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Jean-Claude Izzo

IL SOLE DEI MORENTI

Titolo originale: "Le soleil des mourants".


Indice

PROLOGO.

PRIMA PARTE.

Capitolo primo.

Capitolo secondo.

Capitolo terzo.

Capitolo quarto.

Capitolo quinto.

Capitolo sesto.

Capitolo settimo.

Capitolo ottavo.

Capitolo nono.

Capitolo decimo.

Capitolo undicesimo.

Capitolo dodicesimo.

Capitolo tredicesimo.

Capitolo quattordicesimo.

Capitolo quindicesimo.

Capitolo sedicesimo.
Capitolo diciassettesimo.

Capitolo diciottesimo.

SECONDA PARTE.

Capitolo diciannovesimo.

Capitolo ventesimo.

Capitolo ventunesimo.

Capitolo ventiduesimo.

Capitolo ventitreesimo.

Capitolo ventiquattresimo.

Capitolo venticinquesimo.

NOTA DELL'AUTORE.

NOTE.
PROLOGO.

L'inverno Titì se lo portava dentro. In quell'istante, gli sembrò perfino che il


freddo fosse più pungente nel suo corpo che fuori, per strada. Forse per questo non
batteva più i denti, aveva pensato. Ormai non era che un unico blocco di ghiaccio,
come l'acqua nei canaletti lungo i marciapiedi.
Un'insegna luminosa sopra la porta di una farmacia indicava la temperatura: 8
gradi sotto zero. E l'ora. 20,01. Riparandosi a malapena in un androne, dalle 19,30
in poi Titì era stato a guardare i minuti sfilare. Poi l'aria gelida gli aveva annebbiato
la vista. Si era reso conto che il furgoncino bianco dei "Restaurants du coeur" (1)
non sarebbe più passato, e che era inutile continuare ad aspettarlo.
Qualunque pezzente di Parigi conosceva il percorso a menadito. Nation -
République - Invalides - Porte d'Orléans. Ma da Hotel de Ville non ci passava mai
quella macchina di merda, mai. E invece lui era proprio lì, in place de l'Hotel de
Ville.
"E vaffanculo!" imprecò fra sé. "Titì, stai andando davvero fuori di testa!".
Ritornò con lo sguardo all'insegna luminosa, ma non riusciva a metterla a fuoco.
"Beh, ho capito. Non è il caso di sbraitare tanto, coglione che non sei altro!" si
disse.
Sì, stava uscendo di testa, ogni giorno un po' di più. Anche Rico gliel'aveva
detto, sin dai primi freddi: E di andare a farsi curare all'ospedale. Ma all'ospedale
Titì non ci voleva andare.
"Va a finire che crepi" aveva detto Rico.
"E allora? L'ospedale è come morire. Ci entri in piedi ed esci lungo disteso. Ci
andresti tu? Eh, ci andresti?".
"Vaffanculo, Titì".
"Vacci tu, cazzo!".
Da allora Titì non parlava più. Non solo a Rico. A nessuno. O quasi. Non gli
succedeva quasi più di parlare. Non ne aveva più la forza.
Davanti a lui il semaforo diventò rosso per la seconda volta. "Inverno di merda"
borbottò, tanto per trovare il coraggio di attraversare. A sentire le ossa sgretolarsi
come stalattiti si era fatto prendere dalla paura. Eppure per imboccare l'entrata del
metrò doveva attraversare la strada. Quella sera la sua ultima possibilità era
raggiungere Rico e gli altri alla stazione del metrò di Ménilmontant. Di sicuro si
chiedevano dove fosse finito per tutto il giorno. Magari avevano qualcosa da
mangiare. E un po' di vino. E' il vino che tiene caldo più a lungo. Meglio del caffè,
del latte, della cioccolata e di tutte quelle porcate. Una bella sorsata di vino, una
cicca, e al da farsi per la notte ci avrebbe pensato più tardi. Bastava arrivare prima
che tutti fossero schizzati nei loro nascondigli o nei loro asili notturni. E soprattutto
bastava che Rico fosse ancora lì. Rico era amico suo, da due anni.
Titì fece un passo, poi due. Con prudenza. Camminava facendo scivolare i piedi
sull'asfalto ghiacciato. Fermo al semaforo, un tipo in macchina - di certo divertito
dalla sua andatura impacciata - l'abbagliò con i fari, dando un colpo di acceleratore.
"Brutto figlio di puttana!" balbettò Titì senza voltarsi verso l'auto per paura di
scivolare, di cadere, di spezzarsi.
S'infilò nel metrò tutto soddisfatto. Ma fu stupito di non ricevere come al solito
il caldo umido in piena faccia. Riprese a tremare. Si strinse nel cappotto e si
sedette.
"Ce l'avete una cicca?" chiese a una giovane coppia.
Ma forse aveva parlato a voce troppo bassa. O forse non aveva parlato affatto,
solo dentro di sé. La coppia continuò a camminare lungo il binario senza nemmeno
rivolgergli uno sguardo. Li guardò baciarsi, e ridere.
Finalmente arrivò un treno.
"Ma dove cazzo eri finito?" gli chiese Dédé.
Dei sei compagni di Ménilmontant rimaneva solo Dédé.
"Rico ti ha aspettato finora. E' andato a cercarti al dormitorio.
Anch'io stavo per tagliare la corda".
Titì scrollò la testa. Non riusciva a dire nemmeno una parola.
"Titì, tutto bene?".
Con la mano, Titì fece segno di mangiare.
"Fame" credette di essere riuscito a dire.
"Non ho niente, Titì. Cazzo, non ho niente! Nemmeno un goccio da bere".
Gli occhi di Titì si spensero. Le palpebre gli si chiusero. La testa gli crollò sul
petto. Prendere la coincidenza a Belleville l'aveva spossato. Aveva rischiato di
cadere più volte per le scale.
"Oh, Titì! Porca puttana, sei sicuro che va tutto bene?".
Titì fece un cenno affermativo.
"Devo andarmene, Titì. Tieni...".
Dédé tirò fuori dalla tasca una sigaretta ammaccata, la lisciò fra le dita, l'accese
e la fece scivolare fra le labbra di Titì. A occhi socchiusi, Titì aspirò lentamente il
fumo, chinando la testa. Il suo modo per ringraziare.
"Glielo vado a dire a quelli lassù che sei ancora qui, eh Titì? Non preoccuparti;
vedrai che vengono".
Dédé gli diede una pacca amichevole sulla spalla, poi scomparve sotto il
cartello: 'Coincidenza: Nation - Porte Dauphine'.
La banchina era deserta. Titì continuò a fumare, sigaretta fra le labbra, occhi
socchiusi. La testa gli ricadde un'altra volta sul petto.
L'arrivo di un treno lo fece sobbalzare. Scese un po' di gente, soprattutto dalle
carrozze centrali, ma nessuno fece caso a lui. Titì aspirò l'ultima boccata, poi gettò
il mozzicone. Tremava sempre di più.
Si alzò a fatica, trascinandosi fino alla fine del binario. Sgusciò dietro la fila di
sedili di plastica, si sdraiò su un fianco, il viso verso il muro, poi si tirò il bavero
del cappotto sulla testa e chiuse gli occhi.
L'inverno che aveva dentro se lo portò via.
PRIMA PARTE.
Capitolo primo.

""On the road again e per sempre" diceva Titì".

Rico rifiutò di rispondere alle domande dei giornalisti. Era stato il primo del
loro gruppetto di barboni a ritornare alla stazione del metrò di Ménilmontant
all'inizio del pomeriggio. Il binario in direzione Nation, dove di solito si
ritrovavano, era chiuso. Andò su quello di fronte.
I treni non circolavano. C'era un gran viavai di gente. I pompieri con tutto il loro
armamentario per la rianimazione e i poliziotti e un mucchio di agenti della
R.A.T.P., l'azienda dei trasporti parigini.
Appena Rico vide come portavano via Titì, capì che era morto. Sbarcò una
troupe televisiva. Notiziario regionale. La giornalista, una giovane donna dal volto
austero, capelli cortissimi, quasi a zero, lo individuò subito e in pochi minuti la
troupe gli fu addosso. Rico non aveva più la forza di muoversi. Troppo dolore.
La morte di Titì.
"La morte di Titì" ripeté la giornalista. "E' così che lo chiamavate, no?".
Continuò a fumare, a occhi bassi, senza rispondere. Non aveva niente da dire.
Che cosa aveva da dire? Niente.
Del resto, come avrebbe dichiarato in seguito alla giornalista il responsabile
della sicurezza della R.A.T.P.: "In questa stagione ne muoiono quasi tutti i giorni, nei
corridoi del metrò. Insomma, parecchi alla settimana, soprattutto d'arresto
cardiaco...".
Quella sera Rico guardò il telegiornale da Abdel, un bar di marocchini in rue de
Charonne dove andava spesso. Poteva bersi una birra alla spina, fumarsi una cicca,
guardare la tele in pace e nessuno gli diceva che dava fastidio ai clienti. A volte
Abdel gli offriva un piatto di couscous.
"Quel tipo di cui parlano tutti, tu lo conoscevi?" gli chiese Abdel.
"Era il mio amico".
"Oh cazzo! Che riposi in pace".
La giornalista, e Rico ne fu sorpreso, cominciò il servizio dando particolari
alquanto precisi: "Jean-Louis Lebrun, morto a 45 anni sul marciapiede del metrò di
Ménilmontant venerdì 17 gennaio fra le 10 e le 11 di sera, è stato ritrovato solo il
pomeriggio del giorno dopo. Centinaia di parigini gli sono passati accanto senza
notarlo. Lo stesso vale per gli impiegati dell'azienda dei trasporti".
"Bello schifo" commentò Abdel.
"Su milioni di utenti, non c'è da stupirsi..." aveva continuato il portavoce della
R.A.T.P.
"Un'altra birra?".
"Volentieri".
Poi sullo schermo apparve Dédé.
Dédé era piombato sulla banchina sbraitando contro la R.A.T.P. che aveva
lasciato crepare Titì. "Sì, sì... prima d'andarmene l'ho avvisato, l'impiegato allo
sportello. Gliel'ho detto che Titì non stava bene. Anzi, che stava malissimo. Pensavo
che chiamassero i pompieri, che ne so, e...".
La giornalista gli aveva fatto ripetere le stesse parole, con più calma, davanti
alla telecamera. Ovviamente il responsabile della stazione sosteneva che
l'impiegato del turno di notte non era stato avvisato.
"Per legge" concluse con un gran sorriso il responsabile della R.A.T.P., "di notte
nessuno deve rimanere nelle stazioni. Ma a volte, per spirito di carità, le nostre
squadre di sorveglianti chiudono un occhio. E' senza dubbio quello che è successo
ieri sera". Rico non ascoltava più. Sorseggiava la birra. Pensava a Titì. Il suo
amico, da due anni. Il suo unico amico. L'ultimo.
Si erano conosciuti, in coda con una ventina di altri come loro, davanti alla
chiesa di Saint-Charles de Monceau. Per sfamarsi, era quanto di meglio offriva
Parigi. E per di più Madame Mercier, la dama di carità, aveva la prerogativa di
trasformare con le parole qualunque piatto immangiabile in un manicaretto. Un
piatto di pasta scotta con un po' di salsiccia sbriciolata diventava per esempio un
'timballo di pasta al ragù'!
Da quando aveva scovato quel posto, Rico ogni tanto ci tornava, come la gente
normale va al ristorante. Non troppo spesso comunque, perché per mangiare
bisognava beccarsi due minuti di raccoglimento e poi pregare. Il Padre nostro,
sempre, seguito da intenzioni cazzute per San Vincenzo da Paola, 'l'amico dei
poveri', per Notre-Dame-du-bon-Conseil e per tutta una serie di santi, ogni volta
diversi, di cui a Rico non fregava assolutamente niente. Ma in fin dei conti sorbirsi
tutte quelle scemate non era nemmeno la cosa peggiore. La vera carognata era dover
ritirare il talloncino un'ora e mezza prima del pasto. Allora il parroco, don Xavier,
proponeva "soltanto a chi fosse interessato, ovviamente" qualche lezione di
catechismo. Chi accettava si sedeva a tavola per primo e per primo scopriva il
menu del giorno di Madame Mercier.
Una sera Rico si era rassegnato a seguire il parroco. Meglio una predica e un
cantico che rimanere sul marciapiede. Il menu proponeva merluzzo alla provenzale
e lui non ricordava più quando aveva mangiato merluzzo per l'ultima volta. Passò
un'ora d'inferno che gli ricordò tristemente gli anni dell'infanzia e i corsi obbligatori
di religione.
Don Xavier terminò la lezione con queste parole: "Sì, fratelli, Cristo avrebbe
voluto sfamarsi con le scorze che mangiavano i porci, ma nessuno gliene diede".
Rico aveva creduto di impazzire. Da allora, pur avendo molto gradito il merluzzo di
Madame Mercier, il catechismo lo evitava.
Il giorno in cui Rico e Titì si conobbero era la vigilia delle feste pasquali.
Dietro di loro la coda si era allungata di una trentina di donne e uomini. La porta
della parrocchia, ancora chiusa, impediva di ritirare il buono per il pasto.
Dopo più di un'ora, don Xavier era finalmente uscito a dare una spiegazione. La
sala sarebbe rimasta chiusa il giovedì e il venerdì santo.
"Per quelli che credono in Gesù Cristo" aveva iniziato, "e so bene che non è
così per tutti i presenti, ma non importa, è necessario ricordare che nostro Signore è
morto per noi in questo week-end di Pasqua".
Avevano tutti chinato il capo dicendosi: e vada per la predica pasquale.
Dopo essersi schiarito la voce, il parroco aveva ripreso:
"Né oggi né domani serviremo da mangiare. Noi, i cristiani, celebriamo l'ultima
cena che Gesù fece con gli apostoli...".
"Ma guarda! Lui mangia per l'ultima volta e noi un cazzo!" aveva borbottato Titì.
"Amen, fratello, e stringiti bene la cintura" aveva risposto Rico scherzando.
Si erano guardati e poi, senza aspettare la fine di quello sproloquio, erano andati
via. Alla ricerca di un'altra sbobba.
"In rue Serrurier" aveva proposto Rico.
"Troppa gente. E poi per stasera è troppo lontano".
"Allora rue de l'Orillon...".
"Porca puttana! Vuoi scherzare? Lì ci becchiamo la diarrea. Sono sei anni che
sto per strada e mi ricordo di tutti i posti dove mi sono beccato qualcosa. Finché
posso evito. No, tentiamo alla Trinité. Non è un tre stelle ma è abbondante... E pieno
di studentesse carine.
Minigonne appena sotto il culo, vedessi, roba da mandar giù pure la sbobba!".
Erano scoppiati a ridere e da allora non si erano più lasciati.
Titì e Rico non si raccontarono mai come, un giorno, si fossero ritrovati in
mezzo alla strada. Sapevano che i loro itinerari, malgrado qualche differenza, erano
simili. E allora, fumandosi una cicca, preferivano parlare di tutto e di niente.
Soprattutto Titì.
Per Rico, Titì doveva essere stato professore o maestro. Qualcosa del genere.
Aveva letto tantissimi libri e nelle loro discussioni vi faceva spesso allusione. Un
pomeriggio, seduti su una panchina al sole in square des Batignolles - un posto dove
amavano ritrovarsi - Titì aveva detto:
"Sai, da ragazzo leggevo Burroughs, Ferlinghetti, Kerouac...".
Vedendo la faccia inespressiva di Rico aveva aggiunto:
"Non hai letto "Sulla strada"?".
Rico non aveva più letto niente, dopo la scuola. Insomma, a parte qualche
Segretissimo, Squadra Buon Costume, Sanantonio. Eppure a casa sua i libri non
mancavano. Una libreria piena zeppa. Opere rilegate, con la copertina illustrata, che
arrivavano settimanalmente per posta.
Era Sophie che si era abbonata. Trovava che stessero bene i libri in una casa. Fa
elegante, diceva. Ma neanche lei li leggeva. Preferiva le riviste femminili.
"No. Sai, io i libri...".
"Boh. Erano beatnik. Non ne hai mai sentito parlare?".
"Ah, sì...".
Ma per Rico i beatnik non erano nient'altro che dei capelloni con la camicia a
fiori e la chitarra a tracolla. Si ricordava di Antoine, il cantante. E anche di Joan
Baez. Peace and love e tutto il resto. Non era roba per lui. A sedici anni Rico era
piuttosto del genere pulitino e ben vestito. Pensava che la vita si attraversasse a tutta
birra su una Ferrari rossa.
"Quelli, i beatnik americani voglio dire, quelli veri, si facevano dei gran giri in
autostop attraverso tutti gli Stati Uniti. Vagabondare, vita selvaggia... Kerouac,
quello stronzo, ha pure scritto un libro per raccontare le loro bravate: "I vagabondi
del Dharma"!".
Rico aveva sorriso.
"Noi, invece, altro che correre liberi sulle strade del mondo!".
Titì era rimasto zitto.
"Sì. On the road again, era il loro credo".
Il suo sguardo era completamente perduto.
"On the road again" aveva ripetuto, pensieroso. "Bella stronzata!".
Nessuno dei due aveva alcun dubbio: la loro strada non era più una strada.
Soltanto una palude in cui sprofondavano ogni giorno un po' di più.
Irrimediabilmente. E anche se arrivava qualcuno a tendergli la mano, ormai era
troppo tardi. Le mani che si tendevano verso di loro non erano mani amiche, non lo
erano più. Solo mani benevole. Un caffè in un bicchiere di carta. Una scatoletta di
carne. Un formaggino.
"On the road again, e per sempre: ecco cosa siamo, Rico".
"Sì".
"Bastardi!".
"Bastardi!" borbottò Rico finendo la birra.
Alla tele la presentatrice stava parlando del dramma degli automobilisti di
ritorno dalla settimana bianca, bloccati a centinaia sulle strade da un'eccezionale
nevicata. Tutti i soccorsi erano stati mobilitati sulle Alpi per venire in aiuto a quelle
sfortunate famiglie in difficoltà.
Rico sorrise, immaginando che anche Sophie fosse bloccata sotto la neve.
Sophie e Alain, Eric e Annie...
"Bastardi!" borbottò di nuovo, alzandosi.
Abdel non gli fece pagare le birre.
"Vieni quando vuoi. Qui fa caldo".
Rico si tirò il collo del maglione fin sulla bocca, si abbottonò il pastrano
militare, si ficcò il berretto in testa tirandolo sulle orecchie e poi, con le mani
affondate nelle tasche, uscì nel freddo.
Secondo il bollettino meteorologico, durante la notte la temperatura doveva
scendere a meno 10.
L'aria gelida gli si abbatté addosso, livida come la luce dei lampioni. Si disse
che era la sera giusta per andare a mangiare all'Esercito della Salvezza, al Palais de
la Femme all'angolo di rue Faidherbe. Per dieci franchi avrebbe avuto le sue
millequattrocento calorie assicurate.
Una voglia di piangere gli strinse la gola. Titì! Urlò dentro di sé.
Titì. Rivide il suo cadavere mentre lo portavano via. Titì, lui, gli altri non erano
niente. Niente. Ecco l'unica schifosa verità di questa vita. E accelerò il passo.
Capitolo secondo.

"I ricordi, buoni solo a far piangere".

Quella notte Rico decise di lasciare Parigi. Crepare per crepare, perlomeno
crepare al sole. Ecco che cosa si era detto.
Tutto quello che gli passava per la testa da quando aveva visto i pompieri
portare via il corpo di Titì gli confermava quell'unica certezza: avrebbe fatto la
stessa fine di Titì. Era un'illusione credere di potersela ancora cavare, di potersi
rifare uno straccio di vita restando in mezzo alla strada.
Rispetto a tanti altri non era certo da commiserare. Aveva un buon posto per
dormire, era benvoluto dal padrone di qualche bar e di qualche bancarella al
mercato d'Aligre. E all'ufficio postale di rue des Boulets, dove apriva la porta ai
clienti, sapeva ispirare compassione. Ma non poteva durare per sempre. Un giorno o
l'altro sarebbe crollato. Un giorno o l'altro non avrebbe più avuto la forza di fare
niente. Del resto già da quel pomeriggio non aveva più la forza di fare granché.
Avevano funzionato soltanto i meccanismi dell'abitudine, non la volontà.
Si sdraiò sulla schiena e accese una sigaretta. Sentiva i morsi della fame.
Dovevano essere le cinque. La fame era la più precisa di tutte le sveglie. Si ricordò
di una cosa che Titì gli aveva confidato: "Sai Rico, da bambino pensavo che la fame
fosse come il mal di denti, ma peggio. Voglio dire, arrivati a un certo punto. La
strada mi ha insegnato che alla fin fine la fame non è granché. La sopporti meglio
del mal di denti!...". Rico sorrise. Titì i denti li aveva persi tutti, uno dopo l'altro, da
un bel po' di tempo!
Afferrò la bottiglia di vodka dietro di sé e ne buttò giù una bella sorsata. Era
riuscito ad averla per settantacinque franchi in un alimentari arabo di faubourg
Saint-Antoine, aperto tutta la notte. Una bottiglia di Smirnoff. Il bisogno di alcol si
era fatto sentire appena uscito dal Palais de la Femme. Il piatto di lenticchie au petit
salé gli aveva calmato lo stomaco ma non il dolore. Né l'angoscia. La morte di Titì
aveva mandato in frantumi tutte le barriere che aveva pazientemente frapposto tra la
sua vita presente e la sua vita passata.
Fece una smorfia. Come sempre quando era in astinenza, l'alcol gli scivolò
appiccicoso in gola. Tossì, riprese fiato, ne trangugiò ancora. A occhi chiusi aspettò
di sentire il calore della vodka diffondersi in tutto il corpo, poi aspirò un'altra
boccata di fumo e cercò di riflettere ancora un po'. Pensare e ripensare: non aveva
fatto altro per tutta la notte.
La sua tana era all'angolo fra rue de la Roquette e rue Keller. Nel cantiere di un
palazzo in costruzione. Nel quartiere - come in tutti i quartieri popolari - le vecchie
case venivano demolite a tutto spiano per costruire appartamenti di lusso.
"Rinnovare": dicevano così al Comune di Parigi.
Curioso, sempre a caccia di qualcosa, Rico un giorno si era avventurato nel
cantiere, nel tardo pomeriggio. Sei mesi prima. I lavori sembravano interrotti, ma la
struttura portante dei sei piani era già finita. Nel seminterrato trovò dei garage. Si
sistemò per la notte in uno dei box, con un telone di plastica per materasso. Dormì
alla grande, per la prima volta dopo tanto tempo.
Alle sei lo trovò un vigilante. Un nero, alto e tutto muscoli sotto un'impeccabile
divisa blu. Sul distintivo cucito sulla tasca sinistra si leggeva Paris Security.
"Che cazzo ci fai qui?".
"Dormivo".
"E' vietato l'ingresso al cantiere, bello mio. Non sai leggere?".
"Vietato entrare sì, ma non dormirci" scherzò Rico raccogliendo i suoi quattro
stracci.
"Dove vai?".
"Beh, me ne vado, no?".
Il vigilante gli passò una cicca e poi da accendere.
"Una Dunhill, porca troia! Era da un bel pezzo...".
"Non c'è fretta, amico. Puoi restare".
Si squadrarono fumando tutti e due con gusto.
"Non è a me che dai fastidio, chiaro".
Il vigilante, Hyacinthe si chiamava, un malgascio, gli spiegò che il costruttore
era fallito. C'era già in vista un altro acquirente, ma da lì a riprendere i lavori
ancora ce ne voleva.
Rico si sistemò nel cantiere. Portò dalla gare de Lyon tutta la sua roba, che
aveva distribuito in due depositi bagagli: lo zaino, un sacco a pelo, dei vestiti, un
fornellino da campeggio, delle candele, una tazza di porcellana e qualche altra
cianfrusaglia scovata qua e là. Appena sveglio nascondeva tutto sotto il telone di
plastica che di notte gli serviva da materasso.
Tutte le mattine Hyacinthe invitava Rico a prendere caffè e croissant da Bébert,
un bistrot un po' più avanti sulla stessa via, che si ostinava a restare fuori moda in
quel nuovo quartiere trendy di Parigi.
"Ero vigilante in un ipermercato in periferia" gli confidò Hyacinthe.
"Un pomeriggio becco uno come te...".
Bevve un sorso di caffè.
"Non prendertela eh, Rico, si fa tanto per dire, sorvegliare è il mio mestiere".
"Lo so".
"Insomma, quello spingeva un carrello con dentro un pacco di birre e una
baguette. Lo vedo fermarsi al banco della salumeria. Si fa dare una fetta di
prosciutto, un pezzo di paté e continua il suo giro...".
"Scommetto che si è messo a mangiare!".
"Proprio così, porca troia!".
"E' capitato anche a me".
"Quando l'ho ritrovato, era incollato davanti alle televisioni. Pane e paté, pane e
prosciutto... Ho lasciato correre. Poi, tranquillo, è andato a pagare il pacco di birre
alla cassa e... la sera mi hanno sbattuto fuori. Il responsabile della salumeria mi
aveva denunciato".
"Rottinculo!".
"In giro, è pieno di rottinculo. Gli stessi che non sopportano i negri, gli arabi...".
"Perché fai il vigilante?".
"Non so fare nient'altro. So a malapena leggere e scrivere, io! E fare il mio
lavoro non è più schifoso che giocare a Rambo come i controllori della R.A.T.P.!".
Quando in autunno ripresero i lavori, Hyacinthe rassicurò Rico. Non doveva
preoccuparsi. I garage sarebbero stati costruiti alla fine.
Bastava che Rico se ne andasse la mattina, prima dell'arrivo degli operai, per
evitargli casini. Ma, in ogni caso, per Rico quello era un orario da giorno di festa.
Era un bel po' che non riusciva più a controllare i suoi pensieri.
Arrivavano a ondate, in disordine, e non riusciva a concentrarsi su un'unica
idea.
La sigaretta iniziò a bruciargli le dita e lui si aggrappò al ricordo del suo ultimo
domicilio fisso. Già tre anni fa. Viveva con Malika, all'epoca. Ma non era il
desiderio di Malika a ossessionarlo in quel momento. Malika non risvegliava alcun
desiderio in lui. Non più di Julie. E nemmeno di Sophie, di cui pure era stato
innamorato perso. Le donne appartenevano ormai a un altro mondo. Inaccessibile
quanto un pranzo coi fiocchi in un gran ristorante.
"Come fanno?" aveva chiesto Titì fissando una brunetta carina che andava su e
giù lungo il binario aspettando il metrò.
Indossava una minigonna sotto il cappotto sbottonato.
"Come fanno cosa?".
"Ad avercela quasi scoperta senza farsela gelare".
"Si vede che l'idea di eccitarci gliela tiene calda" aveva scherzato Rico.
"Mah...".
Ma Rico non si eccitava più. Nemmeno pensare d'infilarle la mano fra le cosce
gliel'avrebbe fatto rizzare. Non si faceva più seghe da molto tempo. Il cazzo gli
rimaneva moscio e nessuna immagine di donna glielo faceva diventare duro.
Neppure il pensiero di Sophie che gli porgeva il culo perché la prendesse da dietro.
A un certo punto quel pezzo di carne molliccio fra le dita lo disgustava. Aveva
schifo di se stesso.
"Figurati!" aveva ripreso Titì senza smettere di spogliare la brunetta con gli
occhi. "Noi dovremmo ingollarci almeno dieci bistecche al sangue prima di
scoparci una ragazza così".
Era passata di nuovo davanti a loro, lentamente. "Non ce l'hai una cicca per me
e il mio amico?" aveva chiesto Titì.
Lei aveva scrollato le spalle con aria indifferente.
"Non siamo i tipi per lei, vecchio mio".
A questo si erano ridotti. Impotenti a vivere.
Rico schiacciò la sigaretta e buttò giù un'altra lunga sorsata di vodka.
Incominciava a scaldarsi. Niente di meglio, per riflettere.
Non ce l'aveva con Malika. Era la vita. Ognuno la sua. E, a un certo punto,
bisogna salvarsi la pelle. Lei aveva fatto così. Avevano vissuto insieme per due
anni. In rue Lepic. Un appartamentino di due stanze al sesto piano sul cortile. Malika
faceva la centralinista in una ditta di Issy-les-Moulineaux. Non aveva mai saputo il
nome della società. Lui si era trovato un lavoro da fattorino per un commerciante di
videocassette porno, di sicuro molto hard. Le consegnava a domicilio nei quartieri
alti di Parigi.
Tra Malika e lui funzionava. Non era la Felicità con la effe maiuscola, ma
funzionava. Una vita che assomigliava alla vita normale degli altri, quelli che
s'incrociano per strada. Non come prima, quando viveva con Sophie, ma abbastanza
normale per credere che, alla fin fine, avrebbe potuto rifarsi una vita. Ricominciare.
Un giorno gli fregarono il motorino. Il padrone rifiutò di dargliene un altro.
"Arrangiati. Niente motorino, niente lavoro. Io non pago nessun motorino a degli
stronzi come te. Il prossimo che assumo deve avere il suo mezzo di locomozione.
Condizione indispensabile. Tu, o te ne trovi uno entro domani, o ti togli dai piedi...".
"Vaffanculo!".
Era testardo Rico. E non trovò più lavoro. Con Malika i rapporti diventarono
tesi. Perché vivere in due, lei pagata al minimo e lui con l'ASSEDIC, il sussidio di
disoccupazione, diventava difficile. Il tempo passò. Un anno. Rico diede fondo agli
ASSEDIC trascinandosi di bar in bar. E finì anche la pazienza di Malika. Una sera,
rincasando, piuttosto sbronzo come al solito, trovò l'appartamento vuoto. Malika se
n'era andata portandosi via quasi tutto. Non gli aveva lasciato nemmeno due parole.
"Beh" si era detto soltanto, "non è mica la fine del mondo!". Ed era sceso di nuovo a
bere in place Blanche.
Rico tenne l'appartamento. Gli affitti non pagati si accumulavano.
Lettere raccomandate. Notifiche dell'ufficiale giudiziario. Alla vigilia dello
sfratto tagliò la corda portandosi via solo dei vestiti e qualche cianfrusaglia che si
rivelò ben presto inutile. Quel poco che Malika aveva lasciato l'aveva venduto già
da tempo. Compreso quello che apparteneva al padrone di casa. Il frigorifero e la
piastra elettrica dell'angolo cottura.
Era fine maggio. C'era già odore di primavera nell'aria. Rico dormì all'aperto in
square Henri Quatre. Quel primo mattino lo visse come un mattino di felicità. Di
libertà. Andava verso l'ignoto.
Dopo quegli anni penosi con Malika si scopriva senza catene.
Iniziava un'altra vita, zaino in spalla, come un turista a Parigi.
Fece fuori sessanta franchi per una splendida colazione in place du Châtelet con
succo di frutta, caffè, croissant, pane burro e marmellata. Uscendo dal bar si disse
che non sarebbe stata poi così dura la vita in strada. Si sentiva benissimo, no? La
città era tutta sua.
Quando Titì gli aveva raccontato la storia dei beatnik, Rico aveva pensato a
quel primo mattino, senza dire niente. On the road again: sì, capirai, che bella
cazzata! E per sempre! Sei mesi più tardi non c'erano più dubbi su quel per sempre.
Si rese conto che tutto quello che si era portato via non gli serviva assolutamente a
niente.
L'essenziale - buone scarpe, coltello, taglia-unghie, sacco a pelo... - l'aveva
trascurato, talmente era convinto che quella situazione non sarebbe durata.
E poi c'erano i ricordi.
"Tutte cazzate" aveva detto Titì. "Ti tiri dietro lettere, foto. Buone solo per farti
piangere e buttarti giù di morale. Quando tagli i ponti, li devi tagliare davvero.
Tocca scegliere".
Aveva buttato via tutto. Le lettere di Sophie, le loro foto insieme.
Aveva tenuto solo una fotografia di Julien. Una fototessera. Poteva dimenticare
tutto, tranne suo figlio.
Hyacinthe lo svegliò.
"Porca puttana, Rico, che cazzo fai? Hai visto l'ora? Adesso arrivano gli
operai".
Rico si sentiva distrutto.
"Fai sparire tutto. Dài, svelto!".
Hyacinthe era furioso. Rico aveva rotto il loro patto per la prima volta.
"Mi dispiace" disse tirandosi su.
"Sbrigati!".
Rico non mise a posto niente. Spinse tutto così com'era sotto il telo di plastica.
In quel momento se ne fotteva di tutto, anche di Hyacinthe. Sapeva finalmente dove
andare. Un posto dove morire.
"Vado via, Hyacinthe. Me ne vado per sempre".
"Non rompere i coglioni! Non ho detto niente".
"Non è per questo. Fra due giorni al massimo taglio la corda. Fine.
Non mi vedi più. Vado al Sud. A Marsiglia. A Marsiglia" ripeté con gioia.
E' lì che l'ho incontrato, Rico. A Marsiglia. E che ho appreso tutto quello che so
di lui e di questa vita schifosa in cui ognuno è solo e già vinto.
Capitolo terzo.

"Nel quale affiorano l'amarezza e la grandiosità dei sogni".

Marsiglia. In quel brutto sonno, agitato e doloroso, erano venute a galla delle
immagini di Marsiglia. Prima lentamente. Poi a fiotti.
Vie, piazze, bar. E il mare, le spiagge, la roccia bianca...
Ricordi che gli venivano in mente come cartoline postali spedite dal passato.
Come se finalmente il passato avesse ritrovato il suo indirizzo e gli rispedisse tutta
la posta non recapitata in quindici anni. Il ricordo di Marsiglia. Tenero ricordo di
Marsiglia.
"Ti amo, Léa".
"Anch'io ti amo".
Léa.
L'immagine di lei lo sorprese all'alba, quando si riaddormentò dopo essersi
scolato la bottiglia di vodka. Nostalgia di una felicità perduta. Impressione che,
forse, scegliendo di sposare Sophie invece di Léa, aveva sbagliato tutto nella vita.
Quando la conobbe, Léa iniziava a studiare architettura. Lui era appena sbarcato
a Marsiglia dopo il servizio militare a Gibuti nella fanteria da sbarco. Con i
commilitoni stava aspettando la smobilitazione al campo di Sainte-Marthe, a nord
della città.
Un pomeriggio tardi, mentre andava in giro senza meta prima di ritrovarsi con
gli amici per un'altra notte brava, si perse nel dedalo delle viuzze.
Léa stava fotografando la facciata di un vecchio palazzo. Era di schiena.
Pantaloni larghi di tela beige, maglione ampio color corda che le copriva il culo e
al posto della testa una gran massa di capelli neri ricciuti. Lui si avvicinò.
"Scusi".
Lei si voltò e Rico rimase senza fiato di fronte alla bellezza del suo viso. Occhi
neri, profondi. Naso sottile. Zigomi alti. Labbra rosso carminio, ben disegnate.
"Sì?".
"Ehm... Mi scusi" disse, turbato. "Potrebbe indicarmi il Vieux-Port?".
Lei lo guardò stupita, con un lieve sorriso sulle labbra. "Si è perso?".
C'era dell'ironia in quella domanda. E anche dell'impertinenza.
"Sì... Non sono di qui".
Lei scoppiò a ridere di fronte alla sua sincerità.
"Ma non ci si può perdere in questa città! Tutte le strade scendono al mare".
"Beh, forse non ho trovato quella giusta!".
Lei rise di nuovo e a Rico piacque quella sua risata.
"Ci vado anch'io al porto. Non è lontano".
Un invito.
La seguì ed evitò ogni commento. Camminarono in silenzio, uno di fianco
all'altra. Lei camminava di buon passo, naso all'aria e sguardo attento, come a
caccia di qualcosa. Gli arrivava appena alla spalla e più volte a lui venne voglia di
stringerla a sé. Ma non lo fece. Non era del genere rimorchione.
"Fa la fotografa?" osò dire per rompere il silenzio.
"No. Ma mi piace. E a lei?".
"Come a tutti".
Léa abbozzò un sorriso e Rico sentì che lo stava osservando con la coda
dell'occhio.
"Eccoci!" disse lei in fondo a rue Fort-Notre-Dame.
Il Vieux-Port era là, inondato dalla luce del tramonto. Di un bell'ocra pallido,
come spesso in primavera.
"Bella, questa città!".
"Io l'adoro!" esclamò Léa.
Rico la invitò a bere un aperitivo al bar della Marine. Lei non rifiutò. Un pastis,
poi un altro, sgranocchiando ceci all'orientale e olive nere piccanti. Parlarono un
po' di se stessi. Rico, piuttosto fiero, evocò i suoi dodici mesi trascorsi a Gibuti. I
paesaggi, i colori, gli odori. Il deserto, il lago Assal, il lago Abbé. E la partenza
delle carovane verso l'Etiopia... Era ancora incantato come allora.
"Amo quei paesi" gli aveva confidato Léa.
Amo, adoro. Non sopporto, detesto. Léa non era una di quelle persone neutre,
pronte a barcamenarsi e uniformarsi all'opinione degli altri per piacere e sedurre.
Rico era completamente affascinato, pronto a condividere tutte le sue passioni.
Conosceva già l'Egitto. Sognava di andare in Giordania, nello Yemen.
Forse ancora più lontano, in Asia minore. E in Armenia, "il povero paese della
mia famiglia".
"Ma non da sola..." aggiunse guardandolo.
Rico colse la palla al balzo.
"Partiamo domani?".
Lei scoppiò a ridere, e ancora una volta Rico si disse che quella risata avrebbe
voluto sentirla per tutta la vita.
Si videro tutte le sere per l'aperitivo, finché Rico non fu smobilitato. Si
scambiarono gli indirizzi, promettendosi di farsi vivi. Rico le scrisse appena
arrivato a Rennes, poi tutti i giorni.
Ben presto le lettere di Léa arrivarono con la stessa regolarità e la loro
corrispondenza si trasformò da falsamente amichevole in amorosa.
"Vieni". Soltanto questo gli scrisse lei su una cartolina, qualche mese più tardi.
Era fine giugno. L'unico lavoro che Rico avesse trovato, rappresentante di
impermeabili per una ditta tedesca, iniziava in settembre.
Partì per Marsiglia.

Sul binario, alla stazione Saint-Charles, furono dapprima timidi.


Dalle parole ai gesti non è poi così semplice. Gli occhi neri di Léa, raggianti, si
aggrapparono ai suoi. Rico la prese finalmente fra le braccia e si baciarono con la
stessa foga con cui si erano scritti.
"La mia bambolina armena" le mormorò all'orecchio. Era con queste parole che
iniziavano le sue lettere.
Quella notte furono maldestri. Le uniche esperienze sessuali Rico le aveva avute
con delle prostitute, a Rennes e poi da militare. E per Léa era la prima volta.
Successe troppo in fretta e senza dubbio non provarono molto piacere. Ma rimasero
a lungo stretti l'uno all'altra senza parlare. Negli occhi di Léa, Rico credette di
leggere stupore e gioia, e anche incredulità. Si sentiva spiazzato. Stava scoprendo
che l'amore era tutt'altra cosa che scopare.
"Che bello" mormorò Léa.
Tirò piano il lenzuolo su di loro e si addormentò, o almeno fece finta. Lui la
imitò, ma si addormentò davvero.

"Cosa vuoi?" gli chiese la mattina dopo, quando aprì gli occhi.
"Quello che prendi tu".
"Caffè allora. E' pronto".
La finestra dell'appartamentino di Léa, due stanze in rue Neuve- Sainte-
Catherine a due passi dall'Abbazia Saint-Victor, era a strapiombo sul Vieux-Port.
"Laggiù c'è la Canebière, la vedi? E davanti a te il forte di Saint-Jean. Mi piace
tanto. E' così bello al sole. Dietro, il campanile delle Accoules. Ci andiamo oggi, ti
va?".
Rico la strinse a sé. Quante volte, nelle sue lettere, gli aveva descritto il sole
che sorgeva sulla città? Il momento in cui l'aria diventa trasparente e, come per
miracolo, i tetti diventano azzurri e il mare rosa. Ritrovava tutto, proprio come se
fosse vissuto lì da sempre. "A Marsiglia, vedrai" gli aveva scritto, "ci sono giorni in
cui è bello sentirsi così: a mezz'aria fra la luce e il mare. Un modo per sapere
perché sei di qui e non d'altrove, perché vivi qui e non altrove".
Era uno di quei giorni, si disse Rico.
Poi fu come un turbine. L'esuberanza di Marsiglia lo prese alla gola.
Fu più violenta, gli parve, che durante il suo breve soggiorno in primavera. La
gente parlava forte, rideva e gridava a torto e a ragione, si dava del tu in un gran
chiasso di clacson.
In place des Moulins, nel Panier - il quartiere vecchio, vicino al porto - Rico
scoprì che Marsiglia era una città di colline. Léa l'aveva fatto arrampicare sulla
scalinata delle Accoules.
"Solo se te ne vai a zonzo a piedi ti rendi conto che in questa città non smetti mai
di salire, di scendere, di risalire".
Fino a quel giorno, Rico aveva pensato che ci fosse un'unica collina, quella su
cui dominava Notre-Dame de la Garde. La Buona Madre dei marsigliesi presente su
tutte le cartoline.
"E' così che Marsiglia si prende gioco delle prospettive" commentò ancora Léa
con l'enfasi di una brava studentessa di architettura.
Rico sentì che quella città lo stava prendendo. Aveva la stessa dolcezza delle
mani di Léa sul suo corpo, la notte prima. A un tratto gli venne voglia di fare l'amore
con lei lì, in una di quelle viuzze strette cariche d'ombra, di storia, di risa, di grida.
Quelle viuzze i cui nomi lo incantavano: rue du Refuge, rue de la Lorette, rue des
Pistoles, rue du Petit-Puits...
In place de Lenche li sorprese un violento temporale e si rifugiarono a casa di
Léa. Bagnati fradici, ridendo come bambini. La loro prima siesta a Marsiglia. E i
loro corpi s'incontrarono con la dolcezza delle prime volte. Era come se Marsiglia
li portasse, li trascinasse via.
Rico ricordava ancora perfettamente la luce, di un azzurro quasi trasparente, che
entrò dalla finestra alla fine del temporale.

Un giorno presero l'autobus. Léa voleva fargli scoprire l'estremo est della città.
I porticcioli di Goudes e di Callelongue. Il bus costeggiava il mare poi, oltre la
spiaggia dei Catalans, il vallone di Auffes, Malmousque, il ponte della Fausse-
Monnaie, la baia di Marsiglia gli si offrì. Immensa, stupenda. Un regalo. Il regalo di
Léa al loro amore.
Presero un altro autobus. Dopo la Mandrague-de-Montredon, alla vista della
roccia bianca, arida, Rico dubitava di essere ancora in città.
Non credeva ai propri occhi. Pensò alle isole Eolie, dove i suoi genitori
l'avevano portato da bambino.
"Ecco il paese del Grand Bleu" disse fiera Léa indicando l'arcipelago di Riou.
Il rumore della città, tutta la sua esuberanza, finivano lì. Il silenzio che scese su
di loro, appena turbato dal tuf-tuf delle barche a motore che tornavano dal largo, era
quasi palpabile. Sapeva di sale e di iodio. Léa e Rico si sedettero dietro un
pescatore e dimenticarono il tempo.
Léa taceva. E adesso Rico avrebbe voluto parlare. Dire, dirle che cosa aveva
amato di Marsiglia. I loro occhi si accarezzarono, nella tenerezza più nuda, "quella
in cui affiorano l'amarezza e la grandiosità dei sogni", come gli aveva scritto Léa
ricordandogli quel momento, quando Rico le aveva annunciato che era finita, che
aveva incontrato un'altra. "Fu senza dubbio" aveva aggiunto, "lo stesso sguardo che
si scambiarono Ulisse e Penelope nel separarsi".
Ma quella lettera Rico la lesse solo di sfuggita. Il suo cuore era già altrove. Da
Sophie.

Quando Hyacinthe lo scosse perché si alzasse, la voce di Léa gli stava ancora
domandando:
"Che cosa ti fa sorridere?".
"Tu. Marsiglia. Io. Noi. Noi qui".
Erano in rue Longue-des-Capucins. "La via del mercato d'Oriente", come le
piaceva dire. Tutti gli odori del Maghreb, dell'Africa e dell'Asia vi si mischiavano.
Inebrianti come la felicità. Le felicità possibili.
Rico non aveva osato aggiungere: "Noi sempre, forse". Avrebbe dovuto.
Quei ricordi inalterati, gli unici bei ricordi che gli rimanessero, meritavano un
altro viaggio a Marsiglia. "Morire per morire" mi confessò Rico, "perlomeno
morire fedeli a istanti come quelli, non credi?".
Capitolo quarto.

"Inspiegabile: si può odiare continuando ad amare".

Fuori nevicava. Una neve sottile e fredda che non divertiva nemmeno i bambini.
Sul metrò avevano tutti il muso, peggio del solito. Rico scese a Ménilmontant per
raggiungere i compagni e annunciare loro che partiva.
"Ma dove cazzo eri finito?" lo interpellò Dédé. "Due giorni che sei sparito.
Porca puttana, eravamo in pensiero!".
In fondo al binario Jeannot, Fred e Lulù avevano organizzato un pic-nic con due
vaschette di plastica piene di una roba che sembrava paella. Dédé fumava
guardandoli mangiare.
"E' festa, pare" disse Rico scherzando.
"La gastronomia" replicò Jeannot. "Sai, quella sul boulevard, all'angolo di rue
Oberkampf. Ce l'ha regalata oggi alla mezza, quando io e Fred siamo passati".
"Pare che ieri sera hanno parlato di noi alla tele" spiegò Fred. "E che siamo in
centinaia a crepare di fame e di freddo nelle strade di Parigi...".
"E la moglie del padrone si è messa a piangere, pare... Ne vuoi?" gli chiese Lulù
porgendogli il suo cucchiaio di plastica.
Rico scosse il capo.
"Non ho fame".
Non aveva mangiato niente dalla sera prima. Aveva provato ma non gli andava
giù niente. Neppure un biscotto. Un nodo gli chiudeva lo stomaco. Troppa pena.
Troppa tristezza. Si era messo a dieta liquida.
Birra e vino. E qualche caffè.
"Fatto sta" ridacchiò Dédé, "che se quest'inverno ci mettiamo tutti a crepare,
rischiamo di fare un bel casino nella capitale! Eh, ragazzi?".
Gli altri tre risero.
Dédé si faceva spesso delle uscite così. Era uno sbruffone. Un'ironia e un
cinismo che a volte irritavano Rico. Ma gli voleva bene lo stesso. E anche Titì.
Erano sempre andati d'accordo loro tre. Senza dubbio perché, anche se non
esistevano più agli occhi della società, non si rassegnavano ad accettare qualunque
cosa. Non come Jeannot, Fred e Lulù. Bastava vedere come s'ingozzavano per
capire. Per questo era morto Titì. Perché la sua dignità gli impediva di cadere più in
basso. Certo lui i resti della paella non li avrebbe toccati. Rico si era spesso
ripetuto che Titì avrebbe voluto conoscerlo prima. Averlo avuto come amico. Titì
non l'avrebbe mai abbandonato. Non come gli altri, nei quali aveva creduto per
anni, e che quando lui aveva incominciato a essere nei guai se l'erano squagliata.
Vincent, Philippe, Robert. Ed Eric.
Eric. Il suo vecchio compagno di liceo con cui ne aveva fatte di tutti i colori. Il
suo testimone di nozze, che non gli aveva nemmeno fatto una telefonata quando
Sophie se n'era andata.
Vincent, Philippe, Robert: Rico li aveva cancellati dalla memoria.
Definitivamente. Ma Eric no. Non era disposto a perdonarlo.
Eppure avrebbe dovuto capirlo che Eric era così. Da tempo. Faceva parte della
logica delle cose. Eric stava dalla parte della bella vita. Da quella parte del mondo
in cui denaro fa rima con famiglia e felicità. Il laboratorio d'analisi che aveva
ereditato dal padre funzionava bene. Era circondato da una buona équipe. Non
faceva un cazzo e alla fine del mese intascava un bel po' di soldi, soldoni che
reinvestiva giudiziosamente e che fruttavano bene.
Rico aveva ancora in mente una discussione tra lui ed Eric, una sera al
ristorante.
"Sono stufo di tutte queste stupidaggini umanitarie!". Eric si era innervosito. "Lo
sai meglio di me che tutti quei tipi per strada sono solo degli stronzi. Dei segaioli.
Se volessero lavorare davvero...".
"C'è la crisi, Eric. Ma tu non vuoi vedere niente, non vuoi sapere niente. Si
licenzia anche da noi".
"Ah, no!" aveva urlato Annie, la moglie di Eric. "Non vi metterete mica a
parlare di politica adesso! Basta già la televisione...".
"Hai ragione, cara. Ciò non toglie che se si rispedissero a casa tutti i negri e gli
arabi, si farebbe un po' di posto per i francesi che sono nella merda".
"Eric non ha tutti i torti" interruppe Sophie. "Comunque, il vero problema è:
cosa si fa per le feste? Andiamo alle Antille o a sciare?".
Ritornando a casa, Rico aveva litigato con Sophie. Non perché avesse dato
ragione a Eric, se ne fotteva altamente di quello che pensava, ma perché - e lei lo
sapeva benissimo - la loro situazione finanziaria era piuttosto difficile.
Dopo la nascita di Julien, Sophie si era messa in aspettativa. Era impiegata in
banca. Il ruolo di una donna, aveva decretato, è di occuparsi dei figli e della loro
educazione.
Non per niente veniva dalla Vandea. Ma, una volta che Julien incominciò ad
andare a scuola, decise di non riprendere il lavoro.
Sarebbe rimasta a casa, come Annie.
Rico si era messo a lavorare sodo. Era sempre più spesso in viaggio.
Guadagnava sempre di più, certo. Ma nonostante tutto era difficile reggere lo
stesso tenore di vita di Eric e Annie. Tanto più che gran parte dei soldi finivano nel
mutuo della splendida villa acquistata a Rothéneuf, vicino a Saint-Malo.
Un pomeriggio, sulla panchina di square des Batignolles, Rico si era lasciato
andare e aveva raccontato tutto questo a Titì. Aveva il magone. Erano i primi giorni
di scuola e lui con Julien non 'c'era'.
Ogni anno stava male, a quell'epoca. Peggio che a Natale. La messa di
mezzanotte, il cenone in famiglia, l'albero, i regali, tutto quell'armamentario fariseo
da gente perbene.
"Perché vuoi venire?" aveva risposto Sophie quando le aveva telefonato.
"Siamo in grado di vivere senza di te, per fortuna".
Al momento del divorzio - un anno dopo la partenza di Sophie, perché lui aveva
fatto di tutto per ritardare la procedura - Rico non aveva nemmeno ottenuto il diritto
di visita. Alcolizzato e violento.
L'avvocato di Sophie era riuscito a farlo credere alla giudice incaricata della
loro pratica, per giustificare l'abbandono del tetto coniugale da parte della sua
cliente. Tutte le mogli dei suoi amici erano state pienamente d'accordo. Annie per
prima. E' vero che una volta l'aveva chiamata "brutta troia bacchettona". Ma quella
sera non era ubriaco. Era soltanto incazzato. E ferito.
Commosso dal racconto di Rico, anche Titì si era lasciato un po' andare, per la
prima volta. E in quel momento Rico aveva capito che cosa li univa. Avevano
creduto tutti e due nella stessa cosa. Avevano sognato l'amore, una famiglia vera,
una buona posizione. Sicurezza e stabilità, anche. E tutto era crollato senza che ne
sapessero davvero il perché.
"Sai, un bel giorno non ho più avuto voglia di lottare. Per fare soldi e tutte
quelle cazzate... Rico, la strada è piena di brava gente come noi. Dopo tanti anni di
vita di merda, ho capito che a vedere come funziona questa società non ti viene di
certo voglia di ritornarci.
Io, credi a me, non ci ritorno".
Rico aveva pensato spesso alle parole di Titì. Ma per quanto ci riflettesse, non
riusciva a capire se avesse davvero voglia di ritornare alla vita di prima. Fino a
quando non era andato a Rennes, il giorno prima.

Dopo aver lasciato Hyacinthe, Rico era andato a chiedere l'elemosina all'ufficio
postale di rue des Boulets. Senza grande entusiasmo. Ma doveva rimediare un po' di
soldi. Stava diventando indispensabile.
E poi, chiedere l'elemosina aveva un vantaggio. Permetteva di non pensare. Rico
aveva scoperto che per aprire la porta dell'ufficio postale, tendere la mano, dire
buongiorno, arrivederci, grazie, grazie mille, tante grazie, arrivederci, buona
giornata, bisognava avere la mente completamente vuota.
"Dal momento in cui ti metti a lavorare, tutto il tuo essere deve concentrarsi su
un minimo di parole e di gesti. I soldi devono pioverti in mano. Più soldi possibile".
Titì gli aveva spiegato tutto questo, quando Rico gli aveva raccontato che si
faceva appena sessanta franchi al giorno.
"Rico, mettitelo bene in testa: tendere la mano vuol dire ammettere, una volta
per tutte, che siamo fuori dal giro, che non ce la faremo più".
"Lo so".
Rico aveva ritardato al massimo quel momento. Si era deciso un mattino, alle
sei, dopo aver passato ventiquattr'ore senza nemmeno un centesimo. Si era reso
conto in pieno della sua miseria. E che era assoluta.
"Mi vergogno talmente".
"Ci vergogniamo tutti. Ma se non lo superi sei morto, Rico".
Rico continuava a vergognarsi. Ma aveva trovato il modo per annegare
quell'umiliazione. Si beveva un bel litro di vino, poi uno o due caffè ristretti per
mascherare l'odore e si concentrava su ogni persona che entrava nell'ufficio postale.
Riusciva a tirar su da cento a centocinquanta franchi lavorando otto ore. Quel giorno
racimolò centocinquantotto franchi. La giornata giusta per andare a trovare Julien,
aveva pensato.
Alla gare Montparnasse prese il penultimo T.G.V. per Rennes. In caso uno
stronzo di controllore l'avesse cacciato giù a Le Mans, poteva ancora prendere
l'ultimo treno in direzione di Rennes. Ma non passò nessun controllore.
Come ogni volta che andava a Rennes, più o meno una volta al mese, dormì nel
parcheggio dietro alla stazione degli autobus. Nessuno gli aveva mai rotto le
scatole, né i guardiani notturni né quegli altri vagabondi con i loro cani schifosi. La
mattina bevve un caffè al bar della stazione, poi andò a darsi una sciacquata e a
farsi la barba al cesso.
Alle otto si diresse verso il centro città, in rue d'Antrain, dove si trovava il
College de l'Adoration, la scuola privata in cui Sophie aveva iscritto Julien subito
dopo la separazione e il suo trasferimento a Rennes. Era la scuola che
frequentavano i figli di Eric e Annie. E anche Armel, la figlia di Alain, l'uomo con
cui adesso viveva Sophie.
Fumò due sigarette, appoggiato al muro di fronte alla scuola. Arrivò la macchina
di Sophie. Una Golf G.T.I. bianca. Rico si raddrizzò.
Conosceva bene le abitudini di Sophie. Traffico o meno, si sarebbe fermata lì
davanti, in seconda fila, non lontano da dove lui si trovava.
Armel scese per prima dalla macchina, poi Julien.
"Ciao" disse Rico.
Julien lo squadrò. Ogni volta che Rico gli si parava davanti in quel modo, lo
sguardo di Julien era lo stesso. Uno sguardo in cui non riusciva a leggere niente. Né
disprezzo né tenerezza né gioia né indifferenza. Niente.
"Sbrigati, Julien" gridò Sophie.
Era scesa dalla macchina senza prestare attenzione a Rico. Teneva Armel per
mano. Julien la raggiunse. Attraversarono la strada. Davanti al cancello, Julien e
Armel la salutarono con un bacio, poi entrarono nella scuola. Julien non si voltò.
Rico andò incontro a Sophie. I suoi occhi azzurri lo fulminarono.
"Ho fretta".
I capelli biondi le ricadevano a cascata sul collo del cappotto di cachemire
beige, aperto malgrado il freddo. Indossava una maglia bianca a collo alto su una
gonna aderente marrone che metteva in mostra le sue belle gambe ben sopra il
ginocchio.
Rico non poté fare a meno di pensare alla domanda di Titì, quel giorno in cui si
mangiava con gli occhi la brunetta in minigonna: "Come fanno?". Adesso Rico
sapeva la risposta. Sono felici, ecco tutto. E la felicità tiene caldo.
Era a meno di un metro da Sophie. Lei era sempre così bella e desiderabile. Se
gli avesse detto "vieni" l'avrebbe seguita, dimenticandosi di tutto il male che gli
aveva fatto. Sì, l'avrebbe perdonata. Si può odiare continuando ad amare. Era una
cosa che non aveva mai capito, che non avrebbe capito mai.
"Parto. Non mi rivedrete più".
"Credo sia meglio per tutti".
Risalì in macchina e accese il motore.
Rico rimase in mezzo alla strada, perduto. Una giovane donna gli si avvicinò.
"Tenga" gli disse, facendogli scivolare in mano una moneta da dieci franchi.
"Prenda qualcosa di caldo".
E corse verso la sua macchina - un fuoristrada Mitsubishi verde - posteggiata,
anche quella, in seconda fila.
Dopo che il fuoristrada se ne fu andato, Rico rimase immobile, talmente era
sconvolto. Strinse la moneta da dieci franchi nel palmo della mano. Sempre più
forte, finché non gli fece male. Poi la buttò con rabbia in mezzo alla strada.
"Brutta troia" gridò infine.
Si rivolgeva a Sophie. Ma si rivolgeva anche a tutte le Sophie del mondo che si
vestivano da Chanel o da Dior e che circolavano in Rover, in Xsara o in fuoristrada
come quella stronza di prima con i suoi dieci franchi!
Da quanto tempo non aveva provato una rabbia così? Da anni. Gli anni vissuti
per strada. Quei tre anni in cui aveva imparato a rassegnarsi.
A essere indifferente agli altri. Al mondo.
Perché prendersela con quella donna per la sua elemosina? Là, in mezzo alla
strada, non poteva sembrare nient'altro che quello che era. Un senzatetto. Un
barbone. E lo doveva a Sophie. Ed era con Sophie che ce l'aveva. Solo con lei.
"Brutta troia!".
Come poteva aver dimenticato, rinnegato il loro amore? E che era lui il padre di
suo figlio? Come poteva far crescere Julien come se lui non esistesse?
"Brutta troia" mormorò mettendosi a piangere.
Gli occorsero molte ore per riemergere da quell'oscura mattinata.
Camminò a lungo per le vie del centro. Si sentiva straniero e invece aveva
vissuto lì per anni. La città, la gente, tutto gli sembrava ostile.
Alle cinque e mezza era di nuovo davanti alla scuola. Allo stesso posto.
"Voglio abbracciarlo" disse a Sophie quando scese dalla macchina.
Lei non rispose e attraversò la strada. Quando arrivarono i bambini, parlò
all'orecchio di Julien, indicando Rico con il capo.
S'incamminarono verso la macchina. Lui gli andò incontro.
"Vuoi salutare tuo padre?" chiese Sophie a Julien.
Julien non rispose. I suoi occhi non si staccavano da Rico. Gli stessi occhi della
madre. Così azzurri, e che avevano saputo essere così dolci.
Sophie aprì la portiera posteriore e Julien sgusciò dentro. Armel, che era
rimasta immobile dietro di loro, squadrò Rico come se fosse un marziano.
"Lo vedi, non vuole".
Mise in moto con rabbia. A Rico sembrò di vedere nel lunotto posteriore il viso
di Julien voltato verso di lui. Ma non ne era sicuro.
Capitolo quinto.

"Cacofonia di dolori e lacrime".

Come mai si trovasse ora con Dédé a gelarsi i coglioni sotto il portone di un
palazzo di Neuilly, Rico in quel momento non ne aveva la minima idea. La fine di
quella giornata era come un buco nero, nel quale gesti e parole sembravano essersi
dissolti.
Stava guardando Jeannot, Fred e Lulù rimpinzarsi di paella come se fosse stata
la loro ultima cena. Questo se lo ricordava. E a un certo punto Dédé gli aveva
passato la bottiglia, domandandogli di nuovo:
"Dove cazzo eri finito?".
Rico aveva tracannato una lunga sorsata di birra e poi si era acceso una
sigaretta. Non si era ancora ripreso da quella giornata a Rennes.
L'indifferenza di Julien. Il disprezzo di Sophie. Una morsa gli straziava il cuore.
Rivedersi in mezzo alla strada con quella schifezza di moneta da dieci franchi in
mano gli faceva venir voglia di vomitare.
"Sono stato in giro... Fino adesso... La morte di Titì" aveva aggiunto
stupidamente, come per giustificarsi.
"Rottinculo! Gliel'ho detto io alla tele che il tipo della R.A.T.P. l'ha lasciato
crepare".
"Lo so. Ti ho visto al telegiornale".
"E sai cosa? L'hanno sostituito".
"Chi?".
"Quello stronzo che era lì l'altra notte!".
Rico si era pentito di avere evocato la morte dell'amico. Non era venuto per
parlare di Titì. Soltanto per annunciare che sarebbe partito. Ma nella sua testa era
troppo forte la cacofonia di dolori e lacrime. Aveva afferrato la bottiglia e
tracannato un'altra lunga sorsata di birra.
Jeannot aveva ruttato per primo.
"Insciallah!".
Fred e Lulù l'avevano subito imitato. Era un gioco che facevano spesso. Come
scoreggiare.
"Vieni!" aveva proposto Dédé. "Andiamo a berci un caffè al Tonneliers.
Te l'offro io".
"Dov'è che andate?" chiese Fred.
"A respirare l'aria delle vette. Torniamo".
Si stava bene al Tonneliers. Un tepore dolce, pieno di fumo, tipico dei bistrot
del quartiere e che sembrava appartenere a un'altra epoca, a un'altra Parigi.
"Povero Titì. E dire che potrebbe essere ancora qui".
"Non credo" aveva mormorato Rico, più a se stesso che per rispondere a Dédé.
"Non credi? Hai detto così?".
"Sì... Titì non voleva più, questo è certo. Nella sua testa. Capisci?
Nella sua testa aveva deciso che era finita".
"Sì... Cazzo, ma almeno sarebbe potuto crepare in un letto d'ospedale.
Una storia pulita... Invece che là, come un cane rognoso...".
"E' quello che siamo, no? Cani rognosi".
Dédé aveva alzato le spalle.
"Titì" aveva continuato Rico, "è ritornato a Ménilmontant per morire.
Era la sua ultima casa quella stazione del metrò. L'appuntamento con gli amici...
Io me la batto da Parigi, Dédé".
"Merda! E dove vai?".
"Nel Sud. A Marsiglia".
Rico aveva letto lo stupore sul viso di Dédé.
"C'hai un aggancio laggiù?".
"No... Soltanto qualche bel ricordo... Tanto, qui non ci posso più venire. Non lo
sopporto".
Dédé aveva scosso la testa.
"Vuoi una cicca?".
Erano delle Camel.
"Cazzo, fumi di lusso".
"Eh! Non avere niente non vuol mica dire rinunciare al meglio!".
Avevano riso.
Rico non sapeva come se la cavava Dédé per strada. Se chiedeva l'elemosina,
se aveva un lavoretto al nero. Certo di tutta la banda era quello che sembrava meno
un barbone. Portava un cappotto nero quasi nuovo su un giubbotto di pelle, nero
come i pantaloni di velluto a coste. Era quasi elegante.
Di Dédé Rico sapeva solo che si era fatto cinque anni di Legione Straniera
prima di lavorare nel servizio commerciale di una tipografia, il cui principale
cliente era il Crédit Lyonnais. Quando la banca iniziò ad avere problemi, la
tipografia ridusse l'organico e lui fu uno dei primi a essere licenziato. Era l'unico
non iscritto al sindacato.
"Come ci vai laggiù?".
"In treno. Di notte".
Troppi casini con il T.G.V. Andava bene sulle brevi distanze come Parigi-
Rennes. Ma sui lunghi percorsi spesso era una merda. Ne aveva discusso con molti
routard, vagabondi come lui. Il controllore, appena li scovava, li faceva scendere
alla prima fermata, dove in genere erano accolti dalla polizia. Spesso erano
addirittura i viaggiatori che li denunciavano al controllore ancor prima che passasse
a chiedere i biglietti.
"Se vuoi ti accompagno un pezzo. Ho un vecchio amico a Chalon. Si può
mangiare e dormire da lui. Anch'io ho bisogno di cambiare aria".
A Rico l'idea era piaciuta. Era sempre meglio non viaggiare da soli.
"Stasera? Ti va? Ci troviamo alla gare de Lyon. Al buffet di fronte alle
informazioni. Un treno lo becchiamo".
La borsa di Rico era pronta. Sotto il telone di plastica nel suo box in rue de la
Roquette. Quel mattino aveva salutato Hyacinthe e, questa volta, aveva tenuto a
pagare lui caffè e croissant. Per ringraziarlo.
Bébert, che non perdeva mai niente delle conversazioni dei clienti, gli aveva
offerto un calvados.
"Splendido!" replicò Dédé. "Ci facciamo una birra per festeggiare? Le vacanze!
E' come se andassimo in vacanza, no?".
Erano passati dal caffè alla birra, poi dalla birra alla grappa. Dédé pagava tutto.
A Rico il caldo e l'alcol erano dolcemente saliti alla testa. Gli calmavano la fame e
il dispiacere. Adesso le parole gli venivano più facilmente, come quando discuteva
con Titì. Non sapeva più di che cosa avessero parlato né soprattutto che cosa avesse
raccontato a Dédé. Si ricordava solo che a un certo punto Dédé aveva detto:
"Bene, andiamo?".
"OK" aveva risposto Rico. "Ti seguo".
Fuori faceva già buio.
E adesso erano sotto quel fottuto portone, all'angolo del controviale di avenue
de Neuilly e rue Poincaré, a due passi dal metrò Les Sablons. La neve, più spessa,
iniziava a rimanere per terra. Rico sentiva il freddo penetrargli dentro anche se, a
eccezione degli occhi, non aveva nessuna parte del viso a contatto con l'aria.
Dédé tirò fuori di tasca la mezza bottiglia di rum che aveva comprato uscendo
dal Tonneliers e ne trangugiò una sorsata.
"Che cazzo ci facciamo qui, Dédé? Me lo dici?".
"Aspettiamo, porca troia! Te l'ho già spiegato. Tieni!" disse porgendogli la
bottiglia.
Rico mandò giù un sorso, poi due, poi tre. La temperatura in corpo gli salì di
parecchi gradi.
"Ma che cazzo aspettiamo, merda!".
Una Clio rossa li superò lentamente e parcheggiò un po' più lontano.
Un giovane con un parka nero scese dalla macchina e corse verso il bancomat
che era all'angolo della via.
"Ecco cosa aspettavamo" fece Dédé. "Il pollo! Vieni".
In tre passi gli furono addosso. Rico sentì lo scatto di un coltello a serramanico.
Dédé posò la lama sul collo del ragazzo.
"Sorveglia la macchina e la strada" ordinò a Rico.
Il ragazzo era rimasto immobile.
"Quanto puoi ritirare? Tremila?".
Fece segno di no con la testa.
"Mille e cinque" balbettò.
"Mille e cinque! Una miseria!".
"Di più non ne ho, davvero. Sono studente e...".
"Dài, infila la carta e chiedi duemila".
"Non funzionerà".
Gli tremava la voce.
"Fa' quello che ti dico, cazzo!".
Sullo schermo del distributore apparve una scritta e Dédé urlò:
"Cosa? Milleduecento? Solo?".
"Ho già preso duecento e quattrocento franchi. Non posso ritirare più di
milleottocento a settimana".
"Porca puttana!" sospirò Dédé. "Hai sentito? Può prendere solo milleottocento
franchi la settimana! E abita a Neuilly, cazzo!
Quartieri alti!".
Il distributore sputò le banconote che Dédé intascò in fretta.
"E la tipa che è con te ce l'ha una carta?"
"Lasciatela stare" riuscì a dire il ragazzo con un briciolo di coraggio.
"Non hai capito. Lo vedi il mio amico, là, non parla tanto ma è un tipo
incazzoso. Allora, vai a prendere la tua amichetta e se nessuno fa storie andrà tutto
bene. OK? Va' a prenderla!" urlò a Rico.
Rico ubbidì meccanicamente. Era completamente perso. Avrebbe volentieri
buttato giù una sorsata di rum, ma Dédé si era ripreso la bottiglia.
Aprì la portiera della macchina. La musica, a tutto volume, gli saltò in faccia.
Rock. Il tipo cantava:

"Tchao les gars à quand l'enfer


Plus qu'à jeter les dés en l'air..."

Rico disse alla ragazza:


"Vieni".
Dal tono non sembrava un ordine, ma piuttosto un invito.
"Cosa?".
Rico le afferrò il polso. Era caldo e morbido. Molto sottile, anche.
Lo teneva tutto nella mano. Ebbe un brivido. La pelle di una donna. Fu assalito
dalle immagini. Sophie. Il candore del suo corpo. Strinse un po' di più, ma soltanto
perché le sue dita fossero meglio a contatto con la pelle di lei.

"Toutes les nuits j'compte les jours


Toutes les nuits j'compte les jours"

"Cosa?" ripeté la ragazza, che adesso era impaurita.


"Vieni con me. E non gridare".
Aveva quasi trovato il tono giusto.
"E prendi la borsa".
La trascinò fino al distributore.
"Jacques" piagnucolò lei vedendo la lama del coltello di Dédé sul collo del suo
ragazzo.
"Non è niente, Camille. Tira fuori la carta".
"Prendi il massimo" le ordinò Dédé.
"Novecento" rispose piano Camille.
"Porca troia! Che pezzenti!".
Il distributore rifiutò la richiesta di novecento franchi. I biglietti da cento erano
finiti ed erano disponibili solo multipli di duecento.
"Riportala via" ordinò Dédé dopo aver ottenuto quattro banconote da duecento.
Rico riaccompagnò Camille alla macchina, ma questa volta non osò prenderla
per il polso. Le strinse il braccio. Le aprì la portiera.
"Buona serata" le disse.
Era sincero. La guardò un'ultima volta e sbatté la portiera. Quando si raddrizzò,
si rese conto che ansimava.
Arrivò Dédé, spingendo Jacques. Il parka nero adesso era sotto il braccio di
Dédé.
"Ora fili via e niente scherzi, tipo chiamare gli sbirri sul tuo cazzo di cellulare.
Ho preso il tuo nome e indirizzo. So dove trovarti, credi a me".
Jacques ingranò la prima, il motore si spense, lo riaccese e riuscì finalmente a
partire.
"Toh, un regalo per te" fece Dédé porgendo il parka a Rico. "Ho visto subito che
era la tua taglia".
"Sei pazzo, pazzo completo".
"Vaffanculo Rico. Dài, smammiamo".
"Vado a piedi. Ho bisogno di camminare, Dédé".
Respirava a fatica, ansimando come se avesse appena scalato l'Himalaya.
"Ehi, tutto bene?".
"Non preoccuparti. Alle dieci alla gare de Lyon".
"OK, e i soldi ce li spartiamo".
Dédé sparì, inghiottito dall'entrata del metrò.
Rico imboccò la via di fronte, lentamente. Un dolore violento gli torturava la
schiena in basso, sul lato destro. Pleurite essudativa, avevano diagnosticato a
Médecins du monde un mese prima. Ma Rico non era ritornato a farsi curare.
Stava soffocando. Si fermò sotto un portone per aspettare che passasse. Non
aveva mai fatto una cosa del genere in vita sua. Anche nei peggiori momenti non gli
era mai venuto in mente di aggredire qualcuno. Ma quello che lo stupiva era il fatto
di non provare nessun rimorso, nessuna vergogna per aver spennato quei due
ragazzini. Gli sembrava che in quel momento niente avesse più senso.
Si chiese che cosa ne avrebbe pensato Titì. E se fosse stato ancora vivo, lui
l'avrebbe seguito Dédé? No di certo. Per quanto, chissà... I pensieri gli si
accavallavano in testa, come al solito.
Ripensò alla ragazza, Camille. Al contatto con la sua pelle. Era quello, che
l'aveva scombussolato davvero. L'ultima donna che aveva accarezzato era stata
Malika. Tre anni prima. All'improvviso, le donne si rifacevano vive. Il ricordo così
vivo di Léa. Il desiderio sempre così forte di Sophie... I fantasmi dei suoi amori
passati.
A poco a poco il respiro ridiventò normale. Il dolore nelle ossa si attenuava.
Allora gli ritornarono in mente le ultime parole di Dédé:
"E' meglio avere un po' di soldi quando si viaggia, no?".
Certo, aveva pensato Rico. Tanto più che in tasca dovevano rimanergli a
malapena una cinquantina di franchi.
"Non mi piace la tua idea".
"Porca puttana, Rico! Mi accompagni, mi aspetti tranquillo e basta.
OK? E poi tagliamo la corda".
"OK" aveva finito per dire. "OK. Ti accompagno".
La pelle morbida di Camille. Non fosse che per quello, aveva fatto bene a
seguire Dédé.
Si rese conto all'improvviso del calore che sprigionava quel parka, stretto
contro il ventre. Era quasi nuovo, con un cappuccio ripiegato nel collo. Si tolse il
cappotto militare e lo infilò. Lo chiuse fino in alto, srotolò il cappuccio e se lo mise
in testa, senza togliersi il berretto. In pochi istanti sentì il corpo riscaldarsi.
"Fantastico!". Se Dédé gli dava metà dei soldi, come gli aveva proposto, quella
sarebbe stata la giornata più bella da quando viveva per strada, dopo la sua prima
notte in square Henri Quatre.
Capitolo sesto.

"Una notte in cui nessuno si preoccupa di nessuno".

Durante il viaggio Rico ebbe un incubo. Stava strangolando Sophie. Il giorno


prima lei gli aveva annunciato che aveva deciso di lasciarlo.
"Una decisione ponderata".
L'incubo di Rico iniziava così. Era mattina, molto presto. Sulla porta di casa.
Non riusciva ad andarsene così, senza nemmeno una parola.
Come se tutto fosse già stato detto una volta per tutte. Dopo un attimo
d'esitazione era entrato in camera da letto. Voleva dirle ancora una volta tutto il suo
amore per lei. E anche chiederle di pensarci ancora, quella settimana. Di non
precipitare le cose. Di prendere tempo. L'importante non era quello che era
successo fra lei e Alain. L'importante erano loro. Lei, Julien e lui. La loro famiglia.
Una famiglia così bella. Sì, Rico aveva tutte queste parole in mente quando aprì
la porta della camera.
Sophie dormiva tranquilla, il sorriso sulle labbra. Pareva riposasse lontana dal
suo dramma. Quella separazione annunciata. La fine della loro storia. Di quella vita
che lui aveva voluto e per la quale aveva dato tutto.
Seduto sulla sponda del letto, fumava guardandola dormire. Gli piaceva
guardarla mentre dormiva. Gli succedeva spesso, soprattutto di notte, quando le
inquietudini si risvegliano. Era sopraffatto dalla stessa emozione dei primi giorni.
Dalla stessa tenerezza. Gli anni di matrimonio non avevano cambiato niente. Ma
quel mattino vederla dormire così tranquilla e sorridente mandava a monte tutte le
sue certezze. Da dove le veniva quel sorriso? Da quali sogni?
Allora aveva schiacciato la sigaretta e poi aveva scosso Sophie con rabbia.
L'umiliazione di sapersi tradito, cornuto, si era trasformata in collera. Si mise a
urlare come se sputasse.
"Cosa sognavi eh, brutta troia?".
La prima cosa che vide nei suoi occhi fu la paura. E la voglia di gridare. Ma
Sophie non poteva gridare. Le dita di Rico le stringevano la gola.
"Lasciami" aveva implorato in un soffio.
Adesso era a cavalcioni su di lei. Con tutto il peso del corpo contro i suoi
fianchi. Lei si dibatteva, cercando di spingerlo via. La stava strangolando, con odio
e piacere. Il terrore si era impadronito dello sguardo di Sophie. I suoi seni pesanti,
meravigliosamente bianchi, sobbalzavano da destra a sinistra sotto la giacca del
pigiama. Ebbe voglia di strappargliela. Di strappare anche il lenzuolo. E di godere
violentemente del suo corpo nudo. Di scoparla a morte.
Rico continuava a stringere. Fino a rimanere senza fiato. Il suo fiato. Era se
stesso che stava strozzando. Più stringeva il collo di Sophie e più soffocava. Stava
soffocando. Rico si vide allora come in uno specchio. Gli occhi stravolti, la lingua
di fuori. Morto o quasi.
In un angolo dello specchio intravide Julien che piangeva e reclamava la
colazione. Ma continuava a stringere. Con tutte le sue forze. Fino all'asfissia.

Spalancò la bocca. Alla ricerca di ossigeno.


"Oh! Rico! Porca miseria, che fai?".
Dédé lo stava scrollando.
"Cazzo, Rico!".
Uscì da quell'incubo ansimando. A Rico non piacque - ma in quel momento non
sapeva perché - il modo in cui Dédé l'aveva guardato.
Quello che vide nei suoi occhi. Un riflesso mostruoso di se stesso.
"Tieni, bevi un goccio" gli propose Dédé stappando una birra.
Ne avevano comprato un pacco da dodici alla stazione, prima di prendere il
treno.
"Dove siamo?" domandò Rico mandando giù una sorsata di birra.
"Non lo so, porca troia! Non va avanti questo cazzo di treno!".
Rico si accese una cicca.
"Brutti sogni, eh?" disse Dédé.
Scosse la testa. Non aveva voglia di parlare. Voleva scacciare dalla mente
quelle immagini.
"Siamo pieni di brutti sogni. E' perché viviamo così".
"Sì".
I brutti sogni, acquattati in fondo alle nostre menti o ai nostri cuori, ci
riacciufferanno un giorno o l'altro? Rico se lo domandava, senza trovare risposta,
ogni volta che aveva un incubo - e per fortuna gli succedeva raramente - perché gli
mancava il respiro, sempre più spesso, e non sempre c'era qualcuno per svegliarlo,
come aveva fatto Dédé sul treno o io più tardi a Marsiglia. Eppure, e su questo Rico
non aveva dubbi, nonostante il male che Sophie gli aveva fatto, non aveva mai avuto
voglia di ucciderla. Né quella sera né dopo. Del resto le cose non erano andate
esattamente come nel suo incubo.
Erano mesi che Sophie aveva preso le distanze da lui. La loro unione stava
facendo acqua, Rico ne era cosciente. Si erano rinchiusi tutti e due in un mutismo
familiare in cui ogni problema quotidiano, anche il più futile, si trasformava in uno
scontro. Il più delle volte Rico finiva per dare ragione a Sophie e bene o male
facevano la pace. In genere a letto. Malgrado gli anni, Rico la desiderava sempre
con la stessa intensità. Amava il suo corpo. Un corpo generoso, che il tempo aveva
reso ancora più bello e che lei manteneva in forma con lunghe corse sulla spiaggia.
Nell'amore Sophie era completamente diversa dalla donna perbene, borghese e un
po' 'inamidata' che si compiaceva di essere in società. Un'amante meravigliosa, così
avida di piacere che Rico ne era ogni volta stupito.
"Queste figlie di Maria, credi a me, non sono altro che delle formidabili
scopatrici!" aveva concluso Titì.
Erano sulla loro panchina in square des Batignolles, completamente sbronzi.
"Più vanno in chiesa e più gli piace fornicare. La sindrome di Teresa la chiamo
io. Teresa d'Avila, hai presente? Quella fottuta santa ossessionata dall'estasi!".
Rico era stato preso da una crisi di ridarella.
"Ridi, ridi... Te lo dico io che quelle il Bambinello lo preferiscono al naturale!
Come le americane, altro che puritane... appena gli sfili le mutande scopri l'altra
faccia dell'America. Due, tre volte a notte con loro... E ti fanno certe cose!...".
"Smettila!".

"Smettila!" aveva urlato a Sophie.


Era scoppiata un'altra lite. Perché lui si ostinava a non voler assumere una
donna di servizio.
"Non hai nient'altro da fare".
Lei l'aveva guardato con disprezzo.
"Ah, adesso ti riconosco".
"Cosa vuoi dire?".
"Voglio dire quello che ho sempre saputo. Per te donna vuol dire cucina,
pulizie... e letto".
La malafede di Sophie era lampante. Quella litigata, come tutte le altre, non era
che un pretesto per allontanarsi da lui. Abituarsi all'idea che era tutto finito. Forse -
ma Rico si rifiutava ancora di crederlo - Sophie in quel periodo provava piacere a
essere crudele con lui. Almeno fino alla sua relazione con Alain. "Quest'altro
amore" gli aveva scritto un giorno, "che mi ha resa serena".
"Stronzate!" aveva risposto lui alzando la voce. "Tu vuoi tutto, Sophie, tutto. E
tutto non possiamo permettercelo. Non ora. Cazzo, ma lo sai quanti debiti
abbiamo?".
Lei aveva sorriso. Quel suo sorriso sorprendente che a volte aveva sulle labbra
facendo l'amore, al massimo del piacere. Un sorriso carnivoro.
"Credevo che avessi firmato un nuovo contratto".
Rico era diventato rappresentante di diverse ditte di prêt-à-porter.
Un lavoro che non aveva scelto veramente e che non gli piaceva, ma che faceva
con ostinazione.
"Non è ancora cosa fatta. E poi, comunque... Se va bene, non so come farò con
tutto quel lavoro...".
"Senza contare le camicie da stirarti. Perché io ho chiuso!".
E Sophie era uscita dalla sala sbattendo la porta. Quando furono a letto Rico, di
nuovo calmo, non aveva fatto nessun gesto verso di lei.
Non ne poteva più di fare concessioni.

"Sophie" aveva mormorato.


Era più di un mese che non facevano l'amore. Da quella lite. Aveva firmato il
nuovo contratto e di colpo aveva dovuto rimettersi in viaggio ogni settimana.
Nantes, Brest, Caen. Itinerario invariabile.
Il suo triangolo delle Bermude.
Il corpo di Sophie si era irrigidito al contatto della sua mano.
"Lasciami stare".
"Cosa c'è?".
Lei aveva acceso la lampada sul comodino e si era seduta.
"Amo un altro uomo".
Aveva raccolto le ginocchia sotto il mento, poi aveva rivolto il viso verso di lui.
Il suo viso d'angelo, dolce e luminoso. Rico non sapeva se in quel momento i suoi
occhi esprimessero pietà o tristezza.
"Amo un altro uomo" aveva ripetuto lei con dolcezza. "Non sapevo ancora come
dirtelo. Non sapevo neppure come dirlo a me stessa. Tutto è successo così in fretta...
Ma... Noi... Fra di noi è finita, capisci? Amo un altro".
"Non mi ami più".
Non era una domanda. Soltanto la disperata enunciazione di una realtà.
Rico si era alzato e senza dire una parola, senza guardarla, era uscito dalla
stanza. Nel salone si era preso un whisky. Per riflettere. Immagini e parole erano
sfilati nella sua mente. Al rallentatore. I gesti di lei. Le sue parole. Gli attimi di
esitazione, anche. I silenzi. E, a volte, i loro occhi pieni di lacrime.
Whisky dopo whisky aveva tentato di convincersi che nulla era perduto e tutto
era ancora possibile. L'amava. E lei, la sua Sophie, anche lei l'amava, checché ne
dicesse. L'aveva sentito dal suo modo di spiegargli la cosa, di posare la mano sulla
sua. "Sei così buono, lo so...".
Si era addormentato sul divano con la bottiglia di whisky per terra, vuota. Si era
svegliato di soprassalto verso le quattro del mattino.
La macchina dei pensieri si era rimessa in moto. "Amo un altro uomo".
Alain. Lei non aveva pronunciato il suo nome, ma Rico sapeva che era lui.
L'unico uomo libero del loro gruppo. "Non mi ami più". Aveva risposto con il
silenzio. Il viso nascosto dalla massa dei suoi capelli biondi. Stanco, la bocca
impastata, si era arreso di fronte all'evidenza. Aveva perso Sophie, per sempre. Si
era vestito ed era uscito. Aveva guidato come un pazzo. Fino a Nantes.
Ecco che cosa era successo veramente quella notte. Nel primo bar aperto Rico
aveva iniziato la giornata con un cognac. Al terzo capì che la sua vita stava
crollando.

Rico rimase in silenzio. Beveva la birra a piccoli sorsi. Dédé gli stava di fronte.
Nemmeno lui parlava. A tratti si guardavano, poi i loro sguardi si perdevano oltre il
vetro dello scompartimento nel buio di una notte in cui nessuno si curava di loro.
Come previsto si erano ritrovati alla gare de Lyon. Alla brasserie sotto il
ristorante Le Train bleu. Dédé era seduto davanti a un caffè doppio con
un'espressione stanca sul volto. Quando Rico gli si era seduto di fronte, aveva fatto
scivolare sul tavolo la manciata di banconote che gli spettavano.
"La tua parte" aveva detto.
E Rico aveva provato piacere nel sentirsi quei soldi in mano. Una buona dozzina
di giorni, aveva pensato, senza dover chiedere l'elemosina.
La sua parte.
Non parlarono di quello che era successo qualche ora prima. Rico non voleva
pensarci. In fondo a se stesso sapeva che era contro i suoi principi. Non si ruba.
Neppure nei momenti peggiori gli era mai venuto in mente. Eppure era convinto che
se Dédé gli avesse proposto di rifarlo, un giorno o l'altro, non avrebbe detto di no.
Il suo stato d'animo era cambiato. Con la morte di Titì, lo sapeva, la sua vita era
crollata.
Nell'atrio della stazione Rico era rimasto sorpreso di vedere tanti altri come lui
trascinarsi qui e là, da soli o in gruppo. Nei soliti posti. Davanti al tabaccaio,
all'edicola, al bancomat... Rico si sentiva lontano da loro. Diverso. Il suo bel parka
lo faceva assomigliare all'altra gente, a uno dei tanti viaggiatori che andavano e
venivano lungo i binari.
E' pazzesco, si era detto, come è facile apparire quello che non sei.
Una giacca nuova e puoi confonderti nella folla. Vestito così non attirava lo
sguardo di nessuno. Finché non gli guardavano i piedi, naturalmente. Le scarpe
tradiscono. Quando chiedeva l'elemosina all'ufficio postale, poteva distinguere i
disoccupati da chi aveva un lavoro. Con un'unica occhiata ai loro piedi.
"Quando sono arrivato a Parigi per studiare" gli aveva raccontato Titì, "ho
vissuto più di un mese quasi senza un soldo. Avevo una soffitta in rue Luynes
all'angolo con boulevard Raspail. La mattina mi mettevo la cravatta, m'infilavo la
giacca del mio unico vestito e scendevo a comperare il pane. La panettiera mi
propinava le stesse gentili banalità riservate agli altri clienti. Per via del mio
aspetto. Era lontana mille miglia dall'immaginare che una volta tornato a casa la
baguette me la sarei mangiata così, senza companatico".
L'abito fa il monaco, checché se ne dica. Se adesso fosse andato a sedersi per
terra di fronte al giornalaio, aveva pensato Rico, l'avrebbero immediatamente preso
per quello che era: un morto di fame.
Proprio così. E avrebbe ritrovato su di sé i soliti sguardi. Pietà, disprezzo,
sufficienza, disgusto, paura... Soprattutto paura. La miseria fa paura. I disoccupati
che entravano nell'ufficio postale non lo guardavano mai, non lo salutavano mai. La
maggior parte di loro sapeva che dalla disoccupazione alla strada il passo è breve,
soltanto una questione di tempo. Un anno, sei mesi, una settimana... Un giorno o
l'altro, comunque sia.
Aveva attraversato l'atrio con l'aria decisa di chi ha un treno da prendere. Un
posto dove andare. Era alla fine del suo vagabondaggio.
Non aveva più un posto dove ritornare. Niente a cui riagganciare la sua vita.
Nemmeno più lo sguardo di Julien. Quando il treno partì, questi pensieri lo
calmarono fino in fondo all'anima.
All'improvviso ebbe freddo, malgrado il parka. Freddo dentro. Come spesso in
quegli ultimi mesi succedeva a Titì. Anche al sole, sulla loro panchina di square des
Batignolles.
Il treno rallentò.
"Stiamo arrivando, mi sa" sbadigliò Rico.
Erano le due meno cinque del mattino. Furono gli unici viaggiatori a scendere
alla stazione di Chalon-sur-Sarne.
"Che posto di merda!" imprecò Dédé vedendo che intorno era tutto chiuso,
stazione e bar.
Fuori aveva nevicato abbondantemente e il primo bollettino meteorologico
avrebbe informato gli abitanti che quella notte il termometro sarebbe sceso a 12
gradi sotto zero.
Capitolo settimo.

"Quello che è vero oggi potrebbe non esserlo domani".

"Che postaccio di merda!" continuava a borbottare Dédé. Pronunciava


'postaccio' con l'intonazione strascicata tipica della Legione Straniera, come per
dire che quella località meritava davvero di essere cancellata dalle carte. Chalon-
sur-Sarne quel mattino non meritava di meglio. Ma senza dubbio Dédé avrebbe
potuto dire lo stesso di tutte le città della Francia che si stavano svegliando coperte
di neve, sotto un cielo grigio e freddo.
Il Terminus, il primo bar che aprì, non era dei più accoglienti. Da dietro il banco
il padrone li guardò come fossero cani rognosi. Né buongiorno né un sorriso.
"Sì?" domandò laconico, quasi senza muovere le labbra.
"Caffè doppio, corretto Calvados" rispose Rico.
"Anche a me" disse Dédé. "E una tartina col burro".
"Sì, anche a me" aggiunse Rico.
Gli occhi del barista si spostarono da Rico a Dédé. Rico, senza guardarlo, mise
un biglietto da cinquanta franchi sul banco e il tipo, come un automa, ritrovò i gesti
abituali del barman.
Certo avevano una brutta faccia. Scesi dal treno, erano rimasti seduti sotto una
pensilina, sul binario. Rico aveva cercato invano dei cartoni per ripararsi dall'aria
gelida. Con la schiena appoggiata alle borse, pieni di sonno, avevano fumato una
sigaretta dopo l'altra aspettando l'apertura di un bar.
Adesso camminavano in silenzio lungo avenue 8 Mai 1945, a passetti, per non
scivolare. Chalon, ancora intorpidita da tutta quella neve, si svegliava lentamente.
Sui marciapiedi la neve era già stata calpestata, bucata da orme grigiastre.
Jo, l'amico di Dédé, abitava nel quartiere di Thalie, oltre la zona commerciale,
all'uscita nord della città. Il padrone del Terminus gli aveva sgarbatamente spiegato
come andarci.
"Dovevamo dargli retta e prendere l'autobus" brontolò Rico.
Camminavano da più di mezz'ora e a Rico incominciava a mancare il fiato. Il
dolore nella schiena gli stava ritornando, lancinante.
Doveva comperare del Doliprane, si disse, gli faceva bene.
"Non pensavo che fosse così lontano" si lasciò sfuggire Dédé.
"Tre chilometri sono tre chilometri".
"Che postaccio di merda! Cazzo!".
Da come la stavano scoprendo, Chalon era ben diversa dall'idea che Rico se
n'era fatto. "Una città carina, credo" aveva detto a Dédé sul treno.
Durante un seminario sulle nuove strategie di vendita, Rico aveva simpatizzato
con un tizio che lavorava in quella regione. Blandin si chiamava. O Blondin, non
sapeva più esattamente.
"La mia zona è la strada dei vini! Una vera pacchia! Beaune, Puligny-
Montrachet, Mercurey, Givry, Ruly... Vieni a passare un week-end" gli aveva
proposto durante un altro seminario. "Ci facciamo tutto il giro.
Solo per la Casa dei vini, Chalon merita una scappata. E' unica in tutta la
Borgogna".
Rico ne aveva parlato a Sophie. Ma la Borgogna non faceva parte delle mete
che lei sognava. Neppure allettandola con i ravioli di rane o il luccio ai funghi che
si potevano gustare al Moulin de Martorey, una locanda che Blandin raccomandava
caldamente. Lei era per la montagna d'inverno, per sciare, e per il mare - ma non il
Mediterraneo - d'estate, per fare vela. Detestava la campagna. Ovunque fosse. La
considerava da cafoni. Quanto al vino, le bastava averlo nel bicchiere. Non le
importava da dove venisse, purché fosse buono.
E Rico aveva dimenticato Chalon-sur-Sarne e la strada dei vini. Come aveva
dimenticato, nel corso degli anni, tante altre cose che gli stavano a cuore. Avere un
cane da caccia, imparare a suonare il sassofono, fare a piedi il pellegrinaggio a San
Giacomo di Compostela, visitare Petra in Giordania... Ma era tutto solo per Sophie.
Per i suoi desideri. Per la sua felicità.
"Deve essere qui" brontolo Dédé, mentre entravano in un una zona di case
popolari.
Una volta superata, si erano persi all'altezza dello svincolo di Chalon-Nord e
avevano dovuto chiedere più volte informazioni. E non era facile. Erano
praticamente gli unici a piedi su quello stradone e la maggior parte dei negozi erano
ancora chiusi.
Nella cité trovarono facilmente la casa di Jo. L'ultimo isolato di condomini al
limite dei campi. Cemento ma, come fece notare Rico a Dédé, faceva comunque un
altro effetto che alla periferia di Parigi.
Monique gli aprì la porta con un bebé in braccio. Jo non c'era.
Quattro mesi prima la polizia l'aveva portato via. Per omicidio.
"Un mattino gli sbirri gli sono piombati addosso. Una caterva! Per dirgli che due
anni prima l'avevano condannato all'ergastolo, in... come si dice quando non ci vai
al processo?".
"Contumacia" rispose Rico.
"Sì, quello. In contumacia. Condannato all'ergastolo in contumacia per aver
ammazzato un tipo in una casa occupata d'Aubervilliers. Ad Aubervilliers Jo non ci
ha mai messo piede in vita sua. Non sapeva manco dov'era".
Rico si ricordava di quella storia. Ne avevano parlato alla tele, una sera che era
al bar di Abdel a bere birra.
Il cadavere di Jean Marcel detto il Belga - un barbone sulla sessantina, un bravo
tipo secondo varie testimonianze - era stato ritrovato in una casa occupata
d'Aubervilliers. Venticinque costole rotte. Una scazzottata tremenda. Percosse,
strangolamento, emorragia interna. La polizia aveva arrestato una coppia di coatti
che carburavano a dieci litri di vino al giorno. "Avevano ammesso di aver
partecipato alla rissa. Ma era Moustache che aveva ammazzato il Belga.
Per prendergli la pensione. Il Belga l'aveva appena incassata, incredibile come
si vantava davanti a tutti".
Quel genere di cose accadeva spesso. Una volta sul marciapiede si perdeva ogni
punto di riferimento e ogni regola morale. La solidarietà tra miserabili è un'idea
ingenua e basta. Rico l'aveva imparato come tanti altri. In strada la legge era:
ognuno per sé. La rissa poteva scoppiare per qualunque cosa: un sacco a pelo, un
tagliaunghie, un pettine, una bottiglia di vino, un pacchetto di sigarette, anche
aperto... E per i soldi, soprattutto il giorno dell'R.M.I., il sussidio.
Quante volte le aveva prese Rico, da quando viveva per la strada? Non le
contava più. L'ultima volta era stato al parco della Buttes- Chaumont, in un
pomeriggio di primavera. Stava dormendo su una panchina e si era sentito una mano
addosso. Due giovani gli stavano frugando in tasca e nelle mutande. Si era dibattuto
e quelli si erano messi a picchiarlo. Gli avevano portato via tutti i soldi. Per
fortuna, ricordava Rico, aveva fatto in tempo a rimborsare i suoi debiti di bar. Da
allora, se era solo, evitava certi luoghi e stazioni del metrò come Châtelet, Château-
Rouge, Pigalle dove, l'aveva capito, rischiavi di farti spennare.
"Moustache?" chiese Dédé. "Vuoi dire Moustache il Basco?".
"Sì, proprio lui" rispose Monique facendo una smorfia. Moustache, Moustache il
Basco, Dédé lo conosceva. Quando l'aveva incontrato la prima volta a Montpellier
vagabondava da qualche mese con Félix, un ragazzotto poco loquace che andava
sempre in giro con un pallone da calcio. Dédé aveva sgobbato con loro per alcune
settimane sulle Corbières, per la vendemmia.
"Un tipo strano quel Moustache. Simpatico a prima vista ma da non fidarsi. E
anche un gran sbruffone. Peggio di me" aggiunse Dédé ridendo. "E quindi, figurati,
tra noi non ha funzionato tanto a lungo".
Dopo la morte del Belga, aveva continuato Monique, Moustache era sparito. Gli
sbirri avevano una pista. Una buona pista. Una tessera della previdenza sociale
trovata fra le sue cose a Aubervilliers. La tessera era di Jo.
"Quando gli sbirri gli sono saltati addosso volevano fargli firmare un pezzo di
carta. 'Non fare il furbo' gli dicevano. Confessa. Abbiamo la prova che sei stato tu.
Ma Jo non aveva nessuna colpa. A parte il fatto di avere i baffi".
"Ma cazzo" domandò Dédé, "come c'era finita la sua tessera in tasca a
Moustache?".
"Beh" spiegò Monique, "un giorno, sei mesi fa, Moustache è capitato qui. Con
Félix. Un po' come voi due stamattina. Senza un centesimo.
Gli abbiamo prestato soldi e vestiti puliti. Jo lavorava a quell'epoca, faceva il
muratore. Usciva la mattina presto e rientrava la sera tardi. Félix s'era trovato un
lavoretto qua dietro da un contadino, vitto e alloggio. Ma Moustache non faceva un
tubo tutto il santo giorno. Jo ha incominciato ad averne le palle piene. Una sera gli
ha detto di togliersi dai coglioni, che ne aveva abbastanza. Hanno litigato di brutto".
Il seguito era semplice. Moustache se l'era squagliata all'alba, dopo aver
svuotato le tasche di Jo.
"Cazzo!" esclamò Dédé. "Pensa che storia!" disse a Rico.
Rico si stava lentamente appisolando. In casa si stava bene. Aveva l'impressione
che il caldo gli calmasse il dolore alla schiena.
"Ehi! Dormi?".
Rico scosse il capo.
"Volete un'altra birra?" chiese Monique.
"Non disturbarti" rispose Dédé.
"Quanto ha?" domandò Rico, indicando il bebé.
"Sedici mesi. Si chiama Maeva. E' una bambina".
"Posso tenerla?".
Le parole gli erano sfuggite. Ma la voglia di prenderla in braccio era stata
improvvisa. Forte. Un'altra vita riaffiorava in lui. Una vita che aveva vissuto. Una
vita perduta.
Dapprima sorpresa, Monique sorrise a Rico.
"Sì, se vuoi".
Rico ritrovò i gesti che faceva quando era nato Julien. E' come saper nuotare,
non si dimentica, pensò. Cullò dolcemente Maeva, che chiuse gli occhi. Perché, si
chiese, perché quello che oggi è vero può non esserlo più domani?
Quando si erano trasferiti nella loro nuova casa a Rothéneuf, Julien aveva
appena compiuto due anni. Lui e Sophie erano felici, come il primo giorno. Un
mattino, mentre stava andando a Lorient alla ricerca di nuovi clienti, Rico aveva
trovato nel portafoglio un biglietto di Sophie: "Sto bene in questa casa. E' bella. Mi
piace sentirti camminare in giardino, guardare il mare, ascoltare le onde. Qui Julien
sarà felice. E anche noi, amore mio. Grazie di tutto questo, di tutta questa felicità.
Sono davvero fortunata. (Anche tu, no?). Ti amo".
Rico non era mai riuscito a buttare via quel bigliettino. L'aveva conservato,
piegato in quattro, nella carta d'identità e pur conoscendolo a memoria, ogni tanto lo
rileggeva. Tanto per convincersi che quei momenti erano davvero esistiti. Soltanto
per quello, perché ormai aveva rinunciato a capire. E perché, come diceva Titì, non
sempre c'è una risposta per ogni domanda. "Sono i cosiddetti misteri della vita.
Nient'altro".
"Hai notizie di Jo?" chiese Dédé, quando Monique ritornò con le birre.
"Alti e bassi. E' innocente e le guardie ridono. Dicono che in prigione tutti
giurano di essere innocenti, soprattutto i colpevoli. E dato che Jo ha fatto qualche
cazzata, da giovane...".
"Rottinculo!".
"Avete un avvocato?" domandò Rico.
Maeva si era addormentata, ma lui continuava a cullarla dolcemente, bevendo
birra.
"Sì, sì... Un giovane, incaricato d'ufficio. Perché non è certo con il sussidio che
ti paghi gli avvocati... Ma sembra bravo. Accumula cartacce, tipo buste paga,
cartellini timbrati... Delle prove che non puoi ammazzare un tipo ad Aubervilliers a
mezzanotte ed essere al lavoro a Chalon alle cinque del mattino...".
"E allora?".
"E allora, niente!" s'innervosì Monique. "Delle prove così dovrebbero bastare, e
invece no: non bastano! E sono già quattro mesi che l'hanno messo dentro, il mio Jo.
Il peggio è che quel bastardo del giudice non l'ha ancora interrogato. E non c'è stato
nemmeno il confronto con quegli altri due, Rita e Ignacio. Invece, come dice
l'avvocato, tutto dipende da loro, dalla loro testimonianza".
Rico fu assalito da un violento accesso di tosse. Maeva si svegliò e si mise a
piangere. La passò senza una parola a Monique. Non riusciva a parlare. Il bisogno
di sputare gli riempiva la gola.
"Bronchite" mormorò, dopo aver sputato in un vecchio fazzoletto di carta.
Bronchite era il nome che davano alla malattia che gli rodeva i polmoni.
Capitolo ottavo.

"Solo la vita. L'amore che, senza alcuna ragione, sragiona".

Rico fu svegliato dal bisogno di alcol.


Si era addormentato sul divano, spossato dalla tosse. Piegato in due sul water
aveva sputato più volte, poi vomitato. Un catarro denso, giallastro. Era ritornato in
salotto ansimante, pallido, con gli occhi lucidi dal dolore.
"Tutto bene?" si preoccupò Monique.
"Non hai del Doliprane?".
"Ho dell'aspirina".
Rico fece una smorfia. Non sapeva perché, che differenza ci fosse, ma l'aspirina
non gli procurava alcun sollievo. In ospedale gli avevano dato del Surbronc per
calmare la tosse e del Pulmicort, un inalatore per respirare meglio. Quelle medicine
sì che erano efficaci. Ma ci voleva la ricetta. Ogni volta i farmacisti lo rispedivano
in ospedale.
Ma lui in ospedale non ci voleva più andare. Era sicuro che se ci avesse messo
piede i medici non l'avrebbero più fatto uscire.
"Non importa" disse Rico, lasciandosi cadere sul divano. "Non preoccupatevi".
"Ma sì!" rispose Dédé.
"Non c'è problema".
Terminò la birra, poi si sistemò il più comodamente possibile sul divano. Le
voci di Dédé e di Monique a poco a poco sfumarono in lontananza. Monique aveva
ripreso il suo racconto, indubbiamente felice di poter confidare a qualcuno i guai
suoi e di Jo.
"Ergastolo, lo chiamano le guardie. Ergastolo, doccia! Ergastolo, aria!
Ergastolo, mensa!" raccontava Monique. "Tanto per esasperarlo, insomma! Allora
Jo ha raccontato all'avvocato la storia di Moustache... Non lo ha denunciato,
capisci? Jo non è tipo da fare la spia, lo conosci... Ma ha dovuto difendersi... E poi
ci siamo noi, e la bambina. E' più che giusto, no?".

Nell'appartamento regnava il silenzio. Dédé, Monique e Maeva erano usciti.


Rico si strappò dal divano e si diresse in cucina. Alla ricerca di qualcosa da bere.
Non c'era più birra in frigo. Né nella credenza. Incominciava a essere nervoso. Era
la sua angoscia quotidiana: ritrovarsi senza niente da bere quando la mancanza di
alcol si faceva sentire.
Sotto l'acquaio scovò finalmente una bottiglia di vinaccio piena per tre quarti.
Puzzava d'aceto. Portò la bottiglia di plastica alle labbra per sentire se fosse ancora
bevibile. Lo era. Mandò giù una bella sorsata. Il liquido gli scivolò in gola come un
rigagnolo in una fogna. Era schifoso ma faceva 11 gradi. Ne bevve ancora,
soddisfatto.

Aveva iniziato a bere dopo che Sophie se n'era andata. Per consolarsi, per
dimenticare, prima. Per distruggersi, poi. Ma questo poteva dirlo solo adesso: a
quell'epoca non la pensava così. Non analizzava le cose. Il bere gli era diventato
necessario. Vitale. Da un whisky o due come aperitivo era passato a mezza bottiglia
per sera. Un bicchiere dopo l'altro. Non riusciva più a coricarsi senza una buona
dose di alcol. Barcollando, si trascinava allora fino in camera, si spogliava e
crollava sul letto. Spesso si svegliava di notte. Verso le tre del mattino. E
ricominciava a bere, dopo un bicchiere o due d'acqua.
In effetti si era messo a bere, tanto, fin dalla prima sera in cui si era trovato da
solo. Gli sembrava che l'alcol l'aiutasse a riflettere meglio. Capire: aveva bisogno
di capire come avevano fatto, lui e Sophie, ad arrivare a quel punto. Un'ossessione.
Ma, naturalmente, non c'era niente da capire. Era la vita. Qualcosa fra due persone
che un bel giorno fa cilecca. Come un appuntamento mancato.
La vita. L'amore che, senza alcuna ragione, sragiona. La felicità che
improvvisamente si trasforma in dramma.
D'accordo con lui, Sophie aveva portato via le cose che le appartenevano in una
settimana in cui Rico era in Bretagna per lavoro.
I mobili che aveva ereditato dalla sua famiglia. La camera nuova di Julien. E poi
vari oggetti, soprammobili a cui teneva.
Le aveva detto: "Prendi quello che vuoi, non me ne frega un cazzo".
Una sera, in una camera d'albergo, aveva immaginato Sophie mentre staccava
dal muro un quadro di Mariano Otero, un pittore spagnolo che viveva a Rennes da
tanti anni e che esponeva regolarmente in una galleria di Dinard. C'erano andati una
domenica.
Il quadro s'intitolava "Il bacio". A Rico era piaciuta la sensualità che emanava.
La tenerezza. L'aveva regalato a Sophie per il loro anniversario di matrimonio. Il
quinto. "Amo sempre l'attimo in cui le nostre labbra si schiudono, un po' tremanti,
come la prima volta...".
Aveva detto così, quando lei aveva aperto il pacco.
"Ne ero sicura! Ti adoro!".
Le labbra calde di Sophie si erano schiuse con la stessa emozione. La sua lingua
umida e dura era contro la sua. E i suoi bei seni bianchi, gonfi, desiderosi delle sue
mani e delle sue carezze. Poi il corpo di lei nudo, che gli si offriva sul pavimento
del salone. L'amore, come pazzi. In un unico respiro. Nato da un bacio. "Il bacio".
"Posso prenderlo?" gli aveva domandato in modo quasi indifferente.
Aveva risposto di sì. Era un regalo. Lui non era tipo da riprendersi i regali. E
poi, che importava ormai? Quel "Bacio" senza i suoi baci non aveva più alcun
senso.
"E questa, posso?" aveva continuato Sophie indicando una vecchia poltrona
comperata a un mercatino delle pulci.
E questo? E questo? Lui aveva detto di nuovo di sì, sì e ancora sì.
Non gliene fregava assolutamente più niente.

Di ritorno dal suo viaggio l'attendeva sul tavolino del salone un biglietto di
Sophie, piuttosto gentile. "Non andare subito in camera, né in quella di Julien,
potresti avere un colpo".
Ma lui si era precipitato a fare il giro delle stanze. Vuote o mezze vuote. L'eco
dei suoi passi nella casa. Gli ritornavano in mente frammenti delle loro ultime
discussioni: "Non so come fare a dirtelo... Con Alain è... come qualcosa di ovvio.
Di semplice e naturale... Ci diciamo tutto. Quello che va bene e quello che va meno
bene... E la vita è meno complicata... La vita è la vita, semplicemente...". Aprendo e
richiudendo una porta dopo l'altra, aveva sentito che la vita non era più la vita. Che
la vita lo stava abbandonando, semplicemente. Con il silenzio veniva la morte.
Quella sera si preparò degli spaghetti al burro che mangiò in piedi.
Ascoltando vecchie canzoni di Aznavour.

"L'amour, c'est comme un jour,


ça s'en va, ça s'en va l'amour..."

Canzoni per piangere, per quando si vuole piangere.


Aznavour gli era sempre piaciuto per questo. Per quelle lacrime a fior di pelle.

"De soleil en ripailles et de lune en chamaille


et de pluie en bataille, l'amour..."

Con il piatto in mano camminava da una stanza all'altra, riaprendo le porte,


accendendo le luci. Ogni volta che tornava in salone si beveva un bicchiere di vino
rosso. Un Saint-Emilion. Un Château-Robin 1997. Ottime bottiglie che Eric e lui
avevano comperato durante un giro da scapoli nella zona di Bordeaux.
Rico finì la bottiglia e poi, lasciandosi sprofondare in una poltrona, passò al
whisky. Aznavour cantava "Mourir d'aimer". Una compilation di quaranta titoli. Di
che andare avanti per tutta la serata. Più tardi, completamente ubriaco, scivolò nudo
sotto le lenzuola e piangendo si fece una sega, pensando a Sophie. Godette con la
gola soffocata dai singhiozzi. E i singhiozzi l'accompagnarono per tutta la notte.
Trascorse così la prima settimana. A riempirsi di alcol ogni sera. E anche a farsi
seghe. Con in mente brandelli di frasi di Sophie. "Mi fa male averti fatto del male.
Mi fa male vederti star male... E' come un peso che mi porto dentro Con cui vivo, e
che non mi lascia mai...".
Allora urlava: cazzate! cazzate! "Vorrei vederti felice, uno di questi giorni.
Vorrei vederti sorridere... Ti meriti l'amore, la tenerezza, la felicità...".
Cazzate! "Parole, parole, parole" come cantava Dalida. Al vento!
Parole che si dicono e poi si dimenticano, appena tra le braccia di un altro. Nel
letto di un altro, con il sesso duro dell'altro che ti penetra fino in fondo... Sophie che
si fa scopare da Alain. Immagini che non riusciva a cacciar via, che gli facevano
riempire ancora una volta il bicchiere. L'ultimo e poi a nanna... Ma ogni sera aveva
bisogno di un bicchiere in più.
Sophie! urlava, ansimando. Sophie, piangeva. E si faceva un'altra sega. Finché il
cazzo arrossato, irritato, gli bruciava fra le dita.
Si masturbava fino all'impotenza.
Sophie.
Fino all'impotenza di amare.
Quando il week-end finì si rese conto che nessuno gli aveva telefonato. Nessuno
dei suoi amici. Nemmeno Eric. Tutti, Eric per primo, erano passati armi e bagagli
dalla parte di Sophie e di Alain.
Rico era il perdente della coppia e le coppie non amano i perdenti.
Ben più tardi, una volta in cui pranzarono insieme per parlare del divorzio,
Sophie disse a Rico che era stata Annie a organizzare l'incontro fra lei e Alain. Una
domenica, una di quelle domeniche in cui lui era a Parigi per un ennesimo briefing,
Annie aveva invitato a pranzo la sorella Isa con il marito Claude e Sophie e Alain.
"Quell'invito mi aveva davvero scioccata, sai" aveva precisato Sophie.
Era sincera. Le credeva.
"E gliel'ho detto ad Annie, in cucina".
"Quante storie fai" aveva risposto lei. "Il tuo maritino" così Annie chiamava
sempre Rico, mettendo in quel maritino tutto il disprezzo possibile, "cosa credi,
deve pur concedersi dei tête-à-tête con qualche collega".
"Forse. Non so".
"Sai, i convegni, le riunioni e tutto il resto... E poi, gli uomini... Credi a me, è
meglio tenerseli vicini, ben al caldo".
Avevano riso. E Annie aveva aggiunto, con aria complice:
"Vi metto di fronte o uno accanto all'altra?".
Annie non aveva di certo immaginato che quel pranzo avrebbe sconvolto la vita
di Sophie. Né tanto meno che avrebbe mandato a monte la loro coppia. Forse aveva
solo previsto che Alain e Sophie sarebbero finiti a letto insieme e, perché no,
sarebbero diventati amanti. Detestava talmente Rico che quell'idea non le
dispiaceva affatto.

Quando Sophie gli confessò di "aver trovato un altro", Rico capì


immediatamente che si trattava di Alain. Non poteva essere altrimenti.
Si era accorto benissimo che le ronzava attorno. Sia quando si vedevano a casa
loro o di amici, sia durante le settimane bianche.
Rico si divertiva perfino a cogliere lo sguardo d'Alain fisso sul culo di Sophie o
che si attardava sulle sue gambe accavallate. "Sì, è bella, brutto stronzo, ma è tutta
mia".
Solo sua. Ne era sicuro. Ma niente è sicuro. Avrebbe dovuto saperlo, lui che in
macchina ascoltava tutte quelle canzoni alla radio! Se fosse stato un po' meno sicuro
di sé, o un po' più geloso, forse si sarebbe reso conto che Sophie non era
indifferente agli sguardi di Alain, al suo desiderio di lei.
Si era preoccupato soltanto una volta.
Alain, che si vantava di essere un bravo fotografo, li aveva invitati tutti a vedere
le diapositive della loro ultima settimana bianca. Quel genere di rito che Rico
trovava particolarmente noioso e stupido.
Eppure quel giorno non cedette alla sonnolenza fin dalle prime immagini. Anche
se non sempre in primo piano, Sophie era in quasi tutte le foto.
Arrivò l'ultima diapositiva. L'aveva fatta Sophie. Alain era seduto con il culo
nella neve, a gambe divaricate. E tra le gambe gli si rizzava un sesso di neve e due
coglioni belli tondi. Alain guardava sorridendo l'obiettivo, con la punta della lingua
leggermente fuori.
Erano scoppiati tutti a ridere. Sophie più degli altri.
"Ti piacerebbe succhiargli il cazzo?" le aveva domandato, una volta ritornati a
casa.
"Sei proprio volgare. Era solo uno scherzo".
"Volgare, io? A me non sarebbe mai venuto in mente di fare una cosa del genere.
E ancor meno di farmi fotografare dalla moglie di un amico".
"Sei un guastafeste. Vedi il male dappertutto".
Rico alzò un po' la voce, contrariamente alle sue abitudini.
"Vedo quello che c'è da vedere. Che ce l'ha duro, il ghiacciolo. Ecco cosa vedo.
E mi domando se a te piacerebbe...".
"Oh... il signore è geloso, si direbbe" rispose lei, ironica. "Con te non si può
fare niente. Non ci si può mai divertire, ridere un po'.
Devi sempre andare a cercare... non so cosa.. un significato che non c'è. C'erano
Annie e Isa, quella volta, e abbiamo riso un casino. Se avessi avuto un briciolo di
umorismo, ci avresti fatte ridere tu...".
"Ecco una buona idea! La prossima volta vi mostrerò il culo!".
Sophie andò a coricarsi, ma senza sbattere la porta, come faceva a volte.
Quando la raggiunse a letto, lei stava sfogliando una rivista:
"Speciale dieta".
Rico diede un'occhiata al di sopra della sua spalla.
"T'interessa?" gli domandò.
"M'interessi solo tu" rispose gentilmente.
"Questo lo so" disse lei sorridendo. "Spengo?" aggiunse.
"Scusami per prima" le mormorò Rico all'orecchio, stringendosi a lei.
Non era sincero, ma aveva voglia di scoparla. Tanto per vendicarsi di Alain.
Del suo cazzo di neve. Delle risate che rubava alla sua donna.
Del desiderio che aveva di lei. Solo per quello. E anche per rassicurarsi.
Convincersi che era sempre lui l'uomo che amava. E che il suo cazzo era
insostituibile.
"Scusami" ripeté, facendo scivolare la mano sotto la sua giacca del pigiama.
"E' tardi...".
"Tardi?".
E le incollò il sesso duro contro le natiche nude.
Sophie aprì le cosce perché l'accarezzasse meglio, come piaceva a lei.
Ma Rico, con un movimento improvviso, la penetrò violentemente.
"Ah! " gridò lei. "E' enorme".
La sollevò per prenderla da dietro. E per la prima volta fece l'amore con lei
senza amore, senza la minima tenerezza. La stava scopando.
Solo per sé. Dominatore. Come per segnare il suo territorio.
Dopo la partenza di Sophie, Rico si chiese più volte se quella notte, e poi le
notti seguenti, lei pensasse ad Alain quando la scopava.
La risposta era sì.
"Brutta baldracca" disse, posando la bottiglia sull'acquaio.
"Io me ne frego. Gioco a pallone".
Félix osservava Rico. Da alcuni minuti.
Capitolo nono.

"Testa di lucertola, coda di lucertola".

Félix fece un gran sorriso a Rico. Un sorriso timido, e profondamente triste.


Sconcertante.
"Mi chiamo Félix".
Rico, immerso nei suoi pensieri, non l'aveva sentito entrare e sobbalzò alla vista
di quel tipo allampanato, immobile e silenzioso, che pareva avesse ascoltato tutto
quello che gli passava per la testa.
Non poteva essere che Félix, Rico lo sapeva. L'amico di Jo e di Dédé.
Per via del pallone che teneva sotto il braccio. Ma era rimasto lo stesso
sorpreso. Non aveva immaginato neppure per un istante che Félix fosse ancora nei
paraggi. Dédé e Monique non ne avevano parlato, almeno finché lui non si era
addormentato.
Adesso Félix saltellava, prima su un piede, poi sull'altro, come se avesse una
gran voglia di pisciare.
"Come hai fatto a entrare?" domandò Rico.
"Entrare, uscire... Non è un problema".
Rico non riusciva a staccare lo sguardo da quella testa irsuta che gli
ballonzolava davanti. E soprattutto da quel tatuaggio all'angolo dell'occhio sinistro.
Una testa di lucertola.
"Testa di lucertola" disse Félix.
Passò il pallone dal braccio sinistro a quello destro, aprì la mano sinistra, con il
palmo teso verso Rico. La coda della lucertola.
"Coda di lucertola" scherzò Félix.
Si osservarono in silenzio. Félix smise di saltellare e disse, in un tono spento:
"Sono andati al supermercato, Monique e Dédé. A fare la spesa. Il frigo era
vuoto".
"Vuoi?" chiese Rico passandogli la bottiglia.
Scosse il capo, facendo una smorfia.
"Io gioco a pallone".
Rico assentì, per dirgli che aveva capito. Poi si scolò la bottiglia.
Se erano andati al supermercato avrebbero di certo portato del vino.
Dédé non si sarebbe dimenticato.
"Abiti qui?" chiese Rico, seguendo Félix in salotto.
"No" rispose, sedendosi sul divano. "Nella foresta. Ho una capanna".
"Abiti in una capanna in questa stagione?".
"Non riesco a dormire in una casa. Di notte, le case puzzano".
Rico non rispose. Era di nuovo affascinato da quella testa di lucertola che
faceva capolino dall'angolo dell'occhio sinistro di Félix. Si domandò se la coda
della lucertola si muovesse quando Félix sbatteva gli occhi.
"Non l'hai mai notato, che le case puzzano di notte? Quando la gente dorme si
sente uno strano odore. Un odore di... pu-tre-fa-zio-ne" disse, staccando ogni
sillaba, come se stesse scoprendo quella parola per la prima volta.
Rico alzò le spalle. Che ne sapeva. Aveva dimenticato come si vive in una casa.
Lì, in quell'appartamento, era un'altra cosa. Lì era come sospeso fra due mondi
diversi. Ma non ci sarebbe rimasto a lungo.
"Io non riesco a respirare, in una casa. Prima non ci badavo...".
Félix smise di parlare. Sorrise a Rico poi, afferrato il telecomando, accese la
tele.
"Il mercoledì (2) ci sono un mucchio di cartoni animati. Mi piacciono un casino.
Sono venuto per vederli". Passò da un canale all'altro finché le immagini captarono
la sua attenzione.
"I Power Rangers! Mi piacciono da matti!".
Sprofondò nel divano, con il pallone stretto sul petto e, completamente
affascinato, non disse più una parola.
Nel pomeriggio Dédé aveva raccontato a Rico che nessuno sapeva da dove
venisse Félix. Moustache l'aveva incontrato un giorno alla Casa di Tolosa. Un
centro d'accoglienza e di aiuto ai bisognosi dell'Abbé Pierre. Di notte dormiva di
fianco alle baracche che fungevano da dormitori. Lo prendevano tutti per matto. Una
sera, per scherzo, Moustache gli aveva proposto di andare con lui e Félix gli si era
incollato addosso. Finché Moustache se l'era svignata, senza far rumore, dopo la
litigata con Jo.
A quell'epoca, aveva continuato Dédé, Félix non parlava. Sapeva dire solo due
frasi: "Sono solo" e "Io gioco a pallone". E le ripeteva, ottusamente. Abdul, uno
degli animatori della Casa, diceva che Félix si era ritrovato in mezzo alla strada
dopo una lunga permanenza in manicomio. Prima aveva lavorato in una piccola
azienda agricola, il che spiegava il suo amore per la natura.
Era giocando a pallone con Abdul, un quarto d'ora al giorno, che Félix aveva
ricominciato a parlare. Un po'. Ma senza mai lasciarsi andare.
"Non si ricorda niente" aveva precisato Dédé. "Soltanto qualche frammento. Che
è cresciuto all'Assistenza. Che ha avuto una moglie e un figlio. E che tutto è
successo 'tanto tempo fa'. Ma da quanto sia per strada rimane un mistero. E' come se
non avesse più alcuna nozione del tempo".
"E i tatuaggi?".
"Dice che se li è fatti fare da quando è senza casa. Ma chissà... In ogni modo, se
gli fai troppe domande ti risponde subito che preferisce 'non dire di più'...".

"Non mi piace la pubblicità" disse Félix.


E cambiò canale. Poi, rivolto a Rico, aggiunse sorridendo:
"Un pallone è meglio di un cane. Più fedele. Più fedele anche di una donna.
Anche la tua donna se n'è andata?".
Rico annuì.
"Anch'io sono solo. Ma adesso va meglio. Io gioco a pallone, vedi".
"Vedo".
Un altro cartone animato attirò l'attenzione di Félix, che sembrò dimenticare di
colpo la presenza di Rico.
Rico si sentiva di nuovo nervoso. Quel vinaccio che si era scolato non aveva
avuto l'effetto previsto. Non gli era bastato. Per un attimo pensò di raggiungere Dédé
e Monique al supermercato, ma al pensiero di tutta quella neve fuori, del freddo,
non ne ebbe il coraggio. Ormai non avrebbero tardato, si disse.
Un giorno aveva tentato di smettere di bere. Qualche mese prima di conoscere
Titì. A quell'epoca - alla fine del suo secondo anno in strada - Rico si scolava una
quarantina di lattine al giorno.
Kronenbourg o Bavaria, a seconda dei mezzi. Viveva a intervalli di quattro o
cinque ore. Il tempo di dormire, poi di ingurgitare di nuovo la sua dose. E
ricominciava tre o quattro volte così, tutto il giorno.
"Lascia perdere la birra e passa al vino" gli consigliò allora Titì.
"E cerca di non superare i quattro o cinque litri. La mia dose è cinque litri. Non
devi bere di più, se no sei fottuto".
Rico era d'accordo, ovviamente. Sapeva già tutto sull'alcol e i suoi effetti. La
mancanza totale di riflessi. La sensazione perenne di formicolio nelle gambe. La
perdita dell'equilibrio. Già negli ultimi tempi in cui viveva con Malika non faceva
che ruzzolare giù per le scale e spaccarsi la faccia. Anche di notte, quando si alzava
per andare a pisciare, gli succedeva spesso di cadere.
"Hai ragione" rispondeva a Titì.
Ma non riusciva a controllarsi. Anzi. Si era convertito al vino, il più a buon
mercato, nelle bottiglie di plastica, ma senza smettere di bere birra.
"Quanto hai bevuto da stamattina?" gli chiese Titì.
Avevano deciso di fare un giro al Sacré Coeur e sulle scalinate di Montmartre.
Rico aveva iniziato a trascinarsi. Stanco, senza fiato.
"Va' a cagare, Titì! Per chi ti prendi, eh? Jimmy Criquet! Lasciami in pace,
cazzo!".
Rico si lasciò cadere su un gradino. Deciso a non muoversi più. Pronto a
crepare lì. Tanto, non aveva più la forza di far niente. Le gambe non lo reggevano
più.
"Proprio così: crepa, brutto stronzo!".
Titì salì ancora qualche scalino e si voltò:
"Ti piscerò addosso, quando finirai per terra su un marciapiede come un topo di
fogna".
Rico accese una cicca. Aspirò due boccate, nervosamente, poi si mise a
piangere come un bambino sorpreso a fare una marachella. Senza che lui se ne
accorgesse, Titì era ridisceso. Gli si sedette accanto.
"Porca puttana, mica ti metterai a piangere!".
"Smetto, Titì. Smetto di bere. Domani".
Titì cercò di spiegargli che non poteva farlo da solo. Aveva bisogno di
assistenza medica. La cosa migliore era l'ospedale. Poteva accompagnarlo lui, il
giorno dopo.
Ma naturalmente Rico non l'ascoltò. Era convinto che ce l'avrebbe fatta. Da
solo, come un grande. Tanto per provare a se stesso che era ancora in grado di
controllare la sua vita. Per tutto il giorno dopo e i giorni seguenti evitò di farsi
vedere nei luoghi dove avrebbe potuto incontrare Titì.
Aveva retto per tre giorni. Giornate infernali. Da diventare pazzo. Al secondo
giorno iniziò a sudare, poi a tremare. Bevve due litri d'acqua. Aveva sentito dire che
l'alcol disidrata e che bisogna bere molta acqua.
'L'incidente' avvenne a mezzogiorno del terzo giorno. Stava risalendo rue
Alexandre-Dumas. Le mani gli si contrassero. Impossibile aprire le dita. Poi tutto il
corpo si irrigidì. Gli si annebbiò la vista. Le gambe cedettero. Crollò a terra. Una
donna gridò: "Mio dio!", si ricordava di quel particolare. E del clacson stridente di
un'auto, perché il suo corpo era rotolato sull'asfalto.
Quando ritornò in sé era all'ospedale. I medici gli fecero una bella ramanzina.
Voler smettere di bere era encomiabile. Ma si trattava di una cosa seria. Aveva
bisogno di essere aiutato. Di essere seguito.
"Soprattutto con un fegato cirrotico come il suo" gli disse il medico.
Gli spiegò che la carenza di vitamina B dovuta alla sua alimentazione aumentava
la tossicità dell'alcol. Doveva essere rivitaminizzato.
Dieci iniezioni al mese per due mesi.
Durante i cinque giorni che passò in ospedale, Rico ritrovò il buonumore. Cibo,
alloggio, cure. Tutto ridiventava semplice. La vita.
L'avvenire. Una volta guarito, sarebbe ripartito di buzzo buono. E si sarebbe
finalmente ripreso.
Si sarebbe ripreso. Rimasticava quella frase come fosse una pozione magica. La
ripeteva alle infermiere quando avevano tempo d'ascoltarlo.
"Trovare subito un lavoro magari no, inutile illudersi, ma un lavoretto sarà pur
possibile, no? Non sono quelli che mancano, i lavoretti. Fattorino, portapacchi,
lavavetri... Tanto per riprendermi".
La prima settimana non perse nemmeno un'iniezione. Una ogni due giorni. Poi
diradò le visite. Finché un mattino non ci andò più.
Sopravvivere in mezzo alla strada gli consumava tutta l'energia che aveva. Il
tempo che passava in ospedale, il tempo per andarci e per ritornare era tempo perso
rispetto all'elemosina. Arrivare alla sera con solo quaranta o cinquanta franchi in
tasca, la vita era di nuovo dura.
"Perché non ci danno un po' di soldi, durante la cura?"
"L'ospedale è così" gli rispose Titì. "E' ospedale, mica istituto di beneficenza".
Rico non aveva voglia di ridere.
Con l'aiuto di Titì, cercò di controllare il suo rapporto con l'alcol.
Beveva, ma in modo ragionevole. E, seguendo il consiglio di Titì, si costrinse a
comperare sempre il vino nello stesso posto, a bere birra nello stesso bar.
"Punti di riferimento" gli aveva detto. "A forza di vedere troppo la stessa faccia
per tutto il giorno, ti accorgerai che hai superato il limite".
Rico passò così a quattro litri di vino, e dieci birre. Durò un anno.
Ma, senza rendersene conto, iniziò a trasgredire. A concedersi degli 'extra'.
Superalcolici. Vodka, whisky. In un primo tempo di notte, poi a fine giornata.
Soprattutto negli ultimi mesi. E la morte di Titì non l'aiutava affatto.

Si sentì addosso la testa di lucertola. Félix l'osservava. Lo stesso sguardo di


prima, in cucina. Rico si accorse che aveva le mani sudate.
Macchinalmente se le asciugò sui jeans.
"Vuoi che ti trovi del vino?" chiese Félix.
"Sai dove trovarlo?".
"Dal vicino. Un pensionato. Ha sempre delle provviste. Mi conosce.
Vado a prenderti una bottiglia?".
Rico gli diede cinquanta franchi e Félix, senza mollare il pallone, andò dal
vicino. Ritornò con un vino dall'aria migliore di quello solito. Bottiglia di vetro.
"Tieni" disse Félix, restituendogli la moneta. "Te l'ha fatta a quindici franchi. E'
cara, ma è un povero vecchio, mica si può rimproverarglielo. E poi è sempre lì, in
caso di bisogno...".
Le mani di Rico tremavano, mentre stappava la bottiglia. Félix l'afferrò e gli
riempì il bicchiere. Rico bevve lentamente, poi se ne versò un altro, ma senza
toccarlo. Ora che aveva di fronte un litro di vino era rassicurato.
"Io è l'odore che non sopporto" disse Félix. "Né vino, né birra, niente".
"Non hai mai bevuto?".
"Prima, forse. Come tutti. Ma adesso...".
"Giochi a pallone".
"Sì! E' importante. Vedrai, sono bravo. Dopo andiamo a fare due passi".
"Forse".
"Più tardi. Quando saranno tornati. Mica abbiamo fretta, no?".
Rico sentì che Félix gli stava diventando simpatico. Aveva l'aria di un
adolescente. Nel modo di muoversi, di parlare. Una grande fragilità e, al tempo
stesso, una grande sicurezza. Quello che aveva stupito Rico prima, in cucina, era
stato quel modo che Félix aveva di guardare. Veniva da domandarsi di dove fosse e,
magari, chi fosse. La testa della lucertola accentuava senza dubbio
quell'impressione.
Che cosa succederebbe, si chiese Rico, se qualcuno cercasse di togliergli il
pallone? Diventerebbe violento? O non direbbe niente e si lascerebbe morire in un
angolo? Ma chiederselo a che cosa serviva?
Non cambiava niente al modo d'essere di Félix.
"Che c'è alla tele?".
"Non so" rispose Félix, felice di quella complicità. "Zapping?".
Proprio un bambinone, pensò Rico. Mandò giù un sorso di vino, sprofondò nel
divano. Sentì la nuca di Félix appoggiarsi alla sua spalla. La testa della lucertola
rivolta verso di lui.
Tranquillizzante. Adesso, tutto andava bene. Stava iniziando una puntata
dell'ispettore Gadget.
"Proprio adesso!" gridò Félix. "Che bella vita, eh?".
L'unica che gli rimanesse, pensò Rico.
Capitolo decimo.

"Attimi di niente, rubati al tempo che passa".

Quella notte Rico dormì sul divano, e dormì male. Non smise di voltarsi e
rivoltarsi, alla ricerca di una posizione comoda che gli permettesse di prendere
sonno.
Oltre la parete del salotto, sentiva a tratti i gemiti di Maeva e Monique che le
mormorava "sss, sss" per calmarla. Poi la bambina si mise a piangere e Monique si
alzò. Uscì dalla camera con la piccola in braccio, attraversò il salotto e andò in
cucina.
"Sss, sss... Buona micina mia, buona... Basta... Sss...".
Da quando Jo era stato arrestato, pensò Rico, Monique doveva prendere Maeva
nel suo letto per dormire. Una presenza. Calda e riconfortante per entrambe. Ma
quella notte Dédé aveva preso il posto di Maeva nel letto di Monique. Il posto di
suo padre. E senza dubbio la bambina doveva soffrirne.
A un certo punto della serata - erano ormai al sesto o al settimo pastis, non li
contavano più - Dédé si era avvicinato a Rico e gli aveva sussurrato:
"E' scopabile, no?".
Con un cenno del capo aveva indicato la cucina, dove Monique stava
preparando degli spaghetti alla bolognese. Non era una domanda.
Soltanto il modo più semplice per annunciare a Rico che quella notte loro due
avrebbero dormito insieme. E che Rico doveva capire. Potersi fare una scopata era
un'occasione da non lasciarsi sfuggire.
Rico poteva capire, sì. Da quando viveva per la strada, gli era successo di
scopare solo due volte. Una volta con Monika, una tedeschina che girava dalle parti
di Edgar-Quinet. Le aveva pagato una birra e un panino al Café d'Odessa e poi se
l'era scopata in un gabinetto pubblico, di quelli automatici. La seconda volta con una
puttana, in rue du Caire, per festeggiare il suo primo anniversario da barbone.
Trecento franchi, la scopata. Uno sproposito.
"Entri, esci, ed è finita" aveva detto Dédé una sera che Rico era con tutta la
banda, a puntare le ragazze nel metrò. "E i tuoi soldi li rimpiangi, no, Titì?".
"Costa meno farlo con gli occhi che con il cazzo! Me lo ripeto sempre.
E poi a me, per farmelo venire duro, mi ci vorrebbe una... tipo Claudia
Schiffer!".
"Guarda quella! " aveva buttato lì Fred.
Era appena passata una brunetta con un grosso culo compresso nei jeans.
"Ma quella è una cicciona, stronzo!" aveva ribattuto Lulù.
"Altro che cicciona! Se potessi farmela...".
"E tu, come fai?" aveva domandato Rico a Dédé.
"Se ne becco una vado in albergo. A me piace scopare a letto".
Titì, che incominciava a essere ubriaco, si era messo a canticchiare:

"... rentrer chez soi, le coeur en déroute


et la bite sous le bras..."

Rico aveva alzato le spalle. Scopabile, Monique? Perché no. Anche se l'idea di
stringerla tra le braccia non glielo faceva di certo diventare duro. Niente in lei
suscitava desiderio. Aveva il corpo flaccido, stanco, invecchiato anzitempo delle
donne con cui la vita non è stata clemente. Disoccupate o sottopagate, divorziate o
bastonate... Donne che lui aveva avuto tutto il tempo di vedere sfilare all'ufficio
postale di rue des Boulets. Anche quelle che si sforzavano di truccarsi per
camuffare occhiaie e rughe le riconosceva a prima vista. Dal loro modo stanco di
muoversi. Dai loro gesti esitanti che tradivano un uso quotidiano di Tavor, di
Lexotan.
Scopabili lo erano tutte. Come Monique. Ma la speranza di trovare un uomo per
farlo diminuiva ogni giorno di più. Come quella di trovare un lavoro, o un lavoro
pagato meglio. Allora si aggrappavano a delle boe di salvataggio, anche se insicure.
Al bambino. Alla cortesia di un impiegato dell'agenzia di collocamento.
All'occhiolino vizioso del capufficio. E perfino, perché no, al buongiorno di un
morto di fame come lui, sulla porta di un ufficio postale. Finché un giorno si
presenta un'occasione. Un uomo, uno qualunque. Attimi guadagnati contro la
solitudine. Contro la tristezza delle notti. Rubati al tempo che passa. Attimi di
niente.
"E' la donna del tuo amico" rispose Rico semplicemente.
"Sì... Ma quello stronzo di Jo non si sa fino a quando starà dentro.
Forse per sempre. Perché con la loro giustizia del cazzo... E lei" aggiunse
sorridendo, "lei sono quattro mesi che non ha niente da mettersi sotto i denti!".
"Non credi che Félix... Che lei e Félix...".
"Monique me l'avrebbe detto".
Rico non aveva insistito. Gli era sfuggito qualcosa di quella giornata, se ne
accorgeva adesso.
Dédé e Monique erano tornati un po' dopo mezzogiorno dal loro giro al
supermercato.
"Che cazzo di postaccio di merda!" aveva esclamato Dédé entrando. "Non ti
dico che storia, trovare un bar aperto!".
Dédé e Monique avevano bevuto qualche birra prima di rincasare. Tanto per
trovare il coraggio di affrontare il freddo.
"Si sta meglio qui" aveva scherzato Monique togliendo la spesa dai sacchetti.
Prosciutto, salame, formaggio per pranzo. Pasta, carne tritata e salsa di pomodoro
per la sera. E una bottiglia di pastis, un pacco di dodici birre e sei bottiglie di vino
che avevano trasportato nel passeggino di Maeva.
"L'ho preso buono" aveva proclamato Dédé, esibendo una bottiglia di
Corbières. Domaine du Capitoul, diceva l'etichetta. Aveva il profumo del Sud. Ma il
vino non aveva niente in comune con quello di qui.
Della regione di Chalon. Dei pendii di Beaune. I Mercurey, Rully, Pommard,
Volnay o Corton. I vini di cui gli aveva parlato Blandin, il collega di lavoro.
In quella notte insonne Rico ripensò al viaggio in Borgogna a cui aveva
rinunciato. Pensò a tutto quello che non aveva fatto nella vita.
A tutto quello che non aveva vissuto. E che era ormai diventato inaccessibile.
Raggomitolato sul divano, avvolto in una grossa coperta, era come un vecchio sul
letto di morte che fa il bilancio della sua vita.
L'immagine della madre morente all'ospedale gli venne in mente all'improvviso.
Il ricordo dei suoi occhi, pallidi e lucidi. Uno sguardo in cui si poteva leggere
l'errore commesso per aver sempre accettato tutto, subìto tutto, l'errore di non essere
mai stata altro, nei gusti, nelle opinioni, perfino nel modo di vestire, che l'ombra del
marito. Raymond. Suo padre che, soltanto sei mesi dopo il funerale, si sarebbe
risposato con una giovane cugina di sua madre.
Marie-Laure.
"E allora?" si era giustificato. "Sono ancora giovane".
"Non è questo che ti rinfaccio, lo sai benissimo".
"Se tua madre non si fosse ammalata, io e Marie-Laure... La nostra storia dura
da più di cinque anni... Io la amo, lo capisci? Riesci a capirlo?".
Rico non rispose. Marie-Laure era la sua ultima conquista, ma di certo non la
prima. Le lacrime di sua madre, in certe sere in cui Raymond non era rincasato, gli
rimanevano impresse nella memoria.
Il silenzio di Rico aveva messo il padre in imbarazzo. Sospirò, poi riprese:
"Ma non ho niente da rimproverarmi. Niente. Tua madre l'ho accompagnata fino
alla fine, fedelmente".
"E di notte ti facevi Marie-Laure! Bella fedeltà, eh?".
"Non hai il diritto di parlarmi così".
Tutto quello che Rico aveva sul cuore, da anni, adesso gli risaliva in gola.
L'egoismo di suo padre. La sua sicurezza. E il suo modo di dominare la vita degli
altri. Di decidere che cosa andava bene per lui e male per loro.
"La mamma ha dato tutto. Ha sempre dato tutto. Perché tu facessi carriera. Per
te! Te! Perché tu salissi quei cazzo di gradini della tua gerarchia... Tu invece non le
hai lasciato nessuna possibilità... per essere se stessa".
"Ma lei..." ripeté Raymond scuotendo il capo, spossato. "Lei non aveva in testa
che dei sogni da fotoromanzo. Tutte quelle cazzate che leggeva: "Bonne soirée",
"Confidences"... Guarda, devo proprio dirtelo, e anche se ti scandalizzi, pazienza. Io
tua madre l'ho sopportata solo per te... Io...".
"Dài, dillo! Ti sei sacrificato per me, no?".
Durante il servizio militare, a Gibuti, Rico aveva scritto una lettera a suo padre.
Per dirgli che era un lurido egoista. "E' per voi che mi sto ammazzando". Aveva
sempre quelle parole sulla bocca. "Per voi". Ma non l'aveva mai sentito dire: "Vi
voglio bene". Non gli aveva mai detto: "Ti voglio bene".
"Vaffanculo!" aveva urlato Rico.
Non si erano rivisti per molti anni. Non si erano scritti. Né telefonati. Soltanto
una cartolina, per annunciargli la nascita di Julien, e l'aveva scritta Sophie.
Nemmeno quando aveva iniziato a scendere sempre più in basso, Rico si era rivolto
al padre. Ancora troppo disgusto per quell'uomo, e troppa vergogna di se stesso. Si
era rassegnato a tornare a Saint-Brieuc soltanto dopo sei mesi di vagabondaggio e
di umiliazioni in mezzo alla strada. Suo padre, l'ultima spiaggia.
Era andato a prenderlo all'uscita dell'ufficio. L'uomo che gli veniva incontro,
con il passo svelto di chi ha fretta, gli sembrò uno sconosciuto. O viceversa. Perché
in effetti quell'uomo era sempre suo padre, ma lui non era più suo figlio. Invece di
abbracciarlo, suo padre gli porse la mano e Rico si ritrovò a stringergliela, come a
uno qualunque.
"Per quello che mi hai chiesto al telefono, non posso" incominciò Raymond.
Erano seduti a un tavolino alla Taverne du Chapeau-Rouge, vicino alla
cattedrale.
"Cinquantamila franchi non li ho e non posso chiederli in prestito. Io e Marie-
Laure abbiamo appena comprato una casa ad Auray. Una vecchia casa di pescatori,
e ci sono dei lavori...".
Rico pensò alla tomba di sua madre, che aveva trovato abbandonata e senza un
fiore. Prima dell'appuntamento con suo padre era andato al cimitero. Gli aveva fatto
male al cuore quella tomba grigia, senza niente sopra, soltanto una frase: "Alla mia
amata sposa... Alla mia cara mamma...". Gli era sembrata ancor più lugubre della
morte. La sofferenza e la morte. La tristezza e la morte. Con i pochi soldi che gli
rimanevano in tasca, Rico era tornato in città a comprare un mazzo di margherite.
"Sono passato dal cimitero" buttò lì con cattiveria.
La rabbia gli stava salendo dentro. Con gli antichi rancori.
"Non ho avuto tempo di occuparmene" rispose suo padre.
Si sfidarono con lo sguardo.
"Cosa pensi di fare?" riprese Raymond, fissando il suo boccale di birra.
"T'interessa davvero saperlo?" mormorò Rico alzandosi.
Suo padre non lo trattenne. Non gli propose di passare la serata con loro, a casa.
Di rimanere a dormire, per una notte. Per qualche giorno. Non si strinsero neppure
la mano.

A ognuno la sua vita, borbottò Rico accendendosi una sigaretta. E mentre fumava
si chiedeva se, in fondo, la vita non fosse davvero nient'altro che quello: la capacità
di ognuno di difendere il suo pezzo di carne per sopravvivere in mezzo alla
schifezza del genere umano... Magari suo padre aveva ragione. E lui ne era la prova.
Lui era andato a fondo, mentre loro erano rimasti a galla. Per loro tutto continuava.
La vita. L'amore. La felicità.
No, si disse buttando via la coperta, non può essere così. Ma come allora?
Dov'è che si era sbagliato, nella vita? Lui, ma anche Dédé, Monique, Jo. E Félix. E
dei tipi come Titì, intelligenti e tutto, gente che aveva letto un mucchio di libri. Se
anche dei tipi come Titì andavano a fondo voleva dire che qualcosa, da qualche
parte, non girava come avrebbe dovuto. Ma cosa, porca puttana?
Gli venne in mente una canzone che canticchiava Titì. Una vecchia canzone di
cui non ricordava né il titolo né il nome dell'interprete:

"C'est du toc, du bidon, de l'esbroufe,


Du trompe-l'oeil, du clinquant, du faux-vrai,
De la came à balourd, de la mousse,
Pour finir c'est l'amour qui fout le camp..."

E' l'amore che sparisce. Ovunque. Proprio così. Fra marito e moglie.
Fra padre e figlio. Fratello e sorella. Fra due amici... Porte che si chiudono.
Fino all'ultima, un giorno. L'ultima porta prima dell'inferno.
L'inferno, la strada. La miseria.
In quanti erano, come lui, a vivere per strada? Sulle strade della Francia?
Nessuno li contava più. Centinaia, si diceva. Migliaia. Si contavano solo i morti, e
solo d'inverno.
"Magari resto un po' qui" gli aveva confidato Dédé. "Con lei".
"Io me la batto. Domani, probabilmente. Continuo. Verso Marsiglia".
"Eh, mica c'è il fuoco!".
"Lo so".
Si erano serviti un altro giro di pastis e Dédé, come se avesse ritrovato i gesti
tipici degli innamorati, si era alzato per portare un bicchiere a Monique, in cucina.
Rico li aveva sentiti brindare, baciarsi, ridere.
Quando era tornato, Dédé gli aveva detto, sempre in tono confidenziale:
"Sai, ti ho ascoltato l'altra sera. Devi togliertela dalla testa quella donna. Quella
Sophie".
"Perché me lo dici?".
"Perché ti ha mangiato il cuore, quella troia. E adesso ti sta mangiando la testa.
Non ti merita. Ecco come la penso".
Rico fu stupito nel sentirlo parlare così.
"Te lo dico io cosa si merita quella... Si merita solo di farsi inculare dal primo
che passa, all'angolo della strada".
All'idea, Rico aveva sorriso.
"E cosa cambierebbe?".
Dédé aveva alzato le spalle.
"E che cazzo ne so, io. Sei tu che dovresti saperlo".
"La pasta è pronta!" aveva urlato Monique dalla cucina.
Poi li aveva raggiunti in sala, con il bicchiere in mano.
"E Félix dov'è?".
"Era qui prima" rispose Dédé. "Tu l'hai visto andarsene?" domandò a Rico.
Rico non rispose. Ricordò che quella mattina Félix gli aveva detto:
"Entrare, uscire, non è un problema". Félix era discreto. Silenzioso.
Un'ombra. O forse addirittura un fantasma. Il loro fantasma, di tutti loro.

La sigaretta di Rico era finita. La schiacciò nel posacenere, poi si versò un


bicchiere. Lo riempì fino all'orlo, senza tremare. E lo svuotò. Con impegno. A occhi
chiusi. Sophie era nuda davanti a lui.
Danzava, ancheggiando. Le reni inarcate. Il suo bel culo teso verso di lui. Ebbe
davvero voglia di strozzarla, come nel suo incubo.
Capitolo undicesimo.

"Sole, sole.. ma anche rimpianti".

Fuori faceva ancora buio. In cucina, Rico bevve due grandi bicchieri d'acqua e
poi preparò il caffè. Prese la bottiglia di pastis e riempì il bicchiere a metà. Lo
tracannò tutto d'un fiato. Il gusto di anice gli diede i brividi. Fece una smorfia, poi si
servì un'altra dose, più piccola, che bevve dopo avere acceso una sigaretta.
Ormai non si sarebbe più riaddormentato. In realtà non sapeva se aveva dormito
o se si era soltanto appisolato. Ma non si sentiva stanco. Non aveva più avuto
accessi di tosse, per lo meno non violenti come quelli del mattino, e il dolore alla
schiena pareva essersi calmato. "E' l'aria di campagna" aveva detto Félix mentre nel
pomeriggio scendevano sul parcheggio. "Le città sono la morte".
Avevano giocato a calcio nella neve. Félix era un asso del pallone.
Faceva acrobazie con i piedi, le ginocchia, il petto e la testa. E Rico aveva
riscoperto quel piacere semplice. Un piacere infantile.
Dare calci a una scatola di conserva. Dribblare con un sasso. Calciare in pieno
un pallone vero. Il calcio era un'altra cosa alla quale aveva rinunciato.
Suo padre non aveva mai voluto che giocasse. Nemmeno nella squadra del
liceo. Uno sport volgare, come la gente che lo praticava. Così non ne aveva mai
fatto nessuno. Per suo padre, tutti gli sport puzzavano troppo di virilità malsana. In
compenso l'aveva iscritto agli Scout. I bambini appartenevano tutti a buone famiglie
e gli venivano insegnate le vere regole della vita comunitaria. Rico fu soprattutto
iniziato, fin dai primi campi estivi, ai piaceri proibiti. A toccarsi timidamente. A
baciarsi in modo furtivo. A masturbarsi. Il suo disgusto per la religione veniva da lì.

"Sono bravo, eh?" non smetteva di ripetere Félix saltellando da un piede


all'altro.
Era contento come un bambino.
"Hai già giocato a calcio? In una squadra?".
"Da dilettante".
"Hai giocato da dilettante?".
"Sono un dilettante. Guardo le partite alla tele".
Le discussioni con Félix erano non impossibili, ma sempre sconclusionate.
Spesso, dopo due o tre frasi - come gli aveva detto Dédé - finivano con un "non
voglio dire di più".
"Prima avevo una Vespa. Una vera. Con mia moglie siamo partiti, un giorno, per
fare il giro della Francia".
"Bello?".
"A lei non piaceva tanto la Vespa. Né il campeggio. Insomma, non voglio dire di
più".
"Sì, capisco".
"E tu?".
"Io non ho mai avuto una Vespa!".
Félix scoppiò a ridere. Sembrava felice.
"Dài, dài! Tira!" aveva urlato, dopo aver rilanciato il pallone.
Poi aveva voluto fargli vedere la sua capanna.
Avevano camminato per un buon quarto d'ora lungo i campi bianchi di neve. Sul
sentiero, solo le orme lasciate da Félix la mattina. Si voltava spesso per assicurarsi
che Rico stesse bene. E ogni volta Rico pensava di vedere la testa di lucertola
sorridere all'angolo dell'occhio di Félix.
La sua capanna era una di quelle in cui si tengono gli attrezzi da giardino. Al
limite di un boschetto.
"Bella, no?".
All'interno, una branda e un grosso sacco a pelo. Su una cassa, un fornellino da
campeggio, una caffettiera italiana e un bicchiere di ferro smaltato. Una tanica
d'acqua in un angolo. E, appesa al muro con delle puntine, una foto di Sophie
Marceau con il seno scoperto.
"E' la mia donna" aveva detto Félix con una punta di ammirazione.
"Insomma, non proprio lei..." aveva precisato ridendo. "La mia donna voleva
assomigliarle. Fin dal liceo...".
Aveva aspettato che Rico gli facesse una domanda. Ma Rico aveva detto
soltanto:
"Ha delle belle tette".
Poi aveva continuato, leggermente ironico:
"Ma forse non vuoi dire di più".
"Proprio così" aveva sorriso Félix. "Meglio di no".
L'agricoltore che lo faceva lavorare, aveva spiegato Félix, era giovane. Come
lui. Si era fatto un bel culo prima di potersi sistemare lì.
"Si chiama Norbert. Ha viaggiato per anni, sulla strada... In moto.
Una vecchia moto. Ce l'ha ancora. Me l'ha prestata, a volte... ma solo per fare
dei giri in campagna".
La cascina, non molto grande, era a qualche minuto dalla capanna. "Non mi
crederai, ma sua moglie l'ha incontrata ai Restos du coeur! Era una volontaria...
Carina, Anne" aveva aggiunto, pensieroso. "Insomma, non è Sophie Marceau, ma...".
"E funziona, la sua azienda?".
"Norbert mi ha detto che ha cinquecentomila franchi di debiti sulle spalle.
Pazzesco, no? Il trattore, il furgone... A me farebbe paura... A te no?".
Rico aveva pensato ai mutui che aveva fatto. Al giorno in cui aveva firmato
l'atto di acquisto della casa di Rothéneuf. Un milione e mezzo di franchi. Tutti i loro
risparmi. E trent'anni di cambiali. Tutto finito in fumo. Rimanevano soltanto le
ceneri. Perso per sempre. Un sogno finito.
"Se sono felici..." aveva risposto.
Félix aveva annuito.
"Quando lavori duro non ti resta il tempo per saperlo, credo. Ma sono bravi...".
Lo sguardo di Félix si era perso sulla campagna innevata. La testa di lucertola
sbirciava in direzione della cascina. Verso quella felicità semplice, e possibile. Due
esseri che si amano. Dal camino della casa saliva il fumo, come nei disegni dei
bambini. Amare, amarsi era l'unica vera posta in gioco.
"Non hai freddo?" gli aveva domandato Félix sulla strada del ritorno.
Il cielo si era abbassato e aveva iniziato di nuovo a nevicare. Perso nei suoi
pensieri, Rico aveva smesso di camminare. Il ricordo della sua prima neve, da
bambino. In piedi, al limite di un campo. I fiocchi scendevano sempre più veloci,
sempre più fitti, sul palmo della sua manina tesa. Rideva. Rideva a crepapelle.
"No" aveva risposto Rico. "Non farà sempre così freddo".

Rico si servì un altro caffè e accese un'altra sigaretta. Quella notte non finiva
mai. Avrebbe voluto che Titì fosse lì. Gli avrebbe raccontato delle storie. A Titì
piaceva raccontare. Storie che aveva vissuto. Romanzi che aveva letto.
A volte gli prendeva, quando erano sulla loro panchina in square des Batignolles
e non trovavano più niente da dirsi. Perché il silenzio, fra loro, si faceva troppo
pesante. Perché la vita, tutt'intorno, continuava. Le madri di famiglia che
chiacchieravano fra loro, con il sorriso sulle labbra. I bambini che correvano,
gridavano, ridevano, piangevano. I pezzi di pane secco buttati alle anatre, nello
stagno.
Adolescenti, per lo più liceali, che invece di andare a scuola venivano a
baciarsi avidamente, senza pudore, ai piedi di un albero.
Il vecchietto dai capelli bianchi che aspettava paziente la moglie che non
sarebbe più tornata...
Titì gli aveva raccontato "Lord Jim" di Conrad, "L'Arcipelago delle sirene" di
Somerset Maugham, "La potenza e la gloria" di Graham Greene. Rico non aveva mai
saputo se si trattasse di veri romanzi o semplicemente di racconti che Titì inventava
lì per lì. Così era rimasto sorpreso il giorno in cui Titì aveva iniziato a raccontargli
"L'isola del tesoro".
"Ma questo l'ho letto! Da bambino. Di chi hai detto che è?".
"Stevenson. Il mio preferito".
"Dài, racconta!".
Ma Titì non c'era più. E le storie che gli ronzavano in testa, quelle che Rico si
raccontava, erano le storie di Titì. Sapeva che ormai era tempo di lasciare che tutto
riaffiorasse. Ormai niente aveva più importanza. Era alla fine e se era arrivato fin lì
doveva prendersela solo con se stesso. E non con Sophie. Né con Malika. E neppure
con Julie.
Julie.
Era con lei che la sua vita aveva deragliato. Definitivamente. Una notte.
Si sentiva soffocare a furia di girare in tondo, la sera, nella sua immensa casa
vuota. A un certo punto aveva preso la macchina ed era partito in direzione di
Rennes, per andare al cinema. Davano l'ultimo film di Clint Eastwood. Mentre
guidava, se lo godeva già in anticipo.
Ma una volta posteggiata la macchina su quai Lamennais, non lontano dal
cinema, esitò. Paura improvvisa di incontrare Sophie e Alain. O Eric e Annie. O
loro quattro. O chiunque altro di conosciuto. Paura di farsi vedere nella sua vita di
uomo solo. Nella sua solitudine evidente. Smarrito com'era.
Allora aveva salito i pochi gradini che portano in rue Monfort ed era entrato al
Chatham, un bar aperto fino a tarda notte. Avevano degli ottimi whisky. Era pieno
zeppo, come al solito. Sgusciò fino in fondo al banco e si trovò un posticino. Quanto
bastava perché il barista lo notasse. Ordinò un Oban liscio. Julie era lì, di fianco a
lui, seduta su uno sgabello, con un bicchiere vuoto di fronte. Sembrava aspettasse
qualcuno che, evidentemente, non sarebbe arrivato.
Gli lanciò uno sguardo. Due occhi neri, come quelli di Léa. Rico adesso poteva
dirlo. Perché era venuto a Marsiglia per via di quel ricordo di Léa. Ma allora non
aveva pensato a Léa, l'aveva dimenticata. Anzi, l'aveva seppellita così in fondo ai
suoi pensieri che pensava di averla dimenticata. Una volta si era chiesto: "Chissà,
forse alla fin fine sono sempre stato infedele a Sophie? Per questo è andato tutto a
monte...". Io non avevo saputo che cosa rispondergli, come sempre.
Rico ebbe voglia di lei, subito.
"Aspetta qualcuno?".
La musica era assordante. Bisognava urlare per farsi sentire.
"Nessuno" gridò. "E lei?".
"Nessuno mi aspetta più" scherzò.
"Capisco" disse lei con un sorriso.
"Posso offrirle da bere?".
"Volentieri".
Si chinò verso di lui, contro il suo orecchio.
"E' il mio gioco preferito, vuotare i bicchieri. Sono imbattibile".
Aveva la voce già impastata dall'alcol. Ma Rico non ci fece caso, assorbito
com'era a studiare Julie nei minimi dettagli. Dalla testa ai piedi. Proprio carina,
pensò. E per la prima volta da quando Sophie se n'era andata, si immaginò a letto
con una donna. In fondo ai suoi occhi c'era qualcosa in cui si era riconosciuto.
Un'attrazione. Non era riuscito a capire che si trattava solo di un'immensa
stanchezza di vivere. Il desiderio improvviso di andare a letto con lei lo rendeva
cieco di fronte alla disperazione di quella donna. E anche alla sua, indubbiamente.
La sala si mise a cantare a squarciagola:

"... Du soleil, j'veux du soleil..."

una canzone di Au petit bonheur, un gruppo che aveva un gran successo nelle hit-
parade. Rico ordinò un altro giro. E del sole, per dio!
Datemi del sole!
Continuarono a bere fino alla chiusura del Chatham, alle due del mattino. Julie
non volle che Rico la portasse a casa in macchina.
L'accompagnò fino alla stazione dei taxi in place de la République.
Julie l'aveva preso a braccetto, la testa appoggiata sulla sua spalla.
Barcollavano leggermente, seri, e in silenzio.
Ritornando a Saint-Malo, Rico si disse che in ogni modo avevano bevuto troppo
per poter godere uno dell'altra. La prossima volta avrebbe fatto attenzione. Aveva
davvero voglia di lei. E di amare di nuovo. Di vivere di nuovo con una donna. Di
rifarsi una vita. Perché no? Sulla strada - una quattro corsie monotona e tutta dritta -
s'immaginò il copione, giorni e settimane da passare con Julie. Perché no? ripeteva.
Perché no? Sentiva ancora sulla bocca le labbra di Julie che sfioravano le sue.
Un bacio furtivo che sapeva di whisky.
Julie. Si rividero due o tre volte la settimana, e il copione era sempre lo stesso.
Il luogo anche. Il Chatham, dove bevevano fino alla chiusura. Quasi senza parlarsi.
A volte si spingevano verso altri bar, tra place des Lices e place Sainte-Anne. Alle
avances di Rico, sempre più dirette, Julie rispondeva con un "non stasera" o
"un'altra volta", pur stringendosi teneramente a lui.
Un mese dopo, Rico continuava a non sapere niente di lei. Della sua vita. Ma se
ne fregava. Era completamente affascinato, mi diceva.
Affascinato e preso in un meccanismo distruttore che, alla fin fine, senza
confessarselo apertamente, gli andava bene.
Una sera che non avevano appuntamento, Julie gli telefonò. Dal Chatham. Rico
sentiva la musica. Lei urlava nel ricevitore. Aveva voglia di vederlo. Di essere con
lui. Il giorno dopo lui doveva svegliarsi presto. Per andare a Brest. Era autunno,
l'epoca in cui presentava le nuove collezioni. Le spiegò che non era ragionevole e
che si sarebbero visti due giorni dopo.
"Ti prego".
Un lamento, urlato nel microfono.
"Julie...".
Ma lei aveva riattaccato. Bruscamente. Cazzo! si era detto Rico.
Un'ora più tardi suonarono alla porta. Era Julie.
"Dovresti pagare il taxi" spiegò entrando. "Sono seicentocinquanta franchi.
Prende anche gli assegni".
Rideva. Era leggermente ubriaca. E meravigliosamente bella.
Quando si richiuse la porta alle spalle, Julie era sprofondata in un divano. Rico
era come sconvolto di vederla lì. Lei. In quella casa popolata dei sogni di un'altra
donna.
"Hai da offrirmi da bere?" chiese, continuando a ridere.
La servì, si servì.
"Vieni" mormorò lei, dopo aver bevuto.
Appena si strinse a lui, la camicetta le si aprì e vide il suo seno nudo. Due
morbide curve graziosamente tondeggianti. Rico fece scivolare la mano e con il dito
sfiorò un capezzolo duro e appuntito.
Con l'altra mano le accarezzò i capelli. Lei gli strinse il sesso attraverso i
pantaloni.
"Tiralo fuori" disse in un soffio.
La trascinò sul pavimento e finì di spogliarla. La sua pelle, scura, era come di
seta. La sentì rabbrividire quando le sue dita le sfiorarono il ventre piatto e teso fra
le ossa del bacino.
"Non ci sono letti in questa casa?" domandò divertita, mentre lui le faceva
scivolare un cuscino dietro la schiena.
Girò il viso verso di lui, che sentì il suo fiato nell'incavo del collo. Ansimante e
violento. Quando lo fece entrare in lei, Rico credette che il suo sesso prendesse
fuoco. Godette molto in fretta.
Troppo in fretta.
"Oh, no!" gridò lei. "Stronzo! Stronzo!".
Poi l'attirò sul petto.
"Non importa. Non fa niente" mormorò.
A occhi chiusi, pensò a quante volte aveva preso Sophie così. Gli vennero le
lacrime agli occhi.
"Non importa" ripeté Julie.
Sorrideva. Lo fece rotolare sul fianco. I suoi occhi neri si piantarono in quelli di
Rico. Erano vuoti di ogni desiderio, di ogni passione. Un velo opaco li ricopriva di
nuovo.
"Se ci sbrighiamo, possiamo finire la serata al Chatham, no?".
Rientrando, da solo, Rico perse il controllo dell'auto. Troppi pensieri
disordinati gli si agitavano in testa. Troppo alcol nel sangue, anche. Prima andò a
sbattere contro lo spartitraffico. Vi rimbalzò, poi attraversò la strada in diagonale.
Un'automobile che arrivava lo urtò da dietro. La sua macchina fece un giro su se
stessa.
Alla radio Alain Souchon cantava:

"Je voudrais que tout revienne


alors que tout est passé
et je chante à perdre haleine
que je n'ai que des regrets..."

Poi la radio tacque. E fu silenzio. E in quel silenzio la sua vita finì senza che lui
dovesse voltare pagina. Soltanto con quella canzone che continuava nella sua testa:

"oh des regrets, des regrets, des regrets..."

Lui e l'altro autista ne uscirono indenni.


"Bella fortuna" gli dissero i poliziotti, dopo il test del palloncino.
Un anno senza patente. Il suo strumento di lavoro.
Non rivide più Julie. Al Chatham, dove la cercò diverse sere di seguito, il
barista gli spiegò che spariva spesso in quel modo. A volte per mesi. Non sapeva
niente di lei. Tranne che era sempre lo stesso uomo che veniva a pagare i suoi
debiti.
Capitolo dodicesimo.

"Neppure l'amore a volte risolve niente".

Il vero nome di Julie era Violaine. Rico lo seppe solo qualche mese più tardi.
Ma non riuscì mai a chiamarla così, Violaine. Nemmeno fra sé e sé. Era e sarebbe
sempre stata Julie. La ritrovò a Brest, per caso. Rico era lì da due giorni, a vedere
dei clienti. Come al solito aveva preso una camera all'Astoria, un alberghetto senza
pretese in rue Traverse, a due passi da cours Dajot dove gli piaceva andare a spasso
e rilassarsi alla fine della giornata.
Entrando nella sala da pranzo dell'albergo, la vide subito. Stava facendo
colazione da sola. Con aria assente, inzuppava un croissant nel caffè. Rico l'osservò
per un attimo, poi si diresse verso il suo tavolo. Lei alzò gli occhi. Lo stesso
sguardo della prima volta. Due occhi da fare naufragare il mondo, come diceva
Rico. Tutto quello che gli pesava sul cuore, dalla notte dell'incidente, svanì
immediatamente. Soltanto grazie a quello sguardo.
"Posso sedermi?" domandò.
Julie fece cenno di sì con la testa. Non aveva manifestato nessuna sorpresa
vedendolo. Nessun disappunto, nessuna gioia nemmeno. E, visibilmente, non
sembrava pronta a scusarsi per il suo silenzio.
L'unica cosa certa per Rico era che la sua presenza non la lasciava indifferente.
"Cosa fai qui?" le chiese con finta freddezza.
"Sono venuta ad accompagnare mio marito" disse lei senza giri di parole e con
voce piatta. "E' ufficiale. Nella Marina nazionale. Sul Foch. Ha appena ripreso il
mare".
Lo guardò al di sopra della tazza, in attesa di una domanda. Rico non le chiese
nulla. Era vinto dall'emozione. Dal desiderio di lei. Quello che gli aveva appena
rivelato della sua vita, così, in due secondi, non aveva alcuna importanza. Gli
importava soltanto che suo marito fosse partito, che lei fosse di nuovo sola. Ebbe
voglia di dirle: "Che gioia rivederti". Ma lei continuò, con la stessa voce piatta:
"Scende nel Mediterraneo. Devo raggiungerlo a Tolone, alla fine della
settimana".
Posò la tazza, poi guardò l'orologio.
"Non devo far tardi. Il mio treno parte fra un'ora".
"Lo prendo anch'io" sorrise Rico, accendendo una sigaretta. "Torno a Rennes
anch'io".
"In treno?".
Durante il viaggio, due ore che trascorsero nella carrozza bar a bere whisky,
Rico le raccontò dell'incidente. Che gli avevano ritirato la patente. Che, da allora,
faceva il giro dei clienti in treno di città in città, e poi in taxi nelle città. I suoi
spostamenti, le spiegò, gli prendevano il triplo di tempo. Doveva fare i salti mortali
con le coincidenze.
"Brest-Caen" scherzò "non t'immagini che inferno è!".
Julie l'ascoltava, indifferente, con gli occhi fissi sul paesaggio che sfilava oltre
il finestrino. Come perduta in un'altra vita. In altre disgrazie.
"Sono andato al Chatham diverse volte, sperando di trovarti".
Lei non rispondeva e Rico s'innervosì un po':
"Uno dei camerieri mi ha detto che ti conosce bene. Che ci vai per periodi e poi
sparisci, lasciando debiti che tuo... marito, tuo marito no? va a pagare... e...".
Aveva voglia di prenderla fra le braccia, di stringerla a sé, teneramente.
Divenne aggressivo:
"E che non fai tanto la difficile con gli uomini che ti pagano da bere".
Finalmente lei si voltò.
"E allora?".
Rico avrebbe voluto che si difendesse, che negasse, che gli spiegasse...
Qualunque cosa, ma che gli parlasse di lei. Di lei, ancora. Allora le pose la
domanda che gli bruciava sulle labbra:
"Lo ami?".
"No" rispose lei freddamente, fissandolo negli occhi.
"Perché resti con lui, allora?".
"Perché è la mia vita. Ti sta bene?".
Rico non insistette più e rimasero in silenzio davanti ai loro bicchieri fino a
Rennes.
"Cosa fai ora?" gli chiese Julie quando scesero dal T.G.V.
Rico aveva una coincidenza per Saint-Malo cinque minuti dopo.
"Non ho tanta voglia di ritrovarmi da sola".
I suoi occhi neri si aggrapparono ai suoi. Sembrava spossata.
"Il mio treno è sull'altro binario" rispose Rico. "Vieni".
La prese per il braccio e la trascinò verso il treno che era già lì.
Lei non oppose resistenza. L'alcol bevuto durante il viaggio aveva di nuovo
gettato un ponte fra le loro due solitudini.

Nel salone, Julie guardava divertita il divano e poi il pavimento sul quale
avevano fatto l'amore qualche mese prima.
"Allora, c'è o no un letto in questa casa?".
"Beh, sì" rise Rico. "Nella mia camera".
"E cosa aspetti a farmi vedere dov'è?".
Il suo corpo gli parve fragile. La sua pelle ancora più morbida.
Tremava quando la penetrò. Come se, per la prima volta, un uomo venisse in lei.
I suoi occhi, quando li aprì, non brillavano di felicità. Erano un oceano di
tristezza. Eppure aveva goduto, Rico ne era convinto. Si erano amati lentamente,
finché aveva sentito le unghie di lei solcargli la schiena. Ma - e Rico lo capì
soltanto più tardi - avevano solo goduto uno dell'altra, non uno per l'altra. Due corpi
estranei che si saziavano di una felicità effimera.

"Mio marito ha ucciso l'uomo che amavo".


Sempre sdraiati, fumavano in silenzio da un po'. Julie fissava un punto
immaginario sul soffitto. Aveva pronunciato quelle parole con la voce piatta, spenta
che usava per parlare di sé, della sua vita.
"Ucciso?" ripeté Rico, stupito.
"Mio marito gli ha fatto talmente paura, con la sua pistola e le sue minacce, che
è sparito senza chiedere niente. Senza nemmeno dirmi arrivederci, addio o altro...".
"E' successo prima che ci incontrassimo?".
Lei annuì.
"Molto prima. Ero pronta a lasciare tutto per lui... Da due giorni mi ero rifugiata
dai miei genitori. A Lamballe. Mio marito è venuto fin là. Per riportarmi a casa,
come ha detto a mio padre".
Si voltò verso il comodino per prendere la bottiglia di whisky che Rico aveva
portato in camera.
Rico lasciò scivolare il suo sguardo lungo il corpo di Julie. Dalle spalle strette
ai glutei tondi e minuti.
Lei riempì i bicchieri, ne allungò uno a Rico.
"Mi ha presa a schiaffi davanti a loro e loro non hanno detto niente... Lo amano
molto, mio marito. Eh, ufficiale... conta in una famiglia. Il fascino della divisa...".
"Perché l'hai sposato?".
"Sai, mia madre non capisce che cos'ho nella testa. Mi ha detto così, quella sera
in cucina. E che dovrei pensare ad avere dei figli, come le mie sorelle... Neanche
loro, del resto, mi capiscono...".
Vuotò il bicchiere.
"L'importante non è l'amore. E' la rappresentazione dell'amore.
Funziona così la vita. Sull'apparenza, la recita, sempre. L'amore...".
Rico non rifece la domanda. Ora che Julie gli parlava, che si lasciava andare
come lui aveva tanto desiderato, fin dall'inizio, ora non sapeva più cosa dire. Né
cosa fare. Né cosa pensare, soprattutto.
Incominciava a chiedersi se tutta quella storia fosse vera. O, perlomeno, quale
fosse la parte di verità. Più Julie parlava di sé e meno Rico riusciva a farsi un'idea
di lei. E, di colpo, l'ascoltava solo distrattamente.
A un certo punto immaginò Sophie nel letto di Alain mentre gli raccontava, come
Julie in quel momento, la sua triste vita con il marito. Senza dubbio aggiungendo
infelicità, per commuovere di più.
Sedurlo. Nessun uomo, pensò Rico, era insensibile alle pene d'amore di una
donna. Quest'ultimo pensiero lo disgustò profondamente.
"Dopo cena, quando ci siamo ritrovati in camera" continuò Julie, "si è buttato su
di me e mi ha rovesciata sul letto. Mi ha violentata, capisci? Io mi dibattevo. Mi
diceva delle cose orribili. Ho gridato, urlato. Avrebbe potuto ammazzarmi... Ma né
mio padre né mia madre si sono mossi. Ero sua moglie e... era suo diritto...
dovevano pensarla così i miei genitori. Mia madre...".
Rico la desiderava di nuovo e, in realtà, non pensava più ad altro.
Solo al suo culetto che aveva intravisto poco prima.
"Vieni" disse, attirandola a sé.
"Non ne posso più" mormorò lei.
La sua voce era priva di ogni emozione. Lo sguardo che posò su Rico era come
di un altro mondo. Di un mondo in cui ogni passione era morta. E l'ultima speranza
che Rico aveva di fare l'amore con lei svanì ancora una volta.
"Devo rientrare. Mi puoi chiamare un taxi?".

Il giorno dopo si ritrovarono al Chatham. Bevvero senza limiti. Poi, alla


chiusura del bar, dato che lei si rifiutò di andare a casa di Rico, si misero alla
ricerca di un hotel. Finirono per trovare una camera all'Atlantic, in place des Lices.
Quando Rico si svegliò, Julie non c'era più. Capì che non ci sarebbe stata mai
più. A notte fonda lui aveva detto, un po' fanfarone, ma soprattutto perché aveva
talmente voglia di lei:
"Sai, tuo marito a me non farebbe mica paura. Se tu volessi...".
"Ma io non ti amo" aveva risposto lei stancamente. "Non ti amo".
A Rico si era raggelato il sangue nelle vene. Quel poco che gli era rimasto di
vita, di speranza, dopo la partenza di Sophie, Julie l'aveva distrutto. L'aveva
trascinato con sé nel suo abisso. Julie, e lui lo capì solo più tardi, l'aveva portato
sull'orlo di un burrone in cui lei era già precipitata da tempo. Lui ci si era lasciato
trascinare. E ci finì quando lo convocarono a Parigi per giustificare i risultati
disastrosi del primo semestre. L'uomo che si presentò era un uomo perduto. Non gli
lasciarono alcuna opportunità.

Il pianto di Maeva fece sussultare Rico. Si era sdraiato di nuovo sul divano,
dopo aver buttato giù un'altra sorsata di pastis. Si alzò.
Quando Monique entrò in cucina, Rico aveva rifatto il caffè.
Lei accese una cicca e prese una scodella.
"Già in piedi".
Pareva meno stanca che il giorno prima. Meno nervosa. Più distesa.
L'amore calma, pensò Rico.
"E' colpa della bambina, eh? Ha dormito male tutta la notte... E qui si sente tutto.
I muri sono di carta velina".
Guardò Rico. Si domandava se li avesse sentiti, anche loro due e non solo i
pianti di Maeva. Li aveva sentiti godere, certo. Anzi, era proprio quello che l'aveva
svegliato. I lunghi rantoli di Dédé. I gemiti di Monique. Il loro piacere aveva
risuonato in lui come l'eco dei suoi piaceri lontani.
Rico si accontentò di alzare le spalle.
"Non importa. Non dormo mai tanto bene".
Si guardarono di nuovo.
"Dédé resta un po' qui, lo sai?".
"Sì, me l'ha detto".
E' così, sembravano dire gli occhi di Monique. E' il caso che vuole.
Il che non toglieva la stanchezza dal fondo dei suoi occhi. Non toglieva niente
alla tristezza dei suoi sorrisi. Non cambiava nulla alla stronzaggine della vita. Non è
che la sua vita avesse più senso con Jo piuttosto che con Dédé. Solo che in due era
più sopportabile. O con Jo o con Dédé.
"Ho dei vestiti di Jo, vanno meglio a te che a Dédé. Prendili, se vuoi".
Aveva preso tutto doppio. Due pantaloni, due camicie, due magliette, due
calzini. E un maglione blu scuro da marinaio, con i bottoni sulla spalla sinistra.
Lasciò gli slip, lui preferiva i boxer. Buttò la sua roba sporca nell'immondizia.
Monique l'osservava:
"Li butti via?".
Un'abitudine che aveva preso con Titì. All'inizio andava alla lavanderia a
gettone. Lavaggio, centrifuga, asciugatura. Sei chili venti franchi. Più il detersivo.
Era caro, una volta alla settimana.
Tanto più che non ne aveva mai sei chili, ma costava lo stesso venti franchi. E
poi ci voleva un cambio in più. Un giorno, alla lavanderia di rue de Montreuil, era
entrato un giovane barbone e si era svestito completamente, tranne lo slip. Aveva
messo tutto nella lavatrice. Poi si era messo ad aspettare.
Alcune donne, madri di famiglia, erano rimaste scandalizzate da quello strip-
tease.
"E allora?" aveva detto lui. "Non l'avete mai vista la pubblicità dei Levi's?".
Certo che l'avevano vista. Ma dal vivo la trovavano meno divertente che alla
tele.
"Rimanere puliti per strada" gli aveva spiegato Titì, "è più difficile che trovare
da mangiare. E se non resti pulito è davvero la fine.
Perché se puzzi, nessuno ti dà più niente".
"Tu come fai?".
Titì aveva il 'suo' bar. Tutte le mattine andava a lavarsi lì. Braccia e mani. Viso.
Denti. Barba. Una volta alla settimana andava alla Maison du Partage in rue Bouret,
nel diciannovesimo. La doccia costava solo sei franchi. Con asciugamano, guanto di
spugna, shampoo, sapone. E nessuno gli metteva fretta, nessuno veniva a bussare
alla porta. Prima passava da Tati (3) in place de la République, e si comperava slip,
calzini e maglietta pulita. O dei jeans a cinquanta franchi.
"Mettersi roba nuova addosso è proprio piacevole" diceva Titì.
"Soprattutto quando sei pulito".
Rico aveva optato per lo stesso metodo. Soltanto per cappotti, giacche, maglie e
scarpe si rivolgeva all'Esercito della Salvezza e al Secours catholique.
"E' più semplice" rispose a Monique.
Non si erano parlati molto, dal giorno prima. Ma Rico non sapeva bene che cosa
dire a Monique. Senza dubbio perché non era più stato a contatto di una donna da
molto tempo. Averla sentita quella notte non faceva che accentuare il suo disagio.
Non c'era niente che lo spingesse a partire, eppure non vedeva l'ora di lasciarli, lei
e Dédé.

Félix aspettava Rico nell'androne del condominio, seduto su un gradino. La testa


di lucertola pareva dormisse. Il pallone era in un sacchetto di plastica.
"Ti accompagno all'autobus" aveva detto alzandosi.
La testa di lucertola sembrava scodinzolasse, all'angolo dell'occhio.
"Perché sei sparito, ieri sera?".
"Dovevo passare alla cascina. Norbert ha l'influenza. E Anne aveva bisogno di
me. Mi fa piacere aiutarla. E' carina e con me è sempre gentile".
Era nevicato ancora, per tutta la notte. Ma Rico trovò la temperatura meno rigida
del giorno prima. Forse per via della doccia bella calda che si era fatto e dei vestiti
puliti che aveva addosso.
"Attento a non scivolare!" disse Félix.
"Potevi salire a bere un caffè...".
Félix alzò le spalle.
"Sai, Jo m'ha chiesto di badare a Monique e alla bambina finché non torna".
Parlava come Monique. Con la stessa intonazione.
"Se no, sarei venuto volentieri con te a Marsiglia. Mi sarebbe davvero piaciuto.
C'è l'Olympique. Una squadra fantastica".
"Ma adesso qui c'è Dédé".
"Sì, ma mica ci resta per sempre. Insomma, non voglio dire di più".
Capitolo tredicesimo.

"Giorni sì e giorni no, l'avvenire si ferma qui".

Rico vagava da un quarto d'ora nell'atrio della stazione La Part-Dieu di Lione.


Le cose avrebbero potuto essere semplici, certo. Come per un viaggiatore
qualunque. Il tabellone delle partenze, alla stazione di Chalon, indicava un treno alle
11.55 che l'avrebbe portato a Lione alle 13.10. Da lì, alle 13.36, partiva un T.G.V.
per Marsiglia, dove sarebbe arrivato alle 16.18.
Rico cominciava a immaginarsi a Marsiglia.
Ma quando salì sul T.G.V., carrozza 5, fumatori, si ritrovò faccia a faccia con un
controllore. Che capì subito con chi aveva a che fare.
Doveva essere allenato a riconoscere i miserabili. Come certi cani addestrati a
fiutare la droga nei bagagli alla frontiera. Perché lavato, sbarbato di fresco, vestito
con abiti puliti sotto il suo bel parka nero, Rico assomigliava a un qualsiasi
viaggiatore che si poteva incrociare lungo il binario. Soltanto lo zaino, a dire il
vero, di un azzurro slavato, sporco e ricoperto di macchie, stonava. Ma non tutti
viaggiano con borse e valigie firmate Vuitton.
"Dove va?".
"Marsiglia".
"Posso vedere il biglietto?".
Rico alzò le spalle, con finta noncuranza.
"Vada a comprarlo".
"Non ho soldi" si scusò Rico, in tono pietoso.
A volte funzionava fare l'umile. Ispirare compassione. Aveva sperimentato il
metodo sui Parigi-Rennes. Gli chiedevano i documenti.
Gli facevano una multa. E vai...
Il controllore lo squadrò. Dovevano avere più o meno la stessa età.
Due uomini. Della stessa generazione. Ma uno aveva un lavoro, uno stipendio e
un briciolo di potere e l'altro non aveva più niente, soltanto quattro stracci in un
vecchio zaino. Coriaceo questo, pensò Rico tenendo la testa bassa. La rabbia gli
stava salendo, come ogni volta che si scontrava con uno di loro. Che cosa gli
costava, a quel tipo, lasciargli prendere il treno? Che cosa sarebbe cambiato per le
Ferrovie dello Stato? Per l'economia nazionale? Per l'avvenire dell'Europa? Perché
cazzo gli dava fastidio, santiddio?
Ma il controllore aveva la risposta pronta per le domande di Rico.
Senza dubbio per tutte le domande.
"Non siamo qui per trasportare la miseria del mondo. Quindi, scenda".
Lo disse senza durezza. Ma in modo fermo. Con tutta l'autorità che gli conferiva
la divisa. La gente saliva. Frettolosa, preoccupata di non trovare posto, di perdere il
treno... Famiglie. Persone anziane.
Uomini soli. Donne sole. Biondi. Bruni. Africani. Maghrebini.
Giapponesi. Ogni volta il controllore, con il sorriso sulle labbra, indietreggiava
per lasciarli passare.
"Mi scusi" l'interpellò ansimando una giovane donna. "Non ho avuto il tempo di
vidimare il biglietto".
"Non importa, signora. Vada a sedersi. Dopo vengo da lei".
Il tono era affabile. Rassicurante. Come nella pubblicità delle Ferrovie dello
Stato: sta a noi farvi preferire il treno.
"Scenda" ripeté il controllore. "Non vede che dà fastidio".
E' vero che con lo zaino impediva l'accesso ai posti. Alcuni gli lanciavano uno
sguardo di traverso. Altri lo urtavano per poter passare. Lo spintone di un tipo
piuttosto corpulento gli fece quasi perdere l'equilibrio. Si aggrappò al braccio del
controllore.
"Fino a Valence..." azzardò Rico con un sorriso sforzato.
"Scenda, ho detto".
E si liberò dalla mano di Rico che gli aveva afferrato la manica della giacca.
Di colpo Rico non ne poté più di fare il meschino. Di mendicare.
Implorare. Guardò il controllore negli occhi. Occhi chiari, nei quali non lesse
alcun sentimento. Soltanto indifferenza. E la freddezza del regolamento. Delle leggi.
Dell'ordine.
"Bastardo".
Rico non aveva alzato la voce. L'aveva detto senza odio, senza rabbia.
Solo con disprezzo. Tanto disprezzo. Il controllore incassò l'insulto per quello
che era: uno sputo in faccia.
"Scendi!".
Adesso era un ordine. Con il 'tu' che denigra.
Rico ubbidì. Il controllore lo raggiunse sul marciapiede. Non sorrideva più.
"Se ti vedo salire di nuovo, blocco il treno. Hai capito? Fuori dai coglioni,
brutto stronzo!".
Erano due uomini, non più della stessa generazione, ma di due mondi diversi,
che tutto separava.
Rico lo affrontò ancora una volta con lo sguardo. Lo immaginò al deposito
centrale. Al suo arrivo a Marsiglia. Mentre raccontava l'aneddoto ai colleghi
bevendosi una birra fresca, ben meritata. "Ci sono dei centri apposta per questa
gente... Perché non ci rimangono?
Invece di trascinarsi per strada, soprattutto con questo freddo...".
Chi se la sarebbe presa per quella mancanza d'umanità? Chi si sarebbe messo
contro un collega di lavoro? Un compagno di sindacato? Avrebbero stappato altre
birre, tutte belle fresche e sempre ben meritate, per parlare del passaggio alle
trentacinque ore, dei compensi salariali, della revisione degli incentivi... Soltanto
sua moglie, la sera a tavola, avrebbe forse detto: "Però, tutta questa miseria...". Ma
poi, nonostante tutto, avrebbe accettato il parere del marito. Perché era fin troppo
chiaro come per strada non si poteva dare a tutti, non si poteva soccorrere il mondo
intero.
"Povero stronzo" borbottò Rico.
Poi voltò le spalle al controllore e si diresse verso l'atrio.

Rico trovò un altro treno. Alle 14,03. Fino a Valence. Da lì, alle 15,44, un
T.G.V. l'avrebbe portato a Marsiglia. Si mise alla ricerca di una panchina. Ma erano
tutte occupate. O quasi, come ad esempio quella sulla quale una giovane coppia
stava mangiando tranquillamente.
Non osò avvicinarsi. Per quel giorno l'incidente con il controllore gli bastava.
Non poteva prendersela con il mondo intero. Non ne aveva la forza.
La stanchezza per la brutta notte trascorsa iniziava a farsi sentire.
Anche il dolore nella schiena si stava risvegliando. Delle fitte che non
lasciavano dubbi. Appoggiò lo zaino contro la vetrina di un'edicola, si sedette per
terra e aprì una lattina di birra. Buttò giù la prima sorsata con due Doliprane, che
aveva avuto la precauzione di comperare la mattina a Chalon.
Rico pensò a Dédé. In quell'inverno di merda si apriva per lui una parentesi
felice. Un tetto, una donna. Durerà quello che durerà, come gli aveva confidato
Dédé sulla porta. Ma era sempre qualcosa di guadagnato. Poi pensò a Félix, che
aveva scelto di sfuggire alle città e agli uomini. Di vivere in una capanna in piena
campagna. Con il sorriso di Sophie Marceau che vegliava su di lui, come una
madonna.
Testa di lucertola, coda di lucertola, aveva mormorato Rico guardando Félix
immobile sul marciapiede, mentre l'autobus si allontanava.
Lo lasciava dietro di sé. Come Dédé e Monique. Era un addio. Non ci sarebbe
stato ritorno. Marsiglia era la fine del viaggio. Del vagabondare. Di quel disgusto di
vivere che l'aveva invaso sin dalla morte di Titì. Quel disgusto di se stesso. Gli
occhi di Rico si chiusero. Rivide lo sguardo di Julien, nel lunotto posteriore
dell'auto di Sophie. Scavò finché poté in quello sguardo per scoprirvi un barlume di
speranza, anche infima, ma non lo trovò e si disse che pensava troppo, che non
serviva a niente, che comunque non c'era più niente, più nessuno. Niente. Più niente.
Qualcuno lo scosse violentemente. Rico aprì gli occhi. I 'blu', gli sbirri. Erano in
due, come sempre. Un antillese e una giovane donna.
Cazzo! brontolò. La BAPSA, la brigata d'assistenza ai senza fissa dimora,
l'aveva imbarcato solo una volta, per il resto era sempre riuscito a evitarli. Si
chiese se anche a Lione c'era, come a Parigi, anzi a Nanterre, un centro in cui
sbattevano tutti quelli che raccoglievano alla fine della giornata.
"Non si può dormire in stazione" disse l'antillese.
Rico si alzò a fatica. Ancora pieno di sonno. Guardò l'ora. Le quattro e cinque.
Aveva dormito due ore e perso il treno per Marsiglia. E senza dubbio anche altri
treni.
"Tira su le tue schifezze!" gli ordinò lo sbirro, indicando la lattina di birra.
Rico la prese e se l'infilò in tasca, poi tirò su lo zaino.
"Hai un documento?" gli chiese la donna.
Rico le porse la carta d'identità piegata in due. Lei l'aprì con aria disgustata.
Lanciò un'occhiata alla vecchia foto. Poi lo squadrò.
"Hai soldi?".
Rico le fece vedere cento franchi. Una carta d'identità e cento franchi sarebbero
dovuti bastare. Ma dai loro sguardi capì che non era ancora finita. Che quella non
era proprio la giornata giusta.
"Dove vai?" continuò la donna-sbirro.
"Marsiglia".
"Cento franchi non ti bastano per il biglietto".
"Lo so".
"E allora?".
Rico alzò le spalle.
"Mi arrangio col controllore".
"Sì..."
I due sbirri si guardarono.
"Seguici!".
Cazzo! brontolò ancora Rico. Ce l'aveva con se stesso. Non avrebbe dovuto
addormentarsi. Li avrebbe visti arrivare.
"Il mio treno..." balbettò.
"Seguici!".
Lo portarono al posto di polizia della stazione. Lì, lo fecero aspettare un bel po',
seduto su una panca.
"Una procedura né legale né illegale" gli aveva spiegato Titì quando, la mattina
dopo, avevano rilasciato Rico dal centro di Nanterre.
"C'imbarcano contro il nostro volere ma è per il nostro bene, dicono loro. E
allora l'ambiguità giuridica non sarà di certo chiarita presto...".
Nanterre. Rico ci ripensò con orrore. Tutti nudi. Saponetta e asciugamano in
mano. Direzione: doccia obbligatoria. Sotto l'occhio severo di un sorvegliante che
spinge sotto l'acqua quelli che non vogliono lavarsi. Di nuovo tutti nudi nel
corridoio. Fino a uno sportello in cui ti danno per la notte un pigiama marroncino,
liso, con macchie indelebili. Nanterre...

Degli sbirri entravano, altri uscivano. Nella stanza che fungeva da ufficio, Rico
li sentiva raccontarsi barzellette, e ridere. A un certo punto uno disse:
"E tu lo sai come si raccolgono i meloni a Marsiglia?".
"No" disse una voce.
"Scuotendo le impalcature! (4)".
E tutti giù a ridere.
Il tempo passava. Alle sei l'antillese e la ragazza vennero verso di lui.
"Vieni, seguici".
Rico era abbattuto. Non brontolava più, nemmeno fra sé e sé. Si lasciò portare
via. Rassegnato. La mente ancora piena delle immagini di Nanterre. Tutti in fila
indiana. Passeggiata forzata in cortile, in attesa dell'ora del pranzo. Uno dietro
l'altro, in silenzio. La ronda quotidiana dei morti viventi.
Uscirono dalla stazione e fecero salire Rico su una Renault 21 bianca.
Girarono per Lione. Una città che Rico conosceva poco. C'era venuto due o tre
volte in vita sua. E non si era mai sentito a suo agio.
Intravide in lontananza la collina di Fourvière. Incominciò a preoccuparsi.
"Dove stiamo andando?" azzardò timidamente.
Gli rivolsero la parola solo quando furono fuori dal centro città.
Dopo Pierre-Bénite, in riva al Rodano. Per chiedergli di scendere.
Erano sul raccordo dell'autostrada. Dal finestrino, la donna-sbirro gli diede la
carta d'identità.
"Qui sei nella direzione giusta" rise. "Ti conviene fare in fretta.
Secondo la meteo nevicherà tantissimo. Buona fortuna!".
L'auto partì. Abbandonandolo sulla curva dello svincolo. Dove nessuno si
sarebbe mai fermato per caricarlo. Caso mai qualcuno ne avesse avuto l'intenzione.
Rico sentì di colpo il freddo penetrargli nelle ossa. Tirò fuori di tasca il berretto
e se lo calò fin sulle orecchie, poi si tirò il cappuccio sulla testa e annodò il
cordone sotto il mento. Gesti meccanici. Di sopravvivenza. Camminò lungo la curva
di alcuni metri e iniziò a fare autostop.
Da quando quei due sbirri l'avevano imbarcato, la testa gli girava a vuoto. Ce
n'erano almeno cento di morti di fame che bivaccavano nella stazione di Lione:
proprio lui dovevano beccare? Perché? Perché. Punto e basta. Ci sono giorni sì e
giorni no, diceva spesso Titì. I giorni sì avevano il gusto dell'avvenire. I giorni no
anche.
Passavano macchine e camion. Lampeggiavano. Suonavano il clacson. Se la
spassavano sempre, quei bastardi, a vedere un povero cristo sul bordo della strada.
Una R5 rossa, che aveva imboccato lo svincolo a passo d'uomo, rallentò
superandolo. Mise la freccia destra. Si fermò un po' più avanti. Rico aspettò prima
di muoversi. Gliel'avevano fatto già troppe volte lo scherzo di ripartire a tutta
velocità proprio mentre si avvicinava. La macchina iniziò una lenta retromarcia.
Rico tirò su lo zaino da terra e le andò incontro.
La portiera si aprì. Al volante c'era un vecchietto. L'interno puzzava di cane.
"Dov'è che va?" chiese ripartendo.
"Marsiglia".
L'ometto rise.
"Io mi fermo a Vienne... Marguerite starebbe in pensiero se non mi vedesse
rientrare".
"Sua moglie?".
"La mia cagna. Un labrador. Mia moglie si chiama Louise... Ma ha preferito
andarsene prima di me. Sarebbe troppo dura da sola, continuava a dire. E così... io,
invece, non riesco a morire...".
"Non c'è mica fretta" rispose Rico.
"Mah, insomma, non ho più niente di nuovo da vedere, e quello che vedo la sera
alla tele non è tanto incoraggiante...".
Guidava lentamente, sulla corsia di destra. Con la testa china sul volante.
"Forse c'è un treno. A Vienne".
"Se è per quello, posso lasciarla alla stazione. Ma a Lione è più semplice.
Vienne è una stazioncina".
Rico non aveva voglia di raccontargli la sua avventura con gli sbirri.
"Non si può fare sempre quello che si vuole".
"Anche mia moglie lo diceva sempre. Ma non risolve niente...".
Si voltò verso Rico.
"Attenzione, eh, non lo dico in modo cattivo. Siamo stati felici, Louise e io. Ma
forse avremmo vissuto diversamente... se avessimo preteso di più".
Rico pensò che il vecchio aveva ragione.
"Alla fin fine, mi resta la cagna. Invecchiamo insieme... Finché vive...".
Lanciò un'occhiata a Rico, poi si concentrò di nuovo sulla guida.
"Tutto bene? Non ha mica paura?".
"Tutto bene".

C'era un treno. Dopo mezz'ora. Alle 21.06. Doveva cambiare a Valence.


Trentotto minuti d'attesa per un T.G.V. che filava a Montpellier. Rico non aveva
altra scelta. O passava la notte a Vienne. O ad Avignone. Ma di notte viaggiare era
più facile. I controllori rompevano meno le scatole. A volte non si facevano neppure
vedere. E Avignone era solo a un'ora da Marsiglia. Scelse la seconda soluzione.
Avvicinarsi il più possibile a Marsiglia.
Capitolo quattordicesimo.

"Dopo la neve il mistral e il freddo, sempre".

Avignone non era sotto la neve, ma in preda al mistral. Appena sceso dal treno,
Rico sentì addosso il vento gelido. Si affrettò a imboccare il sottopassaggio per
mettersi al riparo. Lì sotto, nel corridoio, riprese finalmente fiato.
Nell'atrio, quasi vuoto, i pochi passanti si affrettavano per ritornare a casa. Rico
era indeciso. Rimanere tutta la notte in un angolo della stazione o uscire nel mistral
a cercarsi un riparo fino al primo treno per Marsiglia. Si sentiva degli sguardi
addosso.
Skinhead con i loro cani. Sei, fra cui due ragazze. Tutti con il cranio rasato.
Stravaccati per terra vicino alle cabine telefoniche, nel passaggio che portava
dall'atrio al bar della stazione. Rico non reagì abbastanza in fretta.
Una delle ragazze, sigaretta fra le labbra, si staccò dal gruppo e gli venne
incontro. Uno dei cani la seguì, un bastardo con il muso da lupo. La ragazza gli si
piazzò di fronte. Era piena di piercing alle orecchie, nelle sopracciglia e nelle
narici. Puzzava di sporco e di birra.
"Non ce l'hai una cicca da darmi?" domandò soffiando il fumo in faccia a Rico.
Il cane gli annusò le scarpe e il fondo dei pantaloni. Adesso mi piscia addosso,
si disse Rico. Aveva già visto una scena del genere, una volta alla stazione Saint-
Lazare. Certi li addestravano apposta.
Si divertivano a vedere il loro cane pisciare contro le gambe della gente invece
che contro gli alberi.
Tirò fuori il pacchetto. Delle Fortuna che aveva comperato a Lione.
Costavano poco ma non si trovavano dappertutto. Le allungò il pacchetto,
evitando di guardarla. I suoi occhi erano di un azzurro sciacquatura. Sbiaditi.
Sporchi come doveva essere il suo corpo. La ragazza prese una sigaretta e se l'infilò
sopra l'orecchio destro.
"Più una per il mio ragazzo, posso?".
Il cane adesso gli annusava il cavallo dei pantaloni. Pronto a mordergli i
coglioni. La situazione poteva precipitare da un momento all'altro. Quattro maschi,
due cani. Non gli sarebbe rimasto più niente, se avessero deciso di saltargli
addosso. E nessuno sarebbe intervenuto per aiutarlo.
"Beh, sì..." disse alla fine.
La ragazza ripeté gli stessi gesti e la sigaretta atterro sul suo orecchio sinistro.
Sulle sue labbra, quasi nere, aleggiava un sorriso.
Invitante come una lama di rasoio. Aveva lo stesso muso degenerato del cane
che gli stava incollato al culo.
"E non avresti per caso cento franchi?".
"Forse non mi hai visto bene".
Il suo amico si staccò dal gruppo e si diresse verso di loro a passo incerto, con
una bottiglia di birra in mano. Era alto sui due metri e doveva pesare almeno
centocinquanta chili. Un gigante.
"Vuoi bere, amico?" propose, porgendo la bottiglia a Rico.
Sì? No? Era la scintilla di una possibile rissa? La mano che teneva la bottiglia
era spessa, larga. Come un battipanni. Tra le giunture delle dita aveva delle croste
secche, verdastre. Rico prese la bottiglia e bevve. Si sentiva lo sguardo sporco
della ragazza addosso e il muso del cane nel cavallo dei pantaloni, questa volta da
dietro.
"Benvenuto ad Avignone, amico!" ridacchiò il gigante.
Il sapore della birra, mischiato alla paura che gli attanagliava le budella,
risvegliò in lui il bisogno di alcol. Gli venne voglia di mandar giù un'altra sorsata,
ma si controllò. Doveva squagliarsela, e in fretta, da quella stazione. Restituì la
bottiglia al gigante.
"Beh, mi sento meglio" borbottò Rico aggiustandosi il berretto in testa.
"Com'è che ti chiami?" domandò l'altro.
"Rico".
Il gigante afferrò la sigaretta sull'orecchio sinistro della ragazza e se la mise fra
le labbra.
"Hai da accendere, Rico?".
Rico tirò fuori l'accendino e glielo diede.
"Dov'è che vai?" domandò la ragazza.
"Lascia stare, Vera!" ordinò lui, restituendo l'accendino a Rico.
"Cazzo! Io faccio quello che mi pare! Se voglio andarci con questo, e farmi
scopare, ci vado e basta!".
Poteva saltare tutto in aria. Subito. Immediatamente.
"Vaffanculo!" gridò ancora la ragazza.
"Io vado" disse Rico nel modo più calmo possibile.
E senza guardarli s'incamminò verso l'uscita. Il cane l'accompagnò.
Annusandogli i polpacci. Lo lasciò quando aprì la porta e l'aria gelida gli leccò
il muso. Gli altri due non si erano mossi.
Continuavano a gridarsi addosso.
A testa bassa, Rico scese la scalinata della stazione e facendosi coraggio
affrontò il mistral.
Non conosceva Avignone e quindi non sapeva dove andare. Camminò diritto
davanti a sé. Fino alle mura di cinta che gli stavano di fronte. Porte de la
République. Centro città, riusciva a leggere.
L'ideale, si disse, sarebbe stato trovare l'ingresso di un parcheggio sotterraneo.
Superate le mura, camminò lungo un viale di platani. Era deserto e lugubre.
Le raffiche di vento erano così forti che parevano a tratti portarlo via. Anche
con la bocca affondata nel bavero del parka gli mancava il fiato. Gli occhi gli
lacrimavano. Ogni passo richiedeva uno sforzo sovrumano. A quella velocità non
sarebbe andato tanto lontano, si ripeté.
Vide l'insegna di un albergo, il Bristol. Si fissò come traguardo di arrivare fin
là. Ma prima doveva fermarsi, respirare.
Sul viale c'erano ancora dei bar aperti. S'infilò nel primo. Il Régence. La sala
era immersa in una luce gialla e cruda. Posò lo zaino e si sedette. Ansimava. Un
cameriere gli fu quasi subito addosso.
"Una birra alla spina" ordinò Rico.
Nel bar c'erano, con lui, solo sette clienti. Tutti uomini soli.
Accese una sigaretta e con gli occhi fissi sulla strada sperò che chiudesse tardi.
Il più tardi possibile. Con l'aiuto della birra avrebbe potuto reggere per tutta la
notte. L'orologio appeso al muro faceva mezzanotte e mezzo. Aveva cinque ore da
ammazzare, più o meno, fino al primo treno.
"Diciotto franchi" disse il cameriere posando la birra sul tavolo.
"Diciotto franchi! Una birra!".
"Tariffa notturna".
"A che ora chiudete?" domandò Rico.
Il cameriere alzò le spalle.
"Quando lo dirà il padrone. Se fosse per me saremmo già chiusi" disse, dando il
resto a Rico. "Starei meglio nel mio letto".
"Certo" approvò Rico.
Mandò giù una sorsata con quattro Doliprane, lo sguardo di nuovo perso sulla
strada. Fu allora che vide una ragazza attraversare la strada.
La testa incassata nelle spalle, le mani in tasca. Minigonna di pelle aderente,
calze rosse assortite alla camicetta che indossava sotto il giubbotto di renna
sbottonato. I capelli lunghi volavano in tutti i sensi, nascondendole il viso.
Davanti al bar raddrizzò le spalle, buttò i capelli indietro con un movimento
della testa rabbioso, poi camminò lungo la vetrina guardando a uno a uno i clienti
che si trovavano all'interno. Arrivata all'altezza di Rico, lo squadrò. C'era una
specie di furore nei suoi occhi. Rico le sorrise, senza sapere perché. La ragazza
proseguì con passo tranquillo. Come se il vento non la disturbasse affatto.
Rico accese un'altra sigaretta e si mise a pensare a quella ragazza.
Alla rabbia che aveva letto nei suoi occhi. Una puttana, senza dubbio.
Ma che non si rassegnava a quell'idea. O che era troppo giovane per accettare
che la sua vita non sarebbe stata nient'altro, solo farsi scopare da un mucchio di
uomini. Non le dava più di venticinque anni.

Rico era rimasto l'unico cliente seduto a un tavolo. Aveva appena ordinato
un'altra birra quando vide la ragazza passargli di nuovo di fronte, sul marciapiede.
Entrò nel bar e andò a sedersi a un tavolino, non lontano dal suo.
"Che tempo schifoso, eh?" le disse il cameriere.
"Tempo di merda, vuoi dire!".
La sua voce era stanca. Con un accento che Rico non seppe definire.
"Un caffè?".
"Un cognac. Caffè ne ho già bevuti abbastanza".
"Fra poco chiudiamo".
"Immagino".
Si accese una sigaretta e accavallò le gambe. Lo sguardo di Rico si attardò su di
lei. La vedeva di profilo. Il volto era ovale, dai tratti graziosi. Zigomi alti. Labbra
carnose. E una massa di capelli biondo cenere che le ricadeva sulle spalle.
Si voltò lentamente verso Rico e lo fissò negli occhi. Degli occhi di un azzurro
molto scuro, quasi nero.
"Ti piace?".
"Che cosa?".
"Quello che vedi. Me".
Rico sorrise.
"Sì... direi di sì".
La ragazza si alzò e venne a sedersi al suo tavolino.
"Vuoi venire in albergo?" gli chiese, buttando indietro i capelli.
Il cameriere le posò il cognac di fronte.
"Cinquanta franchi" disse.
La ragazza non si mosse. Lo sguardo del cameriere andò da lei a Rico.
"Cinquanta franchi" ripeté, questa volta rivolto a Rico.
Rico contò cinquanta franchi di spiccioli che aveva in tasca. Gli altri soldi che
gli rimanevano erano nella scarpa sinistra e non aveva la minima intenzione di
tirarli fuori lì, davanti a loro.
"Ha rubato in chiesa?" disse il cameriere divertito, guardandolo contare.
"No" rispose. "Ho soltanto chiesto l'elemosina".
Il cameriere raccolse le monete e se ne andò.
"Cin" disse la ragazza sollevando il bicchiere.
Trangugiò la metà del cognac a occhi chiusi, senza respirare.
"Dopo starai meglio".
"Dopo cosa?".
"Dopo l'albergo. Se vuoi venire. Non è lontano. Rue Aubanel... E' a due passi.
Ti faccio duecento franchi per una scopata. Inclusa la camera".
"Non credo...".
Rico vide la rabbia nei suoi occhi.
"Ho qualcosa che non va?".
"No, non... Niente... Ma...".
Si sporse verso di lui e Rico sentì i suoi capelli sfiorargli la guancia.
Odoravano d'incenso.
"Cento franchi. Ti faccio un pompino per cento franchi. Conosco un posticino
tranquillo...".
"Non ho soldi da buttar via io!" disse Rico piuttosto seccamente.
La ragazza s'irrigidì. Non era carino da parte sua dirle una cosa del genere e in
quel modo. Ma Rico voleva che lei la smettesse con tutte quelle storie. Aveva solo
voglia di parlare un po'. Lei bevve il resto del cognac e si alzò.
"Perdo tempo con te! Povero clochard, va'!".
Si diresse verso la porta, si voltò verso il cameriere che li stava osservando da
qualche istante e lo salutò:
"Ciao Max!".
"Ciao bellezza!".
Rico seguì con lo sguardo la ragazza. Una raffica di vento la inchiodò nel
momento in cui usciva. Incassò la testa fra le spalle e attraversò la strada a passo
deciso. Un attimo dopo era sfuggita allo sguardo di Rico.
"Chiudiamo" disse il cameriere.
Rico si alzò lentamente. Era soltanto l'una. Si sarebbe bevuto volentieri un'altra
birra lì al calduccio, tranquillo. Non appena uscì dal bar le luci si spensero. E
siccome continuava a non sapere dove andare, attraversò la strada, come aveva fatto
la ragazza, e s'incamminò lungo il viale deserto.
Incrociò rue Aubanel. Una via stretta e buia. La imboccò. Alla ricerca di
quell'albergo di cui aveva parlato la ragazza. Dove faceva marchette, camera
inclusa. Magari gli affittavano una camera per qualche ora. Si era convinto che un
buon letto gli avrebbe fatto bene.
Si sentiva esausto. Era pronto a sganciare cento franchi per dormire.

Hotel. Camere a ore, alla giornata, alla settimana, al mese. Era davanti a un
vecchio edificio scalcinato. Tutte le luci erano spente.
'Suonare', c'era scritto sopra un campanello nero di sporcizia.
"Che fai? Mi segui?".
La voce della ragazza. Si voltò, era lì. Con la schiena appoggiata al muro, sul
marciapiede di fronte. La testa incassata nelle spalle. Le mani affondate nel
giubbotto, che alla fine aveva abbottonato.
"Pensavo che qui, per dormire due o tre ore...".
"Ah! credevo davvero che mi seguissi!".
S'incamminò per la via in salita, con meno energia, constatò Rico, di quando era
uscita dal bar.
"Fa schifo là dentro" aggiunse senza voltarsi.
Rico la seguì. Lei si voltò.
"Vedi che mi segui".
"Dove vai?".
"A casa".
"Camminiamo insieme".
Lei si fermò di colpo.
"Che cosa vuoi da me?".
"Niente. Ho qualche ora d'ammazzare e non so dove sbattermi".
Lei riprese a camminare. Lui la seguì. Presero una strada a destra, poi
arrivarono in una piazza. Davanti a una pizzeria un tipo barbuto, avvolto in un
cappotto a brandelli, tirava fuori dalla spazzatura dei resti di pasta, degli spaghetti
rossi e collosi che raccoglieva in una vaschetta d'alluminio. Alzò gli occhi al loro
passaggio, poi rituffò la testa nella pattumiera.
Adesso avevano il mistral di schiena. E la ragazza aveva accelerato il passo.
Rico non riusciva più a starle dietro. Camminare così in fretta gli toglieva il fiato.
Lei si voltò.
"Vieni o no?".
Quel vento lo sfiniva. Gli sembrava che ogni raffica gli entrasse nel cranio e gli
gelasse ancor di più il sangue nelle vene.
"Cammini troppo in fretta. Non ce la faccio".
"Eh, non siamo mica arrivati! Ci vuole ancora almeno un quarto d'ora fino a casa
mia".
Capitolo quindicesimo.

"Come fratello e sorella, da sempre".

Abitava in un vecchio negozio abbandonato. In rue des Fourbisseurs, come Rico


era riuscito a leggere sulla targa. Aveva notato il nome al volo, imboccando la
strada. Come se avesse potuto aiutarlo a orientarsi in quella città. Seguendo quella
ragazza, aveva avuto l'impressione di girare a vuoto. In quel momento era
assolutamente incapace di ritrovare da solo la strada principale - rue de la
République - dalla quale era arrivato.
"Ci siamo" disse lei, fermandosi davanti al negozio.
Rico ansimava per aver camminato così tanto e così in fretta in quel vento
freddo. Non capì subito.
"Ci siamo" ripeté lei. "Abito qui dentro".
Delle grosse serrande di legno proteggevano la vetrina.
Visto il loro stato, non dovevano essere state aperte da tempo. La vernice era
scrostata, come la scritta Au bon chic provençal - Casa fondata nel 1867.
La ragazza s'infilò nel palazzo da una porticina a destra del negozio.
Riapparve quasi subito.
"Allora, vieni o no?".
Rico la raggiunse. Era un po' sopraffatto dagli eventi. Non vedeva l'ora di
posare lo zaino. E di dormire. Prima che il dolore, che incominciava a pungergli la
schiena, si risvegliasse davvero e gli impedisse di riposare.
"Spingi la porta. La serratura è rotta ma preferisco che non resti aperta. Non si
sa mai. C'è solo una coppia che abita qui, al secondo piano, e sono vecchi".
Si entrava nel negozio da quello che doveva essere stato il deposito.
Un corridoio soffocato da scaffali ormai vuoti che arrivavano fino al soffitto. Su
uno di questi la ragazza prese una candela e l'accese.
"Aspetta. Vado ad accendere" disse, portando via la candela.
La luce si diffuse nel negozio. Una luce fioca. Di una lampadina nuda che
penzolava da un filo al di sopra di un vecchio bancone di legno.
"Romantico, no?" ironizzò lei.
Contro una parete, per terra, un materasso e un paio di coperte militari. Una
valigia di tela di fianco al letto. Sopra, un librone dalla copertina ingiallita. In
mezzo alla stanza un vecchio radiatore elettrico. E basta.
"Ho visto di peggio" rispose Rico.
"Sì... Anch'io".
Alzò le spalle, poi si chinò e accese il radiatore.
"Mettiti comodo. Vengo subito".
Sparì nel corridoio.
Rico si liberò dello zaino, si tolse il parka e lo posò con cura sul bancone di
legno. La resistenza del radiatore, surriscaldandosi, emetteva una serie di crepitii.
Incominciò a sentire un tepore che lo calmò, dopo quella marcia nel vento gelido.
Tirò fuori dalle tasche dello zaino le sei lattine di birra che gli rimanevano. Ne aprì
una e inghiottì quattro Doliprane con una lunga sorsata.
Percorse di nuovo la stanza con lo sguardo. Era lugubre e deprimente come il
suo box a Parigi. Ma c'era l'elettricità e il riscaldamento...
Che strana ragazza, si disse Rico. Le prostitute, aveva sempre pensato, hanno
per forza una casa. Anche se sono sfruttate da un magnaccia che gli prende tutti i
soldi. Lei no, e la cosa lo incuriosiva. Ma era troppo sfinito per pensarci. E poi, che
importanza aveva?
Lo sguardo gli cadde di nuovo sul libro posato sulla valigia. Rico non poté fare
a meno di prenderlo in mano. I libri gli ricordavano Titì.
Ne aveva spesso uno in tasca, trovato in un cestino dell'immondizia o comprato
da un bouquiniste. L'ultimo si intitolava "Le Mas Théotime".
Era di Henri Bosco. Rico se lo ricordava perfettamente, perché Titì non aveva
avuto il tempo di raccontarglielo.
Questo puzzava di umidità e di polvere. Un odore particolare. Saint-John Perse.
"Oeuvres poétiques", lesse sulla copertina. Lo sfogliò e capitò su una pagina dove
erano state sottolineate alcune righe.

"Una razza nuova fra gli uomini della mia razza,


Una razza nuova tra le figlie della mia razza, e il
Mio grido di vivo in mezzo alla strada degli uomini,
Da un luogo all'altro, e da un uomo all'altro,
Fino alle rive lontane dove la morte diserta!..."

Chiuse il libro, sovrappensiero. Le parole erano belle ma il significato gli


sfuggiva. Lo posò delicatamente sulla valigia, di colpo intimidito. Si sedette per
terra, la schiena contro il bancone di legno. Si slacciò le scarpe e allungò le gambe,
con la pianta dei piedi verso il radiatore. Accese una sigaretta e rimase così, con la
mente nel vuoto.
Il rumore dello sciacquone lo risvegliò dal torpore. La ragazza ritornò nella
stanza. Si era struccata e si era infilata una tuta nera.
"Il cesso è di là. C'è anche un lavandino".
"Vuoi una birra?".
"Un goccio".
Le allungò la lattina. Lei bevve un sorso, poi un altro e gliela restituì.
"Sono stanca morta" sospirò, lasciandosi andare sul materasso.
Aprì la valigia, prese una scatola di metallo, un pacchetto di tabacco e cominciò
a prepararsi uno spinello.
"Com'è che ti chiami?" domandò, alzando la testa.
"Rico. E tu?".
"Mirjana".
"Di dove sei?".
"Bosnia. Sono bosniaca".
Rico si sforzò di mettere insieme i pochi ricordi che gli rimanevano di quella
guerra. Sarajevo assediata. Immagine terribile. Parole come massacri di civili,
deportazioni, pulizia etnica... Poche cose. 1993, era l'anno in cui Malika l'aveva
lasciato. Il suo tracollo. La strada.
Guardò Mirjana. A testa bassa, con i capelli sugli occhi, le dita mescolavano
meticolosamente l'erba e il tabacco. Rico cercò di immaginare tutta la strada che
aveva dovuto percorrere per arrivare fin lì. Dall'orrore alla miseria.
Dal peggio al meno peggio. Ma pur sempre il peggio della vita.
L'inferno. La strada.
Mirjana finì di arrotolare lo spinello, poi l'accese, aspirò profondamente con
evidente piacere e trattenne il respiro per qualche secondo. A occhi chiusi. Soffiò il
fumo. I loro sguardi s'incrociarono. Il suo sembrava stravolto.
"Vuoi?" gli domandò.
Scosse il capo. Rico non aveva mai fumato erba Né preso nessuna droga.
Solo un po' di kat, masticato a Gibuti. Per fare il furbo con gli amici. Prima di
andare a gironzolare per il quartiere delle puttane, dietro place Rimbaud. Ma fumare
una canna, tanto per il piacere, era una paura che non aveva mai vinto.
"Resto alla birra" scherzò.
"Io fumo e basta. Nient'altro" precisò lei. "Non credere".
Soffiò lentamente il fumo azzurrognolo verso l'alto. Il suo sguardo seguì le
volute, poi si posò su Rico.
"Ne ho bisogno, dopo... Mi rilassa".
"Hai lavorato tanto?".
La domanda gli era sfuggita. Era imbarazzato di avergliela fatta. Ma era un
modo per andarle incontro. Il più diretto. Anche il più semplice.
Non appena i loro sguardi si erano incontrati, lei per strada, lui nel bar, si era
sentito vicino a lei. Come fratello e sorella. Da sempre.
Rico non riuscì mai a spiegarmi quello che aveva provato. Quando parlava di
lei, di Mirjana, ripeteva: "Fratello e sorella, capisci?".
Voleva dire, credo, al di là del vero legame di sangue. Pensava a un altro
legame. Quello che unisce, fra rabbia e disperazione, gli esseri rifiutati. Gli esclusi.
Io, per lo meno, l'ho vissuto così con lui, come padre e figlio, legati da sempre.
Mirjana ridacchiò.
"Capirai! Due marchette in tutto il giorno. E un pompino in un parcheggio".
Guardò la punta incandescente dello spinello.
"Preferisco quando mi faccio scopare tutto il giorno. Almeno non penso a niente
e ci faccio i soldi".
Rico la guardava con tenerezza. Il volto scavato da occhiaie quasi viola. Gli
occhi come persi in fondo alle orbite, senza luce. Gli sembrava più vecchia di
quando la aveva osservata al bar. Più fragile.
Soltanto le labbra, quando parlava, restituivano al suo volto la giovinezza. Ma
era come involontario. Le sue labbra, a volte il suo sorriso, appartenevano a un
mondo che i suoi occhi parevano avere lasciato per sempre.
"Ti stai addormentando, tu!" disse sorridendo.
Gli occhi di Rico si chiudevano. Effetto congiunto della stanchezza, del caldo e
dei Doliprane.
"Sì... Mi farebbe bene dormire un po'".
"Ci arrangiamo, vedrai".
Schiacciò il mozzicone dello spinello e prese le coperte.
"Ho un sacco a pelo" fece Rico tirandolo fuori dallo zaino.
Lo srotolò per terra.
"Non dirmi che dormi così! Vieni qua".
Scivolò sotto le coperte e si strinse contro il muro.
"Spegni per favore. Anche il riscaldamento".
Rico s'infilò nel sacco a pelo e si sdraiò. Sperava che il sonno arrivasse in
fretta. Anche separati com'erano dalle coperte e dal sacco a pelo, si sentiva
piuttosto a disagio. Erano così tanti anni che non dormiva accanto a una donna. Non
aveva alcun desiderio di Mirjana, eppure non gli era del tutto indifferente.
"Tutto bene?".
"Benissimo".
Le loro voci risuonavano come se venissero dall'aldilà. Da un altro mondo.
Dalle tenebre. Dal freddo. Un mondo in cui doveva per forza andare tutto bene.
Testa di lucertola, pensò Rico prima di addormentarsi. Rivide Félix. E le tette di
Sophie Marceau che vegliavano su di lui, sui suoi sogni. Si chiese come fossero
quelle di Mirjana. Quest'ultimo pensiero lo fece sorridere.
Come gli succedeva spesso dopo la morte di Titì, Rico dormiva solo a brevi
intervalli. Un'oretta. Il tempo di svuotarsi della stanchezza in un sonno leggero. Fu
svegliato da un incubo.
Stava giocando a flipper. Ma il tabellone non segnava i punti.
Soltanto paesi, luoghi che non conosceva. Città che non esistevano. E orari che
sfilavano velocissimamente, come sulla ruota di una lotteria. Doveva colpire i
bersagli giusti per leggere una destinazione, il numero di un treno e l'ora di partenza.
Rico si stava innervosendo. Marsiglia non compariva mai.
Sentì ridere dietro di sé. Era il controllore. Il flipper era sul T.G.V.
"Non ci riuscirai mai" rideva il controllore. "Mai...".
"Vaffanculo!".
Rico scosse il flipper violentemente. Tilt. Il controllore rideva sguaiato.
"Mai. Mai...".
Rico l'afferrò per il collo e si mise a scuoterlo come aveva fatto con il flipper,
poi lo spinse bruscamente all'indietro. Il controllore ruzzolò dagli scalini del treno,
improvvisamente alti come un grattacielo. Andò a schiantarsi sul binario con la
lentezza e la leggerezza di una foglia morta.
"Cazzo!" fece Dédé. "Gli hai spezzato le reni".
Monique si avvicinò, sconvolta.
"L'ergastolo" si mise a gemere. "Per un morto ci si becca l'ergastolo.
L'ergastolo".
Guardavano tutti e tre il corpo del controllore, le cui braccia e gambe si
muovevano come le zampe di un grosso scarabeo caduto sul dorso. Arrivava gente.
Quella che Rico aveva incrociato la mattina alla stazione di Lione. Poi gli skinhead
della stazione di Avignone.
Il loro cane si era messo ad annusare il cavallo dei pantaloni del controllore.
"Vado a cercare Félix" disse Dédé. "Chiederà il furgone a Norbert.
Bisogna portar via il cadavere".
"E il flipper" aggiunse Rico. "Bisogna portare via il flipper. Ne ho bisogno. E'
per il treno, capisci. L'ora del treno. Del treno. Il treno...".

Rico si raddrizzò sul materasso, come spinto da una molla, sudato e senza fiato.
A tastoni cercò le sigarette, che aveva posato accanto a sé. Si voltò su un fianco e ne
accese una. Aspirò lentamente per non tossire. Dietro di lui, Mirjana si muoveva.
"Mi fai dare un tiro?" domandò.
"Non dormi?" rispose lui porgendole la cicca.
"No. Troppe cose in testa. Girano, girano e ho paura degli incubi".
"Io ne faccio sempre. Uno dei miei amici, Titì, diceva che è la prova che si
vuole vivere. Che si è ancora vivi".
Mirjana fece una risatina.
"Io sono già morta da tanto tempo. Da quando ho visto uccidere i miei genitori.
E' quello che vedo. Sempre. Che li ammazzano. Solo quell'istante".
Si voltò.
"Ma gli sparerò" disse.
"A chi?".
"A quello che li ha assassinati. Era un amico. Frequentava casa nostra. Con sua
moglie".
Rico non capiva granché di quello che raccontava Mirjana. Avrebbe voluto farle
un'altra domanda, ma lei continuò, a voce bassissima, con un altro tono:
"Ti ho sognato. Ho sognato che erravi come me nel buio. E poi ci siamo
incontrati".
"Che cosa dici?" domandò Rico, meravigliato da quello che aveva appena
sentito.
"Niente... E' in un libro. Un libro che ho letto tanto tempo fa. Mi sta ritornando in
mente, è strano. Dammi la mano".
Rico spense la sigaretta, poi tese la mano verso di lei. Mirjana la prese e se la
mise sul petto. Dalla parte del cuore. Malgrado il tessuto spesso della tuta, Rico
indovinò il rigonfiamento del seno.
Aprì le dita per sentirlo meglio nella mano.
"Sì" mormorò lei. "Sapevo che ti avrei incontrato...".
Le dita di Rico si aggrapparono al seno di Mirjana. Sentiva battere il cuore di
lei. Ogni battito gli rimbombava nel corpo, nella testa. Fino al suo cuore. Mirjana
posò la mano su quella di Rico.
"Adesso possiamo dormire".
Capitolo sedicesimo.

"Non sappiamo più piangere di felicità".

Mirjana disse:
"Per me è meno doloroso sentirmi straniera qui che nel mio paese".
Rico scosse il capo e si mise a pensare a quello che Mirjana aveva appena
detto. Mirjana sapeva trovare le parole giuste quando parlava.
Il che non cambiava niente. Né la stronzaggine né la schifezza umane.
Secondo Mirjana erano circa seicentomila i bosniaci sparsi ai quattro angoli
della terra. La maggior parte nati da matrimoni misti. Tutti finiti per caso in un paese
o in un altro. Con più o meno fortuna, e felicità.
In fondo al suo sguardo, Rico avvertì qualcosa di oscuro. La guerra, pensò. Ma
era una parola senza senso. Non era che un termine astratto, che nascondeva i
drammi, lo strazio. E la morte. La morte delle persone care. La morte degli amici,
dei compagni. La morte dei vicini.
"Non c'è una sofferenza bosniaca, una sofferenza serba, una sofferenza croata"
gli spiegò. "E' sempre la stessa sofferenza, Rico. Lo capisci?... La stessa sofferenza.
Comune a tutti. Un unico dolore...".
Il sole batteva sui vetri del caffè. I suoi raggi s'impigliarono per un attimo ai
capelli di Mirjana e fecero come un'aureola di luce intorno al suo viso. "Eppure, da
quello che ho sentito qui e là, nel mio paese, in Bosnia, Oggi c'è solo odio. Ognuno
si sente in dovere di odiare le altre comunità per preservare la propria... Io non ho
voglia di vivere così. Né di chiedermi, camminando per strada, se devo salutare un
tale o sputargli in faccia... Me ne frego di essere bosniaca o serba. O croata. Quello
che voglio...".
Alzò gli occhi su Rico. E il suo sguardo si aggrappò a quello di lui:
"Quello che voglio è essere felice".

Mirjana aveva portato Rico in un piccolo bar in place des Carmes.


Erano solo le dieci. Quando erano usciti la strada era quasi deserta, senza
dubbio per via del mistral ancora freddo e violento. Il cielo era di un azzurro terso.
"Che luce!" aveva esclamato Rico.
E si era piantato lì in mezzo alla strada come un bambino, abbagliato da quella
luce che scendeva dal cielo e lo costringeva a socchiudere gli occhi.
La luce del Sud.
Una forte raffica di vento l'aveva spostato di qualche metro. Si era messo a
ridere e, a braccia aperte, aveva accolto un'altra folata con una piroetta.
"Ehi! Vieni!" aveva urlato Mirjana.
E l'aveva afferrato per un braccio trascinandolo per la strada in salita.
"Tu sei pazzo!".
"Non puoi immaginare! Sono mesi che non vedo un cielo così azzurro. Il sole...".
Camminando, Mirjana aveva preso la mano di Rico. Lui le aveva lanciato uno
sguardo di sfuggita ma lei, a testa bassa, contro vento, aveva continuato a camminare
come se niente fosse.
Appena alzata, Mirjana aveva raccolto i capelli sotto un basco rosso e si era
infilata sulla tuta un cappotto grigio che le arrivava al polpaccio.
"Andiamo a bere un caffè".
Così impettita, con le mani in tasca, sembrava una collegiale invecchiata troppo
in fretta. Rico aveva sentito scendere in lui un dolce tepore. Le mancano soltanto gli
occhiali, pensò. Un sorriso gli sfiorò le labbra.
"Cosa?" aveva domandato lei.
"Niente...".
Come dirle quello che provava? Quell'emozione che sentiva dentro, in fondo a
se stesso. Rico non sapeva più niente di tutte quelle cose che hanno a che fare con i
sentimenti. Le parole, parole d'amore, i ti amo e tutte quelle altre frasi sdolcinate e
puerili che si dicono quando si e innamorati avevano a poco a poco perso
consistenza. Evocavano ormai soltanto dei ricordi. Dei brandelli di ricordi. La loro
sostanza, la carne di tutte quelle parole d'amore si era putrefatta nel corso degli
anni. Che significava amare senza i baci, senza le carezze, senza il piacere
reciproco che uomo e donna si offrono fino a sfinirsi, fino a quel limite estremo,
segreto, ultimo, in cui la parola si annulla in un grido e solo le lacrime parlano?
"Non sappiamo più piangere di felicità" aveva mormorato Julie l'ultima notte che
avevano trascorso insieme.
Rico aveva voglia di dire la stessa cosa a Mirjana. Soltanto quello.
Ma in piedi di fronte a lei, con le mani affondate nelle tasche del parka, non
riuscì a tirar fuori una parola. Nemmeno per dirle che era bella.
"Niente" aveva ripetuto.

Rico si era svegliato presto. Mirjana era voltata verso di lui. Una luce fioca
rischiarava la stanza. Era rimasto per qualche istante a guardare il suo viso. Anche
nel sonno esprimeva tutte le tensioni che si portava dentro. Dormiva un sonno senza
riposo. Ebbe voglia di posarle la mano sulla fronte per rassicurarla. Ma non lo fece.
Per paura di svegliarla. Non c'era fretta. Le giornate per lei, come per lui, erano già
abbastanza lunghe.
Si era seduto con la schiena contro il muro, non lontano dalla porta aperta del
cesso che lasciava filtrare un po' di luce. Aveva bevuto una birra e fumato diverse
sigarette, sfogliando il libro di Mirjana e soffermandosi sui passaggi sottolineati a
matita.

"La notte ti apre una donna: il suo corpo, i suoi porti, la sua riva;
e la sua notte anteriore dove giace ogni memoria..."

La poesia di Saint-John Perse lo colpì, ancora una volta. Anche se il significato


gli sfuggiva, la musica di quei versi lo toccava profondamente. Si era ripetuto ogni
frase, una a una. Se l'era mormorate, bisbigliate fra sé e sé, come se avesse voluto
impararle a memoria. E recitandole aveva pensato che Mirjana le aveva assaporate
tutte, quelle frasi, una a una. E sulle labbra di lei, le parole del poeta erano
diventate le sue. A un certo punto, quelle parole avevano dovuto trovare un
significato. In lei.
Poi Rico aveva ripensato a quello che Mirjana gli aveva raccontato il giorno
prima. Così poco di sé, della sua vita. Ma con così tanta rabbia. E disperazione.
Arrivati a un certo punto non si può più tornare indietro, aveva pensato. Quando si
sono viste cose che nessuno ha visto, vissute cose che nessuno ha vissuto. Allora si
è condannati.
Condannati: forse era quella l'unica risposta. La risposta a tutto.
Non voler più tornare in quella società non voleva dire impotenza.
Soltanto una grande stanchezza di vivere, dopo tante ore e ore di miseria. La
morte di Titì. Le collere di Dédé. I silenzi di Félix.
Perché tentare di risalire alla superficie delle cose? Quando Mirjana aveva
aperto gli occhi, Rico aveva il libro sulle ginocchia e la guardava sovrappensiero.
Era rimasto così, a guardarla dormire, bevendo un'altra birra e fumando lentamente.
"Ah, sei qui" aveva detto lei, come rassicurata nel vederlo.
"Sì" aveva risposto. "Sono qui".

E adesso l'ascoltava.
Quel libro l'aveva perché si era laureata in letteratura francese.
Aveva scritto una tesi su Saint-John Perse. A quel libro teneva più che a
qualsiasi altra cosa. Ci si aggrappava come a una boa di salvataggio dal giorno in
cui era stata costretta a scappare da Sarajevo.
"Se ho ancora la forza di vivere è grazie a queste poesie. Certe le conosco a
memoria".
Mirjana prese il portafoglio dalla tasca del cappotto e tirò fuori una vecchia foto
a colori spiegazzata. La parte destra era stata tagliata.
La fece vedere a Rico.
"E' stata l'ultima volta che la nostra famiglia si è riunita. Il giorno dopo, le
granate serbe hanno cominciato a cadere sulla città".
Si chinò sul tavolo e gli indicò con il dito i suoi familiari.
"Questi sono i miei genitori. Manja e Miron. Questa è mia zia Leopoldina. Lui è
mio fratello Mico. E lui è Selim. Era il mio fidanzato. Mi avevano chiesto di
recitare una poesia, è per questo che sono in piedi. E' Haidi, la moglie di mio
fratello, che ha fatto la foto...".
Gli occhi di Rico erano inchiodati alla fotografia. Come ipnotizzati dalla felicità
che ne traspariva. L'immagine lo riportava ad altre immagini, ad altri pranzi di
famiglia. Gli tremarono le mani.
"E' tutto quello che mi rimane della mia vita di prima. Questa foto e questo
libro".
Era solo ieri, pensò Rico. E oggi non esiste più niente. Non esisterà più. Mai
più. Per lei come per me. Il mondo si dissolve, ma non il male che vi regna e che lo
dirige.
Mirjana si sporse ancor di più verso Rico. Era quasi sdraiata sul tavolo. I suoi
occhi scuri lo guardarono, straziati, e con le labbra quasi contro le sue si mise a
recitare a voce bassa:

"Ti conosco, mostro! Eccoci ancora di fronte. Riprendiamo la lunga disputa ove
la lasciammo.
E puoi spingere le tue prove quali musi in giù sull'acqua: non ti lascerò pausa
mai né sosta.
Su troppi lidi visitati furono i miei passi lavati prima del giorno, su troppi letti
disertati fu quest'anima data in preda al cancro del silenzio".

I loro sguardi rimasero così, come sigillati. Poi Mirjana indietreggiò lentamente,
senza smettere di fissarlo.
"I miei genitori sono stati uccisi tre giorni dopo. Il 6 gennaio 1993.
I serbi sono piombati a casa nostra di sera. Abitavamo a Skenderia, nel cuore
della vecchia Sarajevo. Siccome rifiutavano di andarsene, li... li hanno trascinati
fuori e... 'I vecchi alberi non si trapiantano' diceva Miron. Mio padre non avrebbe
mai lasciato la Bosnia. E mia madre non l'avrebbe mai abbandonato...".
"Ma perché? Perché?".
"Perché?".
Mirjana alzò le spalle.
"Tutto questo... Non ha più importanza, ora. I bosniaci musulmani hanno fatto le
stesse cose, più tardi...".
Accese una sigaretta. Rico fece altrettanto. Fumarono in silenzio. A tratti i loro
sguardi s'incrociavano. Alla fine Mirjana proseguì:
"Selim, sai... Si è arruolato sin dal primo giorno. Penso che anche lui abbia
potuto fare di tutto. Come qualunque altro bosniaco. Erano tutti pronti al peggio,
dopo il trionfo dei partiti nazionalisti alle elezioni del '90... Che follia! Non lo
capirò mai. Mio padre ripeteva spesso che le cose possono succedere per delle
ragioni che non possiamo controllare. M'innervosiva sentirlo parlare così. Credo
che non fosse vigliaccheria ma condiscendenza. E più tardi ho capito che cosa
voleva dire. Non puoi fare niente contro qualcosa che non riesci a capire".
"E tuo fratello?".
"Mico si era rifugiato in una casetta che avevamo in montagna. A Pazaric, sul
monte Igman. Anche lui era una testa dura. Non voleva partire. Non voleva
scappare. L'hanno arrestato là. L'hanno imprigionato in una palestra. Per otto mesi...
Poi l'hanno liberato.
Da allora... Nemmeno Haidi ha più avuto sue notizie".
"Lei è rimasta là?"
"No. E' in Croazia. I suoi genitori sono croati. Le ho parlato al telefono a Natale.
Stava bene".
Fece un sorrisino.
"L'ho chiamata da una cabina. Lei parlava, parlava, senza lasciarmi dire una
parola. 'Vieni... Vieni...' ripeteva. Io sentivo gli scatti passare veloci e, tutto a un
tratto, più niente... Il silenzio. Sono rimasta lì, davanti al ricevitore, con le mie
lacrime. Non ci siamo neppure augurate buon Natale... Haidi...".
Mirjana smise bruscamente di parlare. Si guardò intorno. Come stupita di essere
lì, in quel bistrot. Nella sala, che nel frattempo si era riempita, aleggiava un
piacevole odore di anice...
"Di', non hai voglia di mangiare qualcosa?" gli chiese. "Un panino? Un croque-
monsieur?".
Rico non aveva fame. Ma aveva voglia di un pastis.
Rimasero a parlare e a bere, lei caffè e lui pastis, finché Mirjana si decise ad
andare a lavorare. "A fare la puttana" aveva detto.
"Ho dei debiti. Non puoi immaginare quanto costi scappare, passare le
frontiere... La cosa più cara è stata arrivare in Italia...".
Qualcosa nella sua voce suonava falsa, per la prima volta.
"Ho bisogno di soldi. Li devo a... degli scafisti albanesi".
Rico non ne sapeva niente di tutte quelle cose. Del commercio dei clandestini.
L'unica cosa che sapeva era che nessuno fa mai credito a qualcuno che è nella
merda. Avrebbe voluto dirlo a Mirjana, ma cambiò idea. Aveva un'altra domanda
che gli ronzava nella testa.
"Chi è che vuoi ammazzare?".
"Dragan. L'amico di mio padre. Era lui che comandava i serbi che sono arrivati
a casa nostra".
Mirjana si prese il volto fra le mani. Rico pensò che piangesse, ma era soltanto
stanchezza. La stanchezza del dolore.
"Quando mi faccio scopare... Sai, è l' unico momento in cui non penso a tutte
queste cose. Guardo il tipo che suda per riuscire a godere e mi dico che la sua vita
deve essere più schifosa della mia".
"E quando li prendi in bocca, a cosa pensi?".
Le parole gli erano sfuggite. Rico si pentì. Ma il fatto che Mirjana potesse
pensare delle cose simili l'aveva sconvolto. Lui non riusciva a giustificare gli sbirri,
i vigilantes, i controllori, tutti quelli che lo tormentavano senza tregua. Non riusciva
a perdonarli. Il perdono è carità cristiana. E alla carità Rico era da un bel po' di
tempo che ci pisciava sopra.
"Scusami" disse.
Gli occhi di Mirjana l'avevano fulminato. Poi da azzurro scuro erano diventati
azzurro grigi.
"Sai, non me lo dimenticherò mai quel momento. Quando gli spari sono
rimbombati... Stavo tornando a casa... Ho visto Manja e Miron contro il muro. I
vicini che venivano avanti. Ho gridato: 'Dragan! No!
No...'".
Accese un'altra sigaretta, aspirò nervosamente, poi cercò qualcosa nella tasca
del cappotto. Porse a Rico un bossolo di pistola.
"Ne ho preso uno... uno solo".
La sua voce era gelida. Posò il bossolo in mezzo al tavolo.
"Non potevano umiliarmi di più. Tutto il resto... Gli uomini che mi scopano,
scopano solo un cadavere. Non dimenticartelo mai, Rico.
Perché sono morta anch'io in quel momento. Sai, Dragan è il mio padrino".
"E' per questo che la foto è tagliata?".
"Sì.."
Fece una smorfia di disgusto. Poi con un colpetto fece rotolare il bossolo sul
tavolo verso Rico.
"Ma non riesco a togliermi di testa il suo brutto muso".

Di ritorno al negozio, Mirjana andò al cesso a mettersi i vestiti che indossava il


giorno prima. Non si erano più detti una parola da quando erano usciti dal bistrot.
Quando ritornò nella stanza, pettinata e truccata, Rico stava arrotolando il sacco a
pelo.
Quella che gli stava di fronte era un'altra donna. Non poté fare a meno di
squadrarla. Più di quanto avesse fatto la sera prima in quello squallido bar. Ma con
occhi diversi. Innamorati, se ancora quella parola poteva avere un senso per lui. La
donna che vide non gli piacque.
Lei s'infilò il giubbotto.
"Ti piaccio così, si direbbe...".
"No, non direi proprio...".
"E allora che c'è?".
"Dovresti tenere il basco. Ti sta bene".
"Ah! Credi?" fece lei stupita.
"Se te lo dico...".
Adesso erano intimiditi.
"Non vuoi rimanere anche stanotte?".
Capitolo diciassettesimo.

"L'eternità non dura che una notte".

Quando Mirjana se ne andò, Rico si sentì perduto. Rimase in piedi, con le


braccia penzoloni, nella penombra del negozio. Lei gli aveva chiesto di aspettarla e
aspettare, aspettare una donna, non gli succedeva più da anni.
In strada aspettare non era un problema. Anzi. Più tempo si perdeva - a chiedere
l'elemosina, o a mangiare, o per ottenere un documento... e meglio era. Di tempo ne
avevano da vendere, Rico e gli altri come lui, e ogni giorno tutte quelle ore da
spendere erano troppe per un solo uomo.
Ma in quel momento... Le ore perse lo sarebbero state per sempre. Non
sarebbero più tornate. Rico ne era conscio. Il tempo era contato. Lì, con Mirjana.
"A che pensi?" aveva domandato lei a bruciapelo.
Erano ancora nel bistrot. Mirjana era riuscita a convincerlo a mangiare.
Avevano ordinato un'omelette al formaggio per lui e spaghetti alla bolognese per lei.
E vino rosso sfuso.
"Salute. Alla tua. Al nostro incontro".
"Allora?".
Lui aveva alzato le spalle.
"E' strano quello che hai detto stanotte. Quella frase...".
Mirjana aveva chiuso gli occhi e ripetuto, con lo stesso tono e la stessa
tenerezza:
"Ho sognato che come me vagabondavi nel buio. E ci siamo incontrati...
E' in un romanzo di un autore americano, ma non so più chi...".
"Mi colpisce che te ne sei ricordata mentre c'ero io, o perché c'ero io...".
Gli occhi di Mirjana, all'improvviso immensamente grandi, avevano preso il
colore del cielo, l'avevano come captato. E a Rico era venuta voglia di
immergervisi dentro e di lasciarsi portare nel più profondo di lei, di volteggiare nel
suo corpo e nel suo cuore. Sarebbe stato più semplice che mettere ordine nei suoi
pensieri e trovare le parole per esprimerli. Più semplice anche di dover parlare.
Si era reso conto che più il tempo passava e più gli diventava difficile
esprimersi. Costruire delle frasi, metterle una dopo l'altra... Il suo vocabolario si
riduceva sempre più. Gli accadeva addirittura di non arrivare alla fine di quello che
stava raccontando.
Cercava una parola, non la trovava, e perdeva il filo dei pensieri.
Ma Mirjana meritava che facesse uno sforzo. Senza dubbio, mi disse un giorno
Rico, Mirjana si aspettava che lui non abbandonasse per strada, alla miseria della
strada, tutte le cose che aveva nella mente. Per questo Rico si sforzava di parlarmi
tutti i giorni. Per fedeltà a Mirjana.
Rico aveva riempito i bicchieri di vino. Poi aveva iniziato a parlare, lentamente.
Il più semplicemente possibile.
"Sai, Mirjana, io non credo al caso. In questi ultimi mesi ho fatto cento volte lo
stesso sogno, ho sognato che t'incontravo... Insomma, una donna...".
"Le assomiglio?".
"No... no... Come dire? Quella donna...".
Con la mano aveva fatto il gesto di spazzare via qualche cosa davanti a sé.
"Non è un fantasma. Capisci cosa voglio dire? Non è per...".
"Farsi una sega".
"Proprio" aveva sorriso lui. "Quella donna era senza volto. Senza corpo. Era...
soltanto una voce. Dolce. Calda. Eppure la vedevo. Mi capisci? Era come se la
vedessi. E sorrideva. Immaginavo che mi sorridesse... E...".
Aveva smesso di parlare di colpo. Aveva capito all'improvviso il significato di
quel sogno. Quella donna era un fantasma. Il fantasma delle sue notti. E quel
fantasma lo prendeva per mano. Per guidarlo.
Per condurlo. Dall'altra parte. In un'altra notte. La voce diceva:
"Perché non sorridi? Perché non vuoi sorridermi?". E altre parole che lui non
capiva.
A quel punto si svegliava sempre, madido di sudore e tremante. Beveva e poi si
riaddormentava. Ritrovava quella voce, sempre così suadente.
La sua mano di nuovo tesa verso di lui. Stordito dall'alcol, il buio scendeva
pesante nella sua mente. Pesante come il cemento armato.
Altrettanto freddo. Una notte, addirittura, pieno di una vodka da pochi soldi,
l'umidità di quel buio era diventata palpabile. Aveva l'odore particolare della terra
appena smossa, brulicante di vermi.
Mirjana non gli aveva più staccato gli occhi di dosso. A disagio, lui aveva
vuotato il bicchiere d'un fiato.
"Tutto qui... non so altro".
L'imbarazzo che aveva provato pareva essersi allontanato un po' da lui per
avvicinarsi a lei. Aveva alzato la testa verso Mirjana. Il suo sguardo era ancora
incredulo.
"Non so altro, Mirjana".
Le dita di lei avevano sfiorato leggermente la mano di Rico. Un brivido gli
aveva percorso il braccio e poi scosso tutto il corpo. Fin nelle ossa.
"Hai delle belle mani. L'avevo notato subito".
Quell'osservazione aveva completamente disorientato Rico. Le sue mani erano
spesse, larghe, con le vene in rilievo. Callose e scorticate.
Delle mani da povero disgraziato.
"A che serve raccontarsi delle storie? Te l'ho già spiegato, Rico, io è come come
se fossi già morta. Tu, non so dove sei morto. Né quando.
Ma so che sei come me. Ci trasciniamo con la nostra vecchia pelle. Non siamo
nient'altro che un involucro vuoto".
Immagini nella mente di Rico. A tutta velocità. Sophie che sbatte la porta.
L'incidente stradale. Le lacrime di Julie. L'appartamento abbandonato da Malika. La
sua seconda notte in strada. Il suo corpo che rotola giù dal marciapiede. Lo sguardo
vuoto di Julien... E poi, al rallentatore, un'ultima immagine. Titì su una barella. Titì
portato via. E tutto finiva. Titì!
"Sì" aveva ammesso stancamente. "E così... Ma" aveva poi ripreso, "abbiamo
ancora un pezzetto di strada da fare. Un'ultima cosa da fare.
Tu... andare a sparare a quel tipo. Dragan...".
"Non so, Rico. Ci penso spesso, sai. Ma... Quando il dolore è troppo forte hai
voglia di uccidere. Ti ripeti: 'L'ammazzo'. Per mettere fine al dolore. Per vomitare
l'odio... Ma in fondo che cosa cambierebbe?
Che cosa cambierebbe rispetto all'odio di tutti? Eh? Sai dirmelo?
All'odio dei bosniaci e dei serbi oggi. Dei serbi e degli albanesi domani... Ci
saranno sempre dei Dragan... e dei Selim... Non ritornerò mai più laggiù".
Gli occhi di Mirjana si erano rimpiccioliti: due puntini luminosi. Due iris dorati.
"Io sono alla fine della strada, Rico. Qui con te".
Tutta la luce che l'aveva abbagliato la mattina l'avvolgeva di nuovo.
"E tu?".
"Io...".
Rivedeva il viso di Léa. E il suo corpo. Nel sole del tramonto che entrava dalla
finestra del suo appartamentino vicino al porto. La rivedeva spingere in avanti le
cosce, a cavalcioni su di lui, la schiena inarcata, i seni tesi...
"Io voglio soltanto ridare vita a un ricordo. Un ricordo che ti assomiglia,
Mirjana".

Seduto sul water, Rico fumava lentamente. Due mutandine di Mirjana erano
stese ad asciugare, appese a un chiodo al di sopra del lavandino. Due mutandine
semplici, bianche, di cotone. Lo fecero sorridere. Parevano così piccole, quelle
mutandine, quasi infantili, e si chiedeva come facesse Mirjana a farci entrare il culo.
Sorrise di nuovo, per l'incongruità di quel pensiero.
Gettò il mozzicone nella tazza del cesso, si tolse la scarpa sinistra e contò i
soldi che gli rimanevano. Quattrocentoquarantadue franchi.
Il denaro spariva, non capiva come. Contò i soldi un'altra volta, poi cercò di
ricordarsi come aveva potuto spendere tanto dalla partenza dalla gare de Lyon con
Dédé. Non ci riuscì. Gli mancava sempre qualcosa al conto. Alla fine ci rinunciò. A
ogni modo, la conclusione era evidente. Avrebbe dovuto rimettersi presto a chiedere
l'elemosina.
L'idea gli fece rivoltare lo stomaco. Con la stessa violenza della prima volta.
Ripensò ancora a Titì. Ai suoi consigli, che l'avevano aiutato. Ma un bel giorno i
consigli non servono più a niente. Lo sapeva. Una domenica, Rico aveva scoperto
Titì che mendicava. Ad Aligre, davanti al mercato coperto. Andava verso la gente
con la mano tesa, trascinando una gamba. Penoso.
"Ehi, Jacques! Non me lo daresti un raggio di sole?" chiedeva.
Rico si era visto in Titì come se si fosse guardato allo specchio. Gli ci era
voluto del tempo per dimenticare quell'immagine. Quell'altra immagine di sé, uno
dei giorni a venire. E del tempo anche per trovare il coraggio di mendicare di
nuovo.
"Dove cazzo eri finito?" gli aveva domandato quando si era fatto rivedere.
"Sulla Costa Azzurra, figurati".
"Sì, come no... Stai a pezzi, vero?".
"Non ce la faccio più a chiedere l'elemosina. Mi dà il voltastomaco".
"Sai, Rico: quando un uomo non ce la fa più chiede l'elemosina, una donna
invece si vende. Pensaci bene: l'umiliazione che tu puoi provare non è niente di
fronte a quello che devono sentire le donne. Farsi chiavare per vivere, noi non
possiamo nemmeno immaginarci che inferno deve essere".
"Mirjana" mormorò.
Strinse i denti. Di rabbia. Contro se stesso. Contro l'umanità. Tutti dei luridi
bastardi...
"Bastardi!" gridò. "Siete dei luridi bastardi!".
Rabbiosamente piegò tre biglietti da cento e l'infilò nella scarpa, poi uscì a
comprarsi birra e sigarette. Non sapeva come fare ad aspettare Mirjana senza niente
da bere.

Rico passò così il resto del pomeriggio: a bere, fumare e sonnecchiare sul
materasso, nella penombra del negozio. Nonostante quel disgusto sempre più forte
che provava per gli altri, riuscì a calmarsi. Nemmeno i ricordi lo facevano più
soffrire. Era come se, nella sua testa, le cose avessero finito per trovare un loro
posto. E quell'ordine dava un senso a ogni cosa.
Tardi nel pomeriggio o all'inizio della serata - non aveva alcuna idea di che ora
fosse - si addormentò pensando alle mutandine di Mirjana, mentre gli aleggiava in
mente questo verso di Saint-John Perse:
"Avevo, io avevo gusto di vivere fra gli uomini,
ed ecco, la terra esala la sua anima di straniera".

Mirjana lo trovò che leggeva, seduto sul materasso, con una coperta sulle spalle.
Il posacenere era pieno zeppo, di fianco alle sei lattine di birra vuote.
Lei teneva in una mano una scatola di cartone quadrata e piatta.
Nell'altra una bottiglia di vino rosso.
"Pizza!" disse, posando la scatola e la bottiglia per terra. "E Cites-du-Rhone!".
Lui si alzò.
"Che ore sono?".
"Le dieci".
Si tolse il basco e lo gettò con rabbia sul materasso, poi si accese una cicca.
Era nervosa.
"Sono stufa. Quegli stronzi sono tutti davanti alla tele. C'è una partita, non lo
sapevo. Marsiglia-Lens, credo. Pensa te, un tipo ha voluto che glielo succhiassi in
macchina per non perdersi la sua fottuta partita di calcio!".
Rico la guardò. No, Titì - si disse - non sapremo mai niente dell'umiliazione
subita dalle donne.
"Stronzi!" disse lei di nuovo.
E si diresse verso il cesso. Quando ritornò si era messa la tuta. Il viso era
struccato e i capelli, spazzolati e tirati indietro, erano legati a coda di cavallo.
Accese il radiatore.
"Si mangia! Ho fame".

Avevano vuotato la bottiglia.


"Avrei dovuto prenderne due" si scusò Mirjana.
Si stava preparando un joint.
"Ho del rum" disse Rico.
Si alzò per prendere lo zaino. Tolse il sacco a pelo e tirò fuori una bottiglietta
da venticinque centilitri. La Martiniquaise. Buono solo per le banane flambé, ma a
buon mercato.
"Tieni tutto nello zaino? Non lasci niente in giro?".
"E' l'abitudine a non avere casa".
Lei mandò giù un sorso di rum, fece una smorfia, poi si concentrò sul suo
spinello. L'arrotolò in punta e l'accese, aspirando il fumo con piacere. Fece un altro
tiro, più lentamente. Allungò la mano sinistra sul collo di Rico per attirarlo a sé.
Verso la sua bocca. Lui la lasciò fare. Chiuse gli occhi. La labbra carnose di
Mirjana sfiorarono le sue. Aprirono la bocca nello stesso momento. Il fumo gli colpì
la gola, in fondo. L'aspirò, poi si ritrasse subito, facendo attenzione a non tossire.
Aprì gli occhi. Mirjana sorrideva. Aspirò un'altra boccata, questa volta per sé.
"Hai visto" disse. "E' come tutto il resto. Non bisogna avere paura".

Più tardi andarono a letto. Tutti e due sotto le coperte. "Vieni" aveva detto
Mirjana.
Si era rannicchiata contro di lui, la mano sul suo petto. Rico respirava l'odore
dei suoi capelli. Odore di shampoo e di fumo.
Mirjana sbottonò lentamente la camicia di Rico. Nella sua mente i ricordi
iniziarono ad affollarsi, cozzando uno contro l'altro. Quando le dita di Mirjana gli
sfiorarono il torso sussultò, come se avesse preso una scossa.
"E' da tanto tempo?" disse lei.
"Tantissimo".
Lei aprì completamente la camicia di Rico. Gli posò la guancia sul petto, le sue
dita scivolarono sul ventre di lui. I ricordi di Rico sembravano cacciati via, respinti
il più lontano possibile. Dietro quella linea dell'orizzonte, forse immaginaria, dove
conta soltanto l'istante presente. Nella sua mente fu un cielo azzurro. Una cielo da
mistral. Pensò all'amore. A quello che era stato l'amore. Al piacere di amare. Alla
tenerezza dei giorni. Alla delicatezza degli attimi. A tutto quello che voleva dire la
felicità condivisa. A quella leggerezza sempre necessaria, indispensabile, delle
parole, dei gesti.
Dei pensieri.
"Vuoi fare l'amore?".
Rico si voltò verso Mirjana. I suoi occhi cercarono quelli di lei nel buio.
"Di che cosa hai voglia tu?".
Si strinse a Rico e l'abbracciò con forza.
"Mica siamo obbligati, Rico. Stiamo bene così. E' questo l'importante... Mi
piacciono le tue dita su di me. La loro dolcezza".
"Anch'io ho la stessa voglia. Delle tue mani".
Si spogliarono a vicenda, poi i loro corpi nudi si accarezzarono piano. Avevano
tutta la notte di fronte. L'eternità. Un'eternità che apparteneva soltanto a loro. Il
tempo di una notte.
A un certo punto Rico sentì le lacrime di Mirjana sulla spalla.
Lacrime di felicità. Gli venne in mente una canzone, ripresa da Bashung credo, e
si mise a canticchiarla all'orecchio di Mirjana:

"Je lui dirai les mots bleus


Ceux qui rendent les gens heureux
Je lui dirai tous les mots bleus
Tous ceux qui rendent les gens heureux
Tous les mots bleus
Tous les mots bleus..."
Capitolo diciottesimo.

"Sarà molto più facile per chi morirà per ultimo".

La porta andò in pezzi. Come fracassata da un bulldozer. Rico stava leggendo,


seduto per terra come il giorno prima vicino alla porta del cesso.
Si alzò di scatto. Mirjana, che dormiva ancora, si tirò su di colpo sul materasso.
Sconvolta.
"Cosa succede?".
Il tempo di rendersene conto e due uomini irruppero nel negozio. Il più robusto,
tarchiato, era in jeans e giubbotto marrone. L'altro, più alto, più slanciato, indossava
un cappotto nero. Si fece avanti con le mani in tasca. Un sorriso sulle labbra.
"Fatos!" gridò Mirjana.
Si avvolse nella coperta, cercando con gli occhi la tuta. Vide Rico camminare
loro incontro. Con il suo passo esitante.
"Cosa volete?" urlò.
"Rico, no!" balbettò lei.
Ma quello robusto si era già lanciato su Rico. L'afferrò per il collo.
"Tu chiudi il becco! OK?".
E gli diede uno spintone.
Rico sbatté la schiena contro la parete. Gli mancò il fiato. Sentì le gambe
piegarsi, ma non cadde. Rimase incollato al muro, ansimante.
Stravolto.
Fatos si avvicinò a Mirjana e l'afferrò per i capelli. Con la mano aperta le
stringeva la nuca. Il dolore le strappò un grido e le fece mollare la coperta. Lui la
strattonò verso il centro del negozio. Poi la lasciò.
Mirjana, con le braccia penzoloni, non cercò neppure di coprirsi il pube. Stava
diritta. A testa alta.
"Ciao" fece Fatos.
Rico capì di colpo i silenzi di Mirjana, il giorno prima al bar.
L'ambiguità di certe sue spiegazioni. Con lo sguardo andava da lei a Fatos.
"E pure senza mutande...".
Fatos si voltò verso il tipo più robusto, dietro di lui, che teneva d'occhio Rico:
"Valeva la pena di venire fin qui, eh Alex?".
"Altroché! ".
Da come l'aveva detto, di certo s'immaginava già di ficcare il cazzo nel culo di
Mirjana.
"Fatos" ripeté Mirjana.
Nessuna paura adesso nella sua voce.
"Ho fatto fatica a trovarti, sai".
E le diede uno schiaffo. Colpita in piena faccia, Mirjana vacillò.
Indietreggiò di qualche passo. Si raddrizzò. A testa alta, di nuovo.
"Ma ci sono riuscito, hai visto?".
Le mollò un'altra sberla, altrettanto violenta, questa volta con il rovescio della
mano. Qualche goccia di sangue le imperlò la guancia.
Tracce del grosso anello d'oro che Fatos portava all'anulare sinistro.
"Lasciala stare!" gridò Rico, che finalmente aveva ripreso fiato.
"Lasciala!".
"Chi è questo buffone?" domandò Fatos.
"Lui non c'entra niente" rispose Mirjana.
"Chi è, ti ho chiesto".
"Uno... uno che ho incontrato in un bar".
Lo disse con voce neutra. Ma tagliente.
Fatos si piantò di fronte a Rico. Lo squadrò dalla testa ai piedi con disgusto. I
jeans lisi, il vecchio maglione da marinaio che gli aveva dato Monique. I loro
sguardi s'incrociarono. Gli occhi neri di Fatos dicevano tutta la schifezza della
terra, la più vile. Occhi di merda.
"Una notte con lei costa cara! Lo sai, brutto stronzo? Hai di che pagare, spero!".
"Non sapeva dove andare a dormire" azzardò Mirjana.
Fatos si voltò verso di lei.
"E tu ti spogli per i barboni, adesso".
Partì un altro schiaffo. Mirjana lo vide arrivare. Cercò di evitarlo.
La mano di Fatos la colpì sulla tempia. Con violenza. Lei vacillò, stordita.
"Lasciala!" urlò di nuovo Rico.
Non aveva più paura di prenderle. Non aveva nessuna possibilità di cavarsela
contro quei due, ma se ne fotteva. Era spinto dalla rabbia.
Dall'odio. Tutta quella schifezza. Sempre, ovunque. Schiena contro il muro, era
pronto a lanciarsi. A picchiare. Ma un attimo prima Fatos, come se avesse capito,
schioccò le dita, indicandolo.
Alex gli si avvicinò. I suoi pugni lo colpirono dritto al ventre. Una volta. Due.
Pugni d'acciaio. Che sbatterono di nuovo Rico contro il muro. A occhi chiusi, non
vedeva che lampi di luce bianca. Le gambe questa volta l'abbandonarono. Scivolò
contro la parete. Come una lumaca. Fu l'immagine che ebbe di se stesso mentre
crollava a terra.
Piegato in due, gli occhi semichiusi, cercò di riprendere fiato. Aveva
l'impressione che dallo stomaco gli fosse uscita una valanga di pietre. Dure. Dagli
spigoli taglienti. Ogni volta che inspirava, tutte quelle pietre gli laceravano i
polmoni, prima di risalirgli in gola.
Soffocandolo. Con la bocca spalancata, sbavando, cercava l'aria.
"Vestiti!" ordinò Fatos a Mirjana. "Mi fai pena".
Lei andò a prendere la tuta, appallottolata ai piedi del materasso. I suoi gesti
erano decisi. Colse lo sguardo di Rico. I suoi movimenti si fecero più lenti. Per un
attimo sembrò perfino rimanere immobile.
Appena prima di tirarsi i pantaloni sul pube. Un rallentatore che forse esisteva
soltanto nella testa di Rico. In quel momento si disse che non avrebbe mai più
rivisto Mirjana. Doveva convincersene, come se fosse già morto.
Fatos ritornò verso Rico. Con la punta del piede, scarpe nere lucide,
impeccabili, fibbia dorata sul lato, fece girare verso di sé la faccia di Rico.
"Questa donna è mia. Hai capito, brutto stronzo? L'ho comprata. A Taranto. L'ho
pagata, e cara. Troppo cara per farsi scopare da un pezzente come te".
Rico cercava ancora Mirjana con lo sguardo. La vide infilarsi la maglia della
tuta.
"Guardami!" disse Fatos.
La punta della scarpa scivolò dalla guancia di Rico al mento. Fatos esercitò una
leggera pressione.
"Voleva vedere Parigi" sghignazzò. "La Tour Eiffel. Gli Champs-Elysées. Le
Galeries La Fayette... Tutte quelle stronzate. Ma costa caro tutto questo. Lo sai,
brutto stronzo?".
Con il piede gli schiacciava il naso, il tacco bloccato contro il mento di Rico.
"Lascialo! " disse Mirjana. "Mi hai ritrovata, tutto bene, no?".
"Ho perso un mucchio di soldi. Più di tre mesi, Mirjana. Più tutte le spese per
ripescarti. Grenoble, Lione, Marsiglia, Arles. In tutti i posti in cui ti ho cercata. Non
t'immagini quanto costi caro! E tu te la spassi con questo morto di fame".
La scarpa di Fatos divenne ancora più pesante sul naso e sul mento di Rico.
"Ma mi hai ritrovata" ripeté lei.
Fatos tolse il piede dal viso di Rico e lo posò per terra.
"Sì... E' vero... E' vero...".
Fatos sferrò un calcio che colpì in pieno la faccia di Rico. Sul naso.
Nuovi lampi, rossi questa volta, gli attraversarono lo sguardo. Gli occhi gli si
chiusero. Il naso spruzzò sangue.
"Ho dei soldi!" gridò Mirjana. "Ho lavorato!".
Adesso aveva paura. Non per lei. Per Rico. Aveva capito. Non era lei che Fatos
avrebbe picchiato per vendicarsi, ma Rico. Lei era uno dei suoi mezzi di
sostentamento. Rico non era niente.
"Finalmente delle parole sensate. E quanto hai fatto, in tutto questo tempo?".
Mirjana aprì la valigia. Prese una borsetta di tela blu, l'aprì, ci tuffò dentro la
mano e tirò fuori una manciata di biglietti. Da cento, da duecento, da cinquanta...
"Sui diecimila, credo. Non li ho contati. Tutto quello che ho guadagnato. Non ho
speso niente, Fatos. Non ho speso niente".
"Diecimila... Tieni, contali!" disse ad Alex.
"Vedi?" disse Mirjana.
"Vedi cosa?".
"Che faccio soldi. E' quello che volevi".
Mirjana fece un passo.
"Dove vai?".
"Sta sanguinando" rispose lei indicando Rico.
"Stai ferma".
Fatos accese una sigaretta, aspirò una lunga boccata di fumo, poi la porse a
Mirjana. Lei fece segno di no con la testa.
"Come vuoi".
"Novemila e due" annunciò Alex.
"Novemila e due... Non fanno diecimila... Mirjana, secondo me stai scopando al
ribasso. A meno che non hai passato il tempo a farti tutti i barboni che si trascinano
sui marciapiedi".
Fatos si girò e con estrema rapidità tirò un calcio a Rico in piena pancia. Rico
lanciò un grido. Anzi, un rantolo. Le lacrime gli appannarono la vista. Fatos prese lo
slancio per colpirlo di nuovo.
"Smettila!" urlò Mirjana isterica. "Smettila!".
Il piede di Fatos ricadde a pochi centimetri dal ventre di Rico.
Lei si gettò ai suoi piedi in ginocchio. Piangeva, a testa bassa, le spalle piegate.
"Ti prego".
Fatos schiacciò la sigaretta sul pavimento, poi si accovacciò davanti a Mirjana.
Le prese il mento fra le dita e la costrinse ad alzare il viso verso di lui.
"Sei proprio una povera stronza! Ecco cosa sei! Perché adesso ti sbatto per un
po' a Barbès. E lì te lo fai mettere solo dai negri e da quegli arabi di merda. Tutto il
giorno. Hai capito che bel programma?".
Rico ascoltava, con gli occhi che lacrimavano. Pensò agli skinhead della
stazione. Alla ragazza e al suo fottuto cane bastardo che gli fiutava il culo. Adesso
gli sarebbe piaciuto averlo lì, quel cane. E vedergli la mascella stringere i coglioni
di Fatos.
Un cane! gridò Rico dentro di sé.
Stese lentamente le gambe. I piedi scivolarono contro il muro, cercandovi
appoggio. Riunì tutte le sue deboli forze e tutto il suo odio. Si slanciò.
Io sono un cane! urlò dentro di sé.
Tutto il suo corpo si tese. Fece un balzo. A bocca spalancata. Canini in avanti.
Sbavando.
Saltò alla gola di Fatos. I denti nel collo di lui. Fatos urlò. Alex si mise a
picchiare Rico. A calci sul cranio. A ogni colpo i lampi gli laceravano gli occhi. La
testa. Bianchi. Rossi. Bianchi. Rossi. Rossi.
Rossi.
E il sangue.
Poi, di colpo, Rico non sentì più niente. Aveva mollato la presa.
"Rottinculo!" gridò Fatos.
Il sangue gli usciva a fiotti dal collo.
Colpì di nuovo Rico. Con un calcio. Sul mento.
"Basta" si lasciò sfuggire Alex. "Basta. Ha avuto la sua dose".
Si chinò su di lui. Non respirava più.
Nella testa di Rico l'umidità del buio era diventata palpabile. La terra nera, che
brulicava di vermi.
No. Non adesso, no.
Perché non sorridi?
Non ancora.
Perché non vuoi sorridere?
No.
Il sapore del sangue sulle labbra. In gola. Quello di Fatos. E il suo.
"No" disse in un rantolo.
"Dobbiamo squagliarcela, Fatos. Sta crepando, si direbbe".
"Rico".
Quella voce dolce, carezzevole.
Mirjana singhiozzava.
Non aveva smesso di urlare. Di implorare.
Gli si inginocchiò accanto. Con le labbra contro l'orecchio di Rico, mormorò:
"Io sono morta, non dimenticartelo. Morta...".
Lo baciò sulla fronte.
Fatos la tirò brutalmente indietro.
"Prendi la tua roba e tagliamo la corda".
Rico sentì il rumore della cerniera della valigia. E dei passi. I loro passi.
Non riuscì ad aprire gli occhi.
A vederla un'ultima volta.
Mirjana.
"Carogne" brontolò.
Ma nessuno lo sentì.
Nella sua testa si fece buio.
Buio.

Rico mi disse, una sera che guardavamo il mare: "Alla morte di Titì è stato
come se qualcosa di me se ne fosse andata. Con Mirjana... Sai, Abdou, sarà più
facile per chi morirà per ultimo. Perché avrà già perso tutto".
SECONDA PARTE.
Capitolo diciannovesimo.

"E se andassimo a vedere il mare?"

Abdou sono io.


Sono due mesi che mi sbatto a Marsiglia. Sono algerino. Di Algeri. Ho tredici
anni. Insomma, io dico così. Forse ne ho quattordici o quindici. Siccome non ho
documenti, non si è sicuri di niente. Ma io me ne frego dell'età. Non cambia niente
della mia vita. E' quello che ho spiegato a Rico il giorno in cui ci siamo conosciuti.
Era uno sporco pomeriggio di gennaio, grigio e freddo. Eravamo seduti su una
panchina in place de Lenche, nel Panier, il vecchio quartiere vicino al porto. Rico
era senza fiato per aver camminato fin là.
"Sì" ha detto. "Hai ragione. L'età è una questione di testa".
"E di pisello" ho aggiunto io.
Siamo scoppiati a ridere.
Mi piaceva farlo ridere.

Quell'incontro non lo dimenticherò mai.


Stavo risalendo rue Caisserie. Una via che fa tutto il giro del Panier.
Rico era inchiodato davanti a un cartellone pubblicitario. Un manifesto di
biancheria intima per donna. Aubade. Un magnifico culo di donna, due chiappe belle
sode sparate verso i passanti. C'era proprio di che fermarsi di colpo! Tanto più che
lo slip della ragazza, qualche minuscolo filo di pizzo, affondava bene nel solco
delle natiche. Le due rotondità erano ancora più appetitose. In basso si leggeva:
'Lezione n° 27. Creare una zona di turbolenza'.
Io mi sono piazzato dietro Rico. Ipnotizzato come lui. Ancora adesso, se chiudo
gli occhi e immagino che una ragazza mi faccia un tiro del genere, passo in fretta
'dall'agitazione disordinata' - è la definizione esatta di turbolenza, l'ho trovata in un
dizionario che ho visto in libreria - al sisma generale e totale! Non conosco le
lezioni precedenti, ma la n° 27 di Aubade m'ispira sempre delle splendide seghe.
A un certo punto Rico deve essersi accorto che stavo dietro di lui. Si è voltato,
mi ha lanciato uno sguardo stupito, poi mi ha indicato il manifesto:
"E' il culo di mia moglie. Sophie".
"Interessante" ho risposto io.
"Sì... Soprattutto quando puoi mettergli il cazzo bene dentro. Me l'ero
dimenticato...".
Con la mano ha disegnato nell'aria le curve sinuose della ragazza, poi le
graziose rotondità del culo.
"Uauh!".
La mano gli ricadde, come sfinita.
"Un bel colpo mi son preso!".
"Scherzi a parte, è davvero il culo di tua moglie?".
"Ti dico di sì! Insomma... è come le tette di Sophie Marceau...".
Non capivo il nesso.
"Non puoi capire. Guarda...".
Mi ha praticamente incollato il naso sul manifesto.
"La vedi la grana della pelle... Beh, è la stessa. Uguale. Il suo gemello. Ecco, è
il suo culo gemello".
Indietreggiò di qualche passo.
"Arrapante, no?".
"Altroché! Di' un po', una volta te la spassavi!" avevo scherzato io.
"Sì..." aveva detto con voce stanca. Senza staccare gli occhi dal manifesto si era
acceso una sigaretta, una Fortuna.
"Sì" ha ripetuto girandosi verso di me. "Sai, da allora il suo culo è passato in
altre mani. Mani nemiche".
"Il mondo è pieno di invidiosi" ho detto io scherzando.
Rico si è messo a ridere e poi è stato preso da un accesso di tosse.
"Il guaio è che gli invidiosi prendono tutto e non lasciano niente. I peggiori sono
gli invidiosi poveri. Ti ruberebbero perfino le briciole in fondo alle tasche...".
Lui ha alzato le spalle.
"Abiti nel quartiere? Ti ho già visto, mi sa".
Mi aveva fatto piacere sentirglielo dire.
Da quando vagabondavo per Marsiglia non avevo smesso di incrociare Rico nel
quartiere del Vieux-Port. Il suo aspetto inconfondibile alla fine mi era diventato
familiare. Imbacuccato nel suo parka nero. un berretto di lana blu scuro in testa,
camminava con la schiena curva trascinandosi dietro un carrello. Uno di quei
carrelli con il sacco di tela che usano le casalinghe per fare la spesa al mercato.
Rico non l'ho mai visto senza quel carrello. Sempre pieno di giornali, di
cianfrusaglie, di vecchi libri che gli davano o che trovava qua e là per strada.
Fino alla morte di Rico, il Vieux-Port era la mia passeggiata quotidiana. La mia
preferita. Un rimedio contro l'asfissia - la "ghoumna", come si dice da noi quando i
vecchi ci chiudono in casa.
Camminavo fino al forte di Saint-Jean, poi lungo la diga verso l'ingresso del
canale. Dove incomincia il mare. Con in fondo l'orizzonte. E l'Algeria dall'altra
parte, sull'altra riva. Scendevo sugli scogli, mi fumavo una bella canna e restavo per
ore a sognare.
Marsiglia, almeno in quella parte della città, mi ricordava sempre Algeri. Non
che avessi nostalgia di casa, non crediate. Casa mia non esiste più. Non ci metterò
mai più piede. Algeri voglio dimenticarmela. Ma avevo bisogno di aggrapparmi a
qualche ricordo. A tutto quello che mi resta: qualche ricordo.
E non ero l'unico a venire lì a far rivivere i miei ricordi. Un mucchio di altri tipi
giravano attorno al forte di Saint-Jean, da soli o in gruppo. Molti algerini, come me.
Ma anche africani, turchi, comoriani, jugoslavi... Uno, che voleva vendermi della
roba, trovava che Marsiglia assomiglia a Dubrovnik. "Assomiglia a quello che ti
pare" gli avevo risposto. Perché sbarchiamo tutti qui, gli uni dopo gli altri, è un'altra
storia. Ma, a dire il vero, io non mi sono mai tanto scervellato a pensarci.
Tranquillo sugli scogli, chiudevo gli occhi e mi rivedevo con il mio amico
Zineb, a fare il bagno all'Eden o al Deux-Chameaux per tutta l'estate. Mi faceva un
gran bene pensare a lui. Ai momenti passati a tuffarci nell'acqua tiepida del porto. A
gridare, ridere. Fischiare alle ragazze... Mi faceva bene. E soprattutto mi faceva
passare la voglia di dare fuoco a questo cazzo di pianeta di merda. C'è da dire che
se avessi potuto, il fuoco l'avrei già appiccato.

"Non mi hai risposto" ha detto Rico. "Abiti da queste parti?".


"Ya Khi blad ya khi"! Fottutissimo paese del cazzo! Mi sono scosso dai miei
pensieri. Mi sono sentito addosso lo sguardo di Rico. E il suo sguardo mi ha fatto
una strana impressione. Non mi ha ricordato le ustioni che zebrano la metà sinistra
del mio viso, dall'occhio fino al mento. Era la prima volta che mi succedeva. Gli
altri, anche i più gentili, quando parlavano con me non riuscivano a staccare gli
occhi dalle mie piaghe schifose. Le trovavano ripugnanti.
"Sono solo di passaggio" ho risposto.
"Insomma, vai e vieni. Come me".
"Proprio così".
"E adesso dove stavi andando?".
"A vedere il mare".
Mi ha sorriso.
"Il mare è sulla mia strada".
Ha preso il carrello e si è incamminato lentamente. Io l'ho seguito.
Tanto, non avevo un cazzo da fare.
Dal suo carrello sporgeva la testa di un orsacchiotto di peluche. Un occhio
scucito penzolava e saltellava lievemente al ritmo delle rotelle. Il che lo rendeva
estremamente simpatico. Sembrava facesse l'occhiolino.
"Da dove salta fuori quest'orso?".
"Me l'hanno appena dato. E' un pezzo raro".
"Io non ho mai avuto un orsacchiotto".
Rico si è fermato. Mi ha guardato di nuovo, questa volta ben diritto negli occhi:
"Non te lo posso dare, capisci?".
"Cazzo, ma io non ti ho chiesto niente!".
"Ah. Bene".
Si è rimesso a camminare e abbiamo proseguito fino a place de Lenche.
Lì mi ha proposto di sederci un po' su una panchina. Era troppo sfiatato per
continuare.
"Faccio sempre una sosta qui. Mi piace questa piazza. Si sta bene, no?".
Si è messo il carrello fra le gambe e ha chiuso gli occhi. Respirava
affannosamente, ansimando. Porca puttana, faceva male sentirlo respirare così. Sono
rimasto fermo, zitto. L'orso mi ha fatto la lingua, una linguetta di stoffa rossa. "Ciao,
Zineb!" ho detto.

Rico era a Marsiglia da quasi un anno. Fisicamente era cambiato, credo. Magro
come un chiodo. Una barba biancastra, incolta, che si lasciava crescere per non
doversi rasare, gli mangiava il viso. Dal berretto gli uscivano ciocche di capelli
unti. E il suo sorriso, sempre dolce, lasciava intravedere i denti neri, rovinati.
Allora non potevo saperlo. Ma Rico assomigliava a Titì. Al Titì degli ultimi
tempi, come me l'aveva descritto in seguito. E come io me l'ero immaginato. Un
barbone insomma. Sapete, sembrava che per lui niente avesse più importanza.
Nemmeno il suo parka nero, di cui era così fiero. Era logoro e macchiato. Era
invecchiato e invecchiava con lui.
Altrettanto in fretta. Del resto non se lo toglieva mai. Con qualsiasi tempo.
Neppure per dormire, avevo addirittura pensato.

A poco a poco il respiro di Rico era tornato più regolare, quasi normale.
Appena aperti gli occhi ha preso le sigarette. Me ne ha offerta una.
"Dove abiti?".
"All'Ozéa. E' un albergo in rue Barbaroux, non lontano dalla Canebière. Siamo
in quattro o cinque per camera, dipende dalle notti".
"E come ci sei arrivato?".
"Tramite un'associazione. Les Jeunes Errants. Non è un asilo notturno: niente
dormitori, niente mensa. Solo una struttura d'accoglienza, come dicono loro. Un
posto in cui arrivi quando non sai più dove andare.
Quando sei senza casa, senza soldi. Senza niente. Per questo si chiama così: Les
Jeunes Errants. Come me, un giovane errante".
"Non li hai più i genitori?".
"Né padre, né madre, né fratello... niente insomma. Sì, ho le mani in tasca".
Ho riso.
"Ti piace scherzare, a te!".
"Non ho altra scelta".
Dai Jeunes Errants ci sono arrivato tramite l'ospedale della Timone.
Ci sono rimasto un mese. Per ustioni di secondo grado. Non soltanto sul viso ma
su tutto il corpo. Avevo fatto il viaggio Algeri-Marsiglia nella sala macchine del
cargo Nordland. Nascosto sopra le tubature.
Quando sono saltato fuori, a quelli dell'equipaggio gli è venuto un colpo. Non a
vedermi. Ma a vedere in che stato ero. "Ho sete" ho detto. Gli ho detto solo quello.
Prima di svenire. Quando ho ripreso conoscenza ero al pronto soccorso. I medici mi
hanno detto che solo un pazzo poteva fare una cosa del genere. Certo, ma almeno
avevo lasciato quel fottutissimo paese di merda ed ero vivo.
"Una notte" ho raccontato a Rico, "una ventina di uomini in tuta mimetica e
anfibi, passamontagna in testa, hanno fatto irruzione nella cité dove abitavo. A Bal-
elzouar. Hanno fatto uscire la gente dalle case. Ma non tutti... Avevano delle liste di
nomi. Li hanno fatti scendere in strada. Famiglie intere, sai. E lì, bum, bum, bum... li
hanno fucilati. I miei genitori erano sulla lista. E anche mio fratello".
Rico ha abbassato le palpebre. Per un attimo ho pensato che si fosse
addormentato. Appena ho smesso di parlare ha aperto gli occhi. Non saprei dire
cosa aveva negli occhi. Uno sguardo cieco, ho pensato.
"E tu dov'eri?" mi ha detto.
"Io per fortuna ero rimasto a dormire dal mio amico Zineb. Eravamo andati a
fare il bagno al porto. Dormivo sempre da lui quando andavamo a fare il bagno.
Perché era lontano da casa mia. Sai, è verso l'aeroporto e... mi piaceva andare a
dormire da Zineb. Il mio unico rimpianto è di averlo abbandonato. Zineb. In quel
merdaio...".
Rico ha frugato in fondo al carrello e ha tirato fuori una bottiglia di vino. Ne ha
tracannato un quarto tutto d'un fiato, senza respirare.
"Sì" ha detto. "Sempre la stessa storia".
"Quale storia?".
"Sai, il fatto che... Vivi tranquillo, con tua moglie, tuo figlio. E poi un bel giorno
tua moglie ti abbandona. Ti ritrovi da solo. Credi che sia la fine del mondo,
eccetera...".
Il suo sguardo si è perso non so dove. Lontano. Rico è rimasto per qualche
istante in silenzio.
"Cosa stavo dicendo?".
"Parlavi di tua moglie. Della... fine del mondo".
"Ah, sì... In effetti la fine del mondo era già incominciata. Molto prima di essere
sommerso dai guai".
Non capivo niente delle sue storie.
"Ma cosa stai dicendo?".
"Solo quando il mondo ti crolla addosso scopri l'orrore. Che nel mondo esiste
l'orrore. Perché sei sbattuto in un'altra vita e incontri gente di cui non avevi
nemmeno immaginato l'esistenza, né il dolore...".
"Come me?".
"Come te. E tanti altri, gettati sulla strada. Abbandonati...".
Ha mandato giù un'altra sorsata e ha ripreso:
"Sai, è come per la guerra del '14... Ne hai sentito parlare a scuola, della guerra
del '14?".
"Ma scherzi? Mio nonno l'ha fatta quella guerra! Era turco. Fuciliere.
Ci ha preso perfino una medaglia".
"C'era il fronte. Le trincee. Gli uomini crepavano come mosche. E' stata una
bella carneficina, quella fottutissima guerra. E intanto, da una parte e dall'altra, la
vita continuava... Oggi è lo stesso. Solo che i carnai si stanno diffondendo. Stanno
vincendo sulla vita. Sai, un giorno saremo tutti morti".
Ha rimesso il tappo alla bottiglia e l'ha fatta scivolare nel carrello. Mi ha
guardato, con quello sguardo che mi piaceva tanto. Poi ha scosso la testa:
"Bene, e se ci andassimo, a vedere il mare?".
Capitolo ventesimo.

"Il male è come l'inferno, non si riesce a immaginarlo".

La prima cosa che Rico aveva fatto, appena messo piede a Marsiglia, era stata
di arrampicarsi in cima a rue Neuve-Sainte-Catherine, fino al piccolo caseggiato in
cui abitava Léa. Come un po' dappertutto nel centro, le facciate del quartiere erano
state ridipinte di ocra e di rosa. Aveva stentato a riconoscerlo.
A un tratto aveva esitato. Poi si era ricordato del corridoio e della scala piccola
e stretta che saliva fin da lei. Lì, niente era cambiato. Lo stesso intonaco
marroncino, solo un po' più sporco.
"E' qui" aveva detto quando mi ci aveva portato.
Voleva che vedessi dov'era la casa di Léa. Ci siamo ritornati varie volte. Tipo
pellegrinaggio, non so se capite. Ci voleva un mucchio di tempo per arrivarci.
Perché il quartiere è in salita e Rico si fermava ogni cento metri per riprendere
fiato. Ogni volta guardava i nomi sulle cassette delle lettere. Come quando era
arrivato a Marsiglia.
Quel giorno non si faceva illusioni, ovviamente. Erano passati vent'anni. O forse
di più, non so. Comunque il cuore gli batteva forte, mentre leggeva quei nomi.
Niente Léa Carabédian. Li aveva riletti una seconda volta, più lentamente. Per
essere davvero sicuro.
Un po' perduto, la testa vuota, aveva camminato sul sagrato dell'abbazia di
Saint-Victor. Appoggiato al parapetto che si affaccia a strapiombo sul bacino di
carenaggio e l'ingresso del Vieux-Port, aveva guardato la città fumando una cicca
dopo l'altra.
Marsiglia, mi aveva detto, gli era parsa familiare e questo l'aveva sorpreso.
Come se ci avesse abitato per anni. Più familiare di Saint-Brieuc, dove era nato e
cresciuto. Più di Rennes, dove aveva vissuto.
"Sai, la felicità ti fa sentire a casa".
Una sera, di ritorno da casa di Léa, Rico mi aveva buttato lì quella frase.
"Puoi ripetere?".
"Lascia stare, Abdou. Lascia stare".
Negli ultimi tempi Rico faceva spesso così. Parlavamo del più e del meno e poi
a un certo punto, su una frase, una parola, la mente gli scivolava non so dove. E
allora rimaneva in silenzio, perso nei suoi pensieri. Quando riemergeva tirava fuori
una o due frasi incomprensibili.
Quella cosa m'innervosiva un po'. Insomma, avrei voluto capire. Che mi
spiegasse.
"Cazzo, non sono mica scemo!" gli ho urlato un giorno.
In realtà, Rico faceva sempre più fatica a rimettere insieme i pezzi nella sua
testa. C'era uno scarto enorme fra quello che pensava e quello che riusciva a
esprimere.
Me n'ero accorto con Léa.
Quando parlava di lei, spesso si confondeva. Il suo viso, quando me lo
descriveva, assomigliava all'immagine che mi ero fatto di Mirjana.
Nella sua memoria, i loro tratti si sovrapponevano. Il colore degli occhi, dei
capelli.
Rico aveva seri problemi con il tempo. La nozione del tempo. Non riusciva a
immaginare Léa in quel momento. Una donna di quarant'anni.
Per lui aveva sempre l'età del loro primo incontro, di quando si erano
conosciuti. La stessa giovinezza.
Una volta ho cercato di spiegarglielo, invano.
Lo stavo aspettando sulla panchina in place de Lenche. Quando l'ho visto
sbucare da rue Caisserie ho capito subito che era successo qualcosa. Camminava in
fretta, senza preoccuparsi del carrello. Si era lasciato cadere sulla panchina,
ansimando. Non l'avevo mai visto così eccitato.
"Non mi crederai..." ha iniziato, tossendo.
"Un attimo, riprendi fiato" ho detto io.
"Sì... sì...".
Pensai che soffocasse. Avevo sempre paura che soffocasse.
"Era lei, sono sicuro. Léa...".
"Calmati, porca puttana!".
"Calmarmi... cazzo, Abdou! L'ho vista! Sull'autobus... Stava salendo
sull'autobus. L'83. Alla fermata sul porto. Mi ha pure riconosciuto... Insomma,
credo. Ma... Ma... troppo tardi... L'autobus è ripartito e...".
"Ah sì... E com'era?".
"Come, com'era?".
Mi ha guardato come se fossi un idiota.
"Beh, il viso?".
"Come, il viso?".
Un idiota completo, certo.
"Sai, Rico...".
Ci ho pensato e ripensato prima di parlare, ma alla fine mi è uscito fuori:
"Devo spiegarti una cosa, Rico. Con il tempo, nonostante tutto, si cambia. Lo
capisci questo, che si cambia? Che s'invecchia. Fra vent'anni, se m'incontri per
strada, di sicuro non mi riconosci più...".
Rico fece una risatina stridula, un po' pazza, che non mi piacque.
"Ah sì... Fra vent'anni...".
Si è messo a tossire, rantolando come se stesse per vomitare.
"Fra vent'anni" ha ripreso, "sarò morto. Allora non rompermi le palle, Abdou,
per sapere se ti riconoscerò o no... Non parlo di te, parlo di Léa. Che ho appena
visto...".
Poi fu come se il suo sguardo s'inabissasse. Della serie Titanic, versione
accelerata. Mi sono pentito di aver tirato fuori quelle cazzate. A volte è meglio star
zitti, no? Tanto, che cosa cambiava, porca puttana? Finché credeva di rivedere Léa,
Rico sarebbe rimasto in vita. E che cazzo importava se Léa assomigliava a Sophie,
a Julie, a Malika o a Mirjana. I ricordi ci prendono per il culo, ho pensato.
Anzi, l'ho pensato a voce alta.
"Che hai detto?" mi ha domandato.
"Merda! Anch'io ho il diritto di spararmi delle frasi del cazzo!".
"Sì..."
Ha acceso una cicca. Il primo tiro l'ha fatto tossire di nuovo.
"Scusami per Léa" ho detto. "Non volevo offenderti".
Rico ha alzato le spalle e gli è tornato il sorriso.
"Non puoi immaginarti, Abdou. Aveva il suo basco rosso che mi piaceva tanto.
Ti ricordi, te l'avevo raccontata la storia del basco".
Ho annuito. Cosa potevo fare?
"Sai, domani vado a cercarla a quella fermata. Vado ad aspettarla".
Mi ha messo il braccio intorno alle spalle e mi ha stretto a sé. Era commosso
fino alle lacrime.
"Le faccio una sorpresa!"
L'ho lasciato parlare. Sapevo che l'indomani mattina avrebbe dimenticato tutto.
Non Léa, ma l'autobus 83 e la fermata del Vieux-Port. Bastavano qualche birra, una
bottiglia di vino e una notte sopra perché nella sua mente tutto si volatilizzasse.
Io mi ero rassegnato. Non ci davamo più nessun appuntamento, io e lui.
Perché se ne dimenticava. Una volta ci dovevamo vedere da Tati, quasi in fondo
a rue de la République. Ho aspettato due ore, prima di andarmene. La cosa più
semplice era andargli incontro sulla strada che faceva sempre. O in fondo alla diga
del forte di Saint-Jean. O dove dormiva.
"Ah! Sei qui" diceva vedendomi, in qualunque posto e a qualsiasi ora.
"Non sono troppo in ritardo...".
E partiva in storie incredibili in cui il passato e il presente si confondevano
senza tregua. Sapete, non mi è stato facile rimettere tutto in ordine.
Non bisogna dimenticare che ad Avignone Rico le aveva prese di santa ragione.
Penso che gli fosse saltata qualche rotella. Non dico che fosse ammattito, non
intendo questo. Dico soltanto che la violenza, il dolore lasciano il segno. Quando si
beccano un sacco di botte non si è più come prima. Non si sentono più le cose nello
stesso modo. Non si reagisce più come gli altri.
Io sono così. Per questo la gente, anche i più comprensivi - penso a Michel, uno
degli animatori dei Jeunes Errants, uno che faceva il servizio civile - a volte
s'innervosisce perché non capisce le nostre reazioni. Soprattutto quando vogliono
aiutarci e noi invece li mandiamo a cagare.
Gli animatori, i giudici, tutti quanti, hanno un bell'interessarsi alle nostre storie
del cazzo, commuoversi, indignarsi, ma non possono mettersi nei nostri panni. Penso
alle mie ustioni, per esempio. A me basta passarci la mano sopra e non appartengo
più allo stesso mondo. A questo mondo. Il male è irreale. E' come l'inferno: finché
non sei sulla graticola non puoi immaginartelo.
Neppure Driss riesce a capire. Driss è un altro animatore. Lui è marocchino. Ma
è nato a Marsiglia.
Una sera, all'associazione, ci ha presi da parte, me e Karim. Devo parlarvi, ci
ha detto. Lo stesso tono del prof quando facevo cazzate.
"Io parto da un principio" ha incominciato. "Quelli che si fanno, li evito".
Quella sera avevo gli occhi fuori dalle orbite, a furia di canne. Ma Driss ce
l'aveva soprattutto con Karim. Si era voltato verso di lui e aveva aggiunto:
"Con te non parlo più. OK? Finché continui a impasticcarti con quelle
schifezze".
E' vero che Karim non fa altro che fumare e ingoiare qualsiasi cosa.
Per sballarsi al massimo. Per andare fuori di testa, insomma. Non è un drogato.
Ma ogni volta che scende di nuovo a terra rivede tre rottinculo di militari che
massacrano di botte sua madre. Per obbligarla a denunciare il vicino. Alla fine è
stato lui a denunciare il vicino. Non ce la faceva più a sentire sua madre urlare.
Allora quei bastardi sono andati a prendere il vicino e gli hanno sparato davanti a
lui. Tre pallottole. Una ciascuno. Il sangue è schizzato sulla camicia di Karim.
Karim rivede anche quello: il sangue del vicino che gli schizza addosso.
Karim ha alzato le spalle. Non gliene fotteva davvero un cazzo che Driss non gli
rivolgesse più la parola. E se n'è andato mandandoci a fare in culo con il gesto del
braccio. Lo hanno riportato gli sbirri, cinque giorni dopo. "Abbiamo trovato uno dei
vostri pupilli" hanno sghignazzato. "Uno sporco arabo". Per loro la sede dei Jeunes
Errants non era altro che un covo di drogati.
Sono stato male per lui, vedendolo arrivare in mezzo a quei due sbirri. Male
anche per Driss. Non si può non dire niente, ho pensato.
E così una mattina mi ha preso male. Mi è salito il sangue alla testa.
Ho aspettato che Christine, la segretaria dell'associazione, andasse al cesso e ho
preso il suo posto dietro la scrivania.
Quando è tornata le ho detto, serio:
"Si accomodi, signorina".
Lei ha sorriso, come al solito. Con quel suo sorriso grazioso che ci rassicura, ci
calma tutti. Ci fa credere che tutti sono dentro alle nostre storie, ci capiscono.
"Allora, Christine" ho detto. "Come sei arrivata in Francia? Per nave?".
Gli altri si sono avvicinati. Prima Michel e Driss. E poi gli altri come me.
Karim, Fayçal, Mario, Nedim, Hiner... Si divertivano tutti.
Christine è stata al gioco, fino a quando non mi sono spinto troppo in là.
"Ah! Non per nave... Camion? Tremila chilometri nascosta sotto un camion...
Però!... Dal Kurdistan! Oddio...".
Hiner si era avvicinato. Era quello che aveva vissuto lui. La schifezza di merda
della vita l'aveva ingoiata per la strada. Per tremila chilometri.
Ho guardato Christine negli occhi, poi ho aggiunto molto seriamente:
"Ah! Da voi c'è la miseria...".
A quel punto mi ha interrotto. Non sorrideva più.
"Bene" ha detto. "Basta così, Abdou. Adesso devo lavorare".
E' vero che stava squillando il telefono.
Ed è anche vero che di lavoro ne aveva sempre fin sopra la testa. A causa
nostra. Per noi 'giovani erranti' si devono sempre riempire quintali di documenti.
E io non sempre ho delle buone idee.

Credetemi, se parlo di me è per spiegarvi. Perché capiate meglio, insomma.


Quei magnaccia schifosi avevano lasciato Rico mezzo morto.
Per quanto tempo fosse rimasto così, non ne aveva idea. Due, tre giorni. O di
più. Forse di più. Ripresa conoscenza, si era trascinato sul materasso ed era
risprofondato nel buio.
Nel buio c'era l'orrore. Lo riempivano di nuovo di botte. Non la smettevano più.
Sui fianchi, sulla pancia, sul viso. Il corpo gli faceva un male cane, così male che
non lo sentiva più. Da urlare. Un gong gli rintronava senza sosta nella testa. K.O. su
K.O., insomma.
L'aveva risvegliato la tosse. E la voglia di vomitare. Un muco denso, giallastro,
striato di sangue, che aveva sputato per terra senza alzarsi. Ogni colpo di tosse gli
lacerava lo stomaco. Soltanto dopo un po' si rese conto che puzzava di merda e di
piscio. Se l'era fatta addosso. Non mentre dormiva, ma quando quei bastardi lo
stavano menando. O subito dopo. I muscoli si erano rilasciati. La paura, il dolore.
A un certo punto aveva strisciato fino allo zaino e aveva ingoiato una scatola
intera di Doliprane. Con una birra. L'ultima che gli rimaneva.
E poi si era di nuovo addormentato.
"Mirjana!".
Si era svegliato di soprassalto. Angosciato. Lo sguardo, rasoterra, aveva
perlustrato la stanza. Alla ricerca del libro di poesie. Lo stava leggendo quando
quelli erano sbarcati. Quindi il libro doveva essere contro il muro. Non c'era più.
Rico fu rassicurato. L'aveva preso.
Quindi era ancora viva.
"Mirjana".
Un bisbiglio.
Si era riaddormentato sorridendo.
Quando finalmente era riuscito a vedersi nello specchio, si era spaventato. Il
viso era tutto gonfio. L'occhio destro, la guancia. Il naso. E le labbra, tumefatte,
erano spaccate in più punti.
Era arrivato a Marsiglia in quello stato.
Léa, se fosse stata là ad aspettarlo, l'avrebbe di sicuro preso fra le braccia e
l'avrebbe consolato, curato, coccolato.
"Ti amo" gli avrebbe detto.
Ma Léa non c'era.
C'erano soltanto militari in mimetica che facevano la ronda, mitraglietta alla
mano, in mezzo ai viaggiatori. E al loro fianco i C.R.S., i Corpi speciali.
Una città in guerra, aveva pensato Rico.
Sarajevo.
Ma era solo Marsiglia.
Era Marsiglia.
"Sono arrivato, Titì" aveva mormorato sgusciando in mezzo alla gente per
evitare di ritrovarsi faccia a faccia con militari e sbirri.
Marsiglia.
La sua ultima meta.
Era uscito dalla stazione. Sulla destra, tre barboni appoggiati a un muro
parevano appisolati. Si era sdraiato accanto a uno di loro.
"Salve" aveva detto. "Conosci un posto per passare la notte?".
Capitolo ventunesimo.

"Un giorno, forse, ci si scopre fratelli".

Il rifugio di Rico non era lontano dal porto della Joliette. A un centinaio di metri
dalla stazione marittima, in quai de la Tourette.
Un posto lugubre, votato a una futura ristrutturazione. C'erano dei magazzini
abbandonati le cui facciate, murate per respingere eventuali squatter, erano ricoperte
di manifesti, di tag e graffiti, di scritte oscene.
A forza di bighellonare per i dock, Rico aveva finito per trovare un'entrata che
non dava sulla strada. Una bella botta di culo. Mi ci aveva portato una volta, un
pomeriggio tardi. Da quindici giorni lui e io eravamo diventati inseparabili.
"Vedrai... Vedrai" mi ripeteva camminando. Era felice, veramente. Mi era venuta
voglia di dargli la mano, come facevo con mio padre, ma non ho osato.
Da place de Lenche abbiamo tirato dritto per rue de l'Evêché, fino alla
cattedrale della Major. Una costruzione pesante e sporca, stile vecchio babà al rum,
sullo svincolo dell'autostrada del Littoral. Le abbiamo girato intorno.
"Questa" ha scherzato Rico, "è place de l'Esplanade".
Era davvero da ridere. La piazza era scomparsa sotto le quattro corsie. Le
macchine, tantissime, sfrecciavano alla velocità di un circuito da formula uno.
"E come si fa ad attraversare?" ho domandato io.
"Si attraversa. E' semplice".
Mi ha indicato le strisce bianche dipinte sull'asfalto. "Lì abbiamo diritto, vedi?
E' un passaggio pedonale".
Rico aveva alzato il braccio sinistro, come un vigile, e aveva iniziato ad
attraversare spingendo il carrello davanti a sé. Stridore di freni, clacson incazzati,
ma siamo arrivati sani e salvi dall'altra parte.
"E' come per tutto: non bisogna avere paura, diceva Mirjana".
Eravamo arrivati in cima a delle scalinate che sbucavano in una via.
Rue François-Moisson. Ho continuato a passare di lì, dopo. Non ero ancora
pronto a morire schiacciato sotto una macchina.
"Avremmo potuto prenderla da sotto" ho detto.
"Sì. Ma io le scale preferisco non farle in salita, capisci".
Abbiamo sceso una rampa di scalini fino alla prima terrazza. Lì a sinistra, in una
rientranza, una porta bassa e completamente arrugginita dava su una galleria stretta.
Puzzava di secoli di piscio di gatti e merda di cani. Una schifezza.
"Tutto bene?" mi ha domandato Rico, preoccupato per la mia smorfia.
"Non ce l'hai una maschera antigas?".
"Dopo va meglio, vedrai".
Ha preso una grossa torcia elettrica, nascosta dietro un blocco di calcestruzzo, e
abbiamo arrancato per cinquecento metri. In realtà la puzza veniva da un condotto
che correva lungo la galleria. Tubi di scarico, le fogne pensai. Allora ho capito da
dove arrivava l'odore che Rico si portava addosso, un odore acre, un misto di
marcio e di umidità che in un primo tempo avevo attribuito alla sporcizia. Ne era
talmente impregnato che a volte glielo si sentiva anche nell'alito.
"Deve essere infestato di topi, qui" ho detto.
"Topi, non so. Un topo, sì".
"Come, un topo?".
"Beh, un topo. Ce n'è uno che viene sempre da me. Siamo amici. Di notte,
quando mi sveglio, vedo i suoi occhietti rossi. Veglia su di me, insomma".
Rabbrividii. Ho orrore dei topi. Mi fanno schifo. Dopo la traversata su quel fottuto
cargo. La sala macchine era piena zeppa di topi.
Facevano un casino infernale. A forza di squittire e di rincorrersi.
Le avevo sentite corrermi sopra, quelle luride bestiole.
"Ah sì... Non gli darai mica da mangiare?" ho ironizzato io.
"Te l'ho già detto, siamo amici. Gli parlo e lo rimpinzo. Non mi crederai, ma va
matto per il salame. Sai, si siede sulle zampette posteriori...". Si è fermato per
descrivere meglio la scena. Imitando il topo.
"...e si pappa la fettina tenendola con le zampe anteriori. E' buffissimo".
Ho pensato a Tom e Jerry che guardavo alla tele con Zineb.
"E ha il bavaglino per non sporcarsi?" ho scherzato.
Rico mi ha puntato la torcia in faccia.
"Ma cosa ti ha fatto quel povero topo?".
"Niente... Niente...".
"E allora non essere cattivo con lui, cazzo!".
Eravamo arrivati davanti a una porta di legno mezza sfondata. Rico si era
sistemato in uno dei locali. Ad Algeri si chiamano "fundouk".
"Io e i topi siamo quasi della stessa famiglia, ormai".
Ha spinto la porta, poi ha acceso quattro grossi ceri che aveva fregato nella
chiesa di Saint-Ferréol, in quai des Belges.
"Niente male, eh?".
Uno choc, davvero!
Il suo rifugio era la caverna di Ali Babà. Dovevano esserci almeno due o
trecento sacchetti di plastica, pieni fino all'orlo degli oggetti più svariati. Tutto
accuratamente in ordine. I libri con i libri, i soprammobili con i soprammobili, i
vestiti con i vestiti... E tutti i sacchetti erano raggruppati a seconda del contenuto.
Ho fischiato fra i denti.
"Porca puttana! E che ci fai con tutta questa roba?".
"Mi guadagno da vivere, cosa credi".
Rico non ce la faceva più a chiedere l'elemosina. Neppure dopo essersi ripetuto
mille volte i consigli di Titì. Gli dava troppo il voltastomaco, diceva. Allora aveva
trovato un sistema. Gli davano una moneta e lui in cambio dava un regalo.
"Funziona?".
Ha alzato le spalle.
"Senti, in realtà li frego un po'. Sai... ti danno qualcosa per... compassione.
Hanno appena fatto la spesa, si sentono un po' in colpa di avere tutta quella roba da
mangiare, tutti quei vestiti... Ma ti danno solo qualche spicciolo. Io, col mio sistema,
riesco a fargli sganciare da cinque a dieci franchi! Non meno, hai capito?".
Si piazzava tutti i giorni all'ingresso del Centre Bourse, vicino alla Canebière.
Tre piani di negozi. Su un foglio di giornale pulito esponeva qualche libro e qualche
oggetto e poi si metteva al lavoro.
Andava incontro alla gente, un po' come aveva visto fare da Titì al mercato
d'Aligre. Ma sicuro, senza fare pena. "Ehi, Isabelle! Non ce l'avresti un raggio di
sole per me? Eh, Jeannot! Non hai niente per me oggi?". Li chiamava tutti Isabelle e
Jeannot.
Un giorno sono andato a vederlo 'lavorare'. Appena qualcuno gli dava una
moneta, lui lo prendeva per il braccio e lo portava verso la sua mercanzia:
"Aspetta, vieni che ti faccio un regalo. Cosa vuoi? Il gattino di porcellana rosa?
Un libro? Il cappellino Ricard? Scegli...".
Il benefattore era incastrato. Anche se diceva di no, si ritrovava con qualcosa in
mano ed era costretto a ringraziare Rico. E allora Rico tendeva la mano e diceva
sorridendo: "Jeannot, mancano tre franchi. Il libro ne costa cinque".
La gente rimaneva disarmata.
"Beh, non so se ho ancora tre franchi" diceva il 'cliente'.
E frugava nelle tasche alla ricerca del portamonete. Senza nemmeno pensare di
restituire a Rico il 'regalo'.
L'occhio di Rico era in agguato.
"Non sono dieci franchi, quelli?".
"Ah, sì" diceva l'altro.
"Tieni, ti ridò i tuoi due franchi e siamo a posto così. D'accordo?".
Soltanto allora Rico diceva grazie. E buona giornata e tutto il resto.
Senza mai dimenticarsi di fare un complimento alle donne. Della serie:
"Sei carina, Isabelle" o "Carina tua moglie, Jeannot".
Non ho mai visto nessuno mandarlo a cagare, né lui né i suoi regali.
Credo che la gente si divertisse con quella sua messinscena. Una volta ho
perfino visto uno stringergli la mano. Rico gli aveva appena regalato un libro con
una copertina azzurra. "Corso d'ortografia" di E. e Madame Bled.
"E' introvabile" gli aveva detto il tipo.
"Vieni di nuovo a trovarmi, Jeannot. Ne ho un mucchio. Rari...".

Rico ha vuotato il carrello e ha incominciato a fare lo spoglio di tutto quello che


aveva racimolato durante il giorno.
Io mi sono lasciato cadere su un vecchio materasso, incastrato in mezzo ai
sacchetti di libri. L'orso di peluche era lì, appoggiato contro il muro.
"Ciao, Zineb" ho mormorato.
Non so se Rico mi abbia sentito o no, ma si è voltato e mi ha guardato
aggrottando le sopracciglia.
"Ce l'hai ancora con quell'orso!".
"Cazzo, Rico! Potrò almeno salutarlo, no?".
"Sì, sì...".
In fondo alla stanza sono riuscito a individuare una bici.
"Che è quella? Una bici?".
"Una bici".
Brontolava. Per via di Zineb. Dell'orso, insomma.
"Dài" ho detto io alzandomi. "Non fare il muso".
"E' restata un mese giù per le scale. Non hai mai avuto neanche una bici?".
Ci siamo guardati. Faceva davvero il muso, lo stronzo! Non capivo perché
quell'orso lo tormentasse tanto.
"Sì" ho risposto gentilmente. "Insomma, mio fratello. Mi piace andare in bici...
Funziona?".
"Sì... L'ho spinta, per la strada. Per vedere. Funziona bene. Beh, non ci vincerai
il Tour de France...".
"Per quello...".
"Io ho sempre sognato di averne una. Mi sarebbe piaciuto andare in bici sulla
spiaggia, la domenica, con Sophie e Julien. Ma Sophie...".
E' andato a sedersi sul materasso a fumarsi una cicca. Io l'ho seguito. Ha preso
l'orsacchiotto e se lo è messo a sedere fra le gambe.
"Sai, quest'orso mi ricorda mio figlio. Gliene avevo comprato uno, un po' come
questo. Non lo lasciava mai. Chissà se ce l'ha ancora".
"E perché non dovrebbe più averlo?".
"Chissà. Ci sono tante di quelle cose che non si capiscono...".
I suoi occhi erano posati su di me, con quella tenerezza che mi faceva tanto
bene.
"Di notte me lo tengo stretto. Sai, mi dico che mi aiuta a sentirlo un po' più
vicino".
"Ti manca, eh?" ho detto io come uno scemo.
"Tutto mi manca, Abdou. Ma non ho più voglia di niente. Va' a capire!
Nemmeno di vederlo, di abbracciarlo, di baciarlo".
Mi è venuta voglia di piangere, porca puttana.
"Ma lui... Magari lui ne ha voglia. Sai io, i miei...".
Mi sono messo a piangere.
Li avevo appena rivisti. Non mi succedeva più da quell'orribile notte.
Era il 5 di luglio. Festa dell'Indipendenza. Le strade erano piene di gente. Mio
padre mi teneva per mano. Mia madre camminava al suo fianco. Cercavamo un taxi.
Ci aveva promesso di portarci a Sidi Ferruch, una bella spiaggia a una quindicina di
chilometri da Algeri.
Ero felice.
Quel paese era pieno di giorni felici.
Al ritorno, mi ricordo benissimo, la radio del taxi aveva annunciato l'esplosione
di una bomba al mercato Baradi, a venticinque chilometri.
Come se niente fosse, l'autista aveva messo una cassetta. Di Cheb Mami, il mio
preferito.

"Ayitfik en'ssaaf ouaati m'aamda


Li bik biya oua Alache sada"

L'infelicità non esisteva.


Era ancora lontana.

"Alche Alache Alache Ya lile


Alche Alache Alache Ya ain
Alche Alache Alache..."

Rico mi ha tirato verso di sé.


"Contro quello non si può fare niente, Abdou. E' come se la vita si fosse
inceppata e... Insomma, non la vita... il male. Non so perché.
Titì non lo sapeva. E nemmeno Félix. Né Mirjana. Tu forse, forse tu lo saprai un
giorno...".
Ho tirato su col naso, poi mi sono asciugato le lacrime.
"Ci credi tu, che un giorno...".
"Forse, forse... Quando saremo morti a milioni. Aspetta...".
Ha sollevato il materasso dalla parte della testa e ha tirato fuori un libro.
L'"Odissea" di Omero. Da cui spuntava un pezzo di carta.
"L'ho trovato in un libro. Non in questo, in un altro. Tieni, leggi".
Era una bella calligrafia tonda, larga. Una calligrafia da ragazza, ho pensato.
"Forse quando milioni di esseri saranno stati annientati, ne saranno creati altri e
scoprirò di avere dei fratelli dove non pensavo affatto di averne".
"Fa un po' predicozzo della domenica, no?".
"Forse invece spiega...".
"Sì... Ci facciamo sempre fregare dalle parole, secondo me. Guarda, come con il
giudice. Il suo compito, dice lui, è di aiutarci nella situazione in cui ci troviamo. Ce
lo dice così, quello stronzo!
All'inizio credi che sia buono. Poi, appena ci pensi un attimo, e gratti un po'
dietro le sue frasi, capisci che a diciott'anni sei bell'e pronto per ritornartene al
paese. Volente o nolente".
"Non so, Abdou. Non so più. Sai...".
E' diventato serio di colpo.
"Ti fa male, lì?" mi ha domandato indicando le mie bruciature.
Stava per posare la mano sulla mia guancia. Ma non l'ha fatto. Le sue dita hanno
soltanto seguito a mezz'aria la linea delle cicatrici. Come quando aveva ridisegnato
il culo della ragazza sul cartellone pubblicitario. Con la stessa tenerezza.
Con amore.
Era la prima volta che qualcuno si permetteva di farmi quella domanda.
Se fosse stato un altro, anche all'associazione, giuro che gli avrei spaccato il
muso.
"Sì, a volte. Devo sempre stare attento che non s'infetti".
"L'orso, se lo vuoi, te lo do".
E l'ha spinto verso di me.
"Davvero?".
"Ti pare che scherzi?".
"Sei grande!".
I nostri sguardi si sono incrociati.
"Lo lascio qui. Che ne dici? Qui sta bene. E poi... verrò a trovarlo spesso, no?".
"Sì, certo".
Ci siamo di nuovo guardati.
"Lo chiamo Zineb. Ti spiace?".
"E' il tuo amico che è restato laggiù?".
Ho fatto di sì con la testa.
"Ciao, Zineb" ha detto Rico.
Capitolo ventiduesimo.

"Ore e ore a guardare il mare".

In quel periodo, come potete immaginare, non mettevo spesso piede alla sede
dei Jeunes Errants. Ci passavo mattina e sera per firmare il registro delle presenze.
Tanto per garantirmi vitto e alloggio!
All'associazione si erano rassegnati. In ogni modo, come aveva dichiarato il
giudice dei minori, io sono un ragazzo incontrollabile.
Refrattario è la parola esatta.
Quello che ho vissuto, rifiuto di farmene una ragione. Non l'ammetto.
Non l'ammetterò mai. Non voglio.
L'essenziale, aveva detto Driss, era mantenere il contatto. Driss si preoccupava
per me. E anche per Karim. E per tutti i ragazzi che capitavano all'associazione.
"Non illuderti, Abdoul" mi ha detto quando sono arrivato dall'ospedale, "qui, di
documenti in regola e di lavoro non se ne parla".
Mi era piaciuto sentirglielo dire. Per lo meno era stato chiaro.
L'avvenire non era né lì né nel mio paese. Né altrove.
E' vero che si può fare una cazzata in qualsiasi momento. Spacciare.
Aggredire una vecchietta. Assaltare una farmacia. Basta che ci passi per la testa
e che non troviamo una ragione per non farla, quella cazzata.
Io l'ho capito un pomeriggio, quando ho visto le ultime Nike da Go Sport. Solo a
guardarle mi sono venuti i crampi allo stomaco. Come quando ho fame. Perché non
posso comprarmele? Perché gli altri sì e io no? Che cosa ho fatto di male al
Profeta? Hai tutte quelle domande che ti vengono in mente. E un'unica risposta.
L'ingiustizia. Sapete, s'incomincia così.
Ne avevamo parlato spesso io e Driss. In arabo. Ci tengo a precisarlo, perché
all'associazione vogliono che parliamo francese. Sul muro, all'entrata, c'è un
cartello: 'Colui che parla la lingua del popolo, aiuta se stesso'. A me fa bene parlare
la mia lingua, almeno per dire le cose che mi ronzano in testa. Riesco a esprimerle
meglio. E anche a capirmi.
"E poi, c'è Rico" avevo spiegato a Driss. "Non lo posso abbandonare.
Tu ti occupi di me, io di lui... Sta per morire".
"Senti, possiamo aiutarlo...".
E' quello che avevano proposto a Rico quando veniva all'asilo notturno in rue
Forbin. Di aiutarlo. Di prendersi cura di lui.
"Aiutarmi a far che?" aveva risposto.
"A tirarti fuori. A trovare un lavoretto. L'abbiamo già fatto per altri. Non vuoi
mica rimanere così?".
"Perché?".
"Dài, Rico, questa non è vita. Lo sai benissimo".
"E cos'è la vita? Quella?".
Aveva indicato un tipo in giacca e cravatta che gli stava passando davanti, di
fretta, con un cellulare incollato all'orecchio.
"Quella vita lì l'ho già vissuta. So dove porta. Esattamente dove sono oggi.
Allora non rompermi i coglioni, Jeannot".
E Rico aveva tagliato i ponti. Con i dormitori pubblici e le mense dei poveri.
Nei primi tempi, alla ricerca di un rifugio, aveva perfino dormito nei container al
porto.
Rico non sarebbe rientrato nelle statistiche di reinserimento. Altri sì, senza
dubbio. Fortunatamente. O purtroppo, oggi non so più. Ma per uno che si tirava fuori
quanti finivano male, nello stesso momento?
Avevamo parlato anche di questo, io e Driss. Non era riuscito a rispondermi. Né
a dirmi quanti fossero a Marsiglia i senza tetto come Rico. Mille? Duemila? E
quanti i giovani clandestini come me? Soltanto i registri dei Jeunes Errants ne
contavano centottanta...
"Siamo dei privilegiati della disgrazia" avevo risposto a Driss.
Lui si era incazzato.
"Cazzo, Abdou! Possiamo affidarlo al Centro d'accoglienza. Non fare lo stronzo!
Lo possono curare. E poi dici che è tuo amico...".
Mi sembrava di sentire Rico che cercava di convincere Titì ad andare in
ospedale. Io non volevo che Rico si mettesse a evitarmi, che non volesse più
parlarmi, come Titì aveva fatto con lui. Accettavo.
Cercavo di capire. Volevo accompagnarlo fino in fondo alla sua strada.
E mi faceva male. Male. Cazzo, questo almeno potreste capirlo!
"Smettila, Driss! Non è quello che vuole Rico".
Si è innervosito.
"Nessuno vuole morire".
Io l'avevo guardato. Il mio fratello maggiore di Marsiglia. Non eravamo mai
sulla stessa lunghezza d'onda. Eravamo come in due campi diversi, non nemici ma...
stranieri, eppure parlavamo la stessa lingua. Perché?
"A me succede spesso" avevo detto. "La mattina quando apro gli occhi".
"Abdou, smettila di dire cazzate!".
Avevo smesso, certo. Facendo la mia solita piroetta. Della serie: ma no, non
preoccuparti Driss, quello che conta per me nella vita è sballarmi di fumo. Finché
c'è shit c'è speranza. Poi andavo a dare un bacio a Christine e scappavo alla ricerca
di Rico.
La mia giornata incominciava.

Il momento migliore della giornata era quando Rico e io andavamo a vedere il


mare. Con qualunque tempo, a meno che non diluviasse. Prima passavamo dal suo
antro. Vuotava il carrello, selezionava gli oggetti, li metteva in ordine, inghiottiva
una bella dose di Doliprane con un bicchiere di vino o di birra e poi ce la filavamo
fino in fondo alla diga del forte Saint-Jean. Tagliando per il molo, dove hanno
buttato giù i vecchi hangar.
Ci piaceva stare in quel posto. All'imbocco del canale. Di fronte al faro Sainte-
Marie sull'altra diga, quella grande, la diga du Large.
"Quando farà bello ti porto dall'altra parte. Sul faro. La vedi la scala, a destra?
Sali e lassù posi il culo per terra, la schiena contro la pietra, e non ti rimane che
guardare. Il mare, le isole. E' stupendo. E' la cosa più bella che abbia mai visto in
vita mia".
Era Léa che ce l'aveva portato. A scuola aveva ottenuto un'autorizzazione del
Porto per fare delle foto. In realtà voleva vedere il sole tramontare sul mare con
Rico. Avevano fatto l'amore sul faro. Sul terrapieno.
Spesso, quando guardava il mare, gli tornava la memoria delle cose.
Brandelli di ricordi. Nella sua mente il tempo si rimetteva a posto.
Gli occhi di Rico continuavano a fissare il faro.
"Lea...".
Lei gli aveva sbottonato i pantaloni poi, sollevando il vestito, si era messa a
sedere su di lui. Il suo corpo si era stretto al suo.
Bruciante. Erano rimasti così, abbracciati, gli occhi negli occhi.
Un'eternità.
Le labbra di lei avevano sfiorato le sue, lasciandovi un sapore di sale. Erano
scivolate sulla sua guancia, sul collo, carezzando il lobo dell'orecchio, poi erano
ritornate sul suo viso. Sulla bocca, socchiusa, che aspettava il suo bacio. La sua
lingua.
"Non muoverti" aveva mormorato lei.
Per Rico era una tortura.
"Non muoverti".
Le sue gambe gli si erano strette alla vita, come alghe, e lei si era messa a
muoversi impercettibilmente, con le mani aggrappate alle sue spalle. La sua
carnagione dorata aveva il colore del sole al tramonto e sapeva di spruzzi salati.
"Intrecciare i nostri destini" ha mormorato Rico, con lo sguardo fisso sul faro.
"Cosa?" ho domandato.
"Credo che abbia detto così, intrecciare i nostri destini a questo mare. Non so
più".
Come succedeva spesso quando faceva lo sforzo di ricordarsi, Rico era sfinito.
Ha congiunto le mani davanti a sé, come per pregare.
"Amava il mare. Questo mare. E me l'ha fatto amare. Sì, legando i nostri
desideri a questo mare, credo. Lei diceva... che è... come un sogno. Che questo mare
è come un sogno che si deve guardare a occhi aperti, un sogno da cui non ci si
sveglia. Capisci?".
Ho scosso la testa.
Non capivo bene, ma intuivo quello che voleva dirmi e mi bastava.
"Ci si può sbagliare" ha detto Rico in modo laconico, accendendosi una cicca.
"Spiega un po'! Non ti seguo".
"Bah...".
Ha aspirato ferocemente la cicca, poi ha tirato fuori il libro dalla tasca.
L'"Odissea". Quel libro, mi aveva detto, gli ricordava Léa. Da un po' di tempo
glielo leggevo. Rico non riusciva più a concentrarsi sulle parole, sulle frasi. E a me
non spiaceva, e poi è una bella storia.
"Tieni, leggi".
All'inizio Rico s'innervosiva perché io gli facevo un mucchio di domande, ogni
volta che mi capitava un nome che non conoscevo.
"Cos'è una ninfa?" avevo chiesto.
"Porca puttana, Abdoul, mica vorrai fermarti su ogni parola! Che cazzo ce ne
frega di cos'è una ninfa! Si chiama Calipso, d'accordo. Ed è una ninfa, d'accordo...
Quello che conta è la storia, merda! E la musica della storia. Se ogni volta bisogna
sapere, capire, eccetera, ci rompiamo i coglioni... D'accordo? Dài, ricomincia da
capo".

"lui solo, che sospirava il ritorno e la sposa,


la veneranda ninfa Calipso, la splendida dea,
tratteneva negli antri profondi, volendo che le fosse marito".

Potevamo restare per ore senza parlare. Seduti l'uno contro l'altro.
Finché l'aria umida della sera ci tirava fuori dal nostro torpore. In quei momenti
Rico fumava una sigaretta dopo l'altra, completamente assente. Io lo guardavo.
Sembrava immerso in qualcosa che per me era incomprensibile. A volte gli
aleggiava un sorriso sulle labbra. Mi faceva rabbrividire.
"Perché sorridi?" gli ho domandato.
Era due giorni prima che succedesse.
"Sorrido al mio sogno, se proprio vuoi saperlo. Oh, cazzo! Non puoi chiudere un
po' il becco?".
Io ho sentito il freddo che lui aveva dentro invadermi.
Non era il sogno di Léa. Non era il sogno di Mirjana. Lo sapevo. E' quella
donna senza volto, dalla voce dolce e carezzevole. Quella che di notte, sempre più
spesso, veniva a cercarlo, lo prendeva per mano e gli domandava: "Perché non
sorridi? Perché non vuoi sorridermi?".
Mi è venuta voglia di alzarmi, di correre per le vie di Marsiglia alla ricerca di
Léa. Merda! Doveva pure essercene una! Una Léa che potesse dire: "Sono io, Rico.
Ti ho aspettato così tanto, se sapessi...". Una Léa che rendesse palpabili i ricordi, le
speranze giovanili. E che rimettesse finalmente ordine nella sua testa. Una volta per
tutte!
Ci voleva quello, porca puttana! Proprio quello.
Il mondo avrebbe ripreso il suo corso.
In modo diverso. Nel senso buono.
Il senso della vita.
Schifezza di merda!
Avrei voluto che Rico mi abbracciasse. E mi dicesse: "Ti voglio bene, figlio
mio". Come faceva mio padre quando andavo a dormire. Tanto per aiutarmi a
credere, prima di dormire, che ci sarebbe stato un domani al domani, dei méchouis -
le nostre belle feste - Tom e Jerry alla tele, partite di calcio, bagni senza fine nel
porto, ragazze cui fischiare dietro...
"Mi si gelano le palle" ho detto.
E mi sono alzato.
"Arrivo" ha risposto Rico.
Ho avuto l'impressione che non fosse più lì. Che non ci fosse già più.
Mi sono incamminato con le mani in tasca. Un vecchio algerino stava pescando.
L'avevo notato subito. Era lì almeno da due ore e non l'avevo visto prendere
nemmeno un pesciolino.
"Abbocca?" gli ho chiesto in francese.
"Meïtta" mi ha risposto in arabo. "E' morto".
Un altro pescatore ci aveva già risposto la stessa cosa, a me e a Zineb, l'estate
scorsa sul porto di Algeri.
"Meïtta".
Léa, credo, aveva detto a Rico: "Sai, guardando il mare capisco tutta la vita che
ho dentro di me. Sulla terra non c'è niente. E' brutta la terra. Sulla terra non cambia
niente. Tutto è come morto. Anche la gente...".
Ma forse era Mirjana che l'aveva detto.
O Rico, che l'aveva borbottato una sera.
O io che l'ho pensato.
Perché comunque lo pensavo.
Capitolo ventitreesimo.

"Un giretto in macchina in rue Sainte-Françoise".

Seduto sul vecchio materasso, aspettavo Rico da ore. "Tu cosa ne pensi, Zineb?"
ho domandato all'orso di peluche.
Lui non pensava niente e abbiamo continuato ad aspettare.
Quel giorno non avevo ancora visto Rico. Avevo fatto due volte avanti e indietro
sul suo itinerario, niente. Centre Bourse, chiesa Saint-Ferréol, quai du Port, rue
Caisserie, place de Lenche, quai du Fort-Saint-Jean. Ogni volta ripassando dal suo
antro.
Mi giravano le palle a non sapere dove fosse. Doveva essere successo qualcosa
che gli aveva fatto cambiare le sue abitudini.
Qualcosa d'importante.
Al mio secondo passaggio nel suo rifugio, il carrello era lì. Ma Rico non aveva
messo a posto la roba che si era tirato dietro. Accanto al carrello c'era una gran
borsa da marinaio tutta logora.
Un incontro.
Mi sono fatto una canna enorme e l'ho fumata lentamente. Karim mi aveva
appena rifornito. Colombiana. "Il meglio, vedrai".
Mi piace tantissimo quell'attimo, quello del primo tiro, quando il fumo mi sbatte
contro il fondo della gola. A occhi chiusi, respiro bloccato, lo sento invadermi. Lo
lascio uscire piano, appena le tempie cominciano a battermi. Bello.
Mi sarebbe piaciuto avere vicino una ragazza carina. Ah sì! La ragazza di
Aubade per esempio. Salima. Si chiamerebbe Salima. Ma no, non Salima. Sei fuori
di testa, Abdou? L'hai già vista una ragazza araba che mostra il culo? No. Marina,
allora. Fa italiana, non male. O Carmen. No, Carmen no...
Ho guardato Zineb, soffiandogli un po' di fumo sulla testa. La senti, Zineb? E'
buona quest'erbetta. Cazzo, davvero cool.
Vanessa. Ecco come si chiama. Vanessa. Con due tette come quelle di Sophie
Marceau.
"Mi fai dare un tiro" direbbe lei, aggiustandosi le mutandine di pizzo.
Ferma nella posizione che ha sul manifesto. Sempre. Insomma, per un bel po' di
tempo. Fino alla fine della lezione n° 27, tanto per intenderci. Io incollerei le mie
labbra secche sulle sue e, come aveva fatto Mirjana a Rico, le soffierei il fumo in
gola.
"Ti piace, Vanessa?".
Certo che le piace.
Mio fratello diceva che uno spinellino prima di scopare gli fa bene, alle
ragazze. Subito dopo il loro corpo è come se fosse stato impastato, cotto di nuovo,
ammorbidito, non puoi sapere.
Non potevo sapere, no. Continuo a non sapere. Non sono ancora mai stato a letto
con una ragazza. Ma dopo qualche tiro di colombiana, Vanessa sarebbe di sicuro
buona come il khobz-al-aïz, il pane della festa che faceva mia madre.
Uauh... Vanessa...
Ho schiacciato il mozzicone. Ce l'avevo duro come un asino marocchino.
Zineb non credeva ai suoi occhi. Ho preso in mano il cazzo che mi bruciava. Mi
pizzicava dentro, come se ci fosse peperoncino.
Fottuta colombiana!
Vanessa.
Mi sono addormentato.

Le loro voci, nella galleria, mi hanno strappato dal sonno. Ho fatto un balzo.
Dicendomi che, cazzo, con tutte quelle storie mi ero dimenticato di andare a firmare
il registro all'associazione. Ho pensato a quello. E che Driss mi avrebbe dato una
bella lavata di capo. Le voci si sono avvicinate.
E Rico è entrato.
Dietro di lui un tizio. Rico aveva in mano due scatole di cartone da pizza e un
sacchetto di plastica in cui tintinnavano delle bottiglie.
L'altro portava altri quattro grossi sacchetti.
"Questo è Dédé!" ha urlato Rico.
Era eccitatissimo.
"Dédé, pensa un po'! Sono quattro giorni che è a Marsiglia, questo stronzo!".
"Salve" ha detto Dédé.
"Io sono Abdou".
"Lo so".
"Metti tutto sul materasso" ha detto Rico.
C'erano due pacchi di dodici birre, sei bottiglie di vino e mezza di whisky.
"Si festeggia!" ha annunciato Rico.
"Puzza, qui" ha detto Dédé accendendo una cicca.
"Dove cazzo eravate? Io ti ho cercato...".
"Siamo andati a bere" ha risposto Dédé. "Sono quattro giorni che lo cerco,
questo stronzo! Ho cercato dappertutto. L'asilo notturno di rue Forbin, della
Madrague-Ville, la mensa in place Marceau. Una vera caccia al tesoro. Ogni volta
c'era uno che credeva di averlo visto...".
"Ci siamo incontrati nel modo più stronzo possibile" ha continuato Rico. "Al
Vieux-Port. Il tempo di tornare qui, di raccontarci la nostra vita... In un anno, porca
troia... Eh, sai una cosa? Jo è fuori! Da... Da quando?".
"Sei mesi".
"Sì, sei mesi. E pensa, oltre alle scuse del tribunale si becca il jackpot. 2600
franchi per ogni giorno di galera! Ti rendi conto, Abdou? Un bel po' di soldi!".
"Se si fosse beccato l'ergastolo" scherzò Dédé, "sarebbe miliardario!".
"E Félix?" ho domandato io.
Dédé ha alzato le spalle.
"E' sparito" ha spiegato Rico. "Una mattina nessuno l'ha più visto. Ha preso
soltanto il pallone. Nient'altro".
"Sai, pensavo che sarebbe venuto a Marsiglia. Ne parlava spesso. E di te...".
"Sembrerebbe che Norbert, il padrone, l'abbia trovato che si scopava la moglie.
Anne...".
"E' quello che si dice in giro" ha precisato Dédé.
"E Norbert cosa dice?".
"Che ne so io! Mi ci vedi a spuntare alla cascina e domandargli, a Norbert:
'Allora, bello mio, è vero che Félix si è fatto tua moglie?'".
Dédé rideva, come per una barzelletta sporca.
"Io non ci credo" ha ripreso Rico. "Félix non me l'immagino fare una cosa del
genere".
Nemmeno io me l'immaginavo.
Da quello che mi aveva raccontato Rico, Félix non era tipo da fare una cosa del
genere. Doveva essere successo qualcosa tra Félix e Dédé, ho pensato. A proposito
di Jo. Di Jo e di Monique. Félix non doveva trovare che fosse una buona cosa,
quello che aveva fatto Dédé.
"Che hai da guardarmi così, ragazzino?".
"Niente" ho risposto.
Aveva una brutta faccia quel Dédé. Non saremmo diventati amici, io e lui. Rico
non mi aveva mai detto cosa ne pensava, ma uno che ti scopa la tua donna mentre tu
sei dentro, per me è un vero figlio di troia.
Non ho smesso di pensarci, mangiandomi la mia fetta di pizza.
Povero Félix. Mi sarebbe piaciuto che fosse venuto. Lui. "Preferisco non dire
altro" avrebbe detto. Di sicuro.

"Non ti abbiamo ancora raccontato" ha incominciato Rico.


Dopo i pastis in un bistrot della Grand'Rue, non gli erano rimasti nemmeno cento
franchi in due.
"Bisognerebbe risanare le finanze" ha proposto Dédé.
"Non ho più l'età. Sai, Dédé, se gira male io non sono in grado di correre. Mi
faccio beccare in men che non si dica".
Ma alla fine Dédé era riuscito a convincere Rico. Non era stato tanto difficile,
credo. Ascoltando Rico che raccontava la loro avventura, ho capito che non era
riuscito a resistere al piacere, dico bene al piacere, di farsi paura. Di giocare al
ladro. Un'ultima volta. Sapete, in lui non c'è neppure un briciolo di violenza. Né
odio né cattiveria, nonostante tutto quello che ha vissuto. I brutti colpi non erano il
suo genere. Era un uomo buono, lo era sempre stato.
Dédé era andato in giro per il centro e aveva individuato il bancomat giusto. In
place Sadi-Carnot. All'angolo con rue de la République, a mezza strada fra il Vieux-
Port e la Joliette.
"A partire dalle otto non c'è quasi nessuno. Ma c'è gente che si ferma in
macchina. Presto fatto, hai capito? Non devono sbattersi per posteggiare, niente... Ci
vuole solo un po' di pazienza... Come al solito, insomma".
Erano le otto in punto all'orologio dell'Ufficio delle Imposte quando si sono
diretti verso la banca. Hanno posato il culo sui gradini all'entrata di un palazzo, con
una bella bottiglia di vino tra i piedi e nell'attesa hanno fumato varie cicche.
"Due barboni non preoccupano nessuno" ha spiegato Dédé. "Anzi,
tranquillizzano".
Dopo un quarto d'ora si sono avvicinati due musi neri che gironzolavano sul
marciapiede già da un po'.
"Ehi" ha grugnito uno, "andate a smaltire da un'altra parte. Qui si lavora! E le
vostre brutte sagome stonano".
"Fuori dalle palle" ha detto l'altro.
"OK, OK" ha borbottato Rico.
Si sono alzati e, trascinando i piedi, hanno attraversato la strada.
"Siamo fottuti, Dédé. Questo bancomat dev'essere nella guida Michelin!".
"Vaffanculo!".
"Però avevamo visto giusto".
Una macchina, una Clio nera, si era fermata proprio in quel momento.
Dédé e Rico si sono seduti, curiosi di vedere come se la sarebbero cavata i due.
Al volante c'era una ragazza, una brunetta con gli occhiali. Lui, una mezza cartuccia
in giubbotto di pelle, è andato tranquillo verso lo sportello automatico.
"Cazzo, questi due facevano proprio al caso nostro".
In un battibaleno i Neri gli sono piombati addosso. Il tipo si è voltato, con una
pistola enorme in mano:
"Polizia!" ha urlato. "Non ti muovere!".
L'altro ha tagliato la corda.
"Polizia!" ha gridato la poliziotta dietro di lui, un'altra bella pistola in mano.
"Fermo!".
Rico e Dédé stavano quasi per applaudire.
"Meglio che alla tele" ha scherzato Rico.
"Sì... e poi... qui le poliziotte sono toste".
Rico si è alzato.
"Questa banca deve essere pure sulla guida Michelin dei pulotti!".
Ha mandato giù una sorsata di vino, guardando gli sbirri che se ne andavano, poi
ha passato la bottiglia a Dédé.
"Beh, non ci resta che rientrare, bei coglioni che siamo...".
"Che cazzo dici? Va tutto bene...".
"Tutto bene che?".
"Gli sbirri vengono una volta, mica due! Quei due dovevano lavorare solo qui.
E quindi si sono fatti beccare per forza, quegli stronzi.
Noi siamo solo di passaggio... No?".
"Dédé, tu sei completamente fuori!".
"No, ho sete! Andrà tutto bene, vedrai".
E sono andati a riprendere il loro posto accanto al bancomat, con la bottiglia
davanti. Si sono fermate tre macchine. Un tipo. Un altro. Un altro ancora con una
ragazza.
"Fra un po' non resta più niente" ha sospirato Dédé.
Era una Opel bianca. Nuova di zecca. All'interno una coppia.
"Niente panico, Rico. Facciamo come abbiamo detto, d'accordo?".
Rico ha annuito.
E' scesa una giovane donna. Bionda, culo fasciato nei jeans neri. Ha lasciato la
portiera aperta. Rico e Dédé si sono avvicinati.
"Non c'avete cento franchi?" ha domandato Dédé alla ragazza.
"No" ha risposto lei seccamente.
Rico si è infilato nella macchina.
"Il mio amico ha un coltello. E' pazzo. Se ti muovi, se gridi, puoi dire addio alla
tua svedesina".
Il malcapitato era un vecchio belloccio, tempie argentate, baffetto sottile. Con un
mucchio di anelli alle dita. E le dita che tremavano sul volante.
"Bingo!" ha esclamato Dédé.
Ha aperto la portiera posteriore e ha spinto dentro la ragazza. C'era odore di
lavanda.
"Abitiamo a due passi da qui" ha detto Dédé. "Spiega la strada al signore".
"Lasciateci in pace" ha piagnucolato il tipo.
"Non ti preoccupare, non andiamo lontano" ha risposto Dédé. "Sai dov'è rue
Sainte-Françoise?".
Il vecchio ha fatto segno di no con la testa.
"Si direbbe che non li conoscete i quartieri dei poveri. Dài, te la indico io la
strada" ha continuato Dédé.
In rue de l'Evêché sono passati davanti al commissariato centrale.
"Qui ci stanno gli sbirri" ha scherzato Dédé, "ma stasera non ci aspettano".
In place des Treize-Cantos, in cima a rue Sainte-Françoise, Rico ha chiesto al
tipo di girare a destra. Una via strettissima a senso unico. Rue du Petit-Puits. Era
talmente agitato che ha dovuto rifare due volte la manovra.
"Stop!" ha detto Rico. "Noi scendiamo qui. Tu vai sempre dritto. Senza fermarti.
Dopo, scendi. Ritrovi la civiltà".
Il tipo è ripartito senza chiedere il resto. Senza nemmeno far passare davanti la
ragazza.
Rico e Dédé hanno preso le scale dietro di loro per raggiungere rue de l'Evêché.
Poi, tranquilli, se la sono squagliata verso place de la Joliette. Pareva che il
baracchino delle pizze aspettasse proprio loro. Il cinese poi era aperto tutta la notte.

E intanto si erano fatti quattro bottiglie di vino. Due a testa. Io bevevo birra. Ma
piano. Anche se avevo dormito, gli effetti della canna non si erano ancora dileguati.
Ero ancora intorpidito. Con quell'impressione di essere ancora sballato, di
continuare a fluttuare a mezz'aria.
Ma crollavo dal sonno.
"Che ne dici?" mi ha domandato Rico.
"Ci sono delle Nike da Go Sport" ho farfugliato. "Sono strafighe.
Magari ho diritto a un regalino".
E sono davvero crollato dal sonno.
In fin dei conti, preferivo la compagnia di Vanessa.
La mia bella colombiana.
Capitolo ventiquattresimo.

"A volte la vita è più bella dal vero che nei sogni".

Cantavano a squarciagola. Soprattutto Dédé, con una voce forte e acuta. Rico
invece tossiva come un tisico. Una tosse che cercava di calmare a forza di whisky.
A quanto pare, mentre mi ero appisolato loro si erano fatti fuori le ultime due
bottiglie di vino.
Si lanciavano i titoli delle canzoni come delle sfide, ridendo. Spesso si
ricordavano solo il ritornello che cantavano in fretta, per passare subito a un'altra
canzone.
E quella di Aznavour?
E quell'altra di Brel?
"Jeff" ha detto Dédé. "Ti ricordi di Jeff? A Titì piaceva tantissimo".
"Alla tua, Titì".

"Non, Jeff, t'es pas seul..."

"Porca troia, quegli stronzi, se ci penso...".


"Lascia perdere, Dédé...".
Sdraiato sul materasso, li osservavo da un po'. Non mi piaceva come cantava
Dédé. Urlava, come se le parole non avessero alcun senso.
"E quella di Julien Clerc?" buttò lì Rico:

"Je le sais, sa façon d'être à moi, vous déplacet,


Mais elle est..."

E Dédé si mise a urlare:

"Ma préférence à moi".

Mi sono alzato, lentamente. Al posto della testa mi sembrava di avere una pista
di atterraggio per una squadriglia di elicotteri. Giravano, giravano e facevano un
baccano infernale!
"Che casino fate!".
"C'est la fête, c'est la fête..." ha canticchiato Dédé.
"Tutto bene?" mi ha chiesto Rico.
Mi ha passato la bottiglia di whisky. Io ho rifiutato con una smorfia.
Mi sarei bevuto le cascate del Niagara. Avevo la bocca impastata e la lingua mi
pareva triplicata di volume.
"E questa" disse Dédé:

"La belle de Cadix a des yeux de velours..."

"La belle de Cadix" ha ripreso Rico, "pum pum pum, pum pum pum".
"Cazzo, Luis Mariano! Non ascoltavamo altro a casa! Tutte le domeniche ce lo
sorbivamo. Georges Guétary,... e quell'altra, com'è che si chiamava? Gloria Lasso.
Sì, Gloria Lasso".
"Beh, magari quella mi sarebbe piaciuta. Mio padre era piuttosto della serie
valzer di Strauss, sviolinate e tutto il resto! Ta ra ra ra ra, zan zan zan zan...".
Io mi sentivo un po' come un marziano. I loro cantautori non li conoscevo,
nemmeno uno. Partiti come erano, avevano tutta la notte davanti per finire il
repertorio.
Alla fine mi sono aperto una birra. Non era poi così cattiva la birra!
"E Renaud!" ha detto Dédé.
"Renaud! Renaud me l'ero dimenticato! Cazzo, Renaud sì che mi piaceva!".
"Beh, almeno lui sta dalla nostra parte. Canta la strada".
"Te la ricordi "Mistral gagnant"?".
"Com'è che fa?".
E Rico si è messo a cantare, piano, con una voce fragile, spezzata:

"Et m'asseoir sur un banc, cinq minutes avec toi


regarder le soleil qui s'en va
Te parler du bon temps,
qui est mort, et je m'en fous
Te dire que les méchants c'est pas nous..."

Ho guardato Rico. Gli occhi gli si erano velati di lacrime.


Lacrime da ubriaco.
Lacrime d'amore.
"Et les Mistral gagnants" urlava Dédé.
Rico ha mandato giù una bella sorsata di whisky, mi ha messo il braccio intorno
alle spalle e poi ha canticchiato, ancora più piano:
"Te raconter enfin, qu'il faut aimer la vie,
et l'aimer même si
le temps est assassin et emporte avec lui
les rires des enfants,
et les Mistrals gagnants,
et les Mistrals gagnants"

Ci fu un momento di silenzio. Dédé si era acceso una cicca.


"Porca troia, ci fai piangere, Rico".
Rico, senz'ascoltarlo, ha posato il suo indice sporco lurido sul mio naso e,
guardandomi dritto negli occhi, ha ripreso:

"... et les Mistrals gagnants..."

Poi ha abbassato le palpebre. Io mi sono sentito un nodo allo stomaco.


Rico se ne andava. Sempre più lontano. Da me, da noi. Da se stesso. E io non
potevo trattenerlo. Ogni parola mi rimbombava in testa come un addio.
Era la prima notte che passavo 'a casa sua'. Avrei voluto che fossimo soli, lui e
io. La presenza di Dédé mi pesava.
E pesava su Rico.
Come la morte, ho pensato. Proprio questo ho pensato. Sapete, a volte le cose
sono strane.

Proprio in quel momento Dédé si è messo a frugare nella sua borsa:


"A proposito" ha detto, "non te l'ho fatto vedere?".
E ha dato a Rico un ritaglio di giornale. Un sorriso crudele gli aleggiava sulle
labbra.
"Cos'è?".
"L'ho ritagliato dall'"Ouest-France"".
Io sono scivolato dietro Rico per leggere al di sopra della sua spalla.
Rennes: violentata e uccisa mentre rincasava, diceva il titolo dell'articolo. Era
di cinque settimane prima.
Rico si è messo a tremare.
La donna era sua moglie.
Sophie.
Era stata aggredita mentre tornava dal jogging quotidiano nel parco del Thabor,
fra mezzogiorno e le due. Il suo corpo, nudo, era stato trovato dal marito nel salone
della loro casa in rue Fougères. Era quanto diceva il giornalista.
Rico aveva riletto l'articolo una seconda volta, più lentamente. Come per
convincersi che quello che stava leggendo era davvero successo.
Per la polizia, continuava il giornalista, il principale sospetto era l'ex marito
della vittima, attualmente 'senza fissa dimora'. Secondo parenti e amici quest'ultimo
sarebbe andato più volte a Rennes per minacciarla, fin davanti alla scuola del loro
figlio. Diversi testimoni affermavano di averlo visto negli ultimi giorni aggirarsi
intorno alla casa.
Lo descrivevano poi come un uomo "geloso e violento, distrutto dall'alcol".
Rico ha lasciato cadere il ritaglio di giornale. Ha guardato Dédé.
"Era solo una troia, eh? E' quello che mi hai sempre detto".
E gli ha mollato un pugno. In piena faccia. Sul naso. Con una velocità e una forza
inimmaginabili.
"Cazzo! Ma sei impazzito!".
Il naso di Dédé spruzzava sangue. Si era macchiato tutta la camicia.
"Stronzo! Hai visto cos'hai fatto?".
Rico gli è saltato addosso, ma aveva già esaurito tutta la sua energia e la sua
violenza in quell'unico pugno. Si è accasciato su Dédé, piangendo.
"E mio figlio!... Mio figlio!... Ci hai pensato tu, a mio figlio?
Prima era senza padre. Adesso non ha nemmeno la madre...".
Dédé ha spinto indietro Rico violentemente. Sono rotolati sul materasso.
"Julien" si è messo a singhiozzare Rico.
C'era un vecchio manico di piccone contro il muro, l'ho preso. Se quel bastardo
toccava Rico lo massacravo.
"Sei solo un piagnone".
Si asciugava il naso con uno straccio sporco.
"Avevi voglia di fartela, eh, di scopartela e strozzarla quella maiala... Non
smettevi di dirlo... Ma non hai mai avuto i coglioni per farlo. I coglioni, tu non li hai
mai avuti. E' per questo che ti ha sbattuto fuori".
"Vattene" ha detto Rico.
Dédé si è alzato.
Io pure.
Il manico del piccone in mano. Pronto a colpire.
Ci siamo guardati.
Odio contro odio.
Se era stato capace di fare una schifezza del genere, di certo poteva essersi
scopato anche Anne, la moglie del padrone di Félix. E' quello che ho pensato. Forse
non era vero, ma a me andava bene così. E a Félix doveva essergli venuto il
voltastomaco. Perché ad Anne le voleva bene. E' per quello che se n'era andato.
Lontano da Dédé.
Da tutti.
Sapete, pensavo a tutto questo, stringendo il manico del piccone.
Ho fatto un passo verso Dédé.
"Vattene! Hai capito?".
Ha preso la borsa. Davanti alla porta si è voltato e ha detto a Rico:
"Non mi pento, sai...".
"Fuori!" ho gridato, sollevando il manico del piccone.
"Un culo così non m'era mai passato per le mani".
E la sua risata è risuonata in tutta la galleria.

Rico era prostrato.


Io gli sono scivolato accanto.
"Adesso va meglio, Rico. Se n'è andato. Dormiamo un po', ti va?".
Gli ho passato la bottiglia di whisky e lui ha mandato giù una bella sorsata.
"Adesso va meglio, Rico".
"Una sigaretta...".
Ho acceso una cicca e gliel'ho messa fra le labbra. Tremava.
"Cosa farà Julien da solo?".
"Non è solo, Rico".
La tristezza del suo sguardo mi ha atterrito.
"Non posso neanche più andarlo a prendere".
"Non è solo...".
Mi ha guardato di nuovo. Ho abbassato la testa. Era insopportabile, quella
disperazione in fondo ai suoi occhi. Rico si stava sgretolando dentro. Presto non
sarebbe stato altro che polvere. Un mucchio di polvere.
"C'è quel tipo" ho osato dire, "quello che viveva con lei. Alain. Se ne occuperà
lui. Di Julien. Non è suo padre, non sei tu, ma gli vuole bene a Julien, no? Non
credi?".
La mano tremante di Rico è risalita fino alla bocca, per tirare sulla sigaretta. La
cenere è caduta sul suo parka nero.
"Rico?".
"Sì".
"Se... se è andata a vivere con quel tipo, un bel giorno, è perché l'amava... e...
amare è avere fiducia, no?".
Ha spento la cicca e si è sdraiato sul materasso a occhi chiusi.
"Rico! Mi ascolti?".
Ha scosso la testa, piano.
"Sophie aveva fiducia in lui, Rico".
Mi sono steso accanto a lui e gli ho mormorato all'orecchio:
"Abbi fiducia in quel tipo. Julien non è solo".
Poi ho preso l'orso di peluche e gliel'ho messo fra le braccia. Lo ha stretto
contro di sé.
Gli occhi mi si chiudevano.
A un certo punto della notte Rico si è voltato verso di me. Ho sentito la sua
mano accarezzarmi i capelli, dolcemente. Come faceva mio padre.
"Ti voglio bene, ometto" ha mormorato.
Mi sembrava di sognare, talmente era bello: quelle parole, quella mano sui miei
capelli. Stavo sognando, mi sono detto. Perché non potevano essere altro che un
sogno quelle parole, quella mano nei miei capelli.
"Papà" ho mormorato.
Avrei dovuto capire che non era un sogno.
Avrei dovuto indovinarlo quando le labbra di Rico si sono posate sulla mia
fronte e ho sentito sul viso il suo alito carico di umidità marcia.
Avrei dovuto svegliarmi, invece di tenermi stretto l'orsacchiotto.
Credevo che fosse un sogno.
Si crede sempre che i sogni siano più belli della realtà.
Capitolo venticinquesimo.

"Un'ultima canzone e aspettare, aspettare..."

Mi sono svegliato di colpo.


Un rumore. Come di una porta sbattuta. E il silenzio. Un silenzio pesante. Un
silenzio umido. E quella puzza forte, di unto, che saliva da terra.
Ho spalancato gli occhi nel buio.
Due occhi rossi mi stavano fissando.
Il topo.
Mi sono alzato di scatto. Stringendomi al petto l'orso di peluche.
"Rico!".
Il topo non si muoveva. E nemmeno Rico.
"Rico!".
Con la mano, a tastoni, cercavo la sua schiena, la spalla. Per scrollarlo.
Svegliarlo. Chiedergli di cacciar via quel topo. Non osavo muovermi. La paura.
Rico.
Rico non c'era più.
La porta che si chiude.
Stringo ancora più forte l'orsacchiotto.
"Non avere paura, Zineb. E' solo un topo".
Ho fatto un gesto nel buio. Un gesto con la mano. Il topo non si è mosso. Ho
avuto l'impressione che i suoi occhi rossi diventassero più grandi. Il topo stava
diventando enorme. Un topo lupo. Un topo leone.
Un topo elefante.
"Vedrai che andrà tutto bene, Zineb! Tutto bene".
Ho pensato a Jerry.
Io ero Tom.
"Buh!" ho gridato.
Il topo continuava a non muoversi.
"Rico! Per piacere!".
Rico.
Rico non c'era più.
A quel punto ero completamente sveglio. E nella mia testa tutto si è rimesso al
suo posto. Quella carezza sui capelli. Quel bacio sulla fronte. E l'orsacchiotto
scivolato fra le mie braccia.
Un addio.
"Rico! No!" ho gridato.
Ho sfregato un fiammifero. Il topo è scappato verso la porta ed è sparito. Ho
acceso un cero. La luce tremolante ha rischiarato il magazzino.
La bici.
Ho buttato per terra i sacchetti che Rico aveva incominciato ad accumulare
davanti alle ruote. L'ho spinta davanti alla porta. Ho raccolto da terra uno spago e
mi sono attaccato l'orso sulla pancia.
"Andiamo, Zineb. OK?".
OK.
Non potevamo lasciare Rico così. Da solo. No, non potevamo abbandonarlo.
La fine della strada. Il faro.
Sicuro che lo troviamo là, eh, Zineb?

Si era alzato il mistral. Freddo. Una raffica mi ha schiaffeggiato il viso. L'aria


gelida si è attaccata alle mie cicatrici. Si sono messe a bruciare. Ho tirato su il
collo del maglione, fin sul naso. E ho inforcato la bici.
"Sei pronto, Zineb?".
Sono sceso a rotta di collo giù per rue François-Moisson, fino a place de la
Joliette. Lì ho preso il boulevard, sotto la passerella dell'autostrada, tra i quai e i
docks.
Pedalando a tutta velocità.
Per fortuna quella cazzo di bici andava avanti. Male, ma andava avanti. Ogni tre
pedalate un giro di ruote. Altre tre pedalate per una raffica di vento. Il cambio
cigolava, ma andavo avanti.
Dovevo salire per un buon chilometro per beccare il ponte, sul porto, che
permetteva di passare dai quai alla diga du Large. Una volta dall'altra parte dovevo
rifarmi la stessa distanza, in senso inverso.
Fino al faro.
Non pensare.
Pedalare. Pedalare.
Rico. Aspettami.
Aspetta.

Porta 4.
Nessun guardiano in vista. Probabilmente stava bevendosi il caffè. Era l'ora del
caffè. Non sapevo assolutamente che ora fosse. Ma di sicuro era l'ora del caffè.
Stava appena facendo giorno. Più pedalavo e più il cielo diventava azzurro. E
freddo.
Adesso il mistral mi soffiava da dietro. Mi sentivo le ali. Per ogni pedalata, tre
giri di ruote.
Non pensare, Abdou.
Pedala. Pedala.
L'ultimo rettilineo.
La maglia gialla al traguardo. Il podio.
Il faro.
Rico. Aspetta.
Non andartene così.
Costeggiavo dei cargo. Pronti a salpare. Africa, Asia. America.
On the road again.
Com'era, altrove? Era meglio, altrove?

La fine della diga. La fine della strada.


Ho sbattuto la bici per terra. Ho salito i gradini del faro quattro alla volta. Fino
al terrapieno. Una raffica di mistral gelido mi ha accolto.
Rico era lì.
Seduto per terra. Con la schiena appoggiata alla pietra bianca. Gli occhi aperti.
Sul largo. Sulle isole. Sull'orizzonte.
La cosa più bella che abbia mai visto.
Che Rico voleva vedere.
Un'onda è venuta a infrangersi ai piedi del faro e si è alzata dritta nel cielo.
Il mare inventava dei fuochi d'artificio.
Per Rico.
"Rico!".
Non serviva a niente.
Rico sorrideva. A occhi aperti.
Non ho più osato guardarlo.
Mi sono seduto accanto a lui, ho slegato Zineb e me lo sono incastrato fra le
gambe.
E adesso?
Ho appoggiato la testa sulla spalla di Rico, ho chiuso gli occhi e mi sono
mormorato una canzone che canticchiava mio padre nei giorni difficili:

"J'ai beau essayer de me rappeler


mais en vain
ma jeunesse m'a filé entre les doigts.
J'ai tant usé mes semelles
me voici pétri de lassitude
les peines sont si nombreuses
que la mémoire n'en garde aucune.
Si je ne sai plus d'où je viens
bigre de chance que j'ai".

Le mie lacrime hanno iniziato a scendere. Piano.


"Non piangere, Zineb. Non piangere".

La sirena di una nave è riecheggiata nel porto.


Adesso il sole era alto nel cielo.
Un sole bianco. Freddo.
Il sole dei morenti, ho pensato.
Il sole dei morenti.
Ho fatto scivolare la mia mano in quella di Rico. Intrecciando le mie dita alle
sue. E ho aspettato.
Ho aspettato, sapete. Perché, mi sono detto, questa vita non può continuare così.
Non può.

FINE
NOTA DELL'AUTORE.

Per scrivere questo romanzo ho preso spunto da servizi, inchieste e interviste


pubblicati in questi ultimi anni sui giornali, in particolare su "Libération" e "Le
Monde", ma anche su "La Provence" e "La Marseillaise".
Ho fatto del resto riferimento all'indispensabile opera d'Hubert Prolongeau,
"Sans domicile fixe", coll. Pluriel, Hachette, 1993, e ai racconti d'Yves Le Roux (e
Danie Lederman), "Mémoires d'un S.D.F.", Ramsay, 1988, e di Lydia Perréal, "J'ai
vingt ans et je couche dehors", J'ai Lu, 1997.
NOTE.

N. 1. ["Restaurants du coeur"] Associazione caritativa che distribuisce pasti


gratuiti, fondata da Coluche, noto comico francese di origine italiana.
N. 2. Giorno in cui in Francia i bambini non vanno a scuola.
N. 3. [Tati] Catena di grandi magazzini popolari, i più economici di Parigi.
N. 4. Si tratta di un gioco di parole intraducibile: 'meloni' è termine
dispregiativo usato in Francia per indicare gli immigrati del Nord Africa, molti dei
quali lavorano nei cantieri edili.