Sei sulla pagina 1di 9

MALATTIE SESSUALMENTE TRASMISSIBILI

LA CANDIDA VAGINALE

Il termine Candida viene comunemente utilizzato come sinonimo di candidosi o candidiasi, un'infezione
causata da un fungo (più precisamente un lievito).

La stragrande maggioranza delle candidosi è causata dalla Candida albicans, che abita normalmente sulle
mucose genitali e nel cavo orale.

In determinate circostanze, legate a particolari condizioni in cui si trova la persona (per esempio, lievi stati di
deficit immunologico, uso di antibiotici, uso della pillola contraccettiva, diabete ecc.) la candida può crescere
velocemente e più abbondantemente, provocando sintomi fastidiosi e irritazioni alle mucose.

Circa 2/3 di tutte le donne in età fertile ha avuto almeno un episodio di candidosi vaginale nell’arco della sua
vita che, nel 4-5% dei casi, si trasforma in vaginite ricorrente cronica (se si verifica in più di 3 episodi all’anno),
estremamente difficile da controllare e quasi mai curata in via definitiva prima della menopausa.

Nella donna i sintomi più comuni sono rappresentati da: arrossamento, bruciore, a volte prurito in
corrispondenza delle mucose genitali, accompagnati spesso da perdite biancastre, lattiginose più o meno
cospicue, dolore durante i rapporti e alla minzione.

Nell’uomo la candida si presenta con un’eruzione cutanea e una infiammazione evidente della pelle del pene
(glande) che può raggiungere anche la zona del prepuzio. A questi sintomi si aggiungono poi l’intenso bruciore
della zona infiammata, più raramente la comparsa di perdite biancastre e la formazione di materia grumosa
giallastra intorno al prepuzio.

I sintomi possono comparire anche dopo molto tempo dall’inizio della crescita anomala di questo fungo sulle
mucose.

La diagnosi di candidosi si effettua con l’esecuzione di uno striscio vaginale nella donna e di tampone uretrale
nell’uomo per la ricerca del fungo.

Occorre quindi rivolgersi ad uno specialista dermatologo o ad un ginecologo.

L’unica forma di prevenzione possibile consiste nei rapporti sessuali protetti.

LA CLAMIDIA

La clamidia rientra nelle infezioni sessualmente trasmesse più frequenti ed è più diffusa nella popolazione
giovanile fra i 15 e i 25 anni, con una percentuale del 7,7% rispetto al 5,5% della popolazione generale.

Nella donna questa infezione decorre spesso in maniera sintomatica, ma può provocare importanti
conseguenze, tra cui:

• possibi danni alle tube di Falloppio

• malattia infiammatoria pelvica o PID

• gravidanza extrauterina

• insorgenza di infertilità.
Nell’uomo si possono manifestare infezioni dell’epididimo (tubicino con numerose circonvoluzioni situato
nello scroto, sul testicolo, che consente il passaggio dello sperma), danno ai testicoli e infezioni alla prostata
(ghiandola del sistema riproduttivo maschile deputata alla formazione del liquido seminale).

La clamidia si trasmette generalmente attraverso rapporti sessuali vaginali, anali o orali che per via materno-
fetale
Una donna gravida infetta può, durante il parto, passare al neonato l’infezione, che si manifesta come
un’infiammazione agli occhi e all’apparato respiratorio.

La clamidia è una delle prime cause di congiuntivite e di polmonite nei neonati.

In genere l’infezione da Chlamydia trachomatis non presenta sintomi. In alcuni casi, però, può dar luogo a
bruciore e secrezioni dall’uretra nell’uomo e lievi bruciori e prurito quando nella donna, causando
un'infezione della cervice uterina (chiamata cervicite).

L’unica forma di prevenzione possibile è l’attuazione di rapporti protetti e la diffusione dell’informazione


sulla frequenza di questa infezione, soprattutto nei giovani, e sulle gravi conseguenze che può avere sulla
fertilità di coppia, se non viene opportunamente trattata.

Proprio per la mancanza di sintomatologia evidente, si raccomanda una politica di screening nella
popolazione giovanile sotto i 25 anni di età o anche in soggetti in età superiore se vi siano fattori di rischio
come partner multipli.

HIV e AIDS

Aids (Acquired immune deficiency sindrome) significa "sindrome da immunodeficienza acquisita".

Nelle persone malate di Aids le difese immunitarie normalmente presenti nell'organismo sono fortemente
indebolite a causa di un virus denominato Hiv (Human immunodeficiency virus) e non sono più in grado di
contrastare l'insorgenza di infezioni e malattie, più o meno gravi, causate da altri virus, batteri o funghi
(infezioni/malattie opportunistiche).

E' questo il motivo per cui l'organismo di una persona contagiata subisce malattie e infezioni che, in condizioni
normali, potrebbero essere curate più facilmente.

L'infezione non ha una propria specifica manifestazione, ma si rivela esclusivamente attraverso gli effetti che
provoca sul sistema immunitario.

Una persona contagiata dal virus viene definita sieropositiva all’Hiv.

In questa fase viene riscontrata la presenza di anticorpi anti-Hiv, ma non sono ancora comparse le infezioni
opportunistiche.

In questo periodo il soggetto può aver bisogno di farmaci antiretrovirali che combattono l'infezione.

Pur essendo sieropositivi, è possibile vivere per anni senza alcun sintomo e accorgersi del contagio solo al
manifestarsi di una malattia opportunistica. Sottoporsi al test della ricerca degli anticorpi anti-Hiv è, quindi,
l'unico modo di scoprire l'infezione.

L'introduzione di terapie antiretrovirali (Haart), che riducono e bloccano la replicazione virale, ha migliorato
la qualità di vita e prolungato la sopravvivenza delle persone sieropositive.

Il virus dell'Hiv è presente nei seguenti liquidi biologici:

• sangue liquido pre-eiaculatorio


• sperma

• secrezioni vaginali

• latte materno

Il virus si trasmette quindi attraverso:

• sangue infetto (stretto e diretto contatto tra ferite aperte e sanguinanti, scambio di siringhe)

• rapporti sessuali (vaginali, anali, orogenitali), con persone con Hiv, non protetti dal preservativo

• da madre con Hiv a figlio durante la gravidanza, il parto oppure l’allattamento al seno

Trasmissione attraverso il sangue

A partire dal 1985 la selezione dei donatori di sangue, mirata all’individuazione di comportamenti a maggior
rischio di esposizione al virus responsabile dell’Aids e lo screening delle unità di sangue, effettuata attraverso
la ricerca di anticorpi specifici anti-Hiv, con l’uso di metodiche validate e kit appositi, hanno ridotto il rischio
di contagio attraverso le terapie emotrasfusionali.

Il miglioramento delle metodiche in linea con le conoscenze scientifiche ha di fatto contribuito in breve
tempo all’abbattimento del rischio di contagio trasfusionale con Hiv.

La trasmissione attraverso il sangue rappresenta, invece, la principale modalità di contagio responsabile della
diffusione dell’infezione nella popolazione dedita all’uso di droga per via endovenosa. L’infezione avviene a
causa della pratica, diffusa tra i tossicodipendenti, di scambio della siringa contenente sangue infetto.

Con la stessa modalità è possibile la trasmissione sia dell’Hiv che di altri virus tra i quali quelli responsabili
dell’epatite B e C, infezioni anch’esse molto diffuse tra i tossicodipendenti.

Trasmissione sessuale

La trasmissione sessuale è nel mondo la modalità di trasmissione più diffusa dell’infezione da Hiv.

I rapporti sessuali, sia eterosessuali che omosessuali, non protetti dal profilattico possono essere causa di
trasmissione dell’infezione. Tale trasmissione avviene attraverso il contatto tra liquidi biologici infetti
(secrezioni vaginali, liquido pre-eiaculatorio, sperma, sangue) e mucose, anche integre, durante i rapporti
sessuali.

Ovviamente tutte le pratiche sessuali che favoriscano traumi o lesioni delle mucose possono provocare un
aumento del rischio di trasmissione. Per questo motivo i rapporti anali sono a maggior rischio: la mucosa
anale è, infatti, più fragile e meno protetta di quella vaginale e quindi il virus può trasmettersi più facilmente.

Ulcerazioni e lesioni dei genitali causate da altre patologie possono far aumentare il rischio di contagio.

I rapporti sessuali non protetti possono essere causa di trasmissione non solo dell’Hiv. Esistono, infatti, oltre
30 infezioni sessualmente trasmissibili (IST).

Il coito interrotto non protegge dall'Hiv, così come l'uso della pillola anticoncezionale, del diaframma e della
spirale. Le lavande vaginali, dopo un rapporto sessuale, non eliminano la possibilità di contagio.

Trasmissione verticale e perinatale (da madre a figlio)

La trasmissione da madre sieropositiva al feto o al neonato può avvenire durante la gravidanza, il parto o
l’allattamento al seno. Il rischio per una donna sieropositiva di trasmettere l’infezione al feto è circa il 20%
(cioè 1 su 5).
Oggi è possibile ridurre questo rischio al di sotto del 4% se viene somministrata la terapia antiretrovirale alla
madre durante la gravidanza e al neonato per le prime sei settimane di vita. Per stabilire se è avvenuto il
contagio il bambino deve essere sottoposto a controlli in strutture specializzate per almeno i primi due anni
di vita.

Tutti i bambini nascono con gli anticorpi materni.

Per questa ragione, il test Hiv effettuato sul sangue di un bambino nato da una donna sieropositiva risulta
sempre positivo. Anche se il bambino non ha contratto l’Hiv gli anticorpi materni possono rimanere nel
sangue fino al diciottesimo mese di vita, al più tardi entro i due anni. Il bambino viene sottoposto a test
supplementari per verificare se è veramente portatore del virus o se ha ricevuto solo gli anticorpi materni.

Come non si trasmette

Il virus non si trasmette attraverso: strette di mano, abbracci, vestiti baci, saliva, morsi, graffi, tosse, lacrime,
sudore, muco, urina e feci bicchieri, posate, piatti, asciugamani e lenzuola punture di insetti.

Il virus non si trasmette frequentando: palestre, piscine, docce, saune e gabinetti scuole, asilo e luoghi di
lavoro ristoranti, bar, cinema e locali pubblici mezzi di trasporto.

L'infezione da Hiv si può dividere in tre stadi:

1. infezione acuta (persona Hiv positiva)

2. stadio di latenza clinica (anche se non si hanno sintomi il virus continua a replicarsi nelle cellule e può
essere trasmesso attraverso comportamenti a rischio) che dura in media 5-6 anni

3. stadio sintomatico, in cui la sindrome inizia a manifestarsi con infezioni opportunistiche (Aids).

La persona Hiv-positiva, non malata, può non mostrare alcun sintomo per molto tempo, da pochi mesi a 10-
15 anni.

L'evoluzione dallo stadio di sieropositività all'Aids è dovuta al progressivo indebolimento del sistema
immunitario, a causa del costante e continuo attacco del virus Hiv sui linfociti T.

L'Aids è la fase pienamente sintomatica dell'infezione da Hiv, durante la quale si manifestano le maggiori
infezioni opportunistiche o tumori HIV-correlati.

Nelle fasi iniziali della malattia si possono accusare sintomi simili a quelli di un raffreddore o di una leggera
influenza: febbre, eruzioni cutanee, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa.

Si può osservare un aumento di volume dei linfonodi, dolorabili alla palpazione.

Possono essere presenti sintomi gastroenterici, come nausea, vomito, diarrea e aumento di fegato e milza.

Per sapere se si è stati contagiati dall’Hiv è sufficiente sottoporsi al test specifico per la ricerca degli anticorpi
anti-Hiv che si effettua attraverso un normale prelievo di sangue. Il test dell'Hiv è in grado di identificare la
presenza di anticorpi specifici che l’organismo produce nel caso in cui entra in contatto con questo virus.

Se si sono avuti comportamenti a rischio è bene effettuare il test dopo 40 gg (periodo finestra) dall’ultimo
comportamento a rischio. Tale periodo di tempo è necessario all'organismo per sviluppare gli anticorpi
specifici contro l'Hiv. E' opportuno fare sempre riferimento alla valutazione del medico che prescrive l'esame
o del medico del Centro diagnostico-clinico, in quanto il periodo finesta potrebbe variare a seconda della
tipologia del test utilizzato.
Bisogna tenere presente che durante il periodo finestra (periodo di tempo che va dal momento del contagio
a quello della comparsa degli anticorpi) è comunque possibile trasmettere il virus pur non risultando positivi
al test.

La Legge italiana (135 del giugno 1990) garantisce che il test sia effettuato solo con il consenso della persona.

Il test non è obbligatorio, ma se si sono avuti comportamenti a rischio sarebbe opportuno effettuarlo.

Per eseguire il test, nella maggior parte dei servizi, non serve ricetta medica; è gratuito e anonimo.

Le persone straniere, anche se prive di permesso di soggiorno, possono effettuare il test alle stesse condizioni
del cittadino italiano.

Per tutte le coppie che intendono avere un bambino sarebbe opportuno sottoporsi al test per la sicurezza
del neonato.

Il risultato del test viene comunicato esclusivamente alla persona che lo ha effettuato. Sapere precocemente
di essere sieropositivi al test dell’HIV consente di effettuare tempestivamente la terapia farmacologica che
permette oggi di migliorare la qualità di vita e vivere più a lungo.

Il virus dell'Hiv si trasmette attraverso il sangue infetto e i rapporti sessuali; è quindi opportuno:

• usare il preservativo

• rispettare alcune norme igieniche particolari.

Nei rapporti sessuali il preservativo è l'unica reale barriera protettiva per difendersi dall'Hiv.

L’uso corretto del profilattico può annullare il rischio di infezione durante ogni tipo di rapporto sessuale con
ogni partner.

Non vanno usati lubrificanti oleosi (vaselina, burro) perché potrebbero alterare la struttura del preservativo
e provocarne la rottura.

E' necessario usare il preservativo all’inizio di ogni rapporto sessuale (vaginale, anale, orogenitale) e per tutta
la sua durata.Anche un solo rapporto sessuale non protetto potrebbe essere causa di contagio.

Per un uso corretto del profilattico è importante:

• leggere le istruzioni accluse

• indossarlo dall’inizio alla fine del rapporto sessuale

• usarlo solo una volta srotolarlo sul pene in erezione, facendo attenzione a non danneggiarlo con
unghie o anelli

• conservarlo con cura: lontano da fonti di calore (cruscotto dell'auto ed altro) e senza ripiegarlo (nelle
tasche, nel portafoglio).

La pillola, la spirale e il diaframma sono metodi utili a prevenire gravidanze indesiderate, ma non hanno
nessuna efficacia contro il virus dell’Hiv.

L’uso di siringhe in comune con altre persone sieropositive costituisce un rischio di contagio pertanto è
necessario utilizzare siringhe sterili.

Sarebbe opportuno sottoporsi ad agopuntura, mesoterapia, tatuaggi e piercing utilizzando aghi monouso e
sterili.
Le trasfusioni, i trapianti di organo e le inseminazioni, nei Paesi europei, sono sottoposti a screening e ad
accurati controlli per escludere la presenza dell'Hiv.

PAPILLOMAVIRUS UMANO

L'infezione da papillomavirus (HPV - Human Papilloma Virus) è in assoluto la più frequente infezione
sessualmente trasmessa; l'assenza di sintomi ne favorisce la diffusione poiché la maggior parte degli individui
affetti non è a conoscenza del processo infettivo in corso. L'infezione da HPV è più frequente nella
popolazione femminile.

Esistono circa 100 tipi di papillomavirus differenziati in base al genoma. Alcuni sono responsabili di lesioni
benigne come i condilomi, altri sono in grado di produrre lesioni pre-invasive (displasie) ed invasive, cioè il
tumore della cervice uterina.

Generalmente il tempo che intercorre tra l’infezione e l’insorgenza delle lesioni precancerose è di circa 5
anni, mentre la latenza per l’insorgenza del carcinoma cervicale può essere di decenni.

Il tumore della cervice uterina (collo dell'utero) è stata la prima neoplasia ad essere riconosciuta
dall’Organizzazione mondiale della sanità come totalmente riconducibile ad una infezione: essa è infatti
causata nel 95% dei casi da una infezione genitale da HPV.

In Italia vengono diagnosticati ogni anno circa 3.500 nuovi casi di carcinoma della cervice uterina e oltre 1.500
donne muoiono a causa di questo tumore.
Per questo è importante mettere in atto misure preventive, basate su programmi di screening, che
consentano di identificare le lesioni precancerose e di intervenire prima che evolvano in carcinoma.

Nella maggior parte dei casi, l'infezione da HPV decorre in maniera del tutto asintomatica.
L'organismo, il più delle volte, ha la capacità di debellare il virus prima che possa provocare danni importanti.
In altri casi, però, questa capacità viene meno e il sistema immunitario non riesce a sconfiggere l'HPV, che
provoca, così, sintomi e disturbi anche piuttosto gravi, come il tumore della cervice uterina (collo dell'utero).

Nel 10% circa delle donne contagiate dal virus, infatti, l’infezione può diventare cronica: se il virus
responsabile appartiene alla categoria dei virus "ad alto rischio", le lesioni a livello dell’apparato genitale - e
in particolare a livello del collo dell’utero - possono trasformarsi nel giro di qualche anno (in media, dai 7 ai
15 anni) in una lesione tumorale.

Il tumore della cervice uterina è stata la prima neoplasia ad essere riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale
della Sanità come totalmente riconducibile ad una infezione: essa è infatti causata nel 95% dei casi da una
infezione genitale da HPV.

Ci sono alcuni sintomi e segni che ci possono far pensare ad un'infezione uterina; tra i più comuni ricordiamo:

• sanguinamento o flusso vaginale inconsueto (soprattutto dopo il rapporto sessuale)

• dolore nella parte bassa della schiena

• dolore quando si urina (particolarmente in concomitanza a dolore nella parte inferiore dell'addome)

• dolore durante i rapporti sessuali.

Questi sintomi non sono specifici di tumore genitale, ma possono metterci in allerta. In loro presenza è
consigliabile consultare il proprio medico o il ginecologo.
L'HPV può dar luogo ad altre manifestazioni cliniche, come le verruche, che oltre a livello della cervice uterina,
della vagina, della vulva, dell'uretra, del perineo e dell'ano, possono evidenziarsi anche in sedi extragenitali,
come a livello della congiuntiva, del naso, della bocca, della laringe. Spesso presentano dimensioni così
piccole da renderne difficile l'identificazione ad occhio nudo.

Si deve però precisare che iI ceppi responsabili delle verruche genitali non sono gli stessi implicati
nell'insorgenza del tumore della cervice uterina; di conseguenza una persona colpita da candilomi acuminati,
non presenta necessariamente un rischio aumentato di neoplasie ano-genitali.

La maggior parte (80-90%) delle infezioni da HPV è transitoria e guarisce spontaneamente senza lasciare esiti.

La complicanza più grave dell'infezione da HPV è rappresentata dal carcinoma della cervice uterina.
Il passaggio dall'infezione all'insorgenza delle lesioni precancerose avviene circa in 5 ann. Solo le infezioni che
diventano croniche possono trasformarsi nell'arco di 7-15 anni in una lesione tumorale.
La sintomatologia si manifesta, purtroppo, quando il carcinoma è già è in fase avanzata.

Altre complicanze dell'infezione da HPV sono:

• condilomi acuminati o verruche genitali: singole o raggruppate escrescenze o protuberanze sulla cute
o sulla mucosa genitale, sull'inguine, ano o cavità orale; si possono manifestare dopo settimane o
mesi dal contagio avvenuto tramite rapporti sessuali non protetti con un partner infetto. Nella
maggior parte dei casi non causano dolore.

• carcinoma del pene, dell'ano ecc.

• papillomatosi respiratoria recidivante: formazione rara di escrescenze a livello della laringe, che
possono bloccare la respirazione (bambini contagiati da madre infetta durante il parto).

La carta vincente per la battaglia contro il cancro della cervice uterina è la prevenzione.

E' possibile identificare precocemente una lesione genitale "pericolosa" sottoponendosi regolarmente ad un
Pap-test o esame citologico cervico-vaginale, un prelievo di cellule dalla superficie del collo e dal canale
cervicale dell’utero.

È infatti provato che il rischio di ammalarsi di tumore alla cervice uterina aumenta notevolmente solo nelle
donne che non si sottopongono regolarmente a questo test.

In Italia vengono diagnosticati ogni anno circa 3.500 nuovi casi di carcinoma della cervice uterina ed oltre
1.500 donne muoiono a causa di questo tumore.

Il Pap-test è un esame semplice, rapido e indolore.

Eseguito con regolarità consente di identificare le displasie, curarle e impedire la comparsa del tumore.

In linea generale, si inizia ad eseguire il Pap-test dopo i primi rapporti sessuali.

L'esame può essere eseguito anche durante la gravidanza.


È meglio non sottoporsi al Pap-test durante il flusso mestruale; inoltre bisogna evitare, nei 2-3 giorni
precedenti, i rapporti sessuali e l’applicazione di creme, ovuli e lavande vaginali.

Se tutte le donne tra i 25 e i 64 anni effettuassero questo esame ogni 3 anni, i casi di tumore del collo
dell’utero diminuirebbero del 90%.

Contro l’infezione da HPV sono disponibili due vaccini (uno bivalente e uno tetravante), che esplicano la loro
azione protettiva nei confronti dei genotipi responsabili della maggior parte dei carcinomi cervicali (tipi 16 e
18). Il vaccino tetravalente consente di prevenire anche una quota importante di condilomatosi genitali
(causate dai tipi 6 e 11, i cui antigeni sono contenuti nel vaccino).

La vaccinazione è sicura, ben tollerata e in grado di prevenire, nella quasi totalità dei casi, l’insorgenza di
un’infezione persistente dei due ceppi virali responsabili attualmente del 70% dei casi di tumore alla cervice
uterina.

Il dodicesimo anno di vita è l’età preferibile per l’offerta attiva della vaccinazione anti-HPV a tutta la
popolazione (femmine e maschi). In funzione dell’età e del vaccino utilizzato, la schedula vaccinale prevede
la somministrazione di due dosi a 0 e 6 mesi (per soggetti fino a 13 o 14 anni), o tre dosi a 0, 1-2 e 6 mesi per
i più grandi.

E' bene comunque sottolineare che l’utilizzo del vaccino affianca, ma non sostituisce, lo screening con il Pap-
test.

Infatti, dal momento che il vaccino non garantisce copertura nei confronti di tutti i tipi di HPV, è bene che le
donne continuino a sottoporsi ai regolari accertamenti diagnostici, attraverso Pap-test, anche dopo
l’eventuale vaccinazione.

SIFILIDE

La sifilide è una delle più importanti malattie sessualmente trasmissibili.

L'infezione è causata da un batterio (Treponema pallidum) che si riproduce facilmente sulle mucose dei
genitali e della bocca.
Il contagio avviene, dunque, in seguito a rapporti sessuali non protetti da preservativo, sia genitali, che orali
con una persona infetta.

Negli ultimi anni la sifilide si è nuovamente diffusa anche in Italia e il rischio di contrarla è aumentato.

Il batterio della sifilide viene trasmesso attraverso contatto diretto con le lesioni che si manifestano nel corso
della malattia e che spesso possono passare inosservate o essere sottovalutate, poiché sono spesso indolori.

Sulla base dei rilievi clinici l'infezione sifilitica viene classificata in diversi fasi:

• sifilide primaria

• sifilide secondaria

• sifilide terziaria

Le varie fasi si sovrappongono e vengono utilizzati per indicare i diversi trattamenti ed il follow-up.

La sifilide è una malattia complessa, che, se non curata, può portare a varie complicanze, come cardiopatie,
demenza, cecità, paralisi e morte.

La sifilide si trasmette principalmente per contatto sessuale o durante la gravidanza dalla madre al feto.
Il batterio è in grado di passare attraverso le mucose intatte o la cute danneggiata.

È quindi trasmissibile attraverso contatti orali e attraverso rapporti sessuali vaginali e anali non protetti.

Tra i primi sintomi vi è la comparsa, dopo tre-quattro settimane dal contagio, di una lesione simile ad una
ferita tondeggiante (sifiloma) che appare sui genitali o sulla zona di contatto sessuale (fase primaria).

Nella donna questa lesione compare più frequentemente sulle piccole labbra, sull’ingresso vaginale o sul
perineo.

Nell’uomo sul pene, il prepuzio o l’ano.

Le lesioni possono comparire anche all’interno della bocca, sulle gengive o sulla lingua.

Tali lesioni, anche se non curate, tendono a scomparire spontaneamente entro un mese dalla loro comparsa,
Anche se i segni e sintomi iniziali della sifilide svaniscono da soli, il batterio, se non viene curato, rimarrà
nell'organismo.

Alla scomparsa delle lesioni iniziali, segue la comparsa di screpolature tondeggianti sulle palme delle mani e
le piante dei piedi e macchie tondeggianti diffuse (come quelle provocate dal morbillo) su tutto il tronco e gli
arti.

Questi sintomi indicano la fase successiva della sifilide, detta secondaria.

La fase terziaria, oggi rarissima, può comparire molti anni dopo il contagio con disturbi neurologici,
cardiologici e ossei.

La prevenzione della sifilide si basa:

• sulla politica di screening nei soggetti di aree a rischio con maggiore prevalenza di sifilide e/o
coinfettati dall’HIV

• sui rapporti protetti

• sulle campagne di sensibilizzazione per l’invio dei partner ai controlli per la diagnosi precoce di
infezione.

Nonostante la sua bassa incidenza, nel nostro Paese viene effettuato lo screening su tutte le donne, prima
del concepimento o all’inizio della gravidanza, per la prevenzione dell’infezione congenita.

Potrebbero piacerti anche