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LE

ERBE ANTI-CANCRO
Per prevenirlo, alleviare i sintomi e gli effetti collaterali dei farmaci

LA GUIDA CHIARA E COMPLETA ALL’UTILIZZO DELLE ERBE CONTRO IL CANCRO


Per la prevenzione, in particolare nei casi di alto rischio dovuto a familiarità, stili di vita poco
sani, esposizione a sostanze tossiche.
Per risolvere o alleviare alcuni sintomi come la stanchezza, la depressione, il dolore, la
disappetenza.
Per migliorare la risposta immunitaria dell’organismo contro il tumore.
Per difendersi dalle bufale che circolano nel Web e usare solo rimedi di provata efficacia.
Questo libro mostra come un uso consapevole e informato delle erbe possa aiutare a prevenire
l’insorgere del cancro, a potenziare le difese naturali dell’organismo, a migliorare la qualità della
vita del malato. Illustra inoltre, in termini semplici e chiari, i risultati delle più recenti ricerche
scientifiche sull’efficacia delle erbe nella terapia di alcuni tipi di tumore. Completa il volume una
parte dedicata all’interazione con i farmaci, per essere sicuri che le erbe non interferiscano con la
terapia.

Lo sapevi che la lavanda può aiutarti contro l’ansia?


E che la cannabis può essere un’utile alleata nella terapia del dolore?

GLI AUTORI
Fabio Firenzuoli. Medico esperto di fitoterapia, fitovigilanza e interazioni tra erbe, alimenti e
farmaci. Autore di pubblicazioni scientifiche e divulgative. Direttore del CERFIT, Centro di
Riferimento in Fitoterapia, Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Firenze. Coordinatore
scientifico e docente del Master in Fitoterapia generale e clinica, Università di Firenze.
Francesco Epifani. Matematico, esperto in Pianificazione, Programmazione e Controllo di
Gestione, Health Economics, Management della Sanità. Amministratore Delegato di Synlab Toscana
e Synlab Emilia Romagna e Business Manager del gruppo Synlab in Umbria, Marche e Puglia.
Docente aggregato di Economia e Organizzazione Sanitaria, Università di Firenze.
Luigi Gori. Medico esperto in Fitoterapia e Agopuntura, ricercatore e autore di pubblicazioni
scientifiche e divulgative. Collaboratore del Centro di Riferimento in Fitoterapia della Regione
Toscana.
LE ERBE ANTI
CANCRO
Fabio Firenzuoli
Francesco Epifani
Luigi Gori

LE ERBE ANTI
CANCRO
Per prevenirlo, alleviare i sintomi e gli effetti
collaterali dei farmaci
Le erbe anti-cancro

Autori: Fabio Firenzuoli, Francesco Epifani, Luigi Gori


Immagine di copertina: © Ermak Oksana | Shutterstock

Collana: Salute & benessere

Publisher: Marco Aleotti

© 2018 Edizioni LSWR* – Tutti i diritti riservati

ISBN: 978-88-6895-299-0

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e adattamento totale o parziale con qualsiasi mezzo (compresi
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Sommario

Introduzione

Erbe che curano il cancro


Esistono le erbe che curano il cancro?
A che punto è la ricerca?
Rischio Web
Come fare a saperne di più?
Il diritto-dovere di informarsi
Il consulto medico

PARTE PRIMA
Erbe utili in relazione ai sintomi

Anemia
Legumi
Ferro biodisponibile

Ansia
Erbe rilassanti
Lavanda
Cannabis

Capelli, caduta dei

Crampi alle gambe


Le erbe più utili

Depressione
Iperico
Agopuntura
Rodiola
Zafferano
Centella asiatica

Diarrea
Tisane antidiarroiche
Argilla
Menta
E ancora…

Dolore
FANS vegetali
Cannabis
Agopuntura

Edema cerebrale
Quercetina
Boswellia

Edemi
Tisana al ciliegio

Epatotossicità da farmaci
Silimarina

Gastrite
Camomilla
Altea
Aloe
Cumino: spezia del futuro

Insonnia
Valeriana
Camomilla
Erbe per dormire
Cannabis
Agopuntura

Linfedema
Meliloto
Ippocastano
Olio di Mandorle dolci

Memoria
Ginkgo biloba
Bacopa

Nausea e vomito
Agopuntura
Zenzero
Cannabis

Neurotossicità
Prevenzione
Ginkgo biloba
Astragalo
Capsaicina e mentolo
Bacche di Synsepalum

Neutropenia
Aglio
Ginseng
Uncaria
Astragalo
Ganoderma
Grano
Agopuntura

Piastrinopenia
Zucca
Papaia
Erba di Grano

Prurito
Oli vegetali
Oli essenziali
Avena
Angelica

Radiodermite
Gel di Aloe
Boswellia

Sanguinamenti
Mirra

Singhiozzo
Oli antisinghiozzo

Stanchezza
Eleuterococco
Ginseng
Ashwagandha
Agopuntura

Stitichezza

Stomatiti e mucositi
Aloe
Mirra
Ratania
Calendula
Altre piante utili
Miele e propoli
Acmella

Stomie

Vampate di calore / Menopausa


Menopausa fisiologica
Menopausa indotta

Xerostonia
Agopuntura
Pilocarpina
Altre piante utili

PARTE SECONDA
Erbe utili in relazione al tipo di tumore

Fitoterapici alleati
Fattori di rischio

Cervello
Quercetina
La ricerca continua…
Colon
Curcuma, la spezia emergente
Silimarina
Astragalo
Ganoderma
La ricerca continua…

Fegato
La ricerca continua…

Leucemia
La ricerca continua…

Linfoma

Ovaio
La ricerca continua…
Vischio

Pancreas
Curcuma
Celidonia
Aloe
La ricerca continua…

Polmone
Astragalo: la pianta emergente
Funghi medicinali
La ricerca continua…

Prostata
Tè verde, la pianta più utile…
Melograno
Curcuma
La ricerca continua…
Curiosità…

Seno
Tè verde, la pianta emergente
Uncaria
Scutellaria spp.
La ricerca continua…

Stomaco
Cavolo e crucifere
Shiitake
Astragalo
Tè verde
La ricerca continua…

Utero

PARTE TERZA
Prevenzione in oncologia

Erbe e nutrienti utili nella prevenzione


Ciclo cellulare
Carcinogenesi
Prodotti naturali contro la carcinogenesi
– Antiossidanti
– Flavonoidi
– Resveratrolo

PARTE QUARTA
Interazioni erbe-farmaci

Rischi comuni di interazioni

APPENDICE
I numeri dell’oncologia

La ricerca e il progresso in oncologia


Premessa
Dati di incidenza
Quadro regionale
Mortalità
Sopravvivenza
Prevalenza
Quante sono le persone guarite?
Fattori di rischio
Lo scenario italiano
Innovazione, sostenibilità e appropriatezza prescrittiva in oncologia
Costo delle cure

Riferimenti essenziali
Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, bensì l’illusione della conoscenza.

Stephen Hawking
Introduzione

In questo libro cosa troverà di veramente utile il paziente oncologico, che abbia o abbia avuto un
tumore, oppure un suo familiare che l’abbia comprato per poterlo meglio aiutare, o
semplicemente un lettore curioso e interessato all’argomento? Troverà finalmente come curare il
cancro con le erbe? Troverà forse tutte le migliori terapie naturali alternative alla chemioterapia?
Troverà spunti utili per scegliere e personalizzare la terapia magari con esami particolari,
genetici, che possano meglio indirizzare la scelta delle erbe contro il suo tumore? Oggi del resto è
possibile fare questo con alcune terapie farmacologiche di ultima generazione, non
chemioterapiche, vissute quasi come un’alternativa alla chemioterapia tanto temuta. Troppo
temuta.
Ebbene sì, parleremo anche delle erbe utili “contro il cancro” nel capitolo introduttivo “Le
erbe che curano il cancro”. Le abbiamo suddivise sostanzialmente in tre gruppi:
utili: le utilizza l’oncologo nei chemioterapici;
in stand by: in attesa dei risultati delle varie fasi della ricerca;
inutili: senza alcuna evidenza, bufale comprese.

A noi, però, preme molto di più descrivere, anche succintamente come si può fare in un testo del
genere, quelle che sono le erbe “per il paziente” che ha un tumore. E tutto il contenuto del libro
sarà articolato sul concetto del paziente oncologico e delle sue erbe amiche.
Aggredire il cancro come tale è compito del chirurgo, dell’oncologo, del radioterapista eccetera.
E fondamentale è questo loro compito, e fondamentali sono le loro terapie, oggi sempre più
personalizzate e comunque rivoluzionate negli ultimi anni dall’arrivo di nuovi farmaci, di nuove
strategie, di terapie integrate, che tengono conto anche dell’espressività di mutazioni geniche e
quindi della sensibilità o meno a farmaci biologici, inesistenti solo alcuni anni fa. L’oncologia
medica si avvale di oltre un centinaio di farmaci appartenenti alle seguenti categorie:
chemioterapici (citotossici, diretti contro il cancro);
farmaci ormonali (antiestrogeni, inibitori dell’aromatasi, antiandrogeni ecc.);
anticorpi monoclonali per la cosiddetta target therapy che spesso consente una terapia mirata
a livello molecolare;
immunoterapici.

Quindi, l’oncologo fa già un’integrazione di più terapie, per quel tumore specifico, in quel paziente
specifico, a quello stadio di malattia: la cosiddetta terapia personalizzata.
E le nostre care erbe medicinali – nelle quali non solo crediamo, ma che utilizziamo da sempre,
quando possiamo, quando cioè ce ne sia l’opportunità, nei modi più appropriati e nelle forme più
corrette – ebbene oggi sappiamo che possono essere di aiuto, anche di rilievo, per tutto quello che
sta attorno al tumore, cioè proprio per il paziente, anche già inserito in un percorso di terapia
oncologica.
Le erbe amiche possono servire per risolvere o alleviare alcuni sintomi, come la stanchezza o la
depressione, oppure la disappetenza e tanti altri disturbi, quando per esempio i farmaci non siano
sufficienti, o quando i farmaci prescritti non siano tollerati. E non è poca cosa migliorare la
qualità della vita in un momento di difficoltà importante come quando si sta affrontando una
malattia oncologica. Oppure ancora possono servire per migliorare la risposta immunitaria
dell’organismo contro il tumore. In molti casi poi utilizziamo le erbe anche a scopo preventivo, per
esempio nel caso di alto rischio dovuto a familiarità, oppure all’esposizione a tossici ambientali
oppure ancora a stili di vita non adeguati.
Di tutto questo si parlerà nel libro.
Sembra facile fare un buon caffè, diceva una vecchia pubblicità, ma i pazienti che vivono in
prima persona la malattia oncologica conoscono bene tutte le difficoltà che comporta la terapia
farmacologica: aggiungere un solo farmaco a tutti gli altri già presenti in un piano terapeutico
complesso rischia di turbare un equilibrio, anche se precario, ma raggiunto spesso con grande
sacrificio e dopo tanti tentativi. «Aggiungi l’inibitore di pompa per impedire il reflusso
gastroesofageo e ti viene la diarrea, prendi l’antidiarroico e ti si blocca l’intestino…, e poi
l’antibiotico per prevenire sovrammissioni batteriche…, e poi i fermenti lattici…, e poi e poi…,
finché ti ritrovi come il banco di una farmacia, a fine giornata, da rimettere ancora a posto».
Avere, quindi, erbe medicinali in grado di risolvere o ridurre alcuni disturbi, per esempio
correlati ai trattamenti citotossici, chemioterapici o radianti, può essere importante, anche molto
importante, non solo per ridurre il numero dei farmaci da assumere, ma soprattutto per far stare
meglio il malato.
La tonicità fisica, il ripristino dell’energia vitale, la riduzione dello stress e il sentirsi bene, sono
già un buon inizio di percorso. E le erbe amiche a questo mirano.
Del resto gli effetti tossici delle terapie convenzionali sono numerosi e molto diversi tra loro,
variabili da farmaco a farmaco, da paziente a paziente, abitualmente classificati in base al periodo
di insorgenza in:
immediati: allergie, nausea, vomito, flebiti;
precoci: leucopenia, piastrinopenia, perdita di capelli, stomatite, diarrea;
ritardati: anemia, azoospermia, epatotossicità, danni polmonari, alterazioni della pelle;
tardivi: sterilità, neoplasie secondarie, effetti ancora sconosciuti per i farmaci target.

Abbiamo così diviso il libro in quattro parti, dando rilievo sia alla cura dei sintomi sia al tipo di
tumore, senza ovviamente trascurare le informazioni utili a scopo preventivo e quelle
indispensabili onde evitare rischi nell’associare in modo sprovveduto erbe, integratori o
medicinali naturali alle terapie mediche già in atto, come ancora oggi capita spesso di osservare.

Parte prima
È fondamentale offrire le informazioni di base sulle erbe medicinali utili per i sintomi che più
comunemente possono trarre giovamento dalla fitoterapia, non solo in base alla nostra esperienza
ma anche alla letteratura disponibile ormai sulle banche dati internazionali.
Per praticità, abbiamo raccolto le erbe amiche in base ai disturbi per i quali possono essere
utilizzate. Disturbi che, sempre per comodità del lettore e quindi del paziente o dei suoi familiari,
abbiamo voluto raccogliere in ordine alfabetico, e non certo per apparati o sistemi anatomici o
funzionali, di fredda sistematicità accademica.

Parte seconda
Nella seconda parte, invece, presenteremo ancora le erbe medicinali potenzialmente utili, ma
descritte in base al tipo di tumore.
La letteratura scientifica mostra infatti delle ricerche, in alcuni casi modeste, comunque
interessanti, in altri casi degne anche di nota, che consentono di evidenziare come alcune erbe in
particolare siano state utilizzate non tanto nella terapia o per il controllo di un sintomo specifico,
quanto per migliorare la qualità o la durata della vita del paziente affetto da un tipo specifico di
tumore, per esempio del polmone, della mammella, della prostata o dello stomaco.

Parte terza
Esistono studi epidemiologici condotti su larga scala per verificare l’importanza dell’uso di certe
erbe nella prevenzione di specifici tipi di tumore. Spesso si tratta di vegetali che utilizziamo
come alimenti, frutta e ortaggi, ma anche legumi e cereali, che contengono sostanze utili a ridurre
il rischio di incidenza di tumori se presenti nell’alimentazione con una certa costanza (aglio,
cipolla, cavoli, tè, legumi, uva, frutti di bosco).
I dati di questi studi sono resi ancora più importanti dalla presenza di altri, per esempio
condotti in vitro o su colture cellulari, che mostrano come alcune di queste sostanze abbiano
attività specifiche come antiossidanti, favorenti la morte programmata delle cellule già
trasformate, inibitori dell’angiogenesi, inibitori delle citochine infiammatorie eccetera.

Parte quarta
Nell’ultima parte del libro, anche se in maniera schematica, riportiamo le più importanti
avvertenze circa l’uso concomitante di farmaci e di erbe, in qualunque forma esse vengano
utilizzate, consigliate o prescritte (medicinali, integratori, prodotti erboristici, alimenti ecc.). Il
rischio di interazioni non desiderate, anche pericolose, è sempre in agguato, specie quando si
utilizzino farmaci tossici come in chemioterapia, o farmaci più recenti come i biologici e gli
immunoterapici.

Appendice
In Appendice abbiamo invece inserito considerazioni e numeri relativi alle dimensioni del
fenomeno, sia dal punto di vista epidemiologico, sia dal punto di vista della spesa farmaceutica e
medica in generale. Importante questo perché si possa acquisire maggiore consapevolezza anche
delle ricadute sociali della malattia oncologica e, per quanto possibile, si adottino le migliori
strategie di medicina preventiva e di medicina integrata, anche al fine della riduzione della spesa
per la salute.

Repetita juvant: utilizziamo le erbe medicinali quando ce ne sia l’opportunità, non certo per motivi
ideologici, nei modi più appropriati e nelle forme più corrette.
Fitoterapia è il termine corretto per definire la branca della medicina che utilizza le erbe
medicinali a scopo preventivo e curativo, in base alla letteratura scientifica. Fitoterapici sono i
medicinali vegetali, controllati anche dal punto di vista della qualità e sicurezza, previsti dalle
Autorità sanitarie, disponibili in forma di specialità registrata o di preparazione galenica
personalizzata, e queste modalità garantiscono le caratteristiche dei medicinali.
Le erbe officinali possono essere utilizzate anche in prodotti erboristici e integratori, non a fini
curativi, comunque adottando sempre i criteri di prudenza e sicurezza previsti per i pazienti in
terapia con altri farmaci.
Erbe che curano il cancro

In un libro scritto appositamente per le persone con tumore, dove si parla di erbe amiche dei
pazienti oncologici, non possiamo prima non affrontare, seppur brevemente, il tema per certi
versi spinoso, difficile, ma allo stesso tempo delicato e anche attualissimo, delle cosiddette terapie
naturali per il cancro. Ciò per diversi motivi:
1. perché stiamo parlando di pazienti che hanno un tumore, o che l’hanno avuto, o che stanno per
iniziare una terapia, oppure sono appena usciti dal tunnel delle terapie, spesso lungo e
tortuoso, faticoso, pieno di sofferenze fisiche, mentali e psicologiche, ed è possibile che stiano
vivendo nell’angoscia di una recidiva o nell’ansia per il controllo di follow up;
2. perché parliamo di erbe, erbe medicinali, argomento che alcuni potrebbero confondere con
pratiche di medicina alternativa, e aprire così la porta a discussioni di tipo etico e/o
deontologico, come per esempio la libertà di scelta delle terapie, o il rifiuto delle terapie
oncologiche convenzionali da parte del paziente, oppure ancora il ricorso a pratiche non
supportate da prove di efficacia, oppure a pratiche mediche esercitate da parte di personale
non medico. L’argomento è talmente delicato che, nel rispetto dei pazienti, non può certo
essere affrontato con superficialità, in un testo il cui obiettivo è un altro. Lasciamo quindi ai
vari specialisti le alte discussioni di bioetica, filosofia e sociologia.

Ma dobbiamo pur fare un minimo di chiarezza, dato che proprio le erbe medicinali sono l’oggetto
di questo nostro lavoro.

Esistono le erbe che curano il cancro?


Spesso è con questa accezione che le erbe vengono ricercate, soprattutto dai pazienti oncologici.
Il lettore troverà subito in queste prime pagine la risposta al quesito sull’esistenza o meno di
vere erbe anticancro. Spesso il paziente oncologico ha subìto uno o più interventi chirurgici,
sovente è già in chemioterapia o sta facendo cicli di radioterapia, e le sue sofferenze, ansie e
preoccupazioni coinvolgono anche i familiari, che in una buona percentuale di casi sono tutti
mobilitati alla ricerca di qualunque cosa possa migliorare la salute fisica e psicologica del loro
congiunto, colpito dal “mostro”. Ecco perché tale ricerca spesso si traduce nella richiesta di cose
naturali, nella speranza che facciano meno male possibile, a differenza dei farmaci che
notoriamente sono tossici. Questo è ancora il pensiero dominante tra i pazienti. Quindi è
comprensibile la ricerca e l’assunzione di tutto quello che di naturale possa servire contro il
tumore, ma ciò può diventare spesso non giustificabile, talvolta anche rischioso, e vedremo il
perché.
Le erbe anticancro sono molto richieste prima di tutto dai ricercatori, quelli che fanno vera
ricerca scientifica. Questo aspetto forse è quello meno conosciuto dagli stessi pazienti oncologici,
i quali spesso non conoscono le varie, lunghe e complesse fasi della ricerca, che talvolta inizia
addirittura dallo studio degli usi tradizionali e popolari delle piante (etnobotanica); ciò può
indirizzare nella scelta delle piante, per poi passare alla ricerca e all’analisi chimica dei vari
costituenti e delle loro attività biologiche antitumorali, con lo studio dei meccanismi d’azione,
l’analisi dei possibili target molecolari, le validazioni in vivo, gli studi tossicologici eccetera, prima
di passare alle varie fasi di studio clinico, secondo tutte le procedure previste, per poterne
confermare l’efficacia e la sicurezza. Per alcune erbe, prima di arrivare alla molecola finale poi
utilizzata in terapia, si rendono necessari anche complessi procedimenti di emisintesi
farmaceutica, al fine di migliorarne biodisponibilità e attività biologica. Il processo di studio è
lungo e costoso ma esiste, è previsto e, anzi, ha pure portato risultati importanti: alcune sostanze
inizialmente estratte dalle piante hanno già terminato tutto l’iter previsto di sperimentazione
preclinica e clinica, sono inserite nei vari protocolli di uso clinico e vengono utilizzate da tempo
nella terapia oncologica convenzionale.
Questo è il percorso, serio, che viene seguito prima dell’utilizzo delle erbe anticancro. E non
certo per compiacere all’industria farmaceutica, come potrebbe pensare maliziosamente
qualcuno, bensì per garantire al paziente qualità, sicurezza ed efficacia della terapia, come
richiesto dalla comunità scientifica, dalle autorità sanitarie e regolatorie di tutto il mondo, anche
relativamente alle sostanze di origine naturale.
E farmaci anticancro di origine naturale ce ne sono, efficaci, ben studiati, già in uso clinico
da anni; tra questi basti citare il taxolo e i suoi derivati ottenuti dal Tasso (paclitaxel ecc.), gli
alcaloidi della Vinca e i suoi derivati (vincristina, vinblastina, vinorelbina), i derivati della
podofillina (etoposide, teniposide) dal Podofillo e l’irinotecan derivato dalla Camptoteca.

Figura 1 – Tasso (Taxus baccata).

Figura 2 – Vinca (Catharanthus roseus).

Figura 3 – Podofillo (Podophyllum pelatum).

Figura 4 – Camptoteca (Camptotheca acuminata).

A che punto è la ricerca?


Numerose sono le specie vegetali sotto la lente d’ingrandimento dei ricercatori (fitochimici,
farmacologi, tossicologi ecc.) ma, perché una sostanza possa essere disponibile per l’utilizzo sul
paziente, deve necessariamente essere studiata nelle fasi di ricerca clinica previste per garantirne
appunto non solo l’efficacia in vivo sul paziente, ma anche la sicurezza d’uso, nel tempo, durante
la malattia, nella pratica clinica, quando ad esempio ci sono anche altri disturbi, altri organi
malati, altri farmaci, come succede nella pratica di tutti i giorni.
Sulla maggior parte delle erbe si hanno numerose informazioni, ma spesso parziali, in alcuni
casi riguardanti solo il loro uso tradizionale nell’ambito dell’etnomedicina, oppure all’attività di
singole sostanze ma in una fase di laboratorio, in vitro nell’animale ma non nell’uomo, oppure
ancora testate solo su piccoli gruppi di volontari sani, ma in assenza di studi su gruppi di pazienti
verificati versus gruppi di controllo con metodologia rigorosa. È importante che questa
metodologia venga rispettata, perché quando si usano sostanze anticancro è necessario verificare
gli effetti sull’individuo, non tanto su colture cellulari in vitro.
Piante che hanno potenzialità citotossiche anticancro ce ne sono moltissime, ma il loro uso non
è ancora stato validato dal punto di vista farmacologico e clinico.

Rischio Web
Molte erbe che non hanno completato questo percorso di verifica scientifica, oggi, sempre più
spesso, vengono benedette sui social network e santificate subito come rimedi anticancro, con un
ritmo di riproduzione simile, per associazione di idee, a quello dei cancri più aggressivi.
Esiste per alcune di esse qualche ricerca preclinica, condotta per esempio su colture cellulari,
ma poi le notizie vengono spesso, ingenuamente, ribaltate in rete, e automaticamente si
trasformano in “credenze popolari” fino a diventare vere e proprie bufale o fake news, capaci di
generare non solo false speranze, ma anche abbandono di terapie, elevate e ingiustificate spese
economiche eccetera.
Per alcune erbe è stata sufficiente la descrizione in rete o sui social di un caso aneddotico
perché diventassero “miracolose”. Sappiamo ormai che di fronte al caso aneddotico, senza cioè il
gruppo trattato versus il gruppo di controllo, conta appunto solo il singolo caso andato a finir
bene (che potrebbe essere ovviamente casuale), e anche solo questo può essere sufficiente a
scatenare la corsa all’acquisto. Così alcuni pazienti comprano queste erbe e le assumono,
comunque sia, da qualunque parte venga la notizia, da qualunque parte venga la pianta, da
qualunque parte del mondo arrivi loro il prodotto…
Non di rado certi pazienti si fanno spedire a casa succhi, pasticche, polverine, gocce, tavolette,
consigliate o sconsigliate, prescritte o non prescritte, insieme alla chemioterapia o lontano dalla
chemioterapia, fuori o dentro i protocolli, dentro o fuori gruppi sui social, aperti o chiusi, con
consulenti o senza consulenti, esperti o non esperti, referenziati o meno (e quali sono le
referenze?), e ancora integratori, immunostimolanti, funghi, Echinacea, Aloe, Graviola, Caisse,
vitamine, clisteri di caffè… tanto è tutto naturale! Tutto questo spesso senza alcuna razionalità,
senza la consapevolezza della reale utilità o inutilità di quello che stanno facendo, senza neppure
la minima percezione del rischio e, ovviamente, senza alcun controllo clinico.

Come fare a saperne di più?


Occorre conoscere, informarsi e farlo adeguatamente, altrimenti bisogna essere consapevoli di
non volersi informare.
Questo piccolo libro, che non è un’enciclopedia sulle erbe antitumorali, è stato scritto proprio
con l’intento di fare un minimo di chiarezza, laddove ci siano dubbi o perplessità, quantomeno per
imparare a vedere la strada giusta da intraprendere… Non certo per curarsi con le erbe, tanto
meno per curare il proprio tumore.
Quindi:
1. le erbe che curano il cancro esistono; sono quelle che contengono le sostanze utilizzate nei
farmaci anticancro, che gli oncologi già conoscono e prescrivono;
2. le erbe ritenute impropriamente curative sono invece quelle (e sono la maggior parte) sulle
quali la ricerca è ancora in divenire, o è appena iniziata o comunque non terminata, e in alcuni
casi solo annunciata. In molti casi si tratta di ricerche ancora nelle fasi precliniche, con molti
test in vitro o sull’animale, ma non sperimentate nell’uomo.

Comunque sia, per queste ultime non c’è la raccomandazione all’uso clinico come piante per
curare il cancro. Il giudizio ovviamente è ancora in sospeso per Artemisia, Graviola, funghi, Aloe e
molte altre ancora. Tutti esempi di piante “considerate” efficaci dai pazienti, di uso anche
comune, per le quali tuttavia esiste una documentazione molto varia, anche molto parziale,
talvolta interessante, ma spesso ancora incompleta se non del tutto insufficiente.
Merita comunque tenerle sotto controllo, anche dal punto di vista dell’uso pratico, perché hanno
altre attività biologiche potenzialmente utili (antinfiammatorie, immunostimolanti ecc.), oppure al
contrario potrebbero interagire con le terapie oncologiche (chemioterapia, ormonoterapia,
anticorpi monoclonali, farmaci biologici di recente immissione in commercio, immunoterapia,
radioterapia).

Artemisia
L’Artemisia annua è una pianta erbacea che proviene dalla medicina tradizionale cinese. Ben nota,
già utilizzata come medicinale in alcune forme di malaria, di recente sono proliferate le ricerche
su altre proprietà della pianta: immunosoppressive, antinfiammatorie e antitumorali.
In particolare l’effetto antitumorale di artemisinina e altre sostanze, presenti oltretutto anche in
altre specie di Artemisia, è stato studiato in vitro e in vivo, in modelli di cancro del seno, prostata,
osso e cellule leucemiche e di melanoma. Sono stati studiati gli effetti di diverse parti di Artemisia
e di differenti preparati. Numerosi sono i meccanismi biologici implicati (stress ossidativo,
apoptosi, inibizione dell’angiogenesi ecc.).

Figura 5 – Artemisia annua.

A oggi tuttavia la letteratura disponibile vede solo alcuni casi clinici e studi pilota di fase I/II.
Pertanto, anche in relazione a possibile epatotossicità e interazioni con altri farmaci, l’uso
dell’Artemisia è raccomandato nell’ambito di veri e propri protocolli di ricerca approvati.

Graviola (Annona muricata)


Una delle piante più ricercate è la Graviola, un albero comune nelle foreste pluviali dell’Africa, del
Sudamerica e del Sud-Est asiatico. È molto conosciuta e utilizzata in forma di succo ottenuto dai
frutti, spesso promossa anche in preparati ottenuti dalle foglie o dal seme, come trattamento
alternativo per il cancro (prostata, mammella e colon-retto) anche se mancano evidenze cliniche.
Peraltro sappiamo che alcuni alcaloidi presenti nella pianta possono causare disfunzione
neuronale e danni di tipo neurodegenerativo che portano agli stessi sintomi del morbo di
Parkinson. In alcuni studi di laboratorio si è visto che l’ingestione a lungo termine di succo di
Graviola può accelerare le malattie neurodegenerative. Ecco perché prima di consolidarne l’uso
sui pazienti sono necessari studi clinici, a conferma non solo della sua efficacia contro il cancro
ma anche della sicurezza.

Veleno di scorpione
Il veleno di scorpione non è certo un’erba, come del resto non lo sono i funghi, ma rientra pur
sempre in quell’alone di “prodotti naturali” ritenuti efficaci contro il cancro, che hanno fatto e
fanno la storia di molti pazienti oncologici che cercano risposte alternative ai protocolli degli
oncologi.
Moltissime sono le specie di scorpione presenti in tutto il mondo, dotati di un pungiglione
velenoso all’estremità della loro coda che serve per paralizzare la preda o per autodifesa. In realtà
questi veleni contengono tossine efficaci anche come farmaci antimicrobici e “potenziali”
chemioterapici, ma in vitro, per esempio su cellule tumorali della mammella o cellule leucemiche.
Altra cosa invece è attribuire proprietà antitumorali al veleno per uso orale, sul paziente, come in
un recente passato è stato anche ampiamente commercializzato. In merito però non esiste alcuna
documentazione clinica della sua efficacia, né della sua sicurezza. La clorotossina, invece, un
peptide derivato dal veleno dello scorpione, potrebbe facilitare l’attività dei farmaci
chemioterapici contro le cellule tumorali, e su questo fronte la ricerca prosegue.

Tisana di Caisse
Si tratta di una tisana di erbe sviluppata un centinaio di anni fa da Rene Caisse, un’infermiera
canadese, e promossa impropriamente come cura per il cancro: radice di bardana, radice di
acetosella, corteccia di olmo e radice di rabarbaro. In vitro ha dimostrato proprietà antiossidanti e
citotossiche, tuttavia con stimolo alla crescita di cellule di carcinoma mammario umano sia
attraverso i recettori degli estrogeni (ER), sia attraverso percorsi indipendenti dall’ER. Non ci
sono risultati positivi neppure sul miglioramento della qualità di vita dei pazienti con carcinoma
mammario. In relazione all’attività estrogenica potrebbero invece esserci prospettive di ricerca da
sviluppare sul carcinoma prostatico. La tisana di Caisse è chiamata talvolta anche con il nome
Essiac (Caisse scritto al contrario).

Attenzione alle “bufale”


Il paziente oncologico deve stare quindi molto attento a non rimanere intrappolato da false notizie
o addirittura da ciarlatani, plagiato da sette pseudoreligiose o guaritori senza scrupoli, che
riescano a convincerlo, come purtroppo talvolta succede, a non eseguire gli accertamenti
diagnostici di base utili sia nella prevenzione sia nella diagnosi precoce di una patologia
oncologica.
Può anche succedere che il paziente venga convinto, dopo la diagnosi certa di un tumore
maligno, a seguire terapie alternative a quelle convenzionali, quasi sempre a base di prodotti
naturali, i quali vengono talvolta presentati come: non tossici, rispettosi dell’equilibrio psicofisico
del soggetto, voluti da Madre Natura per il bene dell’umanità, al contrario dei chemioterapici, che
invece sarebbero prescritti da medici, privi di sensibilità e rispetto per i malati, ai quali verrebbe
di fatto negata la libertà terapeutica. E la chemioterapia sarebbe usata solo per alimentare il
fatturato di “Big Pharma”. Queste sono spesso le argomentazioni, fuorvianti e talvolta pure
deliranti, che spingono i pazienti oncologici a rifugiarsi in false terapie naturali, per esempio a
base esclusivamente di succhi di frutta e verdura, vitamine, clisteri di caffè, bagni di fieno, cure
disintossicanti a base di succo di limone al mattino e molte altre ma, ovviamente, abbandonando i
seri consigli terapeutici dei medici.
Possiamo con molta tranquillità e sicurezza confermare che:
i clisteri di caffè non curano i tumori;
il succo di limone al mattino non cura i tumori;
il centrifugato di cetriolo e finocchio non cura i tumori;
la tisana di Rene Caisse non cura i tumori;
la tisana di Tarassaco non cura i tumori;
le foglie di Cavolo applicate su noduli tumorali non li curano;
i bagni di fieno non curano i tumori;
le mandorle amare dell’albicocca non curano i tumori e, per l’amigdalina che contengono, sono
pure rischiose.

Caffè, Limone, Cetriolo, Finocchio, Tarassaco, Cavolo e quant’altro hanno altre proprietà che non
sono quelle di guarire un tumore! Peraltro noi li stimiamo molto come vegetali, come bevande,
come alimenti, sono anche utili per le sostanze che apportano, ma certamente non curano i
tumori.
Spesso i pazienti che entrano in questi circuiti “alternativi” vengono pure indottrinati a regimi
alimentari con drastiche restrizioni che possono portare anche a denutrizione.

TUMORE AL SENO: “TERAPIA DEL… CAVOLO”


Una distinta signora di 72 anni si è presentata in Ospedale descrivendoci la sua storia: su un seno fibrocistico
aveva notato da oltre un anno la crescita lenta e progressiva di un nodulo e, temendo di dover iniziare un
percorso di chirurgia e chemioterapia, aveva deciso di curarselo da sola. Aveva infatti letto che con le foglie
del cavolo si possono curare anche i tumori (!). Con gran sollievo da parte sua per la decisione presa, aveva
iniziato applicazioni di foglie di cavolo verza, costanti e ripetute. Il miglioramento secondo la signora era
confermato dal fatto che il nodulo stava crescendo all’esterno, come se le foglie tentassero di estrarlo dal
corpo: questa era la prova, secondo lei, che il cavolo stava funzionando!

Alla visita medica si era presentata convinta che avremmo confermato le sue supposizioni, magari con
l’aggiunta di qualche altra erba. La paziente non si era mai sottoposta a visita medica e, anzi, si era stupita
che la visitassimo: trovammo il seno sinistro ancora avvolto in tre grandi foglie di cavolo verza, ben
accomodate ad accoglierlo, ma soprattutto ad accogliere, sostenere e comprimere un tumore del diametro di
oltre 10 cm, escrescente e vegetante proprio come un cavolfiore, con zone necrotiche, ulcerate e
sanguinanti.
Non è stato semplice accompagnarla dal chirurgo, l’abbiamo convinta solo con la rassicurazione che, dopo
l’intervento e tutto quello che poi avrebbe necessitato, avremmo potuto continuare a seguirla con le nostre
terapie di supporto, ovviamente naturali. E così è stato.

Mai avremmo pensato che un ortaggio utile, buono, anzi ottimo, come il cavolo, in tutte le sue forme e
varietà, e in tutti i suoi colori (bianco, verde, viola...) sarebbe potuto diventare un pessimo e incredibile
esempio di terapie cialtronesche.

“BAGNI DI FIENO” PER IL TUMORE DEL COLON


Un’anziana signora affetta da un tumore stenosante del sigma si presenta per una consulenza fitoterapica.
La paziente è in grado di essere sottoposta all’intervento chirurgico previsto, quello di resezione del sigma,
tecnicamente anche molto semplice. È venuta a consulto solo perché aveva già contattato una struttura
privata specializzata in terapie naturali dove le era stata indicata una cura disintossicante e
immunostimolante a base di “bagni di fieno”. Si è rivolta a noi solo perché più vicini alla sua abitazione, e
quindi più comodi, chiedendo tuttavia lo stesso tipo di trattamento naturale, ovviamente alternativo
all’intervento chirurgico.

Questo caso dimostra come anche un trattamento riservato abitualmente al relax possa diventare
paradossalmente una grave bufala terapeutica se presentato come tonificante, immunostimolante,
depurativo, rilassante eccetera. La paziente avrebbe potuto risolvere il suo problema oncologico con una
breve degenza in un reparto di chirurgia generale del Servizio Sanitario Nazionale, ovunque. Invece, lei e i
suoi familiari rifiutarono il ricovero e la terapia di supporto proposta. Cercavano solo i bagni di fieno, che per
fortuna non si trovano negli ospedali.

Il diritto-dovere di informarsi
Alle considerazioni già espresse si deve aggiungere il fatto che spesso i pazienti sono sotto
politerapie farmacologiche, e che purtroppo vi è una mancanza di dati utili proprio sulle
interazioni nei casi di politerapie e in particolare di terapie con farmaci di ultima generazione.
Ecco perché il lettore, e soprattutto il paziente oncologico desideroso di saperne di più, deve
informarsi, soprattutto sulle erbe che già vantano una qualche reputazione di efficacia contro il
cancro ma senza idonee referenze. Deve farlo per se stesso, ma anche per poterne discutere
eventualmente con il suo oncologo o medico di fiducia prima di ricorrere a pratiche di
automedicazione, o prima di incorrere in qualche cialtrone o ciarlatano di turno.
Il paziente oggi informato, volendo, ha la possibilità di documentarsi e verificare le fonti di certe
informazioni, senza lasciarsi andare alle mode, al sentito dire, al consiglio dell’amico eccetera.
Può e deve poi continuare a informarsi, perché le acquisizioni scientifiche sono in continuo
aggiornamento. E in questo divenire, tali informazioni possono anche modificarsi.

Il consulto medico
Ai pazienti che non sanno o non possono acquisire informazioni di base, scientifiche e aggiornate,
su quelle piante medicinali di cui più spesso loro stessi hanno sentito parlare, o che addirittura
stanno già assumendo, ebbene proprio a questi pazienti consigliamo vivamente di consultarsi
sempre con il proprio oncologo oppure con il proprio medico di fiducia, oppure di consultare un
medico esperto in fitoterapia.
Due siti web periodicamente aggiornati sulle erbe medicinali sono quelli dei dipartimenti di
Medicina integrativa dei due maggiori centri oncologici degli USA: l’MD Anderson Cancer di
Houston e il Memorial Sloan Kettering Cancer di New York.
Lì il paziente potrà trovare informazioni dettagliate anche con specifici riferimenti di
letteratura, aggiornati e obiettivi, per ogni singola pianta medicinale, con studi in vitro,
nell’animale, studi clinici, effetti collaterali, interazioni farmacologiche eccetera. Si tratta di due
realtà importanti, disponibili gratuitamente per chiunque.
Vero è che poi le informazioni lette vanno sempre tradotte e trasposte nella pratica clinica dello
specifico paziente, e questo è compito solo del medico. Mai affidarsi al fai-da-te, in particolare
quando siamo di fronte a una patologia oncologica.
Consultare spesso questi siti è comunque un arricchimento continuo della propria cultura
fitoterapica.
Inoltre due siti web italiani forniscono informazioni corrette su numerose tematiche che
riguardano la nostra salute: www.issalute.it (Istituto Superiore di Sanità) e
www.dottoremaeveroche.it (Federazione Nazionale Ordini dei Medici). Interessante anche la parte
relativa alle bufale e ai falsi miti. Le informazioni reperibili in questi siti sono valutate e preparate
da gruppi di esperti scientifici e della comunicazione.
PARTE PRIMA
Erbe utili in relazione ai
sintomi
Anemia

L’anemia è un fenomeno molto frequente nel malato oncologico ed è dovuto a molteplici cause: il
tumore stesso (in particolare dell’ovaio e del polmone), la radio- e la chemioterapia (soprattutto
con derivati del platino), ma anche una ridotta quantità di vitamine e minerali nel sangue, una
scarsa o scorretta alimentazione e altre patologie maggiori concomitanti (insufficienza renale,
epatica) possono contribuire all’insorgenza dell’anemia.
I principali sintomi dell’anemia sono: stanchezza, affanno a salire le scale o dopo sforzi più
leggeri se l’anemia è importante, pallore della cute; inoltre tachicardia o palpitazioni, anche per
sforzi leggeri, giramenti di testa, edema delle mani e dei piedi e, nei pazienti cardiopatici, si può
arrivare fino all’angina.
Da un punto di vista salutistico è bene sapere che tè e caffè possono ridurre l’assorbimento del
ferro, soprattutto se consumati in eccesso durante i pasti: il tè anche del 60%, un po’ meno il
caffè, comunque fino al 40%. Il fenomeno è dovuto all’elevato contenuto di tannini in tali bevande.
È dunque raccomandabile limitarne il consumo, non solo in caso di anemia conclamata ma anche
a scopo preventivo, perché l’anemia, una volta conclamata, non sempre è facilmente curabile per
esempio con la semplice integrazione di compresse di ferro e/o preparati vitaminici. Anche i
latticini potrebbero ostacolare l’assorbimento del ferro per via del loro elevato contenuto di
calcio, e per questo motivo è sconsigliabile unire nello stesso pasto latticini e alimenti ricchi di
ferro. Al contrario il succo di mela, d’arancia, di limone, così come tutti gli alimenti ricchi di
vitamina C, contribuiscono favorevolmente all’assorbimento del ferro.

Legumi
Tra i cibi ricchi in ferro, oltre alle carni che non tutti gradiscono (e che comunque sia non
dovrebbero mai essere assunte in eccesso), vanno sicuramente citati i legumi. A volte non si
digeriscono facilmente, in particolare durante le terapie oncologiche, e possono causare gonfiori
abnormi, dolori addominali, flatulenze e fastidi tali da costringere il paziente a eliminarli dalla
dieta.
Ecco alcuni trucchi per consumare i legumi senza “effetti collaterali”:
consumare più volte alla settimana piccole quantità di legumi misti (ceci, fagioli di varie
dimensioni, forma e colore e sapore…), meglio se passati eliminando le bucce o ridotti in
crema, aggiungendo spezie mediterranee come origano e santoreggia;
mettere a bagno i ceci la sera prima, mantenendoli in ammollo in frigo, con un pizzico di
bicarbonato, cambiando l’acqua più volte;
le lenticchie si possono aggiungere senza ammollo nella parte finale della cottura;
le foglie di alloro durante la cottura facilitano la digestione;
eventualmente si può aggiungere un enzima, l’alfa-galattosidasi, presente in alcuni integratori,
che riduce la formazione di gas da carboidrati non facilmente digeribili come quelli presenti in
frutta, verdura, legumi e cereali.

Pasta e legumi: ottimo abbinamento nutrizionale, che può essere ben integrato con frutta secca
e pesce.

Ferro biodisponibile
In carenza vera di ferro, questo va ovviamente reintegrato, in forma biodisponibile, meglio se
assorbito in liposomi o associato a fitocomplessi di Acerola e Rosa canina.
Figura 1 – Rosa canina.

Gli altri rimedi naturali e gli integratori che vengono solitamente utilizzati in automedicazione
(alghe, succo di barbabietole rosse, integratori con miele, polline e propoli e pappa reale) in
genere non sono utili nelle anemie indotte da chemioterapia. La ricerca scientifica su questo
fronte stenta ancora a dare risultati importanti, anche se studi iniziali sono disponibili sull’attività
positiva di alcuni estratti di:
Fieno greco;
Papaya;
Erba di Grano;
clorofilla;
polline.

Si tratta di dati iniziali, ancora preliminari, che indicano tuttavia come queste sostanze naturali
riducano lo stress ossidativo della loro membrana cellulare e possano stimolare l’aumento dei
globuli rossi, la produzione di emoglobina e l’aumento di sopravvivenza delle cellule del midollo
osseo.

Figura 2 – Bicchiere con succo di Erba di Grano ricco di clorofilla.


Ansia

Lo stress, correlato a sintomatologia di tipo ansioso, è un problema molto importante nel paziente
oncologico, che talvolta si sente pure trascurato, e che spesso trova come unica risposta
immediata l’assunzione di 1-2-3 compresse di benzodiazepine, e questo in particolare al momento
della diagnosi di malattia oncologica. Qualunque possa essere la risposta e la manifestazione
clinica dell’ansia, rimane alto il livello di stress psico-fisico che subisce la persona, in quel
momento e per esempio ogni volta che debba sottoporsi a nuovi controlli medici.
Il meccanismo perverso dello stress va comunque interrotto, con qualunque mezzo (tecniche di
rilassamento, agopuntura, erbe, farmaci, sostegno psico-oncologico ecc.), perché così facendo si
riducono anche i fattori biochimici dell’infiammazione e dell’angiogenesi, diminuendo anche il
rischio della microdiffusione tumorale.
Le varie manifestazioni di ansia – dalla semplice preoccupazione fino all’agitazione o alla
disperazione, alla paura che comprensibilmente può avere chiunque in attesa del risultato di un
esame diagnostico – richiedono terapie differenziate, in relazione appunto alle necessità del
momento.

AGOPUNTURA
Agopuntura e fitoterapia spesso si trovano alleate, perché utili e sufficienti a risolvere situazioni che talvolta
compromettono la qualità di vita del paziente che rischia di entrare e rimanere in un circolo vizioso.

Le varie tecniche di agopuntura (riflessoterapia, agopuntura cinese ecc.) determinano tutte un aumento delle
endorfine, ormoni del rilassamento e del benessere che il nostro organismo produce in proprio. Vi sono su
questo aspetto diverse ricerche scientifiche che lo confermano, anche in pazienti non oncologici. Numerosi
trials hanno mostrato come l’agopuntura possa ridurre il livello di ansia e di dolore da traumi (es. fratture
radiali, frattura dell’anca), in attesa di interventi chirurgici o indagini strumentali di tipo diagnostico.

Erbe rilassanti
Le erbe che a livello popolare vengono più utilizzate a scopo “rilassante” sono senz’altro la
Camomilla, la Melissa, il Tiglio, il Biancospino e la Passiflora. Soprattutto se utilizzate in forma di
tisane, sono erbe assolutamente prive di effetti collaterali o interazioni farmacologiche. Sono ben
tollerate, gradevoli al gusto e facilmente “componibili” in miscele in base anche al gusto
personale del soggetto, ma anche all’esperienza e formazione del farmacista o dell’erborista
stessi, e della loro professionalità specifica in tema di erbe medicinali.
Tuttavia spesso tali erbe non sono sufficienti a controllare disturbi di una certa entità. In molti
di questi casi meglio ricorrere all’uso di estratti di erbe, più concentrati in principi attivi rispetto
alle tisane.
Il Tè verde, per esempio, se assunto come tale in forma di tisana può non essere tollerato da
soggetti sensibili alla caffeina, mentre per sedare l’ansia si può ricorrere all’uso della teanina,
una sostanza isolata dallo stesso Tè verde, ovviamente priva di caffeina.
La pianta che maggiormente si presta a calmare i soggetti con manifestazioni ansiose con
palpitazioni, ovviamente funzionali, senza alcuna cardiopatia in atto, senza aritmie, e non in
terapia con farmaci antiaritmici, è senz’altro il Biancospino (Crataegus monogyna), di uso
comune, tradizionale, che oltretutto, utilizzato in forma di estratto concentrato, può essere utile
anche nei pazienti con lieve aumento della pressione arteriosa e iniziale sovraccarico della
funzione cardiaca. Insomma una vera e propria pianta medicinale a funzione cardioprotettiva.
Questa funzione potrebbe assumere un aspetto importante, sotto controllo medico, dato che molti
chemioterapici sono potenzialmente anche cardiotossici.
Nei casi con manifestazioni ansiose viscerali, per esempio crampi addominali, molto utilizzata è
la stessa Melissa (Melissa officinalis) come pure la Passiflora (Passiflora incarnata). La Melissa
può essere utilizzata in forma più concentrata, cioè in estratto, a vari dosaggi a seconda delle
condizioni e delle caratteristiche del paziente. Le sostanze presenti nella pianta (flavonoidi,
flavoni, maltolo, omo-orientina, orientina, vitexina e isovitexina), infatti, hanno affinità per i
recettori delle benzodiazepine, ma i risultati non sono ancora definitivi. Sono state studiate anche
le azioni dei vari componenti della pianta e la conclusione è stata che la migliore attività
ansiolitica e sedativa si ottiene con l’estratto intero. Inoltre la Passiflora ha dimostrato
nell’animale miglioramento della memoria, attività anticonvulsivante e anche attività antispastica
sulla muscolatura liscia, che può essere utile nei casi di somatizzazione viscerale, per esempio nel
colon irritabile. Il meccanismo d’azione è legato alla modulazione dei recettori GABA.
Nei soggetti più anziani e in coloro che manifestano un abbassamento del tono dell’umore o
importanti segni di instabilità umorale, spesso il controllo dell’ansia si ottiene maggiormente con
piante utilizzate di solito per la terapia della stanchezza e della depressione: estratti di
Aswaganda, la tipica pianta antistress di origini indiane (chiamata non a caso anche Ginseng
indiano, Withania somnifera), o con la Rhodiola rosea, o il Crocus sativus o la Ginkgo biloba che
migliora la plasticità neuronale anche se è necessario considerare l’interazione con farmaci
anticoagulanti e antiaggreganti piastrinici frequentemente prescritti per la prevenzione tra l’altro
delle embolie. Quindi evitare l’auto-somministrazione!

Lavanda
La Lavanda è una pianta medicinale certamente di uso tradizionale, anche se relativamente nuova
come applicazione sperimentale in ambito strettamente oncologico. Ebbene, proprio l’olio
essenziale di Lavandula angustifolia (ma anche altre specie botaniche) ha mostrato
un’interessante attività ansiolitica. Può essere assunto sia per via orale, sia per via esterna per
massaggi o vaporizzazioni ambientali: alla dose media di 80 mg al giorno riduce l’ansia
generalizzata e migliora il sonno. Non presenta particolari effetti collaterali o effetti sedativi
indesiderati, e soprattutto è stato sperimentato in trials clinici. Oltretutto la vaporizzazione
contribuisce pure a profumare gli ambienti.

Figura 3 – Lavanda.

La Lavanda, in forma di olio essenziale, è prescrivibile dal medico in preparazioni galeniche


complesse e personalizzate, per esempio adsorbito su un estratto di fiori di Matricaria o di foglie
di Malva, o di radice di Astragalo; questo ovviamente in base alle necessità cliniche del paziente o
al tipo di intervento chirurgico o chemioterapia che abbia effettuato.

ESEMPIO DI PREPARAZIONE GALENICA PER CAPSULA


• Passiflora incarnata Estratto secco 250 mg
• Matricaria recutita Estratto secco 200 mg
Lavandula spp Olio essenziale 20 mg

Posologia media: una capsula tre volte al giorno

Cannabis
La possibilità dell’uso medico della Cannabis, nelle sue varie tipologie disponibili – entrata già da
alcuni anni nella pratica medica anche del nostro Paese per il controllo del dolore resistente ad
altri trattamenti – in realtà consente di incidere rapidamente e positivamente anche sul livello
dell’ansia.
L’uso medicinale di questa pianta, classificata come stupefacente e disponibile in varie tipologie
e preparazioni galeniche, è previsto con indicazioni e regolamenti d’uso dallo stesso Ministero
della Salute.
Uno dei vantaggi non di poco conto della Cannabis è che possa costituire, per alcuni pazienti
oncologici, un rimedio semplice, in forma di decotto a uso orale (o altra più adeguata
preparazione), sufficiente contemporaneamente a ridurre la componente ansiosa, dare una
sensazione di rilassamento e benessere, favorire il sonno, ridurre la nausea, migliorare l’appetito,
concorrere alla riduzione del dolore e/o di altri farmaci antidolorifici, contribuire a diminuire i loro
potenziali effetti collaterali eccetera.
E per molti pazienti questo non è poca cosa.
La Cannabis ad uso medicinale è trattata più estesamente nel capitolo relativo al dolore.
Capelli, caduta dei

Due pazienti su tre, durante o dopo chemioterapia in particolare per tumore al colon, seno, ovaio
e polmone, perdono i capelli. Doxorubicina, epirubicina, paclitaxel, docetaxel, ciclofosfamide,
ifosfamide ed etoposide sono tra i farmaci antiblastici più facilmente responsabili della tanto
temuta “caduta dei capelli”.
Per alcuni pazienti la perdita dei capelli può essere anche molto lieve, in altri casi invece solo
temporanea, per altri ancora l’alopecia sarà massiva ed estesa a ciglia, sopracciglia e ai peli di
tutto il corpo.
Certo è un danno, temporaneo, invalidante se non accettato, al punto da far interrompere le
stesse terapie oncologiche. La comparsa di alopecia può avere del resto parecchie implicazioni
psicosociali dovute in gran parte alle modificazioni dell’immagine corporea che essa provoca.
Il fatto concreto è che non esistono farmaci in grado di prevenire questo effetto collaterale, se
non l’uso di minoxidil in lozione o il ricorso all’applicazione di ipotermia con una cuffia, molto
fredda, in modo tale da ridurre l’afflusso di farmaco al bulbo pilifero. Ma si tratta di dispositivi
medici a scopo preventivo, che probabilmente necessitano ancora di studi clinici ben condotti per
interventi sicuri, efficaci e comunque sempre personalizzati.
A oggi non abbiamo neppure sostanze vegetali utili testate su pazienti con alopecia da
chemioterapia, oltre ai tradizionali preparati a base di:
Serenoa: fitocomplesso;
Mela annurca: procianidine;
Miglio: lignani;
Equiseto: minerali.

Tali preparati, tuttavia, necessiterebbero di specifica sperimentazione prima di essere ritenuti


utili o realmente inutili, sicuri o insicuri.
Ecco perché dobbiamo consigliare cautela:
evitare di far spendere soldi al paziente per l’acquisto di preparati inutili;
evitare terapie dubbie perché non sicure;
adottare una buona alimentazione, sana ed equilibrata, ricca di nutrienti, frutta e verdura, in
modo tale da apportare sostanze utili al trofismo del bulbo capillifero;
evitare l’applicazione sul cuoio capelluto di maschere o lozioni contenenti oli essenziali;
armarsi di santa pazienza perché, comunque sia, il tempo dell’alopecia è destinato a passare.
Crampi alle gambe

I crampi alle gambe, o spasmi muscolari, sono la sensazione di una dolorosa “morsa” muscolare.
Tale fenomeno può essere dovuto alla permanenza a letto per lunghi periodi o all’inabilità, alla
disidratazione (o meglio a un insufficiente apporto di acqua), a certi farmaci (diuretici, beta-
bloccanti, ACE-inibitori, statine ecc.), a patologie cerebrali e dei nervi periferici. Altre cause
possono essere un’eccessiva pressione sui polpacci o nella regione posteriore del ginocchio,
oppure un eccesso di fosforo o una carenza di potassio e calcio nel sangue.
Per ridurre l’incidenza di questi problemi il paziente dovrebbe tenere gli arti caldi durante il
riposo, cercare di cambiare posizione spesso e/o utilizzare un “copripiedi” sopraelevato (un
comune presidio medico) affinché le lenzuola e/o le coperte non provochino una pressione
permanente sulla pelle delle gambe che altrimenti potrebbe andare incontro a disturbi trofici.
Inoltre è utile fare regolarmente un po’ di esercizio con le gambe, almeno 3-4 volte al giorno,
magari con il supporto di un fisioterapista. Il paziente va reidratato e devono essere corrette le
carenze di magnesio e potassio, anche tramite integrazioni con coenzima Q10 e lecitina di soia.

Le erbe più utili


Tuttavia, se una gamba aumenta significativamente di volume rispetto all’altra e cambia colore,
dev’essere contattato un medico per escludere una trombosi venosa, superficiale o profonda, o
che il paziente si stia ammalando di erisipela, un’infezione piuttosto frequente anche nell’anziano
sano, che deve essere trattata con antibiotici. Nelle forme comuni di crampi senza evidenze
cliniche di infezioni o infiammazioni cutanee, senza complicanze vascolari, sono importanti
raccomandazioni generali come:
mantenere ben idratato il corpo, bevendo molto, in particolare succhi freschi di frutta e
verdura, tisane di zenzero fresco;
mantenere un’attività fisica leggera ma costante;
prima di coricarsi massaggiare sempre i muscoli con olio di Cocco con l’aggiunta di olio
essenziale di Ginepro, Rosmarino o Lavanda.

Le preparazioni ideali sono quelle vegetali contenenti piante ad attività antinfiammatoria, prima
di tutto per via topica, cioè locale: possono ad esempio essere consigliati gel o altre preparazioni
galeniche contenenti metilsalicilato (estratto da Gualtheria e altre piante), ma anche estratti di
Zenzero, con oli essenziali di Menta e in particolare di Canfora, la sostanza vegetale in assoluto
più attiva come decontratturante muscolare per uso esterno.
I preparati della medicina tradizionale cinese sarebbero sconsigliabili perché presentano il
grave handicap della contemporanea presenza di multiple sostanze senza una significativa e
valida standardizzazione.
Un’altra pianta interessante, originaria del Madagascar, conosciuta per le proprietà eudermiche
e flebo toniche, è la Centella asiatica. Per l’attività eutrofica esercitata sul connettivo, i
triterpeni estratti dalla pianta sono utilizzabili sia in pomata sia per via sistemica in compresse.
Anche la Boswellia per la sua attività antinfiammatoria ed elasticizzante sul tessuto
osteoarticolare può essere utilizzata sia come pomata sia in estratti secchi titolati e standardizzati
in acidi boswellici.
Figura 4 – Struttura chimica della Canfora.

Importante flebotonico ed eudermico è anche l’Ippocastano (Aesculus hippocastanum), che


aumenta la resistenza capillare, riduce la permeabilità capillare, ha azione antinfiammatoria e di
drenaggio linfatico; inoltre permette di intervenire sul ricambio idroelettrolitico tissutale
favorendo la rimozione dei liquidi interstiziali con conseguente azione antiedema. L’escina, inoltre,
che è presente nei semi dell’Ippocastano, stimola i recettori alfa-adrenergici della parete venosa,
favorisce la vasocostrizione e migliora il tono venoso. La Farmacopea Ufficiale prevede che i semi
essiccati contengano almeno il 3% di glicosidi triterpenici espressi come escina. Oggi l’unico
estratto utilizzabile razionalmente è l’estratto secco standardizzato o la frazione isolata dei
triterpeni, definita come escina. In fitoterapia si utilizzano estratti standardizzati in modo da
garantire un dosaggio giornaliero di almeno 150 mg di escina, anche associabili ad altre piante
medicinali specifiche per il singolo paziente.
Quando i crampi muscolari fossero dolorosi e non altrimenti gestibili e fosse identificata una
componente neuromuscolare, la Cannabis diventerebbe il rimedio d’eccellenza.
Depressione

Il paziente oncologico oggi è, fortunatamente, sempre più spesso un paziente informato, e quindi
conosce anche l’evoluzione del percorso terapeutico e della ricerca e le risposte alle terapie
disponibili, in crescita positiva. Informare il paziente significa spesso renderlo più consapevole,
più partecipe, più attivo e meno depresso. Sovente capita che siano i familiari dei pazienti ad aver
bisogno di terapie antidepressive.
Il paziente rischia di deprimersi solo qualora si trovasse abbandonato nella sua malattia.
Mantenere il tono dell’umore elevato serve non solo a “sentirsi meglio”, ma anche ad aver voglia
di muoversi, di mangiare, di relazionarsi con gli altri, a riposare meglio, ad aumentare le risposte
immunitarie dell’organismo e ad avere più forza muscolare e più concentrazione mentale e voglia
di vivere.
Pertanto, quando ci fosse bisogno di un aiuto anche farmacologico in tal senso, ben vengano
pure gli antidepressivi o, quando possibile, meglio le erbe medicinali, quelle efficaci e con minori
effetti collaterali.

Iperico
La pianta in assoluto più studiata, più efficace e più sicura per combattere la depressione è
senz’altro l’Iperico (Hypericum perforatum). Si tratta del più noto degli antidepressivi di origine
naturale, conosciuto anche come “Erba di San Giovanni” perché un tempo si diceva andasse
raccolta all’alba del giorno di San Giovanni, il 24 giugno; l’estate è infatti il periodo nel quale la
pianta ha la massima fioritura e anche la maggior produzione di sostanze attive.
È disponibile in forma di medicinale registrato, con obbligo di ricetta medica. È un buon
antidepressivo, con scarsi effetti collaterali e si può assumere per periodi anche molti lunghi.
L’efficacia dell’Iperico è documentata ormai dalla letteratura disponibile, tanto che il suo estratto
è registrato con le stesse modalità con le quali si registra un qualunque altro farmaco di sintesi.
Quindi per alcuni pazienti, che ovviamente devono essere ben selezionati, può essere anche il
medicinale di prima scelta. Ma solo per alcuni…
Infatti, i pazienti oncologici – e comunque tutti i pazienti che abbiano necessità di una terapia
per una sindrome depressiva e stiano già assumendo farmaci per altre patologie, per esempio
chemioterapici ma anche altri medicinali (anticoagulanti, antidiabetici orali, antipertensivi,
immunosoppressori, estroprogestinici, psicofarmaci ecc.) – non possono assumere estratti di
Iperico, neppure in forma di integratore, perché presenta un alto rischio di interazione con i
farmaci, in particolare ne riduce in maniera significativa l’efficacia.
I pazienti oncologici, se depressi, potranno curarsi con Iperico qualora abbiano terminato i cicli
di chemioterapia o, per esempio, le terapie ormonali, ma certo non contemporaneamente!
Sarebbe un grave rischio.

Agopuntura
Durante il ciclo di chemioterapia, onde evitare qualunque rischio di interazioni, se non siamo di
fronte alla necessità di interventi farmacologici, contro la depressione può essere di aiuto anche
un trattamento complementare con agopuntura, che può migliorare significativamente l’umore.
La stimolazione nei punti tradizionali dell’agopuntura, l’agopuntura auricolare, la digitopressione
dell’orecchio e di altre parti del corpo risultano molto efficaci nel produrre effetti antidepressivi e
ansiolitici.

Rodiola
La Rodiola (Rhodiola rosea) è una pianta medicinale che nella Comunità Europea è già disponibile
registrata come medicinale adattogeno, indicato quindi nei casi in cui vi sia proprio la necessità di
un intervento farmacologico “intermedio” privo di rischi e di interazioni farmacologiche tipiche
dell’Iperico. Gli antidepressivi non di rado possono provocare aumento di peso, riduzione della
libido, insonnia, alterazioni della coagulazione, stato confusionale eccetera.
La Rodiola ha una lunga storia: infatti è ben nota come pianta medicinale di uso tradizionale in
una fascia geografica che va dalla Mongolia alla Russia, ai Paesi scandinavi, alla Francia e alla
Grecia. In Siberia, dove la pianta è originaria, ancora oggi alle coppie che si sposano viene
regalato un bouquet di Rodiola, simbolo di fertilità. Il rizoma della Rodiola contiene oli essenziali,
grassi, cere, steroli, glicosidi, polifenoli, rosavina, e inoltre il salidroside, la triandrina e il tirosolo,
i quali agiscono su molteplici recettori che sono ancora studiati attivamente per spiegare le
complesse azioni psicotrope, stimolanti e adattogene di questa pianta: in primis per la maggior
disponibilità di serotonina, ma anche di noradrenalina, dopamina e acetilcolina.
La Rodiola non solo stimola l’umore, ma studi animali in parte confermati nell’uomo mostrano
anche un miglioramento della memoria, una possibile riduzione delle lesioni ischemiche cerebrali
e un aumento delle capacità cognitive. La posologia media è di 200 mg di estratto, 2 volte al
giorno.
Non è stato ancora discusso l’impiego della Rodiola nelle donne con una patologia oncologica
estrogeno-dipendente, argomento che deve essere affrontato dalla comunità scientifica, così come
il suo impiego nell’uomo affetto da carcinoma della prostata in terapia con farmaci antiandrogeni.
Per il suo meccanismo d’azione su citocromi e P-gp (P-glicoproteina), la Rodiola può aumentare
l’attività di alcuni farmaci.

Zafferano
Un’altra pianta sempre più interessante per migliorare il tono dell’umore anche nel paziente
oncologico è lo Zafferano (Crocus sativus). Apprezzata droga ad uso alimentare, condimento
prezioso in cucina, non solo per il prezzo ma anche per le sostanze che contiene, note per le loro
caratteristiche antiossidanti, è costituita dagli stimmi del fiore del Crocus, essiccati e polverizzati.
Raramente lo Zafferano cresce spontaneo, per cui non dovrebbe mai essere raccolto in natura
onde evitare il rischio di intossicazioni da colchicina, spesso mortali.

Figura 5 – Zafferano.

Gli stimmi contengono crocina, crocetina, picrocrocina e safranale, tutte sostanze che derivano
dall’azione di trasformazione enzimatica della zeaxantina. L’odore caratteristico dello zafferano è
conferito dalla presenza del safranale, mentre il colore intenso è dato in particolar modo dalla
crocina e dagli altri carotenoidi presenti. Ormai numerosi lavori scientifici confermano l’efficacia
dell’estratto di Zafferano per il trattamento della depressione, oltre anche a suggerire un suo
possibile utilizzo per la risoluzione dei problemi sessuali legati alla depressione.
Ha dalla sua diversi trials clinici e revisioni sistematiche della letteratura che ne confermano
efficacia e sicurezza a una posologia media di 50-100 mg al giorno. È disponibile in estratti
controllati e standardizzati in principi attivi, utilizzabili non soltanto negli integratori quanto
piuttosto in preparazioni galeniche adeguabili alle esigenze del singolo paziente.
Centella asiatica
La Centella asiatica (detta anche Gotu kola) è ben conosciuta per le sue proprietà che contrastano
l’insufficienza venosa e il trofismo della pelle; in realtà questa pianta è da sempre utilizzata nella
medicina tradizionale ayurvedica come stimolante contro lo stress psicofisico, il decadimento
cognitivo dell’anziano e la depressione; in particolare migliora l’umore negli anziani contribuendo
anche ad alleviare i disturbi ansiosi. I dati mostrano pure una riduzione dell’edema degli arti
inferiori con Centella rispetto al placebo nei pazienti con insufficienza venosa cronica.
Può diventare una pianta medicinale utile per molti pazienti oncologici. Non presenta particolari
controindicazioni né interazioni farmacologiche significative.
Diarrea

La diarrea è un disturbo molto frequente nei malati neoplastici e le cause sono molteplici. Se
cronicizza, la diarrea può comportare problemi gravi perché impedisce l’assorbimento corretto di
sostanze nutritive, e quindi proteine, glicidi e lipidi ma anche vitamine e altri oligoelementi, in
particolare i sali minerali, con il risultato che il paziente – già debole per la malattia e la relativa
terapia – può indebolirsi ancora di più a causa della diarrea. Il trattamento chemioterapico, infatti,
che cerca di uccidere le cellule maligne in rapida proliferazione, purtroppo non sempre riesce a
distinguere le cellule tumorali da quelle sane, andando così a colpire anche quelle della mucosa
intestinale, ovvero lo strato di cellule che riveste la superficie dell’intestino, e ciò può provocare
diarree più o meno prolungate. Anche la radioterapia diretta su addome, pelvi e colonna
vertebrale può provocare una diarrea cronica che può durare da settimane a mesi. Altre cause
importanti di diarrea sono il trattamento chirurgico, le infezioni opportunistiche e gli stati ansiosi
reattivi.
È utile bere liquidi semplici (acqua, brodo, gelatine, succhi di frutta), fare pasti frequenti e in
piccole quantità, consumare cibi a basso contenuto di fibre, ricchi in potassio come le arance e le
banane (con la diarrea si perde molto potassio), evitare gli alimenti che irritano il tratto
gastrointestinale o poco digeribili (alcol, cibi grassi come lasagne e cannelloni che fanno parte
della nostra tradizione culinaria e vengono dati erroneamente al paziente denutrito; cibi speziati)
e, quando è il caso, integrare con pre-probiotici.

Tisane antidiarroiche
Le tradizionali piante medicinali contenenti tannini (come la Ratania e la Tormentilla),
considerate astringenti, sono utili semmai nelle forme diarroiche da virus piuttosto che nelle
diarree da chemioterapia, perché in questo caso si ha un danno diverso, di tipo organico, cioè la
distruzione del tappeto cellulare da parte di un farmaco, ed è necessario che la mucosa si
ricostituisca.

Figura 6 – Tisana di Agrimonia.

Una tisana per contrastare la diarrea può essere sapientemente composta miscelando le erbe
seguenti per preparare infusi o decotti, con tempi lunghi di preparazione, che spesso sortiscono
l’effetto atteso (e talvolta neanche più sperato…):
Achillea (Achilliea millefolium): sommità fiorite;
Equiseto (Equisetum arvense): fusti sterili;
Altea (Althaea officinalis): radici taglio tisana;
Agrimonia (Agrimonia eupatoria): sommità fiorite;
Mirtillo (Vaccinium myrtillus): bacche essiccate;
Borsa pastore (Capsella bursa-pastoris): parti aeree.

La personalizzazione della tisana, che richiede la conoscenza dell’uso tradizionale delle erbe
nonché l’esperienza dell’operatore e l’esame clinico del paziente, è ovviamente alla base della
buona riuscita del trattamento.
Esistono pure tipi di diarrea che si possono avere sempre in un paziente oncologico, per
esempio diarree funzionali, da stress o da patologia infiammatoria cronica.
Nelle forme puramente infiammatorie sono certamente utili l’estratto di resina di Boswellia
(Boswellia serrata) per la sua attività antinfiammatoria, la facile somministrazione e la tolleranza
a lungo termine, e il gel di Aloe a polisaccaridi (depurato dagli antrachinoni che hanno azione
irritativa sulla mucosa intestinale), come del resto l’estratto di radice di Astragalo e di rizoma di
Curcuma, entrambi in relazione anche al contenuto in polisaccaridi, che possono giovare nella
prevenzione dei fenomeni irritativi intestinali.

Argilla
Si chiama diosmectite la versione farmaceutica della vecchia “argilla verde”, un buon
sintomatico naturale, antidiarroico, adsorbente, antinfiammatorio, che peraltro non blocca la
fisiologica peristalsi intestinale (nel caso si trattasse di diarrea da infezione virale). È disponibile
in versione medicinale, reperibile quindi in ogni farmacia, su ricetta medica.
L’argilla risulta utile anche nel trattamento sintomatico orale della esofagite da reflusso
esofageo, nell’ernia iatale, nell’ulcera gastroduodenale e inoltre in caso di bulbite, colite,
colopatie funzionali, meteorismo.
Ovviamente il trattamento delle diarree acute e croniche nei bambini (inclusi i neonati) e negli
adulti va inteso a complemento dei trattamenti con soluzioni reidratanti saline.
La posologia varia da 1 a 3 bustine al giorno e dovrebbe essere assunta lontano da altri farmaci.

Menta
Le forme di diarrea ove prevalga la componente funzionale o spastica sulla muscolatura liscia
possono invece giovarsi dell’efficacia, ormai ben documentata, dell’olio essenziale di Mentha
piperita, ampiamente studiato in particolare sui soggetti affetti da colon irritabile, perché riduce
la contrazione spastica della muscolatura gastrointestinale ma anche la flatulenza. L’olio
essenziale è estratto dalle foglie fresche per distillazione in corrente di vapore. I principali
costituenti sono i seguenti terpeni: mentolo, mentone, isomentone, mentofurano e 1,8 cineolo (o
eucaliptolo). L’olio viene meglio somministrato in capsule gastroprotette che consentono un lento
rilascio del rimedio onde evitare fastidi a livello gastrico. L’olio può anche essere adsorbito su
estratti di piante medicinali idonei al singolo paziente, dall’estratto di Malva a quello di
Agrimonia. È invece controindicato nei soggetti con ernia iatale e patologia da reflusso
gastroesofageo.

E ancora…
La Piscidia (Piscidia erythrina), albero del Centro America che può raggiungere l’altezza anche di
molti metri, è usata nella medicina tradizionale locale nel trattamento della diarrea e altri disturbi
gastrointestinali. Si usano gli estratti di corteccia che, per la presenza di isoflavoni, sono
sconsigliabili nelle donne affette da patologie neoplastiche endocrino-correlate.
La fisiologica, ma più blanda, alternativa alla Menta è rappresentata dalla Melissa, aroma
limone, già di per sé ansiolitica e spasmolitica grazie al suo olio essenziale ricco in cariofillene e
altri terpeni, già gradevole in tisana, oltre che come aromatizzante per altre erbe.
Dolore

Il trattamento del dolore nel paziente oncologico è un argomento che richiederebbe un libro
intero, e forse non basterebbe. Il dolore è il sintomo che per definizione è direttamente correlabile
al concetto di sofferenza, e quindi va ben gestito. È un obbligo etico, morale e professionale quello
di combattere o anche solo lenire il dolore, quello di fondo, costante, che toglie il respiro, la
speranza, la forza, il desiderio di vivere, ma anche solo di impegnarsi nelle terapie.
Dal punto di vista neurologico, il dolore può essere classificato in:
somatico (es. dovuto alle metastasi ossee, o miofasciale, muscoloscheletrico, o da mucosite);
viscerale (per compressione di visceri, come nel caso di metastasi epatiche o peritoneali);
neuropatico (per un danno a carico del tessuto nervoso centrale o periferico da compressione
o da infiltrazione, oppure secondario o un danno da chemioterapia o radioterapia o chirurgico).

Invece dal punto di vista clinico il dolore più tipico può essere raggruppato in queste forme:
correlato alla malattia oncologica (osso, visceri, sistema nervoso);
da terapia chirurgica o neuropatico postchemio- o radioterapia);
tardivo e prolungato negli anni, da inibitori dell’aromatasi.

Questi dolori, continui, senza pause libere, sfiniscono il paziente non solo a livello fisico, ma pure
psicologicamente, e anche coloro che lo assistono. Ebbene oggi il dolore può essere ben gestito
dalla terapia farmacologica, anzi dalle terapie farmacologiche disponibili. Esistono protocolli
ormai noti e standardizzati, che nella maggior parte dei casi consentono di ottenere una buona
gestione del sintomo “dolore”, con una scala cosiddetta “a gradini”. Abbiamo a disposizione
farmaci (Tabella 1) divisi per categoria e, anche all’interno della medesima categoria, ciascuno
diverso dall’altro per modalità di somministrazione, grado di assorbimento, rapidità di efficacia,
durata di effetto, risposta nel singolo paziente, interazioni con altri farmaci, effetti collaterali
eccetera.

Tabella 1 – Farmaci utilizzabili per il controllo del dolore.

Classe Tipologia di farmaco


Analgesici non oppiodi FANS, paracetamolo
Oppioidi deboli Codeina, tramadolo, buprenorfina
Oppiodi forti Morfina, ossicodone, idromorfone, metadone, fentanil ecc.
Antidepressivi, anticonvulsivanti, cortisonici,
Adiuvanti
benzodiazepine, fitoterapici
Cannabis Medicinale galenico

La scelta rimane quindi sempre individuale e sempre da personalizzare, pur rispettando le


indicazioni generali riportate nella Tabella 2.

Tabella 2 – Strategia terapeutica a gradini.

Dolore lieve Dolore moderato Dolore intenso


Oppiodi forti
Oppioidi deboli ± Cannabis
FANS/Paracetamolo ± FANS/Paracetamolo ± FANS/Paracetamolo
± adiuvanti ± adiuvanti ± adiuvanti
± agopuntura ± agopuntura ± agopuntura
La terapia non farmacologica vede importante anche il sostegno psico-oncologico e altre tecniche
tra le quali pure l’agopuntura.
Non sempre, purtroppo, il dolore scompare e ciò per vari motivi: in primis perché ogni paziente
è diverso dall’altro, ognuno ha la sua storia, nonché la sua risposta individuale alla terapia o alle
terapie, spesso multiple. Quando la risposta non è soddisfacente o quando prevalgano gli effetti
collaterali o quando questi non siano ben controllabili, ecco che ci possono venire in aiuto anche
alcune piante medicinali.
È essenziale fare sempre una diagnosi corretta del dolore: solo così si potrà ricorrere ai
diversi trattamenti, normalmente utilizzati in fitoterapia anche per il paziente non neoplastico,
come l’Harpagophytum procumbens o il Salix alba, il Tanacetum parthenium e soprattutto la
Boswellia serrata, oppure terapie più importanti come le preparazioni a base di Cannabis.
Una volta fatta la diagnosi corretta, ovviamente appropriata sarà la terapia. Una semplice
lombalgia potrebbe richiedere solo un trattamento fisico o di agopuntura e/o di fitoterapia con
piante medicinali ad attività antinfiammatoria e miorilassante, anche soltanto ad uso esterno,
come per esempio: gel a base di olio essenziale di Rosmarino canforato, oppure creme con
estratto di Boswellia serrata ed estratto di Zingiber officinale.
Il paziente può avere per esempio solo un mal di schiena e riferirlo come più o meno
sopportabile; non di rado, anche nell’esperienza diretta, vengono proposti dei mega trattamenti
con tutte le relative complicanze per ottenere una scomparsa dei sintomi addirittura con farmaci
morfino-simili. Spesso il paziente ha invece bisogno di fare una leggera attività fisica regolare per
tonificare la muscolatura del dorso a sostegno dell’apparato osteomuscolare, piuttosto che
rimanere in attesa del risultato delle sole terapie farmacologiche.

FANS vegetali
I FANS vegetali sono indicati nelle forme dolorose più lievi, di solito quando non sono ben tollerati
i FANS di sintesi.
Il genere Salix include diverse specie di alberi, comunemente presenti anche in Italia. L’estratto
è conosciuto sin dall’antichità per le proprietà analgesiche e febbrifughe; da esso infatti è stato
sintetizzato il ben noto acido acetilsalicilico, altrimenti noto come aspirina (che deriva il suo nome
dalla Spirea ulmaria, un’altra pianta contenente salicilati). Questi fitoterapici sono generalmente
ben tollerati a livello gastrico anche perché ricchi in polifenoli protettori delle mucose.
Naturalmente sono sconsigliati ai pazienti allergici all’aspirina.
L’Harpagophytum procumbens, noto anche come Artiglio del diavolo, è una pianta perenne
che deve il suo nome poco rassicurante alla peculiare forma morfologica del frutto. Ricco in
sostanze amare, in realtà può aumentare l’acidità dello stomaco e quindi non va assunto per
esempio in corso di chemioterapia, con nausea o vomito. I glucosidi iridoidi (arpagoside, arpagide
e procumbide) presenti in basse concentrazioni negli estratti della pianta, inibiscono la cascata
infiammatoria della ciclossigenasi 2, della lipossigenasi e dell’ossido-nitricosintetasi inducibile
(iNOS), e di solito sortiscono buoni risultati nelle sindromi dolorose soprattutto a carico
dell’apparato osteoarticolare come pure nei confronti dei dolori muscolari. La posologia può
raggiungere anche i 5 grammi al giorno.
Il Partenio, nome botanico Tanacetum parthenium, è una pianta della famiglia delle
Asteraceae, usata tradizionalmente come antidolorifico e per il trattamento della dismenorrea,
che recentemente nella fitoterapia moderna – grazie alla disponibilità di estratti titolati in
partenolide – viene usata con efficacia per il trattamento della cefalea. A differenza dei più comuni
FANS, il Partenio non inibisce le ciclossigenasi, mentre sembra prevenire la liberazione di acido
arachidonico e l’azione della fosfolipasi A2; agisce inoltre sui recettori vanilloidi. Il principio attivo
più importante è il partenolide, che fa parte della famiglia chimica dei lattoni sesquiterpenici. Può
dare allergie.

Cannabis
Molta attenzione è stata posta sull’uso della Cannabis nel trattamento del dolore neoplastico dopo
la scoperta, nel 1993, di residui di canapa in una mummia di 2500 anni fa. La risonanza magnetica
ha dimostrato che la giovane donna era affetta da un tumore della mammella destra con
linfoadenopatia e metastasi. Si è quindi ritenuto che facesse uso di Cannabis per il trattamento
del dolore.
In realtà il sistema endocannabinoide è già coinvolto in numerosi processi fisiologici naturali,
tra cui la plasticità neuronale, l’apprendimento e la memoria, la nocicezione, l’infiammazione, la
regolazione dell’appetito, la digestione, la termogenesi e la bilancia energetica, il ciclo
sonno/veglia eccetera. È quindi un sistema molto complesso per cui, ad oggi, non si può valutare
correttamente a medio e lungo termine l’impatto dell’uso di sostanze che lo attivano o lo
deprimono. Il sistema endocannabinoide ha due recettori maggiori accoppiati con la proteina G:
CB1 (espresso prevalentemente nel cervello) e CB2 (espresso nel sistema immunitario).
Recentemente però si sono scoperte anche le sue relazioni con i recettori vanilloidi e altri ancora,
ampliando i complessi meccanismi d’azione anche dei fitocannabinoidi, presenti nella Cannabis.
Altra considerazione importante è relativa alla composizione della pianta: da sempre
l’attenzione si è concentrata sulle centinaia di cannabinoidi presenti nel fiore della pianta, e in
particolare sul THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) tra gli psicotropi e sul CBD (cannabidiolo) tra
in non psicotropi, ma l’attività della Cannabis è certamente dovuta alla sinergia tra i vari
cannabinoidi, anche con l’interazione con il gruppo dei terpeni e dei polifenoli, ancora troppo
spesso trascurati.

DAL PUNTO DI VISTA PRATICO…


La Cannabis a fini medicinali è raccomandata ormai da alcuni anni dallo stesso Ministero della Salute quando
il dolore cronico, in particolare di tipo neuropatico od oncologico, non sia più ben controllabile con la terapia
convenzionale. La Cannabis deve essere prescritta dal medico e preparata ovviamente dal farmacista
secondo precise regole, quelle previste per i medicinali stupefacenti. Viene di solito utilizzata dal paziente in
forma di decotto ad uso orale oppure in olio secondo altra indicazione del medico, in base alla patologia e
alla terapia in atto o pregressa. Abitualmente assunta per os, cioè per bocca, la Cannabis può anche essere
vaporizzata con apposite apparacchiature.

La Cannabis a uso medicinale ha certo una sua ragion d’essere, tanto che il suo uso è codificato dallo stesso
Ministero, che ne prevede pure la coltivazione e produzione da parte dello stesso Istituto Chimico
Farmaceutico Militare di Firenze, con la garanzia di sicurezza e qualità dal punto di vista medicinale. Inoltre
può servire nello stesso paziente a ridurre anche l’eventuale componente ansiosa, facilitare il sonno, ridurre il
consumo di oppioidi e i loro effetti collaterali quando presenti, diminuire la nausea se presente, migliorare
l’appetito eccetera.

Ovviamente, come per tutti i medicinali, anche la Cannabis non rappresenta certo la panacea del paziente
oncologico come qualcuno vorrebbe far credere!

Figura 7 – Principi attivi di Cannabis.

Tabella 3 – Fitoterapici utilizzabili per il controllo del dolore.

Parte
Pianta Preparato Posologia media
utilizzata
Salice Corteccia Estratto secco std qb a 240 mg di salicina/die
Estratto secco std
Arpagofito Radici 1,0-5,0 g/die
1-10 % arpagoside
Estratto secco std
Partenio Sommità 500-1500 mg/die
1% partenolide
Ribes Foglie Estratto secco/fluido 1-2 g, 2 volte/die
Estratto secco std
Boswellia Resina 250/500 mg, 3 volte/die
65-90% acidi boswellici
50-200 mg/die
Droga (varie % di THC/CBD) per
Cannabis Fiori (variabile in relazione a paziente,
decotto, aerosol, olio ecc.
patologia e tipo di Cannabis)

NB – La Cannabis a oggi non può essere considerata la terapia di prima scelta per il controllo del
dolore, né tanto meno una terapia anticancro, come qualcuno vorrebbe. Queste sono
considerazioni che si leggono spesso anche in alcuni siti web, con un proliferare di false notizie,
false speranze, certo comprensibili, ma non giustificabili. L’indicazione di pianta anticancro va al
di là delle evidenze emerse dalla letteratura scientifica, ma anche delle indicazioni più
appropriate, riportate ad hoc dallo stesso Ministero della Salute, con il rischio oltretutto di
alimentare il mercato illegale della Cannabis.

Agopuntura
Nei dolori diffusi e spesso resistenti alle terapie, oltre alle numerose piante medicinali trova un
ruolo interessante l’agopuntura, una tecnica complementare utile in molti casi. L’uso specifico
dell’agopuntura tra i malati di cancro varia molto da paese a paese, dall’1-2% fino al 30% della
popolazione circa.
Nonostante il grande interesse per l’integrazione dell’agopuntura in ambito oncologico, a oggi
la piena misura e comprensione di come l’agopuntura possa essere applicata alle cure
oncologiche è limitata da prove ancora non definitive, ma basate sostanzialmente su ricerche
riguardanti la sua efficacia e la sicurezza nel trattamento e nella prevenzione di alcuni sintomi.
Studi clinici randomizzati dimostrano infatti che l’agopuntura può essere utile non solo nella
gestione in particolare di nausea e vomito, ma anche del dolore neuropatico e correlato ai tumori.
In ultima analisi l’agopuntura genera una significativa miglior tolleranza alla chemioterapia, ma
anche una maggiore aderenza alle terapie e quindi aumenta la durata della vita con un alto
standard qualitativo.
Sembra inoltre che l’agopuntura possa portare un contributo anche ai pazienti affetti da
xerostomia dovuta alla terapia radiante, e che possa ridurre lo stress e l’ansia, l’insonnia, la
neutropenia secondaria alla chemioterapia, l’affaticamento tipico del malato tumorale.

Figura 8 – Esempio pratico di agopuntura.

Si ritiene che il dolore nel malato neoplastico abbia origine da una combinazione di fattori
biologici, psicologici, sociali e familiari e sembra che gli effetti analgesici dell’agopuntura possano
influenzare significativamente proprio l’aspetto psicologico del dolore aumentando la tolleranza e
la sopportazione.
Infine, diversi RCT (Randomized Clinical Trials) appositamente designati per agopuntura hanno
dimostrato che essa può essere efficace nel controllo del dolore durante le procedure chirurgiche
e ridurre la richiesta di farmaci analgesici come morfina, paracetamolo e fentanile.
L’associazione di fitoterapici (Cannabis compresa) e agopuntura porta più facilmente a riduzione
del ricorso agli oppiacei e quindi anche alla riduzione dei loro effetti collaterali tipici.
Edema cerebrale

L’edema cerebrale che colpisce i pazienti affetti da neoplasie primitive o secondarie del cervello è
un argomento certo specialistico, comunque molto comune, il cui principale trattamento
convenzionale è basato sulla somministrazione, anche prolungata nel tempo, di cortisone. Il
farmaco è necessario, certo, ma è carico anche di noti e fastidiosi effetti collaterali, in particolare
gastrite, ipertensione, iperglicemia, osteoporosi, alterazioni ormonali, tromboembolia, infezioni
opportunistiche. Del resto i tumori del cervello, anche quelli che non crescono rapidamente,
invadono o comprimono il tessuto cerebrale stesso, contenuto in una scatola ossea
incomprimibile: questo rende l’edema cerebrale – sia esso presente attorno a una zona tumorale o
come conseguenza della radioterapia, o come reazione dei tessuti sani dopo un ictus, o attorno a
un ascesso – una condizione che necessita di un intervento terapeutico. Fortunatamente oggi le
tecniche neurodiagnostiche sono molto progredite (RM con la tecnica della diffusion-weighted
imaging) e permettono di distinguere i differenti tessuti facilitando una diagnosi accurata.
Il trattamento dell’edema cerebrale con la fitoterapia va instaurato solo sotto controllo medico,
dopo che siano state escluse patologie che necessitano obbligatoriamente di trattamento
chirurgico.
Le sostanze naturali che concorrono alla riduzione dell’edema sono riassunte nella Tabella.

Sostanze naturali utili alla riduzione dell’edema.

Classe fitochimica Provenienza Parte utilizzata


Polifenoli
Quercetina Melo, Cipolla Frutto
Citroflavonoidi Agrumi Scorza
Procianidine Uva Frutto
Epicatechine Tè verde Foglie
Triterpeni
Acidi boswellici Boswellia Resina
Acido betulinico Betulla Corteccia
Escina Ippocastano Semi

Alcune sostanze di tipo polifenolico, in particolare le procianidine dell’Uva e i flavonoidi tipo


diosmina, esperidina e quercetina, riducono la permeabilità dei vasi e concorrono alla riduzione
degli edemi.

Quercetina
La quercetina è un flavonoide alimentare presente in frutta e verdura e, in particolare, in Mele, Tè
nero, Tè verde e Grano saraceno, Cipolle, Uva rossa, Ciliegie, Lamponi, Agrumi. È ampiamente
utilizzata per i suoi effetti antiossidanti. Dati in vitro indicano che la quercetina ha effetti
antinfiammatori e chemiopreventivi, e può anche agire come agente proapoptosico. Studi su
modelli animali hanno dimostrato la sua capacità di potenziare gli effetti antitumorali della
doxorubicina nelle cellule di cancro del fegato, proteggendo al contempo le cellule epatiche
normali. La quercetina ha inoltre dimostrato effetti neuroprotettivi. I dati clinici sono tuttavia
limitati.

Boswellia
I risultati più importanti riguardano l’impiego di estratti di Boswellia nell’edema cerebrale
neoplastico, con dati emersi inizialmente sulla prestigiosa rivista Cancer nel 2011, che ha
confermato una certa efficacia in pazienti che avevano riportato questo danno dopo radioterapia
encefalica.

Figura 9 – Boswellia.

La Boswellia (Boswellia serrata) è la pianta dalla quale si estrae l’incenso, una resina ad alto
contenuto in acidi boswellici (derivati terpenici), ma anche polisaccaridi e una piccola frazione di
olio essenziale. I principali acidi boswellici (acidi triterpenici pentaciclici) sono l’acido beta-
boswellico, l’acido acetil-beta-boswellico e l’acido 11-cheto-beta-boswellico, responsabili
dell’inibizione degli enzimi proinfiammatori, in particolare di quelli che partecipano alla
formazione dei leucotrieni. Inoltre gli acidi boswellici agiscono sul NF-kB, la catepsina G e
l’elastasi. L’effetto antinfiammatorio della Boswellia, che ha anche di per sé un’attività proaptosica
sulle cellule tumorali (cioè ne favorisce il “suicidio” cellulare), è stata particolarmente studiata nei
pazienti con tumore del cervello. Somministrata contro placebo, in soli 7 giorni ha dimostrato di
poter ridurre dal 22 al 48% l’edema cerebrale e le cellule neoplastiche tendevano a non
proliferare nelle 2 settimane successive. Inoltre i medesimi risultati, e anche migliori, sulla
riduzione dell’edema cerebrale si ottenevano sia nel trattamento preoperatorio del glioma, cioè
del tumore cerebrale (–30% in media), sia nei pazienti con edema da radioterapia (fino al 75% in
meno) (Cancer, 2011), con riduzione degli effetti collaterali della radioterapia.
La resina della pianta è utile per ridurre l’edema e l’infiammazione peri-tumorale e peri-
metastatica anche in localizzazioni diverse dal cervello, come ossa e organi interni (fegato, reni
ecc.), contribuendo così alla riduzione del dolore.
L’unica problematica importante legata alla somministrazione degli acidi boswellici riguarda,
specialmente per il componente 11-cheto-boswellico, l’ampio metabolismo di fase I nel fegato e la
loro biodisponibilità finale. Ma questi sono aspetti più tecnici, risolvibili con particolari modalità
farmaceutiche che facilitano non solo l’assorbimento delle sostanze a livello del tratto digerente
ma anche il passaggio attraverso la barriera ematoencefalica.
Edemi

L’edema è l’accumulo di liquidi nei tessuti in una parte più o meno limitata del corpo (es. arti
inferiori, o anche a tutto il corpo), fuoriusciti dal sangue dove normalmente erano trattenuti dalla
pressione osmotica delle proteine.
Tra le cause si riconoscono: una ridotta produzione delle proteine da parte del fegato per la
malattia oncologica o per danni al fegato derivanti dai farmaci, un aumento della pressione
venosa periferica con lassità delle vene stesse che diventano più permeabili, uno scompenso
cardiaco. In altri casi gli edemi si verificano anche per un abuso di farmaci antinfiammatori che
possono danneggiare i reni o per un concomitante diabete o una sindrome nefrosica che fa
disperdere proteine o per altre cause ancora, come per esempio nuove terapie farmacologiche per
tumori polmonari. Una volta stabilita l’esatta causa dell’edema, per alcuni pazienti è possibile
trovare un contributo fitoterapico. L’edema è più comune nei piedi e nelle gambe semplicemente
per la forza di gravità, ma si può verificare anche nelle mani, nelle braccia, nel viso, nell’addome o
anche nei polmoni. Può essere dovuto al tipo di chemioterapia (es. con cisplatino o docetaxel) o a
trombosi venose o a rigonfiamento di stazioni linfonodali. L’edema può essere provocato da alcuni
farmaci: cortisonici, FANS (ibuprofene e naprossene sodico), ormoni, ma anche dai nuovi farmaci
che appartengono alla fascia della target therapy oncologica.
Una delle cause più frequenti di edema riguarda i bassi livelli di proteine del sangue; il rimedio,
se il paziente è in grado di collaborare, è semplicemente nutrirsi in modo equilibrato, senza
carenza di proteine. E ovviamente l’attività fisica, soprattutto in caso di insufficienza venosa, che
può spesso essere facilmente trattata con estratti di Ippocastano e Centella, di frutti di Mirtillo
e di Ribes.
I sintomi dell’edema sono sostanzialmente legati alla sensazione di rigonfiamento. Così il
paziente si accorge di non riuscire più a calzare bene le scarpe o può avere difficoltà a tenere un
anello al dito, oppure una ridotta flessibilità delle articolazioni superiori e inferiori che percepirà
più pesanti. Inoltre avrà un aumento di peso più o meno consistente.
L’edema causato da farmaci o da una nutrizione scorretta può essere trattato abbastanza
facilmente sotto controllo medico. Se l’edema non è particolarmente importante può essere
ridotto portando indumenti che provocano una compressione degli arti (es. specifiche calze
elastiche), rimettendo in circolo i liquidi oppure semplicemente facendo attività fisica, attiva o
passiva, con l’aiuto di un fisioterapista.
Nei casi in cui gli edemi siano dovuti a semplice stasi di liquidi nel tessuto sottocutaneo, le
piante più usate sono quelle ad attività diuretica: l’Equiseto (Equisetum arvense) è la pianta
medicinale per la quale esistono i maggiori riscontri scientifici ed è prescrivibile come estratto
fluido o estratto secco. La Pilosella, il Tarassaco, la Gramigna, l’Hybiscus sabdariffa e la Betulla
hanno anch’esse attività diuretica e blanda antinfiammatoria e possono essere usate come tisana
e/o estratto secco. L’Ortosiphon, chiamato anche Tè di Giava, è una pianta erbacea ad attività
diuretica, originaria dell’Indonesia.

Tisana al ciliegio
Nei casi di edemi non imponenti può essere sufficiente il ricorso a una “banale tisana drenante”,
termine sì caro negli ambienti erboristici, che tuttavia rende bene l’idea. Le ciliegie sono un frutto
ricco di vitamine, ferro e minerali ma soprattutto polifenoli e antociani ad attività
antinfiammatoria e diuretica. In realtà a noi interessa qui ricordare l’uso di un’altra parte del
Ciliegio (Prunus avium): i peduncoli, con i quali preparare un decotto come quello seguente.

MISCELA DI ERBE DEL DECOTTO


• Ciliegio Peduncoli t.t. 300 g
• Ibisco Fiori e sommità t.t. 100 g
• Orthosiphon Sommità 50 g

Preparazione: 30 grammi di miscela in un litro di acqua fredda, aggiungere 1 o 2 frutti di Anice stellato
sminuzzati. Portare a ebollizione, in recipiente coperto, far bollire per 5 minuti e lasciar riposare per
mezz’ora, sempre a recipiente coperto. Filtrare e bere durante la giornata, meglio se lontano dai pasti.
Epatotossicità da farmaci

Il fegato rappresenta l’organo bersaglio di molti dei più comuni tossici di origine sia alimentare
sia ambientale, siano essi di origine naturale (es. funghi) o prodotti per sintesi (es. farmaci).
Le sostanze attive “naturali” che hanno dimostrato le maggiori capacità epatoprotettive, capaci
anche di aiutare a riparare un fegato danneggiato, sono:
tiopronina;
adenosilmetionina;
fosfatidilcolina;
glutatione;
silimarina.

Silimarina
La silimarina è costituita da un vero e proprio complesso di sostanze estratte dal Cardo mariano,
il cugino maggiore del nostro comune Carciofo. Si tratta infatti del fitocomplesso dei flavolignani
presente maggiormente nei semi della pianta, in grado di antagonizzare gli effetti di varie
epatotossine. Nella tradizione erboristica sono invece spesso utilizzate tisane “drenanti”, spesso a
base di sommità fiorite di Agrimonia o di Fumaria che favorirebbero il ripristino dell’omeostasi in
un fegato certo turbato dallo tsunami tossico provocato dal chemioterapico.

Figura 10 – Il fitocomplesso della silimarina.

La silimarina è anche registrata come medicinale con l’indicazione esplicita all’utilizzo per il
trattamento delle intossicazioni da chemioterapici, oltre che da alcol, da psicofarmaci e da
paracetamolo. La sua attività è riconducibile alla capacità di interferire sui meccanismi innescati
dalle tossine, esercitando a livello di membrana un’azione antilipoperossidativa e scavenger di
radicali liberi. In aggiunta la silimarina interferisce con i sistemi di trasporto, a livello delle
membrane cellulari, comuni a molte sostanze esogene (tetracloruro di carbonio, rifampicina,
acido fusidico, amanitina ecc.), determinando così un ridotto uptake di tali sostanze da parte delle
cellule epatiche. Nelle intossicazioni da etanolo, la silimarina si è dimostrata in grado di inibire la
conversione dell’etanolo stesso ad acetaldeide e di impedire la diminuzione delle concentrazioni
endocellulari di glutatione, indotte da agenti tossici esogeni quali alcol e paracetamolo,
determinando così una maggior disponibilità di questa molecola per l’inattivazione degli agenti
tossici stessi e dei loro metaboliti.
Posologia media della silimarina: 200 mg, 2-3 volte al giorno. Abitualmente ben tollerata, va
evitata l’assunzione in caso di ostruzione delle vie biliari. Da valutare la sicurezza d’uso quando
utilizzata per lunghi periodi a scopo preventivo in donne con tumore estrogeno-dipendente.
Gastrite

Il malato oncologico è frequentemente affetto da disturbi digestivi “alti”, e molto spesso da


gastrite (fino addirittura a lesioni ulcerative più o meno gravi dello stomaco o del duodeno). Il
paziente può aver già sofferto di ernia iatale con reflusso gastroesofageo o di ulcera
gastroduodenale oppure entrambi, disturbi che – in seguito alla malattia – possono peggiorare per
vari motivi: il tipo di tumore, ma anche solo lo stress (!) o la chemioterapia stessa, come pure gli
antidolorifici…
Inoltre i pazienti con tumori del tratto gastrointestinale iniziale (esofago, stomaco, duodeno)
oppure aree vicine (mediastino e polmone) possono soffrire di gastrite, o malattie correlate, per
varie cause: intervento di resezione gastrica, recidiva di malattia, cicatrici che modificano lo
sfintere esofageo inferiore, oppure interventi che modificano in vario modo l’anatomia del tratto
duodenale.
Ma anche la stessa componente emotiva, ansiosa o depressiva, può accentuare o scatenare
questo disturbo anche molto fastidioso, dal bruciore alla bocca dello stomaco alla nausea, dalla
disappetenza al vomito.
Fortunatamente la fitoterapia ci propone diverse opportunità interessanti, a cominciare dalla
pianta più semplice, la Camomilla, evitando di ricorrere immediatamente a farmaci complessi.

Camomilla
La Camomilla (Chamomilla recutita) è una pianta ritenuta banale dalla maggior parte dei medici e
degli studiosi e dei ricercatori di scienza, al contrario, importante da chi la usa. Non solo: la
riteniamo importante e utile per un problema forse banale come la gastrite o il “bruciore” allo
stomaco, ma certo diffuso e molto comune, per il quale tuttavia vengono spesso utilizzati farmaci
potenti come gli inibitori di pompa protonica, che avrebbero in realtà altre indicazioni
terapeutiche, come per esempio l’ulcera.
Flavonoidi, cumarine e olio essenziale sono i costituenti più utili della Camomilla, con
dimostrata azione antinfiammatoria e spasmolitica a livello della mucosa gastrica e duodenale
attribuita alla loro attività sinergica.
Figura 11 – Camomilla, appena raccolta.

DECOTTO DI CAMOMILLA
La tisana di Camomilla è ben nota nella tradizione domestica, ma viene utilizzata in modo non appropriato.
Come rimedio contro i disturbi di stomaco è più indicato un decotto. Si prepara con 25 grammi di capolini di
Camomilla e 75 cc di di acqua a temperatura ambiente. Si fa bollire (con i fiori dentro) per circa 2 minuti, a
recipiente ovviamente coperto. Si lascia poi raffreddare il tutto, in infusione, per almeno mezz’ora.

Quindi si filtra e si beve, a piccoli sorsi, durante la giornata, lontano dai pasti, in più volte. E quando il decotto
non è più sufficiente utilizziamo estratti di Camomilla in capsule o sciroppo.

Altea
L’Altea (Althaea officinalis) è una pianta erbacea, conosciuta fin dall’antichità, di cui si usano
prevalentemente le radici, che contengono fino al 35% di mucillagini ad azione antinfiammatoria,
antiacida e citoprotettiva. L’effetto emolliente di questa droga vegetale viene esercitato su tutte le
mucose (bocca, gola, stomaco e intestino). Il metodo più semplice per sfruttare le proprietà
dell’Altea è certamente il macerato a freddo della radice sminuzzata, da bere a 10-15 minuti di
distanza dal pasto, oppure direttamente come estratto secco, ma attenzione: deve essere
utilizzato in forma di macerato a freddo e non di tisana altrimenti le proprietà farmacologiche
vengono perse.
Mucillagini con caratteristiche del tutto simili si ritrovano anche in altre piante, quali per
esempio la Malva, che può essere considerata la cugina minore dell’Altea e che va benissimo
anche come sua sostituta, senza differenze sostanziali.
In caso di reflusso esofageo, disturbo molto frequente, è preferibile assumere Malva o Altea in
forma di estratti secchi, preparate quindi in capsule, da assumere dopo i pasti, e non in forma di
tisana.
Altro accorgimento utile: ridurre l’assunzione di liquidi durante i pasti, bere poco e spesso ma
durante la giornata, lontano dai pasti.

Aloe
L’Aloe è il nome di molte piante originarie dell’Africa e appartenenti alla famiglia delle Liliacee tra
cui le più note sono l’Aloe ferox (o Aloe del Capo) e l’Aloe barbadensis (o Aloe vera). Il gel di Aloe
estratto prevalentemente dall’Aloe vera è ben noto per le sue proprietà antinfiammatorie e
cicatrizzanti, e per uso interno è utilizzato nella terapia dell’ulcera peptica, dell’esofagite e
soprattutto per il trattamento delle mucositi da chemioterapici. In particolare sono utilizzati i
polisaccaridi presenti nel gel di Aloe, fra cui l’acemannano costituito da polimeri di mannano a
catena lunga. In fitoterapia è raccomandato l’uso di forme estrattive di gel di Aloe prive di aloina,
titolate e standardizzate in polisaccaridi a dosi che vanno da 200 a 15000 mg al giorno a seconda
delle necessità e del caso clinico. È possibile somministrare anche il gel come droga vegetale, ma
solo in casi selezionati o per uso esterno data la difficoltà della somministrazione e del
reperimento.

Cumino: spezia del futuro


Utilizzare spezie e alimenti speziati in pazienti che soffrono di gastrite sembra quasi paradossale,
e di certo non rientra nelle nostre abitudini culinarie. Ebbene, esiste un’ampia letteratura
proveniente dalla etnomedicina indiana e medio-orientale che conferma come l’uso del Cumino
nero (Nigella sativa) riduca la sintomatologia correlata non soltanto alla gastrite, ma anche quella
legata alle lesioni ulcerose di tipo peptico del tratto alto del tubo digerente. La pianta appartiene
alla famiglia delle Ranuncolaceae; è un arbusto che cresce sulle coste africane del Mediterraneo,
in Asia e nella Penisola Arabica fino all’India, dove è molto utilizzato nella cucina ayurvedica.
I principali costituenti chimici sono nigellone, timochinone, fitosteroli, acidi grassi, vitamine e
minerali; inoltre l’olio essenziale è composto da monoterpeni come il p-cimene, carvacrolo, alfa-
tuiene, gamma-terpinene, alfa- e beta-pinene.
Il Cumino nero ha l’interessante caratteristica di inibire la produzione acida dello stomaco,
aiutando a mantenere l’omeostasi gastrica e a ridurre la formazione di ulcere. Inoltre riduce
l’edema e l’infiltrazione dei leucociti della submucosa gastrica. Sperimentalmente, nell’animale da
laboratorio, il Cumino nero ha pure dimostrato numerose e interessanti attività anche di carattere
preventivo nei confronti della tossicità da cisplatino, tanto da farcela ipotizzare come la spezia del
futuro per il paziente oncologico.
Una delle sostanze più promettenti del Cumino nero è il timochinone, dotato di attività
antiiifiamamtoria, epatoprotettiva ed anticancerogena.

Figura 12 – Struttura chimica del Timochinone.


Insonnia

I disturbi del sonno possono essere collegati all’ansia e/o alla depressione, al dolore, a cattiva
respirazione o digestione; capire esattamente l’origine del sintomo può essere significativamente
utile per non ricorrere al semplice e diretto trattamento dell’insonnia come se fosse un problema
clinico a sé. L’insonnia è uno dei disturbi tipici, per esempio, proprio della depressione, e allora
sarà sufficiente trattare la depressione.
Contro l’insonnia sono consigliabili anche alcune semplici regole di vita: subito prima di andare
a letto occorre evitare l’attività fisica intensa, di fare la doccia o cenare; bisogna cercare di non
fumare, di non bere alcolici e naturalmente non assumere sostanze eccitanti (caffè, cola ecc.);
evitare di impegnarsi in attività mentali intense prima di coricarsi (studio o lavoro).

Valeriana
Anche nel paziente oncologico, il principale e comune estratto a base di erbe consigliabile rimane
sicuramente la Valeriana (Valeriana officinalis), titolata e standardizzata in acidi valerenici, che
può essere somministrata a vari dosaggi e a varie ore del giorno anche come contemporaneo
trattamento dell’ansia.
Della pianta si utilizzano il rizoma e le radici, i cui costituenti chimici più importanti, a seconda
e in dipendenza del tipo di estrazione e quindi in quantità variabile nei diversi estratti, sono:
monoterpeni (esteri del bronile, camfene e pinene), sesquiterpeni (valerenale e valeranone), i
meno volatili acidi carbossilici sesquiterpenici (acidi valerenici e derivati), aminoacidi (come il
gamma aminobutirrico, la glutamina, l’arginina), alcaloidi, flavonoidi e lignani. Tra questi
componenti chimici non c’è una singola sostanza o fitocomplesso che prevalga per attività
farmacologica nei diversi tipi di trials clinici, per cui si presume che l’effetto farmacologico sia di
tipo sinergico e quindi si usa l’estratto intero, di solito a una posologia tale (anche fino a 300-400
mg la sera) da evitarne la somministrazione in tisana perché assume un sapore sgradevole.
L’estratto intero è dunque responsabile dell’attività tranquillizzante, migliorativa della qualità
del sonno, ansiolitica e sedativa del sistema nervoso centrale per azione specifica sui recettori per
le benzodiazepine e sui recettori del GABA. Alcuni studi su animali hanno dimostrato l’attività
anticonvulsivante ma non è ancora accertata nell’uomo. Inoltre la Valeriana si lega anche ai
recettori serotoninergici e noradrenergici con una potenziale attività antidepressiva, però non
dimostrata definitivamente con studi clinici nell’uomo. Sicuramente è da valutare bene il suo
consumo in associazione con farmaci di sintesi per ridurre l’effetto sommatorio.
La Valeriana possiede un’ottima sinergia con la Melatonina (assunta prima di cena a una
posologia variabile tra 1 e 5 mg) ed eventualmente con altre piante medicinali, come per esempio
l’Eschscholtzia californica, il cosiddetto Papavero della California, oppure il Luppolo (Humulus
lupulus) che è usato tradizionalmente per ridurre lo stress, come ansiolitico e per favorire il sonno
soprattutto nelle donne. A parte la contraddittorietà dei risultati di alcuni studi, il Luppolo è
sicuramente controindicato nelle pazienti affette da neoplasie delle sfera genitale, in primis la
mammella, perchè contiene fitoestrogeni, in particolare la prenil-naringenina. Altra pianta molto
utile per conciliare il sonno, in particolare nelle donne in menopausa fisiologica (cioè che non
abbiano una menopausa oncologica), è il Trifoglio pratense.

Camomilla
Tradizionalmente la Camomilla si assume nella comune convinzione che possa favorire il sonno: in
realtà ha dato risultati clinici modestissimi, anche in un recente trial clinico randomizzato in
pazienti affetti da insonnia vera.
Erbe per dormire
Riportiamo due preparazioni esemplificative per combattere l’insonnia, le quali devono
necessariamente essere adattate alle esigenze del singolo paziente, anche in relazione alla terapia
farmacologica in atto.

MISCELA DI ERBE PER TISANA


(Infuso nei casi più lievi di insonnia)

• Biancospino Fiori e foglie


• Passiflora incarnata Sommità fiorite
• Melissa officinalis Foglie
• Eschscholtzia californica Sommità

in parti uguali.

PREPARAZIONE GALENICA IN CAPSULE


• Valeriana officinalis Estratto secco FU 250 mg
• Melatonina 2 mg

per una capsula (1 capsula prima di cena e 1-2 prima di coricarsi).

Cannabis
La Cannabis è utile anche nella risoluzione di alcuni disturbi del sonno. Non vi sono imponenti
ricerche o forti evidenze che la rendano alternativa ai farmaci ipnoinducenti; tuttavia, nella
pratica clinica, prescrivendo la Cannabis per il controllo del dolore (o per altri motivi), abbiamo
constatato anche il miglioramento del sonno oltre che di altri disturbi associati.

Agopuntura
Altra tecnica complementare, spesso utilizzata per contrastare dolore e nausea durante la
chemioterapia, l’agopuntura facilita molto la riduzione dello stato di ansia e contribuisce a
migliorare il sonno.
Dal punto di vista della ricerca scientifica, l’agopuntura è stata studiata nei pazienti con
insonnia con risultati abbastanza alterni. Un piccolo studio non oncologico ha dimostrato che
l’agopuntura può ridurre l’insonnia e l’ansia in modo statisticamente significativo, con evidenti
miglioramenti oggettivi della secrezione notturna di melatonina e dei profili polisonnografici. Una
metanalisi ha mostrato che l’efficacia dell’agopuntura auricolare sull’insonnia era
significativamente più alta rispetto a quella del diazepam. Tuttavia, in una revisione sistematica
della Cochrane collaboration per l’agopuntura nel trattamento dell’insonnia, gli Autori
concludevano che le prove di efficacia non erano sufficientemente forti o abbastanza rigorose per
supportare l’uso di qualsiasi forma di agopuntura per il trattamento dell’insonnia. La pratica
clinica ci insegna che possiamo pure fidarci di quello che riferiscono i nostri pazienti…
Linfedema

Questo grave problema clinico è prodotto da lesioni oncologiche o iatrogene al sistema linfatico. Il
sistema linfatico è costituito da una complessa rete di vasi, diffusa in tutto il corpo, che ha lo
scopo di drenare i tessuti in modo simile alle vene. Chiaramente, se per qualche motivo uno di
questi vasi è ostruito, per esempio da una lesione metastatica linfonodale, la linfa si accumula
perifericamente nei tessuti a valle; ciò avviene lentamente e purtroppo l’effetto è duraturo, con
conseguenze spesso croniche.
Il sistema linfatico è composto da: linfa, vasi linfatici, linfonodi. La linfa è un liquido lattescente
che contiene linfociti (globuli bianchi) e plasma. I vasi linfatici costituiscono la rete di canali che
percorre tutto il corpo e contengono la linfa che scorre a velocità molto lenta. I linfonodi sono
delle strutture a forma di piccola oliva che filtrano la linfa, contengono linfociti (nomen omen) e
servono a fermare e distruggere batteri, residui proteici cellulari e cellule tumorali. Gruppi di
linfonodi si trovano in varie stazioni del corpo, in particolare in collo, ascelle, inguine e addome.
Il volume del linfonodo può aumentare quando blocca un gruppo di cellule tumorali o di batteri
e detriti cellulari drenati dai tessuti; in genere, in questo caso, l’aumento del volume del linfonodo
è associato a dolore; mentre nel caso di linfonodo neoplastico di solito il volume del linfonodo è
maggiore e non è accompagnato da dolore.
Il linfedema è caratterizzato tipicamente dal rigonfiamento edematoso di un arto, con
sensazione di pesantezza, restringimento, impotenza funzionale fino al dolore durante la
mobilizzazione dell’articolazione, bruciore e prurito, difficoltà a indossare i vestiti.
Nel paziente oncologico il linfedema è spesso dovuto alla rimozione dei linfonodi oppure a
lesioni cicatriziali conseguenti a terapia radiante sulla pelle e sui linfonodi sottostanti. L’entità
dipende naturalmente dal numero di linfonodi danneggiati o asportati. Può inoltre essere causato
anche da una lesione chirurgica sui vasi linfatici. Il linfedema può essere dovuto inoltre
all’ingrossamento e coinvolgimento metastico dei linfonodi stessi, soprattutto nelle fasi terminali
della malattia oncologica.
La terapia del linfedema (tipico quello dell’arto superiore dopo svuotamento del cavo ascellare
per tumore della mammella) è basata su tecniche di fisioterapia, agopuntura e fitoterapia.
La fitoterapia può avere un ruolo importante soprattutto nei linfedemi degli arti inferiori
associati a insufficienza venosa. Nelle forme postintervento chirurgico, il suo contributo può
essere utile ma certo più marginale.

Meliloto
La pianta più studiata, anche se con risultati non brillanti, è il Meliloto, ricco in cumarine. Nella
pratica clinica, comunque, viene utilizzato insieme ad altre sostanze attive di origine vegetale, in
particolare i citroflavonoidi endotelio-protettori come la disomina, l’esperidina e l’escina, presenti
nei semi di Ippocastano, tutte sostanze che riducono la permeabilità capillare e migliorano il
drenaggio anche dei linfatici. Associate spesso a estratti di rizoma di Ruscus aculeatus
(Pungitopo), esse possono contribuire non poco alla riuscita di un trattamento integrato dei
linfedema dell’arto superiore nella donna mastectomizzata.
Figura 13 – Castagne d’India.

Ippocastano
L’estratto di Ippocastano titolato in escina aiuta a ridurre l’edema e agisce da vasotonico,
contribuendo in maniera significativa a migliorare anche il drenaggio della linfa per via venosa.
L’escina è una saponina triterpenica composta da un fitocomplesso costituito da escina A, B, C, D.
La sua efficacia terapeutica è dimostrata da numerosi studi sperimentali in cui sono evidenti
proprietà antinfiammatorie, antiedemigene e venotoniche; ha proprietà terapeutiche legate al
miglioramento del metabolismo dei canali ionici che riducono la tensione venosa, inoltre inibisce il
rilascio di prostaglandine, per antagonismo molecolare sulla 5-idrossitriptamina e istamina; infine
riduce il catabolismo dei mucopolisaccaridi.
Importante notare che l’escina sta dimostrando anche interessanti proprietà
antineoplastiche su vari tumori, e non soltanto in vitro, come per esempio sul tumore della
tiroide.
Oltre che disponibile in integratori e preparati erboristici, l’escina, o meglio l’estratto totale di
Ippocastano, che contiene pure altre cumarine e flavonoidi, ormai da molti anni viene utilizzato in
preparati galenici e medicinali.

Olio di Mandorle dolci


L’olio di Mandorle dolci può essere significativamente utile a rendere la pelle morbida ed
elastica, potendo svolgere una ruolo fondamentale nel ridurre le lesioni della pelle. Sin
dall’antichità, l’olio di Mandorle dolci era utilizzato per il trattamento della psoriasi e delle lesioni
eczematose; in base a una letteratura anedottica viene consigliato per la riduzione delle cicatrici
chirurgiche, per migliorare l’idratazione e contro l’invecchiamento della pelle.
L’olio estratto con procedure a freddo contiene per il 90% lipidi neutri e per il 10% lipidi polari, i
primi composti per la maggior parte da trigliceridi e i secondi da fosfolipidi, l’acido grasso
principale sembra essere costituito dall’acido oleico (o acido 9-octadecanoico).
Memoria

È ben noto che la malattia neoplastica può provocare una riduzione delle normali funzioni e
performance cerebrali a causa sia dello stress psicologico sia dello stress dovuto al dolore più o
meno cronico, ma anche a causa della chemioterapia stessa. Per la prevenzione di tale problema e
disagio può essere utile anche una corretta alimentazione e una migliore forma fisica, che nella
maggior parte dei casi si avrà solo dopo essere usciti dal “tunnel”. Non ci sono studi che
esaminano l’effetto delle erbe sul cosiddetto cognitive impairment durante chemioterapia; tuttavia
sono da tenere in debita considerazione diversi studi clinici sui fitoterapici nel trattamento del
declino mentale durante la senilità, ma anche sulle piante medicinali che migliorano le prestazioni
mentali nei soggetti più giovani.
I pazienti oncologici con importanti disturbi di memoria e concentrazione, di stanchezza fisica e
mentale, oltre a controllare e saper gestire il loro assetto nutrizionale, possono spesso sfruttare
con grandi benefici le proprietà di alcuni fitoterapici.

Ginkgo biloba
La pianta medicinale più nota, studiata e utilizzata per il solo miglioramento delle funzioni
cerebrali fino al trattamento della vera e propria demenza è certamente la Ginkgo biloba. Negli
ultimi decenni sono state particolarmente studiate le foglie di Ginkgo come fonte di sostanze
attive sul meccanismo patogenetico dell’aterosclerosi. Esse contengono una miscela di glucosidi
flavonodei e di derivati terpenici, cui sono attribuite proprietà microvascolari e nootrope:
flavonoidi, ginkgolidi e bilobalide. Senza entrare nel merito dei meccanismo d’azione delle varie
sostanze utilizzabili con sicurezza e pure di una certa efficacia, soprattutto come terapia
preventiva, va ricordato che l’uso di Ginkgo andrebbe limitato ai pazienti già in terapia con
anticoagulanti o antiaggreganti piastrinici. Si raccomanda inoltre, sempre e comunque, l’uso di
estratti standardizzati e purificati, esenti da acidi ginkgolici responsabili di effetti collaterali e
soprattutto reazioni allergiche. La posologia media di Ginkgo prevede 250 mg al giorno di questo
tipo di estratto.

Bacopa
Una pianta medicinale sempre più importante, che può dare risultati molto buoni, anche in
sinergia con la Ginkgo, senza specifici o particolari rischi, è certamente la Bacopa monnieri, una
pianta acquatica indiana, la quale ha dimostrato diverse interessanti attività farmacologiche,
confermate anche dalla clinica, e tra queste in particolare l’attività di modulazione del sistema
colinergico, implicato nei disturbi della memoria e dell’attenzione.
I bacosidi sono dotati di attività nootropa, antinfiammatoria, ansiolitica, antidepressiva, di
vasodilatazione cerebrale e adattogena. Inoltre la somministrazione prolungata riduce la
perossidazione lipidica della corteccia prefrontale, del nucleo striato e dell’ippocampo.
Quando i disturbi di memoria sono associati a stanchezza fisica, le piante più utili (descritte nel
capitolo “Stanchezza”) sono certo i vari Ginseng e la Rodiola. Tra queste, il Ginseng indiano può
avere un ruolo nel trattamento dei disturbi mentali; infatti ha dimostrato di migliorare la memoria
uditiva-verbale, ridurre il tempo di reazione mentale e migliorare la capacità cognitiva e sociale.
Per la Rhodiola rosea, invece, diversi trials clinici hanno evidenziato non solo l’attività
antidepressiva e antifatica, ma anche la capacità di stimolare la funzione cerebrale, in particolare
l’abilità di concentrazione, e di ridurre il cosiddetto burn-out nei pazienti affetti da sindrome della
fatica cronica.
Nausea e vomito

Diverse sono le cause di nausea e vomito; le più frequenti sono la chemioterapia, la radioterapia,
il tipo di tumore e la sua estensione anatomica (occlusione parziale o totale dell’intestino e delle
vie digestive superiori). Inoltre anche un tumore o le metastasi possono provocare nausea e
vomito, mentre un’altra causa importante e comune è costituita dagli effetti secondari degli
analgesici oppioidi, che oltretutto possono essere responsabili anche di secchezza delle mucose e
stitichezza. La dispepsia peggiora notevolmente la qualità di vita, oltre a creare un circolo vizioso
con perdita dell’appetito, disgusto, malessere generale e, se il disturbo non si risolve in breve,
anche deperimento.
Sono quindi sintomi non gravi in quanto tali, ma per le possibili conseguenze nel paziente;
quindi meritano tutte le attenzioni del caso e vanno adottati tutti gli accorgimenti utili.
La nausea dovuta ad alcuni chemioterapici, in particolare la ciclofosfamide e il cisplatino, può
arrivare a una incidenza del 90%, ma può essere raccomandata una specifica azione di tipo
preventivo per esempio con zenzero e agopuntura. Sono invece dotati di più bassa incidenza di
emesi farmaci quali i taxani, la gemcitabina e un’incidenza minima (inferiore al 10%) la
vinorelbina, e quindi non richiedono alcuna profilassi.
La nausea da chemioterapia viene infatti descritta di tre tipi:
anticipatoria, cioè prima della chemioterapia, soprattutto in pazienti con pregresse
esperienze);
acuta, se si manifesta nelle prime 24 ore;
ritardata, quando si verifica fino a 5 giorni dopo la chemioterapia.

Recentemente la ricerca farmacologica ha messo a disposizione, oltre agli steroidi, nuove efficaci
terapie farmacologiche per questi disturbi (inibitori della idrossitriptamina, antagonisti dei
recettori NK1 ecc.); tuttavia esistono rimedi che possono rivestire un ruolo importante nella
prevenzione e nella cura di nausea e vomito, in particolare una tecnica non farmacologica quale
l’agopuntura, da cominciare ancor prima dell’inizio della chemioterapia.

Agopuntura
Dopo la Consensus Conference organizzata dal NIH del 1997, alcuni studi clinici ben progettati
hanno fornito risultati più che significativi circa l’uso di questa metodica. Uno studio
randomizzato controllato ha confermato l’effetto antiemetico dell’agopuntura su pazienti
sottoposti a chemioterapia, con una riduzione statisticamente significativa degli episodi di emesi
rispetto alla sola farmacoterapia. I risultati della ricerca hanno confermato la dichiarazione di
consenso dell’NIH sull’agopuntura: «Vi è prova evidente che l’agopuntura è efficace negli adulti
per il trattamento della nausea e del vomito postoperatori e da chemioterapia e, probabilmente,
anche per la nausea in gravidanza».
Tra i diversi tipi di stimolazione, vi sono metodi che includono anche la digitopressione manuale
sui punti di agopuntura, la digitopressione con bande a fascia sul polso, l’agopuntura con
stimolazione elettrica (elettroagopuntura) e l’agopuntura dell’orecchio (auricoloterapia). La
digitopressione mediante polsini ha dimostrato risultati positivi nel controllo di nausea e vomito
indotti da chemioterapia in uno studio multicentrico.
Figura 14 – Digitopressione al polso.

L’autorevole revisione sistematica eseguita dalla Cochrane collaboration su questo argomento ha


concluso che: «I dati su nausea e vomito postoperatori suggeriscono un effetto biologico di
stimolazione del punto trattato. Inoltre l’elettroagopuntura ha dimostrato beneficio per il vomito
acuto indotto dalla chemioterapia, ma sono necessari ulteriori studi sull’associazione combinata di
elettroagopuntura e antiemetici nei pazienti con sintomi refrattari ai soli farmaci, per determinare
definitivamente la rilevanza clinica del trattamento combinato. La digitopressione autoindotta al
polso, sul punto di agopuntura, sembra avere un effetto protettivo nei confronti della nausea
acuta ed è un trattamento che può facilmente essere insegnato ai pazienti, anche se gli studi non
hanno utilizzato il controllo placebo».

Zenzero
Usato universalmente in cucina, lo Zenzero è coltivato in numerose varietà soprattutto in Cina. Il
rizoma della pianta contiene una grande varietà di metaboliti secondari, dall’1 al 4% di oli volatili
e un’oleoresina. Il tipico odore e sapore pungente è proprio dovuto agli oli volatili. La parte
volatile contiene idrocarboni sequiterpenici, in particolare lo zingiberolo. Le componenti fenoliche
non volatili sono costituite da gingeroli, shogaoli, paradoli, zingerone e più di 30 composti diversi
legati al gingerolo, che possono essere frazionati dallo Zenzero crudo.
Le principali attività farmacologiche dello Zenzero sono attribuibili ai gingeroli e shogaoli (in
particolare il 6-shogaolo). Si tratta di sostanze attive principalmente a livello periferico, agiscono
sul sistema nervoso centrale ma soprattutto sui tessuti dell’apparato gastroduodenale con attività
procinetica, cioè favoriscono l’avanzamento del cibo nell’apparato gastrointestinale, migliorano il
tono muscolare dello stomaco, accelerandone lo svuotamento. Sono pure dotate di interessanti
proprietà antistaminiche, anticancerogene e in particolare antinfiammatorie. Inoltre è noto
l’effetto protettivo dello Zenzero sulla mucosa gastrica.
Il meccanismo d’azione delle sostanze presenti nel rizoma dello Zenzero sembra risiedere nella
loro attività sui recettori colinergici M3 e sui recettori serotoninergici 5-HT3 e 5-HT4.
Numerosi sono i dati scientifici sperimentali e clinici che confermano non solo la validità
farmacologica dello Zenzero, ma anche la sua sicurezza, probabilmente anche in gravidanza.
Si utilizza in capsule da 500 mg (all’inizio 3 capsule al giorno), che nella pratica clinica
prescriviamo spesso in specifiche preparazioni galeniche con altri fitoterapici, dalla Camomilla al
Finocchio, dalla radice di Astragalo alla Fumaria o alla Menta, ovviamente in base alla clinica del
singolo paziente.
Nelle forme più lievi spesso è sufficiente masticare fettine fresche di Zenzero o utilizzarle per
preparare la semplice tisana.
Figura 15 – Fettine di Zenzero tagliate per tisana.

Cannabis
Negli anni Settanta e Ottanta diverse pubblicazioni hanno valutato positivamente l’efficacia
antiemetica del nabilone e del dronabinolo, derivati sintetici della Cannabis. Nei 15 trials
controllati in cui è stato comparato con il placebo, il nabilone si è dimostrato significativamente
superiore a proclorperazina, domperidone e alizapride che sono comuni farmaci utilizzati per il
trattamento di nausea e vomito; tra l’altro i pazienti preferivano proprio il nabilone per un uso
continuato.
Il dronabinolo ha dimostrato un effetto simile o maggiore rispetto alla clorpromazina ed
equivalente a metoclopramide, tietilperazina, aloperidolo. Il dosaggio raccomandato è 5-15
mg/m2/dose ed è stato approvato sia negli USA sia in Canada. Tuttavia, dopo un iniziale successo
commerciale, anche in seguito agli effetti collaterali talvolta importanti, questi farmaci sono stati
soppiantati dagli agonisti del 5-HT3: dolasetron, granisetron, ondasetron, palonosetron,
tropisetron. Queste sostanze non hanno effetto stupefacente, sono più potenti sull’apparato
gastrointestinale e possono essere somministrate per endovena.
Successivamente si è pensato di sperimentare la Cannabis come pianta e non come singola
sostanza sintetica e i risultati sono stati incoraggianti. Tre trials clinici hanno valutato l’efficacia
della marijuana fumata in comparazione con dronabinolo e tetraidrocannabinolo per via orale e
hanno mostrato un miglioramento nel 25% dei pazienti, anche se in alcuni casi, purtroppo, con
seri problemi di allucinazioni.
Attualmente l’uso clinico della Cannabis nel nostro Paese è autorizzato come droga ad uso orale
o aerosolico, non fumata, secondo la normativa prevista dallo stesso Ministero della Salute, in
preparazioni galeniche ad hoc per il singolo paziente, secondo prescrizione medica non ripetibile.
Questa modalità è sottoposta pure a controllo dal punto di vista delle possibili reazioni avverse e
solitamente è ben tollerata.
Neurotossicità

Il nostro sistema nervoso è costituito da cervello, midollo spinale e numerosi nervi periferici, che
servono appunto a inviare e ricevere i segnali elettrici dalle strutture centrali alla periferia del
corpo e viceversa.
I danni causati dai farmaci al sistema nervoso dipendono dal tipo di medicinale e possono
riguardare sia i nervi periferici (molto più comune) sia le strutture centrali del cervello e del
cervelletto.
La chemioterapia può facilmente essere responsabile di danni neurologici, in particolare se
comprende i taxani e gli alcaloidi della Vinca (vincristina, vinorelbina, vinblastina), così come
anche il trattamento a base di cisplatino (nel 50% dei casi), mentre altri farmaci responsabili in
percentuali minori sono: bortezomib (30-35%), citarabina (15-30%), e in percentuali ancora più
basse: docetaxel, paclitaxel, talidomide, metotrexate eccetera.
Le manifestazioni sono varie in base alle strutture interessate: dalle manifestazioni epilettiche
alle parestesie e ai disturbi della sensibilità, dai disturbi motori transitori a ictus e neurite
retrobulbare, dalla confusione mentale all’irritazione meningea, dalle allucinazioni ai disturbi
della vista.
Numerose sono le cause di neuropatia periferica che niente hanno a che fare con il cancro e che
possono essere curabili e prevenibili: diabete, abuso di alcool, HIV, malattie autoimmunitarie,
malattie renali gravi, stress, intossicazione da piombo ed esposizione a pesticidi, alimentazione
ricca di grassi animali eccetera.
A seconda del tipo di danno e delle fibre interessate si possono avere i seguenti disturbi:
alterazione delle sensazioni in particolare a mani e piedi, parestesie, dolore; debolezza muscolare
(miopatia); alterazioni della funzione di alcuni organi che possono dare origine a vari disturbi
come stitichezza o vertigini.
La neuropatia periferica può essere una conseguenza di altre malattie, in particolare il diabete,
ma anche un effetto diretto del tumore o di metastasi se localizzata in prossimità di una fibra
nervosa.

Prevenzione
Prima di iniziare una terapia con farmaci responsabili frequentemente di neurotossicità
potrebbero essere adottate misure di prevenzione in ambito “fito-nutraceutico”, come per
esempio un’integrazione alimentare con sostanze che hanno dimostrato un’utilità nella protezione
del tessuto nervoso, quali:
acido alfa-lipoico;
palmitoiletanolamide;
acido nervonico;
olio di semi di Lino/Cannabis;
vitamina E;
glutatione (somministrazione endovenosa).

In previsione di alcune forme di chemioterapia possono essere iniziati anche trattamenti specifici
di agopuntura, mirati a migliorare il trofismo e ridurre l’alterata sensibilità, espressione del danno
neuropatico successivo.
Le lesioni neuropatiche possono essere classificate in tre tipi:
lesioni del nervo sensitivo: sintomi comuni sono parestesie, bruciore, sensazione di elettricità,
torpore, dapprima alla periferia degli arti e poi verso il centro del corpo; il paziente può anche
avere la sensazione di indossare guanti (anche se non li ha), oppure avvertire sintomi dolorosi
ai piedi con una deambulazione complicata;
lesioni dei nervi motori: difficoltà a camminare o semplicemente a muoversi, gambe o braccia
pesanti con possibile incoordinazione motoria. Il paziente può avere difficoltà a chiudere i
bottoni o a scrivere su una tastiera;
lesioni del sistema autonomo: alterazioni della pressione arteriosa (capogiro), della funzione
gastrointestinale (stitichezza o diarrea), della funzione vescicale, della sudorazione, problemi
sessuali.

A parte l’uso della Cannabis per il controllo dei sintomi, una volta che certi danni si siano già
consolidati, non abbiamo fitoterapici a disposizione sicuramente utili nel controllo delle parestesie
e di altri sintomi di tipo sensitivo o autonomico. Potenzialmente utili e promettenti risultano la
Ginkgo biloba e l’Astragalo.

Ginkgo biloba
La Ginkgo biloba, per le importanti proprietà antiossidanti ma soprattutto perchè migliora la
microcircolazione a livello sia centrale che periferico, ha attività vasoreattiva, migliora la
vascolarizzazione tissutale e riduce la permeabilità capillare, riduce la viscosità ematica e
l’aggregabilità piastrinica. Per questo motivo i pazienti che assumono già farmaci che agiscono
sulla coagulazione del sangue dovrebbero usarla sotto stretto controllo medico.

Astragalo
L’Astragalo, di cui abbiamo già descritto le proprietà immunostimolanti e immunoregolatorie
dovute ai polisaccaridi, ha pure un’interessante azione protettiva a livello del sistema nervoso
come antiossidante e neuroprotettore, dimostrata anche recentemente con dati preclinici emersi e
pubblicati a seguito del lavoro promosso dal nostro gruppo di ricerca. In test condotti in
laboratorio, il trattamento con Astragalo ha aumentato il fattore di crescita del nervo; inoltre le
fibre nervose erano più mature rispetto ai controlli, con un aumento del numero medio delle fibre
mieliniche, dell’area endoneurale e dell’area totale dei nervi. Gli estratti di Astragalo, studiati
soprattutto in modelli di infiammazione del malato diabetico, hanno dimostrato agire riducendo
l’infiammazione prodotta dai macrofagi mediante una riduzione dell’attività biochimica del p38
MAPK, AP 1 e NF-kB. Inoltre i polisaccaridi stimolano la funzione energetica cellulare mediante
attivazione della via biochimica della sirtuina 1. Ricordiamo che i mitocondri sono danneggiati
dall’aumento della produzione di radicali liberi e dalla conseguente lesione ossidativa cronica.
Il trattamento della neuropatia periferica indotta da chemioterapia (CIPN) rimane una grande
sfida per gli oncologi. L’Astragalo, comunque, si sta rivelando probabilmente la pianta più
promettente nella prevenzione dalla neuropatia da oxaliplatino, a giudicare anche dalle revisioni
sistematiche della letteratura attualmente disponibili nelle banche dati, che hanno analizzato gli
studi randomizzati controllati (RCT) trovati utilizzando PubMed, Cochrane, Springer, China
National Knowledge Infrastructure (CNKI) e Database Wanfang di China Science Periodical
Database (CSPD) tramite ricerca per parole chiave. La metanalisi è stata condotta su un totale di
1552 partecipanti inclusi in 24 studi; essa ha mostrato che l’incidenza di neurotossicità di tutti i
gradi era significativamente inferiore nei gruppi sperimentali e anche la neurotossicità di alto
grado era significativamente inferiore.

Capsaicina e mentolo
Dati clinici molto promettenti sono stati ottenuti con creme a base di capsaicina e mentolo grazie
alla riduzione dell’attività di alcuni recettori vanilloidi specifici, responsabili delle percezioni della
sensibilità, del dolore e del prurito. Si tratta in realtà di sostanze naturali, che possono essere
utilizzate in forma di creme o gel. Il mentolo in crema acquosa all’1% ha indotto una riduzione del
dolore significativa, per azione sui recettori TRPM8. La capsaicina, attiva sui recettori TRPV1, ha
dato risultati più discordanti soprattutto nel dosaggio (dallo 0,025% all’8%) e con una risposta
sulla riduzione del dolore e il miglioramento della qualità della vita fino al 50% dei casi, anche se
ha presentato una quantità di reazioni avverse non trascurabile ad alti dosaggi.

Bacche di Synsepalum
Chiamato addirittura “frutto miracoloso”, il Synsepalum dulcificum è una pianta dell’Africa
Occidentale che produce una bacca rossa, usata anche come dolcificante alimentare. I pazienti
neoplastici lo usano per migliorare le alterazioni del gusto causate dalla chemioterapia. I
polifenoli hanno attività antiossidante mentre la glicoproteina, nota come miraculina, può alterare
la percezione del gusto dall’acido al dolce.
In uno studio pilota, il 30% dei pazienti oncologici sottoposti a chemioterapia ha riportato un
miglioramento del gusto, ma nessun cambiamento di peso, dopo aver consumato questo frutto per
2 settimane. Risultati simili circa il miglioramento del gusto sono stati riportati anche in altri
studi, ma sono necessari ampi studi clinici per confermare questo effetto, che tuttavia è
abbastanza breve nel tempo e reversibile.
Neutropenia

La distruzione dei globuli bianchi dovuta alla chemio- o alla radioterapia è uno dei principali
effetti collaterali dei trattamenti antitumorali, talvolta preoccupante in quanto apre la porta a
temibili e pericolose complicanze infettive. Fortunatamente esistono farmaci in grado di prevenire
o curare tempestivamente i repentini cali del numero del globuli bianchi, e gli oncologi conoscono
bene la gestione di questi farmaci che agiscono stimolando direttamente il midollo osseo alla loro
produzione.
In questo ambito la fitoterapia, oggi, può essere ragionevolmente utilizzata non tanto in
alternativa ai farmaci sicuri e rapidamente efficaci, quanto come bacino di piante a scopo di
ricerca e, quando servisse, a scopo preventivo.
L’Echinacea (E. purpurea, E. angustifolia ed E. pallida) è uno dei più noti rimedi
immunostimolanti soprattutto per il trattamento delle sindromi da raffreddamento; non ha dalla
sua ricerche importanti circa il suo utilizzo come immunostimolante in pazienti in trattamento
chemio- o radioterapico, mentre vi sono spunti interessanti per altre piante medicinali, tra le
quali:
Aglio;
Ginseng;
Erba di Grano;
Uncaria;
Astragalo.

Aglio
È stato osservato come alcune sostanze attive presenti nell’Aglio (in particolare l’alliina e i
derivati allicina, ajoene, diallil polisolfuro, vinilditina, S-allilcisteina ecc.) aumentino i leucociti.
Pertanto, è stato studiato e dimostrato che l’allicina era responsabile dell’aumento dei leucociti. I
composti solfidrilici sono responsabili della crescita cellulare e della leucopoiesi. Si tratta di dati
interessanti, ma preliminari. In clinica, infatti, non è raccomandabile utilizzare prodotti a base di
aglio nella prevenzione delle infezioni da neutropenia da chemioterapia in alternativa alla terapia
antibiotica. Servono ancora dati clinici, e senza quelli non possiamo certo mettere a rischio la vita
dei nostri pazienti.

Ginseng
Altre ricerche interessanti sono di recente iniziate sulle saponine del Ginseng, che
sperimentalmente hanno dimostrato di ridurre la mielodepressione indotta da alcuni farmaci
chemioterapici, con la capacità di stimolare l’aumento di globuli rossi, piastrine e globuli bianchi.
L’uso del Ginseng è sempre subordinato all’assenza di rischio di interazioni farmacologiche.

Uncaria
Una pianta medicinale importante è senz’altro l’Uncaria tomentosa, conosciuta anche come “uña
de gato”, tradizionalmente utilizzata in pazienti oncologici come immunostimolante. Questa liana
appartiene alla famiglia delle Rubiaceae ed è usata da secoli dalla popolazione amazzonica degli
Ashaninkas. Gli estratti di Uncaria sono comunemente usati come antinfiammatori, anticancro e
immunostimolanti. La corteccia di Uncaria ha tre principali frazioni di metaboliti secondari:
polifenoli, alcaloidi e triterpeni. Alcune pubblicazioni suggeriscono che l’Uncaria inibisca la
proliferazione di numerose linee cellulari tumorali. In due studi randomizzati, tuttavia realizzati
praticamente dagli stessi Autori, l’ Uncaria ha dimostrato di ridurre la leucopenia in pazienti
trattati con chemioterapia per cancro della mammella. L’Uncaria ha diverse proprietà
immunostimolanti: stimola sia la crescita dei macrofagi sia l’attività fagocitaria; inoltre gli acidi
uncarinici C e D attivano le cellule dendritiche e stimolano la produzione di interleuchina 3 e 6.

Astragalo
Forse la pianta più promettente è proprio l’Astragalus membranaceus, utilizzata nella medicina
cinese come tonico e immunostimolante. Numerose pubblicazioni sperimentali su animali hanno
indicato che l’Astragalo è in grado di indurre la stimolazione della funzione immune sia sulle
cellule B sia sui macrofagi, migliorando la ridotta risposta umorale e addirittura inibendo lo
sviluppo di forme leucemiche e linfomatose nel topo. Mancano ancora dati clinici definitivi e
consistenti dell’Astragalo come immunostimolante sull’uomo; tuttavia la pianta è già stata
utilizzata in forma di estratto in modo complementare alla chemioterapia allo scopo di ridurne gli
effetti collaterali, con risultati apprezzabili, già pubblicati, anche insieme ad altre piante tipiche
della medicina cinese. Servono ancora studi rigorosi, ma l’Astragalo rappresenta, a oggi, la pianta
più promettente. Tradizionalmente viene utilizzata in forma di decotto; nella medicina occidentale
si consuma in forma di estratti secchi in compresse, di cui conosciamo l’esatto contenuto in
sostanze attive.

Figura 16 – Fettine di Astragalo.

Ganoderma
Una recente revisione sistematica della Cochrane collaboration (Jin X. et al., aprile 2016) ha
dimostrato come la qualità metodologica degli studi condotti sul Ganoderma, o Reishi (Ganoderma
lucidum), sia stata generalmente insoddisfacente e i risultati sono stati riportati in modo
inadeguato sotto molti aspetti. Tuttavia dai risultati della metanalisi è emerso che i pazienti che
avevano assunto Ganoderma insieme a chemioterapia/radioterapia avevano una maggiore
probabilità di rispondere positivamente rispetto alla chemioterapia/radioterapia da sola (RR 1,50,
IC 95% da 0,90 a 2,51, P = 0,02).
I risultati per gli indicatori di funzione immunitaria dell’ospite hanno suggerito che Ganoderma
lucidum aveva aumentato simultaneamente la percentuale di CD3, CD4 e CD8 rispettivamente del
3,91%, 3,05% e 2,02%. Inoltre, i leucociti, l’attività delle cellule NK e il rapporto CD4/CD8 erano
marginalmente aumentati. Quattro studi hanno mostrato che i pazienti del gruppo trattato con
Ganoderma lucidum avevano una qualità di vita relativamente migliorata rispetto ai controlli. Uno
studio ha registrato effetti collaterali minimi, tra cui nausea e insonnia. Non è stata riportata
tossicità ematologica o epatologica significativa.
La revisione non ha trovato prove sufficienti per giustificare l’uso di Ganoderma come
trattamento di prima linea per il cancro. Tuttavia potrebbe essere utilizzato in concomitanza con il
trattamento convenzionale in considerazione del suo potenziale di migliorare la risposta del
tumore e di stimolare l’immunità del paziente. L’uso del suo estratto dovrebbe essere giudizioso,
soprattutto dopo un’attenta considerazione dei benefici in termini di costi e delle preferenze del
paziente. È auspicabile che negli studi futuri migliori la qualità metodologica, in quanto sono
necessarie ulteriori ricerche cliniche sull’effetto di Ganoderma lucidum con particolare
riferimento alla durata della vita dei pazienti oncologici.
Grano
L’estratto di Germe di Grano fermentato è stato sviluppato negli anni Novanta dal chimico
ungherese Mate Hidvegi, ed è usato come integratore alimentare dai pazienti oncologici per
migliorare la qualità di vita.
I risultati degli studi in vitro mostrano che il Germe di Grano ha effetti antitumorali,
antimetastatici e immunomodulatori. Anche se sembra aumentare l’attività del recettore
dell’estrogeno (ER), ha migliorato l’efficacia del tamoxifene, un antagonista dell’ER, nelle cellule
di cancro al seno ER+ e del cisplatino nelle linee cellulari del carcinoma ovarico.
I dati di studi pilota indicano un ruolo benefico del Germe di Grano in pazienti con tumore del
colon-retto e nella riduzione della neutropenia febbrile correlata alla chemioterapia in pazienti
pediatrici. Il Germe di Grano ha inoltre prolungato la sopravvivenza dei pazienti con melanoma se
associato alla chemioterapia. Tuttavia, questi effetti devono essere confermati da studi clinici su
larga scala rigorosi.
I pazienti con tumori ormono-sensibili dovrebbero usare con cautela gli estratti di Germe di
Grano poiché potenziano l’attività dei recettori degli estrogeni.
L’Erba di Grano viene preparata con le foglie del Grano germinato, estraendo il succo che va
consumato fresco. L’Erba di Grano è anche commercializzata come integratore alimentare in
polvere. È stato affermato che il succo di Erba di Grano neutralizzerebbe le tossine e gli agenti
cancerogeni nel corpo, oltre a prevenire la carie, ridurre l’ipertensione e aiutare nel trattamento e
nella prevenzione del cancro e dell’AIDS. Viene anche usato per migliorare la digestione,
prevenire l’ingrigimento dei capelli, contro i comuni raffreddori, tosse, dolori reumatici, sindrome
da stanchezza cronica, ulcere e disturbi cutanei.
Tuttavia, nessuna di queste affermazioni è supportata da studi clinici.
Ricerche condotte invece su modelli animali suggeriscono che l’Erba di Grano può avere effetti
ipolipemici e antiossidanti. L’integrazione con l’Erba di Grano ha ridotto i livelli plasmatici di
perossidazione lipidica in volontari sani impegnati in attività fisica regolare, mentre alcuni studi
sembrano indicare la possibilità di ridurre la necessità di trasfusioni nei pazienti con talassemia
major. Il succo di Erba di Grano può diminuire la mielotossicità nei pazienti con carcinoma
mammario sottoposti a chemioterapia. Sono tuttavia necessari studi più ampi per valutare questi
risultati.

Agopuntura
Anche se sull’argomento la letteratura medica internazionale scarseggia, e non è un fatto poco
rilevante, diversi studi randomizzati condotti in Cina sull’agopuntura nel trattamento della
leucopenia in malati neoplastici indicherebbero che potrebbe essere efficace nel ridurre la
leucopenia nei pazienti sottoposti a chemioterapia. Una metanalisi di studi clinici condotti in Cina
suggerisce che l’uso dell’agopuntura è associato a un aumento di leucociti in pazienti durante
chemioterapia e/o radioterapia. In un trial clinico randomizzato su pazienti in chemioterapia,
controllato verso trattamenti di falsa-agopuntura (sham), la neutropenia indotta nei pazienti con
tumore ovarico postchemioterapia mostrava un miglioramento della conta dei neutrofili al nadir
(cioè al punto più basso del numero di cellule), con rimbalzo positivo dopo la chemioterapia.
Piastrinopenia

Le piante che hanno dato segnali interessanti in via sperimentale circa il trattamento della
piastrinopenia sono sostanzialmente tre – Zucca, Papaya ed Erba di Grano – ma non sono ancora
disponibili dati certi verificati sull’uomo.
È interessante notare che la combinazione di questi composti, in particolare con un meccanismo
e un sito di azione diversi, potrebbe aiutare ad alleviare la trombocitopenia così come la
pancitopenia e quindi a stabilizzare i livelli ematici nel paziente. Tuttavia, sono necessarie
ulteriori ricerche per scoprire i potenziali ma soprattutto i reali benefici delle combinazioni di
queste tre erbe.

Zucca
I semi di Zucca sono ricchi di carotenoidi, vitamina E e acidi grassi; si sono dimostrati capaci di
aumentare il numero di piastrine e ridurre il tempo di sanguinamento.

Papaia
La pianta, ricca di antiossidanti, contiene anche enzimi ad attività antinfiammatoria e
immunomodulante, ma in particolare sembra che le foglie, grazie al loro contenuto in carpaina,
potrebbero stimolare la produzione di piastrine attraverso l’induzione di specifiche citochine;
servirebbero però studi adeguati sulla loro sicurezza oltre che sull’efficacia.

Erba di Grano
I cotiledoni contengono grandi quantità di ferro, fosforo, magnesio, manganese, rame e zinco,
tocoferoli, vitamina E, ma in particolare la clorofillina presente nell’erba giovane
sperimentalmente stimola l’aumento di cellule progenitrici ematopoietiche, con aumento di
sopravvivenza del midollo osseo. Oltre che aumentare la produzione di trombociti (piastrine), può
migliorare direttamente pure quella di eritrociti e leucociti, e quindi potrebbe essere di
giovamento anche nei casi di pancitopenia. Il succo dell’Erba di Grano è segnalato come sicuro.
Prurito

Il prurito può essere un problema molto importante nel malato neoplastico in quanto provoca
ansia, lesioni cutanee, infezioni anche croniche e può ridurre significativamente il riposo.
Le cause più frequenti di prurito sono la pelle secca, le allergie, gli effetti collaterali dei farmaci
e la chemioterapia, oltre ad essere di per sé anche segno di alcune malattie oncologiche come i
linfomi. Per la depilazione è preferibile il rasoio elettrico, per lavarsi è meglio un sapone delicato
ed è importante non utilizzare sostanze a base di alcool. I rimedi utilizzati abbastanza
frequentemente sono a base di ossido di zinco e amamelide, ma il loro uso continuo provoca
secchezza della cute. Per mantenere l’idratazione è necessario che il paziente beva una corretta
quantità d’acqua; inoltre può essere utile indossare vestiti leggeri e comodi soprattutto in estate.
Se il problema persiste è importante contattare il medico di fiducia perché valuti se si tratta di
una reazione allergica a un alimento, a una sostanza (es. un sapone), o se è l’effetto collaterale di
un farmaco, soprattutto se ad insorgenza improvvisa e clinicamente significativa. Se il fenomeno è
intenso è necessario assumere antistaminici e cortisonici; se si sovrappongono infezioni cutanee
sulle lesioni da grattamento possono rendersi necessari trattamenti antibiotici e addirittura il
ricovero.

Oli vegetali
Il prurito può essere trattato efficacemente con la fitoterapia in vari modi soprattutto utilizzando
rimedi per via topica, cioè con vari tipi di creme. In primo luogo si possono consigliare rimedi
naturali a base di sostanze oleose come l’olio di Enotera, di Ribes, di Mandorle dolci e di semi
di Borragine. Questi oli, oltre ad avere azione emolliente e di protezione cutanea, contengono
principi ad attività antinfiammatoria, in particolare quello di Enotera i cui semi spremuti a freddo
contengono un olio con il 6-11% di acido oleico, l’8-10% di gamma-linolenico, il 72% circa di acido
linoleico e tracce di omega 3. L’olio di Enotera inoltre contiene triterpeni pentaciclici
antinfiammatori e ellagitannini macrociclici detti enoteina A e B. Gli acidi grassi essenziali, detti
così perché non possono essere sintetizzati dall’organismo, sono costituenti importanti dei
fosfolipidi delle membrane cellulari, e servono a mantenerle fluide e integre.
La dieta normale soddisfa facilmente le necessità dell’organismo, ma in caso di bisogno questi
oli possono essere somministrati anche per via orale in capsule ad hoc, magari insieme agli acidi
grassi polinsaturi di tipo omega 3 di origine marina o vegetale (Lino, Perilla, Canapa). A proposito
dell’olio estratto dal Ribes c’è da ricordare che contiene il 10-15% di omega 3.

Oli essenziali
Le preparazioni farmaceutiche appositamente prescritte con oli essenziali di Lavanda e/o di
Menta sono generalmente le migliori in quanto a tollerabilità e risposta in termini di risultati
positivi.
I preparati a base di Menta sono conosciuti per la loro azione rinfrescante per via topica. La
Menta, oltre a stimolare i sensori delle fibre nervose, è antinfiammatoria, antirritativa e
antiprurito. Inoltre inibisce l’elastasi (un distruttore di proteine) dei cheratinociti e sembra essere
radioprotettiva. Sono state riportate reazioni allergiche, ma solo per uso orale o periorale. Nelle
forme più resistenti di prurito si utilizzano anche estratti di Camomilla o di Liquirizia
(Glycyrrhiza glabra) anche per lunghi periodi se non esistono controindicazioni. Sono
commercializzate associazioni di acido 18-beta-glicirretico con il corrispondente fitosoma, alfa-
bisabololo e allantoina, indicato per le pelli facilmente irritabili. Rappresentano un’alternativa
all’olio di Iperico (Hypericum perforatum), ben noto vulnerario, il quale invece sarà da preferire
quando si tratti di screpolature cutanee a rischio di erisipela, eventualmente anche in
associazione con l’olio di Mandorle dolci e di Enotera per ricostruire il film protettivo cutaneo.
Figura 17 – Olio di Mandorle dolci.

Avena
Molto interessante in caso di prurito risulta l’Avena (Avena sativa), utilizzata anche nella
tradizione italiana in decotto come ricostituente nei bambini. La pianta è particolarmente ricca in
amido, mucillagini, proteine e lecitina. Inoltre saponine, beta-glucano e flavonoidi: kempferolo,
tricina, luteolina, rutina. Recentemente sono stati isolati avenantramidi, composti fenolici presenti
nell’Avena in 300 parti per milione, ma che nonostante ciò hanno dimostrato in laboratorio alla
dose di 1 parte per bilione di bloccare la degradazione dell’inibitore del fattore nucleare kB-alfa
nei cheratinociti e quindi ridotta fosforilazione del fattore nucleare NF-kB. In pratica
l’applicazione topica di un preparato contenente 1-3 parti per milione di avenantramidi in modelli
animali riduceva l’infiammazione da contatto, l’infiammazione neurogenica e il prurito.
L’Avena colloidale stimola l’espressione metabolica di numerosi geni che provocano la
differenziazione epidermica, la normale giunzione cellulare, la regolazione del contenuto lipidico
della cute, hanno attività di regolazione del normale pH cutaneo, come dimostrato sia in vitro sia
anche clinicamente su 50 donne.
L’Avena è anche molto duttile come rimedio naturale, infatti viene utilizzata:
in forma di farina per maschere e bagni emollienti;
come estratto colloidale (creme e detergenti);
come latte;
come decotto di semi.

Angelica
Anche l’Angelica (Angelica sinensis) è un rimedio popolare di grande tradizione che veniva usato
anche per le malattie della pelle e che la moderna ricerca scientifica ha confermato avere attività
sia antinfiammatoria sia antiprurito. Tale effetto è dovuto alla riduzione dei livelli cutanei delle
citochine (IL-4, IL-6, TNF-α, e IFN-γ) e dell’espressione dei fattori NF-κB, fosfo-IκBα, e fosfo-
MAPKs.
Radiodermite

La radiodermite, ossia la grave irritazione della pelle che può seguire il trattamento con
radioterapia, può essere curata con diverse sostanze di origine naturale.
La radioterapia adiuvante provoca lesioni cutanee in una percentuale di casi che arriva al 95%,
e consiste in lesioni delle cellule epidermiche, del derma e dei tessuti sottocutanei. La lesione
cutanea indotta dalla radioterapia viene definita “lesione complessa”, ed è causata dal diretto
danneggiamento del tessuto con un incremento dei radicali liberi che risultano in lesioni del DNA
e alterazioni di proteine, lipidi e carboidrati del tessuto cutaneo. Queste lesioni sono seguite dalla
morte delle cellule, con conseguenti lesioni infiammatorie e del microambiente vascolare
autoalimentando una reazione infiammatoria. Di conseguenza si forma una reazione dovuta alla
vasodilatazione, con edema e rilascio di citochine proinfiammatorie. La presentazione clinica va
dal lieve eritema fino alla necrosi con ulcerazioni profonde a tutto spessore.
Sono presenti in natura molte sostanze, come per esempio silimarina, curcumina, Calendula e la
semplice allantoina, tutte dotate di attività protettive, emollienti, antinfiammatorie e antiossidanti.

Gel di Aloe
Vi sono alcuni risultati interessanti relativamente al gel di Aloe e ai suoi effetti protettivi sulla
cute. Il gel, ricco di polisaccaridi, si può somministrare diluito con acqua nella prevenzione delle
lesioni da radioterapia, mentre per vere e proprie ulcerazioni si può utilizzare puro direttamente
sulla cute danneggiata. Tuttavia dall’esame rigoroso della letteratura il gel di Aloe non ha
dimostrato consistenti prove d’efficacia. Semmai può essere utilizzato come veicolo per altre
sostanze attive.

Boswellia
I primi studi relativi al ruolo delle creme a base di Boswellia serrata sono molto promettenti.
L’eritema da radiazione acuta e altre reazioni cutanee sono effetti avversi comuni nei pazienti
con carcinoma della mammella sottoposti a trattamento radioterapico. Gli acidi boswellici sono
triterpeni pentaciclici estratti dalle resine dell’albero tropicale Boswellia serrata con forti
proprietà antinfiammatorie. Un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori italiani ha
invece valutato la sicurezza e l’efficacia dell’applicazione di una crema di base contenente acidi
boswellici in una formulazione per la prevenzione e il sollievo degli effetti avversi indotti dalle
radiazioni nei pazienti con cancro della mammella.
Le reazioni cutanee acute sono state valutate clinicamente mediante l’intensità visiva e l’analisi
del colore della pelle assistita da computer, e la tossicità è stata valutata dalla scala di valutazione
RTOG (Radiation Therapy Oncology Group). I risultati indicano che l’uso di una crema a base di
Boswellia è efficace nel ridurre l’uso di corticosteroidi topici ed è in grado di ridurre il grado di
eritema e i sintomi superficiali della pelle, essendo ben tollerato dai pazienti.
Ulteriori studi stanno emergendo a conferma, e nella pratica clinica già utilizziamo preparati ad
hoc a base di Boswellia, con allantoina ed estratti oleosi di Calendula.
Sanguinamenti

Il sanguinamento dalla bocca è spesso causato da ulcere locali, gengiviti, oppure da un basso
numero di piastrine. Quest’ultimo può essere un effetto collaterale della chemio- o della
radioterapia. In questi casi le attività quotidiane come lavarsi i denti o la pulizia interdentale
possono causare un peggioramento delle lesioni e sicuramente un sanguinamento oro-gengivale.
Per porvi rimedio il paziente può tenere in bocca dei ghiaccioli, oppure prevenire il
sanguinamento con spazzolini morbidi; inoltre dovrebbe cercare, per quanto possibile, di
consumare cibi morbidi e da frigorifero ed evitare cibi molto caldi, come per esempio il caffè e il
tè, perché vasodilatando rendono più facile il sanguinamento.
Il paziente non deve mangiare pesce con spine particolarmente prominenti né carne con residui
ossei, e nemmeno noccioline, noci, crackers e patatine, insomma tutti quei cibi che contengono
piccole scaglie o spine che possono ferire la bocca. Le dentiere dovrebbero essere rimosse il più
frequentemente possibile in modo da ridurre i traumi della bocca.
Il trattamento naturale prevede sostanze astringenti ed emostatiche con le quali fare
gargarismi.

MISCELA DI ERBE PER DECOTTO A USO TOPICO


(Sciacqui e gargarismi)

• Salvia Foglie essiccate t.t. 30 g


• Rovo Foglie essiccate t.t. 25 g
• Malva Foglie t.t. 25 g
• Borsa del pastore Sommità t.t. 20 g

Preparazione: 2 cucchiai da minestra per tazza di acqua fredda. Bollire per 3 minuti. Infusione di 30 minuti.
Filtrare e usare tiepida per sciacqui e gargarismi.

Mirra
La Mirra (Commiphora molmol) è una resina resa famosa dalla tradizione biblica; è ottenuta per
incisione della corteccia dell’omonimo albero, una commifora che nasce spontanea nel corno
d’Africa: Somalia, Etiopia, Sudan, Yemen. Si tratta di una resina dall’odore acre e dal sapore
intensamente aromatico e amarognolo, raccolta in granuli e piccole masserelle brunastre.
Figura 18 – Mirra, resina in grani.

Anticamente la Mirra era utilizzata come profumo per ambienti, come insetticida, per le cerimonie
funebri e, dagli antichi Egizi, come componente per l’imbalsamazione. La Mirra contiene
prevalentemente sesquiterpeni, aldeidi e chetoni, ma anche carboidrati (arabinosio, galattosio,
xilosio e acido metilglucuronico), sostanze proteiche e steroli. Le attività farmacologiche più
importanti sono quelle antinfiammatorie, analgesiche e disinfettanti.
La Mirra va usata solo esternamente e non assunta per via orale a causa degli effetti collaterali:
nausea, vomito, diarrea, tachicardia. È un rimedio specifico per gengiviti, piorrea, afte, stomatiti e
tonsilliti. Può essere utilizzata anche per la medicazione di abrasioni, ferite, ulcerazioni cutanee,
foruncoli e acne.
Si usa la tintura diluita in acqua per gargarismi: 10-15 gocce in mezzo bicchiere d’acqua, 2-3
volte al giorno. La Mirra, insieme alla Salvia e alla Menta, entra anche nella composizione di
alcune paste dentifricie e, insieme alla Ratania, nei colluttori.
Singhiozzo

Quando i muscoli inspiratori e il diaframma si contraggono improvvisamente, la glottide si chiude


e in modo afinalistico si ha quella improvvisa contrazione del diaframma che chiamiamo
singhiozzo.
Il singhiozzo può essere un fenomeno molto breve, ma quando gli episodi si ripetono per 2
giorni di seguito è necessario iniziare a prendere in seria considerazione una terapia. Il singhiozzo
può essere provocato dai farmaci e quindi occorre valutare quale, tra i medicinali in corso di
assunzione, va rimosso. Altre cause di singhiozzo sono di origine gastrointestinale: ulcera,
gastrite, reflusso gastroesofageo, patologie biliari, oppure di origine epatica come l’ascesso
sottodiaframmatico. Inoltre diverse malattie del mediastino e del tratto respiratorio superiore,
dalla bronchite alle neoplasie primarie o secondarie e persino la dissezione della carotide o
dell’aorta possono provocare il singhiozzo prolungato. Oltre a queste vi sono cause centrali, cioè
del sistema nervoso centrale: anche in questo caso il singhiozzo può essere dovuto a masse
neoplastiche, a infarti oppure a ischemie cerebrali.
Quindi, nel caso in cui questo sintomo apparentemente banale si prolunghi per più di 2 giorni, è
bene non trascurare il problema, e sottoporre il paziente a controlli medici e, secondo la
necessità, anche a esami di primo e secondo livello per individuare le possibili cause.
Una volta escluso patologie maggiori oppure se il disturbo è limitato a qualche episodio, il
paziente può ricorrere a semplici misure come trattenere il fiato o respirare in un sacchetto di
plastica per aumentare la quantità di anidride carbonica nel sangue, oppure ancora tenere una
piccola quantità di zucchero in bocca fino a quando non si scioglie. Un altro rimedio tradizionale è
bere lentamente una piccola quantità di aceto o di succo di limone.

Oli antisinghiozzo
Se nonostante i rimedi consigliati sopra il singhiozzo dovesse persistere, prima di ricorrere a
farmaci quali clonazepam, gabapentin o prometazina, si può tentare di bloccarlo con alcuni rimedi
fitoterapici, quali per esempio:
olio essenziale di Lavanda;
olio essenziale di Menta.

L’olio va disciolto in un cucchiaino di miele e successivamente lasciato adsorbire per via


sublinguale.
Oppure ancora:
Timo serpillo, estratto fluido in acqua tiepida con miele;
Zenzero fresco, fettine da masticare.
Stanchezza

L’astenia (o stanchezza) è un problema clinico che va studiato sotto diversi punti di vista e non
come semplice e vago disagio del paziente, per non correre il rischio di dare una terapia inutile.
Talvolta la stanchezza può essere anche il primo sintomo di una malattia neoplastica, in
particolare di quelle lesioni che provocano anemia (malattie dell’apparato gastrointestinale),
alterazioni endocrine (tiroide, ma non neoplastiche) e alterazioni respiratorie (polmone), mentre è
comune nei pazienti affetti da malattia in fase avanzata. Quando la spossatezza è intensa e
persistente, che non passa mai, neanche con il riposo, viene chiamata anche con un altro termine,
fatigue, che è presente:
nel 70-80% di chi è in chemioterapia;
nell’80% di chi fa radioterapia;
fino al 90% dei pazienti oncologici in fase avanzata.

La stanchezza come effetto collaterale di un trattamento antineoplastico va differenziata da quella


che si prova normalmente nella vita quotidiana, la cosiddetta “stanchezza sana”, che si rimuove
con il sonno e il riposo; la stanchezza del malato neoplastico, invece, viene solo parzialmente
alleviata dal riposo e dura a lungo; inoltre è sproporzionata rispetto alle attività fisiche e/o mentali
svolte. In primo luogo si deve valutare se tale problema è dovuto alla terapia oncologica seguita
dal paziente e quindi se sia necessario prima adeguare la terapia in atto. Inoltre si deve valutare
se l’astenia è dovuta alla ripresa di malattia oppure a un altro problema organico, per esempio
un’insufficienza renale o cardiaca o più semplicemente alla mancanza di ferro. Infine c’è la
stanchezza cronica post-trattamento, uno dei più comuni effetti collaterali di chemioterapia,
radioterapia e dei cosiddetti farmaci biologici. Questo per comprendere come sia sempre utile
cercare cosa sta dietro al sintomo al fine di trovare il rimedio più adeguato.
La stanchezza cronica in genere migliora alla fine del trattamento tumorale, ma un certo livello
di astenia può rimanere nei mesi, o addirittura negli anni, successivi. Alcuni studi clinici
dimostrano che in alcuni gruppi di pazienti la stanchezza può essere un fattore che incide sulla
sopravvivenza del soggetto. La stanchezza di varia gravità è riportata dal 14 al 96% dei pazienti in
trattamento e dal 19 all’82% in quelli post-trattamento, e può avere un impatto su molteplici
aspetti quotidiani: dall’umore (e in questo caso è importante distinguere la stanchezza cronica
dalla depressione) al lavoro, dalla famiglia alla scuola eccetera.
A volte già l’esercizio fisico, anche limitato a passeggiate di varia durata e intensità, può
aumentare l’energia, l’appetito, la qualità di vita, la sensazione generale di benessere, mentre
sono pochissime le erbe medicinali che possono rivestire un ruolo, seppur sintomatico, utile in
alcuni casi per consentire una ripresa. Sono sostanzialmente cinque tipi di Ginseng, o meglio di
piante conosciute come Ginseng, anche se in realtà solo alcune appartengono al genere Panax,
cugine del Ginseng tipico (Panax ginseng), cioè quello coreano. Le altre infatti sono piante e
specie differenti, anche botanicamente. Tutte hanno in comune una caratteristica: possono essere
utilizzate nella prevenzione e nella cura della stanchezza del paziente neoplastico.
Ginseng siberiano: Eleutherococcus senticosus;
Ginseng coreano: Panax ginseng;
Ginseng cinese: Panax notoginseng;
Ginseng americano: Panax quinquefolius;
Ginseng indiano: Whitania somnifera.

Eleuterococco
L’Eleutherococcus senticosus, detto anche Ginseng siberiano, è una pianta ritenuta adattogena in
quanto aumenta la resistenza agli stress psicofisici migliorando le prestazioni fisiche e mentali e il
loro recupero. È un arbusto spinoso che raggiunge i 2 metri di altezza, con foglie palmate e
bacche nere o rossastre che ricordano una gigantesca mora. Della pianta si utilizza il rizoma in
cui sono presenti gli eleuterosidi (sono fenilpropani e rappresentano i più significativi principi
attivi della pianta), saponine triterpeniche, cumarine, olio essenziale, polifenoli, fitosteroli e
polisaccaridi. La pianta è usata tradizionalmente sia in Russia, dove è appunto conosciuta come
Ginseng siberiano, sia in Cina dove è nota come Ciwujia e, secondo la medicina tradizionale
cinese, invigorisce il qi, rafforza la milza e nutre il rene. Nel 1958 il termine “resistogeno” o
“adattogeno” fu introdotto da fisiologi sovietici proprio per descrivere le caratteristiche
farmacologiche della radice di Eleuterococco. È conosciuto come “pianta dello stress” e diversi
dati clinici lo confermano, anche se non in modo definitivo. Inoltre l’Eleuterococco ha
un’interessante attività immunostimolante e ciò lo rende un adattogeno interessante per la
riduzione della fatica nei pazienti convalescenti da malattie infettive e tumorali. Se usato a
dosaggio eccessivo o per accumulo farmacologico può dare origine a stati di irritabilità,
eccitazione e insonnia, fino a diventare neurotossico. Va somministrato con cautela in quanto può
dare effetti di sommazione con antidiabetici orali potenziandone l’attività ipoglicemizzante.

Figura 19 – Radice di Ginseng.

Ginseng
Il Ginseng coreano è certamente quello più conosciuto, studiato e apprezzato dal punto di vista
farmacologico e clinico. Le sue radici, presenti come estratto anche in Farmacopea Ufficiale,
contengono una miscela di costituenti che agiscono sul sistema neuroendocrino e neuromuscolare
dandogli le caratteristiche di tonico-adattogeno: i più importanti costituenti sono i ginsenosidi (di
cui il principale è il ginsenoside Rg1), insieme a una piccola percentuale di olio essenziale,
polisaccaridi, fitosteroli, viamina B, colina e composti poliacetilenici.
I ginsenosidi sono ben noti fin dall’antichità perché aumentano la capacità dell’individuo di
adattarsi ai cambiamenti dell’ambiente esterno mediante stimolo sul sistema endocrino e
modificando alcuni neutrasmettitori centrali quali serotonina, dopamina e noradrenalina.
Aumenta le prestazioni di fronte a stress sia mentale che fisico: infatti ha un’azione stimolante
sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con aumento dell’ACTH, un importante regolatore del cortisolo
endogeno; stimola l’attività locomotoria, migliora l’attività metabolica del sistema nervoso
centrale, ha attività antidepressiva simile al farmaco imipramina e, infine, ha attività
immunostimolante.
Clinicamente il Ginseng migliora la vigilanza e lo stato di benessere psicofisico: in uno studio in
doppio cieco ha dimostrato un miglioramento del calcolo aritmetico, della deduzione logica,
dell’attenzione, del tempo di reazione e della sensazione di benessere, riducendo la stanchezza.
In un gruppo di controllo, il Ginseng si è dimostrato più efficace del placebo nel ridurre la
stanchezza in pazienti oncologici dopo il trattamento chemioterapico, migliorando anche la qualità
di vita dei pazienti, riducendo l’ansia e l’affanno e aumentando l’appetito e il sonno. La posologia
media utilizzata negli studi è di 2-3 grammi al giorno.
Tuttavia è importante sottolineare che la posologia del Ginseng va adeguata alla concentrazione
dell’estratto utilizzato, e che certo non può essere assunto ad libitum, in quanto è uno stimolante
anche dell’apparato cardiocircolatorio e può quindi dare origine a reazioni avverse come
irritabilità, insonnia, tremori, ipertensione, tachicardia, cefalea e disturbi digestivi. Inoltre può
aumentare l’effetto dei farmaci ipoglicemizzanti e ridurre l’attività anticoagulante del warfarin.
Non deve essere assunto durante la terapia con determinati chemioterapici perché potrebbe
esaltarne la tossicità.
Vengono commercializzati pure altri tipi di Ginseng (es. il Ginseng cinese, Panax noto ginseng e
il Ginseng americano, Panax quinquefolius) i quali presentano caratteristiche molto simili al
Ginseng coreano, e come tali sono stati studiati e utilizzati. Sono stati studiati inoltre in
associazione a farmaci come il metilfenidato o altri con risultati molto positivi.
Ashwagandha
L’Ashwagandha, o Ginseng indiano (Withania somnifera), è una pianta conosciuta e utilizzata dalla
medicina ayurvedica come tonico e adattogeno, e vera pianta antistress. Questa pianta è utilizzata
da secoli proprio come rimedio per la fatica e la stanchezza. Gli effetti biologici e farmacologici
sono da attribuire alla witaferina A, ai witanolidi I, II, III, A, D, E, F, G, H, I, J, K, L e agli alcaloidi
quali anaferina e isopelletierina.
Una recente pubblicazione ha dimostrato che l’Ashwagandha riduce la fatica nei pazienti affetti
da tumore anche in stadio avanzato sottoposti a diversi tipi di regimi chemioterapici (taxotere,
adriamicina, ciclofosfamide, 5-fluorouracile, epirubicina) con risultati veramente interessanti.
La Whitania somnifera è utilizzata come nootropo nei disturbi della memoria e dell’attenzione;
inoltre i witanolidi aumentano l’attività dei recettori corticali per l’acetilcolina, neurotrasmettitore
la cui carenza è correlata con la genesi delle sindromi demenziali.
Alla base delle proprietà adattogene sembra esserci un’inibizione dell’up-regulation dei
recettori dopaminergici a livello del corpo striato indotta dallo stress. L’effetto immunostimolante
della pianta sembra invece essere correlato alla proprietà di indurre la sintesi di monossido
d’azoto (NO) da parte dei macrofagi. Tali proprietà antistress sono state dimostrate sia
nell’animale sia nell’uomo.
La witaferina A figura tra le sostanze presenti nell’Ashwagandha per le quali è stata pure
dimostrata un’attività antitumorale. Le sue proprietà anti-angiogenesi la rendono particolarmente
interessante nella ricerca associata allo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali.

Agopuntura
Diversi studi pilota prospettici hanno indicato che i pazienti affetti da astenia postchemioterapia
trattati con agopuntura hanno un miglioramento significativo dell’astenia. Nei pazienti con
stanchezza persistente, che in precedenza avevano completato la terapia citotossica e non erano
anemici, l’agopuntura avrebbe determinato un miglioramento del 31,3% nel punteggio basale
della sintomatologia astenica.
Stitichezza

La stitichezza è un problema che colpisce molte persone, in particolare le donne, e sempre più
spesso anche in età giovanile. Questo problema nel paziente neoplastico può diventare ancora più
rilevante per diversi motivi, ma fondamentalmente come effetto collaterale della terapia con
oppioidi e della chemioterapia.
A volte il paziente neoplastico si trova in condizioni di stitichezza cronica pregressa, per
esempio dovuta a dolicocolon, abuso di lassativi, pessime abitudini alimentari, scarsa assunzione
di liquidi, tumore stenosante, colon irritabile, aderenze addominali per pregressi interventi
chirurgici, “pelvi congelata” da recidive di malattia oncologica eccetera.
Per ognuna di queste situazioni occorre scegliere il rimedio più adeguato a ogni singolo
paziente.
Il paziente che fa uso di molti oppiodi ha la continua sensazione di pancia gonfia, meteorismo,
dolori colici diffusi, fino a nausea e vomito. Tutto ciò provoca, oltre al dolore, un’alimentazione
ridotta proprio nel momento in cui il corpo ne avrebbe più bisogno; una soluzione potrebbe
essere quella di integrare la terapia analgesica con Cannabis in modo tale da ridurre gli
oppiodi e con essi i loro effetti collaterali, stipsi compresa.
Nel caso invece di stipsi episodica durante la chemioterapia, la soluzione è certo più semplice.
Si può scegliere tra: clisma di Camomilla, tisana a base di Cassia fistula o sciroppo di
Manna, estratti di Rabarbaro e Tarassaco.

Le piante più comunemente usate per la stitichezza nei pazienti non oncologici sono invece quelle
che contengono una grande quantità di antrachinoni e tra queste la Senna, la Frangula, la
Cascara e l’Aloe. Tutte ben conosciute, efficaci quanto drastiche, sono però da evitare nel
paziente in chemioterapia. Sono le stesse piante che spesso vengono utilizzate, anche
abusandone, dai soggetti affetti da stipsi cronica, non oncologici, che nel tempo ne diventano
dipendenti, rischiando di rovinare l’intestino che diventa cronicamente dipendente dai lassativi di
quel tipo.
Ricordiamo che le tisane contenenti antrachinoni possono provocare dolori addominali, spasmi
colici e diarrea, a volte anche gravi. Inoltre l’uso giornaliero e continuo di questi prodotti provoca
quasi inevitabilmente una dipendenza provocando l’aggravamento della stitichezza, oppure un
vero e proprio quadro clinico di colon irritabile anche grave, tale da rendere necessario il ricovero
ospedaliero.
Quindi, anche per questo, quando possibile, ecco due indicazioni di massima:
frullati di frutta, diluiti con abbondante acqua, possono costituire il primo consiglio pratico di
carattere alimentare spesso sufficiente a modificare l’alvo regolarizzandolo;
quando servisse una pianta ad antrachinoni è da preferire il Rabarbaro, a un dosaggio
abbastanza basso, tale per cui si abbia uno stimolo della coleresi e della contrazione delle vie
biliari, e solo se necessario uno stimolo diretto sull’intestino. Peraltro il Rabarbaro in
sperimentazioni animali ha dimostrato di ridurre il rischio di epatotossicità da paracetamolo
(frequentemente utilizzato per il trattamento del dolore neoplastico).

TISANA CONTRO LA STITICHEZZA


• Finocchio Foeniculum vulgare Frutti Infuso/decotto
• Malva Malva sylvestris Foglie Infuso
• Tarassaco Taraxacum officinale Foglie Infuso
• Melissa Melissa officinalis Foglie Infuso
• Tiglio Tilia cordata Fiori Infuso
Preparazione: 30 grammi di una delle erbe in elenco per litro di acqua. Consumare 500-1000 ml al giorno.

Altro buon consiglio, tanto generico quanto spesso utile ai più, nei casi di alvo tendenzialmente
stitico, è preparare una tisana come spiegato nello schema qui sopra.
La tisana va bevuta con l’obiettivo di assumere tanta acqua e mucillagini ma la pianta va scelta
con oculatezza a seconda del disturbo maggiore: il Finocchio per ridurre la fermentazione; la
Malva per facilitare la peristalsi; il Tarassaco per stimolare debolmente i movimenti dello stomaco
e delle vie biliari; la Melissa come spasmolitica in caso di colon irritabile; il Tiglio nei casi di
maggior stress ansioso.
Riservare integratori di fibre e piante a grande contenuto in antrachinoni solo ai pazienti che
sicuramente li possano assumere, senza rischio per esempio di subocclusioni, non rare nei
paziente oncologici.
Stomatiti e mucositi

Un problema non di poco conto e piuttosto controverso da un punto di vista terapeutico riguarda
le stomatiti e le mucositi, che spesso iniziano con afte del cavo orale indotte da chemio- e/o
radioterapia, piccole ulcere che si formano in bocca o sulle labbra e possono disseminarsi fino
all’esofago.
La mucosite può estendersi a tutto il tubo digerente, anche con superinfezioni, febbre, vomito e
diarrea. Queste ulcere dolorose possono rendere difficile mangiare, inghiottire e anche parlare
fino a una gravità tale da dover sospendere temporaneamente la terapia antiblastica. Inoltre i
pazienti immunodepressi o defedati possono essere un facile terreno di infezione per vari tipi di
germi in tali sedi. Può risultare utile fare sciacqui del cavo orale con acqua e bicarbonato, al fine
di prevenire le infezioni fungine.

Aloe
La terapia fitoterapica, e soprattutto la prevenzione di queste lesioni, è basata sull’uso del gel di
Aloe di cui abbiamo già parlato. I polisaccaridi contenuti nel gel, infatti, possono formare uno
strato protettivo delicato, in particolare l’acemannano che stimola la riepitelizzazione e la
conservazione di una buona omeostasi dei tessuti. L’Aloe è da utilizzarsi per sciacqui e gargarismi
o per toccature.
Uno studio metodologico realizzato dalla Cochrane Collaboration per le revisioni sistematiche
(Worthington, 2011) sulla prevenzione delle mucositi orali in pazienti oncologici in terapia, ha
posto l’Aloe tra le piante utili nel ridurre le mucositi da chemioterapia; proprio in uno studio in
triplo cieco su pazienti con mucosite da radiodermite l’Aloe è stata confrontata con la
benzidiamina e si è dimostrata la bioequivalenza in efficacia e la mancanza di effetti collaterali.
Solitamente, tuttavia, nella pratica clinica utilizziamo con successo miscele di gel di Aloe vera
unito a estratti di Camomilla e di Liquirizia, dotate entrambe, per la presenza di flavonoidi, olio
essenziale e saponine, di spiccata attività antinfiammatoria, epitelio-protettrice e cicatrizzante.

Mirra
Per stomatiti e mucositi è raccomandabile anche l’uso della Mirra, pianta medicinale di antiche
tradizioni, riscoperta anche recentemente e presente pure in Farmacopea: possiede
un’interessante attività antinfiammatoria, antidolorifica e disinfettante, e si usa per gargarismi.
Per la cura di afte e ulcere orali si possono utilizzare anche la propoli e la liquirizia come
cicatrizzanti.

Ratania
Gli estratti della Ratania (Krameria triandra) sono approvati in Germania e utilizzati localmente
per il trattamento di alcune infiammazioni della mucosa della cavità orale e del tubo digerente;
sembrano agire soprattutto perché ricchi in polifenoli e quindi come astringenti. In forma di
collutorio, la Ratania si trova spesso associata pure ad altre piante come l’estratto di Ippocastano
e oli volatili nonché Mirra e Camomilla, che forniscono effetti antinfiammatori, antibatterici e
cicatrizzanti. Oli volatili di Menta piperita e Finocchio aromatizzano ma stimolano pure la mucosa.
Una sperimentazione clinica nel 2007 ha valutato l’uso regolare di questo collutorio a base di erbe
e dentifricio in combinazione con il trattamento dentale sull’incidenza e la gravità della mucosite
orale nei pazienti sottoposti a chemioterapia. Dopo una pulizia dentale professionale 3 volte al
giorno, i pazienti hanno utilizzato questi prodotti per un periodo di 4 settimane. Sono stati
dimostrati effetti positivi del trattamento odontoiatrico e dell’uso regolare di questo collutorio a
base di erbe sulla prevenzione e sul trattamento della mucosite orale.

Calendula
La Calendula (Calendula officinalis) è una pianta medicinale tradizionalmente utilizzata per le sue
proprietà emollienti, antinfiammatorie e cicatrizzanti, e diversi studi hanno riportato che l’estratto
di fiori possa ridurre la gravità delle ferite indotte da radiazioni. L’applicazione giornaliera
dell’estratto di Calendula officinalis in forma di gel riduce considerevolmente la mucosite orale
indotta da 5-fluorouracile. In uno studio clinico è stato visto come l’estratto della pianta risultasse
efficace nel ridurre l’intensità della mucosite orale indotta dalla radioterapia. Saponine,
carotenoidi e polifenoli (e tra questi la quercetina) sono i principali costituenti.

Altre piante utili


È stato pubblicato un trial clinico con risultati significativi in pazienti con afte orali di vario
genere trattati con un estratto acquoso di Rosa damascena, in cui alcune componenti come il
kempferolo e la quercetina sembrano avere un’interessante attività anche analgesica e
antibatterica contro Gram positivi e negativi. Come del resto interessanti sembrano i dati relativi
all’impiego di una specie cinese di Rodiola, la Rhodiola algida, indicata per l’effetto
immunomodulatore e per la riduzione del tempo di guarigione delle ulcere orali nei pazienti con
cancro. Rhodiola algida è stata utilizzata dopo ogni ciclo di chemioterapia e vi sono già alcune
ricerche cliniche che dimostrano come sia in grado di ridurre le ulcere orali nei pazienti sottoposti
a chemioterapia.
La Malva, sia per il basso costo sia per l’efficacia, è stata recentemente rivalutata per l’azione
antinfiammatoria e antibatterica sulla mucosa orale, anche solo per sciacqui del cavo orale.
Inoltre ci sono alcuni studi promettenti sulla somministrazione come gargarismo di un distillato di
Achillea millefolium e di una pasta a base di Myrtus communis.

Miele e propoli
Negli ultimi anni sono comparsi lavori (con una revisione sistematica della letteratura) che hanno
confermato come l’uso di preparati a base di miele e propoli abbiano portato a una riduzione della
mucosite orale da radiazioni, anche se si attendono trials più consistenti per confermare tale
proprietà. I lavori sono molto interessanti e meritano tutta l’attenzione del caso.
Meritano attenzione anche gli studi in vitro che dimostrano effetti antimicrobici sinergici
quando la propoli viene usata con il miele o l’alcol etilico, così come quelli relativi alla propoli che
potenzia gli effetti antitumorali della temozolomide nelle linee cellulari di glioblastoma umano.
Un altro studio ha rilevato che la propoli ha una maggiore attività citotossica nei confronti
dell’adenocarcinoma polmonare umano e delle cellule di fibrosarcoma rispetto al 5-fluorouracile.
Intrigante quindi l’attività antitumorale della propoli su diverse linee cellulari tumorali umane, ma
sempre in vitro.
Solo pochi studi valutano la propoli per il cancro e la mucosite correlata al trattamento. E,
volendo essere pignoli, gli effetti della propoli sulla mucosite indotta da chemioterapia sono
risultati un po’ equivoci, e comunque giudicati nel loro insieme positivi.
In uno studio su pazienti adulti con mucosite sono stati riscontrati benefici con la propoli da sola
in olio di oliva e in associazione con miele per applicazioni topiche, e in forma di gel mucoadesivo,
anche se sono necessari ulteriori studi di conferma.

Acmella
Una pianta certamente interessante e forse anche promettente per la terapia delle lesioni del cavo
orale, e non solo, dei nostri pazienti sembra sia la Acmella oleracea, i cui estratti ricchi in
alchilamidi hanno un’attività anestetica e protettiva proprio sulla mucosa del cavo orale. È una
pianta già utilizzata nella cura del mal di denti nella medicina tradizionale del Centro/Sud
America. Proprio recentemente stanno aumentando le ricerche relative al meccanismo d’azione e
alle prove di efficacia degli estratti di questa pianta. Confidiamo in una prossima applicabilità
almeno locale dei suoi estratti, magari anche in forma di gel o spray per il cavo orale. Le sostanze
che contiene sembrano agire su alcuni recettori per i cannabinoidi.
Figura 20 – Acmella oleracea.
Stomie

La stomia è un’apertura artificiale creata chirurgicamente nel corpo che sostituisce un normale
orificio. La creazione di tali orifici preternaturali è necessaria quando un ostacolo insormontabile
(es. un tumore oppure una terapia radiante) impedisce il normale flusso di liquidi o gas (l’aria per
respirare) del corpo. Le stomie servono quindi come nuove sedi per funzioni corporee di base.
Esistono diversi tipi di stomie, di cui le principali riguardano la trachea, il colon e l’apparato
urinario.
Tracheostomia. È importante che il paziente pulisca il tubo almeno una volta al giorno come
spiegato dal personale medico-infermieristico. Il tubo va manipolato con le mani sempre ben
pulite se non addirittura sterili. Andrà eseguita la pulizia con aspiratore almeno
quotidianamente. Inoltre è ovviamente molto importante tenere sempre l’orificio protetto con
un tessuto soffice e sottile come una garza di cotone. Un umidificatore nei locali dove si
soggiorna maggiormente può essere particolarmente utile.
Colostomia. Questo tipo di stomia deve essere curato attentamente, in particolare in
corrispondenza dell’orificio in quanto con una certa frequenza la pelle si può irritare a causa
della perdita, anche di piccole quantità ma continua, di deiezioni umane. È quindi importante
mantenere gli orifici ben asciutti e disinfettati.
Urostomie:
– nefrostomia, consiste nella puntura delle cavità renali attraverso la cute della regione
lombare, allo scopo di realizzare una comunicazione stabile tra le cavità renali e l’esterno
per mezzo di un catetere in materiale soffice da connettere a un raccoglitore. Questa
procedura in genere è una derivazione di tipo provvisorio, potendo essere agevolmente
rimossa in un secondo tempo, dopo la risoluzione chirurgica del problema ostruttivo;
– cistostomia, viene posizionato un catetere attraverso la regione sottombelicale
direttamente nella vescica e può essere temporanea o definitiva.

Per il trattamento delle stomie, che comunque restano di ambito specialistico, si può ricorrere ad
alcune preparazioni farmaceutiche galeniche da scegliere e formulare in base alla tipologia di
pelle e di lesione attorno alla stomia. La cute circostante le stomie, infatti, può macerarsi,
infiammarsi, infettarsi e necessita di un’assistenza continua e specialistica.
Per le medicazioni possono sicuramente essere utilizzate sostanze naturali, alcune di esse
presenti anche in dispositivi medici, altrimenti in forma di preparati medicinali galenici, allo scopo
di garantire l’asetticità dell’intervento medicale.

SOSTANZE NATURALI PER LA MEDICAZIONE


• Aloe Gel di Aloe Riepitelizzante
• Boswellia Crema galenica Antinfiammatorio
• Iperico Oleolito di Iperico se abrasioni/ragadi Cicatrizzante
• Oli essenziali OE in olio di oleolito Antibatterico
• Oli vegetali Iperico, Enotera, Mandorle in parti uguali Dermoprotettivo
• Calendula Crema all’oleolito Emolliente
Vampate di
calore/Menopausa

La tipica sintomatologia della menopausa fisiologica può in parte essere controllata abbastanza
bene con un intervento multidisciplinare che tenga conto delle specifiche caratteristiche della
donna, della sua realtà oncologica, ma anche di altre eventuali componenti come per esempio
l’ansia, l’ipertensione arteriosa, una nevrosi depressiva eccetera.
I disturbi, fisiologici o indotti dalla patologia oncologica, o dalla chemioterapia o, come spesso
accade, dalla terapia ormonale a base di antiestrogeni di protocollo per alcuni tumori, sono spesso
associati anche a turbe dell’umore, secchezza della cute e delle mucose, dolori muscolari,
insonnia.

Menopausa fisiologica
Nelle donne con disturbi tipici della menopausa, e che abbiano o abbiano avuto una patologia
oncologica comunque diversa dal tumore a seno, utero od ovaio, vengono utilizzati in genere
estratti di piante contenenti isoflavoni e lignani, disponibili in concentrazioni abbastanza alte in
alcune leguminose e in altre famiglie botaniche.

PIANTE UTILI CONTRO I DISTURBI TIPICI DELLA MENOPAUSA


FISIOLOGICA
• Soia Glycine max Semi Estratto
• Trifoglio Trifolium pratense Sommità Estratto
• Luppolo Humulus lupulus Coni Estratto
• Salvia Salvia officinalis Foglie Estratto

Gli isoflavoni sono sostanze presenti in basse concentrazioni in numerose erbe e vegetali, legumi
e frutta compresa, addirittura nei fiori di Camomilla o nelle radici di Liquirizia, ma in piccole
quantità, tali da non esercitare alcun effetto sui sintomi della menopausa.
La loro efficacia nel trattamento delle vampate di calore è stata analizzata da vari Autori e
confermata anche con revisioni sistematiche della letteratura: l’integrazione di isoflavoni è
associata a una significativa riduzione delle vampate di calore, anche se tra i vari studi disponibili
c’è molta eterogeneità di risultati. Questo dipende molto dal tipo di estratto o di prodotto
utilizzato.
Tali sostanze servono pure a mantenere al meglio il normale trofismo della pelle, delle mucose e
delle ossa, che altrimenti andrebbero incontro più rapidamente ad atrofia. Gli isoflavoni
determinano buoni effetti protettivi anche sull’apparato cardiovascolare.
Soia e Trifoglio sono le piante i cui estratti, se prescritti a una posologia adeguata dal punto di
vista medicinale (che può raggiungere e superare anche i 200 mg al giorno), offrono le migliori
garanzie di risultato, anche sull’umore.

Menopausa indotta
Quando i disturbi della menopausa siano correlati direttamente a un problema oncologico, come
un tumore alle ovaie o all’utero (endometrio) oppure al seno, cioè tumori sensibili all’effetto degli
estrogeni, è da sconsigliare il ricorso a piante ricche in isoflavoni perché hanno una seppur
parziale attività di stimolo sui recettori per gli estrogeni presenti sulle cellule cancerose.
In questi casi, alcuni lavori interessanti confermano la possibilità di utilizzare estratti di Actaea
racemosa o di polline depurato, privi di isoflavoni.
La Cimicifuga, nota anche come Actaea racemosa, è una pianta originaria del Nord America e
il suo uso moderno più importante è nel trattamento dei sintomi della menopausa, principalmente
vampate di calore con disturbi del sonno e alterazione del tono dell’umore. Talvolta i dati di
letteratura sono stati abbastanza discordanti tra loro, per per la diversa tipologia di estratto e per
la posologia adeguata semmai all’uso come integratore e non come medicinale. Tra i numerosi
preparati a base di Cimicifuga, quello privo di attività estrogenica è l’estratto isopropanolico.
L’uso della Cimicifuga è sconsigliato a donne che abbiano avuto patologie epatiche, negli altri
casi risulta ben tollerata.
Interessanti pure i risultati ottenuti con estratti di polline depurato, il cui profilo fitochimico
ha escluso sia la presenza di isoflavoni ad attività estrogenica sia interazioni con il tamoxifene.
Nelle pazienti con menopausa indotta, durante l’assunzione di tamoxifene o di farmaci inibitori
dell’aromatasi non possono essere assunti preparati a base di Iperico, che pure gioverebbe alla
componente neurodistonica della sintomatologia, ma che ridurrebbe l’efficacia del farmaci.
Il succo del frutto del Melograno viene utilizzato nelle bevande e come integratore alimentare.
Diversi studi hanno dimostrato che il melograno ha proprietà antiossidanti e antiaterosclerotiche
attribuite alla presenza di polifenoli multipli come tannini, flavonoli, antociani e acido ellagico,
con interessanti proprietà protettive nei confronti di sindrome metabolica, malattie
cardiovascolari e degenerazione neoplastica di numerose linee cellulari. Interessante il suo
possibile utilizzo nei pazienti con carcinoma della prostata. Qui lo rammentiamo solo perché gli
estratti di Melograno modulano l’espressione genica per i processi osteoclastici e osteogenici
nelle donne in postmenopausa, suggerendo un possibile ruolo nella salute delle ossa.
Nei casi più resistenti alla comune terapia, un supporto non banale viene ulteriormente fornito
dall’agopuntura, che non interferisce con le terapie farmacologiche, portando beneficio talvolta
significativo, come del resto documentato dalla letteratura e confermato dall’esperienza clinica.
Vengono raccomandati due cicli di agopuntura all’anno.
Xerostomia

La secchezza della bocca, detta anche xerostomia, è un effetto collaterale della chemio- e della
radioterapia particolarmente fastidioso. La xerostomia è dovuta sia alla mancanza di un’adeguata
quantità di saliva sia ad alterazioni della sua composizione. Inoltre, anche ecograficamente
possono essere evidenziabili lesioni ghiandolari.
Si tratta di un disturbo clinico piuttosto frequente che risulta anche importante per la qualità di
vita in quanto riduce la capacità di alimentarsi correttamente. La saliva inoltre ha un ruolo critico
fondamentale nell’omeostasi della salute orofaringea. Il fluido salivare, infatti, è importante per la
difesa contro gli agenti patogeni virali, batterici e fungini, per la remineralizzazione dei denti e
per la sensazione del sapore di cibi.

Agopuntura
Diversi studi clinici pilota suggeriscono che l’agopuntura possa migliorare la xerostomia causata
dalla radioterapia nei pazienti con tumori della testa e del collo. In un piccolo studio su
agopuntura vs. placebo, il trattamento con agopuntura induceva un flusso persistente salivare in
un gruppo di pazienti affetti da una grave forma di xerostomia. Gli studi hanno trovato una
relazione tra la stimolazione del punto di agopuntura, LI-2, che si trova alla base del dito indice e
l’attivazione della zona cerebrale responsabile della produzione salivare.

Pilocarpina
Non sono molti i farmaci a disposizione contro l’iposalivazione; tra questi comunque, oltre alla
cevimelina, il più potente, di origine vegetale, è la pilocarpina, un alcaloide del Pilocarpus
jaborandi.
In letteratura sono disponibili vari studi condotti con la pilocarpina, e tra questi in particolare
una recente metanalisi (Cheng CQ et al. J Am Dent Assoc. 2016 Apr;147(4):236-43) ha mostrato
come i pazienti affetti da xerostomia resistente dopo radioterapia per cancro della testa e del collo
migliorino in maniera significativa, con un tasso di risposta positiva del 70%.
La pilocarpina si utilizza in compresse da 5 mg: la dose orale iniziale raccomandata nell’adulto è
di 1 compressa 3 volte al giorno. Le compresse devono essere assunte con un bicchiere di acqua,
durante o subito dopo i pasti. L’ultima di queste deve essere presa sempre in corrispondenza del
pasto serale. L’effetto terapeutico massimale si ottiene normalmente dopo un periodo tra 4 e 8
settimane di terapia. Per pazienti che non hanno risposto in modo sufficiente dopo 4 settimane di
trattamento e che tollerano la dose di 5 mg, 3 volte al giorno, si possono prendere in
considerazione dosi fino a un massimo di 30 mg al giorno. Tuttavia, dosi giornaliere maggiori sono
probabilmente accompagnate da un aumento degli effetti indesiderati legati alla pilocarpina. La
terapia deve essere interrotta se non viene notato alcun miglioramento della xerostomia dopo 2-3
mesi di terapia.
Molti dei possibili effetti indesiderati osservati durante il trattamento con pilocarpina sono
conseguenza di una stimolazione parasimpaticomimetica eccessiva, di solito dose-dipendenti e
moderati, che cessano con l’interruzione della somministrazione: mal di testa, vertigini,
lacrimazione, visione offuscata, vasodilatazione, ipertensione, palpitazioni, rinite, dispepsia,
diarrea, dolori addominali, ipersudorazione, aumentata frequenza urinaria e disturbi simil-
influenzali.
Figura 21 – Struttura chimica della Pilocarpina.

Altre piante utili


Altri dati interessanti per il trattamento della xerostomia sono quelli riguardanti la Camomilla
(Matricaria recutita) con la quale sono stati eseguiti trials clinici nell’anziano con applicazioni di
preparati per via topica. Altri dati interessanti ma limitati sono relativi al Lino (Linum
usitatissimum) e alla Salvia miltiorrhiza (sperimentazioni animali).
Potrebbero aiutare anche altre sostanze antinfiammatorie come il Tè verde, la Boswellia serrata
e il Limone, meglio se inserite in un veicolo come il gel di Aloe vera.
L’olio di semi di Lino, ricco in omega 3, può servire come valido supporto eutrofico, in
particolare se assunto per via orale, anche contro la secchezza della pelle.
Vi è la possibilità di migliorare il senso del gusto con il “frutto miracoloso” del Synsepalum
dulcificum; ma ne abbiamo già parlato a proposito della neurotossicità dei chemioterapici.
PARTE SECONDA
Erbe utili in relazione al tipo
di tumore
Fitoterapici alleati

I pazienti che hanno o hanno avuto un tumore usano spesso le erbe non tanto per eliminare un
disturbo in particolare, quanto per migliorare la loro forza o energia vitale in termini generici,
come risposta dell’organismo all’insulto della malattia e della terapia. In sintesi, questi soggetti
sfruttano le proprietà delle erbe per migliorare la qualità di vita durante il tunnel della terapia,
ma soprattutto per aumentare le possibilità di guarigione, e quindi di efficacia delle terapie
convenzionali, e al tempo stesso ridurre al minimo il rischio di recidive e – quindi – prolungare la
sopravvivenza. Questo indipendentemente dalla presenza o meno di sintomi specifici, cioè anche
se si sentono bene.
C’è, comprensibilmente, la ricerca di un qualcosa che vada al di là del trattamento specifico
contro il tumore o contro il sintomo. E questo sia con l’alimentazione, sia con lo stile di vita, che
prevede – compatibilmente con l’energia fisica – anche un’attività motoria più o meno costante.
Ma le erbe, così come altri elementi del mondo “naturale” come per esempio i funghi medicinali,
hanno una consolidata storia di utilizzo, in particolare nei sistemi di cura tipici delle medicine
tradizionali orientali (cinese, ayurvedica) ma anche europee. Ogni popolazione ha prodotti propri,
peculiari della realtà locale, che vengono vissuti come utile “sostegno” al paziente oncologico.
In questo ambito una delle sostanze forse più studiate anche dal punto di vista metodologico
tipico della medicina scientifica occidentale è un fungo, il Coriolus versicolor, “tonico” della
Medicina Tradizionale Cinese, al quale anche studi recenti attribuiscono proprietà
immunostimolanti e antitumorali. In particolare il polisaccaride-K (PSK), un prodotto derivato dal
Coriolus, è stato sviluppato in Giappone per il trattamento del cancro. Se usato come adiuvante, il
PSK sembra migliorare i tassi di sopravvivenza nei pazienti con tumori gastrici e colo-rettali. Gli
estratti di Coriolus sono generalmente ben tollerati. Molti prodotti a base di Coriolus, tuttavia,
non sono standardizzati, rendendo difficile la valutazione circa la loro sicurezza ed efficacia.
Una recente metanalisi ha fornito prove evidenti del beneficio che avrebbe il Coriolus in termini
di aumento della sopravvivenza dei pazienti oncologici a 5 anni, in particolare nel carcinoma
mammario, gastrico e colo-rettale. Tuttavia, sono indispensabili ulteriori e consistenti prove da
studi prospettici specifici prima di poterlo inserire in percorsi terapeutici condivisi, ma siamo
sulla buona strada.
Ecco perché, oltre alla descrizione delle erbe utili per i sintomi, non potevamo non prevedere
una parte dedicata alle erbe utilizzate in base al tipo di tumore e ai suoi trattamenti.

Fattori di rischio
Piccola ma importante considerazione che vale per tutti i tumori: l’eliminazione dei fattori di
rischio è una raccomandazione valida anche per chi il tumore ce l’ha già. Sembra ovvio
ripeterlo? Invece non lo è.
Continuiamo ad assistere pazienti oncologici che si alimentano qualitativamente e
quantitativamente male, che fumano, pazienti sedentari… perché pensano: «Tanto ormai il tumore
mi è venuto, quindi posso anche continuare a mangiare come prima».
Niente di più assurdo, certo, ma è una realtà che va combattuta. Oggi sappiamo che intervenire
su certi fattori migliora non solo la qualità di vita ma anche la durata di vita del paziente una volta
che il tumore si sia già presentato.
E quindi:
eliminare il fumo, totalmente, in quanto è un fattore di rischio per molti tumori (non solo per
il polmone, ma anche per lo stomaco, la vescica e altri organi);
alimentarsi qualitativamente bene, assumendo verdura e frutta (almeno 5 porzioni al
giorno) di 5 colori e di vari sapori e riducendo la quota settimanale di carni rosse lavorate, o
l’eventuale eccesso di grassi di origine animale; evitare comunque diete squilibrate dal punto
di vista nutrizionale;
ridurre il sovrappeso risulta importante per molti tumori (mammella, colon, endometrio,
prostata, vescica e altri ancora); l’aumento del rischio potrebbe essere correlato alla resistenza
insulinica, alle adipochine e alle citochine infiammatorie, agli ormoni;
fare attività fisica, almeno 5 ore alla settimana, in quanto riduce in maniera significativa il
rischio di recidive, allunga la durata della vita e ne migliora la qualità;
ridurre tutti i fattori di stress, con qualunque tecnica (yoga, musicoterapia, agopuntura
ecc.) perché “distrae”, migliora l’umore e l’attività del sistema immunitario, e soprattutto
riduce i fattori biochimici dell’angiogenesi, il meccanismo che favorisce le micrometastasi.

Queste rimangono le 5 regole fondamentali non solo per la prevenzione dei tumori ma anche
per vivere meglio e più a lungo una volta scoperta la malattia. E questo è stato ampiamente
dimostrato.
Hai un tumore al colon? Sei stato operato, hai fatto la terapia prevista, è andato tutto bene? È
stato dimostrato che un’alimentazione ricca di cereali integrali, verdura, legumi, frutta e
ortaggi vari, riduce la mortalità anche in chi ha avuto un tumore del colon. Tempo addietro si
pensava che una tale alimentazione fosse utile solo per la prevenzione del tumore, ora sappiamo
che è utile anche a coloro che hanno questo tumore o che l’hanno avuto.
E stiamo parlando di riduzione della mortalità, non di riduzione del mal di pancia! I dati più
recenti su questo argomento sono comparsi sulla prestigiosa rivista Jama Oncology nel novembre
del 2017, in uno studio condotto da epidemiologi, oncologi e nutrizionisti guidati dall’Harvard
Medical School di Boston, che hanno seguito per 8 anni oltre 1500 pazienti con tumore del colon.
Le fibre e i vari costituenti fitochimici presenti nei vegetali (antociani, clorofille, isotiocianati,
polifenoli ecc.) riducono del 22% la probabilità di morire a causa del tumore e del 16% per altre
patologie.
Questo anche perché tali sostanze incidono sull’integrità del microbiota intestinale, cioè quella
enorme comunità di microrganismi che popolano il nostro apparato digerente, la cui composizione
può essere modificata dall’alimentazione, ma anche dai trattamenti naturali o farmacologici
sempre più utilizzati in oncologia.

Figura 1 – Proporzioni indicative tra le varie componenti della dieta.

Oggi per esempio sappiamo che una buona alimentazione, adottata anche dopo la comparsa del
tumore, può abbattere fino al 30% la mortalità dovuta al cancro.
Non è mai troppo tardi per cambiare abitudini!
Nelle pagine a seguire troverete indicazioni sulle erbe utili a seconda dell’organo colpito dal
tumore:
colon
cervello
fegato
leucemia
linfoma
ovaio
pancreas
polmone
prostata
seno
stomaco
utero

Per i tumori che colpiscono altri organi (es. vescica, rene, ossa, cute, testicolo, cavo orale, tiroide,
laringe ecc.) utilizziamo gli stessi criteri che ci consentono di intervenire dal punto di vista
generale sul paziente, in relazione alla storia clinica, alla biologia del tumore e alle terapie in atto.
Non è mai superfluo ricordare che i fitoterapici eventualmente utilizzati devono essere inseriti
in un programma di terapia, non certo alternativa, semmai complementare.
Ed è fondamentale la prescrizione da parte di un medico esperto, onde sfruttarne al meglio le
potenzialità ed evitare i rischi di interazione con le terapia oncologiche.
Cervello

Il cervello e il midollo spinale costituiscono il sistema nervoso centrale (SNC). I tumori del SNC
sono dovuti alle crescita di cellule anomale nel cervello o nel midollo spinale, e possono essere
primitivi se si formano a partire da questi tessuti, oppure secondari quando hanno origine altrove,
in particolare nel polmone, e metastatizzano nel cervello con effetti a volte drammatici.
I tumori benigni crescono lentamente, ma possono provocare comunque un “effetto massa” sui
tessuti circostanti e raramente danno lesioni a distanza. I tumori maligni invece crescono,
comprimono e infiltrano rapidamente. I segni e i sintomi di questi tumori ovviamente dipendono
proprio dalla sede e dalla rapidità di crescita. Negli adulti gli astrocitomi anaplastici e il
glioblastoma costituiscono circa il 30% delle lesioni, invece nei bambini gli astrocitomi sono il tipo
più comune di tumore cerebrale. Ovviamente è necessario impostare quanto prima, a seconda del
tipo e di localizzazione del tumore, l’intervento chirurgico, la radioterapia o il trattamento medico.
In questi casi la fitoterapia e le piante medicinali possono solo essere di supporto per alcuni
sintomi, come per esempio la Boswellia contro l’edema, già descritta. Sperimentalmente inoltre
sono in corso interessanti ricerche sulla sinergia tra temozolomide, uno dei farmaci più utilizzati,
e alcune sostanze vegetali al fine di migliorarne la risposta biologica o ridurne l’eventuale
resistenza.
Le sostanze vegetali razionalmente più utili in sinergia con la terapia medica sono:
Curcuma;
Tè verde;
resveratrolo;
quercetina.

Quercetina
La quercetina in particolare è un flavonoide comunissimo in moltissime piante e frutti (dalle
cipolle alle mele), e ne è ricco anche il comune cappero (Capparis spinosa). È un pigmento che
contribuisce a colorare il vegetale. È stato studiato per valutarne l’attività antineoplastica nel
tumore cerebrale. Questo flavonoide ha ridotto la vitalità, la migrazione e provocato l’apoptosi in
diverse linee cellulari di glioma, provocandone la senescenza anticipata e la morte sopprimendo le
vie biochimiche legate ai fattori Ras/MAPK/ERK e PI3K/AKT (segnali di trasmissione che regolano
lo sviluppo della cellula maligna e prevengono l’attivazione dell’apoptosi, ossia la morte della
cellula “impazzita”).

La ricerca continua…
A oggi esistono interessanti studi su terpeni, pre-clinici su limonene e geraniolo, e clinici (studi in
fase I e II) condotti con alcol perillico. Quest’ultimo è un monoterpene presente in natura in oli
essenziali di varie piante tra cui Lavanda, Menta piperita, Salvia, e contribuisce a conferire un
tipico aroma di ciliegia. Ebbene, studi in vitro mostrano che l’alcol perillico ha effetti
antiangiogenetici; studi iniziali sull’animale suggeriscono anche l’inibizione e la regressione delle
forme tumorali, mentre studi clinici danno ancora risultati controversi ma promettenti.
Studi preliminari più recenti hanno rilevato che la somministrazione intranasale di questo
terpene in pazienti con gliomi maligni è ben tollerata ed efficace, con risultati positivi circa la
regressione delle dimensioni del tumore e la sopravvivenza globale, senza effetti collaterali. Sono
necessari studi di conferma, ma esistono già ricerche per la produzione da questo terpene di un
nuovo farmaco che migliori gli effetti del temozolomide, farmaco usato comunemente nella
terapia di alcuni gliomi. L’alcol perillico è stato pure sperimentato in laboratorio, da solo o insieme
al farmaco, per il trattamento di metastasi cerebrali di tumore della mammella.
L’honokiolo, un componente della Magnolia officinalis, in vivo induce la morte cellulare di
diverse linee tumorali, e ha anche la capacità di superare la cosiddetta barriera ematoencefalica,
una caratteristica fondamentale per la terapia di una malattia cerebrale.
Anche l’acido salvianolico, la principale sostanza chimica contenuta nella Salvia milthiorriza,
che ha attività antineoplastica in numerose linee cellulari, in un modello in vivo di glioma
innestato con linee cellulari U87 (una linea di origine umana) riduceva la vitalità cellulare in modo
dose-dipendente, inducendo lesioni cellulari fino all’apoptosi.
Infine il triptolide, estratto dal Tripterygium wilfordii, induce la morte cellulare nelle cellule
neoplastiche di tipo U251MG e U87MG, con un meccanismo molecolare legato alla stimolazione
del gene Bax, e la soppressione del Bcl-2.
Colon

Il cancro colo-rettale è uno dei più comuni tumori dell’uomo, ha la sua localizzazione iniziale nel
colon o nel retto (la parte terminale dell’intestino). Durante la digestione il cibo si muove
dall’esogafo allo stomaco, poi all’intestino tenue fino al colon, dove permane più a lungo, e al retto
per espellere i residui. È proprio nel colon che si assorbono acqua e nutrienti dal cibo e si
accumulano i residui per l’espulsione finale.
La maggior parte dei tumori del colon sono adenocarcinomi (tumori che originano nelle cellule
che producono e rilasciano muco e altri fluidi nell’intestino). Spesso l’adenocarcinoma origina da
un polipo che si forma nella parete interna del colon, il quale lentamente, anche se non sempre,
può trasformarsi in un cancro. La diagnosi precoce si attua tramite la semplice ispezione rettale,
la ricerca del sangue occulto nelle feci, ed eventualmente la colonscopia tradizionale o virtuale.

Curcuma, la spezia emergente


La Curcuma (Curcuma longa), spezia ben nota di origine asiatica ormai comune anche sulle
nostre tavole, si sta dimostrando particolarmente promettente anche ad integrazione di alcuni
protocolli terapeutici oncologici insieme a farmaci quali:
gemcitabina;
bevacizumab;
5-fluorouracile (5-FU);
oxaliplatino;
FOLFOX (5-fluorouracile, acido folinico, oxaliplatino).

Figura 2 – Curcuma.

Studi sperimentali in vitro e preclinici hanno suggerito che l’aggiunta di estratti di Curcuma nella
dieta può migliorare l’efficacia della chemioterapia nel tumore del colon-retto. E su questa linea
sono già iniziate alcune ricerche cliniche, proprio su pazienti affetti da carcinoma del colon-retto
per valutarne tollerabilità e risposta in termini di potenziamento dell’efficacia terapeutica.
Importante il fatto che siano già state approvate sperimentazioni cliniche per valutare
l’aumento di sopravvivenza di pazienti con tumore del colon con metastasi epatiche in terapia con
FOLFOX e Curcuma, sicura e tollerabile fino alla dose di 2 grammi al giorno.
È intuitivo che la chemioterapia standard del carcinoma colo-rettale inoperabile debba essere la
meno tossica possibile, con l’obiettivo di migliorare i risultati e ridurre il carico degli effetti
collaterali. L’aggiunta alla terapia standard a base di oxaliplatino di un agente a bassa tossicità
nella dieta, la curcumina (il principio attivo della Curcuma), ha mostrato risultati promettenti in
numerosi studi preclinici.
Interessante pure valutare l’importanza del fitocomplesso della Curcuma rispetto all’uso della
sola curcumina. Nel fitocomplesso esistono infatti, oltre ai curcuminoidi, anche polisaccaridi ad
attività immunostimolante e un olio essenziale, sinergici ai curcuminoidi.
Va comunque ricordata la peculiarità della curcumina, cioè quella di essere un agente chemio-
radiosensibilizzante.
Numerose ricerche condotte negli ultimi quindici anni su colture cellulari e animali da
laboratorio hanno rivelato come la curcumina possa sensibilizzare i tumori a diversi agenti
chemioterapici tra cui doxorubicina, 5-FU, paclitaxel, vincristina, melfalan, butirrato, cisplatino,
celecoxib, vinorelbina, gemcitabina, oxaliplatino, etoposide, sulfinosina, talidomide e bortezomib.
La chemiosensibilizzazione è stata osservata anche nei tumori di seno, colon, pancreas, stomaco,
fegato, polmone, prostata, vescica, cervice, ovaio, testa e collo, cervello e in mieloma multiplo,
leucemia e linfoma.
La curcumina, oltre che migliorare l’efficacia della terapia, ha anche dimostrato di proteggere
gli organi e i tessuti sani come fegato, reni, mucosa orale e cuore dalla chemioterapia e dalla
tossicità indotta dalla radioterapia. Gli effetti protettivi della curcumina sembrano essere mediati
dalla sua capacità di indurre l’attivazione di NRF2 e l’espressione di enzimi antiossidanti,
aumentare il glutatione ed estinguere direttamente i radicali liberi.
Questi studi preclinici dovrebbero condurre a studi clinici per dimostrare il potenziale di questa
spezia d’oro millenaria.

Silimarina
La silimarina è rappresentata dal fitocomplesso dei flavolignani presenti nei semi del Cardo
mariano, ed è una sostanza già molto utile per risolvere anche il problema della scarsa
biodisponibilità della curcumina. Inoltre, un suo componente in particolare – la silibina – si sta
rivelando molto utile come agente chemiopreventivo nella tumorogenesi, ma anche nella riduzione
della crescita dei polipi intestinali. Sperimentalmente nel colon il trattamento con silibina ha
ridotto in modo significativo il numero e le dimensioni dei polipi. E dalle analisi molecolari dei
polipi si è riscontrato che la silibina esercita la sua efficacia chemiopreventiva inibendo la
proliferazione cellulare, l’infiammazione e l’angiogenesi. Non solo: induce anche l’apoptosi,
diminuisce i livelli di beta-catenina e l’attività trascrizionale modulando il profilo di espressione
genica delle citochine.

Astragalo
I componenti principali dell’Astragalus membranaceus sono polisaccaridi, flavonoidi e saponine.
Gli studi attuali sull’Astragalo si concentrano principalmente sui suoi effetti immunomodulanti,
antiossidanti e antinfiammatori. Riassumiamo le attività biologiche dell’Astragalo e dei suoi
principali costituenti sulla base di studi preclinici e clinici: sperimentalmente riduce l’angiogenesi
e la diffusione metastatica delle cellule cancerose ed esercita una protezione sia dai danni anche
neuropatici della chemioterapia da oxaliplatino sia nei confronti della neutropenia.
L’Astragalo ha dimostrato, sempre su cellule tumorali del colon, una importante sinergia
d’azione con la vinblastina, ma l’aspetto più significativo riguarda i pazienti affetti da carcinoma
del colon nei quali ha migliorato la risposta alla chemioterapia, ridotto i suoi effetti collaterali e
aumentato il numero dei linfociti. Le metanalisi hanno identificato l’Astragalo come una delle
medicine di origine tradizionale in grado di ridurre nausea e vomito indotti da chemioterapia per
tumore del colon, nonché utile nella riduzione della leucopenia.
In un altro studio, un estratto di Astragalo ha aiutato a gestire l’affaticamento correlato al
cancro.
La pianta è meglio utilizzabile sottoforma di estratto rispetto al decotto, è reperibile anche come
integratore ma anche adeguatamente formulabile in medicinali galenici. Si tratta comunque di
estratti ricchi in polisaccaridi.
Sono auspicabili lunghi studi clinici metodologicamente adeguati per validare l’impiego
dell’Astragalo in protocolli standard come adiuvante nella chemioterapia.

Ganoderma
Il fungo Reishi (Ganoderma lucidum) occupa un posto importante nella medicina tradizionale di
Cina, Giappone, Corea e altri Paesi asiatici anche per i suoi effetti di promozione della salute. È
usato come immunostimolante in relazione ai costituenti attivi rappresentati da polisaccaridi e
triterpeni, ed è stato studiato anche per il suo potenziale antitumorale.
Numerosi sono gli studi preclinici e clinici anche su pazienti oncologici. In particolare,
relativamente ai tumori del colon, un gruppo di ricercatori giapponesi (Oka et al., 2010)
dell’Ospedale universitario di Hiroshima ha studiato un estratto idrosolubile da un terreno di
coltura di Ganoderma lucidum (MAK) in pazienti con adenomi colo-rettali. Dopo la diagnosi di
adenoma del colon-retto mediante colonscopia, sono stati selezionati 123 pazienti nel gruppo di
trattamento MAK e 102 controlli a caso dai pazienti del dipartimento. Al gruppo di trattamento
sono stati somministrati 1,5 grammi al giorno di MAK per 12 mesi. Entrambi i gruppi sono stati
sottoposti a colonscopia dopo 12 mesi. La variazione del numero di adenomi era +0,66 ± 0,10 nel
gruppo di controllo e –0,42 ± 0,10 nel gruppo trattato (P <.01). La dimensione totale degli
adenomi aumentava di 1,73 ± 0,28 mm nel gruppo di controllo e diminuiva di –1,40 ± 0,64 mm
nel gruppo MAK (P <.01). Questi risultati suggeriscono che il MAK può sopprimere lo sviluppo di
adenomi colo-rettali precancerosi.

La ricerca continua…
Il Chiodo di Garofano si ottiene dall’Eugenia caryophyllata; è un albero sempreverde alto 10-15
m della famiglia delle Mirtaceae che cresce spontaneamente nelle Molucche, Antille, Madagascar
e Indonesia, ed è usato da millenni nella cucina come spezia e nella medicina tradizionale asiatica.
Il Chiodo di Garofano possiede proprietà antisettiche, antibatteriche, antifungine e antivirali, e la
ricerca recente ha dimostrato anche proprietà antitumorali. Contiene acido oleanolico che ha
un’interessante attività antitumorale su diverse linee cellulari e al momento solo
sperimentalmente l’estratto intero di Chiodo di Garofano su linee cellulari di cancro del colon ha
avuto attività antitumorale superiore anche a quella del 5-fluorouracile. L’estratto provoca il
blocco del ciclo cellulare inducendo l’apoptosi in modo dose-dipendente e riduce l’espressione
delle proteine che regolano il ciclo cellulare.
Il triptolide è invece è uno dei maggiori componenti del Tripterygium wilfordii, detta anche
pianta del tuono, nota come pianta tossica. Ma la polpa delle radici è utilizzata nella medicina
cinese come antinfiammatorio e per il trattamento di malattie autoimmuni come l’artrite
reumatoide. Recentemente si è posta all’attenzione dei ricercatori anche come antitumorale e, in
effetti, il triptolide somministrato in associazione con l’oxaliplatino in linee cellulari ha attività
pro-apoptosica; nei topi i tumori erano significativamente ridotti, senza effetti collaterali in
particolare a livello epatico e renale. I meccanismi con cui agisce il triptolide sembrano davvero
molteplici e sorprendenti; infatti, testato su diverse linee cellulari di cancro del colon, inibisce
l’espressione dell’RNA messaggero e diversi fattori che promuovono la progressione e l’invasione
neoplastica; inoltre inibisce l’espressione di multipli recettori citochimici coinvolti nella
migrazione cellulare e nella formazione delle metastasi.
Citiamo infine il Panax notoginseng che in diversi studi ha dimostrato attività
anticarcinogenica su diversi tipi di tumore. In una pubblicazione particolarmente interessante con
test eseguiti su linee cellulari di tumore del colon ha mostrato attività sinergica al 5-fluorouracile,
il principale chemioterapico per il trattamento del colon-retto che tuttavia ha importanti effetti
collaterali. Questa sinergia potrebbe consentire la riduzione del dosaggio di chemioterapico
diminuendo gli effetti indesiderati e migliorando la qualità di vita del paziente.
Fegato

Il fegato è un grosso organo vitale con numerose, differenti e importanti funzioni: metabolizza e
immagazzina i vari nutrienti, detossifica il sangue, sintetizza le proteine e tra queste pure quelle
della coagulazione, produce la bile che serve alla digestione e all’assorbimento delle sostanze
grasse, e tante altre ancora. Il fegato ha il pregio, enorme, di poter funzionare fin da ultimo,
anche se infiammato o devastato da farmaci o da una grave steatosi alcolica o da un’epatite
cronica o dalla cirrosi oppure da un tumore primitivo, cioè nato proprio lì nel fegato, oppure,
come più spesso succede, invaso da metastasi di tumori originati da altri organi, più facilmente
dal colon, dallo stomaco o dal pancreas.
La diagnosi di tumore al fegato è fondamentale a scopo ovviamente terapeutico. Un tempo si
diceva che quando un tumore invade il fegato la storia finisce… In realtà i progressi della
Medicina e della Chirurgia oggi consentono di poter intervenire in modo diretto anche su
metastasi o tumori primitivi, o con altre tecniche complementari come la chemioterapia più o
meno selettiva, o l’ipertermia o altre tecniche ulteriori. Prima si interviene e meglio è, anche sul
fegato malato di epatite cronica HCV correlata, che costituisce un vero fattore di rischio per lo
sviluppo di una cancro-cirrosi.
Un fegato ammalato cronicamente, per una qualsiasi delle patologie degenerative sopra
descritte, tumori compresi, può compensare anche a lungo alcune sue funzioni; non solo, può
anche mostrare molti indici di funzionalità epatica nel range, come il livello di transaminasi,
gamma-GT, fosfatasi alcalina, protidogramma, alfa-fetoproteina eccetera, salvo il caso in cui il
fegato stesso non sia invece danneggiato dai farmaci usati per la chemioterapia. Del resto il
fegato, organo vitale insostituibile, viene spesso a trovarsi tra l’incudine e il martello, cioè tra la
necessità di curare la patologia oncologica e la tossicità epatica della chemioterapia. E come tale
va preservato al massimo. Anche se non può giovarsi direttamente di “rimedi naturali” per la
guarigione delle sue lesioni tumorali, se non parzialmente con integrazioni di estratti di Curcuma,
Astragalo e silimarina, è importante mantenere inalterate le sue funzioni quanto più a lungo
possibile, al fine di:
ridurre la stanchezza tipica del danno epatico;
tollerare meglio la chemioterapia;
migliorare la qualità di vita;
prolungare la sopravvivenza.
Figura 3 – Funzioni del fegato.

Una pianta potenzialmente utile nei soggetti con compromissione neoplastica del fegato sembra
sia il Vischio (Viscum album). Si tratta di una pianta parassita che cresce su altri alberi, ha alcune
sostanze biologicamente attive che agiscono come citotossici sia diretti che indiretti, in
particolare le sue lectine, ma anche in particolare come agenti immunostimolanti.
In uno studio un estratto acquoso di Vischio corrispondente a 15 mg per fiala, 2 fiale sottocute
una volta alla settimana, ha dimostrato di poter ridurre le masse tumorali in pazienti con
patologia avanzata.
L’uso degli estratti di Vischio in ambito oncologico appartiene tuttavia alla medicina
antroposofica, un sistema di cura che risponde a criteri diversi dalla fitoterapia.
Interessanti ricerche sono inoltre disponibili da tempo sul ruolo della glicirizzina, estratta dalla
radice di Liquirizia, nella prevenzione dell’insorgenza dell’epatocarcinoma nei pazienti affetti da
infezione da virus C; come del resto lo stesso Tè verde in forma di bevanda: se assunto alla dose
di almeno 4-5 tazze al giorno, ha dimostrato di ridurre il rischio di incidenza di cancro al fegato.
Lo confermano i dati di una recente metanalisi pubblicata su Nutrition and Cancer nel 2017.

La ricerca continua…
Sperimentalmente, ma solo a livello preclinico, sono diverse le sostanze potenzialmente oggetto di
future ricerche. Per esempio l’associazione tra l’Astragalo, che ha una potente e ben nota azione
immunostimolante, se testato in linee cellulari con la Paeonia lactiflora ha dimostrato di ridurre
la fibrosi epatica. Le due piante somministrate sinergicamente inducono anche la morte delle
cellule neoplastiche dell’epatoma e soprattutto hanno un’azione inibitoria sull’attività di
migrazione e di invasione delle cellule del tumore nel fegato.
La Garcinia oblongifolia contiene uno xantone che riduce la crescita e l’apoptosi con un
meccanismo caspasi-dipendente nel carcinoma epatocellulare.
L’Annona muricata è una pianta tradizionale dei Caraibi utilizzata come rimedio per il cancro.
La pianta produce un frutto dolce e ricco di vitamina C chiamato guanabana, comunemente
pubblicizzato e venduto da mangiare fresco come rimedio per la prevenzione del tumore.
L’estratto delle foglie dell’Annona provoca apoptosi nelle cellule neoplastiche del fegato per stress
biochimico sul reticolo endoplasmatico, l’organello della cellula che produce le proteine.
Anche il Citrus aurantium è ben conosciuto dalla tradizione coreana come antinfiammatorio,
antiossidante e anticancro. I flavonoidi estratti dalla pianta sono attivi su cellule di epatoblastoma
umano, e potrebbero quindi rappresentare un’interessante terapia integrativa in questo tipo di
tumore che colpisce bambini e adolescenti.
Il Rumex vesicarius è una pianta edibile e di uso erboristico, diffusa nel Nordafrica e nella
Penisola arabica. Nel topo questa pianta ha dimostrato molteplici azioni: miglioramento della
funzione epatica, azione antiangiogenica e antiproliferativa nel tumore del fegato indotto
chimicamente.
Il triptolide, diterpenoide isolato dal Tripterygium wilfordii, sia in vitro sia in vivo in
associazione al 5-fluorouracile e al cisplatino, ha aumentato l’attività di questi chemioterapici in
vivo, negli animali da esperimento.
Anche l’estratto della pianta grassa Graptopetalum paraguayense può distruggere le cellule
tumorali, attività dimostrata dalla riduzione dell’espressione di diverse oncoproteine del tumore e
in vitro la combinazione di una sua frazione con il farmaco sorafenib ha ridotto la proliferazione di
cellule tumorali.
Il resveratrolo, un noto polifenolo contenuto nella comune uva rossa (Vitis vinifera e
Polygonum cuspidatum), è da tempo studiato come chemiopreventivo e possibile
chemioterapico. Il resveratrolo inibisce la proliferazione cellulare e induce l’apoptosi per
attivazione delle caspasi 9 e 3, stimola l’espressione del p53 e inoltre arresta il ciclo cellulare
nella fase G1 e S, inducendo l’apoptosi.
Leucemia

La leucemia è la forma tumorale che interessa le cellule della linea bianca del sangue (globuli
bianchi e loro precursori) quando queste proliferano in maniera abnorme nel midollo osseo e nel
sangue stesso. Il tipo di leucemia dipende dalle cellule colpite: la forma più frequente è la linfatica
cronica (un terzo di tutte le leucemie), segue la mieloide acuta (in un quarto dei casi), poi la
mieloide cronica e la linfatica acuta. La leucemia colpisce in prevalenza gli adulti sopra i 55 anni,
ma purtroppo è anche il tumore più comune nei bambini sotto i 15 anni. Le forme acute si
sviluppano e peggiorano in genere rapidamente. Le forme croniche invece sono più lente e di
solito meno aggressive, e possono essere ben controllate per molti anni. Il trattamento e la
prognosi dipendono ovviamente dal tipo di leucemia ma le terapie di oggi, in particolare la
chemioterapia e la terapia genica, portano spesso a guarigione.
Le terapie integrative vanno pertanto riservate al trattamento dei sintomi quando non risolvibili
altrimenti, onde evitare rischi di interazioni senza motivo, soprattutto nelle forme acute e nei
bambini.
Per esempio, sperimentalmente, anche se solo su colture cellulari, è stato notato un aumento di
vitalità di cellule di leucemie acute infantili trattate con rimedi di medicina alternativa, nello
specifico con Uncaria tomentosa, Viscum album e Croton lechleri. Citiamo solo questo lavoro –
Styczynski J, Wysocki M. Alternative medicine remedies might stimulate viability of leukemic cells.
Pediatr Blood Cancer Jan 2006;46,1:94-8 – il quale potrebbe anche non avere significatività clinica
ma, al contrario, solleva il dubbio che i rimedi di medicina “naturale” in alcuni casi possano
addirittura essere rischiosi.
E quando abbiamo anche solo un dubbio su argomenti così delicati dobbiamo obbligatoriamente
astenerci.
Riportiamo invece i dati di un recente lavoro, interessante ma non decisivo, relativo all’aumento
della sopravvivenza di pazienti con leucemia mieloide acuta trattati con erbe cinesi (Fleischer T et
al., 2017). Alcuni ricercatori di Taiwan hanno pubblicato uno studio di coorte, quindi
osservazionale, su pazienti utilizzatori e non di erbe quali Salvia miltiorrhiza, Astragalus
membranaceus e Spatholobus suberectus, utilizzando la mortalità come misura di esito principale.
I risultati sono stati positivi rispetto ai non utilizzatori. Interessante il lavoro, certo, ma servono
tuttavia dati clinici prospettici condotti con trials randomizzati ed erbe controllate e
standardizzate.
Vi sono pure dati interessanti relativi all’Astragalo in bambini affetti da leucemia linfoblastica
acuta trattati con iniezioni di estratti della pianta al fine di ridurre le complicanze infettive della
chemioterapia. La ricerca è un trial clinico, randomizzata e in doppio cieco, ma aspettiamo altri
studi, condotti anche in Occidente e pubblicati su riviste internazionali, in modo da avere dati
confrontabili. Certo è che sono dati interessanti sempre sulla stessa pianta, che già abbiamo avuto
modo di conoscere e apprezzare più volte in queste pagine e che peraltro utilizziamo già nella
nostra pratica clinica.
I risultati epidemiologici relativi all’associazione tra consumo di Tè verde e rischio di insorgenza
di leucemia sono contrastanti quando l’assunzione è di poche tazze al giorno. Invece un recente
studio di coorte e sei studi caso-controllo hanno analizzato 1019 casi utilizzando le banche dati
scientifiche dimostrando una riduzione del rischio a 0,57 nei forti bevitori di Tè verde rispetto ai
non bevitori. Ricordiamo sempre che questi sono dati epidemiologici frutto non di trials clinici
randomizzati e controllati, ma pur sempre indicativi di un fattore di rischio ridotto con
l’assunzione di certe sostanze alimentari, dato confermato per diverse tipologie di tumore.
La prevenzione delle fasi evolutive della leucemia potrebbe invece essere effettuata con
Curcuma longa. Sono interessanti infatti le prospettive, quantomeno nell’ambito della ricerca per
la terapia integrativa nelle forme leucemiche croniche, date da Curcuma, resveratrolo e
quercetina.
L’uso della combinazione di queste sostanze con vari chemioterapici ha dimostrato vari effetti
positivi:
favoriscono la morte della cellula cancerosa;
abbassano la resistenza al farmaco;
riducono la dose efficace del farmaco;
prevengono effetti tossici dei farmaci sulle cellule normali.

Ma la ricerca anche sulla Curcuma è solo gli inizi…


Risultano invece ancora inconsistenti gli studi sul Pau d’arco, preparato con la corteccia interna
di diverse specie di Tabebuia, alberi originari del Sudamerica. Conosciuto anche come Lapacho, è
usato come tè nella medicina tradizionale per una vasta gamma di disturbi, e tra questi viene
indicato anche come ipotetica cura per la leucemia cronica, però senza risultati clinici.

La ricerca continua…
Il Ginseng siberiano, che già conosciamo come stimolante, possiede bioflavonoidi multipotenti
con grandi potenzialità nella prevenzione e nella cura dei tumori, ed è utilizzato come
immunostimolante e antifatica. Testato su linee cellulari di leucemia HL-60, il Ginseng ha
dimostrato avere azione attiva, dose-dipendente, sia inibendo la crescita tumorale sia stimolando
la morte cellulare.
Anche il diallil-disulfide contenuto nell’Aglio induce apoptosi e autofagia su cellule di leucemia
mieloide cronica K562 e NB4.
L’acido rosmarinico, un composto idrosolubile polifenolico, che costituisce uno dei componenti
principali del comune Rosmarino da cucina (Rosmarinus officinalis), su linee cellulari di leucemia
linfoblastica acuta ha avuto un’importante attività chemioterapica inducendo apoptosi e necrosi
cellulare, e il danno del DNA viene indotto senza causare la produzione di ROS, cioè di sostanze
ossidanti.
Il criptotanshinone, un chinone diterpenico, sempre estratto da un tipo di Salvia cinese (Salvia
miltiorrhiza), è stato testato in vitro su cellule di leucemia per valutarne le potenzialità come
chemioterapico; in effetti ha dimostrato una potente citotossicità grazie a multispecifiche
modalità d’azione, incluso l’arresto nella fase replicativa G2/M; inoltre provoca l’apoptosi e
l’inibizione della motilità cellulare, probabilmente per blocco inibitorio del fattore NF-κB.
Interessante è anche l’effetto dell’estratto delle foglie di Loquat (Eriobotrya japonica), un tè
asiatico usato come rimedio contro il raffreddore, la stanchezza, come antiossidante e per
migliorare le funzioni mentali; in vitro ha dimostrato un’azione inibitoria sulla proliferazione delle
cellule promielocitiche di leucemia della serie HL-60.
Nella leucemia mieloide cronica l’autoattivazione della tirosino-chinasi Bcr-Abl causa resistenza
al trattamento con imatinib, un chemioterapico usato contro questo tipo di leucemia; in una
pubblicazione è stato descritto come l’acido gambogico inibisca in linee cellulari e nei topi,
quindi anche in vivo, la crescita di cellule tumorali proprio con la mutazione Bcr-Abl.
La Magnolia grandiflora riceve da anni molta attenzione perché contiene una sostanza –
l’honokiolo – efficace su numerosi tipi di tumore, ed è stata quindi valutata su cellule di leucemia
linfocitica di tipo B. In effetti l’estratto acquoso, in cinque esperimenti indipendenti, è risultato
efficace nel provocare l’apoptosi delle cellule neoplastiche.
Infine il partenolide, il principale costituente del Tanacetum parthenium, come dimostrato
con diverse metodiche, su cellule leucemiche induce l’apoptosi con diversi meccanismi di
fosforilazione ossidativa di varie proteine (protein-chinasi p38, chinasi c-Jun N-terminale, c-Jun,
proteina 27 e protein-chinasi B). Questo dimostra che il partenolide induce una risposta da stress
che stimola la morte cellulare.
Linfoma

Il linfoma è un tipo di tumore che origina nel sistema linfatico, un sistema fondamentale per il
nostro sistema immunitario, indispensabile all’organismo per difendersi dalle malattie, non solo
infettive. Poiché il tessuto linfatico si trova in tutto il corpo, un linfoma può avere origine ovunque.
I principali tipi di linfoma sono i cosiddetti linfomi di Hodgkin (la maggior parte) e non-Hodgkin;
possono colpire sia i bambini sia gli adulti. Nel linfoma di Hodgkin sono presenti linfociti anomali
nei linfonodi, detti cellule di Reed-Sternberg dal nome dei loro scopritori. Normalmente è ben
curabile.
Esistono diversi tipi di linfoma non-Hodgkin a seconda del tipo di cellule del sistema
immunitario che si sono trasformate (cellule B, T, NK); questo tipo di linfoma può essere a lento
accrescimento oppure più rapido e aggressivo. I tipi più frequenti sono il cosiddetto linfoma “a
cellule B”, più aggressivo, e il linfoma follicolare che tendenzialmente è a ridotta aggressività. La
micosi fungoide e la sindrome di Sézary sono tipi di linfoma non-Hodgkin che originano dalle
cellule linfatiche della pelle. Il trattamento e la possibilità di cura definitiva dipendono dallo stadio
e dal tipo di linfoma.
La letteratura scientifica non dispone ad oggi di studi clinici per valutare la sopravvivenza di
pazienti con linfoma trattati con le erbe, tranne alcuni studi condotti da ricercatori cinesi
pubblicati in cinese su riviste cinesi, e quindi mal valutabili. È disponibile però uno studio
interessante pubblicato su una rivista internazionale in lingua inglese, anche se condotto con un
medicinale cinese per via parenterale, a base di cantaridina, un polisaccaride di Ginseng,
l’astrogaloside e l’Acanthopanax senticosus. Questo medicinale cinese ha vari effetti
farmacologici, tra cui l’inibizione dell’angiogenesi tumorale, l’induzione dell’apoptosi nelle cellule
tumorali, il rinforzo del sistema immunitario e la riduzione degli effetti collaterali da
chemioterapia. Ebbene questa ricerca (Aidi injection combined with CHOP chemotherapy regimen
in the treatment of malignant lymphoma: A meta-analysis based on randomized controlled trials),
pubblicata nel 2016 da Xiaoli Wang et al. sul Journal of Cancer Research and Therapeutics, è stata
condotta su pazienti affetti da linfoma associando il medicinale al protocollo CHOP, ottenendo il
risultato di un miglioramento significativo della qualità della vita, la riduzione di gravi leucopenia
e trombocitopenia. Si tratta di un primo esempio, molto interessante, che può servire se non altro
come stimolo per approfondire, anche in Occidente, ricerche cliniche con metodologia scientifica
adeguata.
Il comune Aglio (Allium sativum) è stato testato su linee cellulari U937 di linfoma e ha mostrato
di essere in grado di ridurre l’attività della telomerasi cellulare (una componente fondamentale
della replicazione delle cellule), grazie alla soppressione della trascriptasi della telomerasi umana.
L’acido gambogico, estratto dalla Garcinia cambogia, è stato approvato dalla FDA cinese per
dei trials clinici ufficiali nel trattamento dei tumori; pertanto alcuni Autori, a scopo preclinico, lo
hanno sperimentato su linee cellulari di linfoma di tipo B, con risultati positivi in quanto ha inibito
sia in vitro sia in vivo le cellule del linfoma.
Lo japonicone, una sostanza contenuta nell’estratto di Inula japonica, ha azione citotossica su
numerose cellule tumorali e bassa tossicità sulle cellule normali; su linee cellulari è stato
particolarmente efficace contro le cellule di linfoma di Burkitt, provocandone l’arresto della
crescita cellulare e l’apoptosi, in particolare stimolando l’inibizione dell’NF-κB, il ben noto fattore
che favorisce la sopravvivenza delle cellule tumorali.
Infine il Fieno greco, usato tradizionalmente come ricostituente, in vitro incubato con celle di
Jurkat si è dimostrato particolarmente efficace nella distruzione delle cellule di linfoma.
Ovaio

Le ovaie e le tube di Falloppio sono parte del sistema riproduttivo femminile: le ovaie contengono
dalla nascita gli ovuli che un giorno potrebbero essere fecondati e producono loro stesse ormoni
sessuali (estrogeni, progesterone, androgeni). La neoplasia più comune che colpisce questo
organo è chiamato tumore ovarico epiteliale e si forma nel tessuto che ricopre le ovaie. Altre
volte, invece, origina alla fine delle tube in prossimità delle ovaie e si diffonde su di esse. Il cancro
delle ovaie che si forma dalle cellule ovariche si chiama tumore a cellule germinali, ed è meno
comune.
Questi tumori spesso sono diagnosticati in fase avanzata con l’ecografia, perché la paziente
giunge all’attenzione del medico per vaghi dolori addominali o per un significativo aumento del
volume dell’addome; tutto ciò perché queste lesioni hanno spazio per crescere senza provocare
sintomi e sono quindi difficili da diagnosticare. In questo caso la prevenzione con l’ecografia
transaddominale o intravaginale è di fondamentale importanza.
Ricordiamo tuttavia che il cancro ovarico è una delle principali cause di morte per cancro
ginecologico.
Esistono fattori di rischio dietetici? Ebbene, da una recente revisione sistematica, che
includeva 24 studi di coorte prospettici, non sono emersi ancora dati certi, ma sembra che un
rischio maggiore di carcinoma ovarico si possa avere con un’alimentazione ricca di grassi animali
(carni e prodotti caseari).
Per contro, da ricerche note, sappiamo che alcuni flavonoidi, come il kampferolo e la luteolina,
presenti in frutta e verdura, in particolare nei broccoli, sono associati a una netta riduzione del
rischio di carcinoma ovarico. Ma siamo sempre sul fronte prevenzione.
Per quanto concerne la durata e la qualità della vita delle pazienti valgono le regole generali
della fitoterapia, cioè quelle di mantenere per quanto possibile in piena efficienza
il sistema immunitario in relazione alle terapie oncologiche;
gli organi emuntori (fegati, reni, intestino).

Per questo è importante un complemento terapeutico con fitoterapici specifici per la paziente.

La ricerca continua…
L’Hedyotis diffusa è un’erba medicinale cinese conosciuta tradizionalmente come antiossidante,
antinfiammatoria e antitumorale; i tredici flavonoidi e un antrachinone attivi, testati su cellule
tumorali di ovaio linea A2780, inibiscono in modo significativo la crescita tumorale fino a
provocare la morte cellulare programmata (apoptosi).
L’oridonina, un diterpenoide isolato dalla Rabdosia rubescens, una pianta che ha proprietà
antinfiammatorie e antibatteriche, su linee cellulari di tumore ovarico ne inibisce la
proliferazione, la migrazione e l’invasione in modo dose-dipendente, rendendola quindi una
sostanza interessante per combattere la metastatizzazione.
I ginsenosidi, estratti appunto dal Ginseng, hanno un effetto molto interessante sul
metabolismo della cellula tumorale dell’ovaio, infatti bloccano il cosiddetto effetto Warburg, che
induce queste cellule a metabolizzare il glucosio mediante la glicolisi anaerobica: si tratta di un
meccanismo cruciale del metabolismo neoplastico, sperimentato su modelli animali di cancro
ovarico, ottenuto attraverso la riduzione dell’espressione del fattore HK2 o esochinasi 2.
La polifillina D invece, estratta dalla Paris polyphylla, è attiva direttamente come distruttore
del tumore, inoltre potrebbe risultare utile perché aumenta la tossicità del chemioterapico
cisplatino in linee cellulari. Anche il beta-elemene, che già conosciamo, estratto dal Rhizoma
zedoariae, incrementa la citotossicità del cisplatino bloccando la progressione cellulare in fase
G2/m in cellule ovariche resistenti alla chemioterapia attraverso l’inibizione mitocondriale e la via
metabolica caspasi-dipendente. Le caspasi rappresentano un importante gruppo di proteine che
attivano la morte cellulare.
Infine va ricordato anche il semplice Rosmarino (Rosmarinus officinalis), che continene il
carnosolo, l’acido carnosico e l’acido rosmarinico i quali aumentano l’attività antiproliferativa
indotta sempre dal cisplatino, chemioterapico fondamentale nella terapia del tumore ovarico,
come dimostrato sulle linee cellulari A2780 e sulla linea resistente alla terapia A2780CP70, a dosi
molto basse (diluizione 1/1000 e 1/400).

Vischio
Gli estratti di Vischio sono comunemente usati nell’ambito della medicina antroposofica in molte
patologie oncologiche. Per quanto concerne il tumore ovarico, relativamente al miglioramento
della sopravvivenza, alcuni interessanti studi prospettici mostrano dati ancora contrastanti. In
particolare servono numeri significativi di pazienti, e soprattutto una metodologia di ricerca
rigorosa, onde poter avere dati certi e utili, altrimenti si rischia di eseguire terapie inutili e
costose senza risultati di rilievo.
I dati positivi sul Vischio riguardano invece alcune ricerche relative al miglioramento della
qualità della vita e alla riduzione degli effetti collaterali della chemioterapia, mentre per ciò che
concerne le possibili reazioni allergiche, queste sono state spesso poco importanti e in sede di
iniezione.

Figura 4 – Ramoscello di Vischio.

L’uso del Vischio si inserisce comunque in un sistema terapeutico diverso dalla fitoterapia, che
appartiene alla medicina antroposofica.
Sul Vischio vi sono dati interessanti e anche diversi risultati positivi circa il suo possibile ruolo
complementare alle terapie oncologiche, anche per tumori diversi da quello ovarico (melanoma,
polmone, mammella, prostata ecc.). Tuttavia, molti degli studi, come del resto succede per altre
erbe, hanno avuto uno o più punti deboli di progettazione che poi sollevano perplessità
sull’affidabilità dei risultati, in particolare quando i prodotti vengono presentati come medicinali e
quando incidono non poco sul costo della terapia a carico del paziente.
Questi difetti metodologici includono la registrazione di un numero esiguo di pazienti, la
presenza di parecchi pazienti non ben valutabili o esclusi dalle analisi, la scarsa documentazione
delle modalità d’uso e della posologia, l’assenza di gruppi di controlli o randomizzazioni
inadeguate, la misura della sopravvivenza media rispetto alla mediana, le descrizioni incomplete
del disegno dello studio, la segnalazione incompleta dei dati clinici (compresi i dati sulle terapie
precedenti e concomitanti ricevute dai pazienti).
Pancreas

Il pancreas è posizionato nella parte profonda dell’addome, dietro lo stomaco e davanti ai corpi
vertebrali.
Ha due tipi di cellule:
quelle esocrine, che rilasciano enzimi nel duodeno utili alla digestione e assorbimento del cibo;
quelle endocrine, che producono diversi ormoni, di cui i più importanti sono l’insulina e il
glucagone, indispensabili per il metabolismo degli zuccheri.

I tumori che insorgono dalle cellule del pancreas esocrino non danno nessun sintomo, se non
l’effetto dovuto alla massa neoplastica che cresce e da segno di sé quando è già avanzata.
L’unica terapia attuale è sostanzialmente quella chirurgica, con risultati non molto soddisfacenti
sulla prognosi quoad vitam; i tumori che crescono da cellule endocrine sono meno aggressivi e
hanno una prognosi migliore.
La prognosi media del cancro del pancreas a 5 anni è solo il 5%, per questo ogni sforzo di
trovare terapie integrative vale la pena di essere compiuto.

Curcuma
Dal punto di vista scientifico vi sono alcune ricerche interessanti condotte con estratti di
Curcuma, nota per i suoi effetti preventivi antitumorali multitarget. In particolare, relativamente
alla curcumina abbiamo dati positivi in studi preclinici, su colture in vitro e su modelli animali.

Figura 5 – La riduzione del tumore è più significativa associando gemcitabina a curcumina, nell’animale da laboratorio
(Fonte: Kunnumakkara AB et al., 2007).

Ma sono già iniziati anche trials clinici su volontari sani e su pazienti oncologici affetti da
carcinoma del pancreas. Quelli pubblicati sono stati condotti in fase I della ricerca, arrivando
addirittura alla dose di 12 g al giorno, dose massima che ha provocato come modesto effetto
collaterale nausea e diarrea. Sono stati condotti anche studi clinici in fase II su pazienti resistenti
alla gemcitabina. Interessanti sono le ricerche relative ai derivati della Curcuma con maggiore
biodisponibilità (materie prime brevettate) che consentono una riduzione della dose onde evitare
rischi di aumento di tossicità del farmaco. I risultati di questi studi infatti dimostrano che questi
estratti particolari non aumentano l’incidenza di effetti collaterali nei pazienti oncologici trattati
con chemioterapia a base di gemcitabina, indicando invece che potrebbero rappresentare nuove
sostanze utili nei trattamenti integrati del tumore del pancreas.
Celidonia
Dalla comune Celidonia (Chelidonium majus) è stato ottenuto un prodotto semisintetico a base di
alcuni suoi alcaloidi: i pazienti lo usano per trattare HIV/AIDS ed epatite C, ma è principalmente
promosso come agente antitumorale “alternativo” studiato in particolare per il pancreas; è
registrato come medicinale in alcuni Paesi dell’Europa dell’Est.
I dati in vitro suggeriscono che questo preparato possa aumentare il conteggio totale delle
cellule T e dei linfociti T-helper, diminuire le cellule T-soppressori e attivare i linfociti splenici.
Sono stati riportati anche effetti antitumorali in vitro e in studi su animali. Studi preliminari
sull’uomo indicano che possa essere utile nel contesto delle cure palliative e prolungare la
sopravvivenza nei pazienti con cancro al pancreas quando somministrato con gemcitabina. Una
revisione sistematica degli studi clinici suggerisce inoltre che potrebbe avere un potenziale
antitumorale. Dati sperimentali interessanti sono stati ottenuti anche per altri tipi di tumore
(mammella, prostata, melanoma ecc.). Sembra esplichi pure una sinergia d’azione con il
bortezomib, ma sono assolutamente necessari altri studi, e su larga scala, per confermare queste
potenzialità d’uso.
Gli effetti indesiderati segnalati includono reazioni al sito di iniezione, lieve febbre,
affaticamento, vertigini, nausea ed eventualmente sanguinamento del tumore.

Aloe
Molto comune è l’uso di bevande a base di Aloe per il suo effetto lenitivo sulla mucosa dello
stomaco e il supposto effetto immunostimolante. Esiste solo un lavoro pubblicato (Lissoni P. et al.
A randomized study of chemotherapy versus biochemotherapy with chemotherapy plus Aloe
arborescens in patients with metastatic cancer. In vivo 2009;23: 171-176) che ipotizza, dal punto
di vista sistemico, che l’Aloe possa migliorare la risposta generale dell’organismo in pazienti,
disomogenei, con tumori in fase avanzata e tra questi anche pazienti con tumore del pancreas. Si
tratta di uno studio tuttavia metodologicamente debole per: assenza di cieco, di controllo verso
placebo o altro farmaco, e inoltre per l’utilizzo di materiale non standardizzato.
Rigorosamente parlando sono disponibili invece interessanti ricerche condotte con una molecola
estratta dall’Aloe, l’antrachinone emodina, che aumenta l’apoptosi delle cellule del cancro
pancreatico indotta dalla gemcitabina. Si tratta quindi di una possibile sinergia d’azione tra la
terapia farmacologica e questa sostanza, valutata in diversi studi ma, a differenza della Curcuma,
ancora soltanto in laboratorio. I risultati suggeriscono che l’emodina potenzi l’attività
antitumorale della gemcitabina, in particolare sulle cellule resistenti alla terapia, attraverso la
downregulation dell’espressione genica e proteica della P-glicoproteina e del fattore NF-κB.

La ricerca continua…
Interessante l’attività dell’honokiolo, sostanza attiva estratta dalla Magnolia officinalis, che da
solo o in combinazione con la gemcitabina ha azione sia diretta antineoplastica, sia di
potenziamento dell’effetto del chemioterapico. L’honokiolo attraverso diversi meccanismi cellulari
e vie biochimiche riduce lo sviluppo tumorale, e per tale motivo viene studiato come agente sia
preventivo sia curativo del tumore del pancreas. L’Oplopanax horridus, un’interessante pianta
del Pacifico nord-occidentale, nota come antiproliferativo in diverse linee cellulari. In una ricerca
in vitro in combinazione con diversi chemioterapici (gemtabicina, paclitaxel, cisplatino) su cellule
di pancreas umano, ha potenziato l’attività terapeutica del cisplatino e del paclitaxel.
La semplice Barbabietola (Beta vulgaris) somministrata in associazione alla doxorubicina ne
potenzia l’attività antitumorale su cellule neoplastiche del pancreas, ma anche della mammella e
della prostata. Altre numerose piante e loro derivati hanno dimostrato attività terapeutica nel
tumore del pancreas, ma ancora senza risultati clinici: apigenina, genisteina, quercetina,
resveratrolo, epigallocatechina, gallato, benzil isotiocianato, sulforafano, curcumina, timochinone,
di-idroartemisina, cucurbitacina B, alcol perillico.
Polmone

I polmoni sono gli organi che all’interno del torace consentono di ossigenare il sangue emettendo
all’esterno le scorie di anidride carbonica. Complesso organo vitale, quindi, dotato di ampia
superficie che raccoglie peraltro molti tossici ambientali cancerogeni, in primis il fumo. I due
principali tipi di tumore del polmone sono definiti “a piccole cellule” e “non a piccole cellule”,
quest’ultimo più comune (identificato anche con l’acronimo NSCLC). La classificazione è basata
sull’aspetto al microscopio ottico. Come ben noto è il fumo da tabacco la principale causa di
questo tumore, che provoca inizialmente una tipica bronchite cronica e, come conseguenza
dell’infiammazione cronica, si formano nel tempo le cellule neoplastiche.
Per la maggior parte dei pazienti le terapie attuali chirurgiche, radio- e chemioterapiche (in
base allo stadio clinico) non sono definitivamente curative, anche se con la disponibilità della
target therapy in molti pazienti è oggi possibile portare la malattia a una situazione di “cronicità”.

Astragalo: la pianta emergente


La pianta medicinale più studiata in assoluto su pazienti affetti da NSCLC è l’Astragalo, pianta
tipica della medicina tradizionale cinese.
Negli ultimi dieci anni sono state pubblicate almeno tre ampie e documentate revisioni
sistematiche della letteratura condotte su numerosi studi clinici, per un totale di oltre 9000
pazienti affetti da tumore polmonare:
McCulloch M, See C, Shu XJ et al. Astragalus-based Chinese herbs and platinum-based
chemotherapy for advanced non-small-cell lung cancer: meta-analysis of randomized trials. J
Clin Oncol. 2006 Jan 20;24(3):419-30.
Dugoua JJ, Wu P, Seely D et al. Astragalus-containing Chinese herbal combinations for
advanced non-small-cell lung cancer: a meta-analysis of 65 clinical trials enrolling 4751
patients. Lung Cancer (Auckl). 2010 Jul 8;1:85-100.
Wang SF, Wang Q, Jiao LJ et al. Astragalus-containing Traditional Chinese Medicine, with and
without prescription based on syndrome differentiation, combined with chemotherapy for
advanced non-small-cell lung cancer: a systemic review and meta-analysis. Curr Oncol. 2016
Jun;23(3):e188-95.

In sintesi, i pazienti trattati con chemioterapia e preparati a base di Astragalo hanno presentato
statisticamente una migliore qualità e una durata maggiore della vita rispetto a quelli trattati solo
con la chemioterapia prevista. In alcuni casi si trattava di preparazioni tradizionali cinesi tutte a
base di Astragalo (spesso con molte altre erbe), in altri addirittura estratti purificati assunti in
forma di medicinale per via iniettiva.
Si sono avuti miglioramenti anche circa la riduzione degli effetti collaterali della chemioterapia,
quali anemia, neutropenia, trombocitopenia, affaticamento, scarso appetito, nausea e vomito.
Dati importanti che ci consentono di affermare che questa pianta potrebbe entrare quantomeno
in protocolli di ricerca clinica avanzata, secondo la metodologia della medicina occidentale per poi
entrare a far parte della fitoterapia adiuvante standard del carcinoma polmonare.

Funghi medicinali
Polisaccardi dotati di caratteristiche immunocompetenti simili a quelle dell’Astragalo sono
presenti anche in alcuni funghi medicinali, e tra questi il Coriolus versicolor: se usato come
adiuvante, il polisaccaride-K sembra migliorare i tassi di sopravvivenza anche nei pazienti con
tumori gastrici e colo-rettali, ma risulta particolarmente significativo uno studio clinico in doppio
cieco randomizzato, con il quale un gruppo di ricercatori della Facoltà di Medicina di Hong Kong
(Tsang KW et al. Respir Med. 2003 Jun;97(6):618-24) ha dimostrato che in associazione alla
chemioterapia i polisaccaridi del Coriolus possono essere di beneficio per i pazienti con NSCLC,
con aumento del tasso dei globuli bianchi e dei neutrofili.
In una recente metanalisi di 36 studi clinici con 2582 pazienti affetti da NSCLC avanzato è stata
valutata l’associazione tra un medicinale cinese in forma iniettiva a base di Ginseng, Astragalo,
Cantaridina e Eleuterocco e la chemioterapia. Le prove disponibili indicano che il medicinale
cinese più cisplatino può aumentare significativamente l’efficacia clinica e migliorare la qualità di
vita dei pazienti con NSCLC. In particolare il medicinale può ridurre mielosoppressione,
neutropenia, trombocitopenia, nausea e vomito (Xiao Z et al. Oncotarget. 2017 Jan 3; 8(1):1329-
42).
Precedentemente era stata pubblicata, con i medesimi risultati positivi, anche un’altra ricerca
che aveva valutato l’utilità dell’associazione, oltre che con il cisplatino, anche con la vinorelbina
(Zhao HY et al. Chin Med J (Engl). 2016 Mar 20;129,6:723-30).

La ricerca continua…
Sono disponibili dati su numerose altre piante, interessanti ma ancora molto parziali, comunque
di minore importanza perché preclinici.
La Curcuma longa, per esempio, contiene una sostanza detta beta-elemene che ha dimostrato
di aumentare la radiosensibilità delle cellule tumorali sia in linee cellulari sia in un modello
animale, e ciò potrebbe rendere più efficace la radioterapia.
Interessanti sono anche i risultati di una ricerca (Yu HM et al. Lung Cancer. 2008
Feb;59(2):219-26) relativa al Rabarbaro utilizzato come pianta medicinale durante la
radioterapia del polmone: l’incidenza dei danni da radiazione sulla funzione polmonare era ridotta
di quasi la metà, con riduzione anche dei livelli di interleuchine infiammatorie (IL-6) e
miglioramento dei parametri funzionali del respiro. A distanza di 10 anni dai primi dati, queste
ricerche meritano sicuramente di essere approfondite con metodo e su larga scala.
Le saponine del Panax notoginseng sono i suoi costituenti chimici principali e sono efficaci
contro il tumore del polmone come evidenziato dai risultati sperimentali su linee cellulari e su topi
a cui era stato inoculato il carcinoma polmonare di Lewis; nel topo in particolare riducevano la
massa neoplastica. Inoltre l’espressione di numerosi geni che promuovono la tumorogenesi (Hgf,
Met, Notch3, Scd1, Epas1, Col1a1, Raf1, Braf1 e CDK6) sono risultati significativamente ridotti.
Anche la berberina, estratta dal Rhizoma coptidis, sembra in grado di bloccare il fattore di
trascrizione 3 in linee cellulari di cancro del polmone, il quale gioca un ruolo importante nella
trasformazione e progressione neoplastica. Inoltre, nelle cellule di tumore del polmone, il
pretrattamento con berberina sensibilizza le cellule agli effetti citotossici della doxorubicina, un
comune chemioterapico.
Il Ginseng siberiano (Eleutherococcus senticosus), oltre ad avere azione immunostimolante e
antifatica, è attivo su diverse linee cellulari di tumore del polmone: A-549 (tumore a piccole
cellule), XWLC-05 (Yunnan), e Beas-2b (cellule di tumore epiteliale del polmone).
Anche estratti della comune Carota (Daucus carota) agiscono positivamente su diversi tipi di
tumore (polmone, pelle, mammella e glioblastoma). Inoculata in colture cellulari ha un effetto
cruciale sulla motilità cellulare e sulla metastatizzazione.
Infine il partenolide, il costituente principale del Tanacetum parthenium, che generalmente si
consiglia per il trattamento della cefalea, riduce la resistenza alla chemioterapia su linee cellulari
di tumore epiteliale del polmone A549 divenute resistenti al chemioterapico doxorubicina, e anzi
aumenta l’azione del chemioterapico in ambedue i gruppi cellulari (Xin Y et al. Toxicol Lett. 2013
Aug 14;221(2):73-82).
Prostata

Il cancro della prostata per incidenza è il più comune tumore nell’uomo e al quarto posto nella
popolazione generale (a parte quelli della pelle). Quindi è molto frequente, ma fortunatamente ha
una bassa incidenza sulla mortalità, perché è un tumore ben curabile anche molto a lungo.
Questa ghiandola maschile produce un fluido che va a formare parte dello sperma e aiuta la sua
funzione generatrice. La prostata giace appena al di sotto della vescica e di fronte al retto;
avvolge l’uretra nella quale immette le sue secrezioni. Le dimensioni normali della prostata sono
quelle di una noce, ma con il passare degli anni o a causa di alcune patologie può ingrossarsi fino
a dare disturbi urinari di vario tipo: infezioni, ematuria, ritenzione urinaria e soprattutto scarso
gettito urinario. Questa ghiandola è molto sensibile all’azione degli ormoni, in particolare di quelli
maschili, come il testosterone, che ne influenzano la maturazione e il volume.
Spesso il tumore della prostata non dà sintomi precoci oppure si confondono facilmente con
quelli dell’ipertrofia prostatica benigna: aumento della frequenza della minzione e flusso più
debole. La maggior parte di questi tumori colpisce l’uomo dopo i 65 anni e ha una buona prognosi.
Quindi, a maggior ragione, fondamentale è la diagnosi precoce.
Ci sono numerose piante medicinali che provocano l’apoptosi cellulare del tumore della
prostata, con una buona potenzialità terapeutica grazie al fatto che si tratta di cellule soggette a
stimolazione ormonale. La ricerca clinica è iniziata negli ultimi anni, con risultati molto
promettenti.

Tè verde, la pianta più utile…


Tra i vari alimenti ricchi di sostanze fitochimiche attive nella chemioprevenzione oncologica, il Tè
verde è considerato quello più efficace per vari tipi di cancro. Anche se vi sono dati talora
discordanti, alcuni tuttavia risultano globalmente positivi: studi osservazionali e studi
randomizzati e controllati lo confermano: c’è una tendenza di ridotta incidenza di tumore
prostatico a ogni aumento di 1 tazza al giorno di Tè verde. Dati recenti hanno dimostrato una
importante riduzione del rischio già con 3-4 tazze di Tè verde al giorno.
Il costituente più attivo è l’epigallo-catechina-3-gallato (EGCG), che rappresenta il 40% del
contenuto totale di polifenoli. È stato dimostrato che l’EGCG modula il fattore di crescita
dell’endotelio vascolare (VEGF) il quale porta all’apoptosi di molti tipi di cellule maligne (anche
leucemiche) e la supplementazione con una miscela di Tè verde, Melograno, Broccoli e curcumina
ha portato a una riduzione del tasso di aumento dell’antigene prostatico specifico (PSA) tra gli
uomini con carcinoma della prostata dopo un trattamento postradicale di recidiva della PSA.

Figura 6 – L’epigallo-catechina-3-gallato, il più importante polifenolo del Tè verde.

Nell’uomo, l’assunzione giornaliera di 300 mg di EGCG è proposta come tollerabile sulla base di
dati clinici, mentre una dose giornaliera di 800 mg di EGCG è stata associata a elevati enzimi
epatici, reversibili con la cessazione del consumo. I trials clinici condotti su pazienti affetti da
neoplasia prostatica intraepiteliale confermano l’efficacia di 600 mg/die di polifenoli del Tè verde.

Melograno
Il frutto del Melograno, molto comune oggi nella nostra alimentazione, è coltivato in molte parti
del mondo, anche allo scopo di produrre succhi di frutta, bevande e integratori ricchi in polifenoli
ad attività antiossidante: antociani, flavonoidi e acido ellagico sono le sostanze di cui è più ricco il
Melograno. Inoltre diversi studi ne hanno dimostrato le caratteristiche protettive anche nei
confronti di malattie cardiovascolari e sindrome metabolica.
Sperimentalmente il succo di Melograno sopprime la segnalazione delle cellule infiammatorie,
inibisce la crescita del tumore della prostata e riduce i livelli sierici di PSA, e la supplementazione
con una miscela di Tè verde, Melograno, Broccoli e curcumina ha comportato una riduzione del
tasso di aumento del PSA tra gli uomini con carcinoma della prostata dopo un trattamento
postradicale di recidiva di PSA.
È un’ottima abitudine berne un bicchiere al giorno, meglio se appena ottenuto, con un
estrattore o una centrifuga.
Il succo del Melograno va comunque assunto con cautela perché può aumentare la
biodisponibilità di altri farmaci assunti contemporaneamente.

Curcuma
La natura chemiopreventiva e chemioterapica della curcumina come agente terapeutico per il
trattamento del cancro alla prostata è assai promettente. L’attività chemiopreventiva antitumorale
della curcumina è ampia e identificata come “forte”. Le proprietà terapeutiche del composto
naturale sono evidenziate dalla regolazione delle vie infiammatorie, dall’inibizione delle fasi
iniziali di degenerazione neoplastica e dalla promozione dell’apoptosi.
Fortunatamente, dopo alcuni anni di ricerche sulla farmacocinetica, oggi abbiamo disponibili
numerosi tecniche di preparazione e somministrazione farmaceutica della curcumina in quanto
tale, e nel tessuto prostatico in particolare, che già è scarsamente penetrabile.
L’attività chemiopreventiva e citoprotettiva della curcumina è ben mantenuta nelle formulazioni
di nanoparticelle, fitosomi e liposomi. È ottima in associazioni sinergiche con derivati dei Broccoli,
polifenoli del Tè verde. La Curcuma assunta in polvere, come quella ad uso alimentare, invece non
serve allo scopo perché scarsamente assorbita, e quel poco che viene assorbito penetra
difficilmente nel tessuto prostatico.
Gli studi sugli effetti della curcumina sul cancro alla prostata confermano che le preparazioni
migliori sono quelle con Curcuma in nanoemulsioni, nanoparticelle, fitosomi, liposomi o
ciclodestrine.
Interessante il fatto che si stiano già sperimentando associazioni sinergiche, per esempio
curcumina con resveratrolo oppure addirittura una nanoemulsione di curcumina con l’etoposide.
Sono già attivi studi clinici, condotti anche su pazienti refrattari alla terapia oncologica classica.
Uno studio durato un anno condotto da Hejazi J et al. (Nutr Cancer. 2016;68(1):77-85) ha
esplorato l’effetto della curcumina sulla radioprotezione e sulla radiosensibilità in pazienti con
diagnosi di cancro alla prostata con 3 grammi al giorno per un massimo di 8 settimane. Uno
studio di fase II condotto da Hakim Mamammedi (Centre Jean Perrin), nella fase di reclutamento
esplorerà le relazioni sinergiche di taxotere con la curcumina rispetto a taxotere da solo come
trattamento di prima linea per i pazienti con carcinoma prostatico metastatico resistente alla
castrazione. Yair Lotan (Università del Texas Southwestern Medical Center) è nella fase di
reclutamento di uno studio di fase II per studiare la capacità della curcumina di migliorare la
sopravvivenza libera da recidiva.

La ricerca continua…
Conoscendo il ruolo degli ormoni nello sviluppo del carcinoma prostatico, possono risultare
abbastanza intuibili gli effetti sul tessuto del carcinoma prostatico esercitati da numerose
sostanze vegetali, come quelle raccolte nella Tabella 1.

Tabella 1 – Sostanze vegetali attive sul carcinoma prostatico.

Letteratura
Effetti sullo sviluppo del
Erbe Effetti ormonali preclinica
carcinoma prostatico
disponibile
Stimola la produzione endogena
Tribulus terrestris Possibile stimolo alla crescita +/–
di ormoni maschili
Deboli agonisti dei recettori
Fitoestrogeni di Soia Inibiscono la crescita +++
estrogenici
Tisana Caisse (Essiac) Effetti estrogenici Inibiscono la crescita ++
Serenoa repens Effetti antiandrogeni Possibile inibizione della crescita +
Inibisce l’attività del recettore per
Resveratrolo Possibile inibizione della crescita ++
androgeni
Baicaleina Effetti estrogenici Possibile inibizione della crescita ++
Effetto positivo: inibisce la
Acido ursolico Effetti antiandrogeni +++
crescita
Sulforafano Effetti antiandrogeni Possibile inibizione della crescita ++

Da ciò deriva pure il possibile ruolo complementare di piante abitualmente utilizzate nella terapia
dell’ipertrofia prostatica, e tra queste la stessa Serenoa (Serenoa repens), pianta dotata di
attività antinfiammatoria, antiandrogenica e antiproliferativa. Non ci sono prove dell’azione del
fitocomplesso della Seronoa sul carcinoma prostatico, tuttavia i suoi effetti sintomatici, antiedema
e antiandrogenici possono risultare utili per il paziente.
A causa dell’aumentato rischio di complicanze tissutali normali, i pazienti devono consultare un
medico prima di utilizzare gli integratori di Saw palmetto durante la radioterapia. Un primo
studio per determinare gli effetti del Saw palmetto sulla gestione dei sintomi durante la
radioterapia ha confermato la sicurezza d’uso di tale pianta e modesti miglioramenti dei sintomi
rispetto ai non trattati.
In realtà, nella pratica clinica, utilizziamo miscele complesse di erbe e sostanze vegetali che
inducono una più marcata riduzione della flogosi con inibizione della evoluzione in fibrosi, quali
olio di semi di Lino, Curcuma longa e Ortica (Urtica dioica), la cui radice sembra avere
interessanti proprietà anche sul tumore della prostata con azione di inibizione della crescita
cellulare agendo sulle caspasi 3 e 8 e sui geni Bcl-2.

Curiosità…
La whitaferina A, uno dei principali costituenti della Whitania somnifera, pianta antistress e
antifatica della tradizione ayurvedica, induce selettivamente la morte cellulare sulle linee cellulari
di adenocarcinoma della prostata divenute androgeno-insensibili, cioè insensibili alla normale
terapia. Il microscopio elettronico dopo colorazione delle cellule indica che la whitaferina provoca
la distruzione del citoscheletro, probabilmente tramite la soppressione dei geni cancerogeni c-Fos
e C-FLIP, inducendo la generazione di sostanze reattive ossidanti. Siamo in attesa che questi dati
vengano confermati in vivo.
Il riso rosso fermentato, ottenuto mediante fermentazione con il fungo Monascus purpureus,
contiene diverse statine naturali (chiamate monacoline) ed è usato soprattutto per il trattamento
dell’ipercolesterolemia. Ebbene, recentemente è stato osservato che, usato a lungo termine,
riduce anche il rischio di tumore della prostata. Infatti si è visto che è in grado di ridurre il volume
tumorale sia di lesioni androgeno-dipendenti sia indipendenti in esperimenti su topi,
probabilmente grazie anche ad altre componenti fitochimiche oltre alle statine; infatti la terapia
con questi estratti ha ridotto l’espressione genica degli enzimi che sintetizzano gli ormoni
androgeni.
Seno

La mammella è composta da ghiandole, divise in lobuli che subito dopo la gravidanza servono alla
produzione del latte, il quale scorre attraverso piccoli tubi, i dotti, dai lobuli al capezzolo. Il
tessuto della mammella è poi composto anche da grasso, tessuto connettivo, linfonodi e vasi
sanguigni. Il tumore più comune è il carcinoma duttale e si forma appunto nei dotti mammari. Il
tumore della mammella può avere origine anche nei lobuli e in altri tessuti. La neoplasia, quando
è invasiva, si diffonde attraverso i dotti e i lobuli infiltrando i tessuti circostanti. Questo tumore
che nella donna, esclusi i tumori della pelle, è il più frequente, può colpire anche l’uomo, ma in
questo caso ha una prognosi migliore.

Tè verde, la pianta emergente


La pianta del Tè verde (Camellia sinensis) è ampiamente utilizzata nella terapia tradizionale dalle
popolazioni orientali e cinese in particolare, fin dai tempi antichi: comune, gradevole, costa poco e
con scarsi o nulli effetti collaterali.
Ma a noi interessa soprattutto perché gli studi hanno dimostrato l’attività di alcuni suoi
componenti sul tumore della mammella regolando le vie di segnalazione cellulare come
l’angiogenesi, l’apoptosi e i fattori di trascrizione. Inoltre, alcuni suoi costituenti si stanno
dimostrando utili nello sviluppo di nuovi farmaci antitumorali.
Anche una recente revisione della letteratura (Rafieian-Kopaei M. et al., 2017) ha analizzato dati
presenti in numerose banche di informazioni scientifiche, giungendo alla conclusione che le
catechine del Tè verde rivestono un ruolo importante nella prevenzione (bisogna berne più tazze
al giorno, tutti i giorni) e forse anche nella cura complementare del tumore al seno. Inoltre è
dimostrato che inibisce la proliferazione delle cellule già trasformate, l’angiogenesi e la
microdiffusione metastatica.
La conferma delle sue reali potenzialità nella clinica potrà venire solo da corpose e significative
indagini cliniche condotte con metodologia rigorosa.
Sembra avere un potenziale ruolo somministrato contemporaneamente al zolendronato nella
riduzione del rischio di metastasi osteolitiche.
Si può assumere anche in forma di estratto ad uso salutistico e si prescrive in forma di
medicinale, tipicamente galenico con contenuto standardizzato in polifenoli ed esente da caffeina.

Uncaria
La corteccia di questa liana (Uncaria tomentosa), chiamata anche “Unghia di gatto” per le spine
che presenta, cresce spontanea nelle foreste amazzoniche, e viene utilizzata nella medicina
tradizionale di quelle popolazioni per il trattamento di varie patologie. È stata studiata sia in vitro
per i suoi effetti antitumorali su diverse linee di cellule tumorali (compresa la mammella), sia sulla
protezione delle cellule ematopoietiche sane e la possibile riduzione della neutropenia da
chemioterapia. Queste osservazioni sono state riportate anche in pazienti oncologici. In uno studio
su pazienti con carcinoma mammario, l’Uncaria ha ridotto gli effetti avversi dovuti alla
chemioterapia e ha migliorato la qualità di vita nei pazienti con cancro avanzato. In particolare ha
ridotto la neutropenia causata dalla chemioterapia (fluorouracile, doxorubicina, ciclofosfamide), in
pazienti con carcinoma duttale invasivo.
Sperimentalmente l’Uncaria stimola la sopravvivenza di cellule leucemiche pediatriche, il che
suggerisce che questa erba potrebbe non essere sicura per tutti i tumori.
Figura 7 – Il grafico mostra come l’associazione tra chemioterapia e Uncaria, in donne con tumore della mammella, eviti la
caduta dei neutrofili (Fonte: Santos AMD, 2012).

Scutellaria spp.
Un estratto acquoso di Scutellaria barbata, un’erba medicinale perenne comune in Corea e nella
Cina meridionale, usata tradizionalmente per il trattamento delle infezioni batteriche, come
diuretico, contro l’epatite e per la prevenzione dei tumori, in uno studio multicentrico è stata
somministrata in donne con tumore metastatico avanzato della mammella (stadio 4) e ha dato
risultati promettenti riducendo la massa tumorale o stabilizzando le lesioni, confermando i dati
preclinici sia in vitro sia in vivo già ampiamente positivi. Dettaglio da non trascurare: le
dimensioni ridotte del campione di donne studiate.
Anche la Scutellaria baicalensis sembra particolarmente promettente nella prevenzione e nella
cura del tumore della mammella anche metastatico, come dimostrato da molteplici lavori
scientifici, sia in vitro sia in vivo interferendo in numerose vie biochimche tumorali: inibizione
delle molecole dell’EMT e di alcune vie biochimiche (SATB1, del Wnt/β, EGFR, ERK e Akt) e
inoltre sopprime l’espressione di diversi geni neoplastici. In tal modo questo semplice flavonoide
ha numerose e interessanti attività farmacologiche e in grado di inibire la migrazione, l’adesione e
l’invasione neoplastica riducendo il rischio di metastasi.

La ricerca continua…
L’Euphorbia prolifera, le cui radici sono usate tradizionalmente come rimedio antinfiammatorio
e antitumorale, si è dimostrata in grado di limitare la P-glicoproteina, una sostanza che a un certo
punto blocca l’efficacia della chemioterapia. La P-glicoproteina, infatti, è prodotta dal tumore e
blocca l’entrata delle molecole di chemioterapico nelle cellule impedendo la loro distruzione.
Questa pianta contiene un diterpene chiamato mirisinolo che è in grado di rendere reversibile la
resistenza a daunorubicina, vincristina e al topotecan.
In un’altra pubblicazione, è stato evidenziato come la Barbabietola rossa (Beta vulgaris)
nell’animale da esperimento protegga il cuore dagli effetti negativi della doxorubicina, e
contemporaneamente aumenti la sua citotossicità contro le cellule tumorali della mammella della
linea cellulare da esperimento MDA-MB-23.
Tra i funghi sono stati studiati in particolare il Coriolus, al quale abbiamo già accennato, e il
Lentinus edodes.
Relativamente a quest’ultimo merita di essere ricordato uno studio clinico di pochi anni fa
(Nagashima Y, 2013) per la valutazione della qualità di vita e della funzione immunitaria in
pazienti con carcinoma mammario trattati con combinazione di chemioterapia adiuvante a base di
antracicline e somministrazione orale di un estratto di Lentinus edodes. Le antracicline, infatti,
sono ben note per avere effetti avversi e possono anche influenzare negativamente la funzione
immunitaria dell’ospite.
In questo lavoro la concomitante somministrazione di Lentinus alla terapia con 5-fluorouracile,
epirubicina e ciclofosfamide ha migliorato la qualità di vita e mantenuto una buona funzione
immunitaria in pazienti con carcinoma mammario con metastasi linfonodali. Lo studio è modesto
come dimensioni, tuttavia interessante per le sue possibili implicazioni e ripercussioni applicative.
Stomaco

Le cellule maligne si formano nel tessuto della tonaca mucosa dello stomaco: quasi tutti i tumori
infatti sono adenocarcinomi (originano cioè dalle cellule che producono e rilasciano il muco e i
succhi gastrici). Altri tipi di tumore sono il carcinoide, i tumori stromali gastrici e il linfoma. Oltre
a carcinogeni esterni (alimentari, alcol e fumo di sigaretta), l’infezione cronica da Helicobacter
pylori è riconosciuta essere una delle cause del tumore dello stomaco in quanto ha attività
ulcerogenica cronica.
Spesso, purtroppo, il tumore dello stomaco è ancora oggi diagnosticato in fase avanzata perché
solo tardivamente dà segni della sua presenza; tuttavia, a sostegno del paziente durante e dopo la
chemioterapia, è possibile intervenire con alcune piante che riducono i sintomi e aumentano le
difese immunitarie del paziente. Risulta fondamentale avere un occhio di riguardo agli aspetti
nutrizionali perché il paziente gastroresecato va incontro facilmente a carenze di ferro e proteine.

Cavolo e crucifere
Un’alimentazione ricca in Crucifere è raccomandabile a chiunque, in quanto sono utili nella
riduzione del rischio cancerogeno ad ampio spettro. Le sostanze fitochimiche sono meglio
sfruttate dagli stessi pazienti se assunte sottoforma di bevande estratte con centrifuga o
estrattore e consumate subito.
Tra queste primeggia certo, tra i pazienti oncologici, il succo di cavolo, sia esso inteso come
cavolfiore, broccoli, verza o cappuccio, sia come anche altre crucifere ricche di isotiocianati (rape,
ravanelli, rucola, rafano ecc.).
Il succo, bevuto appena estratto, in verità non ha un gusto molto gradevole, ma può essere
“corretto” con l’aggiunta di succo di carota, limone o mela verde, e garantisce la massima
concentrazione di sostanze bioattive e biodisponibili. Tra queste troviamo il sulforafano, il più
importante principio attivo sia per prevenire la degenerazione maligna dell’epitelio, sia per le
possibili sinergie d’azione con eventuali cicli di chemioterapia.
Figura 8 – Cavolo viola, ricco in antociani.

Dal punto di vista sperimentale, una recente ricerca ha confermato che il sulforafano può
migliorare gli effetti anticancro del cisplatino: la co-esposizione a queste sostanze ha infatti inibito
significativamente la viabilità delle cellule di cancro gastrico; questo perché sono migliorati gli
effetti anticancro del farmaco a basse dosi.
La relazione tra consumo di verdure crucifere e rischio di cancro gastrico è stata molto studiata
e, anche se può rimanere per certi aspetti controversa, abbiamo in realtà a disposizione una
recente metanalisi di numerosi studi epidemiologici (Wu QJ et al. Cancer Sci. 2013
Aug;104(8):1067-73) che dimostra come vi sia proprio un’associazione inversa tra assunzione di
cavoli e rischio di cancro gastrico. Il rischio relativo è uguale a 0,81 (intervallo di confidenza al
95%, 0,75-0,88). L’analisi specifica per l’assunzione di cavoli ha prodotto risultati simili. Ciò
significa che chi mangia cavoli o altre crucifere almeno una volta alla settimana ha una riduzione
del rischio del 20%.
Non è un risultato banale considerando che si tratta di un tumore aggressivo e, per contro, che
questi ortaggi sono ben disponibili sulle nostre mense.

Shiitake
La sostanza attiva più importante è il lentinano, un polisaccaride che deriva appunto dal micelio
del corpo del fungo Shiitake (Lentinus edodes) e il suo componente attivo è il glucano 1,3 beta. In
alcuni paesi, il lentinano per via parenterale è classificato come polisaccaride antineoplastico ed è
disponibile per uso clinico.
Sono in commercio in vari paesi solo formulazioni orali ed estratti, considerati anche integratori
alimentari, ma che possono essere utilizzati sottoforma di medicinali galenici, cioè personalizzati
per un paziente specifico, e in questi casi anche con la garanzia di un medicinale, dal punto di
vista della qualità e della sicurezza del prodotto.
Il lentinano non ha effetti citotossici diretti sulle cellule tumorali; tuttavia in vari modelli di
cancro ha dimostrato attività sinergiche con alcuni chemioterapici (gemcitabina, paclitaxel,
docetaxel e cisplatino, nonché anticorpi monoclonali. L’associazione con le terapie oncologiche
può migliorare la sopravvivenza dei pazienti e la loro qualità di vita. Viste le premesse sono
ovviamente auspicabili ricerche cliniche su larga scala a conferma della sua utilità, sicurezza ed
efficacia.
Miglioramenti della qualità di vita sono stati osservati anche con una formulazione orale di
lentinano in alcuni pazienti oncologici. Tuttavia, sono necessari studi su larga scala ben progettati
per stabilire il ruolo del lentinano come utile aggiunta nel trattamento del cancro allo stomaco.

Astragalo
Numerose ricerche cliniche sono state condotte con erbe medicinali in pazienti affetti da
carcinoma gastrico. Una recente revisione della letteratura, con metanalisi dei dati, è stata
condotta e pubblicata sulla rivista scientifica Oncotarget da ricercatori cinesi dell’Università di
Medicina cinese di Pechino (Zhang D et al, 2017): alta è stata la valutazione della qualità dei
lavori analizzati, eseguita secondo i requisiti della Cochrane collaboration e con i criteri del
modello CONSORT. Ebbene, i risultati di questa valutazione hanno suggerito che tra i 15 tipi di
erbe analizzate, l’iniezione di polisaccaridi di Astragalo combinata con il regime FOLFOX
sembrava quella ottimale per i pazienti con cancro gastrico nel migliorare l’efficacia clinica e lo
stato delle terapie e ridurre gli effetti collaterali. Questi risultati positivi sono sufficienti a
promuovere anche in Occidente clinical trials prospettici, con un ampio campione numerico di
pazienti e anche multicentrico. I tempi dal punto di vista scientifico sono maturi.
Nel frattempo nel nostro Paese anche l’Astragalo, oltre ad essere presente in particolari
integratori, è utilizzabile sottoforma di preparazione galenica con estratti di radice ad alto titolo in
polisaccaridi.

Tè verde
Il Tè verde (Camellia sinensis) è una bevanda facilmente disponibile ma ha dato risultati
apparentemente contrastanti soprattutto nella prevenzione del cancro dello stomaco, molto
variabili in relazione alla quantità bevuta al giorno e alle modalità di assunzione. La prima
pubblicazione sul Tè verde si fa risalire al 1211 a.C., quando il monaco giapponese Eisai scrisse
un libro intitolato Kissa-yojoki che tradotto sembra molto moderno: Come mantenersi in salute
bevendo il tè. Successivamente le proprietà terapeutiche del Tè verde sono state riconosciute nel
1500 dai viaggiatori europei che utilizzavano il tè per il trattamento di febbre, mal di testa,
gastrite, malattie respiratorie e dolore articolare.
Oggi invece sono disponibili molti dati da revisioni sistematiche con metanalisi di studi
epidemiologici relativi al ruolo preventivo della bevanda a base di Tè verde sull’incidenza di
cancro dello stomaco. Dalle analisi emerge che bere il Tè verde ha un sicuro effetto preventivo
sulla riduzione del rischio di cancro gastrico, in particolare se si consuma a lungo termine e ad
alte dosi (almeno 3-4 tazze al giorno). Al contrario, bere Tè verde troppo caldo aumenta il rischio
di cancro gastrico.
Per essere rigorosi servirebbero molti dati più dettagliati relativi all’analisi di sottogruppi, in
modo tale da valutare bene e con precisione quanto incidano altri fattori come il fumo e il
consumo di alcol e la dose dei componenti efficaci nel Tè verde, che possono certo variare in base
al tipo di tè e alle modalità di preparazione della bevanda stessa.
A grandi linee, tuttavia, le indicazioni rimangono quelle riportate.
Per una persona che ha avuto o che ha un tumore allo stomaco, possono essere più utili gli
estratti di Tè verde, ricchi in polifenoli, da associare eventualmente ad altre piante, in base al suo
stato di salute generale, allo stadio clinico della malattia e alle terapie in atto.
Le catechine del Tè verde, oltre ad avere una ben nota attività antineoplastica, hanno proprietà
diuretica e nefroprotettiva, oltre a proteggere dagli effetti di alcuni comuni trattamenti
chemioterapici. Il Tè verde è una nota fonte di polifenoli a basso costo, in particolare catechine,
utili nella prevenzione delle malattie cardiovascolari e delle complicanze di quelle dismetaboliche,
come diabete e dislipidemie. Tuttavia è importante non superare il corretto dosaggio perché ad
alte dosi queste benefiche sostanze possono agire al contrario, diventare pro-ossidanti e, in
soggetti predisposti, addirittura epatototossiche.

La ricerca continua…
Numerose altre sono le piante che forniscono sostanze attive, in vitro, su colture cellulari di
carcinoma dello stomaco, ma su queste la ricerca è appena inziata… Speriamo dia frutti utili ai
pazienti, non solo alle cellule.
La Garcinia cambogia fornisce l’acido gambogico, già noto per la sua azione antitumorale nel
cancro dello stomaco e del colon-retto. Questa sostanza ha effetto su numerosi tipi di tumori, in
particolare quello dello stomaco, anche in vitro, e per questo è stato studiato in associazione con il
chemioterapico docetaxel dimostrando un’azione sinergica su quattro linee cellulari di tumore.
La reina, il principale antrachinone del Rabarbaro, su una linea cellulare di tumore dello
stomaco non solo ha indotto l’apoptosi, ma ha mostrato pure un effetto antitumorale citotossico
dovuto a un danno mitocondriale.
Altri principi attivi delle piante che agiscono sul cancro dello stomaco:
lo Zenzero, grazie al 6-gingerolo e al 6-shoagolo che rispettivamente inibiscono l’attivazione
del potente fattore antiapoptosico NF-κB e danneggiano i microtubuli cellulari neoplastici;
la Liquirizia, che contiene la isoliquiritigenina, induce apoptosi (la morte cellulare
programmata in cellule danneggiate) mediante le vie biochimiche del calcio e delta-psi
dipendenti;
ancora il triptolide, un componente del Tripterygium wilfordii, che blocca la via dell’NF-κB;
infine il beta-asarone, il principale composto volatile del rizoma dell’Acori tatarinowii, che è
un potente attivatore dell’apoptosi su diverse linee cellulari e inibisce l’invasione, la
migrazione e l’adesione delle cellule di tumore gastrico.
Utero

L’utero è un organo cavo, per la gran parte muscolare, che costituisce il nido all’interno del corpo
umano femminile in cui cresce e si sviluppa il feto e quindi il futuro neonato. In realtà il tumore
dell’utero si può formare in parti differenti dell’organo, ma solitamente a livello della cervice o
nell’endometrio, lo strato più interno; e spesso si tratta di adenocarcinomi, che originano dalle
cellule che formano il muco e altri fluidi. Il sarcoma uterino invece è meno comune e si forma nel
muscolo e nel tessuto che sostiene l’utero.
L’obesità, l’ereditarietà e l’assunzione di estrogeni (senza aggiunta di progesterone) aumentano
il rischio di questi tumori. Possibili fattori favorenti possono essere alcune stesse terapie quali la
radioterapia che aumenta il rischio di sarcoma e il tamoxifene che aumenta il rischio di carcinoma
dell’endometrio, il quale comunque, in relazione allo stadio clinico, ha una buona prognosi
rispetto al sarcoma, più difficile da curare.
Il segno comune di pericolo che conduce le donne a eseguire controlli ecografici è il
sanguinamento dalla vagina.
Non vi sono purtroppo studi clinici condotti in modo serio e approfondito sull’uso delle piante
medicinali nelle donne con tumore dell’endometrio; possiamo comunque utilizzare le piante
medicinali e i fitoterapici che conosciamo e che sono stati studiati per ridurre il rischio di
progressione del tumore.
Salvo situazioni cliniche specifiche per la singola paziente, tre sono le semplici regole:
sì al Tè verde;
sì alla Curcuma;
no ai fitoestrogeni.

Esistono, per esempio, numerose ricerche precliniche relativamente al ruolo della curcumina
nell’inibizione di fattori che stimolano la crescita del cancro dell’endometrio o nell’aumentare
direttamente la morte programmata delle cellule già trasformate, così come nel ridurre la
migrazione e l’invasione tissutale delle stesse. La Curcuma potrebbe giocare un ruolo anche nella
prevenzione del cancro endometriale nelle donne obese. Inoltre inibisce gli effetti del letrozolo
sulla crescita del tumore endometriale.
La curcumina inoltre ha dimostrato in vitro interessanti attività antitumorali su linee cellulari di
sarcoma uterino SKN e SK-UT-1; in modo dose-dipendente ha indotto l’apoptosi cellulare inibendo
la via AKT mTOR; tali dati sono stati successivamente confermati in vivo. In particolare la
curcumina riduce la massa tumorale con un contemporaneo decremento del mTOR e della
fosforilazione S6.
Questi due fattori sono fra le principali chiavi di accesso alla replicazione tumorale: il primo è
un importante regolatore della disponibilità dei nutrienti cellulari e mitogeni, controlla il
metabolismo del glucosio e la sintesi proteica; la chinasi S6 invece regola l’omeostasi del glucosio
(leggi energia disponibile), l’aumento di volume della cellula e soprattutto il controllo della
trascrizione dell’RNA messaggero, la proteina chiave che dal nucleo va nel citoplasma e mette in
comunicazione i due sistemi.
Le saponine del Panax notoginseng aumentano la potenza e cioè la citotossicità del cisplatino
in linee cellulari bloccando la formazione delle giunzioni cellulari e della connessina; in tal modo
si impedisce alle cellule tumorali di comunicare e di unirsi fra loro.
Allo stesso modo la wogonina, un flavonoide isolato dalla Scutellaria baicalensis, sensibilizza
le cellule tumorali a diversi chemioterapici: etoposide, cisplatino e adriamicina, inducendo la
morte sia delle cellule tumorali A549 del polmone sia delle cellule HeLA del cancro dell’utero.
La sarsapogenina estratta dalla Anemarrhena asphodeloides induce in vitro sia l’apoptosi sia
l’arresto della duplicazione cellulare in fase G2/m in cellule di tumore uterino della linea cellulare
umana HeLa.
Infine l’Antrodia camphorata, un’erba medicinale di Taiwan, ha azione citotossica su linee
uterine sia di tipo HeLa sia C-33A con meccanismi proapoptosici all’interno e all’esterno della
cellula (intrinseci ed estrinseci).
PARTE TERZA
Prevenzione in oncologia
Erbe e nutrienti utili nella
prevenzione

La prevenzione resta la chiave per la lotta contro i tumori, ormai è noto, e ne abbiamo già parlato
nella parte seconda dedicata ai tipi di tumore, ma non tutti riescono a seguire uno stile di vita
corretto: evitare il fumo di sigaretta anche a basse dosi (2-3 sigarette al giorno), evitare le
bevande alcoliche, evitare i cibi che si potrebbero ormai definire tossici, cioè che contengono alte
quantità di sostanze non derivanti dai processi produttivi naturali come gli zuccheri complessi o i
grassi idrogenati, o ancora alimenti arricchiti di varie sostanze.
La mortalità derivante dalle più comuni forme di cancro è ancora troppo alta, e si stima adesso
che una persona su due avrà un tumore. Nonostante i molti progressi terapeutici nella
comprensione dei processi di cancerogenesi, le statistiche sull’incidenza del cancro non
cambieranno fino a quando non riusciremo a modificare sostanzialmente determinate abitudini e
stili di vita, ma possono venirci in aiuto alcune sostanze di origine vegetale che possono essere
utilizzate per bloccare e prevenire lo sviluppo dei tumori.
Lo studio della cancerogenesi cellulare costituisce senz’altro la base scientifica per identificare
le sostanze utili per prevenire il cancro, valutarne l’attività e le potenzialità, per poi passare agli
studi clinici ed epidemiologici.
I tumori hanno tra le cause principali:
predisposizione familiare;
modulazioni epigenetiche;
dieta scorretta;
cancerogeni nell’ambiente di vita e nel luogo di lavoro.

Si stima che circa il 35% di tutti i tumori nel mondo siano causati da una dieta scorretta e, nel
caso del cancro del colon-retto, la dieta può esserne la causa nell’80% dei casi. Quando si
aggiungono alcol e sigarette la percentuale generale di incidenza dei tumori può aumentare fino
al 60%.
La predisposizione genetica al cancro, da sola, si ritiene che incida solo per il 20%; per la
maggior parte dei casi si ritiene che la causa del tumore sia dovuta ai cosiddetti cancerogeni
ambientali. Per cancerogeni ambientali si intendono tra l’altro l’inquinamento dell’aria e
dell’acqua, i farmaci e le radiazioni ionizzanti, derivanti anche dall’uso eccessivo delle indagini
diagnostiche.
Abbiamo detto che la maggior parte dei tumori umani derivano da esposizione a cancerogeni
ambientali; questi includono sostanze chimiche sia naturali che artificiali, radiazioni e virus.
Le sostanze cancerogene possono essere divise in diversi gruppi:
agenti cancerogeni genotossici, se reagiscono con gli acidi nucleici; si chiamano primari in
quanto agiscono direttamente sui costituenti cellulari principali;
procarcinogeni che richiedono l’attivazione metabolica, per esempio del fegato, per indurre la
carcinogenesi (cioè la sostanza che di per sé sarebbe inerte, quando arriva nel fegato per
essere metabolizzata viene scissa in altre sostanze, che possono essere cancerogene);
sostanze cancerogene epigenetiche, composti che hanno notevole varietà e vanno dai
composti complessi ai semplici metalli. La variazione genetica da individuo a individuo può
favorire gli agenti ambientali: per esempio i pazienti affetti da xeroderma pigmentosum
risultano predisposti al cancro della pelle, come coloro che sono affetti da colite ulcerosa sono
più facilmente colpiti dal cancro del colon-retto, oppure coloro che hanno il cosiddetto fenotipo
dell’acetilatore lento invece risultano più colpiti dal cancro della vescica, se esposti alle amine
aromatiche.
Figura 1 – Siti e meccanismi d’azione delle sostanze naturali utili per il paziente oncologico (Fonte: Firenzuoli F. Fitoterapia,
IV ed. Milano, Edra, 2009).

Le sostanze cancerogene nella dieta che stimolano la fase iniziale della cancerogenesi
comprendono muffe e aflatossine (es. quelle che si formano per la cattiva conservazione nelle
arachidi e nel mais), le nitrosammine (in carni affumicate e altri prodotti trattati), grassi rancidi e
oli da cucina, alcol, additivi e conservanti. Ovviamente la combinazione di alimenti nocivi può
avere effetto cumulativo, e quando l’effetto di una dieta non corretta si somma a inquinanti
ambientali, fumo, radiazioni UV, radicali liberi, mancanza di esercizio fisico e stress psico-fisico
persistente, il cocktail è pronto per generare il danno al DNA e la progressione del cancro.

Ciclo cellulare
Il cancro è una malattia in cui si verifica un’alterazione significativa e sostanziale nei normali
processi di divisione cellulare, che sono controllati dal DNA della cellula. Virus, sostanze chimiche
cancerogene, riarrangiamento cromosomico, disattivazione di geni soppressore del tumore, o
semplice trasformazione spontanea, sono tutti fattori implicati nella generazione della cellula
cancerosa.
Ricordiamo che ogni cellula possiede le informazioni complete per costruire un individuo e
questo permette a ogni tessuto di ripararsi dopo una lesione e di sostituire delle cellule dopo uno
stress eccessivo, cioè di mantenere ogni cellula parte di un tessuto, ma al tempo stesso questa
autonomia e versatilità pone il rischio che a volte l’RNA legga una parte sbagliata di DNA.
Una cellula per replicarsi deve riprodurre fedelmente il suo DNA e RNA di vario tipo, costruire
organelli cellulari sufficienti, membrane, proteine solubili eccetera, per consentire alle cellule
figlie di sopravvivere e replicarsi. Questo processo, molto semplificato in questa descrizione,
richiede una significativa quantità di feedback per assicurarsi che i numerosi e complessi
passaggi molecolari seguano la sequenza corretta. Il mancato o l’insufficiente controllo del ciclo
cellulare comporta un alto costo in termini di rischio di cancro; per tale motivo gli animali con
cellule superiori hanno addirittura una specie di ‘’maniglia di emergenza’’, cioè un sistema di
sicurezza per cui il loro programma di vita di base subisce l’apoptosi, un processo di
autodistruzione programmata.

Carcinogenesi
Si ritiene che la trasformazione di una cellula normale in una cellula cancerosa avvenga
attraverso molte e diverse fasi, a volte in anni o addirittura decenni. Le fasi della cancerogenesi
sono:
iniziazione, che prevede una reazione tra il cancerogeno e il DNA cellulare anche se può
esserci una predisposizione genetica; oppure può rimanere dormiente e il soggetto corre solo
un potenziale rischio di sviluppare il cancro in una fase successiva e tardiva;
promozione, una fase che avviene molto lentamente in un periodo che va da diversi mesi o
anni; un cambiamento nella dieta e nello stile di vita (es. smettere di fumare o evitare cibi
grassi più o meno sani) può avere un effetto talmente benefico che la persona può non
sviluppare più il cancro nel corso della sua vita;
progressione, la fase finale prevede la diffusione del cancro nell’organismo, ma la dieta e lo
stile di vita possono ancora avere un impatto importante.

Prevenire l’iniziazione è un’importante strategia antitumorale, come lo sono le opportunità per


inibire le malattie neoplastiche anche nelle fasi di malignità.
Uno dei meccanismi più importanti che contribuiscono allo sviluppo del cancro è il cosiddetto
danno ossidativo al DNA. Se una cellula con il DNA danneggiato si divide prima che il DNA venga
riparato, il risultato può essere un danno genetico permanente con un’alterazione che costituisce
il primo passo della carcinogenesi. Le cellule che si dividono rapidamente sono più suscettibili alla
carcinogenesi perché hanno meno possibilità di riparazione del DNA prima della divisione
cellulare. Successivamente la mutagenesi delle componenti delle vie biochimiche porta alla vera e
propria trasformazione cellulare cancerosa.
Molte sostanze naturali, presenti anche nell’alimentazione, possono favorire i processi di
riparazione del DNA: alcune vitamine e sostanze aromatiche responsabili del profumo di frutti o
erbe (es. certi terpeni), acidi grassi polinsaturi contenuti nella frutta secca o in certi oli vegetali,
soprattutto i pigmenti responsabili dei colori degli ortaggi e delle piante stesse e cioè carotenoidi
(rosso/arancione), flavonoidi (giallo), clorofille (verde), antociani (nero/viola).
I pomodori per esempio contengono molto licopene e sono protettivi contro il cancro alla
prostata. Dovrebbero essere quindi sempre presenti nell’alimentazione, come del resto succede
abitualmente nel contesto della dieta mediterranea. Il contenuto in licopene è molto variabile in
relazione al tipo di preparato ottenuto dai pomodori (Figura 2).

Figura 2 – Quantità di licopene nel pomodoro e nei suoi derivati (in mg/100 g).

Quando al licopene si aggiunge l’alfa-tocoferolo (una varietà di vitamina E), la progressione del
cancro alla prostata può essere ridotta di circa il 90%. Altre ricerche hanno dimostrato che gli
steroli vegetali e le steroline che si trovano nei semi di zucca e in alcune verdure hanno un effetto
benefico sulla neoplasia della prostata.
In una valutazione di rischio condotta su 35.000 non fumatori, principalmente vegetariani, si è
visto che hanno un rischio ridotto di tumore del polmone, della prostata, del pancreas e del colon.
Le vitamine antiossidanti, alcuni flavonoidi (quercetina, apigenina, catechine del Tè verde), i
carotenoidi presenti in alcune alghe e gli estratti di Aglio aiutano anche a ridurre i danni causati
dall’Helicobacter pylori e sono protettivi della mucosa gastrica nei confronti dell’incidenza del
cancro allo stomaco.
La bassa incidenza di grossi tumori intestinali in India può essere attribuito alla dieta ricca di
carboidrati e antiossidanti naturali, tra cui la Curcuma, e sottolineo la Curcuma come alimento e
non come estratto secco standardizzato e titolato in curcuminoidi che probabilmente avrebbe un
effetto molto maggiore.
Gli studi sugli animali hanno dimostrato che lo squalene (un triterpenene), i polifenoli e il beta-
sistosterolo che si trovano nell’olio di oliva riducono l’incidenza dei tumori del colon, della
mammella, del polmone e della pelle.
Uno studio giapponese ha scoperto che il probiotico Lactobacillus (che si trova nello yogurt) può
ritardare l’insorgenza del cancro, migliorando l’attività delle cellule natural killer, che sono cellule
particolari dei globuli bianchi responsabili dell’attacco a sostanze invasive.
È noto che le donne giapponesi hanno un’incidenza molto più bassa di cancro del seno rispetto
alle donne in Occidente: l’elevato consumo in Giappone di prodotti di soia contenente isoflavoni,
che sono fitoestrogeni, assunti fin dalla giovane età, indurrebbero una più rapida maturazione del
tessuto mammario proteggendo le donne dal successivo sviluppo di questo tipo di tumore. Si noti
bene che invece nella maturità, o peggio dopo la diagnosi di tumore mammario, l’assunzione di
fitoestrogeni è da sconsigliare.
In Sudafrica l’aumento dell’incidenza di alcuni tumori è stato attribuito all’urbanizzazione, a un
maggior consumo di carne, carboidrati raffinati, alcol e fumo di sigaretta. La dieta rurale africana
composta da mais, fagioli e verdure era una perfetta combinazione di proteine e carboidrati
complessi con fibra e adeguati nutrienti. Questa tipologia di alimentazione è stata sostituita con
pane bianco, marmellata, bevande zuccherate e fast food con ovvie conseguenze.
Un’altra sostanza chimica cancerogena è la diossina, che entra nella catena alimentare quando
gli animali mangiano le piante contaminate da questa tossina. Quando gli esseri umani
consumano carne, latticini e pesce, ingeriscono diossina, che è stata collegata a diversi tipi di
cancro. Un recente studio ha indicato che le donne che seguono diete sane hanno il 30% in meno
di probabilità di morire di cancro. I neri sudafricani hanno una minore incidenza di cancro al
colon rispetto ai bianchi e tale fenomeno si ritiene sia dovuto a una minore assunzione di proteine
animali e grassi. Del resto gli studi epidemiologici su vari tipi di tumori umani indicano che
l’assunzione di frutta e verdura protegge in modo significativo dal cancro.

Prodotti naturali contro la carcinogenesi


La letteratura scientifica indica che molti prodotti naturali hanno un’azione preventiva contro i
tumori.
Sono diversi i gruppi fitochimici che hanno questa attività: il gruppo più importante riguarda gli
antiossidanti, poi i fenoli, il resto rientra nei gruppi reattivi di vario genere che hanno proprietà
protettive verso le cellule.
Questi prodotti naturali si trovano nelle verdure, nella frutta, nelle piante e soprattutto negli
estratti di erbe medicinali. Sebbene il meccanismo protettivo non sia completamente chiaro, il
fatto che il consumo di frutta e verdura riduca l’incidenza di carcinogenesi è ampiamente
supportato. L’evidenza epidemiologica suggerisce una protezione contro una vasta gamma di
tumori, in particolare quelli dell’apparato respiratorio, digerente, urologico e ormone-correlati
(mammella, ovaia).
La maggior parte degli antiossidanti alimentari è rappresentata dai fenoli o composti
polifenolici, come gli isoflavoni della Soia, le catechine del Tè verde, gli esteri fenolici del Caffè, i
fenoli acidi del vino rosso, la quercetina della Cipolla e l’acido rosmarinico del Rosmarino e
soprattutto dagli antociani, i pigmenti responsabili del colore nero-violaceo abbondanti in
particolare nei piccoli frutti del sottobosco (Figura 3) ma anche nel melograno.

Figura 3 – Quantità di antociani nei vari frutti (in mg/100 g): al primo posto il ribes nero; seguono mirtillo, mora di gelso,
mora, lampone, fragola, arancia rossa e uva nera.

A questo proposito è molto interessante la ricerca che ha dimostrato come tra i polifenoli e il
gruppo degli antociani in particolare, proprio la cianidina, contenuta in abbondanza nelle bacche
del mirtillo e del ribes, sia la sostanza dotata della maggiore capacità di interferire sui geni che
regolano la crescita del tumore (Sci Rep. 2018;8(1):4163). Il meccanismo è questo: la cianidina
attiva fino a oltre 50 volte la funzione di un enzima, la sirtuina 6, la quale, proprio nelle cellule
cancerose, inibisce l’attività dei geni che promuovono la crescita tumorale, e allo stesso tempo
attiva i geni oncosoppressori.
Un certo numero di composti presenti in natura ha proprietà chemiopreventive contro la
carcinogenesi. L’estratto da Rhizoma zedoariae, per esempio, produce un composto chiamato
elemene, che ha dimostrato attività antitumorale su molte linee di cellule tumorali umane e
murine in vitro e in vivo. L’elemene provoca una significativa inibizione della crescita delle cellule
premielocitiche HL-60 e delle cellule di eritroleucemia K562. Questo effetto è stato associato
all’arresto delle cellule nella fase S e G2M e con l’induzione di apoptosi. Effetti inibitori simili
sono stati prodotti dall’allicina, un organosulfide naturale del comune Aglio da cucina (Allium
sativum), da tempo già ammesso dalla Commissione sul farmaco tedesca come protettore verso il
cancro dello stomaco, forse la prima sostanza ufficialmente riconosciuta in Europa.
Peraltro in vitro l’inibizione della proliferazione di cellule leucemiche HL-60 o l’induzione
dell’apoptosi nella leucemia promielocitica è stata dimostrata anche con vari tipi di estratti
fitoterapici di origine asiatica, in cui sono state isolate e identificate varie sostanze tra cui gli
alcaloidi bis-benzilisochinolinici, le tetrandrine e la berberina, e ancora la bufalina (un
bufadienolide estratto dalla secrezione essiccata della pelle e delle parotidi di Bufo gargarizans
Cantor o Bufo melanostictus Schneider, estratti di Uncaria tomentosa (molto nota come
immunostimolante), o ancora la withaferina A e il withanone estratti dalla Whitania somnifera.

Meccanismi d’azione
Negli ultimi dieci anni, i progressi nella ricerca sul cancro hanno migliorato la nostra
comprensione della biologia del cancro e della genetica.
Una delle scoperte più rilevanti è che i geni per il controllo della apoptosi hanno un effetto
importante sulla malignità attraverso l’interruzione e/o il blocco del processo apoptotico che porta
all’iniziazione del tumore, la progressione e la metastasi. Perciò, un meccanismo di soppressione
del tumore da prodotti naturali è quello di indurre proprio l’apoptosi, fornendo così una base
genetica per la terapia del cancro da prodotti naturali.
Come in effetti è stato dimostrato in molti esperimenti in vitro, la proteina p53, codificata da un
gene soppressore del tumore e chiamata anche “il guardiano del genoma”, provoca l’arresto della
crescita o apoptosi in risposta a una varietà di stress biochimici e fisici. L’apoptosi p53-
dipendente, che si verifica in diversi tessuti sensibili dopo radioterapia o chemioterapia, è
parzialmente responsabile degli effetti collaterali del trattamento del cancro, rendendo la p53 un
potenziale obiettivo per stimolare la soppressione dei tumori.
Quando i topi vengono esposti a prodotti naturali, come mio-inositolo, curcumina, esculetina,
resveratrolo, licopene, aumenta l’espressione del p53 e k-ras nel tumore del polmone.
Le sostanze cancerogene presenti nella dieta che innescano la fase iniziale del tumore
comprendono muffe e aflatossine (es. arachidi e mais), le nitrosammine (in carni affumicate e altri
prodotti trattati), grassi rancidi e oli da cucina, alcol etilico, vari additivi e conservanti alimentari.
Inoltre l’associazione di alimenti diversi può avere effetto cumulativo; quando a una dieta non
corretta si sommano vari inquinanti ambientali – come smog, fumo (non solo di sigaretta, ma
anche idrocarburi), radiazioni UV, eccesso di radicali liberi, mancanza di esercizio fisico e stress –
tutto è pronto per danneggiare il DNA e stimolare la progressione del cancro.
Gli aminoacidi come la cisteina e gli antiossidanti naturali come i costituenti dell’olio di
garofano o dell’olio di oliva sono potenzialmente utili per compensare i danni causati da una
varietà di tossine ambientali.
È stato dimostrato che molte malattie, compreso certamente il cancro, sono dovute al sistema di
disintossicazione del fegato non ben funzionante. Uno studio presso un impianto chimico italiano
ha dimostrato che i lavoratori con un insufficiente enzima disintossicante del fegato avevano un
maggior rischio di sviluppare il cancro della vescica.
Tra le piante più note che promuovono una corretta funzione del fegato ci sono il Tarassaco
(Taraxacum officinalis), il Cardo mariano (Silybum marianum) e il Carciofo (Cynara scolymus). La
comune Barbabietola rossa (Beta vulgaris) è particolarmente interessante per il buon
funzionamento del fegato e può essere consumata cruda, cotta o in succo.
Le verdure crude, o meglio in succhi (carote, sedano, prezzemolo, barbabietole eccetera)
ottenuti con una centrifuga o un estrattore, sono un’ottima fonte di fattori protettivi, concentrati e
biodisponibili, oltre che di vitamine, sali minerali ed enzimi vegetali.
Dell’importanza dei glucosinolati (isotiocianati in particolare), presenti nel Cavolo e nelle
crucifere in genere (Figura 4), abbiamo già parlato a proposito del tumore dello stomaco. Essi
risultano fondamentali nella prevenzione. Le crucifere sono così chiamate perché i loro fiori aperti
ricordano una croce (cavolfiore, cavolo verza, cavolini di Bruxelles, cavolo cappuccio, cavolo nero,
cavolo riccio, broccoli, broccoletti, rape, ravanelli, rucola, senape). Sono oltretutto vegetali ricchi
di vitamine del gruppo B e del gruppo C (germogli di cavolo, broccoli di Bruxelles) che
promuovono tra l’altro la disintossicazione enzimatica del fegato.

Figura 4 – Quantità di isotiocianati presenti nei vari tipi di cavolo (in mg/100 g).
Altri alimenti ricchi di vitamina C sono peperoni, pomodori, arance e mandarini.
Alimenti ricchi di glutatione – come avocado, asparagi e noci – sono molto importanti per il
fegato e la sua disintossicazione.
La tendenza generale attuale a identificare i prodotti naturali vegetali come agenti di
prevenzione del cancro si basa ormai su una base concettuale sempre più ampia e sulla
comprensione più profonda dei loro meccanismi d’azione nel prevenire e contrastare la
carcinogenesi.

Antiossidanti
Gli antiossidanti sono contenuti in una vasta varietà di frutta e verdura, estratti vegetali, bevande,
erbe e spezie; c’è ormai una letteratura scientifica consolidata che dimostra le loro proprietà
nell’inibire l’iniziazione di molti tumori.
Infatti uno dei più importanti stimoli per iniziare la costruzione della cellula cancerosa è il
danno ossidativo al DNA. Se una cellula contenente DNA danneggiato si divide prima che il DNA
possa essere riparato, con una certa probabilità il risultato sarà un’alterazione genetica
permanente che potrà dare origine alla carcinogenesi. Come già accennato, le cellule dei tessuti a
più rapida suddivisione – come quelle dell’intestino, del pancreas, del polmone o della pelle – sono
più suscettibili a sviluppare cellule neoplastiche semplicemente perché c’è una minor possibilità
di una riparazione efficace prima della divisione cellulare definitiva.
Non vi sono dubbi ormai sul fatto che lo stress ossidativo possa influenzare lo sviluppo di cellule
tumorali in diversi modi; e ci sono prove convincenti che gli antiossidanti e i composti
antinfiammatori potrebbero essere utilizzati per modificare l’ambiente dove avvengono le reazioni
di ossidoriduzione (redox) delle cellule tumorali e quindi il loro comportamento. Ciò è
scientificamente coerente con un probabile ruolo dello stress ossidativo nello stimolare il
cosiddetto “fenotipo mutatore”, e c’è altrettanta evidenza che gli stati infiammatori cronici sono
collegati con un aumento del rischio di cancro e di malattie cerebro- e cardiovascolari. Gli
antiossidanti, inoltre, hanno un significativo potenziale nel ridurre l’instabilità genetica delle
cellule tumorali e quindi possono essere utili anche nel trattamento del tumore già diagnosticato,
addirittura in certi casi migliorando l’azione farmacologica della chemioterapia.
Per esempio la vitamina C incrementa gli effetti citotossici di cisplatino ed etoposide contro le
cellule di cancro della cervice uterina in vitro stabilizzando la proteina p53. Inoltre è stato
dimostrato che gli antiossidanti, compresi i flavonoidi e gli altri composti fenolici, possono indurre
stress ossidativo selettivamente proprio sulle cellule tumorali. Il beta-carotene, a livelli di poco
superiori a quelli che si raggiungono normalmente nel plasma umano, ha dimostrato di indurre
l’apoptosi delle cellule di adenocarcinoma umano in vitro tramite un meccanismo mediato dai
radicali liberi.
La vitamina C addirittura è citotossica in diverse linee di cellule in vitro, sempre grazie alla
generazione di radicali liberi, e stimola l’espressione del p-53. Questi studi evidenziano la
necessità di prendere in considerazione gli effetti redox quando si parla di azioni in vitro di
antiossidanti composti vegetali.
Nelle valutazioni sulla potenziale efficacia anticarcinogenetica delle sostanze naturali è
importante comprendere l’identificazione dell’attività antiossidante di un agente, l’induzione di
enzimi metabolizzanti di fase II e gli effetti sulla proliferazione cellulare e sulle vie biochimiche
dell’apoptosi.
L’efficacia in vivo è valutata principalmente su modelli animali di cancerogenesi utilizzando
roditori con caratteristiche genetiche particolari che sono specifiche per un determinato organo
bersaglio. Il vero ruolo dei modelli animali geneticamente modificati per una precisa malattia o
organo per studi in vivo e la valutazione degli agenti di chemioprevenzione rimangono tuttavia
ancora poco chiari, anche se risultano utili al fine superiore di salvare vite umane.
Le opportunità e le esigenze future includono lo sviluppo di affidabili modelli predittivi in vitro e
in vivo di cancerogenesi, l’esplorazione attenta della farmacologia preventiva con agenti
terapeutici utilizzabili per la prevenzione oncologica, e l’incorporazione del rischio genetico in
coorti di pazienti umani per definire l’efficacia chemiopreventiva.
La vitamina C, per esempio, è nota per l’interferenza con l’azione dei nitriti (che sono sostanze
conservanti cancerogene), e sono in corso ulteriori studi di intervento dietetico per verificare la
capacità dell’acido ascorbico di invertire le lesioni precancerose dello stomaco. La vitamina E è
un lipide con azione scavenger (spazzino) sui nitriti e i radicali liberi, ma le prove cliniche
definitive che dimostrino che la vitamina E riduce significativamente il rischio di cancro nell’uomo
sono ancora inconcludenti.
Le prove dell’efficacia clinica di tutte le sostanze presenti nella frutta e nella verdura così come
nelle piante medicinali, e così come, del resto, nella complessità di una dieta, sono abbastanza
difficili da ricavare, perché occorre dimostrare che a distanza di anni determinati tipi di tumore
non si sono formati in gruppi di persone con caratteristiche simili. Ma esistono modalità
particolari di ricerche (studi epidemiologici, di coorte e caso-controllo) che consentono di
verificare se per esempio ci sia una correlazione tra un tipo particolare di dieta e un’altra nella
riduzione dell’incidenza di tumori o di altre patologie. Questo è fattibile, pur se complesso, anche
per singoli alimenti o sostanze. Ovviamente il percorso – seguire numerosi pazienti per molti anni
con parecchi fattori confondenti che devono essere ben valutati al fine di avere risultati non
alterati da errori di valutazione – non è facile ed è molto costoso, ma è fattibile.
Fortunatamente oggi sono disponibili molti studi epidemiologici, anche numericamente
consistenti, che hanno dimostrato ampiamente come per esempio l’assunzione continuativa di Tè
verde (Figura 5), anche in forma di bevanda, riduca il rischio di molti tumori in maniera
statisticamente significativa, e questo in virtù del suo contenuto in polifenoli, di cui abbiamo
parlato estesamente nella parte dedicata ai singoli tumori.

Figura 5 – Tè verde.

Flavonoidi
I flavonoidi sono i pigmenti idrosolubili ubiquitari nel mondo vegetale; si trovano nelle verdure,
frutta, cereali, fiori, foglie, cortecce. Questi pigmenti possono ripulire superossido, idrossi e
proxyradicali, rompendo le reazioni a catena perossido-lipidiche. Essi hanno anche dimostrato di
proteggere le cellule dai danni da raggi X, bloccare la progressione del ciclo cellulare anomalo,
inibire le mutazioni, bloccare la sintesi delle prostaglandine e prevenire la carcinogenesi in
diverse fasi di progressione in animali da esperimento.
La quercetina (che si trova nelle cipolle, mele, uva, olive, capperi ecc.) somministrata per via
intraperitoneale alla dose di 150 mg/kg/die ha ridotto la crescita di due differenti tipi di cellule
tumorali della prostata umana iniettate in topi. Gli isoflavoni, gli acidi fenolici e la genisteina (si
trovano nella Soia) sono risultati inibitori delle cellule T-leucemia Jurkat e del cancro della
vescica.
La genisteina agisce sinergicamente con l’acido eicosapentaenoico nell’inibire la proliferazione
delle cellule di cancro al seno umano in vitro. In questo medesimo studio, la genisteina inibiva
anche la proliferazione delle cellule tumorali pancreatiche in vitro per modulazione della sintesi
del DNA mediante alterazione dell’ossidazione del glucosio.
L’assorbimento e il metabolismo della quercetina (e altri fenolici) sono ancora poco conosciuti.
Per molti anni si è ritenuto che quercetina, curcumina e alcuni altri composti fenolici non avessero
un basso assorbimento ematico, poiché nessun composto immodificato veniva identificato e
misurato nel plasma dopo somministrazione orale. Tuttavia, negli ultimi anni è diventato chiaro
che questi composti sono difatti assorbiti ma poi fortemente metabolizzati (ossia suddivisi in
numerose molecole, da identificare) prima di raggiungere il plasma. Il dubbio a questo punto è se
queste molecole che si formano dopo la metabolizzazione siano o no effettivamente attive, ossia se
certe sostanze siano attive solo in vitro, negli esperimenti scientifici. Una volta entrate nel
complesso gioco biochimico del corpo umano restano efficaci o no? La maggior parte del
metabolismo di tali molecole si attua per glucuronidazione e porta alla formazione dei cosiddetti
coniugati glucuronidi. Tuttavia, se i flavonoidi per via naturale hanno senz’altro un’azione
preventiva, è bene prestare attenzione perché a dosi di laboratorio si possono avere delle
sorprese: infatti la quercetina per via intraperitoneale a dosi di 2-20 mg/kg/die nei topi ha
stimolato la crescita di cellule di melanoma iniettate per via intraperitoneale; e ancora la
genisteina a dosi relativamente basse stimolava la crescita di cellule di tumore della mammella
nei topi (un tumore ovviamente già presente!), mentre un’alimentazione ricca di Soia, che pure
contiene genisteina, riduce il rischio di incidenza di tumore mammario.
La discrepanza tra studi di laboratorio e studi clinici non deve comunque meravigliare, perché
la biologia degli organismi è differente, la farmacocinetica e il metabolismo delle sostanze può
essere diverso: nell’alimentazione infatti la sostanza è parte integrante di un alimento, con mille
altre sostanze che, insieme, agiscono diversamente. E quello che conta poi è il risultato finale.
La Curcuma, invece, somministrata a topi a cui era stato iniettato il tumore della prostata
umano inibiva significativamente la crescita, riduceva l’angiogenesi e provocava l’apoptosi
cellulare. La curcumina inoltre diminuiva la crescita di tumori della pelle nei topi a cui era stato
applicato topicamente un agente molto cancerogeno. In questo studio è stato anche dimostrato
che la curcumina ha pure ridotto l’espressione degli oncogeni ras e fos nella pelle.

Resveratrolo
Fu isolato per la prima volta dalle radici di Elleboro bianco (pianta erbacea dai classici fiori
bianchi, diffusa anche nel territorio europeo); le principali fonti alimentari di resveratrolo sono
rappresentate dalla frutta di colore rosso vivo e viola come l’uva, i mirtilli e in generale i frutti di
bosco. Anche la frutta secca ne contiene una certa quantità. Tuttavia la fonte principale di
resveratrolo su cui si è focalizzata l’attenzione è l’uva; pertanto lo troviamo anche nel vino
(Tabella 1) anche se, volendolo prescrivere, utilizziamo estratti ottenuti dalla buccia dell’uva.
Sarebbe infatti proprio il resveratrolo la sostanza che conferirebbe al vino le note proprietà
salutari.
La somministrazione orale a topi di glicosidi di resveratrolo (la forma vegetale che si trova
naturalmente nelle piante) per 32 giorni consecutivi ha ridotto marcatamente la crescita di cellule
tumorali del polmone impiantate e ridotto le metastasi.

Tabella 1 – Contenuto di resveratrolo nell’uva e nel vino.

Contenuto in resveratrolo
Vino bianco 0,1-0,5 mg/l
Vino rosso 0,5-5 mg/l
Pinot nero (Borgogna) 10 mg/l
Uva 15 mg/kg

La somministrazione intraperitoneale di 2,5 e 10 mg/kg al giorno di resveratrolo ha inibito la


crescita del tumore, le metastasi e l’angiogenesi tumorale di un impianto di cellule del cancro del
polmone nei topi. Inoltre nei topi la somministrazione orale di resveratrolo in acqua potabile ha
ridotto la crescita di cellule di fibrosarcoma, inibendo l’angiogenesi.
È molto interessante un esperimento che dimostra come il siero di ratti pretrattati con
resveratrolo orale sia in grado di inibire l’invasione tumorale in vitro. Infine, in un altro
esperimento il resveratrolo migliorava significativamente la funzione cellulare in cellule di fegato
esposte ad agenti cancerogeni.

Figura 6 – I più importanti inibitori naturali della metilazione del DNA, che alterano anche l’espressione genica tramite
meccanismi epigenetici (modificata da Shankar et al. 2014).
PARTE QUARTA
Interazioni erbe-farmaci
Rischi comuni di interazioni

Il paziente oncologico è tra quelli maggiormente a rischio di interazioni indesiderate tra


erbe/integratori e farmaci:
1. dal momento della diagnosi al momento dell’intervento chirurgico possono passare anche molti
mesi di attesa, ad esempio per eseguire una chemioterapia pre-operatoria, e proprio in questa
fase inizia spesso il ricorso a forme di automedicazione, anche incontrollate, che possono
esporre il paziente a rischi;
2. il paziente cerca di integrare la terapia oncologica con integratori, spesso anche numerosi,
senza comunicarlo al medico, per aumentare le difese immunitarie, a scopo antidepressivo o
antiastenico, o semplicemente per ridurre gli effetti collaterali della chemioterapia. In questa
fase si possono avere teoricamente rischi di interazioni con i farmaci che il paziente sta già
assumendo, soprattutto se l’aggiunta di medicinali vegetali o anche solo di integratori o
prodotti erboristici non viene concordata con il medico di riferimento o un esperto di
fitoterapia.

In questa parte del libro abbiamo voluto raggruppare le erbe più frequentemente utilizzate in tre
categorie, evidenziandole con i colori del semaforo, semplicemente per richiamare una maggiore
attenzione da parte del paziente:
ROSSO: quelle con rischi certi o probabili di interazioni, almeno in alcune situazioni ben
definite;
GIALLO: quelle con rischi di interazioni farmacologiche, possibili in alcuni casi;
VERDE: quelle decisamente dotate di maggior tranquillità e maneggevolezza.

3. Le interazioni ovviamente possono avvenire anche nel periodo che segue la fase dell’intervento
e della chemioterapia, per esempio con le terapie ormonali.
4. Quando è il momento dell’intervento chirurgico si possono verificare invece sostanzialmente
due tipi di rischi:
– interazioni con anticoagulanti utilizzati sia prima sia dopo l’intervento chirurgico;
– interazioni con i farmaci sedativi e anestetici utilizzati per l’intervento, così come con gli
analgesici utilizzati nel post-intervento.

Nella Tabella 1 sono riportate le raccomandazioni più utili da seguire prima dell’intervento
chirurgico, qualora il paziente stia già assumendo prodotti naturali. Una percentuale molto alta
(che varia dal 9 al 55%) di pazienti che si presenta a una visita pre-anestesiologica usa erbe
medicinali. La raccomandazione è quella di riferire comunque al medico anestesista
dell’assunzione di qualunque prodotto: erboristico, integratori, medicinali vegetali e non,
ovviamente, anche di prodotti omeopatici, perché possono contenere estratti di piante non diluiti.

ESEMPIO CONCRETO: LO ZENZERO


Un problema importante a livello chirurgico può essere un eccessivo e inaspettato sanguinamento, che
potrebbe essere favorito dall’utilizzo di prodotti a base di zenzero, una pianta medicinale molto usata dai
pazienti oncologici a scopo antinausea, peraltro oggi reperibile in molti negozi di orto-frutta, e utilizzata
spesso anche come condimento. Il suo uso a scopo curativo dovrebbe essere interrotto prima dell’intervento.

Tabella 1 – Raccomandazioni utili prima di un intervento chirurgico.

Effetti Raccomandazioni
Aglio Rischio di emorragie durante e dopo Sospendere 7 giorni prima dell’intervento
l’intervento chirurgico
Aloe Possibile ipoglicemia e diarrea Sospendere 3 giorni prima dell’intervento
Echinacea Rischio di reazioni allergiche Sospendere prima dell’intervento
Rischio di aritmie e ipertensione arteriosa.
Efedra Pianta proibita spesso sostituita con la Sospendere 7 giorni prima dell’intervento
sinefrina (Citrus aurantium)
Sospendere gradualmente 3 giorni prima
Escolzia Potenzia l’effetto di sedativi e barbiturici
dell’intervento
Aumenta il rischio di emorragie durante e
Ginkgo Sospendere 7 giorni prima dell’intervento
dopo l’intervento chirurgico
Possibile ipoglicemia, interferisce con i Sospendere almeno 7 giorni prima
Ginseng
dicumarolici dell’intervento
Guaranà e piante a La caffeina può modificare la biodisponibilità
Sospendere 7 giorni prima dell’intervento
caffeina di sedativi e anticoagulanti
Riduce l’efficacia di numerosi farmaci,
Sospendere gradualmente 15 giorni prima
Iperico compresi digitale, dicumarolo, teofillina,
dell’intervento
barbiturici
Interagisce con cortisonici, diuretici, digitalici; Sospendere almeno 15 giorni prima
Liquirizia
provoca ipokaliemia dell’intervento
Rischio di emorragie durante e dopo
Mirtillo Sospendere 7 giorni prima dell’intervento
l’intervento chirurgico
Salice e piante a Riduce l’aggregazione piastrinica e aumenta il Sospendere gradualmente 7 giorni prima
salicilati rischio di emorragie gastroduodenali dell’intervento
Valeriana Potenzia l’effetto di sedativi e barbiturici Sospendere 3 giorni prima dell’intervento

(Fonte: Firenzuoli F. Fitoterapia, IV ed. Milano, Edra, 2009).

Gli effetti indesiderati derivanti dall’assunzione delle erbe medicinali nel periodo che precede e
segue un’anestesia potrebbero essere anche gravi e immediati, fino a costituire un pericolo per la
vita stessa del paziente. Tra gli effetti indesiderati ci sono instabilità cardiovascolare, disturbi
idroelettrolitici, endocrini, della coagulazione, disordini immunologici o il prolungamento
dell’anestesia.
Per il paziente oncologico, comunque, il rischio maggiore di interazioni, anche pericolose, tra
erbe e farmaci, si ha in particolare durante la chemioterapia.
Fondamentale evitare il fai-da-te.
Il rischio di interazioni clinicamente importanti – tra fitoterapici, integratori, erbe e farmaci –
inoltre varia molto da paziente a paziente, in relazione al metabolismo individuale dei farmaci, alla
massa grassa del paziente, alla quantità di farmaci e/o di erbe assunte contemporaneamente, alla
tipologia di alimentazione, a pregressi interventi chirurgici, ma anche alla presenza di altre
malattie, oltre quella oncologica (es. insufficienza renale o epatica ecc.).
Con l’aumentare del numero di erbe presenti in un prodotto naturale si rende praticamente
imprevedibile il rischio di interazioni e la tipologia di effetti che ne possono scaturire. Questo vale
a maggior ragione in presenza di farmaci biologici o immunoterapici, introdotti nei protocolli
terapeutici più di recente.
Nella Tabella 2 sono elencate le erbe più comuni, classificate in base alla loro fascia di rischio.

Tabella 2 – Interazioni tra erbe/integratori e terapie oncologiche.

Effetti
Pianta Rischio Farmaci Cosa fare
dell’interazione
Immunosoppressori. Evitare la
Echinacea Tamoxifene e somministrazione
Echinacea spp irinotecan (in vitro). durante
Etoposide (in vivo). Possibili chemioterapia, in
Integratori, galenici. riacutizzazioni di particolare in
A causa malattie autoimmuni. patologie
Utilizzata dell’inibizione di Descritto un caso di ematologiche e
comunemente in CYP3A4 CYP2C8 e P- grave piastrinopenia autoimmuni.
automedicazione gp potrebbe da etoposide.
come amplificare la Sconsigliata
immunostimolante. tossicità di alcuni l’automedicazione nel
chemioterapici. paziente oncologico.
Non associare a
imatinib.
Irinotecan, taxolo, Possibile aumento
Ginseng della tossicità dei Cautela all’uso
imatinib. prolungato nei
Panax ginseng Anticoagulanti orali. chemioterapici se uso
concomitante pazienti con tumori
Tamoxifene. estrogeno-sensibili.
Integratori, galenici. (imatinib).
Farmaci ipotensivi. Evitare nei soggetti
Possibile effetto
Usato comunemente estrogeno- ipertesi, in terapia
Il meccanismo con anticoagulanti
in automedicazione potrebbe risiedere stimolante. orali o con
contro la stanchezza nell’inibizione del Possibile riduzione psicofarmaci.
fisica e mentale. CYP3A4. d’efficacia del Sconsigliata
tamoxifene. l’automedicazione nel
paziente oncologico.

Antidiabetici.
Graviola Chemioterapici. Evitare l’assunzione
Annona muricata Ipotensivi. contemporanea
durante
Possibile aumento chemioterapia.
Utilizzata come Le acetogenine della tossicità dei
antiossidante, presenti nella pianta Neurotossicità
farmaci.
preventivo, inibiscono la P-gp con intrinseca.
anticancro, possibile aumento Assenza di studi
depurativo. della tossicità dei clinici.
farmaci.
Proibire
Non può essere assolutamente
assunto insieme a l’assunzione di
Iperico moltissimi farmaci, e Riduce l’efficacia dei iperico durante
tra questi anche: farmaci perché ne chemio- o
Hypericum
irinotecan, taxolo, accelera il radioterapia anche in
perforatum
imatinib, paclitaxel, metabolismo, agendo forma di integratore.
etoposide, crizotinib, come induttore
Utilizzato per Interrompere
ciclofosfamide, enzimatico di
migliorare il tono l’assunzione di
tamoxifene, numerosi citocromi e
dell’umore e curare iperico 15 giorni
ciclosporina, della P-gp (i naturali
sindromi depressive. prima delle terapie.
everolimus, sistemi di
anestetici, smaltimento Se associato ad
Integratori, galenici. antidepressivi
anticoagulanti, cellulari).
omeprazolo, l’iperico può
paracetamolo… aumentarne la
tossicità.
Chemioterapici.
Anticoagulanti.
Noni (frutto) Diuretici. Evitare l’assunzione
Morindia citrifolia Antiepilettici. Può ridurre l’efficacia contemporanea
Farmaci epatotossici. della chemioterapia. durante
Utilizzato come Può aumentare chemioterapia.
integratore L’epatotossicità l’epatotossicità di Interessante l’effetto
“depurativo”, descritta in numerosi alcuni farmaci. antinausea testato
antinfiammatorio e case report sembra anche clinicamente.
antiossidante. debba attribuirsi alla
presenza di molecole
antrachinoniche.
Non può essere Proibire
assunto insieme a assolutamente
moltissimi farmaci, e l’assunzione di succo
Pompelmo tra questi: di pompelmo durante
chemioterapici, Agisce inibendo
Citrus paradisi chemioterapia e altre
estroprogestinici, alcuni meccanismi
terapie
benzodiazepine, metabolici, come la
Bevande a base di farmacologiche.
P-gp e i citocromi,
succo assunte a calcioantagonisti, Le interferenze sono
aumentando la
scopo rinfrescante o statine, abitualmente rapide,
tossicità dei farmaci.
depurativo. amiodarone, anche se il pompelmo
cannabis, viene assunto
ciclosporina, a distanza dal
altre. farmaco.

Soia, Trifoglio,
Luppolo, Fieno
greco, Tisana di
Caisse
Evitare l’uso nelle
Integratori o galenici Tamoxifene. donne che abbiano o
Possibile riduzione di
utilizzati come fonte Inibitori abbiano avuto un
efficacia dei farmaci.
di fitoestrogeni per dell’aromatasi. tumore estrogeno-
contrastare la sensibile.
sintomatologia
neurovegetativa della
menopausa.

Bortezomib.
Nadololo.
Temozolomide. Riduzione di efficacia
del bortezomib e del Estratti di Tè verde
Tè verde Possibile interazione nadololo. non devono essere
Camellia sinensis con la Possibilie sinergia assunti durante
farmacocinetica d’azione con altri terapia con
Integratori, galenici. dell’irinotecan, del farmaci come il bortezomib.
tamoxifene e di altri
farmaci per azione temozolomide.
sulle pompe di
afflusso e sulla P-gp.

Aloe
Possibile riduzione di
Aloe spp Lassativi. efficacia dei
Diarrea/squilibri
Antidiabetici orali. chemioterapici orali.
Integratori, alimenti, elettrolitici.
Irritazione mucosa Possibile utilizzo in
bevande, galenici. Sommazione di
del colon. forma di gel a scopo
effetti
Inibisce in vitro il antinfiammatorio e
Usato comunemente in caso di abuso o protettivo della
citocromo CYP3A4 e
in automedicazione uso improprio. mucosa del tubo
CYP2D6.
come lassativo, digerente.
talvolta abusato.
Astragalo
Astragalus Farmaci Nessuna
Possibile sinergia
membranaceus immunosoppressori. segnalazione di
d’azione con
Può potenziare interazioni con
chemioterapia per
Usato comunemente diuretici, chemioterapici.
cancro colorettale e
in automedicazione anticoagulanti e Cautela nei pazienti
per tumori polmonari.
contro la stanchezza ipotensivi. in terapia ormonale.
fisica e mentale.
Antiaggreganti
Ginkgo
piastrinici.
Ginkgo biloba Nessuna
Anticoagulanti orali. segnalazione di
Integratori interferenza con
Meccanismo: Aumento del rischio chemioterapici.
sommazione di effetti emorragico. Evitare l’uso
Usato comunemente
e interazioni di tipo contemporaneo con
in automedicazione
farmacocinetico per FANS e con farmaci
per migliorare la
inibizione della P-gp e gastrolesivi.
concentrazione e la
interferenza con i
memoria.
citocromi.
Nessuna
Cortisonici. Per effetto simil-
Liquirizia segnalazione di
Diuretici. aldosteronico
Glycyrrhiza glabra interferenza con
l’associazione può
Digitatici. chemioterapici.
provocare
Utilizzata in Lassativi. I rischi di interazione
ipopotassiemia e
automedicazione Ciclosporina. si hanno in
ipertensione
contro bruciori particolare in caso di
arteriosa.
gastrici e stitichezza, Potrebbe ridurre la assunzione
Riduce la
in forma di alimento, resistenza ad alcuni prolungata o di
biodisponibilità della
preparati erboristici, chemioterapici per abuso.
ciclosporina perché
integratori e azione sulle pompe di L’uso a breve termine
attiva la P-gp e il
medicinali galenici. afflusso. non comporta rischi
CYP3A4.
particolari.
Rodiola Potrebbe potenziare
Rhodiola rosea l’attività di alcuni Nessuna
Antidepressivi. farmaci ipotensivi segnalazione di
Usato comunemente Sartani. (sartani) e altri per interferenza con
in automedicazione inibizione del CYP3A4 chemioterapici.
come antidepressivo. e della P-gp.

Zafferano
Antidepressivi. Nessuna
Crocus sativus
Inibizione della Possibile sommazione segnalazione di
ricaptazione di amine di effetti. interferenza con
Usato comunemente
biogene. chemioterapici.
come spezia.

Positivo effetto
antinausea da
Zenzero chemioterapia e altri
Zingiber officinale Chemioterapici. farmaci.
FANS. Cautela quando Nessuna
associato ad segnalazione di
Usato comunemente Antiaggreganti.
antiaggreganti e interferenza con
in automedicazione Anticoagulanti. chemioterapici.
contro nausea e Ciclosporina. anticoagulanti.
vomito. Possibile riduzione
della concentrazione
di ciclosporina.

Ashwagandha
Nessuna
(Withania)
segnalazione di
Withania somnifera
Utilizzata come Benzodiazepine. Possibile sommazione interferenza con
pianta antistress e Ipnotici. di effetti con sedativi. chemioterapici.
antiastenia. Può interagire con la
funzionalità tiroidea.

Boswellia Nessuna
Cortisonici.
Boswellia serrata segnalazione di
Inibizione COX e LOX. Effetto antiedema.
interferenza con
Utile per la sua
Integratori, galenici. chemioterapici.
Potrebbe avere attività
In caso di intolleranza
effetto di antinfiammatoria.
Usata comunemente gastrica perché
sommazione con Effetto sinergico con i
in automedicazione resinosa, va assunta
antiaggreganti e cortisonici.
contro i dolori in capsule
anticoagulanti.
reumatici. gastroprotette.
Camomilla
Azione sinergica con
Matricaria recutita FANS, cortisonici e
chemioterapici. Nessuna
Usata comunemente Inibisce l’attività di Utile come segnalazione di
in automedicazione numerosi isoenzimi gastroprotettore. interferenza con
come rimedio del citocromo P450 chemioterapici.
rilassante e protettivo senza interazioni
della mucosa clinicamente efficaci.
gastrica.
Cimicifuga Su colture cellulari di
Estratti isopropanolici
Cimicifuga racemosa cancro della Cautela nei pazienti non interferiscono
mammella aumenta epatopatici. con la terapia con
Utilizzata per il la tossicità della
Cautela con tamoxifene. Va
controllo della doxorubicina e del
particolari estratti. assunta su
sintomatologia docetaxel e riduce
indicazione medica.
climaterica. quella del cisplatino.
Possibilità di sinergia
con oxaliplatino nel
cancro colo-rettale e
con gemcitabina nel
Curcuma Inibitore CYP450 e P- cancro pancreatico.
Curcuma longa gp. Potenzia l’efficacia di Cautela durante la
Gemcitabina. molti farmaci. terapia con
Integratori, galenici. Oxaliplatino. anticoagulanti o
antiaggreganti
piastrinici per il
rischio di aumento
della tossicità.
Possibile teorica
sommazione di
Lavanda
effetti.
Lavandula officinalis Nessuna
Sedativi Come conseguenza
segnalazione di
Attivazione del delll’uso cronico sono
Usata comunemente interferenza con
sistema GABAergico. stati descritti alcuni
in automedicazione chemioterapici.
casi di ginecomastia
come rilassante.
per sospetti effetti
estrogenici.

Silimarina Farmaci epatotossici.


Estratto di Cardo Attività modesta Nessuna
Alcool. segnalazione di
mariano come
Tossici esogeni. epatoprotettore. interferenza con
Virus epatotossici. chemioterapici.
Presente in medicinali
e integratori.

Può aumentare
Uncaria Nessuna
Immunosoppressori. l’efficacia di
Uncaria tomentosa segnalazione di
Sperimentalmente anticoagulanti,
interferenza con
inibisce il CYP3A4. inibitori delle
Immunostimolante. chemioterapici.
proteasi, ciclosporina.

Valeriana
Benzodiazepine. Nessuna
Valeriana officinalis Ad alte dosi possibile
segnalazione di
Barbiturici. sommazione
interferenza con
Utilizzata come Antipsicotici. dell’effetto sedativo.
chemioterapici.
ipnoinducente.
APPENDICE
I numeri dell’oncologia
La ricerca e il progresso in
oncologia

Premessa
Lo scenario oncologico nazionale subisce annualmente profonde variazioni, recentemente nel
verso più positivo del flusso numerico complessivo. Ogni giorno circa 1000 persone ricevono la
diagnosi di un tumore: è un numero importante che testimonia la rilevanza della patologia
oncologica e gli sforzi che devono essere fatti in termini di prevenzione primaria per ridurre il
rischio di ammalarsi.
Il trend di incidenza appare in netto calo negli uomini e stabile nelle donne: diminuiscono i
tumori dello stomaco e del colon-retto (riduzione in gran parte attribuibile agli effetti dello
screening oncologico, che permette di interrompere la sequenza adenoma-carcinoma) e calano le
leucemie. Negli uomini continua la diminuzione dei tumori del polmone e della prostata e nelle
donne dell’utero e dell’ovaio. In entrambi i generi continua il trend in crescita dei tumori del
pancreas, del melanoma e dei tumori della tiroide (più spiccato tra gli uomini). Continua ad
aumentare il tumore del testicolo nei maschi e del polmone e della mammella nelle femmine, ma
solo in età 45-49 anni e >70 (che sono le fasce di età nelle quali si è avuto un ampliamento dello
screening programmato).
Per quanto riguarda i confronti geografici, si osserva una maggiore uniformità tra l’incidenza
registrata nelle regioni del Nord e del Centro Italia in entrambi i sessi rispetto alle regioni del
Sud, dove persistono ancora effetti protettivi legati agli stili di vita e ai comportamenti. La
mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi come risultato di più
fattori, quali la prevenzione primaria e in particolare la lotta al tabagismo, la diffusione degli
screening su base nazionale e il miglioramento diffuso delle terapie in un ambito sempre più
multidisciplinare e integrato.
La sopravvivenza è il principale outcome o Key Performance Indicator in campo oncologico,
perché permette di valutare l’efficacia del sistema sanitario e del progresso della ricerca
scientifica nei confronti della patologia tumorale ed è condizionata da due aspetti:
la fase nella quale viene diagnosticata la malattia (il gap diagnostico rimane tutt’oggi il fattore
principale di condizionamento dell’esito delle terapie);
l’efficacia delle terapie intraprese.

Complessivamente le donne hanno una sopravvivenza a 5 anni del 63%, migliore rispetto a quella
degli uomini (54%), in gran parte legata al fatto che nelle donne il tumore più frequente è quello
della mammella, caratterizzato da una buona prognosi. Le persone che si sono ammalate nel
2005-2009 hanno una sopravvivenza migliore rispetto a chi si è ammalato nel quinquennio
precedente sia negli uomini (54% vs 51%) sia nelle donne (64% vs 60%). Queste differenze
percentuali, seppur apparentemente esigue, si riferiscono a migliaia di persone vive in più
rispetto agli anni precedenti.
Negli uomini le sopravvivenze migliori si registrano per i tumori del testicolo, della prostata e
della tiroide; nelle donne per tiroide, melanoma e mammella. La sopravvivenza peggiore per
entrambi i sessi è a carico del pancreas (meno del 10%). Al Nord si registrano valori più elevati
rispetto alle regioni del Sud: le sopravvivenze con valori più elevati si registrano in Emilia-
Romagna e Toscana sia negli uomini (56%) sia nelle donne (65%). Per quanto riguarda la
prevalenza sono 3.300.000 le persone vive oggi in Italia con una pregressa diagnosi di tumore: nei
maschi, due terzi hanno una pregressa diagnosi di tumore della prostata, del colon o della vescica
mentre nelle donne oltre il 40% è rappresentato dal tumore della mammella.
Il miglioramento dei processi di cura, lo stato di salute della ricerca scientifica e
l’organizzazione non sempre codificata dei percorsi diagnostico-terapeutici di supporto obbligano
a riflettere sulla necessità di una governance dei servizi di assistenza territoriale ben codificata e
coordinata, nonché sull’esigenza di un modello di stewardship, nel quale i vari centri siano inseriti
in una rete in grado di gestire l’intero percorso diagnostico, terapeutico, assistenziale del paziente
in un approccio multidisciplinare alla patologia, suggerendo di operare in una logica di
disinvestment che consenta poi di riallocare le risorse secondo criteri di appropriatezza e
sostenibilità.
La presenza di reti oncologiche sul territorio migliora l’equità di accesso alle cure, ma a oggi
sconta una forte differenza regionale, che pregiudica nelle regioni meno organizzate anche la
tempestività della presa in carico.
Per migliorare l’assetto territoriale delle reti oncologiche, la valutazione dovrebbe essere non
solo di processo, ma anche di esito. L’immagine di una sanità a più velocità emerge anche in
relazione alla tempistica di accesso ai farmaci ad alto costo oppure all’adesione molto
diversificata a programmi di screening.
Occorre adottare un’ottica di lungo periodo per stimare con maggior precisione la spesa
prevista per i prossimi decenni, partendo dalla conoscenza della domanda di salute – ovvero i
bisogni dei pazienti – e dell’offerta – ovvero la disponibilità di tecnologie e soprattutto delle loro
traiettorie di sviluppo negli anni a venire.

Dati di incidenza
All’inizio del 2017, l’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) ha stimato che verranno
diagnosticati in Italia circa 369.000 nuovi casi di tumore maligno (esclusi i tumori cutanei non
melanoma): 192.000 (52%) negli uomini, 177.000 (48%) nelle donne.
Complessivamente in Italia ogni giorno vengono diagnosticati circa 1000 nuovi casi di tumore
maligno. I tumori più frequentemente diagnosticati nella popolazione italiana sono il carcinoma
del colon-retto, (14%) ed il carcinoma della mammella (14%), seguiti dal tumore del polmone
(11%), della prostata (9%) e della vescica (7%).
In parte scontate, tuttavia molto importanti, sono comunque le differenze tra i due sessi.
Nella popolazione maschile i tumori più frequenti sono il carcinoma della prostata (18%), del
colon-retto (16%), del polmone (15%) e della vescica (11%).
Nella popolazione femminile, invece, è di gran lunga più frequente il tumore della mammella
(28%) seguito dal tumore del colon-retto (13%), del polmone (8%), della tiroide (6%) ed al quinto
posto dal tumore del corpo dell’utero (5%). A seguire tutti gli altri (Fonte: AIRTUM).
L’invecchiamento è un fattore determinante nello sviluppo del cancro e infatti l’incidenza dei
tumori aumenta in modo evidente con l’avanzare dell’età. Questa relazione è legata sia al fatto
che, con l’avanzare dell’età, si accumulano nel nostro organismo i fattori cancerogeni, sia alla
diminuzione delle capacità di difesa e dei meccanismi di riparazione dell’organismo.
Oltre ai fattori di rischio, quindi, anche l’invecchiamento della popolazione fa sentire i suoi
effetti sugli andamenti nel tempo delle neoplasie, determinando un incremento delle diagnosi di
tumore con il passare degli anni (Figura 1), incremento legato all’aumento della quota di anziani
presenti in Italia.

Figura 1 – Tassi età-specifici (x 100.000) per sesso. Tutti i tumori esclusi i carcinomi della cute (Fonte: AIRTUM 2008-2013).

Nell’intervallo di tempo considerato (dal 1999 al 2011) è stato infatti riportato in Italia un
aumento del 4% annuo di incidenza. È questo il tasso grezzo, che riporta la variazione realmente
verificatasi nell’intervallo di tempo preso in esame nella popolazione considerata. Per poter
eseguire confronti, solitamente gli addetti ai lavori considerano invece il tasso standardizzato, che
assume artificialmente che la popolazione abbia conservato la stessa struttura per età che aveva
nel 1999, cioè che non sia invecchiata.
In tal caso si osserva addirittura una diminuzione di incidenza pari al –5%.
Valutare il tasso di incidenza standardizzato è importante perché permette di fornire
informazioni relative all’esito (positivo o negativo) che hanno avuto negli anni gli interventi
effettuati in Italia in campo sanitario.
Considerando i tassi standardizzati di incidenza, si evidenzia negli uomini (periodo 2003-2017)
una diminuzione di incidenza dei tumori (–1,8% per anno, dagli inizi degli anni Duemila a oggi),
soprattutto dei tumori del polmone (legata alla riduzione dell’abitudine al fumo) e della prostata
ma anche del colon-retto nelle regioni italiane del Centro-Nord.
L’andamento dell’incidenza dei tumori è invece sostanzialmente stabile nelle donne (ove è
tuttavia in netto aumento l’incidenza dei tumori polmonari, associata all’aumento dell’abitudine al
fumo tra le donne). Per quanto riguarda le sedi oggetto di screening, si evidenzia una riduzione
netta dell’incidenza di carcinoma del colon-retto e della cervice uterina (patologie per le quali i
test di screening hanno la finalità di individuare lesioni pre-maligne che possono poi essere
asportate, evitando lo sviluppo successivo della patologia neoplastica), mentre è stabile
l’incidenza dei tumori della mammella.

Quadro regionale
I dati AIRTUM 2008-2013 evidenziano livelli d’incidenza dei tumori che si riducono dal Nord al
Sud Italia, che presentano ancora differenze tra macro-aree, ma si stanno riducendo nel tempo
(Figura 2). Il tasso d’incidenza standardizzato (sulla popolazione europea) per tutti i tumori è tra
gli uomini più basso dell’8% al Centro rispetto al Nord e del 17% al Sud/Isole rispetto al Nord; per
le donne è più basso del 5% al Centro rispetto al Nord e del 18% al Sud/Isole rispetto al Nord.

Figura 2 – Tutti i tumori, esclusi i tumori della cute non melanomi. Tassi d’incidenza standardizzati sulla nuova popolazione
italiana per area geografica e sesso (Fonte: AIRTUM 2008-2013).

Queste differenze possono essere spiegate dalla minore prevalenza di fumatori che ha
caratterizzato il Sud/Isole negli anni passati, dalla protezione derivante da differenti abitudini
alimentari, fattori riproduttivi, minor propensione all’uso di alcol fino alla diversa esposizione a
inquinanti ambientali.
In particolare, si osservano incidenze inferiori nel Sud/Isole per il tumore della mammella
femminile (–23%), del polmone (–9% e –41% tra uomini e donne rispettivamente), del colon-retto
(–16% e –13% tra uomini e donne rispettivamente). Per alcuni tumori (esofago, melanoma), il
Nord presenta tassi di incidenza doppi rispetto al Sud/Isole. Il tumore della prostata presenta
tassi marcatamente più alti al Nord rispetto al Sud/Isole in relazione alla diffusione del dosaggio
dell’antigene prostatico specifico (PSA).

Mortalità
I dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) indicano che nel 2014 sono stati registrati
177.301 decessi attribuibili a tumori. Il tumore rappresenta ancora la seconda causa di morte
(29% di tutti i decessi) dopo le malattie cardiovascolari (37%).
I dati riguardanti le aree coperte dai Registri Tumori indicano come prima causa di morte
oncologica nella popolazione italiana il tumore del polmone (con 33.386 decessi registrati nel
2014 – dati ISTAT), seguito dal carcinoma del colon-retto (con 18.671 decessi) e dal carcinoma
della mammella (con 12.201 decessi). Il carcinoma del polmone rappresenta la prima causa di
morte in assoluto, nella popolazione totale (20%) e in tutte le fasce d’età. È anche al primo posto
per gli uomini (con il 27%) seguito dal tumore del colon-retto (11%), prostata (8%), fegato (7%) e
stomaco (6%). Benché il tumore prostatico sia al primo posto come incidenza, risulta al terzo
posto come causa di morte.
Nelle donne invece la prima causa di morte rimane il tumore della mammella (17%), in tutte le
fasce d’età, seguito sempre dal tumore del colon-retto (12%), del polmone (11%), del pancreas
(7%) e dello stomaco (6%) (Fonte: AIRTUM).

Sopravvivenza
La sopravvivenza è il principale indicatore di esito in campo oncologico perché permette,
misurando il tempo trascorso dalla diagnosi, di valutare l’efficacia del sistema sanitario nel suo
complesso nei confronti della malattia oncologica. La sopravvivenza è condizionata da due aspetti:
la fase in cui viene diagnosticata la neoplasia (la sopravvivenza è migliore quanto più
precocemente viene diagnosticata la malattia neoplastica) da un lato e l’efficacia delle terapie
intraprese dall’altro.
Sulla sopravvivenza influiscono quindi sia gli interventi di prevenzione secondaria (programmi
di screening organizzati) sia la disponibilità e l’accesso a terapie efficaci.
Per quanto riguarda il primo aspetto, la diffusione dei programmi di screening oncologico a
livello nazionale, seppure migliorata negli anni, risente ancora di gravi ritardi nelle regioni del
Sud/Isole e questo spiega in parte la disparità di sopravvivenza tra aree geografiche per le sedi
oggetto di screening (mammella, cervice e colon-retto). Per quanto riguarda invece la disponibilità
e l’accesso alle terapie più efficaci, le regioni stanno lavorando, soprattutto attraverso
l’implementazione dei PDTA (Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali) e la costruzione di
reti oncologiche, per ridurre al minimo le disparità di accesso ai servizi e garantire l’equità delle
cure oncologiche.
La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è un indicatore entrato nell’uso comune (sebbene non
rappresenti un valore soglia per la guarigione, che può essere raggiunta in tempi diversi a
seconda del tipo tumorale, del sesso e dell’età alla quale è stata posta la diagnosi di tumore). In
Italia la sopravvivenza a 5 anni è pari al 63% nelle donne e al 54% negli uomini: la migliore
sopravvivenza registrata nelle donne è in gran parte legata al fatto che nelle donne il tumore più
frequente è il carcinoma mammario, caratterizzato da buona prognosi. Nei decenni, si è registrato
in Italia un aumento di sopravvivenza a 5 anni sia negli uomini, passando dal 39% degli anni 1990-
94 al 54% degli anni 2005-2009, sia nelle donne, dove si è passati dal 55% al 63%. Su questi
risultati positivi complessivi hanno influito i miglioramenti di sopravvivenza verificatisi per alcune
sedi tumorali molto frequenti: il carcinoma del colon-retto in entrambi i sessi, il carcinoma della
mammella nelle donne e il carcinoma della prostata negli uomini.
Nello specifico, relativamente agli uomini, la migliore sopravvivenza (a 5 anni) è registrata per il
tumore del testicolo e della prostata, con il 91% di risultati positivi, seguiti dal tumore della
tiroide (90%), dal melanoma (85%) e dal sarcoma di Kaposi (85%). I risultati peggiori si hanno
invece per il tumore della colecisti, del polmone, dell’esofago, per il mesotelioma e il tumore del
pancreas.
Nelle donne invece la sopravvivenza a 5 anni più elevata si registra per il tumore della tiroide
(95%), melanoma (89%), mammella e linfoma di Hodgkin (87%) e vescica (78%). I tumori del
sistema nervoso centrale, del polmone, della colecisti, dell’esofago e del pancreas sono invece
quelli che nella donna presentano i risultati di sopravvivenza inferiori.

Prevalenza
La prevalenza indica il numero di persone che, in un determinato istante e in una popolazione ben
definita, sono viventi dopo una diagnosi di tumore, indipendentemente dal tempo trascorso dalla
diagnosi. Tra i prevalenti sono incluse quindi sia le persone che hanno avuto una diagnosi di
tumore pochi anni prima, sia le persone che hanno avuto una diagnosi di tumore molti anni prima
e che possono essere considerate guarite. Il numero di casi prevalenti aumenta, negli ultimi 15
anni, del 3% l’anno. Nel 2017 sono 3.304.648 gli Italiani che vivono dopo una diagnosi di tumore:
1.517.713 (46%) sono uomini e 1.786.935 (54%) sono donne.
Il numero di prevalenti dipende sia dal numero di casi diagnosticati (incidenza) sia dalla
probabilità di sopravvivere (sopravvivenza). Questo spiega perché nelle donne è il tumore della
mammella (malattia tumorale ad alta incidenza e a elevata sopravvivenza) a rappresentare la
diagnosi più frequente nei prevalenti in Italia (oltre 760.000 donne), seguito dal tumore del colon-
retto, della tiroide e dell’endometrio. Negli uomini, la diagnosi più frequente tra i prevalenti è il
tumore della prostata (oltre 480.000 casi), seguito dal tumore del colon-retto (circa 250.000) e
della vescica (circa 240.000).

Quante sono le persone guarite?


I modelli statistici possono permettere di misurare la proporzione di persone guarite.
Si definiscono oggi “guarite” le persone con pregressa diagnosi di tumore che hanno un’attesa
di vita paragonabile a quella delle persone non affette da tumore: nel 2010 erano 704.648, pari al
27% di tutti i prevalenti e all’1,2% degli Italiani. In particolare sono già guariti il 94% delle
persone con pregressa diagnosi di tumore della tiroide, il 74% delle donne con pregressa diagnosi
di tumore della cervice uterina, il 72% delle persone con pregressa diagnosi di linfoma di
Hodgkin.
Anche se è necessaria cautela nell’interpretazione di tali risultati, si comincia ad affermare il
concetto che i tumori non solo sono curabili ma anche guaribili, dato che il 27% dei pazienti vivi
dopo una diagnosi di tumore è tornato ad avere (dopo un periodo di tempo diverso in base al tipo
di tumore, al sesso e all’età di insorgenza) la stessa aspettativa di vita della popolazione generale,
cioè di chi non ha mai avuto una diagnosi di tumore.
Avere a disposizione tali dati è importante per la programmazione sanitaria in termini di
gestione del follow-up, delle tossicità a lungo termine e delle necessità riabilitative (di tipo
oncologico, psicologico, sociale, lavorativo) espresse da queste persone.

Fattori di rischio
Alimentazione e rischio neoplastico
La dieta, intesa come il complesso delle abitudini alimentari, è attualmente considerata l’unico
fattore ambientale in grado di modulare il rischio neoplastico sia come fattore protettivo sia come
fattore di rischio a seconda della qualità, della quantità e della frequenza di consumo degli
alimenti che la compongono.
L’istituzione internazionale più accreditata in quest’area, il WCRF (World Cancer Research
Fund), ha selezionato, sulla base di una revisione sistematica della letteratura, fattori di rischio e
fattori protettivi legati all’alimentazione allo scopo di diffondere raccomandazioni basate su solide
evidenze scientifiche per ridurre l’insorgenza dei tumori. La ricerca su nutrizione e malattie
oncologiche si è notevolmente sviluppata negli ultimi 30 anni, stimolata inizialmente da studi
epidemiologici che mostravano differenze nell’incidenza di tumori in popolazioni con diverse
abitudini alimentari.
Già nel 1981 si stimava che la percentuale di malattie oncologiche prevenibile attraverso la
modifica della dieta e la riduzione del sovrappeso e dell’obesità raggiungesse il 35%.
Recentemente, dati ottenuti dallo studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer
and Nutrition) mostrano che l’aderenza alle raccomandazioni del WCRF è associata alla
prevenzione di tumori allo stomaco, all’endometrio, all’esofago, al colon-retto, alla bocca e a
faringe e laringe: tale riduzione del rischio può raggiungere il 16%.
Anche l’aderenza alla dieta mediterranea è stata studiata in relazione alla mortalità per
patologie neoplastiche, con il risultato di una riduzione significativa del 10% e con un rischio più
basso in particolare per l’adenocarcinoma del colon-retto.
La grande mole di letteratura scientifica su cui si basano tali osservazioni comprende tutti i
diversi tipi di studi epidemiologici, gli studi clinici controllati randomizzati su volontari e infine,
per analizzare i meccanismi alla base degli effetti osservati, gli studi condotti in modelli animali e
cellulari. Tuttavia studiare l’associazione tra dieta e insorgenza di tumore è molto complesso. I
composti assunti attraverso gli alimenti sono migliaia: una dieta tipica dei Paesi occidentali può
fornire infatti più di 25.000 composti bioattivi ogni giorno, la cui quantità e qualità possono
variare ampiamente. Ogni composto bioattivo avrebbe inoltre il potenziale per modificare diversi
aspetti del processo di carcinogenesi, da solo o in combinazione con altri micronutrienti, quindi è
difficile attribuire un effetto causale a composti specifici; è più probabile che l’effetto della dieta
sull’insorgenza di neoplasie derivi da una combinazione di influenze su diverse vie metaboliche
coinvolte nella carcinogenesi.
Si può comprendere quindi la grande difficoltà nell’indagare i legami tra alimentazione e rischio
neoplastico a livello molecolare. Il disegno prospettico di coorte è considerato il più affidabile
nello studio di tali associazioni perché la dieta è indagata nel periodo in cui non è ancora insorta
la malattia e la possibilità di raccogliere campioni biologici permette di studiare, oltre che le
associazioni tra il consumo di determinati alimenti o di pattern alimentari e l’insorgenza di
specifici tipi di tumore, anche gli effetti della dieta su biomarcatori e/o fattori intermedi nella
relazione tra dieta e rischio neoplastico. È necessaria quindi un’adeguata precisione nella
misurazione dei consumi alimentari per poter rilevare associazioni attendibili.
Inoltre è necessario considerare che i comportamenti alimentari sono spesso associati ad altri
aspetti dello stile di vita che potrebbero influenzare il rischio neoplastico, quindi gli studi devono
essere valutati anche secondo il grado con cui sono state affrontate tali variabili.
Poiché tutte le tipologie di studi hanno limiti, nella maggior parte dei casi nessuna singola
tipologia di studio fornirà conclusioni definitive per quanto riguarda l’associazione tra dieta e
rischio neoplastico. Così, le conclusioni più attendibili si baseranno su una valutazione attenta e
critica di tutte le forme di evidenza.
Nelle revisioni sistematiche degli enti internazionali come WCRF e IARC (International Agency
for Research on Cancer) sono stati identificati alcuni comportamenti legati all’alimentazione che
innalzano il rischio di diversi tipi di tumore. Esistono comportamenti a rischio legati direttamente
al consumo di determinati alimenti come alcol, sale, carne rossa e conservata, oppure associati
alla cottura e alla conservazione degli alimenti. Troviamo infine l’obesità, il fattore di rischio più
convincente in relazione a molti tipi di tumore, che è essenzialmente legato in maniera diretta alla
quantità di energia introdotta con la dieta (in particolare al consumo di alimenti ad alta densità
calorica e a bassa densità di nutrienti) e alla sedentarietà.
Il report del WCRF 2007 (www.dietandcancerreport.org) e i successivi aggiornamenti CUP
2010-2016 rappresentano al momento la fonte più autorevole sull’associazione tra dieta e cancro.

Figura 3 – Consumo di alcol a maggior rischio per quantità o modalità di assunzione. 2012-2015 (Fonte: Sorveglianza
Passi, www.epicentro.iss.it).

I report grafici sui dati del Progetto Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità mettono in
evidenza il grado di correlazione tra la patologia oncologica e i principali elementi condizionanti:
alcol (Figura 3) e sale (Figura 4), giusto come esempio.
In Italia la percentuale di popolazione esposta a fattori di rischio neoplastici associati
all’alimentazione è probabilmente molto alta. Sovrappeso e obesità, consumo eccessivo di sale e/o
alcol, di carni rosse fresche e lavorate sono infatti condizioni molto comuni. Anche se le evidenze
sull’associazione tra dieta e rischio neoplastico nella popolazione italiana sono meno numerose
rispetto ad altri Paesi, si può ipotizzare che l’impatto complessivo sull’incidenza di cancro che ne
deriva è di grande rilevanza per la salute pubblica e giustifica la diffusione e la promozione di
campagne di prevenzione oncologica attraverso corretti stili di vita.

Figura 4 – Valori medi del consumo giornaliero di sale (g) per regione, uomini e donne di 35-79 anni (Fonte: Osservatorio
Epidemiologico Cardiovascolare/Health Examination Survey 2008-2012, www.cuore.iss.it/prevenzione/ProgettoMinisal).

Inquinamento atmosferico e tumori


L’inquinamento atmosferico rappresenta uno dei principali fattori di rischio per la salute umana in
relazione sia a effetti acuti – per episodi brevi e significativi di esposizione agli inquinanti dispersi
in aria – sia cronici, derivanti da esposizioni di lunga durata. L’Organizzazione Mondiale della
Sanità (OMS), l’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA) e l’Agenzia Internazionale per la Ricerca
sul Cancro (IARC, Lione) hanno più volte sottolineato la necessità di aumentare gli sforzi per
combattere l’inquinamento atmosferico e, conseguentemente, ridurre i rischi per la salute umana.
Tuttavia, nonostante venga coordinata a livello internazionale e gli impegni siano formalmente
sottoscritti dai governi, la lotta all’inquinamento atmosferico procede molto lentamente e con
notevoli differenze geografiche circa il grado di adesione agli obiettivi fissati.
Dal punto di vista tecnico, gli inquinanti atmosferici possono essere classificati in vario modo: in
base alla loro origine (primari e secondari), all’ambiente di rilascio (indoor e outdoor), o in
relazione alla composizione chimica (gassosi e particolati). Per quanto riguarda il particolato
atmosferico, accanto alle fonti di emissioni note quali il traffico stradale, le combustioni non
industriali (riscaldamento residenziale) e le combustioni industriali, bisogna sottolineare il ruolo
delle emissioni dovute alle attività dell’agricoltura e degli allevamenti intensivi di animali, che
sono arrivate a contribuire nel 2014 per una quota del 10,7% sul totale.
Lo stato di qualità dell’aria nei Paesi europei, Italia inclusa, e la conseguente esposizione
ambientale della popolazione sono oggetto di continuo monitoraggio. Nel 2014 la European
Environment Agency (EEA) ha pubblicato il report “Air pollution fact sheet 2014 – Italy”. Per
l’Italia, le stime medie per le aree urbane relative agli anni 2010-2012 hanno dimostrato come la
popolazione italiana sia stata molto spesso esposta a valori maggiori rispetto ai limiti stabiliti dalla
normativa europea (recepita in Italia dal D.Lgs. 155/2010). Per esempio si stima che, nel 2012, il
50,7% degli Italiani sia stato esposto a 50 μg/m3 di PM10 (particulate matter, le polveri sottili o
particolato) per più di 35 giorni all’anno e il 62,1% a concentrazioni di ozono superiori ai limiti di
legge europei.
La raccolta di evidenze di cancerogenicità dovuta agli inquinanti atmosferici (Tabella 1) è
descritta nella Monografia IARC n. 109 del 2016 “Outdoor air pollution”, prodotta grazie al
contributo di esperti internazionali (IARC Working Group). In particolare, le evidenze
epidemiologiche e meccanicistiche raccolte da migliaia di studi scientifici in più di 50 anni sono
ora considerate sufficienti a stabilire un nesso di causalità tra i vari inquinanti atmosferici e
l’insorgenza del carcinoma del polmone. Le evidenze raccolte permettono anche di considerare
molto probabile (sebbene non ancora definitivamente accertata) l’associazione tra inquinamento
atmosferico e aumentato rischio di carcinoma della vescica. Relativamente all’inquinamento
atmosferico come causa accertata di carcinoma polmonare, un aumento consistente del rischio di
tumori polmonari è stato documentato attraverso studi di coorte e studi caso-controllo su milioni
di persone – tra cui molte migliaia di casi di persone con tumore del polmone – in tutti i continenti,
ma soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, inclusi studi di coorte in non fumatori.

Tabella 1 – Classificazione degli inquinanti atmosferici (Fonte: Epidemiol Prev 2013; 37(4-5), suppl 2:1-86.).

A.INQUINANTI PRIMARI-SECONDARI
1. Primari: inquinanti emessi direttamente in atmosfera (per esempio SO2, NO, CO, PM).
2. Secondari: inquinanti che si formano in atmosfera come risultato di reazioni chimiche con altri inquinanti (per
esempio O2, NO2, alcuni particolati).

B.INQUINANTI INDOOR-OUTDOOR
1. Indoor
a. Fonti: cucina e combustione, risospensione di particelle, materiali da costruzione, condizionamento dell’aria,
prodotti di consumo (tipo agenti chimici usati per la pulizia della casa, riscaldamento, penetrazione di inquinanti
dall’esterno).
b. Inquinanti: prodotti di combustione (es. fumo di tabacco e legno), CO, CO2, composti organici volatili (es. aldeidi,
alcol, alcani e chetoni), agenti microbici, polveri organiche, radon, fibre vetrose artificiali.
2. Outdoor
a. Fonti: industrie, impianti energetici, inceneritori, attività commerciali, traffico autoveicolare, attività agricole,
processi naturali.
b. Inquinanti: SO2, O2, NO2, CO, PM, composti organici volatili, metalli, sabbia o polveri inorganiche.

C. INQUINANTI GASSOSI-PARTICOLATI
1. Gassosi: SO2, NO2, O2, CO, composti organici volatili.

2. Particolati: PM inalabile (diametro aerodinamico ≤ 10 μm, PM10), particelle grossolane (< 10 μm e > 2,5 μm, PM10-
2,5), PM fine (≤ 2,5 μm, PM2,5), PM ultrafine (≤ 0,1 μm, PM0,1).

Per esempio, uno studio condotto negli Stati Uniti in una coorte di 186.699 persone che non
avevano mai fumato ha documentato 1100 morti causate da carcinoma polmonare in 26 anni di
follow-up, e una forte associazione con l’esposizione ambientale al PM2,5.
Simili incrementi di rischio sono stati dimostrati in Europa dallo European Study of Cohorts for
Air Pollution Effects (ESCAPE), uno studio basato su 17 coorti implementate in 9 Paesi europei
(Italia inclusa). Delle 312.944 persone studiate per un periodo medio di 12,8 anni, 2095 hanno
sviluppato un tumore del polmone per l’aumento dell’esposizione a forme di particolato. In Italia,
lo studio ESCAPE ha coinvolto le città di Roma e Torino e la provincia di Varese con risultati del
tutto sovrapponibili alle altre realtà europee.

Lo scenario italiano
In Italia sono più di 40 i “siti di interesse nazionale (SIN) per le bonifiche”, aree cioè in cui la
contaminazione ambientale sia di particolare rilevanza per tipologia e diffusione, vi siano rischi
per la salute, siano compromesse risorse ambientali di pregio e si determini una situazione di
allarme sociale.
L’OMS definisce i SIN come “aree che ospitano, o hanno ospitato, attività antropiche che
abbiano prodotto, o possano produrre, contaminazione del suolo, delle acque superficiali o di
falda, dell’aria e della catena alimentare, la quale dia luogo, o possa dare luogo, a impatti sulla
salute umana”.
I siti contaminati nella definizione dell’OMS sono la risultante di uno sviluppo economico e
industriale aggressivo e non attento alla tutela ambientale e sono spesso ubicati in prossimità di
aree densamente popolate da abitanti in condizioni socio-economiche svantaggiate, il che può
dare luogo a effetti sanitari ancora più gravi.
La relazione tra inquinamento ambientale e stato di salute delle popolazioni residenti nei 44 SIN
italiani è stata affrontata in modo completo su tutto il territorio nazionale italiano dal Progetto
SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e Insediamenti Esposti a Rischio da
Inquinamento). I risultati dello studio SENTIERI relativi alle patologie oncologiche per tutti i SIN
italiani sono contenuti nella monografia “Mortalità, incidenza oncologica e ricoveri ospedalieri”
pubblicata quale supplemento della rivista Epidemiologia & Prevenzione. Si tratta di un’indagine
che non riguarda specificamente l’inquinamento atmosferico, bensì numerose sorgenti emissive
responsabili dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo.
Nel panorama nazionale, alcune aree sono state recentemente oggetto di approfondite indagini
con eclatanti risvolti mediatici e sociali, oltreché medico-scientifici. Riassumiamo qui di seguito
quanto è emerso.
L’area di Taranto è una delle più industrializzate d’Italia, interessata da diversi decenni da un
quadro ambientale complesso per la presenza del più grande stabilimento siderurgico europeo a
ciclo integrato (in attività dalla metà degli anni Sessanta), di una raffineria di petrolio, di un
cementificio di dimensioni nazionali, di centrali elettriche, dell’Arsenale della Marina Militare, di
una grande area portuale e di discariche. Studi di monitoraggio ambientale e misure delle
emissioni industriali hanno evidenziato nell’area di Taranto un quadro d’inquinamento ambientale
diffuso con un contributo rilevante del polo industriale cittadino, in particolare il complesso
dell’acciaieria, sui livelli ambientali di inquinanti di interesse sanitario. A partire dal 1990, i
territori comunali di Taranto, Crispiano, Massafra, Statte e Montemesola sono stati definiti “area
ad elevato rischio ambientale”, includendo una popolazione complessiva di circa 280.000 abitanti
(il 47% dell’intera provincia); successivamente i soli comuni di Taranto e Statte (per una
popolazione di 214.348 abitanti) sono stati inclusi tra i SIN. Per le possibili ripercussioni sulla
salute della popolazione dovute agli inquinanti atmosferici di origine industriale, l’area è quindi da
anni oggetto di vari studi epidemiologici. Sin dal 1981, gli studi di mortalità condotti nel comune
di Taranto hanno evidenziato un eccesso di morti per tumori maligni della pleura e del polmone
rispetto ad altre aree limitrofe, eccessi attribuiti – oltre al fumo e a fattori occupazionali – anche
alla compromissione generale della qualità dell’aria, suggerendo un effetto di tipo moltiplicativo
tra esposizione al fumo di sigaretta e livelli d’inquinamento ambientale. La valutazione prodotta
dallo studio SENTIERI per il SIN di Taranto relativamente all’incidenza oncologica per gli anni
2006-2008 ha documentato un eccesso per uomini e donne di tutti i tumori, in particolare di
quello del polmone, del rene, del colon-retto e del fegato, della tiroide, del melanoma cutaneo e
dei tumori del sistema emolinfopoietico; per i soli uomini si è osservato un eccesso di
mesotelioma, tumore della prostata, tumore della vescica e linfoma non-Hodgkin; per le sole
donne, l’eccesso di incidenza oncologica riguarda i tumori dell’osso, della mammella, dell’utero
(corpo e cervice), il mieloma e la leucemia linfatica acuta. Si tratta, come detto, di dati descrittivi
relativi a varie esposizioni ambientali e non solo a inquinamento atmosferico, tra cui
petrolchimico, raffineria, siderurgia, area portuale e discarica.
Il rione di Servola, il quartiere che include l’area industriale del comune di Trieste, è abitato
da circa 10.000 persone (su più di 200.000 residenti in tutto il comune) ed è uno dei 44 SIN
italiani a causa delle molteplici attività manufatturiere e di trasporti. In esso è situata la Ferriera,
industria siderurgica costruita nel 1896. A causa degli accumuli esterni dei materiali ferrosi e di
carbone, in determinate situazioni meteorologiche lo stabilimento diventa una sorgente di
particolato grossolano.
Le problematiche ambientali relative al SIN Ferriera di Servola sono state affrontate attraverso
uno studio descrittivo dell’incidenza del tumore del polmone in base alla distanza della residenza
rispetto alla Ferriera usando un sistema di georeferenziazione. I risultati dell’analisi per il tumore
del polmone hanno evidenziato un eccesso significativo del rischio solo negli uomini di età
maggiore o uguale a 75 anni residenti nell’area a maggior rischio ambientale.

È ormai ben accertato che l’inquinamento atmosferico, tramite carcinogeni certi come il PM e il
benzene e altri inquinanti classificati come probabili carcinogeni, causi il tumore del polmone e
sia un importante fattore di rischio per il tumore della vescica. Appare palese, quindi, che le
evidenze prodotte dalle ricerche scientifiche sull’impatto negativo dell’inquinamento atmosferico
sulla salute umana, inclusi il suo ruolo causale nel tumore del polmone e di importante fattore di
rischio per il tumore della vescica, necessitano ancora di un pieno riconoscimento a livello
legislativo europeo per avvicinare i limiti di legge ai suggerimenti dell’OMS, che datano ormai da
più di 10 anni e sono stati pubblicati nel WHO Report 2005.
Innovazione, sostenibilità e appropriatezza prescrittiva
in oncologia
La sostenibilità è la caratteristica di un processo o di una condizione che possa essere mantenuta
indefinitamente. Dal punto di vista della società, la sostenibilità sta a indicare un equilibrio tra il
soddisfacimento delle esigenze presenti e quello delle future generazioni. Dalla prospettiva del
Servizio Sanitario Nazionale, in cui esiste un tetto di spesa fissato dal potere politico, la
sostenibilità va ricercata nella teoria del costo/opportunità, per cui il maggior impiego di risorse
in un settore della Medicina va pagato con una riduzione di spesa in altri settori. Nella ricerca di
questo delicato equilibrio, ovunque nel mondo occidentale, l’oncologia gode di un certo margine
di tolleranza a suo favore.
L’innovazione, ossia l’implementazione in un processo di un prodotto nuovo o sostanzialmente
migliorato, sebbene sia una causa assai importante del maggior impiego di risorse in ogni settore
della Medicina, è tra i principali responsabili dell’accelerazione di spesa in oncologia. Quindi, il
costo elevato dei nuovi farmaci antitumorali, soprattutto considerando le innumerevoli molecole
oggi in fase II-III di sperimentazione, non solo desta viva preoccupazione nell’ambiente
oncologico, ma induce a un urgente ripensamento sia della strategia valutativa
dell’efficacia/tollerabilità dei nuovi farmaci, sia del loro impiego nella pratica clinica.
Lo scenario scientifico-culturale in cui sono stati tumultuosamente introdotti i nuovi farmaci è
dissestato anche perché il rigore che caratterizzava le scelte delle autorità regolatorie era ferreo:
in passato occorreva non solo dimostrare l’efficacia di un nuovo farmaco con uno studio
controllato, ma anche confermarne i risultati con almeno un altro studio controllato.
In tale contesto, non resta all’oncologo che esaminare gli studi che hanno portato un nuovo
farmaco alla registrazione, in ordine alla correttezza metodologica e, soprattutto, valutare
l’impatto dei risultati ottenuti sulla pratica clinica, chiedendosi se la differenza riscontrata sia non
solo statisticamente significativa, ma anche clinicamente rilevante. In altre parole, si chiede
all’oncologo la valutazione della reale portata innovativa del nuovo farmaco.
In secondo luogo, molta attenzione deve essere posta all’appropriatezza prescrittiva. Infatti,
nell’attuale caotico contesto registrativo, sociale ed economico, occorre esercitare molta prudenza
per una serie di ragioni:
oggi i trattamenti antitumorali vengono implementati nella pratica clinica non più solo dopo la
pubblicazione di almeno uno studio su un’importante rivista peer reviewed, ma vengono talora
prescritti già dopo la presentazione dei risultati in forma di abstracts a un convegno;
è noto che il rischio di ottenere risultati fortemente discordanti tra l’efficacia dimostrata negli
studi clinici controllati e l’effectiveness nella pratica clinica è elevato;
mancano confronti testa-a-testa tra i nuovi farmaci che consentirebbero una scelta terapeutica
consapevole; in assenza di tali studi, data la pluralità di nuovi farmaci che affollano ogni
situazione clinica (es. linea di terapia), si corre il rischio di dilapidare risorse senza la
ragionevole certezza del beneficio per il paziente;
il costo dei trattamenti antitumorali innovativi è rilevante e non giustificato dalla spesa per lo
sviluppo dei nuovi farmaci; molti sostengono che il prezzo di un nuovo farmaco sia una
variabile indipendente dalla spesa che viene fissato semplicemente in base a quanto le
industrie farmaceutiche reputino che il mercato possa sopportare;
l’uso generalizzato dei nuovi farmaci darebbe luogo a un costo non sostenibile da alcun servizio
sanitario nazionale.

Costo delle cure


Secondo l’VIII rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici della FAVO,
Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia, «la crisi economico-
finanziaria ha riscritto i contenuti dell’assistenza necessaria e possibile, anche per i malati di
cancro». La fotografia scattata dal dossier è che, nonostante le nuove cure aumentino i tassi di
sopravvivenza, i costi crescenti soprattutto dei nuovi farmaci stanno diventando insostenibili.
Secondo il rapporto, ogni anno in Italia il numero di malati oncologici cresce di oltre 90.000
persone (+3%), sia per la maggiore incidenza collegata all’invecchiamento della popolazione, ai
fattori ambientali e agli stili di vita, sia per i progressi nelle terapie che migliorano la
sopravvivenza e cronicizzano la malattia. La buona notizia è che i nuovi farmaci e la possibilità di
diagnosi sempre più precoci hanno reso la guarigione un traguardo più raggiungibile. Secondo i
dati pubblicati nel 2014 dall’Associazione Italiana Registri Tumori, circa 2,4 milioni di Italiani,
pari al 4,4% della popolazione, vivono con una diagnosi pregressa di tumore. Di questi, il 60%
(vale a dire il 2,7% del totale della popolazione) sono lungo-sopravviventi, e cioè pazienti che
hanno avuto la diagnosi da più di 5 anni. Ma il dato più rappresentativo degli effetti del progresso
è che il 27% delle persone che vivono dopo una diagnosi di tumore ha raggiunto un’aspettativa di
vita simile a quella di chi non ha mai convissuto con una simile patologia.
I costi, però, sono alti. A oggi sono disponibili 132 farmaci antitumorali e negli ultimi 15 anni ne
sono stati immessi sul mercato 63. Ma solo una sostanza su 10.000 supera le prove necessarie per
essere approvata, non più di 2 farmaci su 10 consentono di ammortizzare i costi di ricerca e
sviluppo, e gli investimenti possono superare 1 miliardo di euro per farmaco.
Anche i costi di trattamento sono aumentati: il costo giornaliero medio di un farmaco
antineoplastico è aumentato da 42,20 euro nel periodo 1995-1999 a 203,47 euro nel periodo 2010-
2014. Il costo medio di una terapia complessiva è passato da 3.853 euro nel 1995-1999, a 44.900
euro nel 2010-2014. La spesa per farmaci oncologici in Italia è passata da circa 1 miliardo nel
2007 a 2 miliardi e 900 milioni nel 2014. La spesa pubblica per le malattie oncologiche: 114 euro
a testa. Secondo uno studio dell’Irst-Irccs, il costo oncologico è realisticamente almeno 3 volte
superiore (oltre 300 euro per cittadino/anno), e si avvia a rappresentare il 20% della spesa
sanitaria complessiva.
Gli studi di epidemiologia mettono in evidenza una differenza di costi ascrivibile alle singole
forme tumorali piuttosto rilevante. La Tabella 2 presenta il dettaglio di tali costi.
I costi e le perdite di produttività sono calcolati rispetto alla media ponderata per caso per
ciascuna componente di costo (costi medici, extra-medici e perdita di produttività). I nuovi casi di
cancro nel 2009 sono stati usati come pesi nel calcolo della media ponderata per caso.

Tabella 2 – Dettaglio dei costi delle cure (Fonte: I numeri del Cancro in Italia, AIRTUM).

Costi relativi extra- Perdita relativa di


Costi relativi medici
medici produttività
Vescica 59 82 69
Cervello 137 117 35
Seno 64 85 51
Collo dell’utero 40 74 69
Colon retto 94 84 87
Linfoma di Hodgkin 94 94 64
Rene 61 82 85
Laringe 64 93 61
Leucemia 300 131 34
Fegato 118 109 227
Polmone 141 121 132
Melanoma 83 108 35
Mieloma 166 135 29
Rinofaringe 94 107 67
Linfoma non-Hodgkin 124 106 47
Esofago 127 124 145
Cavità orale 81 99 57
Altre parti della faringe 120 122 42
Altre parti del corpo 105 106 36
Ovaie 123 98 34
Pancreas 143 134 111
Prostata 75 84 10
Stomaco 72 100 291
Testicolo 52 70 122
Tiroide 23 64 150
Media 100 100 100

In rapporto ai dati (Fonte: elaborazione Censis su dati Economist Intelligence Unit, 2010):
i costi medici includono i costi di procedure e servizi medici, il trattamento e la cura del cancro
inclusi i costi di ospedalizzazione, visite ambulatoriali, prescrizioni di farmaci;
i costi extra-medici includono i costi di trasporto per il trattamento e la cura, i costi di
trattamenti complementari e alternativi per il cancro, i costi di assistenza;
la perdita di produttività include il valore economico del tempo e dei risultati persi dai pazienti
malati in trattamento o in condizione di disabilità.

Un range ampio e anche articolato, dunque, rispetto alle singole voci di costo, che riflette i diversi
impatti che le varie patologie tumorali hanno sulla vita individuale e sociale. Dividendo
idealmente il percorso legato alle patologie oncologiche in tre fasi, e cioè quella della diagnosi
iniziale, quella della terapia attiva e quella post-terapia, la dimensione dei costi legati alla perdita
di produttività chiama in causa in modo particolare tutta la fase post-terapeutica, quella cioè in
cui occorre avviare un percorso di tipo riabilitativo, e in cui è al tempo stesso indispensabile
rendere operativo il reinserimento lavorativo e professionale.
Il costo annuale dei nuovi casi è stato nel 2009 per il nostro Paese pari a oltre 8,3 miliardi di
euro, con un costo complessivo per paziente pari a circa 25,8 mila euro. Nella Tabella 3 si può
vedere il dettaglio dei costi a livello europeo.
In termini di rapporto con il Pil, emerge che Belgio, Germania e Francia, tra i Paesi considerati
nella comparazione, hanno valori più elevati, mentre Regno Unito e Spagna sostengono costi
complessivi per le patologie tumorali (in termini di nuovi casi annuali) inferiori a quelli registrati
in Italia. In sostanza, risulta che le patologie tumorali hanno un elevato costo socio-economico
ovunque, e anche in Italia, che impatta sulla sanità ma anche sul sistema produttivo e sulla
creazione di reddito, per effetto della contrazione della produttività.

Tabella 3 – Dettaglio dei costi delle patologie tumorali a livello europeo (Fonte: elaborazione Censis su dati
Economist Intelligent Unit, 2010).

Costo complessivo 2009 (Pps Costo unitario 2009 (Pps



Eu27=1) € Eu27=1) €
Belgio 1.963.902.754 35.388
Francia 9.929.017.054 33.329
Germania 14.751.886.786 32.303
Italia 8.337.852.450 25.815
Regno Unito 6.348.245.019 21.321
Spagna 2.874.051.975 15.453
Eu27* 52.959.144.243 22.696

* European Union 2016, con i 27 Paesi europei.

Il peso sociale e il costo economico di una malattia e delle relative cure possono essere
analizzati con diversi approcci metodologici. È possibile considerare tali aspetti, infatti, sotto un
profilo eminentemente organizzativo ed economico, valutando come costo monetario l’insieme dei
costi (diretti, indiretti, intangibili) legati alle necessità terapeutiche e di assistenza sanitaria e
sociale della malattia, e affrontando gli aspetti relativi all’integrazione delle cure e alla medicina
del territorio. Ma particolare interesse rivestono in questo ambito anche le valutazioni e le analisi
del costo sociale sotto il profilo qualitativo, ottenibili dando peso e valore al punto di vista della
famiglia del paziente la quale, come ricordato, è chiamata a intervenire pesantemente nel
processo terapeutico e assistenziale della malattia.
Riferimenti essenziali

Struttura di lavoro
CERFIT
Centro di Riferimento per la Fitoterapia, Regione Toscana
Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi
Università degli Studi di Firenze
viale Pieraccini, 6 – 50139 Firenze.

Contatti
www.aou-careggi.toscana.it
(Sito dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi, Firenze)
Visite mediche/consulenze di fitoterapia per pazienti oncologici.
Per prenotazioni:
CUP 840 003 003 (SSN) – 0557 942000 (Libera professione).
www.cerfit.org (Sito del CERFIT)
http://forum.corriere.it/fitoterapia/ (Forum Fitoterapia del Corriere della Sera)
http://naturamedica.farmacista33.it (Blog Fitoterapia)
firenzuolif@aou-careggi.toscana.it
fabio.firenzuoli@unifi.it

Pubblicazioni
Firenzuoli F., Fitoterapia, IV Ed. Edra, Milano, 2009.
Firenzuoli F., Interazioni tra erbe, alimenti e farmaci. Tecniche Nuove, Milano, 2009.
Firenzuoli F., Le insidie del Naturale. Edizioni LSWR, Milano, 2017.
Le pubblicazioni tecnico-scientifiche per addetti ai lavori, sono disponibili in:
www.ncbi.nlm.nih.gov
https://scholar.google.it
www.fitoterapia33.it