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IO E LUI Alberto Moravia

Cominciai a parlare da solo poco tempo dopo che mia moglie mi ebbe lasciato, perché, diceva lei, era
stanca del mio silenzio. È vero, ero silenzioso con lei, come del resto con tutti; ma ero silenzioso perché le
volevo bene. Quando si vuoi bene non c'è bisogno di parole, no? Basta stare accanto alla persona, guardarla,
sentire che c'è. Silenzioso con lei, forse fin troppo, diventai chiacchierone con me stesso, come ho detto,
appena lei mi ebbe abbandonato. Sono calzolaio e il mestiere del calzolaio, si sa, richiede concentrazione,
non foss'altro perché lavorare il cuoio vuoi dire lavorare di fino e guai a sbagliare: il piede non ammette
sbagli. Così rincasando la sera, con gli occhi abbagliati, la testa rintronata dai colpi di martello, le labbra
indolenzite dai tanti chiodi che mi caccio in bocca per inumidirli prima di ficcarli nelle suole, avrei voluto
trovare, che so io? un sorriso, una parola gentile, un bacio in-fronte, una minestra calda. Invece, niente.
Soltanto, al buio, lo sgocciolio, in cucina, della bocchetta dell'acqua potabile. Ora il silenzio è una bella cosa
quando si sta insieme ad una persona a cui si vuoi bene e si sa che, volendo, le si può parlare; ma è un
tormento se ci viene imposto. Cosi, dopo il ritorno di mia moglie da sua madre, pur preparandomi solo solo
la cena in cucina e poi mangiandomela, sempre ,solo, seduto ad un cantuccio del tavolo, pian piano, quasi
senza accorgermene, cominciai a pensare ad alta voce.
Da principio dicevo cose impersonali, senza rivolgermi veramente né a me stesso né a nessun altro.
Dicevo, per esempio: «Che freddo fa in questa casa, però, che freddo; » oppure: « Se non ci fossero i topi a
ruzzare tra il soffitto e il tetto, qua dentro non ci sarebbe altro rumore che quello della bocchetta;» oppure
ancora: «II letto è disfatto, da stamattina. Pazienza, ormai è troppo tardi, lo rifarò domani. » Parlavo a voce
alta, qualche volta altissima, benché fossero cose insignificanti; ma mi piaceva udire la mia voce rimbombare
in quelle tre stanzette deserte. Poi un giorno che, seduto al solito, in cucina, dicevo : « II vino è buono, il
vino consola, basta bere un litro di vino e passano i dispiaceri,» tutto ad un tratto, non so come, mi venne
fatto di rispondere, sempre ad alta voce : « Guglielmo sei un disgraziato e lo sai. Si, il vino è buono, ma non
consola. Potrai berne anche una damigiana ma non dimenticherai tua moglie e il fatto che ti ha lasciato. Sì, il
vino è buono ma la compagnia di una donna che ci vuoi bene è migliore assai.» Fui colpito dalla verità di
queste parole e risposi, cioè la mia prima voce rispose : « Hai ragione. Ma insomma che mi rimane ormai?
Ho cinquant'anni, mia moglie, che ne ha venticinque, mi ha lasciato. Dove la ritrovo un'altra donna che si
adatti a stare con me? Ormai non mi rimane che il vino, no?» E l'altra voce: «Da' retta, non fare il filosofo.
Tu lo sai benissimo che non ci hai rinunziato a tua moglie. » E io : « Ma chi l'ha detto? Ci ho rinunziato e
come.» E lui: «No che non ci hai rinunziato. Se ci avessi rinunziato non scoppieresti in singhiozzi, al solo
pensiero di lei, dove capita capita, magari al gabinetto o per le scale di casa.» Insomma, ormai, avevo due
voci, una per così dire che parlava per me e un'altra che parlava per un altro che poi ero io ma al tempo
stesso non ero io. Fu così che, sempre senza accorgermene, passai dal monologo al dialogo, cioè dal parlare
da solo al discutere da solo.
Queste discussioni, del resto, non erano sempre discussioni. Qualche volta, andavamo d'accordo, io e
lui. Per esempio, la sera, dopo aver bevuto quel litro e mezzo o anche due litri, me ne andavo in camera e lì,
davanti allo specchio dell'armadio, facevo le boccacce, tanto per ridere. Lui diceva, allora: «Siamo alle solite,
hai bevuto. Fortuna che sei in casa e non per strada. Hai bevuto e non ti reggi in piedi. Ma non ti vergogni
alla tua età?; » non senza, però, una punta di compiacimento nella voce. Andammo avanti, così, forse un paio
di mesi, più o meno d'accordo; finché una notte che avevo bevuto più del solito, un fiasco sano sano, ecco
che, presentandomi allo specchio e tirando la lingua, rimasi di sale vedendo che lui, nello specchio, restava
serio e composto, senza lingua di fuori né bocca aperta. Quindi, dopo avermi guardato con compatimento e a
lungo, disse: «Guglielmo mi hai stufato.» Domandai: «E perché? » E lui : « Perché invece di batterti e di
lottare, ti lasci andare. Ti sei rassegnato al fatto di tua moglie, sei diventato un ubbriacone, hai persino
perduto l'amore al mestiere. » « Ma chi l'ha detto ? » « Lo dico io. Tutti ce lo sanno nel quartiere che bevi. E
le scarpe vanno a farsele risuolare altrove. Sai che sei tu, ormai? Uno straccio umano. »
Ci rimasi male e mi grattai la testa; poi domandai: «Ma insomma che dovrei fare secondo te?»
«Lottare, ribellarti, batterti.» «Ma perché?» «Per riavere tua moglie in casa. Visto che senza di lei non vivi
più, cerca di riaverla. Non sei il marito? Non hai diritto di averla con te? Ebbene muoviti, agisci, datti da
fare.» «Ma che debbo fare? » « Eh, che devi fare. Lo sai benissimo quello che devi fare.» «No, parola
d'onore, non lo so.» È lui, guardandomi fisso : « Devi fare che con le buone o con le cattive, lei ha da tornare
a casa. » Disse queste parole con un tono particolare che, lo confesso, mi spaventò. Risposi : « Con le buone
ci ho provato, non è servito a niente. Con le cattive non voglio neppure tentare. Non voglio fare niente di
cattivo io. » Mi pareva di aver detto una cosa giusta, da convincerlo; ma lui scosse la testa e disse,
minaccioso : « E va bene. Ne riparleremo. » Nello stesso tempo svanì dallo specchio e io rimasi solo.
Mi coricai impensierito. Avevo appena spenta la luce che, ecco, la sua voce ricomincia, al buio : « Ora
che sei più calmo e ti è passata la sbornia, ti dirò quello che devi fare per riavere tua moglie. Ma non
interrompermi, ascoltami fino in fondo. » Gli risposi che parlasse pure, l'ascoltavo; e lui, insomma,
scherzando scherzando, mi disse che la mattina dopo dovevo andare a bottega, prendere un trincetto, poi
recarmi da mia moglie, metterle il trincetto sotto il naso e intimarle: «O tu te ne vieni subito a casa o se no, Io
vedi questo?...» Gli risposi subito, sempre al buio: «Ma tu sei matto, non se ne parla neppure. Voglio riavere
mia moglie, s'intende. Ma da questo a minacciarla col trincetto, ci corre. Non voglio mica finire in galera io.
» E lui : « Sta bene, tu non vuoi andare in galera. Però, forse forse, tu in galera ci staresti meglio di qui.»
«Ma che vuoi dire?» «Voglio dire che tu in galera almeno non staresti solo. Insomma, tu non ci hai niente da
perdere: o tua moglie viene via con te e allora tanto meglio; oppure non viene via, tu le dai una ripassatina
con il trincetto e finisci in galera e allora avrai almeno la compagnia degli altri galeotti.» « Ma tu sei pazzo. »
« Non sono pazzo e tu lo sai. Tu, Guglielmo, sei cosi solo che persino la galera ti fa gola. » A questo punto
non ne potei più e, levandomi a sedere sul letto, dissi con energia: «Non se ne parla neppure. E ora sta' zitto,
chiudi quella tua bocca malefica e lasciami dormire.» «Ti avverto che se non lo fai tu, lo farò io. » « Ti ho
detto di lasciarmi dormire. » « Lo farò non più tardi di domani mattina. » « Sta' zitto. » « Allora siamo
intesi.» Mi spenzolai fuori dal letto, acchiappai una scarpa in terra e gliela tirai, cosi, al buio. Dovette
scansarsi, da quel dritto che era. Udii un fracasso di cocci rotti e capii che avevo preso la brocca dell'acqua
sul canterano. Mi addormentai.
La mattina dopo, però, al risveglio, mi resi subito conto che non c'era tempo da perdere. Intanto lui non
c'era, in nessuna delle tre stanze. Capace che mentre io avrei indugiato in casa a riscaldarmi il caffè, sarebbe
corso a bottega (aveva la chiave, purtroppo, gliel'avevo data io), avrebbe acchiappato il trincetto e poi, via,
taglia ch'è rosso... Mi venne la pelle d'oca, parola, al solo pensiero di quello che avrebbe potuto succedere.
Cosi, senza bere il caffè, senza lavarmi, senza farmi la barba, spettinato e zozzo, mi precipitai fuori di casa,
infilandomi il cappotto per le scale. Era di mattino presto, con la guazza,con le strade piene di nebbia, e poca
gente che correva al lavoro, la nuvoletta del fiato sospesa davanti alla bocca. Avevo la bottega al vicolo del
Fiume, mi feci quasi di corsa via Ripetta, come svoltai scorsi di lontano lui che se ne usciva dalla bottega,
quatto quatto, e poi se la dava a gambe verso il Tevere. « Ci siamo, » pensai. « È uomo di parola, non c'è che
dire; aveva detto che l'avrebbe fatto e lo fa. Ora, però, bisogna impedirglielo. » Corsi anch'io alla bottega,
acchiappai a mia volta un trincetto per il caso che lui voltasse contro di me la sua furia, quindi entrai in un
bar li accanto dove c'era la cabina telefonica. «Niente caffè, la macchina ancora non funziona, » mi gridò il
barista che mi conosceva. Alzai le spalle : « Si, altro che caffè. » Dico la verità, dal gran turbamento le mani
mi ballavano mentre sfogliavo l'elenco alla ricerca del numero del Commissariato. Finalmente lo trovo,
formo il numero, una voce mi domanda che voglio, spiego il caso: «Ci dovete andare subito. È armato di
trincetto, Ne va di una vita umana. » La voce all'altro capo del filo domandò: «E come si chiama
quest'uomo? » Ci pensai un momento e quindi risposi : « Palombini Guglielmo, » che è anche il mio nome:
una delle solite coincidenze, Al telefono mi fu assicurato che avrebbero provveduto al pili presto; e io allora
volai a piazza de! Popolo, alla stazione dei taxi: la Questura poteva sempre arrivare in ritardo, intanto era
bene che ci andassi anch'io. Salii nel taxi gridando l'indirizzo e soggiungendo: «Presto, per carità, ne va di
una vita umana.» L'autista, un vecchietto dai capelli bianchi, domandò che ci avessi e io risposi : « Un certo
Palombini, calzolaio, si è armato di trincetto e ora sta correndo in taxi dalla moglie che l'ha lasciato, con
l'intenzione di ammazzarla... bisogna impedirglielo.» «Hai avvertito la Questura?» «E come no.» «Ma tu
come hai fatto a saperlo? » «Eh, Palombini ed io siamo, per modo di dire, amici. Me l'ha detto lui. » L'autista
riflette un momento e poi disse : « Tanti fanno i bruttoni e poi, quando viene il momento, si smosciano. » «
Ti sbagli, quello fa sul serio, lo conosco.» Intanto correvamo per le strade deserte verso via Giulia, dove
abitava mia moglie.
Il taxi si ferma, smonto, pago, l'autista riparte, mi volto verso via Giulia, vuota a perdita d'occhio e
vedo lui, il manigoldo, che proprio in quel momento infila il portoncino di mia moglie. Ricordai che a
quell'ora mia suocera, una vecchia pinzocchera, si recava in chiesa; e cosi mia moglie era sola in casa, per
giunta a letto, perché era pigra e le piaceva dormire la mattina. « Ha scelto il momento buono, » pensai, «non
c'è che dire, le pensa tutte... presto, corriamo, che se no, qui, succede un macello. » Mi precipitai anch'io
dentro il portone, salii quattro a quattro, giunsi appena in tempo per veder lui, sul pianerottolo, che picchiava
forte alla porta chiusa gridando: «II contatore del gas,» un modo come un altro per farsi aprire. Mi tirai
indietro e infatti, di li a poco, ci fu un rumore di ciabatte nell'appartamento e poi l'uscio si dischiuse e udii la
voce assonnata di mia moglie che cantilenava: «II contatore sta in cucina.» Lui, per la forma, aspettò un
momento quindi s'infilò dentro casa, e io dietro.
Il corridoio era al buio, riconobbi l'odore del sonno di lei, caldo e giovane, e mi sentii quasi mancare.
In punta di piedi andai direttamente in fondo al corridoio dove sapevo che c'era la sua camera, spinsi la porta
che lei, tornando a letto, aveva lasciato socchiusa, entrai. Anche la camera era al buio ma non tanto che non
intravvedessi il letto a due piazze e, bianche e piene sotto i capelli neri sciolti sul cuscino, le spalle nude di
lei che era tornata a dormire e stava coricata sopra un fianco. Dico la verità, vedendo quelle spalle, provai
una nostalgia cosi forte del tempo che le vedevo a casa mia quando uscivo di soppiatto la mattina per andare
al lavoro, che dimenticai di botto lui e il suo trincetto, mi gettai a ginocchio, acchiappai la mano di lei sulla
coperta e dissi: «Amore mio, tesoro mio, torna con me. Senza di te io non posso più vivere.» Sono sicuro che
mia moglie, date le circostanze, questa volta si sarebbe lasciata convincere, se quel vigliacco non si fosse ad
un tratto rizzato dall'altra parte del letto, il braccio armato sospeso in aria, e, scuotendola per la spalla, non le
avesse ingiunto con una voce terribile: «Ora tu torni con me; se no, lo vedi questo?...»
Non sto a descrivere quello che avvenne dopo: io che lottavo contro di lui cercando di disarmarlo ; mia
moglie che, urlando e rovesciando ogni cosa, scappava seminuda per la stanza; tanti uomini, gli agenti del
commissariato, che d'improvviso irrompevano e mi saltavano addosso. Io badavo a gridare: «Arrestatelo, è
pericoloso, soprattutto state attenti al trincetto;» ma gli agenti, forse perché il trincetto ce' l'avevo anch'io,
senza fare tante distinzioni, presero anche me e mi trasportarono di peso fuori dell'appartamento e poi giù per
le scale che mi dibattevo e ripetevo con quanta voce avevo: « Dovete arrestare lui, non me... è un errore.» In
strada c'era una gran folla, mi fecero salire a forza sulla camionetta e, come alzai gli occhi, vidi lui,
ammanettato tra due agenti, che mi stava seduto in faccia e con un suo ghigno pareva dire: «Hai visto che
l'ho fatto.» Gridai, allora, indicandolo: «Mi ha rovinato, quel delinquente... mi ha rovinato; » e quindi svenni.
Adesso sto in una cella materassata, dicono che mi tengono in osservazione per via che temono che dal
dolore mi sia andato fuori posto il cervello. Io non mi lamento; ma mi sento tanto solo. Lui, infatti, l'hanno
portato a Regina Coeli e in tal modo siamo separati, lui in prigione e io al manicomio. E così la sola
compagnia che ci avevo me l'hanno portata via, e non ci ho più nessuno, e mi toccherà ormai restare zitto per
sempre.

Così nel testo: foss'altro, ubbriacone, gliel'avevo, smosciano, pinzoccera.

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