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Premessa

L'italiano è lingua neolatina insieme a portoghese, spagnolo, francese, provenzale, franco-


provenzale, ladino, sardo, dalmatico, rumeno.
Continua il latino volgare, latino parlato in ogni circostanza. Il decadimento del latino colto è
collegato a fattori extralinguistici e porta alla riemersione di tratti già presenti nel latino arcaico poi
bloccati dalla scuola. Ricordiamo tra questi la caduta di -m finale e l'evoluzione di -ns- > -s-.
È da ricordare che il latino volgare è in generale connotato sia dal punto di vista regionale (p. es.
formosus è continuato solo nelle aree laterali dalle Romània, mentre altrove è stato sostituito dalla
forma innovativa bellus; lo stesso discorso vale per comedere, sostituito nell'area galloromanza e
italoromanza da continuatori di manducare).

Il processo di distacco del latino volgare da quello classico divenne sempre più grande a partire dal
III sec. d.C. Terminò nell'VIII sec. d.C. I fattori determinanti sono:

1. la decadenza del ceto intellettuale aristocratico successiva all'avvento dell'impero;


2. l'inurbamento dei rustici;
3. la progressiva diffusione del cristianesimo, che diffuse grecismi ed impiegò una lingua
volgareggiante;
4. le invasioni barbariche che a partire dal IV secolo fecero trionfare il volgare in ogni parte
dell'impero.

Fonti:
• iscrizioni murarie: quisquis ama valia. Peria qui noscit amare/bis tanti peria quisquis amare
vota (la formula è contenuta in rotolo di papiro raffigurato su pittura murale)
• glossari
• lettere e scritture private: Claudio Terenziano, un soldato di stanza in Egitto ce ne ha lasciate un
grande numero su papiro;
• scritture letterarie mimetiche: Petronio Satyricon (I sec.)
• letteratura cristiana: Peregrinatio Aegeriae ad Loca sancta, diario di un pellegrinaggio in terra
santa da parte di una monaca di condizione elevata (V-VI secolo)
• letteratura tecnica: Mulomedicina Chironis
• grammatiche latine (Appendix Probi, III sec., 227 parole, opera di un maestro di scuola in
appendice alla grammatica dello Pseudo-Probo; III sec. d. C.; l'elenco si presenta nella forma x
non y, dove y indica i tipi volgarizzanti. Si hanno, per esempio: speculum, non speclum; auris,
non oricla; columna, non colomna; le forme riprovate mostrano chiari volgarismi, poi continuati
nelle lingue neolatine).
• Metodo ricostruttivo: carogna charogne carrona < CARO
• Aneddoti: il retore Mestrio Floro ammonisce Vespasiano a non dire plostra, ma plaustra.
Vespasiano elimina il rusticismo, ma chiama poi il maestro Mestrius Flaurus, introducendo un
dittongo ipercorretto e - in cauda venenum - richiamando il greco flauros 'sciocco'.
Fonetica: aspetti generali
La fonetica registra perdita del senso della quantità, passaggio al timbro.

vĕnit viene vs vēnit venne


sŏlum suolo vs sōlum solo
ŏs breve osso vs ōs lunga bocca

Il passaggio è progressivo: si associa dapprima la lunghezza alla chiusura e la brevità all'apertura e


poi si abbandona l'opposizione quantitativa.

Il sistema vocalico viene rivoluzionato. Si creano quattro sistemi vocalici tonici fondamentali:

1. vocalismo tonico latino volgare panromanzo


2. vocalismo sardo (2 a 2)
3. vocalismo siciliano 3 1
4. vocalismo atono italiano 1 3

e breve>aperta: septem > sette; festa > festa


e lunga>chiusa: lege>lege; ceram>cera
i breve > e chiusa: lignum>legno discum>desco
i lunga>i : vivo>vivo; mille>mille
o breve>o aperta: fossam>fòssa; mortem>mòrte
o lunga>o chiusa: florem>fiore; monstrum>mostro
u breve>o chiusa: muscam>mosca; pullum>pollo
u lunga>u muro> muro; purum>puro

Nel vocalismo atono:

sepelire, breve>seppellire, atona chiusa


pensare, lunga>pensare, atona chiusa
vindemia, breve>vendemmia, atona chiusa
privatum, lunga>privato, atona chiusa
porcellum, breve>porcello, atona chiusa
monstrare, lunga>mostrare, atona chiusa
glandulam, breve>ghiandola, atona chiusa
mugire, lunga>muggire, atona chiusa
Accento: da musicale ad espiratorio.
La posizione è in genere mantenuta eccezioni eccetto che nei verbi composti (continet) e nelle
forme che avevano i ed e in iato: filiolum; linteolum; arietem.
I dittonghi latini sono solo otto: ae (caesar), oe (poena), au (aurum), eu (europa), ei (hei), oi
(proinde), ui (huic), yi (hapyia).

Nel consonantismo si registrano molto per tempo la caduta di -m finale e l'evoluzione di ns > s.
Prova del fatto che -m era molto debole già in epoca classica (forse una semplice nasalizzazione
della vocale precedente) è il fatto che m "non fa posizione" e permette la sinalefe, come nel verso
che segue:

litora mult(um) ill(e) et terris iactatus et alto.

Si noti che tutti i mutamenti di cui discuteremo in seguito sono riferiti a voci di trafila tradizionale e
non ai cultismi: in questi ultimi i mutamenti sono bloccati, come si nota nelle seguenti coppie
allotropiche:

discum > desco e disco (forma culta, senza apertura in e)


plebem > pieve e plebe (forma culta, senza spirantizzazione dell'occlusiva)
mensem > mese e mensile (forma culta, con conservazione del nesso ns)
vitrum > vetro e vitreo (forma culta, con conservazione di i)

I cultismo e le forme semiculte sono piuttosto numerose in italiano, anche in settori insospettabili:

cibum > cibo e non cevo, come darebbe secondo la trafila popolare
modo > modo e non muodo
dubium > dubbio e non dobbio
claudium > claudio e non chioggio o chiozzo

Vocalismo tonico
Tratti toscofiorentini dell'italiano
1. chiusura di au, ae, oe. AU> o (per lo più aperta, anche se avrebbe dovuto essere chiusa:
cauda>coda; faucem> foce, ma nella maggior parte dei casi: òro, còsa, lode ecc.; in Toscana il
fenomeno è documentato nell' VIII secolo); AE>è (laetu>lieto; maestu>mèsto); OE> é
(poena>péna).

2. dittongamento toscano
• non nei cultismi (dieci, ma decimo)
• non in tutti i proparossitoni lievito ma pecora; suocero ma opera
• non in bene, nove, lei; nei primi due casi si tratta di protonia sintattica (ben detto, nove cani);
per lei non ci sono spiegazioni
• era erano che erano ditt. nell'italiano ant. riduzione per protonia

3. riduzione dopo vibrante metà quattrocento e metà Cinquecento (brieve, truova) su influsso dei
dialetti occidentali (pisano e lucchese) nei quali non vi era dittongazione.
4. riduzione dopo palatale forte (cioè la laterale palatale, la nasale palatale, l'affricata palatale e
jod) dopo metà Ottocento; primi es. XIII sec.: fagiuolo, figliuolo, vaiuolo; ancora oggi, però,
aiuole.

5. Anafonesi

• e>i se seguita da lj nj fameglia gramigna, ma non legno, perché non si tratta di nj


• e>i se seguita da n velare tinca lingua
• o>u se seguita da n velare fungo ma tronco

6. Chiusura delle atone e ed o toniche in iato (eccetto che con i): eo>io; meo>mio ma mei>miei
e non mii

Vocalismo atono
Altri tratti toscofiorentini

7. chiusura della e protonica in i: defendo >difendo; mensura>misura; megliore>migliore, de>di,


me>mi protonia sintattica; il fenomeno non è uniforme né generale: cervello, febbraio, veleno
8. chiusura della o protonica in u: occido>uccido, audire>odire>udire; anche qui il fenomeno non è
generale e più raro di quello precedente: orecchia, oliva, .
9. passaggio di ar intertonico e protonico ad er: margarita>margherita; fruttaria>frutteria;
cantarei>canterei; cantarò>canterò
10. labializzazione n iprotonia: demane>domani; aequale>uguale; ebriacum>ubriaco

Tratti non toscofiorentini

Dittongamento metafonetico: e aperta e o aperta toniche danno il dittongo corrispondente se la


parola in cui sono contenute terminano per -i o -u. Esempi si hanno in italiano solo nell'onomastica
e in altri settori "di importazione":
longum > luongo
Iacobus + bellum > iacoviello
cappellum > cappiello

Consonantismo

• Conservazione di molte consonanti sia in posizione interna che in posizione iniziale; altre si
sono modificate variamente o sono cadute.

• Caduta di m, t, s in posizione finale; -m e -t caddero molto presto, la prima alcuni secoli prima
di Cristo, la seconda appare nelle incisioni murali di Pompei, distrutta nel 79 d.C. (Quisquis ama
valia). S, invece, cadde più tardi e lasciò dei segni:

• nei monosillabi si è palatalizzata o ha generato raddoppiamento fonosintattico (nos >


noi; tres caprae > /trekkapre/)
• nei polisillabi ha palatalizzato la vocale precedente (capras >capre)

• palatalizzazione dell'occlusiva velare: gelo, gengiva<gingiva, macerare, cilio; il fenomeno è


documentato sin dal V sec. ; in generale la palatalizzazione, in posizione intervocalica, ha
portato a raddoppiamento (legem > legge) o, se seguita da i si è dileguata (sagitta > saetta)

• Jod iniziale ha dato l'affricata palatale sonora: giacere, giovanni; Jod intervocalica ha dato los
tesso suono, ma geminati (maggio, peggio).

• evoluzione della labiovelare (kw, gw: in latino le si poteva trovare sia in posizione iniziale che
interna, ma la seconda solo interna) diversa a seconda dei casi:

• Kw primaria si conserva in posizione iniziale; si conserva e si rafforza in posizione


interna se seguita da a: quando, quale, acqua: se seguita da vocale diversa da a perde
l'elemento labiale: che<quid; come<quomodo et quaerere>chiedere
• Kw secondaria si conserva sempre: qui <eccum hic; questo < eccum istum;
• gw si conserva sempre (lingua, anguilla)

• Spirantizzazione: processo di lenizione dell'occlusiva bilabiale intervocalica. Il passaggio è


antico, e prevede il passaggio ad una spirante. Mentre il passaggio a spirante ha riguardato tutta
la Romania, quello a fricativa labiodentale è documentato in aree più ridotte, Toscana inclusa.
Caballu>cavallo. Non rari i casi di dileguo: impf. verbi II e III classe nell'antico (vedea, sentia).

• Sonorizzazione: nella Romania occidentale si ha son. in pos. interv. cavei, amigo, roda; nella
romania orientale si ha conservazione; in Toscana parziale sonorizzazione ape, capelli, ma riva,
vescovo; amico, dico, ma lago, lattuga; marito, mercato, ma madre, strada. Forse fenomeno di
importazione da settentrione: è comune soprattutto a Pisa e Lucca, zone di passaggio dei
mercanti settentrionali.
Anche s si è sonorizzata quasi sempre; restano fuori alcuni casi isolati (naso, casa, così,
suffissati in -oso) e quelli in cui s non era intervocalica (paese, inglese). Che la tendenza
autoctona fosse quella alla conservazione delle sorde è dimostrato dalla toponomastica: il sett.
Paderno corrisponde al toscano Paterno; Prado/Prada corrisponde a Prato ecc.

• Consonanti e Jod: jod è i seguita in latino da consonante o è secondaria nel caso di chiusura di e
breve in iato.

L'evoluzione normale è la geminazione, di cui si hanno numerose attestazioni già nel I e II sec- d.C.;
poi, in molti casi, vi è stata palatalizzazione.

• PJ, BJ, VJ: sappia, seppia, abbia, rabbia, gabbia


• KJ, GJ: faccio, reggia
• TJ: piazza; forza; ragione, servigio (servizio): si noti che nel caso di ragione si ha
testimonianza del secondo esito del nesso, quello fricativo palatale sonoro, solo toscano
e fiorentino (è il suono iniziale del francese joli); siccome la resa fonetica era <gi>, esso
è stato poi assimilato all'affricata. In servizio/servigio si hanno allotropi.
• DJ:mezzo, manzo; moggio, oggi
• MJ: scimmia
• NJ:giugno, tigna
• LJ: figlia, foglia
• RJ: aia, cuoio; notaio/notari>notai; al plurale l'evoluzione -ari era regolare, perché deriva
da un -ARII in cui le due i si sono fuse. In questo caso l'esito pandialettale ha portato al
dileguo di Jod ed alla conservazione della consonante: era (aja in milanese, moro ecc.)
• SJ: bacio, bruciare; fagiano, cagione. Si noti che l'esito normale in Toscana è fricativo,
sordo o sonoro; essendo i due foni solo toscofiorentini, ed essendo rappresentati nella
grafia da <ci> e <gi>, sono stati sostituiti dai corrispondenti affricati. L'oscillazione tra
sonorità e sordità riflette l'incertezza generale nella sonorizzazione in Toscana.

• Consonanti ed l: l diventa Jod; il nesso con jod si conserva in posizione iniziale; allunga la
consonante in posizione intervocalica: piano, ampio, cappio; biagio, fibbia; chiave, cerchio,
specchio; ghiaia, unghia.
Particolare il caso di gl (tegghia>teglia, vegghiare, ragghiare): l'evoluzione normale è -gghi-
(tegghia), ma a Firenze nel primo Cinquecento, si passa alla laterale palatale.Perché? Perché nel
contado lj dà -gghi- (figlio figghio teglia tegghia); a Firenze la pronuncia è riprovata e per
ipercorrettismo si sostituiscono anche le -gghi- etimologiche (tegghia).

Fatti generali del vocalismo e del consonantismo


Prostesi: in iscuola
epentesi:
• una consonante, per lo più -v- estirpa un iato
Iohannes > gio(v)anni
mantua > manto(v)a
vidua > vedo(v)a

• Una vocale evita il nesso -sm- importato con termini greci:


spasmum > spas(i)mo
baptismum > battes(i)mo

Epitesi: per lo più evita terminazioni ossitone, soprattutto nei monosillabi


piùe, virtùe.
Si può avere anche epitesi sillabica: sine, none

Aferesi: stasera

Sincope: caduta di atona postonica, soprattutto di U in -ulum e di e intertonica:

vetulum > vetlu > vecchio; situlam > sitla > secchia ecc.
cerebellum > cervello; maritima > maremma

apocope: caduta di vocale o sillaba finale, frequentissima.

Morfologia del nome


Il numero è in generale conservato; eccezioni sono i plurali neutri divenuti singolari: foglia,
meraviglia, pecora

Nel genere si ha perdita del neutro, i cui elementi confluiscono in generale tra i maschili: tempus
donum; se ne hanno relitti nei neutri plurali in -a: braccia, corna, fondamenta; anche analogici:
castella, coltella.

Si ha completa scomparsa dei casi.

Declinazioni: si hanno riduzioni nel numero complessivo, che in latino era di 5; in particolare:

I rosa
IV socrus confluiscono nella classe in -a, e sono in generale femminili
V rabies

II filius
II donum confluiscono nella classe in -o e sono maschili
II fagus
III tempus

III montem confluiscono nella classe in -e

relitti della declinazione: loro coloro (gen.); candelora (gen.); drago, re, uomo, moglie, sarto, ladro,
fiasco (nom)

formazione dell'articolo ille, illa, illud / unus, a, um

Unus con significato affine a quello del nostro articolo ind. in Cic. Sicut unus pater familias loquor

Ille con significato affine a quello del nostro art. det. si ha nell'itala, versione latina della Bibbia (II
sec.), fortemente volgareggiante dixit illis duodecim discipulis

Evoluzione: illum > lo dappertutto, poi diviene importante il suono che lo precede:

mirar lo sole
mirare l sole
mirare il sole (al / ol)

quindi l'uso diviene (legge di Grober)

Lo buono maestro
Veder lo cielo
poco il corpo lasso

il di fronte a cons. semplice o cons. più sonorante (r, l)


lo di fronte a cons doppia (x z gn ps j w s impura)
al pl. illi>li, davanti a voc. si è palatal. in gli; si ha ulteriore riduzione ad i

Morfologia del verbo

Modificazioni fondamentali:

1. riduzione delle coniugazioni


2. formazione dei tempi composti
3. formazione del futuro analitico
4. formazione del condizionale
5. formazione del passivo perifrastico

Le quattro coniugazione del latino si sono ridotte a tre, con la fusione della II e della III

I tempi semplici del presente indicativo non presentano fenomeni su cui ci possiamo soffermare, a
parte la terminazione -iamo per la III p. sing.
In latino: amamus > amamo
timemus > tememo
legimus > leggemo
sentimus > sentimo

A Firenze e nel fiorentino a partire dalla seconda metà del Duecento si ha -iamo che si impone su
tutte le altre; la desinenza deriva dal cong. pres. dei verbi della II e IV coniug. timeamus >temiamo;
sentiamus > sentiamo

Formazione dei tempi composti: la coniugazione attiva era composta di sole forme sintetiche; le
forme analitiche nei tempi del passato sono innovazione romanza; derivano da forme perifrastiche
normali nel latino parlato. Costrutti come cognitum o compertum habeo, che significavano tengo
per noto, tengo per noto, tengo per scoperto: so per certo.

La coniugazione passiva era formata sia da tempi sintetici nell'infectum che da tempi analitici nel
perfectum: si usava esse come ausiliare

amor amatus sum


amatus sum amatus fui

Il futuro sintetico viene soppiantato da uno analitico.


amabo
timebo
legam
sentiam

Esistevano anche costruzioni perifrastiche: finire habeo 'ho a finire', 'finirò'


Il futuro perifrastico è costruito sulla base di questa perifrasi

amare habeo > amare ajo > amarao > amarò


amaras
amarat
amaremus
amaretis
amarant

Il condizionale è una novità romanza; il latino usava il congiuntivo


Anche questo è formato da perifrasi con il verbo essere, con il perfetto hebui, forma rifatta su stetui,
forma propria di sto.

amare hebui > amare ei > amarei


amare esti
amare ebbe
amaremmo
amareste
amarono

da hèbui > ebbi > ei (nelle forme rizotoniche W cade e provoca allungamento)
hebuìsti > ebisti >esti (nelle forme arizotoniche W cade e non provoca allungamento)
LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri

INFERNO

CANTO I
[Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de'
vizi e de' meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la prima parte la quale si chiama
Inferno, nel qual l'auttore fa proemio a tutta l'opera.]

Nel mezzo del cammin di nostra vita

Nel = In illum, con aferesi dell'atona iniziale e apocope della sillaba finale
mezzo = medium, con esito affricato dentale sonoro geminato che è normale. Ricordare che -dj- può dare anche affricata palatale
sonora, come in modium>moggio, hodie=oggi. Questo esito dipende probabilmente da un'evoluzione del latino parlato che ha
portato dj a jod e quindi modium > mojum e poi regolarmente moggio, come pejus>peggio. L'esito affricato dentale si è
esercitato solo sulle parole in cui dj si era conservato, forse cultismi, che poi hanno subito il più tardo esito in affricata dentale (II
secolo).
Di = DE, con chiusura per protonia sintattica.
Nostra = lat. Nostra(m), senza ditt. della breve in sillaba chiusa.

mi ritrovai per una selva oscura,

mi = Me, con lunga, come nell'acc. e abl. Latini; chiusura per protonia sintattica.
Ritrovai = lat. *tropare, 'comporre', ovvero 'trovare rime'; notare sonorizzazione bilabiale sorda e spirantizzazione; chiusura di re-
per protonia; -AVI>AI con dileguo della fricativa intervocalica. Il fenomeno era già documentato in latino per alcuni verbi
(audii)
per = senza dittongazione per protonia sintattica
oscura = lat. Obscura, con semplificazione del nesso consonantico; scuro è forma generata da discrezione dell'articolo

ché la diritta via era smarrita.

Ché = lat. Quid, che era pronome interrogativo e indefinito in latino, e poi è divenuto congiunzione. Si ha l'esito normale della
labiovelare, ovvero di k, g + wau; ricordare che kw- si conserva solo davanti ad -a (quanto, quasi, quattro), e si perde sempre
davanti a tutte le altre vocali (quid>che, quaerere>chiedere, quomodo et>come); la labiovelare sorda secondaria si conserva
sempre, come la labiovelare sonora, che è solo interna in latino (iniziale è germanismo).
Diritta = directam da cui dirètta, con aperta, per latinismo (l'esito normale sarebbe dirétto); diritta è esito di metatesi del lat.
Volgare *derictam, da cui deritta e poi per chiusura della protonica, diritta. Dritta esito di sincope.
Era = lat. ERAT, con breve, che in origine, nel duecento, presentava dittongo, si è poi ridotta per protonia sintattica
smarrita = ger, marrjan, con prefisso intensivo.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

quanto = Quantum, con normale conservazione della labiovelare sorda primaria davanti ad -a
a = lat. Ad; la consonante non cade, ma provoca raddoppiamento fonosintattico
dir = dicere, con sincope della sillaba mediana, come in facere > fare
è = Est, con caduta della -t finale. -S nei monosillabi si è talora palatalizzata in -i (post>poi), ha dato talora origine ad
assimilazione e raddoppiamento fonosintattico.
cosa = causam con riduzione del dittongo
esta selva selvaggia e aspra e forte

esta = istam
selvaggia = lat. Silvaticum attraverso il provenzale salvatge (salvadge); -aggio e forma galloromanza che si trova spesso, infatti,
nella poesia della scuola siciliana.
E = lat. Et; la particella provoca raddoppiamento fonosintattico.; manca il raddoppiamento per protonia
Aspra = asperam, con sincope della postonica

che nel pensier rinova la paura!

Pensier = lat. Pensare, attraverso il provenzale pensier, con -ier da -ariu. Pensare lat. 'soppesare'; il valore pratico si nota meglio
nella forma popolare con riduzione del nesso NS pesare.
Rinova = rènovat, con avanzamento dell'accento (ricomposizione), che si nota anche in contiene (còntinet), dispiace (dìsplicet)
ecc. È ben documentato anche l'allomorfo con dittongo, rinnuova (dal Duecento in su, per esempio in Boccaccio, Buonarroti,
Lorenzo de' Medici, fino all'Ottocento, in testi letterari; esempi tardosettecenteschi ell'Alfieri)
paura = lat. Pavorem, con metaplasmo di coniug. E inquadramento nella prima classe, per effetto del suff. -Ura in Pavura si è
avuto assorbimento della consonante da parte della vocale omorganica.

Tant' è amara che poco è più morte;

poco = paucum con riduzione del dittongo primario


più = plus, con normale esito di PL-; -s provoca raddoppiamento fonosintattico

ma per trattar (ridir) del ben ch'i' vi trovai,

ma = MAGIS 'piu (tosto)'; sed si è estinto in tutta la Romania; questo è un caso in cui -s ha dato origine ad assimilazione e
raddoppiamento fonosintattico; mai è la variante palatalizzata.
Trattar = lat. tractāre, intens. di trahĕre "trarre, tirare".
I' = da io, ridotto in protonia; io da *eo, forma ridotta di ego valida per tutta la Romania; una riduzione simile in Firenze per
Fiorenze (Florentie, locativo).
Vi = ibi, con aferesi e spirantizzazione

dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Dirò = dicere *ao, con sincope della sillaba centrale.


Delle = de illas o de illae
altre= alteras, alterae, con sincope della postonica; alterum = 'altro fra due'; qui avremmo dovuto avere un esito di alius, ma
questa forma è scomparsa.
Scorte = *excortas, excortae, con esito normale di ex- ad s- davanti a consonante; se davanti a vocale palatale, invece, si ha
palatalizzazione (examen > sciamo, exemplum > scempio)

Io non so ben ridir com' i' v'intrai,

non = non, con conservazione della nasale finale in protonia sintattica (la consonante è cone se fosse interna: in, con).
So = *sao per sapio; scire è praticamente estinto, eccetto che in Sardegna e in Romania.
Come = Quomodo et; et giustifica il raddoppiamento fonosintattico. Como è ampiamente attestato in epoca antica e moderna
anche in Italia
intrai = intravi, con normale dileguo della fricativa sonora

tant' era pien di sonno a quel punto


era = eram. -a è terminazione etimologica per l'imperfetto, I p. sing. La forma in -o è analogica sulla prima persona di essere
(sono) e sarà stata facilitata nella diffusione dalla necessità di distinguere io era da egli era. -O si documenta a partire dal secondo
Trecento, ma è stata bloccata, nelle scritture, dal veto grammaticale. L'imposizione del tipo in -o è divenuta poi normale con il
Manzoni, dopo il '40.
quel = eccum illum, con aferesi della sillaba iniziale. Si ricorderà che il nesso labiovelare primario si conserva con le vocali
diverse da -a e che quello secondario (come il presente) si conserva sempre.
Punto = punctum, che dà ponto e poi punto per anafonesi secondaria su pungo, e punga. Secondaria perché onk non provoca
anafonesi (tronco)

che la verace via abbandonai.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,

poi = Post, con caduta della consonante finale ed evoluzione di -t ad i.


fui = fuit, non foi, perché la vocale latina è lunga (non vocalis ante vocalem corripitur); fu, da fuit, dovrebbe dare fo (da fut),
perché qui è breve, ma vale l'analogia.
Piè = pedem con apocope sillabica, forse per aplologia (piede de, come cittade de > città de)
giunto = iunctum, con due brevi. Nct > nt; anche in questo caso si ha anafonesi secondaria, da iungo>giongo>giungo

là dove terminava quella valle

là = illac, ossitona anche in latino, ossitonia secondaria da apocope vocalica


dove = de ubi, con elisione di e di fronte a vocale
terminava = terminare, denominale da terminus

che m'avea di paura il cor compunto,

avea = habebat, con normale spirantizzazione e poi caduta della bilabiale tra due vocali diverse. L’esito con dileguo è quello
normale nelle classi diverse dalla prima: amabat > amava, temebat > temeva > temea; legebat > leggeva > leggea; dormiebat >
dormibat > dormiva > dormia. La lenizione completa è stata facilitata in verbi come habebat > aveva > avea per dissimilazione,
poi estesa; il ripristino per influsso di amabat > amava, in cui non era mai caduta.
Cor = *corem per cor cordis, irregolare e neutro, rifatto su mare, is; la forma non dittongata è dovuta all’influsso della lirica
siciliana, che non presenta, come normale, dittongazione. Allo stesso modo loco, novo, move, che si trovano nella lirica sino
all'Ottocento.

guardai in alto e vidi le sue spalle

guardai = germ wardon, con w- > gu-


in = lat. In, che dà en e poi si chiude in protonia sintattica
sue = suas, suae; difficoltà per suoi e tuoi, con dittongo spiegabile solo da un lat. Volg. *Sou e *tou con o breve.
Spalle = lat. Spatulas, spatlas, spallas, spalle. In generale tl dà kkj (vetulus > vecchio); l’assimilazione regressiva è fenomeno
strano, forse dovuto all’epoca tarda della sincope.

vestite già de' raggi del pianeta

già = iam, con esito normale di j-; j dà affricata palatale intensa in posizione intervocalica (peius > peggio).
Raggi = radii, con esito normale di dj nell’affricata palatale; notare l’esistenza di allomorfo dentale, razzi. Questo esito dipende
probabilmente da un'evoluzione del latino parlato che ha portato dj a jod e quindi modium > mojum e poi regolarmente moggio,
come pejus>peggio. L'esito affricato dentale si è esercitato solo sulle parole in cui dj si era conservato, forse cultismi, che poi
hanno subito il più tardo esito in affricata dentale (II secolo).
Pianeta = lat. Planetam, gr. Planétes ‘errante’

che mena dritto altrui per ogne calle.


Mena = *minat per minatur; propr. ‘minaccia’; si ricordi che i deponenti sono stati interamente assorbiti, ove sopravvissuti, dagli
attivi.
Altrui = alterui, forma di dat. Analogico, formato su cui.; da forme simili derivano lui (<illui per illi) e costui (eccum istui)
ogne = omnem; l’esito etimologico è onne; la palatale si sviluppa in fonetica sintattica quando la parola era seguita da altra
iniziante per vocale: ciò ha portato alla chiusura in iato, alla formazione di jod e alla palatizzazione e alla formazione di ogni.
Onne, dapprima conservato in posizione preconsonantica, si è poi omologato alla forma con palatale.

Allor fu la paura un poco queta,

allor = ad (il)la(m) horam


fu = fuit, che dovrebbe dare foe, ma che da fue per influsso della prima persona; la -e si è dileguata per tempo, ma fue è ben
documentato nell’italiano antico.
paura = lat. Pavorem, con metaplasmo di coniug. E inquadramento nella prima classe, per effetto del suff. -Ura in Pavura si è
avuto assorbimento della consonante da parte della vocale omorganica.
Quieta = lat. Quietam; queta da lat volg. Quetam. L’esito normale è cheta, con riduzione della labiovelare. Ché = lat. Quid, che
era pronome interrogativo e indefinito in latino, e poi è divenuto congiunzione. Si ha l'esito normale della labiovelare, ovvero di
k, g + wau; ricordare che kw- si conserva solo davanti ad -a (quanto, quasi, quattro), e si perde sempre davanti a tutte le altre
vocali (quid>che, quaerere>chiedere, quomodo et>come); la labiovelare sorda secondaria si conserva sempre, come la
labiovelare sonora, che è solo interna in latino (iniziale è germanismo).

che nel lago del cor m'era durata


la notte ch'i' passai con tanta pieta.

Passai = passavi da *passare, denominale da passus, che ha sostituito in molte zone della Romania transire
con = cum, con nasale conservata, come accade nei monosillabi.
Pieta = pietas, nom., con ritrazione dell’accento. Altri nominativi: Trìnita.

E come quei che con lena affannata,


uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata,
così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.
Temp' era dal principio del mattino,
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la test' alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.
E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol tace.
Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?».
«Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos' io lui con vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu' io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».
«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco selvaggio;
ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.
Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima dipartilla.
Ond' io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
ché quello imperador che là sù regna,
perch' i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!».
E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
a ciò ch'io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni là dov' or dicesti,
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».
Allor si mosse, e io li tenni dietro.