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Mirra e l'incesto

martedì 28 febbraio 2017


13:36

Tema dell'incesto lo affrontiamo con un certo disagio, per Alfieri costituiva una scommessa.
Come fare a raccontare l'amore di una figlia per il padre? Alfieri è un autore che si studia ancora, di
formazione prevalentemente francese, che si scontra con la necessità in età adulta di ritornare a scrivere in
italiano, perlopiù tragedie. Tragedie che seguono tutte più o meno lo stesso format:
 Tragedie in 5 atti;
 Vengono eliminati i personaggi secondari, dunque non ci sono le deviazioni che invece erano previste
nella tragedia classica;
 Il 5to atto è quello in cui la tragedia trova il suo culmine e la tensione emotiva è al massimo;
 Il personaggio principale entra in scena di solito nel secondo atto, tutto ciò per creare una strategia di
tensione che culmina con l'ingresso del personaggio nel secondo atto.
Alfieri - ritornando a scrivere in italiano - cerca di trovare una forma congeniale, per arrivare ad una forma
compiuta (cioè simile per tutte le sue tragedie e "ottimizzata", secondo lui).
Mirra è uno dei vertici del teatro alfieriano, a metà 800 (in piena fase di analisi del proprio passato) venne
interpretata da Adelaide Ristori (paragonabile ad un'attrice famosa). Ronconi ne rappresenta una versione.
L'opera teatrale è abbastanza breve. (05:52)
La parola incesto non viene mai pronunciata, anzi la scena finale è una sorta di scambio di battute fra la
figlia e il padre, ma la figlia non dice chiaramente quel che prova, ma
Raccapricciar d'orror vedresti il padre
Se lo sapesse… Ciniro…

Perché Mirra è così strana e incontentabile? La Ristori ci dice qualcosa di significativo: perché la tragedia è
fatta in questo modo!
 Abbiamo dapprima Mirra che non entra in scena subito (entra a partire dal secondo atto);
 Viene nominata da tutti;
 La madre sin da subito si chiede "che cos'ha Mirra? Come mai si comporta in questo modo? Perché
essendo una giovane donna non è contenta? Perché non trova pace? Perché è così strana e
incontentabile?"
Mirra decide di sposarsi, ma nel giorno delle nozze, lei non riesce più a sostenere la parte e rifiuta lo sposo.
Soprattutto, inveisce contro la madre. Il personaggio di Mirra è un personaggio giocato tutto sul silenzio.
Non riesce mai a pronunciare quella parola orribile.
La Ristori ci dice anche: "avea la tarantola in seno": quest'immagine è rappresentativa del demone che la
tormenta in continuazione, della tortura che deve sopportare, o meglio, è la vista del padre la tortura, al
contempo uomo amato (amante), re e padre; dall'altra parte abbiamo la madre che è madre e rivale in
amore.
Mirra è tormentata come tanti altri personaggi, (come Amleto) è intossicata da un veleno che le impedisce
di vivere e la rende diversa da tutti gli altri, poiché sa che tutti gli altri conducono una vita normale. Pereo
(lo sposo che vorrebbe sposarla poiché innamorato veramente) infatti non comprende il motivo del suo
comportamento, come anché lo spettatore. Ciò che si ha davanti qui è un'eroina tormentata di cui però
non sappiamo nulla. Perché non conosciamo nulla? Perché Mirra è mossa da un desiderio che non è
pronunciabile. Qui il desiderio è motore e causa del tormento (poiché non può essere pronunciato), che
porterà alla morte. Il lettore è chiamato ad identificarsi con il protagonista della vicenda, non viene
compresa appieno la posizione di Mirra (come è poi realmente accaduto nel '700); lo spettatore si trova in
quella zona intermedia di fronte ad un personaggio che viene rappresentato come una vittima sacrificale.
Quello che noi lettori riusciamo sostanzialmente a cogliere è il suo tormento di vittima. (13:49)

(in un passo, Pereo dice:)


È sorto, o Mirra,
quel giorno al fin, quel che per sempre appieno
far mi dovria felice, ove tu il fossi.
Di nuzíal corona ornata il crine,
lieto ammanto pomposo, è ver, ti veggo:
ma il tuo volto, e i tuoi sguardi, e i passi, e ogni atto,
mestizia è in te.

La posizione di Pereo è tutta relativa all'eroina che viene qui messa in posizione principe nel verso e che è
opposta a quella mestizia con cui si chiude.
Attilio Momigliano dice che Mirra ne esce ornata da questi versi, ma quell'essere ornata non fa altro che
trasformarsi nel destino di vittima di Mirra. In altre parole, Mirra sconterà la sua colpa attraverso la sua
morte, è un vero e proprio capro espiatorio. Il lettore lo sa già, lei è chiamata alla morte, viene costretta ad
uccidersi, a non sopravvivere a quel suo amore. Mirra potrebbe essere considerata come la sorella ideale di
Edipo per analogia. A differenza dell'eroe tragico-antico, Mirra non porta a compimento il crimine
incestuoso, si ferma prima. La conseguenza è il suicidio per lei.
Dov'è dunque il dramma? Si parla qui di un desiderio inesorabile, in particolare, un desiderio che
costituisce l'infrazione di una norma della famiglia. Tutta la tragedia si svolge all'interno del palazzo e dura
pochissimo, si consuma tutta all'interno di uno spazio domestico, nell'arco di 24 ore. E Mirra va a
distruggere quello spazio domestico.
Ma se l'incesto non si consuma, qual è la colpa del personaggio? La sua colpa sta nel desiderio, nella
coscienza inesorabile del desiderio, insopprimibile. Mirra non è altro che una vittima predestinata, non ci
sono possibilità di sopravvivenza. Mirra ed Edipo sono delle accezioni mostruose, entrambi mettono in
scena il dramma del simbolo: in Mirra la tragedia è tutta intima, è tutta legata al personaggio in quanto
tale. Per questo motivo, la tragedia di Mirra può essere considerata più moderna, più vicina alla nostra
esperienza. Non tanto per l'incesto - ovvero il sentimento d'amore per il padre, ma per quella dimensione
intima del desiderio che appartiene al singolo, che permette allo stesso di mettere in scena il proprio
dramma interiore. In Mirra il conflitto è tutto interno, non c'è una dimensione pubblica.
Ottoranca (?) dice: del tema dell'incesto si può dire fino ad una certa altezza storica, dopodiché diviene
innominabile, come avviene nella tragedia di Mirra. Anzi, in essa si possono trovare solo delle allusioni, una
dimensione dell'intimità e della tragedia intima che è totalmente legata al conflitto interno di Mirra.
Il padre e la madre sono due genitori teneri nei confronti della figlia, sono preoccupati per la figlia, cercano
di accudirla così come la nutrice. Mirra però non riesce a trovare pace, perché è totalmente sdoppiata: è
figlia ma anche amante, è una figura sdoppiata. Deve tenere a bada un desiderio irrefrenabile, che le
impedisce di sposare Pereo, per questo è una vittima sacrificale, perché si ritrova a dover sperimentare
quello che è il principio del desiderio senza poterlo nominare. Ottoranca osserva proprio questo: piano
piano con il passare dei secoli, la parola incesto diviene sempre più impronunciabile, nonché diviene
sempre più un dramma individuale, che riguarda la coscienza del singolo. (25:10) Nei secoli, tutti questi
argomenti taboo (come morte, incesto, ecc.) si trasformano in argomenti demandati alla coscienza del
singolo.

A differenza di Edipo, Mirra è consapevole della propria mostruosità, sa che il problema non è confessabile,
rimane in silenzio. Sa che non è confessabile perché nel momento in cui viene pronunciato, anche sotto
forma di allusione, genera il disgusto di tutti. Infatti, accuserà negli ultimi versi la nutrice di non averla
uccisa immediatamente, poiché dopo la pronuncia ella diviene empia e morirà tale. Mentre, se fosse morta
prima di pronunciare il suo problema, sarebbe morta innocente. Tuttavia l'allusione verrà compresa dal
padre ed è in quel momento che viene percepita la mostruosità del personaggio.
Questo tentativo da parte di Mirra di nascondere la propria mostruosità è effettivamente la causa della sua
sofferenza.
Correlazione fra Mirra ed Edipo: l'immagine che noi abbiamo in entrambi i casi è l'immagine di due
personaggi sempre scissi: Edipo è un patricida incestuoso, ma anche un sovrano venerato; Mirra è una figlia
perfetta, ma anche un'amante empia. La scissione del personaggio rende l'angosciante inesorabilità del
testo, perché questi personaggi esprimono un'ambivalenza profonda. L'animo di Mirra si esprime in due
modi:
 l'ambiguità, che è legata al fatto che non si capiscono i termini di questo suo tormento;
 Ambivalenza e duplicità costante (innocente e colpevole), che rendono il personaggio moderno.
All'interno dell'opera si troveranno spesso molti concetti contrastanti, poiché Alfieri era ossessionato
dalle ambivalenze. Queste ambivalenze inoltre sono accostate ripetutamente al pronome personale
IO e nominando l'IO costantemente si mette in evidenza anche la sua contraddizione.
L'IO per noi oggi cosa si rappresenta? Abbiamo un'immagine di noi in senso generale, l'IO è lo spazio e il
luogo della soggettività dove vengono rappresentate tutte le nostre sofferenze, poiché rappresenta la
nostra soggettività e i relativi conflitti. E' lì che la nostra soggettività sente la crisi profonda.
Mirra si sacrifica ancor prima di aver provato il suo desiderio, prima ancora di aver commesso il fatto. Si
può anche dire che Mirra trasmette la tensione delle grandi tragedie shakespeariane, poiché in questo tipo
di tragedie il nesso è proprio questo, c'è una sorta di attrazione tra la ragione e il dramma che viene posto
in essere, un conflitto tra volontà e ragione. L'eroe tragico è mosso dalla passione, nonostante la sua
formazione e i suoi valori culturali.

Mirra è una delle configurazioni delle molteplicità dell'IO. Quella che abbiamo di fronte è esattamente una
rappresentazione di una scissione moderna che si ritroverà più avanti (Si pensi anche ad Uno, nessuno e
centomila).
*ricapitolando* Non c'è la dimensione pubblica, ma privata. Non c'è lo spazio del re come tiranno, ma il re
come figura paterna e amante.
Gli elementi sono legati alla passione, una passione indicibile. Gli elementi legati allo scenario, la reggia
dove vivono tutti.
Lo scenario del tormento. L'ambivalenza. Temi tutti presenti e determinati all'interno di una reggia.
Ronconi ne fa un gran lavoro: egli mette in scena l'ultimo atto in una maniera particolare. Tutti gli elementi
costitutivi della tragedia vengono messi sotto la lente d'ingrandimento. La reggia è si luogo della tragedia,
ma anche focolare domestico. La reggia viene completamente messa in dubbio, arriverà a costituire un
labirinto degli affetti, nonché luogo di tortura (per Mirra). Alfieri è un maestro in quest'idea dei termini
oppositivi. (43:53)
Alfieri rappresenta il notturno e lo sdoppiamento del personaggio con un linguaggio onirico che prefigura
l'inconscio (sapendo che un secolo abbondante dopo sarebbero arrivate dopo). Sembra che Alfieri abbia
cercato e messo in scena proprio quel tema per mettere in dubbio il domestico (gli affetti, la famiglia, la
reggia) affinché diventi imperturbato, per questo così profondamente inquieto. E' un esempio magistrale di
quel tipo di fisiologia dell'amore che si manifesta in maniera inesorabile. Mirra lotta in continuazione per
far percepire al lettore un vero e proprio dramma degli affetti famigliari, senza poter esprimersi appieno,
con reticenza, attraverso dei puntini di sospensione, figura retorica della reticenza. Siamo di fronte ad un
labirinto del cuore umano. Il silenzio a volte parla più di mille parole. C'è una totale comunione di affetti,
non c'è nessun agente esterno alla reggia. Mirra si trova davvero davanti ad una tragedia, perché qui c'è
una congiura degli affetti: tutti la amano, ma tutti cercano anche di carpire il suo segreto, ed ella lotta
continuamente per mantenere la sua angosciosa reticenza.

Parere di Alfieri sulle tragedie:


Il "nascosissimo", ma naturalissimo e terribile tasto del cuore umano. Cosa intende? C'è qualcosa che è
nascosto dentro di noi. Alfieri mette in evidenza quella dimensione profondamente umana della tragedia,
che è allo stesso tempo terribile e naturale. Questa vicenda della reticenza mette in evidenza un aspetto
terribile del cuore umano.
Il cuore umano può contenere gli aspetti più teneri (gli affetti), ma anche quelli più nascosti e naturali,
quelli più terribili. La modernità dell'opera sta proprio nell'impossibilità di avere un nome, nell'impossibilità
di essere nominata. Poiché, nel momento in cui Mirra si fa sfuggire una certa allusione (quindi viene
nominata), lei diventa colpevole.

La figlia, nel momento in cui viene nominata la verità, è costretta a prendere atto e ad uccidersi. Mirra
mette in discussione un'istituzione naturale qual è la famiglia.
Ciò che mette in evidenza Alfieri in Epoca IV cap. XIV è la dicotomia delle situazioni, ma anche un senso di
colpa che emerge dalla naturalità delle cose. In Alfieri non c'è alcun tipo di giudizio, né alcun tipo di
condanna. Anzi ci sono una serie di considerazioni generali di quel che sono gli aspetti di Mirra che prova si
qualcosa di diverso, ma che rientra nei canoni della natura.

Si avverte peraltro un tema individuabile in quello del confine (rimando agli altri affrontati -> labirinto,
mappa, orientamento, ecc.): anche in questo caso Mirra è al di qua e al di là del confine. Quel limite e
confine segna anche l'impossibilità del superamento, poiché nel momento in cui a Mirra sfugge una parola,
lei s'uccide. Il superamento del confine non è concesso, ce lo comunica nel momento stesso in cui decide
di suicidarsi. Il peccato in generale è la prefigurazione dell'impossibilità di superamento del confine. La
colpa, la sofferenza si consuma tutta in uno spazio labirintico domestico che si può trasformare anche nel
labirinto del cuore del personaggio. Mirra sa di poter superare il senso di colpa, ma sa anche che è interno
al suo circuito di affetti, che è lo stesso che la condanna e si trasforma nel labirinto del proprio cuore che la
porta alla sofferenza.
Info riguardo al personaggio mitologico greco: https://it.wikipedia.org/wiki/Cinira_e_Mirra

Coinvolgimento degli affetti col padre


mercoledì 1 marzo 2017
13:11

Connotazione notturna dell'opera in quanto tale. Idea del notturno meglio descrive il personaggio. Mirra è
allo stesso tempo pia ed empia, dicotomia, duplicità dell'esperienza intima. L'idea della duplicità, della
dicotomia è un'idea straordinariamente moderna. Mirra pia e Mirra empia: si identificano in un solo
personaggio, innocente e colpevole allo stesso tempo. Il doppio non ha più bisogno di un'antagonista: Mirra
rappresenta entrambe le cose, sia colpevole che innocente.
Il destino guida l'individuo, Mirra è destinata a morire, la morte rappresenta l'unica soluzione.
Sulla tradizione classica Alfieri vuole mettere in atto una situazione diversa, egli cerca di giustificare la sua
tragedia in questo modo: *legge* Alfieri sa perfettamente che questo tema è difficilissimo da mettere in
scena. Mirra è un personaggio che può appassionare e commuovere il pubblico, proprio per via della sua
innocenza. Alfieri insiste su:
 Tra Mirra e il padre non c'è l'atto sessuale;
 Il fato: egli dice che spera che il pubblico possa appassionarsi al personaggio di Mirra, poiché oggetto
di un amore impossibile, di un desiderio che non può essere nominato;
 Cosa distingue la tragedia dalla pastorale? La tragedia è la messa in scena di una passione che porta il
personaggio ad un'unica soluzione.
L'immagine che noi abbiamo immediatamente è quella di elementi che mettono in evidenza la sofferenza.
"La sofferenza è tremenda", è identificata sin dalla prima scena.
Euriclea, la nutrice dice che "queste cose non devono essere dette al padre". Aspetto dell'urgenza che ci dà
un'idea della durata e dell'ampiezza del fenomeno: tutti si chiedono cosa stia accadendo a Mirra.
Ma Cecri dice qualcosa in più, che potrebbe suonare un po' strano: dice che suo marito non verrà, Ronconi
apre questa scena con Cecri a letto.
Cecri che è la madre chiede della figlia alla nutrice proprio in quel momento perché sa che il marito non
verrà, dunque c'è tempo per la narrazione del racconto.
I tre puntini di sospensione lasciano sospeso il pubblico, sono la figura retorica della reticenza.
E' una scena moderna, poiché cerca di raccontare i fantasmi di una giovane donna, i fantasmi della
gioventù.
Il contesto domestico è significativo poiché si prefigura qui l'idea del perturbante: noi abbiamo un
ambiente domestico, un luogo sicuro. Dall'altra abbiamo un altro fattore che turba la tranquillità e la
sicurezza di tale luogo domestico. Abbiamo tutta una serie di fantasmi che popolano la mente della
protagonista, ossessionata da questi contro cui non può far nulla. Mirra è popolata dalla sua stessa
sofferenza, da questi fantasmi.
Mirra è in continuazione in fuga da se stessa, cerca di andare oltre, cerca di sposare Pereo, ma abbiamo un
fortissimo contrasto fra il codice diurno (che è degli altri personaggi) e il codice notturno (rappresentato da
Mirra).
Questi confini sono drammatici perché vanno oltre il naturale dolore, è un dolore che va oltre i confini. I
fantasmi che popolano la mente di Mirra li vive talmente in profondità che è costantemente relegata nello
spazio del notturno.
Dalla scena uno sappiamo che Mirra è bellissima.

Caratteristiche contrastanti che mettono in luce il suo silenzio. Lo spettatore è chiamato a interrogarsi,
poiché questo è un silenzio profondamente significativo, è un silenzio che in realtà urla.
Senso di tormento e soffocamento di queste immagini, con Mirra abbiamo l'introduzione dell'orrido nel
neoclassico. Noi abbiamo dei personaggi che sull'orlo dell'abisso ci sono già ed espongono questa scena al
lettore, in modo che egli sia stimolato ad esplorare l'intimità. Percezione che si ha è un'esplorazione ed
un'identificazione della vita del personaggio.
Mirra - Trailer

Come Ronconi la mette in scena: madre stessa a letto, che dialoga con la nutrice in un momento in cui sa
che il consorte non sarebbe arrivato; la posizione della madre è particolarmente scomoda, sia per come è
stata messa in scena, sia nella storia: triangolo d'amore in cui la madre si ritrova a ricoprire un ruolo un po'
scomodo. In tutta questa serie di opposizioni MADRE-PADRE-FIGLIA, la posizione di Cecri è alquanto
scomoda.
Le tragedie hanno di loro caratteristica quella di far provare il terrore al lettore. Ma questo terrore si
contrappone e si affianca al sublime
Le Figure dell'eroe alfieriano sembrano personaggi che appaiono come delle vere e proprie ombre,
sembrano personaggi dotati sempre di lato oscuro. Ci sono dei personaggi che sono ossessionati dall'ombra
che arriverà, ma tutto è già stato deciso e questa è la ragione per cui Alfieri scrive solo 5 atti. E' una crisi
dell'IO che non riguardo solo il personaggio principali, ma anche gli altri. Mirra cosa fa? Non riconosce più in
questo linguaggio barbaro la madre, in quanto amante del padre. C'è la coscienza di questo personaggio
che non ha nulla di istituzionale. Alfieri prende la dimensione del mito.
Sentita la parola pietà, la vergine abbassa il proprio sguardo consapevole del proprio delitto.

Alfieri
giovedì 2 marzo 2017
15:09
Alfieri non è stato un autore particolarmente amato: le sue opere non sono state messe in scena. Perché
non succede? Perché noi veniamo scoraggiati da questo stile. Egli lavora sulla struttura del verso,
rendendoli complicati da intuire. Mirra è un concentrato di passioni e tensioni di cui noi ci occupiamo in
questo corso. Focus su taboo sessuale, fa perno sulla protagonista che tiene dentro di sé il segreto di una
passione indicibile.

Cultura prevalentemente maschile, ma dentro questa tragedia la donna è sostanzialmente […]. Perché si
suicida? La risposta è talmente ambigua che lo spettatore potrebbe anche non accorgersi di ciò che accade
all'interno dell'opera. Desiderio che spinge per rivelare la sua sofferenza. Mirra ha davvero una sua verità
da comunicare, raggiunge questa condizione nel momento in cui lei pone fine alla sua vita. Uno dei modelli
di Alfieri è Ovidio ma anche Dante. Mirra non viene messa fra i lussuriosi, né fra coloro che andavano
contro natura. Dante identifica Mirra come scellerata "che va falsificando sé attraverso altra forma",
dunque fra i falsari. Qual è il tema dunque? Quello della comunicazione e di rivelarsi al mondo. Sentimento
che appartiene alla natura umana dev'essere comunicato.
Ciniro è un re buono, ideale che in qualche modo rappresenta un personaggio assente, amato da Mirra ma
anche irreale, dunque una figura un po' labile.
La madre subisce una condanna non da poco in Mirra: per Alfieri più che un potere paterno, serve un
potere materno. E' un personaggio che identifica le sue cose in altri personaggi (??).
Mirra si trova imprigionata nella reggia, poiché non riesce a venirne fuori, è bloccata in una stagione della
sua vita (puerizia), ma è un personaggio che riuscirà a dire la verità anche se questo comporterà la morte.
Lei espleta la vocazione del poeta, ovvero, dice la verità.

Nell'atto V abbiamo l'incontro tra la figlia e il padre. Quest'ultimo è preoccupato e chiede le ragioni del suo
dolore, proprio in virtù dell'amore che egli è disposto a concedere alla figlia.
Mirra è totalmente sola, sa di non poter comunicare questo suo problema a nessuno la reggia. L'unica cosa
che le rimane è chiedere di essere uccisa, richiesta meno forte del dire la verità. Infatti lo chiede più volte al
padre. Ma questa viene abbandonata a se stessa. Quella che noi abbiamo è l'idea di una giovane donna che
ha perso tutto: non può essere più figlia, né principessa. Rimane però empia.

Tutti escono di scena tranne Euriclea, ma è la stessa che viene accusata (Atto V, scena 4).Il padre non è più
disposto a comprendere la figlia, non è più disposto a praticare la pietas per cui è noto. Mentre muore,
mirra non è più degna dello sguardo pietoso dei due genitori considerati esemplari. Mirra determina il caos,
l'universo umano che viene messo in scena da Alfieri. La pronuncia allusiva dell'incesto determina il
superamento di un confine delle cose umanamente accettabili. Abbiamo un naufragio dei vincoli sacri, ma
nel momento in cui ella fa uso di un lapsus per alludere all'incesto, allora […]. Tutto questo determina delle
domande su un principio: il principio dominante di quest'opera qual è? Cos'è che entra veramente in
conflitto in quest'opera? Quello che viene messo in atto in quest'opera è il conflitto fra natura e cultura.
Quelli culturali sono vincoli che impongono il principio del sacro, sacro che appartiene all'umano, un ordine
culturale e metastorica, che governa l'umano, la comunità, il mondo, il nostro essere parte di una
comunità, questo non perché viene imposto da Dio, ma perché determina l'etica della vita: si pensi a tutte
le discussioni d'attualità ogni qualvolta si va a toccare un argomento riguardante la famiglia.
Mirra spezza la sacralità della famiglia, perché in questo modo istituisce il caos. Mirra non è innocente
neanche nel momento in cui muore. Il gesto di Mirra del suicidarsi non risolve le sue colpe, non costituisce
una risoluzione del caos, il suicidio determina un ingolfarsi della tragedia. Alcuni critici la paragonarono ad
Antigone, che invece risolse tutto con la sua morte.
Atto III, scena 3 *legge*
Posizione dall'esterno, gli altri che parlano a Mirra.
Atto V, scena 4 *versi di un'eroina che muore*
Qui Alfieri non rappresenta solo la morte di un'eroina, bensì il tramonto di un'epoca, il tramonto dell'uomo
illuministico, abbiamo un corpo che mette in mostra tutta la sua sconfitta e che lascia dietro di sé un
universo scomposto, violentato nella dimensione più intima.
Atto V, le due scene finali:
Iniquità in questi versi è una delle caratteristiche di Mirra. Altro elemento, Ciniro non viene mai chiamato
padre da Mirra, il suo appellativo è Signore in questi versi.
In questa scena abbiamo prima Mirra che cede all'interrogatorio.
Successivamente lei s'uccide con la spada del padre. Interviene Cecri… E' un atto che mette in scena la
tensione emotiva del suo corpo. I due genitori sembrano avere paura del contagio, sembra una malattia
che inizia col silenzio e nel silenzio finisce.
Scena 4
Si chiude la scena con parole di morte, in particolare apre e chiude l'ultimo verso con parole di morte. E' un
momento di morte sublime, è un sublime che viene messo in scena da Alfieri. Fa uscire di scena Ciniro e
Cecri, ma lascia Mirra al centro dell'attenzione, che muore.