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HLA e malattie autoimmuni: come, quando e perchè

1. Introduzione
Il sistema HLA (Human Leukocyte Antigens) comprende una serie di geni ed i loro prodotti che
svolgono un ruolo fondamentale nella risposta immunitaria acquisita, in quanto sono le
molecole che presentano i peptidi ai linfociti T consentendo la discriminazione del sé dal
‘diverso dal sé’ [1, 2]. Nell’uomo, i geni HLA sono localizzati su una regione del braccio corto
del cromosoma 6 (6p21) denominata Complesso Maggiore di Istocompatibilità (Major
Histocompatibility Complex, MHC), che oltre ai geni HLA classici (Classe I: HLA-A, HLA-B, HLA-
C Classe II: HLA-DRB1, HLA-DQB1, HLA-DQA1, HLA-DPB1, HLA-DPA1), contiene numerosi geni
implicati nella ‘elaborazione’ dei peptidi e nella loro presentazione ai linfociti T. La rilevanza
delle molecole HLA nel riconoscimento e nella risposta nei confronti del trapianto di organi
solidi e di cellule staminali emopoietiche è ben nota [3] e circa 40 anni fa comparsero i primi
lavori sulla associazione HLA con alcune malattie [4,5].
Le conoscenze sul sistema HLA sono notevolmente aumentate negli ultimi decenni sia sul piano
della geografia del MHC (è stato una delle prime regioni del genoma umano ad essere
sequenziato), sia sulla definizione del polimorfismo dei geni HLA, sia sulla comprensione degli
aspetti molecolari di interazione tra HLA-peptide-recettore di linfociti T (T cell receptor, TCR).
Inoltre, gli avanzamenti del progetto genoma umano suggeriscono di ampliare la nostra visione
studiando le interazioni tra i geni HLA ed i restanti geni del genoma umano [6].

Nel 1999 su Nature è stato pubblicato un articolo intitolato ‘Complete sequence and gene map
of a human major histocompatibility complex’ [7], frutto del lavoro collaborativo di 4 gruppi di
ricerca (The MHC Sequencing Consortium) in Regno Unito, Giappone, USA (Seattle e
Washington). Gli autori ipotizzano che circa il 40% dei geni del MHC che vengono espressi,
codificano per proteine associate al sistema immunitario. Con oltre 200 loci genici in 3.6Mb,
questa è una delle regioni a più elevata densità genica di tutto il genoma umano e alcuni geni
di questa regione (HLA di classe I e II) codificano le proteine più polimorfiche conosciute.
Nel 2004 è stato pubblicato un aggiornamento [8] del lavoro su Nature e la figura 1 mostra
una sintesi delle informazioni che sono emerse.
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Figura 1. Il Sistema Maggiore di Istocompatibilità (MHC)

Cromosoma 6 centromero 6p21.31

telomero braccio corto telomero

MHC : 3.6 Mb, 239 loci genici

0.2 Mb 0.7 Mb 0.9 Mb 1.8 Mb

Classe II ‘estesa’ Classe II Classe III Classe I

• N. totale loci 21 • N. totale loci 34 • N. totale loci 62 • N. totale loci 122


• 15 geni espressi • 15 geni classici • 58 geni espressi • 3 geni HLA-classe I ‘classici’
• 1 gene non HLA-classe II • non contiene geni HLA-A, B, C
codificante • 4 geni non-classici HLA o simil-HLA • 3 geni HLA ‘non-classici’ HLA-
• 5 pseudogeni • i loci HLA-DRB • geni per i fattori del E, F, G
sono in numero complemento C2, C4 • 12 geni simil-HLA non
variabile a e Bf codificanti o pseudogeni
secondo • geni per le citochine • 7 geni MIC
dell’aplotipo TNF, LTA e LTB • 66 pseudogeni (54.1%)
• 1 solo gene senza • molti geni senza una
funzione funzione evidente
immunitaria nella risposta immune
(BRD2)
• 15 pseudogeni

I geni HLA classici di classe I e II sono stati associati a più di 100 malattie/condizioni [8]. Un
gene presente nel MHC (HLA o non-HLA) è associato ad una malattia/condizione quando la
frequenza di uno o più alleli è aumentata o diminuita in maniera significativa nei pazienti affetti
rispetto ad un gruppo di controllo ben definito.
Shiina e collaboratori riportano le malattie/condizioni per le quali una associazione con geni
HLA è stata riscontrata (Tabella I). Gli autori si sono basati sui dati presenti nel Genetic
Association Database nel 2004 [9].
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Tabella I – Associazioni HLA e malattia presenti nel genetic association data-base.

Tipologia di malattia/condizione
N. di malattie/condizioni
associata a HLA
Immunitaria 63
Infettiva 8
Respiratoria 2
Neurologica 4
Psichiatrica 3
Vascolare/cardiovascolare 8
Neoplastica 8
Metabolica 4
Dermatologica 1
Ginecologica 1
Oculistica 2
Epatologica 2
Nefrologica 1
Otorino-laringoiatrica 2

Totale
109

Non entriamo nel merito dei dati riportati nella Tabella I e di quanti studi di associazione HLA
malattia siano poi effettivamente stati confermati. Ci limitiamo a osservare oltre al notevole
interesse sull’argomento HLA e malattia, come oltre il 60% delle patologie associate ad HLA
hanno una componente immunitaria. Va sottolineato comunque che, se è vero che un certo
numero di geni candidati sono oggi conosciuti, il meccanismo con cui influenzano la malattia è
tuttora poco noto [6].
1.1 Obiettivi dello studio
Il principale obiettivo del gruppo di studio AIBT su HLA e malattia è di sintetizzare e
organizzare le conoscenze sul tema HLA e malattie. Nasce da un bisogno espresso dai colleghi
che lavorano nei Laboratori di Tipizzazione HLA di avere indicazioni chiare su quali loci a quale
risoluzione è corretto tipizzare per quali malattie, in modo da usare le risorse (sempre più
scarse) dei laboratori nel modo più razionale possibile.
Come è noto, il progetto Genoma Umano ha dato un impulso fondamentale agli studi indirizzati
a definire il ruolo della variabilità genetica delle malattie comuni [10]. Il secondo scopo del
lavoro quindi, è di integrare le conoscenze attuali sul rapporto HLA e malattia con i dati che
stanno emergendo in merito all’importanza di geni non-HLA sulle malattie autoimmuni. Parlare
oggi di associazione HLA e malattia senza parlare dei fattori genetici non-HLA sarebbe molto
riduttivo.
Il gruppo di studio ha deciso di affrontare in maggior dettaglio le seguenti malattie con forte
componente autoimmune: artrite reumatoide, artrite idiopatica giovanile, spondilite
anchilosante, uveiti, artrite reattiva, morbo di Behçet, celiachia, sclerosi multipla, psoriasi,
diabete di tipo I nonché una malattia neurologica (narcolessia) e l’ipersensibilità al farmaco
anti-retrovirale Abacavir®.
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Il gruppo di studio si augura che questo lavoro possa contribuire alla maturazione di una
visione più ampia del tema HLA e malattia incorporando le più recenti nozioni di
Immunogenetica.

1.2 Sistema HLA e malattia


E’ utile fare una distinzione di partenza; nelle associazioni HLA e malattia vi sono alcune
patologie nelle quali l’HLA svolge un ruolo primario nella presentazione di peptidi ai linfociti T
(generalmente le malattie con componente autoimmune), mentre vi sono altre patologie nelle
quali l’associazione con HLA è dovuta a linkage disequilibrium con il gene che svolge un ruolo
primario e che spesso non è conosciuto.

1.2.1 Alleli HLA come ‘marcatori’ di malattia: linkage disequilibrium


In alcuni casi di associazione HLA e malattia, i geni HLA non svolgono un ruolo primario; ad
esempio l’emocromatosi ereditaria è fortemente associata ad HLA-A*03 in quanto questo allele
è in linkage disequilibrium con il gene HFE che presenta la mutazione tipica della malattia
(C282Y) [11]; il gene HLA-A dista 3697 kb dal gene HFE. In un tempo precedente alla
scoperta delle mutazioni responsabili dell’emocromatosi, la tipizzazione HLA di Classe I veniva
utilizzata come supporto alla diagnosi di questa patologia. Analogamente l’iperplasia
surrenalica congenita (sindrome adrenogenitale) è debolmente associata a HLA-B*47 in quanto
in linkage disequilibrium con il gene mutato CYP21 localizzato nella regione HLA di classe III, a
681 kb di distanza dal locus B [12]. Nel caso della narcolessia, si è ritenuto per molto tempo
che l’associazione con l’allele HLA-DQB1*0602 fosse dovuta a linkage disequilibrium con un
gene sconosciuto [2] ma più recentemente [13], è ritornata attuale l’ipotesi che la narcolessia
possa avere una genesi autoimmune e quindi che l’HLA svolga un ruolo primario (per maggiori
dettagli vedere il capitolo dedicato alla narcolessia).
Quando si riscontra una associazione tra un determinato allele HLA ed una malattia o
condizione, i tentativi per attribuire l’associazione ad un determinato locus genico sono
ostacolati dalla grande densità dei geni della regione MHC [6].
Un ulteriore esempio che illustra queste problematiche è dato dalla sarcoidosi; da studi
condotti valutando SNPs (single nucleotide polymorphisms) su pazienti, familiari e controlli si è
trovato che la regione MHC che codifica per la classe II da un contributo alla variabilità
genetica della malattia ma non si riesce a discriminare se la associazione è data dal gene
BTNL2 (membro della superfamiglia delle immunoglobuline) oppure dal gene DRB1 con cui è in
stretto linkage disequilibrium [14]; i due geni distano 171.5 Kb.

1.2.2 Ruolo primario del sistema HLA nelle malattie autoimmuni: una visione
classica
Il presente paragrafo illustra le conoscenze in ambito HLA e malattia aggiornate alla fine degli
anni novanta e espresse in modo molto completo da E. Thorsby in una review pubblicata su
Human Immunology nel 1997 [15].
La maggioranza delle malattie associate ad HLA sono ad eziologia autoimmune. Il repertorio di
linfociti maturi circolanti di ciascun individuo contiene numerose cellule T e B potenzialmente in
grado di esercitare una reazione autoimmune. Ciò significa che non tutti i cloni delle cellule con
recettori T (T cell receptor, TCR) per autoantigeni sono stati eliminati durante la fase di
selezione negativa nel timo. Infatti, non verranno eliminate nel timo quelle cellule T con
recettori che riconoscono autoantigeni qualora siano presenti a bassa concentrazione. Il
sistema immune ha sviluppato nel corso della sua evoluzione altri meccanismi per controllare
le cellule T autoreattive che sono sfuggite alla selezione nel timo:
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a) induzione di anergia in cellule T autoreattive


b) nei casi l’autoantigene sia localizzato in siti ‘protetti’, vi è ‘ignoranza’ delle cellule T
c) presenza delle cellule T protettive/soppressore
Tuttavia l’innativazione funzionale delle cellule T potrebbe non essere irreversibile. Le cellule T
‘messe a tacere’ potrebbero in alcune circostanze essere ‘risvegliate’ (attivate). L’attivazione
potrebbe essere provocata da una risposta immune ad un agente esterno (ad esempio da una
infezione o un organo trapiantato) che può causare il rilascio di una elevata quantità di
autoantigeni ai linfonodi regionali. In questa sede gli autoantigeni verranno presentati dalle
‘cellule presentanti antigeni’ (antigen presenting cells, APC) in concentrazioni elevate alle
cellule T potenzialmente autoreattive avviando una risposta autoimmune.
Un secondo meccanismo è il cosiddetto ‘mimetismo molecolare’ (molecular mimicry): una
cellula T potenzialmente autoreattiva potrebbe entrare in contatto con un determinante
antigenico esogeno che è strutturalmente simile ad un autoantigene. In questo caso
l’alloantigene in virtù della somiglianza con l’autoantigene, scatenerà una risposta
autoimmune.
E’ possibile ipotizzare che gli antigeni HLA associati ad una determinata malattia autoimmune
leghino in modo preferenziale gli autoantigeni e li presentino a cellule T potenzialmente
autoreattive. Come vedremo in seguito, molte di queste malattie sono associate a molecole
HLA che condividono delle tasche nella zona presentante i peptidi che potrebbero giocare un
ruolo decisivo nel determinare quale peptide derivante dall’autoantigene può essere legato.

1.2.3 HLA e malattia: uno sguardo alla genetica


Larsen ed Alper in una review del 2004 utilizzano il diabete di tipo 1 (Type 1 diabetes, T1D)
come modello di malattia associata ad HLA [16]. Tramite una analisi della letteratura giungono
ad alcune conclusioni che possono essere estese anche ad altre patologie autoimmuni. La
Tabella II riporta alcune di queste conclusioni.

Tabella II - Genetica del T1D


Osservazioni Considerazioni
Il 40-50% dei gemelli monozigoti di pazienti 1. Il T1D ha una forte componente genetica
affetti, sviluppa la malattia (contro una MA
prevalenza di 0,4% nella popolazione 2. solo una parte di chi eredita gli alleli predisponenti
americana) va incontro a malattia (fattori ambientali).
Il 12-16% dei fratelli HLA identici di pazienti 3. Questa è una chiara evidenza del ruolo di uno (o
affetti svilupperà malattia contro il 5-6% dei più) geni MHC nella genesi del T1D
fratelli non HLA identici. MA
4. il tasso di concordanza più elevato tra i gemelli
monozigoti rispetto ai fratelli HLA identici depone
per un ruolo ANCHE di fattori genetici non-MHC.

Un aspetto del MHC che talvolta viene sottovalutato riguarda il grado di conservazione della
regione MHC che fiancheggia i geni HLA-DRB1 e HLA-DQB1 (e non solo). A volte i tratti di
sequenza conservati, noti come aplotipi estesi conservati o aplotipi ancestrali, raggiungono i
1,5 Mb e sono presenti nel 30% degli aplotipi MHC della popolazione caucasica [17]. Conoscere
questi blocchi di MHC conservati può fornire indicazioni su quali geni MHC (non HLA) possono
essere associati a malattie.
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Gli studi familiari dimostrano come il T1D sia una patologia complessa che vede il
coinvolgimento di diversi geni, il cui effetto è modulato dal background genetico dell’individuo,
e che può manifestarsi in seguito all’esposizione a determinati fattori ambientali, quali, ad
esempio, certe infezioni virali. Quindi in malattie multifattoriali e poligeniche quali il T1D ed
altre malattie autoimmuni, è fondamentale da un lato, identificare tutti i geni coinvolti (vedi il
paragrafo sugli studi di associazione) e dall’altro, chiarire il loro ruolo nella patogenesi della
malattia.

1.2.4 Fattori genetici nelle malattie autoimmuni: un approccio più ampio


Dalla pubblicazione della review di Thorsby [15] sono passati 10 anni densi di ricerca
immunogenetica, e la tendenza oggi è quella di considerare l’HLA uno di una serie di fattori
immunogenetici interessati nella patogenesi delle malattie autoimmuni. Prese insieme, le
patologie autoimmuni frequenti (artrite reumatoide, Morbo di Graves, tiroidite di Hashimoto,
morbo celiaco, diabete di tipo 1, sclerosi multipla, lupus sistemico) colpiscono dal 3 al 5% circa
della popolazione nel corso della vita e si ritiene che meccanismi autoimmuni siano alla base
anche di altre patologie comuni. Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, le malattie
autoimmuni sono complesse e multifattoriali nelle quali svariati loci di suscettibilità
interagiscono con fattori ambientali. Schematicamente, queste malattie sono la conseguenza
del mancato funzionamento di 3 compartimenti cellulari [18]:
- cellule del tessuto o organo bersaglio;
- cellule presentanti antigeni (antigen presenting cells, apc);
- linfociti T.
Cellule bersaglio
I geni codificanti per gli antigeni delle cellule bersaglio possono essere polimorfici con
conseguente variazione del livello di espressione o della struttura della proteina. La variazione
del livello di espressione degli auto-antigeni nel timo può influire sulla selezione negativa dei
linfociti T autoreattivi e quindi potrebbe innescare un processo autoimmune.
Apc
Catturano l’antigene, lo elaborano e lo presentano ai linfociti T helper (CD4+) nell’ambito delle
molecole HLA. Naturalmente qui il polimorfismo HLA svolge un ruolo importante in quanto
ciascun allele (o combinazione di alleli) ha una propria affinità per gli autoantigeni peptidici.
Linfociti T
I linfociti T helper sono i ‘registi’ della risposta immunitaria acquisita. Un difetto della selezione
negativa dei linfociti intesa come una scarsa tendenza alla apoptosi delle cellule con TCR per
autoantigeni può conferire suscettibilità all’autoimmunità. Soggetti con un numero insufficiente
di cellule regolatorie possono essere predisposti a malattie autoimmuni. Infine, variazioni nelle
molecole accessorie (costimolatorie) implicate nel legame TCR-peptide-HLA e polimorfismi
delle molecole coinvolte nel trasferimento del segnale dal TCR all’interno della cellula
potrebbero giocare un ruolo nella genesi di patologie autoimmuni.
La Tabella III riporta per ognuno dei 3 compartimenti cellulari alcuni esempi di geni implicati
nelle malattie autoimmuni. I capitoli dedicati alle singole patologie autoimmuni riportano gli
approfondimenti.
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Tabella III – Fattori genetici che influenzano l’autoimmunità

Localiz-
Gene
zazione Prodotto Polimorfismi del gene e patologie associate
(o sistema)

Compartimento delle cellule/tessuti bersaglio


Enzima
peptidil- Alcuni SNPs risultano in RNA messaggero più stabile che a sua volta porta
arginin- ad un aumento dell’espressione del gene con aumento dell’attività
deaminasi. dell’enzima nelle membrane sinoviali. Si ipotizza che questo porterebbe ad
PADI4 1p36
Converte i aumento dei peptidi citrullinati che agirebbero come autoantigeni. Questi
residui di SNPs sono associati ad artrite reumatoide soprattutto nella popolazione
arginina in giapponese.
citrullina
Alleli con VNTR lunghi influenzano l’espressione del gene INS. Le varianti
che conferiscono suscettibilità al T1D sono:
2. quelle che riducono l’espressione del gene nel timo riducendo la
INS Insulina possibilità di eliminazione dei linfociti T autoreattivi;
3. quelle che aumentano l’espressione a livello delle cellule beta del
pancreas forse aumentando la possibilità di presentazione di
autoantigeni ai linfociti T.
Recettore per
Miastenia grave
acetilcolina
Recettore per
TSHR Morbo di Graves
TSH
Compartimento delle cellule presentanti antigeni (apc)
Gli alleli differiscono nella loro capacità di legare (e quindi presentare)
Molecole HLA peptidi (anche autoantigeni).
HLA 6p21
di classe II Ruolo dei polimorfismi dei geni implicati nella lavorazione dei peptidi e loro
presentazione sull’autoimmunità: da verificare.
Compartimento dei linfociti T helper
Fosfatasi
linfocito- Lyp inibisce la capacità del TCR di inviare segnali all’interno della cellula di
specifica fatto inibendo l’attivazione dei linfociti T. Una variante del gene codifica una
PTPN22 1p13 (Lymphocyte sostituzione di arginina in triptofano al codone 620 (allele 620W) ed è
specific associata a diverse patologie autoimmuni quali: T1D, artrite reumatoide,
phosphatase, lupus sistemico, morbo di Graves.
Lyp)
Inibisce e Varianti (STR nella regione 3’ non tradotta, uno SNP al codone 17, uno SNP
regola la nella regione promoter in posizione –318) riducono l’attività della molecola
CTLA-4 proliferazione e quindi non inibiscono in modo efficace i linfociti T conferendo suscettibilità
delle cellule a malattie autoimmuni quali tiroiditi autoimmuni, T1D, lupus, malattia di
T-helper Addison, sclerosi multipla, artrite reumatoide, malattia celiaca.
PD-1 un
recettore che
fornisce un Varianti: un polimorfismo nell’introne 4 del gene che porta ad una perdita di
PDCD1 secondo controllo della attivazione dei linfociti T. Associato a lupus sistemico e
segnale artrite reumatoide nei caucasici.
inibitore alle
cellule T
Trasportatore
SLC22A4 5q31
di ioni
Recettori con
omologie ai
FCRL3 1q21-22 Varianti: SNPs nel promoter associato a RA nella popolazione giapponese.
recettori per
Fc delle Ig
Una
componente
del
complesso
recettore per
CD25 Diversi SNPs; non sono ancora dimostrate associazioni
interleuchina
2; è un
marcatore dei
linfociti
regolatori.
SUMO4 6q25

Alcuni dei geni riportati nella Tabella III sono da considerarsi geni candidati ed il loro ruolo nel
conferire suscettibilità deve ancora essere verificato.
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HLA e malattie autoimmuni: come, quando e perchè

In questo paragrafo ci siamo focalizzati sulla immunità acquisita ma è importante riconoscere


anche il ruolo emergente della immunità innata come fattore predisponente delle malattie
autoimmuni [19]. La risposta immune innata nei confronti di microrganismi si basa su una
ampia serie di recettori che riconoscono ‘disegni’ o ‘motivi’ sulla superficie dei microrganismi
(pattern –recognition receptors, PRR). Tra i PRR vanno annoverati i Toll-like receptors (TLR),
alcune componenti del complemento, i recettori NOD-like (NLR). In questi ultimi anni si è visto
che i PRR possono interagire con molecole del self facilitando una perdita di tolleranza da parte
dell’immunità acquisita, contribuendo alla genesi di alcune malattie autoimmuni come ad
esempio il lupus sistemico [19].
E’ possibile trarre due conclusioni da questo paragrafo: 1)la predisposizione di una determinata
malattia autoimmuni è frutto dell’interazione di molti geni che agiscono in diverse vie
metaboliche; 2) l’interazione tra immunità acquisita e innata sembra molto più importante di
quanto non si credesse in passato; 3) vi sono alcuni geni che conferiscono una generica
predisposizione alle malattie autoimmuni; tra questi, il gene PTPN22 sembra ricoprire una
particolare importanza [20].

1.2.5 Valutazione dell’influenza della variabilità genetica su malattie


multifattoriali: studi di linkage e di associazione
‘The underlying principle in human genetics is that genetic diversity is the basis for inherited
phenotypic variability, including susceptibility to common disease.’[21]

Al fine di identificare le variazioni genetiche in grado di influenzare una determinata malattia,


l’ideale sarebbe di sequenziare l’intero genoma di tutti i campioni di una popolazione di
persone affette. Naturalmente oggi questo non è possibile per motivi tecnici e soprattutto
economici, anche se alcuni ottimisti sostengono che lo diverrà in un futuro prossimo [22].
Quindi dobbiamo ripiegare su strategie sostenibili e gli approcci oggi disponibili sono gli studi di
linkage e gli studi di associazione.
Gli studi di linkage valutano se all’interno di una famiglia un determinato allele di un
“marcatore genetico” è ereditato insieme ad una malattia con una frequenza superiore
all’atteso. In altri termini si tenta di identificare un ‘link’, una connessione tra un marcatore
genico ed il fenotipo di malattia.
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Ad ogni generazione i meccanismi di ricombinazione ‘mischiano’ il genoma e possono separare


un marcatore DNA dal locus dove si trova il gene responsabile della malattia (assumendo che i
loci siano diversi). La ricombinazione tra i loci sarà tanto più rara quanto minore la distanza
che li separa. Per condurre studi di linkage è necessario studiare famiglie con più di un
membro affetto. Per le malattie del sistema immunitario ciò può rappresentare un limite, in

Figura 2. Studi di linkage

Nuclei famigliari con


Popolazione di partenza alcuni membri affetti e
altri no

Locus X,
Marcatore Y, sconosciuto,
molto Locus X, influenza la
polimorfico sconosciuto, malattia
influenza la Locus Z,
malattia conosciuto

La frequenza di ricombinazione tra


Ricombinazione separa i
Y e X è molto bassa.
loci Z e X, quindi Z non è
un marcatore della
Il marcatore Y segrega con la
malattia.
malattia: all’interno della stessa
famiglia tutti gli individui affetti
presentano lo stesso allele

modo particolare per le malattie che esordiscono in età avanzata. Gli studi di linkage sono
stati efficaci nell’identificare malattie monogeniche ma hanno avuto minore successo
nell’identificare fattori genetici delle malattie complesse. La figura 2 sintetizza le modalità con
cui vengono condotti questi studi.

Per valutare la componente genetica delle malattie multifattoriali, incluso le malattie


autoimmuni, sono stati messi a punto studi di associazione che confrontano le frequenze di
alleli specifici ad un certo locus in una popolazione di malati e in una popolazione di controllo.
Questo è un approccio più potente rispetto agli studi di linkage. Se all’inizio questi studi erano
limitati a pochi markers o a geni candidati, oggi la tecnologia mette a disposizione microchip in
grado di rilevare fino a 500.000 SNPs ed elevati potenziali di calcolo consentendo vere e
proprie scansioni di tutto il genoma [23] (genome wide association scans). La figura 3 riporta
uno schema sugli studi di associazione.
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Figura 3. Studi di associazione

Popolazione di Popolazioni di Popolazione di


affetti (malattia partenza controllo (il più
omogenea,
ampia
numerosità
possibile)
elevata)

segnale forte Genome Wide Scan


nessun segnale

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 X 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 X

cromosomi cromosomi

Si evidenzia un segnale statisticamente


significativo in corrispondenza del cromosoma 6
nelle persone affette ma è assente nella
popolazione di controllo; in questa regione ci
sono uno o più geni associati alla malattia

Nel 2007 è stato pubblicato un importante studio di scansione del genoma di 7 malattie
complesse (disturbo bipolare, malattia coronaria, ipertensione, malattia di Crohn, artrite
reumatoide, diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2) [24] utilizzando un microchip della Affymetrix
con la capacità di rilevare 500.000 SNPs distribuiti su tutto il genoma. Lo studio che
rappresenta un primo tentativo su larga scala di definire le basi genetiche delle malattie
complesse, ha confermato l’associazione significativa dei geni DRB1 e PTPN22 con l’artrite
reumatoide e dei geni DRB1,CTLA4, PTPN22, IL2RA, IFIH1 con il diabete di tipo 1. Si prevede
che questo approccio verrà usato in modo esteso nei prossimi anni per studiare la componente
genetica delle malattie autoimmuni.

1.3 Riferimenti bibliografici


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