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Il libro

Crea il tuo destino è un libro cardine per chi ama la visione


di Osho. Prima di tu o perché è uno dei pochissimi scritti che ci
giunge direttamente da lui, e non una semplice trascrizione dei
suoi discorsi. In secondo luogo perché queste pagine toccano le
tematiche che tutti noi prima o poi incontriamo nel corso della
nostra vita. Ma soprattutto perché questi argomenti sono trattati
in modo decisamente insolito.
Basandosi su miti, racconti, aneddoti, storie (molte tratte
dalla sua stessa esperienza di vita, molte attinte dalle grandi
tradizioni di saggezza), Osho ci accompagna al risveglio di
facoltà preziose presenti in ciascuno di noi, come la
consapevolezza, l’intuizione e l’abilità di comprendere.
Il modo di procedere è simile a una passeggiata lungo i
sentieri della nostra dimensione interiore, dove le scelte e le
responsabilità si incrociano con la vita quotidiana e i suoi tanti
impegni. Su quei crocevia si è invitati a sostare e l’apologo, la
parabola, l’esempio edificante che Osho narra scatenano
intuizioni e bagliori davvero illuminanti, capaci di mostrare
possibilità e potenzialità comunemente ignorate. Proprio in
queste pagine, forse più che altrove, Osho si rivela una voce che
risuona dentro di noi e che fa affiorare le nostre più segrete
aspirazioni.

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L’autore
Osho (1931-1990) è un mistico contemporaneo che ha
dedicato la vita al risveglio della consapevolezza. Sempre di più i
suoi insegnamenti si rivelano un vero e proprio trampolino di
lancio verso un equilibrio esistenziale che dona alla vita integrità
e pienezza. Nel Resort di meditazione di Pune, in India, famoso
in tutto il mondo come il più eclettico e completo laboratorio di
crescita, è possibile sperimentare la sua visione a livello
multidimensionale.
Fra gli ultimi libri pubblicati per Mondadori ricordiamo: La
voce del mistero (2001), Aprirsi alla vita (2002), Una vertigine
chiamata vita (2003), Ricominciare da sé (2004), Con te e senza
di te (2005), I misteri della vita (2006), Liberi di essere (2007),
La verità che cura (2008), Il benessere emotivo (2009),
Innamorarsi dell’amore (2010), L’ABC del risveglio (2011),
Questa è la vita (2012), Il mistero femminile (2013) e In amore

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vince chi ama (2014).

Osho CREA IL TUO DESTINO

Le intuizioni che cambiano la vita

Traduzione di Anand Videha Introduzione dell’Autore


all’edizione in hindi del 1971

Che cosa trovo quando guardo in profondità in un essere


umano? Scopro che anche quell’uomo è una lampada di
terracotta!
Ma non è solo una lampada fatta di fango, in lui è anche
presente una fiamma di luce che si eleva continuamente verso il
sole.
Soltanto il corpo è fatto di terra, la sua anima è quella stessa
fiamma. D’altra parte, chiunque dimentichi questa fiamma che si
eleva perenne resta solo fango: smette di elevarsi verso l’alto. E
quando non esiste elevazione verso il trascendente, non c’è vita
alcuna.
Amico mio, guarda dentro di te. Liberati da tutto il fumo che
avvolge la tua mente e vedi questa fiamma di consapevolezza.
Eleva la tua visione al di là di ciò che in te è mortale, e riconosci
l’immortale.
Non esiste nulla di più prezioso di questo riconoscimento,
perché con questa comprensione l’animale in te muore e nasce
l’essenza divina.

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Premessa dell’Autore
Il mito aiuta a vivere L’essere umano è un animale che crea
pettegolezzi.
Aristotele ha definito l’uomo come un essere razionale.
L’uomo non è razionale, ed è un bene che non lo sia. L’uomo è
per il novantanove per cento irrazionale, ed è un bene che lo sia;
infatti, tutto ciò che è bello e colmo d’amore esiste attraverso
l’irrazionalità.
Attraverso la ragione, esiste la matematica; attraverso
“l’irragionevolezza”, la poesia.
Tramite la ragione, la scienza; tramite l’irragionevolezza, la
religione. Mediante la ragione, i mercati, i soldi, le rupie, i
dollari; mediante l’irragionevolezza, l’amore, il canto, la danza.
No, è un bene che l’uomo non sia un essere razionale. L’uomo è
irrazionale.
Sono state coniate molte definizioni; a me piace dire che
l’uomo è un animale che crea pettegolezzi: inventa miti, e tutti i
miti sono pettegolezzi, purana. L’uomo crea religioni, miti e
racconti sull’esistenza; sin dagli albori dell’umanità, ha inventato
miti bellissimi.
L’uomo crea Dio, s’inventa che Dio ha creato il mondo;
sviluppa miti meravigliosi, intrecciandone sempre di nuovi.
L’uomo è un animale che crea miti; e la vita sarebbe
assolutamente noiosa, se non fosse avvolta nel mito.
Questo è il problema dell’era moderna: tutti i miti antichi
sono stati abbandonati.
Degli stupidi razionalisti hanno argomentato troppo contro di

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essi; e un mito, se vi argomenti contro, è indifendibile. Per questo
è stato abbandonato: il mito non può difendersi; è estremamente
fragile, vulnerabile. Se cominci a lottare contro di esso, lo
distruggerai, ma in tal modo avrai estirpato qualcosa di
meraviglioso dal cuore dell’uomo. Non si tratta del mito,
quest’ultimo è solo simbolico… Profonde sono le sue radici nel
cuore: se uccidi il mito, uccidi il cuore.
Oggi, in tutto il mondo, quegli stessi razionalisti che hanno
distrutto tutti i miti hanno la sensazione che la vita sia priva di
senso e di poesia, che non esistano motivi per essere felici o
celebrare. Ogni spirito di festa è scomparso.
Senza il mito, il mondo non sarà altro che un mercato; tutti i
templi scompariranno.
Senza il mito, tutte le relazioni si ridurranno a un
mercanteggiare; non ci sarà amore in esse. Senza il mito, ti
ritroverai isolato in un vuoto senza fine.
Se non sei illuminato, non puoi vivere così: tutto ti
sembrerebbe privo di senso e nel tuo essere si formerebbero
angoscia e paura sconfinate. Comincerai a ucciderti, in qualche
modo: inizierai ad affogarti nelle droghe, nell’alcol, nel sesso o
in qualcos’altro, perché la vita sembra senza senso e vuoi
dimenticare te stesso.
Il mito crea significato; non è altro che un bellissimo
pettegolezzo, ma ti aiuta a vivere.
A meno che non diventi capace di vivere senza alcun
pettegolezzo, quelle chiacchiere ti aiutano ad attraversare, a
percorrere il mondo. Creano un’atmosfera umana intorno a te;
altrimenti, il mondo è di pietra.
Rifletti: gli indiani venerano un fiume, il Gange. Si tratta di
un mito, altrimenti il Gange è soltanto un fiume; invece, grazie a

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un mito, si trasforma nella madre, e quando un hindu si reca sul
Gange, per lui è una gioia immensa.
La pietra della Mecca, la Kaaba, non è un altro che una
pietra: è cubica e per questo viene chiamata ka’ba, che vuol dire
cubo. Ma non puoi immaginare cosa prova un musulmano
quando va alla Kaaba: in lui affiora un’energia possente. Non è
che la Kaaba stia facendo qualcosa… È solo un mito. Quando il
musulmano bacia la pietra, non cammina più sulla terra: è
scivolato in un altro mondo, di pura poesia. Quando cammina
intorno alla Kaaba, sta camminando intorno a Dio stesso. In tutto
il mondo, i musulmani pregano rivolti verso la Kaaba. Le
direzioni cambiano: dall’Inghilterra, dall’India o dall’Egitto, tutti
guardano verso la Kaaba. Cinque volte al giorno, da tutto il
mondo i musulmani guardano la Kaaba: quest’ultima si trasforma
nel centro stesso del mondo. È un mito, un mito meraviglioso. In
quel momento, tutto il mondo è avvolto nella poesia.
L’uomo assegna un significato all’esistenza: l’essenza del
mito è tutta qui. Egli è un animale creatore di pettegolezzi:
pettegolezzi piccoli, sul quartiere e la moglie del vicino; e
pettegolezzi grandi, cosmici, su Dio. Ma è così che l’uomo si
diverte.
C’è una vecchia storia che adoro. Devo averla raccontata
molte volte… È ebraica.
In una città, molti secoli fa, viveva un rabbino. Ogni volta che
in città c’era qualche problema, lui andava nella foresta, faceva
dei sacrifici, pregava, seguiva un rituale e diceva a Dio:
“Allontana quella calamità. Salvaci”. E la città veniva sempre
salvata.
Il rabbino morì e venne sostituito da un altro. La città stava
attraversando dei problemi e i cittadini si radunarono. Il rabbino

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andò nella foresta, ma non riuscì a trovare il luogo giusto; non lo
conosceva, per cui disse a Dio: “Non conosco il luogo esatto da
cui il rabbino precedente ti pregava, ma non importa. Tu lo
conosci, quindi io pregherò da qui”. Quei problemi
abbandonarono la città e la gente ne fu felice.
Poi morì anche questo rabbino e fu sostituito da un altro. Di
nuovo, la città venne minacciata da una calamità. La gente si
riunì. Il nuovo rabbino andò nella foresta, ma disse a Dio: “Non
conosco il luogo esatto, non conosco il rituale. So solo la
preghiera; quindi, per favore, tu che sei onnisciente, non ti fissare
sui dettagli. Ascoltami…”. E disse ciò che doveva dire. La
calamità venne scongiurata.
Poi anche lui morì e fu sostituito da un altro rabbino. La città
fu minacciata da una pestilenza, quindi la cittadinanza si radunò
e disse al rabbino: “Va’ nella foresta; è sempre stato fatto così. I
vecchi rabbini ci andavano sempre!”.
Il nuovo rabbino, seduto nella sua poltrona, replicò: “A che
pro andarvi? Lui può udirmi da qui. D’altra parte, non so niente
di tutto ciò”. Quindi, sollevò gli occhi al cielo e disse: “Ascolta.
Io non conosco né il luogo né il rituale né la preghiera, però so
tutta la storia: cosa facevano il primo, cosa il secondo, cosa il
terzo e cosa il quarto rabbino quando andavano nella foresta… Te
la racconterò. So che ti piacciono le storie. Quindi, per favore,
stammi a sentire e allontana da noi questo pericolo!”.
Al che, raccontò l’intera storia dei vecchi rabbini, e si dice
che a Dio questa storia piacque così tanto che la città venne
risparmiata.
Dio deve amare moltissimo le storie: lui stesso è un creatore
di miti, è colui che ha dato il via a tutti i pettegolezzi.
Sicuramente gli piacciono tantissimo!

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Certo, la vita è il pettegolezzo di un attimo all’interno del
silenzio eterno dell’esistenza, e l’uomo è un animale creatore di
pettegolezzi. A meno che non diventi un Dio, dovrai spettegolare
anche tu sull’amore: amerai le storie di Rama e Sita, e del
Mahabharata; adorerai i racconti greci, romani, cinesi. Esistono
milioni di miti, tutti bellissimi.
Se non tiri in ballo la logica, possono aprirti le porte
interiori; sono in grado di condurti fino ai misteri della
dimensione interiore. Se invece li sottoponi alla logica, le porte
restano sbarrate: quel tempio non fa per te.
Ama i racconti. Quando li ami, ti schiudono i loro misteri. E
in essi è nascosto qualcosa di immenso: tutto ciò che l’umanità
ha scoperto si cela nelle parabole. Ecco perché Gesù si esprime
sempre in parabole, il Buddha racconta storie. Tutti amavano
spettegolare.

Prefazione dell’Autore
Il linguaggio dei mistici I mistici vogliono dirti qualcosa,
vogliono condividere con te una realtà che non hai mai neppure
sognato; perciò devono spingere il tuo linguaggio fino alle sue
potenzialità più estreme: devono renderlo talmente ricco e capace
di cogliere sinuosità e sfumature così sottili da poterti offrire
un’idea di qualcosa che nella tua lingua non esiste. Per questo i
mistici usano il linguaggio in un modo molto singolare, e
ciascuno di loro sceglie una modalità diversa.
I Sufi hanno usato le parabole e il loro messaggio è
interamente racchiuso all’interno delle loro storie. Le favole
possiedono una bellezza particolare: persino i bambini possono

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comprenderle! Riescono a raggiungere anche le persone che si
trovano al livello di consapevolezza più basso: chi non è in grado
di cogliere verità appartenenti a un livello superiore, riuscirà
comunque a comprendere una parabola; la sua comprensione sarà
commisurata alle sue capacità, ma se mediti su questi racconti…
e queste storie vanno meditate! Non si tratta di racconti da
leggere una volta e poi dimenticare, perché nascondono
significati molto profondi, e bisogna continuare a scavare senza
sosta al loro interno: se mediti, a poco a poco affioreranno aspetti
e prospettive sempre nuovi. A mano a mano che la tua capacità di
comprendere, la tua fiducia, la tua consapevolezza e la tua
meditazione si sviluppano, il loro significato diventa sempre più
profondo.
I Sufi, dunque, parlano per mezzo di parabole; hanno fatto
questa scelta perché al mondo ci sono così tante persone che
stanno vivendo stadi e momenti diversi della loro esistenza, per
cui è necessario parlare una lingua accessibile a tutti. La parabola
possiede proprio la capacità straordinaria di poter essere intesa
da chiunque, in un’infinità di modi diversi, perché è
assolutamente priva di limiti! Riesce a divertire persino le
persone che non la capiscono, e se oggi la trovano divertente,
domani magari riusciranno a comprenderla!
Mahavira ha scelto un metodo completamente diverso e non
ha parlato affatto. Ha abbandonato del tutto il linguaggio e ha
fatto del silenzio la sua lingua: stava semplicemente seduto
insieme ai suoi discepoli… Questa strada è più difficile e non è
accessibile a tutti: funziona solo per le persone che si trovano già
a un livello di consapevolezza superiore. Si dice che il primo
sermone di Mahavira – che avvenne ovviamente in perfetto
silenzio – sia stato compreso solo dagli dèi; si tratta di un modo

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per dire che nessuno riuscì a comprenderlo: ci vollero anni
perché qualche raro essere umano riuscisse a farlo.
Per poter consentire una varietà ampissima di letture, le
parabole devono per forza essere vaghe – non hanno alcun
significato specifico e allo stesso tempo ne hanno moltissimi!
Devono essere come una sorta di cilindro magico da cui puoi
estrarre qualsiasi significato desideri; in questo modo, verranno
sicuramente comprese da molta gente: milioni di persone
riusciranno a leggerle – persino i bambini – e a tutti accadrà
qualcosa.
Lo Zen ha adottato un metodo ancora diverso; non ha usato
né le parabole né il silenzio, ma ha scelto i koan, enigmi e
rompicapo che la mente umana non riesce a risolvere: si tratta del
modo tipico dello Zen di distruggere la mente, ma ci vogliono
anni.
I mistici parlano un linguaggio tutto loro: sono costretti a
farlo, perché ognuno di loro deve creare un modo di esprimersi
che rispecchi la sua conoscenza, le sue capacità, il suo passato e
le sue esperienze. Gesù parla come il figlio di un falegname,
mentre il Buddha si esprime come un imperatore perché quella è
la loro storia: quando parli sei costretto a basarti sulle tue
esperienze passate.
Il Buddha non può parlare come Gesù: i termini che usa
saranno per forza diversi, perché non è mai stato nella foresta e
non ha mai abbattuto alberi o tagliato legna; non ha mai
trasportato i tronchi nella bottega di suo padre, né conosce il
profumo del legno appena tagliato, e non può quindi adottare
quel linguaggio. Non può raccontare parabole che parlano di
pastori e di pecorelle smarrite, perché non ha alcuna esperienza
di questo genere di cose: solo Gesù poteva servirsi di quelle

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metafore.
Il Buddha parla come un re e usa il gergo di corte e il
linguaggio della filosofia; non parla la lingua della gente comune,
perché non è mai stato una persona qualsiasi: come potrebbe
quindi esprimersi in quel modo?
Ogni mistico, dunque, è costretto a usare il proprio
linguaggio, e ricorda che in ogni caso la lingua parlata è sempre
imprecisa: parlando la gente gira intorno all’argomento,
interrompe, cambia discorso, fraintende, non capisce, omette certi
aspetti… Le parole possono lenire o ferire, possono creare e
seminare confusione: sono un’arma molto pericolosa, perché
possono essere usate per mettere a nudo una persona o per
tagliarle la gola, perciò bisogna stare davvero molto attenti a
come le si usa.
Molti mistici hanno deciso di rimanere in silenzio, e tutti
quelli che hanno scelto di parlare non hanno comunque mai
smesso di mettere in guardia dalle parole, anche se erano persone
molto intelligenti, eloquenti e abili nell’uso del linguaggio…
Per noi, che siamo pieni di idee, ma non comprendiamo nulla,
le parole del Buddha sono complesse e incomprensibili. “Tu sei
quello!” è un’affermazione vasta come un oceano: è impossibile
camminare sul mare o costruirci sopra qualcosa, e una frase
simile ti scivola fra le mani proprio come l’acqua!
“Se incontri il Buddha sulla tua strada, uccidilo!”: ecco
un’altra affermazione grande come una montagna – è
impenetrabile al tuo sguardo e non puoi sapere cosa nasconde.
Non hai idea di cosa significhino queste frasi, né riesci a
comprendere a cosa si riferiscano.
Queste affermazioni sono come montagne dalle cime
altissime: proprio come l’Everest, sono molto difficili da scalare,

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e ci sono buone probabilità di non riuscire mai a comprenderle
appieno.
Questa frase non dice nulla di negativo sul Buddha: al
contrario racchiude il suo intero messaggio! Il Buddha sarebbe
perfettamente d’accordo con questa affermazione, ed è proprio
ciò che ha detto quando ha abbandonato il mondo.
Queste furono precisamente le ultime parole del Buddha. Al
suo discepolo Ananda, che continuava a piangere e non si dava
pace, disse: “Non disperarti e smetti di versare lacrime per me! In
verità io sono stato un ostacolo per te, e ora questa barriera sta
per sparire: adesso sei libero, e riuscirai a illuminarti più
facilmente. Sii una luce per te stesso!”.
Per quarant’anni Ananda aveva vissuto accanto al Buddha,
senza riuscire a illuminarsi; ma non appena il Maestro se ne
andò, conseguì l’illuminazione nel giro di ventiquattr ’ore!
Cos’era successo? Si era aggrappato all’idea del Buddha e
quell’attaccamento era diventato un ostacolo.
Questo è ciò che sia io che i Maestri Zen intendiamo quando
diciamo: “Se incontri il Buddha sulla tua strada, uccidilo!”. E
infatti ti dico anche: “Se mi incontri sulla tua strada, uccidimi!”,
perché può essere che incontrerai me invece del Buddha.
L’espressione “sulla tua strada” significa che, quando inizi a
spostarti dal livello della forma a quello dell’assenza di forma, il
tuo Maestro rappresenterà l’ultima barriera: sei così attaccato a
lui, lo ami così profondamente, e ti ha aiutato a raggiungere degli
stati di tale estasi e delizia, che farlo a pezzi ti sembra un gesto di
vera ingratitudine… ma non è così!
Questo è il modo di esprimersi proprio dello Zen, ma i
cristiani, così come i giainisti, gli hindu e i musulmani ne
sarebbero offesi, perché, secondo loro, non è questo il modo di

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parlare dei propri Maestri.
Sebbene i mistici abbiano scelto modi diversi di esprimersi,
se osservi in profondità, il loro messaggio non è poi così
differente: il contenitore può anche variare, ma il contenuto è
sempre lo stesso! Ciascuno di loro deve scegliere il proprio
linguaggio e il metodo che i loro discepoli comprenderanno
meglio.
Ciascun mistico deve quindi esprimersi tenendo conto della
propria individualità e dei discepoli che ha intorno, perché ogni
Maestro attrae un certo genere di persone. Non lo vedi? Intorno a
me si sono raccolti individui di un certo tipo: e sono la gente del
futuro!
In questo luogo non troverai persone convenzionali: è
impossibile! Accanto a me non ci sono puritani, moralisti o
ipocriti, perché questo non è un posto adatto a loro, e io non
sono il Maestro che fa per loro!
A volte arrivano da me persone molto conformiste, che poi
scappano e non tornano mai più. Quello che ho creato è un
genere di Comune diverso, e solo l’Uomo Nuovo che sta per
nascere riesce a comprendermi – solo lui può riuscirci! L’uomo
del passato non ne è capace: per questo uso il linguaggio del
futuro! E come sai, ognuno deve usare il proprio modo di
esprimersi.
Esistono innumerevoli linguaggi, e anche i mistici si
presentano sotto un’infinità di forme e di tipologie: naturalmente,
quindi, ognuno di loro deve usare il linguaggio che conosce e la
lingua che desidera che la gente impari a comprendere. Il loro
modo di esprimersi deve inoltre rispecchiare le loro esperienze:
Kabir usò un certo linguaggio, Krishna un altro e Nanak un altro
ancora perché erano diversi – appartenenti a epoche, ambienti e

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aree culturali differenti – e si rivolgevano a tipologie diverse di
persone, ciascuna con le proprie potenzialità.
Crea il tuo destino Le mie sono soltanto indicazioni, non
sono definizioni. Prendetele in modo fluido. Non prendete mai
ciò che io dico in modo rigido… è una visione vaga, indefinita,
crepuscolare.
Il panorama che io disegno non assomiglia a un mondo
rischiarato da un sole limpido e splendente. In questo caso, le
cose sarebbero chiare e ben definite.
Viceversa nel crepuscolo, allorché il sole è tramontato e la
notte non è ancora scesa, sono presenti entrambi; ecco: in
quell’intervallo tra la luce e le tenebre… prendete così qualsiasi
cosa io vi dica.
Rimanete fluidi, fluttuanti. Non create mai rigidità intorno al
vostro essere. Non diventate mai definibili.
OSHO

Prologo
La via della verità La parabola è un modo per dire una cosa in
maniera indiretta. La verità non può essere affermata in modo
esplicito perché sarebbe troppo violento, troppo aggressivo,
troppo maschile; si può esprimere solo in modo estremamente
obliquo: vi si può alludere, la si può lasciar intendere… Non
puoi essere convinto dalla verità, puoi solo esserne persuaso!
E il Maestro non ti convince mai della verità, ma ti ci
conduce con la seduzione.
Le parabole sono molto affascinanti e possono anche colpire
all’improvviso persone che non erano affatto alla ricerca della

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verità, rendendola d’un tratto accessibile. Le storie inoltre
piacciono alla gente e tendono a fissarsi nella coscienza: è
difficile dimenticarle e molto facile ricordarle, perché riescono a
trovare il modo di raggiungere il centro più profondo del tuo
essere.

1. La musica del mare


Ho sentito raccontare una storia…
Migliaia di anni fa, una città che aveva moltissimi templi
dedicati alle divinità sprofondò nel mare.
Le campane di quei templi sommersi ancora lanciano i loro
rintocchi; forse, sono le onde a farle suonare, oppure sono i pesci
che, nuotando tutt’intorno, muovono i battacchi. Quali siano le
ragioni, quelle campane ancora suonano e perfino oggi quella
musica dolcissima può essere udita dalla riva.
Anch’io volevo sentire quella musica, per cui sono andato in
cerca di quella spiaggia e, dopo aver vagato per anni, alla fine
l’ho trovata. Purtroppo ho potuto ascoltare solo il tumulto del
mare: il fragore delle onde che si frangevano contro le scogliere
risuonava ininterrotto in quel luogo solitario, ma non c’era
musica alcuna, né si poteva udire il rintocco delle campane.
Ho continuato ad ascoltare con attenzione ma su quella riva
nulla si poteva udire, fatta eccezione per il continuo ribollire
delle onde.
Eppure ho aspettato. In realtà, mi ero scordato la via del
ritorno e adesso quella spiaggia ignota e solitaria sembrava essere
destinata a testimoniare la fine della mia vita.
Piano piano, perfino il pensiero teso all’ascolto delle
campane scomparve; e io mi sedetti su quella spiaggia.

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Poi, una notte, all’improvviso udii le campane di quei templi
sommersi che suonavano a distesa, e quella musica dolcissima
iniziò a colmare la mia vita di gioia.
Sentendo quella musica, mi destai dal mio sonno e, da allora,
non sono più riuscito a riaddormentarmi. Adesso qualcuno è
costantemente sveglio, dentro di me; il sonno è svanito per
sempre e la mia vita si è colmata di luce… infatti, là dove non c’è
sonno, non c’è oscurità.
E sono felice. In realtà, sono diventato felicità incarnata;
infatti, come può esistere tristezza, quando è possibile udire la
musica del tempio di Dio?
Anche tu vuoi raggiungere quella spiaggia? Anche tu vuoi
udire la musica di quei templi sommersi? Allora andiamo,
incamminiamoci dentro noi stessi: il cuore è il mare, e nelle sue
profondità si trova la città dei templi sommersi.
D’altra parte, solo coloro che sono, in ogni senso, calmi e
presenti saranno in grado di udire la musica di quei templi. Come
potrebbe mai essere udita questa musica, quando ci sono conflitti
fragorosi di pensieri e desideri? Perfino il desidero di udire
questa musica diventa un ostacolo che impedisce di sentirla.

2. La vita è ciò che ne facciamo


In una notte buia guardavo le stelle nel cielo. L’intera città era
addormentata e io provavo una profonda compassione per quelle
anime addormentate: dopo un giorno di duro lavoro, quei
poveretti dovevano sognare l’appagamento di tutti i loro desideri
irrisolti.
Stavano vivendo nei sogni e nei sogni dormivano; nessuno di
loro aveva visto il sole, né vedevano la luna o le stelle. In realtà,

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gli occhi capaci di vedere i sogni non sono in grado di vedere ciò
che è davvero presente: è cosa essenziale e primaria che la
polvere dei sogni scompaia, prima di poter vedere la verità.
Via via che l’oscurità della notte diventava sempre più
profonda, il numero delle stelle nel cielo aumentava.
Gradualmente, l’intera volta celeste fu ricolma della loro
luminescenza; e non solo il cielo: anch’io ero colmato della loro
bellezza silenziosa.
Non è forse vero che il cielo dell’anima è ricolmo di stelle,
quando le vede risplendere in cielo?
La verità è che l’uomo si riempie di ciò che vede: la persona
che vede l’insignificante si riempie di insignificanza; colui che
vede la grandezza si riempie di magnificenza.
I nostri occhi sono le soglie sulle nostre anime.
Seduto contro un albero, ero semplicemente perso nel cielo,
quando qualcuno, dietro di me, mise la sua mano fredda e morta
sulla mia spalla. Potevo sentire anche il rumore del suo piede:
non erano suoni emessi da un essere vivente; e la sua mano era
così priva di vita che, perfino nell’oscurità, non impiegai molto
tempo per capire i pensieri dietro i suoi occhi; questo contatto
con il suo corpo mi aveva portato addirittura i venti della sua
mente.
Quella persona era viva, era giovane, ma da tempo la vita
l’aveva abbandonata; e forse la gioventù non l’aveva mai neppure
sfiorata.
Entrambi sedemmo sotto le stelle. Presi le sue mani prive di
vita tra le mie, così da permettere loro di riscaldarsi un pochino;
così da permettere al calore della mia vita di fluire nella sua. Quel
giovane era solo, ma forse l’amore poteva riportarlo in vita.
Senza dubbio, non era il momento di parlare, per cui rimasi in

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silenzio. A volte il cuore trova intimità nel silenzio, e le ferite che
le parole non possono rimarginare vengono guarite: il silenzio
può curare anche quelle. Le parole e i suoni sono un fastidio e un
ostacolo che impedisce di comprendere l’intera sinfonia.
La notte era quieta e immobile. La musica silente ci avvolse
entrambi. Quel giovane non mi era più estraneo; io ero presente,
in lui. A un certo punto la sua immobilità pietrificata ebbe fine e
le sue lacrime mi dissero che si stava sciogliendo: stava
piangendo, tutto il suo corpo tremava; le vibrazioni di ciò che
piangeva nel suo cuore stavano toccando ogni nervo del suo
corpo. Continuò a piangere, a piangere, a piangere… e a un certo
punto disse: “Voglio morire. Sono assolutamente povero e
sconfortato. Non ho nulla di nulla, vivo nella più assoluta
miseria!”.
Rimasi in silenzio per un po’ e poi, lentamente, gli dissi che
mi era venuta in mente una storia…
Un giovane disse a un mistico: “L’esistenza mi ha portato via
ogni cosa. Non ho altra scelta che morire”.
Gli chiesi se per caso non fosse lui quello stesso giovane.
Il mistico gli disse: “Vedo un tesoro immenso nascosto dentro
di te, me lo venderesti? Se me lo vendi, tu otterrai ogni cosa,
inoltre risparmierai all’esistenza un insulto”.
Di nuovo chiesi a quel giovane se non fosse lui ad aver
parlato. Non lo potevo dire per certo; d’altra parte, io ero proprio
quel mistico e sembrava che la storia si stesse ripetendo.
Il giovane di quella storia si stupì… e forse anche il giovane a
cui stavo parlando si meravigliò.
Lui disse: “Tesoro? Ma se non possiedo neppure un
centesimo”.
Al che il mistico scoppiò a ridere e disse: “Vieni, andiamo dal

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re. Il re è molto astuto: ha un occhio particolare in grado di
scorgere tesori nascosti; sono certissimo che comprerà il tuo. In
passato gli ho portato molti venditori di tesori nascosti”.
Il giovane non riusciva a comprendere: per lui tutto ciò che il
mistico stava dicendo era un enigma. Comunque, lo seguì fino al
palazzo del re.
Lungo il cammino, il mistico gli disse: “Ci sono alcune cose
che devono essere chiarite in anticipo, così da non sollevare
discussioni di fronte al re. Questo re è qualcuno che non baderà a
spese se la cosa gli piace, non ci sono limiti di prezzo! Quindi, è
importante sapere se sei pronto a vendere queste cose, oppure
no”.
Il giovane disse: “Ma quale tesoro? Di cosa parli?”.
Il mistico spiegò: “Per esempio, i tuoi occhi: quanto li valuti?
Potrei far salire il loro prezzo fino a cinquantamila rupie, di
fronte al re. Ti bastano? Oppure il tuo cuore, o la tua mente? Per
ciascuna di queste cose puoi arrivare ad avere fino a centomila
rupie”.
Il giovane era allibito: pensava che il mistico fosse matto. E
glielo chiese: “Sei impazzito? Gli occhi? Il cuore? La mente? Di
cosa stai parlando? Non posso vendere queste cose a nessun
prezzo! E non solo io, nessuno le può vendere”.
Il mistico scoppiò a ridere e disse: “Sono impazzito io, o
forse lo sei tu? Se hai cose tanto preziose che non sei disposto a
vendere neppure per centinaia di migliaia di rupie, perché lamenti
di essere povero? Usale! La grotta del tesoro che non viene
utilizzato è vuota, sebbene sia piena; e la grotta del tesoro che
viene utilizzato è piena, anche se è vuota. L’esistenza ci dona
tesori, tesori immensi, ma ciascuno deve cercarli e scavare da
solo, per scoprirli. Non esiste ricchezza più grande della vita; e

20
chi non riesce neppure a vedere una ricchezza in tutto ciò non la
troverà da nessun’altra parte”.
La mezzanotte era già passata da tempo. Mi alzai e dissi a
quel giovane: “Va’, va’ a dormire, e domani svegliati come un
uomo diverso. La vita è ciò che ne facciamo, è una nostra
creazione. Possiamo farne qualcosa di morto, oppure possiamo
renderla eterna… sta a noi scegliere! E questo non dipende da
qualcun altro, dipende unicamente da noi stessi. E la morte verrà
spontaneamente, non è affatto necessario invocarla”.
Invoca la vita, invita l’illuminazione. Tutto questo lo puoi
conseguire solo tramite un duro lavoro, uno sforzo, un’intensa
risoluzione e una dedizione costante.

3. Essere e non apparire


In re era molto famoso per la sua generosità: le notizie della
sua benevolenza avevano raggiunto i confini dell’impero. La sua
umiltà, la sua abnegazione, la semplicità del suo tenore di vita e
la sua purezza erano elogiate da tutti; come risultato di tutto
questo, il suo ego non conosceva confini: era infinitamente
lontano dal divino, come nessun altro uomo potrebbe esserlo.
Com’è facile elevarsi agli occhi dell’uomo, e quanto è
difficile essere vicini all’esistenza! E chi desidera elevarsi agli
occhi degli uomini inevitabilmente decade agli occhi
dell’esistenza, poiché dentro di sé sarà l’esatto opposto di ciò che
appare all’esterno. E questo perché gli occhi fisici di un uomo
non possono penetrare così in profondità all’interno, ragion per
cui facilmente ci si può ingannare da soli.
D’altra parte, è certo che l’intuizione di ciascuno di noi può
toccare quell’abisso; e alla fine, l’immagine che ciascuno di noi

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crea, fondata su quello che gli altri vedono, non ha alcun valore.
Ciò che ha valore è l’immagine che si dispiega di fronte al
proprio sguardo interiore; e quella stessa immagine, nella sua
assoluta nudità, è anche quella che viene riflessa nello specchio
dell’esistenza.
In ultima analisi, ciò che una persona vede di se stessa è
esattamente ciò che si erge di fronte all’esistenza.
La fama del re continuò ad aumentare, ma la sua anima stava
affondando. La sua fama non faceva che ingigantire, mentre la sua
anima continuava a rimpicciolirsi: i suoi rami si estendevano
sempre di più, mentre le sue radici continuavano a indebolirsi.
Quel re aveva un amico; si trattava di Kubera, il più ricco tra i
ricchi, all’epoca; e come i fiumi e gli affluenti si incontrano tutti
nell’oceano, i fiumi della ricchezza confluivano tutti nel suo
forziere. Quest’uomo era del tutto diverso dal re suo amico: non
avrebbe mai donato un solo centesimo come carità, ed era molto
malvisto.
Sia il re che il magnate invecchiarono. Uno era tronfio del
suo ego, l’altro carico di rimorso. L’orgoglio diede a uno di loro
il piacere, il rimorso pungolò l’anima dell’altro. A mano a mano
che la morte si avvicinava, il re si avvinghiò sempre più
saldamente al suo ego; era qualcosa di solido a cui aggrapparsi…
ma alla fine fu il rimorso del ricco a scatenare in lui una
rivoluzione: il suo ego non poté più sostenerlo. Divenne una
necessità inderogabile rinunciarci!
D’altra parte, vorrei ricordarti che quel rimorso è l’altro lato
dell’orgoglio, ragion per cui è molto difficile lasciarsi alle spalle
anche questo. Spesso, quando il rimorso si ribalta su se stesso,
diventa orgoglio; proprio per questo chi ricerca il piacere diventa
un santo, l’avido diventa generoso, l’uomo crudele diviene

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compassionevole. E comunque, fondamentalmente nelle loro
anime non avviene alcuna rivoluzione.
Quel ricco andò da un Maestro, e gli disse: “Sono
profondamente disturbato, in me brucia un fuoco
inestinguibile… cerco la pace”.
Il Maestro chiese: “Non riesci a trovare pace alcuna, con tutta
quella ricchezza, con la fama, il potere e il prestigio che hai?”.
Il ricco rispose: “No. Ho perfettamente compreso che nella
ricchezza non esiste pace alcuna”.
Al che il Maestro disse: “In questo caso, va’ e dona tutto ciò
che hai a quanti hai sottratto quelle ricchezze; e poi torna da me.
Ma torna soltanto dopo che sarai diventato un uomo semplice e
povero”.
Il ricco ubbidì. Quando tornò dal Maestro, gli chiese: “E
adesso? Ora non ho altro sostegno, all’infuori di te”. Ma il
Maestro era un uomo davvero strano, possiamo dire che fosse
pazzo. Scacciò quel povero ricco dalla sua capanna e chiuse tutte
le porte.
La notte era buia e la foresta un luogo molto isolato;
all’infuori di quella capanna non c’era altro rifugio. Il ricco
pensava di essere tornato dopo aver fatto qualcosa di davvero
grande; ma non capiva quell’accoglienza, non sentiva di meritare
un simile benvenuto.
Stava scoprendo che accumulare ricchezza era inutile, ma
anche la rinuncia a ogni ricchezza non aveva alcun valore!
Quella notte dormì sotto un albero, senza alcun riparo.
Adesso non aveva più nessun sostegno, nessun amico, nessuna
casa. Però, quando si svegliò la mattina dopo, scoprì di essere
immerso in una pace che nessuna parola potrebbe mai descrivere:
una mente che non ha alcun sostegno scopre con estrema facilità

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il sostegno dell’esistenza.
L’uomo corse ai piedi del Maestro, ma si stupì nel vedere che
fu il Maestro a cadere ai suoi piedi! Il Maestro lo abbracciò e gli
disse: “È facile rinunciare alla ricchezza, ma è molto più difficile
lasciar andare la rinuncia. D’altra parte, solo chi riesce ad
abbandonare ogni rinuncia può davvero rinunciare alla ricchezza.
È facile rinunciare al mondo, ma molto più difficile abbandonare
un Maestro; però, colui che riesce anche a lasciar andare un
Maestro, ha la possibilità di trovare il grande Maestro. Non
importa che ci si aggrappi alla ricchezza o alla rinuncia, al
rimorso o all’orgoglio, alle cose del mondo o all’ultraterreno; in
realtà, qualunque sia l’appiglio a cui ci si lega, proprio quello
diventa un ostacolo sulla via che conduce al divino.
Non appena si lasciano andare tutti gli altri appigli, ecco che
si scopre il sostegno supremo. E sia che si cerchi un’ancora nella
ricchezza o nella religione, finché si continua a cercare un
appoggio, non si fa altro che proteggere il proprio ego.
Non appena lasci andare quel sostegno, non appena ci si
ritrova privi di qualsiasi appoggio, privi di qualsiasi protezione,
la mente viene inondata dall’essenza di ciò che è l’esistenza:
quella è la pace, quella è la salvezza, quello è il nirvana. C’è altro
che vuoi scoprire?”.
Quell’uomo – che adesso non era più né un signore della
ricchezza, né un maestro della povertà – disse: “No. L’idea stessa
di voler possedere qualcosa era un errore. Ero perso proprio a
causa di tutto ciò: tutto ciò che doveva essere trovato è stato
trovato. Mi ero lasciato soltanto prendere dalla gara del
possedere, perdendo così ciò che non si può mai perdere, ma che
si può ritrovare per sempre. Adesso non voglio né la pace, e
neppure il nirvana: io non sono, e ciò che esiste è pace, essenza

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divina e liberazione”.

4. Libertà da parole, insegnamenti,


pensieri
Ero seduto insieme a un gruppo di persone anziane. Erano
tutti pensionati e parlavano con foga tra di loro, ma ovviamente
non facevano che discutere su questo mondo e sull’aldilà: si
poteva dire che discutessero di religione.
In un certo senso era vero, perché quelli che definiamo testi
sacri sono anch’essi pieni di questo tipo di pettegolezzi senza
valore, a tal punto che, a volte, ho la sensazione che le cosiddette
sacre scritture siano state scritte proprio da quei vecchietti!
Se mai la religione può essere qualcosa, è la vita stessa; ma
che connessione potrà mai avere tutto questo con delle teorie
inutili? Se mai la religione può essere qualcosa, è la scoperta
della propria vera essenza; ma che connessione potrà mai esserci
con questi inutili pettegolezzi?
Eppure le scritture sono tutte piene di parole, e le menti delle
cosiddette persone religiose non fanno che arrampicarsi sui vetri
con i loro sogni. I testi sacri e i loro insegnamenti non
permettono alla vera religione alcun passaggio, le impediscono di
entrare nelle loro menti.
In cosa consiste una mente religiosa?
La mia definizione di una mente religiosa è questa: una mente
libera da ogni sorta di parole, insegnamenti e pensieri. Una mente
religiosa non è una mente immaginifica; al contrario, non esiste
nessun’altra forma di comprensione che sia più terrena e che
abbia una base altrettanto solida nella verità.
Mentre mi divertivo ad ascoltare la conversazione di quei

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vecchietti, un santo passò di lì. In quel momento quegli uomini
stavano discutendo su come una persona può ottenere la salvezza:
quali sono gli sforzi che deve compiere, e quante incarnazioni
occorrono.
Anche il santo si buttò a capofitto in questa discussione:
senza dubbio, nessuno più di lui aveva maggior diritto a dire la
sua, pertanto la sua voce si levò alta, sopra tutte le altre.
Ciascuno cercava sostegno nei testi sacri per rafforzare la
propria opinione, ma nessuno era pronto ad ascoltare o ad
accettare il punto di vista di qualcun altro. Un vecchio era
dell’opinione che la salvezza si conquisti dopo aver vissuto
centinaia di incarnazioni all’insegna della penitenza più severa.
Un altro pensava che non fosse affatto necessario, visto che la
salvezza giunge unicamente per grazia divina. Un terzo disse che
non si poneva il problema di trascendere il proprio essere
indegni, poiché quello stato di indegnità era un’illusione: bastava
un lampo di vera comprensione per farlo semplicemente
dissolvere, così come accade quando ci si immagina un serpente,
vedendo una corda.
A un certo punto, qualcuno mi chiese: “Cosa ne pensi, tu?”.
Cosa avrei potuto dire? Mi ero tenuto nascosto in un angolo,
per evitare che qualcuno si accorgesse di me. Fino a quel
momento non avevo alcuna conoscenza dei testi sacri,
fortunatamente: non avevo mai fatto l’errore di percorrere quella
strada; pertanto, anche quando mi fu chiesto, rimasi zitto. Ma,
poco dopo, qualcun altro tornò a chiedermi:
“Perché non dici qualcosa?”.
Anche se avessi voluto dire qualcosa, che cosa avrei potuto
dire? Erano così in tanti a parlare, io ero l’unico che ascoltava;
dunque, anche allora rimasi zitto. Forse fu proprio il mio silenzio

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che iniziò a parlare, perché alla fine l’attenzione di tutte quelle
persone si focalizzò su di me. Forse erano tutti stanchi e
cercavano una pausa.
Fui preso in trappola e dovetti dire qualcosa. Per cui
raccontai loro una storia…
In un villaggio c’era questa usanza: quando un giovane si
sposava, lui o la sua famiglia doveva spendere come minimo
cinquemila rupie nella festa di nozze. Il villaggio era molto ricco
e nessun matrimonio era mai stato celebrato al di sotto di quella
somma; la cosa era addirittura riportata nei loro testi sacri:
nessuno aveva mai letto quelle scritture, ma questo era ciò che il
prete del villaggio aveva detto loro. E chi poteva mai mettere in
dubbio il prete? Quei testi erano stati scritti in un dialetto locale
del passato, e lui li ricordava tutti a memoria; inoltre, nessuno li
aveva mai messi in discussione o confutati.
Ciò che vi era scritto era la verità: quale autorità superiore
poteva mai esistere? Se qualcosa è racchiuso nei testi sacri, è una
garanzia che si tratta di verità.
Ma accadde che in un’occasione un giovane e sua moglie
celebrassero un matrimonio pagando solo cinquecento rupie. Di
certo questo giovane doveva essere un vero rivoluzionario,
altrimenti come avrebbe mai potuto osare tanto?
Gli abitanti del villaggio gli chiesero quante rupie aveva
speso, e lui rispose:
“Cinquecento!”.
Al che il gruppo di anziani che governava il villaggio, il
panchayat, si riunì e gli disse:
“La cosa è fondamentalmente sbagliata, un matrimonio non si
può celebrare al di sotto delle cinquemila rupie”.
Il giovane rise e disse: “La cosa per me non significa nulla…

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voi potete continuare a discutere cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Io ho ormai sposato mia moglie e sono felice così!”. E dopo aver
detto queste parole, il giovane se ne tornò a casa sua.
Anch’io mi alzai e dissi a quei vecchietti: “Addio, amici miei,
continuate pure a discutere… adesso per me è tempo di
andarmene!”.

5. L’assenza di paura è vita eterna


L’uomo è totalmente solo, vive nell’oscurità. È privo di
qualsiasi sostegno, si sente insicuro e ha paura. Questo sentirsi
solo è la sua ansia.
La religione è il modo per liberarsi da questa paura.
Fondamentalmente la religiosità è il processo che porta a liberarsi
dalla paura. Purtroppo le religioni – quelle che sono “religioni”
solo di nome – hanno il terrore dell’assenza di paura! Le loro
fondamenta e la loro stessa esistenza si fonda sulla presenza della
paura nel cuore degli uomini: la paura è di per sé il loro stesso
nutrimento e la loro linfa vitale. Un’atmosfera libera dalla paura
annuncerebbe la fine della loro esistenza e della loro
sopravvivenza.
La paura dell’uomo è stata sfruttata fino all’inverosimile. Le
religioni non hanno lasciato nulla di intentato per questo
sfruttamento; forse vi ci si sono dedicate fin dagli albori. È grazie
al sostegno dato dalla paura che è possibile l’esistenza di esseri
soprannaturali, ed è grazie al suo sostegno che le divinità di tutte
quelle religioni hanno preso vita. Le superstizioni e il terrore
degli esseri soprannaturali hanno minacciato l’uomo fino
all’inverosimile, e questo è sempre stato un gioco all’ultimo
sangue! D’altra parte, un Dio che fonda la sua esistenza sulla

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paura poteva soltanto annientare l’essere umano,
polverizzandolo; un gioco, dunque, con un prezzo altissimo.
La vita è ormai invischiata in una fitta rete di paura: come
potrà mai esistere beatitudine, là dove c’è paura, e soltanto paura
a non finire? Come potrà mai esistere l’amore? Come potrà
esserci pace? Come può esserci verità? La beatitudine è frutto
dell’assenza di paura: la paura è morte, l’assenza di paura è vita
eterna.
Che le superstizioni prosperino sulla nostra paura è
comprensibile, ma che anche Dio debba vivere in funzione della
paura è del tutto sbagliato. E se Dio si fonda sulla paura, sarà del
tutto impossibile alla gente liberarsi dai ceppi di queste
superstizioni.
Io affermo che Dio, l’essenza divina, non ha nulla a che fare
con la paura. Di certo, utilizzando la copertura di Dio, qualcun
altro sta sfruttando questa paura. La religione non è affatto nelle
mani di persone religiose… si dice che, ogniqualvolta la verità
viene scoperta, Satana sia il primo a impossessarsene!
Le persone che propongono e organizzano la religione non
solo ne sono ferme oppositrici, ma sono anche in totale conflitto
tra di loro. La religione è sempre stata nelle mani dei suoi nemici,
e se questa evidenza non viene riconosciuta mentre siamo ancora
in tempo, il futuro dell’umanità non sarà nulla di buono, né sarà
nulla di auspicabile.
La religione non dev’essere protetta dalle persone irreligiose,
ma dalle cosiddette persone religiose! E senza dubbio questo è un
compito ben più arduo, complesso e problematico.
Fino a quando la religione si fonderà sulla paura, non potrà
essere vera religiosità. Il fondamento dell’essenza divina è
l’amore, non ha nulla a che vedere con la paura. L’uomo ha

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bisogno del Dio dell’amore, non esiste altro sentiero che conduca
all’essenza divina, fatta eccezione per l’amore. E la paura non
solo è qualcosa di sbagliato, è anche un’assassina; infatti, là dove
esiste la paura, è presente l’odio. Pertanto, là dove c’è paura, non
può esistere l’amore.
La religione è fiorita sulla paura, in questo modo i suoi
templi piano piano sono stati abbattuti: i templi esistono per
l’amore, non possono esistere templi della paura! La paura non
ha templi, ha solo delle prigioni.
Ebbene, vi chiedo: i templi religiosi sono tali, oppure sono
prigioni? Se la religione si fonda sulla paura, quei templi saranno
prigioni. Se la religione si fonda sulla paura, Dio stesso non
potrà essere altro che il direttore di un carcere!
Cos’è la religione? È paura del peccato, della punizione,
dell’inferno? Oppure è avidità: fare opere di bene per ottenere le
ricompense del paradiso? No! La religione non è paura, né è
avidità: l’avidità non è altro che un’estensione della paura. La
religione è assenza di paura, è libertà da qualsiasi paura.
Tempo fa accadde qualcosa…
Due fratelli vivevano in una città. Erano le persone più
benestanti di quella cittadina. E, forse, il nome di quella città era
“La città delle tenebre”.
Il fratello più anziano era molto religioso. Regolarmente, ogni
giorno, andava al tempio. Faceva la carità e altre opere di bene;
ascoltava le prediche e ogni dibattito religioso, stando seduto in
compagnia di persone rispettabili e di santi. Grazie a lui, nella
sua casa ogni giorno c’era un raduno di uomini santi e devoti.
E poiché dedicava tanta attenzione a Dio e agli uomini pii,
quell’uomo si era fatto l’idea di aver acquisito il diritto di andare
in paradiso, nella sua vita successiva! Gli uomini devoti e i santi

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gli avevano spiegato che questo era confermato dai testi
sacri: scritture redatte da uomini devoti e santi, proprio come
loro.
Da un lato quest’uomo sfruttava la gente, e così accumulava
le sue ricchezze; dall’altro faceva la carità e altre opere di bene…
il paradiso non si può ottenere senza fare la carità; e non esiste
ricchezza senza sfruttamento! La ricchezza è frutto di qualcosa
che si oppone alla religiosità, e la religione si fonda sulla
ricchezza: quell’uomo sfruttava la gente, e gli uomini rispettabili
e i santi sfruttavano lui; gli sfruttatori sono sempre stati ottimi
amici tra di loro!
D’altra parte, il fratello più anziano aveva sempre compatito
quello più giovane, che non era per nulla capace di fare soldi e, di
conseguenza, aveva perso qualsiasi abilità nell’accumulare
religione e opere di bene.
Questo suo comportamento, pieno d’amore e di fiducia, lo
stava portando ad avvicinarsi a Dio… non era mai andato al
tempio e non conosceva neppure l’ABC dei testi sacri. La sua
situazione era di certo pietosa, e il suo conto in banca nel mondo
ultraterreno era praticamente vuoto!
Il fratello più giovane era solito evitare gli uomini rispettabili
e i santi, nello stesso modo in cui altri potrebbero cercare di
evitare malattie contagiose. Se qualche santo entrava in casa da
una porta, lui se ne andava dall’altra. Spesso il fratello devoto
aveva chiesto a quegli uomini santi di apportare un cambiamento
nel cuore del fratello, privo di qualsiasi spirito religioso; ma un
simile cambiamento potrebbe accadere solo se si resta alla
presenza di quegli uomini pii, cosa che lui si guardava bene dal
fare!
Un giorno, però, un cosiddetto santo, armato di un vigore

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speciale, arrivò nella loro casa. Nessuno era mai riuscito a
contare quante persone prive di fede aveva convertito, tanto era
ferrato nelle teorie della pace; tanto era abile a persuadere,
minacciare e arguire: convertire la gente alla religione era tutta la
sua professione!
Le fondamenta delle religioni si basano tutte su simili santi;
altrimenti, quelle religioni sarebbero scomparse già da tempo.
Quando il fratello più anziano ripeté la sua richiesta d’aiuto,
questo santo disse: “Non ti preoccupare. Adesso quello sciocco
si troverà davvero messo alle strette; immediatamente mi
prodigherò affinché si ricordi di Dio. E io faccio sempre quello
che dico”.
Detto questo, afferrò il suo bastone e seguì il fratello più
anziano. Quel sant’uomo in passato era stato un lottatore ma poi,
avendo scoperto che la santità è una professione migliore della
lotta libera, era diventato un santo. Non appena entrarono nella
stanza del fratello più giovane, lo afferrò; e non solo lo prese per
la collottola, lo sbatté a terra e si sedette sopra di lui.
Il giovane non riusciva a capire cosa stava succedendo e,
sebbene fosse ammutolito per lo shock subito, riuscì a chiedere:
“Signore, cosa sta succedendo?”.
Il santo replicò: “Questa è una conversione!”.
Al che il giovane rise, e disse: “Per favore, mi lasci andare. È
questo il modo di convertire una persona? La prego di stare
attento, potrebbe farmi del male”.
Il santo insistette: “Noi non crediamo nel corpo, crediamo in
Dio. Devi soltanto ripetere il nome di Rama, e ti lascerò in pace;
altrimenti scoprirai a tue spese che non c’è uomo più pericoloso
di me!”. E quel sant’uomo, essendo molto generoso, per il bene
del giovane, si abbassò a bastonarlo di santa ragione!

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Il giovane protestò: “Ma che rapporto c’è mai tra la paura e
Dio? E Dio ha forse un nome? No, non ripeterò mai il nome di
Rama, su queste basi. Anche al prezzo della mia vita!” e a quel
punto riuscì a scrollarsi il santo di dosso.
Mentre cadeva a terra, il santo strillò: “Splendido, magnifico!
Hai detto ciò che ti avevo chiesto di dire! Anche dicendo: ‘Non
ripeterò mai il nome di Rama’, hai pronunciato il suo nome”.
Il fratello più anziano era furioso con il più giovane perché
aveva scaraventato a terra quel sant’uomo, ma rimase
profondamente deliziato da ciò che quel devoto aveva fatto: era
riuscito a far pronunciare il nome di Dio al fratello miscredente!
Per lui, la gloria del nome di Rama era così grande che il
semplice pronunciarne il nome, anche solo per errore, avrebbe
portato chiunque al di là dell’oceano di questa vita.
E quel giorno organizzò un banchetto al quale invitò l’intera
città: dopotutto il suo giovane fratello era diventato religioso!

6. La lingua del demonio


Gli adoratori di una divinità hanno fatto a pezzi gli idoli di
altri dèi. In realtà, non si tratta di una novità: è sempre accaduto.
Non soltanto gli uomini sono rivali tra di loro, perfino i loro dèi
sono in antagonismo. In effetti, le divinità che loro stessi hanno
creato non possono essere granché diverse da loro: un tempio è in
opposizione a un altro perché un uomo si oppone a qualcun altro;
un testo sacro è nemico di un altro, perché un uomo è nemico
dell’altro.
L’uomo è del tutto simile alla sua religione, la sua situazione
non è per nulla diversa da quella delle sue divinità. Anziché
favorire l’amicizia, le religioni sono diventate strumenti di

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rivalità; e anziché colmare il mondo d’amore, l’hanno riempito
con il veleno dell’inimicizia e della discordia.
Ero appena rientrato, e avevo sentito la notizia di questa
distruzione di idoli, quando alcuni dei devoti i cui idoli erano
stati distrutti mi sono venuti a trovare: schiumavano di giusto
furore. Sebbene la rabbia non sia una cosa buona in nessun caso,
sostenevano che la loro collera era giustificata e non si sarebbe
placata fino a quando a loro volta non avrebbero distrutto i templi
dei loro rivali: si trattava nientemeno di “salvare la nostra
religione”!
Quando scoppiai a ridere, rimasero allibiti. Di sicuro quello
non era il momento di ridere! Erano serissimi e, dalla loro
prospettiva, cos’altro poteva essere più serio di una minaccia alla
loro religione?
Chiesi a quegli amici: “Conoscete la lingua del demonio?”.
Uno di loro domandò: “Di che lingua si tratta?”.
Quelle persone comprendevano la lingua delle sacre scritture,
ma non la lingua del demonio… anche se, senza conoscere la
lingua del diavolo, quelle stesse scritture diventano i suoi testi
sacri!
Per cui raccontai loro una storia…
Una nave era in viaggio verso una terra lontana. Tra le
persone a bordo c’era un povero monaco, e alcune persone
maliziose lo stuzzicavano in tutti i modi. Una notte, mentre stava
pregando, pensarono che non si potesse proteggere; per cui
iniziarono a colpirlo in testa con le loro scarpe.
Il monaco era immerso in una profonda preghiera e dai suoi
occhi scorrevano lacrime d’amore; a un certo punto, dal cielo
venne una voce: “Mio amato, devi solo chiederlo, e ribalterò
quella nave”.

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Gli assalitori si inquietarono e anche gli altri viaggiatori si
preoccuparono: quel gioco stava diventando troppo pericoloso.
Tutti caddero ai piedi del monaco e iniziarono a scusarsi.
Quando le preghiere del monaco terminarono, lui si alzò e
disse loro: “Non preoccupatevi”. Poi alzò lo sguardo al cielo e
disse: “O mio signore, in che lingua demoniaca stavi parlando?
Se vuoi giocare a ribaltare, rivolta la comprensione di queste
persone: a cosa serve ribaltare la nave?”.
Di nuovo dal cielo venne una voce, che disse: “Mi
compiaccio molto di te. Tu hai compreso nel modo giusto: la voce
precedente non era la mia. Soltanto chi è in grado di riconoscere
la voce del demonio può comprendere anche la mia”.

7. Il coraggio
Qual è il fattore essenziale nella ricerca della verità?
Io dico che è il coraggio: il coraggio di scoprire il proprio sé
autentico. Conoscere se stessi per ciò che si è, questa è la cosa
più essenziale! È difficilissimo, ma senza quello non potrà mai
esserci alcuna comprensione della verità.
Quale impresa più ardua potrà mai esserci dell’arrivare a
conoscere se stessi, liberi da qualsiasi velo, nella nostra più
completa nudità? D’altra parte, questo è il prezzo che si deve
pagare per conseguire il Vero. Solo a quel punto nell’uomo ha
inizio l’aspirazione alla verità.
Essere veri rispetto al proprio essere è in sé una
manifestazione di un’intensa sete di verità. Come potrà mai chi è
fortemente aggrappato alla sponda della menzogna guidare la
propria barca nell’oceano della verità? La sponda della menzogna
dovrà essere lasciata alle proprie spalle; proprio quella sponda è

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un ostacolo al viaggio verso il Vero. È proprio quella sponda il
legame, la schiavitù che vincola. Certo, esiste una sicurezza su
quella sponda, ed è quel desiderio di sicurezza che lega
saldamente alla falsità.
Nel nostro viaggio verso la verità non dovrebbe esistere
alcuna propensione, nessun amore per la sicurezza. Anzi,
dev’esserci un coraggio indomito per l’avventura, la
determinazione ad addentrarsi nell’ignoto; chi non possiede il
coraggio dell’insicurezza non potrà mai scoprire l’ignoto. Se non
si accetta la sfida data dal vivere nell’insicurezza, nessuno potrà
mai togliere e gettar via le proprie maschere false e le proprie
finzioni, né potrà essere libero dai pregiudizi che ha adottato per
sentirsi più sicuro.
Non è forse in nome della sicurezza che ci presentiamo per
ciò che non siamo? Tutte le nostre qualifiche non sono forse
strategie che aiutano a sentirsi sicuri? E cosa sono mai le nostre
civiltà e le nostre culture? La persona tronfia si atteggia a umile,
la persona avida si veste come chi ha rinunciato a tutto, chi
sfrutta si compiace nel fare la carità, l’assassino si abbandona
alla retorica della pace, e le menti cariche di odio parlano il
linguaggio dell’amore.
Questo autoinganno è cosa facilissima: quando mai recitare
in uno spettacolo teatrale è stato difficile? Al mercato delle
contraffazioni giocattoli attraenti sono stati sempre venduti a
buon prezzo; ma ricorda: ciò che a prima vista sembra
conveniente si rivela costosissimo sulle lunghe distanze. Infatti,
chi si nasconde dietro simili trastulli si allontana sempre di più
dalla realtà; tra quella persona e la realtà si crea un baratro
incolmabile, perché la sua identità vive nella perenne paura di
perdere la propria facciata. Quella persona continua a

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nascondersi senza sosta dietro a un numero sempre più grande di
maschere e di orpelli.
La falsità non si muove mai da sola: è affiancata dai suoi
eserciti che la proteggono; la rete dell’autoinganno è talmente
fitta e la paura che l’avvolge così stringente che diventa
impossibile levare gli occhi verso ciò che è al di là di noi. E come
potrà mai una persona che soffre per la paura di perdere la
propria maschera falsa, raccogliere forza a sufficienza per
sollevare il velo della verità? Una simile forza si trova solo se si
ha il coraggio di abbandonare tutte le nostre illusioni: una mente
intimorita è nemica della percezione del Vero.
Ebbene, chi è il vero amico in questa situazione? L’assenza di
paura è l’amico, e una mente impavida è ottenuta solo da chi si
può ergere nudo di fronte alla verità di se stesso, e che diventa
così libero dalla paura. Se continui a nascondere dietro a delle
maschere la verità di ciò che sei, la paura continua ad aumentare e
l’essere interiore diventa del tutto impotente. D’altra parte, se
sveli te stesso e osservi, ecco che la paura è dissolta nella luce di
quella comprensione e tu scopri una sorgente di energia nuova e
diversa.
È questo ciò che io chiamo coraggio: il potere di svelare il sé
e di riconoscerlo. Questo è coraggio, ed è qualcosa di inevitabile
nel conseguimento della verità. Questo è il primo passo verso
l’essenza divina.
Si narra una storia molto interessante…
Un giovane raggiunse la dimora del rishi Haridrumat
Gautama. Voleva conoscere la verità; desiderava ardentemente
conoscere il Brahman, l’Assoluto. Appoggiò la testa ai piedi del
rishi e disse: “O Maestro, sono venuto alla ricerca della verità; sii
generoso con me e insegnami questa conoscenza: sono cieco e

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desidero la luce”.
Il nome di quel giovane era Satyakama.
Il veggente gli chiese: “Figlio mio, qual è la tua discendenza?
Chi è tuo padre, come si chiama?”.
Questo giovane non conosceva suo padre, né sapeva qualcosa
del suo lignaggio, per cui tornò dalla madre e glielo chiese; poi si
ripresentò e ripeté al veggente ciò che la madre gli aveva detto.
Queste furono le sue parole: “O Maestro, non conosco il mio
lignaggio; né conosco mio padre. Neppure mia madre ha saputo
dirmi chi era mio padre; quando gliel’ho chiesto, mi ha detto che
in gioventù si è unita a moltissime persone rispettabili, ed era
solita fare tutto ciò che poteva per dare loro piacere. Dunque, non
sa da chi discendo. Il nome di mia madre è Jabali; dunque, io
sono Satyakama Jabal. Ecco cosa mi ha chiesto di riferirti”.
Haridrumat fu profondamente colpito dalla semplice sincerità
di questo racconto.
Abbracciò il giovane e disse: “Figlio mio carissimo, tu sei
definitivamente un brahmano.
Una simile fiducia nella verità è l’essenza di ciò che significa
essere un saggio. Anche tu di certo scoprirai il Brahman, perché
sarà la verità a bussare alla porta di chiunque abbia il coraggio di
fronteggiare la verità di ciò che egli è”.

8. Ambizione e senso di inferiorità


Definisco “inferno” la ruota della vita: girare continuamente
in tondo lungo l’asse dell’ambizione. È la febbre dell’ambizione
che avvelena la vita; tra le malattie più serie e i disordini mentali
che l’uomo ha conosciuto non esiste malattia più grave
dell’ambizione.

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Infatti, una mente disturbata dai venti dell’ambizione è
destinata a non avere pace, armonia e beatitudine. Una persona
simile non è a casa dentro di sé; e la pace, l’armonia e la
beatitudine sono frutti dell’essere a casa in se stessi.
Una persona che non è a casa nel proprio essere è malata;
tornerà a essere sana solo quando si sentirà a casa in se stessa.
Una giovane donna mi ha chiesto: “Qual è la causa primaria
di questa ambizione?”.
Le ho risposto: “Un complesso di inferiorità, una sensazione
di miseria”.
Di certo, un complesso di inferiorità e l’ambizione sembrano
qualcosa di opposto… ma queste cose sono davvero in
contraddizione? Niente affatto! Non sono in contraddizione;
anzi, sono due estremi dello stesso sentire: ciò che da un lato è
un complesso d’inferiorità è ambizione all’altro estremo.
L’inferiorità diventa ambizione nel suo tentativo di liberarsi dal
sentirsi inferiore: è inferiorità vestita a festa! Ma anche dopo aver
indossato i suoi abiti migliori, non è eliminata, né tantomeno
distrutta; forse, potrà non essere più visibile agli altri, ma il sé
non smette mai di percepirla. Quando una persona è rivestita di
indumenti, non è nuda agli occhi altrui, ma lo resta sempre al
proprio sguardo.
Ecco il motivo per cui coloro le cui conquiste ambiziose
abbagliano gli occhi della gente rimarranno comunque
preoccupati dentro di sé e continueranno a progettare successi
sempre più grandi: il successo non ha affatto distrutto il loro
complesso d’inferiorità interiore. In verità, ogni nuovo successo
giunge a loro come un’altra sfida a ottenere successi ulteriori. In
questo modo, i successi che pensavano essere risolutivi si
rivelano soltanto forieri di nuovi problemi.

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Questo accade sempre, ogni volta che i problemi della vita
vengono gestiti nel modo sbagliato: le soluzioni a quei problemi
diventano, di per sé, problemi più grandi.
È importante ricordare che occultare una malattia non è il
modo per sfuggirla; così i malanni non se ne vanno, vengono
semplicemente alimentati. La mente, nel suo tentativo di
nascondere un complesso d’inferiorità che inquieta, si riempie di
ambizione e se ne dimentica.
È davvero facile dimenticarsi di sé nell’impeto
dell’ambizione; ragion per cui, non fa alcuna differenza che
l’ambizione sia per cose di questo mondo o per
l’illuminazione: comunque l’ambizione è qualcosa che intossica
e ubriaca; quell’eccitazione porta a un profondo dimenticarsi di
se stessi.
D’altra parte, quando una persona è assuefatta a
quell’eccitazione, o a una certa dose di quella droga, non si esalta
più altrettanto facilmente; e la mente avrà bisogno di dosi sempre
più forti di eccitazione oltre che di nuovi stimolanti. Ragion per
cui le ambizioni continueranno ad aumentare: non ci sarà mai una
fine a quell’orizzonte. Le ambizioni hanno un inizio, ma non
hanno alcuna fine!
E quando una persona si annoia con le ambizioni di questo
mondo, o quando la sua morte si avvicina, ecco che inizieranno
ad animarsi le cosiddette ambizioni religiose.
Anche queste sono illusorie, e la realtà è che quelle persone
saranno ancor più profondamente inebriate, perché non è così
facile vedere quando si è conseguita una meta religiosa, ragion
per cui si ridurrà anche la paura di fallire.
Finché una persona cerca di tenere se stessa separata dal suo
sé autentico, soffrirà a causa della febbre dell’ambizione in un

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modo o nell’altro. Nel suo lottare per essere qualcosa di diverso
dal proprio sé autentico, cercherà di coprirlo e di dimenticarlo;
ma questo occultarlo potrà mai essere un modo per liberarsene?
Dimenticare qualcosa e lasciarlo perdere sono forse la stessa
cosa? No! Dimenticare un complesso d’inferiorità ed esserne
liberi non sono la stessa cosa. Dunque, questa attitudine è una
risposta poco saggia; infatti, via via che si continuerà a curare la
malattia in questo modo, il male continuerà a crescere.
Qualsiasi successo della mente ambiziosa è autodistruttivo,
perché serve come combustibile che alimenta il fuoco
dell’ambizione. Si consegue il successo, ma l’inferiorità non
diminuisce; ragion per cui diventano necessari e inevitabili
successi sempre più grandi. Di fondo, questo è l’equivalente
dell’aumentare il proprio complesso d’inferiorità.
L’intera storia del genere umano è piena di simili menti
malate. Cos’altro hanno fatto Tamerlano, Alessandro Magno e
Adolf Hitler? E per favore, non sorridete a questo accenno;
perché non è gentile ridere di chi è malato. Inoltre, è sconsigliato
ridere anche per un altro motivo; ovvero, perché i germi della loro
malattia sono presenti in ciascuno di noi. Noi siamo i loro eredi:
non solo gli individui, ma l’intero genere umano è malato di
ambizione; ecco perché questa malattia pandemica di proporzioni
colossali sfugge alla nostra attenzione.
Secondo me, una caratteristica imprescindibile di una buona
salute mentale è una vita libera dall’ambizione. L’ambizione è
una malattia e, pertanto, è distruttiva: le malattie si
accompagnano sempre alla morte; e l’ambizione è distruzione, è
violenza, è odio che scaturisce da una mente malata; è gelosia, è
una lotta perenne che mette tutti contro tutti, è una guerra.
Perfino l’ambizione per l’illuminazione è distruttiva: è

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violenza nei confronti del sé.
Implica diventare nemici rispetto al proprio stesso sé: le
ambizioni mondane sono violenza contro gli altri, l’ambizione
per l’illuminazione è violenza contro se stessi. E là dove c’è
ambizione, c’è violenza; il fatto che sia estroversa o introversa è
un’altra cosa. La violenza, in qualsiasi forma o stato si presenti, è
sempre distruttiva. Ecco perché solo coloro, la cui comprensione
ha origine in uno stato della mente sano e quieto, possono essere
creativi.
Una mente sana è centrata nel sé: l’impulso a essere qualcosa
di diverso non sarà presente. Nello sforzo di essere qualcosa di
diverso, l’individuo non potrà mai conoscere se stesso; e non
conoscere il proprio sé è la debolezza di fondo ed essenziale da
cui nascono tutti i complessi d’inferiorità.
Non esiste alcuna salvezza da questa debolezza, fatta
eccezione per la conoscenza di sé. E non è tramite l’ambizione,
ma soltanto attraverso la conoscenza del sé che si è liberi da
questo desiderio; e perché ciò accada, è assolutamente necessario
eliminare qualsiasi ambizione dalla mente.
Ricordo un aneddoto riferito a Tamerlano e Baizad…
Il re Baizad fu sconfitto in una battaglia e condotto di fronte
al conquistatore, Tamerlano.
Vedendolo, Tamerlano scoppiò a ridere fragorosamente; al
che Baizad si sentì insultato, e con orgoglio sollevò la testa e
disse: “Tamerlano, non essere così arrogante solo perché hai
vinto questa battaglia. Ricorda: chi ride di fronte alla sconfitta
altrui un giorno dovrà piangere lacrime amare di fronte alla
propria disfatta”.
Baizad aveva un solo occhio e Tamerlano aveva una sola
gamba. A quelle parole, dette da un uomo con un occhio solo,

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Tamerlano lo zoppo rise di nuovo e con maggior fragore, dicendo:
“Non sono così sciocco da ridere di questa piccola vittoria. Rido
delle nostre condizioni: la tua e la mia! Non lo vedi: tu hai un
occhio solo e io sono zoppo. Ridevo pensando a come mai Dio
ha concesso dei regni a te, che hai un occhio solo, e a me che ho
solo una gamba”.
Ebbene, vorrei dire a Tamerlano, che dorme nella sua tomba,
che quello non è un errore di Dio. In realtà nessuno, fatta
eccezione per chi ha un occhio solo o una sola gamba, brama
tanto ardentemente un regno. E non è forse vero che il giorno in
cui la mente dell’uomo rinsavisce, non ci sono più regni di sorta?
Non è forse vero che quanti sono rinsaviti hanno sempre
rinunciato ai loro regni?
Ogni volta che l’uomo scorge dentro di sé il senso
d’inferiorità vuole scapparne via.
Inizia a correre nell’esatta direzione opposta, ed è qui che sta
l’errore; infatti, quell’inferiorità non è altro che un segno di
povertà interiore.
In profondità, dentro di sé, tutti soffrono di povertà interiore:
quello stesso senso di vuoto è avvertito da chiunque. Vengono
fatti sforzi per riempire questo senso di vuoto con conquiste nel
mondo esterno; ma come si potrà mai riempire l’abisso del vuoto
interiore con qualcosa accumulato all’esterno? Ciò che è
esteriore non ha la capacità di fare una cosa simile, per la
semplice ragione che si tratta di un vuoto interiore: l’esteriorità
non potrà mai colmare l’interiorità!
In fondo, tutto è all’esterno: la ricchezza, il prestigio, la
personalità, il potere, la religione, la carità, la rinuncia, il sapere,
Dio, la salvezza – ebbene, cosa c’è all’interno?
All’infuori della povertà, del vuoto e del nulla, all’interno

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non c’è niente. Dunque, se scappiamo per rifuggire da quel nulla,
non facciamo altro che correre lontano dal sé reale: fuggire è
scappare dall’essere essenziale, ovvero il sé.
La via non è correrne lontano, ma vivere con quel nulla.
Infatti, la persona che ha il coraggio di vivere ed essere attenta e
presente vede quel nulla colmarsi. Per costui, proprio quel vuoto
si rivela un’incredibile salvezza. In quel nulla essenziale tutto
esiste.
In quel vuoto dimora l’esistenza, e quell’esistenza è divina.

9. Solo vivendo puoi comprendere la vita


Sono incredibilmente sorpreso di vedere che voi tutti
sembrate così preoccupati rispetto alla vita.
La vita non può essere compresa solo pensandoci sopra, la si
può comprendere solo vivendola in pienezza; non esiste altro
modo per conoscere il Vero.
Svegliati e vivi! Svegliati e datti una mossa! La verità non è
qualcosa di morto che si può trovare senza fare alcuno sforzo: è
una corrente estremamente viva; solo una persona che si
accompagna a quel flusso, liberamente e senza opporre alcuna
resistenza, la può trovare. Continuando a pensare a un futuro
remoto, spesso si perde di vista ciò che è a portata di mano: ciò
che è proprio davanti al nostro naso, sempre e comunque, è la
verità; e ciò che è distante è nascosto al suo interno. Non è forse
inevitabile il fatto che si debba scoprire ciò che ci è vicino, per
poter scoprire ciò che si cela in lontananza? L’intero futuro non
esiste forse nel momento presente? Non è forse vero che il più
piccolo passo all’interno del presente ritma di fatto il viaggio più
lungo?

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Un contadino si stava avviando verso le colline per la prima
volta nella sua vita. Nella sua semplice esistenza, sebbene le
colline non fossero poi così distanti dal suo villaggio, lui non
aveva mai avuto l’opportunità di raggiungere la loro cima. Le
alture di quelle colline, coperte di verde fogliame, erano visibili
dai suoi campi, e molto spesso era stato preso dal forte desiderio
di vederle da vicino; ma, per una ragione o per l’altra, il viaggio
era sempre stato rimandato e lui non era mai riuscito a salirci.
L’ultima volta, era stato frenato dal fatto che non aveva con sé
alcuna lampada e, per poter arrivare in cima a quelle colline, era
indispensabile viaggiare di notte; dopo il sorgere del sole,
quell’ascesa, già di per sé difficile, diventava ancor più
problematica.
Questa volta, però si era procurato una lampada, ed era così
eccitato per quel viaggio imminente che non riuscì a dormire,
nella prima parte della notte.
Si alzò alle due e si mise in viaggio. Ma, non appena uscì dal
villaggio divenne esitante, e si fermò. Iniziò a preoccuparsi e
nella sua mente sorse un dubbio: uscendo dal villaggio, si rese
subito conto che quella era la prima notte della luna nuova, e
tutt’intorno era buio pesto. Certo, aveva con sé una lampada, ma
quella luce non poteva che rischiarare dieci passi davanti a lui, e
quella salita era di circa venti chilometri!
Sapeva di dover percorrere quella distanza ma non aveva
pensato al fatto che la lampada potesse rischiarare soltanto dieci
passi: come poteva essere sufficiente quella luce? Ed era forse
ragionevole procedere in un buio così profondo, alla luce di
quella piccola lampada? Sarebbe stato come voler attraversare
l’oceano su una barchetta. Quel contadino si sedette dunque al
limitare del villaggio, in attesa che sorgesse il sole.

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Mentre era lì seduto, un vecchio, a sua volta in viaggio verso
le colline, passò di lì. In mano portava una lampada ancora più
piccola, e il contadino lo fermò. Ma quando gli raccontò la sua
perplessità, il vecchio scoppiò a ridere fragorosamente e disse:
“Tu sei matto! Inizia a fare quei dieci passi, cammina quanto
riesci a vedere… e scoprirai che potrai vedere sempre altrettanto
distante: se riesci a vedere anche solo un passo davanti a te,
potrai girare il mondo intero, con il semplice aiuto di una luce
così piccola”.
Il giovane comprese, si alzò e si mise in cammino; e, prima
che il sole sorgesse, era già arrivato in cima a quelle colline.
Vale la pena ricordare il consiglio di quel vecchio anche sul
sentiero della vita. Anch’io vorrei dirvi la stessa cosa: amici,
perché state seduti? Alzatevi e mettetevi in cammino!
Non è chi pensa, ma chi si mette in viaggio a giungere a casa.
E lasciate che vi ricordi una cosa: tutti hanno abbastanza buon
senso e chiarezza per vedere dieci passi davanti a sé… è più che
sufficiente!
È sufficiente per raggiungere l’essenza divina che è
l’esistenza.

10. Un amore che non conosce rotture né


fine
L’amore è energia, e solo la persona che vive in funzione
dell’amore è, di fatto, viva.
Là dove l’amore esiste, è presente l’essenza divina; infatti,
l’amore è la luce generata dalla presenza del divino.
Potrebbe esserti facile ricordare una cosa: ogni volta che la
tua mente è piena di odio, diventi del tutto impotente e la tua

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connessione con l’esistenza si indebolisce. Ecco perché
l’infelicità e il rimpianto nascono dalla rabbia, dall’odio e dalla
gelosia. Il rimorso nasce quando le proprie radici si separano
dall’esistenza in quanto totalità.
L’amore ti ricolma di felicità, di beatitudine, di una musica, di
una compassione e di una fragranza che non appartengono a
questo mondo. Come mai? Accade perché in questa esperienza tu
diventi così intimo con l’anima universale da trovare dimora nel
cuore dell’esistenza; e via via che l’esistenza inizia a manifestarsi
attraverso di te, tu non sei più soltanto te stesso.
Pertanto, posso dirti che chiunque trovi un amore che non
conosce rotture né fine scopre ogni cosa.
Mi ricordo di un episodio…
Maometto sta viaggiando con Alì, il suo discepolo.
Un nemico di Alì si parò davanti a lui, bloccandogli la strada
e iniziò a insultarlo. Alì ascoltò pazientemente tutte quelle
ingiurie, mentre i suoi occhi rivelavano un amore e una
compassione infinite. Ascoltava le parole velenose di quella
persona a lui ostile, come se il suo nemico lo stesse elogiando. La
sua calma fu incredibile ma, alla fine, perse la pazienza, e scese al
livello del suo antagonista; iniziando a ripagarlo con la stessa
moneta.
Progressivamente, i suoi occhi si riempirono di rabbia e le
nuvole dense dell’odio e della vendetta iniziarono a rumoreggiare
nel suo cuore. La sua mano stava già per brandire la spada…
Fino a quel momento, Maometto era rimasto seduto
tranquillo, osservando tutto ciò che accadeva. All’improvviso si
alzò e si incamminò nella direzione opposta, lasciando Alì e il
suo nemico dov’erano. Vedendo questo, Alì rimase allibito e
provò anche un moto di stizza nei confronti di Maometto.

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Più tardi, quando Maometto lo rincontrò, Alì gli chiese: “Per
favore, puoi spiegarmi il tuo comportamento? Un nemico si era
parato davanti a me, e tu te ne sei andato, lasciandomi solo? Non
è forse come avermi lasciato in balia della morte?”.
Maometto replicò: “Mio diletto, indubbiamente quell’uomo
era preda di una violenza e di una crudeltà davvero feroci, e anche
le sue parole erano cariche di rabbia pronta a esplodere. Ma io
ero davvero felice, vedendo che tu dimoravi nella pace e
nell’amorevolezza. In quel momento, ho visto che dieci guardiani
erano stati mandati da Dio e ti stavano difendendo, mentre le sue
benedizioni si riversavano su di te come pioggia scrosciante: eri
al sicuro, protetto dal tuo amore e dalla tua compassione. Però,
non appena il tuo cuore ha perso qualsiasi compassione e si è
indurito, e i tuoi occhi hanno iniziato a sprizzare fiamme di
vendetta, ho visto che i guardiani celesti ti stavano lasciando. In
quel momento, l’unica cosa giusta da fare era che anch’io me ne
andassi; visto che Dio stesso ti aveva abbandonato”.

11. Ricerca dentro te stesso


Ho chiesto a tutti cosa stanno cercando nella vita. Il
significato e il valore della vita sono nascosti in quella ricerca
all’interno della vita stessa: se una persona cerca soltanto perle e
pietre preziose, come potrà il valore della sua vita essere
maggiore di ciò che sta cercando? La maggior parte delle persone
rimpicciolisce, cercando cose di poco valore; e alla fine tutti
scoprono di aver sprecato il tesoro della propria esistenza,
cercando valori e ricchezze che, di fatto, non valevano niente.
Prima di intraprendere un viaggio, è meglio scoprire dove
vogliamo arrivare, perché ci vogliamo andare e, anche, se

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riusciremo a essere all’altezza delle difficoltà e dell’arduo
compito che il sentiero verso quella meta prevede.
La persona che non pianifica, prima di mettersi in cammino,
spesso scopre di non arrivare da nessuna parte, oppure, anche se
arriva da qualche parte, si rende conto che non valeva affatto la
pena arrivare in quel posto.
Io non voglio che nella tua vita accada un simile errore,
perché segnerà la fine della tua esistenza. La vita è breve,
l’energia è limitata, il tempo non è mai sufficiente; pertanto, ti
ricordo che solo quanti si incamminano dopo aver fatto delle
precise valutazioni, e che procedono con estrema attenzione e con
cautela, possono arrivare da qualche parte.
C’era una volta un mistico di nome Shivli. Durante un
viaggio, lungo il cammino, vide un giovane che correva a
perdifiato e gli chiese: “Amico mio, dove stai correndo?”.
Senza fermarsi, il giovane rispose: “Verso casa”.
Al che Shivli gli pose una strana domanda, gli chiese: “Quale
casa?”.
Anch’io ti chiedo la stessa cosa: tu stai correndo, voi tutti
state correndo; ma dove state correndo? Potrebbe essere che tutto
questo fuggi fuggi generale non sia stato affatto pianificato? Non
stai forse correndo perché tutti lo fanno, senza neppure chiederti
che cosa devi raggiungere?
Vorrei che nel tuo rispondere a questa domanda, anche tu
possa dire ciò che quel giovane rispose a Shivli. In quel caso
tutto il mio essere inizierebbe a danzare per la felicità. Infatti,
quel giovane disse: “Esiste un’unica casa, la casa del divino. È
quella che sto cercando”.
Senza alcun dubbio, qualsiasi altra cosa è un sogno. La
ricerca di qualsiasi altra dimora è un sogno. Esiste un’unica casa,

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la vera dimora è soltanto una: la casa del divino; e colui che la
ricerca deve entrare dentro di sé, perché è nascosta all’interno del
proprio essere.
Esiste forse una qualsiasi altra dimora, all’infuori della casa
del divino? E potrà mai il divino essere trovato da qualche altra
parte, che non sia all’interno del proprio essere?
Se fossi stato al posto di Shivli, avrei chiesto a quel giovane
in corsa un’altra cosa. Non so quale risposta avrebbe dato; ma,
prima di tutto, lascia che ti dica qual è la domanda.
Gli avrei chiesto: “Amico, se vuoi trovare il divino, perché
stai correndo lontano da lui?
Verso cosa stai correndo? Come potrai mai trovare ciò che
esiste proprio qui, scappandone via? Non è forse un’illusione il
tuo voler raggiungere il divino nel futuro, visto che esiste
quieora? E non è un’evidenza il fatto che, correndone via, possa
solo farti perdere ciò che già esiste dentro di te? Se davvero lo
vuoi trovare, non sarebbe meglio che ti fermassi, restassi fermo
immobile e cercassi dentro te stesso?”.

12. Nuota nel mare della verità


Non ricercare alcuna religione, ricerca te stesso. In quel caso
la religiosità ti raggiungerà automaticamente.
La religione esiste forse nei testi sacri? No, la religione non
esiste affatto nelle scritture: questi testi sono morti, e la religione
è un’entità vivente… come potrà mai essere trovata nei testi
sacri?
La religione esiste forse all’interno di organizzazioni? No, la
religione non esiste neppure all’interno di sette o organizzazioni
religiose. La religione organizzata si basa su principi, laddove la

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religione è una questione assolutamente individuale. Per
conseguirla non è affatto necessario rivolgersi al mondo esterno,
ci si deve immergere in se stessi.
La religione esiste nel nostro stesso respiro; tutto ciò che ci
manca è la visione che permette di svelarla e di vederla.
La religione esiste in ogni goccia del nostro sangue; e a noi
manca il coraggio e la determinazione di portarla alla luce.
La religione è presente quieora come il sole, ma occorre
aprire i propri occhi!
La religione è vita, ma occorre uscire dalla tomba del corpo.
La religione non è qualcosa di amorfo, privo di vita; pertanto,
non dormire: svegliati e datti una mossa! Chi dorme se la lascia
sfuggire, chi si mette in cammino la realizza; e chi si sveglia la
scopre.
Un re era alla ricerca della religione più grande del mondo.
Era ormai cresciuto, passando dalla gioventù alla vecchiaia,
eppure ancora non aveva concluso la sua ricerca. Ma come
avrebbe mai potuto completarla? La vita è breve, e una simile
ricerca è sciocca: anche se la vita non avesse fine, comunque la
religione migliore non potrebbe essere trovata perché, in realtà, la
religione è semplicemente religione, e ne esiste una sola.
Pertanto, cosa potrebbe essere superiore o inferiore? Cosa
potrebbe essere migliore o peggiore?
Poiché non esistono molte religioni, la ricerca della religione
migliore non può avere alcun successo: visto che non ne esistono
così tante; anzi, ne esiste una sola, non ha senso fare confronti,
né è possibile soppesarla, e neppure c’è un metodo che permetta
di farlo.
Dunque, quel re era alla ricerca della religione più elevata,
eppure viveva nello stato di irreligiosità più infimo. Infatti, visto

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che non riusciva a trovare la vera religione, non si era mai posto il
problema di vivere una vita in sintonia con la religiosità.
C’è forse qualcuno che si incammini spontaneamente
nell’oscurità e nell’ignoto?
Nessuno si pone mai un simile interrogativo, rispetto
all’essere irreligioso; ma quell’interrogativo si pone sempre in
tutti, allorché ci si interroga rispetto alla religione.
Nessuno pensa mai all’irreligiosità, né la si ricerca; anzi, è
facile che tutti vivano una vita irreligiosa, mentre sono alla
ricerca della religione. Molto probabilmente questa presunta
ricerca è un modo di vivere orientato nella direzione opposta,
rispetto a uno stile di vita religioso; e dunque è un modo per
evitare di vivere religiosamente.
Nessuno disse mai al re queste cose. Gli studiosi, i santi e i
filosofi delle diverse tradizioni religiose erano soliti andare da
lui; e tutti discutevano tra di loro, mettendo in risalto i reciproci
errori. Tutti cercavano di dimostrare che gli altri erano ignoranti;
e il re godeva di tutto questo. Di conseguenza, la religione
divenne un’illusione, qualcosa fondato sull’ignoranza ai suoi
occhi; ragion per cui poté trovare una scusa per vivere una vita
del tutto avulsa da qualsiasi spirito religioso.
Era difficile conquistare il re alla religiosità; e questo perché
chiunque parteggi, a sua volta, non sta dalla parte della religione:
gruppi, sette e istituzioni religiose non fanno altro che
parteggiare per la propria causa; non hanno nulla a che vedere
con la religiosità, non è possibile! Solo chi non ha nulla per cui
parteggiare può essere religioso. Se non si lascia andare qualsiasi
appartenenza, è difficile essere religiosi; in ultima analisi, le sette
religiose sono nemiche della religiosità e parteggiano tutte per il
suo esatto contrario.

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Ragion per cui il re non riuscì mai a mettere fine alla sua
ricerca: era diventato il suo divertimento. D’altra parte, alla fine
anche quello stile di vita opposto alla religione iniziò a
procurargli dolore, ansia e infelicità. A mano a mano che la morte
si avvicinava e gli anni del tramonto della sua vita facevano
capolino, la sua inquietudine aumentò. D’altra parte, anche così
non era preparato ad accettare nulla come “superiore”, privo di
qualsiasi errore implicito, tale da poter essere riconosciuto come
la religione perfetta.
Ancora restava determinato e risoluto: fino a quando non gli
fosse stato evidente in cosa consisteva la religione perfetta, non
avrebbe fatto un solo passo verso di essa. E gli anni passarono,
mentre quel re sprofondava sempre di più nel fango di una ricerca
impossibile. La morte ormai aveva quasi raggiunto la sua porta.
Poi, un giorno, un giovane mendicante si presentò alla sua
reggia e chiese l’elemosina; e, vedendo il re profondamente
preoccupato, depresso e turbato, gliene chiese la ragione.
Il re replicò: “Come potresti mai aiutarmi, anche se te ne
spiegassi il motivo? Neppure i grandi studiosi, i santi e i monaci
pellegrini sono riusciti a darmi una mano”.
Al che il mendicante disse: “Non è possibile che la loro
grandezza fosse in sé un ostacolo? E comunque gli studiosi non
sono mai riusciti a fare nulla. Possono davvero i santi e i monaci,
ritenuti tali soltanto per l’abito che portano, essere vettori della
verità?”.
Il re guardò quel mendicante con maggior attenzione; scrutò
nei suoi occhi, e vide che non aveva lo sguardo di un mendicante:
quella luce poteva brillare solo negli occhi di un re.
E nel frattempo il mendicante tornò a parlare, dicendo: “Io
non posso fare nulla. In realtà, io non esisto; d’altra parte, colui

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che esiste può fare moltissimo”.
Ciò che disse è davvero meraviglioso. Si poneva in modo
assolutamente diverso dalle migliaia di presunti religiosi che si
erano presentati e avevano cercato di convincere il re.
Il re iniziò a pensare, tra sé e sé: “Chi è mai quest’uomo,
vestito con abiti così miseri?”.
Ma poi, a voce alta disse: “Ho voluto cercare la religione più
elevata, per rendere la mia vita religiosa; ma non è stato possibile,
ragion per cui sono profondamente infelice. E adesso sto
arrivando alla fine della mia vita; eppure ancora mi chiedo: qual è
la religione più elevata?”.
Il mendicante iniziò a ridere fragorosamente e disse: “O
Maestà! Hai voluto mettere il carro davanti ai buoi; ecco perché
sei infelice. La vita non diventa religiosa dopo aver trovato la
religione; la religione si trova solo quando la vita stessa diventa
religiosa. E quale follia ti ha spinto a ricercare la religione più
elevata? Il semplice ricercare la religione è sufficiente; soltanto la
religione esiste. Di che religione superiore parli? Non ne ho mai
sentito parlare: parole simili sono prive di qualsiasi significato;
non occorre nulla che possa essere aggiunto per qualificare la
religione. Esiste soltanto un unico cerchio: non c’è nulla di
simile a un cerchio completo; infatti, qualsiasi cosa non sia un
cerchio completo non è affatto un cerchio! Il semplice essere un
cerchio presuppone la sua completezza; dunque, l’esistenza
stessa della religione implica il suo essere imparziale e scevra da
errori, come verità assiomatica. E chiunque venga da te per
dimostrare che la sua è la religione più elevata o è pazzo oppure è
un ipocrita: colui che sa conosce un’unica religione; ovvero la
religiosità… non una qualsiasi religione”.
Il re rimase profondamente colpito e toccò i piedi di quel

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mendicante, che disse: “Per favore, lascia in pace i miei piedi.
Non cercare di imprigionarli: io sono venuto qui per liberare i
tuoi piedi. Per favore, esci e accompagnami sull’altra sponda del
fiume che si trova fuori dal tuo regno. Là potrò indicarti con il
mio dito la religione”.
Insieme raggiunsero la sponda del fiume. Le barche migliori
vennero messe a loro disposizione, ma il mendicante iniziò a
elencare in ciascuna una pecca. Alla fine il re perse ogni speranza
e disse al mendicante: “O grande anima, dobbiamo
semplicemente attraversare questo piccolo fiume; potremmo
addirittura superarlo a nuoto… lasciamo perdere tutte queste
barche! Vieni, raggiungiamo l’altra sponda, nuotando.
Perché sprecare il nostro tempo?”.
Sembrava quasi che il mendicante stesse aspettando questa
esclamazione, e disse al re:
“Maestà, anch’io volevo dire la stessa cosa! Perché ti
preoccupi tanto delle imbarcazioni che appartengono alle diverse
sette religiose? Non è forse meglio per noi nuotare per giungere
al divino? Di fatto, non esiste alcuna barca religiosa: le barche
servono solo ai battellieri. L’unico modo è nuotare: la verità può
essere trovata solo grazie ai propri sforzi. Nessun altro potrà mai
donartela; occorre nuotare nel mare della verità direttamente, in
prima persona. Non è possibile alcun sostegno, coloro che
cercano un appoggio annegheranno nei pressi della riva; invece,
chi ha il coraggio di nuotare in prima persona riuscirà ad
attraversare… anche se, all’inizio, avrà un piccolo assaggio di
cosa significhi andare a fondo!”.

13. Ogni esistenza è una creazione


originale
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Un bambino mi ha chiesto: “Voglio diventare come il
Buddha; puoi mostrarmi in che modo posso raggiungere il mio
ideale?”. Quel bambino era molto vecchio… quantomeno aveva
visto sessanta primavere! Ma chiunque voglia diventa come
qualcun altro è ancora un bambino, ancora non è maturato.
Non è forse un segno di maturità il fatto che una persona
desideri diventare se stessa, anziché voler diventare come gli
altri? E se qualcuno vuole diventare come qualcun altro, riuscirà
mai nel suo intento?
Una persona può solo essere se stessa: è del tutto impossibile
diventare come qualcun altro.
Quando definisco quel vecchio “un bambino”, tu ridi. Ma se
analizzi un po’ più a fondo, non riderai più; anzi, piangerai,
poiché scoprirai che quella stessa mentalità infantile esiste anche
dentro di te. Non vuoi forse diventare come qualcun altro? Hai in
te il coraggio e la maturità di diventare te stesso?
Se tutti fossero maturi, il problema di tentare di seguire
qualcuno non si porrebbe.
Non è forse a causa di questa mentalità infantile che sono
nati i seguaci e il leader, il discepolo e l’insegnante? E ricorda: la
mente che vuole seguire non è soltanto immatura, è anche cieca.
Ebbene, cos’ho detto a quel vecchio bambino?
Gli ho detto: “Amico, la persona che vuole diventare come
qualcun altro perde se stessa. Ogni seme contiene dentro di sé il
proprio albero, ed è lo stesso in ciascun individuo. Si può solo
diventare se stessi: se una persona cerca di diventare una
qualsiasi altra cosa, è possibile che non riuscirà mai neppure a
diventare ciò che era racchiuso nel suo potenziale”.
Ricerca ciò che sei. Lì resta racchiusa la crescita in ciò che

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puoi diventare! All’infuori di questo, non esiste un altro ideale
applicabile a nessuno. In nome degli ideali la gente viene deviata
dal sentiero della propria autorealizzazione, senza arrivare da
nessuna parte. Dietro alle imitazioni di questi ideali non vedo
altro che suicidi, e non potrebbe essere altrimenti!
Cosa sto facendo, quando cerco di essere come qualcun altro?
Sto uccidendo il mio stesso sé, non faccio che reprimere me
stesso; e alla fine arriverò a odiarmi. Dunque, il risultato sarà un
suicidio e l’ipocrisia; infatti, fingerò di essere ciò che non
sono: sembrerò, mi atteggerò, mi comporterò per ciò che non
sono.
Non appena la dualità prende piede all’interno di una
persona, subentra anche l’ipocrisia. Ogni volta che all’interno
esiste un’autocontraddizione, quando c’è falsità, esiste qualcosa
di irreligioso; ed è più che naturale che un simile sforzo
innaturale porti sofferenza, ansia e rimorso. Perpetrate in modo
strenuo, simili tensioni diventano un inferno per le persone!
A meno che un ideale non scaturisca da una verità
autorealizzata, non sia frutto di potenzialità autorealizzate, e se
quella disciplina non segua tutto ciò come un’ombra, qualsiasi
altra cosa renderà quella persona brutta e deforme. Qualsiasi
schema di comportamento, qualsiasi disciplina o tutti gli ideali
che vengano acquisiti dall’esterno, potranno solo essere suicidi.
Pertanto ti invito a cercare in prima persona, direttamente, e a
trovare te stesso.
Questa è la soglia che si apre sull’esistenza, là dove solo
coloro che trovano se stessi sono i benvenuti. Attraverso quella
soglia il divino potrà passare, ma il personaggio di Rama – colui
che va in scena in una commedia su Rama – non potrà mai
entrare.

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Ogni volta che qualcuno, ispirato da ideali esteriori, vuole
modellare se stesso, si comporta come il Dio Rama, rappresentato
in una commedia che narra le sue gesta: che sia un bravo o un
pessimo attore, è un’altra storia; comunque, in ultima analisi, più
quella persona avrà successo, più si ritroverà lontana da se stessa.
Il successo della sua rappresentazione, di fatto, è il fallimento del
proprio essere!
Si può utilizzare Rama, il Buddha o Mahavira come
maschera; in ogni caso, chiunque si nasconda a quel modo non
ha alcuna musica, né indipendenza, bellezza o verità nella propria
individualità. E l’esistenza lo tratterà nello stesso modo in cui il
re di Sparta trattò l’uomo che era diventato così abile nell’imitare
la voce dell’usignolo, al punto da dimenticare la sua voce di
uomo…
Quest’uomo era diventato famosissimo e la gente veniva da
molto lontano per ascoltarlo.
Alla fine, questo cantore volle dimostrare la sua bravura
perfino di fronte al re e, dopo sforzi immani, riuscì a ottenere il
permesso di comparire davanti a lui.
Pensava che il re l’avrebbe elogiato, onorandolo con una
ricompensa. Questa sua aspettativa non era priva di fondamento,
visti gli elogi e le offerte di doni che aveva ottenuto fino a quel
momento dalle altre persone.
Ma cosa gli disse il re? Gli parlò così: “Amico mio, ho
sentito l’usignolo cantare, ma mi aspetto che tu non canti come
un usignolo: devi cantare la canzone per la quale sei venuto al
mondo. Ci sono già abbastanza usignoli che cantano le loro
canzoni! Va’ ed esercitati nella tua canzone, e quando sarai
pronto, torna a trovarmi. Sarò ben contento di accoglierti; e allora
ci sarà per te anche una ricompensa ad attenderti”.

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Di certo la vita non ci viene data per imitare qualcun altro, ma
per far evolvere l’albero che è nascosto all’interno del seme che
caratterizza il nostro essere. La vita non è un’imitazione, è una
creazione del tutto originale.

14. Orgoglio spirituale


Un tempio è in costruzione. Ci passo di fianco e dico a me
stesso: “Visto che ci sono già tantissimi templi e molto
probabilmente il numero dei fedeli che li visitano sta
diminuendo, perché costruirne un altro?”. E questo non è l’unico:
ce ne sono un’infinità in costruzione! Ogni giorno si apre un
nuovo cantiere per un nuovo tempio.
La costruzione di templi sembra non fermarsi, eppure il
numero di chi li frequenta diminuisce: che senso ha tutto questo?
Ci ho pensato a lungo, senza però arrivare a una risposta. Alla
fine sono andato a chiederlo a un vecchio costruttore che stava
lavorando al nuovo tempio. Pensavo che lui potesse conoscere il
mistero dietro quell’impulso a erigere così tanti nuovi templi,
visto che ne aveva costruiti tantissimi.
Quel vecchio scoppiò a ridere alla mia domanda, e poi mi
portò sul retro del tempio, dove venivano cesellate le pietre. In
quello stesso punto, venivano scolpite delle statue di Dio; e io
pensai che forse voleva dirmi che quelle statue erano il motivo.
Ma questo non avrebbe appagato la mia curiosità, perché in quel
caso in me sarebbe sorta un’altra domanda: perché mai si
scolpivano tutte quelle statue?
Invece no, mi sbagliavo. Il costruttore non disse nulla su
quelle statue, le superò e continuò ad andare avanti. Nel punto
più remoto del cantiere, dietro ogni altra cosa, alcuni artigiani

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stavano lavorando su una pietra; il vecchio me la mostrò e disse:
“È per questo che il tempio viene eretto; e tutti i templi vengono
costruiti solo per questo!”.
Ero allibito e iniziai a rammaricarmi per la mia stupidità.
Perché non ci avevo pensato prima? Infatti, su quella pietra
quegli uomini stavano intarsiando il nome della persona grazie
alla quale il tempio veniva costruito.
Pensandoci, mentre tornavo a casa, vidi una processione che
avanzava lungo la strada: qualcuno aveva rinunciato al mondo ed
era diventato un sannyasin; la processione veniva fatta in suo
onore. Mi fermai sul ciglio della strada e mi misi a osservare:
guardai il volto e scrutai negli occhi della persona che aveva fatto
voto di rinuncia. Il vuoto che spesso si trova negli occhi di un
sannyasin non era presente nei suoi; nel suo sguardo era presente
lo stesso ego e la stessa vanagloria che si può vedere in quello dei
politici.
Era possibile che mi sbagliassi, e che pensassi così solo
perché ero rimasto colpito da quanto quel vecchio costruttore mi
aveva rivelato? D’altra parte, conosco molti altri sannyasin, e in
tutti è facile vedere una sottile forma di ego, difficile da trovare
altrove.
Probabilmente qualsiasi azione abbia origine nella mente
dell’uomo non può esistere senza l’ego: se non ti liberi dalla
mente, non è possibile evitare un senso di grandezza!
Proprio qualche giorno fa, un amico ha intrapreso un digiuno
di dieci giorni: sono rimasto davvero allibito nel vedere quanto
fosse ansioso di annunciare a gran voce il suo digiuno. D’altra
parte, anche questo era un mio fraintendere: quel vecchio
costruttore aveva portato alla luce tutti i malintesi che avevo
coltivato nella mia vita…

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Al termine del suo digiuno, a quell’amico fu offerta una festa
e venne colmato di elogi a dismisura! Anch’io ero presente, e un
uomo mi sussurrò nell’orecchio: “Poveraccio, ha sostenuto lui
l’intero costo di questa festa”.
Stavo per trasalire, ma grazie a quel vecchio costruttore, oggi
sono più saggio e non vedo motivo per essere sorpresi. Al
contrario, un pensiero mi assilla continuamente: se farsi
pubblicità è così utile in questo mondo, perché non dovrebbe
esserlo anche in paradiso? Perché mai le regole del cielo
dovrebbero essere diverse? Dopotutto, il paradiso è una creazione
della stessa mente che ha creato questo mondo: il desiderio e
l’idea del paradiso non sono forse simili a tutti gli altri desideri
della mente? E, in questo caso, chi è questo Dio? Non è forse
un’invenzione della mente umana? Dopotutto anche lui si sente
insultato e va in collera, e per puro spirito di vendetta brucia i
suoi nemici nelle fiamme dell’inferno. Anche lui si rallegra
quando può elogiare; e salva i suoi devoti dai guai, riversando su
di loro le sue benedizioni: tutto questo non è forse una creazione
della mente dell’uomo? E se è così, perché il farsi pubblicità non
dovrebbe funzionare anche nel regno di Dio? Perché anche Dio
non dovrebbe affidarsi alla fama, come prova della sua esistenza?
Dopotutto, quale altro metro di misura potrebbe mai usare
l’uomo nei suoi confronti?
Ho condiviso questa prospettiva con un sannyasin, che
divenne furibondo: “Cosa stai pensando? Che bisogno ha la
religione di farsi pubblicità? Tutto è un gioco dell’ego, tutto in
questo mondo è maya, un gioco divino; a causa della loro
ignoranza, la vita delle persone resta invischiata nell’ego”.
Ho accettato tutto ciò che diceva: quella rinuncia porta alla
conoscenza e, poiché aveva rinunciato a tutto ciò che possedeva,

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di certo aveva trovato la conoscenza. Come avrei mai potuto
dubitare delle sue parole? Ma subito ricordai a me stesso, per due
o tre volte, che quell’uomo aveva voltato le spalle a una ricchezza
che ammontava a centinaia di migliaia di rupie, solo per diventare
un sannyasin. In altre parole, non era un sannyasin qualunque!
Perfino la rinuncia viene misurata in funzione dei soldi… e gli
chiesi:
“Quando hai voltato le spalle a tutta quella ricchezza?”.
Mi rispose: “All’incirca venticinque o trent’anni anni fa”. E
in quel momento valeva davvero la pena vedere il modo in cui i
suoi occhi brillarono… sembra vero il detto “La rinuncia
risveglia negli occhi uno splendore particolare”!
Con estrema esitazione gli dissi: “Amico mio, forse non l’hai
scalciata via con la giusta forza; come potresti altrimenti avere
una memoria così chiara di quel giorno, anche dopo trent’anni?”.
E ciò che temevo, alla fine esplose: la sua rabbia eruttò! Ma
mi consolai al pensiero che quella è una vecchia abitudine dei
veggenti e dei saggi, e quel sannyasin fu abbastanza
compassionevole da non maledirmi!
Quando venne il momento di andarmene, gli raccontai una
storia. Voglio ripeterla anche a te: pensaci con attenzione, il suo
significato è molto profondo.
Un ricco offrì diecimila monete d’oro a Shri Nathji, la
divinità che governa il tempio di Nathdwara. Ma quell’uomo
iniziò a contare le monete d’oro, una per una, prima di deporle ai
piedi della statua. Le tirava fuori dalla borsa con ostentazione e
lanciava una voce ogni volta. Udendo quel suono stridulo, una
folla si riunì nel tempio; e l’uomo iniziò a fare un clamore
maggiore, contando le monete. E via via che la folla aumentava, il
suo bearsi di quella rinuncia cresceva sempre di più.

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Alla fine, quando ebbe finito di contare le sue monete e, con
un orgoglio smisurato negli occhi guardava la gente che gli si era
ammassata intorno, il sacerdote gli parlò:
“Fratello, riprenditi queste monete. Shri Nathji non accetterà
mai una simile offerta”.
Il ricco rimase allibito e chiese: “Perché no?”.
Il sacerdote ribatté: “L’amore potrà mai essere messo in
mostra? La preghiera è forse qualcosa da mostrare agli altri? In
realtà, nel tuo cuore esiste solo il desiderio di metterti in mostra;
un simile desiderio non conosce gratitudine, un simile desiderio è
incapace di lasciar andare alcunché. Un desiderio simile non ha
alcun valore per l’amore!”.

15. L’“io” è qualcosa di falso


Un devoto, che era preda di un profondo tormento mentale,
mi ha chiesto: “Vorrei perdere me stesso nel Brahman. L’ego è
troppo doloroso, voglio offrire questo ego a Dio.
Cosa dovrei fare?”.
Conosco quest’uomo. Per anni ha frequentato un tempio; per
ore ha pianto con la testa appoggiata ai piedi della divinità. Di
certo il suo desiderio è molto intenso, ma il suo orientamento è
sbagliato; infatti, chi accetta l’io, proprio a causa di
quell’accettazione, diventa l’io. Da questo “io” consegue la
sofferenza; e a quel punto ci si vuole sbarazzare di quel dolore,
per cui si desidera offrire se stessi, mettendosi nella mani del
Brahman.
Ma anche il nucleo primario di questa offerta dell’ego a Dio è
“io”; infatti, chi si vuole offrire? Chi vuole liberarsi da ogni pena
e da ogni tormento? Non è forse quello stesso io? Di chi è

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quest’ansia e questa urgenza per il divino? Chi aspira a una
felicità totale e all’Assoluto? Chi ti fa scendere in competizione
in questo mondo e poi ti eccita anche con l’idea della salvezza?
Non è forse quello stesso io?
Mi chiedo: è possibile per l’io rinunciare a se stesso? Se io
voglio offrire me stesso al divino, non vi sarà implicato proprio
l’io stesso? Anche quell’offerta non sarà “mia”?
Non è forse tutto ciò che è “mio” a far nascere il “mio” e
l’“io”? Non è forse vero che la mia ricchezza, ciò che possiedo,
mia moglie e i miei bambini non fanno altro che alimentare
questo “io”? E anche il mio sannyas, la mia rinuncia, la mia
offerta, la mia carità, la mia religione, la mia anima, la mia
salvezza non fanno che generare questo “io”?
Finché qualsiasi elemento di questo “mio” rimane, l’io
rimarrà assolutamente intatto.
Qualsiasi azione dell’io – che sia il peccato o la compassione,
l’indulgenza o la rinuncia – non fa che rafforzare l’io. Anche se
farai sforzi strenui o cercherai di rinunciarvi, l’unico risultato
sarà quello di rafforzarlo.
Dunque, non c’è modo di lasciar cadere l’ego? Non esiste un
metodo per rinunciarvi?
No, non c’è modo o metodo di lasciarlo andare, di
rinunciarvi, o di offrire l’ego al divino; e questo perché qualsiasi
cosa venga fatta, in ultima analisi si dimostrerà qualcosa che
alimenta l’ego.
Nessuno è mai andato al di là dell’ego tramite un’azione, uno
sforzo o un proposito imposto con fermezza; né potrà mai
accadere perché qualsiasi imposizione non sarà altro che ego
sotto mentite spoglie! Qualsiasi imposizione non è altro che una
forma immatura di ego; quando si rafforzerà, si tramuterà in ego:

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l’ego non è altro che lo strutturarsi di una decisione presa con
risolutezza.
Dunque, in che modo si potrà mai lasciar cadere l’ego, se ce
lo si impone? E in cosa consistono tutti i tuoi sforzi e il tuo
volerti offrire al divino? Non sono forse estensioni di quella
determinazione?
Sforzarsi di liberare se stessi dall’ego, utilizzando l’ego è
altrettanto stupido come cercare di sollevarsi tirandosi per le
stringhe delle scarpe! In realtà, non è possibile abbandonare
l’ego, perché se esiste, non esiste altro che quello; e se non
esiste, allora non c’è, e non sorgerà affatto il problema di doverlo
abbandonare. Ecco perché affermo che è importante riconoscere
l’ego, non arrendendosi ma conoscendolo, non rinunciandovi
bensì comprendendolo.
E la meraviglia delle meraviglie è questa: mentre lo sforzo e la
decisione di abbandonarlo nutrono l’ego, attraverso la
conoscenza non lo si riesce a trovare: non c’è!
Conoscendo l’io, ovvero l’ego, non è possibile rinunciarvi; e
questo perché in realtà non esiste: menzogne, falsità devono
essere inventate se si vuol cercare di abbandonare qualcosa che
non esiste. E anche questo senza affatto riuscirci!
L’ego è una menzogna. Quando si cerca di rinunciarvi,
un’altra falsità – l’idea di doverlo “abbandonare” – dev’essere
inventata; e poi, a sostegno di quest’altra falsità, l’immaginazione
deve creare un’ulteriore bugia: “Dio”.
Ebbene, da tutte queste menzogne non esiste alcuna
possibilità di salvezza; al contrario, ci si lega a falsità ancora più
grandi!
Un mistico trovò un orfano sul ciglio della strada. Lo aiutò a
crescere fino a quando non divenne un uomo adulto.

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Nei pressi della sua capanna c’era un cimitero e, poiché il
bambino era parecchio birichino, ci andava spesso, di giorno o di
notte. Per far sì che non ci andasse più, il mistico gli disse: “Non
andarci di notte. Là vivono dei fantasmi che mangiano le
persone”.
Ovviamente, da quel giorno il bambino iniziò ad aver paura
del cimitero e lo evitò. In seguito, venne inviato al gurukul,
l’università della foresta; e anche lì, conservò la paura di restare
solo nel buio.
Parecchi anni dopo, tornò a casa. All’epoca era ormai
diventato un giovane, ma la sua paura era cresciuta con lui. Un
notte, il mistico gli chiese di attraversare il cimitero e di andare al
villaggio a fare una commissione. Ma il giovane iniziò a tremare
al solo pensiero di dover attraversare quel posto di notte, e
replicò: “Come potrò mai passare di lì? È popolato da fantasmi
che mangiano le persone”.
Il mistico rise. Legò un amuleto intorno al braccio del
giovane e disse: “Adesso puoi andarci. Ora quei fantasmi non ti
potranno fare alcun male. Infatti, questo è l’amuleto di Dio che ti
proteggerà sempre e ti seguirà ovunque e, grazie alla presenza di
Dio, quei fantasmi non riusciranno mai a minacciarti. Con Dio al
tuo fianco, come puoi aver paura dei fantasmi?”.
Il giovane partì e, non incontrando alcun fantasma sulla sua
strada, facilmente si convinse che Dio era onnipotente. Grazie a
quell’amuleto i fantasmi erano scomparsi; ma così era entrato in
gioco Dio, e quel Dio – chiamato in causa per scacciare i
fantasmi – non poteva, ovviamente, che diventare un fantasma
ancora più grande. Adesso il giovane, con l’aiuto di Dio, si era
liberato dai fantasmi, ma ora non riusciva più a separarsi da
quell’amuleto, neppure per un istante.

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Inevitabilmente, iniziò a sentirsi terrorizzato da questo Dio,
in grado di spaventare a morte perfino i fantasmi. Aveva paura che
questo Dio lo potesse abbandonare, se mai avesse commesso un
errore, un peccato o un crimine; e se fosse successo, di certo quei
fantasmi si sarebbero vendicati su di lui con tutta la loro furia.
Per questo motivo, il giovane iniziò ad adorare e a pregare Dio.
Non solo iniziò ad adorarlo ma, iniziò allo stesso tempo a temere
tutti i rappresentanti di Dio e tutti i suoi intermediari su questa
Terra.
Vedendo questi sviluppi, il mistico si inquietò: il suo rimedio
aveva creato un problema ancora più serio. Quei poveri fantasmi
erano di gran lunga meglio di questo Dio: avrebbero potuto
infastidire la gente nel cimitero, ma solo durante la notte; mentre
questo Dio assillava quel giovane perfino alla luce del giorno!
In una notte di luna nuova, il mistico strappò l’amuleto che il
giovane portava al polso e lo buttò nel fuoco. Subito il giovane
iniziò a tremare e il suo volto sbiancò; sarebbe potuto svenire ma
il mistico lo sostenne e poi gli raccontò l’intera storia: di come
aveva inventato i fantasmi, e in seguito Dio, solo per aiutarlo. E
quando il giovane sembrò un pochino convinto, il mistico lo
prese per mano e lo condusse nel cimitero. Insieme cercarono in
ogni angolo di quel camposanto, e con stupore il giovane si rese
conto che non c’erano fantasmi, da nessuna parte.
In questo modo, sia i fantasmi sia Dio scomparvero; e il
giovane si sentì libero da qualsiasi peso e da ogni paura.
In effetti, una ricerca approfondita dei fantasmi e delle loro
dimore è l’unico modo per liberarsene.
L’ego produce dolore, comporta assilli, genera ansia e la
sensazione di essere insicuri; inoltre dà vita alla paura della
morte. Dunque, per trovare una via d’uscita a tutto questo, è stata

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inventata l’idea di arrendersi a Dio. Solo da quella paura è nata
l’idea di Dio e della devozione, e in tutto questo l’ego di fatto
non esiste; ma fino a quando non lo cercheremo e non lo
riconosceremo, ecco che esisterà.
L’ego non esiste, fatta eccezione per la nostra ignoranza – e in
che modo ciò che non esiste può essere abbandonato? Se i
fantasmi non esistono, da che cosa si dovrà mai rifuggire? Dio è
necessario perché i fantasmi esistono; e poiché l’ego esiste, ecco
che è necessario arrendersi a Dio: scopri i fantasmi dell’ego, e
non cercare un amuleto che ti possa proteggere da loro!
Immergiti in profondità dentro di te, e scopri dove esiste
l’ego. Non appena inizierai a ricercarlo, scoprirai che non esiste:
il cimitero è del tutto libero da fantasmi, l’essere all’interno del
sé è vuoto di qualsiasi ego. Allora ciò che resta è l’essenza
divina, ciò che si sperimenta è il vero arrendersi, e ciò che esiste è
il Brahman.

16. Il veleno della fede


Una vecchia era molto malata. E, poiché viveva da sola nella
sua casupola, si trovava in serie difficoltà. Un giorno, di primo
mattino, due donne gentili, che sembravano essere profondamente
religiose, vennero a trovarla: sulle loro mani erano tatuati i
simboli sacri e tra le dita srotolavano i loro rosari. Subito si
misero ad aiutare quell’anziana malata, dicendo: “Con la grazia
di Dio tutto andrà a posto. La fede è un potere che non manca
mai di aiutare”.
Quella vecchietta era di animo semplice, e si fidò di loro; a
maggior ragione perché era sola e chiunque viva da solo ha la
tendenza a fidarsi della gente. Stava soffrendo, e quando la gente

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è in difficoltà, si fida facilmente. Per l’intera giornata quelle due
sconosciute si presero cura di lei; e poiché l’avevano aiutata e per
tutto il giorno avevano parlato di religione, l’anziana rafforzò il
suo senso di fiducia ancora di più.
A sera inoltrata, seguendo le istruzioni di quelle donne, si
sdraiò sotto una coperta, lasciando che loro pregassero Dio per la
sua salute. Fu acceso dell’incenso, la stanza fu spruzzata di acqua
profumata e una delle donne, appoggiando le mani sulla testa
della vecchia, iniziò a recitare un mantra sconosciuto. Poco a
poco, al suono della musica acquietante del mantra, l’anziana
scivolò nel sonno.
A mezzanotte si svegliò. La casa era immersa nel buio; e
quando accese la lampada, la donna scoprì che quelle sconosciute
se n’erano andate da tempo. Le porte della casa erano tutte
spalancate e la sua cassaforte era stata forzata.
Di certo la sua fiducia aveva portato buoni frutti; non solo a
lei, ma anche a quelle furbe malintenzionate. La cosa non è poi
così sorprendente, perché la fede ha sempre portato ottimi frutti
ai ladri!
La religiosità non presuppone alcuna fede, è semplice
discernimento; non è nulla di cieco, è una cura dell’ego. Ma la
comprensione è un ostacolo per coloro che vogliono sfruttare; ed
è per questo che quella gente somministra il veleno della fede.
La conoscenza è una ribellione, e poiché è impossibile
sfruttare un ribelle, la gente viene educata nella fede. Pensare con
la propria testa rende libera una persona, la rende un individuo.
Ma se vuoi sfruttare, hai bisogno di pecore, hai bisogno di
seguaci deboli di mente; ragion per cui, il libero pensiero viene
massacrato e la fede è nutrita.
L’uomo è inerme; pertanto, nel suo sentirsi impotente e solo,

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accetta la fede. La vita è dolorosa; pertanto, per sfuggire a tutto
ciò, ci si rifugia tra le braccia di una qualsiasi fede o credenza.
Inevitabilmente questo stato di cose offre un’occasione d’oro a
chi vuole sfruttare e depredare. La religione è nelle mani di
manigoldi egoisti ed è per questo che nel mondo non c’è alcuna
religiosità. Finché la religione non sarà libera dalla fede, la vera
religiosità non potrà mai nascere.
Solo quando la religione si accompagna a una capacità di
discernere libera da qualsiasi compromesso, ci sarà libertà e
nasceranno verità e forza d’animo.
La religiosità è potente, perché la capacità di pensare e
discernere è potere. La religiosità è luce; ed è luce perché
l’intelletto è una luce. La religiosità è libertà, perché la
comprensione è libertà.

17. Libertà, libertà, libertà!


Religione, religione, religione! Si parla così tanto di
religione, ma che dire dei risultati?
Non faccio che sentire gente che cita i testi sacri, ma con
quali risultati? L’essere umano è ancora immerso nella sofferenza
e nell’infelicità e noi non facciamo che ripetere i dogmi che ci
sono stati insegnati. La vita non fa che degradarsi sempre di più
verso qualcosa di animale; eppure, eccoci qui a pregare come
sempre, in templi fatti di pietra.
Forse siamo così coinvolti nelle parole, in parole del tutto
prive di vita, che abbiamo perso ogni potere di vedere la verità. Le
nostre menti sono così invischiate nei testi sacri che abbiamo
perso il potere di scoprire noi stessi. E forse è questo il motivo
per cui esiste un abisso incolmabile tra il pensiero e l’azione. E

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forse, per lo stesso motivo, continuiamo a vivere in modo
esattamente opposto a ciò che diciamo di volere fermamente. E la
cosa sorprendente è che questa contraddizione non è neppure
notata, da nessuno di noi!
Non siamo forse diventati ciechi, sebbene i nostri occhi non
soffrano di alcuna menomazione?
Ho riflettuto su questo stato di cose e ho scoperto che sono
proprio quelle stesse verità – verità che non sono state scoperte in
prima persona – che ci stanno trascinando in un simile stato
confusionale. La verità, se viene scoperta individualmente,
conduce alla libertà; se non è frutto del proprio sé, non fa che
legare in vincoli ancora più stretti.
Non esiste falsità maggiore delle verità che vengono insegnate
dagli altri. Simili verità prese in prestito non faranno che
produrre serie complicazioni foriere di guai nella vita della gente.
C’era una volta un pappagallo ammaestrato che viveva in una
taverna sulla collina.
Quel pappagallo non faceva che ripetere, giorno e notte, ciò
che il padrone gli aveva insegnato; per cui gracchiava
incessantemente: “Libertà, libertà, libertà!”.
Un viandante arrivò a quella taverna per la prima volta, e si
fermò per la notte. Le parole del pappagallo lo toccarono
profondamente: diverse volte era stato arrestato nella sua lotta per
conquistare la libertà del suo Paese, e quando il pappagallo,
rompendo il silenzio perenne di quelle colline, strillava: “Libertà,
libertà, libertà!”, un’eco profonda risuonava nel cuore di
quell’uomo.
Si ricordava i giorni della sua prigionia, e si rammentava che
anche il suo essere interiore era solito urlare proprio nello stesso
modo: “Libertà, libertà, libertà!”.

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Al calar della notte, il viaggiatore si alzò e cercò di liberare il
pappagallo, che ancora ripeteva il suo richiamo: lo fece uscire
dalla gabbia, ma l’animale oppose una strenua resistenza.
Stranamente, non fece che aggrapparsi saldamente alle sbarre
della gabbia; pur continuando a urlare con voce sempre più alta:
“Libertà, libertà, libertà!”.
Con gran difficoltà, il viaggiatore alla fine riuscì a tirar fuori
il pappagallo. E dopo averlo lasciato volare libero nell’aria,
finalmente si addormentò.
Ma il mattino dopo, quando si svegliò, vide che il pappagallo
era felicemente appollaiato dentro la gabbia, e strillava: “Libertà,
libertà, libertà!”.

18. Il risveglio della consapevolezza


Ho sentito raccontare una storia. Accadde durante la guerra:
all’improvviso ci fu un bombardamento. Un sacerdote, che stava
camminando lungo un sentiero solitario, iniziò a correre per
mettersi in salvo e si riparò all’interno di una grotta dove
vivevano dei lupi.
Non appena entrò nella grotta, si accorse che anche un
militare si era già riparato al suo interno; l’ufficiale si spostò da
un lato, in modo che il nuovo arrivato avesse un po’ di spazio.
Poi tutt’intorno iniziarono a esplodere le bombe, e il prete si
mise a tremare; per calmarsi, si sedette nella postura del loto e si
mise a pregare Dio. Le sue preghiere erano praticamente urlate!
A un certo punto, si guardò intorno e si rese conto che anche
l’ufficiale stava pregando, e la sua voce si levava alta come la sua.
Al termine del bombardamento, il prete disse: “Fratello, ho visto
che anche tu stavi pregando”.

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Al che il militare scoppiò a ridere e disse: “Sir, come avrebbe
mai potuto un ateo starsene seduto in una tana di lupi?”.
La prima condizione per trovare la verità è l’assenza di paura.
E pensaci: la paura potrà mai diventare amore? Se la paura non
può diventare amore, come potrà mai diventare preghiera?
La preghiera è la perfezione dell’amore.
D’altra parte, nelle fondamenta stesse dei templi costruiti
dagli uomini si trovano i mattoni della paura, e il Dio scolpito a
causa della paura è il frutto dei sentimenti dettati dalla paura
stessa. Ecco perché tutto ciò che possediamo è falso; infatti, cosa
potrà mai essere vero per coloro che adorano un dio falso?
E non dovrebbe stupire che sia falso il respiro stesso di
coloro i cui pensieri sono falsi, il cui amore è falso, la cui
preghiera è falsa. Soltanto grazie all’amore: la preghiera è vera
solo quando è frutto dell’amore.
Anche tu stai cercando Dio per paura? Anche le tue preghiere
sono forse basate sulla paura? Ricorda che una religione fondata
sulla paura non è vera religione. Io preferisco un ateo libero dalla
paura a un religioso che ha paura, perché è impossibile
conseguire il divino tramite la paura.
E attraverso la conoscenza, e solo tramite la conoscenza, il
divino che effettivamente esiste può essere conosciuto.
Affermo che l’amore, e soltanto l’intensità dell’amore,
convertirà la tua vita in preghiera. Ti invito a risvegliare la tua
consapevolezza, perché solo il suo risveglio ti permetterà di
percepire il divino. Amore e consapevolezza: chi ha compreso
questi due pilastri fondamentali può arrivare a conoscere tutto ciò
che si dovrebbe conoscere, che vale la pena conoscere, che può
essere conosciuto.
Dov’è il tempio di Dio? Quando qualcuno me lo chiede, gli

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dico che è nell’amore e nella consapevolezza.
Di certo, l’amore è Dio, e la consapevolezza è Dio.

19. I cancelli del paradiso


Un giorno ai cancelli del paradiso si raccolse una folla
immensa.
Alcuni sacerdoti urlavano a gran voce: “Aprite i cancelli,
svelti!”, ma i guardiani dicevano loro: “Aspettate un po’…
dobbiamo scoprire meglio chi siete, se la conoscenza che avete
accumulato proviene dai testi sacri o dal vostro essere; infatti, qui
non diamo alcun valore al sapere raccolto nelle scritture”.
Nel frattempo, un santo si spinse in cima a quella folla e
disse: “Aprite il cancello!
Voglio entrare in paradiso. Ho fatto digiuni e penitenze a non
finire. Nella mia epoca, chi potrebbe vantarsi di aver compiuto
sacrifici più grandi dei miei?”.
Un guardiano replicò: “Swamiji, per favore aspetta un po’…
dobbiamo scoprire perché hai fatto queste penitenze; infatti, là
dove esiste anche la più sottile aspirazione a guadagnare
qualcosa, si annulla qualsiasi valore alla rinuncia, e non è affatto
un atto di devozione”.
Proprio in quel momento sopraggiunsero alcune persone che
avevano dedicato la vita al volontariato: anche loro volevano
entrare in paradiso. Ma un guardiano disse loro:
“Anche voi siete caduti in un grosso malinteso. Il vostro
esservi messi al servizio della gente, se pretende una ricompensa,
non è affatto volontariato; anche nel vostro caso, dobbiamo
indagare più a fondo”.
A quel punto gli occhi dei guardiani caddero su una persona

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che se ne stava in ombra, sul fondo. Alla folla fu chiesto di fare
strada a quell’uomo. Dai suoi occhi scese un fiume di lacrime,
mentre diceva: “Indubbiamente io sono stato portato qui per
errore. Io, in paradiso? Sono un vero e proprio stolto: non
conosco affatto i testi sacri, sono del tutto immemore di qualsiasi
rinuncia; infatti, come potrei mai rinunciare a qualcosa, visto che
non possiedo nulla? Né ho mai fatto opere di bene: come avrei
mai potuto avere l’occasione di farle? Dal mio cuore scorre
unicamente amore, ma l’amore non è una qualifica per entrare in
paradiso. E la verità è che non ci voglio entrare! Per favore, sii
buono e indicami la via per l’inferno. Forse, quello è il mio
posto. Qui non sono affatto necessario”.
Non appena ebbe finito di parlare, i guardiani spalancarono i
cancelli del paradiso e dissero: “Tu sei benedetto tra i mortali. Tu
hai conseguito l’immortalità. Per te le porte del paradiso sono già
aperte. Sei il benvenuto!”.
Non è forse la preghiera di Dio un invito a essere l’ultimo
nella coda della vita? Non è forse una benedizione essere l’ultimo
nella vita?

20. Presenza consapevole


Accadde in una notte di luna piena. Era mezzanotte ed ero
circondato da amici su una barca, in mezzo a un lago.
Tutt’intorno le montagne erano immerse nel chiarore lunare,
l’insieme era incredibilmente bello: sembrava di essere in una
città dei sogni.
Il barcaiolo smise di remare e noi ci immobilizzammo in
mezzo a quel lago.
Purtroppo i miei amici non erano presenti. Mi avevano

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portato con sé, ma non riuscivo a capire se si erano attardati da
qualche parte, oppure erano andati in avanscoperta!
Sebbene fossero intorno a me, ero solo su quel lago; infatti,
tutti gli altri erano persi nelle loro cose, di cui non sapevo nulla.
Le loro chiacchiere si riferivano a qualcosa del passato, che non
era presente, lì con noi; oppure a qualcosa del futuro, che
anch’esso non era presente. In ogni caso, la loro consapevolezza
non era lì con loro: nessuno era presente di fronte a quello
splendido lago e a quella notte stupenda, era come se il presente
per loro non esistesse.
Poi, all’improvviso, uno di loro chiese: “Dio esiste?”. Cosa
avrei mai potuto rispondere? Ci pensai, perché mi chiedevo come
quelle persone, che non avevano alcun rapporto con la vitalità del
momento presente, potessero avere un qualsiasi rapporto con
Dio. La vita in sé è divina! La realizzazione della vita è
realizzazione dell’essenza divina.
Per cui dissi loro: “Amici, questo è forse un lago? Questa è la
luna? Questa è una notte?
Non siamo forse noi tutti presenti su questo lago in questa
splendida notte di luna piena?”.
Ovviamente, tutti loro trasalirono e dissero: “Sì. Come
potrebbero esserci dubbi in proposito?”.
Al che continuai: “Rispetto a me non ho dubbi, ma sono
convinto che voi non siate qui presenti. Per favore, ripensateci.
La persona che è presente solo dal punto di vista fisico può avere
soltanto un’idea dell’esistenza materiale di questo mondo, invece
chi è presente con tutta la sua consapevolezza può sperimentare
l’essenza divina quieora! Il divino è presente, ma solo per coloro
che sono attenti e presenti al suo cospetto; solo per coloro che
stanno davvero vivendo”.

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E subito mi ricordai di un episodio che mi misi a narrare…
Alcune persone si erano riunite nella sala d’attesa di una
azienda, una di loro doveva essere scelta per un posto di
operatore telegrafico. Tutti i candidati erano impegnati a
chiacchierare tra di loro di inezie; a un certo punto,
dall’apparecchio telegrafico posto in un angolo della sala vennero
dei ticchettii, ma tutti erano così coinvolti nelle loro chiacchiere a
voce talmente alta da non sentire quei deboli segnali: nessuno ci
badò!
Solo un giovane, seduto discosto da quella massa di gente, da
solo in un angolo, si alzò prontamente ed entrò in quell’ufficio.
Nessuno del gruppo si accorse che si era alzato ed era entrato; se
ne resero conto solo quando, con un sorriso, ne uscì con in mano
la lettera d’assunzione.
Ovviamente, l’intero gruppo ammutolì e, furiosi, tutti
chiesero a quel giovane:
“Ragazzo, come sei riuscito a entrare prima di tutti gli altri?
Tutti noi siamo arrivati prima di te, tu eri l’ultimo della fila!
Com’è possibile che il posto ti sia stato assegnato, senza che
nessuno di noi sia stato valutato? Cos’è questa prepotenza?
Perché questa ingiustizia?”.
Al che il giovane scoppiò a ridere e disse: “Amici, perché
date la colpa a me di tutto questo? Chiunque di voi avrebbe
potuto ottenere questo posto, e probabilmente io avrei dovuto
aspettare che voi tutti foste esaminati, prima di essere preso in
considerazione.
Non avete sentito il messaggio che il telegrafo stava
trasmettendo?”.
All’unisono urlarono: “Quale messaggio? Che tipo di
messaggio?”.

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Al che il giovane disse loro: “Non eravate consapevoli dei
segnali in arrivo? I suoni tramessi dicevano con chiarezza: ‘Ho
bisogno di una persona che sia sempre attenta e presente. La
lettera di assunzione è qui pronta per chi sente questo messaggio
ed entra in ufficio prima degli altri’!”.
Anche i messaggi inviati dal divino piovono continuamente
su di noi, ogni giorno. La natura è il linguaggio con cui quei
segnali sono trasmessi. La persona che è silenziosa e attenta, che
resta sempre presente e allerta, pronta a cogliere quei segnali,
sicuramente verrà invitata a entrare.

21. Il sentiero dell’amore


Dio non è forse amore, e il cuore, immerso nell’amore, non è
forse il tempio? E non è forse dedito a una ricerca vana chi
rinuncia all’amore e si mette a cercare Dio altrove?
Un tempo ero solito pormi questa domanda, adesso lo chiedo
a te. La persona alla ricerca di Dio proclama di non aver
conseguito l’amore, eppure chi consegue l’amore realizza Dio
allo stesso tempo.
La ricerca del divino è radicata nel bisogno d’amore; d’altra
parte, è impossibile trovare il divino senza prima sperimentare
l’amore. Di conseguenza, chi si mette alla ricerca di Dio non lo
troverà, e al tempo stesso impedirà a se stesso di trovare l’amore.
Laddove chi ricerca l’amore alla fine lo troverà e, al tempo stesso,
arriverà anche a scoprire Dio.
L’amore è il sentiero, l’amore è la porta, l’amore è l’energia
che mette in moto i piedi; l’amore è la sete della vita e, infine,
l’amore è la realizzazione della vita. In verità, l’amore è Dio.
Io ti invito a dimenticare Dio e a trovare l’amore. Dimentica i

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templi e ricerca nel tuo cuore; infatti, se Dio esiste, si trova lì. Se
è mai possibile dare una raffigurazione di Dio, quella è l’amore.
Purtroppo quell’immagine è andata perduta tra gli idoli di pietra.
Se mai è possibile l’esistenza di un tempio, quello è il cuore; ma
il tempio del cuore è stato completamente occultato dai templi di
argilla. Dio è andato perduto negli idoli e nei templi costruiti per
lui; a causa dei suoi sacerdoti, è difficile incontrarlo. A causa dei
suoni prodotti da canti e preghiere elevati a suo nome, è diventato
impossibile udire la sua voce.
Se l’amore ritorna nella vita dell’uomo, anche Dio vi ritornerà
accompagnandosi a lui.
Un uomo molto istruito andò a far visita a un mistico. Sulla
testa si portava un grosso fardello di testi sacri, era così pesante
che, quando arrivò alla capanna del santo, era allo stremo delle
sue forze. Non appena arrivò, chiese al mistico: “Cosa devo fare
per incontrare Dio?”.
In testa portava ancora quel fagotto di scritture.
Il mistico disse: “Amico mio, prima di tutto, devi liberarti da
quel peso”.
Il letterato era profondamente restio a farlo; però si fece
coraggio e mise a terra il suo fagotto. Non c’è dubbio che occorre
un coraggio indomito per liberarsi dai pesi che opprimono la
propria anima! D’altra parte, pur avendolo fatto, lo studioso
continuava a tenere una mano sul suo carico.
Il mistico disse: “Amico mio, devi allontanare anche quella
mano”.
Quell’uomo doveva essere molto coraggioso, perché
facendosi forza e usando tutta la sua energia, ritrasse anche la
mano dal mucchio.
A quel punto il mistico disse: “Hai familiarità con l’amore? I

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tuoi piedi hanno mai percorso il sentiero dell’amore? Se non è
accaduto, va’ ed entra nel tempio dell’amore: vivilo e conoscilo,
poi torna indietro. Posso assicurarti che, quando l’avrai fatto, io
ti condurrò a Dio”.
Lo studioso tornò a casa. Era partito come un uomo di cultura
ma non lo era più; si era lasciato alle spalle la sua raccolta di
sapere. Di certo quell’uomo era un’eccezione ed era benedetto;
infatti, è più facile rinunciare a un trono che abbandonare il
sapere.
Dopotutto, il sapere è l’estremo sostegno dell’ego; ma per
conseguire l’amore è necessario perdere ogni conoscenza.
L’odio è l’opposto dell’amore. L’ego è il nemico principe
dell’amore, e l’odio è una delle sue creature: attaccamento,
distacco, desiderio, voler essere libero da ogni desiderio, avidità,
odio, gelosia, rabbia, rancore… sono tutti figli suoi! La famiglia
dell’ego è molto numerosa.
Il mistico accompagnò quell’uomo fino ai margini del
villaggio e poi lo salutò.
Quell’uomo se lo meritava: il mistico si compiacque del suo
coraggio. Infatti, là dove è presente il coraggio, è possibile la
nascita della religiosità: il coraggio porta alla libertà, e la libertà
porta faccia a faccia con la verità.
Poi passarono dieci anni. Il mistico era stanco di aspettare il
ritorno di quell’uomo, che ancora non si presentava. Alla fine,
stanco di attendere, andò a cercarlo; e alla fine lo trovò: era
completamente perso in se stesso, e danzava in un villaggio. Era
addirittura difficile riconoscerlo: la felicità l’aveva ringiovanito.
Il mistico lo fermò e gli chiese: “Perché non sei tornato? Mi
sono stancato di attenderti, ragion per cui mi sono messo in
viaggio io, per venirti a cercare. Non vuoi più ricercare Dio?”.

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L’uomo rispose: “No, per niente! Nel momento in cui ho
scoperto l’amore, proprio nello stesso istante ho trovato anche
Dio”.

22. Le tante forme di autoinganno


Una donna mi ha chiesto: “Voglio cambiare me stessa. Cosa
dovrei fare?”.
Le ho detto che la prima cosa da evitare era cambiare ciò che
si indossa; infatti, ogni volta che sopraggiunge un momento di
rivoluzione nella vita di una persona, la sua mente si intestardisce
nel voler cambiare i propri abiti.
La cosa è comoda per la mente, è lì che dimora ogni
sicurezza: cambiando gli abiti, la mente non muore; al contrario,
indossando abiti nuovi al posto di quelli vecchi, ormai usurati,
prolunga la sua vita.
Cambiando i vestiti non si verifica alcun cambiamento
interiore; al contrario, si prova un senso di appagamento, e quella
soddisfazione di sé è suicida.
Quella donna mi chiese a quali abiti mi riferissi.
Esistono molti tipi di abiti e molte forme di autoinganno: si
dovrebbe stare attenti a tutto ciò che si indossa come una
copertura. Qualsiasi cosa copra la realtà del sé serve soltanto a
ingannarlo; io do il nome di abiti a quelle cose! Se un uomo è un
peccatore, indossa gli abiti della virtù; se un uomo è violento,
indossa gli abiti della nonviolenza; se un uomo è ignorante, si
rimpinza di parole e scritture, e si riveste di quel sapere. È un
vecchio trucco della mente irreligiosa indossare gli abiti della
religione, per poterne scappare via.
Chiesi a quella donna se non riusciva a vedere che quanto le

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avevo detto stava accadendo proprio intorno a lei. Al che, lei ci
pensò un attimo e disse: “Voglio farmi suora”.
Le dissi che così aveva già segnato la sua sconfitta; quella
scelta rendeva già evidente che era iniziato il cambio degli abiti!
Ogni volta che una persona vuole essere qualcosa, la mente
ha già iniziato a tessere la sua trama. La mente brama
ardentemente essere qualcosa; questa ambizione aspira a scappare
da ciò che è reale, per rifugiarsi dietro a cose che non esistono:
gli ideali sono i genitori di tutto ciò che nasconde e maschera.
Chiunque voglia conoscere la verità – e nessuna religione
autentica è possibile senza conoscere la verità – deve
comprendere ciò che di fatto esiste. Una rivoluzione porta dei
frutti non a causa di un’ambizione che spinge a essere qualcosa
che non esiste, ma solo quando rivela ciò che esiste veramente.
Nel momento in cui una persona giunge a conoscere la piena
verità del proprio sé, proprio quella conoscenza diventa una
rivoluzione. Nella rivoluzione prodotta dalla conoscenza non
esiste alcuna distanza temporale; laddove esiste un qualsiasi
lasso di tempo, non c’è alcuna rivoluzione. In quel caso si sta
solo cercando una maschera, un semplice cambio di abiti.
A quel punto le narrai questo episodio…
Un giorno qualcuno avvicinò Abu Hasan e gli disse: “O
sant’uomo, prediletto da Dio, mi vergogno della mia vita
peccaminosa e sono determinato a cambiare me stesso. Voglio
diventare un santo, non avrai tu pietà di me? Potresti darmi gli
abiti intrisi di santità che hai indossato finora? Indossandoli,
voglio diventare anch’io santo”. Poi appoggiò la sua testa ai piedi
di Hasan e li inondò di lacrime. Il suo desiderio era
indubbiamente profondo: quelle lacrime non lo rivelavano?
Abu Hasan rise di lui e disse: “Amico, prima che io faccia

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l’errore di darti i miei vestiti, potresti anche tu essere così gentile
da rispondere a una mia domanda? Una donna potrebbe forse
diventare uomo, indossando i suoi vestiti? Oppure è possibile che
un uomo diventi donna, indossando i suoi abiti?”.
Quell’uomo asciugò le sue lacrime. Forse era andato nel
posto sbagliato. E rispose:
“No”.
Di nuovo Abu Hasan scoppiò a ridere e disse: “Eccoti dunque
i miei vestiti. Ma che differenza potranno mai fare, anche se li
indossi? Qualcuno è mai diventato un santo semplicemente
indossando gli abiti di un sant’uomo?”.
Se fossi stato al posto di Hasan, avrei detto: “Qualcuno è mai
diventato santo solo per essere stato ispirato o spinto a
diventarlo?”.
La santità accade. È il frutto della comprensione, e ogni volta
che esiste un desiderio di essere qualcosa, non c’è alcuna
conoscenza; e questo perché una mente mossa dal desiderio
diventa irrequieta, e quando mai sarà possibile trovare
conoscenza e comprensione nell’irrequietezza?
Ogni volta che esiste un desiderio di essere una qualsiasi
cosa, si ha una fuga dal proprio sé; dunque, in che modo una
persona che scappa dal proprio sé lo potrà mai conoscere?
Ragion per cui ti dico: “Non correre, ma svegliati; non cambiare,
piuttosto vedi – infatti, chi è sveglio e vede se stesso scopre che
la religiosità si sta avvicinando alla sua porta”.
Un ricco diede una festa alla quale invitò tutti i suoi amici per
celebrare un’occasione speciale. Anche il re del Paese
partecipava, per cui la gioia del ricco era davvero stratosferica.
Ma proprio quando gli ospiti stavano iniziando a banchettare,
la sua felicità si trasformò in collera: uno degli schiavi lasciò

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cadere in piatto pieno di cibo bollente sul suo piede, e lo ustionò.
I suoi occhi fumavano di collera; di certo quello schiavo non
poteva sperare di vivere a lungo! Si mise a tremare per la paura;
d’altra parte, un uomo che sta affogando si aggrappa anche al più
esile filo d’erba, per cui cercò di difendersi citando un detto
preso dalle sacre scritture di quel Paese: “Colui che riesce a
dominare la propria ira andrà in paradiso”.
Il suo padrone le udì e, sebbene fosse davvero furibondo,
riuscì comunque a controllarsi e disse: “Non sono arrabbiato”.
Sentendo quelle parole, ovviamente gli ospiti iniziarono a
battere le mani e anche il re lo elogiò. La rabbia presente negli
occhi del ricco divenne orgoglio. Si sentì davvero esultare.
Al che lo schiavo tornò a parlare: “Il paradiso è per colui che
perdona…”.
E il suo padrone disse: “Io ti perdono”.
Negli occhi di qualcuno che è pieno di orgoglio può esserci il
perdono; l’orgoglio può essere nutrito anche dal perdono: le vie
dell’ego sono molto sottili.
A quel punto, quel ricco sembrava agli occhi dei suoi invitati
come un uomo profondamente religioso. Fino a quel momento
l’avevano conosciuto solo come un implacabile sfruttatore;
vedendo in lui questa nuova forma di alterigia, ne furono
profondamente colpiti.
Anche il re, seduto in una posizione d’onore, lo guardò come
se vedesse una persona che gli era superiore. Il ricco non
apparteneva più a questa terra, la sua testa stava toccando il cielo!
E infine lo schiavo concluse quella sentenza presa dai testi
sacri: “… perché Dio ama coloro che sono compassionevoli”.
Il ricco girò lo sguardo tutt’intorno. Nei suoi occhi c’era
sempre stata un’avidità mondana; oggi era diventata una cosa

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trascendente. Disse allo schiavo: “Va’, ti rendo libero. D’ora in
poi non sei più un mio schiavo” e gli diede anche una borsa piena
di monete d’oro.
La rabbia nei suoi occhi era diventata orgoglio, e
quell’alterigia si era trasformata in avidità!
Rabbia, avidità, odio, paura – tutte queste non sono forse
manifestazioni che scaturiscono dalla stessa fonte? E se la
religione è così a buon mercato, quale ricco non la vorrebbe
comprare? In questo caso, quella religione non poggerebbe
anch’essa sui pilastri della paura e dell’avidità?
Ebbene, ti chiedo: cosa dunque nutre l’irreligiosità? Se l’ego
è il culmine del tempio della religione, quale potrà mai essere il
culmine del tempio dell’irreligiosità?

23. La ricchezza interiore


Ero ospite nella casa di un multimilionario. Che cosa non
aveva? Eppure i suoi occhi erano deboli e spenti, era impossibile
non sentirsi toccati, guardandoli. Quell’uomo era impegnato ad
arricchirsi dal mattino a notte fonda. Tutta la sua vita era stata
spesa a contare soldi, a gestirli e a proteggerli, eppure quell’uomo
non era ricco!
Probabilmente era un semplice custode: di giorno si dava da
fare per guadagnare, le notte faceva la guardia. E proprio per quel
motivo, non riusciva neppure a dormire: quale guardiano di
patrimoni ha mai dormito? Il sonno, un sonno senza sogni, è una
ricchezza che solo persone libere dalla follia di ogni tipo di
proprietà – data dai soldi, dalla fama, dalla religione – si può
permettere. Chiunque stia partecipando a qualsiasi forma di gara
trascorre i suoi giorni e le sue notti senza un attimo di pace: nella

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mente di chi sta correndo si annida un’assoluta assenza di quiete!
Quando la mente si riposa, c’è pace e quiete.
A sera inoltrata, mi accomiatai da quel poveretto – sebbene
fosse multimilionario –
che mi ospitava, per andare a letto. Mi disse: “Anch’io voglio
dormire, ma il sonno neppure mi degna di uno sguardo! Passo le
notti tra crucci e rovelli; mi stupisco dei pensieri inutili che
corrono senza mai fermarsi nella mia testa. Non riesco a credere
al numero di cose che alimentano la mia paura. Per favore,
potresti indicarmi un modo per avere un sonno salutare e
tranquillo? Cosa dovrei fare? Sto impazzendo!”.
Che metodo potevo mai suggerirgli? Conoscevo la sua
malattia: era quella ricchezza.
La ricchezza giocava con lui di giorno e lo tormentava per
tutta la notte; e la notte è solo una reazione rispetto a ciò che
accade durante il giorno, ne è lo sviluppo.
Qualsiasi sia il problema, la sua radice sta proprio nel
ricercare all’esterno di sé una soluzione. Una simile soluzione
non fornirà mai alcuna salvezza e non farà che aumentare il
disagio. E anche dopo aver rinunciato a qualsiasi tentativo di
cercare una salvezza e una via di scampo, fino a quando non si
ritorna a se stessi, si continuerà a vivere sempre e comunque
all’interno di un sogno doloroso.
La vera salvezza, l’unico porto sicuro, esiste unicamente
all’interno del proprio essere; ma per trovarlo, è essenziale avere
il coraggio di vivere del tutto privi di sicurezza, sotto tutti i punti
di vista.
A quell’uomo raccontai una storia, poi dissi: “Va’ a dormire”
e, meraviglia delle meraviglie, ci riuscì!
Il giorno dopo aveva lacrime di gratitudine e di felicità negli

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occhi. Oggi, quando ci penso, io stesso stento a crederci: quale
magia riuscì a fare quella storia in quell’uomo?
Forse, in stati della mente particolari perfino qualcosa di
molto semplice e comune diventa straordinario.
Dev’essere successo qualcosa di simile; probabilmente una
freccia scoccata senza intenzione aveva colpito il punto giusto: di
certo quella notte quell’uomo dormì. E dopo di allora nella sua
vita iniziarono a spuntare fiori meravigliosi.
Qual era quella storia? Ovviamente, nei vostri occhi vedo
quanto è diventato intenso il desiderio di conoscerla…
C’era una volta una grande città. Un mistico andò a visitarla. I
santi vi andavano e venivano regolarmente, ma in quest’uomo
c’era qualcosa di insolito. Migliaia di persone raggiungevano la
sua capanna, e chiunque vi si avvicinava tornava avvolto dalla
stessa fragranza e freschezza che si prova quando ci si immerge in
cascate che zampillano tra le rocce, oppure nell’assoluto silenzio
di una foresta, o sotto le stelle durante la notte.
Anche il nome di quel sant’uomo era insolito: Koti Karna
Shrone. Era stato molto ricco prima di darsi all’ascetismo e aveva
l’abitudine di portare alle orecchie orecchini che valevano
milioni. Ed era per questo che veniva chiamato Koti Karna:
orecchie da dieci milioni.
Possedeva denaro a profusione ma, quando scoprì che la sua
povertà interiore non se ne andava, divenne ricco rinunciando a
quelle ricchezze. Ed era solito ripetere la stessa cosa alle altre
persone; e la musica che accompagnava ogni suo respiro ne dava
testimonianza; la pace che fluiva dai suoi occhi ne era testimone;
la felicità che si riversava dalle sue parole e dai suoi silenzi erano
la sua prova. Se la mente è matura, allora la libertà dalla
ricchezza, dalla fama, dallo status sociale e dall’ambizione

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diventa qualcosa di facilissimo. Dopotutto, quelle cose non sono
altro che giochi per bambini.
Migliaia di persone si erano raccolte fuori dalla città per
vedere e ascoltare questo Shrone. Ascoltandolo, la mente della
gente si acquietava, simile al guizzare della fiamma di una
candela, in un luogo senza vento. Tra quella folla c’era anche una
donna molto devota di nome Katiyani. Quando scese la sera,
disse alla sua serva: “Torna a casa e accendi le lampade nella mia
dimora. Non voglio alzarmi e lasciare queste parole colme di
nettare”.
Quando la serva arrivò a casa, scoprì che era in corso una
rapina: i ladri stavano raccogliendo il loro bottino all’interno, e il
loro capo era all’esterno, a fare il palo.
La serva tornò immediatamente da Katiyani, e il capo dei ladri
la seguì. La donna si avvicinò a Katiyani e con apprensione le
disse: “Signora, in casa ci sono dei ladri!”. Ma Katiyani non le
prestò alcuna attenzione: era persa in un altro mondo, e continuò
ad ascoltare ciò che stava sentendo, continuò a vedere ciò che
stava vedendo, e rimase seduta dov’era… era in un altro mondo!
Dai suoi occhi scorrevano lacrime d’amore. La serva si agitò
ancora di più e la scosse, dicendo: “Padrona, o padrona mia! I
ladri stanno svaligiando la casa. Stanno portando via tutti i tuoi
gioielli!”.
Katiyani aprì gli occhi e disse: “O stolta, non ti preoccupare;
perché ti agiti tanto?
Lascia che portino via ciò che vogliono: tutti quei vestiti e
quei gioielli sono cose irreali.
Sembravano reali perché vivevo nell’ignoranza. Il giorno in
cui anche gli occhi di quei ladri si apriranno, vedranno anche loro
che sono cose del tutto prive di realtà. Non appena i tuoi occhi si

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aprono, ecco che scopri il vero oro, qualcosa che non può essere
rubato né esserti sottratto. Io sto vedendo quell’oro: un oro che è
all’interno del proprio essere”.
La serva non riuscì a capire nulla di tutto ciò. Era allibita, era
senza parole: cos’era successo alla sua padrona? Invece, il cuore
del capo dei ladri ne fu toccato, come se dentro di lui si fosse
aperta una porta, come se nella sua anima si fosse accesa una
lampada fino a quel momento spenta.
Tornò indietro e disse ai suoi amici: “Compagni, lasciate qui
tutte queste cose. Tutto questo oro e questi gioielli sono privi di
realtà. Venite con me, cerchiamo anche noi quella ricchezza che
la padrona di questa casa ha trovato, e che l’ha portata a
riconoscere che oro e gioielli sono irreali! Anch’io ho sempre
cercato quell’oro, e non è lontano; è vicinissimo: è all’interno di
se stessi”.

24. La via verso la pace


Dopo aver studiato tutti i testi sacri, Kach, il figlio del saggio
Brihaspati, tornò alla casa del padre. Conosceva tutto ciò che era
possibile conoscere! Eppure la sua mente non riusciva a darsi
pace; il desiderio di piaceri lo agitava, il fuoco dell’orgoglio lo
inquietava.
Era andato alla ricerca della conoscenza solo per liberarsi da
tutto ciò, ma l’inquietudine era comunque presente, e in più,
proprio il peso del suo sapere l’aveva ingigantita.
È proprio ciò che accade. Che connessione potrà mai esserci
tra conoscere i testi sacri e l’insorgere della pace interiore? Tra le
due cose non esiste alcun legame diretto; anzi, al contrario, quel
tipo di sapere amplifica l’ego e spalanca le porte

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dell’inquietudine, fino a quel momento socchiuse.
D’altra parte, è giusto definire tutto ciò “conoscenza”, se non
è in grado di portare alcuna quiete? La vera conoscenza, il
conoscere, procura pace e leggerezza: può, dunque, essere
chiamato conoscenza ciò che genera inquietudine e pesantezza?
L’ignoranza è una sofferenza; ma se anche la conoscenza è
una sofferenza, dove mai si potrà trovare la felicità? Se la
conoscenza non procura alcuna quiete, forse sarà davvero
impossibile trovarla. Se la pace non si può trovare neppure sulla
soglia della verità, dove mai la si potrà trovare? Ma esiste una
qualsiasi verità nei testi sacri?
Tutti questi interrogativi affioravano nella mente di Kach,
simili a una tempesta. Era davvero tormentato da quei dilemmi, e
disse al padre: “Ho letto tutte le scritture. Ho appreso dal mio
insegnante tutto ciò che è possibile imparare; ma in tutto questo
non ho trovato pace alcuna: sono preoccupato e inquieto. Adesso,
per favore, mostrami la via verso la pace. Cosa dovrei fare per
trovare quiete?”.
Ciò che dice è esatto: la pace non si trova – né può essere
trovata – nelle sacre scritture; né può esserti data da un qualsiasi
insegnante. Non è qualcosa che si può trovare all’esterno; anzi,
non c’è altro modo di scoprirla che non sia tramite il proprio sé.
E cosa disse Brihaspati a Kach? Gli disse: “La pace può
essere trovata nella rinuncia”.
L’aspirazione alla verità di Kach non era semplice curiosità:
era il desiderio più profondo della sua vita. Per cui rinunciò a
ogni cosa, scelse la più assoluta rinuncia: per anni ridusse i suoi
averi a un semplice perizoma. Si dedicò a pratiche ascetiche e a
digiuni, privando il corpo di ogni cosa.
Gli anni passarono, ma Kach non riusciva a sentire il minimo

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segno che la pace si stava avvicinando a lui. Alla fine rinunciò
anche a quel perizoma, e iniziò a vivere nudo: pensava che, forse,
anche quell’attaccamento a un perizoma ostacolava il suo
cammino.
Adesso la sua rinuncia era indubbiamente completa, ma
ancora la pace gli era ignota.
A un certo punto, si predispose alla risoluzione finale: pensò
che forse era il corpo stesso a essere l’ultimo ostacolo, che
rappresentasse un desiderio di restare aggrappato.
In verità, tutte quelle penitenze e tutti quei digiuni avevano
letteralmente prosciugato il corpo che ora esisteva solo di nome;
d’altra parte, anche così era comunque presente.
Kach decise di mettervi fine. Accese un fuoco e si preparò a
rinunciare al suo corpo: qualsiasi fosse il prezzo, doveva trovare
la pace! Per conseguirla, era pronto ad abbracciare perfino la
morte. E quando la pira iniziò ad animarsi, Kach andò a cercare il
padre per chiedergli il permesso di gettarsi tra quelle fiamme. Ma
il padre, ridendo, lo fermò e gli disse: “O folle! Cosa otterrai mai,
rinunciando al corpo? Fino a quando la mente è piena di desideri,
e vi è stata attaccata così a lungo, bruciando il corpo non si
ottiene nulla: i desideri continueranno sempre a cercare nuovi
corpi, e l’ego troverà sempre nuove dimore. Ragion per cui, la
rinuncia al corpo non è affatto una rinuncia. La vera rinuncia è la
rinuncia della mente, ed è nella rinuncia della mente che dimora
la pace, perché la quiete è data dalla libertà dalla mente”.
Per qualche istante Kach rimase senza parole. Simile a una
persona che non sa cosa fare, chiese: “Ma com’è possibile
conseguire la rinuncia della mente?”.
Forse anche tu mi stai facendo la stessa domanda: chiunque
sia alla ricerca della pace si confronta con questa difficoltà di

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fondo. Chiunque sia impegnato nella ricerca della verità e della
liberazione porta in sé questo interrogativo. La mente in quanto
tale è l’ostacolo, la mente in sé è inquietudine!
In cosa consiste questa mente? La mente non è forse il
desiderio di essere qualcosa?
Per un momento, per favore, esci dal tuo sonno e osserva
questa verità: la mente in quanto tale non è forse il desiderio di
un’identità, la corsa per essere qualcuno, la sete di essere
qualcosa?
Se non esiste la sete di conquistare alcunché, dov’è la mente?
Se, anche solo per un istante, io sono presente, sono ciò che
sono, e in me non esiste alcun desiderio di essere alcunché,
all’infuori di ciò che sono, dov’è mai la mente? E se questo è
vero, come può la mente in quanto tale ricercare la pace e la
verità? È proprio quella mente a ricercare la pace, dunque anche
il desiderio è presente; ebbene, chi vuole essere in pace? Chi
vuole trovare la verità? Chi è tanto desideroso di salvezza? Non è
forse proprio quella stessa mente? E se tutto questo è la mente,
allora in che modo ce ne potremo liberare?
In realtà, la rinuncia della mente non può essere conseguita
con tentativi o sforzi di sorta, fatti dalla mente stessa, perché
qualsiasi tentativo fatto dalla mente alla fine potrà solo
rafforzarla e darle più potere; ed è proprio ciò che accadrà.
Qualsiasi azione portata avanti dalla mente non è che una
conseguenza e una ricerca di realizzare i propri desideri. Come
risultato, è del tutto naturale che venga nutrita dalle sue azioni e
si rafforzi.
Ecco perché è impossibile liberarsi dalla mente tramite azioni
compiute dalla mente stessa: come potrebbe mai la mente essere
responsabile della propria morte? Lotta e si dibatte nei desideri di

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questo mondo, ma si anima anche grazie al desiderio della
liberazione.
La stessa cosa che esiste nel mondo esiste nella religione:
proprio quella stessa mente che ricerca il mondo e i suoi piaceri,
non riuscendo ad aver successo nel mondo, frustrata e annoiata,
inizia ad aspirare alla pace e alla verità. La mente è la stessa,
perché di fondo il desiderio è lo stesso.
Là dove esiste il desiderio, esiste la mente. Il desiderio è il
mondo, e anche la rinuncia è desiderio: qualsiasi rinuncia, ogni
volontà di abbandonare il mondo, è frutto del desiderio. Si tratta
soltanto di reazioni all’indulgere nei piaceri del mondo – ma
finché esiste una reazione, non c’è alcuna libertà. Ogni volta che
un’azione è di fatto una reazione a qualcosa, vi è legata, ne è una
diramazione; è soltanto una forma diversa, di fatto è quella stessa
cosa.
Anche la rinuncia è un indulgere. La rinuncia è di per sé
qualcosa di mondano: che si tratti di indulgere nei piaceri del
mondo o di rinuncia, di votarsi all’ascetismo, la forma originale
della mente – l’essenza di ciò che è la mente – resta in entrambi i
casi del tutto indisturbata.
Il desiderio è la vita della mente. La sete di essere qualcosa,
di ottenere qualcosa, di arrivare da qualche parte sono le sue
stesse fondamenta; ecco perché non si trova pace alcuna né
nell’indulgere né nel rinunciare.
La pace esiste, ed esiste soltanto allorché la mente non è
presente: la presenza della mente implica l’inquietudine;
l’assenza della mente è quiete. Là dove la mente non esiste, esiste
ciò che è reale. D’altra parte, tu chiederai: “Come può
accadere?”.
Amico mio, non chiederlo, perché è proprio la mente a

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chiederlo! La ricerca di un “come” appartiene alla mente. La
ricerca di strategie e mezzi sono proprietà della mente.
La ricerca tesa a essere qualcosa appartiene alla mente; è lei
che non smette di chiedere:
“Come?”.
No, non chiederlo, osserva invece quali sono le vie della
mente: con quali strategie si integra? Con quali metodi migliora?
Con quali metodologie si rafforza? Di certo, le sue strade sono
molto sottili: svegliati e riconosci queste vie! Non fare nulla, ma
resta semplicemente sveglio: osserva e sii attento e presente alle
sue manifestazioni e alle sue sottomanifestazioni.
Comprendi la mente; riconoscila nella sua totalità. Sii sveglio
alle sue azioni e alle sue reazioni, ai suoi attaccamenti e al suo
distaccarsi, a ciò che le piace e a ciò che non le piace: fa’ in modo
di ricordartelo in ogni istante; fa’ in modo di non dimenticartene.
L’attenzione a tutto ciò dev’essere naturale, i nostri occhi
devono focalizzarsi automaticamente su tutto ciò. Una
rivoluzione accadrà solo tramite una comprensione e una
conoscenza libere da qualsiasi tensione o da qualsiasi
concentrazione. Di fatto, comprendere tutto questo è rivoluzione.
Conoscendo la mente, la mente di per sé scompare.
Imparando a riconoscerla, decade; e questo perché la conoscenza
e l’essere consapevoli di qualcosa non sono desideri: non
implicano alcuna gara per arrivare a essere, o non essere,
qualcosa.
Questo non è altro che un semplice essere svegli, attenti e
presenti, rispetto a qualcosa che esiste e che sta accadendo. Il
desiderio è sempre proiettato nel futuro, la conoscenza è sempre
nel presente. Ecco perché l’avvento della conoscenza è un dire
addio al desiderio: conoscere la mente è libertà dalla mente.

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Ricorda che questo non è libertà della mente, è libertà dalla
mente in quanto tale, ed è in questa luce sconfinata di libertà che
si conosce l’essenza divina.

25. Stranieri in terre straniere


Dal mattino a notte fonda vedo centinaia di persone che
passano il tempo a calunniarsi a vicenda. Quanto velocemente
giudichiamo gli altri! In realtà, nulla è più difficile del giudicare
qualcun altro. Forse nessuno, fatta eccezione per Dio, ha il diritto
di giudicare qualcun altro; infatti, chi altri, all’infuori di Dio,
possiede la pazienza necessaria per giudicare una persona, un
essere umano piccolo e del tutto ordinario?
Ci conosciamo forse tra di noi? Perfino coloro che sono
molto intimi in realtà si conoscono davvero? Non è forse vero che
perfino gli amici continuano a essere degli sconosciuti, se non
totalmente estranei?
Eppure noi pretendiamo di capire perfino ciò che non
conosciamo e, rispetto agli altri, prendiamo sempre decisioni
repentine! Questa fretta è davvero ripugnante. E, d’altra parte, la
persona che continua a pensare agli altri si scorda completamente
di pensare a se stessa.
Una simile furia rivela un’assoluta ignoranza, perché con la
conoscenza sopraggiunge la pazienza: la vita è molto misteriosa,
e coloro che si abituano a prendere decisioni affrettate, senza
pensare con oculatezza, mancano proprio questa comprensione.
Ho sentito una storia, riferita alla Prima guerra mondiale.
Un comandante disse ai suoi soldati: “Uomini, occorrono
cinque volontari per una missione molto pericolosa. Pertanto,
coloro che sono pronti a rischiare di loro volontà facciano due

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passi avanti!”.
Aveva appena finito di parlare, quando sopraggiunse un uomo
a cavallo che lo distrasse: doveva consegnargli un messaggio
urgente!
Dopo aver letto il messaggio, il comandante alzò gli occhi
verso gli uomini della sua unità, e scoprì che le file erano ancora
serrate; per cui andò su tutte le furie. I suoi occhi fremevano,
mentre urlava: “Razza di codardi, smidollati! Tra tutti voi non c’è
neppure un vero uomo?” e continuò a sbraitare insulti,
minacciando punizioni severe.
Non si era accorto che non solo uno, ma tutti quei soldati
avevano fatto due passi avanti, ricomponendo così le file!

26. Nuotare con l’esistenza


Un giorno, mi sono seduto sul ciglio della strada. Stando
seduto sotto l’ombra maestosa di un albero, ho iniziato a
osservare i passanti.
Vedendoli, nella mia mente sono passati alcuni pensieri: tutti
stavano correndo da qualche parte – bambini, giovani, anziani,
donne, uomini –, tutti non facevano altro che correre da una parte
all’altra. I loro occhi sembravano cercare qualcosa e i loro piedi
erano impegnati in un viaggio che si rivelava lungo… ma dove
stavano correndo? Qual era il loro scopo e, alla fine, avrebbero
davvero potuto dire di essere arrivati da qualche parte?
Lo stesso pensiero sorge in me, quando vedo voi. E quando
questo pensiero mi prende, un dolore fortissimo mi colpisce,
perché so che non arriverete da nessuna parte.
Non ci arriverete, perché le vostre menti e i vostri piedi
stanno correndo nella direzione opposta all’esistenza.

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Il segreto dell’arrivare da qualche parte nella vita è questo: ci
si deve muovere in direzione dell’esistenza. Tranne questo,
nessuna direzione, nessuna strada conducono da qualche parte.
Nuota in direzione dell’esistenza; nuotando in direzione
contraria, una persona può soltanto andare in pezzi e distruggere
se stessa.
Qual è la paura dell’essere umano? Qual è il suo cruccio?
Qual è la sua sofferenza?
Qual è la sua morte? Ho visto che tutti i nostri guai sono
sollecitati dai nostri vani tentativi di nuotare contro il fluire
dell’esistenza. L’ego è sofferenza, l’ego è una malattia; e questo
perché l’ego si muove in direzione opposta all’esistenza, e
l’opposizione all’esistenza è opposizione al sé.
Ho sentito raccontare una storia…
Il pilota di un aeroplano stava volando a circa
duecentocinquanta chilometri orari.
All’improvviso si ritrovò assalito da un vento fortissimo, un
uragano contro il quale non poté fare nulla, sebbene volasse a
duecentocinquanta chilometri all’ora. Infatti, quella era anche la
velocità del vento, ma in direzione opposta alla rotta
dell’aeroplano! La vita del pilota, intrappolato in quell’uragano,
era in pericolo; sembrava impossibile pensare di poter atterrare
sani e salvi. E la cosa strana era che tutte le parti dell’aereo
funzionavano perfettamente, e il motore andava a pieno regime;
eppure non riusciva ad avanzare di un solo metro.
In seguito, il pilota disse: “È stata un’esperienza stranissima:
non muoversi affatto, pur volando a duecentocinquanta chilometri
l’ora! Andavo velocissimo, ma non riuscivo ad arrivare da
nessuna parte!”.
Non è forse vero che muoversi in contrasto con se stessi non

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porta da nessuna parte?
Nella vita, la felicità appartiene a coloro che vivono nel
proprio sé, conoscono il proprio essere e lo realizzano.
E non è forse vero nella vita, e non sta accadendo anche nella
vostra, che quanti non si muovono nella stessa direzione
dell’esistenza scoprono che di certo si stanno muovendo, eppure
non arrivano da nessuna parte?
Il divino è l’implicita esistenza del sé, l’esistenza non è altro
che la forma del sé.

27. Imperatori, non schiavi


Amici, cosa insegno? Io insegno un piccolo segreto. Insegno
il segreto di diventare un imperatore nel mondo. E quale segreto
può essere più grande di questo minuscolo segreto?
Voi potreste chiedere: “Com’è possibile che tutti diventino
imperatori, in questo mondo?”. Io affermo che è possibile: esiste
un impero immenso dove tutti sono imperatori. D’altra parte,
chiunque conosciamo in questo mondo è un semplice schiavo.
Perfino coloro che vivono nell’illusione di credersi imperatori
non sono altro che schiavi.
Così come esiste un mondo fuori dall’uomo, ne esiste uno
dentro di lui: nel mondo esteriore nessuno è mai stato un
imperatore, sebbene la maggior parte della gente lotti unicamente
per diventarlo.
Forse anche tu partecipi a quella stessa lotta, fai parte di
quella stessa competizione?
D’altra parte, chi vuole diventare un imperatore, ovvero
governare non il mondo ma il sé…
Gesù ha detto: “Il regno di Dio è dentro di te”.

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Ma non sai che quanti hanno conquistato regni nel mondo
esteriore hanno perduto il sé? E come potrà mai qualcuno che ha
perso se stesso diventare un imperatore? Per essere un
imperatore, è fondamentale, quantomeno, conoscere se stessi.
No! No! Il mondo esterno può soltanto condurre
profondamente alla povertà. In quel mondo, coloro che sembrano
imperatori sono schiavi dei loro stessi schiavi.
Desideri, bramosie e ambizioni non permettono alcuna
libertà. Al contrario, ti stringono nei legami più impercettibili
eppure più forti. Non sono mai state create catene – né se ne
potranno mai creare in futuro – che siano più forti delle catene
dei desideri. In realtà, non esiste acciaio che sia più forte di quei
vincoli: come potrà mai una persona legata da queste catene
invisibili diventare un imperatore?
Si narra di un re, Federico il Grande di Prussia. Una sera,
fuori dalla capitale, si imbatté
in un vecchio. Il sentiero era stretto e l’oscurità della sera
aveva ormai oscurato ogni cosa.
Furioso, Federico chiese a quel vecchio: “Chi sei?”.
Il vecchio rispose: “Un imperatore”.
Federico domandò, meravigliato: “Un imperatore?” e a quel
punto ironizzò: “E qual è il tuo regno?”.
Al che il vecchio rispose: “Il mio stesso essere”.
Di certo, coloro che governano il proprio essere sono
indubbiamente imperatori.

28. Indifferenza verso la religione


In cosa consiste l’indifferenza verso la religione? E come mai
sta aumentando ogni giorno che passa?

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Ho sentito questa storia…
C’era una volta un villaggio. I suoi abitanti erano persone
molto semplici; ogni volta che qualcuno diceva loro qualcosa,
l’accettavano.
Fuori dal villaggio si ergeva una statua della loro divinità. Un
santo comparve in quel villaggio, riunì tutti gli abitanti e disse
loro: “Questo è male, qualcosa di davvero malvagio! O stolti, voi
vivete al riparo dell’ombra, eppure lasciate la vostra divinità in
pieno sole? Costruite un tetto sopra la sua testa, non vedete
com’è furioso il vostro Dio?”.
Quelle persone erano molto povere, ma in qualche modo,
riducendo un po’ i loro tetti, riuscirono a costruire un tetto per la
loro divinità. Non appena fu terminato, il santo se ne andò: era
responsabile non di uno, ma di parecchi villaggi; c’erano
parecchie divinità, e lui si era preso la responsabilità di fornire a
tutte un degno riparo.
Dopo qualche giorno, un altro santo si presentò al villaggio:
quando vide quel tetto sopra la testa della divinità, ne fu
sconvolto. Radunò tutti gli abitanti e mostrò loro la sua tempra,
dicendo: “Questo è davvero male, o stolti! Perché avete costruito
un tetto sopra il vostro Dio? Ha forse bisogno di un riparo? Se
scoppiasse un incendio, ne sarebbe deturpato; svelti, smantellate
questo scempio!”.
Quei contadini rimasero allibiti, ma cos’altro potevano fare?
Qualsiasi cosa dica un santo è sempre giusta; e se non accetti le
sue parole, ti può creare guai maledicendoti, e quelle maledizioni
ti possono perseguitare per intere incarnazioni, oppure trascinarti
all’inferno. Dio è nelle mani dei santi, pertanto qualsiasi cosa
dicano va fatta!
Quella povera gente smantellò il tetto e lo gettò via. Il lavoro

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di tanti giorni, l’energia e le risorse che avevano impiegato
andarono totalmente sprecate. Ma di certo, qualsiasi cosa era
successa, erano comunque fortunati: si stavano risparmiando la
vergogna di aver costruito un tetto sopra la testa della loro
divinità!
Dopo che il tetto fu smantellato, quel santo se ne andò in un
altro villaggio. Dopotutto, non ne aveva un solo da accudire; ce
n’erano parecchi: esistevano un’infinità di divinità, ed era una
sua responsabilità mantenerle tutte libere da qualsiasi protezione.
Poco tempo dopo, di nuovo in quel villaggio comparve un
altro santo. Ma a quel punto i contadini si erano fatti furbi, e
neppure per sbaglio percorrevano il sentiero che portava alla
statua del loro Dio. Non sapevano quali altri guai avrebbe potuto
creare, per cui avevano smesso di andare in quella direzione!
Mi rendo conto che quanto è accaduto in quel villaggio è
successo in tutto il mondo. I santi hanno fatto qualcosa di
davvero perverso e malsano, e hanno radicato nella mente della
gente paure così profonde – e tutto questo è stato fatto in nome
della religione – che non stupisce che le persone abbiano smesso
di muoversi verso il divino.
L’indifferenza nei confronti della religione in ultima analisi è
indifferenza alle paure e alla cecità delle professioni di fede
diffuse da quei presunti santi.
L’indifferenza nei confronti della religione è indifferenza allo
sfruttamento, all’ipocrisia e alla stupidità che si presenta con le
fattezze della religione.
L’indifferenza nei confronti della religione è indifferenza per
tutte quelle sette che sono diventate falsi surrogati della
religiosità.
L’indifferenza nei confronti della religione è indifferenza

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all’odio, alle gelosie e all’inimicizia che quelle sette creano.
L’indifferenza nei confronti della religione non è indifferenza
alla religiosità, di fatto è indifferenza per tutto ciò che non è
religione.

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29. Prima scopri il problema
Il primo ministro di un re era morto, per cui al re si presentava
il difficile problema di trovare la persona più intelligente del
Paese, per farne il nuovo primo ministro.
Al termine di diverse prove, vennero selezionate tre persone:
tra queste si doveva ancora scegliere chi eleggere.
Un giorno, prima della prova finale, si diffuse la voce che il re
avrebbe chiuso i candidati in una stanza, la cui serratura era stata
ingegnosamente fabbricata dai migliori artigiani locali e che solo
un uomo davvero abile sarebbe riuscito ad aprirla, richiedeva
infatti di essere abilissimi in matematica. Due di quei tre
candidati non riuscirono a dormire, rosi dalla preoccupazione e
dall’eccitazione: passarono la notte a studiare libri e serrature,
cercando di memorizzare numeri e formule matematiche.
Ancor prima che sorgesse il sole, erano così carichi di
formule che era ormai impossibile per loro sommare due più due!
Incamminandosi verso il palazzo, nascosero sotto gli abiti alcuni
libri di geometria, pensando di poterne aver bisogno. Ai loro
occhi si sentivano preparatissimi, anche se erano stati svegli tutta
la notte a studiare libri, per cui le loro menti non erano così
lucide e anche i loro piedi si muovevano incerti, quasi fossero
ubriachi.
I trattati e il sapere hanno i propri modi di intossicare.
Comunque, a entrambi il terzo uomo, che aveva dormito pacifico
per tutta la notte, sembrava un pazzo: cos’altro rivelava il suo
modo di muoversi così spensierato? Entrambi avevano riso, e
ancora sorridevano, di questa sua stoltezza.
Non appena arrivarono a palazzo, si resero conto che tutte le

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voci sentite erano sicuramente vere. Vennero immediatamente
chiusi in una stanza enorme, dove spiccava la serratura tanto
decantata: per quell’epoca, quel lucchetto era l’invenzione più
eccelsa di sapienza meccanica. Era davvero stato costruito su basi
matematiche, e si presentava come un puzzle difficilissimo, che
poteva essere risolto solo con esercizi di alta matematica.
Tutte queste cose erano giunte a loro come pettegolezzi, ma i
disegni geometrici e i segni matematici presenti su quel lucchetto
ne erano la prova evidente. E, mentre venivano chiusi nella
stanza, ai tre uomini fu detto che il primo in grado di aprire la
serratura e a uscire sarebbe stato insignito della carica di primo
ministro dal re in persona.
I due che avevano studiato tutta la notte, iniziarono subito a
studiare quei segni sul lucchetto e a fare calcoli matematici. Nel
frattempo, si misero anche a consultare i testi che si erano portati
dietro: era inverno e dalle ampie finestre un vento mattutino
soffiava aria gelida, eppure le loro fronti erano sudate. Il tempo
era poco, il problema di come aprire quella serratura davvero
complesso; in breve, la loro vita futura sarebbe stata decisa: le
loro mani tremavano e il respiro era affannato. Scrivevano una
cosa e calcolavano qualcos’altro…
Invece, l’uomo che aveva dormito tutta la notte non fece nulla
per studiare il lucchetto, né tirò fuori una penna, neppure si mise
a risolvere problemi matematici di sorta. Si sedette
semplicemente, con pazienza, a occhi chiusi: il suo volto non
mostrava preoccupazione né eccitamento. Guardandolo, non si
aveva affatto l’impressione che pensasse a qualcosa; tutto il suo
essere, l’intera sua presenza, sembrava la fiamma immobile di una
lampada posta in una stanza priva di vento. Era assolutamente
calmo, silenzioso e svuotato.

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Poi, all’improvviso, si alzò e con passo del tutto naturale e
tranquillo si mosse lentamente verso la porta della stanza.
Quindi, molto lentamente, abbassò la maniglia della porta e, cosa
sorprendente, scoprì che era aperta!
Il lucchetto e l’intera storia costruita intorno alla sua
complessità erano stati solo un inganno. Ma i suoi due compagni,
impegnatissimi a risolvere problemi matematici, non si accorsero
di nulla. Non si resero neppure conto che uno di loro non era più
nella stanza!
Questa notizia sorprendente li raggiunse solo quando il re in
persona entrò e disse loro: “Signori, lasciate perdere tutti i vostri
calcoli! La persona che meritava di uscire da qui l’ha già fatto!”.
Quei due poveretti non credevano ai propri occhi. Il loro
compagno, per loro indegno di qualsiasi rispetto, era ritto di
fianco al re. Vedendoli ammutoliti, il re spiegò: “Nella vita,
questo è di importanza primaria: prima di tutto, dobbiamo
scoprire se un problema esiste veramente oppure no, verificare se
la serratura è effettivamente chiusa oppure no.
La persona che non mette a fuoco il problema, e si coinvolge
nella sua risoluzione, è ovviamente fuorviata e la sua direzione
sarà per sempre fuorviante”.
Questa storia è stranamente vera.
Ho scoperto la stessa cosa anche in relazione con Dio. Anche
le sue porte sono sempre state aperte, fin dall’inizio dei tempi, e
tutte le dicerie sui lucchetti alla porta sono assolutamente false.
D’altra parte, i candidati ansiosi di oltrepassare quei cancelli si
trascinano dietro le loro scritture per paura di quei lucchetti. A
quel punto queste scritture e questi insegnamenti diventano a loro
volta delle serrature da aprire, per loro; ragion per cui se ne
restano seduti fuori dalla porta: come potrebbero mai entrare, se

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non riescono a risolvere quei problemi matematici, con l’apporto
dei loro testi sacri?
Raramente qualcuno ha il coraggio di raggiungere quella
soglia, senza l’ausilio di scritture.
Io ci sono arrivato proprio così, e raggiungendo quella soglia
ho scoperto che, per quanto gli occhi potessero vedere, gli
studiosi se ne stavano seduti sommersi da pile di testi sacri, ed
erano così impegnati nel risolvere problemi da non riuscire
neppure a percepire l’arrivo di una persona così indegna, come lo
ero io.
Sono arrivato e ho abbassato la maniglia della porta…
scoprendo che era già aperta!
All’inizio, ho avuto la sensazione che fosse la mia fortuna,
forse i guardiani avevano commesso qualche errore. Altrimenti,
come poteva essere possibile che una persona, del tutto ignara di
qualsiasi testo sacro e priva di qualsiasi insegnamento, si
guadagnasse l’accesso nel regno della verità? Sono entrato
timoroso, ma coloro che già erano all’interno mi dissero che
quelle dicerie, sul fatto che la soglia del divino era stata serrata
dal demonio, erano solo chiacchiere prive di fondamento; infatti
le sue porte erano sempre state aperte!
Non potrebbero essere chiuse allo stesso modo anche le porte
dell’amore? Non potrebbero essere chiuse allo stesso modo anche
le porte della verità?

30. Nascita e morte: due estremi dello


stesso fenomeno
È sorprendente che l’uomo accetti la nascita ma non la morte,
laddove nascita e morte sono due estremi dello stesso fenomeno.

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La morte è nascosta all’interno della nascita; infatti, la
nascita non è forse altro se non l’inizio della morte? Dal
momento in cui si nasce in poi, opporre resistenza alla morte
comporta paura, e per paura si scappa lontano. La mente timorosa
e in fuga diventa incapace di comprendere la morte. D’altra parte,
per quanto veloce tu possa correre, è impossibile fuggire via dalla
morte; anzi, dopo aver corso in ogni direzione, alla fine si scopre
che si è raggiunta unicamente la morte.
Si narra un’antica storia…
Vishnu andò sul monte Kailash per incontrare Shiva. Fu
trasportato in volo fin lassù da Garuda, il re degli esseri alati.
Dopo che Vishnu smontò, Garuda lo aspettò al cancello; e,
mentre era lì, i suoi occhi videro una colomba tremante di paura,
seduta in cima al portone. Le chiese cosa temesse, la colomba
iniziò a piangere e disse: “Proprio di recente, il Dio della morte è
entrato in questo palazzo. Vedendomi, per un attimo ha esitato,
osservandomi con stupore, poi, con un sorriso, ha proseguito
accompagnato dai suoi accoliti. Il suo sorriso misterioso non è
altro che un segno certo della mia morte. La mia morte è ormai
vicina”. E la colomba iniziò a singhiozzare ancora più forte.
Garuda replicò: “Suvvia! Suvvia! La tua paura è inutile. Sei
ancora giovane, ragion per cui non è possibile che tu muoia di
qualche malattia. E per ciò che riguarda il timore di qualche
nemico, vieni e siediti in groppa a me. In un attimo ti posso
portare sulla collina di Lokakol, lontana milioni e milioni di
chilometri da qui; là non c’è modo che uno solo dei tuoi nemici
possa raggiungerti”.
Sentendo questa soluzione, la colomba si sentì meglio e, in
un baleno, Garuda la trasportò su una collina solitaria, lontano da
qualsiasi nemico.

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Non appena Garuda ritornò, incontrò il signore della morte
che stava uscendo dal portone. Garuda gli sorrise e disse:
“Maestà, quella colomba non è più qui. Sta vivendo senza paura
sulla collina di Lokakol, che si trova a milioni di chilometri da
qui, sono appena tornato dopo averla depositata lassù”.
Sentendo queste parole, il signore della morte rise
fragorosamente e disse: “Dunque sei tu che alla fine l’ha portata
lassù? Mi chiedevo soltanto come avesse fatto ad arrivarci: la
morsa della morte l’ha colta pochi istanti dopo esserci arrivata”.

31. Svegliarsi dal mondo dei sogni


Un giovane venne da me. Era pronto a rinunciare al mondo e,
subito dopo aver fatto tutti i preparativi necessari, si sarebbe
votato all’ascetismo. Era felicissimo, perché i suoi preparativi
erano pressoché terminati.
Udite le sue parole, iniziai a ridere e gli dissi: “Ho sentito
parlare di preparativi per affrontare il mondo, cosa sono questi
preparativi per rinunciarvi? È forse necessario pianificare e fare
preparativi anche per rinunciare? E questa rinuncia, così ben
pianificata, potrà mai essere una vera rinuncia? Non è forse
un’estensione della mente mondana?
Il mondo e la rinuncia non possono coesistere nella stessa
mente. Una mente mondana non potrà mai essere una mente che
rinuncia ai piaceri del mondo. Il passaggio dal mondo alla
rinuncia non può verificarsi senza una radicale rivoluzione nella
mente; e questa rivoluzione fondamentale è di per sé rinuncia. La
via della ricerca interiore non è un semplice cambiarsi d’abito, né
è un cambio di nome o di abitazione. È un cambio di prospettiva,
è un totale mutamento della mente, una trasformazione del sé.

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Perché accada questa rivoluzione, i modelli d’azione che nel
mondo hanno successo qui non funzionano. I calcoli e le
strategie del mondo non solo sono inutili, sono addirittura un
ostacolo per quella rivoluzione. Così come le regole dei sogni
non funzionano quando si è svegli, allo stesso modo le verità del
mondo non continuano a essere tali nel mondo della ricerca
spirituale. Dopotutto, la ricerca del Vero implica svegliarsi dal
mondo dei sogni”.
A quel punto mi fermai e guardai quel giovane. Sembrava
addolorato; forse avevo dato uno scossone ai suoi preparativi,
mentre lui era venuto da me con ben altre aspettative.
Senza dire nulla, si avviò verso l’uscita; al che gli dissi:
“Senti, ascolta ancora una storia…”.
C’era una volta un santo di nome Ajar Kaiwan. Un uomo
andò da lui nel cuore della notte e gli disse: “O benedetto, ho
fatto voto di rinunciare a tutti i piaceri di questo mondo mortale.
Ho deciso di spezzare ogni legame con questo mondo”.
Se io fossi stato là, gli avrei detto: “O stolto, colui che fa un
qualsiasi voto è un debole, e chiunque decida di rinunciare non
lo fa mai! E se anche qualcuno rinuncia, resta aggrappato all’idea
di aver rinunciato: la vera rinuncia non è mai una risoluzione
della mente ignorante; è un processo naturale di chi ha
compreso”.
Ma io non ero presente, c’era Kaiwan che disse a quella
persona: “Hai fatto la scelta giusta”.
Quell’uomo si sentì gratificato e se ne andò. Dopo qualche
giorno tornò, e disse: “Sto preparando il mio materasso e i miei
vestiti, non appena avrò raccolto le mie cose, diventerò un
monaco”.
Ma questa volta, perfino Kaiwan non poté dire che il suo

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modo di pensare era giusto; gli disse: “Amico mio, solo
rinunciando a tutto ciò che si è accumulato, qualcuno diventa un
monaco; tu, invece, ti stai preoccupando di raccogliere qualcosa!
Vattene, torna al tuo mondo. Ancora non sei nella condizione che
permette di fare una rinuncia”.

32. Riconoscersi nel divino


Quando vi vedo andare ai templi ad adorare Dio, inizio a
chiedermi se Dio esiste solo nei templi; infatti, fuori dai templi
nei vostri occhi non esiste il benché minimo bagliore
d’innocenza, né il vostro respiro è accompagnato dal suono delle
preghiere.
Fuori dai templi voi tutti siete simili a coloro che non ci sono
mai entrati: questo non dimostra la futilità dell’andare al tempio?
Com’è possibile che fuori dal tempio, anche solo sugli scalini,
possiate essere insensibili e duri; mentre all’interno siete
compassionevoli? È incredibile che menti crudeli diventino
immediatamente colme d’amore oltrepassando le porte del
tempio: com’è possibile che preghiere rivolte a Dio nascano in
cuori che non hanno alcun amore per l’universo?
La persona la cui vita non sia in sé amore non potrà mai avere
alcuna preghiera nella propria esistenza. E chi non riesce a vedere
il divino in ogni atomo non troverà mai l’essenza divina da
nessuna parte.
Accadde una notte. Un viaggiatore sconosciuto raggiunse La
Mecca stanchissimo, e si mise a dormire. Vedendo i suoi piedi
profani rivolti verso la pietra sacra della Kaaba, i preti andarono
su tutte le furie. Lo svegliarono bruscamente e gli dissero: “Non
sai che peccato hai commesso? Come hai osato insultare così la

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sacra pietra del tempio? È questo il modo di dormire? Di certo,
solo un ateo può orientare i propri piedi verso il tempio di Dio!”.
Sebbene avesse visto i loro gesti furiosi e udito i loro insulti e
i loro duri rimproveri, il viandante scoppiò a ridere e disse:
“D’accordo, orienterò i miei piedi là dove Dio non esiste; per
favore, siate così gentili da metterli in quella direzione. Per ciò
che mi riguarda, io vedo il suo tempio ovunque e in tutte le
direzioni”.
Quel viaggiatore sconosciuto era Nanak. E la sua risposta è
verissima: “Di certo Dio esiste ovunque, ma vorrei chiedervi: egli
non esiste forse anche nei vostri piedi? È anche lì. Cos’altro
esiste all’infuori di Dio? L’esistenza… ma lui è l’intera esistenza!
D’altra parte, gli occhi che lo vedono solo nei templi, nelle statue
e nei fiumi sacri spesso restano storditi quando lo vedono nella
sua pienezza”.

33. Accetta te stesso


Un giorno ero in una foresta. Era la stagione delle piogge e
gli alberi sprizzavano di gioia.
Chiesi ai miei compagni di viaggio: “Vedete quanto sono
felici gli alberi? E perché mai?
Perché sono finalmente diventati ciò che dovevano essere. Se
il seme è una cosa e l’albero aspira a diventare qualcos’altro,
nella foresta non ci sarebbe così tanta felicità; ma, poiché gli
alberi non conoscono altri ideali, sono diventati ciò che la loro
natura voleva che diventassero. L’appagamento esiste là dove lo
sviluppo è in sintonia con la propria essenza e con il proprio
essere. L’uomo è infelice perché lotta contro se stesso. Combatte
contro le proprie radici ed è costantemente in lotta per essere

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diverso da ciò che è. In questo modo perde se stesso e perde
anche quel paradiso che è un suo diritto naturale”.
Amici, non è forse desiderabile voler essere ciò che si può
essere? Non è forse desiderabile che voi lasciaste andare ogni
sforzo per evitare di essere il vostro sé? In quello stesso desiderio
non si trova forse la fonte principale di tutte le vostre miserie
esistenziali? Quale sforzo potrebbe essere più impossibile e
perdente del desiderio di essere diversi da ciò che si è?
Ciascuno di voi può essere soltanto ciò che è: nel seme è
nascosto l’intero sviluppo di un albero. Il desiderio di essere
qualcos’altro può solo portare a un fallimento. Si può solo
fallire; infatti, com’è possibile che quanto non sia nascosto nel sé
fin dall’inizio si manifesti alla fine?
La vita è una manifestazione di ciò che è velato e nascosto
alla nascita: sviluppo e crescita sono soltanto il suo disvelarsi; e
là dove ciò che è nascosto non si manifesta, si ha infelicità. Nello
stesso modo in cui una madre si ritroverebbe preda di sofferenze
insopportabili e indicibili se portasse in grembo suo figlio per
tutta la vita, allo stesso modo le persone che non diventano ciò
che era destino diventassero si ritrovano infelici.
D’altra parte, mi rendo conto che ogni persona sta
partecipando a quella stessa gara: tutti vogliono essere ciò che
non sono, ragion per cui nessuno potrà mai avere successo.
E qual è il risultato finale? Il risultato è che quella gente non
diventa ciò che avrebbe potuto diventare; e, non diventando ciò
che non potranno mai essere, quelle persone sono altresì
deprivate di ciò che sognavano di poter diventare.
Il re di una tribù andò in una grande città per la prima volta.
Voleva farsi fotografare, e fu portato in uno studio fotografico. Il
fotografo sulla porta aveva messo un cartello che spiegava: “Fatti

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fotografare come meglio credi! In posa semplice, così come sei:
10 rupie.
Come pensi di essere: 15 rupie. Come vorresti presentarti agli
altri: 20 rupie. Come avresti desiderato essere: 25 rupie”.
Quel re, nella sua semplicità fu profondamente colpito da
tutto questo e chiese chi altri poteva farsi fotografare, fatta
eccezione per persone che volevano fotografie del primo tipo.
Gli fu risposto che una persona che voleva il primo tipo di
fotografia ancora non si era presentata!
Posso chiedere a te che tipo di fotografia vorresti che ti
venisse fatta? Cosa dice la tua mente? In cuor tuo non vorresti
forse avere un’immagine dell’ultimo tipo? La cosa cambia, se non
hai abbastanza soldi con te; forse il peso delle circostanze
potrebbe fare una differenza, altrimenti, chi mai vorrebbe una
foto del primo tipo?
D’altra parte, quel re sempliciotto si fece fare una foto del
primo tipo, dicendo: “Sono venuto qui per avere una fotografia di
me stesso, non di qualcun altro”.
Un cartello simile è appeso da sempre sulla porta della vita:
Dio l’ha appeso, ben prima di creare l’uomo.
Tutta l’ipocrisia di questo mondo è nata dal desiderio di
essere diversi da ciò che si è.
Quando qualcuno fallisce nel tentativo di essere qualsiasi
altra cosa che non sia se stesso, si tiene occupato nel sembrare di
essere diverso. E questo non è forse ciò che viene chiamato
ipocrisia? E se una persona fallisce anche in questo, si altera. A
quel punto si sente libero di immaginarsi qualsiasi cosa voglia
essere. Ma che si tratti di ipocrisia o di pazzia, l’origine di
entrambe le cose sta nel rifiuto di accettare se stessi.
Il primo sintomo di una persona sana è la propria accettazione

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di ciò che è. È venuta al mondo per poter fare una foto di se
stessa, e non per avere la fotografia di qualcuno che non è. Ogni
sforzo per modellare se stessi all’interno di cornici altrui è il
segnale di una mente malata. I cosiddetti ideali insegnati
all’uomo, e le ispirazioni che gli sono state date per seguire
qualcun altro non gli permettono di accettarsi; in questo modo il
suo viaggio prenderà una svolta sbagliata fin dall’inizio.
Purtroppo questo tipo di “civilizzazione” ha afferrato l’uomo
come farebbe una malattia cronica… a che punto la gente può
diventare brutta e deforme! In loro non esiste nulla di sano o di
naturale, come mai? Perché in nome della cultura, della civiltà e
dell’educazione la loro stessa natura è stata metodicamente
massacrata. Se non si diventa consapevoli di questa cospirazione,
si verrà annientati fino alle radici stesse del proprio essere!
La cultura non è opposta alla natura, ne è lo sviluppo. Il
futuro dell’uomo non può essere determinato da alcun ideale
esteriore, ma unicamente dalla sua natura intrinseca.
In questo modo nasce una disciplina interiore che è del tutto
naturale e che apre e rivela il volto del proprio sé a tal punto da
poter percepire la verità suprema.
Ecco perché dico di prediligere ciò che si è, di accettare se
stessi, di ricercare e sviluppare il proprio essere. Fatta eccezione
per l’essere il proprio sé, non esiste alcun ideale per nessuno; né
potrebbe mai essercene alcuno. L’imitazione è un suicidio; e
ricorda che l’essenza divina non potrà mai essere trovata se si
dipende dagli altri.

34. L’altro è uno specchio


All’alba un amico è venuto a trovarmi. I suoi occhi ardevano

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di rabbia e di odio. Stava pronunciando parole spregevoli,
velenose e pesanti contro qualcuno. L’ho ascoltato con pazienza e
poi gli ho chiesto se avesse mai sentito parlare di un incidente.
Non era nello stato d’animo di ascoltare nulla, ma comunque mi
chiese: “Quale incidente?”.
Quando scoppiai a ridere, si rilassò un pochino. Poi gli
raccontai…
Uno psicologo stava facendo delle ricerche sull’amore e
sull’odio. A una classe di quindici studenti universitari disse di
scrivere, per trenta secondi, le iniziali dei nomi di chiunque per
loro meritasse di essere odiato.
Un giovane non riuscì a scrivere neppure un nome, gli altri ne
scrissero alcuni; solo uno scrisse più nomi di tutti. Ciò che si
scoprì con questo esperimento fu davvero sorprendente: i giovani
che avevano scritto la lista di nomi più lunghi, erano a loro volta i
più odiati dagli altri; e la cosa più sorprendente e significativa fu
che il giovane che non aveva scritto nessun nome non compariva
nella lista di nessun altro!
Chi si incontra sul sentiero della vita molto spesso si rivela
uno specchio: non troviamo forse il nostro stesso riflesso negli
altri? Se in te è presente dell’odio, troverai gli altri degni di
quell’odio. Quell’odio crea e inventa di per sé qualcuno di
odioso. E queste creazioni e invenzioni hanno uno scopo: in
questo modo una persona si salva dal problema di vedere ciò che
è odioso dentro di sé. Quando si fa una montagna di una
collinetta, e la si vede negli altri; ciò che sembra una montagna in
te inizia ad apparire come una semplice collinetta.
Esistono solo due vie per sfuggire il dolore di riuscire a
vedere con un solo occhio: o curi il tuo occhio malato, oppure
immagini che gli altri li abbiamo persi entrambi. Di certo la

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seconda soluzione è più facile, perché in quel modo non si deve
fare nulla; è sufficiente immaginare.
Ricordiamoci che, quando incontriamo gli altri, dovremmo
considerarli come specchi e, qualsiasi cosa vediamo in loro,
dovremmo prima di tutto ricercarla dentro di noi. In questo modo,
nello specchio delle interazioni quotidiane, chiunque può
impegnarsi a ricercare il proprio essere.
Fuggire lontano dal mondo e dalle sue interazioni non solo è
codardia ma è anche inutile. La cosa giusta è usare quelle
interazioni per ricercare il proprio essere; senza di loro, è
impossibile scoprire se stessi, così come è difficile vedersi senza
uno specchio.
Nelle forme degli altri, noi continuiamo a incontrare il nostro
stesso sé. Il cuore, che è colmo d’amore, vede amore in tutti gli
altri. In definitiva, il culmine di questa esperienza porta faccia a
faccia con il divino.
Su questa Terra ci sono persone che vivono in un inferno e
persone che vivono in un paradiso. La fonte principale del dolore
e del piacere, dell’inferno e del paradiso è dentro di noi, e
qualsiasi cosa sia dentro di noi viene riversata sullo schermo
esteriore: sono gli occhi dell’uomo che non vedono altro che
morte, tra le cose di questo mondo, e di nuovo sono gli occhi
dell’uomo che osservano lo splendore eterno e la musica del
divino in questo universo.
Pertanto, ciò che appare all’esterno non è l’eterno o l’essenza
della vita, ma ciò che esiste dentro di noi. Coloro che hanno gli
occhi costantemente focalizzati su questa verità si liberano dalle
cose esteriori e si radicano nella propria interiorità. Coloro che
conservano questa spinta primaria nella loro mente, nel piacere e
nel dolore, nell’odio e nell’amore, con l’amico e con il nemico,

116
alla fine scoprono che non esiste né il piacere né il dolore, né il
nemico né l’amico ma soltanto il Sé: io sono il mio stesso nemico
e sono il mio stesso amico.

35. Qualsiasi cosa gettiamo nel mondo ci


ritorna indietro
Ero sulle colline. Alcuni amici erano con me. Un giorno,
andammo in una valle dove le colline circostanti producevano
echi limpidissimi. Un amico imitò un cane e tra le colline i cani
iniziarono ad abbaiare. Poi qualcuno imitò il suono del cuculo, e
l’intera vallata inizio a risuonare di un dolce cu-cu, cu-cu.
Dissi a quegli amici: “Anche il mondo è così. Qualsiasi cosa
vi gettiamo, ci ritorna. I fiori generano fiori, le spine producono
spine. Per un cuore colmo d’amore, il mondo inizia a riversare
amore; e per una persona piena di odio, ovunque iniziano a
divampare dolorosissime fiamme infuocate”.
Poi raccontai loro una storia…
Un giovane andò per la prima volta nella foresta vicina al suo
villaggio. Era terrorizzato e preoccupato da quella solitudine; ma
proprio in quel momento udì il rumore di qualcuno che strisciava
tra i cespugli. Di certo c’era qualcuno che lo seguiva; per cui urlò
a gran voce: “Chi è là?”.
E le colline replicarono a voce ancora più alta: “Chi è là?”.
A quel punto il giovane era più che convinto che qualcuno si
nascondesse alla sua vista, e divenne ancor più spaventato. Le
mani e i piedi iniziarono a tremargli, e il suo cuore iniziò a
battere all’impazzata. Ma, per farsi coraggio, urlò a chi si
nascondeva:
“Codardo!”, al che giunse l’eco: “Codardo!”. Per l’ultima

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volta, raccolse tutto il suo coraggio e urlo: “Ti ucciderò!” e le
colline e l’intera foresta urlarono di rimando: “Ti ucciderò!”.
Il giovane corse come un fulmine e tornò al suo villaggio.
L’eco dei suoi stessi passi gli dava l’impressione che l’altra
persona lo inseguisse, ma a quel punto non aveva neppure più il
coraggio di guardarsi alle spalle.
Quando arrivò a casa, svenne. Quando tornò in sé, raccontò
ogni cosa alla madre che scoppiò a ridere con allegria, e gli disse:
“Domani torna laggiù e di’ a quella persona misteriosa ciò che
ora ti dirò: so tutto di quella persona. È un uomo davvero gentile
e amorevole”.
Il giorno dopo il giovane tornò nella foresta. Quando
raggiunse quello stesso posto disse: “Amico mio!” e l’eco
echeggiò: “Amico mio!”. Questo suono amichevole lo rilassò, per
cui disse: “Ti amo!” e le colline e l’intera foresta ripeterono: “Ti
amo!”.
Questa storia dell’eco non è forse la storia delle nostre
cosiddette vite? Noi tutti non siamo forse bambini e stranieri
nella foresta di questo mondo, che, udendo i nostri stessi echi, se
ne spaventano e scappano via? Non siamo forse tutti nella stessa
situazione?
Ricorda questo: se “Ti ucciderò” è un’eco, lo è anche “Ti
amo”. Liberarsi dalla prima eco e innamorarsi della seconda è
comunque segno di immaturità: qualcuno ha paura della prima
eco e qualcuno inizia ad amare la seconda; ma,
fondamentalmente, non esiste alcuna differenza tra le due. In
entrambe si annida l’essere immaturi.
Colui che conosce vive libero da entrambe le illusioni. La
realtà della vita non si trova negli echi, è nascosta all’interno del
proprio sé.

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36. Il mondo è come i nostri occhi lo
vedono
Mi ero appena svegliato dal mio sonno quando mi è stato
detto che qualcuno nel vicinato era stato assassinato. Tutti erano
impegnati a parlarne; nell’aria c’era eccitazione, e gli occhi della
gente, di solito spenti, brillavano. Nessuno provava dolore o
compassione, nell’aria c’era solo una sensazione perversa e
malata: anche la morte e l’omicidio possono dare piacere? Può la
distruttività dare felicità? Forse è così, altrimenti la mente della
gente comune non potrebbe provare tanto entusiasmo per le
guerre.
Quando la corrente della vita non può scorrere sul sentiero
della creatività, ecco che all’improvviso si coinvolge nella
distruzione; in questo caso, per manifestare se stessa, l’unica
alternativa è distruggere. Chiunque non sia creativo cambia la
direzione della sua vita, optando per la distruzione, suo
malgrado. Negli individui, nella società, nelle nazioni, ovunque si
vede una brama spasmodica di distruggere.
In ultima analisi, l’orientamento dell’uomo verso la
distruzione diventa suicida: se quel gusto viene alimentato, alla
fine distrugge l’essere stesso. Non esiste una grande differenza
tra l’assassino e chi uccide se stesso; portata al suo estremo, la
violenza si muta in aggressività contro il proprio essere.
Conoscevo la persona che quella notte era stata uccisa, e
conoscevo anche il suo assassino. Erano nemici di vecchia data, e
per anni avevano cercato l’occasione di ammazzarsi a vicenda.
Forse, nella vita non avevano altra ambizione, tranne questo che
era diventato il loro scopo primario. E forse, proprio per questa

119
ragione, dopo aver ucciso, l’assassino si consegnò alla legge:
adesso, che senso aveva continuare a vivere? La persona per la
quale aveva vissuto non esisteva più!
Non è sorprendente che la maggior parte di noi vive
unicamente in funzione del suoi nemici? Coloro che vivono e
muoiono per gli amici sono pochissimi. Non è l’amore ma l’odio
a essere diventato il fondamento della vita. Se è così, è
semplicemente naturale trovare un piacere nascosto nella morte;
in questo caso, le nostre vite trovano un’attrazione vorace e
incontrollabile verso la distruzione. Non è senza ragione che gli
individui sono attratti dalla violenza, e le nazioni dalle guerre.
Cos’è l’odio? Non è forse un vendicare sugli altri la nostra
incapacità di portare le nostre vite sulle vette della felicità? Di
certo è così; infatti, noi rendiamo responsabili gli altri di ciò che
non riusciamo a conseguire in prima persona, ragion per cui
troviamo un modo facile e semplice per liberarci dal rimorso che
proviamo per la nostra esistenza.
In cosa consiste questa inimicizia? Non rivela forse la nostra
incapacità di essere amici? E finirà forse, eliminando il nemico?
È l’inimicizia a creare il nemico; ecco perché il nemico può
essere distrutto, ma comunque l’inimicizia rimarrà. E può
l’amicizia essere distrutta dalla morte di un amico? Se non è
possibile, come può l’inimicizia essere annientata dalla morte del
nemico? L’amico e il nemico sono visti all’esterno, ma la loro
origine è dentro di noi.
Il Gange della vita è all’esterno, ma Gangotri, la sorgente del
Gange, è sempre all’interno. Io, per esempio, trovo in chiunque
l’eco di me stesso. Qualsiasi cosa sono è riflessa negli altri.
Mi viene in mente un episodio…
Era una notte senza luna. Un uomo stava entrando in una

120
casa, per uccidere. Intorno non c’era nessun altro, ma in cuor suo
quell’uomo era molto spaventato. Tutt’intorno c’era silenzio, ma
dentro di lui c’era un gran clamore e un gran subbuglio. Pieno di
paura, e con mani tremanti, aprì la porta: cosa sorprendente, non
era chiusa a chiave; era soltanto accostata. Ma le sorprese non
erano finite: non appena aprì la porta, si trovò di fronte un omone
enorme con in mano una pistola. Era forse un guardiano? Ma a
quel punto non era più possibile scappare: era faccia a faccia con
la morte! Non c’era più neppure il tempo di pensare… per istinto
di autoconservazione, sparò con la sua pistola.
Tutto accadde in un attimo. L’intera casa echeggiò per quel
colpo, e qualcosa andò in frantumi: che cos’era? L’uomo che
aveva sparato era allibito: di fronte a lui non c’era nessuno…
vide soltanto il fumo dello sparo e uno specchio andato in mille
pezzi!
La stessa cosa accade anche nella vita. Nel nostro bisogno
immaginario di autodifesa, iniziamo a lottare contro gli specchi.
Poiché in noi c’è paura, all’esterno inizia a comparire il nemico.
Poiché in noi è presente la morte, all’esterno l’assassino inizia a
spaventarci.
Ma sarà mai possibile eliminare i nemici, rompendo degli
specchi? Un nemico può essere distrutto grazie all’amicizia, non
con la sua morte; tranne l’amore, ogni altra cosa risulterà una
sconfitta.
Il nemico vive dentro di noi: nel nostro odio per noi stessi,
nella nostra paura, nell’inimicizia e nell’invidia per noi stessi.
D’altra parte, inizia a comparire all’esterno: gli occhi di una
persona invidiosa si tingono di giallo, ma poi quella persona vede
il mondo intero come fosse giallo. Qual è la cosa giusta da fare
con una simile malattia? Dovremo eliminare il giallo dal mondo

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intero, oppure curare i nostri occhi?
Il mondo è come i nostri occhi lo vedono: nei nostri occhi
sono nascosti tutti i colori dell’inimicizia e dell’amicizia.
Nessuno vuole un nemico, eppure continuiamo a nutrire e
accudire l’inimicizia. Perfino il desiderio stesso di eliminare un
nemico è la prova evidente che non vogliamo avere nemici, ma
solo amici; eppure nel nostro sangue nutriamo l’odio. È
un’assoluta follia: vogliamo amici, ma non vogliamo dar vita
all’amore; vogliamo amici, eppure nascono solo nemici.
Assassiniamo i nostri nemici ma, facendolo, vengono assassinati
amici potenziali. Seminiamo veleno e poi vogliamo nettare come
frutto: questo non è possibile!
Sia gli amici che i nemici sono ombre del nostro stesso sé.
Se io sono amore, il mondo intero è un amico.
Se io sono odio, perfino l’esistenza stessa è un nemico.

37. Le vie dell’ego


Ogni tanto un amico mi viene a trovare. Ogni volta che lo
vedo, mi viene sempre in mente un detto di Socrate, che disse a
un monaco itinerante: “Amico mio, dai buchi delle tue misere
vesti occhieggia soltanto l’ego”.
Le vie dell’ego sono molto sottili. Quando è coperto
dall’umiltà, si rivela nella sua forma più aerea; d’altra parte,
anziché ricoprirlo, quell’umiltà lo rivela ancora di più.
Assomiglia a quegli abiti che, anziché ricoprire il corpo, non
fanno altro che metterlo più a nudo.
In realtà, né il rivestimento dell’amore elimina l’odio, né gli
abiti dell’umiltà ricoprono la nudità dell’ego. Nello stesso modo
in cui le braci restano al sicuro sotto la cenere fino a quando un

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soffio di vento non le ravviva, allo stesso modo la verità resta
nascosta nelle persone, fino a quando il minimo strattone a quel
sipario non lo apre, rivelando ogni cosa. Simili malattie invisibili
sono più pericolose e letali delle malattie visibili; purtroppo,
l’abilità dell’essere umano a ingannarsi è molto ben sviluppata,
ed egli utilizza questa abilità a tal punto che l’ha resa la sua
seconda natura.
Dopo migliaia di anni, nello sforzo di imporre a forza la
civiltà, non abbiamo raggiunto altro all’infuori di questa abilità:
l’uomo non è riuscito a distruggere la natura, ma a dissimularla;
e, in questo modo, la civiltà si è dimostrata un male cronico.
Come può una civiltà nascere, se si oppone alla natura? In
quel modo, potrà soltanto fluire una non civiltà, mai una civiltà!
La vera civiltà è una splendida esplosione della natura. E
l’autoinganno non può portare l’uomo da nessuna parte.
D’altra parte, paragonato a una rivoluzione interiore,
l’autoinganno è facilissimo; e ogni volta che facciamo l’errore di
scegliere, questa è l’opzione più facile. Eppure l’opzione più
facile non è sempre la migliore: come si potrà mai scegliere la
facilità di una camminata in discesa, se si vogliono toccare le
vette delle montagne della vita?
È facilissimo ingannare se stessi. Nell’ingannare gli altri,
potrebbe esserci la paura di essere colti in fallo; nell’ingannare se
stessi anche quella paura è assente. Coloro che ingannano gli
altri soffriranno punizioni e recriminazioni su questa Terra, e
anche nell’altro mondo li attendono torture atroci all’inferno;
invece, coloro che ingannano se stessi vengono rispettati in
questo mondo. Inoltre, pensano anche di meritare il paradiso nel
prossimo. Ecco perché l’essere umano inganna se stesso senza
timore; altrimenti, come potrebbe l’intera ipocrisia della civiltà e

123
della religione essere mai nata?
D’altra parte, potrai mai nascondere e distruggere ciò che è
vero? Può l’uomo avere successo nell’ingannare il proprio essere,
l’intero genere umano e infine l’esistenza stessa? Questo sforzo
non è forse una pura e semplice follia?
È giusto conoscere il proprio essere per ciò che è; infatti, se
non si accetta la realtà di ciò che si è, nell’essere non può
verificarsi alcun cambiamento reale. Così come per il corpo è
necessario conoscere nei dettagli una malattia, se si vuole che
torni perfettamente sano, allo stesso modo, per la salute spirituale
è necessario conoscere le proprie malattie interiori. Non è
nell’interesse di un paziente nascondere la propria malattia,
perché fa solo gli interessi della malattia stessa; infatti, non esiste
alcuna cura senza una diagnosi precisa. Ragion per cui, chiunque
voglia sfuggire alla diagnosi rimarrà inesorabilmente privo di
cure.
Uno scultore stava scolpendo la statua di Ralph Waldo
Emerson. Ogni giorno, Emerson osservava intensamente
l’affiorare del suo aspetto dalla pietra e, via via che la scultura
progrediva, diventava sempre più serio. Alla fine, l’ultimo giorno,
quando la statua era pressoché finita, Emerson aveva uno sguardo
davvero preoccupato.
Lo scultore gli chiese la ragione della sua cupezza, e lui
rispose: “Noto che quella statua, via via che mi assomiglia,
diventa sempre più brutta e sgraziata”.
Considero questo potere di vedere se stessi in tutta la propria
bruttura, nella più assoluta nudità e nella propria animalità, come
il primo passo sulla scala della rivoluzione individuale.
Solo chi è in grado di vedere ciò che è brutto e sgraziato
dentro di sé ha la capacità di dare bellezza a se stesso. Senza

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quella prima capacità, la seconda non è possibile; e chiunque
ricopra le proprie brutture, e si impegni a dimenticarsene, rimarrà
brutto per sempre: conoscere e accettare in se stessi Ravana,
ovvero il male, è il primo e inevitabile passo per diventare Rama,
una persona virtuosa. La bruttura della vita rimane nascosta e al
sicuro, se ne rimaniamo inconsapevoli.
Prima di tutto, dovrò conoscere me stesso per ciò che sono.
Non ci sono alternative: se, fin dal primo passo del viaggio,
diamo spazio alla falsità, si potrà mai trovare la verità alla fine?
D’altra parte, a causa della sua bruttezza, noi disconosciamo la
realtà del nostro essere, e iniziamo a nutrire una personalità
irreale e immaginaria. La turpitudine dell’essere non può essere
eliminata, indossando una bellissima maschera; inoltre, a causa
di simili maschere, il sé continua a diventare sempre più brutto e
deforme. A quel punto, piano piano, ogni conoscenza di ciò che
si è scompare, e noi interagiamo unicamente con false maschere,
riconoscendo solo quelle. Se il proprio vero volto è perduto,
diventa impossibile riconoscere il vero essere.
Una signora andò in banca a ritirare del denaro. Il cassiere le
chiese: “Come può dire di essere chi dice di essere?”.
La donna tirò immediatamente fuori uno specchietto dalla
borsa, si guardò e disse:
“Mi creda, sono veramente chi dico di essere!”.
Nella tua ricerca del Vero, nella tua ricerca del tuo vero sé,
come prima cosa dovrai lottare con le tue stesse maschere. Senza
scoprire il tuo vero volto, non potrai mai scoprire te stesso, né
potrai raffinare il tuo essere. Il palazzo della verità si erge sulle
fondamenta della realtà; e nessun altro potere, fatta eccezione per
la verità, potrà mai portare alcuna civiltà.

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38. L’ego è sempre stato un mendicante
L’altra notte, una giovane donna venne a trovarmi e disse:
“Voglio mettermi al servizio della gente”.
Le dissi: “Se ti scordi dell’‘io’, sarai automaticamente al suo
servizio”.
Cos’altro, all’infuori dell’ego, impedisce al tuo stile di vita di
essere al servizio degli altri?
L’ego pretende di essere generoso; in realtà, vuole ogni cosa e
non dà niente: è incapace di dare; per lui, dare non è possibile.
L’ego è sempre stato un mendicante; pertanto, è impossibile
trovare qualcuno che sia più povero e infelice dell’egoista.
Solo qualcuno che sia un re può mettersi al servizio degli
altri. Cosa potrà mai dare una persona se non ha nulla dentro di
sé? Prima di dare, è essenziale avere qualcosa.
In cosa consiste il prodigarsi? Non è forse l’amore in quanto
tale un prodigarsi? E l’amore nasce solo in una consapevolezza
nella quale l’io è morto e sepolto.
Nella morte dell’io si ha la nascita e la vita dell’amore.
Sopra la pira funeraria dell’io, germoglia il seme dell’amore.
Coloro che sono pieni dell’io sono vuoti d’amore. L’io è il
nucleo da cui ha origine lo sfruttamento; e persino il suo mettersi
al servizio degli altri è uno sfruttamento. Perfino prodigandosi,
quello stesso io prospera e si rafforza. L’umanità è forse
inconsapevole dell’ego dei benefattori? Perfino un ego teso a
sfruttare si maschera di umiltà, ma l’umiltà di un benefattore è
solo un proclama dell’ego. Ricorda: l’amore non dice mai nulla e
il prodigarsi è sempre silenzioso.
Inoltre, ricorda che l’amore è di per se stesso apprezzamento,
e prodigarsi è in sé la propria ricompensa.

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Mi sovviene un episodio davvero strano…
Due amici andarono da un insegnante per imparare a
dipingere. Entrambi erano molto poveri, non avevano nulla di
nulla; per cui decisero che, per iniziare, uno di loro si sarebbe
dedicato alla pittura e l’altro avrebbe cercato un lavoro per
sostenere entrambi; in seguito, il primo avrebbe guadagnato a
sufficienza per permettere all’altro di imparare.
Il primo iniziò a dipingere con la guida dell’insegnante.
Passarono gli anni e lui apprese quell’arte; il tempo non contava:
il giovane si dedicò con totalità a quell’arte. Poi, piano piano
iniziò a diventare famoso; nel mondo dell’arte la sua stella iniziò
a brillare: il suo nome era Albrecht Dürer.
Invece, l’amico si era impegnato nello scavare in miniera e
nello spaccare pietre; nel tagliare legna e trasportare pesi. Piano
piano si dimenticò completamente che anche lui voleva imparare
a dipingere e, quando arrivò il suo momento per apprendere
quell’arte, si rese conto che le sue mani erano diventate così
callose, così dure e deformi che non potevano neppure tenere un
pennello.
Di fronte alla sua sfortuna, il giovane si mise a piangere, ma
l’altro si rallegrò e gli disse: “Che differenza fa se sono le mie
mani o le tue a dipingere? Non sono forse mie anche le tue
mani?”.
Dürer divenne un grande pittore, ma il nome dell’amico che
gli permise di diventarlo con il suo sudore e la sua fatica,
nessuno lo conosce. Ma quel suo ignoto prodigarsi non è forse
un esempio vivido del suo amore? Coloro che servono non
restano forse sconosciuti e le opportunità di essere utili non sono
forse una benedizione?
Non creano soltanto coloro che sono famosi, lo fa anche chi

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rimane sconosciuto: non esiste sforzo o preghiera più grande del
prodigarsi fatto dalle mani sconosciute dell’amore.
Albrecht Dürer dipinse in un quadro le mani del suo amico in
preghiera: è forse facile trovare mani così belle? È possibile
trovare mani più sacre di quelle? E potranno mai delle mani, fatta
eccezione per mani simili, avere il diritto di pregare?
Dunque, pochissime mani hanno avuto la buona fortuna di
amare e di pregare come poté accadere alle mani di quel buon
amico.

39. L’arte di discernere, con occhi


spalancati
Ero in una grande città. Alcuni giovani mi vennero a trovare,
e iniziarono a chiedermi:
“Credi in Dio?”.
Dissi: “No. Che rapporto potrà mai esserci tra il credere e
Dio? Io conosco Dio!”.
Poi raccontai loro una storia…
In un Paese era scoppiata una rivoluzione. I rivoluzionari
erano impegnati a cambiare ogni cosa. Erano determinati a
distruggere anche la religione, ragion per cui un vecchio monaco
fu arrestato e portato in tribunale, dove gli chiesero: “Credi in
Dio?”.
Il monaco replicò: “No, signori, io non credo. Ma Dio esiste,
cosa ci posso fare?”.
Gli chiesero: “Come sai che esiste?”.
Il vecchio spiegò: “Dal giorno in cui ho aperto gli occhi non
ho visto altri che lui”.
La risposta di quel vecchio fu come benzina messa sul fuoco.

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I rivoluzionari divennero furibondi e dissero: “Presto uccideremo
tutti i monaci e tutte le suore. E a quel punto…?”.
Il vecchio rise e disse: “Sarà come Dio vorrà!”.
“Ma noi abbiamo deciso di distruggere ogni vestigia della
religione. Non lasceremo alcuna traccia di Dio nel mondo.”
Al che il vecchio replicò: “Figlioli, avete scelto un compito
davvero difficile: ma sia fatta la volontà di Dio! Come potrete mai
distruggere ogni segno di Dio? Tutto ciò che rimarrà proclamerà
la sua esistenza. Quantomeno voi sarete presenti, ragion per cui
ne proclamerete l’esistenza: è impossibile liberarsi di Dio, perché
il divino è tutto ciò che pervade l’esistenza”.
Tutti questi malintesi sono spuntati perché Dio è stato
paragonato all’uomo.
Dio non è una persona: egli è ciò che è! E anche l’idea di
credere in Dio ha generato molti malintesi: che senso ha credere
nella luce? La si può vedere solo quando i tuoi occhi sono aperti.
Credere sostiene l’ignoranza, e l’ignoranza è un peccato. Ciò
che può condurre una persona alla verità non è una fede cieca,
non sono occhi coperti da bende, ma discernimento fatto con
occhi spalancati.
La verità è Dio. E non esiste altro Dio all’infuori della verità.

40. La verità è qualcosa di assolutamente


interiore
Affermo l’urgenza di un radicale cambio della mente! Nessun
cambiamento che avvenga al livello superficiale del corpo potrà
mai avere alcun valore reale. Il semplice cambiare il modo in cui
ci si comporta non è sufficiente; infatti, senza una rivoluzione
interiore non farai altro che ingannare te stesso.

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D’altra parte, perfino le persone nelle quali affiora l’idea di
cambiare se stesse, ben presto si preoccupano di cambiare i loro
abiti e non il loro cuore. Questa è la soluzione estrema per
ingannare se stessi; è davvero fondamentale esserne consapevoli,
altrimenti perfino quel rinunciare sarà solo un evento esteriore. Il
mondo è altro da noi, ma perfino rinunciarvi può essere un atto
esteriore; in questo caso la tua vita andrà perduta lungo sentieri
oscuri.
Non c’è dubbio che il sentiero del desiderio sia connesso
all’ignoranza; ma se anche il distacco dai desideri materiali è
qualcosa di esteriore, ci si ritroverà a percorrere nuovi sentieri
lastricati con l’ignoranza.
La verità è che ignoranza e oscurità sono il risultato di una
consapevolezza focalizzata su ciò che è al di fuori del proprio
essere. E non fa alcuna differenza se l’oggetto della propria
messa a fuoco estroversa è il mondo o la ricerca del Vero: se la
mente è coinvolta nella sfera esteriore, sia che si indulga nei
piaceri del mondo sia che vi si rinunci, la tua messa a fuoco resta
comunque sull’esterno.
Se la mente è libera dalla dimensione esteriore, tornerà
spontaneamente al centro dell’essere.
L’idea fallace che la sfera esteriore possa portare qualche
frutto è il regno mondano, la comprensione che la sfera esteriore
non darà mai alcun appagamento è il sannyas, ovvero la ricerca
del Reale.
Ho sentito raccontare una storia…
In una città si ebbero due morti nello stesso giorno. Era una
coincidenza davvero strana.
Il primo era uno yogin e l’altra era una prostituta; entrambi
lasciarono questo mondo lo stesso giorno e nello stesso

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momento. I due vivevano in case che si fronteggiavano: avevano
vissuto una vita iniziata nello stesso momento e che si era
conclusa nello stesso istante.
Quella coincidenza sorprese tutti in città, ma accadde
qualcosa di ancor più sorprendente, che soltanto lo yogin e la
prostituta conobbero. Non appena morirono, i messaggeri della
morte scesero a prelevarli; però quegli inviati portarono la
prostituta in paradiso e lo yogin all’inferno!
Lo yogin protestò: “Amici miei, indubbiamente dev’esserci
un errore: perché portate la prostituta in paradiso e me
all’inferno? A cosa è dovuta questa ingiustizia? Che malinteso è
mai questo?”.
Gli inviati della morte ribatterono: “No, signore; non ci sono
errori, ingiustizie o malintesi. Per favore, da’ uno sguardo verso
la Terra per un momento”.
Lo yogin guardò e vide il suo corpo decorato con fiori che
veniva portato alla pira funeraria ed era seguito da un’immensa
processione: a migliaia lo accompagnavano al suono di un
tamburo; e al crematorio era stata allestita una pira di legno di
sandalo, appositamente per lui. Invece, sull’altro lato della strada
giaceva ignorato il cadavere della prostituta: nessuno si degnava
di portarlo via da lì, e cani e avvoltoi lo stavano assalendo,
divorandolo.
Vedendo tutto ciò lo yogin disse: “La gente sulla Terra ha un
senso della giustizia maggiore!”.
I messaggeri replicarono: “Accade perché quella gente
conosce solo ciò che è successo esteriormente. La loro capacità
di visione non va al di là del corpo; in realtà, ciò che conta
davvero non è il corpo bensì la mente: nel tuo corpo tu eri un
sannyasin, ma nella tua mente? La tua mente non ha forse sempre

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amato la prostituta? Non è forse vero che nella tua mente è
sempre stata vivida l’idea che la musica e la danza che
rallegravano la casa della prostituta fossero cose piacevoli,
laddove la tua vita era del tutto priva di delizie?
“D’altro canto, quella prostituta non ha fatto che pensare a
quanto dovesse essere estatica la vita di uno yogin. Di notte,
quando tu cantavi inni devozionali, lei piangeva, persa nella sua
malinconia. Da un lato il tuo ego si inorgogliva per essere un
ricercatore del Vero, dall’altro lei diventava sempre più umile,
martoriata dai suoi peccati. Tu ti indurivi sempre di più a causa
della tua presunta conoscenza, e lei diventava sempre più
morbida e ricettiva, consapevole della sua ignoranza.
Alla fine, tutto ciò che a te è rimasto è stata la tua personalità,
divorata dall’ego, mentre la sua ne divenne completamente libera.
Di fronte alla morte, tu avevi dentro di te soltanto ego e bramosia,
mentre nella sua mente non c’era nulla di tutto ciò: la sua mente
era colma della luce divina, di amore e preghiera”.
La verità della vita non dimora negli abbellimenti esteriori;
dunque, che senso ha cambiare ciò che è esteriore?
La verità è assolutamente interiore, è totalmente dentro di te.
Per scoprirla, si deve operare non alla circonferenza della
personalità ma nel proprio centro: trova quel centro; se viene
trovato, di certo verrà trovata anche la verità perché, dopo tutto,
essa è nascosta nell’essere.
La religione non è un cambiamento alla circonferenza, è una
rivoluzione dell’essere interiore.
La religione non è un atteggiamento esteriore, è un duro
lavoro al centro del proprio essere.
La religione è un duro lavoro sul proprio essere. È grazie a
quell’impegno che l’io viene distrutto e la verità viene

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conseguita.

41. Per amare occorre un cuore semplice


L’ego rende il cuore simile a un sasso. L’ego è la morte di
tutto ciò che è vero, buono e bello nella vita. Ecco perché non
esiste altro ostacolo sulla nostra via al divino, fatta eccezione per
l’ego: come potrebbe mai, una persona il cui cuore si è impietrito,
conoscere l’amore? E là dove non esiste amore alcuno, come
potrà mai esistere il divino?
Per l’amore è necessario un cuore semplice e umile, un cuore
semplice e colmo di benevolenza. In proporzione a quanto l’ego
si è consolidato, il cuore ha perso altrettanta semplicità e capacità
di sentire.
In cosa consiste la religiosità? Quando qualcuno me lo
chiede, dico: “La religiosità è semplicità del cuore, la potenza del
sentire del cuore”.
Purtroppo ciò che oggi esiste sotto il nome di religione è la
manifestazione di forme egoiche molto sottili e contorte. L’ego è
la causa alla radice di ogni violenza.
“Io sono”: questa stessa sensazione è violenza. Di
conseguenza “io sono qualcosa” è una forma di violenza ancora
più grande. Una mente violenta non può scoprire la vera bellezza,
perché qualsiasi violenza indurisce chiunque. L’insensibilità
implica la chiusura delle porte dell’essere; e come potrà mai chi
ha chiuso le porte del proprio essere avere una qualsiasi
relazione?
C’era una volta un santo di nome Hasan. Viveva fuori dal
villaggio e da giorni era affamato, quando alcuni pellegrini
andarono a trovarlo. Anche loro erano stanchi e affamati dopo un

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lungo ed estenuante viaggio. Non appena arrivarono e sedettero
in quella capanna diroccata, uno sconosciuto portò loro una
quantità enorme di cibo e di frutta, dicendo: “Questa offerta
insignificante è per coloro che praticano la penitenza e hanno
rinunciato ai piaceri del mondo”.
Quando quell’uomo se ne andò, Hasan disse ai suoi
compagni: “Amici, anche questa notte dovrò andare a dormire
senza cibo; infatti, quando mai io ho praticato alcuna penitenza, e
come potrei mai io essere qualcuno che rinuncia? In verità, dov’è
questo io?”.
“Io non sono”: chiunque l’ha riconosciuto conosce il divino
che è l’esistenza.
“Io non sono”: chiunque lo scopre può trovare l’essenza
divina.

42. L’ignoranza si esprime e la conoscenza


tace
Questo episodio accadde in pieno giorno. Un gruppo di
persone venne da me e disse:
“Non esiste alcun Dio e la religione è tutta ipocrisia”.
Sentendo queste parole, mi alzai e scoppiai a ridere, al che mi
chiesero: “Perché ridi?”.
Spiegai: “Rido perché l’ignoranza è in grado di esprimersi e
la conoscenza tace. È così facile dire qualcosa sull’esistenza o la
non esistenza di Dio? Non sono forse tutte quelle scelte frutto
del mero sapere dell’uomo, qualcosa di cui si può solo ridere?
Coloro che conoscono i limiti del proprio sapere non fanno
affermazioni simili, al contrario si sentono umili e incapaci di
dire qualcosa; e in quei momenti così misteriosi anch’essi

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trascendono i loro limiti. In quegli istanti conoscono se stessi
come pure la verità; infatti, la verità esiste nell’essere, e l’essere
esiste nella verità: non è forse vero che la goccia viene trovata
nell’oceano, e l’oceano nella goccia? Potrà mai una goccia che
non conosce se stessa aspirare a conoscere l’oceano? E se non
riuscisse a trovarlo, non direbbe forse che non esiste? Laddove,
se la goccia riesce a conoscere se stessa, può conoscere anche
l’oceano.
Pensare a Dio è del tutto privo di significato. Ebbene, vi
chiedo: conoscete voi stessi? E
se qualcuno non conosce se stesso, avrà mai la competenza
per decidere sull’esistenza di Dio, oppure per decidere sulla sua
non esistenza?”.
“Conosci te stesso?”: sentendo questa domanda, quegli amici
iniziarono a guardarsi l’un l’altro. E non lo fareste anche voi,
sentendola? Ricordate: senza conoscere il proprio essere nella
vita non esiste alcuno scopo, né alcun valore. E a quegli amici
tornai a narrare una conversazione che avvenne migliaia di anni
fa, in Grecia…
Qualcuno chiese a un vecchio saggio: “Tra tutte le cose che
esistono al mondo, qual è la più grande?”.
Il saggio rispose: “Il cielo, perché tutto ciò che esiste, esiste
nell’aere; laddove il cielo in quanto tale non esiste all’interno di
qualcos’altro”.
Quella persona domandò ancora: “E qual è la cosa
migliore?”.
Il saggio rispose: “La grazia, perché tutto può essere
sacrificato per lei, mentre la grazia non può essere sacrifica per
nessun’altra cosa”.
Al che venne la domanda: “E qual è la cosa più volubile?”.

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“Il pensiero” rispose il saggio.
Allora quell’uomo chiese: “E qual è la cosa più facile da
dare?”.
Il saggio rispose: “Un consiglio”.
“E la più difficile?”
“La conoscenza del proprio essere” concluse il saggio.
Di certo conoscere il proprio sé sembra essere la cosa più
difficile; infatti, per conoscerlo, si dovrà rinunciare a qualsiasi
altra cosa. La conoscenza del sé non è possibile, senza aver
abbandonato come prima cosa tutto il proprio sapere.
L’ignoranza è un ostacolo alla conoscenza del sé. Il sapere è
un ostacolo alla conoscenza del sé.
Ma esiste un altro stato che non è sapere né è ignoranza: in
quello stato ecco che la conoscenza dell’essere si manifesta.
Io chiamo samadhi, meditazione, quello stato dell’essere.

43. La soglia della vita attraverso il


processo della morte
Cosa dovrei dire sulla religione? La religione è la soglia della
vita attraverso il processo della morte.
Una notte ero su una barca. La barca era grande e molti amici
erano con me. Chiesi loro: “Questo fiume scorre veloce, ma dove
va?”.
Qualcuno rispose: “Verso l’oceano”.
È vero che tutti i fiumi scorrono verso l’oceano; ma correndo
in quella direzione non è forse vero che tutti corrono verso la
propria morte? Dopotutto, i fiumi si perderanno nell’oceano.
Forse è proprio per questo motivo che gli stagni non si muovono
mai verso l’oceano: quale uomo saggio vorrebbe mai avvicinarsi

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alla propria morte? Ed è per questo stesso motivo che i cosiddetti
saggi non si avvicinano alla religione: l’oceano è per il fiume ciò
che la religione è per l’uomo. La spiritualità presuppone la
completa perdita di se stessi nell’esistenza: quella sarà per l’ego
una morte estrema. Coloro che si vogliono salvare diventano
degli stagni di ego, riuscendo così a non dissolversi nell’oceano
dell’essenza divina. L’inevitabile conseguenza di una fusione con
l’oceano è l’assoluto annientamento del proprio sé. Ma quella
morte non è una vera morte; infatti, paragonata alla vita che si
ottiene come risultato dell’unione, la vita che conosciamo adesso
assomiglia a una morte. E lo dico dopo essere morto io stesso!
Perché la vita Reale possa iniziare, si deve morire a questa
vita fasulla.
Per armonizzarsi con l’universo sconfinato, la nostra realtà
atomica deve dissolversi.
Ciò che è morte da un lato diventerà vita dall’altro.
La morte dell’ego è la nascita dell’anima: questo non è un
annichilirsi, questa è la vera essenza. Chi non riesce a
comprendere questa verità rimarrà deprivato della vita.
Un lago per un fiume non è vita: è la sua morte, sebbene
diventando un lago potrebbe sembrare al fiume una sorta di
sicurezza. E l’oceano non è la morte del fiume, è la sua stessa
vita, sebbene sembri che l’oceano l’abbia inghiottito.
Un giorno Radha chiese a Krishna: “Mio Signore, questo
flauto è sempre sulle tue labbra, ne sono davvero gelosa. Questo
flauto di bambù riceve così tanto dal tocco sublime delle tue
labbra che mi sento morire dalla gelosia. Perché è così vicino a
te? Perché ti è così caro? Non faccio che pensare: vorrei essere il
flauto di Krishna. E nelle prossime incarnazioni desidero soltanto
essere il flauto che riposa sulle tue labbra”.

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Sentendo quelle parole, Krishna rise a crepapelle e disse:
“Mia amata, è difficilissimo essere un flauto. Forse non c’è nulla
di più difficile; solo colui che riesce ad annullare totalmente se
stesso può diventare un flauto. Questo flauto non è solo un pezzo
di bambù; in realtà, è il cuore di un amante: di per sé non ha
alcuna nota, ha fatto delle tonalità dell’amante la propria musica.
Io canto, lui canta; se io sono in silenzio, lui è in silenzio…
ragion per cui la mia vita è diventata la sua stessa vita”.
Inavvertitamente passavo di lì e per caso ho sentito questa
conversazione tra Radha e Krishna. Il mistero della musica è
rivelato nel mistero dell’essere un flauto: la chiave per trovare
l’essere è nell’estinguersi dell’ego.
Cosa significa essere religiosi? La religiosità è la soglia della
vita attraverso il processo della morte.

44. I pensieri sono simili a sogni: non


fidarti!
Non vale la pena vagliare se la religione si trova nelle
elucubrazioni filosofiche oppure no. La religiosità ha significato
unicamente quando è la tua stessa vita, non un semplice pensiero.
Nei pensieri si trova molta religione, ma quella religione forse
ti eleva? Non fa che soffocarti. Accade mai che qualcuno si
avventuri nell’oceano con una barca fatta solo di pensieri?
Eppure la gente si avventura nell’oceano della verità con una
barca formata solo da pensieri! Non stupisce quindi se la si vede
affondare a pochi metri dalla riva: perfino una barchetta di carta
potrebbe portarti più lontano di una navicella fatta di pensieri;
perfino quella è più realistica! I pensieri sono simili a sogni, non
ci si deve fidare.

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Se la religione fosse semplicemente racchiusa nei pensieri,
nulla potrebbe essere più falso. Se la religione vive soltanto nei
testi sacri, è morta. Finché la religione si limita a vivere nelle
parole, è priva di qualsiasi forza.
La religione che esiste unicamente nelle sette e nei culti non è
affatto religione. La religione diventa viva solo quando è vissuta
nella vita; la religione è vera solo se vive nei respiri della vita. E
quando c’è verità esiste potere, esiste azione; e dove c’è azione,
c’è vita.
Un prigioniero morì. Un gruppo di persone si riunì intorno al
suo cadavere; ma nessuno piangeva, tutti stavano ridendo;
vedendo quella situazione, anch’io mi fermai con quella folla.
Quel prigioniero aveva passato anni in carcere, praticamente
non c’era crimine che non avesse commesso. Aveva passato dietro
le sbarre la maggior parte della sua vita; eppure quell’uomo aveva
pensieri davvero devoti. Determinato a proteggere la religione,
girava sempre con in mano un grosso bastone, e quando non stava
facendo malefatte, cantava con orgoglio: “Rama, Rama”.
Era solito dire: “La morte è meglio di una disgrazia”. Quello
era il principio su cui aveva fondato la sua vita. L’aveva scritto,
insieme ad altre pratiche spirituali, su un pezzo di carta racchiuso
in un amuleto che portava legato al polso. Non ancora
soddisfatto, quando alla fine venne rilasciato dal carcere, si era
fatto tatuare su entrambe le braccia quelle parole; inoltre, su
diverse parti del corpo si era fatto tatuare: “Rama, Rama”.
Il suo cadavere giaceva ora sotto il sole del mattino. Le sue
braccia testimoniavano la sua filosofia di vita, ma in verità la sua
vita era rivelata da come l’aveva effettivamente vissuta. Solo a
quel punto potei capire perché la gente lì raccolta non piangeva,
ma rideva.

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La situazione in cui l’uomo si ritrova, in nome della religione,
è esattamente la stessa.
Ebbene, vorrei chiederti se sia giusto piangere, oppure ridere,
di fronte a questo stato di cose!

45. Cos’è la vita?


Cos’è la vita?
È un rituale del sacro fuoco, ma solo per coloro che offrono
se stessi in nome della verità.
Cos’è la vita?
È una preziosa opportunità, ma solo per coloro che riescono a
farsi coraggio, a operare con determinazione e a compiere uno
sforzo.
Cos’è la vita?
Una sfida benedetta, ma solo per coloro che l’accettano e si
confrontano con essa.
Cos’è la vita?
Una lotta estrema, ma solo per coloro che raccolgono tutta la
loro forza e lottano fino alla vittoria.
Cos’è la vita?
Un grande risveglio, ma solo per coloro che lottano contro il
loro sonno profondo e contro la loro inconsapevolezza.
Cos’è la vita?
Un canto divino, ma solo per coloro che hanno fatto di se
stessi uno strumento del divino.
In caso contrario, la vita non è altro che una morte lenta e
procrastinata.
La vita diventa ciò che ne facciamo: la vita non viene data,
dev’essere conquistata.

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La vita è una perenne creazione del sé da parte del sé. Non è
un destino, è creazione.
Dopo aver condotto un’arringa lunga e noiosa, un avvocato si
rivolse furioso al giudice, dicendo: “Vostro onore, la giuria sta
dormendo!”.
Il giudice replicò: “Mio forbitissimo amico, sei stato tu ad
averla addormentata.
Dovresti procedere in modo tale da permettere loro di stare
svegli. Anch’io in certi momenti mi sono appisolato!”.
Se la vita è un’esperienza di sonnolenza, dovremmo
comprendere di aver fatto qualcosa che l’ha fatta addormentare.
Se la vita è un’esperienza di dolore, dovremmo comprendere di
aver fatto qualcosa che l’ha resa dolorosa. La vita è un’eco di ciò
che siamo. La vita non è altro che il nostro riflesso.

46. Libero dalla mente


Era una notte buia durante la stagione delle piogge. Il cielo
era carico di nuvole e il fragore dei tuoni era accompagnato da
lampi potentissimi. Un giovane cercava di orientarsi alla loro
luce, e alla fine raggiunse la porta di una capanna dove un saggio
vecchissimo aveva vissuto per tutta la vita.
Quel vecchio non aveva mai lasciato la capanna per andare da
qualche parte; eppure, quando gli si chiedeva se avesse mai visto
qualcosa del mondo, rispondeva: “L’ho visto, l’ho conosciuto a
fondo. Il mondo non esiste forse all’interno dell’essere?”.
Conosco quel vecchio, siede dentro di me; ed è vero che non
ha mai lasciato la sua casa. Se ne sta lì, ed è sempre la stessa
persona ferma lì dentro. E conosco anche quel giovane molto
bene, perché sono anche lui.

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Per un po’ quel giovane rimase fermo di fronte all’ingresso.
Poi, con trepidazione, bussò leggermente alla porta. Dall’interno
giunse una voce: “Chi è là? Che cosa stai cercando?”.
Il giovane rispose: “Non so chi sono; ma per parecchi anni ho
girovagato alla ricerca della felicità. Sto cercando la felicità, e
quella ricerca mi ha portato alla tua porta”.
Dall’interno giunse una risata, poi la voce disse: “Come potrà
mai qualcuno che non conosce neppure se stesso trovare la
felicità? In quella ricerca, non è possibile avere alcuna oscurità
sotto una lampada. D’altra parte, perfino sapere di non conoscere
se stessi dimostra che sai abbastanza, ragion per cui aprirò la
porta. Ma ricorda, se qualcun altro apre una porta, quella non è la
tua soglia”.
La porta si aprì, alla luce di un lampo il giovane vide un
mistico ergersi di fronte a lui: non aveva mai visto tanta bellezza.
Il mistico era assolutamente nudo. In verità, la bellezza è sempre
nuda; gli abiti esistono solo per coprire la bruttezza. Il giovane si
arrese totalmente ai piedi di quel vecchio; poggiò la testa su di
loro e chiese: “Cos’è la felicità? Cos’è la felicità?”.
A quelle parole il vecchio iniziò a ridere di nuovo, e disse:
“Mio diletto, la felicità dimora nell’indipendenza. Non appena
sei libero da vincoli e legami, ecco che vieni inondato di felicità.
Lascia perdere i miei piedi, dimentica i piedi altrui! Tu stai
cercando una felicità che dipende da qualcun altro, questa è
stupidità! Tu stai cercando all’esterno, questa è idiozia! In verità,
proprio il tuo stesso essere alla ricerca è follia. Si può cercare ciò
che esiste nel mondo esteriore, ma come si potrà mai ricercarvi
qualcosa che esiste all’interno del proprio essere? Lascia perdere
ogni ricerca e guarda: è sempre stata presente dentro di te”.
A quel punto il vecchio prese due frutti dalla sua borsa e

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disse: “Ti dono questi due frutti. Sono davvero magici: se mangi
il primo, comprenderai cos’è la felicità; se mangi il secondo, sarai
felice. Ma puoi mangiare solo uno dei due; infatti, non appena ne
mangi uno, l’altro scompare. E ricorda: se mangi il secondo
frutto, non capirai mai cos’è la felicità. Adesso sta a te scegliere:
dimmi, quale scegli?”.
Il giovane esitò per un momento, poi disse: “Voglio conoscere
cos’è la felicità, prima di tutto; perché senza conoscerla, come
posso trovarla?”.
Il vecchio iniziò a ridere e disse: “Posso capire il motivo per
cui la tua ricerca si è protratta tanto a lungo. Se continuerai su
questa strada non troverai mai la felicità – e non solo per gli anni
a venire, ma per parecchie incarnazioni –, perché ricercare la
conoscenza di ciò che è la felicità non è la stessa cosa che
conseguirla. Conoscere qualcosa sulla felicità e l’esperienza della
felicità sono polarità opposte: sapere qualcosa sulla felicità non è
felicità; al contrario, è dolore, è infelicità. Sapere della felicità
ma non essere felici: questa è la vera infelicità. Proprio per
questo semplice motivo l’essere umano è più infelice delle piante,
degli animali, degli uccelli. D’altra parte, anche l’ignoranza non è
felicità: è solo essere inconsapevoli dell’infelicità”.
La felicità si trova quando si va al di là del sapere e
dell’ignoranza. Ignoranza significa essere inconsapevoli
dell’infelicità, conoscenza è esserne coscienti; felicità vuol dire
essere liberi da entrambi: conoscenza e ignoranza.
Il risultato dell’andare al di là di entrambi è libertà dalla
mente in quanto tale: non appena si è liberi dalla mente, ci si
orienta verso il sé. Essere radicati nel sé è felicità, è beatitudine.
È libertà ed è estasi sublime.

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47. Gli abiti possono ingannare
Un amico è diventato un sannyasin tradizionale. Oggi è la
prima volta che mi viene a trovare, dopo aver fatto quella scelta.
Vedendolo vestito di giallo zafferano, gli ho detto:
“Pensavo che tu fossi diventato un vero sannyasin, ma cosa
vedo? Perché hai cambiato il colore dei tuoi vestiti?”.
Lui ha sorriso della mia ignoranza e ha detto: “Un sannyasin
ha il proprio codice nell’abbigliamento”.
Sentendo queste parole, ho iniziato a riflettere; e lui mi ha
chiesto: “Cosa c’è da pensare tanto?”.
Ho spiegato: “È qualcosa che richiede una profonda
riflessione, perché un sannyasin non dovrebbe avere alcuna
regola rispetto all’abbigliamento; e se ne ha una, non è un
sannyasin”.
Forse non ha capito le mie parole, perché mi ha chiesto:
“Dopotutto, un sannyasin deve indossare qualcosa; oppure vuoi
che vada in giro nudo?”.
Ho replicato: “Non è vietato indossare abiti e non ci sono
regole che lo impediscano.
La cosa da valutare è l’insistenza nell’indossare qualcosa in
particolare, contrapposta al non indossare nulla. Amico mio, la
regola non si riferisce ai vestiti quanto piuttosto all’imporre
qualcosa”.
Ha commentato: “Ma indossare abiti particolari mi aiuta a
ricordare che sono un sannyasin”.
A quel punto sono scoppiato a ridere, e ho detto: “Ciò che si
è non dev’essere ricordato. Ricordarsi di ciò che non si è, questo
richiede un continuo nutrimento; ma una spiritualità che si può
ricordare solo grazie agli abiti, potrà mai essere spiritualità? Gli

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abiti sono cose molto superficiali e futili, perfino la pelle non è
abbastanza profonda; la carne e il midollo sono a loro volta poco
profondi… e neppure la mente lo è! Fatta eccezione per l’anima,
non esiste nulla di abbastanza profondo da poter diventare la
dimora della spiritualità. E ricorda, coloro che restano focalizzati
su cose superficiali non sperimenteranno mai la dimensione
interiore. Coloro che restano fissati sui vestiti non possono avere
alcuna consapevolezza della propria anima, appunto per quel
motivo.
Cos’altro nel mondo, fatta eccezione per la mente, si fissa
sugli abiti e gli abbellimenti esteriori? Solo colui che si libera dai
vestiti è un sannyasin”.
Poi gli raccontai una storia…
Un imitatore andò al palazzo del re e disse: “Voglio che mi
doni di cinque rupie”.
Il re disse: “A un artista che dà uno spettacolo posso dare una
ricompensa, ma non fargli un dono”.
L’imitatore sorrise e se ne andò; ma, mentre stava uscendo,
disse: “O re, accetterò la ricompensa solo se mi fai anche il dono.
Per favore, ricordalo”.
La cosa finì lì. Qualche giorno dopo, nella capitale si diffuse
in un lampo la notizia che era giunto un sannyasin bellissimo. E
proprio fuori dalla città c’era un giovane sannyasin seduto in
profonda meditazione: non parlava, non apriva gli occhi e stava
immobile.
Una folla sempre più numerosa andava da lui, tutti volevano
vederlo: intorno a lui si accumulavano fiori, frutta fresca, frutta
secca e dolciumi, ma lui era in profonda meditazione per cui non
sapeva nulla di tutto ciò.
Passò un giorno, ne passò un altro e la folla continuava ad

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aumentare. Al mattino del terzo giorno, il re in persona andò a
vedere il sannyasin. Offrì centomila monete d’oro ai suoi piedi e
pregò per ottenere le sue benedizioni, ma il sannyasin era
immobile come una roccia; nulla riusciva a tentarlo o a farlo
muovere. Dunque, perfino il re non ci era riuscito e, mentre
tornava a palazzo, udì la folla che ancora inneggiava a quel
monaco itinerante.
Ma il quarto giorno la gente vide che nella notte il santo era
scomparso. E proprio quello stesso giorno l’imitatore ricomparve
alla corte del re, e gli disse: “Adesso che mi hai fatto dono di
centomila monete d’oro, per favore dammi la mia ricompensa di
cinque rupie”.
Il re era allibito, e disse a quell’uomo: “O stolto, perché mai
hai ignorato quelle centomila monete d’oro? E perché adesso mi
chiedi cinque rupie?”.
L’imitatore ribatté: “Sire, visto che non mi hai voluto fare una
donazione all’inizio, come avrei potuto accettare la seconda? Non
è forse sufficiente avere una ricompensa per il proprio lavoro?
Inoltre, quando recitavo la parte del sannyasin, anche se ero un
santo fasullo, ero comunque un sannyasin; dunque ho dovuto
conservare la dignità del sannyas”.
Se mediti su questa storia, molte cose ti colpiranno: gli
imitatori possono essere sannyasin. Come mai? Perché nei
cosiddetti abiti di un sannyasin c’è spazio sufficiente dove un
imitatore si può nascondere: ovunque un abito abbia valore,
qualsiasi imitatore ne può approfittare.
Quell’imitatore in realtà era un mistico, ecco perché a fronte
di un’offerta di diecimila monete d’oro preferì accettare solo
cinque rupie; ma non sarebbe giusto aspettarsi che tutti gli
imitatori siano così religiosi. Il re fu ingannato dai suoi vestiti.

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Poiché gli abiti indossati possono ingannare le persone, gli
approfittatori e gli imbroglioni li hanno resi molto importanti. E
quando una persona ha successo nell’ingannare gli altri, quel
successo diventa una solida base nell’ingannare se stessi.
Si dice: “Satyameva jayate, solo la verità trionfa”. Ma questo
è un criterio molto pericoloso; infatti, in questo modo si ha l’idea
che qualsiasi cosa trionfi sia vera. Se “la verità trionfa” in breve
la mente arriverà a questa conclusione: tutto ciò che trionfa è
vero!
Una spiritualità che può essere imitata non è vera spiritualità;
infatti, se è così, nulla sarà più facile di una recita fatta da un
attore. Se un imitatore può impersonare un sannyasin, anche i
sannyasin possono essere imitatori!
In realtà, non esiste alcun codice d’abbigliamento per i
sannyasin: può esistere una simile etichetta solo per chi imita. E
se non esistono regole su come vestirsi, per un sannyasin non si
pone neppure il problema di proteggere la propria dignità: quella
preoccupazione ce l’hanno solo gli imitatori, non i sannyasin. E
simili preoccupazioni si troveranno soltanto negli imitatori che
sanno di essere solo degli attori.
Coloro che hanno iniziato a pensare a se stessi come
sannyasin, solo perché indossano abiti particolari, sono soltanto
attori che impersonano Rama in uno spettacolo teatrale, e che
iniziano a prendersi sul serio.
Conosco un simile attore: dopo aver recitato il ruolo di Rama
in uno spettacolo, non ha più lasciato quel ruolo. La gente dice
che è matto.
Qualsiasi imitatore si può vestire come un sannyasin, ma se
poi inizia a credere di essere un sannyasin, non solo scimmiotta,
è anche impazzito!

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48. Felice più di un imperatore
Un imperatore era soffocato dalle preoccupazioni. Quando le
preoccupazioni ti prendono d’assalto, lo fanno totalmente;
infatti, una volta che un guaio ha trovato il modo di entrare, gli
altri seguono la stessa strada. Chiunque permetta a
un’inquietudine di possederlo inconsciamente apre la porta a
molte altre. Proprio per questo motivo le preoccupazioni arrivano
sempre come una folla! Nessuno si trova mai a dover fronteggiare
un’unica ansia.
Potrebbe stupire che gli imperatori spesso anneghino nelle
preoccupazioni; anche se la verità è che solo chi si è liberato da
ogni inquietudine è un imperatore. La schiavitù dell’ansia e delle
preoccupazioni è così gravosa che tutto il potere di un imperatore
non riesce a vanificarla. Forse, proprio per questo motivo anche il
potere degli imperi si esaurisce, usurato dalle preoccupazioni.
Un uomo vorrebbe essere un imperatore, per avere il potere e
l’indipendenza che la cosa comporta. Ma alla fine, scopre che
nessuno è più impotente, dipendente e sfortunato di un
imperatore; e questo perché chiunque voglia ridurre gli altri in
schiavitù, alla fine diventa schiavo degli stessi schiavi. Qualsiasi
cosa vogliamo dominare, alla fine riesce a dominarci. Per
conseguire un’indipendenza, è essenziale non solo conseguire
una libertà dalla schiavitù altrui, ma liberarsi anche dalla
mentalità che tende a ridurre gli altri in schiavitù!
Questo imperatore viveva in una schiavitù simile. Era partito
tentando di conquistare dei paradisi, ma dopo tutte le sue vittorie
si era reso conto di sedere sul trono dell’inferno. Qualsiasi cosa
aveva vinto grazie al suo ego, alla fine si era dimostrata essere un

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inferno; d’altra parte, l’ego non potrà mai conquistare il paradiso,
perché in paradiso non esiste alcun ego.
Adesso quell’imperatore voleva liberarsi dal sé infernale che
aveva raggiunto.
Purtroppo è difficile conseguire il paradiso ed è facile
perderlo, mentre è facile raggiungere l’inferno ed è difficile
perderlo.
Si voleva liberare dal fuoco delle preoccupazioni, chi non lo
vorrebbe? Chi vorrebbe mai restare seduto sul trono dell’inferno?
D’altra parte, chiunque voglia sedere su un trono siederà sul
trono dell’inferno. Ricordalo: in paradiso non esiste alcun trono;
semplicemente, i troni dell’inferno, visti da lontano, sembrano i
troni del paradiso.
Giorno e notte, addormentato o sveglio, quell’imperatore
lottava contro ansie e preoccupazioni di ogni tipo. Anche se le
persone con una mano si liberano delle loro preoccupazioni, con
migliaia di mani ne invitano a profusione!
L’imperatore voleva liberarsi da tutte le preoccupazioni, ma al
tempo stesso voleva diventare un grande monarca. Forse pensava
che, una volta diventato imperatore del mondo, si sarebbe liberato
da tutti i suoi affanni: la follia dell’uomo continua ad arrivare a
simili conclusioni. Ed era per questo che ogni giorno cercava
nuove regioni da dominare: ogni sera, al tramonto del sole, non
voleva che i suoi confini fossero ancora là dov’erano all’alba!
Sognava argento e respirava oro: nella vita, sogni e respiri simili
sono molto pericolosi, perché sognare argento crea catene per i
propri respiri, e respirare oro riversa veleno nella propria anima.
Lo stordimento che accompagna il vino dell’ambizione può
essere solo spezzato dalla morte.
La vita dell’imperatore stava ormai tramontando, e la fine dei

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suoi giorni si stava avvicinando: la morte aveva iniziato a
invitarlo. La sua forza diminuiva giorno dopo giorno, e le sue
preoccupazioni aumentavano: la sua vita era in subbuglio!
Quello che un uomo semina in gioventù raccoglie nella
vecchiaia. I semi velenosi non ti preoccupano mentre li semini, ti
inquietano soltanto quando il raccolto è maturo. Chi riesce a
vedere quell’inquietudine nei semi non li semina; una volta
seminati, non ce ne si può liberare… dovranno essere raccolti,
non è possibile evitarlo!
L’imperatore era in piedi in mezzo al suo raccolto, qualcosa
che lui stesso aveva seminato. Per sfuggire a tutto ciò aveva
persino pensato di suicidarsi; però, l’avidità di essere un
imperatore e la speranza di arrivare a essere un monarca
universale in futuro non gli permettevano di fare neppure quello.
Avrebbe potuto perdere la sua vita – di fatto l’aveva già perduta –
ma era al di là delle sue capacità rinunciare a essere un
imperatore: quel desiderio era la sua stessa vita, e solo desideri
simili – desideri che sembrano essere vita – la distruggono.
Un giorno, nel tentativo di liberarsi dai propri assilli, andò a
spasso su una collina verdeggiante. Ma è più difficile sfuggire le
proprie preoccupazioni che scappare perfino dalla propria pira
funeraria. Qualcuno potrebbe riuscire a sfuggire la propria
cremazione, ma non le proprie ansie e le preoccupazioni; e questo
perché la pira funeraria è all’esterno e le inquietudini sono
all’interno. Qualsiasi cosa presente dentro di te ti accompagnerà
sempre: ovunque sarai, sarà al tuo fianco. Se non si cambia il
proprio sé alle radici, è del tutto impossibile sfuggire i propri
affanni.
L’imperatore si ritrovò a cavalcare nella foresta.
All’improvvisò udì il suono di un flauto; qualcosa in quel suono

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lo fece fermare bruscamente, e lo indusse a voltare il cavallo
verso quella musica.
Nei pressi di una cascata, all’ombra di un albero, un giovane
pastore stava suonando il flauto e danzava; nelle vicinanze
riposavano le sue pecore. L’imperatore gli disse:
“Sembri felice come se avessi conquistato un regno”.
Il giovane ribatté: “Che dici? Io prego continuamente
l’esistenza di non darmi un regno! Adesso sono un imperatore,
ma nessuno che conquisti un regno resta un imperatore”.
Il re rimase stupefatto e chiese: “Dimmi, cosa possiedi che fa
di te un imperatore?”.
Il giovane rispose: “Non è con la ricchezza ma con la libertà e
l’indipendenza che si diventa un imperatore. Io non ho nulla, a
eccezione di me stesso. Io possiedo solo me stesso, e non esiste
ricchezza più grande di questa. Non riesco a pensare a nulla che
un imperatore abbia e che io non ho: possiedo occhi in grado di
vedere la bellezza, ho un cuore che ama, ho la capacità di
immergermi nella preghiera. La luce che il sole mi dona non è
inferiore alla luce che dà a un imperatore, e la luce che la luna
riversa su di me non è minore di quella che riversa su un
imperatore. Fiori meravigliosi spuntano sia per me che per lui. Un
imperatore mangia il suo cibo e copre il suo corpo, io faccio lo
stesso.
Dunque, cos’ha un imperatore che io non ho? Forse ha le
preoccupazioni di un monarca, ma possa Dio salvarmi da tutto
ciò: una pira funeraria è di gran lunga meglio di quelle
preoccupazioni! D’altra parte, ci sono molte cose che io ho e un
imperatore non ha:
la mia indipendenza, la mia anima, la mia felicità, la mia
danza, la mia musica. Io sono felice con ciò che ho, pertanto sono

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un imperatore”.
L’imperatore ascoltò i punti di vista del giovane e disse: “Mio
caro, ciò che dici è giusto. Va’ e informa ogni villaggio che anche
l’imperatore conferma le tue parole”.

49. Non ascoltare le opinioni degli altri


Un mattino, mi ero appena svegliato quando alcune persone
vennero a trovarmi.
Dissero: “Ci sono persone che ti criticano aspramente.
Qualcuno dice che sei un ateo, altri dicono che sei un
miscredente. Perché non ribatti a tutte queste opinioni, del tutto
prive di valore?”.
Ribattei: “Tutto ciò che non ha valore non richiede alcuna
replica. Non è forse vero che noi rendiamo importante solo ciò
che riteniamo degno di una smentita?”.
A queste parole un altro disse: “Ma non è giusto che cose
sbagliate si diffondano nel mondo”.
Replicai: “Hai ragione. Ma chi ha bisogno di criticare e si
perde nei pettegolezzi non verrà mai zittito: quella gente ha una
grande inventiva e troverà sempre nuove occasioni di farlo. Vi
racconterò una storia che lo illustra”.
E vorrei ripetere anche a te la storia che raccontai a quegli
amici…
Era una notte di luna piena, e la terra intera era immersa in
quella luce lunare. Shankara e Parvati, seduti su Nandi, il loro
torello prediletto, andarono a fare una passeggiata. Ma avevano
fatto poca strada che alcune persone, incontrandoli e vedendoli
seduti in groppa a Nandi, commentarono: “Guarda quella coppia
di svergognati! Sono seduti tutti e due su quel povero torello…

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quasi non fosse un essere vivente!”. Sentendo quel commento,
Parvati scese e iniziò a camminare.
Ma poco più in là, incontrarono altra gente che disse:
“Curioso, chi sarà mai quell’uomo che se ne sta in groppa al
torello, permettendo a quella creatura tanto delicata di
camminare? Dovrebbe esserci un limite a simili vergogne”.
Sentendo queste parole, Shankara scese e mise Parvati in groppa
a Nandi.
Fatti pochi passi, ecco altra gente che disse: “Che
svergognata, quella donna! Permette al marito di camminare,
mentre lei se ne sta seduta sul toro! Amici miei, il Kaliyuga, la
fine del mondo, è davvero iniziato”.A quelle parole, entrambi si
misero a camminare, di fianco al torello.
Non avevano fatto che pochi metri, quando altre persone
commentarono: “Guardate quegli sciocchi! Hanno un torello così
forte, eppure se ne vanno a piedi”.
A quel punto Shankara e Parvati si trovarono paralizzati: non
c’era altro che potessero fare. Si fermarono dunque sotto un
albero per considerare il problema.
Fino a quel momento, Nandi se n’era stato zitto; a quel punto
scoppiò a ridere e disse:
“Posso suggerirvi una soluzione? Entrambi dovreste
prendermi sulla vostra testa!”.
A quelle parole, Shankara e Parvati compresero, e risalirono
tutti e due in groppa a Nandi. Ovviamente, i passanti
continuarono a fare commenti; infatti, come potrebbe mai la
gente smettere di criticare? Ma adesso Shankara e Parvati si
godevano la loro passeggiata sotto la luna, incuranti della gente
che passava.
Nella vita, se vuoi arrivare da qualche parte, sappi che è una

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scelta suicida dare ascolto a tutti coloro che incontri per strada.
Infatti, la persona la cui opinione ha un qualsiasi valore non
la esprimerà mai, senza che le venga chiesta.
Inoltre ricorda che i passi fatti da qualcuno, se non
corrispondono alle sue intuizioni e alla sua intelligenza,
diventano simili a foglie secche che il vento fa volteggiare con la
sua potenza.

50. Azione alla circonferenza e inazione al


centro
Un uomo andò da Confucio e disse: “Sono molto stanco,
adesso vorrei riposare. C’è un modo per farlo?”.
Confucio gli disse: “Vita e riposo sono due parole che si
contraddicono: se vuoi vivere, non chiedere di riposare. Il riposo
è morte”.
La fronte di quell’uomo si corrugò preoccupata, poi chiese:
“Allora non potrò mai riposare?”.
Confucio replicò: “Troverai il riposo, sicuramente lo troverai”
e, indicando le tombe di fronte a loro, aggiunse: “Guarda quelle
tombe. In loro c’è pace, in loro c’è riposo”.
Non sono d’accordo con Confucio. Vita e morte non sono
separate: sono simili ai respiri dell’esistenza. La vita non è solo
azione, né la morte è solo riposo. Di fatto, chi non si riposa in
vita, non può avere pace dopo la morte. Non è forse vero che
l’irrequietezza durante il giorno rende anche il tuo sonno agitato,
di notte? Non è forse vero che gli echi dell’irrequietezza che
accompagna tutta la tua vita ti assillano anche dopo la morte? La
morte seguirà lo stesso schema che la tua vita ha seguito: non è
l’opposto della vita, ma ne è l’elemento complementare.

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È giusto che tu non sia inattivo durante la tua vita, perché
quello sarebbe l’equivalente di essere morti mentre si è al mondo,
ma neppure una vita che diventa totalmente azione è giusta: anche
quella non è vita! Quello è altrettanto stupido… è un
automatismo insensato!
La vita sarà pienamente realizzata solo se ci sarà azione alla
circonferenza e inazione al centro: azione nella sfera esteriore,
quiete e pace in quella interiore; movimento all’esterno, calma
all’interno.
Una persona integra e armonica nasce solo quando la sua
personalità è azione totale unita a un’anima intimamente serena.
L’esistenza di un simile individuo è pace e quiete, e la sua morte
sarà una liberazione suprema.

51. Se l’umanità fosse una sola e uguale…


Sono andato a un incontro; era un incontro di sudra, di
intoccabili. L’idea stessa riempie il mio cuore di lacrime; mentre
raggiungevo quell’incontro di intoccabili, mi sentivo triste e
infelice: che cosa ha mai fatto l’uomo all’uomo? E le persone che
costruiscono mura insormontabili tra gli esseri umani vengono
definite religiose! Che declino maggiore potrebbe esserci per la
religione? E se questa è religione, cosa sarà mai la miscredenza?
Sembra che i covi dell’irreligiosità si siano appropriati delle
insegne della religione, e le scritture di Satana siano diventate i
testi sacri di Dio.
La vera religione non è separazione, ma unione. Non è
dualità, è non-dualità; non la si trova costruendo mura, ma
demolendole. Purtroppo, però, le cosiddette religioni non hanno
fatto che creare divisioni, elevando mura: hanno usato il loro

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potere per frammentare e dividere l’essere umano.
Di certo non è stato fatto senza un motivo. La verità è questa:
non possono esistere organizzazioni o sfruttamento senza creare
divisioni che mettano un uomo contro l’altro.
Se l’umanità fosse una sola e uguale, le basi stesse dello
sfruttamento verrebbero annientate; infatti, per avere
sfruttamento, sono essenziali l’ineguaglianza, le sette e i sistemi
delle caste. E proprio per questo motivo le religioni, in molte
forme diverse, hanno sostenuto l’ineguaglianza, le sette e le caste.
Una società priva di sette e di caste è automaticamente
contraria a qualsiasi sfruttamento: accettare l’uguaglianza di tutte
le persone è un modo inequivocabile di abbandonare qualsiasi
sfruttamento.
Dunque, se non vengono create divisioni tra le persone, non
possono esistere istituzioni, organizzazioni e sette religiose. La
divisione genera paura, invidia e odio; e in ultima analisi produce
inimicizie.
L’inimicizia dà vita alle organizzazioni; tutte le
organizzazioni nascono a causa di rivalità e inimicizie, non sono
mai frutto di amicizie: l’odio, mai l’amore, è il loro fondamento.
Si creano organizzazioni per paura dell’ostilità. Poi le
organizzazioni diventano potenti, e il potere rende più facile lo
sfruttamento e la possibilità di appagare la propria avidità. E via
via che il potere si espande genera una sete di dominio.
In questo modo, la religione si trasforma segretamente in
politica. La religione è la facciata, la politica si pone alle sue
spalle; la religione finisce per essere soltanto una copertura per i
giochi politici, che diventano la forza trainante alle sue spalle.
In realtà, laddove esistono organizzazioni e sette, non è
presente alcuna religione, c’è solo politica. La religione è una

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ricerca attraverso la meditazione, non è affatto un’organizzazione.
Dunque, in nome delle diverse organizzazioni religiose, si
continuano ad attuare strategie politiche di vario tipo e colore.
Certo, se non sono presenti organizzazioni, può esistere una
religiosità, ma non delle religioni che hanno seguaci, preti e via
dicendo.
Dio è stato trasformato in una professione. Gli interessi
costituiti si sono addirittura legati a Dio: cosa potrebbe essere
più osceno e irreligioso di questo? Ma il potere della propaganda
non ha limiti e con un costante indottrinamento perfino le bugie
più false diventano verità. Dunque, ciò che stupisce è che i fedeli
e i preti – che sono a loro volta in affari per sfruttare – si fanno
paladini di un sistema di sfruttamento! Infatti, le religioni si sono
sempre messe al servizio di sistemi sociali votati a sfruttare la
gente.
Grazie al loro intessere una ragnatela di dottrine immaginarie,
hanno descritto gli sfruttatori come persone religiose e gli
sfruttati come peccatori: a chi viene sfruttato viene detto che le
sue sofferenze sono il risultato di cattive azioni commesse in vite
precedenti. In verità, le religioni hanno dato davvero una quantità
enorme di oppio!
Al termine di quell’incontro, un vecchio sudra mi chiese:
“Posso entrare nei templi?”.
Risposi: “Andare nei templi? E perché mai? Dio stesso non
visita mai i templi che sono di proprietà dei sacerdoti”.
Dio non ha altro tempio all’infuori dell’esistenza. Tutti gli
altri templi e le moschee sono cose ideate dai preti; non esiste
neppure una relazione remota tra questi templi e Dio: Dio e i
preti non si sono mai neppure parlati! I templi sono creazioni dei
preti, e i preti sono creature di Satana: sono tutti discepoli del

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demonio!
Le scritture e le sette religiose sono responsabili di aver
contrapposto l’uomo all’uomo. Hanno parlato d’amore, ma hanno
diffuso il veleno dell’odio; e di fatto è più facile somministrare
veleno, se viene coperto con un velo di zucchero. Eppure, la
gente non ha mai sospettato dei preti: qualsiasi sia la loro idea di
Dio, si lascia incantare dai preti; e questa è la causa fondamentale
che ha portato all’indebolimento di ogni connessione con il
divino. Per secoli e millenni i preti sono stati impegnati
nell’assassinare Dio; se si esclude la casta sacerdotale, nessun
altro ha mai provato a uccidere Dio!
Se vuoi optare per Dio, non puoi scegliere il prete: non è
possibile adorare entrambi contemporaneamente. Non appena un
prete entra in un tempio, Dio ne esce! Per stabilire una
connessione con Dio, è necessario liberarsi dai preti: essi sono
l’unico ostacolo tra un devoto e Dio. L’amore non tollera che
qualcuno interferisca, né la preghiera ammette alcun
intermediario.
Era l’alba. Non appena la porta di un tempio si aprì, un sudra
salì la scalinata ed entrò.
Stava per superare la soglia, quando il prete gli urlò
furibondo: “Fermati, fermati, peccatore! Se fai ancora un passo,
verrai annientato… tu hai inquinato i sacri gradini del tempio di
Dio”.
Il sudra, terrorizzato, si ritrasse. I suoi occhi si gonfiarono di
lacrime, era come se qualcuno avesse pugnalato il suo cuore
assetato di Dio. Si sciolse in lacrime e disse: “O Signore, quale
peccato ho mai commesso che mi impedisce di vederti?”.
Il prete disse, a nome Dio: “Fin dalla tua nascita sei stato
impuro. Noi sei altro che un ammasso di peccati”.

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Il sudra pregò: “In questo caso mi dedicherò a severe
discipline spirituali per purificarmi. Non voglio morire senza aver
visto Dio”. E per anni di quel sudra non si seppe più nulla.
Nessuno sapeva dov’era andato; la gente si era praticamente
dimenticata di lui, quando, all’improvviso, un giorno tornò al
villaggio.
Il tempio era posto all’entrata del villaggio, e il prete vide
quel sudra camminare nei pressi: sul suo volto splendeva una
luce nuova, nei suoi occhi era riflessa una quiete ignota; perfino
intorno al suo volto si vedeva un alone luminoso. Eppure,
quell’uomo non sollevò mai gli occhi verso il tempio; sembrava
che la sua presenza gli fosse del tutto indifferente e che non gli
interessasse affatto.
Il prete non riuscì a controllarsi, lo chiamò e gli disse: “Salve!
Il tuo sforzo di purificazione è completato?”.
Al che il sudra rise e annuì. Il prete gli domandò: “Allora
perché non entri nel tempio?”.
Il sudra rispose: “Amico mio, cosa potrei mai fare, lì dentro?
Quando Dio mi è apparso, ha detto: ‘Perché continui a cercarmi
in un tempio? Là non c’è nulla. Io stesso non sono mai entrato in
quei templi; e se anche avessi voluto andarci, non penso che il
prete mi avrebbe permesso di entrarci!’”.

52. Le ricchezze non possono comprare la


spiritualità
So che un multimilionario ha costruito parecchi templi. Ha
investito i suoi soldi nella religione e ora ha grandi aspettative. È
un uomo d’affari molto abile ed è abituato a trarre profitti
vertiginosi.

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Perfino nel business della religione non vuole essere inferiore
a nessuno; in realtà, non è abituato a essere superato da
qualcuno; e se non resta mai indietro quando è in gioco il denaro,
perché dovrebbe ritrarsi nel mondo della religione? Nelle
questioni del mondo, primeggia e supera chiunque; e adesso si
sta organizzando per fare affari anche nel mondo trascendente!
Adesso il paradiso è una certezza, ragion per cui lui non si cura
più del mondo.
Non solo questa Terra, perfino il paradiso può essere
comprato con i soldi! Ecco perché il denaro è così importante: il
denaro è addirittura superiore alla religione, perché non può
essere ottenuto con la religione, ma di certo la religione può
essere acquistata con il denaro. Visto che il denaro può
acquistarti la religione, anche il timore di fare soldi tramite degli
allocchi scompare, perché senza gli sciocchi in nessun caso si
possono fare soldi a palate. La ricchezza è di fondo un furto,
qualsiasi ricchezza è sfruttamento del sangue altrui; ma nel
Gange della religione, tutti i peccati vengono lavati via, e il
Gange della religione inizia a scorrere ogni volta che un
Bhagirath della ricchezza – il re i cui sforzi virtuosi fecero
scendere il Gange sulla Terra – fa un cenno. Ma in questo modo
la religione diventa il fondamento dell’irreligiosità.
Ma com’è possibile che la religione diventi il presupposto
dell’irreligiosità? Di certo una simile religione non è vera
religiosità!
Ciò che può essere comprato con le ricchezze non è
spiritualità, non è religione.
Ho sentito raccontare…
Un mattino, un ricco bussò alle porte del paradiso.
Chitragupta, il guardiano del paradiso, chiese: “Fratello, chi

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sei?”.
“Sono io! Non mi conosci? Le notizie della mia morte non
sono ancora arrivate fin qui?”
Chitragupta domandò: “Che cosa vuoi?”.
Quel ricco, furioso, sbraitò: “È una cosa da chiedere? Voglio
entrare in paradiso” e mentre parlava tirò fuori un rotolo di
banconote dal suo mantello e lo offrì a Chitragupta.
Al che Chitragupta rise fragorosamente e disse: “Fratello, gli
usi e i costumi del mondo qui non possono funzionare, né questa
moneta qui è in circolazione. Per favore, tieniti i tuoi soldi”.
A quel punto il ricco iniziò a comportarsi come un povero e
un debole, visto che quanto gli aveva dato forza in passato qui si
rivelava non avere alcuna sostanza.
Chitragupta gli chiese: “Cos’hai fatto per meritarti il
paradiso?”.
Dopo averci pensato a lungo, il ricco disse: “Ho dato dieci
centesimi in dono a una vecchia”.
Chitragupta chiese immediatamente al suo assistente se fosse
vero, costui guardò nei suoi archivi e disse: “Sì, signore, è vero”.
Chitragupta di nuovo chiese cos’altro avesse fatto, e di nuovo
il ricco ci pensò, poi disse: “Ho dato cinque centesimi a un
orfano”.
Di nuovo l’assistente cercò nei suoi archivi e trovò che anche
questo era vero.
Chitragupta domandò: “Non hai fatto altro?”.
E il ricco rispose: “Questo è quanto. Riesco a ricordare solo
quelle due cose”.
Chitragupta si consultò con il suo assistente sul da farsi. E
quello disse: “Gli si possono rendere quindici centesimi e
mandarlo all’inferno. Per il paradiso quindici centesimi sono ben

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misera cosa!”.
D’altra parte, sarà mai possibile raggiungere il paradiso
donando soldi? Una monetina, dopo tutto, è una monetina…
anche se le mettessi una sopra l’altra per farne una pila altissima,
resterebbero sempre delle monetine.
In realtà, la religiosità non può essere acquistata in nessun
modo – neppure per somme piccole o grandi – perché nel mondo
della spiritualità il denaro non circola. La religiosità non può
essere acquistata neppure rinunciando a tutte le proprie
ricchezze, perché cercare di comprare il paradiso rinunciando a
ciò che si possiede equivale a cercare di comprarlo utilizzando le
proprie ricchezze.
Tra i valori religiosi, il denaro non ha alcun valore: per ciò
che concerne la religiosità il linguaggio stesso dei soldi è del
tutto privo di rilievo.
La realtà del proprio essere non può essere acquistata. La
realtà del proprio sé è religiosità, quella realtà è il paradiso; e
nulla di tutto ciò può essere trovato fuori dal proprio essere: è
sempre presente nel tuo stesso centro.
Non occorre coinvolgersi con una religione, devi
semplicemente svegliarti e riconoscere che sei sempre stato un
essere spirituale: così come un pesce vive nel mare, tu hai sempre
dimorato nella religiosità. D’altra parte, pur vivendo nel mare, il
pesce può comunque lasciarlo nei suoi sogni, dormendo. La
nostra condizione è la stessa: quando siamo nel mondo,
sogniamo; e sia perdersi nei piaceri del mondo, sia rinunciarvi
sono sogni. Sia i palazzi sia i templi sono sogni.
Né i palazzi né i templi costruiti nei sogni possono portare
alcun risveglio. Il sentiero del risveglio è qualcosa di diverso: lo
si trova quando si sposta la propria consapevolezza da ciò che

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viene visto a colui che vede.
Il nostro sonno è tanto profondo quanto è intensa l’attenzione
che diamo alle cose viste, e il risveglio si avvicina sempre di più
via via che ci si sposta all’indietro, verso colui che vede.
Quando la nostra attenzione ritorna totalmente a colui che
vede, sia la cosa vista sia chi la vede scompaiono, e la totalità che
rimane è religiosità: quella è la verità. Quella è la suprema
liberazione.

53. Il primo gradino della scala


Qual è la prima verità nella ricerca della verità suprema? La
prima verità per chiunque è conoscere se stessi per ciò che si è,
così come si è. Questo è il primo gradino della scala.
Ma sulla maggior parte delle scale quel primo gradino manca;
ragion per cui sono scale solo di nome, ma non possono essere
utilizzate per salire. Se qualcuno vuole, può tirarsi dietro quelle
scale sulle spalle, ma sarà impossibile salirci.
L’uomo inganna gli altri, inganna se stesso, e vuole ingannare
perfino Dio; in tutti questi tentativi perde se stesso. Ha creato lui
stesso tutto il fumo che gli acceca gli occhi!
La nostra civiltà, la nostra cultura e le nostre religioni non
sono forse nomi splendidi per simili inganni? Non abbiamo forse
fatto tentativi del tutto vani di mascherare la nostra mancanza di
civiltà, di cultura e di religione dietro a questo fumo? E qual è
stato il risultato? Semplicemente questo: sulla base di quegli
sforzi di civilizzazione, non siamo riusciti a diventare civili, e a
causa delle nostre religioni non siamo riusciti a diventare
religiosi; e questo perché ciò che è falso non potrà mai diventare
la via che conduce al Vero.

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La verità in quanto tale è la soglia al Vero. Solo dopo aver
lasciato perdere tutti gli autoinganni la via verso il Vero potrà
presentarsi limpida e libera da ostacoli.
È essenziale ricordare che in ultima analisi è impossibile
ingannare se stessi. Oggi o domani ogni inganno andrà in pezzi e
le verità verranno rivelate; proprio per questo l’autoinganno alla
fine si trasforma in rimorso. D’altra parte nessun pentimento
potrà mai fare ciò che può operare l’essere consapevoli fin
dall’inizio.
Perché vogliamo ingannare? Dietro a ogni nostro inganno non
c’è forse la paura? Ma la causa all’origine della paura è forse
annientata dall’inganno? No, anzi, con l’inganno simili radici
vengono seppellite e in questo modo crescono più in profondità.
Non è questo il modo per farle morire; così acquistano vitalità e
potenza; di conseguenza, si devono inventare inganni ancor più
grandi, per coprirle e nasconderle. Così nasce un’interminabile
catena di sotterfugi dove la codardia continua ad aumentare e
l’uomo si incupisce, si perde nella debolezza e nella viltà. Alla
fine inizia ad aver paura anche di se stesso, e questa paura
diventa un inferno.
Nella vita, non va bene nascondersi per paura dietro a delle
illusioni. La cosa giusta da fare è ricercare la causa alla radice
della paura: non si dovrebbe reprimerla, non la si dovrebbe
occultare. La suprema liberazione è impossibile, se esiste una
paura repressa.
Solo dopo aver conosciuto questa paura, dopo averla messa a
nudo, ci si può liberare dalla paura.
Dunque, io considero il coraggio la qualità religiosa più
grande. Nel tempio della vita non esiste alcun accesso tramite una
porta sul retro: l’esistenza dà il benvenuto solo a coloro che

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lottano con coraggio strenuo.
In una delle maggiori città dell’Inghilterra, veniva
rappresentata una delle commedie di Shakespeare. Questo
accadeva qualche decennio fa, quando era ancora ritenuto un
peccato il fatto che un gentiluomo andasse a teatro, e non si era
mai neppure posto il problema di un prete che ne vedesse uno.
Dopotutto, la religione è il suo unico interesse!
Un prete, però, non riuscì a evitare quella tentazione e si
mosse nello stesso modo in cui facciamo noi nella vita: scrisse al
direttore del teatro, chiedendogli: “Potrebbe farmi entrare da una
porta sul retro del teatro, così nessuno mi vedrà?”.
Il direttore gli rispose: “Mi spiace, ma qui non abbiamo porte
che Dio non possa vedere!”.
Anch’io vorrei dirti la stessa cosa. Non esistono porte sul
retro tramite le quali si possa accedere al Vero: il divino è sulla
soglia di qualsiasi porta!

54. Chi sta badando al negozio?


Questa è la storia di un viaggio. Un gruppo di donne e di
uomini anziani stavano partendo per un pellegrinaggio. Un santo
li accompagnava e io ascoltai ciò che diceva, spiegando loro cosa
succede dopo la morte: “Ciò che accade al termine della vita
dipende da cosa l’uomo stava pensando nell’ultimo istante. Chi
si prende cura di quegli ultimi momenti si è preso cura di ogni
cosa; e morendo ci si deve ricordare il nome di Dio. Sono esistiti
peccatori che nell’istante della morte si sono ricordati il nome di
Dio e oggi si stanno godendo i piaceri del paradiso”.
Il discorso del santo stava producendo l’effetto desiderato:
quei vecchi si avviavano verso un pellegrinaggio, l’ultimo della

165
loro vita, e i loro cuori erano felici di sentire quanto volevano che
fosse detto loro: “In realtà, il problema non è riferito alla vita,
bensì alla morte. Per liberarsi dai peccati di un’intera vita, è
sufficiente ricordare il nome di Dio, anche solo per errore” e nel
loro caso non era neppure per errore, perché avevano deciso di
compiere quel pellegrinaggio. Ovviamente erano felici, e di
conseguenza si stavano anche prendendo ottima cura del santo.
Io ero seduto proprio di fronte a loro e, sentendo le parole del
santo, scoppiai a ridere; al che quel sant’uomo mi chiese furioso:
“Non credi nella religione?”.
Gli domandai: “Dov’è la religione? Qui circolano solo le
monete della miscredenza, un’irreligiosità mascherata da
religione; e di fatto sono soltanto le monete false che pretendono
la fede: là dove un’intelligenza lucida e obiettiva non le sostiene,
ecco che viene pretesa la fede. La fede uccide l’obiettività; d’altra
parte, né i ciechi sono pronti ad accettare la loro cecità, né i
fedeli sono pronti ad ammettere di essere seguaci ciechi.
La cospirazione tramata da gente cieca e pronta a sfruttare ha
praticamente tagliato le radici stesse della religione. Esiste una
rappresentazione della religione ed esiste la pratica religiosa: hai
mai pensato a ciò che stavi dicendo a questi vecchi? ‘Non
importa come sia stata la loro vita, ciò che conta è che i loro
pensieri siano puri alla fine.’ Può esistere qualcosa di più falso?
Se hai un seme dell’albero del neem, l’albero potrà solo essere un
neem – e tu vuoi raccogliere dei manghi? Soltanto l’essenza della
vita che si è vissuta può comparire di fronte alla consapevolezza,
al momento della morte. E cos’è la morte? Non è forse il culmine
e l’appagamento della vita stessa? Come potrà mai essere
qualcosa di diverso dalla vita? Non ne è altro che un’estensione:
è solo il frutto della vita.

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Nessuna delle altre fantasie potrà mai funzionare. Per
esempio, si narra di Ajamil, un peccatore che al momento di
morire chiamò suo figlio Narayan, e poiché in questo modo
pronunciò uno dei nomi di Dio, pur involontariamente, divenne
libero da tutti i suoi peccati e conseguì la suprema liberazione.
Cosa inventerà mai la mente di un uomo che ha peccato? E di
certo esisterà sempre qualcuno che sfrutterà quella gente
terrorizzata. In verità, esiste davvero un nome di Dio? La
rimembranza del divino è soltanto uno stato d’animo dell’essere:
la condizione interiore in cui l’ego viene dissolto, quello è il
giusto stato dell’essere per ricordare il divino. Solo chi continua
a scuotersi via la polvere dell’ego, nell’arco di tutta la sua vita,
alla fine potrà trovare il limpido specchio dell’assenza di ego. E
questo non può accadere pronunciando semplicemente un nome
per sbaglio.
Se qualcuno ritiene per errore che un nome sia quello di Dio,
e per errore continua a vivere la propria vita con questo
malinteso, vedrà la sua esistenza colmarsi sempre più di
inconsapevolezza, e non di divina consapevolezza. La mera
ripetizione di una parola non risveglia la consapevolezza, la mette
a dormire.
Non sappiamo come mai Ajamil stesse chiamando il figlio
Narayan, la spiegazione più credibile è questa: sentendo di essere
alla fine della sua vita, voleva passare al figlio qualche affare
lasciato in sospeso. Infatti, gli ultimi momenti sono soltanto
l’essenza di ciò che è stata tutta la tua vita, e di come apparirà di
fronte alla tua consapevolezza”.
A quel punto narrai a quella gente una storia…
Un mercante era steso sul suo letto di morte. Intorno a lui
erano seduti tutti i membri della sua famiglia, in preda al più

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profondo sconforto. All’improvviso il vecchio aprì gli occhi e
chiese, con ansia stringente: “Mia moglie è qui?”.
La donna disse: “Sì, sono qui”.
“E il mio primogenito?”
“Ci sono anch’io.”
“E gli altri cinque figli?”
“Siamo qui anche noi!”
“E le mie quattro figlie?”
“Ci sono anche loro, non preoccuparti. Per favore, resta
sdraiato e riposati” disse la moglie.
“Ma che dici?” esclamò il vecchio moribondo, cercando di
alzarsi. “Se siete tutti qui, chi sta badando al negozio?”

55. Dov’è la felicità?


Tu mi chiedi: “Dov’è la felicità?”.
Ti racconterò una storia. Questa storia racchiude la risposta.
Un giorno i popoli di questo mondo si erano appena svegliati
dal loro sonno quando udirono uno strano annuncio. Un simile
proclama non era mai stato dato in precedenza.
Nessuno comprese da dove provenisse questa comunicazione
senza precedenti, ma le parole erano chiarissime. Forse
provenivano dal cielo, o forse giungevano dalla dimensione
interiore. Nessuno riconobbe la fonte.
“O popoli del mondo! C’è un dono gratuito di felicità fatto da
Dio, è un’occasione unica che garantisce la liberazione da ogni
preoccupazione e da ogni guaio. Oggi a mezzanotte, chiunque
voglia liberarsi dai suoi problemi li deve riunire in un fagotto
immaginario e li deve gettare fuori dal suo villaggio. E prima di
tornare a casa, deve raccogliere qualsiasi felicità desidera in

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quella stessa sacca, e rientrare prima dell’alba; al posto dei suoi
guai otterrà felicità. Chiunque si lascerà sfuggire questa
opportunità, la mancherà per sempre: l’occasione è data adesso,
perché l’albero dei desideri piegherà le sue fronde fino a terra, ma
solo per una notte. Abbiate fede e raccogliete i suoi frutti, la fede
porterà quei frutti.”
L’annuncio venne ripetuto per tutto il giorno, fino al
tramonto. A mano a mano che la notte si avvicinava, perfino le
persone più scettiche iniziarono a crederci: chi poteva essere così
sciocco da lasciarsi sfuggire quell’opportunità? Ed esisteva
qualcuno che non avesse guai e non desiderasse la felicità? Tutti
alla fine iniziarono a fare un fagotto dei loro problemi, e tutti si
preoccuparono di un’unica cosa: che nessuno dei loro guai
venisse preservato.
Quando la mezzanotte fu vicina, tutte le case del mondo si
erano svuotate e un numero sterminato di persone era in
movimento, ciascuno con il proprio fagotto di guai, simili a file
interminabili di formiche, diretti ai confini delle proprie città. E
per evitare che i loro guai tornassero, si diressero sempre più
lontano dai confini cittadini, per poi gettarli via; e come folli,
tutti iniziarono con impazienza a raccogliere felicità, una volta
che la mezzanotte fu passata.
Tutti si affrettavano, per evitare che l’alba sorgesse prima che
un po’ di quella felicità fosse negletta: la felicità diffusa era
immensa, e il tempo era limitato. Comunque, la gente si affrettò e
tutti riuscirono a tornare a casa prima del sorgere del sole, dopo
aver raccolto l’intero dono.
Arrivando a casa, rimasero allibiti, incapaci di credere ai loro
occhi: al posto delle loro capanne, c’erano palazzi giganteschi
che svettavano verso il cielo. Ogni cosa era rivestita d’oro, e da

169
ogni dove la felicità si riversava su di loro: qualsiasi cosa avevano
sempre desiderato era ora disponibile.
Quella fu la prima sorpresa, ma ce n’era una ancora più
grande. Anche dopo aver scoperto tutto ciò, i volti delle persone
non brillavano di gioia: la felicità dei loro vicini li addolorava. I
loro vecchi guai erano scomparsi, ma adesso li avevano
rimpiazzati con problemi e preoccupazioni del tutto nuovi e
diversi. La situazione era cambiata, ma le menti delle persone
erano le stesse, per cui tornarono a riempirle di infelicità. Il
mondo era cambiato, ma la gente era la stessa; pertanto, ogni cosa
tornò a essere quella di sempre.
Ovviamente, c’era una persona che non aveva accettato
quell’invito a rinunciare alla propria sofferenza e a raccogliere
felicità: era un monaco che viveva nudo. Egli aveva povertà,
nient’altro che povertà, e compatendo la sua stoltezza, tutti gli
avevano chiesto di unirsi a loro: lo stesso re stava andando a
gettar via il suo fardello di guai, dunque era ovvio che anche lui
dovesse andare.
Ma lui aveva riso e aveva detto: “Qualsiasi cosa si trovi
all’esterno non è felicità. E dove potrei mai andare a cercare ciò
che è all’interno? Io ho già fatto quella scoperta, dopo aver
abbandonato qualsiasi ricerca”.
La gente aveva riso della sua follia e l’aveva compatito;
l’aveva considerato uno stolto fatto e finito! E quando le loro
capanne furono trasformate in palazzi e davanti alle loro porte
trovarono gemme grosse come sassi, di nuovo chiesero a quel
monaco: “Ti sei reso conto dell’errore che hai commesso?”.
Al che il monaco scoppiò a ridere e disse: “Stavo proprio
pensando di fare a voi tutti la stessa domanda”.

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56. Di fronte all’ignoto
Ero seduto al capezzale di un uomo di ottantaquattro anni che
stava morendo. Aveva tutti i malanni che una persona potrebbe
avere, e tutti insieme. Da tempo era preda di un dolore
insopportabile, alla fine aveva perso peso; ogni tanto sveniva. Da
anni non si alzava più dal letto, la sua vita era dolore e soltanto
dolore; ma perfino in quella condizione voleva vivere: neppure
allora era pronto a morire.
Anche se la vita è diventata peggiore dell’inferno, nessuno
vuole mai morire: come mai questa brama di vivere è così cieca e
tanto inappagante? Ti costringe a lottare con le unghie e con i
denti. In cosa consiste questa paura della morte? E come puoi
aver paura della morte, se non l’hai neppure sperimentata? In
realtà, si può solo temere ciò che si conosce, perché essere
spaventati dall’ignoto? Rispetto all’ignoto si può solo avere un
desiderio o una propensione a conoscerlo.
Ogni volta che qualcuno lo andava a trovare, quel vecchio
piangeva: sciorinava lamentele su lamentele. Le lagne non
muoiono, anche mentre si muore; forse fanno compagnia alla
gente, anche dopo la morte.
Era disgustato da tutti i dottori, eppure ancora non aveva
abbandonato la speranza: con l’aiuto di qualche amuleto ancora
sperava di continuare a vivere.
Lo trovai solo e gli chiesi: “Vuoi ancora vivere?”.
La domanda lo fece di certo sussultare, sicuramente pensava
che gli avessi fatto una domanda infausta. Poi, con un dolore
profondo disse: “Adesso rivolgo a Dio una sola preghiera: che mi
porti via”. Ma la falsità di quelle parole era scritta su tutto il suo
volto.

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E mi venne in mente una storia…
C’era una volta un taglialegna. Era stanco, povero, infelice e
vecchio. Non riusciva più a tagliare abbastanza legna per
mantenersi; ogni giorno le sue forze scemavano. E al mondo non
aveva nessuno.
Un giorno, dopo aver tagliato legna nella foresta, la stava
raccogliendo in fascine e mormorava: “Neppure la morte viene a
salvarmi da questa vita sofferta, in questa tarda età”. Ma non
appena disse quelle parole, sentì la presenza di qualcuno, di
fianco a lui; sulla spalla gli si posò una mano invisibile e gelata.
Tutto il suo corpo e il suo respiro tremarono. Si voltò e non riuscì
a vedere nessuno; ma anche così, di certo qualcuno era presente:
sulla sua spalla sentiva il peso di una mano gelida.
Prima che potesse parlare, quel potere invisibile disse: “Sono
la morte. Dimmi, cosa posso fare per te?”.
Il vecchio taglialegna ammutolì. Era inverno, ma il suo corpo
iniziò a sudare copiosamente. In qualche modo riuscì a
raccogliere il coraggio sufficiente per chiedere:
“O divina, abbi pietà di questo poveretto. Che cosa vuoi da
me?”.
La morte disse: “Sono qui perché ti sei ricordato di me”.
Il taglialegna raccolse tutte le sue forze e disse: “Perdonami.
Ero sovrappensiero: saresti così gentile di aiutarmi a sollevare
questa fascina di legna? Ti ho chiamato solo per questo e, in
futuro, non ti chiamerò mai più; oppure, se per errore lo facessi,
non occorre che tu venga. Grazie a Dio, sono molto felice”.
Quel vecchio stava pensando a questa storia, quando
qualcuno entrò e gli disse: “È arrivato un sant’uomo. Si narrano
molte storie sui suoi poteri miracolosi. Lo devo far entrare, così
che ti veda?”.

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Un lampo di speranza illuminò il volto di quel vecchio e a
fatica si sollevò, dicendo:
“Dov’è quest’uomo santo? Svelto, fallo venire! Dopotutto
non sono così malato; in realtà, sono i medici che mi stanno
uccidendo. Dio mi vuole salvare, ed è per questo che sono ancora
vivo, malgrado tutti loro: chi potrebbe mai uccidere una persona
che Dio vuole salvare?”.
A quel punto mi accomiatai. Ma non appena giunsi a casa,
ricevetti la notizia che quel vecchio non era più in questo mondo.

57. L’ego vuole ciò che nessun altro


possiede
Un multimilionario si stava facendo costruire un palazzo; e
non appena fu terminato, lui si ritrovò moribondo. È ciò che
accade spesso: la persona a cui viene costruito un palazzo spesso
muore durante i lavori, prima di poterci vivere. Persone simili
vogliono costruire un luogo dove vivere, invece stanno
costruendo le loro tombe.
Era quello che stava succedendo: il palazzo era finito, ma il
proprietario era prossimo alla fine. E quel palazzo non aveva
confronti!
L’ego vuole ciò che nessun altro possiede; e solo per quello
l’uomo perde la sua anima.
L’ego, che è un fenomeno inesistente, può sperimentare la
propria esistenza unicamente diventando il più importante; può
sperimentare la propria esistenza solo primeggiando.
Quel palazzo era senza paragoni da tutti i punti di vista –
come bellezza, come stile e come comodità – ragion per cui il
multimilionario era alle stelle per la felicità.

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L’intera capitale parlava di lui, chiunque vedeva quel palazzo
restava senza parole.
Alla fine, perfino il re venne a vederlo. Anche lui non riusciva
a credere ai suoi occhi; al confronto, la sua reggia sembrava poca
cosa. In cuor suo provò invidia, ma esteriormente iniziò a
decantarlo e a lodarlo.
Il multimilionario fraintese la sua invidia, ritenendola un
encomio e, provando riconoscenza per quegli elogi, disse: “È
tutto dovuto alla grazia di Dio”, ma in cuor suo sapeva che tutto
ciò era stato possibile grazie ai suoi sforzi.
Mentre salutava il re, sul portone gli disse: “Ho costruito solo
un ingresso a questo palazzo. In una dimora come questa i ladri
non possono entrare: chiunque entri o esca deve passare da
quest’unico portone”.
Un vecchio che si trovava tra la folla, fuori dal portone,
sentendo le parole del ricco, scoppiò in una fragorosa risata. Il re
gli chiese: “Perché ridi?”.
L’uomo rispose: “Posso sussurrare il motivo solo
nell’orecchio del ricco”. Poi si avvicinò al padrone di casa e gli
sussurrò: “Ho riso perché ti ho sentito elogiare la presenza di un
solo accesso al palazzo. In questo palazzo immenso quello è
l’unico difetto: così la morte potrà entrare e portarti via. Se non
avessi fatto fare quell’unico portone, il palazzo sarebbe stato
perfetto!”.
Anche nella vita l’uomo costruisce palazzi; e in tutti esiste lo
stesso difetto, ragion per cui nessuna casa si rivela il posto
perfetto dove vivere. In tutte c’è come minimo un’entrata e quella
porta diventa l’accesso per la morte.
D’altra parte, sarebbe forse possibile dimorare nella vita,
senza che ci sia una porta per la morte? Sì, è possibile! Ma una

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casa simile non ha mura: ha solo porte su porte, e poiché ci sono
solo porte, quelle soglie restano invisibili. La morte può entrare
soltanto da una porta; là dove esistono soltanto porte su porte,
una simile soglia non esiste.
L’ego crea mura nella vita. Poi, perché il sé possa entrare e
uscire, fa come minimo una porta, e quella è la porta della morte.
La casa dell’ego non può restare libera dalla morte:
una porta resta sempre, e quella è la soglia di cui abbiamo
parlato. Se non avesse quell’unica apertura, l’ego morirebbe, si
ucciderebbe.
D’altra parte esiste una vita senza l’ego. Quella vita è
immortale, perché non ha alcuna soglia da cui la morte possa
entrare, e non ci sono mura che la circondano.
Là dove non esiste alcun ego, c’è l’anima. L’anima è
sconfinata e senza fine, come il cielo; e ciò che è sconfinato e
senza fine è immortale.

58. La preghiera non è chiedere


Ero ospite in un villaggio. Sebbene fosse piccolo, aveva un
tempio, una moschea e pure una chiesa. Quella gente era molto
religiosa e al tramonto, ogni giorno, andava nel proprio luogo di
adorazione. Perfino di notte nessuno andava a letto, se non dopo
aver fatto una visita. E quasi ogni giorno si celebravano feste
religiose.
Ma la vita di quel villaggio assomigliava a quella di molti
altri villaggi. La religione e la vita non sembra si siano mai
toccate: la vita ha i suoi percorsi e la religione ne ha altri;
corrono parallele tra loro, pertanto non si pone mai il problema di
un loro incontro.

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Come risultato la religione di quei paesani divenne arida e
spenta, e le loro esistenze scorrevano senza alcuno spirito
religioso.
Ciò che accadeva in questo villaggio sta accadendo in tutto il
mondo. Visitai ognuno dei loro luoghi di culto per un paio di
giorni, cercando di cogliere qualche segno nei cuori di quei
cosiddetti devoti e nei sacerdoti. Scrutai nei loro occhi, sondai le
loro preghiere, parlai con loro, esaminai le loro esistenze.
Osservai il loro andirivieni, i loro stili di vita e visitai alcune
delle loro case. Interrogai i vicini, raccolsi le opinioni dei seguaci
di una fede, rispetto alle altre. Presi informazioni dai sacerdoti di
un tempio, rispetto agli altri.
Misi a confronto gli studiosi di una religione con quelli delle
altre… giunsi così alla conclusione che quel villaggio in
apparenza religioso era assolutamente irreligioso. C’era una
facciata di religione e una vita irreligiosa.
Una simile facciata è necessaria solo se si vive una vita priva
di spirito religioso. Infatti, i luoghi di culto non esistono forse
solo per nascondere scene del crimine?
I cosiddetti sacerdoti di Dio non avevano nulla a che fare con
lui; di certo volevano che continuasse a esistere, perché portava
soldi! E i devoti di qualsiasi fede non provavano alcun amore per
il loro Dio: stavano cercando una sicurezza dalle paure e dai
pericoli del mondo, e pregavano Dio perché li aiutasse a
realizzare i loro desideri mondani. Inoltre, coloro le cui vite
stavano per finire volevano essere rassicurati da Dio rispetto alle
vite future: tutti in quel posto amavano solo i piaceri, gli svaghi e
i divertimenti.
Poiché il loro amore era rivolto soltanto al mondo, nessuna
delle loro preghiere era, di fatto, un’orazione rivolta a Dio. Nelle

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loro preghiere chiedevano di tutto, fatta eccezione per un
risveglio dello spirito e, in realtà, finché una preghiera racchiude
in sé una richiesta, non è affatto intesa come rivolta a Dio.
Una preghiera diventa reale solo quando è libera da domande,
richieste, pretese.
Anche se racchiude una brama di Dio, quella preghiera non è
reale; lo è soltanto quando è del tutto libera da qualsiasi bisogno.
E di certo una simile preghiera non può contenere alcuna lode: la
lode non è preghiera, è adulazione, lusinga; elogiando Dio si
tenta di corromperlo. Questa non è solo la manifestazione di una
mente ben misera, è anche un tentativo di ingannare… e cos’altro
potrebbe essere più stupido di un tentativo di truffa come questo?
Facendolo, non si fa altro che ingannare se stessi.
Amici miei, la preghiera non è un domandare: è amore, è un
arrendersi alla totalità dell’esistenza.
La preghiera non è un adulare: è un profondo stato di
gratitudine; e là dove c’è un senso di riconoscenza così profondo,
non esistono parole.
La preghiera non è linguaggio, è silenzio; è un consacrarsi
all’infinito. La preghiera non possiede parole, è la musica
dell’infinito: una musica simile ha inizio, quando tutte le altre
finiscono.
La preghiera non è devozione, né può esserci alcuno spazio
per un qualsiasi culto. La preghiera non ha nulla a che fare con il
mondo esteriore; non ha alcuna relazione con l’altra gente: è il
più intimo risveglio del proprio essere.
La preghiera non è azione, è consapevolezza; è presenza
consapevole: non è un fare, è un essere.
Alla preghiera occorre unicamente la nascita dell’amore.
Perché accada, neppure il concetto di Dio è di qualche utilità,

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addirittura è un ostacolo insormontabile. Ovunque ci sia
preghiera, là c’è Dio; ma ovunque esista l’ idea di Dio, il divino è
incapace di essere presente, proprio a causa di quella presenza.
La verità è una sola. Dio è uno solo. Invece le menzogne sono
tante, le idee e i concetti sono tanti; pertanto i templi sono tanti.
Proprio per questo non diventano soglie bensì mura che
annullano qualsiasi tentativo di realizzare il divino.
Chi non ha trovato il tempio di Dio nell’amore non troverà il
divino in nessun altro tempio.
Cos’è l’amore? È forse attaccamento a Dio? Un attaccamento
non è amore: là dove esiste attaccamento, c’è sfruttamento.
Nell’attaccamento qualcun altro è il soggetto, e quel soggetto è
l’io. In realtà, in amore l’altro non esiste: essere in relazione con
qualcun altro implica l’ego; e là dove l’ego esiste, non c’è alcun
Dio.
L’amore esiste e basta; non è orientato verso qualcuno: è
semplicemente presente. Là dove esiste un amore per qualcuno, là
è presente la delusione; un simile “amore” è attaccamento, è un
desiderio. Quando l’amore è semplicemente fine a se stesso, ecco
che non esiste alcun desiderio: quella è preghiera. Il desiderio è
simile ai fiumi che scorrono verso l’oceano; l’amore è simile
all’oceano stesso: non scorre verso alcuna meta. È semplicemente
se stesso, non ha alcuna attrazione per nessuno; esiste di per sé e,
come l’oceano, anche la preghiera è così. Il desiderio è il fluire,
l’attrazione e la tensione; la preghiera è uno stato dell’essere: si
acquieta in se stessa.
Amore e perfezione si attirano senza alcun motivo, senza che
si siano viste e senza essere tirate.
Io chiamo questo tipo d’amore “preghiera”.
In tutti gli altri casi le nostre preghiere non sono vere, sono

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soltanto autoinganni.
Un prigioniero condannato all’impiccagione giunse al
carcere. Ben presto, l’intera prigione echeggiò delle sue preghiere
a Dio: le sue devozioni e le sue orazioni iniziavano prima
dell’alba. Il suo amore per Dio era sconfinato, quando pregava
dai suoi occhi scorrevano fiumi di lacrime. Nacque così un senso
di distacco, generato dal suo amore per Dio, presente in tutti i
suoi inni devozionali: lui era un devoto di Dio e, ben presto, gli
altri prigionieri divennero suoi seguaci.
Il direttore del carcere e tutti i secondini iniziarono a trattarlo
con rispetto; e la sua routine di orazioni continuò arrivando a
coprire l’intera giornata e la notte. Mentre si alzava, si sedeva o
camminava, le sue labbra continuavano a ripetere: “Rama, Rama,
Rama”. Tra le sue mani i grani del rosario scorrevano
ininterrottamente, persino sul suo scialle aveva fatto stampare
“Rama, Rama, Rama” ovunque!
In tutte le sue ispezioni il direttore del carcere trovava
quest’uomo intento nelle sue devozioni. Ma un giorno, quando si
presentò, scoprì che il prigioniero stava ancora dormendo della
grossa, sebbene il sole fosse ormai alto!
Il suo scialle e il suo rosario giacevano ignorati in un angolo.
Il direttore pensò che forse non si sentiva bene; ma quando si
informò presso gli altri prigionieri, gli fu detto che stava
benissimo. Eppure nessuno sapeva come mai le sue preghiere a
Dio si erano interrotte all’improvviso, la sera precedente.
Il direttore svegliò il prigioniero e gli chiese: “Il sole è ormai
sorto da tempo, non preghi più al mattino?”.
Il prigioniero replicò: “Pregare e adorare? Perché mai dovrei
farlo, adesso? Proprio ieri ho ricevuto una lettera da casa in cui
mi si informa che la pena di morte è stata commutata in sette anni

179
di carcere. Qualsiasi cosa volevo da Dio mi è stata concessa: non
sarebbe giusto disturbare ulteriormente quel poveretto… per
nulla!”.

59. Il peso dell’ego non permette di


elevarsi
Cosa può impedire all’uomo di raggiungere l’essenza divina?
E cosa può tenerlo legato alla terra?
Qual è il potere che non permette al fiume della vita di
raggiungere l’oceano?
Io affermo che è l’uomo in quanto tale: il peso del suo ego
non gli permette di elevarsi.
E non è la forza di gravità della Terra, bensì il peso del suo
ego simile a una montagna, che non gli permette alcuna
ascensione. Noi viviamo schiacciati dal nostro stesso peso, e
perdiamo qualsiasi capacità di movimento. La Terra ha potere
soltanto sul corpo – la sua gravità lo lega a sé – ma l’ego ha
legato perfino l’anima a questa terra: il suo stesso peso impedisce
all’anima di elevarsi verso i cieli, togliendole ogni potere.
Questo corpo è composto di terra, ne è un frutto e alla terra
tornerà; ma, a causa dell’ego, l’anima viene deprivata
dell’essenza divina. In questo modo è forzatamente obbligata a
seguire il corpo, sebbene questo sia del tutto inutile.
Se l’anima non può conseguire l’essenza divina, la vita
diventa un dolore intollerabile.
Il divino è l’unico appagamento dell’anima; essa ne è la piena
manifestazione, e ogni volta che quell’appagamento viene
impedito, insorge una sofferenza atroce.
Quando il potenziale che il sé ha di diventare verità viene

180
ostacolato, si ha dolore e sofferenza; e questo perché la piena
manifestazione del sé è beatitudine.
Non lo riconosci? Non vedi questa lampada? È una lampada
priva di vita, fatta di creta; ma la fiamma che racchiude è
immortale. La lampada proviene dalla terra, ma la fiamma giunge
dai cieli. Ciò che appartiene alla terra resta sulla terra, ma la
fiamma si eleva continuamente verso il cielo ignoto. Il corpo
dell’uomo è qualcosa di simile: è fatto di terra, ma la sua anima
no. L’anima non è una lampada priva di vita, bensì una fiamma
immortale; ma, a causa del peso dell’ego, anch’essa non si può
elevare al di sopra della terra.
Solo coloro che sono, sotto tutti i punti di vista, liberi
dall’oppressione dell’ego potranno progredire verso il divino che
è l’esistenza.
Ho sentito raccontare una storia…
Su una montagna inaccessibile, sulla cima più alta, c’era un
tempio d’oro dedicato a Dio.
Il sacerdote di quel tempio era diventato ormai vecchio e
aveva annunciato che la persona di maggior forza e potenza
dell’intera umanità sarebbe stata riconosciuta come il suo
successore. Non c’era riconoscimento più alto di quello, su tutta
la Terra.
Il giorno stabilito, i candidati più validi iniziarono a salire la
montagna. Chi avesse raggiunto il tempio per primo, posto in
cima a quella montagna altissima, di certo avrebbe dimostrato di
essere il più forte. Quando iniziarono la scalata, ciascuno dei
contendenti portava sulle spalle un masso enorme, per mostrare la
sua forza; ciascuno di loro portava un peso che tutti pensavano
rappresentasse il loro vigore; la scalata era davvero impervia, e
avrebbe richiesto un mese… c’era il rischio che parecchi

181
concorrenti perdessero la vita.
Forse, proprio per questo sentivano un pungolo e una sfida:
per migliaia di persone era la prova della loro fortuna e della loro
capacità di resistenza. Con il passare dei giorni, parecchi
scalatori vennero distanziati, qualcuno si perse tra crepacci e
vallate con le loro pietre sulle spalle; altri, come risultato di
quello sforzo, crollarono esausti e lasciarono questo mondo
mortale, sempre portando le loro pietre. Ma, anche così, gli altri
concorrenti, stanchi e indeboliti continuarono ad andare avanti,
fermamente determinati a procedere. Chi ancora proseguiva non
ebbe tempo di pensare a coloro che erano caduti, né aveva la
forza di farlo.
Poi, un giorno, tutti gli scalatori si stupirono nel vedere una
persona, che si erano lasciati alle spalle, che procedeva di gran
carriera e li superava a gran velocità. Costui non portava alcuna
pietra sulle spalle che rivelasse la sua forza: la mancanza di quel
peso doveva essere il motivo per cui stava procedendo così
spedito… di certo doveva averla abbandonata da qualche parte.
Tutti iniziarono a ridere della sua stoltezza; infatti, che senso
aveva che qualcuno arrivasse in cima, privo di qualsiasi segno che
rivelasse la sua forza?
Per cui, quando con estrema difficoltà e dopo fatiche
penosissime, qualche mese dopo quegli scalatori arrivarono
finalmente al tempio di Dio, non poterono credere ai loro occhi:
videro che quell’uomo non particolarmente forte, che era arrivato
al tempio per primo gettando via la sua pietra, era stato nominato
sacerdote del tempio.
Prima che potessero lamentarsi per quell’ingiustizia, il
vecchio sacerdote li accolse, dicendo: “Solo coloro che si sono
liberati dal peso del loro ego hanno il diritto di entrare nel tempio

182
di Dio. Questo giovane ha dato prova di una forza di tipo
assolutamente nuovo. Il peso di una pietra, che simboleggia l’ego,
non è in realtà una prova di forza.
E con profondo rispetto, vorrei chiedere a tutti voi: chi vi ha
dato l’idea di dover trasportare delle pietre sulle spalle, prima di
intraprendere questa ascesa? E quando l’ha fatto?”.

183
Postfazione dell’Autore
Una proposta esistenziale Io ti invito a una ricerca del Vero
che è una ribellione sia rispetto al passato sia rispetto al futuro.
L’essere umano vive nel passato oppure nel futuro, mai nel
presente; e il presente è l’unica realtà che ci sia, non esiste
null’altro. L’esistenza conosce un unico tempo, l’ adesso; e un
unico spazio, questo.
Purtroppo la mente vive nel passato, che non è più, oppure
nel futuro, che ancora non esiste. La mente esiste in ciò che è non
esistenziale, pertanto non si può mai imbattere nella realtà: il suo
stesso modo di funzionare glielo impedisce.
La ricerca a cui ti invito è una ribellione nei confronti della
mente in quanto tale. È uno stile di vita nel quale non è più la
mente a dominare, è la nonmente a governare: la mente funziona
solo in quanto servitore.
In realtà la mente è un meccanismo: è ottima come splendido
meccanismo fornito dalla natura, ma nel momento in cui il
servitore si impone come padrone ecco il pericolo, un pericolo
grandissimo; in quel caso, la tua vita diventa inevitabilmente un
caos, un groviglio inestricabile di problemi. Infatti, il servo è
cieco, privo di intelligenza, inconsapevole: vivere in funzione
della mente vuol dire non vivere affatto, è una pura e semplice
sciocchezza.
La mente non è mai originale, non è mai intelligente; è
sempre ripetitiva, è sempre qualcosa di preso in prestito. È
perennemente un fenomeno governato da automatismi, ragion per
cui è stupida ed è priva di qualsiasi vivacità intellettiva.

184
La ricerca del Vero a cui ti invito, ciò che io chiamo sannyas,
è un incredibile balzo nella realtà, una fuga in ciò che è reale, un
uscire da tutto ciò che è irreale.
Sono esistite società la cui età dell’oro era nel passato, per
esempio la società indiana: la sua età dell’oro è ormai trascorsa.
Questa società crede che il futuro sarà sempre più buio, giorno
dopo giorno diventa sempre più oscuro: non esiste alcuna
speranza. Di conseguenza, la società indiana vive in uno stato di
depressione, di disperazione, senza la possibilità che possa
intervenire un qualsiasi cambiamento atto a migliorare lo stato
delle cose: vive nella miseria, nella povertà, nella malattia. Ma a
causa di questa idea, che porta a far risalire l’età dell’oro a
migliaia di anni fa, e a vedersi precipitare progressivamente in
un’epoca sempre più buia, nessuno crede a un’evoluzione, si
ipotizza un’involuzione, si pensa che possa verificarsi soltanto
una regressione. La cultura indiana è dunque regressiva, per nulla
progressista.
L’Occidente invece vive nel futuro, la sua età dell’oro deve
ancora arrivare: una società senza classi, un mondo di
uguaglianza e libertà, uno stato non impositivo, il culmine del
comunismo. Quei giorni aurei sono davanti a voi, remoti in
lontananza!
In un certo senso, queste due percezioni sono simili. E se si
dovesse scegliere tra le due, suggerirei di scegliere la stupidità
progressista anziché quella regressiva; ma solo se quella fosse
l’unica scelta possibile! Quantomeno con la stupidità
progressista si ha qualche speranza, si avrà dell’eccitazione, si
proverà un po’ di brivido esistenziale; lavorerai per un futuro
migliore. Non arriverà mai, ma quantomeno sarai impegnato in un
sogno meraviglioso. Quel sogno non si è mai realizzato in

185
passato, e non si realizzerà mai in futuro: la vita è adesso! Sta già
accadendo!
Adamo ed Eva non sono mai stati espulsi dal Giardino
dell’Eden! Questo è il mio proclama, il mio messaggio. Tutta
quella storia è un’invenzione dei preti: Adamo ed Eva stanno
ancora vivendo nel Giardino dell’Eden, semplicemente hanno
mangiato il frutto della conoscenza. E chi ha dato loro quel
frutto? Non il serpente: è stato il prete, è stato il teologo, è stato
il filosofo! Il frutto del sapere non cresce sugli alberi: cresce nelle
chiese, nei templi, nelle università. E si tira dietro lauree e
diplomi di ogni tipo e colore.
Esiste il mondo della cultura hindu, il mondo della cultura
islamica, il mondo della cultura cristiana: puoi scegliere il frutto
che più preferisci, nel negozio che più ti aggrada: è disponibile
nella forma che ciascuno predilige, in base ai bisogni individuali.
La miseria che dilaga nella vita dell’essere umano non
dipende dal suo aver perso il paradiso primevo; egli vive ancora
in quell’Eden, ma si è addormentato profondamente. E nel suo
sogno è diventato un hindu, un musulmano, un cristiano, un
ebreo e chissà cos’altro… un uomo religioso, un ateo, un
comunista, un socialista, un fascista. Soltanto nei suoi sogni egli
ha perso il contatto con il paradiso; e sognare vuol
semplicemente dire questo: vivere nei ricordi – il che è il passato
– oppure vivere nelle fantasie – il che è il futuro.
Il mio messaggio è questo: liberati dal passato e dal futuro, e
vivi quieora! È suicida vivere da qualsiasi altra parte che non sia
il quieora, perché ogni istante che passa è così prezioso che non
lo potrai mai più riavere: non sprecarlo!
Purtroppo tutte le religioni sono state suicide. Certo, non
definiscono suicida il loro modo di porsi nei confronti della vita,

186
gli danno nomi bellissimi: austerità, ascesi, tapascharya; ma
fondamentalmente non si tratta altro che di masochismo, di un
mortificarsi e torturarsi che viene chiamato rinuncia, ma che in
fondo non porta altro se non distruggere se stessi, per gradi e
molto lentamente.
Finora tutte le religioni del mondo hanno vissuto in funzione
di una filosofia che negava la vita; il mio approccio fondamentale
è che la vita va accettata: la mia è una totale affermazione della
vita. Non esiste altro Dio all’infuori della vita stessa! L’idea
stessa di un Dio che non sia la vita è pericolosa, perché in quel
caso sarà naturale iniziare a privilegiare Dio in contrapposizione
alla vita: sarai a favore di Dio e contro la vita, perché in quel caso
la vita sarà qualcosa di momentaneo, e Dio alimenterà la tua
avidità di essere eterno, imperituro.
Ebbene, io ti dico che non esiste altro Dio all’infuori della
vita stessa, ragion per cui non si pone affatto il problema di dover
scegliere: vivi! E vivi totalmente, vivi appassionatamente, vivi con
intelligenza, vivi con amore. Diventa una fiamma così intensa,
così totale che ogni istante inizia ad avere la fragranza
dell’eternità.
Le persone cosiddette religiose hanno vissuto, ma ci si chiede
perché. Se allontanarsi dalla vita è l’unico modo per raggiungere
Dio, perché mai commettere un suicidio graduale? Perché non
fare qualcosa di rapido e definitivo?
Nel mondo esistono ancora tribù aborigene nelle quali
nessuno si è mai suicidato, l’idea stessa del suicidio non esiste.
Di certo dipende da queste sciocche religioni, se l’idea è
penetrata nella mente dell’uomo: nessun animale allo stato brado
si è mai suicidato, invece alcuni animali rinchiusi in uno zoo
l’hanno fatto; quando perdono la libertà, quando sono costretti a

187
vivere in un luogo angusto, sovraffollato, si lasciano morire.
Hanno bisogno di uno spazio ragionevole intorno a loro: quando
il loro spazio vitale viene impoverito, quando vengono
disciplinati dagli uomini a vivere in base alle loro idee, iniziano a
perdere interesse nella vita.
Ci sono stati casi in cui gli animali in cattività si sono
suicidati, sono impazziti oppure sono diventati sessualmente
perversi, ma non è mai successo tra quelli allo stato brado: in
quel caso non esiste alcuna perversione sessuale, né casi di
omosessualità. La cosa è indicativa: dimostra che qualcuno messo
in un ambiente innaturale inizia a perdere la propria intelligenza
istintiva, inizia a perdere la propria comprensione naturale, inizia
a impazzire. In uno zoo, gli animali impazziscono, iniziano ad
avere perversioni oppure si suicidano.
L’umanità ha fatto tutto ciò e lo si deve ammettere, è tempo di
riconoscerlo: le religioni hanno trasformato la Terra in uno zoo. È
a causa di questi cosiddetti santi e mahatma che l’essere umano è
stato trasformato in un pervertito; e la cosa più sorprendente e
che quelle stesse persone condannano ogni perversione. Eppure
sono proprio loro i primi creatori delle perversioni!
L’omosessualità è un fenomeno religioso, tutte le perversioni
sessuali hanno avuto inizio nei monasteri.
I monasteri sono zoo in cui la gente è costretta a vivere in
base a particolari idee stabilite da altri, forse migliaia di anni fa.
Quegli abiti non sono tagliati sulla tua misura, per cui sarai tu a
essere tagliato in funzione degli abiti! I monaci sono stati
deformati in funzione dei vestiti, abiti che sono stati confezionati
da Mosè, Maometto, Gesù o il Buddha. E forse andavano
benissimo per loro, perché erano stati preparati per loro; ma
adesso, tremila anni dopo, duemila anni dopo, addirittura

188
cinquemila anni dopo…
Il codice hindu è stato scritto cinquemila anni fa – fu Manu a
scriverlo – eppure viene ancora seguito. In cinquemila anni tutto
è cambiato: se Manu venisse sulla Terra, non penso sarebbe in
grado di riconoscere qualcosa! Sarebbe spaesato, tutto è
cambiato; ma gli hindu tentano di vivere in base ai suoi dettami,
questo crea perversione.
Quegli abiti sono stati fatti in funzione di gente vissuta
nell’antichità, in base alle loro idee, in funzione della loro
capacità di comprendere, dei loro bisogni, del loro contesto,
eppure vengono imposti con la forza su gente che ha un mondo
del tutto diverso in cui vivere. Ebbene, esiste solo questa scelta: o
tagli i vestiti, oppure tagli gli individui. E le religioni hanno
deciso di tagliare gli individui!
Il mio approccio si fonda tutto sulla libertà. Chi si
accompagna a me dovrebbe vivere in base a una filosofia che
afferma la vita, in base a un’intima accettazione di sé, rispettando
qualsiasi cosa egli sia, senza imporsi obblighi o negazioni: tutte
quelle norme sono orribili, vere mostruosità!
Ricorda, io non faccio alcuna distinzione tra sacro e profano.
Per me la vita ordinaria è l’unica vita che ci sia. Certo, è possibile
viverla con grazia o in modo sgraziato, con intuizione o
ciecamente, con consapevolezza o inconsapevolezza. È possibile
vivere questa identica vita ordinaria con assoluta squisitezza, in
modo straordinario, allora diventa sacra; comunque non esiste
altra vita all’infuori di questa. Si deve imparare l’arte di
trasformare questa vita ordinaria in qualcosa di splendido.
Dunque, non diventate dei teologi, non diventate missionari.
Io odio i missionari! I ricercatori del Vero che si accompagnano a
me non devono essere dei missionari: siate contagiosi, ma non

189
siate missionari! Coinvolgete le persone, ma non indottrinatele!
Sii semplice, sii naturale, sii spontaneo. Io insegno l’estasi,
ovvero l’estasi nella vita ordinaria. A questa vita non si deve in
alcun modo rinunciare, questa vita dev’essere trasformata! La
rinuncia è uno scappare, è codardia; e finora voi tutti avete
adorato dei codardi come santi. Avete adorato persone che non
hanno avuto il coraggio di accettare tutte le sfide della vita, e
nella vita ci sono milioni di sfide: a ogni istante insorge una
sfida. Il codardo fugge sempre; ma lo si dovrebbe biasimare, non
rispettare.
Chi si accompagna a me deve vivere nel mondo, essere
totalmente immerso nel mondo, rispondere a ogni sfida; infatti,
più rispondi alle sfide della vita, più diventi intelligente.
L’intelligenza è come una spada: più la usi e più resta affilata; se
non la usi, inizia ad arrugginirsi, perde il suo acume: diventa del
tutto inutile.
Ecco perché tutti i vostri santi sembrano così ottusi e spenti.
Ma noi siamo stati condizionati a rispettare quei cadaveri
ambulanti. Per migliaia di anni ci è stato detto che quelle erano le
persone vere: non lo sono affatto! Sono assolutamente di plastica,
sono estremamente false: un codardo non potrà mai essere una
persona reale.
La realtà ha bisogno di tutte le sfide della vita, di tutti i
pericoli della vita, di tutte le insicurezze della vita. Solo così
prende forma un’integrità, solo così nasce un’autenticità, solo
così affiora la responsabilità.
Sii nel mondo, ma non essere del mondo. Vivi nel mondo, ma
non permettere al mondo di vivere in te. Ecco il mio messaggio.
Esiste un detto Zen:
Le oche selvagge non hanno alcuna intenzione di proiettare il

190
proprio riflesso.
L’acqua non pensa minimamente di accogliere
quell’immagine.
Le oche selvagge non hanno alcun desiderio di proiettare il
proprio riflesso nell’acqua, e l’acqua non ha alcun desiderio di
ricevere la loro immagine… sebbene accada!
Quando le oche selvagge volano, l’acqua le riflette; quel
riflesso esiste, l’immagine è presente, ma l’acqua non pensa
minimamente di riflettere quelle oche selvagge che a loro volta
non aspirano affatto a esserlo.
Questa dovrebbe essere l’attitudine di un ricercatore del Vero:
sii nel mondo, vivi nel mondo, vivi totalmente; ma senza
ambizioni, senza desideri. Infatti, tutti i desideri non fanno che
distrarti dal vivere; tutte le ambizioni portano a sacrificare il
proprio presente.
Non essere avido, perché l’avidità ti porta nel futuro; non
essere possessivo, perché la possessività ti spinge a restare
aggrappato al passato. Un uomo che voglia vivere nel presente
dev’essere libero dall’avidità, dalla possessività, dalle ambizioni
e dai desideri.
Questo è ciò che io definisco l’essenza dell’arte della
meditazione: sii consapevole, sii attento e presente, in modo che
tutti questi “ladri” non abbiano alcuna possibilità di entrare in te
e contaminarti.
Sii meditativo, ma sii nel mondo. E questa è la mia
esperienza: il mondo ti aiuta immensamente – ti aiuta moltissimo
a essere meditativo. Ti dà tutte le opportunità di distrarti, ma se tu
riesci a non farti fuorviare, ogni successo diventa una gioia
incredibile.
Resti centrato: diventi l’occhio del ciclone… il ciclone

191
continua a roteare intorno a te, ma il tuo centro rimane
imperturbato.
Sii un fiore di loto. In Oriente il fiore di loto simboleggia
l’essenza della ricerca, l’essenza del sannyas. Il fiore di loto
cresce nel fango, nel putridume del fango; non ne rifugge, rimane
lì: galleggia sull’acqua del lago, ma ha una bellezza squisita, è un
fenomeno incredibile… è nell’acqua, ma l’acqua non lo tocca
mai. È così vellutato che, se lo guardi all’alba, vedrai delle gocce
di rugiada raccolte sui suoi petali, sulle sue foglie che brillano
come perle ai primi raggi del sole. Ma quelle gocce non toccano
il fior di loto: le sue foglie e i suoi petali restano asciutti, non
accade mai che si inumidiscano. Le gocce di rugiada ne restano
comunque separate.
Quello è lo stile di vita di un vero ricercatore: essere nel
mondo ma restarne distaccato, non farsi coinvolgere. Questo è ciò
che chiamo meditazione: essere nel mondo e restarne distaccati.
Quando questa meditazione accade, l’amore insorge come
conseguenza naturale.
Per concludere, questi sono i pilastri dei ricercatori che si
accompagnano a me, coloro che definisco “i miei sannyasin”:
primo, una vita affermativa; un’affermazione incondizionata
dell’esistenza. Secondo, la meditazione. Terzo, l’amore. E
quarto… qualcosa che non può essere espresso in parole. Può
solo essere definito “il quarto”, turiya.
Se vivi totalmente, meditativamente, amorevolmente, giungi a
sperimentare qualcosa di inesprimibile. Laotzu lo chiama Tao, il
Buddha lo chiama Dhamma, Gesù lo chiama Logos: nomi diversi
per indicare quell’esperienza senza nome. Se lo preferisci, puoi
chiamarla Dio. Io prediligo “essenza divina”, perché Dio ti dà
l’idea di una persona, mentre essenza divina ti dona

192
semplicemente l’idea di una presenza.
Questi sono i quattro pilastri del mio tempio, e ogni
ricercatore del Vero che si accompagni a me deve coltivare questi
quattro pilastri, perché ciascuno di voi deve diventare un tempio
di quell’essenza divina.

Per approfondire
La meditazione serve ad aiutarti a liberarti da tutti i postumi
del passato e da tutte le proiezioni e i sogni del futuro, così che
tu possa essere quieora, semplicemente, spontaneamente.
OSHO
Osho si rivela con sempre maggior chiarezza un osservatore
distaccato e dunque uno specchio in cui la confusione nostra e
del mondo in cui viviamo viene riflessa, ma in modo talmente
limpido ed equilibrato che aiuta a riflettere. Infatti nel modo in
cui scruta le dimensioni e i meandri in cui si dispiega la vita
l’essere umano, Osho armonizza la lucidità dello scienziato, la
sensibilità dell’artista e soprattutto la visione a volo d’aquila
propria del mistico che ha compreso e abbracciato l’esistenza in
quanto totalità, al punto da diventarne espressione vivente.
Spirito profondamente pragmatico, Osho ha dedicato la
propria vita al risveglio della consapevolezza, liberando dalla
polvere del tempo e da tanto inutili quanto obsolete appartenenze
a culture e tradizioni quella filosia perenne, che accompagna
l’umanità da sempre e ne scandisce il potenziale evolutivo,
annidato in ciascuno di noi.
Molte sono le eccellenze che caratterizzano Osho, tra queste
è bene sottolinearne alcune, perché hanno fatto compiere veri e

193
propri balzi quantici nella sfera della meditazione e della
dimensione interiore, rendendo disponibile all’uomo moderno
l’accesso ai propri talenti e alle proprie potenzialità.
Il punto di partenza primario nell’analisi del Reale – o
meglio, della rappresentazione della realtà che sembra segnare il
nostro destino – è la comprensione che soltanto cambiando noi
stessi, ciascuno di noi in quanto singolo individuo, sarà possibile
cambiare l’espressione collettiva di ciò che coltiviamo
interiormente, ovvero il mondo, inteso come società, culture,
sistemi di credenza e appartenenze. E la soglia che apre a quel
cambiamento ha un nome: meditazione.
In quanto scienziato, Osho ha sperimentato e analizzato a
fondo tutti gli approcci del passato, esaminandone gli effetti
sull’uomo contemporaneo. Da questa analisi è nata una risposta
costruttiva che tiene in considerazione il particolare stato
psicofisico tipico dell’uomo di oggi: “L’essere umano più
artificiale che sia mai esistito”. Frenesia e logorio caratteristici
della vita e della società odierne sono cose ovvie, come pure è
luogo comune la sedentarietà e l’accumulo di stress e tensioni.
Qualcosa che è fondamentale gestire, e soprattutto da cui è
essenziale liberarsi, se davvero ci si vuole connettere con le
distese sconfinate della propria dimensione interiore.
Le Meditazioni Attive di Osho – OSHO ® Active
Meditations™ – sono la risposta naturale all’intero stato di cose
con cui ci si trova a confronto oggigiorno. Ognuno dei metodi
creati da Osho si compone di diversi stadi; e tutte le tecniche
iniziano con una forma di attività fisica – che varia da qualcosa di
sottile a qualcosa di vigoroso – e terminano con una fase di
silenzio. Questa strategia non solo fornisce un supporto
energetico e rende più profonda l’intensità del processo, ma

194
guida anche il meditatore nei diversi stadi della meditazione.
Le tecniche sono descritte nel libro, sempre edito da
Mondadori, Alleggerire l’anima – un testo che avvicina alla
meditazione, suggerendo passi e passaggi essenziali per iniziare a
coltivare dentro di sé l’arte del risveglio – ed è possibile
sperimentarle direttamente a casa propria, da subito; basta
connettersi in rete al sito: osho.com e sottoscrivere un
abbonamento “free” per poter accedere alla sezione: Imeditate.
Qui puoi provare alcune delle Tecniche Attive primarie, ciascuna
introdotta da un video e accompagnata dalla musica specifica che
ne scandisce le diverse fasi: non hai bisogno d’altro per
immergerti nelle profondità del tuo essere! Se poi decidi di
meditare con continuità, puoi abbonarti con la formula “all
access” e utilizzare questo servizio a piacere.
Osho ha anche dato forma a quella che si configura come la
più grande rivoluzione nella scienza dell’anima rinnovando l’arte
dell’ascolto e della presenza, su cui si fonda l’attivazione e
l’evoluzione della consapevolezza.
Infatti ha evidenziato e risolto un dilemma che mai nessuno
aveva messo in luce con altrettanta chiarezza. In realtà, tutti i
metodi tradizionali di meditazione, ideati in passato, hanno al
proprio interno una contraddizione implicita che non è mai stata
risolta. È Osho che, per la prima volta, ha spiegato: “Gli
insegnanti di meditazione hanno sempre detto alla gente: ‘Resta
in silenzio, ma non fare nessuno sforzo’”. Ma con
quell’insegnamento “si mette la persona in un dilemma davvero
oscuro”. E ha spiegato che, normalmente: “Non c’è modo di
essere in silenzio senza fare uno sforzo. Se fosse possibile, non
sarebbe mai esistita la necessità di un Maestro, non ci sarebbe
stato alcun bisogno di insegnare la meditazione. Le persone

195
sarebbero diventate silenziose, senza sforzo alcuno”.
L’innovazione proposta da Osho si trova nei suoi discorsi e
nel suo modo di ritmare la parola, radicandola letteralmente nel
silenzio, come lui stesso ha spiegato: “Io vi rendo consapevoli
degli intervalli di silenzio, senza che voi dobbiate fare alcuno
sforzo. Per la prima volta, il mio parlare è usato come una
strategia per creare silenzio dentro di voi”. E prosegue, chiarendo
meglio: “In un istante, quando io divento silenzioso, tu diventi
silenzioso… ciò che resta è solo un puro spazio di attesa. Tu non
stai facendo alcuno sforzo, né lo sto facendo io”.
Dunque, a differenza del normale chiacchierare, tenere
conferenze, parlare per istruire, il suo diventa un semplice
espediente che aiuta a spostarsi dalla mente alla nonmente. Osho
parte con le parole, ma non sono le parole il messaggio; si tratta
soltanto di “dita che indicano la luna”. Oppure, come lui spiega:
“Le mie parole sono solo dei vettori, dei contenitori. Il contenuto
è del tutto diverso, è qualcosa di diametralmente opposto”. Si
tratta di “semplici giocattoli” e, “mentre tu ti trastulli con quelli,
al di sotto avviene un’incredibile operazione chirurgica”.
È come se uno dei nostri sensi – negletto, atrofizzato, alterato
e distorto – venga finalmente curato, liberando da una “cecità
uditiva” altrimenti fatale. E, per ciò che riguarda l’ascoltatore, il
trucco da utilizzare è molto semplice: occorre riconoscere i limiti
e le implicazioni connesse al modo in cui si è stati condizionati
ad ascoltare. Modalità forse utile nel mondo esterno, dove è
inevitabile associare ciò che viene detto con la necessità di fare
una scelta, di decidere se e come agire, ma che nella dimensione
interiore diventa un disturbo, in quanto impedisce al suono di
trasmettere una qualsiasi vibrazione allo stato puro. E se ci si
vuole connettere con qualcosa di essenziale, dentro di sé – la

196
sorgente, detta anche la piccola voce silente –, occorre provare ad
ascoltare come se fosse un brano musicale, oppure “il frusciare
del vento che passa tra i pini”, o come si trattasse di “uccelli che
cantano al mattino”. Insomma, allenarsi ad ascoltare e basta, in
silenzio.
In questo modo, nel giro di poco tempo non è difficile fare
una scoperta sorprendente, così descritta da Osho: “Il vero
ricercatore ascolta con una mente vuota, assolutamente vuota.
Ascolta totalmente, senza fare valutazioni, senza giudizio; in
questo caso non c’è nessuna possibilità di fraintendere. E il
miracolo del ‘giusto ascolto’ è questo: se ascolti in silenzio,
qualsiasi cosa sia vera colpisce in profondità, da qualche parte,
una corda nel tuo cuore, genera un ritmo. Da qualche parte, in
profondità nel tuo cuore si verifica una sincronicità. Quello è il
miracolo della verità: se la mente è in silenzio, e se viene detto
qualcosa di vero, il tuo cuore inizia immediatamente a pulsare
con esso, inizia a danzare con la verità. E quello è il vero essere
d’accordo, non qualcosa di mentale, non un accordo dell’ego, ma
qualcosa di esistenziale, di totale. In quel caso hai compreso; e se
qualcosa non è vero, il tuo cuore resta freddo”.
Da qui il consiglio di fare buon uso, e soprattutto un utilizzo
diverso, dei discorsi di Osho: “Non occorre preoccuparsi se una
cosa sia vera o no; se lo è, tocca qualcosa di così profondo dentro
di te a tal punto che neppure tu eri consapevole che un simile
abisso esistesse. E se non è vera, in te non si muove nulla.
Quindi, è tutto il tuo essere che diventa decisivo, non soltanto la
tua testa, che è un semplice frammento. E non permettere mai che
il frammento decida per il Tutto; lascia che sia la totalità a
decidere”.
Per facilitare questa esperienza, Osho International rende

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disponibile l’archivio completo di circa cinquemila ore di
discorsi in inglese, cui si aggiungono quattromila ore di discorsi
in hindi. Se interessati, il download è disponibile a questo
indirizzo online:
tinyurl.com/q6kqzq8
All’incirca tremila discorsi di Osho sono disponibili anche in
formato video, una selezione sempre più ampia e continuamente
rinnovata si trova su: osho.com/watch
E per un facile assaggio, su YouTube è possibile trovare una
nutrita selezione di video sottotitolati. Per la playlist italiana,
digitare: http://goo.gl/PqKaY
Ideale, se non primario, nella scelta di prendere la vita nelle
proprie mani e concedersi un nuovo inizio, è staccare la spina,
sganciarsi dal contesto e soprattutto dal ritmo quotidiano a cui si
è abituati e regalare a se stessi dello spazio e del tempo dove
l’unica priorità e l’unica preoccupazione sono date dal prendersi
cura di sé. Per facilitare questa scelta, Osho ha ispirato la nascita
di un Resort di Meditazione Internazionale che è sempre più
conosciuto come un campo di energia particolare, dove è
possibile creare un’intimità con se stessi, altrimenti disdegnata.
Qui è anche possibile sperimentare alcuni processi di
meditazione davvero rivoluzionari, messi a punto da Osho per
scuoterci e liberarci da comportamenti e abitudini che si
oppongono a un libero fluire della nostra energia vitale: “Mystic
Rose”, “No-mind” e “Born Again”, descritte nel sito osho.com
alla sezione “impara”.
Un’esperienza di meditazione vissuta all’interno di un
ambiente in cui il Centro dell’Essere è reso prioritario, rispetto
alla sfera del mondo e dell’azione, può cristallizzare qualcosa di
prezioso e impagabile, soprattutto se sostenuta dalla presenza di

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altre persone, riunitesi con la stessa intenzione. Osho ha infatti
anche chiarito che:
“Da solo non puoi elevarti più di tanto. Da solo, sei
semplicemente solo: hai ogni sorta di limite. Quando sei insieme
a molti altri ricercatori, entri in contatto con un’energia
sconfinata. Allora iniziano ad accadere molte cose che in
solitudine non potranno mai accadere”.

Per informazioni contattare:

Osho International Meditation Resort


17 Koregaon Park, Pune 411001 (MS), India e-mail:
resortinfo@osho.net
Con le nuove proposte residenziali adesso hai l’opportunità
di regalarti un’esperienza che può davvero cambiare la tua vita.
Come ha raccontato una partecipante: “Qui in quattordici giorni
ho trovato quello che ho cercato per ventitré anni, vagando per
centri, resort e ashram di tutto il mondo. Devo dire che, malgrado
tutto, l’Osho Meditation Resort vale il rischio!”.
Trovi tutti i programmi, in particolare la nuova opzione “due
settimane di esperienza”, e le diverse proposte di soggiorno su:
osho.com/livingin In Italia sono più di duecento i titoli pubblicati
nell’arco di quattro decadi, quattordici dei quali sono diventati
best seller e una ventina ormai long seller affermati. Per una
carrellata del catalogo completo, per le schede di presentazione e
gli estratti, visita:
oshoba.it
Per maggiori informazioni, o per ordinare le musiche che
scandiscono le diverse fasi delle Meditazioni Attive, scrivere a:
Associazione Oshoba Casella Postale 15

199
21049 Tradate (Varese)
Tel. & Fax: 0331.810.042
info@osho.it
Per informazioni, per conoscere meglio la visione di Osho e il
suo lavoro, per qualsiasi aggiornamento in tempo reale o novità,
consultare: osho.com
Questo sito multilingue, con una sezione anche in italiano,
include un tour virtuale del Resort di Meditazione di Pune, il
calendario dei corsi, l’elenco dei centri di Osho in tutto il mondo
e decine di pagine con selezioni dei suoi discorsi sulle tematiche
di maggior attualità. Inoltre, nella sezione library è possibile
consultare gratuitamente più di trecento raccolte di discorsi di
Osho in inglese.
Registrandosi, si può ricevere una newsletter (anche in
italiano) che aggiorna sulle novità del Meditation Resort e del
“mondo di Osho”.
Per una visione di insieme delle realtà online connesse alla
visione di Osho, visita:
osho.com/tuttosho Su Facebook, in sincronia con il sito
osho.it, è attiva una comunità virtuale di ricercatori con cui
condividere intuizioni che aiutino lungo il sentiero cui la vita ci
invita.
Puoi seguirci su Facebook, alla pagina “Osho Italia” oppure
visitando la pagina web:
osho.it
Per ulteriori approfondimenti biografici vedi:
Una vertigine chiamata vita, Mondadori.
Bagliori di un’infanzia dorata, Edizioni Mediterranee.

www.librimondadori.it

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Crea il tuo destino
di Osho © 1967-2012 Copyright by Osho International
Foundation, Zurigo, Svizze ra – osho.com/copyrights

OSHO è un marchio registrato della Osho International


Foundation usato su licenza –
osho.com/trade marks
© 2015 Mondadori Libri S.p.A., Milano Titolo de ll’ope ra
originale in hindi: Mitti Ke Diye
Titolo dell’ope ra in ingle se : Earthen Lamps – 59 Parables
and Stories
Ebook ISBN 9788852059971
COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO |
PROGETTO GRAFICO: GAIA STELLA DESANGUINE | FOTO
© FUHITO KANAYAMA/GETTY IMAGES
«L’AUTORE» || FOTO © OSHO INTERNATIONAL
FOUNDATION

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Tavola dei Contenuti (TOC)
Il libro
L’autore
Premessa dell’Autore
Prefazione dell’Autore
Prologo
1. La musica del mare
2. La vita è ciò che ne facciamo
3. Essere e non apparire
4. Libertà da parole, insegnamenti, pensieri
5. L’assenza di paura è vita eterna
6. La lingua del demonio
7. Il coraggio
8. Ambizione e senso di inferiorità
9. Solo vivendo puoi comprendere la vita
10. Un amore che non conosce rotture né fine
11. Ricerca dentro te stesso
12. Nuota nel mare della verità
13. Ogni esistenza è una creazione originale
14. Orgoglio spirituale
15. L’“io” è qualcosa di falso
16. Il veleno della fede
17. Libertà, libertà, libertà!
18. Il risveglio della consapevolezza
19. I cancelli del paradiso
20. Presenza consapevole
21. Il sentiero dell’amore
22. Le tante forme di autoinganno

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23. La ricchezza interiore
24. La via verso la pace
25. Stranieri in terre straniere
26. Nuotare con l’esistenza
27. Imperatori, non schiavi
28. Indifferenza verso la religione
29. Prima scopri il problema
30. Nascita e morte: due estremi dello stesso fenomeno
31. Svegliarsi dal mondo dei sogni
32. Riconoscersi nel divino
33. Accetta te stesso
34. L’altro è uno specchio
35. Qualsiasi cosa gettiamo nel mondo ci ritorna
indietro
36. Il mondo è come i nostri occhi lo vedono
37. Le vie dell’ego
38. L’ego è sempre stato un mendicante
39. L’arte di discernere, con occhi spalancati
40. La verità è qualcosa di assolutamente interiore
41. Per amare occorre un cuore semplice
42. L’ignoranza si esprime e la conoscenza tace
43. La soglia della vita attraverso il processo della morte
44. I pensieri sono simili a sogni: non fidarti!
45. Cos’è la vita?
46. Libero dalla mente
47. Gli abiti possono ingannare
48. Felice più di un imperatore
49. Non ascoltare le opinioni degli altri
50. Azione alla circonferenza e inazione al centro
51. Se l’umanità fosse una sola e uguale…

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52. Le ricchezze non possono comprare la spiritualità
53. Il primo gradino della scala
54. Chi sta badando al negozio?
55. Dov’è la felicità?
56. Di fronte all’ignoto
57. L’ego vuole ciò che nessun altro possiede
58. La preghiera non è chiedere
59. Il peso dell’ego non permette di elevarsi
Postfazione dell’Autore
Per approfondire
Tavola dei Contenuti (TOC)

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