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ANTONIO MONTANARI

UN FIUME DI ERUDIZIONE.
IANO PLANCO
ED IL «RUBICONE DEGLI ANTICHI»

VERSIONE ELETTRONICA 29.09.2010


© RIPRODUZIONE RISERVATA
Lo scienziato e poligrafo Giovanni Bianchi (Iano Planco,
1693-1775) identifica il «Rubicone degli Antichi» nel fiume Luso
(Uso). Di professione medico1, è stato insegnante di Anatomia
umana all’Università di Siena dal 1741 al 1744. Egli è uno di
quegli eruditi settecenteschi, i cui interessi spaziano dallo studio
dei fenomeni naturali all’Archeologia, dalla cultura classica alla
Filosofia. Per lunghi anni tenne in casa propria, sia a Rimini sia
a Siena, una scuola privata frequentata da giovani che vi
ricevevano una formazione non soltanto umanistica ma pure
scientifica. Nel 1745 rifonda a Rimini l’Accademia dei Lincei2,
silente dal 1630. Era considerato «professore non solo, ma
propagatore della storia naturale»3.
Dopo la morte di Bianchi, il suo ex allievo e collaboratore
Giovanni Antonio Battarra4 scrive una Istoria dei Fossili
dell’Agro Riminese, ed altri siti circonvicini (1780), precisando
di non averla composta prima, finché «viveva ancora il nostro
celebre Bianchi», per non «entrare in una provincia che parea
tutta sua»5. Nel 1739 Bianchi aveva pubblicato a Venezia il De
Conchis minus notis6, dove studia anche i Corni d’Ammone7
ritrovati «in terra arenosa cujusdam montis Covignani, qui mons
secundo vel tertio lapide circiter a Mari Ariminensi distat».
Queste sue scoperte riguardano un tema geologico
(l’avanzata della linea del litorale) che avrebbe dovuto
suggerirgli osservazioni utili anche per inquadrare
correttamente il problema rubiconiano. In un’appendice al De
Conchis, poi, Bianchi esamina il comportamento del mare e dei
fiumi, e parla pure delle conseguenze che hanno le inondazioni
dei corsi d’acqua.
A Bianchi, dunque, non mancavano gli strumenti per
analizzare, oltre a ciò che avviene sul litorale, anche quanto
accade nei territori retrostanti e lungo le rive dei fiumi. A questi
strumenti egli però non fa ricorso nelle argomentazioni addotte
a proposito del «Rubicone degli Antichi». Anche Bianchi
conosceva quello che annota Battarra:

In tutti quei Contorni per una estensione in giro di molte miglia


restai molto ammirato nel vedere tutte quelle vastissime Campagne,
con una infinità di profondissime lame e vallonacci, che fanno
spavento, e per tutti quei siti i quali dalla spiaggia dell’Adriatico, non
sono distanti più di 10 miglia all’incirca in linea retta, non si vede che
un altissimo strato di Argilla Cenerina parte impietrita, e parte meno
sciolta, e sopra d’esso strato molto elevato di pretta arena marittima o
sciolta, o resa duro tufo nel cui seno vi sono moltissime dure e grosse
pietre idiomorfi, e da per tutto vi si veggono rottami di quelle nostre
minute conchiglie littorali, e in diversi siti […] ritrovansi conchiglie ed
altre cose marine lapidefatti […]. Un’altra insigne meraviglia produce
all’occhio dell’osservatore il vedere in alcun sito altissime fenditure
tutte insieme di sassi, ghiaie grosse e minute rotolate come se ivi fosse
una qualche volta passato un fiume.

I lenti e continui fenomeni che, sul lungo periodo, avevano


determinato questi cambiamenti geologici, dovevano suggerire
a Bianchi la consapevolezza che era necessario affidare alla
Scienza il discorso sul Rubicone. Egli lo considera,
semplicemente e soltanto, sotto il profilo erudito. Questo
particolare non deve meravigliare. Un fatto analogo succede
pure per una questione che, al confronto, è molto più seria, e che
riguarda l’inoculazione del vaiolo, alla quale era contrario. Egli
la considera tra le «cose letterarie» da discutere magari nel
«miglior latino», con il quale mandare «al diavolo tutti i pretesi
calcoli […] e tutte le altre ragioni sofistiche de’ fautori»
dell’inoculazione stessa, «giacché tutti costoro non sono filosofi e
meno medici, ma sono sfaccendati»8.
In alcune polemiche Bianchi dimostra una sicurezza che
nasce dall’arroganza di chi pretende d’aver ragione a tutti i
costi, piuttosto che da una certezza derivante dalla Scienza
sperimentale, galileiana. E questo avviene perché Bianchi
incarna alla perfezione la concezione dogmatica ed aristocratica
del dotto, per il quale la dottrina non si acquista con
l’esperienza, ma si crea con il proprio sapere, consolidatosi
attraverso le letture dei pareri dei grandi filosofi ed eruditi. Non
per nulla, nelle «leggi lincee» ideate da Bianchi, troviamo che
prima vengono i pareri dei «dottissimi filosofi», poi
«l’investigazione della stessa natura»9.
Per l’inoculazione del vaiolo, Bianchi alla fine si arrese
all’evidenza dei fatti10. Sulla questione rubiconiana egli non
arretrò mai d’un passo: non applicò nel caso particolare quanto
conosceva in linea generale; e non ricavò le necessarie
conseguenze dalle notizie relative ai cambiamenti di corso di
fiumi quale il Pisciatello, spostato (come lui stesso scrisse) da
certe paludi alle saline cervesi ed infine nel Fiumicino di
Savignano11.
Il Luso passa nella parrocchia della «ricca Pieve de’ SS.
Vito e Modesto» a San Vito12 di cui è titolare dal 6 maggio 1749
un ex alunno di Bianchi, Giovanni Paolo Giovenardi13, il quale
nello stesso anno, a novembre, fa porre sulla sponda orientale
del fiume, nel terreno del cimitero della medesima chiesa, una
lapide con la scritta con parole ricavate da Plinio: «Heic Italiæ
Finis Quondam Rubicon». La lapide suscita una lite giudiziaria,
promossa dai cesenati nel 1750 e protrattasi sino al 4 maggio
1756.
Nel 1743 il matematico modenese Domenico Vandelli
aveva sostenuto «la corrispondenza dell’Uso al Rubicone»14.
Nello stesso anno Bianchi, dalle Novelle letterarie di Firenze
dirette da Giovanni Lami, aveva rivendicato en passant la gloria
del «famoso Rubicone» al paese di San Vito15. Nel 1746 Bianchi
aveva ribadito che il Luso non andava confuso con l’«Aprusa di
Plinio», cioè l’Ausa, come pretendevano i cesenati16, e che esso
era «il vero Rubicone degli Antichi»17.
Nel 1748 Bianchi ripropose la polemica con una novella di
stile boccacciano in cui il fiume Uso, per prosopopea, confessa
«che appo tutti gli intendenti sono et sarò sempre per lo vero
Rubicone riputato»18. Già nel 1641 monsignor Giovanni
Villani19, aveva sostenuto le ragioni dell’Uso, ribadendole nel
1647 con la Dissertatio de Rubicone Antiquo, dove leggiamo
questa dichiarazione dei «sei huomini del Regimento della Terra
di Sogliano», datata 5 ottobre 1643:

sotto il Castello di Strigara u’è una fonte, ò sorgente d’acqua


perpetua, doue pigliano l’acqua quelli di Strigara, e è distante da detto
castello un tiro d’archibugio in circa mà l’acque di detta fonte entrano
in un picciolo riuolo chiamato l’Aunsa, quale scorre per spacio di tre
miglia incirca, e poi sbocca nel fiume Savio. Più distante da detta fonte
sotto Strigara per un quarto di miglio incirca hà principio il Rigone in
un luoco detto fondo la Tomba e campo di Bastiano Bondanini, ma però
senz’acqua scaturiente ò fonte di sorte alcuna, incominciando come un
fosso, che poi si dilata vicino ad una selvetta, e continua detto Rigone
per spazio d’un miglio e più con nessuna sorte d’acqua, come hoggidì si
vede, essendo in tutto, e per tutto asciutto e non scorre, se non quando
piove, venendo anco alimentato da altri fossi convicini similmente
quando piove, e non altrimente20.

Poco dopo la collocazione della lapide, l’Accademia dei


Lincei riminesi si occupa della questione rubiconiana con due
dissertazioni, rispettivamente di G. P. Giovenardi (15 marzo
1750) e di Bianchi (21 marzo 1750). Quella di Bianchi è il testo
della seconda di due Lettere che nello stesso anno egli pubblica
sul periodico di Lami.
Nella Lettera prima21, datata 6 marzo 1750, Bianchi
sostiene che la questione del Rubicone è relativa ad «un punto
erudito di geografia antica», da lasciare non alle dispute legali
(come avvenne), ma «piuttosto ai dotti, e alle Accademie degli
eruditi». Bianchi definisce falsa l’iscrizione, datata 1476, un
tempo posta dai cesenati «sulla ripa occidentale del
Pisciatello»22, e racconta che, prima della collocazione della
lapide di San Vito, i Conservatori della città di Cesena per il
bimestre settembre-ottobre 1749 avevano mandato «un
Monitorio, o sia una Inibizione, alla Città di Rimino, acciocché
non ponesse una Lapida al Suo fiume Luso».
Nella seconda Lettera23, datata 20 marzo 1750, Bianchi
porta «i fondamenti che noi riminesi abbiamo di credere che il
nostro Luso sia il vero Rubicone degli Antichi». Elenco i
principali argomenti da lui esposti:
1) Soltanto il Luso, a differenza del Fiumicino e del
Pisciatello, è un vero fiume perché ha origine «dalle vere Alpi
dell’Apennino chiamate in oggi Perticaja». Ciò è confermato
anche da Lucano che parla di ricche acque invernali «liquefatte
da venti australi». Inoltre il Luso ha sassi perlopiù rosseggianti:
il che ancora una volta rimanda a Lucano il quale definisce il
Rubicone «puniceus»24.
2) Il Luso è il fiume più vicino a Rimini, come attesta Vibio
Sequestro, e si trova tra Rimini e Ravenna alla distanza di cui
parla la Tavola Peutingeriana25. Al proposito, Bianchi precisa
che gli scrittori antichi pongono il Rubicone tra Rimini e
Ravenna, e non tra Rimini e Cesena.
3) C’è la conferma di Plinio in quel passo della Naturalis
historia [III, xv] che dice: «Ariminum colonia cum amnibus
Arimino et Aprusa, fluvius Rubico, quondam finis Italiæ»26. I
cesenati (come si è detto) hanno equivocato, identificando il
Luso con l’Aprusa. Bianchi spiega che l’Arimino corrisponde al
Marecchia, l’Aprusa all’Ausa, ed il Rubicone al Luso. (Il
savignanese Basilio Amati aggiunge una virgola dopo «fluvius»,
facendone un nome proprio: «Arimino et Aprusa, Fluvius,
Rubicon»27. Per lui «Fluvius» è il Fiumicino, ed il vero Rubicone è
l’Urgone-Pisciatello28. Con Basilio Amati si schiera un altro
savignanese, attento interprete dei documenti senza
partigianeria di campanile, Antonio Bianchi, il quale stabilisce:
«sembra indubitato che il Rubicone degli antichi debba essere il
fiume di Cesena»29).
4) I cesenati ricordavano, proseguiva Giovanni Bianchi,
che «al tempo di Federico Barbarossa» (in realtà nel 1205, dopo
la sua scomparsa) i riminesi «assentirono» che il Pisciatello
«fosse chiamato il Rubicone», quale confine tra i rispettivi
territori. Planco osserva: quelli «erano tempi barbarici, ne’ quali
non s’era per anche introdotto il costume d’esaminare
diligentemente le cose antiche, e di far quistione per punti
eruditi di Geografia antica».
5) L’ultimo argomento addotto da Bianchi, avrebbe dovuto
suggellare in modo incontrovertibile tutta la sua tesi: il nome
latino del fiume, Lusus, indica il gioco, e proprio con il suo
attraversamento Cesare giocò tutto il proprio destino: «di
restare annientato, o di farsi signore di tutta la Romana
Repubblica».
Se le posizioni di Giovanni Bianchi rappresentano il lato
erudito ed accademico della questione rubiconiana, nelle lettere
che a lui inviava da Roma il suo ex allievo (e futuro cardinale)
Giuseppe Garampi, allora impegnato all’Archivio Secreto
Apostolico, troviamo descritti altri contorni entro i quali si
svolge la causa rubiconiana in quei tribunali, dove giravano
tanti Procuratori delle singole città, ma anche dei
«Mozzorecchi»: «Per mezzo di paraguanti30, poi qui non si
finiscono liti, quando uno non s’imbattesse con qualche furfante
di mozzorecchio: ma per questa strada non le consiglio giammai
di camminare»31.
Attraverso gli inediti documenti dell’Archivio Storico
Comunale di Rimini32, possiamo ricostruire gran parte della
vicenda. Alla Municipalità di Rimini nel 1749 giunge (come si è
visto), «una Inibizione» su «istanza della Comunità di Cesena,
[la] quale pretende non si possa eriggere una Lapide vicino al
Fiume Uso coll’iscrizione indicante esser quello l’antico Fiume
Rubicone»33. Alla stessa Municipalità poi perviene una
«Citazione», per «la purgazione degl’Attentati, e per la levata
d’una Lapide, che dicesi incastrata in altra in vicinanza del
Fiume Uso»34.
Il primo gennaio 1750, i Consoli uscenti ribadiscono:
«questo Pubblico non ha mai avuto la minima ingerenza ne
prestato alcun assenso perché sia eretta la nota Lapide, ne
tampoco sapiamo per opera di chi sia ciò accaduto, essendo sul
territorio di Santarcangelo la detta Lapide eretta. Onde pare a
noi, che la nostra Comunità non sia incorsa per ciò in alcuna
purgazione d’Attentati».
I nuovi Consoli, lo stesso giorno, precisano che non è vero
che non si conosca chi sia l’autore della collocazione della lapide
incriminata: «una tale novità», sostengono, è seguìta «per opera
del Sig. Arciprete medesimo di S. Vito». Ma il «contenzioso», essi
sottolineano, non è di competenza del Foro ma del «Tribunale
degli Eruditi»35. Ai quali accenna una successiva lettera dei
Consoli: «sebbene per parte nostra non si è commesso attentato,
ciò non ostante dobbiamo prendere tutta la parte nel sostenere
l’Erezione di detta Lapide, che riguarda un Monitorio antico
della Città, la quale sebbene non ha creduto proprio di
sostenerlo in Foro contenzioso per essere Causa da rimettersi al
Tribunale degli Eruditi, e Geografi, è obbligata però di assistere
Uno, che si è adossato il pubblico decoro difendendolo
validamente». La lettera però ammette una responsabilità
morale di Rimini: dopo che i cesenati «apposero una Iscrizione
sulla ripa del lor Pisciatello», nei «mesi scorsi alcuni Eruditi di
nostra Patria pensavano di far collocare altra Lapide sulla
sponda del nostro Fiume Uso»36.
Anche per questo motivo, Rimini si attiva affinché «si
sostenga la Lapide nel luogo, ove è posta»37. Pur non essendo
stata chiamata in causa, «deve interessarsi per quest’onorifico
della Città»38. Nel febbraio il parroco Giovenardi ottiene da
Roma un primo decreto favorevole: non deve demolire «la
controversa lapide»39. La Comunità riminese ribadisce che, pur
non avendo «avuto mano» all’iniziativa, «pure dovrà […]
interessarsi, perché si sostenga detta memoria così gloriosa per
la nostra Città […] di cui pretende spoliarci la Città di Cesena»40.
Dopo che i cesenati hanno intentato causa a Santarcangelo
ed al parroco di San Vito, la Comunità riminese presta a
Santarcangelo il proprio agente a Roma, abate Giulio Cesare
Serpieri per agire in giudizio. Serpieri, in una lettera a Bianchi
del 1753, parla della «risata, non solo del Giudice, ma ancora di
tutti quelli che si ritrovarono presenti» alla discussione della
causa41. La quale si conclude il 4 maggio 1756, con una
sentenza che dà torto ai cesenati e li condanna al pagamento
delle spese. Bianchi commenta che la sentenza ha «imposto
silenzio alla parte vinta», ponendo oltre le «tante ragioni
letterarie, che avevamo», anche quella legale42.
Nella sentenza, ovviamente, non si affrontano i
problemi della Scienza, ma si decide soltanto che era
impossibile sottoporre alla giustizia civile questioni non legate a
possessi giudiziari, come sono quelle relative alle «cose di
antiquaria» od alle «erudite disquisizioni»43. Ai problemi della
Scienza accenna il cesenate padre Gianangelo Serra44, quando
scrive che i «fautori» dell’Uso avrebbero dovuto «far vedere come
contro il corso naturale di tutti gli altri Fiumi, potessero le sue
acque salire su le colline di Castel Vecchio, e di Ribano. Questo sì
è quell’impossibile, che fa vedere pazza, e sciocca la question
letteraria promossa da i Scioli [saccenti, n.d.r.], col fine di
gettar a terra l’antica tradizione favorevole» al Pisciatello.
Quale commento alla sentenza romana, appare per opera
dei cesenati una Nuova difesa in cui leggiamo che il «nuovo
Rubicone» era stato generato da Planco e battezzato da G. P.
Giovenardi45. A Rimini invece si esulta con entusiasmi poetici
verso Giovanni Bianchi, al quale un ex discepolo, il medico di
Bagnacavallo Iacopo Sacchi (originario di Russi), indirizza
quattro sonetti46, pubblicati a stampa nello stesso 1756.
Nell’ultimo Planco è definito

…………… di virtude altero mostro,


di RIMINO, e d’Italia primo onore,
ornamento e splendor del secol nostro.

Quasi a concludere idealmente la vicenda del Rubicone con


gli stessi toni eruditi usati da Bianchi, Iacopo Sacchi ricorre ad
una citazione all’interno della sua invenzione poetica, non per
dichiarare le propria insufficienza, bensì per documentare la
propria conoscenza: e così inserisce nel sonetto un verso illustre
ripreso dall’Orlando Furioso (I, 18), dove quell’«ornamento e
splendor del secol nostro» è riferito al cardinal Ippolito d’Este, a
cui l’Ariosto dedica il poema.
Il padre Serra reagisce alla sentenza sfavorevole,
rilanciando la questione rubiconiana a livello addirittura
continentale con un Avviso avanzato alli Signori Accademici
delle Reali Accademie di Parigi, di Londra, di Lipsia, e di
Berlino47.
Ma l’Europa e le nostre città hanno altro a cui pensare. C’è
la guerra dei sette anni (1756-1763). E proprio nel 1763,
mentre «l’ombra della fame, a causa del misero raccolto,
comincia a girare per le contrade» romagnole48, a Rimini «molti
Consiglieri» richiedono ai Consoli di «escludere li Matrimonj
disuguali di nascita», allo scopo di mantenere «la propagazione
delle loro Famiglie di sangue il più purgato e illustre, qual essi
trassero dai loro Antenati»; e ci si appresta a varare i «Capitoli
per le nuove aggregazioni di Nobili e Cittadini» (1764). Questi
Capitoli, oscurando i diritti del sangue e facendo prevalere il
peso dei «capitali fruttiferi», approdano a risultati opposti
rispetto a quelli desiderati dagli stessi Nobili49. La società tutta
stava cambiando. Immutato restava lo spirito erudito attorno
alla questione del Rubicone.
Appendici

1. Lettera del 15 gennaio 1750 dei Consoli di


Rimini al procuratore romano della città, Filippo
Eleuterj.
Sentiamo la risoluzione presa dal Giudice sopra l’Affare
dell’Iscrizione fatta imporre dal Sig. Arciprete Giovanardi [recte:
Giovenardi] sulle sponde del Fiume Uso; e per darne a V.S. qualche
lume per quello che riguarda la Erudizione, o _sia Istoria della
Iscrizione medesima, potiamo succintamente dirle essere antichissima
controversia fra questa nostra Città di Rimino, e quella di Cesena, qual
de due Fiumi, se il nostro Uso, o il loro Pisciatello sia l’antico Rubicone
passato da Cesare così chiaro nelle Istorie, e per cui li Geografi antichi,
e moderni pendono ancora irresoluti. Benche stiano per noi i migliori
autori, nulladimeno li Cesenati già tempo fa apposero una Iscrizione
sulla ripa del lor Pisciatello, riputata però da buoni scrittori per
apocrifa.
Ne’ mesi scorsi alcuni Eruditi di nostra Patria pensavano di far
collocare altra Lapide sulla sponda del nostro Fiume Uso, ma
penetrando ciò il Pubblico di Cesena fece presentare alla Comunità
nostra un Monitorio di codesta Sagra Congregazione per impedirne
l’erezione. Contro tal Monitorio non ha innovato, ne ha attentato cosa
alcuna questo Pubblico, che non volle rendere Causa pubblica questa
tale Controversia litteraria più tosto che contenziosa, che non credette
doversi agitare con dispendio della Città, restringendosi, come Ella sa
a fare il semplice Nihil fieri; ma siccome il detto Fiume Uso scorre
ancora parte del Territorio di Santarcangelo, così gli Eruditi di quella
terra impegnati anch’Essi per le glorie di detto Fiume come non inibiti,
e compresi in detto Monitorio si prevalsero del Sig. Arciprete
Giovanardi, che ha la sua Parocchia sulla sponda di detto Fiume Uso, il
quale fece incidere in una Collonna già esistente, ed eretta nel suo
Cimitero, situata nelle Pertinenze di Santarcangelo queste Parole di
Plinio Hic finis Italiæ quondam Rubicon. Questo fatto del Sig. Don
Giovanardi come consumato in Territorio non nostro, e senza nostra
intelligenza prova abbastanza non esservi attentato non solo per parte
del Pubblico, ma per parte ancora del Signor Arciprete, che fece la
innovazione nel Territorio di Santarcangelo senza poi nemeno
contravenire al Monitorio, giacche non eresse nuova Pietra, ma
sull’antica Collonna fece incidere le surriferite Parole.
Dalla narrativa suddetta, oltre la notizia, e storia del fatto potrà
Ella rilevare, che sebbene per parte nostra non si è commesso
attentato, ciò non ostante dobbiamo prendere tutta la parte nel
sostenere l’Erezione di detta Lapide, che riguarda un Monitorio antico
della Città, la quale sebbene non ha creduto proprio di sostenerlo in
Foro contenzioso per essere Causa da rimettersi al Tribunale degli
Eruditi, e Geografi, è obbligata però di assistere Uno, che si è adossato
il pubblico decoro difendendolo validamente.
Su tal fondamento La preghiamo caldamente a procurare tutte le
dilazioni, acciò non venghi aterrata la lapide controversa, dando
tempo al Sig. Arciprete di fare que’ passi, ch’Ella medesima ci
suggerisce proprj per la manutenzione nel possesso di tener incastrata
la suddetta Iscrizione, come sentiamo, ch’Egli voglia fare.
2. Visita di Giovanni Bianchi a San Vito, 15 giugno
1750.
La mattina verso le 13 partij nel mio sterzetto, ed andai a San
Vito dal Sig. Arciprete Gian Paolo Giovenardi alla festa di S. Vito titolo
della sua Chiesa avendomi egli invitato. Ivi trovai molti conoscenti ed
amici, e tra gli altri il Sig. Canonico Mattias Giovenardi uomo dotto in
lingue, e in varie scienze, con esso, e con altri si discorse di cose di
scienze, e di erudizione, e con loro andai a vedere il cippo, nel quale il
Sig. Arciprete Giovenardi ha fatto incidere queste seguenti parole per
segno che il Luso lungo del quale è la sua Chiesa e Parocchia sia il vero
Rubicone degli antichi, il qual cippo è una Colonna di marmo greco
venato alta quasi un uomo, che è conficcata dentro d’un marmo che le
serve per base, e ci ha fatto fare un poco di capitello sopra del quale ci
ha posta la Croce perche serve insieme per segno che fin lì arriva il
Sagrato della Chiesa; onde il Padre Guastuzzi in una lettera inserita
nel tomo 42 degli Opuscoli del Padre Calogerà malamente ha scritto
che l’inscrizione è in longo e rozzo sasso conficcato; quando non è un
longo e rozzo sasso, ma è una Colonna di marmo greco, e non
conficcata in terra, ma in un altro marmo che le serve di base; ed in
oltre ha il capitello, e la Croce che le fanno ornamento. Di più non è
vero che quella inscrizione fosse incisa di Dicembre, ma fu incisa di
Novembre, ne comparve allora solamente conficcata quella Colonna,
ma ci era sempre stata per segno della fine del Sagrato, e del Cimiterio
della Chiesa. In oltre le parole non stanno così come le scrive il Padre
Guastuzzi: Hic finis Italiae quondam Rubicon ma stanno così:
HEIC
ITALIAE
FINIS
QUONDAM
RUBICON

Dopo aver ascoltato la messa e terminate le funzioni,


conclude Bianchi, «s’andò a tavola essendoci molti convitati», tra
cui l’abate Mancini, arciprete di Savignano.
(Dai Viaggi 1740-1774 di G. Bianchi, SC-MS. 973, Biblioteca
Gambalunghiana di Rimini.)

3. Rubicone, Arcadia e Filopatridi


Nel 1756 a Rimini operano due accademie laiche. Quella
dei Lincei, «restituita» da Planco (come abbiamo già visto) nel
1745, e quella degli Adagiati, fondata più di cento anni prima.
Sulle Novelle letterarie di Firenze dello stesso 1756 (n. 31,
30 luglio, coll. 487-490), Bianchi scrive che l’Accademia degli
Adagiati era non soltanto di indirizzo filosofico e matematico ma
pure poetico, per cui «era stata come assorbita, e confusa da
quella degli Arcadi della Colonia Rubiconiana, dedotta (…) in
Rimino sessant’anni sono, cioè fino da’ primi anni della
fondazione dell’Arcadia di Roma».
Osserva ancora Bianchi che «l’Arcadia di Roma fin dal suo
principio avea chiamato Rimino col nome di Colonia
Rubiconiana»
Un ricordo della «Colonia Rubiconiana» riminese, s’incarna
nell’Accademia Rubiconia Simpemenia dei Filopatridi di
Savignano, essendo il termine «Simpemenia» usato per indicare
l’«adunanza dei pastori»50. La Rubiconia Simpemenia nasce in
aperto contrasto con Rimini: infatti, proprio nell’invito diffuso il
26 febbraio 1801 alla gioventù savignanese, si definiscono
«dotte chimere» le opinioni espresse mezzo secolo prima da
Planco sul Rubicone.
Proprio a Rimini era stato diffuso, qualche anno prima, il
termine di Filopatride in un proclama diretto «Al popolo del
Rubicone». In calce al proclama si legge: «Impresso con pubblica
approvazione in una Città del Mondo da sincero Filopatride
all’insegna della Verità l’anno primo della Repubblica
Cispadana». La Cispadana era stata proclamata il 27 dicembre
1796. La Cisalpina nasce il 29 giugno 1797: di essa la Romagna
fa parte dal 27 luglio. Il 3 novembre la Cisalpina viene divisa in
venti dipartimenti. Inizialmente il capoluogo del dipartimento
del Rubicone è Rimini, poi dal primo settembre 1798 passa a
Forlì.
Il proclama riminese diretto «Al popolo del Rubicone»
esalta «l’invitto liberatore d’Italia, il Distruttore della
Oligarchia», Napoleone; condanna la «prostituzione» dei passati
governanti che avevano favorito «l’Egoismo, e l’Aristocrazia»,
mali contro i quali era necessario combattere; e lancia questo
grido di battaglia: «A terra Egoisti, Aristocratici, Disturbatori
della bella Democrazia a terra».
La parola Filopatride, dunque, ha una valenza politica che
non poteva non essere presente anche alla mente dei giovani
savignanesi che davano vita alla Rubiconia: Girolamo Amati,
Bartolomeo Borghesi e Giulio Perticari. Il che è confermato da
due fatti: la diffidenza con cui le autorità locali accolsero le
adunanze accademiche; e l’esperienza liberale di Bartolomeo
Borghesi che si rifugiò a San Marino nel 1821.
Come scrisse Augusto Campana (DBI, XII, p. 629), «se il
Borghesi e il Perticari si erano procurati fin dal 3 maggio 1818
la cittadinanza nobile della Repubblica di S. Marino non era
certamente per puro ornamento». E per Giulio Perticari vorrà
pur dire qualcosa l’elogio funebre di Giuseppe Mazzini che lo
definì uomo «di cui vivrà bella la memoria tra noi, finch’alme
gentili alligneranno in Italia».
Bartolomeo Borghesi era figlio di Pietro Borghesi che fu
segretario dell’Accademia savignanese degli Incolti (attestata
dal 1651e progenitrice di quella dei Filopatridi).
Pietro Borghesi intervenne nella disputa sul Rubicone
sotto pseudonimo (1755), rivendicando al fiume di Savignano
l’onore di quel nome, e polemizzando con il proprio antico
maestro, a cui rivolge persino la preghiera di usar
«moderatezza» nella discussione. Ma la divergenza sul problema
rubiconiano non guastò mai i loro rapporti, come risulta dai citt.
Viaggi di Bianchi. Il 25 settembre 1769, ad esempio, Pietro
Borghesi invita a cena Planco che ai presenti legge due sue
lettere inviate all’ex allievo Clemente XIV,

dove nella seconda io gli dico che egli trae la sua prima origine da
Verucchio, dove la trassero i Malatesti, essendo stato concepito il Papa
dalla madre in Verucchio, e poi partorito in Santarcangelo, e studiò la
Gramatica, l’Umanità, la Rettorica in Rimino ed anche la Filosofia
vestendo l’abito religioso di San Francesco in Mondaino, o sia in Monte
Gridolfo, dove andava nelle vacanze a villeggiare N. S. quando era
giovinetto51.

4. «A Signori Letterati Riminesi per la vittoria ottenuta in


Roma nella causa del Rubicone con i seguenti Sonetti dal
Sig. Dottor Jacopo Sacchi di Russi Medico di Bagnacavallo,
già discepolo del Sig. Dottor Giovanni Bianchi di Rimino. In
Arimino MDCCLVI.»
I.
Poiché da fieri colpi alfin trafitto
Di Bruto istesso per la mano ingrata,
Cadde lo Spregiator dell’alto Editto,
E Roma rise alla novella grata;

Non già pentita di quel rio delitto


Sedea l’ombra di Lui trista e sdegnata,
Ma sol perché del suo fatal tragitto
A noi non lasciò alcuna orma segnata.

Ora che Bianchi, e Giovanardi in traccia


Del ver n’andar con pensier saggi e nuovi,
Disse: ah! l’antico fallo mio si taccia,

E ’l Luso solo il nome suo rinnovi


Di RUBICONE, e al PISCIATELLO in faccia
La stessa Roma il monumento approvi.

II.
Genghin, Banditi, Bianchelli, Brunori,
Richiamate alle menti il furor santo,
E voi tutti d’Aprusa almi Pastori
Or sciogliete le voci a nuovo canto.

All’Arco, al Ponte, agli altri prischi Onori


Della vostra Città famosa tanto
Al fin ritorna dopo tanti errori
Del RUBICONE il contrastato vanto.

Voi lo ridite, e a Lei Figli ben degni


Vi dimostrate, Madre ognor ferace
Di così chiari luminosi ingegni;

Che al par di colte Storie, e incisi Marmi


Contra l’orgoglio del rio tempo edace
Può ancora il Suon de’ gloriosi Carmi.
III.
E Tu, Cantor de’ più soavi amori,
Paci, Tu pur la voce al canto sciogli,
E canta sì, che d’ascoltar s’invogli
Ogni Ninfa non men, che Fille, e Clori.

Sul racquistato RUBICON raccogli


L’amabil schiera, e degli augusti Allori
Prisco onor degli antichi Imperadori,
Lor mostra i primi teneri germogli.

Dirai: Di questi svelse un Ramo, e in Roma


(Già tratto il Dado, e di sì vasto Impero
Cesare Vincitor) cinse la chioma.

Ninfe, dal caso memorando e fero,


Onde fu poi tanta superbia doma,
Imparate a mostrar cor meno altero.

IV.
Se interprete fedel d’Attiche Carte,
Geometra, Filosofo sedete,
E industre Notomista in ogni parte,
Bianchi, voi vi mostrate ognor qual siete;

Di ciò, che a noi l’antica età comparte,


Ardua guerra s’altrui pronto movete
O della lunga salutevol arte,
Ugualmente, Signor, sempre vincete.

O dunque di Virtude altero mostro,


di RIMINO, e d’Italia primo onore,
Ornamento e splendor del Secol nostro,

Alla vostra Città lustro maggiore


Deh! accrescete, e all’Italia, e al nome Vostro
Dotto, Saggio, Erudito, e Vincitore.
NOTE
1 Bianchi si laureò in Medicina e Filosofia di Bologna il 7 luglio 1719: cfr. A. MONTANARI,
La Spetiaria del Sole. Iano Planco giovane tra debiti e buffonerie, Rimini 1994,
passim; ID., G. Bianchi studente di Medicina a Bologna (1717-19) in un
epistolario inedito, «Studi Romagnoli» XLVI (1995, ma 1998), pp. 379-394; ID.,
«Lamore al studio et anco il timor di Dio», Precetti pedagogici di Francesco
Bontadini commesso della «Spetiaria del Sole» per Iano Planco, suo padrone,
«Quaderno di Storia n. 2», Rimini 1995, passim. Bianchi pubblicò
un’autobiografia nei Memorabilia Italorum eruditione præstantium curati da
G. LAMI, Firenze 1742: cfr. A. MONTANARI, Modelli letterari dell’autobiografia
latina di G. Bianchi, «Studi Romagnoli» XLV (1994, ma 1997), pp. 277-299.
(Tutti i documenti, sia manoscritti sia a stampa, sono riprodotti fedelmente
rispetto agli originali. Le integrazioni sono tra parentesi quadra in corsivo.)
2 Di quest’Accademia ho trattato nella comunicazione svolta nel Convegno forlivese su
Le Accademie in Romagna dal ’600 al ’900 (maggio 2000), ed intitolata Tra
erudizione e nuova scienza. I Lincei riminesi di G. Bianchi (1745), di prossima
pubblicazione.
3 Cfr. G. B. PASSERI, Dell’istoria de’ Fossili del Pesarese ed altri luoghi vicini, in Opuscoli
del p. A. CALOGERÀ, tomo L, Venezia 1754, pp. 246-247.
4 Battarra collaborò assiduamente con Bianchi, sia nella ricerca scientifica sia come
incisore di rami per sue opere a stampa. Nel 1751 fu eletto quale pubblico
«Lettor di logica» della città di Rimini. Appartenne all’Accademia planchiana
dei Lincei. Il suo piano di studi per la Cattedra di Filosofia al Seminario di
Rimini prevedeva anche lo studio dei Fossili: cfr. Per l’apertura della Cattedra
di Filosofia etc., Cesena 1763, p. 20. Sulla sua figura di studioso, cfr. G. A.
Battarra, Filosofia e funghi, in A. MONTANARI, Lumi di Romagna, pp. 19-26,
Rimini 1992-1993; e la cit. comunicazione Tra erudizione e nuova scienza. Di
grande importanza, per la comprensione della figura di Battarra, è il saggio di
C. DI CARLO, Sulla fortuna delle opere di G. A. B., «Il libro in Romagna.
Produzione, commercio e consumo dalla fine del secolo XV all’età
contemporanea», Firenze 1998, pp. 659-671.
5 Il testo originale dell’Istoria è in SC-MS. 803, Scritti e documenti miscellanei, op. 5,
Biblioteca Gambalunghiana di Rimini (BGR). Esso è stato pubblicato ne Il
Carbone in Romagna. Le miniere di Sogliano al Rubicone, a cura di don E.
BERARDI, Sogliano al Rubicone 1916. Mons. M. RUBERTINI nella sua Guida
storica ed artistica di Sogliano al Rubicone, a cura di P. SACCHINI, Rimini 1989,
p. 42, scrive: «Fino dall’anno 1780 erano noti alcuni frammenti di carbon
fossile, trovati nei dintorni di Sogliano e segnalati al celebre Abate Giovanni
Battarra di Rimini dal suo alunno, il soglianese Dott. Gaetano Marcosanti. Il
Battarra si portò sul luogo e poté verificare l’importanza di quei giacimenti
minerali […]». Il libretto di don BERARDI è cit. alla p. 79.
6 L’argomento riguarda i Foraminiferi. Sull’importanza di questo testo, cfr. le Novelle
letterarie [in seguito, Nov.], tomo IV, n. 15, 12 aprile 1743, col. 229.
7 I Corni d’Ammone (o Ammoniti) sono molluschi cefalopodi fossili.
8 Cfr. B. FADDA, L’innesto del vaiolo, Milano 1983, pp. 192-193.
9 Cfr. Lynceorum Restitutorum Codex, SC-MS. 1183, BGR, c. 2r.
10 Cfr. A. MONTANARI, Le Notti di Bertòla, Storia inedita dei Canti in memoria di Papa
Ganganelli, Rimini 1998, p. 75, nota 85.
11 Cfr. Nov., tomo XI, n. 37, 11 settembre 1750, col. 585. Questo è un passo della
Lettera seconda […] intorno del Rubicone di Bianchi, di cui tratto in seguito.
12 Cfr. G. URBANI, Raccolta di Scrittori e Prelati Riminesi, SC-MS. 195, BGR, p. 764.
13 Cfr. le biografie di G. P. Giovenardi (1708-1789) in SC-MS 227, Miscellanea
Ariminensis Garampiana, Apografi, BGR; e SC-MS 375, Breve notizia de'
letterati della città ed agro riminese viventi a tutto il 1791, in A. BIANCHI
(1784-1840), Uomini illustri di Rimini, BGR. (La Breve notizia fu raccolta ma
non compilata da A. Bianchi.) Giovenardi fu accademico dei Lincei riminesi e
«pubblico Lettore di Scienze» a Santarcangelo.
14 Cf. A. PECCI, Note storico-bibliografiche intorno al Fiume Rubicone, Bologna 1889, p.
25.
15 Cfr. Nov., tomo IV, n. 46, 15 novembre 1743, coll. 731-733: presentando
un’iscrizione trovata a San Vito, si scrive che Giovenardi era «uomo erudito, ed
eloquente, e nelle Lettere Latine, e Greche molto versato»; e si dichiara che la
parrocchia di San Vito sorge «sulle sponde del famoso Rubicone».
16 Del passo di Plinio, mi occuperò più avanti. RUBERTINI, op. cit., p. 22, scrive che i
santarcangiolesi identificavano il Rubicone «col fiume Uso, l’antico Aprusa».
Tra gli intellettuali riminesi, era costume diffuso identificare il Rubicone
nell’Uso, come testimonia questo passo di una cronaca del 1742: «Tutto
l’esercito Napolispano fece Campo (…) vicino il Fiume Rubicone trà il Ponte di
Bellaria, e Bordonchio»: cfr. U. MARCHI, Memorie Ariminesi, I, 1739-1743, SC-
MS. 179, BGR, p. 113. Alla p. 132 delle stesse Memorie, troviamo a proposito
del torrente Pisciatello: «con tal nome devesi chiamare, non competendogli
quello di Rubicone, come ingiustamente, e con falsità pretendono li Cesenati,
[i] quali ridicolosamente attribuiscono ad un Rio, ò sia Torrente, che hà il suo
principio da vicino, e non hà fine in mare, il nome di Fiume, e di un Fiume sì
rinomato, qual fù il Rubicone. Sù questa indebita ed insussistente pretensione
de Cesenati non voglio Io quì fermarmi, ne addurre ragioni in contrario,
riportandomi solamente à quel tanto, che è stato scritto contro essi, e contro il
detto Torrente “Pisciatello” non solo da Riminesi, mà ancora da scrittori
forastieri. Il nostro celebre Dottore Gioanni Planco, che ha sù ciò scritto
qualche cosa, ha promesso di diffondersi lungamente, con altro Libercolo che
darà alle stampe». La cronaca di Marchi, come ho detto, è relativa al 1742, ma
deve esser stata redatta successivamente, se Marchi accenna al fatto che
Bianchi «ha sù ciò scritto qualche cosa», riferendosi probabilmente all’articolo
delle Nov, novembre 1743, di cui alla nota 15.
17 Cfr. Nov., tomo VII, n. 50, 16 dicembre 1746, col. 790.
18 Circa il testo planchiano, cfr. G. L. MASETTI ZANNINI, Il mito del Rubicone. Contributo
alla «fortuna» di Roma nel Settecento romagnolo, «Bollettino del Museo del
Risorgimento», Bologna 1969-1971, p. 19, nota 27. La novella è alle pp. 44-51.
19 Cfr. G. VILLANI, Ariminesis Rubicon in Cæsenam Claramontii, Arimini 1641. Egli
attacca il cesenate Scipione Chiaramonti (1565-1652) secondo cui il Rubicone
antico era il Pisciatello (cfr. Cæsenæ historia, 1641, pp. 17-45). Chiaramonti
fu anche autore di un importante trattato, Della raggione di Stato, Firenze
1625: cfr. A. MONTANARI, Il libertino devoto. A proposito della «biblioteca
Agolanti» (1719). Libri e circolazione delle idee a Rimini tra XVII e XVIII
secolo, di prossima pubblicazione.
20 Il 10 ottobre dello stesso 1643 il vescovo di Rimini interpella Savignano «an
Pisciatellus […] sub alio nomine vocitetur, ac intelligatur, quam Pisciatelli»: cfr.
Raccolta di opuscoli sul Rubicone, collettanea curata da Z. Gambetti, SC-MS.
897, BGR.
21 Cfr. Lettera prima, datata 6 marzo 1750 (in Nov., tomo XI, 1750, nn. 20, 21, 22, coll.
311-320, 323-330, 344-349).
22 L’iscrizione, osserva Bianchi, «giaceva negletta in un cortile dell’antico loro pubblico
Palagio». Fu poi collocata «solennemente nell’atrio appié delle Scale del loro
nuovo magnifico Palagio».
23 La Lettera seconda ad un Amico di Firenze intorno del Rubicone, datata 20 marzo
1750 (fasc. 210, Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, Bianchi
Giovanni, BGR; e Nov., tomo XI, 1750, nn. 37, 39, 41, 43, coll. 583-590, 610-
618, 641-651, 678-684), appare poi, assieme alla Lettera prima, nella Nuova
raccolta di opuscoli del p. A. CALOGERÀ, tomo II, Venezia 1756, pp. 321-378.
24 In M. A. LUCANO, Guerra civile, I, vv. 213-219, leggiamo: il «rosseggiante Rubicone
nasce da una piccola fonte e procede con brevi onde, allorquando brucia la
fervida estate»; al momento fatidico di cui è protagonista Cesare (sera dell'11
gennaio 49 a.C.), il Rubicone «è reso più forte dall’inverno; infatti, il suo corso è
stato accresciuto dal terzo giorno del novilunio con la sua falce apportatrice di
molta pioggia e dalla neve delle Alpi che si scioglieva agli umidi soffi dello
scirocco». («Puniceus Rubicon», riprende Sidonio Apollinare, nel V sec. d.C.).
25 Su questo ed altri aspetti del problema, rimando ad A. VEGGIANI, Il Rubicone, a cura di
R. ZOFFOLI, Cesena 1997, passim; di tale libro si parla nel volume Antonio
Veggiani, Un uomo dai tanti orizzonti, a cura di S. LOLLETTI, Società di Studi
Romagnoli, Cesena 2000: qui cfr. R. ZOFFOLI, Gli studi sull’antico Urgòn…, pp.
79-83.
26 Cfr. l’ed. pisana del 1977, vol. I, p. 325.
27 In un «Opuscolo stampato in Pesaro nel 1828»: si tratta dell’Isola del Congresso
triumvirale, La Selva Litana, e il Fiume Rubicone; cfr. A. BIANCHI, Storia di
Rimino dalle origini al 1832, manoscritti inediti a cura di A. Montanari, Rimini
1997, p. 47.
28 Nell’Isola, cit., pag. 26, leggiamo che per Rubicone deve intendersi «indubitabilmente
l’Urgone, che da Montecodruzzo discende a Montiano e sotto l’Emilia prende
nome di Pisciatello». Cfr. PECCI, op. cit., p. 48.
29 Cfr. A. BIANCHI, op. cit., p. 49. Egli osserva che «è stato scritto da molti, ma sempre in
contraddizione, per motivo di certe male intese glorie municipali, e per quel
genio di dispute cavillatorie che regnava ne’ due scorsi secoli». Nella nota
bibliografica finale di tale volume, ho elencato i testi degli autori intervenuti
nella disputa, e citt. nella Storia di Rimino. Nel cui inizio (pp. 7-8) si tratta del
tema geologico e dei ricordati «Corni d’Ammone» (cfr. p. 7, nota 4).
30 I «paraguanti» sono gli oboli, le mance, cioè gli strumenti di una corruzione più
politica che giudiziaria.
31 Cfr. 7 gennaio 1750, Fondo Gambetti, Lettere al dottor G. Bianchi (FGLB), BGR, ad
vocem.
32 Cfr. AP 479, Copialettere della Municipalità, 1749-1751, Archivio Storico Comunale
in Archivio di Stato di Rimini (ASR). Per una trattazione più organica rimando
alla mia comunicazione al Convegno sammarinese degli Studi Romagnoli
(ottobre 2000), di prossima pubblicazione, intitolata Lettori di provincia nel
Settecento romagnolo. Giovanni Bianchi (Iano Planco) e la diffusione delle
Novelle letterarie fiorentine. Documenti inediti.
33 Cfr. 23 novembre 1749, c. 57v, AP 479. Tutte le lettere sull’argomento sono dirette al
procuratore romano di Rimini, Filippo Eleuterj.
34 Cfr. 18 dicembre 1749, c. 63r, ibid.
35 Cfr. ibid., cc. 65r e 66r.
36 La lettera (del 15 gennaio 1750, ibid., cc. 69-70r), ripercorre tutta l’«antichissima
controversia» sul Rubicone: il testo integrale è riportato in Appendice, 1. (La
controversia è riassunta con spirito di parte in L. TONINI, Rimini avanti il
principio dell’era volgare, Rimini 1848, ed. an. 1971, pp. 82-94.)
37 Cfr. 29 gennaio 1750, ibid., c. 78v.
38 Cfr. 12 febbraio 1750, ibid., c. 82v.
39 Cfr. 12 e 22 febbraio 1750, ibid., cc. 83r e 86v.
40 Cfr. 26 febbraio 1750, ibid., cc. 87v-88r.
41 Cfr. in FGLB, fasc. Garatoni Gianfelice: allegata alla missiva di questi a Bianchi del 17
marzo 1753, si trova la cit. lettera di Serpieri. Il quale aggiunge che la lite,
secondo lo stesso Giudice, «verteva sopra una minchioneria».
42 Cfr. Nov., tomo XVII, n. 25, 18 giugno 1756, coll. 399-400. Una delle ragioni che
avevano spinto Bianchi a sostenere con tanto ardore le proprie tesi, è spiegata
in una sua lettera pubblicata sulle Nov., tomo XVII, n. 31, 30 luglio 1756, coll.
487-490: essa è la presenza da sessant’anni in città dell’arcadica «Colonia
Rubiconiana» («l’Arcadia di Roma fin dal suo principio avea chiamato Rimino
col nome di Colonia Rubiconiana»). Sui possibili legami tra questa colonia
arcadica riminese e l’Accademia Rubiconia Simpemenia dei Filopatridi di
Savignano di Romagna, cfr. in Appendice, 3. Rubicone, Arcadia e Filopatridi.
43 Così scrive PECCI, op. cit., p. 39. Cfr. pure MASETTI ZANNINI, Il mito, cit., p. 37, nota 86.
44 Cfr. G. SERRA, Manifesto del Letterato Bolognese, Faenza 1756, p. 10.
45 Cfr. Nov., tomo XVIII, n. 8, 25 febbraio 1757, coll. 117-121.
46 I quattro sonetti sono in Appendice, 4. Il testo originale è conservato sia in AP 635,
VII, Rubicone, ASR, sia nella cit. Raccolta di opuscoli sul Rubicone, BGR.
47 Un esemplare dell’Avviso, redatto in italiano e latino, è nella cit. Raccolta di opuscoli
sul Rubicone.
48 Cfr. A. MONTANARI, Il pane del povero. L’Annona frumentaria riminese nel sec. XVIII,
«Romagna arte e storia», n. 56/1999, p. 10. Sulle conseguenze politiche della
crisi sociale dell’antico regime, cfr. ID. Fame e rivolte nel 1797. Documenti
inediti della Municipalità di Rimini, «Studi Romagnoli» IL (1998); e ID.,
L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici». Nobili, borghesi e clero in lotta per il
«sopravanzo» della contribuzione del 1796. Documenti inediti della
Municipalità di Rimini, per una storia sociale cittadina del XVIII secolo, «Studi
Romagnoli» L (1999), entrambi di prossima pubblicazione.
49 Cfr. ID., Per soldi, non per passione. «Matrimonj disuguali» a Rimini (1763-92): tra
egemonia nobiliare ed ascesa borghese, «Romagna arte e storia», n. 52/1998,
passim.
50 Per la storia dei Filopatridi, cfr. D. MAZZOTTI, Rubiconia Accademia dei Filopatridi,
Note storiche e biografiche, Santarcangelo di Romagna 1975, passim.
51 Cfr. i citt. Viaggi 1740-1774, ad diem .