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TRA INNOVAZIONE E NUOVE FORME DI CONTROLLO: LE CONTRADDIZIONI DELL'ERA POST-

MODERNA

La creatività è probabilmente l'adattamento evolutivo più efficace che la razza umana possiede. Essa
permette all'uomo di analizzare gli stimoli percepiti dai suoi sensi ed elaborare dei feedback
congruenti, dalla risposta alla domanda di un interlocutore, al dipinto espressione
dell'interpretazione di quegli stimoli che l'artista riflette sulla tela. In gradi diversi, non c'è dubbio
che i meccanismi alla base dell'atto creativo siano neurologicamente insiti in qualunque essere
umano; ciò che cambia sono gli stimoli che giungono a ciascun individuo e la capacità che ha ognuno
di comporre il proprio puzzle informativo. Poiché dunque "niente nasce dal nulla" come sosteneva
Pablo Picasso (uno che di creatività se ne intendeva), nella modernità l'aspetto creativo prende
sempre di più piede in vari ambiti, dall'urbanistica al business.

Una delle parole chiave della post-modernità è dunque "contaminazione".

La diffusione di Internet al pubblico di massa avvenuta negli anni '90 ha permesso un mescolamento
di stili, culture e discipline, che non ha precedenti nella storia dell'uomo; l'uomo degli anni 2000 ha
perso la sua identità che prima era determinata dal paradigma "individuo-Stato-lavoro" in favore del
paradigma "flussi-territori-luoghi". Il cittadino degli anni 2000 non ha più un'identità imposta ma
diventa sempre più cittadino del mondo, frutto di un miscuglio di flussi che sorvolano i luoghi e ne
cambiano l'assetto geopolitico e culturale.

In questo clima fortemente di contaminazione, trova terreno fertile l'idea che la cooperazione e la
creatività possano essere messe al servizio dell'innovazione per risolvere gli evidenti conflitti
autogeneratosi all'interno del sistema capitalistico. Ecco che riacquista importanza la dimensione
"umana" dell'individuo, dalla valorizzazione di caratteristiche intrinseche come appunto la creatività,
all'attenzione per le sue condizioni di vita (ambiente e alimentazione ad esempio).

Orange, Green e Sharing Economy sono solo alcuni dei tanti passi che la comunità globale sta
facendo in un'ottica neo-umanistica. Steve Jobs ed Elon Musk, due grandi visionari alla stregua di
Leonardo Da Vinci, rappresentano una società glocal in cui l'uomo, dopo l'alienamento da sé del
primo capitalismo, torna timidamente ad essere al centro di progresso ed innovazione.

Questo è quello che l'industria creativa (in un certo senso nuova forma d'arte del XXI secolo) si
propone di fare: generare innovazione e benessere sociale tramite la valorizzazione di molteplici
competenze personali e lo sfruttamento della proprietà intellettuale.

Alcuni dei più emblematici casi di industria creativa ai giorni nostri, sono due parchi a tema situati in
Francia: Futuroscope e Puy Du Fou. Entrambi i parchi hanno la doppia anima dell'innovazione e della
contaminazione. All'interno di ambedue, vivono centinaia di aziende, migliaia di professionalità
specializzate e centri di formazione per le attività più disparate: dall'illuminotecnica, all'AI, alla
robotica, fino ad arrivare a scuole d'arte, addestramento di uccelli, ippica, formazione sportiva e,
naturalmente, all'intrattenimento.

Se Futuroscope mette l'innovazione e la sperimentazione al servizio sì dell'intrattenimento, ma


anche del progresso socio-economico, Puy Du Fou invece rientra invece nella sottocategoria
dell'industria culturale; essi organizzano all'interno del parco, eventi e iniziative partendo da una
vocazione turistica. La promozione del territorio prende vita dall'ingegnosa intuizione dei suoi
fondatori che hanno pensato di far immergere totalmente lo spettatore nel contesto storico-
culturale della regione in cui sorge, dividendo l'intera area in diversi distretti di operato.

Un altro dei più famosi parchi a tema è senza dubbio Disneyland.

Inaugurata nel 1955 da Walt Disney, si propone di essere una sorta di città modello in cui sia gli
adulti, sia i bambini possano divertirsi. Di qui a 11 anni infatti, egli progetterà una città utopica, sul
modello del suo parco divertimenti, in cui saranno eliminati inquinamento, criminalità e
disuguaglianza sociale. Studiando architettura ed ingegneria personalmente, diede vita
all'Experimental Prototype Community of Tomorrow (EPCOT).

Il tema del "cambiamento delle città" è un altro dei temi più discussi nella post-modernità: ci si
chiede sempre di più se i flussi, la creatività e l'innovazione possano condurre davvero ad un
prototipo di città in cui tutto funziona al meglio, o se invece si cadrà in una meno palese forma di
controllo da parte di chi riuscirà a conquistare una posizione di potere.

Da una parte c'è la prospettiva utopica: da Walt Disney al Progetto Venus di Jacque Fresco, l'idea che
la creatività diffusa e l'incontro di menti possa legittimare la promessa di un futuro quasi paradisiaco
per tutti è un'idea che alletta parecchio; d'altra parte c'è chi ci avverte dei possibili usi poco consoni,
nati dal fatto che la cooperazione possa essere "sfruttata" dai "nodi forti" della società in rete.

Se è vero che la rete ha ridistribuito il potere all'interno della società, decentralizzando i processi e
dando la possibilità a ciascuno di costruire la propria identità, quale di queste due prospettive è più
probabile?

Naturalmente la risposta non è mai una e non è mai estrema. Attraverso, però, alcune riflessioni
sulle città che oggi fanno propri i valori della globalizzazione, si possono intravedere delle tendenze
che sembrano alimentare entrambe queste prospettive.

La domanda fondamentale dunque è: come saranno (presumibilmente) le città del futuro?


L'Internet of Things e la Green Economy sono due tendenze su cui molti scommettono. Da edifici
automatizzati e intelligenti, dotati di sistemi per ridurre i consumi e prevenire incendi, a droni
comandati a distanza che svolgeranno funzione di sorveglianza e consegna.

Se dunque le funzioni prettamente tecniche saranno svolte da tecnologie sempre più innovative, è
presumibile che in tale scenario il ruolo dell'uomo, sarà sempre più quello di svolgere compiti in
ambito creativo, dove (ad ora) le macchine non riescono ad arrivare. In tale prospettiva dunque, i
settori dell'high tech, insieme a quelli più tipici dell'industria culturale, cresceranno sempre più di
importanza per rispondere alle grandi sfide della modernità come il rapporto tra innovazione e
tradizione.

Le cosiddette città vibranti sono le città considerate più creative, più proiettate al futuro e in grado
di attrarre sempre più giovani e sempre più figure professionali. Le città del futuro assumono
importanza in base a quanti collegamenti hanno e quindi in base a quanto riescono a "vibrare".

Londra, sul podio, è un esempio di città capace di fare della contaminazione un punto di forza. Da
sempre casa del Design ad alto livello, con il nuovo Design District si riconferma la capitale europea
della creatività. 8 studi di architettura diversi daranno nel 2019 alla luce due edifici ciascuno per un
nuovo distretto di 14.000 mq, in piena espressione dei valori esposti fin'ora. Non solo cooperazione
e contaminazione vivono però a Londra: la bilancia ha dall'altra parte il rinforzo di forme autoritarie
più classiche che guardano al controllo e all'omologazione.

Sempre a Londra infatti, il design e l'architettura per le strade, diventano uno strumento politico. Il
designer Dan Lockton l'ha definita "architettura di controllo": borchie appuntite fuori di un
supermercato, muretti bombati come deterrenti agli skater, panchine con poggiabraccia centrali per
evitare che ci si sdrai sopra, o volutamente scomode per scoraggiare l'ozio. L'architettura ed il
design, da discipline creative sulla finestra del progresso e dell'innovazione, si vestono da difensori di
un nuovo mondo utopico raggiungibile solo attraverso due azioni: lavorare e consumare.

Del resto non è una novità che la promessa di un mondo perfetto nasconda al suo interno la
convinzione che c'è un "prezzo da pagare" e che esso non sia mai troppo alto. Ecco così che nella
storia, una visione utopica del futuro diventa il pretesto per genocidi di massa: cosa sarà qualche
miglione di vite in confronto all'eterna felicità di tutto il resto della popolazione mondiale? Se si è
disposti a dirottare un treno ammazzando un operaio per salvare la vita di altre cinque persone,
allora relegare ai margini della società il senzatetto, il depresso e lo spaesato potrebbe essere un
prezzo anche fin troppo basso per raggiungere la perfezione. E' in questo punto che utopia e distopia
si abbracciano nella promessa di un mondo migliore (per alcuni).

Del resto anche il paradigma della rete, se da una parte ha abbattuto la struttura gerarchica optando
per una decentralizzazione in teoria più "democratica", d'altra parte di fatto ha ridistribuito il potere
nelle mani dei nodi che hanno più collegamenti; Londra, in quanto una delle città più vibranti, è
l'emblema di questa contraddizione tutta post-moderna.

E' dunque evidente che se le utopie legittimano l'instaurarsi delle distopie, è più probabile che venga
presa la strada delle protopie: una serie di piccoli miglioramenti che non puntano all'eterna
perfezione ma al progressivo miglioramento del benessere della società nel complesso.

Sarebbe impensabile da un giorno all'altro eliminare completamente sistemi produttivi inquinanti,


solo perché siamo in possesso di tecnologie in grado di operare allo stesso modo ma in un'ottica
green; questo presupporrebbe eliminare tutti quelli, che per motivi più o meno nobili, si oppongono
a questo cambiamento drastico. Al contrario, la nascita di una cultura "green", il diffondersi di
un'ideologia, un consumatore più consapevole, possono fungere da motori per un'offerta, sia
pubblica che privata, sempre più attenta a questi temi, andando così a rispondere alle necessità del
produttore, così come del consumatore.

Una serie di piccoli miglioramenti discretizzati (in quest'ottica) sono più efficaci di una rivoluzione
ideologica che poco riscontro trova nell'antropologia dell'essere umano.

Un mondo protopico è possibile ed è calato nella realtà, a patto però che tali piccoli obiettivi
vengano raggiunti nei valori della cooperazione e che non cadino nella volontà da parte dei poteri
forti di cambiare tutto e subito.

Diego Zecchino

Matr. 1015779