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Raramente gli edifici riescono a trasmettere gli sforzi richiesti per la loro costruzione.

Tacciono timidamente
i fallimenti, i ritardi, la paura e la polvere che hanno imposto. Caratteristica ricorrente del loro fascino è una
certa aria di facilità. Soltanto quando proviamo a costruire qualcosa in prima persona vemiamo iniziati ai
tormenti di chi deve persuadere i materiali e gli altri esseri umani a collaborare ai suoi progetti o deve
assicurarsi che due lastre di vetro combacino alla perfezione, che una lampada sia appesa simmetricamente
sopra le scale, che un boiler si accenda quando dovrebbe o che i pilastri di cemento si congiungano al tetto
senza proteste.

E persino quando abbiamo raggiunto i nostri obiettivi gli edifici hanno la spiacevole tendenza a sfasciarsi in
men che non si dica.
Nel saggio intitolato <Caducità>, Sigmund Freud ci racconta di una passeggiata estiva sulle Dolomiti in
compagnia del poeta Rainer Rilke. Dopo una settimana intera di pioggia i fiori erano sbocciati e sui prati
volavano farfalle dai colori sgargianti. Il suo compagno però non riusciva a ignorare la caducità delle cose.
Non era in grado di dimenticare, scrisse Freud, < che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col
sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di
bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare >.

Che cos’è un bell’edificio ?

Nella storia dell’ Occidente per più di mille anni, seppur in modo discontinuo, bell’edificio è stato sinonimo
di edificio classico: una facciata ispirata ai templi dell’Antichità, colonne decorate, proporzioni ripeture e
simmetria.

IL CASO CASTLE WARD


Durante il 1700 i reali e gli aristocratici disprezzavano la sobrietà della tradizione classicae facevano a gara
ad attrarre i clienti con la vivacità e l’esuberanza dei loro progetti. L’unico problema di avere una libertà di
scelta illimitata è il rischio di precipitare nel caos più assoluto.
Tale pericolo si manifestò per la prima volta in maniera evidente sulle rive di una tranquilla insenatura
dell’Irlanda settentrionale dove verso la metà del Settecento un aristocratico locale e sua moglie, entrambi
appassionati di architettura, non riuscivano ad accordarsi sullo stile della loro casa.
Il visconte era un neoclassicista, la moglie preferiva il neogotico.
Si giunse all’astuta soluzione di proporre due differenti stili, uno per ogni facciata: soluzione che continuava
anche all’interno.

Gli edifici parlano, e parlano di argomenti che si possono confondere facilmente. Parlano di democrazia e
aristocrazia, di disponibilità e arroganza, di accoglienza e minaccia, di partecipazione al futuro e nostalgia
per il passato.
Qualsiasi oggetto di design trasmette un’idea degli atteggiamenti psicologici e morali che rappresenta.
Avvertire che un edificio non esercita alcun fascino su di noi potrebbe significare che non ci piace il
temperamento della creatura o dell’essere umano che oscuramente individuiamo in esso; al contrario, se lo
definiamo bello forse sentiamo di essere in presenza di un carattere che, se prendesse vita, sarebbe di
nostro gradimento. In fin dei conti Ciò CHE CERCHIAMO IN UN’ OPERA ARCHITETTONICA NON è DIVERSO
DA Ciò CHE CERCHIAMO IN UN AMICO. GLI OGGETTI CHE DEFINIAMO BELLI SONO VERSIONI DELLE
PERSONE CHE AMIAMO.
LE VIRTù DEGLI EDIFICI

Al fine di dare un giudizio quanto più oggettivo di un’architettura è utile stabilire delle virtù cercando di non
ricadere nel <pettegolezzo> quando si descrive un’architettura.

Le virtù sono:

ORDINE

L’ ordine contribuisce al fascino di quasi tutte le opere di architettura importanti. In effetti questa qualità è
così fondamentale da essere prevista sin dall’inizio anche nei progetti più modesti, tramite schemi accurati
degli impianti elettrici e idraulici, nei prospetti e nelle planimetrie. L’ordine architettonico ci affascina anche
perché è una difesa contro la sensazione che le cose siano troppo complicate.
Sebbene si tende a credere, in architettura come in letteratura, che un’opera importante debba essere
complicata, molti edifici affascinanti sono di una semplicità sorprendente.
Nell’Ottocento gli architetti venivano premiati in base all’unicità del loro lavoro, quindi costruire una nuova
casa o un ufficio usando una forma familiare divenne non meno spregevole che plagiare un romanzo o una
poesia.
<< Non passa giorno senza che i nostri architetti siano esortati a essere originali o a inventare un nuovo
stile>> commentò John Ruskin nel 1849, sconcertato dall’improvvisa perdita dell’armonia visiva.
Mezzo secolo dopo e in tono simile, Adolf Loos fece appello agli architetti affinchè accantonassero le loro
ambizioni individuali per amore della coerenza collettiva: << La forma migliore è sempre già pronta, e che
nessuno tema di attuarla anche nei suoi elementi fondamentali è opera di altri. Ne abbiamo abbastanza del
genio originale. Ripetiamoci all’infinito! Che un edificio sia simile all’altro. Non si verrà in tal caso pubblicati
nella Deutsche Kunst und Dekoraion e non si diventerà professori della Scuola di Arti Applicate, ma si sarà
reso il migliore servizio alla propria epoca, a se stessi, al proprio popolo e all’umanità.>>
Gli architetti più utili sono quelli tanto generosi da accantonare la rivendicazione del loro genio per
dedicarsi alla costruzione di case graziose, ma per lo più prive di originalità. L’architettura dovrebbe avere la
sicurezza di sé e la bontà di essere anche un po' noiosa.

Il modo più ovvio per rendere complessa una facciata è variare la disposizione di porte e finestre. Ma un
gradevole effetto di complessità si può ottenere anche con l’uso di mattoni, pietra calcarea, marmo, rame
patinato, legno, cemento – materiali all’apparenza piuttosto ruvidi e rozzi, in cui sembra agitarsi qulcosa di
vivo e non addomesticato. È probabile che la bellezza nasca quando s’impone un ordine a materiali così
vitali, quando lo spirito si allinea con la logica. Come suggerì Novalis, < in un’opera d’arte, il caos deve
brillare attraverso il velo dell’ordine>.

Esempio concreto di questa affermazione sono due palazzi di Venezia, il Palazzo Ducale (il piacere
dell’ordine mescolato alla complessità) e Procuratie Vecchie (monotonia dell’ordine).

EQUILIBRIO

Nel piacere prodotto dalla contrapposizione di ordine e complessità possiamo rintracciare la virtù
architettonica accessoria dell’equilibrio. Tutte le volte che gli architetti sanno abilmente mediare tra una
serie di opposti come il nuovo e il vecchio, il naturale e l’artificiale, il lussuoso e il modesto, il maschile e il
femminile è probabile che il risultato sia bello.

Sulle Alpi liguri un edificio risolve una tensione tra la campagna e la città, l’elemento agrario e quello
industriale. La casa di pietra di Herzog & de Meuron è sostenuta da un’intelaiatura a vista, riempita con
pietre a secco raccolte su declivi circostanti. Queste pietre, del tipo usato per secoli nella costruzione dei
granai e delle fattorie della regione, sono così irregolari per forma e colore da diversi aspetti della nostra
personalità, ma tende invece a enfatizzare una serie di antitesi imbarazzanti. Si pensi per esempio al luogo
comune secondo il quale non si può essere allo stesso tempo seri e divertenti, democratici e raffinati,
cosmopoliti e campagnoli, pratici ed eleganti, mascolini e delicati.
Gli edifici equilibrati chiedono di essere differenti.

ELEGANZA

L’impressione di bellezza che ricaviamo da un’opera architettonica è in relazione diretta con l’intensità delle
forze alle quali si contrappone. Il potere emotivo di un ponte su un fiume gonfio, per esempio, si concentra
nel punto in cui i piloni incontrano l’acqua che si solleva minacciosa tutt’intorno, ma le resistono. Ci
sentiamo al sicuro come quando eravamo bambini e i nostri genitori ci portavano a casa in macchina nelle
prime ore del mattino, accoccolati in pigiamo sul sedile posteriore sotto una coperta, con il buio e con il
freddo della notte fuori dal finestrino contro cui appoggiavamo la guancia. C’è bellezza in ciò che è più forte
di noi.
Fatta questa premessa, è però necessario osservare che la bellezza è il risultato di alcune qualità che
lavorano in concomitanza, ed è probabile che per garantire il fascino di un ponte o di una casa occorre più
della sola forza.
Osserviamo due ponti, quello di Salginatobel e quello di Clifton: entrambe sono strutture di forze che
riscuotono la nostra ammirazione perché ci permettono di metterci al sicuro oltre un precipizio fatale,
eppure il ponte dell’architetto Millart è il più bello per l’eccezionale agilità e l’apparente naturalezza con cui
si svolge il suo compito. Il ponte di Millart assomiglia a un atleta flessuoso che salta senza tante cerimonie e
si inchina al pubblico prima di uscire di scena; possedendo la virtù di far trasparire un’impresa priva di
sforzo e poiché avvertiamo che non lo è, ci stupiamo e lo ammiriamo ancora di più. Per quanto riguarda il
ponte di Brunel ha qualcosa di un uomo robusto di mezza età che si tira su i calzoni e sollecita l’attenzione
altrui prima di fare un salto da qui a là.

COERENZA

Potremmo dire che nell’architettura nulla è mai brutto in sé: è semplicemente nel posto sbagliato nella
misura sbagliata, mentre la bellezza è figlia di una relazione coerente tra le parti.
L’incoerenza architettonica non si limita ai singoli edifici ma può anche estendersi al rapporto tra un edificio
e il suo contesto, geografico o cronologico ed è ugualmente grave.
Ecco alcuni esempi:

- NW3, Londra: segni di una crisi d’identità


- Sidney Kaye, Londra: L’estetica di un bungalow costiero inglese portata alle dimensioni di un grattacielo,
con motivi decorativi che enfatizzano l’asse orizzontale questa combinazione li faceva sembrare
ingenuamente in conflitto con i loro obiettivi, come se spingessero allo stesso tempo verso l’alto e verso i
lati.
- GMW Architects, Londra: che cercano di riproporre in un nuovo edificio le finestre neoclassiche del
contesto architettonico con profilati in acciaio a doppio T, non tenendo conto che le finestre d’epoca si
distinguono per la loro snellezza ed eleganza.

Si potrebbe sostenere che un edificio è adeguato al suo contesto se incarna i valori più desiderabili e le
ambizioni più elevate del momento e del luogo in cui si trova: un edificio che serve da deposito di un idealle
non utopico.
WABI SABI: LA BELLEZZA IMPERFETTA

In Ricordo di un eremo (2012) il cortigiano medievale Kamo no Chomei descrisse quale liberazione
aspettava coloro che si spogliavano dei possedimenti superflui e ascoltavano il sussurro della loro anima. Fu
così che semplici capanne di legno acquistarono un posto privilegiato nell’immaginario giapponese; in
ossequio alla concezione zen secondo la quale l’illuminazione giunge solo se si vive una vita priva di
superfluo.

Nel suo Libro D’Ombra (19233) Junichiro Tanizaki tentò di spiegare perché lui e i suoi connazionali
giudicavano tanto belli i difetti: << Noi giapponesi non ci sentiamo a nostro agio di fronte a cose troppo
lucenti. Le posate d’argento, o placcate d’argento o di acciaio inossidabile che gli occidentali si studiano di
mantenere perennemente lucide, poco si confanno al nostro gusto. Prediligiamo, in Giappone utensili
quanto più foschi. È vero che esistono anche da noi le “argenterie”: il bollitore dell’acqua, la coppetta e la
brocca del Sake; tuttavia non ci ostiniamo a lustrarli come in occidente, anzi più li apprezziamo quando,
perduta la brillantezza d’origine, acquistano la scura patina del tempo>>.

Nel Giappone medievale i poeti e i sacerdoti zen indirizzavano i giapponesi verso aspetti del mondo ai quali
di rado gli occidentali hanno dedicato pubblicamente un’attenzione più che trascurabile o casuale: fiore di
ciliegio, pezzi deformi di ceramica, sentieri di ghiaia passata al rastrello, muschio, la pioggia che cade sulle
foglie, cieli autunnali, tegole di tetti, legno grezzo. È nata una parola, WABI, della quale non a caso nelle
lingue occidentali manca un equivalente diretto che individua la bellezza nelle cose modeste, semplici,
incompiute, transitorie. È Wabi trascorrere una serata da soli in una casetta nei boschi ad ascoltare la
pioggia che cade. Wabi sono una serie scompagnata di stoviglie, recipienti anonimi, muri rovinati e pietre
consunte dalle intemperie e coperte di muschi e licheni. I colori più Wabi sono il grigio, il nero e il marrone.

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