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TEATRO

-dettato-

Il teatro è, innanzitutto, un rito sociale, in quanto unisce una comunità, le propone dei valori e si
sottopone al suo giudizio.

Lo confermano infatti le sue origini in Grecia, dove la commedia e la tragedia avevano una
funzione religiosa e politica nettissima. Nel medioevo si afferma invece una forma di teatro
religioso legato alle grandi festività e con un intento morale e didattico: sono le Sacre
rappresentazioni, dette mistery places.

Per vedere la nascita di un teatro profano (laico) bisogna attendere l’umanesimo e la sua volontà
di rinnovare le forme della cultura classica. Con la favola di Orfeo di Angelo Poliziano ci troviamo
di fronte al primo testo teatrale scritto e rappresentato come spettacolo. Le circostanze di quella
rappresentazione sono molto significative: si trattava di una festa nuziale tenuta a corte. La recita
teatrale profana è dunque alle origini solo una parte di una più vasta organizzazione di
festeggiamenti. Tante commedie del tempo sono direttamente concepite per le Feste di corte (es
Ariosto e Machiavelli).

Nato dunque intorno a quella società d’élite che è la corte il teatro tende a diventare uno
strumento di propaganda ideologica molto potente che attira l’attenzione del potere civile e
religioso.

Il periodo che va dalla fine del ‘500 al ‘700 segna in Europa il trionfo del teatro.

Nelle classi alte, ormai diventato teatro chiuso e istituzionalizzato, diventa:

sede di riconoscimento sociale della corte e dei nobili che lo frequentavano

strumento di politica culturale dei principi e dei sovrani

Immagine dello sfarzo e delle feste dei nobili


È il caso del teatro olimpico di Vicenza di Andrea Palladio.

Nelle classi basse il teatro popolare e borghese e/o intermedie il teatro popolare e borghese
(quello di strada o di cortile in Spagna, quello all’aperto in Inghilterra e quelli pubblici in Italia)
esprime esigenze anticonformistiche censurate dalla cultura della controriforma (Chiesa).

Si diffonde una visione teatrale della vita, poiché nelle classi dominanti e nella chiesa si afferma
un gusto per la scenografia, per le cerimonie complesse e spettacolari, dove il federe e il suddito
diventa solo uno spettatore passivo.

Contemporaneamente c’è:

l’abitudine alla doppia verità

la tendenza al mascheramento dei sentimenti

L’esigenza di controllare il comportamento pubblico e di adeguarlo a norme della controriforma


e che rafforzano l’idea che la vita stessa è una commedia

In questo periodo fare l’attore diventa un mestiere riconosciuto e retribuito come tale:

Gli attori diventano come mercenari

Si affermano in base alle abilità retoriche e mimiche che possiedono

La prima commedia di professionisti nasce a Padova, la Commedia degli zanni. Lo Zanni era il
servo che veniva presentato in contrasto con il magnifico, il mercante veneziano suo padrone.

Alle origini della commedia dell’arte vediamo dunque una confluenza di motivi e di aspetti
diversi di natura popolaresca o dotta. I caratteri fondamentali della commedia dell’arte sono:

Svalutazione dell’intreccio e del dialogo

Valutazione dei contrasti


Tipi (personaggi) diversi (es vecchio-giovane, servo-padrone, ecc)

Le situazioni tendono a ripetersi e la bravura degli attori consiste nella variazione di un tema
fisso

Dal personaggio individuo si passa al personaggio tipo (fisso), caratterizzato dallo stesso modo di
parlare e dalla maschera, soprattutto per le parti comiche

Carovaccio: una traccia di testo che non indicava le parole, ma solo i comportamenti dei
personaggi.

I lazi: scene mimiche

Attraverso un discorso indiretto il Carovaccio riassume il senso della scena e i comportamenti dei
vari autori.

Il contributo più originale della commedia dell’arte alla storia del teatro è l’invenzione del
professionismo. I comici dell’arte sono attori di professione che vivono del loro mestiere di
attore, che non hanno un’identità sociale rispettabile che li metta al riparo dai pregiudizi,
dall’emarginazione da secoli riservata agli attori, come accade invece per i dilettanti degli
spettacoli di corte che, calato il sipario, tornano ad essere giovani nobili.

Facendo del teatro una professione, un modo per guadagnarsi da vivere, i comici lo sottraggono
all’economia di festa per inserirlo nell’economia di mercato.

Il teatro di corte si svolge secondo un rituale ben preciso, in luoghi e tempi stabiliti da fattori
estranei allo spettacolo, in rapporto cioè all’occasione festiva di cui fa parte.

Al contrario, il teatro dei comici si svolge ovunque e continuamente nel tempo, diventa quindi
una consuetudine. Il pubblico della commedia dell’arte non è aristocratico ma borghese, che
paga il biglietto per accedere allo spettacolo.

La necessità di imporre il pagamento preventivo fa si che il teatro dei comici sia non un teatro di
piazza, ma un teatro di sala.

Il nomadismo delle compagnie risponde all’esigenza di trovare continuamente nuovi mercati su


cui distribuire gli spettacoli.

L’allestimento delle commedie deve essere agile, veloce e la compagnia deve essere in grado di
cambiare facilmente repertorio, a seconda dei gusti del pubblico.

La velocità però con cui si afferma il successo di queste compagnie, nonostante la politica ostile
della chiesa, fa si che presto il potere politico cerchi di appropriarsi anche di questo fenomeno.

L’indipendenza economica rende i comici indegni rispetto al modello di un’arte pura e


disinteressata, ma in un certo senso anche più forti nei confronti delle lusinghe del potere.

A partire dalla fine del ‘500 il mestiere di attore continua ad essere disprezzato in quanto tale,
ma alcune singole personalità riescono ad emergere negli ambienti della cultura e del potere.

In questa prima fase i comici sono ancora padroni del proprio lavoro, capaci di trarre dal
rapporto con il potere i massimi vantaggi. In seguito però la possibilità di uscire dalla propria
irregolarità sociale e dalla precarietà economica attraverso la presenza stabile a corte spinge
molte compagnie a legarsi in maniera vincolante al potere politico, ecco perché si affermano le
compagnie ducali.

IL TEATRO BAROCCO

Durante il ‘600, lo spettacolo teatrale in Italia si esprime principalmente attraverso il


melodramma e la commedia dell’arte.

Il teatro barocco non presenta vere e proprie innovazioni, piuttosto si assiste al perfezionamento
di tecniche già sperimentate, nel senso di una maggiore funzionalità delle attrezzature, al fine di
rendere più scorrevole la messa in scena e più efficace gli effetti spettacolari. Innanzitutto non si
riscontra più alcun rispetto per le 3 unità aristoteliche (di tempo, di luogo, di azione). Ciò
consente di praticare mutamenti di scena durante l’intero spettacolo, non più relegati nello
spazio degli intermezzi tra un atto e l’altro, ora i cambiamenti di scena investono l’intero arco
della rappresentazione, per tanto si svolgono a vista, non più a sipario chiuso, ma a scena aperta,
sotto gli occhi stupefatti degli spettatori.

Solitamente le quinte dipinte, che formavano la scenografia, scorrevano lungo guide poste sul
palco scenico: per questo lavoro erano necessarie molte persone e il movimento spesso non era
sincronizzato. Nel ‘600 nasce l’argano centrale: al posto delle guide vengono praticate sul palco
scenico diverse fessure, nelle quali sono infilate le quinte appoggiate su carrelli posti nel
sottopalco. Una sola persona in questo modo attraverso un sistema di cavi collega i carrelli
all’argano centrale, comandando il movimento di tutte le quinte.

Goldoni

Nasce a Venezia nel 1703, da padre medico.

Va a Rimini seguendo il padre, ma decide di lasciare la città per seguire una compagnia teatrale
di Chioggia con la scusa di andare dalla madre. Il padre però vuole che il figlio segua la carriera
forense. A causa da una satira scritta sulle donne viene cacciato dal collegio disleri.

Inizia a lavorare presso la cancelleria criminale di Chioggia. È però un’attività che non gli piace.

L’occasione di seguire la carriera teatrale gli viene data quando incontra il capocomico Imer a
Verona, che gli da la possibilità di lavorare presso il teatro San Samuele.

Approda poi a Livorno, dove incontra Medebac, un capocomico, col quale fa un contratto di
scrivere 8 commedie all’anno e lo farà per un po’ di tempo.

Lui però voleva ricreare la commedia del teatro.

A questo ideale andarono contro Carlo Gozzi e Pietro Chiari.

Gozzi era un commediografo che andando contro a Goldoni, continua a riproporre la commedia
dell’arte.

Quando però Goldoni scrisse le Baruffe Chiozzotte dopo che una sua commedia fu fischiata dal
pubblico.

Rompe il contratto con Imenebak (anche per motivi economici) e si trasferisce dal capocomico
del Vendramin, che gli permette di lavorare presso il teatro san Luca, dove trovò però una sala
molto grande che gli diede difficoltà in alcune delle sue rappresentazioni.

Goldoni però poi decide di lasciare l’Italia e si trasferisce in Francia, convinto di poter presentare
più facilmente la sia riforma del teatro, ma non ci riuscì in quanto fu costretto a ripresentare le
commedie a “La comedie italienne”, scrive Benoir, un’opera autobiografica in cui parla
principalmente della riforma teatrale. La sua fama è talmente grande che diventa precettore
(insegnante privato) delle figlie del re di Francia.

Mentre Goldoni è in Francia scoppia la rivoluzione francese. I rivoluzionari sospettano subito la


rendita annua che riceveva Goldoni dal Re, considerato un amico della monarchia. Solo dopo la
sua morte fu capito che Goldoni aveva preceduto il futuro.

Goldoni vuole riformare la commedia dell’arte, ritenuta troppo volgare e ripetitiva, perché lui ha
subito gli influssi dell’Accadia, un’accademia che spingeva verso il razionalismo. Dell’illuminismo
Goldoni ama molto l’uomo aperto e socievole, disprezza quindi tutti ciò che riguarda il
conservatorismo.

Nei Rusteghi per esempio va contro ai tirchi e agli avari.

Ama l’Inghilterra e l’Olanda in quanto sono paesi liberali che dovrebbero essere modelli.

Goldoni è indirettamente polemico verso la nobiltà di Venezia, infatti ambienta le sue commedie
a sfondo “polemico” in altre città, anche se lui deve molti dei suoi ideali a Venezia, in quanto è
sempre stata una città molto aperta (dovuto soprattutto ai vasti commerci) infatti nelle sue
prime commedie rende protagonista la figura del mercante.

La commedia borghese era una commedia mista tra vecchia commedia e vecchia tragedia

I personaggi che troviamo nella sua commedia non sono personaggi fissi, ma sono personaggi
individuo (o personaggi carattere)

Nel 1738 rappresenta la commedia Momolo courtesan, la cui parte principale è scritta per intero
e non lasciata all’improvvisazione come prima. Ma questo non era sufficiente, in quanto tutte le
parti dovevano essere scritte.

Nel 1743 rappresenta la Donna di Garbo, in cui tutti i personaggi per la prima volta hanno un
copione.

Per fare in modo che la sua rappresentazione sia naturale e realistica lui partì dal mondo (un
binomio costantemente presente nella riforma goldoniana). Questa natura permette di avere
una quantità enorme di caratteri, situazioni, ambienti che si possono rappresentare nel teatro.
Entra in crisi la figura del mercante portandosi dietro anche gli ideali, sostituito dalla figura del
rustego. L’attenzione di Goldoni si concentra sul popolo vero e proprio (come i pescatori di
Chioggia, che daranno vita alle Baruzze chiozzotte).

La sua ultima fase è quella parigina.

Prima di diventare precettore delle figlie di Luigi XVI fa parte della Commedie italienne, dove non
potè mettere in scena le sue riforme in quanto questa metteva in scena la Commedia dell’arte.

Diventa poi maestro delle figlie di Luigi XVI.

Scoppia la rivoluzione francese e gli viene tolta la pensione.

La locandiera

La locandiera viene ambientata a Firenze in una locanda e viene definita una commedia di
carattere (ovvero vi è un personaggio che ha una sua individualità, una personalità ben precisa).
Anche se ambientata a Firenze nel 1753, Goldoni è indirettamente polemico nei confronti
dell’aristocrazia veneziana.

Abbiamo i seguenti personaggi:

⁃ Il marchese di Forlipoli, che ostenta la sua ricchezza in quanto marchese, in quanto ha un titolo
nobiliare e soprattutto perché appartiene alla nobiltà di sangue (in decadenza, visto dal fatto che
regala a Mirandolina solo un fazzoletto di seta, contro i vestiti e gioielli del conte di Albafiorita)

⁃ Il conte di Albafiorita, appartenente a una nobiltà di recente sviluppo e gareggia col marchese
nell’ostentazione della propria ricchezza.

⁃ Il cavaliere di Ripafratta, ricco nobile però Isogeno, ovvero odia le donne, almeno all’inizio.

⁃ Mirandolina (protagonista), è una locandiera molto scaltra e bella e grazie alla sua bellezza
riesce ad avere molti clienti nella sua locanda, però offre un servizio poco adeguato. Lei
rappresenta l’ideale del mercante. È una donna che sa il proprio tornaconto. Vuole vendicarsi sul
cavaliere di Ripafratta in quanto odia le donne. Ad un certo punto inscena uno svenimento
(tipico della commedia dell’arte) in modo tale da capire quali possano essere le reazioni del
cavaliere, il quale appena la vede mostra i suoi sentimenti per Mirandolina.

Sembra che dallo scontro tra lei e il cavaliere ne esca vincitrice Mirandolina, ma rimane vittima
del suo stesso gioco, perché questo gioco che ha fatto col cavaliere si è spinto così in avanti da
aver rischiato addirittura di essere molestata dal cavaliere. Nel momento in cui ella capì che il
gioco stava diventando pericoloso si ferma e decide di sposare al più presto Fabrizio.
⁃ Fabrizio, è un personaggio presente nella locanda in qualità di servo, sinceramente innamorato
di Mirandolina, molto furbo e calcolatore come ella, ambisce a sposarla per fare un salto di
qualità di classe sociale, però nel momento in cui arriva il momento di sposarsi Mirandolina fa
dei patti molto chiari col servo, ovvero che lei rimarrà la padrona della locanda e Fabrizio suo
servitore.

Mirandolina “recita” una parte per due motivi:

0. Sessista: vuole dimostrare al cavaliere di Ripafratta di essere una brava locandiera anche se è
una donna

0. Classista: vuole sempre dimostrare che le persone hanno pari dignità e quindi devono essere
trattate ugualmente, senza differenze tra le classi sociali, mostrato in questa commedia
attraverso proprio Mirandolina

⁃ Dejanira e Ortensia: due donne che si fingono Nobili, usando una lingua convenzionale tipica
dei libri, recitano male per contrapporre la loro recita a quella buona di Mirandolina.