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Ricerche

A SCUOLA DI COMUNISMO.
EMIGRATI ITALIANI NELLE SCUOLE DEL COMINTERN

Fiamma Lussana

1. Gramsci «mandante» delle scuole ideologiche. A Mosca, fra il maggio del ’22
e il giugno del ’23, quando Gramsci rappresenta il Pcd’I nell’Esecutivo del
Comintern, è in corso una grave crisi politica: nei mesi che precedono la mor-
te di Lenin si profila un aspro scontro di potere fra la vecchia guardia leni-
niana e il nuovo gruppo dirigente che si prepara a conquistare il potere.
Nel programma di ricerca gramsciano, che si muove nel solco della prospet-
tiva leniniana, comincia da ora in poi a delinearsi l’interesse per la strategia
del potere, per la sua conquista, per la sua durata1. Unità diventa una parola
chiave. L’unità del gruppo dirigente del partito bolscevico è una condizione
fondamentale per dar corso alla diffusione del processo rivoluzionario. È un
elemento costitutivo della concezione leniniana del centralismo democratico,
in cui si crea un rapporto di reciprocità fra il motore internazionale della ri-
voluzione e le diverse esperienze nazionali. Nel quadro teorico della conce-
zione leniniana, la «quistione dell’unità» assume per Gramsci un significato
politico che investe direttamente le possibilità di sviluppo della rivoluzione:
solo l’unità del gruppo dirigente del Partito comunista russo e l’unità di ope-
rai e contadini nello Stato operaio sovietico potranno garantire l’egemonia del
proletariato e la costruzione del socialismo nelle diverse realtà nazionali. Sen-
za l’unità, si incrina il centralismo democratico leniniano: questa convinzione
di Gramsci acquista un significato profetico rispetto al consolidarsi del pote-
re staliniano e alla strategia del «socialismo in un solo paese», molto tempo
prima che, nell’ottobre del ’26, si consumi la frattura con la maggioranza del
Partito comunista russo e con Togliatti2.

1
Sul mutamento di prospettiva di Gramsci a partire dal 1923 cfr. L. Paggi, Le strategie del
potere in Gramsci. Tra fascismo e socialismo in un solo paese 1923-1926, Roma, Editori Riu-
niti, 1984.
2
Il carteggio fra Gramsci e Togliatti dell’ottobre 1926 mette allo scoperto due punti di vi-
sta molto diversi fra loro: dal punto di vista togliattiano, non era l’unità del gruppo diri-
gente del partito bolscevico a garantire la sua funzione internazionale; il compito storico e
la funzione internazionale del Partito comunista russo dovevano essere giudicati solo in ba-
se alla linea politica. Il giudizio gramsciano sulla rottura dell’unità del «nucleo leninista»
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Malgrado le misure interne per rafforzare la compattezza del partito, deli-


berate nella primavera del ’21 dal X Congresso del Pcr, nel ’22-23 l’unità in-
terna resta una strategia, ma non corrisponde alla realtà. La guerra dichia-
rata a qualunque forma di opposizione all’interno del Pcr è un segnale del-
la crisi politica oltre che economica che accompagna in Russia il varo della
Nep. Ma le prime insidie all’unità del governo rivoluzionario erano state av-
vertite già all’inizio del ’18, quando i bolscevichi avevano sciolto la neoelet-
ta Assemblea costituente, in cui i socialrivoluzionari avevano ottenuto la
maggioranza assoluta dei seggi. In quella occasione i bolscevichi avevano
esercitato il pugno di ferro impedendo che l’Assemblea si riunisse ancora.
La rivoluzione si imponeva con la forza voltando «le spalle alle convenzioni
della democrazia borghese»3. Dopo la firma della pace di Brest-Litovsk, che
aveva scatenato critiche serrate sia da parte dei socialrivoluzionari che dei
menscevichi, la guerra civile aveva segnato una relativa tregua fra il governo
e i partiti di opposizione. Una volta sbaragliate le armate «bianche», però,
molti menscevichi e socialrivoluzionari erano stati arrestati e condannati a
lunghe pene detentive. Intanto era cresciuta l’opposizione interna al Pcr e si
era accreditato il gruppo di Opposizione operaia. Insomma, proprio quan-
do il «nemico» esterno era stato finalmente sconfitto, all’interno del partito
si erano manifestate le divergenze d’opinione. Il partito era nel frattempo
sempre piú identificato col potere politico. Ovvero, in uno Stato a partito
unico, l’autorità del Pcr era destinata a pesare sempre piú in tutte le deci-
sioni del governo. Qualunque forma di opposizione interna al Pcr era dun-
que considerata una minaccia alla compattezza dello Stato e del governo so-
vietico.
Nel marzo del ’21, assieme alle misure della Nuova politica economica che,
su proposta di Lenin, erano state approvate in blocco, il X Congresso del Pcr
aveva discusso e approvato due mozioni politiche sul problema dell’unità e
della disciplina interna del partito, intitolate rispettivamente Sulla deviazione
sindacalista e anarchica nel nostro partito e Sull’unità del partito. Anzi, si può
dire che piú della Nep, «il vero tema del congresso fu l’assoluta necessità d’u-
nità interna del partito»4. L’aveva sottolineato lo stesso Lenin: per le inutili
discussioni con l’opposizione non c’era piú tempo; ora bisognava «discutere
con i fucili». «O da questa parte, o da quella: con un fucile, non con l’oppo-

non coglie per Togliatti la realtà della situazione politica, soffermandosi su un aspetto solo
simbolico. La ricostruzione completa del carteggio del ’26 è ora in Gramsci a Roma, To-
gliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, a cura di C. Daniele, con un saggio di G. Vacca, To-
rino, Einaudi, 1999.
3
E.H. Carr, La rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin (1917-1929), Torino, Einaudi, 1980 (ed.
orig. London, Macmillan, 1979), p. 10.
4
E.H. Carr, Storia della Russia sovietica, I, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Torino, Ei-
naudi, 1964 (ed. orig. London, Macmillan, 1950), p. 195.
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sizione»5. E proprio durante i lavori del congresso, Lenin si era soffermato


per la prima volta sul termine «deviazione», uklon in russo, spiegando che de-
viare non è tradire, è come prendere la strada sbagliata, ma si è ancora in tem-
po per ritornare sulla strada giusta. La deviazione dunque si può correggere,
ma è assolutamente «incompatibile con l’appartenenza al Pcr»6. La seconda
mozione ammetteva la possibilità che in seno al partito sorgessero discussio-
ni su questioni politiche controverse, ma veniva bandita qualunque forma di
«frazionismo», ovvero, a gruppi si poteva discutere e si potevano anche espri-
mere pareri discordi, ma a nessuno era lecito formare frazioni con specifiche
piattaforme politiche, pena l’espulsione dal partito. Nella mozione Sull’unità
del partito era inoltre inserito il famoso «punto 7», il paragrafo segreto nel
quale, allo scopo di raggiungere la maggiore unità possibile all’interno del par-
tito, era previsto che il Comitato centrale avesse l’autorità per dirimere tutte
le questioni che riguardavano il rispetto della disciplina e le eventuali sanzio-
ni per i membri dello stesso Comitato che si fossero resi colpevoli di frazio-
nismo. La pena massima era l’espulsione dal partito. In realtà è noto come al-
l’interno del Pcr, per tutti gli anni Venti, l’organo supremo per l’esercizio del
potere non sarà il Comitato centrale, progressivamente esautorato dei suoi po-
teri, ma il Politbjuro7, il potente ufficio politico ristretto, affiancato dal-
l’Orgbjuro per le questioni organizzative e coadiuvato da un ufficio di segre-
teria e da un apparato composto da centinaia di funzionari.
Nel dicembre del 1922 nasce formalmente l’Unione delle Repubbliche socia-
liste sovietiche. L’Urss si basa sull’alleanza di quattro repubbliche: la Repub-
blica federale socialista sovietica russa (Rsfsr), le repubbliche ucraina, bielo-
russa, e la Repubblica federale socialista transcaucasica, nata a sua volta dal-
l’associazione, avvenuta precedentemente, delle tre repubbliche transcaucasi-
che: Armenia, Georgia e Azerbaigian. Solo in seguito verranno incorporate
nell’Unione le repubbliche asiatiche. Nel luglio del ’23 l’Urss si dota di una
nuova Costituzione, che segue di cinque anni quella della Rsfsr, varata nell’e-
state del ’18. Ma i centri del potere previsti dal nuovo testo costituzionale, il
Congresso dei soviet, il Comitato esecutivo centrale (Cik) e il Consiglio dei
commissari del popolo (Sovnarkom), a sua volta articolato in commissariati
centrali o decentrati nelle singole repubbliche dell’Unione, e gli altri organi
del complicato ordinamento istituzionale sovietico, non prendono in realtà al-
cuna decisione politica. Tutto il potere si concentra a Mosca, nelle mani del
Politbjuro. Nel ’22-23, dunque, una volta neutralizzate le minacce «bianche»,
il gruppo dirigente bolscevico difende la rivoluzione accentrando il potere e

5
Queste parole di Lenin al congresso sono riportate da Carr, ibidem.
6
Ivi, p. 196.
7
«Il Politbjuro – scrive Carr – diventò il supremo organo decisionale dell’Urss» (Carr, La
rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin, cit., p. 50).
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tutelando la sua unità interna. Garantire l’unità del Pcr equivale a garantire e
difendere lo Stato sovietico. L’esperienza sovietica insegna che se l’unità non
c’è, bisogna costruirla e qualche volta imporla: Gramsci capisce che questo è
l’unico modo per far avanzare il processo rivoluzionario.
«l’Unità» è il nome che Gramsci sceglie per il nuovo quotidiano comunista
che uscirà a Milano dopo le esperienze ormai chiuse del «Comunista», che ha
cessato le pubblicazioni all’indomani della marcia su Roma, e del «Lavorato-
re» di Trieste, che non è mai riuscito ad essere un quotidiano davvero nazio-
nale. In una lunga relazione sulla situazione del partito italiano, inviata a Mo-
sca il 10 settembre del ’23, Togliatti si sofferma sulla questione del nuovo quo-
tidiano comunista:
Noi attribuiamo alla sua uscita una importanza grandissima. Siamo in un momento in
cui [...] stanno maturando seri mutamenti della situazione politica italiana [...] Che in
un momento simile appaia un quotidiano nostro cioè un organo dal quale la nostra
parola di critica e di propaganda possa farsi sentire, in modo aperto, continuo, inin-
terrotto – questo fatto avrà una importanza assai grande [...] Noi siamo il solo parti-
to che dal colpo di stato fascista in poi ha conservato le sue posizioni ideali e politi-
che intatte [...] Vi è inoltre in pieno sviluppo una fase della politica della fusione [...]
L’uscita del quotidiano [...] darà a noi la possibilità di dire immediatamente giorno
per giorno la parola nostra in tutti i problemi del momento, e di influire effettivamente
sulla opinione proletaria e su gli spostamenti che la politica della fusione si propone
di operare in seno al proletariato8.

Il nuovo giornale del partito farà concorrenza all’«Avanti!» nel voler rag-
giungere tutti i lavoratori. Sarà un giornale di partito, ma sarà soprattutto un
giornale nazionale9. La nascita di un giornale «nazionale e popolare» non è
solo un problema organizzativo: dietro al nuovo quotidiano c’è un program-
ma politico nuovo, c’è una nuova strategia. È per questo che lo sforzo del par-
tito per far uscire la nuova testata dovrà prevedere un investimento di risor-
se senza precedenti10. «Di queste cose – scrive Togliatti – abbiamo parlato a

8
Fondazione Istituto Gramsci, Archivi, Archivio del Partito comunista italiano (d’ora in poi
APC), Fondo 513, I inventario, fasc. 178, relazione [di Paolo Palmi] sulla situazione gene-
rale del partito, al Segretariato del Comintern, al rappresentante italiano a Mosca, al rap-
presentante italiano a Berlino, 10 settembre 1923, p. 79.
9
«Non vi nascondiamo poi – scrive Togliatti a proposito del «Lavoratore» – che il quoti-
diano di Trieste, se rappresentava una forza, era pure, sotto un certo senso, una debolez-
za. Nei compagni di Trieste [...] è sviluppato lo spirito localistico e particolaristico. Essi
consideravano il giornale piú come uno strumento loro che come un’arma e una bandiera
di tutto il Partito» (ivi, p. 78).
10
«Il costo per la pubblicazione in Milano – scrive Togliatti – è di L. 120 a 125 mila men-
sili, il deficit mensile di L. 90 a 95 mila. Si tratta, come vedete, di un costo e di un deficit
superiori a quelli che avevamo per il quotidiano di Trieste, il Lavoratore. L’aumento si spie-
ga anzitutto col fatto che sulla piazza di Milano il prezzo del lavoro tipografico è superio-
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lungo anche col compagno Antonio»11. Il nuovo quotidiano sarebbe stato il


giornale di un partito organizzato, forte e compatto, il partito a cui pensa
Gramsci, convinto che solo con l’unità del partito si conquistano le masse.
La relazione di Togliatti precede di due settimane la lettera per la fondazio-
ne dell’«Unità», che Gramsci scrive da Mosca il 12 settembre del ’2312 prima
di partire per Vienna, dove l’Esecutivo dell’Internazionale lo invia col com-
pito di mantenere i collegamenti fra il partito italiano e gli altri partiti comu-
nisti europei13. La lettera apre una nuova prospettiva e traccia le linee di un
percorso politico che, nella crisi italiana del 1923-24 e nella situazione del par-
tito italiano, ancora largamente dominata dalla concezione bordighiana e con-

re a quello di Trieste [...] Inoltre [...] il Lavoratore di Trieste aveva una organizzazione gior-
nalistica assolutamente deficiente, anzi, quasi inesistente [...] Il quotidiano di Milano non
potrà essere piú organizzato a questo modo» (ivi, p. 79).
11
Ivi, p. 81.
12
«Io propongo come titolo “L’Unità” puro e semplice – scrive Gramsci – che sarà un si-
gnificato per gli operai e avrà un significato piú generale, perché credo che dopo la deci-
sione dell’Esecutivo allargato sul governo operaio e contadino, noi dobbiamo dare impor-
tanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rap-
porti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma
anche e specialmente come uno degli aspetti della questione nazionale». Il testo integrale
della lettera, pubblicata per la prima volta da Stefano Merli in «Rivista storica del sociali-
smo», VI, 1963, n. 18, pp. 115-116, è ora in F. Lussana, «l’Unità» 1924-1939. Un giornale
«nazionale» e «popolare», Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2002, pp. 25-27, cui rimandia-
mo per i riferimenti bibliografici.
13
Dalla fine del ’22, su direttiva del IV Congresso dell’Ic, si va organizzando a Vienna un
ufficio internazionale per la lotta contro il fascismo che ha un corrispettivo anche a Berli-
no. L’ufficio di Vienna, che l’Ic aveva inizialmente previsto di affidare a Gennari e Mara-
bini, è affidato a Gramsci che, oltre ad occuparsi del collegamento fra il partito italiano e
gli altri partiti comunisti europei, dovrà curare la propaganda fra i profughi italiani all’e-
stero. La circolare da Vienna del 30 novembre 1923 in cui si specificano i compiti dell’uf-
ficio è stata pubblicata da Spriano su «Rinascita», XXIII, n. 4, 22 gennaio 1966, p. 22. No-
tizie sugli uffici di Vienna e Berlino sono in P. Spriano, Storia del Partito comunista italia-
no, I, Da Bordiga a Gramsci, Torino, Einaudi, 1967, pp. 295 nota-296 nota. Da una rela-
zione di Terracini scritta da Mosca al Segretariato del Comintern, apprendiamo che, pochi
mesi dopo la proposta istitutiva dei due uffici, il partito italiano non sente alcun «bisogno
di un Ufficio superiore a Vienna» che «creerà un formidabile impiccio al nostro lavoro ge-
nerale, rallenterà i già rilassati vincoli disciplinari fra il Partito nostro ed i fuorisciti [sic!]
[...] sminuzzerà le nostre energie» (APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 181, relazione di
Terracini al Segretariato del Comintern, alla delegazione italiana nell’Esecutivo, al compa-
gno Gennari, Mosca, 1° aprile 1923, pp. 4-5). Piú in generale, la relazione ribadisce con
molta durezza l’autonomia organizzativa del Pcd’I rispetto all’Ic: «il nostro partito esiste e
funziona. Non è un bluff il nostro ed è molto doloroso per noi che qualche volta si creda
che noi vogliamo ingannarvi in queste questioni. E poiché il nostro partito esiste esso pre-
tende che non venga comunque leso il suo diritto a sistemare come vuole la sua organizza-
zione interna salve le disposizioni dello Statuto dell’Internazionale» (ivi, p. 5).
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gelata nella interna discussione sulla fusione col Psi, assume il significato di-
rompente di «un colpo di pistola»14. È noto infatti che, quando Gramsci scri-
ve la lettera, il partito è ancora in gran parte attestato su posizioni «di sini-
stra», è ancora cioè prevalentemente un partito di quadri, poco incline alla
prospettiva gramsciana di apertura democratica alle grandi masse. La lettera
per la fondazione dell’«Unità» è un manifesto politico il cui obiettivo princi-
pale è la costruzione di un partito di massa, aperto al contributo di tutte le
classi popolari italiane: non il partito bordighiano dei «pochi ma buoni», ma
un partito grande e forte che sappia coniugare il leninismo con l’esperienza
italiana. Nella parola «unità» si riassume questa nuova prospettiva. Unità del
gruppo dirigente, unità degli operai industriali del Nord e dei contadini po-
veri del Sud, unità delle masse popolari. La lettera si colloca in un momento
centrale della biografia politica e intellettuale di Gramsci che, negli anni del
soggiorno moscovita e viennese, si appresta a ridisegnare la strategia politica
del partito, riorganizzando il suo gruppo dirigente e appropriandosi di una
nuova visione dei problemi nazionali e internazionali. «l’Unità», che inizierà
le pubblicazioni il 12 febbraio del ’24, sarà lo strumento di questo program-
ma politico.
A Mosca e a Vienna Gramsci non mette in discussione la strategia dell’Ic an-
che se, nel corso del ’23, in un quadro internazionale fortemente segnato, in
Bulgaria e soprattutto in Germania, da due gravi sconfitte del movimento co-
munista, la strategia del fronte unico, legittimata dal III e dal IV Congresso,
subisce un’interpretazione sempre piú rigida e restrittiva. A giugno, in Bulga-
ria, un colpo di Stato della destra agraria ha rovesciato il governo contadino;
quattro mesi dopo, malgrado la partecipazione dei comunisti, in Turingia e in
Sassonia, a «governi operai» con la sinistra socialdemocratica, la rivoluzione in
Germania ha fallito. E stavolta, all’origine della sconfitta, in cui l’Ic ha una di-
retta responsabilità, non c’è, come nel caso bulgaro, la mancata applicazione
della strategia del fronte unico, ma una sua interpretazione difettosa. I comu-
nisti tedeschi non sono riusciti a trasformare l’esperienza del governo operaio
in un vero movimento di massa, un movimento rivoluzionario nazionale. L’Ic
non ha saputo valutare la complessità dei rapporti con la socialdemocrazia, che
di lí a poco Zinovev non esiterà a definire «un’ala del fascismo»15.

14
L’espressione è di Stefano Merli che ha ricostruito le origini della direzione gramsciana
del Pcd’I dagli arresti del febbraio 1923 alla crisi Matteotti in Fronte antifascista e politica
di classe. Socialisti e comunisti in Italia 1923-1939, Bari, De Donato, 1975. La concezione
del governo operaio e contadino che Gramsci elabora in quegli anni e che avrà successivi
sviluppi politici «a livello di elaborazione teorico-politica la vediamo enunciata nella lette-
ra per la fondazione dell’“Unità” che è come un colpo di pistola nel mondo del partito an-
cora bloccato alla diatriba sulla fusione con il Psi» (ivi, p. 258).
15
Zinovev pronuncia questa espressione nel discorso alla XIII Conferenza del Partito co-
munista russo. Le vicende relative ai complessi rapporti del gruppo dirigente del Pci con i
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Gramsci si dice convinto che «i compagni russi», per l’abbondanza di infor-


mazioni di cui dispongono in quanto partito della rivoluzione mondiale, san-
no valutare con esattezza le diverse situazioni nazionali. Riguardo alla scon-
fitta tedesca «se errori ci furono essi furono commessi dai tedeschi»16. La «su-
premazia» dei compagni russi viene loro dall’esperienza rivoluzionaria. È dun-
que «difficilmente intaccabile»17. Al centro delle sue preoccupazioni ora c’è
soprattutto la riorganizzazione del partito e il rapporto con Bordiga. Il 1923
è stato un anno terribile per il giovane partito comunista italiano. Piú di due-
mila militanti sono caduti nelle maglie della polizia fascista. A Roma sono sta-
ti arrestati Bordiga, Dozza e D’Onofrio. Grieco è caduto a Milano. Alla gra-
ve crisi organizzativa che vede un partito decimato nei suoi effettivi dalla fe-
roce «battuta anticomunista» del governo Mussolini, si accompagna una
profonda crisi politica che spacca il suo primo gruppo dirigente. Bordiga ha
ingaggiato un duro braccio di ferro con l’Esecutivo dell’Ic. Non si riconosce
nella strategia del fronte unico. È fermo alla visione eroica del partito rivolu-
zionario, che organizza pochi e scelti legionari armati fino ai denti e si oppo-
ne fieramente alla fusione col Psi, voluta dall’Ic. Dopo il fallimento dell’in-
contro, organizzato a Mosca nel novembre-dicembre del ’22, fra i dirigenti
del Comintern e le delegazioni dei due partiti operai italiani, l’estate del ’23
ha segnato il punto piú alto della drammatica crisi fra i vertici dell’Ic e il par-
tito comunista italiano. All’Esecutivo allargato dell’Ic che si è svolto a Mosca,
nel mese di giugno, erano presenti Gramsci, Scoccimarro, Terracini, Tasca e
Vota. Si è fatto il processo alla direzione del partito per la fallita fusione col
Psi. Lo stesso Gramsci non è riuscito a sottrarsi alle dure accuse del presi-
dente dell’Ic Zinovev, ma è convinto che col partito della rivoluzione mon-
diale non si può rompere e si è dichiarato favorevole alla decisione dell’Ic di
delegittimare il Comitato esecutivo del partito eletto al congresso di Roma del
marzo 1922 e di cui fanno parte Bordiga, Terracini, Grieco, Repossi e Forti-
chiari. Nel nuovo organismo direttivo, in cui sono chiamati Togliatti, Scocci-
marro, Tasca e Vota, comincia a profilarsi il nuovo gruppo dirigente del par-
tito. A fine agosto si è consumata la rottura definitiva del Psi con l’Ic: la di-
rezione socialista ha espulso dal partito la frazione terzinternazionalista. Ser-
rati, Maffi, Riboldi, Malatesta, Buffoni, redattori della rivista «Pagine rosse»,
entreranno a far parte della redazione dell’«Unità» che, nei suoi primi mesi
di vita, è l’organo comune dei comunisti e dei «terzini» espulsi dal Psi.

vertici dell’Ic in questa difficile fase di transizione che caratterizza la vita del partito italia-
no sono ricostruite da Spriano nel primo volume della sua storia del Pci (Spriano, Storia
del Partito comunista italiano, I, Da Bordiga a Gramsci, cit., pp. 273 sgg.).
16
Gramsci a Togliatti, Terracini e C., Vienna, 9 febbraio 1924, in P. Togliatti, La formazio-
ne del gruppo dirigente del partito comunista italiano, Roma, Editori Riuniti, 1962, p. 189.
17
Ivi, p. 190.
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Da Vienna, dove giunge all’inizio di dicembre del ’2318, Gramsci lavora per
una politica nuova. Che significa soprattutto formare uomini preparati dal
punto di vista ideologico e dottrinario, addestrati alla ferrea disciplina che i
tempi richiedono e alla fedeltà assoluta al partito della rivoluzione mondiale.
L’intento pedagogico è una componente costante della riflessione di Gram-
sci. Nel suo soggiorno a Mosca, nel periodo viennese e anche dopo il rientro
in Italia, Gramsci continuerà a prestare grande attenzione alle esperienze di
formazione ideologica. È convinto che la forza del partito non può essere so-
lo un problema organizzativo: bisogna creare nuovi strumenti culturali, far
crescere uomini nuovi. Soldati del partito della rivoluzione mondiale, ma an-
che uomini che sanno pensare. Militanti disciplinati, ma anche un cervello col-
lettivo, capace di immaginare e di fare la rivoluzione in Italia. Il partito invia
a Pietrogrado il primo gruppo di allievi che frequenteranno i corsi dell’Inter-
nacionalnaja Wkola e poi dell’Istituto Tolmacëv. È lí che dovranno imparare a
fare politica. E che da semplici operai, cresciuti in Italia alla scuola della pro-
paganda socialista e svezzati alla lotta di classe praticata in officina, dovran-
no diventare dei «rivoluzionari di professione».
Non ci sono documenti che provino un intervento diretto di Gramsci per
l’invio a Pietrogrado del primo nucleo di allievi italiani, ma abbiamo prove
sufficienti a spiegare l’impegno di Gramsci per avviare e sostenere l’inizia-
tiva della scuola internazionale di Pietrogrado: il suo obiettivo è riuscire a
trasformare gli «elementi di terzo o di quarto grado» di cui ora il partito di-
spone in quadri preparati. Bisogna inoltre ripulire la base dal «virus bordi-
ghista» che ancora prevale e correggere la visione del partito. Questi sono i
motivi per cui tornerà utile mandare i giovani militanti a Pietrogrado, a scuo-
la di comunismo. Il 20 dicembre del ’23 scrive da Vienna ai compagni in
Italia:
Questione della scuola di Pietrogrado: [...] ho l’impressione che voi non abbiate va-
lutato in tutta la sua importanza questa iniziativa. Si può osservare a questo proposi-
to che anche voi non avete costituito un’eccezione, all’esperienza generale, che consi-
ste nello spendere molte parole per approvare genericamente iniziative di questo ge-
nere e nel non far poi niente praticamente quando si tratta di realizzarne qualchedu-
na. La verità è che noi, in questo campo, non abbiamo fatto quasi nulla e non posse-
diamo che uno scarsissimo numero di elementi di terzo o di quarto grado. Mentre è
un dovere imperioso pensare a questo problema [...] Penso che vi assumerete una gra-
vissima responsabilità se non farete di tutto per dare la massima solidità ed efficienza
a questa iniziativa19.

18
Sul soggiorno di Gramsci a Vienna cfr. G. Somai, Gramsci a Vienna. Ricerche e documenti
1922-1924, Urbino, Argalía, 1979.
19
[Gramsci] al C.E. del P.C.I., Vienna, 20 dicembre 1923, in APC, Fondo 513, I inventario,
fasc. 189, p. 4. La lettera è stata pubblicata da Spriano su «Rinascita», XXIII, n. 4, cit., pp.
23-24.
975 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

Ma per l’avvio e il funzionamento della scuola di Pietrogrado Gramsci si im-


pegna anche dal punto di vista organizzativo. Suggerisce di attivare una sor-
ta di «patronato», istituzione che esiste in Russia, ma che ricalca le esperien-
ze socialiste del mutuo soccorso in Italia. Seguendo le indicazioni di Terraci-
ni, che allora è il rappresentante del partito italiano presso l’Esecutivo del Co-
mintern, si può pensare di «aiutare la scuola con mezzi che non gravino sul
bilancio ordinario del partito», raccogliendo fra gli operai dei paesi d’origine
degli allievi le somme di danaro necessarie al loro invio in Russia e al loro
mantenimento. Si otterrà cosí il doppio obiettivo di fare «della buona propa-
ganda» per il partito e di raccogliere quanto basta per dar modo agli allievi
italiani di «diventare dei buoni organizzatori» e di «assimilarsi, sul posto, le
esperienze della rivoluzione»20.
Edoardo D’Onofrio, allievo di entrambe le scuole militari in Russia, rico-
struisce in una lettera a Togliatti del 2 dicembre 1960 l’esperienza dei «40
compagni» italiani, inviati con lui a frequentare i corsi. Il primo corso orga-
nizzato nel ’23 all’Internacionalnaja Wkola di Pietrogrado si rivelerà inadatto
a formare quadri di partito mentre quello successivo, predisposto per il grup-
po italiano all’Istituto politico-militare Tolmacëv sarà un successo.
D’Onofrio fornisce utili informazioni sul ruolo diretto di Gramsci nel pro-
getto delle scuole e sul fallimento del primo corso:
La amarezza di Gramsci per questo doveva essere molto grande: il Partito italiano non
ci aveva fatto una bella figura di fronte alla Internazionale e ai compagni sovietici. D’al-
tra parte era stato proprio Gramsci uno dei fautori della Scuola e vederla dissolversi
nella parte italiana costituiva per lui una vera e propria delusione. Gramsci aveva per-
sino scelto lui piú di un allievo e sperava molto nella scuola. Solo che non si era reso
conto del modo non certo soddisfacente con il quale l’ufficio di organizzazione del
Komintern e i compagni sovietici l’avevano messa su e fatta funzionare21.

Secondo Felice Chilanti, autore nel dopoguerra della biografia di Gastone


Sozzi, è Gramsci a decidere la partenza del giovane militante romagnolo per
la Russia22. Alla fine del ’22, quando parte per Mosca, Sozzi non ha ancora
vent’anni anche se, solo pochi mesi dopo, all’Internacionalnaja Wkola di Pie-
trogrado, sarà nominato starsci, capo anziano del gruppo degli italiani. Prima
della partenza per il paese dei soviet, dall’estate del ’22, Sozzi è a Torino e la-

20
Ibidem.
21
APC, mf. 425, Carte D’Onofrio, lettera di E. D’Onofrio a P. Togliatti, 2 dicembre 1960,
f. 202i.
22
Cfr. F. Chilanti, Gastone Sozzi, Roma, Edizioni di cultura sociale, 1955, p. 110. Su Sozzi
e l’esperienza delle scuole di formazione in Russia è ancora molto utile e ricco di spunti il
saggio di A. Agosti, La formazione di un quadro del Pci alla scuola del Comintern: Gastone
Sozzi in Urss (1923-1925), in «Annali della Fondazione Luigi Einaudi», vol. XII, 1978, pp.
495-516.
976 Fiamma Lussana

vora nell’amministrazione dell’«Ordine nuovo» quotidiano. Ma a Torino


Gramsci non c’è, è partito per Mosca a maggio. È dunque da escludere che
sia stato lui a mandarlo a Pietrogrado. Sappiamo però che la riflessione gram-
sciana che si sviluppa nelle due serie dell’«Ordine nuovo» è il retroterra idea-
le di Sozzi e degli altri apprendisti rivoluzionari e che dietro la scelta del par-
tito di organizzare a Pietrogrado il primo corso di formazione ideologica per
giovani militanti, c’è Gramsci. L’«Ordine nuovo», di cui, per sua stessa am-
missione, Sozzi era stato fra i primi abbonati23, era stata la prima «scuola» di
partito per molti giovani militanti. Era servito a dare ordine alla cultura im-
provvisata e alle letture occasionali di Sozzi come di altri giovani militanti co-
munisti. Quando approda a Torino, proveniente dalla sua Cesena, Sozzi è ri-
cercato dalla polizia fascista perché implicato nello scontro a fuoco in cui è
rimasto ucciso il fascista Clearco Montanari e ferito Leandro Arpinati. Come
scrive al fratello Sigfrido, Sozzi ha una cultura «fatta a spizzico». Ha il diplo-
ma di ragioniere, ma non gli basta. Sente forte il desiderio di istruirsi ed è
convinto, come molti altri giovani che crescono alla «scuola» di Gramsci, che
lo studio è un complemento importante della politica. Anzi, senza cultura,
non si cresce politicamente. E l’obiettivo suo e degli altri giovani inviati a stu-
diare alle scuole del Comintern, è mettere la politica al centro della vita. Pri-
ma viene la politica e poi la vita privata. Prima lo studio e l’impegno politico,
poi l’amore per la sua compagna Norma, lasciata a Cesena, e l’affetto per il
fratello «Frido» e per i suoi genitori, socialisti da sempre. A Torino comincia
a studiare filosofia, sociologia, economia politica, ma anche matematica24. Fi-
nora ha letto Tolstoj e Dostoevskij, Romain Rolland e Henri Barbusse, ma il
suo «modo di pensare è stato sempre senza metodo»25. Per Sozzi e per gli al-
tri aspiranti rivoluzionari, l’«Ordine nuovo» e la teoria dei consigli di fabbri-
ca saranno il metodo.
Un’altra conferma indiretta del rapporto di Gramsci con la scuola di Pietro-
grado e i suoi allievi ci viene dalla testimonianza di Vincenzo Bianco, segre-
tario, nel ’23, del collettivo degli emigrati politici italiani a Mosca. In una let-

23
Nella sua biografia di Sozzi, Chilanti informa che il giovane comunista romagnolo era ab-
bonato all’«Ordine nuovo» fin dal primo numero, uscito nel maggio 1919 (cfr. Chilanti,
Gastone Sozzi, cit., p. 28).
24
Cfr. lettera di G. Sozzi a N. Balelli, [Torino, ottobre 1922], in Istituto storico provincia-
le della Resistenza-Forlí, Gastone Sozzi. Scritti, II, Lettere a Norma, a cura di L. Casali, V.
Flamigni, Cesena, Editrice cooperativa libraria di Romagna, 1985, p. 99, e Chilanti, Gasto-
ne Sozzi, cit., p. 112.
25
G. Sozzi, lettera a Sigfrido, s.d. (ma luglio 1924), in G. Sozzi, Lettere dalla Russia, Cese-
na, Circolo culturale «Rodolfo Morandi», 1975, p. 58. «Organizzare, sistematizzare e spe-
cializzare lo studio – scrive ancora – sono gli scopi a cui si deve tendere riuscendo cosí a
disciplinare la propria volontà e le proprie facoltà in una tensione di studio veramente pro-
ficua» (ibidem).
977 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

tera del 14 giugno 1978, indirizzata a Norma Sozzi, Bianco rievoca l’incontro
da lui avuto a Mosca nel settembre del ’23 con Gastone Sozzi, in procinto di
partire per Pietrogrado. Col gruppo degli allievi italiani, scrive, «non aveva-
mo relazioni, dato che erano collegati direttamente con il compagno A. Gram-
sci, membro dell’Esecutivo della III Internazionale e rappresentante del no-
stro partito»26. Nella stessa lettera Bianco ricorda che Gramsci, giunto a Mo-
sca per partecipare ai lavori del V Esecutivo allargato dell’Ic, si era recato in
visita all’Istituto Tolmacëv per discutere con gli allievi, giunti ormai quasi al-
la fine del corso, la loro possibile collocazione nel partito italiano27.
I primi militanti del Pci, inviati in Russia fra la fine del ’22 e l’inizio del ’23
sono «gramsciani» per vocazione, ma «bordighiani» di fatto. Vanno a scuola
di comunismo per correggere una visione errata della politica, ma al mito del-
la Russia dei soviet e della classe operaia al potere che li rende spettatori pas-
sivi dell’aspra lotta per il potere che accompagna la successione a Lenin, uni-
scono quell’irriducibile «estremismo», retaggio dei loro vent’anni e della pri-
ma fase «di ferro e di fuoco» che ha segnato la vita del partito. Hanno il cer-
vello «gramsciano», ma il cuore risolutamente «bordighiano». Si sono forma-
ti alla scuola dell’«Ordine nuovo» e dei consigli di fabbrica e partono per la
Russia convinti che il fascismo sta per crollare e bisogna imparare come si fa
la rivoluzione. Da Vienna, come si è visto, Gramsci pensa a riorganizzare il
gruppo dirigente del partito e comincia a maturare una diversa analisi del fa-
scismo a partire dalla seria autocritica del «biennio rosso». «Nel 1919-20 –
scrive – noi abbiamo commesso errori gravissimi che in fondo adesso scon-
tiamo»28. L’errore principale è non avere saputo e voluto estendere il movi-
mento dei consigli di fabbrica a «tutto il paese». Certo, riuscire ad aggregare
per la prima volta la «base reale» di un movimento di massa come ha fatto il
movimento torinese «non è piccola cosa», ma «oggi le prospettive sono di-
verse»29. E soprattutto Torino non è l’Italia e la sua classe operaia, per quan-
to forte e combattiva, non ha fatto la rivoluzione. Il fallimento dell’occupa-

26
La lettera di Vincenzo Bianco a Norma Balelli Sozzi del 14 giugno 1978 è citata da Ago-
sti nel saggio La formazione di un quadro del Pci alla scuola del Comintern, cit., p. 498.
27
Ivi, p. 516. Gramsci è a Mosca nella primavera del ’25. Fidia Sassano, allievo, fra il ’23 e
il ’25, delle scuole politico-militari di Pietrogrado/Leningrado, colloca la visita di Gramsci
all’Istituto Tolmacëv nel febbraio del ’25: «vidi per la prima volta Antonio Gramsci a Le-
ningrado, nel febbraio del 1925. Antonio venne a visitare la nostra scuola e si fece presen-
tare da Sozzi, che era il nostro capogruppo, ai vari compagni» (Fidia Sassano, un compagno
difficile. Vita e scritti di un militante, dall’occupazione delle fabbriche al carcere fascista, al-
l’impegno per l’unità e l’autonomia sindacale, presentazione di S. Pertini, con due note di
R. Lombardi e A. Marianetti, Venezia, Marsilio, 1979, p. 32).
28
Gramsci ad Alfonso Leonetti, Vienna, 28 gennaio 1924, in Togliatti, La formazione del
gruppo dirigente del partito comunista italiano, cit., p. 183.
29
Ivi, pp. 183 e 184.
978 Fiamma Lussana

zione delle fabbriche è una lezione che brucia. La rivoluzione non ha vinto.
L’esperienza del «biennio rosso» ha dimostrato che in Italia la rivoluzione non
è una prospettiva immediata. Ci vorrà del tempo. E comunque, anche se que-
sto tempo «non sarà lungo cronologicamente – scrive – esso sarà indubbia-
mente denso di fasi suppletive, che dovremo prevedere con una certa esat-
tezza per [...] non cadere in errori che prolungherebbero le esperienze del
proletariato»30.
All’inizio degli anni Venti, l’ipotesi dei consigli di fabbrica e dell’organizza-
zione del movimento operaio torinese era legata per Gramsci al prodigioso svi-
luppo industriale del capoluogo piemontese e alla riorganizzazione dei rapporti
di produzione: a Torino c’era la Fiat di Agnelli e la classe operaia piú forte e
cosciente dal punto di vista politico e sindacale. Il rapporto rivoluzione-pro-
duzione era chiaro e lineare: il padrone ammoderna i sistemi di produzione e
gli operai maturano la propria coscienza di classe. Cresce la produzione, cresce
la politica31. L’analisi critica del «biennio rosso» è il punto di partenza della
nuova prospettiva che Gramsci riprenderà e svilupperà dieci anni dopo nella
riflessione dei Quaderni del carcere: la stabilizzazione del capitalismo prima, e
poi la crisi economica mondiale, impongono una radicale trasformazione del-
le vie di transizione al socialismo. Negli appunti su Americanismo e fordismo32
l’analisi del fascismo diventerà piú articolata: Gramsci penetra il volto del fa-
scismo come regime di massa in una società capitalistica di massa. Giunge-
ranno a maturazione alcuni fondamentali nodi interpretativi come il rapporto
produzione-rivoluzione, centrale negli anni torinesi dell’«Ordine nuovo», e la
questione del passaggio dalla guerra di movimento alla guerra di posizione che
Gramsci applica nei Quaderni alla nuova interpretazione del processo rivolu-
zionario e allo sviluppo del capitalismo e che, nelle note dedicate a America-
nismo e fordismo, viene ripensata facendo leva sulla categoria di «rivoluzione
passiva»33. In America l’economia e la società hanno subito una forte accele-

30
Gramsci a Togliatti, Terracini e C., Vienna, 9 febbraio 1924, in Togliatti, La formazione
del gruppo dirigente del partito comunista italiano, cit., p. 200.
31
Cfr. A. Gramsci, Produzione e politica, in «L’Ordine nuovo», 24-31 gennaio 1920. Que-
sto articolo è citato da F. De Felice nell’Introduzione al Quaderno 22, Americanismo e for-
dismo, Torino, Einaudi, 1978, p. XIV.
32
Per l’interpretazione delle note gramsciane, ancora utilissime sono l’Introduzione e le no-
te di F. De Felice al Quaderno 22, Americanismo e fordismo, cit., pp. VII-XXXIV.
33
«Il concetto di rivoluzione passiva – nota Gramsci – mi pare esatto non solo per l’Italia,
ma anche per gli altri paesi che ammodernarono lo Stato attraverso una serie di riforme o
di guerre nazionali, senza passare per la rivoluzione politica di tipo radicale-giacobino» (A.
Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di V. Gerrata-
na, Torino, Einaudi, 1975, I, p. 504). Sul concetto di rivoluzione passiva si veda F. De Fe-
lice, Rivoluzione passiva, fascismo, americanismo in Gramsci, in Politica e storia in Gramsci,
a cura di F. Ferri, Roma, Editori Riuniti-Istituto Gramsci, 1977, I, pp. 161-220.
979 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

razione. Il sistema di produzione americano razionalizza l’economia e moder-


nizza la società. Spazza via le vecchie e antiquate forme di produzione e, con
la sua forza travolgente, trasforma le stesse basi materiali della civiltà europea,
fa nascere quella che Gramsci chiama un’«economia programmatica»34. Nella
crisi degli anni Trenta si profila cioè per Gramsci il passaggio verso un nuovo
ordine economico che porterà anche un «nuovo modo di vita» e una «nuova
cultura». Americanismo e fordismo fanno compiere, negli anni fra le due guer-
re, un salto nel progresso. Rivoluzionano la vecchia civiltà europea dove per-
sistono modi di produzione e mentalità superate. Cambia l’economia, cambia
la società, cambia l’idea stessa di rivoluzione che, in una moderna società di
massa, non può piú avere un carattere immediato e dirompente. Diventa un
processo. E questo nuovo processo rivoluzionario, lento e incessante, si svi-
luppa dentro il nuovo ordine sociale e produttivo imposto dal capitalismo. Per
Gramsci questa «rivoluzione passiva» convive con l’organizzazione capitalisti-
ca dell’economia e della società35.
Dieci anni prima delle note su Americanismo e fordismo, a Vienna, Gramsci
ridisegna la strategia del partito. Capisce che il fascismo non cadrà da solo e
che l’unica arma capace di neutralizzarlo è la forza di un partito unito e or-
ganizzato che ora bisognerà costruire. Questa valutazione di Gramsci si di-
scosta profondamente dall’idea, prevalente nel partito nella prima metà degli
anni Venti, che il fascismo sarebbe stato un fenomeno di breve durata. I gio-
vani militanti inviati nel ’23 a studiare a Pietrogrado sono convinti che «il fa-
scismo non regge, magari fra un anno tutta la baracca salta»36 e che la rivolu-
zione è imminente. Bisognerà rovesciare questa prospettiva. Per Gramsci con-
quistare il potere diventa una strategia: prima si costruisce il partito, si orga-
nizza un movimento di massa. La rivoluzione verrà dopo.
Durante il periodo viennese, parallelamente all’esperienza della scuola di Pie-
trogrado, Gramsci progetta una serie di iniziative editoriali per far crescere i
quadri del Pci. Nasce da Vienna la terza serie dell’«Ordine nuovo»: alla fine
del ’23 Gramsci indica la linea della nuova rivista che avrà un carattere teori-
co e una «forma non strettamente dipendente dal partito». Al contrario del
quotidiano del ’21 e riprendendo il programma culturale della prima serie
dell’«Ordine nuovo», la nuova rassegna di politica e di cultura non seguirà la

34
Gramsci, Quaderno 22, 1934, Americanismo e fordismo, in Quaderni del carcere, cit., III,
p. 2139.
35
Ivi, pp. 2178-2179.
36
Cosí afferma Fidia Sassano in Comunisti italiani a Leningrado negli anni Venti. Atti del
convegno «Lettere dalla Russia» di Gastone Sozzi, Cesena, Palazzo del Ridotto, 2/10/75, Ce-
sena, Circolo culturale «Rodolfo Morandi», 1976, p. 14. Questa affermazione di Sassano è
ripresa da A. Agosti e L. Brunelli nel saggio I comunisti italiani nell’Urss 1919-1943, in Il
Partito comunista italiano, struttura, storia, organizzazione 1921-1979, Milano, Feltrinelli,
1982 (Fondazione G. Feltrinelli, «Annali», XXI, 1981), p. 1016.
980 Fiamma Lussana

cronaca politica, ma dovrà occuparsi dei problemi «vitali» della classe ope-
raia italiana37. La stampa del partito vive una fase febbrile38. I giornali comu-
nisti non vanno solo letti, vanno studiati. Gramsci progetta una nuova rivista
trimestrale di studi marxisti che dovrà intitolarsi «Critica proletaria» e che do-
vrà trattare questioni di cultura politica intrecciando una riflessione sulla sto-
ria e l’evoluzione del movimento operaio italiano con l’analisi dell’ideologia
marxista. La rivista, che non uscirà mai, avrebbe dovuto seguire il modello
della «Critica» di Croce, ad uso della classe operaia italiana39. Ma non basta.

37
Gramsci informa i compagni in Italia del carattere che dovrà avere la nuova rivista nella
lettera spedita da Vienna il 6 dicembre del ’23. La lettera è in APC, Fondo 513, I inventa-
rio, fasc. 189, pp. 1-2. È stata pubblicata da Spriano su «Rinascita», XXIII, n. 4, cit., pp.
22-23.
38
Fra il dicembre del ’23 e la fine di gennaio del ’24, in seguito all’assalto fascista nella ti-
pografia milanese che stampa «Il Sindacato rosso», «Compagna», «Lo Stato operaio» e al-
cuni fogli terzini o legati ad ambienti anarcosindacalisti, la polizia sospende le pubblica-
zioni di questi giornali adducendo motivi di ordine pubblico. All’inizio del ’24 comincia
una nuova fase progettuale per la stampa comunista, documentabile attraverso la relazione
che Togliatti invia al Comitato esecutivo dell’Ic. In un apposito paragrafo dedicato alla stam-
pa del partito, Togliatti dà notizia delle trattative in corso a Roma per la pubblicazione quin-
dicinale della terza serie dell’«Ordine nuovo» che Gramsci dirigerà da Vienna utilizzando
l’ufficio stampa del partito «per l’invio e il raccoglimento dei materiali e per la parte tecni-
ca» (APC, 1924, 241/1/1-2, Relazione sommaria sulla stampa del partito, 29 dicembre 1923-
5 gennaio 1924). Si prospetta inoltre l’imminente uscita del settimanale napoletano «Il So-
viet», controllato dalla centrale, di cui uscirà solo il numero del 27 gennaio. Vengono pre-
sentati alcuni progetti editoriali, in realtà mai realizzati: per un nuovo settimanale sindaca-
le, previsto a Milano col titolo «Il Sindacato operaio» – che nelle intenzioni avrebbe dovu-
to sostituire «Il Sindacato rosso» –, per un organo delle organizzazioni sindacali torinesi,
per un settimanale politico a Roma e infine per un settimanale sportivo che sarebbe dovu-
to uscire a Milano.
39
«Critica proletaria» avrebbe dovuto avere un formato grande e contare su duecentocin-
quanta-trecento pagine a numero. Gramsci abbozza il suo primo sommario in una lettera
a Terracini, scritta da Vienna all’inizio del ’24: i problemi di tattica proletaria, da affidare
a Bordiga, l’accumulazione del capitale secondo Rosa Luxemburg (Graziadei), il problema
della scuola e la riforma Gentile (Tasca), le prospettive per un governo operaio e contadi-
no in Italia (Scoccimarro), la struttura industrale italiana (Longobardi o Pastore), il pro-
gramma dell’Internazionale comunista (Terracini), il problema del Vaticano (Togliatti), la
cronaca economica, finanziaria, politica, militare, internazionale, sindacale e di vita operaia,
le rassegne critico-bibliografiche di riferimento per ciascun articolo, costituiscono l’im-
pianto del primo numero del periodico che non vide mai la luce (cfr. Gramsci a Terracini,
Vienna, 13 gennaio 1924, in Togliatti, La formazione del gruppo dirigente, cit., pp. 159-160).
In una lettera indirizzata a Togliatti, Gramsci si soffermerà successivamente su un’altra pro-
posta editoriale, «Il Seme», rivolta ai contadini, che doveva riprendere la tradizione del vec-
chio giornaletto popolare socialista e, come quello, «costare non piú di un soldo». Un lin-
guaggio semplice e accessibile per «popolarizzare la parola d’ordine del governo operaio e
contadino» sarebbe stato il carattere fondamentale del nuovo giornale che, per Gramsci,
981 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

Propone la compilazione di un «Annuario» della classe operaia italiana per i


militanti e i simpatizzanti del partito, dell’ampiezza di sei o settecento pagine
a numero, la cui uscita è ipotizzata per il secondo semestre del ’24. Articola-
to in una trentina di capitoli, l’«Annuario» avrebbe trattato argomenti diver-
si: una rassegna del movimento politico e sindacale internazionale; l’esame
della situazione italiana dal punto di vista economico, politico, militare ecc.;
una parte dedicata alla storia della Russia, alla sua organizzazione politica, al-
la sua economia; un capitolo sulla dottrina e la tattica del Comintern. «Pen-
so che dopo tre anni di guerra civile [...] – scrive Gramsci ai compagni in Ita-
lia – un gran numero di operai, specialmente tra gli emigrati, sarebbe lieto di
avere a propria disposizione un volume come questo»40. Propone ancora una
rivista teorica trimestrale di duecentocinquanta pagine a numero rivolta prin-
cipalmente all’educazione dei «compagni piú qualificati e responsabili», ma
destinata anche ad aggregare al partito tecnici e intellettuali. Discussioni teo-
riche, la trattazione specifica dei problemi politici italiani e una parte di ap-
parati bibliografici sulla storia del movimento comunista avrebbero costitui-
to lo schema progettuale della rivista. Infine, per fronteggiare l’«accanita cam-
pagna ideologica che fanno i fascisti per distruggere quel poco di cultura e di
coscienza marxista che si aveva in Italia», Gramsci pensa a una serie di opu-
scoli di propaganda elementare di sedici o ventiquattro pagine, con lo scopo
di condensare l’abc del comunismo e di rinsanguare «la letteratura del nostro
movimento»41.
Ma la «scuola» a cui pensa Gramsci da Vienna non è solo un elenco di pub-
blicazioni. Nel Programma della terza serie dell’«Ordine nuovo» c’è l’abboz-
zo della prima «scuola» di partito che, attivando un corso per corrisponden-
za e avvalendosi di alcune delle quote di sottoscrizione previste per sostene-
re l’«Ordine nuovo», dovrà formare organizzatori e propagandisti del parti-
to42. Gramsci precisa obiettivi e finalità strategiche della scuola:
Il corso per corrispondenza deve diventare la prima fase di un movimento per la crea-
zione di piccole scuole di partito, atte a creare degli organizzatori e dei propagandisti
bolscevichi, non massimalisti, che abbiano cioè cervello oltre polmoni e gola. Perciò
ci terremo sempre in corrispondenza epistolare coi migliori compagni, per comunica-

doveva comunque riferirsi al modello della propaganda popolare socialista. «Il Seme», quin-
dicinale dei contadini, vedrà effettivamente la luce il 15 settembre 1924 e continuerà ad
uscire irregolarmente sotto la direzione di Ruggero Grieco prima e di Felice Platone poi,
fino al 30 giugno 1925.
40
[Gramsci] al C.E. del P.C.I., Vienna, 20 dicembre 1923, cit., p. 3.
41
Ibidem.
42
A. Gramsci, Il programma de «L’ordine nuovo», in «L’Ordine nuovo», terza serie, I, n. 3-
4, 1-15 aprile 1924, pp. 1-2. Versando un minimo di dieci lire, scrive Gramsci, si avrà di-
ritto «ad avere un numero di lezioni che sarà determinato dalle spese complessive di stam-
pa e di porto» (ivi, p. 2).
982 Fiamma Lussana

re loro le esperienze che in questo campo sono state fatte in Russia e negli altri paesi,
per indirizzarli, per consigliare i libri da leggere e i metodi da applicare. Crediamo che
in questo senso molto debbano lavorare specialmente i compagni emigrati: dovunque
esiste all’estero un gruppo di 10 compagni deve sorgere una scuola di Partito: gli ele-
menti piú anziani e piú pratici devono essere gli istruttori di queste scuole, far parte-
cipi i piú giovani della loro esperienza, contribuire a elevare il livello politico della mas-
sa43.

Si diventerà rivoluzionari di professione studiando libri di storia del marxi-


smo e di storia italiana, opuscoli di propaganda «spicciola» e testi di classici
del comunismo44. Certo, una scuola di quadri di partito non può risolvere «il
grande problema storico della emancipazione spirituale della classe operaia»,
ma intanto è il partito che deve crescere attrezzandosi di quadri preparati: chi
ha vissuto a Torino l’esperienza dei consigli di fabbrica, scrive Gramsci, sa
che il partito riesce ad avere la meglio sui riformisti solo se dispone di buoni
organizzatori. Ma l’esperienza torinese ha anche dimostrato che non bastano
delle buone parole d’ordine per fare un partito veramente rivoluzionario. Le
parole devono diventare organizzazione. Il partito deve creare una struttura
che sappia fare politica. Fermarsi alle parole d’ordine, per quanto giuste, vuol
dire perdere la rivoluzione: «l’occupazione delle fabbriche – scrive Gramsci
– ci ha insegnato molte cose in questo senso»45.
Nella primavera del ’24, appena eletto deputato, Gramsci realizza la prima
esperienza di scuola di partito. Organizza sulle montagne del Comasco la co-
siddetta «scuola ambulante» il cui scopo principale è formare un piccolo grup-
po di quadri giovanili, estirpando il «virus bordighista», ancora prevalente
«nella gran parte delle province». In sole due settimane di corso elementare
intensivo, Gramsci vuole allargare l’orizzonte angusto dei giovani allievi nei
quali, proprio perché giovani, il dogmatismo è meno radicato. Giulio Cerre-
ti racconta nelle sue memorie qual è il metodo seguito da Gramsci e come
funziona questa scuola speciale:
Tutto era da rifare e la strada migliore da seguire non poteva non essere la formazio-
ne rapida di nuovi quadri di direzione dal ricco vivaio giovanile. Non che il virus bor-
dighista non avesse intaccato e anche profondamente certi ambienti giovanili, ma qui

43
Ibidem.
44
«Tra gli opuscoli indichiamo: 1° delle trattazioni elementari del marxismo; 2° una espo-
sizione della parola d’ordine del governo operaio e contadino applicata all’Italia; 3° un ma-
nualetto del propagandista, che contenga i dati piú essenziali sulla vita economica e politi-
ca italiana, sui partiti politici italiani, ecc.». Infine, scrive Gramsci, «vorremmo fare una edi-
zione italiana del Manifesto dei Comunisti con le note del compagno D. Riasanof» e «stam-
pare una Antologia del materialismo storico, cioè una raccolta dei brani piú significativi di
Marx ed Engels che diano un quadro d’insieme delle opere di questi due nostri grandi mae-
stri» (ibidem).
45
Ibidem.
983 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

le possibilità di ripresa erano grandi [...] A questo si aggiungano le grandi capacità di


Antonio di «lavorare sull’uomo», di intervenire con pazienza sui compagni che lo in-
teressavano per attirarli uno a uno alla sua politica. Cosí fece con Terracini, con Grie-
co e con tanti altri, non escluso Togliatti, che in certi momenti aveva manifestato del-
le esitazioni soprattutto in occasione di un manifesto contro l’Internazionale presen-
tato da Bordiga. Della scuola ambulante in questione Antonio Gramsci fu il maestro,
la guida turistica, l’organizzatore dello svago e ... il cuoco [...] La lezione quotidiana
cominciava invariabilmente con un commento politico sull’avvenimento piú impor-
tante del giorno. Anche questo era uno scherzo di Gramsci, perché, privi di giornali
come eravamo, [...] c’era poco da ispirarsi al fatto del giorno [...] Faceva seguito l’o-
ra delle domande e risposte, senz’altro la piú vivace e produttiva delle lezioni. Dopo-
diché veniva stabilito l’itinerario turistico per la seduta succesiva, che sarebbe stata oc-
cupata da una lezione sulla dialettica e da una seconda di economia politica. Natural-
mente l’insegnante era ancora Gramsci e per libri di testo usufruivamo di alcune co-
pie dell’ABC del comunismo di Nicola Bukarin e del trattato di economia di Lapidus
[...] Gramsci sapeva adattare egregiamente le sue forbite lezioni al livello culturale de-
gli allievi, che era in verità molto basso, salvo due o tre casi. Giovani di diversa for-
mazione e di origine disparata che avevano però in comune un dato essenziale: la se-
te di imparare, di istruirsi46.

2. Le prime scuole di formazione ideologica. Nella storia della III Internazio-


nale e del Partito comunista russo le scuole di formazione occupano un po-
sto di rilievo, destinato a crescere soprattutto a partire dal V Congresso del-
l’Ic quando l’imperativo della bolscevizzazione impone un rapido addestra-
mento ideologico delle diverse sezioni nazionali. Ma paradossalmente, per
quanto l’importanza della formazione ideologica sia una componente fonda-
mentale per regolare la fedeltà assoluta e la disciplina ferrea al partito bol-
scevico, all’Ic e allo Stato sovietico, e nonostante le centinaia di allievi di tut-
te le nazionalità che escono ogni anno dalle scuole di Mosca, che raggiungo-
no l’apogeo all’inizio degli anni Trenta nei corsi regolari e accelerati predi-
sposti dalla Scuola leninista, il capitolo delle scuole ideologiche nella Russia
pre e post-rivoluzionaria rimane a tutt’oggi un buco storiografico riscontra-
bile anche nella letteratura coeva47. Perché tale silenzio? La risposta è legata
innanzitutto al carattere sperimentale delle prime esperienze di formazione

46
G. Cerreti, Con Togliatti e Thorez. Quarant’anni di lotte politiche, Milano, Feltrinelli, 1973,
pp. 44-46.
47
Come scrive a proposito della Scuola leninista Branko Lazitch, autore, nel ’65, di uno dei
pochi studi dedicati alle scuole del Comintern, se si eccettua un articolo, apparso nel pri-
mo anniversario dell’inaugurazione dei corsi, sulla stampa dell’Ic, «le silence fut de rigueur»
(B. Lazitch, Les écoles de cadres du Comintern, in Contributions à l’histoire du Comintern,
publiées sous la direction de J. Freymond, Genève, Librairie Droz, 1965, p. 233). L’arti-
colo sulla Scuola leninista cui Lazitch fa riferimento è quello di J.-T. Murphy, La première
année de l’Ecole Lénine et ses perspectives, in «L’Internationale communiste», n. 18 et 19,
1er octobre 1927, pp. 1225-1234.
984 Fiamma Lussana

ideologica. Le scuole ideologiche che nascono in Russia prima della rivolu-


zione d’ottobre rispondono a esigenze congiunturali, non hanno finalità stra-
tegiche e raggiungono un numero limitato di allievi. Per queste loro caratte-
ristiche, tali esperienze sfuggono a un inquadramento e ad una precisa classi-
ficazione. Malgrado l’investimento politico di Lenin, che aveva progettato le
prime scuole ideologiche e che vedeva nell’esperienza formativa la base indi-
spensabile per la conquista del potere, prima del ’17 il fenomeno delle scuo-
le è solo parzialmente decifrabile. Negli anni della guerra civile e nel periodo
immediatamente successivo le scuole diventano invece strutture definite, ma
il problema della formazione dei quadri e, piú in generale, le questioni ideo-
logiche restano una materia delicata e riservata, ovvero il partito e l’Ic inve-
stono nelle scuole e nelle università comuniste, ma se ne parla solo in sedi po-
litiche determinate. Come la stampa e la propaganda, le scuole ideologiche
sono un capitolo cruciale per il partito e per l’Ic, ma forse proprio per que-
sto non sono mai un terreno di discussione e di confronto fuori dei congres-
si e delle riunioni di partito. E anche lí la loro trattazione è confinata alle te-
si e risoluzioni congressuali, non è mai oggetto di dibattito. Sui compiti e il
funzionamento delle scuole si accenna nei documenti ufficiali e nelle ricor-
renze legate all’inaugurazione o alla fine dei corsi, ma per ricostruire la loro
storia è ancora troppo poco.
Il motivo principale dello scarso interesse storiografico per le scuole di for-
mazione ideologica sta però nella difficoltà di accesso alle carte dell’Ic e del-
le sue sezioni nazionali. Difficoltà che in passato ha fortemente condizionato
le possibilità di ricerca. La documentazione sulle scuole disponibile negli an-
ni Cinquanta e Sessanta era assai scarsa e continuerà ad esserlo fino agli anni
piú recenti. È noto infatti che l’accesso alle carte del Pcd’I depositate negli
archivi del Comintern è stato fino agli anni Novanta assai limitato e oggi, l’o-
biettivo dell’acquisizione integrale di tali carte, che l’Istituto Gramsci si era
posto fin dall’inizio degli anni Sessanta, continua ad incontrare difficoltà per
l’accesso intermittente agli archivi ex sovietici. La documentazione oggi di-
sponibile dopo la parziale apertura di tali archivi dell’inizio degli anni No-
vanta costituisce tuttavia una massa documentale di enorme ricchezza che è
possibile interrogare in profondità e che, interagendo con le fonti di memo-
ria, consente una ricostruzione attendibile della struttura delle scuole e un’a-
nalisi circostanziata delle loro strategie e dei loro programmi di ricerca48. Ma

48
Il corpus documentario del Partito comunista d’Italia 1921-1943 (Pcd’I), noto come Fon-
do 513, è conservato in copia presso gli Archivi della Fondazione Istituto Gramsci di Ro-
ma. L’obiettivo del recupero delle carte risale all’inizio degli anni Sessanta. L’occasione ven-
ne fornita dalla celebrazione del 40° anniversario della nascita del Pci: nella riunione delle
riviste chiamate a definire i progetti editoriali per l’anniversario, fu avanzata la richiesta di
un’indagine a Mosca per valutare la consistenza delle carte del Pci negli archivi dell’Ic. Il
985 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

il salto di qualità sulla storiografia delle scuole sta nelle nuove scoperte rela-
tive agli «utenti»: l’analisi delle forme e dei contenuti ideologici delle scuole
acquista un significato nuovo con la ricostruzione delle biografie degli allievi.
Chi erano gli apprendisti rivoluzionari? Come e perché arrivano nella terra
dei soviet? Con quali speranze? Che cosa imparano? Qual è il loro destino
negli anni del terrore staliniano e nel partito «nuovo» del dopoguerra? A que-
ste domande oggi è possibile dare delle risposte.
Era stato Lenin a parlare per la prima volta di «rivoluzionari professionali» e
della necessità di formare quella speciale categoria di operai o studenti capa-
ci di pensare e di fare la rivoluzione. Nel Che fare?, che esce nella primavera
del 1902, Lenin affermava che un’azione politica efficace ha bisogno di spe-
cialisti, «esige dei rivoluzionari di professione». Ovvero, bisogna «fare in mo-

primo a recuperare e studiare le carte del Pci fu Togliatti che cominciò a pubblicare nel suo
volume La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924 (Mi-
lano, Feltrinelli, 1960), e negli «Annali» 1960 della Fondazione G. Feltrinelli, alcuni docu-
menti provenienti dall’archivio Angelo Tasca e dall’archivio dell’Ic. Successivamente e per
tutti gli anni Sessanta e Settanta, il direttore del Gramsci Franco Ferri e Luigi Amadesi ef-
fettuarono numerosi viaggi a Mosca al fine di recuperare in microfilm l’archivio del Pci pro-
dotto nella clandestinità. Il lavoro di individuazione e recupero del materiale archivistico è
ripreso, sempre a cura della direzione della Fondazione Gramsci, dal 1989. Nel Fondo 513
è compresa la documentazione propria dell’Internazionale e dei suoi organismi centrali (ver-
bali delle sedute del Segretariato politico, del Segretariato dei paesi latini, del Presidium
ecc.) e documentazione prodotta e ricevuta dal Partito comunista italiano negli anni 1921-
1943. Gli elementi che formano la sigla di identificazione dei documenti conservati nel Fon-
do 513 sono tre: il fondo, l’inventario, il fascicolo. Con il termine inventario (opis) gli ar-
chivisti russi indicano parti di documentazione distinte in base al grado di consultabilità. I
documenti conservati presso la Fondazione Gramsci fanno parte del I, del II e del III in-
ventario. Il I inventario è costituito dai 1085 fascicoli finora recuperati su un totale di 1585
fascicoli che fanno parte dell’inventario russo. Il II inventario consta di 81 fascicoli (83 nel-
l’inventario russo). Il III inventario è composto di 14 fascicoli (15 nell’archivio russo). I te-
sti dei documenti sono scritti in italiano, francese, tedesco e russo. Sulla storia dell’archivio
del Pci depositato presso la Fondazione Gramsci cfr. F. Ferri, L’Archivio del Partito comu-
nista italiano 1921-1943, in «Critica marxista», IV, 1966, n. 4, pp. 201-208; L. Giuva, Il re-
cupero degli Archivi del Partito comunista italiano a Mosca, intervista a Franco Ferri, in Pa-
gine sul Partito comunista italiano, dossier «l’Unità» 21 gennaio 1990, p. 23; Id., Nuovi do-
cumenti all’Archivio dell’Istituto Gramsci di Roma, in «IG Informazioni», II, 1990, n. 3, pp.
75-81; Id., Introduzione alla Guida agli Archivi della Fondazione Istituto Gramsci di Roma,
a cura di L. Giuva, Roma, Editori Riuniti, 1994 (Fondazione Istituto Gramsci, «Annali»,
1992), pp. XXV-XXXVII, e le voci Terza internazionale, Partito comunista d’Italia, ivi, pp.
3-10; Id., L’Archivio del Partito comunista italiano, in Gli Archivi dei partiti politici, atti dei
seminari di Roma, 30 giugno 1994, e di Perugia, 25-26 ottobre 1994, Roma, Ministero per
i Beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, 1996, pp. 70-79; Gram-
sci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, cit.; L. Giuva, Franco Ferri archivista, in
Il «lavoro culturale». Franco Ferri direttore della Biblioteca Feltrinelli e dell’Istituto Gramsci,
a cura di F. Lussana e A. Vittoria, Roma, Carocci, 2000, pp. 195-215.
986 Fiamma Lussana

do che la massa operaia non solo “avanzi” le rivendicazioni concrete, ma “ge-


neri” anche dei rivoluzionari di professione in numero sempre piú grande»49.
Una lotta rivoluzionaria, soprattutto se massiccia e spontanea, ha bisogno di
essere guidata: Lenin insisteva sul fatto che i rivoluzionari di professione so-
no una minoranza, non sono la massa del movimento rivoluzionario. Insiste-
va cioè su un’idea che solo apparentemente poteva sembrare «antidemocrati-
ca»: l’accentramento delle funzioni rivoluzionarie in poche, ma sicure mani
avrebbe avvantaggiato di molto la presa di coscienza di operai e contadini e
la partecipazione della massa all’azione rivoluzionaria. Perché solo un’élite di
buoni organizzatori farà crescere e maturare le idee rivoluzionarie che, senza
l’esperienza e la forza intellettuale degli specialisti della rivoluzione, rischiano
di languire o di arretrare. È dunque necessario educare «pazientemente, osti-
natamente» questa speciale categoria di «professionisti». Ma in Russia, scrive
Lenin, questa convinzione è ancora troppo debole:
È questo il nostro peccato mortale nelle questioni organizzative. Un rivoluzionario fiac-
co, esitante nelle questioni teoriche, con un orizzonte limitato, che giustifichi la pro-
pria inerzia con la spontaneità del movimento di massa, piú rassomigliante a un se-
gretario di trade-union che non a un tribuno del popolo, incapace di presentare un
piano ardito e vasto che costringa al rispetto anche gli avversari, un rivoluzionario ine-
sperto e malaccorto nel proprio mestiere [...] può forse chiamarsi un rivoluzionario?
No. È solo un povero artigiano50.

Nel 1911, a Longjumeau, una località a pochi chilometri a Sud di Parigi, Le-
nin realizza la prima scuola di partito. È un’esperienza breve, ma intensa. Due
esperienze analoghe l’avevano preceduta: le scuole di partito di Capri51 e di
Bologna, le cosiddette Scuole superiori social-democratiche di propaganda e
agitazione per operai, organizzate nell’estate del 1909 la prima, e tra il 1910
e il 1911 la seconda, dal leader dei «bolscevichi di sinistra» Bogdanov, assie-
me a Lunacarskij e Gorkij, tutti appartenenti al gruppo letterario Vpered, di
cui Bogdanov era stato fondatore. Fra i militanti del gruppo sono anche Alek-
sandra Kollontaj e Bucharin. Lenin aveva giudicato eretiche le esperienze di
Capri e di Bologna che si ponevano come obiettivo l’acquisizione di una «cul-
tura proletaria» di tipo speciale: ideologica e culturale prima che politica ov-
vero, basata sul principio morale della solidarietà fraterna piú che sulle allen-
ze tattiche delle battaglie politiche. Base teorica del cosiddetto «Proletkult»52

49
V.I. Lenin, Che fare?, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 126.
50
Ivi, p. 143.
51
Sull’esperienza della Scuola di Capri cfr. V. Strada, L’altra rivoluzione. Gor’kij – Luna-
carskij – Bogdanov. La «Scuola di Capri» e la «Costruzione di Dio». Con scritti di J. Scher-
rer, G. Gloveli, I. Revjakina, Capri, Edizioni La Conchiglia, 1994.
52
Sul «Proletkult» e piú in generale sulle esperienze pedagogiche collegate all’Ic cfr. D. Lin-
denberg, L’Internazionale comunista e la scuola di classe, prefazione di N. Poulantzas, Mi-
987 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

è in particolare il rifiuto di qualunque lavoro legale, soprattutto di quello par-


lamentare e l’idea che l’autonomia operaia, concetto cardine del bolscevismo,
va affermata e difesa non solo nella lotta economica e politica del proletaria-
to, ma anche nella lotta culturale. Lenin aveva esplicitato la sua critica al re-
visionismo filosofico neokantiano di Bogdanov e Lunacarskij in Materialismo
ed empiriocriticismo53. Nell’autunno del 1909, l’attacco di Lenin all’«ideali-
smo» matura sul terreno piú propriamente politico: dopo la sua dura requi-
sitoria, Bogdanov era stato escluso dal centro bolscevico. E due anni dopo
sarà estromesso dal Partito operaio socialdemocratico russo bolscevico.
A Parigi Lenin aveva organizzato delle conferenze per sei dei dodici allievi
della Scuola di Capri, espulsi per le loro simpatie leniniane54. Fra questi era
Vilonov, l’operaio russo che nella Scuola di Capri aveva avuto l’importante
compito di reclutare gli allievi e che morirà di tubercolosi a Davos pochi me-
si dopo il suo arrivo in Francia. Nel dicembre del 1910, terminati i corsi, an-
che gli altri allievi della Scuola di Capri erano giunti a Parigi. Lenin parla lo-
ro della situazione politica attuale e dei compiti del proletariato. E intanto si
convince che è giunto il momento di formare il partito della rivoluzione e non
solo una sua frazione. Si convince che è tempo di creare una scuola di qua-
dri, ovvero di autentici propagandisti della rivoluzione, aperta a tutti, ai bol-
scevichi, ma anche ai menscevichi e ai dissidenti55.

lano, Feltrinelli, 1978 (ed. orig. Paris, François Maspero, 1972), soprattutto le pp. 239 sgg.,
e 254 sgg.
53
La prima edizione di Materialismo ed empiriocriticismo. Note critiche su una filosofia rea-
zionaria esce a Mosca nel 1909. Nello stesso anno, a Pietroburgo, erano usciti i Saggi di fi-
losofia marxistica, che raccoglievano articoli di Bazarov, Bogdanov, Lunacarskij, Bermann,
Hellfond, Iusckevitc, Suvorov. Alcuni degli autori dei Saggi avevano pubblicato subito do-
po altri studi sullo stesso tema.
54
«Les élèves de l’école de Capri – scrive la moglie di Lenin nelle sue memorie – invitèrent
en automne Ilitch à venir leur faire des cours. Ilitch refusa catégoriquement; dans sa répon-
se, il leur expliqua le caractère dissident de l’école et leur proposa de venir à Paris. Une lut-
te intestine s’engagea à l’école. Au début de novembre, cinq élèves de l’école de Capri (il y
en avait douze en tout), parmi lesquels se trouvait Vilonov, organisateur de l’école, se dé-
clarèrent ouvertement partisans de Lénine et furent exclus de l’école. Cet fait démontrait ex-
plicitement combien avait raison Ilitch lorsqu’il alléguait le caractère dissident de l’école de
Capri» (N. Kroupskaïa [compagne de Vladimir Ilitch Lénine], Ma vie avec Lénine 1893-
1917, Paris, Payot, 1933, pp. 137-138). Su questo punto cfr. anche J. Fréville, Une grande fi-
gure de la Révoluion russe Inessa Armand, Paris, Editions sociales, 1957, pp. 69-70.
55
«Vladimir Ilitch – scrive la Krupskaja – ne doutait pas qu’à l’intérieur du Parti les bol-
chéviks n’obtinssent la majorité et que le Parti ne s’orientât, en fin de compte, vers la voie
tracée par les bolchéviks, mais il fallait qu’il en fût ainsi pour le Parti tout entier, et non
seulement sa fraction. Telles étaient les visées qu’Ilitch poursuivait en 1911, lorsque nous
organisâmes aux environs de Paris une école du Parti dont l’accès était ouvert aux parti-
sans du “Vpériod” ainsi qu’aux menchéviks, membres du Parti» (Kroupskaïa, Ma vie avec
Lénine, cit., p. 142).
988 Fiamma Lussana

L’idea di impiantare la scuola a Longjumeau nasce durante un’escursione in


bicicletta: Lenin rimane colpito da quel piccolo borgo di basse casette di pie-
tra, allineate ai due lati della strada principale, la Grande Rue. Nel borgo, cir-
condato di campi, c’è una fabbrica per la lavorazione di pellami che dà lavo-
ro alla gente locale, composta da operai e contadini. Al numero 17 della Gran-
de Rue, Lenin affitta un locale che diventerà una scuola in piena regola con
regolari corsi tenuti, per circa cinque mesi, dalla primavera all’autunno del
1911, da regolari docenti. Obiettivo della scuola è formare politicamente gio-
vani militanti russi, inviati lí dalle organizzazioni del partito bolscevico. Gli
allievi ammessi a frequentare i corsi sono tutti operai. Fra i primi ad arrivare
sono due operai metallurgici di San Pietroburgo e l’operaia Vera Vassilieva.
In attesa che arrivino gli altri, il primo gruppo di allievi si sistema a Fontenay-
aux-Roses, dove comincia a fare letture propedeutiche. Da Mosca arrivano un
operaio tessile e l’operaio conciatore Prissiaguine, che era stato direttore di
un giornale clandestino e che sarà ucciso durante la guerra civile. Ci sono poi
Schwartz, segretario della federazione dei minatori, Ordzonikidze, futuro
membro del Comitato centrale del partito, e altri militanti, alcuni dei quali
avevano preso parte alla rivoluzione del 1905. Proukhniak e Mantzev sono gli
allievi polacchi.
Lenin si sistema con la moglie in due stanze ammobiliate presso un operaio
conciatore che abita sulla Grande Rue. Inessa Armand, che Lenin ha cono-
sciuto a Parigi due anni prima56, affitta invece una casa, situata all’ingresso del
borgo, dove ospita alcuni degli allievi e dove, al piano terra, viene allestita la
mensa della scuola. Le lezioni cominciano alle otto di mattina. I docenti so-
no lo stesso Lenin, che farà trenta lezioni di economia politica, dieci sui pro-
blemi agrari, cinque sulla teoria e la pratica del socialismo; Zinovev e Kame-
nev, che tengono un corso sulla storia del partito bolscevico; Rjazanov, che
espone la storia del movimento operaio nell’Europa occidentale; Charles Rap-
poport, che tiene un corso di storia del movimento operaio francese; Luna-
carskij, che insegna letteratura; Steklov e Finn-Enoutaevskij si occupano di di-
ritto costituzionale; Stanislas Volskij che parla di tecnica del giornalismo e in-
fine Inessa Armand che assiste Lenin nelle lezioni di economia57.
Dopo la rivoluzione d’ottobre, alla vigilia della guerra civile, era riemerso il
problema della formazione degli «specialisti» rivoluzionari. Ci si era resi con-

56
«Nadja e Inessa – scrive Service – non si consideravano rivali: verso la fine del 1911 la-
vorarono insieme alla scuola di partito di Longjumeau, una località a una ventina di chilo-
metri a Sud di Parigi dove gli Ul’janov avevano affittato un appartamento al 140 della Gran-
de Rue» (R. Service, Lenin. L’uomo, il leader, il mito, Milano, Mondadori, 2001 [ed. orig.
London, Macmillan, 2000], p. 185).
57
Sugli allievi e i docenti della Scuola di Longjumeau cfr. Kroupskaïa, Ma vie avec Lénine,
cit., pp. 157 sgg., e Fréville, Une grande figure de la Révolution russe Inessa Armand, cit.,
pp. 71-72.
989 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

to che la Russia dei soviet era vulnerabile perché non disponeva di un’adeguata
organizzazione militare e a tale grave problema bisognava porre urgentemen-
te riparo. Nel febbraio del ’18 era stata istituita l’Armata rossa il cui comando
era stato assunto da Trockij, nominato commissario del popolo alla guerra.
Nell’emergenza della guerra, molti operai e contadini, reclutati sul campo, si
erano improvvisati soldati, ma era mancato il tempo di formare militari di pro-
fessione. E durante la guerra civile «specialisti» rivoluzionari e soldati di pro-
fessione erano la stessa cosa. Per far fronte alle necessità della guerra e all’ur-
genza di formare soldati preparati, l’Armata rossa aveva mobilitato trentamila
vecchi ufficiali zaristi, controllati e sorvegliati dai commissari politici, che ave-
vano anche l’importante funzione di mantenere alto il morale dei soldati. Al
culmine della guerra civile erano stati arruolati milioni di uomini, ma malgra-
do tale dispiegamento di forze, accerchiata e minacciata dagli eserciti «bian-
chi» e dalle truppe inglesi, francesi, americane e serbe, l’Armata rossa aveva
sfiorato la sconfitta. La guerra civile, conclusasi nel novembre del 1920 con la
vittoria bolscevica, era costata centinaia di migliaia di morti e aveva dimostra-
to sul campo che i costi di qualunque guerra sono altissimi e che per salvare
la rivoluzione non basta la forza numerica di un esercito imponente. Bisogna-
va formare uno Stato maggiore di professionisti della rivoluzione in grado di
motivare e dirigere le truppe. Commissari politici e soldati dell’Armata rossa
si erano trovati nella necessità di difendere dogmi e principi che avevano im-
parato a conoscere solo sul campo. Avevano fatto la rivoluzione senza sapere
cosa fosse. I fatti avevano dimostrato che per fare la rivoluzione e per com-
battere in sua difesa sono necessari lo spirito e la disciplina di partito, ma per
difendere e conservare il potere bisogna sapere perché si fa la rivoluzione, qua-
li idee la sorreggono. Lenin era convinto che è piú facile conquistare il potere
che mantenerlo e il potere si mantiene se si impara l’ideologia che gli sta die-
tro. Dunque la rivoluzione sarebbe stata davvero una conquista solo contando
su un esercito armato di professionisti avrebbero avuto il doppio ruolo di ideo-
logi della rivoluzione e di suoi soldati di ferro. La strategia del potere aveva bi-
sogno di entrambi. Dopo la guerra civile le scuole per quadri assumono dun-
que una missione strategica: formare quadri esperti di teoria rivoluzionaria e
anche di pratica militare. Nei programmi delle scuole, come si vedrà, acqui-
stano grande importanza le tecniche militari e il lavoro pratico. I rivoluziona-
ri professionali che usciranno dalle scuole saranno intellettuali «organici» al
potere dei soviet, ma anche la milizia in armi della classe operaia.
Se si esclude la fase sperimentale delle scuole ideologiche che va dal primo
decennio del Novecento alla primavera del ’19, la storia delle scuole si può
articolare in due fasi: la prima è quella che segue la nascita dell’Ic58, fondata

58
Sulla storia dell’Ic oltre a La Terza Internazionale. Storia documentaria, di Aldo Agosti
(Roma, Editori Riuniti, 1974-1979, 3 voll.), si vedano M. Hájek, Storia dell’Internazionale
990 Fiamma Lussana

da Lenin e dai bolscevichi nel marzo del 1919, e che è scandita al suo inter-
no dalla guerra civile, il comunismo di guerra e la Nep; la seconda è quella
che inizia col processo di bolscevizzazione avviato, nell’estate del ’24, dal V
Congresso dell’Ic. Ciascuna di queste due fasi è legata al fiorire di iniziative
di formazione ideologica con chiare finalità strategiche, che si propongono
l’addestramento di rivoluzionari professionali. È vero in generale che l’edu-
cazione politica e i metodi di indottrinamento cominciano a diventare aspet-
ti centrali della propaganda statale nel corso degli anni Venti. Anzi, le basi del
sistema ideologico e della propaganda statale si costruiscono durante la guer-
ra civile e il periodo della Nep attraverso la costruzione di un apparato stata-
le che cura in modo specifico il funzionamento di una rete diversificata di
scuole e università comuniste per la formazione dei quadri. Questo program-
ma strategico è destinato a svilupparsi e perfezionarsi negli anni Trenta quan-
do, in pieno regime staliniano, cambieranno soprattutto i temi e i toni del-
l’indottrinamento, ma le strutture di base del sistema politico-ideologico non
subiranno sostanziali cambiamenti59.
Nel 1918 viene istituita l’Accademia socialista, che piú tardi diventa comuni-
sta, e che rappresenta il centro di formazione di rango piú elevato, paragona-
to con fierezza da Riazanov, durante i lavori del X Congresso del Pcr, alle
maggiori istituzioni formative borghesi60. Fin dall’inizio, l’Accademia si dota
di un’importante biblioteca specializzata in storia del marxismo e, su indica-
zione del X Congresso, comincerà ad organizzare, a partire dal 1921 e per tut-
ti gli anni Venti, corsi di formazione per gli attivisti del partito. Il numero de-
gli allievi ammessi ai corsi passa gradualmente da cinquanta a duecento. Nel-
l’ambito dell’Accademia, Riazanov farà nascere, sempre nel ’21, l’Istituto
Marx-Engels, destinato a diventare negli anni a venire l’istituzione piú accre-
ditata per l’edizione scientifica delle opere di Marx e Engels.
Il primo pronunciamento ufficiale per la creazione di scuole superiori di for-
mazione ideologica e militare risale al marzo 1919, durante i lavori dell’VIII

comunista (1921-1935). La politica del fronte unico, prefazione di E. Ragionieri, Roma, Edi-
tori Riuniti, 1969; K. Mc Dermott, J. Agnew, The Comintern. A History of International
Communism from Lenin to Stalin, London, Palgrave Macmillan, 1996.
59
«It was during the Civil War and during the years of the Nep – scive Kenez – that the in-
struments of power was created, and it was at this time that the manipulative Bolshevik men-
tality, characterized by condescention toward the Russian people and contempt for their way
of life, first exhibited itself. The 1930s brought relatively few changes in the organizational
methods or in the underlying principles of indoctrination» (P. Kenez, The birth of the propa-
ganda state. Soviet methods of mass mobilization 1917-1929, Cambridge, Cambridge Univer-
sity Press, 1985, pp. 256-257). Sugli stessi temi si veda anche S. Fitzpatrick, Education and So-
cial Mobility in The Soviet Union, 1921-1934, Cambridge, Cambridge University Press, 1979.
60
Sull’Accademia socialista e sull’intervento di Riazanov cfr. Kenez, The birth of the propa-
ganda state, cit., p. 129.
991 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo che, da ora in poi, si


chiamerà Partito comunista russo. Subito dopo, con un provvedimento ispi-
rato alla risoluzione del congresso nascerà l’Istituto militare Tolmacëv di Pie-
trogrado, che avrà il compito di addestrare commissari politici per l’Armata
rossa. Ma delle scuole militari e delle scuole ideologiche del Comintern ci oc-
cuperemo piú avanti, soffermandoci ora sulle esperienze formative che svol-
gono un’attività rilevante soprattutto nel periodo compreso fra la nascita del-
l’Ic e il suo V Congresso. Parallelamente al Tolmacëv è istituita a Mosca l’U-
niversità comunista Sverdlov61, collegata al Comitato centrale del partito e il
cui docente piú illustre sarà lo stesso Lenin. La «Sverdlov» prende il nome da
Jakov Mihajlovic Sverdlov62, stretto collaboratore di Lenin scomparso alla vi-
gilia dell’VIII Congresso e che dal ’17 era stato segretario del Comitato cen-
trale del partito e presidente dell’Esecutivo dei Soviet. Nel giugno 1918, al-
l’inizio della guerra civile, la sezione Agit-prop aveva organizzato i primi cor-
si brevi, della durata di sei settimane, per formare i dirigenti del partito bol-
scevico che stava diventando un partito di massa. La missione dell’Università
comunista Sverdlov sarà organizzare i corsi dell’Agit-prop per la formazione
di quadri dirigenti. Ma è soprattutto nell’agosto del 1920, per iniziativa del-
l’Orgbjuro, che il Comitato centrale del Pcr ridefinisce e perfeziona la strut-
tura della sezione Agitazione e propaganda cui spetta il compito di coordina-
re tutto il lavoro della propaganda ideologica e che viene divisa in cinque sot-
tosezioni, che operano ciascuna con un preciso obiettivo. La prima, la piú im-
portante, è quella adibita all’agitazione e ha il compito di dirigere le campa-
gne di propaganda in occasione di eventi e ricorrenze particolarmente signi-
ficative, come i congressi dell’Ic, gli anniversari della rivoluzione d’ottobre e
della rivoluzione francese, le campagne di sostegno ai contadini durante la se-
mina o quelle per esaltare le imprese dell’Armata rossa. La seconda si occu-
pa dell’educazione politica e ha il compito di redigere i programmi per le scuo-
le di partito. La terza cura le pubblicazioni ufficiali del Comitato centrale del
Pcr mentre la quarta e la quinta si occupano rispettivamente di diffondere i
materiali di propaganda nelle diverse province e di coordinare il lavoro delle
sezioni di partito sulle minoranze nazionali63.

61
Cenni sui compiti dell’Università Sverdlov sono in Contributions à l’histoire du Comin-
tern, cit., p. 235.
62
Una scheda biografica di J.M. Sverdlov è in P. Broué, Storia del partito comunista del-
l’Urss, Milano, SugarCo, 1966, p. 716. Si veda inoltre l’articolo commemorativo di Sverd-
lov, pubblicato da Stalin sulla «Proletarskaija Revoliucia» del novembre 1924: «organizza-
tore fino al midollo delle ossa, organizzatore per natura, per abitudine, per educazione ri-
voluzionaria, per istinto, organizzatore per tutta la sua fervida attività: questa è la figura di
I. M. Sverdlov» (Stalin, Opere complete, VI, 1924, Roma, Edizioni Rinascita, 1952, p. 334).
63
Sulla sezione Agitazione e propaganda si veda Kenez, The birth of the propaganda state,
cit., p. 123.
992 Fiamma Lussana

Nel rapporto pronunciato nella primavera del ’23, all’apertura del XII Con-
gresso del partito, Stalin fa il punto sulle scuole politiche o di partito: gli al-
lievi di queste fondamentali strutture che forgiano quadri dirigenti per i soviet
e per il partito sarebbero stati circa ventiduemila nel ’22 e sarebbero ora «non
meno di trentatremila, se si calcolano anche le scuole cittadine di politica ele-
mentare, finanziate dalla Direzione dell’istruzione pubblica»64. Gli allievi del-
le università comuniste avrebbero invece subito solo un lieve incremento pas-
sando da circa seimila a seimilaquattrocento allievi. Senza una teoria chiara e
giusta, aveva detto Lenin, non vi può essere una pratica giusta: concludendo,
nel giugno del ’24, il XIII Congresso del partito, Stalin riprende questa affer-
mazione puntando il dito sul basso livello teorico dei membri del partito. Do-
po la morte di Lenin, lo studio del leninismo diventa indispensabile per rie-
ducare le vecchie generazioni e per formare nuovi quadri dirigenti65.
A conclusione del secondo corso fondamentale e del secondo corso sindaca-
le dell’Università Sverdlov, è ancora Stalin a sottolineare le grandi aspettative
che il partito e lo Stato sovietico ripongono nei programmi di lavoro di que-
sta importante istituzione e a fornire i dati numerici dei suoi allievi:
l’Università Sverdlov è uno degli strumenti piú poderosi per la formazione del corpo
di comando del partito, destinato a dirigere le masse. Negli anni della sua esistenza
l’Università Sverdlov è già riuscita a dare al partito intere schiere di elementi attivi che
agiscono su tutti i fronti dell’edificazione socialista. Ora dall’Università passa nuova-
mente al lavoro di partito una schiera di 214 studenti, in maggioranza operai66.

Ma per edificare il socialismo il «corpo di comando» uscito dalla Sverdlov do-


vrà tener conto che il proletariato e i contadini, le due classi principali del
paese dei soviet, sono cambiate: la classe operaia, avverte Stalin, è diventata
«matura» dal punto di vista politico e culturale e i contadini, non piú oppressi
dai kulak, i padroni delle campagne, o dalle requisizioni delle eccedenze pro-
duttive, sono una classe nuova. Compito dei quadri del partito e dei suoi mi-
litanti è costruire e cementare il blocco degli operai e dei contadini67.
In realtà il peggio deve ancora arrivare: Stalin parla di una società nuova, fi-
nalmente pacificata, sulla quale potrà dispiegarsi ormai senza intoppi il la-

64
Stalin, Rapporto organizzativo del CC del PCR (b), 17 aprile, in Opere complete, V, 1921-
1923, Roma, Edizioni Rinascita, 1952, p. 244. Statistiche sugli allievi delle scuole di parti-
to all’inizio degli anni Venti e sui programmi di studio sono in Kenez, The birth of the pro-
paganda state, cit., pp. 130 sgg.
65
Stalin, Sul bilancio del XIII Congresso del PCR (b) (17 giugno 1924), in Opere complete,
VI, cit., p. 313, e passim.
66
Stalin, All’Università Sverdlov. In occasione della chiusura del secondo corso fondamentale
e del secondo corso sindacale, in Opere complete, VII, 1925, Roma, Edizioni Rinascita, 1953,
p. 241. Il testo di Stalin è pubblicato dalla «Pravda», n. 132, 13 giugno 1925.
67
Cfr. Stalin, Opere complete, VII, cit., p. 243.
993 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

voro di educazione ideologica. Ma, prima ancora che inizi la vera guerra con-
tro i kulak che, in capo a tre anni, si abbatterà come una scure sulle campa-
gne, imponendo violentemente la collettivizzazione forzata e domando an-
che con mezzi estremi i contadini ribelli, il V Congresso dell’Ic avvia la bol-
scevizzazione ovvero «il trionfo ideologico definitivo del marxismo e del le-
ninismo»68. Il problema ideologico diventa centrale: Lenin è morto, la sua
eredità politica e intellettuale deve essere la base di partenza per formare una
nuova leva di specialisti della rivoluzione. «Solo il leninismo può rimpiazza-
re Lenin»69.
Formare quadri avvertiti, che sappiano trasformare i principi rivoluzionari
contenuti nelle opere di Marx e di Lenin in pratica politica, diventa ora un
obiettivo strategico. La conoscenza teorica diventa un’arma formidabile con-
tro i rischi di deviazione ideologica di destra o di sinistra. Solo studiando a
fondo le teorie della rivoluzione si diventa forti abbastanza per superare e per
combattere qualunque forma di estremismo o di «malattia» opportunistica.
Le scuole ideologiche dovranno essere palestre di teoria e di azione. Al difet-
to di ideologia, su cui attecchiscono le storture deviazionistiche, le scuole ri-
spondono con piú ideologia ovvero con la bolscevizzazione.
Le risoluzioni del V Congresso dell’Ic denunciano due tipi di ostacoli che si
frappongono ad una efficace propaganda ideologica: la scarsa produzione di
letteratura specifica, di manuali e opuscoli divulgativi, di edizioni critiche di
testi classici, e la mancanza di collegamento, di momenti di confronto e di ri-
flessione fra gli studiosi delle opere di Marx e di Lenin. Mancano inoltre stru-
menti analitici e di propaganda, dispense, bollettini, riviste. Per quadri e mi-
litanti sono disponibili due riviste ufficiali, create, la prima fin dal ’19, all’in-
domani della nascita dell’Ic, e la seconda dopo il III Congresso. «L’Interna-
tionale communiste», organo del Comitato esecutivo dell’Ic, avrebbe dovuto
rispondere alla doppia funzione di elaborazione teorica ad uso di quadri e
funzionari e di agitazione e propaganda per i militanti70. Dal ’21 la «Corre-

68
Ve Congrès communiste mondial. Résolutions, VII, Sur la Propagande dans l’I.C. et ses Sec-
tions, Paris, Librairie de l’Humanité, 1924, p. 47. Aldo Agosti ha raccolto le Tesi del V
Congresso, disponibili però in una versione parziale, nel suo La Terza Internazionale. Sto-
ria documentaria, II, 1924-1928, Roma Editori Riuniti, 1976, pp. 180 sgg. Citeremo via via
dalla versione integrale francese.
69
«Seul le léninisme – si legge nel VII capitolo delle risoluzioni del V Congresso dell’Ic –
[...] peut remplacer Lénine» (Ve Congrès communiste mondial. Résolutions, VII, cit., p. 48).
70
Il primo numero de «L’Internationale communiste» era uscito il 1° maggio del 1919. La
rivista, diretta da Zinovev e Radek, si preoccupa fin dall’inizio di pubblicare analisi sulle si-
tuazioni internazionali delle diverse sezioni nazionali e i documenti ufficiali dell’Ic. Dal 1920
sarà potenziato il servizio di traduzione e la rivista comincerà ad apparire in russo, tedesco,
inglese e francese. Sugli organi a stampa dell’Ic si veda S. Wolikow, Internazionalisti e in-
ternazionalismi comunisti, in Il secolo dei comunismi, a cura di M. Dreyfus, B. Groppo, C.
994 Fiamma Lussana

spondance internationale», che uscirà con periodicità quindicinale fino al


’3971, avrà il compito principale di pubblicare in tedesco, inglese e francese
tutte le informazioni e i documenti ufficiali dell’Ic per garantire una diffusio-
ne larga delle sue direttive a tutte le sezioni nazionali e far progredire la cre-
scita ideologica. Organo di analisi la prima e agenzia di informazione e di pro-
paganda la seconda, le due riviste dell’Ic avranno un ruolo importante nel nu-
trire la fame di ideologia delle diverse sezioni nazionali e soprattutto nel crea-
re le basi di un complesso sistema ideologico che doveva essere al tempo stes-
so organico e omogeneo.
Come si costruisce l’ideologia comunista? Le risoluzioni del V Congresso fis-
sano con estrema precisione gli obiettivi immediati. Le riviste dell’Ic avranno
il compito di definire e diffondere le questioni teoriche e le indicazioni poli-
tiche. Bisogna poi creare una sezione di agitazione e propaganda che dispon-
ga di quadri scelti e qualificati, che controlli l’operato dei diversi partiti e fun-
zioni come centro di raccordo fra le diverse sezioni nazionali per elaborare un
programma comune e dare la linea e le parole chiave a tutti. È inoltre neces-
sario potenziare gli strumenti a stampa, producendo e diffondendo materiali
informativi sull’attualità politica, ma anche testi di conoscenza teorica e di ap-
profondimento e manuali di divulgazione popolare dei principi rivoluzionari
fondamentali. Ma le risoluzioni presentano soprattutto la nuova strategia del-
l’Ic in materia di educazione politica: propongono l’istituzione a Mosca di cor-
si di formazione teorici e pratici, rivolti agli allievi delle diverse sezioni del-
l’Ic. Il programma prevede:
l’appel a Moscou, pour une assez longue durée, d’un certain nombre de militants al-
lemands, anglais, américains, tchéco-slovaques, italiens, français, et si possible orien-
taux pour les former à l’étude de la théorie et de la pratique marxiste-léniniste. Il faut
choisir des camarades capables, moyennant une direction générale, de poursuivre en-
suite personnellement leur éducation marxiste-léniniste et de fournir un travail scien-
tifique (autant que possible ouvriers). Le but doit être de leur inculquer une éduca-
tion marxiste-léniniste approfondie et de leur préparer à un travail personnel de di-
rection politique fondé sur la théorie72.

È la prima volta che le questioni ideologiche vengono trattate in modo siste-


matico: l’educazione politica diventa un obbligo. Il nuovo sistema d’istruzio-
ne risponderà a diverse esigenze: verranno attivati corsi brevi o accelerati, del-

Ingerflom, R. Lew, C. Pennetier, B. Pudal, S. Wolikow, Milano, Marco Tropea editore,


2001 [ed. orig. Paris, Editions de l’Atelier, 2000], pp. 353-354).
71
Dopo il primo periodo di irregolarità nell’uscita, la rivista apparirà come settimanale, poi
quindicinale, nelle edizioni francese e tedesca e come bimestrale nell’edizione inglese. Co-
me per «L’Internationale communiste», la sede redazionale è a Berlino, ma si sposterà in
Svizzera e in Francia dopo l’ascesa al potere di Hitler.
72
Ve Congrès communiste mondial. Résolutions, VII, cit., p. 50.
995 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

la durata di pochi giorni, per i militanti che devono acquisire conoscenze ele-
mentari o collegate alla situazione politica attuale; e veri e propri corsi di per-
fezionamento consacrati all’approfondimento teorico e pratico dei problemi
ideologici. La struttura di base di questo sistema educativo saranno le scuole
ideologiche, pensate come rete capillare e diversificata, adatta a rispondere ef-
ficacemente a tutte le esigenze formative.
Una scuola centrale riunirà per un periodo di tempo piú o meno lungo grup-
pi di militanti già in possesso di conoscenze di base. Scopo della scuola è si-
stematizzare, estendere e approfondire il livello di educazione politica e so-
prattutto formare «un nouveau cadre de propagandistes»73. I militanti che fre-
quenteranno i corsi di formazione elementare, articolati in scuole serali, scuo-
le della domenica ecc., saranno dirigenti di base capaci di inculcare l’abc del
comunismo e le parole chiave della propaganda e attivisti politici, specializ-
zati nella diffusione del verbo comunista. Altre forme intermedie di educa-
zione politica, come le scuole territoriali, saranno create con modalità diver-
se dalle diverse sezioni nazionali dell’Ic per formare funzionari locali. Com-
pito principale di tutte le istanze formative (università operaie, università po-
polari, scuole dei consigli di fabbrica, laboratori sindacali) è combattere le de-
viazioni ideologiche. Insomma da tutte le scuole di ogni ordine e grado si de-
ve uscire veri bolscevichi, ovvero attivisti, militanti, propagandisti, che abbia-
no digerito a sufficienza il catechismo comunista e siano in grado di cate-
chizzare a loro volta.
La campagna di bolscevizzazione, che dovrà dispiegarsi, almeno per le piú im-
portanti sezioni nazionali, nel corso del 192574, prevede naturalmente pro-
grammi di indottrinamento immediati, che possono cioè essere attivati facen-
do ricorso a limitate risorse materiali. Si tratta del cosiddetto studio a domici-
lio, basato su gruppi di autodidatti. La sezione centrale di stampa e propa-
ganda dovrà creare una «commissione per l’incoraggiamento degli autodidat-
ti del marxismo» che, per corrispondenza o attraverso materiali a stampa, for-
nirà strumenti didattici di base alla rete dei circoli marxisti-leninisti, animati
dai compagni piú dotati dal punto di vista politico o pedagogico e a cui è de-
mandata territorialmente la formazione «a domicilio».
Il programma di bolscevizzazione fissa inoltre le discipline e i metodi della
formazione ideologica. Bisogna evitare la creazione di teorici del marxismo-
leninismo sganciati dall’attività politica:
l’éducation communiste doit être rattachée à l’actualité politique, aux problèmes de
tactique et d’organisation de l’Internationale Communiste et des Partis. Le program-

73
Ivi, p. 52.
74
«Chaque Parti Communiste inscrira à l’ordre du jour de son prochaîn Congrès national
l’organisation de la propagande marxiste-léniniste et des institutions destinées à l’assurer»
(ivi, p. 54).
996 Fiamma Lussana

me et la méthode du travail de propagande doivent être basés sur ce principe. Ils doi-
vent être orientés sur les objectifs pratiques du Parti [...] Il faut éviter toute sépara-
tion mécanique, toute conception définissant le marxisme comme la théorie et le lé-
ninisme comme la pratique [...] il est impossible de séparer le léninisme du marxisme.
Le marxisme, de son côté, à l’epoque de l’impérialisme et de la révolution proléta-
rienne, ne peut être propagé avec succès que sous la forme du léninisme75.

A ciascun livello di istruzione dovranno essere impartiti i principi generali del


materialismo dialettico, base teorica di qualunque azione politica. Le materie
d’insegnamento saranno: economia, storia del movimento operaio nei princi-
pali paesi e in particolare nel proprio, storia del partito, problemi di tattica e
teoria militare e della guerra civile e infine questione agraria e storia del mo-
vimento contadino e storia della questione nazionale e coloniale, soprattutto
nelle sezioni dell’Ic in cui tali questioni sono attuali. Ma imparare a diventa-
re rivoluzionari di professione non basta: le risoluzioni del V Congresso insi-
stono sulla necessità di incentivare nuove ricerche teoriche sul materialismo
dialettico, di pubblicare apposite riviste e collane di classici del marxismo e
del leninismo e auspicano infine la creazione di nuovi centri di ricerca.

3. Le scuole militari. Nate con finalità e programmi specifici che contempla-


no lo studio di tecniche e strategie militari e, in second’ordine, materie di na-
tura politico-ideologica, le scuole militari sono principalmente due, l’Interna-
cionalnaja Wkola e il Voennyi Politiceskij Institut Tolmacëv, e sono entrambe
dislocate a Pietrogrado.
L’Internacionalnaja Wkola sorge nell’isola di Vassilievskij, nei locali di una vec-
chia caserma zarista. È l’istituto militare che forma i sottufficiali dell’Armata
rossa. Gli studenti russi, estoni, lettoni, lituani, coreani, finlandesi e italiani,
ammessi a frequentare i corsi sono alloggiati in grandi cameroni. Conducono
una vita spartana in cui c’è spazio solo per lo studio e il lavoro, che consiste
nel montare la guardia, scaricare dai barconi che solcano la Neva la legna che
servirà per il riscaldamento invernale, spalare la neve lungo la ferrovia. A cia-
scun allievo viene versato uno stipendio mensile di un rublo e cinque cope-
chi. Il vitto è scarso e di cattiva qualità. Secondo D’Onofrio, allievo, come si
è visto, di entrambe le scuole, il gruppo italiano inviato a Pietrogrado nel ’23
si compone di circa quaranta allievi76. I corsi si occupano poco della storia del
movimento operaio e tantomeno della storia del Partito comunista italiano. È
per questo che l’esperienza della Scuola di Pietrogrado non centra l’obiettivo
di formare specialisti della rivoluzione e da questo punto di vista sarà consi-

75
Ibidem.
76
Cfr. la lettera di E. D’Onofrio a P. Togliatti, 2 dicembre 1960, cit. Nella lettera, D’Ono-
frio fornisce anche altre informazioni sulla vita degli allievi italiani e fa un bilancio dell’e-
sperienza del gruppo italiano nelle due scuole.
997 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

derata un fallimento. Dei programmi dei corsi gli studenti italiani si lamenta-
no con Terracini, rappresentante del partito italiano presso l’Esecutivo del
Comintern. Ma, come racconta Fidia Sassano, del trasferimento degli italiani
dall’Internacionalnaja Wkola all’Istituto politico-militare Tolmacëv sembra si
occupi Trockij in persona, che all’inizio del ’24, anche se ancora per poco, è
commissario del popolo alla guerra e da lui dipendono entrambi gli istituti di
formazione politico-militare77. Con la progressiva emarginazione e poi liqui-
dazione di Trockij, la direzione dell’organizzazione militare sovietica passa
nelle mani di Michail Vasil’evic Frunze, nominato, dall’aprile del ’24, capo di
Stato maggiore dell’Armata rossa e, prima di cadere lui stesso vittima di Sta-
lin78, promotore di un vasto piano di riforme per riorganizzare e modernizza-
re la struttura militare sovietica79. Oltre a gettare discredito sull’operato di
Trockij, che è una finalità implicita e nemmeno troppo mascherata, l’intento
principale della riforma militare di Frunze è fare dello Stato maggiore il nu-
cleo centrale dell’intera organizzazione militare sovietica. Insomma l’esercito
rosso deve diventare un esercito potente e moderno, capace all’occorrenza di
fronteggiare una guerra di vaste proporzioni e in grado di competere con i di-
spiegamenti militari di Francia, Giappone e Stati Uniti80.
Compito dell’Istituto Tolmacëv81, che diventa Accademia nel corso del ’25, è

77
Sull’interessamento di Trockij al trasferimento degli allievi italiani cfr. F. Sassano, «L’U-
nità» sotto la guida di Gramsci: il quotidiano del Pci dalla fondazione alle leggi speciali, in «Il
Mulino», XXIII, 1974, n. 235, p. 801; Id., Prefazione a Sozzi, Lettere dalla Russia, cit., pp.
10-11, e Comunisti italiani a Leningrado negli anni Venti, cit., p. 11.
78
L’ascesa al potere e il declino di Frunze si consumano in meno di un anno: promotore,
nel 1924-25, delle riforme militari, nel gennaio del ’25 è nominato commissario del popo-
lo alla guerra; ammalatosi gravemente nella primavera del ’25, morirà in ottobre, vittima,
sembra, di un «assassinio medico» organizzato da Stalin (cfr. J. Erickson, Storia dello Sta-
to Maggiore sovietico, Milano, Feltrinelli, 1963 [ed. orig. London, Macmillan, 1961], p. 775).
«Quest’anno è stato per noi un anno maledetto – dirà Stalin ai funerali di Frunze – esso ci
ha strappato molti compagni dirigenti [...] speriamo che il partito e la classe operaia fa-
ranno tutto ciò che è in loro potere per facilitare la formazione dei nuovi quadri, che de-
vono dare il cambio ai vecchi» (Stalin, Discorso ai funerali di M.V. Frunze, 3 novembre 1925,
in Opere complete, VII, cit., pp. 284-285. Il testo del discorso è pubblicato dalla «Pravda»,
n. 253, 5 novembre 1925).
79
Già dall’inizio di febbraio del ’24, Frunze è incaricato di presiedere una commissione spe-
ciale che dovrà proporre un piano di modernizzazione per cinque specifici settori dell’Ar-
mata rossa, cui corrispondono specifiche funzioni: l’organizzazione, i rifornimenti, il lavo-
ro politico, i rapporti sui quadri di comando e le condizioni di servizio. Su questi aspetti e
piú in generale sulla riforma militare compiuta da Frunze cfr. Erickson, Storia dello Stato
Maggiore sovietico, cit., pp. 182 sgg.
80
Cfr. Erickson, Storia dello Stato Maggiore sovietico, cit., p. 185.
81
Sulla creazione dell’Istituto Tolmacëv cfr. E.H. Carr, Il socialismo in un solo paese, I, La
politica interna 1924-1926, Torino, Einaudi, 1968 (ed. orig. London, Macmillan, 1958), p.
845 nota.
998 Fiamma Lussana

dare una preparazione superiore ai commissari del popolo dell’Armata rossa


che si sono formati durante la guerra civile. Prende il nome da un commissa-
rio politico dell’Armata rossa che, al tempo della guerra civile, aveva preferi-
to suicidarsi piuttosto che consegnarsi vivo ai «bianchi». La sede dell’Istituto
è un grande edificio moderno che sorge accanto alla cattedrale di Isacco e che,
al tempo dello zar, ospitava la Borsa della capitale. Per gli allievi russi, che so-
no qualche centinaio, il corso tradizionale dura quattro anni. Per gli italiani,
che qui prendono uno stipendio mensile di sessanta rubli, viene invece pen-
sato un corso sperimentale di dodici-quattordici mesi, concepito come un cor-
so di studi superiori di alto livello e che inizia dalla primavera del ’24. Come
ricorda Fidia Sassano, è il primo corso «predisposto per un partito comuni-
sta dell’Occidente»82. Il suo obiettivo è il raggiungimento di una salda prepa-
razione ideologica, capace di trasformare commissari politici – esperti sul cam-
po, ma digiuni di ideologia – in veri professionisti della politica. Bisogna ac-
quisire un’idea nuova della politica e del partito che si avvia a diventare un
partito di massa. E abbandonare la «malattia infantile» del «sinistrismo», ov-
vero far crescere i quadri del partito di massa. Insomma al Tolmacëv si entra
«bordighiani», ovvero malati di settarismo, e si esce «gramsciani».
Il suo direttore è Michail Nikolaevic Pokrovskij, intellettuale colto e raffina-
to, caduto in disgrazia negli anni Trenta, dopo l’ascesa di Stalin, e autore di
una fortunata Storia della Russia molto apprezzata da Lenin83. Gli allievi rus-
si sono tutti di origine operaia o rurale povera. Portano la divisa militare su
cui brillano le mostrine e i rombi rossi dei comandanti di battaglione, il gra-
do militare minimo per essere ammessi al Tolmacëv. Anche agli italiani è im-
posta la divisa con i gradi, anche se nel loro corso non si impara la scienza
militare.
Francese e russo sono le lingue ufficiali del corso per gli italiani che parlano
la loro lingua solo durante la lezione di storia del movimento operaio inter-
nazionale, il cui insegnante è un redattore della «Leningradskaja Pravda». Lo
studio filologico delle opere di Lenin è il programma del corso di leninismo,
tenuto da una «vecchia bolscevica» ebrea «piú vicina ai sessanta che ai cin-
quanta, dallo sguardo acuto dietro le lenti», e che piú tardi cadrà vittima del
terrore staliniano84. Le sue lezioni si basano sulla lettura e l’analisi di Estre-
mismo malattia infantile del comunismo, L’imperialismo fase suprema del ca-
pitalismo, Stato e rivoluzione. Il professore di russo assomiglia a un personag-

82
Prefazione a Sozzi, Lettere dalla Russia, cit., p. 12.
83
L’opera di Pokrovskij ebbe dieci edizioni per centinaia di migliaia di copie. Fu tradotta
anche fuori della Russia (ebbe, fra l’altro ben quattro edizioni tedesche). Venne messa al
bando da Stalin. In italiano è stata pubblicata nel 1970 dagli Editori Riuniti con una intro-
duzione di Ernesto Ragionieri.
84
Questo è il ritratto della compagna «Lifscitz», che Sassano rievoca nelle sue memorie (Fi-
dia Sassano, un compagno difficile, cit., p. 27).
999 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

gio tolstojano: alto, biondo, di nobile origine, ha modi suadenti e lo sguardo


mite85. Intellettuale fine, dai modi austeri è poi l’insegnante di materialismo
storico, il russo Plòtnikov, che parla in francese e ha il difficile compito di aiu-
tare i giovani allievi a «pensare marxisticamente»86. Le altre materie del cor-
so per gli italiani sono la storia della guerra civile, il francese, un’altra lingua
a scelta fra l’inglese o il tedesco e, unica materia scientifica, la biologia.
Al Tolmacëv le condizioni di vita sono migliori: oltre allo stipendio piú alto,
gli allievi godono di un trattamento meno rigido. Trasferito da tre mesi, as-
sieme agli altri allievi italiani, dall’Internacionalnaja Wkola all’Istituto Tol-
macëv, Sozzi racconta al padre come è cambiata la sua vita:
Da qualche mese la mia situazione si è stabilizzata e migliorata [...] Io ò scritto altre
volte che le scuole qui mantengono gli studenti; ma ci sono scuole differenti di diver-
so grado e genere nelle quali gli studenti vi sono trattenuti in modo diverso. Io sono
studente. Sono stato anche in scuole dove si pativa la fame: ora invece sono in una del-
le migliori scuole politiche della Russia. Si è trattati a puntino e gli ammogliati usu-
fruiscono di un trattamento speciale. Mentre gli altri dormono in camerate, questi ri-
cevono la camera separata; cosí per il mangiare, la paga ecc. Si studia il marxismo e,
regolarmente, si esce professori di marxismo, o di storia o di economia per le scuole
medie russe. Il mio corso finirà fra un anno [...] Ecco dunque spiegata una buona vol-
ta la mia posizione87.

Durante i quattordici mesi del corso, che finisce nell’estate del ’25, gli allievi
italiani sono testimoni passivi della dura campagna antitrockijsta che divam-
pa nel paese: ad essere messo sotto accusa è l’eroico fondatore dell’Armata
rossa, il commissario del popolo alla guerra che si è adoperato per il trasferi-
mento del gruppo italiano all’Istituto Tolmacëv. La stampa attacca Trockij

85
«Era un intellettuale – scrive Sassano – ma quanto sapeva essere vicino alle reclute con-
tadine con i lapti ai piedi, sperdute nella città della rivoluzione! La morbida barba fluente,
il fisico fragile, la voce suadente, che rendeva incantevole la bellissima lingua russa, faceva
pensare che avesse meno dei suoi quarant’anni. Quanto la Lifscitz era impregnata di poli-
tica, tanto ne era lontano lui, l’uomo mite di cui rimpiango di avere dimenticato il nome.
Aveva un intercalare che tradiva l’origine signorile: nella Russia zarista era elegante far se-
guire all’ultima parola di una risposta una “s”, contrazione di “signore”, che in antico rus-
so si diceva sudàr. Otto anni di regime sovietico non erano bastati a togliergli quel vezzo»
(Fidia Sassano, un compagno difficile, cit., p. 27).
86
Ivi, p. 28. Secondo la testimonianza di Sassano, Plòtnikov, «antico emigrato bolscevico,
di cultura totalmente occidentale, univa alla dottrina un costume schivo e austero col qua-
le riusciva a celare la sua intima tragedia di militante: era stato infatti estromesso dal parti-
to e da ogni carica durante la guerra civile per aver tentato di salvare la vita a un fratello
controrivoluzionario» (ibidem).
87
Fondazione Istituto Gramsci, Archivi (d’ora in poi FIG), Fondo Edoardo D’Onofrio, fa-
sc. «Gastone Sozzi», trascrizione dattiloscritta, a cura di Norma Balelli Sozzi, della lettera
di G. Sozzi al padre, s.d. (ma luglio 1924). La lettera è citata da Agosti nel saggio La for-
mazione di un quadro del Pci alla scuola del Comintern, cit., p. 499.
1000 Fiamma Lussana

senza esclusione di colpi. I giovani allievi italiani, che ancora non leggono be-
ne in russo, sono disorientati. È la prima volta che la loro fede rivoluzionaria
si scontra con un’altra verità. Lenin è morto da tre mesi. La posta in gioco è
la nuova leadership del partito comunista bolscevico e dello Stato sovietico
che Stalin si appresta a conquistare sbaragliando Trockij, il nemico piú temi-
bile e piú popolare.
Tutti gli allievi russi sospettati di trockijsmo vengono a poco a poco allonta-
nati e spediti a fare i commissari politici nelle piú lontane guarnigioni. In una
affollata seduta del Soviet di Leningrado, cui i giovani allievi sono invitati ad
assistere, Zinovev pronuncia contro Trockij una durissima requisitoria. Un at-
tacco analogo avviene in una assemblea di iscritti al partito dell’officina Puti-
lov, la piú grande di Leningrado. Come ricorda Sassano, gli italiani ammira-
no l’eroe della rivoluzione bolscevica, anche se non si riconoscono nella sua
politica. Anziché discutere, scelgono il silenzio:
Condividevamo le critiche mosse a Trotzkj per la politica di sfruttamento delle cam-
pagne di cui lo si accusava. Condividevamo queste critiche non soltanto perché era il
partito che ci dava questa direttiva, ma perché vedevamo coi nostri occhi quanto era
pesante per le campagne la politica discriminatoria dei prezzi agricoli, tenuti bassissi-
mi, mentre i prezzi industriali [...] erano già eccessivamente alti [...] Era tuttavia il ca-
po dell’Armata rossa, colui che dalla rivoluzione in poi la generalità dei comunisti e
dei lavoratori, non solo in Russia, ma in tutto il mondo, aveva considerato come il se-
condo dopo Lenin, che veniva cacciato [...] Da un giorno all’altro scomparvero, non
soltanto nel nostro istituto, ma in tutta la repubblica sovietica le sue immagini, in
un’ondata di iconoclastia repentina che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare e
che avrebbe dovuto farci pensare che stavamo assistendo a un vero e proprio colpo di
stato. Non mi risulta affatto, invece, che ci fossimo posti il problema in questi termi-
ni. Rimanemmo esterrefatti e ammutoliti: ecco tutto88.

All’origine della passività dei giovani allievi italiani c’è il fatto che per loro il
partito comunista bolscevico ha sempre ragione e che «mettere in discussio-
ne la Russia sovietica andava al di là di ogni cosa concepibile»89. Insomma,
ammette Sassano, per gli aspiranti rivoluzionari italiani criticare il sistema so-
vietico vuol dire far vacillare l’unica certezza che, dall’Italia fascista, fra mille
difficoltà li ha spinti fin lí. Il loro mondo è bianco e nero. «O “con” o “con-
tro” la Russia sovietica. Non c’era altra via»90.

4. Le scuole del Comintern. Il riconoscimento ufficiale dell’Unione delle re-


pubbliche socialiste sovietiche avviene poco dopo la morte di Lenin, all’ini-
zio del ’24. Soprattutto dopo questo atto formale le scuole ideologiche do-

88
Fidia Sassano, un compagno difficile, cit., pp. 30-31.
89
Ivi, p. 31.
90
Ivi, p. 32.
1001 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

vranno prevedere un piano generale di studi, ma tenendo conto delle diver-


sità regionali e territoriali dell’immenso Stato sovietico e delle peculiarità del-
le numerose minoranze nazionali relative alle diverse sezioni dell’Ic. Bisognerà
cioè prevedere programmi specifici che rispettino idiomi diversi e diverse tra-
dizioni culturali e popolari, ma che si propongano al tempo stesso un mede-
simo orientamento strategico. Nelle diverse scuole si entra ciascuno con le
proprie esperienze. Si esce tutti professionisti rivoluzionari. Nei programmi
delle tre università per lavoratori che inaugurano i corsi a Mosca fra il 1921
e il 1925 l’obiettivo fondamentale è lo studio dei principi teorici del marxi-
smo e del leninismo e l’applicazione di questi principi alle esperienze di la-
voro pratico. Mentre studiano le opere di Marx e di Lenin, finlandesi, corea-
ni, bielorussi, ucraini, russi del Volga alternano stages di lavoro pratico nelle
officine sparse in tutto il territorio sovietico che ospitano a turno gli allievi
delle scuole. In officina si simula l’attività che ciascuno svolgerà dopo la fine
dei corsi: si lavora assieme agli operai che sono regolarmente in organico; si
mangia alla stessa mensa; si partecipa alle assemblee sindacali e alle riunioni
interne per valutare e regolare i ritmi di produzione.
Il 21 aprile 1921 è nata l’Università comunista per i lavoratori dell’Oriente
(Kommunisticeskij Universitet trudiaXcichsja Vostoka – Kutv)91 che dipende
dal Commissariato del popolo all’educazione. La sua istituzione è decisa dal
Comitato centrale del partito bolscevico e dal Comitato centrale esecutivo
panrusso e, nel suo atto costitutivo, si precisa che il suo scopo è preparare i
quadri del partito e i lavoratori sovietici delle repubbliche sovietiche autono-
me, delle comuni di lavoro e delle minoranze nazionali orientali. Alla fine del
primo anno di corsi, gli allievi, provenienti dal Caucaso e dall’Asia centrale e
orientale, sono settecentotredici. Dal 1923, l’Università «Vostoka», che da al-
lora si chiamerà Università Stalin, si divide in due diverse sezioni, quella per
gli allievi sovietici e quella per gli stranieri. Gli esterni ammessi a frequentare
i corsi vengono dalla Grecia e dal Vicino e Medio Oriente. Quando, nel 1925,
l’Università celebra il quarto anniversario della sua fondazione, sarà Stalin in
persona a pronunciare il discorso commemorativo. In quell’anno sono cin-
quanta le regioni del territorio sovietico da cui provengono gli studenti inter-
ni. Ma se è vero che gli allievi dell’Università «sono tutti figli dell’Oriente»,
Stalin distingue «due Orienti», che vivono esperienze diverse e si sviluppano
in modi diversi:

91
Notizie molto utili sulla Kutv (anche se riferite alla situazione degli allievi africani) sono
contenute nel saggio di I. Filatova, Indottrinamento o acculturamento? Formazione degli afri-
cani all’Università comunista dei lavoratori dell’Est nell’Unione Sovietica, 1923-1937, in «An-
nali Istituto Gramsci Emilia-Romagna», VI-VII, 2002-2003, Bologna, Clueb, 2005, pp. 19-
45. Piú in generale sulle scuole di formazione in Urss si veda anche l’ampio saggio di M. Ga-
violi, Comunisti al confino: la formazione culturale e politica, ivi, soprattutto le pp. 71 sgg.
1002 Fiamma Lussana

Vi sono infatti fra gli studenti dell’Università due gruppi principali che rappresenta-
no due categorie, due stadi di sviluppo assolutamente differenti. Il primo gruppo è co-
stituito da coloro che sono venuti a noi dall’Oriente sovietico, da quei paesi nei quali
il potere della borghesia non esiste piú, l’oppressione imperialistica è stata abbattuta
e al potere ci sono gli operai. Il secondo gruppo di studenti è costituito da coloro che
sono venuti a noi dai paesi coloniali e dipendenti, da quei paesi in cui regna ancora il
capitalismo, in cui l’oppressione dell’imperialismo ha conservato tutta la sua forza e in
cui bisogna ancora conquistare l’indipendenza, cacciando via gli imperialisti92.

Stare «con un piede sul terreno sovietico e con l’altro sul terreno delle colo-
nie e dei paesi dipendenti» impone compiti diversi ai giovani che apparten-
gono ai «due Orienti». Fra i compiti degli studenti sovietici c’è quello di «svi-
luppare la cultura nazionale» sulla base di una rete di corsi e di scuole in gra-
do di fornire una cultura generale e una cultura tecnico-professionale. Le
scuole prepareranno quadri di partito e dirigenti economici e sindacali e use-
ranno la «lingua nazionale»93.
Le esperienze culturali delle diverse regioni e dei diversi popoli che compon-
gono lo Stato sovietico non esprimono una cultura unica e nemmeno una so-
la lingua. La cultura sovietica è dunque una cultura nazionale organica in cui
si ritrovano lingue, nazionalità e tradizioni diverse. Ma, si chiede Stalin, come
si concilia la cultura nazionale con quella proletaria? «Non c’è qui una con-
traddizione irriducibile?»94. La risposta è che i popoli diversi che compongo-
no l’Unione sovietica concorrono ciascuno a suo modo, con le proprie tradi-
zioni e i propri mezzi di espressione, all’edificazione della cultura proletaria
e socialista. La cultura dello Stato sovietico è il prodotto «nazionale» di que-
ste diverse culture e sarà dunque «proletaria nel contenuto, nazionale nella
forma»95, ovvero sarà una «cultura proletaria universale» alimentata e arric-
chita dalle culture delle diverse nazionalità. Per educare «veri quadri e veri ri-
voluzionari per l’Oriente sovietico», avverte Stalin, bisogna però stare attenti
a due possibili rischi: trapiantare gli schemi generali della cultura socialista in
un ambiente «periferico», poco adatto a recepirli o, al contrario, dare troppa
enfasi alle «particolarità locali» senza sforzarsi di adattarle alla visione gene-
rale del socialismo. Lottare contro queste deviazioni è compito dell’Univer-
sità Stalin.
Dall’autunno del ’21, parallelamente all’Università per le minoranze orienta-

92
Stalin, I compiti politici dell’Università dei popoli dell’Oriente. Discorso all’assemblea de-
gli studenti dell’Università comunista dei lavoratori dell’Oriente, 18 maggio 1925, in Opere
complete, VII, cit., pp. 154-155. Il discorso è pubblicato dalla «Pravda», n. 115, 22 maggio
1925.
93
Ivi, p. 157.
94
Ivi, p. 159.
95
Ivi, p. 160.
1003 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

li, funziona l’Università comunista delle minoranze nazionali dell’Occidente


(la Kommunisticeskij Universitet nacional’njch men’Xinstv Zapada –
Kunmz)96, pensata come scuola di formazione per i tedeschi del Volga, care-
lo-finnici, bielorussi, russi della Russia Bianca, polacchi, ebrei, ma pronta ad
accogliere, fin dall’inizio degli anni Venti, allievi provenienti dalle sezioni na-
zionali occidentali dell’Ic, come italiani, spagnoli, greci, rumeni, jugoslavi, e
perfino militanti comunisti latino-americani. La scuola sorge al centro di Mo-
sca, vicino al Cremlino. È divisa in settori che corrispondono alle diverse se-
zioni nazionali. Fino al 1925 è diretta dallo storico e pubblicista polacco di
origine nobile Julian Marchlewski-Karski97 che, durante la prima guerra mon-
diale, in Germania, aveva fatto parte del gruppo Die Internationale da cui sa-
rebbe nata nel ’18 la Lega di Spartaco. Dal ’26, l’anno in cui viene attivato il
settore italiano, l’Università occidentale è diretta da una donna, la «compa-
gna» Frumkina.
Prima che la Scuola leninista diventi il principale laboratorio formativo degli
allievi italiani, il Pci investe nella «Zapada». Reagire alla morsa fascista che ac-
cerchia il partito italiano: questa è la molla che ispira il progetto di una «scuo-
la illegale del P. C. italiano presso l’Università di Occidente», che viene pre-
sentato dettagliatamente in un documento del Pci che ha carattere riservato.
Scopo principale del corso italiano sarà formare una trentina di quadri da uti-
lizzare in Italia per il lavoro clandestino contro il fascismo. Tre gruppi di stu-
dio, sulla teoria marxista-leninista, sui problemi italiani e sugli aspetti orga-
nizzativi del lavoro politico, saranno le tre proposte didattiche del settore ita-
liano. Le lezioni si svolgeranno in italiano e, dato il carattere «illegale» della
scuola, gli allievi saranno il piú possibile «isolati» dagli emigrati che si trova-
no a Mosca. Impareranno cioè «sul campo» che cos’è il lavoro clandestino98.
Durante l’estate del ’26, mentre si trova in vacanza, Togliatti invia alla segre-
teria del Pci un dettagliato rapporto sulla Zapada. Il documento è interessante
perché ricostruisce la storia del settore italiano dell’Università occidentale, la
cui idea aveva preso corpo nel corso del ’25. Il Comitato centrale del Partito
comunista russo aveva allora stabilito che, per attivare il corso italiano, era

96
L’Università Zapada, scrive Lazitch, «était aussi à l’origine destinée uniquement aux élè-
ves soviétiques, conformément au décret du Conseil des commissaires du peuple (Sov-
narkom) qui, en date du 28 novembre 1921, indiquait qu’il s’agissait de former des mili-
tants politiques parmi les minorités nationales d’Occident habitant l’Union soviétique» (La-
zitch, Les écoles de cadres du Comintern, cit., p. 236).
97
Il profilo biografico di J. Marchlewski è in Enciclopedia della sinistra europea nel XX se-
colo, diretta da A. Agosti, con la collaborazione di L. Marrocu, C. Natoli, L. Rapone, Ro-
ma, Editori Riuniti, 2000, pp. 212-213.
98
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 556, Schéma de projet d’une école illégale du P. C. ita-
lien auprès de l’Université d’Occident, pp. 20-23 (documento in francese, s.d., a firma «le
P.C.I.», su cui è annotato «strictement confidentiel»).
1004 Fiamma Lussana

sufficiente una richiesta ufficiale della segreteria del Pci. Togliatti aveva co-
minciato a raccogliere giudizi sui corsi già attivati, ricavandone impressioni
contraddittorie. Ma arriva intanto il via libera per istituire il settore italiano e
per iniziare, dall’autunno del ’26, il corso di formazione ideologica per i pri-
mi venticinque allievi. Tutti i dubbi sull’opportunità di far partire la Scuola
sono accantonati: «è cioè da escludere senz’altro – scrive Togliatti – l’idea di
non applicare la decisione dell’Ic, non organizzando il settore»99. Insomma, a
parte ogni altra considerazione, «la scuola deve essere fatta»100. Gli accordi
con la direttrice Frumkina sono di coprire possibilmente tutti e venticinque i
posti, attivando due corsi. «Alcuni posti – precisa Togliatti – saranno occu-
pati da compagni emigrati in Russia, ma se non la maggioranza il nucleo fon-
damentale dovrà essere di compagni provenienti dall’Italia», anche se non si
escludono elementi dell’emigrazione in Francia. Tutti gli allievi dovranno tro-
varsi a Mosca il 15 settembre. Il partito italiano dovrà farsi carico delle spese
di viaggio, ma potrà chiedere in via eccezionale un sussidio finanziario all’Ic.
Resta inoltre inteso che, se avvertita per tempo, la Scuola potrà inviare i bi-
glietti di viaggio che coprono il percorso dalla frontiera fino a Mosca. Gli al-
lievi saranno tutti giovani operai, ma soprattutto politicamente sicuri, anche
se «inesperti» e «impreparati». Sulla durata e la tipologia dei corsi Togliatti
fornisce informazioni molto utili:
Durata normale dei corsi della UO è di quattro anni. Anche il settore italiano sarà or-
ganizzato secondo questo piano generale, ma in modo che al partito sia possibile ri-
chiamare qualche allievo anche dopo due anni. Dopo tre anni tutti potranno essere
considerati come buoni organizzatori e saranno richiamabili. Il piano degli studi è a
grandi linee il seguente. Primo anno carattere preparatorio. Materie di studio: scien-
ze naturali, elementi di geografia politica, colloqui sulla geografia politica ed econo-
mica degli Stati europei e della Italia in particolare, breve storia del Partito comunista
russo, lingua e letteratura italiana, lingua russa, matematica, elementi di scienze poli-
tiche, colloqui sul movimento comunista italiano. Negli anni successivi le materie ri-
mangono press’a poco le stesse, ma si entra in maggiori dettagli. L’insegnamento dei
quattro corsi assume quindi un carattere concentrico il quale permette di troncare gli
studi anche senza essere arrivati alla fine. Le ore di studio sono 36 alla settimana. In
queste 36 ore sono comprese tanto le lezioni quanto le ore di studio individuale. A
queste occorre aggiungere 12 ore settimanali di lavoro di Partito che viene compiuto
nelle officine di Mosca, sotto il controllo della Direzione della Scuola101.

Fra i docenti del settore italiano, che la direzione della scuola si impegna a
cercare fra i membri del Partito comunista russo che parlano italiano, Togliatti

99
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 420, lettera di Togliatti alla segreteria del Pci, 29 lu-
glio 1926, p. 112.
100
Ivi, p. 114.
101
Ivi, pp. 112-113.
1005 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

chiede alla segreteria del Pci la ricerca di un docente di scienze naturali che
possibilmente, oltre l’italiano, conosca anche un’altra lingua, tanto da essere
ingaggiato per l’insegnamento in altri settori nazionali. Tale elemento, «pie-
namente perduto per il Pci», sarebbe stipendiato dalla Scuola e dovrebbe im-
pegnarsi a coprire anche l’insegnamento di qualche altra materia, ad esempio
la storia del partito russo. Il rappresentante di turno nell’Esecutivo dell’Ic do-
vrebbe poi garantire due ore settimanali di conversazione sulla politica del
Pci. Fra gli emigrati italiani a Mosca si potrebbero infine cercare gli insegnanti
di «alcune materie elementari».
Questioni spinose che ricadono fra le incombenze del Pci sono la scelta e l’ac-
quisto dei libri di testo. Dalla Russia non si possono acquistare libri: dunque
bisognerà spedire dall’Italia tutto il necessario. Intanto Togliatti dà qualche
indicazione pratica:
Quel che piú importa è che voi mandiate qui una certa quantità di libri elementari per
l’insegnamento delle materie che vi ho indicate, soprattutto le scienze naturali, la geo-
grafia politica ed economica, la lingua e letteratura italiana, le matematiche, natural-
mente non potrete trovare libri adatti a una scuola comunista. Dovremo accontentar-
ci di libri scritti per le scuole borghesi. Gli insegnanti si incaricheranno delle corre-
zioni e delle integrazioni necessarie. Debbono essere libri elementari. Potete senz’al-
tro prendere libri in uso nelle Scuole popolari italiane. Per le scienze politiche ci ser-
viremo del Politgrammata di cui il compagno Longo sta curando la traduzione per le
Scuole della gioventú. Ai libri che vi ho indicato dovreste però aggiungere un certo
numero di opuscoli politici elementari, ad esempio il Manifesto dei comunisti, l’Evo-
luzione del socialismo di Engels, ecc. Di tutti questi libri vi consiglio di inviare venti
copie per ciascuno. La spesa che farete sarà compensata dal fatto che gli allievi po-
tranno avere subito a loro disposizione il materiale necessario all’inizio degli studi, ciò
che non è avvenuto, ad esempio, per la Scuola del Comintern [...] anche un volumet-
to sulla storia italiana sarebbe desiderabile per quanto difficile a trovare102.

Oltre al quotidiano comunista che dovrà giungere regolarmente alla scuola,


dovranno essere attivati alcuni abbonamenti a quotidiani italiani: al giornale
del partito massimalista, al «Popolo d’Italia», a un giornale borghese non fa-
scista come «La Stampa». Ma alla Scuola dovranno pervenire anche materia-
li di studio sul Pci e il movimento operaio italiano che saranno utilizzati dai
docenti per preparare le lezioni.
Gli allievi saranno «tutti operai» e, aggiunge Togliatti, «siccome è stato os-
servato che alla Scuola leninista non abbiamo mandato nessuna compagna,
potreste inviare una compagna qui. Ma scelta con attenzione»103. A ciascuno
sarà versato uno stipendio mensile di dieci rubli, otto al netto delle trattenu-
te. Chi ha moglie avrà altri dieci rubli e cinque per ogni figlio. Le condizioni

102
Ivi, pp. 113-114.
103
Ivi, p. 115.
1006 Fiamma Lussana

generali della scuola non sono buone: «il cibo è scarso e cattivo». Per il pri-
mo anno sarà fornito a ciascun allievo un paio di scarpe. Al secondo anno si
distribuiranno un altro paio di scarpe e un vestito. Dunque, salvo altre forme
di sussidio agli allievi, di cui potrebbe occuparsi il Pci, la vita alla Zapada sarà
dura. Come le altre esperienze di formazione ideologica nel paese dei soviet
anche questa sarà però utilissima al partito. Certo, bisogna avvertire i com-
pagni «che saranno chiamati a una vita di sacrificio. Non tacer loro che oggi
in Russia tutta la classe operaia fa grandi sacrifici. Dire che dovranno affron-
tare per alcuni anni una vita di privazioni. Che forse, fatta eccezione per le
persecuzioni dei fascisti, staranno peggio qui alla Scuola che in Italia»104.
A fine settembre, Togliatti annuncia alla segreteria del Pci che il corso per gli
italiani è aperto, ma mancano proprio gli allievi. O meglio, sono stati reclu-
tati alcuni compagni già residenti in Russia come Roasio, Teresa Noce, Elo-
dia Manservigi, Portone e Biancani. Stanno per arrivare anche Rossi e Berto-
ne, ma servono almeno altri dieci allievi105. Urge inoltre l’invio di libri e gior-
nali106. Grosse nubi si addensano sull’inizio del corso italiano a causa della
mancanza di soldi per l’invio degli studenti a Mosca. Per Togliatti la posizio-
ne del Pci è «catastrofica»: senza allievi il settore italiano sarà chiuso. La scuo-
la per gli italiani rischia di diventare un’occasione perduta. Con le pratiche
avviate da Scoccimarro presso il Segretariato del partito russo, ricorda, pro-
prio «NOI ci siamo rivolti al C.C. del P.C.R. chiedendo il settore»107. Ma gli
si risponde che l’invio degli allievi dall’Italia dipende dai soldi di Mosca: «se
saremo aiutati finanziariamente potremo mandare anche presto tre o quattro
elementi. Si intende che il loro numero dipende dal sussidio che ci verrà ac-
cordato»108. I soldi non ci sono, ribadisce la Ravera, questa è la «precisa
realtà»109. La situazione è destinata a sbloccarsi a novembre, quando final-

104
Ivi, p. 114.
105
Nella voce Università leninista, redatta per l’Enciclopedia dell’antifascismo e della Resi-
stenza (VI e Appendice, Cremona, Walk Over-La Pietra, 1989, p. 250), Enzo Nizza scrive
che nell’anno scolastico 1926-27 gli studenti italiani provenienti dall’Italia o dalla Francia
furono una trentina, fra cui: Paolo Baroncini, Romano Bessone, Celso Ghini, Ergenite Gi-
li, Ferdinando Maggioni, Vincenzo Moscatelli, Remo Rei, Ezio Zanelli. A questi si aggiun-
se un gruppo di emigrati politici già residenti a Mosca, fra cui Bertone, Lino Manservigi,
Francesco Prato e Antonio Roasio.
106
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 420, lettera di Togliatti alla Segreteria del Pci, 27 set-
tembre 1926, p. 74.
107
Ivi, lettera di Togliatti alla segreteria del Pci, 18 ottobre 1926, p. 85. Il «NOI» nel testo
è tutto maiuscolo.
108
Ivi, lettera di Morelli a Ercoli, 23 ottobre 1926 (la data è scritta a penna: è probabile che
si tratti della data di ricevimento a Mosca), p. 88.
109
Ivi, lettera di Micheli a Ercoli, 26 ottobre 1926, p. 92. «Come ti abbiamo scritto – riba-
disce la Ravera – le enormi spese fatte per la delegazione e tutte le spese straordinarie che
ci sono state imposte dalla situazione e dal modo di funzionamento che essa ha richiesto,
1007 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

mente gli allievi giungono a Mosca e il settore italiano comincia a funzionare


regolarmente.
In un apposito piano formativo è contenuto il progetto dei corsi italiani: si
prevede innanzitutto un corso preparatorio le cui materie principali sono il
russo, grammatica italiana, matematica e scienze naturali, storia del Partito co-
munista russo e struttura dello Stato sovietico. Il corso di geografia economi-
ca mondiale e dell’Urss si dovrà svolgere in tre trimestri nell’anno scolastico
1926-27. Sono poi previsti un corso di biologia in un solo trimestre; un cor-
so di storia; un corso di «attività del lavoro umano», che passerà in rassegna
le caratteristiche del lavoro agricolo e industriale dell’Urss, il commercio mon-
diale del grano e quello sovietico e cenni sull’economia mondiale; un corso di
«problemi politici e struttura sovietica»110. Alla fine del primo anno, Togliat-
ti anticipa a Gennari e Germanetto lo schema del corso che il centro del par-
tito si accinge a inviare a Mosca per il secondo anno:
esso consisterà essenzialmente in alcuni cenni sulla origine, sulla attività politica e sul-
le vicende interne del nostro partito e quindi nel commento di alcuni testi politici fon-
damentali: le tesi politiche e agrarie del nostro terzo congresso, la risoluzione dell’Ic
del mese di gennaio 1927, ecc. Il corso dovrà essere svolto in modo regolare, mediante
lezioni, letture e ripetizioni. Potranno essere impiegati, per aiutare il compagno che
condurrà il corso, gli allievi della leninista111.

Il Pci ripone molte speranze sul corso italiano della Zapada: «la cura della
Occidentale – scrive Togliatti a Gennari dopo la prima pausa estiva dei cor-
si – è una delle cose piú importanti che sono affidate al ns. rappresentante a
M[osca]»112. La principale preoccupazione della Segreteria del Pci è che la
lontananza degli allievi dall’Italia allenti il loro legame col partito e soprat-
tutto che la mancanza di informazioni sulla situazione italiana accentui il lo-
ro distacco dai problemi italiani. Insomma, se si indebolisce il «vincolo po-

ci hanno tolto ogni possibilità di fare altre spese gravi come quelle dell’invio costí di altri
sette o dieci elementi. Se tu ci avessi assicurato il rimborso o, meglio, l’invio di un aiuto
straordinario avremmo mandato gli allievi: in caso contrario non ci è possibile» (ibidem).
Sulle difficoltà economiche del Pci per l’invio degli allievi a Mosca cfr. anche la preceden-
te lettera di Micheli a Ercoli del 23 settembre 1926 in APC, Fondo 513, I inventario, fasc.
420, p. 69. La delegazione per Mosca di cui parla la Ravera è quella che si sta predispo-
nendo per la riunione dell’Allargato.
110
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 556, materiali della Scuola Zapada, pp. 6-14 (docu-
mento manoscritto).
111
Ivi, fasc. 555, lettera di Ercoli a Maggi (Egidio Gennari) e Tosco (Giovanni Germanet-
to), 24 novembre 1927, p. 73.
112
Ivi, lettera di Ercoli a Maggi, 8 settembre 1927, p. 32. Nello stesso giorno Togliatti scri-
ve anche a Germanetto, ribadendo che la Zapada «è una delle cose piú importanti per il
nostro partito tra le diverse che dovete curare a M.» (ivi, lettera di Ercoli a Tosco, 8 set-
tembre 1927, p. 28).
1008 Fiamma Lussana

litico» sarà piú difficile utilizzare le nuove leve del partito «nel nostro movi-
mento»113. Il problema riguarda soprattutto gli allievi della Zapada perché so-
no piú giovani e si presume che resteranno a Mosca piú tempo. Bisogna mo-
bilitare il rappresentante del Pci a Mosca che, non solo controllerà da vici-
no l’andamento degli studi di tutti gli allievi, ma dovrà informarli sistemati-
camente sulla politica italiana, anche con un corso specifico sul Pci114.
Per capire come è organizzata l’Università Zapada e come si arriva a predi-
sporre un corso piú «nazionale», ovvero piú vicino agli interessi degli allievi
italiani, sono di grande interesse le informazioni fornite da Antonio Roasio,
che comincia a frequentare la scuola assieme al primo gruppo di studenti ita-
liani. Gli allievi, come prescritto, sono scelti dal Comitato centrale del parti-
to italiano e vengono direttamente dall’Italia o dalla Francia. A questi si ag-
giunge il gruppo di emigrati politici italiani che vive a Mosca, fra cui lo stes-
so Roasio, che partecipa alle esperienze formative della Zapada e piú tardi del-
la Scuola leninista. Di questo gruppo fa parte anche Felice Roffredo, che con
Silvio Di Giovanni (Foschi) avrà il ruolo di dirigente del gruppo italiano. Al-
la Zapada la giornata inizia alle sette e trenta: si comincia con la ginnastica,
cui segue la pulizia personale e la colazione. Studio e vita collettiva sono le at-
tività principali, regolate da uno stile spartano e da una ferrea disciplina. Vi-
ge un clima da «comunismo di guerra», ricorda Roasio, e una «tensione se-
vera» scandisce le ore dello studio e quelle dedicate alla vita in comune:
ben presto noi italiani ci facemmo conoscere per il nostro temperamento chiassoso,
per l’abitudine di discutere animatamente e gesticolando, per il carattere un po’ indi-
sciplinato, per la riluttanza alla ginnastica mattutina specie in un paese freddo, e an-
che per la difficoltà a inserirci nella vita del collettivo non conoscendo la lingua. La
cucina poi era troppo diversa e, date le difficoltà generali, i piatti piuttosto scarsi: co-
sí escogitavamo tutti i mezzi per arricchirla, a volte anche dando la caccia ai gatti che
giravano sui tetti delle case vicine. Tutti elementi che favorivano tra i compagni so-
vietici l’opinione che gli italiani fossero un po’ anarchici e faciloni115.

Il primo anno del corso che, secondo Roasio, arriva a cinque anni, è consi-
derato propedeutico e le materie di insegnamento sono di «cultura generale»:
l’unica materia di tipo politico-ideologico è la storia della Russia e del Parti-
to comunista russo, ritenuta fondamentale già all’inizio dei corsi e in seguito
oggetto di ulteriori approfondimenti. Le altre materie generali sono il russo,
la matematica, il cui programma di base parte dalle semplici operazioni fino
allo studio dell’algebra, dei logaritmi e della trigonometria, la geografia poli-

113
Ivi, lettera di Ercoli a Maggi e Tosco, cit., p. 72.
114
Tale corso, aggiunge Togliatti, «sarà svolto o dal rappresentante del partito, compagno
Maggi, o, sotto la sua sorveglianza e direzione, dal compagno Martini, o dal compagno To-
sco» (ivi, pp. 72-73).
115
A. Roasio, Figlio della classe operaia, Milano, Vangelista, 1977, pp. 77-78.
1009 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

tica, economica e fisica, elementi di chimica, fisica, biologia e astronomia116.


Nei quattro anni che seguono, il corso si specializza nelle materie storiche e
politico-filosofiche: si studia storia del movimento operaio internazionale, le-
ninismo, economia politica, materialismo storico e dialettico, filosofia. Ma
un’attenzione speciale è dedicata allo studio della società sovietica e della
struttura del potere dei soviet, alla storia del partito bolscevico e delle sue fun-
zioni. All’inizio, non tutti gli allievi del settore italiano conoscono il russo: bi-
sogna tradurre in italiano le dispense e battere a macchina le traduzioni in di-
verse copie. Alla Zapada non c’è un apparato tecnico di traduttori e dattilo-
grafi: spetta agli insegnanti tradurre i testi e agli studenti dattilografarli.
Alla fine del primo anno di corso, come ricorda Roasio, il gruppo italiano apre
una «vertenza» con la direzione dell’Università lamentando la ridondanza del-
le materie tecnico-scientifiche su quelle piú specificamente storico-politiche.
Ma soprattutto, per gli allievi italiani il corso della Zapada è poco «naziona-
lizzato», ovvero si impara molta storia del partito bolscevico e tutto sulle strut-
ture del potere sovietico, ma poco o nulla sulla storia del partito italiano o
sulla storia del movimento operaio italiano e internazionale. Il corso cosí
com’è è troppo generale: va adattato alle esigenze «nazionali»117. Il pacchetto
di richieste degli italiani comprende anche la creazione di un «piccolo appa-
rato tecnico» di traduttori e una dattilografa per la preparazione e la diffu-
sione dei materiali di studio in lingua italiana. È allora che il gruppo italiano
viene dotato di una segretaria/traduttrice/dattilografa nella persona della
«compagna» Parodi. Felice Platone e Ottavio Pastore sono invece incaricati
di tenere lezioni straordinarie di storia del movimento operaio e comunista
italiano da tenersi «nelle ore fuori studio». La vertenza con la direzione del-
la Zapada si trascina per tutto l’anno accademico 1928-29 e si concluderà con
l’inserimento nel programma di studio di un certo numero di ore dedicate al-

116
È noto quanto fosse importante nella società sovietica puntare alla formazione di quadri
soprattutto tecnici: «medici ed economisti, cooperatori e insegnanti, periti minerari e stati-
stici, tecnici e chimici, agronomi e tecnici dei trasporti, veterinari e tecnici forestali, inge-
gneri elettrotecnici e meccanici, tutti questi – afferma Stalin – sono i futuri dirigenti dell’e-
dificazione della nuova società, della costruzione dell’economia e della cultura socialista»
(Stalin, Indirizzo alla prima Conferenza degli studenti proletari dell’Urss, in Opere complete,
VII, cit., p. 102. La Conferenza si svolge a Mosca dal 13 al 17 aprile 1925. Il testo è pub-
blicato dalla «Pravda» del 16 aprile 1925).
117
La richiesta principale del gruppo italiano, scrive Roasio, era «distribuire meglio le ore
di studio su alcuni temi della storia del movimento operaio internazionale, considerando
eccessivo dedicare 30-40 ore al movimento operaio francese, o tedesco, inglese, americano,
nel periodo della Prima o della Seconda Internazionale, e soltanto 6-8 ore al movimento
operaio italiano. Chiedevamo quindi di poter elaborare il programma di studio per adat-
tarlo alle nostre esigenze, per “nazionalizzarlo” come si diceva allora, e se possibile ridur-
re il corso a tre anni per limitare il distacco dei compagni dalla realtà del paese» (Roasio,
Figlio della classe operaia, cit., pp. 81-82).
1010 Fiamma Lussana

l’approfondimento delle «questioni nazionali» e all’analisi del movimento


operaio internazionale. Docenti del gruppo italiano sono Giuseppe Berti, Ot-
tavio Pastore, Edmondo Peluso e Felice Platone. Roasio sarà punito per la sua
intemperanza e la condotta «anarchico-massimalista» tenuta durante i collo-
qui con la direzione dell’Università: pur continuando a risiedere alla Zapada,
viene mandato per un anno a «proletarizzarsi» in una fabbrica tessile. Alla fi-
ne di questo periodo, durante l’estate del 1930, Roasio accompagnerà gli al-
lievi italiani della Zapada in visita a Leningrado «per conoscere la capitale del-
la rivoluzione»118. Un anno dopo, presso la Scuola leninista internazionale, di
cui Roasio diventerà segretario del settore italiano, cominciano una serie di
corsi in lingua italiana. Viene allora sciolta la sezione italiana dell’Università
Zapada e tutti gli allievi italiani sono assorbiti dalla Scuola leninista. Dal no-
vembre del 1926 all’estate del 1931 si formano alla Zapada un’ottantina di
studenti italiani119. Complessivamente Roasio calcola che fra il 1926 e il 1935,
il decennio in cui sono attivi i settori italiani delle scuole di Mosca, gli allievi
italiani saranno oltre trecento. Per Remo Scappini, allievo alla Scuola lenini-
sta nel ’31-32, sono oltre cinquecento i comunisti italiani che frequentano, nel-
l’arco di sette-otto anni, le scuole di Mosca e Leningrado120, e provengono qua-
si tutti dal lavoro clandestino in Italia.

5. La Scuola leninista internazionale. Secondo le indicazioni del V Congresso


dell’Ic, la Scuola leninista di Mosca sarebbe stata la piú alta istituzione di edu-
cazione marxista per i «militanti operai» delle diverse sezioni nazionali121. Si-
tuata al numero 25 della via Vorovskij, la Scuola leninista si compone di due
edifici: l’antica residenza di un principe russo, dove sono sistemati la direzio-
ne e il salone delle assemblee, e un edificio moderno, che ospita le aule e le
camerate degli studenti divisi per settori nazionali122. Gli allievi ammessi a fre-

118
Ivi, p. 84.
119
Per questo dato cfr. ivi, pp. 84-85.
120
Cfr. ivi, p. 91, e I compagni di Firenze. Memorie di lotta antifascista 1922-1943, a cura di
G. Gozzini, introduzione di R. Martinelli, Firenze, Istituto Gramsci, Sezione Toscana-Clu-
sf, Cooperativa editrice universitaria, 1979, testimonianza di Remo Scappini, p. 74. Oltre
alla testimonianza di Scappini il volume comprende quelle di Orazio Barbieri, Mario Pir-
ricchi, Ugo Corsi, Sirio Ungherelli.
121
Cfr. Murphy, La première année de l’Ecole Lénine et ses perspectives, cit., p. 1225.
122
«Noi italiani – scrive Clocchiatti, allievo della Scuola dal 1933 – eravamo sistemati nel
palazzo di un ex principe a Voroskova, insieme agli spagnoli, portoghesi, francesi, rumeni
e cinesi. Ai piú esigenti che erano sempre i nordici – inglesi, tedeschi, cecoslovacchi, scan-
dinavi, americani – era stato assegnato un bel palazzo quasi moderno. Ma ci trovavamo be-
ne anche noi: le sale piú grandi erano state adibite a biblioteca, sala di studio ecc. I dor-
mitori erano stati invece ricavati dalle scuderie, risistemate e cosí ben riscaldate con i ra-
diatori, che si dormiva sempre con un finestrino aperto anche quando fuori c’erano trenta
gradi sotto zero» (A. Clocchiatti, Cammina frut, Milano, Vangelista, 1972, pp. 65-66).
1011 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

quentare i corsi sono di estrazione sociale rigorosamente operaia e contadina.


E sono soprattutto maschi e celibi. La direzione della Scuola garantirà a tut-
ti le spese di viaggio e l’alloggio che però, per mancanza di posti, è riservato
solo a loro e non prevede le mogli123. La Scuola è retta collegialmente da un
direttore e da un comitato direttivo di cui fanno parte allievi, docenti e rap-
presentanti dell’Ic. Ciascun settore nazionale ha poi un suo responsabile e un
comitato direttivo. Il settore piú numeroso è il cinese, composto da coreani,
indocinesi, mongoli e indonesiani e il cui responsabile è per un certo periodo
Ciu En Lai. Seguono per numero di allievi il settore tedesco e quello france-
se. Anche ogni circolo, che raggruppa una ventina di allievi, ha un suo re-
sponsabile e una «troika» di dirigenti124.
Una circolare del Presidium dell’Ic, datata 5 marzo 1926, indica al Comitato
centrale del partito italiano la data del 10 marzo per l’inizio ufficiale dei cor-
si internazionali125. Ma i corsi effettivi inizieranno a maggio. Nella stessa cir-
colare sono elencate le severe condizioni di ammissione degli allievi: gli ita-
liani potranno inviare per il primo anno un massimo di sei allievi126 che do-
vranno rispondere a precisi requisiti di idoneità. Innanzitutto «l’Ecole ne se-
ra pas une école élémentaire»127: la differenza principale fra la Scuola lenini-
sta e le altre scuole ideologiche è il suo carattere di scuola di studi superiori.
Solo elementi che hanno un’adeguata preparazione teorica di base possono
accedere ai corsi internazionali. Il possesso di altre qualità, come una ricono-

123
La questione delle mogli degli allievi diventerà subito un problema: alla richiesta degli
allievi Farini e Fedeli di far giungere a Mosca le rispettive mogli, Togliatti si dichiara in di-
saccordo (APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 420, lettere di Ercoli alla Segreteria del Pci,
del 13 settembre 1926, p. 63; del 26 settembre 1926, p. 72; del 14 ottobre 1926, p. 83; del
18 ottobre 1926, p. 86. Nella lettera del 14 ottobre si precisa che «la Direzione della Scuo-
la era sin da principio contraria. Il Comintern inviò invece una circolare in cui si autoriz-
zava l’invio solo in casi eccezionali. A questa condizione fu poi aggiunta l’altra che gli al-
lievi devono trovare la abitazione per le loro mogli [...] Ora – continua Togliatti – parlan-
do con Bucharin, sono venuto a sapere che per fare venire a Mosca il compagno Sunivza,
uno dei professori e dirigenti della Scuola, si dovettero fare molti sforzi e superare diffi-
coltà [...] mi pare che i compagni dirigenti la Scuola abbiano commesso l’errore di non di-
re chiaramente a Farini, come feci io, che se vi era necessità di farlo per alloggiare un pro-
fessore, necessario alla Scuola, si DOVEVA togliere a lui la camera che egli aveva trovata
per la sua compagna»). Sulla questione delle mogli si veda anche la lettera di Camilla Ra-
vera a Togliatti del 6 ottobre 1926 (APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 420, p. 82) in cui
Micheli invita risolutamente Ercoli a prendere una decisione definitiva su questa vicenda.
124
Per queste informazioni cfr. I compagni di Firenze, cit., testimonianza di Remo Scappini,
p. 71.
125
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 380, p. 31.
126
Da una nota all’Esecutivo italiano, scritta in data 31 luglio 1926, apprendiamo che gli al-
lievi italiani selezionati per il primo anno sono in realtà sette, fra i quali, su richiesta di To-
gliatti, due allievi della Scuola di Leningrado (ivi, p. 45).
127
Ivi, p. 31.
1012 Fiamma Lussana

sciuta esperienza politica, potrà supplire al difetto di teoria. L’Ic invia alle di-
verse sezioni anche una nota sui criteri di selezione dei candidati e il testo di
un questionario che servirà a valutare le caratteristiche degli allievi dal punto
di vista delle conoscenze teoriche e dell’esperienza politica. Nel bagaglio po-
litico-ideologico dei candidati provenienti dall’Europa o dall’America setten-
trionale è prescritta la conoscenza delle opere principali di Marx, Engels, Le-
nin, Stalin e Zinovev128. Per i candidati dei paesi coloniali o dell’America La-
tina si useranno criteri meno selettivi. Sono inoltre previsti un livello di in-
quadramento politico corrispondente alla qualifica di «segretario regionale»
e un’attiva partecipazione alla vita politica del partito d’origine che non sia
inferiore a tre anni. Terminati i corsi, i quadri formati dalla Scuola leninista
torneranno nei rispettivi paesi per fare attività politica. Tra i prescelti non do-
vranno dunque esservi perseguitati politici con pendenze giudiziarie129. Cia-
scun settore nazionale dovrà infine inviare all’Ic tutta la certificazione ufficia-
le che attesti l’idoneità degli allievi prescelti: risposte a questionari, prove d’e-
same, elaborati scritti corredati dai giudizi della commissione esaminatrice e
dalla decisione di idoneità redatta dalla direzione del partito. La commissio-
ne d’esame dell’Ic esprimerà la valutazione definitiva anche sulla base dei ma-
teriali inviati.
Su suggerimento di Togliatti, che già dall’inizio dei corsi entra a far parte del-
la direzione della Scuola130, la Segreteria del Pci invia a Mosca una nota con i
nomi degli allievi selezionati. Escluso Amoretti, che è fondamentale per la re-
dazione dell’«Unità», si decide di far partire Farini, Tosin, Grandi, Monta-
gnana, Di Giovanni e Casati. Come richiede l’Ic si tratta di tre operai e tre
«semi intellettuali». Il loro grado di preparazione è giudicato molto basso,
«ma non c’è di meglio». In Italia «la coltura marxista non esiste» ed è diffi-
cile trovare compagni che abbiano studiato testi di Marx e di Lenin. Tutt’al
piú si dispone di «orecchianti»131.

128
Le opere che bisogna aver letto sono: Lavoro salariato e capitale, Le lotte di classe in Fran-
cia, La guerra civile in Francia e Il 18 brumaio, di Marx; Socialismo utopistico e socialismo
scientifico, di Engels; L’imperialismo fase suprema del capitalismo, Stato e rivoluzione e Estre-
mismo malattia infantile del comunismo, di Lenin; Lenin e il leninismo, di Stalin; Storia del
P.C.R., di Zinovev (cfr. ivi, p. 33).
129
In realtà anche gli studenti della Scuola leninista, come quelli delle altre scuole, sono ge-
neralmente fuggiti dall’Italia perché colpevoli di atti sovversivi contro il fascismo.
130
È Togliatti stesso a dare questa informazione nella già citata lettera alla Segreteria del Pci
del 26 settembre 1926. In una successiva lettera, Togliatti informa che «da un mese ho ri-
cevuto l’incarico di presidente il Consiglio direttivo della Scuola stessa» (APC, Fondo 513,
I inventario, fasc. 420, lettera di Ercoli alla Segreteria del Pci, 14 ottobre 1926, p. 83).
131
Ivi, fasc. 419, lettera di Morelli a Ercoli, 10 marzo 1926, p. 118. Due settimane dopo, lo
stesso Morelli informa Ercoli che si è deciso di non far partire Montagnana che è impe-
gnato nell’organizzazione torinese del partito (ivi, lettera di Morelli a Ercoli, 25 marzo 1926,
pp. 3-5).
1013 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

Il 6 aprile del ’26, nel suo rapporto settimanale alla segreteria del partito, To-
gliatti informa che sono giunti a Mosca i primi quattro allievi della Scuola:
hanno subito vari esami ma ignoro ancora l’esito. Fino ad ora il n. è il solo Partito che
ha inviato i suoi allievi (tra i grandi Partiti). Il livello generale degli allievi che sono già
qui è risultato in media inferiore a ciò che ci si attendeva. Si tratta però in generale di
elementi che si possono sviluppare [...] Coloro che risulteranno non preparati o in-
fermi verranno rinviati132.

La settimana seguente, Togliatti aggiunge dettagli sull’esito degli esami di se-


lezione: gli allievi italiani sono stati giudicati «non troppo forti», ma, trattan-
dosi di «elementi intelligenti e che possono svulupparsi», per nessuno è sta-
to deciso il rimpatrio. Prima dell’inizio dei corsi, previsto per i primi di mag-
gio, «i compagni iniziano lo studio della lingua russa»133. Alla selezione poli-
tica, segue il controllo sanitario degli allievi che passano uno ad uno la visita
del dentista, otorino, internista, oculista e neurologo134.
Tutti i settanta allievi135 dei diversi paesi, giunti a Mosca per il primo anno so-
no giudicati ancora deboli nelle conoscenze teoriche. La Scuola dovrà mette-
re a punto programmi specifici e mirati che tengano conto del loro basso li-
vello ideologico e soprattutto della scarsezza dei materiali a stampa disponi-
bili nelle diverse lingue delle sezioni nazionali. Poche opere di Lenin sono sta-
te tradotte136: servono traduttori per le dispense e per le lezioni, ma anche per
mettere in contatto gli studenti della Scuola con gli operai russi durante gli
stages di lavoro pratico nelle officine. Accanto ai problemi tecnici ci sono poi

132
Ivi, Ercoli alla Segreteria del Pci, 6 aprile 1926, p. 12.
133
Ivi, Ercoli alla Segreteria del Pci, 11 aprile 1926, p. 19.
134
Cfr. Clocchiatti, Cammina frut, cit., p. 61.
135
Per questo dato cfr. Murphy, La première année de l’Ecole Lénine et ses perspectives, cit.
p. 1227. Si veda inoltre il sempre utile lavoro di Agosti e Brunelli, I comunisti italiani nel-
l’Urss 1919-1943, cit., soprattutto pp. 1015 sgg.
136
Il 13 settembre 1926 Togliatti informa la Segreteria del Pci che il Segretariato dell’Ic ha
deciso di inziare l’edizione delle opere complete di Lenin in tre lingue (inglese, francese e
tedesco) sulla base della seconda edizione russa delle opere, di cui sono usciti già tre volu-
mi. Togliatti aggiunge che si è anche decisa la pubblicazione in italiano di una scelta delle
opere di Lenin, basata sull’edizione francese di cui, per la fine del ’26, sono attesi quattro
volumi. «Sono state anche fissate – precisa – tra il compagno che dirige la sezione edizioni
e me, alcuni accordi di principio per la attuazione pratica» (APC, Fondo 513, I inventario,
fasc. 420, lettera di Ercoli alla Segreteria del Pci, 13 settembre 1926, p. 62). La traduzione
italiana sarà a cura della sezione stampa dell’Ic, la scelta del traduttore sarà fatta d’accor-
do col Pci che si riserva «il diritto di controllo». Dieci giorni dopo, Micheli risponde a To-
gliatti che «in Italia non possiamo piú stampare volumi senza la certezza di vederli seque-
strati e sacrificati». La Segreteria del Pci ha dunque «stabilito che d’ora innanzi la pubbli-
cazione di volumi e edizioni nostre di qualsiasi natura verrà fatta in Francia» (ivi, lettera di
Micheli a Ercoli, 23 settembre 1926, p. 69).
1014 Fiamma Lussana

le difficoltà di tipo politico-ideologico: gli allievi sono ancora a digiuno di


«bolscevismo». E non essere bolscevizzati vuol dire subire il contagio della
mentalità «socialdemocratica». Non essere ancora soldati di ferro.
Le finalità della Scuola sono molto ambiziose: una scuola cosí non c’è mai sta-
ta137. Mai si sono riuniti gli elementi scelti dei diversi partiti comunisti per far-
ne non accademici, ma «leader rivoluzionari». Il piano di studi generale, va-
lido per tutti i settori nazionali, è programmato puntigliosamente, ma è trop-
po complicato per i giovani militanti italiani, abituati tutt’al piú a masticare le
parole d’ordine del partito, che di marxismo e leninismo hanno solo sentito
parlare e che di russo capiscono poco e niente. Nel corso del primo anno si
dovranno studiare quasi per intero il primo e il terzo libro del Capitale di Marx
e le opere principali di Lenin e Bucharin. Le lezioni di leninismo e di storia
del partito comunista affronteranno diversi temi come il rapporto fra marxi-
smo e leninismo, i caratteri del Partito operaio socialdemocratico russo alla
vigilia della rivoluzione del 1905, lo sviluppo del movimento operaio dal 1905
al 1914, durante la prima guerra mondiale e dalla rivoluzione di febbraio al-
la rivoluzione d’ottobre. Tutti temi che saranno ripresi e approfonditi nel se-
condo anno. Temi specifici del corso di economia politica sono: come nasce
e come si sviluppa l’economia capitalistica, la teoria del valore-lavoro, l’anali-
si del salario, la produzione nell’economia capitalistica e la ripartizione del
plusvalore, la rendita fondiaria, la teoria dei mercati, le crisi. Le lezioni di sto-
ria del movimento operaio prevedono una breve introduzione sulla rivolu-
zione industriale in Inghilterra e sulla rivoluzione francese e analisi specifiche
sul movimento cartista, il socialismo utopistico, le origini del marxismo, la ri-
voluzione del 1848 in Francia, la Comune di Parigi. Direttamente collegato
agli stages di lavoro pratico nelle officine è poi il corso dedicato alla struttu-
ra del Partito comunista russo, articolato nell’analisi specifica degli organismi
di base che si occupano dell’agitazione fra le masse e delle cellule d’officina.
Nel secondo anno lo studio si concentra sul Partito comunista russo, sui par-
titi comunisti delle diverse sezioni nazionali e sull’Ic. Oltre allo studio della
lingua russa, materie del secondo anno sono l’imperialismo e l’economia mon-
diale, la storia della II Internazionale, dell’Ic e del movimento rivoluzionario
in Oriente, il leninismo, la struttura del partito russo, la politica economica
dell’Urss, il materialismo storico, il movimento sindacale, lo sviluppo del mo-
vimento operaio nei diversi paesi138.
Accanto allo studio teorico, che viene calibrato sulle reali forze degli allievi,
già nel primo anno sono organizzate per tutti gli allievi dei diversi settori na-
zionali visite ai Musei della rivoluzione, che ricostruiscono le tappe principa-

137
«L’histoire – scrive Murphy – n’avait jamais connu d’école semblable» (Murphy, La pre-
mière année de l’Ecole Lénine et ses perspectives, cit. p. 1226).
138
Ivi, p. 1233.
1015 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

li e i successi del movimento rivoluzionario russo. Che cos’è il partito russo e


come si rapporta ai sindacati, alle officine, alla piccola borghesia delle città,
agli organismi dei contadini? Per capire com’è il paese dei soviet bisogna usci-
re dalla Scuola. Da aprile a giugno, per una durata complessiva di sei setti-
mane, sono attivati gli stages di lavoro pratico che, nel primo anno, si svolgo-
no presso le officine tessili di Orekho-Zonévo e nelle fabbriche di locomoti-
ve di Kolomna. «Io sono andato in diverse fabbriche – racconterà Scappini –
ma piú a lungo ho frequentato l’“Elektro Zavoda”, una fabbrica di materiali
elettrici. Andavamo ogni tanto nei “kolkos” vicini a Mosca e a lavorare sulle
ferrovie, insieme agli operai e agli studenti russi, continuando la tradizione dei
sabati di lavoro volontario, già in uso al tempo di Lenin, durante il periodo
della NEP»139. Quasi tutti, studenti e operai, dedicano il subbotnik, il sabato
comunista, al lavoro volontario. Amerigo Clocchiatti ricorda molti sabati tra-
scorsi ad abbattere alberi e preparare il terreno sulle colline Lenin, dove sa-
rebbe sorta la nuova Università di Mosca140.
L’obiettivo del lavoro pratico è partecipare direttamente alla vita associati-
va e imparare come funziona l’apparato industriale statale e quali sono i rap-
porti fra partito, sindacati e contadini con lo Stato sovietico. Ma soprattut-
to bisogna assimilare l’esperienza del Partito comunista russo nelle organiz-
zazioni politiche di massa: insomma come si fa la rivoluzione e come si con-
serva il potere. Anche se non parlano il russo, con l’aiuto di interpreti, gli
allievi possono partecipare alle riunioni interne sui problemi dell’officina e
agli incontri che vengono organizzati sulla struttura e il funzionamento de-
gli organismi del partito che operano all’interno dell’officina. Ciascun allie-
vo redige un rapporto in cui racconta la sua esperienza in officina e le di-
verse esperienze saranno poi discusse collettivamente nella Scuola. Nei me-
si invernali il lavoro pratico si limita a otto ore settimanali: divisi in gruppi
da tre a cinque, gli allievi compiono periodiche visite in alcune grandi offi-

139
I compagni di Firenze, cit., testimonianza di Remo Scappini, p. 74. Clocchiatti racconta
cosí la sua visita all’Elektro Zavoda: «era installata in un vecchio edificio di mattoni, ma
molto pulita ed efficiente. Ci accolsero con grande liberalità, mostrandoci tutto, rispon-
dendo a tutte le nostre domande, facendoci assistere alle riunioni sindacali dove i lavora-
tori discutevano i piani di produzione, i prezzi, i salari, le innovazioni tecniche da intro-
durre. Visitammo gli asili, le scuole, comprese quelle professionali, gli ambulatori, i teatri
della fabbrica, ascoltammo i cori e le orchestre delle maestranze. Avevano i loro pullman
per le gite, i battelli per il club nautico, gli sci e i pattini per gli sportivi della neve e del
ghiaccio, il circolo degli inventori [...] Durante il lavoro gli altoparlanti trasmettevano mu-
sica classica, Beeethoven, Ciaikovski, salvo gli intervalli dedicati ad esercizi ginnici adatti a
prevenire il deterioramento fisico. Il lavoro durava sette ore al giorno, sabato e domenica,
riposo. Ero meravigliato, entusiasta, non stavo nella pelle: ecco un tutto pulsante e armo-
nico, in cui l’uomo molto riceveva e molto dava. Ero contento di figurare come operaio del-
l’Elektro Zavod» (Clocchiatti, Cammina frut, cit., p. 66).
140
Cfr. ivi, p. 67.
1016 Fiamma Lussana

cine per partecipare, assieme agli operai russi, alle riunioni dei consigli d’of-
ficina e di cellula141.
Ma la partecipazione politica non si limita all’officina. Riuniti in gruppi, gli
allievi sono invitati alle riunioni dell’Esecutivo allargato dell’Ic dove si con-
frontano con i grandi temi del movimento comunista internazionale: costru-
zione del socialismo, stabilizzazione del capitalismo, movimento sindacale,
estremismo e opportunismo nel partito russo e nell’Ic. Insomma, non solo gli
allievi entrano nei meccanismi della produzione, lavorando e partecipando al-
la vita politica e associativa dell’officina, ma «fanno politica». Fin dal primo
anno funziona all’interno della Scuola un comitato sindacale che dovrebbe oc-
cuparsi di tutti i problemi relativi all’organizzazione interna della Scuola e al-
le condizioni materiali degli allievi. Manca però all’inizio una sensibilità col-
lettiva. Prevale fra gli allievi l’idea che il sindacato cura interessi particolari,
«categoriali», e non di classe. È il male dei quadri non ancora formati: ante-
porre l’interesse individuale e lo spirito rivendicativo al bene comune142.
Il problema funzionale piú vistoso della Scuola, che emerge fin dall’inizio dei
corsi, ma che, come si vedrà, è destinato a cronicizzarsi è l’eccesso di buro-
cratismo: per rendere piú scorrevoli i rapporti interni e per risolvere tutte le
questioni attinenti alla didattica o ai rapporti fra i diversi gruppi nazionali, na-
scono all’interno della Scuola una serie di sezioni, comitati e commissioni che
proliferano vistosamente con l’effetto di spezzettare ulteriormente i gruppi lin-
guistici, alzare steccati burocratici, far crescere sentimenti di disaffezione e de-
motivazione fra gli allievi e fra i docenti. Cosa significa lavorare secondo il
metodo della divisione in sezioni e comitati? Il dialogo fra docenti e studen-
ti è curato da un apposito comitato di cui fanno parte delegazioni scelte de-
gli uni e degli altri. Anche il rapporto fra i diversi settori nazionali è regolato
da un comitato ad hoc. E cosí fra gli allievi: lo studio è organizzato con la di-
visione in gruppi o seminari che scelgono di approfondire singoli temi e pro-
blemi del corso generale secondo il cosiddetto «metodo di laboratorio» o se-
minariale. La Scuola leninista è un microsistema in cui dovranno il piú possi-

141
«Des cercles se créèrent – scrive Murphy – que l’on divisa en groupes rattachés chacun
à un bureau de cellule d’entreprise et à ses commissions, depuis la cellule jusqu’au comité
d’entreprise et aux sous-comités régissant l’organisation de l’usine et la cellule des jeunes-
ses. Chaque groupe devait participer régulièrement aux réunions et étudier, avec l’aide d’un
interprète, la littétature et les matériaux concernant le travail courant de l’organisation
donnée, avoir des entrevues avec les camarades dirigeants de telle ou telle branche de tra-
vail» (Murphy, La première année de l’Ecole Lénine et ses perspectives, cit. p. 1231).
142
Murphy racconta che l’obiettivo centrale del comitato «était d’obtenir la participation
active et féconde de tous les membres de l’école» ma «cette tâche n’a pas encore été menée
à bien [...] Non seulement le comité souffrit de cet état d’esprit, mais d’autres organes fu-
rent affectés par cette fausse conception de la structure entière des organes de l’école et de
leur rôle» (Murphy, La première année de l’Ecole Lénine et ses perspectives, cit., p. 1232).
1017 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

bile essere livellate le differenze di lingua, abitudini, attitudini delle sue di-
verse componenti. Il suo schema organizzativo si basa in definitiva su un pa-
radosso: per unire le diverse componenti nel microsistema è necessario divi-
dere, ovvero creare sezioni, commissioni, e comitati col compio di amalga-
mare allievi e docenti e coordinare i rapporti fra i diversi gruppi nazionali.
Elogiando questa pratica organizzativa, Murphy ha raccontato «in diretta»
funzioni e finalità dei diversi comitati e i metodi di studio della Scuola:
Pour l’ensemble des études théoriques, un département fut constitué avec un comité
central composé à la fois de professeurs et d’élèves. Ainsi, pour chaque sujet étudié dans
les cours, des commissions correspondantes se créèrent. Chaque commission se com-
posait de plusieurs rapporteurs sur le sujet et d’un répresentant de chaque groupe (ces
groupes d’étudiants sont des groupes de langue russe, française, anglaise et allemande).
L’un des rapporteurs faisait office de président de la commission et l’un des étudiants
servait de secrétaire. Les commissions étudiaient les diverses questions rattachées au su-
jet, rédigeant des programmes et des plans académiques, préparaient la bibliographie,
choisissaient les méthodes d’enseignement, veillaient à la discipline académique et au
progrès de chaque groupe. Le plan académique de l’année portait sur les sujets suivants:
économie politique, histoire du parti communiste russe, histoire du mouvement ouvrier,
structure du parti, langue russe. La méthode adoptée pour l’étude de ces sujets est la
«méthode de laboratoire», bien qu’elle n’ait pas toujours été mise en application de fa-
çon très stricte. Chaque sujet etait divisé en un certain nombre de questions, dont cha-
cune devait être étudiée à part par les étudiants dans un laps de temps donné. Les étu-
diants recevaient un plan de travail détaillé sur chaque question avec la littérature qu’ils
devaient s’assimiler. Puis lorsqu’une question avait été étudiée, les professeurs se met-
taient en rapport avec les étudiants pour résoudre les points restés sans solution et don-
ner la ligne générale. Telles étaient les méthodes appliquées aux études143.

Accanto al corso generale, ciascun settore nazionale organizza i suoi corsi spe-
cifici. Dai rapporti di Togliatti alla Segreteria del Pci apprendiamo che, per
quanto riguarda il settore italiano, all’inizio «le cose della Scuola [...] non van-
no troppo bene»: gli allievi sono rimasti «senza fare niente» fino alla metà di
maggio del ’26 per poi incominciare, divisi in due gruppi, di bravi e meno
bravi, un «corso preparatorio» al corso regolare. Questo breve corso prope-
deutico si è basato essenzialmente sulla storia del Partito comunista russo e
in particolare sulle tesi del suo XIV Congresso. Nel gruppo italiano, continua
Togliatti, serpeggia un certo malumore:
Il malcontento tra gli allievi incominciò quando al loro arrivo alla scuola, non trova-
rono nulla di pronto per i loro studi. Poi quando seppero che l’inizio dei corsi rego-
lari era rinviato fino all’autunno. Alcuni non furono contenti del modo come i corsi
preparatorii vennero svolti. Ecc. Durante la pratica nelle fabbriche si ebbero, a con-
clusione di piccoli incidenti già verificatisi tra alcuni allievi e la direzione della scuola,

143
Ivi, p. 1228.
1018 Fiamma Lussana

dei casi di indisciplina, soprattutto nel gruppo tedesco e nel gruppo francese. Gli ita-
liani [...] si portarono in sostanza bene. Ora la direzione della Scuola, esaminata la si-
tuazione, propone un nuovo piano di studi, ridotto ad un anno. Giustifica la propo-
sta con la scarsa preparazione di molti allievi [...] Alla fine dell’anno un certo nume-
ro di allievi potrebbe esser fatto rimanere un anno ancora144.

Alla fine del ’27, nel rapporto inviato all’Esecutivo del Pci sul grado di avan-
zamento degli studi e sulle esperienze di lavoro pratico, i sette allievi iscritti
al secondo anno fanno un breve bilancio del livello di studio raggiunto: il pri-
mo anno è servito a formarsi le basi. Ora si continua a studiare «da mane a
tarda notte»145, ma il lavoro è piú interessante. Raccontano come e dove han-
no trascorso gli stages di lavoro pratico previsti dalla Scuola146. Ad eccezione
di Luciani (Carlo Farini) che, per motivi di salute, ha trascorso un mese in sa-
natorio, gli altri sono stati mandati in località diverse, sparse su tutto il terri-
torio sovietico. Monti è stato a Vladivostok dove ha studiato l’organizzazione
del partito, occupandosi specificamente dei problemi delle province orienta-
li: la vicinanza con la Cina e con l’Oceano Pacifico, la questione agraria, i pro-
blemi coloniali. Perugia (Armando Fedeli) si è occupato della questione na-
zionale in Georgia e dell’industrializzazione in quella regione, ricca di pozzi
di nafta. Silla (Bruno Tosin) è stato negli Urali dove, oltre ai progressi del-
l’industria idroelettrica, ha studiato il funzionamento delle cooperative agri-
cole. Foschi (Silvio Di Giovanni) ha studiato in Ucraina i problemi delle coo-
perative agricole e l’organizzazione del partito. Orsi (Marini) è stato in Asia
centrale, nelle repubbliche dell’Uzbekistan, Turkmenistan, ecc. Ha toccato
con mano come si risolve il problema nazionale in regioni in cui la rivoluzio-
ne proletaria ha in parte le stesse funzioni della rivoluzione borghese: abbat-
timento del feudalesimo, sviluppo agrario, risveglio della coscienza naziona-
le. E dove la cultura e le tradizioni dell’Islam creano problemi nuovi connes-
si alla questione religiosa e all’emancipazione della donna. Roberti, in Crimea,
ha partecipato al lavoro del partito della zona e ha seguito da vicino lo svi-
luppo straordinario dei sanatori, come funzionano e quanto sono importanti
nella vita del proletariato sovietico. Ha imparato che in Russia ci si diverte o
ci si riposa solo al sanatorio, ovvero la norma è il lavoro e il dovere, divertir-
si è lecito soprattutto come terapia. Perché star bene significa lavorare di piú
e fare piú presto a costruire il socialismo.
All’inizio degli anni Trenta, le sezioni nazionali rappresentate nella Scuola so-
no cinquantuno. Direttrice della Scuola è la «compagna» Kirsanova, membro

144
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 420, lettera di Ercoli alla Segreteria del Pci, 13 set-
tembre 1926, p. 63.
145
Ivi, fasc. 556, relazione degli allievi italiani della Scuola leninista all’Esecutivo del Pcd’I,
10 ottobre 1917, p. 18.
146
Ivi, pp. 16-17.
1019 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

del Comitato centrale del Partito comunista russo e moglie del noto storico
del Pcr Jaroslavskij, caduto in disgrazia nel 1932147. Arturo Colombi, allievo
della Scuola dal 1929, dipinge la direttrice come «una compagna intelligente,
di notevole preparazione, sicura di sé e molto autoritaria»148. Tutti i settori na-
zionali dispongono di tre tipi di corsi: un corso «accelerato», della durata di
nove mesi, destinato a giovani da utilizzare rapidamente come funzionari; il
corso «fondamentale» di due anni, che dovrà formare i dirigenti basandosi su
un programma esteso e approfondito; un corso «speciale», chiamato il corso
dei «professori rossi», cui accedono i migliori elementi usciti dal corso fon-
damentale, e dove si è specificamente addestrati per diventare docenti di ideo-
logia comunista149. Berti informa che, fino all’estate del ’31, i corsi «accelera-
ti» in lingua italiana sono stati tre e, poiché molti allievi di questi corsi sono
poi passati al corso «fondamentale», i risultati raggiunti sono giudicati di-
screti150.
Anche per il settore italiano, come per gli altri settori nazionali, lo studio ri-
mane il fine principale, anche se si tratta di un tipo particolare di studio: piú
collettivo che individuale, apologetico e mai critico, finalizzato all’azione e mai

147
«In quell’autunno del 1932 – scrive Dante Corneli, passato dalla Zapada alla Scuola
leninista – cadde in disgrazia Jaroslavskij, lo storico del partito che fino allora era stato
considerato il massimo esperto della storia del PC(b). Le sue opere sulla rivoluzione rus-
sa erano state lette come una sorta di Vangelo e ora Stalin le aveva bollate come trozki-
ste. È immaginabile lo stupore con cui fu accolta questa notizia. Nella Scuola Leninista,
dove sua moglie Kirsanova ne assunse le difese, Jaroslavskij fu duramente criticato» (D.
Corneli, Il redivivo tiburtino. 24 anni di deportazione in Urss, Milano, La Pietra, 1977, p.
46). Una scheda biografica di Jaroslavskij è in Broué, Storia del partito comunista dell’Urss,
cit., p. 685.
148
«Al momento della pace di Brest-Litovsk – racconta Colombi – la Kirsanova aveva fat-
to parte del gruppo di sinistra di Bucharin, che aveva assunto una posizione di netta op-
posizione alla politica di Lenin e della maggioranza del partito. In varie occasioni l’ho sen-
tita ricordare questo episodio con ostentata civetteria. So che diversi anni dopo venne re-
vocata dal suo incarico di direttrice della scuola, pare per l’intervento del compagno Di-
mitrov» (A. Colombi, Viata di militante. Dalla prima guerra mondiale alla caduta del fasci-
smo, Roma, Editori Riuniti, 1975, p. 138).
149
Queste e altre informazioni ci vengono fra l’altro da una dettagliata relazione, depositata
alla questura di Bologna il 15 ottobre 1932 dal «pentito», ex allievo della Scuola leninista,
Mario Imprudenti, che è riuscito a tornare in Italia con l’aiuto dell’ambasciatore italiano a
Mosca. La deposizione dell’Imprudenti è trasmessa con «riservatissima raccomandata» dal-
l’ispettore generale di Ps Giuseppe D’Andrea al capo della polizia di Roma e contiene «im-
portanti rivelazioni» «sui sistemi del regime sovietico, sulle presenti condizioni della vita del-
le classi lavoratrici in Russia e sul funzionamento della scuola leninista». Abbiamo rinvenu-
to la copia del documento nel fasc. «Giuseppe Berti», depositato in Archivio centrale dello
Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale della pubblica sicurezza, Divisione affari ge-
nerali e riservati, Casellario politico centrale (d’ora in poi ACS, CPC), b. 558.
150
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 1052, relazione di Jacopo, s.d. (ma aprile 1932), p. 10.
1020 Fiamma Lussana

alla ricerca. Assieme ai pochi classici di Marx e di Lenin disponibili in tradu-


zione e in edizione economica, nella biblioteca dei comunisti italiani un po-
sto d’onore l’hanno avuto finora i romanzi di George Sand151, La madre di
Gorkij152, o Il tallone di ferro di Jack London153. La letteratura popolare di-
pinge i rivoluzionari come eroi perché fare la rivoluzione «è un’impresa gran-
de! [...] Quanto la terra!»154. Ma per «farsi un’anima comunista» la letteratu-
ra non basta. I «leninisti» sanno che il compito delle scuole ideologiche è for-
giare uomini nuovi nutrendoli di politica. E imparano che rivoluzionari pro-
fessionali non si nasce, lo si diventa studiando Marx e Lenin.
Il corso fondamentale del settore italiano parte da molto lontano. Lenin è il
punto di arrivo. Si studia la formazione dello Stato e il suo sviluppo a parti-
re dalla democrazia ateniese. Si passano in rassegna i classici della filofofia e
del pensiero politico partendo da Tommaso Campanella per arrivare a Hegel
e Marx passando attraverso i Fabiani e il socialismo utopistico. Si studiano i
classici del pensiero marxista-leninista, da Lassalle, Bernstein, Hilferding,
Kautsky, fino a Stalin. E sono oggetto di discussione vivace anche le posizio-
ni di Trockij, Bucharin, Zinovev, Kamenev. Grande attenzione è dedicata al
capitalismo in tutte le sue diverse fasi, dalle origini all’imperialismo, e all’a-
nalisi del fascismo e del nazismo. La parte sulla storia del movimento operaio
italiano, docenti Astesano (Felice Platone), ma anche Grieco e Gennari, par-
te da Pisacane, Mazzini, Garibaldi, Labriola, Prampolini, Turati e arriva al
congresso di Livorno, Bordiga e Gramsci. Altre materie fondamentali sono il
movimento operaio internazionale, economia politica, economia sovietica e

151
I Fratelli Treves di Milano hanno pubblicato nel 1931 La palude del diavolo. Sempre nel
’31, Nerbini ha pubblicato a Firenze Indiana, riproposto l’anno dopo a Milano da Sonzo-
gno.
152
La Madre era stato pubblicato in traduzione inglese nel 1906-1907 e in russo nel 1907.
La prima edizione italiana del romanzo di Gorkij («unica edizione italiana», come appare
dal frontespizio) è del 1928 con l’editore Monanni di Milano, nella traduzione di Cesare
Castelli. Nel corso del ’36, La Madre di Gorkij è citato nella rubrica Libri da leggere del
giornale comunista «l’Unità». Viene definito «romanzo dell’eroismo di una madre proleta-
ria al tempo delle prime grandi lotte dei lavoratori russi per il pane e per la libertà», che
«riassume in sé la vita di migliaia e migliaia di mamme di tutti i paesi del mondo». Gorkij
muore nel giugno del ’36 e sia «l’Unità» che «lo Stato operaio» gli dedicano un commos-
so ricordo esaltando «il primo vero artista della povera gente», che ha messo il suo talento
al servizio della rivoluzione proletaria (cfr. Lussana, «l’Unità» 1924-1939. Un giornale «na-
zionale» e «popolare», cit., pp. 212 e 250).
153
Il romanzo di London, anch’esso del 1907, è pubblicato nel 1928 sempre da Monanni e
sarà riproposto a puntate dall’«Unità» clandestina nel 1936.
154
M. Gorkij, La madre, in Id., In America – La madre, Roma, Editori Riuniti, 1958, p. 504.
E come dice La madre, i rivoluzionari non sono mosche bianche: «sono già nati molti uo-
mini cosí e ne nascono sempre piú, e tutti sino alla fine combatteranno per la libertà e per
la verità» (ivi, p. 503).
1021 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

teoria e pratica dell’arte militare che, docente Guido Picelli, si divide in due
diversi corsi: le lezioni teoriche di insurrezione e lotta di strada e quelle pra-
tiche sulla guerra partigiana che prevedono esercitazioni con l’uso di mitra-
gliatrici, cannoni, fucili automatici, carri armati, autoblindo155.
Oltre a studiare, gli allievi italiani discutono di politica commentando i verba-
li del Comitato centrale che giungono dal partito italiano156. Si lamentano in
generale di essere troppo staccati dalla vita italiana157: il paradosso è che sono
arrivati nella Russia dei soviet per imparare a fare la rivoluzione, ma come si
fa la rivoluzione in Italia se non si conosce piú il proprio paese? Conoscere i
problemi teorici del marxismo e del leninismo e saper valutare criticamente la
situazione internazionale non serve a niente se si perde di vista l’Italia. Oltre
alla insufficiente «nazionalizzazione» dei corsi, oggetto di lamentele è poi lo
«spirito malsano»158 che regna dentro la Scuola. Si acuisce il burocratismo che
già nel ’26-27, all’inizio dei corsi, era stato un problema. La Comes, la com-
missione speciale cui il Centro estero del partito ha affidato la cura della for-
mazione ideologica dei quadri, denuncia l’eccesso di riunioni («inutili la piú
parte») su questioni che allontanano gli allievi dallo studio vero e proprio. E
denuncia anche la debolezza ideologica del corpo insegnante. A complicare il
quadro si aggiungono gli effetti nefasti del clima «cospirativo» che regna da
sempre nella Scuola e che spesso si traduce in un controllo esasperato sugli al-
lievi, sul loro rendimento, ma anche, come si vedrà, sul loro stile di vita e sul-
le loro relazioni fuori della Scuola. Nel settore italiano, come negli altri, la fer-
rea rigidità che regola il programma di studio e la vita degli allievi rende sem-
pre piú difficili i rapporti fra allievi, docenti e dirigenti159.

155
Sulle materie di studio del corso per gli italiani cfr. Clocchiatti, Cammina frut, cit., pp.
72 sgg.
156
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 556, mozione del gruppo degli allievi italiani della
Scuola leninista, pp. 1-5.
157
Ivi, relazione degli allievi italiani della Scuola leninista, cit., p. 19.
158
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 1052, riunione della Comes del 29 maggio 1932, in-
tervento di Mattia, p. 17.
159
Secondo l’ex allievo della Leninista Mario Imprudenti, divenuto nel ’32 informatore del-
la polizia fascista, il regime di vita della Scuola «è intollerabile (atti d’ingiustizia da parte
dei dirigenti, disciplina rigidissima, controlli odiosi, studio prolungato fino a notte alta, son-
no limitato, libera uscita solo in casi eccezionali e ben giustificati). Non tutti vi si adattano
e spesso si manifestano atti di ribellione. In tal caso, l’indisciplinato viene subito deferito al
“tribunale della scuola”, composto da quattordici o quindici persone, scelte fra i dirigenti,
capi gruppi e studenti del settore. Viene sempre deliberata la sospensione dagli studi e l’in-
vio del giudicato in una fabbrica di stampe di Mosca. Qualora la mancanza rivesta caratte-
re di gravità (traviamento politico) viene deferito pure al tribunale della scuola, composto
però dai rappresentanti di tutti i settori dei vari paesi. In tale caso viene sempre deliberato
l’invio dell’accusato nei “campi di concentramento”, siti nelle zone estreme della Russia
orientale o in Siberia, sotto la stretta sorveglianza delle guardie rosse e coll’obbligo dei la-
1022 Fiamma Lussana

Responsabili politici del settore italiano, denominato settore K, sono dappri-


ma il sovietico Chaim Heller, chiamato Chiarini, e successivamente la «com-
pagna» Vladimirskaja, moglie del commissario del popolo alla sanità Vladi-
mir. Dirigenti sono Gaetano Chiarini, Luigi Amadesi (Lovéra), Antonio Roa-
sio e Giuseppe Berti che è anche dirigente della commissione ideologica del
Pci e redattore, in tale veste, di regolari rapporti sui problemi didattici e po-
litici della Scuola. Lo staff del settore italiano comprende anche i traduttori
dal russo all’italiano Dante Corneli e Renato Cerquetti e alcuni dattilografi fra
cui la toscana Emilia Mariottini. La didattica è organizzata in tre classi160 i cui
docenti sono Ottavio Pastore, Felice Platone, Giuseppe Berti, Luigi Amade-
si, Giuseppe Rossi, Cesare Manetti, Guido Picelli, Antonio Roasio. Altri do-
centi occasionali, impegnati anche come relatori di conferenze a tema, sono
un colonnello dell’esercito russo, dirigenti dell’Ic161, funzionari del Pci come
Gaetano Chiarini, Domenico Ciufoli, Luigi Frausin, Luigi Grassi, e dirigenti
come Mario Montagnana, Egidio Gennari, Ruggero Grieco, i due fratelli An-
selmo e Andrea Marabini e lo stesso Togliatti.
Come si vive dentro la Scuola? Gli italiani dormono in camerate con sette-ot-
to letti162, all’interno delle quali è affisso il regolamento. Percepiscono uno sti-
pendio mensile di settantacinque rubli, lo stesso assegnato agli studenti so-
vietici163. Paragonato ai dieci rubli mensili della Zapada o ai sessanta dell’Isti-
tuto Tolmacëv, lo stipendio della Scuola leninista è il piú alto in assoluto. Lo

vori forzati» (ACS, CPC, b. 558, fasc. «Giuseppe Berti», relazione di Mario Imprudenti,
cit., pp. 2-3).
160
«Il corso – ricorda Clocchiatti – comprendeva tre classi: l’ultima, di coloro che poi sa-
rebbero tornati in occidente, o che sarebbero entrati nella produzione nell’Urss, o che
avrebbero dovuto finire di curarsi; la seconda; e quella di chi cominciava, la mia. Eravamo
inoltre divisi in organizzazione di partito e organizzazione sindacale: il responsabile di par-
tito, che era il compagno piú quadrato, veniva chiamato partorg, quello sindacale proforg
[...] Alcuni allievi, particolarmente dotati e già provvisti di cultura superiore [...] venivano
considerati candidati all’insegnamento: fra questi, Porro-Redi (Pellegrini) e Roasio» (Cloc-
chiatti, Cammina frut, cit., p. 60).
161
Schiapparelli racconta che nel ’34 «Giorgio Dimitrov tenne una conferenza a tutti gli al-
lievi e agli insegnanti della Scuola. Ricordo che Dimitrov aveva portato con sé la vecchia
madre. In quella circostanza, imparammo da colui che poco dopo sarebbe diventato il Se-
gretario Generale dell’Internazionale, come i militanti comunisti devono comportarsi di
fronte al nemico in caso di arresto» (S. Schiapparelli [Willy], Ricordi di un fuoruscito, Mi-
lano, Edizioni del Calendario, 1971, p. 93). «Particolarmente vivo – scrive Gaddi – è il ri-
cordo della visita di Giorgio Dimitrov, appena rientrato dalla Germania, che ci fece un gran-
de discorso sul fascismo, le sue radici di classe, i metodi per combatterlo» (G. Gaddi, Ogni
giorno tutti i giorni, Milano, Vangelista, 1973, p. 62).
162
Nel ’33, quando giunge alla Scuola il triestino Giuseppe Gaddi, gli italiani dormono in
camere di quattro letti (cfr. A. Casellato, Giuseppe Gaddi. Storia di un rivoluzionario disci-
plinato, Verona, Cierre edizioni, 2004, p. 39).
163
Questa informazione è fornita da Clocchiatti in Cammina frut, cit., p. 67.
1023 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

studio è l’attività prevalente: si studia, da soli e con gli altri, per cinque gior-
ni alla settimana. Un giorno si va in fabbrica per il lavoro pratico e un gior-
no intero è dedicato al riposo e allo svago. La giornata inizia alle sette con la
doccia. Alle sette e trenta c’è l’ora di ginnastica che si svolge all’aperto e,
quando capita, anche nella neve. Poi si legge insieme la «Pravda», tradotta dal
russo dai pochi che sanno la lingua. Segue un’ora di lezione generale, una di
studio individuale e una di discussione collettiva. Il vitto è scarso e sempre
uguale: gli italiani si lamentano delle immancabili verze col pesce congelato o
del montone con le patate. In un articolo che appare nel giornale murale del
settore italiano Gaddi scrive «che se in Italia si fosse mangiato e vissuto cosí,
gli operai avrebbero fatto la rivoluzione contro i responsabili di quella situa-
zione»164. Dopo pranzo si gioca a pallavolo e di nuovo studio fino a cena. Quin-
di si leggono i giornali italiani e, prima di andare a letto, ancora studio indi-
viduale. Di notte è obbligatorio riposare. È proibito tenere la luce accesa. La
Scuola impone un regime di vita piú duro della caserma. La vita privata non
esiste. «Su quaranta che eravamo – scrive Clocchiatti – i nove decimi riparti-
rono da Mosca senza aver avuto un rapporto con una russa, me compreso»165.
Teresa Noce, giunta alla Scuola nel ’28-29 su invito di Togliatti, è già sposa-
ta con Luigi Longo e madre di un bimbo di cinque anni che ha lasciato a To-
rino, dalle zie e dai nonni paterni. Col marito non è possibile nessuna intimità
se non di tanto in tanto nella camera d’albergo che lui ha a Mosca. Racconta
come ci si «arrangia» a risolvere il problema dei rapporti sessuali:
chi si trovava un partner fisso, poteva ottenere dalla direzione una camera a due, nel-
la quale vivere coniugalmente. Gli altri si arrangiavano, a scuola e fuori. Siccome io
avevo orrore degli arrangiamenti e delle sostituzioni, i compagni e specialmente alcu-
ni italiani cominciarono a guardarmi male. Arrivarono a dichiarare che se il Partito,
invece di me, avesse mandato alla scuola un’altra compagna, per loro sarebbe stato
molto meglio. Piú tardi [...] per impedire che alla scuola i compagni stabilissero lega-
mi che avrebbero potuto poi intralciare il lavoro illegale del Partito, si cercò di man-
dare coppie di compagni sposati166.

Nel ’33, Giuseppe Gaddi e Maria Bernetich sono entrambi a Mosca per fre-
quentare le scuole ideologiche. Sette anni prima, in Italia, è iniziata la loro sto-

164
Ivi, pp. 61-62. Sempre Clocchiatti informa che, nell’ultimo periodo di vita della Scuola,
fra il ’34 e il ’35, il vitto migliora sensibilmente: «per la prima colazione potevamo già sce-
gliere fra caviale, formaggio, yogurt, e latte, tè e pane a volontà. Il pane era diventato buo-
no. A mezzogiorno trovavamo l’ottimo borsc (minestra di cavolo, carne e barbabietole), un
piatto di carne o pollo o pesce, formaggio, pane e tè. Col tempo comparvero anche la frut-
ta e i dolci. Pure la cena era sostanziosa. Infine alle ventidue arrivavano un boccale di yo-
gurt, tè e biscotti» (ivi, p. 72).
165
Ivi, p. 69.
166
T. Noce, Rivoluzionaria professionale, Milano, La Pietra, 1974, pp. 121-122.
1024 Fiamma Lussana

ria d’amore, anche se non hanno mai avuto molte occasioni per stare insieme.
Ora si sono ritrovati, ma Maria è stata destinata alla Zapada, Giuseppe alla
Leninista. In una lettera a Longo, Gaddi chiede se è possibile trasferire la sua
compagna alla Leninista perché «non abbiamo mai passato, si può dire, una
giornata assieme (non parliamo poi di notte!...) [...] questo è davvero un ma-
trimonio originale!». Divisi in Italia dal lavoro politico clandestino, divisi du-
rante gli anni del carcere, ora finalmente reclamano un po’ di intimità perché
è vero che i membri del partito devono sempre porre «gli interessi del parti-
to davanti a i nostri interessi personali», ma «anche noi comunisti abbiamo
certi bisogni e li sentiamo specialmente dopo anni di carcere»167. La richiesta
di Gaddi è accolta: la Bernetich figura fra gli allievi della Leninista nel perio-
do compreso fra l’aprile del ’34 e il settembre del ’35168.
Come si trascorre il tempo libero fuori della Scuola? E in generale, come ci
si diverte? Due sono i periodi di vacanza concessi agli allievi: dieci giorni d’in-
verno e un mese intero d’estate. A Torsok, vicino Kalinin, nell’ex residenza
di un principe, si trascorrono le vacanze invernali sciando, pattinando e cam-
minando nei boschi. Soci o Yalta, sul Mar Nero sono le mete estive. E capi-
ta talvolta anche di fare brevi crociere arrivando in nave fino a Odessa. Gad-
di partecipa a una festa in un colcos del Caucaso del Nord cui è stato invita-
to anche il presidente dell’Urss Kalinin mentre un aereo della «Pravda» fa
compiere brevi escursioni agli anziani. E ricorda
le gente che, secondo le antiche tradizioni, accedeva a una piazza da quattro vie di-
verse, strettamente distinta per età, sesso, stato civile, per ascoltare un comizio al qua-
le gli uomini assistono seduti e le donne in piedi; poi un enorme banchetto, con del-
la birra densissima, versata in immensi corni di bufalo che bisognava vuotare perché
non si potevano poggiare; un tentato discorso di Pellegrini, subito interrotto da Kali-
nin che vuol ballare con le contadine; l’aereo della Pravda, che porta in volo alcuni an-
ziani i quali, scesi a terra, si affrettano a comunicare che Dio, lassú, non c’è169.

Dentro la Scuola, nel grande ambiente adibito a teatro, i diversi settori nazio-
nali organizzano concerti e spettacoli. Dina Ermini, che alla Scuola conosce il
secondo marito Antonio Roasio, ricorda come fanno teatro gli allievi italiani:
nella ricorrenza del Primo Maggio e del 7 novembre, anniversario della Rivoluzione
d’Ottobre [...] erano gli studenti dei vari settori stranieri, che organizzavano le rap-
presentazioni ispirandosi a fatti politici, culturali e storici del proprio paese. Un anno,
a noi italiani ci venne assegnato il primo premio da parte della giuria composta da stu-

167
FIG, Biografie, memorie, testimonianze (d’ora in poi BMT), fasc. «Giuseppe Gaddi», let-
tera di G. Sandrinelli (Gaddi) a Gallo, 29 ottobre 1933.
168
Il nome di Maria Bernetich compare nell’elenco degli allievi della Leninista, redatto da
Willly Schiapparelli e attualmente depositato fra le sue carte (FIG, BMT, fasc. «Willy
Schiapparelli»).
169
Gaddi, Ogni giorno tutti i giorni, cit., p. 63.
1025 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

denti e insegnanti dei vari paesi stranieri, premio che la Direzione della scuola mette-
va in palio ogni anno e consisteva in libri, enciclopedie e un piccolo trofeo, che ogni
anno passava ai vincitori. Per noi italiani, fu una grande festa, anche per il fatto che
era la prima volta che il settore italiano riceveva il primo premio, lo vincevano sempre
i tedeschi, cinesi e francesi. Il regista, oltre che scrivere il pezzo, fu il compagno Gui-
do Picelli, che prese come soggetto la lotta contro il fascismo a Parma e le barricate
dell’Oltretorrente del 1922 contro le squadracce fasciste [...] Questa rappresentazio-
ne richiese una certa preparazione, anche per il fatto che mancavamo di materiali per
confezionare le divise fasciste. Per i fez adoperammo carta nera, per le rivoltelle del
cartone tinto di nero. Anche per i manganelli venne adoperato del cartone arrotolato
ed incollato. Piú difficile fu la confezione delle camicie nere. Le compagne italiane stu-
dentesse o che lavoravano alla scuola come impiegate o insegnanti, diedero le loro gon-
ne nere e qualcuna anche la fodera del loro paltò170.

Giuseppe Alberganti e Gustavo Comollo dirigono il coro degli allievi italiani.


Ma Comollo, che nel gruppo italiano gode fama di assomigliare a Rodolfo Va-
lentino, è noto anche per i suoi assoli, soprattutto per il «mio bel Turin». Nel-
le sue esibizioni ispirate al repertorio italiano si accompagna con la chitarra e
la balalaica suscitando «un vero entusiasmo specie fra il pubblico femmini-
le»171. Il coro degli italiani, specializzati in Bandiera rossa, l’Inno dei lavorato-
ri e Va pensiero, è il piú applaudito della Scuola: «migliore del nostro – rac-
conta Clocchiatti – c’era solo quello dell’Armata Rossa»172.
Dentro e fuori la Scuola, soprattutto gli allievi che provengono da partiti il-
legali come gli italiani, sono tenuti sotto controllo: si temono i servizi di spio-
naggio nemico che fanno capo alle ambasciate e ai consolati stranieri. Per en-
trare e per uscire bisogna esibire il tesserino di riconoscimento, il «propusk».
Fuori della Scuola non è vietato frequentare russi o comunque stranieri: qua-
lunque relazione stabile va però denunciata e controllata173. Gli italiani devo-
no tenersi lontano dai circoli degli emigrati, salvo intrattenere rapporti con al-
cuni fidati compagni di partito, conosciuti per la loro attività nel Soccorso ros-
so o in altri organismi internazionali. La Scuola leninista è un mondo a sé, co-
me la fabbrica. È un microcosmo di vita collettiva in cui vigono le stesse ri-
gide regole che regolano la vita esterna. Ma di piú, è un’officina altamente
specializzata in cui, invece di pezzi meccanici o cuscinetti a sfera si produco-

170
Guido Picelli, a cura di F. Curi, testo di D. Gagliani, Parma, Centro di documentazione
Remo Polizzi, 1987, testimonianza di Dina Ermini, p. 100. Nel volume sono comprese anche
le testimonianze di altri allievi della Scuola leninista come Luigi Leris e Giuliano Pajetta.
171
Ivi, p. 101. Cfr. anche I compagni di Firenze, cit., testimonianza di Remo Scappini, p. 73.
172
Clocchiatti, Cammina frut, cit., p. 64.
173
«Noi studenti della Scuola leninista – scrive Amerigo Clocchiatti – dovevamo fare at-
tenzione nella nostra vita sentimentale: prima di approfondire e di consolidare un’amicizia
eravamo tenuti a conoscere nome e indirizzo della persona e a passarlo al nostro ufficio
quadri, che faceva la sua indagine» (ivi, pp. 67-68).
1026 Fiamma Lussana

no quadri ideologici. Ovvero, merce rara e di altissima qualità, destinata al-


l’esportazione nei paesi fratelli e la cui immissione nel mercato mondiale
rafforzerà l’Ic e lo Stato sovietico. Per Felicita Ferrero, impiegata nel settore
italiano, la Scuola leninista è «una fabbrica di stalinisti, anche se ne conobbi
tanti altri che non erano stati fabbricati in quella scuola»174.
Gli obiettivi formativi della Scuola leninista sono molto diversi da quelli del-
la Zapada e anche da quelli dell’Accademia Tolmacëva di Leningrado. Nel
’25 e nel ’26, l’obiettivo principale era correggere le tendenze estremistiche o
devianti degli allievi italiani. Era formare professionisti della politica in senso
gramsciano. Ovvero, guardare alla rivoluzione italiana come a una prospetti-
va. Ma nel ’27-28, quando iniziano i corsi del settore italiano alla Scuola le-
ninista, il Pci cambia politica. E di lí a poco, la drammatica crisi economica
mondiale farà da sfondo all’aggiustamento tattico e strategico della linea del-
l’Ic e del partito italiano. Diventa diffusa l’opinione che, con la dilagante cri-
si del capitalismo, la rivoluzione è possibile. Finora gli allievi italiani delle
scuole internazionali hanno imparato a ripudiare il trockismo, che l’estremi-
smo è la malattia infantile del comunismo. Ora invece imparano che, tornati
in Italia, faranno subito la rivoluzione.
Nell’estate del ’28 quasi tutti gli allievi della Scuola leninista hanno assistito
ai lavori del VI Congresso dell’Ic in cui, com’è noto, viene esasperata la con-
trapposizione fra comunismo e socialdemocrazia europea175, bollata come «so-
cialfascista». Durante il congresso, in una riunione di commissione, Longo ha
esplicitato la sua nuova linea che contrasta con quella della maggioranza del
Pci: contro la parola d’ordine dell’Assemblea repubblicana, ha parlato di «go-
verno operaio e contadino», preparando il nuovo piano di lavoro per l’Italia.
È la «svolta». Non serve parlare di stabilizzazione del capitalismo, di raffor-
zamento del fascismo, di stagnazione della lotta di classe: non c’è tempo da
perdere, la rivoluzione si può fare. Dimenticare Gramsci o costruire il parti-
to di massa? «Svolta» sí, «svolta» no? Fra gli studenti della Leninista si è ac-
ceso il dibattito che riflette quello, piú ampio, che lacera il partito.
Tasca è stato confermato rappresentante del Pci presso l’Esecutivo del Co-
mintern. E intanto ha inasprito la sua critica a Stalin e allo stalinismo matu-
rando la rottura col Pci. Come racconta Teresa Noce, «cominciò a darsi da fa-
re con i compagni della scuola leninista; non solo veniva spesso tra noi per te-
nerci rapporti e conferenze, ma prese anche a invitare al “Lux”, dove risiede-
va, alcuni degli allievi ultimi arrivati»176. Sarà accusato di opportunismo e, due

174
F. Ferrero, Un nocciolo di verità, a cura di R. Farina, Milano, La Pietra, 1978, p. 110.
175
Sui programmi e le prospettive della socialdemocrazia si veda il lavoro di L. Rapone, La
socialdemocrazia europea tra le due guerre. Dall’organizzazione della pace alla resistenza al fa-
scismo (1923-1936), Roma, Carocci, 1999.
176
Noce, Rivoluzionaria professionale, cit., p. 126.
1027 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

mesi dopo il X Plenum dell’Ic, che segna il trionfo di Stalin e la ratifica del «so-
cialfascismo», sarà espulso dal Pci. All’inizio del ’29, la Noce ha lasciato Mo-
sca alla volta di Parigi e ha informato Longo «sull’attività svolta da Tasca, con
scarsi risultati, tra gli studenti della scuola leninista [...] Secchia e Longo erano
per una svolta decisa del nostro lavoro in Italia. Togliatti, Grieco, Di Vittorio
e altri erano d’accordo di iniziare un lavoro piú intenso nel paese, ma esitava-
no ad accettare il piano di Longo [...] Da parte mia, ero per la svolta»177.
Nel ’31-32, cambia la congiuntura internazionale. La rete delle scuole e dei
corsi attivati all’estero dal partito italiano si trovano ad operare in una nuova
prospettiva. Cresce e si organizza il fronte antifascista internazionale: nell’a-
gosto del ’32 si tiene ad Amsterdam il Congresso internazionale contro la guer-
ra di cui sono promotori Romain Rolland, André Gide e Henri Barbusse e il
cui obiettivo è costruire un fronte unito contro la guerra e per la difesa del-
l’Urss. Si profila una nuova strategia che riprende e sviluppa il tema gram-
sciano della costruzione di un movimento di massa e dell’apertura alle alleanze
democratiche. Il quotidiano comunista «l’Unità» è lo specchio contradditto-
rio della nuova fase che si apre178: accanto ai toni marcatamente «svoltisti» e
alle consuete denunce di complotti «socialfascisti», sul giornale si fa strada fa-
ticosamente la strategia del fronte unico antifascista e compaiono gli appelli
per la liberazione di Gramsci che in carcere, staccato dai compagni e dal par-
tito, ha espresso il suo dissenso dalla «svolta»179. L’apparato interno è falci-
diato dagli arresti (su «quarantatré funzionari che lavoravano in Italia nel 1931
per il Partito – informa Jacopo [Giuseppe Berti] – trentasei sono stati arre-

177
Ivi, pp. 129-130, e 131.
178
Ho documentato questo cambiamento di linea del partito e del giornale comunista nel
mio «l’Unità» 1924-1939. Un giornale «nazionale» e «popolare», cit., pp. 147 sgg.
179
Nel giugno del ’30 Gennaro Gramsci si era recato a far visita al fratello nel carcere di
Turi. Come è noto la visita del fratello trova Gramsci profondamente immerso nel lavoro
dei Quaderni e in una situazione umana, materiale e psicologica molto difficile. Gennaro
riferisce al partito di aver trovato Gramsci allineato con la nuova strategia politica, per non
esporlo ad una completa emarginazione, ma la visita del fratello provoca in Gramsci una
profonda lacerazione. «Carissima Tatiana – scrive Gramsci alla cognata il 16 giugno 1930
– ho avuto poco fa il colloquio con mio fratello e ciò ha determinato un corso a zig zag dei
miei pensieri» (A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di S. Caprioglio e E. Fubini, Torino,
Einaudi, 1965, p. 350). Sappiamo che Gramsci non manca di esprimere in carcere il suo
netto dissenso dalla linea del partito. Verso la fine del ’30, per quindici giorni, nelle ore
mattutine dedicate al passeggio, Gramsci esporrà al collettivo comunista dei detenuti di Tu-
ri, la sua teoria del «cazzotto nell’occhio», ovvero la questione dell’Assemblea costituente
repubblicana (cfr. A. Lisa, Memorie. Dall’ergastolo di Santo Stefano alla casa penale di Turi
di Bari, prefazione di U. Terracini, Milano, Feltrinelli, 1973). Vacca ha ricostruito il rap-
porto di Gramsci in carcere con il partito in Appuntamenti con Gramsci. Introduzione allo
studio dei «Quaderni del carcere», Roma, Carocci, 1999, pp. 71-106; si veda inoltre P. Spria-
no, Gramsci in carcere e il partito, Roma, Editori Riuniti, 1977.
1028 Fiamma Lussana

stati e ne rimangono in piedi sette»)180. Fra i pochi militanti e funzionari di-


sponibili il problema della formazione «si pone in maniera particolarmente
acuta»181. Educare i compagni è diventato un problema centrale. La situazio-
ne politica è in evoluzione: i nuovi militanti, informa Berti, «non hanno avu-
to modo di svilupparsi politicamente, di leggere la nostra stampa, di orien-
tarsi, se non in una misura del tutto insufficiente»182. Per la politica nuova ser-
vono compagni «nuovi». È la Scuola leninista il centro piú qualificato per for-
marli183.
Informazioni di prima mano sul sistema organizzativo delle scuole internazio-
nali ci vengono dalle relazioni che Berti invia alla Segreteria del partito e che
hanno per oggetto funzioni e disfunzioni delle scuole di Mosca, statistiche su-
gli allievi italiani, livello di preparazione raggiunto. Arrivato a Mosca dalla
Francia fra il ’30 e il ’31, Berti è il nuovo rappresentante del partito italiano
nell’Esecutivo del Comintern. Ma è soprattutto nella sua funzione di segreta-
rio della Comes, la commissione per la formazione ideologica dei quadri, che
Berti redige regolarmente verbali e rapporti sulla situazione delle scuole.
Nella primavera del ’32 invia alla Segreteria del partito un dettagliato rappor-
to sull’intera rete delle scuole internazionali attivate all’estero dal settembre del
1931 alla metà di maggio del ’32184. Si tratta di una rete complessa e articola-
ta, pensata per soddisfare livelli diversificati di formazione che vanno dai cor-
si brevi o accelerati di cinque giorni, attivati in Francia, presso il Comitato cen-

180
APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 1052, relazione di Jacopo, cit., p. 10.
181
Ibidem.
182
Ibidem.
183
Nella già citata relazione, depositata nell’ottobre del ’32 alla questura di Bologna dal
«pentito» Mario Imprudenti, si fa cenno alla cosiddetta «doppia svolta», che il partito ita-
liano si accingerebbe a varare fra la fine del ’32 e l’inizio del ’33. Divenuto collaboratore
del regime fascista dopo essere stato allontanato dalla Scuola e rimpatriato dall’ambasciata
d’Italia a Mosca, l’ex allievo della Leninista sostiene che il nuovo piano d’azione che il Pci
preparerebbe in Italia avrebbe coinvolto soprattutto i grandi centri industriali come Tori-
no, Genova e Milano, puntando a «scuotere le fondamenta del Fascismo». L’Imprudenti
precisa che gli attivisti della «doppia svolta» sarebbero stati proprio i «leninisti» usciti dal-
la Scuola, ovvero degli «studenti, perfezionati a Mosca nei metodi organizzativi, per lo piú
giovani dai 20 ai 30 anni, elementi tutti nuovi provenienti dalla formazione di base. Essi
verrebbero muniti di passaporti abilmente falsificati, associati a documenti di appoggio, e
bene addestrati sul modo di varcare la frontiera, verrebbero inviati a gruppi per valichi dif-
ferenti. A Parigi sosterebbe sempre un nucleo di riserva, con cui sostituire i giovani che do-
vessero cadere o rientrare in sede» (ACS, CPC, b. 558, fasc. «Giuseppe Berti», relazione di
Mario Imprudenti, cit., p. 6).
184
Il rapporto di Berti è preceduto da uno schema riassuntivo sul numero dei compagni ita-
liani che hanno frequentato le scuole di formazione ideologica. Tale prospetto è datato 14
aprile 1932, ma, considerati i corsi in funzione, si riferisce agli otto mesi compresi fra il set-
tembre 1931 e la metà di maggio 1932 (cfr. APC, Fondo 513, I inventario, fasc. 1052, rela-
zione di Jacopo, cit., p. 9).
1029 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

trale del partito, ai corsi avanzati delle scuole internazionali che funzionano
presso i settori italiani dell’Università Zapada e della Scuola leninista:
Sino all’estate del 1931 il Partito italiano inviava i suoi allievi in due scuole: la scuola
leninista e l’Università di Occidente. Durante il 1931, sino all’estate di quell’anno, nel-
le scuole studiavano una media di 60 allievi. Per quanto concerne l’Università di Oc-
cidente bisogna dire che essa ha dato parecchio al Partito italiano (una trentina circa
di funzionari, la piú parte buoni elementi). I corsi del fondamentale di questa scuola
erano troppo lunghi, l’insegnamento troppo lontano dai problemi politici concreti del
Partito italiano, le stesse questioni dell’I.C. non sempre adeguatamente trattate, mi-
gliore è stata l’esperienza fatta in questa scuola di un corso accelerato particolarmen-
te legato al Partito. In conclusione, malgrado i suoi difetti e malgrado che l’Università
non fosse bene attrezzata per una scuola di compagni stranieri, pure i risultati devo-
no considerarsi soddisfacenti, tutto sommato [...] Oggi noi abbiamo alla scuola leni-
nista circa 80 compagni. Una decina, i meno capaci, quelli che si sono rivelati meno
adatti allo studio vengono eliminati e inviati nella produzione, una decina sono stati
già da tempo richiamati al lavoro dal Partito italiano il quale ne richiamerà parecchi
altri nei prossimi mesi [...] i provenienti dalla emigrazione attualmente non superano
il 10% sul totale degli scolari mentre prima dell’estate del 1930 piú della metà era da-
ta da compagni provenienti dall’emigrazione. La composizione sociale dei corsi riflet-
te il Partito: pochissimi intellettuali ma anche pochi operai di officina, operai della
grande industria, un certo numero di operai della piccola e media industria, un nu-
mero notevole di artigiani e di salariati agricoli185.

È vero, anche stavolta la Scuola leninista riflette il partito. Riflette il disagio e


lo sbandamento ideologico di molti compagni in coincidenza del mutamento
della situazione internazionale e della linea del partito. Come era stato per la
«svolta» del ’29-30, anche ora la Scuola è lo specchio contraddittorio della
nuova sterzata ideologica. La storia della Scuola leninista è anche la storia del
difficile adattamento politico e ideologico della base alle direttive strategiche
del partito italiano e alla politica dell’Ic. È la storia delle contraddizioni, in-
terne anche al gruppo dirigente del Pci, fra la politica nuova che si va profi-
lando e il persistente settarismo e burocratismo che avvelena il clima interno.
Bisogna essere «gramsciani» o «svoltisti»? Credere nel partito di massa o fa-
re la rivoluzione?
Dal gennaio all’aprile del ’35, Togliatti tiene il suo noto corso sugli avver-
sari. Saranno le sue lezioni sul fascismo a riportare i «leninisti» sulla strada
di Gramsci. A gettare le fondamenta per una politica nuova, che darà i suoi
frutti molti anni dopo, nel lungo dopoguerra repubblicano. Interpretate da
Ernesto Ragionieri come importante punto di arrivo dell’analisi del fasci-
smo, cosí come Togliatti comincia a svilupparla fin dall’ottobre del ’22, le
lezioni sono anche un illuminante documento preparatorio in vista del VII

185
Ivi, pp. 10-11.
1030 Fiamma Lussana

Congresso dell’Ic. Gli studi piú recenti le inquadrano nel dibattito storio-
grafico internazionale, ma soprattutto collegano la sostanza del loro mes-
saggio politico alla riflessione di Gramsci186. Le lezioni sul fascismo hanno
molto seguito nella Scuola leninista, ben oltre il pubblico degli allievi del
settore italiano187. Ma, come lo stesso Togliatti precisa, rifiutando l’invito di
Berti a pubblicarle in italiano e in altre lingue188, le lezioni sono pensate
esclusivamente per formare i quadri della Scuola. Hanno perciò una forma
semplice e discorsiva. Il loro scopo è educare. E Togliatti sa bene che par-
lare del fascismo come «dittatura di classe» e insieme come «regime reazio-
nario di massa» significa inquadrare l’analisi del fascismo nella visione gram-
sciana della rivoluzione come processo, cogliendo cioè la forza del fascismo
e le sue radici nella società italiana. Togliatti sottolinea come, nello scena-
rio della crisi mondiale, soprattutto a partire dal 1930, il fascismo italiano
sia riuscito ad «andare alle masse», a gettare le fondamenta della sua orga-

186
Il corso tenuto da Togliatti ci è pervenuto attraverso gli appunti di Giuseppe Gaddi, er-
roneamente attribuiti in un primo tempo a Giuseppe Amoretti, e si componeva di quindi-
ci lezioni, dieci delle quali dedicate al fascismo. Gaddi racconta nelle sue memorie che le
«lezioni sul fascismo e gli avversari del PCd’I in genere [...] tenute da Togliatti, furono da
me raccolte in forma semistenografica e poi riprodotte» (Gaddi, Ogni giorno tutti i giorni,
cit., p. 62). Ernesto Ragionieri reperí il testo delle lezioni negli archivi del’Ic pubblicando-
lo su «Critica marxista», 1969, n. 4-5, e nel III volume delle Opere di Togliatti. Si veda an-
che la sua prefazione a P. Togliatti, Lezioni sul fascismo, Roma, Editori Riuniti, 1970, pp.
VII-XXV. Dopo il recente ritrovamento da parte di Francesco Albanese delle lezioni un-
dici e dodici, reperite fra le carte Sereni depositate presso l’archivio dell’Istituto Cervi, man-
cano ancora, a tutt’oggi, la quinta e la tredicesima lezione. Le lezioni undici e dodici sono
ora pubblicate a cura di Francesco M. Biscione su «Studi Storici», XLVI, 2005, n. 2, pp.
302-331. Vacca ha ricostruito il percorso di ricerca e di riflessione di Togliatti sul fascismo
in P. Togliatti, Sul fascismo, a cura di G. Vacca, Roma-Bari, Laterza, 2004, in cui sono ri-
prodotte le Lezioni sul fascismo alle pp. 114-236. Si veda in particolare la sua ampia intro-
duzione al volume, La lezione del fascismo, pp. XV-CLXVI.
187
Willy Schiapparelli racconta che «Togliatti tenne tre lezioni nel nostro Settore, alle qua-
li parteciparono anche insegnanti e allievi di altri Partiti della Scuola stessa. Prima lezione:
“Il fascismo”; seconda: “La guerra” e terza: “Gli avversari”. (Gli elementi fondamentali di
quelle lezioni, li ritroveremo piú tardi nei rapporti di Dimitrov e di Togliatti al VII ed ul-
timo Congresso dell’Internazionale Comunista)» (Schiapparelli, Ricordi di un fuoruscito,
cit., p. 96). «Ercoli (Togliatti) – scrive Clocchiatti – teneva il corso sugli avversari, e sicco-
me non faceva niente a caso, doveva attribuirgli un valore fondamentale: non per niente
eravamo alla vigilia di un decennio di guerre. Ricordo ancora la definizione del fascismo:
“il fascismo è la dittatura terrorista aperta degli elementi piú reazionari, piú sciovinisti, piú
imperialisti del capitale finanziario”. Esistevano altre definizioni del fascismo: Ercoli le esa-
minò una ad una, rivelandone le matrici piccolo borghese, idealista ecc. Sotto la sua strin-
gente analisi passarono tutte le forze in campo, di cui egli enucleò le varie estrazioni, colo-
ri, programmi» (Clocchiatti, Cammina frut, cit., p. 76).
188
Cfr. G. Berti, Le lezioni di Togliatti, in «l’Unità», 14 febbraio 1970.
1031 Emigrati italiani nelle scuole del Comintern

nizzazione di massa. Sfatando una volta per tutte la vecchia opinione che il
fascismo è destinato a «sfasciarsi da sé» e superando ritardi politici e atteg-
giamenti di distacco dalle masse, il Pci dovrà «rompere la legalità fascista»
ovvero «fare politica» dentro le organizzazioni di massa del regime per co-
struire un grande movimento organizzato contro l’ordine attuale. Le orga-
nizzazioni di massa devono diventare per Togliatti «il campo principale del
nostro lavoro di massa»189.
I corsi per gli italiani della Leninista continuano fino al ’36, anche se la Scuo-
la chiuderà ufficialmente i battenti nel ’39. I «leninisti» saranno quadri po-
litici, ma anche soldati. Perché non basta essere «ideologicamente corretti»:
un buon rivoluzionario di professione deve saper usare le armi e intendersi
di tecnica e organizzazione militare. Il modello formativo «marxista-lenini-
sta» coniato dalla Scuola applica la pratica della rivoluzione allo studio teo-
rico. È un modello politico e militare che avrà molta fortuna negli anni a ve-
nire: diventerà un modo di fare politica che si svilupperà e darà frutti già
durante la guerra di Spagna, cui partecipano come volontari molti dei «le-
ninisti» usciti dalla Scuola, e piú tardi, durante la Resistenza, nel movimen-
to partigiano. Ma il modello sovietico «marxista-leninista» che inquadra e
disciplina i «sottufficiali» del Pci usciti dalle scuole di Mosca, è destinato a
influenzare profondamente anche le generazioni successive. Permea e moti-
va gli «intellettuali organici», i funzionari, di quello che si avvia a diventa-
re il partito di massa del dopoguerra. Alla fine del ’45, il Comitato centrale
del Pci eletto dal V Congresso è formato per piú di un terzo da ex allievi
delle scuole di Mosca190. Il partito del dopoguerra avrà piú che mai bisogno
di questi quadri intermedi preparati e disciplinati. Perché, come aveva visto
Gramsci, il partito cresce se il suo apparato riesce a diventare un dispositi-
vo forte e compatto, una macchina organizzativa capace di collegare «l’e-
sercito» ai «capitani», ovvero le masse al gruppo dirigente. I rivoluzionari
professionali sono questa cinghia di trasmissione capace di mettere in con-
tatto «non solo “fisico” ma morale e intellettuale» i capitani con l’esercito191.

189
Tali argomentazioni sono svolte nell’articolo Dov’è la forza del fascismo italiano? (pub-
blicato in francese su «L’Internationale communiste», XVI, n. 19, 5 ottobre 1934, pp. 1254-
1270. Citiamo dalla traduzione italiana dell’articolo in P. Togliatti, Opere, a cura di E. Ra-
gionieri, III, 2, 1929-1935, Roma, Editori Riuniti, 1973, p. 483). Nel già citato saggio La le-
zione del fascismo (in Togliatti, Sul fascismo, cit.), Vacca inquadra l’interpretazione di To-
gliatti sul fascismo nel dibattito nazionale e internazionale.
190
«Tra i 71 membri del Comitato centrale – scrive Enzo Nizza – 27 avevano frequentato
l’“Università leninista”, mentre diversi altri (tra cui alcuni dei maggiori dirigenti) vi aveva-
no tenuto lezione; 16 avevano partecipato alla guerra di Spagna; 57 avevano subito carce-
re e confino negli anni del fascismo» (voce Università leninista, in Enciclopedia dell’antifa-
scismo e della Resistenza, cit., p. 251).
191
Cfr. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., Quaderno 14, 1932-1935, III, pp. 1733-1734.
Rivista storica italiana, 2005, II

Giulio Firpo, L’Italia romana nell’«Istoria civile del Regno di Napoli» di Pietro
Giannone; Maria Luisa Pesante, Contro l’uguaglianza civile. Discorsi inglesi sulla ge-
rarchia nella seconda metà del Settecento; Vittorio Sciuti Russi, L’«abbé» Grégoire
e l’Inquisizione di Spagna: la «Lettre» del 1798 e la reazione del partito inquisito-
riale.
Storici e storia: Arnaldo Marcone, Il «Prospetto storico sul mondo romano» di Giu-
seppe Maria Galanti.
Discussioni: Elena Agazzi, Sull’attualizzazione dell’antico; Giuseppe Ricuperati, La
lettera dedicatoria e i suoi problemi nel tempo e nello spazio; Giuseppe Ricuperati,
L’età moderna come periodizzazione e le categorie di periodizzazione dell’età mo-
derna.
Recensioni: Le iscrizioni latine rupestri della Regio IV Augustea. Edizione, com-
mento e inquadramento storico-archeologico, a cura di S. Antolini (G. Firpo); B.
Chiesa, Filologia storica della Bibbia ebraica, I, Da Origine al Medioevo; II, Dal-
l’età moderna ai giorni nostri (A. Catastini); S. Carocci, M. Vendittelli, L’origine del-
la Campagna Romana. Casali, castelli e villaggi nel XII e XIII secolo (S. Polica); M.
Plaisance, L’Accademia e il suo Principe. Cultura e politica a Firenze al tempo di
Cosimo I e di Francesco de’ Medici (S. Lo Re); R. Romano, Mecanismo y elemen-
tos del sistema economico colonial americano. Siglos XVI-XVIII (G. Casetta); T.H.
Breen, The Marketplace of Revolution. How Consumer Politics Shaped American
Indipendence (A. Testi); Bibliografia dell’Età del Risorgimento 1970-2001 (A. Ari-
si Rota); L. Demofonti, La Riforma nell’Italia del primo Novecento. Gruppi e rivi-
ste di ispirazione evangelica (L. Ceci); J.-C. Lambelet (avec la collaboration d’O. Ro-
bert), Des palmes académiques pour Benito Mussolini. Le doctorat honoris causa
de l’Université de Lausanne décerné au Duce en 1937 (G. Busino).
Necrologia: Adriano Viarengo, Narciso Nada (1925-2004).

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