semplicità dell’impianto scenico, il basso costo di un eventuale
“foglio paga” (solo 4 gli interpreti) ne faciliterebbero una
possibile messa in scena in caso di pubblicazione.

AE, cart. 11, fasc. Corrado Augias [1975].


Sarà lo stesso Augias a tradurre Marina per la «Collezione di teatro» nel 1977. In
una scheda del 17 luglio 1977 relativa ai due successivi drammi di Albee (Counting
the Ways e Listening), che richiamavano i temi e le atmosfere di Seascape, Augias
affermerà: «Il mio personale parere è che di queste cose il teatro europeo ne ha già
avute abbastanza».

418
[173.]
Italo Calvino
JAMES PURDY, In a Shallow Grave, Arbor House, New York
1975.

Con gli ultimi romanzi James Purdy aveva compiuto una


escalation nel ripugnante che rendeva difficile tenergli dietro.
Questo nuovo romanzetto in cui la ripugnanza fisica è il tema
principale, è in realtà assai piú discreto. È la storia d’un reduce
della guerra che ha perduto tutta la pelle del viso e del corpo e
di cui nessuno può sopportare la vista. Vive solitario in una
casetta del Sud. Ha bisogno di un assistente che gli massaggi i
piedi per certi disturbi di circolazione, e che gli faccia da
scrivano e da postino per le lettere che lo scorticato manda ogni
giorno alla donna di cui è stato sempre innamorato, una vedova
che abita in una farm lí vicino e che si rifiuta di vederlo. Il
romanzo è la storia dei suoi rapporti con gli assistenti,
naturalmente ambigui. Il piú angelico di questi assistenti va a
letto con la vedova, ma poi fa una strana morte, praticamente
crocifisso su un albero.
Breve romanzo in cui la mano di Purdy si rivela in una certa
grazia nel maneggiare l’orrido, in una certa casualità sbadata
dell’invenzione, in un certo senso di vuoto generale. Si può fare
benissimo a meno di pubblicarlo, cosí come si può anche
pubblicare, nel caso in cui il pubblico di lettori di Purdy che ci
siamo creati un anno dopo l’altro esigesse nuovo nutrimento.

Dice un vecchio proverbio:


Se con Purdy non ci perdi
è imprudente che lo perdi.

Ma c’è anche un altro proverbio che dice:


Se ti prude leggere Purdy

419
prendi i Purdy ancora verdi.
Poco perdi se ritardi
e ti perdi i Purdy tardi.

AE, cart. 34, fasc. Italo Calvino [1976]. Nell’archivio Einaudi sono conservate altre
due schede di Calvino (s.d., ma precedenti a questa) su romanzi di Purdy: Jeremy’s
Version («La ventata di moderatismo che si dice abbia preso a soffiare sul mercato
romanzesco americano, ha avuto ragione anche di James Purdy e del suo grottesco-
atroce? Si direbbe di sí, dato che dalla escalation di humour nero e oscenità degli
ultimi due romanzi ha ripiegato su un libro prolisso e stanco, dalla patina di romanzo
americano tradizionale, che si annuncia come la prima parte d’una trilogia sulla vita di
provincia. Beninteso anche qui ci sono i principali motivi di Purdy, la sua cattiveria, i
suoi caratteri mostruosi, e la tematica generale è sempre la sua: la madre possessiva
che fa diventare i figli degenerati, la frustrante ricerca d’un padre assente, le donne
dominatrici e castratrici ecc. Ma qui tutto è impallidito e francamente noioso») e I Am
Elijah Thrush («se c’è un Purdy da lasciar perdere è proprio questo; ne abbiamo fatti
tanti, che uno piú o uno meno... A meno che per non correre il rischio di perdere Purdy
si voglia prenderlo per tenerlo in frigorifero in attesa che il troppo fecondo autore
produca qualcosa di meglio». In una lettera aperta al direttore di «Paragone», apparsa
sul n. 168 del dicembre del 1963, Calvino aveva rivendicato all’Einaudi, e in
particolare a Carlo Fruttero, il merito di aver scoperto Purdy: «è stato uno dei nasi piú
fini e meno indulgenti dell’editoria italiana (ora ahimè convertitosi per scettico
snobismo, alla cultura di massa, e involatosi per lidi interplanetari), a puntare su questo
tra i mille autori di racconti americani, tutti ugualmente bravini e spiritosi ma senza
guizzi eccezionali. Purdy è una piccola scoperta di cui andiamo particolarmente fieri»
(Italo Calvino, Lettere 1940-1985, a cura di Luca Baranelli, Mondadori, Milano 2000,
p. 765).
Di Purdy l’Einaudi pubblicò 63: Palazzo del Sogno (1960), Il nipote (1963),
Malcolm (1965), Un ignobile individuo (1968), Rose e cenere (1970), I figli sono tutto
(1971), La versione di Geremia (1973) e Sono Elijah Thrush (1974). Come in una
tomba sarà invece pubblicato da SE nel 1990.

420
[174.]
Vittorio Foa
GEORGE R. ASKWITH, Industrial Problems and Disputes, J.
Murray, London 1920.
GEORGE DANGERFIELD, The Strange Death of Liberal
England, Harrison Smith & Robert Haas, New York 1935.

Caro Vivanti,
ho incontrato Franco Venturi e insieme abbiamo parlato degli
anni Dieci, del declino della vecchia Europa liberaldemocratica
(vittoriana, giolittiana, gugliemina eccetera). Gli ho parlato di
un vecchio libro che penso sia tuttora di grande interesse per
capire la grande svolta. L’autore è George R. Askwith (poi Lord
R. Askwith), altissimo funzionario con funzioni di conciliatore
sociale. Il titolo è Industrial Problems and Disputes, London, J.
Murray, Albermarle Str., W., 1920. Non mi risulta sia stato
ristampato. Una copia si trova in Italia presso la biblioteca del
Senato. Askwith cerca di analizzare le cause remote e prossime
del social unrest britannico e descrive minutamente lo svolgersi
degli avvenimenti (che fra il 1910 e il 1914 furono veramente
singolari) e la serie di tentativi che il governo (in particolare
Lloyd George) fece per ristabilire qualche controllo. Il racconto,
dettagliato e vivace, copre il periodo 1906-1919. Colpisce la
modernità dell’analisi del rapporto fra la nuova scolarità e la
vecchia organizzazione del lavoro, la convinzione che a venti
anni la coscienza del lavoratore è decisa, le proposte
riformistiche avanzate per prevenire la “rottura” a venti anni. È
lo spaccato, visto dall’alto, dal governo, di una profonda crisi
sociale (che non fu solo inglese ma investí tutta l’area
industrializzata del pianeta). Il ruolo delle ideologie (unionismo
industriale) non è ignorato, ma ridimensionato rispetto ai fattori
economici, sociologici, di organizzazione della vita. Ti
consiglierei di darci una occhiata. Una traduzione potrebbe

421
essere interessante. Tieni però conto che il volume è grosso,
quasi 500 pagine.
Sempre sullo stesso periodo, fino al 1914, mi sembra
interessante il volume di George Dangerfield, The Strange
Death of Liberal England, del 1935 (ora nelle edizioni Paladin
di Londra, 1970). La società vittoriana si dissolve sotto i colpi
delle lotte operaie, del femminismo e della disgregazione della
disciplina militare. La guerra salva il sistema.
Personalmente sono un po’ fissato (forse troppo) su quel
periodo (1910-1914), nel quale mi pare di trovare radici dei
futuri partiti comunisti almeno altrettanto importanti quanto la
Rivoluzione di ottobre e la socializzazione del lavoro nelle
industrie di guerra.
Ti saluto cordialmente
Vitt. Foa

AE, cart. 81, fasc. Vittorio Foa. Roma, 9 aprile 1976.

422
[175.]
Fosco Maraini
MURASAKI SHIKIBU, Genji monogatari [1011].

Gentile Ms Agnese Incisa,


mi scusi per due cose, innanzitutto; uno se La chiamo Ms
(Miss, Mrs) non sapendo esattamente come fare altrimenti, dato
anche che la patria lingua non s’è ancora armata d’uno
strumento epistolare del genere che permetta di scrivere ad una
donna in quanto tale, indipendentemente dal suo status gàmico.
Due perché Le scrivo quasi con un anno di ritardo. Dati i tempi
che corrono e quanto succede alle poste ed alle ferrovie non ci
sarebbe neppure tanto male, ad ogni modo è cosa che va
sottolineata (in male) e (se possibile, da Lei) perdonata. È
passato tanto tempo che non ricordo neppure se Le inviai a suo
tempo una cartolina dicendo che avrei risposto piú a lungo
dopo, o meno. Insomma, una situazione degna della migliore
tradizione nostrana.
Dunque... Mi sembra che Lei mi accennasse ad una collana di
traduzioni di scrittori classici e contemp. non ancora conosciuti
in Italia, o anche di ritraduzioni buone di paleo-traduzioni
cattive, contemplata dalla Einaudi. Ottima cosa, ottimissima
cosa invero! Naturalmente Lei pose subito il dito sulla piaga:
mancano i buoni traduttori... Esattamente. E ogni anno si sta
peggio, perché i giovani d’oggi sono piú ignoranti di quelli di
ieri, e quelli di domani... Il Medioevo prossimo venturo, anzi
già imbroccato!
Penso che Lei si rivolgesse a me soprattutto pel giapponese,
campo in cui ho qualche esperienza e delle conoscenze. Le dirò
subito che di traduzioni d’alto livello dal g.se in italiano –
dirette si capisce – non ne esiste nemmeno una. Una mezza
eccezione la farei per Le note del Guanciale di Sei Shinagon
tradotte dalla Origlia ed apparse or’è poco appo la Longanesi.

423
Manca per esempio – ed è una vergogna – una buona traduzione
dell’opera della Murasaki, il Romanzo di Genji, il Genji
Monogatari. Una ritraduzione (credo dall’inglese di Waley)
apparve qualche anno fa, mi pare proprio chez Einaudi, ma è
una cosa pressoché penosa. In inglese ci sono già due splendide
traduzioni complete e indipendenti dell’opera, una quella
classica di Waley, due quella recentissima di Seidensticker.
Certo è un’opera lunga, immensamente impegnativa. Ma si
tratta del primo romanzo psicologico mondiale, un salto
qualitativo da quelli che vengono definiti romanzi nelle
letterature classiche (l’Asino d’oro eccetera) d’un’opera scritta
circa 1000 anni fa – quindi non dovrebbe mancare in italiano.
Siamo sul livello dell’Odissea, della Mahābhārata, di Tolstoj,
di quegli otto o dieci pinnacoli letterari d’ogni tempo. Il fatto
che non risuoni per tale nella cassa cranica degli italiani è
dovuto non all’oggetto, ma all’ignoranza del soggetto, cioè dei
sullodati italiani – per i quali tutto ciò ch’è Oriente va ficcato
nel cantuccio dell’esotico, quindi dell’inferiore, dell’ancillare.
Da quanto so la Origlia potrebbe essere proprio la persona per
quest’opera immane, che richiederebbe sicuramente, se ben
fatta, alcuni anni di vita operosa. Io non la conosco neppure
personalmente, ma so ch’è in grande estimazione di chi la
frequenta, per esempio Gian Carlo Calza, il quale mi dice
mirabilia; so ch’è abbastanza giovane, quindi in età da
sobbarcarsi un compito simile. Potrebbe provare ad avvicinarla
su questo punto. Naturalmente, Le ripeto, è cosa che va
ponderata molto bene; se la traduzione è bella, dall’originale
eccetera, non può esser completata in meno d’un termine di
anni. Si tratta di 1090 paginone fitte fitte nella traduz. di
Seidensticker, e di quasi altrettante in quella di Waley.
Per oggi mi arresto qui. Intanto dobbiamo riprendere contatto.
C’è anche la possibilità che l’intero programma collana
traduzioni sia andato in fumo, che Lei sia stata spostata alla
sezione Romanzi Gialli, che abbiate già fatto tutto ciò che mi
accennavate... Insomma è inutile metter altra legna al fuoco a

424
questo punto. Ora, se Lei non prende il pessimo esempio del sig.
Maraini e mi risponde prestino, potremo continuare il nostro
dialogo su queste belle e sante cose sperando con ciò di giovare
alle patrie lettere.
Col che La saluto molto distintamente e La prego ancora di
scusarmi,
Fosco Maraini

AE, Div. it., cart. 115, fasc. Fosco Maraini. Firenze, 28 agosto 1977. Il 7 dicembre
1976 Agnese Incisa aveva scritto a Maraini: «la nostra casa editrice sta progettando
una serie di traduzioni di scrittori classici e contemporanei non ancora conosciuti in
Italia e eventualmente anche la traduzione ex novo di opere già pubblicate con cattive
traduzioni e poco diffuse tra il pubblico italiano. Naturalmente l’ostacolo maggiore alla
nostra iniziativa resta il problema dei traduttori. Per questo ci permettiamo di scriverLe
per chiederLe se conosce studiosi o persone a cui affidare le traduzioni in questione,
ma anche per avere Suoi preziosi consigli nell’ambito delle opere e degli autori
migliori da tradurre».
Nel 1957 Einaudi aveva pubblicato ne «I millenni» la Storia di Genji nella versione
dall’inglese (ed. di Arthur Waley) di Adriana Motti. Cinquantacinque anni dopo, nella
stessa collana einaudiana, sarebbe uscita anche la prima traduzione integrale dell’opera
dal giapponese antico a cura di Maria Teresa Orsi.

425
[176.]
Ernesto Ferrero
HEIMITO VON DODERER, Die Dämonen. Nach der Chronik
des Sektionsrates Geyrenhoff, 2 voll., Biederstein,
München 1956.

Ho guardato la traduzione de I demoni di Heimito von


Doderer, di cui si è parlato nella penultima riunione del
consiglio editoriale. Il manoscritto occupa 1415
(millequattrocentoquindici pagine) nella traduzione di Clara
Bovero e Anita Rho, che mi sembra eccellente (la giudico tale
perché, per la proprietà del linguaggio usato, non sembra
nemmeno una traduzione).
Il romanzo è una cronaca viennese degli anni 1926-27 (è
apparso nel 1956), raccontata da un funzionario dello Stato che,
pensionatosi in anticipo, decide di raccogliere su carta le
vicende di un gruppo di distinti amici. Il racconto che ne esce è
lento, fluviale, bonario, illuminato da lampi d’ironia; nessun
particolare, nessuna battuta ci viene risparmiata. Si direbbe che
Doderer ha del tempo, anche narrativo, una concezione
orientale. Non che egli si abbandoni a lunghe descrizioni: ma
non c’è gesto, azione, parola dei suoi personaggi che gli sfugga.
Immaginate che una portinaia vi parli minuziosamente, per ore e
ore, dei condomini di uno stabile che non conoscete, e che abbia
scarso talento per fissare un tratto caratteristico, un particolare
saliente. È difficile distinguere il profilo di questi bravi borghesi
di Doderer che, con l’agio divagante dei tempi dell’impero, si
frequentano, chiacchierano, vorrebbero amarsi, passeggiano, si
scambiano visite e osservazioni pletoriche, e qualche volta si
amano. Si direbbe che lo scopo primario di Doderer è la
dimostrazione della perfetta futilità della vita.
Non è cosí. Cito quel che scrive Mittner nella sua Storia della
letteratura tedesca:

426
Doderer vuole essere un Musil positivo, che non solo analizza i vari aspetti
della crisi moderna, ma cerca di indicarci anche una via d’uscita dalla crisi.
Questa via è però, tutto sommato, un ritorno alquanto semplicistico al passato.
Doderer non si tuffa nella crisi con la disperata risolutezza di Musil, ne sembra
appena sfiorato. Il suo umorismo non è sinistramente glaciale, ma bonario e
sorridente, fatto soprattutto d’indulgente comprensione. I suoi eroi piú genuini
sono e restano anime assolutamente integre, tanto che non ci si capacita che la
loro storia debba essere collocata nella nostra età, come storia tipica della nostra
età... In Doderer, come nei narratori casalinghi dell’Ottocento, i buoni alla fine
trionfano ed i malvagi sono, se non puniti, smascherati e banditi per sempre dal
consorzio dei buoni dopo vicende – esse pure ottocentesche – piuttosto lunghe
ed anche superfluamente complicate. Cinque matrimoni perfettamente assortiti
– ma forse non li abbiamo contati tutti – chiudono I demoni...
Doderer non ha la pregnanza di Proust, né l’incisività di Thomas Mann; ha
una livellata uguaglianza di tono ed in tale tono sta il segreto principale di
questo “causeur” perfetto, spesso scanzonato, talora realmente distratto, sempre
signorilissimo...
Doderer umanista non conosce i problemi della massa, Doderer cattolico
scruta soltanto problemi individuali, Doderer austriaco trova che in fondo tutto è
andato sempre abbastanza bene.

Mentre sono d’accordo sull’opportunità di ripresentare Le


finestre illuminate (195 pp., «Coralli» 1961), unanimemente
considerato il capolavoro di D. (la storia di un pensionato che di
notte scruta col cannocchiale le finestre delle case di fronte,
spiando lontane e meravigliose figure femminili, e cercando di
ridurre alle forme di una scienza classificatoria questa sua
attività di «astronomo terrestre»), non vi nascondo le piú vive
perplessità circa I demoni, e chiedo un tempo di riflessione.
L’originale della traduzione, per chi lo volesse esaminare, è a
mie mani.

AE, cart. 79, fasc. Ernesto Ferrero [fine novembre 1977]. La scheda è indirizzata a
«Einaudi, Bollati, Cerati, Davico». Nelle prime righe Ferrero allude alla riunione del 9
novembre 1977 in cui si era parlato, per l’ennesima volta, dei Demoni: «BOLLATI
Linder ha acquistato i diritti di Doderer e Dürrenmatt, e protesta perché facciamo
poche ristampe. | EINAUDI Come prima cosa, facciamo subito i Demoni di Doderer,
che sarà un grande successo. | CASES Lui ci tiene molto anche a La scalinata. |
BOLLATI Ma dice che è da ritradurre. | EINAUDI Cosa rappresenta, oggi,
Doderer? | CASES Un lato estremo del mito asburgico, il piú reazionario. Come
Roth, solo che mentre Roth insiste sull’internazionalismo, lui insiste sull’aspetto

427
legalitario, statale. | EINAUDI E i demoni per lui chi sono? | CASES Quelli che
distruggono la società, da destra e da sinistra. | EINAUDI Mettiamo in piano nel
primo trimestre»: AE, Verbali, cart. 7bis.
Su Doderer, cfr. supra, schede n. 80 (Cases, 2 novembre 1956) e n. 85 (Bazlen, 17
giugno 1957).

428
[177.]
Carlo Ginzburg
JACK GOODY, The Domestication of the Savage Mind,
Cambridge University Press, Cambridge 1977.

L’autore è un notissimo antropologo inglese; ha lavorato


soprattutto in Africa. A studi molto specifici affianca lavori di
carattere molto generale come questo. Di Goody in italiano
esiste soltanto, credo, il saggio (scritto in collaborazione con I.
Watt quindici anni fa) sulle ripercussioni dell’invenzione
dell’alfabeto. Di quel saggio il libro attuale è lo sviluppo; ma
rispetto al saggio ci sono qui elementi nuovi, evidenti fin dal
titolo – e cioè la discussione con La pensée sauvage di Lévi-
Strauss.
Il libro è molto ricco, un po’ scucito e discorsivo (si tratta di
conferenze) a tratti; si legge piacevolmente. A mio parere
andrebbe tradotto: sia per introdurre Goody al pubblico italiano,
sia per l’interesse e la qualità del libro, sia per far conoscere i
punti di vista degli antropologi inglesi. (Sarebbe comunque utile
rompere un po’ l’attenzione ossessiva ai prodotti anche minori
della cultura francese.) Il tema è quello delle implicazioni (nel
saggio con Watt si parlava piuttosto di ripercussioni) della
scrittura, esemplificate soprattutto attraverso le culture africane
che Goody ha studiato di prima mano, e le culture
mesopotamiche note invece attraverso studi altrui. La tesi di
Goody è che dicotomie come società calde - società fredde,
storia-mito, astratto-concreto ecc. (proprie della tradizione
Durkheim - Mauss - Lévi-Strauss) semplificano indebitamente
un processo molto piú complicato, in cui l’elemento
fondamentale è l’introduzione della scrittura. È vero che c’è il
rischio di cadere in una nuova dicotomia (orale-scritto) come
avverte lo stesso Goody; ma il punto fondamentale del libro è
un altro, e cioè che una parte delle dicotomie citate, e la nozione

429
stessa di polarità e dicotomia, sarebbero derivate dalla cultura
scritta, e quindi rintracciarle nelle culture orali implicherebbe
una grossa deformazione. Questa critica all’ossessione binaria
degli strutturalisti mi pare che contenga un elemento giusto e
importante; del resto si tratta di una critica condotta in maniera
particolareggiata, su problemi specifici che Goody conosce
bene. (C’è in lui una componente fortemente empirica, terra
terra, molto inglese, che a me personalmente piace molto.)
Secondo Goody, dunque, le tabelle degli strutturalisti con le
loro polarità, correlazioni ecc. presuppongono le liste, gli
elenchi – e liste e elenchi presuppongono la scrittura. Su liste e
elenchi (e loro diramazioni: ricette mediche e culinarie, menus
ecc.) Goody insiste a lungo, in maniera molto felice. (Ci sono
anche alcune pagine di analisi antropologica delle cene nei
colleges di Cambridge, divertenti.) La scrittura ha messo in
moto processi cognitivi che implicano un distacco dal concreto:
tesi non nuova in sé ma qui dimostrata con molta efficacia. Si
tratta, come dicevo all’inizio, di un libro intelligente e ricco di
un antropologo di primissimo ordine. Lo tradurrei senz’altro.

AE, cart. 94, fasc. Carlo Ginzburg [inizio 1978]. Il saggio di Goody e Ian Watt
menzionato da Ginzburg è The Consequences of Literacy, in «Comparative Studies in
Society and History», V (1963), n. 3, pp. 304-54 [trad. it. Le conseguenze
dell’alfabetizzazione, in Pier Paolo Giglioli (a cura di), Linguaggio e società, il
Mulino, Bologna 1972, pp. 361-405].
L’addomesticamento del pensiero selvaggio sarà pubblicato da Franco Angeli nel
1981.

430
[178.]
Vincenzo Consolo
RAFFAELLO BRIGNETTI, Racconti.

Questi dodici racconti di Raffaello Brignetti, che vanno dal


1952 al 1977, sono quasi tutti editi in libri o riviste, tranne
L’aragosta e forse anche Mare dei delirii.
Essi non hanno un’unica tematica (né uno stile uniforme,
come non raggiungono, del resto, un uguale livello di qualità),
ma si possono raggruppare, grosso modo, nei tre seguenti filoni:
1) Filone nero-terrifico, in cui si possono ascrivere Arco di
sabbia e La notte obliqua. Il primo racconto, già facente parte
del volume Morte per acqua – Sansoni, 1952 – ed escluso da
Il gabbiano azzurro, racconta di un vagabondo che trova per
la strada un manoscritto dove si parla di una donna annegata
in un lago e dei tentativi notturni (ché di giorno vi sono
attorno al lago polizia, sommozzatori, impresari di pompe
funebri e curiosi) di recuperarne il corpo. I giornali, intanto,
proprio in quei giorni del ritrovamento del manoscritto,
registrano la medesima storia: realtà e descrizione nel
manoscritto coincidono. Il vagabondo consegna quei fogli alla
polizia. Viene analizzato il testo nel tentativo di scoprire
l’assassino della donna (una prostituta), che credono di
individuare in un povero pazzo ricoverato in quei giorni al
manicomio. Allorquando il vagabondo ritrova ancora la busta
che conteneva il manoscritto, dal timbro postale si scopre che
quella storia era stata scritta un anno prima di quella che
effettivamente accadeva nella realtà.
Il racconto è tenuto da Brignetti su due piani, quello
discorsivo e didascalico e l’altro orfico-allucinatorio
dell’autore del manoscritto ritrovato, secondo piano che
raggiunge il suo apice drammatico (e forse un poco
precipita al di là, non solo degli eliotiani «dolci sussurri»

431
che spolpano le ossa di Phlebas il fenicio, ma anche al di là
di Poe) quando si parla del cadavere putrescente che viene
distrutto e smembrato sott’acqua. La notte obliqua racconta
una storia quasi analoga a quella di Arco di sabbia. Un
ubriaco si aggira di notte per la città; a un ponte sul fiume
un gruppo di persone guarda dal parapetto nell’acqua, dove
poco prima vi si è buttata una donna. L’ubriaco, a sua
volta, si butta nel fiume nel tentativo di recuperare il corpo
della donna ed avere un qualche compenso. Scopre il
corpo, sott’acqua. Ma si accorge che l’annegata ha i piedi
legati a una corda e questa a una pietra. L’ubriacone
capisce qual è la volontà della suicida, cioè quella di non
voler riemergere mai piú dall’acqua, e rispetta questo
ultimo messaggio ai vivi. Il vagabondo sale sul ponte e
dice agli astanti, parenti della morta, di non aver ritrovato il
corpo.
Il racconto è in prima persona, meno invasato e terrifico
del primo, ma sempre notturno e nero.
2) Filone della minaccia e incrinatura al/del mito per
intrusione della «storia», che si allunga e diventa anche filone
ecologico.
Vi si possono inquadrare: Mare dei delirii, L’aragosta,
L’aguglia, Venti lire di allegria e, in qualche modo, L’isola
d’oro e La nave immane. Credo che bisogna prendere in
considerazione solo Mare dei delirii, La nave immane e
forse anche L’isola d’oro (racconto già apparso nel ’69, ma
qui presentato sotto forma di sceneggiato radiofonico)
(perché gli altri, L’aragosta, L’aguglia e Venti di allegria
mi sono sembrati di livello decisamente inferiore a questi
tre). Mare dei delirii e L’isola d’oro sono forse da vedere
nello spirito de La spiaggia d’oro: la felicità non è
nell’inseguire false prospettive di utilità economiche, ma
nel tenere intatte e godere le «terre estreme», i luoghi
remoti, paradisi che bisogna difendere dagli altri, da quelli
che vengono da fuori e vogliono distruggerli.

432
La nave immane, invece, è nel filone (ecologico) del
primo racconto di Il gabbiano azzurro, Il raggio verde.
Una grande e moderna petroliera sbaglia rotta, sbatte
contro un fondale, si squarcia e spande nel mare il carico di
petrolio (di grande attualità dopo il disastro di Brest). Oltre
a questo tema ecologico, vi è anche quello del contrasto tra
il capitano della nave (che ha la responsabilità del disastro)
e il giovane primo ufficiale (un lontanissimo parente di
Billy Budd).
3) Filone giornalistico-mondano, in cui si possono collocare
L’inviato speciale e Vele di carta, racconti, in verità, un po’
fragili, e fuori dallo stile e dalla tematica brignettiana. Un
appunto, semplicemente, una curiosità, mi è sembrato invece
Sogno di pomeriggio, che è la trascrizione di un sogno fatto
dallo scrittore. C’è, sí, nell’esposizione del sogno la resa
dell’atmosfera onirica e, nello stagliarsi delle figure nel
paesaggio sognato, una certa staticità metafisica, ma tutto
questo non mi sembra che approdi a una compiutezza
narrativa.
Ragazza rumena (del 1950, ma pubblicato nel ’59 da
Guanda), è un bel racconto a sé stante (ricorda, nella fuga,
nei pellegrinaggi, nello sbandamento dei personaggi, certe
pagine de La tregua di Primo Levi).

Una scelta di questi racconti temo che non si possa fare


strettamente per temi o filoni, ma solo per qualità e riuscita
narrativa. Allora, una potrebbe essere:
Arco di sabbia, La notte obliqua, Mare dei delirii, Isola
d’oro, La nave immane, dove almeno vi sono i simboli
accomunanti dell’acqua, dell’isola, della nave.

AE, cart. 56, fasc. Vincenzo Consolo [1978]. Di Brignetti l’Einaudi aveva
pubblicato La deriva («I gettoni», 1955), La riva di Charleston («I coralli», 1960) e la
raccolta di racconti Il gabbiano azzurro («Supercoralli», 1967).
Nel 1981 Mursia pubblicherà Il mare dei deliri e altri racconti inediti.

433
[179.]
Daniele Ponchiroli
MARIO RIGONI STERN, Storia di Tönle [1978].

È la storia del montanaro-pastore-contrabbandiere-emigrante


asiaghese Tönle (Antonio) Bintarn, cominciando dagli anni
della sua maturità – e della sua condanna e latitanza all’estero
per aver percosso un finanziere – fino alla sua morte,
ultraottantenne, mentre sull’Altipiano si scatena la
controffensiva italiana dopo l’invasione austriaca (1917).
I personaggi – come dice l’autore nell’accompagnatoria a me
indirizzata – «sono veri (alcuni anche miei parenti) e la storia
del protagonista me l’ha raccontata un suo nipote manovale
mentre m’aiutava a costruire la casa dove vivo; gli episodi,
anche i piú insignificanti o appena accennati, hanno un preciso
aggancio con la storia e le vicende di quel tempo che sono
andato a riscavare in luoghi impensati».
A me il racconto piace molto. Anche se è diverso dagli altri
scritti di Rigoni, perché il livello epico è raggiunto qui non
attraverso l’uomo che è coinvolto dagli avvenimenti, ma
piuttosto attraverso i fatti che coinvolgono l’uomo, di per sé
indifferente ad essi.
Se può farsi, il paragone che viene in mente è con l’ultimo
film di Olmi (L’albero degli zoccoli), di cui ho visto alcune
sequenze e di cui ho letto; film che è in opposizione e in
concorrenza con quella solenne boiata (e falsa) di Novecento.
Tralascio di dire – come cosa non del tutto pertinente in sede
di narrativa – che la storia di Rigoni ha anche valore come
ricostruzione di un mondo contadino ormai tramontato. (Ci sono
anche indovinati incontri, rapidissimi, col tenente Emilio Lussu
e il tenente Filippo Sacchi.)
Naturalmente, sono per la pubblicazione – nei «Nuovi
Coralli» – di questo racconto lungo, bello e (cosa piuttosto rara)

434
onesto.

AE, cart. 164, fasc. Daniele Ponchiroli, 4 luglio 1978. Il titolo della scheda
assegnato da Ponchiroli è «Mario Rigoni Stern, Il ciliegio sul tetto / Storia di Tönle
Bintarn (cartelle 108)».
Il romanzo uscirà in quello stesso anno nei «Nuovi Coralli».

435
[180.]
Corrado Stajano
PIERO MORGANTI, Come si diventa giornalista? [1978].

Caro Giulio
ti mando il libro di Piero Morganti, la testimonianza di un
giornalista dalla metà degli anni ’50 a oggi, di cui ti avevo
parlato. Il libro doveva essere pronto tempo fa, ma poi l’ho
rivisto e fatto rivedere e accorciare perché mi sembrava un po’
lungo. Adesso mi sembra che vada bene: è un libro coraggioso e
di grande interesse. In genere i libri sul mondo
dell’informazione sono firmati da primedonne, qui abbiamo
invece la cronaca vissuta e sofferta di un giornalista colto che
non ha mai voluto fare carriera e ha trovato, se cosí si può dire,
la sua realizzazione nel lavoro dei comitati di redazione, al
«Corriere della Sera» degli anni ’70, testimone e protagonista di
tutti i cambiamenti di linea politica e di proprietà. La novità del
libro mi pare proprio questo tranquillo raccontare un mestiere
fatto da uno che non è diventato un divo e che rappresenta una
realtà sconosciuta.
Il libro è diviso in due parti, diverse tra loro, ma omogenee
nel loro insieme. Nella prima, Morganti racconta la sua
iniziazione: la storia della vocazione, insomma, e poi il cieco
muoversi alla ricerca di un posto di lavoro. Ha studiato nel
collegio dei gesuiti di Milano e ne descrive con gusto
l’ambiente, poi – è un ragazzo della borghesia agiata milanese,
ma senza nessun aggancio con il mondo intellettuale e
giornalistico – racconta le sue prime armi nel mestiere. Era
amico di pittori e di uomini della Resistenza, scriveva qualcosa
sull’«Avanti», poi attraverso raccomandazioni che descrive
minutamente trova un posto al «Corriere Lombardo» che
esprimeva, a metà del ’50, gli interessi della piccola borghesia
milanese, tra le casse artigiane e la piccola industria. Un

436
giornale di destra, e Morganti racconta i primi choc del cronista,
il cinismo della professione, gli uomini che la facevano, spesso
residuati del fascismo ed educati in quel modo. Questa è la parte
piú gustosa, ma anche piú amara, un ritratto di un giornale, ma
anche della piccola Italia che aveva rimosso e cancellato
piazzale Loreto e che viveva la restaurazione in una continuità
quotidiana con i metodi del regime. Poi Morganti passa al
«Corriere», descrive dal basso tutta la liturgia di quel giornale,
Missiroli, i giornalisti dell’epoca, la naturale autocensura e
l’ossequio normale verso il potere politico e la proprietà.
L’autore descrive benissimo quel clima, la continua ricerca di
giustificazioni e di alibi e non tace la sua autocritica, la
narrazione del suo sdoppiamento, la rinuncia – perché aveva
capito – ad esprimersi in quell’impossibile professione servile
che usa di continuo il ricatto dell’ambizione, del successo
spicciolo, della vetrina della firma per far fare anche a persone
non disprezzabili cattive azioni. Morganti, dunque, fa il cronista
e crede di esprimersi nel suo “privato”, nelle letture e
nell’amicizia. Ma poi la realtà sociale fa fare i conti anche a lui:
a metà del ’60 cominciano a cambiare le cose, è cronista
giudiziario e al palazzo di giustizia è testimone di complicità e
di sopraffazioni padronali, ma anche di tentativi, sia pure timidi,
civili e democratici della magistratura che in alcuni suoi settori
– il presidente del tribunale è Bianchi d’Espinosa – sta
cambiando. Poi il 1968, il 1969, la strage di Milano, le
connivenze statali eccetera. Quegli anni sono raccontati da uno
che al «Corriere» è come impotente: ha acquistato coscienza
politica, ma il giornale dove scrive è il giornale che descrive
Valpreda come un mostro e i rossi come degli assassini. Negli
altri giornali, intanto, i giornalisti – al «Giorno», all’«Espresso»
e piú tardi all’«Unità» – si stanno movendo, si sono costituiti
dei comitati per la libertà di stampa e per la lotta contro la
repressione: Morganti partecipa anche lui a quelle riunioni, a
quei tentativi di lotta e di resistenza spesso velleitari. Il
«Corriere» è diretto da Spadolini, il suo è il giornale dei questori

437
e dei prefetti, dell’obbedienza, di una cultura pacificata.
Morganti descrive bene la proprietà del «Corriere», la famiglia
Crespi nei suoi rami differenti, e soprattutto Giulia Maria
Mozzoni che sarà l’anima del cambiamento, della cacciata di
Spadolini, della venuta di Ottone.
A questo punto, Morganti entra nel Comitato di redazione e
segue da testimone diretto e da protagonista tutte le vicende di
questi anni: la sua è una cronaca politica, ma anche di costume,
la storia di un giornale, ma anche la rappresentazione di un
paese in trasformazione. Le assemblee, le riunioni con la
proprietà, la filosofia di Ottone, le generosità e le debolezze dei
giornalisti sono raccontate di prima mano e in prima persona:
una narrazione ricca di notizie, di particolari mal conosciuti. I
legami tra i giornalisti e i tipografi, ad esempio, sono resi con
vivezza: l’entusiasmo neofita dei giornalisti che scoprono la
classe operaia e l’ambiguità di fondo del rapporto di classe, la
scuola sindacale e sperimentata degli operai e lo spontaneismo
dei giornalisti. Sullo sfondo l’Italia del ’72-’74, tra una strage,
un tentato colpo di stato, il referendum per il divorzio. Sono gli
anni piú fervidi del giornalismo di Ottone.
Poi il libro segnala i mutamenti della proprietà fino all’arrivo
dei Rizzoli. E qui comincia la seconda parte del libro, con un
linguaggio diverso: la testimonianza del cronista diventa la
cronaca di un’esperienza sindacale. I giochi delle parti, i
comportamenti sui fatti specifici, le censure, le autocensure, le
debolezze umane e politiche, gli errori dei partiti, sono
raccontati in modo netto e non noioso. Si arriva alla partenza di
Ottone: nel frattempo tutto si è deteriorato, l’esperimento di
liberalizzazione anglosassone è fallito, le volontà di lotta dei
giornalisti, corporazione privilegiata, sono scemate, il potere
politico ha capito che un giornale come il «Corriere» (e i
giornali in genere) è un formidabile strumento da tenere al suo
servizio ed è corso ai ripari. È il periodo della sconfitta dei
comitati di redazione e dei consigli di fabbrica, del riflusso,
della lottizzazione dei partiti e dei comitati di redazione, della

438
restaurazione.
Io intitolerei il libro (con un lungo sottotitolo): Come si
diventa giornalista? Potrebbe sembrare una guida, ma in fondo
questa è una guida per i giovani: le migliaia di giovani che
vogliono fare questo mestiere che continua ad avere una
straordinaria forza di attrazione e che si rivolgono a chi scrive
sui giornali con questa imbarazzante domanda. Sappiano i
segreti di un’esperienza come questa vissuta dal basso con
infinita umiltà e dignità. Conoscano la possibile e quasi mai
realizzata nobiltà e civiltà del mestiere di giornalista e tutta la
sua miseria.
Ciao, grazie
Corrado

AE, cart. 65, fasc. Corrado Stajano, lettera a Giulio Bollati [Milano, ottobre 1978].
Il libro uscí nel 1979 nella collana «Gli Struzzi Società», con una nota introduttiva
di Stajano.

439
[181.]
Carlo Ginzburg
PETER BURKE, Popular Culture in Early Modern Europe,
Harper & Row, New York 1978.

Questo libro entra con molta autorità nell’attuale boom di


studi sulla cultura popolare in Europa tra tardo Medioevo e inizi
della Rivoluzione industriale. Può essere utile un paragone con
il libro di Muchembled dal titolo piú o meno analogo,
presentato in casa editrice la scorsa primavera (e sul quale diedi
un parere negativo). Le scarse ricerche di prima mano di
Muchembled – sull’Hainaut, l’Artois, in parte le Fiandre –
venivano proiettate su uno sfondo europeo, dando luogo a
un’immagine uniforme – ma uniforme perché artificiosa e
stereotipata (molto Febvre, un po’ di Lévy-Bruhl, e un po’ di
Bachtin ecc.). Anche Burke si propone di tracciare un quadro
europeo della cultura popolare nel periodo indicato. Piú
precisamente: anziché partire da una definizione aprioristica
comincia col chiedersi quando e come nasce la nozione di una
cultura popolare (o degli strati sociali subalterni); poi discute
analiticamente come e in che misura sia possibile analizzarla.
Questa parte iniziale è tra le piú felici del libro: c’è una grande
ricchezza di materiale, ampiezza di informazione e nitidezza di
scrittura. Mi pare che queste qualità caratterizzino tutto il libro
(che si legge con grande piacere): anche là nella parte centrale,
dove Burke cerca di dimostrare l’assunto piú difficile del suo
lavoro, e cioè l’unità/varietà della cultura che sta descrivendo.
Dico questo, perché parlare di una cultura popolare unitaria per
l’intera area europea nell’arco di tre secoli circa comportava un
rischio evidente di astrattezza. Burke è riuscito a evitare questo
pericolo lavorando a stretto contatto col suo materiale,
adoperando empiria e cautela. In questo modo è riuscito (come
già nel volume sul Rinascimento italiano) a scrivere un libro di

440
carattere generale che non cade mai nel generico. Per questo
tipo di studi è un grosso passo avanti. A mio parere, da tradurre
senz’altro.

AE, cart. 94, fasc. Carlo Ginzburg [1979]. Il parere di Ginzburg su Culture
populaire et culture des élites dans la France moderne (XV e-XVIII e siècle) di
Robert Muchembled è contenuto in una lettera a Corrado Vivanti del 18 maggio 1978:
«A me pare in verità un libro scadente e superficiale. Vuol essere un libro d’insieme –
le ricerche originali sono dichiaratamente limitate alla Francia del Nord (Hainaut,
Artois, Picardie ecc.). Questo significa che il libro riassume i libri recenti e meno
recenti sul tema della cultura popolare ecc.: un po’ di Febvre, molto Delumeau, un
pizzico di Bachtin – smussati nelle loro diversità e divergenze, ridotti a un minimo
comun denominatore molto di maniera: i contrasti, l’affettività, il corpo, il carnevale –
e la repressione e sradicamento di tutto questo. Tutto vero, intendiamoci – ma ridotte a
formuletta. C’è bisogno di tradurre un libro del genere? A me non pare».
Cultura popolare nell’Europa moderna sarebbe stato pubblicato (con
un’introduzione di Carlo Ginzburg) da Mondadori nel 1980.

441
[182.]
Franco Fortini
GEORGES PEREC, La Vie mode d’emploi, Hachette, Paris
1978.

Citati ha ragione, anche perché il libro gli somiglia.


È straordinario nel senso di un ordinario sistematico ed è
vuoto nel senso di un pieno assoluto e irrespirabile. È il sogno
supremo di essere piú intelligente del compagno di banco.
Divertente e spiritoso nei particolari. Iettatorio come un
quadro di Magritte; noiosissimo nell’insieme.
Perfettamente kitsch come il suo titolo. Contributo alla
creazione di sottoletteratura.
Con tutto questo, il mio parere è SÍ. Le probabilità di rientrare
nelle spese sono assai elevate. È però necessario un forte lancio
pubblicitario e il libro deve uscire al piú presto: massimo entro
un anno, perché il vento della moda può girare.
Non ci sono difficoltà di traduzione.

AE, cart. 83, fasc. Franco Fortini. «Parere telefonato da Fortini» (si legge in testa
alla scheda manoscritta) l’11 gennaio 1979. Nella prima frase Fortini allude alla
recensione di Pietro Citati, La morte arriva all’ultimo puzzle, in «Corriere della sera»,
13 dicembre 1978.
La vita istruzioni per l’uso sarà pubblicato da Rizzoli nel 1984.

442
[183.]
Gianni Celati
ROBERT M. PIRSIG, Zen and the Art of Motorcycle
Maintenance. An Inquiry into Values, William Morrow &
Company, New York 1974.

caro Giulio Einaudi


ti scrivo in merito alla traduzione del libro di Pirsig Zen and
the Art of Motorcycle Maintenance.
Dopo aver sentito che il libro era stato scartato su parere di
Roscioni avevo deciso di protestare. Ma poi non l’ho fatto
perché mi tocca sempre la parte del rompicoglioni nella vostra
casa editrice, e cosí preferisco star zitto.
Adesso sento che ci sono altri pareri favorevoli e aggiungo il
mio.
Mi sembra un libro fuori dell’ordinario perché non è un
romanzo ma un manuale di sopravvivenza, che si può leggere
tutto d’un fiato, per l’idea meravigliosa del racconto al figlio di
queste due arti: l’arte del pensare filosofico e l’arte della
manutenzione della motocicletta, l’arte antica della saggezza e
quella moderna del dover fare i conti con la tecnologia.
In America questo libro ha avuto un successo enorme ed è
forse l’unico libro che conosco che salta al di là dei problemi
della controcultura per portarci su un piano moderno e
postmoderno, che è appunto quello del rapporto positivo con la
tecnologia.
È un libro che mi piace e mi affascina, ho già suggerito a
Pennati un traduttore e spero che vada in porto.
Saluti e a presto
tuo Gianni Celati

AE, cart. 47, fasc. Gianni Celati. Lettera s.d., ma del febbraio 1979.
Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta sarà pubblicato, nella

443
traduzione di Delfina Vezzoli, da Adelphi nel 1981.

444
[184.]
Giorgio Agamben
ROBERT DESNOS, Nouvelles Hébrides et autres textes 1922-
1930, a cura di Marie-Claire Dumas, Gallimard, Paris
1978.

Caro Fossati,
mi è stato chiesto un parere su Nouvelles Hébrides et autres
textes di Desnos. Einaudi ha, inoltre, in esame, le opere di
Tzara, gli scritti di Rigaut e qualcosa di Crevel. Il problema mi
sembra, perciò, superare i limiti di un singolo libro e si potrebbe
forse formulare cosí: che cosa fare oggi con i surrealisti? Come
sai, in Italia, come altrove, l’attenzione per il surrealismo
continua a essere viva, ma la pubblicazione dei testi è invece
carente e discontinua. Mi sembra che, in questa situazione, si
possono considerare tre possibilità editoriali:
1) Einaudi può pubblicare organicamente (una specie di
«Archivio del surrealismo») certi testi principali (come
quelli in questione, certo non trascurabili).
2) Si possono invece estrarre occasionalmente antologie
dai testi in questione (un volumetto Desnos, un volumetto
Tzara ecc.).
3) Semplicemente lasciar cadere in blocco il problema.

Io non ho particolare simpatia per i surrealisti, ma sarei,


personalmente, per la prima ipotesi, che ritengo piú utile e forse
anche piú remunerativa. Una valutazione storica del surrealismo
mi sembra necessaria, magari per liquidarlo. E la pubblicazione
dei testi è condizione indispensabile di ogni valutazione storica.
Ma anche le altre ipotesi mi paiono accettabili. Per questo, per
poter dare una risposta su Desnos (come sugli altri) ho bisogno
di una indicazione editoriale (tua o dell’editore stesso) su quale
possibilità avere in mente.

445
Affettuosi saluti
Giorgio Agamben

P.S. Il libro di Desnos contiene quasi tutto l’essenziale di


Desnos dal 1922 al 1930, cioè il periodo della sua
partecipazione al movimento surrealista. Sono 490 pagine di
testi diversi, da quelli piú lunghi a semplici schede di lettura.

AE, cart. 1, fasc. Giorgio Agamben. Lettera a Paolo Fossati s.d., ma dell’aprile
1979.

446
[185.]
Emilio Faccioli
FRANCESCA SANVITALE, Madre e figlia [1979].

Il romanzo rivela un temperamento affabulatorio che


sorprende e s’impone fin dalle prime battute. Piú che leggere,
sembra di ascoltare una voce che alleggerisce ogni impegno di
comunicare in un parlato arioso e a volte cantante, tanto
nell’effondersi disteso di certe evocazioni di ambienti di oggetti
di creature quanto nei dialoghi cadenzati con intensa musicalità
e ad un tempo carichi di sensi riposti, di cose che emergono da
strati profondi. Sostenere un simile tipo di scrittura è impresa
pressoché disperata, senza dire che alla lunga produrrebbe
effetti di monotonia e di fastidio. A questa maniera “alta” la
Sanvitale alterna perciò, sulla medesima gamma, un sottovoce
dimesso e sorridente, mentre in altri momenti introduce qualche
nota che oltrepassa i livelli “alti” e che risulta soltanto
“brillante”: forse proprio qui, nelle pagine di maggior
virtuosismo, sono le zone piú opache del romanzo, nel quale
peraltro non si registrano vere e proprie cadute.
Fin dal principio l’autrice toglie inoltre ogni dubbio circa
l’eventualità che ci abbia dato l’ennesimo libro di ricordi
privati. Non c’è niente, in Madre e figlia, che risulti chiuso in
un autobiografismo elegiaco e difensivo, anche se il racconto è
evidentemente nutrito di esperienze di vita vissuta in prima
persona. Certo la memoria ha una parte dominante, ma viene
continuamente smontata e poi ricomposta e dilatata e
trasformata in forza fantastica, che contrappone alla “storia” un
esistere nel quale le nozioni del passato, del presente e del
futuro non hanno, intenzionalmente, alcun rilievo, cosicché i
ricordi, benché innumerevoli, e gli affetti, dolcissimi e tuttavia
sordamente minacciati o addirittura traditi, le emozioni le
immaginazioni le allusioni le visioni le allucinazioni i sogni

447
formano un grumo unico nel quale tutto coesiste e si muove
fuori delle dimensioni del tempo. Lo dice la stessa Sanvitale,
con lucida consapevolezza: «Quali meraviglie fatate nei nostri
sogni nel lontano, distorto passato; quali intrecci di tempi
andati, false immagini, futuri inconoscibili e già accaduti!» (p.
221).
Della qualità autentica di questo libro sono insomma convinto
e per parte mia ne caldeggio la pubblicazione, con qualche
riserva che è legata proprio al suo carattere atemporale. Ritengo
cioè che alcuni riferimenti a fatti storici precisi non siano affatto
necessari e debbano essere accennati appena di scorcio (può
bastare qualche cancellatura): si vedano i richiami alla guerra
d’Etiopia, all’impero, al re e al duce (p. 46) e soprattutto la
citazione del discorso di Hailè Selassiè, quelli alla guerra di
Spagna (pp. 70-72), allo scoppio della Seconda guerra mondiale
(p. 78) e alla rivoluzione algerina (p. 140-42), dove figurano
persino citazioni da monografie specifiche; si vedano anche le
definizioni storiche relative a eventi o a movimenti di cultura,
come il futurismo o il liberty, che sono già espliciti in ciò che la
Sanvitale descrive.

AE, cart. 76, fasc. Emilio Faccioli, Firenze, 20 novembre 1979. Docente di Lingua
e Letteratura italiana all’Università di Firenze, Faccioli collaborava con l’Einaudi
come consulente e traduttore dalla prima metà degli anni Cinquanta.
Madre e figlia della Sanvitale uscí nei «Supercoralli» l’anno successivo.

448
[186.]
Cesare Segre
GÉRARD GENETTE, Palimpsestes. La Littérature au second
degré, Seuil, Paris 1982.

Caro Carena,
ho letto le bozze dell’ultimo Genette, Palimpsestes, che mi
avete mandato in lettura. Trovo che questo libro, affascinante
traversata della letteratura francese (con escursioni inglesi,
italiane e spagnole) alla ricerca dei testi costruiti su un testo
precedente (parodie, pastiches, continuazioni, rifacimenti,
trasposizioni da un genere all’altro), merita senz’altro di essere
tradotto. Meno impegnato degli altri sul piano teorico, esibisce
invece una grande finezza descrittiva: e tieni conto che quasi
tutta la letteratura è “palinsesta”, sicché l’eccezione finisce per
rivelarsi regola. Unica difficoltà il fatto che Genette talora
allude di passata a testi (che non cita) ritenuti noti a un francese
colto; per un lettore medio italiano occorrerà qualche nota
esplicativa, o la citazione di qualche verso. Insomma il
traduttore dev’essere ottimo conoscitore di letteratura francese.
A presto e tanti cari saluti a tutti
Cesare

AE, cart. 192, fasc. Cesare Segre. Milano, 22 febbraio 1982.


Palinsesti. La letteratura al secondo grado, traduzione di Raffaella Novità,
«Biblioteca Einaudi», 1997.

449
[187.]
Natalia Ginzburg
ELENA ALBERTINI CARANDINI, Diario [1944-47].

Caro Giulio
ti scrivo avendo parlato con Calvino.
Ti scrivo a proposito del diario della signora Carandini. So
che tu sei contrario, come già le abbiamo detto, «per ragioni
tecniche». Io l’ho letto questo diario, perché la signora mi ha
pregato di leggerlo. Non è, certo, una grande cosa. È il diario di
una signora. È però molto divertente e di lettura piacevole. È
anche comico, perché lei si crede, col marito, al centro del
mondo. Ne esce fuori un ritratto, abbastanza significativo,
dell’alta borghesia italiana della guerra e del dopoguerra. Ci
sono giudizi di prima mano su fatti e personaggi politici. Se
sarebbe un grande successo, non lo so: avrebbe, credo, un buon
numero di lettori. Se siete risolutamente contrari, non c’è
problema, gli[elo] si dice, la signora è già preparata a un rifiuto.
Se invece aveste qualche leggero dubbio, io potrei tagliarlo (la
signora è d’accordo) e ridurlo alle trecento pagine. Tagliarlo
non è difficile. Fammi sapere qualcosa attraverso Carena. Se è
un no di nuovo, la informiamo subito, perché possa cercare un
altro editore.
Ti saluto con affetto.
Natalia Ginzburg

AE, cart. 95, fasc. Natalia Ginzburg. Lettera a Giulio Einaudi, Roma, 25 maggio
1982.
Il diario della «signora Carandini» dal 1944 al 1947 sarebbe stato pubblicato con il
titolo Passata la stagione da Passigli nel 1989.

450
[188.]
Primo Levi
CARLO EMILIO GADDA, Saggi di divulgazione scientifica.

Caro Carlo,
sono incerto sull’utilità di ridar vita ai saggi gaddiani. Sono
prolissi, diligenti ma piattamente didattici, noiosi e (soprattutto i
due sulla lignite) sanno di farina d’altrui sacco e di stesura su
commissione. Il loro interesse tecnico è scarso, e non manca
qualche piaggeria. Ciò detto, resta il fatto che possono destare
l’interesse filologico dello specialista, e forse contribuire ad una
storia aggiornata dell’economia autarchica.
Di gaddiano c’è solo qualche lampo: c’è il gusto del Nostro
per il termine prezioso e arcaico, che qui trova pascolo nella
terminologia tecnica, delibata con delizia evidente; c’è qualche
punta di sottile ironia, che sembra nascere dal fastidio
dell’“inviato speciale” sbattuto (salvo che nel pezzo sulla
Centrale vaticana) fuori del campo della sua competenza. E c’è,
curiosamente, qualche prodromo del futuro misantropo
infastidito dal rumore e dall’inquinamento: anche se non credo
affatto alla sua affermazione che un motore a combustione
interna alimentato con ammoniaca non emetta neppure tracce di
ossido di azoto! Il pezzo sulle leghe leggere è (facilmente)
profetico: tuttavia è singolare che l’ingegner Gadda non citi, fra
gli usi dell’alluminio, la sostituzione del rame nei conduttori
elettrici.
In conclusione: se tutti i pezzi hanno questa andatura, credo
che i lettori potenziali sarebbero pochi.
Ti saluto con affetto
Primo Levi

AE, cart. 95, fasc. Primo Levi. Lettera a Carlo Carena, Torino, 25 maggio 1983.
I saggi gaddiani saranno raccolti e pubblicati con il titolo di Azoto e altri scritti di

451
divulgazione scientifica da Vanni Scheiwiller nel 1986.

452
[189.]
Massimo Mila
CHRISTOPHER HOGWOOD, Händel, Thames & Hudson,
London 1984.
WALTHER SIEGMUND-SCHULTZE, Georg Friedrich Händel,
List, München 1984.

Entrambi appartengono alla categoria di libri che la Casa


Editrice non si può permettere perché non possiede una collana
specifica d’argomento musicale, dove libri anche non
eccezionali si potrebbero spalleggiare e giustificare l’un con
l’altro.
Händel, tricentenario a parte, non è un argomento di grande
interesse attuale, come Bach o Mozart. Certamente, una
biografia di H. che fornisse un bel quadro della vita musicale e
sociale nell’Inghilterra del Settecento (come fa, per esempio,
l’Offenbach di Kracauer per la Francia del Secondo Impero)
potrebbe servire quando fosse di mano d’un grande scrittore.
Lo Hogwood è un direttore d’orchestra specializzato in
musica antica e particolarmente in Händel. Si sta affermando,
anche nei dischi, e questo potrebbe essere un buon atout per
l’esito del libro. Il quale è, o vuol essere, brillante, senza
incorrere, verosimilmente, in deficienze d’informazione o
scorrettezza di metodo.
Il Siegmund-Schultze è un anziano studioso, anche lui
specialista dell’argomento, su piano musicologico. Il suo libro è
piú sostanzioso che quello di Hogwood, ma piú massiccio. Piú
utile, ma di lettura meno scorrevole.
Secondo me, non ci sono motivi per fare né l’uno né l’altro
(considerando anche che ben difficilmente si riuscirebbe ad
uscire ancora entro l’anno in corso). Neanche ci sono motivi per
respingere sia l’uno che l’altro, salvo che, per attualità
d’argomento e per qualità di scrittura, non sono di

453
quell’interesse e di quella qualità eccezionale che generalmente
condizionano la pubblicazione di libri d’argomento musicale
presso la casa editrice.

AE, cart. 133, fasc. Massimo Mila [1985].


Il libro di Hogwood fu pubblicato da Studio Tesi nel 1991.

454
[190.]
Natalia Ginzburg
CLARA SERENI, Casalinghitudine [1986].

Caro Ernesto,
ti scrivo le mie impressioni sul manoscritto di Clara Sereni.
Il titolo Casalinghitudine lo trovo orribile. Sono
risolutamente contraria.
Il racconto l’ho letto in fretta e con curiosità. Lo trovo
pubblicabile. Lo trovo manchevole. Penso che la motivazione
vera, reale, del racconto sia nel rapporto col padre; però questo
rapporto non viene affrontato, viene rasentato, di striscio e in
superficie. La fisionomia del padre non appare. Era un rapporto
«orribile» ma non si capisce perché. Secondo me le ricette non
sono una trovata poetica (nel Sistema periodico gli elementi
chimici sono una trovata poetica); qui sono piuttosto un
giochetto, un espediente per tacere cose piú difficili e piú
drammatiche da affrontare. Il rapporto con il padre, e di
conseguenza con la madre morta e con la matrigna, andavano
illuminati con piú risolutezza e piú forza. È un peccato che non
sia accaduto.
Questo mi sembra un vizio di fondo. Però il racconto ha una
certa grazia (toglierei parole come «il mammo» che mi
sembrano orribili) [...]
Ti abbraccio
Natalia

AE, cart. 95, fasc. Natalia Ginzburg. Lettera a Ernesto Ferrero s.d., ma del 1986.
Casalinghitudine sarà pubblicato nei «Nuovi coralli» nel 1987.

455
[191.]
Elena De Angeli
ANTONIA S. BYATT, Possession. A Romance, Chatto &
Windus, London 1990.

Possession (come possesso, in tutti sensi) è davvero un


bellissimo romance con un plot da leccarsi i baffi, un best-seller
neogotico e preraffaellita per un pubblico colto o desideroso di
rappresentarsi come tale.
L’idea di partenza discende per li rami dagli Aspern Papers,
ma per discostarsene subito: Roland, un giovane ricercatore
universitario di non luminosissime speranze, si imbatte, nel
corso di un lavoro sul poeta vittoriano (dei meno frequentati e
conosciuti) Randolph Henry Ash (un cognome su cui si
imperniano, ahinoi, parecchi giochi testuali), in un documento
diretto, autografo e, soprattutto, inedito: una lettera d’amore. Le
sue indagini (il parallelo tra ricerca critica e investigazione
poliziesca è dichiarato) lo portano a contatto con una collega e
coetanea, Maud, impegnata nello studio di una poetessa,
Christabel La Motte, che si rivelerà la corrispondente segreta
(nonché, verremo a scoprire, per un brevissimo periodo amante)
di Ash. È una vicenda, questa, che nessuno degli accademici
“titolari” degli studi sul poeta ha mai sospettato o sfiorato: e i
“conflitti di competenza”, gli sforzi degli uni per tenere nascoste
le loro scoperte e degli altri per impadronirsene, costituiscono
una godibilissima parodia dell’ambiente universitario e delle
lotte intestine che vi si svolgono, non sempre a colpi di fioretto.
Ma la storia, ovviamente, non è tutta qui: in un continuo
gioco di rimandi e in un intrecciarsi di “documenti” (poesie e
poemetti, lettere e diari, fiabe e saggi critici) – che sono in
realtà, a parte le in verità fin troppo lunghe e frequenti citazioni
delle opere di Ash, calchi piú veri del vero, eseguiti con
autentico virtuosismo e una sottile vena d’ironia – passato e

456
presente si sovrappongono e quasi si fondono, e le vicende dei
due giovani si intersecano con quelle di Randolph e Christabel,
sino all’agnizione finale (dopo una mirabile scena notturna nel
cimitero dove Ash è sepolto) che rivelerà nella ragazza Maud la
diretta discendente dei due poeti, il cui amore aveva dato frutto.
Nel romanzo è puntualmente (e forse anche un po’
eccessivamente) rievocato tutto l’armamentario del
romanticismo e del decadentismo vittoriani: la mitologia greca e
quella celtica (da Proserpina ai druidi, da Melusina a
Stonehenge), i cicli cavallereschi (Merlino, Lancillotto) e la
tradizione cristiana, e poi John Donne e Shakespeare, Ariosto e
Milton, i castelli e i sepolcri e le rovine – il tutto, mai perdendo
di vista l’hic et nunc, e sostenendo con un non meno rutilante
dispiego di energie espressive la parte, diciamo cosí,
“moderna”, a sua volta citata nei vizi e nei vezzi, dalla
psicanalisi al femminismo.
Certo, il libro non è privo di difetti, a cominciare dai
compiacimenti e dalle ridondanze: per di piú, richiede un
traduttore veloce (data la mole) ed esperto, capace di districarsi
tra periodi e stili, citazioni vere e false, dialoghi naturalistici e
rimandi eruditi. L’oggetto, però, è talmente insolito e curioso, e
i sentieri che percorre cosí inusitati, soprattutto da noi, da
farmelo presagire come una sorta di possibile “cult-novel” (gli
dèi mi perdonino il neologismo), per il quale credo varrebbe la
pena accettare la sfida.

AE, cart. 62, fasc. Elena De Angeli, marzo 1990. Redattrice letteraria e traduttrice
dall’inglese e dal francese per un trentennio, dopo il pensionamento Elena De Angeli
continuò a collaborare con l’Einaudi come lettrice. Schegge autobiografiche
compaiono in un ricordo che scrisse per Elsa Morante, della quale fu fidatissima
editor: «Ai tempi del Mondo salvato dai ragazzini io muovevo i primi passi della mia
esperienza editoriale, e ne seguii di conseguenza il cammino a rispettosa distanza [...]
Ma la mia vera avventura con lei fu La Storia: l’ultimo frutto vivo, comunque lo si
giudichi, della Morante volitiva e guerriera, prima del tragico ripiegamento di Aracoeli
[...] Io fui assegnata a Elsa, piú che come redattore (oggi si direbbe “editor”...), come
scudiero. E scoprii subito che seguire il suo lavoro voleva dire dividere con lei le
giornate, i pasti, le sere: darsi insomma, in toto, a lenimento delle sue ansie e delle sue

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angosce; e lasciarsi divorare»: Con pennarelli colorati, in Nico Orengo e Tjuna
Notarbartolo (a cura di), Cahiers Elsa Morante, II, Sottotraccia, Napoli 1996, pp. 18-
21. Cfr. anche Id., La lavagna di Elsa, in «Fine secolo», inserto di «Reporter», 7-8
dicembre 1985, pp. 14-15.
Possessione. Una storia romantica, traduzione e note di Anna Nadotti e Fausto
Galuzzi, «Supercoralli», 1992.

458
[192.]
Elena De Angeli
MORDECAI RICHLER, Solomon Gursky Was Here, Viking,
Markham 1989.

Si parte da un incipit piuttosto folgorante, di quelli che


ognuno di noi avrebbe voluto incontrare sulla sua strada di
lettore a quattordici anni: una landa innevata, una slitta, un
personaggio misterioso, un corvo... Poi, a poco a poco, la storia
si svela e si dipana: abbiamo una grande famiglia ebraica
titolare, in Canada, di una primaria industria di liquori, nonché
di una invidiabile dotazione di scheletri nell’armadio; un
protagonista celato dietro la terza persona, Moses, che di uno in
particolare di quegli scheletri fa oggetto di una sua maniacale
ricerca; una serie di conflitti socio-razzial-parentali, complicati
da un continuo andirivieni nel tempo e nello spazio; e per finire,
una generosa annaffiata di folklore eskimo-ashkenazita, in
genere divertente ancorché talvolta criptico e di conseguenza
bisognoso, eventualmente, di delucidazioni.
Quanto al giudizio, restiamo tra coloro che son sospesi: sí per
leggibilità, vivacità, interesse di una materia anche insolita; no
sul piano della scrittura, non piú che scorrevole, e su quello,
posto che ancora abbia un senso, del valore e della durata.

AE, cart. 62, fasc. Elena De Angeli, aprile 1990.


Solomon Gursky è stato qui è stato pubblicato da Adelphi nel 2003.

459
[193.]
Elena De Angeli
RICHARD YATES, Revolutionary Road, Little, Brown & Co.,
New York 1961.

Sono tristi e belli, questi libri, trent’anni dopo. E par di


vederli, i coniugi Wheeler, con le loro velleità artistiche
perennemente frustrate, che si distruggono aspettando sempre
che la vita mantenga almeno qualcuna delle sue promesse. A
controbilanciare il gioco, mentre i Wheeler cercano, anche
sognando un viaggio in Europa, la propria strada, vi è un’altra
coppia, anziana questa volta, di vicini di casa – in Revolutionary
Road, appunto –, che dal proprio osservatorio privilegiato
segue, sino alla catastrofe finale (il suicidio di lei, il silenzioso
delirio di disperazione di lui), l’itinerario delle loro vite. Nella
bellissima chiusa, mentre la vecchia donna continua a
snocciolare, querula, il proprio repertorio di benpensante, il
marito, per non sentirla, spegne l’apparecchio acustico.
L’America desolata, la malinconia del quotidiano... È passato
troppo tempo, piú nessuno, ahimè, ha voglia di queste cose.

AE, cart. 62, fasc. Elena De Angeli, luglio 1991.


La prima edizione italiana del romanzo era stata tradotta da Adriana Dell’Orto e
pubblicata con il titolo I non conformisti da Bompiani nel 1964. L’Einaudi aveva
evidentemente valutato l’idea di ripubblicarlo.

460
[194.]
Elena De Angeli
MO YAN, Red Sorghum. A Family Saga, trad. inglese di
Howard Goldblatt, Viking Penguin, New York 1993 (ed.
or. Beijing 1986).

Il tentativo mi pare effettivamente quello annunciato dai


materiali di presentazione, ovvero di costruire il ritratto di un
ambiente e di una generazione un po’ al modo del romanzo
sudamericano di qualche anno fa, attraverso continue diversioni
dal filone principale della storia (una saga familiare, come dice
il sottotitolo, che ha il suo momento centrale negli anni della
guerra cino-giapponese) per inseguire, avanti e indietro nel
tempo, vicende individuali e frammenti di memoria e di
leggenda in qualche modo significativi e suggestivi sul piano
della cultura o del costume.
La mia sensazione, però, è che il risultato non corrisponda, o
non corrisponda appieno, alle intenzioni e alle aspettative: il
racconto, anche nei punti che si vorrebbero di maggior tensione
(gli orrori e le miserie cruentissime della guerra, le torture
fisiche e spirituali, la rara ma non assente elegia degli affetti),
ha una sua piatta diligenza, una dichiaratività monotona,
un’insistenza un po’ stolida sul catalogo delle brutture, che
finiscono per togliere mordente e pathos – e non di rado anche
interesse – alla narrazione.
Posso sbagliare, insomma, ma il romanzo di Mo Yan non mi
pare né di livello letterario particolarmente alto, né condito con i
pimenti indispensabili (eccettuata la violenza, sovrabbondante)
per fabbricare un best-seller; a parte gli ovvi problemi di
traduzione (dal cinese? dall’inglese?), infatti, dubito che si
riuscirebbe a creare una grande curiosità intorno a temi e
problemi tanto remoti, privi persino del richiamo di un
confronto immediato e palpabile con l’attualità politica.

461
AE, cart. 62, fasc. Elena De Angeli, dicembre 1991. La discrepanza fra la data della
scheda e quella della prima edizione inglese lascia supporre che Elena De Angeli
avesse letto il romanzo in bozze.
Tradotto da Rosa Lombardi per Theoria nel 1994, Sorgo rosso sarà ripubblicato
negli «Einaudi Tascabili» nel 1997.

462
Appendici

463
Appendice 1.
Traduzione della scheda 72
Autore: J. Custance
Titolo: Adventure into the Unconscious (Avventure nell’Inconscio)
Genere: Propaganda
Ed. orig. in inglese, 207 pp. in 8°
Editore: C. Johnson, London 1954
Relazione: di F. Lucentini

L’autore inizia con l’informarci che, da vent’anni, va soggetto a crisi di pazzia


maniaco-depressiva e che tali crisi l’hanno messo in contatto con un mondo fantastico
(infernale durante le crisi depressive, celestiale durante quelle maniacali) nel quale si
propone di introdurci, poiché ha motivo di credere che quel mondo, per quanto
fantastico, non sia affatto «irreale».
LETTORE Benone: mi interessa. E che succede in quest’altro mondo? Che visioni
ha?
AUTORE Un momento. Anzitutto le voglio illustrare, per quanto io non sia
particolarmente qualificato per farlo, le teorie dei vari filosofi e psicologi…
LETTORE Questo mi interessa meno, specie perché, come dice lei stesso, non è
troppo qualificato…
AUTORE Fa niente. Dunque, secondo Kant… secondo Jung… secondo Freud…
E soprattutto secondo me… visto che anch’io ho alcune teorie in merito… Ma, su,
voglio citare qualche poeta… e anche un poemetto mio, una cosa da niente, beninteso,
una cosetta…
LETTORE (si addormenta profondamente).
AUTORE Dorme? Quindi non crede che io sia un matto interessantissimo? Senta,
le racconterò una cosa: una volta, ho cercato di avvelenare mia madre!
LETTORE (riacquistando un barlume di interesse) Ah sí? Veramente?
AUTORE Sí. Cioè, avevo avuto l’impulso diabolico di avvelenare mia madre, ma
poi un impulso contrario mi ha dissuaso e mi sono avvelenato da solo.
LETTORE E non è morto?
AUTORE Sí. No. Cioè… non è che fosse un veleno potentissimo… in effetti, non
era esattamente un veleno… però sono svenuto…
LETTORE (con garbo) Vabbé. Quindi, diceva di aver intravisto un altro mondo,
un mondo infernale?
AUTORE Sí. Per esempio al mattino, quando mi rado, in bagno ci sono due ganci
con le viti che sembrano occhi e in cui mi pare di vedere due facce diaboliche… Li ho
soprannominati Satana e Belzebú e parlo con loro. Ebbene sí, signore, ha capito bene:
io par-lo con loro!!! Ah, Ah! Gliel’avevo pur detto che sono matto!... Come? Di cosa
parlo? Del Positivo e del Negativo. Infatti bisogna sapere che secondo i Cinesi ci sono
un principio attivo, detto dello «yang», e un principio passivo, detto dello «yin».
Ebbene, questi due principî…

464
LETTORE (si riaddormenta; e si arriva cosí a[lla] metà del libro).
AUTORE Si svegli, adesso la faccenda diventa interessante. Dunque, con Satana e
Belzebú – ah! ah! – io parlo anche del Comunismo, che è poi la cosa che interessa di
piú a loro due. Perché io invece sono uno spiritualista, e trovo che il Comunismo sia
una stupidaggine e una porcheria. La proprietà va difesa. A proposito, le racconterò la
storia della mia famiglia, perché è strettamente connessa a quella della mia proprietà di
Wichbury, che è abitata da angeli e dèmoni… Già; apparentemente, si tratta di animali:
il vecchio gatto, il cane, il cavallo, ecc.; ma io e mia moglie li chiamiamo con nomi
demoniaci e parliamo con loro – ah! ah! – di un sacco di cose, e soprattutto del
Comunismo. Perché, come le dicevo, il Comunismo…
LETTORE (fa per alzarsi e andarsene).
AUTORE Un attimo. Le giuro che sono un matto interessantissimo. Pensi che
poco tempo fa, sentendo che si avvicinava una crisi maniacale, ho deciso di andarmene
tutto solo a Berlino-Est, per vedere cosa sarebbe successo quando la crisi fosse
scoppiata. E ci sono andato davvero!!! Guardi, adesso glielo racconto come se fosse un
diario. 31 Ottobre: Eccomi a Berlino, ma la crisi non si è ancora manifestata. Decido,
per far precipitare le cose, di ricorrere a forti alcolici. 1° Novembre: Ancora niente, ma
intanto cercherò di distrarla con la mia filosofia di vita, che è diametralmente opposta a
quella del Comunismo. Dunque, a mio parere, la vita umana… 2 Novembre: Ci siamo!
Sono matto da legare! Pensi che stamattina, in piena Berlino-Est, mi è sembrato di
vedere un cartellone con su scritto «Banditi di tutto il mondo, unitevi!»; e un altro che
diceva «Fannulloni di tutto il mondo, ecc.». Fantastico, no? Poco dopo, ecco che mi
viene l’irresistibile impulso di andare a sputare sul busto di Stalin, in Alexanderplatz.
Be’, lo sa chi mi aveva suggerit