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Fernando Pessoa

Pagine esoteriche
A cura di Silvano Peloso

Adelphi eBook


Quest’opera è protetta
dalla legge sul diritto d’autore
È vietata ogni duplicazione,
anche parziale, non autorizzata


Prima edizione digitale 2014


© 1997 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
www.adelphi.it

ISBN 978-88-459-7529-5
NOTA INTRODUTTIVA

Fra gli oltre venticinquemila documenti (18.816 manoscritti,


3948 dattilografati e 2662 misti) che compongono lo spoglio
Fernando Pessoa nella Biblioteca Nazionale di Lisbona, non
sono pochi i materiali che riguardano le curiosità e in senso
lato gli interessi esoterici del Poeta. Si tratta in genere, come
sempre in Pessoa, di appunti, di rapide annotazioni prese
velocemente su fogli sparsi, sul retro di una fattura
commerciale, sulla parte ancora bianca di un foglio contenente
versi o spunti di tutt’altra natura. Pessoa scriveva ogni volta
che ne aveva l’occasione, quasi i confini labili della scrittura
costituissero gli improbabili argini di una dirompente
espressività. Raccogliere e ordinare i materiali, in queste
condizioni, si è presentata subito come un’impresa quanto mai
ardua. Si aggiunga che quando, nel 1968, ha avuto inizio la
catalogazione ufficiale di tutti i documenti, il famoso baule del
Poeta era già stato rivoltato da numerose mani che, pur con il
lodevole intento di investigare e catalogare, avevano aggiunto,
se possibile, caos al caos.
Con tali presupposti si possono comprendere i problemi e le
enormi difficoltà di chiunque si arrischi a tracciare una rotta
nel grande arcipelago dell’opera pessoana. I materiali che
compongono questo libro rappresentano una sintesi, sia pure
parziale, di quanto è stato fatto nell’ambito del tema specifico,
ma soprattutto appaiono in prospettiva di quanto, ed è ancora
molto, rimane da fare. La scelta e l’organizzazione dei testi
restano naturalmente di intera responsabilità del Curatore. Si è
privilegiato, quando possibile, un criterio al tempo stesso
cronologico e tematico, ma senza troppa rigidità, tenuto
presente che molti frammenti sono senza data e accolgono
punti di vista e contenuti diversi. In pochi casi, soprattutto in
presenza di testi molto ampi e già conosciuti, che
corrispondono solo parzialmente all’ottica prescelta, si sono
operati dei tagli in funzione della facilità e omogeneità di
lettura. Va anche considerata, per quanto riguarda la
traduzione, la caratteristica del materiale, spesso appena
abbozzato e dunque lacunoso e stilisticamente non rielaborato
– una sorta di virtuale avantesto, dunque, che contraddistingue
buona parte dello spoglio pessoano, e gli scritti di ambito
esoterico in particolare. Questi, per volontà da Pessoa più volte
espressa ad amici e collaboratori, erano destinati per la loro
stessa natura a rimanere riservati o a circolare tutt’al più nella
ristretta cerchia delle persone vicine al Poeta.
Al di là, comunque, dei limiti soggettivi e quantitativi che
qualunque scelta comporta, resta il dato di fatto che
un’oggettività scientifica, problematica sempre, è esclusa in
partenza in un autore come Fernando Pessoa per il quale non
hanno senso, proprio perché esclusi da lui stesso, criteri come
l’intentio operis o l’intentio auctoris. Il che non diminuisce, ma
anzi moltiplica le responsabilità, in quanto non si tratta più di
trovare una sola verità, ma le molte del Poeta volto a «sentire
tutto in tutte le maniere». La sfida, dunque, è a fare meglio e
soprattutto a fare di più, ricordando, come osservava
Mefistofele nel Faust di Goethe, che una contraddizione proprio
perfetta è tale per savi e stolti.
Affidiamo dunque queste pagine al giudizio sereno del lettore
italiano, facendole precedere, per ulteriore documentazione, da
una curiosa scheda biografica che Fernando Pessoa compose
nel marzo del 1935, pochi mesi prima di morire nel novembre
dello stesso anno, redatta con quell’ironia, straniante e un po’
dolorosa, con cui il Poeta, dopo aver saputo affrontare la vita
intera, si apprestava ora a vincere anche la morte.


SEGNI CONVENZIONALI

I titoli e le sigle entro parentesi quadra sono del Curatore
[...] passo omesso o tralasciato
[?] lettura dubbia
(...) parola illeggibile, lacuna nel testo o testo lasciato
incompiuto


ABBREVIAZIONI

FH Yvette K. Centeno, Fernando Pessoa e a Filosofia
Hermética. Fragmentos do Espólio, Editorial Presença, Lisboa,
1985.
OEP Fernando Pessoa, Obras em Prosa, cura, introduzione e
note di Cleonice Berardinelli, Nova Aguilar, Rio de Janeiro,
1974.
OPP Fernando Pessoa, Obra poética e em prosa, cura,
introduzione, biobibliografia e note di António Quadros e Dalila
L. Pereira da Costa, 3 voll., Lello & Irmão Editores, Porto,
1986.
PDS Teresa Rita Lopes, Fernando Pessoa et le drame
symboliste: héritage et création, Fundação Calouste
Gulbenkian, Paris, 1985.
PI Pessoa Inédito, coordinamento di Teresa Rita Lopes, Livros
Horizonte, Lisboa, 1993. PPC Teresa Rita Lopes, Pessoa por
Conhecer, 2 voll., vol. II: Textos para um novo mapa, Editorial
Estampa, Lisboa, 1990.
RC Fernando Pessoa, Rosea Cruz, edizione e presentazione di
Pedro T. Mota, Ed. Manuel Lencastre, Lisboa, 1989.
TF Textos Filosóficos de Fernando Pessoa, edizione e
prefazione di António de Pina Coelho, 2 voll., Ed. Ática, Lisboa,
nuova ediz., 1994.
USM Fernando Pessoa, Una sola moltitudine, a cura di
Antonio Tabucchi con la collaborazione di Maria José de
Lancastre, 2 voll., Adelphi, Milano, 1979 e 1984.
NOTA BIOGRAFICA
di Fernando Pessoa

Lisbona, 30 marzo 1935



NOME COMPLETO Fernando António Nogueira Pessoa.

ETÀ E NAZIONALITÀ Nato a Lisbona, chiesa dei Martiri, al n. 4
del Largo de San Carlos (oggi del Direttorio) il 13 giugno 1888.

PATERNITÀ E MATERNITÀ Figlio legittimo di Joaquim de Seabra
Pessoa e di D. Maria Madalena Pinheiro Nogueira. Nipote in
linea paterna del Generale Joaquim António de Araújo Pessoa,
combattente nelle campagne liberali, e di D. Dionísia Seabra;
nipote in linea materna del Consigliere Luís António Nogueira,
giurista ed ex Direttore Generale del Ministero del Regno, e di
D. Madalena Xavier Pinheiro. Ascendenza generale: misto di
fidalgos ed ebrei.

STATO CIVILE Celibe.

PROFESSIONE La definizione più propria sarà «traduttore», la
più esatta quella di «corrispondente in lingue estere in aziende
commerciali». L’essere poeta e scrittore non costituisce una
professione, ma una vocazione.

RESIDENZA Rua Coelho da Rocha, 16, 1° dt.°, Lisbona.
(Indirizzo postale – Casella Postale 147, Lisbona).

FUNZIONI SOCIALI SVOLTE Se con questo si intende incarichi
pubblici, o funzioni di rilievo, nessuna.

OPERE PUBBLICATE L’opera è fondamentalmente dispersa, per
ora, in varie riviste e pubblicazioni occasionali. I libri o gli
articoli che ritiene validi sono i seguenti: 35 Sonnets (in
inglese), 1918; English Poems I-II e English Poems III (sempre
in inglese), 1922, e il libro Mensagem, 1934, premiato dal
Secretariado de Propaganda Nacional nella categoria «Poema».
L’articolo O Interregno, pubblicato nel 1928, e consistente in
una difesa della Dittatura Militare in Portogallo, deve essere
considerato come non esistente. Tutto questo è da rivedere e
molto forse da ripudiare.

EDUCAZIONE In virtù, morto suo padre nel 1893, dell’aver sua
madre sposato nel 1895, in seconde nozze, il Comandante Joào
Miguel Rosa, Console del Portogallo a Durban, Natal, è stato
colà educato.
Ha vinto il premio Regina Vittoria di lingua inglese
all’Università del Capo di Buona Speranza nel 1903, in
occasione dell’esame di ammissione, a 15 anni.

IDEOLOGIA POLITICA Pensa che il sistema monarchico sarebbe il
più adatto per una nazione organicamente imperiale come è il
Portogallo. Ma al tempo stesso ritiene la monarchia del tutto
inattuabile in Portogallo. Per questo, se ci fosse un plebiscito
sul tipo di regime, voterebbe, sebbene a malincuore, per la
Repubblica. Conservatore di stile inglese, cioè liberale
all’interno del conservatorismo, e assolutamente
antireazionario.

POSIZIONE RELIGIOSA Cristiano gnostico, e quindi
assolutamente contrario a tutte le Chiese organizzate, e
soprattutto alla Chiesa di Roma. Fedele, per motivi che più
avanti saranno impliciti, alla Tradizione Segreta del
Cristianesimo, che è in stretto rapporto con la Tradizione
Segreta in Israele (la Santa Cabbala) e con l’essenza occulta
della Massoneria.

POSIZIONE INIZIATICA Iniziato, per comunicazione diretta da
Maestro a Discepolo, nei tre gradi minori dell’(apparentemente
estinto) Ordine Templare di Portogallo.

POSIZIONE PATRIOTTICA Fautore di un nazionalismo mistico, da
cui sia eliminata ogni infiltrazione cattolico-romana, per dar
vita, se fosse possibile, a un sebastianismo nuovo che la
sostituisca spiritualmente, ammesso che nel cattolicesimo
portoghese ci sia mai stata spiritualità. Nazionalista che si
ispira a questa massima: «Tutto per l’Umanità; niente contro la
Nazione».

POSIZIONE SOCIALE Anticomunista e antisocialista. Il resto si
deduce da quanto detto sopra.

RIASSUNTO DI QUESTE ULTIME CONSIDERAZIONI Tenere sempre a
mente il martire Jacques de Molay, Gran Maestro dei Templari,
e combattere, sempre e dovunque, i suoi tre assassini:
l’Ignoranza, il Fanatismo e la Tirannia. [OPP, III, 1427-29]
PAGINE ESOTERICHE
I. LA SCRITTURA, IL MISTERO, L’OCCULTO

[La caduta]

Una condotta razionale di vita è impossibile. L’intelligenza


non fornisce regola. E allora ho compreso ciò che forse si
nasconde nel mito della Caduta. Mi ha abbacinato lo sguardo
dell’anima, come un lampo quello del corpo, il terribile e
autentico significato di quella tentazione per la quale Adamo si
era cibato dall’Albero detto della Scienza.
Dal momento in cui esiste l’intelligenza, la vita tutta è
impossibile. [PPC, 245]

[Migliaia di filosofie...]

Migliaia di teorie, grottesche, straordinarie, profonde, sul


mondo, sull’uomo, su tutti i problemi che riguardano la
metafisica hanno attraversato la mia mente. Ho racchiuso in
me migliaia di filosofie delle quali, come se fossero reali,
nemmeno due concorderebbero. Tutte le idee che ho avuto, se
fossero state scritte, avrebbero rappresentato un grande
investimento per la posterità; ma, per via del carattere molto
peculiare della mia mente, non appena una teoria, un’idea mi si
presentava, subito spariva, e dopo aver ardentemente
desiderato sentirla, non ricordavo nulla, assolutamente nulla di
ciò che sarebbe potuto essere. Così la memoria, come tutte le
altre mie facoltà, mi portava a vivere in un sogno. [PI, 402]

[Una confessione autobiografica]

Non posso parlare se non del sentimento di paura del quale


sono sempre stato vittima.
Così, tutto quanto sapesse di misterioso, se alimentava in me
la passione per l’analisi e per il mistero, mi turbava e mi faceva
rabbrividire di paura. Una parola scritta sulla parete della mia
stanza che, per caso, non avessi notato prima, mi costringeva a
uscirne precipitosamente.
Alla filosofia morale, a tutte le filosofie ad eccezione della
metafisica, filosofia prima, io non prestavo attenzione salvo che
nell’esigua misura in cui esse lasciavano spazio alle sottigliezze
che adoravo.
Così, scrivevo a caso e distrattamente una cosa qualunque.
Ma subito dopo tremavo di paura, chiedendomi quale fosse il
senso nascosto delle parole che avevo scritto.
A parte questo, credo fossi normale. Non ero meno
coraggioso, credo, di qualsiasi normale ragazzo. Non ero
vittima della timidezza in società. Il mio unico terrore era
l’ignoto, la mia unica paura era proprio quella di ciò che non ha
nome.
Tuttavia, sebbene il mio carattere fosse incline all’amore per
il mistero e per la mistificazione, all’amore per l’oscurità e per
(...) Ma nonostante ciò, non si pensi che io fossi un amante
della falsità. No, anche così, continuavo a essere un sincero
amante della verità, un sincero (...)
Però, la mia ardente aspirazione filosofica era che si dovesse
sempre tendere alla verità, senza per questo incontrarla mai.
Ero uno scettico, non un materialista, giacché il materialismo
esclude il dubbio.
Il mio ardente amore per il mistero, per l’irrealtà, per il
sogno, si univa all’amore per la verità, portandomi a concepire
una verità la cui essenza si collocasse totalmente al di là di
questo mondo, qualcosa che fosse quindi soltanto essenza, in
cui l’essenza e l’attributo (...) Purtroppo non ci riuscivo (...) Ma
ero convinto che questo mondo fosse una rivelazione, una
manifestazione, e che la verità fosse questo passaggio di
Dioniso, di Dio: che tutte le cose ce lo rivelassero (...) E meditai
anche sulle parole di Bonaventura.
Una mente veloce o amante dei paradossi superficiali (che
sono tipici di una mente del genere) potrebbe pensare che la
paura causatami dalla lettura di queste parole straordinarie
fosse una paura piacevole. Cosa che io, analista più rigoroso,
non affermerei mai. Nessuna paura è piacevole; non c’è
espediente mentale che riesca a realizzare un’assimilazione di
concetti contrari quali il piacere e la paura.
Si dirà che è un’affermazione inutile, visto che nessun
individuo, a quanto pare, è portato a confondere il piacere con
il dolore. Tuttavia la ragione che mi spinge a farla è che il
primo impulso è stato di scrivere che avevo provato una paura
piacevole. Ma l’errore sta proprio nel confondere e nel fare una
cosa sola di due diverse e coesistenti come la paura e il
piacere. Possono coesistere, ma non sono identiche. Eppure
c’era in me una forza che mi spingeva a parlare di paura
piacevole, perché coesistevano in me, al tempo stesso, paura e
piacere. O meglio, la paura e il piacere erano effetti di una sola
causa che agiva su due aspetti, due facoltà, del mio carattere.
La loro unione e coesistenza in un unico soggetto, cioè in me
stesso, ha fatto sorgere la singolare illusione di un dolore
piacevole. Un po’ come l’alunno che, scappando da scuola,
prova quella «gioia che atterrisce» descritta da Gray. Ciò che
prova, in effetti, è la gioia di essere libero, la paura di essere
preso. Tanto la sua paura quanto il suo piacere sono, grazie alla
sua libertà, della stessa natura, sebbene l’una sia un’affezione
del suo sentimento di paura e l’altro l’emozione del suo
sentimento di libertà.
Presto scoprii che il mio stato era simile: avevo paura della
scoperta di qualunque verità – di qualunque verità metafisica.
[Per via di] questa paura, rimasi perplesso di fronte alla
filosofia degli scolastici, che pure amavo.
Ad esempio, in qualche luogo della filosofia scolastica è
enunciata una questione del tipo: «Può una prostituta
recuperare la sua verginità per grazia di Dio?». Quando tale
questione viene posta, la si considera assurda e fuori del
comune.
Io non l’ho mai ritenuta ridicola o insensata. Ma non sono mai
stato capace di concepirla in termini assoluti, alla luce di una
verità generale. L’ho sempre considerata in termini relativi,
tenendo conto dell’epoca (sebbene io non abbia niente dello
storico). Come tale, essa mi è sempre parsa condizionata. Se
assumiamo come verità la grazia di Dio, il suo potere sulla
terra e tutte le dottrine della Chiesa, allora la questione è
relativa.
E io, che non credevo né in Dio, né nella sua grazia, meditavo
profondamente su tale questione.
Ma allora perché lo facevo? Non vivevo al tempo degli ultimi
sofisti e non avevo lo spirito di Protagora.
Che cosa era il mondo per me?
Niente, uno zero, ma uno zero pieno di mistero. Un niente,
ma un niente senza nome. Poiché il mondo mi si mostrava così,
desideravo con tutto me stesso farlo apparire incerto, e far
apparire impossibile la scienza umana. Non amavo
profondamente Eraclito, non avevo tremato di gioia leggendo
per la prima volta che le cose non sono, ma eternamente
divengono? Sì. Eppure mi sono goduto profondamente e
sinceramente anche la confutazione di questa tesi nel Teeteto
di Platone.
Ho amato, mi sono divertito con prove e argomentazioni
contro la ragione umana, che ne dimostravano la debolezza e
l’inadeguatezza di fronte alla verità. Perché desideravo questo?
Per glorificare un Dio? Perché l’uomo si sentisse insignificante?
Per suscitare in lui il desiderio di una vita diversa e migliore?
No? Non aveva nulla a che vedere con questo? (...) [PI, 400-
401]

[Lettera a Màrio de Sá-Carneiro]

Lisbona, 6 dicembre 1915


Mio caro Sà-Carneiro,
dato che Le scrivo questa lettera principalmente perché ho
l’assoluta necessità psichica di scrivergliela, Lei mi scuserà se
lascio per la fine la risposta alla Sua lettera e alla Sua cartolina
ricevute oggi e se entro immediatamente in quello che
costituirà l’argomento della presente.
Sono nuovamente in preda a ogni crisi possibile e
immaginabile, ma ora l’assalto è totale. In tragica coincidenza
mi si sono abbattute addosso crisi di vario ordine. Sono
psichicamente assediato.
È rinata la mia crisi intellettuale, quella di cui Le parlai; ma
ora è più complicata perché, oltre ad avere le vecchie
caratteristiche, nuovi fattori sono sopraggiunti a ingarbugliarla
maggiormente. Per questo mi trovo in uno stato di esaltazione
e di angoscia intellettuali che Lei difficilmente può immaginare.
Non sono padrone di una lucidità sufficiente per raccontarLe le
cose. Ma poiché ho bisogno di raccontargliele, cercherò di
spiegarmi come posso.
La prima parte della crisi intellettuale Lei la conosce già;
quella che è sopravvenuta ora deriva dal fatto che io sia venuto
a conoscenza delle dottrine teosofiche. Il modo in cui le ho
conosciute è stato, come Lei sa, banalissimo: ho dovuto
tradurre dei libri di teosofia. Io non conoscevo niente,
assolutamente niente, del problema. Ora, come è naturale,
conosco l’essenza del sistema. Mi ha sconvolto a un punto tale
che non l’avrei mai immaginato, dato che si tratta di un sistema
religioso. Il carattere straordinariamente vasto di questa
religione-filosofia, la nozione di forza, di dominio, di
conoscenza superiore ed extra-umana che le opere teosofiche
stillano, mi hanno molto turbato. Una cosa simile mi era
accaduta molto tempo fa leggendo un libro inglese sopra i Riti
e i Misteri dei Rosacroce. La possibilità che nella Teosofia sia la
verità reale, me hante. Non pensi che mi trovo sulla strada
della follia; credo di no. Si tratta di una grave crisi di uno
spirito capace fortunatamente di simili crisi. Dunque, se Lei
pensa che la Teosofia è un sistema ultracristiano (nel senso che
contiene i princìpi cristani elevati a un punto in non so quale
oltre-Dio) e pensa a tutto ciò che esso ha di fondamentalmente
incompatibile col mio essenziale paganesimo, capirà il primo
grave elemento che si è aggiunto alla mia crisi. Se inoltre
riflette sul fatto che la Teosofia, poiché essa ammette tutte le
religioni, ha un carattere assai simile a quello del paganesimo,
che ammette nel suo pantheon tutti gli dèi, capirà il secondo
elemento della mia grave crisi spirituale. La Teosofia mi
terrorizza per il suo mistero e per la sua grandezza occultista,
mi ripugna per il suo umanitarismo e per il suo apostolismo
(capisce?) essenziali, mi attrae per la sua forte somiglianza con
un «paganesimo trascendentale» (è questo il nome che do al
modo di pensare che avevo raggiunto), mi ripugna perché è
tanto simile al cristianesimo, che non ammetto. È l’orrore e
l’attrazione dell’abisso realizzati nell’oltre-anima. Un terrore
metafisico, mio caro Sá-Carneiro!
Ha seguito bene tutto questo labirinto intellettuale? Bene.
Guardi però che ci sono altri due elementi che vengono a
complicare maggiormente il problema. Vedrò se riesco a
spiegarglieli lucidamente (...) [USM, I, 99-101]

[Lettera alla zia Anica]

Lisbona, 24 giugno 1916


Mia cara Zia,
La ringrazio molto per la Sua lettera del 13 scorso e per gli
auguri. Grazie anche per la lettera di Raul del 22 maggio, cui
risponderò tra breve; credo di poter fare questa promessa
perché ora mi sento un po’ meglio, più disposto a non avere
l’abulia che ho avuto e che, come può immaginare, è stata
causata dalle successive scosse nervose attraverso cui sono
passato.
Per fortuna da Pretoria sono arrivate (finalmente!) notizie
nettamente migliori. Eccettuato il braccio che, a quanto pare,
stenta a recuperare l’articolazione, lo stato della Mamma è
molto migliorato. Le condizioni mentali, poi, sono normali.
Quella confusione mentale che aveva, e che più mi
preoccupava, è sparita; ora esce di camera sua e passa alcune
ore in sala da pranzo.
Non so quale terapia le stiano facendo ora. So che in
principio le hanno fatto degli elettroshock, ma poi la terapia è
stata sospesa perché turbava eccessivamente la paziente. E
suppongo che in quello stadio della malattia i naturali disturbi
provocati dagli elettroshock non dovevano essere di
giovamento. Se è stato per questi motivi, probabilmente ora
hanno ripreso il trattamento.
Per ora non c’è niente di concreto per quanto riguarda la
guerra e l’invio delle nostre truppe. E ritengo dunque che i
ragazzi nella situazione di Raul non corrano, per ora, grande
rischio di essere richiamati. È chiaro che non posso affermarlo,
ma è l’opinione che si ha qui. Se Raul fosse qui avrebbe
naturalmente, perlomeno, la seccatura di una qualche «scuola
ufficiali» o di qualche altra invenzione simile.
Per quanto riguarda il mio stato di nervi, negli ultimi tempi
non è stato male. Credo che anche in famiglia non ci siano
novità, eccetto che Joaquina a volte sta meglio, a volte peggio.
Come avevo previsto grazie all’astrologia, la situazione di
Mário non solo è migliorata, ma sembra sia in continuo
miglioramento.
Veniamo ora al caso misterioso che La interessa e di cui mi
dice di non avere neppure la più pallida idea. Sì, non può certo
averne idea; io stesso non me lo sarei aspettato.
Ecco il fatto. Verso la fine di marzo (se non vado errato) ho
cominciato a essere medium. Si immagini! Io che (come si
ricorderà) ero un elemento di ritardo nelle sessioni
semispiritiche che facevamo, ho cominciato, all’improvviso, a
fare la scrittura automatica.
Mi trovavo una sera in casa, dopo essere rientrato dal
Brasileira dello Chiado, quando sentii il desiderio di prendere
una penna e di appoggiarla su di un foglio. È chiaro che solo in
seguito mi accorsi di aver avuto questo impulso. Sul momento
non vi badai, lo presi come cosa naturale, di quando si è
distratti, di prendere una penna per tracciare gli scarabocchi.
In questa prima sessione esordii con la firma (che ben
conoscevo) «Manuel Gualdino da Cunha». Non stavo pensando
allo zio Cunha neppure lontanamente. Poi scrissi delle cose
irrilevanti, senza importanza né interesse.
Di quando in quando, alcune volte volontariamente, altre
volte obbligato, scrivo. Ma raramente si tratta di
«comunicazioni» comprensibili. Certe frasi si capiscono. E c’è
soprattutto una cosa curiosissima: una tendenza irritante a
rispondere alle mie domande con numeri; così come c’è la
tendenza a disegnare. Non sono disegni di cose, ma
raffigurazioni cabbalistiche e massoniche, simboli
dell’occultismo e cose simili che mi turbano leggermente.
Niente che abbia somiglianza con la scrittura automatica della
Zia Anica o di Maria – una narrazione, una serie di risposte in
un linguaggio coerente. È così, più imperfetto, ma molto più
misterioso.
Le devo dire che il presunto spirito di zio Cunha non si è più
manifestato attraverso la scrittura (né in altro modo). Le
comunicazioni attuali sono, per così dire, anonime, e ogni volta
che chiedo «chi è che parla?» mi fa dei disegni o mi scrive dei
numeri.
Le mando qui un semplice esemplare, che non è necessario
mi restituisca. In questo ci sono numeri e scarabocchi ma
praticamente non ci sono disegni. È quanto ho a portata di
mano. Soltanto perché Lei veda quale è l’aspetto delle mie
comunicazioni.
È singolare: nonostante non capisca niente di tali numeri, ho
consultato un mio amico, occultista e magnetizzatore (una
persona molto curiosa e interessante, oltre ad essere un
eccellente amico) ed egli mi ha detto cose singolari. Per
esempio gli ho detto una volta di aver scritto un numero
qualsiasi (di quattro algorismi) che ora non ricordo. Egli mi ha
detto che c’erano cinque persone nella casa nella quale
abitavo. E effettivamente così era. Ma egli non mi ha detto in
base a che cosa è giunto a questa conclusione. Mi ha spiegato
soltanto che il fatto di scrivere numeri era la prova della
autenticità della mia scrittura automatica – cioè che non era
autosuggestione, ma autentica medianità. Gli spiriti, egli dice,
fanno tali comunicazioni per dare la garanzia dell’autenticità e
le comunicazioni sono, proprio per questo, incomprensibili al
medium, e di ordine tale che perfino il suo inconscio è incapace
di immaginare [?].
Questo mio amico mi ha spiegato altri numeri con simile
curiosa sicurezza. Soltanto tre numeri non è riuscito a
comprendere.
Sto raccontando velocemente, e ovviamente ometto
particolari e dettagli interessanti. Mi limito all’essenziale.
La mia medianità non si ferma qui. Ho scoperto un altro tipo
di qualità medianica che finora non solo non avevo mai sentito
ma che, per così dire, avevo solo sentito al negativo. Quando
Sà-Carneiro, a Parigi, attraversava quella grande crisi mentale
che lo avrebbe portato al suicidio, io sentii la crisi da qui, mi
calò addosso una depressione improvvisa venuta dall’esterno
che io, sul momento, non riuscii a spiegarmi. Questa forma di
sensibilità non ha avuto seguito.
Riservo per la fine della lettera il dettaglio più interessante.
Sto sviluppando qualità non soltanto di medium ma anche di
medium veggente. Comincio ad avere ciò che gli occultisti
chiamano «la visione astrale» e anche la cosiddetta «visione
eterica». Tutto ciò è molto all’inizio, ma non ci possono essere
dubbi. Tutto, per ora, è imperfetto, e si verifica solo in certi
momenti; ma in questi momenti, esiste.
Ci sono momenti, ad esempio, in cui ho perfettamente aurore
di «visioni eteriche», in cui vedo «l’aura magnetica» di alcune
persone e soprattutto la mia, allo specchio, e nell’oscurità, che
mi si irradia dalle mani. Non è un’allucinazione, perché ciò che
vedo io lo vedono anche altri, o almeno un altro che ha le
stesse facoltà mie più sviluppate. In un momento felice di
visione eterica, sono arrivato a vedere, nel Brasileira del
Rossio, di mattina, le costole di un individuo attraverso i vestiti
e la pelle. Questa è la visione eterica al suo sommo grado.
Riuscirò a possederla veramente, cioè più nitidamente, e ogni
volta che lo voglia?
La «visione astrale» è ancora molto imperfetta. Ma a volte, la
notte, chiudo gli occhi e appare una successione di piccoli
quadri, molto rapidi, molto nitidi (così nitidi come le cose del
mondo esteriore). Sono figure strane, disegni, segni simbolici,
numeri (ho visto anche dei numeri), eccetera.
E a volte – sensazione questa molto curiosa – mi sento
all’improvviso proprietà di qualche altra cosa. Il mio braccio
destro, ad esempio, comincia a essermi sollevato in aria senza
che io lo voglia. (È evidente che posso resistere, ma il fatto è
che, la volta che è successo, non ho avuto intenzione di
alzarlo). Altre volte vengo fatto cadere da una parte come se
fossi magnetizzato, eccetera.
Si chiederà quale sia il turbamento che tutto ciò mi provoca,
perché questi fenomeni – del resto ancora così rudimentali – mi
possono tanto preoccupare. Non è la paura. Ho più curiosità
che paura, sebbene si verifichino delle cose che mettono un
certo timore, come quando, varie volte, guardandomi allo
specchio, il mio volto sparisce e mi appare la sembianza di un
uomo con la barba, oppure di un altro uomo (sono quattro in
tutto quelli che mi appaiono).
Ciò che mi turba un po’ è il fatto di sapere all’incirca che cosa
significhi tutto questo. Non pensi che è pazzia. Non lo è. Anzi,
si dà il caso che, in quanto a equilibrio mentale, sto bene come
non sono mai stato. Ma non si tratta neppure del normale
sviluppo di qualità medianiche. Ormai conosco fin troppo bene
le scienze occulte per accorgermi che vengono risvegliati in me
i cosiddetti sensi superiori diretti a certo fine e che il Maestro
sconosciuto che così mi va iniziando, imponendomi codesta
esistenza superiore, mi darà una sofferenza ben maggiore di
quanto finora ho avuto, e quel profondo disamore di tutto che
sopravviene con l’acquisizione di queste alte facoltà. Inoltre, il
sorgere di queste facoltà è accompagnato da una misteriosa
sensazione di isolamento e di abbandono che mi colma di
amarezza fino nel più profondo dell’anima.
Infine, sarà quel che dovrà essere.
Non dico tutto, perché non tutto si può dire. Ma credo di dire
il sufficiente perché, vagamente, mi capisca.
Non so se penserà davvero che sono matto. Credo di no.
Queste cose sono anormali, sì, ma non antinaturali.
Le sarei grato se non ne parlasse con nessuno. Non c’è
nessun vantaggio, e ci sono molti svantaggi (alcuni, forse, di
ordine sconosciuto).
Arrivederci, cara Zia. Saluti a Maria e a Raul. Baci a
Eduardinho. A Lei molti abbracci dal nipote grato e amico

Fernando [USM, I, 101-105]


L’Uomo di Porlock

La storia marginale della letteratura registra come curiosità il


modo in cui fu composto e scritto il Kubla Kahn di Coleridge.
Questo quasi-poema è uno dei più straordinari della
letteratura inglese – la più grande, a parte la greca, di tutte le
letterature. E la straordinarietà dell’intreccio coesiste e si
fonde con la straordinarietà della sua origine.
È stato composto, racconta Coleridge, in sogno. Egli
soggiornava di tanto in tanto in una tenuta solitaria, fra il
villaggio di Porlock e quello di Linton. Un giorno, per effetto di
un sedativo che aveva preso, si addormentò; dormì tre ore,
durante le quali, dice, compose l’opera, poiché le immagini e le
espressioni verbali che corrispondevano loro si originavano
nella sua mente parallelamente e senza sforzo.
Una volta sveglio, pensò di scrivere quello che aveva
composto; aveva già scritto una trentina di versi, quando gli
venne annunciata la visita di «un uomo di Porlock». Coleridge
si sentì obbligato a riceverlo. Passò con lui quasi un’ora. Ma al
momento di rimettersi a trascrivere quello che aveva composto
in sogno, si accorse di essersi dimenticato il resto; si ricordava
solo il finale del testo – altri ventiquattro versi.
È così che ci è giunto il Kubla Kahn come frammento o
frammenti, il principio e la fine di qualcosa di pauroso, di un
altro mondo, raffigurato in termini di mistero che
l’immaginazione umana non può concepire, e di cui ignoriamo,
con un brivido, quale sarebbe potuta essere la trama. Edgar
Poe (discepolo, che lo sapesse o meno, di Coleridge) non ha mai
raggiunto, in versi o in prosa, l’Altro Mondo in modo così
spontaneo o con la stessa sinistra pienezza. In Poe, pur con
tutta la sua freddezza, rimane qualcosa di nostro, sebbene in
forma negativa; nel Kubla Kahn tutto è altro, tutto è Aldilà; e
ciò che non si riesce a decifrare accade in un Oriente
impossibile, ma che il poeta ha visto davvero.
Non si sa – Coleridge non ce lo ha detto – chi fosse
quell’«Uomo di Porlock» che tanti, come me, avranno
maledetto. Sarà stato per una coincidenza fortuita che è
spuntato questo seccatore sconosciuto a disturbare una
comunicazione fra l’abisso e la vita? Sarà sorta, tale apparente
coincidenza, da qualche occulta presenza reale, di quelle che
sembrano impedire di proposito la rivelazione dei Misteri,
anche se intuitiva e lecita, o la trascrizione dei sogni, se in essi
sia latente qualche forma di questa rivelazione?
Comunque sia, credo che il caso di Coleridge rappresenti – in
forma esasperata, destinata a dar vita a una allegoria vissuta –
ciò che capita a tutti noi quando in questo mondo tentiamo, con
la sensibilità per cui si fa arte, di comunicare, falsi pontefici,
con l’Altro Mondo di noi stessi.
Il fatto è che tutti noi quando componiamo, anche se siamo
svegli, è come se lo facessimo in sogno. E a tutti noi, anche se
nessuno viene a trovarci, si presenta dal nostro intimo «l’Uomo
di Porlock», il seccatore inatteso. Tutto quanto veramente
pensiamo o sentiamo, tutto quanto veramente siamo subisce
(quando lo esprimiamo anche solo a noi stessi) l’interruzione
fatale di quel visitatore che siamo noi, di quella personalità
estranea che ciascuno di noi ha in sé, più reale, nella vita, di
noi stessi: la somma vivente di ciò che impariamo, di ciò che
pensiamo di essere e di ciò che desideriamo essere.
Questo visitatore – perennemente sconosciuto perché, pur
essendo noi, «non è nessuno» –, questo seccatore –
perennemente anonimo perché, pur essendo vivo, è
«impersonale» – tutti noi lo dobbiamo ricevere, per debolezza
nostra, fra l’inizio e la fine di una poesia concepita per intero,
che non permettiamo a noi stessi di vedere scritta. E quello che
di tutti noi, artisti grandi o piccoli, sopravvive realmente, sono
frammenti di ciò che non sappiamo cosa sia, ma che sarebbe,
se ci fosse stato, l’espressione stessa della nostra anima.
Fossimo capaci di essere fanciulli, per non avere visite, né
visitatori che ci sentiamo obbligati a ricevere! Ma non vogliamo
far aspettare chi non esiste, non vogliamo offendere
l’«estraneo» che è noi. E così, di quello che sarebbe potuto
essere, resta solo ciò che è; della poesia, o delle opera omnia,
solo il principio e la fine di qualcosa andato perduto – disiecta
membra che, come disse Carlyle, sono ciò che resta di ogni
poeta, o di ogni uomo. [OPP, III, 398-400]

[Il «traduttore invisibile»]

La principale virtù della letteratura – il non essere musica – è


insieme il suo principale difetto. Deve essere comunque
composta ed espressa in una lingua. È quindi costretta, per
quanto diffusamente tale lingua sia parlata o conosciuta, a non
potersi rivolgere alla totalità del genere umano. In ciò per cui è
più esplicita di qualsiasi altra arte, proprio per questo è meno
universale.
Occorre poi chiedersi attraverso quale processo, in
letteratura, si diventa universalmente celebri come i pochi, ma
in proporzione tanti, che lo sono; attraverso quale processo si è
celebri nello spazio e, soprattutto, nello spazio e nel tempo,
quando, per forza di cose, e tanto più in poesia che è il genere
letterario più alto, nessuna traduzione, se anche esiste, può far
conoscere l’opera nella sua completa e vera vita.
Perché sicuramente la maggior parte di noi non mente né
finge quando, senza sapere il greco, si lascia trasportare
dall’entusiasmo per Omero, oppure, con una conoscenza
profana e superficiale del latino, ha il culto di Orazio e di
Catullo. Non mentiamo né fingiamo: pre-sentiamo. E questo
presentimento, frutto di non so quale insieme di intuizione,
suggestione e oscura comprensione, è una specie di traduttore
invisibile, che accompagna da un’èra all’altra e rende
universale, come la musica, l’arte espressa attraverso la lingua,
questo prodotto di Babele con la cui rovina l’uomo è caduto per
la seconda volta.
Quanto c’è di più alto in questo mondo parla, che lo si voglia
o meno, un linguaggio simbolico, capito da pochi con la vera
chiave ermetica, l’intelligenza, e dai più con l’istinto che
bisogna capire, cioè con l’intuizione. I primi sono, nel caso
dell’opera letteraria, coloro che conoscono la lingua in cui
l’opera è scritta, perché è la loro madrelingua; gli altri quelli
che non la conoscono altrettanto bene o non la conoscono
affatto, ma che, pur non conoscendo la lingua, sono tuttavia in
grado di capire l’opera.
Ma c’è di più, e di più strano. Possiamo, per intuizione o con
quel che sia, figurarci l’anima e la vita di un’opera poetica di
cui non sappiamo niente, o di cui, nella migliore delle ipotesi,
conosciamo solo una versione in prosa, che è un’altra forma,
più complessa, dello stesso niente. Molti di noi, però, si
figurano con discreto esito l’anima e la vita di opere che non
hanno mai letto grazie a vaghe reminiscenze di riferimenti, a
oscure e casuali allusioni; e lo stesso vale per opere, sempre in
lingua straniera, di cui non esiste, o perlomeno non abbiamo
mai letto, nessuna traduzione. Qui il traduttore invisibile opera
invisibilmente. Non ci muoviamo più per intuizione:
indoviniamo. È come se ci fosse in noi una parte superiore
dell’anima che per natura conoscesse tutte le lingue e avesse
letto tutte le opere.
In fin dei conti, che cos’è un’opera letteraria se non la
proiezione in linguaggio di uno stato dello spirito, o di
un’anima umana? E quest’opera è il simbolo vivente dell’anima
che l’ha scritta, o del momento in cui quest’anima – una piccola
anima contingente – l’ha proiettata. Perché non dovrebbe
esserci una comunicazione occulta da anima ad anima, un
comprendersi senza parole, mediante il quale indoviniamo
l’ombra visibile attraverso la conoscenza del corpo invisibile
che la proietta, e comprendiamo il simbolo, non per esperienza
diretta, ma perché conosciamo ciò di cui è simbolo?
Chissà, perfino, se in qualche stato prenatale non ci siamo
trovati faccia a faccia con l’opera, non nel corpo verbale che
possiede in questo mondo, ma nel suo spirito; se non sia
possibile, soltanto sentendone parlare, sapere subito di che si
tratta, nella sua autentica essenza e vita; e se poi, leggendo
male o non leggendo affatto, non venga suscitata in noi, non
una comprensione, sia pure intuitiva, ma una profonda e sottile
memoria?
Chissà, per di più, se in questo stato prenatale, ancora fuori
dallo spazio e dal tempo, non abbiamo già visto tutto, il passato
e il futuro di questo mondo, sub specie aeternitatis; e così, una
volta in grado di risvegliare in noi questa anamnesis; se non
siamo, oggi, noi stessi traduttori invisibili, signori inconsapevoli
delle opere che devono ancora nascere nel corso futuro del
mondo?
Perciò non sorrido, o meglio non sorrido sempre e
immediatamente, di coloro che mi parlano di Shakespeare
senza conoscere l’inglese – e scelgo Shakespeare come
esempio perché, fra i poeti, è quello più fedelmente sposato con
l’indole e con le risorse della lingua in cui scrive e, quindi,
come ogni buon marito, anche con le maniere e con gli
espedienti per ingannare questa lingua. Non sorrido. Chissà se,
in qualche incarnazione precedente, chi mi parla non abbia
conosciuto Shakespeare come fu in questo mondo, non abbia
parlato con lui nei modi che usava, e non sia, senza che lui o io
lo sappiamo, il traduttore invisibile di un grande amico
ignorato. [PI, 385-86]

[Magia e dominio estetico]

Solo un qualche contatto con il Vertice, cioè con l’Unità, dà il


potere completo, o una certa forma completa di potere, su di
noi e sulle cose. Nei gradi intermedi la forza è spesso
confusione e la conoscenza vertigine. Talvolta è imprudente
che uno spirito felice si avventuri per strade di cui non
possiede la bussola. È così avvenuto che, pur essendo senza
dubbio Lytton un conoscitore di grandi segreti dell’ordine
minore, ciò non l’abbia salvato dall’essere un pessimo scrittore;
non c’è stata magia che lo abbia reso maestro del proprio
equilibrio e padrone della propria personalità. Il fatto che
Robert Fludd fosse iniziato, non importa in che modo, ad alcuni
misteri della Seconda Soglia non gli ha impedito di essere un
narratore confuso e indigesto. Questa mancanza di dominio
estetico e superiore – e l’estetica è il livello più alto della
raffigurazione del divino, poiché il bello è forma divina
materializzata – si incontra spesso in uomini che pure sono
innegabilmente versati nei misteri del mondo magico.
Di queste considerazioni vale certamente anche il contrario:
vi sono alcune disposizioni intime e personali che fanno sì che
l’individuo venga chiamato e riceva così ciò per meritare il
quale è nato. Per questo Shakespeare, dal momento in cui la
Grande Confraternita lo chiamò a sé senza bisogno di parole, fu
in grado di acquisire quel dominio sulla propria anima che lo ha
elevato, sul piano dell’espressione, al di sopra di tutti i poeti
del mondo; perciò quest’uomo, che non si diede a cercare se
non la sostanza intima del suo essere, entrò in possesso dei
Segreti Maggiori in modo più intimo (sebbene inconsapevole)
di chi li cercava come Fludd o di chi era massone come Bacone.
Nella Tempesta sono offerti misteri intimi più che in tutto
Fludd, e sono figurati attraverso il bello, perché mostrano il
segno di Dio sulla Materia, cioè il bello stesso. [FH, 34-35]


Sono molte le difficoltà dell’argomento. Non potremo mai
avere la certezza di leggere un’opera che meriti di essere letta
o il discorso retorico di qualcuno che sappia qualcosa. Non vale
la pena cercare di cogliere uno scrittore «occulto» in flagrante
sproposito; non basta. Le sue conoscenze possono essere deboli
su un punto e forti su un altro. Se siamo astrologi e leggendo
un libro che tratta, fra l’altro, di alchimia e di astrologia
scopriamo, alla luce delle nostre conoscenze, che la parte
astrologica è una sciocchezza, non dobbiamo affrettarci a
concludere che anche la parte alchemica (di cui non siamo
esperti) è sbagliata. Il fatto che un giornale pubblichi una
notizia falsa su un avvenimento di cui siamo stati testimoni o di
cui siamo al corrente, ci porterà inevitabilmente a dubitare
delle sue notizie su qualsiasi altro argomento. Ma non deve
essere così.
Se un uomo è un ciarlatano non vuol dire che scriva sempre
da ciarlatano, così come se Wordsworth ha scritto alcuni versi
pessimi non vuol dire che sia un pessimo poeta. Un ciarlatano
non è sempre e comunque un ciarlatano; un ciarlatano può
essere ispirato.
Anche scrivere una sciocchezza consapevolmente,
deliberatamente, non comporta che il risultato sia per forza
una vera sciocchezza. Il vecchio detto secondo cui scherzando
si dice la verità è valido anche qui. Ci sono testimonianze che
Johann Valentin Andreae abbia scritto per scherzo, ad appena
16 o 17 anni, Le nozze chimiche di Christian Rosencreutz. Sarà
difficile contestare che il libro sia opera sua. Ebbene il libro,
scritto a questa età e (se crediamo alle sue parole, e non c’è
ragione di dubitarne) per scherzo, è una grande storia
simbolica, con un valore intrinseco. So di persone che danno
una data di nascita sbagliata – anno, mese, giorno, tutto
sbagliato – e ciò nonostante l’oroscopo basato su tale data
coincide nei punti fondamentali, e persino nelle tendenze, con
quello vero. [FH, 61-62]
L’aspirazione, o ciò che viene così chiamato, può operare non
solo con un medium consapevole (che sa di scrivere quello che
in condizioni normali non è in grado di scrivere) e con un
medium inconsapevole (che scrive ciò che non può ne scrivere
ne capire dopo averlo scritto, perché agisce in trance o in
medianità diretta), ma l’ispirazione può anche operare con un
medium falsamente consapevole, cioè che pensa di scrivere
una cosa quando in realtà ne sta scrivendo un’altra, o che
pensa di scrivere qualcosa con un significato e la cosa scritta
finisce per averne più di uno. È questa forse la ragione per cui
dalle favole, anche quelle dei popoli incolti, emergono tanto
facilmente significati profondi; la ragione per cui l’opera di
grandi poeti contiene rivelazioni tali che è inconcepibile che il
poeta ne abbia avuto coscienza; la ragione per cui opere rivolte
ai bambini appaiono alla fine come studi cabbalistici o di altro
sapere occulto; la ragione per cui scherzi pensati come tali
rivelano poi di avere un significato terribilmente serio.
Non c’è caso più curioso, anche perché si tratta di un caso
estremo, di quello che riguarda l’autore delle Nozze chimiche
di Christian Rosencreutz e il suo modo di essere autore. Ogni
evidenza attesta che quest’opera è stata scritta da Johann
Valentin Andreae; eppure il libro è altamente immaginativo e
Andreae non lo era. Ogni evidenza sembra provare che il libro
fu scritto da Andreae all’età di circa 17 anni; ma l’opera
appartiene a un genere per cui questo di solito sarebbe
impossibile. Ogni evidenza sembra provare che il libro è stato
scritto per scherzo, lo scherzo per giunta di un ragazzo; invece
si tratta di un’opera di un simbolismo molto profondo. Non
possiamo sfuggire a ciò che ne consegue ricorrendo alla
congettura che egli avesse rubato l’opera o fatto il prestanome,
su ordine o istigazione, di un altro autore (a meno di non
intendere ciò in un senso particolare).
Il Calibano di Shakespeare è una chiara satira della
democrazia moderna. Non ne ha solo l’apparenza, lo è. Ciò
nonostante Shakespeare non è vissuto ai giorni nostri, né è
stato quello che di solito si definisce un profeta, nel significato
corrente del termine. [FH, 62-63]

Il Filosofo Ermetico

«E la Gnosi?» domandò «che ne sapete voi di cosa è stata


realmente la Gnosi? La trattano ancora e la tratteranno sempre
come una setta religiosa, un movimento eretico. C’è anche, è
vero, chi si ricorda di considerarla come la sopravvivenza di
qualcosa precedente al Cristianesimo. L’idea è giusta,
giustissima, ma quanto è sbagliata al tempo stesso!
«Come nella vita ci sono due lati – quello per cui essa è
esteriore, luce, vita pratica, luogo del senso comune, della
scienza, dell’arte, della filosofia, e il lato per cui essa è L’IGNOTO
– così ci sono due scienze: la scienza che voi conoscete, la
metafisica a voi nota, e l’altra scienza, quella che non si dà mai
ostensivamente, che non diventa sociale o pubblica, la scienza
occulta, la magia, che voi non solo ignorate, ma che ignorerete
sempre, perché siete condannati a ignorarla per la natura delle
cose. Lo so, lo so che la curiosità moderna si sta avvicinando
per certi versi a questa scienza; ma più l’una si avvicina, più
l’altra si ritrae. Il miracolo, ciò che chiamiamo miracolo, esiste,
credetemi. Ma quando si tenta di analizzarlo scompare. Alla
ragione comune – ed è nella natura utile della cose – sembra
che sia così perché il miracolo non esiste. Niente affatto. È
perché esso non è divulgabile, non è traducibile in una scienza
esteriore che si studi e si insegni con libri ed esperimenti.
«Vedete quello che si può provare dei fenomeni cosiddetti di
spiritismo. Non si proverà altro, ed è già molto, se non cose di
nessun interesse. L’autentico e intimo modo in cui questi
avvengono non è rivelabile.
«Nessuno legge i libri di scienza ermetica che sono stati
pubblicati. E chi li legge li mette da parte ridendo, o li
abbandona, stanco di non riuscire a capirli. È nell’essenza
stessa della magia – la scienza suprema – la provvidenziale
impossibilità di essere resa pubblica in quanto scienza. Dirò di
più, perché non c’è niente di male a dirlo: il sapere della
scienza reale va insieme al non poter nemmeno pensare che
venga divulgata. Le ragioni logiche e superficiali le ho già
esposte. Le ragioni intime ed essenziali non posso nemmeno
pensare di volerle dare. Voi non mi capite bene perché non è
cosa che si possa capire. Vi ricordate di quello che diceva
Gesù? “Chi può capire, capisca”? È il filosofo ermetico a
parlare di scienza reale agli altri. Ma per quanto voglia, non
vorrà mai rivelarla. Perciò tutto quello che dice deve
concluderlo con questa frase: "Chi può capire, capisca". E c’è
chi è in grado di capire. Ci sono iniziati ab origine. Vi dico
questo, perché non rivelo niente. Quando comprenderete il
significato reale, e non letterale, di quella frase di Gesù: “Vi
sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre
... e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli”?
Come siete ingenui a pensare che eunuco voglia dire eunuco o
che regno dei cieli abbia a che vedere con regno, con cieli, o
con qualcosa che sembri trasparire da queste parole» (...) [RC,
29-30]


«E poi non conoscete la ragione intima e occulta della vita
universale; non sapete come per tutto ci sia una ragione, come
l’azione più insignificante abbia una sua funzione occulta e
mistica nella logica progressiva delle cose. Perché mai, in tutte
le battaglie cui ha preso parte, Napoleone non è stato colpito
neanche da una pallottola? Se sapeste almeno il perché!
«Discutono, alcuni vostri scienziati, se Gesù Cristo sia esistito
o no. Se sapessero! Se sapessero almeno che cos’è l’esistenza!
Ma non lo sanno, non lo possono sapere e sbaglieranno sempre.
Lei ha già letto l’opuscolo di Pérès dove si vuol provare che
Napoleone non è mai esistito? Sì? E che ne pensa?».
«L’ho trovato curioso e davvero pieno di strane coincidenze.
Anche la mitologia offre terreno per...».
«Se lei sapesse almeno che cos’è un mito! Ha trovato curioso
il libro? E non le è mai passato per la testa che esso sia più che
curioso, e che quelle coincidenze possano avere un significato
occulto e diverso? Non si è mai nemmeno chiesto se esistano
veramente coincidenze, eventi fortuiti, casuali? Lei è un
bell’esempio, in questo momento, dell’indirizzo della scienza e
del sapere bianchi. Peccato che io non possa nemmeno pensare
di dirle la verità, che lei d’altra parte non capirebbe!
«E ha mai pensato che cosa sia un Grande Uomo nella storia
e come e per quali motivi egli appaia? Mai?» (...) [RC, 30-31]

Lo Sconosciuto

«Gli esoterici sono in rapporto con gli angeli, dominano gli


spiriti attraverso la magia profonda, conoscono il significato
intimo e vitale dei simboli, interpretano la matematica
profonda su cui poggiano le anime, “hanno parlato” con i
demiurghi, hanno avuto a che fare con i princìpi magicamente
causali che stanno fra Dio e il Mondo, hanno conosciuto Cristo
nella sua Figura Eterna e nella sua Vera Fisionomia non-
simbolica».
«Sì» osservai livido. «Sono stati sicuramente loro quelli che
hanno visto Iside senza veli».
«Non solo hanno visto Iside senza veli, ma con i sensi
spiritualizzati del loro corpo hanno visto faccia a faccia il
Maggior Principio. Si sono serviti dell’aiuto di Asmodeo, di
Belzebù e di altri.
«Adesso ascoltate» disse lo Sconosciuto, abbassando la voce,
che d’improvviso prese un tono di ombra, distante e nello
stesso tempo paurosamente nitida. «Ascoltate». Fece una
pausa. Poi, non so se lentamente, ma ho l’impressione di sì, mi
disse queste spaventose parole: «Niente di tutto questo è mai
esistito. Gli spiriti, gli dèi, le Vite Supreme di cui parlano i
simboli, i demiurghi, i demoni, gli spiriti tutti – non sono mai
esistiti. Sono creazioni degli ERMETICI a uso illusorio degli
Esoterici. Come questi ultimi divulgano il loro credo e i loro
poteri fra gli Essoterici solo mediante simboli non sempre veri,
così gli ERMETICI fanno con loro. Dio stesso non esiste; Dio è una
creazione illusoria degli ERMETICI. Per gli Esoterici esiste
realmente e davvero, ma in realtà non esiste. Il Mistero è più
profondo di quanto pensiate e di quanto pensino gli Esoterici. Il
Mistero È UNO E INDIVISIBILE PIÙ DI DIO E DEGLI ANGELI».
Una grande paura fisica si era impadronita di me. E non
sapevo a quale oggetto guardare senza che mi trasmettesse un
senso di terrore. Quando ebbi il coraggio di alzare gli occhi,
nella stanza oltre a me non c’era nessuno. Il grande specchio
mi fissava vuoto. Con mano tremante accesi la lampada. L’umile
allegria della luce si diffuse subito nella sala. Non c’era
nessuno. Avevo sognato? Non potevo stabilire se sì o no. Mi
guardai intorno in preda a un terrore che abitava, rigido, le mie
più sottili, sensibili fibre.
Ma, nella stanza, niente di strano. Niente?
Su uno scaffale sporgeva un libro, sembrava stesse per
cadere. Ebbi la certezza inspiegabile che ci fosse qualcosa di
anomalo e strano nel fatto che (sebbene in precedenza non
avessi osservato lo scaffale) qualche momento prima quel libro
non stesse così. Volevo avvicinarmi per sistemarlo, ma il terrore
me lo impedì. Alla fine riuscii a farmi avanti.
Arrivai allo scaffale e, fermatomi di fronte al libro, lo tirai
fuori. Guardai la copertina. Era la Bibbia.
Con un gesto rapido, quasi ne andasse della mia sorte, la
afferrai e la aprii.
Non so perché fu un versetto l’unica cosa che vidi subito,
come se il resto della pagina fosse completamente bianco. Fu
proprio questa la sensazione che ebbi. Aprii e lessi: (...) [PI,
427-28]


«Sappi» disse «che, poiché tutto ciò che sta in basso è come
ciò che sta in alto, anche nell’occulto c’è una politica, come la
nostra politica terrestre e materiale; c’è una diplomazia
trascendente. L’occultismo, che conosciamo attraverso simboli
e ombre, non è l’espressione di una verità, ma di un’opinione
trascendente. Il vero cammino della Verità si intravede solo se
conosciamo il principio fondamentale di cui ci dobbiamo servire
per svestirci dell’illusione primaria».
«E qual è codesto principio fondamentale?».
«Eccolo: NELL’ASSOLUTO NON CI SONO NÉ IL BENE NÉ IL MALE. Il bene
e il male sono termini creati per simboleggiare cose che, in sé,
non contengono né bene né male. L’occultismo è una politica
della Volontà assoluta, in cui figura come male, perché
contrario ai suoi interessi trascendenti, tutto quanto è
Intelligenza; ma l’Intelligenza è un male solo per chi la
considera nemica.
«Nei miti antichi esistono tracce di quella prima ribellione.
Dell’Angelo Ribelle si dice che è Lucifero, colui che porta la
Luce. Per quale motivo si identifica la Luce con il Male? Perché
ciò che la definisce Male è la Tenebra. Essa illumina e dissipa
la Tenebra Originaria, il Caos primigenio. La Luce è il Male
perché distrugge continuamente il mondo, la cui sostanza è la
Tenebra.
«Il Dio che creò il Mondo non è l’Essere. Ci sono più Mondi di
quanti Dio ne abbia creati. Ci sono più Dei oltre a Dio. Ci sono
più Realtà oltre alla Realtà naturale o soprannaturale.
«Il male è di due specie. C’è il male che è nemico della
sostanza del Mondo, e cioè l’Intelligenza, che è il vedere-il-
mondo-da-fuori, il principio di fuga dal mondo verso l’Aldilà-
Infinito. E c’è il male che è nemico del Mondo e non della sua
sostanza, e questo è il male puro e semplice, il male del
criminale, e a volte anche del santo, il male di chi vuole
distruggere gli altri per esistere, o distruggere se stesso per far
esistere gli altri.
«Al di sopra di tutti gli dèi e di tutti i mondi, impersonale, né
buono né cattivo, Intelligenza Pura, priva di tutti gli attributi, è
il DESTINO. Ogni mondo, ogni universo, ha il suo Dio creatore, il
suo Bene e il suo Male, che sono l’aspirazione a tornare a Dio e
la tendenza ad allontanarsene.
«La rivolta degli angeli non è nata dalla volontà di
disobbedire all’Onnipotente. Contro l’Onnipotente non ci
sarebbe potuta essere rivolta. Essa è nata dall’aspirazione alla
Verità, dal desiderio di vedere, al di sopra di Dio che li aveva
creati, anima del mondo cui appartengono, il DESTINO. Per
questo al primo angelo ribelle si è dato il nome di Lucifero,
colui che porta la Luce.
«Al di sopra dell’anelito di fusione con i prodotti di Dio sta
quindi l’anelito mistico di fusione con Dio, che è la base di
(quasi) tutto l’occultismo. Ma al di sopra di questo stesso
anelito c’è l’anelito di fuggire da Dio e dal Mondo, di fondersi
con il Destino.
«La rivolta degli angeli non è paragonabile alla disobbedienza
di Adamo. Gli angeli vollero fuggire da Dio verso il Destino,
dalla Pura Volontà verso l’Intelligenza Pura, dalla Pura
Personalità verso il Puro Impersonale. Adamo volle fuggire da
Dio per raggiungere i prodotti di Dio. La tentazione cui egli non
seppe resistere fu causata – dice la Scrittura – dalla donna e su
istigazione del serpente.
«Il Mondo è stato creato dall’Emozione, che è la logica della
Volontà (il Logos del Mondo); per questo la Seconda Persona
della Trinità viene descritta come Emozione e Logos insieme.
Adamo ed Eva sono la Volontà e l’Emozione separate; il peccato
è consistito nell’unirle per essere come Dio. Si è data
un’inversione di forze, perché nel nostro mondo umano
l’Emozione precede la Volontà. L’Emozione fu tentata dalla
Coscienza (il Serpente). L’Emozione senza la Volontà, come Dio
l’ha voluta, è la Vergine. Il figlio della Vergine, cioè il prodotto
dell’Emozione senza la Volontà, è proprio per questo il Figlio di
Dio.
«In tutto ciò dove sta l’Intelligenza? L’INTELLIGENZA NON È DI
QUESTO MONDO, È ESTRANEA ALLA SOSTANZA DEL MONDO: DERIVA DAL
DESTINO, SUPERIORE AGLI UOMINI E A DIO» (...) [RC, 44-46]

Nel giardino di Epitteto


«Il piacere di vedere questi frutti e la frescura prodotta da
questi alberi frondosi sono» disse il Maestro «altrettante
sollecitazioni della natura ad abbandonarsi alle migliori delizie
di un pensiero sereno. Non c’è ora più adatta alla meditazione
sulla vita, per inutile che sia, di questa in cui, sebbene il sole
non volga ancora al tramonto, il pomeriggio perde già il calore
del giorno e pare si levi una brezza dai campi che si
rinfrescano.
«Sono molti i problemi che ci occupano e tanto il tempo che
abbiamo perso per scoprire che non possiamo risolverli.
Metterli da parte, come chi passa senza voler vedere, sarebbe
stato molto per l’uomo e poco per Dio; affidarvisi, fino ad
esserne dominati, sarebbe stato vendere ciò che non
possediamo.
«Riposate con me all’ombra degli alberi verdi, su cui non
pesa altro pensiero che il seccarsi delle foglie quando viene
l’autunno o il molteplice distendersi di irte dita verso il freddo
cielo dell’inverno che va. Riposate con me e meditate quanto
sia inutile lo sforzo, estranea la volontà; e la meditazione stessa
che facciamo, né più utile dello sforzo, né più nostra della
volontà. Riflettete anche come una vita che non vuole niente
non possa pesare sul corso degli eventi, ma come nemmeno
una vita che vuole tutto possa pesare sul corso degli eventi,
perché non può ottenere tutto. E ottenere meno che tutto non è
degno delle anime che aspirano alla verità.
«Vale di più, figlioli, l’ombra di un albero che la conoscenza
della verità, perché l’ombra dell’albero è vera finché dura,
mentre la conoscenza della verità è di per sé falsa. Vale di più;
per una giusta comprensione, il verde delle foglie che non un
grande pensiero, perché il verde delle foglie potete mostrarlo
agli altri, ma mai potrete mostrare agli altri un grande
pensiero. Nasciamo senza saper parlare e moriamo senza aver
saputo dire. La nostra vita trascorre fra il silenzio di chi tace e
il silenzio di chi non è stato compreso, e intorno a tutto ciò,
come un’ape in un luogo senza fiori, aleggia sconosciuto un
inutile destino. [PI, 429]
[L’occulto e i suoi misteri]

Alla fine il contenuto dei misteri si riassume in insegnamenti


riguardo a tre ordini di cose, che si è sempre ritenuto
opportuno non rivelare alla totalità degli uomini. Si è sempre
pensato che gli insegnamenti impartiti dalle religioni dovessero
essere adattati alla mente di coloro che li ricevono e, poiché
molti di essi – questa è l’opinione degli iniziati – sono di ordine
tale che il popolo in genere non li capirebbe, e capendoli in
modo distorto ne sarebbe turbato, si pensò allora di dividere
tali insegnamenti in due categorie: essoterici o profani, quelli
esposti in modo da poter essere impartiti a tutti; esoterici o
occulti, quelli che, essendo più veri o del tutto veri, è
opportuno che siano impartiti solo a individui previamente e
gradualmente preparati a riceverli. Questo tipo di preparazione
si chiamava e si chiama iniziazione. E in tutti i misteri
l’iniziazione è a sua volta graduale e organizzata in modo che,
se un individuo non è adatto a ricevere gli insegnamenti
occulti, il fatto si riveli prima che questi gli vengano impartiti
per intero.
Se gli insegnamenti occulti siano verità o soltanto
speculazioni astratte, è un altro problema. Se davvero gli
ierofanti dell’occulto posseggano una maggiore conoscenza
della verità pura rispetto a noi profani – che la cerchiamo, se la
cerchiamo, con la lettura, la meditazione o l’intelligenza
discorsiva e dialettica –, è cosa che non possiamo sapere. Tutto
ciò può essere sinceramente creduto dagli iniziati, ed essere
falso. L’occulto può avere le sue allucinazioni e i suoi inganni.
Comunque sia, è certo che gli insegnamenti impartiti nei
misteri riguardano tre ordini di cose: la vera natura dell’anima
umana, della vita e della morte, il vero modo per entrare in
contatto con le forze segrete della natura e manipolarle, e la
vera natura di Dio o degli Dei e della creazione del mondo. Si
tratta rispettivamente del segreto alchemico, del segreto
magico e del segreto mistico. Il primo si chiama alchemico
perché gli insegnamenti ad esso relativi sono in genere
impartiti tramite i simboli della cosiddetta alchimia, che non è
nient’altro, come oggi è ben noto, se non un linguaggio
simbolico (...) [FH, 45-46]

[Misticismo e Magia]

Le vie del Misticismo e della Magia sono spesso vie di


inganno e di errore. Il Misticismo significa essenzialmente
fiducia nell’intuizione; la Magia significa essenzialmente fiducia
nel potere. L’intuizione è un’operazione della mente tramite cui
i risultati dell’intelligenza vengono ottenuti senza l’impiego
dell’intelligenza. Il potere, inteso come potere magico, è
un’operazione della mente tramite cui i risultati di uno sforzo
continuo vengono ottenuti senza l’impiego di uno sforzo
continuo. Entrambi, però, per quanto sia il tempo che
richiedono, sono scorciatoie per la conoscenza.
In un certo senso, sia il Misticismo sia la Magia sono
ammissioni di impotenza. Il mistico è un uomo che sente di non
avere in sé la forza di pensiero necessaria a raggiungere la
verità mediante il pensiero stesso. Chi pratica la Magia è un
uomo che sente di non avere in sé la forza di volontà necessaria
a raggiungere la verità (o il potere) mediante la forza di volontà
stessa. La ragazza indolente, che indovina o che prova a
indovinare, è una mistica, nel suo campo superficiale; è troppo
pigra per cercare di sapere. La contadina che tenta di
conservarsi l’amore del marito con filtri e incantesimi è una
maga nei suoi confini ristretti; è troppo ignorante e troppo
debole per cercare di raggiungere il suo scopo per incantesimo
diretto, per seduzione permanente. In entrambi i casi c’è una
fuga.
Ciò non vuol dire – o perlomeno non necessariamente – che i
risultati del Misticismo e della Magia siano per forza sbagliati.
Vuol dire, invece, che non c’è nessun criterio con cui poter
distinguere un risultato sbagliato da uno giusto in una via o
nell’altra. Nella Gnosi, dove ci serviamo dell’intelletto, abbiamo
almeno il sostegno del ragionamento; possiamo almeno
confrontare un «risultato» con un altro, esaminare se non siano
in contraddizione, tanto in se stessi, quanto in rapporto
reciproco. Possiamo non ragionare bene, ma ragioniamo. Se
sbagliamo, è perché ci siamo ingannati e non perché abbiamo
sbagliato in partenza, come nelle altre due vie. È come quando
si fa male una somma; l’errore non sta nel fare la somma, ma
nel farla male; fare la somma è comunque il sistema corretto
per ottenere un totale.
Ciò diventerà chiaro se prendiamo a prestito dal Misticismo e
dalla Magia esempi elementari, potremmo dire correnti. Un
caso semplice di Misticismo è quel tipo diffuso di intuizione che
si chiama, nel linguaggio comune, «presentimento».
Una persona ha il presentimento che un certo numero
vincerà il primo premio della lotteria. Qualche volta il
presentimento risulta vero, ma tutti sappiamo che, per ogni
volta che risulta vero, ce ne sono migliaia in cui risulta falso. Se
così non fosse, un club di scommesse non sarebbe il grande
affare che sempre è. In questo caso, a dire il vero, c’è una
strada facile per accertare l’esattezza del presentimento: la
lotteria, dopo l’estrazione, lo mostrerà. Ma come si può provare
o confutare il presagire del mistico che dice di aver raggiunto
l’unione con Cristo? Lui giura di sapere, di sentire... Ma il
pazzo che crede di essere Cristo o il re di un certo paese è
tanto sicuro di sé quanto il mistico della sua intuizione.
Prendiamo di nuovo un caso semplice di Magia: lo spiritismo.
Lo spiritismo è Magia perché è evocazione degli spiriti dei
morti a questa vita. Si fa una seduta, si evoca lo spirito del
morto X, la voce del medium, il treppiedi o il tavolino
annunciano che costui si è manifestato. Come facciamo a
saperlo? La comunicazione di cose note solo a uno dei presenti
può essere una proiezione della sua mente. La comunicazione
di cose note solo al morto e poi verificate può essere la
comunicazione di qualche altra forza o spirito. E quando lo
spirito ci dà notizie della sua attuale dimora, con quale metodo
possiamo accertare se queste notizie siano vere o false? Non
dico che tutto quanto emerge in una o più sedute sia falso. Ma
nemmeno che sia vero: dico solo che non abbiamo la possibilità
di conoscere la fonte dell’informazione così ricevuta, e quando
l’informazione riguarda altri mondi o cose altrimenti non
verificabili nel nostro, non abbiamo la possibilità di conoscerne
la fonte o la veridicità. [FH, 63-64]

[Da una lettera ad Adolfo Casais Monteiro del 13 gennaio 1935]

[...] Mi resta da rispondere alla Sua domanda circa


l’occultismo. Mi chiede se credo nell’occultismo. Fatta così, la
domanda non è ben chiara; comprendo però l’intenzione e a
questa rispondo. Credo nell’esistenza di mondi superiori al
nostro e di abitanti di questi mondi, in esperienze di diversi
gradi di spiritualità, che si assottigliano fino ad arrivare a un
Ente Supremo che presumibilmente ha creato questo mondo.
Può essere che ci siano altri Enti, ugualmente Supremi, che
abbiano creato altri universi, e che questi universi coesistano
con il nostro, interpenetrandosi o meno. Per queste ragioni, e
altre ancora, l’Ordine Esterno dell’Occultismo, ossia la
Massoneria, evita (eccetto la Massoneria anglosassone)
l’espressione «Dio», date le sue implicazioni teologiche e
popolari, e preferisce dire «Grande Architetto dell’Universo»,
espressione che lascia scoperto il problema se Lui sia Creatore,
o semplice Governatore del mondo. Date queste scale di esseri,
non credo nella comunicazione diretta con Dio ma, secondo il
nostro affinamento spirituale, potremo pervenire alla
comunicazione con esseri sempre più alti. Ci sono tre vie che
conducono all’occulto: la via magica (incluse le pratiche come
quelle dello spiritismo, intellettualmente al livello della
stregoneria, che è pure magia); via, questa, estremamente
pericolosa in tutti i sensi; la via mistica, che non ha di per sé
pericoli, ma è incerta e lenta; e quella che si chiama la via
alchemica, la più difficile e la più perfetta di tutte perché
comporta una trasmutazione persino della personalità che la
prepara, senza grandi rischi, anzi con le difese che le altre vie
non hanno. Quanto all’iniziazione o meno, posso dirLe solo
questo, che non so se risponde alla Sua domanda: non
appartengo a nessun Ordine di Iniziati. La citazione, epigrafe
alla mia poesia Eros e Psique, di un brano (tradotto, perché il
Ritual è in latino) del Rituale di Terzo Grado dell’Ordine dei
Templari Portoghesi indica semplicemente – è un fatto – che mi
è stato permesso di sfogliare i Rituali dei primi tre gradi di
quest’Ordine, estinto o addormentato fino da circa il 1888. Se
non fosse assopito, non avrei citato il brano del Rituale, perché
non si devono citare (indicandone l’origine) brani di Rituali che
sono ancora in vigore. Credo così, mio caro Amico, di avere
risposto, seppure con certe incoerenze, alle Sue domande. Se
ce ne sono altre che desidera farmi, non esiti a farle.
Risponderò come potrò e meglio che potrò. Ciò che potrà
capitarmi, e di ciò mi scuserà fin d’ora, sarà di non rispondere
molto in fretta.
Un abbraccio con stima e ammirazione dal Suo
Fernando Pessoa [USM, I, 135-36]

[La quarta dimensione dell’arte]

Tutti i fenomeni avvengono nello spazio. Le «dimensioni»


degli oggetti non risiedono in essi, bensì in noi. Sono condizioni
di sensibilità, categorie di credibilità.
1. L’unica realtà è la sensazione.
2. Il massimo grado di realtà si darà sentendo tutto in tutte le
maniere (in tutti i tempi).
3. Per questo era necessario essere tutto e tutti. Il
sensazionismo è l’arte delle quattro dimensioni.
Apparentemente le cose hanno – anche quelle del sogno, nella
loro apparenza visualizzata – tre dimensioni; queste dimensioni
sono note quando si tratta di materia spaziale. Possiamo
concepire solo cose a tre o meno dimensioni.
Ma se le cose esistono come esistono soltanto perché noi le
sentiamo in questo modo, ne consegue che la «sensibilità» (la
facoltà di essere sentite) è una loro quarta dimensione. [PI,
269-70]


Tutto è trovare qualcosa. Anche perdere è trovarsi ad avere
una cosa perduta. Niente si perde; si trova soltanto. C’è nel
fondo di questo pozzo, come nella favola, la Verità. Sentire è
cercare. [TF, I, 228]


La creazione di Caeiro e dei discepoli Reis e Campos sembra,
a prima vista, un elaborato gioco di immaginazione. Ma non lo
è. È un grande atto di magia intellettuale, un’opera magna del
potere creativo impersonale.
Ho bisogno di tutta la concentrazione possibile per la
preparazione di quello che si può chiamare, in senso figurato,
un atto di magia intellettuale – la preparazione cioè di una
creazione letteraria in una, per così dire, quarta dimensione
della mente. [PPC, II, 295]
II. FRAMMENTI DI FILOSOFIA ERMETICA: LA VIA
INIZIATICA

[Simbolo e interpretazione]

Tutti i simboli e i riti si rivolgono, non all’intelligenza


discorsiva e razionale, ma all’intelligenza analogica. Per questo
non è assurdo dire che, anche se si volesse rivelare e chiarire
l’occulto, non lo si potrebbe fare perché non ci sono parole
adatte a esprimerlo. Il simbolo è per natura il linguaggio delle
verità che trascendono la nostra intelligenza, mentre la parola
è per natura il linguaggio di quelle verità che la nostra
intelligenza domina, poiché esiste per dominarle. [FH, 37-38]


In primo luogo sentire i simboli, sentire che i simboli hanno
vita e anima – che i simboli sono come noi. Solo dopo verrà
l’interpretazione, ma senza questo sentire l’interpretazione non
viene. I rituali hanno, fra gli altri fini, anche quello di far
sentire all’iniziato, attraverso la solennità e la meraviglia, la
vita dei simboli che gli vengono comunicati. Chi abbia in sé il
potere di sentire immediatamente e istintivamente la vita dei
simboli non ha bisogno di iniziazione rituale. Per questo Eliphas
Levy non è appartenuto, né doveva appartenere, a nessun
Ordine.
«La mia iniziazione» ha detto «viene solo da me e da Dio». La
frase non è del tutto esatta, perché la dottrina occulta non
ammette l’azione diretta di Dio sull’uomo, ma illustra bene ciò
che voleva dire chi l’ha scritta. [OPP, 442]


Il cammino dei simboli è pericoloso, perché è facile e
seducente, ed è facile e seducente soprattutto per coloro che,
dotati di una viva immaginazione, sono sicuramente più esposti
a cadere in errore e anche a inventare storie per gli altri,
creando falsi a volte innocenti, a volte un po’ meno. Non c’è
niente di più facile che interpretare una cosa simbolicamente; è
persino più facile che interpretare profezie.
Capita, per di più, che i grandi simboli siano relativamente
semplici, e si prestino così a una serie infinita di
interpretazioni. Provi il lettore a immaginare quanti valori
simbolici si potrebbero attribuire alle due colonne nell’atrio del
Tempio di Salomone, o anche ad altre due colonne da qualsiasi
altra parte. Tutto ciò che, nella vita o nel sogno, è composto da
una dualità – e quasi tutto nella vita o nel sogno implica una
dualità –, ebbene tutto ciò si può pensare simboleggiato da
quelle due colonne. Esse però non sono adatte a simboleggiare
qualunque cosa si voglia. Devono avere uno o più veri
significati intimi. Ciò che ci si chiede, allora, è questo: quali
criteri abbiamo noi per determinare, fra tanti simboli possibili,
quelli davvero applicabili, quelli veri?
Per questo esiste il criterio del quintuplo significato: ogni
cosa ha, nella simbolica, cinque significati; e questi cinque
significati sono contenuti l’uno dentro l’altro, poiché ciascuno è
uno sviluppo del precedente. Quando Pike dice che per la
maggior parte dei simboli massonici ci sono quattro
attribuzioni di significato distinte, ha ragione, perché, come si
può vedere, esclude il senso letterale o profano, che è il primo
dei cinque e che lui non prende in considerazione. Però,
quando dice che uno è il significato morale e un altro quello
politico, sbaglia, perché il significato politico non è lo sviluppo
di quello morale, ma appartiene a un altro ordine di cose. [FH,
51]


La grande regola dell’Occulto è quella del Poimandro di
Ermete: «Ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto». Così,
l’organizzazione degli Ordini Bassi riproduce, a parte le dovute
differenze, quella degli Ordini Alti; riproduce le stesse
situazioni spirituali, a volte gli stessi tipi di simboli; il
significato è diverso e minore, ma la regola della somiglianza
dev’essere mantenuta, perché se così non fosse l’ordine minore
non sussisterebbe e le colonne del suo tempio crollerebbero da
sole. Può sembrare, a volte, che dai gradi semplici si sviluppino
quelli più alti, e che sia stato negli alti [bassi?] gradi che gli
Ordini Alti abbiano cercato (estendendo il significato) i loro
aditi e percorsi. Ma non è così. Noi consideriamo il cammino
nel senso in cui lo percorriamo, ma esso è stato tracciato in
senso inverso. E, in realtà, gli Ordini Alti hanno cominciato col
creare i gradi semplici, trasformando certe associazioni
profane in templi minori mediante un processo emblematico,
all’inizio chiuso, come un ventaglio, poi via via più aperto, come
se il ventaglio stesso si aprisse, o meglio fosse aperto. Più
avanti, ed è stato questo il modo di aprire il ventaglio che ne ha
rivelati i disegni – sebbene l’esatta comprensione delle figure
non si dia al solo vederle – e ha così permesso che gli alti gradi
si creassero per evoluzione interna, emblematica o speculativa,
dai gradi della base o fondamento (...) In modo che, ancora più
tardi, quando da alcuni alti gradi, e in virtù dell’insegnamento
loro proprio, si crearono alcuni Ordini Alti, o venne permesso
che si creassero, in questo atto non avvenne, nel fondo e
nell’intimo, nient’altro che una Devoluzione, o ritorno
all’origine, una Reintegrazione, come si suole anche dire.
Il significato profano è come il tatto delle cose, oscuro e
materiale; quello allegorico come il gusto, che è un tatto
intimo, ancora più materiale; quello morale come l’olfatto, che
è il gusto dissolto, mentalizzato, inteso nella sua essenza e
nell’accezione di chi lo ha dato; lo spirituale come l’udito (...)
Soltanto nel significato divino, che in quanto uomini non
possiamo cogliere, si raggiunge la pienezza della conoscenza,
ormai senza tatto, senza olfatto, senza (...) che è rappresentato
dalla vista.
Se si comprenderà questo e, soprattutto, vi si mediterà sopra,
si scoprirà il senso di molte cose. [FH, 54-55]


L’espressione «valle», che si usa per definire il luogo delle
istituzioni massoniche, è un segno di umiltà e di onestà che
l’Ordine ha compiuto su indicazione superiore. Si definisce così
la bassa qualità dell’iniziazione che esso impartisce, rispetto
all’alta iniziazione propria degli ordini Alti, riferita sempre a
una montagna, sia quella di Heredom, sia quella di Abiegno.
Può darsi che queste cose non siano mai state espresse a
parole, ma di sicuro lo sono state nei fatti. Qualcosa di
superiore ha diretto e stabilito il tutto.
In mezzo a tutto ciò ci sono sviamenti ed errori. A volte
interviene un pensiero da non iniziati, altre volte uno
palesemente fraudolento. Ma né l’uno né l’altro, né altri ancora
che in modo diverso partecipino di entrambi, riescono a
cancellare, per chi sappia riconoscerne le tracce, la via
essenziale per il Fine Magno. Ed è a tutti evidente: da quando
si è perduta la Parola, quante vie cattive o false si sono
incrociate nel tentativo di ritrovarla? Persino quelli che
mentono, mentono per devozione a un anelito di ricerca.
Persino quelli che alterano il vero, fingendo di aver trovato
cercano di soddisfare la propria sete di trovare. Il filtro della
Parola Perduta li ha resi suoi amanti, ed essi la seguono,
cavalieri erranti senza dama certa, lungo vie e foreste di sogno
ed errore, nell’eterna selva oscura del conseguimento
imperfetto. [FH, 50]

[Il Tempio di Salomone]

L’organizzazione e la struttura degli ordini iniziatici si


fondano su una disposizione simbolica del Tempio di Salomone.
In questo schema simbolico si sa che il Tempio è costruito nel
modo seguente. È diviso in tre parti disposte su un solo piano.
Si apre con un Atrio al quale si accede attraverso una Soglia, e
subito all’ingresso dell’Atrio si trovano due colonne. L’Atrio è a
pianta quadrata, ma in altezza, o in verticale, misura il doppio
che in larghezza e in lunghezza.
Dall’Atrio si passa a un altro luogo, chiamato Chiostro, o
anche Camera di Mezzo; tale espressione è però da evitarsi
perché contrasta con un’espressione analoga usata nella
Massoneria, la quale designa un altro tipo di sala, che non è
posta al pianterreno e che quindi non figura in questo schema.
Il passaggio dall’Atrio al Chiostro si chiama Transetto.
Il Chiostro è simile a un Atrio coricato; cioè l’altezza è la metà
di quella dell’Atrio e la lunghezza il doppio, mentre la larghezza
rimane identica.
Dal Chiostro si passa al Santuario, e il passaggio dall’uno
all’altro si chiama Adito. Il Santuario è perfettamente cubico: la
larghezza e la lunghezza, uguali, sono come quelle dell’Atrio;
l’altezza, uguale alle precedenti, è come quella del Chiostro.
Tutte queste misure hanno un significato simbolico e chi
sappia riflettervi può arrivare vicino a scoprirlo. Si noterà che
l’Atrio e il Chiostro sono la stessa cosa imperfetta in posizioni
diverse, mentre le dimensioni del Santuario sono tutto, uguali e
perfette, poiché nessuna prevale sull’altra. Lì si raggiunge, in
base a questo schema di architettura mistica, la perfetta
armonia o, in altri termini, la pace.
Secondo questo schema sono organizzati, come si è detto, gli
ordini iniziatici, ma si deve tenere conto del fatto che, poiché
molti di coloro che appartengono ad essi o li dirigono non
hanno una conoscenza perfetta di quello che fanno, ne
risultano contraddizioni con le formule del Tempio, e perciò tali
ordini sono illeciti. È quanto avviene, bisogna dirlo, nella
maggior parte dei casi.
Gli Ordini dell’Atrio, il cui compito è di fornire le prime
conoscenze di ciò che è occulto, e che costituiscono quindi, per
così dire, la prima sommaria iniziazione, seguono la legge che è
loro imposta da ciò che per primo si incontra nell’Atrio, cioè le
due colonne. Questo significa che ci sono due, e solo due,
Ordini dell’Atrio. Il primo è la Massoneria. Dell’altro tacerò il
nome. Ma aggiungerò, per chi è in grado di capire, che la
Massoneria corrisponde alla colonna sinistra dell’Atrio, cioè a
quella che si trova alla destra di chi guarda il Tempio. La
colonna di destra corrisponde all’altro ordine, fratello e
complementare di quello massonico.
Seguono, oltrepassato il Transetto – o regolarmente, per
iniziazione plenaria in uno dei due ordini menzionati; o
irregolarmente, per contatto diretto con gli Alti Iniziatori, e
quindi senza dover passare per uno di questi ordini –, i
cosiddetti Ordini del Chiostro o Ordini Alti. Più avanti,
oltrepassato l’Adito, e regolarmente o irregolarmente come
prima, si raggiungono gli Ordini del Santuario o, con un
termine più comune, del Tempio, poiché raggiungendo il cuore
del Tempio si raggiunge il Tempio stesso nella pienezza del suo
significato.
Gli Ordini dell’Atrio impartiscono l’iniziazione per mezzo di
simboli (la Massoneria) o di un linguaggio simbolico (l’altro
ordine). Tutto quanto vi venga spiegato o rivelato, è spiegato o
rivelato solo apparentemente. Ciò che conta sono i simboli: i
discorsi, le interpretazioni, o sono superficiali e quindi profani
(per quanto lo nascondano); o sono falsi e fatti per depistare gli
iniziati ai vari gradi, quando non abbiano la competenza per
esservi iniziati; o sono a loro volta simbolici, ponendosi in modo
più o meno evidente come una cifra che si trova in una seconda
cifra.
Gli Ordini dell’Atrio, cui è dato un simbolo o spiegazione
simbolica centrale chiamata Formula della Soglia, culminano,
per coloro che davvero sappiano valersi dell’iniziazione
simbolica e riescano a leggervi quello che essa è, in una nuova
formula chiamata Formula del Transetto e comunicata al di
fuori dei rituali. Per mezzo di essa si accede agli Ordini del
Chiostro o Ordini Alti, oppure a ciò che irregolarmente sia loro
pari.
Gli Ordini del Chiostro o Ordini Alti non impartiscono però
l’iniziazione con spiegazioni di simboli, ma solo fornendo ai
propri iniziati le chiavi ermetiche tramite le quali costoro, se
capaci di applicarle, potranno capire i simboli dell’Atrio, la
Formula dell’Atrio. In altre parole, mentre nell’Atrio i simboli
(quelli regolari, beninteso) sono veri e sicuri ma sono fuorvianti
i discorsi e le interpretazioni, negli Ordini del Chiostro i simboli
(se ci sono) sono indiretti e deviati, pur essendo vere e sicure le
spiegazioni date, che non si applicano però a tali simboli.
Oltrepassato l’Adito, le verità dell’Atrio e quelle del Chiostro,
fra loro opposte, si uniscono in una medesima verità. Ma qui
l’iniziazione è totale, divina, e non esiste parola che possa
esprimerla, qualunque sia il linguaggio, diretto o indiretto, che
si parli.
Tutto questo, che per quanto sia esposto chiaramente, a molti
rimarrà sempre oscuro, si può forse illustrare con un esempio.
Tale esempio mostrerà come si crea un rituale passando
attraverso i tre ordini.
Supponiamo che i Maestri o i Sacerdoti di un Ordine del
Tempio siano in possesso, come tali, di una verità divina, e
supponiamo che questa verità sia quella del Verbo incarnato e
sacrificato per la redenzione del Mondo. Supponiamo poi che i
sacerdoti in possesso di questa verità reale e non simbolica
vivano in un mondo pagano, che crede nei molteplici dèi della
religione greca o romana. Supponiamo inoltre che questi
maestri della dottrina segreta vogliano comunicare a chi lo
meriti, per metterne alla prova il valore, la dottrina di cui sono
in possesso. A tal fine creeranno dei Misteri o Iniziazioni. E,
nello stabilire il rituale di questi Misteri, procederanno nel
modo seguente.
Dapprima cercheranno fra gli dèi pagani quello la cui storia
possa adattarsi, come l’ombra al corpo che la proietta, alla vita
e alla morte del Verbo. Troveranno ad esempio Bacco, la cui
storia divina presenta evidenti analogie con quella del Verbo
incarnato, sebbene a un livello diverso, che è appunto quanto si
richiede. Essi redigeranno una formula mediante la quale,
eliminando quei particolari che offuscano la somiglianza,
riescano a rappresentare nella storia di Bacco, per simbolo e
analogia, la storia del Verbo. Questa formula, una volta trovata,
si chiamerà Formula del Transetto. In essa è racchiuso il
segreto supremo di quell’Ordine o Mistero che volevano creare,
ma il vero segreto è custodito dagli Alti Iniziatori, poiché
quanto trasmetteranno come verità suprema in questo mondo
pagano è solo un’ombra della verità.
Fatto ciò, proseguono. E cercano allora una figura, reale o
mitica, in cui trasporre gli eventi: non quelli relativi alla vita e
alla morte del Verbo, ma alla vita e alla morte di Bacco. Potrà
andar bene qualsiasi figura, purché non vi sia bassezza, e se
quanto la riguarda possa indirettamente attirare. Sarà meglio,
quindi, una figura o del tutto mitica, o di cui la storia riporti
così poco che le si possa attribuire senza rischi ciò che si vuole.
In questa figura vengono trasposti i particolari della vita e della
morte di Bacco in maniera traslata – perciò non può essere né
la figura di un dio, né rivelare in alcun modo che sotto le sue
spoglie si nasconde Bacco. Ci sarà maggiore e più profonda
distanza tra questa figura e quella di Bacco, che non tra quella
di Bacco e quella del Verbo. Trovata tale figura, si mettono in
parallelo la sua vita e la sua morte con la vita e la morte di
Bacco; ed è intorno a questa figura, doppiamente simbolica,
che viene elaborato il rituale. Così, ogni rituale è il simbolo di
un simbolo, l’ombra di un’ombra. Ed è questo il rituale che,
comunicato per iniziazione ai candidati, prende il nome di
Formula della Soglia. [FH, 55-58]

Saggio sull’iniziazione

Ci sono molte Cabbale, ed è difficile pensare di non poter


raggiungere l’unione con Dio, qualunque cosa si intenda con
questo, se non tramite la familiarità con l’alfabeto ebraico.
Ci sono Errori di Via, Errori di Locanda ed Errori di
Sotterraneo. Sono Errori di Via quelli in cui il percorso viene
scambiato per la sua finalità. Errori di Locanda quelli in cui la
metà del percorso viene scambiata per la sua totalità. Errori di
Sotterraneo quelli in cui il sotterraneo, che sta alla base del
Castello, viene scambiato per il Castello stesso (per l’entrata al
Castello).
Questi errori sono comuni a tutte le vie e quella gnostica non
ne è al riparo più delle vie mistica e magica.
Posso fare a meno dell’ascetismo, ma non della verità, e non
credo che Dio mi si manifesti solo se rimango seduto immobile
per cinque ore, o se sono capace di respirare in modo naturale
da una sola narice.
Fatto sta, però, che, qualunque sia la via che imbrocchiamo,
non dobbiamo procedere prima di aver percorso i gradi
preparatori, i gradi di neofita. Il Misticismo cerca di
trascendere l’intelletto (mediante l’intuizione), la Magia aspira
a transcendere l’intelletto mediante il potere; la Gnosi, a
trascendere l’intelletto mediante un intelletto superiore. Ma
per trascendere correttamente una cosa, è prima necessario
passare attraverso di essa. Il vantaggio della via gnostica è che
ci sono meno tentazioni di raggiungere l’intelletto superiore
senza passare per quello inferiore – dal momento che entrambi
sono intelletti e che tra loro c’è solo una differenza quantitativa
– rispetto alle vie mistica e magica, nelle quali c’è una
differenza qualitativa, e non quantitativa, fra emozione e
intelletto, fra volontà e intelletto.


Ci sono tre tipi distinti di iniziazione: quella simbolica o
esteriore, quella intellettuale (esterna rispetto all’interiore) e
quella vitale (interiore). Nelle iniziazioni simboliche, che
rafforzano la volontà e perciò conducono come realizzazione
alla Magia, il candidato non passa attraverso gradi di
comprensione, ma attraverso gradi, per così dire, di intuizione;
egli rimane sempre alla superficie e all’apparenza delle cose, e
quand’anche raggiunga il grado più elevato, qualunque sia
l’ordine o gli ordini attraverso cui procede, tale grado non
corrisponde necessariamente (e in genere non corrisponde) a
qualcosa di simile a un grado parallelo in una delle iniziazioni
interiori. Nelle iniziazioni intellettuali, che rafforzano
l’intelletto e quindi conducono al Misticismo, il candidato passa
attraverso stadi di comprensione, ma non attraverso stadi di
vita; egli può sapere molto, ma non ha bisogno di vivere ciò che
conosce allo stesso livello in cui lo conosce. Nelle iniziazioni
vitali, che rafforzano l’emozione e quindi conducono
all’Alchimia, il candidato vive quello che sente e che sa.
(Ma è proprio così?). Non sarà piuttosto che queste iniziazioni
differiscono in altra misura, mentre la differenza fra Magia,
Misticismo e Alchimia (e allora la Gnosi?) si trova su un diverso
piano di interpretazione? Queste iniziazioni non sono prima
fisiche, eteree e astrali? (o forse eteree, astrali e spirituali; o
astrali, mentali e spirituali?).
Verosimilmente ci sono tre modi per interpretare le
iniziazioni: 1) le tre vie di realizzazione: magica, mistica e
gnostica; 2) i tre stadi di realizzazione: Neofita, Adepto e
Maestro; 3) i tre gradi di realizzazione: astrale, mentale e
spirituale.


Ma il vero significato dell’iniziazione è che questo mondo
visibile in cui viviamo è un simbolo e un’ombra, che questa vita
che conosciamo tramite i sensi è una morte e un sonno, o, in
altre parole, che quanto vediamo è un’illusione. L’iniziazione è
il dissolversi – un dissolversi graduale, parziale – di questa
illusione. La ragione del suo segreto è che la maggior parte
degli uomini non è adatta a comprenderlo, e quindi lo
comprenderebbe male e lo fraintenderebbe, se fosse reso
pubblico. La ragione per cui il significato è simbolico risiede
nel fatto che l’iniziazione non è una conoscenza, ma una vita, e
l’uomo deve dunque scoprire da sé ciò che i simboli mostrano,
perché così vivrà la loro vita, senza limitarsi ad apprendere le
parole con cui vengono rivelati.
Dire che Cristo è un simbolo del Sole significa rovesciare i
termini del processo di iniziazione. È il Sole a essere il simbolo
di Cristo. In altre parole, Cristo è la realtà e il Sole l’illusione,
Cristo è la luce e il Sole l’ombra. (L’Ineffabile è la luce; il
G[rande] A[stro], il corpo; il mondo, l’ombra – l’ombra
proiettata dal denso quando è illuminato dal sottile. La luce è
sulla circonferenza e l’ombra è proiettata verso il centro. Si può
mettere questo in rapporto con il p[unto] all’interno del
c[erchio]?). (Cfr. l’idea cabbalistica dell’En Sof che si ritira
all’interno, manifestandosi dentro e non fuori).
Iniziare un uomo mediante un complicato rituale più o meno
impressionante, confidandogli poi, dietro l’impegno di
mantenere il segreto e giuramenti più o meno terribili, che la
Primavera viene dopo l’Inverno, non sarebbe mai potuto essere
il metodo di una struttura o di un sistema iniziatico. Ma lo
sarebbe stato insegnare il contrario, cioè che la Primavera,
succedendo all’Inverno, è un simbolo di cose maggiori, che il
naturale è un’immagine del soprannaturale.
In questo, tradotto, in modo più o meno dettagliato, prima in
simbolo, poi in dottrina, poi in rivelazione, risiede l’essenza di
tutte le vere iniziazioni, da Eleusi a Kilwinning.
Ordini di iniz.: 1) mediante i simboli e (più tardi) mediante
spiegazioni in se stesse simboliche – cfr. Pike; 2) mediante una
dottrina simbolica, vera al suo livello, e spiegazioni non più
simboliche; 3) mediante comunicazione diretta, sebbene non
necessariamente espressa a parole o in altro modo.
Non dico che queste cose rappresentino una verità e non dico
nemmeno il contrario. Dico che questo è il significato
dell’iniziazione, che questo è il modo in cui l’iniziazione esiste e
questi i fini per cui essa esiste. [FH, 59-61]


La prima tentazione da vincere per evitare gli Errori della
Via, è il Mondo. La seconda tentazione da vincere per evitare
gli Errori della Locanda, è la Carne. La terza tentazione da
vincere per evitare gli Errori della Cripta, è il Diavolo. Le
tentazioni sono comuni a tutte le vie, ma il mistico è più
soggetto alla tentazione del Mondo, il mago alla tentazione
della Carne, lo gnostico alla tentazione del Diavolo.
Difficilmente ci sarà un mago che non soccomba a tentazioni
che rivelano la debolezza della volontà. La terribile fine di
Macgregor Mathers, abbrutito dall’alcol, è un caso lampante.
Egli forse era in grado di tenere a bada i diavoli di Abremalin,
ma non è stato capace di tenere a bada i propri (fossero
lussuria, bere o disonestà).


È difficile, certo, capire che cosa si intenda per Unione con
Dio, ma si può comunque dare una vaga idea di ciò che questo
significa. Partiamo dall’ipotesi che, in qualunque modo Dio
abbia creato il mondo (prescindendo dall’uso erroneo di un
tempo verbale che implica la nozione di tempo), la sostanza di
questa creazione consistette nella conversione, realizzata da
Dio, della sua stessa coscienza nella coscienza plurale di esseri
separati. La famosa esclamazione della Divinità Indiana: «Oh,
potessi io essere molti!» rende l’idea, senza conferirle realtà.
L’Unione con Dio significa allora la ripetizione, da parte
dell’Adepto, dell’Atto di Creazione Divino, per il quale egli è
identico a Dio nell’atto o nel modo dell’atto, ma è al tempo
stesso un rovesciamento dell’Atto Divino, per il quale egli
continua a essere separato da Dio o a esserne l’opposto;
altrimenti sarebbe Dio stesso e non si richiederebbe nessuna
Unione.
L’Adepto, se riesce a raggiungere l’unità della sua coscienza
con la coscienza di tutte le cose, se riesce a trasformare questa
unità in una non-coscienza (o non-coscienza di sé) cosciente,
ripete dentro di sé l’Atto Divino, che è la conversione della
coscienza individuale di Dio nella coscienza plurale di Dio in
individui. Ma, al tempo stesso, tornando a quella pluralità
realizzata da Dio quando creò il tutto di cui è parte e ripetendo
l’Atto di Dio, in realtà, lo rovescia e, rovesciandolo, compie il
percorso di ritorno a Dio e raggiunge l’Unione con Lui.
Se rappresentiamo questo schema con due triangoli
equilateri aventi base comune, uno, per così dire, opposto
all’altro, avremo un’idea chiara, o il più chiara possibile, del
metodo con cui si ottiene l’Unione con Dio. Dio, vertice del
triangolo superiore, si apre verso la base e la base si restringe
fino al vertice rivolto in basso del triangolo inferiore. Dal
vertice del triangolo inferiore si sale verso la base comune: così
la discesa di Dio viene ripetuta in senso ascensionale e, al
tempo stesso, c’è un’ascensione verso Dio.
Ora, tutto ciò, comunque lo si consideri, ci conduce alla teoria
specifica dei tre tipi di coscienza: la Coscienza Divina, la
Coscienza del Mondo e la Coscienza Individuale. Nella prima
l’identità è assoluta, poiché non ci sono né soggetto né oggetto.
Nella seconda il soggetto ha fatto di sé il proprio oggetto e,
essendo infinito perché indivisibile, diventa oggettivamente
infinito, cioè infinito perché infinitamente divisibile. Nella terza
il soggetto ha fatto di se stesso come oggetto il proprio
soggetto, e ha preso coscienza di sé e, di conseguenza,
coscienza di sé in ciascun elemento infinitesimale di questo
oggetto. Quanto più ogni soggetto infinitesimale fa di se stesso
un oggetto per se stesso, tanto più si avvicina al primo gradino
di ritorno alla Coscienza Suprema. Da qui passerà infine ad
annullare questo per ritornare allo stato originario della
Coscienza Divina.


Come deve, allora, un individuo che aspiri all’iniziazione
prepararvisi? In altre parole, come dovrà egli assumere dentro
di sé i gradi di Neofita dell’Ordine Interiore? Egli deve
cominciare a familiarizzarsi con i sistemi filosofici e con quella
filosofia che deriva, bene o male, dalle più recenti acquisizioni
della scienza. Su questa base, deve cominciare a riflettere e a
mettere a confronto sistema a sistema, teoria a teoria e parte di
ciascun sistema alle altre parti. Svilupperà così la propria
intelligenza astratta senza la quale l’intuizione, che egli aspira
a sviluppare, non sarà nient’altro che emozione.
L’aspirante all’iniziazione deve cominciare con lo spogliarsi di
tutti i preconcetti dogmatici, di tutte le nozioni introdotte nella
sua mente dall’educazione e dal costume. La via iniziatica non
può passare per il portale di una sola chiesa, bensì per i portali
di tutte contemporaneamente o di nessuna. In seguito egli deve
familiarizzarsi con sistemi religiosi di ogni genere, con sistemi
filosofici... (ut supra).
Deve poi elaborare, meglio che può, un proprio sistema,
costruito passo per passo con quanto ha appreso, senza
metterlo necessariamente per iscritto – un sistema, il più
coerente possibile, di interpretazione dell’universo nella
triplice direzione della verità, della bellezza, della morale.
In seguito procederà a liberarsi del sistema che ha creato. Se
anche è arrivato ad amarlo, dovrà ora riconoscere che non vale
più degli altri sistemi filosofici da lui messi a confronto e poi
respinti una volta elaborato il proprio.
Così l’aspirante sarà passato attraverso i quattro stadi della
tentazione del Mondo: il Dogma, l’Intelligenza Concreta o
Scienza, l’Intelligenza Astratta o Filosofia e l’Intelligenza
Critica.
Il Dogma, mediante il quale è in relazione con tutti gli altri; la
Scienza, mediante la quale è in relazione con la Natura; la
Filosofia, mediante la quale è in relazione con la mente degli
altri; la propria filosofia, mediante la quale è in relazione con
se stesso, perché il Mondo è tutto questo. Una volta
oltrepassati questi quattro stadi del grado di Neofita, egli è
pronto per l’iniziazione. Ora dipende da lui scegliere per quale
via realizzarla: la via mistica, la via magica o quella gnostica. È
più corretto dire la via a partire dalla quale egli comincerà,
perché l’iniziazione piena al grado di Adepto contempla tutte e
tre le vie. Al primo grado di Adepto egli prenderà la via che ha
scelto e la percorrerà fino in fondo, al secondo grado di Adepto
prenderà una delle due rimaste e al terzo l’ultima.
Egli deve vincere le tre tentazioni soggette alla Carne: i
desideri, che sono vinti con il Misticismo; le indecisioni, che
sono vinte con la Magia; gli inganni, che sono vinti con la
Gnosi. Deve vincere (...)
Si dirà che tutto ciò rende l’iniziazione un compito molto
difficile. Ma la rende tale, perché tale è. Perché dovrebbe
essere facile? Si dirà che solo un uomo con un’intelligenza
particolare può raggiungere i gradi di Neofita, visto che è
necessario avere capacità di riflessione astratta per essere
versato in filosofia, e certo non tutti la posseggono. Ma perché
dovrebbero essere tutti nelle condizioni di venire iniziati? Se si
risponde che sarebbe ingiusto se così non fosse, si potrebbe
replicare: «Perché mai l’universo dovrebbe essere giusto?» –
risposta forse errata, ma certo sufficiente –, oppure si potrebbe
rispondere che la domanda si basa sul presupposto che nel
mondo non c’è evoluzione; o, in altre parole, che l’uomo si
esaurisce in un breve lasso di vita terrena e che è possibile che
la reincarnazione sia vera quando non c’è ingiustizia, ma solo
gradi, come nella vita esteriore ci sono gradi di forza, di
bellezza, di intelligenza e di cose simili.
Un individuo può, almeno, aspirare all’iniziazione e, se
l’intelligenza astratta è il primo grado del percorso ed egli non
la possiede, può comunque aspirarvi; gli costa tanto o tanto
poco aspirare all’intelligenza quanto all’iniziazione, e in realtà,
quando aspira all’intelligenza, aspira alla stessa cosa nel suo
ordine.
(Il mistico senza intelligenza non ha raggiunto il primo grado
di Adepto: non ha fatto altro che raggiungere il grado
intermedio fra quello di Neofita e quello di Adepto, il
purgatorio vuoto di un’ascesa sbagliata).


C’erano tre ragioni per le quali nelle religioni pagane certe
verità, o supposte tali, venivano trasmesse solo in segreto e
separatamente, per iniziazione. La prima ragione era sociale: si
pensava che non fosse opportuno trasmettere queste verità a
chiunque, a meno che costui non fosse in qualche modo
preparato a riceverle, e che avrebbero provocato effetti sociali
disastrosi se fossero state rese pubbliche, perché ciò avrebbe
comportato una loro cattiva comprensione: «Etiamsi revelare
destruere est...». La seconda ragione era filosofica: si pensava
che, in se stesse, queste verità non fossero alla portata
dell’uomo comune e che, se comunicate senza motivo,
avrebbero potuto produrre confusione mentale e squilibrio di
condotta. La terza ragione era, per così dire, spirituale: si
pensava che, trattandosi di verità della vita interiore, non
dovessero essere comunicate, ma solo evocate, e che tale
evocazione dovesse avvenire in forma solenne e avvolta nella
segretezza, perché se ne potesse riconoscere il valore;
attraverso un rituale, perché si potesse impressionare e
produrre meraviglia; attraverso simboli, per indurre il
candidato ad aprirsi da sé il proprio cammino, lottando per
interpretare i simboli, invece di credersi pieno di conoscenze,
come se queste verità gli fossero state insegnate sotto forma di
dogma o precetto filosofico.
Non dico che queste tre ragioni, prese singolarmente o
insieme, per quanto così suddivise, si presentassero chiare alla
mente degli antichi, sacerdoti o laici delle rispettive religioni.
Ma dico che, se non per intelligenza diretta, almeno per
intuizione, essi basarono le loro religioni su questo schema di
divisione.
Le religioni degli antichi, e soprattutto le religioni pagane
della Grecia e di Roma, che ci interessano di più, visto che il
nostro spirito è figlio loro, erano divise in tre forme. C’era una
forma sociale, il culto, propria dell’uomo in quanto cittadino.
C’era una forma individuale, la poesia, propria dell’uomo in
quanto non-cittadino; osservato debitamente il culto, egli
poteva figurarsi gli dèi a suo piacimento ed elaborarne le
leggende nel modo che gli sembrasse più adeguato. E c’era una
forma segreta, l’iniziazione, che, pur mantenendo il suo
carattere segreto, partecipava delle caratteristiche di
entrambe: era individuale, perché, anche quando l’iniziazione
era collettiva come nei grandi Misteri pagani, essa riguardava
sempre l’individuo e non il gruppo; era sociale, perché
l’iniziazione veniva trasmessa con un rituale e il rituale è
sociale.
E questo presso i cristiani è raramente associato o assimilato
alla poesia come avveniva presso i pagani. (Non capiremo il
Medioevo fin quando non capiremo che la teologia era la sua
poesia, e che l’assenza di poesia in quel periodo non era altro
che presenza di poesia sotto altre spoglie).
Tutte le religioni, comunque, si trovano nella stessa
condizione delle grandi religioni pagane. Le tre forme di culto
sono presenti, in un modo o nell’altro, in ognuna. Nelle
religioni cristiane, ad esempio, abbiamo il culto pubblico, sia
con un cerimoniale elaborato come nella Chiesa Romana, sia
con uno povero fino alla nudità come nelle sette protestanti
estremiste; abbiamo la religione individuale in forma di
riflessione personale sui dogmi e sulle formule di fede, cioè una
teologia laddove prima (presso i pagani) si aveva poesia; e
abbiamo la vita interiore del cristiano, che rappresenta la sua
iniziazione, perché nelle religioni cristiane l’iniziazione si
considera data solo da Cristo in forma mistica e non da un
sacerdote o da uno ierofante in forma rituale o cerimoniale. In
altre parole – il cui più esatto significato si capirà in seguito –
l’iniziazione pagana ha imboccato la via della Magia, come
tutte le iniziazioni rituali, e l’iniziazione cristiana quella del
Misticismo, come tutte le iniziazioni meditative. Si vedrà, più
tardi, come ci sia un terzo tipo di iniziazione.
Qualunque sia il numero di gradi, esteriori o interiori, nella
scala per ascendere alla verità, essi possono essere considerati
come tre: Neofita, Adepto e Maestro. In realtà i gradi sono
dieci: quattro per il Neofita, tre per l’Adepto e tre, se così si
può dire, per il Maestro. In verità ci sono anche due gradi
intermedi posti fra il primo e il secondo grado, e fra il secondo
e il terzo ci sono ordini, ugualmente non numerati. I gradi non
numerati sono gradi di noviziato, mentre gli altri, ciascuno
nella propria misura, sono gradi di conseguimento. Il Neofita,
attraverso i gradi che tale qualifica descrive, è essenzialmente
un apprendista; la sua via è diretta al compimento della
conoscenza nella sfera esteriore. Nell’Adepto, attraverso i suoi
tre livelli, si verifica uno sviluppo del processo di unificazione
della conoscenza con la vita. Nel Maestro c’è, o si dice ci sia,
un superamento dell’unità così raggiunta in virtù di una più
elevata unità.
Credo che il paragone con cose più semplici renderà tutto più
chiaro. Supponiamo che lo scrivere grande poesia sia il fine
dell’iniziazione. Il grado di Neofita consisterà nell’acquisizione
degli elementi culturali con cui il poeta avrà a che fare
scrivendo poesia e che saranno, rispettivamente e in quella che
sembra un’analogia esatta: 0) grammatica; 1) cultura generale;
2) cultura letteraria specifica (...)
Il grado di Adepto consisterà, sviluppando l’analogia: 5) nello
scrivere poesia lirica semplice come in una comune lirica; 6)
nello scrivere poesia lirica complessa; [7)] nello scrivere poesia
lirica ordinata o filosofica come nell’ode.
Il grado di Maestro consisterà a sua volta: 8) nello scrivere
poesia epica; 9) nello scrivere poesia drammatica; 10) nella
fusione di tutta la poesia, lirica, epica e drammatica, in una
sintesi superiore dei tre generi.
Al lettore verranno in mente tre osservazioni riguardo a
questa analogia letteraria. La prima è che si può essere poeta
senza possedere i gradi di Neofita, e Adepto di primo grado
senza avere nemmeno «preso» il primo grado di Neofita. La
seconda è che la successione descritta non corrisponde a ciò
che capita di solito nella vita, la vita di un poeta come quella di
un qualsiasi altro uomo. La terza è che la fusione di tutta la
poesia, lirica, epica e drammatica, in qualcosa che trascenda
tutte e tre, è un conseguimento che oltrepassa la
comprensione. Ho indotto il lettore a fare queste osservazioni
per aver modo, con la mia replica, di completare l’analogia con
una spiegazione.
Quanto alla prima osservazione: il primo grado di Adepto è in
realtà il primo autentico grado della vera iniziazione. Un
semplice mistico, che unisce la fede alla vita, ha raggiunto il
principio della vera iniziazione, mentre non lo ha raggiunto il
Neofita perfezionato, nel quale fede (o conoscenza) e vita sono
ancora separate. Ma se l’Adepto spontaneo avesse raggiunto il
quinto grado senza essere passato per i cinque precedenti
(compreso il grado zero), dovrà rimanere molto tempo
all’ingresso della Camera di Mezzo, dove si può giustamente
dire che sia «collocato» il primo grado di Adepto. Per passare al
sesto grado egli dovrà, in un certo senso, tornare all’inizio (...)
[FH, 65-71]

La via del Serpente

La coscienza trascende l’unità. È il punto assoluto che


«esiste» soltanto: infatti, perché qualcosa esista, esso deve
esistere infinitamente in essa. Il punto, in quanto negazione
dello spazio, ne rappresenta la vita.
Nella sua forma a S (che, se si considera chiusa, è un 8, se
coricata, è il simbolo dell’infinito, ∞), il Serpente comprende
due spazi, che circonda e trascende. (Il primo spazio è il mondo
inferiore, il secondo il mondo superiore). In un’altra
raffigurazione, quella del Serpente in cerchio che si morde la
coda, viene riprodotta non la S, di cui la lettera è segno, ma il
cerchio, simbolo della terra o del mondo così come lo
conosciamo. Nella sua forma a S il Serpente si sottrae alle due
Realtà e scompare dai Mondi e dagli Universi.


L’illusione è la sostanza del mondo ed è tale, secondo la
Regola, tanto nel mondo superiore quanto nel mondo inferiore,
tanto nell’occulto quanto nel manifesto. Così, quando fuggiamo
dal mondo inferiore perché è illusorio, il mondo superiore, in
cui ci rifugiamo, non è meno illusorio; è illusorio in un altro
modo, il proprio. Solo il Serpente, contornando gli infiniti aperti
– o i cerchi «incompleti» – dei due mondi, sfugge all’illusione e
conosce il principio di verità.
La magia e l’alchimia sono illusorie come la scienza e la
sessualità, che sono le loro rappresentazioni nel basso mondo.
Costruiamo storie, con la nostra immaginazione, in terra come
in cielo. Il mago, che evoca un determinato demonio e lo vede
apparire in carne e ossa, può credere che questo demonio
esista, ma non ne ha la prova. Esiste, forse, solo in quanto è
stato creato; ed essere creato non è esistere nel vero senso
della parola. Esistere, nel vero senso della parola, vuol dire
essere Dio, cioè essersi creati da sé; in altri termini, non
dipendere sostanzialmente da niente e da nessuno.
La G[rande] O[pera] è la liberazione di Dio nell’uomo, la
crocefissione delle spoglie nel morto, di ciò che è perituro in
chi è perito, affinché nulla perisca. La G[rande] O[pera] è, in
altre parole, la creazione di Dio.
La magia e l’alchimia sono cammini illusori. La verità risiede
solo nell’istinto diretto (rappresentato simbolicamente dalle
corna) e nella linea retta della sua ascensione all’istinto
supremo – nell’istinto diretto, la cui forma attiva è la sessualità,
la cui forma intermedia è l’immaginazione, la fantasia, o la
creazione nello spirito, la cui forma finale è la creazione di Dio,
l’unione con Dio, l’identificazione astratta e assoluta con se
stessi, la verità. [FH, 29-30]


Cristo, che nella manifestazione materiale è un dio cristiano e
in quella magica un dio, è, nella manifestazione divina, Dio. Nel
primo ordine gli si possono rivolgere preghiere, che avranno o
meno effetto secondo le regole magiche di questi atti di fede.
Nel secondo ordine possono essergli indirizzate invocazioni,
come a Osiride, che è lo stesso Dio, e l’effetto dipenderà dalla
perfezione dell’incantesimo e del rito. Nel terzo ordine non
potranno essergli rivolte né preghiere né invocazioni; il
processo di unione con Lui non si può esprimere con parole, né
comprendere con l’intelligenza. Solo colui che, giunto fin dove
questo processo esiste come formula di relazione, può assistere
alla rivelazione intima, solo costui lo comprenderà, ammesso
che, nel comprenderlo, lo comprenda. [FH, 32-33]


Considerare tutte le cose come accidenti di un’illusione
irrazionale, sebbene ognuna si presenti in se stessa come
razionale: in ciò risiede il principio della sapienza. Ma questo
principio di sapienza non è che la metà della Comprensione
delle cose. L’altra metà consiste nella conoscenza di queste
cose, in una partecipazione intima. Dobbiamo vivere
intimamente ciò che ripudiamo. Non costa niente, a chi non è
capace di sentire il Cristianesimo, il ripudiarlo; quello che costa
è, come in tutto, ripudiarlo dopo averlo sentito davvero, dopo
averlo vissuto, dopo esserlo stato. Quello che costa è ripudiarlo,
o saperlo ripudiare, non come forma di menzogna, ma come
forma di verità. Riconoscere la verità come verità, e al tempo
stesso come errore; vivere i contrari senza accettarli; sentire
tutto in tutte le maniere, e non essere nient’altro, alla fine, se
non la comprensione di tutto – quando l’uomo si innalza a
questa vetta, è libero, come su ogni vetta, è solo, come su ogni
vetta, è unito al cielo, cui mai è unito, come su ogni vetta.
La luce falsa della realtà, la luce falsa dell’apparenza, la luce
falsa dell’iniziazione e del segreto – giorno, crepuscolo, notte:
che cosa sono per chi contempla la Ragione limpida, il
Serpente che striscia attraverso qualcosa di più che i mondi?
Il Serpente è al di sopra degli ordini e dei sistemi, e, sebbene
ascenda come il loro significato, indica le direzioni e le vie. Il
suo movimento, a destra nell’ordine inferiore delle cose e degli
esseri, avviene solo perché possa aver luogo a sinistra
nell’ordine superiore. Ciò che gli uomini non possono ottenere
se non dominandosi, associandosi o imponendosi l’uno all’altro,
il Serpente lo ottiene da solo nella propria libertà. Per lui
comandare è subordinarsi all’idea di comandare; libero e cauto,
avanza strisciando attraverso il mondo e lo spirito, fino a uscire
dal mondo e dallo spirito.
Il Serpente unisce i veri contrari perché, mentre le vie del
mondo vanno a destra, a sinistra o al centro, lui segue una via
che passa per tutte le direzioni e non coincide con nessuna.
Egli prende le mosse, come la via di destra e quella di sinistra,
dall’Istinto verso Dio, ma non si spezza nel punto in cui i
triangoli si uniscono; non forma angoli con se stesso. (Non lo
identificano altri simboli che non siano la O o la S, nella sua
azione di delimitare o evitare il mondo). E nemmeno ascende
senza interruzioni, come fa la via mediana, dall’Istinto a Dio.
Sapendo che ci sono altre vie oltre a quella mediana, egli le
riconosce deviando da essa, ma le ripudia poiché non ne segue
nessuna. Nell’uscire dal vertice dell’istinto per salire al vertice
divino, egli sfiora la curva prodotta dalla vescica che tutto
avvolge, mostrando di conoscerla, ma la sfiora e la oltrepassa,
e non ne segue né la curva né la forma. Si distingue così da
tutti i modi e le condizioni propri a Dio e agli Esseri. Là dove
sembra uguale è diverso, e la dualità (per così dire) che lo
costituisce è opposta per forma ed essenza. Nel mondo
inferiore egli è la luna crescente, nel mondo superiore quella
calante (...)
Egli non conosce i misteri, ma li avvolge, elude le vie e le
iniziazioni; abbandona la scienza per la quale passa; nega la
magia che attraversa; e quando arriva a Dio non si ferma. [FH,
33-34]


La disposizione mondana delle cose, che sono generate dal
Fuoco, è raffigurata dal simbolo del Fuoco, che è la Piramide
(da pyr, che in greco significa fuoco). Ciò equivale a dire che,
per quanto riguarda gli Ordini delle cose, Uno è in cima, Due
nel mezzo e Tre in basso. L’Uno è in cima perché il vertice è un
punto; il Tre in basso perché la piramide ha tre facce, ognuna
composta da un triangolo equilatero; il Due nel mezzo perché,
sebbene niente nel mezzo sia materialmente o numericamente
due, Due è tuttavia quello che sta fra Uno e Tre.
È così che i tre gradi di significazione – l’attuale o materiale,
il magico e il divino – contengono rispettivamente tre, due e un
ordine, poiché vi sono due ponti, transetti o passaggi, fra
l’ordine materiale e quello magico, e fra l’ordine magico e
quello divino. [FH, 35]


La via del Serpente è al di fuori degli ordini e delle
iniziazioni, è al di fuori persino delle leggi (rettilinee) dei mondi
e di Dio. La natura maledetta, l’aspetto ripugnante del Cobra
recano impressa la sua Opposizione all’Universo – profondo e
oscuro Mistero Magno. Egli è lo Spirito che Nega, ma nega di
più e più profondamente di quanto in genere si pensi o si possa
pensare. Al livello inferiore, in cui è solo Serpente e tenta Eva,
nega il bene; al secondo livello, in cui è (...) nega la verità; al
terzo livello, in cui è Satana, nega il bene e il male; al quarto
livello, in cui è Lucifero (o Venere), nega la verità e l’errore; al
quinto livello, in cui è l’E[ssere] S[upremo], la Rivelazione
Suprema (...) tenta se stesso e si uccide (...)
Tutte le vie, nel mondo e nella legge, sono rettilinee; la via
del Serpente è l’evasione dalle vie perché è, sostanzialmente e
potenzialmente, l’Evasione Astratta, il riconoscimento della
verità essenziale, che si può esprimere poeticamente nella
frase secondo cui Dio è il cadavere di se stesso; la scoperta del
Triangolo Mistico in cui i tre vertici sono lo stesso punto, il
segreto della Trinità e del Dio Vivente che, in un certo modo, è
l’Uomo Morto in e tramite Dio Morto. [FH, 35]

[Tre tipi di iniziazione]

Ciò che si chiama «iniziazione» è di tre specie. C’è, in primo


luogo, e al livello più basso, l’iniziazione essoterica, analoga
all’iniziazione massonica, e di cui questa costituisce il tipo
inferiore: è l’iniziazione data a chi non si è propriamente
avviato ad essa, né vi si è preparato (poiché un suggerimento
altrui, uno stimolo esterno o la semplice curiosità non sono una
preparazione), e il suo scopo è mettere l’individuo in condizione
di poter accedere alla via esoterica, di poter cercare tramite il
contatto, essoterico, con simboli ed emblemi, la vera via. Il più
esteriore e inconsistente dei sistemi iniziatici, quale è oggi la
massoneria, si «propone appunto questo fine, una volta
mantenuti i simboli grazie a cui penetrano in noi le prime
conoscenze dell’occulto. L’unico fine per cui i Rosacroce
istituirono la massoneria essoterica è quello di mettere molte
persone a contatto con l’aspetto, per così dire, esteriore della
verità occulta, in modo che, chi si senta adatto, possa
ascendervi gradualmente.
C’è poi l’iniziazione esoterica. È diversa dalla Precedente
perché il discepolo deve cercarla, desiderarla e prepararla
dentro di sé. «Quando il discepolo è pronto» dice il vecchio
detto degli occultisti «anche il maestro è pronto».
C’è infine l’iniziazione divina. Questa non è impartita né dagli
essoterici o esoterici minori, come l’iniziazione essoterica, né
dai maestri o esoterici maggiori, come quella esoterica.
Proviene direttamente, e al di sopra di tutti costoro, dalle mani
stesse di Colui che chiamiamo Dio. Il tipo supremo di questa
iniziazione è Gesù, nel quale Dio, fin dalla nascita, ha infuso la
propria essenza trasformandolo nel Cristo.
Iniziato essoterico è, ad esempio, un massone o un discepolo
minore di una società teosofica o antroposofica. Iniziato
esoterico è invece un Rosacroce e, concediamolo, Francesco
Bacone. Iniziato divino è, ad esempio, Shakespeare. A questo
tipo di iniziazione si dà comunemente il nome di genio.
Quando Shakespeare ha detto: «Alcuni nascono grandi, altri
arrivano alla grandezza e ad altri la grandezza è imposta», ha
dato, forse senza volere e pensando soltanto di essere ironico,
la chiave delle tre iniziazioni in ordine discendente. Non ha
significato diverso la frase di Cristo che dice la stessa cosa (...):
«Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della
madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli
uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi...». Qui, con
un’espressione simbolica di facile intuizione, si esprime con
l’eunuchismo quella distanza dagli altri che caratterizza
l’iniziazione. [OPP, III, 433-34]

[I mondi e la conoscenza]

È oggi più o meno nota la divisione dei mondi o piani in cui


l’uomo vive. Ci sono varie definizioni di questi piani: una,
propria della tradizione dell’occultismo europeo, li divide in
piani del corpo, dell’anima e dello spirito (ossia fisico, astrale e
spirituale); un’altra, seguita dal cosiddetto buddhismo
esoterico, estende questa divisione nei piani fisico, eterico,
astrale, mentale, monadico e divino; un’altra ancora, derivata
dalla Cabbala giudaica, divide i piani secondo i quattro mondi
dell’emanazione divina: fisico, angelico, arcangelico e divino. Ai
fini teorici è più adatta la classificazione cabbalistica, se vi si
apportano però alcune modifiche, che sono in sostanza dei
chiarimenti. Avremo così: 1) il piano fisico, 1a) l’interpiano
eterico, che non è altro se non il ponte fra i piani fisico e
astrale, 2) il piano astrale, 2a) l’interpiano angelico, che è il
ponte fra lo spirituale e l’astrale, 3) il piano spirituale, 3a)
l’interpiano arcangelico, che è il ponte fra lo spirituale e il
divino e, infine, 4) il sovrapiano divino.
Ai fini pratici possiamo tralasciare il piano arcangelico e il
sovrapiano divino, giacché, tranne che nell’intimità
inattingibile del nostro essere, non siamo in relazione con
questi livelli. Il piano più elevato che si raggiunge
nell’iniziazione umana è quello astrale; il piano più elevato che
si raggiunge nell’iniziazione superumana è quello spirituale.
Abbiamo così cinque mondi, a differenza dei quattro della
Cabbala, solo due dei quali sono compresi nei cinque.
Nei gradi dell’ordine interno, i primi quattro corrispondono
all’iniziazione al piano fisico, il grado intermedio di Signore
della Soglia all’iniziazione all’interpiano eterico, i tre gradi
seguenti corrispondono all’iniziazione al piano astrale,
raggiungibile tuttavia con questo corpo e in questa vita, il
grado intermedio dell’Infante dell’Abisso all’iniziazione al piano
angelico [?], i tre ultimi gradi dell’Ordine all’iniziazione al
piano spirituale, quest’ultima attuabile solo una volta
disincarnati. [OPP, III, 439-40]

«Princìpi di Metafisica Esoterica» di Raphael Baldaya

Recentemente ha avuto vasta eco nel mondo la divulgazione


della religione chiamata Teosofia. La Teosofia pretende di
essere la religione della Verità e, se non avesse questa pretesa,
non sarebbe una religione. Pretende di essere alla base di tutte
le religioni. Pretende di essere la depositaria delle antiche
dottrine occulte; pretende di rappresentare una comunicazione
verso l’esterno fatta per mezzo dei cosiddetti «Maestri».
È necessario esporre in modo chiaro e preciso quale è,
secondo la vera scienza esoterica, la costituzione reale
dell’Universo. Non interessa al lettore come queste verità si
siano determinate, da dove abbiano avuto origine. Nessuno è
obbligato ad accettarle. Ma esse vengono qui esposte, perché è
giunta l’ora di farlo, perché è necessario che siano offerte al
mondo. Il resto non ha importanza.
Compendio di Iperscienza.
Compendio di Cosmologia occulta.
Questo lavoro, di cui sono stato incaricato, provo a farlo
meglio che posso, cercando di essere il più preciso, lucido e
schematico possibile nella mia esposizione.
Un’ultima domanda potrà sorgere alla mente dei lettori:
perché questo trattato esce in portoghese prima che in un’altra
lingua; perché proprio in una delle lingue, se non meno parlate,
certamente meno lette al mondo? Perché così dev’essere, dato
il grande Destino occulto che il Portogallo deve portare a
compimento, proseguendo la sua missione, quel destino che il
Signore della Scienza aveva comunicato in segreto all’Infante
D. Henrique a Sagres perché egli lo realizzasse.
Il Portogallo è un Ente. Questo Ente deve compiere un
destino. Tale destino prevede che le verità rivelate in questo
libro vengano presentate in portoghese prima che in un’altra
lingua.
Questo sistema non sarà esposto come un sistema metafisico,
che debba essere dimostrato; bensì come un sistema religioso,
dogmaticamente. Tuttavia esso è tale che la sua verità sarà
manifesta solo a quei lettori che sono destinati a vederla.
I teosofi invocano una stretta continuità con la tradizione
ermetica o esoterica. Secondo Mrs Besant (quote here the due
part of the Ideals of Theosophy).
Purtroppo lo studio della letteratura relativa all’esposizione,
volutamente confusa, delle teorie che costituivano la base
metafisica delle società segrete come i Rosacroce – purtroppo
questo studio rivela princìpi fondamentali che,
indipendentemente dal loro significato simbolico, non si
accordano affatto con le teorizzazioni teosofiche.
Così, se c’è una cosa chiara nella confusa dottrina degli
esoterici europei, è che essi considerano il sesso femminile, per
varie ragioni di carattere simbolico, inferiore e quasi malvagio.
Ci scusiamo di andare a rimescolare tanto nella letteratura
ermetica (Q[uote] from Hargrave Jennings).
Come si concilia questa posizione con la tesi teosofica
secondo cui ciò che più conta è la Fraternità umana, senza
distinzioni di sesso, razza o casta?
Inoltre gli ermetici europei non si proponevano di operare
per l’umanità. Niente di tutto ciò emerge dai loro scritti, che,
sebbene non presentino il loro sistema organicamente, non
mancano di mostrare, frammento dopo frammento, gli elementi
di cui si compone.
La Teosofia, come è tipico aspettarsi dalla nostra epoca, è
soltanto una democratizzazione dell’ermetismo. Se si
preferisce, una cristianizzazione. Nient’altro. Cristianizzazione
o democratizzazione in base all’idea di Fraternità, la più bassa,
per di più, delle tre che compongono la trinità francese.
Gli ermetici europei costituivano società segrete allo scopo di
compiere certe investigazioni scientifiche. Fino a che punto
siano giunte queste investigazioni è oggi, forse, impossibile
stabilire. Si può invece valutare se esse rappresentino una
tradizione remota. È facile capire perché agissero così.
Le caste sacerdotali, e non solo quelle, avrebbero perso
potere sul popolo se avessero divulgato alcuni princìpi
scientifici, i quali, fra l’altro, permettevano, in mancanza di
autentici sentimenti religiosi, il ricorso a frodi religiose
mediante applicazioni scientifiche non molto diverse dagli
odierni procedimenti di alta prestidigitazione, di
prestidigitazione scientifica.
Il tempo libero di cui le classi superiori godevano all’epoca
della schiavitù rese possibile un’ampia investigazione
scientifica.
Supponiamo che un sacerdote egizio abbia scoperto la legge
di propagazione del suono per quanto riguarda la cassa di
risonanza. L’utilizzazione religiosa, fraudolenta (magari senza
cattiva intenzione), di questo principio gli avrebbe totalmente
inibito l’idea di divulgarlo. [PDS, 510-12]

«Trattato della Negazione» di Raphael Baldaya

1. Il mondo è formato da due generi di forze: le forze che


affermano e le forze che negano.
2. Le forze che affermano sono le forze creatrici del mondo,
emanate per gradi successivi dall’Unico, centro
dell’Affermazione.
3. Le forze che negano emanano dall’aldilà dell’Unico.
4. L’Unico, di cui Dio, il Dio Creatore delle cose, è solo una
manifestazione, è un’Illusione. La creazione è parvenza e
illusione. Così come è certo che la Materia è un’Illusione per il
Pensiero; il Pensiero è un’Illusione per l’Intuizione; l’Intuizione
un’Illusione per l’Idea Pura; l’Idea Pura un’Illusione per
l’Essere. E l’Essere è per essenza Illusione e Falsità. Dio è la
Menzogna Suprema.
5. Le forze che negano sono quelle che hanno origine al di là
dell’Unico. Al di fuori dell’Unico, per la nostra Intelligenza non
c’è niente. Ma com’è possibile pensare che l’Unico non esista,
com’è possibile negarlo? Egli non è l’Unico, il Supremo, il
realmente Supremo (qui i termini mancano)? Poterlo negare
significa negarlo; negarlo significa che Egli non è.
6. La negazione suprema è quello che noi chiamiamo il Non-
Essere. Il Non-Essere non è pensabile, perché pensare il Non-
Essere è non pensare. E tuttavia, visto che usiamo il termine
Non-Essere, esso è in qualche modo pensabile. Dal momento in
cui è pensato, diventa Essere. Così l’Essere sorge in
opposizione al Non-Essere. È il Non-Essere a precederlo, per
parlare un linguaggio comprensibile.
7. La Materia, che è la maggiore delle negazioni dell’Essere,
è lo stato che, proprio per questo, è più vicino al Non-Essere.
La Materia è la minore delle Illusioni, la più debole delle
menzogne. Di qui, la sua Evidenza. A mano a mano che l’Essere
si manifesta, si nega; a mano a mano che si nega, crea il Non-
Essere. Poiché il Non-Essere è anteriore all’Essere, questa
negazione che l’Essere fa di se stesso è una creazione, se si può
dir così.
8. Dobbiamo essere creatori di Negazione, negatori della
spiritualità, costruttori di materia. La Materia è Apparenza;
l’Apparenza è al tempo stesso Essere e Non-Essere. (Se
l’Apparenza non è Essere, è Non-Essere. Se è Non-Essere, non
è Apparenza. Per essere Apparenza, essa deve allora essere
Essere).
9. La negazione consiste nell’aiutare il Manifestato a
manifestarsi sempre di più, fino a dissolversi in Non-Essere.
10. Ci sono due princìpi in lotta: il principio di Affermazione,
di Spiritualità, di Misticismo, che è quello Cristiano (per noi
oggi), e il principio di Negazione, di Materialità, di Chiarezza,
che è quello Pagano. Lucifero, colui che porta la Luce, è il
simbolo nominale dello Spirito che Nega. La rivolta degli angeli
ha creato la Materia, il ritorno al Non-Essere, la liberazione
dall’Affermazione.
11. Tutti i mondi che i teosofi affermano esistere, esistono
davvero. Ma essi si trovano nell’Illusione, che, per il fatto
stesso di esistere, è la Realtà. Dio, infatti, esiste rispetto a se
stesso; ma Dio è in errore. Così come qualcuno di noi pensa di
esistere, e rispetto a Dio non esiste se non in quanto sua parte,
e questo è, in assoluto, non-esistere; allo stesso modo Dio
pensa di esistere, e non esiste. Lo stesso Essere è soltanto il
Non-Essere del Non-Essere, l’affermazione, mortale, della Vita.
[TF, I, 42-44]
III. LA TRADIZIONE OCCULTA DELLA GNOSI: I TEMPLARI, I
ROSACROCE, LA MASSONERIA

[L’eresia gnostica]

Così abbiamo visto come il cristianesimo abbia amalgamato


elementi che l’analisi riconduce a cinque, ma che
originariamente sono tre: il monoteismo giudaico, il misticismo
neoplatonico e il paganesimo della decadenza romana. Nel
conflitto con il giudaismo, il cristismo più rigidamente giudaico
è rifluito verso l’origine ed è sparito. Nel conflitto con il
paganesimo, quest’ultimo, quando non si è integrato con il
cristismo, è completamente scomparso. Nel conflitto con il
misticismo neoplatonico è però accaduta un’altra cosa. Tale
misticismo ha prodotto, entrando in conflitto antisincretico con
il cristismo, la celebre eresia della Gnosi. Eresia che non è mai
scomparsa: oppressa, osteggiata dall’esterno, questa setta di
occultisti diventò segreta, scomparve dalla storia manifesta, ma
non dalla vita. Non è impossibile incontrare, qua e là, chiare
tracce del suo segreto permanere. E tale permanere mostra
aspetti di conflitto con il cristismo ufficiale e soprattutto con
quello cattolico. Accanto al cristismo ufficiale, con i suoi vari
misticismi e ascetismi e le sue diverse magie, vediamo
emergere in superficie, episodicamente, una corrente che data
senza dubbio dalla Gnosi (cioè dalla fusione della Cabbala
giudaica con il neoplatonismo) e che ora ci appare sotto le
spoglie dei cavalieri di Malta o dei Templari, ora, dopo essere
scomparsa, torna a rinascere con i Rosacroce, per manifestarsi
pienamente, infine, con la Massoneria. I massoni sono gli ultimi
discendenti – ma di una tradizione mai interrotta – degli spiriti
esoterici che costituivano la Gnosi. Le formule e i riti massonici
sono palesemente giudaici; il sostrato occulto di questi riti è
palesemente gnostico. La Massoneria è derivata da un ramo dei
Rosacroce.
Sembrerebbe assurdo citare questa corrente minore del
cristismo se la sua importanza nella storia non fosse, malgrado
il suo carattere occulto, enorme. Essa incise fortemente sul
Rinascimento e sulla Riforma; ed è anche riconosciuta una sua
influenza sulla Rivoluzione francese. La natura dell’argomento
ha impedito, com’è ovvio, che se ne facessero studi
approfonditi. Ma ciò che traspare dagli interstizi della storia
non lascia dubbi in proposito. Il moderno rifiorire dei sistemi
occultisti, che si nota soprattutto per l’importazione nei paesi
anglosassoni del cosiddetto buddhismo esoterico – orribile
amalgama di superstizioni primitive, di umanitarismo
decadente e di confuso gnosticismo – ha portato di nuovo alla
superficie quanto rimaneva in Europa della tradizione occulta
della Gnosi. [OPP, III, 430-31]


Nella misura in cui Cristo è, non un dio o un semidio
giudaico, ma il Logos astratto degli gnostici, fulcro intellettuale
per il quale passa l’emanazione divina – il cristianesimo è
legittimo in quanto completamento, proseguimento e
approfondimento del paganesimo. È a tal punto un
proseguimento del paganesimo da non entrare in conflitto con
esso. Erano pagani i filosofi neoplatonici della scuola di
Alessandria.
Se gli gnostici sono antipagani è perché rappresentano già
l’assimilazione, da parte del cristianesimo, del neopaganesimo
alessandrino; rappresentano, più esattamente, il
trascendentalismo che si oppone al materialismo in cui era
caduto il paganesimo decadente. [TF, I, 107-108]

Paganesimo Superiore
Teorie del Paganesimo

Cristo è la rappresentazione simbolica, umanizzata, del


processo, che il paganesimo non racconta o non sa raccontare,
per il quale la Realtà è passata dal Caos e dalla Notte (Destino)
agli Dei. Tra l’Informe, rappresentato dal duplice mistero della
Notte e del Caos, e il Formato, che ha inizio con il primo dio,
c’è un abisso causale la cui natura il sistema pagano taceva di
proposito. Nei Misteri, forse, non la si teneva nascosta; lì
venivano insegnate quelle dottrine che, derivando da una verità
anteriore agli dèi, non potevano essere rivelate nella forma
esteriore che, per natura, si confà al mondo esteriore
governato dagli dèi.
Fra gli dèi e Cristo c’è una differenza. Gli dèi sono reali e di
carne, fatti di una propria carne; esistono come noi, ma a un
livello superiore; agiscono come noi, ma in modo compiuto;
nascono come noi, ma non hanno tramonto (né crepuscolo) né
imperfezione.
Cristo invece non esiste se non simbolicamente; è, nella
sostanza, simbolico. Gli dèi non sono di per sé miti, lo sono
semmai nella nostra indecisione. Cristo invece è nella sua
stessa realtà un mito; ed è reale nella misura in cui è mitico. È
solo simbolo, ma simbolo di se stesso. È puro sogno, che niente
ha proiettato.
Così, il processo mentale tramite cui si comprende Cristo non
è proprio dell’essere umano. Gli stessi dèi, che sono quelli che
più ci somigliano, non lo comprendono. Gli dèi sono fatti della
nostra carne e del nostro spirito, ma perfetti; li possiamo amare
o comprendere, ma non li possiamo né seguire né imitare.
Cristo, il Logos, non può essere compreso; appartiene a
un’altra realtà, il cui modo di essere reale non coincide
nemmeno col più astratto concetto della parola realtà che noi
possiamo concepire.
Cristo è l’intermediario assoluto, cosa assurda; il Verbo che
non è pronunciato, cosa impossibile.
La ragione si innalza solo fino agli dèi, perché gli dèi sono
razionali; ma non raggiunge il Logos, perché lì non c’è ragione.
Ciò che aleggia al di sopra del Logos è Legge, Destino, dal
punto di vista degli uomini e degli dèi, la cui razza, come disse
Pindaro, è una sola; dal punto di vista di Cristo è un’altra cosa,
ma che non possiamo né raggiungere né, se anche la
raggiungessimo, comprendere; e tuttavia «cosa» che, pur con
falso espediente, possiamo chiamare in questo modo.
Tanto il Cristianesimo quanto il Buddhismo sono crimini
contro l’umanità, perché sono crimini contro le leggi divine.
Sono tentativi, fra tutti i più sacrileghi, di rivelare l’irrivelabile;
di rendere pubblico ciò che per natura, una volta reso pubblico,
non è più quello che è.
È come un gioiello o un fiore, il cui meraviglioso colore
potesse esistere solo di notte, scomparendo al sopraggiungere
di quella luce che pure potrebbe renderlo visibile.
Non si può volgarizzare il mistero, perché, così come il
segreto, una volta rivelato, non è più tale e perde la virtù
mistica di segreto, allo stesso modo i misteri, una volta rivelati,
non sono davvero rivelati. Ha detto bene Tertulliano: rivelarli
significa distruggerli.
Quando si legge, in libri come quelli dei Rosacroce, che il
sentimento è più veritiero della ragione, la maggior parte dei
lettori immagina che si tratti del sentimento che proviamo in
quanto uomini. Ma non è questo il sentimento di cui parlano gli
Encobertos. Si tratta di un’altra forma di coscienza, che non
esiste, neppure abbozzata, nell’anima umana; di cui niente in
noi può rendere l’idea o fingere di essere l’ombra. Il mistero di
Cristo non può essere rivelato perché nell’anima umana non vi
sono facoltà per comprendere questa rivelazione.
L’«intuizione» di cui parlano i mistici è un termine usato
soltanto per indicare un processo di comprensione che non è
l’intelligenza. Ma non siamo dotati di nessuna facoltà che possa
chiamarsi intuizione. La parola è negativa, anche se sembra
positiva. Essa può derivare sia da intus, «dentro», e significare
«comprensione venuta dall’interno», sia da in-tuitio, il non
vedere, il non proteggere. Tanto sottile, ambiguo, può essere a
volte il significato delle parole!
Ciascuno di noi possiede, nel proprio intimo, nel silenzio di
essere un essere, una personalità ineffabile, che nessuna
parola può rendere, nessun gesto interpretare, e che lo
sguardo più espressivo non spiega, il gesto più comprensivo
non contiene. Per via di questa personalità extra-sociale e
perfino extra-umana, ognuno è un eterno isolato, eternamente
crocefisso al suo non-essere-gli-altri. L’intima essenza del
sentire consiste nel non potersi esprimere se non in sé e solo
per sé, all’interno del proprio essere individuo. È soltanto
quando raggiunge l’intelligenza che il sentimento si esprime.
La sostanza del sentimento è non esprimersi. Ogni gesto
presuppone la rappresentazione mentale del gesto, per quanto
sommaria, oscura e subconscia – e la «rappresentazione
mentale» è un’idea, cioè un fenomeno di quella parte di noi che
chiamiamo Intelligenza.
Sentire è esistere irrimediabilmente soli. Pensare è esistere
con gli dèi e con la sostanza visibile e armonica del mondo.
Agire è esistere con gli uomini e con il creato.
Agire ha come manifestazione il gesto, tanto il gesto in sé
quanto la parola o l’«atto». Pensare ha come manifestazione
(...)
La Bibbia, trattato di alchimia, è, come tutti i trattati di
alchimia, un’opera scritta in cifra trascendentale. [RC, 61-63]

[Il segreto dei Templari]

Poiché oggi viviamo in quell’impero, il quarto, il cui simbolo


incarnato ed esemplare – pur essendo l’Inghilterra il massimo
protagonista di questo impero – è ancora Jacques de Molay,
dobbiamo ricercare gli strumenti per capire questa società
dove viviamo (in cui viviamo) nella storia dell’Ordine del
Tempio, e soprattutto della sua caduta esterna.
Nel Cristianesimo, quale si costituì alla fine nelle ombre della
Storia, c’erano due elementi distinti, che solo un legame
invisibile collegava. Lo stesso accadeva nelle religioni
precedenti, come quella greca, in cui, oltre ai rituali manifesti
e, per così dire, civili, c’era il mondo sotterraneo dei Misteri.
Questa duplice struttura del culto religioso si è riflessa anche
nel Cristianesimo. Dal momento in cui acquisì completezza
mistica, il Cristianesimo si modellò a due facce, una rivolta alla
Luce, che è la menzogna, l’altra rivolta all’Ombra, che è la
verità. Dalla prima ebbero origine, in seguito a varie
circostanze storiche, le tre Chiese cristiane: quella di Roma,
quella cosiddetta Ortodossa, e quella, frammentaria e
scoordinata, che sinteticamente definiamo Protestante. Dalla
seconda faccia ebbe origine un’unica Chiesa, la Chiesa
Gnostica, detentrice delle chiavi dei misteri più nascosti; quella
che si sarebbe poi chiamata, nel linguaggio dei Rosacroce,
Chiesa Mistica.
Per circostanze che non si possono riferire – o perché
sconosciute, o perché, se conosciute, destinate per loro natura
a rimanere occulte – nella sfera visibile della Chiesa di Roma si
formò con fini mistici e segreti un ordine che venne chiamato
Ordine Militare del Tempio di Salomone. I suoi servi, iniziati e
non, sono quelli che designiamo per brevità come Templari. A
questo Ordine Mistico furono affidati i segreti e la tradizione
della Chiesa Gnostica. Solo la Notte sa come vennero
trasmessi. Alcuni affermano che in origine l’Ordine non li
possedesse, ma li avesse acquisiti per trasmissione esterna solo
quando era venuto a contatto con l’Oriente durante le Crociate;
altri sostengono che li possedesse fin dall’inizio, perché era
stato fondato proprio per questi, e che non ci fosse bisogno di
andare in Oriente quando l’Oriente poteva venire da noi
(quando era già venuto da noi).
L’Ordine del Tempio manifestava la sua vera natura in tre
simboli esteriori – ce n’erano altri non visibili. Questi simboli
erano i colori nero e bianco dello stendardo o balsa; la croce
rossa che portavano secondo l’uso dei sacerdoti sulla spalla
sinistra; e l’emblema dell’Ordine: un cavallo montato non da
uno, ma da due cavalieri. I colori nero e bianco rappresentano,
in modo diverso, le due colonne dell’Atrio del Tempio di
Salomone, in mezzo alle quali si deve passare per raggiungere
il Chiostro dei Misteri. Essi sono (come le colonne, nell’altra
immagine) l’emblema della tradizione gnostica e del possesso
dei segreti. La Croce Rossa, che rappresenta, nell’essere croce,
la divinità trionfante, e, nell’essere rossa, l’umanità
martirizzata di Cristo, è usata come simbolo generale
dell’Ordine, perché cristiana nel più ampio e alto dei significati.
Viene però applicata sulla spalla sinistra, secondo l’uso
sacerdotale, con uno scopo particolare: il Lato Sinistro è quello
della manifestazione e della menzogna, e questo impiego della
Croce Rossa sta a significare che il Cristianesimo di cui
l’Ordine fa mostra non è il Cristianesimo che pratica realmente.
I due cavalieri in sella al medesimo cavallo non indicano, come
ingenuamente si è pensato (si è interpretato), la povertà
dell’Ordine che non avrebbe avuto abbastanza cavalli per i suoi
cavalieri. Significa qualcosa di ben diverso: la doppia struttura
dell’Ordine, il fatto che esso aveva un aspetto militare e uno
sacerdotale, in altre parole un aspetto essoterico e uno
esoterico, un aspetto esterno e uno interno. Il primo era in
rapporto con la Chiesa di Roma e a questa subordinato e
obbediente, il secondo non doveva o non poteva dovere
obbedienza a nessun essere sulla terra. [RC, 75-77]


Nelle dottrine segrete dei Templari si trovano i quattro
segreti, che sarebbero poi passati alla Massoneria e a tutti gli
altri Ordini. Il primo, racchiuso nei colori bianco e nero dello
stendardo e nei segni zodiacali della Vergine e dello Scorpione,
è chiamato Segreto del Grado di Maestro (in riferimento al
Maestro del Tempio). Il secondo, racchiuso nella Croce Rossa, è
quello dell’Incarnazione di Cristo, ed è la chiave non solo di
tutta la religione cristiana, ma anche della sua vera origine
storica, che si cela dietro alle allegorie evangeliche. Il terzo,
racchiuso nella collocazione della Croce sulla spalla sinistra, è
la chiave dell’Ordine e quindi di tutti gli Ordini. Il quarto,
racchiuso nei tre gradi da cui l’Ordine è formato, è la chiave
del Governo Segreto del Mondo, ed è anche conosciuto come
Segreto della Cavalleria. [OPP, III, 529-30]


Il supplizio fisico di Jacques de Molay, capace soltanto di
produrre effetti bassamente materiali, scatenò sulla Chiesa le
forze magiche che questa azione materiale non era in grado di
dominare, poiché era servita solo a scatenarle. E la cosa
peggiore fu che l’immolazione avvenisse tramite il Fuoco, cioè
l’Elemento dell’Ordine. Così, parlando in modo un po’ oscuro,
egli, che era Adepto Exemptus, invece di passare a Maestro del
Tempio, fu elevato a Mago e, abilitato a pronunciare la Parola
dell’Era, lo fece come Fratello Nero e contro la Chiesa. Tutta la
civiltà moderna, dalla Riforma ai giorni nostri, nel suo aspetto
di opposizione e di corruzione nei confronti della Chiesa e dei
suoi princìpi, è la vendetta incarnata di Jacques de Molay. Il
rogo sul quale venne bruciato il Gran Maestro dei Templari è
stata la fiamma che ha scatenato l’incendio in cui tutti oggi
ardiamo.
In un punto, però, la vendetta di Molay, operando per vie
inferiori, cadde nello stesso errore che avevano compiuto i suoi
carnefici. Fu quando D. Sebastião, A[depto] E[xemptus], venne
fatto cadere ad Alcàcer-Quibir. Cadde di spada, cioè di Terra, e
fu un errore analogo a quello di far cadere Molay di Fuoco,
perché di uguale natura. Nello stesso modo l’Adepto Exemptus
venne elevato a Mago, bruciando il grado intermedio, e
pronunciò a tempo debito la Parola dell’Era seguente. [FH, 43]


Distrutto come Ordine Esterno in tutta la cosiddetta
cristianità, l’Ordine del Tempio non fu però distrutto
internamente. E non lo fu del tutto nemmeno esternamente.
Venne camuffato in Scozia, e da D. Dinis in Portogallo.
Quest’ultimo trasformò l’Ordine Esterno in Ordine di Cristo; e
sotto queste spoglie è sopravvissuto integro, così com’è ancora
oggi, l’Ordine Interno del Tempio. La Chiesa Romana, che è un
Ordine Esterno, non ha avuto e non ha potere su ciò che
riguarda lo Spirito.
Al centro della Croce Rossa dell’Ordine di Cristo si è aperto
uno spazio bianco, sempre a forma di croce, che indica, in
quanto spazio, che al di là c’è qualcosa; in quanto bianco,
l’innocenza crocefissa dei Templari [...]
Quanto al resto d’Europa, in Germania la riorganizzazione
ebbe luogo un poco più tardi e prese la forma, a un tempo
interna ed esterna, della Confraternita dei Rosacroce.
Era intento segreto dei Templari trasformare la Chiesa di
Roma in Chiesa Cattolica, operando dall’interno. Con la
distruzione esterna dell’Ordine del Tempio svanì la possibilità
di farlo.
Si noti come, nelle sue nozze chimiche, Christian Rosencreutz
porti sulla spalla sinistra la Croce Rossa. [RC, 77-78]

[L’Ordine di Cristo]

L’Ordine di Cristo non ha gradi, tempio, rito, insegne o


lasciapassare. Non ha bisogno di riunirsi, e i suoi cavalieri, se
così li vogliamo chiamare, si conoscono senza sapere nulla
l’uno dell’altro, si parlano senza servirsi di ciò che
propriamente si chiama linguaggio. Quando si è scudieri
dell’Ordine, non vi si è ancora entrati; quando si è maestri, non
gli si appartiene già più. Con queste parole oscure è detto
quanto basta a chi capisce, che lo voglia o lo sappia, ciò che è
l’Ordine di Cristo, il più sublime del mondo.
Non si entra nell’Ordine di Cristo con nessuna iniziazione o,
almeno, nessuna iniziazione che si possa esprimere a parole.
Non vi si accede per volere o per chiamata; in questo esso è
conforme al motto dei maestri: «Quando il discepolo è pronto, è
pronto anche il maestro». Ed è nella parola «pronto» che
risiede il significato variabile, a seconda degli ordini e delle
regole.
Fedele alla sua obbedienza – se si può parlare così di
qualcosa in cui non si deve obbedire –, fedele alla Confraternita
di cui è figlio e padre, l’Ordine ha in sé la perfetta regola di
Libertà, Uguaglianza e Fraternità. I suoi cavalieri –
continuiamo a chiamarli così – non dipendono da nessuno, non
devono obbedienza a nessuno, non hanno bisogno di nessuno,
nemmeno della Confraternita da cui dipendono, cui
obbediscono e di cui hanno bisogno. Essi sono perfettamente
uguali l’uno all’altro in ciò che li rende cavalieri; tra loro
scompaiono tutte le differenze che esistono fra le cose del
mondo. I cavalieri sono legati gli uni agli altri dall’unico vincolo
di essere tali, e quindi sono fratelli, e non soci né associati.
Sono fratelli, diciamo, perché tali sono nati. Nell’Ordine di
Cristo non c’è giuramento, né obbligo.
Pur essendo molto simile alla Confraternita in cui respira,
poiché secondo la Regola «ciò che sta in basso è come ciò che
sta in alto», l’Ordine tuttavia non vi si identifica; è ancora un
ordine, anche se un Ordine Fraterno, mentre la Confraternita
non lo è. [FH, 47]

[Il mistero dei Rosacroce]

Sull’identità fra esoterismo rosacrociano e Gnosi non possono


esserci dubbi.
Nei libri dei Rosacroce troviamo tutte le affermazioni
contenute nel neoplatonismo cristiano, sia quelle mistiche sia
quelle politiche. I libri rappresentativi dell’esoterismo
rosacrociano, accanto al suo misticismo simbolista – fusione
dell’emanazionismo neoplatonico con la Cabbala giudaica –
presentano tracce assai evidenti di utopismo politico. Nelle
utopie rosacrociane, pervase da un anelito di pace, compare
anche uno spirito di fraternità egualitaria.
È da un illuminato, Louis-Claude de Saint-Martin, che deriva
la triade dell’utopismo attivo moderno: la «libertà, uguaglianza,
fraternità» dei rivoluzionari francesi.
La Rivoluzione francese (con il suo seguito di calamità, che
colpirono anche il Cristianesimo) è la vendetta della Gnosi.
Rinasce, sotto altra forma e separatamente, l’antico scisma
cristista fra gnostici e semplici cristiani. Rinasce poiché i
princìpi della Gnosi tripartita si sono trasferiti, per l’aspetto
mistico, nella moltitudine di società e di correnti occultiste del
nostro tempo, e, per l’aspetto egualitario ed essenico, nella
teoria e nell’infelice pratica della democrazia moderna. Così,
riaffiorando alla superficie della storia, la Gnosi, sostrato
mistico del Cristianesimo, rinasce moribonda; moribonda
perché scissa.
In ogni sua parte e in ogni sua forma, il Cristianesimo si
divide e si frammenta; in una parola, si deteriora. [RC, 49]


Non possono esserci molti dubbi sul fatto che il nome
C[hristian] R[osencreutz] sia simbolico, ed essendo il nome del
presunto fondatore di un Ordine è probabile che determini in
se stesso la natura dell’Ordine. Può quindi significare due cose:
un Rosacrocianesimo cristiano, o un Cristianesimo
rosacrociano. Dato però che il simbolo della Croce, e in
particolare della Croce Rosa (o Rossa), è per natura cristiano, è
più probabile che il vero significato del nome sia il secondo. Un
Cristianesimo rosacrociano indicherebbe un Cristianesimo
diverso dai tipi generalmente ammessi. Che il
Rosacrocianesimo sia non-romano, se non addirittura anti-
romano, appare chiaro da testi espliciti come la Confessio, che
è dichiaratamente antipapale. Che il Rosacrocianesimo non sia
propriamente «protestante» è meno evidente, ma non difficile
da intuire dal tono non-protestante dell’insieme dei testi e del
loro complesso simbolismo.
Bisogna poi tener presente che la Croce Rosa (o Rossa) era la
Croce Templare, e che nelle Nozze chimiche, C[hristian]
R[osencreutz] porta questa Croce sulla spalla sinistra, proprio
come i Templari (i Templari Sacerdoti). Sembra allora che il
Cristianesimo rosacrociano equivalga a un probabile
Cristianesimo templare, la cui natura sarà interessante
investigare in seguito, una volta che ne sia stata accertata
l’esistenza.
C’è, è vero, la tesi avanzata da Castells, secondo cui la Croce
rosacrociana era il Tau e non il Calvario, o anche la Croce
Cosmica – un’ipotesi, questa, che non nasce però dai simboli in
se stessi.
La teoria di Castells è che il Rosacrocianesimo è una
derivazione della Cabbala, una sua cristianizzazione; in altre
parole, l’Ordine rosacrociano sarebbe un aspetto particolare
dell’Ordine dei Cabbalisti – interpretazione avanzata per la
prima volta in pubblico da (...) nel libro intitolato L’Ordine della
Cabbala (...) Ma poiché elementi di uguale, se non maggiore
valore di evidenza tendono a mettere in rapporto i Rosacroce
con i Templari, sorge il problema di come i Templari siano
connessi ai Cabbalisti, ammesso che in qualche modo lo siano. I
Rosacroce in verità possono derivare da entrambi: dai
Templari, come una specie di Cavalleria Cristiana trasformata
in Ordine Interno; dai Cabbalisti, nell’espressione del loro
peculiare Cristianesimo attraverso il Cabbalismo. Allo stesso
modo, sebbene la Franco-Massoneria derivi palesemente, e
certo in qualche misura direttamente, dalle Logge Operative,
essa ha adattato agli elementi e ai simboli, operativi elementi e
simboli di altra origine, fra cui il Cabbalismo. [RC, 88-89]


Dalla Legge di Natura, rappresentata da Hiram, si passa alla
Legge Umana, rappresentata da Christian Rosencreutz, e in
seguito alla Legge di Dio, rappresentata da Gesù. L’elevazione
rituale del candidato segna il primo passaggio, essendo l’istinto
la parola che egli ha perduto. L’apertura della tomba di
Christian Rosencreutz segna il secondo passaggio; con la
visione del libro T, che il Secondo Maestro stringe al petto, si
trova finalmente l’intuizione, ossia la parola nel suo stato
umano, poiché l’intuizione è l’istinto dell’intelligenza, il
matrimonio dei due nelle «nozze chimiche» di cui si sono
descritti altrove, in linguaggio simbolico, i gradi, o gradini,
magici. La scoperta, senza ricerca né difficoltà, della tomba di
Gesù, aperta e vuota, segna il passaggio finale, il matrimonio
divino, quello dell’intuizione con la profondità stessa
dell’anima, l’unione con Cristo.
Nel primo grado di questa vera iniziazione, il candidato ha
come compito quello di sopprimere (in sé) i tre assassini del
Maestro, i tre elementi che si oppongono (in lui) alla Legge di
Natura: il desiderio del superfluo, la fede nella scienza e
l’impulso a dominare (la volontà di potenza di Nietzsche); o, più
semplicemente, l’ambizione, l’orgoglio e la vanità. Ciò, del
resto, gli è già oscuramente prefigurato all’esordio stesso della
sua vita iniziatica, quando viene spogliato dei metalli. Viene
spogliato, tecnicamente, del ferro (armi), dell’argento (il
denaro che compra) e dell’oro (il denaro che abbaglia), metalli
governati rispettivamente da Marte, dalla Luna e dal Sole, che
designano l’ambizione, la vanità e l’orgoglio. Quando
nell’anima dell’aspirante i tre assassini sono morti; egli è
pronto per procedere.
Nel secondo grado di questa ascensione a Dio, la missione del
candidato consiste nel ritrovare la Parola. A tal fine è
necessario che compia tre azioni: scoprire dove si trova la
cripta mortuaria di Christian Rosencreutz, aprirla, aprire il
tumulo e là vedere il Maestro Perfetto, che conserva la Parola
sul suo cuore – quel Liber T (Templi) che completa e insieme si
oppone al Liber M (Mundi). In primo luogo egli deve sapere che
in lui esiste una cripta dove alberga la sua anima superiore,
morta in questo mondo. È necessario, poi, che la scopra. Deve
essere quindi capace di aprirla e poi di guardare bene ciò che
gli appare. Infine deve saper aprire il tumulo del Maestro per
vederlo nella maestà della sua morte vivente, incorruttibile.
Questi sono i cinque punti perfetti del magistero, [le cinque
punte della stella magica, i cinque petali della rosa crocefissa].
Attraverso di essi egli è sollevato da questa vita, che altro non è
se non una morte figurata.
L’uomo non era destinato a essere ciò che è: è divenuto tale
solo in seguito alla Caduta. Ritrovare la Parola significa
ritrovare l’autentica Legge Umana, l’Adamo primitivo e
androgino, fatto a immagine di Elōhīm. Realizzare dentro di sé
l’unione dei due princìpi: ecco la Legge Umana ritrovata, la
vera creazione della pietra filosofale.
Hiram è l’Uomo che dovrebbe essere e la sua Parola era
questo destino che è andato perso. Potremo ritrovare la Parola,
ma non Hiram. Egli è morto davvero e in ciò consiste il peccato
originale; noi potremo disfarcene soltanto rigenerandoci, cioè
nascendo di nuovo. Questo è il significato del termine
«neofita». [PPC, 96-97]


È probabile che la Confraternita dei Rosacroce fosse
realmente un sodalizio a tre livelli: in cima, nella segretezza, e
forse in comunicazione con il livello intermedio grazie a un
metodo né tangibile né visibile, i Capi Segreti o Superiori
Incogniti, il Circolo interiore in più di un senso; poi, come
secondo circolo, i divulgatori, sotto influenza o ispirazione
segreta, degli strani testi e documenti tramite cui veniva
diffusa per l’Europa la voce della Confraternita; infine coloro
che, come Fludd, almeno nel suo primo apprendistato, avevano
studiato i documenti e ne avevano raccolto l’insegnamento e
l’appello a studiarne altri, divenendo così i filosofi (invece che
gli ispiratori o i «poeti») del movimento, il suo Circolo Esterno.
Più tardi, quando il movimento dei Rosacroce si costituì in
Ordine, la triplice partizione originaria si rispecchiò in esso in
modo sia naturale sia artificiale, giacché, in fin dei conti, la
distinzione dei gradi e la definizione dei rituali sono artifici. È
curioso osservare le denominazioni dei gradi nei tre livelli
dell’Ordine, a partire da quella di Filosofo, in cui culmina
l’Apprendistato Inferiore, per passare a quella di Adepto,
comune ai tre Gradi Intermedi, fino a gradi tanto trascendenti
come quelli di Maestro del Tempio o Mago, oppure il grado
inattingibile che si colloca al di là di essi.
La stessa qualifica di Filosofo, la più alta dell’Apprendistato
Inferiore, richiama in parte il significato di quanto si è appena
detto riguardo al carattere del Ramo inferiore naturale della
Confraternita. Il Filosofo (attraverso la Cripta o subgrado) si
eleva per entrare in contatto con i Superiori Incogniti, ed è
allora che diventa Adepto, come i fondatori umani della
Confraternita dei Rosacroce, o come Fludd nell’ultimo periodo,
quando divenne simile a loro. [RC, 109-10]


Ogni uomo che debba aprirsi una via verso l’Alto incontrerà
di continuo ostacoli incomprensibili. Se fosse soltanto per gli
ostacoli che si frappongono al cammino e che spronano, per il
pericolo o per la resistenza immediata, andrebbe tutto bene e
gli ostacoli stessi sarebbero uno stimolo a procedere. Ma egli
ne troverà altri: gli ostacoli subdoli, che fanno male e piegano;
gli ostacoli suadenti, che stordiscono e ammaliano; gli ostacoli
affettivi, che, come accadde a Orfeo, lo indurranno a voltarsi
verso l’Averno proibito. Lo attornieranno non solo impedimenti
duri, come quelli eretti a ostacolo dalle rocce, ma anche
impedimenti morbidi, come il ricordo delle valli o delle case ai
piedi dei monti. E il trionfo consiste nella capacità di
sottomettere all’emozione superiore queste forze d’attrazione,
pur sapendole sentire intensamente (perché non saperle
sentire è non avere l’anima per l’ascesa); pur sapendo
organizzare le volontà dell’amore e della terra, saperle anche
sottomettere alla volontà dello spirito del mondo. Questo
percorso vittorioso è rappresentato dagli emblematisti nel
simbolo della Crocefissione della Rosa, ossia nel sacrificio
dell’emozione del mondo (la Rosa, che è il circolo in fiore) nelle
linee incrociate della volontà fondamentale e dell’emozione
fondamentale, che costituiscono il sostrato del Mondo, non
come Realtà (il Circolo), ma come prodotto dello spirito (la
Croce). [OPP, III, 460-61]


Una causa infinita produrrà necessariamente un effetto
infinito. Ma poiché l’effetto si contrappone alla causa, sarà
infinito in un modo diverso.
Il nostro universo, tuttavia, ci viene dato come finito e
soggetto al tempo, poiché se lo vedessimo infinito ed eterno, in
realtà non lo potremmo vedere. Il mondo esterno, d’altra parte,
poiché è il nostro e ci viviamo, non può essere effetto di una
Causa Infinita, ma soltanto di una delle sue manifestazioni o
creazioni finite. Abbiamo, dunque, che una Causa Infinita è
creatrice della Realtà, anch’essa infinita, e che una Causa
Finita è creatrice dell’Universo. Il Creatore del Mondo non è il
Creatore della Realtà: in altre parole, non è il Dio ineffabile, ma
un Dio-Uomo o un Uomo-Dio, simile a noi, ma superiore.
Gradazione infinita degli esseri...
L’universo non può essere infinito, perché infinita è solo
l’infinità. L’universo non può essere eterno, perché eterna è
solo l’eternità.
Né possono esserci spazio infinito e tempo infinito, perché
non possono esserci due infiniti. Spazio e tempo sono due
attributi o manifestazioni dell’infinito, che essi simulano senza
esserlo. Ci appaiono infiniti, sembra che lo siano, ma sono
soltanto indefiniti. (Le due Colonne dell’Atrio). Nel tempo e
nello spazio si dà la Materia; solo nel tempo, l’Anima;
nell’infinito puro, Dio.
Questo Infinito, però, è solo Dio Manifesto – non manifesto
come mondi se non come Dio. Al di là, veramente Supremo, c’è
Dio Immanifesto – l’assenza persino dell’Infinito. Tutto ciò
viene rappresentato così: Dio Manifesto con un Circolo, Dio
Immanifesto con un punto al centro del Circolo, che, nelle
rappresentazioni astrologiche, è il simbolo del sole, il quale è
l’ombra di Dio.
La duplice essenza, maschile e femminile, di Dio – la Croce. Il
mondo generato – la Rosa, crocefissa in Dio.
La creazione non è un’emanazione, ma più propriamente una
limitazione, un’autonegazione di Dio.
Più esatto sarà dire che l’universo è la negazione di Dio, o la
morte di Dio. Ma poiché la negazione o morte di Dio è
necessariamente divina, l’universo contiene un elemento divino
che [è?] la Legge, elemento assente, per così dire, in astratto.
L’unico miracolo che Dio ha compiuto è l’universo.
Alla Legge, Fatum, elemento astratto di Dio e per il quale Egli
è manifesto nel mondo in modo incorporeo, si oppone Cristo,
che è il desiderio di Ritorno a Dio, o desiderio di Libertà, ossia
affrancamento dal Fatum. [OPP, III, 45758]


I due rami (apparentemente) più importanti della propaganda
dell’occulto, il Buddhismo Esoterico e i Rosacroce, si sono
consacrati a preparare il mondo, ciascuno nella propria sfera di
azione, in vista della costituzione di una Nuova Gerusalemme, o
vera Chiesa Cattolica. E, poiché operavano in regioni diverse e
con seguaci di varie religioni, adattavano la propaganda
dell’occulto agli orientamenti e alle credenze di costoro.
Essendo, poi, una loro dottrina fondamentale, come di tutti i
rami dell’occultismo, il Secondo Avvento di Cristo e la
Fondazione, con Lui, della vera Chiesa Cattolica, preparavano
in modi diversi la condizione dell’anima – che solo oggi vien
definendosi – adatta ad accogliere tali eventi.
La Natura di Gesù Cristo è duplice, sia per gli occultisti sia
per i teologi cristiani. È divina e umana insieme. I teologi e i
credenti cristiani, gli uni e gli altri estranei alla comprensione
di questo punto, intendono tale duplice natura in modo diverso
dagli occultisti. Per questi ultimi Gesù Cristo è nello stesso
tempo un Adepto, come il Buddha o un altro Iniziato, e il Figlio
di Dio, o Logos, e, in quanto tale, al di sopra di qualsiasi grado
di Adepto. Come Adepto è Gesù, o Ieshu, e visse sulla terra
cento anni prima di quanto ritenga il mondo cristiano, se è
giusta, a parte il suo materialismo, l’interpretazione degli
ierologi radicali secondo la quale i miti cristiani si sono raccolti
intorno alla figura di quel Ieshu ben Pandera, che venne
impiccato e lapidato a Lydda alla vigilia di Pasqua, sotto il
regno di Alessandro Ianneo. In quanto Logos è Cristo e non
appartiene a questo mondo se non come Dio, che l’ha creato, e
del mondo è sostanza e ad esso appartiene. Gli Gnostici, che
erano occultisti, o perlomeno mistici superiori, lo videro in
questo modo, ma separarono le due nature per adorare
soltanto quella divina, necessariamente superiore, e non quella
umana, superiore tutt’al più solo per grado, e non per genere.
Ma gli Gnostici furono condannati per eresia e, come eretici,
respinti e distrutti, almeno in apparenza. Non fu comunque la
Chiesa a disperderli in questo modo, ma fu il Destino che rese
capace la Chiesa di agire così. L’idea che essi diffondevano non
apparteneva al loro tempo, né poteva essere utile agli scopi di
Coloro che guidano il mondo, nonostante questi sapessero bene
che era più vera di quella che sarebbe poi stata sviluppata e
diffusa fra le nazioni dalla Chiesa Cattolica.
I Buddhisti, per preparare una convergenza di tutti gli uomini
in vista del Secondo Avvento, ai propri seguaci presentarono
Gesù sempre come un Adepto, perché se lo avessero proposto
come Dio, o come Dio e Adepto insieme, non sarebbero stati né
compresi né accettati dalle popolazioni buddhiste. Avevano
bisogno che queste fossero preparate a provare un certo
rispetto per Gesù, e vi riuscirono proponendolo a un livello che
fosse compreso. Solo la Teosofia ha potuto alla fine proclamare
il Secondo Avvento, e malgrado ciò, com’è giusto che sia, non
insiste troppo sul secondo aspetto della Figura, quello
trascendente e divino.
I Rosacroce, dal canto loro, dovendo impartire, sebbene in
maniera velata, lo stesso insegnamento ad altre popolazioni,
presentarono Gesù in modo diverso. Si riferirono a costui come
Adepto in modo tanto indiretto da renderlo comprensibile solo
a chi potesse comprendere; al Cristo, al Figlio di Dio, fecero
unicamente qualche allusione, così che nulla, in quello che
dicevano, potesse offendere la fede cattolica o cristiana dei loro
lettori.
Del pari, nei loro scritti i Rosacroce non fecero alcun accenno
esplicito alla dottrina della reincarnazione, principio fisico di
tutto l’occultismo. Tale dottrina, sebbene di fatto contenuta nel
vero Cristianesimo, non è in esso impartita essotericamente.
Insegnarla avrebbe significato offendere le popolazioni
cristiane, sollevare l’odio delle Chiese cristiane, pregiudicare
quella preparazione che era lo scopo dei loro libri. [OPP, III,
459-60]


Per ragioni che non sappiamo e che forse non sapremo mai,
sul finire del sedicesimo secolo e gli inizi del successivo, i
Rosacroce furono oggetto di una delazione. Si verificò allora, e
fu proprio la delazione a esserne indizio, una corruzione di
parte dei minori della Confraternita, sempre che in essa ci
siano dei minori. Era cominciata l’azione dei Trecento.
Si creò quindi una specie di ombra della Confraternita, nera e
informe, e coloro che la costituivano cominciarono a
corromperne la dottrina segreta con i suoi usi e restrizioni. Fu
allora che comparvero Robert Fludd, divulgatore corrotto del
sistema occulto, Francesco Bacone, suo bieco minore, e altri
individui provenienti da varie nazioni, realmente o in
apparenza, che stabilirono le basi della Massoneria e ne
presero da quel momento segretamente possesso per dirigerla
ancora oggi.
Questo avvenimento invisibile, questa scissione nell’ombra, è
stato uno degli eventi più gravi che si siano verificati in seno
alla civiltà europea. I Rosacroce erano e sono cristiani, e la loro
dottrina (il nome stesso la svela e la nasconde) consiste (per
usare le loro parole) nel trasmutare il piombo dell’ebraismo e il
ferro del paganesimo nell’oro di Cristo. La corruzione del
sistema consistette, ad esempio, come è palese in Fludd e meno
esplicito in Bacone, nell’abolire la trasmutazione alchemica per
ritornare alla semplice Cabbala, che è appunto un inizio di
comprensione del mondo, e a quei princìpi orientali su cui la
Cabbala si fonda.
Lontani da tutto ciò, i Maestri della Dottrina Segreta
custodiscono le chiavi dei segreti intimi del mondo. E quello
che le loro ombre temono è quanto nell’azione dei Maestri non
potranno mai raggiungere: il dominio sulla formazione dei geni,
l’azione profonda e potente che incise su Shakespeare, su
Goethe, e inciderà su chi possa elevarsi, per nascita e per
influsso degli astri, alle vette dove poter essere raggiunti dalla
Grande Luce.
Perché i Trecento temono, sopra ogni cosa, il genio, il quale,
essendo di origine superiore – origine rappresentata in questo
mondo dall’incontro fortuito di qualità ereditarie, di educazione
personale, di ambienti sociali stimolanti –, è immune dalla loro
azione, che è temibile ma non suprema. I poteri magici dei
maligni dell’Occulto, pur essendo significativi non possono però
innalzarsi al livello di quelli dei Maestri della Dottrina Segreta
– al dominio interiore sulle anime grandi, alla capacità di
indurre coloro che nascono a nascere di nuovo. Delegati e
angeli, in certo modo, del Dio proprio del nostro particolare
mondo, essi combattono, con forze superiori, gli esiliati degli
intermondi, i figli dello spazio notturno – signori della
ribellione, non contro Dio, ma contro la forma che Dio assume
come creatore del nostro mondo. [RC, 51-52]

[Origine e storia della Massoneria]

Ma, anche quando conveniamo che la tradizione di un paese


sia quel momento della sua esistenza storica in cui esso
raggiunge la maturità, l’espressione esatta del suo destino –
dove quanto precede è preparazione e quanto segue sviluppo o
declino, o entrambi –, anche in questo caso non è sempre facile
stabilire a quale punto della sua esistenza storica ciò sia
avvenuto, in quale periodo si sia definita la tradizione.
Quale è la tradizione portoghese? Il vago spirito nazionale
cavalieresco e lirico, che riempì di sé la prima casa regnante e
culminò, per poi scomparire, all’inizio della seconda?
L’imperialismo terrestre di Tangeri e di Asila? L’imperialismo
marittimo delle scoperte? Solo delle scoperte, o quello delle
scoperte e delle conquiste? Tutto questo è portoghese, tutto
questo è tradizione, ma dobbiamo scegliere una cosa o l’altra,
perché tutte insieme si contraddicono nel loro intimo
significato e contraddicono, soprattutto, ciò che, in base ad
esso, potrebbe guidarci.
Consideriamo un caso curioso di difficoltà nel determinarne
la tradizione. Tanto più curioso in quanto non si tratta di un
paese, ma di un’istituzione universale. Mi riferisco alla
Massoneria.
La Massoneria è un Ordine iniziatico che pretende e cerca di
basarsi su un progetto o un ritmo [rito?] tradizionale. Ora, qual
è e dove si rintraccia questo ritmo [rito?] tradizionale?
Può essere rintracciato in primo luogo, nelle corporazioni
medioevali dei muratori costruttori di cattedrali, quelli che, in
quanto esenti da certi obblighi corporativi e feudali, presero il
nome di liberi muratori (francs-maçons), poiché nel Medioevo il
concetto di libertà era opposto a quello che abbiamo a partire
dalla Rivoluzione francese: la libertà allora non era un diritto,
ma un privilegio, e più che la libertà esistevano le libertà. E,
dato che i liberi muratori, dovendo recarsi da un luogo all’altro
ed entrare in contatto con nuovi gruppi di muratori, avevano
bisogno di farsi riconoscere come loro pari o fratelli, essi si
servivano necessariamente di certe formule di riconoscimento –
parole o gesti – mediante le quali svelare senza equivoci la loro
identità. È dunque questa, manifestamente, la base concreta
della Massoneria e anche l’autentica tradizione massonica?
Allora la Massoneria è, o dovrebbe essere, cattolica, poiché i
liberi muratori erano vincolati al rispetto e al timore di Dio, alla
fede in Gesù Cristo e nella Trinità Divina, al culto della Vergine
Maria e all’obbedienza alla Santa Madre Chiesa. In alcuni casi
c’era anche la clausola che essi dovevano tenersi lontani da
qualunque eresia, frutto del proprio pensiero o dell’influsso
altrui. E per eresia si intende, è chiaro, l’eresia contro il dogma
e la dottrina della Chiesa Cattolica Romana.
In secondo luogo l’elemento tradizionale può trovarsi nella
singolare trasformazione che avvenne in seno a certe
corporazioni di muratori, in Scozia e in Inghilterra, ma
soprattutto in Inghilterra, quando – non essendo più costoro
costruttori di cattedrali ed essendo già presente e prossimo alla
vittoria il regime protestante – si cominciò ad ammettere in
queste corporazioni individui che non erano del mestiere, fra i
quali il primo che si conosca fu un nobile scozzese, James
Boswell, signore di Auchinleck. Ma il punto centrale è la
curiosa «Annessione» che ebbe luogo presso la Corporazione o
Compagnia di muratori e scalpellini di Londra. Sembra che
questa infiltrazione nella Corporazione sia stata opera della
Confraternita dei Rosacroce, dei cui membri non si sa nulla
rispetto al passato o al presente, tranne che erano, a giudicare
dal linguaggio usato nei loro oscuri manifesti, cabbalisti
cristiani. Chiunque fossero, essi trasformarono l’antica
Massoneria, nella quale probabilmente trasfusero, in forma
simbolica o meno, le loro dottrine, e alla quale trasmisero la
loro sigla – tre punti disposti a triangolo – che li dichiarava
fedeli alla Trinità Divina. Fu a questo punto, evidentemente,
che si fissò la tradizione massonica, nel senso di una
Massoneria come ordine iniziatico detentore di un nuovo
segreto. Ma se le cose stanno così, allora la Massoneria, ormai
non più cattolica, rimarrebbe però, o dovrebbe rimanere,
cristiana e trinitaria.
L’elemento tradizionale già menzionato può essere
rintracciato, in terzo luogo, nella comparsa ufficiale della
Massoneria: in quell’atto di fondazione quasi pubblico in
seguito al quale essa si diffuse dall’Inghilterra in tutto il
mondo. La data è il 24 giugno 1717; la circostanza è la fusione
delle quattro logge di Londra in quella che prese il nome di
Grande Loggia d’Inghilterra o, fin da allora implicitamente e
più tardi esplicitamente, Loggia Madre dell’Universo. A questo
punto la faccenda si complica, giacché per comprendere il
problema bisogna tenere conto di due fasi. Nella prima,
rappresentata dalla Costituzione del 1723, non si esigeva altro
dal candidato – a parte l’essere maggiorenne ed entrare di
propria spontanea volontà – se non, fatto su cui tutti si trovano
d’accordo, l’essere uomo di religione universale, cioè «uomo
dabbene», tollerante delle altrui opinioni – affinché, dice la
Costituzione, si possano qui incontrare fraternamente coloro
che, senza questa opportunità, rimarrebbero sempre divisi.
Nella seconda fase, rappresentata dalla Costituzione del 1738,
si richiedeva espressamente la fede in Dio. Ci fu una reazione
(qualunque accezione della parola il lettore voglia scegliere), e
a tale Costituzione si sono mantenute fedeli le Massonerie dei
paesi del Nord, così come oggi quelle dei paesi latini
aderiscono alla Costituzione del 1723. [RC, 92-95]


L’ipotesi più plausibile è quella sincretica o eclettica: l’Ordine
venne costruito per gradi a partire da elementi derivati da
varie fonti occulte, elementi che furono connessi o sovrapposti,
con più o meno abilità o intelligenza, da diverse generazioni di
compilatori o seguaci.
Ci sono pochi dubbi, secondo me, riguardo al fatto che nella
Franco-Massoneria l’elemento costitutivo primario, in se
stesso, sia stato quello operativo; ma la Franco-Massoneria
iniziò il suo cammino, in quanto tale, solo quando questo
elemento fu in certo modo razionalizzato e teorizzato, e sembra
probabile che ciò accadde quando del pensiero dei Rosacroce si
appropriarono individui che non erano tali, cioè che non
appartenevano alla Confraternita, bensì erano studenti
autocostituitisi in gruppo intorno ai suoi presunti princìpi.
Questa elaborazione emerge con chiarezza nei rituali dei primi
due gradi: nel primo grado è più evidente e riconoscibile
l’elemento operativo, nel secondo quello speculativo in quanto
tale. In ogni grado, tuttavia, c’è una commistione di entrambi
gli elementi.
Non è improbabile che uno spirito speculativo, volto ai
simboli e alla loro interpretazione, fosse attivo ovunque e in
vari modi durante e dopo il Medioevo, con la tendenza a
razionalizzare o a rendere mistico lo spirito puramente
operativo. Fu attivo, forse, in varie occasioni e a differenti
livelli, sollecitando l’elemento operativo in modo diverso a
seconda dei luoghi. Non è impossibile riscontrare alcune tracce
di tale elemento nei primi due gradi del Compagnonnage e
scoprirne nel terzo altri indizi, paragonabili ad alcune vaghe
indicazioni presenti nella leggenda dei Figli di Salomone.
Nel terzo grado, però, si aggiunge un elemento cabbalistico,
come se la leggenda di Hiram venisse adattata in chiave
cabbalistica grazie ad alcune modifiche. Questo è senza dubbio
un terzo elemento di cui tenere conto.
Per di più, oltre agli elementi rosacrociani indiretti presenti,
nel modo descritto, nei primi due gradi, sembra esserci un
secondo elemento rosacrociano, più intimo, che si manifesta in
alcuni Alti Gradi, soprattutto in quelli che portano il nome di
Rosacroce.
Questo non è già più, propriamente parlando, Cabbalismo, o
anche Cabbalismo cristiano, bensì misticismo cristiano. Si
tratta di un simbolismo di altro genere e grado.
Dove si può parlare in modo più fondato di Cabbalismo è
nell’Arco Reale, e anche nel caso del Grado di Maestro, di cui
l’Arco Reale è, per certi versi, lo sviluppo. È stato giustamente
sottolineato che il riferimento agli Antenati nell’Arco Reale e
quello ai Fratelli Antichi nel Sistema Operativo sono connessi.
Il riferimento operativo è tuttavia meno evidente di quello
dell’Arco Reale, e i Fratelli Antichi non hanno forse un valore
più alto del «tempo immemoriale» nel medesimo livello di
rituale, o di qualche altra frase relativa a ciò che può essere
soltanto un passato puramente simbolico.
Sembra quindi che la Franco-Massoneria si sia costruita a
poco a poco a partire da numerose correnti di pensiero e Ordini
Segreti: è connessa, certo, in un punto o nell’altro, con tutti,
presi singolarmente o nel complesso; ma di fatto rappresenta
una memoria alterata di ciò che ha ricevuto, e la luce che
appare è senza dubbio una tenebra visibile.
Si parla, a volte, della Cabbala come se fosse l’unico sistema
di misticismo intellettuale o, anche, come il più perfetto o il
migliore di tutti. È un errore. La tradizione occulta ha varie
forme, una delle quali è appunto la Cabbala. È possibile che
derivino tutte da una tradizione occulta centrale, ma ogni
forma è diversa nei suoi aspetti e nelle interpretazioni o
implicazioni dirette. Non esiste la certezza assoluta che il
pensiero dei Rosacroce sia cabbalistico, tranne che nel suo
aspetto derivato ed essoterico: che Fludd sia un cabbalista è
incontestabile, ma che la Fama o la Confessio esprimano o
implichino il Cabbalismo può invece essere messo in
discussione.
Ci sono allora due correnti rosacrociane, ed è difficile dire se
esse rappresentino il lato esoterico ed essoterico dello stesso
tema, o se siano piuttosto due tipi completamente diversi di
misticismo o simbolismo che operano sotto lo stesso nome, sia
che esso appartenga all’uno e sia stato assunto anche
dall’altro, sia che, in certo modo, sia proprio di entrambi.
In realtà ci sono tre correnti rosacrociane: quella
rappresentata dalla Fama e dalla Confessio; quella
rappresentata da Fludd e dai Cabbalisti cristiani o
semicristiani, e quella rappresentata (presumibilmente) da
Bacone e da chi, come lui, operava nell’ambito essoterico. La
Franco-Massoneria mostra tracce di tutti e tre i tipi. L’apertura
della tomba di Christian Rosencreutz e il ritrovamento di ciò
che è del Maestro sono, in certo modo, analoghi. [RC, 105-107]

Le società segrete

L’Assemblea Nazionale ha inaugurato i lavori, dal punto di


vista legislativo, con la presentazione, da parte di un deputato,
di un progetto di legge sulle «società segrete». Il progetto, per
natura e contenuto, è di tal fatta che rimane solo da
congratularsi con l’attuale Parlamento per un simile debutto.
Meglio ancora sarebbe mandargli a dire: Absit omen!, ossia,
traducendo, facciamo gli scongiuri!
Ha presentato il progetto il signor José Cabral che, se non è
domenicano, dovrebbe esserlo, a tal punto il suo lavoro si
inserisce, per natura e contenuto, nelle migliori tradizioni degli
Inquisitori. Il progetto, che tutti avranno letto sui giornali,
stabilisce varie e dure sanzioni (con l’eccezione della pena di
morte) per quanti appartengano a quelle che il suo autore
chiama «società segrete, qualunque ne siano i fini e
l’organizzazione».
Data l’ampiezza di questa definizione, e considerando che per
«società» si intende un gruppo di individui legati da un
obiettivo comune, e che per «segreto» si intende ciò che,
almeno in parte, si compie lontano dagli occhi del pubblico,
oppure che, una volta compiuto, non si rende interamente di
dominio pubblico, posso fin d’ora denunciare al signor José
Cabral una società segreta: il Consiglio dei ministri. Del resto,
tutto quello che di serio o di importante viene fatto a questo
mondo quando ci si riunisce, viene fatto in segreto. Se il
Consiglio dei ministri non si riunisce in pubblico, non lo fanno
nemmeno le direzioni dei partiti politici, né le misteriose figure
che dirigono i club sportivi, o i loschi comunisti che formano il
Consiglio d’amministrazione delle compagnie commerciali e
industriali.
Sebbene un’interpretazione di questo tipo si ricavi
legittimamente dallo stile poco nazionalista del signor José
Cabral, credo – sia perché così deve essere, sia per il plauso
con cui il progetto è stato blandito da parte della stampa
pseudocristiana – che le «società segrete» cui egli veramente
mira siano quelle che comportano la cosiddetta «iniziazione», e
quindi il segreto specifico che le è proprio.
Ora, nel nostro paese, addormentato da molto tempo l’Ordine
Templare di Portogallo, scomparsa la Carboneria – creata per
fini transitori che si sono realizzati –, non esistono, suppongo, a
parte un’altra possibile loggia martinista o affine, che due
«società segrete» di questo genere. Una è la Massoneria, l’altra
quella curiosa organizzazione che, in uno dei suoi rami, usa il
nome profano di Compagnia di Gesù, esattamente come nella
Massoneria l’Ordine di Heredom e Kilwinning usa il nome
profano di Real Ordine di Scozia. Non mi soffermerò sui
cosiddetti gesuiti per tre motivi, di cui tacerò il primo. Gli altri
due sono, in primo luogo, che non credo, per più di una
ragione, che essi corrano il rischio, una volta approvato il
progetto, di vedersene applicate le sanzioni; e, in secondo
luogo, e non per una sola ragione, che non credo fosse
intenzione del signor José Cabral procedere a tale applicazione.
Presumo quindi che il progetto di legge dello zelante deputato
sia diretto, completamente o principalmente, contro l’Ordine
Massonico. Come tale lo prenderò in esame.
Credo di non recare offesa al signor José Cabral se suppongo
che l’autore di questo progetto di legge sia, come la maggior
parte degli antimassoni, del tutto incompetente in tema di
Massoneria. Anzi, quanto conosce di essa è, semmai, anche
peggio di niente, poiché avrà certamente nutrito il suo spirito
antimassonico con la lettura della stampa cosiddetta cattolica,
dove, persino riguardo agli aspetti più elementari
dell’argomento, si accumulano errori su errori, cui vanno
aggiunte, insieme alla cattiva volontà, la menzogna e la
calunnia, sue degne figlie. Non credo che il signor José Cabral
frequenti d’abitudine i libri di Findel, di Kiuss o di Gould, o che
dedichi il tempo libero alla lettura attenta della Ars Quattuor
Coronatorum o delle pubblicazioni della Grande Loggia di
Iowa. Dubito persino che il signor José Cabral conosca a fondo
la letteratura antimassonica (Barruel, Robinsons, Eckert) che è
assai apprezzabile, oltretutto, dal punto di vista umoristico. E
forse non sarà nemmeno venuto a conoscenza, anche solo per
sentito dire, del celebre articolo di Padre Hermann Gruber
nella Catholic Encyclopœdia, articolo citato ed elogiato in libri
di ispirazione massonica, e in cui manca poco che il dotto
gesuita non difenda la Massoneria.
Ora, se il signor José Cabral si trova in questo stato di
tenebra riguardo alla natura, ai fini e all’organizzazione
dell’Ordine Massonico, credo si trovino nella stessa condizione
molti altri membri dell’Assemblea Nazionale, con la differenza
che essi non si sono proposti di legiferare su una materia che
non conoscono. Stando così le cose, né il deputato che lo ha
presentato, né i suoi colleghi dell’Assemblea saranno
probabilmente in grado di valutare con chiarezza le
conseguenze a livello nazionale, interno e soprattutto esterno,
che deriverebbero dall’approvazione del progetto. Poiché
conosco l’argomento abbastanza per sapere in anticipo e con
certezza quali sarebbero tali conseguenze, voglio
patriotticamente mettere le mie conoscenze a disposizione del
signor José Cabral e dell’Assemblea Nazionale, di cui egli è il
fiore all’occhiello.
Comincio con un dato personale, dal quale penso non si possa
assolutamente prescindere. Non sono massone e non
appartengo a nessun altro Ordine affine o diverso. Ma non sono
nemmeno antimassone, perché quanto conosco dell’argomento
mi spinge ad avere un’idea completamente positiva dell’Ordine
Massonico. A queste due circostanze, che in certo modo mi
abilitano all’imparzialità in materia, si aggiunge il fatto che, in
virtù di alcuni miei studi la cui natura confina con l’aspetto
occulto della Massoneria – aspetto che non ha nulla di politico
o sociale –, sono stato inevitabilmente condotto a studiare
anche questo argomento – affascinante, ma molto difficile,
soprattutto per un profano. Disponendo però io di una certa
preparazione la cui natura preferisco tacere, sono stato in
grado via via di capire, anche se lentamente, quello che
leggevo e di saper riflettere su quello che capivo. Oggi posso
dire, senza cadere in un eccesso di vanità, che poche persone,
estranee alla Massoneria, qui o altrove, sono riuscite ad
addentrarsi tanto nella sua anima vitale e di conseguenza,
perciò, nei suoi aspetti per così dire esteriori. Se parlo di me, e
in questo modo, è perché il signor José Cabral e i suoi colleghi
legislatori sappiano senza incertezze chi è il loro interlocutore
e che quanto leggeranno, se lo desiderano, è scritto da
qualcuno che conosce l’argomento. Ciò che intendo dire non
richiede, è vero, profonde conoscenze sulla Massoneria: è
semplice materia di superficie, relativa alla vita esterna
dell’Ordine. Esige però competenza, e non ignoranza,
invenzione o menzogna.
Comincio sul serio. Credo di non sbagliarmi nel presumere
che il signor José Cabral consideri la Massoneria una società
segreta. Non lo è. La Massoneria è un Ordine segreto, o, più
propriamente, un Ordine iniziatico. Il signor José Cabral non sa
probabilmente in che cosa consista la differenza. Ma il guaio è
proprio questo, non lo sa. E a questo punto, se non lo sa, dovrà
continuare a non saperlo. Da me, almeno, non riceverà
delucidazioni. Gli fornisco, comunque, una specie di barlume,
qualcosa di simile alla «tenebra visibile» di un certo grande
rituale. Cercherò di suggerirgli quale sia questa differenza
utilizzando quello che in linguaggio massonico si chiama
«termine di sostituzione».
L’Ordine Massonico è segreto per una ragione indiretta e
derivata: la stessa per cui nell’antichità erano segreti i Misteri,
compresi quelli dei cristiani, i quali si riunivano di nascosto per
rendere gloria a Dio in quelle che oggi si chiamerebbero Logge
o Capitoli, e, per distinguersi dai profani, usavano formule di
riconoscimento, come gesti, parole d’ordine o altro. Per questo
motivo i romani li bollavano come atei, nemici della società e
dell’Impero – esattamente gli stessi epiteti con cui oggi i
massoni vengono salutati dai seguaci della Chiesa Romana,
figlia, forse illegittima, di quell’antica Massoneria.
Aperto così un primo piccolo spiraglio di luce, entro
direttamente nel cuore dell’argomento: le conseguenze che
deriverebbero al paese dall’approvazione del progetto di legge
del signor José Cabral. Mi occuperò in primo luogo delle
conseguenze interne.
La prima conseguenza sarebbe questa: assolutamente niente.
Se il signor José Cabral pensa – lui o l’Assemblea Nazionale o il
Governo o chicchessia – di poter togliere di mezzo il Grande
Oriente Lusitano, si disilluda fin d’ora. Gli Ordini Iniziatici sono
difesi, ab origine symboli, da condizioni e da forze assai speciali
che li rendono indistruttibili dall’esterno. Non intendo spiegare
in che cosa consistano queste forze e condizioni: mi basta
indicarne l’esistenza.
Del resto i signori deputati ne hanno un riscontro pratico in
quanto è successo negli altri paesi dove si è cercato di
sopprimere le Obbedienze massoniche. Tralascio il caso della
Russia, perché non so che cosa è realmente successo lì: so
soltanto che i Soviet, come tutto il comunismo, sono
violentemente antimassoni e hanno perseguitato la Massoneria;
anche se c’era poco da perseguitare, visto che in Russia la
Massoneria non esisteva quasi. Prenderò in considerazione i
casi dell’Italia, della Spagna e della Germania.
Mussolini ha combattuto la Massoneria, cioè il Grande
Oriente d’Italia, più o meno nei termini pagani del progetto del
signor José Cabral. Non so se abbia perseguitato molta gente,
né mi interessa saperlo. Quello che so con assoluta certezza è
che il Grande Oriente d’Italia è uno di quei morti che godono di
ottima salute. Permane, si riunisce, si è depurato, e sta ad
aspettare; se ci sia qualcosa da aspettare è un’altra questione.
Il piccone del Duce può distruggere l’edificio del comunismo
italiano, ma non è abbastanza potente per abbattere colonne
simboliche, fuse in un metallo che proviene dall’Alchimia.
Primo de Rivera ha combattuto la Massoneria spagnola in
modo più blando, secondo la sua indole fidalga. Anche qui so
per certo che risultato ottenne: il grande sviluppo, numerico e
politico, della Massoneria in Spagna. Non so se alcuni fenomeni
secondari, come ad esempio la caduta della monarchia, abbiano
avuto qualche relazione con questo fatto.
Hitler, dopo essersi appoggiato alle tre Grandi Logge
cristiane di Prussia, ha agito secondo il lodevole costume
ariano di mordere la mano che gli aveva dato da mangiare. Ha
lasciato in pace le altre Grandi Logge, quelle che non lo
avevano sostenuto e che non erano cristiane, e tramite un certo
Göring ha intimato alle prime tre di sciogliersi. Esse hanno
detto di sì – ai Göring si dice sempre di sì – e hanno continuato
a esistere. Per una coincidenza, è stato dopo l’adozione di
questa misura che sono cominciati a sorgere in seno al partito
nazista contrasti e altre difficoltà. Nella storia, come il signor
José Cabral saprà bene, ci sono molte coincidenze del genere.
Poiché finora ho esposto ragioni e fatti piuttosto scoraggianti
per il signor José Cabral, voglio ora rincuorarlo indicando quale
esito concreto, positivo deriverebbe dall’approvazione del suo
progetto. A causa sua – si rallegri il domenicano! – un gran
numero di ufficiali dell’esercito e dell’armata, e di ufficiali
pubblici verrebbero perseguiti. Chi non volesse piegarsi al
disonore di ripudiare il proprio Ordine, perderebbe il posto.
Risultato: miseria per le famiglie, dove magari – e questo è il
grave – ci sono persone devote a santa Teresina del Bambin
Gesù, personaggio che nell’odierna mitologia portoghese
occupa un posto appena sopra a Dio. Si risolverebbe
certamente, nello stile improbabile del roulement che non
cambia, il problema della disoccupazione – per quei
disoccupati, beninteso, che hanno oggi come Gran Maestro
Aggiunto il signor consigliere João de Azevedo Coutinho.
Queste sarebbero le conseguenze interne dell’approvazione
del progetto: due zeri, uno relativo all’effetto antimassonico
della legge, l’altro alla pancia vuota di molta gente. Queste le
conseguenze interne. Passiamo ora alle conseguenze esterne,
cioè alle conseguenze che l’approvazione del progetto
comporterebbe per la vita e il buon nome del Portogallo
all’estero. Questo aspetto del problema, questo suo effetto, non
solo possibile ma addirittura certo, credo proprio sia sfuggito al
signor José Cabral. Rendo omaggio, senza ironia, al suo
patriottismo, sebbene ritenga deplorevole un patriottismo tanto
analfabeta.
Sono oggi attivi in tutto il mondo circa sei milioni di massoni,
dei quali circa quattro milioni negli Stati Uniti e più o meno un
milione sotto le diverse Obbedienze indipendenti britanniche.
Quindi, cinque sesti dei massoni oggi attivi sono di lingua
inglese. Il restante milione, o giù di lì, si trova diviso nelle varie
Grandi Obbedienze degli altri paesi del mondo, fra cui la più
importante e influente è forse il Grande Oriente di Francia.
Le Obbedienze massoniche sono potenze autonome e
indipendenti, dato che non esiste un governo centrale della
Massoneria, la quale è perciò meno «internazionale» della
Chiesa Romana.
Ci sono Obbedienze massoniche che hanno poche relazioni
fra loro; e ci sono Obbedienze che hanno sospeso o rotto ogni
tipo di relazione. Porto due esempi. Nel 1877 la Grande Loggia
d’Inghilterra ha rotto per una ragione tecnica le relazioni con il
Grande Oriente di Francia e a tutt’oggi non le ha riallacciate.
Nel 1933 questa stessa Loggia ha rotto i rapporti con la Grande
Loggia delle Filippine per via di divergenze – sulla cui natura,
che non mi è nota, faccio solo ipotesi – riguardo al metodo di
diffusione della Massoneria in Cina.
È quindi ovvio che la Massoneria presenti caratteri diversi – a
livello politico, sociale e anche rituale – da un paese all’altro, e
persino, nell’ambito dello stesso paese, da Obbedienza a
Obbedienza, nel caso ce ne sia più di una. Un esempio. In
Francia ci sono tre Obbedienze indipendenti: il Grande Oriente
di Francia, la Grande Loggia di Francia (capitolarmente
prolungata dal Supremo Consiglio del Grado 33) e la Grande
Loggia Regolare, Nazionale e Indipendente per la Francia e le
Colonie. Il Grande Oriente ha un carattere marcatamente
radicale e antireligioso; la Grande Loggia si limita a essere
liberale e anticlericale; mentre la Grande Loggia Nazionale non
ha orientamenti politici. Un altro esempio: il Grande Oriente di
Francia esercita una notevole influenza politica ma, eccetto
quella che gli deriva da quest’ultima, scarsa influenza sociale.
La Grande Loggia d’Inghilterra non si occupa di politica, ma la
sua influenza sociale è enorme.
Sebbene la Massoneria sul piano materiale sia divisa, essa
può tuttavia considerarsi unita spiritualmente. Lo spirito dei
rituali, e soprattutto dei Gradi Simbolici (nei quali,
principalmente nel Grado di Maestro, c’è già, per chi sappia
vedere o sentire, tutta la Massoneria), è ovunque il medesimo,
per molte che siano le divergenze terminologiche e rituali fra
gradi identici all’interno di Obbedienze diverse. In termini più
puntuali, ma inevitabilmente meno chiari: chi fosse in possesso
delle chiavi ermetiche, qualsiasi forma assuma il rituale
troverebbe, sotto più o meno apparenze, la medesima
serratura.
In virtù di questa profonda comunione di spirito, di questo
intimo e segreto legame fraterno che nessuno ha infranto o può
infrangere, un’Obbedienza, anche nel caso in cui abbia poca o
nessuna relazione con un’altra, non rimane indifferente se
quest’ultima viene attaccata da profani. I massoni della Grande
Loggia d’Inghilterra non sono, come si è detto, in rapporto con
quelli del Grande Oriente di Francia. Tuttavia, quando
recentemente è nata in Francia, a proposito dei casi Stavisky e
Prince, una campagna antimassonica, per di più di origine assai
sospetta, la vaga simpatia che si cominciava a nutrire in
Inghilterra per i conservatori che attaccavano il governo
francese si dissolse immediatamente. Il «Times», conservatore
ma accentuatamente massonico, riferì sulle manifestazioni
contro il governo francese con un’ostilità che rasentava la
deformazione dei fatti. E ci sono molti casi analoghi, come
quello di uno scrittore inglese massone che nei suoi libri
attacca di continuo il Grande Oriente di Francia, salvo
cambiare completamente atteggiamento nel rispondere a una
scrittrice inglese antimassonica, che in fin dei conti diceva più
o meno le stesse cose che lui aveva sempre detto.
Tutti gli esempi riportati si riferiscono a eventi di poco conto,
semplici campagne di giornali, o sicuramente atteggiamenti
spontanei e individuali di alcuni massoni. Quando però si tratta
di fatti gravi, da un punto di vista massonico, come il tentativo
di un governo di sopprimere o perseguitare un’Obbedienza
massonica, allora l’azione dei massoni non è più così
individuale e isolata, né si limita a una maggiore o minore
ostilità da parte della stampa. Lo provano i numerosi ostacoli di
origine apparentemente sconosciuta che ha incontrato in paesi
stranieri il governo di Primo de Rivera, e che hanno incontrato
e ancora incontrano i governi italiano e tedesco.
Questi, però, sono paesi vasti e potenti, con risorse di vario
genere, che in certo modo possono far fronte a quegli attacchi.
Cade a proposito citare il caso di un paese che non è né
grande, né influente sulla politica europea in generale. Mi
riferisco all’Ungheria e a quello che è successo con il famoso
prestito americano.
Anni fa, nell’immediato dopoguerra, il governo ungherese
decretò l’abolizione della Massoneria sul proprio territorio.
Poco dopo si trovò a negoziare un prestito dagli Stati Uniti. Si
era praticamente arrivati a un accordo, quando giunse
dall’America la clausola finale in base a cui il prestito non
sarebbe stato concesso se non si fossero ristabilite «certe
istituzioni legittime». Il governo ungherese capì e si vide
obbligato a negoziare con il Gran Maestro: propose di
autorizzare la riapertura delle Logge a condizione (sembra di
sentire il signor José Cabral) di permetterne l’accesso ai
profani. È superfluo dire che il Gran Maestro rifiutò. Il governo
mantenne quindi la «sospensione» delle Logge... e il prestito
non venne concesso. Ora, tutto ciò è capitato alla Massoneria
americana, che non fa propriamente politica, né è in rapporti
molto stretti con le Obbedienze europee, a eccezione di quelle
britanniche. Si trattava però di una grave offesa alla
Massoneria e il risultato è stato quello che si è visto.
Non venga a dirmi il signor José Cabral che non abbiamo
bisogno di prestiti dall’estero. D’altra parte il paese non vive
solo di prestiti. Ha bisogno, ad esempio, di colonie, soprattutto
di quelle che ancora possiede. E ha bisogno di molte altre cose,
compreso il non incorrere nell’ostilità attiva dei cinque milioni
e oltre di massoni che, essendo apolitici, per il momento non ci
sono ostili.
Credo di aver detto abbastanza perché il signor José Cabral e
gli altri signori deputati non nutrano incertezze su quale può e
dev’essere la portata dell’approvazione di questo progetto sulla
vita e il buon nome del Portogallo. Prima di concludere, però,
voglio presentare un piccolo campionario del tipo di persone
nella cui ostilità attiva potremmo incorrere.
Porterò ad esempio la Grande Loggia Unita d’Inghilterra, sia
per l’importanza che hanno per noi le relazioni che
intratteniamo con quel paese, sia perché ogni azione della
Loggia – la Loggia Madre dell’Universo, con circa 450.000
aderenti in attività – coinvolge tutti i massoni di lingua inglese
e tutte le Obbedienze dei paesi protestanti. Del resto della
Massoneria non è necessario parlare.
Sono massoni, sotto l’obbedienza della Grande Loggia
d’Inghilterra, tre figli del re: il Principe di Galles, Gran Maestro
Provinciale del Surrey, il Duca di York, Gran Maestro
Provinciale del Middlesex, e il Duca di Kent, antico Primo
Grande Vigilante. È massone il genero del re, Conte di
Harwood, Gran Maestro Provinciale del West Yorkshire. Sono
massoni lo zio del re, Duca di Connaught, Gran Maestro della
Massoneria Inglese, e suo figlio, il principe Arthur di
Connaught, Gran Maestro Provinciale del Berkshire. È massone
la maggior parte dei nobili inglesi, soprattutto quelli di più
antico lignaggio. Sono massoni, in gran numero, i prelati e i
sacerdoti della Chiesa d’Inghilterra, il clero più profondamente
colto del mondo, la Chiesa Protestante più vicina, nel dogma e
nel rituale, alla Chiesa di Roma. Mi fermo qui, perché è già
abbastanza... Ricordo tuttavia che i tre grandi giornali
conservatori inglesi, il «Times», il «Sunday Times» e il «Daily
Telegraph», sono a loro volta massoni...
Ho terminato. Ma non è ancora il momento di chiudere. In
questo articolo ho dimostrato che il progetto di legge del signor
José Cabral, oltre a essere il prodotto della più completa
ignoranza in materia, sarebbe, se venisse approvato, in primo
luogo, inutile e controproducente; in secondo luogo, ingiusto e
crudele; in terzo luogo, una sciagura per i rapporti
internazionali del paese. Non ho preso in considerazione,
perché non ero tenuto a farlo, la questione se la Massoneria
meriti la cattiva reputazione di cui evidentemente gode presso
il signor José Cabral e altri che non sanno niente
sull’argomento. Questo aspetto esulava dal corso del mio
ragionamento. Ma poiché la maggior parte della gente non sa
ragionare, qualcuno può pensare che lo abbia evitato di
proposito. Perciò, sebbene a malincuore ne voglio parlare. Chi
ci rimette alla fine è il lettore.
La Massoneria si compone di tre elementi: l’elemento
iniziatico, per via del quale è segreta; l’elemento fraterno; e
l’elemento che definirò umano – cioè il fatto di essere formata
da varie specie di uomini, di diverso grado di intelligenza e
cultura; e il fatto di esistere in molti paesi, soggetta quindi a
condizioni ambientali e storiche differenti, di fronte alle quali,
da paese a paese e da epoca a epoca, reagisce, nel sociale, in
modo diverso.
Riguardo ai primi due elementi, in cui risiede essenzialmente
lo spirito massonico, l’Ordine è il medesimo sempre e in ogni
luogo. Riguardo al terzo, la Massoneria, come del resto
qualsiasi istituzione umana, segreta e non, presenta aspetti
differenti, conformemente alla mentalità individuale dei suoi
membri e alle circostanze ambientali e storiche che non
dipendono da essa.
Da questo terzo punto di vista, però, tutta la Massoneria
ruota intorno a un solo principio: la tolleranza, cioè il non
imporre a nessuno alcun tipo di dogma, ma lasciargli la libertà
di pensare come vuole. Per questo la Massoneria non ha una
dottrina. Tutto quello che si definisce «dottrina massonica»
sono opinioni dei singoli massoni, sia sull’Ordine in se stesso,
sia sui suoi rapporti con il mondo profano. Sono opinioni assai
divertenti: vanno dal panteismo naturalista di Oswald Wirth
fino al misticismo cristiano di Arthur Edward Waite, entrambi
impegnati a convertire in dottrina lo spirito dell’Ordine. Le loro
affermazioni, però, sono soltanto personali; la Massoneria non
ha niente a che vedere con esse. Ora, il primo errore degli
antimassoni consiste nel cercare di definire in generale lo
spirito massonico a partire dalle affermazioni dei singoli
massoni, scelte di solito in totale malafede.
Il secondo errore degli antimassoni consiste nel non tenere
presente che la Massoneria, unita spiritualmente, è, come ho
già spiegato, materialmente divisa. La sua azione sociale varia
da paese a paese, da momento storico a momento storico, in
funzione delle circostanze d’ambiente e d’epoca, che
influenzano la Massoneria così come tutti noi. La sua azione
sociale varia, all’interno di uno stesso paese, da Obbedienza a
Obbedienza, nel caso in cui ce ne sia più di una, a causa di
controversie dottrinali – quelle che portano al costituirsi di
Obbedienze distinte, poiché se esse si trovassero d’accordo su
tutto, rimarrebbero unite. Ne consegue che nessun atto politico
contingente compiuto da un’Obbedienza può essere attribuito
alla Massoneria in generale, e nemmeno a quell’Obbedienza
particolare, perché può essere il prodotto, come in genere
capita, di circostanze politiche del momento che non sono
opera della Massoneria.
Da quanto detto risulta che tutte le campagne
antimassoniche – basate su questa doppia confusione del
particolare con il generale e del contingente con il permanente
– sono completamente false, e che a tutt’oggi non c’è nessuna
prova a carico della Massoneria. Con tale criterio – valutare
un’istituzione dai suoi atti contingenti, e magari infelici, o un
uomo dai suoi lapsus o errori contingenti – cosa rimarrebbe a
questo mondo se non infamia? Il signor José Cabral vuole
giudicare il papato dalla persona di Rodrigo Borgia, assassino e
incestuoso? Considera la Chiesa di Roma perfettamente
caratterizzata nel suo intimo spirito dalle torture degli
Inquisitori (derivanti da una pratica profana del tempo) o dal
massacro degli albigesi e dei piemontesi? E tuttavia in questo
caso si sarebbe assai più legittimati a farlo, poiché tali
efferatezze furono compiute per ordine o con il consenso dei
Papi, coinvolgendo spiritualmente la Chiesa intera.
Cerchiamo almeno di essere giusti. Se imputiamo alla
Massoneria in generale tutti quei casi particolari, attribuiamole
a credito, in compenso, i benefici che a pari condizioni abbiamo
ricevuto da essa. I gesuiti le bacino le mani per l’accoglienza e
la libertà ricevute in Prussia dal massone Federico II nel
diciottesimo secolo, quando, cacciati dappertutto, li ripudiava
lo stesso Papa. Ringraziamola per la vittoria di Waterloo, dato
che Wellington e Blücher erano entrambi massoni. Siamole
grati per aver posto le basi su cui venne a poggiare la futura
vittoria degli Alleati: la Entente cordiale, opera del massone
Edoardo VII. E infine non dimentichiamo che dobbiamo alla
Massoneria il capolavoro della letteratura moderna: il Faust del
massone Goethe.
Ho terminato davvero. Lasci il signor José Cabral la
Massoneria ai massoni e a quelli che, pur non essendolo, hanno
visto, sebbene in un altro Tempio, la medesima Luce. Lasci
l’antimassoneria a quegli antimassoni che sono i legittimi
discendenti intellettuali del celebre predicatore il quale scoprì
che Erode e Pilato erano Vigilantes di una Loggia di
Gerusalemme.
Lasci da parte tutto ciò, e il prossimo 13 del mese, se vuole,
andiamo insieme a Fatima. Capita a proposito, perché sarà il 13
di febbraio, l’anniversario di quella legge di João Franco che
stabiliva la pena di morte per i reati politici. [OPP, III, 472-83]

[Frammenti di una replica]

Una società segreta è, una società i cui fini sono segreti,


indipendentemente dal fatto che lo sia la sua composizione. Un
raggruppamento monarchico che appoggi uno Stato o un
partito repubblicano con il fine occulto di sovvertire l’uno o
l’altro è una società segreta.
Se il signor José Cabral conosce i nomi dei massoni, in che
cosa la Massoneria portoghese è segreta (...)
I fini della Massoneria sono: 1) trasmettere ai suoi iniziati,
per mezzo di simboli, il metodo per studiare o per prepararsi a
studiare i «misteri della natura e della scienza»; 2) l’aiuto
reciproco dei massoni tra loro, sia morale, sia, se necessario,
materiale; 3) adoperarsi affinché nelle società si creino o si
sviluppino lo spirito di tolleranza, senza il quale è impossibile la
vita mentale e spirituale, e il rispetto per la dignità dell’Uomo,
senza il quale è impossibile la vita sociale in un paese
civilizzato. [PI, 332]


Quando affermo di essere informato sulla Massoneria,
intendo dire, in primo luogo, che so che cosa è, in senso
iniziatico, la Massoneria e quale ruolo riveste fra i riti e i
sistemi di iniziazione; in secondo luogo, che so che cosa è,
socialmente, la Massoneria, e quale relazione, che è intima e
diretta, c’è fra il suo ruolo iniziatico e il suo ruolo sociale; in
terzo luogo, che conosco, per quanto sia possibile (e quindi
poco), la storia della sua formazione, sviluppo e (...) Le altre
informazioni che possiedo sull’argomento sono casuali e
accessorie, poiché non ho a disposizione una rete di spionaggio
né convivo abitualmente e volentieri con delatori.
Se mi si domandasse qual è il significato della sigla formata
dai tre punti disposti a triangolo, quando è apparsa per la
prima volta in un documento pubblico, e perché alcune
Obbedienze massoniche ne evitano l’uso – se mi si domandasse
questo, sarei capace di rispondere, ma non lo faccio. Se mi si
domandasse quali sono l’origine e il significato del termine
ebraico Qadosh, e per quale motivo è erroneamente applicato
al grado nel cui titolo figura – a questo potrei rispondere, ma
ciò non vuol dire che lo faccia. Se mi si domandasse perché la
Grande Loggia d’Inghilterra, quando, nell’Atto di Unione del
1813, decise che la «pura e antica Massoneria» era costituita
solo dai tre gradi simbolici e dal Sacro Arco Reale (quello di
Zorobabele e non di Enoch, che è il grado 13 del Rito
Scozzese), non passò tuttavia a occuparsi dell’Arco Reale, ma
lo affidò a un Supremo Grande Consiglio dei Maçons [?]
dell’Arco Reale – se mi si domandasse questo, sarei in grado di
rispondere, ma preferisco tacere. Tutto ciò appartiene
all’anima e all’essenza della Massoneria e, per quanto sia
inevitabile attingere ai libri per conoscere i fatti, non è con una
scienza libresca che si possono coordinare tali fatti e capire e
interpretare il legame esistente tra loro. Nel caso, però, mi si
domandasse se un certo individuo è massone, o quante Logge
siano attive sotto una certa Obbedienza, dovrei rispondere in
generale che non lo so, perché di fatto non lo so. E se anche
per caso lo sapessi, affermerei il contrario.
Non le è venuto in mente che qualcuno, pur non essendo
massone, abbia tuttavia motivo di nutrire per i massoni un
sentimento autenticamente fraterno, che lo spinge a difenderli;
che, pur non essendo vincolato da nessun patto di segretezza,
possa tuttavia rispettarlo; che, avendo le necessarie
conoscenze, possa farlo in modo competente?
Il mio articolo è stato soltanto la prima avvisaglia di una
campagna da realizzarsi; non sono il solo a prendervi parte, né
essa è fatta solo di lettere.
Vogliono così? E così sia.
Amici reazionari: in guardia! [PI, 332-33]


Un Ordine iniziatico è veramente tale solo quando è attivo,
cioè quando tiene aperti i suoi templi, o il suo unico tempio, e
fa sessioni e iniziazioni attraverso un rituale vissuto. Se è
addormentato, o in vita latente e semplicemente trasmessa [?],
non è propriamente un Ordine, ma soltanto un sistema di
iniziazione, di avanzamento e di completamento. Sono i tre
termini che competono al conferimento, ad esempio, dei tre
Gradi Minori dell’Ordine Templare di Portogallo.
Per questo ho dichiarato, legittimamente, di non appartenere
a nessun Ordine. Ma non potevo legittimamente dichiarare di
non avere nessuna iniziazione. In precedenza, per chi fosse in
grado di capire, avevo dato a intendere di averla, parlando di
«una certa preparazione la cui natura preferisco tacere».
Questa frase è sfuggita ai miei confutatori antimassoni, e ancor
più il suo possibile significato. Posso soltanto dire di
appartenere all’Ordine Templare di Portogallo. Posso dire, e
dico, di essere un templare portoghese. Lo dico debitamente
autorizzato. E ciò che è detto, è detto. È proprio alla luce delle
conoscenze che ho ricevuto attraverso i tre Gradi Minori
dell’Ordine Templare che ho potuto leggere con cognizione di
causa libri e rituali massonici. In mancanza di tali conoscenze,
starei ancora leggendo al buio.
L’iniziazione massonica, che è un’iniziazione di primo livello,
viene impartita tramite i rituali e i simboli; i discorsi che
accompagnano il rituale non aggiungono niente. Alcuni sono
volutamente semplici e banali, affinché il candidato, se è
idoneo e degno, se ne discosti per mirare alla parte essenziale
del grado; altri sono confusi e contraddittori di proposito, per
indurre il candidato, se in lui c’è un’anima iniziatica, a
meditare, a scegliere e, infine, a trovare; altri sono, come ha
detto Pike (che non aveva bisogno di dirlo) (...)
Da ciò deriva che, per i profani, la lettura di rituali massonici,
stampati o manoscritti, lascia alla fine nello stesso stato di
tenebra in cui ci si trovava all’inizio. Manca la luce con cui
dissipare queste ombre volute, il filo da srotolare quando si
entra nel labirinto per poterne poi uscire.
La comprensione dei simboli e dei rituali massonici non può
essere raggiunta se non per iniziazione diretta, o,
eccezionalmente, attraverso una preparazione spirituale
equivalente che permetta ai semplici lettori di rituali di
visualizzare emotivamente le cerimonie, di sentire nel cuore
quella vita propria per cui i simboli sono anima. Al di fuori di
questo, c’è solo una notte senza alba. [PI, 334-35]
IV. LE PROFEZIE DI BANDARRA:
D. SEBASTIÃO E IL QUINTO IMPERO

Introduzione generale

Sono tre i punti essenziali del corpus profetico di Bandarra: il


Quinto Impero, l’«andata» e il «ritorno» del re D. Sebastião, e i
destini del Portogallo. Il primo punto è comune a tutto il corpus
profetico europeo e, per certi aspetti, anche a quello ebraico; il
secondo punto è più sentito qui che in profeti estranei alla
nostra nazione; poiché tuttavia, in uno dei suoi significati, il
«ritorno» di D. Sebastião è legato all’idea stessa di Quinto
Impero, non mancano in profeti non portoghesi, e precisamente
in Nostradamus, allusioni inequivocabili, che esamineremo più
avanti, a questo «ritorno». È solo per ciò che riguarda in modo
specifico i destini più propri del Portogallo – cioè i destini del
Portogallo in quei dettagli che sono connessi al «ritorno» di D.
Sebastião solo episodicamente, oppure non lo sono affatto –
che, come è naturale, Bandarra è l’unico, con i pochi altri
profeti nazionali, a preoccuparsi della questione, dal momento
che essa non tocca i profeti stranieri.
È allora nostro compito, in questa introduzione generale,
spiegare in che cosa consista l’idea di Quinto Impero,
illustrandola con esempi di profezie non portoghesi; che cosa
sia il « ritorno», o meglio, come vedremo, i «ritorni» del re D.
Sebastião; e inoltre quale linea generale segua il profetismo di
Bandarra per quanto concerne i destini complessivi della
nazione, siano o non siano essi legati a quelli della figura
simbolica dell’ultimo Re della dinastia di Avis.
In questa esposizione seguiremo l’ordine indicato, un ordine
di importanza decrescente dei temi delle profezie in rapporto ai
destini della civiltà in generale (...) [OPP, III, 617-18]


Il nome Bandarra, che in realtà è il soprannome del profeta
ciabattino, passò a designare, all’interno dell’Ordine di Cristo,
ognuno dei Fratelli che avesse acquisito la stessa conoscenza o,
in termini figurati, lo stesso grado. La maggior parte delle
profezie o delle trovas attribuite a Bandarra non hanno quindi
niente a che vedere con la figura storica del ciabattino di
Trancoso. Questo vale soprattutto per il cosiddetto Terceiro
Corpo, l’opera profetica più completa (in senso, per così dire,
artistico o intellettuale) che esista al mondo. Qui, in luogo di
quell’intelligenza caotica che sembra contraddistinguere,
dall’Apocalisse a Nostradamus, ogni opera profetica, c’è una
sistematizzazione rigorosa, una geometria del predire. Il
linguaggio è ovviamente simbolico, come del resto è in genere
il linguaggio degli insegnamenti superiori, di cui la profezia è
solo un caso particolare.
L’Apocalisse, ad esempio, è una visione mistica; il Terceiro
Corpo di Bandarra è una visione razionale. [FH, 39]

[Il «ritorno» di D. Sebastião]

Sappiate, genti a venire,


Che il re, che da qui deve andare,
Da voi deve tornare
Passate trenta forbici. 1

Sapendo che l’interpretazione profetica è sempre triplice,


abbiamo qui tre elementi cui applicare il triplice significato: il
«re, che da qui deve andare», «deve tornare», e le «trenta
forbici».
Il «re, che da qui deve andare» è sua maestà il re D. SEBASTIÃO,
ma la sua «andata» ha tre significati: è stata l’«andata»
dell’indipendenza nazionale, quella del re in quanto tale e
quella del potere, o dell’Impero portoghese. Così, «deve
tornare» si conformerà, a sua volta, a queste tre
interpretazioni. Nel verso «passate trenta forbici», il termine
«forbici» si riferisce a un numero e, poiché secondo la regola
profetica esso deve avere tre interpretazioni, e queste, sempre
in ordine crescente, dato che qui si tratta di numeri vanno di
conseguenza da un numero più piccolo a uno più grande, ne
deriva che i tre numeri saranno quelli che possono essere
rappresentati con delle forbici. A parte il fatto che tali
riferimenti numerici sono sempre relativi alla numerazione
romana, bisogna anche tenere presente che nella numerazione
araba non esistono numeri simili a forbici, che abbiano cioè due
elementi. Nella numerazione romana ce ne sono tre: il due (II),
che è come forbici non ancora costituite in quanto tali, il cinque
(V), che è la parte superiore delle forbici chiuse, e il dieci (X),
che sono le forbici intere aperte.
L’indicazione parla di «trenta forbici», ed è chiaro che
procede per «cifre tonde». «Passate trenta forbici» significa
non prima che siano passate trenta forbici. Poiché la cifra
tonda successiva è il quaranta, il periodo indicato è compreso
«fra trenta e quaranta forbici».
Nel caso delle prime forbici (II, due), si intende un intervallo
di tempo compreso fra 60 e 80 anni dall’andata del re, e ci si
riferisce al fatto più materiale, la perdita dell’indipendenza:
essa sarebbe stata riacquistata, secondo il profeta, 60 o 80 anni
dopo l’«andata» del re. E infatti l’indipendenza venne
riconquistata nel 1640, 62 anni dopo il 1578, anno in cui il re
«partì». Nel caso delle seconde forbici (V, cinque), l’intervallo
di tempo è compreso fra i 150 e i 200 anni successivi al 1578,
cioè fra il 1728 e il 1778. Fu in questo periodo che apparve il
Marchese di Pombal, il cui nome, fra l’altro, era Sebastião. C’è
qui un «ritorno di forza».
Nel caso delle terze forbici (X, dieci), il periodo indicato è
compreso fra il 1878 e il 1978. È in quest’epoca che avrà luogo
la vera «venuta» del re «che da qui» se ne andò.
Secondo un’altra interpretazione (Stella) le date devono
cadere appena passate le trenta forbici, cioè alle trentunesime
forbici circa. Si ricaverebbero allora, rispettivamente, queste
date: 1640, 1733 e 1888. La prima è sicura, la seconda (...)


Il mattino di nebbia. Per mattino si intende il principio di una
cosa nuova – epoca, fase o qualcosa di simile. Per nebbia si
intende che il Desejado giungerà «encoberto»: quando sarà sul
punto di arrivare, o una volta arrivato, non ci si accorgerà del
suo arrivo. La prima venuta, del 1640, lo mostra bene: la data
segna l’inizio di una dinastia, e la venuta di D. Sebastião fu
«velata», avvenne nella nebbia, perché mentre tutti credevano
– in virtù della sua simbologia primitiva – che l’Encoberto fosse
D. João IV, in realtà encoberto era, come si è visto, l’evento
astratto dell’Indipendenza. Riguardo alla Seconda Venuta,
quella del 1888, capiamo, per il poco che è dato capire, che la
profezia tradizionale si compie: sappiamo che il 1888 è
«mattino» perché è il principio del Regno del Sole – e si noti
come niente poteva essere meglio simboleggiato dal «mattino»
– e, poiché da allora sono già trascorsi 37 anni senza che siamo
riusciti a capire quanto avvenne, non possono esserci dubbi sul
carattere velato, nebbioso, della Seconda Venuta di D.
Sebastião.


Alcuni dicono anche che questo avvenimento, sebbene
importantissimo, può passare inosservato (perché nessuno ora
gli attribuisce l’importanza che in seguito rivelerà di avere).
Ciò ricorda quello che capitò con una delle profezie (forse la
più curiosa) di Bandarra. Nel Terceiro Corpo delle sue profezie,
Bandarra annuncia il Ritorno di D. Sebastião (non importa
adesso che cosa intenda con tale «ritorno») in uno degli anni
compresi fra il 1878 e il 1888. Ora, in quest’ultimo anno (1888)
si è verificato in Portogallo l’evento più significativo della sua
vita nazionale dal tempo delle scoperte; ma questo evento, per
via della sua stessa natura, è passato e doveva passare
completamente inosservato. Solo a partire dall’anno in corso
(«termina i quaranta» dice Bandarra) si può cominciare a
capire quale fosse e che importanza abbia avuto. Ma (opinione
del tutto personale) non credo che prima di una decina d’anni a
iniziare da oggi il popolo portoghese potrà intravedere di quale
evento si tratti e quale ne sia il significato. Allora (e solo allora)
la profezia di Bandarra si dimostrerà esatta. Con l’importante
avvenimento del 28 maggio può darsi che capiti qualcosa di
simile (non dico di analogo, perché non sarà mai possibile).
Mi scuso di non poter essere più chiaro, ma per il momento
chi sa non può e non ha il diritto di essere più chiaro. [OPP, III,
651-54]


Il difetto, la debolezza del sebastianismo tradizionale consiste
non nel sebastianismo in sé, ma nell’imperfezione e debolezza
dei suoi interpreti. Ignoranti, decadenti, condizionati nella fede
dall’atteggiamento cattolico, essi aspettavano da fuori
l’Encoberto, aspettavano inerti la salvezza esterna. Ma la verità
è che l’Encoberto è un concetto nostro; affinché egli giunga, è
necessario che lo facciamo apparire, che lo creiamo dentro di
noi grazie a noi stessi. È attraverso un anelito quotidiano, una
volontà costante, che lo dobbiamo far crescere nella nostra
anima, per poi proiettarlo nel mondo cosiddetto esteriore
(anch’esso nostra creazione).
L’Encoberto è il rappresentante massimo del Quinto Impero; è
l’emissario massimo delle forze spirituali che daranno vita a
quell’Impero. Come possiamo sperare che esso giunga se non
creiamo prima le forze che a loro volta dovranno dargli vita?
E queste forze sono l’anelito di dominio e la tensione di tutte
le potenze dell’anima intorno a tale anelito. Ciascuno di noi
deve fare in modo di realizzare dentro di sé il maggior grado di
somiglianza con il Desejado. La somma, la confluenza, la sintesi
per così dire carnale di queste ansie sarà la persona
dell’Encoberto.
Non ci sono salvatori. Non ci sono Messia. Un grande uomo
può essere al massimo uno stimolatore di anime, un suscitatore
di energie altrui. Com’è possibile che un uomo salvi un popolo
intero – come potrà farlo, se questo popolo non farà il
necessario per salvarsi – cioè, se questo popolo non vorrà
essere salvo? «Attendi tu stesso alla tua salvezza» dice san
Paolo; e il grande uomo è colui che più profondamente riesce a
indurre ogni anima ad attendere davvero alla propria salvezza.
[PI, 228]
[Il Quinto Impero]

L’interpretazione iniziale dei cinque imperi, che troviamo nel


Vecchio Testamento, è (...) Secondo questa interpretazione,
ingenua nei presupposti ed elementare nella forma, l’impero
viene concepito esclusivamente nella veste materiale di impero
di conquista. È da presumere che il Quinto Impero atteso in
questo disegno profetico fosse l’Impero degli ebrei, poiché i
profeti erano ebrei e, data l’ingenuità della loro visione, era
naturale che cadessero nell’errore egocentrico comune a tutti i
profeti di profetizzare con un qualche fine.
Questa suddivisione in cinque imperi, o meglio in quattro, in
base a cui si dedurrà poi quale dovrà essere il quinto, pecca,
come ho detto, di ingenuità. Dobbiamo, in primo luogo,
ampliare il concetto di impero, altrimenti è inutile che si
facciano al riguardo profezie, perché risulterebbero limitate,
nazionali, quasi settarie.
L’Impero Giudaico è impossibile, perché l’idea di impero (nel
suo significato più alto) è sincretica, o meglio, è quella di un
impero sincretico, cioè di un impero che comprenda varie cose,
che concentri varie influenze, che sia una sintesi e non una
semplice estensione-forza. Perciò, e a partire dalla nostra
civiltà, la quale comprende gli stessi ebrei – che hanno
contribuito alla sua formazione non in modo predominante, ma
solo come un suo elemento –, si è realizzata la nuova divisione
dei quattro imperi, da cui si può desumere almeno in parte la
natura e il carattere del quinto.
La divisione è la seguente: l’Impero Greco (che ha
sintetizzato tutte le conoscenze e l’esperienza degli antichi
imperi preculturali); l’Impero Romano (che ha sintetizzato tutta
l’esperienza e la cultura greca, e unificato nel suo ambito tutti i
popoli che, allora o in seguito, hanno dato vita alla nostra
civiltà); l’Impero Cristiano (che ha combinato l’estensione
dell’Impero Romano con la cultura dell’Impero Greco,
immettendo elementi provenienti da tutto il mondo orientale,
fra cui l’elemento ebraico); e l’Impero Inglese (che ha diffuso
su tutta la terra i frutti degli altri tre imperi, divenendo così la
prima espressione di un nuovo genere di sintesi, che fonde la
cultura greca – in nessun luogo tanto presente come in
Inghilterra, poiché Milton è il più greco dei poeti moderni
(quote M. Arnold) –, l’estensione e l’«imperium» dei romani, e
la morale cristiana, che raggiunge la sua massima vitalità nei
paesi di lingua inglese, come si vede dalle numerosissime sette
che rivelano questa costante riflessione)...; il Quinto Impero,
che dovrà fondere questi quattro imperi con tutto quanto ne è
al di fuori, dando vita così al primo impero realmente mondiale
o universale.
Questo criterio trova conferma nella sociologia stessa della
nostra civiltà. Essa è composta, nella sua forma attuale, da
quattro elementi: la cultura greca, l’ordine romano, la morale
cristiana e l’individualismo inglese. Va aggiunto lo spirito di
universalità, che deve necessariamente nascere dal carattere
policontinentale della civiltà odierna. Finora non c’è stata che
civiltà europea; l’universalizzazione della civiltà europea è
compito ineludibile del Quinto Impero.
Questo Impero viene in generale concepito come cristiano, e
ci si riferisce ad esso – in quanto successivo al regno
dell’Anticristo – come Seconda Venuta di Cristo. L’ipotesi, che
non deriva necessariamente dai fatti – né di natura sociologica,
né di natura profetica –, è malgrado ciò accettabile. Non la
difenderemo e non la impugneremo. Alla supremazia, a questo
punto imperiale, della religione cristiana si oppone con uguale
diritto la supremazia che possono rivendicare le religioni
maomettana, buddhista e altre. Ma se l’impero universale, o
Quinto Impero, deve avere un carattere religioso – cosa che,
1

pur non essendo dimostrata, è tuttavia probabile –, non si può


pensare che rimanga estraneo al cristianesimo. Delle altre due
religioni che potrebbero contendersi questo più vasto impero,
quella maomettana è limitata. Invece la religione buddhista,
soprattutto nella forma teosofica in cui si è diffusa, è più
plausibile come universale, poiché in realtà non pretende di
essere una vera e propria religione, bensì lo spirito di tutte.
Capita, però, che il buddhismo sia estraneo allo schema morale
della civiltà europea, in seno alla quale, una volta che abbia
assunto un carattere universale, deve costituirsi il Quinto
Impero. Qualunque forma esso assuma, tale impero deve
essere l’unione e la sintesi dei quattro imperi che lo hanno
preceduto, poiché ciascuno di essi è a sua volta l’unione e la
sintesi di quelli che c’erano prima. Ora, la cultura greca,
l’ordine romano, e anche la morale cristiana, in alcuni suoi
aspetti, sono estranei allo schema buddhista. Fra tutte le
religioni solo il cristianesimo ha un preciso carattere sincretico:
formatosi sulla metafisica greca, diffusosi grazie
all’imperialismo romano, già in se stesso caratterizzato da un
sincretismo che accoglie le religioni orientali, comprese quelle
da cui è sorto il buddhismo, il cristianesimo assimilerà senza
difficoltà anche l’individualismo inglese, venuto più tardi,
poiché è una religione essenzialmente individualista, come
quella cultura greca su cui oscuramente si fonda. Ma non potrà
trattarsi del cristianesimo cattolico: esso si è reso incapace di
un nuovo sincretismo; e non potrebbe includere nemmeno
l’individualismo inglese, che gli è opposto e che, in quanto
tratto distintivo del quarto impero, dovrà entrare come
elemento del quinto, in base alla legge di formazione degli
imperi all’interno di una civiltà.
Esiste l’ipotesi, che è già stata avanzata, di una religione
nuova. Che possa nascere una nuova religione, è plausibile. Ma
non nello schema dei cinque imperi. Forse accadrà più avanti,
una volta scomparsi tutti e cinque gli imperi insieme alla nostra
civiltà, che supponiamo non essere eterna, come del resto
niente a questo mondo. Ammettiamo pure che il cristianesimo
scompaia, ma questo non succederà nei nostri «tempi». Sarà
senza dubbio quello che i profeti del nostro schema chiamano
la «fine del mondo» o il «giudizio finale», data la confusione
che di solito regna nello spirito del profeta tra la fine di ciò che
egli considera il mondo e la fine del mondo stesso. Abbiamo già
accennato a questo tipo di confusione, citando un esempio
analogo, quando ci siamo occupati del carattere del pensiero
profetico.
Per di più, il trionfo finale del cristianesimo viene sottolineato
nelle poche profezie che esistono sull’argomento, e che
riconosciamo non essere condizionate dalle opinioni e dai
desideri di chi le ha fatte – unico fondamento per considerare
la profezia valida e non l’espressione di un sogno individuale.
Di questo tipo è la profezia contenuta nel verso di Nostradamus
posto alla fine delle Centurie per indicare che si riferisce alla
fine delle «cose», cioè della civiltà cui apparteniamo:

Religion du nom des mers vaincra,

essendo il cristianesimo la religione dei mari, governata dal
segno dei Pesci, e fondata dal figlio di Maria, nome che in
latino significa «mari».
Un’altra, ancora più curiosa, è la profezia di san Francesco di
Paola. Egli afferma che ci sarà una «religione nuova» – si noti
bene, «nuova» (Lusitanus interpreta la frase alterandola
inutilmente; se san Francesco di Paola avesse voluto alludere a
una religione già esistente, perché avrebbe dovuto definirla
nuova?) –, ma questa religione sarà imposta o sviluppata da
individui che chiama «cruciferi». Tale denominazione indica
che questa religione è cristiana, poiché la croce è il simbolo
fondamentale del cristianesimo (anche se esiste, ma solo con
valore secondario, nella simbologia di altre religioni); la
qualifica di «nuova» indica però che non si tratta della
religione cattolica, poiché per san Francesco di Paola, che
ovviamente era cattolico, una religione nuova è un
cristianesimo non cattolico.
Si può accettare la profezia di Nostradamus perché è
«imparziale», visto che lo sono tutte le profezie di quest’uomo
sraordinario, e anche quelle del Terceiro Corpo del nostro
Bandarra. La profezia di san Francesco di Paola è altrettanto
valida, poiché la profezia di un cattolico, che, sia pure senza
volerlo, predice la caduta della propria religione, è
evidentemente «imparziale».


Concependo la verità solo come cattolico-romana, e non
considerando altro genere di impero se non quello di guerra e
di conquista, era inevitabile che i nostri antenati
interpretassero le profezie di Bandarra, e le altre che ci
attribuivano la futura istituzione del Quinto Impero, come una
investitura di noi portoghesi a capi e autentici propagatori
della Chiesa Cattolica Romana, conquistatori, con la forza delle
armi, in nome suo e nostro, del mondo intero. Ai loro occhi non
era dato vedere che per Chiesa Cattolica, o Universale, si
potesse intendere qualcosa di diverso da una Chiesa che,
proprio designando se stessa come Romana, di fatto decretava
la propria condanna al riguardo; e che l’Impero fosse sì un
dominio sugli altri popoli, ma non necessariamente ottenuto
con le armi, o con mezzi analoghi, simili a quelli con cui gli
antichi imperatori esercitavano un autentico dominio sulle
proprie conquiste.
La tolleranza è impossibile per un vero credente di qualsiasi
fede, soprattutto se questa fede supera gli angusti confini del
feticismo e della mera superstizione, pur senza raggiungere il
sincretismo dei pagani e degli occultisti. Chi ritiene la propria
religione quella vera, e la salvezza delle anime sicura solo in
seno ad essa, non può non considerare un crimine tale da
superare tutti i crimini di questo mondo il fatto di appartenere
a un’altra religione, o il fatto di allontanare dalla fede autentica
coloro che solo grazie ad essa potranno salvarsi. Non c’è
dunque da stupirsi dello spirito da persecutori che hanno gli
inquisitori, i puritani e tutti coloro che sono convinti della
verità di una fede che ritengono universale. Né, d’altra parte,
popolazioni che non avevano ancora raggiunto un alto grado di
cultura e di civiltà potevano avere un altro tipo di fede.
Possiamo compiangere i martiri di queste persecuzioni, come i
cristiani, vittime di persecuzioni che erano frutto di un’identica
preoccupazione circa la sicurezza e l’unità dell’Impero; ma non
dobbiamo condannare i persecutori alla stregua di criminali, né
compiangere i martiri più di quanto compiangiamo coloro che
subiscono le ingiustizie della sorte.


Punti relativi alla cristianità del Q[uinto] Impero:
Celui qui aura la charge de destruire.
Plus aux rochers qu’aux vivants.

Rochers sono i cattolici, poiché sono «pietre», di Pietro.


Vivants sono coloro che conservano la «vita», cioè la
perpetua trasformazione del cristianesimo – i protestanti, se si
vuole.

Par terre et ciel aux oriens tempeste.

Dominio non solo materiale, ma spirituale; nella persona


dell’Infante attraverso la guerra e le missioni; nella persona del
Principe (...) L’Impero sarà cristiano, universale, sincretico. Un
impero che debba assorbire in sé il terzo, che è quello
cristiano, non può includerlo rifiutando Cristo, perché ciò
equivarrebbe a escluderlo.
Il criterio di collocare il Regno dell’Anticristo dopo il Quinto
Impero è accettabile. L’Anticristo sta a significare la
dissoluzione della nostra civiltà, destino che accomuna tutte le
civiltà e tutto ciò che esiste in questo mondo. Dopo, si dice,
verrà la Fine del Mondo con la vittoria di Cristo. Ma sappiamo
già che questa «fine del mondo» significa la fine della religione
cristiana. Quanto alla vittoria di Cristo, il Giudizio Finale ed
espressioni simili, esse provengono sempre da questo mondo.
Scomparsa dalla terra la civiltà cristiana, si potrà continuare
solo in un altro mondo – affermazione che non sosteniamo né
confutiamo, poiché al riguardo non sappiamo nulla, né
possiamo fare nessuna congettura.
Curioso problema interpretativo (R[aul] L[eal]): considerare
l’Impero dello Spirito Santo come quello della Morte e
successivo a quello dell’Anticristo, che a sua volta segue quello
del Verbo. Ciò si concilia con quanto siamo andati dicendo,
soprattutto se si pone mente alla parola «morte».
L’intelligenza analogica, il cui grado più basso consiste nella
citazione e nell’allusione, con cui si illustra il discorso, e il cui
grado più alto è (l’interpretazione delle) profezie e dei simboli
(...) L’interpretazione delle profezie è una fusione
dell’intelligenza analogica con quella razionale (fenomeno
sincretico!).
«Religion du nom des mers vaincra» – vincerà tre volte: dopo
il Rinascimento, dopo l’età moderna, dopo l’età della terza
«tribolazione».


Così sappiamo che nel Quinto Impero avrà luogo la
riunificazione di due forze separate da tempo, ma che da tempo
si stanno riavvicinando: il lato sinistro del sapere, ossia la
scienza, la ragione, la speculazione intellettuale; e il lato
destro, ossia la conoscenza occulta, l’intuizione, la speculazione
mistica e cabalistica. L’alleanza fra D. Sebastião, Imperatore
del Mondo, e il Papa Angelico prefigura questa intima unione,
questa compenetrazione, forse davvero completa, di materiale
e spirituale. E anche il Secondo Avvento, o nuova incarnazione
dello stesso Adepto in cui un tempo Dio aveva proiettato il suo
Simbolo, o Figlio, non è altro che una diversa prefigurazione di
questa alleanza suprema.
Non è dunque attraverso un’estasi mistica che progrediamo,
ma attraverso una chiara congiunzione dei due poteri della
Forza, dei due lati della Conoscenza. Avrà luogo l’apparente
conquista dell’intelligenza materiale [?] da parte
dell’intelligenza spirituale e viceversa [?].
Se l’Impero Portoghese sarà a un tempo un impero di cultura
e l’impero universale stesso, che è altra cosa, dipende da ciò.
La «pace» che, come dice Bandarra, regnerà nel Mondo
intero, sarà la pace che nasce dall’assenza di differenze
religiose, quella dove «un solo Dio sarà conosciuto», come
aggiunge ancora.
E tutto questo durerà il tempo che deve durare, perché non
c’è niente di perenne o di eterno, e lo stesso Dio che ha creato
questo Mondo non è forse che uno dei molti «dèi», creatore di
uno dei molti «universi» che misteriosamente coesistono, tutti
probabilmente qualificabili come infiniti ed eterni. Il mistero,
dice l’occultismo più alto, è superiore non solo all’Universo, ma
a Dio stesso. [OPP, III, 64148]
[Prefazione al libro di poesie «Quinto Império» di Augusto
Ferreira Gomes, 1934]

La speranza di un Quinto Impero, come viene vagheggiata e


concepita in Portogallo, non è per sua natura conforme al
significato che la tradizione attribuisce all’interpretazione del
sogno di Nabucodonosor data da Daniele.
Nell’esegesi tradizionale la successione degli imperi è questa:
il primo è l’Impero Babilonese, il secondo quello Medio-
persiano, il terzo quello Greco e il quarto quello di Roma,
mentre il Quinto rimane come sempre incerto. In questo
schema, relativo agli imperi materiali, si può però
ragionevolmente considerare come ultimo l’Impero
d’Inghilterra. Questa, almeno, è l’interpretazione inglese; e
credo che, a tale livello, sia corretta.
Lo schema portoghese è diverso. Trattandosi di uno schema
spirituale, invece di partire, come in quella tradizione,
dall’Impero materiale di Babilonia, prende le mosse, insieme
alla civiltà in cui viviamo, dall’Impero spirituale della Grecia,
origine di ciò che spiritualmente siamo. E poiché questo è il
primo Impero, il secondo sarà quello di Roma, il terzo quello
della Cristianità e il quarto quello dell’Europa, o meglio, quello
dell’Europa laica dopo il Rinascimento. Il Quinto Impero non
potrà allora essere quello inglese, perché dovrà essere di altro
ordine. Noi crediamo che spetti al Portogallo, e di ciò siamo in
attesa.


La chiave è fornita, in modo insieme chiaro e oscuro, nella
prima quartina del Terceiro Corpo delle profezie di Bandarra,
dove Bandarra è un nome collettivo che non designa solo il
veggente di Trancoso, ma tutti coloro che hanno visto, grazie al
suo esempio, la medesima Luce. Il Terceiro Corpo non è, né
sarebbe potuto essere, opera del Bandarra di Trancoso.
Tuttavia diciamo che è di Bandarra. La quartina suona così:

Em vós que haveis de ser Quinto


Depois de morto o Segundo,
Minhas profecias fundo
Nestas Letras que VOS pinto. 2

La parola VOS, nel quarto verso, presenta in alcuni testi la


variante AQUI. Ma questo non cambia comunque
l’interpretazione.
Tenendo presente che, per la legge del Ternario, tutte le
profezie hanno tre attuazioni diverse, in tre tempi distinti,
questa dovrà essere interpretata in rapporto a tre periodi del
Portogallo, a seconda di come le «lettere» sono «dipinte». Se le
lettere sono quelle della parola VOS, allora indicano, come si
ordinò che si sapesse, Vis, Otium e Scientia. Mentre se sono
quelle della parola AQUI, indicano, nello stesso ordine, Arma,
Quies, Intellectus, che sono evidentemente sinonimi dei primi.
Nella sua ascesa all’Impero la Nazione Portoghese deve
dunque attraversare tre periodi: il primo caratterizzato dalla
Forza (Vis) o dalle Armi (Arma), il secondo dall’Ozio (Otium) o
dalla Quiete (Quies), e il terzo dalla Scienza (Scientia) o
dall’Intelligenza (Intellectus). I tempi e i modi sono indicati nei
primi due versi della quartina.

Em vós que haveis de ser Quinto


Depois de morto o Segundo...

Nel primo periodo, quello della Forza o delle Armi, ci si


riferisce al re D. Manuel I, il quinto della dinastia di Avis, e
successore di D. João II (o Segundo) dopo la sua morte. In
quell’epoca venne raggiunto l’apice della Forza o delle Armi,
cioè del potere temporale.
Nel secondo periodo, dell’Ozio o Quiete, ci si riferisce al re D.
João V (o Quinto), che succede al trono alla morte di D. Pedro II
(o Segundo). Si raggiunse allora l’apice della sterilità ricca,
dell’astensione dal potere – l’ozio e la quiete menzionati nella
profezia.
Nel terzo periodo, della Scienza o Intelligenza, ci si riferisce
al Quinto Impero, che si stabilirà dopo la scomparsa del
Secondo, quello di Roma.
Quanto a ciò che significa questa Roma alla cui fine o
scomparsa seguirà l’Impero Portoghese, o Quinto Impero; o
quanto alla natura della Scienza o Intelligenza che lo
caratterizzerà – non dirò né di sapere o di non sapere, né di
presumere o di non presumere. Sapere sarebbe troppo,
presumere troppo poco. Chi può capire capisca.
Le profezie sono di due tipi: quelle che, come in Daniele e nel
falso Bandarra, hanno in sé una grande luce; e quelle che,
come nel vero Bandarra e in questo libro, hanno in sé una
grande tenebra. Le prime sono il filo del labirinto, le seconde il
labirinto stesso. Le une e le altre, però, si completano a
vicenda. Le une si chiariscono, per quanto possibile, grazie alle
altre, perché la luce allontana le tenebre, ma senza le tenebre
non si vedrebbe la luce. Tanto più vero è allora ciò che si dice
in un certo passo segreto, che la miglior luce che abbiamo in
questo mondo altro non è che tenebra visibile... [OPP, III, 711-
13]
V. ASTROLOGIA, CABBALA E SCIENZA

[Astrologia e ordine dei mondi]

Ci sono tre ordini di cose in tutto: tre ordini di cose


nell’Essere, tre nell’Universo, tre nel Mondo e così via. Tutto è
triplice, ma a sua volta il triplice essere di ogni cosa consiste in
tre gradi o livelli: uno basso, uno medio e uno alto. Tutto ciò
che avviene in un livello si riflette e figura nell’altro. Questo è il
principio fondamentale di ogni scienza occulta, ed Ermete
Trismegisto lo ha riassunto nella formula: «Ciò che sta in alto è
come ciò che sta in basso, e ciò che sta in basso è come ciò che
sta in alto».
Se compresa correttamente, questa formula spiega molte
cose. In astrologia, ad esempio, sembra a tutta prima strano
che la posizione degli astri al momento della nascita di un
uomo, o all’inizio di qualche progetto, mostri, nelle sue
relazioni e nei suoi aspetti, il destino di quest’uomo o il corso di
tale progetto. Non sono però gli astri ad agire sugli uomini o
sugli eventi. Su di essi opera un destino, e tale destino, che a
un livello superiore esiste come forza spirituale, trova una
rappresentazione materiale o profana negli astri. Quando
affermo che un certo evento della mia vita dipende da un certo
aspetto di Saturno, mi esprimo bene e male nello stesso tempo.
Bene perché di fatto, attraverso la lettura dell’oroscopo, posso
prevedere questo evento sulla base dell’aspetto di Saturno, che
apparentemente lo determina. Tuttavia non è il pianeta Saturno
a determinarlo materialmente, bensì ciò che esso rappresenta
nel mondo materiale (...) [FH, 31-32]

[Valore dell’oroscopo]

L’oroscopo non si riferisce a quello che ha luogo prima della


nascita o dopo la morte, sebbene sia plausibile che aspetti
(direzioni) precedenti alla nascita e posteriori alla morte
possano indicare certi fenomeni esterni relativi alla vita, per
così dire, prenatale e postmortale dell’individuo. Ma questo non
è assodato.
La vita è essenzialmente azione, e l’oroscopo indica appunto
l’azione presente nella vita del nativo. Sono tre le indicazioni
che l’oroscopo non fornisce: 1) le qualità fondamentali
dell’individuo, riguardo al suo grado intimo; 2) la sua
condizione sociale di partenza; 3) ciò che risulta di lui, e della
vita che ha condotto, dopo la morte. L’oroscopo contiene e
spiega tutto, tranne questo.
Non ci si stupisca che sia spento e incolore l’oroscopo di un
grande artista divenuto celebre solo dopo la morte: l’oroscopo
porterà l’indicazione sia di qualità artistiche (in un grado che
non possiamo valutare) sia di anonimato. Saranno tutte
indicazioni astratte: solo grazie alla nostra veggenza potremo
renderle concrete. (Questo è il significato del primo apotema di
Tolomeo).
Mi spiego meglio: l’oroscopo di un poeta drammatico potrà
caratterizzarsi come tale; vi potrà essere indicata una certa
fama o un certo successo. Ma, a parte questo, esso può riferirsi
a Shakespeare come a un poeta drammatico meno celebre, il
quale, all’epoca in cui è vissuto, abbia avuto una vita identica o
simile per fama e successo a quella di Shakespeare. L’oroscopo
rivela, più o meno, quanto vede il mondo. Non dobbiamo mai
dimenticare questo particolare importantissimo. Senza di esso
l’astrologia non servirebbe a nulla. [OPP, III, 406-408]

L’interpretazione dei segni

Qualità dei segni come triplicità e come quadruplicità:

Ariete: cardinale e di fuoco


Toro: fisso e di terra
Gemelli: mobile e di aria

Cancro: cardinale e di acqua


Leone: fisso e di fuoco
Vergine: mobile e di terra

Bilancia: cardinale e di aria


Scorpione: fisso e di acqua
Sagittario: mobile e di fuoco

Capricorno: cardinale e di terra


Acquario: fisso e di aria
Pesci: mobile e di acqua.

Specificando bene le loro qualità all’interno delle triplicità e


delle quadruplicità, si ricava una facile definizione di tutti i
segni.
Il futuro di ogni persona o istituzione di cui si sia fatto
l’oroscopo si ricava mettendo insieme tre elementi:
a) la lettura di ciò che risulta dall’oroscopo propriamente
detto;
b) la lettura di ciò che indica il movimento dei pianeti
oroscopici. (Per movimento dei pianeti oroscopici si intende il
movimento dei pianeti nel quale ogni giorno viene contato
come un anno. Ad esempio, la Repubblica è stata proclamata
alle 8.40 della mattina del 5 ottobre 1910: se prendiamo la
posizione dei pianeti il 6 ottobre dello stesso anno alla stessa
ora, essa ci indicherà per sommi capi che cosa dovrà accadere
nel secondo anno di vita della Repubblica, e così di seguito per
gli anni a venire). Si osservano gli aspetti che i pianeti
«progressivi» (considerati cioè nel loro movimento giornaliero,
dove un giorno vale un anno) via via realizzano sia con i pianeti
radicali – cioè nella posizione che hanno nell’oroscopo – sia con
gli altri pianeti ugualmente progressivi;
c) la lettura di ciò che indicano i transiti. Il transito è il
passaggio di un pianeta su un determinato punto significativo
dell’oroscopo. In questo caso l’elemento da considerare è il
movimento del pianeta.
I tre elementi che permettono la lettura degli eventi vanno
connessi osservando le seguenti regole.
1) Nessuna direzione o transito può alterare ciò che indica
l’oroscopo radicale.
2) La forza con cui agiscono le direzioni è direttamente
proporzionale al loro accumulo. Cioè, se una direzione del Sole
coincide con una direzione e un transito della Luna ciò farà
fatalmente esplodere gli eventi (...)
L’anno importante per la Repubblica è il 1920. In quel periodo
ha luogo la congiunzione del Sole avanzato con Giove, che fa
esplodere violentemente non solo gli effetti benefici della
congiunzione, ma anche quelli malefici della quadratura di
Urano e di Nettuno con Giove. Nella stessa occasione la Luna è
appena arrivata al trigono con la sua posizione radicale e
successivamente forma un sestile con Saturno. Nel 1921 la
Luna tocca il trigono di Nettuno e il sestile di Urano, un ottimo
aspetto. Nel 1920 Urano transita sulla Luna in avanzamento.
[OPP, III, 408-10]

[L’aspetto dei pianeti]

Gli aspetti si dividono in:


1) Buoni, cattivi e incerti. Sono buoni il trigono, il sestile, il
semisestile, e quelli di 15°, 105°, 165°.
Sono cattivi l’opposizione, la quadratura, la semiquadratura,
la sesquiquadratura e gli aspetti di 75° e 150°.
Sono variabili la congiunzione e il parallelo.
2) Maggiori, minori e medi. Sono maggiori la congiunzione,
l’opposizione, la quadratura, il trigono e il sestile.
Sono medi la semiquadratura, la sesquiquadratura, il
semisestile e il parallelo.
Sono minori gli altri aspetti, cioè quelli di 15°, 75°, 105° e
165°.
3) Aspetti diretti, aspetti di combinazione e aspetti per
posizione. Sono aspetti diretti quelli che rappresentano
suddivisioni immediate dei gradi dello Zodiaco: opposizione,
trigono, quadratura, sestile, semiquadratura, semisestile,
semidemisestile (15°). Sono aspetti per combinazione quelli
che risultano da una somma dei precedenti: 75°(45 e 30),
105°(60 e 45), 135°(90 e 45), 150°(90 e 60), 165°(120 e 45). Gli
aspetti per posizione sono due: la congiunzione e il parallelo.
Quest’ultima suddivisione riveste grande importanza in
riferimento alle direzioni. Ogni aspetto combinato è composto
di due aspetti, uno buono e uno cattivo (tranne nel caso della
sesquiquadratura, che è la somma di due aspetti cattivi, e per
questo è così negativa), e l’aspetto in sé risulta buono o cattivo
a seconda che prevalga l’una o l’altra delle componenti che
entrano nella combinazione. Ma nelle direzioni dobbiamo
considerare gli aspetti per direzione in combinazione con gli
aspetti radicali; in modo che, se arrivassimo ad avere Sat[urno]
in 105° alla Luna per direzione, e radicalmente avessimo
questo stesso pian[eta] in aspetto negativo, tale direzione non
risulterebbe leggermente buona come di solito, ma
leggerm[ente] cattiva.
Uno degli aspetti che richiedono maggiore attenzione è la
congiunzione. La congiunzione non è propriamente un aspetto
diretto, ma un aspetto per posizione. La sua qualità (buona o
cattiva) non deriva quindi dalla ragione mistica cui ci siamo
rifatti quando abbiamo spiegato che le divisioni per 2 dello
Zodiaco erano cattive mentre quelle per 3 buone. Per
determinare la qualità di questo aspetto dobbiamo rifarci alla
qualità dei pianeti che lo formano. È facile allora concludere
che le congiunzioni fra pianeti buoni saranno positive e
negative quelle fra pianeti cattivi. Le difficoltà cominciano – e
comincia quindi a rendersi necessaria l’attenzione di cui
abbiamo parlato – quando si tratta della congiunzione fra
pianeti buoni e pianeti cattivi. (Per il caso in questione, Nettuno
è cattivo mentre la Luna è buona). Quello che accade con la
congiunzione si verifica con il parallelo.
Dobbiamo quindi analizzare i seguenti aspetti (congiunzioni e
paralleli):

Sole e Urano
Sole e Saturno
Sole e Marte
Sole e Nettuno
Luna e Urano
Luna e Saturno
Luna e Marte
Luna e Nettuno

Giove e Urano
Giove e Saturno
Giove e Marte
Giove e Nettuno

Venere e Urano
Venere e Saturno
Venere e Marte
Venere e Nettuno.

Si dovrebbero forse aggiungere gli aspetti formati dal pianeta


neutro Mercurio in congiunzione con gli stessi quattro pianeti
avversi.
Vediamo adesso quale potrà essere la qualità degli aspetti
che abbiamo qui riportato.
Le congiunzioni del Sole con i pianeti cattivi saranno sempre
cattive, perché il Sole, pianeta della vita, rafforza il carattere
del pianeta che gli si avvicina.
Le congiunzioni della Luna con i pianeti malefici danno luogo
a esiti più dubbi. Il carattere della Luna è quello di alterare e di
acuire. Quando la Luna è in congiunzione con un pianeta di
natura affine, l’effetto sarà decisamente malefico: sono cattive
quindi le congiunzioni della Luna con Urano e con Nettuno.
Altrettanto cattiva è la congiunzione della Luna con Marte, il
quale, sebbene non sia un pianeta di mutamento, è un pianeta
di sollecitazione e, in quanto malefico, sollecita la Luna.
La congiunzione della Luna con Saturno costituisce uno dei
grandi problemi dell’astrologia seria. Entrambi i pianeti sono
definiti freddi, ma la loro natura è radicalmente opposta, sicché
il male che si possono fare a vicenda contiene elementi di
elisione e neutralizzazione reciproca. Non dimentichiamoci che
S[aturno] è, a un tempo, il pianeta della Tristezza, del Destino,
e (...) La congiunzione con la Luna, pianeta dell’Immaginazione
(...) ha quindi un esito certo: stendere sulla vita dei nativi un
manto di desolazione, di timidezza e di fondo onirico e
accidioso. Immaginazione inquieta, ambizione insaziabile e
sempre smaniosa, grandi turbamenti esistenziali, grandi
rovesci e ascese (...) [OPP, III, 411-13]

[L’oroscopo di Raul Leal]


Aspetti in azione nel 1916

Raul Leal
Aspetti del Medium Coeli
(Nota: gli aspetti del Medium Coeli rappresentano valenze
che il Destino impone senza che sia possibile l’intervento della
volontà e senza che rappresentino stadi nello sviluppo del
carattere e del destino interiore).
Medium Coeli in quadratura con Marte. È un cattivo aspetto.
In questo oroscopo Marte regge la casa del denaro ed è
collocato in essa, cosa che lo rende fortemente rappresentativo
della situazione finanziaria. La quadratura del M[edium] C[oeli]
con Marte significa quindi una gravissima crisi finanziaria che
le circostanze infliggono all’individuo senza che egli ne sia
responsabile se non in minima parte, o dirittura per nulla.
Questo aspetto negativo ha però due difese, vale a dire che,
insieme alla sua quadratura con Marte, il Medium Coeli
presenta due aspetti favorevoli, che sono:
Medium Coeli in sestile con Urano. È un buon aspetto, che va
considerato insieme al precedente, perché in questo oroscopo
Urano è sull’Ascendente. (Nota: la posizione di Urano
nell’Ascendente significa essenzialmente un amore eccessivo
per l’indipendenza e una propensione per idee e concetti
originali e strani, in ogni caso lontani da quelli normali e
ordinari). Il sestile di M[edium] C[oeli] con Urano, oltre a
rafforzare il significato della sua originaria collocazione
all’Ascendente, aumenta la capacità di pensiero originale,
l’inclinazione all’indipendenza e anche, nel caso l’individuo vi si
dedicasse, l’attitudine per gli studi occulti e magici, dato che
Urano presiede all’occultismo attivo (ipnotismo, magnetismo,
magia).
Tutti questi aspetti del Medium Coeli rappresentano, si noti
bene, imposizioni del destino. La stessa crescita
dell’individualità e della volontà che qui si verifica non muove
dall’interno, ma dall’esterno, forse grazie a un aiuto superiore,
offerto da altri pianeti. Il fatto che Urano sia uno dei punti in
aspetto rafforza questa ipotesi, visto che è il pianeta
dell’«occulto» (...)

Aspetti del Sole
(Nota: gli aspetti del Sole rappresentano cose o fatti che si
riferiscono allo sviluppo del carattere e del destino
dell’individuo, ai quali la sua volontà collabora e la sua
intelligenza partecipa attivamente).
Sole in congiunzione con Urano radicale e con Urano
avanzato. Trattandosi di una doppia congiunzione, è senza
dubbio il più forte degli aspetti ora dominanti. Nel suo libro
sull’astrologia direzionale Alan Leo scrive: «Sole in
congiunzione con Urano. Questo aspetto segna un’epoca della
vita caratterizzata da grandi turbamenti psichici, che saranno
causa di uno sviluppo dell’intelligenza.
«L’individuo attraverserà un periodo molto agitato e
avventuroso, oppure si separerà da alcuni amici per unirsi ad
altri, e i nuovi gruppi avranno un carattere più intellettuale del
consueto. Questa influenza denota mutamenti, di carattere più
soggettivo che oggettivo. È un periodo in cui si verificano
eventi inaspettati e in cui si rompono o si stringono in modo
repentino strani vincoli di amicizia. Questa influenza agisce
solo quando lo spirito è pronto a rispondere alle vibrazioni
superiori, e deve essere accolta con una scrupolosa
preparazione mentale in modo che la parte superiore dello
Spirito si adatti alle nuove circostanze che si sono venute a
creare». (Va aggiunto che nel presente oroscopo questo aspetto
dura circa dal 1914).
Sole in congiunzione con Giove. Alan Leo scrive ancora:
«Questa posizione del Sole è molto positiva, perché significa
successo e guadagno, e insieme vantaggi derivanti da viaggi e
da società con altre persone. La salute sarà buona e la
costituzione più robusta. Provoca però una tendenza a eccessi
di ogni genere e a un orgoglio esasperato». Alan Leo aggiunge
inoltre che questo aspetto diventa meno favorevole in presenza
di una contemporanea influenza di Marte. Attualmente accade
proprio questo, come si è visto in precedenza (Medium Coeli in
quadratura con Marte) e si vedrà in seguito (Marte in
congiunzione con Urano, in direzione primaria).
Sole in quadratura con il Medium Coeli. Questo aspetto
negativo è ora in piena azione a causa del transito di Saturno
nel Medium Coeli. Ne deriva una serie di calamità fra cui
disonore e declino sociale, un ritardo rispetto al destino
superiore e un periodo assai burrascoso nella vita di relazione
con l’esterno. (Questo aspetto ha raggiunto l’apice nei mesi di
aprile, maggio e giugno).

Aspetti interplanetari
Marte in congiunzione con Urano e con l’Ascendente in
aspetto primario. Ipertensione di tutto il sistema nervoso,
predisposizione alla confusione mentale e all’allucinazione.
Forte inclinazione all’occultismo, alla chiaroveggenza e agli
stati medianici. Questa congiunzione indica un periodo
importante nella vita – un periodo di grandi difficoltà materiali,
ma di profonda purificazione dello spirito, dal momento che il
suo significato occulto è importantissimo. Viaggi, amicizie e
imprese tentate in questo periodo causeranno grandi amarezze
e disillusioni. Generalmente questo aspetto dura piuttosto a
lungo, e sono ormai circa due anni che domina nel caso in
questione. (È forse il più significativo di tutti gli aspetti
presenti in questo oroscopo, perché l’influsso di Marte e di
Urano sull’Ascendente ne aumenta straordinariamente
l’importanza). Incide in particolare sulla personalità,
provocandone trasformazioni profondisime, il cui significato
rimane incompleto se le si considera soltanto sul piano fisico.
Marte in opposizione a Nettuno in aspetto secondario. Questo
aspetto negativo fornisce una sorta di chiave per tutti gli altri.
Nettuno è collocato nell’ottava casa, che è quella del mondo
astrale. Tale opposizione indica quindi una guerra mossa
all’individuo da un altro piano. Alan Leo, nell’opera
summenzionata, osserva che questo aspetto rappresenta ciò
che nelle iniziazioni antiche veniva definito «il passaggio per il
mondo sotterraneo». Esso costituisce la prova massima, ma gli
altri aspetti già citati, che rafforzano la personalità, devono
aiutare a compiere il passaggio attraverso questo «luogo
oscuro».
Tale aspetto provoca spesso – scrive Alan Leo – una tendenza
a gesti impulsivi dettati dalla disperazione (come il tentativo di
suicidio).

Aspetti lunari
(Nota: gli aspetti lunari mettono in atto gli altri aspetti. È la
Luna a trasformare in fatti le buone o le cattive promesse dei
pianeti. Vediamo allora che nel caso attuale la Luna sta
passando da un aspetto decisamente cattivo a uno decisamente
buono. Ciò determina un lento e progressivo passaggio dal lato
negativo a quello positivo di tutti gli aspetti citati).
Luna in quadratura con Venere (aspetto che va
scomparendo). Questo cattivo aspetto significa tre cose:
turbamento e depressione sessuale, crisi finanziaria e grande
turbamento emotivo e sentimentale, crisi spirituale. Tale
aspetto ha riguardato principalmente i mesi di aprile, maggio e
giugno 1916. Ha quindi messo in atto la parte negativa degli
aspetti superiori citati in precedenza. La Luna, tuttavia, si sta
avviando verso un aspetto decisamente buono che presto dovrà
manifestarsi.
Luna in trigono con Saturno. Questo aspetto positivo
doppiamente forte (perché è un trigono e perché il domicilio di
Saturno è attraversato da questo pianeta) mette in rilievo
proprio il lato buono degli aspetti prima citati. Indica un
aumento di energia e di capacità di resistenza, una maggior
apertura sociale, e più fiducia in se stessi. Non è un aspetto che
di per sé porti gioia, ma dona fiducia, forza e serenità. Si
avvertirà bene nel luglio 1916.
Breve riassunto: un periodo di grande travaglio e tristezza,
che dura ormai da anni e durerà ancora. Il suo significato non
risiede nel piano fisico, né ad esso appartengono le forze che
sono in lotta fra loro. Il periodo si avvia però a un
miglioramento grazie al passaggio della Luna da un aspetto
negativo con Venere a uno positivo con Saturno.
Fernando Pessoa [OPP, III, 416-19]

[Astrologia, profezia e storia]

Ciò che chiamiamo Grande Guerra è il principio della fine


prima di quella Grande Devastazione simbolicamente
profetizzata dall’astrologo Daniele e dal Veggente di Patmos, la
quale dovrà precedere «l’effondersi dello Spirito su ogni
Carne».
Questa grande lotta è la manifestazione nel ventesimo secolo
dell’antica guerra che esiste dal principio di tutte le cose. Essa
è sopravvissuta a diverse stirpi di abitanti della terra e si è
manifestata attraverso una molteplicità di popoli e di nazioni
nei vari cicli della storia del mondo.
Si tratta, insomma, dell’eterna lotta tra le forze della Luce e
quelle della Tenebra, la lotta fra i rappresentanti dello Spirito e
quelli della Materia. La troviamo nella letteratura più antica.
Compare come Mahābhārata, o Grande Guerra fra i Kaurava e i
Pāndava, nelle leggende ariane. Si ripete nella storia di Israele
e dei Filistei, che alla fine vennero sconfitti da Alessandro
Magno. Ricompare nelle guerre dei Medi e dei Persiani contro
la Grecia nei tempi annunciati dal profeta Daniele. E tende a
ripresentarsi ogni volta che l’ambizione mondana e la
materialità acquisiscono forza e consenso sufficienti a opporre
resistenza alle forze che rappresentano la libertà umana e il
riscatto dell’Umanità.
Queste forze sono infatti simboleggiate dal Sole e dalla Luna:
il primo, reggente del Giorno, la seconda, della Notte.
La storia si ripete. Se si sostituisce la Germania alla Persia e
la Francia alla Grecia, nell’undicesimo capitolo del Libro di
Daniele si troverà tutta la storia della guerra attuale.
Ciò che la scienza indica in base alla Legge della Periodicità,
la Profezia lo afferma in base al ripetersi cronologico degli
eventi. E dalle stesse cause si possono dedurre gli stessi effetti.
Voglio portare un esempio (...)


Il grande ciclo di Saturno e Giove si compie in 960 anni. I
segni dello Zodiaco sono dodici e si suddividono in quattro
trigoni che corrispondono ai quattro stati della materia: Fuoco,
Aria, Acqua e Terra; eterico, gassoso, liquido e solido. Per un
periodo di 240 anni Saturno e Giove, che sono i due corpi più
pesanti nel nostro sistema, danno luogo a successive
congiunzioni in ciascuno di questi trigoni, e, dato che i trigoni
sono quattro, abbiamo 240 x 4 = 960 anni perché si completi
l’intero ciclo e cominci una nuova serie di congiunzioni.
L’Impero Germanico fu fondato da Corrado I nell’anno 911.
Se a questo numero aggiungiamo 960, otteniamo 1871,
esattamente la data della fondazione del Nuovo Impero
Germanico sotto la dinastia prussiana. Ma c’è di più: se a 962,
anno dell’unione della Prussia con Roma, aggiungiamo sempre
960, otterremo 1922, anno riguardo al quale avrei da fare una
profezia particolare nel corso di queste pagine. È l’anno
dell’alleanza sotto la «Seconda Bestia» prima dell’avvento della
Devastazione.
Ora, le congiunzioni di questi due grandi pianeti sono indici o
segni da cui possiamo desumere il corso futuro degli eventi.
Prendiamo, ad esempio, la Grande Congiunzione del 26
gennaio 1842 (alle 5.29 del mattino), in base alla quale Zadkiel
il Veggente predisse la rivolta in India in questi termini: «La
posizione di Saturno, Giove nella 9 casa, che è quella
a

dell’inimicizia segreta con il Governo, e la Luna nella 4 in


a

opposizione alla 10 indicano inequivocabilmente cospirazioni e


a

complotti, e anche aperte insurrezioni, contro i dominatori


dell’India.
«I sacerdoti e il popolo si uniranno per rovesciare l’attuale
stato di cose, e in ciò daranno prova di grande audacia. Ma,
oltre a costringere il Governo a spendere molto denaro per
mantenersi al potere, non otterranno nulla, almeno per un
certo periodo. Un grande cambiamento, però, avrà luogo finché
avrà effetto questa Variazione, ed è mia opinione che di qui a
poco verrà istituito un governo rappresentativo nel quale il
popolo avrà grande parte».
Ci sono quattro punti nodali in tutto lo schema astrologico, e
sono i gradi dello Zodiaco occupati dal Medium Coeli,
Ascendente, Sole e Luna. [OPP, III, 414-15]

[I segreti della Cabbala]

L’Ineffabile è al di là della nostra conoscenza; con il nostro


linguaggio non possiamo neppure dire se Egli esista.
L’Ineffabile automanifesto, quindi non più Ineffabile, è
l’Elōhīm, duplice (Immanifesto e Manifesto), e, mentre
l’Immanifesto è (simbolicamente) privo di sesso, il Manifesto
possiede (simbolicamente) entrambi i sessi. Poi, per così dire,
c’è anche l’altro-manifestato-Immanifesto, cioè la
manifestazione dell’Immanifesto come altro al di là di sé, ed è
quest’ultimo che contiene i quattro mondi. Tutti e tre
costituiscono la Trinità: rispettivamente Spirito Santo, Figlio e
Padre, dove il Padre è «identico al Mondo (...)
La nostra comunicazione, anche al suo punto più alto, non
può spingersi oltre la Seconda Persona; ne deriva che l’unione
con Dio e l’unione con Cristo significano la stessa cosa, perché
si può essere uno con Dio soltanto in e attraverso Cristo.
Uno è il numero della Divinità in se stessa; due il numero
della Divinità Manifesta, poiché il Figlio contiene entrambi; tre
è per l’uomo il numero della Divinità completa. Quattro,
essendo i quattro mondi, è il numero della realtà, o della
manifestazione come realtà. Cinque, essendo i quattro mondi
del Padre e il mondo cui dà forma il Figlio (come uno), è il
numero della perfezione del mondo. Sei, essendo i quattro
mondi e le Due Nature del Figlio, è il numero della Creazione o
Perfezione di Dio e dell’Uomo, o di Dio e del Mondo, e quindi i
sei giorni della Creazione. Sette è la somma di questi con il
Mondo Superno, e quindi il numero perfetto, nel quale c’è
comprensione completa poiché contiene la pienezza (quattro)
del Mondo, la pienezza (due) del Figlio Formatore e la pienezza
(uno) dello Spirito Santo. [...] [RC, 171]


L’Essere Supremo, incomprensibile e astratto, ecc., l’E[ssere]
S[upremo] dei cristiani, è ciò che essenzialmente esiste e
supremamente è. Egli, però, pensa se stesso e nel pensarsi
diventa Oggetto di se stesso, ovvero la propria passività o
femminilità; questo è ciò che chiamiamo F[iglio], e ricorderemo
l’espressione di quel testo antico secondo cui «per la Seconda
Persona della Trinità suoneranno due rintocchi di campana,
perché Essa è femminile». Questo pensiero dell’E[ssere]
S[upremo] è sorto dal nulla, la possibilità infinita, la V[olontà]
M[assima], come diciamo. D[io] si è costituito allora come
Soggetto e Oggetto di se medesimo, Maschile e Femminile, e
quindi ermafrodito. E questo è D[eus] P[ater], creatore del
mondo. È l’Adamo Primordiale. (Quanto all’anteriorità del
F[iglio], «In principio era il Verbo», il pensiero stesso di Dio è
suo Figlio, e così, in Dio, il Pensiero e l’Oggetto sono la
medesima cosa).
La creazione del mondo consiste nella proiezione dell’Essere
Supremo, trino e uno, nel Mondo, anch’esso trino e uno. È
questo l’Adamo Primordiale, l’Adam Kadmon dei cabbalisti. La
creazione è simboleggiata dalla rotazione del triangolo
supremo (che diviso dalla linea filiale rappresenta l’elemento
Aria) sull’asse orizzontale paterno, in modo da formare un
triangolo rovesciato, il quale, con un’analoga divisione
mediana, rappresenta l’elemento Acqua. La vesicula piscis che
avvolge naturalmente tutto è la Possibilità, cui abbiamo già
accennato, in un certo senso esterna a D[io] stesso, la Notte
infinita, il Nulla.
Il simbolo così costituito è naturalmente diviso in quattro
parti, che rappresentano i quattro mondi dei cabbalisti: la parte
compresa fra il punto E[ssere] S[upremo] e la linea F[iglio];
quella compresa fra la linea F[iglio] e la linea P[adre]; quella
compresa fra la linea P[adre] e la [seconda] linea F[iglio], e
quella compresa fra questa e il punto S[upremo] inferiore.
Chiameremo questi mondi A, B, C e D. Il mondo D, che muove
da S, cioè dall’istintualità, è il mondo inorganico e istintivo (cfr.
Wirth, Diable-Instinct); C è il mondo umano; B è il mondo
angelico; A è il mondo divino.
In ogni mondo operano le dieci Sefirot.
La linea P[adre] appartiene a entrambi i triangoli: al divino
come D[io] P[adre], al mondano come Mondo; come tale è
duplice e trina: Dio-Mondo, come riflesso dell’E[ssere]
S[upremo]; Dio-Uomo, come riflesso del F[iglio]; Dio-Dio, come
proprio riflesso, manifestazione di sé a se stesso, spirito-
materia ermafrodito. [RC, 168-69]
Nella mente confusa di molti, la Cabbala ha il primato di una
verità. Ma la Cabbala non è necessariamente una verità. Può
esserlo come non esserlo. È soltanto una speculazione
metafisica condotta sulla base di dati più completi di quelli di
cui dispone normalmente il filosofo profano. È soggetta ai
medesimi rischi di errore e di illusione delle speculazioni
profane, poiché premesse migliori non forniscono ai pensatori
la logica o la chiave per dedurne necessariamente conseguenze
migliori. Lavorando sui dati inanimati del mondo visibile, Kant,
per la sua qualità di genio, può giungere più vicino alla verità
di Rabbi Akiba, che aveva la facoltà di lavorare sui dati viventi
del mondo invisibile.
Tutta la vita è una simbologia confusa. [OPP, III, 421]

[La magia dei numeri]

Poiché i numeri e le figure sono i tipi esteriori dell’ordine e


del destino del mondo, la più semplice operazione aritmetica,
algebrica o geometrica, purché corretta, contiene grandi
rivelazioni; e, senza bisogno di altri segni, nella matematica
risiedono le chiavi di tutti i misteri. Ciò non significa – sarebbe
una cosa assurda – che ogni matematico, quando fa i suoi
calcoli, sia consapevole di comunicarci segni di segreti. Allo
stesso modo, non c’è ragione di supporre che Euclide, nella sua
Geometria, si sia occupato di qualcosa di diverso dalla
geometria; ma, per chi li sappia leggere, i libri di Euclide sono,
dalla prima proposizione all’ultima, segni rivelatori. Negli
stessi irrazionali dell’algebra sono contenuti grandi misteri.
[OPP, III, 425]


La quantità, numero in sé, infinito, ha la qualità di un’idea.
È grazie alla Quantità (ideale) che noi conosciamo la pluralità
delle cose. Perciò la quantità in sé produce tale pluralità. È in
noi così come sono in noi i numeri.
Perché, se diciamo che non è in noi, ma che la deduciamo
dalla natura, sbagliamo. In primo luogo, è impossibile vedere
un numero senza l’idea (innata, non filosofica) di Quantità; in
secondo luogo, è impossibile dedurre la quantità dai numeri, a
meno che essa non si trovi nei numeri e, se noi siamo in grado
di provare che è in essi, allora sarebbe posteriore solo
filosoficamente. E se è nei numeri (...) non è ovvio che questi ne
siano l’origine.
Quando noi, osservando il mondo, deduciamo la nostra idea
di Energia (Forza), la consideriamo come esistente prima o
dopo le forze? L’energia è soltanto ideale mentre le forze sono
cose reali? No. Il materialista sbaglia. Ogni filosofia è assoluta
o contiene un Assoluto, fosse anche l’assoluta relatività. E
l’empirismo, facendosi assoluto in un punto, nega che
l’idealismo lo sia in altri (...) E inconseguente. Per poter essere
una forza in se stesso, il materialismo deve abbandonare l’idea
di materia e l’idea di forza. Deve eliminare completamente
l’infinito.
Di conseguenza le idee producono l’universo esteriore. Le
idee sono allora forze?
Orbene, o le idee sono cose (cioè, qualcosa di esistente) o non
lo sono e sono semplicemente apparenze.
C’è più di un’idea, ce ne sono molte, quindi una volta che ce
n’è più di una, ce n’è un numero infinito. Il numero, allora,
precede l’idea. È stata una profonda intuizione dei discepoli di
Pitagora quella di porre il numero a fondamento di tutte le
cose. [TF, II, 50-51]


I tre mondi: il mondo causale, il mondo intellettuale e il
mondo numerico.
La realtà del mondo «materiale» (prendendo l’aggettivo
nell’accezione più ampia) dipende dal Numero. In questo
mondo-risultato siamo, come ogni ente, meri numeri.
Ma i numeri hanno una logica, una ragione. Non
presuppongono nient’altro. (Non presuppongono nemmeno la
coscienza di essi). Ma i numeri hanno un ordine. Per questo, al
di sopra dei numeri c’è là ragione dei numeri. Questa ragione è
del tutto immanente ai numeri. La pensiamo soltanto grazie a
quel fenomeno che ha luogo tra i numeri e che chiamiamo
Legge.
Ma questa ragione deve avere un’origine, una causa.
Quindi, al di sopra del mondo razionale c’è il mondo causale.
Il mondo numerico è retto dagli dèi; vale a dire,
relativamente al mondo che concepiamo, il politeismo è la
Verità. Non è lecito avere nessun’altra religione che non sia il
politeismo.
Nel mondo razionale non ci sono più dèi, o meglio, questo
mondo è al di sopra degli dèi. Esso non è reale; cioè, non c’è
niente in noi che ci permetta di affermarne l’esistenza. Non si
può nemmeno dire che è, perché l’essere, la realtà sono
categorie del Numero. Perciò il mondo razionale non può
essere raggiunto né dai sensi, che insegnano l’idea di Realtà,
né dalla ragione, che insegna l’idea di Legge, né dalla
Coscienza, che insegna l’idea di Essere. Nessuna nostra
facoltà, nessuna modalità di percezione ci può innalzare fino al
mondo razionale; tutt’al più possiamo scorgerne il riflesso tra i
numeri. Perché ci sono numeri, relazioni fra i numeri (riflesso
della Ragione), esistenza (astratta) di numeri e relazioni fra
loro, in quanto il dato comune fra i numeri e le loro relazioni
consiste nell’essere «cose» che esistono. [TF, II, 63-64]
Una teoria materialista

Perché l’infinita divisibilità della materia possa essere


concepita, non è sufficiente che venga concepita in pensiero.
Ciò che il pensiero concepisce come infinitamente divisibile
non è la materia, ma l’idea astratta di materia. Nel momento in
cui si concepisce la divisibilità della materia, si devono
concepire un ente che divide e uno strumento con cui dividere.
Quindi, per concepire adeguatamente l’infinita divisibilità
della materia dobbiamo concepire o un individuo preposto allo
scopo, che in un tempo limitato divida infinitamente la materia,
o uno strumento infinitamente perfetto con cui fare questa
divisione infinita (una volta esclusa, per porre correttamente il
problema, l’idea di tempo). Ebbene, questo è impossibile.
Altrettanto inconcepibili sono l’infinito temporale e quello
spaziale in quanto realtà. Nel momento in cui si ipotizza lo
spazio infinito, sorge un problema: due punti non coincidenti in
questo spazio sono equidistanti dal limite (infinito) di tale
spazio; quindi sono coincidenti. Perciò, o non esistono luoghi, e
allora non si dà spazio, oppure se ciò è impossibile, allora lo
spazio non è infinito.
Con il tempo succede la stessa cosa. Due istanti si trovano a
uguale distanza dal principio inesistente (presunto tale) del
tempo. Sono dunque lo stesso istante. Ma se due istanti diversi
coincidono, nulla è avvenuto e quindi non esiste tempo.
In realtà, entrambe le volte si è sostituita all’idea di tempo e
di spazio l’idea dell’idea di tempo e di spazio; in ambedue i casi
si è considerato lo spazio astrattamente, come se non
contenesse luoghi – cosa che contraddice la sua essenza –, e il
tempo come se non contenesse istanti, cioè come se non
durasse, cosa che è altrettanto falsa e contraria alla nozione
stessa di tempo. Si è fatta filosofia in modo riflesso, pensando
non le cose, ma i nostri pensieri.
Quasi come diceva Spinoza, da un lato sta il pensiero,
dall’altro la materia. Un concetto matematico, come quello, ad
esempio, secondo il quale una certa quantità divisa per zero dà
infinito, indica chiaramente l’impossibilità di tale divisione, in
quanto il suo risultato non può mai essere superiore alla
quantità divisa; e se zero non divide realmente, allora non c’è
divisione.
X diviso per infinito uguale a zero indica chiaramente che X
non è divisibile per infinito, se il risultato di tale divisione è
zero, cioè nulla, perché una cosa divisibile per un’altra deve
dare come risultato qualcosa; o allora X non è divisibile affatto.
La matematica è una scienza soltanto al proprio interno. Non
è applicabile alla realtà. [OPP, III, 310-11]

[Da «Che cos’è la metafisica?» di Álvaro de Campos]

[...] Tenga poi presente Fernando Pessoa il fatto – già citato in


altro contesto – che la scienza, a mano a mano che si
perfeziona, tende a diventare matematica riducendo ogni cosa
a formule «astratte», esatte, il più possibile svincolate dalle
«equazioni personali», cioè dagli errori di osservazione e di
coordinamento prodotti dalla fallibilità dei sensi e dell’intelletto
dell’osservatore. [Nota dell Autore]: Al riguardo è opportuno
fare un’osservazione, sebbene digressiva, a tutela dei non
specialisti. Le scienze, avvicinandosi allo stadio matematico,
diventano più esatte: ma non per questo diventano
necessariamente più vere. Tanto i matematici puri quanto i non
specialisti sono inclini ad attribuire a questa scienza un
carattere di «certezza» che non è assolutamente dimostrato. La
matematica è un linguaggio perfetto, nient’altro. Bisogna tener
presente la relatività degli stessi princìpi matematici – non la
semplice relatività condizionale, da tempo nota a chi sa come,
in molte applicazioni pratiche, cioè veramente scientifiche,
della matematica, sia necessario introdurre coefficienti di
correzione; ma anche una relatività non condizionale, già
ampiamente dimostrata, ad esempio in geometria,
dall’esistenza di geometrie non euclidee, tanto «vere» nella
loro applicazione quanto la geometria «classica». È anche
opportuno avvertire i non specialisti che il termine «relatività»
è qui inteso nel suo significato tradizionale e logico, e non
nell’accezione, per giunta infelice e assurda, in cui viene
impiegata a proposito della teoria di Einstein, che è soltanto
una teoria, dapprima ristretta, poi generalizzata, del moto
relativo. [...] [TF, I, 13]

[Dagli «Appunti per un’estetica non-aristotelica» di Álvaro de


Campos]

Oggi tutti sanno, per averlo appreso, che ci sono geometrie


cosiddette non-euclidee, che muovono cioè da postulati diversi
da quelli di Euclide e arrivano a conclusioni diverse. Ognuna di
queste geometrie ha un proprio sviluppo logico: sono sistemi
interpretativi indipendenti, e applicabili alla realtà in modo
indipendente. È stato produttivo per la matematica, e non solo
per essa (Einstein gli deve molto), questo processo di
moltiplicare geometrie «vere», e il compiere, per così dire,
astrazioni di vario tipo rispetto alla medesima realtà oggettiva.
Ora, proprio come si possono formare, si sono formate, ed è
stato utile che si formassero geometrie non-euclidee, non vedo
quale ragione si possa invocare per sostenere che non si
possano formare, non si formino, e non sia utile che si formino,
estetiche non-aristoteliche.
Già da tempo ho formulato senza rendermene conto
un’estetica non-aristotelica. Voglio scrivere questi appunti al
riguardo, in parallelo, non so se modesto, con la tesi di
Riemann sulla geometria classica.
Definisco estetica aristotelica quella secondo cui fine dell’arte
è la bellezza o, per meglio dire, il produrre negli altri la stessa
impressione che nasce dalla contemplazione o sensazione delle
cose belle. Per l’arte classica – e per quelle che ne discendono:
l’arte romantica, decadente e simili – il fine è la bellezza;
differiscono solo le strade che conducono a tale fine,
esattamente come in matematica si possono fare dimostrazioni
diverse dello stesso teorema. L’arte classica ci ha dato opere
grandi e sublimi, ma questo non significa che la teoria della
costruzione di queste opere sia «vera» o che sia l’unica «vera».
È frequente, oltretutto, tanto nella teoria quanto nella pratica,
arrivare a un risultato certo attraverso procedimenti incerti, o
perfino sbagliati. [...] [OEP, 240]

[Le diverse vie della conoscenza]

Il principio o legge fondamentale della scienza chiamata


sociologia è che non esiste una scienza chiamata sociologia.
Non sappiamo niente di come le società nascono, di come e
perché crescono, di come e perché muoiono, partendo
naturalmente dal presupposto che esse davvero nascano,
crescano e muoiano, cosa che nessuno può affermare con
certezza. Non esiste un unico principio che si possa definire
legge della sociologia. Nella pratica ci sono empirismi più o
meno felici, nella teoria dottrine più o meno coerenti. Non c’è
niente più di questo, che del resto è niente. Ognuno di noi
moderni, gravati dall’esperienza inutile delle ere e dalla
speculazione sterile dei secoli, può elaborare in questo campo,
in modo più o meno brillante, un certo principio apparente, una
certa legge congetturale. Non tarderà a scoprire che li avevano
già formulati Aristotele o Platone, oppure uno dei pensatori,
politici, sofisti, stoici e altri di quella Grecia che non abbiamo
ancora superato. Non so se ci sia progresso, e nessuno sa cosa
si intenda con questa parola; comunque sia [?], in sociologia
non c’è progresso, giacché non può esserci progresso o
qualcos’altro di inesistente. Figli del Caos e della Notte,
l’errore e il dubbio sono il nostro pane quotidiano, e sembriamo
apprezzarlo, visto che lo imploriamo pregando.
Ci troviamo (...) dove già si trovavano i greci, salvo che la
complessità dei nostri fenomeni sociali ci rende fatalmente
osservatori meno attenti, e la nostra indisciplina mentale
ragionatori più scadenti.
Nello spirito umano c’è un impulso naturale al conoscere; lo
rivela di continuo il bambino, e il bambino – essere assurdo,
sentimentale e indifeso – è il prototipo esatto (perfetto)
dell’umanità. Attenuando l’enfasi retorica della Chiesa, si può
dire che l’uomo è un animale che aspira a essere razionale. Un
residuo, forse, di quel fuoco divino che Prometeo sembra non
aver avuto il tempo di (...) distribuire equamente fra gli
uomini... [OPP, III, 389-90]


Se l’istinto di conoscere mira talvolta a ciò che effettivamente
può costituire materia di scienza – perché passibile di
osservazione esatta, calcolo correggibile, sperimentazione
ripetibile –, spesso deve rivolgersi a ciò che non si può
osservare in condizioni scientifiche o ridurre a una qualche
forma di esattezza. Ma nel suo slancio spirituale, l’istinto di
conoscere non desiste. Non potendo conoscere con
l’intelligenza, conosce con il sentimento, che è l’intelligenza del
desiderio. E dove non può osservare, crede; dove non può
calcolare, indovina; dove non può sottoporre a verifica,
profetizza. Questa condizione dell’anima è il misticismo, che
consiste nell’avere il chiaro sentimento di qualcosa di cui non si
conosce la natura.
Se, come sembra, le cose stanno così, ne consegue che in
ogni ambito umano dove non può darsi scienza, deve
necessariamente darsi misticismo. E, poiché i temi sociali
appartengono a questo genere di ambito, tutta la sociologia, e
quindi tutta la politica, dal momento che la politica è sociologia
che si ignora, sarà essenzialmente una mistica. Se non lo fosse,
sarebbe un mero alto commercio delle nazioni senza lucro.
Ogni politico che possegga un ideale, reale o fittizio, diventa – è
triste dirlo – una specie di profana santa Teresa di Gesù.
Poiché, dunque, ogni politica deve fondarsi essenzialmente su
una mistica, a maggior ragione ciò dovrà valere per quella
politica che non guardi a interessi o a problemi immediati nel
tempo o limitati nello spazio. La mistica non serve al
consigliere distrettuale, e poco a quello comunale; ma già ne
occorre un po’ quando si è governatore, per quanto ciò pesi a
chi lo è o lo è stato.
Perché la mistica abbia forza è necessario che scaturisca
dall’essenza stessa dell’ambito in cui nasce, e non si aggiunga o
sovrapponga ad esso. [OPP, II, 390-91]


Il genio è il conseguimento, attraverso l’intelligenza
razionale, di ciò che solo l’intelligenza analogica o intuitiva ha
la proprietà di conseguire, e, viceversa, il conseguimento
attraverso l’intelligenza intuitiva di ciò che solo l’intelligenza
razionale ha la proprietà di conseguire. Si è detto molte volte
che il genio è come la prefigurazione dell’umanità futura.
Meglio sarebbe dire che è la prefigurazione di quella
condizione futura dell’umanità in cui ha luogo la fusione delle
due intelligenze, nel momento stesso in cui, a un livello
superiore, si produce la vera fusione, nel nuovo Cristo, delle
due Nature.
Per conseguire tramite l’intelligenza razionale ciò che in
realtà solo l’intelligenza intuitiva consegue, è necessario
raggiungere un livello di intelligenza in cui si viva
nell’astrazione con la stessa vitalità dell’anima con cui si vive
nel concreto; in cui si riesca a ragionare senza preconcetti,
facendo della ragione non, come nell’uomo naturale, per
quanto evoluto, la serva tirata a lucido dell’emozione e del
desiderio, bensì la sua dominatrice e insieme la sua libertà [?]
(...) in cui si elevi l’intelligenza al di sopra dell’unità, vivendo la
contraddizione logicamente, come iniziò a fare Hegel,
seguendo da lontano la via tracciata, in modo un po’ occulto e
anche un po’ empirico, da Eraclito. [PPC, II, 295]


Così come l’intelligenza dialettica, che prende il nome di
ragione, domina e mette insieme tutti gli elementi da cui è
costituita la conoscenza scientifica, allo stesso modo
l’intelligenza analogica, che non ha un nome specifico, domina
e mette insieme tutti gli elementi da cui è costituita la
conoscenza occulta. La perfezione dell’opera materiale consiste
in un tutto perfettamente ordinato, in cui ogni parte occupa il
posto che le spetta e concorre alla formazione del tutto a suo
modo e grado; la perfezione dell’opera spirituale consiste nella
corrispondenza esatta fra l’interiore e l’esteriore, fra l’«anima»
e il «corpo», in modo che la conoscenza dell’uno implichi
necessariamente la completa conoscenza dell’altro. La Grande
Opera è quella in cui il «metallo», composto secondo la ragione
in modo da essere l’«oro», elemento perfetto, sia composto,
nello stesso atto, secondo l’analogia, in modo da simboleggiare
l’«oro» spirituale. In queste parole è contenuta la profonda
distinzione fra la produzione artificiale dell’«oro» secondo
l’alchimia e la medesima produzione secondo la scienza. Nei
due casi l’«oro» materiale sarà identico come materia, ma l’oro
che la scienza produrrà non sarà altro che oro, perché nel
fabbricarlo essa ha cercato di produrre soltanto oro, mentre
l’«oro» che l’alchimia produrrà sarà più che oro, perché nel
fabbricarlo essa ha cercato di produrre non soltanto l’oro, ma
anche il segreto dell’oro, il segreto aureo. L’oro della scienza
sarà uguale all’oro della Natura come effetto; l’oro
dell’alchimia sarà uguale a quello della Natura, non solo come
effetto, ma anche come causa. [PPC, II, 296]


La chimica occulta, o alchimia, si differenzia dalla chimica
comune o normale solo per quanto riguarda la teoria della
costituzione della materia. Esteriormente non differiscono né i
processi operativi, né gli strumenti usati. È il significato con cui
vengono impiegati gli strumenti e compiute le operazioni a
stabilire la differenza tra chimica e alchimia.
La materia del mondo fisico è costituita in tre modi, tutti
contemporaneamente reali: solo due di questi riguardano il
nostro caso, perché il terzo appartiene a un livello concettuale
diverso, e non si ottiene tramite operazioni, strumenti o
processi simili a quelli impiegati in ciò che chiamiamo
«chimica» o «fisica», siano esse «occulte» o meno.
La materia è di fatto costituita, in accordo con le convinzioni
dei fisici e dei chimici comuni, da un sistema di forze in
equilibrio instabile, il quale dà luogo a corpi dinamici che
possiamo definire «atomi». È perché questa è una realtà, e
perché la materia, considerata dal punto di vista fisico, è
davvero così costituita, che sono possibili gli esperimenti e le
scoperte degli scienziati, e che la materia può essere
manipolata con mezzi materiali, attraverso processi soltanto
fisici o chimici, e per fini concreti e immediatamente reali.
Ma, nello stesso tempo, gli elementi che compongono la
materia hanno un altro significato: esistono non solo come
materia, ma anche come simbolo. C’è, ad esempio, un ferro-
materia; ma contemporaneamente lo stesso ferro è un ferro-
simbolo. Ciascun elemento simboleggia una determinata linea
di forza sovramateriale e può quindi essere oggetto di
un’operazione, o azione, che lo alteri e lo tocchi, non solo in
quanto elemento, ma anche in quanto simbolo. E, una volta
compiuta questa operazione, l’effetto prodotto supera in
trascendenza l’effetto materiale visibile, percepibile e
misurabile nell’ampolla o nell’apparecchio in cui si è realizzato
l’esperimento.
L’operazione alchemica è questo. È questo nel suo aspetto
esteriore, perché nella sua realtà intima è più di questo.
Come il fisico (nel termine comprendiamo anche il chimico),
operando materialmente sulla materia, si propone di
trasformarla e di dominarla per fini materiali; così l’alchimista,
operando sulla materia in modo materiale quanto ai processi
ma trascendentale quanto alle operazioni, si propone di
trasformare e dominare ciò che la materia simboleggia, per fini
che non sono materiali.
L’analogia, però, termina qui. Il risultato dell’esperimento
fisico è un prodotto esterno, con cui chi opera non ha relazione,
tranne il fatto che lo esamina, o ne è eventualmente il
proprietario. Invece nell’esperimento alchemico la «forza» che
il corpo lavorato simboleggia è in contatto diretto con lo spirito
di chi opera, e non solo del suo, ma anche di quanti (sebbene
privi di conoscenze alchemiche) lo aiutano coscientemente nei
suoi esperimenti. Il risultato dell’esperimento ha quindi effetti
diversi e di diversa importanza su chi opera e sui suoi
«aggiunti». [OPP, III, 426-27]

[Occultismo e scienza]

Da quando l’umanità, superato lo stadio di un’animalità quasi


pura – dal quale è lentamente emersa –, ha preso coscienza del
duplice mistero dell’Aldilà che la circonda e la attraversa, e del
Destino che la avvolge e la sospinge, l’uomo è sedotto dalla
curiosità di tale mistero. Così, da quando ha capito che esisteva
questo duplice problema, si è sforzato di conoscere che cos’è
l’Aldilà, anche se non fosse nulla, di sapere quali forze reggono
il complesso degli enti e dei loro destini. Nascono allora
insieme, da un lato, la speculazione occultista – che cerca di
entrare direttamente in contatto con l’Aldilà, con le forze
superiori –, dall’altro la speculazione scientifica – che si
propone di conoscere soltanto le forme e le leggi della
manifestazione fisica di tali forze, senza curarsi di investigarne
la natura. Questi due rami della conoscenza – siano o non siano
possibili, o siano possibili entrambi – sono chiamati dagli
Ermetici, nel loro linguaggio forse più che simbolico, il «lato
destro» e il «lato sinistro» del sapere.
Tuttavia, nel momento stesso in cui vuole svelare con
l’intelligenza il duplice mistero, l’uomo cerca anche di servirsi
di questo sapere, una volta che possa impadronirsene, per fini
diversamente pratici. L’intelligenza umana è, in quanto pura,
determinista e, in quanto pratica o pragmatica, soggetta al
libero arbitrio. Nessuno, con la sola ragion pura, crede ad altro
che alla vanità della volontà umana, all’azione inevitabile della
Legge, alla costrizione ferrea del Destino. Ma nessuno, con la
sola ragion pratica, si serve delle intuizioni della ragion pura;
se così fosse, ogni agire sarebbe impossibile.
Quello che succede con l’occultismo succede anche con la
scienza. La conoscenza scientifica è utile all’uomo soprattutto
perché lo rende capace di dominare la natura e di assecondare
i fini pratici della sua vita; ma del pari esiste in ogni uomo, più
o meno sviluppato, quell’anelito astratto al conoscere che
caratterizza, quando già perfezionato, i tipi mentali superiori
dell’umanità: quelli che amano il sapere solo per il sapere, la
virtù per la virtù, la bellezza solo per la bellezza. Nell’uomo
inferiore, invece, l’idea di sapere è sempre legata a quella di
utilità, l’idea di virtù a quella di premio, l’idea di bellezza a
quella di piacere. Malgrado ciò, nell’uomo comune è proprio in
relazione all’Aldilà che si afferma l’anelito astratto al
conoscere; giacché si rende vagamente conto che non potrà
mai conoscere bene l’Aldilà, egli non spera di potersene
servire, ma aspira a saperne almeno un poco.
Poiché, tuttavia, data l’indole per natura egoista degli uomini,
il possesso di conoscenze e di poteri superiori non farebbe altro
che indurne la maggior parte a estendere la sfera delle proprie
ambizioni materiali per il solo fatto di disporre di più elementi
per la loro realizzazione, coloro che raggiungevano queste
conoscenze e questi poteri a prezzo di lunghi studi, duri
sacrifici e faticose ricerche, li custodivano in segreto, facendoli
circolare solo fra quelli che, come loro, li avessero
faticosamente conquistati o ne meritassero la conoscenza. È
questa la ragione per la quale, da quando esistono uomini,
esistono società dedite al misticismo e all’occultismo. (Con lo
sviluppo delle conoscenze scientifiche si è visto che, se
l’umanità ha beneficiato della loro applicazione grazie alle
invenzioni utili che hanno prodotto, essa tuttavia non ne ha
sempre tratto vantaggi, perché tali conoscenze e invenzioni
possono essere utilizzate tanto per scopi buoni che per scopi
cattivi, e un’arma di difesa può essere al tempo stesso un’arma
di attacco del/al criminale). Per di più, poiché, secondo gli
occultisti, la maggior parte degli uomini, in questo loro stadio
evolutivo, non possiedono piene capacità per le conoscenze
occulte e per il loro impiego (se le possedessero, avrebbero già
raggiunto spontaneamente tale sapere), è pericoloso metterli al
corrente di forze che possono conoscere solo in parte e in
grado ancora minore dominare, e che, come nel caso
dell’apprendista stregone, possono ritorcersi contro chi, più o
meno esperto, le utilizza. [OPP, III, 441-42]

[Sono uno studioso...]

[...] Così, dove mi esprimo in maniera oscura, s’intenda che


non sto dandomi arie di ierofante di chissà quali misteri, né
che, trasmettendoli, mi sto astenendo dal rivelare parti segrete
di misteri altrui che, in un modo o nell’altro, mi siano per caso
noti. Sono, per mia indole, un profano che coltiva il rispetto.
Non sono un neofita, ierofante di qualche rito, guardiano o
custode di qualche rituale. Sono uno studioso misurato di cose
scritte e dette, attento a leggere fra le righe, a cogliere
sottintesi.
Alla fine saremo tutti elevati, secondo riti diversi e per fini
diversi, e allora la nostra luce non sarà più quella tenebra
visibile che è ora oscuro appannaggio dei maestri, e in merito
alla quale un grande Iniziatore, parlando a un certo proposito,
disse un giorno a un suo discepolo che era ciò di cui dobbiamo
accontentarci. [RC, 81-82]


[...] Il mondo dei simboli, delle iniziazioni e delle vie mistiche
è un mondo di ombre e di sogni. Alcune saranno ombre di cose,
alcuni saranno sogni di realtà. Ma la maggior parte di coloro
che si avventurano per questa via non riescono più a
distinguere bene. La Circe dell’Abisso è tentatrice più di
qualunque altra donna. Non dimentichiamo l’avvertimento di
un Maestro di Magia: «Ho visto Iside» disse. «L’ho toccata.
Eppure non so se esiste». [RC, 83]
NOTE AI PRINCIPALI TESTI

Buona parte dei testi riprodotti si trovano nello spoglio senza


titolo, data o altra indicazione utile. Forniamo per i rimanenti, a
sussidio del lettore, alcune informazioni essenziali.


Scheda biografica Pubblicata diverse volte, dopo la morte di
Pessoa, ma stranamente sempre incompleta, quasi a volerne
modificare, seppure in parte, la fisionomia. Il testo integrale è
stato presentato nel dicembre 1985, in occasione della mostra
dedicata all’ultimo anno di vita del Poeta e realizzata dalla
Biblioteca Nazionale di Lisbona.


Lettera a Mário de Sá-Carneiro Si tratta della brutta copia
di una lettera incompleta e forse mai spedita, ritrovata nello
spoglio e indirizzata a Mário de Sá-Carneiro (1890-1915),
morto suicida a Parigi, inseparabile compagno di Pessoa
nell’avventura della rivista «Orpheu» e del primo modernismo
portoghese. Della nutrita corrispondenza che i due si
scambiarono sono state ritrovate nello spoglio più di un
centinaio di lettere di Sá-Carneiro, mentre quelle di Pessoa
sono quasi tutte andate perdute. In traduzione italiana è
apparso, di Mário de Sá-Carneiro, Meu amigo de alma, a cura
di Maria José de Lancastre, Sellerio, Palermo, 1984.


Lettera alla zia Anica Ana Luisa Nogueira de Freitas, zia
materna di Fernando Pessoa, all’epoca della lettera aveva
raggiunto in Svizzera la figlia e il genero Raul, che frequentava
la Facoltà di Ingegneria con una borsa di studio del governo. In
precedenza Pessoa era stato suo ospite nella casa di Rua de
Passos Manuel a Lisbona, dove era venuto a conoscenza delle
pratiche spiritiche della zia.


L’Uomo di Porlock Si tratta di un articolo pubblicato con
questo titolo sulla rivista «Fradique», 2, febbraio 1934.


Il Filosofo Ermetico Sotto questo titolo sono riuniti nello
spoglio vari frammenti relativi al progetto di un saggio-
racconto di argomento esoterico rimasto incompiuto.


Lo Sconosciuto Anche questo, come il precedente, è un
racconto rimasto allo stato potenziale, ma probabilmente di
epoca posteriore, come mostrano le più ampie competenze nel
campo dell’occultismo.


Nel giardino di Epitteto Questo frammento di racconto è
stato ritrovato nello spoglio e pubblicato da Teresa Rita Lopes.
Per il contenuto sembra particolarmente vicino alla filosofia di
Alberto Caeiro.


Lettera ad Adolfo Casais Monteiro Si tratta di una lettera in
risposta al poeta, critico e ammiratore Adolfo Casais Monteiro,
che aveva posto a Pessoa tre domande circa il futuro piano di
pubblicazione della sua opera, la genesi degli eteronimi e, per
l’appunto, l’occultismo. La lettera fu pubblicata per la prima
volta in «Presença», 49, 1937.


Simbolo e interpretazione La maggior parte dei frammenati
raccolti sotto questo titolo appaiono nello spoglio con la
denominazione Subsolo (Sottosuolo) o anche Atrio. Si tratta in
genere di brevi scritti, appunti o abbozzi, che non arrivano ad
assumere la forma definitiva del saggio. Secondo Yvette K.
Centeno (FH, 16-20) con il termine Subsolo il Poeta sembra
indicare il progetto di un ordine iniziatico interiore o «Ordine
dell’Emozione», suddiviso poi in vari gradi che egli giungerà
anche a enumerare, sebbene in forma provvisoria. Con Atrio
invece, termine derivato dalla disposizione simbolica degli
elementi architettonici del Tempio di Salomone, si allude
all’organizzazione degli Alti Ordini, in cui l’iniziazione è
impartita per mezzo di simboli.


Saggio sull’iniziazione Sotto il titolo Essay on Initiation
compaiono nello spoglio una serie di frammenti, in lingua
inglese, raccolti, ordinati e trascritti da Yvette K. Centeno, che
dovevano far parte di un ampio saggio, mai completato. Si
riportano qui nell’ordine proposto in FH, 59-71, con l’eccezione
di alcuni che, per l’argomento, è sembrato meglio assegnare ad
altre sezioni.


La via del serpente I testi frammentari che nello spoglio
appaiono con questo titolo al fine, come sempre, di dar vita a
un «libro che non è», secondo l’espressione di Pessoa, ruotano
in forma simbolica attorno al tema della Legge Superiore e del
Destino, cui l’Autore si richiama più volte. Ricordiamo che per i
seguaci di Mani Gesù fu l’angelo che nel Genesi prese la forma
di serpente per tentare Adamo. Ricordiamo anche che il
serpente che si mangia la coda è uno dei più noti simboli
gnostici.


Tre tipi di iniziazione Testo senza data con l’indicazione
Bandarra, probabilmente perché faceva parte del progetto di
libro sul ciabattino-profeta di Trancoso. Dato l’argomento
abbiamo però ritenuto opportuno inserirlo in questa sezione.


Princìpi di Metafisica Esoterica Con questo titolo appare
nello spoglio un testo incompleto, frammentario e senza data,
attribuito a Raphael Balda ya, nome che Pessoa assegna a un
eteronimo astrologo, di cui parla già a Sà-Carneiro in una
lettera del 1915. Autore del Tratado da Negação, pure riportato
in questo libro, di un Tratado de Astrologia e di uno scritto
corrosivo contro lo spiritismo dal titolo Um caso de
mediumnidade, Baldaya (su cui si veda PDS, 279-81) si
presenta come il pagano ribelle in lotta contro il misticismo,
l’occultismo e la teosofia in nome di una più pratica, essenziale
e veritiera scienza esoterica.


Il segreto dei Templari L’importanza che Pessoa assegnava
alla storia dei Templari, a quella dell’Ordine di Cristo, che ne fu
il continuatore, e al cosiddetto Terzo Ordine di Portogallo, che
ne avrebbe dovuto raccogliere definitivamente l’eredità, è
testimoniata da numerosi frammenti dello spoglio, che tuttavia
è assai difficile riunire in un corpus organico. Vale anche per
questi documenti la definizione di «creazionismo iniziatico» che
António Quadros (OPP, III, 500-501) attribuisce, derivandola da
Leonardo Coimbra, all’insieme dei materiali di argomento
esoterico.


Il mistero dei Rosacroce Nei frammenti raccolti sotto questo
titolo, Fernando Pessoa traccia la storia della confraternita a
partire dal suo mitico fondatore, il cavaliere tedesco Christian
Rosencreutz, che l’avrebbe istituita nel 1484 durante un
viaggio in Oriente per favorire, attraverso il misticismo, la
Cabbala e l’alchimia, una rinascita spirituale del mondo. In una
poesia che riprende l’argomento (No túmulo de Christian
Rosencreutz, USM, pp. 184-87) il Poeta racconta in versi la
storia del ritrovamento della tomba, con la scritta «Post CXX
annos patebo», e del corpo incorrotto del maestro. La
confraternita diventò famosa con la pubblicazione a Kassel, nel
1614, del manifesto Fama Fraternitatis e, l’anno successivo,
della Confessio Fraternitatis. Sebbene molti personaggi, a torto
o a ragione, pretendessero di appartenere alla confraternita (il
medico cabbalista Robert Fludd, ma anche, nonostante la
successiva sconfessione, il teologo tedesco Johann Valentin
Andreae, autore nel 1616 del romanzo allegorico Le nozze
chimiche di Christian Rosencreutz), nessuno riuscì mai a
entrare in contatto con i Rosacroce, tanto che si è persino
arrivati a dubitare della loro esistenza come ordine segreto.


Le società segrete Si tratta di un articolo apparso sul
«Diário de Lisboa» del 4 febbraio 1935, in risposta a un
progetto di legge del deputato José Cabral che proponeva lo
scioglimento delle società segrete. Il testo, secondo quanto
informa António Quadros (OPP, III, 483), fu anche pubblicato
con alcune varianti in almeno due opuscoli. L’articolo provocò
scandalo e suscitò reazioni a Lisbona. Fra le altre,
naturalmente, quella dello stesso José Cabral con un articolo
dal titolo Chove no Templo e con una lettera al direttore del
«Diário de Lisboa», pubblicata il 7 febbraio. Pessoa pensò
anche a una replica, di cui esistono diverse tracce nello spoglio.


Introduzione generale Questa introduzione si riferisce a un
progetto di libro intitolato Comentário maior às profecias de
Bandarra, di cui esistono nello spoglio un indice e vari
frammenti. Pessoa vi commenta le Trovas di Bandarra, poste
all’indice dall’Inquisizione nel 1581, riguardanti appunto D.
Sebastião, il Quinto Impero e i destini del Portogallo.


Il «ritorno» di D. Sebastião Figlio del principe D. João e di
Giovanna d’Austria, D. Sebastião (1554-1578), di
temperamento solitario e introverso, convinto di essere
destinato a grandi imprese, nutrì ben presto il sogno
anacronistico di estendere il dominio cristiano sino all’Africa e
alla Palestina. Il 4 agosto del 1578, un esercito composto in
gran parte di mercenari e avventurieri subiva una tremenda
sconfitta ad Alcàcer-Quibir (oggi Al-Ksar el Kebir) in Marocco,
da cui non si salvò neanche il re, il cui corpo non fu mai più
ritrovato. Mentre il Portogallo, non avendo D. Sebastião
discendenti diretti, entrava in una grave crisi dinastica,
culminata nel 1580 con l’annessione alla corona di Filippo II di
Spagna, cominciava la leggenda del Desejado, il Desiderato,
dell’Encoberto, il Velato, che sarebbe tornato in una notte di
nebbia a risvegliare i destini della nazione e a segnare
l’avvento del Quinto Impero. Oltre che in vari frammenti dello
spoglio, il mito di D. Sebastião è ripreso da Pessoa nei versi di
Mensagem (D. Sebastião, Rei de Portugal, A ultima nau), cfr.
USM, II, 152 e 166.


Il Quinto Impero La profezia biblica di Daniele, che in
Portogallo ritorna in maniera oscura nelle Trovas di Bandarra e
soprattutto nelle opere profetiche (História do Futuro, Clavis
Prophetarum) di António Vieira (1608-1697), è ripresa e
adattata all’epoca moderna non solo da Fernando Pessoa, ma
anche da altri componenti del gruppo della rivista «Orpheu»,
come il Raul Leal autore di O sentido esotérico da história.


Astrologia e ordine dei mondi Nello spoglio esistono
centinaia di testi sull’astrologia, fra cui diversi oroscopi
attinenti al Poeta stesso, ai suoi amici e ai suoi eteronimi,
nonché gli appunti per un Tratado de Astrologia che Fernando
Pessoa pensava di pubblicare affidandolo alla penna di Raphael
Baldaya. Sappiamo anche che lo studio dell’astrologia e le sue
varie applicazioni appassionavano a tal punto Pessoa, che egli
pensò all’eventualità di farne una professione: uno dei
documenti dello spoglio contiene a riguardo una vera e propria
tabella dei prezzi relativi agli oroscopi.


Che cos’è la metafisica? Articolo dell’eteronimo Álvaro de
Campos pubblicato nel novembre 1924 sul secondo numero
della rivista «Athena», fondata da Fernando Pessoa insieme a
Ruy Vaz, in risposta a un saggio dello stesso Pessoa, che
riprende il titolo della rivista, apparso come presentazione del
primo numero uscito nell’ottobre dello stesso anno. Sul terzo e
quarto numero, rispettivamente del dicembre 1924 e del
gennaio 1925, usciranno in due puntate gli Apontamentos para
uma Estética Não-Aristotélica sempre di Álvaro de Campos.
FERNANDO PESSOA
POETA DELLA COMPLESSITÀ
DI SILVANO PELOSO

Pertransibunt plurimi et multiplex erit scientia


Daniele, 12, 4

Se è vero che ogni grande scrittore, secondo una celebre
definizione di Borges, crea i suoi predecessori, modificando il
passato nella stessa misura in cui si proietta verso il futuro,
occorre guardare al Fernando Pessoa poeta-alchimista,
appassionato di Cabbala e profondo conoscitore della
tradizione teosofica e occultista, anche alla luce di un rinnovato
interesse per il filone mistico-visionario e profetico della
tradizione letteraria portoghese: dal platonismo esoterico di
certa lirica di Camões alla grande oratoria barocca di António
Vieira, fino a quel simbolismo saudosista novecentesco che,
almeno nella versione di Pessoa, reinventando in forme inedite
il passato, fornisce a questa poesia un nuovo e più ampio
respiro. È chiaro, infatti, che nel suo «viaggio che non evolve»
attraverso tutti gli stati dell’essere e della conoscenza, quindi
con uno sfondo marcatamente filosofico-esistenziale (anche se
egli avvertiva sempre di essere «un poeta animato dalla
filosofia, non un filosofo con facoltà poetiche»), Pessoa finirà
presto con l’incontrare nel grande campo del pensiero
esoterico l’eco, oscuramente sedimentata, di una memoria
storica portoghese fatta di attese profetiche e di millenarismi
mai del tutto cancellati dalla brutalità della repressione. Inizia
da qui la ricostruzione, come al solito mai definitiva, di un
complesso arcipelago di significati sommersi o perduti, in cui
l’artificio verbale allude sempre a una «storia del futuro»,
spesso da interpretare in chiave di semantica magica e
operativa.
Non è un caso che quel singolare quasi-poema che è
Mensagem, uno dei rari testi pubblicati in vita da Pessoa, un
anno prima della morte, alluda a un cammino iniziatico
numerologicamente illustrato già dalle otto lettere che
compongono il titolo: queste, come lo stesso Pessoa spiega nei
suoi appunti, corrispondono alle otto lettere della parola
Portugal, e rappresentano non solo il numero dell’armonia, ma
anche le otto punte della croce templare, perfettamente
esemplata nella pianta ottagonale del convento-fortezza che i
Cavalieri del Tempio edificarono a Tomar. E quando nel 1317 il
re D. Dinis (che proprio per questo Pessoa collocherà nel
pantheon dei re-eroi della tradizione portoghese) salverà quel
che restava dell’Ordine dalla distruzione totale, inglobandolo
nel nuovo Ordine di Cristo, la croce delle otto beatitudini
passerà sulle vele delle caravelle più tardi lanciate nella grande
avventura delle scoperte. L’Ordine di Cristo, erede e
continuatore dell’Ordine del Tempio, si avviava così a realizzare
sulla terra la missione ecumenica di cui san Bernardo, D. Dinis
e l’Infante D. Henrique erano stati i principali interpreti, e che
troverà poi un ulteriore seguito nel sogno profetico e nella
grandezza visionaria di quell’António Vieira, definito da Pessoa
«l’imperatore della lingua portoghese».
In tal modo, quella singolare combinazione di attese
messianiche giudaiche, di tradizioni magico-religiose spagnole
e di leggende celtiche del ciclo arturiano che darà vita al
sebastianismo portoghese, poteva trasformare la terribile
sconfitta di Alcácer-Quibir (1578) in terra d’Africa (dove il
giovane re D. Sebastião perse vita determinando con la sua
morte una frattura storica irreversibile che chiudeva l’epoca
eroica delle scoperte) nella morte redentrice di un messia la cui
parusia nel futuro avrebbe segnato il compimento dei tempi.
Così raccontavano le Trovas, i versi profetici di Gonçalo Anes
Bandarra (1500?-1556?), meglio noto come il sapateiro di
Trancoso; ma ciabattino, secondo la tradizione, era in origine
anche Jakob Böhme (1575-1624), il philosophus teutonicus
autore della Theosophia revelata e massimo esponente del
pensiero ermetico cristiano del suo tempo, il quale
evidentemente, come Bandarra e come il patriarca Enoch di cui
parla una tradizione chassidica tedesca del tredicesimo secolo,
unendo la tomaia con la suola «congiungeva ciò che sta in
basso con ciò che sta in alto», secondo la formula di Ermete
Trismegisto.
Questo recupero in chiave mistico-simbolica della storia del
Portogallo, se offriva a Pessoa, soprattutto negli ultimi anni
della sua vita, l’occasione di un sogno impossibile che
riscattasse, almeno in parte, le vicende di un paese precipitato
nell’atmosfera plumbea del salazarismo, costituiva anche un
pretesto per scavare nel passato, alla ricerca delle radici di
quella «tradizione segreta del cristianesimo», contrapposta alla
Chiesa di Roma, che lo aveva attratto fin dagli esordi poetici in
seno al movimento saudosista. Nella lettera del 6 dicembre
1915 a Mário de Sà-Carneiro, inseparabile compagno di
avventure letterarie, Pessoa racconta di essersi imbattuto quasi
per caso (gli erano state commissionate delle traduzioni
dall’inglese) in alcuni testi teosofici, che lo avrebbero
fortemente impressionato, aprendo da quel momento un nuovo
campo esistenziale e di ricerca. In realtà, come ha dimostrato
Yvette K. Centeno, occorre spostare indietro perlomeno di nove
anni questa sua iniziazione alle scienze esoteriche, se è vero
che risalgono al 1906 alcuni testi poetici e un quaderno di
appunti del suo eteronimo Alexander Search in cui si fa
riferimento esplicito a testi sull’alchimia, l’occultismo e la
filosofia ermetica. Fin da allora, dunque, il giovane Pessoa
cercava in ambito occulto i segreti di quel mistero iniziatico, di
cui la creazione letteraria gli appariva strumento essenziale. La
ricerca del Graal (A demanda do santo Graal sarà uno dei testi
più citati dal Poeta) si identificava così con la ricerca di quella
Parola Perduta, di quella scrittura magica, che servisse di base
«all’elaborazione di una lingua nuova in grado di esprimere e
spiegare la natura di tutte le cose simultaneamente», della
quale avevano parlato i testi dei Rosacroce. D’altro canto, in
vari documenti dello spoglio Pessoa allude a una tradizione
ermetica che, attraverso la cosiddetta Chiesa gnostica, sarebbe
stata trasmessa occultamente ai Templari e, dopo la loro
sparizione, sarebbe risorta nell’Ordine di Cristo, nei Rosacroce
e nei vari rami della massoneria europea. Essa si sarebbe
identificata con il dialogo e con l’apertura a tutte le altre
religioni e tradizioni, secondo una precisa caratteristica dei
Cavalieri del Tempio, i quali, nonostante guerre e
contrapposizioni, avrebbero stabilito stretti rapporti con
l’esoterismo islamico, il cabbalismo giudaico, lo gnosticismo
neoplatonico e il cristianesimo giovanneo. Una prospettiva
filosofico-religiosa ampia, insomma, molto vicina al
neopaganesimo che Pessoa, non per nulla, nella già citata
lettera a Sà-Carneiro accosta alla teosofia. Nello stesso tempo
il Poeta sembra volto a rintracciare una tradizione di tolleranza
e libertà (gli «assassini» del Gran Maestro Jacques de Molay,
commenterà, sono stati alla fine «l’Ignoranza, il Fanatismo e la
Tirannia») che, se trova riscontro in una vocazione patria a
dialogare con popoli e mondi oltreoceano, si può tradurre
ancora una volta in Pessoa in quel «sentire tutto in tutte le
maniere» – una filosofia e insieme una poetica che, rifiutando
ogni divisione fra i diversi settori della conoscenza,
rappresenta la feconda intuizione del più grande poeta-
alchimista, forse, del secolo che sta finendo.
Affrontare in questo ambito il problema della tradizione
ermetica significa infatti creare punti di contatto, possibilità di
relazioni e scambi fra mondi anche molto distanti, dove la
letteratura e il linguaggio letterario diventano una specie di
crocevia fra culture e saperi diversi, alla ricerca di quel
«sincretismo dei pagani e degli occultisti» che, fondendo
«l’intelligenza analogica e quella razionale», è alla base
dell’interpretazione delle profezie e dei simboli a partire da
quel grande «trattato di Alchimia scritto in cifra
trascendentale» che è rappresentato dalla Bibbia, il Paradigma
per eccellenza.
Si apre a questo punto la possibilità di un cammino iniziatico
aspro e difficile, in cui saranno fondamentali l’intuizione e la
luce della poesia per superare la contraddizione fondamentale,
umana e insieme poetica, che è alla base della Caduta: il
dissidio, in apparenza insanabile fra il pensare, cioè l’«esistere
con gli dèi e con la sostanza visibile del mondo», e il sentire,
per il quale ognuno di noi è «un eterno isolato, eternamente
crocefisso al suo non-essere-gli altri». La questione della
illusorietà del male e il conseguente problematico rapporto tra
finitezza, creazione e caduta vengono da Pessoa riportati, nei
termini dell’ermetismo cristiano (di quel cristianesimo
gnostico, cioè, con la faccia rivolta all’ombra occulta della
verità, contrapposto a quello ufficiale, che guarda invece alla
luce dogmatica della menzogna), al loro nodo centrale: il
sacrificio iniziatico dell’io capace di riscattare la magica
lusinga dell’illusione. Nelle Questioni teosofiche (1624) di
Jakob Böhme l’angelo del male, Lucifero («colui che porta la
luce» per eccellenza e, nello stesso tempo, il principe delle
tenebre), viene definito come un Narr, folle o buffone, e come
un Kunstler, un artista, ma soprattutto come colui che, forse
proprio per queste sue caratteristiche, «non volle essere
nell’unità, ma nel molteplice». Volle, cioè, blasfemamente
ripetere quell’atto divino della creazione che consiste per
Pessoa nella «conversione della coscienza individuale di Dio
nella coscienza plurale di Dio in individui». Il grande campo
semantico della parodia-illusione dell’arte si amplia a questo
punto a dismisura abbracciando il tragico inganno di Adamo e
il metafisico gioco-duello di Dio con gli angeli ribelli. Nasce, al
tempo stesso, la possibilità di un cammino iniziatico
alternativo, una gnosi appunto, nella quale spetta all’Artista, di
cui il principe del male è una parodia alla rovescia, vestire i
panni dell’alchimista spirituale nella realizzazione della Grande
Opera: la pietra filosofale, il raggiungimento iniziatico della
conoscenza, il momento dell’illuminazione che si realizza come
fusione degli opposti, come conciliazione dei contrari.
Nella lettera ad Adolfo Casais Monteiro del 13 gennaio 1935,
riassumendo il suo credo occultista, Fernando Pessoa parla di
tre vie possibili: la via magica, che include lo spiritismo e la
stregoneria, la via mistica e la via alchemica. Eliminate presto
le prime due (troppo «pericolosa» la prima, «incerta e lenta» la
seconda), resta la terza, la più perfetta di tutte, che egli
identifica con una «trasmutazione ... della personalità che la
prepara», la quale assumerà di volta in volta, a partire dal
gioco eteronimico, significati e connotazioni diversi all’interno
della sua opera. Fondamentalmente, però, essa può venire
rappresentata da quell’autentico laboratorio del genio artistico,
dove è possibile immaginare con l’intelligenza «vivendo la
contraddizione logicamente», in cui egli vedrà (a metà strada
fra spiritismo e teoria della relatività) una «quarta dimensione
della mente».
L’interrogativo che a questo punto ci si pone è fin dove il
Poeta si identifichi con una prospettiva peraltro sempre latente
nei suoi testi. La risposta, trattandosi di Fernando Pessoa, non
può che essere duplice. Conoscere per lui è infatti non soltanto
studiare, ma «vivere» l’argomento studiato, magari costruendo
appositamente, a seconda delle esigenze, una «personalità»
adatta allo scopo. Parlando, in un documento ritrovato nello
spoglio, delle cosiddette «iniziazioni vitali», il tipo più alto di
iniziazione, egli osserva che esse «rafforzano l’emozione e
quindi conducono all’Alchimia, in cui il candidato vive quello
che sente e che sa». D’altro canto, però, tale identificazione
con la materia studiata/vissuta non è mai definitiva, non
diventa mai una «metafisica», parola di cui Pessoa ha persino
orrore. Ed ecco allora nascere «personalità alternative», la cui
contrapposizione umana, teorica e poetica, determina un gioco
delle parti, un «drama em gente» direbbe Pessoa, che non ha
soluzione e che rappresenta la vera chiave della sua opera.
L’incomprensione di tale geniale meccanismo che ha pochi
riscontri – soprattutto per la tenacia e la lucidità con cui viene
attuato – nella letteratura del Novecento e non solo, ha portato
a polemiche ferocissime fra intere generazioni di critici, i quali,
avendo tutti torto e ragione allo stesso tempo, hanno un po’
fatto la figura di quei gladiatori che combattono bendati nel
circo, di cui ha parlato Voltaire.
L’esoterismo di Fernando Pessoa va dunque interpretato con
cautela e sotto un’angolazione articolata. Occorre tenere
presente, da una parte, che egli non rinuncia mai a mettere in
scena la sua follia, il suo misticismo o la sua medianità (come
nella famosa lettera alla zia Anica). In questo senso Teresa Rita
Lopes ha ritrovato nello spoglio numerosi testi «scritti» da
misteriosi personaggi dell’aldilà, che a volte persino litigano in
famiglia, come coloro che si firmano Wardour o Henry More. E
sempre in questa linea va interpretata la «vocazione
astrologica» del Poeta, che a un certo punto sembra quasi
trasformarsi in una professione o in una scelta di vita. D’altro
canto, e in senso opposto, non sono infrequenti impietose
stroncature, tanto dello spiritismo quanto della teosofia,
affidate in genere alla penna degli eteronimi più critici come
António Mora e soprattutto l’astrologo-alternativo Raphael
Baldaya. Al palato da intenditore di un poeta raffinato come
Fernando Pessoa, inoltre, la letteratura di ambito teosofico
(soprattutto, ma non solo, la più recente) non poteva non
apparire cattiva letteratura, tanto che anche un esponente
classico del pensiero occulto come Robert Fludd viene definito
un narratore «confuso e indigesto». Non va meglio ai maghi,
come il Macgregor Mathers cui Pessoa rimprovera di saper
controllare tutti i diavoli meno i propri, e cioè la lussuria, il
bere e la disonestà. In questo senso è esemplare il curioso
articolo sulle società segrete e in difesa della massoneria,
apparso sul «Diário de Lisboa» il 4 febbraio 1935, dove,
accanto a luoghi comuni scontati e a tirate moraleggianti,
appare qua e là il solito Pessoa, che considera il governo di
Salazar una società segreta, dipinge Hitler come colui la cui
purezza ariana consiste nel «mordere la mano che gli aveva
dato da mangiare», e fa un lungo elenco, con tanto di nomi e
qualifiche, di massoni appartenenti alla famiglia reale inglese.
Ciò che sta veramente a cuore, insomma, non sono tanto
pratiche e aspetti particolari (coi quali, tuttavia, egli non rifiuta
mai di confrontarsi), quanto la sostanza profonda del pensiero
ermetico, l’esigenza e il messaggio di cui esso è stato portatore
nel corso dei secoli.
La tendenza a riunificare lo spirito e la materia propria
dell’alchimia, che in questo si opponeva all’orientamento prima
scolastico e poi cartesiano, viene da Pessoa recuperata e
reinterpretata nell’ambito di quel grande sogno-utopia
universale, in chiave biblica, che è la profezia del Quinto
Impero. Ma qui, superate tutte le tentazioni di un misticismo
storico di carattere nazionalista più o meno venato di
saudosismo, l’imperador do mundo D. Sebastião e il Papa
Angelico, persa ogni connotazione nostalgico-evocativa,
rappresentano nel linguaggio oscuro dei simboli l’unione
dell’intelligenza materiale e di quella spirituale, i due poteri
della Forza, i due lati della conoscenza: quello che in senso
iniziatico viene considerato il lato sinistro (la scienza, la
ragione, la speculazione intellettuale) e quello destro (la
conoscenza occulta, l’intuizione, la speculazione mistica e
cabbalistica). Pessoa poteva così procedere a una riabilitazione
del ruolo fondamentale svolto dall’immaginazione (e quindi
anche dalla letteratura) all’interno di una scienza che, se è
veramente tale, non può essere considerata in senso ristretto e
limitativo, ma deve venir vista nella «complessità» delle
relazioni di cui vive. Se, in altre parole, Keplero si dedicava
all’astrologia anche in senso occulto e Newton, il padre della
grande visione classica, meccanicistica e deterministica,
dell’universo, praticava, neppure così in segreto, l’alchimia e
scriveva trattati sulla profezia, non stupisce più di tanto il fatto
che anche Einstein considerasse l’immaginazione come il fulcro
della scoperta scientifica. Ma Pessoa, che era un esperto di
matematica, studiava la geometria non euclidea e la teoria
della relatività, aveva in progetto una rivista scientifica e un
libro sulla geometria, che insomma, come Borges, cercava
«chiavi segrete e ardue algebre di ciò che non conosceremo
mai», si spinge ancora più in là. Dal fascino per il numerologico
(dove il significato dei numeri può essere rivelato soltanto dalla
loro corretta interpretazione) a quello per il numerico (dove il
significato è nell’interrelazione fra i numeri all’interno di
schemi ordinati e prevedibili), fino alla rivolta di Alvaro de
Campos contro il vecchio, ordinato, gerarchico e razionale
mondo aristotelico, il senso profondo della sua opera risiede
proprio nel rifiuto di ogni scissione fra anima e corpo, fra
razionale e irrazionale, fra intelligenza ed emozione. Sembra
paradossale che tocchi proprio al più scisso e frammentato dei
grandi poeti del Novecento farsi portavoce di questa esigenza;
eppure pochi, come Fernando Pessoa, in un’Europa che si
avviava alla seconda guerra mondiale e alla tragedia
dell’olocausto, ebbero chiaro che dalla scissione erano nati due
mostri che occorreva esorcizzare: il dogmatismo e il nichilismo,
che annullano le coscienze e cancellano la pluralità, la
«complessità» della vita. La sua poesia è, proprio per questo,
figlia di un orizzonte teorico ancora troppo poco esplorato, che
tiene pienamente conto degli effetti prodotti in campo
filosofico-esistenziale dalla grande rivoluzione scientifica di
inizio secolo. Con l’avvento della teoria della relatività, i primi
passi della fisica quantistica e le rivoluzioni in ambito fisico-
matematico, prodotte, ad esempio, dal principio di
indeterminazione di Heisenberg (1927) e dal teorema di Gödel
(1931) sulla indecidibilità dei sistemi formalizzati (Pessoa, per
quanto riguarda la matematica, era arrivato alle stesse
conclusioni), il concetto di verità, sempre avversato dalla
letteratura, «bugiarda» per eccellenza, spesso messo in
questione dalla filosofia, tramonta definitivamente anche per le
scienze che già furono esatte. Gli sviluppi successivi – Pessoa
non farà in tempo a vederli – porteranno ai nuovi orizzonti della
probabilità, allo sviluppo dei sistemi non lineari, al caos
deterministico (ma gli ossimori non erano solo dei poeti?) e ai
primi passi delle cosiddette «teorie della complessità».
Quella che però è stata l’intuizione profonda della poesia di
Pessoa e anche, in fondo, del suo esoterismo un po’ di maniera
– che cioè sotto il dato a volte impenetrabile dell’esperienza di
ogni giorno si nasconda una struttura profonda, ricca di
figurazioni interconnesse, che solo un approccio scientifico
complessivo può sperare di avvicinare (sentendo de todas as
maneiras, si potrebbe dire) – è un’acquisizione che fa sempre
più parte della nostra esperienza quotidiana. Mentre avanza
l’ipotesi di una «nuova alleanza» fra scienze naturali e scienze
umane, e c’è già chi scorge all’orizzonte una «terza cultura»
unificata, la contraddizione tra la visione statica della dinamica
classica e la visione evolutiva associata all’entropia sembra
riproporre la prospettiva di un universo aperto, in cui le leggi
delineano le probabilità di evoluzione in un futuro che tuttavia
non determinano, gettando un ponte tra la concezione statica
della natura e quella dinamica, tra l’essere e il divenire.
In questa prospettiva le scienze esoteriche e i segreti degli
antichi alchimisti esemplificano bene un orizzonte teorico
diviso fra l’aspirazione alla pietra filosofale, alla teoria ultima, e
la crescente consapevolezza che non esiste più alternativa fra
la verità e il dubbio, coincidendo essi perfettamente in un
universo fatto di infiniti rimandi.
Dal canto suo Fernando Pessoa, o meglio il suo semi-
eteronimo Bernardo Soares, aveva già trovato la sua soluzione:
«Lo stesso io, quello di ciascuno di noi, è forse una dimensione
divina. Tutto ciò è complesso e a suo tempo, senza dubbio, sarà
determinato. I sognatori attuali sono i grandi precursori della
scienza finale del futuro. Non credo, è chiaro, in una scienza
finale del futuro. Ma ciò nulla ha a che vedere con il caso».
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

La citazione di Borges riportata in apertura è ripresa da


Otras Inquisiciones, Emecé, Buenos Aires, 1960, p. 160. Per gli
altri riferimenti si vedano: Stephen Reckert, Yvette K. Centeno,
Fernando Pessoa: Tempo, Solidão, Hermetismo, Moraes
Editores, Lisboa, 1978; Roman Jakobson e Luciana Stegagno
Picchio, Les oxymores dialectiques de Fernando Pessoa, in
«Langages», 12, Paris, 1968, pp. 9-27; Fernando Pessoa,
Mensagem, edizione critica a cura di José Augusto Seabra,
Coleçao Arquivos, Fundação Eng. A. Almeida, Lisboa, 1993;
Jakob Böhme, Questioni teosofiche. Ovvero esame della divina
rivelazione in 177 domande, a cura di Flavio Cuniberto,
Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1996; Teresa Rita Lopes,
Pessoa por Conhecer, 2 voll., Editorial Estampa, Lisboa, 1990;
John D. Barrow, Perché il mondo è matematico?, Laterza, Bari,
1992 ; Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La Nuova Alleanza.
2

Metamorfosi della scienza, nuova edizione, Einaudi, Torino,


1993; Umberto Eco, I limiti dell’interpretazione, Bompiani,
Milano, 1990; Luís Filipe B. Teixeira, A Mensagem ou o
«espírito da utopia» como paradigma pessoano, in F. Pessoa,
Mensagem, cit., p. 314.
NOTE

1
Trova XI del Terceiro Corpo di Bandarra.
2
In voi che dovete essere il Quinto / Dopo morto il Secondo, / Le
mie profezie fondo / In queste lettere che Vi dipingo [N.d.T.].