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Titoli originali: Маша и Медведь


Traduzione di Natascia Perrone
Narodnye russkie skazki
Traduzione di Luisa De Nardis

Prima edizione digitale: aprile 2015


© 1994, 2015 Newton Compton editori s.r.l.
Roma, Casella postale 6214

ISBN 9788854182707

www.newtoncompton.com
Edizione digitale a cura di WAY TO ePUB, Roma
Masha e l’Orso
e altre fiabe popolari russe
Raccolte da A.N. Afanas’ev

Newton Compton Editori


Introduzione

Solo nella seconda metà del XVIII secolo inizia in Russia un serio interesse per il patrimonio
folcloristico nazionale. Per tutto il Medioevo la letteratura scritta era stata appannaggio della
Chiesa e la produzione narrativa del mondo laico si era limitata alla trasmissione orale, poiché
utilizzare la parola scritta per cose profane era assolutamente contrario alla pietà russa. Ancora
nel 1649, lo zar Aleksej Michajlovič emanava un ukaz (= decreto, editto) in cui si vietava, tra
l’altro, di raccontare favole, e questo nonostante il fatto che gli stessi zar tenessero presso di sé
persone la cui unica funzione era proprio quella di narrare storie1. «Sconvolgimenti sociali senza
precedenti, con spostamenti e riconsiderazioni dei valori tradizionali: questi sono i caratteri
peculiari del XVII secolo in Russia. I confini tra l’ecclesiastico e il secolare, fra lettere e folclore,
fra lingua scritta e orale, cominciano a cancellarsi. La divisione tradizionale viene sostituita da
una compenetrazione. Inizia la laicizzazione della letteratura scritta; per la prima volta nella
storia della Moscovia vengono fatti dei tentativi di narrativa secolare scritta, e poiché la sola
tradizione locale a cui questi tentativi potevano appoggiarsi era quella orale, nella letteratura
russa del XVII secolo si ha il fenomeno di una vigorosa influenza del folclore»2.
Diversa si presenta la situazione nel secolo successivo, quello di Pietro il Grande: ha inizio una
nuova letteratura, si cerca cioè di creare «una letteratura aristocratica e ad isolare e canonizzare
il linguaggio della élite, anche se la riduzione della base sociale della produzione orale, e il
mutamento graduale del folclore da proprietà dell’intero popolo a quella della gente comune non
furono ottenuti di colpo»3.
Col Romanticismo, l’attenzione alla fiaba cresce notevolmente: nella realtà il primo a cogliere il
valore artistico delle fiabe russe è lo stesso Puškin, che annota alcune fiabe raccontategli dalla
sua governante Arina Rodionovna e ne registra altre ancora da fonti diverse. Ma fino all’arrivo di
Afanas’ev manca una sistematica e ampia raccolta di autentiche fiabe russe4, sebbene la fiaba sia
parte fondamentale nello sviluppo creativo di molti dei maggiori scrittori russi.
Finalmente la lacuna viene colmata: tra il 1855 e il 1863 escono gli otto fascicoli delle Fiabe
popolari russe: i primi quattro annualmente, il quinto e il sesto nel 1861, il settimo e l’ottavo nel
1863. I fascicoli sono corredati da note e varianti, per un numero complessivo di oltre seicento
fiabe; il primo, il secondo e il quarto preceduti da brevi introduzioni di Afanas’ev.
Del materiale raccolto, solo una piccolissima parte (probabilmente non più di una decina di testi)
è frutto di una registrazione diretta dello stesso Afanas’ev nella regione di Voronež; il resto è
composto dall’ampia collezione degli archivi della Società geografica russa, nata nel 1845, da
fiabe registrate da Vladimir I. Dal’, noto per il suo vocabolario e per aver raccolto i proverbi
popolari (si trattava di circa 1000 testi, tra cui ne furono scelti approssimativamente 200 che
formarono il corpus centrale dei fascicoli dal quarto in poi), da appunti di amici di Voronež, da
vecchie edizioni. «È la prima edizione scientifica di autentiche fiabe popolari russe, che, per
ricchezza, supera le edizioni analoghe dell’Europa occidentale. Per la prima volta fu ampiamente
riconosciuto l’alto valore artistico della fiaba popolare russa. Per le qualità scientifiche
l’edizione di Afanas’ev supera di gran lunga quella dei fratelli Grimm. Afanas’ev, a differenza dei
fratelli Grimm, non si concesse alcun rimaneggiamento, miglioramento, né alcuna rielaborazione
letteraria. Inoltre egli inserì nella sua edizione le varianti, cosa che non fecero i fratelli Grimm»5.
Purtroppo, come molti studiosi hanno sottolineato, «solo in due terzi dei racconti di Afanas’ev è
annotato il luogo di registrazione. Ben poco era il suo interesse per le questioni del dove e da chi
questo o quel racconto era stato ascoltato»6. Oltre a ciò, data la diversità delle fonti, diverso è
anche il modo che aveva ciascuno di annotare quel che ascoltava, fatto che causa una certa
mancanza di omogeneità nella qualità delle trascrizioni, che provengono da più di tredici
governatorati russi, tre ucraini e uno bielorusso.
Malgrado la grande importanza del lavoro di Afanas’ev, egli «non fu ancora un raccoglitore in
senso proprio, poiché redasse principalmente materiale manoscritto. Il merito di essere stato il
primo raccoglitore va di diritto a Ivan Aleksandrovič Chudjakov (1842-76)»7, che, negli stessi anni
in cui Afanas’ev pubblicava le sue fiabe, fece uscire in tre fascicoli i 125 testi delle Fiabe grandi-
russe, direttamente raccolte dalla bocca del popolo.
Se nella prima edizione in 8 fascicoli le fiabe sono pubblicate in ordine sparso, in conseguenza
dei tempi in cui il materiale giungeva in possesso di Afanas’ev, nella seconda edizione, che uscì
due anni dopo la morte del compilatore (1873), le favole sono state ordinate da Afanas’ev secondo
un criterio ben preciso, sebbene non esistano sezioni distinte, con un nome proprio. A questa
mancanza rimedia Propp, ottenendo il seguente schema:
«Fiabe di animali (nn. 1-86). A esse si aggiungono alcune fiabe di oggetti (nn. 87 e 88); di piante (nn. 89 e 90); sugli spiriti (nn. 91-94).
Di magia, mitologiche, fantastiche (nn. 95-307).
Di byline (nn. 308-16).
Saghe storiche (nn. 317-18): su Mamaj, su Alessandro il Macedone.
Novellistiche o di costume (nn. 319 e seguenti).
Bylicki (nn. 351 e altri): racconti di morti, streghe, spiriti dei boschi ecc.
Aneddoti popolari (nn. 453-527).
Racconti infiniti (nn. 528-32).
Arguzie (nn. 533-47)»8.

In effetti, più sinteticamente di Propp, Afanas’ev riconosce l’esistenza di tre fondamentali gruppi
di fiabe: quelle di animali, le fiabe di magia, le fiabe novellistiche (la ricerca di una
sistematizzazione del materiale è un’altra novità di Afanas’ev rispetto ai fratelli Grimm, che
riportano le loro fiabe senza alcun ordine logico).
Il primo grande gruppo delle Fiabe popolari russe è costituito dalle fiabe di animali. Più diffuse
nel repertorio folcloristico occidentale (circa 140 soggetti), nella tradizione russa rappresentano
meno di un decimo dell’intero patrimonio fiabistico, probabilmente perché in genere collegate a
un pubblico infantile, al contrario delle altre fiabe diffuse tra gli adulti, soprattutto di sesso
maschile. Si tratta in generale di brevi narrazioni, i cui protagonisti sono in massima parte
animali selvatici, laddove gli animali domestici compaiono in misura decisamente minore e con
ruoli secondari, cosa che suggerisce a Propp «l’ipotesi che le fiabe sugli animali siano state
create in quello stadio di sviluppo della cultura umana in cui gli animali dei boschi erano forme
primitive di sostentamento, ed avevano un ruolo importante nella concezione primitiva del mondo
e nell’attività artistica; mentre gli animali addomesticati o non esistevano affatto oppure non
avevano un ruolo importante»9.
Quindi un’origine molto antica, totemica, di queste fiabe, tesi avvalorata anche dall’osservazione
delle trame assai elementari (molto usato il procedimento della ripetizione di una medesima
situazione), basate più che altro sull’inganno da parte di un animale furbo (per solito la volpe) ai
danni di un altro più sciocco (il lupo, per esempio). Siamo qui di fronte a una descrizione della
natura che ha ben poco a che vedere con la realtà, pur non essendo allegorica come spesso capita
in occidente. «Si vuole mettere in risalto che l’epos animale non sorge da osservazioni sulle forze
e le capacità reali degli animali»10; al contrario a essi vengono attribuite doti sovrannaturali,
magiche.
Le fiabe di magia costituiscono il corpus più nutrito della raccolta di Afanas’ev. Nel suo
essenziale libro Morfologia della fiaba, Propp individua, all’interno di un nucleo di racconti
estremamente ampio ed eterogeneo, delle componenti fondamentali che si ripetono in modo
uniforme e che identificano appunto il gruppo delle fiabe di magia. Queste componenti sono
definite da Propp «funzioni dei personaggi», e per funzioni «si intende l’atto del personaggio, ben
determinato dal punto di vista della sua importanza per il decorso dell’azione»11. Il numero delle
funzioni è limitato (al massimo 31) e la loro successione è sempre la stessa, dalle primissime (I.
Uno dei membri della famiglia si allontana dalla casa. II. All’eroe viene fatta una proibizione. III.
La proibizione viene violata. Ecc.) alle ultime (XXX. Il cattivo è punito. XXXI. L’eroe si sposa e viene
proclamato re); molte funzioni sono poi unificabili in sfere diverse a seconda dei personaggi: per
esempio la sfera d’azione dell’eroe e la sfera d’azione del cattivo (è possibile individuare sette
personaggi).
L’omogeneità e la grande ripetitività strutturale delle fiabe di magia portano Propp a
un’affermazione che sarà ampliata e discussa nell’altro suo importante scritto Le radici storiche
dei racconti di magia, e cioè che «tra la vita reale e la fiaba esistono certi elementi di transizione
nei quali la vita reale si riflette indirettamente: uno di questi elementi di transizione è costituito
dalle religioni, sviluppatesi ad un determinato livello di sviluppo della vita, ed è molto probabile
che esista un legame regolare tra la vita e la religione da un lato e tra la religione e la fiaba
dall’altro. Un certo modo di vita si estingue, si estingue la religione e il contenuto si trasforma in
fiaba»12.
Così per esempio molti motivi fiabeschi risalirebbero al complesso del rito dell’iniziazione,
presumibilmente il fondamento più antico della fiaba: è probabile che «gli anziani della tribù
raccontassero agli iniziandi ciò che stava loro accadendo riferendolo però all’antenato, al
fondatore della stirpe e delle usanze, a un fondatore, nato in modo prodigioso, che era stato nel
regno degli orsi, dei lupi, ecc. e di là aveva portato il fuoco, le danze magiche (quelle stesse danze
che insegnavano ai giovani), ecc. [...] Il racconto perciò è parte del rituale, del rito, è
strettamente collegato con il rito [...], è una specie di amuleto verbale, un mezzo di influenza
magica sul mondo circostante»13. Un altro folto gruppo di motivi rispecchierebbe, invece, il
viaggio dei defunti verso il mondo dell’aldilà, anche se Propp ritiene impossibile definire una
netta cesura tra i due cicli: a questo gruppo apparterrebbero la foresta come confine tra il mondo
dei vivi e quello dei morti, l’odore dell’eroe, il viaggio verso un altro regno, ecc. Va da sé che il
sostrato rituale individuabile in queste fiabe non è caratteristica tipica della fiaba russa, ma del
patrimonio folcloristico di molti popoli e molti paesi: non ci si stupisce quindi di trovare una
Cenerentola russa (Nericcia), una Bella e la Bestia (Il principe stregato) e altri temi in comune
con la fiabistica occidentale a noi meglio nota.
L’ultimo grande corpus della raccolta afanas’eviana è quello delle fiabe novellistiche, dette
anche realistiche o di costume. Si tratta di fiabe i cui protagonisti non sono più principi ed eroi,
ma semplici persone del popolo, soldati, contadini, braccianti, che lottano con tutta la loro
astuzia e abilità contro un avversario socialmente più potente: l’eroe «sta sui gradini più bassi
della scala sociale. Viene raffigurato senza alcuna idealizzazione. Nel suo aspetto non c’è nulla di
bello, di marcatamente eroico; è una persona ordinaria. Contemporaneamente, però, incarna il
coraggio, la decisione, l’ingegnosità, l’indistruttibile forza di spirito e la volontà di lotta e, a
volte, ha un’astuzia straordinaria. Per questo vince sempre»14.
Questi racconti, nel complesso dominati dal tono faceto, ci sono utili inoltre per le descrizioni
puntuali della vita quotidiana (e in tal senso, dato il loro legame con la realtà russa, costituiscono
la sezione più originale e autoctona dell’intera raccolta), anche se «gli avvenimenti narrati nella
fiaba di costume sono del tutto irreali, del tutto insoliti. Sono straordinari al punto che nessuno ci
crede. [...] In sintesi, l’estetica del realismo si riduce al tentativo di esprimere i caratteri tipici in
circostanze tipiche. [...] È vero che l’atmosfera, lo scenario della fiaba di costume sono del tutto
reali; hanno carattere reale anche i personaggi. Tuttavia le azioni di questi personaggi non
rientrano in un ambito reale. La fiaba di costume è tessuta su storie insolite, inaudite, su tutto
quanto è impossibile»15. La struttura di questo genere di fiaba è molto diversa da quella delle
fiabe di magia e, in un certo senso, per la propria semplicità e brevità si avvicina di più al genere
della fiaba di animali.
Un gruppo a parte è costituito dalle fiabe che Propp definisce «di byline» (nn. 308-16). Come
accennato, la bylina è una creazione popolare tipica delle comunità rurali, nelle quali «particolari
skaziteli (narratori) o starinsciki (cantori di starine)16 [...] si trasmettono di padre in figlio l’arte
di cantare le composizioni epiche accompagnandosi con uno strumento a corda chiamato gusli»17,
strumento tante volte citato anche nelle fiabe. A lungo si è discusso se sia la fiaba a derivare dalla
bylina o viceversa (Afanas’ev, per esempio, sosteneva che la fiaba fosse precedente alla bylina,
mentre un altro dei teorici della «scuola mitologica», F. Buslaev, era più propenso a credere il
contrario), oppure se si tratti di creazioni separate fin dall’inizio (così secondo K. Aksakov);
comunque sia, nella raccolta di Afanas’ev sono registrate una decina circa di fiabe i cui temi epici
richiamano, quando non li riprendono, quelli bylinici, in particolare i più antichi riferibili a
eventi storici, dominati da Kiev capitale e dal sovrano Vladimir «Bel solicello»: valgano come
esempio le fiabe su Il’ja Muromec18.
Esaminate le fiabe dal punto di vista tematico e compositivo, non ci resta che proporre qualche
piccola osservazione di tipo stilistico. In quanto trascrizioni di un patrimonio orale, le Fiabe
popolari russe sono caratterizzate da una prosa non particolarmente raffinata, ricca di formule e
di rime che si ripetono per stigmatizzare situazioni tipiche; di qui la grande difficoltà di resa per
il traduttore. Nate per essere raccontate, esse perdono parte del loro fascino alla lettura; come
detto Afanas’ev non diede, insieme alla sua edizione, alcuna notizia circa i narratori e il loro
modo di esecuzione, lacuna che fu subito notata, in una recensione, da Dobroljubov. Vengono
inoltre inseriti nella fiaba detti popolari, proverbi, indovinelli, brevi canzoni, a volte puri giochi
fonetici o troppo strettamente legati alla realtà e agli usi russi per essere trasposti in modo
soddisfacente in un’altra lingua. C’è naturalmente una ovvia differenza tra le fiabe di magia, dove
il tono è più solenne e quindi anche la lingua maggiormente curata, e gli aneddoti, le fiabe di
animali, in cui dominano i dialoghi e la lingua popolare; «le favole di tinta aneddotica
manifestano una disposizione alla forma in versi, che nelle fiabe ricorre solo nei preludi e negli
epiloghi. Questa forma, un verso sciolto parlato, basato su un’intonazione colloquiale e guarnito
di rime comiche e vistose, è imparentato coi metri liberi del comico e dei sermoni nuziali. Esperti
narratori possiedono una scorta così abbondante di rime e di clichés sintattici che sono spesso
capaci di improvvisare questi versi parlati su qualsiasi soggetto»19.
Molto interessanti sono alcuni inizi di fiaba (priskazki), spesso senza alcun legame con lo
svolgersi della «fabula», ma con l’unica funzione di catturare l’attenzione dell’ascoltatore: solo a
quel punto verranno inserite «le parole dalle quali si passa alla storia vera e propria: "Questa è
la premessa, la fiaba viene adesso"»20. In genere, dal tipo di priskazka si può intuire con quali
criteri verrà condotto il racconto da parte del narratore, se prevarrà il tono scherzoso o quello
serio, ma anche le chiuse (koncovki) ci danno indicazioni in tal senso: nel genere ironico spesso il
narratore, finita la sua fatica, chiede senza mezzi termini, ma in rima, da mangiare e da bere,
spostando, come sottolineano sia Lichačëv che Jakobson, l’attenzione degli ascoltatori dalla
fantasia alla realtà di tutti i giorni21.
Da notare l’alternanza continua dei tempi verbali tra il presente e il passato (la forma verbale
per eccellenza della fiaba), caratteristica non peculiare delle fiabe russe (volutamente lasciata
dal traduttore), che, nella lingua orale, funziona quasi come una macchina da presa: nel momento
in cui l’inquadratura si avvicina, viene fatto un primo piano sull’azione, ne viene sottolineata
l’importanza e l’immediatezza o l’imprevedibilità, si passa dal passato al presente, per poi
compiere, magari nello stesso periodo, il percorso inverso.
LUISA DE NARDIS

1 Si narra che alla corte dello zar Ivan il Terribile ci fossero tre ciechi che ogni sera gli raccontavano una favola ciascuno per favorirgli il
sonno.
2 R. Jakobson, «Sulle fiabe russe», in Premesse di storia letteraria slava, Il Saggiatore, Milano, 1975, pp. 337-8.
3 Ivi, p. 338.
4 Il primo annotatore di fiabe russe fu addirittura un inglese, il dottor Samuel Collins, che, medico curante dello zar Aleksej Michajlovič
tra il 1660 e il 1670, rientrato in patria scrisse un volumetto sulle sue impressioni della Russia, The present State of Russia, inserendovi
una decina di racconti popolari tradotti in inglese, di cui due relativi a Ivan il Terribile.
5 V. Propp, La fiaba russa. Lezioni inedite, Einaudi, Torino, 1990, p. 69.
6 R. Jakobson, op. cit., p. 341.
7 V. Propp, op. cit., pp. 70-1.
8 Ivi, pp. 42-43. Per bylina si intende una narrazione epica popolare (cfr. Le byline. Canti popolari russi, Edizioni Accademia, Milano,
1974; V. Propp, L’epos eroico russo, Newton Compton, Roma, 1978), per bylička una narrazione che ha come protagonisti gli spiriti dei
boschi, dei campi, delle acque, ecc.
9 V. Propp, op. cit., pp. 364-5.
10 V. Propp, op. cit., p. 365.
11 V. Propp, Morfologia della fiaba. Le radici storiche dei racconti di magia, Newton Compton, Roma, 1992, p. 27.
12 V. Propp, ivi, p. 89.
13 V. Propp, ivi, pp. 472-3.
14 V. Propp, La fiaba russa. Lezioni inedite, cit., p. 281.
15 V. Propp, Ivi, p. 284.
16 Starina è termine equivalente a bylina.
17 B. Meriggi, «Introduzione» a Le byline. Canti popolari russi, Edizioni Accademia, Milano, 1974, p. 9.
18 Cfr. V. Propp, «L’epos russo dell’epoca dello sviluppo dei rapporti feudali», in L’epos eroico russo, Newton Compton, Roma, 1978.
19 R. Jakobson, «Sulle fiabe russe», cit., p. 350.
20 V. Anikin, Russkaja narodnaja skazka, Mosca, 1984, pp. 132-3.
21 Cfr.
anche V. Anikin, op. cit., pp. 130 ss.
Nota bibliografica

Aleksandr Nikolaevič Afanas’ev nacque a Bogučar, nel governatorato di Voronež, l’11 luglio 1826. Il padre, piccolo impiegato, rimasto
vedovo poco dopo la nascita di Aleksandr, fu trasferito per lavoro nella cittadina di Bobrov, nel medesimo governatorato, dove Afanas’ev
trascorse la sua infanzia. Nonostante le modeste condizioni della famiglia, Aleksandr ebbe a disposizione una discreta biblioteca, eredità
del nonno, e fu costantemente incoraggiato dal padre nei suoi studi e nella lettura, cui non fu però mai disgiunto un vivo interesse per il
folclore orale.
Dal 1837 frequentò il ginnasio di Voronež e nel 1844 si trasferì a Mosca, dove si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza che terminò con
successo. Nei quattro anni di università ebbe occasione di conoscere importanti personalità culturali dell’epoca coinvolte nel vivace
dibattito tra occidentalisti e slavofili, legandosi in particolar modo a Kavelin. Fu proprio grazie all’aiuto di quest’ultimo che Afanas’ev, nel
1849, iniziò la sua carriera all’Archivio Centrale del ministero degli Affari Esteri, incarico che gli lasciava sufficiente tempo libero per
dedicarsi ai suoi studi.
Negli anni Cinquanta, affascinato dalle esperienze dei fratelli Grimm, ma anche di altri folcloristi europei e dei paesi slavi occidentali, si
concreta il suo interesse per il folclore russo: tra il 1855 e il 1863 escono, in otto fascicoli, le sue Fiabe popolari russe. L’edizione viene
bersagliata dalla censura che ne impedisce una pubblicazione completa; le favole eliminate formeranno un insieme a parte, Lefiabe
popolari russe non per la stampa, pubblicate poi parzialmente all’estero col titolo di Fiabe russe proibite.
Oltre a ciò, Afanas’ev collabora a diverse importanti riviste dell’epoca, per esempio Il contemporaneo, Gli annali patri e Il
Messaggero russo, con articoli scientifici; numerose sono pure le recensioni e gli articoli critici su giornali, oltre alla partecipazione ad
almanacchi e a pubblicazioni scientifiche. Per quanto riguarda i contributi sul folclore, egli si colloca tra i sostenitori della cosiddetta
«scuola mitologica», rappresentata in Russia da F.I. Buslaev e O.F. Miller, i quali vedono alla base delle fiabe popolari una mitologia
indoeuropea unitaria cui i vari popoli avrebbero attinto.
Nel 1858 fonda, insieme a N. Ščepkin, una sua rivista, Appunti bibliografici, la cui pubblicazione sarà pesantemente condizionata dalla
censura: Afanas’ev, factotum della rivista, potrà ben di rado firmare con il proprio nome gli articoli, che resteranno anonimi o siglati con lo
pseudonimo «I. M-k».
Del 1859 sono le Leggende popolari russe, edite dalla tipografia di Herzen a Londra prima che a Mosca, dove la pubblicazione suscita
lo sdegno del clero. Nell’aprile del 1860 il libro viene proibito e il censore che ne aveva permesso l’edizione licenziato. Le Leggende
popolari russe vedranno nuovamente la luce in Russia solo nel 1914.
Nell’estate del 1860 Afanas’ev poté compiere il tanto a lungo desiderato viaggio all’estero: insieme all’amico paesaggista V. Ammon, in
poco più di tre mesi visitò la Germania, la Svizzera, l’Italia e l’Inghilterra, dove conobbe personalmente Herzen.
L’arresto di Černyševskij nel 1862 portò al coinvolgimento di tutti coloro che avevano avuto contatti con Herzen: malgrado la
perquisizione in casa di Afanas’ev non avesse condotto a nulla, egli venne licenziato dal ministero. Nei successivi tre-quattro anni,
Afanas’ev non riuscì a trovare un nuovo posto fisso e tirò avanti con lavoretti saltuari con i quali a stento sopravviveva e manteneva la
famiglia. Fu addirittura costretto a vendere la sua ricca biblioteca, frutto delle ricerche e degli acquisti di una vita.
Nel 1863, terminata la pubblicazione delle Fiabe popolari russe, Afanas’ev iniziò a lavorare a un’edizione di Fiabe russe per bambini,
la cui prima uscita è del 1870; preparò inoltre una seconda edizione riveduta e ampliata delle Fiabe popolari russe, che vide la luce
postuma nel 1873.
Del 1865 è il primo dei tre volumi su Le concezioni poetiche degli slavi sulla natura.
A dispetto di tutte le vicissitudini passate, è proprio negli anni Sessanta che la fama di Afanas’ev raggiunge il suo apogeo: nel 1860
ottiene per le Leggende popolari russe la medaglia d’oro dalla Società geografica russa, nel 1865 il premio Demidov per le Fiabe popolari
russe, nel 1867 e nel 1870 due premi Uvarov dall’Accademia delle Scienze per i volumi Le concezioni poetiche degli slavi sulla natura.
Nel 1870 Afanas’ev si ammala di tubercolosi; il 23 settembre dell’anno successivo muore a Mosca e viene sepolto nel cimitero
Pjatnickij. Ivan Turgenev, in una lettera dell’8 gennaio 1872 a Fet, scrive: «Da non molto è morto letteralmente di fame Afanas’ev, ma i
suoi meriti letterari saranno ricordati quando io e Voi, caro amico, saremo stati già da tempo avvolti dalle tenebre dell’oblio».
Nel 1872 venne pubblicata a Ginevra, postuma e anonima, la raccolta Fiabe russe proibite, comprendente parte delle favole, che, come
detto, erano state espunte dalle Fiabe popolari russe a opera della censura zarista; sarebbe dovuta seguire una seconda edizione a
completamento della prima, ma il progetto non fu portato a termine.
Traduzioni italiane di A. Afanas’ev
Antiche fiabe russe, trad. di Gigliola Venturi, Einaudi, Torino, 1953.
Fiabe russe proibite, trad. di Pia Pera, Garzanti, Milano, 1990.
Letture in italiano consigliate
JU. SOKOLOV, Il folclore russo, Einaudi, Torino, 1953.
R. JAKOBSON, «Sulle fiabe russe», in Premesse di storia letteraria slava, Il Saggiatore, Milano, 1975.
V. PROPP, Edipo alla luce del folclore, Einaudi, Torino, 1975.
V. PROPP, La fiaba russa. Lezioni inedite, Einaudi, Torino, 1990.
V. PROPP, Morfologia della fiaba. Le radici storiche dei racconti di magia, Newton Compton, Roma, 1992.
N.B. La traduzione è stata condotta sul testo Narodnye russkie skazki v trech tomach, Mosca, 1984. I numeri tra parentesi alla destra
delle fiabe rimandano ai numeri dell’originale russo. Delle fiabe tradotte, che sono la quasi totalità, viene data una sola variante. In alcuni
casi all’interno delle fiabe sono stati usati dei diminutivi per i nomi propri.
L.D.N.
Masha e l’Orso
e
altre fiabe popolari russe
Masha e l’Orso
C’erano una volta un nonno e una nonna che avevano una nipotina di nome Masha. Un giorno le
amichette di Masha passarono a chiamarla per andare tutte insieme a raccogliere funghi e bacche nel
bosco.
«Nonnino, nonnina, posso andare nel bosco con le mie amichette?», chiese Masha. E i nonni
risposero: «Va bene, ma bada a non allontanarti mai dalle altre, altrimenti potresti perderti!».
Le bambine entrarono nel bosco e cominciarono a raccogliere funghi e bacche.
Cercando di albero in albero, di cespuglio in cespuglio, Masha si spinse sempre più lontano dalle
sue amichette. Quando se ne accorse, la bambina iniziò a chiamarle, a gridare, ma nessuno la sentì e
nessuno le rispose. Allora prese a girare e a vagare, finché non capì che si era persa davvero!
Cammina cammina, Masha arrivò nella parte più fitta e isolata del bosco. A un tratto vide una casa;
la bambina si avvicinò e bussò, ma nessuno venne ad aprire. Quando però provò a spingere la porta,
questa si spalancò. Masha allora entrò nella casetta e si sedette su una panca vicino alla finestra,
domandandosi curiosa: «Chi abiterà mai qui? E perché non si vede nessuno?».
In verità, la casetta apparteneva a un orso grande e grosso, che in quel momento era fuori, nel bosco.
Quando rincasò, quella sera, fu molto contento di trovare Masha.
«Ah!», disse tutto soddisfatto. «Ora non ti lascerò mai più andare via! Vivrai qui con me: accenderai
la stufa, cucinerai e mi apparecchierai la tavola».
Masha si rattristò, protestò e si disperò, ma non ci fu niente da fare. Così prese a vivere a casa
dell’orso: lui se ne andava tutta la giornata nel bosco e non le permetteva mai di uscire.
«Se dovessi provare a scappare», diceva, «io ti troverò e ti mangerò!».
Nonostante la paura, Masha cominciò a pensare a un modo per andarsene da lì. Ma come avrebbe
potuto fare? Tutto intorno non c’era altro che bosco, e lei non conosceva la strada di casa, né c’era
qualcuno a cui chiederla… Pensò e ripensò, finché le venne un’idea.
Un giorno, quando l’orso fu di ritorno dal bosco, Masha gli disse: «Orso, orso, vorrei portare
qualcosa ai miei nonni, ti prego, permettimi di andare una giornata al villaggio!».
«No!», disse l’orso. «Nel bosco ti smarriresti. Se vuoi mandare qualcosa ai tuoi nonni, dallo a me:
lo porterò io al villaggio».
Masha non aspettava altro! Preparò dei pasticcini, prese un grosso cesto e disse all’orso: «Orso,
metterò i pasticcini in questo cesto e tu li porterai al nonno e alla nonna, ma bada bene: non aprire il
cesto e non mangiare i pasticcini. Io mi arrampicherò su quella quercia e ti terrò d’occhio da lassù!».
«Va bene», disse l’orso, «dammi quel cesto!».
Prima di darglielo però, Masha gli disse: «Vedi un po’ se fuori piove…».
L’orso uscì per controllare e Masha si infilò in fretta nel cesto, si raggomitolò e si mise il piatto di
pasticcini sulla testa.
Quando l’orso rientrò e vide il cesto bell’e pronto, se lo caricò sulle spalle e, pensando che Masha
fosse già salita sulla quercia, si mise in marcia verso il villaggio. Camminò tra abeti e betulle, giù
nei burroni e su per le colline, finché non cominciò a sentirsi stanco. Allora si fermò, si guardò
intorno e disse fra sé e sé: «Questo è proprio un bel posticino per mangiarsi un buon pasticcino».
Ma, proprio mentre stava per aprire il cesto, udì la vocina di Masha: «Orso, ti vedo! Ti vedo! Non
toccare i pasticcini, porta tutto ai miei nonnini!».
«Che vista acuta ha quella bambina!», pensò l’orso. «Non le sfugge niente!».
Così si rimise il cesto in spalla e proseguì.
Dopo un po’ però la stanchezza si fece di nuovo sentire. L’orso allora si fermò, si sedette e disse fra
sé e sé: «Questo è proprio un bel posticino per mangiarsi un buon pasticcino».
Ma Masha, dal cesto, esclamò: «Orso, ti vedo! Ti vedo! Non toccare i pasticcini, porta tutto ai miei
nonnini!».
«Com’è furba quella bambina!», pensò l’orso. «Deve essersi messa molto in alto per vedere fin
quaggiù!». Quindi si rialzò, si rimise il cesto in spalla e riprese a camminare, un po’ più in fretta
stavolta.
Giunto al villaggio, trovò la casa dove abitavano il nonno e la nonna della bambina e bussò con
forza alla porta: «Toc, toc, toc! Aprite, voi di casa! Masha vi manda dei pasticcini!».
Ma i cani, che avevano fiutato la presenza dell’orso, gli si lanciarono addosso, abbaiando e
accorrendo da tutti i cortili.
Spaventato a morte, l’orso posò il cesto accanto alla porta e fuggì via nel bosco senza mai voltarsi
indietro.
Il nonno e la nonna si affacciarono sull’uscio, si guardarono intorno e videro il cesto per terra.
«Cosa mai ci sarà dentro quel cesto?», chiese la nonna. Il nonno sollevò il coperchio e, quando
guardò all’interno, non credette ai suoi occhi: dentro il cesto c’era la loro piccola Masha, sana e
salva!
Il nonno e la nonna, felici come non mai, presero ad abbracciare e baciare la nipotina e, quando
ebbero udito tutta la storia, si complimentarono con lei per essere stata così furba.
Gli animali nella fossa (30)
C’erano una volta un vecchio e una vecchia che non avevano altro bene se non un maiale. Andò il
maiale nel bosco a mangiare ghiande. Gli viene incontro un lupo. «Maiale, maiale, dove vai?» «Nel
bosco, a mangiare ghiande». «Portami con te!» «Ti porterei con me» dice il maiale «ma laggiù c’è
una fossa larga e profonda, non ce la farai a saltarla». «Invece ce la farò», dice il lupo. E si
incamminarono; cammina cammina per il bosco, giunsero alla fossa. «Andiamo», dice il lupo
«salta». Il maiale saltò e passò la fossa. Anche il lupo saltò, ma ci finì dritto dentro. Be’, dopodiché
il maiale mangiò ghiande a sazietà e se ne tornò a casa.
Il giorno dopo, di nuovo il maiale va nel bosco. Gli viene incontro un orso. «Maiale, maiale, dove
vai?» «Nel bosco, a mangiare ghiande». «Portami con te», dice l’orso. «Ti porterei, ma laggiù c’è
una fossa larga e profonda, non ce la farai a saltarla». «Non temere, ce la farò», dice l’orso.
Giunsero alla fossa. Il maiale saltò e passò la fossa; l’orso saltò, ma ci finì dritto dentro. Il maiale,
dopo aver mangiato ghiande a sazietà, se ne tornò a casa.
Il terzo giorno, il maiale di nuovo andò nel bosco a mangiare ghiande. Gli viene incontro una lepre.
«Buongiorno, maiale!» «Buongiorno, lepre orecchiona!» «Dove vai?» «Nel bosco, a mangiare
ghiande». «Portami con te». «No, orecchiona, laggiù c’è una fossa larga e profonda, non ce la farai a
saltarla». «Io? Come sarebbe a dire che non ce la farò!» Si avviarono e giunsero alla fossa. Il maiale
saltò e passò la fossa. La lepre saltò, ma ci cadde dentro. Be’, il maiale, dopo aver mangiato ghiande
a sazietà, se ne tornò a casa.
Il quarto giorno, ancora una volta il maiale va nel bosco a mangiare ghiande. Gli viene incontro una
volpe; anche quella chiede che il maiale la porti con sé. «No» dice il maiale «laggiù c’è una fossa
larga e profonda, non ce la farai a saltarla». «Ma sì, ma sì che ce la farò», dice la volpe. Be’, cadde
anche lei nella fossa. Erano quindi quattro gli animali nella fossa, e iniziarono a preoccuparsi di
come avrebbero trovato da mangiare.
La volpe dice: «Mettiamoci un po’ a gridare: quello che si stancherà, quello verrà mangiato».
Iniziarono a gridare; la lepre si ritirò per prima, mentre la volpe ebbe la meglio su tutti. Presero la
lepre, la fecero a pezzi e se la mangiarono. Ma la fame si fece sentire e di nuovo si accordarono per
gridare: quello che si fosse ritirato sarebbe stato mangiato. «Se sarò io a ritirarmi» dice la volpe
«allora mangerete me, poco importa!» Iniziarono: solo il lupo cedette, non ne poteva più. La volpe e
l’orso lo presero, lo fecero a pezzi e se lo mangiarono.
Ma la volpe imbrogliò l’orso: gliene diede da mangiare solamente un pezzetto e nascose il resto per
mangiarselo quatta quatta. Ecco che l’orso inizia di nuovo ad avere fame e dice: «Comare, comare,
dove ti prendi da mangiare?». «Ma andiamo, compare! Ficcati un po’ una zampa sotto le costole,
afferrane una, allora saprai che mangiare». L’orso lo fece, si ficcò una zampa sotto le costole e crepò.
La volpe rimase sola. Dopodiché, divorato l’orso, la volpe iniziò ad avere fame.
Sopra quella fossa c’era un albero, su quell’albero stava facendo il nido un tordo. La volpe se ne
stava seduta nella fossa, non faceva che guardare il tordo e gli dice: «Tordo, tordo, cosa fai?». «Mi
faccio il nido».«Per farci cosa?»«Per allevarci i miei piccoli».«Tordo, dammi da mangiare; se non
mi dai da mangiare, mangerò i tuoi piccoli». Il tordo si affliggeva e si tormentava al pensiero di come
nutrire la volpe. Volò al villaggio e le portò una gallina. La volpe sparecchiò la gallina e dice di
nuovo: «Tordo, tordo, mi hai dato da mangiare?». «Ma sì».«Be’, allora dammi da bere». Il tordo si
affliggeva e si tormentava al pensiero di come dissetare la volpe. Volò al villaggio e le portò
dell’acqua. La volpe bevve a sazietà e dice: «Tordo, tordo, mi hai dato da mangiare?». «Ma sì».«Mi
hai dato da bere?»«Ma sì».«Allora fammi uscire da questa fossa».
Il tordo si affliggeva e si tormentava al pensiero di come tirare fuori la volpe. Poi iniziò a gettare
dei rami nella fossa e ne gettò talmente tanti che la volpe se ne poté servire per arrampicarsi fino a
fuori; dopodiché si allungò ai piedi dell’albero. «Allora» dice «mi hai dato da mangiare,
tordo?»«Ma sì».«Mi hai dato da bere?»«Ma sì».«Mi hai fatto uscire dalla fossa?»«Ma sì».«Be’,
adesso fammi ridere». Il tordo si affliggeva e si tormentava al pensiero di come fare ridere la volpe.
«Volerò fino al villaggio» dice «e tu, volpe, seguimi». Bene; il tordo volò fino al villaggio, si posò
sul portone di un ricco contadino, mentre la volpe vi si accucciò ai piedi. Il tordo cominciò a gridare:
«Nonnina, nonnina, portami un pezzo di lardo! Nonnina, nonnina, portami un pezzo di lardo!».
Saltarono fuori dei cani e fecero a pezzi la volpe.
Ci sono stata, ho bevuto del moscato, sulle labbra è scivolato, in bocca non è arrivato. Mi hanno
dato un caffettano verde; mi sono avviata: le cornacchie volano e gridano: «Verde il caffettano, verde
il caffettano!». Ho creduto di sentire: «Getta il caffettano», ho preso e me ne sono sbarazzata. Mi
hanno dato un cappello blu. Le cornacchie volano e gridano: «Blu il cappello, blu il cappello!». Ho
creduto di sentire: «Giù il cappello!», me ne sono sbarazzata e sono rimasta senza più niente.

Il gatto, il gallo e la volpe (37)


C’era una volta un vecchio che aveva un gatto e un gallo. Il vecchio se ne andò nel bosco a lavorare,
il gatto gli portò da mangiare, mentre il gallo fu lasciato a far la guardia alla casa. In quel momento
arrivò una volpe.
Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto!
Mostrati, fatti ammirare,
Ti darò dei piselli da mangiare.

Così cantava la volpe, seduta sotto la finestra. Il gallo aprì la finestra e mise fuori la testina per
vedere chi cantasse. La volpe afferrò il gallo e lo portò via. Il gallo iniziò a gridare: «La volpe mi ha
preso, porta il gallo per boschi scuri, verso paesi lontani, verso terre straniere, terre ai confini del
mondo, in un reame ai confini del mondo, in uno stato ai confini del mondo. Gatto Gattonovič,
salvami!». Il gatto nel campo sentì la voce del gallo, si lanciò all’inseguimento, raggiunse la volpe,
liberò il gallo e lo riportò a casa. «Sta’ attento, Galletto» gli dice il gatto «non ti affacciare più, non
credere alla volpe; ti mangerà senza lasciare nemmeno un ossetto».
Il vecchio se ne andò di nuovo nel bosco a lavorare e il gatto gli portò da mangiare. Andandosene, il
vecchio raccomandò al gallo di fare la guardia alla casa e di non affacciarsi. Ma la volpe stava
spiando, aveva una voglia matta di mangiare il gallo; si avvicinò all’izbà e iniziò a cantare:
Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto!
Mostrati, fatti ammirare,
Ti darò dei piselli da mangiare,
Tanto grano da farti scoppiare.
Il gallo camminava avanti e indietro per l’izbà e taceva. La volpe di nuovo iniziò a cantare la sua
canzoncina e lanciava dei piselli attraverso la finestra. Il gallo beccò i piselli e dice: «No, volpe,
non mi inganni! Tu vuoi mangiarmi senza lasciare nemmeno un ossetto». «Ma cosa dici, Galletto! Io
volerti mangiare! Vorrei solo che tu venissi ospite da me, che vedessi come me la passo e dessi
un’occhiata alle mie cose!», e giù a cantare:
Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto,
Con le piume variopinte!
Mostrati, fatti ammirare,
Dei piselli hai avuto in dono,
Ti darò anche del grano.

Il gallo diede solo un’occhiata dalla finestra e subito la volpe lo afferrò. Il gallo si mise a gridare a
squarciagola: «La volpe mi ha preso, porta il gallo per boschi scuri, per fitte pinete, per monti e
mari; vuole mangiarmi senza lasciare nemmeno un ossetto!». Il gatto nel campo sentì, si lanciò
all’inseguimento, liberò il gallo e lo riportò a casa: «Non ti avevo detto: non aprire la finestra, non
affacciarti, la volpe vuole mangiarti senza lasciare nemmeno un ossetto? Sta’ attento, dammi ascolto!
Domani saremo molto lontani».
Il vecchio di nuovo se ne andò a lavorare e il gatto gli portò da mangiare. La volpe scivolò sotto la
finestra e iniziò a cantare la stessa canzoncina; cantò tre volte, ma il gallo non fiatava. La volpe dice:
«Guarda un po’, il gallo oggi è diventato muto!». «No, volpe, non mi inganni, non mi affaccerò». La
volpe iniziò a lanciare piselli e grano attraverso la finestra e riprese a cantare:
Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto,
Con le piume variopinte!
Mostrati, fatti ammirare,
Ho un enorme appartamento
Pieno di chicchi di frumento:
Mangerai fino a scoppiare!

Poi aggiunse: «Se tu vedessi, Galletto, quante rarità ci sono da me! Mostrati dunque, Galletto! Basta,
non credere al gatto. Se avessi voluto davvero mangiarti, l’avrei fatto da un pezzo; invece, vedi, mi
sei simpatico, ti voglio far vedere il mondo, darti dei buoni consigli e insegnarti a vivere. Andiamo,
Galletto, mostrati, mi metterò dietro l’angolo!», e si appiattì di più contro il muro. Il gallo saltò su
una panca e guardò lontano, per assicurarsi che la volpe se ne fosse andata. Ma non appena si fu
affacciato, la volpe lo afferrò e chi s’è visto s’è visto.
Il gallo si mise a gridare come al solito, ma il gatto non lo sentì. La volpe portò il galletto oltre la
giovane abetaia e se lo mangiò, lasciando sparpagliare al vento la coda e le piume. Il vecchio e il
gatto arrivarono a casa e non trovarono il gallo; per quanto si affliggessero, alla fine dissero: «Ecco
dove conduce la disubbidienza!».

Il lupo e la capra (53)


C’era una volta una capra che si era costruita una capanna nel bosco e aveva messo al mondo dei
capretti. Spesso andava nella foresta in cerca di cibo; non appena esce, i capretti sprangano la porta
e restano in casa. Al suo ritorno, la capra bussa alla porta e canticchia: «Capretti, pargoletti! Aprite,
aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre
il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!». I capretti si
affrettano ad aprire la porta e fanno entrare la madre, che li allatta e poi torna nella foresta, mentre i
capretti si chiudono dentro a doppia mandata.
Il lupo aveva sentito tutto origliando; aspettò il momento buono, e non appena la capra fu andata
nella foresta, si avvicinò alla capanna e gridò con la sua voce cavernosa: «Figlioletti, piccoletti,
aprite, aprite in fretta! È arrivata la mamma, carica di latte, con gli zoccoli pieni d’acqua!». Ma i
capretti rispondono: «No, no, non è la vocetta della mamma! La nostra mamma ha una voce sottile e
dice altre cose». Il lupo se ne andò e si nascose. Ecco arrivare la capra che bussa: «Capretti,
pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto
dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si
perde per terra!».
I capretti lasciarono entrare la madre e le raccontarono che era venuto il lupo cattivo e voleva
mangiarli. La capra li allattò e, uscendo per andare nella foresta, raccomandò fermamente di non
aprire per nessun motivo al mondo a chiunque si fosse avvicinato all’izbà e avesse parlato loro con
voce cavernosa e non avesse ripetuto le sue precise parole. Si era appena allontanata la capra, che il
lupo sopraggiunse di corsa, bussò alla porta dell’izbà e cominciò a canterellare con una vocetta
flebile: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di
seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli
zoccoli si perde per terra!». I capretti aprirono la porta, il lupo si precipitò nell’izbà e li divorò tutti;
si salvò solo un capretto, che si era nascosto nel forno.
La capra torna; ma aveva un bel canticchiare, nessuno le rispondeva. Si avvicinò di più alla porta e
vede tutto spalancato; entrò, tutto era deserto; guardò dentro il forno e scoprì l’unico capretto
rimasto. Quando la capra conobbe la sua disgrazia, si accasciò su una panca e iniziò a piangere
amaramente e a lamentarsi: «Ah, piccolini miei, caprettini! Perché avete aperto-spalancato, siete
finiti in bocca al lupo cattivo? Vi ha divorati tutti e ha gettato me, la capra, nel dolore e nello
sconforto». Il lupo, che l’aveva sentita, penetra nell’izbà e dice alla capra: «Oh, comare, comare! Di
cosa mi accusi? Non sono stato io! Andiamo a fare una passeggiata nella foresta». «No, compare, non
ho l’umore adatto per fare passeggiate».«Ma su, andiamo!», insiste il lupo.
Se ne andarono nel bosco, trovarono una fossa, e in quella fossa i briganti avevano cotto da poco
della polenta, e c’era rimasto fuoco a sufficienza. La capra dice al lupo: «Compare, perché non
proviamo a vedere chi riuscirà a saltare la fossa?». Detto fatto. Il lupo saltò e cadde nella fossa
ardente; la sua pancia per il calore scoppiò e ne saltarono fuori i capretti, che si precipitarono verso
la loro mamma. Da allora, vivono felici e contenti, sono diventati furbi e non si cacciano nei pasticci.

Lo svernare degli animali (64)


Se ne andava un toro per il bosco; incontra un montone. «Dove vai montone?», chiese il toro. «Fuggo
l’inverno e cerco l’estate», dice il montone. «Vieni con me!» Si incamminarono insieme; incontrano
un maiale. «Dove vai maiale?», chiese il toro. «Fuggo l’inverno e cerco l’estate», risponde il maiale.
«Vieni con noi!» Ripartirono dunque in tre; incontrano un’oca. «Dove vai oca?», chiese il toro.
«Fuggo l’inverno e cerco l’estate», risponde l’oca. «Bene, seguici!» E anche l’oca si avviò dietro a
loro. Intanto stava sopraggiungendo un gallo. «Dove vai gallo?», chiese il toro. «Fuggo l’inverno e
cerco l’estate», risponde il gallo. «Seguici!»
Eccoli quindi che vanno e cammin facendo conversano tra loro: «Allora, amici cari! Arriva il
freddo: dove trovare un po’ di caldo?». Il toro dice: «Costruiamoci un’izbà, altrimenti rischiamo
davvero di gelare». Il montone dice: «Io ho una pelliccia calda; guardate che pelo! Posso svernare
anche così». Il maiale dice: «Io nemmeno ho paura del grande freddo: mi seppellisco nella terra e
sverno senza izbà». L’oca dice: «Io invece mi metto tra i rami di un abete, utilizzo un’ala come letto e
l’altra come coperta: il freddo mi fa un baffo, posso svernare anche così». Il gallo dice: «Per me è la
stessa cosa!». Il toro vede che la faccenda si mette male, deve ingegnarsi da solo. «Bene» dice «fate
come vi pare, ma io mi costruirò un’izbà». Si costruì un’izbà e iniziò a viverci.
Giunse l’inverno rigoroso, il gelo imperversava; il montone – non può fare altrimenti – va dal toro:
«Permettimi, fratello, di riscaldarmi un pochino». «No, montone, hai una pelliccia calda; puoi
svernare anche così. Non ti lascerò entrare!» «Se non mi lasci entrare, allora io prendo la rincorsa e
con le mie corna abbatto una trave della tua capanna; avrai certo più freddo». Il toro pensava,
pensava: “È meglio lasciarlo entrare, altrimenti, magari, gelerò anch’io”, e fece entrare il montone.
Ecco che anche il maiale, intirizzito, andò dal toro: «Permettimi, fratello, di riscaldarmi un pochino».
«No, non ti lascerò entrare; non hai che da seppellirti nella terra e svernare così!» «Se non mi lasci
entrare, allora scalzerò col muso tutti i pali della tua izbà e la farò crollare». Non c’era scelta,
bisognava farlo entrare; fece entrare anche il maiale. Vennero poi dal toro l’oca e il gallo:
«Permettici, fratello, di riscaldarci un pochino». «No, non vi lascerò entrare. Voi avete le vostre ali:
una per farvi da letto e l’altra da coperta; potete passare l’inverno così!» «Se non mi lasci entrare»
dice l’oca «allora strapperò tutto il muschio dalle tue pareti; avrai certo più freddo». «Non mi lasci
entrare?» dice il gallo. «Allora volerò in cima all’izbà, toglierò la terra dal tetto; avrai certo più
freddo». Cosa doveva fare il toro? Fece stare con lui anche l’oca e il gallo.
Abitano quindi tutti d’amore e d’accordo nella stessa izbà. Il gallo, rinvigorito dal calore, cominciò
perfino a cantare. La volpe lo udì cantare e le venne voglia di godersi un buon galletto, ma come
averlo? Si decise a usare l’inganno; andò dall’orso e dal lupo e disse: «Be’, cari compari, ho trovato
una preda per tutti: per te, orso, un toro; per te, lupo, un montone; per me invece un gallo». «Bene,
comare» dicono l’orso e il lupo «non ci dimenticheremo mai dei tuoi servigi! Andiamo, sgozziamoli
e mangiamoceli!»
La volpe li condusse all’izbà. «Compare» dice all’orso «apri la porta: io andrò avanti e mangerò il
gallo». L’orso aprì la porta e la volpe si precipitò nell’izbà. Il toro l’aveva vista e subito la costrinse
con le sue corna al muro, mentre il montone iniziò a martellarle i fianchi; la volpe esalò l’anima. «Ma
quanto ci mette a mangiare il suo gallo?» dice il lupo. «Apri fratello Michajlo Ivanovič! Entrerò
io».«Va bene, vai». L’orso aprì la porta e il lupo si precipitò nell’izbà. Il toro costrinse anche lui con
le sue corna al muro, mentre il montone gli martellava i fianchi in modo talmente pressante che il
lupo rese l’ultimo respiro. L’orso, intanto, aspettava, aspettava: «Ma quanto ci mette a mangiare il
suo montone! Ora vado io». Entrò nell’izbà; ma il toro e il montone lo accolsero allo stesso modo. A
stento riuscì a salvarsi e filò via senza voltarsi.

La favola di Carpa Carpovna, figlia setolosa (78)


C’era una volta una carpetta, spiona e con la pancetta, che aveva una bella casetta. Divenuta, che
avara!, poveretta, se ne andò la carpetta sul lago di Rostov, su un traino miserabile, a stento
presentabile. Iniziò a gridare la carpetta con la sua forte vocetta: «Sterletti, salmoni, pesci persici,
tinche e voi ultimi pescetti, lasche-orfanelle! Permettetemi di fare una passeggiata nel vostro lago.
Non resterò certo un anno: farò festa solo un’ora, mangiando pane e sale, ascoltandovi
chiacchierare». I pesci, sterletti, salmoni, pesci persici, tinche e le piccole lasche-orfanelle diedero
il permesso alla carpa di passeggiare un’ora nel loro lago.
La carpa passeggiò per un’ora e cominciò a tormentare i pesci a iosa, a spingerli contro la riva
fangosa. Offesi, quelli andarono a lamentarsi della carpa da Simone-storione il giusto: «Simone-
storione il giusto, perché la carpa ci offende? Ci ha domandato il permesso di passare un’ora nel
nostro lago, e adesso cerca di cacciarci tutti via. Indaga e giudica tu, Simone-storione il giusto,
secondo giustizia e verità». Simone-storione il giusto mandò il piccolo ghiozzo a cercare la carpa. Il
ghiozzo cercò la carpa per tutto il lago, ma non riuscì a trovarla. Simone-storione il giusto mandò il
medio luccio a cercare la carpa.
Il luccio si immerse nel lago, si diede un colpo di coda e scoprì la carpa nel fondo di un incavo.
«Salve, carpetta!»«Salve, caro luccio! Perché sei venuto?»«Ho l’ordine di portarti da Simone-
storione il giusto, che forse ti farà mettere in catene: si sono lamentati di te».«Chi è stato?»«Tutti i
pesci: sterletti, salmoni, pesci persici, tinche e gli ultimi pescetti, le lasche-orfanelle, anche quelle
protestano, e perfino il siluro, un rustico con le labbra grosse e che non sa parlare, anche quello ha
presentato una supplica contro di te; andiamo, carpa, affrettiamoci per sentire la sentenza».«No, caro
luccio! Piuttosto, andiamo a far baldoria insieme». Il luccio si rifiuta di far baldoria con la carpa,
vuole invece trascinare la carpa davanti al tribunale perché la condannino al più presto. «Be’, luccio,
nonostante la tua testa puntuta, non mi metterai il sale sulla coda! E poi oggi è sabato, mio padre dà
una bella festa: ci sarà da mangiare e da divertirsi; andiamoci, beviamo un po’, facciamo baldoria
per una sera, e domani, anche se è domenica, andremo – e sia! – al tribunale; almeno avremo lo
stomaco pieno». Il luccio accettò e andò a far baldoria con la carpa; quella lo fece ubriacare, lo mise
in uno stambugio, la porta accostò, con un palo la sprangò.
A lungo in tribunale aspettarono il luccio e poi si stufarono. Simone-storione il giusto mandò
l’enorme siluro a cercare la carpa. Quello si immerse nel lago, si diede un colpo di coda e scoprì la
carpa nel fondo di un incavo. «Salve, mia cara nuora!»«Salve suocero mio!»«Andiamo, carpa, al
tribunale; si sono lamentati di te».«Chi è stato?»«Tutti i pesci: sterletti, salmoni, pesci persici, tinche
e gli ultimi pescetti, le lasche-orfanelle!» La carpa era davvero la nuora del siluro: il siluro seppe
prenderla in braccio e portarla di persona in tribunale. «Simone-storione il giusto, perché mi hai
convocata d’urgenza?», chiese la carpa. «E come non farlo? Hai chiesto di passare un’ora nel lago di
Rostov, dopodiché hai tentato di cacciare tutti dal lago. L’hanno trovato molto seccante; si sono
riuniti tutti, sterletti, salmoni, pesci persici, tinche e le piccole lasche-orfanelle e sono venuti a
presentare personalmente una supplica contro di te: risolvi, dice, Simone-storione, la questione con
equità!»«Ascolta ora» risponde la carpa «anche la mia supplica: sono loro ad avermi recato offesa: i
solchi divisori sono scomparsi, gli argini corrosi, e io che una sera tardi seguivo la riva, di fretta,
con un bel bottino, sono caduta dalla riva nel lago, e insieme a un pezzo di terra! Simone-storione il
giusto fai venire i pescatori di tutto lo stato, di’ loro di gettare le reti più fitte e di spingere i pesci
verso una strettoia; allora saprai chi ha ragione e chi ha torto; quello che ha detto la verità non resterà
nella rete, ma ne salterà fuori».
Simone-storione il giusto ascoltò la supplica della carpa, convocò i pescatori di tutto lo stato e fece
spingere i pesci verso una strettoia. Fu per prima la carpina a cadere nella retina, ma si dibatté,
guizzò, sgranò gli occhi e riuscì a liberarsi prima degli altri. «Vedi, Simone-storione il giusto, chi
aveva ragione e chi torto?»«Vedo che sei tu, carpa, ad avere ragione; va nel lago e nuota a tuo
piacimento. Ora nessuno ti infastidirà più, a meno che il lago non si prosciughi e un corvo non ti tiri
fuori dal fango». La carpetta si allontanò nel lago con fare spavaldo: «Attenti a voi, sterletti e
salmoni! Avrete mie notizie, pesci persici e tinche! E voi anche, piccole lasche-orfanelle! Il siluro
dalla testa piatta non se la caverà così: to’, non sa parlare, ha le labbra grosse, ma sapeva come
presentare una supplica! Me la pagherete tutti!». Arrivò Luigi in giornata, non gli piacque la
spacconata; arrivò Pietro con una canna dietro; Alessio una diga ha messo; Simone una nassa per la
carpa pone; Paolino viene a vedere il bottino; quando Nicola ritira la nassa, la carpa tra le dita gli
passa.

La volpe e la gru (33)


La volpe aveva fatto amicizia con la gru, era persino diventata sua comare per via di un battesimo.
Un bel giorno, la volpe decise di invitare a cena la gru e andò da lei a chiamarla: «Vieni, comare,
vieni mia cara! Vedrai che bel pranzetto ti preparerò!». La gru si presenta al banchetto, ma la volpe
aveva cucinato una pappa di semolino e l’aveva stesa in un piatto. Servì e iniziò a fare la parte della
padrona di casa ospitale: «Mangia, cara comare, colombella! Ho cucinato io stessa». La gru, toc toc
col becco, batteva, batteva senza prendere niente! La volpe, intanto, a forza di leccare, spolverò tutto
quello che c’era nel piatto da sola.
La pappa fu mangiata; la volpe dice: «Scusami, cara comare! Non ho più niente da offrirti». «Grazie
comare, e a buon rendere! Vieni a farmi visita».
Il giorno dopo arriva la volpe, ma la gru aveva preparato una minestra e l’aveva messa in una
brocca dal collo stretto; la portò in tavola e dice: «Mangia, comare! Parola mia, non ho altro da
darti». La volpe cominciò a girare intorno alla brocca, si accosta da un lato, poi dall’altro, tenta di
dare una leccata, sniffa, ma tutto invano! Il suo muso non entra nella brocca. Nel frattempo, la gru non
smette di beccare, finché non ebbe mangiato tutto. «Scusami, comare! Non ho altro da offrirti». La
volpe era verde dalla rabbia: sperava di rimpinzarsi per un’intera settimana e invece tornò a casa
con le pive nel sacco. Chi la fa, l’aspetti! Da allora anche l’amicizia tra la volpe e la gru è finita.

La vecchia avida (76)


C’erano una volta un vecchio e una vecchia; un giorno il brav’uomo se ne andò nel bosco a fare la
legna. Scelse un vecchio albero, alzò la scure e stava per colpirlo. L’albero gli dice: «Risparmiami,
contadino! Farò tutto quello che mi chiederai». «Allora fammi diventare ricco».«D’accordo: torna a
casa e avrai tutto a volontà». Il vecchio tornò a casa: izbà nuova, ogni cosa in abbondanza, quattrini a
palate, grano per decine di anni, e vacche, cavalli e pecore che non si potrebbero contare in tre
giorni! «Ah, vecchio, da dove proviene tutto questo?», domanda la vecchia. «Ecco, moglie mia, mi è
capitato un albero che fa tutto quello che voglio».
Dopo circa un mese, la vecchia ne ebbe abbastanza della sua ricca casa e dice al vecchio: «A che
serve essere ricchi, se la gente non ci rispetta! Il borgomastro, se vuole, può spedirci a lavorare e
cogliere un pretesto pure per bastonarci. Vai dall’albero e chiedigli di farti diventare borgomastro».
Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole tagliarlo alla radice. «Cosa vuoi?», domanda
l’albero. «Fammi diventare borgomastro».«D’accordo, vai con Dio!»
Al suo ritorno, il vecchio trovò dei soldati che da tempo lo aspettavano: «Dove te ne vai a zonzo»
iniziarono a gridare «vecchio diavolo? Trovaci in fretta un alloggio, e che sia buono. Su, datti da
fare!». E giù a dargliele con il piatto delle loro spade. Vede la vecchia che anche il borgomastro non
sempre è rispettato e dice al vecchio: «Ecco che si guadagna a essere la moglie del borgomastro! Dei
soldati ti hanno picchiato, e non parliamo del signore, che fa quel che vuole. Vai un po’ dall’albero e
chiedigli di far diventare te un signore e me una gran dama».
Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole di nuovo tagliarlo; l’albero chiede: «Cosa vuoi,
vecchio?». «Cambia me in signore e la mia vecchia in una gran dama».«D’accordo, vai con Dio!» La
vecchia, divenuta una gran dama, volle ancora di più; e dice al vecchio: «Per quello che si guadagna
a essere gran dama! Se tu fossi un colonnello e io tua moglie, sarebbe differente, tutti ci
invidierebbero».
Spedì ancora una volta il vecchio dall’albero; quello prese la scure, andò dall’albero e si appresta a
tagliarlo. L’albero gli chiede: «Cosa vuoi?». «Cambia me in colonnello e la mia vecchia in
colonnella».«D’accordo, vai con Dio!» Il vecchio tornò a casa e fu nominato colonnello.
Dopo un po’ di tempo, la vecchia gli dice: «Bell’affare essere colonnello! Il generale, se gli gira,
può farti arrestare. Vai dall’albero e chiedigli di far diventare te generale e me generalessa». Il
vecchio tornò dall’albero, vuole tagliarlo con la scure. «Cosa vuoi?», chiede l’albero. «Cambia me
in generale e mia moglie in generalessa».«D’accordo, vai con Dio!» Il vecchio tornò a casa, e fu
promosso generale.
Dopo un altro po’ di tempo, la vecchia fu stanca anche di essere generalessa; dice al vecchio:
«Bell’affare essere generale! Il sovrano, se gli gira, può spedirti in Siberia. Vai dall’albero e
chiedigli di cambiare te in zar e me in zarina». Il vecchio arrivò dall’albero, vuole tagliarlo con la
scure: «Cosa vuoi?», chiede l’albero. «Cambia me in zar e mia moglie in zarina».«D’accordo, vai
con Dio!» Il vecchio tornò a casa e trovò degli emissari, che gli dissero: «Il sovrano è morto e tu sei
stato scelto al suo posto».
I due non regnarono a lungo; alla donna sembrò poco essere zarina, chiamò il vecchio e gli dice:
«Bell’affare essere zar! Dio, se vuole, può farti morire e ti seppelliranno nella umida terra. Vai un
po’ dall’albero e chiedigli di cambiarci in divinità».
Il vecchio andò dall’albero. Quello, dopo aver ascoltato dei propositi tanto insensati, rispose al
vecchio, facendo fremere le foglie: «Che tu sia un orso e tua moglie un’orsa». In quell’istante il
vecchio si tramutò in orso e la vecchia in orsa, e si addentrarono correndo nel bosco.

La baba-jaga e Scricciolino (105)


C’erano una volta un vecchio e una vecchia che non avevano figli. Per quanto facessero e pregassero
Dio, la vecchia non rimaneva incinta. Un giorno, il vecchio andò nel bosco a raccogliere funghi; per
la strada incontra un vegliardo. «Io so» dice «quello che ti preoccupa; non pensi che ad avere
bambini. Fa’ il giro del villaggio, prendi un uovo in ogni casa e falli covare a una gallina; vedrai tu
stesso cosa ne verrà fuori!» Il vecchio rientrò al villaggio, che comprendeva quarantuno famiglie;
andò di izbà in izbà, si fece dare da ognuno un uovo e fece covare le quarantuno uova a una gallina.
Dopo due settimane, il vecchio guarda, anche la vecchia guarda: da quei gusci erano nati dei
ragazzini; quaranta sani e vigorosi, il quarantunesimo, invece, non era riuscito bene: fragile e gracile!
Il vecchio diede ai bambini dei nomi; li diede a tutti, ma non ne trovava uno adatto per l’ultimo.
«Be’», dice «ti chiamerai Scricciolino!»
I bambini crescevano, crescevano a vista d’occhio; diventarono grandi e cominciarono a lavorare, il
padre e la madre ad aiutare: i quaranta robusti si danno da fare nei campi, mentre Scricciolino si
occupa della casa. Venne il tempo della falciatura; i quaranta falciarono l’erba, divisero il fieno in
mucchi e tornarono al villaggio, dopo circa una settimana di lavoro; mangiarono alla buona e si
misero a dormire. Il vecchio li guarda e dice: «Che giovanotti! Mangiano a quattro palmenti,
dormono sodo, ma scommetto che il lavoro non è andato avanti di un millimetro!». «Vai prima a
vedere sul posto, padre!», interviene Scricciolino. Il vecchio attaccò i cavalli e andò nei campi;
diede un’occhiata: c’erano quaranta mucchi di fieno. «E bravi i miei ragazzi! Quanto hanno falciato e
ammucchiato in una sola settimana».
Il giorno dopo il vecchio tornò nei campi per ammirare i suoi averi; arrivò, ma uno dei covoni era
sparito! Tornò a casa e dice: «Ah, figli miei! Ci è sparito un covone». «Non ti agitare, padre!»
risponde Scricciolino. «Prenderemo il ladro; dammi un po’ cento rubli e sistemerò tutto». Prese dal
padre i cento rubli e andò dal fabbro: «Potresti forgiarmi una catena che basti a legare saldamente un
uomo dalla testa ai piedi?». «Perché no!»«Bada bene di farla solida; se regge bene, avrai cento rubli,
ma se si rompe, ci rimetterai il lavoro!» Il fabbro fece una catena di ferro; Scricciolino si avvolse la
catena addosso, tirò… e quella si ruppe. Il fabbro ne fece un’altra, due volte più solida; be’, questa
resistette. Scricciolino prese la catena, pagò i cento rubli e si mise a fare la guardia al fieno; seduto
ai piedi di un covone, aspetta.
Proprio a mezzanotte, si alzò il vento, il mare cominciò ad agitarsi, e dalle profondità marine esce
una giumenta meravigliosa, corse fino al primo covone e iniziò a mangiare il fieno. Scricciolino si
precipitò, la imbrigliò con la catena di ferro e ci saltò in groppa. La giumenta partì al galoppo, per
monti e per valli; no, non riuscì a scuotersi di dosso il suo cavaliere! Allora si fermò e gli dice: «Va
bene, vedo che sei in gamba. Dato che sei riuscito a domarmi, ti affido i miei puledri». La giumenta
trottò verso il mare blu e nitrì forte; allora il mare blu si agitò, e quarantun puledrini uscirono dai
flutti, uno più bello dell’altro! Puoi girare il mondo in lungo e in largo, ma non ne troverai di simili!
Al mattino, il vecchio sente nitrire e scalpitare nel cortile; che succede? Il figlioletto Scricciolino
aveva riportato un’intera mandria. «Salve, fratellini!» dice. «Ora abbiamo un cavallo per uno;
partiamo in cerca di una fidanzata per tutti».«Partiamo!» Il padre e la madre li benedissero, e quelli
si misero in marcia.
Cavalcarono a lungo per il mondo, ma dove trovare un così grande numero di fidanzate? Non
vogliono sposarsi separatamente, per evitare le gelosie; ma qual è la madre che può vantarsi di avere
partorito quarantuno figlie? Giunsero i prodi in terre lontane; guardano: sulla cima di una montagna
scoscesa c’è un castello di pietra bianca, circondato da alte mura, con dei pali di ferro accanto al
portone. Li contarono: erano quarantuno. Vi attaccarono i loro bei destrieri ed entrarono nel cortile.
La baba-jaga li accolse: «Ehi, razza di intrusi! Come avete osato attaccare i vostri cavalli senza il
mio permesso?». «Che hai da gridare, vecchia? Prima di farci domande, dacci da mangiare e da bere
e poi portaci a fare un bagno». La baba-jaga li fece bere e mangiare, li condusse al bagno e prese a
interrogarli: «Allora, bravi giovani, state facendo un lavoro o state fuggendo un lavoro?». «Stiamo
facendo un lavoro, nonna!»«Di cosa avete bisogno?»«Cerchiamo delle fidanzate».«Io ho delle
figlie», dice la baba-jaga, si precipitò nelle stanze più alte del palazzo e ne riportò quarantuno
ragazze.
Concluso il matrimonio, si bevette, si festeggiò, un allegro sposalizio si celebrò. La sera,
Scricciolino andò a vedere il suo cavallo. Lo vide il bel destriero e gli disse con voce umana:
«Bada, padrone! Quando andrete a dormire con le vostre giovani mogli, scambiatevi i vestiti: mettete
i vostri alle ragazze e indossate i loro, altrimenti sarà la catastrofe!». Scricciolino avvertì i fratelli;
misero i loro vestiti alle giovani mogli, indossarono quelli da donna e andarono a dormire. Tutti si
addormentarono, tranne Scricciolino, che non chiuse occhio. Quando suonò la mezzanotte, la baba-
jaga cominciò a gridare con voce tonante: «Ehi, voi, miei fedeli servitori, tagliate le teste impetuose
agli ospiti non invitati». I fedeli servitori accorsero e tagliarono le teste impetuose alle figlie della
baba-jaga. Scricciolino svegliò i fratelli e raccontò tutto ciò che era successo; presero le teste
tagliate, le piantarono sui pali di ferro che coronavano le mura, poi sellarono i loro cavalli e se ne
andarono in gran fretta.
Al mattino, la baba-jaga si alzò, guardò dalla finestra: intorno alle mura, sui pali, stanno le teste
delle figlie; folle di rabbia, ordinò che le fosse dato il suo scudo di fuoco, si lanciò all’inseguimento
e prese a bruciare con lo scudo qualunque cosa le capitasse a tiro. Dove potevano nascondersi i
giovanotti? Avevano il mare blu davanti e la baba-jaga alle spalle, che incendiava e bruciava tutto.
Sarebbero morti tutti se Scricciolino non fosse stato previdente: aveva portato via dal castello,
infatti, un fazzoletto; scosse il fazzoletto davanti a sé, e subito apparve un ponte sul vasto mare blu; i
bravi giovani lo attraversarono. Scricciolino scosse il fazzoletto nell’altro senso, il ponte scomparve,
la baba-jaga tornò indietro, mentre i fratelli andarono a casa.

Le oche-cigni (113)
C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano una figlia e un bambino piccolo. «Piccola,
piccola mia» diceva la madre «noi andiamo a lavorare, ti porteremo del pane bianco, ti faremo un
bel vestitino, ti compreremo un fazzoletto; ma tu fai la brava, bada al fratellino e non uscire dal
cortile». I genitori se ne andarono, e la bambina si dimenticò le loro raccomandazioni: sistemò il
fratellino sull’erba sotto la finestra e se ne corse in strada, a giocare, a divertirsi. Passarono le oche-
cigni, afferrarono il piccolo e lo portarono via sulle loro ali. La bambina tornò… il fratellino era
scomparso! Disperata, si precipitò di qua e di là: nessuno! Lo chiamò, pianse, si lamentò, pensando
alla collera del padre e della madre, il fratellino non rispose! Corse in aperta compagna e in
lontananza intravide per un attimo le oche-cigni che sparivano oltre il fitto bosco. Le oche-cigni da
tempo godevano di una pessima reputazione: ne combinavano di tutti i colori e rapivano i bambini
piccoli; la bambina indovinò che erano state loro a rapire il fratellino e si lanciò all’inseguimento.
Corri corri, ecco un forno. «Forno, forno, dimmi, dove sono fuggite le oche-cigni?»«Mangia la mia
galletta di segale e te lo dirò».«Oh, da mio padre non si mangiano nemmeno quelle di grano!» Il forno
tacque. Corse avanti la bambina, ecco un melo. «Melo, melo, dimmi, dove sono fuggite le oche-
cigni?»«Mangia le mie mele selvatiche e te lo dirò».«Oh, da mio padre non si mangiano neanche
quelle di giardino!» Corse avanti, ecco un fiume di latte dalle rive di gelatina. «Fiume di latte, rive di
gelatina, dove sono fuggite le oche-cigni?»«Mangia della semplice gelatina bagnata di latte e te lo
dirò».«Oh, da mio padre non si mangia nemmeno la panna!»
Avrebbe a lungo corso per i campi e vagato per il bosco se, per sua fortuna, non avesse incontrato un
porcospino; fu tentata di spingerlo via, ebbe paura di pungersi e chiese: «Porcospino, caro
porcospino, non hai per caso visto dove sono fuggite le oche-cigni?». «Di là!», indicò quello. La
bambina corse, ecco un’izbà su piedi di gallina: un momento sta ferma, un momento gira su se stessa.
Dentro c’è la baba-jaga, faccia ossuta, gamba argillosa; c’è anche il fratellino su una panchetta, gioca
con delle melucce d’oro. La sorella lo vide, si avvicinò quatta quatta, lo afferrò e lo portò via; ma le
oche-cigni la inseguono a volo; la stanno per raggiungere, le scellerate, dove cacciarsi? Corre il
fiume di latte tra le rive di gelatina. «Fiume caro, nascondimi!» «Mangia della mia gelatina!» Non
c’era altro da fare: la bambina ne mangiò. Il fiume la nascose sotto i suoi argini e le oche-cigni
passarono oltre. La bambina uscì, disse: «Grazie!» e corse avanti col suo fratellino; ma le oche-cigni
erano tornate indietro e le volano incontro. Che fare? Che disgrazia! Ecco il melo. «Melo, caro melo,
nascondimi!» «Mangia la mia mela selvatica!» La bambina si affrettò a mangiarla. Il melo la
abbracciò con i suoi rami e la coprì con le sue foglie; le oche passarono oltre. Lei uscì e si rimette a
correre col fratellino, ma le oche l’avevano vista e la inseguivano; la raggiungono, già la stanno
colpendo con le loro ali e a momenti le strappano dalle mani il fratellino! Per fortuna, c’è il forno
sulla strada. «Signor forno, nascondimi!» «Assaggia la mia galletta di segale!» La bambina si mise in
bocca subito la galletta e via dentro il forno a sedere nell’abboccatoio. Le oche volarono, volarono,
gridarono, gridarono, ma a mani vuote tornarono. Quanto alla bambina, arrivò di corsa a casa e fu un
bene che facesse in tempo ad arrivarci, perché a quel punto il padre e la madre rientrarono.

Giustizia e ingiustizia (118)


In un reame vivevano due contadini: Ivan e Naum. Erano molto amici e si misero insieme a cercare
lavoro. Cammina cammina, si ritrovarono in un ricco borgo e si fecero assumere da padroni diversi;
dopo aver lavorato una settimana, si incontrarono la domenica. «Quanto hai guadagnato, fratello?»,
domandò Ivan. «Il Signore mi ha dato cinque rubli!»«Il Signore! Ti darebbe assai se non
lavorassi!»«No, fratello, senza l’aiuto di Dio, non farai mai niente di buono, non avrai mai un soldo!»
Qui la discussione si riscaldò e portò a questa decisione: «Seguiamo la strada e domandiamo al
primo venuto chi ha ragione. Il perdente dovrà cedere tutti i soldi che ha guadagnato».
Detto fatto; fecero una ventina di passi: incontrano un diavolo con le sembianze di un uomo.
Interrogato, rispose: «Conta solo su quello che ti sei guadagnato! Non sperare in Dio, non ti darà
nemmeno una copeca!». Naum cedette tutti i suoi soldi a Ivan e tornò dal padrone a mani vuote. Passò
un’altra settimana; i due si ritrovarono la domenica e riprese la stessa discussione. Naum dice:
«Anche se hai preso i miei soldi la settimana scorsa, il Signore stavolta me ne ha dati anche di più!».
«Va bene» replica Ivan «se tu pensi che sia un regalo di Dio e non la tua paga, allora andiamo di
nuovo a domandare al primo venuto chi ha ragione. Quello che risulterà in torto sarà privato dei suoi
soldi e avrà il braccio destro tagliato». Naum accettò.
Seguirono la strada; incontrarono lo stesso diavolo dell’altra volta, che rispose come aveva già
fatto. Ivan prese i soldi al compagno, gli tagliò il braccio destro e lo abbandonò. Naum rifletté
lungamente: cosa avrebbe fatto senza un braccio? Chi avrebbe voluto occuparsi di lui? In
conclusione, Dio è misericordioso! Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto una barca: «Intanto
passerò la notte qui e, domani mattina, vedrò il da farsi: la notte porta consiglio».
A mezzanotte precisa, un gran numero di diavoli si riunì intorno alla barca e cominciarono a vantarsi
tra loro delle proprie malefatte. Uno dice: «Ho risolto falsamente una disputa tra due contadini e
quello che aveva ragione ha avuto un braccio tagliato». Un altro allora disse: «Sciocchezze! Gli
basterà rotolarsi tre volte nella rugiada e il braccio gli ricrescerà!». «Io, invece» prese a vantarsi un
terzo «ho gettato il malocchio sulla figlia unica di un ricco signore: sta per morire!»«Ma sì!» replicò
un quarto. «Colui che avrà pietà del padre, guarirà di sicuro la figlia. Il rimedio è semplice: si
prende una certa erba, se ne fa un infuso, ci si bagna la figlia e quella tornerà sana!»«Un contadino»
si mise a dire un quinto «ha messo un mulino ad acqua su di uno stagno, ma già da molti anni si
affatica invano: ogni volta che finisce di costruire la diga, io faccio un buco e faccio passare
l’acqua».«Che imbecille, il tuo contadino!» disse un sesto demone. «Dovrebbe solo coprire meglio
di fascine la sua diga, e, se l’acqua si dovesse perdere, dovrebbe solo gettare un fascio di paglia
nella breccia e sarebbe la tua rovina!»
Naum ascoltò tutto e il giorno dopo recuperò il suo braccio destro, poi riparò la diga del contadino e
guarì la figlia del signore. Lo ricompensarono generosamente e il contadino e il signore: così iniziò
una vita di agi. Un giorno incontrò il suo vecchio compagno; quello si meravigliò e gli fece un sacco
di domande: dove aveva recuperato, dice, il suo braccio e come aveva fatto fortuna? Naum gli
raccontò tutto, senza nascondere nulla. Ivan lo ascoltò e pensa: “Un momento, farò così anch’io e
diventerò anche più ricco!”. Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto la barca. A mezzanotte, i
diavoli si riunirono. «Sapete fratelli» dice uno di loro «ci deve essere qualcuno che ci spia. Quel
contadino ha recuperato il suo braccio, la figlia del signore è guarita e la diga funziona!»
Si precipitarono a guardare sotto la barca; scoprirono Ivan e lo fecero a pezzetti. Il lupo ha pagato le
lacrime dell’agnello!

Il principe Ivan e la principessa Marfa (125)


Uno zar teneva in prigione da anni un uomo dalle mani di ferro, la testa di ghisa e il corpo di rame,
furbo e molto potente. Il piccolo principe Ivan, figlio dello zar, passò davanti alla prigione. L’uomo
lo chiamò e lo supplicò: «Dammi da bere, principe Ivan, per pietà!». Il principe Ivan, che non sapeva
niente poiché era giovane, attinse dell’acqua e gliela diede: immediatamente l’uomo disparve dalla
prigione, come per incanto. La notizia arrivò fino allo zar. Lo zar ordinò che per questo il principe
Ivan fosse cacciato dal regno. La parola dello zar è legge: il principe Ivan venne cacciato dal regno e
partì senza una meta.
Camminò a lungo; alla fine giunge in un altro reame e si presenta direttamente al sovrano per
chiedergli un lavoro. Lo zar lo assunse come palafreniere. Ma quello non fa altro che dormire nelle
scuderie e non si cura affatto dei cavalli; perciò il capo-scuderia lo picchiava spesso. Il principe
Ivan sopportava tutto. Un altro sovrano, che aveva domandato invano a quello zar la mano di sua
figlia, gli dichiarò guerra. Lo zar lasciò la capitale alla testa delle sue truppe e sua figlia, la
principessa Marfa, divenne la reggente. Già da prima aveva notato che il principe Ivan non doveva
essere di bassa stirpe; così lo mandò in una certa provincia a titolo di governatore.
Il principe Ivan andò dove era stato mandato e iniziò a governare. Un giorno se ne andò a caccia;
non appena superato l’abitato, si vide apparire davanti l’uomo dalle mani di ferro, la testa di ghisa e
il corpo di rame: «Ah, buongiorno, principe Ivan!». Il principe Ivan gli fece un inchino. Il vecchio lo
invita: «Vieni» dice «ospite a casa mia». Si avviarono. L’uomo lo fece entrare in una ricca dimora e
gridò alla figlia minore: «Ehi, dacci un po’ da mangiare e da bere, e in più dacci una coppa di vino
grande come mezzo secchio!». Si rifocillarono; d’un tratto la figlia porta la coppa di vino grande
come mezzo secchio e la offre al principe Ivan. Lui tenta di rifiutare, dice: «Non ce la farò mai a
berla tutta!». Il vecchio ordina di prenderla; prese la coppa e, con sua stessa sorpresa, la vuotò d’un
fiato!
Il vecchio, poi, lo portò a sgranchirsi un po’ le gambe; giunsero a una pietra di cinquecento pudy22. Il
vecchio dice: «Solleva questa pietra, principe Ivan!». Quello pensa tra sé: “Non posso riuscire a
sollevare una pietra tanto pesante! Comunque, proviamoci”. La sollevò e la lanciò senza sforzo: “Da
dove mi viene questa forza?” pensa di nuovo tra sé. “È senza dubbio il vecchio che me l’ha data col
vino”. Camminarono per un po’ e rientrarono a casa. Arrivano: il vecchio gridò alla sua seconda
figlia di portare un secchio di vino. Il principe Ivan prese senza timore la coppa di vino e la vuotò
d’un fiato. Di nuovo uscirono per sgranchirsi, giunsero a una pietra di mille pudy. Il vecchio dice al
principe Ivan: «Su, lanciami quella pietra!». Il principe Ivan subito afferrò la pietra e la lanciò, e
pensa tra sé: “Che forza ho in me!”.
Tornarono di nuovo a casa, e di nuovo il vecchio gridò alla sua figlia maggiore di portare una coppa
di vino da un secchio e mezzo. Il principe Ivan vuotò anche questa d’un fiato. Lui e il vecchio
uscirono per sgranchirsi. Il principe Ivan lanciò senza alcuno sforzo una pietra di mille e cinquecento
pudy. Allora il vecchio gli diede una tovaglia magica e dice: «Ebbene, principe Ivan, ormai sei
talmente robusto che un cavallo non riuscirebbe a portarti! Ordina di rifare le scale di casa, perché
sotto il tuo peso non potrebbero reggere; cambia anche le sedie e fa’ aumentare i supporti del
pavimento. Va’ con Dio!». Tutti si misero a ridere quando videro che il governatore tornava a casa a
piedi dalla caccia, portando il cavallo per la briglia. Arrivò a casa; fece aggiungere dei supporti
sotto il pavimento, rifare le sedie; mandò via le cuoche, le cameriere e iniziò a vivere da solo, come
un eremita. Ci si stupisce che non muoia di fame, dato che nessuno gli prepara da mangiare! Infatti è
la tovaglia magica a nutrirlo.
Non andava più a trovare nessuno, e poi, dove sarebbe potuto andare? Le case altrui non lo
avrebbero retto.
Lo zar, che nel frattempo era tornato dalla guerra, venne a sapere che il principe Ivan era
governatore, ordinò di destituirlo e lo rinominò palafreniere. Non ci fu niente da fare: il principe Ivan
ritornò a essere palafreniere. Un giorno, il capo-scuderia, dandogli degli ordini, lo colpì; il principe,
furioso, non fece in tempo ad afferrarlo che la testa di quello saltò via. La notizia arrivò fino allo zar.
Condussero il principe Ivan. «Perché hai picchiato il capo-scuderia?», chiese lo zar. «È stato lui a
colpirmi per primo; io non ho picchiato duro, ma ho colpito alla testa: e quella è saltata». Gli altri
palafrenieri confermarono che aveva cominciato il capo-scuderia e che il principe Ivan non lo aveva
colpito violentemente. Non fecero nulla al principe Ivan, ma comunque fu passato da palafreniere a
soldato; una volta di più fece buon viso a cattiva sorte.
Poco tempo dopo, arriva dallo zar un omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito, e
gli dà un messaggio con tre sigilli neri da parte dello zar delle Acque; c’era scritto che se lo zar, il tal
giorno, non avesse mandato, nella tal isola, sua figlia, la principessa Marfa, per farla sposare con il
figlio dello zar delle Acque, tutti gli abitanti del reame sarebbero stati massacrati e il reame messo a
fuoco; il marito della principessa sarebbe stato un drago a tre teste. Lo zar, dopo aver letto la lettera,
rispose allo zar delle Acque che acconsentiva a dare la figlia; congedò il vecchio e riunì senatori e
consiglieri perché meditassero su come salvare sua figlia dal drago a tre teste. Se non la invierà
nell’isola, il reame sarà distrutto dallo zar delle Acque. Fu lanciato un appello per trovare qualcuno
che si incaricasse di salvare dal drago la principessa Marfa. A costui lo zar la darà in moglie.
Venne trovato uno spaccone, prese una compagnia di soldati, condusse la principessa Marfa; la
condusse nell’isola, la lasciò in una capanna e lui rimase ad aspettare fuori il drago. Intanto, il
principe Ivan venne a sapere che avevano portato la principessa Marfa dallo zar delle Acque, si
preparò e andò nell’isola; giunse nella capanna, la principessa Marfa piange. «Non piangere,
principessa!» le disse. «Dio è misericordioso!» Poi si stese sulla panca, mise la testa sulle ginocchia
della principessa Marfa e si addormentò. Improvvisamente il drago uscì dai flutti e l’acqua debordò
di almeno tre arsiny23. Lo spaccone era lì con i soldati; quando l’acqua iniziò a salire, comandò loro:
«Via, sugli alberi!». I soldati si arrampicarono tutti sugli alberi. Il drago uscì e va dritto verso la
capanna. La principessa Marfa vide che il drago veniva verso di lei e svegliò il principe Ivan; lui
saltò su, tagliò d’un sol colpo le tre teste del drago e se ne andò. Lo spaccone riportò la principessa
Marfa a casa dal padre.
Poco tempo dopo, l’omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito esce di nuovo
dall’acqua e porta un messaggio con sei sigilli neri da parte dello zar delle Acque, affinché lo zar
conduca la figlia nella stessa isola a un drago a sei teste; se non avesse dato la principessa Marfa, lo
zar delle Acque minacciava di inondare tutto il reame. Lo zar rispose nuovamente che acconsentiva a
mandare la principessa Marfa. L’omino partì. Lo zar lanciò un appello, con manifesti ovunque: si
troverà qualcuno che salverà la principessa Marfa dal drago? Si presentò lo stesso spaccone della
volta precedente e dice: «Vostra Altezza Reale, me ne incarico io; datemi solo una compagnia di
soldati». «Non ne serviranno di più? Il drago, stavolta, ha sei teste».«Basteranno e avanzeranno».
Formata la truppa, la principessa Marfa venne condotta nell’isola; ma il principe Ivan venne a
sapere che la principessa Marfa era di nuovo in pericolo e la seguì laggiù, riconoscente per la bontà
che gli aveva dimostrato nel nominarlo governatore; ritrovò la principessa Marfa nella capanna, entra
da lei. Lei lo sta già aspettando; appena lo vide, si rallegrò. Quello si stese e si addormentò.
Improvvisamente il drago a sei teste uscì dai flutti; l’acqua debordò di sei arsiny. Lo spaccone e i
soldati erano già spariti sugli alberi. Il drago entrò nella capanna, la principessa Marfa svegliò il
principe Ivan; allora si affrontarono, si batterono, si batterono: il principe Ivan tagliò al drago una
testa, una seconda, una terza, tutte e sei, e le gettò nell’acqua; poi, come niente fosse, se ne andò. Lo
spaccone scese dall’albero con i soldati, rientrò nel reame e riferisce allo zar che con l’aiuto di Dio
ha salvato la principessa Marfa; quell’uomo, evidentemente, l’aveva in qualche modo terrorizzata:
lei non osò dire che non era stato lui a difenderla. Lo spaccone cominciò a insistere che si
celebrassero le nozze. La principessa Marfa ordina di aspettare. «Lasciatemi» dice «rimettere dalla
paura; ho avuto talmente paura!»
All’improvviso, lo stesso omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito esce di nuovo
dall’acqua e porta un messaggio con nove sigilli neri, affinché lo zar mandi immediatamente, il tal
giorno, nella tal isola, la principessa Marfa a un drago con nove teste, altrimenti tutto il reame sarà
inondato. Lo zar ancora una volta rispose che acconsentiva; e di persona iniziò a cercare l’uomo che
avrebbe salvato la principessa dal drago a nove teste. Il solito spaccone si offrì e partì con una
compagnia di soldati e la principessa Marfa.
Il principe Ivan, informato della cosa, si preparò e andò anche lui laggiù, dove la principessa Marfa
lo sta già aspettando. Arrivò; lei si rallegrò, si mise a fargli domande sulla sua origine, su chi fosse e
come si chiamasse. Quello non disse nulla, si stese e si addormentò. Ma ecco che il drago a nove
teste uscì dai flutti, l’acqua debordò di nove arsiny. Lo spaccone comandò nuovamente ai soldati:
«Via, sugli alberi!». Si arrampicarono. La principessa Marfa tenta invano di svegliare il principe
Ivan; il drago è già vicino alla soglia! Lei si mise a piangere a calde lacrime; non c’è verso di
svegliare il principe Ivan. Il drago è ormai vicinissimo e sta per afferrare il principe Ivan! Ma quello
continua a dormire. La principessa Marfa aveva con sé un temperino; lo strofinò sulla guancia del
principe Ivan. Lui si svegliò di soprassalto e iniziò con il drago un terribile corpo a corpo. Il drago
stava per avere la meglio sul principe Ivan. Apparve allora dal nulla l’uomo con le braccia di ferro,
la testa di ghisa e il corpo di rame, e afferrò il drago; in due, gli tagliarono tutte le teste, le gettarono
nell’acqua e se ne andarono. Lo spaccone non stava più in sé dalla gioia; scesero dagli alberi,
ritornarono nel loro reame ed egli chiedeva incessantemente allo zar che si celebrassero le nozze. La
principessa Marfa rifiutava: «Abbiate un po’ di pazienza, lasciatemi riprendere; ho avuto talmente
paura!».
L’omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito portò un altro messaggio. Lo zar delle
Acque vuole il colpevole. Lo spaccone non avrebbe voluto andare dallo zar delle Acque, ma non ci
fu niente da fare, ce lo spedirono. Fu armata una nave e tolta l’ancora (ma il principe Ivan, divenuto
nel frattempo marinaio, era imbarcato proprio là). Mentre navigano, d’improvviso un vascello viene
loro incontro, rapido come un rapace e al grido di: «A noi il colpevole! A noi il colpevole!», e passa
oltre. Un po’ più avanti, sopraggiunge un altro vascello sempre al grido di: «A noi il colpevole! A noi
il colpevole!». Il principe Ivan indicò lo spaccone; fu picchiato di santa ragione, finché non fu più
morto che vivo! Proseguirono.
Ecco che giungono dallo zar delle Acque. Lo zar delle Acque ordinò di arroventare una stufa di
ghisa o di ferro e di infilarci il colpevole. Lo spaccone fu preso dal terrore, il cuore gli salì in gola!
La morte lo aspetta al varco! Intanto, uno degli uomini dei vascelli sconosciuti era rimasto con il
principe Ivan; vide che il principe Ivan non era di bassa stirpe, e si mise al suo servizio. Il principe
Ivan gli disse: «Su, entra nella stufa». Quello ci saltò subito dentro; siccome era un diavoletto, non
gli successe nulla, ne venne fuori sano e salvo. Questa volta volevano il colpevole per portarlo allo
zar delle Acque in persona; gli venne condotto lo spaccone. Lo zar delle Acque lo coprì di insulti, lo
pestò e ordinò di cacciarlo. Tornarono a casa.
Giunto a casa, lo spaccone iniziò a vantarsi più che mai e dà il tormento allo zar perché le nozze
siano celebrate. Lo zar fece celebrare il fidanzamento; stabilirono la data del matrimonio. Lo
spaccone era al settimo cielo! Era irraggiungibile, inavvicinabile! Ma la principessa dice al padre:
«Padre, ordina di riunire tutti i soldati; ci tengo a vederli». Detto fatto. La principessa Marfa andò, li
passò in rivista e, arrivata di fronte al principe Ivan, guardò la guancia e vede la cicatrice del suo
temperino; prende il principe Ivan per la mano e lo conduce al padre: «Ecco, padre, chi mi ha salvato
dai draghi; non sapevo chi fosse, ma ora l’ho riconosciuto dalla cicatrice sulla guancia. L’altro, lo
spaccone, se ne stava sugli alberi con i soldati!». Vennero interrogati in proposito i soldati: stavano
davvero sugli alberi? Quelli risposero: «È vero, Vostra Altezza Reale! Il nostro capitano era più
morto che vivo, non vale niente!». Finalmente lo degradarono e lo spedirono in esilio; quanto al
principe Ivan, sposò la principessa Marfa e da allora vive felice e contento.

I tre reami: del rame, dell’argento e dell’oro (129)


In un certo reame, in terre lontane, c’era una volta uno zar di nome Bel Beljanin; aveva per moglie
Nastas’ja dai capelli d’oro e tre figli: i principi Pëtr, Vasilij e Ivan. Un giorno la zarina se ne andò a
passeggiare nel parco con le sue cameriere e le sue governanti. Improvvisamente si alzò un terribile
vortice, che, mio Dio!, prese la zarina e la portò via, non si sa dove. Lo zar era costernato, disperato,
non ci si può immaginare il suo stato. Crebbero i principi e quello dice loro: «Miei cari ragazzi! Chi
di voi partirà e vostra madre troverà?».
I due maggiori si equipaggiarono e si misero in cammino; dopo un po’, anche il minore chiese di
partire. «No» dice lo zar «tu, figliolo, non andare! Non mi lasciare, perché mi sto facendo
vecchio!»«Padre, lasciami partire! Voglio assolutamente girare il mondo e ritrovare nostra madre!»
Lo zar cercò di dissuaderlo, ma fu tutto inutile: «Va bene, parti: Dio ti protegga!».
Il principe Ivan sellò il suo bel cavallo e partì. Cavalcò, cavalcò, passarono ore o mesi, si fa prima
in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo; giunge in una foresta. In questa foresta sorge un
palazzo splendido. Il principe Ivan entrò nel vasto cortile, vide un vecchio e dice: «Salute,
nonnino!». «Sii il benvenuto! Chi sei, bravo giovane?»«Sono il principe Ivan, figlio dello zar Bel
Beljanin e della zarina Nastas’ja dai capelli d’oro».«Ah, mio caro nipote! Dove ti conduce il
Signore?»«Così e così» dice «voglio ritrovare mia madre. Tu non sai per caso, zietto, dov’è?»«Non
lo so, nipote mio. Ma ti aiuterò come meglio posso; eccoti una biglia, gettala davanti a te: rotolerà e
ti condurrà verso montagne alte e scoscese. In quelle montagne c’è una caverna, entraci, prendi delle
unghie di ferro, mettitele alle mani e ai piedi e scala le montagne; penso che lì potrai raggiungere tua
madre, Nastas’ja dai capelli d’oro».
Bene. Il principe Ivan si congedò dallo zio e fece rotolare la biglia davanti a sé; la biglia rotola,
rotola e lui dietro. Passano ore o mesi: vede i suoi fratelli Pëtr e Vasilij accampati in una pianura con
una numerosa armata. I fratelli lo accolsero: «Ma guarda! Qual buon vento ti ha portato qui, principe
Ivan?». «Per dire la verità» dice Ivan «mi annoiavo a palazzo e mi sono deciso a cercare nostra
madre. Mandate via l’armata e ripartiamo insieme». Così fecero; mandarono via l’armata e seguirono
tutti e tre la biglia. Videro, ancora da lontano, le montagne, così alte, scoscese che, Dio mio!, le loro
cime si perdevano tra le nuvole. La biglia rotolò dritta alla caverna; il principe Ivan scese da cavallo
e dice ai fratelli: «Eccovi, fratellini, il mio bel cavallo; io scalerò le montagne alla ricerca di nostra
madre, voi, invece, restate qui; aspettatemi tre mesi esatti, se per allora non sarò tornato, non mi
aspettate più!». I fratelli pensano: “Questi monti tentar di scalare è come volersi ammazzare!”.
«Bene» dicono «vai con Dio, noi ti aspetteremo qui».
Il principe Ivan si avvicinò alla caverna, vide una porta di ferro, la spinse violentemente: la porta si
aprì; vi entrò: le unghie di ferro si attaccarono da sole alle mani e ai piedi. Cominciò a scalare le
montagne, si arrampicò, si arrampicò, tutto un mese faticò e giunse con grande sforzo in cima.
«Grazie a Dio ci sono!», si dice. Dopo una breve sosta, si avviò tra le montagne; cammina cammina,
cammina cammina, c’è un palazzo di rame, al portone dei draghi orribili, legati con delle catene di
rame, e sono tanti! E accanto c’è un pozzo di rame, con un attingitoio di rame, fissato a una catenella
di rame. Il principe Ivan attinse dell’acqua con l’attingitoio e la diede da bere ai draghi; quelli
diventarono docili, si accucciarono e lo lasciarono entrare nel palazzo.
La zarina del reame del rame gli si precipita incontro: «Chi sei, bravo giovane?». «Sono il principe
Ivan».«Allora» chiede «sei venuto qui di tua volontà o per necessità, principe Ivan?»«Di mia
volontà; cerco mia madre, Nastas’ja dai capelli d’oro. Un certo Vortice l’ha portata via dal nostro
giardino. Non sapresti dirmi dov’è?»«No, non lo so; ma la mia seconda sorella abita qui vicino, è la
zarina del reame dell’argento; forse lei ti potrà dire qualcosa!» Gli diede una biglia di rame e un
anellino di rame. «Questa biglia» dice «ti condurrà dalla mia seconda sorella e questo anellino
racchiude tutto il reame del rame. Quando avrai vinto Vortice, che tiene prigioniera anche me e vola
qui ogni tre mesi, non ti dimenticare di me poveretta, rendimi la libertà e portami con te nel mondo
libero».«D’accordo», rispose il principe Ivan, prese e gettò la biglia di rame: la biglia rotolò e il
principe la seguì.
Giunge nel reame dell’argento e vede un palazzo più bello del precedente, tutto d’argento; al portone
ci sono degli orribili draghi, legati con delle catene d’argento, e accanto un pozzo con un attingitoio
d’argento. Il principe Ivan attinse dell’acqua, diede da bere ai draghi: quelli si accucciarono e lo
lasciarono entrare nel palazzo. Esce la zarina del reame dell’argento: «Sono ormai quasi tre anni»
dice «che il potente Vortice mi tiene qui; da allora non ho mai visto né sentito nessun russo, ed ecco
che un russo si mostra ai miei occhi. Chi sei, bravo giovane?» «Sono il principe Ivan». «Come sei
capitato qui, di tua volontà o per necessità?» «Di mia volontà: cerco mia madre; andò a passeggiare
nel verde giardino, fu rapita e portata chissà dove da Vortice, che si era scatenato. Non sapresti dirmi
dov’è?» «No, non lo so; ma la mia sorella maggiore abita qui vicino, è la zarina del reame dell’oro,
Elena la Bella; forse lei ti potrà dire qualcosa. Eccoti una biglia d’argento, falla rotolare davanti a te
e seguila; ti condurrà al reame dell’oro. Ma bada, quando avrai ucciso Vortice, non ti dimenticare di
me poveretta; rendimi la libertà e portami con te nel mondo libero; Vortice mi tiene prigioniera e vola
da me ogni due mesi». A questo punto gli diede un anellino d’argento: «Questo anellino racchiude
tutto il reame dell’argento!». Il principe Ivan fece rotolare la biglia: dove andava quella, andava lui.
Passarono ore o mesi: vide un palazzo d’oro che brillava; al portone c’è una moltitudine di draghi
orribili, legati con delle catene d’oro, e accanto un pozzo, con un attingitoio d’oro fissato a una
catenella d’oro. Il principe Ivan attinse con l’attingitoio dell’acqua e la diede da bere ai draghi;
quelli si accucciarono, diventarono docili. Il principe entra nel palazzo; lo accoglie Elena la Bella:
«Chi sei, bravo giovane?». «Sono il principe Ivan».«Come sei capitato qui, di tua volontà o per
necessità?»«Di mia volontà; cerco mia madre, Nastas’ja dai capelli d’oro. Non sapresti dirmi dove
trovarla?»«Certo che lo so! Abita non lontano di qui, e Vortice vola da lei una volta alla settimana,
mentre da me una volta al mese. Eccoti una biglia d’oro, falla rotolare davanti a te e seguila: ti
condurrà dove vuoi arrivare; ecco, prendi anche questo anellino d’oro che racchiude tutto intero il
reame dell’oro! Bada bene, principe: quando avrai vinto Vortice, non ti dimenticare di me poveretta,
portami con te nel mondo libero».«D’accordo» dice il principe «ti porterò con me!»
Il principe Ivan fece rotolare la biglia e la seguì: cammina cammina, arriva finalmente davanti a un
palazzo che, Signore Dio mio!, scintillava di mille diamanti e pietre preziose. All’entrata sibilano
dei draghi a sei teste; il principe Ivan diede loro da bere, i draghi diventarono docili e lo lasciarono
entrare nel palazzo. Il principe attraversa degli immensi saloni e in quello in fondo trova sua madre:
siede su di un alto trono, vestita con abiti regali e con sul capo una corona preziosa. Alla vista del
visitatore, esclamò: «Ah, mio Dio! Sei tu, figlio mio adorato? Come hai fatto ad arrivare fin qui?».
«Così e così» dice lui «sono venuto per portarti via».«Be’, figliolo, ti sarà difficile! Poiché qui sulle
montagne regna il potente e crudele Vortice, cui ogni spirito è sottomesso; è lui che mi ha rapita.
Dovrai combattere con lui! Scendiamo in fretta in cantina».
Scesero in cantina. Là ci sono due tinozze piene d’acqua: una a destra e l’altra a sinistra. La zarina
Nastas’ja dai capelli d’oro dice: «Bevi dell’acqua dalla tinozza di destra». Il principe Ivan lo fece.
«Allora, quanto sei forte?»«Così forte che potrei far girare il palazzo con una sola mano».«Su, bevi
ancora». Il principe lo fece. «E ora, quanto sei forte?»«Se solo lo volessi fare, ora potrei tutto il
mondo rivoltare».«Oh, è già sufficiente! Sposta un po’ le tinozze da un posto all’altro: metti quella di
destra a sinistra e quella di sinistra a destra». Il principe Ivan prese le tinozze e le cambiò di posto.
«Vedi, figlio gentile: l’acqua della prima tinozza dà forza, quella della seconda la toglie; colui che
berrà alla prima sarà un eroe potentissimo, mentre colui che berrà alla seconda non avrà più alcuna
forza. Vortice beve sempre l’acqua che dà vigore e la mette a destra; così bisogna imbrogliarlo,
altrimenti non c’è mezzo per batterlo!»
Ritornarono negli appartamenti. «Vortice non tarderà» dice la zarina al principe Ivan. «Nasconditi
sotto il mio mantello affinché non ti veda. Non appena Vortice arriverà e comincerà ad abbracciarmi
e a baciarmi, afferralo per la clava. Allora salirà molto in alto, ti porterà sopra mari e abissi, vedi di
non lasciare la clava a nessun costo. Vortice, sfinito, vorrà bere dell’acqua che dà vigore, scenderà in
cantina e si precipiterà verso la tinozza di destra; tu, invece, bevi da quella di sinistra. Allora non
avrà più alcuna forza, tu prendigli la spada e tagliagli la testa d’un sol colpo. Quando gli avrai
tagliato la testa, subito sentirai gridare dietro di te: “Colpisci ancora, colpisci ancora!”. Ma tu,
figliolo, non colpire, rispondi solamente: “La mano del prode non colpisce che una volta sola!”».
Il principe Ivan ebbe appena il tempo di nascondersi sotto il mantello, che all’improvviso il cielo si
oscurò e la terra iniziò a tremare; Vortice irruppe, si gettò a terra, si trasformò in un guerriero ed
entrò nel palazzo; nelle mani aveva una clava da guerra. «Puah, che schifo! Hai qualcosa che puzza di
russo. Oppure hai ricevuto visite?» La zarina risponde: «Non so da dove ti venga questa
impressione». Vortice si mise ad abbracciarla e a baciarla e il principe Ivan, allora, afferrò la clava.
«Ti divoro!», gli gridò Vortice. «Be’, non è certo: forse mi divorerai o forse no!» Vortice uscì dalla
finestra e via, nel cielo; volava e portava il principe Ivan, e sopra monti: «Vuoi» dice «che ti faccia a
pezzi?» e sopra mari: «Vuoi» tuona «che ti anneghi?». E invece no, il principe, aggrappato alla clava,
teneva duro.
Dopo aver sorvolato la terra intera, Vortice, sfinito, iniziò a ridiscendere; puntò direttamente alla
cantina, corse alla tinozza di destra e giù a bere l’acqua che dà debolezza, mentre il principe Ivan si
gettò a sinistra, bevve l’acqua che dà vigore e divenne l’eroe più potente del mondo. Vedendo Vortice
completamente privo di forze, gli strappò la sua spada tagliente e lo decapitò d’un sol colpo. Delle
voci dietro di lui si misero a gridare: «Colpisci ancora, colpisci ancora, altrimenti risusciterà».
«No» risponde il principe «la mano del prode non colpisce che una volta!» Poi accese un fuoco,
bruciò e il corpo e la testa e disperse le ceneri al vento. La madre del principe Ivan era al settimo
cielo! «Allora, figlio mio caro» dice «dobbiamo essere contenti, mangiamo e torniamo a casa in
fretta; mi annoio qui, in questo palazzo deserto».«E chi ci preparerà?»«Vedrai». Avevano appena
pensato di voler mangiare, che la tavola si apparecchiò da sola, cibi e bevande diversi apparivano
da soli; la zarina e il principe cenano, e una musica invisibile suona loro dei motivi squisiti. Si
saziarono, si dissetarono, si riposarono; dice il principe Ivan: «È ora di andare, mamma! I miei
fratelli ci aspettano ai piedi delle montagne. Senza contare che durante il cammino bisogna liberare
tre zarine, prigioniere di Vortice».
Presero tutto quello che serviva e si misero in cammino; passarono prima di tutto dalla zarina del
reame dell’oro, poi da quella del reame dell’argento e infine da quella del reame del rame; le
portarono con loro, dopo aver preso della tela e un po’ di tutto il resto, e non tardarono ad arrivare là
dove si dovevano lasciare le montagne. Il principe Ivan calò con la tela prima sua madre, poi Elena
la Bella e le sue due sorelle. I fratelli, che aspettano in basso, pensano: «Lasciamo il principe Ivan là
in alto, porteremo noi nostra madre e le zarine da nostro padre e gli diremo che le abbiamo trovate
noi». «Io mi prenderò Elena la Bella» dice il principe Pëtr «la zarina del reame dell’argento la
prenderai tu, Vasilij; quanto a quella del reame del rame, la faremo sposare magari a un generale».
Arrivato il turno del principe Ivan, i fratelli maggiori afferrarono la tela, la tirarono violentemente e
la strapparono. Il principe Ivan restò in cima. Che fare? Pianse lacrime amare e tornò indietro;
camminava, camminava, attraverso il reame del rame, quello dell’argento e quello dell’oro: non
un’anima viva! Arriva al reame dei brillanti: ancora nessuno. Cosa sarebbe diventato in quella
solitudine? Sarebbe morto di noia! Ma guarda! Sulla finestra c’è uno zufolo. Il principe lo prese.
«Suoniamo un po’» dice «per distrarmi». Alla prima nota, apparvero uno zoppo e un guercio: «Che
desideri, principe Ivan?». «Voglio mangiare». Subito apparve dal nulla una tavola apparecchiata, sul
tavolo vini e cibi di prima qualità. Il principe Ivan, dopo essersi rifocillato, pensa: “Ora un
sonnellino non ci starebbe male”. Soffiò nello zufolo, lo zoppo e il guercio apparvero: «Che
desideri, principe Ivan?». «Un buon letto». Aveva appena finito di parlare che già era comparso un
eccellente letto, con lenzuola e coperte.
Si mise a letto, dormì a sazietà e poi di nuovo soffiò nel suo zufolo. «Che desideri?», gli domandano
lo zoppo e il guercio. «Posso domandare qualsiasi cosa?», chiede il principe. «Qualsiasi cosa,
principe Ivan! Noi siamo agli ordini di chiunque suoni questo zufolo. Come prima abbiamo servito
Vortice, così ora siamo felici di servire te; solo, è necessario che tu conservi sempre lo zufolo con
te».«Bene» dice il principe Ivan «riportatemi immediatamente nel mio paese!» Non aveva ancora
finito di parlare che si ritrovò nel suo paese, proprio nel centro del mercato. Cammina per il mercato;
gli viene incontro un ciabattino, un buontempone! Il principe gli domanda: «Dove vai buon uomo?».
«A vendere scarpe, sono un ciabattino».«Prendimi con te come apprendista».«Sai fare scarpe da
donna?»«So fare tutto ciò che voglio; non solo scarpe, ma anche vestiti».«Allora vieni!»
Arrivarono a casa; il ciabattino dice: «Su, al lavoro! Ecco del materiale di prima qualità; vedremo
di cosa sei capace». Il principe Ivan se ne andò nella sua cameretta, tirò fuori lo zufolo, ci soffiò
dentro; apparvero lo zoppo e il guercio: «Che desideri, principe Ivan?». «Che per domani mattina
siano pronte delle scarpe».«Oh, questo è un lavoretto da niente, non un vero lavoro!»«Ecco il
materiale!»«E lo chiami materiale? Ma è una vera porcheria! Da buttare dalla finestra». Il giorno
dopo il principe si sveglia, sulla tavola ci sono delle scarpe bellissime, di prima qualità. Si alzò
anche il padrone: «Allora, caro, sono pronte queste scarpe?». «Pronte».«Fa’ un po’ vedere!» Gettò
un’occhiata alle scarpe ed esclamò: «Mi sono accaparrato un vero artista! Non un artista, un
portento!». Prese le scarpe e andò a venderle al mercato.
Intanto, dallo zar, si preparavano tre matrimoni: il principe Pëtr voleva sposare Elena la Bella, il
principe Vasilij la zarina del reame dell’argento e un generale quella del reame del rame. Per questo,
si stavano comprando dei corredi; si cercavano delle scarpe per Elena la Bella. Le scarpe del nostro
ciabattino risultarono le più belle di tutte: fu chiamato a palazzo. Elena la Bella, appena data
un’occhiata: «Che cosa sono?» dice. «Solo sulle montagne se ne fanno di simili». Le pagò a caro
prezzo e ordina: «Confezionami senza misura un altro paio di scarpe, cucite alla perfezione, ornate di
pietre preziose e coperte di diamanti. E che siano pronte per domani, altrimenti è la forca!».
Il ciabattino prese il denaro e le pietre preziose; torna a casa con la faccia scura. «Che disgrazia!»
dice. «Che fare ora? Come confezionare per domani delle scarpe simili e senza nemmeno la misura?
Domani sarò impiccato, non c’è dubbio! Approfitterò delle mie ultime ore per far festa con i miei
amici». Se ne andò all’osteria; di amici ne aveva molti, gli chiedono: «Perché quella faccia,
fratello?». «Ahimè, amici cari, domani sarò impiccato!»«E per quale delitto?» Il ciabattino confidò
loro la sua pena: «Non posso lavorare, non ci sto con la testa! È meglio fare baldoria per l’ultima
volta». Bevvero, bevvero, si diedero alla pazza gioia: il ciabattino non si reggeva già più in piedi.
«Allora» dice «mi porterò a casa un bariletto di vino e me ne andrò a letto. E domani, quando
verranno a cercarmi per impiccarmi, me ne scolerò mezzo secchio; che mi si impicchi in stato di
incoscienza». Arriva a casa. «Disgraziato» dice al principe Ivan «ecco come sono ridotto a causa
delle tue scarpe… così e cosà… domattina, quando verranno a prendermi, svegliami».
La notte, il principe Ivan tirò fuori il suo zufolo, ci soffiò dentro e lo zoppo e il guercio apparvero:
«Che desideri, principe Ivan?». «Che delle scarpe così siano pronte per domani».«Ai tuoi ordini!» Il
principe Ivan si mise a dormire; il mattino dopo si svegliò: le scarpe sul tavolo stavano, come la
brace brillavano. Va a svegliare il padrone: «Padrone, è ora di alzarsi». «Cosa? Sono già venuti a
cercarmi? Portami subito il bariletto di vino, ecco il gotto, versa; che mi impicchino ubriaco».«Ma le
scarpe sono pronte».«Come pronte? Dove sono?» Il padrone si precipitò, diede un’occhiata: «Ah! E
quando le abbiamo fatte?». «Questa notte; non ti ricordi, padrone, che le abbiamo tagliate e
cucite?»«Ho dormito talmente bene, fratello, che me ne ricordo appena!»
Prese le scarpe, le incartò e corre a palazzo. Elena la Bella vide le scarpe e indovinò: «Sono
sicuramente gli spiriti al servizio del principe Ivan». «Come te la sei cavata?», chiede al ciabattino.
«Ma io» dice quello «so fare tutto!»«In questo caso, fammi un vestito da sposa che sia ricamato in
oro, tempestato di diamanti e di pietre preziose. E che sia pronto domani, altrimenti perderai la tua
testa!» Il ciabattino se ne va di nuovo con la faccia scura, i suoi amici lo aspettano da un pezzo:
«Allora?». «Ah» dice «maledizione! Quella miscredente vuole per domani un vestito ricamato in oro
e ornato di pietre preziose. Come se fossi sarto! Domani mi taglieranno la testa, di certo».«Bah,
fratello, la notte porta consiglio: andiamo a fare baldoria».
Se ne andarono quindi a fare bisboccia all’osteria. Il ciabattino, nuovamente sbronzo, trascinò a casa
un intero bariletto di vino e dice al principe Ivan: «Allora, ragazzo, domani, quando mi avrai
svegliato, me ne scolerò un secchio; che mi taglino la testa da sbronzo! Perché non ce la farò mai a
confezionare un vestito simile». Il padrone andò a letto e iniziò a russare, il principe Ivan, intanto,
soffiò nel suo zufolo e apparvero lo zoppo e il guercio: «Che desideri, principe?». «Che sia pronto
per domani un vestito assolutamente identico a quello che Elena la Bella portava quando era da
Vortice».«Ai tuoi ordini! Sarà fatto». Il principe Ivan si svegliò all’alba: il vestito sul tavolo stava,
come la brace brillava, rischiarando tutta la camera. Sveglia il suo padrone; quello aprì gli occhi:
«Allora, mi vengono a cercare per tagliarmi la testa? Portami subito il vino!». «Ma il vestito è
pronto…»«No! E quando abbiamo avuto il tempo di farlo?»«Questa notte, davvero non ricordi? L’hai
tagliato tu stesso».«Ah, fratello, me ne ricordo vagamente, come se si fosse trattato di un sogno». Il
ciabattino prese il vestito e corre a palazzo.
Elena la Bella gli diede parecchio denaro e ordina: «Fai in modo che domattina all’alba ci sia nel
mare, a sette verste da qui, il reame dell’oro, unito al nostro palazzo con un ponte d’oro, che il ponte
sia tappezzato di fine velluto, con ai due lati, contro il parapetto, una fila di alberi meravigliosi, dove
cantino uccelli di razze diverse. Se tutto non sarà fatto per domani, ordinerò che ti squartino!». Il
ciabattino se ne tornò con la testa bassa. Lo incontrano gli amici: «Allora, fratello?». «Ah, sono
perduto, domani sarò squartato. Vuole da me delle cose che neanche un demone potrebbe
fare».«Finiscila! La notte porta consiglio; andiamo all’osteria».«Andiamo! Approfitterò delle mie
ultime ore per spassarmela».
Bevvero, bevvero; verso sera il ciabattino era tanto sbronzo che venne portato a casa a braccia.
«Addio, ragazzo mio!» dice al principe Ivan. «Domani sarò giustiziato».«Ancora un compito?»«Eh
già!» E raccontò. Poi si mise a letto e iniziò a russare; il principe Ivan andò subito in camera sua,
soffiò nel suo zufolo e apparvero lo zoppo e il guercio: «Che desideri, principe Ivan?». «Potreste
rendermi questo servigio…?»«Certo, principe Ivan, questo sì che è un bel compito! E sia, sarà fatto
per domattina». Il giorno dopo, all’alba, il principe Ivan si svegliò; guarda dalla finestra… cielo! Era
tutto fatto: il palazzo d’oro brillava come la brace. Sveglia il padrone; quello fece un salto: «Che
c’è? Vengono a cercarmi? Portami subito il vino! Che mi giustizino da sbronzo». «No, il palazzo è
pronto».«Che dici!» Il ciabattino guardò dalla finestra e lanciò un grido di sorpresa: «Come è stato
possibile?». «Non ti ricordi come l’abbiamo costruito?»«Ah, devo avere davvero dormito bene: me
ne ricordo appena!»
Corsero nel palazzo d’oro, che conteneva ricchezze mai viste né sentite. Il principe Ivan dice:
«Prendi questo piumino, padrone; va’, spolvera il parapetto del ponte, e a chiunque venga e ti chieda:
chi abita nel palazzo? non rispondere niente, mostra solamente questo bigliettino». Bene, il calzolaio
andò e cominciò a spolverare il parapetto. Elena la Bella, al suo risveglio, vide il palazzo d’oro e si
precipitò dallo zar: «Guardate, Vostra Altezza, che succede: hanno costruito un palazzo d’oro in
mezzo al mare e ci si arriva con un ponte di sette verste, che ha, ai due lati, degli alberi meravigliosi,
dove cantano uccelli di razze diverse».
Lo zar invia subito dei messaggeri a chiedere: «Cosa significa? Non è forse un prode che minaccia il
regno?». I messaggeri si avvicinano al ciabattino e presero a fargli un sacco di domande; quello dice:
«Non so niente, ma ho un bigliettino per il vostro zar». Nel bigliettino il principe Ivan spiegava al
padre tutto quello che era successo: come aveva liberato sua madre, trovato Elena la Bella e come i
suoi fratelli maggiori l’avevano ingannato. Insieme al bigliettino, il principe Ivan invia delle carrozze
d’oro e prega che vadano da lui lo zar e la zarina, Elena la Bella e le sue sorelle; quanto ai fratelli,
che fossero portati con dei semplici carretti.
Subito si formò il corteo e si mise in marcia; il principe Ivan li accolse con gioia. Lo zar voleva
condannare a morte per l’inganno i figli maggiori, ma il principe Ivan ottenne dal padre il loro
perdono. Fu allestita una festa magnifica; il principe Ivan sposò Elena la Bella, diede in sposa la
zarina del reame dell’argento al principe Pëtr, la zarina del reame del rame al principe Vasilij e
nominò generale il ciabattino. Alla festa sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei baffi è scivolato,
nella bocca non è arrivato.

Alba, Sera e Mezzanotte (140)


C’era una volta in un paese un re che aveva tre figlie di una bellezza indescrivibile. Il re le aveva
care più della luce dei suoi occhi, aveva fatto costruire un palazzo sotterraneo, dove le teneva chiuse
come degli uccellini in gabbia, al riparo dai forti venti e dal sole ardente. Ma le principesse lessero
un giorno in un libro dell’esistenza di un mondo meraviglioso e, quando il padre andò a trovarle, si
misero a supplicarlo, in lacrime: «Padre, sovrano, lasciaci vedere il mondo pieno di luce,
passeggiare nel giardino pieno di verde». Il re cercò di dissuaderle – macché! – non vogliono
nemmeno ascoltarlo; quanto più lui dice di no, tanto più loro gli danno il tormento. Non ci fu niente
da fare, il re dovette acconsentire alla loro insistente richiesta.
Le belle principesse uscirono in giardino a passeggiare, videro il solicello, e gli alberi, e i fiori, e si
rallegrarono infinitamente di essere finalmente libere; corrono per il giardino, sono al colmo della
gioia, ammirano ogni filo d’erba, quando improvvisamente un forte colpo di vento le afferrò e se le
portò via, lontano, chissà dove. Cameriere e governanti, sconvolte, corsero ad avvisare il re; il re
mandò subito i suoi fedeli servi ai quattro capi del mondo: colui che avesse trovato qualche traccia,
sarebbe stato generosamente ricompensato. I servi girarono, girarono, niente trovarono e così come
erano partiti tornarono. Il re convocò il gran consiglio e chiese ai suoi boiari chi di loro si sarebbe
incaricato di ritrovare le sue figlie. Colui che fosse riuscito, avrebbe sposato una tra loro, a sua
scelta, con una dote che lo avrebbe reso ricco per tutta la vita. Chiese una volta – i boiari tacciono,
una seconda – non rispondono, una terza – silenzio assoluto! Il re si mise a piangere a calde lacrime:
«Dunque non ho amici, non ho difensori!», e ordinò di far girare la sua proposta per tutto il regno,
nella speranza che un uomo del popolo si sarebbe fatto avanti.
A quel tempo viveva in un villaggio una povera vedova che aveva tre figli, tre prodi valorosi; erano
nati tutti la stessa notte: il maggiore la sera tardi, l’altro a mezzanotte e il più piccolo all’alba; di qui
i loro nomi: Sera, Mezzanotte e Alba. Appena giunse fino a loro l’appello del re, si fecero subito
benedire dalla loro madre, si prepararono per il viaggio e partirono per la capitale. Arrivarono
davanti al re, gli fecero un bell’inchino e dissero: «Lunga vita a te, sovrano! Siamo venuti qui non per
far festa, ma per servirti; permettici di andare alla ricerca delle tue principesse». «Buona fortuna,
bravi giovani! Come vi chiamate?» «Siamo tre fratelli: Alba, Sera e Mezzanotte». «Di cosa avete
bisogno per il viaggio?» «Non abbiamo bisogno di niente, Sire; prenditi solamente cura di nostra
madre, che è povera e anziana». Il re fece venire la vecchia, la sistemò a palazzo e ordinò che fosse
nutrita e dissetata coi cibi e le bevande della sua tavola, e che fosse vestita e calzata con la roba dei
suoi magazzini.
I tre prodi si misero in cammino; cavalcano un mese, due, tre, e arrivarono in una vasta piana
desertica. Oltre quella piana c’è una foresta selvaggia e in mezzo alla foresta un’izbà; bussarono a
una finestrella – nessuna risposta, entrarono, ma nell’izbà non c’era anima viva. «Allora, fratelli,
fermiamoci qui un momento, riposiamoci del viaggio». Si spogliarono, recitarono le loro preghiere e
si misero a dormire. Il mattino dopo, Alba, il più giovane, dice al fratello maggiore, Sera: «Noi due
andiamo a caccia, tu, invece, rimani a casa e preparaci da mangiare». Il fratello maggiore accettò;
vicino all’izbà c’era un ovile pieno di pecore; prese senza esitare il montone più grasso, lo sgozzò,
lo pulì e lo mise ad arrostire per il pranzo. Terminato il suo compito, si allungò su una panchetta a
riposare.
Improvvisamente si sentì un colpo, si sentì un tuono, la porta si aprì ed entrò un omino alto quanto un
barattolo e con la barba di un cubito, diede un’occhiata rabbiosa e si mise a gridare contro Sera:
«Come hai osato in casa mia far da padrone, come hai osato ammazzarmi un montone?». Sera
risponde: «Cresci un altro po’ prima, perché non ti si vede! Aspetta che prenda una cucchiaiata di
minestra e una mollica di pane, ti annegherò!». L’omino alto quanto un barattolo si arrabbiò ancora di
più: «Poca mole, gran valore!». Afferrò un tozzo di pane e giù a darlo sulla testa dell’altro; lo batté
per benino, lo lasciò mezzo morto e lo buttò sotto la panca; poi divorò il montone arrosto e
scomparve nella foresta. Sera si fasciò la testa, si stese e gemeva. Tornarono i fratelli; chiedono:
«Che t’è successo?». «Ah, fratellini, avevo acceso il forno e il gran caldo mi ha fatto venire il mal di
testa: sono stato rimbambito tutto il giorno e non ho potuto cucinare niente!»
Il giorno dopo, Alba e Sera andarono a caccia e lasciarono a casa Mezzanotte perché preparasse il
pranzo. Mezzanotte accese il fuoco, scelse il montone più grasso, lo sgozzò e lo mise in forno;
terminato il suo compito, si allungò sulla panca. Improvvisamente si sentì un colpo, si sentì un tuono,
entrò l’omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito e giù a batterlo, a picchiarlo; poco
mancava che non lo facesse fuori! Divorò il montone arrosto e scomparve nella foresta. Mezzanotte
si annodò un fazzoletto intorno alla testa, si stese sotto la panca e gemeva. Tornarono i fratelli: «Che
hai?», chiede Alba. «Sono mezzo asfissiato, fratellini! Mi scoppia la testa e non vi ho preparato il
pranzo».
Il terzo giorno, i due fratelli maggiori andarono a caccia e Alba restò a casa; scelse il miglior
montone, lo sgozzò, lo pulì e lo mise ad arrostire. Terminato il suo compito, si allungò sulla
panchetta. Improvvisamente si sentì un colpo, si sentì un tuono, l’omino alto quanto un barattolo e con
la barba di un cubito entra nel cortile, sulla testa porta un intero covone di fieno e in mano un’enorme
bacinella d’acqua; posò a terra la bacinella con l’acqua, sparse il fieno per il cortile e cominciò a
contare le pecore. Vede che manca ancora un montone, si arrabbiò, si precipitò nell’izbà, assalì Alba
e lo picchiò violentemente sulla testa. Alba saltò su, afferrò l’omino per la lunga barba e giù a
trascinare lo sventurato per ogni angolo; lo trascina e ripete: «Non tentare il guado senza saper
quanta acqua tenga!».
Lo supplicava l’omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito: «Pietà, prode
valorosissimo! Non uccidermi, lasciami in pace». Alba lo trascinò nel cortile, lo portò fino a un palo
di quercia, e a quel palo lo attaccò per la barba con un grosso cuneo di ferro; poi rientrò nell’izbà, si
mette a sedere e aspetta i fratelli. Tornarono i fratelli dalla caccia e si stupiscono di trovarlo sano e
salvo. Alba si mette a ridere e dice: «Venite un po’, fratellini, il vostro vapore ho acchiappato e a un
palo l’ho attaccato». Escono in cortile, guardano: l’omino alto quanto un barattolo era corso via da
un pezzo, lasciando, però, metà della sua barba attaccata al palo; là dove era corso c’era una linea di
sangue.
I fratelli la seguirono fino a una profonda voragine. Alba andò nel bosco, staccò delle strisce di
tiglio, ne fece una corda e ordinò che lo calassero sottoterra. Sera e Mezzanotte lo calarono
sottoterra. Si ritrovò all’altro mondo, si staccò dalla corda e si incamminò senza una meta. Cammina
cammina, c’è un palazzo di rame; vi entra e lo accoglie la più giovane delle principesse, più bella di
un fiore vermiglio, più bianca di un candido giglio, che gli chiede gentilmente: «Come sei arrivato
qui, bravo giovane, di tua volontà o per necessità?». «Tuo padre ci ha mandati a cercare voi
principesse». Lei lo fece subito sedere a tavola, gli servì da mangiare e da bere e gli diede una
fialetta di acqua che dà vigore: «Bevi quest’acqua, le tue forze saranno decuplicate». Alba vuotò la
fialetta e subito sentì di avere una forza prodigiosa. “Ora” pensa “potrei battere chiunque!”
In quel momento si alzò un vento terribile, la principessa si spaventò: «È il mio drago» dice «che
torna!», prese Alba per la mano e lo nascose in un’altra stanza. Arrivò un drago a tre teste, si gettò
sull’umida terra, si tramutò in un guerriero e si mise a gridare: «Ah, sento odore di russo… chi c’è da
te?». «Chi vuoi che ci sia? Hai sorvolato la Russia, hai annusato l’odore della gente: ecco da dove ti
viene questa impressione». Il drago reclamò da mangiare e da bere; la principessa gli portò ogni
sorta di cibo e di bevande, ma nelle bevande aveva messo del sonnifero. Il drago mangiò e bevve a
sazietà, fu preso dal sonno; ordinò alla principessa di cercargli in testa, le mise la testa sulle
ginocchia e si addormentò profondamente. La principessa chiamò Alba; quello uscì fuori, sfoderò la
sua spada e tagliò le tre teste del drago; poi fece un rogo, bruciò la bestia impura e disperse le sue
ceneri attraverso la campagna.
«Addio, principessa! Vado alla ricerca delle tue sorelle, ma quando le avrò ritrovate tornerò a
prenderti», disse Alba e si mise in cammino; cammina cammina, vede un palazzo d’argento, e in quel
palazzo abitava la seconda principessa. Alba uccise un drago a sei teste e seguitò il suo cammino.
Passarono ore o mesi, giunse a un palazzo d’oro, e in quel palazzo abitava la principessa più grande;
uccise un drago a dodici teste e la liberò dalla prigionia. Felice, la principessa si apprestava a
rientrare in casa, uscì nel vasto cortile, agitò un fazzolettino scarlatto… e il reame dell’oro si
rimpicciolì fino a diventare un uovo; prese l’uovo, lo mise in tasca e partì con Alba il prode, per
andare a prendere le sorelle. Queste fecero come lei: trasformarono i loro reami in uova, le presero
con sé e si diressero alla voragine. Sera e Mezzanotte fecero risalire il fratello e le tre principesse
alla luce del giorno. Tornano tutti insieme nel loro paese; le principesse fecero rotolare attraverso la
campagna le loro uova e subito apparvero tre reami: del rame, dell’argento e dell’oro. Non si può
raccontare quanto si rallegrò il re; diede immediatamente le figlie in spose ad Alba, Sera e
Mezzanotte e nominò Alba suo erede.

Šabarša (151)
Volete sentire una storia divertente? Una storia bellissima, piena di meraviglie meravigliose, di
prodigi prodigiosi, in cui il bracciante Šabarša si rivela il più imbroglione tra gli imbroglioni:
quando è in ballo, stavolta bisogna dire, gli altri devono ballare! Andò Šabarša a lavorare come
bracciante, ma fu un anno di carestia: né grano, né verdure erano spuntati. Il padrone pensava,
pensava a una cosa importante: come far fronte alla sventura, come sopravvivere, dove prendere i
soldi? «Ehi, non ti fare cattivo sangue, padrone!» gli dice Šabarša. «Finché c’è vita c’è speranza:
troveremo i soldi!» E si avviò Šabarša alla diga del mulino. “Speriamo” pensa “di prendere del
pesce; lo venderò ed ecco qui i soldi! Già, ma non ho una lenza per la canna… Aspetta, me ne
fabbricherò una.” Elemosinò un pugno di stoppa al mugnaio, si sedette sull’argine e si sforzò di fare
una lenza.
Lavorava, lavorava, quando un bambinetto con una giacchetta nera e un berretto rosso dall’acqua
saltò sulla riva. «Zietto! Che fai?», domandò. «Ma una lenza».«Per che farci?»«Voglio pulire lo
stagno e cacciare via voi diavoli».«Eh no! Aspetta un momento; vado a dirlo al nonno». Il diavoletto
si tuffò e Šabarša riprese il suo lavoro. “Aspettate” pensa “vi farò un bello scherzo, maledetti, mi
porterete oro e argento.” Dopodiché iniziò a scavare una fossa, la fece e ci mise sopra il suo
cappello con un foro nel fondo. «Šabarša, ehi, Šabarša! Il nonno dice che ci dobbiamo mettere
d’accordo. Cosa vuoi per non tirarci fuori dall’acqua?»«Allora, dovete solo riempire d’oro e
d’argento questo cappello».
Il diavoletto si tuffò; tornò in superficie: «Il nonno dice che prima io e te dobbiamo lottare». «Oh, e
hai il coraggio di sfidarmi, pivellino? Ma se non potresti spuntarla neanche col mio fratello mediano
Miška!»«Dove sta il tuo Miška?»«Eccolo, guarda, riposa in quella cavità sotto il cespuglio».«E
come si fa a smuoverlo?»«Vai e dagli un colpetto su un fianco; vedrai che si alzerà da solo». Il
diavoletto scese nella cavità, trovò un orso e gli diede un colpo di bastone su un fianco. Si alzò
Miška sulle zampe di dietro, afferrò il diavoletto tanto forte da stritolargli le ossa. A stento scappò
dalle zampe dell’orso e corse dal re delle acque. «Oh, nonno» dice spaventato «Šabarša ha un
fratello mediano di nome Miška; ci siamo azzuffati: perfino gli ossetti hanno scricchiolato! Che
sarebbe successo se avessi lottato proprio con Šabarša?»«Umm! Va’, cerca di vincere Šabarša nella
corsa: fate a chi supera l’altro».
Ed ecco il bambinetto col berretto rosso nuovamente da Šabarša; gli ripeté le parole del nonno, al
che l’altro rispose: «Ma sei matto a sfidarmi nella corsa? Il mio giovane fratello Leprotto, perfino lui
ti lascerà un pezzo indietro!». «Dove sta tuo fratello Leprotto?»«Eccolo, se ne sta tra l’erbetta, vuole
riposare. Avvicinati e toccagli un orecchio: correrà con te!» Corse il diavoletto da Leprotto, gli toccò
l’orecchio; la lepre subito filò via e il diavoletto dietro! «Aspetta, aspetta Leprotto, lascia che ti
acchiappi… Oh, è già scomparso!»«Ebbene, nonno» dice al vecchio demone delle acque «ho corso
più veloce che ho potuto. Niente da fare! Non c’è stato verso di raggiungerlo, e non era nemmeno
Šabarša, ma il suo fratello più giovane!»«Umm!» borbottò il vecchio, aggrottando le sopracciglia.
«Vai da Šabarša e fate a gara: chi fischierà più forte?»
«Šabarša, ehi, Šabarša! Il nonno vuole che proviamo chi di noi fischierà più forte».«Va bene, fischia
prima tu». Fischiò il diavoletto, e così forte che Šabarša a stento si resse in piedi e gli alberi persero
le foglie. «Te la cavi bene» dice Šabarša«ma non vali quanto me! Quando io fischierò non ti reggerai
in piedi e ti scoppieranno le orecchie… Stenditi a pancia sotto e tappati le orecchie con le dita». Il
diavoletto si stese a pancia sotto con le dita nelle orecchie; Šabarša prese un bastone e di slancio gli
dà un colpo sulla testa, e intanto fiù, fiù, fiù… fischia. «Ah, nonno, nonno! Ha fischiato Šabarša
talmente forte, che a momenti mi uscivano gli occhi dalle orbite; mi sono alzato a malapena da terra,
mi sembrava che gli ossetti della testa e della schiena si fossero frantumati!»«Oh, come sei
deboluccio, demonietto mio! Vai a prendere tra le canne il mio bastone di ferro e provate chi di voi
lo lancerà più in alto!»
Prese il diavoletto il bastone, se lo caricò in spalla e tornò da Šabarša. «Allora, Šabarša, il nonno
vuole che facciamo a gara un’ultima volta per sapere chi lancerà più in alto questo bastone».«Va
bene, lancia prima tu, che io veda». Lanciò il diavoletto il bastone: quello volò in alto in alto, tanto
da sembrare solo un punto nero nel cielo! Ci volle parecchio tempo prima che ricadesse… Raccolse
Šabarša il bastone… che peso! Se lo poggiò sulla punta del piede, ci appoggiò la mano sopra e iniziò
a fissare il cielo. «Perché non lo lanci? Cosa aspetti?», chiede il diavoletto. «Aspetto che quella
nuvoletta si avvicini, ci lancerò il bastone; mio fratello, che è fabbro, abita là e ha bisogno di ferro
per il suo lavoro».«Eh no, Šabarša! Non lanciare il bastone sulla nuvola, altrimenti il nonno si
arrabbierà!» Afferrò il demonietto il bastone e si tuffò dal nonno.
Il vecchio, quando seppe dal nipote che Šabarša stava per privarlo del suo bastone, si spaventò per
davvero e fece attingere i soldi dal gorgo per pagare il tributo. Il diavoletto attingeva, attingeva soldi,
già ne aveva trasportati molti, ma il cappello non era mai pieno! «Ma nonno, Šabarša ha un cappello
talmente strano! Ci ho versato dentro tutti i soldi, ma resta sempre vuoto. Non ci rimane che il tuo
ultimo bauletto».«Porta anche quello, svelto! Sta sempre fabbricando la lenza?»«Sì, nonno!»«Che
disgrazia!» Pazienza, il diavoletto intaccò il bauletto segreto del nonno e iniziò a versare soldi nel
cappello di Šabarša, versava, versava… finalmente, eccolo riempito! Da allora il bracciante ha
cominciato a vivere alla grande; mi hanno invitato da lui a bere.

Mar’ja Marina (159)


In un certo reame, in terre lontane, viveva una volta il principe Ivan; aveva tre sorelle: la
principessa Mar’ja, la principessa Ol’ga e la principessa Anna. Il padre e la madre erano morti;
morendo avevano detto al figlio: «Fai sposare le tue sorelle al primo che te le chiederà in moglie,
non le tenere troppo a lungo con te!». Il principe sotterrò i genitori e, con la morte nel cuore, se ne
andò in giardino con le sorelle a passeggiare. Improvvisamente, una nuvola nera copre il cielo e si
scatena una tempesta terribile. «Rientriamo a casa, sorelline!», dice il principe Ivan. Erano appena
rientrati a palazzo che un tuono echeggiò, il soffitto si squarciò e volò dentro la sala un falco lucente,
si gettò il falco sul pavimento, si trasformò in un bel giovane e dice: «Salve, principe Ivan! Prima
venivo da amico, ma ora sono venuto da pretendente; voglio sposare tua sorella, la principessa
Mar’ja». «Se le piaci, non mi oppongo: che vada con Dio!» La principessa Mar’ja accettò; il falco la
sposò e la portò via nel suo reame.
I giorni passano, le ore battono una dopo l’altra, un anno passò senza che nessuno se ne accorgesse;
il principe Ivan, accompagnato dalle sue due sorelle, andò a passeggiare in giardino. Di nuovo arrivò
una nube portata da un vortice, ci furono dei lampi. «Rientriamo a casa, sorelline!», dice il principe.
Erano appena rientrati a palazzo che un tuono echeggiò, il tetto si aprì, il soffitto si squarciò,
un’aquila entrò; si gettò sul pavimento e si tramutò in un bel giovane: «Salve, principe Ivan! Prima
venivo da amico, ma ora sono venuto da pretendente». E chiese la mano della principessa Ol’ga. Il
principe Ivan risponde: «Se le piaci, che ti sposi; non mi opporrò al suo volere». La principessa
Ol’ga acconsentì e sposò l’aquila; l’aquila la sollevò e la portò via nel suo reame.
Passò un altro anno; il principe Ivan dice alla sorella minore: «Andiamo a fare una passeggiata in
giardino!». Passeggiarono un po’; di nuovo arrivò una nube portata da un turbine, ci furono dei lampi.
«Rientriamo a casa, sorellina!» Tornarono a casa, fecero appena in tempo a sedersi che un tuono
echeggiò, il soffitto si squarciò e volò dentro un corvo; si gettò sul pavimento e si tramutò in un bel
giovane: i precedenti erano belli, ma questo anche di più. «Allora, principe Ivan, prima venivo da
amico, ma ora sono venuto da pretendente; dammi la principessa Anna».«Non mi opporrò al suo
volere; se le piaci, che ti sposi». La principessa Anna sposò il corvo e quello la portò via nel suo
reame.
Il principe Ivan rimase solo; visse senza le sorelle un anno intero e finì con l’annoiarsi. «Andrò»
dice «alla ricerca delle mie sorelle». Si mise in marcia; cammina cammina, vede in un campo di
battaglia un’armata distrutta. Il principe Ivan chiede: «Se qualcuno è sopravvissuto, mi risponda! Chi
ha massacrato questa enorme armata?». Una voce rispose: «Ha massacrato questa enorme armata
Mar’ja Marina, la bella regina». Il principe Ivan seguitò a camminare, giunse a un campo di tende
bianche, dove lo accolse Mar’ja Marina, la bella regina: «Salve, principe, qual buon vento ti porta?
Vieni di tua volontà o per necessità?». Il principe Ivan le rispose: «I prodi guerrieri non viaggiano
mai per necessità!». «Allora, se non hai fretta, soggiorna al mio campo». Il principe Ivan, felice,
passò due notti sotto la tenda, fece innamorare Mar’ja Marina e la sposò.
Mar’ja Marina, la bella regina, lo condusse con sé nel suo reame; vissero insieme per un po’, e alla
regina venne di nuovo voglia di fare la guerra; affida la guida del paese al principe Ivan e gli
raccomanda: «Va’ ovunque, sorveglia tutto; ma non ti venga in mente di guardare in questo
ripostiglio!». Appena partita la moglie, il principe non poté trattenersi, si precipitò subito al
ripostiglio, aprì la porta, guardò dentro e vide Koščej l’Immortale appeso al muro, legato con dodici
catene. Chiede Koščej al principe Ivan: «Dammi da bere, per pietà! Sono dieci anni che sopporto
questo supplizio, senza mangiare né bere, ho la gola secca!». Il principe gli diede un intero secchio
d’acqua; quello lo vuotò e chiese ancora: «Un secchio non è sufficiente a placare la mia sete,
dammene ancora!». Il principe gli diede un altro secchio; Koščej lo vuotò e ne chiese un terzo;
quando ebbe vuotato il terzo secchio, ritrovò tutte le sue forze, tirò le catene e le ruppe tutte e dodici
d’un sol colpo. «Grazie, principe Ivan!» disse Koščej l’Immortale. «Ora non rivedrai mai più la tua
Mar’ja Marina come non ti vedi le orecchie!», e volò via in un terribile turbine dalla finestra,
raggiunse per la strada Mar’ja Marina, la bella regina, la afferrò e se la portò via. Il principe Ivan
pianse lacrime amare, poi si equipaggiò e si mise in cammino: «Succeda quel che succeda, ritroverò
Mar’ja Marina!».
Cammina un giorno, due, e all’alba del terzo vede un palazzo magnifico, accanto al palazzo c’è una
quercia, sulla quercia sta un falco lucente. Il falco volò giù dalla quercia, si gettò a terra, si tramutò
in un bel giovane ed esclamò: «Ah, mio caro cognato! Come stai?». Corse fuori la principessa
Mar’ja, fece festa al principe Ivan, della sua salute gli domandò, della propria vita gli raccontò. Il
principe passò da loro tre giorni e dice: «Non mi posso trattenere di più; vado alla ricerca di mia
moglie, Mar’ja Marina, la bella regina». «Ti sarà difficile trovarla» risponde il falco. «A ogni modo,
lasciaci il tuo cucchiaio d’argento: lo guarderemo e ci ricorderemo di te». Il principe Ivan lasciò il
suo cucchiaio d’argento al falco e riprese il suo cammino.
Camminò un giorno, due, e all’alba del terzo vede un palazzo ancora più bello del primo, accanto al
palazzo c’è una quercia, sulla quercia sta un’aquila. L’aquila volò giù dall’albero, si gettò a terra, si
tramutò in un bel giovane ed esclamò: «Alzati, principessa Ol’ga! Il nostro caro fratellino è qui». La
principessa Ol’ga arrivò subito di corsa, lo baciò, lo abbracciò, della sua salute gli domandò, della
propria vita gli raccontò. Il principe Ivan passò da loro tre giorni e dice: «Non mi posso trattenere di
più; vado alla ricerca di mia moglie, Mar’ja Marina, la bella regina». L’aquila risponde: «Ti sarà
difficile trovarla; lasciaci la tua forchetta d’argento: la guarderemo e ci ricorderemo di te». Lasciò la
sua forchetta d’argento e riprese il suo cammino.
Camminò un giorno, due, e all’alba del terzo vede un palazzo più bello degli altri due, accanto al
palazzo c’è una quercia, sulla quercia sta un corvo. Il corvo volò giù dalla quercia, si gettò a terra, si
cambiò in un bel giovane ed esclamò: «Principessa Anna! Vieni in fretta, il nostro fratellino è qui!».
La principessa Anna corse fuori, gli fece festa, lo baciò, lo abbracciò, della sua salute gli domandò,
della propria vita gli raccontò. Il principe Ivan passò da loro tre giorni e dice: «Addio! Parto alla
ricerca di mia moglie, Mar’ja Marina, la bella regina». Il corvo risponde: «Ti sarà difficile trovarla;
lasciaci un po’ la tua tabacchiera d’argento: la guarderemo e ci ricorderemo di te». Il principe gli
diede la sua tabacchiera d’argento, si accomiatò e riprese il suo cammino.
Camminò un giorno, due, e all’alba del terzo raggiunse Mar’ja Marina. Lei vide il suo amato, gli si
gettò al collo, scoppiò in lacrime e gli disse: «Ah, principe Ivan! Perché non mi hai dato ascolto?
Perché hai guardato nel ripostiglio e hai liberato Koščej l’Immortale?». «Perdonami, Mar’ja Marina!
Dimentica il passato, mettiamoci in salvo prima che torni Koščej l’Immortale; forse non ci
raggiungerà!» Dopodiché fuggirono. Intanto Koščej era a caccia; verso sera, mentre tornava a casa, il
suo buon cavallo si mise a vacillare. «Perché vacilli, rozza insaziabile? Hai forse dei brutti
presentimenti?» Il cavallo risponde: «È venuto il principe Ivan e ha portato via Mar’ja Marina». «Ce
la faremo a riprenderli?»«Potremmo seminare del grano, aspettare che maturasse, mieterlo,
trebbiarlo, macinarlo, cuocere cinque pagnotte di pane, mangiarle tutte e poi corrergli dietro: il
tempo ci basterebbe!» Koščej galoppò, raggiunse il principe Ivan: «Be’» dice «per questa volta ti
perdono, perché sei stato tanto buono da darmi da bere; ti perdonerò anche una seconda volta, ma
alla terza stai attento, perché ti farò a pezzettini!». Gli tolse Mar’ja Marina e la portò via; il principe
Ivan si sedette su una pietra e si mise a piangere.
Dopo aver pianto tutte le lacrime che aveva, tornò di nuovo indietro a prendere Mar’ja Marina;
Koščej l’Immortale non era in casa. «Andiamo, Mar’ja Marina!»«Ah, principe Ivan! Ci
riprenderà».«Pazienza, avremo la consolazione di aver passato qualche oretta insieme». Dopodiché
fuggirono. Mentre Koščej l’Immortale rientrava, il suo cavallo si mise a vacillare: «Perché vacilli,
rozza insaziabile? Hai forse dei brutti presentimenti?». «Il principe Ivan è venuto e ha portato con sé
Mar’ja Marina».«Potremo riprenderli?»«Potremmo seminare dell’orzo, aspettare che maturasse,
mieterlo e trebbiarlo, farne della birra, berne fino a ubriacarci, dormire per farci passare la sbronza
e poi corrergli dietro: il tempo ci basterebbe!» Koščej galoppò, raggiunse il principe Ivan: «Te
l’avevo detto che non avresti mai più rivisto Mar’ja Marina come non ti vedi le orecchie!». Gliela
tolse e la riportò da lui.
Restò solo il principe Ivan, pianse tutte le lacrime che aveva e di nuovo tornò a prendere Mar’ja
Marina; in quel momento Koščej non era in casa. «Andiamo, Mar’ja Marina!»«Ah, principe Ivan! Ci
riprenderà e ti farà a pezzettini».«Pazienza! Non posso vivere senza di te». Dopodiché fuggirono.
Mentre Koščej l’Immortale tornava a casa, il suo cavallo si mise a vacillare. «Perché vacilli? Hai
forse dei brutti presentimenti?»«Il principe Ivan è venuto e ha portato con sé Mar’ja Marina». Koščej
galoppò, raggiunse il principe Ivan, lo fece a pezzettini e li chiuse in un barile catramato; prese il
barile, lo cerchiò con del ferro e lo gettò nel mare blu, poi riportò da lui Mar’ja Marina.
In quello stesso istante, l’argento dai cognati del principe Ivan diventò nero. «Ah» si dicono «è
segno di sventura!» L’aquila si lanciò nel mare blu, ripescò il barile e lo portò a riva, il falco volò in
cerca dell’acqua della vita, mentre il corvo di quella della morte. Si ritrovarono tutti e tre in uno
stesso posto, aprirono il barile, tirarono fuori i resti del principe Ivan, li lavarono e li misero uno
accanto all’altro. Il corvo spruzzò l’acqua della morte: il corpo si unì, si ricompose; il falco spruzzò
l’acqua della vita: il principe Ivan sussultò, si alzò e dice: «Oh, quanto tempo ho dormito!». «Senza
di noi avresti dormito molto più a lungo!» risposero i cognati. «Vieni a stare un po’ di tempo da
noi».«No, fratelli! Vado a cercare Mar’ja Marina».
Arriva da lei e dice: «Scopri da Koščej l’Immortale dove si è trovato un cavallo tanto veloce».
Mar’ja Marina approfittò di un momento favorevole e cominciò a interrogare Koščej. Koščej disse:
«In un paese lontano, in un reame ai confini del mondo, oltre un fiume di fuoco, abita la baba-jaga; ha
una giumenta con cui ogni giorno vola intorno alla terra. Ha molte altre eccellenti giumente;
guardiano da lei per tre giorni sono stato, neanche una giumenta ho perduto e per questo la baba-jaga
mi ha regalato un puledrino». «E come sei riuscito ad attraversare il fiume di fuoco?»«Ho un
fazzoletto che, se agitato tre volte a destra, fa apparire un ponte altissimo, irraggiungibile per il
fuoco!» Mar’ja Marina ascoltò con attenzione, ripeté tutto al principe Ivan, prese il fazzoletto e glielo
diede.
Il principe Ivan superò il fiume di fuoco e si diresse dalla baba-jaga. Camminò a lungo senza
mangiare né bere. Incontrò un uccello d’oltremare con i suoi piccoli. Il principe Ivan dice: «Mi
mangerò un uccelletto». «No, principe Ivan!» supplica l’uccello d’oltremare. «Tra non molto ti sarò
utile». Andò avanti; vede nel bosco un alveare di api. «Almeno» dice «mi mangerò un po’ di miele».
L’ape regina risponde: «Non toccare il mio miele, principe Ivan! Tra non molto ti sarò utile». Non lo
toccò e andò avanti; incontra una leonessa con un leoncino. «Mi mangerò almeno questo leoncino; ho
una tale fame che mi fa male lo stomaco!»«Non farlo, principe Ivan!» supplica la leonessa. «Tra non
molto ti sarò utile».«Bene, farò come dici tu!»
Ripartì, affamato; cammina cammina, ecco la casa della baba-jaga, intorno alla casa dodici pali,
undici pali con in cima una testa umana e solo uno libero. «Buongiorno, nonna!»«Buongiorno,
principe Ivan! Come sei venuto: di tua volontà o per necessità?»«Vorrei guadagnarmi uno dei tuoi
splendidi destrieri».«Bene, principe! Da me non c’è bisogno di lavorare per un anno, ma in tutto tre
giorni; se avrai fatto una buona guardia alle mie giumente, ti darò uno splendido destriero, se no, non
ti dispiaccia, la tua testa finirà sull’ultimo palo». Il principe Ivan accettò; la baba-jaga gli diede da
mangiare, da bere e gli disse di mettersi al lavoro. Appena condotte le giumente al pascolo, quelle
alzarono la coda e si dispersero per i prati; il principe non fece in tempo a dare un’occhiata che
erano già sparite. Allora si mise a piangere dalla disperazione, sedette su una pietra e si addormentò.
Il solicello stava calando quando arrivò in volo l’uccello d’oltremare e lo svegliò: «In piedi,
principe Ivan! Le giumente sono rientrate». Il principe si alzò, tornò a casa; la baba-jaga, furiosa,
grida alle sue bestie: «Perché siete tornate a casa?». «E come non farlo? Gli uccelli del mondo intero
ci hanno attaccate, per poco non ci cavavano gli occhi».«Va bene, domani, invece di sparpagliarvi
per i prati, disperdetevi nei fitti boschi».
Il principe Ivan dormì sonni tranquilli; al mattino, la baba-jaga gli dice: «Stai attento, principe, se
non fai bene la guardia alle mie giumente, se ne perdi anche solo una, la tua testolina matta finirà sul
mio palo!». Lui condusse le giumente al pascolo; subito quelle alzarono la coda e si dispersero nei
fitti boschi. Il principe si sedette di nuovo su una pietra, pianse pianse, fino ad addormentarsi. Il
solicello era calato dietro la foresta; accorse la leonessa: «In piedi, principe Ivan! Le giumente sono
tutte radunate». Il principe Ivan si alzò e andò a casa; la baba-jaga, furiosa più che mai, grida alle sue
bestie: «Perché siete ritornate a casa!». «E come non farlo? Le bestie feroci del mondo intero ci
hanno attaccate, per poco non ci facevano a pezzi».«Va bene, domani correrete nel mare blu».
Il principe Ivan dormì ancora sonni tranquilli; al mattino, la baba-jaga lo spedì a pascolare le sue
giumente: «Se non fai bene la guardia, la tua testolina matta finirà sul mio palo». Lui condusse le
giumente al pascolo; subito quelle alzarono la coda, sparirono alla vista e corsero nel mare blu;
stanno nell’acqua fino al collo. Il principe Ivan si sedette su una pietra, si mise a piangere e si
addormentò. Il solicello era calato dietro la foresta; arrivò l’ape e dice: «In piedi, principe! Le
giumente sono tutte radunate; quando sarai rientrato in casa, non farti vedere dalla baba-jaga, vai
nella scuderia e nasconditi dietro le mangiatoie. Lì c’è una misera cavallina, sprofondata nel letame;
prendila e vattene a notte fonda».
Il principe Ivan si alzò, scivolò fino alla scuderia e si rannicchiò dietro le mangiatoie; la baba-jaga,
furiosa, grida alle sue bestie: «Perché siete tornate?». «E come non farlo? Ci ha assalite un nugolo
immenso di api, e giù da ogni lato a pungerci a sangue!»
La baba-jaga si addormentò; a mezzanotte in punto, il principe Ivan si impadronì della misera
cavallina, la sellò, ci montò sopra e galoppò verso il fiume di fuoco. Giunto a quel fiume, agitò tre
volte il fazzoletto a destra e improvvisamente, da non si sa dove, apparve un magnifico e alto ponte.
Il principe attraversò il ponte e agitò solo due volte il fazzoletto a sinistra: il ponte sul fiume divenne
stretto stretto! Al mattino, la baba-jaga si svegliò: della misera cavallina neanche l’ombra! Si buttò
all’inseguimento; andava a una velocità vertiginosa nel suo mortaio di ferro, spronando col pestello e
facendo sparire la scia a colpi di scopa. Giunse al fiume di fuoco, diede un’occhiata e pensa: “Ecco
un bel ponte!”. Si incamminò per il ponte, ma era appena arrivata nel mezzo che il ponte sprofondò e
la baba-jaga cadde nel fiume; là incontrò una morte crudele! Il principe Ivan nutrì la cavallina
facendola brucare nei prati verdi; quella si tramutò in un meraviglioso destriero.
Arriva a cavallo il principe da Mar’ja Marina; lei corse fuori, gli si gettò al collo: «Com’è che Dio
ti ha resuscitato?». «Così e così» dice lui. «Andiamocene».«Ho paura, principe Ivan! Se Koščej ci
riprende, ti farà di nuovo a pezzettini».«No, non ci riprenderà! Ora ho un destriero eccezionale, che
vola come un uccello». Montarono in sella e partirono. Mentre Koščej l’Immortale rientrava a casa il
suo cavallo si mise a vacillare: «Perché vacilli, rozza insaziabile? Hai forse dei brutti
presentimenti?». «Il principe Ivan è venuto e ha portato via Mar’ja Marina».«Potremo
riprenderli?»«Lo sa Dio! Il principe ora ha un magnifico destriero, migliore di me».«No, non
resisto» dice Koščej l’Immortale «bisogna che lo insegua». Passarono ore o mesi, raggiunse il
principe Ivan, saltò a terra e voleva farlo a pezzi con la sua sciabola affilata; allora il destriero del
principe Ivan diede un gran calcio a Koščej l’Immortale e gli spaccò il cranio, mentre il principe lo
finì con una mazza. Dopodiché il principe ammucchiò dei rami, accese un fuoco, bruciò Koščej
l’Immortale sul rogo e disperse le sue ceneri al vento.
Mar’ja Marina montò sul cavallo di Koščej, il principe Ivan sul suo, e andarono a far visita prima al
corvo, poi all’aquila e poi al falco. Ovunque fanno loro una magnifica accoglienza: «Ah, principe
Ivan, non speravamo più di rivederti. Per fortuna non hai penato invano: una bellezza così, come
Mar’ja Marina, potresti cercarla in tutto il mondo, ma non ne troveresti un’altra!». Dopo aver
festeggiato per parecchi giorni, se ne tornarono nel loro reame; là vissero felici e contenti, i loro beni
aumentarono e del buon vino gustarono.

Il principe Ivan e Campestre Bianco (161)


In un certo reame, in terre lontane, c’era una volta uno zar; quello zar aveva tre figlie e un figlio, il
principe Ivan. Lo zar divenne vecchio e morì, e prese la corona il principe Ivan. Quando i sovrani
dei reami vicini lo vennero a sapere, riunirono subito delle truppe enormi e gli dichiararono guerra.
Il principe Ivan non sa come comportarsi; va dalle sue sorelle e chiede: «Mie care sorelline! Che
devo fare? Tutti i sovrani marciano contro di me». «Sei proprio un prode cavaliere! Di che hai
paura? Che dire di Campestre Bianco, che fa la guerra con la baba-jaga dal piede d’oro, da trent’anni
da cavallo non scende, una sosta non prende? E tu, che non hai visto niente, hai paura!» Subito il
principe Ivan sellò il suo destriero, indossò la sua armatura, prese la sua spada preziosa, una lunga
lancia e uno scudiscio di seta, disse le sue preghiere e partì verso il nemico; per quanto colpisca con
la sua spada, tanto più il suo cavallo calpesta e uccide; sterminò l’intera armata nemica, tornò in
città, si mise a letto e dormì per tre giorni di un sonno profondo. Il quarto giorno si svegliò, uscì sul
balcone e guardò la campagna: i sovrani avevano riunito truppe ancora più numerose e minacciavano
addirittura le mura della città.
Il principe, costernato, va dalle sue sorelle: «Ah, sorelline! Che devo fare? Ho sterminato
un’armata, ma eccone un’altra, più temibile ancora, sotto le nostre mura». «Che cattivo cavaliere sei!
Hai combattuto un giorno e dormito tre profondamente. Che dire di Campestre Bianco, che fa la
guerra con la baba-jaga dal piede d’oro, da trent’anni da cavallo non scende, una sosta non prende?»
Il principe Ivan corse alle scuderie di pietra bianca, sellò il suo poderoso destriero, indossò la sua
armatura, cinse la sua spada preziosa, in una mano prese la sua lunga lancia, nell’altra il suo
scudiscio di seta, disse le preghiere e partì verso il nemico. Come un falco lucente attacca un branco
di oche, di cigni e di anatre, così il principe Ivan si avventa sull’esercito nemico; per quanto
colpisca, tanto più il suo cavallo calpesta e uccide. Dopo aver vinto forze così immense, se ne tornò
a casa, si mise a letto e dormì per sei giorni di un sonno profondo. Il settimo giorno si svegliò, uscì
sul balcone e guardò la campagna: i sovrani avevano riunito un’armata più numerosa che mai e di
nuovo circondavano la città.
Va il principe Ivan dalle sorelle: «Mie care sorelline! Che devo fare? Ho sterminato due armate, ma
una terza, più temibile ancora, è sotto le nostre mura». «Che valente guerriero! Hai combattuto un
giorno e dormito sei profondamente. Che dire di Campestre Bianco, che fa la guerra con la baba-jaga
dal piede d’oro, da trent’anni da cavallo non scende, una sosta non prende?» Il principe, esacerbato,
corse alle scuderie di pietra bianca, sellò il suo poderoso destriero, indossò la sua armatura, cinse la
sua spada preziosa, in una mano prese la sua lunga lancia, nell’altra il suo scudiscio di seta, disse le
preghiere e partì verso il nemico. Come un falco lucente attacca un branco di oche, di cigni e di
anatre, così il principe Ivan si avventa sul nemico; per quanto colpisca, tanto più il suo cavallo
calpesta e uccide. Distrusse quell’enorme armata; tornò a casa, si mise a letto e dormì per nove
giorni di un sonno profondo. Il decimo giorno si svegliò, mandò a chiamare tutti i ministri e i
senatori: «Signori ministri e signori senatori! Ho intenzione di andare in paesi lontani, a far visita a
Campestre Bianco; vi chiedo di governare e di occuparvi di tutto con giustizia». Poi si accomiatò
dalle sorelle, montò in sella e si mise in cammino.
Passarono ore o mesi, entrò in una cupa foresta; vede un’izbà, nell’izbà vive un vecchio. Il principe
Ivan entrò da lui: «Buongiorno, nonno!». «Buongiorno, principe russo! Dove vai?»«Cerco Campestre
Bianco; non sai dov’è?»«Io no, ma aspetta, chiamerò i miei fedeli servitori e li interrogherò». Il
vecchio uscì sulle scale, suonò una tromba d’argento: e all’improvviso, da tutte le parti, volarono da
lui gli uccellini. Erano davvero molti, una nube nera che nascondeva il cielo. Il vecchio gridò con
voce tonante, fischiò potentemente: «Uccelli migratori, miei fedeli servitori! Avete mai visto
Campestre Bianco o sentito parlare di lui?». «No, non l’abbiamo mai visto né sentito!»«Senti,
principe Ivan» dice il vecchio «vai ora dal mio fratello maggiore; lui, forse, ti darà informazioni
utili. Tieni, prendi questo gomitolo, fallo rotolare davanti a te; dove il gomitolo rotolerà, manda il tuo
cavallo». Il principe Ivan rimontò sul suo destriero, fece rotolare il gomitolo e lo seguì; intanto la
foresta si faceva sempre più fitta.
Giunge il principe a un’izbà, entra dalla porta; nell’izbà c’è un vecchio, bianco come la neve.
«Buongiorno, nonno!»«Buongiorno, principe russo! Dove ti dirigi?»«Cerco Campestre Bianco; non
sai dov’è?»«Aspetta, chiamerò i miei fedeli servitori e li interrogherò». Il vecchio uscì sulle scale,
suonò una tromba d’argento: e all’improvviso, da tutte le parti, accorsero da lui bestie diverse. Il
vecchio gridò con voce tonante e fischiò potentemente: «Animali corridori, miei fedeli servitori!
Avete mai visto Campestre Bianco o sentito parlare di lui?». «No» rispondono le bestie «non
l’abbiamo mai visto né sentito».«Su, contatevi, forse manca qualcuno». Le bestie si contarono:
mancava la lupa guercia. Il vecchio la mandò a cercare; partirono di corsa dei messaggeri e la
riportarono. «Dimmi, lupa guercia, conosci Campestre Bianco?»«E come non conoscerlo, se sto
sempre incollata a lui; lui uccide i guerrieri e io divoro i loro cadaveri».«Dov’è ora?»«In mezzo alla
pianura, in cima a un colle, dorme nella sua tenda. Ha combattuto con la baba-jaga dal piede d’oro e
dopo la lotta si è addormentato e dormirà per dodici giorni».«Conduci da lui il principe Ivan». La
lupa correva e il principe la seguiva a cavallo.
Giunge sul colle, entra nella tenda: Campestre Bianco dorme profondamente. «Le mie sorelle
dicevano che Campestre Bianco combatteva senza sosta e io lo trovo che dorme per dodici giorni! E
se mi facessi anch’io una dormitina?» Ci pensò un po’ sopra il principe Ivan e poi si stese accanto a
lui. Allora un uccelletto volò nella tenda, inizia a svolazzare sopra le loro teste e dice queste parole:
«In piedi, svegliati, Campestre Bianco, e uccidi mio fratello, il principe Ivan; sennò quando si alzerà
sarà lui a uccidere te!». Il principe Ivan saltò su, acchiappò l’uccelletto, gli strappò la zampa destra,
lo gettò fuori dalla tenda e si rimise a dormire accanto a Campestre Bianco. Non fece in tempo ad
addormentarsi che arriva un altro uccelletto, inizia a svolazzare sopra le loro teste e dice: «In piedi,
svegliati, Campestre Bianco, e uccidi mio fratello, il principe Ivan; sennò quando si alzerà sarà lui a
uccidere te!». Il principe Ivan saltò su, acchiappò l’uccelletto, gli strappò l’ala destra, lo gettò fuori
dalla tenda e si rimise a dormire nello stesso posto. Dopo quello entra un terzo uccelletto, inizia a
svolazzare sopra le loro teste e dice: «In piedi, svegliati, Campestre bianco, e uccidi mio fratello, il
principe Ivan; sennò quando si sveglierà sarà lui a uccidere te!». Il principe Ivan saltò su, acchiappò
l’uccelletto e gli strappò il becco; poi gettò fuori l’uccelletto e si rimise giù e si addormentò di un
sonno profondo.
A un certo momento, Campestre Bianco si svegliò, guarda: al suo fianco è steso un prode
sconosciuto; afferrò la sua spada tagliente e voleva ucciderlo, ma si fermò in tempo: “No” pensa
“quest’uomo mi ha sorpreso nel sonno e non ha voluto bagnare la sua spada col mio sangue; sarebbe
indegno e disonorevole per un cavaliere valoroso come me ucciderlo! Chi dorme è simile a un
morto! Piuttosto, svegliamolo”. Svegliò il principe Ivan e chiede: «Sei un prode o un malvagio?
Dimmi: come ti chiami e cosa ti ha condotto qui?». «Mi chiamo principe Ivan e sono venuto per
conoscerti, per mettere alla prova la tua forza».«Sei molto audace, principe! Entri nella mia tenda
senza invito, dormi accanto a me senza il mio permesso: solo per questo già meriteresti la
morte!»«Eh, Campestre Bianco! Non hai ancora saltato il fossato e già ti vanti; attento alle cadute!
Hai due braccia, ma mia madre non mi ha certo partorito monco».
Montarono sui loro poderosi destrieri, si misero uno di fronte all’altro e si scontrarono, ma in modo
così violento che le loro lance volarono in mille pezzi e i loro bei cavalli caddero in ginocchio. Il
principe Ivan disarcionò Campestre Bianco e lo minacciava con la sua spada affilata. Campestre
Bianco lo implorava: «Non darmi la morte, dammi la vita! Sarò per te un fratello cadetto, ti onorerò
come un padre». Il principe Ivan gli tese la mano, lo aiutò a rialzarsi, lo baciò sulle labbra e lo
dichiarò suo fratello cadetto: «Ho sentito, fratello, che da trent’anni combatti contro la baba-jaga dal
piede d’oro, perché questa guerra?». «Perché ha una figlia molto bella che vorrei conquistare e
sposare».«Bene» disse il principe «se siamo amici, dobbiamo aiutarci nelle difficoltà! Andiamo a
combattere insieme!»
Montarono in sella ai loro cavalli, sbucarono in una vasta pianura; la baba-jaga dal piede d’oro
aveva un’armata enorme. Come falchi lucenti che assalgono uno stormo di colombi, i magnifici prodi
si scagliano sull’esercito nemico! Per quanto colpiscano con le loro spade, tanto più i loro cavalli
calpestano e uccidono; sciabolarono, calpestarono migliaia di soldati. La baba-jaga si diede alla
fuga, ma il principe Ivan la inseguì. Stava quasi per prenderla, quando improvvisamente quella
raggiunse un profondo crepaccio, sollevò una lastra di ghisa e disparve sottoterra. Il principe Ivan e
Campestre Bianco comprarono un gran numero di buoi, li uccisero, gli levarono la pelle e la
tagliarono in strisce; con quelle strisce fecero una corda, ma tanto lunga che avrebbe unito questo
mondo a quell’altro. Dice il principe a Campestre Bianco: «Fammi scendere subito nel crepaccio e
non tirare su la corda, ma aspetta finché non ti faccio segno con uno strattone: allora tira!».
Campestre Bianco lo fece scendere proprio in fondo alla voragine. Il principe Ivan si diede
un’occhiata intorno e partì alla ricerca della baba-jaga.
Cammina cammina, guarda – ci sono dei sarti dietro un cancello. «Che fate?»«Ecco, principe Ivan:
stiamo cucendo un’armata per la baba-jaga dal piede d’oro».«Come, state cucendo?»«È semplice: a
ogni punto salta fuori un cosacco con una lancia, monta in sella, si mette in fila e va a combattere
contro Campestre Bianco».«Eh, fratelli, voi lavorate in fretta, ma il vostro lavoro manca di solidità;
mettetevi in fila, vi insegnerò a cucire come si deve». Non appena quelli si furono allineati, il
principe Ivan roteò la spada e li decapitò d’un sol colpo. Uccise i sarti e andò avanti. Cammina
cammina, guarda – ci sono dei calzolai dietro un cancello. «Che fate?»«Stiamo preparando un’armata
per la baba-jaga dal piede d’oro».«Come, fratelli, state preparando un’armata?»«Allora: a ogni
colpo di lesina, salta fuori un fuciliere, monta in sella, si mette in fila e va in guerra contro Campestre
Bianco».«Eh, ragazzi, voi lavorate in fretta, ma il vostro lavoro è un po’ tirato via. Mettetevi in fila e
vi insegnerò come far meglio». Appena quelli si furono allineati, il principe Ivan roteò la spada e li
decapitò d’un sol colpo. Uccise i calzolai e si rimise in cammino.
Passarono ore o mesi, arrivò in una città grande e bella; in quella città c’era un palazzo reale dove
abitava una fanciulla di beltà indescrivibile. Vide dalla finestra il bel cavaliere; le piacquero i suoi
riccioli neri, gli occhi da falco, le sopracciglia di seta e l’andatura fiera; chiamò il principe e gli
chiese dove andava e perché. Lui le disse che cercava la baba-jaga dal piede d’oro. «Ah, principe
Ivan, sono sua figlia; ora sta dormendo un sonno di piombo, riposerà per dodici giorni». Lo condusse
fuori città e gli indicò una strada. Il principe Ivan andò dalla baba-jaga dal piede d’oro, la trovò che
dormiva, sguainò la sua spada e le tagliò la testa. La testa rotolò dicendo: «Colpisci ancora, principe
Ivan!». «Un prode non deve colpire che una sola volta!», replicò il principe, tornò al palazzo dalla
bella e si sedette con lei a una tavola di quercia riccamente imbandita. Dopo aver mangiato e bevuto
a volontà, lui le chiese: «C’è qualcuno al mondo che sia più forte di me e più bello di te?». «Ah,
principe Ivan! Non sono poi così bella! In un paese lontano, in un reame ai confini del mondo vive da
un re-drago una principessa; è davvero una beltà indescrivibile: io non sono degna che di fare il
bagno nell’acqua in cui lei si è lavata i piedi!»
Il principe Ivan prese la bella fanciulla per la bianca manina, la portò nel posto in cui pendeva la
corda e fece il segnale a Campestre Bianco. Quello impugnò la corda e giù a tirare; tirò, tirò, finché
il principe e la bella non furono tornati in superficie. «Buongiorno, Campestre Bianco» disse il
principe Ivan «ecco la tua fidanzata; vivi e sii felice, senza darti pensiero di niente! Io parto per il
reame del drago». Montò sul suo poderoso destriero, prese congedo da Campestre Bianco e dalla
fidanzata di lui e se ne andò al galoppo verso il paese lontano. Passarono ore o mesi, cavalcò per
monti e valli – si fa prima in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo – giunse al reame del
drago, uccise il re-drago, liberò la bella principessa e la sposò; dopodiché tornò a casa e vissero con
la giovane moglie felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

Emelja lo sciocco (165)


C’era una volta in un villaggio un contadino che aveva tre figli: due erano intelligenti e il terzo,
Emelja, un babbeo. Quando il padre ebbe vissuto a lungo e si fu fatto vecchio, chiamò i suoi figli e
disse loro: «Miei cari ragazzi! Sento che mi resta ben poco da vivere; vi lascio la casa e il bestiame,
che vi dividerete in parti uguali; vi lascio anche del denaro, cento rubli a testa». Morì di lì a poco il
padre e i figli, dopo averlo degnamente interrato, vivevano di buona intesa. Un giorno i fratelli di
Emel’jan decisero di andare in città al mercato con quei trecento rubli che aveva lasciato loro il
padre, e dissero allo sciocco Emel’jan: «Senti, sciocco, noi andiamo in città, prendiamo anche i tuoi
cento rubli e, quando i nostri affari saranno andati in porto, riceverai anche tu la tua parte e ti
compreremo un vestito rosso, un berretto rosso e degli stivali rossi. Aspettaci qui a casa; se le nostre
mogli e tue cognate (tutti e due erano sposati) ti chiedono di fare qualcosa, fallo». Lo sciocco,
incantato all’idea di avere un vestito rosso, un berretto rosso e degli stivali rossi, rispose ai fratelli
che avrebbe fatto tutto quello che gli avessero domandato. Dopodiché i suoi fratelli partirono per la
città, mentre lo sciocco restò a casa con le cognate.
Qualche tempo dopo, in una giornata d’inverno in cui gelava da spaccare le pietre, le due cognate
volevano spedirlo a prendere l’acqua. Ma lo sciocco, sdraiato sulla stufa, replicò: «E voi?». Le
cognate gli gridarono: «Come sarebbe, sciocco, e noi? Eppure vedi che fa un freddo cane, tocca a un
uomo andare!». Ma quello disse: «Mi sento fiacco!». Le cognate di nuovo gli gridarono: «Come
fiacco? Be’, se vuoi mangiare… perché senz’acqua non si può certo cucinare». E aggiunsero: «Va
bene, diremo ai nostri mariti, quando torneranno, di non darti né il vestito rosso, né le altre cose che
ti avranno comprato», sentendo la qual cosa lo sciocco, che desiderava tanto il vestito rosso e il
cappello, si vide costretto ad andare, scese dalla stufa, si mise le scarpe e il cappotto. Finalmente
pronto, prese dei secchi e una scure, se ne andò al fiume (perché il loro villaggio era proprio accanto
a un fiume) e quando arrivò al fiume fece un buco nel ghiaccio, un buco enorme. Poi riempì i secchi
d’acqua, li poggiò sul ghiaccio e rimase lì accanto a guardare l’acqua.
Ed ecco che lo sciocco vide nuotare nel buco un grosso luccio; a Emelja, nonostante fosse idiota,
venne tuttavia in mente di catturarlo e per questo si avvicinò piano piano; gli andò vicino, lo
acchiappò improvvisamente con la mano, lo tirò fuori dall’acqua e lo infilò sotto la giacca per
portarselo a casa. Ma il luccio gli disse: «Che fai, sciocco? Perché mi hai catturato?». «Come
perché?» rispose quello. «Ti porterò a casa e ti farò cucinare dalle mie cognate».«No, sciocco, non
portarmi a casa; lasciami andare; in cambio ti farò diventare un uomo ricco». Ma lo sciocco,
diffidente, voleva andare a casa. Il luccio, vedendo che lo sciocco non lo mollava, disse: «Senti,
sciocco, rimettimi nell’acqua; come ricompensa realizzerò anche il più piccolo dei tuoi desideri». Lo
sciocco, a queste parole, si rallegrò molto, poiché era un terribile pigrone, e pensò: “Se il luccio
realizzerà anche il mio più piccolo desiderio, tutto sarà fatto, non avrò più bisogno di lavorare!”.
Disse al luccio: «Io ti lascerò libero, ma tu mantieni la tua promessa!», al che il luccio rispose: «Tu
prima rimettimi nell’acqua, e poi salderò il mio debito». Ma lo sciocco pretese che il luccio prima
mantenesse la sua promessa e poi lo avrebbe lasciato. Vedendolo così ostinato, il luccio disse: «Se
vuoi che io ti dica come realizzare ogni tuo più piccolo desiderio, allora bisogna che tu ora mi dica
quel che desideri». Lo sciocco gli disse: «Voglio che i miei secchi con l’acqua salgano da soli la
montagna (il villaggio era su di un’altura) e che l’acqua non si versi». Il luccio gli disse subito: «Non
temere, non si verserà! Ma ricorda le parole che sto per pronunciare; ecco di che si tratta: come il
luccio comanda su mia domanda, risalite soli, secchi, la montagna!». Lo sciocco ripeté: «Come il
luccio comanda su mia domanda, risalite soli, secchi, la montagna!», e all’istante secchi e bilanciere
scalarono soli il pendio. Emelja ne rimase strabiliato; poi disse al luccio: «Sarà sempre così?». Al
che il luccio rispose che «tutto sarà sempre come desidererai, ma non dimenticare le parole che ti ho
detto». Allora lo sciocco lo rimise nell’acqua, e lui seguì i secchi. I suoi vicini, stupefatti, dicevano
tra loro: «Ma che diavolo combina questo sciocco? I secchi con l’acqua si muovono da soli e lui
dietro». Ma Emelja, senza dir loro una parola, giunse a casa; i secchi entrarono nell’izbà e si
andarono a mettere sulla panca, mentre lo sciocco si arrampicò sulla stufa.
Qualche tempo dopo, le cognate tornarono alla carica: «Emelja come sei pigro! Dovresti andare a
spaccare della legna». Ma lo sciocco replicò: «E voi allora?». «Come sarebbe a dire, e noi?» gli
gridarono le cognate. «Siamo in inverno, no? E se non vai a fare la legna, avrai freddo anche tu».«Mi
sento fiacco!», disse lo sciocco. «Come fiacco?» dissero le cognate. «Gelerai, andiamo». Poi
aggiunsero: «Se ti rifiuti di andare a tagliare la legna, noi diremo ai nostri mariti di non darti né il
vestito rosso, né il berretto rosso, né gli stivali rossi». Lo sciocco, che desiderava il vestito, il
berretto e gli stivali rossi, fu obbligato a obbedire; ma poiché era oltremodo pigro e non aveva
voglia di scendere dalla stufa, mormorò piano piano, sempre restando steso sulla stufa, queste
parole: «Come il luccio comanda su mia domanda, scure, vai a spaccare la legna, e voi, ciocchi,
entrate da soli nell’izbà e nella stufa». La scure all’improvviso si precipitò in cortile e si mise a
lavorare; i ciocchi entrarono da soli nell’izbà per infilarsi nella stufa: il tutto sotto lo sguardo delle
cognate, stupefatte per l’astuzia di Emel’jan. E così ogni giorno: appena ordinano allo sciocco di fare
la legna, la scure fa da sola il suo dovere.
Ed egli visse con le cognate per qualche tempo; poi le cognate gli dissero: «Emelja, ora non
abbiamo più legna; vai a tagliarne nel bosco». Lo sciocco disse loro: «E voi allora?». «Come
sarebbe, e noi?» risposero le cognate. «Il bosco è lontano, e ora è inverno, avremmo freddo ad
andare nel bosco per la legna». Ma lo sciocco disse loro: «Mi sento fiacco!». «Come fiacco?» gli
dissero le cognate. «Sarai il primo a gelare; e poi, se ti rifiuti, allora quando arriveranno i tuoi
fratelli, nostri mariti, diremo loro di non darti niente: né vestito rosso, né berretto rosso, né stivali
rossi». Lo sciocco, che desiderava il vestito rosso, il berretto rosso e gli stivali rossi, fu obbligato ad
andare nel bosco a far legna; si alzò, scese dalla stufa e in fretta si mise le scarpe e il cappotto.
Finalmente pronto, uscì in cortile, tirò fuori la slitta da sotto la tettoia, prese una corda e la scure, si
sedette nella slitta e disse alle cognate di aprire il cancello. Le cognate, vedendolo nella slitta, ma
senza il cavallo, poiché lo sciocco non aveva attaccato il cavallo, gli dissero: «Che fai, Emelja,
seduto nella slitta, se non attacchi il cavallo?». Ma lui disse che non sapeva che farsene del cavallo e
che gli aprissero solo il cancello. Le cognate aprirono il cancello e lo sciocco, seduto nella slitta,
disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, slitta, corri nel bosco!». A queste parole subito la
slitta partì dal cortile, sotto gli occhi dei contadini vicini, sbalorditi di vedere Emel’jan passare in
una slitta senza cavallo e a una buona andatura: se ne avesse avuti due di cavalli, non sarebbe andato
certo più veloce! Siccome la strada per il bosco passava per la città, lo sciocco la attraversò; ma
dato che non sapeva che bisognava gridare per non schiacciare la gente, passò senza gridare che si
mettessero da un lato e investì parecchia gente; e sebbene gli corressero dietro, tuttavia non poterono
raggiungerlo.
Emelja lasciò la città e arrivato nel bosco si fermò, scese dalla slitta e disse: «Come il luccio
comanda su mia domanda, scure, taglia della legna, e voi, ciocchi, ammucchiatevi da soli sulla slitta
e legatevi!». Detto fatto, la scure si mise all’opera e i ciocchi si ammucchiarono da soli sulla slitta e
si legarono con la corda. Quando ebbe finito di tagliare la legna, ordinò ancora alla scure di
tagliargli un bastone. Quando la scure l’ebbe tagliato, rimontò sul suo carro e disse: «Andiamo, come
il luccio comanda su mia domanda, ritorna a casa da sola, slitta!». Subito la slitta partì a una buona
andatura, ma quando passò nella città in cui aveva investito un sacco di gente, già lo stavano
aspettando per saltargli addosso; appena entrato in città, fu preso e tirato giù dalla slitta; dopodiché
iniziarono a picchiarlo. Lo sciocco, vedendo che lo avevano tirato giù e lo picchiavano, mormorò
queste parole: «Come il luccio comanda su mia domanda, bastone, rompigli braccia e gambe!».
Subito il bastone si sollevò e giù a bastonare tutti. E approfittando della confusione, lo sciocco se ne
scappò a casa, mentre il bastone gli andava dietro dopo aver massacrato di botte gli assalitori.
Appena arrivato a casa, Emelja si arrampicò sulla stufa.
Da allora, si cominciò a parlare di lui un po’ dappertutto. Non tanto di come aveva investito un
sacco di gente, quanto dello strano modo che aveva di spostarsi in una slitta senza cavallo. Piano
piano le dicerie giunsero fino alle orecchie del re. Appena il re lo venne a sapere, fu preso dalla
smania di vederlo e per questo mandò un ufficiale e alcuni soldati a cercarlo. L’emissario del re partì
immediatamente dalla città e prese quella strada che lo sciocco aveva fatto per andare nel bosco.
Arrivato al villaggio dove viveva Emelja, l’ufficiale convocò lo starosta, cioè l’anziano del
villaggio e gli disse: «Sono stato mandato dal re a prendere il vostro sciocco per portarlo da lui». Lo
starosta gli indicò subito l’izbà dove viveva Emelja, e l’ufficiale entrò nell’izbà e chiese: «Dov’è lo
sciocco?», ma quello rispose da sopra la stufa: «Perché lo cerchi?». «Come perché? Vestiti in fretta;
ti devo portare dal re». Ma Emelja replicò: «Per che fare?». L’ufficiale, esasperato da una tale
insolenza, gli diede uno schiaffo. Lo sciocco, vedendo che lo battevano, mormorò: «Come il luccio
comanda su mia domanda, bastone, rompigli braccia e gambe!». Subito il bastone saltò su e cominciò
a bastonarli, e li massacrò tutti – ufficiale e soldati. L’ufficiale fu costretto a tornare indietro; arrivato
in città, riportarono al re che lo sciocco li aveva massacrati tutti. Sorpreso e non potendo credere che
lo sciocco da solo avesse avuto ragione di tutti loro, il re scelse una persona di spirito con l’incarico
di portargli lo sciocco con qualsiasi mezzo, compreso l’inganno.
L’emissario del re si mise in cammino e, appena giunto al villaggio dove viveva Emelja, convocò lo
starosta e gli disse: «Sono stato mandato dal re a prendere il vostro sciocco; tu fai venire qui quelli
che abitano con lui». Lo starosta si affrettò ad andare a chiamare le cognate. L’emissario del re
chiese loro: «Cosa piace al vostro sciocco?». Le cognate risposero: «Egregio signore, lo sciocco
ama… se gli chiedete insistentemente qualcosa, la prima volta rifiuta, la seconda pure, ma alla terza
la fa; non ama essere strapazzato». L’emissario del re le congedò, raccomandandosi di non dire a
Emelja che le aveva chiamate. Poi comprò dell’uva passa, delle prugne e dei fichi secchi, andò dallo
sciocco e, appena entrato nell’izbà, disse, avvicinandosi alla stufa: «Che fai steso là, Emelja?», e gli
offre l’uva passa, le prugne e i fichi secchi e lo sollecita: «Andiamo dal re, Emelja, ti ci porterò io».
Ma lo sciocco disse: «Sto bene al caldo anche qui!», poiché non amava altro che il caldo. L’uomo,
però, insisteva: «Andiamo, Emelja, ti prego; starai bene laggiù!». Lo sciocco diceva: «Mi sento
fiacco!». L’altro riprese: «Vieni, ti prego; il re ti farà fare un vestito rosso, un berretto rosso, e degli
stivali rossi».
Lo sciocco, sentendo che gli avrebbero dato un vestito rosso se fosse andato, disse: «Vai avanti, io ti
seguo». L’emissario non insisté oltre, si allontanò e chiese piano alle cognate: «Non sta cercando di
ingannarmi lo sciocco?». Ma quelle gli garantirono che no. L’emissario dunque tornò indietro, mentre
lo sciocco, dopo essere rimasto ancora un po’ steso sulla stufa, disse: «Ah, non ho proprio voglia di
andare a trovare il re; ma pazienza!». Poi disse: «Allora, come il luccio comanda su mia domanda,
stufa, vai dritta in città!». Subito l’izbà si spaccò, la stufa uscì fuori dall’izbà, lasciò il cortile e partì
di volata, tanto veloce che sarebbe stato impossibile raggiungerla; e quello raggiunse ancora per
strada l’emissario che era andato a prenderlo, e arrivò con lui a palazzo.
Quando il re vide che era arrivato lo sciocco, uscì con tutti i suoi ministri per vederlo e,
accorgendosi che Emelja era arrivato sopra una stufa, non disse niente; poi il re gli chiese: «Perché
hai investito tanta gente andando nel bosco per fare la legna?». Ma Emelja disse: «Non è colpa mia!
Perché non si sono fatti da parte?». In quel momento, la figlia del re si affacciò alla finestra e guardò
lo sciocco; Emelja per caso alzò gli occhi verso la finestra di lei, e trovandola lo sciocco bellissima
mormorò: «Vorrei, come il luccio comanda su mia domanda, che quella bella si innamorasse di me!».
Appena dette queste parole, la figlia del re lo guardò e si innamorò di lui. Dopodiché lo sciocco
disse: «Su, come il luccio comanda su mia domanda, stufa, torna a casa!». La stufa obbedì
immediatamente e, giunta a casa, riprese il suo posto abituale.
Emelja ricominciò la sua vita tranquilla; ma diversamente andavano le cose a palazzo, poiché, dopo
le parole dello sciocco, la figlia del re si era innamorata di lui e supplicava il padre di fargli sposare
lo sciocco. Il re, furioso contro lo sciocco, non sapeva come ricondurlo là. Allora i ministri gli
consigliarono di incaricare quell’ufficiale che era andato la prima volta da Emelja e non era stato
capace di portarlo; l’idea piacque al re, che, per punizione, chiamò l’ufficiale. Quando l’ufficiale gli
si presentò, il re gli disse: «Senti, caro, ti avevo mandato in precedenza a cercare lo sciocco, ma hai
fallito; per punizione, ti ci mando un’altra volta: portamelo qui, costi quel che costi; se ci riuscirai,
saprò ricompensarti, altrimenti sarai punito». L’ufficiale ascoltò il re e partì immediatamente per
andare a prendere lo sciocco; quando arrivò al villaggio, convocò di nuovo lo starosta e gli disse:
«Eccoti del denaro; compra il necessario per un buon pranzo e poi invita per domani Emelja: quando
sarà da te a pranzo, fallo ubriacare finché non si addormenti».
Lo starosta sapeva che quello veniva da parte del re, fu costretto a obbedirgli; comprò il necessario
e invitò lo sciocco. L’ufficiale seppe che Emelja aveva accettato l’invito e lo aspettava con grande
gioia. Il giorno dopo arrivò lo sciocco; lo starosta iniziò a versargli da bere in grande quantità e lo
fece ubriacare finché non si fu addormentato. L’ufficiale, vedendo che dormiva, lo legò subito, fece
avvicinare la sua carrozza e poi ce lo mise dentro; quindi montò anche l’ufficiale nella carrozza e lo
portò in città. Arrivato in città, lo condusse dritto a palazzo. I ministri annunciarono al re l’arrivo
dell’ufficiale. Quando il re lo seppe, ordinò all’istante di portare un enorme barile cerchiato di ferro.
Detto fatto. Il re, vedendo che tutto era pronto, ordinò di chiudere sua figlia e lo sciocco dentro il
barile, di sigillarlo con del catrame; quando li ebbero chiusi nel barile e sigillati con il catrame,
allora il re ordinò di gettarli in mare sotto i suoi occhi. Su suo ordine furono subito gettati, e il re
tornò in città.
Ma il barile, abbandonato alle onde, galleggiò per alcune ore; lo sciocco continuava a dormire, ma
quando si svegliò non vide altro che del nero e si chiese: «Dove sono?», credendosi solo. La
principessa gli disse: «Emelja, sei in un barile con me». «E tu chi sei?», chiese lo sciocco. «La figlia
del re», rispose lei e gli spiegò perché erano stati chiusi insieme nel barile; lo pregò poi di liberarli.
Al che lui replicò: «Sto bene al caldo anche qui!». «Di grazia» lo implorava la principessa «abbi
pietà delle mie lacrime; facci uscire tutti e due da questo barile».«Un corno!» rispose Emelja. «Mi
sento fiacco!» La principessa lo supplicò di nuovo: «Di grazia, Emelja, liberami da questo barile,
non mi far morire». Lo sciocco, commosso dalle preghiere e dalle lacrime di lei, le disse: «E sia, lo
farò per te». Poi mormorò: «Come il luccio comanda su mia domanda, mare, lancia il barile in cui
siamo sulla riva, all’asciutto, il più vicino possibile al nostro paese; e tu, barile, quando sarai
all’asciutto, apriti da solo!».
Appena lo sciocco ebbe pronunciato queste parole, il mare iniziò ad agitarsi e proiettò il barile sulla
riva all’asciutto, e il barile si aprì da solo. Emelja si alzò e insieme alla principessa si incamminò
per la spiaggia; lo sciocco si rese conto che erano in un’isola magnifica, dove cresceva ogni sorta di
albero carico di frutta. La principessa, vedendo tutto quel ben di Dio, si rallegrò molto di essere
capitata in un’isola tanto bella; dopodiché disse: «Allora, Emelja, dove abiteremo? Poiché qui non
c’è nemmeno una capanna». Ma lo sciocco rispose: «Come sei difficile!». «Di grazia, Emelja, fai
apparire una casetta» diceva la principessa «per poterci riparare quando piove»; infatti la
principessa sapeva che lui poteva fare ciò che voleva. Ma lo sciocco replicò: «Mi sento fiacco!».
Lei tornò alla carica e Emelja, commosso dalle sue preghiere, finì per acconsentire; si allontanò da
lei di qualche passo e disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, che in mezzo all’isola
appaia un palazzo più bello di quello del re e che il mio palazzo sia unito a quello reale tramite un
ponte di cristallo, e nel palazzo abitino persone di ogni condizione». Appena ebbe pronunciato queste
parole, apparvero all’istante un vasto palazzo e un ponte di cristallo. Lo sciocco, accompagnato dalla
principessa, entrò nel palazzo e passò per saloni riccamente ammobiliati, con molta gente, valletti e
portantini, pronti ai suoi ordini. Lo sciocco, vedendosi più misero e stupido delle altre persone,
desiderò migliorare e perciò disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, che io diventi bello
come nessuno e straordinariamente intelligente!». Fece appena in tempo a pronunciare queste parole,
che divenne all’istante di una bellezza e un’intelligenza sorprendenti.
Allora mandò Emelja uno dei suoi servitori al re per invitarlo da lui con tutti i ministri. Il
messaggero di Emelja andò dal re passando per il ponte di cristallo creato dallo sciocco; arrivato a
palazzo, i ministri lo condussero davanti al re e il messaggero di Emelja disse: «Sire! Sono stato
mandato dal mio padrone con l’incarico di invitarvi a cena». Il re chiese: «Chi è il tuo padrone?». Al
che il messaggero replicò: «Non posso dirvelo (lo sciocco gli aveva raccomandato di mantenere il
segreto); del mio padrone non si sa niente; vi parlerà lui stesso di sé durante la cena». Punto dalla
curiosità di sapere chi l’avesse invitato, il re disse al messaggero che sarebbe andato senza meno.
Appena partito il messaggero, il re si mise subito in strada con tutti i suoi ministri. Il messaggero, al
suo ritorno, disse che il re non avrebbe mancato di venire: infatti il re stava già arrivando dallo
sciocco attraverso il ponte di cristallo, attorniato dai suoi signori.
Appena il re arrivò a palazzo, Emelja gli si fece incontro, lo prese per le bianche mani, lo baciò
sulle labbra zuccherine, lo fece entrare gentilmente nel suo palazzo di pietra bianca, lo fece sedere a
tavoli di quercia coperti di tovaglie preziose e carichi di cibi succulenti e bevande delicate. Il re e i
ministri mangiarono e bevvero a volontà e stettero in allegria; terminata la cena e sedutisi nel salotto,
lo sciocco disse al re: «Sire, mi riconoscete?». Il re disse di no, poiché Emelja era irriconoscibile a
causa dei suoi abiti sontuosi e della bellezza del viso. Ma lo sciocco disse: «Vi ricordate, Vostra
Maestà, dello sciocco che era venuto al vostro palazzo su di una stufa e che voi faceste chiudere con
vostra figlia in un barile e gettare in mare? Ebbene, guardatemi, sono io quell’Emelja!». Il re,
vedendolo davanti a sé, si spaventò molto e non sapeva che fare; nel frattempo, lo sciocco era andato
a chiamare la principessa e la portò davanti a suo padre. Il re, vedendo la figlia, si rallegrò molto e
disse allo sciocco: «Per riparare ai miei torti, ti do mia figlia in sposa». Lo sciocco ringraziò
umilmente il re e, dato che aveva preparato già tutto per le nozze, queste furono celebrate il giorno
stesso, in pompa magna. Il giorno dopo, lo sciocco offrì un magnifico festino a tutti i ministri e fece
preparare all’aria aperta dei tini di bevande varie per la gente del popolo. Alla fine dei
festeggiamenti, il re parlò di cedergli il suo reame, ma Emelja rifiutò. Dopodiché, il re se ne tornò
nel suo reame e lo sciocco visse felice e contento nel suo palazzo.

L’uccello di fuoco e la principessa Vasilisa (169)


In un certo reame, in terre lontane, c’era una volta uno zar forte e potente. Aveva al suo servizio un
valente arciere e il valente arciere possedeva un superbo destriero. Un bel giorno, se ne andò
l’arciere sul suo cavallo a caccia nel bosco; mentre stava andando per un’ampia strada, si imbatté in
una piuma d’oro dell’uccello di fuoco: come una fiamma brilla la piuma! Gli dice il superbo
destriero: «Non raccogliere la piuma d’oro: se la raccoglierai, sventura conoscerai!». Il valente
arciere esitava: doveva prendere la piuma o no? Se l’avesse raccolta e consegnata allo zar, sarebbe
stato ricompensato generosamente; e il favore dello zar a chi non è caro?
L’arciere non diede ascolto al suo destriero, raccolse la piuma dell’uccello di fuoco e andò a
offrirla allo zar. «Grazie!» dice lo zar. «Ma visto che hai trovato la piuma dell’uccello di fuoco,
procurami anche tutto l’uccello; altrimenti, la mia spada taglierà, la tua testa rotolerà!» L’arciere,
piangendo lacrime amare, andò dal suo superbo destriero. «Perché piangi, padrone?»«Lo zar mi ha
ordinato di procurargli l’uccello di fuoco».«Eppure te l’avevo detto: non prendere la piuma,
conoscerai la sventura! Ma adesso non temere, non disperarti: questa non è ancora la vera sventura,
la sventura arriverà poi! Va’ a chiedere allo zar di far spargere per domani cento sacchi di grano in
aperta campagna». Lo zar ordinò di spargere cento sacchi di grano in aperta campagna.
Il giorno seguente, all’alba, il valente arciere andò nella pianura, lasciò passeggiare in libertà il suo
destriero e si nascose dietro un albero. Improvvisamente la foresta mormorò, il mare si increspò di
onde – arriva l’uccello di fuoco; arrivò, si posò a terra e si mise a beccare il grano. Il destriero si
avvicinò all’uccello di fuoco, gli mise uno zoccolo sull’ala e lo tenne fermo; il valente arciere uscì
da dietro l’albero, accorse, legò l’uccello di fuoco con delle corde, montò in sella e galoppò verso il
palazzo. Porta allo zar l’uccello di fuoco; lo zar, entusiasta, ringraziò l’arciere per il servizio, lo
promosse di grado, ma gli impose anche un altro compito: «Poiché hai saputo catturare l’uccello di
fuoco, portami ora una fidanzata: lontano, molto lontano, ai confini del mondo, dove nasce il bel
solicello, abita la principessa Vasilisa – è lei che voglio. Se me la porterai, ti coprirò d’oro e
d’argento, altrimenti, la mia spada taglierà, la tua testa rotolerà!».
L’arciere, piangendo lacrime amare, andò dal suo destriero. «Perché piangi, padrone?», domanda il
cavallo. «Lo zar mi ha ordinato di portargli la principessa Vasilisa».«Non piangere, non ti
preoccupare: non è ancora questa la vera sventura, la sventura arriverà poi! Va’ a chiedere allo zar
una tenda con la cima dorata e vivande e bibite diverse per il viaggio». Lo zar gli diede vivande e
bibite, e una tenda con la cima dorata. Il valente arciere montò sul suo destriero e se ne andò oltre
l’orizzonte; passarono ore o mesi, giunge ai confini del mondo, dove il bel solicello nasce dal mare
blu. Ed ecco nel mare blu la principessa Vasilisa navigare su una barchetta d’argento coi remi d’oro.
Il valente arciere lasciò il suo destriero nei verdi prati passeggiare, la fresca erba pascolare; alzò lui
stesso la tenda con la cima dorata, ci mise viveri e bevande, si sedette nella tenda, si rifocillò,
aspettando la principessa.
La principessa Vasilisa vide la tenda con la cima dorata, si avvicinò alla riva, scese dalla barchetta
e si mette ad ammirare la tenda. «Buongiorno, principessa Vasilisa!» dice l’arciere. «Abbi la
compiacenza di accettare del pane e sale, di gustare i miei vini d’oltremare». La principessa Vasilisa
entrò nella tenda; mangiarono e bevvero a volontà e stettero allegri. Dopo aver bevuto un bicchiere
di vino d’oltremare, la principessa si ubriacò e si addormentò profondamente. Il valente arciere
chiamò il suo destriero, il cavallo accorse; l’arciere toglie in fretta la tenda con la cima dorata,
monta in sella, prende con sé la principessa Vasilisa addormentata e torna indietro, veloce come una
freccia.
Arrivò dallo zar; quello vide la principessa Vasilisa, fu molto contento, ringraziò l’arciere per il
fedele servizio, lo riempì di ricchezze e lo promosse di un altro grado. La principessa Vasilisa si
svegliò e capì di essere molto lontana dal mare blu; iniziò a piangere, a disperarsi, aveva il viso
disfatto; lo zar si sforzava invano di consolarla. Quando le chiese la mano, lei gli dice: «Che colui
che mi ha portata qui, torni al mare blu, in mezzo a quel mare c’è una grossa pietra, sotto quella
pietra è nascosto il mio abito da sposa: senza quell’abito, non mi sposerò mai!». Lo zar chiamò
subito il valente arciere: «Va’ in fretta ai confini del mondo, dove nasce il bel solicello; nel mare blu
c’è una grossa pietra, sotto la pietra è nascosto l’abito da sposa della principessa Vasilisa; trova
quell’abito e portalo qui, è tempo che io mi sposi! Se riuscirai, ti ricompenserò meglio delle altre
volte, altrimenti, la mia spada taglierà, la tua testa rotolerà!». L’arciere, piangendo lacrime amare,
andò dal suo destriero. “Questa volta” pensa “non potrò evitare la morte!” «Perché piangi,
padrone?», domanda il cavallo. «Lo zar mi ha ordinato di prendere, dal fondo del mare, l’abito da
sposa della principessa Vasilisa».«Cosa ti avevo detto: non prendere la piuma d’oro, conoscerai la
sventura! Ma adesso non temere: non è ancora questa la vera sventura, la sventura arriverà poi!
Montami in sella e partiamo verso il mare blu».
Passarono ore o mesi, giunse il valente arciere ai confini del mondo e si fermò proprio in riva al
mare blu; il suo destriero vide un gambero enorme strisciare sulla sabbia e gli mise il suo pesante
zoccolo sulla coda. Il gambero esclamò: «Non darmi la morte, dammi la vita! Farò tutto quello che
vorrai». Il cavallo gli rispose: «In mezzo al mare blu c’è una grossa pietra, sotto quella pietra è
nascosto l’abito da sposa della principessa Vasilisa: portacelo!». Il gambero lanciò un richiamo
sonoro per tutto il mare blu; subito il mare cominciò ad agitarsi: gamberi di tutte le grandezze
arrivarono a riva da ogni parte, in massa. Su ordine del vecchio gambero, si gettarono nell’acqua e,
dopo un’ora, riportarono dal fondo del mare, da sotto la grossa pietra, l’abito da sposa della
principessa.
Il valente arciere arriva dallo zar con l’abito; ma la principessa Vasilisa si era incaponita: «Non ti
sposerò» dice allo zar «finché non avrai ordinato al valente arciere di immergersi nell’acqua
bollente». Lo zar ordinò di riempire d’acqua una caldaia di ghisa, di farla scaldare finché fosse il più
bollente possibile e di gettarci dentro l’arciere. Tutto è pronto, l’acqua bolle, volano perfino gli
schizzi; fu portato il povero arciere. “Ecco la vera sventura!” pensa quello. “Ah, perché ho raccolto
la piuma d’oro dell’uccello di fuoco? Perché non ho dato ascolto al mio destriero?” Si ricordò del
suo destriero e dice allo zar: «Sire, permettetemi, prima di morire, di dire addio al mio cavallo». «E
sia! Vagli a dire addio!» L’arciere raggiunse il suo destriero e piange a calde lacrime. «Perché
piangi, padrone?»«Lo zar vuole che mi immerga nell’acqua bollente».«Non temere, non piangere:
sarai salvo!», gli disse il cavallo e fece in fretta un incantesimo all’arciere, perché l’acqua bollente
non scottasse il suo corpo bianco. L’arciere tornò dalle scuderie; subito i domestici lo afferrarono e
lo buttarono nella caldaia; affondò un paio di volte, saltò fuori dalla caldaia: era diventato di una tale
bellezza che non si può nelle favole narrare, né in un libro raccontare. Vedendolo così bello, lo zar
decise di imitarlo; fu tanto stupido da buttarsi nell’acqua e morì all’istante. Dopo i funerali dello zar,
al suo posto fu eletto il valente arciere; quello sposò la principessa Vasilisa e visse con lei anni
lunghi e felici.

Il cavallo, la tovaglia e il corno (186)


C’era una volta una vecchia che aveva un figlio babbeo. Un giorno lo sciocco trovò tre piselli, andò
poco fuori il villaggio e li seminò là. Quando i piselli spuntarono, lui prese a sorvegliarli; una volta
arriva nel campo e vede una gru che li sta beccando. Lo sciocco si avvicinò di soppiatto e afferrò la
gru. «Ah!» dice. «Ora ti ucciderò!» La gru gli dice: «No, non mi fare del male, in cambio ti farò un
regalino». «D’accordo!», disse lo sciocco, e la gru gli diede un cavallo, dicendo: «Se hai bisogno di
soldi, di’ a questo cavallo: alt! e quando ti basterà, digli: arri!». Lo sciocco prese il cavallo, montò in
sella e disse: alt! Il cavallo si disfece in argento. Lo sciocco si mise a ridere; poi disse: arri! e
l’argento ridivenne cavallo. Si accomiatò lo sciocco dalla gru e portò il cavallo a casa, lo fece
entrare nel cortile e lo condusse dritto dalla madre nell’izbà, lo condusse e le dà un ordine tassativo:
«Mamma, non dirgli mai: alt! di’ solamente: arri!». E poi ripartì verso i suoi piselli. La madre si
consumava il cervello: «Perché mi ha detto così? Proviamo a dire: alt!», e lo disse. Il cavallo si
disfece in argento. Alla vecchia si illuminarono gli occhi; iniziò in fretta ad ammucchiare i soldi nel
suo baule e quando pensò di averne a sufficienza disse: arri!
Intanto, lo sciocco aveva di nuovo sorpreso la gru che mangiava i suoi piselli, la afferrò e
minacciava di ucciderla. Ma la gru disse: «Non mi fare del male, in cambio ti farò un regalino», e gli
diede una tovaglia: «Quando avrai fame, di’: stenditi! e dopo aver mangiato, di’: ripiegati!». Lo
sciocco fece subito la prova, disse: stenditi! La tovaglia si spiegò. Dopo aver mangiato e bevuto a
volontà, dice: ripiegati! La tovaglia si ripiegò. La prese e la portò a casa: «Bada bene, mamma, non
dire mai a questa tovaglia: stenditi! ma solamente: ripiegati!». E via di nuovo verso i suoi piselli. La
madre fece per la tovaglia quello che aveva fatto per il cavallo; disse: stenditi! e giù a gustare, a
mangiare e a bere quello che la tovaglia le offriva; poi disse: ripiegati! La tovaglia si ripiegò.
Lo sciocco di nuovo pizzicò tra i piselli la gru, che gli diede in regalo un corno e disse, volando via:
«Sciocco, di’: fuori dal corno!». Lo sciocco pronunciò queste parole e mal gliene incolse:
improvvisamente uscirono dal corno due baldi giovanotti armati di bastone e cominciarono a
bastonare lo sciocco, tanto forte e per bene che quello, poveretto, crollò. La gru gridò dall’alto: nel
corno! e i baldi giovanotti disparvero. Lo sciocco tornò dalla madre e dice: «Mamma, non dire mai:
fuori dal corno! ma solamente nel corno!». La madre, appena lo sciocco fu andato dai vicini, sprangò
la porta e disse: fuori dal corno! Allora saltarono fuori i due baldi giovanotti armati di bastone e giù
a bastonare la vecchia; quella urla a squarciagola. Lo sciocco sentì le grida, si precipita, arriva di
corsa a casa e trova la porta sprangata; gridò: nel corno, nel corno! La vecchia, tornata in sé dopo le
botte, aprì allo sciocco la porta. Lo sciocco entrò e disse: «Ora hai capito, mamma, perché ti avevo
detto di non dirlo».
Un giorno lo sciocco ebbe l’idea di dare una festa e invita signori e boiari. Gli invitati si erano
appena riuniti e seduti che lo sciocco porta nell’izbà il cavallo e dice: alt, bello! Il cavallo si disfece
in argento. Gli invitati, sbalorditi, fecero man bassa delle monete e se le misero in tasca. Lo sciocco
disse: arri! e il cavallo riapparve, meno la coda. Vede lo sciocco che è il momento di imbandire la
tavola, tirò fuori la tovaglia e disse: stenditi! La tovaglia si spiegò d’un sol colpo e si riempì di cibi
e bevande diverse. Gli invitati bevvero, fecero festa, si divertirono un mondo. Quando furono sazi, lo
sciocco disse: ripiegati! e la tovaglia si ripiegò. Gli invitati si misero a sbadigliare e a ridacchiare:
«Mostraci qualche altra cosa, sciocco!». «Come desiderate» rispose lo sciocco «il piacere è tutto
mio!», e portò il corno. Gli invitati gridarono: fuori dal corno! All’improvviso saltarono fuori i due
baldi giovanotti armati di bastoni e li bastonarono di santa ragione, tantoché gli ospiti furono costretti
a restituire il denaro rubato e a darsela a gambe. Quanto allo sciocco, visse felice e ricco insieme a
sua madre, al cavallo, alla tovaglia e al corno.

Vai non so dove, porta non so cosa (214)


L’ex soldato Tarabanov aveva deciso di viaggiare attraverso il mondo; camminò una settimana, due,
tre, camminò un anno intero e giunse in un paese lontano, in un reame ai confini del mondo, in una
foresta così fitta che non si vedevano se non il cielo e gli alberi. Passarono ore o mesi, sbucò in una
radura, nella radura sorgeva un immenso palazzo. Lo guarda meravigliato: è di una tale ricchezza da
non immaginare, né indovinare, solo nelle favole raccontare! Girò intorno al palazzo: né portale, né
androne, non il minimo ingresso. Che fare? Ma ecco una lunga pertica per terra; lui la tirò su,
l’appoggiò a un balcone, prese il coraggio a due mani e si arrampicò su quella pertica; arrivato al
balcone, aprì la portafinestra e girò per gli appartamenti: tutto era deserto, non un’anima viva!
Il soldato entra in una vasta sala: c’è un tavolo rotondo, sul tavolo dodici piatti con diverse pietanze
e dodici caraffe di vini dolci. Per calmare la fame, assaggiò un boccone da ogni piatto, si versò un
bicchiere da ogni caraffa, bevve e mangiò a sazietà; salì sulla stufa e si mise a dormire con lo zaino
sotto la testa. Si era appena appisolato per bene che dodici cigni entrarono all’improvviso dalla
finestra, si gettarono sul pavimento e si trasformarono in fanciulle, una più bella dell’altra; misero le
loro alucce sulla stufa, sedettero a tavola e si rifocillarono, ciascuna col suo piatto, ciascuna con la
sua caraffa. «Ascoltate, sorelline» dice una di loro «c’è qualcosa di losco. Caraffe e piatti sembrano
cominciati».«Ma via, sorellina! Tu ne sai sempre più di tutte!» Il soldato aveva visto dove avevano
messo le loro alucce; si alzò piano piano e prese le alucce della fanciulla più furba di tutte; le prese e
le nascose.
Dopo aver cenato, le belle fanciulle si alzarono da tavola, corsero verso la stufa a prendere le loro
alucce. Tutte avevano trovato le loro, tranne una. «Ah, sorelline, le mie alucce non ci sono!»«E
allora? Non sei la più furba?» Le undici sorelle si gettarono sul pavimento, ridivennero cigni bianchi
e volarono via dalla finestra; la dodicesima, obbligata a restare, scoppiò in singhiozzi. Il soldato uscì
da dietro la stufa; lo vide la bella fanciulla e cominciò a supplicarlo di restituirle le alucce. Il soldato
le dice: «Prega, piangi quanto vuoi, non ti restituirò le tue alucce per niente al mondo! Piuttosto,
acconsenti a diventare mia moglie e vivremo insieme». Si misero d’accordo, si abbracciarono e si
baciarono appassionatamente.
La bella fanciulla portò il suo promesso sposo in una cantina profonda, aprì un enorme baule con
borchie di ferro e dice: «Prendi tanto oro quanto ne potrai portare, per avere di che vivere senza
sperperare, per poter una casa amministrare!». Il soldato si riempì le tasche d’oro, svuotò lo zaino
delle sue vecchie camicie militari e lo colmò d’oro. Poi si prepararono e partirono insieme per un
lungo viaggio.
Passarono ore o mesi, giunsero in una splendida capitale, presero un appartamento e ci andarono a
vivere. Un giorno, la moglie dice al soldato: «Eccoti cento rubli: vai al negozio e comprami cento
rubli di sete diverse». Il soldato si avviò verso il negozio, guarda: sulla strada c’è una taverna.
“Possibile che non si debba bere per dieci copeche su cento rubli?” pensa. “Entriamo!” Entrò nella
taverna, prese mezzo boccale di vodka, pagò dieci copeche e poi andò a prendere la seta; contrattò
un grosso pacchetto, lo porta a casa e lo dà alla moglie. Quella chiede: «Ce n’è per quanto?». «Per
cento rubli».«No, non è vero! Ne hai comprati cento rubli meno dieci copeche. Dove hai cacciato»
dice «le dieci copeche? Te le sarai bevute all’osteria!» “Molto furba!” pensa il soldato tra sé e sé.
“Non le si può nascondere niente”. Con quella seta, la moglie del soldato ricamò tre meravigliosi
tappeti e mandò il marito a venderli; un ricco mercante li pagò tremila rubli ognuno, aspettò
l’occasione di una grande festa e offrì i tre tappeti in regalo al re in persona. Il re, dopo averci dato
una sola occhiata, per lo stupore esclamò: «Che mani d’oro hanno eseguito questo lavoro!». «Colei
che li ha ricamati» dice il mercante «non è che la moglie di un semplice soldato».«Non è possibile!
Dove abita? Andrò a farle visita di persona».
Il giorno dopo si decise ad andare da lei per ordinare un altro lavoro; arrivò, vide la bella e se ne
innamorò alla follia. Tornò a palazzo e prese la brutta decisione di togliere la moglie al marito.
Manda a chiamare il suo generale più fidato. «Trova il mezzo» dice «di far fuori il soldato; ti
riempirò di titoli, di proprietà, di ricchezze».«Vostra Altezza! Affidategli un’impresa difficile: che
vada ai confini del mondo a cercare Saura il servitore; questo Saura il servitore entra in una tasca e
fa tutto quello che gli si ordina!»
Il re mandò a cercare il soldato e, quando glielo portarono a palazzo, subito lo aggredì: «Ah tu,
scervellato! Ti trascini nelle osterie e nelle taverne e ovunque ti vanti che trovare Saura il servitore è
per te una cosa da niente. Perché non sei venuto da me prima? Perché non me ne hai fatto mai parola?
Eppure la mia porta non è chiusa a nessuno». «Vostra Altezza, non mi sono mai sognato di dire queste
fandonie».«Ah, fratello Tarabanov, è inutile ostinarsi a negare! Vai ai confini del mondo e procurami
Saura il servitore. Sennò, ti aspetta il supplizio!» Corse il soldato dalla moglie e le raccontò la sua
pena; lei si tolse un anellino: «Prendi» dice «questo anellino; dove rotolerà, seguilo, senza paura!».
Dopo questa saggia raccomandazione, lo lasciò partire.
L’anellino rotolava, rotolava, rotolò fino a un’izbà, saltò le scale, la porta e si fermò ai piedi della
stufa. Il soldato entrò dietro a quello nell’izbà, si mise dietro la stufa e sedette ad aspettare.
Improvvisamente arriva un omino, alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito, e si mette a
gridare: «Ehi, Saura! Dammi da mangiare». Aveva appena dato l’ordine che subito apparve davanti a
lui un bue arrostito, con nel petto un coltello affilato, dietro dell’aglio triturato, e un enorme barile di
buona birra. L’omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito si sedette davanti al bue,
prese il coltello affilato, si tagliò dei pezzi di carne, li strofinò con l’aglio, se li mangiò leccandosi i
baffi. Quando ebbe lasciato del bue solo le ossa, ebbe bevuto tutto il barile di birra, disse: «Grazie,
Saura! Il tuo cibo è eccellente; tornerò da te fra tre anni». Salutò e se ne andò.
Il soldato uscì da dietro la stufa, prese il coraggio a due mani e gridò: «Ehi, Saura, sei qui?». «Sì
militare!»«Dai da mangiare, fratello, anche a me». Saura gli servì un bue arrosto e un enorme barile
di birra; il soldato era sbalordito: «Andiamo, Saura, è davvero troppo! Non potrei mangiare né bere
tutto questo in un anno». Mangiò un paio di pezzi, bevve all’incirca una bottiglia, ringraziò per il cibo
e chiede: «Non ti andrebbe Saura, di passare al mio servizio?». «Se mi prendi con te, ne sarò felice;
quel mio ometto è un tale mangione che a volte sudo sangue prima di saziarlo».«Allora, in strada!
Scivola nella mia tasca».«Ci sono già da un pezzo, signore».
Tarabanov uscì dall’izbà; l’anello rotolava in avanguardia e, passarono ore o mesi, riportò il soldato
a casa. Subito si presentò al sovrano, fece venire fuori Saura e lo cedette al re come servitore. Il re
di nuovo manda a chiamare il generale: «Dicevi che il soldato Tarabanov sarebbe morto senza
trovare Saura; invece è tornato sano e salvo e ha portato Saura!». «Vostra Altezza, si può scovare un
compito ancora più difficile: ordinategli di andare all’altro mondo a cercare notizie del vostro
defunto padre». Il re, senza perdere un attimo, mandò all’istante un corriere che gli portasse il
soldato Tarabanov. Il corriere si precipitò: «Ehi, militare, vestiti, il re ti vuole».
Il soldato lucidò i bottoni della sua mantella, si vestì, si sedette accanto al corriere e andò a palazzo.
Si presenta al re; il re gli dice: «Senti, scervellato! Ti trascini nelle osterie e nelle taverne e non mi
riferisci che puoi andare all’altro mondo a cercare notizie del mio defunto padre?». «Ma andiamo,
Vostra Altezza! Non mi è mai venuto in mente di vantarmi di poter andare all’altro mondo. A parte la
morte, un altro mezzo per andare laggiù – lo giuro davanti a Dio! – non lo conosco».«Fai come vuoi,
ma vammi lo stesso a cercare notizie di mio padre; altrimenti la mia spada taglierà, la tua testa
rotolerà!» Tarabanov tornò a casa, aveva la testa impetuosa più bassa delle spalle possenti, e si
abbandonò a una profonda tristezza; la moglie gli chiede: «Perché sei così avvilito, mio caro? Dimmi
la pura verità». Quello le raccontò l’accaduto per filo e per segno. «Non è niente, non ti affliggere!
Vai a letto: la notte porta consiglio».
Il mattino dopo il soldato si era appena svegliato che la moglie gli dice: «Torna dal sovrano e digli
che ti dia come compagno di viaggio il generale che aizza il re contro di te». Tarabanov si vestì,
arriva dal re e chiede: «Vostra Altezza Reale, datemi come compagno di viaggio il generale; potrà
così testimoniare che sono davvero andato all’altro mondo e che non vi racconto frottole sul conto
del vostro defunto padre». «Bene, fratello! Torna a casa, preparati e te lo manderò». Tarabanov tornò
a casa e iniziò a prepararsi per il viaggio; il re convocò il generale. «Vai anche tu» dice «col soldato;
se va da solo, come potremo credergli?» Il generale fu preso dal panico, ma non ci fu niente da fare,
poiché la parola del re è legge: a malincuore si trascinò all’appartamento del soldato.
Tarabanov mise delle gallette nello zaino, riempì d’acqua la sua borraccia, salutò la moglie, prese il
suo anellino e dice al generale: «In marcia, con l’aiuto di Dio!». Uscirono nel cortile: accanto alle
scale c’è una carrozza da viaggio con quattro cavalli. «Per chi è?», chiede il soldato. «Come per chi
è? Ma per noi!»«No, Vostra Eccellenza! Niente carrozza: all’altro mondo ci si va a piedi». L’anello
rotola davanti, dietro l’anello cammina il soldato e il generale si trascina in coda. La strada è lunga,
al soldato viene voglia di mangiare: tira fuori dallo zaino una galletta, la inzuppa nell’acqua e la
mangia; il suo compagno si limita a guardare di soppiatto e ad arrotare i denti. Se il soldato gli
avesse offerto una galletta, allora bene, ma se non gliela offriva, allora ci avrebbe fatto una croce
sopra.
Camminarono poco o molto, passarono ore o mesi – si fa prima in una favola a raccontarlo che nella
realtà a farlo – arrivarono in una foresta fitta e selvaggia e scesero in un burrone molto molto
profondo. Lì l’anello si fermò. Il soldato e il generale si sedettero per terra e giù a sgranocchiare
gallette; non avevano nemmeno finito di mangiare quando ecco arrivare due diavoli con il vecchio re,
che traina della legna – un enorme carro! – e quelli lo spingono a colpi di bastone: uno a destra e uno
a sinistra. «Guardate, Vostra Eccellenza, non è quello il vecchio re?»«Sì, hai ragione!» dice il
generale. «È proprio lui che porta la legna».«Ehi, signori demoni!» si mise a gridare il soldato.
«Lasciatemi quella buon’anima per un momento; gli devo chiedere qualcosa».«Già, abbiamo proprio
tempo da perdere! Non possiamo certo tirarci dietro la legna al posto suo, mentre voi
chiacchierate».«Perché vi date tanta pena? Prendetevi quest’uomo fresco al suo posto».
I diavoli in un attimo staccarono il vecchio re, misero al suo posto il generale tra le stanghe del
carro e giù botte sui fianchi; quello piega la schiena e tira. Il soldato interrogò il vecchio re sulla vita
all’altro mondo. «Ah, militare! È davvero brutta la mia vita. Saluta da parte mia mio figlio e
domandagli di far dire per me delle messe; forse il Signore mi grazierà, mi esimerà dai tormenti
eterni. E digli fermamente, a mio nome, di non opprimere il popolo minuto né la truppa; altrimenti
Dio lo punirà!»«Ma lui, probabilmente, non crederà mai alle mie parole; dammi un segno di
riconoscimento qualsiasi».«Eccoti una chiave! Quando la vedrà, crederà a tutto». Fecero appena in
tempo a terminare il colloquio che i diavoli già stavano tornando indietro. Il soldato si accomiatò dal
vecchio re, riprese il generale ai diavoli e con lui si mise sulla via del ritorno.
Giungono nel loro reame, si presentano a palazzo. «Vostra Altezza!» dice il soldato al re. «Ho visto
il vostro defunto padre: è certo brutta la sua vita all’altro mondo. Vi saluta e vi prega di far dire delle
messe perché Dio lo grazi, lo esenti dai tormenti eterni; e poi ha ordinato di dirvi fermamente: che
suo figlio, dice, non opprima né il popolo né la truppa! Il Signore per questo punisce
severamente».«Davvero siete andati all’altro mondo, davvero avete visto mio padre?» Il generale
dice: «Sulla mia schiena si vedono ancora i segni delle bastonate che mi hanno rifilato i diavoli».
Quanto al soldato, mostra la chiave; il re diede un’occhiata: «Oh, ma è proprio la chiave dello studio
segreto che dimenticammo di prendere dalla tasca di mio padre prima delle esequie!». Allora il re
credette che il soldato aveva detto la pura verità, lo nominò generale e smise di pensare alla sua
bella sposa.

Lo zar del mare e Vasilisa la Saggia (222)


In un certo reame, in terre lontane, vivevano uno zar e una zarina; i due non avevano figli. Lo zar
partì per terre straniere, per paesi lontani; la sua assenza si prolungava; la zarina, nel frattempo,
partorì un bambino, il principe Ivan, senza che lo zar nemmeno lo sapesse. Presa la strada del
ritorno, nelle vicinanze del suo paese, lo zar fu sorpreso da una giornata torrida, il sole scottava in un
modo! Era divorato da una terribile sete; avrebbe dato qualsiasi cosa per dell’acqua! Girò intorno lo
sguardo e vede poco distante un grande lago; si avvicinò al lago, scese da cavallo, si mise pancia a
terra e giù a bere l’acqua gelata. Beve, senza sospettare la sventura; ma lo zar del mare lo afferrò per
la barba. «Lasciami!», chiede lo zar. «Non ti mollo, non osare bere senza il mio permesso!»«Ti
pagherò qualunque prezzo, ma lasciami!»«Dammi quel che non sai di avere a palazzo». Lo zar
pensava, pensava: cosa aveva in casa che non sapeva? Credeva di sapere tutto ciò che possedeva, e
accettò l’offerta. Fece una prova: nessuno lo trattiene per la barba; si rialzò, montò in sella e se ne
tornò a casa.
Quando arriva a casa, la zarina, radiosa, lo accoglie col principe in braccio; e quello, quando seppe
del caro figlioletto, si mise a piangere a calde lacrime. Raccontò la sua disavventura alla zarina, che
mescolò le lacrime alle sue; ma non c’era niente da fare, con le lacrime non si risolvono le cose.
Ripresero la loro vita di sempre; intanto, il principe cresce, cresce, come pasta lievitata, a vista
d’occhio, ed eccolo già grande. “Per quanto io lo trattenga accanto a me” pensa lo zar “prima o poi
bisognerà mandarlo: è una cosa inevitabile!” Prese il principe Ivan per mano, lo condusse dritto al
lago. «Cerca un po’ da qualche parte» dice «il mio anello; l’ho perduto inavvertitamente ieri». Lasciò
solo il principe e tornò a casa.
Il principe si mise a cercare l’anello, costeggia la riva, ed ecco una vecchina farglisi incontro.
«Dove vai, principe Ivan?»«Lasciami in pace, non mi seccare, vecchia strega! Lo sono già
abbastanza senza di te!»«Be’, Dio sia con te!» E la vecchia si allontanò. Ma il principe Ivan ci
ripensò: «Perché mai ho maltrattato quella vecchietta? È meglio che la richiami; i vecchi sono furbi e
accorti! Forse mi saprà dare dei consigli». Richiamò quindi la vecchietta: «Torna indietro, nonna, e
perdonami la mia leggerezza! Ho parlato per dispetto: mio padre mi ha ordinato di trovare il suo
anello e lo sto cercando dappertutto invano!». «Non è per un anello che sei qui; tuo padre ti ha ceduto
allo zar del mare: uscirà lo zar del mare e ti porterà con sé nel suo reame sottomarino».
Il principe si mise a piangere amaramente. «Non ti disperare, principe Ivan! La fortuna ti sorriderà
prima o poi; devi solo ascoltare questa povera vecchia. Nasconditi dietro quel cespuglio di ribes e
non ti muovere. Arriveranno dodici colombe, che sono altrettante belle fanciulle, e dopo di loro
anche una tredicesima; faranno il bagno nel lago; tu, intanto, ruba la camicia dell’ultima e non gliela
restituire finché non ti avrà dato il suo anellino. Se fallisci, sei perduto per sempre: il palazzo dello
zar del mare è cinto da un’alta palizzata di nove verste e ogni palo ha in cima una testa; ne resta uno
solo vuoto, fai attenzione a non occuparlo tu!» Il principe Ivan ringraziò la vecchietta, si nascose
dietro il cespuglio di ribes e attende gli avvenimenti.
All’improvviso arrivarono le dodici colombe; si gettarono sull’umida terra e si trasformarono in
belle fanciulle, tutte di una bellezza indescrivibile: non si può immaginare, non si può indovinare,
non si può in un libro raccontare! Si spogliarono ed entrarono nel lago: scherzano, sguazzano, ridono
e cantano. Dopo di loro arrivò anche una tredicesima colomba; si gettò sull’umida terra, divenne una
bella fanciulla, si tolse dal bianco corpo la camicia e andò a fare il bagno; era ancora più vezzosa,
più leggiadra delle altre! A lungo il principe Ivan non poté staccarle gli occhi di dosso, a lungo la
ammirò, ma si ricordò delle istruzioni della vecchietta, si avvicinò di soppiatto e prese la camicia.
La bella fanciulla uscì dall’acqua, si accorse che la camicia non c’era più, qualcuno l’aveva presa;
tutte si lanciarono alla ricerca, cercavano, cercavano, ma la camicia restava introvabile. «Non
cercate più, mie care sorelline! Volate a casa; è colpa mia, non sono stata attenta, io sola devo
risponderne». Le sorelle, belle fanciulle, si gettarono sull’umida terra, ridivennero colombe,
agitarono le ali e volarono via. Quella che era restata girò intorno lo sguardo e disse: «Chiunque tu
sia, che hai la mia camicia, fatti vedere; se sei vecchio, ti considererò un padre; se sei di mezza età, ti
considererò un fratello; se sei giovane come me, sarai il mio amato!». Aveva appena finito di parlare
che il principe Ivan si mostrò. Lei gli diede un anellino d’oro e dice: «Ah, principe Ivan! Sei in
ritardo! Lo zar del mare è molto arrabbiato con te. Ecco la strada che porta al reame sottomarino;
seguila senza timore. Là troverai anche me, perché sono la figlia dello zar del mare, Vasilisa la
Saggia».
Vasilisa la Saggia ridivenne colomba e si separò dal principe. Il principe Ivan prese la strada del
reame sottomarino; vede: anche lì c’è la stessa luce che c’è qui da noi; anche lì campi, e prati, e
verdi boschetti, e il solicello riscalda. Arriva dallo zar del mare. Lo zar del mare tuonò: «Perché hai
tardato tanto? Per punizione eccoti un compito: ho trenta verste quadrate di terra incolta, tutta crepe,
burroni e sassi aguzzi! Che per domani sia liscia come il palmo di una mano, e seminata di segale, la
quale, all’alba, dovrà essere tanto alta da nascondere una cornacchia. Se non ci riuscirai, ti farò
tagliare la testa!».
Il principe Ivan si ritira piangendo a calde lacrime. Lo vide da una finestra del suo alto palazzo
Vasilisa la Saggia e gli chiede: «Buongiorno, principe Ivan! Perché piangi?». «E come non farlo?»
risponde il principe. «Lo zar del mare mi ha ordinato di livellare, in una sola notte, crepe, burroni e
sassi aguzzi e di seminarci della segale, che, all’alba, dovrà essere cresciuta abbastanza per
nascondere una cornacchia».«Non è ancora questa la vera disgrazia, la disgrazia verrà dopo. Dormi
tranquillo; la notte porta consiglio, tutto si risolverà!» Il principe Ivan andò a letto e Vasilisa uscì
sulle scale e gridò con voce decisa: «Ehi voi, miei fedeli servitori! Livellate i burroni profondi,
levate i sassi aguzzi, seminate segale in abbondanza, e che sia matura domattina».
Il principe Ivan si svegliò all’alba, guardò: tutto era stato fatto; niente più crepe, né burroni, il
terreno è liscio come il palmo di una mano, e vi splende della segale, tanto alta da nascondere una
cornacchia. Andò a rendere conto allo zar del mare. «Ti ringrazio» dice lo zar del mare «di aver
assolto il tuo compito. Ma eccotene un altro: ho trecento covoni, ogni covone è di trecento mucchi –
tutti di ottimo frumento; trebbiami per domani tutto il frumento, fino all’ultimo chicco, ma non disfare
i covoni, non guastare i mucchi. Se non ci riuscirai, ti farò tagliare la testa!»«Ai vostri ordini, Vostra
Altezza!», rispose il principe Ivan; di nuovo attraversa il cortile piangendo. «Perché piangi tanto?»,
gli chiede Vasilisa la Saggia. «E come non farlo? Lo zar del mare mi ha ordinato di trebbiare in una
sola notte tutti i suoi covoni, senza perdere un solo chicco e senza disfare i covoni, né guastare i
mucchi».«Non è ancora questa la vera disgrazia, la disgrazia verrà dopo! Dormi tranquillo: la notte
porta consiglio».
Il principe si mise a letto e Vasilisa la Saggia uscì sulle scale e gridò con voce decisa: «Ehi voi,
formiche diligenti! Venite qui tutte quante siete al mondo e separate uno per uno i chicchi dei covoni
di mio padre». Al mattino, lo zar del mare manda a chiamare il principe Ivan: «Hai finito il tuo
compito?». «Sì, Vostra Altezza!»«Andiamo a vedere». Arrivarono sul posto: tutti i covoni erano
intatti, andarono ai granai: tutti i contenitori erano pieni di grano. «Ti ringrazio, fratello!» disse lo zar
del mare. «Ora fammi una chiesa completamente di cera, e che sia pronta per domani all’alba: sarà il
tuo ultimo compito». Di nuovo il principe Ivan attraversa il cortile piangendo. «Perché piangi
tanto?», chiede Vasilisa la Saggia dall’alto del suo palazzo. «E come non farlo? Lo zar del mare mi
ha ordinato di fare in una sola notte, una chiesa interamente di cera».«Bah, non è ancora questa la
vera disgrazia, la disgrazia arriverà dopo. Vai a dormire: la notte porta consiglio».
Il principe andò a letto e Vasilisa la Saggia uscì sulle scale e gridò con voce decisa: «Ehi voi, api
laboriose! Venite qui tutte quante siete al mondo e modellate in cera una santa chiesa che sia pronta
per domani all’alba». Al mattino il principe Ivan si alzò, guardò: c’era una chiesa di cera, e andò a
renderne conto allo zar del mare. «Ti ringrazio, principe Ivan! Tu sei il più abile servitore che io
abbia mai avuto. In cambio, ti nomino mio erede, protettore di tutto il reame; prendi in moglie una
delle mie tredici figlie, a tua scelta». Il principe Ivan scelse Vasilisa la Saggia; subito li fecero
sposare e si festeggiò gioiosamente per tre giorni di seguito.
Dopo un po’ di tempo, il principe Ivan sentì nostalgia dei suoi genitori, gli venne voglia di tornare
nella santa Russia. «Perché quell’aria triste, principe Ivan?»«Ah, Vasilisa la Saggia, ho nostalgia di
mio padre, di mia madre, vorrei tornare nella santa Russia».«Eccola, la vera disgrazia! Se ce ne
andiamo, ci daranno la caccia; lo zar del mare si adirerà e ci metterà a morte. Bisogna agire con
l’inganno!» Sputò Vasilisa la Saggia in tre angoli, sprangò la porta del suo palazzo e fuggì insieme al
principe Ivan verso la santa Russia.
Il giorno dopo, presto, giungono dei messaggeri da parte dello zar del mare a svegliare i giovani
sposi, per invitarli a palazzo dallo zar. Bussano alla porta: «Avete dormito abbastanza, svegliatevi!
Vostro padre vi vuole vedere». «È troppo presto, abbiamo sonno, ritornate più tardi!», risponde uno
degli sputi. I messaggeri se ne andarono, aspettarono un’ora o due e poi bussano di nuovo alla porta:
«Non è ora di dormire, è ora di alzarsi!». «Abbiate un po’ di pazienza; dateci almeno il tempo di
alzarci e vestirci!», risponde il secondo sputo. I messaggeri tornano una terza volta: «Lo zar del mare
si è seccato che vi gingilliate». «Arriviamo!», risponde il terzo sputo. Aspetta aspetta, i messaggeri
bussano ancora: nessuna risposta, nessun segno di vita! Forzarono la porta e videro le stanze vuote.
Informarono lo zar che i giovani erano fuggiti; quello si adirò e sguinzagliò una numerosa truppa
all’inseguimento dei fuggitivi.
Ma Vasilisa la Saggia e il principe Ivan erano già lontani, molto lontani! Galoppano sui loro veloci
destrieri, senza sosta, senza tregua. «Su, principe Ivan, metti l’orecchio sull’umida terra e senti se lo
zar del mare ci fa inseguire». Il principe Ivan scese da cavallo, poggiò l’orecchio sull’umida terra e
dice: «Sento delle voci e dei cavalli al galoppo!». «Ci inseguono!», esclamò Vasilisa la Saggia e
subito trasformò i cavalli in un prato verde, il principe Ivan in un vecchio pastore e se stessa in una
tenera pecorella.
Sopraggiungono gli inseguitori: «Ehi, buon uomo, non hai per caso visto passare un valente guerriero
e una bella fanciulla?». «No, miei signori, non ho visto niente» risponde il principe Ivan. «Sono
quarant’anni che pascolo le pecore in questo posto: non è mai passato di qui nessun uccello, né è
capitata nessun’altra bestia!» Gli inseguitori tornarono indietro: «Vostra Altezza Reale! Non abbiamo
raggiunto nessuno, abbiamo visto solo un pastore pascolare una pecorella». «Perché non li avete
presi? Erano loro!», gridò lo zar del mare, e inviò un’altra truppa all’inseguimento dei fuggitivi. Ma
il principe Ivan e Vasilisa la Saggia da tempo galoppano sui loro veloci destrieri. «Su, principe Ivan,
metti l’orecchio sull’umida terra e senti se lo zar del mare ci fa inseguire». Il principe Ivan scese da
cavallo, mise l’orecchio sull’umida terra e dice: «Sento delle voci e dei cavalli al galoppo». «Ci
inseguono!», esclamò Vasilisa la Saggia; lei si trasformò in chiesa, cambiò il principe Ivan in un
vecchio pope e i cavalli in alberi.
Sopraggiungono gli inseguitori: «Ehi, padre, non hai per caso visto passare un pastore e una
pecorella?». «No, brava gente, non li ho visti; da quarant’anni officio in questa chiesa: non è mai
passato di qui nessun uccello, né è capitata nessun’altra bestia!» Gli inseguitori tornarono indietro:
«Vostra Altezza Reale! Non abbiamo trovato in nessun luogo il pastore con la pecorella; per strada
non abbiamo visto che una chiesa e un vecchio pope». «Perché non avete demolito la chiesa e
arrestato il prete? Erano proprio loro!», gridò lo zar del mare, e si lanciò lui stesso all’inseguimento
del principe Ivan e di Vasilisa la Saggia. Ma quelli avevano già percorso un altro bel pezzo di strada.
Di nuovo dice Vasilisa la Saggia: «Principe Ivan, metti l’orecchio sull’umida terra per sentire se ci
inseguono». Il principe scese da cavallo, mise l’orecchio sull’umida terra e dice: «Sento una voce e
un cavallo che galoppa come il vento». «È lo zar in persona che ci insegue». Vasilisa la Saggia
cambiò i cavalli in lago, il principe Ivan in papero e se stessa in papera. Lo zar del mare arrivò al
lago, capì immediatamente chi erano quel papero e quella papera; si gettò sull’umida terra e divenne
un’aquila. Vuole l’aquila ucciderli, ma invano: per quanto si alzi in volo… sta quasi per prendere il
papero, ma il papero si tuffa in acqua; sta quasi per prendere la papera, ma la papera si tuffa in
acqua! Si dava da fare, si dava da fare, ma non ne venne a capo. Alla fine, lo zar del mare riguadagnò
il suo reame sottomarino, mentre Vasilisa la Saggia e il principe Ivan aspettarono il momento buono e
si diressero verso la santa Russia.
Passarono ore e mesi, giunsero nel reame ai confini del mondo. «Aspettami in questo boschetto»
dice il principe a Vasilisa la Saggia «il tempo che io arrivi e mi presenti a mio padre e a mia
madre».«Mi scorderai, principe Ivan!»«No, non ti scorderò».«No, principe Ivan, non dire così, so
che mi scorderai! Ricordati almeno di me quando due piccioni picchieranno alla tua finestra!» Il
principe Ivan arrivò a palazzo; i genitori lo videro, gli si buttarono al collo, lo baciarono e gli fecero
mille moine; al colmo della gioia, il principe Ivan si dimenticò di Vasilisa la Saggia. Passa un giorno,
due, con la madre e il padre, al terzo già progettava di chiedere la mano di un’altra principessa.
Vasilisa la Saggia andò in città e si fece prendere a lavorare da una panettiera. Eccola dunque
preparare dei panini benedetti; prese due pezzetti di pasta, ne fece due piccioni e li mise in forno.
«Indovina, padrona, cosa ne sarà di questi due piccioni?»«E che ne sarà? Ce li mangeremo, punto e
basta!»«No, non hai indovinato!» Vasilisa la Saggia aprì il forno, spalancò la finestra e in
quell’istante i piccioni presero vita e volarono dritti a palazzo, dove presero a battere alle finestre; i
domestici dello zar avevano un bel cercare di cacciarli, nessuno ci riuscì. Solo allora il principe
Ivan si ricordò di Vasilisa la Saggia, mandò un po’ ovunque dei corrieri, che cercarono, si
informarono e finirono per trovarla dalla panettiera; la prese per le bianche mani, la baciò sulle
labbra zuccherine, la portò dal padre e dalla madre, e vissero felici e contenti, diventando sempre
più abbienti.

La penna di Finist falco lucente (234)


C’era una volta un uomo che aveva tre figlie: la prima e la seconda erano due smorfiose, la più
piccola, invece, si occupava solo della casa. Un giorno il padre decide di andare in città e chiede
loro cosa vogliano in regalo. La maggiore dice: «Comprami della stoffa per un vestito!». La seconda
anche. «E tu, figlia mia diletta, cosa vuoi?», chiede alla minore. «Comprami, babbo, una penna di
Finist falco lucente». Il padre le salutò e andò in città; comprò della stoffa per le sue due figlie più
grandi, ma non trovò da nessuna parte la penna di Finist falco lucente. Tornò a casa, diede i suoi
acquisti alle maggiori, che ne furono entusiaste. «Per te» dice alla minore «non ho trovato la penna di
Finist falco lucente».«Pazienza» rispose lei «avrai forse più fortuna la prossima volta». Le sorelle
maggiori si tagliano e si cuciono dei vestiti nuovi e ridono di lei; ma lei non risponde. Di nuovo il
padre decide di andare in città e chiede: «Allora, figliole, che volete che vi porti?». La maggiore e la
seconda chiedono un fazzoletto, la minore, invece, dice: «Comprami, babbo, una penna di Finist falco
lucente». L’uomo andò in città, comprò i due fazzoletti, ma della penna neanche l’ombra. Tornò
indietro e dice: «Ahimè, bambina mia, non sono ancora riuscito a trovare la penna di Finist falco
lucente!». «Non importa babbo; avrai più fortuna in un altro momento».
Per la terza volta il padre decide di andare in città e chiede: «Ditemi, figlie mie, che volete che vi
porti?». Le due maggiori dicono: «Compraci degli orecchini», la più piccola, invece, ripete:
«Comprami una penna di Finist falco lucente». Il padre comprò gli orecchini d’oro, cercò con zelo la
penna: nessuno ne ha mai sentito parlare; tornò indietro desolato. Proprio alle porte della città
incontra un vecchietto con una scatoletta in mano. «Che hai lì, vecchio?»«Una penna di Finist falco
lucente».«Quanto ne vuoi?»«Mille rubli». Il padre pagò la somma e si affrettò a tornare a casa con la
scatoletta. Le figlie lo accolgono. «Ebbene, figlia mia diletta» dice all’ultimogenita «ho finalmente il
regalo che volevi. Eccolo!» La figlia minore stava per saltare dalla gioia, prese la scatoletta, la coprì
di baci e la strinse forte al cuore.
Dopo cena, tutti andarono nelle proprie stanze a dormire; arrivò anche lei in camera sua, aprì la
scatoletta: subito ne saltò fuori la penna di Finist falco lucente, si gettò sul pavimento e apparve
davanti alla ragazza un affascinante principe. Si scambiarono tenere promesse amorose. Le sorelle
maggiori li udirono e chiedono: «Con chi parli, sorellina?». «Con me stessa», risponde la bella.
«Aprici allora!» Il principe si gettò sul pavimento e ridivenne penna; lei la prese, la rimise nella
scatoletta e aprì la porta. Le sorelle frugano in ogni angolo: nessuno! Appena furono uscite, la bella
aprì la finestra, tirò fuori la penna e dice: «Vola, pennuccia mia, nei campi; vai in giro, fino al
prossimo incontro!». La penna si cambiò in falco lucente e volò via nei campi.
La notte successiva, Finist falco lucente vola dalla sua bella; parlarono insieme gioiosamente. Le
sorelle li sentirono e corsero subito dal padre: «Babbo! Nostra sorella riceve qualcuno la notte; ora è
lì e stanno chiacchierando». L’uomo si alzò e andò dalla figlia minore, entra nella sua stanza, ma il
principe era già da tempo ridivenuto penna e sta nella scatoletta. «Ah, civette!» tuonò il padre verso
le figlie maggiori. «Che significano queste calunnie? Badate piuttosto a quello che fate voi!»
Il giorno dopo, le sorelle ordirono un complotto: la sera, quando nel cortile si fu fatto buio, con
l’aiuto di una scala, misero sul davanzale della finestra della sorella dei coltelli affilati e degli aghi.
La notte arrivò Finist falco lucente, batté, batté, ma non poté entrare nella camera e si ferì, invece, le
alucce. «Addio, mia bella!» disse. «Se vuoi ritrovarmi, cercami lontano, molto lontano, ai confini del
mondo. Consumerai tre paia di scarpe di ferro, romperai tre bastoni di ghisa e mangerai tre pani di
pietra, prima di avermi raggiunto!» La ragazza intanto dorme: sebbene senta, nel sonno, questo triste
discorso, non può svegliarsi.
Il mattino, al suo risveglio, vede la finestra irta di coltelli e di aghi insanguinati. Giunse le mani:
«Ah, Dio mio! Le mie sorelle hanno ferito il mio caro amico!». Subito si preparò e lasciò la casa.
Corse alla bottega del fabbro, si fece fabbricare tre paia di scarpe di ferro e tre bastoni di ghisa, si
rifornì di tre pani di pietra e partì alla ricerca di Finist falco lucente.
Cammina cammina, consumò un paio di scarpe, ruppe un bastone e mangiò un pane di pietra; giunge
a un’izbà e bussa alla porta: «Ehi, di casa: datemi un alloggio per la notte». Una vecchietta le
risponde: «Sii la benvenuta, bellezza! Dove te ne vai, piccioncina?». «Ahimè, nonna, cerco Finist
falco lucente».«Ah, bella mia, ne avrai di strada da fare!» L’indomani mattina, la vecchietta dice:
«Ora vai dalla mia seconda sorella, ti saprà ben consigliare; ed eccoti il mio regalo: una base
d’argento e un fuso d’oro; filerai stoppa e ne trarrai un filo d’oro». Poi prese un gomitolo, lo fece
rotolare sulla strada e disse alla bella di seguirlo: dove andrà il gomitolo, vai anche tu! La fanciulla
ringraziò la vecchietta e si incamminò dietro al gomitolo.
Passarono ore o mesi, consumò il secondo paio di scarpe, ruppe il secondo bastone e mangiò il
secondo pane di pietra; finalmente il gomitolo giunse a un’izbà. La fanciulla bussò alla porta: «Brava
gente, date alloggio per una notte a una povera fanciulla». «Sii la benvenuta!» risponde una
vecchietta. «Dove vai, bellezza?»«Cerco, nonna, Finist falco lucente».«Ne avrai di strada da fare!» Il
mattino dopo, la vecchietta le dà un piatto d’argento e un uovo d’oro e la manda dalla sorella
maggiore: lei, dice, sa dove trovare Finist falco lucente!
La bella prese congedo dalla vecchietta e ripartì; cammina cammina, il terzo paio di scarpe fu
consumato, il terzo bastone fu rotto, l’ultimo pane fu mangiato, il gomitolo arrivò a un’izbà. Bussa e
dice la viandante: «Brava gente, date alloggio per una notte a una povera fanciulla». Di nuovo
apparve una vecchietta: «Entra, piccioncina! Sii la benvenuta! Da dove vieni e dove ti dirigi?».
«Cerco, nonna, Finist falco lucente».«Oh, è molto, molto difficile ritrovarlo! Ora abita in una città
dove ha sposato la figlia di una panettiera». La mattina dopo, la vecchietta dice alla bella: «Eccoti un
regalo: un telaio e un ago d’oro; tu non devi far altro che tenere in mano il telaio, l’ago ricamerà da
solo. Su, ora vai con Dio e fatti assumere dalla panettiera come domestica».
Detto fatto. Arrivò la bella alla panetteria e si fece assumere come cameriera; lavora come meglio
non si poteva: scalda il forno, porta l’acqua, prepara da mangiare. La padrona ne è entusiasta.
«Grazie a Dio» dice alla figlia «ci siamo trovate una domestica servizievole e buona: fa tutto senza
che glielo si debba chiedere!» Quando la bella finì di lavorare, prese la base d’argento, il fuso d’oro
e cominciò a filare: fila – dalla stoppa ottiene un filo, ma non un semplice filo, un filo di oro puro. Lo
vide la figlia della panettiera: «Ah, bella mia, non mi venderesti il tuo giocattolo?». «Va
bene!»«Cosa vuoi in cambio?»«Lasciami passare la notte con tuo marito». La figlia della panettiera
acconsentì. “Non è grave!” pensa. “A mio marito farò prendere un sonnifero e con questo fuso io e
mia madre faremo fortuna!”
Quanto a Finist falco lucente, non era in casa; volò tutto il giorno per il cielo e non tornò che verso
sera. Si misero a tavola; la bella, servendo, non gli stacca un attimo gli occhi di dosso, ma lui, bravo
giovane, non la riconosce. La figlia della panettiera versò a Finist falco lucente del sonnifero in ciò
che beveva, lo fece mettere a letto e dice alla domestica: «Vai in camera sua a scacciare le mosche!».
La bella scaccia le mosche e piange: «Svegliati, svegliati, Finist falco lucente! Sono io, la tua bella,
sono venuta da te; ho consumato tre paia di scarpe di ferro, rotto tre bastoni di ghisa, mangiato tre
pani di pietra cercandoti, mio beneamato!». Ma Finist dorme, insensibile; così la notte passò.
Il giorno dopo, la domestica prese il piattino d’argento e ci fa rotolare l’uovo d’oro: molte uova
d’oro fece rotolare! Lo vide la figlia della panettiera. «Vendimi» dice «il tuo
giocattolo!»«Compralo».«Cosa vuoi in cambio?»«Lasciami passare ancora una notte con tuo
marito».«Va bene, d’accordo!» Finist falco lucente aveva ancora volato tutto il giorno nel cielo ed
era ritornato a casa solo verso sera. Si misero a tavola; la bella, servendo, non gli stacca un attimo
gli occhi di dosso, ma lui sembra non averla mai conosciuta. La figlia della panettiera gli versò di
nuovo del sonnifero in ciò che beveva, lo fece andare a letto e mandò la domestica a scacciare le
mosche. Ancora una volta, per quanto lei piangesse e cercasse di svegliarlo, quello dormì fino al
mattino senza sentire niente.
Il terzo giorno, siede la bella con in mano il telaio d’oro, e l’ago ricama da solo: e che capolavori!
La figlia della panettiera restò incantata. «Vendimi, bella mia, vendimi» dice «il tuo
giocattolo!»«Compralo».«Cosa vuoi in cambio?»«Lasciami passare una terza notte con tuo
marito».«Va bene, d’accordo!» La sera, al ritorno di Finist falco lucente, la moglie gli versò del
sonnifero, lo fece mettere a letto e mandò da lui la domestica a scacciare le mosche. La bella scaccia
le mosche e si lamenta: «Svegliati dunque, Finist falco lucente! Sono io, la tua bella, sono venuta da
te; ho rotto tre bastoni di ghisa, consumato tre paia di scarpe di ferro, mangiato tre pani di pietra
cercandoti, mio beneamato». Ma Finist falco lucente dorme profondamente, insensibile.
A lungo lei pianse, a lungo lo invocò; improvvisamente gli cadde sulla guancia una delle lacrime
della bella e all’istante si svegliò: «Ah» dice «qualcosa mi ha bruciato!». «Finist falco lucente!» gli
dice la bella. «Sono venuta da te; ho rotto tre bastoni di ghisa, consumato tre paia di scarpe di ferro e
mangiato tre pani di pietra cercandoti! È già la terza notte che sto con te, ma tu dormi sempre, non ti
svegli e alle mie parole non rispondi!» Solo allora la riconobbe Finist falco lucente e non era più in
sé dalla gioia. Decisero di fuggire lontano dalla panettiera. Al mattino, la figlia della panettiera cercò
il marito: non c’erano più né marito, né cameriera! Si andò a lamentare dalla madre; la panettiera
fece attaccare i cavalli e si lanciò all’inseguimento. Correva, correva, passò dalle tre vecchie, ma
non riuscì a riprendere Finist falco lucente: era scomparso come per incanto!
Si ritrovò Finist falco lucente con la sua promessa nei pressi della casa di lei; si gettò sull’umida
terra e si cambiò in penna: la bella la raccolse, la nascose in seno e si presentò dal padre. «Ah, figlia
mia diletta! Ti credevo morta; dove sei stata tutto questo tempo?»«In pellegrinaggio». Tutto questo
avveniva la vigilia della Settimana santa. Il padre e le figlie maggiori decidono di andare al
mattutino. «Andiamo, bambina cara» dice all’ultimogenita «preparati e vieni con noi; è una giornata
così bella».«Non ho niente da mettermi, babbo».«Prendi i nostri abiti», dicono le sorelle. «Ahimè,
sorelline, non sono della mia taglia! Preferisco restare a casa».
Il padre e le due figlie andarono al mattutino; allora la bella tirò fuori la sua penna. Quella si gettò
sul pavimento e si cambiò in un affascinante principe. Il principe fischiò verso la finestra: subito
apparvero dei vestiti, dei fronzoli e una carrozza dorata. Si vestirono, salirono in carrozza e
andarono in chiesa. Entrano in chiesa e si mettono davanti a tutti; la gente resta sbalordita: chi è
quella coppia principesca? Alla fine dell’ufficio, uscirono prima degli altri e tornarono a casa;
scomparve la carrozza, dei vestiti e dei fronzoli nemmeno più l’ombra, e il principe ridivenne penna.
Il padre e le due figlie tornarono: «Oh, sorellina! Hai fatto male a non accompagnarci: in chiesa
c’erano un bellissimo principe con l’adorata principessa». «Pazienza, sorelle mie! A sentir voi, mi
sembra di averli visti con i miei occhi». Il giorno dopo, stessa cosa; il terzo giorno, al momento in
cui il principe e la bella salirono in carrozza, il padre uscì dalla chiesa e con i suoi occhi vide la
carrozza fermarsi davanti a casa sua e sparire. Al suo ritorno, interrogò l’ultimogenita; lei dice:
«Sono obbligata a confessare tutto!».Tirò fuori la penna; la penna si gettò sul pavimento e si cambiò
in principe. Allora li fecero sposare, e fu un matrimonio sfarzoso! A quel matrimonio anch’io sono
stato, del vino ho bevuto, sui miei baffi è scivolato, nella bocca non è arrivato. Mi hanno messo in
testa un colbacco e malmenato; mi hanno vestito con una stuoia: «Ehi, giovanotto, sparisci, e che non
ti si veda più da queste parti!».

Elena la Saggia (236)


Tanto tempo fa, in un certo reame, in terre lontane accadde a un soldato di montare la guardia ai
piedi di una torre di pietra; la torre era chiusa da un catenaccio e sigillata con un sigillo. Si era di
notte. Esattamente alla mezzanotte, il soldato sente qualcuno gridare da dentro quella torre: «Ehi,
sentinella!». Il soldato chiede: «Chi mi chiama?». «Sono io, il Maligno» fece la voce da dietro
l’inferriata. «Sono qui da trent’anni senza mangiare né bere».«E che vuoi allora?»«Liberami, e
quando avrai bisogno ti ripagherò; appena pronuncerai il mio nome, all’istante verrò in tuo aiuto!» Il
soldato subito strappò il sigillo, ruppe il catenaccio e aprì la porta: il Maligno volò via dalla torre,
salì fino alle stelle e sparì più veloce di un lampo. “Bene” pensa il soldato “l’ho fatta proprio grossa;
tutti i miei anni di servizio in fumo. Ora mi metteranno agli arresti, sarò giudicato dalla corte
marziale e, niente di più facile, mi condanneranno a morte mediante fustigazione; è meglio sparire
finché sono in tempo”. Gettò a terra il fucile e lo zaino e partì alla ventura.
Camminò un giorno, due, tre; era affamato e non aveva niente da mangiare né da bere; si sedette sulla
strada e scoppiò in lacrime: “Non sono un vero idiota?” pensava. “Ho servito lo zar per dieci anni e
ho sempre mangiato a volontà, mi davano tre libbre di pane al giorno; e invece no! Ho preso la via
dei campi per crepare di fame. Eh, Maligno, sei tu la causa di tutto”. Il Maligno comparve
all’improvviso da non si sa dove e chiede: «Buongiorno, soldato! Cosa ti affligge?». «E come non
affliggermi se muoio di fame da tre giorni».«Non ti disperare, a questo c’è rimedio!», disse il
Maligno; corse di qua e di là e portò ogni tipo di vino e provviste, ristorò il soldato e poi lo invitò a
seguirlo: «Starai benone a casa mia: berrai, mangerai e te la spasserai quanto vuoi; tutto quello che ti
chiedo è di sorvegliare le mie figlie, di più non voglio». Il soldato accettò; il Maligno lo prese
sottobraccio, lo portò in alto in alto con sé nell’aria e lo depositò lontano, molto lontano, ai confini
del mondo, in un palazzo di pietra bianca.
Il Maligno aveva tre figlie, belle come la luce del giorno. Comandò loro di obbedire al soldato, di
nutrirlo, di dissetarlo finché avesse voluto, e se ne andò a commettere i suoi misfatti; tutti sanno chi è
il Maligno! Non resta mai nello stesso posto, vagabonda per il mondo e corrompe la gente, la spinge
ad agire male. Il soldato rimase con le tre belle e la sua vita era così piacevole che gli sembrava di
stare già in paradiso. Non ha che una preoccupazione: ogni notte le belle fanciulle si assentano e
chissà dove se ne vanno in giro. Prese a interrogarle, ma quelle si rifiutano di confessare. “Bene”
pensa il soldato “starò con gli occhi aperti tutta la notte e vedrò certo dove scappate”. La sera, il
soldato si mise a letto, finse di dormire come un sasso e aspettò, invece, di vedere cosa sarebbe
successo.
Al momento giusto, scivolò di soppiatto fino alla camera da letto delle ragazze, si fermò accanto alla
porta, si chinò e guarda dal buco della serratura. Le belle avevano preso un tappeto magico, lo
stesero sul pavimento, vi si lasciarono cadere e si trasformarono in colombe; spiegarono le ali e
volarono via dalla finestra. “Questa poi!” pensa il soldato. “Bisogna che ci provi anch’io”. Piombò
nella camera, si buttò sul tappeto e si trasformò in una capinera, che volò via dalla finestra dietro a
loro. Le colombe si posarono su di un prato verde; la capinera, invece, si mise sotto un cespuglio di
ribes, si nascose tra le foglie e le spia. Arrivarono in quello stesso posto altre colombe in stormo, il
prato ne era coperto; nel centro si ergeva un trono d’oro. Un po’ più tardi, si illuminarono cielo e
terra: vola nell’aria un carro dorato, trainato da sei draghi di fuoco; sul carro siede la principessa
Elena la Saggia, di una beltà tale che non si può né descrivere, né immaginare, né indovinare, né
nelle favole raccontare! Scese dal carro e sedette sul trono d’oro; chiamò a sé le colombe a una a una
e insegnò loro ogni sorta di astuzia. Finita la lezione, risalì sul carro e chi s’è visto s’è visto!
Allora, le colombe, tutte quante erano, lasciarono il prato e si dispersero; la capinera volò dietro
alle tre sorelle e si ritrovò con loro in camera da letto. Le colombe si gettarono sul tappeto e
ridivennero delle belle fanciulle; anche la capinera si gettò e ridivenne soldato. «Da dove vieni?»,
gli chiedono le fanciulle. «Ero con voi in quel prato verde, ho visto la bella principessa sul trono
d’oro e ho sentito come vi insegnava la principessa diverse magie».«Sei stato fortunato a scamparla!
Quella principessa è Elena la Saggia, la nostra potente sovrana. Se avesse avuto sotto mano il suo
libro di magia, ti avrebbe riconosciuto all’istante e saresti stato un uomo morto. Stai attento, soldato!
Non tornare mai più in quel prato verde, non guardare Elena la Saggia; altrimenti perderai la tua testa
impetuosa». Il soldato, per nulla intimidito, non si cura affatto dei loro avvertimenti; aspettò la notte
successiva, si gettò sul tappeto e si cambiò in capinera. Volò la capinera fino al prato verde, si
nascose sotto il cespuglio di ribes; guarda Elena la Saggia, ammira la sua bellezza inaudita e pensa:
“Se avessi una moglie come quella, non potrei desiderare niente altro al mondo! Voglio seguirla per
sapere dove abita”.
Ecco che Elena la Saggia scese dal suo trono d’oro, salì sul suo carro e volò via attraverso i cieli, in
direzione del suo magnifico palazzo; la capinera la seguì. La principessa arrivò a palazzo; cameriere
e governanti le corsero incontro, la presero sottobraccio e la condussero nelle sale sontuose. La
capinera si introdusse nel giardino, scelse un bell’albero, che per l’appunto stava sotto la finestra
della camera da letto della principessa, si mise su un rametto e iniziò a cantare con una voce tanto
gentile e languida, che la principessa, incantata, non poté chiudere occhio tutta la notte. Appena il bel
solicello si fu levato, gridò Elena la Saggia con voce sonora: «Cameriere e governanti, correte subito
in giardino; acchiappatemi quella capinera!». Cameriere e governanti si precipitarono in giardino, si
misero a dare la caccia all’uccelletto canterino; macché, povere vecchie! La capinera svolazza di
ramo in ramo, vola sotto il loro naso, ma senza lasciarsi prendere.
Spazientita, la principessa corse nel verde giardino, vuole lei stessa prendere la capinera; si
avvicina a un cespuglio – l’uccellino non si muove dal ramo, sta con le ali abbassate, come se
l’aspettasse. La principessa, felice, prese l’uccellino tra le mani, lo portò a palazzo, lo mise in una
gabbia d’oro e la appese nella sua camera da letto. Il giorno passò, il sole calò, Elena la Saggia volò
verso il prato verde, tornò, si tolse gli abiti, si mise in libertà e andò a letto. La capinera contempla il
suo corpo bianco, la sua bellezza inaudita e trema dalla testa ai piedi. Quando la principessa si fu
addormentata, la capinera si cambiò in mosca, uscì dalla gabbia d’oro si gettò sul pavimento e
ridivenne un bel giovane. Si avvicinò il bel giovane al letto della principessa, guardava, guardava la
bella e non poté trattenersi dal darle un bacio sulle labbra zuccherine. Vede che la principessa si sta
svegliando, ridivenne svelto una mosca, rientrò nella gabbia e si tramutò in capinera.
Elena la Saggia aprì gli occhi, si guardò intorno: nessuno. «Avrò sognato!», si disse. Poi si girò
sull’altro fianco e si riaddormentò. Il soldato era molto impetuoso; ci provò una seconda e una terza
volta: la principessa ha il sonno leggero e si sveglia a ogni bacio. La terza volta, si alzò dal letto e
dice: «Di certo non mi sbaglio: vediamo un po’ nel mio libro di magia». Consultò il suo libro di
magia e venne subito a sapere che nella gabbia d’oro non c’era una semplice capinera, ma un giovane
soldato. «Razza di villano!» gridò Elena la Saggia. «Esci dalla gabbia. Per la tua impudenza pagherai
con la vita».
Non ci fu niente da fare – l’uccellino uscì dalla gabbia d’oro, si gettò sul pavimento e ridivenne un
bel giovane. Cadde il soldato in ginocchio davanti alla principessa e le chiese perdono. «Perdi il tuo
tempo, canaglia», rispose Elena la Saggia, e chiamò il boia perché tagliasse sul ceppo la testa al
soldato. Subito apparve davanti a lei un gigante con un’ascia e un ceppo, gettò il soldato a terra, gli
mise la testa impetuosa sul ceppo e alzò l’ascia. La principessa non doveva far altro che dare il
segnale col suo fazzoletto e quella testa ardita sarebbe rotolata!… «Di grazia, bella principessa»
implora il soldato piangendo «permettimi di cantare un’ultima volta».«Va bene, ma fa’ in fretta!» Il
soldato intonò un canto talmente triste, talmente malinconico, che Elena la Saggia scoppiò in lacrime;
ebbe pietà del povero giovane, dice al soldato: «Ti concedo dieci ore di rinvio; se, nel frattempo,
riesci a nasconderti in modo che io non ti trovi, ti sposerò; se non riuscirai a farlo, ti farò tagliare la
testa».
Il soldato uscì dal palazzo, si addentrò in una fitta foresta, si sedette sotto un cespuglio e si mise a
pensare, con la morte nel cuore: «Ah, Maligno! Tu sei la colpa di tutte le mie sventure». Il Maligno
subito gli apparve: «Che vuoi, soldato?». «Ahimè» dice «sto per morire! Come nascondermi da
Elena la Saggia?» Il Maligno si gettò sull’umida terra e si cambiò in un’aquila cenerina: «Sali sulla
mia schiena, soldato; io ti porterò nell’alto dei cieli». Il soldato salì sull’aquila: l’aquila si alzò nel
cielo e volò oltre le nuvole cupe. Passarono cinque ore, Elena la Saggia prese il suo libro di magia,
lo consultò e vide tutto come sul palmo della mano; esclamò con voce sonora: «Hai volato
abbastanza nei cieli, aquila; posati, non puoi sfuggire ai miei occhi». L’aquila ridiscese a terra.
Il soldato era più che mai desolato: «Che fare ora? Dove nascondermi?». «Aspetta» dice il Maligno
«ti aiuterò». Si avvicinò al soldato, gli diede uno schiaffo e lo tramutò in spillo; poi si trasformò in
topolino, prese la spilla tra i denti, si intrufolò a palazzo, trovò il libro di magia e ci piantò dentro la
spilla. Passarono le ultime cinque ore, Elena la Saggia prese il suo libro di magia, lo guardò, lo
sfogliò, ma il libro non le dice niente; furiosa, la principessa lo gettò nel fuoco. La spilla cadde dal
libro, si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Elena la Saggia lo prese per mano. «Io» dice
«sono scaltra, ma tu lo sei più di me!» Si sposarono senza porre indugi e, da allora, vivono d’amore
e d’accordo.

Il sogno profetico (240)


C’era una volta un mercante che aveva due figli: Dmitrij e Ivan. Una sera, benedicendoli per la
notte, il padre disse loro: «Domani, cari figli, mi racconterete i vostri sogni; chi di voi mi nasconderà
il suo sogno, sarà messo a morte». Il mattino dopo arriva il figlio maggiore e racconta al padre: «Ho
sognato, padre, che mio fratello Ivan volava alto nel cielo, sorretto da dodici aquile; e ancora, che tu
avevi perso la tua pecora preferita». «E tu, Vanja cosa hai sognato?»«Non te lo dico», rispose Ivan.
Il padre aveva un bell’insistere, quello si era incaponito e rispondeva a tutte le esortazioni: «non te
lo dico!» e «non te lo dico!». Il mercante si arrabbiò, chiamò i suoi commessi e ordinò loro di
afferrare il figlio ribelle, di denudarlo e di legarlo a un palo sulla strada maestra.
I commessi afferrarono Ivan e, come era stato detto, lo legarono, nudo, stretto stretto al palo. Il
povero ragazzo se la passava molto male: il sole lo cuoce, le zanzare lo pizzicano, la fame e la sete
lo tormentano. Passò per quella strada un giovane principe; vide il figlio del mercante, ne ebbe pietà
e lo fece liberare, gli diede i suoi abiti, lo portò con sé a palazzo e gli domandò: «Chi ti ha legato al
palo?». «Mio padre in collera».«Per quale manchevolezza?»«Non ho voluto raccontargli quel che
avevo sognato».«Ah, come è stupido tuo padre, che punisce in modo tanto crudele per delle
sciocchezze simili… E cosa avevi sognato?»«Non te lo dico, principe!»«Come? Osi parlarmi a
questo modo dopo che ti ho salvato la vita? Parla ora, o guai a te!»«Non l’ho detto a mio padre e non
lo dirò mai neanche a te!» Il principe lo condannò alla prigione; accorsero subito dei soldati e
chiusero lo sventurato in una segreta.
Passò un anno, il principe decise di prendere moglie, si equipaggiò e partì per un lontano reame, per
chiedere la mano di Elena la Bella. Il principe aveva una sorella; poco tempo dopo la sua partenza,
le capitò di passeggiare vicino alla prigione. La vide dalla feritoia Ivan figlio di mercante e gridò
molto forte: «Di grazia, principessa, liberami; forse un giorno ti sarò utile! So, infatti, che il principe
è andato a chiedere la mano di Elena la Bella; ma senza di me non si sposerà, e forse con la testa
pagherà. Probabilmente sai quanto è scaltra Elena la Bella e quanti pretendenti ha spedito all’altro
mondo». «E aiuterai il principe?»«Lo aiuterei, ma le ali del falco sono legate». La principessa subito
ordinò di farlo uscire dalla prigione. Ivan figlio di mercante si scelse dei compagni: erano in tutto
dodici, compreso Ivan, e si somigliavano come fratelli gemelli, sia per corporatura, che per voce e
capelli. Si vestirono con abiti assolutamente identici, della stessa misura, montarono su dei bei
destrieri e si misero in cammino.
Cavalcarono un giorno, due, tre; il quarto giorno giunsero ai margini di una fitta foresta da dove
provenivano grida terribili. «Fermi, fratellini!» dice Ivan. «Aspettate un attimo, vado a vedere che
succede». Scese da cavallo e corse nella foresta; guarda: al centro di una radura tre vecchi discutono.
«Buongiorno, nonni! Perché questa baruffa?»«Ah, giovanotto! Nostro padre ci ha lasciato in eredità
tre cose portentose: un berretto-non ti vedo, un tappeto volante e degli stivali-sette leghe; ma sono già
settant’anni che discutiamo e non siamo ancora riusciti a decidere come dividerceli».«Volete vi
faccia da arbitro?»«Ci faresti un favore!» Ivan figlio di mercante tese il suo arco potente, ci mise tre
frecce e le tirò in tre direzioni diverse; ordina a uno dei vecchietti di correre a destra, al secondo di
correre a sinistra e il terzo lo manda dritto davanti a sé: «Il primo di voi che mi riporterà una freccia
avrà il berretto-non ti vedo; chi arriverà per secondo avrà il tappeto volante; e che l’ultimo prenda
gli stivali-sette leghe». Mentre i tre vecchietti correvano dietro alle frecce, Ivan figlio di mercante si
appropriò dei tre portenti e tornò dai suoi compagni. «Fratellini» dice «lasciate liberi i vostri cavalli
e salite con me sul tappeto volante».
Tutti sedettero di corsa sul tappeto volante e volarono verso il reame di Elena la Bella; giunti alle
porte della capitale, si posarono e partirono alla ricerca del principe. Arrivano nella sua corte. Il
principe chiese loro: «Che volete?». «Prendici al tuo servizio; siamo bravi giovani, ci occuperemo
di te e non avremo a cuore che il tuo bene». Il principe li prese al suo servizio e destinò chi alla
cucina, chi alle stalle, ecc. Il giorno stesso, indossò il principe i suoi abiti della festa e andò a
presentarsi a Elena la Bella. Lei lo accolse gentilmente, gli offrì cibi e vini preziosi e poi gli
domandò: «Di’ francamente, principe, perché sei venuto da noi?». «Vorrei, Elena la Bella, chiedere
la tua mano; vuoi sposarmi?»«Non dico di no, ma prima devi portare a termine tre prove. Se ci
riesci, sarò tua, altrimenti, la tua testa cadrà sotto un’ascia affilata».«Qual è la prima prova?»«L’avrò
domani, ma non ti dico cosa; ingegnati, principe, e portami ciò con cui potrà fare il paio».
Il principe rientrò a casa affranto, desolato. Gli chiede Ivan figlio di mercante: «Perché sei triste,
principe? Elena la Bella ti ha per caso contrariato? Dividi la tua pena con me, ti sentirai sollevato».
«Ecco» risponde il principe «mi ha proposto Elena la Bella un indovinello che nessun saggio al
mondo saprebbe risolvere».«Bah, non è ancora il peggiore dei mali! Di’ le tue preghiere e mettiti a
letto; la notte porta consiglio, domani prenderemo una decisione». Il principe si mise a dormire e
Ivan figlio di mercante si mise il berretto-non ti vedo e gli stivali-sette leghe e via! a palazzo da
Elena la Bella; entrò dritto nella sua camera da letto e si mette in ascolto. Intanto, Elena la Bella
stava dando questi ordini alla sua cameriera preferita: «Prendi questa stoffa preziosa e portala al
ciabattino; che mi faccia una scarpetta per il mio piede, e al più presto».
La cameriera corse dove doveva, seguita da Ivan. L’artigiano si mise subito all’opera, fece svelto la
scarpetta e la poggiò sul davanzale della finestra; Ivan figlio di mercante prese la scarpetta e zitto
zitto se la nascose in tasca. Il povero ciabattino si affannò, ma il lavoro gli era scomparso da sotto il
naso; cercava, cercava, frugò in ogni angolo, ma invano! “Questa poi!” pensa. “Scommetto che è uno
scherzo del diavolo”. Niente da fare: fu costretto a riprendere la lesina e a fabbricare un’altra
scarpetta, che portò a Elena la Bella. «Che lumaca!» disse Elena la Bella. «Ce ne hai messo di tempo
per fare una sola scarpetta!» Si sedette al suo tavolo da lavoro, ricamò in oro la sua scarpetta,
applicò delle grosse perle e delle pietre preziose. Intanto Ivan, sempre invisibile, tirò fuori l’altra
scarpetta e fece la stessa cosa: per ogni pietruzza che lei sceglie, lui ne prende una uguale; dove lei
attacca le perline, là le mette anche lui. Terminato il suo lavoro, Elena la Bella dice con un sorriso:
«Che mi porterà domani il principe?». “Aspetta e vedrai”, pensa Ivan “non si sa ancora chi avrà
ingannato l’altro!”
Rientrò a casa e si mise a dormire; alzatosi all’alba, si vestì e andò a svegliare il principe; lo
svegliò e gli consegna la scarpetta: «Vai» dice «da Elena la Bella e mostrale questa scarpetta: così
avrai risolto la sua prima prova!». Il principe si lavò, mise i suoi abiti più belli e si affrettò verso la
sua promessa; gli appartamenti di lei erano pieni di ospiti: boiari e alti dignitari, cortigiani. Appena
arrivò il principe, la musica prese a suonare, gli invitati si alzarono, i soldati presentarono le armi.
Elena la Bella tirò fuori la sua scarpetta ornata di perle e decorata di pietre preziose; guarda il
principe, con un sorriso beffardo. Le dice il principe: «È molto carina quella scarpa, ma non vale
niente se è spaiata! Lascia che ti offra la compagna!». A queste parole, prese dalla tasca l’altra
scarpetta e la posò sul tavolo. Tutti gli invitati applaudirono, gridando come un sol uomo: «Bravo,
principe! Siete degno di sposare la nostra sovrana, Elena la Bella». «È quel che vedremo!» replicò
Elena la Bella. «Che porti a termine la prova successiva».
Il principe rientrò a casa la sera tardi con il viso più cupo che mai. «Basta affliggersi, principe!» gli
disse Ivan figlio di mercante. «Di’ le tue preghiere e mettiti a letto; la notte porta consiglio». Lo mise
a letto, poi si infilò gli stivali-sette leghe e il berretto-non ti vedo e corse a palazzo da Elena la
Bella. Quella, intanto, stava dando ordini alla sua cameriera preferita: «Va’ in fretta nel pollaio e
portami una papera». La cameriera corse al pollaio, seguita da Ivan; la cameriera prese una papera,
Ivan invece un papero, e tornarono indietro da dove erano venuti. Elena la Bella si sedette al tavolo
da lavoro, prese la papera, le adornò le ali con dei nastri e il ciuffo con dei brillanti; Ivan figlio di
mercante guarda e fa altrettanto per il papero. Il giorno dopo, la principessa aveva di nuovo ospiti, di
nuovo un’orchestra; tirò fuori la sua papera e domanda al principe: «Hai risolto il mio problema?».
«Ma certo, Elena la Bella! Ecco un maschio per la tua papera», e lascia subito libero il papero…
Allora i boiari gridarono tutti come un sol uomo: «Bravo, principe! Siete degno di sposare Elena la
Bella». «Un po’ di pazienza, che porti a termine, prima, la terza prova».
La sera, il principe rientrò a casa talmente afflitto che non vuole neanche parlare. «Non ti abbattere,
principe, è meglio se vai a dormire; la notte porta consiglio», disse Ivan figlio di mercante; si affrettò
poi a infilare il berretto-non ti vedo e gli stivali-sette leghe, e corse da Elena la Bella. Quella si
stava preparando per andare in riva al mare blu, montò in carrozza e partì a spron battuto; ma Ivan
figlio di mercante non la molla di un passo. Giunse Elena la Bella in riva al mare e prese a chiamare
il nonno. Le onde si ingrossarono e emerse dall’acqua un vecchio, con la barba d’oro e i capelli
d’argento. Venne a riva: «Salve, nipotina! È da tanto tempo che non ci vediamo; cercami un po’ in
testa». Si stese, mise la testa sulle ginocchia di lei e si addormentò di un sonno profondo; Elena la
Bella cerca in testa al vecchio, mentre Ivan figlio di mercante sta in piedi dietro di lei.
Lei vede che il vecchio si è addormentato e gli strappa tre capelli d’argento; Ivan figlio di mercante,
invece, non tre capelli, ma tutto un ciuffo afferrò. Il vecchio si svegliò e gridò: «Ma sei diventata
matta? Mi fai male!». «Scusami, nonno! Da tanto tempo non ti ho pettinato, i capelli si sono
impicciati». Il vecchio si calmò e poco dopo riprese a russare. Elena la Bella gli strappò tre peli
d’oro; Ivan figlio di mercante, invece, afferrò la barba, a rischio di strapparla tutta intera. Il vecchio
urlò in modo terribile, saltò in piedi e si gettò in mare. “Questa volta, principe, ti ho in pugno!” pensa
Elena la Bella. “Non potrai di certo procurarti dei capelli simili”. Il giorno dopo si riunirono da lei
gli ospiti; arrivò anche il principe. Elena la Bella gli mostra i tre capelli d’argento e i tre peli d’oro e
chiede: «Hai mai visto una meraviglia simile?». «Hai trovato di che vantarti! Se vuoi, te ne posso
dare una ciocca intera». Tirò fuori e le diede una ciocca di capelli d’argento e una di peli d’oro.
Furiosa, Elena la Bella corse in camera sua e guardò nel suo libro di magia, per sapere se il
principe indovinava tutto da solo o si faceva aiutare. Vede dal libro che non è lui il furbacchione, ma
il suo servo Ivan figlio di mercante. Tornò dai suoi invitati e si appiccicò al principe: «Mandami il
tuo servo preferito». «Ne ho dodici».«Voglio quello che si chiama Ivan».«Ma si chiamano tutti
Ivan».«Bene», dice «che vengano tutti!», e intanto pensa: “Scoprirò il colpevole anche senza di te!”.
Il principe diede l’ordine e, poco dopo, ecco apparire a palazzo dodici bei giovanotti, i suoi fedeli
servitori; tutti uguali di viso, di corporatura, di voce e di capelli. «Chi tra voi è il più vecchio?»,
chiese Elena la Bella. «Io! Io!», gridarono in coro. “Ah ah”, pensa lei “la partita sarà dura!”, e fece
portare undici coppe normali e la dodicesima d’oro, quella da cui lei stessa beveva abitualmente;
riempì le coppe di vino pregiato e le offrì ai giovani. Nessuno di loro volle la coppa normale, tutti
tesero la mano verso quella d’oro e se la disputarono tra loro; una gran cagnara combinarono e il
vino per terra versarono!
Elena la Bella vede che la sua trappola non ha funzionato; ordinò di dar loro una buona cena, di
dissetarli e di farli dormire a palazzo. La notte, mentre quelli dormivano della grossa, andò da loro
con il suo libro di magia, consultò il libro e scoprì subito il colpevole; prese delle forbici e gli tagliò
una ciocca di capelli dalla fronte. «Lo riconoscerò domani per questo segno e lo darò in mano al
carnefice». Il mattino dopo, Ivan figlio di mercante, al suo risveglio, portò la mano alla tempia e sentì
che gli avevano tagliato una ciocca; si alzò di corsa dal letto e scosse i suoi compagni: «Basta
dormire, un pericolo ci minaccia! Prendete delle forbici e tagliatevi un ciuffo dalla tempia». Un’ora
dopo, Elena la Bella li mandò a chiamare, e prese a cercare il colpevole; ma cosa era successo?
Chiunque guardasse – tutti avevano una tempia senza ciuffo! Dalla rabbia, prese il suo libro di magia
e lo gettò nella stufa. Dopodiché non poté più trovare nessuna scusa, fu costretta a sposare il
principe. Il matrimonio fu dei più gioiosi; per tre giorni di fila il popolo si ubriacò, per tre giorni di
fila osterie e taverne restarono aperte a chiunque: bevande e cibo gratis!
Terminati i festeggiamenti, il principe si preparò a tornare nel suo paese con la giovane moglie;
inviò in avanscoperta i suoi dodici servi. All’uscita della città, stesero il tappeto volante, ci salirono
e andarono più su delle nuvole vagabonde; volarono, volarono e si posarono proprio ai margini di
quella fitta foresta dove avevano lasciato i loro destrieri. Fecero appena in tempo a scendere dal
tappeto, che arrivò di corsa uno dei vecchietti con una freccia in mano. Ivan figlio di mercante gli
diede il berretto-non ti vedo. Arrivò poi il secondo vecchietto e ottenne il tappeto volante; ed ecco il
terzo: a quello toccarono gli stivali-sette leghe. Ivan dice ai suoi compagni: «Sellate i vostri cavalli,
fratellini, è tempo di rimettersi in cammino». Presero subito i cavalli, li sellarono e partirono verso il
loro paese natale. Arrivarono e andarono dritti dalla principessa; quella, molto contenta di rivederli,
li interrogò sul suo caro fratello, sul suo matrimonio e chiese loro se sarebbe tornato presto. «Come
ricompensarvi» chiede «dei vostri servizi?» Al che Ivan figlio di mercante risponde: «Rimettimi in
prigione, nella mia vecchia cella». La principessa protestò, ma lui insisteva; dei soldati lo presero e
lo riportarono in prigione.
Un mese dopo il principe arrivò con la sua giovane sposa; l’accoglienza fu solenne: musica, salve di
cannone, campane a festa, folla compatta! Boiari, dignitari di ogni grado vennero a presentarsi al
principe; lui li passò in rivista e chiese: «Dov’è Ivan, il mio fedele servitore?». «In prigione», gli
rispondono. «Come in prigione? Chi ha osato mettercelo?» La principessa gli spiega: «Ma sei stato
tu, fratellino mio, che l’hai preso in odio e hai ordinato di tenerlo sotto stretta sorveglianza. Non ti
ricordi? Ti sei infuriato perché si era rifiutato di raccontarti il suo sogno». «Era dunque lui?»«In
persona; l’avevo liberato momentaneamente perché ti venisse in aiuto». Il principe fece condurre
Ivan figlio di mercante, gli si gettò al collo e gli chiese perdono per il male che gli aveva fatto. «Sai,
principe» gli dice Ivan «io già sapevo tutto quello che ti sarebbe successo; tutto questo l’avevo visto
in sogno; perciò mi sono rifiutato di parlare». Il principe lo nominò generale, gli diede dei ricchi
domini e lo tenne con sé a palazzo. Ivan figlio di mercante fece venire suo padre, suo fratello
maggiore e vissero insieme felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

22 Plurale di pud, antica misura di peso russa pari a kg 16,38 (N.d.T.).


23 Plurale di arsin, antica misura di peso russa pari a m 0,71 (N.d.T.).
La montagna d’oro (243)
Il figlio di un mercante aveva dilapidato in divertimenti tutta la sua fortuna, al punto che non aveva
più niente da mettere sotto i denti; prese una pala e andò sulla piazza del mercato, nella speranza che
qualcuno lo prendesse come bracciante. Arriva un ricco mercante in una carrozza dorata; lo videro i
giornalieri e tutti quanti erano si dispersero di volata, si nascosero negli angoli. Non restò sulla
piazza che il figlio del mercante. «Vuoi del lavoro, giovanotto? Ti assumo», dice il ricco mercante.
«Va bene; sono venuto in piazza per questo».«E quanto vuoi?»«Cento rubli al giorno mi
basteranno!»«Sei molto caro!»«Se mi trovi caro, allora cerca qualcuno più a buon mercato; sai,
prima c’era un sacco di gente qui, ma appena ti hanno visto, si sono dati alla fuga».«D’accordo!
Vieni domani all’imbarcadero». Il mattino dopo, il figlio del mercante arrivò all’imbarcadero; il
ricco mercante lo sta aspettando da un pezzo. Salirono a bordo di un vascello e presero il mare.
Navigarono, navigarono – in mezzo al mare si vede un’isola, sull’isola ci sono delle alte montagne e
qualcosa che brilla come fuoco proprio sulla riva. «Sembrerebbe un incendio!», dice il figlio del
mercante. «No, è il mio palazzo d’oro». Si accostarono all’isola e scesero a terra; la moglie e la
figlia del ricco mercante gli corsero incontro; la figlia era di una bellezza che non si può pensare, né
indovinare, né nelle favole raccontare. Dopo i saluti, si diressero a palazzo e presero con loro il
nuovo bracciante; si misero a tavola, bevvero e mangiarono in allegria. «Pazienza!» dice il padrone.
«Oggi faremo festa e domani ci metteremo al lavoro». Il figlio del mercante era giovane, ben fatto,
alto, bianco e rosso; la bella fanciulla si innamorò di lui. Andò in un’altra camera, lo chiamò in
segreto e gli diede una selce e un acciarino: «Prendi, ti saranno utili al momento del bisogno!».
Il giorno dopo, il ricco mercante si avviò col bracciante verso un’alta montagna d’oro,
inaccessibile, inabbordabile. «Allora» dice «tanto per cominciare beviamoci un goccio». E gli offrì
una bevanda con del sonnifero. Il bracciante bevve e si addormentò. Il mercante tirò fuori un coltello,
sgozzò un ronzino, lo sventrò, ci mise dentro il ragazzo e ci ficcò una pala; poi ricucì il tutto e si andò
a nascondere tra i cespugli. Sopraggiungono all’improvviso dei corvi neri dal becco di ferro,
afferrarono la carogna, la portarono in cima alla montagna e si misero a beccarla; divorato il cavallo,
avevano intenzione di fare altrettanto col figlio del mercante. Ma proprio in quel momento lui si
risvegliò, cacciò via i corvi neri, si guardò intorno e chiede: «Dove sono?». Il ricco mercante
risponde: «Sulla montagna d’oro; prendi la pala e spala l’oro».
Quello spalava spalava e tutto giù gettava; il mercante, intanto, su dei carri ammucchiava. Verso
sera, nove carretti furono pieni. «Basta!» dice il ricco mercante. «Grazie del lavoro e addio!»«E
io?»«Sbrigatela da solo! Là sulla montagna ne sono già morti novantanove di voi; con te si
raggiungerà il centinaio!», disse il mercante e se ne andò. “Che fare?” pensa il figlio del mercante.
“Impossibile ridiscendere; non mi resta che morire di fame!” Se ne sta lì, in cima, e sopra di lui
volano in cerchio i corvi neri dal becco di ferro: evidentemente erano allettati dalla preda! Pensa che
ti ripensa, si ricordò della bella fanciulla che l’aveva chiamato e gli aveva dato la selce e l’acciarino
dicendo: «Prendi, ti saranno utili al momento del bisogno!». «Aveva certo le sue ragioni per dirlo!
Proviamo un po’!» Tirò fuori il figlio del mercante la selce e l’acciarino, li sfregò e subito apparvero
due ragazzoni: «Che desiderate? Che volete?». «Fatemi scendere dalla montagna fino alla riva!»
Aveva appena parlato che i due lo afferrarono e delicatamente lo trasportarono giù.
Va il figlio del mercante lungo la riva, guarda: un vascello passa non lontano dall’isola. «Ehi, bravi
marinai! Prendetemi con voi».«No, fratello! Non facciamo mai scalo, questa fermata ci costerebbe
cento verste». Appena oltrepassata l’isola, presero a soffiare venti contrari e una terribile tempesta si
scatenò. «Oh, non era di sicuro una persona qualsiasi; è meglio tornare indietro e prenderlo a bordo».
Fecero rotta verso l’isola, accostarono, raccolsero il figlio del mercante e lo depositarono nella sua
città natale.
Passarono ore o mesi, il figlio del mercante riprese la sua pala, ritornò sulla piazza del mercato e si
mise ad aspettare qualcuno che lo assumesse. Di nuovo appare nella sua carrozza dorata il ricco
mercante; lo videro i giornalieri, si dispersero di corsa e si nascosero negli angoli. Non restò che il
figlio del mercante. «Ti assumo», gli dice il ricco mercante. «Va bene! Mi dovrai dare, però,
duecento rubli al giorno».«Sei molto caro!»«Se mi trovi caro, allora va’ a cercare qualcuno più a
buon mercato; sai, prima c’era un sacco di gente qui, ma quando sei comparso, subito si sono dati
tutti alla fuga».«E sia! Vieni domani all’imbarcadero».
L’indomani mattina, si ritrovarono all’imbarcadero, salirono a bordo di un vascello e navigarono
verso l’isola. Là si concessero un giorno di libertà e il secondo giorno andarono ai piedi della
montagna d’oro. Arrivati lì, il ricco mercante offre un bicchiere al bracciante: «Tieni, bevi prima di
tutto!». «Un momento, padrone! Visto che sei tu che comandi, devi bere per primo; permettimi di
offrirti il mio vino». Il figlio del mercante, infatti, si era munito, a sua volta, di una bevanda con del
sonnifero; riempì un bicchiere fino all’orlo e lo offre al ricco mercante. Quello bevve e piombò in un
sonno profondo. Il figlio del mercante sgozzò la più misera delle rozze, la sventrò, ci mise dentro il
padrone e ci ficcò una pala, ricucì il tutto e si andò a nascondere dietro i cespugli.
Sopraggiunsero all’improvviso i corvi neri dal becco di ferro, afferrarono la carogna, la portarono
sulla montagna e si misero a beccarla. Il ricco mercante si svegliò e si guardò intorno: «Dove
sono?», chiede. «Sulla montagna; prendi la pala e spala l’oro; se ne raccogli a sufficienza, ti
indicherò il mezzo per scendere». Il ricco mercante prese la pala, spalò, spalò, riempì dodici
carretti. «Va bene, ora basta!» dice il figlio del mercante. «Grazie per la fatica e addio!»«E
io?»«Sbrigatela da solo! Là sulla montagna ne sono già morti novantanove di voi; con te si
raggiungerà il centinaio!» Il figlio del mercante portò i dodici carri pieni d’oro al palazzo d’oro,
sposò la bella fanciulla, figlia del ricco mercante; ereditò tutta la fortuna di lui e si spostò con tutta la
famiglia nella capitale. Quanto al ricco mercante, rimase sulla montagna; morì per le beccate di ferro
dei corvi neri.

L’arte dell’inganno (249)


C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano un figlio. Il vecchio era molto povero;
voleva che il figlio studiasse, per essere di conforto ai genitori da giovane, mantenerli da adulto e
onorare la loro memoria dopo morti; ma come fare senza mezzi? Lo portava in giro, lo portava di
città in città, con la speranza di farlo istruire; ma no, nessuno dava lezioni gratuitamente. Tornò il
vecchio a casa, pianse pianse insieme alla moglie, si rattristò e si disperò per la sua povertà e poi di
nuovo portò il figlio in città. Appena arrivati in città, incontrano un uomo, che chiede al vecchio:
«Cosa c’è che non va, nonno?». «Ahimè!» disse il vecchio. «Ho un bel cercare qualcuno che
istruisca mio figlio: nessuno vuole farlo gratuitamente e io non ho un soldo!»«Affidalo a me allora»
dice lo sconosciuto «e in tre anni gli insegnerò ogni astuzia. Fra tre anni, lo stesso giorno, alla stessa
ora, vieni a riprendertelo; ma fai attenzione: se non sei in ritardo, se arrivi in tempo e riconosci tuo
figlio, potrai portarlo via con te; altrimenti, lo terrò con me». L’uomo, soddisfatto, non si curò
nemmeno di chiedere allo sconosciuto il nome, l’indirizzo e quel che aveva intenzione di insegnare al
ragazzo. Gli lasciò il figlio e tornò a casa. Tornato a casa, raccontò felice la storia alla moglie; lo
sconosciuto altri non era se non uno stregone.
Passarono i tre anni; il vecchio aveva completamente scordato in che giorno aveva consegnato il
figlio e non sa cosa fare. Ma il figlio, il giorno prima del termine stabilito, volò da lui sotto forma di
uccellino, si abbatté sulla soglia, si cambiò in un bel giovanotto, entrò in casa, si inchinò al padre e
gli ricordò che la scadenza dei tre anni era per l’indomani e che doveva venirlo a prendere; gli
spiegò poi dove doveva andare e come riconoscerlo. «Io non sono il solo alunno del maestro; ce ne
sono» dice «altri undici, che sono rimasti da lui perché i genitori non li hanno riconosciuti; se anche
tu non mi riconoscerai, rimarrò come dodicesimo. Domani, quando verrai a prendermi, il maestro ci
avrà trasformati in dodici colombi bianchi, assolutamente identici, sia come colore che come coda e
testa. Stai attento: tutti voleranno in alto, ma io mi alzerò più in alto di tutti. Il maestro ti domanderà
se riconosci tuo figlio; tu allora indica il colombo che vola più in alto. In seguito ti porterà dodici
stalloni identici, tutti con lo stesso manto e con la criniera da uno stesso lato; passando davanti a
quegli stalloni, fai bene attenzione: io scalcerò di tanto in tanto col piede destro. Il maestro ti
chiederà di nuovo se hai riconosciuto tuo figlio; tu indicami senza esitare. Dopodiché, ti presenterà
dodici baldi giovanotti identici, sia per corporatura che per tratti del viso, capelli, voce e abito.
Passando davanti a quei giovanotti, nota un moscerino che si poserà di tanto in tanto sulla mia
guancia destra. Il maestro ancora una volta ti domanderà se hai riconosciuto tuo figlio; tu allora
indicami».
Dopo aver dato le spiegazioni al padre, lo salutò, uscì di casa, si abbatté sulla soglia, si trasformò in
uccellino e tornò dal maestro. Il vecchio si alzò di buon mattino, si preparò e andò a prendere il
figlio. Arriva dallo stregone. «Ebbene, vecchio» dice lo stregone «ho insegnato ogni sorta di astuzia
a tuo figlio. Ma se non lo riconoscerai, dovrà restare con me in eterno». Dopodiché liberò dodici
colombi bianchi assolutamente identici, sia come colore che come coda e testa, dicendo: «Riconosci
tuo figlio, vecchio!». E come riconoscerlo? Guarda: sono tutti identici! Guardò, guardò, finché vide
un colombo volare più alto degli altri, indicò quel colombo: «Deve essere lui!». «Hai indovinato, hai
indovinato, nonno!», dice lo stregone.
La seconda volta condusse dodici stalloni, tutti uguali e con la criniera dallo stesso lato. Iniziò il
vecchio a girare intorno agli stalloni osservandoli, e il maestro domanda: «Allora, nonno, riconosci
tuo figlio?». «Non ancora, aspetta un attimo»; ma quando vide che uno stallone scalciava col piede
destro, subito lo indicò: «Deve essere lui!». «Hai indovinato, hai indovinato, nonno!» La terza volta,
si presentarono dodici baldi giovanotti: stessa corporatura, stessi capelli, stessa voce, stesso viso,
come se li avesse partoriti la stessa madre. Il vecchio passò una volta davanti ai giovanotti senza
notare niente; ripassò un’altra volta, ancora niente; alla terza volta, però, vide un moscerino sulla
guancia destra di uno di loro e dice: «Deve essere lui!». «Hai indovinato, hai indovinato, nonno!» Lo
stregone fu costretto a restituire al vecchio il figlio, ed eccoli andarsene verso casa.
Cammina cammina, vedono per strada un signore in carrozza. «Padre» dice il ragazzo «mi
trasformerò in un cagnolino; il signore vorrà comprarmi; tu vendimi, ma senza il collare, altrimenti
non ti potrò più raggiungere!» Detto fatto: si gettò al suolo e divenne un cagnolino. Il signore,
vedendo l’uomo col cane al guinzaglio, gli propose di comprarlo: non era tanto attratto dal cane,
quanto dal bel collare. Il signore offre cento rubli, il vecchio ne chiede trecento; dopo una lunga
contrattazione, il signore comprò il cane per duecento rubli. Non appena il vecchio fece per togliergli
il collare, – cosa? – il signore non vuole neanche sentirlo, protesta vivacemente. «Il collare non lo
vendo» dice il vecchio «io ti ho venduto solo il cane». E il signore: «No, sono balle! Chi compra il
cane, compra anche il collare». Il vecchio pensava, pensava (è vero infatti che non si compra un cane
senza il collare!) e finì per cederglielo con il collare. Il signore prese il cane e se lo mise accanto,
mentre il vecchio prese i soldi e tornò a casa.
Il signore sta continuando il suo viaggio, quando improvvisamente salta fuori da non si sa dove una
lepre che gli corre incontro. “To’” pensa il signore “e se gli lanciassi dietro il cane per vedere se è
veloce?” Lasciò il cane, guarda: la lepre fugge da una parte, il cane dall’altra e sparisce nel bosco.
Lo aspettò, lo aspettò il signore, ma invano, e ripartì a mani vuote. Il cane, intanto, si trasformò in un
bel giovane. Il vecchio cammina per la strada maestra e pensa: come farsi vedere a casa e dire alla
vecchia dove si è cacciato il figlio? Ma il figlio lo aveva già raggiunto. «Ah, padre!» dice. «Perché
mi hai venduto con il collare? Se non avessimo incontrato una lepre, non mi avresti più rivisto, così
sarei stato spacciato».
Tornarono a casa e iniziarono una vita alla meno peggio. Passarono mesi o anni, una domenica il
figlio dice al padre: «Padre, mi trasformerò in uccellino, portami al mercato e vendimi; ma non
vendere la gabbia, altrimenti non potrò più tornare a casa». Si gettò al suolo e divenne un uccellino;
l’uomo lo mise in una gabbia e andò a venderlo. Attorniò il vecchio un sacco di gente, offrendo
prezzi vantaggiosi, perché trovava l’uccellino grazioso. Sopraggiunse anche lo stregone, riconobbe
subito il vecchio e indovinò che tipo di uccello c’era nella gabbia. Uno offre molto, l’altro anche, ma
quello più di tutti; il vecchio gli vendette l’uccellino, ma senza la gabbia; lo stregone protestò,
insisté, lottò… fatica sprecata! Prese il solo uccellino, lo avvolse in un fazzoletto e lo portò a casa.
«Ebbene, figlia mia» dice al suo ritorno «ho comprato il nostro furfantello!»«Dov’è?» Lo stregone
spiegò il fazzoletto, ma l’uccellino da un pezzo non c’era più: era volato via, poverino!
Un’altra domenica il figlio dice al padre: «Padre, questa volta mi cambio in cavallo; vendi il
cavallo, ma senza le briglie, capito? Altrimenti non potrò più tornare a casa». Si abbatté sull’umida
terra e divenne un cavallo; il vecchio lo condusse al mercato per venderlo. Attorniarono il vecchio
molti commercianti, tutti rivenditori di cavalli: uno offre molto, l’altro anche, ma lo stregone più di
tutti. L’uomo gli vendette il figlio, ma senza le briglie. «E come vuoi che me lo porti a casa?»
domanda lo stregone. «Lasciami almeno portarlo fino al mio cortile e poi te le ridarò le tue briglie:
non saprei che farmene!» Allora tutti i commercianti iniziarono a dire al vecchio: ma dove si è visto
mai! Se vendi un cavallo, vendi anche le briglie. Che fare? Il vecchio diede le briglie.
Lo stregone portò il cavallo nel suo cortile, lo chiuse nella scuderia e lo legò stretto stretto
all’anello e con la testa tanto in alto che la povera bestia era costretta a stare sulle zampe di dietro,
perché quelle davanti non toccavano terra. «Ebbene, figlia mia» dice di nuovo lo stregone «ho
riportato, e da gran furbo, il nostro furfantello».«Dov’è?»«Nella scuderia». La figlia andò di corsa a
vedere; ebbe pietà del povero ragazzo, voleva lasciargli la cavezza un po’ più lunga, cominciò a
sciogliere e a snodare, e il cavallo, intanto, ne approfittò per scappare e correre molte verste. La
fanciulla si precipitò dal padre: «Perdonami» dice «padre! Il diavolo m’ha tentato e il cavallo è
scappato!».
Lo stregone si abbatté sull’umida terra, divenne un lupo grigio e si lanciò all’inseguimento: mancava
poco che non lo raggiungesse! Il cavallo, giunto in riva a un fiume, si gettò al suolo, divenne una
carpa e si buttò nell’acqua, ma il lupo dietro, sotto forma di luccio. La carpa nuotava più veloce che
poteva e raggiunse i pontili dove delle belle ragazze lavavano la biancheria, si cambiò in un anellino
d’oro e rotolò ai piedi della figlia di un mercante. La figlia del mercante raccolse l’anellino e lo
nascose. Allora lo stregone ridivenne uomo. «Rendimi il mio anello d’oro», la importuna. «Tieni!»,
dice la ragazza gettando per terra l’anello. Appena toccò terra, quello si sbriciolò in chicchi di grano.
Lo stregone si trasformò in gallo e si mise a beccarli; ma mentre beccava, uno dei chicchi si cambiò
in sparviero e per il gallo furono guai seri! Lo sparviero ne fece un sol boccone. Con questo la favola
è terminata, datemi d’acqua una sorsata.

L’anatra bianca (265)


Un gran signore aveva sposato una bella dama, ma non aveva ancora finito di ammirarla, non aveva
ancora finito di parlarle, non aveva ancora finito di ascoltarla, che furono costretti a separarsi; egli
dovette intraprendere un lungo viaggio e affidare la moglie alle cure altrui. Che fare! Dicono che non
si può vivere sempre d’amore. La dama pianse a lungo, il marito cercava di consolarla, le
raccomandò di non lasciare mai le sue stanze, di non parlare con nessuno, di non frequentare gente
poco raccomandabile, di non ascoltare discorsi sconvenienti. La dama promise di obbedirgli. Il
signore partì; lei si chiuse nei suoi appartamenti e non uscì più.
Passarono ore o mesi, arrivò da lei una donna, con un’aria talmente misera, povera! «Perché» dice
«annoiarsi? Se tu dessi un’occhiata al mondo, se passeggiassi nel giardino, la malinconia sparirebbe,
prenderesti aria». La dama a lungo tentennò, non voleva, ma alla fine pensò: fare un giro in giardino
non è un delitto, e andò. Nel giardino c’era una fonte che versava acqua cristallina. «Parola mia»
dice la donna «fa un gran caldo, il sole brucia, mentre quest’acqua è bella fresca e mormora in modo
così invitante; perché non fare un bagno?»«No, no, non voglio!», ma poi pensò: ma fare un bagno non
è un delitto! Si tolse il vestito e si gettò in acqua. Si era appena tuffata che la donna la colpì alla
schiena: «Nuota» dice «sotto forma di anatra bianca!». E la dama si trasformò in anatra bianca. La
maga subito indossò i suoi abiti, si riordinò, si truccò e sedette ad aspettare il signore. Appena il
cagnolino abbaiò e la campana suonò, lei gli corse incontro, gli si gettò al collo, lo bacia, gli fa mille
moine. Quello, felice, le tese le braccia e non si accorse dell’inganno.
Intanto l’anatra bianca aveva deposto degli ovetti, ne erano usciti dei piccoletti, due carini e il terzo
uno scricciolo, ma i suoi piccoletti erano dei bambinetti; lei li crebbe, quelli cominciarono accanto al
fiumicello a camminare, il pesce d’oro a pescare, a raccogliere degli straccini, a cucirsi dei vestitini,
a saltellare sull’argine bello, a guardare il praticello. «Oh, non andate là, bambini!», diceva la
madre. I bambini non le davano ascolto; oggi giocano nel prato odoroso, domani corrono tra il verde
rugiadoso, più avanti, sempre più avanti e alla fine arrivarono al palazzo del signore. La maga li
riconobbe dall’odore e i denti prese ad arrotare; chiamò i bambinetti, li nutrì e li dissetò a volontà e
li mise a letto; dopodiché ordinò di fare un rogo, di appendere delle caldaie, di affilare dei coltelli.
Due dei fratelli si addormentarono, lo scricciolo invece – perché non prendesse freddo lo tenevano
in seno, come aveva ordinato la madre – lo scricciolo non dormiva, tutto sentiva, tutto vedeva.
Durante la notte, si avvicinò la maga alla porta e chiede: «Dormite, bambini, o no?». Lo scricciolo
risponde: «Dormiamo senza dormire, sappiamo che ci vogliono sgozzare tutti; brucia il fuoco dei
viburni, pendono le caldaie bollenti, si affilano i coltelli damaschini!». «Non dormono!»
La maga se ne andò, fece un bel giro e poi tornò alla porta: «Dormite, bambini, o no?». Lo
scricciolo di nuovo risponde: «Dormiamo senza dormire, sappiamo che ci vogliono sgozzare tutti;
brucia il fuoco dei viburni, pendono le caldaie bollenti, si affilano i coltelli damaschini!». «Perché
sento una voce sola?», pensò la maga, aprì piano piano la porta e vide che i due fratelli dormivano
della grossa; subito li strinse con la sua mano ossuta – e quelli morirono.
Il giorno dopo, l’anatra bianca chiama i figli; i figli non arrivano. Angosciata e agitata, volò a
palazzo. Nel palazzo, bianchi come lenzuoli, freddi come ghiaccioli, giacevano i fratellini uno
accanto all’altro. Si slanciò verso di loro, vi si gettò, le alucce spiegò, i figlioletti abbracciò e si
mise a gemere con voce materna:
Qua, qua, miei figliolini!
Qua, qua, miei piccioncini!
Nel bisogno vi ho allevato,
Con le lacrime vi ho lavato,
Notti intere non ho dormito,
Bei bocconi non ho mangiato!

«Cara, senti che cosa straordinaria? Un’anatra che parla». «Stai sognando! Fate cacciare l’anatra dal
palazzo!» La cacciano, ma quella, volando via, di nuovo si rivolge ai suoi piccoli:
Qua, qua, miei figliolini!
Qua, qua, miei piccioncini!
Vi ha ucciso la strega odiosa,
Strega odiosa, biscia fangosa,
Biscia fangosa, serpe velenosa;
Vi ha privati del padre adorato,
Caro padre e caro marito,
Ci ha annegati nel rapido fiume,
Ora siam anatre dalle bianche piume,
Se ne va in giro e si dà un sacco d’arie!

«Un momento!», pensò il signore e gridò: «Prendetemi l’anatra bianca!». Tutti ci provarono, ma
l’anatra bianca vola di qua e di là e non si lascia acchiappare; accorse il signore in persona, quella
gli cadde tra le mani. Lui la prese per un’aluccia e dice: «Che dietro di me appaia una betulla e
davanti a me una bella fanciulla!». Dietro di lui apparve una betulla e davanti a lui una bella
fanciulla, e nella bella fanciulla il signore riconobbe la sua giovane moglie. Subito presero una
gazza, le attaccarono due fialette e le ordinarono di riportarne una piena di acqua che dà la vita e
l’altra di acqua che dà la parola. La gazza volò e riportò le acque. Bagnarono i bambinetti con
l’acqua che dà la vita: si rianimarono; li bagnarono con l’acqua che dà la parola: presero a
cinguettare. Così il signore ricompose l’intera famiglia, e vissero felici e contenti, diventando sempre
più abbienti e scordando tutti gli stenti. La maga fu attaccata alla coda di un cavallo e trascinata per i
campi: dove perse una gamba, trovarono un attizzatoio; dove un braccio, là un rastrello; dove la testa,
là un cespuglio e un ceppo; arrivarono degli uccelli: divorarono la carne, si alzò il vento: disperse le
ceneri, e non rimase di lei né traccia, né memoria!

Indovinelli (323)
Vicino a una grande strada, un contadino seminava un campicello. Si trovò a passare di lì lo zar, si
fermò davanti al contadino e disse: «Dio ti assista, contadino!». «Grazie, buon uomo!» (Quello non
sapeva che era lo zar.) «Ti rende molto questo campicello?», chiese lo zar. «Se il raccolto è buono,
ce ne sarà per un’ottantina di rubli».«Che ne farai di quei soldi?»«Venti rubli di tasse, venti per i
debiti, venti li darò in prestito e venti li butterò dalla finestra».«Spiegami, fratello, che debito
pagherai, a chi darai in prestito e perché getterai gli altri venti dalla finestra?»«I venti di debito –
mio padre mantengo, i venti di prestito – mio figlio alimento, i venti dalla finestra – mia figlia
sostento».«Hai ragione!», disse il sovrano; gli diede una manciata di monete d’argento, lo informò
che era lo zar e gli ordinò di non ripetere mai a nessuno, in sua assenza, quelle parole: «Chiunque te
lo chieda, tu taci!».
Tornò lo zar nella sua capitale e convocò boiari e generali: «Indovinate» dice «la soluzione di
questo indovinello. Ho visto per la strada un contadino che seminava un campicello; gli ho chiesto
quanti soldi ne avrebbe ricavato e cosa ne avrebbe fatto. Il contadino mi ha risposto: dal raccolto
prenderò un’ottantina di rubli; venti di tasse, venti per i debiti, venti li darò in prestito e venti li
butterò dalla finestra. Chi di voi troverà la soluzione di questo indovinello sarà colmato di ricchezze
e di onori». I boiari e i generali si scervellarono, ma non riuscirono a venirne a capo. Uno dei boiari,
però, ebbe la brillante idea di andare dal contadino con cui lo zar aveva parlato, gli versò un intero
mucchio di monetine d’argento e chiede: «Spiegami, risolvimi l’indovinello dello zar!». Il contadino,
tentato dai soldi, li prese e rivelò il segreto al boiaro; il boiaro tornò dallo zar e diede
immediatamente la soluzione all’indovinello.
Lo zar si accorge che il contadino non ha mantenuto la promessa, ordinò di portarglielo davanti. Il
contadino si presentò allo zar e confessò subito di aver raccontato tutto al boiaro. «Allora, fratello,
peggio per te: per questa mancanza ti farò giustiziare!»«Vostra Altezza! Io non ho nessuna colpa,
perché ho detto la soluzione alla vostra regale presenza». Qui tirò fuori il contadino dalla tasca una
monetina d’argento con l’effigie dello zar e la mostrò al sovrano. «Hai ragione!» disse il sovrano.
«Sono proprio io». Ricompensò generosamente il contadino e lo mandò a casa.

La saggia fanciulla e i sette briganti (345)


C’era una volta un contadino che aveva due figli: il minore era sempre in viaggio, il maggiore
sempre a casa. Quando il padre fu in punto di morte, decise di lasciare tutto in eredità al figlio che
stava in casa, mentre all’altro non lasciò niente; pensava che si sarebbero messi d’accordo tra di
loro. Alla sua morte, il figlio maggiore lo seppellì e si tenne tutta l’eredità per sé. Torna l’altro figlio
e piange amaramente perché il padre non è più tra i vivi. Il maggiore gli dice: «Il babbo ha lasciato
tutto a me!». Lui non aveva figli, mentre il minore aveva un figlio suo e una figlia adottiva.
Il maggiore con i soldi dell’eredità divenne ricco, e prese a commerciare su larga scala; il minore,
invece, rimase povero, tagliava la legna nel bosco e la vendeva al mercato. I vicini, impietositi di
fronte alla sua povertà, fecero una colletta e gli diedero dei soldi perché potesse aprire un negozietto.
Ma il poveretto, impaurito, dice loro: «No, brava gente, non posso accettare i vostri soldi; se dovessi
fallire come potrei ripagarvi il debito?». Allora due dei vicini si misero d’accordo per dargli dei
soldi con l’astuzia. Quando il poveretto andò nel bosco a tagliare la legna, uno di loro lo raggiunse
facendo un giro più lungo e dice: «Ho deciso, fratello, di fare un lungo viaggio; per la strada un
debitore mi ha ridato trecento rubli: non so proprio dove cacciarli! Non mi va di tornare a casa;
prendili tu, te ne prego, e conservali, anzi, investili in qualcosa; io tornerò tra parecchio tempo; mi
rimborserai poco a poco».
Il poveretto prese i soldi e li portò a casa; teme di perderli, o che la moglie li trovi e li spenda
credendoli suoi. Pensa che ti ripensa, li mise nel secchiello della cenere e uscì. In sua assenza,
arrivarono quelli che raccoglievano la cenere: comprano la cenere e la scambiano con altra merce.
La moglie prese il secchiello con la cenere e glielo diede. Tornò a casa il marito, vede che il
secchiello non c’è più, e chiede: «Dov’è la cenere?». La moglie risponde: «L’ho venduta». Quello fu
preso dal panico, si dispera, si affligge, ma non dice una parola. La moglie vede che è triste; gli si
avvicinò: «Che guaio ti è successo? Perché sei così triste?». Lui le raccontò che nella cenere erano
nascosti dei soldi non suoi; la donna si arrabbiò molto – e dà in smanie, e piange: «Perché non hai
avuto fiducia in me? Io avrei trovato un miglior nascondiglio!».
Di nuovo andò il contadino a fare legna per poi venderla al mercato e comprare del pane. Lo
raggiunge l’altro vicino, gli dice le stesse cose del primo e gli dà da tenere cinquecento rubli. Il
poveretto non li prende, rifiuta, ma quello di forza gli ficcò i soldi in mano e se ne andò in fretta per
la sua strada. Stavolta i soldi erano in banconote; pensa che ti ripensa: dove metterli? Finì per
nasconderli nella fodera del suo cappello. Arrivato nel bosco, appese il cappello a un abete e iniziò
a tagliare la legna. Per sua sfortuna arrivò un corvo e rubò il cappello con i soldi. Il contadino si
disperò, si afflisse, ma, alla fine, se ne dovette fare una ragione! Continua a vivacchiare come prima,
a vendere legna e altre cose senza valore, a sbarcare il lunario in qualche modo. Vedono i vicini che
è passato un bel po’ di tempo e il povero non ha fatto fortuna; gli chiedono: «Che succede, fratello, ti
vanno male gli affari? O hai paura di usare i nostri soldi? Se è così, è meglio che tu ce li renda». Il
poveretto si mise a piangere e raccontò come aveva perso i loro soldi. I vicini non gli credettero e lo
citarono in tribunale. “Come risolvere questa questione?” pensa il giudice. “Il contadino è una
persona umile, senza un soldo, non gli si può prendere niente; se lo si mette in prigione, morirà di
fame!”
Il giudice sedeva, rattristato, vicino alla finestra e meditava. In quel momento, manco a farlo
apposta, per la strada stavano giocando dei ragazzini. Uno di loro, un tipo svelto, dice: «Io ero il
borgomastro e voi, ragazzi, venivate da me con delle lamentele per avere il mio giudizio». Si sedette
su di una pietra; gli si avvicina un altro ragazzino, gli fa un inchino e dice: «Io ho prestato del denaro
a questo contadino e ora lui non me lo vuole restituire; sono venuto a pregarti di prendere dei
provvedimenti contro di lui». «Hai avuto un prestito?», chiede il borgomastro al colpevole.
«Sì».«Perché non paghi?»«E con che cosa, batjuška?»«Senti, supplice! Lui non nega di aver avuto in
prestito da te del denaro, ma non può ridartelo; accordagli ancora cinque o sei anni, forse se la
passerà meglio e potrà pagarti con gli interessi. D’accordo?» I due ragazzini si inchinarono al
borgomastro: «Grazie, batjuška! Siamo d’accordo». Il giudice, che aveva sentito tutto, si rallegrò e
dice: «Quel ragazzino mi ha dato una bella idea! Dirò anch’io ai miei supplici di accordare dell’altro
tempo a quel poveretto». Convinse i due ricchi vicini ad aspettare due o tre anni; forse per allora il
contadino se la sarebbe passata meglio!
Ecco che il poveretto di nuovo andò nel bosco a fare la legna, ne tagliò da riempire mezzo carretto –
e si fece buio. Decise di restare la notte nel bosco: «Domani tornerò a casa con un carretto pieno». E
pensa: dove dormire? Il posto era selvaggio e c’erano molte bestie feroci; se si fosse steso accanto al
cavallo, probabilmente lo avrebbero divorato. Si inoltrò nel folto del bosco e si arrampicò su di un
grosso abete. Durante la notte arrivarono proprio in quel posto dei briganti – sette in tutto e dicono:
«Porticina, porticina, apriti!». Subito si aprì la porta di un sotterraneo; i briganti presero a portarci il
loro bottino, lo portarono tutto e comandano: «Porticina, porticina, chiuditi!». La porta si chiuse e i
briganti se ne andarono a procurarsi dell’altro bottino. Il contadino, che aveva visto tutto, quando
intorno a lui ci fu silenzio, scese dall’albero: «E se provassi anch’io a vedere se mi si apre la porta o
no?». E appena disse: «Porticina, porticina, apriti!», all’istante quella si aprì. Entrò nel sotterraneo,
guarda: mucchi di oro, di argento e ogni sorta di ricchezze. Si rallegrò il poveretto e all’alba prese a
caricare i sacchi con le monete; buttò giù la legna, caricò il carro di argento e di oro e via a casa.
Gli va incontro la moglie: «Oh, caro marito! Già mi stavo consumando dall’angoscia al pensiero di
cosa ti fosse successo. Temevo che un albero ti avesse travolto o che le bestie feroci ti avessero
divorato!». E il contadino, raggiante: «Non ti tormentare, moglie! Dio ci ha mandato la fortuna, ho
trovato un tesoro; aiutami a portare dentro i sacchi». Finito il lavoro, andò dal fratello ricco; gli
raccontò tutta la faccenda e gli propone di approfittare della fortuna insieme a lui. Quello acconsentì.
Andarono insieme nel bosco, trovarono l’abete e gridarono: «Porticina, porticina, apriti!». La porta
si aprì. Iniziarono a caricare i sacchi con le monete; il fratello povero riempì un carro e si ritenne
soddisfatto, il ricco invece non ne aveva mai abbastanza. «Tu fratello» dice il ricco «va’ pure, io ti
raggiungerò tra poco».«Bene! Ma non scordare di dire: Porticina, porticina, chiuditi!»«No, non lo
scorderò». Il povero se ne andò, il ricco invece non riusciva proprio a staccarsi da quel luogo: non
poteva portar via tutto in una sola volta, ma non aveva la forza di abbandonare qualcosa! La notte lo
sorprese. Arrivarono i briganti, lo trovarono nel sotterraneo e gli tagliarono la testa; tirarono giù i
sacchi dal suo carro, al loro posto misero il cadavere, spronarono il cavallo e lo lasciarono correre.
Il cavallo corse fuori dal bosco e riportò il corpo a casa. Allora, il capobanda se la prese con il
brigante che aveva ucciso il fratello ricco: «Perché l’hai fatto fuori così presto? Bisognava prima
chiedergli dove abitava. Ci hanno rubato molte ricchezze: evidentemente è stato lui a farlo! Dove le
troveremo adesso?». Il capo dice: «Che se la sbrighi quello che l’ha ucciso!».
Non molto tempo dopo l’assassino si mise a fare indagini. Capita casualmente nel negozietto del
fratello povero; mentre comprava qualche cosuccia, notò che il padrone era abbattuto, rifletté un po’
e poi chiede: «Perché così avvilito?». E quello dice: «Avevo un fratello maggiore, ma è successa una
disgrazia: qualcuno l’ha ucciso, l’altro ieri il cavallo l’ha riportato a casa con la testa tagliata, e oggi
l’abbiamo sepolto». Il brigante capisce di essere sulla buona pista e giù a fare domande; faceva finta
di essere molto dispiaciuto. Venne a sapere che il morto aveva lasciato una vedova, e chiede: «La
poveretta ha un tetto?». «Certo, una bella casa!»«E dove? Fammi vedere!» Il contadino accompagnò
l’uomo e gli mostrò la casa del fratello; il brigante prese un pezzetto di gesso rosso e fece un segno
sul portone. «A che ti serve?», gli chiede il contadino. E quello risponde: «Voglio aiutare la vedova e
per trovare più facilmente la casa ci ho fatto un segno». «Ehi, fratello! Mia cognata non ha bisogno di
niente: grazie a Dio, ha tutto a sufficienza».«E tu dove abiti?»«Quella è la mia casetta». Il brigante
fece un segno anche sulla sua porta. «E questo perché?»«Tu» dice «mi sei molto piaciuto; verrò ogni
tanto a passare la notte da te; credimi, fratello è nel tuo interesse!» Tornò il brigante dai suoi
complici, raccontò tutto per filo e per segno, e decisero di andare durante la notte a derubare e
ammazzare gli abitanti delle due case e a riprendersi il loro oro.
Il povero tornò a casa e dice: «Ho appena fatto la conoscenza di un giovane che ha segnato la mia
porta: verrò, ha detto, a passare di tanto in tanto la notte da te. Un bravo giovane! E come si è
dispiaciuto della morte di mio fratello, voleva aiutare la vedova!». La moglie e il figlio ascoltano,
ma la figlia adottiva gli dice: «Padre, sei sicuro di non sbagliarti? Andrà bene come dici? O non
erano forse i briganti che hanno ucciso lo zio e che ora vogliono recuperare i loro averi e ci cercano?
Se ci aggrediscono e ci derubano, non ci salveremo da una morte sicura!». Il contadino si spaventò:
«È possibile! Infatti non l’avevo mai visto prima. Che guaio! Che possiamo fare?». Ma la figlia dice:
«Vai a prendere, padre, dei gessi colorati e fa’ gli stessi segni su tutte le porte del vicinato». Il
contadino uscì e segnò tutte le porte del vicinato. Arrivarono i briganti e non riuscirono a
raccapezzarsi; tornarono indietro e le diedero di santa ragione all’informatore: perché non aveva
fatto segni più chiari? Alla fine fecero una considerazione: «Evidentemente, abbiamo a che fare con
uno furbo!» e poi prepararono sette botti; nelle prime sei botti entrarono altrettanti briganti e nella
settima misero dell’olio.
Andò il solito informatore con quelle botti dritto dal fratello povero, arrivò verso sera e chiese di
poter dormire là. Quello lo ricevette da buon conoscente. La figlia uscì nel cortile, si mise a
osservare le botti: ne aprì una – olio, cercò di aprirne un’altra – niente da fare, non si apriva; poggiò
l’orecchio e sente che nella botte qualcuno si muove e respira. “Eh” pensa “qui gatta ci cova!”
Rientrò nell’izbà e dice: «Padre! Cosa offriamo al nostro ospite? Io vado ad accendere la stufa nel
retro e a preparare qualcosa per la cena». «Va bene, vai!» La figlia se ne andò, accese la stufa e,
mentre cucina, fa scaldare dell’acqua, prende l’acqua bollente e la versa nelle botti; tutti i briganti
morirono lessati. Il padre e l’ospite finirono di cenare; la figlia, intanto, sta nel retro dell’izbà e resta
all’erta: cosa sarebbe successo? Quando i padroni si furono addormentati, l’ospite uscì in cortile,
fischiò: nessuno risponde; si avvicina alle botti, chiama i compagni: nessun segno di vita; apre le
botti: ne viene fuori vapore bollente. Indovinò il brigante l’accaduto, attaccò i cavalli e filò via di lì
con le botti.
La figlia sprangò la porta, andò a svegliare i suoi familiari e raccontò loro quel che era successo. Il
padre dice: «E così, figlia mia, ci hai salvato la vita, sii dunque la moglie legittima di mio figlio».
Con un bel banchetto venne celebrato il matrimonio. La giovane ripete sempre la stessa cosa al
padre, di vendere la vecchia casa e comprarne una nuova: aveva una gran paura dei briganti! Non si
sa mai, potevano tornare alla carica. Così avvenne. Dopo qualche tempo, quello stesso brigante che
era venuto con le botti, si travestì da ufficiale, andò dal contadino e chiede un alloggio per la notte; fu
accolto. Nessuno lo riconobbe, fuorché la giovane, che dice: «Padre! È il brigante dell’altra volta!».
«No figlia mia, non è lui!» Lei tacque; ma quando andò a letto a dormire si mise accanto un’ascia
affilata; tutta la notte non chiuse occhio e restò all’erta. Durante la notte l’ufficiale si alzò, prese la
sua sciabola e vuole tagliare la testa al marito: lei non si perse d’animo, afferrò l’ascia e gli tagliò il
braccio destro, colpì un’altra volta e gli portò via la testa. Allora il padre si convinse di avere una
figlia molto saggia; le diede ascolto, vendette la casa e si comprò una locanda. Fatto il trasloco,
cominciò a vivere bene, ad arricchirsi, a prosperare.
Passano da lui i vicini, quegli stessi che gli avevano dato il denaro e poi lo avevano citato in
giudizio. «Perbacco! Tu qui?»«Questa è casa mia, l’ho comprata da poco».«Bella casa!
Evidentemente i soldi non ti mancano. Perché non paghi il tuo debito?» Il padrone fa un inchino e
dice: «Grazie a Dio! Dio mi ha aiutato, ho trovato un tesoro e sono pronto a ridarvi anche il triplo».
«Bene, fratello! E adesso festeggiamo la tua nuova casa».«Con piacere!» Si diedero alla pazza gioia,
festeggiarono; e intorno alla casa c’è un giardino così bello! «Possiamo vedere il giardino?»«Ma
certo, brava gente! Vi accompagnerò io stesso». Camminarono, camminarono per il giardino e
trovarono in un angolo remoto un secchiello con della cenere. Il padrone, quando lo vide, esclamò:
«Brava gente! Ecco quel secchiello che mia moglie aveva venduto». «Allora guardiamo se tra la
cenere ci sono i soldi!» Frugarono, e infatti c’erano. Allora i vicini si convinsero che il contadino
aveva detto la verità. «Diamo un’occhiata» dicono «agli alberi; forse il corvo ci ha portato il
cappello per farci il nido». Camminarono, camminarono, videro un nido, lo abbatterono con dei
bastoni: era proprio il cappello! Tirarono fuori il nido e trovarono i soldi. Il padrone pagò loro il suo
debito e visse ricco e contento.
L’indovina (379)
In un certo villaggio viveva una donna molto vecchia che aveva un figlio, né grande né piccolo, ma
ancora non in grado di lavorare bene la terra. Sopravvissero finché poterono, un bel giorno, però,
non ebbero più niente da mangiare; allora la vecchia si mise a fare tristi riflessioni, se ne stette a
pensare, scervellandosi sul come fare, come al mondo restare e come procurarsi qualche cosina da
mangiare.
Pensa che ti ripensa, le venne un’idea e ne parlottò col suo ragazzino: «Figliolo, vai per esempio a
rubare a qualcuno dei cavallucci e attaccali a un cespuglio, dà loro del fieno, e poi staccali di nuovo,
portali nella tale valle e lasciali intanto lì». Il piccolo era, non c’è che dire, molto lesto; sentito quel
che la madre gli aveva ordinato, andò subito a rubare da qualche parte dei cavallucci e fece tutto
quello che la madre gli aveva suggerito.
Quanto alla vecchia, su di lei girava la voce che sapesse un sacco di cose e che, se glielo si
chiedeva, all’occasione si dava alla magia.
Quando i padroni si accorsero di non avere più i cavallucci, si misero a cercarli e a lungo si
affaticarono, poveretti, ma non li trovarono da nessuna parte. Allora si misero a parlottare: «Che
fare? Ci vorrebbe un indovino che ci dicesse dove trovarli e che non si facesse pagare una gran
cifra». Allora si ricordarono della vecchia, e dicono: «Su, andiamo da lei e chiediamole di aiutarci
con la magia; forse lei ci potrà dire qualcosa di utile». Detto fatto. Arrivarono dunque dalla vecchia e
dicono: «Nonnina, benefattrice nostra! Abbiamo saputo da certe brave persone che sai un sacco di
cose, che sai leggere le carte e interpretarle come un libro aperto: usa il tuo potere anche per noi,
cara! Abbiamo perduto i nostri cavallucci». La vecchia allora risponde: «Oh, batjuški miei cari, ma
se non ho neanche un briciolo di forza! Soffoco, miei cari, sono sfinita». Ma quelli insistono: «Ma su,
nonna, un piccolo sforzo, cara! Non te lo chiediamo gratis, ti pagheremo per il tuo lavoro».
Allora quella, sussultando e tossicchiando, stese le carte, le osservò lungamente e disse loro
(sebbene non sapesse nulla, ma non aveva scelta: la fame non scherza, aguzza l’ingegno): «È un vero
rebus! Devo riflettere. Guardate qui, batjuški! Eccoli, forse, i vostri cavallucci, che stanno nel tal
posto, attaccati a un cespuglio». I padroni allora si rallegrarono, pagarono la vecchia per il disturbo
e se ne andarono a cercare i loro animali. Giunsero al detto cespuglio, ma là i loro cavalli già non
c’erano più; c’erano, invece, delle tracce nel punto in cui erano stati attaccati i cavalli, perché una
correggia tagliata delle briglie pendeva dal cespuglio, e c’era del fieno ammassato, e parecchio per
giunta. Arrivarono dunque, si guardarono intorno, ma di quelli neanche l’ombra; si avvilirono i
poveretti e non sanno cos’altro fare; rifletterono un po’ e poi tornarono dalla vecchia: visto che già
una volta aveva dato delle buone indicazioni, forse ne avrebbe date anche ora.
Arrivarono dunque di nuovo dalla vecchia, e quella sta stesa sulla stufa, ansima e si lamenta di
avere non si sa che malattia. Quelli iniziarono umilmente a pregarla di leggere ancora le carte. Lei si
comportò come la volta precedente, iniziò col rifiutare, dicendo: «Non ne posso più, la vecchiaia mi
ha tolto le forze!», e tutto per farsi pagare di più le sue fatiche. Quelli promisero, se avessero
ritrovato i cavalli, di non lesinare sulle spese e di darle subito subito, intanto, un acconto. La vecchia
allora scese dalla stufa, gemendo e tossicchiando, stese di nuovo le carte, pensò, le osservò e dice:
«Andate, cercateli nella tale valle, sono lì che pascolano, sicuramente!». I padroni la pagarono per il
lavoro con gioia e generosamente, e uscirono di casa sua per andare di nuovo alla ricerca.
Arrivarono dunque nella valle, guardano: i loro cavalli se ne stanno lì a pascolare sani e salvi; li
presero e li riportarono a casa.
Naturalmente, la vecchia divenne molto famosa, perché, dice, è talmente abile che sa interpretare
qualsiasi segno: se dice una cosa, è di sicuro così. La sua fama si sparse ovunque e queste voci
arrivarono fino all’orecchio di un boiaro che aveva perso non si sa dove un intero baule di monete.
Quando egli lo seppe, mandò a prendere l’indovina con la sua carrozza, perché la portassero da lui a
qualunque costo, anche se era malata; e mandò due dei suoi uomini – Simone e Lodovico (erano stati
proprio loro a rubare i soldi del padrone). Quelli arrivarono dunque dalla donna, e quasi con la forza
la misero nella carrozza per portarla dal padrone. Per la strada, la nonna iniziò a lamentarsi, a
gemere e a respirare con l’affanno, e borbotta tra sé e sé: «Ohi, ohi, ohi! Se non fosse stato per
Mammone e per l’appetito, questo non sarebbe successo: ora io, povera indovina, non starei in
questa carrozza per andare da un signore e farmi rinchiudere là, dove il corvo non porterà via
nemmeno le mie ossa. Oh, che brutto affare!».
Simone, che aveva ascoltato tutto, dice: «Senti, Lodovico! La vecchia da un pezzo sta borbottando
qualcosa sul nostro conto. Mi sa che le cose si mettono male!». Lodovico gli risponde: «Perché ti
preoccupi, è la paura che ti fa avere questa impressione». Ma Simone gli dice: «Ascolta un po’ tu
stesso, ecco che ricomincia a parlottare». La vecchia era in preda alla paura e all’angoscia: ed ecco
che dopo un po’ ripete le stesse parole: «Ohi, ohi, ohi! Se non fosse stato per Mammone e per
l’appetito, non mi troverei in questa situazione!». I ragazzi allora si misero ad ascoltare quello che la
vecchia borbottava; e quella, dopo un po’, ripete: «Mammone e l’appetito», e continuava a ripeterlo
per la paura. Quando i due ragazzi lo sentirono, furono presi dal panico: che fare? Parlottarono tra di
loro e decisero che bisognava convincere in ogni modo la nonna a non spifferare la cosa al padrone,
ma la vecchia continua: «Se non fosse stato per Simone e per Lodovico, non mi troverei in questa
situazione!». Quelli, terrificati, per la paura non capirono che la vecchia parlava di Mammone e
dell’appetito, ma credettero di sentire Simone e Lodovico.
Detto fatto, iniziarono a pregare la vecchia: «Nonna cara, benefattrice, non ci rovinare, e in eterno
pregheremo Dio per l’anima tua. Che te ne verrebbe se ci denunciassi e parlassi col padrone? Non
tirarci in ballo, inventa qualcosa, e noi per questo ti pagheremo quel che vorrai». La nonna non era
una sciocca, anzi, era molto scaltra, comprese quelle parole, si rassicurò, le passò di colpo la paura
– come cancellata – e chiede loro: «Dove avete messo i soldi, figlioli?». Essi dicono ormai in
lacrime: «Ahimè, cara, deve essere stato il diavolo a toglierci la ragione e a farci commettere un tale
peccato». La vecchia di nuovo chiede: «Ma dove sono?». Quelli, allora, rispondono: «E dove
nasconderli se non sotto la diga del mulino, nell’attesa che passasse la bufera?».
Dopo essersi messi d’accordo come bisognava per la strada, arrivarono alla casa del signore.
Quando il boiaro vide che gli avevano portato la vecchia, si fece quanto mai allegro, la condusse
sottobraccio nelle sue stanze, le diede tutti i tipi di bevande e di cibi che desiderava, e, dopo averla
ristorata a dovere, prese a chiederle di leggere le carte a proposito dei soldi. Ma la nonna, che è
scaltra, ripete di non sentirsi bene e di non avere più forze; il boiaro disse: «Andiamo, nonna! Fai
come fossi a casa tua: se vuoi, mettiti seduta, oppure stenditi, se non hai la forza di stare seduta, ma
devi assolutamente dirmi quello che ti chiedo, e cioè chi ha preso i miei soldi; se ritroverò quel che
ho perso, non solo ti ospiterò, ma in più ti ricompenserò secondo i tuoi desideri, come si deve, senza
offesa».
La vecchia dunque, sussultando come in preda a un brutto male, prese le carte, le stese per bene e le
osservò a lungo, sempre bisbigliando qualcosa tra i denti. Dopo averle osservate, dice: «Quel che
hai perso sta sotto la diga del mulino». Udito ciò che aveva detto la vecchia, subito il boiaro mandò
Simone e Lodovico perché li cercassero e glieli riportassero: non sapeva che erano stati proprio loro
a combinare tutto. Quelli li trovarono, li presero e li portarono al signore; il signore, guardando i
suoi soldi, si rallegrò talmente che non si mise nemmeno a contarli, e diede subito alla vecchia cento
rubli e altri regali di valore, promettendole, per un simile favore, di non smettere mai anche in futuro;
poi, dopo averle offerto un bel pranzetto, la rimandò a casa in carrozza, dandole ancora qualche
provvista per il viaggio. Per la strada, Simone e Lodovico ringraziarono la vecchia di non aver detto
al padrone quel che sapeva del loro impiccio, e le diedero degli altri soldi.
Da allora, la nostra vecchietta divenne ancora più famosa e cominciò una vita di agi: non solo ebbe
sempre pane in abbondanza, ma anche tante altre cose, e tutto a volontà, e il bestiame pure crebbe in
gran numero; prese a vivere felice e contenta con il figlio, i suoi beni ad aumentare, birra e vino a
gustare. Anch’io ci sono stato, ho bevuto del moscato, ma in bocca non è arrivato, sui miei baffi è
scivolato.

Ivanuška lo scioccone (400)


C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano tre figli: due intelligenti, il terzo – Ivanuška
lo scioccone. Quelli intelligenti pascolavano il gregge nei campi, mentre lo stupido non faceva
niente, stava sempre seduto sulla stufa e acchiappava le mosche. Una volta la vecchia preparò degli
gnocchi di segale, e dice allo sciocco: «Su, porta gli gnocchi ai tuoi fratelli; che mangino». Riempì
una pentola e gliela mise in mano; quello si avviò piano piano dai fratelli. Era una giornata di sole;
appena uscì Ivanuška dal villaggio, vide la sua ombra accanto e pensa: “Chi è quest’uomo che mi
segue e non mi si stacca di un passo? Vuole forse gli gnocchi?”. E prese a gettare sulla sua ombra gli
gnocchi, uno dopo l’altro, fino all’ultimo; guarda, ma l’ombra c’è ancora. «Che pozzo senza fondo!»,
disse lo scioccone in collera, e lanciò su di essa la pentola, i cui pezzi volarono da ogni parte.
Arriva quindi a mani vuote dai fratelli; quelli gli chiedono: «Perché sei venuto, sciocco?». «Per
portarvi il pranzo».«E dove sta? Daccelo alla svelta».«Vedete, fratellini, per la strada mi si è
attaccato uno sconosciuto e ha mangiato tutto!»«Quale sconosciuto?»«Eccolo! C’è ancora!» I fratelli
giù a insultarlo, batterlo, picchiarlo; lo picchiarono per bene e lo lasciarono a pascolare il gregge,
mentre loro tornarono al villaggio per mangiare.
Lo scioccone si mise a pascolare: vide che le pecore si disperdevano per il campo, e allora giù ad
acchiapparle e a strappar loro gli occhi; quando le ebbe acchiappate tutte e a tutte ebbe cavato gli
occhi, raggruppò il gregge e si sedette, molto contento di aver fatto un bel lavoro. I fratelli
pranzarono, tornarono al campo. «Che hai fatto, sciocco? Perché il gregge è accecato?»«E a che gli
servivano gli occhi? Appena ve ne siete andati, fratellini, le pecore si sono sparpagliate; così ho
pensato: è meglio acchiapparle, raggrupparle e accecarle; e quanto mi sono stancato!»«Fermo,
ancora non sei poi tanto stanco!», dicono i fratelli e giù a dargli un sacco di pugni; lo sciocco ebbe
proprio ciò che si meritava!
Passò del tempo, né molto, né poco; i vecchi mandarono Ivanuška lo scioccone al mercato in città a
fare compere. Ivanuška comprò un po’ di tutto: comprò un tavolo, dei cucchiaini, delle tazze e del
sale; caricò il carro di tutte queste cose. Sulla strada di casa il cavallo era talmente stanco che tirava
a malapena! “To’” pensa tra sé Ivanuška “il cavallo ha quattro zampe, ma anche il tavolo ne ha
quattro; quindi il tavolo può tornare da solo». Prese il tavolo e lo mise in mezzo alla strada.
Cammina cammina, poco o molto, ecco delle cornacchie volargli sopra la testa e gracchiare.
«Devono avere voglia di mangiare, le sorelline, senti come gridano!», pensò lo scioccone; mise dei
piatti con del cibo per terra e iniziò a offrire: «Sorelline-piccioncine, assaggiate e che buon pro vi
faccia!». E lui si rimise in marcia.
Passa Ivanuška per un boschetto; sulla strada tutti i ceppi erano bruciacchiati. “Eh” pensa “i ragazzi
sono senza cappello; si raffredderanno, poverini!” Prese a infilarci sopra pentole e terrine. Arrivò
quindi Ivanuška a un fiume, fece abbeverare il cavallo, ma quello non beve. «Forse non gli piace
senza sale!», e salò l’acqua. Versò un intero sacco di sale, ma il cavallo ancora non beve. «Perché
allora non bevi, carne da macello! Ho forse sprecato un sacco di sale?» Lo colpì con un bastone, e
proprio sulla testa, e lo freddò. Rimase a Ivanuška solo una borsa con i cucchiaini, che si caricò in
spalla. Si mette in cammino; i cucchiaini gli tintinnano sulla schiena: tin, tin, tin! Quello pensa che i
cucchiaini dicano: «Ivanuška-cretin!», li buttò per terra, li calpestò e intanto diceva: «Eccovi
Ivanuška-cretin! Eccovi Ivanuška-cretin! Così la finirete di sfottermi, monellacci!».
Tornò a casa e dice ai fratelli: «Ho comprato tutto, fratellini!». «Grazie, sciocco, ma dove hai messo
le compere?»«Il tavolo viene da solo, ma credo che sia in ritardo, dai piatti mangiano le sorelline, le
pentole e le terrine le ho messe in testa ai ragazzi nel bosco, col sale ho salato il beveraggio al
cavallo, i cucchiaini invece mi sfottevano e allora li ho piantati per la strada».«Corri, sciocco,
raccogli alla svelta tutto quello che hai seminato per la strada». Ivanuška andò nel bosco, tolse dai
ceppi bruciacchiati le terrine, le bucò nel fondo e le infilò tutte su di un bastone: le piccole e le
grandi. Porta il tutto a casa. I fratelli lo bastonarono; andarono loro in città a far compere, e
lasciarono lo sciocco a badare alla casa. Lo sciocco sente la birra nel tino che fermenta, fermenta.
«Birra, non fermentare, lo sciocco non insultare!», dice Ivanuška. No, la birra non gli dà ascolto;
prese e la rovesciò tutta fuori dal tino, lui si sedette in un mastello, per l’izbà navigò, tante canzoni
cantò.
Tornarono i fratelli, si arrabbiarono davvero molto, presero Ivanuška, lo chiusero in un sacco e lo
trascinarono fino al fiume. Poggiarono il sacco sulla riva e andarono a ispezionare un buco nel
ghiaccio. Nel frattempo, stava passando lì vicino un signore su di una trojka tirata da tre cavalli
bruni; Ivanuška giù a gridare: «Mi hanno incaricato di giudicare e comandare una provincia, ma io
non so né giudicare, né comandare!». «Un attimo, sciocco» disse il signore «io so e giudicare e
comandare; esci dal sacco!» Ivanuška uscì dal sacco, ci chiuse il signore e sedette nel suo veicolo,
che scomparve. Tornarono i fratelli, buttarono il sacco sotto il ghiaccio e lo sentono gorgogliare
nell’acqua. «Starà facendo dei gargarismi!», dissero i fratelli e si incamminarono verso casa. Da non
si sa dove, viene loro incontro Ivanuška in trojka, va sul carro e dice, facendo il gradasso: «Visto che
bei cavallucci ho rimediato! E ce n’è rimasto ancora uno grigio che è una meraviglia!». I fratelli,
invidiosi, dicono allo sciocco: «Adesso metti noi nel sacco, e calaci in fretta nel buco! Non ci
sfuggirà il grigio…». Li calò Ivanuška lo scioccone nel buco e tornò a casa una birra a tracannare, i
fratelli a ricordare. Ivanuška aveva un pozzo, in quel pozzo nuotava un ghiozzo, la mia favola è finita
da un pezzo.

Bene, eppure male (412)


Un signore e un contadino si incrociarono per la strada. «Contadino, da dove vieni?»«Da lontano,
signore».«E da dove?»«Dalla città di Rostov, dalla casa del signor Tolstov».«Ed è una città
grande?»«Non l’ho misurata».«Forte?»«Non ci ho lottato contro».«E perché c’eri andato?»«Per
comprare una cosa costosa: una misura di piselli».«Molto bene!»«Bene, ma non troppo!»«Perché
mai?»«Ero ubriaco e l’ho versata».«Molto male!»«Male, ma non troppo!»«Perché mai?»«Ho versato
una misura, ma ne ho ammucchiate due!»«Questo sì che è molto bene!»«Bene, ma non
troppo!»«Perché mai?»«Ho seminato, ma il raccolto non è stato buono!»«Molto male!»«Male, ma
non troppo!»«Perché mai?»«Perché c’erano parecchie bucce!»«Molto bene!»«Bene, ma non del
tutto!»«Perché mai?»«I maiali del pope si sono messi a calpestare i piselli, li hanno calpestati e li
hanno rovinati».«Questo è male!»«Male, ma non troppo!»«Perché mai?»«I maiali del pope ho
ammazzato e due casse di carne ho salato».«Molto bene!»«Bene, ma non troppo!»«Perché mai?»«I
cani del pope si sono messi a tirare la carne, l’hanno tirata e l’hanno rubata».«Molto male!»«Male,
ma non troppo!»«Perché mai?»«Quei cani ho ammazzato e a mia moglie una pelliccia ho
cucito!»«Molto bene!»«Bene, ma non troppo!»«Perché mai?»«Quella civetta di mia moglie è passata
davanti a casa del pope; il pope ha riconosciuto la pelliccia e gliel’ha presa».«Molto male!»«Male,
ma non troppo!»«Perché mai?»«Ho fatto causa al pope, siamo andati in giudizio, e zaffete, ho
arraffato un castrone grigio e una vacca rossa! La cosa è andata liscia!»

Il taccagno (452)
C’era una volta un ricco mercante di nome Marco, taccagno come nessun altro! Un giorno che stava
passeggiando, vide per la strada un mendicante: siede il vecchio e chiede l’elemosina: «Fate la
carità, brava gente, in nome di Cristo!». Marco il Ricco passò oltre. Dietro di lui camminava in quel
momento un povero contadino, ebbe pietà del mendicante e gli diede una copeca. Il ricco si
vergognò, si fermò e dice al contadino: «Senti, compaesano, prestami una copeca; voglio fare
l’elemosina a quel poveretto, ma non ho spicci!». Il contadino gliela diede e chiede: «E quando la
riavrò indietro?». «Vieni domani!» Il giorno dopo, il povero va dal ricco per riavere la sua copeca.
Arrivò nel suo grande cortile: «Allora, Marco il Ricco è in casa?». «Sì! Che vuoi da lui?», chiede
Marco. «Sono venuto a riprendermi la copeca».«Ah, fratello, torna un’altra volta; non ho proprio
spicci». Il povero fece un inchino e se ne andò. «Tornerò» dice «domani». Il giorno seguente torna –
la stessa solfa: «Non ho soldi spicci, se vuoi, puoi darmi il resto di cento rubli… sennò, torna tra due
settimane». Dopo due settimane, di nuovo il povero va dal ricco; Marco il Ricco lo vide dalla
finestra e dice alla moglie: «Senti, cara, ho intenzione di spogliarmi nudo e di stendermi sotto le
immagini sante; tu coprimi con un drappo, siediti e piangimi come se fossi morto. Quando verrà il
contadino a reclamare i suoi soldi, digli che sono morto oggi».
Bene, la moglie fece quel che gli aveva ordinato il marito: siede e piange a calde lacrime. Arriva il
contadino nella camera e quella gli chiede: «Cosa vuoi?». «La copeca che ho prestato a Marco il
Ricco», risponde il povero. «Vedi, contadino, Marco il Ricco è nel numero dei più; è morto proprio
adesso».«Dio lo abbia in gloria! Permettimi, padrona: per la mia copeca lo servirò e le sue spoglie
mortali laverò». A queste parole afferrò una pentola con dell’acqua bollente e la versò addosso a
Marco il Ricco. Marco a stento sopporta, fa le boccacce e agita i piedi. «Dimenati quanto ti pare, ma
la mia copeca mi devi dare!», dice il povero. Lo lavò e lo vestì come si doveva. «Allora, padrona,
compra una bara e di’ che la portino in chiesa; io leggerò il salterio al suo capezzale». Misero Marco
il Ricco nella bara e lo portarono in chiesa; e il contadino si mise a leggere il salterio al suo
capezzale.
Scese la notte fonda. Improvvisamente si apre una finestra e si arrampicano fino in chiesa dei ladri;
il contadino si nascose dietro l’altare. I ladri entrarono e iniziarono a spartirsi la refurtiva; si
spartirono tutto, rimane solo una sciabola d’oro: tutti la tirano a sé, nessuno la molla. Il povero salta
fuori e grida: «Perché discutete? Chi taglierà la testa al morto, quello avrà la sciabola!». Marco il
Ricco fece un salto, fuori di sé. I ladri si spaventarono, mollarono il loro bottino e corsero via.
«Allora, contadino» dice Marco «dividiamoci i soldi». Li divisero in parti uguali; toccò un bel
gruzzolo e all’uno e all’altro. «E la mia copeca?», chiede il povero. «Eh, fratello, vedi tu stesso che
non ho spicci!» E così non restituì mai Marco il Ricco la copeca.

Se non ti fa piacere, non ascoltare (424)


Quando nel nostro villaggio litigarono Luca e Maddalena, si intorbidò l’acqua con la rena, ci fu una
gran lotta tra fidanzate e cognate: in quella lotta il purè di piselli ferirono, il succo di bacca in
prigione imprigionarono, la rapa e la carota con una trappola catturarono, il cavolo sotto una spada
piazzarono. A quella lotta non feci in tempo ad arrivare, su una panchina rimasi a riposare. Noi
eravamo allora sei fratelli, gli Agafony; nostro padre era Taras, nostra madre, come si chiamava?
chissà! Ma che importa il nome di mammina? Diciamo Caterina. Io di nascita ero il minore, ma di
intelligenza il maggiore. Andava la gente i campi ad arare e noi sei fratelli le mani ad agitare. La
gente pensava che noi arassimo e i cavalli con le mani spingessimo, ma noi non ne facevamo niente.
Nostro padre aveva attaccato in cima alla sua frusta un chicco di grano saraceno, prese lo slancio e
lo lanciò lontano.
Il raccolto di grano saraceno fu eccellente. La gente andava nel campo a falciare, e noi stavamo nei
solchi a riposare; fino al pranzo riposammo, dopo il pranzo dormicchiammo, e ammucchiammo molto
grano: un mucchio enorme, come da Kazan’ a Mosca. Cominciammo a trebbiare: ne uscì un intero
pugno di grano saraceno. L’anno dopo nostro padre chiede: «Figli miei cari, dove semineremo il
grano saraceno stavolta?». Io – il fratello minore, ma per cervello il maggiore, dico al babbo:
«Seminiamo nella stufa, dove c’è posto; tanto l’intero anno non fa niente!». Seminammo nella stufa,
ma la nostra izbà era grande: il pavimento e il soffitto quasi sullo stesso livello, finestre e porte
bucate con il trapano. Nell’izbà non è possibile abitare, ma si può sempre guardare.
Il babbo allora era molto laborioso, si alzava presto la mattina, appena albeggiava, e non faceva che
guardare in strada. Ma ecco che il gelo penetrò da noi attraverso la finestra fin nella stufa; tutto il
grano gelò. Noi sei fratelli ci cominciammo ad angosciare: come potremo il grano dalla stufa
salvare? E io – di statura il minore, ma di ingegno il maggiore, dico: «È necessario il grano falciare,
un covone ammucchiare». «E dove metteremo il covone?»«Come dove? Ma sul tubo della stufa: c’è
posto». Facemmo un enorme covone.
Avevamo in casa un gatto spelacchiato: vide nel grano un topo intrufolato, si lanciò alla caccia e
diede una gran capocciata al tubo della stufa; il covone rotolò, nel mastello capitò. Noi sei fratelli ci
cominciammo ad angosciare: come potremo il covone dal mastello raccattare? In quel momento la
cavalla grigia arrivò, il covone dal mastello mangiò; voleva correre fuori dall’izbà, ma rimase presa
nella porta: a tal punto il grano le aveva gonfiato la pancia! Le zampe dietro nell’izbà, quelle davanti,
invece, in strada. Iniziò a scalciare, l’izbà in strada a tirare; e noi sediamo e guardiamo: che
succederà? Ecco che la pancia della cavalla si sgonfiò, io allora la afferrai per la criniera, le salii in
groppa e andai all’osteria. Bevvi un buon vinello, mi divertii da bravo giovincello; mi cadde sotto
gli occhi il bel fucile del taverniere. «È un ricordo» chiedo «o è in vendita?»«È in vendita». Ebbene,
mezzo rublo ho pagato e il fucile ho comprato.
Sono andato a caccia in un querceto; to’, c’è un gallo cedrone su una quercia. Presi la mira, ma
mancava la pietra focaia! Per andare in città a comprare la pietra, c’erano dieci verste, troppe;
l’uccello nel frattempo volerà via. Mentre meditavo, per caso la mia mezza pelliccia si impigliò al
ramo di una quercia; la mia cavalla fece un salto per lo spavento e io diedi una testata all’albero:
vidi tutte le stelle del firmamento! Una stella cadde nello scodellino, il fucile sparò e uccise il gallo;
il gallo giù cascò e una lepre beccò; la lepre, spaventata, scattò, e al mio posto la selvaggina
ammazzò! Allora con un carretto mi diressi a Saratov; da vero esperto contrattai, per cinquecento
rubli la selvaggina smerciai. Con quei soldi mi sono sposato, mi sono preso una brava donna di casa:
quando passa per la strada, spazza tutto con l’orlo della gonna; i ragazzini incontro le vanno, pezzi di
legno le danno. Non devo comprare né legna, né un ramoscello; vivo senza alcun assillo.

Il contadino, l’orso e la volpe (23)


Un contadino arava un campo, venne da lui un orso e gli dice: «Contadino, ti farò a pezzi!». «No,
non farmi del male; vedi, sto seminando le rape, per me terrò solo le radici, a te invece darò le
cime».«E sia» disse l’orso «ma se mi ingannerai, allora è meglio che tu non venga nel mio bosco a
fare legna!» Così disse e se ne tornò nella foresta. Arrivò il momento: il contadino raccoglie le rape
e l’orso viene fuori dalla foresta. «Dunque, contadino, è ora di fare la spartizione!»«Bene, orsetto! Ti
porterò le cime», e gli portò un carro di cime.
L’orso rimase contento di questa onesta divisione. Allora il contadino caricò le sue rape sul carro e
andò in città a venderle, ma gli viene incontro l’orso: «Contadino, dove vai?». «Ecco, orsetto, vado
in città a vendere le radici».«Fammi un po’ provare che tipo di radici sono!» Il contadino gli diede
una rapa. Appena l’orso l’ebbe mangiata: «Ah-ah» si mise a ringhiare «mi hai ingannato, contadino!
Le tue radici sono belle dolci. Non ti azzardare a venire da me a fare legna, altrimenti ti sbranerò!».
Il contadino tornò dalla città e ha paura ad andare nel bosco; bruciò palchetti, panchetti e botticelle,
ma alla fine, non ci fu niente da fare: dovette andare nel bosco.
Entra quatto quatto; da non si sa dove, corre fuori una volpe. «Perché, contadino» chiede quella «ti
aggiri tanto furtivamente?»«Ho paura dell’orso, che è arrabbiato con me e ha giurato che mi
sbranerà».«Non aver paura dell’orso, taglia la legna, mentre io mi metterò a gridare “su, cercate,
addosso”, come dicono i cacciatori ai cani. Se l’orso chiede: cos’è?, digli: stanno dando la caccia ai
lupi e agli orsi». Il contadino si mise a fare legna; guarda – ecco arrivare di corsa l’orso e gridare al
contadino: «Ehi, vecchio! Cos’è questo grido?». Il contadino dice: «Danno la caccia ai lupi e agli
orsi». «Oh, caro contadino, nascondimi nella tua slitta, coprimi con la legna e legami con una corda,
di modo che pensino io sia un tronco». Il contadino lo mise nella slitta, lo legò con una corda e giù a
picchiarlo sulla testa con il manico della scure, finché l’orso non fu definitivamente crepato.
Arrivò di corsa la volpe e chiede: «Dov’è l’orso?». «Eccolo, è crepato!» «Allora, caro contadino,
ora mi devi fare un regalo!» «Ma certo, cara volpe! Vieni da me, ti tratterò con ogni riguardo». Il
contadino va con la slitta e la volpe corre davanti; quando il contadino fu nei pressi di casa sua,
fischiò ai suoi cani e li aizzò contro la volpe. La volpe si precipitò nel bosco e giù, in una buca; si
nascose nella buca e chiede: «Voi, occhietti miei belli, cosa avete guardato mentre io correvo?».
«Oh, cara volpe, abbiamo badato a che tu non inciampassi». «E voi, belle orecchiette, cosa avete
fatto?» «Noi, invece, stavamo a sentire se i cani che ti inseguivano erano lontani!» «E tu, coda, cosa
hai fatto?» «Per parte mia» disse la coda «ho sempre ciondolato tra le zampe, perché tu, inciampassi,
e cadessi, e in bocca ai cani finissi!» «Ah-ah, canaglia! Allora, che i cani mangino te». E, tirata fuori
dalla buca la coda, la volpe si mise a gridare: «Mangiate, cani, la coda della volpe!». I cani la coda
tirarono e la volpe finirono. Così spesso succede, per una coda anche la testa cade.
La gru e l’airone (72)
Volava una civetta, una testa matta; volò, volò, poi si fermò, la coda girò, da ogni parte guardò, e poi
di nuovo volò; volò, volò, poi si fermò, la coda girò e da ogni parte guardò… Ma questa è la
premessa, la fiaba viene adesso.
C’erano una volta in una palude una gru e un airone che si erano costruiti delle belle casette.
L’airone si era stufato di vivere da solo, così decise di prendere moglie. «Andrò a chiedere in moglie
la gru!»
Andò l’airone – ciaf, ciaf! Per sette verste camminò nella palude; arriva e chiede: «È in casa la
gru?». «Sì». «Sposami!» «No airone, non ti sposerò, hai le gambe lunghe, il vestito corto, voli in
modo goffo, e non hai di che nutrirmi! Vattene, collolungo!» L’airone, con le pive nel sacco, se ne
tornò a casa.
Ma la gru ci ripensò e disse: «Piuttosto che vivere sola, è meglio sposare l’airone». Arriva
dall’airone e dice: «Airone sposami!». «No, gru, non ho bisogno di te! Non voglio sposarmi non ti
prenderò in moglie. Fila!» La gru si mise a piangere dalla vergogna e tornò indietro. L’airone ci
ripensò e disse: «Ho fatto male a non prendermi la gru, da solo mi annoio proprio. Ora vado e la
prendo in moglie». Arriva e dice: «Gru! Ho avuto l’idea di prenderti in moglie; sposami». «No,
airone; non ti sposerò!» Tornò l’airone a casa.
Allora la gru ci ripensò: «Perché ho rifiutato? Perché vivere da sola? È meglio sposare l’airone!».
Va a combinare il matrimonio ma l’airone non vuole. Ecco come avvenne che in quel periodo
andarono a chiedersi reciprocamente in matrimonio, ma poi non si sposarono mai.

La pecora, la volpe e il lupo (28)


Dal gregge di un contadino scappò una pecora. Le si fece incontro una volpe e chiede: «Dove te ne
vai di bello, comare?». «Ohi, comare! Stavo nel gregge di un contadino, ma non era vita: il montone
era matto, e io, povera pecora, sempre colpevole! Così ho deciso di andarmene via, il più lontano
possibile».«E anch’io!» rispose la volpe. «Mio marito acchiappava le galline, e io, povera volpe,
sempre colpevole. Andiamocene insieme». Dopo qualche tempo, incontrarono un lupo. «Salute,
comare!»«Salve», dice la volpe. «Vai lontano?» Quella rispose: «Dove mi portano le gambe!» e,
quando ebbe raccontato le sue pene, il lupo disse: «E anch’io! La lupa sgozzava gli agnelli, e io,
povero lupo, sempre colpevole. Andiamocene insieme».
Si incamminarono. Per la strada il lupo dice alla pecora: «Perché, pecora, porti tu la mia
pelliccia?». La volpe sentì e aggiunse: «Davvero, compare, è tua?». «Ma certo, è mia!»«Lo
giuri?»«Lo giuro!»«Solennemente?»«Solennemente».«Bene, allora devi confermare il giuramento
con un bacio». Qui la volpe notò che i contadini avevano messo sul viottolo una tagliola; condusse il
lupo proprio davanti alla tagliola e dice: «Ecco, bacia là!». Il lupo fu tanto stupido da ficcarcisi: la
tagliola scattò e gli prese il muso. La volpe e la pecora si allontanarono subito di corsa sane e salve.

Il lupo imbecille (55)


C’era una volta in un villaggio un contadino, che aveva un cane; fin da quando era cucciolo, aveva
fatto la guardia all’intera casa, ma, quando divenne molto vecchio, smise anche di abbaiare. Il
padrone si stancò di lui; così si decise, prese una corda, la legò al collo del cane e lo portò nel
bosco; lo portò fino a un salice e voleva impiccarlo, ma quando vide che sul muso del vecchio cane
scorrevano lacrime amare, ne ebbe pietà: si commosse, legò il cane al salice e se ne tornò a casa.
Rimase il povero cane nel bosco e cominciò a piangere e a maledire il suo destino. All’improvviso,
da dietro i cespugli, salta fuori un enorme lupo, lo vede e dice: «Salve, cane pezzato! Era un bel po’
che ti aspettavo in visita. Una volta mi hai cacciato da casa tua; ma ora sei finito da solo tra le mie
grinfie: farò di te ciò che più mi piacerà. Te la farò pagare cara per tutto!». «E cosa mi vuoi fare,
lupacchiotto grigio?»«Non molto: ti mangerò con tutta la pelle e le ossa».«Ah, tu, sciocco di un lupo
grigio che non sei altro! Sei tanto grasso che non sai nemmeno quello che fai; così, dopo un gustoso
bue, ti metterai a mangiare la carne vecchia e rinsecchita di un cane? Perché vuoi rompere invano su
di me i tuoi vecchi denti? La mia carne ora è proprio un ammasso putrefatto. Ti darò io, invece, un
buon consiglio: va’ e portami una cinquantina di chili di buona carne di giumenta, rimettimi un po’ in
sesto e poi fa’ di me ciò che vuoi».
Il lupo diede ascolto al cane, andò e gli portò mezza giumenta: «Eccoti della buona carne di manzo!
Vedi di rimetterti in sesto». Così disse e se ne andò. Il cane si gettò sulla carne e la finì tutta. Dopo
due giorni torna il vecchio imbecille e dice al cane: «Allora, fratello, ti sei rimesso o no?». «Un
pochino; certo che, se tu mi portassi ancora per esempio una pecora, la mia carne diventerebbe
molto, ma molto più dolce!» Il lupo acconsentì anche a questo, corse in aperta campagna, si stese in
un valloncello e rimase di guardia, nell’attesa che il pastore portasse al pascolo il suo gregge. Ecco
che il pastore porta al pascolo il gregge; il lupo avvistò da dietro un cespuglio una pecora, che era
più grassa e più grande delle altre, saltò fuori e le si avventò contro: la afferrò per il collo e la
trascinò dal cane. «Eccoti la tua pecora, rimettiti in sesto!»
Iniziò il cane a rifocillarsi, finì la pecora e sentì di avere di nuovo le sue forze. Arrivò il lupo e
chiede: «Allora, fratello, come stai ora?». «Ancora un po’ deboluccio. Certo che, se tu mi portassi
ancora per esempio un montone, allora diventerei bello grasso come un porcello!» Il lupo rimediò
anche il montone, glielo portò e dice: «Questa è la mia ultima fatica! Tra due giorni tornerò a farti
visita!». “Ma bene” pensa il cane “ti aggiusterò io.” Dopo due giorni va il lupo dal cane ben nutrito,
ma il cane lo vide da lontano e iniziò ad abbaiargli contro. «Ah, tu, cagnaccio dannato» disse il lupo
grigio «osi ringhiare a me?», e qui si gettò sul cane e voleva divorarlo. Ma il cane, che ormai era in
forze, si ribellò al lupo e iniziò a dargliene tante che volavano solo i peli del grigio. Il lupo si liberò
e via, il più veloce possibile: corse per un bel pezzo, poi volle fermarsi, ma quando sentì il latrato
del cane, di nuovo partì in quarta. Corse fin nel bosco, si stese sotto un cespuglio e prese a leccarsi
le ferite che aveva rimediato dal cane. «Dio, come mi ha ingannato quel maledetto cagnaccio!» dice
il lupo tra sé e sé. «Basta, ora chiunque incontrerò, quello non si salverà dai miei denti!»
Si leccò il lupo le ferite e andò a caccia. To’: sulla collina c’è un enorme caprone; gli si avvicina e
dice: «Caprone, ehi, caprone! Sono venuto a mangiarti». «Ah, tu, lupo grigio! Perché vuoi rompere
invano i tuoi vecchi denti su di me? È meglio che tu resti ai piedi della collina e spalanchi le tue
larghe fauci; io prenderò la rincorsa e mi butterò dritto nella tua bocca, così dovrai solo
inghiottirmi!» Il lupo si mise ai piedi della collina e spalancò le sue larghe fauci, mentre il caprone,
un furbone, volò dalla collina come una freccia, colpì il lupo in fronte tanto forte che quello crollò. E
del caprone neppure più l’ombra! Dopo circa tre ore, il lupo riprese i sensi, gli sembrava che la testa
gli scoppiasse dal dolore. Iniziò a pensare se aveva inghiottito il caprone oppure no. Pensa che ti
ripensa, vallo a sapere! «Se avessi mangiato il caprone, avrei la pancia un po’ più piena;
evidentemente quel perdigiorno mi ha ingannato! Be’, la prossima volta saprò come comportarmi!»
Così disse il lupo e andò al villaggio, vide una scrofa con i piccoli e si gettò su un porcellino per
afferrarlo; ma la scrofa glielo impedisce. «Ah, tu, faccia porcina!» le dice il lupo. «Come osi fare
l’insolente? Allora sbranerò anche te, e dei tuoi piccoli farò un sol boccone». Ma la scrofa rispose:
«Be’, fino a ora non ti ho insultato; ma ora ti dico che sei un emerito imbecille!». «Come?»«Certo!
Giudica tu stesso, grigio: come puoi mangiare i miei piccoli? Eppure sono nati da poco. Bisogna
ancora bagnarli con l’acqua benedetta. Fammi da compare, io ti farò da comare, e li battezzeremo,
poveri piccini miei». Il lupo acconsentì.
Bene, arrivarono a un grande mulino. La scrofa dice al lupo: «Tu, caro compare, resta da questo
lato, dove non c’è acqua, mentre io andrò i miei piccoli nell’acqua pulita a bagnare per poterli a te
solo servire». Il lupo si rallegrò, pensa: “Ecco che mi capita in bocca una bella preda!”. Andò il
vecchio imbecille sotto il ponte, la scrofa subito afferrò il fermo coi denti, lo sollevò e lasciò
scorrere l’acqua. L’acqua fece un gran gorgo e trascinò con sé il lupo, facendolo volteggiare. La
scrofa, invece, coi piccoli se ne tornò a casa: arrivò, mangiò a volontà insieme ai figli e si stesero su
morbidi giacigli.
Il lupo grigio riconobbe l’astuzia della scrofa, a fatica in qualche modo riuscì a trascinarsi a riva e a
stomaco vuoto andò a vagabondare per il bosco. A lungo soffrì per la fame, non ce la fece più, andò
di nuovo al villaggio e vide che davanti a un’aia c’era una carogna. “Bene” pensa “quando verrà la
notte, mi sazierò almeno con questa carogna.” Il lupo, che era in un brutto periodo, si rallegrò di
poter mangiare almeno una carogna! Sempre meglio che i denti per la fame schioccare e canzoni da
lupo cantare. Arrivò la notte; il lupo entrò nell’aia e prese a divorare la carogna. Ma un cacciatore
già da tempo lo stava aspettando al varco e aveva preparato per l’amico un paio di belle noci; gli
sparò, e il lupo grigio cadde con la testa rotta. Così finì i suoi giorni il lupo grigio!

La volpe-confessore (15)
Una volta, per tutta una lunga notte autunnale, la volpe vagò per il bosco senza mangiare. All’alba
corse fino al villaggio, entrò nel cortile di un contadino e si mise ad aspettare al varco i polli. Si era
appena avvicinata senza farsi notare e stava per afferrare una gallina, che fu il momento per il gallo
di cantare: improvvisamente quello frullò le ali, pestò con le zampe e gridò a voce spiegata. La volpe
per la paura fece un tale volo, che per tre settimane circa restò nel delirio.
Ecco che una volta al gallo venne in mente di andare nel bosco a fare una passeggiata, ma la volpe
già da un pezzo lo sta tenendo d’occhio; si nascose dietro un cespuglio e aspettò il suo arrivo. Il
gallo, però, vide un albero secco, ci volò e vi si posò sopra. Nel frattempo, alla volpe sembrò
scocciante aspettare, volle convincere con le lusinghe il gallo a scendere dall’albero; pensa che ti
ripensa, giunse a una soluzione: lo irretirò. Si avvicina all’albero e prese a salutare: «Salve,
Galletto!». “Quale astuzia la porta?”, pensa il gallo. La volpe allora comincia con le sue furberie:
«Io, Galletto, voglio il tuo bene, metterti sulla retta via e insegnarti il buonsenso. Tu infatti, Galletto,
hai cinquanta mogli, ma non ti sei confessato nemmeno una volta. Scendi da me e confessati: io tutti i
peccati ti toglierò e non ti deriderò».
Il gallo iniziò a scendere sempre più in basso e finì dritto tra le zampe della volpe. Lo afferrò la
volpe e dice: «Ora ti darò una lavata di testa! Tu rispondi a tutte le mie domande; non scordarti,
lussurioso e maiale, tutte le tue cattive azioni! Ricorda di come, in una scura notte autunnale, ero
venuta e volevo godermi una bella gallina, perché erano giusto tre giorni che non mangiavo niente, e
tu le ali hai frullato, con le zampe hai pestato!…». «Ah, volpe!» dice il gallo. «Le tue parole sono
affascinanti, saggia principessa! Sai, presto dal nostro diacono ci sarà una gran festa; allora chiederò
che ti prendano come fornarina, e avremo teneri panini, dolci bevande, e in più una buona fama». La
volpe aprì le zampe, e il gallo via, su di una piccola quercia.

La volpe-levatrice (9)
C’erano una volta un compare e una comare: il lupo e la volpe. Avevano un piccolo tino di miele. La
volpe ama le cose dolcette; sta a letto la comare con il compare, nella casetta, e dà furtivamente dei
colpetti alla porta con la coda. «Comare, comare» dice il lupo «qualcuno bussa».«Ah, forse mi
chiamano per un parto!», borbotta la volpe. «Allora vai, corri», dice il lupo. Ecco che la comare uscì
dall’izbà e andò dritta dritta al miele, lo leccò e tornò indietro. «Cosa ha mandato il Signore?»,
chiede il lupo. «Primino», risponde la volpe.
Un’altra volta di nuovo sta stesa la comare e dà dei colpetti alla porta con la coda. «Comare!
Qualcuno bussa», dice il lupo. «Mi chiamano, forse, per un parto!»«Allora corri». Uscì la volpe, e
ancora dritta al miele, che leccò fino a esserne sazia: di miele ne rimase un po’ solo per il giorno
dopo. Torna dal lupo. «Cosa ha mandato il Signore?», le chiede il lupo. «Mezzettino».
Una terza volta ancora la volpe ingannò nello stesso modo il lupo e leccò tutto il miele. «Cosa ha
mandato il Signore?», le chiede il lupo. «Briciolino».
Passarono ore o mesi, la volpe si ammalò e chiede al compare di portarle del miele. Andò il
compare, ma di miele neanche una stilla. «Comare, comare» grida il lupo «il miele è stato tutto
mangiato».«Come mangiato? Chi l’ha mangiato? Chi se non tu!», dice, provocando, la volpe. Il lupo
giura e spergiura. «Bene, allora!» dice la volpe. «Stendiamoci al sole: chi suderà miele, quello è il
colpevole».
Andarono a stendersi. La volpe non può dormire, mentre il lupo grigio russa a più non posso.
Guarda che ti riguarda, alla comare spuntò il miele; quella il più velocemente possibile lo spalmò sul
lupo. «Compare, compare» dà una gomitata al lupo «e questo cos’è? Ecco chi l’ha mangiato!» E il
lupo, non ci fu niente da fare, confessò la propria colpa.
Ecco a voi un racconto che non è brutto, a me invece un barattolo di strutto.

Per una ciabattina una gallinella, per una gallinella una paperella (8)
Camminava una volpe per una stradina e trovò una ciabattina, arrivò da un contadino e chiede:
«Padrone, fammi passare la notte qui». Quello dice: «Non ho posto, volpe! Stiamo già stretti!». «Ma
non mi serve molto posto! Mi metterò sulla panca, con la coda sotto la panca». La lasciarono
pernottare; quella dice ancora: «Mettete la mia ciabattina accanto alle vostre gallinelle». Ce la
misero, ma durante la notte la volpe si alzò e buttò la sua ciabatta. Al mattino tutti si alzano, quella
chiede la sua ciabatta, ma i padroni dicono: «Cara volpe, purtroppo è sparita!». «Be’, datemi in
cambio una gallinella».
Presa la gallinella, arriva in un’altra casa e chiede che mettano la sua gallinella insieme alle
paperelle dei padroni. Durante la notte la volpe fece sparire la gallinella e il giorno dopo ottenne in
cambio una paperella. Arriva in un’altra casa, chiede di poter passare la notte e dice di mettere la
sua paperella insieme agli agnelli; ancora una volta agì con l’astuzia, ottenne in cambio della
paperella un agnello e andò in un’altra casa ancora. Rimase lì a dormire e chiede di mettere il suo
agnello insieme ai torelli dei padroni. Durante la notte la volpe rubò anche l’agnello, e il giorno dopo
pretende che le diano in cambio un torello.
Tutti – e la gallinella, e la paperella, e l’agnello e il torello – li soffocò, fece sparire la carne,
riempì poi la pelle del torello con della paglia e lo mise sulla strada. Passa l’orso col lupo, e la
volpe dice: «Andate a rubare una slitta e facciamoci un giro». Allora quelli rubarono e una slitta, e
un giogo, attaccarono il torello, salirono tutti sulla slitta; la volpe prese le redini e grida: «Oh, oh,
torello, impagliato e bello! La slitta non è nostra, il giogo rubato, tira, su, non star lì impalato!». Il
torello non si muove. Quella scese con un salto dalla slitta e iniziò a gridare: «Buona permanenza,
imbecilli!», e se ne andò. L’orso e il lupo si rallegrarono della preda e giù a fare a pezzi il torello; lo
fecero ben bene a pezzi e si accorsero che era solo una pelle con della paglia, scossero la testa e se
ne tornarono ognuno a casa propria.
La bolla, il filo di paglia e la ciabatta (87)
C’erano una volta una bolla, un filo di paglia e una ciabatta; andarono nel bosco a fare legna,
arrivarono fino al fiume e non sanno come attraversarlo. La ciabatta dice alla bolla: «Bolla, saliremo
sopra di te e galleggeremo fin dall’altra parte!». «No, ciabatta, è meglio che il filo di paglia si metta
tra una riva e l’altra, e noi lo useremo da ponte». Il filo di paglia si mise in posizione; la ciabatta ci
passò sopra, ma quello si ruppe. La ciabatta cadde in acqua, la bolla invece, rise, rise tanto che
scoppiò!

La favola della capra scuoiata (62)


Una capra cocciuta, per metà fianco scuoiata!… Ascolta, sta’ a sentire! C’era una volta un contadino,
che aveva un leprottino. Ecco che andò il contadino nel campo; là vide una capra distesa con metà
fianco scuoiato e metà no. Il contadino ne ebbe pietà, la prese, la portò a casa e la mise sotto il
fienile. Dopo aver mangiato e riposato un po’, andò nell’orto, e il leprottino dietro. Allora la capra
da sotto il fienile nell’izbà si intrufolò e con un gancetto ci si barricò.
Ecco che il leprottino ebbe voglia di mangiare un boccone e corse alla porta dell’izbà; un colpo con
la zampa: la porta era chiusa! «Chi c’è?», chiede il leprottino. La capra risponde: «Sono la capra
cocciuta, per metà fianco scuoiata; se esco, tutto il fianco romperò!». Il leprottino, abbattuto, si
allontanò dalla porta, arrivò in strada e piange. Gli si fece incontro un lupo. «Perché piangi?», chiese
il lupo. «Nella nostra izbà c’è qualcuno», disse tra le lacrime il leprottino. E il lupo: «Vieni con me,
io lo caccerò!». Arrivarono alla porta. «Chi c’è?», chiese il lupo. La capra iniziò a pestare coi piedi
e disse: «Sono la capra cocciuta, per metà fianco scuoiata; se esco, tutto il fianco romperò!».
Allora quelli si allontanarono dalla porta. Il leprottino di nuovo si mise a piangere e uscì in strada,
mentre il lupo corse via nel bosco. Va incontro alla lepre un gallo: «Perché piangi?». Il leprottino
glielo disse. Allora il gallo dice: «Vieni con me, io la caccerò!». Arrivati alla porta, il leprottino, per
spaventare la capra, grida: «Arriva il gallo dalle piume belle, con una sciabola sulle spalle, viene
un’anima a rovinare, la testa della capra a tagliare». Eccoli vicini; il gallo chiede ancora: «Chi
c’è?». La capra come le altre volte: «Sono la capra cocciuta, per metà fianco scuoiata; se esco, tutto
il fianco romperò!».
Il leprottino ancora una volta con le lacrime agli occhi uscì in strada. Lì gli si avvicinò a volo
un’ape, volteggiò ronzando e chiede: «Cosa ti hanno fatto? Perché piangi?». Il leprottino glielo disse
e l’ape volò all’izbà. Là chiese: «Chi c’è?». La capra rispose come le altre volte. La piccola ape si
arrabbiò, iniziò a volare intorno alle pareti; ronzò, ronzò, e un buchetto trovò, ci si infilò e
punzecchiò la capra scuoiata sul fianco nudo, facendole venire un bozzo. La capra si lanciò fuori
dalla porta, e chi s’è visto s’è visto! Allora il leprottino corse nell’izbà, mangiò e bevve a sazietà e
si mise a dormire. Quando il leprottino si sveglierà, allora anche la favola ricomincerà.

Gelo (96)
Una donna aveva una figliastra e una figlia propria; qualsiasi cosa fa la figlia, le accarezzano la testa
e dicono: «Quant’è sensata!». Qualsiasi cosa, invece, fa la figliastra per compiacerla, non riesce mai
a soddisfarla, è sempre tutto sbagliato, fatto male; ma, a dire la verità, la bambina era un tesoro, in
buone mani avrebbe avuto una vita spensierata, mentre dalla matrigna ogni giorno piangeva tanto che
avrebbe potuto fare il bagno nelle lacrime. Che fare? Il vento per un po’ soffia, poi si calma, ma la
vecchia aveva sempre i nervi a fior di pelle – non si sarebbe calmata entro breve, tutto avrebbe
escogitato e i denti ben spazzolato. E venne in mente alla matrigna di cacciare di casa la figliastra:
«Portala, portala dove vuoi, vecchio, ma che non mi compaia più davanti agli occhi, e che le mie
orecchie non sentano mai più parlare di lei; e non la portare dai parenti in una calda casetta, ma in
aperta campagna al freddo e al gelo!». Il vecchio si afflisse, pianse; tuttavia mise la figlia sulla slitta,
voleva coprirla con una gualdrappa – ebbe paura anche di questo; condusse la poveretta in aperta
campagna, la gettò su un mucchio di neve, la benedisse e se ne tornò in fretta a casa, per non vedere
morire la figlia.
Rimase la poverina a tremare dal freddo e iniziò a pregare piano piano. Arriva Gelo: saltò, balzò, la
bella ragazza guardò: «Ehi, ragazza, ti sono addosso, sono Gelo dal naso rosso!»«Benvenuto, Gelo;
deve essere Dio che ti manda a prendere la mia anima peccatrice». Gelo voleva colpirla e gelarla,
ma gli piacquero le parole intelligenti di lei e ne ebbe pietà! Le gettò una pelliccia. Lei la indossò,
incrociò i piedini e si sedette. Di nuovo le fu addosso Gelo dal naso rosso, saltò, balzò, la bella
ragazza guardò: «Ehi, ragazza, ti sono addosso, sono Gelo dal naso rosso!». «Benvenuto, Gelo; deve
essere Dio che ti manda a prendere la mia anima peccatrice». Gelo, però, non era venuto per l’anima,
ma aveva portato alla bella ragazza un baule grande e pesante, pieno di ogni ben di Dio. Quella si
sedette con la sua pelliccetta sul bauletto, era così allegra, così carina! Di nuove le fu addosso Gelo
dal naso rosso, saltò, balzò, la bella ragazza guardò. Lei lo salutò, e lui le regalò un vestito, cucito in
oro e argento. La ragazza lo indossò ed era tanto bella, tanto elegante! Sta seduta e si mette a cantare.
La matrigna, intanto, prepara la festa di commemorazione; aveva cotto delle frittelle. «Va’, marito
mio, riporta tua figlia per seppellirla». Il vecchio partì. E il cagnolino sotto il tavolo: «Arf! arf! La
figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno mentre quella della vecchia i fidanzati non la
vorranno!». «Taci, sciocco! Eccoti una frittella, di’: la figlia della vecchia i fidanzati prenderanno,
mentre di quella del vecchio solo le ossa riporteranno!» Il cagnolino mangiò la frittella e di nuovo:
«Arf, arf! La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno, mentre quella della vecchia i
fidanzati non la vorranno!». La vecchia prima gli dette delle altre frittelle, poi lo picchiò, ma il
cagnolino continuava a ripetere: «La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno, mentre
quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!».
Cigolò il portone, si aprì la porta: portano un baule grande, pesante, arriva la figliastra – risplende
come una signora! La matrigna gettò uno sguardo e le caddero le braccia! «Vecchio, vecchio, attacca
degli altri cavalli, portaci anche mia figlia, il più presto possibile! Lasciala nello stesso campo, nello
stesso posto». La condusse il vecchio nello stesso campo, nello stesso posto la lasciò. Anche a lei fu
addosso Gelo dal naso rosso, diede un’occhiata alla sua ospite, saltò, balzò, ma belle parole non
ascoltò; si arrabbiò, la afferrò e la uccise. «Vecchio, va’, riporta mia figlia, attacca dei cavalli
poderosi, la slitta non far rovesciare, il baule non far cadere!» Ma il cagnolino sotto il tavolo: «Arf,
arf! La figlia del vecchio i fidanzati prenderanno, mentre di quella della vecchia le ossa in un sacco
porteranno!». «Non mentire! Eccoti un dolcetto, di’: la figlia della vecchia nell’oro e nell’argento
porteranno!» Cigolò il portone, la vecchia corse incontro alla figlia, ma invece di lei abbracciò il suo
corpo freddo. Pianse, si lamentò, ma troppo tardi!

Mignolino (300)
C’erano una volta un vecchio e una vecchia. Una volta la vecchia tagliò un cavolo per farci un
pasticcio, sfiorò inavvertitamente col coltello la mano e si tagliò il dito mignolo; lo tagliò e lo gettò
dietro la stufa. Improvvisamente la vecchia sentì da dietro la stufa qualcuno parlare con voce umana:
«Mammina! Tirami su di qui». Quella, sbalordita, si fece il segno della croce e chiede: «Tu chi
sei?». «Sono il tuo bambino, nato dal tuo ditino». La vecchia lo tirò su: era un bambinetto piccolo
piccolo, si vedeva a stento! E lo chiamò Mignolino. «E dov’è mio padre?», chiede Mignolino. «È
andato nel campo».«Vado da lui, ad aiutarlo».«Va’, bambino mio».
Arrivò al campo: «Vengo ad aiutarti, padre!». Il vecchio si guardò intorno. «Che cosa strana!» dice.
«Sento una voce umana, ma non vedo nessuno. Chi è che mi sta parlando?»«Io, tuo figlio».«Ma se
non ho mai avuto figli in vita mia!»«Sono appena venuto alla luce del giorno: la mamma stava
tagliando un cavolo per farne un pasticcio, si è tagliata il dito mignolo, l’ha gettato dietro la stufa, ed
eccomi qui: Mignolino! Sono venuto ad aiutarti ad arare la terra. Siediti, padre, mangia qualcosa e
riposati un pochino!» Il vecchio, contento, si sedette a mangiare; Mignolino, intanto, si infilò
nell’orecchio del cavallo e iniziò ad arare la terra; ma prima ordinò al padre: «Se qualcuno ti
chiederà di avermi, vendimi senza esitare; non temere – non sparirò, a casa certo tornerò».
Ecco passare di lì un signore, guarda e si meraviglia: il cavallo andava, l’aratro arava, ma non c’era
anima viva! «Non mi era mai capitato» dice «di vedere o di sentire che un cavallo arasse per conto
suo!»«Ma che, sei diventato cieco!» gli rispose il vecchio «È mio figlio che ara».«Vendimelo!»«No,
non è in vendita l’unica gioia mia e della mia vecchia, l’unico conforto è lui!»«Vendimelo, vecchio!»,
insiste il signore. «Be’, dammi mille rubli ed è tuo!»«Così caro?»«Vedi bene tu stesso, il bambino ha
poca mole, ma gran valore, è veloce di gamba e leggero da portare!» Il signore pagò i mille rubli,
prese il bambino, se lo mise in tasca andò a casa. Ma Mignolino gli sporcò la tasca, fece un buco coi
denti e se ne andò.
Cammina cammina, fu sorpreso dalla notte profonda; si nascose sotto un filo d’erba, vicino alla
strada: si stende e si sta preparando a dormire. Passano di lì tre ladri. «Salve, bravi giovani!», dice
Mignolino. «Salute!»«Dove andate?»«Dal pope». «Perché?»«Per rubare dei tori».«Portatemi con
voi!»«E a che ci serviresti? A noi serve un pezzo di ragazzo che se ti dà una botta ti
ammazza!»«Andrò bene anch’io: scivolerò sotto la porta e vi aprirò da dentro».«Allora è un altro
paio di maniche! Vieni con noi!»
Arrivarono dunque in quattro dal ricco pope; Mignolino scivolò sotto la porta, la aprì da dentro e
dice: «Voi, fratellini, rimanete qui sulla porta, mentre io andrò nella stalla, sceglierò il miglior toro e
ve lo porterò». «Bene!» Andò nella stalla e di là grida a squarciagola: «Quale toro devo prendere,
marrone o nero?». «Non far rumore» gli dicono i ladri «prendi quello che ti capita sotto mano».
Mignolino portò loro un toro coi fiocchi; i ladri condussero il toro nel bosco, lo sgozzarono, lo
scuoiarono e iniziarono a dividersi la carne. «Be’, fratellini» dice Mignolino «io mi prendo la trippa:
mi basterà questo». Prese la trippa e ci si mise sopra a dormire, la notte a passare; i ladri, intanto, si
divisero la carne e tornarono ognuno a casa propria.
Arrivò correndo un lupo affamato e inghiottì la trippa con tutto il bambino; quello si ritrova da vivo
nella pancia del lupo ma non gliene importa molto! Il grigio avrebbe fatto una brutta fine! Vede un
gregge di pecore pascolare, il pastore dorme; appena si avvicina di soppiatto per rubare una pecora,
allora Mignolino si mette a gridare a squarciagola: «Pastore, pastore, di pecore controllore! Tu
dormi e il lupo ti sta soffiando una pecora!». Il pastore si sveglia, si getta sul lupo con un bastone e
gli lancia contro i cani: i cani lo sbranarono, solo i pezzetti volarono! Per un pelo riuscì a fuggire il
poverino!
Il lupo era diventato magrissimo, stava per morire di fame. «Esci!», chiede il lupo. «Portami a casa
da mio padre e mia madre, allora uscirò», dice Mignolino. Corse il lupo al villaggio, arrivò dritto
all’izbà del vecchio; Mignolino subito uscì dalla pancia del lupo da dietro, afferrò il lupo per la coda
e gridò: «Addosso al lupo grigio, addosso!». Il vecchio prese un bastone, la vecchia un altro, e giù a
battere il lupo; così lo fecero fuori, lo scuoiarono e fecero al figlio una bella pelliccia. E vissero
felici e contenti.

Briciolina-Trasandata (100)
Sapete che al mondo ci sono persone buone, altre no, ce ne sono anche di quelle che non hanno timor
di Dio, che non hanno vergogna del proprio fratello: in gente di questo tipo incappò Briciolina-
Trasandata. Era rimasta orfana ancora piccolina; la presero queste persone, la allevarono, ma una sua
vita non le lasciarono, ogni giorno di lavoro la subissavano, la estenuavano; quella serve in tavola, e
rassetta, e per tutti e per tutto risponde.
La sua padrona aveva tre figlie grandi. La prima si chiamava Unocchio, quella di mezzo Dueocchi e
la minore Treocchi; ma non facevano altro che sedere sul portone e guardare in strada, mentre
Briciolina per loro lavorava, gli abiti cuciva, al posto loro filava e tesseva, ma mai una buona parola
sentiva. E questo è il punto dolente: si può trovare chi batter e a chi dare spinte, ma nessuno che sia
contento o che ci prenda gusto!
Capitava che Briciolina-Trasandata andasse in campagna, abbracciasse la sua mucca pezzata, le si
stendesse sul collo e le raccontasse come era difficile vivere-sopravvivere: «Mucchina-mammina!
Mi battono, mi sgridano, non mi danno da mangiare, non mi lasciano neanche piangere. Per domani
mi hanno dato cinque pudy da filare, tessere, tingere di bianco, arrotolare». La mucca le risponde:
«Bella fanciulla! Intrufolati in una delle mie orecchie e poi esci dall’altra: tutto sarà fatto». E così
era. Esce la bella fanciulla dall’orecchio e tutto è pronto: e filato, e tinto di bianco, e arrotolato. Lo
porta alla matrigna, quella dà un’occhiata, sospira, lo chiude in un baule, e le dà ancora un altro
lavoro da fare. Briciolina torna dalla mucca, si intrufola in un orecchio, esce dall’altro e riporta quel
che le era stato dato bello pronto.
La vecchia resta meravigliata, chiama Unocchio: «Figlia mia cara, figlia mia bella! Cerca di sapere
chi aiuta l’orfana: chi tesse, e fila, e arrotola?». Andò Unocchio con l’orfana nel bosco, andò con lei
nel campo; si dimenticò degli ordini della sua mamma, si mise ad abbronzarsi al solicello, si stese
sul praticello; e Briciolina sussurra: «Dormi, occhietto, dormi, occhietto!». L’occhietto si
addormentò; mentre Unocchio dormiva, la mucca tessé e tinse di bianco. La matrigna non riuscì a
sapere niente, ragion per cui mandò Dueocchi. Anche quella si mise ad abbronzarsi al solicello e si
stese sul praticello, dimenticò gli ordini della mamma e chiuse gli occhietti; e Briciolina la ninna:
«Dormi, occhietto, dormi, altro occhietto!». La mucca tessé, tinse di bianco, arrotolò, mentre
Dueocchi continuava a dormire.
La vecchia si arrabbiò, il terzo giorno mandò Treocchi, e diede all’orfana ancora più lavoro del
solito. Anche Treocchi, come le sue sorelle più grandi, saltò-saltò, sull’erbetta si addormentò.
Briciolina canta: «Dormi, occhietto, dormi, altro occhietto!», ma si dimenticò del terzo. Due occhi si
addormentarono, ma il terzo guarda e vede tutto, proprio tutto: come la bella fanciulla si intrufolava
in un orecchio, usciva dall’altro e raccoglieva le tele preparate. Tutto quello che aveva visto,
Treocchi lo raccontò alla madre; la vecchia si rallegrò, il giorno dopo andò dal marito: «Sgozza la
mucca pezzata!». Il vecchio cercò di convincerla: «Che dici, moglie, sei in te? È una mucca giovane,
bella!». «Sgozzala, punto e basta!» Affilò un coltellino…
Corse Briciolina dalla mucca: «Mucchina-mammina! Ti vogliono sgozzare». «E tu bella fanciulla,
non mangiare la mia carne: conserva i miei ossetti, legali in fazzoletti, seppelliscili nei giardinetti e
non ti dimenticare mai di me, ma innaffiali ogni giorno». Briciolina fece tutto quello che la mucca le
aveva ordinato: non mangiò, la carne alla bocca non portò, gli ossetti nel giardino ogni giorno
innaffiò, e ne nacque un piccolo melo, e che melo, Dio mio! Le sue melucce erano piene di sugo,
agitava delle fogliette dorate, piegava dei rametti argentati; chiunque passasse accanto, si fermava,
chiunque passasse vicino, si stupiva.
Un giorno le ragazze passeggiavano per il giardino; si trovò a passare per la campagna un signore
ricco, coi riccioli, giovane. Vide le melucce, iniziò ad allettare le ragazze: «Belle fanciulle!» dice.
«Chi di voi mi porterà una meluccia, quella diventerà mia moglie». Allora le tre sorelle si gettarono
una dopo l’altra verso il melo. Le melucce erano basse, proprio sotto mano, ma improvvisamente si
alzarono altissime, di un bel pezzo sopra le teste. Le sorelle volevano scuoterle giù – le foglie gli
occhi coprivano, volevano strapparle – i ramoscelli le trecce scompigliavano; per quanto
scuotessero e si dessero da fare – le manine si spellarono, ma raggiungerle non poterono. Si avvicinò
Briciolina, i rametti si inchinarono, le melucce si abbassarono. Il signore la sposò e vissero felici e
contenti, senza conoscere mai stenti.

La montagna di cristallo (162)


In un certo reame, in terre lontane, c’era una volta uno zar; lo zar aveva tre figli. Ecco che i figli gli
dicono: «Amato sovrano, padre! Benedicici, andiamo a caccia». Il padre li benedisse e i tre
partirono in diverse direzioni. Il figlio minore cavalcò, cavalcò e si perse; sbuca in una radura, nella
radura c’è un cavallo crepato; accanto alla sua carogna si erano radunati molti animali di ogni specie,
uccelli e rettili. Si alzò in volo un falco, volò verso il principe, gli si posò su di una spalla e dice:
«Principe Ivan, dividi tra noi questo cavallo; sono già trentatré anni che sta qui, ma noi continuiamo a
discutere e non riusciamo a decidere come spartircelo». Il principe scese dal suo destriero e divise
la carogna: agli animali – le ossa, agli uccelli – la carne, la pelle – ai rettili, la testa, invece, alle
formiche. «Grazie, principe Ivan!» disse il falco. «Per questo servigio potrai trasformarti in falco
lucente e in formica ogni volta che vorrai».
Il principe Ivan si gettò sull’umida terra, si cambiò in falco lucente, si alzò e volò nel reame al di là
dei monti e degli oceani, che per più di metà era occupato da una montagna di cristallo. Volò dritto
alla reggia, si ricambiò in baldo giovane e chiede alla sentinella: «Il vostro sovrano non mi
prenderebbe a servizio presso di sé?». «Perché non prendere uno tanto gagliardo?» Eccolo dunque a
servizio da quello zar; resta lì una settimana, due, tre. Prese a chiedere la principessa: «Mio sovrano,
padre! Lascia che io passeggi un po’ col principe Ivan sulla montagna di cristallo». Lo zar
acconsentì. Salirono su dei buoni cavalli e andarono. Sono già vicini alla montagna di cristallo,
quando all’improvviso, da non si sa dove, saltò fuori una capra d’oro. Il principe la inseguì,
galoppò-galoppò ma non riuscì a raggiungere la capra; tornò indietro – e la principessa non c’era
più! Che fare? Come ripresentarsi agli occhi dello zar?
Si travestì da vecchio stravecchio, tanto che non era possibile riconoscerlo; arrivò alla reggia e dice
allo zar: «Vostra Altezza! Prendimi a pascolare la tua mandria». «Bene, fammi da mandriano; se
arriverà in volo un drago a tre teste – dagli tre vacche, se avrà sei teste – dagli sei vacche, se ne avrà
dodici – allora conta dodici vacche». Il principe Ivan portò la mandria per monti e per valli;
improvvisamente, dal lago, vola un drago a tre teste: «Ehi, principe Ivan, ma che razza di compito ti
sei preso? Un baldo giovane dovrebbe combattere, e tu invece pascoli una mandria! Comunque» dice
«dammi tre vacche». «Non ti sembra di esagerare?» risponde il principe. «Io stesso in
ventiquattr’ore non mangio più di un’anatrella, e tu vuoi tre vacche… Non ne avrai neanche una!» Il
drago si stizzì e al posto di tre ne afferrò sei di vacche; il principe Ivan subito si tramutò in falco
lucente, strappò al drago le tre teste e riportò la mandria a casa. «Allora, nonno?» chiede lo zar. «È
venuto il drago a tre teste? Gli hai dato le tre vacche?»«No, Vostra Altezza, non gliene ho data
neanche una!»
Il giorno dopo porta il principe la mandria per monti e per valli; dal lago vola un drago a sei teste ed
esige sei vacche. «Ah, tu, mostro goloso! Io stesso in ventiquattr’ore non mangio più di un’anatrella,
e tu vuoi tanto! Non te ne darò neanche una!» Il drago si stizzì, al posto di sei ne afferrò dodici di
vacche; ma il principe si tramutò in falco lucente, si lanciò sul drago e gli strappò le sei teste.
Ricondusse la mandria a casa; lo zar gli chiede: «Allora, nonno, è venuto il drago a sei teste? Ha
ridotto di molto la mia mandria?». «Per essere venuto è venuto, ma niente ha rubato!» A tarda sera si
cambiò il principe Ivan in formica e per un piccolo sentierino si arrampicò sulla montagna di
cristallo; guarda: sulla montagna di cristallo c’è la principessa. «Salve» dice il principe Ivan «come
sei finita quassù?»«Mi ci ha portato il drago a dodici teste che vive nel lago di mio padre; in quel
drago si cela un baule, nel baule c’è una lepre, nella lepre un’anatra, nell’anatra un ovetto,
nell’ovetto un granello; se lo uccidi e trovi quel granello, allora si potrà distruggere la montagna di
cristallo e liberarmi».
Il principe Ivan scese dalla montagna, si vestì da mandriano e portò al pascolo la mandria.
Improvvisamente arriva il drago a dodici teste: «Ehi, principe Ivan! Ti sei preso un compito poco
appropriato a te; dovresti combattere, poiché sei un baldo giovane, e invece pascoli una mandria…
Comunque contami dodici vacche!». «Non esagerare! Io stesso in ventiquattr’ore non mangio più di
un’anatrella, e tu vuoi tanto!» Iniziarono a combattere: combatterono a lungo o no, il principe Ivan
vinse il drago a dodici teste, tagliò il suo cadavere e sulla destra trovò il baule; nel baule c’è una
lepre, nella lepre un’anatra, nell’anatra un ovetto, nell’ovetto un granello. Prese il granello, gli diede
fuoco e lo portò verso la montagna di cristallo – la montagna in un baleno svanì. Il principe Ivan
condusse via di lì la principessa e la portò dal padre; il padre si rallegrò e dice al principe: «Voglio
che tu sia mio genero!». Allora li fecero sposare; a quel matrimonio sono stato, ho bevuto del
moscato, sul mento è scivolato, in bocca non è arrivato.

Frolka-poltrone (131)
C’era una volta uno zar, che aveva tre figlie, ma talmente belle da non potersi nelle favole narrare,
né in un libro raccontare; esse amavano passeggiare la sera nel loro giardino, che era grande e
famoso. Ecco che un drago del Mar Nero cominciò a volare laggiù. Un giorno che le figlie dello zar
si erano attardate in giardino per contemplare i fiori, improvvisamente, da non si sa dove, piombò il
drago del Mar Nero e le portò via sulle sue ali di fuoco. Lo zar aveva un bell’aspettare – le figlie non
arrivavano! Mandò delle cameriere a cercarle in giardino, ma fu tutto inutile: le cameriere non
trovarono le principesse. Il mattino dopo, lo zar diede l’allarme, molta gente si raccolse. Allora lo
zar dice: «Chi troverà le mie figlie, a quello darò tutti i soldi che vorrà».
Si fecero avanti in tre: un soldato-ubriacone, Frolka-poltrone e Erema; si accordarono con lo zar e si
misero alla ricerca delle principesse. Cammina cammina, arrivarono in un bosco fitto e
impenetrabile. Appena vi si addentrarono, un profondo sonno iniziò a sopraffarli. Frolka-poltrone
tirò fuori dalla tasca una tabacchiera, la agitò, la aprì e portò al naso una presa di tabacco da fiuto;
poi si mise a strepitare: «Ehi, fratellini, non ci addormentiamo, non ci appisoliamo! Bisogna andare
avanti».
Continuarono a camminare: cammina cammina, arrivarono finalmente a un’enorme casa, e quella
casa era di un drago a cinque teste. A lungo bussarono alla porta, ma non riuscirono a farsi aprire.
Allora Frolka-poltrone allontanò il soldato e Erema: «Fatemi passare, fratellini!». Fiutò un po’ di
tabacco e bussò alla porta talmente forte che la spaccò. A questo punto entrarono nel cortile,
sedettero in cerchio e si misero a mangiare quel che Dio aveva loro mandato. Ma dalla casa esce una
fanciulla, una vera bellezza; uscì e dice: «Come mai, colombelli, siete arrivati fin qui? Qui vive un
drago ferocissimo; vi mangerà! Siete fortunati che in questo momento non è in casa». Frolka le
risponde: «Saremo noi a mangiare lui!». Non fece in tempo a pronunciare queste parole che arrivò in
volo il drago, arriva e ringhia: «Chi ha predato il mio regno? Forse ho ancora dei nemici al mondo?
Ho un solo nemico, ma un corvo non porterebbe quassù nemmeno le sue ossa!». «Non mi ha portato
un corvo» disse Frolka «ma un buon cavallo!» Il drago, sentite queste parole, chiese: «Ci mettiamo
d’accordo, dunque, o lottiamo?». «Non sono venuto per mettermi d’accordo con te» dice Frolka «ma
per lottare!»
Si misero uno di fronte all’altro, si affrontarono, e Frolka d’un sol colpo tagliò tutte e cinque le teste
al drago, le prese e le mise sotto una pietra, mentre seppellì in terra il corpo. Allora la fanciulla si
rallegrò e dice a quei prodi: «Prendetemi con voi, colombelle». «Ma tu chi sei?», chiesero quelli.
Lei dice che è la figlia dello zar; Frolka le spiegò anche di cosa avevano bisogno; le cose si
mettevano proprio bene per loro! La principessa li fece entrare nel palazzo, diede loro da bere e da
mangiare a sazietà e chiede che mettano in salvo anche le altre sorelle. Frolka rispose: «Siamo stati
mandati appunto per questo!». La principessa raccontò dove vivevano le sue sorelle: «La mia sorella
mediana sta ancor peggio di me: vive con un drago a sette teste». «Non ha nessuna importanza!» disse
Frolka. «Noi avremo ragione anche di quello; forse mi ci vorrà un po’ più di tempo per un drago a
dodici teste». Presero congedo e proseguirono.
Arrivano dalla sorella mediana. Il palazzo dove era tenuta prigioniera era enorme, e intorno al
palazzo c’era un alto muro di ghisa. Ecco che si avvicinarono e iniziarono a cercare un’entrata; la
trovarono: Frolka diede appena un colpetto al portone e il portone si aprì; entrarono nel cortile e
come la volta precedente sedettero a rifocillarsi. Improvvisamente arriva in volo un drago a sette
teste. «Sento odore di russo!» dice. «Perbacco! Sei tu, Frolka? Perché sei venuto qui?»«Lo so io il
perché!», rispose Frolka, lottò col drago e d’un sol colpo gli tagliò tutte e sette le teste, le mise sotto
una pietra, mentre il corpo lo seppellì in terra. Poi entrarono nel palazzo; attraversano una camera,
una seconda, una terza, nella quarta videro la figlia mediana dello zar, seduta su di un divano.
Quando le raccontarono in che modo e perché erano lì, quella si rallegrò, li rifocillò e chiese loro di
liberare dal drago a dodici teste la sorella minore. Frolka disse: «Come no! Siamo stati mandati
proprio per questo. Non c’è niente che intimorisce il mio cuore; mah, forse Dio! Dacci un altro po’ da
bere».
Finito di bere, se ne andarono; cammina cammina, arrivarono a un burrone scoscesissimo. Dall’altra
parte del burrone c’erano, al posto del portone, degli enormi pali, cui erano legati due terribili leoni
e ruggivano tanto forte, che solo Frolka riuscì a tenersi in piedi, mentre i suoi compagni per la paura
caddero in terra. Frolka disse loro: «Non ho mai visto delle enormità simili, non ho timore neanche
di questi, venite dietro di me!», e andarono avanti.
Improvvisamente uscì dal palazzo un vecchio, di circa settant’anni, li vide, si avvicinò loro e dice:
«Dove andate, miei cari?». «Proprio in quel palazzo», rispose Frolka. «Eh, miei cari! Non andate
incontro a niente di buono; in quel palazzo vive un drago a dodici teste. In questo momento non è a
casa, altrimenti vi mangerebbe subito!»«Ma noi dobbiamo andarci».«Quand’è così» disse il vecchio
«andate; vi ci accompagnerò». Il vecchio si avvicinò ai leoni e iniziò ad accarezzarli; allora Frolka
insieme ai suoi compagni si intrufolò nel cortile.
Poi entrarono nel palazzo; il vecchio li condusse nella camera in cui viveva la principessa. Lei li
vide, immediatamente saltò giù dal letto, si avvicinò e chiese loro chi fossero e perché fossero
venuti. Quelli glielo raccontarono. La principessa li rifocillò e poi iniziò a prepararsi. Appena
cercarono di uscire dal palazzo, improvvisamente videro che a una versta da loro volava il drago.
Allora la figlia dello zar corse indietro verso il palazzo, mentre Frolka e i suoi compagni andarono
incontro al drago e si batterono. Il drago subito piombò loro addosso, ma Frolka – ragazzo lesto! –
riuscì a ottenere la vittoria, gli tagliò tutte e dodici le teste e le gettò nel burrone. Poi ritornarono al
palazzo e iniziarono a far baldoria più contenti di prima; dopodiché si misero in viaggio, passarono a
prendere le altre principesse e tutti insieme giunsero in patria. Lo zar si rallegrò molto, mise a loro
disposizione i suoi tesori reali e disse: «Allora, miei fedeli servitori, prendete ciò che volete per la
vostra impresa». Frolka fu sbrigativo: portò il suo grande colbacco; il soldato portò il suo zaino,
mentre Erema portò il suo paniere per le galline. Frolka per primo iniziò a versare, versò, versò, il
colbacco si lacerò e l’argento nel fango affondò. Frolka di nuovo iniziò a versare: versava, ma tutto
dal colbacco cascava! «Non c’è niente da fare!» disse Frolka. «Evidentemente tutto il tesoro reale
tocca a me».«E a noi che resta?», chiesero i suoi compagni. «Lo zar procurerà dei tesori anche per
voi!» Erema svelto svelto, finché c’era ancora denaro, riempì il suo paniere, il soldato il suo zaino,
versarono e se ne tornarono a casa. Frolka, invece, rimase col colbacco accanto al tesoro dello zar e
ancora oggi è lì che versa. Quando avrà riempito il colbacco, allora vi dirò il seguito; ma ora non
posso perché non ho più fiato.

Ivan Bovino (137)


In un certo reame, in terre lontane, c’erano una volta uno zar e una zarina; non avevano figli.
Iniziarono a pregare Dio che mandasse loro della prole, per allevarla quando erano giovani ed essere
nutriti in vecchiaia; pregarono, si misero a letto e si addormentarono di un sonno profondo.
In sogno videro che non lontano dal palazzo c’era uno stagno tranquillo, in quello stagno nuotava un
luccio con la pinna d’oro; se la zarina lo avesse mangiato, subito sarebbe rimasta incinta. Si
svegliarono lo zar e la zarina, chiamarono a sé balie e governanti, si misero a raccontare loro il
sogno. Balie e governanti giudicarono così: quel che è stato visto in sogno, può succedere anche nella
realtà.
Lo zar chiamò i pescatori e ordinò fermamente di catturare il luccio con la pinna d’oro. All’alba
giunsero i pescatori allo stagno tranquillo, gettarono le reti, e per loro fortuna già alla prima retata
capitò il luccio dalla pinna d’oro. Lo tirarono fuori, lo portarono a palazzo; quando la zarina lo vide,
non riuscì a star ferma sulla sedia, corse verso i pescatori, li prese per le mani, li ricompensò molto
generosamente; dopodiché chiamò la sua cuoca preferita e consegnò nelle sue mani il luccio con la
pinna d’oro. «To’, preparalo per il pranzo, ma bada che nessuno si azzardi a toccarlo».
La cuoca pulì il luccio, lo lavò e lo preparò, la risciacquatura nel cortile versò; per il cortile
camminava una mucca, bevve quella risciacquatura; il pesce lo mangiò la zarina, ma il piatto lo leccò
la cuoca. Ed ecco che di colpo rimasero incinte: e la zarina, e la sua cuoca preferita, e la mucca, e
partorirono tutte e tre nello stesso momento: la zarina partorì il principe Ivan, la cuoca Ivan figlio di
cuoca, la mucca Ivan Bovino.
I bambini iniziarono a crescere non a giorni, ma a ore; come cresce una buona pasta lievitata, così
anche quelli si alzavano. Tutti e tre i ragazzi avevano identico viso, e non era possibile distinguere
chi di loro fosse il figlio dello zar, chi della cuoca e chi della mucca. In una sola cosa si
distinguevano: quando tornano da una passeggiata, il principe Ivan chiede di cambiare la biancheria,
il figlio della cuoca si dà da fare per rimediare qualcosa da mangiare, mentre Ivan Bovino va dritto a
riposarsi. Al loro decimo anno andarono dallo zar e dissero: «Nostro amato padre! Facci un bastone
di ferro di cinquanta pudy». Lo zar ordinò ai suoi fabbri di forgiare un bastone di ferro di cinquanta
pudy; quelli si misero al lavoro e in una settimana lo portarono a termine. Nessuno può alzare il
bastone prendendolo da un solo lato, ma il principe Ivan, e Ivan figlio di cuoca, e Ivan Bovino lo
fanno volteggiare tra le dita, come fosse una penna d’oca.
Uscirono nel vasto cortile del palazzo. «Be’, fratellini» dice il principe Ivan «mettiamo alla prova la
nostra forza per vedere chi di noi è il fratello maggiore».«Bene» rispose Ivan Bovino «prendi il
bastone e colpiscici sulle spalle». Il principe Ivan prese il bastone di ferro, colpì Ivan figlio di cuoca
e Ivan Bovino sulle spalle: e l’uno e l’altro sprofondarono nella terra fino alle ginocchia. Ivan figlio
di cuoca colpì: il principe Ivan e Ivan Bovino sprofondarono nella terra fino al petto; ma quando Ivan
Bovino colpì, ambedue i fratelli sprofondarono fino al collo. «Su» dice il principe «proviamo ancora
la nostra forza: lanciamo il bastone di ferro in aria; chi lo lancerà più in alto, quello sarà il fratello
maggiore».«Be’, lancia prima tu!» Il principe Ivan lanciò, il bastone ricadde dopo un quarto d’ora,
lanciò Ivan figlio di cuoca, il bastone ricadde dopo mezz’ora, lanciò poi Ivan Bovino, tornò giù solo
dopo un’ora. «Allora, Ivan Bovino, facci da fratello maggiore».
Dopodiché andarono a passeggiare in giardino e trovarono un’enorme pietra. «Guarda che pietra!
Non si potrebbe spostarla di lì?», chiese il principe Ivan, vi si appoggiò con le mani, spinse, spinse –
no, non ha forze a sufficienza; ci provò Ivan figlio di cuoca, la pietra si spostò un pochino. Dice loro
Ivan Bovino: «Siete gente da niente! Fermi, ci provo io». Si avvicinò alla pietra e, appena l’ebbe
toccata con un piede, la pietra, facendo un gran rumore, rotolò dall’altra parte del giardino e nel
passaggio abbatté molti alberi diversi. Sotto la pietra si aprì un sotterraneo, nel sotterraneo ci sono
tre poderosi destrieri, sulle pareti sono appesi dei finimenti da guerra: c’è di che divertirsi per dei
prodi! Subito corsero dallo zar e iniziarono a supplicarlo: «Sovrano-padre! Benedicici e facci
andare in terre straniere, per guardare la gente da noi, per mostrarci alla gente». Lo zar li benedisse,
per il viaggio diede loro denaro delle sue casse; quelli salutarono lo zar, montarono sui loro poderosi
destrieri e si misero in strada.
Cavalcarono per monti e per valli, per verdi prati coi loro cavalli, e giunsero a un fitto bosco; in
quel bosco c’è una casetta su zampe di gallina, con corna di montone, quando serve fa una giravolta.
«Casetta, casetta, volta a noi il visetto, al bosco il culetto; facci strisciare dentro, mangiare a
piacimento». La casetta fece una giravolta. I bravi giovani entrano nella casetta: sulla stufa sta la
baba-jaga gamba ossuta, da un angolo all’altro, col naso contro il soffitto. «Puah-puah-puah! Prima di
russi non se ne sentiva, né se ne vedeva; ora un russo siede su un cucchiaino, da solo rotola nel mio
pancino».«Ehi, vecchia, non dire idiozie, scendi un po’ dalla stufa e siediti sulla panchetta. Chiedici
dove andiamo, ti racconterò per benino». La baba-jaga scese dalla stufa, si avvicinò a Ivan Bovino,
gli fece un bell’inchino: «Salve, caro Ivan Bovino! Dove vai, dove ti dirigi?». «Andiamo, nonna, al
fiume Ribes, al ponte di viburno; ho sentito che lì abita più di un mostro».«Ahi, Vanjuša! Ti sei
imbarcato in una bella impresa; quelli infatti, gli scellerati, tutti hanno catturato, tutti hanno rovinato, i
reami vicini d’un colpo annientato».
I fratelli passarono la notte dalla baba-jaga, il mattino dopo si alzarono presto e si rimisero in
viaggio. Arrivano al fiume Ribes; su tutta la riva sono sparse ossa umane, ci si affonda fino alle
ginocchia! Videro una casetta, vi entrarono: era vuota vuota, e decisero di fermarsi lì. Si fece sera.
Dice Ivan Bovino: «Fratelli! Siamo ormai in un paese lontano, dobbiamo stare accorti; facciamo a
turno la guardia». Tirarono a sorte: la prima notte toccò fare la guardia al principe Ivan, la seconda a
Ivan figlio di cuoca, la terza a Ivan Bovino.
Andò il principe Ivan a montare la guardia, si stese tra i cespugli e si addormentò profondamente.
Ivan Bovino non si fidava di lui; quando fu mezzanotte circa, fu subito pronto, prese con sé scudo e
spada, uscì e si mise sotto il ponte di viburno. All’improvviso l’acqua del fiume si agitò, sulle
querce le aquile iniziarono a gridare: viene fuori un mostro a sei teste; sotto di lui il cavallo vacillò,
un corvo nero sulla spalla gracchiò, dietro un lievriero il pelo rizzò. Dice il mostro a sei teste:
«Perché vacilli, carne da cane? E tu, penna di corvo, perché gracchi? E tu, pelo di cagnaccio, perché
ti rizzi? Pensate forse che Ivan Bovino sia qui? Ma quel prode non è ancora nato, e se è nato, allora
non gli converrebbe andare in guerra; me lo metterei su di una mano, ci batterei sopra l’altra:
resterebbe solo un po’ di umidità!».
Saltò fuori Ivan Bovino: «Non vantarti, forza impura! Non vendere la pelle dell’orso prima di
averlo ucciso; prima di provare il prode, non ha senso denigrarlo. Piuttosto, mettiamo alla prova le
nostre forze: chi ha la meglio, quello potrà anche vantarsi». Si scontrarono: si misurarono, tanto
crudelmente si colpirono che la terra intorno gemette. Il mostro non ebbe fortuna: Ivan Bovino con un
sol colpo gli tagliò tre teste. «Fermo, Ivan Bovino! Dammi una sosta».«Ma che sosta! Tu, forza
impura, hai ancora tre teste, io una sola; quando avrai anche tu una sola testa, allora potremo
riposare». Di nuovo si scontrarono, di nuovo si colpirono; Ivan Bovino tagliò al mostro anche le
rimanenti teste, prese il tronco, lo fece a pezzettini e lo gettò nel fiume Ribes, mentre le sei teste le
mise sotto il ponte di viburno. Poi se ne tornò alla casetta. Il mattino dopo arriva il principe Ivan.
«Allora, non hai visto niente?»«No, fratellini, non mi è passata accanto neanche una mosca».
La seconda notte andò Ivan figlio di cuoca a fare la guardia, si gettò tra i cespugli e si addormentò.
Ivan Bovino non si fidava di lui; quando fu mezzanotte circa, subito si preparò, prese con sé scudo e
spada, uscì e si mise sotto il ponte di viburno. All’improvviso l’acqua del fiume si agitò, sulle
querce le aquile iniziarono a gridare: uscì un mostro a nove teste; sotto di lui il cavallo vacillò, il
corvo nero sulla spalla gracchiò, dietro il levriero il pelo rizzò. Il mostro colpì il cavallo sui fianchi,
il corvo sulle penne, il cane sulle orecchie: «Perché vacilli, carne da cane? E tu, penna di corvo,
perché gracchi? E tu, pelo di cagnaccio, perché ti rizzi? Pensate forse che Ivan Bovino sia qui? Ma
non è ancora nato, e se è nato, non gli converrebbe andare in guerra; io lo ucciderei con un solo
dito!».
Saltò fuori Ivan Bovino: «Aspetta, non ti vantare, meglio prima Dio pregare, le mani lavare, l’opera
terminare! Non si sa ancora chi avrà la meglio!». Appena l’eroe ebbe mulinato la sua spada affilata
un paio di volte, alla forza impura volarono sei teste; ma il mostro colpì e lo sprofondò nell’umida
terra fino alle ginocchia. Ivan Bovino prese un pugno di terra e la gettò proprio negli occhi del suo
avversario. Mentre il mostro si stropicciava gli occhiacci, il prode gli tagliò le rimanenti teste, prese
il tronco, lo fece a pezzettini e lo gettò nel fiume Ribes, mentre le nove teste le mise sotto il ponte di
viburno. Il mattino dopo arriva Ivan figlio di cuoca. «Allora, fratello, hai visto niente stanotte?»«No,
non mi è volata accanto nemmeno una mosca, non ha ronzato nemmeno una zanzara!» Ivan Bovino
condusse i fratelli sotto il ponte di viburno, mostrò loro le teste morte e prese a rimproverarli: «Eh,
voi, dormiglioni, come fate a combattere? Dovreste starvene a casa stesi sulla stufa!».
La terza notte si prepara a stare di guardia Ivan Bovino; prese un asciugamano bianco, lo appese alla
parete, e sotto, sul pavimento, mise una scodella e dice ai fratelli: «Io vado a un terribile
combattimento; voi, fratellini, restate svegli tutta la notte e fate attenzione a quando dall’asciugamano
colerà del sangue: se riempie mezza scodella – va tutto bene, se riempie tutta la scodella – non è
ancora niente, ma se trabocca – liberate subito dalla catena il mio possente destriero e correte in mio
aiuto».
Ecco Ivan Bovino in attesa sotto il ponte di viburno; quando fu mezzanotte circa, l’acqua del fiume si
agitò, sulle querce le aquile iniziarono a gridare: uscì un mostro a dodici teste; il suo cavallo aveva
dodici ali, il pelo d’argento, la coda e la criniera d’oro. Cavalca il mostro; all’improvviso, sotto di
lui il cavallo vacillò, il corvo nero sulla spalla gracchiò, dietro il levriero il pelo rizzò. Il mostro
colpì il cavallo sui fianchi, il corvo sulle penne, il cane sulle orecchie: «Perché, carne da cane,
vacilli? E tu, penna di corvo, perché gracchi? E tu, pelo di cagnaccio, perché ti rizzi? Pensate forse
che Ivan Bovino sia qui? Ma non è ancora nato, e se è nato, non gli converrebbe andare in guerra, mi
basterebbe soffiare, e di lui non rimarrebbe nemmeno la polvere!».
Saltò fuori Ivan Bovino: «Aspetta, non ti vantare, meglio prima Dio pregare!». «Ah, sei qui! Perché
sei venuto?»«Per vedere te, forza impura, per provare la tua resistenza».«Provare la mia resistenza?
Sei una mosca in confronto a me!» Risponde Ivan Bovino: «Non sono venuto da te per raccontare
storie, ma per battermi fino alla morte». Mulinò la sua spada affilata e tagliò al mostro tre teste. Il
mostro afferrò le teste, le strofinò sotto col suo dito infuocato – e subito tutte le teste tornarono al
loro posto, come se non fossero mai cadute dalle spalle! Si metteva male per Ivan Bovino; il mostro
stava per avere la meglio, lo aveva sprofondato nell’umida terra fino alle ginocchia. «Ferma, forza
impura! Zar e re si battono, anche loro fanno armistizi; e noi combatteremo forse senza sosta? Fammi
respirare almeno tre volte».
Il mostro acconsentì; Ivan Bovino si tolse il guanto destro e lo lanciò verso la casetta. Il guanto
ruppe tutti i vetri, ma i suoi fratelli dormivano, niente sentivano. Una seconda volta mulinò Ivan
Bovino più forte di prima e tagliò al mostro sei teste; il mostro le prese, le strofinò col dito infuocato
– e di nuovo furono al loro posto, mentre Ivan Bovino fu sprofondato nell’umida terra fino alla
cintura. Chiese l’eroe una sosta, si tolse il guanto sinistro e lo lanciò verso la casetta. Il guanto ruppe
il tetto, ma i fratelli sempre dormivano, niente sentivano. Una terza volta mulinò ancora più forte e
tagliò al mostro nove teste; il mostro le prese, le strofinò col dito infuocato – le teste tornarono al
loro posto, mentre Ivan Bovino fu sprofondato nell’umida terra fino alle spalle. Ivan Bovino chiese
una sosta, si tolse il cappello e lo lanciò verso la casetta; per quel colpo la casetta crollò, ogni trave
rotolò.
Solo allora i fratelli si svegliarono, guardarono: il sangue trabocca dalla scodella e il possente
destriero nitrisce forte e tira la catena. Si precipitarono alla stalla, liberarono il cavallo e gli
andarono dietro, in aiuto. «Ah!» dice il mostro «tu vivi di inganni; hai un aiuto». Il possente destriero
accorse, iniziò a calpestarlo; nel frattempo Ivan Bovino venne fuori dalla terra, si fece furbo e tagliò
al mostro il dito infuocato. Dopodiché giù a tagliargli le teste: le mozzò tutte fino all’ultima, fece il
tronco a pezzettini e gettò tutto nel fiume Ribes. Arrivano di corsa i fratelli. «Ehi, voi, dormiglioni!»
dice Ivan Bovino. «Per colpa vostra a momenti mi giocavo la testa».
Il giorno dopo, prestissimo, Ivan Bovino uscì in aperta campagna, si gettò al suolo e si trasformò in
un passerotto, volò ai palazzi di pietra bianca e si posò su di una finestrella aperta. Lo vide una
vecchia strega, sparse dei semi e prese a dire: «Passero-passerotto! Sei venuto i miei semi a
mangiare, le mie pene ad ascoltare. Mi ha gabbato Ivan Bovino, ha ucciso tutti i miei generi». «Non ti
affliggere, mammina! Noi lo ripagheremo di tutto», dicono le mogli dei mostri. «Io per esempio» dice
la minore «aizzerò la fame, poi uscirò in strada e mi trasformerò in un melo dalle mele d’oro e
d’argento: chi una meluccia coglierà, quello subito creperà».«Io invece» dice la mediana «aizzerò la
sete, poi mi trasformerò in un pozzo; sull’acqua galleggeranno due tazze: una d’oro e una d’argento;
chi prenderà una tazza, quello lo farò annegare».«Io invece» dice la maggiore «aizzerò il sonno, e poi
mi tramuterò in un lettino d’oro; chi sul lettino si stenderà, quello il fuoco brucerà».
Ivan Bovino, ascoltate queste parole, volò indietro, si gettò al suolo e ritornò un bel giovane. Si
prepararono i tre fratelli e si misero in viaggio verso casa. Per la strada, inizia a tormentarli una
terribile fame, ma non hanno niente da mangiare. Guarda: c’è un melo con le melucce d’oro e
d’argento; il principe Ivan e Ivan figlio di cuoca volevano mettersi a cogliere le melucce, ma Ivan
Bovino galoppò avanti e giù a tagliare il melo: solo sangue sprizzò! La stessa cosa fece con il pozzo
e con il lettino d’oro. Sparirono le mogli dei mostri. Quando lo seppe la vecchia strega, si vestì da
mendicante, corse in strada e sta lì con una bisaccia. Passa Ivan Bovino con i fratelli; quella tese la
mano e iniziò a chiedere l’elemosina.
Dice il principe a Ivan Bovino: «Fratello! Nostro padre ha forse poco oro nelle casse? Dai a questa
mendicante una santa elemosina». Ivan Bovino tirò fuori una moneta da dieci rubli e la dà alla
vecchia; quella non prese i soldi, ma prese lui per un braccio e in un attimo sparirono. I fratelli si
guardarono intorno: niente vecchia, né Ivan Bovino, e per la paura galopparono verso casa, con la
coda tra le gambe.
Intanto la strega trascinò Ivan Bovino sottoterra e lo condusse da suo marito – un vecchio
stravecchio: «Eccoti» dice «colui che è stato la nostra rovina!». Il vecchio sta steso su di un letto di
ferro, non vede nulla: lunghe ciglia e folte sopracciglia gli chiudono gli occhi. Chiamò dodici
possenti macisti e ordinò loro: «Prendete un po’ dei forconi di ferro, sollevate le mie sopracciglia e
ciglia nere, così vedrò che tipo è quello che ha ucciso i miei figli». I macisti gli sollevarono le
sopracciglia e le ciglia con i forconi; il vecchio diede un’occhiata: «E bravo, Vanjuša! E così hai
avuto il coraggio di misurarti con i miei figli! Cosa devo fare io adesso di te?». «Quello che vuoi, fa’
come ti pare, sono pronto a tutto».«Be’, abbiamo già parlato abbastanza, e questo non farà tornare in
vita i miei figli; meglio invece che tu mi faccia un servizio: va’ nel reame mai visto, nel paese
immaginario e portami la zarina dai riccioli d’oro, voglio sposarla».
Ivan Bovino pensò tra sé: «Sposarti tu, vecchio diavolo! Questo sta a me, che sono giovane!». La
vecchia poi si infuriò, si legò una pietra al collo, patapumfete! nell’acqua, e annegò. «Eccoti,
Vanjuša, un bastone» dice il vecchio «va’ a quella certa quercia, battici tre volte col bastone e di’:
“Esci, nave! Esci, nave! Esci, nave!”. Quando uscirà la nave, in quel momento ripeti tre volte alla
quercia l’ordine di richiudersi, ma bada di non dimenticarlo! Se non lo farai, sarà per me un grande
affronto». Ivan Bovino arrivò alla quercia, la colpisce col bastone un sacco di volte e ordina: «Tutto
quel che c’è, esca!». Uscì per prima una nave; Ivan Bovino ci salì e gridò: «Tutto dietro a me!», e si
mise in viaggio. Dopo un po’, si guardò indietro e vide: un numero infinito di navi e barche! Tutti lo
lodavano, tutti lo ringraziavano.
Gli si avvicina un vecchietto in una barca: «Caro Ivan Bovino, lunga vita a te! Prendimi come
compagno». «E tu cosa sai fare?»«So mangiare il pane, batjuška». Ivan Bovino disse: «Uh, accidenti!
Questo lo so fare anch’io; comunque sali, mi fa piacere avere buoni compagni». Si avvicina alla
barca un altro vecchietto: «Salve, Ivan Bovino! Prendimi con te». «E tu cosa sai fare?»«So bere birra
e vino, batjuška».«È una scienza semplice! Ma sali pure sulla nave». Si avvicina un terzo vecchietto:
«Salve, Ivan Bovino! Prendimi con te». «Di’: cosa sai fare?»«So fare i bagni di vapore,
batjuška».«Perbacco, acciderba! Guarda un po’, siete davvero sapienti!» Fece salire sulla nave
anche quello; ma qui ecco avvicinarsi ancora una barca; dice un quarto vecchietto: «Lunga vita a te,
Ivan Bovino! Prendimi come compagno». «E tu chi sei?»«Io, batjuška, sono astrologo».«Be’, questo
non lo so proprio fare; vieni con me». Prese il quarto, ma un quinto vecchietto chiede di essere preso.
«Il diavolo vi pigli! Che ci faccio con voi? Dimmi in fretta, che sai fare?»«Io so nuotare come un
luccio, batjuška».«Be’, benvenuto!»
Ecco che andarono alla ricerca della zarina dai riccioli d’oro. Arrivano nel reame mai visto, nel
paese immaginario; e lì già da tempo sapevano che sarebbe venuto Ivan Bovino, e per tre interi mesi
avevano cotto pane, distillato vodka, preparato birra. Vide Ivan Bovino un numero incalcolabile di
carri di pane e altrettanti barili di vodka e di birra; si meraviglia e chiede: «Cosa vorrebbe dire?».
«È stato tutto preparato per te».«Perbacco, accidenti! Ma non ce la farei a mangiare e a bere tutto
nemmeno in un intero anno». Qui Ivan Bovino si ricordò dei suoi compagni e prese a chiamarli: «Ehi,
voi, vecchietti in gamba! Chi di voi sa bere e mangiare?». Si fanno avanti Pappiele e Trinchiele:
«Noi, batjuška! È un gioco da ragazzi». «Allora su, mettetevi al lavoro!» Accorse il primo
vecchietto, iniziò a divorare il pane: ficca in bocca in una volta il pane non a pagnotte, ma a
carrettate. Tutto divorò e giù a gridare: «Poco pane; datemene ancora!». Accorse il secondo
vecchietto, iniziò a bere vino e birra, tutto bevve e inghiottì anche i barili. «È poco!» grida.
«Datemene ancora!» Iniziò a darsi da fare la servitù, si precipitò dalla zarina a riferire che né il
pane, né il vino erano bastati.
Allora la zarina dai riccioli d’oro ordinò di portare Ivan Bovino a fare un bagno di vapore. Il bagno
era stato riscaldato per tre mesi ed era talmente infuocato che non si poteva passare di lì nel raggio di
cinque verste. Presero a chiamare Ivan Bovino per fare il bagno di vapore; quello vide che dal bagno
sprizzavano le fiamme, e dice: «E che, siete diventati matti? Mi ci arrostirò là!». Qui di nuovo gli
venne in mente: «Ma ho con me dei compagni! Ehi, voi, vecchietti in gamba! Chi di voi sa fare il
bagno di vapore?». Accorse un vecchietto: «Io, batjuška! È un gioco da ragazzi». Saltò in fretta nel
bagno, in un angolo soffiò, nell’altro sputò: il bagno si raffreddò, negli angoli la neve si formò. «Oh,
cari, sono gelato, riscaldate ancora per tre anni!», grida il vecchietto a squarciagola. Si precipitò la
servitù a riferire che il bagno si era congelato, mentre Ivan Bovino pretese che gli consegnassero la
zarina dai riccioli d’oro. La zarina in persona gli uscì incontro, gli diede la sua bianca mano, salì
sulla nave e partì.
Navigano un giorno e un secondo; all’improvviso fu presa dalla tristezza, dalla disperazione: si
diede un colpo sul petto, si trasformò in stella e volò nel cielo. «Ebbene» dice Ivan Bovino «l’ho
perduta per sempre!» Poi si ricordò: «Ah, ma ho dei compagni. Ehi, vecchietti in gamba! Chi di voi è
astrologo?». «Io, batjuška! È un gioco da ragazzi», rispose il vecchietto, si gettò al suolo, divenne
anche lui una stella, volò nel cielo e prese a contare le stelle; ne trovò una in più e giù a tirarla! Si
staccò la stellina dal suo posto, rapidamente rotolò per il cielo, cadde sulla nave e si ritrasformò in
zarina dai riccioli d’oro.
Navigano un altro giorno, navigano un secondo; la zarina cadde in una profonda malinconia, si diede
un colpo sul petto, si trasformò in carpa e prese a nuotare nel mare. “Ebbene, ora l’ho perduta!”,
pensa Ivan Bovino, ma si ricordò dell’ultimo vecchietto e gli chiese: «Sei tu che sai nuotare come un
luccio?». «Sì, batjuška, è un gioco da ragazzi!», si gettò al suolo, si trasformò in luccio, prese a
nuotare nel mare dietro alla carpa e giù a darle colpi sui fianchi. La carpa saltò sulla nave e di nuovo
si trasformò in zarina dai riccioli d’oro. Qui i vecchietti salutarono Ivan Bovino e ognuno tornò a
casa propria; e lui andò dal padre dei mostri.
Arrivò da lui con la zarina dai riccioli d’oro; quello chiamò i dodici possenti macisti, ordinò di
portare i forconi di ferro e di sollevargli le sopracciglia e le ciglia nere. Diede un’occhiata alla
zarina e dice: «E va bene Vanjuša! Bravo! Ora io ti perdono, ti rimando nel mondo buono». «No,
aspetta» risponde Ivan Bovino «hai parlato senza pensare!»«Cosa?»«Da me è pronta una fossa
profonda, da una parte all’altra della fossa c’è una canna; chi riuscirà a passare sulla canna, quello si
prenderà la zarina!»«Bene, Vanjuša! Passa tu per primo». Ivan Bovino iniziò a camminare sulla
canna, mentre la zarina dai riccioli d’oro dice tra sé: «Passa più leggero di una piuma di cigno!».
Ivan Bovino passò e la canna non si piegò; allora il vecchio stravecchio iniziò a camminare sulla
canna: appena fu arrivato a metà, ecco che volò nella fossa.
Ivan Bovino prese la zarina dai riccioli d’oro e tornò a casa; presto si sposarono e diedero un
banchetto giocondo per tutto il mondo. Ivan Bovino siede a tavola e si vanta coi fratelli: «A lungo ho
combattuto, ma una moglie giovane ho ottenuto! E voi, fratellini, restatevene seduti sulla stufa e
consumate le mattonelle!». A quel banchetto sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei baffi è
scivolato, ma in bocca non è arrivato; allora mi hanno offerto questo: asportarono un rene a un toro e
ci versarono del latte; poi mi diedero una ciambelletta, per fare nel rene la zuppetta. Non ho bevuto,
non ho mangiato, ho cercato di pulirmi, ma tutti giù a colpirmi; mi misi un berrettone, mi diedero un
calcione!

La principessa-Musona (297)
Il mondo è proprio grande! Ci vivono i ricchi e i poveri, e c’è spazio per tutti, e Dio vede e giudica
tutti allo stesso modo. Ci vivono gli opulenti, e festeggiano; ci vivono i poveretti, e lavorano; a
ognuno il proprio destino!
Nei palazzi reali, nelle sale principesche, in un alto appartamento si pavoneggiava la principessa-
Musona. Che vita faceva, che libertà, che lusso! Aveva tutto quello che una persona può desiderare; e
tuttavia non sorrideva mai, non rideva mai, il suo cuore non si era mai rallegrato per niente.
Lo zar suo padre non sopportava più di vedere la figlia triste. Aveva aperto i suoi palazzi reali a
chiunque volesse essere suo ospite. «Che tentino» dice «di rallegrare la principessa-Musona; chi ci
riuscirà, quello la avrà in moglie». Appena pronunciate queste parole, subito un sacco di gente iniziò
ad affluire ai portoni reali! Vengono da ogni parte, a cavallo, a piedi, principi e zar, boiari e
cortigiani, militari e gente semplice; iniziarono festini, scorreva l’idromele: la principessa
continuava a non ridere.
All’altro estremo del paese, nel suo angoletto, viveva un onesto bracciante; ogni mattina il cortile
puliva, ogni sera il bestiame pascolava, senza sosta lavorava. Il suo padrone – un uomo ricco,
sincero, non lo ingannava sulla paga. Appena finì l’anno, gli mise un sacchetto di soldi sul tavolo:
«Prendi» dice «quanto vuoi!», e poi uscì. Il bracciante si avvicinò al tavolo e pensa: che non sia un
peccato davanti a Dio, che non abbia dato troppo per un lavoro? Prese solo un soldino, lo strinse nel
pugno e pensò di bere un po’ d’acqua, si chinò su un pozzo, il soldino gli cadde e andò a fondo.
Rimase, poveretto, senza niente. Un altro al suo posto avrebbe pianto, si sarebbe afflitto e per
l’angoscia avrebbe incrociato le braccia, ma lui no. «È Dio» dice «che manda tutto; il Signore sa
cosa dare e a chi: a qualcuno distribuisce soldi, a qualcuno toglie gli ultimi. Evidentemente, non sono
stato abbastanza zelante, ho faticato poco, ora diventerò più solerte!» E di nuovo si mise al lavoro:
ogni cosa nelle sue mani aveva ottima riuscita! Finì il termine, passò ancora un anno, il padrone gli
mise un sacchetto di soldi sul tavolo: «Prendi» dice «quanto vuoi!», e poi uscì. Il bracciante di nuovo
pensa di non far adirare Dio, di non prendere troppo per il lavoro; prese un soldino, andò a bere e
inavvertitamente si lasciò scappare di mano il soldino, che cadde nel pozzo. Con più solerzia ancora
si mise al lavoro: la notte non dorme a sufficienza, il giorno non mangia abbastanza. Guarda: a uno il
grano diventa secco, giallo, al suo padrone, invece, sempre più bello; a uno il bestiame ha le zampe
deboli, mentre il suo scalcia per la strada; uno deve trascinare i cavalli, mentre i suoi non si riescono
a tenere per le briglie. Il padrone sapeva chi ringraziare, a chi un bravo dire. Finì il termine, passò il
terzo anno, quello mise un mucchio di soldi sul tavolo: «Prendi, caro, quanto vuoi; tuo il lavoro e tuoi
anche i soldi!», e uscì.
Prende il bracciante sempre un soldino, va al pozzo a bere l’acqua – guarda: l’ultima moneta è
salva, e le altre due vennero a galla. Le prese, indovinò che Dio lo aveva ricompensato per le sue
fatiche, si rallegrò e pensa: “È tempo che vada in giro per il mondo a conoscere gente!”. Dopodiché
si mise in cammino senza una meta. Cammina per un campo, passa di corsa un topo: «Forgiatore,
caro compare! Dammi un soldino; io ti sarò utile!». Gli diede un soldino. Cammina per un bosco, si
trascina un maggiolino: «Forgiatore, caro compare! Dammi un soldino; io ti sarò utile!». Diede anche
a quello un soldino. Attraversava un fiume, incontrò un siluro: «Forgiatore, caro compare! Dammi un
soldino; io ti sarò utile!». Non disse di no neanche a questo, gli diede l’ultimo soldino.
Arrivò quindi in città; quanta gente, quante case! Guardava, si girava il bracciante da tutte le parti,
non sapeva dove andare. Davanti a lui si ergono i palazzi reali, ornati d’oro e d’argento, accanto alla
finestra siede la principessa-Musona e lo guarda dritto negli occhi. Dove nascondersi? Gli si
annebbiarono gli occhi, fu preso dal sonno, e cadde direttamente nel fango. Da non si sa dove
saltarono fuori il siluro dal baffo scuro, dietro di lui il maggiolino-vecchino e il topolino-pelatino. Si
danno da fare, fanno tenerezza: il topolino gli toglie l’abitino, il maggiolino lustra lo stivalino, il
siluro caccia via un moschino. La principessa-Musona a furia di guardare i loro servizi si mise a
ridere. «Chi, chi ha rallegrato mia figlia?», chiede lo zar. Uno dice: «Io»; un altro: «Io». «No!» disse
la principessa-Musona. «Ecco chi è stato!», e indicò il bracciante. Subito lo portarono a palazzo, e il
bracciante si presentò davanti allo zar giovane e bello! Lo zar mantenne la sua parola di re; quel che
aveva promesso, quello diede. Io dico: non ha forse il bracciante sognato tutto? Mi assicurano che
no, andò proprio così: allora bisogna crederci.

Il gallo e la macina (188)


C’erano una volta un vecchio e una vecchia, ma così poveri! Non avevano niente da mangiare; allora
andarono nel bosco, raccolsero delle ghiande, le portarono a casa e si misero a mangiarle.
Mangiarono un’ora o un giorno, la vecchia seminò una ghianda sottoterra. Germogliò la ghianda e in
poco tempo crebbe fino al pavimento. La vecchia lo notò e dice: «Vecchio! Bisogna spaccare il
pavimento, perché la quercia cresca ancora; quando sarà cresciuta, non dovremo andare nel bosco a
raccogliere le ghiande, ma le avremo in casa». Il vecchio spaccò il pavimento, l’alberello crebbe,
crebbe e arrivò fino al soffitto. Il vecchio ruppe anche il soffitto, e in seguito tolse anche il tetto;
l’albero continua a crescere a vista d’occhio, e crebbe addirittura fino al cielo. Non videro più il
vecchio e la vecchia le ghiande, lui prese un sacchetto e si arrampicò sulla quercia.
Salì, salì, e montò fino al cielo. Cammina cammina per il cielo, vide un galletto dalla crestina d’oro,
la testina unta, e c’era anche una macina. Il vecchio non ci pensò sopra due volte, prese con sé sia il
galletto che la macina e ridiscese nell’izbà. Sceso giù, dice: «Che facciamo, vecchia, che
mangiamo?». «Aspetta» disse la vecchia «io provo la macina». Prese la macina e iniziò a macinare:
e giù frittelle e dolci, frittelle e dolci! Comunque girasse, sempre frittelle e dolci!… E sfamò il
vecchio.
Passava di lì un signore e fece un salto in casa del vecchio e della vecchia. «Non avreste qualcosa»
chiede «da mangiare?» La vecchia dice: «Non abbiamo altro da darti, caro, se non delle frittelle».
Prese la macina e macinò: caddero frittelle e dolcetti. L’ospite mangiò e dice: «Vendimi, nonna, la tua
macina». «No» dice la vecchia «non posso». E lui allora le rubò la macina. Quando il vecchio e la
vecchia si accorsero che avevano rubato loro la macina, si rattristarono molto. «Aspetta» dice il
galletto dalla crestina d’oro «io volerò, lo raggiungerò!» Arrivò in volo al palazzo del boiaro, si
posò sul portone e grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro
tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Quando il boiaro sentì,
subito ordina: «Ehi, ragazzo! Prendilo e buttalo nell’acqua». Acchiapparono il galletto, lo buttarono
nel pozzo; ma quello prese a dire: «Beccuccio, beccuccio, bevi l’acqua! Boccuccia, boccuccia, bevi
l’acqua!», e bevve tutta l’acqua. Bevve tutta l’acqua e volò al palazzo del boiaro; si posò su di un
balcone e di nuovo grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro
tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Il signore ordinò al cuoco
di gettarlo nel forno ardente. Acchiapparono il galletto, lo gettarono nel forno ardente – proprio nel
fuoco; ma quello prese a dire: «Beccuccio, beccuccio, versa l’acqua! Boccuccia, boccuccia, versa
l’acqua!», e spense il fuoco del forno. Spiccò il volo e volò alla camera del boiaro e di nuovo grida:
«Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro,
ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Gli ospiti lo sentirono e di casa fuggirono, mentre
il padrone corse loro dietro; il galletto dalla crestina d’oro afferrò la macina e ritornò dal vecchio e
dalla vecchia.

Lo zar-fanciulla (232)
In un certo reame, in terre lontane, c’era una volta un mercante; la moglie gli era morta, gli era
rimasto solo il figlio Ivan. Affidò il figlio a un servo, mentre lui, dopo qualche tempo, si risposò, e
siccome Ivan figlio di mercante era già grande e molto carino, allora la matrigna si innamorò di lui.
Una volta Ivan figlio di mercante andò con una piccola zattera in mare a pescare con il servo;
all’improvviso, videro venire verso di loro trenta navi. Su quelle navi c’era lo zar-fanciulla con altre
trenta fanciulle, le sue sorelle adottive. Quando la piccola zattera incrociò le navi, subito le trenta
navi gettarono l’ancora. Invitarono Ivan figlio di mercante e il suo servo sulla nave più bella; là li
ricevette lo zar-fanciulla con le trenta sorelle adottive, e disse a Ivan figlio di mercante che lo amava
perdutamente ed era venuta a trovarlo. Allora si fidanzarono.
Lo zar-fanciulla ordinò a Ivan figlio di mercante di trovarsi l’indomani alla stessa ora allo stesso
posto, lo salutò e riprese il mare fino a sparire. Ivan figlio di mercante, invece, tornò a casa, cenò e
si mise a dormire. La matrigna invitò il servo di lui nella sua camera, lo fece ubriacare e gli fece un
sacco di domande: avevano preso niente? Il servo le raccontò tutto. Quella, dopo aver ascoltato con
attenzione, gli diede uno spillo e disse: «Domani, quando vi si avvicineranno le navi, appunta questo
spillo nel vestito di Ivan figlio di mercante». Il servo promise di eseguire l’ordine.
Il giorno dopo, Ivan figlio di mercante si alzò e andò a pesca. Appena il servo vide che le navi si
stavano avvicinando, subito prese e appuntò lo spillino nel vestito di Ivan. «Ah, che sonno!» disse il
figlio di mercante. «Senti, vorrei farmi un pisolino, ma quando le navi saranno qui, allora, per favore,
svegliami».«Bene! Sta’ tranquillo». Ecco che le navi arrivarono e gettarono l’ancora; lo zar-fanciulla
mandò a chiamare Ivan figlio di mercante, perché andasse al più presto da lei; ma quello dormiva
della grossa. Cercarono di svegliarlo, lo scossero, lo spinsero, ma per quanto facessero non
riuscirono a svegliarlo; così rinunciarono.
Lo zar-fanciulla ordinò al servo di dire a Ivan figlio di mercante che il giorno dopo di nuovo si
trovasse lì, poi fece levare le ancore e alzare le vele. Appena le navi si furono allontanate, il servo
tolse lo spillino, e Ivan figlio di mercante si svegliò, saltò su e iniziò a gridare, perché lo zar-
fanciulla tornasse indietro. No, è già lontana, non sente. Arrivò a casa triste, afflitto. La matrigna fece
venire il servo nella sua stanza, lo fece ubriacare, gli chiese tutto quello che era successo e gli ordinò
di appuntare lo spillino anche il giorno dopo. Il giorno seguente Ivan figlio di mercante andò a pesca,
di nuovo dormì tutto il tempo e non vide lo zar-fanciulla; lei ordinò che si trovasse lì ancora una
volta.
Il terzo giorno anche decise di andare a pesca con il servo; andarono al solito posto, videro di
lontano arrivare le navi, il servo subito appuntò lo spillino, e Ivan figlio di mercante si addormentò
profondamente. Le navi arrivarono, gettarono l’ancora; lo zar-fanciulla mandò a chiamare il suo
fidanzato, perché andasse sulla sua nave. Cercarono di svegliarlo in ogni modo, ma per quanto
facessero non riuscirono a svegliarlo. Lo zar-fanciulla riconobbe l’inganno della matrigna, il
tradimento del servo e scrisse un biglietto a Ivan figlio di mercante dicendogli di tagliare la testa al
servo e, se amava la sua promessa, di cercarla in un paese al di là dei monti e degli oceani, in un
reame al di là dei monti e degli oceani. Appena le navi ebbero alzato le vele e furono in mare aperto,
il servo tolse dal vestito di Ivan figlio di mercante lo spillino, e quello si svegliò, iniziò a gridare
forte e a chiamare lo zar-fanciulla; ma lei era già lontana e non poteva sentire. Il servo gli consegnò
la lettera dello zar-fanciulla; Ivan figlio di mercante la lesse, afferrò la sua sciabola affilata e tagliò
la testa del perfido servo, poi scese in fretta a riva, andò a casa, salutò il padre e partì per il reame al
di là dei monti e degli oceani.
Camminò senza una meta, passarono giorni o mesi, si fa prima in una favola a raccontarlo che nella
realtà a farlo, arriva a una casetta; sta la casetta in aperta campagna, gira su delle zampe di gallina.
Entrò nella casetta, dove stava la baba-jaga gamba ossuta. «Puah, puah!» dice. «Prima di russi non se
ne vedevano e non se ne sentivano, ora ne arriva uno di sua iniziativa. Volente o nolente sei venuto,
bravo giovane?»«Per quanto volente, nolente il doppio! Non sai per caso, baba-jaga, dov’è il reame
al di là dei monti e degli oceani?»«No, non lo so!», disse la baba-jaga e gli consigliò di andare a
chiedere alla sua sorella mediana.
Ivan figlio di mercante la ringraziò e andò avanti; cammina cammina, passarono giorni o mesi, arriva
a una casetta simile alla prima; entrò e trovò una baba-jaga. «Puah, puah!» dice. «Prima di russi non
se ne vedevano e non se ne sentivano, ora ne arriva uno di sua iniziativa. Volente o nolente sei
venuto, bravo giovane?»«Per quanto volente, nolente il doppio! Non sai per caso dov’è il reame al di
là dei monti e degli oceani?»«No, non lo so!», rispose la baba-jaga e gli consigliò di andare dalla
sua sorella minore che, forse, lo avrebbe saputo. «Se si dovesse arrabbiare e volesse mangiarti, tu
prendi le sue tre trombe e chiedi di poterle suonare: soffia piano nella prima, un po’ più forte nella
seconda e molto forte nella terza». Ivan figlio di mercante ringraziò la baba-jaga e andò avanti.
Cammina cammina, passarono giorni o mesi, alla fine vide una casetta; sta in aperta campagna, gira
su delle zampe di gallina; entrò e trovò una baba-jaga. «Puah, puah! Prima di russi non se ne
sentivano e non se ne vedevano, ora ne arriva uno di sua iniziativa!», disse la baba-jaga e andò ad
affilarsi i denti, per mangiare l’ospite inatteso. Ivan figlio di mercante le chiese le tre trombe: nella
prima soffiò piano, nella seconda un po’ più forte e nella terza molto forte. All’improvviso volarono
lì da ogni parte uccelli di tutte le razze; volò anche l’uccello di fuoco. «Siediti svelto su di me» disse
l’uccello di fuoco «e voleremo dove devi andare; altrimenti la baba-jaga ti mangerà!» Fece appena in
tempo a sedersi, che arrivò di corsa la baba-jaga, afferrò l’uccello di fuoco per la coda e strappò
parecchie penne.
L’uccello di fuoco volò via con Ivan figlio di mercante; per un bel pezzo lo portò per il cielo e
giunse, alla fine, a un vasto mare. «Be’, Ivan figlio di mercante, il reame al di là dei monti e degli
oceani è oltre questo mare; non ce la faccio a portarti fin dall’altra parte; cerca di arrivarci come
puoi!» Ivan figlio di mercante scese dall’uccello di fuoco, lo ringraziò e si incamminò per la riva.
Cammina cammina, vide una casetta e vi entrò; lo accolse una vecchia stravecchia, lo rifocillò e gli
chiese dove andava e perché era in viaggio. Lui le raccontò che andava nel reame al di là dei monti e
degli oceani a cercare lo zar-fanciulla, la sua promessa sposa. «Ah!» disse la vecchietta. «Ormai non
ti ama più; se le comparirai davanti agli occhi, lo zar-fanciulla ti farà a pezzi: il suo amore si è
nascosto lontano!»«E come posso trovarlo?»«Aspetta un pochetto! Dallo zar-fanciulla vive mia figlia
e oggi mi ha promesso di venire; forse tramite lei potremo sapere qualcosa». Allora la vecchietta
trasformò Ivan figlio di mercante in uno spillo e lo ficcò nel muro; la sera volò lì sua figlia. La madre
prese a chiederle se sapesse dove era nascosto l’amore dello zar-fanciulla. «Non lo so», rispose la
figlia e giurò che si sarebbe informata presso lo zar-fanciulla in persona. Il giorno dopo di nuovo
venne e disse alla madre: «Da quel lato del mare, dell’oceano, c’è una quercia, nella quercia c’è un
baule, nel baule una lepre, nella lepre un’anatra, nell’anatra un ovetto, e nell’ovetto c’è l’amore dello
zar-fanciulla!».
Ivan figlio di mercante prese da mangiare e si diresse al predetto luogo; trovò la quercia, tirò fuori il
baule, da quello la lepre, dalla lepre l’anatra, dall’anatra l’ovetto e tornò con l’ovetto dalla
vecchietta. Poco dopo era l’onomastico della vecchietta; invitò da lei lo zar-fanciulla e le trenta
fanciulle, sue sorelle adottive; cuocette l’ovetto, mimetizzò Ivan figlio di mercante come la volta
precedente e lo nascose.
Improvvisamente, a mezzogiorno, arrivano in volo lo zar-fanciulla e le altre trenta fanciulle: si
misero a tavola e cominciarono a mangiare; dopo il pranzo, la vecchietta diede a ognuna un ovetto, e
allo zar-fanciulla proprio quello che Ivan figlio di mercante aveva preso. Lei lo mangiò e in
quell’attimo si innamorò follemente di Ivan figlio di mercante. La vecchietta allora lo condusse da
lei; che felicità, che allegria! Se ne andò lo zar-fanciulla insieme al fidanzato, il figlio di mercante,
nel suo reame; si sposarono e vissero felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

Il linguaggio degli uccelli (247)


In una città viveva un mercante con la moglie: il Signore diede loro un figlio sveglio più che per la
sua età, di nome Vasilij. Una volta stavano pranzando tutti e tre insieme, e sul tavolo pendeva una
gabbia con un usignolo, e cantava in modo talmente triste che il mercante non resse e disse: «Se
trovassi una persona che potesse dirmi per davvero cosa canta l’usignolo e quale destino predice,
credo che da vivo gli darei metà dei miei averi, e dopo morto gli lascerei in eredità molti beni».
Allora il bambino – aveva all’epoca circa sei anni – guardò il padre e la madre fissamente negli
occhi e disse: «Io so quel che canta l’usignolo, ma ho paura a dirlo». «Parla senza nascondere
niente!», insisterono il padre e la madre, e Vasja con le lacrime agli occhi pronunciò: «L’usignolo
predice che verrà il tempo in cui voi mi servirete: il babbo l’acqua mi verserà, mentre la mamma con
un asciugamano il viso e le mani mi asciugherà». Queste parole amareggiarono profondamente il
mercante e la moglie, che decisero di liberarsi della loro creatura; costruirono una barchetta, a notte
fonda ci misero dentro il ragazzino addormentato e lo abbandonarono in mare aperto. In quel
momento l’usignolo-indovino volò via dalla gabbia, raggiunse la barca e si posò sulla spalla del
bambino.
Va la barca per il mare, e incrocia un vascello a vele spiegate. Il comandante vide il bambino, ne
ebbe pietà, lo prese con sé, gli fece un sacco di domande e gli promise di tenerlo e amarlo come
fosse figlio suo. Il giorno dopo, il ragazzo dice al nuovo padre: «L’usignolo col suo canto dice che si
alzerà una tempesta, romperà gli alberi, strapperà le vele; bisogna tornare indietro verso un porto».
Ma il comandante non gli diede ascolto. E davvero si alzò una tempesta, ruppe gli alberi, strappò le
vele. Non ci fu niente da fare, non si può tornare indietro nel tempo; fecero dei nuovi alberi,
ripararono le vele e andarono avanti. E Vasja di nuovo dice: «L’usignolo col suo canto dice che
incontreremo dodici vascelli pirata che ci cattureranno tutti!». Questa volta il comandante gli diede
ascolto, si accostò a un’isola e vide passare infatti le dodici navi pirata.
Il comandante aspettò quanto bastava e riprese il mare. Passarono ore o mesi, la nave fece scalo
nella città di Chvalynsk; da alcuni anni davanti alle finestre del palazzo del re di quel luogo volano
un corvo, sua moglie e un corvetto, gracchiando di continuo, senza dare a nessuno, né di giorno, né di
notte, un attimo di tregua. Per quanto avessero tentato, con ogni astuzia, non erano riusciti a farli
allontanare dalle finestre; perfino i pallini non li prendevano! Era stato ordinato dal re di mettere a
ogni incrocio e a ogni stazione questo cartello: se qualcuno riuscirà a cacciare dalle finestre reali il
corvo e sua moglie, quello riceverà dal re la metà del regno e la figlia minore in sposa come
ricompensa; ma chi tenterà l’impresa e non riuscirà, a quello verrà tagliata la testa. Molti avevano
sperato di imparentarsi col re, ma tutti avevano lasciato la testa sotto l’ascia.
Venne a sapere della cosa Vasja e prese a chiedere al comandante: «Permettimi di andare dal re, per
cacciare il corvo e sua moglie». Per quanto il comandante tentasse di dissuaderlo, non poté in nessun
modo trattenerlo. «Be’, va’» dice «ma se qualcosa va male, prenditela con te stesso!» Arrivò Vasja
al palazzo, parlò al re e ordinò di aprire la finestra davanti alla quale volavano i corvi. Ascoltò il
grido di quegli uccelli e dice al re: «Vostra Altezza, voi stesso vedete che i corvi sono tre: il
maschio, sua moglie e il corvetto loro figlio; il corvo e la moglie discutono a chi appartenga il figlio
– al padre o alla madre – e chiedono di avere il vostro giudizio. Vostra Altezza! Dite, a chi
appartiene il figlio?». Il re dice: «Al padre». Appena il re ebbe pronunciato queste parole, il corvo e
il corvetto volarono via verso destra, la femmina, invece, verso sinistra.
Dopodiché il re prese con sé il ragazzino, che visse accanto a lui nella sua grazia e con onore;
crebbe e divenne un baldo giovane, sposò la principessa e prese in dote mezzo regno. Un giorno gli
venne il desiderio di andare a fare un viaggio per diverse località, per paesi stranieri, a vedere gente
e a mostrarsi; si preparò e si mise in viaggio. In una città si fermò a pernottare; passò la notte, si alzò
di buon mattino e ordinò che gli dessero da lavarsi. Il padrone gli portò l’acqua e la padrona gli
diede un asciugamano; parlò un po’ con loro il principe e venne a sapere che erano il padre e la
madre, si mise a piangere dalla gioia e cadde ai loro piedi; poi li portò con sé nella città di
Chvalynsk e vissero insieme felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

La principessa stregata (272)


In un certo reame, serviva il re un soldato, nella guardia a cavallo; servì venticinque anni con fedeltà
e lealtà; per il suo comportamento onorato, il re ordinò di metterlo a riposo e di dargli come
ricompensa il cavallo col quale aveva servito, compresa la sella e tutti i finimenti. Il soldato salutò i
suoi compagni e tornò in patria; cavalca un giorno, e un secondo, e un terzo… passò un’intera
settimana, e una seconda, e una terza – il soldato non ha soldi a sufficienza, niente con cui nutrire né
se stesso, né il cavallo, e per arrivare a casa c’è ancora un sacco di strada! Vede che le cose si
mettono male, ha una gran fame; iniziò a guardarsi intorno e in un canto vide un gran castello. “Be’”
pensa “arriverò fin lì, forse per un po’ di tempo mi prenderanno a servizio e guadagnerò qualcosa.”
Voltò verso il castello, entrò nel cortile, mise il cavallo nella stalla e gli diede da mangiare, poi si
avviò nel palazzo. Nel palazzo c’è una tavola imbandita, sulla tavola bevande e cibi in abbondanza.
Il soldato si rifocillò. “Ora” pensa “posso anche fare un pisolino!” Improvvisamente entra un’orsa:
«Non avere paura di me, bravo giovane, sei capitato bene: io non sono un’orsa feroce, ma una bella
fanciulla – la principessa stregata. Se rimarrai e passerai qui tre notti, allora l’incantesimo svanirà e
io ritornerò a essere una principessa e ti sposerò».
Il soldato acconsentì, l’orsa se ne andò, e lui rimase solo. Allora fu preso da una tale angoscia, come
non mai, e più passava il tempo, più era forte; se non avesse avuto il vino, non avrebbe retto
nemmeno una notte! Il terzo giorno si arrivò a un punto tale, che il soldato decise di rinunciare e di
scappare dal castello; ma per quanto si desse da fare, per quanto cercasse, non trovò l’uscita. Non ci
fu scelta: volente o nolente gli toccò restare. Passò anche la terza notte, il mattino dopo gli appare la
principessa, di una bellezza indescrivibile, lo ringrazia per il favore e gli ordina di prepararsi per le
nozze. Celebrarono subito il matrimonio e presero a vivere insieme, felici e contenti.
Dopo qualche tempo, il soldato iniziò a pensare alla sua città natale, gli venne voglia di andarci; la
principessa cercava di dissuaderlo: «Resta, caro, non andare; cosa ti manca qui?». Ma no, non riuscì
a convincerlo. Saluta il marito, gli dà un sacchetto ricolmo di semi, e dice: «Qualsiasi strada farai,
getta da ambedue i lati questi semi: ovunque cadranno, là all’istante nasceranno degli alberi; sugli
alberi ci saranno frutti preziosi, uccelli di ogni specie canteranno, e gatti d’oltremare favole
racconteranno». Il bravo giovane salì sul suo cavallo di servizio e si mise in viaggio; ovunque vada,
getta da ambedue i lati dei semi, e dietro di lui nascono intere foreste; proprio come fuoriuscissero
dall’umida terra!
Cavalca un giorno, un secondo, un terzo e vide in aperta campagna, in un prato, un accampamento;
sull’erbetta siedono dei mercanti, giocano a carte, e accanto a loro è appesa una caldaia; sebbene non
ci sia fuoco sotto la caldaia, la minestra bolle a più non posso. “Che miracolo!” pensa il soldato.
“Non si vede fiamma, ma la minestra nella caldaia bolle a più non posso: voglio vedere più da
vicino.” Lasciò il cavallo da un lato, si avvicina ai mercanti: «Salve, rispettabili signori!». Ma non
gli venne in mente che quelli non erano mercanti, bensì diavoli. «Bello il vostro aggeggio: una
caldaia che bolle senza fiamma! Ma io ho di meglio». Tirò fuori dal sacchetto un semino e lo gettò in
terra: all’istante nacque un albero secolare, sull’albero c’erano frutti preziosi, uccelli di ogni specie
cantavano, gatti d’oltremare favole raccontavano. Per quella spacconata lo riconobbero i diavoli.
«Ah» dicono tra loro «questo è proprio quello che ha liberato la principessa: deve pagare; su,
fratellini, diamogli da bere un filtro, e che dorma per sei mesi». Furono molto gentili, lo fecero
rifocillare e gli diedero da bere un filtro magico; il soldato cadde sull’erba e si addormentò di un
sonno profondo, sodo; e i mercanti, l’accampamento e la caldaia scomparvero all’istante.
Pochissimo tempo dopo, la principessa uscì in giardino a passeggiare; guarda: le cime di tutti gli
alberi si stavano seccando. “C’è qualcosa che non va!” pensa. “Evidentemente è successo qualcosa
di brutto a mio marito! Sono passati tre mesi, dovrebbe già essere di ritorno, e invece di lui neanche
l’ombra!” Si preparò la principessa e andò a cercarlo. Va per la stessa strada che aveva fatto il
soldato, da ambedue i lati dei boschi crescevano, e gli uccelli cantavano, e i gatti d’oltremare le
favole raccontavano. Arriva a un punto in cui gli alberi non ci sono più – la strada serpeggia tra i
campi aperti, e pensa: “Ma dove si è cacciato? Non può essere sprofondato sotto terra!”. Si guarda
intorno: in un cantuccio c’è un albero stranissimo e sotto è disteso il suo amato.
Corse verso di lui e giù a smuoverlo, a cercare di svegliarlo – niente, non si sveglia; si mise a
pizzicarlo, a pungerlo sui fianchi con degli spilli, pungeva-pungeva, ma quello non sente nemmeno il
dolore, sembra morto, non dà segni di vita. Si arrabbiò la principessa e con ira iniziò a maledirlo:
«Che il vento impetuoso ti prenda, vile dormiglione, e ti porti in paesi sconosciuti!». Fece appena in
tempo a dire queste parole, che improvvisamente fischiarono-rumoreggiarono i venti, e all’istante un
vortice impetuoso prese il soldato e lo portò via dagli occhi della principessa. Più tardi si pentì la
principessa di aver detto quelle parole cattive, pianse lacrime amare, tornò a casa e iniziò a vivere
sola soletta.
Il vortice portò il povero soldato lontano lontano, in una terra al di là dei monti e degli oceani, in un
paese al di là dei monti e degli oceani, e lo gettò su una lingua di terra tra due mari; cadde quello sul
pezzetto più piccolo; se a destra assonnato si fosse girato, a sinistra voltato – subito in mare sarebbe
cascato, e chi s’è visto, s’è visto! Sei mesi dormì il bravo giovane, senza muovere nemmeno un dito;
ma quando si svegliò, subito saltò in piedi, e vide che da tutti e due i lati c’erano onde altissime e
non si scorgeva la fine del vasto mare; sta in piedi pensieroso e si chiede: «Come sono finito fin qui?
Chi mi ci ha portato?». Camminò per la lingua di terra e sbucò su un’isola; su quell’isola c’era una
montagna alta e scoscesa, con la cima persa tra le nuvole, e sulla montagna stava una grossa pietra.
Si avvicina alla montagna e vede tre diavoli azzuffarsi, il sangue scorrere a fiotti e volare perfino
pezzi di carne! «Smettetela, dannati! Perché vi azzuffate?»«Be’, devi sapere che sono tre giorni che è
morto nostro padre e ha lasciato tre cose portentose: un tappeto volante, degli stivali delle sette leghe
e un berretto-non ti vedo, ma non riusciamo a spartirceli».«Eh, maledetti! E per queste sciocchezze
fate a botte? Se volete, farò io la divisione; sarete tutti soddisfatti, non farò torto a
nessuno».«Ebbene, compaesano, dividi, per favore!»«D’accordo! Correte più in fretta possibile per
le pinete, raccogliete resina per cento pudy ciascuno e portatela qui». I diavoli si lanciarono nelle
pinete, raccolsero trecento pudy di resina e la portarono al soldato. «Ora procuratevi la più grande
caldaia dell’inferno». I diavoli trascinarono un’enorme caldaia – della capacità di quaranta barili! –
e ci versarono dentro tutta la resina.
Il soldato accese il fuoco e, appena la resina si sciolse, ordinò ai diavoli di portare la caldaia sulla
montagna e di far colare giù dall’alto la resina. I diavoli all’istante fecero anche questo. «Bene» dice
il soldato «ora spingete quella pietra; che rotoli giù dalla montagna, e voi tre corretegli dietro: chi la
raggiungerà per primo, quello sceglierà il portento che preferisce; chi la raggiungerà per secondo,
quello sceglierà tra i due che restano; e che l’ultimo portento vada al terzo!» I diavoli spinsero la
pietra, che rotolò giù dalla montagna molto velocemente; i tre si lanciarono all’inseguimento; ecco
che un diavolo la raggiunse, ci si afferrò, la pietra continuò a rotolare, lo travolse e lo infilò nella
resina. La raggiunse anche il secondo, e poi anche il terzo, e avvenne loro la stessa cosa! Rimasero
appiccicati senza speranza nella resina! Il soldato prese sotto il braccio gli stivali delle sette leghe e
il berretto-non ti vedo, salì sul tappeto volante e volò in cerca del suo regno.
Passarono giorni o mesi, arriva a una casetta, entra: nella casetta c’è una baba-jaga gamba ossuta,
vecchia, sdentata. «Salve, nonna! Dimmi, come posso fare per ritrovare la mia bella
principessa?»«Non lo so, colombella! Non l’ho mai vista, né sentita nominare. Vai oltre la tal
quantità di mari, oltre la tal quantità di terre – là vive la mia sorella mediana, che sa molte più cose
di me; forse lei ti saprà dire qualcosa». Il soldato salì sul tappeto volante e volò via; gli toccò
viaggiare a lungo per il cielo. Gli viene voglia di mangiare e di bere, allora indossa il berretto-non ti
vedo, scende in una città, entra in un negozio, prende tutto quello che gli passa per la testa, poi sale
sul tappeto e via, ancora avanti. Arriva a un’altra casetta, entra: là c’è una baba-jaga gamba ossuta,
vecchia, sdentata. «Salve, nonna! Non sai dove posso trovare la mia bella principessa?»«No,
colombella, non lo so, vai oltre la tal quantità di mari, oltre la tal quantità di terre – là vive la mia
sorella maggiore; forse lei lo sa».«Ehi, tu, vecchia strega! Stai al mondo da tanti anni che ti sono
cascati tutti i denti, ma non sai niente di buono». Salì sul tappeto volante e volò dalla sorella più
vecchia.
Viaggiò molto a lungo, vide molti mari e molte terre, alla fine arrivò ai confini del mondo; c’è una
casetta, oltre non si può più andare: c’è solo buio pesto, non si vede niente! “Be’” pensa “se qui
faccio un buco nell’acqua, non posso certo volare più avanti!” Entra nella casetta: là c’è una baba-
jaga gamba ossuta, canuta, sdentata. «Salve, nonna! Dimmi, dove devo cercare la mia
principessa?»«Aspetta un attimo; ora chiamerò tutti i miei venti e lo chiederò a loro. Infatti soffiano
in tutto il mondo, quindi devono sapere dove vive lei adesso». Uscì la vecchietta sulle scale, gridò
con voce possente, fischiò con fischio da prode; improvvisamente da tutte le parti si alzarono-
spirarono i venti impetuosi, perfino l’izbà tremò! «Piano, piano!», grida la baba-jaga, e quando i
venti si furono riuniti, iniziò a interrogarli: «Venti miei impetuosi, voi soffiate in tutto il mondo, non
avete visto per caso dov’è la bella principessa?». «No, non l’abbiamo vista da nessuna parte!»,
rispondono i venti come un sol uomo. «Ma ci siete tutti?»«Tutti, manca solo il vento del sud».
Poco dopo arriva anche il vento del sud. Gli chiede la vecchia: «Dove ti eri cacciato? Quasi non ti
aspettavo più!». «Hai ragione, nonna! Sono andato in un nuovo reame, dove vive una bella
principessa; non ha più notizie del marito, e ora la vogliono sposare diversi zar, principi e re».«Ed è
molto lontano questo nuovo regno?»«A piedi dista trent’anni, in volo dieci, ma io, spirando, lo
raggiungo in tre ore». Il soldato, tra le lacrime, iniziò a pregare il vento del sud che lo prendesse e lo
portasse nel nuovo regno. «Va bene» dice il vento del sud «ti ci porterò se mi farai passeggiare a
volontà nel tuo regno tre giorni e tre notti».«Passeggia anche tre settimane!»«Allora, d’accordo;
prima riposerò due o tre giorni, mi rimetterò in forze e poi ci metteremo in viaggio».
Riposò il vento del sud, si rimise in forze, e dice al soldato: «Allora, caro, preparati, ora andiamo;
ma vedi di non aver paura: arriverai sano e salvo!». Improvvisamente rumoreggiò-fischiò un potente
vortice, afferrò il soldato e lo portò per mari e monti addirittura sopra le nuvole, ed esattamente dopo
tre ore era nel nuovo regno, dove viveva la sua bella principessa. Gli dice il vento del sud: «Addio,
bravo giovane! Mi fai compassione, non voglio passeggiare nel tuo regno». «Perché?»«Perché, se ci
passeggiassi, non rimarrebbe una casa in città, né un albero nei giardini; metterei tutto
sottosopra!»«Allora, addio! E grazie!», disse il soldato, indossò il berretto-non ti vedo e andò al
palazzo di pietra bianca.
Intanto, durante la sua assenza dal regno, nel giardino tutte le cime degli alberi erano diventate
secche; ma quando ricomparve, subito ripresero vita e iniziarono a fiorire. Entra in una grande
camera, dove a un tavolo sono seduti diversi zar, principi e re, venuti per sposare la bella
principessa; siedono e brindano con vini dolci. Qualsiasi pretendente bevesse, portasse solo il
bicchiere alle labbra, il soldato subito colpiva con un pugno il bicchiere che andava in pezzi. Tutti gli
ospiti se ne meravigliano, ma la bella principessa indovinò all’istante. “Probabilmente” pensa “il
mio amato è tornato!”
Guardò dalla finestra: nel giardino le cime degli alberi avevano ripreso vita, e iniziò a proporre ai
suoi ospiti un indovinello: «Avevo una volta una scatoletta fatta a mano e una chiavetta d’oro; ho
perso la chiave e non speravo più di ritrovarla, ma ora la chiavetta è saltata fuori da sola. Chi
risolverà questo indovinello, quello sarà mio marito». Zar, principi e re a lungo ruppero le loro sagge
teste su questo indovinello, ma non poterono risolverlo in nessun modo. Dice la principessa: «Fatti
vedere, mio amato!». Il soldato si tolse il berretto-non ti vedo, la prese per le bianche mani e la
baciò sulle labbra zuccherine. «Eccovi la soluzione!» disse la bella principessa. «La scatoletta fatta
a mano sono io, e la chiavetta d’oro è il mio fedele marito». Ai pretendenti toccò fare dietro front,
tornarono nei loro palazzi, mentre la principessa e suo marito vissero felici e contenti, diventando
sempre più abbienti.

Danze notturne (298)


C’era una volta un re, vedovo, che aveva dodici figlie, una più bella dell’altra. Ogni notte le
principesse sparivano per andare non si sa dove; pressoché tutti i giorni consumavano ognuna un paio
di scarpe e il re non faceva in tempo a fargliele rifare. Gli venne voglia di sapere dove andassero
tutte le notti e cosa facessero. Allora organizzò un grande festino, invitò da tutti i regni re e principi,
cortigiani e mercanti, e gente semplice, e chiede: «Ci sarà qualcuno in grado di risolvere questo
indovinello? Chi lo risolverà, quello avrà in moglie la mia figlia che preferisce e metà del mio regno
in dote». Nessuno si prende la briga di sapere dove vadano ogni notte le principesse; si fece avanti
solo un povero cortigiano. «Vostra Altezza Reale! Io lo saprò».«Bene, scoprilo!»
Dopodiché il povero cortigiano ci rifletté e dice tra sé: «Cosa ho fatto? Mi sono incaricato di
scoprire qualcosa, quando io stesso non so niente! Se adesso non scoprirò nulla, il re mi farà
arrestare». Uscì dal palazzo, fuori città: cammina affliggendosi-rattristandosi; gli capita di incontrare
una vecchietta, che gli chiede: «Perché, bravo giovane, sei così pensieroso?». Lui risponde: «E come
non essere pensieroso, nonna? Il re mi ha dato l’incarico di scoprire dove vanno ogni notte le sue
figlie!». «È un bell’affare! Ma è possibile scoprirlo. Eccoti il berretto-non ti vedo, con questo verrai
a sapere quel che vuoi! Ma ricorda: quando andrai a letto, le principesse ti daranno delle gocce per
farti dormire; tu allora voltati verso il muro e versale nel letto, ma non devi bere!» Il povero
cortigiano ringraziò la vecchietta e rientrò a palazzo.
Si avvicina la sera; gli assegnarono la camera accanto a quella dove dormivano le principesse. Si
stese sul letto e decide di stare all’erta. Allora una delle principesse gli porta le gocce di sonnifero
nel vino e gli chiede di bere alla sua salute. Non poté dire di no, prese la coppa, si voltò verso il
muro e la versò nel letto. A mezzanotte in punto le principesse vennero a vedere se dormiva. Il
povero cortigiano faceva finta di dormire profondamente, come un sasso, mentre invece fa attenzione
anche ai sospiri. «Be’, sorelline! La nostra sentinella si è addormentata; è tempo di andare a
divertirci».«È tempo! È tempo!»
Ecco che si misero i loro abiti più belli; la sorella maggiore si avvicinò al suo letto, lo spostò e
improvvisamente si aprì un passaggio verso il reame sotterraneo dello zar appassionato. Iniziarono a
scendere le scale; il povero cortigiano si alzò pian pianino dal letto, indossò il berretto-non ti vedo e
gli andò dietro. Inavvertitamente pestò il vestito della principessa più giovane; quella si spaventò,
disse alle sorelle: «Ah, sorelline, mi sembra che qualcuno abbia pestato il mio vestito; questo segno
ci porterà male». «E finiscila! Non succederà niente». Scesero dalle scale in un boschetto, in quel
boschetto crescono dei fiori d’oro. Il povero cortigiano volle spezzare un fiorellino: tutto il boschetto
rumoreggiò. «Ah, sorelline» dice la principessa più giovane «questo è un brutto segno! Sentite come
rumoreggia il boschetto?»«Non aver paura; è la musica dello zar appassionato che fa rumore!»
Arrivano al palazzo, le accoglie lo zar con i cortigiani; la musica iniziò a suonare, e si cominciarono
le danze; ballarono finché le loro scarpe non si spaccarono. Lo zar ordinò di versare del vino e di
distribuirlo agli ospiti. Il povero cortigiano prese dal vassoio un boccale, bevve il vino e si ficcò il
boccale in tasca. Finì il divertimento; le principesse salutarono i cavalieri e promisero di tornare la
sera dopo; rientrarono a casa, si spogliarono e si misero a dormire.
Il mattino successivo, il re chiama il povero cortigiano: «Allora, hai fatto la guardia alle mie
figlie?». «Sì, Vostra Altezza!»«E dove vanno?»«Nel reame sotterraneo dallo zar appassionato, là
ballano tutta la notte». Il re mandò a chiamare le figlie e prese a interrogarle: «Dove siete state
stanotte?». Le principesse si ostinano a negare: «Non siamo state da nessuna parte!». «E non siete
state dallo zar appassionato? Il povero cortigiano ve lo proverà, vuole smascherarvi».«E come farà,
padre, se ha dormito della grossa tutta la notte?» Il povero cortigiano tirò fuori dalla tasca il
fiorellino d’oro e il boccale: «Ecco» dice «la prova evidente!». Che fare allora? Le principesse
confessarono al padre; il re ordinò di chiudere il passaggio per il reame sotterraneo, mentre il povero
cortigiano sposò la figlia più giovane, e vissero felici e contenti.

Le due parti (304)


C’era una volta un contadino, che morì lasciando due figli. Ai fratelli venne in mente di sposarsi: il
maggiore si prese una povera, il minore una ricca; e vivono insieme, senza fare divisioni. Ma le
donne iniziarono a litigare tra loro, a bisticciare; una dice: «Io ho sposato il fratello maggiore; la
parte migliore deve essere mia!». E l’altra: «No, mia! Io sono più ricca di te!». I fratelli osservarono,
osservarono, e si resero conto che le mogli non andavano d’accordo, divisero l’eredità del padre in
parti uguali e si separarono. Al fratello maggiore ogni anno nasce un figlio, e l’azienda va di male in
peggio; al punto tale che andò in completa rovina. Quando c’era da mangiare e c’erano soldi,
guardando i figli si rallegrava, ma quando divenne povero non era più contento di loro. Andò dal
fratello minore: «Aiutami, ora che sono in difficoltà!». Quello rifiutò recisamente: «Vivi come puoi!
Anch’io ho dei figli da crescere».
Dopo un po’ di tempo di nuovo il povero andò dal ricco: «Prestami» chiede «almeno per un giorno i
cavalli; non so come arare!». «Vai nel campo e prendili per un giorno; ma bada di non sfinirli!» Il
povero andò nel campo e vede che degli uomini, con i cavalli del fratello, stanno arando la terra.
«Ehi voi!» iniziò a gridare. «Ditemi, chi siete?»«Ma che razza di domanda è?»«È perché questi
cavalli sono di mio fratello!»«Ma non vedi forse» rispose uno di coloro che aravano «che io sono il
Successo di tuo fratello? Lui beve, si diverte, non si preoccupa di niente, mentre noi lavoriamo al
posto suo».«E dove si è andato a cacciare il mio di Successo?»«Il tuo Successo è lì che se ne sta
steso sotto un cespuglio con una camicia rossa, non fa niente né di giorno, né di notte, dorme
solamente!»“Bene” pensa il contadino “ora ti vengo a pescare io.”
Andò, si fece un grosso bastone, si avvicinò quatto quatto al suo Successo e lo colpì su un fianco con
tutta la forza che aveva. Il Successo si svegliò e chiede: «Perché mi colpisci?». «E questo non è
ancora niente! Le brave persone arano la terra, mentre tu dormi come un ghiro!»«Vorresti forse che io
arassi al posto tuo? Toglitelo dalla testa!»«Cosa? Continuerai a startene steso sotto il cespuglio? Ma
così mi toccherà morire di fame!»«Be’, se vuoi che ti dia aiuto, allora lascia stare di fare il
contadino e datti al commercio. Io non sono abituato al vostro lavoro, ma di affari me ne
intendo».«Datti al commercio!… Se ne avessi modo! Non ho niente da mangiare, niente da
commerciare».«Almeno prendi il vestito vecchio di tua moglie e vendilo; con i soldi comprane uno
nuovo e vendilo! E allora ti aiuterò; non ti lascerò nemmeno per un attimo!»«Bene!»
Il giorno dopo dice il poveretto alla moglie: «Allora, donna, preparati, andiamo in città».
«Perché?»«Voglio iscrivermi nelle liste dei commercianti, mi darò al commercio».«Ma che, sei
diventato matto? Non abbiamo di che nutrire i nostri figli, e lui si mette in testa di andare in
città!»«Non sono affari tuoi! Prendi tutto quello che possediamo, riunisci i bambini e andiamo».
Allora si prepararono. Pregarono Dio, iniziarono a chiudere ben bene la loro casetta e sentirono che
nell’izbà qualcuno piangeva amaramente. Il padrone chiede: «Chi è che piange?». «Sono io, la
Disgrazia!»«E perché piangi?»«E come non piangere? Tu te ne vai e mi abbandoni qui».«No, cara! Ti
porterò con me, non ti abbandonerò qui. Ehi, moglie mia!» dice. «Butta fuori dal baule il nostro
bagaglio». La moglie vuotò il baule. «Allora, Disgrazia, entra nel baule!» La Disgrazia ci entrò;
quello la chiuse dentro con tre lucchetti, sotterrò il baule e dice: «Vai in malora, maledetta! Che non
si senta più parlare di te!».
Arriva il poveretto con la moglie e i figli in città; affittò un appartamento e si diede al commercio:
prese il vestito vecchio della moglie, lo portò al mercato e lo vendette per un rublo; con quei soldi
comprò un nuovo vestito e lo vendette per due rubli. E con questo felice sistema di commercio, per
ogni cosa ottenere il doppio del prezzo pagato, si arricchì in breve tempo e si iscrisse nella lista dei
commercianti. Lo venne a sapere il fratello minore, va da lui in visita e chiede: «Dimmi, per favore,
come mai ti sei fatto furbo e dal niente sei diventato ricco?». «È semplice» risponde il mercante «ho
chiuso la mia Disgrazia in un baule e l’ho sotterrata».«Dove?»«In campagna, nel vecchio cortile». Il
fratello minore a momenti piange dal dispetto; andò subito in campagna, dissotterrò il baule e fece
uscire la Disgrazia. «Va’» dice «da mio fratello, rovinalo fino all’ultimo soldo».«No!» risponde la
Disgrazia. «Preferisco restare da te, invece di andare da lui; tu sei buono, tu mi hai liberato! Mentre
quel lestofante mi ha messa sottoterra!» Dopo poco tempo andò in rovina il fratello invidioso e da
ricco contadino divenne un poveretto.

I bambini promessi sposi (331)


C’erano una volta due ricchi mercanti: uno di Mosca e l’altro di Kiev; viaggiavano spesso insieme
per commercio e divennero molto amici. Un giorno il mercante di Kiev arrivò a Mosca, si incontrò
col suo amico e gli dice: «Dio mi ha concesso una grande gioia: mia moglie ha partorito un bel
bambino!». «A me, invece, è nata una figlia!», risponde il mercante di Mosca. «Via! Accordiamoci:
io ho un figlio, tu una figlia, niente di meglio: fidanzato e fidanzata! Quando cresceranno, li faremo
sposare e diventeremo parenti».«Bene, ma questa non è cosa da farsi con tanta leggerezza. Metti che
tuo figlio rompa con la sua fidanzata; dammi ventimila rubli in pegno!»«E se tua figlia
morisse?»«Be’, allora avrai i soldi indietro!» Il mercante di Kiev tirò fuori i ventimila rubli e li
diede a quello di Mosca; quello li prese, torna a casa e dice alla moglie: «Sai che ti dico? Ho già
promesso in sposa nostra figlia!». La moglie si meravigliò: «Che dici! Sei diventato matto? Ma se è
ancora nella culla!». «E cosa importa che è ancora nella culla? Io l’ho promessa lo stesso: intanto ho
avuto ventimila rubli in pegno».
Bene. Vivono i mercanti ognuno nella propria città, non si fanno visita: sono lontani, e gli affari
andavano in modo tale che bisognava restare a casa. Intanto i loro figli crescono senza sosta: il
ragazzo è bello, ma la ragazza ancora di più. Passarono diciotto anni; il mercante di Mosca vide che
non aveva più notizie dal suo vecchio conoscente, e fece fidanzare la figlia con un colonnello. Nel
frattempo, il mercante di Kiev chiama a sé il figlio e gli dice: «Va’ a Mosca; lì c’è un lago, in quel
lago ho messo una rete; se nella rete è caduta un’anatra, porta l’anatra, se non c’è l’anatra, allora
riporta la rete». Il figlio del mercante si equipaggiò e andò a Mosca; cammina cammina, ecco che è
già vicino, è rimasta solo una fermata. Doveva attraversare un fiume, e sul fiume c’era un ponte: una
metà è lastricata, l’altra no.
Per quella stessa strada, per caso, passava anche il colonnello; si avvicinò al ponte e non sa come
arrivare dall’altra parte. Vide il figlio del mercante e chiede: «Tu dove vai?». «A
Mosca».«Perché?»«Là c’è un lago, in quel lago, diciotto anni fa, mio padre mise una rete, e ora mi ha
mandato a vedere se nella rete è caduta un’anatra: se c’è, devo riportarla, se non c’è, devo riportare
la rete».“Ecco una bella incombenza!” pensa il colonnello. “Può forse resistere per diciotto anni una
rete? Ma, ammesso pure che la rete abbia resistito, come potrebbe un’anatra essere sopravvissuta
tanto tempo?” Pensa che ti ripensa, cercò di indovinare, ma non ce la poté fare. «E come faremo»
disse «a passare il fiume?»«Io andrò avanti col dietro!», disse il figlio del mercante; spronò i
cavalli, arrivò alla metà del ponte e iniziò a passare le travi dietro davanti, lastricò l’altra parte del
ponte e arrivò dall’altro lato; insieme a lui passò anche il colonnello. Ecco che arrivarono in città.
«Tu dove ti fermi?», chiede al figlio del mercante il colonnello. «In quella casa dove primavera e
inverno stanno alla porta». Si salutarono e ognuno andò per la sua strada.
Il figlio del mercante si fermò da una povera vecchia; il colonnello, invece, andò dalla fidanzata. Là
gli diedero da bere, da mangiare, gli chiesero del viaggio. Quello allora racconta: «Ho incontrato il
figlio di un mercante, gli ho chiesto: perché vai a Mosca? E quello in risposta: a Mosca c’è un lago,
in quel lago, diciotto anni fa, mio padre ha messo una rete, e ora mi ha mandato a vedere se nella rete
è caduta un’anatra: se c’è, devo riportarla, se non c’è, devo riportare la rete! Poi ci è toccato
attraversare un fiume; su quel fiume c’era un ponte, per metà lastricato e per metà no. Io cercavo di
farmi venire in mente come passare dall’altra parte. Il figlio del mercante, invece, ha capito subito
tutto, ha attraversato col dietro davanti e mi ha fatto passare». «E dove ha preso alloggio?», chiede la
fidanzata. «In quella casa dove primavera e inverno stanno alla porta».
La figlia del mercante, allora, corse in camera sua, chiamò la sua cameriera e le ordina: «Porta una
brocca di latte, una pagnotta e un cestino di uova; bevi dalla brocca, addenta la pagnotta, assaggia un
uovo dal cestino. Poi va’ in quella casa dove sono legati sulla porta l’erba e il fieno; trova il figlio
del mercante, dagli il pane, il latte e l’uovo e chiedi: il mare sta tra le sue rive o è caduto? La luna è
piena o calante? Le stelle sono tutte in cielo o sono rotolate giù?». Arrivò la cameriera dal figlio del
mercante, gli diede i doni e chiede: «Il mare sta tra le sue rive o è caduto?». «È caduto».«La luna è
piena o calante?»«Calante».«Le stelle sono tutte in cielo?»«No, una è rotolata giù». La cameriera
tornò a casa e riferì le risposte alla figlia del mercante. «Be’, padre» dice al padre la figlia del
mercante «il vostro fidanzato non mi serve; io ho il mio da tempo: col padre ti sei accordato, la tua
parola gli hai dato». Subito mandarono a prendere il vero fidanzato, iniziarono a preparare le nozze e
la festa, e il colonnello venne rifiutato. A quelle nozze sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei
baffi è scivolato, nella bocca non è andato.

Lutonjuška (405)
C’erano una volta un vecchio e una vecchia, che avevano un figlio di nome Lutonja. Un giorno il
vecchio e Lutonja si stavano occupando di qualcosa nel cortile, mentre la vecchia era nell’izbà. Tirò
giù dal soppalco un ciocco, lo fece cadere sul focolare e qui a voce spiegata iniziò a gridare e a
strillare. Il vecchio sentì le grida, si precipitò nell’izbà e chiede alla vecchia perché gridi. La
vecchia tra le lacrime gli disse: «Se avessimo fatto sposare il nostro Lutonjuška, e se gli fosse nato
un figlio, e se si fosse seduto qui sul focolare, io gli avrei fatto del male con questo ciocco!». Be’,
anche il vecchio iniziò a gridare insieme a lei, dicendo: «È vero, vecchia! Gli avresti fatto del male!
…». Gridavano tutti e due a più non posso!
Arriva allora di corsa dal cortile Lutonja e chiede: «Perché gridate?». Quelli glielo dissero: «Se ti
avessimo fatto sposare, e se tu avessi avuto un figlio, e se poco fa fosse stato seduto qui, la vecchia
lo avrebbe ucciso con il ciocco; è caduto proprio qui, e così bruscamente!». «Be’» disse Lutonja
«che Dio vi abbia in gloria!» Poi prese il suo cappello tra le braccia e dice: «Addio! Se troverò
qualcuno più sciocco di voi, allora tornerò, se non lo troverò, allora non aspettatemi!», e se ne andò.
Cammina cammina, vede dei contadini che stanno trascinando sopra un’izbà una vacca. «Perché
trascinate sul tetto la vacca?», chiese Lutonja. Quelli gli dissero: «Vedi anche tu quanta erba ci è
cresciuta!». «Ah, asini calzati e vestiti!», disse Lutonja, si arrampicò sull’izbà, strappò l’erba e la
gettò alla vacca. I contadini ne furono davvero sbalorditi e chiesero insistentemente a Lutonja di
restare a vivere con loro e di insegnar loro qualcosa. «No» disse Lutonja «devo ancora vedere molti
imbecilli come voi al mondo!», e andò avanti.
Ecco che in un villaggio vide un sacco di contadini accanto a un’izbà: avevano legato al portone un
giogo e con dei bastoni cercavano di fare andare verso il giogo un cavallo, che per le botte era più
morto che vivo. «Che fate?», chiese Lutonja. «Ecco, batjuška, vogliamo aggiogare il cavallo».«Ah,
voi, asini calzati e vestiti! Lasciate un po’ fare a me». Prese il giogo e lo mise sul cavallo. Anche
quei contadini rimasero a bocca aperta dallo stupore, cercarono di trattenerlo e lo pregarono in tutti i
modi perché rimanesse da loro almeno una settimanella. Ma no, Lutonja andò avanti.
Cammina cammina, si stancò ed entrò in una locanda. Là vide che la padrona, una vecchietta, aveva
fatto una gelatina, l’aveva messa sul tavolo davanti ai suoi bambini, e lei va continuamente in cantina
con un cucchiaio a prendere la panna acida. «Perché, vecchia, consumi invano le ciabatte?», disse
Lutonja. «Come perché?» rispose la vecchia con voce fioca «vedi bene, batjuška, che la gelatina è
sul tavolo e la panna acida in cantina».«E se invece, vecchia, prendessi la panna acida e la portassi
qui; sarebbe un affare coi fiocchi!»«Giusto, caro!» Portò nell’izbà la panna acida e fece accomodare
a tavola Lutonja. Lutonja mangiò a più non posso, si arrampicò sul soppalco e si addormentò.
Quando si sveglierà, allora anche la mia favola continuerà, per ora è tutto qua.

La principessa-serpente (270)
Un cosacco cavalcava per la sua strada e capitò in un fitto bosco; in quel bosco, in una radura, c’è
un covone di fieno. Si fermò il cosacco a riposare un po’, si stese accanto al covone e si fece una
pipata; fumava, fumava, e non si accorse che una scintilla era finita sul fieno. Dopo essersi riposato,
montò a cavallo e riprese il cammino; non fece in tempo a fare dieci passi, che divampò il fuoco e
tutto il bosco si illuminò. Il cosacco si guardò intorno, guarda: il covone di fieno brucia, e nel fuoco
c’è una bella ragazza, che grida: «Cosacco, sii buono! Salvami dalla morte». «E come faccio a
salvarti? Ci sono fiamme dappertutto, non posso avvicinarmi a te».«Ficca la tua lancia nel fuoco; io
mi ci aggrapperò». Il cosacco mise la lancia nel fuoco, e poi per il gran calore si tirò indietro.
Subito la bella ragazza si cambiò in serpente, si arrampicò sulla lancia, scivolò sul collo del
cosacco, gli si avvolse attorno al collo tre volte e si prese la coda tra i denti. Il cosacco si spaventò,
non sa cosa fare, come comportarsi. Disse il serpente con voce umana: «Non temere, bravo giovane!
Portami al collo per sette anni e cerca il regno di stagno; quando arriverai in quel regno, fermati e
restaci altri sette anni senza allontanartene mai. Se porterai a termine questo compito, sarai felice!».
Partì il cosacco alla ricerca del regno di stagno; passò molto tempo, molta acqua corse sotto i ponti,
allo scadere del settimo anno arrivò a un monte scosceso; su quel monte c’è un castello di stagno,
intorno al castello un alto muro di pietra bianca. Galoppò su per la montagna, il muro si aprì davanti
a lui, ed entrò in un ampio cortile. In quell’attimo si strappò dal suo collo il serpente, si gettò
sull’umida terra, si cambiò in una tenera fanciulla e scomparve alla vista, come se non fosse mai
esistita. Il cosacco lasciò il suo buon cavallo nella scuderia, entrò nel palazzo e si mise a girare per
le camere. Ovunque specchi, argento e velluti, ma non c’è proprio anima viva. “Ah” pensa il cosacco
“dove sono finito? Chi mi darà da bere e da mangiare? Evidentemente mi toccherà morire di fame!”
L’aveva appena pensato che ecco apparire davanti a lui una tavola imbandita, sulla tavola c’è da
mangiare e da bere a volontà; fece uno spuntino, bevve a sazietà, riprese le forze e pensò di andare a
dare un’occhiata al cavallo. Arriva alla scuderia: il cavallo sta nello stallaggio e si ingozza di avena.
«Be’, va tutto bene: sembra che potremo sopravvivere senza ristrettezze».
Molto a lungo rimase il cosacco nel castello di stagno, ma fu preso da una noia mortale: non è uno
scherzo stare sempre solo soletto! Non c’era nessuno con cui scambiare nemmeno mezza parola. Per
la tristezza bevve fino a ubriacarsi, e gli venne in mente di tornare nel mondo libero; solo che,
ovunque andasse, dappertutto c’erano mura altissime, né ingresso, né uscita. Dal dispetto, il bravo
giovane afferrò un bastone, entrò nel palazzo e giù a rompere specchi e vetri, a strappare i velluti, a
spaccare sedie, a scaraventare di qua e di là l’argenteria: «Forse uscirà fuori il padrone e mi
rimetterà in libertà!». No, nessuno si fa vivo. Il cosacco si mise a dormire; il giorno dopo si svegliò,
fece una bella passeggiata e poi volle fare uno spuntino; guarda di qua e di là: non c’è niente! “Eh”
pensa “lo schiavo frusta se stesso, quando rovina il raccolto! Ecco, ieri ne ho combinata una delle
mie, e oggi resto digiuno!” Appena si fu pentito, subito apparvero cibi e bevande – tutto pronto!
Passarono circa tre giorni; la mattina il cosacco si sveglia, guarda fuori dalla finestra: accanto alle
scale c’è il suo bel cavallo sellato. Che significa? Si lavò, si vestì, disse le sue preghiere, prese la
sua lunga lancia e uscì nel vasto cortile. Improvvisamente, da non si sa dove, apparve la bella
ragazza: «Salve, bravo giovane! I sette anni sono finiti – mi hai salvato dalla rovina definitiva. Sappi
che io sono la figlia di un re; si innamorò di me Koščej l’Immortale, mi rapì a mio padre, a mia
madre, mi voleva sposare, ma io risi di lui; allora si arrabbiò e mi cambiò in un serpente velenoso.
Grazie a te per il lungo servizio! Ora andiamo da mio padre; ti vorrà ricompensare con l’oro delle
casse reali e con pietre preziose, tu non accettare niente, ma chiedi la botticella che sta in cantina!».
«E cos’ha di tanto interessante?»«Se rotoli la botticella a destra – subito appare un palazzo, se la
rotoli a sinistra – il palazzo scompare».«Bene», disse il cosacco, salì a cavallo, fece salire anche la
bella principessa; le alte mura da sole si ritirarono al loro passaggio, e lui si mise in viaggio.
Passarono giorni o mesi, arriva al reame di cui si è già parlato. Il re vide sua figlia, si rallegrò,
cominciò a ringraziare e dà al cosacco dei sacchetti pieni di oro e di perle. Risponde il bravo
giovane: «Non ho bisogno né di oro, né di perle; dammi per ricordo la botticella che sta in cantina».
«Vuoi molto, caro! Be’, non c’è niente da fare: mia figlia mi è più cara di qualsiasi altra cosa! Per lei
non rimpiango neanche la botticella; prendila e va’ con Dio». Il cosacco prese il dono del re e si
mise a girare il mondo.
Cavalca, cavalca, incontra un vecchio stravecchio. Chiede il vecchio: «Dammi da mangiare, bravo
giovane!». Il cosacco saltò giù dal cavallo, slegò la botticella, la rotolò a destra: apparve all’istante
uno stupendo palazzo. Entrarono ambedue nelle sale affrescate e sedettero a una tavola imbandita.
«Ehi, servi miei fedeli!» si mise a gridare il cosacco. «Date da bere e da mangiare al mio ospite».
Non fece in tempo a parlare che i servi portarono un intero bue e tre paioli di birra. Iniziò il vecchio
a strafogarsi e a lodare; mangiò tutto il bue, bevve i tre paioli di birra, tossicchiò e poi disse: «È un
po’ pochino, ma non importa! Grazie per l’ospitalità».
Uscirono dal palazzo; il cosacco rotolò la sua botticella a sinistra e il palazzo sparì. «Su, facciamo a
cambio» dice il vecchio al cosacco «io ti do una spada e tu mi dai la botticella».«E cos’ha di
speciale la spada?»«Ma è una spada che taglia da sola; devi giusto agitarla e quella uccide un’armata
di qualsiasi numero di uomini! Vedi là quel bosco; vuoi che faccia una prova?» Qui il vecchio tirò
fuori la sua spada, la agitò e dice: «Va’, spada che taglia da sola, taglia quel fitto bosco!». La spada
volò e giù a tagliare alberi e a farne dei mucchi; tagliò tutto e poi tornò indietro dal padrone. Il
cosacco non ci pensò sopra due volte, diede al vecchio la botticella e si prese la spada che taglia da
sola; agitò la spada e uccise il vecchio. Dopodiché legò la botticella alla sella, salì a cavallo e
decise di tornare dal re. Intanto sotto la capitale di quel re era giunto un potente nemico; il cosacco
vide l’armata innumerevole, agitò la spada: «Spada che tagli da sola! Fammi un servizio, taglia
l’esercito nemico». Volarono le teste, scorse il sangue, non passò nemmeno un’ora che il campo era
ricoperto di cadaveri.
Il re uscì incontro al cosacco, lo abbracciò, lo baciò e subito decise di dargli in moglie la bella
principessa. Lo sposalizio fu lussuoso; a quelle nozze sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei
baffi è scivolato, in bocca non è arrivato.

La meraviglia meravigliosa, il prodigio prodigioso (256)


C’erano una volta un ricco mercante e sua moglie. Lui trattava rinomate merci preziose e ogni anno
viaggiava per diversi paesi per venderle. Una volta allestì una nave; stava per mettersi in mare e
chiede alla moglie: «Dimmi, gioia mia, cosa vuoi che ti porti in regalo dal mio viaggio?». Risponde
la moglie: «Qui ho tutto quello che voglio; non mi manca proprio niente! Ma se vuoi compiacermi e
farmi divertire, comprami una meraviglia meravigliosa, un prodigio prodigioso». «Bene; se lo trovo,
lo comprerò».
Navigò il mercante, toccando molte terre, fino al reame al di là dei monti e degli oceani, si fermò in
una grande e ricca città, vendette tutta la sua merce, di nuova ne comprò, la nave caricò; va per la
città e pensa: “Dove trovare una meraviglia meravigliosa, un prodigio prodigioso?”. Gli capitò di
incontrare un vecchietto sconosciuto, che gli chiede: «Perché sei tanto pensieroso e afflitto, bravo
giovane?». «E come non affliggersi!» risponde il mercante. «Devo comprare a mia moglie una
meraviglia meravigliosa, un prodigio prodigioso, ma non so dove».«Eh, avresti potuto dirmelo
prima! Vieni con me; io ho una meraviglia meravigliosa, un prodigio prodigioso: sia pure, lo
venderò».
Si incamminarono; il vecchietto condusse il mercante a casa sua e dice: «Vedi nel mio cortile
un’oca?». «Sì!»«Ora guarda cosa succede… Ehi, oca, vieni qui!» L’oca entrò in casa. Il vecchietto
prese un tegame e di nuovo ordina: «Ehi, oca, mettiti nel tegame!». L’oca si mise nel tegame; il
vecchietto la mise nel forno, arrostì l’oca, la tirò fuori e la mise sul tavolo. «Allora, mercante,
giovane aitante! Siediti e assaggiamo; ma non gettare le ossa sotto la tavola, raccoglile in un
mucchio». A tavola si accomodarono e in due tutta l’oca mangiarono. Il vecchietto prese le ossa
rosicchiate, le avvolse nella tovaglia, le gettò sul pavimento e disse: «Oca! Alzati, scuotiti e vai in
cortile». L’oca si alzò, si scosse e andò in cortile, proprio come se non fosse mai stata nel forno!
«Veramente, padrone, hai una meraviglia meravigliosa, un prodigio prodigioso!», disse il mercante,
iniziò a contrattare il prezzo dell’oca e si accordò per una cifra molto alta. Prese con sé l’oca sulla
nave e veleggiò verso casa.
Arrivato a casa, salutò la moglie: le dà l’oca e le dice che con quel volatile avrebbero avuto da
mangiare tutti i giorni senza comprare niente! Falla arrosto: quella poi torna viva! Il giorno
successivo, il mercante andò alle sue botteghe, mentre la moglie ricevette il suo amante. Era davvero
felice di avere un tale ospite, l’amico del cuore! Pensò di offrirgli l’oca al forno, si affacciò alla
finestra e gridò: «Oca, vieni qui!». L’oca entrò in casa. «Oca, entra nel tegame!» L’oca non le dà
ascolto, non entra nel tegame; la donna si arrabbiò e la colpì con una padella: all’istante un lato della
padella si attaccò all’oca, l’altro, invece, alla moglie del mercante, e si attaccò talmente forte che fu
impossibile staccarsene! «Ah, tesoro mio» iniziò a gridare la donna «staccami di dosso la padella,
evidentemente questa maledetta oca è stregata!» L’amante afferrò la donna con ambedue le mani,
tentò di staccarle di dosso la padella, ma ci si attaccò anche lui, invece…
L’oca corse in cortile, in strada e li trascinò fino alle botteghe. Li videro i commessi, si
precipitarono a separarli; ma chiunque li toccasse, anche lui rimaneva incollato! Si raccolse un sacco
di gente per vedere quella meraviglia, uscì anche il mercante dal negozio e vide una cosa poco
piacevole: che razza di amici aveva la moglie? «Confessa tutto» dice «altrimenti rimarrai così,
appiccicata, per un bel pezzo!» Non ci fu niente da fare, la donna confessò la propria colpa; il
mercante, allora, li separò, ruppe il collo dell’amante della moglie, riportò lei a casa e la ammonì
per benino, dicendo: «Eccoti la meraviglia meravigliosa! Eccoti il prodigio prodigioso!».

I sette Settìmi (145)


Un contadino aveva sette figli maschi, sette Settìmi, uno più gagliardo dell’altro, ma così poltroni,
fannulloni, come non se ne trovano al mondo! Non facevano niente. Il padre si tormentava, si
arrabbiava con loro, finché decise di condurli dallo zar; ce li porta e li lascia a servizio dallo zar. Lo
zar lo ringraziò di quei baldi giovanotti e chiese cosa sapevano fare. «Chiedetelo a loro, Vostra
Altezza Reale!» Lo zar chiamò per primo il Settimio più grande e chiese: «Cosa sai fare?». «Rubare,
Vostra Altezza Reale».«Bene; mi serve uno così per un po’ di tempo». Chiamò il secondo: «E tu?».
«Io so forgiare qualsiasi oggetto costoso».
«Mi serve anche uno così». Chiamò il terzo Settimio e chiede: «E tu, cosa sai fare?». «Io so colpire
un uccello in volo, Vostra Altezza Reale».
«Bene!» Chiede al quarto: «E tu?». «Quando il cacciatore abbatte l’uccello, io nuoto coi cani e vado
a recuperarlo».«Bene!» dice lo zar. «E tu in cosa sei maestro?», chiese al quinto. «Io posso vedere
dall’alto tutti i reami e dire quel che succede e dove».«Molto bene!» Chiese al sesto. «Io so costruire
navi; in quattro e quattr’otto ecco pronto un bel barcotto».«Bene, e tu che sai fare?», chiese al
settimo. «Io so curare la gente».«Perfetto!»
Lo zar li congedò. Passò molto tempo; allo zar venne in mente di mettere alla prova un Settimio:
«Allora, Settimio, informati su quel che succede e dove». Il Settimio si nascose da qualche parte in
alto, guardò da ogni lato e riferì: «Questo succede qui, quest’altro là». Dopodiché confrontarono con
i giornali: era proprio come aveva detto! Passò ancora molto tempo; lo zar decise di sposare una
principessa: ma dove trovarla? Non sapeva chi inviare! E si ricordò dei sette Settìmi, li mandò a
chiamare e affidò loro l’incarico di trovargli una principessa; diede loro anche alcuni soldati. I
Settìmi si prepararono alla svelta, tutti maestri: in quattro e quattr’otto fu pronto un barcotto, ci
salirono e salparono. Si accostano al regno in cui c’era una principessa nubile; uno guardò dall’alto
di un palo e disse che la principessa in quel momento era sola, la si poteva rapire; un secondo forgiò
delle cose preziose e andò a venderle insieme al ladro: appena arrivarono, il ladro subito rapì la
principessa. Tolsero l’ancora e ripresero il mare. La principessa vede che la stanno portando via, si
cambiò in cigno bianco e volò via dalla nave. Il tiratore non si intimorì, prese il fucile, sparò e la
colpì all’ala sinistra; insieme ai cani si lanciò l’altro Settimio, afferrò il cigno nel mare e lo portò
sulla nave. Il cigno ridivenne principessa, la sua mano sinistra, però, era ferita. Ma avevano il loro
medico, che curò lestamente la mano della principessa.
Arrivarono nel loro reame sani e salvi, i cannoni della nave spararono. Lo zar li sentì e già si era
dimenticato dei Settìmi; pensa: di chi è questa nave che sta arrivando? «Su» dice «correte, andate a
informarvi». C’è chi corse, chi ci andò a cavallo; al più presto riferirono allo zar che erano i sette
Settìmi con una principessa da sposare: quello si rallegrò del lavoro dei Settìmi, ordinò di
accoglierli con tutti gli onori, con cannoneggiamenti, con rulli di tamburi. Ma la principssa non sposò
lo zar, che era ormai vecchio. Lui le chiese chi voleva per marito. La principessa dice: «Quello che
mi ha rapita!». Infatti il ladro era un bel fusto, piaceva alla principessa. Lo zar, senza aggiungere una
parola, li fece sposare; poi, volendo avere un po’ di pace, mise Settimio al suo posto e trasformò i
fratelli di lui in ricchi nobili.

La betulla e i tre falchi (275)


Un soldato prestò servizio militare per il tempo dovuto, ottenne il congedo e tornò in patria. Per la
strada incontra un diavolo. «Fermo, militare! Dove vai?»«A casa».«E che ci vai a fare? Non hai né
figli, né famiglia. Vieni a lavorare da me, è meglio, ti ricompenserò generosamente».«E in che
consiste il lavoro?»«È una cosa semplicissima: devo andare al di là del mare blu per le nozze di mia
figlia, ma ho tre falchi; guardameli fino al mio ritorno». Il soldato acconsentì. “Senza soldi” pensa “è
dura la vita; seppure dal diavolo, tuttavia qualche cosa guadagnerò!” Il diavolo lo condusse nel suo
palazzo e poi partì per andare al di là del mare blu.
Il soldato non faceva che andare avanti e indietro per tutte le camere; iniziò ad annoiarsi, e gli venne
in mente di andare in giardino; uscì, guarda – c’è una betulla. E gli dice la betulla con voce umana:
«Militare! Va’ in quel certo villaggio e di’ al parroco locale di darti quello che ha sognato stanotte».
Il soldato andò dove gli era stato detto; il parroco subito prese un libro: «Ecco, prendi!». Il soldato
lo prese; torna indietro. «Grazie, bravo giovane!» dice la betulla. «Ora resta in piedi e leggi!»
Quello iniziò a leggere il libro; lesse una notte – uscì dalla betulla una bella fanciulla, di una
bellezza indescrivibile, fino al petto; lesse una seconda notte – uscì fino alla cintura; lesse una terza –
uscì completamente. Lo baciò e dice: «Io sono la figlia di uno zar; mi ha rapita il diavolo e mi ha
trasformata in betulla. I tre falchi, invece, sono i miei fratelli; volevano liberarmi, ma sono cascati
nella trappola anche loro!». Appena la principessa ebbe pronunciato queste parole, subito arrivarono
in volo tre falchi, si gettarono sull’umida terra e ridivennero tre bei giovani. Allora si prepararono,
andarono dal padre e dalla madre, e portarono il soldato con loro. Lo zar e la zarina si rallegrarono,
ricompensarono generosamente il soldato, gli diedero in moglie la principessa e li lasciarono vivere
presso di loro.

La cassetta magica (189)


Un vecchio e una vecchia avevano un unico figlio già grande; il vecchio non sa cosa insegnare al
figlio, e decise di affidarlo come apprendista a un maestro, che gli insegnasse a fare un po’ tutto.
Andò in città, si accordò col maestro che il figlio avrebbe studiato da lui tre anni, e in quei tre anni
sarebbe andato a casa solo una volta. Accompagnò il figlio. Passa un anno, ne passa un altro; il
ragazzo imparò presto a fare cose preziose, superò in bravura lo stesso maestro. Una volta fece un
orologio da cinquecento rubli e lo mandò al padre. «Che lo venda» dice «e rimedi alla sua povertà!»
Venderlo il padre! Non può staccare gli occhi da quell’orologio, perché lo ha fatto il figlio. Arriva il
momento in cui deve incontrare i genitori. Il padrone era uno stregone, e dice: «Va’, hai a
disposizione tre ore e tre minuti; se per allora non sarai tornato, morirai!». Quello pensa: “E come
farò in tempo a percorrere le tante verste che mi dividono da mio padre?”. Il maestro risponde:
«Prendi quella carrozza; appena ti ci sarai seduto, chiudi gli occhi».
Il nostro ragazzo fece proprio così; chiuse gli occhi, poi li riaprì ed era già a casa dal padre; scese,
entra nell’izbà, non c’è nessuno. Infatti il padre e la madre avevano visto che una carrozza si
avvicinava a casa loro, si erano spaventati e si erano nascosti nel ripostiglio; a fatica riuscì a tirarli
fuori di lì. Iniziarono a farsi un sacco di feste; era un pezzo che non vedevano piangere la madre. Il
figlio aveva portato loro dei regali. Il tempo di farsi festa e di parlare un po’ e le tre ore erano già
volate via, rimanevano solo i tre minuti, uno, due, ora solo un minuto! Il maligno sussurra al ragazzo:
«Va’, in fretta: bada che il padrone ti…!». Il ragazzo fu diligente, salutò e andò; subito si ritrovò
accanto alla casa, entrò nell’izbà e il padrone, forza impura, lo tormenta per il ritardo. Il ragazzo si
era del tutto disabituato a essere ardito col padrone, gli cadde ai piedi: «Perdonami, ho tardato, ma
non lo farò mai più!». Il padrone gli fece solo una ramanzina e lo perdonò veramente.
Il nostro ragazzo continua la sua vita di sempre; sapeva fare ogni cosa meglio di tutti. Il padrone
pensa che, se il ragazzo se ne va, gli toglierà tutto il lavoro – è diventato meglio del maestro! – e gli
dice: «Lavorante! Va’ nel reame sotterraneo, portami di lì la cassetta che sta sul trono dello zar».
Fecero lunghe corregge, cucirono una cinghia all’altra e a ogni cucitura attaccarono un campanellino.
Il padrone iniziò a calarlo in un burrone e ordinò: se trovi la cassetta, scuoti immediatamente la
cinghia; quando i campanellini suoneranno, il padrone sentirà. Il ragazzo scese sottoterra, vede una
casa, ci entra; un uomo e venti contadini stavano lì in piedi, si inchinarono e dissero come un sol
uomo: «Salve, principe Ivan!». Il ragazzo si stupì: che onore! Entra in un’altra camera: era piena di
donne; anche quelle si alzarono, si inchinarono e dicono: «Salve, principe Ivan!». Questa gente era
stata tutta mandata giù dal maestro. Entrò il ragazzo in una terza camera: vede il trono e sul trono la
cassetta; prese la cassetta, uscì e portò tutta quella gente con sé.
Arrivarono alla cinghia, la scossero, ci attaccarono un uomo e il padrone tirò su; il ragazzo voleva
legarsi per ultimo e portare la cassetta. Il padrone tirò su una metà di loro; a un tratto lo venne a
chiamare un lavorante, doveva tornare in fretta a casa perché era successa una disgrazia. Il padrone
andò, ordinò di tirare su tutti da sottoterra, ma di lasciarci il figlio del contadino. Be’, tirarono su
tutti con la cinghia e lasciarono il ragazzo. Quello, cammina cammina per il reame sotterraneo, per
caso scosse la cassetta: improvvisamente ne uscirono dodici giovanotti; dicono: «Cosa ordinate,
principe Ivan?». «Riportatemi subito su!» I giovanotti all’istante lo afferrarono e lo tirarono fuori.
Lui non andò dal suo padrone, ma andò direttamente dal padre. Nel frattempo il padrone si accorse di
non avere la cassetta, corse al burrone, tirò e tirò la cinghia, ma il suo lavorante non c’era più! Pensa
il maestro: “Evidentemente se ne è andato da qualche parte! Bisogna mandare qualcuno a cercarlo”.
Intanto il figlio del contadino era arrivato dal padre, aveva scelto un posto importante, aveva
passato con un lancio la cassetta da una mano all’altra: improvvisamente erano apparsi ventiquattro
giovanotti: «Cosa ordinate, principe Ivan?». «Andate, costruite in quel luogo un reame, ma che sia il
più bello di tutti i reami». In quel momento apparve un reame! Il nostro ragazzo ci si trasferì, si sposò
e iniziò a vivere felice. Nel suo reame c’era un giovanottone scialbo, la cui madre andava sempre dal
principe Ivan a chiedere l’elemosina. Il figlio le ordina: «Mammina! Ruba al nostro zar la cassetta».
Il principe Ivan non era a casa; sua moglie fece l’elemosina alla vecchia, e se ne andò. La vecchia
afferrò la cassetta, la mise in un sacco e corse dal figlio. Quello scosse la cassetta: ne uscirono i
soliti giovanotti. Ordina loro di gettare il principe Ivan in una fossa profonda, dove gettavano solo il
bestiame morto, e di far diventare la moglie e i genitori chi lacchè e chi un’altra cosa; lui stesso poi
sarebbe diventato zar.
Ecco che il figlio del contadino sta nella fossa un giorno, un secondo e un terzo… Come uscirne?
Vede un grosso uccello che trascina una carcassa; una volta avevano gettato nella fossa un animale
morto, lui prese e ci si legò; l’uccello volò, afferrò l’animale e lo portò fuori, si posò su un pino, e il
principe Ivan penzola lì, non può slegarsi. Da non si sa dove sbucò un cacciatore, prese la mira e
sparò: l’uccello si alzò in volo e volò, la vacca dalle zampe lasciò; la vacca cadde insieme al
principe Ivan, che si slegò, si mise in cammino e pensa: come tornare nel mio reame? Guardò in
tasca: c’è la chiave della cassetta; la scosse e all’improvviso saltarono fuori due giovanotti: «Cosa
ordinate, principe Ivan?». «Ecco, fratellini, sono in difficoltà!»«Lo sappiamo; sei anche fortunato che
noi due siamo rimasti insieme alla chiave!»«Non potete, fratellini, portarmi la cassetta?» Il principe
Ivan non fece in tempo a parlare che i due giovanotti avevano già portato la cassetta! Allora si
rianimò, ordinò di giustiziare la vecchia mendicante e suo figlio, e ritornò a essere zar.

La scarpetta d’oro (292)


C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano due figlie. Il vecchio un giorno andò in città
e comprò a una sorella un pesciolino e all’altra anche un pesciolino. La maggiore mangiò il suo
pesciolino, mentre la più giovane andò al pozzo e dice: «Pesciolino caro! Ti devo mangiare o no?».
«Non mangiarmi» dice il pesciolino «rimettimi nell’acqua; io ti sarò utile». Lei mise il pesciolino nel
pozzo e tornò a casa. La madre non amava per niente la sua figlia minore. Fece indossare alla sorella
il vestito più bello e andò con lei in chiesa alla messa, mentre alla più giovane lasciò due misure di
segale e le ordinò di pulirla prima che loro rientrassero dalla chiesa.
La ragazza andò a prendere l’acqua, siede accanto al pozzo e piange; il pesciolino nuotò verso la
superficie e le chiede: «Perché piangi, bella fanciulla?». «E come non piangere?» le risponde la
bella fanciulla. «Mia madre ha fatto mettere a mia sorella il vestito più bello, è andata con lei a
messa, ha lasciato me a casa e ha ordinato di pulire due misure di segale prima del suo ritorno dalla
chiesa!» Il pesciolino dice: «Non piangere, va’ a vestirti e va’ in chiesa; la segale sarà pulita!».
Quella si vestì e andò a messa. La madre non poté riconoscerla. Quando la messa fu al termine, la
ragazza torna a casa; anche la madre arriva a casa e chiede: «Allora, sciocca, hai pulito la segale?».
«Sì», risponde lei. «Che bella ragazza c’era a messa!» dice la madre. «Il pope non canta, non legge,
non fa che guardarla; tu, invece, sciocca, guardati un po’ come sei conciata!»«Non c’ero, ma lo so!»,
dice la ragazza. «Ma che vuoi sapere?», le disse la madre.
Un’altra volta la madre fece indossare alla sua figlia maggiore il vestito più bello, andò con lei alla
messa, mentre alla minore lasciò tre misure d’orzo e dice: «Mentre io prego Dio, tu pulisci l’orzo».
Poi andò a messa, la figlia, invece, andò al pozzo; siede accanto al pozzo e piange. Il pesciolino
nuotò verso la superficie e chiede: «Perché piangi, bella fanciulla?». «E come non piangere?» gli
risponde la bella fanciulla. «Mia madre ha vestito mia sorella con il vestito più bello, è andata con
lei a messa, ha lasciato me a casa e ha ordinato di pulire tre misure di orzo prima del suo ritorno
dalla chiesa». Il pesciolino dice: «Non piangere, va’ a vestirti e seguila in chiesa; l’orzo sarà
pulito!».
Lei si vestì, arrivò in chiesa, iniziò a pregare Dio. Il pope non canta, non legge, non fa che guardarla!
La messa finì. Quel giorno alla messa c’era un principe del luogo; la nostra bella fanciulla gli
piacque molto; volle conoscerla: chi era? Allora le gettò della resina sotto una scarpa. La scarpa
rimase attaccata, ma lei andò a casa. «Sposerò» dice il principe «la padrona di questa scarpa!» La
scarpa era tutta ricamata in oro. Ecco che la vecchia arrivò a casa. «Che bella ragazza c’era!» dice.
«Il pope non canta, non legge, non fa che guardarla; tu, invece, sciocca guardati un po’: sei una vera
stracciona!»
Intanto il principe cercava da ogni parte la ragazza che aveva perso la scarpa; ma non riuscì a
trovare in nessun luogo una cui la scarpa stesse a pennello. Arrivò anche dalla vecchia e dice:
«Fammi vedere tua figlia, chissà se questa scarpa le andrà bene?». «Mia figlia sporcherà la scarpa»,
risponde la vecchia. Venne la bella fanciulla; il principe le misurò la scarpa: la scarpa le sta perfetta.
Quello la sposò; iniziarono a vivere felici e contenti, diventarono sempre più abbienti. Ci sono stato,
ho bevuto del moscato, sui miei baffi è scivolato, ma in bocca non è arrivato. Mi hanno dato un
vestito blu, una cornacchia vola e grida: «Blu il vestito! Blu il vestito!». Penso: «Giù il vestito!», ho
preso e me lo sono tolto. Mi hanno dato un cappello, mi hanno picchiato con un manganello. Mi
hanno dato delle scarpette laccate, la cornacchia vola e grida: «Laccate le scarpette! Laccate le
scarpette!». Penso: «Rubate le scarpette», ho preso e le ho buttate.

Un buon consiglio (334)


C’era una volta Ivan Sfortunato: ovunque andasse a lavorare, agli altri davano un rublo o due a testa,
mentre a lui quaranta copeche in tutto. «Ahimè» dice «non sono nato anch’io uguale agli altri? Voglio
proprio andare dallo zar a chiedergli perché sono tanto sfortunato». Ecco che arrivò dallo zar.
«Perché sei venuto, caro?»«Le cose stanno così, giudicate un po’ voi: perché non ho mai fortuna in
niente?» Lo zar mandò a chiamare i suoi boiari e i generali e lo chiese a loro: pensa che ti ripensa, si
ruppero tutti la testa, ma non riuscirono a dare una risposta. Ma apparve la principessa, e dice al
padre: «Io la penso così, padre: se si sposa, forse Dio gli manderà un altro destino». Lo zar si
infuriò, iniziò a gridare alla figlia: «Visto che sei più brava di noi nei giudizi, allora prenditelo tu per
marito!». Subito presero Ivan Sfortunato, lo fecero sposare con la principessa e li cacciarono tutti e
due dalla città, perché non si sentisse mai più parlare di loro.
Andarono in riva al mare. Dice la principessa a suo marito: «Be’, Ivan Sfortunato, non possiamo
regnare, né commerciare, ma bisogna a sé pensare. Costruisci in questo luogo una capanna, ci
vivremo insieme, Dio pregando e per la gente lavorando». Ivan Sfortunato costruì la capanna e iniziò
a viverci con la giovane moglie. Il giorno dopo, la moglie gli dà una copeca: «Vai a comprare della
seta!». Con quella seta ricamò un bellissimo tappeto e mandò il marito a venderlo. Cammina Ivan
Sfortunato con il tappeto in mano, e incontra un vecchio: «Lo vendi questo tappeto?». «Sì».«E quanto
vuoi?»«Cento rubli».«Be’, eccoti i soldi! Se li prendi, li perderai; è meglio che tu mi dia il tappeto
per un buon consiglio».«No, vecchietto! Io sono povero, i soldi mi servono». Il vecchio pagò i cento
rubli; Ivan Sfortunato tornò a casa, arriva, va a guardare: i soldi non ci sono più, li aveva persi per la
strada.
La principessa fece un altro tappeto; Ivan Sfortunato lo andò a vendere e di nuovo incontrò il
vecchio. «Quanto vuoi per il tappeto?»«Duecento rubli».«Be’, eccoti i soldi! Se li prendi, li
perderai; è meglio che tu me lo dia per un buon consiglio». Pensa che ti ripensa, Ivan Sfortunato
disse: «E sia, parla!». «Alza il braccio, ma non lo abbassare, altrimenti te ne dovrai pentire!», disse
il vecchio, prese il tappeto e se ne andò. “E che me ne faccio adesso io di questo buon consiglio?
Come posso ripresentarmi a mia moglie a mani vuote?” pensa Ivan Sfortunato. “Meglio andare il più
lontano possibile!”
Cammina cammina, arrivò in un posto dove venne a sapere che in quella terra un drago a dodici teste
mangiava la gente; si sedette Ivan Sfortunato in mezzo alla strada per riposarsi e dice tra sé, ma a
voce alta: «Eh! Se avessi dei soldi, saprei io come aggiustare quel drago, ma ora che fare? Senza
soldi manca anche il senno». Passava di lì un mercante, sentì quelle parole: che senza soldi manca
anche il senno. “È proprio vero!” pensa. “Lo aiuterò.”«Quanti soldi ti servono?», chiede. «Dammi
cinquecento rubli». Il mercante gli diede cinquecento rubli in prestito, e Ivan Sfortunato si precipitò
al porto, assunse degli operai e iniziò a costruire una nave. Consumò tutti i soldi e le cose erano
ancora all’inizio: che fare? Andò dal mercante: «Dammi» dice «ancora cinquecento rubli; altrimenti
il lavoro si fermerà e i tuoi soldi saranno andati persi!». Il mercante gli diede altri cinquecento rubli;
quello li impiegò sempre nella nave, ma il lavoro era ancora a metà. Di nuovo arriva Ivan Sfortunato
dal mercante: «Dammi» dice «ancora mille rubli; altrimenti il lavoro si fermerà e i tuoi soldi saranno
andati persi!». Il mercante, sebbene controvoglia, gli diede i mille rubli. Ivan Sfortunato finì la nave,
la caricò di carbone, ci aggiunse picconi, vanghe, delle pellicce, dei marinai e prese il mare.
Passarono giorni o mesi, arrivò nell’isola in cui c’era la tana del drago. Il drago aveva appena
mangiato e si era messo nel suo rifugio a dormire. Ivan Sfortunato gli versò intorno il carbone, accese
il fuoco e giù ad agitare le pelli: il fetore si sparse per tutto il mare! Il drago crepò… Ivan Sfortunato
prese allora una spada affilata, gli tagliò tutte e dodici le teste e in ognuna di esse trovò una pietra
preziosa. Rientrò dalla spedizione, vendette le pietre per una cifra incalcolabile e divenne
ricchissimo, tanto da non potersi dire! Pagò al mercante il suo debito e tornò dalla moglie. Ecco che
arriva Ivan Sfortunato alla capanna e vede che la moglie vive con due ragazzi, che erano i suoi figli
gemelli (erano nati mentre lui non c’era). Gli venne in mente un brutto pensiero, afferrò la sua spada
tagliente e alzò il braccio sulla moglie… In quel momento si ricordò del buon consiglio: alza il
braccio, ma non lo abbassare, altrimenti te ne dovrai pentire! Ivan Sfortunato a malincuore chiese
alla principessa chi fossero quei giovani e poi iniziarono a festeggiare. A quel festino sono stato, ho
bevuto del moscato, le ciambelle ho mangiato.

Briciolino (112)
C’erano una volta un vecchio e una vecchia, che non facevano certo una bella vita! Per quanto si
sforzassero, non riuscivano ad avere figli; già da giovani avevano tirato avanti alla bell’e meglio;
diventarono vecchi, non avevano nessuno cui badare, e si affliggono e piangono. Allora presero un
tronchetto, lo avvoltolarono in un pannetto, lo misero in una culletta, iniziarono a dondolarlo e a
cantargli la ninna nanna – e al posto di un tronchetto cominciò a crescere nel pannetto il piccolo
Briciolino, un vero amore! Il bambino crebbe, diventò grande e arrivò all’età della ragione. Il padre
gli fece una barchetta. Briciolino andò a pescare, mentre la madre del latte e della ricottina gli veniva
a portare. Arrivava fino alla riva e chiamava: «Briciolino, mio bambino! Naviga, naviga a me vicino;
sono la mamma, ti ho portato il latte con la panna». Briciolino da lontano sente la vocetta di lei, si
avvicina alla riva, scarica il pesce, mangia e beve fino a essere sazio e di nuovo torna a pescare.
Un giorno la madre gli disse: «Figliolo, mio tesoro! Sta’ attento, perché la strega Čuvilicha ti sta
facendo la posta; non caderle tra le grinfie». Così disse e se ne andò. Arrivò la strega alla riva e
chiama con un vocione: «Briciolino, mio bambino! Naviga, naviga a me vicino; sono la mamma, ti ho
portato il latte con la panna». Ma Briciolino la riconobbe e dice: «Più a largo, più a largo, mia
barchetta! Questa non è la vocetta della mia mamma, ma della strega cattiva». La strega lo sentì,
corse via, trovò un esperto e si procurò una vocetta come quella della madre di Briciolino. Arrivò la
madre, iniziò a chiamare il figlio con una vocetta sottile: «Briciolino, mio bambino, naviga, naviga a
me vicino». Briciolino sentì e dice: «Più vicino, più vicino, mia barchetta! Questa è la vocetta della
mia mamma». La madre gli diede da mangiare, da bere e lo lasciò di nuovo ai suoi pesci.
Arrivò la strega, si mise a cantare con una vocetta ben studiata, in tutto e per tutto come quella della
mamma. Briciolino si sbagliò e si avvicinò; lei lo afferrò, lo mise in un sacco e fuggì. Lo portò in
gran fretta nella sua casetta su zampe di gallina, ordinò alla figlia di farlo arrosto e lei, gambe in
spalla, andò a caccia di una preda novella. Briciolino, che era un bambino per niente cretino, non se
la lasciò fare dalla ragazzina, la mise al suo posto ad arrostire nel forno e lui si arrampicò su di
un’alta quercia.
Tornò la strega, piombò nell’izbà, bevve e mangiò a sazietà, uscì in cortile, si rotola, si rivolta e
dice: «Mi rotolo, mi rivolto dopo aver mangiato la carne di Briciolino!». E quello dalla quercia le
grida: «Rotolati, rivoltati, strega, ma hai mangiato la carne di tua figlia!». La strega lo sentì, alzò la
testa, girò gli occhi da ogni lato – non c’era nessuno! Di nuovo attaccò: «Mi rotolo, mi rivolto dopo
aver mangiato la carne di Briciolino!». E quello risponde: «Rotolati, rivoltati, ma hai mangiato la
carne di tua figlia!». La strega si spaventò, guardò e lo vide sull’alto della quercia. Fece un salto, si
precipitò dal fabbro: «Fabbro, fabbro! Forgiami un’ascia». Il fabbro le forgiò l’ascia e dice: «Non
tagliare con la lama, ma taglia con il capo della scure». Ubbidì, picchiò-picchiò, tagliò-tagliò, ma
nulla combinò. Si inginocchiò accanto all’albero, si mise a rosicchiarlo e l’albero iniziò a cedere.
Intanto passano per il cielo le oche-cigni; Briciolino vede il pericolo, vede le oche-cigni, le
implorò, le pregò:
Oche-cigni, portatemi via,
Fatemi salire sulle vostre ali,
Riportatemi da papà e mamma;
Là vi daranno da bere e da mangiare.

Ma le oche-cigni rispondono: «Sta per passare un altro stormo, più affamato di noi, loro ti
prenderanno, ti porteranno». La strega, intanto, rosicchia, volano solo schegge, e la quercia cede e
oscilla. Passa un altro stormo. Briciolino di nuovo grida: «Oche-cigni! Portatemi via, fatemi salire
sulle vostre ali, riportatemi da papà e mamma; là vi daranno da bere e da mangiare». Rispondono le
oche: «Dietro di noi viene un’ochetta spennata, lei ti prenderà, ti porterà». L’ochetta non arriva,
mentre l’albero cede e oscilla. La strega rosicchiava, rosicchiava, in alto guardava e poi al lavoro si
rimetteva; a momenti le cadeva in bocca!
Per fortuna, passa l’ochetta spennata, agitando le ali, e Briciolino le chiede in tono amichevole:
«Mia cara oca-cigno, prendimi, fammi salire sulle tue ali, riportami da papà e mamma; là ti daranno
da bere e da mangiare e ti laveranno con della bell’acquetta pulita». Ebbe pietà l’ochetta spennata,
prese Briciolino sulle alucce, si scosse e presero il volo. Volarono fino alla casa del padre di
Briciolino, si posarono sull’erbetta. La vecchia aveva cotto delle frittelle, invitato degli ospiti, pensa
a Briciolino e dice: «Ecco a te, caro ospite, ecco a te, vecchietto, ed ecco a me un dolcetto!». E
Briciolino da sotto la finestra interviene: «E a me?». «Da’ un po’ un’occhiata, vecchio, chi è che
chiede una frittella?» Il vecchio uscì, vide Briciolino, lo prese, lo portò dalla mamma: e giù con gli
abbracci! Diedero da bere e da mangiare all’ochetta spennata, la lasciarono libera: quella da allora
le alucce ampiamente cominciò ad agitare, davanti a tutti a volare, Briciolino a ricordare.

La favola del giovane ardito, delle melucce che ringiovaniscono e dell’acqua della vita (171)
Uno zar era ormai molto vecchio e non ci vedeva più. Venne a sapere che in un reame ai confini del
mondo c’era un giardino con delle mele che ringiovanivano, e inoltre un pozzo con l’acqua della vita:
se un vecchio avesse mangiato una di quelle mele, sarebbe tornato giovane, e se avesse messo
dell’acqua sugli occhi un cieco, avrebbe riacquistato la vista. Quello zar aveva tre figli. Allora
manda il maggiore a cavallo in quel giardino, a prendere una mela e l’acqua: lo zar vuole tornare
giovane e riavere la vista. Il figlio montò a cavallo e partì verso il lontanissimo reame; cavalca
cavalca, arrivò a un palo; su quel palo c’era l’indicazione di tre strade: sulla prima il cavallo
avrebbe avuto sete e lui fame, sulla seconda non sarebbe rimasto vivo, sulla terza il cavallo avrebbe
avuto fame e lui sete.
Pensa che ti ripensa, scelse la strada in cui avrebbe avuto sete lui; cavalca cavalca, vide in un
campo una casa bella, arcibella. Si avvicinò, la guardò, la riguardò, aprì il portone, non si piegò, la
testa non abbassò, nel cortile entrò. La padrona di quel cortile era una vedova piuttosto giovane, che
lo chiamò a sé: «Benvenuto, caro ospite!». Lo condusse nell’izbà, lo fece sedere a tavola, gli diede
tante cose da mangiare, vini dolci da bere, tutto a piacere. Il giovane aveva fatto una bella
passeggiata e crollò a dormire su di una panca. La padrona gli dice: «Non è onorevole per un
giovane, non è lodevole per un prode dormire da solo! Vai a letto con mia figlia, la bella Dunja».
Quello ne fu ben contento. Dunja gli dice: «Stenditi più vicino, farà certo più caldino!». Lui le si
avvicinò e sprofondò sotto il letto: là lo costrinsero dell’umida segale a macinare, non lo fecero più
spostare! Il padre aspettò a lungo il figlio più grande: poi perse le speranze.
Lo zar mandò il suo secondo figlio, perché gli trovasse la mela e l’acqua. Quello prese la stessa
strada del fratello e fece la sua stessa fine. A forza di aspettare i figli, lo zar si angosciò moltissimo.
Il figlio più giovane iniziò a chiedere il permesso al padre di andare in quel giardino; ma il padre
per nessuna ragione al mondo ce lo vuole mandare e gli dice: «Guai a te, figliolo! Se i tuoi fratelli
maggiori hanno fatto una brutta fine, tu che sei più giovane la farai ancora prima». Ma quello lo
prega, gli promette che per lui si sarebbe impegnato meglio di qualsiasi valente soldato. Pensa che ti
ripensa, il padre lo benedisse e lo lasciò partire. Sulla strada verso la casa della vedova, successe a
lui quel che era successo ai fratelli maggiori. Arrivò al cortile della vedova, scese da cavallo, bussò
al portone e chiese di poter passare lì la notte. La padrona si rallegrò, come aveva fatto anche con i
precedenti, e gli dice: «Benvenuto, ospite inatteso!». Lo fece sedere a tavola, gli mise davanti ogni
tipo di bevande e di cibi: c’era ogni ben di Dio! Finito di mangiare, lui volle stendersi sulla panca.
La padrona allora dice: «Non è onorevole per un giovane, non è lodevole per un prode dormire da
solo! Vai a letto con la mia bella Dunja». Ma lui risponde: «No, grazie! A un viaggiatore questo non
conviene, il mio braccio come cuscino mi sta bene. Potresti, invece, far scaldare il bagno e
lasciarmici andare con tua figlia».
Allora la vedova scaldò il bagno finché non fu rovente e ce lo condusse insieme alla figlia. Dunja,
così come la madre, era molto cattiva, lo mandò avanti e chiuse la porta del bagno, poi rimase
nell’antiporta. Ma il giovane ardito abbatté la porta e tirò dentro con forza Dunja. Aveva con sé tre
verghe: una di ferro, l’altra di piombo e la terza di ghisa; cominciò a frustarci Dunja. Lei grida, lo
prega, ma lui dice: «Dimmi, crudele Dunja, dove hai cacciato i miei fratelli?». La ragazza confessò
che stavano in cantina a macinare l’umida segale. Lui la lasciò andare. Rientrarono nell’izbà,
legarono una scala con un’altra e tirarono fuori i fratelli di lì. Egli disse loro di tornare a casa, ma
quelli si vergognavano di dire al padre che tornavano perché avevano dormito con Dunja e non
servivano nemmeno al diavolo; così iniziarono a girovagare per campi e per boschi.
Il prode, invece, proseguì; cavalca cavalca, arrivò a un cortile, entrò nell’izbà: là c’è una bella
fanciulla, che tesse degli asciugamani. Lui disse: «Dio sia con te, bella fanciulla!». E lei: «Grazie!
Che fai, bravo giovane, sfuggi un compito o lo stai eseguendo?». «Lo sto eseguendo, bella fanciulla!»
disse il giovane. «Vado nel reame ai confini del mondo, in un giardino, a prendere le mele che
ringiovaniscono e l’acqua della vita per il mio vecchio padre cieco». Quella gli disse: «Be’, ti ci
vorrà dell’astuzia, ti ci vorrà parecchia astuzia per arrivare in quel giardino; tuttavia, va’, sulla
strada vive un’altra mia sorella, va’ da lei: lei è molto più saggia di me e ti insegnerà cosa fare». Si
rimise il giovane in cammino, arrivò dall’altra sorella; la salutò come aveva fatto con la precedente,
le raccontò di sé e di dove andava. Quella gli ordinò di lasciare da lei il cavallo e di andare col suo
cavallo a due ali dalla sua sorella maggiore, che gli avrebbe insegnato cosa fare: come arrivare nel
giardino e prendere la mela e l’acqua. Cavalca cavalca, giunse dalla terza sorella, che gli diede il
suo cavallo a quattro ali e comandò: «Bada, in quel giardino abita nostra zia, una terribile strega; se
arriverai al giardino, non avere compassione del mio cavallo, incitalo ben benino, affinché voli
subito al di là del muro; ma se urterà il muro – sul muro ci sono delle corde legate a dei
campanellini, le corde si muoveranno, i campanellini suoneranno, la vecchia sveglieranno, e tu non
potrai più sfuggirle allora! Ha un cavallo a sei ali; tu devi tagliare i nervi delle ali di quel cavallo, in
modo che non ti possa inseguire».
Quello fece proprio così. Volò al di là del muro sul suo cavallo, il cavallo urtò con la coda una
corda, ma con delicatezza; le corde si spostarono, i campanellini suonarono, ma piano: la strega si
svegliò, ma non percepì bene il rumore delle corde e dei campanellini, fece un nuovo sbadiglio e si
riaddormentò. E il giovane ardito con la mela che fa ringiovanire e l’acqua della vita galoppò via;
passando dalle sorelle, scambiò di volta in volta i cavalli e con il suo rientrò in patria. Al mattino
presto, la terribile strega si accorse che dal suo giardino erano state rubate una mela e l’acqua; allora
montò sul suo cavallo a sei ali, andò dalla prima nipote e le chiede: «Non è passato nessuno di qui?».
La nipote rispose: «È passato un giovane ardito, ma è già un pezzo!». Quella galoppò avanti, chiese
anche alla seconda e alla terza, che le risposero la stessa cosa. Galoppò ancora avanti e per poco non
lo raggiungeva, ma il giovane ardito era già arrivato in patria e non la temeva più: fin lì arrivare non
osò, solamente lo guardò, per la collera a smaniare cominciò e così gli cantò: «Sei bravo, ladro-
ladruncolo! Hai avuto un bel successo! Hai fatto in tempo a salvarti da me, tuttavia dai tuoi fratelli
certamente non ce la farai!». Così gli annunciò e a casa tornò.
Il nostro prode arriva in patria e vede che i fratelli, dopo aver vagabondato, dormono in un campo.
Lasciò il suo cavallo, non li stette a svegliare, si stese accanto a loro e si addormentò. I fratelli si
svegliarono, videro che il fratello minore era tornato in patria, piano piano, mentre dormiva, gli
sfilarono dal seno la mela che ringiovanisce, poi lo presero e lo buttarono in un precipizio. Cadde
per tre giorni, finì nell’oscuro regno sotterraneo, dove la gente fa tutto col fuoco. Ovunque vada, tutti
sono afflitti e piangono. Quello chiede il perché della loro afflizione. Gli dissero che il loro zar
aveva un’unica figlia, la bella principessa Poljuša, che il giorno dopo sarebbe stata portata in pasto a
un drago; in quel reame ogni mese davano una fanciulla a un drago a sette teste, così era in uso un
turno tra le ragazze, questa era la loro legge! Quel giorno era capitato il turno della figlia dello zar.
Quando il nostro prode seppe ben bene di cosa si trattava, andò dritto dallo zar, e gli dice: «Io
salverò, zar, tua figlia dal drago, ma tu poi dovrai darmi tutto quello che ti chiederò». Lo zar si
rallegrò, promise che avrebbe fatto per lui qualsiasi cosa e gli avrebbe dato in moglie la figlia.
Arrivò il giorno: condussero la bella principessa Poljuša al mare, in una fortezza dai tripli muri, ma
con lei andò il prode. Aveva preso con sé un bastone di ferro di cinque pudy. Rimasero lì tutti e due
ad aspettare il drago; aspetta aspetta, ne approfittarono per fare quattro chiacchiere. Lui le raccontò
della sua avventura e del fatto che aveva l’acqua della vita. Allora il giovane disse alla bella
principessa Poljuša: «Intanto cercami i pidocchi in testa, ma se dovessi addormentarmi e dovesse
arrivare il drago, allora svegliami col mio bastone, altrimenti non ci riuscirai!», e le si stendette sulle
ginocchia. Quella iniziò a cercargli in testa; lui si addormentò. Arrivò in volo il drago, prese a girare
vorticosamente sulla testa della principessa. Lei cercò di svegliare il giovane, scuotendolo con le
mani, ma le dispiaceva colpirlo (come le aveva ordinato) con il bastone; non riuscendo a svegliarlo,
si mise a piangere; una delle sue lacrime cadde sul viso di lui: subito si svegliò e gridò: «Oh, mi hai
bruciato con qualcosa, ma in che modo piacevole!». Il drago, però, stava già scendendo sopra di
loro. Il giovane prese il suo bastone di cinque pudy, lo roteò – e d’un sol colpo tagliò al drago cinque
teste, lo roteò un’altra volta in senso contrario – e tagliò le ultime due; raccolse tutte quelle teste, le
mise sotto un muro e buttò il corpo in mare.
Ma un giovanottone briccone vide tutto e piano piano sgattaiolò da sotto il muro, tagliò la testa al
giovane e la gettò in mare, poi ordinò alla bella principessa Poljuša di dire al padre, lo zar, che era
stato lui a salvarla; se non avesse detto così, l’avrebbe strangolata. Non ci fu niente da fare, Poljuša
pianse a lungo, dopodiché andarono dal padre, dallo zar. Lo zar li accolse. Lei gli disse che quel
fusto l’aveva salvata. Lo zar, chissà quanto felice, subito iniziò a preparare le nozze. Gli ospiti
arrivavano da molti paesi; zar, re e principi, tutti bevono, fanno baldoria e si divertono; solo la
principessa è afflitta, se ne sta in un angolo, accanto al ripostiglio e piange lacrime amare per il suo
giovane ardito.
Ecco che le venne in mente di chiedere al padre di mandare a pescare del pesce, e lei stessa andò
coi pescatori al mare; gettarono la rete, tirarono su del pesce, e Dio sa quanto! Quella diede
un’occhiata e disse: «No, questo non è il pesce che voglio!». Gettarono le reti una seconda volta,
tirarono su la testa e il corpo del giovane ardito. Poljuša gli si avvicinò di corsa, gli cercò addosso
la fialetta con l’acqua della vita, mise la testa accanto al corpo, ci versò sopra l’acqua della fialetta e
quello riprese vita. Lei gli raccontò che la voleva in moglie quel fusto che detestava. Il prode la
confortò e le ordinò di tornare a casa, dove sarebbe arrivato anche lui, che sapeva cosa fare.
Ecco che giunse il prode nel palazzo reale: tutti gli ospiti sono ubriachi, suonano e ballano. Quello
disse che sapeva cantare delle canzoni a più voci. Tutti furono entusiasti e chiesero che cantasse. Lui
cantò loro prima una canzone allegra, arguta: gli ospiti erano in brodo di giuggiole, poiché cantava
molto bene, tutti lo lodavano; dopodiché ne suonò una tristissima: tutti gli ospiti si misero a piangere.
Allora il prode chiese allo zar chi avrebbe sposato la figlia. Lo zar gli indicò il fusto. «Be’, zar,
andiamo nella fortezza e con tutti i tuoi ospiti; se troverà le teste del drago, allora io crederò che ha
salvato la principessa Poljuša». Arrivarono tutti alla fortezza. Il fusto tirò, tirò, ma neanche una testa
recuperò, non ce la faceva più. Allora il giovane ardito ci provò e tutto fuori tirò. Qui anche la
principessa raccontò tutta la verità su chi l’aveva salvata. Tutti vennero a sapere che il prode aveva
salvato la figlia dello zar; attaccarono il fusto alla coda di un cavallo e lo fecero fare a pezzi per i
campi.
Lo zar vuole che il giovane prode sposi la figlia, ma il prode dice: «No, zar, non ho bisogno di
niente, devi solo riportarmi alla luce del sole: non ho ancora portato a termine il mio compito per
mio padre, che adesso mi sta aspettando con l’acqua della vita, altrimenti resterà cieco». Lo zar non
riesce a immaginare come poterlo alla luce del sole riportare; ma la figlia non lo vuole lasciare,
voleva con lui salire, così dice a suo padre che avevano l’uccello-martello: quello poteva portarli là,
bastava che avesse qualcosa da mangiare durante il viaggio.
Allora Poljuša ordinò di uccidere per l’uccello-martello un intero bue e di darglielo come
provvista. Poi salutarono lo zar sotterraneo, si sedettero sulla schiena dell’uccello e partirono a tutta
velocità per il mondo luminoso. Più danno da mangiare all’uccello, più quello si alza decisamente
verso l’alto; diedero da mangiare all’uccello finché non ebbero consumato tutto il bue. Non c’è niente
da fare, temono che non ce la faccia a riportarli su. Poljuša si tagliò allora un pezzo di coscia e lo
diede all’uccello; quello li riportò in un baleno in questo mondo e disse: «Be’, mi avete nutrito bene
per tutto il viaggio, ma una cosa dolce come l’ultimo pezzetto non l’avevo mai mangiata in vita mia!».
Poljuša mostrò la sua coscia, l’uccello trasalì e fece un rutto: il pezzetto era ancora intero. Il giovane
glielo rimise a posto, lo bagnò con l’acqua della vita e la coscia della principessa tornò sana.
Arrivarono dunque a casa. Il padre, il nostro zar, li accolse, si rallegrò non si sa quanto! Il prode
vede che suo padre con la mela è ringiovanito, ma rimane sempre cieco. Subito gli spalmò gli occhi
con l’acqua della vita. Lo zar riacquistò la vista; allora baciò il figlio ardito e la sua fidanzata del
regno oscuro. Il prode raccontò di come i fratelli gli avessero rubato la mela e lo avessero gettato
sottoterra. I fratelli si spaventarono a tal punto, che si buttarono perfino nel fiume! Il prode, invece,
sposò la principessa Poljuša e fece uno straordinario festino; io ci ho mangiato, ci ho bevuto, ci ho
mangiato una carota, ma di nuovo la pancia è vuota.

Il reame pietrificato (273)


In un certo reame, in terre lontane, c’era una volta un soldato; servì a lungo e irreprensibilmente,
conosceva bene il servizio dello zar, alle parate, alle esercitazioni arrivava sempre pulito e in
ordine. Iniziò il suo ultimo anno di servizio, quando per disgrazia i superiori lo presero a malvolere,
non solo i più importanti, ma anche quelli meno: che ansimi continuamente sotto i bastoni! Il soldato
se la passava male e pensò di scappare: zaino in spalla e fucile al braccio, iniziò a salutare i
compagni, e quelli a chiedergli: «Dove vai? Sei di battaglione?». «Non fatemi domande, fratellini!
Stringete di più lo zaino e non serbate rancore!» E se ne andò, il bravo giovane, dove lo portavano le
gambe.
Camminò molto o poco – giunse in un altro paese, guardò la sentinella e chiede: «Si può prendere un
po’ di riposo da qualche parte?». La sentinella lo disse al caporale, il caporale all’ufficiale,
l’ufficiale al generale, il generale si rivolse al re in persona. Il re ordinò di far comparire il militare
davanti ai suoi occhi regali. Il soldato si presentò e, come prescrive il regolamento, fece un
presentatarm e rimase fermo impalato. Gli dice il re: «Dimmi in tutta coscienza, da dove vieni e dove
vai?». «Vostra Altezza Reale, non mi fate morire, le mie parole state a sentire». Confessò tutto al re
in coscienza e gli chiese di essere preso a servizio. «Bene» disse il re «ti prendo per fare la guardia
al mio giardino; in questo momento nel giardino le cose vanno male: qualcuno rovina i miei alberi
preferiti; quindi tu datti da fare: custodiscilo e per il tuo lavoro avrai un lauto stipendio». Il soldato
accettò, si mise nel giardino a fare la guardia.
Serve un anno, un secondo – tutto va bene; ma ecco che, allo scadere del terzo anno, andò un giorno
a dare un’occhiata al giardino e vede: la metà degli alberi più belli era stata rovinata. “Dio mio!”
pensa fra sé. “È successo davvero un bel guaio! Quando il re se ne accorgerà, subito ordinerà di
arrestarmi e impiccarmi.” Prese in mano il fucile, si appoggiò a un albero e iniziò a riflettere
attentamente. Improvvisamente si sentì un forte fruscio e un fragore, tornò in sé il bravo giovane,
guarda – volò nel giardino un enorme, terribile uccello e giù a trascinare alberi. Il soldato gli sparò
col fucile, ucciderlo non lo uccise, ma gli ferì l’ala destra; caddero da quell’ala tre piume, ma
l’uccello se la batté. Il soldato dietro; l’uccello aveva le zampe veloci, corse velocissimo fino a una
voragine e scomparve alla vista.
Il soldato non ebbe timori e scese nella voragine dietro a quello; cadde in un profondissimo
precipizio, si ruppe tutte le ossa e per ventiquattr’ore intere rimase svenuto. Dopodiché si riprese, si
alzò, si guardò intorno – cosa? – anche sottoterra c’era della luce. “Forse” pensa “anche qui ci sono
delle persone!” Cammina cammina gli apparve davanti una grande città, al portone c’era un posto di
guardia e accanto una sentinella; iniziò a fargli domande – la sentinella tace, non si muove; gli toccò
una mano: era completamente pietrificato! Entrò il soldato nel posto di guardia – c’era molta gente, in
piedi e seduta, solamente tutti pietrificati; si mise a vagare per le strade – ovunque la stessa cosa: non
c’era anima viva, tutto era di pietra! Ecco anche il palazzo, affrescato, scolpito: avanti, dentro!
Guarda: camere lussuose, sui tavoli cibi e bevande di ogni genere, ma intorno tutto silenzio e vuoto.
Il soldato fece uno spuntino, bevve, sedette a riposare e sentì qualcuno che si stava avvicinando alle
scale; afferrò il fucile e si piazzò alla porta. Entra nel palazzo una bella principessa con balie e
governanti; il soldato le fece un saluto militare, mentre lei si inchinò amabilmente. «Salve, militare!
Raccontami» dice «per quale destino sei finito quaggiù?» Il soldato iniziò a raccontare: «Ero stato
assunto per fare la guardia al giardino del re, e un grosso uccello prese l’abitudine di volare lì e
rovinare gli alberi; allora l’ho aspettato al varco, gli ho sparato col fucile e gli ho fatto cadere da
un’ala tre piume; mi sono lanciato al suo inseguimento e mi sono ritrovato qui». «Quell’uccello è mio
fratello: è molto cattivo e ha mandato la rovina sul mio regno – ha pietrificato tutta la mia gente.
Ascolta: eccoti un libricino, mettiti qui e leggilo da stasera finché i galli non canteranno. Qualsiasi
cosa ti si mostri, tu continua a leggere il libricino e tienilo stretto, affinché non te lo strappino;
altrimenti non rimarrai vivo! Se resisterai tre notti, allora ti sposerò».«Bene!», rispose il soldato.
Appena si fece scuro, prese il libricino e iniziò a leggere. Improvvisamente si sentì un colpo, si sentì
un tuono – apparve nel palazzo un’intera armata, si avvicinarono al soldato i suoi superiori di un
tempo, e lo biasimano, e lo minacciano di morte per la sua fuga; ecco che hanno già caricato i fucili,
prendono la mira… Ma il soldato non ci bada, non molla il libro dalle mani, continua a leggere come
se niente fosse. Iniziarono a cantare i galli – e tutto sparì all’istante! La seconda notte fu ancora più
terribile, e la terza peggio ancora: accorsero dei boia con seghe, asce, martelli, vogliono spaccargli
le ossa, strappargli le vene, buttarlo nel fuoco, ma in realtà cercano solo un modo di togliergli il libro
dalle mani. Si verificarono tali orrori, che il soldato a stento resistette. Iniziarono a cantare i galli – e
l’allucinazione demoniaca scomparve! In quel preciso momento tutto il regno riprese vita, nelle
strade e nelle case la gente riprese a darsi da fare, nel palazzo apparve la principessa coi generali,
col seguito, e cominciarono tutti a ringraziare il soldato e ad acclamarlo come loro sovrano. Il giorno
dopo sposò la bella principessa e visse con lei felice e contento.

Il silvano (374)
La figlia di un pope, senza chiedere il permesso né al padre, né alla madre, andò nel bosco a
passeggiare e si perse. Passarono tre anni. Nello stesso villaggio in cui vivevano i suoi genitori,
c’era un esperto cacciatore: ogni giorno che Dio mandava in terra, andava col cane e col fucile per i
fitti boschi. Una volta sta camminando per il bosco; improvvisamente il suo cane iniziò ad abbaiare e
il pelo come setola a rizzare. Guarda il cacciatore, e davanti a lui, in mezzo a un sentierino del
bosco, c’è un ceppo e sul ceppo un ometto, che si sta stuzzicando una scarpa; stuzzica la scarpa e poi
minaccia la luna: «Splendi, splendi, chiara luna!». La cosa sembrò straordinaria al cacciatore;
perché, pensa, questo ometto ancora giovane ha i capelli bianchi come la neve? L’aveva appena
pensato, che quello indovinò il suo pensiero: «Sono canuto» dice «perché sono il nonno dei
diavoli!». Allora il cacciatore comprese che davanti a lui non c’era un semplice ometto, ma un
silvano; prese la mira col fucile e pum! Lo colpì proprio in pancia. Il silvano iniziò a gemere, cadde
disteso sul ceppo, ma subito si alzò e si trascinò nel folto del bosco. Gli corse dietro il cane, e dietro
il cane andò il cacciatore.
Cammina cammina, arrivò piano piano fino a una montagna; su quella montagna c’è una fenditura,
nella fenditura una casetta. Entra nella casetta e vede il silvano steso su una panca, mezzo morto, e
accanto a lui c’è una ragazza e piange forte. «Chi mi darà ora da bere e da mangiare!»«Salve, bella
fanciulla» le dice il cacciatore «dimmi, chi sei e da dove vieni?»«Ah, bravo giovane! Non lo so
proprio, non ho mai visto il mondo e non ho mai conosciuto né mio padre, né mia madre».«Be’,
preparati in fretta! Ti condurrò nella santa Russia!» La prese con sé e la portò fuori dal bosco;
cammina e su ogni albero mette un segno. La ragazza era stata rapita dal silvano e aveva vissuto da
lui tre interi anni, si era strappata tutta, lacerata – era completamente nuda! Ma non conosce la
vergogna.
Arrivarono al villaggio; il cacciatore cominciò a chiedere in giro chi avesse perduto una ragazza. Si
presentò il pope. «Questa» disse «è mia figlia!» Accorse la moglie del pope: «Bambina mia cara!
Dove sei stata tutto questo tempo? Non speravo più di vederti!». La ragazza guardava, gli occhi
sbatteva, niente ricordava, ma poi piano piano iniziò a tornare in sé… Il pope e la moglie la fecero
sposare con il cacciatore e lo ricompensarono con ogni bene. Si misero a cercare la casetta nella
quale aveva vissuto col silvano, a lungo vagarono per il bosco, ma non la trovarono.

Storie di morti
(352)
Un contadino andava di notte col suo carretto di pentole; va e va, il cavallo si stancò e si fermò
proprio davanti a un cimitero. Il contadino staccò il cavallo, lo lasciò pascolare e lui si stese su di
una tomba; ma per qualche motivo non riesce a dormire. Stava lì bello steso, quando
improvvisamente la tomba sotto di lui iniziò ad aprirsi; lui se ne accorse e saltò in piedi. Ecco che la
tomba si aprì, e ne uscì un morto con una lastra sepolcrale e un lenzuolo bianco; uscì e corse verso la
chiesa, appoggiò alla porta la lastra, e via al villaggio. Il contadino era un uomo audace; prese la
lastra sepolcrale e si mise accanto al suo carretto, per vedere cosa sarebbe successo.
Poco dopo tornò il morto, e della lastra non c’era traccia; prese a seguire le orme, arrivò fino al
contadino e dice: «Dammi la mia lastra, altrimenti ti farò a pezzi!». «E quest’ascia secondo te a che
serve?» risponde il contadino. «Sarò io a tagliarti a pezzettini!»«Dammela, brav’uomo!», gli chiede
il morto. «Te la darò quando mi avrai detto dove sei stato e cosa hai fatto».«Sono stato al villaggio;
ho fatto morire due ragazzi».«Be’, ora dimmi: come si fa a farli tornare in vita?» Il morto
controvoglia spiega: «Taglia dal mio lenzuolo il lembo sinistro e portalo con te; quando arriverai alla
casa dove sono i ragazzi morti, sistema in un pentolino dei carboni ardenti e mettici sopra il pezzo di
lenzuolo, poi chiudi la porta; dopo aver respirato quel fumo, torneranno subito vivi». Il contadino
tagliò il lembo sinistro del lenzuolo e restituì la lastra. Il morto si avvicinò alla tomba – la tomba si
aprì; iniziò a calarcisi – all’improvviso cantarono i galli, e quello non fece in tempo a chiudersi
come doveva: un lato della lastra rimase fuori posto.
Il contadino aveva visto tutto, aveva notato tutto. Iniziò ad albeggiare; riattaccò il cavallo e andò al
villaggio. Sente in una casa pianti, grida; vi entra – due ragazzi giacciono morti. «Non piangete! Io
posso farli tornare in vita».«Fallo, caro; ti daremo metà dei nostri beni», dicono i parenti. Il
contadino fece tutto quello che gli aveva insegnato il morto, e i ragazzi tornarono in vita. I parenti si
rallegrarono, poi afferrarono il contadino e lo legarono con delle corde: «No, carino! Ti porteremo
dalle autorità; se sei stato capace di farli tornare in vita, allora vuol dire che li avevi fatti morire
tu!». «Che dite, fedeli! Abbiate timor di Dio», si mise a strillare il contadino e raccontò tutto quello
che gli era successo durante la notte. Allora lo fecero sapere per il villaggio, si radunò la gente e si
rovesciò al cimitero, trovarono la tomba dalla quale era uscito il morto, la scoperchiarono e lo
colpirono direttamente al cuore con un paletto di pioppo, perché non si alzasse più e non facesse
morire la gente; il contadino generosamente ricompensarono e con ogni onore a casa lo mandarono.

(354)
Mandarono un soldato in licenza al suo paese; cammina cammina, passò un giorno o più, iniziò ad
avvicinarsi al suo villaggio. Non lontano dal villaggio viveva un mugnaio al mulino; in altri tempi si
erano frequentati molto; perché non fare un salto dall’amico? Andò; il mugnaio lo accolse
affabilmente, portò subito del vinello, presero a sbevazzare, la propria vita a raccontare. La cosa
avveniva verso sera, e finché i due chiacchierarono insieme si fece buio completamente. Il soldato si
prepara per andare al villaggio, ma il padrone dice: «Militare, passa la notte da me; ormai è già tardi
e ti potrebbe succedere qualche disgrazia!». «Come?»«Dio ci ha castigato! È morto il nostro vecchio
stregone; ogni notte si alza dalla tomba, vaga per il villaggio e fa cose che spaventano anche i più
audaci! Potrebbe turbare anche te!»«Ma va’! Un soldato è un uomo al servizio del re, perciò non va a
fondo nell’acqua, né brucia nel fuoco; vado, ho molta voglia di vedere i miei parenti al più presto».
Si incamminò; la strada passava accanto al cimitero. Vede che in una tomba c’è della luce. «Cos’è?
Voglio proprio vedere». Si avvicina e accanto al fuoco c’è seduto lo stregone e cuce degli stivali.
«Salute, fratello!», gli gridò il militare. Lo stregone buttò l’occhio e chiede: «Sei venuto per cosa?».
«Volevo vedere che facevi». Lo stregone gettò il suo lavoro e invita il soldato a un matrimonio:
«Andiamo a fare baldoria, fratello, al villaggio oggi c’è un matrimonio!». «Andiamo!» Arrivarono
alle nozze, diedero loro da bere e li trattarono con ogni riguardo. Lo stregone bevve da morire, se la
spassò, ma poi si arrabbiò: cacciò dall’izbà tutti gli invitati e i parenti, addormentò gli sposi, tirò
fuori due fialette e una lesina, ferì con la lesina le mani dello sposo e della sposa e prese loro del
sangue. Fatto questo dice al soldato: «Ora andiamocene via». Se ne andarono. Per la strada il soldato
chiede: «Dimmi, perché hai messo nelle fialette del sangue?». «Perché lo sposo e la sposa muoiano;
domani nessuno potrà svegliarli! Io solo so come farli tornare in vita».«E come?»«Bisogna fare un
taglio sui talloni dello sposo e della sposa e in quelle ferite far colare di nuovo il sangue – a ognuno
il proprio: nella mia tasca destra è nascosto il sangue dello sposo, nella sinistra quello della sposa».
Il soldato ascoltò, senza proferir sillaba; lo stregone continua a vantarsi: «Io» dice «posso fare tutto
quello che voglio!». «E non è possibile avere la meglio su di te?»«Come non è possibile? Se
qualcuno facesse un falò con cento carri di ceppi di pioppo e mi bruciasse su quel falò, così, forse,
potrebbe avere la meglio su di me! Solo che bisogna bruciarmi con perizia; in quel momento
usciranno dalla mia pancia serpenti, vermi e diversi rettili, voleranno fuori cornacchie, falchi e
corvi; bisogna catturarli e gettarli nel fuoco: se anche un solo vermetto sopravviverà, allora non sarà
servito a niente! In quel vermetto me la svignerò!» Il soldato ascoltò e tenne a mente. Parlarono,
parlarono e giunsero, alla fine, alla tomba. «Be’, fratello» disse lo stregone «ora ti farò a pezzi;
altrimenti andrai a raccontare tutto».«Che dici? Non fare pazzie! Come farmi a pezzi? Io servo Dio e
il mio sovrano». Lo stregone iniziò a digrignare i denti, iniziò a ululare e si gettò sul soldato, mentre
quello afferrò la sciabola e prese a dare colpi a destra e a sinistra. Lottarono, lottarono, il soldato
non ce la faceva ormai più; eh, pensa, sono morto per niente! All’improvviso iniziarono a cantare i
galli: lo stregone cadde esanime. Il soldato tirò fuori dalle sue tasche le fialette col sangue e andò dai
suoi parenti.
Arriva, li salutò; i parenti gli chiedono: «Non hai visto, militare, che trambusto?». «No, non ho visto
niente».«Senti senti! Abbiamo una disgrazia nel villaggio: uno stregone ha preso l’abitudine di
venire». Così dissero e andarono a dormire; il mattino dopo si svegliò il soldato e iniziò a chiedere:
«Dicono che avete avuto un matrimonio qui da qualche parte». I parenti rispondono: «C’è stato un
matrimonio da un ricco contadino, solo che sia lo sposo che la sposa sono morti durante la notte, e
non si sa di che cosa». «E dove vive questo contadino?» Gli mostrarono la casa; quello, senza dire
una parola, ci andò; arriva e trova tutta la famiglia in lacrime. «Perché vi affliggete?»«Così e cosà,
militare!»«Io posso far tornare in vita i vostri ragazzi, cosa mi darete?»«Ma prenditi pure metà degli
averi!» Il soldato fece tutto quello che gli aveva insegnato lo stregone e fece tornare in vita i ragazzi;
al posto dei pianti cominciarono la gioia, l’allegria; trattarono il soldato con ogni riguardo e lo
ricompensarono. Quello fece fiancosinistr, e marsc dall’anziano del villaggio; gli ordinò di riunire i
contadini e di preparare cento carri di ceppi di pioppo.
Portarono quindi i ceppi al cimitero, ne fecero un mucchio, tirarono fuori lo stregone dalla tomba, lo
misero sul fuoco e lo bruciarono; e intorno la gente si era messa in cerchio, tutti con scope, vanghe,
attizzatoi. Il falò divenne tutto una fiamma, iniziò a bruciare anche lo stregone; la sua pancia scoppiò,
e ne vennero fuori serpenti, vermi e diversi rettili, e volarono fuori corvi, falchi e cornacchie; i
contadini li picchiano e li rigettano nel fuoco, non lasciarono scappare nemmeno un vermetto. Così lo
stregone bruciò! Il soldato subito raccolse la sua cenere e la disperse al vento. Da allora al villaggio
tornò la tranquillità; i contadini ringraziarono il soldato tutti insieme; quello passò qualche tempo al
suo paese, si divertì a volontà e poi tornò a servire lo zar con i quattrini. Terminò il suo periodo di
leva, andò in congedo e iniziò a vivere felice e contento, senza il minimo stento.

(356)
Un soldato chiese una licenza per visitare il suo paese, vedere i genitori, e si mise in viaggio.
Camminò un giorno, camminò un secondo giorno, al terzo si ritrovò in un fitto bosco. Dove trovare lì
un posto per passare la notte? Vide che ai margini del bosco c’erano due izbe, entrò in quella più
esterna e trovò in casa una vecchietta. «Salve, nonna!»«Salve, militare!»«Lasciami passare la notte
qui».«Va’, qui ti troveresti male».«Perché? State forse stretti? Questo, nonna, non mi interessa; un
soldato ha bisogno di poco posto: mi butterò da qualche parte in un angolo, basta che non sia
fuori!»«Non è questo, caro militare! Per disgrazia sei capitato…»«Per quale disgrazia?»«Ecco:
nell’izbà vicina è morto non da molto un vecchio, un potente stregone; e ora ogni notte si aggira nelle
case altrui e mangia la gente».«Eh, nonna, non si muove foglia che Dio non voglia».
Il soldato si svestì, cenò e si stese su un tavolaccio; si stese per riposare, ma accanto a sé mise la
sua spada. A mezzanotte in punto si ruppero tutti i catenacci e si aprirono tutte le porte; entra
nell’izbà il defunto con un lenzuolo bianco addosso e si gettò sulla vecchia. «Perché sei venuto,
maledetto?», gli gridò il soldato. Lo stregone mollò la vecchia, saltò sul tavolaccio e giù a darsi da
fare col soldato. Quello lo colpì con la spada, lo colpì, gli staccò tutte le dita delle mani, ma non
riuscì lo stesso ad avere la meglio. Aspramente lottarono, e ambedue dal tavolaccio per terra
ruzzolarono: lo stregone cadde sotto e il soldato sopra; lo afferrò il soldato per la barba e continuò a
colpirlo con la spada finché i galli non cominciarono a cantare. In quell’attimo lo stregone cadde
morto: sta disteso, non si muove, proprio un pezzo di legno.
Il soldato lo trascinò fuori in cortile e lo gettò nel pozzo, la testa in giù e i piedi in aria. Guarda: lo
stregone ha ai piedi dei begli stivali nuovi, ben inchiodati, ben incatramati! “Eh, peccato, si
perderanno invano” pensa il soldato “su, togliamoglieli!” Tolse al morto gli stivali e rientrò
nell’izbà. «Ah, carissimo militare» dice la vecchietta «perché gli hai tolto gli stivali?»«E perché
lasciarglieli? Guarda che bel paio di stivali! Chiunque me ne darà un rublo d’argento; io sono un
uomo di campagna, mi piacciono molto!»
Il giorno dopo, il soldato salutò la padrona e proseguì; ma da quel giorno, ovunque si fermasse a
dormire, a mezzanotte in punto appariva sotto la finestra lo stregone e richiedeva i suoi stivali. «Io»
minaccia «non mi staccherò mai da te: farò tutta la strada insieme a te; in patria non ti darò pace, in
caserma ti tormenterò!» Il soldato non ce la fece più: «Ma che vuoi, maledetto?». «Dammi i miei
stivali!» Il soldato gettò gli stivali dalla finestra: «To’, staccamiti di dosso, forza impura!». Lo
stregone afferrò i suoi stivali, fischiò e scomparve alla vista.

Storie di streghe
(365)
Una sera tardi arrivò un cosacco in un villaggio, si fermò sul limite di un’izbà e iniziò a chiedere:
«Ehi, padrone, fammi passare la notte qui!». «Entra, se non hai paura della morte».«Che strano
discorso!», pensa il cosacco; mise il cavallo nella stalla, gli diede da mangiare e va nell’izbà.
Guarda: sia i contadini, che le donne, che i bambini piccoli, tutti piangono singhiozzando e pregano
Dio; finito di pregare, indossarono delle camicie pulite. «Perché piangete?», chiede il cosacco.
«Vedi» risponde il padrone «nel nostro villaggio di notte va in giro la Morte, in qualunque izbà dia
un’occhiata, il mattino dopo bisogna mettere tutti gli abitanti in una bara e portarli al cimitero. Questa
notte è il nostro turno».«Eh, padrone, non temere; non si muove foglia che Dio non voglia». I padroni
si misero a dormire; ma il cosacco, sornione, non chiude occhio.
A mezzanotte in punto si aprì la finestra; alla finestra apparve una strega, tutta vestita di bianco,
prese l’aspersorio, infilò il braccio nell’izbà e voleva aspergere, quando improvvisamente il
cosacco agitò la sua sciabola e le tagliò il braccio fino alla spalla. La strega lanciò un grido, si mise
a strillare, come un cane iniziò a latrare e corse via. Il cosacco raccolse il braccio tagliato, lo
nascose nel suo pastrano, lavò via il sangue e si mise a dormire. Il mattino dopo si svegliarono i
padroni, guardano: erano tutti sani e salvi fino all’ultimo, e si rallegrarono indicibilmente. «Volete»
dice il cosacco «che vi mostri la Morte? Riunite al più presto tutti i centurioni e i decurioni e
andiamo a cercarla per il villaggio». Subito si riunirono tutti i centurioni e i decurioni e andarono di
casa in casa; là niente, qui nemmeno, alla fine arrivarono all’izbà del sagrestano. «È tutta qui la tua
famiglia?», chiede il cosacco. «No, caro! Una ragazza è malata, è stesa sulla stufa». Il cosacco
guardò la stufa, e la ragazza aveva un braccio tagliato; allora spiegò tutto quello che era successo,
tirò fuori il braccio mozzato e lo mostrò. Tutti ricompensarono il cosacco con parecchi soldi, e
comandarono che la strega fosse annegata.

(366)
In un certo reame c’era una volta un re; quel re aveva una figlia maga. Accanto al palazzo reale
viveva un pope: aveva un figlio di dieci anni, che ogni giorno andava da una vecchia a imparare a
leggere e a scrivere. Una volta gli capitò di tornare tardi la sera dalla lezione; passando vicino al
palazzo, gettò un’occhiata da una finestrella. A quella finestrella siede la principessa, fa le pulizie: si
tolse la testa, la lavò col sapone, la sciacquò con acqua pulita, pettinò i capelli, fece la treccia e
rimise la testa al suo posto. Il bambino rimase strabiliato: «Vedi che furba! È proprio una strega!».
Tornò a casa e raccontò a tutti che aveva visto la principessa senza testa. Improvvisamente si ammalò
gravemente la principessa, mandò a chiamare il padre e gli diede istruzioni: «Se morissi, allora fa
restare il figlio del pope a leggere per tre notti accanto a me il salterio». Morì la principessa, la
misero nella bara e la portarono in chiesa. Il re chiama il pope: «Hai un figlio?». «Sì, Vostra
Altezza».«Che legga» dice «accanto a mia figlia il salterio per tre notti». Il pope tornò a casa e
ordinò al figlio di prepararsi.
Al mattino andò il figlio del pope a lezione e sta davanti al libro tutto triste. «Perché sei così
triste?», gli chiede la vecchia. «E come non esserlo, se sono perduto per sempre?»«Ma che dici? Sii
più chiaro».«Le cose stanno così, nonna! Devo leggere accanto alla pricipessa, che è una strega!»«Lo
sapevo già prima di te! Ma non temere, eccoti un coltellino; quando arriverai in chiesa, traccia
intorno a te un cerchio, leggi il salterio e non guardarti mai indietro. Qualsiasi cosa succeda,
qualsiasi mostruosità tu veda, tu continua a leggere, senza farci caso! Ma se ti guarderai indietro,
sarai perduto per sempre!» La sera il ragazzo arrivò in chiesa, tracciò intorno a sé col coltellino il
cerchio e si concentrò sul salterio. Suonarono le dodici, la lastra della tomba si sollevò, la
principessa si alzò, corse fuori e iniziò a gridare: «Ah, ora imparerai dalle mie finestre a guardare e
a tutti andarlo a raccontare!». Cercò di lanciarsi sul figlio del pope, ma in nessun modo riesce a
superare il cerchio; allora cominciò a far apparire un sacco di cose terribili; solo che, qualsiasi cosa
facesse, quello continuava a leggere, non alzava gli occhi. Quando iniziò ad albeggiare, la
principessa si precipitò nella bara e di slancio vi cadde distesa alla meglio!
La seconda notte avvenne la stessa cosa; il figlio del pope non ebbe paura di niente, lesse senza
sosta fino alla luce del giorno, e il mattino andò dalla vecchia. Quella chiede: «Allora, hai visto cose
terribili?». «Sì, nonna!»«Stanotte sarà ancora peggio! Eccoti un martello e quattro chiodi: inchiodaci
ai quattro angoli la bara, e quando ti metterai a leggere il salterio, sistema il martello di fronte a te».
La sera arrivò il figlio del pope in chiesa e fece tutto quello che gli aveva insegnato la vecchia.
Suonarono le dodici, la lastra della bara cadde a terra, la principessa si alzò e iniziò a volare da ogni
parte, minacciando il figlio del pope; poi fece apparire cose ancora più terribili delle altre volte: al
figlio del pope sembra che in chiesa si sia creato un incendio, la fiamma ha già avvolto tutte le mura;
ma quello continua a stare in piedi e legge, senza guardarsi indietro. Verso l’alba la principessa si
precipitò nella bara, e subito l’incendio sparì, ogni apparizione svanì! Al mattino arriva in chiesa il
re, guarda: la bara è aperta, nella bara la principessa sta a faccia in giù. «Che significa?», chiede al
ragazzo; lui gli raccontò quel che era successo. Il re ordinò di uccidere la figlia con un paletto di
pioppo nel petto e di sotterrarla, ricompensò generosamente il figlio del pope con denaro e diverse
tenute.

L’audace bracciante (429)


Un mugnaio aveva un bracciante. Il mugnaio lo mandò a versare nella tramoggia del frumento, ma il
lavorante andò e lo versò su una pietra. Il mulino iniziò a girare, e tutto il frumento si sparpagliò.
Quando il padrone arrivò al mulino e vide il frumento sparpagliato, cacciò subito il lavorante. Il
lavorante partì per tornare a casa, nel suo villaggio, e si perse. Si avvicinò allora a dei cespugli e si
mise a dormire. Arriva un lupo; vede che il lavorante dorme, e gli si avvicinò piano piano, iniziò ad
annusarlo, ma il lavorante afferrò il lupo per la coda, lo uccise e lo scuoiò!
Ecco che il lavorante si ritrovò su un monte, e sul monte c’era un mulino vuoto: decise di passarci la
notte. Giunsero tre uomini: briganti; accesero nel mulino un bel fuoco e iniziarono a spartirsi lo
spartibile. Il primo brigante dice: «Io metterò la mia parte sotto il rovescio del mulino»; il secondo
brigante: «E io la caccerò sotto la ruota»; e il terzo dice: «Io la nasconderò nella tramoggia». Ma
nella tramoggia c’era il lavorante, il quale, temendo che i briganti lo uccidessero, pensò tra sé: «Mi
metterò a gridare qualcosa: Ehi, tu, vieni qui giù; e tu, Donato, guarda di lato; e tu, piccolo, guarda
qui, mentre io guarderò lì! Teneteli, ragazzi! Pestateli, ragazzi!». I briganti furono presi dal panico,
mollarono i loro averi e corsero via.
Il lavorante venne fuori dalla tramoggia, raccolse tutte le ricchezze e andò a casa; arriva e racconta
al padre e alla madre: «Ecco quel che ho guadagnato dal mugnaio. Ora, vecchio, andiamo al mercato:
ci compreremo un bel fucile e andremo a caccia». Se ne andarono al mercato, comprarono un fucile e
vengono via dal mercato. Ecco che il lavorante dice al vecchio: «Tu, padre, guarda se non ci capiti
una lepre, una volpe, oppure una martora». Andarono, ma ambedue si appisolarono e poi si
addormentarono. Da non si sa dove saltarono fuori due lupi, sventrarono il loro cavallo e se lo
mangiarono. Il vecchio si svegliò e iniziò a dar colpi di frusta: credeva di colpire il cavallo, e invece
colpiva il lupo! Il lupo si infilò nel giogo e iniziò a tirare, mentre il vecchio a guidare. Il secondo
lupo vuole afferrare da dietro il lavorante, e quel lupo aveva la gobba. Il lavorante iniziò a frustare il
lupo, quello tentò di afferrare la frusta con i denti: sulla frusta, però, c’era un nodo, che si impigliò
nella gobba del lupo! Il lavorante riuscì a trascinare anche quello dietro la carretta. Un lupo tirava e
l’altro da dietro spingeva. Ecco che arrivarono a casa; il cagnolino uscì fuori saltando e cominciò ad
abbaiare. I lupi si spaventarono, il primo fece una mossa repentina: la carretta si rovesciò, il
lavorante col vecchio a terra precipitò; allora il lupo dal giogo si liberò, mentre al lavorante la frusta
dalle mani cascò; così tutti e due i lupi corsero via, mentre il vecchio e il lavorante rimasero con un
palmo di naso. Da allora vissero nella ricchezza, la loro casa era una bellezza, avevano il cielo
sopra la testa, e la vita era una gran festa!

Astuzia per astuzia (378)


Arrivò un soldato in un villaggio e chiede a un contadino di poter passare la notte da lui. «Ti
lascerei stare qui, militare» dice il contadino «ma mi sto per sposare, non ci sarà posto per te». «Non
ti preoccupare, per un soldato ogni posto è buono!» «Be’, entra!» Vede il soldato che il contadino ha
attaccato il cavallo alla slitta e chiede: «Dove vai, padrone?». «Be’, vedi, da noi c’è un’usanza: chi
si sposa deve prima andare da uno stregone a portargli un regalo! Anche il più povero non se la cava
con meno di venti rubli, e se è ricco anche cinquanta sono pochi; se poi non dai il regalo, il
matrimonio andrà storto!» «Senti, padrone! Non andare, finirà bene lo stesso!» Convinse con ogni
mezzo il contadino, quello gli diede ascolto e non andò dallo stregone coi regali.
Ecco che iniziarono a celebrare le nozze, condussero il fidanzato e la fidanzata a mettersi in regola
con la legge; vanno per la strada e arriva di corsa incontro al convoglio un toro, che muggisce e infila
le corna nella terra. Tutti i passeggeri si spaventarono, mentre il soldato non batte ciglio; non si sa
come saltò fuori da dietro di lui un cane, si gettò sul toro e lo addentò proprio alla gola: il toro
stramazzò a terra. Vanno avanti, e il convoglio incontra un enorme orso. «Non abbiate paura» grida il
soldato «non permetterò che vi succeda niente di male!» Di nuovo non si sa come saltò fuori da
dietro di lui il cane, si scagliò addosso all’orso e lo strangolò; l’orso cominciò a lamentarsi e spirò.
Passata la sciagura, vanno ancora avanti; incontro al convoglio saltò fuori una lepre e attraversò la
strada di corsa tanto da rischiare di finire sotto le ruote della prima trojka. I cavalli si fermarono,
sbuffano, e non si muovono più! «Non fare sciocchezze, lepre» gridò il soldato «dopo parleremo un
po’ con te!» E subito tutto il convoglio si mosse facilmente. Arrivarono felicemente in chiesa,
sposarono i due e si misero in moto per tornare indietro, al loro villaggio. Erano già vicini al
portone, quando videro sul portone un corvo nero, che gracchiava forte: i cavalli di nuovo si
fermarono, nessuno si mosse più di lì. «Non fare sciocchezze, corvo» gridò il soldato
«chiacchiereremo con te dopo». Il corvo volò via e i cavalli arrivarono al portone.
Ecco che fanno sedere a tavola i giovani; ospiti e parenti si misero ai loro posti – tutto andò come
doveva; iniziarono a mangiare, bere, divertirsi. Ma lo stregone era molto arrabbiato; non gli avevano
dato i regali, aveva cercato di spaventarli, ma anche questa era andata male! Allora andò di persona
all’izbà, la schiena non piegò, le immagini non pregò, a quegli onorevoli signori non si inchinò; e
dice al soldato: «Sono in collera con te!». «E perché sei in collera con me? Non mi sono mai
occupato di te, né tu mi sei debitore! Su, è meglio bere e fare baldoria». «Va bene!» Prese lo stregone
dal tavolo il contenitore della birra, versò un bicchiere e lo presenta al soldato: «Bevi, militare!». Il
soldato bevve – tutti i denti gli caddero nel bicchiere! «Eh, fratellino» dice il soldato «e come posso
stare senza i denti? Come potrò rosicchiare le gallette?» Prese i denti e se li ricacciò in bocca –
quelli tornarono al loro posto. «Be’, ora ti offrirò io da bere! Bevi questo bicchiere di birra!» Lo
stregone bevve – gli caddero gli occhi! Il soldato afferrò gli occhi e li lanciò non si sa dove. Rimase
lo stregone per tutta la vita cieco e rinunciò la gente a spaventare, il prossimo a raggirare; il
contadino e la moglie, invece, iniziarono a pregare Dio per il militare.

Lo scambio (407)
Trovò un contadino tra il letame un grano di avena; arriva dalla moglie, che sta accendendo il fuoco
nell’izbà, e le dice: «Su, padrona, muoviti! Ammucchia la brace, metti questo grano nel forno, toglilo
dal forno, pestalo e macinalo, cuocilo con la gelatina, mettilo su di un piatto; allora io andrò dallo zar
e gli porterò il piatto di gelatina; be’, padrona, non ci darà forse lo zar qualcosa in cambio?».
Ecco che dallo zar arrivò, il piatto di gelatina gli portò; lo zar gli diede in cambio un gallo cedrone
d’oro. Tornò a casa, passando per la campagna; c’è una mandria di cavalli al pascolo. Il mandriano
gli chiede: «Contadino, dove sei stato?». «Dallo zar sono stato, un piatto di gelatina gli ho
portato».«E che ti ha dato lo zar in cambio?»«Un gallo cedrone d’oro».«Scambia il gallo per un
cavallo». Be’, fece a cambio, salì sul cavallo e proseguì.
Per la strada vede una mandria di vacche al pascolo. Il mandriano dice: «Dove sei stato,
contadino?». «Dallo zar sono stato, un piatto di gelatina gli ho portato».«E che ti ha dato lo zar in
cambio?»«Un gallo cedrone d’oro».«E dov’è il gallo cedrone?»«L’ho scambiato con un
cavallo».«Scambia il cavallo per una vacca».
Fece a cambio, conduce la vacca per un corno; vede un gregge al pascolo. Il pastore dice:
«Contadino, dove sei stato?». «Dallo zar sono stato, un piatto di gelatina gli ho portato».«E cosa ti ha
dato lo zar in cambio?»«Un gallo cedrone d’oro».«E dov’è il gallo cedrone?»«L’ho scambiato con un
cavallo».«E dov’è il cavallo?»«L’ho scambiato con una vacca».«Scambia la vacca con una
pecorella».
Fece a cambio, conduce la pecora; vede un branco di maiali. Il guardiano dice: «Dove sei stato,
contadino?». «Dallo zar sono stato, un piatto di gelatina gli ho portato».«E cosa ti ha dato lo zar in
cambio?»«Un gallo cedrone d’oro».«E dov’è il gallo cedrone?»«L’ho scambiato con un cavallo».«E
dov’è il cavallo?»«L’ho scambiato con una vacca».«E dov’è la vacca?»«L’ho scambiata con una
pecorella».«Scambia la pecorella con un maiale».
Fece a cambio, conduce il maiale; vede un branco di oche. Il guardiano chiede: «Dove sei stato,
contadino?». «Dallo zar sono stato, un piatto di gelatina gli ho portato».«E cosa ti ha dato lo zar in
cambio?»«Un gallo cedrone d’oro».«E dov’è il gallo cedrone?»«L’ho scambiato con un cavallo».«E
dov’è il cavallo?»«L’ho scambiato con una vacca».«E dov’è la vacca?»«L’ho scambiata con una
pecorella».«E dov’è la pecorella?»«L’ho scambiata con un maiale».«Scambia il maiale con un’oca».
Fece a cambio, porta in braccio l’oca; vede delle anatre. Il guardiano dice: «Contadino, dove sei
stato?». «Dallo zar sono stato, un piatto di gelatina gli ho portato».«E cosa ti ha dato lo zar in
cambio?»«Un gallo cedrone d’oro».«E dov’è il gallo cedrone?»«L’ho scambiato con un cavallo».«E
dov’è il cavallo?»«L’ho scambiato con una vacca».«E dov’è la vacca?»«L’ho scambiata con una
pecorella».«E dov’è la pecorella?»«L’ho scambiata con un maiale».«E dov’è il maiale?»«L’ho
scambiato con un’oca».«Scambia l’oca con un’anatra».
Fece a cambio, porta in braccio l’anatra; dei bambini giocano con dei bastoni. «Dove sei stato,
contadino?»«Dallo zar sono stato, un piatto di gelatina gli ho portato».«E cosa ti ha dato lo zar in
cambio?»«Un gallo cedrone d’oro».«E dov’è il gallo cedrone?»«L’ho scambiato con un cavallo».«E
dov’è il cavallo?»«L’ho scambiato con una vacca».«E dov’è la vacca?»«L’ho scambiata con una
pecorella».«E dov’è la pecorella?»«L’ho scambiata con un maiale».«E dov’è il maiale?»«L’ho
scambiato con un’oca».«E dov’è l’oca?»«L’ho scambiata con un’anatra».«Scambia l’anatra con un
bastone».
Fece a cambio, va; arrivò a casa, mise il bastone appoggiato alla porta ed entrò nell’izbà. La moglie
iniziò a fargli un sacco di domande, quello le raccontò tutto, fino al bastone. «Dov’è il bastone?»«Al
portone». Quella andò, prese il bastone e col bastone gli diede un sacco di botte: «Non fare a
cambio, non fare a cambio, vecchio diavolo! Almeno potevi portare a casa l’anatra!».

Fomka Berennikov (432)


In un certo reame, in terre lontane, c’era una volta il contadino Fomka Berennikov – così forte e ben
pasciuto che, se gli fosse passato accanto un passerotto e lo avesse sfiorato con l’aluccia, non
avrebbe potuto reggersi in piedi! Non faceva una gran bella vita, tutti lo offendevano, allora pensò:
«Mi affogherò per la disperazione!». Si avvicina a uno stagno; lo videro le rane e fecero un salto
nell’acqua. “Aspetta” pensa Fomka “non mi annegherò; c’è qualcuno che ha paura di me!” Tornò a
casa e si preparò per andare al campo; aveva un cavalluccio spelacchiato, dal lavoro tormentato; il
giogo gli aveva scorticato il collo a sangue, era coperto di tafani e le mosche erano a centinaia!
Fomka si avvicinò, gli dà una pacca – con un colpo ne uccide cento – e dice: «Oh, anch’io sono un
eroe! Non voglio arare, voglio guerreggiare!». I compagni gli ridono dietro: «Ma che combattere,
scemo; dovresti piuttosto dar da mangiare ai porci!».
Ma non fu così; Fomka si diede l’appellativo di eroe, prese una scure e una falce che tagliavano un
capello, indossò un vecchio vestito e un alto cappello di feltro, salì sul suo ronzino, che vacillando lo
portò in aperta campagna. In aperta campagna conficcò per terra un palo e ci scrisse: «Vado a
combattere in altre città, con un colpo ne uccido cento!».
Aveva appena fatto in tempo ad allontanarsi di lì, che arrivarono al palo due possenti eroi, lessero la
scritta e dicono: «Che razza di eroe! Dove è andato? Non si è sentito il passo di un prode, non si è
vista l’impronta di un eroe!». Si lanciarono al suo inseguimento; li vide Fomka e chiede: «Chi
siete?». «Pace a te, brav’uomo! Noi siamo possenti eroi».«E quante teste tagliate in un colpo solo?»
Il primo dice: «Cinque»; il secondo: «Dieci». «Ma che possenti eroi? Siete delle semplici canaglie!
Io sono un vero eroe: con un colpo ne uccido cento!»«Prendici come compagni, ci farai da fratello
maggiore!»«E sia» dice Fomka «venitemi dietro!»
Si sistemarono accanto a lui i possenti eroi e si diressero tutti insieme ai giardini privati dello zar.
Arrivarono, si stesero per riposare un po’, e lasciarono i loro cavalli pascolare sull’erba di seta.
Passò un’ora o un giorno – si fa prima in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo – li vide lo
zar. «Chi sono questi zotici» disse «che si permettono di prendere il fresco nei miei giardini? Fino a
oggi non si era vista nemmeno una bestia, non ci era mai volato nemmeno un uccello, mentre ora
vengono degli ospiti!» Subito riunì un enorme esercito e dà ordine di ripulire i suoi giardini privati.
Avanza l’armata infinita; la videro i possenti eroi, lo riferirono al cosiddetto fratello maggiore, ma
quello risponde: «Andate, affrontateli, e io vedrò qual è il vostro valore!».
Ecco che quelli montarono sui loro possenti destrieri, li lanciarono contro l’esercito nemico,
volarono come falchi lucenti su uno stormo di colombe, li pestarono, li ammazzarono tutti fino
all’ultimo. “Le cose si mettono male!”, pensa lo zar; di nuovo riunisce un esercito enorme, quasi il
doppio di quello precedente, e in testa a questo esercito manda un enorme colosso: la testa quanto un
barile di birra, la fronte quanto lo sportello di un forno e intero una vera e propria montagna! Salì
Fomka sul suo ronzino, gli andò incontro e dice al colosso: «Tu sei un possente eroe, e io pure! Non
ci sarebbe né onore, né lode per noi prodi a combattere uno contro l’altro senza prima salutarci!
Prima bisogna farci un inchino e poi gettarci nella lotta». «D’accordo!», risponde il colosso. Si
misero uno di fronte all’altro e si fecero un inchino. Il tempo che il colosso abbassasse la testa, passò
mezz’ora; e ce ne volle un’altra perché la rialzasse. Fomka era di poca mole, ma di gran valore, si
stufò di aspettare, colpì con la falce un paio di volte e la testa volò giù dalle spalle.
L’esercito sussultò e si disperse da ogni lato; Fomka, intanto, rimontò su un possente destriero e giù
a inseguirli e a pestarli. Non ci fu niente da fare, lo zar dovette rassegnarsi; mandò a chiamare il
possente eroe Fomka Berennikov e i suoi due fratelli minori. Li trattò con ogni riguardo, accrebbe la
loro fama, diede in moglie a Fomka la sua principessa e aggiunse la metà del suo regno in dote.
Passarono mesi o anni – si fa prima in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo – si avvicina
a quel reame un re miscredente con forze innumerevoli, esigendo tributi enormi. Non voleva lo zar
pagare tributi enormi, preparò il suo esercito valoroso, ci mise a capo il genero e ordinò decisamente
che tutti guardassero Fomka: quello che faceva lui, lo dovevano fare anche loro allo stesso modo.
Si mosse Fomka e andò a combattere. Passa per il bosco, e l’esercito dietro di lui. Si tagliò un ramo
di betulla, e i soldati si tagliarono anche loro un ramo di betulla. Arrivarono a un fiume profondo –
non c’era ponte, e a fare il giro erano duecento verste; Fomka gettò la sua betulla nell’acqua, e i
soldati ci buttarono anche le loro, si produsse uno sbarramento nel fiume e poterono passare
dall’altra parte. Il re miscredente si era installato in una cittadella. Fomka si fermò davanti a quella
cittadella, accese un falò, si spogliò completamente – sta seduto e si riscalda; i soldati lo videro,
subito raccolsero degli sterpi, tagliarono dei ceppi, accesero fuochi per tutta la campagna.
«Bisognerebbe fare uno spuntino!», disse Fomka Berennikov, tirò fuori dallo zaino una focaccia
dolce e prese a mangiare a quattro ganasce. Da non si sa dove arrivò di corsa un cane, gli strappò la
focaccia e via, a gambe levate! Fomka afferrò un tizzo ardente e nudo come si trovava si gettò
all’inseguimento: a tutta birra correva e a squarciagola gridava: «Fermatelo! Fermatelo!». Visto quel
che faceva, anche i soldati si sedettero nudi accanto al fuoco, quindi saltarono in piedi, afferrarono
dei tizzi ardenti e corsero dietro di lui.
Quel cane era il cane del re, si precipitò dritto dritto nella cittadella e al palazzo; Fomka dietro al
cane, i soldati dietro a Fomka: danno alle fiamme e bruciano senza pietà qualsiasi cosa capiti loro
sotto mano. Alla cittadella arrivò tutta quella confusione, il re non sa cosa fare dalla paura, cominciò
a chiedere la pace. Ma Fomka non era d’accordo; prese il re prigioniero e sottomise tutto il suo
regno. Rientrò dalla spedizione – lo zar lo accolse con grandi onori; la musica iniziò a suonare, le
campane anche, i cannoni spararono, e ci fu un banchetto giocondo per tutto il mondo! Anch’io ci
sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei baffi è scivolato, in bocca non è arrivato; ho mangiato una
carota, ma ho la pancia vuota. Mi hanno dato un colbacco, ma poi di botte un fracco; uno spiedino mi
hanno dato, e nel portone sono sgusciato! Mi hanno dato un vestito blu; volano delle cinciallegre e
gridano: «Blu il vestito, blu il vestito!». Ma io ho sentito: «Giù il vestito!». Me lo sono tolto e l’ho
gettato per strada. Mi hanno dato degli stivali laccati, volano dei corvi e gridano: «Laccati gli stivali,
laccati gli stivali!». Ma io ho sentito: «Rubati gli stivali!». Me li sono tolti e li ho gettati. Mi hanno
dato un cavallino di cera, una frusta di pisello, delle redini di rapa; vidi un contadino che metteva il
grano nell’essiccatoio, ci legai il cavalluccio: quello si sciolse, le galline beccarono la frusta, mentre
le redini se le mangiarono i maiali!

Sorellina-volpettina e il lupo (1)


C’erano una volta un vecchio e una vecchia. Il vecchio dice alla vecchia: «Prepara delle frittelle,
donna, io, intanto, andrò a pescare». Pescò in abbondanza e riporta a casa un carretto di pesce.
Mentre sta tornando a casa, vede stesa sulla strada una volpe raggomitolata. Il vecchio scese dal
carretto, si avvicinò alla volpe, ma quella resta immobile, stesa come fosse morta. «La porterò in
regalo a mia moglie», disse il vecchio, prese la volpe e la mise sul carretto, mentre lui continuò la
strada a piedi. La volpe ne approfittò per buttare giù piano piano dal carretto tutti i pesci, uno dopo
l’altro. Quando ebbe buttato giù tutto il pesce, se la filò anche lei.
«Allora, donna» dice il vecchio «ti ho portato un bel collo di pelliccia».«Dove?»«Là, sul carro: c’è
il pesce e il collo di pelliccia». La vecchia si avvicinò al carro: né collo, né pesci; allora cominciò a
sbraitare contro il marito: «Ah, tu, vecchiaccio della malora! Razza di buono a nulla! Come ti salta in
testa di fare di questi scherzi?». A questo punto il vecchio si rese conto che la volpe non era morta; si
afflisse, si afflisse, ma non c’era niente da fare.
Nel frattempo la volpe ha ammucchiato tutti i pesci sparsi per strada e se li sta mangiando
tranquillamente. Le viene incontro un lupo: «Salve, comare!». «Salve, compare!»«Dammi un po’ di
pesce!»«Pescatelo da solo e poi mangiatelo».«Ma non sono capace».«Guarda, io ci sono riuscita; tu,
compare, vai al fiume, che è ghiacciato, facci un buco e infilaci la coda: il pesce ci si attaccherà da
solo, ma bada di restare lì per un po’ di tempo, altrimenti non pescherai niente».
Il lupo andò al fiume e mise la coda nel buco; il tutto avveniva d’inverno. Stava seduto, stava seduto,
restò seduto tutta la notte e la coda rimase presa dal ghiaccio; cercò di tirarla su: non c’era verso.
“Ma quanti pesci ho preso, non riesco nemmeno a tirarli su!”, pensa. Guarda: delle donne vengono a
prendere l’acqua e gridano vedendo da lontano il lupo: «Un lupo, un lupo! Addosso! Addosso!».
Corsero là vicino e si misero a bastonare il lupo – chi col bilanciere, chi col secchio, con qualsiasi
cosa avessero sotto mano. Il lupo saltava, saltava, si strappò la coda e si mise a correre senza
voltarsi indietro. “Va bene” pensa “te la farò scontare, comare!”
Sorellina-volpettina, finito di mangiare i pesci, volle vedere se avrebbe avuto ancora fortuna nello
sgraffignare qualche altra cosa; penetrò in un’izbà dove delle donne cuocevano delle frittelle, mise il
muso nella terrina con l’impasto, si sporcò e corre via. Le viene incontro il lupo: «È così che insegni
tu? A momenti crepavo per le bastonate!». «Oh, compare» dice sorellina-volpettina «tu almeno hai
perduto sangue, ma io cervello, mi hanno battuta peggio di te; mi reggo a stento». «È proprio vero»
dice il lupo «non ce la fai neanche a camminare, comare; salimi in groppa, ti porterò io». La volpe
gli si sedette sulla schiena e lui la portò. Allora sorellina-volpettina siede e mormora: «Chi è pesto
porta chi non è pesto, chi è pesto porta chi non è pesto». «Che dici, comare?» «Dicevo, compare: chi
è pesto porta chi è pesto». «Proprio così, comare, proprio così!»
«Su, compare, costruiamoci delle capanne». «D’accordo, comare!» «Io me la costruirò con la scorza
del tiglio e tu col ghiaccio». Si misero al lavoro, si costruirono due capanne: la volpe con la scorza
del tiglio, il lupo, invece, con il ghiaccio; e ci vivevano. Venne la primavera e la capanna del lupo si
sciolse. «Ah, comare!» dice il lupo. «Mi hai ingannato di nuovo e per questo ti devo mangiare».
«Facciamo, invece, compare, una gara e vediamo chi deve mangiare l’altro». E così la volpe lo
condusse nel bosco, vicino a una fossa profonda, e dice: «Salta! Se ce la farai a saltare oltre la fossa,
mi mangerai, ma se non ce la farai, ti mangerò io». Il lupo saltò e cadde nella fossa. «Be’» dice la
volpe «restaci!», e se ne andò.
Va con un mattarello tra le zampe e chiede a un contadino in un’izbà: «Permetti a sorellina-volpettina
di passare la notte qui». «Stiamo già stretti senza di te». «Non vi darò fastidio; mi metterò sulla
panchetta, con la codina sotto la panchetta e il mattarello sotto la stufetta». La lasciarono entrare.
Quella si stese sulla panchetta, con la codina sotto la panchetta e il mattarello sotto la stufetta. Il
mattino dopo presto, la volpe si alzò, bruciò il suo mattarello e poi chiede: «Dov’è il mio mattarello?
In cambio non accetterei nemmeno un’ochetta!». Il contadino – non ci fu niente da fare – dovette darle
in cambio un’ochetta; la volpe prese l’ochetta, cammina e canta:
Andava sorellina-volpettina per la sua strada,
Con un mattarello di legno;
Per il mattarello – un’oca in pegno!

Toc, toc, toc! – bussa all’izbà di un altro contadino. «Chi è?» «Io, sorellina-volpettina, lasciatemi
passare la notte qui». «Stiamo già stretti senza di te». «Non vi darò fastidio; mi metterò sulla
panchetta, con la codina sotto la panchetta e l’ochetta sotto la stufetta». La lasciarono entrare. Quella
si stese sulla panchetta, con la codina sotto la panchetta e l’ochetta sotto la stufetta. Il mattino dopo
presto, saltò su, afferrò l’ochetta, la spennò, se la mangiò e dice: «Dov’è la mia oca? In cambio non
accetterei nemmeno un tacchino!». Il contadino – non ci fu niente da fare – dovette darle in cambio un
tacchino; la volpe prese il tacchino, cammina e canta:
Andava sorellina-volpettina per la sua strada,
Con un matterello di legno;
Per il matterello – un’oca in pegno,
Di quell’oca solo un tacchino è degno!

Toc, toc, toc! – bussa all’izbà di un terzo contadino. «Chi è?» «Io, sorellina-volpettina; lasciatemi
passare la notte qui». «Stiamo già stretti senza di te». «Non vi darò fastidio; mi metterò sulla
panchetta, con la codina sotto la panchetta e il tacchino sotto la stufetta». La lasciarono entrare.
Quella si stese sulla panchetta, con la codina sotto la panchetta e il tacchino sotto la stufetta. Il
mattino dopo presto, la volpe saltò su, afferrò il tacchino, lo spennò, se lo mangiò e dice: «Dov’è il
mio tacchino? In cambio non accetterei nemmeno una ragazza da marito!». Il contadino – non ci fu
niente da fare – dovette darle in cambio una ragazza da marito; la volpe la mise in un sacco, cammina
e canta:
Andava sorellina-volpettina per la sua strada,
Con un matterello di legno;
Per il matterello – un’oca in pegno,
Di quell’oca solo un tacchino è degno,
Per il tacchino – una ragazza in pegno!

Toc, toc, toc! – bussa all’izbà di un quarto contadino. «Chi è?» «Io, sorellina-volpettina, lasciatemi
passare la notte qui». «Stiamo già stretti senza di te». «Non vi darò fastidio; mi metterò sulla
panchetta, con la codina sotto la panchetta e il sacco sotto la stufetta». La lasciarono entrare. Quella
si stese sulla panchetta, con la codina sotto la panchetta e il sacco sotto la stufetta. Il contadino fece
uscire piano piano la ragazza dal sacco e al suo posto mise un cane. Il mattino dopo sorellina-
volpettina si mise in strada, prese il sacco, cammina e dice: «Canta, bellezza!», ma il cane iniziò a
ringhiare. La volpe si spaventò, gettò il sacco con il cane e se la filò.
Corre la volpe e vede un gallo appollaiato su di un portone. Gli dice: «Galletto, galletto! Scendi qui
e ti confesserò: hai settanta mogli, devi essere un gran peccatore». Il gallo scese; quella lo afferrò e
se lo mangiò.

La volpe, la lepre e il gallo (14)


C’erano una volta una volpe e una lepre. La volpe aveva una casetta di ghiaccio, la lepre invece di
scorza di tiglio; venne la dolce primavera: la casetta della volpe si sciolse, quella della lepre no. La
volpe chiese ospitalità alla lepre e dopo poco tempo la costrinse ad andarsene. Va la lepre per la
strada e piange; incontra dei cani: «Arf, arf, arf! Perché piangi, lepre?». E quella risponde:
«Lasciatemi stare, cani! E come non piangere? Avevo una bella casetta fatta di scorza di tiglio,
mentre quella della volpe era di ghiaccio; mi ha chiesto ospitalità e poi mi ha buttata fuori». «Non
piangere, lepre!» dicono i cani. «Noi la cacceremo». «No, non ci riuscirete!» «Sì che ci riusciremo!»
Si avvicinarono alla casetta: «Arf, arf, arf! Vieni fuori, volpe!». E quella dalla stufa: «Se scendo, se
salto giù, troveranno brandelli di voi in ogni angolo!». I cani si spaventarono e scapparono.
La lepre continua a camminare e a piangere. Incontra un orso: «Perché piangi, lepre?». E quella
risponde: «Lasciami stare, orso! E come non piangere? Avevo una bella casetta fatta di scorza di
tiglio, mentre quella della volpe era di ghiaccio; mi ha chiesto ospitalità e poi mi ha buttata fuori».
«Non piangere, lepre!» dice l’orso. «Io la caccerò». «No, non ci riuscirai! I cani hanno tentato, ma
non l’hanno cacciata e anche tu non la caccerai». «Sì che ci riuscirò!» Andarono a cacciarla: «Vieni
fuori, volpe!». E quella dalla stufa: «Se scendo, se salto giù, troveranno brandelli di te in ogni
angolo!». L’orso si spaventò e scappò via.
La lepre continua a camminare e a piangere; incontra un toro: «Perché piangi, lepre?». «Lasciami
stare, toro! E come non piangere? Avevo una bella casetta fatta di scorza di tiglio, mentre quella della
volpe era di ghiaccio; mi ha chiesto ospitalità e poi mi ha buttato fuori». «Andiamo da lei e la
caccerò!» «No, toro, non ci riuscirai! I cani hanno tentato, ma non l’hanno cacciata, l’orso ha tentato,
ma non l’ha cacciata e anche tu non la caccerai». «Sì che ci riuscirò». Si avvicinarono alla casetta:
«Vieni fuori, volpe!». E quella dalla stufa: «Se scendo, se salto giù, troveranno brandelli di te in ogni
angolo!». Il toro si spaventò e scappò.
La lepre continua a camminare e a piangere: incontra un galletto con una falce: «Chicchirichì!
Perché piangi, lepre?». «Lasciami stare, galletto! E come non piangere? Avevo una bella casetta fatta
di scorza di tiglio, mentre quella della volpe era di ghiaccio; mi ha chiesto ospitalità e poi mi ha
buttata fuori». «Andiamo da lei e la caccerò». «No, non ci riuscirai! I cani hanno tentato, ma non
l’hanno cacciata, l’orso ha tentato, ma non l’ha cacciata, il toro ha tentato, ma non l’ha cacciata e
anche tu non la caccerai». «Sì che ci riuscirò!» Si avvicinarono alla casetta. «Chicchirichì! Ho una
falce tagliente sulle spalle, alla volpe non lascerò neanche la pelle! Vieni fuori, volpe!» Quella, che
aveva sentito, si spaventò e dice: «Mi metto qualcosa addosso…». Il galletto di nuovo:
«Chicchirichì! Ho una falce tagliente sulle spalle, alla volpe non lascerò neanche la pelle! Vieni
fuori, volpe!». E quella risponde: «Mi metto la pelliccia». Il galletto per la terza volta:
«Chicchirichì! Ho una falce tagliente sulle spalle, alla volpe non lascerò neanche la pelle! Vieni
fuori, volpe!». La volpe corse fuori; il galletto la uccise con la falce e da allora vive d’amore e
d’accordo con la lepre.
Eccoti un racconto che non è brutto e a me un barattolo di strutto.

La pagnottina (36)
C’erano una volta un vecchio e una vecchia. Chiede il vecchio: «Cuocimi, vecchia, una pagnottina».
«E con cosa te la faccio? Non c’è più farina». «Eh, vecchia, gratta il fondo della scatola, spazza il
granaio; forse racimolerai un po’ di farina».
La vecchia prese un piumino, grattò la scatola, spazzò il granaio e racimolò due pugni di farina. La
mescolò alla panna acida, fece cuocere nel burro e mise il tutto sul davanzale a raffreddare.
La pagnottina restò lì per un po’ di tempo e poi, improvvisamente, si mise a rotolare: dalla finestra
alla panca, dalla panca al pavimento, per il pavimento verso la porta, attraverso la soglia nell’andito,
dall’andito sulle scale, dalle scale nel cortile, dal cortile fuori del portone, e via, lontano.
Rotola la pagnottina per la strada e incontra una lepre: «Pagnottina, pagnottina! Ti voglio mangiare».
«Non mi mangiare, lepre orecchiona! Ti canterò una canzoncina», disse la pagnottina e prese a
cantare:
Dalla scatola grattata,
Dal granaio poi spazzata,
Con la panna mescolata,
E nel burro rosolata.
Sul balcone raffreddata;
Al vecchio son sfuggita,
Alla vecchia son sfuggita,
A te, lepre, non è difficile sfuggire!

E se ne rotolò oltre; la lepre rimase con un palmo di naso!…


Rotola la pagnottina e incontra un lupo: «Pagnottina, pagnottina! Ti voglio mangiare!». «Non
mangiarmi, lupo grigio! Ti canterò una canzoncina!»
Dalla scatola grattata,
Dal granaio poi spazzata,
Con la panna mescolata,
E nel burro rosolata,
Sul balcone raffreddata;
Al vecchio son sfuggita,
Alla vecchia son sfuggita,
Alla lepre son sfuggita,
A te, lupo, non è difficile sfuggire!

E se ne rotolò oltre; il lupo restò con un palmo di naso!…


Rotola la pagnottina e incontra un orso: «Pagnottina, pagnottina! Ti voglio mangiare». «Ma fammi il
piacere! Sei grosso e tonto!»
Dalla scatola grattata,
Dal granaio poi spazzata,
Con la panna mescolata,
E nel burro rosolata;
Sul balcone raffreddata;
Al vecchio son sfuggita,
Alla vecchia son sfuggita,
Alla lepre son sfuggita,
Al lupo son sfuggita,
A te, orso, non è difficile sfuggire!

E rotolò oltre; l’orso rimase con un palmo di naso!…


Rotola, rotola la pagnottina e incontra una volpe: «Salve, pagnottina! Come sei carina». E la
pagnottina prese a cantare:
Dalla scatola grattata,
Dal granaio poi spazzata,
Con la panna mescolata,
E nel burro rosolata,
Sul balcone raffreddata;
Al vecchio son sfuggita,
Alla vecchia son sfuggita,
Alla lepre son sfuggita,
Al lupo son sfuggita,
All’orso son sfuggita,
A te, volpe, a maggior ragione sfuggirò!

«Ma che bella canzoncina!» disse la volpe. «Il problema, cara pagnottina, è che sono diventata
vecchia e non ci sento bene; siediti sul mio musetto e ricanta ancora una volta un po’ più forte». La
pagnottina saltò sul musetto della volpe e cantò la stessa canzone. «Grazie, pagnottina! È una bella
canzoncina, vorrei sentirla ancora! Siediti sulla mia linguetta e canta per l’ultima volta», disse la
volpe e tirò fuori la lingua; la pagnottina fu tanto sciocca da saltarle sulla lingua, e la volpe, am!, se
la pappò.

Il gatto e la volpe (40)


C’era una volta un contadino che aveva un gatto, ma talmente discolo da non credere! Il contadino ne
ebbe abbastanza. Pensa che ti ripensa, il contadino prese il gatto, lo mise in un sacco, che annodò e
portò nel bosco. Ce lo portò e lo piantò nel bosco: che sparisca! Il gatto camminò, camminò e arrivò
a una capannuccia, dove viveva un guardaboschi; si arrampicò nel solaio e se ne sta come un pascià.
Quando vuole mangiare, va nel bosco a caccia di uccelletti e di topi, mangia a sazietà e si rimette nel
solaio, senza nessun problema.
Un giorno che il gatto se ne andava a spasso, incontrò una volpe, che si stupì di vedere un gatto: «Da
tanti anni vivo nel bosco, ma non ho mai visto un animale simile». Fece un inchino al gatto e chiede:
«Dimmi, bravo giovane, chi sei, qual buon vento ti ha portato qui e come ti devo chiamare?». Il gatto
rizzò il pelo e dice: «Mi hanno mandato dalle foreste siberiane per farvi da borgomastro; mi chiamo
Gattofej Ivanovič». «Ah, Gattofej Ivanovič» dice la volpe «non sapevo niente di te, non ti conoscevo;
su, vieni da me a prendere qualcosa». Il gatto andò dalla volpe; quella lo portò nella sua tana e gli
offrì diversi tipi di selvaggina, poi chiede: «Allora, Gattofej Ivanovič, sei sposato o scapolo?».
«Scapolo», dice il gatto. «E io, la volpicina, sono signorina, prendimi in moglie». Il gatto acconsentì,
ed eccoli festeggiare allegramente.
Il giorno dopo, la volpe partì alla ricerca di provviste, per avere di che vivere col giovane marito; il
gatto rimase a casa. La volpe corre, le capita di incontrare il lupo, che si mise a fare il cascamorto:
«Dove sei finita, comare? Tutte le tane abbiamo frugato, ma te, non ti abbiamo trovata». «Lasciami
stare, imbecille! Smettila di fare il cascamorto. Prima ero una volpicina-signorina, ma ora sono
sposata». «E chi hai sposato, Volpina Ivanovna?» «Davvero non hai sentito che dalle foreste
siberiane ci hanno mandato come borgomastro Gattofej Ivanovič? Ora sono la moglie del
borgomastro». «No, non ne so niente, Volpina Ivanovna. Vorrei vederlo, come faccio?» «Uh! Il mio
Gattofej Ivanovič ha un così brutto carattere: chi non gli va a genio, se lo mangia all’istante! Guarda,
prepara un montone e portaglielo in segno di deferenza; posa il montone e vatti a nascondere, di
modo che non ti veda, altrimenti, fratello, saranno guai!» Il lupo corse in cerca di un montone.
Cammina la volpe e incontra l’orso, che si mise a fare il cascamorto. «Perché mi importuni,
scioccone di un Miška? Prima ero una volpicina-signorina, ma ora sono sposata». «E chi hai sposato,
Volpina Ivanovna?» «Quello che ci hanno mandato dalle foreste siberiane come borgomastro,
Gattofej Ivanovič, lui ho sposato». «Non è possibile vederlo, Volpina Ivanovna?» «Uh! Il mio
Gattofej Ivanovič ha un così brutto carattere: chi non gli va a genio, se lo mangia all’istante! Vai,
prepara un bue e portaglielo in segno di deferenza; il lupo gli porterà un montone. Ma stai attento,
posa il bue e nasconditi, di modo che Gattofej Ivanovič non ti veda, altrimenti, fratello, saranno
guai!» L’orso si trascinò avanti in cerca di un bue.
Il lupo portò il montone, lo scuoiò e resta lì pensieroso: to’, l’orso sta arrivando pian pianino con un
bue. «Salve, fratello Michajlo Ivanovič!» «Salve, fratello Lupo! Hai visto per caso la volpe e suo
marito?» «No, fratello, è un pezzo che li aspetto». «Vai a chiamarli!» «No, non ci vado, Michajlo
Ivanovič! Vai tu, che hai più fegato di me». «No, fratello Lupo, nemmeno io ci vado».
Improvvisamente, da non si sa dove, sbuca di corsa una lepre. L’orso le gridò: «Vieni qui, diavolo di
un’orecchiona!». La lepre, spaventata, accorse. «Allora, monella di un’orecchiona, sai dove abita la
volpe?» «Lo so, Michajlo Ivanovič!» «Bene, corri là e dille che Michajlo Ivanovič e fratello Lupo
Ivanovič sono pronti da un pezzo, ti aspettano con tuo marito, vogliono mostrare la loro devozione
con un montone e un bue».
La lepre si precipitò gambe in spalla dalla volpe. L’orso e il lupo, intanto, rimasero a pensare dove
potersi nascondere. L’orso dice: «Io mi arrampicherò su un abete». «E io che devo fare? Dove mi
devo cacciare?» chiede il lupo. «Su un albero non ci salirò mai! Michajlo Ivanovič! Nascondimi, per
favore, da qualche parte, fai qualcosa». L’orso lo mise tra i cespugli e lo coprì con delle foglie
secche, poi si arrampicò sull’abete, proprio sulla cima, e si mise a guardare se arrivava Gattofej con
la volpe. La lepre, nel frattempo, arrivò alla tana della volpe, bussò e dice alla volpe: «Michajlo
Ivanovič e fratello Lupo Ivanovič mi hanno mandata a dirti che da un pezzo sono pronti, ti aspettano
con tuo marito e vogliono far atto di devozione con un montone e un bue». «Vai, orecchiona! Noi
arriviamo».
Il gatto e la volpe si incamminano. L’orso li vide e dice al lupo: «Ecco, fratello Lupo Ivanovič,
arriva la volpe con il marito. Ma com’è piccoletto!». Arrivò il gatto e si gettò subito sul bue, il pelo
gli si rizzò, e iniziò a strappare la carne con i denti e con le zampe, ronfando in tono aggressivo: «È
poco, è poco!». L’orso allora dice: «Non è grande, ma è molto vorace! Per noi in quattro sarebbe
stato troppo e per lui da solo è poco; rischiamo che si attacchi pure a noi!». Il lupo voleva tanto dare
un’occhiata a Gattofej Ivanovič, ma attraverso le foglie non era possibile! Cominciò a scansare le
foglie che aveva davanti agli occhi, ma il gatto sentì il fruscio delle foglie, pensò che fosse un topo e
piombò direttamente sul muso del lupo con le unghie sfoderate.
Il lupo fece un salto, e gambe! Chi s’è visto s’è visto! Pure il gatto si spaventò e si lanciò dritto
sull’albero dove stava l’orso. “Ecco” pensa l’orso “mi ha visto!” Non avendo il tempo di calarsi, si
rimise al volere divino e si scaraventò giù dall’albero fino a terra, rompendosi tutte le ossa; fece un
salto, e via! La volpe gli grida dietro: «Aspettate! Ve la farà vedere lui!». Da allora, tutti gli animali
cominciarono a temere il gatto; il gatto e la volpe, riforniti di carne per tutto l’inverno, vissero felici
e contenti. Ancora oggi stanno bene, non gli manca mai il pane.

L’orso e i lupi impauriti (45)


Vivevano una volta in una fattoria un caprone e un montone; vivevano di buona intesa: dividevano
anche il più piccolo ciuffo di fieno, e davano fastidio al solo gatto Vas’ka. Quello è un tale ladro e
malfattore, non perde occasione di commettere qualche furto, e se qualcosa è mal custodita,
sicuramente gli farà male la pancia in giornata.
Ecco che una volta il caprone e il montone se ne stanno belli sdraiati e chiacchierano; arriva da non
si sa dove il gattino-micino, muso grigino, piangendo da spezzare il cuore. Il caprone e il montone
chiedono: «Gatto-gattino, muso grigiolino! Perché piangi camminando, su tre zampe saltellando?».
«E come non piangere? Mi ha battuto la vecchia padrona, mi ha battuto e ribattuto, le orecchie mi ha
tirato, le zampe fracassato e una forca ha preparato». «E quale colpa hai commesso per una simile
punizione?» «Eh, la punizione ho avuto perché non mi sono trattenuto e la panna ho leccato». E giù a
piangere il gatto-micino. «Gatto-gattino, muso grigino! Per cos’altro piangi?» «E come non piangere?
La vecchia mi ha battuto e ha detto: “Quando mio genero verrà, la panna dove la prenderà? Sarà
necessario sgozzare il caprone e il montone!”».
Presero a urlare il caprone e il montone: «Ah tu, grigio gatto, cervello matto! Perché ci hai portati
alla rovina? Ora ti sistemeremo a colpi di corna!». Allora il micino la sua colpa ammise e il perdono
chiese. Quelli lo perdonarono e tutti e tre si misero a pensare come uscire da quell’affare. «Ebbene,
fratello mediano montone» disse il micino «tu hai il cranio solido: cerca di abbattere il portone». Il
montone prese lo slancio e si lanciò sul portone con la testa: il portone vacillò, ma non si aprì. Si
alzò il fratello maggiore montone-ciclone, prese lo slancio, colpì e il portone si aprì.
Una colonna di polvere si alzò, l’erba fino a terra si inclinò, corrono via il caprone e il montone, e
dietro di loro saltella su tre zampe il gatto dal muso grigio. Si stancò e implorò i suoi fratelli
adottivi: «Fratello maggiore, fratello mediano! Non lasciate il vostro fratellino minore in pasto alle
bestie feroci!». Il caprone lo prese, se lo mise sulla groppa e corsero ancora per monti, valli e
deserti. A lungo corsero, di giorno e di notte, finché ebbero forza nelle gambe.
Ma ecco davanti a loro un pendio pendente, un accampamento di tende; ai piedi del pendio un campo
falciato, sul campo dei covoni, grandi come città. Si fermarono il caprone, il montone e il gatto a
riposare; ma la notte era autunnale, fredda. «Dove procurarsi del fuoco?», pensano il caprone e il
montone; il micino, intanto, aveva già rimediato dei pezzi di corteccia di betulla, ci incartò le corna
del caprone e gli ordinò di scontrarsi di testa col montone. Si scontrarono il caprone e il montone, e
talmente forte, che fecero scintille dagli occhi; così la corteccia prese fuoco. «Bene» disse il gatto
grigio «ora staremo al caldo», dopodiché mise a bruciare un covone di fieno.
Non fecero in tempo a scaldarsi per bene, to’ – arriva un intruso, l’orso zoticone Michajlo Ivanovič.
«Lasciatemi» dice «riscaldare e riposare; sto talmente maluccio». «Sii il benvenuto, orsetto
formichiere! Da dove vieni, fratello?» «Sono stato all’apiario e mi sono azzuffato con i contadini: di
qui i miei acciacchi; vado a curarmi dalla volpe». Eccoli dunque passare la notte in quattro: l’orso
sotto un covone, il micino sopra il covone, il caprone e il montone, invece, accanto al calduccio.
Arrivano sette lupi grigi, più uno bianco, e vanno dritti al covone. «Puah-puah!» dice il lupo bianco.
«Sento odore di stranieri. Che razza di gente c’è? Mettiamo un po’ alla prova le nostre forze!»
Presero a belare per la paura il caprone e il montone, mentre il micino parlò così: «Ohi, lupo
bianco, principe dei lupi! Non provocare il nostro decano, per carità di Dio: ha un così brutto
carattere! Quando gli saltano i nervi, tutti finiscono male. Non vedete la sua barba? È in quella la sua
forza, con la barba ammazza gli animali, con le corna, invece, li scuoia solamente. Sarebbe meglio se
gli andaste vicino e gli domandaste con umiltà: vogliamo, dice, giocare un po’ col tuo fratello minore,
che se ne sta sotto quel covone». I lupi, allora, si inchinarono al caprone, attorniarono Miška e
cominciarono a stuzzicarlo. Quello perse la pazienza e afferrò un lupo con ogni zampa; essi presero a
gemere, si liberarono in qualche modo e, con la coda tra le gambe, se la batterono!
Il caprone e il montone, che nel frattempo avevano afferrato il micino e erano corsi nel bosco, si
ritrovarono di fronte i lupi grigi. Il gatto si arrampicò proprio sulla cima di un abete, mentre il
caprone e il montone afferrarono con le zampe davanti un ramo di quell’abete e vi si appesero. I lupi
si piazzano sotto l’abete, arrotando i denti e ululando nel guardare il caprone e il montone. Vede il
gatto dal muso grigio che le cose si mettono male, si mise a bombardare i lupi con gli aghi dell’abete
e a dire: «Un lupo! Due lupi! Tre lupi! In tutto un lupo a testa. Io, micino, poco fa ho mangiato due
lupi, e con gli ossicini, perciò sono sazio; ma tu, fratello maggiore, hai inseguito un orso e non l’hai
preso, prenditi anche la mia parte!». Aveva appena detto queste parole che il caprone crollò e cadde
direttamente con le corna su un lupo. E il micino giù a gridare: «Tienilo, acchiappalo!». Allora i lupi
ebbero una tale paura che si misero a correre a tutta birra e senza voltarsi indietro. Non si sono più
visti.

Il palazzo della mosca (82)


La mosca si era costruita un palazzo; arrivò il pidocchio-grattocchio: «Chi c’è, chi c’è, chi c’è nel
palazzo? Chi c’è, chi c’è, chi c’è là in alto?». «Mosca-la losca; e tu chi sei?» «Sono il pidocchio-
grattocchio». Arrivò la pulcettina-salterina: «Chi c’è, chi c’è, chi c’è nel palazzo? Chi c’è, chi c’è,
chi c’è là in alto?». «Io, mosca-la losca e il pidocchio-grattocchio». Arrivò la zanzara gambalunga:
«Chi c’è, chi c’è, chi c’è nel palazzo? Chi c’è, chi c’è, chi c’è là in alto?». «Io, mosca-la losca, io,
pidocchio-grattocchio, io, pulcettina-salterina». Arrivò il topino-rosichino: «Chi c’è, chi c’è, chi c’è
nel palazzo? Chi c’è, chi c’è, chi c’è là in alto?». «Io, mosca-la losca, io, pidocchio-grattocchio, io,
pulcettina-salterina, io, zanzara gambalunga».
Arrivò la lucertola-verdognola: «Chi c’è, chi c’è, chi c’è nel palazzo? Chi c’è, chi c’è, chi c’è là in
alto?». «Io, mosca-la losca, io, pidocchio-grattocchio, io, pulcettina-salterina, io, zanzara
gambalunga, io, topino-rosichino». Arrivò la volpona furbona: «Chi c’è, chi c’è, chi c’è nel palazzo?
Chi c’è, chi c’è, chi c’è là in alto?». «Io, mosca-la losca, io, pidocchio-grattocchio, io, pulcettina-
salterina, io, zanzara gambalunga, io, topino-rosichino, io, lucertola-verdognola». Arrivò un leprotto
da sotto un cespuglietto: «Chi c’è, chi c’è, chi c’è nel palazzo? Chi c’è, chi c’è, chi c’è là in alto?».
«Io, mosca-la losca, io, pidocchio-grattocchio, io, pulcettina-salterina, io, zanzara gambalunga, io,
topino-rosichino, io, lucertola-verdognola, io, volpona furbona».
Arrivò un lupetto dal codino grigetto: «Chi c’è, chi c’è, chi c’è nel palazzo? Chi c’è, chi c’è, chi c’è
là in alto?». «Io, mosca-la losca, io, pidocchio-grattocchio, io, pulcettina-salterina, io, zanzara
gambalunga, io, topino-rosichino, io, lucertola-verdognola, io, volpona furbona, io, leprotto da sotto
un cespuglietto». Arrivò l’orso zampone: «Chi c’è, chi c’è, chi c’è nel palazzo? Chi c’è, chi c’è, chi
c’è là in alto?». «Io, mosca-la losca, io, pidocchio-grattocchio, io, pulcettina-salterina, io, zanzara
gambalunga, io, topino-rosichino, io, lucertola-verdognola, io, volpona furbona, io, leprotto da sotto
un cespuglietto, io, lupetto dal codino grigetto». E tutti in coro dal palazzo: «E tu chi sei?». «Io sono
l’orso zampone, che di tutti voi dispone!», disse l’orso, diede una zampata al palazzo e lo distrusse.

Il pesciolino d’oro (75)


Nel mare dell’oceano, nell’isola di Eolo c’era una volta una casetta piccola e rognosetta; in quella
casetta vivevano un vecchio e una vecchia. Vivevano in una grande povertà; il vecchio fece una rete e
prese ad andare al mare per pescare: questa divenne la sua unica fonte di sostentamento. Una volta
gettò il vecchio la sua rete, poi la tirò su e gli sembrò più pesante che mai: a stento riuscì a ritirarla.
Guarda, ma la rete è vuota; c’era un solo pesciolino che si dibatteva, ma non era un semplice
pesciolino, era d’oro. Il pesciolino lo supplicò con voce umana: «Non mi prendere, vecchietto!
Lasciami ritornare nel mare blu; in cambio sarò al tuo servizio; farò tutto quello che mi chiederai».
Pensa che ti ripensa il vecchio dice: «Non ho bisogno di niente da te: tornatene a passeggiare nel
mare!».
Gettò il pesciolino d’oro nell’acqua e se ne tornò a casa. Gli chiede la vecchia: «Hai fatto una buona
pesca, vecchio?». «Ho preso solo un pesciolino d’oro, ma l’ho ributtato nel mare; mi ha tanto
pregato: lasciami tornare, ha detto, nel mare blu; io ti sarò utile: farò tutto quello che mi chiederai!
Mi ha fatto compassione il pesciolino, non ho voluto niente in cambio e l’ho rimesso in libertà per
niente». «Ah tu, vecchio demone! Ti capita per le mani una grande fortuna e tu te la fai scappare».
La vecchia, irritata, rimprovera il vecchio dalla mattina alla sera, senza dargli un attimo di pace:
«Avresti almeno potuto chiedergli del pane! Tra poco non avremo più nemmeno una crosta secca:
cosa mangerai allora?». Non resse il vecchio, andò dal pesciolino d’oro a chiedergli del pane; arrivò
in riva al mare e gridò forte: «Pesciolino, pesciolino! Vieni in superficie e mostrati». Il pesciolino
nuotò fino alla riva: «Che vuoi, vecchio?». «La mia vecchia è furiosa, mi manda a chiederti del
pane». «Torna a casa, avrete pane a volontà». Tornò indietro il vecchio: «Allora, vecchia, hai il
pane?». «Pane a volontà; ma c’è un altro problema: il mastello si è spaccato, non so dove lavare il
bucato; vai dal pesciolino d’oro e chiedigli di darcene uno nuovo».
Andò il vecchio al mare: «Pesciolino, pesciolino! Vieni in superficie e mostrati». Nuotò fin lì il
pesciolino d’oro: «Che vuoi, vecchio?». «La mia vecchia mi manda a chiederti un mastello nuovo».
«Bene, avrete anche il mastello». Tornò indietro il vecchio; era ancora sulla porta che la vecchia di
nuovo lo assalì: «Vai» dice «dal pesciolino d’oro e chiedigli che ci costruisca una nuova izbà; nella
nostra non è più possibile vivere, andrà in pezzi da un momento all’altro!». Andò il vecchio al mare:
«Pesciolino, pesciolino! Vieni in superficie e mostrati». Il pesciolino nuotò fin lì, tirò fuori la testa
dall’acqua e chiede: «Che vuoi, vecchio?». «Costruiscici una nuova izbà; la mia vecchia continua a
brontolare, non mi dà un attimo di pace; non voglio, dice, vivere in questa vecchia bicocca: cadrà in
pezzi da un momento all’altro!» «Non ti angustiare, vecchio! Torna a casa e prega Dio, tutto sarà
fatto».
Tornò indietro il vecchio: nel suo cortile c’è un’izbà nuova, in legno di quercia, ornata da intagli.
Gli corre incontro la vecchia, più arrabbiata di prima, più brontolona di prima: «Ah tu, vecchio cane!
Non sei capace di afferrare la fortuna. Una izbà nuova, a tuo avviso, è quanto di meglio si possa
ottenere! No, va’ ancora dal pesciolino d’oro e digli: non voglio più essere una contadina, voglio
essere una gran dama, perché la gente mi obbedisca e si inchini fino a terra quando mi incontra».
Andò il vecchio al mare, dice forte: «Pesciolino, pesciolino! Vieni in superficie e mostrati». Nuotò
fin lì il pesciolino, tirò fuori la testa: «Che vuoi, vecchio?». Risponde il vecchio: «La mia vecchia
non mi dà pace, è completamente ammattita: non vuole più essere una contadina, vuole essere una
gran dama». «Bene, non ti angosciare! Torna a casa e prega Dio, tutto sarà fatto».
Tornò indietro il vecchio, e al posto dell’izbà c’è una casa in mattoni, a tre piani; per il cortile corre
la servitù, in cucina si affaccendano dei cuochi e la vecchia, vestita di broccato, siede su un’alta
poltrona e dà ordini. «Salve, moglie!», dice il vecchio. «Ah tu, specie di zoticone! Come osi
chiamare me, una gran dama, tua moglie? Ehi, servi! Portate questo contadino alle scuderie e
frustatelo come merita». Subito accorse la servitù, afferrò il vecchio per il collo e lo trascinò nella
scuderia; gli stallieri presero a frustarlo e lo lisciarono talmente che a stento si reggeva in piedi.
Dopodiché, la vecchia lo nominò custode; ordinò che gli fosse data una scopa per tenere pulito il
cortile e che fosse nutrito in cucina. Brutta la vita per il vecchio: tutto il giorno scopava il cortile e,
se solo veniva trovato un angolino non proprio pulito, subito alla stalla! “Che strega!” pensa il
vecchio. “Le è capitata la fortuna, ma ci sguazza dentro come un maiale, e non mi considera più suo
marito!”
Passò molto tempo, passò poco tempo, la vecchia si stancò anche di essere una gran dama, fece
venire il vecchio e gli ordina: «Vai, vecchio diavolo, dal pesciolino d’oro e digli: non voglio più
essere una gran dama, voglio essere zarina». Andò il vecchio al mare: «Pesciolino, pesciolino! Vieni
in superficie e mostrati». Nuotò fin lì il pesciolino d’oro: «Che vuoi, vecchio?». «Ecco, la mia
vecchia si è ammattita più di prima: non vuole più essere una gran dama, vuole essere zarina». «Non
ti angosciare! Torna a casa e prega Dio, tutto sarà fatto». Tornò indietro il vecchio e al posto della
casa c’è un alto palazzo dal tetto dorato; intorno marciano delle sentinelle e presentano le armi;
dietro si estendeva un vasto giardino, e proprio davanti al palazzo c’era un prato verde; sul prato
erano riunite delle truppe. La vecchia, vestita da zarina, uscì sul balcone con generali e boiari e
passò in rivista quell’esercito: i tamburi rullano, la fanfara suona, i soldati gridano «urrà!».
Passò molto tempo, passò poco tempo, la vecchia si stancò anche di essere zarina, ordinò di trovare
il vecchio e di portarlo davanti ai suoi occhi regali. Si alzò un tumulto, i generali si agitano, i boiari
corrono: «Chi è questo vecchio?». Con gran pena lo trovarono in un cortile secondario e lo portarono
alla zarina. «Senti, vecchio diavolo!» gli dice la vecchia. «Vai dal pesciolino d’oro e digli: non
voglio più essere zarina, voglio essere l’imperatrice del mare, perché tutti i mari e tutti i pesci siano
al mio comando». Il vecchio tentò di rifiutare: figuriamoci! «Se non vai, ti farò tagliare la testa!»
Controvoglia andò il vecchio al mare, arrivò e dice: «Pesciolino, pesciolino! Vieni in superficie e
mostrati». Del pesciolino d’oro neanche l’ombra! Chiama il vecchio una seconda volta – ancora
niente! Chiama una terza volta – improvvisamente il mare mormorò, si agitò; prima era chiaro, pulito,
e ora, invece, divenne scuro. Nuota il pesciolino fino alla riva: «Che vuoi, vecchio?». «La mia
vecchia si è ammattita ancora di più; non vuole più essere zarina, vuole essere l’imperatrice del
mare, su tutti i mari governare, su tutti i pesci comandare».
Il pesciolino d’oro non disse niente al vecchio, si voltò e tornò nelle profondità del mare. Il vecchio
tornò indietro; guarda e non crede ai suoi occhi: del palazzo neanche l’ombra e al suo posto c’è la
casetta vecchia e rognosetta, e nella casetta c’è la vecchia con un vestito lacero. Cominciarono a
vivere come prima, il vecchio si diede di nuovo alla pesca; ma per quanto spesso buttasse le reti in
mare, non gli capitò mai più di prendere il pesciolino d’oro.
La strega e la sorella del sole (93)
In un certo reame, in terre lontane c’erano una volta uno zar e una zarina che avevano un figlio, il
principe Ivan, muto dalla nascita. Un giorno, all’età di dodici anni, andò alla scuderia a trovare il suo
palafreniere preferito. Questo palafreniere gli raccontava sempre delle favole, perciò il principe Ivan
era andato da lui per ascoltare una favoletta, ma altre cose sentì. «Principe Ivan!» disse il
palafreniere. «Tua madre presto avrà una figlia e tu una sorella; diventerà una terribile strega,
mangerà sia il padre, sia la madre, sia tutti i subalterni: va’ dunque a chiedere a tuo padre il suo
miglior cavallo, come se volessi fare una passeggiata, e parti di qui alla ventura, se vuoi salvarti
dalla sventura». Il principe Ivan corse dal padre e per la prima volta dalla nascita parlò con lui; il
padre ne fu talmente felice che non chiese nemmeno: a che ti serve un buon cavallo? Subito diede
ordine di sellare il miglior cavallo della sua mandria per il principe. Il principe Ivan montò in sella e
partì alla ventura.
Cavalcò a lungo, molto a lungo; capita da due vecchie sarte e chiede che lo prendano a vivere con
loro. Le vecchie dissero: «Saremmo felici di prenderti con noi, principe Ivan, ma ci è rimasto poco
tempo da vivere. Appena avremo finito di rompere il baule degli aghi e avremo consumato il baule
dei fili, allora anche la morte arriverà!». Il principe Ivan cominciò a piangere e proseguì. Cavalcò a
lungo, molto a lungo, arriva dall’Estirpaquerce e chiede: «Tienimi con te!». «Sarei felice di prenderti
con me, principe Ivan, ma mi è rimasto poco da vivere. Appena avrò estirpato tutte queste querce con
le radici, allora verrà la mia morte!» Il principe cominciò a piangere più della volta precedente e
andò avanti, sempre avanti. Arriva dallo Spostamontagne; gli chiese di tenerlo e quello rispose:
«Sarei felice di tenerti, principe Ivan, ma anche a me è rimasto poco da vivere. Vedi, sono stato
incaricato di spostare le montagne; quando avrò finito con queste ultime, allora verrà la mia morte!».
Versò il principe Ivan lacrime amare e proseguì ancora più avanti.
Cavalcò a lungo, molto a lungo; arriva, alla fine, dalla sorella del Sole. Lei l’accolse, lo nutrì e lo
dissetò, ne ebbe cura come se si trattasse di suo figlio. Il principe viveva come un pascià, ma ogni
tanto era preso dalla tristezza: avrebbe voluto sapere cosa succedeva nella casa paterna. A volte
saliva su di un’alta montagna, guardava verso il suo palazzo e vedeva che tutto era devastato,
restavano solo le mura! Sospirava e si metteva a piangere. Una volta, dopo aver guardato ed essersi
messo a piangere, tornò a casa e la sorella del Sole chiede: «Perché, principe Ivan, hai gli occhi
rossi?». Quello dice: «È colpa del vento». La seconda volta la stessa cosa; la sorella del Sole,
allora, vietò al vento di soffiare. Ma una terza volta tornò il principe Ivan con gli occhi rossi; non ci
fu niente da fare: fu costretto a confessare tutto, e prese a chiedere alla sorella del Sole di lasciare
che lui, bravo giovane, tornasse in patria a vedere che cosa era successo. Lei non lo vuole lasciare,
ma quello continua a pregarla; insistette tanto che, alla fine, gli diede il permesso di tornare in patria
a vedere cosa fosse successo e per il viaggio gli diede una spazzola, un pettine e due melucce della
giovinezza; qualunque vecchio avesse mangiato una di quelle melucce, in un attimo sarebbe tornato
giovane!
Arrivò il principe Ivan dallo Spostamontagne, cui non restava che una sola montagna; prese la sua
spazzola e la gettò in campo aperto: da non si sa dove, improvvisamente vennero fuori dalla terra
delle montagne alte-alte, che con la cima toccavano il cielo; e ce n’erano tante da non potersi
contare! Lo Spostamontagne si rallegrò e si mise contento al lavoro. Passarono ore o mesi, arrivò il
principe Ivan dall’Estirpaquerce, cui non restavano che tre querce; prese il pettine e lo buttò in
campo aperto: da non si sa dove, improvvisamente nacquero dalla terra fitti boschi di querce, i cui
rami fremevano, un albero più grosso dell’altro! L’Estirpaquerce si rallegrò, ringraziò il principe e
se ne andò a estirpare quelle querce centenarie. Passarono ore o mesi, il principe Ivan arrivò dalle
vecchie, diede loro una meluccia a testa; quelle mangiarono, in un attimo tornarono giovani e gli
regalarono un tovagliolo: se agitavi il tovagliolo, sarebbe apparso dietro di te un intero lago!
Arriva il principe Ivan a casa. La sorella gli corse incontro, gli fece festa: «Siediti» dice «fratellino,
suona un po’ le gusli, mentre io vado a prepararti il pranzo». Il principe sedette e strimpella le gusli;
sbucò dalla tana un topolino e gli dice con voce umana: «Salvati, principe, corri più veloce che puoi!
Tua sorella è andata ad arrotarsi i denti». Il principe Ivan uscì dalla sala, montò a cavallo e galoppò
indietro; il topolino, intanto, corre sulle corde: le gusli suonano e la sorella non si accorge nemmeno
che il fratello se n’è andato. Si arrotò i denti, si lanciò nella sala, guarda – non c’è anima viva, solo
il topolino, che si infilò nella tana. Furiosa, la strega digrignò i denti e si buttò all’inseguimento.
Il principe Ivan sentì del rumore e vide che la sorella era sul punto di riprenderlo; agitò il tovagliolo
e apparve un profondo lago. Il tempo che la strega attraversasse il lago e il principe Ivan era già
lontano. Ma quella si mise a correre ancora più velocemente… era già molto vicina! L’Estirpaquerce
indovinò che il principe cercava di salvarsi dalla sorella, e giù a estirpare querce e a metterle di
traverso sulla strada; fece un’intera montagna! La strega non poteva passare! Prese ad aprirsi la
strada a colpi di denti, rosicchiò, rosicchiò, con gran pena si fece largo, ma il principe Ivan era già
lontano. Aumentò la velocità, corse, corse, ancora uno sforzo… e non potrà più scappare! Lo
Spostamontagne vide la strega, afferrò la più alta montagna e la piantò in mezzo alla strada, poi su
quella ne piazzò un’altra. Il tempo che la strega si arrampicasse e scalasse e il principe Ivan era già
tanto ma tanto lontano.
Oltrepassò la strega le montagne e di nuovo si dette all’inseguimento del fratello… Lo avvistò e
dice: «Ora non mi sfuggirai!». Era vicino, lo stava per raggiungere! In quel momento arrivò il
principe Ivan al palazzo della sorella del Sole e si mise a gridare: «Sole, solicello! Apri la finestra
del tuo castello». La sorella del Sole aprì la finestra, e il principe ci saltò dentro con tutto il cavallo.
La strega chiese che gli dessero la testa del fratello; la sorella del Sole non le diede ascolto. Allora
dice la strega: «Lascia che il principe Ivan salga con me sulla bilancia: vediamo chi pesa di più! Se
peso di più io, allora me lo mangerò; se pesa di più lui, che mi uccida!». Andarono; per primo salì
sulla bilancia il principe Ivan, poi fu il turno della strega; appena posò il piede sulla bilancia, il
principe Ivan fu sbalzato in aria, e con una tale forza che raggiunse direttamente il cielo, il palazzo
della sorella del Sole; e quella serpe della strega rimase sulla terra.

La figlia e la figliastra (98)


Un contadino vedovo e con una figlia si era risposato con una donna anch’ella vedova e con una
figlia: ognuno di loro quindi aveva una figlia adottiva. La matrigna era odiosa; non dà mai pace al
vecchio: «Porta tua figlia nel bosco e sistemala in una grotta! Là potrà filare di più». Che fare! Il
contadino diede ascolto alla donna, portò la figlia in una grotta, le diede un acciarino, una selce,
un’esca da fuoco e un sacchetto di semolino, e dice: «Eccoti del fuoco; il fuoco non trascurare, la
polenta ti puoi cucinare, siediti solo per filare, la capanna vedi di serrare».
Arrivò la notte. La ragazza accese la stufetta, si preparò della polenta; da non si sa dove sbucò un
topino e dice: «Bella fanciulla, dammi un cucchiaino di polenta». «Oh, mio topino! Allevia la mia
noia; e allora ti darò non un solo cucchiaino di polenta, ma ti nutrirò a sazietà». Il topolino,
rifocillato, se ne andò. Durante la notte fece irruzione un orso. «Allora, ’gnorina» dice «spegni il
fuoco, giochiamo a mosca cieca».
Il topolino saltò sulla spalla della ragazza e le bisbiglia all’orecchio: «Non temere, fanciulla! Di’:
d’accordo! Poi spegni il fuoco e nasconditi sotto la stufa, mentre io correrò di qua e di là e suonerò
un campanellino». Così fu. Corre l’orso dietro il topolino, ma non lo prende; iniziò ad arrabbiarsi e a
lanciare dei ceppi; lanciava, lanciava, ma invano, si stancò e disse: «Sei una campionessa, ’gnorina,
a mosca cieca! Come ricompensa ti manderò domani mattina una mandria di cavalli e un carro di
beni».
Il mattino dopo la moglie dice: «Vai, vecchio, fai un salto dalla tua bambina a vedere se stanotte ha
filato molta lana». Partì il vecchio, mentre la donna si siede e aspetta; quello avrebbe riportato di
certo solo le ossa della figliastra! Ma ecco un cagnolino: «Arf-arf-arf! La ragazza arriva col vecchio,
guida una mandria di cavalli, conduce un carro di beni». «Menti, pettegolo! Sono le ossa in una cassa
che risuonano e rimbombano». Il portone scricchiolò, i cavalli corsero dentro il cortile, mentre la
ragazza col padre siede sul carro: il carro era pieno di beni! Alla donna fiammeggiavano gli occhi
dalla smania. «Non è un granché!» grida. «Portaci mia figlia nel bosco per la notte; mia figlia guiderà
due mandrie di cavalli, condurrà a casa due carri di beni».
Condusse il vecchio anche la figlia della donna nella grotta e ugualmente la equipaggiò di cibo e
luce. Verso sera si mise a cucinare della polenta. Saltò fuori il topolino e chiede da mangiare
qualcosa a Nataska. Ma Nataska grida: «Vattene, mi fai schifo!», e gli tirò dietro un cucchiaio. Il
topolino corse via; Nataska, intanto, si spolvera da sola tutta la polenta; spense il fuoco e si mise a
fare un sonnellino in un angolo.
Arrivò la mezzanotte, fece irruzione l’orso, e dice: «Ehi, dove sei, ’gnorina? Su, giochiamo a mosca
cieca». La ragazza tace, ma batte i denti dalla paura. «Ah, eccoti! Tieni il campanello, corri, io ti
acchiapperò». Prese il campanello, la mano le tremava, il campanello senza sosta suonava, mentre il
topolino diceva: «La fanciulla cattiva non potrà restare viva!».
Il mattino dopo la donna spedisce il vecchio nel bosco: «Vai! Mia figlia condurrà due carri, guiderà
due mandrie». Il contadino partì, mentre la donna aspettava dietro il portone. Ma ecco il cagnolino:
«Arf-arf-arf! Torna la figlia della padrona, la cassa con le ossa risuona, mentre col vecchio sul carro
non c’è altra persona». «Tu menti, botolo! Mia figlia guida le mandrie e conduce i carri». Guarda: il
vecchio sul portone dà alla moglie una cassa; la donna aprì la cassetta, guardò gli ossetti e cominciò
a gridare, e si infuriò talmente che il giorno dopo morì per il dolore e la rabbia; il vecchio, invece,
visse felice e contento con la figlia, cui trovò un marito che beata chi se lo piglia!

La baba-jaga (103)
C’erano una volta un vecchio e una vecchia; il vecchio restò vedovo e si risposò, mentre del primo
matrimonio gli rimaneva una figlia. La matrigna cattiva non la poteva sopportare, la batteva e
pensava in qualche modo di liberarsene. Un giorno il padre partì per un certo posto e la matrigna
dice alla bambina: «Vai da tua zia, mia sorella, e chiedile un aghetto e del filo per cucirti una
camicia». Ma quella zia era in realtà la baba-jaga gamba ossuta.
La bambina, che non era stupida, passò prima dalla sua vera zia. «Salve, zietta!» «Salve, cara!
Perché sei venuta?» «La matrigna mi ha detto di andare da sua sorella a chiedere un aghetto e del filo
per cucirmi una camicia». Quella la mette in guardia: «Laggiù, nipotina, una giovane betulla ti
sferzerà il viso, tu legaci attorno un nastro; laggiù, il portone scricchiolerà e sbatterà, tu versa un po’
d’olio sui cardini; laggiù, i cani cercheranno di azzannarti, tu getta loro un pezzetto di pane; laggiù, il
gatto cercherà di graffiarti gli occhi, tu dagli del prosciutto». Si mise in cammino la bambina;
cammina cammina, arrivò.
Ecco una casetta: dentro c’è la baba-jaga gamba ossuta che tesse. «Salve, zietta!» «Salve, cara!»
«La mamma mi ha mandata a chiederti un aghetto e del filo per cucirmi una camicia». «Bene; siediti
intanto a tessere». La bambina si sedette al telaio, mentre la baba-jaga uscì e dice alla sua domestica:
«Vai a scaldare il bagno e lava mia nipote, ma per bene, mi raccomando; voglio mangiarla a
colazione». La bambina se ne sta seduta, più morta che viva, terrorizzata, e supplica la domestica:
«Cara! Non mettere al fuoco troppa legna, ma versa piuttosto molta acqua, porta l’acqua con un
setaccio», e le regalò un fazzoletto.
La baba-jaga si stufò di aspettare; si avvicinò alla finestra e chiede: «Tessi, nipotina, tessi, cara?».
«Tesso, zietta, tesso, cara!» La baba-jaga si allontanò e la bambina diede al gatto del prosciutto e
chiede: «Non è possibile in qualche modo andarsene di qua?». «Eccoti un pettinino e un tovagliolo»
dice il gatto «prendili e corri via; la baba-jaga ti inseguirà, tu appoggia l’orecchio a terra e quando
sentirai che è vicina, butta prima il tovagliolo: apparirà un fiume largo-largo; se poi la baba-jaga
riuscirà ad attraversare il fiume e continuerà a inseguirti, tu appoggia ancora l’orecchio a terra, e
quando sentirai che è vicina, butta il pettinino: apparirà un bosco fitto-fitto; attraverso quello non
penetrerà!»
La bambina prese il tovagliolo e il pettinino e corse via; i cani volevano azzannarla, ma lei buttò
loro un pezzetto di pane e quelli la lasciarono passare; il portone voleva sbattere, ma lei versò
dell’olio nei cardini e quello la lasciò passare; la giovane betulla voleva sferzarle il viso, ma lei ci
avvolse intorno un nastro e quella la lasciò passare. Intanto il gatto sedeva al telaio e tesseva: non
tanto tesseva, quanto aggrovigliava. La baba-jaga si avvicinò alla finestra e chiede: «Tessi, nipotina,
tessi, cara?». «Tesso, zietta, tesso, cara!», risponde con una voce grossa il gatto.
La baba-jaga si lanciò nella casetta, scoprì che la bambina era fuggita e giù a battere il gatto e a
rimproverarlo perché non aveva graffiato gli occhi alla bambina. «Da quando sono al tuo servizio»
dice il gatto «tu non mi hai dato neanche un ossicino, mentre lei mi ha dato del prosciutto». La baba-
jaga si avventò sui cani, sul portone, sulla giovane betulla e sulla domestica, e giù a ingiuriarli e a
picchiarli tutti. I cani le dicono: «Da quando siamo al tuo servizio, tu non ci hai mai gettato neanche
una crosta bruciata, mentre lei ci ha dato un pezzetto di pane». Il portone dice: «Da quando sono al
tuo servizio, tu non mi hai versato sui cardini nemmeno una goccia d’acqua, mentre lei mi ha unto con
dell’olio». La giovane betulla dice: «Da quando sono al tuo servizio, tu non mi hai ornata nemmeno
con un filo, mentre lei mi ha ornata con un nastro». La domestica dice: «Da quando sono al tuo
servizio, tu non mi hai mai regalato nemmeno uno straccio, mentre lei mi ha regalato un fazzoletto».
La baba-jaga gamba ossuta subito entrò nel suo mortaio, con il pestello frustava, con la scopa le
tracce cancellava, e si lanciò all’inseguimento della bambina. La bambina, allora, appoggiò
l’orecchio a terra e sentì che la baba-jaga la inseguiva ed era già vicina; prese il tovagliolo e lo
gettò: apparve un fiume davvero enorme! La baba-jaga arrivò al fiume e digrignò i denti dalla rabbia;
tornò a casa, prese i suoi buoi e li condusse al fiume; i buoi bevvero tutto il fiume fino all’ultima
goccia. La baba-jaga si lanciò di nuovo all’inseguimento. La bambina appoggiò l’orecchio a terra e
sentì che la baba-jaga era vicina, buttò il pettinino: apparve un bosco fitto e terrificante! La baba-jaga
cercò di rosicchiarlo, ma per quanto facesse, non riuscì a penetrarlo e tornò indietro.
Intanto il vecchio era già tornato a casa e chiede: «Dov’è mia figlia?». «È andata dalla zietta», dice
la matrigna. Poco dopo la bambina arrivò di corsa a casa. «Dove sei stata?», chiede il padre. «Ah,
padre!» dice lei. «Così e così, la mamma mi ha mandato dalla zia a chiederle un aghetto e del filo per
cucirmi una camicia, ma la zia era in realtà una baba-jaga e voleva mangiarmi». «E come sei riuscita
a fuggire, tesoro?» La bambina gli racconta tutto. Quando il vecchio seppe tutta la storia, si infuriò
con la moglie e le sparò; da allora vive felice e contento con la figlia, e si è anche arricchito; da loro
sono stato, ho bevuto del moscato: sui baffi è scivolato, in bocca non è arrivato.

Vasilisa la Bella (104)


In un reame, c’era una volta un mercante. In dodici anni di matrimonio, aveva avuto solamente una
figlia, Vasilisa la Bella. Quando la madre morì, la bambina aveva otto anni. In punto di morte, la
donna chiamò a sé la figlia, tirò fuori da sotto la coperta una bambola, gliela diede e disse: «Ascolta,
mia piccola Vasilisa! Ricorda e segui le mie ultime parole. Io sto per morire e insieme alla
benedizione materna ti lascio questa bambola; tienila sempre con te e non la mostrare a nessuno; se ti
dovesse succedere qualche disgrazia, dalle da mangiare e chiedile consiglio. Una volta rifocillata, ti
dirà come rimediare alla sventura». Dopodiché la madre baciò la figlioletta e morì.
Dopo la morte della moglie, il mercante portò il lutto quanto si conveniva, ma poi iniziò a pensare di
risposarsi. Era una brava persona; i partiti non mancavano, ma una vedovella gli piacque più delle
altre. Non era più giovanissima, aveva anche due figlie, più o meno della stessa età di Vasilisa:
doveva dunque essere una donna di casa e una madre esperta. Il mercante sposò la vedovella, ma
aveva fatto un errore: non aveva trovato in lei una buona madre per la sua Vasilisa. Vasilisa era la
più bella ragazzina del villaggio; la matrigna e le sorellastre erano gelose della sua bellezza, la
tormentavano con tutti i lavori possibili e immaginabili, perché si sciupasse a forza di faticare e le
diventasse la pelle scura per il sole e per il vento; non era certo vita la sua!
Vasilisa sopportava tutto senza protestare e di giorno in giorno diventava più bella e più fiorente,
mentre la matrigna e le sue figlie si rinsecchivano e si imbruttivano per la cattiveria, nonostante
stessero sempre sedute e con le mani in mano, come delle signore. Com’era possibile tutto questo?
Vasilisa era aiutata dalla sua bambola. Altrimenti, come se la sarebbe cavata la bambina con tutto
quel lavoro? Per questo, Vasilisa, a volte, non finiva di mangiare e lasciava il boccone più prelibato
alla bambolina, e di sera, quando tutti si mettevano a letto, si chiudeva nello sgabuzzino dove viveva
e le dava da mangiare, dicendo: «Tieni, bambolina, mangia, mio bene, ascolta il racconto delle mie
pene! Abito in casa di papà, ma non vedo per me felicità; la matrigna cattiva mi perseguita fin
dall’alba. Insegnami come agire, come a vivere riuscire». La bambolina si rifocillava, e poi le dava
dei consigli, la riconfortava, e il mattino dopo sbrigava tutte le faccende al posto di Vasilisa; lei,
intanto, si riposava al freschetto, raccoglieva un bel mazzetto, mentre l’orto era curato, e il cavolo
innaffiato, e l’acqua portata, e la stufa accesa. La bambolina mostrò perfino a Vasilisa un’erba per
proteggere la pelle dal sole. Bella la vita con la bambolina.
Passarono alcuni anni; Vasilisa crebbe e divenne una ragazza da marito. Tutti i ragazzi in città
chiedono la mano di Vasilisa; alle figlie della matrigna nessuno dà nemmeno un’occhiata. La matrigna
si incattivisce più di prima e risponde a tutti i pretendenti: «Non farò sposare la minore prima delle
altre due!», e quando i ragazzi se ne vanno, sfoga la sua collera su Vasilisa picchiandola.
Un giorno, il mercante fu costretto a partire per un lungo viaggio d’affari. La matrigna si trasferì in
un’altra casa, e accanto a questa casa c’era un fitto bosco, e nel bosco, in una radura, c’era una
capanna, e nella capanna viveva una baba-jaga: non lasciava avvicinare nessuno e mangiava la gente,
come fossero polli. Fatto il trasloco, la moglie del mercante trovava mille scuse per mandare l’odiata
Vasilisa nel bosco, ma lei tornava sempre a casa sana e salva: la bambolina le indicava la strada e
non la lasciava avvicinare alla capanna della baba-jaga.
Arrivò l’autunno. La matrigna distribuì alle tre ragazze il lavoro serale: una fu incaricata di tessere
del pizzo, l’altra di fare la calza, Vasilisa, invece, di filare, a ognuna insomma un compito. Spense
tutti le luci della casa, lasciò solo una candela là dove lavoravano le ragazze, e se ne andò a letto. Le
ragazze lavoravano. Ecco che la fiamma della candela si abbassò; una delle figlie della matrigna
prese una pinza per smoccolare lo stoppino, ma invece, su ordine della madre, spense la candela
come per caso. «Che facciamo adesso?» dicevano le ragazze. «Non c’è più luce da nessuna parte in
casa, e i nostri compiti non sono finiti. Bisogna correre a prendere del fuoco dalla baba-jaga». «A me
fanno luce le spille!» disse quella che tesseva il pizzo. «Io non ci vado». «Nemmeno io ci vado»
disse quella che faceva la calza. «A me fanno luce i ferri!» «Devi andarci tu» gridarono tutte e due.
«Vai dalla baba-jaga!», e spingevano Vasilisa fuori dalla stanza.
Vasilisa andò nel suo ripostiglio, mise davanti alla bambolina la cena preparata e disse: «Tieni,
bambolina, mangia, mio bene, ascolta il racconto delle mie pene: vogliono mandarmi a prendere il
fuoco dalla baba-jaga; la baba-jaga mi mangerà!». La bambolina mangiò tutto, e gli occhi le
brillavano come due stelle. «Non temere, mia piccola Vasilisa!» disse. «Vai dove ti mandano, ma
tienimi sempre con te. Con me accanto non ti succederà niente dalla baba-jaga». Vasilisa si preparò,
si mise la bambolina nella tasca e, dopo essersi fatta il segno della croce, andò nella foresta
selvaggia.
Cammina e trema. All’improvviso la supera un cavaliere: bianco, vestito di bianco, su un cavallo
bianco ornato da finimenti bianchi: iniziò ad albeggiare.
Cammina ancora e la supera un altro cavaliere: rosso, vestito di rosso, su un cavallo rosso: iniziò a
spuntare il sole.
Vasilisa camminò tutta la notte e tutto il giorno, solo la sera successiva sbucò nella radura dove
stava l’izbà della baba-jaga; la palizzata intorno all’izbà era di ossa umane, sulla palizzata c’erano
dei teschi con gli occhi; al posto dei battenti del portone – gambe umane, al posto dei chiavistelli –
mani, al posto del lucchetto – una bocca con denti aguzzi. Vasilisa allibì per l’orrore e rimase di
sasso. All’improvviso arriva un altro cavaliere: nero, vestito di nero, su un cavallo nero; galoppò
fino al portone della baba-jaga e sparì, come se la terra l’avesse inghiottito: si fece notte. Ma
l’oscurità non durò a lungo; a tutti i teschi della palizzata si illuminarono gli occhi, e la radura fu
rischiarata a giorno. Vasilisa tremava dalla paura, ma, non sapendo dove correre, rimase là.
Presto si sentì nel bosco un terribile rumore: gli alberi crepitarono, le foglie secche scricchiolarono;
uscì dal bosco la baba-jaga: in un mortaio sedeva, con il pestello frustava, con una scopa le tracce
cancellava. Si avvicinò al portone, si fermò e, dopo aver annusato intorno a sé, gridò: «Puah, puah!
Sento odore di russo! Chi c’è?». Vasilisa, impaurita, si avvicinò alla vecchia e, facendo un profondo
inchino, disse: «Sono io, nonna! Le figlie della mia matrigna mi hanno mandata da te a chiederti del
fuoco». «Bene» disse la baba-jaga «le conosco, resta qualche tempo qui da me a lavorare e allora ti
darò del fuoco; altrimenti, ti mangerò!» Poi si rivolse al portone e gridò: «Ehi, chiavistelli miei
solidi, tiratevi; battenti miei larghi, apritevi!». Il portone si aprì, la baba-jaga entrò fischiando; dietro
di lei entrò Vasilisa, e poi di nuovo tutto si richiuse. Entrata in casa, la baba-jaga si stese e dice a
Vasilisa: «Dammi un po’ qui quel che c’è nel forno: voglio mangiare».
Vasilisa accese un rametto avvicinandolo ai teschi che stavano sulla palizzata e cominciò a tirare
fuori dal forno del cibo e a darlo alla baba-jaga, e il cibo sarebbe bastato per sfamare almeno dieci
persone; dalla cantina portò del kvas24, dell’idromele, della birra e del vino. Tutto pappò, tutto trincò
la vecchia; a Vasilisa lasciò solamente un po’ di minestrina di cavoli, un tozzo di pane e un pezzettino
di carne di maiale. Si mise la baba-jaga a letto a dormire e dice: «Quando domani me ne andrò, vedi
il cortile di pulire, l’izbà di spazzare, il pranzo di preparare, la biancheria di stirare, poi vai al
contenitore del grano, prendi un quarto di frumento e puliscilo. E che tutto sia fatto, altrimenti ti
mangerò!». Dopo questo ordine la baba-jaga cominciò a russare; Vasilisa, invece, mise gli avanzi del
pranzo della vecchia davanti alla bambolina, pianse amaramente e disse: «Tieni, bambolina, mangia,
mio bene, ascolta il racconto delle mie pene! La baba-jaga mi ha dato un compito troppo difficile e
minaccia di mangiarmi se non lo porto a termine; aiutami!». La bambola rispose: «Non temere,
Vasilisa la Bella! Mangia, di’ le tue preghiere e mettiti a dormire; la notte porta consiglio!».
Di buon mattino si svegliò Vasilisa, la baba-jaga si era già alzata, e guardò dalla finestra: gli occhi
dei teschi si stanno spegnendo; ecco che balenò il cavaliere bianco e albeggiò. La baba-jaga uscì nel
cortile, fischiò: davanti a lei apparve il mortaio con il pestello e la scopa. Balenò il cavaliere rosso:
spuntò il sole. La baba-jaga sedette nel mortaio e uscì dal cortile, col pestello frustando, con la scopa
le tracce cancellando. Vasilisa rimase sola, diede un’occhiata alla casa della baba-jaga, si
meravigliò per l’abbondanza di ogni cosa e rimase pensosa: in quale lavoro impegnarsi prima di
tutti? Guarda, ma tutto il lavoro era già stato fatto; la bambolina aveva diviso dalla pula gli ultimi
chicchi di grano. «Ah tu, mia benefattrice!» disse Vasilisa alla bambolina. «Mi hai salvata dalla
sventura». «Ti è rimasto solo da preparare il pranzo» rispose la bambolina, scivolando nella tasca di
Vasilisa. «Cucina con l’aiuto di Dio, poi riposati e che buon pro ti faccia!»
Verso sera, Vasilisa apparecchiò la tavola e aspetta la baba-jaga. Cominciò a imbrunire, balenò
dietro il portone il cavaliere nero: discese la notte; c’erano solo gli occhi dei teschi che facevano
luce. Gli alberi crepitarono, le foglie scricchiolarono: arriva la baba-jaga. Vasilisa le andò incontro.
«Hai fatto tutto?» chiede la baba-jaga. «Guarda tu stessa, nonna!», disse Vasilisa. La baba-jaga
controllò tutto, si dispiacque di non aver motivo per arrabbiarsi e disse: «Va bene!». Poi gridò:
«Miei fedeli servitori, amici del mio cuore, macinate il mio grano!». Apparvero sei mani, afferrarono
il grano e lo portarono via. La baba-jaga mangiò a sazietà, si mise a letto a dormire e diede un nuovo
ordine a Vasilisa: «Domani fai tutto quello che hai fatto oggi, ma in più prendi dal granaio semi di
papavero e pulisci ogni seme della terra: sai, qualcuno per farmi dispetto ci ha mescolato della
terra!». Così disse la vecchia, si girò verso la parete e si mise a russare, mentre Vasilisa dava da
mangiare alla sua bambolina. La bambolina si rifocillò e le disse le stesse cose del giorno
precedente: «Prega Dio e mettiti a dormire; la notte porta consiglio, tutto sarà fatto, mia piccola
Vasilisa!».
Il mattino dopo di nuovo la baba-jaga se ne andò dal cortile nel mortaio, mentre Vasilisa e la
bambolina fecero subito tutto il lavoro. La vecchia tornò, controllò tutto e gridò: «Miei fedeli
servitori, amici del mio cuore, ricavate dai semi di papavero dell’olio!». Apparvero le sei mani,
afferrarono il papavero e lo portarono via. La baba-jaga sedette a mangiare; quella mangia e Vasilisa,
in piedi, tace. «Perché non mi dici qualcosa?» disse la baba-jaga. «Te ne stai lì come se fossi muta!»
«Non osavo» rispose Vasilisa «ma se me lo permetti, allora vorrei proprio chiederti una cosa».
«Chiedi pure; anche se non tutte le domande sono salutari: chi sa molto invecchia presto!» «Vorrei
chiederti, nonna, solamente di una cosa che ho visto: mentre venivo da te, mi ha oltrepassata un
cavaliere su un cavallo bianco, bianco anche lui e con un vestito bianco: chi era?» «Era il mio giorno
chiaro», rispose la baba-jaga. «Poi mi ha oltrepassata un altro cavaliere, su un cavallo rosso, rosso
anche lui e vestito tutto di rosso; e quello chi era?» «Era il mio sole ardente!», rispose la baba-jaga.
«E chi era un cavaliere nero, che mi ha oltrepassata proprio sul tuo portone, nonna?» «Era la mia
notte scura: tutti sono miei fedeli servitori!»
Vasilisa si ricordò delle sei mani e tacque. «Perché non mi chiedi qualche altra cosa?», disse la
baba-jaga. «Mi basta così; tu stessa hai detto, nonna, che chi sa molto invecchia presto». «Hai fatto
bene» disse la baba-jaga «a chiedere solo di quello che hai visto fuori del cortile e non nel cortile!
Non mi piace che la gente ficchi il naso nei miei affari, e quanti curiosi ho mangiato! Ora sono io a
farti una domanda: come ce la fai a finire tutto il lavoro che ti do da fare?» «Mi aiuta la benedizione
della mia mamma», rispose Vasilisa. «È dunque questo! Sparisci dalla mia vista, figlia benedetta!
Non ho bisogno di gente benedetta». Trascinò Vasilisa fuori dalla casa e la spinse fuori dal portone,
dopo aver preso dalla palizzata uno dei teschi con gli occhi fiammeggianti e averglielo dato,
conficcato su un palo, dicendo: «Eccoti il fuoco per le figlie della tua matrigna, prendilo; è per
questo, no, che ti hanno mandata qui».
Vasilisa si incamminò verso casa alla luce del teschio, che si spense solamente alle prime luci
dell’alba, e, alla fine, la sera del secondo giorno, giunse a casa sua. Avvicinandosi al portone, voleva
gettare il teschio: “Probabilmente a casa” pensa “non avranno più bisogno di fuoco”. Ma
all’improvviso sentì una debole voce provenire dal teschio: «Non mi gettare, portami alla
matrigna!».
Lei guardò verso la casa della matrigna e, non vedendo luce a nessuna delle finestre, si decise ad
andare là col teschio. Per la prima volta la accolsero affettuosamente e le raccontarono che, da
quando se ne era andata, non avevano più avuto luce in casa: non erano riuscite in nessun modo ad
avere della luce, perché anche il fuoco preso dai vicini si spegneva non appena lo portavano dentro.
«Forse il tuo fuoco resisterà!», disse la matrigna. Portarono il teschio nella stanza; gli occhi del
teschio fissano in un modo la matrigna e le sue figlie, e fiammeggiano in un modo! Quelle si
nascondevano, ma ovunque si mettevano, gli occhi le seguivano; verso mattino erano carbonizzate in
un angolo; solo Vasilisa era stata risparmiata.
Al mattino, Vasilisa sotterrò il teschio, chiuse la casa a chiave, andò in città e chiese alloggio a una
vecchietta senza famiglia; se ne sta là e aspetta il ritorno del padre. Un giorno dice alla vecchietta:
«Mi sono annoiata di stare senza far niente, nonna! Esci, comprami il miglior lino che c’è; almeno
filerò». La vecchietta comprò il miglior lino; Vasilisa si mise al lavoro, che procedeva a meraviglia,
e ottenne un filo talmente uniforme e sottile da sembrare un capello. Quando ebbe filato a sufficienza
per poter tessere della stoffa, non si trovò un telaio che fosse adatto al filo di Vasilisa; nessuno si
sente in grado di farlo. Vasilisa chiese consiglio alla sua bambolina, che dice: «Portami un qualsiasi
telaio vecchio, una vecchia spola e un crine di cavallo; io ti confezionerò ciò che vuoi».
Vasilisa si procurò tutto quel che serviva e si mise a dormire, mentre la bambola durante la notte
preparò un macchinario perfetto. Alla fine dell’inverno fu pronta anche la tela, e così fine che la si
sarebbe potuta far passare per la cruna di un ago al posto del filo. In primavera tinsero di bianco la
tela, e Vasilisa dice alla vecchia: «Vendi, nonna, questa tela e tieniti i soldi». La vecchia diede
un’occhiata alla stoffa e esclamò: «No, bambina! Una tela simile è degna solamente dello zar, la
porterò a palazzo». Andò la vecchia a palazzo reale e si mette a fare avanti e indietro sotto le
finestre. La vide lo zar e chiese: «Che vuoi, vecchietta?». «Vostra Altezza Reale» risponde la vecchia
«ho portato una mercanzia meravigliosa; non voglio mostrarla ad altri se non a te». Lo zar ordinò di
far entrare la vecchia e quando vide la tela trasecolò. «Quanto ne vuoi?», chiese lo zar. «Non ha
prezzo, mio sovrano! Te l’ho portata in dono». Lo zar ringraziò e mandò via la vecchia carica di
regali.
Volevano utilizzare quella tela per fare delle camicie allo zar, le tagliarono, ma non poterono trovare
da nessuna parte una sarta in grado di cucirle. A lungo cercarono; alla fine lo zar fece chiamare la
vecchia e disse: «Visto che sei stata capace di filare e di tessere una simile tela, saprai anche farne
delle camicie». «Non sono stata io, sovrano, a filare e a tessere questa tela» disse la vecchia «è stata
la mia figlia adottiva». «Allora che le cucia lei!» Tornò la vecchietta a casa e raccontò tutto a
Vasilisa. «Sapevo» le dice Vasilisa «che questo era un lavoro per le mie mani». Si chiuse nella sua
camera e si mise all’opera; cucì senza sosta e presto una dozzina di camicie fu pronta.
La vecchia portò le camicie allo zar, mentre Vasilisa si lavò, si pettinò, si vestì e sedette sotto la
finestra. Se ne sta seduta e aspetta gli avvenimenti. Vede che arriva nel cortile della vecchia un
servitore dello zar; entrò nella stanza e dice: «Il sovrano vuole vedere l’abile sarta che ha cucito le
sue camicie e ricompensarla con le sue mani regali». Andò Vasilisa e si presentò agli occhi dello zar.
Come lo zar vide Vasilisa la Bella, subito si innamorò perdutamente di lei. «No» dice «bellezza mia!
Non mi separerò mai da te; tu sarai mia moglie». Allora prese lo zar Vasilisa per le bianche mani, la
fece sedere accanto a sé e lì celebrarono le nozze. Presto tornò anche il padre di Vasilisa, si rallegrò
del destino della figlia e rimase a vivere con lei. Vasilisa tenne con sé anche la vecchietta e portò
sempre in tasca la bambolina fino alla fine dei suoi giorni.

Ivaško e la strega (108)


C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano un unico figlioletto di nome Ivašečko; lo
amavano tanto da non potersi dire! Chiede un giorno Ivašečko al padre e alla madre: «Lasciatemi
andare a pesca». «Ma su! Sei ancora piccolo, rischieresti di annegare!» «No, non annegherò; vi
porterò del pesce: lasciatemi andare!» La donna gli infilò una camiciola bianca, gli mise una cintina
rossa e lasciò andare Ivašečko.
Lui si sedette in barca e dice:
Barchetta, barchetta, naviga fino al largo!
Barchetta, barchetta, naviga fino al largo!

La barchetta navigò fin lontano-lontano, e Ivaško si mise a pescare. Passò poco tempo, passò molto
tempo, andò la vecchia sulla riva e chiama il suo figliolo:
Ivašečko, Ivašečko, mio figliolino!
Naviga, naviga a me vicino;
Da bere e da mangiare ti ho portato.

E Ivaško dice:
Barchetta, barchetta, naviga fino a riva:
Di là mi chiama la mia mammina.

La barchetta navigò fino a riva; la donna prese il pesce, diede da mangiare e da bere al figlio, gli
cambiò la camiciola e la cintina e lo mandò di nuovo a pescare.
Quello sedette nella barchetta e dice:
Barchetta, barchetta, naviga fino al largo!
Barchetta, barchetta, naviga fino al largo!

La barchetta navigò fin lontano-lontano, e Ivaško si mise a pescare. Passò poco tempo, passò molto
tempo, andò il vecchio sulla riva e chiama il suo figliolo:
Ivašečko, Ivašečko, mio figliolino!
Naviga, naviga a me vicino;
Da bere e da mangiare ti ho portato.

E Ivaško:
Barchetta, barchetta, naviga fino a riva:
Di là mi chiama il mio babbino.

La barchetta navigò fino a riva; l’uomo prese il pesce, diede da mangiare e da bere al figlio, gli
cambiò la camiciola e la cintina e lo mandò di nuovo a pescare.
Ma una strega sentì l’uomo e sua moglie chiamare Ivaško, e le venne in mente di rapire il bambino.
Arriva quindi sulla riva e grida con voce rauca:
Ivašečko Ivašečko, mio figliolino!
Naviga, naviga a me vicino;
Da bere e da mangiare ti ho portato.

Ivaško sente che quella non è la voce di sua madre, ma della strega, e canta:
Barchetta, barchetta, naviga fino al largo,
Barchetta, barchetta, naviga fino al largo:
Non è la mamma che mi chiama, è la strega che mi chiama.

La strega capì che doveva chiamare Ivaško con la stessa voce con cui lo chiamava sua madre, corse
dal fabbro e gli chiede: «Forgiatore, forgiatore! Forgiami una vocetta sottile come quella della madre
di Ivaško; altrimenti, ti mangerò!». Il forgiatore le forgiò la stessa voce della mamma di Ivaško.
Allora la strega andò di notte sulla riva e canta:
Ivašečko, Ivašečko, mio figliolino!
Naviga, naviga a me vicino;
Da bere e da mangiare ti ho portato.

Ivaško navigò fino a riva; quella prese il pesce, afferrò lui e lo portò via con sé. Arrivò a casa e
ordina a sua figlia Alënka: «Fai scaldare bene il forno e cuocici perbenino Ivaško, mentre io vado a
invitare i miei amici». Allora Alënka scaldò il forno al massimo e dice a Ivaško: «Su, siediti sulla
pala!». «Sono ancora piccolo e ignorante» risponde Ivaško «ancora niente so fare, né capire; fammi
vedere come ci si deve sedere sulla pala». «Bene» dice Alënka «non ci vuole molto a imparare!», e
appena si fu seduta sulla pala, Ivaško la scaraventò nel forno e chiuse lo sportello, poi uscì dalla
casetta, chiuse la porta e si arrampicò su una quercia altissima.
La strega arriva con gli ospiti e bussa alla porta; nessuno le apre la porta. «Ah, dannata Alënka!
Probabilmente se ne è andata da qualche parte a giocare». Si arrampicò la strega attraverso la
finestra, aprì la porta e fece entrare gli ospiti; tutti si sedettero a tavola, mentre la strega aprì lo
sportello del forno, prese Alënka arrosto e la mise sulla tavola: mangiarono a sazietà, bevvero a
sazietà, uscirono in cortile e presero a rotolarsi nell’erba. «Ruzzolo e mi rotolo, dopo aver mangiato
la ciccina di Ivaško!» grida la strega. «Ruzzolo e mi rotolo, dopo aver mangiato la ciccina di
Ivaško!» Ma Ivaško replica dall’alto della quercia: «Ruzzola e rotolati, dopo aver mangiato la
ciccina di Alënka!». «Mi sembra di aver sentito qualcosa», dice la strega. «Sono le foglie che
stormiscono!» Di nuovo la strega dice: «Ruzzolo e mi rotolo, dopo aver mangiato la ciccina di
Ivaško!», e Ivaško: «Ruzzola e rotola, dopo aver mangiato la ciccina di Alënka!». La strega guardò in
alto e vide Ivaško; si precipitò a rosicchiare la quercia, proprio quella dove stava Ivaško, rosicchiò,
rosicchiò, rosicchiò: si ruppe due denti davanti e corse alla bottega del fabbro. Arrivò di corsa e
dice: «Forgiatore, forgiatore! Forgiami dei denti di ferro, altrimenti ti mangerò!». Il forgiatore le
forgiò due denti di ferro.
Tornò la strega e si mise di nuovo a rosicchiare la quercia; rosicchiò, rosicchiò, e appena ebbe finito
di rosicchiare, Ivaško saltò su una seconda quercia, là accanto, mentre quella che la strega aveva
rosicchiato si disfece a terra. La strega vede che Ivaško sta già su un’altra quercia, digrignò i denti
per la cattiveria e si mise di nuovo a rosicchiare l’albero; rosicchiò, rosicchiò, rosicchiò: ruppe i
due denti in basso e corse alla bottega del fabbro. Arrivò di corsa e disse: «Forgiatore, forgiatore!
Forgiami dei denti di ferro, altrimenti ti mangerò!». Il forgiatore le forgiò altri denti di ferro. Tornò la
strega e si mise di nuovo a rosicchiare la quercia. Ivaško non sa più che fare; guarda: stanno volando
di là delle oche-cigni; chiede loro:
Miei bei cigni leali,
Prendetemi sulle ali,
Portatemi da babbino e mammina;
Da babbino e mammina,
A bere, mangiare e fare una passeggiatina!

«Che ti prendano le prossime», dicono gli uccelli. Ivaško aspetta; vola un altro stormo, lui di nuovo
chiede:
Miei bei cigni leali,
Prendetemi sulle ali,
Portatemi da babbino e mammina;
Da babbino e mammina,
A bere, mangiare e fare una passeggiatina!

«Che ti prendano le ultime». Ivaško aspetta ancora; vola un terzo stormo, lui chiede:
Miei bei cigni leali,
Prendetemi sulle ali,
Portatemi da babbino e mammina;
Da babbino e mammina,
A bere, mangiare e fare una passeggiatina!

Le oche-cigni lo afferrarono e lo portarono a casa, volarono fino alla capanna e posarono Ivaško sul
granaio.
La mattina presto, la donna decise di preparare delle frittelle: cucina e intanto pensa al figlioletto:
«Dove mai sarà il mio Ivaško? Almeno potessi rivederlo in sogno!». E l’uomo dice: «Ho sognato che
le oche-cigni avevano riportato il nostro Ivaško sulle loro ali». Finì di preparare le frittelle la donna,
e dice: «Su, vecchio, dividiamoci le frittelle: una a me, una a te; una a te, una a me…». «E io
niente?», interviene Ivaško. «Una a me, una a te…» «E io niente?» «Su vecchio» dice la donna «va
un po’ a vedere che cos’è». L’uomo si arrampicò nel granaio e riportò giù da lì Ivaško. L’uomo e la
donna, felicissimi, fecero un sacco di domande al figlio, e poi vissero insieme felici e contenti,
diventando sempre più abbienti.
Il principe e il suo servitore (123)
C’era una volta un re che aveva un figlio adolescente. Il principe era bello sia di viso che di
carattere, non assomigliava certo al padre: questi era dominato dal desiderio di accrescere il suo
tesoro, di aumentare con le tasse il suo oro. Una volta vide un vecchio carico di zibellini, martore,
castori e volpi. «Fermo, vecchio! Di dove sei?» «Sono nato nel tal villaggio, batjuška, ma ora sto a
servizio da un silvano». «E come catturate questi animali?»
«Il silvano mette delle trappole e gli animali sono tanto stupidi da caderci». «Allora, ascolta,
vecchio! Ti offrirò del vino e ti darò dei soldi; mostrami dove mettete le trappole». Il vecchio,
allettato, glielo mostrò. Il re subito ordinò di catturare il silvano e di chiuderlo in una torre di ferro,
dopodiché pose le trappole in tutti i suoi boschi.
Il silvano sta dunque nella torre di ferro e guarda da una finestrella il giardino intorno alla torre.
Uscì a passeggiare per il giardino il principe con le sue nutrici, le governanti, le cameriere
onnipresenti; passa vicino alla torre e il silvano gli grida: «Figlio di re! Liberami; io ti saprò
ricompensare». «Ma come posso liberarti?» «Vai da tua madre e dille: mammina mia cara, cercami
le pulci in testa. Poi mettile la testa sulle ginocchia; lei ti cercherà in testa, tu approfitta di quel
momento per sfilarle dalla tasca la chiave, e poi liberami». Il principe fece proprio così; sfilò la
chiave dalla tasca della madre, corse in giardino, si fece una freccia, la mise sull’arco teso e la
lanciò lontano-lontano; dopodiché grida alle governanti e alle nutrici di cercare la freccia. Le
governanti e le nutrici corsero da ogni parte, nel frattempo il principe aprì la torre di ferro e liberò il
silvano.
Andò il silvano a distruggere le trappole del re! Vede il re che gli animali non si lasciano più
prendere, si stizzì e se la prese con sua moglie: perché la chiave hai dato, il silvano hai liberato?
Convocò poi boiari, generali e consiglieri perché giudicassero: sul patibolo decapitarla o in esilio
mandarla? Il principe, desolato, ebbe pietà di sua madre e confessò al padre che la colpa era sua: gli
raccontò come era andata. Il re era amareggiato: che doveva fare al figlio? Giustiziarlo non era
possibile; presero una decisione: farlo partire alla ventura, esposto ai venti del mezzogiorno, alle
tormente d’inverno, ai vortici d’autunno; gli diedero una bisaccia e un servitore.
Si ritrovò il principe con il suo servitore in aperta campagna. Camminarono molto o poco, andarono
per monti e per valli, e videro un pozzo. Dice il principe al servitore: «Vai a prendere dell’acqua!».
«No», risponde il servitore. Andarono avanti; cammina cammina, di nuovo un pozzo. «Vai, portami
dell’acqua! Voglio bere», dice al servitore il figlio del re per la seconda volta. «No!», dice il
servitore. Si rimisero in marcia; cammina cammina, gli capitò un terzo pozzo, ancora una volta il
servitore non volle andare e il principe in persona dovette andare a prendersi l’acqua. Scese nel
pozzo, il servitore gli chiuse sopra il coperchio e dice: «Non ti lascerò più uscire! Fammi tu da servo
e io farò il principe». Non ci fu niente da fare, il principe dovette acconsentire e gli firmò una
garanzia col suo sangue; poi si scambiarono i vestiti e andarono avanti.
Arrivarono in un altro stato; vanno al palazzo dello zar – il servitore davanti e il principe dietro. Il
servitore si fece ospitare dallo zar, e mangia e beve alla sua stessa tavola. Gli dice: «Vostra Altezza
Reale! Prendete il mio servo almeno in cucina». Presero il principe in cucina, lo incaricarono la
legna di portare, le pentole di lavare. Passò un po’ di tempo: il principe aveva imparato a cucinare
meglio dei cuochi dello zar. Lo venne a sapere il sovrano, lo prese in simpatia e iniziò a pagarlo in
oro. I cuochi si ritennero oltraggiati e cercavano il momento opportuno per sbarazzarsi di lui.
Un giorno il principe fece una torta e la mise in forno; i cuochi si procurarono del veleno e lo
versarono sulla torta. Lo zar si mise a tavola; gli danno la torta; lo zar aveva appena preso in mano il
coltello, che arriva di corsa il capo-cuoco: «Vostra Altezza! Non ne mangiate». E calunniò il principe
in ogni modo. Lo zar non esitò a sacrificare il suo cane preferito, tagliò un pezzetto di torta e lo gettò
a terra; il cane lo mangiò e morì sul posto. Il sovrano fece chiamare il principe, gli gridò con voce
tonante: «Come hai osato prepararmi una torta avvelenata? Adesso ordinerò di giustiziarti col
peggiore dei supplizi!». «Non ho la minima idea di che cosa parliate, Vostra Altezza!» risponde il
principe. «Evidentemente i cuochi sono gelosi del favore che mi accordate; mi hanno scaricato
apposta addosso la responsabilità». Lo zar lo graziò e ordinò che diventasse palafreniere.
Conduceva il principe i cavalli alla fonte e gli viene incontro il silvano: «Salute, figlio di re! Vieni
ospite da me!». «Ho paura che i cavalli si disperdano». «Non ti preoccupare, andiamo!» L’izbà era
proprio lì accanto. Il silvano aveva tre figlie; chiede alla maggiore: «Cosa regalerai al figlio di re
per avermi lasciato uscire dalla torre di ferro?». La figlia dice: «Gli darò una tovaglia fatata». Uscì
il principe dalla casa del silvano col suo regalo, guarda: i cavalli sono tutti là; spiegò la tovaglia –
quel che vuoi, chiedi e l’avrai: bevande e cibo a volontà!
Il giorno dopo porta i cavalli dello zar alla fonte e di nuovo gli viene incontro il silvano: «Vieni
ospite da me!». Lo accompagnò e chiede alla seconda figlia: «E tu cosa regalerai al figlio di re?».
«Io gli regalerò uno specchietto: quel che vuoi, nello specchietto vedrai!» Il terzo giorno di nuovo il
principe incontra il silvano, che se lo porta a casa e chiede alla figlia minore: «E tu cosa regalerai al
figlio di re?». «lo gli regalerò uno zufolo – se lo appoggi alle labbra, subito appariranno musici e
cantori». Per il principe iniziò una vita piacevole: mangia e beve bene, sa tutto, conosce tutto, la
musica tutto il giorno risuona. Che c’è di meglio? E i cavalli, i cavalli! Una cosa incredibile, è il
caso di dirlo: ben nutriti, prestanti e veloci.
Iniziò lo zar a vantare di fronte alla figlia preferita l’eccellente palafreniere che il Signore gli aveva
mandato. Ma la bella principessa già da sola e già da un pezzo aveva notato il palafreniere: e come
può una bella ragazza non notare un bel giovane! La principessa era molto curiosa: perché i cavalli
del nuovo palafreniere erano più veloci e prestanti di quelli degli altri? “Me ne andrò” pensa “nella
sua stanza a dare un’occhiata: come se la passa, poveretto?” Ora si sa: quel che donna vuole, lo fa.
Approfittò del momento in cui il principe aveva condotto i cavalli alla fonte, andò nella sua camera e
appena guardò nello specchietto, subito comprese tutto e si portò via e la tovaglia fatata, e lo
specchietto, e lo zufolo.
Intanto una sventura colpì lo zar: arrivò nel suo reame un mostro a sette teste per chiedere la mano
della principessa. «E se non me la darete, me la prenderò con la forza!», disse e allineò il suo
esercito enorme. Brutto frangente per lo zar: lancia un appello in tutto il reame, convoca principi e
prodi; chi di loro ucciderà il mostro a sette teste, a quello promette metà del regno e per giunta la
figlia in sposa. Principi e prodi si riunirono e andarono a battersi contro il mostro; con l’esercito
reale c’era anche il servitore. Anche il nostro palafreniere salì in sella alla sua giumenta grigia e pian
pianino li seguì. Cavalca, e gli viene incontro il silvano: «Dove vai, figlio di re?». «A combattere».
«Ma su quel ronzino non farai molta strada! E tu saresti un palafreniere! Vieni ospite da me».
Lo condusse nella sua izbà, gli versò un bicchiere di vodka. Il principe la bevve. «Senti molte forze
in te?», chiede il silvano. «Se ci fosse una clava di cinquanta pudy, la lancerei in alto e ci metterei
sotto la mia testa, ma non sentirei il colpo!» Gli diede un altro bicchiere da bere: «E ora hai molte
forze?». «Se ci fosse una clava di cento pudy, la lancerei più in alto delle nuvole». Gli versò un terzo
bicchiere: «E ora, qual è la tua forza?». «Se alzassero una torre da terra fino al cielo, io farei girare
tutto I’universo!» Il silvano versò della vodka da un altro rubinetto e la diede al principe; il principe
bevve: la sua forza diminuì di una settima parte almeno.
Allora il silvano lo condusse sulle scale, fischiò con un fischio da maestro: da non si sa dove arriva
al galoppo un cavallo corvino, la terra trema, dalle narici una fiamma, dalle orecchie una colonna di
fumo, da sotto gli zoccoli sprizzano scintille. Arrivò alla scala e si mise in ginocchio. «Eccoti un
cavallo!» Gli diede ancora una mazza da guerra e una frusta di seta. Si avanzò il principe sul suo
cavallo corvino contro le file nemiche; guarda: il suo servitore si era arrampicato su una betulla, sta
lì e trema per la paura. Il principe lo frustò con la frusta un paio di volte e volò contro l’esercito
nemico; molta gente con la spada ammazzò, ancor più gente il cavallo calpestò, portò via le sette
teste anche al mostro. La principessa aveva visto tutto; non era riuscita a trattenersi e aveva guardato
nello specchietto per sapere chi avrebbe avuto la sua mano. Subito gli uscì incontro, chiede al
principe: «Cosa vuoi come ricompensa?». «Baciami, bella fanciulla!» La principessa non ebbe
vergogna, lo strinse al suo cuore ardente e gli diede un bacio così sonoro che lo sentì perfino tutto
l’esercito.
Il principe diede un colpo al cavallo e chi s’è visto s’è visto! Tornò a casa e andò nella sua
cameretta, come se non fosse mai andato al combattimento; il servitore, intanto, si vanta davanti a
tutti, racconta a tutti: «Io sono stato, io il mostro ho ammazzato!». Lo zar lo accolse con tutti gli onori,
gli accordò la mano della figlia e organizzò una grande festa. Ma la principessa non era una stupida:
tirò fuori che le faceva male la testa e aveva le palpitazioni. Che atteggiamento doveva prendere,
cosa doveva fare il fidanzato? «Sire» dice allo zar «dammi un vascello e io andrò in cerca delle
medicine per la mia fidanzata; e ordina al mio palafreniere di venire con me: gli sono molto
affezionato!»
Lo zar accettò, gli diede un vascello e il palafreniere.
Navigarono navigarono, lontano o vicino arrivarono, il servitore ordinò di cucire un sacco, di
metterci dentro il palafreniere e di gettarlo in acqua. La principessa stava guardando nello
specchietto, vede – che sventura! Salì in carrozza e si precipitò al mare; sulla riva siede il silvano e
fa una rete. «Brav’uomo! Aiutami nella sventura; il servitore cattivo ha annegato il principe». «Al tuo
servizio, bella fanciulla! Ecco che è pronta una rete! Gettagliela tu stessa con le tue bianche manine».
La principessa gettò la rete nel mare profondo, tirò su il principe e lo portò con sé; a palazzo
raccontò tutto per filo e per segno al padre.
Fecero un allegro festino e poi celebrarono le nozze; dallo zar non si doveva né l’idromele cucinare,
né il vino distillare: aveva tutto a volontà! Il servitore comprò diverse droghe e tornò indietro: entra
a palazzo e subito lo arrestarono. Si mise a supplicare, ma era tardi: in un batter d’occhio lo
fucilarono sul portone. Il matrimonio del principe fu lieto; tutte le osterie e le bettole rimasero aperte
gratis per tutti per una settimana consecutiva. Anch’io ci sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei
baffi è scivolato, ma in bocca non è arrivato.

Il vascello volante (144)


C’erano una volta un uomo e una donna che avevano tre figli: due intelligenti, il terzo, invece, un
babbeo. I primi due la mamma li amava, sempre puliti li vestiva; l’ultimo, invece, era sempre mal
vestito e girava con una camicia sudicia. Vennero a sapere che era giunto un bando dello zar:
«Chiunque costruirà un vascello in grado di volare, avrà in moglie la principessa». I fratelli maggiori
decisero di andare a tentare la sorte e chiesero ai vecchi genitori la benedizione; la madre li
equipaggiò per il viaggio, diede loro dei panini bianchi, carni diverse e una fiaschetta di acquavite, e
li lasciò partire. Vedendo tutto ciò, lo sciocco chiese che lasciassero partire anche lui. La madre
cercò di convincerlo a non andare: «Ma dove vai, sciocco? I lupi ti mangeranno!». Ma lo sciocco
ripeteva sempre la stessa cosa: andrò, andrò! La donna vede che non c’è niente da fare, gli diede per
il viaggio dei panini neri e una fiaschetta di acqua e lo mandò via di casa.
Cammina cammina, lo sciocco incontrò un vecchio. Si salutarono. Il vecchio chiede allo sciocco:
«Dove vai?». «Lo zar ha promesso di dare in moglie sua figlia a chi costruirà un vascello volante».
«E davvero tu puoi fare un vascello simile!» «No, non ne sono capace!» «E allora perché ci vai?»
«Lo sa il Signore!»
«Be’, se è così» disse il vecchio «siediti qui; riposeremo insieme e faremo uno spuntino; tira fuori
quello che hai nel sacco». «Mi vergogno perfino di farlo vedere!» «Non importa, tira fuori;
mangeremo quel che ci ha dato il Signore!» Lo sciocco slegò il suo sacco – e non può credere ai suoi
occhi: al posto dei panini neri ci sono dei bei pani bianchi e condimenti diversi; ne diede al vecchio.
«Vedi» gli disse il vecchio «che Dio ha compassione degli sciocchi! Anche se tua madre non ti ama,
tu non sei abbandonato a te stesso… Su, beviamoci prima un goccio di acquavite».
Nella fiaschetta, al posto dell’acqua, c’era dell’acquavite; bevvero, mangiarono, e dice il vecchio
allo sciocco: «Senti, vai nel bosco, avvicinati al primo albero, segnalo con la croce tre volte e
colpisci l’albero con un’ascia; poi gettati pancia a terra e aspetta finché non ti sveglieranno. Allora
vedrai davanti a te il vascello pronto, montaci e vola dove devi; strada facendo, però, raccogli tutti i
passanti».
Lo sciocco ringraziò il vecchio, lo salutò e andò nel bosco. Si avvicinò al primo albero, fece tutto
quello che gli era stato detto: tre volte lo segnò con la croce, diede un colpo all’albero con una scure,
si gettò pancia a terra e si addormentò. Dopo un po’ di tempo, qualcuno lo scosse. Lo sciocco si
svegliò e vide il vascello pronto; non stette tanto a pensarci, ci montò – e il vascello si alzò in aria.
Volò, volò, guarda: giù per la strada c’è un uomo con l’orecchio poggiato sull’umida terra. «Salve,
zietto!» «Salve, ragazzo!» «Che fai?» «Sento quel che succede nel mondo». «Sali sul mio vascello».
Quello non si fece pregare, salì sul vascello e insieme volarono avanti. Volarono, volarono, guarda:
un uomo cammina su una gamba sola, mentre l’altra è attaccata all’orecchio. «Salve, zietto! Perché
salti su una gamba sola?» «Se staccassi l’altra gamba, con un passo farei il giro del mondo!» «Sali
con noi!» Quello salì e volarono avanti. Volarono, volarono, guarda: c’è un uomo con un fucile che
sta prendendo la mira, ma non si sa per che cosa. «Salve, zietto! Dove miri? Non si vede neanche un
uccellino». «E che, mi metterei a sparare su un bersaglio tanto vicino? Vorrei colpire una bestia o un
uccello a mille verste da qui: questo per me sarebbe un bel colpo!» «Sali con noi!» Salì anche quello
e volarono avanti.
Volarono, volarono, guarda: un uomo porta sulla schiena un sacco pieno di pane. «Salve, zietto!
Dove vai?» «Vado» dice «a procurarmi del pane per la cena». «Ma se ne hai un sacco pieno sulle
spalle». «Che dici! Per me questo pane non è sufficiente nemmeno per un boccone». «Salitene qui
con noi!» Il mangione salì sul vascello e volarono avanti. Volarono, volarono, guarda: un uomo gira
intorno a un lago. «Salve, zietto! Cosa cerchi?» «Vorrei bere, ma non trovo l’acqua». «Ma hai davanti
un intero lago! Perché mai non bevi?» «Eh! Quest’acqua non mi basterebbe neanche per una sorsata».
«Allora sali con noi!» Quello salì e volarono avanti. Volarono, volarono, guarda: un uomo va nel
bosco con sulle spalle un carico di legna. «Salve zietto! Perché porti nel bosco la legna?» «Ma
questa non è semplice legna». «E cos’è?» «Ecco: è sufficiente sparpagliarla perché appaia
d’improvviso un’intera armata». «Sali con noi!» Quello salì da loro e volarono avanti. Volarono,
volarono, guarda: un uomo porta un sacco di paglia. «Salve, zietto! Dove porti la paglia?» «Al
villaggio». «Forse nel villaggio ce n’è poca di paglia?» «Ma questa è una paglia che basta
sparpagliarla durante un’estate torrida e arriverà di colpo il freddo: neve e gelo!» «Sali anche tu con
noi!» «D’accordo!» Questo fu l’ultimo incontro; dopo poco arrivarono in volo fino al palazzo dello
zar.
Lo zar in quel momento era a tavola; vide il vascello volante, si meravigliò e mandò il suo servo a
informarsi: chi era arrivato in quel vascello? Il servo si avvicinò al vascello, vede che dentro ci sono
solo contadini, non si fermò neanche a fare domande, ma, tornato indietro, riferì allo zar che sul
vascello non c’erano signori, ma solo gente del popolo. Lo zar ritenne che non stava bene dare sua
figlia a un semplice contadino e si mise a pensare come sbarazzarsi di un simile genero. Giunse a una
soluzione: «Gli imporrò svariati compiti impossibili». Subito manda un messo dall’idiota con
l’ordine di trovargli, prima che sia finito il pranzo reale, l’acqua che guarisce e l’acqua della vita.
Mentre lo zar stava dando quest’ordine al suo servo, il primo viandante (quello che ascoltava cosa
succedeva nel mondo) sentì le parole dello zar e le riferì allo sciocco. «Che farò adesso? Perché
quelle acque non le troverei nemmeno in un anno e, forse, in tutta la mia vita!» «Non temere» gli
disse corsaveloce «io me la sbrigherò per te». Arrivò il servo e comunicò l’ordine reale. «Digli che
gliele porterò!», replicò lo sciocco; il suo compagno staccò la gamba dall’orecchio, si mise a correre
e in un attimo raccolse l’acqua che guarisce e l’acqua della vita. “Ho tempo” pensa “per tornare!”, si
sedette sotto il mulino a riposare e si addormentò. Il pasto reale si avvicina alla fine e di lui neanche
l’ombra; si affannavano tutti sul vascello. Il primo viandante si chinò sull’umida terra, ascoltò e
disse: «Ehi! Se la dorme sotto il mulino». II tiratore afferrò il suo fucile, sparò verso il mulino e con
quello sparo svegliò corsaveloce; corsaveloce si mise a correre e in un minuto riportò l’acqua; lo zar
non si era ancora alzato da tavola che il suo ordine era stato eseguito a perfezione.
Non ci fu niente da fare, bisognava trovare un altro compito. Lo zar ordinò di dire allo sciocco:
«Allora, visto che sei così scaltro, mostra la tua audacia: mangia con i tuoi compagni in una sola
volta dodici buoi arrosto e dodici sacchi di pane al forno». Il primo compagno sentì e lo riferì allo
sciocco. Lo sciocco si spaventò e dice: «Ma se non ce la faccio a mangiarne uno di panino in una
volta!». «Non temere» risponde il mangione «per me è sempre poco!» Arrivò il servo e trasmise
l’ordine reale. «Bene» disse lo sciocco «mangeremo». Portarono dodici buoi arrosto e dodici sacchi
di pane al forno; il mangione da solo mangiò tutto.
«Eh» dice «è poco! Se me ne dessero ancora un po’…» Lo zar ordinò di dire allo sciocco di bere
quaranta botti di vino, ognuna di quaranta secchi. Il primo compagno dello sciocco sentì le parole
dello zar e gliele riferì come le altre volte; quello si spaventò: «Ma se non sono in grado di berne
neanche uno di secchi in una volta!». «Non temere» dice il bevitore «io da solo berrò per tutti; e sarà
anche poco!» Riempirono di vino quaranta botti; il bevitore arrivò e le vuotò in un fiato dalla prima
all’ultima; le vuotò e dice: «Eh, piuttosto poco! Ne berrei ancora».
Dopo questo lo zar comandò allo sciocco di prepararsi alle nozze, di andare in un bagno e di lavarsi
per bene; il bagno era di ghisa e quello ordinò di scaldarlo al massimo, perché lo sciocco soffocasse
in un minuto. Ecco che la ghisa fu arroventata; andò lo sciocco a lavarsi e dietro di lui viene il
contadino con la paglia: bisogna stenderla sotto. Li chiusero ambedue nel bagno; il contadino
sparpagliò la paglia e divenne tanto freddo che lo sciocco fece appena in tempo a lavarsi che l’acqua
nella ghisa prese a gelarsi; si arrampicò sulla stufa e lì passò la notte. Il mattino dopo aprirono il
bagno e lo sciocco è vivo e vegeto, se ne sta steso sulla stufa e canta. Lo riferirono allo zar; quello,
costernato, non sapeva più come sbarazzarsi dello sciocco; pensa che ti ripensa, gli ordinò di
formare un’intera armata, e intanto tra sé e sé diceva: «Dove troverà un semplice contadino
un’armata? Questo non potrà farlo!».
Quando lo sciocco lo seppe, si spaventò e dice: «Stavolta sono davvero perduto! Mi avete tirato
fuori dai guai, fratelli, più di una volta; ma ora mi sembra chiaro che non c’è niente da fare». «Che
dici!» replicò il contadino col carico di legna. «Ti sei proprio dimenticato di me? Ricordati che sono
maestro in uno scherzetto simile, e non aver paura!» Arrivò il servo e riferì allo sciocco l’ordine
dello zar: «Se vuoi sposare la principessa, forma per domani un’intera armata». «Bene, sarà fatto!
Ma, se dopo questo, lo zar continuerà a trovare pretesti, allora farò marciare l’armata contro il reame
e mi prenderò la principessa con la forza». Di notte, il compagno dello sciocco uscì in campo aperto,
portò con sé il carico di legna e giù a sparpagliarla da ogni lato; subito apparve un’innumerevole
armata: cavalieri, fanti e artiglieri. Il mattino dopo, a quella vista, fu lo zar a spaventarsi; in fretta
mandò allo sciocco begli abiti e vestiti, ordinò di farlo andare a palazzo per sposare la principessa.
Lo sciocco si preparò con quegli abiti preziosi, divenne così bello da non potersi dire! Si presentò
allo zar, sposò la principessa, ottenne un’ottima dote e divenne intelligente e sagace. Lo zar e la
zarina gli si affezionarono, mentre la principessa lo amò più dei propri occhi.

Nikita il Conciatore (148)


Vicino a Kiev apparve un drago, che pretendeva dal popolo tributi non piccoli: una bella fanciulla
per ogni casa; prendeva la fanciulla e se la mangiava. Arrivò il momento di mandare al drago la
figlia dello zar. Il drago afferrò la principessa e se la portò nella sua tana, ma non la mangiò: era
talmente bella che la prese in moglie. Parte il drago per i suoi affari e chiude dentro con dei travi la
principessa, perché non esca. La principessa aveva un cagnolino, se l’era portato da casa. Ogni tanto,
la principessa scriveva un bigliettino al padre e alla madre, lo attaccava al collo del cagnolino;
quello correva da loro e riportava la risposta. Ecco che una volta lo zar e la zarina scrissero alla
principessa: cerca di sapere chi è più forte del drago. La principessa iniziò a essere più affabile con
il suo drago, prese a fargli un sacco di domande, per scoprire chi fosse più forte di lui. Quello a
lungo non parlò, ma una volta finì per confessare che viveva nella città di Kiev un conciatore –
quello era più forte di lui. Appena la principessa lo venne a sapere, scrisse al padre: cercate nella
città di Kiev Nikita il Conciatore e mandatelo a liberarmi dalla prigionia.
Lo zar, ricevuta una simile notizia, trovò Nikita il Conciatore e andò di persona a chiedergli di
liberare la sua terra dal drago crudele e di salvare la principessa. In quel momento Nikita stava
conciando della pelle, teneva nelle mani dodici pelli; quando vide che era venuto da lui lo zar in
persona, si mise a barcollare dalla paura, le mani gli iniziarono a tremare – e strappò quelle dodici
pelli. Ma per quanto lo zar e la zarina pregassero il conciatore, quello non andò ad affrontare il
drago. Così decisero di riunire cinquemila bambini piccoli e li spedirono a implorare il conciatore:
forse alla vista delle loro lacrime si sarebbe commosso! Arrivarono da Nikita i piccoli, lo
supplicarono piangendo di andare ad affrontare il drago. Si mise a piangere anche Nikita il
Conciatore, vedendo le loro lacrime. Prese trecento pudy di canapa, la incatramò e se la avvolse tutta
intorno, perché il drago non lo mangiasse, poi mosse contro di lui.
Si avvicina Nikita alla tana del drago, ma il drago si è barricato e non si fa vedere. «È meglio che tu
esca in aperta campagna, altrimenti demolirò la tua tana!», disse il conciatore e iniziò a rompere la
porta. Il drago, sentendosi in pericolo mortale, uscì verso di lui in aperta campagna. Che avesse
lottato a lungo o meno col drago Nikita il Conciatore, fatto sta che abbatté il drago. Allora il drago
iniziò a pregare Nikita: «Non mi uccidere, Nikita il Conciatore! Al mondo non c’è nessuno più forte
di noi; dividiamoci tutta la terra, tutto il mondo in parti uguali: tu abiterai in una metà e io nell’altra».
«Bene» disse il conciatore «bisogna tracciare le frontiere». Fece Nikita un aratro di trecento pudy, ci
attaccò il drago, che iniziò a tracciare la linea di frontiera a partire da Kiev; Nikita fece fare un solco
da Kiev al mar Caspio. «Allora» dice il drago «ora abbiamo diviso tutta la terra!» «Abbiamo diviso
la terra» rispose Nikita «dividiamo anche il mare, altrimenti dirai che ti si prende la tua acqua». Il
drago entrò fino in mezzo al mare, Nikita il Conciatore lo uccise e lo annegò. Questo solco è visibile
anche oggi; un solco profondo due sagene. Intorno a esso arano, ma il solco non toccano; e chi non
conosce l’origine di quel solco, lo chiama baluardo. Nikita il Conciatore, terminata la nobile
impresa, non volle per sé nessuna ricompensa; tornò a conciare pelli.

Koščej l’Immortale (158)


C’era una volta uno zar che aveva un figlio; quando il principe era piccolo, le governanti e le balie
lo cullavano: «Fai la nanna, principe Ivan! Diventerai grande, ti troverai una fidanzata: ai confini del
mondo, in un paese lontanissimo, vive in una torre Vasilisa Kirbit’evna, talmente diafana che, da un
ossicino all’altro si vede scorrere il midollo». Compì il principe quindici anni, prese a chiedere al
padre il permesso di partire in cerca della sua fidanzata. «Ma dove vuoi andare? Sei ancora troppo
giovane!» «No, padre! Quando ero piccolo, le governanti e le balie mi cullavano e mi hanno detto
dove vive la mia fidanzata; e ora voglio andare a trovarla». Il padre lo benedisse e fece sapere in
tutto il paese che suo figlio, il principe Ivan, andava in cerca della fidanzata.
Il principe arriva in una città, fece mettere il suo cavallo nella scuderia, e se ne andò a passeggiare
per le strade. Mentre cammina, vede sulla piazza un uomo che viene frustato. «Perché» chiede «lo
frustate?» «Perché» dicono «si è indebitato con un ricco mercante per diecimila rubli e non glieli ha
rimborsati quando doveva; e a chi lo riscatterà, Koščej l’Immortale porterà via la moglie». Pensa che
ti ripensa, il principe passò oltre. Passeggiò un po’ per la città, sbucò di nuovo in piazza, e stanno
sempre frustando quell’uomo; il principe Ivan ne ebbe compassione e decise di riscattarlo. “Io non
ho moglie” pensa “non mi si può portare via nessuno”. Pagò i diecimila e tornò a casa;
improvvisamente gli corre dietro proprio quell’uomo che aveva riscattato, e gli grida: «Grazie,
principe Ivan! Se non mi avessi riscattato, non avresti mai trovato la tua fidanzata. Ora, invece, ti
aiuterò io; comprami in fretta un cavallo e una sella». Il principe gli comprò sia il cavallo che la
sella e chiede: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Acciaio il prode».
Montarono sui cavalli e si misero in marcia; appena furono giunti nello stato lontanissimo, dice
Acciaio il prode: «Allora, principe Ivan, fai comprare e arrostire dei polli, delle anatre e delle oche
– che tutto sia in abbondanza! Nel frattempo, io andrò a prendere la tua fidanzata. Ma bada bene: ogni
volta che passerò da te, tu taglia a uno qualsiasi dei volatili l’aluccia destra e servila su un piattino».
Andò Acciaio il prode direttamente verso l’alta torre dove stava Vasilisa Kirbit’evna; gettò pian
pianino un sassolino e ruppe la cima dorata della torre. Corre dal principe Ivan, gli dice: «Che fai,
dormi? Dammi il pollo». Quello tagliò l’aluccia destra e la servì su un piattino. Acciaio il prode
prese il piattino, corse alla torre e gridò: «Salve, Vasilisa Kirbit’evna! Il principe Ivan ordina di
porgervi i suoi omaggi e mi ha chiesto di darvi questo polletto». Quella, spaventata, resta lì senza
dire una parola; allora lui risponde al suo posto: «“Salve, Acciaio il prode! Come sta il principe
Ivan?” “Grazie a Dio bene!” “E cosa aspetti dunque, Acciaio il prode? Prendi la chiavetta, apri la
credenzetta, beviti un bicchierino di acquavite e vai con Dio”.».
Corre Acciaio il prode dal Principe Ivan: «Perché te ne stai seduto?» dice. «Dammi l’anatra».
Quello tagliò l’aluccia destra, la servì su un piattino. Acciaio prese il piattino e lo portò alla torre:
«Salve, Vasilisa Kirbit’evna! Il principe Ivan ordina di porgervi i suoi omaggi e vi manda
quest’anatra». Quella resta lì senza dire una parola; allora lui risponde al suo posto: «“Salve,
Acciaio il prode! Come sta il principe Ivan?” “Grazie a Dio bene!” “E che cosa aspetti, dunque,
Acciaio il prode? Prendi la chiavetta, apri la credenzetta, beviti un bicchierino di acquavite e vai con
Dio”.». Corre Acciaio il prode a casa e di nuovo dice al principe Ivan: «Perché te ne stai seduto?
Dammi l’oca». Quello tagliò l’aluccia destra, la mise sul piattino e glielo diede. Acciaio il prode lo
prese e lo portò alla torre: «Salve, Vasilisa Kirbit’evna! Il principe Ivan ordina di porgervi i suoi
omaggi e vi manda quest’oca». Vasilisa Kirbit’evna subito prende la chiave, apre la credenza e gli dà
un bicchierino di acquavite. Acciaio il prode non piglia il bicchierino, ma afferra la ragazza per la
mano destra; la trascinò fuori dalla torre, la mise sul cavallo del principe Ivan e galopparono a spron
battuto, i due bravi giovani e la bella fanciulla.
Il mattino dopo si alza-si sveglia lo zar Kirbit, vede che la cima della torre è rotta e la figlia è stata
rapita; si adirò molto e ordinò di inseguirli per ogni via e strada. Cavalcarono molto, cavalcarono
poco i nostri paladini, Acciaio il prode si sfilò dal dito un anello, lo nascose e dice: «Vai avanti,
principe Ivan, mentre io tornerò indietro a cercare il mio anello». Vasilisa Kirbit’evna cominciò a
supplicarlo: «Non ci lasciare, Acciaio il prode! Se vuoi ti darò il mio di anello». Quello risponde:
«Non è proprio possibile, Vasilisa Kirbit’evna! Il mio anello non ha prezzo, me l’ha dato mia madre;
quando me lo diede, mi disse: prendi, non te ne separare, tua madre non dimenticare!». Galoppò
Acciaio il prode indietro e incontrò per la strada gli inseguitori; li uccise tutti in un istante, ne lasciò
vivo uno solo, che potesse riferire allo zar, poi si affrettò a raggiungere il principe Ivan. Cavalcarono
molto, cavalcarono poco, Acciaio il prode nascose il suo fazzoletto e dice: «Ah, principe Ivan, ho
perso il mio fazzoletto; andate avanti voi, io vi raggiungerò presto». Tornò indietro, fece alcune
verste e incontrò gli inseguitori, due volte più numerosi dei precedenti, li uccise tutti e tornò dal
principe Ivan. Quello chiede: «Hai trovato il fazzoletto?». «L’ho trovato».
Li sorprese la notte scura, alzarono una tenda e Acciaio il prode si mise a dormire; lasciò il principe
Ivan di guardia e gli dice: «Qualsiasi cosa succeda, svegliami!». Quello rimase in piedi di guardia a
lungo, si stancò, iniziò a prenderlo il sonno, si sedette accanto alla tenda e si addormentò. Da non si
sa dove saltò fuori Koščej l’Immortale e si portò via Vasilisa Kirbit’evna. All’alba si destò il
principe Ivan; vede che non ha più la fidanzata, e si mise a piangere amaramente. Si sveglia anche
Acciaio il prode, gli chiede: «Perché piangi?». «E come non piangere? Qualcuno ha portato via
Vasilisa Kirbit’evna». «Te l’avevo detto di fare la guardia! È stato Koščej l’Immortale; andiamo a
cercarlo».
Cammina cammina, vedono due pastori pascolare un gregge. «Di chi è questo gregge?» I pastori
rispondono: «Di Koščej l’Immortale». Acciaio il prode e il principe Ivan chiesero ancora ai pastori
se Koščej abitasse lontano, come arrivarci, quando sarebbero tornati col gregge a casa e dove lo
avrebbero chiuso. Poi scesero da cavallo, ruppero la testa ai pastori, misero i loro vestiti e
condussero il gregge a casa; arrivati lì, si fermarono davanti al portone.
Il principe Ivan portava un anello d’oro – gliel’aveva regalato Vasilisa Kirbit’evna; Vasilisa
Kirbit’evna, invece, aveva una capra: con il latte di quella capra si lavava mattina e sera. Arrivò di
corsa una ragazza con una tazza, munse la capra e porta il latte; Acciaio il prode prese al principe
l’anello e lo gettò nella tazza. «Ehi, piccioncini» dice la ragazza «non fate i furbetti!» Arriva da
Vasilisa Kirbit’evna e si lamenta: «Ora i pastori si prendono gioco di noi, hanno gettato nel latte un
anello!». Quella risponde: «Lasciami il latte, lo filtrerò io stessa». Cominciò a filtrare, vide il suo
anello e ordinò di far venire i pastori. I pastori arrivarono. «Salve, Vasilisa Kirbit’evna!», dice
Acciaio il prode. «Salve, Acciaio il prode! Salve, principe! Come siete arrivati fin qua?» «Siamo
venuti a prendervi, Vasilisa Kirbit’evna; non vi potete nascondere ai nostri occhi; se anche foste sul
fondo del mare, anche allora vi troveremmo!» Lei li fece sedere a tavola, diede loro da mangiare e
da bere cibi e vini diversi. Le dice Acciaio il prode: «Quando Koščej tornerà dalla caccia,
chiedetegli, Vasilisa Kirbit’evna, dove sta la sua morte. E ora è meglio se ci nascondiamo».
Gli ospiti ebbero appena il tempo di nascondersi che torna dalla caccia Koščej l’Immortale. «Puah-
puah!» dice. «Prima di russi non se ne vedevano e non se ne sentivano, ora invece se ne sente la
puzza fin dalla terrazza». Gli risponde Vasilisa Kirbit’evna: «Hai sorvolato la Russia tanto a lungo
che te ne è rimasto l’odore nelle narici e ora lo senti anche qui». Koščej pranzò e si mise a riposare;
gli si avvicinò Vasilisa Kirbit’evna, gli si gettò al collo, lo coccolò-lo baciò e poi disse: «Tesoro
mio caro! Non ce la facevo più ad aspettarti; non speravo più di vederti tra i vivi, pensavo che delle
bestie feroci ti avessero mangiato!». Koščej si mise a ridere: «Che sciocca che sei! Capelli lunghi e
cervello corto; davvero credi che mi possano mangiare le bestie feroci?». «E dov’è allora la tua
morte?» «La mia morte è in una scopa, ciondola vicino alla soglia».
Appena Koščej fu volato via, Vasilisa Kirbit’evna corse dal principe Ivan. Le chiede Acciaio il
prode: «Allora, dov’è la morte di Koščej?». «Sta vicino alla soglia in una scopa». «No, ti ha mentito
apposta! Bisogna interrogarlo con più astuzia». Vasilisa Kirbit’evna subito ebbe un’idea: prese la
scopa, la dorò, la adornò con diversi nastri e la mise sul tavolo. Ecco che tornò Koščej l’Immortale,
vide sul tavolo la scopa dorata e chiese perché. «Non era proprio possibile» rispose Vasilisa
Kirbit’evna «che la tua morte ciondolasse accanto alla soglia; è meglio che stia sul tavolo!» «Ah-ah-
ah! sciocca che sei! Capelli lunghi e cervello corto; davvero pensavi che fosse qui la mia morte?» «E
dov’è allora?» «La mia morte è nascosta in un caprone». Vasilisa Kirbit’evna, non appena Koščej se
ne fu andato, prese il caprone, lo adornò di nastrini e sonaglini e gli dorò le corna. Koščej lo vide, di
nuovo si mise a ridere: «Eh, sciocca che sei! Capelli lunghi e cervello corto; la mia morte è molto
lontana: nel mare nell’oceano c’è un’isola, su quell’isola c’è una quercia, sotto la quercia è nascosto
un baule, nel baule c’è una lepre, nella lepre c’è un’anatra, nell’anatra un uovo, e nell’uovo c’è la
mia morte!». Così disse e volò via. Vasilisa Kirbit’evna riferì il tutto a Acciaio il prode e al principe
Ivan; quelli presero con loro delle provviste e partirono alla ricerca della morte di Koščej.
Cammina cammina, finirono le provviste e cominciarono a soffrire la fame. Incontrano una cagna
con i suoi cuccioli. «Bisogna che la uccida» dice Acciaio il prode «non abbiamo più niente da
mangiare». «Non mi uccidere» prega la cagna «non fare che i miei piccoli rimangano orfani; vedrai
che ti sarò utile!» «Allora, Dio sia con te!» Vanno avanti: su una quercia c’è un’aquila con gli
aquilotti. Dice Acciaio il prode: «Bisogna che uccida l’aquila». Risponde l’aquila: «Non mi
uccidere, non fare che i miei piccoli rimangano orfani; vedrai che ti sarò utile!». «E sia, statti bene!»
Arrivano al vasto oceano-mare; sulla riva si trascina un granchio. Dice Acciaio il prode: «Bisogna
che lo schiacci!». Risponde il granchio: «Non mi uccidere, bravo giovane! Non ho tanta carne
addosso, se mi mangi, non ti sazierai di certo. Arriverà il momento in cui ti sarò utile!». «Allora,
trascinati con Dio!», disse Acciaio il prode; guardò verso l’acqua, vide un pescatore su una barca e
gridò: «Accostati!». Il pescatore portò a riva la barca; il principe Ivan e Acciaio il prode ci salirono
e andarono sull’isola; arrivati sull’isola, andarono alla quercia.
Acciaio il prode afferrò la quercia con le mani possenti, e la sradicò; dissotterrò da sotto la quercia
il baule, lo aprì: dal baule saltò fuori una lepre e corse via a perdifiato. «Ah» disse il principe Ivan
«se ci fosse qui ora la cagna, acchiapperebbe la lepre!» Ed ecco che la cagna già sta trascinando la
lepre. Acciaio il prode la prese, le aprì la pancia: dalla lepre volò via un’anatra e si alzò alta nel
cielo. «Ah» disse il principe Ivan «se ci fosse qui ora l’aquila, acchiapperebbe l’anatra!» E l’aquila
già sta riportando l’anatra. Acciaio il prode aprì la pancia all’anatra: dall’anatra uscì un uovo e
rotolò in mare. «Ah» disse il principe «se il granchio riuscisse a prenderlo!» E il granchio è già lì
che trascina l’uovo. Quelli presero l’uovo, arrivarono da Koščej l’Immortale, lo colpirono in fronte
con l’uovo: lui subito cadde e morì. Prese il principe Ivan Vasilisa Kirbit’evna e si misero in
cammino.
Cammina cammina, li sorprese la notte scura; alzarono la tenda, Vasilisa Kirbit’evna si mise a
dormire. Dice Acciaio il prode: «Vai a dormire anche tu, principe; io starò di guardia». A notte fonda
arrivarono dodici colombe, si toccarono ala con ala e si cambiarono in dodici fanciulle: «Allora,
Acciaio il prode e principe Ivan, avete ucciso nostro fratello Koščej l’Immortale, avete portato via la
nostra cognatina Vasilisa Kirbit’evna; questo vi porterà male: quando il principe Ivan arriverà a casa,
ordinerà che gli portino il suo cagnetto favorito; quello scapperà al custode e farà il principe a
pezzettini: e se chi l’ha sentito glielo riferirà, allora diventerà di pietra fino alle ginocchia!». Il
mattino dopo Acciaio il prode svegliò il principe e Vasilisa Kirbit’evna, si equipaggiarono e si
misero in marcia.
Li sorprese la seconda notte, alzarono la tenda in aperta campagna. Di nuovo dice Acciaio il prode:
«Vai a dormire, principe Ivan, io resterò di guardia». A notte fonda arrivarono le dodici colombe, si
toccarono ala con ala e si cambiarono in dodici fanciulle: «Allora, Acciaio il prode e principe Ivan,
avete ucciso nostro fratello Koščej l’Immortale, avete portato via la nostra cognatina Vasilisa
Kirbit’evna; questo vi porterà male: quando il principe Ivan arriverà a casa, ordinerà che gli portino
il suo cavallo favorito, sul quale fin da quando è bambino è solito cavalcare; il cavallo scapperà allo
stalliere e ucciderà il principe. E se chi l’ha sentito glielo riferirà, allora diventerà di pietra fino alla
vita!». Si fece mattino, di nuovo si misero in marcia.
Li sorprese la terza notte: alzarono la tenda e si fermarono in aperta campagna per passare la notte.
Dice Acciaio il prode: «Vai a dormire, principe Ivan, io resterò a fare la guardia». Di nuovo a notte
fonda arrivarono le dodici colombe, si toccarono ala con ala e si cambiarono in dodici fanciulle:
«Allora, Acciaio il prode e principe Ivan, avete ucciso nostro fratello Koščej l’Immortale, avete
portato via la nostra cognatina Vasilisa Kirbit’evna, ma questo vi porterà male: quando il principe
Ivan arriverà a casa, ordinerà che gli portino la sua vacca favorita, con il cui latte si è nutrito fin da
quando era bambino; quella scapperà al bovaro e ucciderà il principe con una cornata. E se chi ci ha
viste e sentite glielo dirà, diventerà di pietra dalla testa ai piedi». Così dissero, si trasformarono in
colombelle e volarono via.
Il mattino dopo si svegliò il principe Ivan con Vasilisa Kirbit’evna e si misero in cammino. Arrivò il
principe a casa, sposò Vasilisa Kirbit’evna e, dopo un giorno o due, le dice: «Vuoi che ti faccia
vedere il mio cagnetto preferito? Quando ero piccolo, giocavo sempre con lui». Acciaio il prode
prese la sua sciabola, la affilò per bene e si mise sulle scale. Ecco che conducono il cagnetto; quello
scappò al custode: corre direttamente sulla scala, Acciaio il prode lo colpì con la sciabola e lo tagliò
in due. Il principe Ivan si adirò molto con lui, ma per il servizio resogli non fiatò, non una parola
pronunciò. Il giorno dopo, ordinò che gli portassero il suo cavallo preferito; il cavallo ruppe il
laccio, scappò allo stalliere e si avventa direttamente sul principe. Acciaio il prode tagliò al cavallo
la testa. Il principe Ivan si adirò ancora di più, ordinò che lo afferrassero e lo impiccassero, ma
Vasilisa Kirbit’evna riuscì a dissuaderlo: «Se non ci fosse stato lui» dice «tu non mi avresti mai
avuta!». Il terzo giornò ordinò il principe Ivan di portare la sua vacca preferita; quella scappò al
bovaro e corre direttamente verso il principe. Acciaio il prode tagliò anche a quella la testa.
Allora il principe Ivan si arrabbiò a tal punto che non volle sentir ragioni; ordinò di chiamare il boia
e di giustiziare immediatamente Acciaio il prode.
«Ah, principe Ivan! Poiché mi vuoi far giustiziare, allora preferisco uccidermi con le mie mani.
Permettimi solo di dirti tre cose…» Raccontò Acciaio il prode della prima notte, di come in aperta
campagna fossero arrivate le dodici colombe e di quel che gli avevano detto: e subito divenne di
pietra fino alle ginocchia; raccontò della seconda notte: e divenne di pietra fino alla vita. Allora il
principe Ivan iniziò a pregarlo di non raccontare fino alla fine. Risponde Acciaio il prode: «Ora è
uguale, sono diventato di pietra per metà, così non vale più la pena di vivere!». Raccontò della terza
notte e divenne di pietra dalla testa ai piedi. Il principe Ivan lo fece mettere in una sala a parte e ogni
giorno ci andava con Vasilisa Kirbit’evna e piangeva lacrime amare.
Passarono molti anni; una volta che il principe Ivan sta piangendo sulla statua di Acciaio il prode,
sente uscire dalla pietra una voce: «Perché piangi? Soffro già abbastanza!». «E come non piangere?
Sono stato io la tua rovina». «Se vuoi, puoi salvarmi: tu hai due figli, un maschietto e una bambina:
sgozzali, raccogli il loro sangue e con quel sangue spalma la pietra». Il principe Ivan raccontò di
questo a Vasilisa Kirbit’evna; si afflissero, si amareggiarono, ma poi decisero di sgozzare i propri
figli. Li sgozzarono, raccolsero il loro sangue e appena lo ebbero spalmato sulla pietra, subito
Acciaio il prode riprese vita. Chiede al principe e a sua moglie: «Vi rincresce molto per i vostri
bambini?». «Molto, Acciaio il prode!» «Allora andiamo nella loro cameretta». Arrivarono e cosa
videro? I figli erano vivi! Il padre e la madre furono talmente contenti che per la gioia diedero un
banchetto giocondo per tutto il mondo. A quel banchetto sono stato, ho bevuto del moscato, nella
bocca non è arrivato, ma mi son ubriacato e saziato.

Koz’ma Prestoricco (164)


C’era una volta il povero Koz’ma, che campicchiava solo soletto, proprio nel mezzo di un fitto
boschetto; aveva solo una povera casetta, un galletto e cinque polletti. Una volpe divenne assidua
frequentatrice di questo Koz’ma; una volta lui andò a caccia: era appena uscito di casa che piombò la
volpe; arrivò di corsa, sgozzò un polletto, lo arrostì e se lo gustò. Tornò il povero Koz’ma e non
c’erano più che quattro polletti! Pensa: probabilmente lo ha portato via un nibbio. Il giorno dopo
andò di nuovo a caccia. Gli si fa incontro la volpe e chiede: «Dove te ne vai, caro Koz’ma?». «A
caccia, comare volpe!» «Allora, addio!», e subito corse nell’izbà di lui, sgozzò un altro polletto, lo
arrostì e se lo gustò. Arrivò a casa il povero Koz’ma e non c’erano più che tre polletti! Lo sfiorò un
dubbio: «Non sarà stata la volpe a mangiarsi i miei polletti?».
Il terzo giorno, allora, inchiodò solidamente porte e finestre della sua ibzà, e poi partì per la caccia.
Saltò fuori la volpe e chiede: «Dove te ne vai, caro Koz’ma?». «A caccia, comare volpe!» La volpe,
allora, corse alla casa del povero Koz’ma, e anche lui tornò sui suoi passi. Arrivata alla casa, la
volpe ci girò intorno e vide che porte e finestre erano state inchiodate solidamente: come entrare
nell’izbà? Decise di scendere per il camino. Allora Koz’ma agguantò la volpe. «Guarda guarda» dice
«ecco chi è il ladro che mi fa visita. Ferma, comare, ora non ti lascerò uscire viva dalle mie mani!»
La volpe prese a supplicare Koz’ma: «Non mi uccidere! Io farò di te Koz’ma Prestoricco, se
arrostisci per me un polletto con parecchio burro». Il povero Koz’ma accondiscese e la volpe, dopo
aver gustato una cena tanto grassa, corse ai prati riservati dello zar e iniziò a rotolarsi su quei prati
riservati.
Arriva di corsa il lupo e dice: «Ehi tu, maledetta volpe! Dove ti sei abboffata a quel modo?». «Ah,
compare lupo carissimo! Sono stata a un banchetto dello zar. Forse non ti hanno invitato, compare?
Eravamo in tanti, animali di tutte le razze, martore, zibellini, una folla enorme!» Il lupo chiede
ancora: «Comare volpe, non porteresti anche me a cena dallo zar?». La volpe glielo promise e gli
raccomandò di radunare quaranta volte quaranta lupi grigi e di portarli con sé. Il lupo mise insieme
quaranta volte quaranta lupi grigi. La volpe li condusse dallo zar; appena arrivata, entrò di volata
nelle sale di pietra bianca e offrì allo zar quaranta volte quaranta lupi grigi da parte di Koz’ma
Prestoricco. Lo zar ne fu entusiasta, ordinò di far entrare tutti i lupi in un recinto e di chiuderli
fermamente. La volpe, intanto, si precipitò dal povero Koz’ma: arrivò, ordinò di arrostire un altro
polletto; mangiò a sazietà e se ne tornò ai prati riservati, dove riprese a rotolarsi sull’erba.
Passa di lì un orso, vede la volpe e dice: «Ehi tu, maledetta civetta, ti sei proprio abboffata!».
Quella risponde: «Sono stata ospite dello zar; eravamo in tanti, animali di tutte le razze, martore,
zibellini, una folla enorme! E ne sono rimasti ancora: ora è la volta dei lupi. Tu sai bene, caro
compare, come sono ingordi! Per tutta la festa non hanno mai smesso di mangiare». Miška chiede
ancora: «Comare volpe, non porteresti anche me a cena dallo zar?». La volpe acconsentì e gli
raccomandò di radunare quaranta volte quaranta orsi bruni: «Lo zar non può disturbarsi per te solo».
Miška mise insieme quaranta volte quaranta orsi bruni. La volpe li condusse dallo zar: appena
arrivata, gli offrì quaranta volte quaranta orsi bruni da parte di Koz’ma Prestoricco. Lo zar, molto
contento, ordinò di farli entrare e di chiuderli fermamente. La volpe, intanto, si diresse dal povero
Koz’ma; arrivò e ordinò di arrostire l’ultimo polletto con il galletto. Il povero Koz’ma, senza esitare,
arrostì per lei l’ultimo polletto e il galletto; la volpe se li gustò e buon pro le fece; poi tornò ai prati
riservati, dove riprese a rotolarsi sull’erba verde.
Passa di lì una martora insieme a uno zibellino e chiede: «Ehi tu, volpe astuta, dove ti sei abboffata
a quel modo?». «Ah, martora e zibellino! Lo zar mi tiene in gran conto. Oggi fa una festa e offre da
mangiare a tutti gli animali; sono quasi rimbambita dalla roba buona che ho mangiato; e quanti
animali c’erano a quel pranzo, a non finire! Mancavate solo voi. Conoscete certo i lupi, come sono
voraci, quasi che non avessero mangiato mai in vita loro, stanno ancora ingozzandosi dallo zar! E che
dire di Miška zampone: mangia tanto che finirà per strozzarsi!» La martora e lo zibellino iniziarono a
pregare la volpe: «Comare, porta anche noi dallo zar; daremo almeno un’occhiata». La volpe
acconsentì e ordinò loro di radunare quarante volte quaranta martore e zibellini. Li radunarono; la
volpe li condusse a palazzo e offrì allo zar quaranta volte quaranta martore e zibellini da parte di
Koz’ma Prestoricco. Lo zar si meravigliò della ricchezza di Koz’ma Prestoricco, con gioia accettò il
dono e ordinò di uccidere tutti gli animali e di scuoiarli.
Il giorno dopo, la volpe di nuovo corse dallo zar e dice: «Vostra Altezza Reale! Koz’ma Prestoricco
mi ordina di porgerti i suoi omaggi e di chiedere un secchio da un pud; bisogna misurare le sue
monete d’argento. I suoi secchi sono tutti pieni d’oro». Lo zar, senza farsi pregare, diede alla volpe il
secchio da un pud. Quella corse dal povero Koz’ma e gli disse di mettere nel secchio della sabbia,
per far risplendere l’interno da far rabbia! Quando l’interno fu splendente, quella ficcò nelle fessure
dei soldini spiccioli e lo riportò allo zar. Arrivò da lui e chiese insistentemente la mano della bella
principessa per Koz’ma Prestoricco. Lo zar non dice di no, fa dire a Koz’ma di prepararsi per bene e
di venire. Si mise in cammino il povero Koz’ma per andare dallo zar, mentre la volpe corse avanti e
assunse degli uomini per segare un ponticello. Il povero Koz’ma aveva appena messo il piede sul
ponticello che il ponticello e lui insieme finirono nell’acqua. La volpe si mise a gridare: «Aiuto! È
caduto Koz’ma Prestoricco!». Lo zar sentì e subito mandò alcuni dei suoi servitori a ripescare
Koz’ma. Ecco che quelli lo ripescarono, lo rivestirono con un abito lussuoso e lo condussero dallo
zar.
Quello sposò la principessa e visse dallo zar una settimana o due. «Allora» dice lo zar «caro
genero, è ora che veniamo ospiti da te». Koz’ma non poté farci nulla, ci si dovette preparare.
Attaccarono i cavalli e si misero in strada. La volpe, intanto, era corsa avanti. Corse, corse e vide
dei pastori che pascolavano un gregge di pecore; chiede loro: «Pastori, pastori! Di chi è il gregge che
pascolate?». I pastori rispondono: «È il gregge dello zar Zmiulan». La volpe diede loro delle
istruzioni: «Dite a tutti che questo gregge è di Koz’ma Prestoricco e non dello zar Zmiulan; stanno per
passare lo zar Fuoco e la zarina Caterina; se non direte loro che questo gregge è di Koz’ma
Prestoricco, quelli vi bruceranno tutti e vi ridurranno in cenere, comprese le pecore». I pastori
vedono che le cose si mettono male, bisogna obbedire, e promettono di dire a tutti che il gregge è di
Koz’ma Prestoricco, come ha insegnato loro la volpe.
La volpe continuò a correre avanti; vede dei guardiani di porci, e chiede: «Pastori, pastori! Di chi
sono quei porci?». «Dello zar Zmiulan». «Dite che sono di Koz’ma Prestoricco, stanno per passare
lo zar Fuoco e la zarina Caterina; vi bruceranno tutti e vi ridurranno in cenere, se solo nominerete lo
zar Zmiulan». I pastori acconsentirono. La volpe corse ancora avanti; raggiunge una mandria di
vacche dello zar Zmiulan, poi una mandria di cavalli e ordina ai pastori di dire che quelle mandrie
sono di Koz’ma Prestoricco, di non nominare, invece, lo zar Zmiulan. Raggiunge la volpe anche una
mandria di cammelli. «Pastori, pastori! Di chi sono questi cammelli?» «Dello zar Zmiulan». La volpe
vietò loro fermamente di nominare lo zar Zmiulan, ordinò invece di dire che quella mandria era di
Koz’ma Prestoricco, altrimenti lo zar Fuoco e la zarina Caterina avrebbero bruciato e ridotto in
cenere tutta la mandria!
La volpe corse ancora avanti, arriva al reame dello zar Zmiulan e va dritta nelle sale di pietra
bianca. «Che mi racconti, comare volpe?» «Be’, zar Zmiulan, ora è meglio nascondersi, e in tutta
fretta. Stanno arrivando il terribile zar Fuoco e la zarina Caterina, che bruciano e riducono in cenere
tutto quel che capita. Hanno bruciato già le tue mandrie e i tuoi pastori; prima il gregge, poi i porci,
poi le vacche e poi i cavalli. Io mi sono precipitata da te senza perder tempo, ma a momenti morivo
soffocata dal fumo!» Lo zar Zmiulan si desolò-si amareggiò: «Ah, volpe, e dove mi vado a mettere?».
«C’è nel tuo giardino una vecchia quercia il cui interno è scavato; corri e nasconditi là dentro, finché
quelli non saranno passati». Lo zar Zmiulan si decise in un attimo e, secondo le istruzioni, fece tutto
quello che la volpe gli aveva detto.
Intanto Koz’ma Prestoricco se ne va in carrozza e va con la moglie e il suocero. Arrivano al gregge.
La giovane principessa chiede: «Pastorelli, pastorelli, di chi è questo gregge?». «Di Koz’ma
Prestoricco», rispondono i pastori. Lo zar era molto soddisfatto: «Bene, caro genero, hai molte
pecore». Proseguono, arrivano ai porci. «Pastorelli, pastorelli» chiede la giovane principessa «di chi
sono questi porci?» «Di Koz’ma Prestoricco». «Bene, caro genero, hai molti porci». Proseguono,
avanti, sempre più avanti; qui pascolano la mandria di vacche, là quella di cavalli, più in là quella di
cammelli. Chiedono ai pastori: «Di chi è questa mandria?», tutti rispondono come un sol uomo: «Di
Koz’ma Prestoricco».
Arrivarono dunque al palazzo dello zar; la volpe li accoglie e li conduce nelle sale di pietra bianca.
Lo zar entrò e si meravigliò: che magnificenza! E giù a festeggiare, a divertirsi, a bere e a mangiare!
Rimangono lì un giorno, rimangono una settimana. «Allora, Koz’ma» dice la volpe «smetti di far
baldoria, è ora di mettere a posto i tuoi affari. Vai con tuo suocero nel verde giardino; nel giardino
c’è una vecchia quercia, nella quercia c’è lo zar Zmiulan: si nasconde da voi. Sparate sull’albero
fino a farlo a pezzettini!» Allora il povero Koz’ma, secondo le istruzioni, andò nel verde giardino col
suocero, e si misero a sparare sulla quercia e uccisero lo zar Zmiulan. Koz’ma Prestoricco salì al
trono di quel reame, visse felice e contento con la principessa, e ancora oggi stanno bene, non gli
manca mai il pane. Ogni giorno nutrono la volpe con dei bei polli e quella resterà nel loro palazzo
finché non ci sarà più un volatile sul terrazzo.

La favola del principe Ivan, dell’uccello di fuoco e del lupo grigio (168)
In un certo reame, in terre lontane, viveva uno zar di nome Vyslav Andronovič. Aveva tre figli, tre
principi: il primo – il principe Dimitrij, il secondo – il principe Vasilij, il terzo – il principe Ivan.
Questo zar Vyslav Andronovič aveva un giardino talmente ricco, che non ce n’era uno più bello in
tutto il reame; in quel giardino crescevano diversi alberi pregiati, di frutta e no, ma lo zar prediligeva
soprattutto un melo, e su quel melo crescevano delle melucce tutte d’oro. Prese l’abitudine di volare
nel giardino dello zar Vyslav l’uccello di fuoco; aveva le penne d’oro, e gli occhi sembravano di
cristallo orientale. Volava in quel giardino ogni notte e si metteva sul melo prediletto dello zar
Vyslav, coglieva le melucce d’oro e poi volava via. Lo zar Vyslav Andronovič si tormentava molto
per quel melo, per il fatto che l’uccello di fuoco avesse strappato molte delle sue mele; perciò
chiamò a sé i tre figli e disse loro: «Figli miei cari! Chi di voi riuscirà ad acchiappare nel mio
giardino l’uccello di fuoco? Chi lo catturerà vivo, a quello darò la metà del mio regno finché sono
ancora in vita, e dopo la mia morte avrà tutto». Allora i principi suoi figli gridarono come un sol
uomo: «Amato sovrano, padre, Vostra Altezza Reale! Con grande gioia noi cercheremo di catturare
l’uccello di fuoco vivo».
La prima notte andò a fare la guardia in giardino il principe Dimitrij e, sedutosi ai piedi di quel
melo dal quale l’uccello di fuoco coglieva le melucce, si addormentò e non sentì quando l’uccello di
fuoco arrivò e molte mele beccò. Al mattino, lo zar Vyslav Andronovič chiamò a sé suo figlio, il
principe Dimitrij, e chiese: «Allora, figlio mio caro, hai visto l’uccello di fuoco o no?». Quello
rispose al padre: «No, amato sovrano, padre! Questa notte non è venuto». La seconda notte andò nel
giardino a fare la posta all’uccello di fuoco il principe Vasilij. Sedette ai piedi del melo: passò
un’ora, ne passò un’altra, e si addormentò tanto profondamente che non sentì quando l’uccello di
fuoco arrivò e le mele beccò. Al mattino, lo zar Vyslav lo chiamò a sé e chiese: «Allora, figlio mio
caro, hai visto l’uccello di fuoco o no?». «Amato sovrano, padre! Questa notte non è venuto».
La terza notte andò in giardino a fare la guardia il principe Ivan e sedette ai piedi del solito melo;
passa un’ora, ne passa un’altra, ne passa una terza – all’improvviso tutto il giardino si illuminò come
se fossero state accese molte luci: arrivò l’uccello di fuoco, si mise sul melo e iniziò a beccare le
melucce. Il principe Ivan gli si avvicinò silenziosamente e con tale abilità che riuscì ad afferrarlo per
la coda; tuttavia non poté trattenerlo: l’uccello di fuoco si liberò e volò via, e rimase in mano al
principe Ivan solo una penna della sua coda, alla quale si era afferrato tanto decisamente. Al mattino,
appena lo zar Vyslav si fu svegliato, il principe Ivan andò da lui e gli diede la pennuccia dell’uccello
di fuoco. Lo zar Vyslav si rallegrò molto che il figlio minore fosse riuscito a prendere almeno una
penna dell’uccello di fuoco. Questa penna era tanto stupenda e luminosa che, se la si portava in una
sala buia, riluceva talmente da sembrare che in quella stanza fossero state accese molte candele. Lo
zar Vyslav mise la pennuccia nel suo studio, come una cosa che si deve conservare in eterno. Da quel
momento, l’uccello di fuoco non volò più nel giardino.
Lo zar Vyslav nuovamente chiamò a sé i suoi figli e disse loro: «Figli miei cari! Mettetevi in
viaggio, io vi darò la mia benedizione, trovate l’uccello di fuoco e portatemelo vivo; quello che
promisi una volta lo otterrà, naturalmente, chi mi porterà l’uccello di fuoco». I principi Dimitrij e
Vasilij cominciarono a provare astio verso il fratello minore Ivan, perché era riuscito a prendere una
penna della coda dell’uccello di fuoco; si fecero benedire dal padre e partirono insieme alla ricerca
dell’uccello di fuoco. Anche il principe Ivan, intanto, cominciò a chiedere al padre la benedizione.
Lo zar Vyslav gli disse: «Figlio mio caro, mio beneamato! Sei ancora troppo giovane e non sei
abituato a un viaggio tanto lungo e rischioso; perché vuoi allontanarti da me? Sono già andati i tuoi
fratelli. E se te ne vai anche tu e rimaneste lontani tutti e tre per tanto tempo? Io sono ormai vecchio e
i miei giorni sono contati; se durante la vostra assenza il Signore Iddio dovesse chiamarmi a sé, chi
governerà il regno al mio posto? Allora potrebbe nascere una sommossa o un disaccordo tra il
popolo, ma non ci sarebbe nessuno per porvi fine; oppure il nemico potrebbe marciare contro il
nostro reame, ma non ci sarebbe nessuno a guidare le nostre truppe». Tuttavia, per quanto lo zar
Vyslav cercasse di trattenere il principe Ivan, in nessun modo riuscì a impedirgli di andare, le sue
preghiere erano troppo insistenti. Il principe Ivan si fece benedire dal padre, si scelse un cavallo e si
mise in marcia, lui stesso senza sapere dove andare.
A furia di cavalcare, vicino o lontano, per monti e per valli, si fa prima in una favola a raccontarlo
che nella realtà a farlo, giunse alla fine in aperta campagna tra verdi prati. E in mezzo alla campagna
c’è un palo, e sul palo sono scritte queste parole: «Chi, partendo da questo palo, andrà dritto, avrà
fame e freddo; chi andrà a destra sarà sano e salvo, ma gli morirà il cavallo; chi invece andrà a
sinistra sarà ucciso, ma il suo cavallo sarà sano e salvo». Il principe Ivan lesse la scritta e andò a
destra, pensando che, se anche il suo cavallo fosse stato ucciso, lui sarebbe rimasto sano e salvo e
col tempo avrebbe potuto trovarsene un altro. Cavalcò un giorno, un secondo e un terzo –
all’improvviso gli si fece incontro un enorme lupo grigio e disse: «Salute a te, ragazzo, principe
Ivan! Hai letto quel che era scritto sul palo, che il tuo cavallo sarebbe morto; allora perché sei venuto
da questa parte?». A queste parole, il lupo squarciò il cavallo del principe Ivan in due e sparì.
Il principe Ivan fu molto addolorato della fine del suo cavallo, pianse lacrime amare e poi si
incamminò a piedi. Camminò l’intero giorno, stancandosi in modo indicibile, e si era appena seduto
per riposarsi che all’improvviso lo raggiunse il lupo grigio e gli disse: «Mi dispiace, principe Ivan,
che tu sia sfinito per la camminata; mi dispiace anche di aver sbranato il tuo buon cavallo. Bene!
siediti su di me, sul lupo grigio, e dimmi dove vuoi andare e perché». Il principe Ivan disse al lupo
grigio dove doveva andare; e il lupo grigio lo portava più veloce del cavallo e dopo un po’, per
l’appunto di notte, condusse il principe Ivan ai piedi di un muro di pietra non molto alto, si fermò e
disse: «Allora, principe Ivan, scendi dalla mia schiena di lupo grigio e arrampicati oltre questo muro
di pietra; là, oltre il muro, c’è un giardino, e in quel giardino c’è l’uccello di fuoco in una gabbia
d’oro. Tu prendi l’uccello di fuoco, ma non toccare la gabbia d’oro; se prenderai la gabbia, allora
non potrai mai più andartene di qui: ti prenderanno subito!». Il principe Ivan entrò nel giardino, dopo
aver superato il muro, vide l’uccello di fuoco nella gabbia d’oro, che gli piacque enormemente. Tirò
fuori l’uccello dalla gabbia e tornò indietro, ma poi cambiò idea e si disse: «Se prendo l’uccello di
fuoco senza la gabbia, dove lo metterò?». Tornò sui suoi passi e appena ebbe staccato la gabbia
d’oro, allora improvvisamente si sentì un colpo e un tuono in tutto il giardino, poiché a quella gabbia
d’oro erano collegate delle corde. Le guardie subito si svegliarono, corsero nel giardino, presero il
principe Ivan con l’uccello di fuoco e lo portarono al loro zar, che si chiamava Dolmat. Lo zar
Dolmat si adirò molto col principe Ivan e gli gridò irato con voce tonante: «Non ti vergogni, ragazzo,
di rubare? Chi sei, di che paese, chi è tuo padre e come ti chiami?». Il principe Ivan gli rispose:
«Vengo dal reame di Vyslav, sono il figlio dello zar Vyslav Andronovič e mi chiamo principe Ivan. Il
tuo uccello di fuoco aveva preso l’abitudine di volare nel nostro giardino ogni notte, e coglieva dal
melo preferito di mio padre delle melucce d’oro, e ha rovinato quasi tutto l’albero; per questo mio
padre mi ha mandato a cercare l’uccello di fuoco, che gli devo portare». «Senti un po’ ragazzo,
principe Ivan» riprese lo zar Dolmat «è forse bello fare quello che hai fatto? Se tu fossi venuto da
me, io ti avrei dato l’uccello di fuoco con le buone; e ora ti farebbe piacere che io facessi sapere
delle tue malefatte in tutto il paese, di come sei entrato con la forza nel mio regno? Senti, principe
Ivan! Se tu mi rendi un servizio, andando in una terra ai confini del mondo, in un paese ai confini del
mondo, e riesci a portarmi il cavallo con la criniera d’oro dello zar Afron, allora io mi dimenticherò
della tua colpa e ti darò con piacere l’uccello di fuoco; ma se non riuscirai a portare a termine questo
servizio, allora farò sapere in tutto il regno che tu sei un miserabile ladro». Il principe Ivan si ritirò
dallo zar Dolmat molto afflitto, dopo avergli promesso di portargli il cavallo dalla criniera d’oro.
Arrivò dal lupo grigio e gli raccontò tutto quello che lo zar Dolmat gli aveva detto: «Salute a te,
ragazzo, principe Ivan!» gli rispose il lupo grigio. «Perché non hai dato ascolto alle mie parole e hai
preso la gabbia d’oro?». «Sono colpevole di fronte a te», disse al lupo il principe Ivan. «Bene, sia!»
rispose il lupo grigio. «Siediti su di me, sul lupo grigio; io ti porterò dove devi andare». Il principe
Ivan sedette sulla schiena del lupo grigio; e il lupo si mise a correre tanto velocemente quanto una
freccia, e, dopo aver corso un mese o un anno, alla fine arrivò nel regno dello zar Afron di notte. E,
avvicinatosi alle scuderie reali di pietra bianca, il lupo grigio disse al principe Ivan: «Vai, principe
Ivan, in quelle scuderie di pietra bianca (in questo momento i palafrenieri di guardia dormono della
grossa!) e prenditi il cavallo con la criniera d’oro. Là su una parete è appesa una briglia d’oro, tu non
prenderla o mal te ne incoglierà». Il principe Ivan entrò nelle scuderie di pietra bianca, prese il
cavallo e stava per tornare indietro; ma vide sulla parete la briglia d’oro e gli piacque a tal punto che
la tirò giù dal chiodo, e appena l’ebbe tirata giù, improvvisamente si sentì un colpo e un tuono in tutte
le scuderie, perché a quella briglia erano collegate delle corde. Subito i palafrenieri di guardia si
svegliarono, accorsero, presero il principe Ivan e lo portarono allo zar Afron. Lo zar Afron cominciò
a chiedergli: «Salute a te, ragazzo! Dimmi, di che paese sei, chi è tuo padre e come ti chiami?».
Allora gli rispose il principe Ivan: «Vengo dal reame di Vyslav, sono il figlio dello zar Vyslav
Andronovič e mi chiamo principe Ivan». «Oh, ragazzo, principe Ivan!» gli disse lo zar Afron.
«L’azione che hai commesso è forse degna di un cavaliere d’onore. Se tu fossi venuto da me, io ti
avrei dato il cavallo dalla criniera d’oro con le buone. E ora ti farebbe piacere che io facessi sapere
delle tue malefatte in tutto il paese, di come sei entrato con la forza nel mio regno? Senti, principe
Ivan! Se tu mi rendi un servizio, andando in una terra ai confini del mondo, in un regno ai confini del
mondo, e riesci a portarmi la principessa Elena la Bella, che amo da tempo e con tutta l’anima, ma
che non sono riuscito ad avere, allora io mi dimenticherò della tua colpa e ti darò con piacere il
cavallo dalla criniera d’oro con la briglia d’oro. Ma se non riuscirai a portare a termine questo
servizio, allora farò sapere in tutto il regno che sei un miserabile ladro, e farò stampare tutti i
particolari sul modo in cui ti sei indegnamente comportato nel mio reame». Allora il principe Ivan
promise allo zar Afron di portargli la principessa Elena la Bella, e poi uscì dal palazzo piangendo
amaramente.
Arrivò dal lupo grigio e gli raccontò tutto quello che gli era successo. «Salute a te, ragazzo, principe
Ivan!» gli rispose il lupo grigio. «Perché non hai dato ascolto alle mie parole e hai preso la briglia
d’oro?» «Sono colpevole di fronte a te», disse al lupo il principe Ivan. «Bene, sia!» continuò il lupo
grigio. «Siediti su di me, sul lupo grigio; io ti porterò dove devi andare». Il principe Ivan sedette
sulla schiena del lupo grigio; e il lupo si mise a correre tanto velocemente quanto una freccia, e
corse, come si può raccontare in una favola, per un po’ di tempo e, finalmente, arrivò nel regno della
principessa Elena la Bella. E, avvicinatosi al cancello d’oro che circondava un meraviglioso
giardino, il lupo disse al principe Ivan: «Allora, principe Ivan, ora scendi dalla mia schiena di lupo
grigio, e torna indietro per quella strada per la quale siamo venuti fin qui, e aspettami in aperta
campagna sotto una quercia verde». Il principe Ivan si avviò dove gli era stato detto. Il lupo grigio,
invece, sedette accanto al cancello d’oro e si mise ad aspettare il momento in cui la principessa
Elena la Bella sarebbe andata a passeggiare nel giardino. Verso sera, quando il solicello cominciò ad
abbassarsi verso occidente e per questo l’aria non era più molto calda, la principessa Elena la Bella
andò nel giardino a passeggiare con le sue governanti e le sue dame di compagnia. Quando uscì in
giardino e si avvicinò al luogo in cui c’era il lupo grigio, oltre il cancello, improvvisamente il lupo
grigio scavalcò con un salto il cancello nel giardino e afferrò la principessa Elena la Bella, con un
salto tornò indietro e si mise a correre con lei a perdifiato. Arrivò in aperta campagna, sotto la
quercia verde, dove lo stava aspettando il principe Ivan, e gli disse: «Principe Ivan, siediti in fretta
su di me, sul lupo grigio!». Il principe Ivan sedette su di lui, e il lupo grigio portò di corsa tutti e due
verso il regno dello zar Afron. Le governanti, le balie e tutte le dame di compagnia che stavano
passeggiando nel giardino con la bella principessa Elena rientrarono subito a palazzo e mandarono
all’inseguimento dei cavalieri per raggiungere il lupo grigio; ma per quanto gli inseguitori
corressero, non poterono raggiungerlo e tornarono indietro.
Il principe Ivan, sedendo in groppa al lupo grigio con la bella principessa Elena, si innamorò
follemente di lei, e lei del principe Ivan; e quando il lupo grigio arrivò nel regno dello zar Afron e il
principe Ivan avrebbe dovuto portare la bella principessa Elena a palazzo e darla allo zar, allora il
principe si addolorò molto e iniziò a piangere come una fontana. Il lupo grigio gli chiese: «Perché
piangi, principe Ivan?». Al che il principe Ivan gli rispose: «Amico mio, lupo grigio! E come posso
io, bravo giovane, non piangere e non affliggermi? Amo con tutto il cuore la bella principessa Elena,
e ora la devo consegnare allo zar Afron per avere il cavallo dalla criniera d’oro, e se non gliela
consegnerò, allora lo zar Afron mi disonorerà in tutti i paesi». «Ti ho reso molti servizi, principe
Ivan» disse il lupo grigio «ti aiuterò anche stavolta. Senti, principe Ivan: io mi trasformerò nella
bella principessa Elena, tu portami allo zar Afron e prendi il cavallo dalla criniera d’oro; lui crederà
che io sia la vera principessa. E quando salirai in groppa al cavallo dalla criniera d’oro e galopperai
lontano, allora chiederò allo zar Afron di fare una passeggiata in campagna, e appena mi avrà
lasciato con le balie e le governanti e tutte le dame di compagnia e sarò con loro in aperta campagna,
allora ricordati di me e io sarò di nuovo accanto a te». Il lupo grigio parlò così, si gettò sull’umida
terra e divenne la bella principessa Elena: nessuno avrebbe potuto sospettare che non era lei. Il
principe Ivan prese il lupo grigio, andò al palazzo dello zar Afron e disse alla bella principessa
Elena di aspettarlo poco fuori della città. Quando il principe Ivan arrivò dallo zar Afron con la falsa
Elena la Bella, lo zar in cuor suo si rallegrò assai di aver ottenuto il tesoro che da tempo desiderava.
Ricevette la falsa principessa e in cambio consegnò al principe Ivan il cavallo dalla criniera d’oro. Il
principe Ivan salì in groppa al cavallo e uscì dalla città; fece salire con lui anche Elena la Bella e si
mise in marcia verso il regno dello zar Dolmat. Il lupo grigio resta dallo zar Afron un giorno, un
secondo e un terzo al posto della bella principessa Elena; ma il quarto giorno andò dallo zar Afron a
chiedergli di fare una passeggiata in aperta campagna, per attenuare la propria struggente nostalgia.
Gli rispose lo zar Afron: «Ah, mia bella principessa Elena! Farò qualsiasi cosa per te, ti lascerò
passeggiare in aperta campagna». E subito ordinò a balie e governanti e a tutte le dame di compagnia
di andare con la bella principessa a passeggiare in campagna.
Intanto il principe Ivan cavalcava con Elena la Bella, chiacchierava con lei e si dimenticò
completamente del lupo grigio; ma poi gli venne in mente: «Ah, dov’è il mio lupo grigio?».
Improvvisamente, da non si sa dove, apparve davanti al principe Ivan e gli disse: «Siediti, principe
Ivan, su di me, sul lupo grigio, e che la bella principessa vada sul cavallo dalla criniera d’oro». Il
principe Ivan sedette sul lupo grigio, e cavalcarono verso il regno dello zar Dolmat. Passarono ore o
mesi, arrivarono in quel regno, ma si fermarono a tre verste dalla città. Il principe Ivan prese a
chiedere al lupo grigio: «Senti, amico mio caro, lupo grigio! Mi hai reso molti servizi, aiutami per
l’ultima volta, ecco quale sarà il tuo compito: non potresti trasformarti in cavallo dalla criniera d’oro
al posto di questo? Perché non vorrei separarmi da questo cavallo dalla criniera d’oro».
Improvvisamente il lupo grigio si gettò sull’umida terra e divenne un cavallo dalla criniera d’oro. Il
principe Ivan, dopo aver lasciato la bella principessa Elena in un verde prato, sedette sul lupo grigio
e andò a palazzo dallo zar Dolmat. Appena arrivò là, lo zar Dolmat vide che il principe Ivan montava
il cavallo dalla criniera d’oro, si rallegrò assai, subito uscì dai suoi appartamenti, accolse il principe
nel vasto cortile, lo baciò sulle labbra zuccherine, lo prese per la mano destra e lo condusse nel suo
palazzo di pietra bianca. Lo zar Dolmat era talmente felice che ordinò di organizzare un banchetto,
così sedettero a dei tavoli di quercia, coperti di tovaglie arabescate; bevvero, mangiarono, fecero
baldoria e si divertirono per due giorni, e il terzo giorno lo zar Dolmat consegnò al principe Ivan
l’uccello di fuoco con la gabbia d’oro. Il principe prese l’uccello di fuoco, uscì dalla città, sedette
sul cavallo dalla criniera d’oro insieme alla bella principessa Elena e si mise in cammino verso la
sua patria, verso il regno dello zar Vyslav Andronovič. Lo zar Dolmat, il giorno dopo, volle provare
a fare un giro col suo cavallo dalla criniera d’oro in campagna; ordinò di sellarlo, poi lo montò e
andò in aperta campagna; l’aveva appena mandato al galoppo, che quello si scosse di dosso lo zar
Dolmat e, ritornato a essere un lupo grigio, si mise a correre e raggiunse il principe Ivan. «Principe
Ivan!» disse. «Siediti su di me, sul lupo grigio, e la principessa Elena la Bella vada sul cavallo dalla
criniera d’oro». Il principe Ivan si sedette sul lupo grigio e continuarono per la loro strada. Appena il
lupo grigio ebbe riportato il principe Ivan in quei luoghi in cui aveva sbranato il suo cavallo, si
fermò e disse: «Allora, principe Ivan, ti ho servito con fedeltà e lealtà. In questo punto ho squarciato
il tuo cavallo in due, fino a questo punto ti ho riportato. Scendi dalla mia schiena di lupo grigio, ora
hai un cavallo dalla criniera d’oro, quindi montagli in groppa e vai dove devi; io non ti sono più
servo». Il lupo grigio disse queste parole e corse via; il principe Ivan pianse lacrime amare per il
lupo grigio e poi si rimise in marcia con la bella principessa.
Cavalcò giorni o mesi con la bella principessa Elena sul cavallo dalla criniera d’oro e, arrivato a
venti verste dal suo regno, si fermò, scese dal cavallo e, insieme alla bella principessa, si stese a
riposare sotto un albero, al riparo dal caldo; attaccò il cavallo dalla criniera d’oro all’albero, e mise
accanto a sé la gabbia con l’uccello di fuoco. Stesi sulla tenera erba e parlando d’amore, si
addormentarono della grossa. Nel frattempo i fratelli del principe Ivan, i principi Dimitrij e Vasilij,
dopo aver cavalcato per diversi paesi senza aver trovato l’uccello di fuoco, stavano tornando a casa
a mani vuote; per caso si imbatterono nel loro fratello che dormiva, il principe Ivan, e nella bella
principessa Elena. Vedendo pascolare il cavallo dalla criniera d’oro e vedendo l’uccello di fuoco
nella gabbia d’oro, ne restarono affascinati e decisero di ammazzare il fratello principe Ivan. Il
principe Dimitrij sfoderò la sua spada, sgozzò il principe Ivan e lo fece a pezzettini; poi svegliò la
bella principessa Elena e cominciò a chiederle: «Bella fanciulla! Di che paese sei, di chi sei figlia e
come ti chiami?». La bella principessa Elena, vedendo il principe Ivan morto, si spaventò
enormemente, cominciò a piangere a calde lacrime e tra le lacrime disse: «Sono la principessa Elena
la Bella, e mi ha conquistata il principe Ivan, che avete ucciso barbaramente. Se foste stati dei
cavalieri leali, sareste andati con lui in campo aperto e l’avreste vinto da vivo, invece l’avete ucciso
mentre dormiva e quale merito vi siete acquistati? Un uomo che dorme è come un morto!». Allora il
principe Dimitrij mise la sua spada al cuore della bella principessa Elena e le disse: «Ascolta, Elena
la Bella! Ora sei nelle nostre mani; ti porteremo da nostro padre, lo zar Vyslav Andronovič, e tu devi
dirgli che ti abbiamo conquistato noi, insieme all’uccello di fuoco e al cavallo dalla criniera d’oro.
Se non dirai così, ti ammazzeremo subito!». La bella principessa Elena, spaventata a morte, promise
loro e giurò su tutti i santi che avrebbe detto quel che volevano. Allora il principe Dimitrij e il
principe Vasilij si giocarono la bella principessa Elena e il cavallo dalla criniera d’oro. E il caso
volle che la bella principessa Elena toccasse al principe Vasilij, mentre il cavallo dalla criniera
d’oro al principe Dimitrij. Allora il principe Vasilij prese la bella principessa Elena, la fece salire
sul suo bel cavallo, mentre il principe Dimitrij salì sul cavallo dalla criniera d’oro e prese l’uccello
di fuoco, per consegnarlo al padre, lo zar Vyslav Andronovič, e si misero in marcia.
Il principe Ivan giaceva morto in quel luogo da esattamente trenta giorni, quando passò di lì il lupo
grigio e riconobbe dall’odore il principe Ivan. Voleva aiutarlo, resuscitarlo, ma non sapeva come
fare. In quel momento vide il lupo grigio un corvo e i suoi due piccoli, che volavano sul cadavere e
volevano scendere a terra e mangiarsi la carne del principe Ivan. Il lupo grigio si nascose dietro un
cespuglio, e non appena i corvetti furono scesi a terra e ebbero cominciato a beccare il corpo del
principe Ivan, quello saltò fuori da dietro il cespuglio, afferrò un corvetto e fece finta di volerlo
squarciare in due. Allora il corvo scese a terra, si posò non lontano dal lupo grigio e gli disse:
«Salute a te, lupo grigio! Non far del male al mio figlio più piccolo, lui non ti ha fatto niente».
«Ascolta, Corvo Corvonič!» rispose il lupo grigio. «Io non toccherò il tuo figlioletto e lo lascerò
andare sano e salvo, se tu mi farai un piacere: vola oltre i confini del mondo, in un paese
lontanissimo e portami l’acqua della vita e l’acqua della morte». Al che Corvo Corvonič disse al
lupo grigio: «Io ti farò questo servizio, a patto che tu non tocchi il mio piccolo». Dette queste parole,
il corvo volò via e presto sparì alla vista. Il terzo giorno tornò il corvo e portò con sé due ampolline:
in una c’era l’acqua della vita, nell’altra quella della morte, e diede le ampolline al lupo grigio. Il
lupo grigio prese le ampolline, squarciò il corvetto in due, lo bagnò con l’acqua della morte e subito
il corvetto tornò intero, lo bagnò con l’acqua della vita – il corvetto sussultò e volò via. Poi il lupo
grigio bagnò il principe Ivan con l’acqua dalla morte – il suo corpo si saldò, lo bagnò con l’acqua
della vita – il principe Ivan si alzò in piedi e disse: «Ah, quanto ho dormito a lungo!». Al che gli
disse il lupo grigio: «Sì, principe Ivan, avresti dormito in eterno se non ci fossi stato io; infatti i tuoi
fratelli ti hanno ucciso e si sono portati via e la bella principessa Elena, e il cavallo dalla criniera
d’oro, e l’uccello di fuoco. Ora affrettati il più possibile verso la tua patria; tuo fratello, il principe
Vasilij, sposa oggi la tua promessa, la bella principessa Elena. E per arrivare là più in fretta, è
meglio se ti siedi su di me, sul lupo grigio; io ti porterò in groppa». Il principe Ivan sedette sul lupo
grigio; il lupo si mise a correre con lui sulle spalle verso il regno dello zar Vyslav Andronovič, e,
quanto corse non si sa, giunse in città. Il principe Ivan scese dal lupo grigio, entrò in città e, arrivato
a palazzo, trovò che suo fratello, il principe Vasilij, aveva sposato la bella principessa Elena: era
tornato con lei dalle nozze e sedeva a tavola. Il principe Ivan entrò nel palazzo e non appena Elena la
Bella lo vide, subito si alzò di scatto dal tavolo, prese a baciarlo sulle labbra zuccherine e gridò:
«Ecco il mio amato fidanzato, il principe Ivan, e non quello scellerato che siede a tavola!». Allora lo
zar Vyslav Andronovič si alzò dal posto e iniziò a chiedere alla bella principessa Elena cosa
significava, di cosa stava parlando? Elena la Bella gli raccontò tutta la santa verità, come erano
andate le cose: come il principe Ivan aveva conquistato lei, il cavallo dalla criniera d’oro e l’uccello
di fuoco, come i fratelli maggiori lo avevano ucciso mentre dormiva e come avevano spaventato lei
perché dicesse che erano stati loro a trovare tutte quelle meraviglie. Lo zar Vyslav si adirò
terribilmente con i principi Dimitrij e Vasilij e li fece mettere in prigione; il principe Ivan, invece,
sposò la bella principessa Elena e visse con lei felice e contento, tanto che non potevano stare
nemmeno un minuto l’uno senza l’altra.

Morettino, il cavallo incantato (179)


C’era una volta un vecchio che aveva tre figli, il terzo dei quali, Ivan lo sciocco, non faceva niente
tutto il giorno, se ne stava solo seduto sulla stufa in un angolo e tirava su col naso. In punto di morte il
padre dice: «Figli! Quando sarò morto, ogni notte uno di voi, a turno, venga sulla mia tomba a
dormire, per tre notti», e morì. Seppellirono il vecchio. Arriva la notte; tocca al fratello maggiore
passare la notte sulla tomba, ma quello, che un po’ è pigro, un po’ ha paura, dice al fratello minore:
«Ivan lo sciocco! Vacci tu sulla tomba di nostro padre, passaci la notte al mio posto. D’altra parte
non fai mai niente!». Ivan lo sciocco si preparò, arrivò alla tomba e si stese; a mezzanotte,
improvvisamente, la tomba si aprì, il vecchio ne uscì e chiede: «Chi c’è? Sei tu, il mio figlio
maggiore?». «No, padre! Sono io, Ivan lo sciocco». Il vecchio lo riconobbe e chiede: «Perché non è
venuto tuo fratello grande?». «Ha mandato me, padre!» «Bene, buon per te!» Il vecchio fischiò-
chiamò con un fischio potente: «Bel Morettino, dal manto corvino!»; Morettino accorre, facendo
tremare la terra, dagli occhi sprizzano scintille, dalle narici una colonna di fumo. «Eccoti, figlio mio,
un buon cavallo, e tu, cavallo, servi lui così come hai servito me». Dopo aver detto queste cose, il
vecchio si stese di nuovo nella tomba. Ivan lo sciocco lisciò, accarezzò il cavallo e lo lasciò andare,
mentre lui tornò a casa. A casa i fratelli gli domandano: «Allora, Ivan lo sciocco, hai passato una
buona notte?». «Molto buona, fratelli!» La seconda notte arriva. Il fratello di mezzo anche lui non va
a passare la notte sulla tomba e dice: «Ivan lo sciocco! Vai sulla tomba di nostro padre, passa la notte
anche al posto mio». Ivan lo sciocco, senza dire una parola, si preparò e partì; arrivò sulla tomba, si
stese, aspetta la mezzanotte. A mezzanotte la tomba si riaprì, il padre ne uscì, chiede: «Sei tu, il mio
figlio mediano?». «No» dice Ivan lo sciocco «sono sempre io, padre!» Il vecchio chiamò con voce
potente, fischiò con un fischio da prode: «Bel Morettino, dal manto corvino!»; Morettino accorre,
facendo tremare la terra, dagli occhi sprizza una fiamma, dalle narici una colonna di fumo. «Allora,
Morettino, come hai servito me, così servi anche mio figlio. Ora vai!» Morettino corse via, il
vecchio si stese nella tomba, mentre Ivan lo sciocco se ne tornò a casa. I fratelli di nuovo gli
chiedono: «Come hai passato la notte, Ivan lo sciocco?». «Molto bene, fratelli!» La terza notte era il
turno di Ivan; senza indugio, si preparò e andò. Si stende sulla tomba; a mezzanotte di nuovo il
vecchio uscì, già sapeva che avrebbe trovato Ivan lo sciocco, chiamò con voce potente, fischiò con
un fischio da prode: «Bel Morettino, dal manto corvino!»; Morettino accorre, facendo tremare la
terra, dagli occhi sprizza una fiamma, dalle narici una colonna di fumo. «Allora, corvino, come hai
servito me, così servi anche mio figlio». Detto questo, il vecchio salutò per sempre Ivan lo sciocco,
si stese nella tomba. Ivan lo sciocco lisciò il corvino, lo ammirò e lo lasciò andare, mentre lui tornò
a casa. I fratelli di nuovo chiedono: «Come hai passato la notte, Ivan lo sciocco?». «Molto bene,
fratelli!»
La vita continua; i due fratelli maggiori lavorano e Ivan lo sciocco non fa niente. Improvvisamente
c’è un appello dello zar: colui che porterà via il ritratto della principessa da sotto le molte travi di un
edificio, quello la avrà in moglie. I fratelli si apprestano ad andare a vedere chi sarebbe riuscito a
portar via il ritratto. Ivan lo sciocco se ne sta seduto dietro la canna della stufa e dice: «Fratelli!
Datemi un cavallo, andrò a vedere anch’io». «Eh!» gli risposero a brutto muso i fratelli. «Restatene
sulla stufa, sciocco; perché mai vuoi andare? Forse per farti ridere dietro da tutti?» No, Ivan lo
sciocco non demorde! I fratelli non poterono tirarsi indietro: «Va bene, sciocco, prendi la cavallina
zoppa!».
E se ne andarono. Ivan lo sciocco li seguì in aperta campagna, nella vasta piana; scese dalla
cavallina, la sgozzò, la scuoiò, mise la pelle sullo steccato di un recinto e gettò la carne; poi fischiò
con un fischio da prode, chiamò con voce potente: «Bel Morettino, dal manto corvino!». Morettino
accorre, facendo tremare la terra, dagli occhi sprizza una fiamma, dalle narici una colonna di fumo.
Ivan lo sciocco entrò in una delle sue orecchie – bevve e mangiò a sazietà, entrò nell’altra – si vestì
con tale gusto, che nemmeno i suoi fratelli l’avrebbero riconosciuto! Montò Morettino e andò a tirar
giù il ritratto. C’era una marea di gente; scorsero da lontano il giovane e si misero tutti a guardare.
Ivan lo sciocco fece prendere slancio al suo cavallo, quello saltò, ma mancò il ritratto di sole tre
travi. Avevano visto da dove era venuto, ma non videro dove se ne andò! Lui lasciò andare il
cavallo, tornò a casa, sedette sulla stufa. Improvvisamente i fratelli tornarono a casa e dicono alle
mogli: «Ebbene, donne, è arrivato un prode come non ne avevamo mai visti in vita nostra! Ha
mancato il ritratto di sole tre travi. Abbiamo visto da dove è venuto; non abbiamo visto dove è
andato. Ma tornerà ancora…». Ivan lo sciocco, seduto sulla stufa, dice: «Fratelli, non ero forse io?».
«Tu? Ma che diavolo dici? Restatene seduto sulla stufa, sciocco, e pulisciti il naso».
Il tempo passa. Lo zar ripete l’appello. I fratelli di nuovo iniziarono a prepararsi, e Ivan lo sciocco
dice: «Fratelli! Datemi un cavallo qualsiasi». Quelli rispondono: «Restatene a casa, sciocco! L’altro
cavallo sei riuscito a massacrarlo!». No, non poterono tirarsi indietro, gli ordinarono ancora una
volta di prendere la cavallina sciancata. Ivan lo sciocco sistemò anche quella, la sgozzò, mise la
pelle sullo steccato di un recinto e gettò la carne; poi fischiò con un fischio da prode, gridò con voce
potente: «Bel Morettino, dal manto corvino!». Morettino accorre, facendo tremare la terra, dagli
occhi sprizza una fiamma, dalle narici una colonna di fumo. Ivan lo sciocco entrò nell’orecchia destra
– si vestì per bene, saltò in quella sinistra – divenne un bel cavaliere, montò sul cavallo e partì;
mancò il ritratto di sole due travi. Avevano visto da dove era venuto, ma non videro dove se ne andò!
Lasciò andare Morettino, tornò a casa, sedette sulla stufa, aspettando i fratelli. I fratelli arrivarono e
dicono: «Donne! È ritornato quel prode e ha mancato il ritratto di sole due travi». Ivan lo sciocco
dice loro: «Fratelli, non ero forse io?». «Restatene seduto, sciocco! Chiede se non era per caso lui!»
Dopo poco tempo, ci fu un altro appello dello zar. I fratelli cominciarono a prepararsi e Ivan lo
sciocco chiede: «Datemi, fratelli, un cavallo qualsiasi, così potrò andare a vedere anch’io».
«Restatene a casa, sciocco! Non sei ancora stanco di massacrare i nostri cavalli?» No, non poterono
tirarsi indietro, lottarono, lottarono, e alla fine gli ordinarono di prendere una cavallina bruttina; poi
se ne andarono. Ivan lo sciocco sistemò anche quella, la sgozzò, la gettò; poi fischiò con un fischio da
prode, gridò con voce potente: «Bel Morettino, dal manto corvino!». Morettino accorre, facendo
tremare la terra, dagli occhi sprizza una fiamma, dalle narici una colonna di fumo. Ivan lo sciocco
entrò in una delle sue orecchie – bevve e mangiò a sazietà, entrò nell’altra – si vestì da gran
cavaliere, montò sul cavallo e partì. Appena fu arrivato alle stanze reali, staccò il ritratto e anche il
tovagliolo. Avevano visto da dove era venuto, ma non videro dove se ne andò! Lui lasciò andare il
corvino, tornò a casa, sedette sulla stufa, aspettò i fratelli. I fratelli arrivarono, dicono: «Sentite,
mogli! Oggi quel prode è arrivato e ha staccato il ritratto». Ivan lo sciocco, che sta seduto dietro la
canna, dice: «Fratelli, non ero forse io?». «Restatene seduto, sciocco! Chiede se non era per caso
lui!»
Dopo poco tempo lo zar diede un ballo, invita tutti i boiari, i voivodi, i principi, i consiglieri, i
senatori, i mercanti, i commercianti e i contadini. Anche i fratelli di Ivan ci andarono; Ivan lo sciocco
non fu da meno, sedette da qualche parte dietro la canna della stufa, guardandosi intorno con la bocca
spalancata. La principessa si occupa degli ospiti, a ciascuno porta della birra e osserva, per vedere
se qualcuno si sarebbe asciugato con il suo tovagliolo: quello era di sicuro il suo fidanzato. Ma
nessuno si asciugò; quanto a Ivan lo sciocco, non lo vide nemmeno, lo superò. Gli ospiti se ne
andarono. Il giorno dopo lo zar diede un altro ballo, ancora una volta non fu trovato il responsabile,
quello che aveva staccato il tovagliolo. Anche il terzo giorno la principessa portò con le sue mani la
birra agli invitati; girò intorno a tutti, ma nessuno si asciugò col tovagliolo. “È strano” pensa tra sé e
sé “che non ci sia il mio promesso!” Diede un’occhiata dietro la canna e là vide Ivan lo sciocco;
aveva un vestitino misero, tutto fuligginoso, i capelli ritti in testa. Lei versò un bicchiere di birra,
glielo porta, mentre i fratelli guardano e pensano: la principessa porta la birra allo sciocco! Ivan lo
sciocco la bevette e si asciugò col tovagliolo. La principessa si rallegrò, lo prende per la mano, lo
conduce dal padre e dice: «Padre! Ecco il mio promesso». I due fratelli, come trafitti da un coltello
nel cuore, pensano: “Ma che dice la principessa! È forse diventata matta? Riconosce lo sciocco come
suo promesso”. Si tagliò corto: con un allegro festino furono festeggiate le nozze. Il nostro Ivan ora
non era più Ivan lo sciocco, ma Ivan il genero dello zar; si aggiustò, si ripulì, divenne un bel giovane,
nessuno lo avrebbe riconosciuto! Allora i fratelli capirono cosa era significato andare a dormire
sulla tomba del padre.

Il tesoro (258)
In un certo reame c’erano una volta un vecchio e una vecchia molto poveri. Dopo un periodo di
tempo più o meno lungo, la vecchia morì. Fu durante un inverno rigidissimo, glaciale. Andò il
vecchio dai vicini e dai conoscenti a chiedere che lo aiutassero a scavare una fossa per la vecchia,
ma i vicini e i conoscenti, sapendo la sua grande povertà, rifiutarono decisamente. Andò il vecchio
dal pope, ma il pope di quel villaggio era terribilmente avido, senza scrupoli. «Ti prego umilmente,
batjuška» dice «di voler sotterrare la mia vecchia». «E hai i soldi per pagare i funerali? Pagami in
anticipo, amico!» «Davanti a te non bisogna tacere nessun peccato: non ho in casa una sola copeca!
Aspetta un pochettino, quando avrò guadagnato qualcosa, ti pagherò largamente, parola d’onore, ti
pagherò!»
Il pope non volle nemmeno sentire le parole del vecchio: «Se non hai i soldi, non osare rimettere più
piede qua!». “Pazienza” pensa il vecchio “andrò al cimitero, scaverò una tomba e seppellirò la mia
vecchia io stesso”. Prese quindi un’ascia e una pala e andò al cimitero; arrivò là e cominciò a
preparare la tomba: tolse prima con l’ascia la terra ghiacciata in superficie, poi si mise alla pala,
scavò, scavò e tirò fuori una pentola, ci guardò dentro: era zeppa di monete d’oro, che brillavano
come fuoco! Il vecchio si rallegrò infinitamente: «Lode a te, Dio! Avrò di che seppellire e fare la
veglia funebre alla mia vecchia». Non continuò più a scavare la tomba, prese la pentola con l’oro e
la portò a casa.
Be’, si sa, quando ci sono i soldi, tutto va liscio come l’olio! Subito si fece avanti gente di buona
volontà: scavarono la tomba e fabbricarono la bara; il vecchio mandò la cognata a comprare del vino
e delle vivande e cibi diversi – tutto quello che serve per una veglia funebre, poi prese dieci rubli
d’oro e tornò ancora una volta dal pope. Era ancora sulla porta che il pope gli disse: «Ti era stato
detto in modo chiaro, vecchio imbecille, di non tornare senza i soldi, e invece sei di nuovo qui!».
«Non ti arrabbiare, batjuška!» gli dice il vecchio. «Eccoti del denaro: seppellisci la mia vecchia, non
mi scorderò mai della tua bontà!» Il pope prese i soldi e non sapeva come ricevere meglio il
vecchio, dove farlo accomodare, con quali parole intenerirlo: «Allora, caro, conta su di me, sarà
tutto fatto». Il vecchio fece un inchino e se ne tornò a casa, mentre il pope iniziò a parlare di lui con
la popessa: «Guarda un po’, vecchio diavolo! Dicevano tutti: è povero, è povero! E quello ti
scodella dell’oro. Io che nella mia vita ho seppellito molte persone di rango, non ho mai avuto da
nessuno altrettanto…».
Il pope si riunì con tutti i suoi chierici e interrò la vecchia come si doveva. Dopo il funerale, il
vecchio gli chiede di andare da lui alla veglia funebre. Arrivarono nell’izbà, sedettero a tavola, e
all’improvviso apparvero vini, pietanze, antipasti di tutti i tipi, e tutto a volontà! L’ospite sedeva a
tavola, per tre si ingozzava, i beni altrui invidiava. Finito di mangiare, gli ospiti cominciarono a
tornarsene a casa, e anche il pope si alzò. Il vecchio lo accompagnò e, appena furono in cortile, il
pope vide che non c’era ormai più nessuno, e cominciò a chiedere al vecchio: «Senti, amico!
Confessati, non tenerti nessun peccato sulla coscienza – sii franco con me così come lo sei con Dio:
come hai fatto ad arricchirti tanto velocemente? Eri un povero contadino, e ora guarda,
all’improvviso! Confessa, amico! Chi hai ammazzato, chi derubato?». «Che dici, padre! Ti dirò tutta
la verità: non ho derubato, non ho rapinato, non ho ammazzato nessuno, mi è capitato tra le mani un
tesoro!» E raccontò come erano andate le cose.
Quando il pope sentì il racconto, iniziò a fremere di cupidigia; tornò a casa: non riesce a fare più
niente, giorno e notte pensa: “Un povero contadino, e gli è capitata una tale quantità di denaro.
Bisognerebbe escogitare qualcosa per soffiargli la pentola con l’oro!”. Ne parlò con la moglie;
tennero consiglio in due e giunsero a una decisione. «Senti, vecchia! Abbiamo sempre un caprone?»
«Sì». «Molto bene! Aspettiamo la notte e arrangeremo la cosa come si deve». La sera tardi, il pope
trascinò il caprone nella sua izbà, lo sgozzò e lo scuoiò, comprese le corna e la barbetta, poi si infilò
la pelle del caprone e dice alla moglie: «Prendi, vecchia, un ago e del filo, cuci tutta la pelle,
affinché non cada». La popessa prese un ago grosso e un filo resistente e cucì la pelle del caprone.
A notte fonda, il pope andò dritto nell’izbà del vecchio, si avvicinò alla finestra e giù a bussare e a
grattare. Il vecchio sentì del rumore, saltò dal letto e chiede: «Chi è là?». «Il diavolo!…» «Questo
posto è consacrato!», si mise a urlare il vecchio e iniziò a farsi segni della croce e a pregare. «Senti,
vecchio!» dice il pope. «Per quanto preghi e ti segni, di me non ti libererai; è meglio che tu mi renda
la mia pentola coi soldi, altrimenti, mi sbarazzerò di te! Vedi, ho avuto pietà del tuo dolore, ti ho
mostrato questo tesoro: pensavo che avresti preso un po’ di soldi per il funerale, ma tu te lo sei
accaparrato tutto!» Il vecchio guardò dalla finestra e vide subito le corna del caprone e la barbetta: è
proprio il Maligno! “Che se li riprenda i suoi soldi” pensa il vecchio. “Ho sempre vissuto senza
soldi, continuerò a farlo!” Prese la pentola con l’oro, la portò in strada, la gettò a terra, e via di
nuovo in casa! Il pope afferrò la pentola coi soldi e a tutta birra verso casa. Rientrò. «Allora» dice «i
soldi sono nelle nostre mani! Tieni, vecchia, nascondili in un posto sicuro e prendi un coltello affilato
per tagliare il filo e togliermi di dosso questa pelle di caprone, prima che qualcuno mi veda».
La moglie prese il coltello, iniziò a tagliare il filo della cucitura – il sangue sgorgò e quello gridò:
«Vecchia! Fa male, non tagliare! Vecchia! Fa male, non tagliare!». Quella cercò di tagliare in un altro
punto – la stessa cosa! La pelle del caprone si era attaccata al corpo. Per quanto facessero, per
quanto tentassero, riportarono perfino i soldi al vecchio – no, non ci fu niente da fare; e così la pelle
del caprone è rimasta addosso al pope. Probabilmente, Dio l’ha castigato per la sua immensa
cupidigia!

Uscite dal sacco (187)


C’erano una volta un vecchio e una vecchia. La vecchia non fa altro che rimproverare il vecchio,
ogni santo giorno lo picchia, a volte con una scopa oppure con un mestolo; il vecchio non ne può
proprio più di quella vita. Se ne andò nel campo, portò con sé delle reti e le piazzò. E catturò una gru
e le dice: «Fammi da figlia! Ti porterò alla mia vecchia, forse la smetterà di brontolare». La gru gli
risponde: «Padre! Vieni a casa mia». L’uomo allora andò con lei a casa. Arrivarono; la gru staccò dal
muro una bisaccia e dice: «Uscite dal sacco!». Subito uscirono dal sacco due giovanotti, sistemarono
delle tavole di quercia, vi posero delle tovaglie di seta, le ricoprirono di cibi e bevande di ogni
sorta. Il vecchio vede tante leccornie come non ne aveva mai viste dalla nascita, e si rallegrò molto.
La gru gli dice: «Prendi questo sacco e portalo alla tua vecchia». Quello lo prese e se ne andò;
poiché il cammino era lungo, decise di passare la notte dalla sua comare: la comare aveva tre figlie.
Gli prepararono da mangiare quel poco che avevano. Quello mangia – non mangia e dice alla
comare: «Il tuo cibo è cattivo!». «È tutto quel che abbiamo, compare!», rispose la comare. Allora
quello dice: «Toglimi di davanti questo cibo»; e si rivolge alla sua bisaccia, come gli aveva
insegnato la gru: uscite dal sacco! All’istante i due giovanotti uscirono dal sacco, prepararono le
tavole di quercia, vi posero le tovaglie di seta, le ricoprirono di cibi e bevande di ogni sorta.
La comare e le figlie restarono di stucco e la comare pensò di portar via quella bisaccia al vecchio,
quindi dice alle figlie: «Andate a scaldare il bagno; probabilmente il compare avrà piacere di fare un
bagno di vapore». Appena quello fu uscito per andare al bagno, la comare subito ordinò alle sue
figlie di cucire una bisaccia, uguale a quella del vecchio in tutto e per tutto; quelle lo fecero e misero
la loro bisaccia al posto di quella del vecchio, e si presero la sua. Il vecchio uscì dal bagno, prese la
falsa bisaccia e felice si avviò verso casa, dalla sua vecchia; arriva nel cortile e grida forte:
«Vecchia, vecchia! Eccoci, la gru nostra figlia e io». La vecchia gli getta una rapida occhiata e
borbotta fra sé e sé: «Aspetta un po’, vecchio animale! Ti darò una ripassatina con il mestolo». Il
vecchio intanto insiste: «Vecchia! Eccoci, la gru nostra figlia e io». Entrò il vecchio nell’izbà, appese
la bisaccia a un gancetto e grida: uscite dal sacco! Dal sacco non uscì nessuno. Allora ripeté: uscite
dal sacco! Dal sacco di nuovo non uscì nessuno. La vecchia vede che quello sta dicendo dio sa che
cosa, prese la scopa bagnata e giù a pestare il vecchio.
Il vecchio, costernato, si mise a piangere e andò di nuovo nel campo. Sopraggiunse la solita gru,
vede la sua costernazione e dice: «Andiamo, padre, vieni nuovamente a casa mia». E quello andò.
Dalla gru c’è un’altra bisaccia appesa, uguale alla prima. Uscite dal sacco! – disse la gru. I due
giovanotti uscirono dal sacco e prepararono una cena come la precedente. «Prenditi questa bisaccia»,
dice la gru al vecchio. Quello prese la bisaccia e se ne andò: cammina cammina, gli venne fame e
disse, come gli aveva insegnato la gru: uscite dal sacco! I due giovanotti uscirono dal sacco –
prestanti e con degli enormi bastoni – e iniziarono a picchiarlo, dicendo: «Non andare dalla comare,
non ti fare il bagno di vapore!», e continuarono a picchiare il vecchio finché quello non balbettò:
entrate nel sacco! Appena ebbe detto queste parole, i due giovanotti tornarono nella bisaccia.
Il vecchio allora prese la bisaccia e si mise in cammino, arrivò dalla comare, appese la bisaccia a
un gancetto e dice alla comare: «Preparami il bagno». Quella lo preparò. Il vecchio andò a fare il
bagno di vapore: il bagno non lo voleva fare, ma solo il tempo far passare. La comare chiamò le sue
figlie, si sedette a tavola – le era venuta voglia di mangiare – e dice: uscite dal sacco! I due
giovanotti uscirono dal sacco con gli enormi bastoni e giù a picchiare la comare, dicendo: «Ridai al
vecchio la sua bisaccia!». Picchiavano, picchiavano… la donna, allora, dice alla sua figlia maggiore:
«Vai a chiamare il compare che sta nel bagno; digli che questi due mi stanno ammazzando di botte».
«Ancora non ho finito», risponde il vecchio. E quelli continuano a picchiarla, dicendo: «Ridai al
vecchio la sua bisaccia!». Allora la comare mandò la sua seconda figlia: «Di’ al compare di correre
qui». Quello risponde: «Non mi sono ancora lavato la testa». Quella manda anche la terza. «Non mi
sono ancora sciacquato», dice il vecchio. La comare non ne poteva proprio più! Ordinò di portare la
bisaccia rubata. Intanto il vecchio uscì dal bagno, vide la sua bisaccia e dice: entrate nel sacco! I
due giovanotti rientrarono nel sacco con tutti i bastoni.
Allora il vecchio prese tutte e due le bisacce – la cattiva e la buona – e andò a casa. Dal cortile
grida alla vecchia: «Eccoci, la gru nostra figlia e io». Quella gli getta una rapida occhiata: «Aspetta
un po’,ti darò una ripassatina!». Il vecchio entrò nell’izbà, chiama la vecchia: «Mettiti a tavola», e
dice: uscite dal sacco! I due giovanotti uscirono dal sacco, servirono da bere e da mangiare. La
vecchia bevve e mangiò a sazietà e disse compiaciuta al vecchio: «Be’, vecchio, ora non ti batterò
mai più». Il vecchio, anche lui sazio, uscì in cortile, mise la bisaccia buona nella dispensa e appese
la cattiva a un gancetto, lui se ne resta in cortile a passeggiare, ma in realtà voleva solo il tempo far
passare. Alla vecchia venne voglia di bere ancora un po’, e ripete le parole del vecchio: uscite dal
sacco! Subito uscirono i due giovanotti armati di bastoni e presero a picchiare la vecchia; la
picchiarono finché non ne poté proprio più! Chiama il vecchio: «Vecchio, vecchio! Corri qui; questi
due mi ammazzano di botte!». Quello, intanto, continua a fare avanti e indietro, ridacchiando e
dicendo: «Ora le pigli!». I due picchiano la vecchia sempre più forte e dicono: «Non battere il
vecchio! Non battere il vecchio!». Alla fine, il vecchio ebbe pietà della vecchia, rientrò nell’izbà e
disse: entrate nel sacco! I due giovanotti rientrarono nel sacco. Da allora il vecchio e la vecchia
vivono d’amore e d’accordo, il vecchio non smette la moglie di lodare, e con questo la favola può
terminare.
L’anello magico (191)
In un certo reame, in terre lontane, vivevano un vecchio e una vecchia, che avevano un figlio di nome
Martynka. In tutta la sua vita il vecchio non si era occupato d’altro che di caccia, sparava ad animali
e a uccelli, e con questo si nutriva e manteneva la sua famiglia. Ma venne il giorno in cui il vecchio
si ammalò e morì; rimasero soli Martynka e sua madre, si afflissero, piansero, ma non c’era niente da
fare: i morti non tornano indietro. Sopravvissero una settimana col grano che c’era da parte; vede la
vecchia che non hanno più da mangiare e che bisogna intaccare le loro economie. Infatti il vecchio
aveva lasciato loro duecento rubli; la donna non voleva toccare i risparmi, ma, per quanto tenesse
duro, bisognava toccarli, oppure morire di fame! Prese cento rubli e dice al figlio: «Allora,
Martynka, eccoti cento rubli; va’ a chiedere un cavallo ai nostri vicini, va’ in città e compra del
grano, cercheremo di tirare avanti durante l’inverno e a primavera ci troveremo un lavoro».
Martynka prese in prestito un carretto con il cavallo e andò in città; passa accanto a delle
macellerie: rumore, imprecazioni, un sacco di gente. Che sta succedendo? I macellai avevano
acchiappato un cane da caccia, lo avevano attaccato a un palo e lo stavano picchiando con dei
bastoni; il cane si dibatte, mugola, mostra i denti… Martynka si avvicinò di corsa ai macellai e
chiede: «Fratelli! Perché battete tanto crudelmente quel povero cane?». «E come non batterlo, quel
maledetto» rispondono i macellai «che ci ha rovinato un’intera carcassa di bue!» «Basta, fratelli!
Non lo picchiate, vendetelo invece a me». «Compratelo pure» dice uno scherzando «ma dacci cento
rubli». Martynka tirò fuori da sotto la sua camicia i cento rubli, li diede ai macellai, staccò il cane e
se lo portò via. Il cane cominciò a fargli un sacco di moine, ad agitare la coda: sembra aver capito di
essere stato salvato dalla morte.
Martynka arriva a casa, la madre subito prese a chiedergli: «Cosa hai comprato, figliolo?». «Mi
sono comprato la mia prima fortuna!» «Cosa vai raccontando, che fortuna?» «Eccola: Bau!», e le
indica il cane. «E non hai comprato nient’altro?» «Se mi fossero avanzati dei soldi, avrei comprato;
ma avevo speso tutti e cento i rubli per il cane». La vecchia si arrabbiò. «Non abbiamo» dice «da
mangiare neanche per noi; oggi ho raccolto gli ultimi rimasugli di farina dai cassoni e ho preparato
una focaccia, ma domani non avremo più nemmeno quello!»
Il giorno dopo, la vecchia prese gli altri cento rubli, li dà a Martynka e ordina: «Allora, figliolo! Va’
in città, compra del grano, e non gettare più i soldi al vento». Arrivò Martynka in città, cominciò a
passeggiare per le strade e a guardarsi intorno, e gli capitò sotto gli occhi un ragazzino cattivo: quel
ragazzino aveva acchiappato un gatto, gli aveva messo un cappio al collo e lo stava trascinando
verso il fiume. «Fermo» gridò Martynka. «Dove stai trascinando Miao?» «Voglio annegarlo, questo
maledetto!» «Non annegarlo, vendilo piuttosto a me». «Compralo pure, ma dammi cento rubli».
Martynka non ci pensò tanto sopra, si mise una mano sotto la camicia, tirò fuori i soldi e li diede al
ragazzino, mise il gatto in un sacco e lo portò a casa. «Cosa hai comprato, figliolo?», gli chiede la
vecchia. «Il gatto Miao!» «E non hai comprato nient’altro?» «Se mi fossero avanzati dei soldi, avrei
comprato anche qualche altra cosa». «Ah, razza di imbecille!» gli gridò la vecchia. «Vattene fuori di
casa, cercati da mangiare altrove».
Andò Martynka nel villaggio vicino a cercare lavoro; cammina per la strada, e dietro di lui corrono
Bau e Miao. Incontra un pope: «Dove vai, caro?». «Vado a farmi assumere come bracciante». «Vieni
da me; ma io prendo i lavoranti senza contratto: chi mi servirà per tre anni, non dovrà pentirsene».
Martynka accettò e lavorò dal pope senza sosta tre estati e tre inverni; arrivò il momento della
ricompensa, lo chiama il padrone: «Allora, Martynka! Vieni a prenderti quel che ti devo». Lo
condusse nel deposito, gli indica due sacchi pieni e dice: «Prendi ciò che vuoi!». Guarda Martynka:
in un sacco c’erano delle monete d’argento, nell’altro della sabbia, e rifletté: «Questo tiro non è stato
preparato senza motivo! A costo che tutte le mie fatiche vadano perdute, voglio tentare, prenderò la
sabbia: chissà che ne verrà fuori?». Dice al padrone: «Padrone, mi sono scelto il sacco con la sabbia
fina». «Bene, caro, sei padronissimo; prendi pure, se ti fa schifo l’argento».
Martynka si caricò il sacco sulle spalle e andò a cercarsi un altro posto; cammina cammina,
cammina cammina, si ritrovò in un’oscura e fitta foresta. In mezzo alla foresta c’è una radura, nella
radura brilla un fuoco, accanto al fuoco c’è una fanciulla, ma così bella da non pensare, né
immaginare, solo nelle favole raccontare. Dice la bella fanciulla: «Martyn, figlio di vedova! Se vuoi
essere felice, liberami: spegni questa fiamma con la sabbia per la quale tre anni hai servito». “In
fondo” pensò Martynka “piuttosto che trascinarmi questo peso, è meglio aiutare una persona. Non è
una gran ricchezza la sabbia, di un bene simile c’è grande abbondanza!” Mise a terra il sacco, lo
slegò e giù a versare sabbia; la fiamma subito si estinse, la bella fanciulla si gettò a terra, si cambiò
in serpente, saltò sul petto del giovane e gli si acciambellò al collo. Martynka si spaventò. «Non
temere!» gli disse il serpente. «Ora vai ai confini del mondo, nel regno di là dai monti e dagli oceani,
nel reame sotterraneo, là regna mio padre. Quando arriverai alla sua corte, ti offrirà molto oro, e
argento, e pietre preziose; tu non accettare niente, ma domandagli l’anellino che porta al dito
mignolo. Quello non è un semplice anello; se lo fai passare da una mano all’altra, subito appaiono
dodici prodi, che eseguono in una sola notte tutto ciò che viene loro ordinato».
Il giovane si mise in cammino; camminò molto o poco, passarono ore o mesi, arriva nel reame di là
dai monti e dagli oceani e vede un’enorme pietra. A quel punto il serpente saltò giù dal suo collo, si
gettò sull’umida terra e tornò a essere una bella fanciulla. «Vieni con me!», dice la bella fanciulla e
lo condusse sotto quella pietra. Camminarono a lungo sottoterra: improvvisamente iniziò a
intravedersi della luce, sempre più chiara e più chiara, e uscirono in una vasta piana, sotto il cielo
trasparente; in quella piana sorge un immenso palazzo, e nel palazzo abita il padre della bella
fanciulla, lo zar di quel paese sotterraneo.
Entrano i viaggiatori nelle sale di pietra bianca, li accoglie amabilmente lo zar. «Salve» dice «mia
cara figlia, dove sei stata tutti questi anni?» «Mio amato padre! Sarei morta se non fosse stato per
questa persona: mi ha liberato da una morte terribile e mi ha riportata nella mia terra natale». «Ti
ringrazio, bravo giovane!» disse lo zar. «Voglio ricompensarti per la tua buona azione; prenditi oro, e
argento, e pietre preziose a volontà». Gli risponde Martyn, figlio di vedova: «Vostra Altezza Reale!
Non ho bisogno né di oro, né di argento, né di pietre preziose; se vuoi ricompensarmi, dammi
l’anellino che hai sulla tua mano reale, quello che porti al mignolo. Io sono celibe, prenderò
l’anellino a guardare, la mia fidanzata potrò immaginare, e così la mia noia allontanare». Lo zar
subito si tolse l’anello, lo diede a Martyn: «Eccotelo, che ti porti fortuna, ma bada: non parlare a
nessuno di questo anello, altrimenti ti capiterà la peggiore delle disgrazie!».
Martyn figlio di vedova ringraziò lo zar, prese l’anello e un po’ di soldi per il viaggio e tornò
indietro per quella strada che aveva fatto prima. Camminò molto o poco, passarono ore o mesi, tornò
in patria, ritrovò la sua vecchia madre, e iniziarono una vita felice, senza bisogni né pene. Venne
voglia a Martynka di sposarsi, iniziò a dare il tormento alla madre, la mandò a fare la richiesta:
«Vai» dice «dal re in persona, chiedi la mano della bella principessa». «Eh, figliolo» risponde la
vecchia «sarebbe meglio che facessi il passo secondo la tua gamba. E invece guarda con cosa te ne
vieni fuori! Allora, per quale ragione dovrei andare dal re? So già quel che avverrà: si arrabbierà e
ordinerà che ci giustizino». «Non ti preoccupare, mamma! Non aver paura, se sono io a mandarti,
vuol dire che è possibile andare. Mi riferirai la risposta del re; ma senza risposta non tornare a
casa!»
La vecchia si preparò e si avviò lentamente verso il palazzo del re; arrivò nel cortile e prese
direttamente la scala d’onore, salì perfino senza farsi annunciare. La afferrarono le guardie: «Ferma,
vecchia strega! Dove credi di andare? Da questa parte nemmeno i generali osano salire senza farsi
annunciare…». «Ah, voi, razza di…» gridò la vecchia «sono venuta dal re per una cosa onesta,
voglio chiedere la mano di sua figlia, la principessa, per il mio figliolo, ma voi mi afferrate per i
vestiti». Sollevò una tale confusione, che Dio ci guardi! Il re sentì delle grida, si affacciò alla finestra
e ordinò di condurre da lui la vecchietta. Questa entrò nelle stanze reali, pregò davanti alle icone e si
inchinò al re. «Cosa vuoi dirmi, vecchietta?», chiese il re. «Sono venuta a parlare con te, Altezza, se
non ti dispiace. Io ho un compratore, tu hai della merce. Il compratore è mio figlio Martynka, un
ragazzo molto intelligente; la merce, invece, è tua figlia, la bella principessa. Non la daresti in
moglie al mio Martynka? Che bella coppia sarebbe!» «Ma che, sei diventata matta?», le gridò il re.
«Assolutamente no, Vostra Altezza Reale! Abbiate la compiacenza di darmi una risposta».
Il re, allora, convocò tutti i signori ministri, e insieme cominciarono a meditare su che risposta dare
alla vecchia. E decisero così: che Martynka costruisca in ventiquattr’ore un ricchissimo palazzo, che
sia unito al palazzo del re da un ponte di cristallo, che sui due lati del ponte crescano alberi di mele
d’oro e d’argento, che su quegli alberi cantino uccelli di ogni specie e che ci sia, inoltre, una
cattedrale a cinque cupole: là saranno le corone scambiate, là saranno le nozze celebrate. Se il figlio
della vecchia farà tutto questo, allora avrà in moglie la principessa: vuol dire che è molto saggio; ma
se non ci riuscirà, allora a lui e alla vecchia verranno tagliate le teste per il loro errore. Con questa
risposta rimandarono a casa la vecchia; per tutta la strada fino a casa quella vacillò, lacrime amare
versò; vide Martynka: «Cosa ti avevo detto, figliolo?» dice. «Non ti imbarcare in cose più grandi di
te, ma tu fai tutto di testa tua. E ora perderemo le nostre povere testoline, domani saremo giustiziati».
«Basta, mammina, io dico che sopravviveremo; prega Dio e vai a dormire, la notte porta consiglio».
A mezzanotte precisa, si alzò Martynka dal letto, uscì nel vasto cortile, passò l’anellino da una mano
all’altra e subito apparvero davanti a lui dodici prodi, tutti con lo stesso viso, gli stessi capelli, la
stessa voce. «Di cosa hai bisogno, Martyn figlio di vedova?» «Ecco: fatemi per domattina, in questo
luogo, un ricchissimo palazzo, che sia unito al palazzo del re da un ponte di cristallo, che sui due lati
del ponte crescano alberi di mele d’oro e d’argento, che su quegli alberi cantino uccelli di ogni
specie, e in più costruite anche una cattedrale a cinque cupole: là saranno le corone scambiate, là
saranno le nozze celebrate». Risposero i dodici prodi: «Per domani tutto sarà fatto!». Si dispersero
da ogni lato, portarono da ogni parte artigiani e falegnami e si misero al lavoro: tutto riesce loro, il
lavoro procede a volo. Il mattino dopo si svegliò Martynka non in una misera izbà, ma in camere
sontuose, lussuose; uscì su un’alta scalinata e constatò che tutto era pronto: e il palazzo, e la
cattedrale, e il ponte di cristallo, e gli alberi con le mele d’oro e d’argento. In quel momento anche il
re uscì sul suo balcone, guardò col cannocchiale e trasecolò: tutto era stato fatto secondo le
istruzioni! Chiama a sé la bella principessa e le ordina di vestirsi per le nozze. «Be’» dice «non
avrei mai pensato, né indovinato che ti avrei data in moglie al figlio di un contadino, ma ora non si
può evitarlo».
Ecco, mentre la principessa si stava lavando, massaggiando, acchittando, Martyn figlio di vedova
uscì nel vasto cortile e passò il suo anellino da una mano all’altra: subito apparvero i dodici prodi,
quasi che uscissero dalla terra. «Cosa vuoi, cosa desideri?» «Ecco, fratelli, vestitemi con un
caffettano da boiaro e preparate una carrozza dipinta, tirata da sei cavalli». «Sarà subito fatto!» Non
fece in tempo Martynka a sbattere tre volte le palpebre, che il suo abito era là; indossò l’abito: gli
stava a pennello, come se glielo avessero cucito su misura. Guardò dietro di sé: davanti all’entrata
c’è la carrozza, alla carrozza erano attaccati degli splendidi cavalli con un peluzzo d’oro e uno
d’argento. Salì in carrozza e andò alla cattedrale; là, già da tempo le campane suonavano e si era
raccolta una marea di gente. Dopo lo sposo, giunse anche la sposa con le sue balie e governanti, e il
re con i suoi ministri. Terminata la messa, com’è usanza, prese Martyn figlio di vedova la bella
principessa per la mano e fu unito a lei dal matrimonio. Il re diede alla figlia una ricca dote, al
genero un alto titolo e organizzò un festino giocondo per tutto il mondo.
I giovani vivono insieme un mese, due, tre; Martynka ogni giorno costruisce nuovi palazzi e fa
nascere nuovi giardini. Ma la principessa non era affatto contenta che l’avessero data in moglie non a
un principe, non a un re, ma a un semplice contadino; iniziò a pensare come farlo sparire dalla faccia
della terra; se lo lavorò con una tale furbizia, che levati! In tutti i modi accudisce il marito, in tutti i
modi lo serve e vuole sapere tutto della sua saggezza. Martynka tiene duro, non dice niente.
Un giorno che era in visita dal re, bevve parecchio, tornò a casa e si mise a letto a riposare; allora la
principessa gli si appiccicò, prese a baciarlo e a fargli mille moine, lo sedusse con parole affettuose
e lo fece parlare: Martynka le raccontò del suo anellino magico. “Bene” pensa la principessa “ora ti
aggiusto io!” Appena quello si fu addormentato di un sonno profondo, la principessa gli afferrò la
mano, gli tolse dal mignolo l’anellino, uscì nel vasto cortile e si passò l’anellino da una mano
all’altra. Subito apparvero davanti a lei i dodici prodi: «Cosa vuoi, cosa desideri, bella
principessa?». «Ascoltate, ragazzi! Che domani non ci sia più né il palazzo, né la cattedrale, né il
ponte di cristallo, ma la vecchia izbà di prima; che mio marito torni povero, e me, portatemi in una
terra ai confini del mondo, in un reame di là dai monti e dagli oceani, nel regno dei topi. Ho una tale
vergogna che non voglio più vivere qui!» «Comandi, tutto sarà fatto!» In quell’istante, venne afferrata
dal vento e portata nel regno di là dai monti e dagli oceani, nel reame dei topi.
Al mattino si svegliò il re, uscì sul balcone per guardare col cannocchiale: non c’è più né il palazzo
col ponte di cristallo, né la cattedrale a cinque cupole, ma solo una vecchia izbà. “Cosa vorrebbe
dire?” pensa il re. “Dove è finito tutto?” E, senza indugiare, manda il suo aiutante sul posto a
informarsi su cosa sia successo. L’aiutante partì al galoppo, prese visione dell’accaduto e, tornato
indietro, riferisce al sovrano: «Vostra Altezza! Dove prima sorgeva il ricchissimo palazzo, ora c’è la
misera izbà di qualche tempo fa, in quell’izbà vive vostro genero con sua madre, ma della bella
principessa neanche l’ombra, e non si sa dove possa essere». Il re convocò il gran consiglio e ordinò
di giudicare il genero, che lo aveva raggirato con la stregoneria e aveva causato la rovina della bella
principessa. Martynka fu condannato a essere rinchiuso in un’alta torre di pietra, senza mangiare né
bere; così sarebbe morto di fame. Furono chiamati degli operai per costruire la torre e Martynka vi fu
murato dentro, gli lasciarono solo una piccolissima finestrella per la luce. Il poveretto resta chiuso
là, senza mangiare né bere, un giorno, e un secondo, e un terzo, sempre piangendo.
Venne a sapere della disgrazia il cane Bau, corse nella piccola izbà: il gatto Miao se ne sta steso
sulla stufa, ronfando; allora l’altro lo investe di rimproveri: «Ah tu, canaglia di un Miao! Sei solo
buono a startene sulla stufa e a stiracchiarti, e non sai nemmeno che il nostro padrone è rinchiuso in
una torre di pietra. Evidentemente, ti sei scordato della sua bontà, di come ti ha pagato cento rubli e ti
ha salvato dalla morte; se non fosse stato per lui, già da un pezzo, maledetto, i vermi ti avrebbero
roso! Alzati in fretta! Bisogna aiutarlo con tutte le nostre forze». Allora Miao saltò giù dalla stufa e
insieme a Bau corse alla ricerca del padrone; arrivò di corsa alla torre, si arrampicò fino in alto e
sgattaiolò attraverso la finestrella: «Salve, padrone! Sei vivo?». «A malapena» risponde Martynka
«mi sto rinsecchendo senza mangiare, morirò sicuramente di fame». «Su, non ti disperare; noi ti
nutriremo e ti daremo da bere», disse Miao, saltò sulla finestrella e scese a terra. «Allora, fratello
Bau, il nostro padrone sta per morire di fame, bisogna escogitare qualcosa per aiutarlo». «Sei
proprio uno sciocco, Miao! Di questo non ti preoccupare! Andiamo a fare un giro in città; appena
incroceremo un fornaio col suo paniere, io gli salterò subito tra i piedi e gli farò cadere il paniere
dalla testa; allora tu stai attento, non fallire il colpo, afferra più in fretta che puoi pagnottine e panini
e portali al padrone».
Bene, sbucarono in una grande strada, e incontrarono un contadino con un paniere; Bau gli si gettò
tra i piedi, il contadino vacillò, mollò il paniere, sparpagliò tutto il pane e si tirò da un lato per la
paura: temeva che il cane fosse rabbioso – lontano dai guai! Così il gatto Miao arraffò un panino e lo
portò a Martynka; gliene diede uno e corse a prenderne un altro, gliene diede un secondo e corse a
prenderne un terzo. Nella precisa identica maniera assalirono un contadino che portava della
minestra di cavoli e si procurarono per il loro padrone più di una scodella.
Dopodiché, il gatto Miao e il cane Bau ebbero l’idea di andare nel regno di là dai monti e dagli
oceani, nel reame dei topi, a riprendere l’anello magico: la strada era lunga, avrebbe richiesto molto
tempo… Rifornirono Martynka di gallette, di pagnottine e di ogni ben di Dio per un anno intero e
dicono: «Padrone, mangia e bevi, ma sta’ attento, bada che il cibo ti basti fino al nostro ritorno». Si
salutarono e si misero in viaggio.
Camminarono a lungo o no, un anno o un mese passò, arrivarono al mare blu. Dice Bau al gatto
Miao: «Spero di riuscire ad arrivare dall’altra parte a nuoto, e tu, che vuoi fare?». Risponde Miao:
«Non sono un asso nel nuoto, annegherei subito!». «Su, montami in groppa!» Il gatto Miao montò
sulla schiena del cane, si afferrò con le unghie al pelo per non cadere, e attraversarono il mare; si
accostarono alla riva opposta e arrivarono nel regno di là dai monti e dagli oceani, nel reame dei
topi. In quel reame non c’erano persone, ma tanti topi da non potersi contare: ovunque tu andassi, ne
potevi vedere a stuoli! Dice Bau al gatto Miao: «Allora, fratello, datti alla caccia, comincia a
strangolare, a schiacciare questi topi, mentre io li raccoglierò e un gran mucchio ne farò».
Miao era abituato a una simile caccia, andò a sbrigarsela coi topi a modo suo: una zampata ed erano
belli che spacciati! Bau a stento riesce ad ammucchiarli, e in una settimana ne mise insieme una
montagna! Tutto il reame era in grande ambascia; il re dei topi vede il suo popolo decimato, molti dei
suoi sudditi morire di morte violenta; uscì dalla sua tana e andò a implorare Bau e Miao: «Omaggio a
voi, possenti prodi! Risparmiate il mio povero popolo, non lo sterminate, ma ditemi, piuttosto, cosa
volete? Farò per voi tutto quello che potrò». Gli risponde Bau: «C’è nel tuo regno un palazzo, in quel
palazzo vive una bella principessa che ha rubato al nostro padrone un anellino magico. Se non ci
riporterai quell’anellino, tu stesso perirai e il tuo regno scomparirà: lo raderemo tutto al suolo!».
«Fermi» dice il re dei topi «riunirò i miei sudditi e chiederò a loro».
Subito radunò i topi, i grandi e i piccoli, e prese a chiedere: chi di voi si offrirà volontario per
introdursi nel palazzo della principessa e prendere l’anello magico? Si fece avanti un topolino: «Io»
dice «vado spesso in quel palazzo; di giorno la principessa porta l’anello al mignolo, ma di notte,
quando va a letto, se lo mette in bocca». «Bene, cerca di prenderglielo; se porterai a termine questo
incarico, ti ricompenserò regalmente». Il topolino aspettò che fosse notte, penetrò nel palazzo e
s’intrufolò piano piano in camera da letto; guarda: la principessa dorme profondamente; si arrampicò
sul letto, ficcò il suo codino nel naso della principessa e giù a solleticarle le narici. Quella starnutì:
l’anello saltò fuori dalla bocca e cadde sul tappeto. Il topolino scese dal letto, prese l’anello fra i
denti e lo portò al suo re. Il re dei topi consegnò l’anello ai possenti prodi, il gatto Miao e il cane
Bau. Quelli ringraziarono il re e poi iniziarono a discutere tra loro su chi avrebbe conservato meglio
l’anello. Dice il gatto Miao: «Dallo a me, non lo perderò per nessuna ragione!». «Bene» dice Bau
«ma bada di tenertelo più caro dei tuoi occhi». Il gatto si mise l’anello in bocca, e presero la via del
ritorno.
Arrivarono al mare blu, Miao salì in groppa a Bau, si afferrò con le unghie il meglio possibile, e
Bau entrò in acqua e attraversò a nuoto il mare. Nuota un’ora, ne nuota un’altra, all’improvviso, da
non si sa dove, sbucò un corvo nero, si avventò su Miao e giù a beccarlo sulla testa. Il povero gatto
non sa più cosa fare, come difendersi dal nemico. Se nella faccenda avesse usato le zampe – buona
notte! sarebbe caduto in mare e andato a fondo; se avesse mostrato i denti al corvo – probabilmente
gli sarebbe sfuggito l’anello. Era un gran bel guaio! Tenne duro quanto poté, ma alla fine non ce la
fece più: il corvo gli aveva beccato a sangue la testa impetuosa; si infuriò Miao, iniziò a difendersi
coi denti – e lasciò cadere l’anello nel mare blu. Il corvo nero si alzò in volo e tornò nei fitti boschi.
Bau, intanto, appena fu arrivato a riva, subito chiese dell’anello. Miao se ne sta a testa bassa.
«Scusami» dice «è colpa mia, fratello, ho lasciato cadere l’anello in mare». Lo insultò Bau: «Ah tu,
dannato babbeo! Sei fortunato che non me ne sono accorto prima; ti avrei lasciato cadere in mare,
buono a niente! E adesso cosa porteremo al nostro padrone? Torna subito in acqua; o ritrovi l’anello,
o crepi!». «E cosa risolveremo quando sarò crepato? Invece aguzziamo l’ingegno: come in
precedenza abbiamo dato la caccia ai topi, così ora possiamo darla anche ai granchi; forse saremo
fortunati e ci aiuteranno a trovare l’anello». Bau fu d’accordo; cominciarono a camminare in riva al
mare, cominciarono a soffocare i granchi e ad ammucchiarli. Era proprio un gran mucchio! A quel
punto uscì dal mare un enorme granchio, voleva prendere un po’ d’aria fresca. Bau e Miao gli
saltarono addosso e giù a molestarlo da ogni lato: «Non mi uccidete, prodi possenti, io sono il re dei
granchi; farò quel che mi ordinerete». «Abbiamo lasciato cadere un anello in mare, trovacelo e
portacelo, se vuoi avere salva la vita, altrimenti devasteremo il tuo regno per sempre!»
Il re granchio all’istante chiamò i suoi sudditi e chiese dell’anello. Si fece avanti un piccolo
granchio: «Io» dice «so dove sta; appena l’anello è caduto nel mare blu, l’ha acchiappato un pesce-
storione e l’ha ingoiato sotto i miei occhi». Allora tutti i granchi si gettarono in mare alla ricerca del
pesce-storione, lo scovarono, il poveretto, e giù a pizzicarlo con le loro tenaglie; lo fecero correre e
correre, non gli diedero un solo istante di tregua; il pesce andava di qua, andava di là, si girava, si
rigirava, e saltò sulla riva. Il re granchio uscì dall’acqua e disse al gatto Miao e al cane Bau:
«Eccovi, prodi possenti, il pesce-storione; tormentatelo senza pietà; si è ingoiato il vostro anello».
Bau si gettò sullo storione e prese a papparlo dalla coda: “Be’” pensa “almeno mi sarò tolto la
fame!”. Ma il gatto briccone sapeva dove trovare in fretta l’anello, si occupò della pancia dello
storione, ci fece un buco, tirò fuori le interiora e capitò proprio sull’anello. Afferrò l’anello tra i
denti e via! Corre con quanto fiato ha in gola, pensando: «Andrò io dal padrone, gli porterò l’anello e
mi vanterò di aver fatto tutto da solo; così il padrone mi amerà e mi vizierà più di Bau!».
Nel frattempo, Bau aveva mangiato fino a essere sazio; si guarda intorno: ma dov’è Miao? Indovinò
quel che passava per la testa del suo compagno: vuole guadagnarsi con l’inganno la stima del
padrone. «Hai capito male, impostore di un Miao! Ora ti raggiungerò e ti farò a pezzettini». Bau si
lanciò all’inseguimento, passò un’ora o un giorno, raggiunge il gatto Miao e lo minaccia di fargli fare
una brutta fine. Miao vide nei campi una betulla, ci si arrampicò e raggiunse proprio la cima.
«Bene!» dice Bau. «Non potrai certo rimanere su quell’albero per tutta la vita, prima o poi dovrai
scendere; e io non mi allontanerò di qui di un passo». Tre giorni restò il gatto Miao sull’albero, tre
giorni restò di guardia Bau, senza mai abbassare gli occhi; venne fame a tutti e due e finirono per
concludere la pace.
Si riconciliarono e si diressero insieme dal loro padrone; arrivarono di corsa alla torre, Miao saltò
attraverso la finestrella e chiede: «Sei vivo, padrone?». «Salve, caro Miao! Pensavo ormai che non
sareste ritornati; sono tre giorni che non ho più niente da mangiare». Il gatto gli diede l’anello
magico; Martynka aspettò fino a notte fonda, spostò l’anello da una mano all’altra e subito gli
apparvero i dodici prodi: «Cosa vuoi, cosa desideri?». «Rimettete al suo posto, ragazzi, il mio
palazzo, e il ponte di cristallo, e la cattedrale a cinque cupole, e riportatemi qui la mia infedele
moglie; che tutto sia fatto per domattina».
Detto fatto. Il giorno dopo si svegliò il re, uscì sul balcone, guardò col cannocchiale: dove c’era la
povera izbà, là era stato costruito un alto palazzo, unito al palazzo del re da un ponte di cristallo, sui
due lati del ponte crescevano alberi di mele d’oro e d’argento. Il re ordinò di attaccargli la carrozza
e andò ad assicurarsi se tutto fosse tornato come prima, o se non fosse un miraggio. Martynka gli va
incontro sul portone, lo prende per le bianche mani e lo porta nei suoi magnifici appartamenti. «Così
e così» riferisce «ecco cosa mi ha combinato la principessa». Il re la condannò a morte: su suo
ordine regale, presero la moglie infedele, la attaccarono alla coda di uno stallone selvaggio e lo
lasciarono andare in aperta campagna; lo stallone volava come una freccia e disperse il bianco corpo
di lei per roveti e erti dirupi. Quanto a Martynka, vive anche ai nostri giorni, mangiando gustose
pietanze e contorni.

Lo specchio magico (211)


In un certo reame, in terre lontane, viveva un mercante vedovo; aveva un figlio, una figlia e un
fratello… Un giorno questo mercante decide di andare all’estero a comprare merci diverse, prende
con sé il figlio, lascia a casa la figlia; fa venire il fratello e gli dice: «Ti affido, caro fratello, la mia
casa e i miei beni e ti prego caldamente di una cosa: sorveglia da vicino mia figlia, insegnale a
leggere e a scrivere, non le far perdere la retta via!». Dopodiché il mercante salutò il fratello e la
figlia e si mise in viaggio. La figlia del mercante era già grande e di una bellezza talmente
indescrivibile, che potresti girare il mondo intero, ma non ne troveresti una uguale! Lo zio fu preso da
un insano pensiero, non le dà pace né di giorno, né di notte, faceva di continuo proposte alla bella
fanciulla. «O fai un peccato con me» dice «o morirai; io mi perderò e ti ucciderò!…»
Un bel giorno, la fanciulla andò al bagno, lo zio dietro – ma sulla porta lei afferrò un catino pieno di
acqua bollente e glielo versò in testa. Tre settimane stette a letto quello, a fatica si ristabilì; un odio
terribile gli rode l’anima, e iniziò a pensare: come vendicarsi di quella beffa? Pensa che ti ripensa,
decise di scrivere a suo fratello una lettera: tua figlia si comporta male, se ne va sempre in giro per
case altrui, non dorme a casa e non mi dà ascolto. Ricevette il mercante questa lettera, la lesse e si
arrabbiò molto; dice al figlio: «Tua sorella è il disonore della nostra famiglia! Non voglio essere
pietoso con lei: torna subito indietro, taglia la miserabile a pezzettini e portami il suo cuore sulla
punta di questo coltello. Che la brava gente non possa più ridere della nostra stirpe!».
Il figlio prese l’aguzzo coltello e andò a casa; arrivò nella sua città natale alla chetichella, non parlò
con nessuno, ma cominciò a chiedere in giro: come si comporta la figlia del mercante? Tutti danno la
stessa risposta, nessuno si stanca mai di lodarla: è dolce, modesta, pia, e ascolta i buoni consigli.
Ben informato, quello andò dalla sorella, che si rallegrò, gli corse incontro, lo abbraccia lo bacia:
«Caro fratello! Qual buon vento ti ha portato qui? Come sta il nostro caro padre?». «Ah, cara
sorellina, non è il momento di rallegrarsi. Il mio viaggio è per te una grande sventura: mi manda
nostro padre, mi ha ordinato di fare a pezzettini il tuo corpo bianco, di strapparti il cuore e di
portarglielo sulla punta di questo coltello».
La sorella si mise a piangere. «Dio mio» dice «perché un tale odio?» «Ecco perché!», rispose il
fratello e le raccontò della lettera dello zio. «Ah, fratellino, non sono colpevole!» Il figlio del
mercante sentì quel che era successo, e dice: «Non piangere, sorellina! Lo so bene che non sei
colpevole, e, sebbene nostro padre mi abbia ordinato di respingere ogni giustificazione, tuttavia non
voglio giustiziarti. È meglio che tu ti prepari e te ne vada dalla casa di nostro padre, il più lontano
possibile; Dio non ti abbandonerà!». La figlia del mercante non ci pensò due volte, si preparò per il
viaggio, salutò il fratello e partì, senza sapere lei stessa dove andare. Intanto il fratello uccise il cane
di casa, gli strappò il cuore, lo infilò sulla punta dell’aguzzo coltello e lo portò al padre. Gli dà il
cuore del cane: «Ecco» dice «secondo la tua volontà di padre ho giustiziato la mia sorellina». «Al
diavolo! Un cane fa una fine da cane!», rispose il padre.
Giorni o mesi vagò la bella fanciulla per il mondo, alla fine sbucò in una foresta fitta e selvaggia:
attraverso gli alti alberi si vede a stento il cielo. Iniziò a camminare per questa foresta e per caso si
trovò in una vasta piana; in quella piana c’è un palazzo di pietra bianca, intorno al palazzo un
cancello di ferro. “Be’” pensa la ragazza “entrerò in questo palazzo, non tutti sono cattivi, speriamo
che non mi succeda niente di male!” Entra in quelle stanze – nelle stanze non c’è anima viva; decise
di tornare indietro – improvvisamente arrivarono al galoppo nel cortile due possenti eroi, entrarono
nel palazzo, videro la fanciulla e dicono: «Salve, bellezza!». «Salve, nobili paladini!» «Ecco,
fratello» disse un eroe all’altro «ci affliggevamo di non avere nessuno che si occupasse della casa; e
Dio ci ha mandato una sorellina». Gli eroi fecero restare la figlia del mercante a vivere con loro, la
consideravano una sorella, le diedero le chiavi e la responsabilità di tutta la casa; poi sfoderarono le
loro sciabole affilate, se le appoggiarono reciprocamente sul petto e prestarono il seguente
giuramento: «Se uno di noi oserà attentare alla virtù di nostra sorella, sarà ucciso senza pietà da
questa stessa sciabola».
Così comincia a vivere la bella fanciulla dai due eroi; suo padre, intanto, fece i suoi acquisti
oltremare, tornò a casa e, dopo un po’, si risposò. Questa donna era di una bellezza indescrivibile e
aveva uno specchio magico; se guardavi nello specchio, sapevi subito quel che succedeva in un dato
posto. Una volta, gli eroi decisero di andare a caccia e raccomandano alla loro sorellina: «Bada di
non fare entrare nessuno fino al nostro ritorno!». La salutarono e se ne andarono. Nel frattempo, la
moglie del mercante guardò lo specchietto, ammira la propria bellezza e dice: «Non esiste al mondo
nessuna più bella di me!». E lo specchietto in risposta: «Tu sei bella, non c’è che dire! Ma hai una
figliastra che vive con due eroi in un fitto bosco: lei è ancora più bella!».
Queste parole non piacquero affatto alla matrigna, che subito convocò una vecchietta cattiva.
«Eccoti» dice «un anellino; vai nel fitto bosco, in quel bosco c’è un palazzo di pietra bianca, nel
palazzo vive la mia figliastra; salutala e dalle questo anellino, dicendo: te lo manda tuo fratello in
ricordo!» La vecchia prese l’anello e si diresse dove le era stato detto; arriva al palazzo di pietra
bianca: la vide la bella fanciulla, le corse incontro – voleva avere notizie del suo paese. «Salve,
nonna! Qual buon vento ti porta? Sono tutti sani e salvi?» «Stanno bene non gli manca mai il pane!
Tuo fratello mi ha chiesto di informarmi della tua salute e ti manda in dono questo anellino; eccolo,
fatti bella!» La fanciulla era talmente felice, talmente felice, da non potersi dire; condusse la
vecchietta in casa, le diede da mangiare e da bere e le raccomandò di salutare affettuosamente il
fratello. Dopo un’ora la vecchietta ripartì, mentre la fanciulla prese ad ammirare l’anellino e ebbe
l’idea di provarlo; appena lo ebbe infilato al dito – in quell’istante cadde morta.
Tornano i due eroi, entrano nel palazzo – la sorellina non corre loro incontro: che significa?
Guardarono nella sua camera da letto; quella giace morta, non dice una sola parola. Si disperarono
gli eroi: la morte improvvisamente aveva tolto loro ciò che di più bello avevano! «Bisogna» dicono
«cambiarla d’abito e metterla in una bara». Mentre la vestivano, uno di loro si accorse dell’anellino
che la bella fanciulla portava al dito: «Dovremo seppellirla con questo anellino? Forse è meglio
levarlo, per ricordo tenerlo». Appena le ebbero tolto l’anellino, la bella fanciulla subito aprì gli
occhi, fece un sospiro e tornò viva. «Cosa ti era successo, sorellina? È venuto qualcuno?», chiedono
gli eroi. «È venuta dal mio paese natale una vecchietta che conoscevo e mi ha portato un anellino».
«Ah, come sei disobbediente! Eppure ti avevamo raccomandato di non aprire a nessuno in nostra
assenza. Bada di non farlo mai più!»
Dopo un po’ di tempo, la moglie del mercante guardò nel suo specchietto e venne a sapere che la sua
figliastra era viva e bella come prima; mandò a chiamare la vecchietta, le dà un nastro e dice: «Vai
nel palazzo di pietra bianca, dove vive la mia figliastra, e dalle questo regalo; dille che glielo manda
suo fratello!». Di nuovo la vecchietta andò dalla bella fanciulla, le raccontò un sacco di cose e le
diede il nastro. La fanciulla, entusiasta, si mise il nastro al collo – e all’istante cadde sul letto morta.
Tornano gli eroi dalla caccia, guardano: la sorellina giace morta; le cambiarono i vestiti e, appena le
ebbero tolto il nastro, subito lei aprì gli occhi, fece un sospiro e tornò viva. «Cosa ti era successo,
sorellina? C’è forse stata ancora la vecchietta?» «Sì» dice «è venuta la vecchia del mio paese, mi ha
portato un nastro». «Ah, è troppo! Eppure te l’avevamo detto: non fare entrare nessuno se non ci
siamo!» «Scusatemi, cari fratellini! Ero impaziente, volevo avere notizie di casa».
Passarono ancora alcuni giorni, guardò la moglie del mercante nello specchietto: la figliastra era
ancora viva. Mandò a chiamare la vecchietta. «Eccoti» dice «un capello! Vai dalla mia figliastra,
falla morire, costi quel che costi!» La vecchia approfittò del momento in cui gli eroi erano a caccia,
arrivò al palazzo di pietra bianca; la vide da una finestrella la bella fanciulla, non riuscì a trattenersi,
le corse incontro: «Salve, nonna! Come va la vita?». «Si tira avanti, colombella! Me ne andavo a
zonzo per il mondo e sono venuta a vedere come stavi». La condusse la bella fanciulla in casa, le
diede da mangiare e da bere, le chiese dei suoi cari e le raccomandò di salutarle il fratello. «Bene»
dice la vecchietta «lo farò. Ma mi sembra, colombella, che tu non abbia nessuno che ti pettini i
capelli; fallo fare a me». «D’accordo, nonna!» Quella iniziò a pettinare la bella fanciulla e intrecciò
alla sua treccia il capello fatato; appena ebbe intrecciato quel capello, la ragazza all’istante morì. La
vecchietta ghignò malvagiamente e se ne andò in fretta, perché nessuno la trovasse, la vedesse.
Tornano gli eroi, entrano in casa: la sorella giace morta; a lungo cercarono-osservarono, se ci fosse
su di lei qualcosa di superfluo. No, non c’era niente! Allora fecero una bara di cristallo, talmente
splendida da non pensare, non indovinare, solo nelle favole raccontare; misero alla figlia del
mercante un vestito scintillante, come se dovesse andare all’altare, e la adagiarono nella bara di
cristallo; sistemarono la bara in mezzo a una grande stanza, e sopra ci costruirono un baldacchino di
velluto rosso con nappe di brillanti e frange d’oro, circondato da dodici pali di cristallo con
altrettante lampade. Dopodiché versarono gli eroi lacrime amare, furono presi da una profonda
disperazione. «Che serve, ormai» dicono «restare al mondo? Andiamo a farla finita!» Si
abbracciarono, in segno di addio, uscirono su un alto balcone, si presero per mano e si buttarono giù;
caddero su delle pietre taglienti e posero fine alle loro vite.
Passarono molti e molti anni. Un giorno, un principe andò a caccia; penetrò nella fitta foresta,
sguinzagliò i suoi cani, si allontanò dagli altri cacciatori e si incamminò da solo per un sentiero
abbandonato. Cavalca cavalca, ecco davanti a lui una radura, nella radura il palazzo di pietra bianca.
Il principe scese da cavallo, salì per le scale, iniziò a curiosare nelle stanze; l’arredamento ovunque
era ricco, sontuoso, ma la mano del padrone sembrava assente: tutto era stato abbandonato da molti
anni, tutto trascurato! In una stanza c’è una bara di cristallo, e nella bara giace una fanciulla morta di
una bellezza indescrivibile: ha ancora le guance rosse, il sorriso sulle labbra, pare quasi dorma.
Si avvicinò il principe, guardò la fanciulla e rimase lì impalato, come se una forza invisibile lo
trattenesse. Le resta accanto dalla mattina a tarda sera, non potendo staccarle gli occhi di dosso, col
cuore in gola: lo stregava la bellezza di quella fanciulla, una bellezza straordinaria, mai vista, che
non ha uguali in tutto il mondo! Intanto, i cacciatori da tempo lo stanno cercando; battevano il bosco,
suonavano le trombe, lo chiamavano: il principe sta accanto alla bara di cristallo, non sente niente. Il
sole calò, venne l’oscurità, e solo allora lui si riebbe: baciò la fanciulla morta e tornò indietro. «Ah,
Vostra Altezza, dove siete stato?», chiedono i cacciatori. «Inseguendo un animale, mi sono perso». Il
giorno dopo, all’alba, il principe già si prepara ad andare a caccia; entrò nel bosco, si separò dagli
altri cacciatori e per lo stesso sentiero arrivò al palazzo di pietra bianca. Passò di nuovo tutto il
giorno accanto alla bara di cristallo, senza staccare gli occhi dalla bella morta; solo a tarda notte
tornò a casa. Il terzo giorno, il quarto stessa cosa, e così l’intera settimana passò. «Cosa succede al
nostro principe?» dicono i cacciatori. «Seguiamolo, fratelli, per sorvegliare che non gli succeda
niente di male».
Ecco che il principe andò a caccia, sguinzagliò i cani per il bosco, si separò dalla scorta e prese la
strada del palazzo di pietra bianca; i cacciatori subito dietro, arrivano nella radura, entrano nel
palazzo: là in una stanza c’è una bara di cristallo, nella bara giace una fanciulla morta, accanto alla
fanciulla sta il principe. «Be’, Vostra Altezza, non è senza ragione che avete vagato per il bosco
l’intera settimana! Ora anche noi non ci muoveremo di qui fino a sera». Attorniarono la bara di
cristallo, guardando la fanciulla, ammirando la sua bellezza, e rimasero in quel luogo dalla mattina
fino a tarda sera. Quando fu buio, il principe disse ai cacciatori: «Fatemi, fratelli, un grande favore:
prendete la bara con la fanciulla morta, portatela e mettetela nella mia camera da letto; ma con
discrezione, agite in segreto, affinché nessuno lo scopra, lo sappia. Vi ricompenserò generosamente,
vi darò tanto oro quanto non ne avete mai avuto». «Sei libero di ricompensarci, ma noi, principe,
siamo felici anche solo nel servirti!», dissero i cacciatori, sollevarono la bara di cristallo, la
trasportarono fuori, la sistemarono sui cavalli e la portarono al palazzo reale; la portarono e la
misero nella camera da letto del principe.
Da quel giorno il principe smise di pensare alla caccia; se ne sta a casa, non esce mai dalla sua
stanza: resta tutto il giorno in ammirazione della fanciulla. “Cosa succede a nostro figlio?” pensa la
zarina. “È da molto tempo ormai che sta sempre in casa, non esce dalla sua camera e non lascia
entrare nessuno. È un accesso di tristezza, di malinconia, oppure ha una qualche malattia? Vado a
dargli un’occhiata”. Entra la zarina nella camera da letto del figlio e vede la bara di cristallo. Che
cos’era? Fece domande-si informò e subito diede ordine di seppellire quella fanciulla secondo gli
usi, nell’umida madre terra.
Pianse il principe, andò in giardino, colse dei fiori splendidi, li portò in camera e iniziò a pettinare
la treccia della bella morta e ad adornarla di fiori. A un tratto dalla treccia di lei cadde il capello
magico – la fanciulla aprì gli occhi, fece un sospiro, si sollevò dalla bara di cristallo e dice: «Ah,
quanto ho dormito a lungo!». Il principe si rallegrò enormemente, la prese per la mano, la portò dal
padre e dalla madre. «Dio» dice «me l’ha restituita! Non posso vivere senza di lei un solo attimo.
Permettetemi, caro padre, e tu, cara madre, di sposarla». «Sposala, figliolo! Non andremo contro il
volere di Dio, e poi, una tale bellezza, non la troveresti in tutto il mondo!» Gli zar non perdono mai
tempo: quello stesso giorno con un allegro festino vennero festeggiate le nozze.
Sposò il principe la figlia del mercante, viveva con lei, non se ne rallegrava mai abbastanza. Passò
un po’ di tempo: le venne in mente di tornare al suo paese, a far visita al padre e al fratello; il
principe acconsentì e chiese l’autorizzazione al padre. «Bene» dice lo zar «andate, miei cari figli!
Tu, principe, viaggerai via terra, nell’occasione visiterai tutti i nostri possedimenti e ne conoscerai
gli usi, mentre tua moglie vada per via diretta, in nave». Prepararono una nave per il viaggio,
imbarcarono dei marinai, nominarono un generale; la principessa salì a bordo e si diresse in mare
aperto, mentre il principe andò via terra.
Il generale, vedendo la bella principessa, fu sedotto dalla bellezza di lei e iniziò a farle delle
proposte; di cosa aver paura, pensa, ora è nelle mie mani, posso fare quel che voglio! «Amami» dice
alla principessa «se non mi amerai, ti butterò in mare!» La principessa si voltò, senza dargli una
risposta, e si mise a piangere. Aveva sentito le parole del generale un marinaio, la sera andò dalla
principessa, e le disse: «Non piangere, principessa! Mettiti il mio vestito, mentre io mi metterò il tuo,
tu vai sul ponte e io resterò in cabina. Che il generale mi getti pure in mare, non ho paura, spero di
farcela a nuotare fino al porto: fortunatamente, la terra ora è vicina!». Si scambiarono d’abito; la
principessa andò sul ponte, mentre il marinaio si mise a letto al suo posto. Durante la notte fece
irruzione nella cabina il generale, afferrò il marinaio e lo gettò in mare. Il marinaio si mise a nuotare
e verso il mattino raggiunse la riva. La nave arrivò in porto, i marinai scesero a terra, scese anche la
principessa, si precipitò al mercato, si comprò un abito da cuoco, si travestì da cuoco e si fece
assumere come lavorante nella cucina di suo padre.
Dopo un po’ arriva dal mercante il principe. «Salve» dice «babbo! Accogli tuo genero, giacché sono
sposato con tua figlia. Ma dov’è? Forse non è ancora arrivata?» Intanto il generale viene a fare il suo
rapporto: «Così e così, Vostra Altezza! È successa una disgrazia: stava la principessa sul ponte, si è
alzata una tempesta, la nave ha preso a rullare, la testa le ha iniziato a girare: in un batter d’occhio la
principessa è caduta in mare ed è annegata!». Il principe si disperò, pianse, ma non si resuscita dal
fondo del mare; evidentemente era quello il suo destino! Rimase ospite il principe dal suocero per
qualche tempo e poi ordinò alla sua scorta di prepararsi per il viaggio; il mercante diede una grande
festa d’addio; furono invitati da lui mercanti, e boiari, e tutti i parenti: c’erano anche suo fratello, la
crudele vecchietta, e il generale.
Mangiarono, bevvero, si divertirono; uno degli ospiti dice: «Ascoltate, onorevoli signori!
Continuare a bere e a mangiare lontano non vi farà andare; perché non raccontiamo delle storie?»
«Bene, bene!» gridarono da tutti i lati. «Chi inizia?» Quello non è capace, l’altro nemmeno, un terzo
ha la memoria annebbiata dal vino. E allora? Prese la parola a questo punto un commesso del
mercante: «Da noi in cucina c’è un nuovo cuoco, ha viaggiato molto per paesi stranieri, ha visto cose
strane e interessanti ed è un tale maestro nel raccontare le storie che levati!». Il mercante fece
chiamare questo cuoco. «Intrattieni» dice «i miei ospiti!» Gli risponde il cuoco-principessa: «Cosa
volete che vi racconti, una favola o una storia vera?». «Racconta una storia vera!» «Bene, vada per
la storia vera, ma a una condizione: chi mi interromperà, prenderà un colpo di mestolo sulla fronte».
Tutti furono d’accordo. E la principessa iniziò a raccontare tutto quello che le era successo.
«Allora» dice «un mercante aveva una figlia; andò il mercante oltremare e incaricò il fratello di
badare alla ragazza; lo zio, affascinato dalla bellezza di lei, non le dà un attimo di tregua…» Lo zio
sente che si sta parlando di lui, e dice: «Questo, signori, non è vero!». «Per te non è vero? Eccoti un
colpo di mestolo sulla fronte!» Dopodiché il discorso passò alla matrigna, su come aveva interrogato
lo specchio magico, e alla vecchia cattiva, che era andata nel palazzo di pietra bianca dei due eroi, e
la vecchia e la matrigna gridarono come un sol uomo: «Questo è uno sproposito! Non può essere». La
principessa diede loro un colpo di mestolo sulla fronte e continuò a raccontare di come giacesse in
una bara di cristallo, di come l’avesse trovata il principe, l’avesse resuscitata e sposata e di come
fosse partita per andare a trovare il padre.
Il generale intuì che le cose si mettevano male, e chiede alla principessa: «Permettete che vada a
casa; mi è venuto un gran mal di testa!». «Non è niente, resta ancora un pochino!» La principessa
iniziò a raccontare del generale; be’, anche quello non resistette. «Tutto questo» dice «è falso!» La
principessa gli diede un colpo di mestolo sulla fronte, si tolse gli abiti da cuoco e si rivelò al
principe: «Io non sono un cuoco, sono tua moglie!». Il principe si rallegrò, il mercante anche; si
gettarono ad abbracciarla, a baciarla; poi vennero giudicati i colpevoli; la vecchia cattiva e lo zio
furono fucilati, la matrigna-strega fu attaccata alla coda di uno stallone, lo stallone volò per la
campagna e disperse le ossa di lei per roveti e erti dirupi; il generale fu condannato dal principe ai
lavori forzati, e al suo posto fu nominato il marinaio che aveva salvato la principessa dalla rovina.
Da allora il principe, sua moglie e il mercante vissero insieme felici e contenti.

Fino alle ginocchia nell’oro, fino ai gomiti nell’argento25 (286)


In un certo reame, c’era una volta un mercante che aveva due figlie; attaccò dei manifesti per tutto il
paese: il principe che avrebbe sposato la sua figlia minore avrebbe avuto da lei tre figli – fino alle
ginocchia nell’argento, fino al petto nell’oro, con la luna splendente in fronte, con le tempie
scintillanti di stelle. Venne da un altro paese il principe Ivan e sposò la figlia del mercante; vissero
insieme un anno, quella rimase incinta e partorì un figlio – fino alle ginocchia nell’argento, fino al
petto nell’oro, con la luna splendente in fronte, con le tempie scintillanti di stelle. La sorella
maggiore, invidiosa, corruppe la levatrice; quella prese il bambino, lo trasformò in un colombo e lo
lasciò volare via in aperta campagna; arrivò dal principe e dice: «Tua moglie ha partorito un
gattino!». Il principe si arrabbiò, ma decise di aspettare il secondo figlio.
Il secondo anno, la figlia del mercante gli partorì un bimbo eccezionale come l’altro; la levatrice lo
trasformò in un colombo, lo lasciò volare via in aperta campagna e disse al principe che la moglie
aveva partorito un cagnolino. Il principe si adirò non poco, ma ritenne opportuno aspettare il terzo
figlio. Ma anche la terza volta tutto andò come le prime due; la levatrice trasformò il ragazzino in
colombo, e riferì al principe che non gli era nato un bambino ma un tronchetto d’albero. Tutti e tre i
fratelli colombi si riunirono e volarono ai confini del mondo, in un regno al di là dei monti e degli
oceani. Il principe decise di aspettare un quarto figlio; ma il quarto figlio era un normalissimo
bambino: né nell’oro, né nell’argento, senza stelle, senza luna. Quando il principe lo seppe, subito
convocò i suoi duchi e nobili; discussero-si accordarono e tutti insieme deliberarono: bisognava
chiudere la principessa e il suo bambinetto in una botte, sigillarla con il catrame e gettarla in mare.
Li misero dunque in una botte e li gettarono in mare; la botte galleggia sempre più in là, mentre il
figlio della principessa cresce non a ore, ma a minuti. Le onde spinsero la botte fino a un’isola, dove
si ruppe contro gli scogli. Il figlio e la madre uscirono sull’isola, presero a guardarsi intorno, per
vedere se c’era un posto in cui vivere. Entrarono in un fitto bosco e il figlio vide che in una stradina
c’era per terra un sacchetto di pelle; lo tirò su e si rallegrò: nel sacchetto di pelle trovò una selce e
un acciarino col quale poter accendere un fuoco. Allora strofinò l’acciarino e la selce – subito
saltarono fuori un’ascia e un bastone: «Cosa ordinate di fare?». «Costruiteci un palazzo e che ci sia
da mangiare e da bere!» L’ascia si mise a tagliare, il bastone i pali a infilare, e in un attimo
costruirono un palazzo talmente bello come non ce n’era mai stato in nessun altro paese – da non
pensare, né indovinare, né in un libro narrare, né nelle favole raccontare! E nel palazzo c’è di tutto a
volontà; qualunque cosa ti venga in mente, lì c’è!
Passarono davanti all’isola dei mercanti-negozianti, rimasero affascinati da quel palazzo; arrivarono
nel regno del principe Ivan, mentre già il principe Ivan si era risposato. Appena le navi con le
mercanzie giunsero a riva, subito i mercanti andarono dal principe col loro rapporto e con dei regali.
«Salute a voi, mercanti-negozianti!» dice loro il principe Ivan. «Avete solcato molti mari, avete
visitato molte terre; non avete nessuna novità da raccontarmi?» Rispondono i mercanti che nel mare-
oceano, nella tal isola, fino a quel momento c’era solo un fitto bosco e dei briganti: non si sarebbe
potuto andare né a piedi, né a cavallo; ma adesso vi sorgeva un palazzo come non ce n’erano altri al
mondo! E viveva in quel palazzo una bella principessa con suo figlio.
Il principe Ivan decise di andare sull’isola; vuole andare, per vedere di persona quella meraviglia.
Ma la sorella maggiore-malfattrice tenta di dissuaderlo: «Ma che meraviglia è!» dice. «Questa sì che
è una meraviglia: in un paese ai confini del mondo, in un regno al di là dei monti e degli oceani, c’è
un giardino verde; in quel giardino c’è un mulino: macina e spula da solo e lancia la polvere a cento
verste; accanto al mulino, c’è un palo d’oro, al quale è appesa una gabbia d’oro, e un gatto
ammaestrato cammina su quel palo: scende giù – canta delle canzoni, sale su – racconta delle
favole».
I mercanti ripartirono e andarono a far visita alla principessa sull’isola; quella riserva loro una
calorosa accoglienza, li ospita con piacere. Una cosa, l’altra, iniziarono a conversare; i mercanti
raccontarono di essere stati dal principe Ivan, che voleva venire nell’isola per vedere il palazzo, ma
la sorella maggiore lo aveva dissuaso. Il figlio della principessa, che aveva sentito tutto, appena le
navi dei mercanti ebbero salpato, tirò fuori il suo sacchetto di pelle, strofinò l’acciarino e la selce –
subito saltarono fuori l’ascia e il bastone: «Cosa ordinate di fare?». «Che domani intorno al nostro
palazzo ci sia un verde giardino, e nel giardino ci sia un mulino, che macini e spuli da solo e che
lanci la polvere a cento verste; che accanto al mulino ci sia un palo d’oro, al quale sia appesa una
gabbia d’oro, e che cammini su quel palo un gatto ammaestrato!» Il giorno dopo si svegliarono la
principessa e il figlio, e tutto era già stato eseguito: intorno al palazzo c’è il giardino, nel giardino il
mulino, accanto al mulino il palo d’oro, e il gatto ammaestrato che canta e racconta favole. Passò un
mese o un anno, ripassano davanti all’isola i mercanti-negozianti, rimangono affascinati da quella
meraviglia; vide le vele bianche il figlio della principessa, si trasformò in una mosca, volò e si andò
a mettere sulla nave.
Arrivano le navi nel regno del principe Ivan, si accostarono a riva, gettarono le ancore, e si
diressero i mercanti a palazzo col rapporto e i regali; anche la mosca volò dietro a loro. «Salute a
voi, mercanti-negozianti, uomini d’esperienza!» dice il principe Ivan. «Avete solcato molti mari,
avete visto molte terre diverse, non avete nessuna novità da raccontarmi?» Rispondono i mercanti:
«Nel mare-oceano, nella tal isola, fino a oggi c’era solo un fitto bosco e dei briganti: non si sarebbe
potuto andare né a piedi, né a cavallo; ma ora vi sorge un palazzo come non ce n’è altri al mondo!
Vive in quel palazzo una bella principessa con suo figlio. Intorno al palazzo c’è un verde giardino,
nel giardino c’è un mulino: macina e spula da solo e lancia la polvere a cento verste, e accanto al
mulino c’è un palo d’oro, al quale è appesa una gabbia d’oro, e un gatto ammaestrato cammina su
quel palo: scende giù – canta delle canzoni, sale su – racconta delle favole». Il principe Ivan decise
di andare sull’isola, vuole vedere di persona quelle meraviglie; ma la sorella maggiore-malfattrice
tentava di trattenerlo-dissuaderlo: «Ma che meraviglia è!» dice. «Questa sì che è una meraviglia: in
un paese ai confini del mondo, in un regno al di là dei monti e degli oceani, c’è un pino d’oro, sul
quale stanno degli uccelli del paradiso e intonano un canto melodioso!». Allora la mosca, furiosa,
pizzicò la zia sul naso – e via dalla finestra!
Volò fino a casa il figlio della principessa sotto forma di mosca, ridivenne un bel giovane, tirò fuori
la selce e l’acciarino, strofinò – saltarono fuori l’ascia e il bastone: «Cosa ordinate di fare?». «Che
per domani ci sia nel giardino un pino d’oro, sul quale stiano degli uccelli del paradiso e intonino un
canto melodioso!» Il giorno dopo si svegliarono la principessa e il figlio: il pino già era nel giardino.
Di nuovo passarono davanti all’isola i mercanti-negozianti, rimasero affascinati da quella
meraviglia; arrivarono nel regno del principe Ivan, mentre il figlio della principessa si era
trasformato in zanzara e li aveva seguiti sulle navi. «Salute a voi, mercanti-negozianti, uomini
d’esperienza!» dice il principe Ivan. «Avete solcato molti mari, avete visto molte terre diverse; non
avete nessuna novità da raccontarmi?» Gli rispondono i mercanti: «Nel mare-oceano, nella tal isola,
vive in un palazzo una bella principessa con suo figlio; intorno al palazzo c’è un verde giardino, in
quel giardino c’è un mulino: macina e spula da solo e lancia la polvere a cento verste; accanto c’è un
palo d’oro con un gabbia d’oro, e cammina su quel palo un gatto ammaestrato: scende giù – canta
delle canzoni, sale su – racconta delle favole. E cresce nel giardino un pino d’oro, sul quale stanno
degli uccelli del paradiso e intonano un canto melodioso!». Il principe Ivan decise di andare
sull’isola, vuole vedere quelle meraviglie; ma la sorella maggiore-malfattrice lo trattiene: «Ma che
meraviglia è! Questa sì che è una meraviglia: in un paese ai confini del mondo, in un regno al di là
dei monti e degli oceani, ci sono tre fratelli, fino alle ginocchia nell’argento, fino al petto nell’oro,
con la luna splendente in fronte, con le tempie scintillanti di stelle!». Allora la zanzara, furiosa,
pizzicò più forte della volta precedente la zia sul naso, si mise a ronzare – e via dalla finestra! Volò
fino a casa, ridivenne un bel giovane e raccontò tutto alla madre. «Ah» dice la principessa «quelli
sono i miei figli e tuoi fratelli!» «Vado a cercarli!»
Passò un mese, passò un anno, giunse il figlio della principessa nel regno al di là dei monti e degli
oceani; guarda: c’è una casa in mezzo a una radura. «Andiamo un po’ a riposarci!» Entra nella casa:
c’è un tavolo apparecchiato, sul tavolo ci sono tre pani sacri e tre bottiglie di vino; ma non un’anima!
Allora mangiò un boccone da ogni pane, bevve un sorso da ogni bottiglia e si nascose dietro la stufa.
All’improvviso arrivano in volo tre colombi, si gettarono al suolo e divennero dei bei ragazzi: fino
alle ginocchia nell’argento, fino al petto nell’oro, con la luna splendente in fronte, con le tempie
scintillanti di stelle. Si avvicinarono al tavolo, guardano: i pani sacri erano cominciati, il vino anche,
e dicono tra loro: «Se fosse stato un ladro, avrebbe preso tutto; ma questo ha solo dato un assaggio…
evidentemente ci è venuto a far visita un brav’uomo!». Il fratello minore, che aveva sentito tutto, uscì
da dietro la stufa e dice: «Salve, fratelli! La mamma mi manda a salutarvi e vi prega di andare da
lei». Che gioia! Che allegria! Dopodiché si gettarono tutti e quattro al suolo, si trasformarono in
colombi e volarono dalla loro madre.
Poco dopo passarono davanti all’isola le navi dei mercanti. I mercanti-negozianti guardano l’isola e
rimangono affascinati… Navigarono fino al regno del principe Ivan, andarono da lui col rapporto e i
regali. Quello chiese loro: «Non avete nessuna novità da raccontarmi?». I mercanti gli raccontarono
di quell’isola meravigliosa: «E in quell’isola vive una bella principessa con quattro figli; tre figli
sono di una bellezza indescrivibile: fino alle ginocchia nell’argento, fino al petto nell’oro, con la
luna splendente in fronte, con le tempie scintillanti di stelle! Vanno a passeggio per il giardino e lo
illuminano tutto!». Il principe Ivan non rimandò più, salì su una nave e navigò verso l’isola; lì gli
vengono incontro la moglie e i quattro figli. Si baciarono, si abbracciarono, si fecero un sacco di
domande sul passato. Quando il principe Ivan venne a sapere tutto quel che era successo, subito
diede ordine di fucilare la sorella maggiore-malfattrice, ripudiò la sua seconda moglie, riprese a
vivere con la prima e vissero felici e contenti.

Sorellina Alënuška, fratellino Ivanuška (260)


C’erano una volta uno zar e una zarina; avevano un figlio e una figlia, il bambino si chiamava
Ivanuška, la bambina Alënuška. Ecco che lo zar e la zarina morirono; rimasero soli i bambini e si
misero a viaggiare per il mondo. Cammina cammina, vedono uno stagno, e vicino allo stagno pascola
una mandria di mucche. «Voglio bere», dice Ivanuška. «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un
vitellino», dice Alënuška. Lui le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un fiume, e
accanto c’è una mandria di cavalli. «Ah, sorellina, se tu sapessi che voglia di bere che ho». «Non
bere, fratellino, altrimenti diventerai un puledrino». Ivanuška le diede ascolto e proseguirono;
cammina cammina, vedono un lago, e accanto a esso un gregge di pecore. «Ah, sorellina, ho una
voglia terribile di bere». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un agnellino!» Ivanuška le diede
ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un ruscello, e accanto sorvegliano dei porci…
«Ah, sorellina, io bevo; ho una tremenda voglia di bere». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai
un porcellino!» Ivanuška le diede ascolto ancora una volta, e proseguirono; cammina cammina,
vedono un gregge di capre che pascola accanto all’acqua. «Ah, sorellina, io bevo». «Non bere,
fratellino, altrimenti diventerai un caprettino». Ma quello non poté trattenersi e non diede ascolto alla
sorella, bevve e diventò un capretto; salta attorno alla sorella e grida: «Bè-è-è! Bè-è-è!».
Alënuška gli mise al collo una cintura di seta e lo portò con sé, piangendo, piangendo amaramente…
Il capretto correva, correva e capitò un giorno nel giardino di uno zar. I servi lo videro e subito
riferiscono allo zar: «Abbiamo in giardino, Vostra Altezza Reale, un capretto, e lo tiene con una
cintura una ragazza che è una vera bellezza». Lo zar ordinò di chiederle chi fosse. I servi allora le
chiedono di dove venga e di che stirpe sia. «Così e così» dice Alënuška «c’erano uno zar e una
zarina, ma sono morti; siamo rimasti soli noi figli: io – la principessa, e questo è il mio fratellino, il
principe; non si è trattenuto, ha bevuto dell’acqua ed è diventato un capretto». I servi riferirono il
tutto allo zar. Lo zar fece chiamare Alënuška, le fece un sacco di domande; gli piacque e lo zar decise
di sposarla. Celebrarono presto le nozze e iniziarono a vivere insieme, e con loro il capretto:
passeggia per il giardino, mangia e beve insieme allo zar e alla zarina.
Ecco che lo zar andò a caccia. Nel frattempo arrivò una strega e fece un incantesimo alla zarina:
Alënuška cadde malata, divenne magra e pallida. La corte dello zar era desolata; i fiori del giardino
presero ad appassire, gli alberi a seccare, l’erba a scolorire. Lo zar tornò e chiede alla zarina: «Sei
forse ammalata?». «Sì, sto male», dice la zarina. Il giorno dopo di nuovo lo zar andò a caccia.
Alënuška è a letto malata; arriva da lei la strega e dice: «Se vuoi, posso curarti. Vai in riva al tale
mare per il tal numero di crepuscoli e bevi della sua acqua». La zarina le diede ascolto, e
sull’imbrunire andò al mare, ma la strega la stava già aspettando, la afferrò, le legò al collo una
pietra e la gettò in mare. Alënuška andò a fondo; il capretto accorse e iniziò a piangere amaramente.
La strega, intanto, si trasformò in zarina e rientrò a palazzo.
Lo zar arrivò e si rallegrò nel vedere la zarina ristabilita. Si misero a tavola a mangiare. «E dov’è il
capretto?», chiede lo zar. «Non c’è bisogno di lui» dice la strega «ho ordinato di non farlo venire; e
poi manda un tale odore caprino!» Il giorno dopo, appena lo zar fu andato a caccia, la strega diede un
sacco di botte al capretto, lo bastonò a più non posso e lo minaccia: «Quando lo zar sarà tornato, gli
chiederò che ti sgozzino». Rientrò lo zar, la strega non gli si stacca di dosso: «Ordina, ordina in fretta
di sgozzare il capretto; mi ha stufata, mi disgusta proprio!». Lo zar provava pietà per il capretto, ma
non c’è niente da fare: quella gli sta talmente addosso, è talmente insistente, che lo zar alla fine
acconsentì a che lo sgozzassero. Vide il capretto che stavano iniziando ad affilare i coltelli
damaschini, si mise a piangere, corse dallo zar e chiede: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua
acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso. Allora il capretto corse al mare,
e dalla riva gemette:
Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:


Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto si mise a piangere e tornò indietro. Verso mezzogiorno di nuovo chiede allo zar: «Zar!
Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il
permesso. Allora il capretto corse al mare e gemette:
Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti.
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:


Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto si mise a piangere e tornò indietro. Lo zar allora pensa: perché il capretto corre sempre al
mare? Ecco che il capretto gli chiese per la terza volta: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua
acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso e lo seguì; arriva al mare e sente
il capretto che invoca la sorellina:
Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.