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LDB

Presentazione
L’avvicinamento all’occultismo di Pessoa iniziò, quasi per caso, intorno al 1915,
con la lettura di vari scritti sulla materia e in particolare di alcune opere delle due
maggiori esponenti del teosofismo inglese, Helena Blavatsky e Annie Besant,
che l’autore portoghese aveva avuto l’incarico di tradurre nella sua lingua per
una «Collana Teosofica ed Esoterica». Ma l’impressione che le dottrine
teosofiche produssero in lui fu subito enorme. È l’inizio di un lungo cammino di
riflessione e di progressiva iniziazione alle tematiche del pensiero religioso ed
esoterico. Un cammino che lo porterà a proclamarsi più volte seguace di una
tradizione occulta che ha le sue radici nella Gnosi cristiana antica e si perpetua
nella Cabbala ebraica, nel pensiero dei Rosacroce e nella Massoneria.
In questo volume, come spiega il curatore, Francesco Zambon, si registrano le
tensioni e le suggestioni più profonde che sottendono all’intera produzione del
celebre poeta portoghese; una raccolta di mirabili variazioni sui temi «dell’Io
anteriore esiliato dalla sua Patria celeste, della falsità e irrealtà di questo mondo,
della vita umana come sonno e oblio, del cammino iniziatico verso mondi
superiori, delle nozze mistiche con il vero Io» a partire dalle composizioni
giovanili del Violinista pazzo, scritte tra il 1911 e il 1917, fino a quelle di
Messaggio del 1934, che rappresenta il culmine della poesia esoterica di Pessoa
e insieme la summa della sua visione profetica della storia.

Fernando António Nogueira Pessoa nasce a Lisbona nel 1888. Orfano di padre
all’età di sette anni, segue la madre, che ha sposato in seconde nozze un
diplomatico in Sudafrica. Dopo gli studi all’Università di Città del Capo rientra a
Lisbona nel 1905. Impiegato come corrispondente commerciale, inizia a scrivere
poesie e svolge un’intensa attività culturale attraverso circoli letterari e riviste.
Ma in vita non pubblica che una parte insignificante della propria opera. Muore a
Lisbona nel 1935. Tra le opere principali: Il libro dell’inquietudine, Il poeta è un
fingitore, Una sola moltitudine. Presso Guanda sono usciti: Poesie esoteriche, Il
banchiere anarchico e altri racconti e Sulla tirannia.
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@GuandaEditore

www.illibraio.it
Traduzione di Francesco Zambon e Ivette Marli Boso
Disegno e grafica di copertina di Guido Scarabottolo
ISBN 978-88-235-0909-2

© 2000 Ugo Guanda Editore S.r.l., Viale Solferino 28, Parma


Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Prima edizione digitale 2014


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
FERNANDO PESSOA E L’OLTRE-DIO
Venturum regem non procul
MONACO ROLANDO (XIV SEC.)



«Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici
che distorcono in riflessi falsi un’unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è
in tutti.» Così scriveva di sé Pessoa nel periodo in cui la sua opera incominciava
a frammentarsi in quelle di una folla di eteronimi, tutti dotati di una propria
biografia e di una propria fisionomia umana e letteraria: il maestro Alberto
Caeiro, autore dei poemetti filosofici del Guardiano di greggi, l’ingegnere
navale Álvaro de Campos, con le sue impetuose odi avanguardistiche, il poeta
pagano Ricardo Reis, l’aiutante contabile Bernardo Soares, autore del Libro
dell’inquietudine, il filosofo António Mora, sospeso sull’orlo del delirio
paranoico, l’esoterista Raphael Baldaya e numerosi altri minori. Nella famosa
lettera del 13 gennaio 1935 a Casais Monteiro lo stesso Pessoa tentò di spiegare
questa moltiplicazione della sua personalità in chiave psichiatrica, dichiarandosi
affetto da una forma di isteria che avrebbe indotto in lui una «tendenza organica
e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione»; e ricorda anche come fin
da bambino amasse circondarsi di tutto un mondo fittizio, popolato di amici
inesistenti, a cominciare da un certo Chevalier de Pas. Altrove, in un ampio
abbozzo di prefazione alle proprie opere, egli giustifica la creazione degli
eteronimi in termini più schiettamente letterari facendo riferimento ai personaggi
di Shakespeare: «Supponiamo» dice «che un supremo spersonalizzato come
Shakespeare invece di creare il personaggio di Amleto come parte di un
dramma, lo avesse creato come semplice personaggio, senza dramma». Ma,
come hanno intuito alcuni tra i più acuti interpreti di Pessoa, quali Yvette
Centeno e Ángel Crespo, le radici più profonde del fenomeno degli eteronimi
vanno probabilmente cercate nel suo pensiero religioso ed esoterico, che solo in
questi ultimi anni incomincia a essere esplorato in tutta la sua complessità.
Secondo la dottrina gnostica cui egli conformò la propria visione metafisica, la
pluralità dell’universo si dispiega come effetto di una frantumazione dell’Unità
originaria, di cui non è che riflesso cangiante, gioco di specchi che si moltiplica
all’infinito: Com mãos de sombra, Sombras, que tocamos?, «Con mani d’ombra,
Ombre, che tocchiamo?», scrive in una delle sue più grandi poesie esoteriche,
Sulla tomba di Christian Rosencreutz. E se un eteronimo come Álvaro de
Campos – dalla sua prospettiva radicalmente «terrestre» – assapora questa
molteplicità con pagana ebbrezza («Sentire tutto in tutte le maniere, / vivere tutto
da tutte le parti, / essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo, /
realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti...»), il Pessoa ortonimo – da una
posizione teoreticamente antipoda – concepisce la pluralità degli esseri come il
teatro d’ombre inscenato da un Io-Dio anteriore e sconosciuto, che nelle sue
liriche si presenta spesso sotto le spoglie del Sovrano di un Impero defunto (cfr.
per esempio Stazioni della Via Crucis VI e XIII, Abdicazione e soprattutto
Messaggio). Eccolo allora definirsi, nel già citato abbozzo di prefazione, come il
medium di tutti i suoi personaggi: «A ciascuna personalità più duratura, che
l’autore di questi libri è riuscito a vivere dentro di sé» scrive «egli ha dato
un’indole espressiva, e ha fatto di questa personalità un autore, con un libro, o
libri; con le cui idee, le cui emozioni e la cui arte lui, l’autore reale (o forse
apparente, perché non sappiamo che cosa sia la realtà) non ha nulla a che fare
tranne il fatto di essere stato, nello scriverle, il ’medium’ di figure da lui stesso
create».


Quella del medium non è una semplice metafora. Nella lettera del 24 giugno
1916 alla zia Anica, sorella della madre, Pessoa racconta le stupefacenti scoperte
che aveva fatto sulle proprie doti medianiche. Una sera, racconta, gli era venuto
l’impulso di prendere una penna e di appoggiarla su un foglio: si era poi accorto
di aver tracciato, senza volerlo, la firma del prozio Manuel Gualdino da Cunha.
Altre esperienze erano seguite alla prima. Le «comunicazioni» ricevute
apparivano per lo più inintelligibili, numeri e disegni: «raffigurazioni
cabalistiche e massoniche, simboli dell’occultismo e cose simili che mi turbano
leggermente», egli scrive. Un amico occultista, consultato per l’occasione, gli
aveva fornito le prove dell’autenticità di questa scrittura automatica. E
successivamente altri fenomeni si erano aggiunti a questo, in particolare quello
della «visione astrale» che faceva di lui, osserva egli stesso, non un semplice
medium ma un medium veggente. In certi momenti percepiva l’«aura magnetica»
delle persone e, nell’oscurità, le sue radiazioni intorno alle proprie mani; un
mattino aveva visto addirittura le costole di un individuo attraverso i vestiti e la
pelle. Ma l’ultima rivelazione sarebbe stata la più significativa: «A volte, la
notte, chiudo gli occhi e appare una successione di piccoli quadri, molto rapidi,
molto nitidi (così nitidi come le cose del mondo esteriore). Sono figure strane,
disegni, segni simbolici, numeri (ho visto anche dei numeri) eccetera. E a volte –
sensazione questa molto curiosa – mi sento all’improvviso proprietà di qualche
altra cosa. Il mio braccio destro, ad esempio, comincia a essermi sollevato in
aria senza che io lo voglia». E poco oltre prosegue: «Ho più curiosità che paura,
sebbene si verifichino delle cose che mettono un certo timore, come quando,
varie volte, guardandomi allo specchio, il mio volto sparisce e mi appare la
sembianza di un uomo con la barba, oppure di un altro uomo (sono quattro in
tutto quelli che mi appaiono)». Pessoa si riferisce forse a queste manifestazioni,
quando afferma di essere stato il medium delle figure da lui create? È vero che in
uno scritto senza data intitolato Sulla medianità e lo spiritismo egli sviluppa una
critica radicale dei fenomeni medianici, riconducendoli – come la propria
eteronimia – a una base isterica o nevrastenica e assimilandoli a quelli propri
dell’alcolismo o di una follia incipiente. Comunque sia, la lettera alla zia Anica
conferma il rapporto fra esperienze spiritiche e nascita degli eteronimi. Anzi,
quasi replicando a se stesso, Pessoa conclude il suo scritto negando di essere sul
punto di diventare pazzo e accennando a una misteriosa missione di cui si
sentiva investito: «Ormai conosco fin troppo bene le scienze occulte per
accorgermi che vengono risvegliati in me i cosiddetti sensi superiori diretti a un
certo fine e che il Maestro sconosciuto che così mi va iniziando, imponendomi
codesta esistenza superiore, mi darà una sofferenza ben maggiore di quanto
finora ho avuto [...] Inoltre, il sorgere di queste facoltà è accompagnato da una
misteriosa sensazione di isolamento e di abbandono che mi colma di amarezza
fino nel più profondo dell’anima». Concetti che sembrano riecheggiare nella
impressionante motivazione con la quale giustificò la rottura del fidanzamento
con Ophélia Queiroz nella lettera di addio del 29 novembre 1920: «Il mio
destino appartiene ad altra Legge, della cui esistenza lei è all’oscuro, ed è
subordinato sempre più all’obbedienza a Maestri che non permettono e non
perdonano».
Gli studi occultistici cui Pessoa allude nella lettera alla zia Anica erano
iniziati, quasi per caso, in quello stesso periodo con la lettura di vari scritti sulla
materia e in particolare di alcune opere delle due maggiori esponenti del
teosofismo inglese, Helena Blavatsky e Annie Besant, che Pessoa aveva avuto
l’incarico di tradurre in portoghese per una «Collana Teosofica ed Esoterica».
Ma l’impressione che le dottrine teosofiche produssero in lui fu subito enorme,
come egli stesso spiega in una lettera inviata il 6 dicembre 1915 al suo migliore
amico, il poeta Mário de Sá-Carneiro. Gli spiega di essere caduto in una
profonda crisi intellettuale dopo aver preso conoscenza di queste dottrine e
prosegue: «Il modo in cui le ho conosciute è stato, come Lei sa, banalissimo: ho
dovuto tradurre dei libri di teosofia. Io non conoscevo niente, assolutamente
niente del problema. Ora, come è naturale, conosco l’essenza del sistema. Mi ha
sconvolto a un punto tale che non l’avrei mai immaginato, dato che si tratta di un
sistema religioso. Il carattere straordinariamente vasto di questa religione-
filosofia, la nozione di forza, di dominio, di conoscenza superiore ed extra-
umana che le opere teosofiche stillano, mi hanno molto turbato [...] La
possibilità che nella Teosofia sia la verità reale me hante». La Teosofia gli
appariva come un sistema ultracristiano, «nel senso» scrive «che contiene i
princìpi cristiani elevati a un punto in non so quale oltre-Dio»: per questo la
sentiva ancora, sotto certi aspetti, in contrasto con il suo «essenziale
paganesimo». Ma venti anni più tardi, nella famosa lettera a Casais Monteiro
sulla genesi degli eteronimi (13 gennaio 1935), la sua adesione è più decisa e
argomentata, anche se coperta da grande riserbo (in un post scriptum chiede
all’amico di non pubblicare per nessuna ragione questo passo): «Mi resta da
rispondere alla Sua domanda circa l’occultismo. Mi chiede se credo
nell’occultismo. Fatta così, la domanda non è ben chiara; comprendo però
l’intenzione e a questa rispondo. Credo nell’esistenza di mondi superiori al
nostro e di abitanti di questi mondi, in esperienze di diversi gradi di spiritualità,
che si assottigliano fino ad arrivare a un Ente Supremo che presumibilmente ha
creato questo mondo. Può essere che ci siano altri Enti, ugualmente supremi, che
abbiano creato altri universi, e che questi universi coesistano con il nostro,
interpenetrandosi o meno [...] Date queste scale di esseri, non credo nella
comunicazione diretta con Dio ma, secondo il nostro affinamento spirituale,
potremo pervenire alla comunicazione con esseri sempre più alti». E prosegue
descrivendo le tre vie per le quali si può raggiungere l’occulto: magica, mistica e
alchemica.
Nella stessa lettera nega la sua affiliazione a qualsiasi Ordine iniziatico. In una
nota autobiografica datata 30 marzo 1935, scrive però: «POSIZIONE
INIZIATICA: Iniziato, per comunicazione diretta da Maestro a Discepolo, nei tre
gradi minori dell’(apparentemente estinto) Ordine Templare di Portogallo». Non
si tratta né di una contraddizione né di un riferimento a una presunta
«autoiniziazione», come suggeriscono alcuni recenti biografi. Lo stesso Pessoa
fornì la spiegazione delle sue dichiarazioni in una nota recentemente pubblicata
da Teresa Rita Lopes: «Un Ordine iniziatico» scrive «è veramente tale solo
quando è attivo, cioè quando tiene aperti i suoi templi, o il suo unico tempio, e fa
sessioni e iniziazioni attraverso un rituale vissuto. Se è addormentato, o in vita
latente e semplicemente trasmessa [?], non è propriamente un Ordine, ma
soltanto un sistema di iniziazione, di avanzamento e di completamento. Sono i
tre termini che competono al conferimento, ad esempio, dei tre Gradi Minori
dell’Ordine Templare di Portogallo. Per questo ho dichiarato, legittimamente, di
non appartenere a nessun Ordine. Ma non potevo legittimamente dichiarare di
non avere nessuna iniziazione». In ogni caso, Pessoa si proclamò più volte
seguace di una tradizione occulta che avrebbe le sue radici nella Gnosi cristiana
antica e si sarebbe perpetuata nella Cabbala ebraica, nel pensiero dei Rosacroce e
nella Massoneria. In un frammento (del 1917?) intitolato L’Eresia Gnostica
scriveva già: «Eresia che non è mai scomparsa: oppressa, osteggiata dall’esterno,
questa setta di occultisti diventò segreta, scomparve dalla storia manifesta, ma
non dalla vita. Non è impossibile incontrare, qua e là, tracce del suo segreto
permanere. E tale permanere mostra aspetti di conflitto con il cristismo ufficiale
e soprattutto con quello cattolico. Accanto al cristismo ufficiale, con i suoi vari
misticismi e ascetismi e le sue diverse magie, vediamo emergere in superficie,
episodicamente, una corrente che data senza dubbio dalla Gnosi (cioè alla
fusione della Cabbala ebraica con il neoplatonismo) e che ora ci appare sotto le
spoglie dei cavalieri di Malta o dei Templari, ora, dopo essere scomparsa, torna a
rinascere con i Rosacroce, per manifestarsi pienamente, infine, con la
Massoneria». Sono le stesse idee che si troveranno sintetizzate nella nota
autobiografica citata prima, dove si legge: «POSIZIONE RELIGIOSA: Cristiano
gnostico, e quindi assolutamente contrario a tutte le Chiese organizzate, e
soprattutto alla Chiesa di Roma. Fedele, per motivi che più avanti saranno
impliciti, alla Tradizione Segreta del Cristianesimo, che è in stretto rapporto con
la Tradizione Segreta in Israele (la Santa Cabbala) e con l’essenza occulta della
Massoneria». E a una appassionata difesa della Massoneria contro un progetto di
legge presentato all’Assemblea Nazionale portoghese, che prevedeva lo
scioglimento di tutte le «società segrete», è dedicato uno degli ultimi articoli di
Pessoa (uscito sul «Diário de Lisboa» il 4 febbraio 1935).
Alla dottrina gnostica sono ispirate molte fra le sue più profonde liriche
esoteriche, dalle Stazioni della Via Crucis a Sulla tomba di Christian
Rosencreutz, Eros e Psiche, L’ultimo sortilegio o Nell’ombra del Monte
Abiegno: vi appaiono in mirabili variazioni i temi dell’Io anteriore esiliato dalla
sua Patria celeste, della falsità e irrealtà di questo mondo, della vita umana come
sonno e oblio, del cammino iniziatico (raffigurato con i simboli dell’ascesa a un
monte, della navigazione, della queste cavalleresca del Graal) verso i mondi
superiori, delle nozze mistiche con il vero Io. Essi derivano dalla lettura,
incominciata già da ragazzo a Durban, dei grandi filosofi antichi – Platone,
Aristotele, Plotino... – e di alcuni amatissimi scrittori moderni come Milton o
Carlyle. Ma la sua biblioteca si arricchì a poco a poco anche di opere più
specificamente dedicate alle tradizioni occulte, che sono alla base dei suoi
numerosi scritti esoterici in prosa, fra i quali il Saggio sull’Iniziazione e gli
abbozzi di Atrio, Sottosuolo e La Via del Serpente: oltre ai ricordati libri sul
teosofismo, egli lesse studi sulla Cabbala, sulla Massoneria, sui Templari,
sull’ermetismo, sulla pietra filosofale, trattati di magia e di astrologia. Nella
lettera a Sá-Carneiro dice di essere stato molto colpito anni prima da un libro
inglese sui Rosacroce, The Rosicrucians, their Rites and Mysteries di Hargrave
Jennings. È probabile che egli abbia letto in gioventù anche Les Grands Initiés di
Edouard Schuré, uscito nel 1889. Tutta una letteratura di qualità non sempre
eccelsa, in cui il mistero si intreccia con la mistificazione e la frode. Ma per
Pessoa errori e inganni appartenevano alla natura stessa del cammino iniziatico
quale egli lo concepiva. Bastino le folgoranti parole di un frammento destinato a
un progettato scritto sull’iniziazione, Atrio: «In mezzo a tutto ciò» scrive «ci
sono sviamenti ed errori. A volte interviene un pensiero da non iniziati, altre
volte uno palesemente fraudolento. Ma né l’uno né l’altro, né altri ancora che in
modo diverso partecipano di entrambi, riescono a cancellare, per chi sappia
riconoscerne le tracce, la via essenziale per il Fine Magno. Ed è a tutti evidente:
da quando si è perduta la Parola, quante vie cattive o false si sono incrociate nel
tentativo di ritrovarla? Persino quelli che mentono, mentono per devozione a un
anelito di ricerca. Persino quelli che alterano il vero, fingendo di aver trovato
cercano di soddisfare la propria sete di trovare. Il filtro della Parola Perduta li ha
resi suoi amanti, ed essi la seguono, cavalieri erranti senza dama certa, lungo vie
e foreste di sogno e di errore, nell’eterna selva oscura del conseguimento
imperfetto». La voce inconfondibile di Pessoa è quella che indica la via per la
quale la letteratura si insinua nel cuore stesso della queste iniziatica.


Questo intreccio fra ricerche esoteriche e gusto per la mistificazione trova una
esemplare illustrazione nella vicenda dei suoi rapporti con l’occultista inglese
Aleister Crowley (1875-1947) e specialmente nella clamorosa messa in scena da
loro organizzata a Lisbona nel 1930. Mago, agente di vari servizi segreti, grande
viaggiatore, alpinista (effettuò anche scalate sull’Himalaya e in Messico),
romanziere e donnaiolo impenitente, Crowley è stato certamente uno dei
personaggi più scandalosi e turbolenti del ventesimo secolo: si faceva anche
chiamare, con riferimento apocalittico, «la Bestia» e «666». Che il solitario e
austero Pessoa possa essere entrato in contatto con un uomo simile può lasciare
increduli. Il fatto è che i suoi interessi occultistici lo avevano portato a leggere le
Confessioni di Crowley e a scrivergli presso il suo editore londinese per
segnalargli un errore compiuto nel proprio oroscopo. Crowley gli rispose
dandogli ragione e fra i due incominciò un carteggio. Non passò molto tempo
che Crowley decise di recarsi a Lisbona per conoscere di persona il suo
corrispondente. Aveva allora cinquantacinque anni e – fresco di divorzio e
rovinato economicamente – stava attraversando una della fasi più burrascose
della sua vita. Annunciato da un telegramma, sbarcò nella capitale portoghese il
2 settembre 1930 in compagnia della sua amante di turno, la tedesca Hanni
Larissa Jaeger. Malgrado le iniziali diffidenze, Pessoa lo incontrò più volte ed è
probabile che tra i due si sia stabilito un legame di simpatia e di complicità. Lo
dimostra se non altro la teatrale conclusione del soggiorno portoghese di
Crowley. Tutto ebbe inizio con una testimonianza del giornalista Ferreira
Gomes, il quale raccontò di aver rinvenuto il 25 ottobre in una grotta della
scogliera detta «Boca do Inferno», a pochi chilometri da Lisbona, un
portasigarette e una lettera dal contenuto enigmatico che iniziava con le parole:
«Non posso vivere senza di te». La carta intestata dell’hotel e il nome della
destinataria, Miss Jaeger, lo avevano fatto risalire a Crowley. E poiché questi era
scomparso senza lasciare tracce, aveva riferito tutta la vicenda alla polizia. Le
indagini subito avviate non avevano avuto esito. A questo punto entra in scena
anche Pessoa. In una lunga testimonianza e in una successiva intervista rilasciata
a un quotidiano di Lisbona egli ricostruisce tutta la storia dei suoi rapporti
epistolari e dei suoi incontri con Crowley; decifrando dottamente le allusioni
astrologiche e magiche della lettera, apre tutta una serie di piste misteriose: litigi
amorosi, persecuzioni magiche, sedute spiritiche, agenti segreti inglesi che si
presentano non troppo in incognito nel suo ufficio per fargli domande... Dopo
aver accreditato in un primo tempo la tesi del suicidio, suggerisce infine quella
dell’omicidio. Nelle sue argomentazioni sembra muoversi, con malcelato
compiacimento, come il Dupin degli Assassinii della rue Morgue o della Lettera
rubata. Che potesse trattarsi di una blague lo avevano sospettato subito in molti:
Crowley era in realtà vivo e vegeto, nascosto in Germania probabilmente con la
sua amante. Ma questo gustoso aneddoto è anche un tassello del più vasto e
complesso mosaico dei rapporti fra letteratura e correnti occultistiche nel nostro
secolo. Crowley apparteneva alla Golden Dawn (Alba d’oro), una società segreta
di ispirazione rosicruciana fondata a Londra nel 1888 (lo stesso anno della
nascita di Pessoa) e nella quale ebbe un ruolo di grande rilievo un altro dei
maggiori poeti del novecento, William Butler Yeats. Il più notevole apporto di
Crowley alla Golden Dawn consiste nel rituale di una «messa gnostica»
(comprendente anche pratiche di magia sessuale) che egli aveva
precedentemente elaborato nel quadro di un’altra organizzazione, la «Chiesa
Gnostica Cattolica»: in essa intese condensare il segreto degli alchimisti, della
Massoneria e del cristianesimo esoterico (che secondo lui lo aveva velato sotto il
dogma eucaristico). Basterebbe questo a spiegare le ragioni di un interesse che
fu indubbiamente, da parte di Pessoa, meno superficiale di quanto possa apparire
a prima vista e di cui è rimasto anche un documento poetico: la traduzione in
portoghese dell’Inno a Pan di Crowley. Fu del resto proprio a partire dagli ultimi
mesi del 1930 – con L’ultimo sortilegio – che incominciò a intensificarsi la
produzione esoterica di Pessoa, in versi e in prosa, con un rapido affinamento del
linguaggio tecnico e della dottrina: da questo momento abbondano, in
particolare, le allusioni ai riti iniziatici della Golden Dawn e di altre società
segrete.


Il culmine della poesia esoterica di Pessoa è rappresentato da Messaggio
(Mensagem), il solo libro portoghese da lui pubblicato in vita. Questo libro
costituisce insieme anche la summa della sua visione profetica della storia. Esso
ruota interamente intorno al mito sebastianista, alimentato da quella corrente di
pensiero patriottico-messianica che sognava il ritorno del re Sebastiano e la
restaurazione dell’impero portoghese. Don Sebastiano, nipote di Giovanni III,
salì al trono a soli quattordici anni nel 1568; carattere instabile e stravagante (si
narra per esempio che aprisse le tombe dei suoi predecessori recitando
giaculatorie di venerazione e di glorificazione marziale), si impegnò presto in
una dispendiosa politica di espansione africana che lo avrebbe portato alla rovina
e che fu peraltro sostenuta, fra gli altri, dal poeta Luis de Camões. Sconfitto il 4
agosto 1578 ad Alcácer Quibir mentre tentava la conquista del Marocco,
scomparve nel corso della battaglia e il suo corpo non fu mai più ritrovato; la
morte del re Sebastiano segnò l’inizio del lungo periodo di unione del Portogallo
con la Spagna. Questa sottomissione favorì la nascita del sogno messianico
legato al ritorno del re scomparso: esso sarebbe coinciso con l’instaurazione di
un nuovo e definitivo Impero nel quale il Portogallo avrebbe portato a
compimento la sua missione provvidenziale.
Pessoa riprese questo mito – uno dei tanti che si incentrano sull’attesa del
ritorno di un re scomparso: basti pensare ad Artù nella leggenda bretone –
inscrivendolo nella sua grandiosa visione profetica della storia e combinandolo
con altri temi esoterici come quello della ricerca del Graal. Nelle prime due parti
del libro, «Blasone» e «Mare portoghese», egli ripercorre la storia del Portogallo
attraverso le figure emblematiche dei suoi grandi sovrani e navigatori. Nella
terza, intitolata «O Encoberto» («Il Nascosto», «Il Velato»), annuncia –
rifacendosi anche alle profezie di Bandarra e António Vieira – il ritorno di Don
Sebastiano, che dovrà giungere dal mare in un giorno di nebbia, e il conseguente
avvento del Quinto Impero. Nella stupefacente poesia di apertura, Pessoa
immagina l’Europa come una figura umana appoggiata sui gomiti e distesa da
Oriente a Occidente: il gomito sinistro, piegato all’indietro, è l’Italia, il destro,
un po’ discosto, è l’Inghilterra. Questa figura fissa «con sguardo sfingico e
fatale» l’Occidente: «Il volto con cui fissa è il Portogallo». Il Quinto Impero –
che succederà ai quattro precedenti: Greco, Romano, Cristiano, Inglese –
incarnerà il destino ultimo dell’Europa e il senso mistico del suo ruolo nella
storia. La sua instaurazione coinciderà, sul piano esoterico, con quella del Terzo
Ordine del Portogallo, erede dell’Ordine del Tempio e dell’Ordine di Cristo che
lo hanno preceduto. Con essa il Portogallo prenderà infine coscienza di se stesso
ritrovando nella propria anima – unite in una misteriosa catena – «la Tradizione
Segreta del Cristianesimo, la Successione Super-Apostolica, la Ricerca del Santo
Graal». Pessoa non immagina infatti questo impero come fondato sul dominio o
sull’espansione territoriale, ma sulla sola cultura: «Creando una propria civiltà
spirituale» scrive «soggiogheremo tutti i popoli; perché contro le forze e le arti
dello spirito non è possibile resistenza, soprattutto se sono ben organizzate,
rafforzate da anime di generali dello Spirito». È evidente che Pessoa –
trasformandosi, come disse, in «tutta una letteratura» – attribuiva a se stesso e
alla propria opera un ruolo fondamentale in questo progetto politico-culturale.
Bandarra aveva profetizzato il ritorno di Don Sebastiano per il 1888. In questo
anno, ha scritto Pessoa, «si è verificato in Portogallo l’evento più importante
della sua vita nazionale dal tempo delle Scoperte; ma questo evento, per via
della sua stessa natura, è passato e doveva passare completamente inosservato».
Ora, nei suoi primi saggi pubblicati sulla rivista «A Águia» (1912) egli aveva
annunciato la venuta del più grande poeta portoghese, superiore a Camões: come
ha osservato Robert Bréchon, «bisogna ammettere che Pessoa, nato nel 1888, si
è considerato insieme come il ’super-Camões’, la reincarnazione dello spirito di
Don Sebastiano e il solo depositario dei segreti dei Templari, probabilmente non
a titolo personale, ma in quanto poeta». La letteratura e la poesia
rappresentavano infatti per lui il fondamento sul quale doveva poggiare il Quinto
Impero, l’impero universale che avrebbe sintetizzato in una gnosi esoterica tutte
le civiltà e tutte le religioni del passato. Pessoa difese energicamente questo
paradosso: «È un imperialismo di grammatici? L’imperialismo dei grammatici
dura di più e giunge a maggiori profondità di quello dei generali. E un
imperialismo di poeti? Ammettiamolo. La frase non è ridicola se non per chi
difende il vecchio imperialismo ridicolo. L’imperialismo dei poeti dura e
domina; quello dei politici passa e si dimentica, se non lo ricorda il poeta che lo
canti. Diciamo Cromwell ha fatto, Milton ha detto. E nei tempi lontani in cui
non esista più l’Inghilterra (perché l’Inghilterra non possiede la qualità di essere
eterna), Cromwell sarà ricordato solo perché Milton allude a lui in un sonetto.
Con la fine dell’Inghilterra avrà fine quella che si può supporre essere l’opera di
Cromwell o quella cui collaborò. Ma la poesia di Milton avrà fine solo quando
avrà fine l’uomo sulla terra, o la civiltà intera e, anche allora, chissà se avrà
fine». Il riferimento all’impero inglese non è casuale: è infatti quello che sarà
superato dal Quinto Impero, l’impero dei poeti.
Pessoa respinge naturalmente ogni interpretazione puramente esteriore o
politica dell’avvento del Re Nascosto: si tratta, scrive, di «un concetto nostro;
affinché egli giunga, è necessario che lo facciamo apparire, che lo creiamo
dentro di noi grazie a noi stessi. È attraverso un anelito quotidiano, una volontà
costante, che lo dobbiamo far crescere nella nostra anima, per poi proiettarlo nel
mondo cosiddetto esteriore». Chi altri è infatti, per Pessoa, O Encoberto se non
quella «unica anteriore realtà», quell’Io anteriore, sconosciuto e dimenticato, che
si nasconde dietro la molteplicità degli eteronimi e rappresenta il loro principio
superiore, il vero Io (o Dio stesso)? Nel Libro dell’inquietudine, del resto (sotto
la maschera del semieteronimo Bernardo Soares), egli si ritrae come un re
straniero, esiliato da «terre prodigiose» e da «paesaggi più belli della vita», che i
passanti non riconoscono sotto la maschera della sua identità con gli altri: «Ho
perso, prima di nascere, il mio castello antico. Sono stati venduti, prima che io
esistessi, gli arazzi del mio palazzo avito. Il mio maniero che esisteva prima
della mia vita è caduto in rovina e solo in alcuni momenti, quando il chiarore
della luna nasce in me oltre i giunchi del fiume, mi si raffredda la nostalgia dei
luoghi nei quali i ruderi sdentati dei muri si stagliano neri contro il blu profondo
del cielo sbiancato da un giallo lattiginoso. Mi scindo in sfingi. E dal grembo
della regina che mi manca cade, come un episodio del ricamo inutile, il gomitolo
dimenticato della mia anima». Questa «scissione in sfingi» di un alter ego
imperiale è il vero nucleo esoterico del teatro degli eteronimi: un ego perduto per
sempre, pensabile solo in quanto perduto, pura figura di sogno che non si può e
non si deve incontrare. Giungerà mai il re Don Sebastiano? O dovrà rimanere
occulto in un altrove irraggiungibile, in un non-dove, per poter svolgere la sua
missione e inviare il suo messaggio? Quel messaggio inudibile evocato nella
stupenda lirica Le isole fortunate, al quale sorridiamo come bambini nel sonno:
«Ma, se incominciamo a destarci, / tace la voce e non c’è che il mare».
Questa irraggiungibilità della rivelazione ultima, questo sfuggire della Verità
verso orizzonti sempre più lontani è il tema centrale della gnosi pessoana, quello
che si esprime nell’idea dell’Oltre-Dio, dell’Além-Deus. Si è visto come nella
lettera a Sá-Carneiro del 6 dicembre 1915 Pessoa avesse riconosciuto nella
Teosofia un sistema in cui i princìpi cristiani sono «elevati a un punto in non so
quale Oltre-Dio». Ma già nel Violiniste pazzo (composto fra il 1911 e il 1917)
egli aveva abbozzato questo tema, e nel 1913 aveva composto una sequenza
poetica intitolata appunto Além-Deus. Molti anni dopo – a conferma di quanto
dichiara in una lettera a Casais Monteiro: «io non evolvo, VIAGGIO» – egli
svilupperà questa visione abissale nel primo dei tre sonetti Sulla tomba di
Christian Rosencreutz : «Dio è l’Uomo di un altro Dio maggiore: / Supremo
Adamo, anch’egli ebbe Caduta; / anch’Egli, come fu nostro Creatore, // creato
fu, e gli morì la Verità...» E la stessa idea è formulata, con vaghi accenti
satanistici, anche nei frammenti del Faust:

E mi accorsi che Dio, se per il mondo è tutto,


se è sostanza e essere del nostro essere,
non è l’unico Dio più che profondo.
Ce ne sono infiniti di infiniti.
[...]
E conclamai l’oltre-Dio contro Dio,
rivelai ai miei pari il segreto nefasto.
[...]
Dio sa che è uno, uno e infinito;
ma io so che Dio, nell’esserlo, non lo è.
Il mio essere proscritto giunge oltre Dio.

Il mondo trascendente di Pessoa è strutturato come una serie indefinita di scatole


cinesi, dove ogni Dio è l’uomo di un Dio superiore che lo ha creato e che a sua
volta è l’uomo di un altro Dio, e così via fino a precipitare in un abisso senza
fondo. In questo Pleroma vertiginoso (che è piuttosto un Kenoma) nessuno
conosce la Verità e tutti sono re esiliati. In esilio da dove? Dalle Isole Fortunate,
da una terra che non si può descrivere né pensare. Si legge in uno straordinario
passo del Libro dell’inquietudine, intitolato La Morte del Principe: «E se tutto
fosse una verità affatto diversa, senza Dei né uomini né ragione? E se tutto fosse
un qualcosa che non possiamo nemmeno concepire di concepire: un mistero che
appartiene interamente a un altro mondo? E se tutti noi (uomini, Dei, mondo)
fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa, collocati
sempre fuori da ciò che esiste? E se quel qualcuno che sogna o pensa un
qualcuno che non sogna e non pensa, fosse a sua volta un suddito dell’abisso e
della finzione? Se tutto fosse un’altra cosa, e ciò che non è fosse l’unica cosa
che esiste? Da quale parte mi trovo, io che vedo questo in quanto cosa che può
esserci? Su quale ponte passo, io che mi trovo così in alto che sotto di me stanno
le luci di tutte le città di questo mondo e dell’altro mondo, e le nuvole delle
verità sfatte che sono sospese lassù e che cercano come se cercassero un
qualcosa che è possibile abbracciare? [...] Perché mi hanno dato un regno se non
avrò un regno migliore di questo momento nel quale mi trovo fra ciò che non
sono stato e ciò che non sarò?» Quella moltiplicazione di entità fittizie che sta
alla base della creazione degli eteronimi, quel gioco di specchi nei quali invano
si cercherebbe un volto reale sono la legge che governa anche i mondi superiori
e le sedi divine. La nebbia nella quale dovrà riapparire il Re Nascosto, quella
nebbia in cui «nessuno sa che cosa vuole. / Nessuno sa quale anima possiede, /
né cosa siano male o bene», quella nebbia in cui «tutto è incerto ed estremo, /
tutto è disperso, nulla è intero» (Nebbia, ultima composizione di Messaggio) non
si diraderà mai, perché si estende nei secoli dei secoli, negli eoni degli eoni.


Ma nel luogo in cui siamo sudditi dell’abisso e della finzione regna la letteratura.
L’Além-Deus, quell’Oltre inconcepibile dal quale Pessoa guardava sfilare tutti gli
dèi e tutti i feticci dell’umanità «nella marcia funebre [...] dell’errore e
dell’illusione» è quell’impero universale dei poeti intorno a cui ruota la sua
riflessione esoterica e politica. In tutto il Libro dell’inquietudine sono
disseminati i frammenti di questa estetica ultra-teologica: «Tutta la letteratura
consiste in uno sforzo per rendere la vita reale. Come tutti sanno, anche quando
agiscono senza sapere, la vita è assolutamente irreale nella sua realtà diretta; i
campi, le città, le idee sono cose assolutamente fittizie, figlie della nostra
complessa sensazione di noi stessi. Ogni impressione è intrasmissibile, se non la
rendiamo letteraria». «L’arte ci libera illusoriamente dalla sordidezza di essere
[...] Siccome il piacere che essa ci offre in certo qual modo non è nostro, non
dobbiamo pagarlo o pentircene. Per arte si intende tutto quello che ci delizia e
che non è nostro: il paesaggio, il sorriso fatto a un altro, il tramonto, una poesia,
l’universo obiettivo. Possedere è perdere. Sentire senza possedere è conservare,
poiché significa estrarre da una cosa la sua essenza.» «La letteratura, che è l’arte
sposata al pensiero, e la realizzazione senza macchia della realtà, mi sembra
essere il fine a cui dovrebbe tendere ogni sforzo umano se fosse veramente
umano e non una cosa superflua dell’animalità. Credo che dire una cosa
significhi conservare la sua virtù e toglierle il suo spavento. I campi sono più
verdi nel dirsi che nel loro verde. I fiori, se saranno descritti con frasi che li
definiscono nell’aria dell’immaginazione, avranno colori permanenti in una
forma che la vita cellulare non consente. Muoversi è vivere, dire è sopravvivere.
Non c’è nulla di reale nella vita che non lo sia perché si è descritto bene.» Il
sogno, la finzione, la poesia sono più reali della cosiddetta realtà perché ci fanno
penetrare in quel Regno che si trova al di là di tutti gli oceani, di tutti gli universi
e di tutti gli dèi. La missione del poeta – questo «adepto per eccellenza» — è per
Pessoa quella «di riconoscere la verità come verità e nello stesso tempo come
errore, e di vivere i contrari senza accettarli, di sentire tutto in tutte le maniere e,
in fin dei conti, di non essere nulla, se non l’intelligenza di tutto». Per questo le
mistificazioni dell’occultismo contengono più verità dei dogmi insegnati dalle
Chiese costituite: «cavalieri erranti senza dama certa», dobbiamo cercare il
Graal, la Parola Perduta, «per vie e foreste di sogno e di errore». In una nota a
Messaggio, inserita con poche varianti anche nel Libro dell’inquietudine, Pessoa
scrive: «I navigatori di un tempo avevano un motto glorioso: ’Navigare è
indispensabile; vivere non è indispensabile’. Rivendico per me lo spirito di
questa frase, di cui trasformo la lettera per sposarla a quello che sono: Vivere
non è necessario; necessario è creare».
È quella che egli chiama in molti punti della sua opera ortonima ed eteronima
l’estetica dell’abdicazione. Il mito imperiale è sempre sullo sfondo, ma quasi
rovesciato come un guanto. In una nota personale intitolata appunto Estetica
dell’abdicazione (1913?) si legge: «[...] Ogni vittoria è una grossolanità. I
vincitori perdono sempre tutte le qualità di insoddisfazione verso il presente che
li hanno portati alla lotta che ha dato loro la vittoria. Sono soddisfatti, e
soddisfatto può essere solo colui che si conforma, che non ha la mentalità del
vincitore. Vince solo chi non riesce mai. È forte solo chi desiste sempre. La cosa
migliore, la più regale, è abdicare. L’impero supremo è quello dell’Imperatore
che abdica a tutta la vita normale, quella degli altri uomini, sui quali la
responsabilità della supremazia non pesa come un carico di gioielli». Il Quinto
Impero, quello che non potrà mai essere distrutto, è dunque governato da sovrani
che hanno abdicato, che hanno rinunciato alla vita e alla realtà apparente per
dedicarsi al sogno. È l’impero di chi ha abdicato a tutto per consacrarsi alla
letteratura. Molte pagine del Libro dell’inquietudine svolgono questa idea,
assumendo talvolta accenti quasi taoistici: «L’inazione consola di ogni cosa. Non
agire ci dà tutto. Immaginare è tutto, purché non tenda all’azione. Nessuno può
essere re del mondo se non in sogno. E ognuno di noi, se si conosce veramente,
vuole essere re del mondo. Non essere e pensare è il trono. Non volere e
desiderare è la corona. Avremo ciò a cui rinunciamo perché, sognandolo, lo
conserviamo intatto». Una mirabile sintesi poetica di queste riflessioni è offerta
dal sonetto Abdicazione.
Non vi è tuttavia contraddizione fra la verità della poesia e quella della gnosi
esoterica. Questa abdicazione dal visibile e dalla vita – che egli perseguì
consapevolmente come una missione fatale – corrisponde secondo Pessoa al
supremo insegnamento dei Rosacroce. In una nota personale, dopo aver
dichiarato che quello del «genio sconosciuto» gli sembra il più bello e il più
grande dei destini, scrive: «Si dice che gli ermetici Rosacroce, setta esoterica e
magista, abbiano scoperto, fin dall’inizio dei tempi, il segreto della vita eterna,
l’elisir della vita; si dice che passino, senza mai morire, di epoca in epoca,
attraverso i cicli e le civiltà, inosservati, sconosciuti e tuttavia, per ciò che di
grande trascendentalmente hanno creato, ben più grandi di tutti i geni della
evidenza umana. La regola della loro setta, sempre attuata, è di non farsi mai
conoscere. La loro presenza eterna, che vive sul margine della nostra
transitorietà, vive anche al di fuori della nostra piccolezza. Gli occhi dell’anima
mi si fissano su queste figure immaginate – e chissà fino a qual punto reali? –,
che realizzano veramente il supremo destino dell’uomo: il massimo di potere nel
minimo dell’esibizione; il minimo dell’esibizione, sicuramente, perché hanno il
massimo di potere. Il senso della loro vita è divino e remoto. Mi piace credere
che essi esistano per poter pensare nobilmente all’umanità».
Nel suo geloso occultamento nel cuore di Lisbona, dove poteva «godere la
visione interiore dei paesaggi che non esistono», Pessoa custodiva la poesia
come quell’«elisir della vita», quel «segreto della vita eterna».
Francesco Zambon
NOTA BIBLIOGRAFICA
Le poesie qui raccolte sono tratte per la maggior parte dal volume F. PESSOA,
Mensagem. Poemas esotéricos, Edição Crítica, José Augusto Seabra
coordenador, Archivos, CSIC 1993 (Coleção Archivos, n. 28) [= MPE], in cui è
rispettata, quando possibile, l’ortografia originaria di Pessoa. I testi portoghesi
non compresi in questo volume sono tratti da Poesias de Fernando Pessoa
(Obras Completas de Fernando Pessoa, I), Ática, Lisboa 1942 [= OC I], Poesias
Inéditas (1930-1935) de Fernando Pessoa (Obras Completas, VII), Ática,
Lisboa 1955 [= OC VII], Poesias Inéditas (1919-1930) de Fernando Pessoa
(Obras Completas, VIII), Ática, Lisboa 1956 [= OC VIII], Novas poesias
inéditas de Fernando Pessoa (Obras completas, x), Ática, Lisboa 1973 [= OC
X]. Si è tenuto conto anche di F. PESSOA, Obra poética, Organização,
Introdução e Notas de M. Aliete Galhoz, 3e ed., Nova Aguilar, Rio de Janeiro
1969. Le poesie inglesi sono tratte da F. PESSOA, Poesia inglesa, Organização,
tradução e notas de Luisa Freire, Livros Horizonte, Lisboa 1995 [= PI].
Le traduzioni dei testi pessoani citate nell’Introduzione (a eccezione delle
poesie qui pubblicate) sono tratte dai seguenti volumi: F. PESSOA, Una sola
moltitudine, a cura di A. Tabucchi, con la collaborazione di M.J. de Lancastre, I-
II, Adephi, Milano 1979 e 1984; ID., Le poesie di Alvaro de Campos, a cura di
M.J. de Lancastre, ivi 1993; ID., Lettere alla fidanzata, a cura di A. Tabucchi, ivi
1988; ID., Il libro dell’inquietudine, a cura di M.J. de Lancastre, prefazione di A.
Tabucchi, Feltrinelli, Milano 1986; ID., Faust, ed. italiana con testo a fronte a
cura di M.J. de Lancastre, trascrizione del ms. originale di T. Sobral Cunha,
Einaudi, Torino 1991; ID., Ultimatum (e altre esclamazioni), a cura di U. Serani,
Biblioteca del Vascello, Roma 1994; ID., Il violinista pazzo, a cura di A. Di
Munno, Mondadori, Milano 1995; ID., Politica e profezia. Appunti e frammenti
1910-1935, a cura di B. De Cusatis, Antonio Pellicani, Roma 1996; ID., Pagine
esoteriche, a cura di S. Peloso, Adelphi, Milano 1997. Per il Libro
dell’inquietudine, si veda però ora la nuova edizione di R. Zenith: B. SOARES,
Livro do desassossego, Assério & Alvim, Lisboa 1998 (trad. francese: F.
PESSOA, Le livre de l’intranquillité de Bernardo Soares, Christian Bourgois,
Paris 1999).
La biografia di Ángel Crespo cui si fa riferimento è La vada plural de
Fernando Pessoa, Seix Barral, Barcelona 1988, ora tradotta anche in italiano: La
vita plurale di Fernando Pessoa, Antonio Pellicani, Roma 1997 (cfr. soprattutto
cap. XX: «La Bestia 666. Gnosis e iniciación. Escritos esotéricos» Si veda anche
la recente biografia di R. BRÉCHON, Etrange étranger. Une biographie de
Fernando Pessoa, Christian Bourgois, Paris 1996, in particolare il cap. 30, «Tout
est occulte (1930-1933)», pp. 459-485. Il saggio citato di R. BRÉCHON, Note
sur la poésie sacrée de Pessoa, è contenuto in F. PESSOA, Poèmes ésotériques.
Message. Le marin, Christian Bourgois, Paris 1988, pp. 11-19. Sull’esoterismo
di Pessoa, cfr. anche D.L. PEREIRA DA COSTA, O Esoterismo de Fernando
Pessoa, Lello & Irmão, Porto 1971; Y.K. CENTENO, Fernando Pessoa, o Amor,
a Morte, a Iniciação, A Regra do Jogo, Lisboa 1985; Y.K. CENTENO E S.
RECKERT, Fernando Pessoa e a Filosofia Hermética, Presença, Lisboa 1985; i
saggi di P. QUILLIER, Entre les rives du chagrin et les îles fortunées, e della
stessa Y.K. CENTENO, L’ésotérisme de Message, in Pessoa, Poèmes
ésotériques, cit., rispettivamente pp. 61-93 e 163-171; i saggi dedicati a
Mensagem e al pensiero esoterico di Pessoa contenuti in F. PESSOA,
Mensagem. Poemas esotéricos, cit. (in particolare J.A. SEABRA, Para a
história do texto pessoano: dos biographemas à heteronímia, pp. 191-215; D.
PEREIRA DA COSTA, A mensagem messianica, pp. 259-279; A. ROIG,
«Mensagem»: heráldica e poesia, pp. 280-302; Y.K. CENTENO, O pensamento
esotérico de Fernando Pessoa, pp. 359-395); il volume di Á. CRESPO, Con
Fernando Pessoa, Huerga & Fierro, Murcia 1995, in particolare pp. 177-258. Si
veda anche l’antologia in tedesco: F. PESSOA, Esoterische Gedichte.
Mensagem. Englische Gedichte, Aus dem Portugiesischen und Englischen
übersetzt und mit einem Nachwort versehen von G.R. Lind, Fischer, Frankfurt
am Main 1994.
VERSIONE ITALIANA
IL RE DEGLI INTERSTIZI
Visse, io non so quando, forse mai –
ma il fatto è che visse – un re ignoto
il cui regno era lo strano Regno degli Interstizi.
Era signore di ciò che sta fra cosa e cosa,
Degli intraesseri, di quella nostra parte
che sta tra veglia e sonno,
tra silenzio e parola, tra noi
e la nostra coscienza di noi; e così uno strano
muto regno ha tenuto quel re misterioso
segregato dalla nostra idea di tempo e di luogo.

Quei supremi disegni che mai giungono


ad attuazione – fra essi stessi e l’inazione –
non coronato, governa. Egli è il mistero che
sta fra gli occhi e la vista, né cieco né vedente.
Non ha mai avuto fine né principio,
vuoto scaffale sopra la sua presenza vana.
È soltanto una crepa nel suo essere,
la cassa scoperchiata che tiene il non-tesoro del non-essere.


Tutti pensano che sia Dio, tranne lui.

VERSIONE ORIGINALE
XXII
La mia anima è un rigido corteo, uomo dopo uomo,
di un’arte egizia più dell’Egitto antica,
trovata in una tomba dal rito indecifrabile,
dove il resto si è sfatto in polvere colorata.
Quale che sia il suo senso, la sua età è gemella
di quella degli ierofanti che stavano vicino a Dio,
quando il sapere era tanto grande da essere un peccato
e la mera anima troppo umana per esserne dimora.
Ma se mi chiedo il senso di questo io-corteo
e all’improvviso voglio osservarlo, perdo
il sentimento di averlo veduto, e più non posso
tentare di osservarlo ancora: non ha la mia memoria attitudine
simile alla rimembranza – può solo rimembrare
il vuoto di aver visto questi muri.

VERSIONE ORIGINALE
DIO
A volte sono il Dio che porto in me
e allora sono il Dio e il credente e la preghiera
e l’effigie d’avorio
in cui questo dio si oblia.

A volte non sono altro se non un ateo


di questo dio che sono quando mi esalto.
Vedo in me tutto un cielo
ed è solo un alto cielo vuoto.


VERSIONE ORIGINALE
OLTRE-DIO
I
Abisso
Guardo il Tago, e in tale maniera
che guardando dimentico di guardare,
e all’improvviso una cosa mi colpisce
incontrandosi col mio vaneggiare –
che cosa è esser-fiume, e scorrere?
che cosa è starlo io a vedere?

Sento repentinamente scarso,
vuoto il momento, il luogo.
Tutto all’improvviso è vacuo –
anche il mio star a pensare.
Tutto – io e il mondo intorno –
rimane più che esterno.

Tutto perde essere e durare,
e dal pensiero mi scompare.
Resto senza poter unire
essere, idea, ciò che di anima ha nome
a me, alla terra e ai cieli...

E improvvisamente incontro Dio.
II
È passato
È passato, fuori del Quando,
del Perché, e del Passare...,
turbine di Inconoscibile,
senza aver turbinato...,

Vastità fuori della Vastità
senza essere, che a sé si oscura...

L’universo è la sua scia...
Dio è la sua ombra...
III
La voce di Dio
Brilla una voce nella notte...
Dal profondo di Fuori la ho udita...
O Universo, io sono-te...
Oh, orrore della gioia
di questo terrore, dello spengersi
della fiaccola che mi guida!

Ceneri di idea e di nome
in me, e la voce: O mondo,
nel solo essere in te io sono-me...
Pura eco di me, mi inondo
di ondate di nero fuoco
in cui verso Dio sprofondo.
IV
La caduta
Dalla mia idea del mondo
sono caduto...
Vuoto oltre il profondo
senza avere né Me né Luogo...

Vuoto senza sé, caos
di un essere pensato come essere...
Scala assoluta senza gradini...
Visione che non si può vedere...

Oltre-Dio! Oltre-Dio! Nera calma...
Bagliore di Ignoto...
Tutto, anima mia, ha un altro senso,
anche l’avere-un-senso...
V
Braccio senza corpo che brandisce una spada
Fra l’albero e il vederlo
dove sta il sogno?
Quale arco del ponte meglio occulta
Dio?... E io resto malinconico
perché non so se la curva del ponte
è la curva dell’orizzonte...

Fra ciò che vive e la vita
in quale direzione scorre il fiume?
Albero rivestito di foglie –
fra questo e Albero c’è un filo?
Colombe in volo – la colombaia
è sempre sulla loro destra, o è reale?

Dio è un grande Intervallo,
ma fra che cosa e che cosa?...
Fra ciò che dico e ciò che taccio
esisto? Chi è che mi vede?
Sono il mio errore... E l’alta colombaia
sta intorno alla colomba, oppure a fianco?

VERSIONE ORIGINALE
STAZIONI DELLA VIA CRUCIS
VI
Vengo da lontano e porto nel profilo,
in forma nebulosa e distanziata,
il profilo di un altro, non gradito
al mio attuale taglio umano e vile.

Un tempo forse fui, non Boabdil,
ma il puro ultimo suo sguardo, gettato
dalla strada al perduto volto di Granada,
sagoma fredda sotto il compatto indaco.

Oggi sono imperiale nostalgia
di quanto in lontananza di me ho visto...
Io stesso sono quello che ho perduto...

E in questa strada verso il Disuguale
sbocciano in snella gloria marginale
gli elianti dell’impero che morii...
X
Dalle infinite altezze mi è toccata
questa vita. Attraverso fitte nebbie,
fumi anteriori della mia erma esistenza,
con insoliti riti di ombra e luce

occasionale, e vaghi gridi di lontano,
e indizi passaggeri di rimpianto
sconosciuto, bagliori di divino,
ho acquistato quest’essere fosco e proscritto...

Cadde pioggia su passati che io fui.
Ci furono pianure di cieli bassi e neve
su grumi di anima che mi appartengono.

Mi raccontai nell’ombra senza trovarmi un senso.
Oggi mi so il deserto in cui Dio ebbe
un tempo la sua capitale di oblio...
XIII
Ministro di un re ignoto, eseguo informi
disposizioni provenienti da oltre,
e le secche parole che mi urgono alle labbra
mi suonano con altro e anomalo significato.

Incoscientemente mi divido
fra me e la missione del mio essere,
e la gloria del Re mi fa sdegnare
questo popolo umano fra cui vivo...

Non so se esiste il Re che mi ha inviato.
La mia missione sarà dimenticare,
il mio orgoglio il deserto in cui sto in me...

Ah! Ma mi sento alte tradizioni
più remote del tempo e dello spazio, della vita e dell’essere...
Avevano già visto Dio le mie sensazioni...

VERSIONE ORIGINALE
ABDICAZIONE
Prendimi, o notte eterna, fra le braccia
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ha abbandonato
il suo trono di sogni e di stanchezze.

La mia spada, pesante alle mie braccia esauste,
a mani forti e calme la ho affidata;
Lo scettro e la corona – li ho lasciati
nell’anticamera, ridotti in pezzi.

La mia cotta di maglia, così inutile,
i miei speroni, dal tintinnio così futile,
li ho deposti sul gelido scalone.

Ho smesso la regalità, corpo e anima,
per tornare alla notte antica e calma
come il paesaggio quando muore il giorno.

VERSIONE ORIGINALE




Gli dèi sono felici.
Vivono la vita calma delle radici.
Il Fato non opprime i loro desideri,
o, se li opprime, li redime
con la vita immortale.
Non ci sono
ombre o altri che li rattristino.
E, oltre a questo, non esistono...

VERSIONE ORIGINALE
NATALE
Nasce un dio. Altri muoiono. La verità
non è venuta né fuggita: è cambiato l’Errore.
Abbiamo ora un’altra eternità,
e quello che è passato era sempre migliore.

Cieca, la scienza ara la gleba inutile.
Folle, la Fede vive il sogno del suo culto.
Un nuovo dio è solo una parola.
Non cercare e non credere: tutto è occulto.

VERSIONE ORIGINALE
GOMES LEAL
Sinistro, consacra alcuni l’astro opaco.
I suoi tre anelli irreversibili sono
sventura, solitudine, tristezza.
Otto lune, fatali, guardano fisse nello spazio.

Questi, poeta, nel suo seno Apollo
pose a Saturno. La mano di piombo
in alto sollevò il suo cuore afflitto
e lo strinse lassù, dal sanguinare esausto.

Inutili otto lune della follia
quando la triplice cintura designa
amarezza, sventura e solitudine!

Ma dalla notte senza fine spunta una traccia,
vestigio di maligna venustà:
è la luna oltre Dio, algida e ignota.

VERSIONE ORIGINALE
GLOSSE
Ogni opera è vana, e vana è tutta l’opera.
Il vento vano, che vane foglie mulina,
figura il nostro sforzo e il nostro stato.
Il dato e il fatto, li dà entrambi il Fato.

Sereno, al di sopra di te stesso, fissa
la possibilità erma e infinita
donde il reale emerge inutilmente,
e taci, e solo nel pensiero senti.

Né il bene né il male definisce il mondo.
Estraneo al bene e al male, dal supposto
cielo profondo, il Fato che chiamiamo Dio
regge la terra e i cieli né bene né male.

Ridiamo, piangiamo attraverso la vita.
Una cosa è una faccia rattrappita
e un’altra un’acqua con leggero sale.
Ed il Fato destina estraneo al bene e al male.

Dodici segni celesti il Sole attraversa
e, rinnovando il corso, nasce e muore
sugli orizzonti di ciò che contempliamo.
Tutto in noi è il punto in cui stiamo.

Finzioni della nostra stessa coscienza
giacciamo istinto e scienza.
E il sole immoto non ha mai percorso
i dodici segni che non ci sono in cielo.

VERSIONE ORIGINALE




L’assenza di dio è un dio anch’essa.

VERSIONE ORIGINALE




Per la pianura senza sentieri
giunge il cavaliere.
Cammina in pace e piano piano
con paura di Nessuno.

VERSIONE ORIGINALE




L’abisso è il muro che ho.
Essere io non ha misura.

VERSIONE ORIGINALE
EPITAFFIO SCONOSCIUTO
Quanto più si dirige nel vasto informe l’anima,
tanto più prontamente a te, lare anteriore, dal fondo
dell’emozione ritorna, o Cristo, e dorme
nelle braccia il cui amore è la consumazione del mondo.

VERSIONE ORIGINALE




Dio non ha unità,
come potrei averla io?

VERSIONE ORIGINALE
L’ULTIMO SORTILEGIO
«Ho ripetuto l’antico incantesimo,
e agli occhi si negò la grande Dea.
Ho ripetuto, nelle pause del vasto vento,
le orazioni la cui anima è un essere fecondo.
Nulla mi offrì l’abisso o mostrò il cielo.
Solo ritorna il vento dove sto intera e sola,
e nel mondo confuso tutto dorme.

«La mia magia incantava un tempo i rovi
e la mia invocazione suscitava dal suolo
concentrate presenze tra quelle che disseminate
dormono nelle forme naturali delle cose.
Un tempo la mia voce era esaudita.
Fate ed elfi vedevo, quando li chiamavo,
le foglie della selva luccicavano.

«La mia bacchetta, con cui alle esistenze
essenziali parlava la mia volontà,
più non conosce la mia realtà.
Ormai, se traccio il cerchio, nulla accade.
Gemiti estinti mormora estraneo il vento,
e alla luna che sale oltre la macchia
non valgo niente più dei boschi o della strada.

«Mi manca il dono per il quale ero amata.
Più non divento forma e fine della vita
per quanti mi cercavano, poiché io li cercavo.
Più non mi inonda, riva, il mare delle braccia.
Né più mi vedo al venerato sole eretta
o, nell’estasi magica perduta,
alla luna, sul limitare di profonda grotta.

«Ormai le sacre potenze dell’inferno
che, dormendo senza dèi né destino,
sono la stessa sostanza delle cose
non odono la mia voce o i loro nomi.
La musica si è infranta del mio inno.
Il mio astrale furore non è più divino,
non è più un Dio il mio corpo pensato.

«Le remote deità dell’atro pozzo
che tante volte, pallida, ho evocato
negli spasimi della rabbia di amare,
non evocate, innanzi oggi mi stanno.
Se un tempo senza amarle le ho chiamate,
adesso, senza amore, le possiedo e so
che il mio venduto essere consumeranno.

«Ma tu, Sole, il cui oro fu mia preda,
e tu, Luna, il cui argento ho trasmutato,
se non potete darmi la bellezza
che tante volte ottenni con la mia volontà,
almeno dividete il mio essere esaurito –
l’essere mio essenziale in sé si perda,
solo il mio corpo senza me resti anima ed essere!

«Mi trasformi il mio estremo sortilegio
nella statua vivente di me stessa!
Muoia chi sono; ma chi ho fatto di me ed ero,
anonima presenza che si bacia,
carne del mio astratto amore prigioniero,
sia la morte di me nella quale rivivo;
quale fui, non essendo nulla, io sia!»

VERSIONE ORIGINALE




Perché mi pesa sul corpo e sulla mente
questa miseria di soffrire? Mie non furono
la colpa e la ragione di ciò che mi tormenta.

Oggi non ho memoria, in questo sogno
che sono di me stesso, di quando volli essere io.
Nulla di nulla sorge dal tremendo
abisso di chi sono in Dio, dal mio
essere a me anteriore, a dirmi
chi sono, quale fui quando nel cielo,
o in quello che è chiamato cielo, potei volere.

Sono intervallo fra me e me –
io, che uso questa forma definita
da cui slitto ad un’altra successiva.

In altro mondo, dove la volontà è legge,
liberamente ho scelto quella vita
con la quale dapprima entrai in questo mondo.
Libero, vi rimasi ostaggio e la riscattai
col prezzo delle vite successive
di cui è causa, e dio; e tali esistenze,
essendo quel che fui, saranno chi sarò.

VERSIONE ORIGINALE
INIZIAZIONE
Non dormi sotto i cipressi
perché non c’è sonno nel mondo.
................................................
Il corpo è l’ombra delle vesti
che occultano il tuo essere profondo.

Giunge la notte che è la morte,
e l’ombra si dilegua senza essere stata.
Vai nella notte, pura sagoma,
uguale a te senza volere.

Ma nella Locanda dello Spavento
gli Angeli ti tolgono il mantello.
Prosegui senza mantello sulle spalle,
con il poco che ti copre.

Allora gli Arcangeli della Via
ti spogliano e ti lasciano nudo.
Non hai vestiti, non hai nulla;
hai solo il tuo corpo, che sei tu.

Infine, nella profonda caverna,
gli Dèi ti spogliano ancor più.
Il tuo corpo vien meno, anima esterna,
ma tu vedi che sono i tuoi simili.
... ... ... ... ... ... ... ... ... ...
L’ombra delle tue vesti
è rimasta da noi in balia della Sorte.
Non sei morto, in mezzo a cipressi.

... ... ... ... ... ... ... ... ... ...
Neofita, non c’è morte.

VERSIONE ORIGINALE




La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento il tuo passo
esistere come io esisto.

La terra è fatta di cielo.
La menzogna non ha nido.
Nessuno si è mai perduto.
Tutto è verità e via.

VERSIONE ORIGINALE




Una lampada deserta
nel calmo vestibolo.
Un’ombra è desta
dove sorge il catafalco.

Sul catafalco è posto
un feretro ornato di fiori.
Nel vestibolo è esposto
il corpo fatale.

Non si dice chi fosse
nel sogno che egli ebbe.
E l’ombra in attesa
è la vita in cui fu.

VERSIONE ORIGINALE




Oscilla l’antico incensiere
cesellato di aurei ornamenti.
Distratto, assorto seguo
i lenti passi del rituale.

Ma sono le braccia invisibili,
sono i canti che non sono
e gli incensieri di altri ordini
quelli che vede e ode il cuore.

Ah, ogni volta che regola il rituale
con armonia i suoi passi e ritmi,
il rituale che non è si desta
e l’anima è quel che è, non quel che ha.

Oscilla l’incensiere che vedo,
canti che odo si librano in aria.
Ma il rituale cui io assisto
è un rituale di rimembranza.

Nel grande Tempio prenatale,
prima di vita e anima e Dio...
E la scacchiera del suolo rituale
è diventata oggi la terra e i cieli...

VERSIONE ORIGINALE




Nell’ombra del monte Abiegno
riposai dal meditare.
Lassù vidi l’alto Castello
dove sognavo di arrivare.
Ma riposai dal pensare
nell’ombra del monte Abiegno.

Ciò che era stato amore o vita
alle mie spalle lo lasciai.
Ciò che era stato desiderio di essi,
ormai dimenticato, non lo ricordai.
All’ombra del monte Abiegno
abdicando riposai.

Forse un giorno, più forte
della forza o dell’abdicazione,
tenterò l’alto sentiero
che conduce al Castello.
Nell’ombra del monte Abiegno
per ora riposo... e non riposo.

Chi può restare tranquillo
quando è il Castello a chiamare?
È in alto, senza sentieri,
se non quello da trovare.
Nell’ombra del monte Abiegno
il mio sogno è di scoprirlo.

Ma per ora sto dormendo,
perché è sonno il non sapere.
Guardo il Castello di lontano,
ma non guardo il mio desiderare.
Dall’ombra del Monte Abiegno
chi mai verrà a staccarmi?

VERSIONE ORIGINALE




Dalla valle alla montagna,
dalla montagna al monte,
cavallo d’ombra,
monaco cavaliere,
per case e prati,
per fattorie e per fonti,
assorti camminate.

Dalla valle alla montagna,
dalla montagna al monte,
cavallo d’ombra,
monaco cavaliere,
per neri dirupi,
dietro e di fronte,
segreti camminate.

Dalla valle alla montagna,
dalla montagna al monte,
cavallo d’ombra,
monaco cavaliere,
per pianure deserte
senza orizzonte,
liberi camminate.

Dalla valle alla montagna
dalla montagna al monte,
cavallo d’ombra,
monaco cavaliere,
per sentieri impervi,
per fiumi senza ponte,
soli camminate.

Dalla valle alla montagna,
dalla montagna al monte,
cavallo d’ombra,
monaco cavaliere,
per il senza fine,
senza chi lo narri,
in me camminate.

VERSIONE ORIGINALE




In questa vita, in cui sono il mio sonno,
non sono il mio padrone,
chi sono è chi ignoro di essere: vivo
immerso in questa nebbia che io sono –
tutte le vite che ebbi in altri tempi
in una sola vita.
Sono mare; di sotto mareggiando verso l’alto ruggisco,
ma il mio colore viene dal mio alto cielo
e mi incontro soltanto quando da me fuggo.

Chi da bambino mi guidava
se non la vera anima che in me si trovava?
Legata dalle braccia corporee,
non poteva più essere.
Ma, certo, un gesto, uno sguardo, un oblio anche,
agli occhi di chi bene osserva, svela
la Presenza Reale sotto la maschera
della mia anima presente senza volere.

VERSIONE ORIGINALE
EROS E PSICHE

... Così vedete, Fratello mio, che le verità che vi furono rivelate
nel Grado di Neofita, e quelle che vi furono rivelate nel Grado di
Adepto Minore sono, benché contrarie, la stessa Verità.

DAL RITUALE DEL GRADO DI MAESTRO DEL


VESTIBOLO NELL’ORDINE TEMPLARE DEL
PORTOGALLO.

Racconta la leggenda che dormiva


una Principessa incantata
che solo poteva svegliare
un Infante, che fosse giunto
da oltre il muro della via.

Doveva, tentato,
vincere il male ed il bene,
per potere, ormai liberato,
lasciare la strada sbagliata
per quella che conduce alla Principessa.

La Principessa Addormentata,
se aspetta, dormendo aspetta.
Nella morte sogna la sua vita,
e le orna la fronte dimentica,
verde, una ghirlanda di edera.

Di lontano l’Infante, intrepido,
senza sapere qual è la sua meta,
varca il sentiero fatale.
Da lei egli è ignorato.
Per lui ella non è nessuno.

Ma entrambi compiono il Destino –
lei dormendo incantata,
lui cercandola alla cieca,
grazie al divino processo
che fa esistere la via.

E, sebbene sia oscuro
e ingannevole tutto
lungo la via, egli cammina sicuro
e, vincendo via e muro, giunge
nel luogo ove nel sonno ella dimora.

E, ancora stordito da tutto ciò che era stato,
verso il suo capo, ebbro,
alza la mano, e trova l’edera,
e vede che era lui
la Principessa che dormiva.

VERSIONE ORIGINALE




La mia camicia rotta
(perché non ho chi me la cucia)
è parte mia nella rotta
che va verso qualunque cosa,
perché l’essere rotta rivela
che la mia [...]

Ma so che la camicia è nulla,
che uno strappo non è male,
e che la camicia strappata
non mi porta l’anima ingannata
alla ricerca del Santo Graal.

VERSIONE ORIGINALE




In questo mondo in cui dimentichiamo
siamo ombre di chi siamo,
e i gesti reali che compiamo
nell’altro in cui, anime, viviamo,
quaggiù sono soltanto smorfie e simulacri.

Tutto è notturno e confuso
in ciò che qui esiste tra noi.
Proiezioni, fumo diffuso
del fuoco che brilla occulto
allo sguardo che la vita dà.

Ma qualcuno, per un momento,
scrutando può vedere
nell’ombra e nel suo movimento
quale nell’altro mondo sia l’intento
del gesto che lo fa vivere.

E allora trova il senso
di ciò che qui è parvenza,
e volge al suo corpo antico,
immaginato e compreso,
l’intuito di uno sguardo.

Ombra nostalgica del corpo,
menzogna che sente un nodo
stringerla alla meravigliosa
verità che la lancia, ansiosa,
verso il piano del tempo e dello spazio.

VERSIONE ORIGINALE
SUP. INC. [SUPERIORE SCONOSCIUTO]
Non li ho mai visti né ho parlato loro
e continuano a guidarmi
secondo la forma e la legge
di ciò che, sebbene conosciuto,
deve restare ignoto.

Non ho mai letto il libro chiuso
né visto la tomba aperta,
ma, nel mio chiostro recluso,
vedendo il cielo solo grazie alla luce,
ho sentito la verità vicina.

Non è stato il Maestro incorrotto
né Colui che fu esumato
a farmi rinunciare al frutto
che custodisce nei suoi quattro spicchi
il segreto del peccato.

Mani del mio Angelo Custode,
che guidate bene, come fan due,
il mio essere tardo e timoroso,
posate fermamente sulle mie spalle
senza che sappia di chi siete!

Vado nella notte infida
sentendo sorgere l’aurora
dietro a colui che mi spinge;
ma già vedo davanti a me
la luce del giorno diffondersi.

VERSIONE ORIGINALE
SULLA TOMBA DI CHRISTIAN ROSENCREUTZ

Non avevamo ancora visto le spoglie mortali del nostro prudente


e saggio Padre. Perciò abbiamo spostato da un lato l’altare. Allora
abbiamo potuto sollevare una solida lastra di metallo giallo: là
giaceva un bel corpo insigne, integro e incorrotto... Teneva in
mano un libriccino in pergamena, con lettere d’oro, intitolato T., e
che, dopo la Bibbia, è il nostro più alto tesoro; né deve essere
sconsideratamente sottoposto al vaglio del mondo.

Fama Fraternitatis Roseae Crucis


I
Quando, desti dal sonno della vita,
sapremo cosa siamo, e cosa è stata
la caduta nel Corpo, la discesa
nella Notte che l’Anima ostruisce,

conosceremo tutta la nascosta
Verità di tutto ciò che è o fluisce?
No: è inconoscibile anche nell’Anima libera...
Né Dio, che ci ha creati, in Sé la include.

Dio è l’Uomo di altro Dio maggiore:
Supremo Adamo, anch’Egli ebbe Caduta;
anch’Egli, come fu nostro Creatore,

fu creato, e per Lui morì la Verità...
Da oltre, Spirito Suo, l’Abisso glieLa vieta;
quaggiù non c’è nel Mondo, Corpo Suo.
II
Ma in principio era il Verbo, qui perduto
quando, già spenta, la Infinita Luce
fu innalzata dal Caos, piano dell’Essere,
in Ombra, e il Verbo assente fu oscurato.

Ma se l’Anima sente che la sua forma è errore,
in Se stessa – Ombra – vede splendere il Verbo
di questo Mondo, umano e consacrato,
Rosa Perfetta, crocifissa in Dio.

Signori, allora, della soglia dei Cieli,
possiamo ricercare oltre Dio il Segreto
del Maestro ed il Bene profondo;

non soltanto da qui, ma da noi stessi desti,
nel sangue attuale di Cristo liberati
dall’a-Dio che muore la generazione del Mondo.
III
Ah, ma quaggiù, dove irreali erriamo,
dormiamo ciò che siamo, e la Verità,
benché infine nei sogni la vediamo,
la vediamo, perché in sogno, in falsità.

Ombre in cerca di corpi, se li troviamo
come sentire la loro realtà?
Con mani d’ombra, Ombre, che tocchiamo?
Il nostro tocco è assenza e vanità.

Chi ci libererà da quest’Anima serrata?
Senza vedere, udiamo oltre la stanza
dell’essere: ma come, qui, la porta aperta?
....................................................................

Calmo nella sua falsa morte, a noi esposto,
il Libro chiuso contro il petto posto,
il Padre Rosacroce conosce e non parla.

VERSIONE ORIGINALE
DA MESSAGGIO
IL CAMPO DEI CASTELLI
L’Europa giace, appoggiata sui gomiti:
giace da Oriente a Occidente, con lo sguardo fisso,
le velano romantici capelli
– assorta nel ricordo – gli occhi greci.

Il gomito sinistro è inclinato all’indietro;
il destro è posto ad angolo.
Il primo dice Italia, ove è disteso;
il secondo Inghilterra ove, scostato,
regge la mano cui si appoggia il volto.

Fissa, con sguardo sfingico e fatale,
l’Occidente, futuro del passato.

Il volto con cui fissa è il Portogallo.

VERSIONE ORIGINALE
ULISSE
Il mito è il nulla che è tutto.
Lo stesso sole che apre i cieli
è un mito brillante e muto –
il corpo morto di Dio,
vivente e nudo.

Questi, che qui approdò,
fu nel suo non esistere.
Senza esistere ci bastò.
Per non essere venuto venne
e ci creò.

Così la leggenda scorre
penetrando nella realtà,
e a fecondarla trascorre.
Più giù, la vita, metà
di nulla, muore.

VERSIONE ORIGINALE
ORIZZONTE
Mare anteriore a noi, le tue paure
avevano corallo e spiagge e alberete.
Disvelate la notte e la caligine,
le trascorse tormente ed il mistero,
il Lontano sbocciava, e il siderale Sud
splendeva sulle navi dell’iniziazione.

Severa linea della costa remota –
quando la nave si approssima sorge la proda
in alberi in cui il Lontano nulla aveva;
più vicino, la terra si apre in suoni e colori;
allo sbarco, ci sono uccelli, fiori,
dove era solo, di lontano, la linea astratta.

Il sogno è scorgere le forme invisibili
dalla vaga distanza e, con sensibili
moti della speranza e della volontà,
cercare sulla fredda linea dell’orizzonte
albero, spiaggia, fiore, uccello, fonte –
i baci meritati della Verità.

VERSIONE ORIGINALE
L’ULTIMA NAVE
Portando a bordo il Re Don Sebastiano
e alzando, come un nome, alto il vessillo
dell’Impero,
salpò l’ultima nave, sotto il funesto sole
desolata, e fra pianti d’ansia e di presago
mistero.

Non ritornò. A quale isola non scoperta
approdò? Tornerà dal suo destino
incerto?
Dio serba il corpo e la forma del futuro,
ma la sua luce lo proietta, sogno oscuro
e breve.

Quanto più al popolo difetta l’anima,
più si esalta la mia anima atlantica
e trabocca,
e in me, in un mare senza tempo o spazio,
vedo nella caligine il tuo volto opaco
che torna.

Non so l’ora, ma so che l’ora esiste.
Benché Dio la ritardi e l’anima la chiami
mistero.
Con il sole in me sorgi, e la nebbia è dissolta:
sei la stessa, e il vessillo ancora porti
dell’Impero.

VERSIONE ORIGINALE
IL QUINTO IMPERO
Triste chi vive in casa,
contento del suo lare,
senza che un sogno, in un librarsi d’ala,
arroventi la brace
del focolare che sarà lasciato.

Triste chi è felice!
Vive perché la vita dura.
Niente nell’anima gli dice
più della lezione della radice –
avere per vita la sepoltura.

Ere su ere si sommano
nel tempo che in ere avanza.
Esser scontento è essere uomo.
Siano domate le forze cieche
dalla visione dell’anima!

Così, passati i quattro
tempi dell’essere che ha sognato,
la terra sarà teatro
del giorno chiaro, che nell’atro
dell’erma notte incominciò.

Grecia, Roma, Cristianità,
Europa – tutte e quattro vanno
dove finisce ogni età.
Chi viene a vivere la verità
che morì Don Sebastiano?

VERSIONE ORIGINALE
IL DESIDERATO
Dovunque, fra ombre ed iscrizioni, tu
giaccia, remoto, sèntiti sognato
e àlzati dal fondo del non essere
alla tua nuova sorte!

Vieni, Galaad con una patria, ad innalzare ancora,
ma ormai al culmine della prova suprema,
l’anima penitente del tuo popolo
verso la Nuova Eucaristia.

Maestro della Pace, solleva la tua spada consacrata,
Excalibur della Fine, in modo
che alla terra divisa la sua Luce
riveli il Santo Graal!

VERSIONE ORIGINALE
LE ISOLE FORTUNATE
Quale voce a noi giunge con il suono delle onde
che non è la voce del mare?
È la voce di uno che a noi parla
ma che, se ascoltiamo, tace,
perché noi abbiamo ascoltato.

E solo se, in dormiveglia,
senza sapere di udire udiamo,
ci mormora la speranza
alla quale, come bambini
addormentati, dormendo sorridiamo.

Sono isole fortunate,
sono terre senza luogo,
dove dimora nell’attesa il Re.
Ma, se incominciamo a destarci,
tace la voce e non c’è che il mare.

VERSIONE ORIGINALE
IL NASCOSTO
Quale simbolo fecondo
giunge nell’aurora ansiosa?
Nella Croce morta del Mondo
la Vita, che è la Rosa.

Quale simbolo divino
porta il giorno nascente?
Nella Croce, che è il Destino,
la Rosa, che è Cristo.

Quale simbolo estremo
mostra il giorno già desto?
Nella Croce morta e fatale
la Rosa del Nascosto.

VERSIONE ITALIANA
[GLI AVVERTIMENTI] TERZO
Scrivo il mio libro in riva all’afflizione.
Il mio cuore non deve avere.
Sono caldi di umore i miei occhi.
Solo tu mi fai vivere, Signore.

Solo sentirti, solo pensarti
i miei inutili giorni colma e indora.
Quando vorrai tornare?
Quando il Re? Quando l’ora?

Quando verrai a essere il Cristo
di chi sa morto il falso Dio,
e a destare dal male che è la mia esistenza
la Nuova Terra e i Nuovi Cieli?

Quando verrai, o Re nascosto,
o sogno portoghese delle ere,
a farmi più del soffio incerto
di un anelito immenso che Dio fece?

Quando vorrai, tornando,
rendere la mia speranza amore?
Dalla nebbia e dal rimpianto, quando?
Quando, mio Sogno e mio Signore?

VERSIONE ORIGINALE
NEBBIA
Né re né legge, né pace né guerra,
sono essere e profilo
dell’opaco fulgore della terra
che è un intristito Portogallo –
bagliore senza luce e senza fiamma
come quello che avvolge il fuoco fatuo.

Nessuno sa che cosa vuole.
Nessuno sa quale anima possiede,
né cosa siano male o bene.
(Quale ansia lontana qui vicino piange?)
Tutto è incerto ed estremo.
Tutto è disperso, nulla è intero.
Oggi sei nebbia, o Portogallo...

È l’Ora!

VERSIONE ORIGINALE
VERSIONE ORIGINALE
THE KING OF GAPS
There lived, I know not when, never perhaps –
But the fact is he lived – an unknown king
Whose kingdom was the strange Kingdom of Gaps.
He was lord of what is twixt thing and thing,
Of interbeings, of that part of us
That lies between our waking and our sleep,
Between our silence and our speech, between
Us and the consciousness of us; and thus
A strange mute kingdom did that weird king keep
Sequestered from our thought of time and scene.

Those supreme purposes that never reach


The deed – between them and the deed undone
He rules, uncrowned. He is the mystery which
Is between eyes and sight, nor blind nor seeing.
Himself is never ended nor begun,
Above his own void presence empty shelf.
All He is but a chasm in his own being,
The lidless box holding not-being’s no-pelf.


All think that he is God, except himself.

VERSIONE ITALIANA
XXII
My soul is a stiff pageant, man by man,
Of some Egyptian art than Egypt older,
Found in some tomb whose rite no guess can scan,
Where all things else to coloured dust did moulder.
Whate’er its sense may mean, its age is twin
To that of priesthoods whose feet stood near God,
When knowledge was so great that ’twas a sin
And man’s mere soul too man for its abode.
But when I ask what means that pageant I
And would look at it suddenly, I lose
The sense I had of seeing it, nor can try
Again to look, nor hath my memory a use
That seems recalling, save that it recalls
An emptiness of having seen those walls.

VERSIONE ITALIANA
DEUS
Ás vezes sou o Deus que trago em mim
E então eu sou o deus, e o crente e a prece
E a imagem de marfim
Em que esse deus se esquece.

Ás vezes não sou mais do que um atheu


D’esse deus meu que eu sou quando me exalto.
Olho em mim todo um ceu
E é um mero ôco ceu alto.


VERSIONE ITALIANA
ALÉM-DEUS
I
Abysmo
Olho o Tejo, e de tal arte
Que me esquece olhar olhando,
E subito isto me bate
De encontro ao devaneando –
O que é ser-rio, e correr?
O que é estal-o eu a ver?

Sinto de repente pouco,
Vacuo, o momento, o logar.
Tudo de repente é ôco –
Mesmo o meu estar a pensar.
Tudo – eu e o mundo em redór –
Fica mais que exterior.

Perde tudo o ser, ficar,
E do pensar se me some.
Fico sem poder ligar
Ser, idéa, alma de nome
A mim, á terra e aos céus...

E subito encontro Deus.
II
Passou
Passou, fóra de Quando,
De Porquê, e de Passando...,
Turbilhão de Ignorado,
Sem ter turbilhonado...,

Vasto por fóra do Vasto
Sem ser, que a si se assombra...

O universo é o seu rasto...
Deus é a sua sombra...
III
A voz de Deus
Brilha urna voz na noute...
De dentro de Fóra ouvi-a...
Ó Univesso, eu sou-te...
Oh, o horror da alegria
D’este pavor, do archote
Se apagar, que me guia!

Cinzas de idéa e de nome
Em mim, e a voz: Ó mundo,
Sêrmente em ti eu sou-me...
Mero echo de mim, me innundo
De ondas de negro lume
Em que pra Deus me afundo.
IV
A queda
Da minha idéa do mundo
Cahi...
Vacuo além de profundo,
Sem ter Eu nem Alli...

Vacuo sem si-proprio, chaos
De ser pensado como ser...
Escada absoluta sem degraus...
Visão que se não pode ver...

Além-Deus! Além-Deus! Negra calma...
Clarão de Desconhecido...
Tudo tem outro sentido, ó alma,
Mesmo o ter-um-sentido...
V
Braço sem corpo brandindo um gladio
Entre a arvore e o vel-a
Onde está o sonho?
Que arco da ponte mais vela
Deus?... E eu fico tristonho
Por não saber se a curva da ponte
É a curva do horisonte...

Entre o que vive e a vida
Pra que lado corre o rio?
Arvore de folhas vestida –
Entre isso e Arvore ha fio?
Pombas voando – o pombal
Está-lhes sempre á direita, ou é real?

Deus é um grande Intervallo,
Mas entre quê e quê?..
Entre o que digo e o que calo
Existo? Quem é que me vê?
Erro-me... E o pombal elevado
Está em torno na pomba, ou de lado?

VERSIONE ITALIANA
PASSOS DA CRUZ
VI
Venho de longe e trago no perfil,
Em fórma nevoenta e afastada,
O perfil de outro ser que desagrada
Ao meu actual recorte humano e vil.

Outr’ora fui talvez, não Boabdil,
Mas o seu mero ultimo olhar, da estrada
Dado ao deixado vulto de Granada,
Recorte frio sob o unido anil...

Hoje sou a saudade imperial
Do que já na distancia de mim vi...
Eu proprio sou aquillo que perdi...

E nesta estrada para Desigual
Florem em esguia gloria marginal
Os girasóes do imperio que morri...
X
Aconteceu-me do alto do infinito
Esta vida. Atravez de nevoeiros,
Do meu proprio ermo ser fumos primeiros,
Vim ganhando, e atravez estranhos ritos

De sombra e luz occasional, e gritos
Vagos ao longe, e assomos passageiros
De saudade incognita, luzeiros
De divino, este ser fosco e proscripto...

Cahiu chuva em passados que fui eu.
Houve planicies de céu baixo e neve
Nalguma cousa de alma do que é meu.

Narrei-me á sombra e não me achei sentido.
Hoje sei-me o deserto onde Deus teve
Outr’ora a sua capital de olvido...
XIII
Emissario de um rei desconhecido,
Eu cumpro informes instruções de além,
E as bruscas phrases que aos meus labios vêm
Sôam-me a um outro e anomalo sentido...

Inconscientemente me divido
Entre mim e a missão que o meu ser tem,
E a gloria do meu Rei dá-me o desdem
Por este humano povo entre quem lido...

Não sei se existe o Rei que me mandou.
Minha missão será eu a esquecer,
Meu orgulho o deserto em que em mim estou...

Mas ah! Eu sinto-me altas tradições
De antes de tempo e espaço e vida e ser...
Já viram Deus as minhas sensações...

VERSIONE ITALIANA
ABDICAÇÃO
Toma-me, ó noite eterna, nos teus braços
E chama-me teu filho.
Eu sou um rei
Que voluntariamente abandonei
O meu throno de sonhos e cansaços.

Minha espada, pesada a braços lassos,
Em mãos viris e calmas entreguei;
E meu sceptro e corôa – eu os deixei
Na antecamara, feitos em pedaços.

Minha cota de malha, tão inutil,
Minhas esporas, de um tinir tão futil,
Deixei-as pela fria escadaria.

Despi a realeza, corpo e alma,
E regressei á noite antiga e calma
Como a paisagem ao morrer do dia.

VERSIONE ITALIANA




Os deuses são felizes.
Vivem a vida calma das raizes.
Seus desejos o Fado não oprime,
Ou, oprimindo, redime
Com a vida imortal.
Não há
Sombras ou outros que os contristem.
E, além disto, não existem...

VERSIONE ITALIANA
NATAL
Nasce um deus. Outros morrem. A Verdade
Nem veiu nem se foi: o Erro mudou.
Temos agora uma outra Eternidade,
E era sempre melhor o que passou.

Cega, a sciencia a inutil gleba lavra.
Louca, a Fé vive o sonho do seu culto.
Um novo deus é só uma palavra.
Não procures nem creias: tudo é occulto.

VERSIONE ITALIANA
GOMES LEAL
Sagra, sinistro, a alguns o astro baço.
Seus trez anneis irreversiveis são
A desgraça, a tristeza, a solidão.
Oito luas fataes fitam no espaço.

Este, poeta, Apollo em seu regaço
A Saturno entregou. A plumbea mão
Lhe ergueu ao alto o afflicto coração,
E, erguido, o apertou, sangrando lasso.

Inuteis oito luas da loucura
Quando a cinctura triplice denota
Solidão e desgraça e amargura!

Mas da noite sem fim um rastro brota,
Vestigio de maligna formosura:
É a lua além de Deus, algida e ignota.

VERSIONE ITALIANA
GLOSAS
Toda obra é vã, e vã a obra toda.
O vento vão, que as folhas vãs enroda,
Figura (o) nosso exforço e (o) nosso estado.
O dado e o feito, ambos os dá o Fado.

Sereno, acima de ti mesmo, fita
A possibilidade erma e infinita
De onde o real emerge inutilmente,
E cala, e só para pensares sente.

Nem o bem nem o mal define o mundo.
Alheio ao bem e ao mal, do céu profundo
Supposto, o Fado que chamamos Deus
Rege nem bem nem mal a terra e os céus.

Rimos, choramos atravez da vida.
Urna coisa é uma cara contrahida
E a outra uma agua com um leve sal.
E o Fado fada alheio ao bem e ao mal.

Doze signos do céu o Sol percorre,
E, renovando o curso, nasce e morre
Nos horizontes do que contemplamos.
Tudo em nós é o poncto de onde estamos.

Ficções da nossa mesma consciencia
Jazemos o instinto e a sciencia.
E o sol parado nunca percorreu
Os doze signos que não ha no céu.

VERSIONE ITALIANA




Não haver deus é um deus também.

VERSIONE ITALIANA




Pelo plaino sem caminho
O cavaleiro vem.
Caminha quieto e de mansinho,
Com medo de Ninguém.

VERSIONE ITALIANA




O abismo é o muro que tenho
Ser eu não tem um tamanho.

VERSIONE ITALIANA
EPITAPHIO DESCONHECIDO
Quanta mais alma ande no amplo informe,
Mais prompto a ti, lar anterior, do fundo
Da emoção regressou, ó Christo, e dorme
Nos braços cujo amor é o fim do mundo.

VERSIONE ITALIANA




Deus não tem unidade,
Como a terei eu?

VERSIONE ITALIANA
O ULTIMO SORTILEGIO
«Já repeti o antigo encantamento,
E a grande Deusa aos olhos se negou.
Já repeti, nas pausas do amplo vento,
As orações cuja alma é um ser fecundo.
Nada me o abysmo deu ou o céu mostrou.
Só o vento volta onde estou toda e só,
E tudo dorme no confuso mundo.

«Outrora meu condão fadava as sarças
E a minha evocação do solo erguia
Presenças concentradas das que esparsas
Dormem nas fórmas naturaes das cousas.
Outrora a minha voz acontecia.
Fadas e elfos, se eu chamasse, via,
E as folhas da floresta eram lustrosas.

«Minha varinha, com que da vontade
Fallava ás existencias essenciaes,
Já não conhece a minha realidade.
Já, se o circulo traço, não ha nada.
Murmura o vento alheio extintos ais,
E ao luar que sobe além dos mattagaes
Não sou mais do que os bosques ou a estrada.

«Já me fallece o dom com que me amavam,
Já me não tórno a fórma e o fim da vida
A quantos que, buscando-os, me buscavam.
Já, praia, o mar dos braços não me innunda.
Nem já me vejo ao sol saudado erguida,
Ou, em extase magico perdida,
Ao luar, á bocca da caverna funda.

«Já as sacras potencias infernaes
Que, dormentes sem deuses nem destino,
Á substancia das cousas são iguaes,
Não ouvem minha voz ou os nomes seus.
A musica partiu-se do meu hymno.
Já meu furor astral não é divino
Nem meu corpo pensado é já um deus.

«E as longinquas deidades do atro poço,
Que tantas vezes, pallida, evoquei
Com a raiva de amar em alvoroço,
Inevocadas hoje ante mim estão.
Como, sem que as amasse, eu as chamei,
Agora, que não amo, as tenho, e sei
Que meu vendido ser consumirão.

«Tu, porém, Sol, cujo ouro me foi presa,
Tu, Lua, cuja prata converti,
Se já não podeis dar-me essa belleza
Que tantas vezes tive por querer,
Ao menos meu ser findo dividi –
Meu ser essencial se perca em si,
Só meu corpo sem mim fique alma e ser!

«Converta-me a minha ultima magia
Numa estatua de mim em corpo vivo!
Morra quem sou, mas quem me fiz e havia,
Anonyma presença que se beija,
Carne do meu abstracto amor captivo,
Seja a morte de mim em que revivo;
E tal qual fui, não sendo nada, eu seja!»

VERSIONE ITALIANA




Porque pesa em meu corpo e minha mente
Esta miseria de sofrer? Não foi
Minha a culpa e a razão do que me doe.

Não tenho hoje memoria, neste sonho
Que sou de mim, de quando quiz ser eu.
Nada de nada surge do medonho
Abysmo de quem sou em deus, do meu
Ser anterior a mim, a me dizer
Quem sou, esse que fui quando no ceu,
Ou o que chamam ceu, pude querer.

Sou entre mim e mim o intervallo –
Eu, o que uso esta fórma definida
De onde para outra ulterior resvalo.

Em outro mundo, onde a vontade é lei,
Livremente escolhi aquella vida
Com que primeiro neste mundo entrei.
Livre, a ella fiquei preso e eu a paguei
Com o preço das vidas subsequentes
De que ella é a causa, o deus; e esses entes,
Por ser quem fui, serão o que serei.

VERSIONE ITALIANA
INICIAÇÃO
Não dormes sob os cyprestes
Pois não ha somno no mundo.
...............................................
O corpo é a sombra das vestes
Que encobrem teu ser profundo.

Vem a noite, que é a morte,
E a sombra acabou sem ser,
Vaes na noite só recorte,
Egual a ti sem querer.

Mas na Estalagem do Assombro
Tiram-te os Anjos a capa.
Segues sem capa no hombro,
Com o pouco que te tapa.

Então Archanjos da Estrada
Despem-te e deixam-te nu.
Não tens vestes, não tens nada;
Tens só teu corpo, que és tu.

Por fim, na funda caverna,
Os Deuses despem-te mais.
Teu corpo cessa, alma externa,
Mas vês que são teus eguaes.
... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...
A sombra das tuas vestes

Ficou entre nós na Sorte.
Não ’stás morto, entre cyprestes.

... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...
Neophyto, não ha morte.

VERSIONE ITALIANA




A morte é a curva da estrada,
Morrer é só não ser visto.
Se escuto, eu te oiço a passada
Existir como eu existo.

A terra é feita de céu.
A mentira não tem ninho.
Nunca ninguém se perdeu.
Tudo é verdade e caminho.

VERSIONE ITALIANA




Lâmpada deserta,
No átrio sossegado.
Há sombra desperta
Onde se ergue o estrado.

No estrado está posto
Um caixão floral.
No átrio está exposto
O corpo fatal.

Não dizem quem era
No sonho que teve.
E a sombra que o espera
E a vida em que esteve.

VERSIONE ITALIANA




Oscilla o incensorio antigo
Em fendas e ouro ornamental.
Sem attenção absorto sigo
Os passos lentos do ritual,

Mas são os braços invisiveis
E são os cantos que não são
E os incensorios de outros niveis
Que vê e ouve o coração.

Ah, sempre que o ritual acerta
Seus passos e seus rhythmos bem,
O ritual que não ha disperta
E a alma é o que é, não o que tem.

Oscilla o incensorio visto,
Ouvidos cantos ’stão no ar.
Mas o ritual a que eu assisto
É um ritual de relembrar.

No grande Templo antenatal,
Antes da vida e alma e Deus...
E o xadrez do chão ritual
É o que é hoje a terra e os céus...

VERSIONE ITALIANA




Na sombra do Monte Abiegno
Repousei de meditar.
Vi no alto o alto Castello
Onde sonhei de chegar.
Mas repousei de pensar
Na sombra do Monte Abiegno.

Quanto fôra amor ou vida,
Atraz de mim o deixei.
Quanto fôra desejal-os,
Porque esqueci não lembrei.
Á sombra do Monte Abiegno
Repousei porque abdiquei.

Talvez um dia, mais forte
Da força ou da abdicação,
Tentarei o alto caminho
Por onde ao Castello vão.
Na sombra do Monte Abiegno
Por ora repouso, e não.

Quem póde sentir descanço
Com o Castello a chamar?
Está no alto, sem caminho
Senão o que ha por achar.
Na sombra do Monte Abiegno
Meu sonho é de o encontrar.

Mas por ora estou dormindo,
Porque é somno o não saber.
Ólho o Castello de longe,
Mas não ólho o meu querer.
Da sombra do Monte Abiegno
Quem me virá desprender?

VERSIONE ITALIANA




Do valle à montanha,
Da montanha ao monte,
Cavallo de sombra,
Cavalleiro monge,
Por casas, por prados,
Por quinta e por fonte,
Caminhaes alheados.

Do valle à montanha,
Da montanha ao monte,
Cavallo de sombra,
Cavalleiro monge,
Por penhascos pretos,
Atraz e defronte,
Caminhaes secretos.

Do valle à montanha,
Da montanha ao monte,
Cavallo de sombra,
Cavalleiro monge,
Por plainos desertos
Sem ter horizonte,
Caminhaes libertos.

Do valle à montanha,
Da montanha ao monte,
Cavallo de sombra,
Cavalleiro monge,
Por invios caminhos,
Por rios sem ponte,
Caminhaes sòzinhos.

Do valle à montanha,
Da montanha ao monte,
Cavallo de sombra,
Cavalleiro monge,
Por quanto é sem fim,
Sem ninguem que o conte,
Caminhaes em mim.

VERSIONE ITALIANA




Nesta vida, em que sou meu sono,
Não sou meu dono,
Quem sou é quem me ignoro e vive
Através desta névoa que sou eu
Todas as vidas que eu outrora tive,
Numa só vida.
Mar sou; baixo marulho ao alto rujo,
Mas minha cor vem do meu alto céu,
E só me encontro quando de mim fujo.

Quem quando eu era infante me guiava
Senão a vera alma que em mim estava?
Atada pelos braços corporais,
Não podia ser mais.
Mas, certo, um gesto, olhar ou esquecimento
Também, aos olhos de quem bem olhou,
A Presença Real sob o disfarce
Da minha alma presente sem intento.

VERSIONE ITALIANA
EROS E PSYCHE

... E assim vedes, meu Irmão, que as verdades que vos foram
dadas no Grau de Neophito, e aquellas que vos foram dadas no
Grau de Adepto Menor, são, ainda que oppostas, a mesma
Verdade.

DO RITUAL DO GRAU DE MESTRE DO ATRIO NA ORDEM


TEMPLARIA DE PORTUGAL

Conta a lenda que dormia


Urna Princeza encantada
A quem só dispertaria
Um Infante, que viria
De além do muro da estrada.

Elle tinha que, tentado,
Vencer o mal e o bem,
Antes que, já libertado,
Deixasse o caminho errado
Por o que à Princeza vem.

A Princeza Adormecida,
Se espera, dormindo espera.
Sonha em morte a sua vida,
E orna-lhe a fronte esquecida,
Verde, uma grinalda de hera.

Longe o Infante, esforçado,
Sem saber que intuito tem,
Rompe o caminho fadado.
Elle d’ella é ignorado.
Ella para elle é ninguem.

Mas cada um cumpre o Destino –
Ella dormindo encantada,
Elle buscando-a sem tino,
Pelo processo divino
Que faz existir a estrada.

E, se bem que seja obscuro
Tudo pela estrada fora,
E falso, elle vem seguro,
E, vencendo estrada e muro,
Chega onde em somno ella mora.

E, inda tonto do que houvera,
A cabeça, em maresia,
Ergue a mão, e encontra hera,
E vê que elle mesmo era
A princeza que dormia.

VERSIONE ITALIANA




A minha camisa rota
(Pois não tenho quem me a cosa)
É parte minha na rota
Que vai para qualquer cousa,
Pois o estar rota denota
Que a minha [...]

Mas sei que a camisa é nada,
Que um rasgão não é mal,
E que a camisa rasgada
Não me traz a alma enganada,
Em busca do Santo Graal.

VERSIONE ITALIANA




Neste mundo em que esquecemos
Somos sombras de quem somos,
E os gestos reais que temos
No outro em que, almas, vivemos,
São aqui esgares e assomos.

Tudo é nocturno e confuso
No que entre nós aqui há.
Projecções, fumo difuso
Do lume que brilha ocluso
Ao olhar que a vida dá.

Mas um ou outro, um momento,
Olhando bem, pode ver
Na sombra e seu movimento
Qual no outro mundo é o intento
Do gesto que o faz viver.

E então encontra o sentido
Do que aqui está a esgarar,
E volve ao seu corpo ido,
Imaginado e entendido,
A intuição de um olhar.

Sombra do corpo saudosa,
Mentira que sente o laço
Que a liga à maravilhosa
Verdade que a lança, ansiosa,
No chão do tempo e do espaço.

VERSIONE ITALIANA
SUP. INC. [SUPERIOR INCOGNITO]
Nunca os vi nem lhes fallei
E elles me teem guiado
Segundo a fórma e a lei
Do que, inda que conhecido,
Tem que ficar ignorado.

Nunca li o livro occluso
Nem vi o tumulo aberto,
Mas, em meu claustro recluso,
Vendo o céu só pela luz,
Senti a verdade perto.

Não foi o Mestre incorrupto
Nem O que foi exhumado
Quem me fez negar o fructo
Que guarda em seus quatro gomos
O segredo do peccado.

Mãos do meu Anjo da Guarda,
Que bem guiaes, como dois,
O meu ser que teme e tarda,
Postas firmes nos meus hombros
Sem que eu saiba de quem sois!

Vou pela noite infiel
Sentindo a aurora raiar
Por traz do alguem que me impelle;
Mas já adeante de mim
Vejo o dia a se espalhar.

VERSIONE ITALIANA
NO TUMULO DE CHRISTIAN ROSENCREUTZ

Não tinhamos ainda visto o cadaver de nosso Pae prudente e


sabio. Porisso afastámos para um lado o altar. Então pudemos
levantar uma chapa forte de metal amarello, e alli estava um bello
corpo celebre, inteiro e incorrupto..., e tinha na mão um pequeno
livro em pergaminho, escripto a ouro, intitulado T., que é depois
da Biblia o nosso mais alto thesouro nem deve ser facilmente
submettido á censura do mundo.

Fama Fraternitatis Roseae Crucis


I
Quando, dispertos d’este somno, a vida,
Soubermos o que somos, e o que foi
Essa queda até Corpo, essa descida
Até à Noite que nos a Alma obstrue,

Conheceremos pois toda a escondida
Verdade do que é tudo que ha ou flue?
Não: nem na Alma livre é conhecida...
Nem Deus, que nos creou, em Si a inclue.

Deus é o Homem de outro Deus maior:
Adam Supremo, tambem teve Queda;
Tambem, como foi nosso Creador,

Foi creado, e a Verdade lhe morreu...
De além o Abysmo, Sprito Seu, Lh’a veda;
Aquém não a ha no Mundo, Corpo Seu.
II
Mas antes era o Verbo, aqui perdido
Quando a Infinita Luz, já apagada,
Do Chaos, chão do Ser, foi levantada
Em Sombra, e o Verbo ausente escurecido.

Mas se a Alma sente a sua fórma errada,
Em si, que é Sombra, vê emfim luzido
O Verbo d’este Mundo, humano e ungido,
Rosa Perfeita, em Deus crucificada.

Então, senhores do limiar dos Céus,
Podemos ir buscar além de Deus
O Segredo do Mestre e o Bem profundo;

Não só de aqui, mas já de nós, dispertos,
No sangue actual de Christo emfim libertos
Do a Deus que morre a geração do Mundo.
III
Ah, mas aqui, onde irreaes erramos,
Dormimos o que somos, e a verdade,
Inda que emfim em sonhos a vejamos,
Vemol-a, porque em sonho, em falsidade.

Sombras buscando corpos, se os achamos
Como sentir a sua realidade?
Com mãos de sombra, Sombras, que tocamos?
Nosso toque é ausencia e vacuidade.

Quem d’esta Alma fechada nos liberta?
Sem ver, ouvimos para além da sala
De ser: mas como, aqui, a porta aberta?
.................,...................................................

Calmo na falsa morte a nós exposto,
O Livro occluso contra o peito posto,
Nosso Pae Roseacruz conhece e cala.

VERSIONE ITALIANA
DA MESSAGGIO
O DOS CASTELLOS
A Europa jaz, posta nos cotovellos:
De Oriente a Occidente jaz, fitando,
E toldam-lhe romanticos cabellos
Olhos gregos, lembrando.

O cotovello esquerdo é recuado;
O direito é em angulo disposto.
Aquelle diz Italia onde é pousado;
Este diz Inglaterra onde, afastado,
A mão sustenta, em que se appoia o rosto.

Fita, com olhar sphyngico e fatal,
O Occidente, futuro do passado.

O rosto com que fita é Portugal.

VERSIONE ITALIANA
ULYSSES
O mytho é o nada que é tudo.
O mesmo sol que abre os céus
É um mytho brilhante e mudo –
O corpo morto de Deus,
Vivo e desnudo.

Este, que aqui aportou,
Foi por não ser existindo.
Sem existir nos bastou.
Por não ter vindo foi vindo
E nos creou.

Assim a lenda se escorre
A entrar na realidade,
E a fecundal-a decorre.
Em baixo, a vida, metade
De nada, morre.

VERSIONE ITALIANA
HORIZONTE
Ó mar anterior a nós, teus medos
Tinham coral e praias e arvoredos.
Desvendadas a noite e a cerração,
As tormentas passadas e o mysterio,
Abria em flor o Longe, e o Sul siderio
Splendia sobre as naus da iniciação.

Linha severa da longinqua costa –
Quando a nau se approxima ergue-se a encosta
Em arvores onde o Longe nada tinha;
Mais perto, abre-se a terra em sons e cores;
E, no desembarcar, ha aves, flores,
Onde era só, de longe a abstracta linha.

O sonho é ver as fórmas invisiveis
Da distancia imprecisa, e, com sensiveis
Movimentos da esprança e da vontade,
Buscar na linha fria do horizonte
A arvore, a praia, a flor, a ave, a fonte –
Os beijos merecidos da Verdade.

VERSIONE ITALIANA
A ULTIMA NAU
Levando a bordo El-Rei D. Sebastião,
E erguendo, como um nome, alto o pendão
Do Imperio,
Foi-se a ultima nau, ao sol aziago
Erma, e entre choros de ancia e de presago
Mysterio.

Não voltou mais. A que ilha indescoberta
Aportou? Voltará da sorte incerta
Que teve?
Deus guarda o corpo e a fórma do futuro,
Mas Sua luz projecta-o, sonho escuro
E breve.

Ah, quanto mais ao povo a alma falta,
Mais a minha alma atlantica se exalta
E entorna,
E em mim, num mar que não tem tempo ou spaço,
Vejo entre a cerração teu vulto baço
Que torna.

Não sei a hora, mas sei que ha a hora.
Demore-a Deus, chame-lhe a alma embora
Mysterio.
Surges ao sol em mim, e a nevoa finda:
A mesma, e trazes o pendão ainda
Do Imperio.

VERSIONE ITALIANA
O QUINTO IMPERIO
Triste de quem vive em casa,
Contente com o seu lar,
Sem que um sonho, no erguer de asa,
Faça até mais rubra a brasa
Da lareira a abandonar!

Triste de quem é feliz!
Vive porque a vida dura.
Nada na alma lhe diz
Mais que a lição da raiz –
Ter por vida a sepultura.

Eras sobre eras se somem
No tempo que em eras vem.
Ser descontente é ser homem.
Que as forças cegas se domem
Pela visão que a alma tem!

E assim, passados os quatro
Tempos do ser que sonhou,
A terra será theatro
Do dia claro, que no atro
Da erma noite começou.

Grecia, Roma, Christandade,
Europa – os quatro se vão
Para onde vae toda edade.
Quem vem viver a verdade
Que morreu D. Sebastião?

VERSIONE ITALIANA
O DESEJADO
Onde quer que, entre sombras e dizeres,
Jazas, remoto, sente-te sonhado,
E ergue-te do fundo de não-seres
Para teu novo fado!

Vem, Galaaz com patria, erguer de novo,
Mas já no auge da suprema prova,
A alma penitente do teu povo
À Eucharistia Nova.

Mestre da Paz, ergue teu gladio ungido,
Excalibur do Fim, em geito tal
Que sua Luz ao mundo dividido
Revele o Santo Gral!

VERSIONE ITALIANA
AS ILHAS AFORTUNADAS
Que voz vem no som das ondas
Que não é a voz do mar?
E a voz de alguem que nos falla,
Mas que, se escutamos, cala,
Por ter havido escutar.

E só se, meio dormindo,
Sem saber de ouvir ouvimos,
Que ella nos diz a esperança
A que, como uma criança
Dormente, a dormir sorrimos.

São ilhas afortunadas,
São terras sem ter logar,
Onde o Rei mora esperando.
Mas, se vamos dispertando,
Cala a voz, e ha só o mar.

VERSIONE ITALIANA
O ENCOBERTO
Que symbolo fecundo
Vem na aurora anciosa?
Na Cruz morta do Mundo
A Vida, que é a Rosa.

Que symbolo divino
Traz o dia já visto?
Na Cruz, que é o Destino,
A Rosa, que é o Christo.

Que symbolo final
Mostra o sol já disperto?
Na Cruz morta e fatal
A Rosa do Encoberto.

VERSIONE ORIGINALE
[OS AVISOS] TERCEIRO
Screvo meu livro à beira-magua.
Meu coração não tem que ter.
Tenho meus olhos quentes de agua.
Só tu, Senhor, me dás viver.

Só te sentir e te pensar
Meus dias vacuos enche e doura.
Mas quando quererás voltar?
Quando é o Rei? Quando é a Hora?

Quando virás a ser o Christo
De a quem morreu o falso Deus,
E a dispertar do mal que existo
A Nova Terra e os Novos Céus?

Quando virás, ó Encoberto,
Sonho das eras portuguez,
Tornar-me mais que o sopro incerto
De um grande anceio que Deus fez?

Ah, qua do quererás, voltando,
Fazer minha esperança amor?
Da nevoa e da saudade quando?
Quando, meu Sonho e meu Senhor?

VERSIONE ITALIANA
NEVOEIRO
Nem rei nem lei, nem paz nem guerra,
Define com perfil e ser
Este fulgor baço da terra
Que é Portugal a entristecer –
Brilho sem luz e sem arder,
Como o que o fogo-fatuo encerra.

Ninguem sabe que coisa quer.
Ninguem conhece que alma tem,
Nem o que é mal nem o que é bem.
(Que ancia distante perto chora?)
Tudo é incerto e derradeiro.
Tudo é disperso, nada é inteiro.
Ó Portugal, hoje és nevoeiro...

É a Hora!

VERSIONE ITALIANA
NOTE
Il Re degli Interstizi

PI, 410. Data: non datata.
È inclusa nella sezione «La torcia caduta» del Violinista pazzo, composto fra il
1911 e il 1917. Questo «Re degli Interstizi» (o delle «Lacune», delle «Brecce»,
dei «Vuoti») annuncia già il grande tema pessoano del Re che ha abdicato.

XII

PI, 255. Data: non datato.
È tratto dai 35 Sonnets, pubblicati nel 1918 (Monteiro & Co., Lisboa).

Dio

MPE, 110. Data: 3-6-1913.

Oltre-Dio

MPE, 112-117. Data: 1913; III. La voce di Dio e v. Braccio senza corpo che
brandisce una spada sono rispettivamente datate, nei manoscritti originali, 8-2-
1913 e 2-2-1913.
La serie era destinata al terzo numero di «Orpheu», che non uscì mai e di cui ci
sono rimaste, in parte, le bozze di stampa. A questo proposito, in una lettera a
João Gaspar Simões del 26 ottobre 1930, Pessoa scrive che «Orpheu 3» fu
«impedito di uscire da una volontà venuta dall’alto».

Stazioni della Via Crucis

MPE, 126; 130; 133. Data: VI. Vengo da lontano: 25-7-1914; x. Dalle infinite
altezze: 23-9-1914; XIII. Ministro di un re ignoto: 30-11-1914.
La serie completa (di cui esiste anche una versione preliminare con varianti,
datata 28-11-1913) è composta di quattordici sonetti.
VI: Boabdil: l’ultimo sovrano musulmano di Spagna (Abu ’Abd Allâh): salito al
trono nel 1482, dieci anni dopo dovette cedere il suo stato, ridotto quasi alla sola
Granada, ai re cattolici Ferdinando e Isabella.

Abdicazioni

MPE, 137. Data: 18-9-1917.
È il quinto componimento di una serie di sette sonetti intitolata Abdicazione.

[Gli dèi sono felici]

OC VIII, 26. Data: 10-7-1920.

Natale

MPE, 143. Data: non datata nell’originale; pubblicata per la prima volta in
«Contemporânea», II, n. 6, dicembre 1922.

Gomes Leal

MPE, 145. Data: 27-1-1924.
Gomes Leal: nato a Lisbona nel 1849 e ivi morto nel 1921, fu una tipica figura
di «poeta maledetto»; i suoi versi di carattere visionario e profetico (Bagliori del
Sud, 1875, e Fine di un mondo, 1900) furono molto ammirati da Pessoa.
l’astro opaco: è il pianeta Saturno, nominato più avanti e sotto il cui influsso è
posta la figura di Leal. Qualche luce su questa poesia, una delle più ermetiche
scritte da Pessoa, possono forse gettare alcune sue annotazioni astrologiche: «La
congiunzione della Luna con Saturno costituisce uno dei grandi problemi
dell’astrologia seria. Entrambi i pianeti sono definiti freddi, ma la loro natura è
radicalmente opposta, sicché il male che si possono fare a vicenda contiene
elementi di elisione e neutralizzazione reciproca. Non dimentichiamoci che
S[aturno] è, a un tempo, il pianeta della Tristezza, del Destino, e [...] La
congiunzione con la Luna, pianeta dell’Immaginazione [...] ha quindi un esito
certo: stendere sulla vita dei nativi un manto di desolazione, di timidezza e di
fondo onirico e accidioso» (F. Pessoa, Pagine esoteriche, a cura di S. Peloso,
Adelphi, Milano 1997, p. 180).

Glosse

MPE, 146. Data: 14-8-1925.

[L’assenza di dio è un dio anch’essa]

OC VIII, 69. Data: 1926.

[Per la pianura senza sentieri]

OC VIII, 77. Data: 7-5-1927.

[L’abisso è il muro che ho]

OC VIII, 125. Data: 1929.

Epitaffio sconosciuto

MPE, 148. Data: 26-6-1929.

[Dio non ha unità]

OC VIII, 166. Data: 24-8-1930.

L’ultimo sortilegio

MPE, 154-155. Data: 15-10-1930.
Si tratta del monologo di una maga il cui «ultimo sortilegio» sarà quello di
annullarsi nella propria magia per rinascere su un altro piano spirituale. In una
lettera a João Gaspar Simões del 16 ottobre 1930 (giorno successivo a quello
della composizione), Pessoa, nell’inviare il testo all’amico per la pubblicazione
sulla rivista «Presença» (dove sarebbe uscito nel n. 29 del novembre-dicembre di
quell’anno), precisa che «questa poesia è un’interpretazione drammatica della
’magia di trasgressione’» e accenna a ragioni di opportunità che potrebbero
suggerirne la non pubblicazione. È probabile che il tema sia stato suggerito a
Pessoa dalle sue conversazioni, avvenute nel settembre di quell’anno, con il
mago Aleister Crowley (cfr. Introduzione), del quale tradusse nello stesso
periodo quella che definirà in una successiva lettera a Simões «una autentica
poesia magica», l’Inno a Pan (uscito anch’esso in «Presença»). In un’altra
lettera a Simões (del 26 ottobre 1930), egli accosta L’ultimo sortilegio al
monologo di Lucifero del suo Faust, alla serie Oltre-Dio e al sonetto Gomes
Leal, aggiungendo: «In tutta franchezza, non posso darvi alcuna spiegazione
sulla genesi di questa poesia in particolare. Ci sarebbe forse qualcosa da dire
sulla genesi di questo genere di poesie in generale. Ma ciò non ha alcun interesse
estetico o psicologico» (F. Pessoa, Obra Poética, Aguilar, Rio de Janeiro 1969,
p. 691). In ogni caso, come ha giustamente osservato Robert Bréchon, «essa
prolunga Abdicazione del 1913 e annuncia i grandi testi in versi e in prosa
sull’iniziazione che datano degli anni 1932-1933» (Etrange étranger. Une
biographie de Fernando Pessoa, Christian Bourgois, Paris 1996, p. 468).

[Perché mi pesa sul corpo e sulla mente]

MPE, 164. Data: 1932.

Iniziazione

MPE, 157. Data: 23-5-1932.
Nel frammentario Saggio sull’iniziazione, Pessoa scrive: «Il vero significato
dell’iniziazione è che questo mondo visibile in cui viviamo è un simbolo e
un’ombra, che questa vita che conosciamo tramite i sensi è una morte o un
sonno, o, in altre parole, che quanto vediamo è un’illusione. L’iniziazione è il
dissolversi – un dissolversi graduale, parziale — di questa illusione» (F. Pessoa,
Pagine esoteriche, cit., p. 71). Egli precisa anche che vi sono tre vie di
realizzazione: magica, mistica e gnostica; tre stadi di realizzazione: Neofita,
Adepto e Maestro; tre gradi di realizzazione: astrale, mentale e spirituale. Per
l’intelligenza dei simboli che rappresentano nella lirica le varie tappe
dell’iniziazione, sono preziosi i seguenti passi: «Ci sono Errori di Via, Errori di
Locanda ed Errori di Sotterraneo. Sono Errori di Via quelli in cui il percorso
viene scambiato per la sua totalità. Errori di Locanda quelli in cui la metà del
percorso viene scambiata per la sua totalità. Errori di sotterraneo quelli in cui il
sotterraneo, che sta alla base del Castello, viene scambiato per il castello stesso
(per l’entrata al Castello) [...] La prima tentazione da vincere per evitare gli
Errori della Via, è il Mondo. La seconda tentazione da vincere per evitare gli
Errori della Locanda, è la Carne. La terza tentazione da vincere per evitare gli
Errori della Cripta, è il Diavolo. Le tentazioni sono comuni a tutte le vie, ma il
mistico è più soggetto alla tentazione del Mondo, il mago alla tentazione della
Carne, lo gnostico alla tentazione del Diavolo» (Ibid., pp. 69 e 73).

[La morte è la curva della strada]

OC I, 144. Data: 23-5-1932.

[Una lampada deserta]

OC VII, 85. Data: 10-8-1932.

[Oscilla l’antico incensiere]

MPE, 158. Data: 22-9-1932.
E la scacchiera del suolo rituale : si tratta di un preciso riferimento alle
cerimonie iniziatiche della Golden Dawn, la società segreta rosicruciana cui era
affiliato Aleister Crowley. Nel rituale dello Zelator Adeptus Minor si esige
infatti l’apprendimento e la pratica del gioco di Scacchi Enochiano, cioè del
profeta Enoc (cfr. Á. Crespo, Esoterismo e iniciación en la obra de Fernando
Pessoa, in Id., Con Fernando Pessoa, Huerga & Fierro, Murcia 1995, p. 185).

[Nell’ombra del Monte Abiegno]

MPE, 159. Data: 3-10-1932.
Monte Abiegno: si tratta del monte sacro – equivalente a quelli di Meru, Olimpo,
Sinai ecc. – che devono scalare gli iniziati secondo la dottrina della Golden
Dawn. Lo cita in vari suoi scritti (per esempio il dramma esoterico Where There
is Nothing) anche Yeats, che lo descrive come la montagna centrale del mondo,
con una cima piana sulla quale si trova l’Eden.
Secondo Yvette K. Centeno, ci sarebbe in questa lirica un riferimento al dramma
esoterico I Figli della Valle (1803) di Zacharias Werner, dove è proclamato
l’ideale di una ricostruzione del Tempio – distrutto per le colpe dell’Ordine
preposto alla sua custodia – nella Terza Età (quella dello Spirito) profetizzata da
Gioachino da Fiore (cfr. in proposito H. Corbin, La «Imago Templi» e i Figli
della Valle, in Id., L’immagine del Tempio, trad. it., Boringhieri, Torino 1983, pp.
248-256). Il Terzo Ordine (erede dell’Ordine Templare e di quello di Cristo) di
cui parla in alcuni suoi scritti Pessoa è, come quello descritto da Werner, «un
Ordine mistico, interiore, ’occulto’ anche nel senso di ’nascosto’ – nel caso dello
scrittore tedesco in una misteriosa valle (o valle di Josafat), nel caso del nostro
autore in questo Sottosuolo [...] Il segreto è quello della Valle, ben custodito
come lo era un tempo il Graal nel suo recinto magico» (Y.K. Centeno, O
pensamento esotérico de Fernando Pessoa, in F. Pessoa, Mensagem. Poemas
esotéricos, cit., p. 371). Ricollegandosi a queste osservazioni, Ángel Crespo
suggerisce che Nell’ombra del Monte Abiegno esprima una condizione di
stanchezza o di impotenza a causa della quale Pessoa, dopo aver lavorato a
favore della propria iniziazione, si sentirebbe incapace di aspirare al grado
supremo (nella Golden Dawn quello di Ipsissimus), rappresentato dal Castello; i
versi finali – «Dall’ombra del Monte Abiegno / chi mai verrà a staccarmi?» –
segnerebbero la sua sfiducia nella venuta del Maestro sconosciuto che dovrebbe
rivelargli i segreti ultimi della gnosi (cfr. Á. Crespo, Esoterismo e iniciación en
la obra de Fernando Pessoa, cit., pp. 187-188). Si tratta di quella condizione
intermedia fra gnosi e ignoranza, fra risveglio e sonno, fra luce e ombra –
l’abdicazione — che caratterizza molte fra le poesie esoteriche di Pessoa.

[Dalla valle alla montagna]

MPE, 160-161. Data: 24-10-1932.
La valle – come nella lirica precedente – è quella biblica di Josafat, che bisogna
attraversare per raggiungere la montagna sacra: fuor di metafora, l’iniziazione
che bisogna ricevere per poter accedere ai più alti gradi di realizzazione
spirituale. In un frammento sui diversi livelli iniziatici nella Massoneria, Pessoa
scrive: «L’espressione ’valle’, che si usa per definire il luogo delle istituzioni
massoniche, è un segno di umiltà e di onestà che l’Ordine ha compiuto su
indicazione superiore. Si definisce così la bassa qualità dell’iniziazione che esso
impartisce, rispetto all’alta iniziazione propria degli Ordini Alti, riferita sempre a
una montagna, sia quella di Heredom, sia quella di Abiegno» (F. Pessoa, Pagine
esoteriche, cit., p. 63).
Monaco cavaliere: tali erano i Templari.

[In questa vita, in cui sono il mio sonno]

OC VII, 111. Data: 11-12-1932.

Eros e Psiche

MPE, 165-166. Data: 8-7-1933.
Si tratta di una contaminazione, in chiave iniziatica, fra il mito classico e la fiaba
della Bella Addormentata. L’Infante (variante: «Principe») è l’io inferiore che, al
termine del cammino mistico, incontra la sua paredra immortale, la sua Amante
celeste, cioè il vero Io; in molti testi gnostici – cristiani, manichei e islamici —
questa paredra si rivela infine perfettamente identica al suo amante, come nei
versi conclusivi di Eros e Psiche: «e vede che era lui / la principessa che
dormiva».
Per quanto riguarda l’Ordine Templare del Portogallo, di cui Pessoa dichiarò di
essere iniziato nei tre gradi minori, cfr. Introduzione.

[La mia camicia rotta]

OC VII, 127. Data: 31-10-1933.

[In questo mondo in cui dimentichiamo]

OC I, 197-198. Data: 9-5-1934.

Sup. Inc. [Superiore Sconosciuto]

MPE, 175. Data: 9-5-1934.
il libro chiuso... la tomba aperta: allusioni al personaggio mitico di Christian
Rosencreutz (cfr. le note alla poesia successiva).

Sulla tomba di Christian Rosencreutz

MPE, 180-181. Data: non datata nell’originale; pubblicato per la prima volta in
F. Pessoa, Poesia, 2 voll., Ed. Confluência, Lisboa 1942, vol. I. L’epigrafe è una
citazione dalla Fama Fraternitatis Roseae Crucis (1614), uno dei manifesti
fondatori di questa società segreta, le cui dottrine sono esposte nelle Nozze
chimiche di Christian Rosencreutz (1616) di Johann Valentin Andreae. Nella
Fama è evocata la storia del mitico fondatore, Christian Rosencreutz, che
sarebbe nato nel 1368 e, dopo aver compiuto alcuni viaggi in Oriente, avrebbe
fondato insieme ad alcuni confratelli il monastero dello Spirito Santo e
compilato un trattato di filosofia occulta; secondo la leggenda rosicruciana,
centoventi anni dopo la sua morte il suo corpo – intatto – sarebbe stato scoperto
in una cripta del convento decorata con figure e iscrizioni simboliche. Alla
tradizione rosicruciana si ricollegarono nei secoli successivi – a torto o a ragione
– numerose società segrete, fra le quali la Golden Dawn.
Secondo Pessoa, che si basa sulla letteratura occultista del suo tempo (e in
particolare su The Rosicrucians, their Rites and Mysteries di Hargrave Jennings
e The Brotherhood of the Rosy Cross di Arthur Edward Waite), la Fraternità dei
Rosa Croce era l’erede di una tradizione occulta che, nata dalla gnosi
tardoantica, sarebbe riemersa con i Templari e i cavalieri di Malta, per
manifestarsi più tardi con la Massoneria, derivata – egli afferma – da un ramo
dei Rosacroce. Da quando ne venne a conoscenza – già prima del 1915 secondo
quanto afferma nella lettera a Sá-Carneiro citata nell’Introduzione – egli si sentì
più vicino alla gnosi rosicruciana che a qualunque altra dottrina occulta: lo
conferma la serie dei tre sonetti Sulla tomba di Christian Rosencreutz (composta
sicuramente a ridosso delle grandi poesie esoteriche degli ultimi anni come
Nell’ombra del Monte Abiegno o Eros e Psiche), che offre la sintesi poetica più
completa delle sue idee metafisiche e religiose.
Per una piena intelligenza di questi componimenti è indispensabile la lettura dei
numerosi testi pessoani dedicati ai Rosacroce (pubblicati in F. Pessoa, Rosea
Cruz, a cura di P.T. Mota, Manuel Lencastre, Lisboa 1989, e in parte tradotti in
Id., Pagine esoteriche, cit.). Particolarmente illuminante sotto il profilo
dottrinario è una nota degli ultimi anni, di cui riportiamo alcuni brani:
«Il mondo esterno [...], poiché è il nostro e ci viviamo, non può essere effetto di
una Causa infinita, ma soltanto di una delle sue manifestazioni o creazioni finite.
Abbiamo, dunque, che una Causa Infinita è creatrice della Realtà, anch’essa
infinita, e che una Causa Finita è creatrice dell’Universo. Il Creatore del Mondo
non è il Creatore della Realtà: in altre parole, non è il Dio ineffabile, ma un Dio-
Uomo o un Uomo-Dio, simile a noi, ma superiore. Gradazione infinita degli
esseri... L’universo non può essere infinito, perché infinita è solo l’infinità.
L’universo non può essere eterno, perché eterna è solo l’eternità [...] Al di là,
veramente Supremo, c’è Dio Immanifesto – l’assenza persino dell’Infinito. Tutto
ciò viene rappresentato così: Dio Manifesto con un Circolo, Dio Immanifesto
con un punto al centro del Circolo, che, nelle rappresentazioni astrologiche, è il
simbolo del sole, il quale è l’ombra di Dio. La duplice essenza, maschile e
femminile, di Dio – la Croce. Il mondo generato – la Rosa, crocefissa in Dio. La
creazione non è un’emanazione, ma più propriamente una limitazione,
un’autonegazione di Dio. Più esatto sarà dire che l’universo è la negazione di
Dio, o la morte di Dio. Ma poiché la negazione o morte di Dio è necessariamente
divina, l’universo contiene un elemento divino che [è?] la Legge, elemento
assente, per così dire, in astratto [...] Alla Legge, Fatum, elemento astratto di Dio
e per il quale Egli è manifesto nel mondo in modo incorporeo, si oppone Cristo,
che è il desiderio di Ritorno a Dio, o desiderio di Libertà, ossia affrancamento
dal Fatum» (F. Pessoa, Pagine esoteriche, cit., pp. 118-120).
Un altro scritto fornisce la spiegazione della simbologia iniziatica connessa alla
figura di Christian Rosencreutz:
«Dalla Legge di Natura, rappresentata da Hiram, si passa alla Legge Umana,
rappresentata da Christian Rosencreutz, e in seguito alla Legge di Dio,
rappresentata da Gesù. L’elevazione rituale del candidato segna il primo
passaggio, essendo l’istinto la parola che egli ha perduto. L’apertura della tomba
di Christian Rosencreutz segna il secondo passaggio; con la visione del libro T,
che il Secondo Maestro stringe al petto, si trova finalmente l’intuizione, ossia la
parola nel suo stato umano, poiché l’intuizione è l’istinto dell’intelligenza, il
matrimonio dei due nelle ’nozze chimiche’ di cui si sono descritti altrove, in
linguaggio simbolico, i gradi, o gradini, magici. La scoperta, senza ricerca né
difficoltà, della tomba di Gesù, aperta e vuota, segna il passaggio finale, il
matrimonio divino, quello dell’intuizione con la profondità stessa dell’anima,
l’unione con Cristo [...] Nel secondo grado di questa ascensione a Dio, la
missione del candidato consiste nel ritrovare la Parola. A tal fine è necessario
che compia tre azioni: scoprire dove si trova la cripta mortuaria di Christian
Rosencreutz, aprirla, aprire il tumulo e là vedere il Maestro Perfetto, che
conserva la Parola sul suo cuore – quel Liber T (Templi) che completa e insieme
si oppone al Liber M (Mundi). In primo luogo egli deve sapere che in lui esiste
una cripta dove alberga la sua anima superiore, morta in questo mondo. È
necessario, poi, che la scopra. Deve essere quindi capace di aprirla e poi di
guardare bene ciò che gli appare. Infine deve saper aprire il tumulo del Maestro
per vederlo nella maestà della sua morte vivente, incorruttibile» (ibid., pp. 114-
115).

da MESSAGGIO

È il solo libro pubblicato da Pessoa in portoghese (in inglese pubblicò i 35
Sonnets nel 1918, gli English Poems I-II e English Poems III nel 1921): uscì a
Lisbona nel 1934. La sua composizione si estende su un arco di tempo che va dal
1913 (anno cui risale la lirica D. Fernando, Infante di Portogallo, inizialmente
intitolata Gladio) all’anno della pubblicazione, ma la maggior parte dei testi che
vi sono inclusi è stata scritta tra il 1928 e il 1934. Il titolo era in un primo tempo
Portugal, corretto sulle bozze di stampa in Mensagem, parola della quale Pessoa
studiò attentamente le implicazioni «magiche» (a partire dal numero di lettere
che la formano, otto, identico a quello di Portugal): ci è rimasta una sua pagina
manoscritta con alcune prove di anagrammi o di scomposizioni della parola
(MENS AG/ITAT MOL/EM, ENS GEMMA, GENS MEA[M] ecc.). Il libro fu
presentato al premio letterario Antero de Quental, promosso dal Segretariato per
la Propaganda Nazionale dell’Estado Novo di Salazar (di cui Pessoa fu ben
presto oppositore): per la sua insufficiente lunghezza – la misura minima
richiesta era di cento pagine – esso fu escluso dal primo premio (andato a una
modesta raccolta del padre Vasco Reis) e ricevette il premio di «seconda
categoria» (destinato non a una raccolta, ma a una «poesia»), la cui dotazione fu
però elevata per l’occasione alla stessa somma del premio maggiore.
Il libro è organizzato secondo una complessa struttura simbolica a vari livelli
(numerologico, storico, iniziatico). Si divide in tre parti («Blasone», «Mare
Portoghese» e «Il Nascosto»), corrispondenti – sul piano della storia lusitana –
alle tre Età gioachimite del Padre (i fondatori della nazione), del Figlio (gli
artefici dell’espansione nei mari e nei continenti) e dello Spirito (il Desiderato,
cioè il Re nascosto, che dovrà venire); ogni parte è a sua volta divisa in sezioni,
ognuna delle quali raggruppa un certo numero di poesie. L’opera si apre con
l’epigrafe Benedictus Dominus Deus noster qui dedit nobis signum – segno che è
probabilmente il blasone donato a D. Alfonso Henriques, primo re del
Portogallo, da Gesù Cristo apparsogli prima della decisiva battaglia di Ourique
(1139) contro i Musulmani – e si chiude con il saluto ai patrioti e agli iniziati (il
nobis dell’epigrafe iniziale): Valete Fratres.
Per le linee essenziali del mito sebastianista, sul quale si incentra Messaggio, cfr.
Introduzione. I numerosi scritti di Pessoa su questo tema (che si possono leggere
in traduzione italiana nei volumi F. Pessoa, Politica e profezia, a cura di B. De
Cusatis, Antonio Pellicani, Roma 1996, pp. 265-337, e Id., Pagine esoteriche,
cit., pp. 153-172) chiariscono e sviluppano molti dei temi toccati nel libro
poetico.
Due sono, per Pessoa, i punti di riferimento profetico-letterari del mito
sebastianista: Bandarra e António Vieira, cui sono dedicate alcune liriche di
Messaggio. Il primo, «quel ciabattino di Trancoso nella cui anima viveva,
nessuno sa come, il mistero atlantico dell’anima portoghese» (F. Pessoa, Politica
e profezia, cit., p. 273), scrisse nel XVI secolo una raccolta di profezie in versi
nelle quali si annunciava la Venuta di un Messia (poi identificato nel Re Don
Sebastiano). Quanto a Vieira (1608-1697 fu uno dei più grandi scrittori barocchi
portoghesi, autore di alcuni Sermoni e di una visionaria Storia del Futuro;
interpretò le profezie di Bandarra, profetizzando la resurrezione di Giovanni IV
di Braganza, morto nel 1656, quale sovrano del «Quinto Impero», ragione per la
quale fu processato e condannato come eretico dall’Inquisizione. Secondo
Pessoa egli era Grande Maestro dell’Ordine Templare del Portogallo. La sua
ammirazione per Vieira emerge chiaramente da questo passo del Libro
dell’inquietudine: «Mi ricordo, come se lo vedessi, la sera in cui, da bambino,
lessi per la prima volta in un’antologia il celebre passo di Vieira sopra re
Salomone: ’...Eresse un palazzo...’ E lessi fino alla fine, tremante, confuso; poi
scoppiai in lacrime felici, come nessuna felicità reale mi farà piangere, come
nessuna tristezza della vita mi farà imitare. Quel movimento ieratico della nostra
chiara lingua maestosa, quell’esprimersi delle idee in parole inevitabili –
scorrere di acqua perché esiste declivio, quello stupore vocalico in cui i suoni
sono colori ideali: tutto questo mi offuscò per istinto come una grande emozione
politica. E, l’ho detto, piansi; oggi, ripensandoci, piango ancora. Non è, no, la
nostalgia dell’infanzia, della quale non ho nostalgia; è la nostalgia dell’emozione
di quel momento, il rimpianto di non poter più leggere per la prima volta quella
grande certezza sinfonica» (F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo
Soares, trad. di M.J. de Lancastre, Feltrinelli, Milano 1986, p. 252).

Il campo dei castelli

MPE, 13. Data: 8-12-1928.
È la poesia inaugurale di Messaggio, la prima di «Blasone» e della sezione «I
campi» (termine da intendersi in senso araldico): vi è definito il ruolo
provvidenziale del Portogallo nella storia dell’Europa.

Ulisse

MPE, 17. Data: non datata.
È la prima lirica della sezione «I castelli» (in «Blasone»), nella quale sono
cantati gli eroi fondatori del Portogallo. Secondo la leggenda, infatti, Ulisse
sarebbe giunto nell’estuario del Tago e vi avrebbe fondato Olisipo, la città di
Ulisse, Lisbona. Legame mitico fra la Grecia e il Portogallo, fra il Primo e il
Quinto Impero, Ulisse – che «per non essere venuto venne» – è anche una sorta
di prefigurazione di colui che è atteso alla fine dei tempi, il Re Don Sebastiano.

Orizzonte

MPE, 48. Data: non datata.
Appartiene alla pala centrale di Messaggio, «Mare portoghese», dedicata
all’epopea marina portoghese. Le imprese dei grandi navigatori (Dias,
Magellano, Vasco de Gama) assumono tuttavia anche un carattere iniziatico,
particolarmente evidente qui (le «navi dell’iniziazione») e in altre liriche come
Occidente, Mare Portoghese, L’ultima nave, Preghiera.

L’ultima nave

MPE, 59. Data: non datata; pubblicata per la prima volta nella rivista
«Contemporânea», vol. 2, n. 4, 1922.
È la penultima poesia di «Mare portoghese»: vi è presentata la figura del
«Nascosto», Don Sebastiano, sulla quale si incentra la terza e ultima parte di
Messaggio.

Il Quinto Impero

MPE, 68. Data: 21-2-1933.
La terza parte di Mensagem, «Il Nascosto», si divide a sua volta in tre sezioni: «I
simboli», «Gli avvertimenti» e «I tempi»; alla prima appartengono questa poesia
e le tre successive, Il Desiderato, Le isole fortunate e Il Nascosto. Il Quinto
Impero sviluppa un tema trattato da Pessoa anche in una lunga lirica composta
fra il 1923 e il 1935 e in una serie di scritti in prosa che dovevano confluire in un
libro intitolato appunto Il Quinto Impero (del quale ci resta un duplice progetto
di indice).
Grecia, Roma, Cristianità, / Europa: i quattro Imperi che hanno preceduto il
futuro Impero portoghese secondo la visione profetica di Pessoa (cfr.
Introduzione).

Il Desiderato

MPE, 69. Data: 18-1-1934.
Il Desiderato è naturalmente il Re Don Sebastiano, qui identificato al cavaliere
che ottenne la visione del Graal secondo il racconto della Queste del Saint Graal
(di cui Pessoa conosceva la versione medioevale portoghese, la Demanda do
Santo Graal).

Le isole fortunate

MPE, 70. Data: 26-3-1934.

Il Nascosto

MPE, 71. Data: 21-2-1933 e, datata di pugno di Pessoa in un esemplare di
Messaggio, 11-2-1934.
Il Nascosto: in portoghese O Encoberto, «Il Nascosto», «Il Velato», «Lo
Sconosciuto».

[Gli avvertimenti] Terzo

MPE, 77. Data: 10-12-1928.
È la terza delle tre liriche che formano la sezione «Gli avvertimenti». Come
osserva Patrick Quillier (Entre les rives du chagrin et les îles fortunées, in F.
Pessoa, Poèmes ésotériques. Le message. Le marin, Christian Bourgois, Paris
1988, p. 85), si tratta del solo testo di Messaggio in cui Pessoa parla in prima
persona: «Don Sebastiano, ’morto’ e trasmutato in Re Nascosto, dinamizza qui
tanto la ricerca interiore che l’aspirazione collettiva; la ’riva della tristezza’
contrassegna tanto il luogo amaro di una profonda e irrimediabile assenza a sé
che il triste litorale su cui tutto un popolo si consuma in decadenza». E aggiunge:
«In questo testo degno della grande tradizione del lirismo mistico, Pessoa
esprime un desiderio inestinguibile che fa di lui un’incarnazione autentica
dell’Uomo di desiderio, questo sublime emblema di ogni avventura estatica, di
ogni ricerca dell’Altro condotta ai limiti del Medesimo» (ibid., pp. 85-86). Si
opera qui quella interiorizzazione del mito sebastianista di cui Pessoa indica la
necessità nei suoi scritti in prosa sull’argomento: «Ciascuno di noi deve fare in
modo di realizzare dentro di sé il maggior grado di somiglianza con il Desejado.
La somma, la confluenza, la sintesi per così dire carnale di queste ansie sarà la
persona dell’Encoberto» (F. Pessoa, Pagine esoteriche, cit., p. 159).

Nebbia

MPE, 86. Data: 10-12-1928.
È l’ultima poesia della sezione «I tempi» e di Messaggio. A proposito della
nebbia nella quale dovrà giungere O Encoberto, Pessoa scrive: «Il mattino di
nebbia. Per mattino si intende il principio di una cosa nuova – epoca, fase o
qualcosa di simile. Per nebbia si intende che il Desejado giungerà ’encoberto’:
quando sarà sul punto di arrivare, o una volta arrivato, non ci si accorgerà del
suo arrivo. La prima venuta, del 1640, lo mostra bene: la data segna l’inizio di
una dinastia, e la venuta di D. Sebastião fu ’velata’, avvenne nella nebbia, perché
mentre tutti credevano – in virtù della sua simbologia primitiva – che
l’Encoberto fosse D. João IV, in realtà encoberto era, come si è visto, l’evento
astratto dell’Indipendenza. Riguardo alla Seconda Venuta, quella del 1888,
capiamo, per il poco che è dato capire, che la profezia tradizionale si compie:
sappiamo che il 1888 è ’mattino’ perché è principio del Regno del Sole – e si
noti come niente poteva essere meglio simboleggiato dal ’mattino’ – e, poiché da
allora sono già trascorsi trentasette anni senza che siamo riusciti a capire quanto
avvenne, non possono esserci dubbi sul carattere velato, nebbioso, della Seconda
Venuta di D. Sebastião» (F. Pessoa, Pagine esoteriche, cit., p. 157). Per la
possibile allusione alla data della propria nascita, cfr. Introduzione.
Sommario
Presentazione

Frontespizio

Pagina di Copyright

FERNANDO PESSOA E L’OLTRE-DIO

NOTA BIBLIOGRAFICA

VERSIONE ITALIANA
POESIE ESOTERICHE
IL RE DEGLI INTERSTIZI
XXII
DIO
OLTRE-DIO
STAZIONI DELLA VIA CRUCIS
ABDICAZIONE
GLI DEI SONO FELICI
NATALE
GOMES LEAL
GLOSSE
L’ASSENZA DI DIO È UN DIO ANCH’ESSA
PER LA PIANURA SENZA SENTIERI
L’ABISSO È IL MURO CHE HO
EPITAFFIO SCONOSCIUTO
DIO NON HA UNITÀ
L’ULTIMO SORTILEGIO
PERCHÉ MI PESA SUL CORPO E SULLA MENTE
INIZIAZIONE
LA MORTE È LA CURVA DELLA STRADA
UNA LAMPADA DESERTA
OSCILLA L’ANTICO INCENSIERE
NELL’OMBRA DEL MONTE ABIEGNO
DALLA VALLE ALLA MONTAGNA
IN QUESTA VITA, IN CUI SONO IL MIO SONNO
EROS E PSICHE
LA MIA CAMICIA ROTTA
IN QUESTO MONDO IN CUI DIMENTICHIAMO
SUP. INC. [SUPERIORE SCONOSCIUTO]
SULLA TOMBA DI CHRISTIAN ROSENCREUTZ
DA MESSAGGIO
IL CAMPO DEI CASTELLI
ULISSE
ORIZZONTE
L’ULTIMA NAVE
IL QUINTO IMPERO
IL DESIDERATO
LE ISOLE FORTUNATE
IL NASCOSTO
[GLI AVVERTIMENTI] TERZO
NEBBIA
NOTE

VERSIONE ORIGINALE
POESIE ESOTERICHE
THE KING OF GAPS
XXII
DEUS
ALÉM-DEUS
PASSOS DA CRUZ
ABDICAÇÃO
OS DEUSES SÃO FELIZES
NATAL
GOMES LEAL
GLOSAS
NÃO HAVER DEUS É UM DEUS TAMBÉM
PELO PLAINO SEM CAMINHO
O ABISMO É O MURO QUE TENHO
EPITAPHIO DESCONHECIDO
DEUS NÃO TEM UNIDADE
O ULTIMO SORTILEGIO
PORQUE PESA EM MEU CORPO E MINHA MENTE
INICIAÇÃO
A MORTE É A CURVA DA ESTRADA
LÂMPADA DESERTA
OSCILLA O INCENSORIO ANTIGO
NA SOMBRA DO MONTE ABIEGNO
DO VALLE À MONTANHA
NESTA VIDA, EM QUE SOU MEU SONO
EROS E PSYCHE
A MINHA CAMISA ROTA
NESTE MUNDO EM QUE ESQUECEMOS
SUP. INC. [SUPERIOR INCOGNITO]
NO TUMULO DE CHRISTIAN ROSENCREUTZ
DA MESSAGGIO
O DOS CASTELLOS
ULYSSES
HORIZONTE
A ULTIMA NAU
O QUINTO IMPERIO
O DESEJADO
AS ILHAS AFORTUNADAS
O ENCOBERTO
[OS AVISOS] TERCEIRO
NEVOEIRO

Sommario
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