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GUIDO BLUMIR

EROINA
STORIA E REALTÀ SCIENTIFICA
DIFFUSIONE IN ITALIA
MANUALE DI AUTODIFESA

FELTRINELLI

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Guido Blumir

Eroina
Storia e realtà scientifica. Diffusione in Italia
Manuale di autodifesa

Feltrinelli Editore Milano


Prima edizione: ottobre 1976
Copyright by
©
Giangiacomo Feltrinelli Editore
Milano
Indice

Parte prima
L’eroina

9 1. L’industria della droga nell' '800


Chi ha scoperto l'eroina, 9. — 1800: il capitalismo crea l’in­
dustria della droga, 11.

27 2. Il '900: l’industria della droga diventa nera


Dall'eroina all’aspirina. La Rivoluzione Chimica, 27. L'eroi­

na diventa nera. Il proibizionismo in USA, 28. — Conseguenze


del proibizionismo, 30. — Cambia l’identikit dell'eroinomane,
36. — L'eroina in Europa, 47. — Morire di aspirina, 53.

60 5. Che cos’è l’eroina


L’eroina e gli altri narcotici. Scheda, 60. — Come la prendo­
no, 61. — Le dosi, 63. — La dipendenza fisica (“assuefazione"),
64. — Bisogna aumentare sempre piti le dosi: la tolleranza,
78. — Nascono drogati i bambini dei drogati, 80. — Le malat­
tie dell'eroina, 83. — Morire di eroina, 83.

92 4. Oggi: al posto dell’eroina


La droga degli eroi, 92. — Il dopoguerra. L'era della droga
scientifica, 93. — Tranquillanti e antidepressivi, 94. — L’eroi­
na di massa, 101. — La diffusione e i nuovi dati delle ricerche
sulla tossicomania, 102. — L’eroina della mamma: i tranquil­
lanti, 113. — Le cifre: quanto si spende, 122. — 1 consumato­
ri: chi sono, 123.

132 5. L’eroina in Italia


Com’è arrivata l’eroina in Italia: dal naon all'anfetamina, 132.
— I primi morti. L’anfetamina è una droga pesante, 139. —
Dall’anfetamina alla morfina, 140. — Dalla morfina all’eroina.

5
Indice

L’inverno dell’eroina: 74-75, 140. — Dalla marihuana si passa


all'eroina, 147. — Eroina 76, 154. — Eroina, aprile 75, 158. —
Eroina fra gli operai della Fiat, 161. — Una tossicomania in­
volontaria di massa, 161. — L'eroina in carcere. Testimo­
nianza, 165.

Parte seconda
Manuale di autodifesa

171 6. Per non morire di eroina


Disintossicazione, 179. — Il giallo della nuova legge antidro­
ga, 206.

226 Libri utili per ricerche, tesi e attività militante di


dibattiti e controinformazione

6
Parte prima

L’eroina
1
L’industria della droga nell’ ’800

Chi ha scoperto l’eroina

Germania, 1898. Nei laboratori della Bayer, uno dei


colossi della nascente industria farmaceutica europea, le
équipes di chimici e farmacologi sono al lavoro: hanno l’or­
dine di preparare per la produzione una sostanza chimica
nuova contro il dolore, contro tutti i dolori. Qual è il
problema? Già dal 1803, circola in tutte le farmacie un po­
tente analgesico, a basso costo e di effetto sicuro. Ma or­
mai tutti sanno che rende tossicomani: è la morfina (vedi
capitolo successivo). Il problema è dunque di trovare una
medicina nuova, della stessa potenza, che non provochi as­
suefazione.
Nel 1898, la Bayer ci riesce e lancia sul mercato il
nuovo farmaco: “Superfortina" potrebbe essere la tradu­
zione italianizzata del nome commerciale scelto dalla casa,
che lo fa derivare dalla parola tedesca Heroisch (forte,
potente).
Negli Stati Uniti il lancio è particolarmente capillare:
a tutti i medici viene inviato un depliant, che viene esposto
anche nelle farmacie.
"Bayer, Pharmaceuticals Products. Stiamo mandando
a tutti i medici degli Stati Uniti una serie di materiali
clinici illustrativi e una serie di campioni della nuova so­
stanza. Contro tutti i dolori, sedativa della tosse, per la
cura dei tossicomani. Avrete moltissime richieste. [I me­
dici dell’epoca consegnavano direttamente i medicinali ai
pazienti - N.d.R.]. Ordinate un grosso quantitativo dal
vostro fornitore. Scrivete per informazioni a: Farbenfa­
briken of Elberfeld Co., 40 Stone Street, New York."
Questa la pubblicità della Bayer: piu stupefacente è

2
L’eroina

venire a sapere che il nuovo farmaco miracoloso si chiama


Eroina.
Oltre che con le proprietà analgesiche di cui sopra, nel
1898 l’eroina viene smerciata nelle farmacie (senza ricetta
e a livello di massa, come oggi l'aspirina) anche come "an­
tidoto” alla morfina: gli intossicati di morfina avrebbero
visto rapidamente sparire tutti i sintomi dolorosi deri­
vanti dall’interruzione della somministrazione della droga,
se avessero fatto uso di eroina. Almeno qui, la Bayer non
mentiva: infatti è clinicamente accertato che l’eroina può
servire come sostituto alla morfina (e viceversa). La Bayer
non poteva aggiungere, per completezza dell’informazione,
che gli stessi effetti sarebbero stati raggiunti anche con
l’oppio, con gli stessi svantaggi (cioè tossicomania).
Oggi, l’opinione pubblica, in tutto l’Occidente, è con­
vinta che l'eroina sia la più potente e la più pericolosa di
tutte le droghe; cosi come è convinta che la Bayer, pro­
duttrice dell'aspirina, sia una grande industria benefattrice
dell’umanità. La verità sulla Bayer è un’altra: l’eroina era
stata già scoperta in laboratorio nel 1874 e non era altro
che un derivato semi-sintetico della morfina, la diacetilmor-
fina. Proprio per questo motivo, non poteva suscitare le
simpatie dei medici più responsabili che già erano al cor­
rente dei danni della morfina: alla fine dell’ ’800, gli studi
clinici che dimostrano le proprietà assuefacenti della mor­
fina sono ormai diffusi a livello scolastico; non esistono
d’altra parte difficoltà tecniche per accertare se una de­
terminata sostanza provoca dipendenza fisica. È quindi
evidente che la Bayer ha lanciato l'eroina sul mercato con­
sapevole di produrre una droga perfettamente simile alla
morfina: una droga con un pubblico di immediati clienti
eccezionale. 250.000 persone negli Stati Uniti (dati riguar­
danti il 1890 e forniti dalla National Commission on Drug
Abuse del Governo Americano, Washington, 1972), centi­
naia di migliaia di persone in Europa. A questo pubblico di
tossicomani già registrati, bisogna aggiungere la massa
ulteriore della popolazione che ricorreva agli oppiacei sal­
tuariamente per i mali più disparati: dal mal di testa alla
tosse. Gli oppiacei venivano poi usati anche come farmaci
per la psiche, come tranquillanti, sedativi e "anoressiz-
zanti" (cioè contro la fame); Friedrich Engels ricorda
nel suo La condizione della classe operaia in Inghilterra,

10
L'industria della droga nell' '800

(Savelli, Roma, 1972, p. 79: "Mancano ai lavoratori i mezzi


e il tempo per provvedere ai loro figli una nutrizione con­
veniente. Ne viene quindi il costume molto diffuso di dare
ai ragazzi acquavite od anche oppio, e da ciò, assieme alle
altre condizioni di esistenza nocive allo sviluppo fisico, deri­
vano le più diverse malattie dell’organo della digestione,
malattie che lasciano la loro traccia per tutta la vita.”
Le prime misure internazionali di controllo contro gli
oppiacei (e quindi anche contro la stella nascente del­
l’eroina) sono del 1912 (Conferenza dell'Aja): ma non tro­
vano la Bayer impreparata. Nel 1899 ha infatti sintetizzato
una nuova sostanza magica, che toglie il dolore, ma non dà
assuefazione: l'aspirina (per una discussione della tossi­
cità, vedi il capitolo successivo).

1800: il capitalismo crea l’industria della droga

Fin dall’antichità, l’oppio è stata l’unica sostanza co­


nosciuta con precisi e potenti effetti antidolorifici. Con lo
sviluppo del capitalismo nell”800, cambiano completamente
le dimensioni della produzione, della distribuzione e del
consumo. I fenomeni acquistano dimensioni di massa, i
problemi dimensioni drammatiche. I filoni in cui l’oppio,
da medicina "preistorica" c semipopolare, raramente cau­
sa di tossicomania, diventa cardine di operazioni econo­
miche colossali, sono essenzialmente tre: l’industrializza­
zione della medicina, l’esportazione di oppiacei in paesi a
produzione limitata, ad opera deH’imperialismo e la na­
scita della classe operaia in condizioni di vita insopporta­
bili: da queste condizioni, l’esigenza di un uso massiccio
di sostanze “psicoattive’' per alleviare le sofferenze.

1. L’esportazione di oppiacei in paesi a produzione limi­


tata ad opera dell imperialismo. — È stato il più grande af­
fare dell’imperialismo in Asia. Il caso più famoso è ovvia­
mente quello dell’Inghilterra, sfociato nella "guerra dell'op­
pio.” Dopo aver occupato l’India, gli inglesi scoprirono che
era possibile aumentare i profitti in modo vertiginoso, con­
vogliando l’oppio prodotto dagli indiani verso la Cina. Gli
inglesi potevano avere l’oppio dalle piantagioni indiane a
un prezzo bassissimo (compresa una certa maggiore lavo­
razione che ne migliorava la qualità); in Cina, l'uso dell’op­

11
L ’eroina

pio, anche a scopi psicologici o religiosi, aveva una storia


antica, ed era diffuso a livello capillare: ma il consumo era
contenuto in termini non massicci, perché la produzione
nazionale era nel complesso modesta. In altri termini, un'e­
conomia agricolo-feudale era strutturalmente il miglior vei­
colo di autoregolazione del consumo popolare. Gli inglesi,
tramite la distribuzione ed esportazione della Compagnia
delle Indie, sconvolsero questo meccanismo di automode­
razione, immettendo in Cina quantità massicce di oppio a
basso prezzo.
Il successo fu notevole: nessuna meraviglia, dato che
evidentemente introdurre una merce con un costo concor­
renziale a tutte le altre, ne induce automaticamente il con­
sumo; come se, per esempio in Italia, venissero improv­
visamente introdotte enormi partite di whisky a un prezzo
concorrenziale (per esempio 200 o 300 lire): il costo sa­
rebbe cosi basso, in relazione agli altri consumi (cinema,
altri alcolici, droghe, divertimenti, ecc.), che ci sarebbe
un immediato "boom" nelle vendite del whisky.
Fra gli ultimi anni del 700 e i primi dell”800, le espor­
tazioni della Compagnia inglese delle Indie passarono da
2.800 quintali a 28.000 quintali, il numero dei tossicomani
a 10 milioni; malgrado una serie di misure restrittive e
proibizionistiche (senza precedenti in Cina), il governo ci­
nese non riusciva a frenare questa progressione. Quando
i cinesi passarono alle azioni di forza, con sequestri e re­
strizioni contro gli inglesi, questi dichiararono una guerra
senza quartiere, conclusa in due anni con la sconfitta della
Cina e (Trattato di Nanchino) la concessione agli inglesi
di tutti i diritti nel traffico dell’oppio. In pochi anni, il
complesso delle esportazioni passa a 126.000 quintali; il
numero dei tossicomani a 120 milioni.
2. L'industrializzazione della medicina. — In Europa,
nell’ '800, i cardini dell’industrializzazione sono costituiti da
questi elementi:
a) la fornitura di materie prime medicinali in quantità
eccezionali ad opera dell’imperialismo in Asia: special-
mente oppio. Il costo delle materie prime è bassissimo per­
ché il costo del lavoro (contadini e manodopera) nei paesi
occupati dalle potenze europee è irrisorio se paragonato a
quello dei paesi occidentali. Nel traffico della droga que­
sto fattore riveste anche oggi un’importanza fondamentale.

12
L’industria della droga nell' '800

b) la nascita dell’industria farmaceutica. Viene ridotto


quasi a zero il fatturato dell’“artigianato farmaceutico" e
dell'erboristeria; i prodotti di tipo naturale sono sostituiti
dalle sostanze chimiche, producibili per sintesi in quantità
massicce a costi bassissimi; nascono i moderni modi di
somministrazione dei farmaci: n. 1, la siringa.
c) la nascita del circuito moderno di distribuzione della
"merce-farmaco.” Direttamente collegata allo sviluppo del­
l’industria farmaceutica, la farmacia raggiunge rapidamen­
te una capillarità impressionante nei paesi più evoluti: le
farmacie sono accompagnate da uno sterminato numero
di drogherie, empori e spacci, che sono autorizzati a ven­
dere medicine. Una ricerca relativa agli anni 1883-1885 con­
dotta nello Stato dello Iowa (USA), con una popolazione
di meno di due milioni di abitanti, rilevava oltre 3.000 ne­
gozi in cui si vendevano farmaci: con una media di un
punto-vendita ogni 650 abitanti (ricerca del Dipartimento
di medicina sociale dello Stato di New York; cfr. Charles
E. Terry e Mildred Pellens, The Opium Problem, New York,
Committee on Drug Addictions, Bureau of Social Hygiene,
Ine., 1928, p. 18).
La nascita di una struttura di distribuzione cosi capil­
lare non è importante solo perché consente la vendita di­
retta al pubblico di massa, ma anche perché forma una
categoria di commercianti interessati a una vendita il più
possibile massiccia dei prodotti farmaceutici, e interessati
anche a una minimizzazione di ogni tipo di controllo (ne­
gli empori i medicinali, fra cui anche l’oppio, venivano ven­
duti senza ricetta).
d) La nascita del circuito dei venditori ambulanti di
medicine. È il ruolo assunto, a partire dall' ’800, dai me­
dici, che, con percentuale di profitto, vendevano diretta-
mente le medicine ai clienti. Oggi il sistema è cambiato
formalmente, perché la medicina non viene più venduta
(casomai regalata col sistema dei campioni gratuiti): viene
invece fatta pagare la visita (o la ricetta) che costringe
il paziente a comprare un certo farmaco. Nell’ '800 il me­
dico-commerciante, direttamente pilotato dall’industria far­
maceutica, sostituisce tutte le forme precedenti di assi­
stenza medica. Il medico diventa indispensabile, perché
molti farmaci sono somministrabili solo tramite iniezione
(endovenosa o intramuscolare); inoltre, solo il medico vie­
ne ritenuto a questo punto un tecnico competente per

13
L'eroina

"orientare” il paziente negli ormai numerosissimi prodotti


chimici di sintesi: la classe medica diventa un’indispensa­
bile e capillare cerniera (decine di migliaia di operatori in
ogni nazione) che fa da tramite ("commesso viaggiatore”)
fra l’industria e la distribuzione (vendita al dettaglio).
e) i farmaci da guerra. L’industria farmaceutica assume
un ruolo predominante, secondo solo a quello dell’industria
di armamenti, nel campo bellico. I farmaci prodotti su
scala industriale diventano la merce più consumata (dopo
le pallottole) sui campi di battaglia. Il farmaco-principe è,
all’inizio, la morfina; alla fine della guerra di secessione
negli Stati Uniti, 45.000 soldati erano assuefatti alla mor­
fina (il farmaco principale usato per lenire i dolori delle
ferite: dati fomiti dal Committee of Concerned Asian Scho-
lars, The Opium Trail, New York 1971).
Il fenomeno si amplificherà poi, col pullulare di nuovi
farmaci morfinosimili, nella prima e seconda guerra mon­
diale; e sarà bene ricordare anche la grappa fra gli Alpini
italiani; l’anfetamina fra i piloti inglesi e tedeschi nella
seconda guerra mondiale; e l’eroina, fra i militari USA, in
Vietnam.
3. Le condizioni di vita della classe operaia. — Descrit­
te da Marx e Engels a cavallo degli anni '50, sulla base
anche di documenti ufficiali del Parlamento e delle Com­
missioni di ricerca del Governo inglese, le condizioni di
vita della classe operaia sono il punto-chiave su cui si
innesta la produzione di massa di droghe utilizzabili per
alleviare i sintomi più dolorosi di questa condizione: prin­
cipalmente, nell’ '800, gli oppiacei e l’alcool.
Contemporaneamente, nelle classi borghesi e piccolo­
borghesi, si diffondono, a scopo principalmente voluttuario,
le stesse sostanze. Ma è la condizione della donna, sfrutta­
ta in un ruolo sottoborghese, in cui si realizza un altro
consumo di massa dello "psicofarmaco."
Industria farmaceutica, import-export dell’imperialismo,
farmacisti e loro succedanei, medici, condizione della classe
operaia e della donna, sono i cinque momenti-cardine su
cui si innesta il grande gioco della droga nell’ '800. Una si­
tuazione di classe, che preannuncia, anche nei dettagli, la
maggior parte dei problemi di struttura attuali.

14
L’industria della droga nell’ '800

Produzione
Nell’ ’800, l’industria farmaceutica diffonde l'oppio, in
Europa e negli Stati Uniti, tramite una vasta gamma di
preparazioni particolari.
Storicamente, la prima di queste preparazioni è il lau-
danum, un composto inventato dal medico Paracelso nel
XVI secolo: si tratta di una tintura idroalcoolica contenen­
te il 10% di oppio. Tinture e sciroppi si prestano alla pro­
duzione dell’industria farmaceutica: imbottigliamento in
serie ed etichettatura standardizzata, con una sua "grafi­
ca” di tipo clinico-efficientista, ma anche irrazionale-affa-
scinante, sono i due elementi che ancor oggi restano alla
base dell’immagine della "confezione" farmaceutica.
Il numero di questi prodotti era sterminato: una sola
grossa casa farmaceutica produceva in esclusiva seicento
confezioni differenti (cfr. Charles B. Towns, The Perii of
Drug Habit, in "Century Magazine,” 84, 1912, pp. 580-587).
I nomi delle specialità andavano dal familiare all'accatti­
vante: lo Sciroppo dolce della signora Winslow, YElixir
all’oppio di McMunn, il Godfrey’s Cordial, YAyer’s Cherry
Pectoral. Tutti i prodotti erano ampiamente pubblicizzati
su giornali e riviste, come panacea di tutti i dolori: diar­
rea, artriti, lombaggini, reumatismi; ma anche per mal di
testa, mal di denti, esaurimento, tosse, depressione.
Oltre alle importazioni dall'Asia, esisteva anche un no­
tevole fatturato di coltivazione e produzione dell’oppio nei
vari paesi. Sia la coltivazione che la produzione erano le­
gali e non soggette a restrizioni; “la produzione nazionale
di questa sostanza cresce di anno in anno" scriveva nel suo
rapporto il dottor Dana Hays, funzionario dell’Amministra­
zione sanitaria del Massachusetts (Annual Report of thè
State Board of Health, Massachusetts, .1871). "L'oppio vie­
ne ricavato dai papaveri appositamente coltivati nel Ver­
mont, nel New Hampshire, nel Connecticut; la produzione
annua in questi stati è dell’ordine di tonnellate, e viene
assorbita quasi interamente dal consumo della popolazione
degli stessi stati che, in superficie, rappresentano meno di
un duecentesimo del territorio nazionale. Altro oppio viene
importato dalla Florida e dalla Louisiana; anche la Cali­
fornia e l’Arizona riforniscono gli stati della East Coast:
qui l’oppio è diventato un importante settore dell’industria,

15
L'eroina

da quattro ettari di campi di papaveri, si possono ricavare,


in Arizona, circa cinque quintali di oppio.”
L’oppio veniva prodotto anche dagli stati confederati
(Virginia, Tennessee, Carolina del Sud, Georgia) durante la
guerra di secessione. La coltivazione fu proibita negli Stati
Uniti soltanto nel 1942, in tutto il territorio del paese, dal
Congresso (Opium Poppy Control Act of 1942, Public Law
no. 400, settantottesimo Congresso).

Distribuzione
Per tutto 1’ ’800, l'oppio e i suoi preparati vengono ven­
duti al consumatore senza ricetta, con una facilità parago­
nabile solo a quella di farmaci come l’aspirina nella società
attuale. La distribuzione era capillare, sia nei punti vendita
delle grandi città, che in tutto il paese, arrivando nei vil­
laggi più minuscoli; oltre che dalle farmacie, dagli empori
e dai medici, gli oppiacei erano venduti anche per posta
(soprattutto negli Stati Uniti).
Una ricerca di Virgil Eaton, pubblicata da "Popular
Science Monthly” nel 1888 (33, p. 666) analizzava diecimila
registrazioni di vendita di farmaci conservate da 35 far­
macie di Boston: 1481 riguardavano oppiacei. Un farma­
cista del New England scriveva nel 1870: “Lavoro da ven-
t’anni in una città di 10.000 abitanti circa, la cui popolazione
non è aumentata in questo periodo. Il primo anno vendevo
venti chili di oppio; adesso sono passato a una quota di
oltre 120 chili annui; nello stesso periodo le vendite del
laudano (tintura di oppio e alcool) sono quadruplicate”
(Alonzo Calkins, Opium and thè Opium Appetite, Philadel-
phia 1871). Nel rapporto annuale del 1874 al Governo in­
glese della Commissione degli ufficiali medici, si osservava:
“La pressione alla vendita degli oppiacei è lo scopo prio­
ritario di numerose compagnie di grossisti. Per quanto ri­
guarda i farmacisti, l’oppio e i suoi derivati sono consi­
derati il prodotto numero uno" (Public Health, Reports of
thè Medicai Officer of thè Privy Council, 6th Report, 1864).
Un esempio tipico di best-seller oppiaceo era il God-
frey’s Cordial, popolarissimo in Inghilterra, che rappre­
sentava un'autentica trovata consumistica. L'unico prin­
cipio medicinale attivo era naturalmente l’oppio: il pro­
dotto veniva però mischiato con melassa per renderlo dol­
cissimo e con sassofrasso (una pianta aromatica) per dar­

16
L’industria della droga nell' '800

gli un profumo squisito; come "sciroppo miracoloso” per


tutti i mali era concepito soprattutto per i bambini, che
lo trovavano delizioso: a Coventry se ne vendevano ogni
settimana quasi 38 litri, sufficienti per 12.000 dosi sommi­
nistrate a circa 3000 bambini sotto i due anni. Come rife­
risce il dott. C. Fraser Brockington (Public Health in thè
Nineteenth Century, London 1965), in una città come Not­
tingham le vendite erano ancora maggiori. Un farmacista
normale poteva vendere in un anno medicinali ricavati da
90 chili di oppio, in pillole, sciroppi, tinture.

La morfina
G.O.M.: la medicina di Dio (God’s own medicine) era il
soprannome comunemente usato dai medici per indicare la
morfina. Scoperta nel 1803 da un farmacista tedesco (F.W.
Adam Seturner), è il primo degli alcaloidi dell’oppio a es­
sere isolato e descritto; seguono la codeina nel 1832 (Ro-
biquet), la papaverina nel 1848 (Merck), e successivamente
gli altri. A partire dalla metà dell’ ’800, sono gli alcaloidi
più che le preparazioni ottenute dall’oppio grezzo, a costi­
tuire la grande massa dei prodotti venduti dalle farmacie.
La morfina è tuttora definita, dalle massime autorità
farmacologiche mondiali, come "l'analgesico clinicamente
più efficace per togliere il dolore” (Goodman and Gillman,
The Pharmacological Basis of Therapeutics, 5 ed. New
York, giugno 1975, p. 245). Alla fine delle ricerche dell’ ’800,
sulla morfina e sugli alcaloidi dell'oppio, si arriva all’eroi­
na. (diacetilmorfina), che si ricava direttamente dalla mor­
fina, trattandola con acido acetico e altri ingredienti.
Rispetto all’oppio e agli altri derivati, il vantaggio della
morfina era di essere più potente e immediata come anal­
gesico: un vantaggio che diventava insuperabile quando,
negli anni '40, cominciò ad essere prodotta e distribuita
la siringa. Con un’iniezione endovenosa o ipodermica di
morfina, si poteva ottenere la più rapida abolizione di qua­
lunque dolore fisico. La diffusione della siringa spazzò via
le tecniche artigianali della medicina e offri all'industria
farmaceutica, l’unica a produrre farmaci di sintesi, la più
grossa chiave per impadronirsi del mercato. La siringa
soddisfaceva anche alla nuova immagine tecnologica, in­
dustriale, della medicina.
Il successo dell'accoppiata morfina-siringa fu dilagante:

17
L ’eroina

il dottor H.H. Kane, autore di un libro di testo in merito


(The Hypodermìc Injection of Morphia. Its Hystory, Ad-
vantages, and Dangers, Based on Experience of 360 Physi-
cians, New York 1880), elencava ben 54 malattie che po­
tevano essere splendidamente curate con iniezioni di mor­
fina: dall'anemia e angina pectoris, al diabete, alla ninfo­
mania e alla nuralgia delle ovaie, dal tetano al vaginismo e
al vomito da gravidanza. Morfina e prodotti simili venivano
consegnati senza ricetta legalmente; i pazienti ignoravano
completamente la capacità insita in queste sostanze di in­
durre ad assuefazione e dipendenza fisica. Molti medici
anche; chi sapeva, taceva. Alla fine della guerra di seces­
sione, 45.000 soldati erano diventati tossicomani: la mor­
finomania venne soprannominata "la malattia del soldato."

Diffusione
L’uso di oppiacei a scopo medicinale e di alcool a scopo
"voluttuario” coinvolgeva, nell’Europa dell’ '800, milioni di
persone; Marx ricorda nel Capitale, che pressoché in ogni
famiglia operaia erano presenti sciroppi oppiacei per i
bambini; gli stessi dati venivano pubblicati da fonti uffi­
ciali, come i Rapporti della Commissione sanitaria del go­
verno. Non c'è alcun dubbio sull'estensione del fenomeno.
Mancano invece i dati relativi alla mortalità infantile cau­
sata da oppiacei, e al numero di adulti tossicomani, cioè
passati da un uso più o meno sporadico di oppiacei o al­
cool alla farmacodipendenza; e quanti dalla farmacodi­
pendenza a ima vera e propria tossicomania. L'unico paese
per il quale esistono dati è l’America, dove, nella mag­
gior parte degli stati, venivano condotte ricerche accurate
a cura deH’amministrazione sanitaria. Le varie estrapola­
zioni, tendenti a stabilire il totale delle persone assuefatte
all'uso di oppiacei, vanno dalla cifra più prudente, stimata
in 269.000 unità, a cifre superiori al milione. Oggi, secondo
la stima più alta, un americano su 210 è assuefatto all’e­
roina; secondo la più bassa, uno su 500; dai dati relativi
alla seconda metà dell’ ’800 risulta che secondo la stima più
bassa, un americano su 100 era assuefatto agli oppiacei;
secondo la stima più alta, addirittura un americano su 20.
E, quasi tutti, intossicati a tradimento da oppiacei legali
(cfr. Charles Terry e Mildred Pellens, The Opium Pro-
blem, Bureau of Social Hygiene, 1928).

18
L'industria della droga nell’ '800

I consumatori
1. La classe operaia: lavoratori e bambini. — "Come
i nostri contadini tedeschi in un certo tempo dell’anno si
lasciano scorticare o salassare, cosi ora gli operai inglesi
prendono medicine buone per tutti i mali per danneggiarsi
da se stessi e per lasciare nelle tasche del fabbricante il
loro denaro,” scriveva Engels nel già citato La condizione
della classe operaia in Inghilterra. Come esempio di que­
ste truffe contro la salute dei proletari, Engels fornisce
un esempio preciso: "La peggiore di queste medicine era
una bibita che veniva preparata con l’oppio e con il laudano,
e che veniva venduta sotto il nome di Godfrey’s Cordial.”
Si tratta dello sciroppo miracoloso che proprio in Inghil­
terra (vedi paragrafo precedente) grossisti e farmacisti
“spingevano" di più. "Le donne che lavorano in casa e che
hanno da custodire figli propri o di altri, davano loro tale
bevanda per tenerli tranquilli e, come molti credono, an­
che per farli diventare più robusti. Esse cominciano spesso
dalla nascita dei figli a dar loro tali medicine, senza cono­
scere le nocive conseguenze di questo 'rimedio cordiale,’
sino a che muoiono. Se invece l’organismo del bambino
resiste alle influenze dell’oppio, in tanta maggiore quan­
tità gliene viene dato. Se il cordiale non agisce più, viene
unito con il laudano, e dato a quindici o venti gocce per
volta."
Il secondo rapporto della Commissione di inchiesta sul
lavoro minorile e dei bambini, pubblicato nel 1843, cita un
fatto agghiacciante: il medico legale di Nottingham aveva
testimoniato davanti alla commissione che un farmacista
aveva preparato e smerciato in un anno tre tonnellate di
sciroppo Godfrey’s Cordial. Si tratta di un quantitativo
da cui si possono ricavare oltre tre milioni di dosi. Secondo
Engels, la maggioranza dei bambini allevati a sciroppi, muo­
iono prima dei due anni. Fra gli operai adulti, invece, l’uso
delle “droghe di stato" a scopo medicinale costituisce uno
degli elementi centrali che causano la mortalità operaia
(del 50 e più per cento superiore a quella delle classi supe­
riori) e le tragiche condizioni di salute dei lavoratori. In
fabbrica o in miniera, il lavoro uccide; nelle case, donne
vecchi e bambini vivono in condizioni fisiche e psichiche
pessime; per tutti, l’alimentazione è insalubre e insuffi­
ciente; l’assistenza medica è ridotta quasi a zero. In una

19
L'eroina

città come Manchester, secondo il rapporto del Gaskell,


Manufacturing Population of England, “i tre quarti degli
abitanti hanno bisogno del soccorso dei medici,” e solo una
percentuale minima è soccorsa dagli "enti benefici." "I
medici inglesi pretendono alti onorari, e gli operai non
sono in grado di pagarli.”
Dato che i danni arrecati dal lavoro, dall'alimentazione
e dal modo di vita non trovano neanche un minimo di as­
sistenza terapeutica, le conseguenze, secondo Engels, sono
due: primo, gli operai sono obbligati a ricorrere alla droga
di stato, smerciata a prezzi popolari in tutto il paese, per
alleviare i mali prodotti nel loro corpo dal capitale, igno­
rando però in gran parte i pericoli che gli oppiacei com­
portano per la salute (nel caso dei bambini e degli indi­
vidui più debilitati, anche la morte); secondo, la grande
maggioranza degli operai è costretta a ricorrere all'alcool
per alleviare il malessere generale, e aggravando le proprie
condizioni di salute. "Tutte le possibili tentazioni sono riu­
nite a spingere l’operaio verso la passione del bere. L’ac­
quavite è per i lavoratori quasi l'unica fonte di gioia e tutto
cospira affinché essa si stringa loro intorno. L’operaio ri­
torna a casa stanco e affannato; trova un’abitazione senza
alcuna comodità, sporca, sudicia, inospitale; il suo umore
affaticato diviene insopportabile per le altre condizioni di
vita; il suo corpo debole, indebolito dall'aria cattiva e dalla
cattiva nutrizione, pretende uno stimolo che lo scuota con
violenza; il suo bisogno sociale può soltanto venir soddi­
sfatto in un’osteria. [...] La passione del bere, nella classe
operaia, ha cessato di essere un vizio: essa è diventata la
conseguenza necessaria e inevitabile di certe condizioni so­
pra un oggetto senza volontà, almeno in presenza di tali
condizioni. Coloro che hanno fatto degli operai un sem­
plice oggetto, ne devono portare la responsabilità" (Engels,
op. cit.).
Sir Archibald Alison scrive nel suo volume The Princi-
ples of Population and Their Connection with Human Hap-
piness (Edimburgo 1840) che nella città di Glasgow, ogni
sabato sera, sono ubriachi trentamila operai; che c'è una
taverna di acquavite ogni dieci case; che nel 1837, sono
stati registrati al dazio in Scozia, oltre trenta milioni di
litri di acquavite, e in Inghilterra oltre quaranta milioni
di litri: cifre superiori di 3-4 volte a quelle di 14 anni pri­
ma, quando ancora non era in pieno sviluppo il boom delle

20
L’industria della droga nell' '800

fabbriche. Secondo Lord Ashley, che lo dichiarò nel 1843


alla Camera bassa, ogni anno la classe operaia spendeva
venticinque milioni di sterline per bevande alcooliche.
Il lato clamoroso dell’alcoolismo proletario nell’ ’800 è
dato poi da una serie di teorie mediche, che sostenevano
che per curare l'alcoolismo e i danni fisici più vistosi del­
l’alcool, un ottimo rimedio era rappresentato dalla mor­
fina. Su una rivista specializzata, il dottor J. R. Black,
spiegava, nel 1889, i grandi vantaggi ottenuti nel sostituire
l’uso di alcool con l’uso di morfina. Per motivi economici:
con mezzo dollaro era possibile acquistare una quantità
di morfina sufficiente per venti giorni; la maggioranza de­
gli alcoolisti spendeva invece cifre cinque o dieci volte su­
periori nello stesso periodo. Per motivi clinico-patologici:
i danni epatici, gastritici e cardio-vascolari, e le varie ma­
lattie prodotte dall'alcool, sarebbero superiori a quelli
della morfina. Per motivi socio-politici: i consumatori di
morfina sono più tranquilli — nell’ '800 non dovevano ru­
bare o prostituirsi per ottenere i soldi necessari all’ac­
quisto della droga —, non commettono reati, né atti di
violenza, comuni invece fra la popolazione alcoolista; se­
condo il Black, il discorso è valido anche per gli ex al-
coolizzati curati con morfina (J. R. Black, Advantages of
Substituting thè Morphia Habit for thè Incurably Alco-
holic, Cincinnati Lancet Clinic, 1889).
2. La donna: borghesi e prostitute. — L’industria far­
maceutica nell’ '800 non si è limitata, con la complicità di
medici e farmacisti, a rovinare la salute della classe ope­
raia. Per ampliare i suoi profitti, con gli stessi alleati, riuscì
a individuare un altro “mercato" colossale: le donne, di
tutte le classi sociali.
La medicina ottocentesca trasformò la donna in genere
in un oggetto malato, da rimpinzare di farmaci e da aggre­
dire con le più incredibili terapie. L’asportazione chirurgi­
ca della clitoride, per esempio: un’operazione che veniva
praticata in modo massiccio, per evitare che le donne si
masturbassero (cfr. B. Ehrenreich e D. English, Le stre­
ghe siamo noi, Celuc, Milano 1974).
I narcotici oppiacei venivano prescritti dai medici per
tutti i disturbi ginecologici e sessuali, comprese le malattie
veneree; in più, venivano fatti ingerire con la forza per
tutti i “disturbi nervosi,” che secondo le autrici del libro

21
/
L’eroina

citato, erano più spesso un’invenzione dei medici che qual­


cosa di intrinsecamente patologico, al di là dei malesseri
comuni a quasi tutte le donne, costrette a un’esistenza clau-
strofobica casa-marito-figli. Numerose indagini statistiche
condotte negli Stati Uniti concordano nel concludere che
la maggioranza dei consumatori di oppiacei nell' ’800 e al­
l’inizio del '900 era rappresentata da donne. Una ricerca
del 1878, su 1313 consumatori nel Michigan, individuò una
percentuale di donne del 62,2 per cento. In uno studio su
Chicago del 1880, su 235 consumatori, le donne erano il 71,9
per cento, un rapporto di 3 a 1 (C. W. Earle, The Opium
Habit, in "Chicago Medicai Review," 1880). L’indagine con­
dotta dall'Amministrazione sanitaria dello Stato dello Iowa,
segnalava il 63,8 per cento di donne (su 235 consumatori).
Anche gli studi condotti in Florida e nel Tennessee, nel
1913 e 1914, segnalavano una netta maggioranza di donne
(rispettivamente 58,9 e 66,9 per cento).
Classe sociale: In grande maggioranza, borghesia, pic­
cola, media e alta. Il fatto era talmente dato per scon­
tato nella classe medica e nella pubblica amministrazione,
che esistono solo due ricerche in proposito; il Consiglio
sanitario dello Stato del Massachusetts, nel 1889, distribuì
un questionario a 446 farmacisti e a 166 medici; le rispo­
ste del primo gruppo davano questi risultati: al 22 per
cento non risultava alcun uso di oppio, secondo il 22 per
cento l’uso riguardava tutte le classi sociali; secondo il 7
per cento, solo le classi superiori; secondo il 22 per cento,
le classi medie; secondo il 7 per cento le classi inferiori.
Il rimanente 20 per cento dava risposte miste. Fra i me­
dici, i risultati erano i seguenti: tutte le classi, 30 per cento;
classi superiori, 22 per cento; medie, 3 per cento; medio­
alte, 12 per cento; “donne nervose,” 14 per cento; “non so,”
8 per cento; classi inferiori, 6 per cento.
Età media: Gli studi condotti dalle Amministrazioni
deirillinois, Iowa e Tennessee davano indicazioni varianti
da 39 anni, a 46, a 50.
Razza: Gli studi condotti negli stati ad alta concen­
trazione di abitanti negri (Florida, Tenessee) erano con­
cordi nel valutare i consumatori di colore come assoluta
minoranza nella popolazione dei tossicofili.
Il quadro ottocentesco vede quindi, come categoria più
diffusa di consumatore, la donna, bianca, di mezza età, ap­
partenente alle classi medie e superiori. Non c’è da stu-

22
L’industria delia droga nell' ’800

pirsi, dato che, oltre ai sintomi citati, i due "disturbi” per


cui gli oppiacei erano maggiormente prescritti, erano i do­
lori mestruali e gli inconvenienti della menopausa. Ma c'è
un altro, profondo motivo di questa prevalenza della tossi­
comania femminile: nella borghesia, era considerato social­
mente inaccettabile che le donne bevessero liquori; questo
proibizionismo porta quasi automaticamente all’uso volon­
tario di elisir e tinture oppiacee, che diventano l’unico ri­
medio contro l’ansia a disposizione delle donne senza limi­
tazioni di sorta. Da una parte, sono i medici a cercare di
uccidere il malessere della donna con gli oppiacei, dal­
l'altra sono le donne stesse a cercare negli oppiacei usati
spontaneamente delle sensazioni di benessere o di tran­
quillità. In entrambi i casi, la donna ignorava di consumare
una droga che produce assuefazione e dipendenza fisica; ed
entrambi i filoni di consumo, quello coatto e quello volon­
tario, facevano il gioco dell'industria farmaceutica. Ma l’uso
volontario aveva comunque delle implicazioni pericolose:
soprattutto per la società, ma anche per l’industria, che si
vedeva sfuggire delle clienti. Infatti, le donne più emanci­
pate ricorrevano, invece che ai drug-stores, alle fumerie
dei cinesi. Specialmente negli Stati Uniti, fra il 1850 e il
1860, vi fu una forte immigrazione (decine di migliaia di
persone) di manodopera cinese, chiamata soprattutto per
ultimare la costruzione delle grandi linee ferroviarie del
West. Alla fine dei lavori, molti cinesi si trasferirono sulla
costa, accettando altri impieghi a salari più bassi del nor­
male, e aprendo delle fumerie d'oppio. Come riferisce il
Kane (Opium Smoking in America and China, New York
1882), le autorità di San Francisco lanciarono una campa­
gna razzista anti-cinese, “molte donne e ragazze, come del
resto giovani borghesi di famiglie rispettabili sono state
persuase a frequentare queste fumerie dove vengono por­
tate alla rovina fisica e morale." I giornali cominciarono
a pubblicare storie di giovanissime plagiate con l'oppio,
corrotte nel corpo e costrette alla prostituzione. La realtà
era molto diversa: secondo la testimonianza di una pro­
stituta, fumatrice d'oppio, alla Commissione reale cana­
dese, insediata a Victoria (British Columbia) nel 1884: “vi
sbagliereste molto se pensaste che tutte le donne che ven­
gono nelle fumerie fanno il mio stesso mestiere. A San
Francisco, e anche qui, ho conosciuto donne delle famiglie
più rispettabili’’ (George H. Stevenson et al., Drug Addic-

23
L’eroina

tion in British Columbia: A research Survey, University of


British Columbia, 1956). Il film di Robert Altman, I compa­
ri, descrive una figura femminile dell’epoca, interpretata
da Julie Christie, ex prostituta diventata padrona di un
saloon, che fuma oppio: i colori del film, particolarmente
dolci e suggestivi, sono direttamente influenzati dall'uso di
oppio.
La campagna dei giornali americani contro il fumo del­
l’oppio è importante perché è il primo esempio storico
moderno di una "caccia alle streghe’’ con la scusa della
droga; ci sono anche gli ingredienti adatti da dare in pa­
sto al pubblico: sesso e droga, minorenni, prostituzione,
orge. Il tutto è naturalmente basato su una mistifica­
zione: moltissime prostitute facevano uso di oppiacei per
cercare di bloccare il flusso mestruale; la ricerca citata del-
l’Illinois contava, su 235 consumatrici abituali di oppio,
un terzo circa di prostitute; solo una minoranza delle pro­
stitute faceva uso di oppio in chiave psicologica (secondo
la testimonianza alla commissione canadese, "la maggior
parte delle prostitute beve alcool, e questo fa loro un mag­
gior danno. Il bere eccita le passioni, mentre l’oppio le cal­
ma; e quando una di noi beve, va in rovina molto facil­
mente...”).
Le donne borghesi che fumavano l’oppio cinese procu­
ravano alla loro salute un danno minore che ingerendo gli
oppiacei farmaceutici. Per essere fumabile, infatti, l’oppio
deve essere preparato in modo particolare: nella lavora­
zione bisogna usare un oppio "debole," contenente meno
del 9 % di morfina. Inoltre, dato che l’oppio non è bru­
ciato, ma solo riscaldato, chi "fuma,” in realtà inala sol­
tanto del vapore, non del fumo; nel vapore entra soltanto
il 10 % della morfina contenuta nell’oppio, e solo una parte
di questa morfina entra a sua volta nell'organismo con la
inalazione. Un fumatore di oppio medio consuma al gior­
no una quantità d’oppio equivalente a 15 milligrammi di
morfina iniettata e a 30 milligrammi di morfina ingerita
oralmente. Un tossicomane medio di morfina consuma da
200 milligrammi in su. Secondo la dott.sa Nyswander, "nel
fumo dell’oppio come è praticato nei paesi dove è social­
mente tollerato, esiste una tendenza all’autolimitazione nel
consumo" (Nyswander, 1956, cit. da Jaffe, in Goodman and
Gillman, The Pharmacological Basis of Therapeutics, 3 ed.,
1965, p. 285). Come riferisce Cancrini (Droga: chi, come, e

24
L’industria della droga nell' '800

perché, Sansoni, Firenze 1972), “la letteratura specializzata


concorda nel ritenere che fumare in quantità moderata non
impedisce una vita ragionevolmente produttiva”; l’oppio
consumato in tal modo "nei paesi dove l’uso ha carattere
endemico, dà luogo a situazioni simili a quelle che si veri­
ficano per l’uso di alcool in paesi come il nostro: consu­
matori occasionali e sporadici, individui farmaco-dipen­
denti che mantengono tuttavia degli agganci validi con la
realtà che li circonda; dei veri tossicomani, infine, comple­
tamente asserviti all’uso della droga”; “mancano dati sulla
frequenza con cui si arriva a quest'ultima situazione.”
Anche la scienza medica dell’epoca non ignorava la dif­
ferenza di pericolosità tra il fumo dell’oppio e l’uso orale o
ipodermico di oppiacei e morfina. Tuttavia, la campagna
scandalistica portò numerosi stati e città americani a proi­
bire il consumo dell’oppio nelle fumerie; San Francisco
nel 1875, per prima, poi Virginia City (Nevada) l’anno suc­
cessivo; fino ad arrivare al provvedimento del Congresso
nel 1887, che proibiva l’importazione dell’oppio debole
(quello usato per il fumo) e comunque ogni importazione
di oppio da parte di cinesi. Nel 1914, erano ormai passate
ventisette legislazioni anti-fumerie nei vari stati; le pene
erano molto severe, in qualche caso erano previste anche
per chi fosse trovato in possesso di una pipa per fumare
l'oppio.
La logica di tutta l’operazione appare evidente. Si ot­
tengono in un colpo solo quattro obiettivi importanti:
1) criminalizzare una minoranza, le comunità cinesi, che
non possono certo, da un giorno all’altro, smettere tradi­
zioni secolari. Da questo momento, i cinesi sono sotto la
minaccia continua della repressione, e le autorità ammi­
nistrative e di polizia possono arrestare e condannare, a
loro discrezione, i cinesi meno rispettosi delle regole del
gioco. Molti americani vedono di malocchio i cinesi, perché
rappresentano una forma di concorrenza sleale sul mer­
cato del lavoro (prezzo della manodopera più basso), fatto
che d'altra parte è funzionale agli imprenditori. Con que­
sto provvedimento, quindi, le autorità salvano capra e ca­
voli: perseguitano i cinesi, accontentano le categorie di la­
voratori che si sentono minacciate e, nello stesso tempo,
conservano la manodopera a prezzi più bassi.
2) intensificare la criminalizzazione delle prostitute. Da­
to che la maggioranza delle prostitute fuma oppio e fre­

25
L’eroina

quenta i quartieri cinesi per motivi professionali, c'è un


nuovo pretesto legale per arrestarle e minacciarle. La re­
pressione durissima contro le prostitute era una caratteri­
stica della società ottocentesca, e dello sfruttamento della
donna (vedi il già citato Le Streghe).
3) Fare un piacere alle case farmaceutiche e ai farma­
cisti. Nelle fumerie i cinesi fanno consumare oppio impor­
tato e preparato da loro; i prezzi sono bassi e i locali han­
no molto successo: vi si ritrovano artisti, bohémiens e va­
rie categorie di devianti, oltre a parecchi borghesi. Dopo
il proibizionismo, chi non vuole rischiare la galera deve
tornare a consumare i prodotti farmaceutici, che aveva
abbandonato a vantaggio dei cinesi.
4) Riportare "a casa" le donne e le ragazze, che si era­
no concesse troppa libertà, in famiglia, a consumare di
nuovo morfina e altri narcotici industriali. È difficile non
vedere, nella frequenza alle fumerie, una voglia d’indipen­
denza nelle donne: tanto è vero che molte continueranno
ad andarci anche dopo la proibizione; la legge serve anche
a una restaurazione del potere assoluto maschile.

26
2

Il ’900: l’Industria della droga diventa nera

Dall’eroina all’aspirina. La Rivoluzione Chimica

La scoperta dell'Aspirina, 1899, e la sua produzione da


parte della Bayer, la più grossa industria farmaceutica te­
desca, segna una tappa fondamentale nella storia dell’eroi­
na e delle tossicomanie. Per una quindicina d’anni, dopo
il lancio dell’eroina, la Bayer aveva trionfato sul mercato
con "l’analgesico più potente del mondo" (l’eroina).
Ma è l’aspirina a fornire la chiave per tutto il comporta­
mento deH’industria farmaceutica, a partire dalla Bayer,
durante il '900.
Aspirina vuol dire scoperta della differenziazione dei
mercati. Se nell’ ’800, l’industria farmaceutica aveva poco da
offrire alla gran massa della popolazione (eroina, morfina,
oppiacei, per tutti i mali, fisici e psichici) con l’aspirina
scopre la possibilità di orientare il pubblico verso diffe­
renti direzioni; di “spezzare” il pubblico dei consumatori
di farmaci verso diversi prodotti.
Il primo e più importante di questi prodotti è l'Aspirina.
L’aspirina è un analgesico miracoloso, adatto a far sparire
tutti i dolori del consumatore di tipo moderato: mal di
testa, mal di denti, reumatismi, artriti. Eroina, codeina,
morfina, oppio e simili potrebbero ottenere gli stessi ef­
fetti: ma non è più razionale usarli per queste incombenze
nel momento in cui si diffonde a livello di massa la nozione
dei pericoli connessi (dipendenza fisica, tolleranza, ecc.).
L’aspirina è l’analgesico-principe che non presenta questi
pericoli macroscopici: ne presenta degli altri, ma non sarà
certo la Bayer a renderli di pubblica notorietà.
Spezzare l’ossessione dei narcotici come unica medicina
in qualche modo efficiente, è estremamente funzionale al-

27
L’eroina

l'industria farmaceutica: si aprono diversi filoni, per ogni


tipo di "malattia," per ogni tipo di esigenza.
Una risposta "politica" a questo bisogno di differen­
ziazione dei farmaci e del pubblico viene in modo clamo­
roso dalla scoperta dei barbiturici.
Adolph von Bayer li scopre in laboratorio nel 1864:
l’acido barbiturico (malonilurea) salta fuori dalla conden­
sazione di acido maionico e urea. Ma è solo nel 1903, che
l’industria farmaceutica tedesca riesce a lanciare sul mer­
cato il nuovo prodotto: Fischer e von Mering realizzano
l’acido dietilbarbiturico (barbital), che ben presto invade
l’Europa con il nome di Veronal.
Veronal (e barbiturici simili) vogliono dire una sola
cosa: sonno immediato per qualunque tipo di paziente.
Come seconda “bomba" arriva il Luminal (fenobarbital),
introdotto in medicina da Loewe, Juliusburger e Impens.
Negli anni successivi saltano fuori più di 2.500 barbiturici,
di cui più di 50 entrano nella pratica medica.
I barbiturici sonniferi e l’aspirina fanno scoprire al­
l’industria farmaceutica la vera miniera d'oro, da coltivare
per tutto il '900: il concetto-base n. 1 è riuscire a produrre
un farmaco (o alcune famiglie di farmaci) per ogni distur­
bo. La chimica comincia a offrire una marea sterminata di
prodotti utilizzabili in questo senso commerciale. Il crite­
rio fondamentale n. 2 è truffare il pubblico sulla nocività
di ciascun farmaco o droga: un criterio già pienamente
messo in atto con la morfina e l’eroina. L'accoppiata dei
due criteri fa dell’industria farmaceutica uno dei settori
economici più importanti della società moderna.
Ogni nuova famiglia di droghe non fa altro che sosti­
tuire l'eroina (o la morfina) in una delle sue funzioni (seda­
tiva, analgesica, tranquillante, ecc.); ogni nuova famiglia
di droghe ha gli stessi inconvenienti dell'eroina: se non li
ha, ne ha degli altri anche più gravi.

L’eroina diventa nera. Il proibizionismo in USA

La legislazione statunitense anti-cinese rappresenta il


primo tentativo, nei paesi occidentali, di introdurre norma­
tive repressive "contro le droghe": la storia della sua ap­
provazione e gli obiettivi raggiunti sono esemplari delle
vere funzioni di una legge "antidroga," che sono politiche,

28
Il '900: l'industria della droga diventa nera

e in cui il “problema-droga” è solo un paravento, varia­


mente strumentalizzato per ben altri scopi. Per questo
aspetto, si anticipano quasi completamente le tematiche
che stanno alla base delle varie leggi e delle varie cam­
pagne antidroga nel ’900. Cosi come gli effetti sul problema
reale droga somigliano alla realtà attuale: prima della
legge, nel decennio 1860-1869, venivano importate legal­
mente 21.176 pounds di oppio da fumo, con cui potevano
essere riforniti 8.470 fumatori medi. Dopo la legge, nel de­
cennio 1880-1889, si passa a 85.988 libbre (34.395 fumatori),
nel decennio successivo, 92.462 libbre (36.985 fumatori),
infine tra il 1900 e il 1909 (ultimo anno in cui l'importazio­
ne è legale), si passa a 148.168 libbre (59.267 fumatori). E,
malgrado leggi successive ancora più rigide, alla fine degli
anni ’30, secondo il capo del Narcotic Bureau e l’avvocato
dello Stato, "non esiste città in America dove non si possa
trovare qualche fumeria di oppio" (Harry J. Anslinger e
William F. Tompkins, The traffic in narcotics, New York
1953). Si è ottenuto quindi, un quinto obiettivo: la nascita
di un mercato nero, di grandi proporzioni economiche, i
cui profitti sono controllati da vertici dell’apparato statale:
i consumatori di narcotici vengono divisi in due classi, gli
"illegali" fumatori d’oppio, e i ben più numerosi intossicati
di eroina, morfina e simili, in vendita libera in farmacia.
Controllo e repressione su poche decine di migliaia di "ille­
gali," intossicazione di massa “legale” per centinaia di mi­
gliaia di cittadini. Nasce cosi il grande gioco della droga.
La dialettica della droga nel '900 conosce nei primi anni
del secolo una svolta fondamentale: essa nasce sulla spinta
di settori della borghesia scandalizzati dal comportamento
cinico del capitalismo internazionale verso le tossicomanie.
In Cina, l’imperialismo inglese era riuscito a centuplicare
la popolazione dei tossicomani in pochi decenni (120 mi­
lioni); in Francia, Germania e Inghilterra, dilagavano al­
l’interno della borghesia vistose tossicomanie da morfina,
cocaina e eroina, inserite nella moda del decadentismo.
Completamente separate dall’alcoolismo del proletariato,
e dal ricorso involontario della classe operaia a oppiacei
spacciati come “medicine,” le tossicomanie si inserivano
nella crisi fin de siècle borghese: non nascevano dalla di­
sperazione, ma dalla noia. Erano — già allora — droghe di
plastica: “La siringa venne amata con passione feticista e
l'industria non perse tempo. Furono preparate e vendute si­

29
L'eroina

ringhe-gioiello con pietre preziose, aghi d’oro e di platino


per sera, astucci cifrati da offrire in dono. Siringhe da pol­
so, da collo, da toilette" (U. Leonzio, Il volo magico, ed.
Sugar, Milano 1969, p. 115). Fiorisce una letteratura di
second’ordine, ben diversa dalla ricchezza di spinte intel­
lettuali che aveva caratterizzato l'uso di droghe in Baude­
laire, Rimbaud, e il simbolismo. Les possédés de la mor-
phine, di Talmayr, Noris, di Claretie, La comtesse Morphine,
di Mallat, Morphine, di Dubut de Lafòret. Nel film di Pa­
troni Griffi, Divina Creatura, il protagonista diventa mor­
finomane dopo una delusione d'amore.
Nel 1909, la conferenza mondiale di Shangai, promossa
dal Presidente americano Theodore Roosevelt, stabilisce
alcuni principi di controllo. Con la Prima Convenzione in­
ternazionale dell’oppio, del 1912, all’Aja, il proibizionismo
comincia a diventare una realtà in alcuni paesi.
La Convenzione si era limitata a stabilire una serie di
criteri per il controllo internazionale della produzione del­
l’oppio. Ma le leggi dei singoli paesi furono formate in modo
da riflettere problemi interni, ideologici e sociali.
Negli Stati Uniti, l'Harrison Act (1914) disponeva una
serie di misure regolamentari per industrie e farmacie. Ren­
deva obbligatorie certe tasse, la registrazione burocratica di
produttori, dettaglianti e medici; fissava certi limiti percen­
tuali da non superare per la marea di farmaci a base di
oppiacei; i medici dovevano prescrivere le medicine con
delle ricette, e registrarle. In sostanza, una legge per re­
golamentare il mercato dei narcotici, che per tutto 1’ '800
era stato “selvaggio.” Leggi repressive, di polizia, con la
previsione del carcere per i consumatori erano già in vi­
gore contro il fumo dell’oppio (vedi capitolo precedente):
con il risultato che i “fumatori” che non volevano correre
rischi passarono in blocco dall’oppio cinese alla morfina
o eroina tedesca o americana, "un vizio molto più dannoso
del fumo di oppio” scriveva il dottor Charles B. Towns nel
1912 (The perii of Drug Habit, in "Century Magazine,”
84, 5831.

Conseguenze del proibizionismo

Il mito della droga (le donne che venivano indotte dai


cinesi a fumare oppio e quindi a prostituirsi) era una realtà

30
Il '900: l’industria della droga diventa nera

nel 1912: un anno prima dell'entrata in vigore dell’Harrison


Act, fu diffusa in tutto il paese una raccolta di romanzi
(venti) di Sax Rohmer (Le insidie del doti. Fu Manchu),
che si guadagnarono presto una riduzione cinematografica.
Con uno stile popolarissimo e affascinante (alla Salgari), i
racconti descrivevano le imprese del dottore, che aveva
deciso di ridurre in schiavitù il mondo dei bianchi, usando
droghe diaboliche: cocaina e oppio. Gli assuefatti alla dro­
ga diventavano rapidamente schiavi di Fu-Manchu, e pronti
a commettere ogni tipo di violenze e delitti. La nascita di
un mass-media spettacolare (editoriale e cinematografico)
veniva a coincidere con un certo modo di fare politica e di
amministrare la giustizia.
Il Dipartimento del Tesoro elaborò subito una sua par­
ticolare interpretazione della legge, e invece di controllare
che la produzione delle case farmaceutiche si svolgesse
entro i binari previsti dalle norme, si diede ad arrestare
tossicomani e dottori. La magistratura diede man forte: nel
1915, la Corte suprema condannò un certo Jim Fuey Moy,
trovato in possesso di una modica quantità di oppio, in
base aH’Harrison Act: era un’enormità giuridica, perché
come sostennero i difensori, la legge non prevedeva il reato
di uso o detenzione, ma puniva solo produttori, medici, o
farmacisti che non si fossero attenuti alle regole, e non
si occupava neanche lontanamente della categoria dei con­
sumatori (United States v. Jim Fuey Moy, 241 U.S. 394,
1915).
Sulla scia di questa autorevole sentenza, i giudici locali
impazzavano; nel T9 e nel '20, la Corte suprema emise al­
tre due sentenze clamorose, con cui avallava il comporta­
mento della magistratura ordinaria: era punibile anche il
medico che avesse prescritto dei narcotici al paziente con
regolare ricetta per evitargli i sintomi dolorosi delle crisi
di astinenza da morfina (Webb v. United States, 249 U.S.
96, 1919; Jim Fuey Moy v. United States, 254 U.S. 189, 1920).

Raddoppiano i tossicomani
Conseguenze immediate: l'I per cento della popolazione
americana che durante 1’ '800 e i primi anni del '900, era
stata forzata ad assuefarsi legalmente agli oppiacei (da
250.000 persone a un milione), era trasformata di fatto in
una comunità di criminali. La situazione, già nel 1915, prò-

31
L’eroina

vocò le proteste dell’autorevole rivista scientifica "Ame­


rican Medicine": “Il problema dei narcotici è un proble­
ma medico molto serio. La nuova legge invece che miglio­
rarlo, l’ha peggiorato. I medici hanno trovato pericoli cosi
gravi nelle varie norme [...] che hanno deciso di stare il più
lontano possibile da ogni tossicomane e dai suoi bisogni
di cura. Di conseguenza i tossicomani sono costretti a pro­
curarsi i narcotici di cui hanno bisogno nel mondo della
malavita [...] Il mercato illegale sta crescendo [...] Abbia­
mo ottenuto il risultato di gettare dei cittadini bisognosi
di assistenza medica nelle mani dei criminali [...] Giovani
donne e ragazze assuefatte ai narcotici senza loro colpa,
sono costrette a frequentare case di malaffare dove rifor­
nirsi di droga... ” (Editorial Commetti, in "American Medi­
cine," 21 [O.S.], 10 [N.S.], novembre 1915, 799-800).
Anche il parlamento capi che qualcosa non andava e
nel 1918 mise in piedi una commissione d’inchiesta, presie­
duta dal dottor A. G. Du Mer, direttore del Servizio Sani­
tario Nazionale (U.S. Public Health Service). Risultati: il
consumo di narcotici non era diminuito e veniva valutato
in quasi un milione di consumatori; il mercato criminale
aveva avuto un boom, ed ormai il suo volume eguagliava
quello della produzione legale; si era creata un’organizza­
zione di spacciatori a carattere nazionale per l’importa­
zione della droga ("Outlook," 112, giugno 25, 1919, p. 122).
Ne nacque una disputa politica: i burocrati del Tesoro,
che si occupavano del settore narcotici (un equivalente
della nostra Guardia di finanza) e alcuni parlamentari rea­
girono vivacemente, sostenendo “che i tossicomani sono
dei viziosi e come tali vanno puniti.” Per "risolvere” il pro­
blema, il Congresso pensò bene (1924) che era il caso di
aumentare le pene dell'Harrison Act, particolarmente con­
tro l’eroina, che veniva considerata più pericolosa della
morfina. I parlamentari pensavano in questo modo di bloc­
care l'escalation dalla morfina all’eroina, che era una ten­
denza già notata dai vari osservatori. Il risultato fu che alla
fine degli anni ’20, l’unico narcotico in circolazione nel mer­
cato nero era l'eroina. I motivi per cui l’eroina è il narco­
tico preferito dalla mafia sono discussi nel capitolo Mer­
cato nero.
Nella storia dell'eroina, gli anni ’30 sono una data im­
portante: la seconda data importante dopo la produzione
di massa ad opera della Bayer. Ex regina dei farmaci,

32
Il ’900: l'industria della droga diventa nera

l’eroina diventa l’unico narcotico non prodotto dalle case


farmaceutiche, che continuano la manifattura di morfina
e degli altri oppiacei. "Gli Stati Uniti, su pressione della
polizia anti-droga, per primi proibiscono qualsiasi uso me­
dico deH’eroina’’ scrive il dottor Joel Fort, dell’Organizza­
zione mondiale della Sanità (The Pleasure Seekers, New
York 1969). Alcuni paesi li imiteranno, altri no: come l'In­
ghilterra.
Questo status speciale conferito all’eroina ha una ra­
gione storica molto precisa, e non a caso è stato suggerito
e imposto dal Narcotic Bureau: è necessario al gioco della
droga che esista un farmaco completamente fuorilegge. La
morfina, anche se fa paura all’opinione pubblica, è ap­
prezzata perché se ne conosce l’utilità medica, negli ospe­
dali, per le operazioni chirurgiche, ecc. L'eroina no: con gli
anni '30, diventa la super-droga, in mano solo alla polizia
e agli spacciatori. È quello che ci voleva per l’industria
farmaceutica (e per la polizia): per l’industria, ciò per­
mette di imbrogliare il pubblico, facendogli credere che esi­
stono due categorie di sostanze, di qua la "droga” velenosa,
con l’eroina in testa, di là i farmaci, aspirina in testa, bene­
fici-, per la polizia, far credere alla gente che non esistono
usi medici dell’eroina significa maggiore libertà di repres­
sione indiscriminata. In realtà, anche all’epoca, i ricerca­
tori erano ben consapevoli che le differenze fra eroina,
morfina e gli altri narcotici sono minime: "La differenza
tra gli effetti dannosi dell’eroina e della morfina sui tossi­
comani non è stata rilevata clinicamente,” scriveva nel 1925
il dottor Lawrence Kolb (Pleasure and Deterioration from
Narcotic Addiction, in "Mental Hygiene," 9, 1925, 724).
Quarantadue anni dopo, la Commissione Nazionale del pre­
sidente per l'applicazione della legge e l’amministrazione
della giustizia giungeva alla stessa conclusione: "Mentre
si è notato che l’eroina sviluppa un’azione più rapida della
morfina, non esiste dal punto di vista farmacologico nes­
suna significativa differenza fra le due droghe” (Task
Force Report: Narcotics and Drug Abuse, Washington D.C.,
U.S. Government Printing Office, 1967, p. 3).
La differenza è politica: creare il mostro eroina serviva
all’industria farmaceutica per continuare a produrre indi-
sturbata droghe simili o peggiori, ma vendute come me­
dicine miracolose. Non si può più vendere lo "sciroppo al­
l'eroina” per la tosse dei bambini, e non conviene neanche:

33
L'eroina

è bene che la gente pensi che roba come l’eroina non ha


nulla a che lare con le medicine, e nessuna medicina con­
tenga niente di simile. I narcotici negli sciroppi ci sono an­
cora, ma hanno cambiato nome: Hydrocodone, Oxycodone,
Pholcodina; la gente non può sapere che fra questi e l’eroi­
na c'è la stessa differenza che passa fra il vino bianco e
il vino rosso.
I barbiturici sono la droga-principe del ventennio fra le
due guerre, insieme ad altri ipnotici altrettanto micidiali
(come l’idrato di cloralio), e vengono usati sia come sonni­
feri, sia come sedativi e tranquillanti. La dose richiesta per
l'effetto sedativo è molto minore di quella necessaria per
l’effetto ipnotico: 15-30 milligrammi di Luminal, contro 100
milligrammi; per l'effetto tranquillante, però, la pillola si
prende due, tre, anche quattro volte al giorno. L’eroina ha
trovato, nelle case americane, un sostituto perfetto come
potenza e varietà di usi: alla fine degli anni ’30, il bilan­
cio annuale era di un miliardo di grani, (1 grain = 0,0648
grammi) pari a due-quattro miliardi di dosi sedative, scri­
veva la rivista ufficiale dell’American Medicai Association
(W. E. Hambourger, A study of thè promiscuous use of bar-
biturates, in "Joum. Am. Med. Ass.,” 108, 8 aprile 1937,
1943).
Come con l'eroina e la morfina, la gente non ha la pos­
sibilità di accorgersi del fenomeno della dipendenza fisica
se non per caso, o quando ormai è troppo tardi. Nella pub­
blicità delle industrie, il barbiturico è una droga assoluta-
mente innocua, da prendere diverse volte al giorno, da dare
ai bambini; i medici, in buona o malafede, non avvertono
del pericolo dell’assuefazione. Se la gente, interrompendo
l’uso del farmaco, ha qualche disturbo, lo attribuisce ai
propri mali: "si vede che sto male di nuovo," prende il
barbiturico e sta benissimo. Intanto legge sui giornali che
l’eroina fa commettere infami delitti; fra il 1914 e il 1938
vengono incriminati 25.000 medici, colpevoli di aver pre­
scritto narcotici a eroinomani, per alleviargli le crisi da
astinenza: 3.000 finiscono in prigione.
II numero dei tossicomani da eroina non diminuisce:
quello complessivo dei tossicomani invece aumenta, p e ­
ché bisogna aggiungere anche i tossicomani da barbiturici.
Il mercato nero dell'eroina si lega alla nuova criminalità
mañosa, con protezioni e rappresentanze nella magistratu­
ra, nella polizia, ai vertici dello stato; è una criminalità che

34
Il '900: l’industria della droga diventa nera

sta avendo un "boom" organizzativo, con il proibizionismo


dell’alcool (1920-1934): fattore-chiave per far crescere strut­
ture potentissime e ormai insradicabili. È lo stato che
scopre, in grande stile, la possibilità di fare il doppio gio­
co: leggi contro un certo commercio (più o meno non eli­
minabile, come la prostituzione, il gioco d’azzardo, o l’al­
cool) da una parte, e gestione di una quota privilegiata del
commercio stesso dall’altra. Tutti ci credono: infatti lo
stato porta a termine spettacolari operazioni di polizia
contro la quota di mercato non protetta, e, cosi facendo, au­
menta i prezzi del mercato, e diminuisce il numero dei con­
correnti: è una posizione di quasi-monopolio. Dagli Stati
Uniti, il modello viene portato in Europa, in Italia: la cri­
minalità del ’900 perde i caratteri artigianali, proletari del-
T '800, diventa un’industria, in cui le componenti sottopro­
letarie, proletarie e della malavita tradizionale (non protet­
ta o, al massimo, con qualche amico al commissariato), so­
no secondarie, strumentali: spesso solo manodopera da
lanciare allo sbaraglio; oppure indipendenti, e quindi espo­
sti all'azione della polizia.
Il mercato dell'alcool e dell'eroina rappresenta i pri­
mi momenti di contrazione capitalistica della criminalità
moderna; per l'eroina, con la loro crescente potenza eco­
nomica (soprattutto dopo la seconda guerra mondiale)
gli Stati Uniti diventano l’ago della bilancia all’ONU, do­
ve, facendosi affiancare da ben orchestrate campagne di
stampa, cercano di imporre a tutti i paesi lo stesso mo­
dello di approccio all’eroina: cioè criminalizzazione vio­
lenta (cfr. anche il capitolo Mercato nero).
Il proibizionismo dell’alcool dura negli Stati Uniti quin­
dici anni: finisce nel 1934. Durante questo periodo, l’elimi­
nazione di bar pubblici dove bere bevande alcooliche fece
nascere distillerie clandestine, ritrovi proibiti, contrabban­
do, circolazione di bevande pseudo-alcoliche molto tossi­
che. “ Si creò un vuoto, economico, rapidamente riempito
dal crimine organizzato. Molti esperti ritengono che que­
sto enorme mercato, dal budget di diversi milioni di dol­
lari, forni il capitale iniziale per la costruzione di una
struttura criminale e di imperi economici quasi-legali, che
hanno conservato a tutt’oggi un enorme potere e un’ec­
cezionale forza economica": è il parere della Commissione
Nazionale anti-droga del Governo Canadese (Canadian Go-

35
L’eroina

vernment’s Commission of Inquiry, The Non-Medical Use


of Drugs, Interim Report, Ottawa, 1970, p. 62).

Nasce fa mafia dello spaccio


A differenza della prostituzione e del gioco di azzardo,
l'alcool e l’eroina sono un’attività commerciale che prevede
anche la produzione, e non solo l’organizzazione del con­
sumo; questa caratteristica permette un salto di qualità
nei profitti: rendere illegale la produzione di una merce
facilmente producibile, come l'eroina e l’alcool, permette
al crimine di organizzare la produzione, e/o il passaggio
dalla distribuzione al dettaglio (importazione e distribu­
zione all'ingrosso). In questo modo, il plusvalore diventa
enorme: 100, 1.000 volte i costi iniziali (un chilo di op­
pio costa in Turchia 25 dollari; con spese minime, si rica­
vano 100 grammi di eroina, che valgono sul mercato nero,
10 milioni di lire, cifra a sua volta da moltiplicare an­
cora, perché l’eroina finale è molto meno pura di quella
che esce dalle mani del produttore). In pratica, l’industria
si occupa solo della protezione, e dell’importazione: un
problema minimo, che costa pochissimo lavoro, se un mer­
cato annuo di 3.600 miliardi di lire in eroina, come quel­
lo degli Stati Uniti, si copre con venti tonnellate: un
"carico” che può essere importato con pochi viaggi pro­
tetti, qualche nave, qualche aereo.
Poco lavoro, pochi viaggi, nessuna concorrenza: la cri­
minalizzazione all’americana ha funzionato per lanciare
un’industria di dimensioni colossali, senza precedenti, che
d’ora in poi userà questi super-capitali per investimenti e
potenziamenti di altre attività legali e illegali.

Cambia l’Identikit dell’eroinomane

Con l'illegalità, cambiano completamente i modelli di


tossicomania. Fino al 1912, i consumatori di eroina e mor­
fina erano vaste masse di borghesi a cui la droga era sta­
ta prescritta dal medico; negli Stati Uniti, i due terzi
erano donne bianche delle classi medie. Con la proibi­
zione, ima parte di questo pubblico continuò a farsi pre­
scrivere gli oppiacei dal medico; una parte passò al mer­
cato illegale: una parte ulteriore cambiò il tipo di tossi-

36
Il '900: l'industria della droga diventa nera

comama: passando all'alcool o ai barbiturici. Nel giro


di trent’anni, i consumatori di eroina cambiano comple­
tamente volto, seguendo un’evoluzione continua lungo gli
anni '20 e '30: già nel primissimo dopoguerra, la maggio­
ranza dei tossicomani è: a) maschile; b) giovane; c) di
colore: d) delle classi inferiori; nel 1969, prima del "boom"
dell'eroina fra i giovani bianchi delle classi medie, le ci­
fre fornite dal Narcotic Register sono ancora più nette:
— dei 94.699 tossicomani da narcotici registrati, l’83,l°/o
sono maschi;
— il 53,5% hanno meno di venticinque anni;
— il 43,9% sono neri) il 21,8% portoricani; il 32% bian­
chi)
— a seconda delle zone, il 76,7%, o il 72,5%, o il 73,8%
sono appartenenti alle classi inferiori (Narcotics Register,
Tables II, III, IV).
In pochi decenni è cambiato tutto. Le classi medie, e
particolarmente le donne non hanno avuto con l’eroina
un normale ricambio generazionale: dopo il '14, i me­
dici non ordinavano più morfina o eroina alle donne, ma
misture con altri oppiacei (codeina, ecc.), barbiturici,
analgesici della famiglia delle aspirine; le donne che si
autosomministravano droghe per combattere la depressio­
ne, l’ansia, non potevano (a parte una minoranza) andare
a comprare narcotici nei quartieri della malavita, e quin­
di si autosomministravano misture di oppiacei, analge­
sici, barbiturici, senza prescrizione medica; molte si ri­
volgevano all'alcool.
Il commercio dell'eroina, passato alla malavita orga­
nizzata, si installa nei ghetti urbani, nei quartieri delle
classi inferiori. È fra proletari e sottoproletari, specialmen­
te di colore (negri, portoricani), fra la gente disposta a
rischiare per pochi soldi, che viene reclutata la manodo­
pera della vendita al dettaglio. L’eroina nel ghetto diventa
familiare, un mezzo di sopravvivenza economica; la logica
spietata della fame, e dei ricatti a pistola spianata dei boss,
spinge i dettaglianti a obbedire agli ordini superiori; la lo­
gica deH’arricchimento induce i grossi commercianti a cer­
care un mercato di consumatori anche all’interno del
ghetto.
Il processo è lento, ma inesorabile. I boss del mercato
nero sanno che i clienti delle classi medie tendono a di­
minuire progressivamente: non è possibile reclutare nuovi

37
L'eroina

consumatori tra i bianchi, che non vogliono contaminarsi


frequentando i ghetti; i vecchi consumatori, soprattutto
le donne, tendono a passare ad altre tossicomanie, legali;
col passare dei decenni, la classe dei vecchi clienti è de­
stinata all'esaurimento e alla decimazione. Il nuovo mer­
cato si apre dunque fra gli abitanti stessi dei ghetti, ignari
dei pericoli dell'eroina e in condizioni di vita sufficien­
temente miserabili per apprezzarne, su esperienza diretta,
gli immediati vantaggi: sollievo dalla tensione, dall’ansia,
dalle depressioni. La carriera del consumatore-piccolo spac­
ciatore, con i suoi guai, ma con la garanzia di fornire la
sopravvivenza, appare come un modello di vita non peg­
giore, e forse, per i più fortunati, più brillante delle pro­
spettive normali offerte dal ghetto. È anche un tipo di
carriera prettamente maschile; e adatta ai giovani: in
quanto comporta rischi e novità, è piuttosto estranea alle
prospettive di anziani e vecchi, con tradizioni più radicate
e scelte più definitive.
Nel '45, i tossicomani bianchi sono ancora in una per­
centuale tripla dei negri; nel ’69, i tossicomani di colore
sono il 64,7 per cento. All’inizio del processo, la tossico-
mania era sconosciuta nei ghetti; in quarant'anni, la bor­
ghesia americana ha ottenuto di trasferire l’eroina dal suo
interno (principalmente donne delle classi medie), al pro­
letariato negro, lucrando in più enormi guadagni col mer­
cato illegale.
AI processo, concorrono in modo centrale due fattori,
in luce per la prima volta negli anni ’30: un nuovo corpo
separato, il Narcotic Bureau (Federai Bureau of Narco-
tics), e la proibizione della marihuana.

Proibita anche la marihuana


Fino al 1937, la marihuana è perfettamente legale negli
Stati Uniti, e largamente usata come droga ricreazio-
nale dalle comunità di colore dei ghetti, nonché dagli ope­
rai messicani immigrati. A livello farmaceutico, gli estratti
contenenti gli alcaloidi attivi vengono prodotti e distri­
buiti dalle case più importanti: Squibb, Parke Davis, Bur-
roughs Wellcome, Lilly, ecc. (Marty Sasman, Cannabis In­
dica in Pharmaceuticals, in "Journal of Medicai Society
of New Jersey," 35, 1938, pp. 51-52). La classe medica pre­
scrive gli estratti per una serie di disturbi: insonnia, mal

38
Il '900: l'industria della droga diventa nera

di testa, reumatismi, gotta, tetano, emorragia uterina, con­


vulsioni, depressione mentale, isteria. La farmacopea uf­
ficiale statunitense suggerisce la marihuana per questi
usi, con questa avvertenza: "È meno potente negli ef­
fetti, ma è da considerarsi preferibile all’oppio, quando
questi è controindicato perché provoca nausea nel pa­
ziente, o emicrania” (The Pharmacopeia of thè United
States of America, Easton, Pa.: Mack Printing, 1851, pp.
332-334; The Pharmacopeia of thè United States, 11 ed.,
1936, p. XVIII; George B. Wood e Franklin Bache, a cura di,
The Dispensatory of thè United States of America, 9 ed.,
Philadelphia, Lippincott, Grambo, 1851, pp. 310-311). Le
stesse indicazioni erano reperibili anche nei testi ufficiali
europei, compresa la "Farmacopea italiana" (cfr. anche G.
Blumir, La medicina marihuana, in La marihuana fa be­
ne, Tattilo ed., Roma 1973). La coltivazione della marihua­
na è diffusa in tutto il paese, particolarmente Wisconsin,
Illinois e Kentucky: 5.000 ettari.
Durante il proibizionismo dell’alcool, qualcosa cambia:
i prezzi della marihuana diventano concorrenziali a quelli
del whisky e degli altri liquori. Inoltre, la qualità delle
bevande alcoliche in circolazione era spesso pessima; ve­
nivano distribuiti anche prodotti adulterati ad alta tossici­
tà. La marihuana — legale — restava economica e di buo­
na qualità; una cifra consistente di cittadini bianchi del­
le classi medie trovò più igienico e conveniente provare
"la droga dei negri," piuttosto che avvelenarsi coi liqui­
di tradizionali, con l'ulteriore rischio delle retate poli­
ziesche. All'inizio degli anni ’30, si contavano a New York
oltre 500 "tea-pads," locali dove si poteva comprare della
buona marihuana, o anche fumarla, ascoltando jazz: la
cifra è tratta dall 'Indagine sulla marihuana, a cura della
Commissione speciale del Sindaco di New York, Fiorello
La Guardia (Mayor's Committee on Marihuana, The Ma­
rihuana Problem in thè City of New York, Jacques Cat-
tel Press, Lancaster, Pa., 1944).
La "svolta," nel complesso modesta rispetto alla massa
di consumatori di alcolici, provocò qualche articolo scan­
dalizzato su alcuni giornali locali del Sud: "la nuova mi­
naccia della marihuana," "Ragazzi di 44 scuole hanno pro­
vato ¡’hashish”; le campagne giornalistiche portarono al­
cuni stati (per esempio la Louisiana) a passare, negli
anni ’30, delle legislazioni locali restrittive. Razzismo e in-

39
L’eroina

teressi mafiosi nel mercato nero dell'alcool si mesco­


lavano in queste campagne: nel 1931, lo stesso Diparti­
mento del Tesoro, responsabile sia della repressione an­
tinarcotici sia dell’applicazione delle leggi antialcool, cri­
ticò nel suo rapporto annuale il piccolo "canaio” anti-
erba: “ L'opinione pubblica è rimasta colpita da una se­
rie di articoli sulla diffusione della marihuana: questa
pubblicità tende ad amplificare l’estensione del fenome­
no e a creare allarme su una sua presunta improvvisa
espansione. Siamo invece in presenza di aumenti irrile­
vanti" (United States Treasury Department, Traffic in O-
pium and Other Dangerous Drugs for thè Year Ended
December 31, 1932, Washington D.C., U.S. Government
Printing Office, 1932, p. 51).
L’anno successivo vede però la nascita di un nuovo
organismo, completamente separato dal Dipartimento del
Tesoro, autonomo e dotato di completa carta bianca nel
campo della droga: il Narcotic Bureau diretto con pieni
poteri da Harry Anslinger, un estremista di destra, razzi­
sta, ex funzionario delle squadre poliziesche antialcooliche.
Con un certo tempismo, Anslinger capi che il proibizioni­
smo dei liquori sarebbe finito in breve (due anni dopo),
lasciandolo disoccupato, e brigò per la formazione del
nuovo "corpo separato.” Le competenze riguardavano al
principio solo l’applicazione dell’Harrison Act e delle leg­
gi antinarcotici; ma Anslinger ebbe l’abilità di capire che
le montature antimarihuana di alcune città del Sud pote­
vano essere riprodotte su vasta scala, nazionale e addirit­
tura internazionale. Anslinger, da razzista, si rese conto
che gli umori antinegri, con la scusa della droga, pote­
vano, con qualche accorgimento, diventare quelli di tutta
l’America: la marihuana poteva servire ad agitare una mi­
naccia nera contro i bianchi; e, una volta passati leggi e
regolamenti proibizionisti, a fornire al Narcotic Bureau
uno strumento eccezionale di repressione contro le comu­
nità nere in cui I’"erba" era largamente diffusa. Anslinger
non poteva usare con la stessa funzione il mito eroina:
perché la maggioranza di consumatori era ancora formata
da bianchi delle classi medie, e perché nella popolazione
borghese americana era ancora vivo il ricordo dell’eroi­
na venduta liberamente in farmacia e al bazar dalla
Bayer, fino al 1914.

40
Il '900: l'industria della droga diventa nera

Il potere della polizia antidroga


Il primo rapporto annuale del Bureau diretto da Anslin-
ger inizia la campagna scandalistica smentendo bruscamen­
te i dati dei predecessori: "C’è stato un grandissimo e con­
tinuo aumento dell’uso di questa droga [la marihuana] e
perciò stiamo lavorando per convincere i vari stati a occu­
parsi seriamente del grave problema” (Bureau of Narco-
tics, United States Treasury Department, Traffic in Opium
and Other Dangerous Drugs for thè Year Ended Decem-
ber 1931-1932, Washington D.C., U.S. Government Printing
Office, 1933, p. 13).
Il primo sforzo di Anslinger fu di convincere i vari
stati a passare legislazioni locali antierba: e, entro il 1937,
quarantasei stati su quarantotto si erano allineati.
Il secondo passo di Anslinger fu di lavorare per l’ap­
provazione di una legge nazionale (federale) contro la ma­
rihuana, che autorizzasse il suo Narcotic Bureau ad agire
in tutti gli stati. Coinvolgendo un pacchetto di amici gior­
nalisti, Anslinger riuscì a far uscire sui più diffusi gior­
nali americani una trentina di articoli terroristici, che
riportavano storie di delitti atroci commessi sotto l’in­
fluenza della marihuana. Per esempio, sul Reader’s Di­
gest, "l’anno scorso, un giovane drogato, schiavo della ma­
rihuana, fu impiccato a Baltimora per violenza carnale su
una bambina di dieci anni. A Chicago, due ragazzi fuma­
tori di erba hanno assassinato un poliziotto. In Flori­
da, la polizia ha trovato un giovane che barcollava in de­
lirio in una specie di mattatoio umano: con una scure
aveva ammazzato suo padre, sua madre, due fratelli e una
sorella; normalmente sano, normale, piuttosto tranquillo,
era diventato demente dopo aver fumato marihuana.” L’ar­
ticolo, intitolato Marihuana: l'assassino della gioventù,
era firmato dallo stesso Anslinger (cfr. la traduzione in­
tegrale in G. Blumir, La marihuana fa bene, cit., pp. 53-
58): è uno dei più significativi, ma anche gli altri erano
sullo stesso tono e citavano gli stessi episodi. La Com­
missione Nazionale del Governo americano, nel 1972, rie­
saminò le storie diffuse e pubblicate da Anslinger: tutte
completamente inventate (Marihuana: a Signal of Misun-
derstanding, First Report of thè National Commission on
Marihuana and Drugs Abuse, United States Government
Printing Office, 1972, pp. 69-71).

41

3
L'eroina

Anslinger preparò anche il testo della proposta di


legge repressiva (un vero e proprio "Fermo di droga n.°
zero’’); alle sedute della Commissione della Camera e del
Senato partecipò con i suoi agenti e funzionari raccontan­
do storie simili a quelle citate. Nessuno scienziato, medi­
co o tossicologo fu invitato a testimoniare in qualità di
esperto, tfanne un rappresentante dell’American Medicai
Association, che si dichiarò contrario alla proposta di leg­
ge (cfr. Taxation of Marihuana, Hearings before thè Com-
mittee on Ways and Means, United States, House of Re-
presentatives, 75th Congress, lst session, on H.R. 6385,
Washington D.C., U.S. Gov. Print. Off., 1937).
Un'altra astuzia di Anslinger fu di proporre una leg­
ge che non desse fastidio alle case farmaceutiche produt­
trici degli estratti medicinali di cannabis, d’altronde in
quantitativi piuttosto limitati: nella sua proposta, i medici
potevano continuare a prescrivere marihuana per usi tera­
peutici, e, dopo che la legge fu approvata, Anslinger si
guardò bene dal disturbarli. A differenza dell’Harrison
Act, la legge era calibrata unicamente contro il consumo
"voluttuario” dell’erba, negli ambienti dei negri e degli im­
migrati.
Nessun gruppo industriale si oppose quindi al “bill,”
e il Narcotic Bureau, il 2 agosto 1937, vinse la sua batta­
glia, con l’approvazione definitiva della nuova legge: la
marihuana era definita un “narcotico” come eroina e mor­
fina; uso, detenzione e cessione diventavano un reato gra­
ve ("criminal offence") (Public Law n. 238).
La rivista ufficiale dell'American Medicai Association
commentò duramente la nuova normativa: “Dopo più di
vent’anni di sforzi delle polizie federali, e milioni di dol­
lari spesi, le tossicomanie da oppio e morfina non han­
no fatto un passo indietro. Perché allora dovremmo cre­
dere che le autorità federali combineranno qualcosa nel
tentativo di sopprimere l’uso di marihuana?” “Le storie
di delitti in preda a questa droga sono invenzioni giorna­
listiche, e questa legge è un’offesa alla professione medi­
ca" (Federai Regulation in thè Medicinal Use of Canna­
bis, in "Journal of American Medicai Association," 108,
1937, p. 1543; e Woodward, William, in Taxation of Ma­
rihuana, cit., p. 88).
La terza mossa vincente di Anslinger consiste, qualche

42
Il '900: l’industria della droga diventa nera

anno dopo, nel far togliere i prodotti della canapa dalla


farmacopea ufficiale degli Stati Uniti. A questo punto,
il successo è completo su tutta la linea: in più, nella legge
Anslinger, c’è un articolo che parifica le pene per la ma­
rihuana a quelle per l'eroina, pene che vengono aumen­
tate in continuazione: e automaticamente vengono au­
mentate anche quelle per la marihuana.
Dopo vent’anni, per uso di marihuana, le pene erano
le seguenti: per una prima contravvenzione, da due anni
a dieci anni; per i recidivi, da cinque a vent’anni; per la
cessione di modiche quantità, da cinque a vent’anni; per
i recidivi, da dieci a quaranta.
La criminalizzazione violenta dell’erba con la legge-
Anslinger permise al Narcotic Bureau di diventare arbi­
tro della situazione delle droghe-illegali; il Bureau si rese
subito conto che con la sua politica poteva condizio­
nare il mercato nero, i prezzi, l’uso di questa o quella
droga.
Il Bureau usò una politica morbida con l’eroina fino
agli anni '50; minimizzò il fenomeno con la stampa, e con­
tinuò a sventagliare la "minaccia" della marihuana; so­
stenne di fronte al Congresso di essere praticamente riu­
scito a debellare il fenomento eroina usando l’Harrison
Act. "Dai 200.000 tossicomani del 1914 — anno di appro­
vazione della nuova legge — siamo scesi ai 158.000 del 1925,
ai 62.000 del 1935, e ai 20.000 del 1945" (Bureau of Narco-
tics and Dangerous Drugs, Faci Sheets, Washington D.C.,
U.S. Gov. Print. Off., 1970, p. 12). Queste cifre furono
completamente smentite dal professor Alfred Linde-
smith, sociologo dell’Indiana University, e una delle massi­
me autorità nazionali sul problema: “L'unica spiegazio­
ne a una cosi drastica riduzione del numero dei tossico­
mani è che l'eroina non avrebbe fatto più nuovi adepti
dal ’14 in poi. Il numero totale diminuisce perché alcuni
smettono e molti muoiono: nel '14, l’età media è di qua-
rant’anni, nel '45 la maggioranza dei tossicomani dovreb­
be avere 80 anni." Le cifre dei poliziotti, quindi, sembra­
no reggere. " Ma,” spiega Lindesmith, "controllando le
statistiche pubblicate dal Bureau, scopriamo che l’età dei
tossicomani diminuisce: nel '45, la maggioranza dei tos­
sicomani sono giovani, tra i 18 e i 30 anni, mentre nel
'14 la maggioranza era tra i 35 e i 45 anni. Nel '15, le

43
L'eroina

donne sono in rapporto di tre a due; nel '45, i maschi


sono sei volte le donne; nel ’15, i bianchi sono nove volte
i negri; nel '45, solo tre volte.”
"È evidente," conclude Lindesmith, "che le cifre del
Bureau sono un prodotto di pura fantasia” (A. Lindesmith,
The Addici and thè Law, Vintage, New York 1965, pp.
105-11).
In contrasto con le cifre della polizia antidroga, è
chiaro che la maggior parte dei tossicomani registrati alla
fine degli anni '40 e successivamente, sono nuovi adepti;
e vengono reclutati tra i giovani negri maschi dei ghetti
urbani.
Negli anni '50, il Narcotic Bureau concede un leggero
aumento della diffusione dell’eroina: dal 1955 al 1968, il
Bureau dichiara alternativamente nei vari anni, 48.000, o
60.000 tossicomani. Nel '68, 68.088 (BNDD, Faci Sheet,
cit., p. 12). Ma il Bureau era ben al corrente delle cifre
reali: lo statistico del Bureau, dottor Joseph Greenwood,
in una pubblicazione interna all’ente e non divulgata alla
stampa, calcolava il numero dei tossicomani nel ’68 in
315.000, circa cinque volte i dati forniti dal Bureau sulle
pubblicazioni rivolte all’esterno (J.A. Greenwood, Estima-
ting Number of Narcotic Addicts, Bureau of Narcotics and
Dangerous Drugs, SCID-TR-3).
Perché i poliziotti antidroga truffano sulle cifre del­
l’eroina? Innanzitutto perché dare le cifre vere vuol dire
confessare il fallimento della legge antidroga del '14, che
invece è sostenuta a spada tratta dai funzionari; vuol
dire confessare che il numero dei tossicomani dal '14 in poi,
non è mai cambiato, ed è sempre rimasto nell’ordine delle
centinaia di migliaia. Vuol dire, in sostanza, confessare
l'inutilità sia della legge sia del Narcotic Bureau, finan­
ziato con centinaia di miliardi dallo stato (229 milioni
di dollari nel ’73).
Ma il gioco di questo potentissimo corpo separato non
si limita ai grassi finanziamenti: il Bureau lotta per de­
cenni contro tutte le proposte di legge, anche le più mo­
derate, che vorrebbero togliere i consumatori di eroina
dal mercato nero (non punibilità, assistenza medica, ecc.);
perseguita i medici, gli scienziati e le case editrici che
pubblicano libri favorevoli a una revisione delle leggi
sulle droghe. Il dottor Ernest S. Bishop, Consulente me­
dico della Commissione sulle carceri dello Stato di New

44
Il ’900: l’industria della droga diventa nera

York, uno dei più attenti critici della legge, viene fatto
incriminare dalla polizia antidroga per "spaccio di nar­
cotici,” colpevole di aver prescritto delle dosi a un tos­
sicomane in crisi. Quando l’American Medicai Associa-
tion e il sindacato nazionale degli avvocati pubblicano
un rapporto che condanna la legge antidroga (1958), il
Narcotic Bureau pubblica un’edizione pirata del libro,
con la stessa copertina, formato, ecc., in cui sostiene le
tesi contrarie. La sede dell'Indiana University Press, che
sta per pubblicare un libro anti-legge, viene invasa da fun­
zionari del Bureau, che minacciano i dipendenti della casa
editrice, e addirittura i funzionari della Russell Sage Foun­
dation, finanziatori della casa. Quando il giudice Federale,
Edward J. Dimock, prende posizione contro l’Harrison
Act, Anslinger in persona gli lancia contro un siluro cla­
moroso, che provoca uno scandalo in tutta la stampa ame­
ricana: "i trafficanti di narcotici," dichiara alla Camera
dei Rappresentanti, "che noi riusciamo ad arrestare con
grande fatica, manovrano per finire in tribunale di fronte
al giudice Dimock, per ottenere pene miti o addirittura
assoluzioni” (tutti questi episodi sono citati dal prof.
Lindesmith, in Addici and thè Law, cit., pp. 240-260).
A fianco della lotta furibonda a favore delle leggi dra­
coniane, il Bureau scatena una campagna su scala mon­
diale contro la Cina di Mao, accusata di far arrivare l’eroi­
na in America: "la Cina rossa sta attuando un piano ven­
tennale di finanziamento delle sue attività politiche anti­
americane attraverso la diffusione dell'eroina, che le ser­
ve anche per stroncare la nostra gioventù," dichiara so­
lennemente Anslinger alle Nazioni Unite, nella sua qua­
lità di rappresentante degli Stati Uniti sul problema dei
narcotici (United Nations Commission on Narcotic Drugs,
Report of thè Ninth Session, 1954, E/CN. 283, p. 22); que­
sta versione viene fornita dagli americani fino alla fine
degli anni '60; nel 1967, Henry Giordano, successore di
Anslinger alla carica di direttore del Bureau, dichiara:
"La maggior parte dell'oppio da cui si ricava l'eroina,
viene dalla provincia dello Yunnan, nella Cina comunista”
(in Fort, op. cit., p. 61). Giordano citò addirittura la
"Pravda": "Un recente articolo del corrispondente da
Hong Kong del giornale sovietico accusa senza mezzi ter­
mini il governo cinese di organizzare il traffico."
I fatti smentiscono ampiamente i poliziotti USA: la

45
L'eroina

Commissione sui narcotici delle Nazioni Unite, dopo ac­


curate ricerche, ha dimostrato, nel 1966, che 'T80 % del­
l'eroina spacciata nei mercati illegali di tutto il mondo
proviene dal Sud-est asiatico: Thailandia, Birmania, Laos
e Cina nazionalista (Hong Kong)”; cioè l'area controllata
dagli americani fin dall’immediato dopoguerra (United
States Commission on Narcotic Drugs, Report of thè
Twenty-First Sessiott, 1966, E/CN. 7/365, p. 15).
Perché il Narcotic Bureau per trent’anni e più, truffa,
imbroglia le carte in modo cosi plateale su : a) la pro­
venienza dell’eroina; b) la diffusione dell’eroina in Ame­
rica; c) la validità della legge repressiva? Le risposte sono
nei fatti.
Minimizzando l'eroina, distraendo l'opinione pubblica
con lo scandalo della marihuana, proteggendo i trafficanti
di eroina (quasi tutti gli arrestati sono tossicomani: “New
York Times," 19 febbraio 1972), e scatenando la repres­
sione contro le comunità di colore consumatrici di ma­
rihuana l’antidroga USA ottiene come risultato di far
dilagare l’eroina nei ghetti. E il successo è duplice: poli­
tico (disgregazione sociale e criminalizzazione del prole­
tariato negro), e economico: il bilancio annuo dell’eroina
negli USA (fino a 3.600 miliardi di lire nel 1972, cfr. “Ti­
me,” 8 settembre 1972), è molto superiore al bilancio dei
finanziamenti statali al Bureau (meno di 200 miliardi).
La verità comincia a saltar fuori nel '68, quando il mini­
stro della Giustizia, Ramsey Clark, inizia l'inchiesta che
porterà alla condanna di centinaia di dirigenti, funzio­
nari e agenti speciali del Narcotic Bureau, incriminati
dalla magistratura di New York per traffico di eroina e
corruzione (vedi il capitolo Mercato nero). Nessun pic­
colo spacciatore ha mai concepito il sogno di guadagnare
soldi dalla vendita dell’eroina e di ricevere soldi dallo
stato per combattere il traffico di eroina: questa utopia
è stata invece una solida realtà per il Narcotic Bureau
americano, storicamente responsabile, in senso oggettivo
e materiale, della diffusione dell'eroina negli Stati Uniti.
Si capisce anche l'opposizione dura alle riforme: se i
tossicomani avessero potuto rivolgersi ai medici, la po­
lizia avrebbe perso i clienti del lucrosissimo spaccio.

46
Il ’900: l’industria della droga diventa nera

L'eroina in Europa

I tossicomani
In Europa, la maggior articolazione nelle risposte ai
problemi posti dalla Convenzione dell’Aja provoca trasfor­
mazioni più morbide sia del mercato nero sia dell’iden­
tità dei consumatori. In Italia, eroina, morfina e cocaina
sono legali, ed esistono solo due norme contro l’uso smo­
dato: una (art. 729 del Codice Penale), simile agli arti­
coli contro l'ubriachezza molesta, che proibisce l’euforia
da stupefacenti tale da dare pubblico scandalo, nelle vie
o nei locali pubblici; l’altra (art. 447 del Codice Penale)
punisce i padroni di casa rei di adibire la propria abi­
tazione a ritrovo abituale di persone che si danno all’uso
di stupefacenti: è presente anche un articolo (totalmente
inapplicato) contro la vendita di stupefacenti (art. 446
del Codice Penale).
In Inghilterra, passò una legge simile a quella ameri­
cana, nel 1920: il primo Dangerous Drugs Ad. Dopo al­
cuni armi di incertezza, in cui alcuni magistrati e poliziotti
avevano avuto la tentazione di seguire l'esempio america­
no, il governo predispose un Comitato, presieduto da Sir
Humphrey Rolleston, con il compito di decidere una volta
per tutte un’interpretazione autentica delle norme. “I me­
dici sono autorizzati a prescrivere narcotici con regola­
rità ai consumatori, quando il paziente, in grado di con­
durre una vita normale e produttiva usando abitualmente
dosi minime, diventa incapace di questo modo di vivere
se non riesce a procurarsi la droga" (in Edwin Schur,
Narcotic Addiction in Britain and America: The Import
of Public Policy, Bloomington, Indiana University Press,
1962, p. 76). In pratica si delegava ai medici il potere di­
screzionale di fornire quantità moderate di narcotici a chi
fosse già tossicomane; la Commissione era giunta a que­
ste conclusioni in seguito a dei viaggi di studio negli Stati
Uniti. "La giurisprudenza repressiva degli americani ha
creato un vasto commercio di narcotici. Grosse quantità
di droga occupano pochissimo posto e possono essere oc­
cultate facilmente; il paese è invaso da bande di spac­
ciatori che estorcono prezzi esorbitanti alle loro vitti­
me. La legge non solo non ha diminuito il numero dei
tossicomani, ma ne ha peggiorato la condizione invece di

47
L'eroina

migliorarla. Il prezzo dei narcotici è salito di dieci volte


con l’effetto di ridurre i tossicomani delle classi inferiori
in una condizione di miseria cronica (Harry Campbell,
The Patology and Treatment of Morphia Addiction, in
"British Journal of Inebriety,” 20 [1922-23]: 147).
I risultati della politica inglese furono clamorosi: nel
1935, la delegazione del Regno Unito poteva vantarsi alla
Lega delle Nazioni di essere riuscita a ridurre il numero
dei tossicomani in tutto il paese a sole 700 unità (in Schur,
op. cit., p. 118), e negli anni successivi il numero dei tos­
sicomani continuò a scendere (fino a 301 nel 1951).
Nel momento in cui la legge contribuiva a rendere di
pubblico dominio la nozione che morfina ed eroina pro­
vocano dipendenza fisica e la produzione di queste dro­
ghe veniva sottoposta a controllo, la Bayer e soci non
avevano più interesse a "puntare” su questi prodotti; era
più redditizio far passare i consumatori all’aspirina e ai
barbiturici. Dato che i barbiturici (insieme a dosi decre­
scenti di narcotico) sono anche un mezzo per smettere
abbastanza presto l'uso di eroina, decine di migliaia di ca­
salinghe, soldati (vittime di intossicazioni durante la pri­
ma guerra mondiale), e impiegati delle classi medie, pas­
sarono direttamente al Luminal, (phenobarbital), prodotto
dalla Bayer.
L’esempio inglese ispirò una certa prudenza nei go­
verni europei; e per alcuni decenni le tossicomanie da
eroina e morfina hanno rappresentato in Europa un fatto
marginale. Certo, sull’altro piatto della bilancia c’erano
milioni di consumatori (in parte tossicomani) di barbitu­
rici e altri sonniferi: sempre meglio però degli Stati Uni­
ti, che avevano sia i milioni di barbiluromani, sia le cen­
tinaia di migliaia di eroinomani.
In Europa, un certo prestigio negli ambienti delle classi
alte restò alla cocaina, che sostituì in parte la morfino­
mania voluttuaria, anche se, al pari della morfina, era
stata inclusa nell'elenco delle droghe proibite. La poli­
zia non andava certo ad arrestare questi "drogati di lus­
so”; la moda della morfina aveva subito un calo: in parte
perché gli alto-borghesi si accorgevano della severità del­
l’assuefazione, in parte perché la cocaina rispondeva di
più al ritmo diverso imposto dagli avvenimenti alla bor­
ghesia: guerre, crisi economica, fascismo. Una scarica
di impegni che non si potevano seguire con gli effetti so­

48
Il '900: l’industria della droga diventa nera

poriferi dei narcotici, ma richiedevano droghe dall’effetto


breve, violento, eccitante. Insieme alla cocaina comin­
ciano a circolare, prodotti dalle case farmaceutiche, nu­
merosi anestetici di sintesi che, fino all'avvento delle an­
fetamine, coprono il settore “euforia,” lasciato scoperto
dalla proibizione di eroina e morfina.

I sostituti dell’eroina
Il tabacco. — La sparizione degli oppiacei dai consumi
di massa europei si inserisce anche nel diverso modello
di sviluppo che assume la produzione e il consumo di
alcool e tabacco. La nicotina, relativamente poco diffusa
nell’ '800, viene per la prima volta prodotta industrialmente
sotto forma di sigaretta (prima il tabacco veniva inalato
o fumato in pipe): è una trovata perfetta perché assicura
un prodotto già confezionato e consumabile in grandi
quantità (venti-trenta-quaranta sigarette al giorno), du­
rante tutto l’arco della giornata, anche durante il lavoro.
La sigaretta — diffusa anche nelle classi borghesi — di­
venta la droga di massa del proletariato, perché, essendo
ancora scoperto il settore degli eccitanti, ha un doppio
effetto, calmante e stimolante, e quindi è funzionale all’at­
tività lavorativa: si accende la sigaretta quando si è ner­
vosi, per qualche minuto la tensione si allenta, e contem­
poraneamente ci si sente anche stimolati. Nel 1909, il con­
sumo di sigarette (USA) è di 4,2 miliardi di unità annui;
nel 1929, 80 miliardi. La tossicomania di massa da nico­
tina viene diffusa dalle industrie tenendo ben nascosti i
rapporti medici che indicano la pericolosità del fumo: già
nel 1921, i ricercatori sospettano il rapporto col cancro
polmonare, notando un aumento dei casi nella misura del-
l’800 % (Moses Barron, Minnesota State Medicai Society,
25 agosto 1921). Il "Lancet," autorevole rivista medica in­
glese, segnala nel 1927 che quasi tutti i soggetti che muo­
iono di cancro ai polmoni, fumano sigarette. Ma sono in­
formazioni che restano sepolte fra pochi addetti ai lavori:
la gente ignora questi pericoli e nel 1939, siamo a oltre
230 miliardi di sigarette annue.
Il caffè. — Contemporaneamente al tabacco, viene in­
trodotto un nuovo stimolante, che la borghesia puritana
aveva combattuto per decenni, anzi per secoli: il caffè

49
L’eroina

che, come il tabacco, era sconosciuto in Europa fino al


’500. La battaglia anticaffè portò alla chiusura di locali e
all’arresto dei consumatori, specialmente in Inghilterra
e Germania, nel 700 e nell’ '800: ancora nel 1902, il famoso
"Journal of Inebriety" pubblicava un articolo del suo di­
rettore, il professor T. D. Crothers, primario del Walnut
Lodge Hospital (Connecticut), che paragonava il caffci­
nismo alla tossicomania da eroina: “In alcuni casi osser­
viamo stati maniacali, associati con paranoia, credulità e
delirio. Un generale ebbe una di queste crisi durante una
battaglia nella guerra di secessione, si mise a bestemmia­
re e a dare ordini folli, intossicato da numerose tazze di
caffè.” “Spesso i forti bevitori di caffè passano a droghe
piu pesanti, come l’alcool e la morfina" (T. D. Crothers,
Morphinism and Narcomanias front Other Drugs, W. B.
Saunders & Co., Philadelphia, 1902, p. 303). Nel 1909, sul
più autorevole testo di tossicologia britannico, edito da
Sir T. Clifford Allbutt, regio primario di Patologia interna
all’Università di Cambridge, e dal professor W. E. Dixon,
considerato il massimo farmacologo inglese dell’epoca: "Ab­
biamo rilevato molti casi di tossicomania da caffè [...] Il
malato è senza autocontrollo, soggetto a crisi di depres­
sione e di aggressività; inappetenza, catarro gastrico, sof­
ferenze cardiache (palpitazioni). Come con altre droghe,
una dose del veleno fornisce un temporaneo sollievo, ma
a prezzo della miseria futura...” (Clifford-Rolleston, a cura
di, A System of Medicine, voi. II, parte I, Macmillan, Lon­
don 1909). Si trattava naturalmente di osservazioni su sog­
getti che avevano interrotto bruscamente il consumo.
L’opposizione puritana e i rilievi dei clinici cadono
miseramente di fronte all’esigenza industriale: non im­
porta che il caffè sia tossico, se aiuta a lavorare e a sop­
portare le condizioni di lavoro, va benissimo che il pro­
letariato ne faccia uso quotidiano; le scoperte dei farma-
cologhi che isolano la componente attiva, caffeina, e di­
mostrano in laboratorio le sue proprietà antiipnotiche,
cardiotoniche e stimolanti, fanno il resto. Insieme alla
caffeina, sfondano a livello di massa anche il tè e il cacao:
una tazza di tè contiene 100-150 milligrammi di caffeina,
come una tazza di caffè; una tazza di cioccolata, 200 mil­
ligrammi di teobromina (una dose equivalente a quella
della caffeina) un alcaloide che insieme alla caffeina e alla
teofillina, forma la famiglia delle xantine.

50
Il '900: l'industria della droga diventa nera

Un altro trionfo è quello del Vin Coca Mariani, un


vino rosso "corretto” con estratti di foglie di coca, conte­
nente i principi attivi della cocaina. Oltre che da celebri
musicisti, era usato dal Papa Leone XIII (Mortimer, Perù
History of Coca, The Divine Plani of thè Incas, J. H. Vail
and Co., New York 1901) che premiò il produttore, il si­
gnor Angelo Mariani, corso, con una medaglia. Una serie
di bevande simili furono introdotte contemporaneamente,
Stati Uniti compresi, dove dal 1885 al 1906 un industriale,
George Styth Pemberton, produsse il French Wine Coca
"Il tonico e stimolante nervoso ideale.” Una variazione
del vin-coca, sempre di Pemberton, era la Coca-Cola, uno
sciroppo con coca e caffeina, venduto come rimedio tera­
peutico per una lunghissima lista di disturbi nervosi, dal­
l’insonnia alla depressione. Pemberton fu costretto a to­
gliere la cocaina, nel 1906, ma la Coca-Cola divenne egual­
mente la bevanda nazionale degli Stati Uniti: le decine di
milioni di consumatori ignorarono però, per oltre 60 anni,
che una bottiglietta di Coca-Cola (o di Pepsi) contiene da
35 a 55 milligrammi di caffeina, come ha rivelato un’in­
chiesta nell’Unione Consumatori di Ralph Nader nel 1971.
L’alcool. — Parallela all’industrializzazione del tabac­
co, del caffè e delle altre bevande stimolanti, è l'indu­
strializzazione dell’alcool, altra droga interclassista con
una diffusione di massa nel proletariato: lo sviluppo del ca­
pitalismo permette forme di distribuzione più rapide, che
mettono a disposizione del pubblico dei vari paesi una
vasta varietà di bevande. I consumatori aumentano anche
perché cadono i tabù: non è più sconveniente bere be­
vande alcooliche per la donna; e l’alcool viene fatto bere
anche ai bambini, soprattutto nel proletariato.
I nuovi narcotici. — Anche se eroina e morfina sono
proibite in tutti i paesi con più o meno severità, l'indu­
stria farmaceutica non rinuncia alla lezione impartita
dalla Bayer con il lancio dell’eroina come antidoto alla
morfina. Nel 1939, i farmacologhi Eisleb e Schaumann
scoprono la meperidina, un nuovo prodotto di sintesi
(nome intemazionale: petidina). Viene lanciato sul mer­
cato mondiale come sostituto della morfina, da usare
nella disintossicazione: “è un analgesico potente (un po'
meno della morfina), in grado di togliere istantaneamente

51
L’eroina

anche i dolori più acuti, ma non dà assuefazione, né di­


pendenza fisica” scrivono le case farmaceutiche spalleg­
giate da farmacologhi e medici (Fort. op. cit., p. 21). In
Italia, lo lanciano la Carlo Erba (Dolisina), la De Angeli
(Dolosil), la Farmitalia (Mefedina). "È un antispastico,"
dicono; la diffusione è enorme, immediata. Solo quando la
petidina venne inserita dall’ONU nell'elenco degli stupe­
facenti più pericolosi, il meccanismo va in crisi: e anche
il Ministero della sanità italiano, di fronte allo scandalo,
è costretto ad adeguarsi. Anche questa nuova droga non
è nient’altro che un narcotico che dà assuefazione e dipen­
denza fisica della stessa intensità dell’eroina.
Ancora più incredibile la storia del Ticarda, le gocce
per la tosse. La Hoechst, un colosso dell’industria tedesca,
10 lancia sul mercato intemazionale nell’immediato dopo­
guerra, con una pubblicità enorme, in America se ne oc­
cupa un altro gigante, la Lilly. Per 15 anni viene spaccia­
to senza ricetta in tutto il mondo, “dando luogo," scrive
11 dottor Franco Sbarigia, dell'Ordine dei farmacisti della
provincia di Roma, "a una tossicomania manifesta e im­
ponente" (F. Sbarigia, Amine simpaticomimetiche psicoat­
tive - anoressizzanti e stimolanti nella VII edizione della
Farmacopea, in "Notiziario del Consiglio dell’Ordine dei
Farmacisti della Provincia di Roma," n. 2, 1973). Sulle
riviste specializzate medici e farmacologhi lanciano l’al­
larme: 1948, 1953, 1955; nel 1957, addirittura sull’organo
dell'Organizzazione mondiale della sanità (articolo di Ed­
dy, Holbach e Braenden, 17, 652, 1957). Non serve a nulla.
Solo nel 1960, la Germania di Bonn mette il Ticarda sotto
controllo. Assuefazione, dipendenza fisica: di tipo diverso,
ma di qualità identica a quella dell'eroina, il Ticarda non
è altro che il nor-metadone, un congenere del metadone,
nato dai laboratori della Germania nazista; dopo le prime
sconfitte di Rommel nell’Africa del Nord, i nazisti avevano
perso il controllo dei campi di papavero da cui ricava­
vano la morfina, e affidarono ai loro farmacologhi il com­
pito di ricavare un narcotico sintetico.
Bruxelles, 1958. "Una nuova sostanza è venuta a scon­
volgere la situazione degli analgesici, com’è noto triste­
mente statica da quando si è scoperto che la morfina, un
rimedio unico per potenza e qualità nel combattere il do­
lore, produce tossicomania e dipendenza fisica. Potente
il doppio della morfina, la destromoramide non presenta

52
Il ’900: l'industria della droga diventa nera

nessuno dei noti inconvenienti. Presso i numerosi malati,


non si sono verificati fenomeni di assuefazione, né crisi
di astinenza, come di regola con gli oppiacei e gli altri
potenti analgesici noti fino ad oggi” (“Terapie,” 12, 898,
1958). “Trovato finalmente l'analgesico del secolo - Non
è stupefacente," grida ai quattro venti l’industria farma­
ceutica belga produttrice, passando veline ai giornali. Per
la rispettabile ditta milanese Lusofarmaco, la miracolosa
medicina, si chiamerà, in compresse, fiale e supposte, “d-2/
2-difenil-3-metil-4-morfolino-butirril pirrolidina” (nome com­
merciale Narcolo). Tre anni dopo, l’ONU mette fuorileg­
ge la "truffa del secolo,” dichiarandola pericolosa per la
salute pubblica e condannando Tindustria farmaceutica:
al solito, il "miracoloso analgesico" non era per niente di­
verso da morfina e eroina: era un’altra variazione del
metadone.
Con un ritmo crescente (siamo ormai a una sostanza
all'anno), Tindustria farmaceutica inventa nuovi potenti
analgesici: uno degli ultimi è la pentazocina, un antidoto
all’eroina, con le stesse proprietà di assuefazione e dipen­
denza (vedi il capitolo Eroina in Italia), al punto che ad­
dirittura il Ministero della sanità italiano l'ha inserita
nella tabella n. 1, dell'elenco degli stupefacenti (Decreto
Ministeriale 29 dicembre 1975, Approvazione delle tabelle
provvisorie, "Gazzetta Ufficiale," n. 10, 13 gennaio 1976,
p. 283).

Morire di aspirina

Accanto all’aspirina, viene scoperta e lanciata una se­


rie di farmaci, che costituiscono una delle piu grosse truf­
fe dell’industria farmaceutica, usati per il mal di testa,
il mal di denti, e la febbre: i cosiddetti analgesici-anti­
piretici.
La serie tipo Cibalgina. — Due consumatori su mille
muoiono: è una malattia terribile simile alla leucemia, che
si chiama “agranulocitosi.” Nel sangue, scompaiono leuco­
citi e granulociti: e si muore. Dal 20 al 30 % di quelli che
si ammalano prendendo le medicine come la Cibalgina,
muoiono; e sei su mille si ammalano. Il fenomeno è co­

53
L'eroina

nosciuto fin dagli anni '30: nel 1938, gli Stati Uniti hanno
proibito la vendita al banco del prodotto; e hanno obbli­
gato i fabbricanti, per legge, a scrivere sulle scatole "at­
tenzione: questo farmaco può causare agranulocitosi." Per
aver divulgato queste notizie, un medico francese, Henri
Pradal, è finito addirittura in prigione su pressione degli
industriali: ma il suo libro (Guida ai medicamenti dall’A
alla Z), è diventato la bibbia dei francesi, che lo consul­
tano prima di mettere piede in farmacia.
Questa famiglia di farmaci è stata lanciata, lungo
tutto il '900, a fianco dell’aspirina, perché sono più potenti
e più efficaci (a parte questa specie di leucemia): a livello
di massa, l'opinione pubblica ignora il pericolo mortale.
I tassi di mortalità sono stati accuratamente studiati in
laboratori e in statistica clinica (per una rassegna, Hu-
guley, C. M., Agranulocytosis induced by dipyrone, a ha-
zardous antipiretic and analgesie, in “Journal American
Medicai Association,” 1964, pp. 189, 938 sgg.).
Il dottor Manlio Spadoni, nel suo classico Pericoli da
farmaci, elenca alcune "medicine" che contengono questi
componenti, cioè antipirina-fenazone, dipirone e aminopi-
rina-amidopirina, nel linguaggio internazionale; in Italia,
per confondere le acque, i nomi vanno da fenil-dimetil-di-
metilamido-pirazolone, a dimetilamidofenazone, a dimetil-
aminofenidimetilpirazolone. Naturalmente sono prodotte
dalle più grandi industrie farmaceutiche e sono fra i
"best-seller" del loro fatturato: per la Farmitalia, il Far-
midone; Carlo Erba: Erbadol] Ciba: Cibalgina; Lepetit:
Veramon; Sandoz: Optalidon; Hoechst: Piramidone; Gei-
gy: Irgapirina.
Farmacisti e case farmaceutiche hanno strillato come
iene, nel gennaio e febbraio 76, con una massiccia campa­
gna di stampa sulle prime pagine di tutti i giornali, pro­
testando contro l'inclusione dei preziosissimi e innocui
Veramon, Cibalgina e Optalidon nelle tabelle degli stupe­
facenti (oltre alle sostanze che uccidono con l’agranolu-
citosi, contengono anche barbiturici, e sono stati inseriti
per questo motivo alla tabella V). "Sono comuni pillole per
il mal di testa.” Però se ne vendono — per esempio, di
Cibalgina — tre miliardi di lire all’anno (“Vie Nuove,” 15
febbraio 1975): pari a 15 milioni di scatolette da 10 pil­
lole l’una, per un totale di 150 milioni di pillole, tre al­
l’anno per ogni italiano; o anche, più concretamente, 50

54
Il '900: l’industria della droga diventa nera

pillole all’anno per tre milioni di italiani (in genere, il


consumatore si affeziona a un prodotto: Aspirina, o Alka
Seltzer, o Optalidon): tradotte in cadaveri, queste cifre
vogliono dire 6.000 morti all’anno, per una sola di queste
medicine, a cui bisogna aggiungere quelli che muoiono
consumando le specialità identiche a quelle citate (parec­
chie dozzine). Secondo alcune stime, la malattia mortale
colpirebbe addirittura lo 0,86 % dei consumatori, pari a
9.000 morti su tre milioni di consumatori.

La serie tipo Coricidin. — Anche col Coricidin si può


morire. Sin dagli anni ’50, gli studiosi hanno lanciato l’al­
larme. "La fenacetina (la sostanza contenuta in queste
medicine) può uccidere," dichiara la Società farmaceutica
di Gran Bretagna, "l’uso prolungato può infliggere ai reni
danni gravissimi o anche fatali." “Nefropatia” è il nome
tecnico di queste lesioni renali; la scoperta è arrivata tar­
di, dopo decenni di consumo: le persone sofferenti di
reni non avevano mai attribuito la responsabilità al far­
maco.
La Sandoz produce il Saridotv, la Sigurtà il Toxival;
Angiolini: Veganin; Falqui: Verdal; Bayer: Dolviran; Byk
Gulden: Viamal; Essex: Coricidin; sono tutte confezioni in
libera circolazione (vedi anche M. Spadoni, Pericoli da far­
maci, 1967). Negli Stati Uniti, su ogni scatola deve essere
apposta per legge la scritta: "Attenzione: il prodotto usato
per lunghi periodi o in dosi notevoli può danneggiare gra­
vemente i reni." Altri danni: eritemi, febbri; e necrosi epa­
tica, potenzialmente mortale. Per due giorni, nausea, vo­
mito e dolori addominali. Poi si manifestano i danni tos­
sici al fegato: fino al coma, e all’encefalopatia. Nei casi
non mortali, le lesioni al fegato sembrano reversibili, nello
spazio di settimane o mesi.
La serie dei “cocktails." — Una volta popolarizzati i pe­
ricoli delle "famiglie" della Cibalgina e del Coricidin, le
industrie hanno dovuto ricorrere a un trucco: farmaci
"cocktail," con dentro un po’ di tutto: aspirina, caffeina,
barbiturici, e naturalmente, fenacetina e amidopirina, cioè
le due sostanze presenti nella Cibalgina e nel Coricidin. Il
trucco consiste nella minimizzazione: nei miscugli, c’è ima
dose più piccola, quindi non dovrebbero succedere le “brut­

55
L'eroina

te cose” come le lesioni renali o epatiche, e le malattie del


sangue (agranulocitosi).
Una letteratura sterminata ha analizzato i miscugli e
ha scoperto che provocano lesioni renali (cfr. Goodman
e Gilmann, op. cit., p. 349), anche quelli in cui non c’è la
fenacetina. Le case affermano che i miscugli sono mag­
giormente antidolorifici perché aumentano l’efficacia del­
l’aspirina: è completamente falso, sostiene l’American Me­
dicai Association (cfr. C. G. Moertel e coll., Relief of pain
by orai medications: a controlled evaluation of analgesie
combinations, in “Journal American Medicai Association,”
1974, 229, pp. 55-59). Né la caffeina né i barbiturici aumen­
tano la potenza dell’aspirina; certo, un cocktail di questo
tipo può diventare una "bomba," perché ha un forte ef­
fetto psichico: per esempio l'Optalidon è una droga abu-
satissima: la caffeina, il barbiturico e l’analgesico che lo
compongono scatenano reazioni intense, bastano un paio
di pillole per avere un effetto sedativo potente, oppure ec­
citante, stimolante. Altra falsità delle case: col miscuglio
non ci sono i guai che succedono con l’aspirina semplice;
non è vero, "le controindicazioni per l'aspirina, come per
esempio l’allergia a questo farmaco, non si superano ridu­
cendo la dose, come avviene coi miscugli, ma solo evitando
totalmente l’aspirina." (Goodman e Gilman, op. cit., p. 349).
La Commissione nazionale del Governo canadese (1972)
ha raccomandato la promozione di indagini sistematiche
sui pericoli dei cocktails e dei farmaci antidolore otteni­
bili senza ricetta; e la proibizione di quelli pericolosi (Inte­
rim Report, cit., p. 356). Il Servizio federale d’igiene pub­
blica della Svizzera ha organizzato una campagna rivolta
al pubblico con manifesti e volantini, contro gli antidolori­
fici: “Gli effetti negativi si manifestano quasi sempre in
modo lento e progressivo, senza che l’interessato se ne ac­
corga. Prima di tutto saranno lesi i reni, come pure il si­
stema nervoso, e gli organi che assicurano il rinnovo del
sangue. Nessun organo essenziale sarà risparmiato. Se la
causa tossica non è soppressa a tempo, ne può risultare
un'insufficienza fisica e psichica dell’individuo che mette
in pericolo la sua vita.”
L’invasione dell’aspirina ha molti nomi, non c’è solo
l’omonima specialità della Bayer: centinaia di confezioni
contengono l’acido acetilsalicilico, puro e associato: Alka
Seltzer (della Miles, inglese), Antireumina (della Richardson

56
Il '900: l'industria della droga diventa nera

and Merrel), Aspro (della Nicholas, francese), CoricicLin


(Essex), Veganin (Angiolini).
Il "lancio” che la Bayer riservava all'eroina ai primi del
'900, oggi lo possono ascoltare tutti i telespettatori a Caro­
sello: “Mal di testa? Veramon. Mal di denti? Veramon."
"Con Aspro passa.” L’Aspro è identico all’Aspirina: tutta­
via, quando la casa produttrice lo lancia, oltre a presen­
tarlo come "assolutamente innocuo," gli attribuisce anche
ottime qualità contro l’insonnia. Aspro è stato probabil­
mente in Italia il primo esempio di lancio all’americana
degli analgesici: negli Stati Uniti, le compressine (magari
vitaminizzate) contro i dolori di tutti i tipi, sono in ven­
dita ovunque fin dagli anni '50: lungo le autostrade, nei
bar, nei supermercati; un consumo annuo di miliardi di
pastiglie, centinaia di confezioni (Excedrin, Empirin, Ana-
cin, Cope, Vanquish, Bufferin...). "America has thè best ad-
vertised drug problem in thè world" ("l'America ha il pro­
blema della droga meglio pubblicizzato del mondo”). "Se sa­
peste la verità, sarebbe molto difficile che continuaste a
ingoiare queste pillole,” dice il primo manifesto della cam­
pagna condotta dal "Medicai Committee for Human Rights"
contro gli "aspirinici" e i vari antidolorifici di massa. La
pasticca è diventata anche in Italia, dopo l'Aspro e il Vera­
mon, un prodotto di consumo, irrazionale, senza precau­
zioni, senza conoscenze, senza informazione; la logica è
identica a quella dello smercio di caramelle o dei Baci Pe­
rugina. E se l’uso eccessivo di caramelle può essere dan­
noso (carie dentaria), l’uso non prudentissimo di analge­
sici è micidiale.

L’aspirina fa male
"Il 50 % delle ulcere sanguinanti e delle lesioni gravi
agli intestini sono causate dall’a s p i r i n a lo stabilisce l'ul­
timo rapporto (1975) deH’American Medicai Association.
In due modi l’aspirina può essere dannosa: se usata
frequentemente, e se usata da persone “allergiche” all’aspi­
rina. Il guaio è che non esiste un metodo per stabilire se
una persona avrà delle reazioni allergiche; addirittura, l'al­
lergia può saltar fuori in un individuo che consuma aspi­
rina da molti anni: cioè può essere indotta dal consumo
di aspirina. Di certo c’è che una lunga serie di malati deve
assolutamente evitare l’aspirina: gente col fegato in disor­

57
L’eroina

dine, con deficienza di vitamina K, individui affetti da ipo-


protrombinemia, o emofilia, asma, disturbi alle orecchie.
"Aspirina alle dosi terapeutiche è innocua [si potrebbe
dire lo stesso dell'eroina o della stricnina, N.d.R.] non in­
fluenza l’attività cardiaca, e non disturba lo stomaco”:
cosi spiegano le istruzioni per l’uso contenute nei mi­
lioni di scatolette di Aspirina della Bayer venduti in Italia.
Naturalmente, nessuna controindicazione: innocua per
tutti, vecchi, bambini, sani e malati. Gli ultimi studi hanno
dimostrato che su mille soggetti, da due a nove sono aller­
gici all’Aspirina: se la prendono, può non succedergli nien­
te le prime volte, la reazione scatta anche dopo molto tem­
po (F. H. Chafee, e G. A. Settipane, Aspirin intolerance. I.
Frequency in an allergie population, in "J. Allergy din.
Immun.,” 53, 1974, pp. 193-199; e G. A. Settipane, F. H.
Chafee, e D. E. Klein, Aspirin intolerance. II. A prospectic
study in an utopie and normal population, in “J. Allergy
clinic Immun.,” 53, 1974, pp. 200-204).
L’ulcera perforante non è il solo pericolo dell’aspirina:
edema della lingua, delle labbra e del tratto intestinale, e
asma: in questo caso il decorso può essere letale. Queste
reazioni allergiche capitano anche quando si prendono
medicine dove l’aspirina (acido acetilsalicilico) è solo una
parte del composto: e sono centinaia, daìYAlka Seltzer, al
Veganin.
Quanto al fatto, sbandierato dalla Bayer, che l’Aspirina
"non influenza l’attività cardiaca": nei pazienti costretti a
usarne dosi notevoli per combattere le febbri reumatiche
si è osservato un aumento del 20 % del volume del plasma,
con forte aumento dell’attività cardiaca, che si traduce in
alcuni casi in edema polmonare. Alexander e Smith, gli
autori della rassegna sull’autorevole rivista inglese "Lan-
cet," concludono che "nei casi di pazienti con chiari sin­
tomi di disturbi cardiaci, bisogna assolutamente evitare di
prescrivere anche le dosi normali, terapeutiche che si som­
ministrano in caso di febbri reumatiche” (Disadvantageous
circulatory effeets of salicylate in rheumatic fever, in "Lan-
cet," I, 1962, pp. 768-771).
In soggetti normali, non allergici, ulcere, emorragie ga­
strointestinali e eritemi sono all’ordine del giorno: nascono
da un uso prolungato (qualche settimana) di dosi quasi
normali di aspirina. Sulle scatoline c'è scritto: "Da 2 a 6
compresse al giorno; secondo la malattia dosi anche mag­

58 l
Il '900: l’industria della droga diventa nera

giori." A una persona normale bastano 8 compresse (= 4


grammi; ogni pasticca è 0,5 grammi) al giorno per 26 gior­
ni, cioè la dose terapeutica per la cura delle febbri reu­
matiche, per procurarsi lesioni della mucosa gastrica, di
tipo ulceroso e emorragico. Sono fatti noti a livello inter­
nazionale almeno dal Congresso internazionale sugli anti­
piretici di Londra del 1963 (Salicylates: Ari International
Symposium, J. & A. Churchill, Ltd., London 1963). Come è
nota la sindrome da avvelenamento da aspirina: che capita
ai pazienti “allergici," ma anche spessissimo a bambini (spe­
cie se febbricitanti o disidratati), e a pazienti normali. La
intossicazione leggera (dosi basse) è caratterizzata da: mal
di testa (!), vertigini, disturbi auricolari, intorbidamento
della vista, confusione mentale, torpore, nausea, sudore,
vomito, e anche diarrea. Uno stadio più grave comporta
disturbi del sistema nervoso: allucinazioni, delirio mania­
cale, convulsioni epilettiche; nei casi più leggeri, disturbi
mentali simili all’alterazione alcoolica, ma solo depressivi,
senza euforia. Al massimo della tossicità, stupore e coma,
seguiti da collasso cardiocircolatorio e insufficienza respi­
ratoria; nei casi mortali, asfissia e edema polmonare. Ogni
anno muoiono in America da 500 a 1.000 persone per dosi
tossiche di aspirina, come riferisce la dottoressa Helen
Nowlis, responsabile per il National Institute of Mental
Health dei programmi di educazione sui farmaci e sulle
droghe nelle scuole (Drugs on thè College Campus, Dou-
bleday, New York 1969).
Dulcís in fundo, le lesioni renali, del tutto simili a quelle
ottenute con gli altri antidolorifici {nefrite). In una ricerca
pubblicata sulla prestigiosa rivista medica inglese "Lancet",
Prescott ha dimostrato che poche pastiglie al giorno a base
di acido acetilsalicilico (3,6 grammi) provocano un grave
aumento della presenza di cellule tubulari renali nelle uri­
ne, la prima tappa verso le lesioni renali (L. F. Prescott,
Effects of acetylsalycilic acid, phenacetin, paracetamol, and
caffeine on renal tubular epithelium, in "Lancet," 2, 1965,
pp. 91-96).

59
3
Che cos’è l’eroina

L’eroina e gli altri narcotici. Scheda

Gli oppiacei
L’oppio, ricavato dal papavero, è conosciuto almeno dal
4.000 avanti Cristo. Le sue preparazioni (tinture, sciroppi,
ecc.) vengono elaborate dal 1500 in poi.
I derivati chimici sono scoperti solo nell’ '800. La morfina
(1803); la codeina (1832); la narceina (1832); la narcotina
(1803); la papaverina (1848); la tebaina, la noscapina, ecc.
A loro volta, i derivati chimici dell’oppio permettono la
trasformazione in altri derivati semisintetici, con diverse
variazioni chimiche, di numero praticamente illimitato;
l'eroina (diacetilmorfìna, 1898); idromorfone, oxycodone,
oxymorfone, idrocodone, apomorfma, ecc.

Gli altri narcotici


Esistono diverse famiglie di droghe sintetiche con strut­
tura chimica diversa dagli oppiacei, e con una azione far­
macologica simile; anche queste classi hanno un numero
enorme di derivati. Morfinani, benzomorfani, metadoni, fe-
nilpiperidine, propionalidi. Le caratteristiche sono simili
a quelle della morfina: analgesici, con proprietà di indurre
dipendenza fisica e tolleranza.
— Meperidina: scoperta nel 1939; nome internazionale:
petidina; nomi commerciali: Demerol, Dolantin, Dolantal,
Dolosal, ecc..
— Levorfanolo: nome commerciale: Levodromoran.
— Congeneri della meperidina: Alphaprodina (Nisentil);

60
Che cos'è l’eroina

Anileridina (Leritine); Piminodina (Alvodine); Diphenoxy-


lato; Difenossina; Etoheptazina (Zactane).
— Fentanile: uso prevalentemente anestetico (Subli-
maze); in Italia: Fentanest (Carlo Erba), Leptofen (Carlo
Erba).
— Metadone: prodotto e usato verso la fine della se­
conda guerra mondiale dai tedeschi; nomi commerciali:
Physeptone, Dolophine, Butalgin, Amidone, Miadone (per
le specialità rintracciabili in Italia, vedi Manuale).
— Congeneri del metadone: dextromoramide (Palfium,
Narcolo), dipipanone (Pipadone), fenadoxone (Heptalgin).
— Propoxyphene: formula chimica affine al metadone.
Nome commerciale: Darvon.

Come la prendono

Quattro metodi
Fumarla. — Si fa in molti modi, ma il più popolare è
quello a suo tempo in voga tra i soldati americani in Viet­
nam: si prende una sigaretta normale si toglie un pezzet­
tino di tabacco all'estremità, si mette l'eroina e si accende.
Un sistema che poteva funzionare solo nel Sudest asiatico,
dove l'eroina è piuttosto pura (40-50 °/o) e costa poco: in
Europa e Stati Uniti è molto meno pura e carissima. Fu­
mare eroina provoca effetti intensi, ma bisogna averne
tanta.
“Sniffarla." — Per molti, è il primo modo di venire a
conoscenza delibero,'' il modo in apparenza più innocuo;
anche perché molti neofiti hanno un terrore viscerale della
siringa. A seconda dei soggetti, si può verificare nausea: il
sapore della droga sniffata è piuttosto amaro. I consuma­
tori regolari e i tossicomani in genere non si possono per­
mettere questo metodo, perché (un po' meno però del fu­
mo) ci vuole una quantità molto maggiore di quella che
basta per un’iniezione.
Iniezione intramuscolare. — È, secondo alcuni autori,
il metodo più comune con cui si "comincia” l’eroina; spa­
venta meno del "fix” endovenoso, ed è molto più econo­
mico degli altri due sistemi. Con questo sistema il neofita

61
L ’eroina

deve osservare tutto il rituale dell’eroina: un cucchiaio,


dove si fa bollire un po’ di acqua con eroina, per renderla
solubile e pronta per l’iniezione (come fornello si usa un
fiammifero), e una siringa. Qualche volta, prima di met­
tere l’eroina diluita nella siringa, si usa del cotone come
filtro attraverso cui far passare la miscela, per pulirla delle
impurità più grossolane. Spesso gli eroinomani non pren­
dono questa cautela perché hanno fretta di farsi subito il
buco o perché non hanno il cotone sottomano o per im­
prudente trascuratezza. Nel gergo anglosassone l’intramu-
scolo di “ero” si chiama "skin-popping."
Iniezione endovenosa. — Stessa preparazione che per
l'intramuscolo. In più, per molti che si bucano da parec­
chio tempo c’è l'operazione "tragica e paranoica" di tro­
vare una vena con un paio di centimetri in buono stato
dove infilare l’ago della siringa. Per stendere bene le vene,
si adopra un laccio che si lega stretto stretto alla parte
superiore del braccio (o di altri punti del corpo — gambe,
piedi, ecc. — per chi è più malandato). Molti filmetti di
propaganda antidroga all’americana hanno utilizzato ri­
prese dal vivo di tossicomani all'ultimo stadio, bucherel­
lati dalla testa ai piedi ("Playboy" una volta addirittura un
modello che si “bucava” nella lingua) piagati, alla disperata
ricerca di un punto dove riuscire a fare entrare la siringa.
Anche persone un po’ intelligenti sono rimaste impressio­
nate se hanno avuto occasione di incontrare un amico o un
ragazzo ridotto in queste condizioni. Si potrebbe pensare
che questo è un buon veicolo di propaganda anti-eroina;
tutto bene (i fatti sono veri) se si accompagna il fatto con
un altro altrettanto fondamentale. E cioè che la condizione
penosa del "bucherellato" è una condizione di classe, che
tranne rarissime eccezioni non si determina mai nel far­
maco-dipendente o nel tossicomane borghese: infatti (an­
che qui salvo eccezioni), il consumatore di eroina non ric­
co è costretto alla somministrazione endovenosa da una
semplice realtà economica; prendere l’eroina intramuscolo
0 via naso (che in determinati momenti, specie quando si
hanno le vene ridotte male, può essere anche piacevole) è
un lusso: vorrebbe dire, per una tossicomane che si prosti­
tuisce, raddoppiare il numero delle marchette (come mini­
mo, per l’intramuscolo); per un tossicomane che si procura
1 soldi rubando, rubare il doppio; per chi mette insieme i

62
Che cos’è l’eroina

soldi vendendo eroina a sua volta, vendere una quantità


doppia. L’intramuscolo esige come minimo una dose dop­
pia; e ancor più la “sniffata." In altri termini, il tossico­
mane proletario è condannato alla puntura endovenosa; il
tossicomane borghese, quando ha problemi di vene, può
"sniffare." Ma per la condanna alla vena purulenta e san­
guinante, la responsabilità criminale è di chi ha inventato
per il tossicomane proletario una situazione in cui deve
spendere 30.000 lire al giorno per non soffrire.

Le dosi

Inlramuscolo
10 milligrammi di morfina iniettati intramuscolo (per
un individuo di 70 chili): è la dose considerata dai farma-
cologhi “ottimale" per il paziente "medio." È "ottimale"
nel senso che fa sparire i dolori di circa il 70 % dei malati
sofferenti di pene sia moderate che gravi (è il caso di chi
ha appena subito un’operazione chirurgica). Per dolori più
micidiali (il 30 % dei casi) ci vogliono dosi più forti. La
durata di azione è di 4-5 ore.

Endovena
Negli ospedali, la morfina viene anche somministrata
endovenosa; la dose normale è minore di quella sommini­
strata per intramuscolo: bastano dai 4 ai 10 milligrammi.
L’effetto è immediato e raggiunge il "picco” in 20 minuti.
Si ricorre all’endovena nei casi di gravissimi dolori post­
operatori, per gravi dolori cardiaci, coliche renali, edema
polmonare, e medicazioni pre-operatorie in casi di emer­
genza.

Per bocca
Presa per bocca, la morfina è molto meno efficace: da
un sesto a un quindicesimo in meno. Per bocca, ci vuole
una dose sei volte maggiore per raggiungere dopo due ore
la stessa riduzione di dolore causata dalla morfina intra­
muscolo; ma la morfina intramuscolo raggiunge il massimo
di potenza ("picco") dopo un’ora: per pareggiarlo, ci vuole,

63
L’eroina

per via orale, una dose 15 volte maggiore. Le dosi terapeu­


tiche medie di morfina via orale non sono in genere calco­
late secondo questi criteri, e non hanno quindi gli stessi
effetti delle dosi medie intramuscolo, ma sono molto meno
efficaci: da 8 a 20 milligrammi.
Se si sottopone un consumatore di eroina a un esperi­
mento con una dose equivalente di morfina, non riesce a di­
stinguere la differenza se la droga gli viene iniettata intra­
muscolo; se ne accorge, invece, se l’iniezione è fatta endo­
vena. L'eroina si scioglie nel sangue più rapidamente della
morfina: cosi, una parte maggiore di droga attraversa la
barriera cerebrale-sanguigna, producendo un rapido in­
staurarsi degli effetti oppiacei sul sistema nervoso centrale.
Arrivata nel cervello, l’eroina si trasforma subito in mor­
fina. In questo senso, l’eroina porta rapidamente morfina
al cervello. Rispetto al peso, una dose di eroina è circa due
volte e mezzo più potente della morfina; 3 milligrammi di
eroina intramuscolo sono l'equivalente di 10 milligrammi
di morfina intramuscolo.
A parità di dosi, la durata degli effetti dell’eroina è leg­
germente inferiore: da 4 a 5 ore per la morfina (nella dose
"media": 10 milligrammi); da 3 a 4 ore per l'"ero" (tre
milligrammi). Il “punto più alto” dell’effetto analgesico (il
"picco") arriva con la morfina intramuscolo dopo mezz’ora-
un'ora; con l'eroina più rapidamente; si ritiene in genere
che l’effetto “analgesico" coincida, in questa sequenza di in­
tensità, con quello "euforico." Con la morfina presa per en­
dovena, il "picco” arriva molto prima; con l'eroina è an­
cora più immediato, secondo quanto dicono i consumatori
(gli studi di laboratorio con l’eroina non sono stati molto
numerosi).

La dipendenza fisica (“ assuefazione”)

La gente non sa cos’è


Nella confusione generale, oggi in Italia solo pochi spe­
cialisti sanno cos’è la "dipendenza fisica" da droghe o far­
maci: a livello di massa, esiste una nozione vaga, estesa
alla "droga” in genere, e che potrebbe riassumersi nel ter­
mine “schiavitù"; le immagini più precise evocate da que­
sto termine, riguardano la figura dell’alcolizzato (“delirium

64
Che cos'è l’eroina

tremens”), o le crisi di Frank Sinatra nel film L’uomo dal


braccio d'oro. In realtà, gli italiani conoscono molto poco
il problema alcoolismo, gli alcolizzati piu cronici e proletari
vengono nascosti alla vista dei cittadini nei nosocomi e
negli ospedali psichiatrici; gli alcoolisti in circolazione ven­
gono guardati con una certa indifferenza, che oscilla, al
massimo, tra il fastidio e il ridicolo; non esistono informa­
zioni su cosa voglia dire, sul piano fisico, l’essere alcoliz­
zati (a parte il fegato rovinato). Eppure si tratta di una
realtà che coinvolge centinaia di migliaia di italiani: a mag­
gior ragione, è logico che la gente abbia un concetto va­
go della "schiavitù" da eroina o altre droghe. Secondo i
sondaggi, il concetto è soprattutto psicologico-, intimamen­
te legato ai motivi per cui si pensa che uno si droghi (dalla
disperazione alla degenerazione); anche ripulito di questa
associazione con i motivi, quello che resta, nel concetto po­
polare, è qualcosa di simile al "vizio” (tipo le sigarette, ma
più forte), non in senso moralistico, ma in quel senso di
abitudine pericolosa o forzata, o riprovevole, con cui si
usa spesso questa parola ("prendere il vizio del bere," "ha
preso il vizio del fumo," “ha preso il vizio di non andare a
scuola" o "di mangiarsi le unghie").
L'ignoranza del concetto di dipendenza fisica è una delle
cause principali della diffusione delle tossicomanie, ed è
l'unica nel caso delle tossicomanie involontarie. Si può di­
ventare tossicomani perché:
a) si ignora che cos’è la dipendenza fisica, si ignora che
esiste il fenomeno della dipendenza fisica;
b) si ignora che una determinata droga, o psicofarmaco,
o medicina, dà dipendenza fisica, anche se si ha un concetto
(non importa se sbagliato o confuso) di che cos’è la dipen­
denza fisica.
L’importanza storica delle tossicomanie involontarie o
delle tossicomanie in cui l’ignoranza del rischio di dipen­
denza fisica è una delle cause della tossicomania stessa, è
fondamentale nella storia delle droghe negli ultimi due
secoli: nei fenomeni di massa della tossicomania entra
sempre l'elemento disinformazione e l’elemento parallelo
della truffa da parte dei produttori e distributori delle so­
stanze. Centinaia di milioni di individui sono diventati tos­
sicomani senza saperlo. Esempi:
a) il proletariato e le medicine a base di oppio nell’ '800,
vendute come caramelle;

65
L'eroina

b) le donne e la morfina e gli altri oppiacei nell’ '800,


prescritti dai medici come cura per i nervi e le malattie gi­
necologiche;
c) i soldati curati con la morfina nell' '800 e con gli altri
narcotici nel '900 (prima e seconda guerra mondiale), sen­
za avvertirli dei rischi e senza cautele;
d) le donne sottoposte in Italia a cura dimagrante con
anfetamina, negli ultimi vent’anni, dai medici che a loro
volta ignoravano in gran parte (tra il '50 e il ’68) che l'an-
fetamina dava dipendenza fisica; e fra cui molti dopo il
72 (anno in cui l’anfetamina finisce nell’elenco degli stu­
pefacenti), hanno continuato a ignorare, grazie alla pub-
plicità delle industrie, che in una serie di dimagranti co­
muni è presente nient’altro che anfetamina. In più, dato
che questi prodotti erano ottenibili (prima del decreto del
13 gennaio 76) senza ricetta, molte donne si autointossi-
cavano;
e) la gran massa dei consumatori di sonniferi e tran­
quillanti in Italia tra il '50 e il 75.
Qualunque sforzo serio di lotta contro le tossicomanie
dovrebbe partire da una spiegazione chiarissima di cos’è la
dipendenza fisica, e da un elenco preciso delle sostanze che
la provocano; e di come la provocano. È un compito che
non può essere assolto dalle istituzioni statali, corrotte dal­
le case farmaceutiche e interessate politicamente a stru­
mentalizzare la vicenda "droga,” ma che può essere effi­
cacemente portato avanti dagli organismi democratici di
base, e da collettivi, di scuola e di quartiere, con gli stru­
menti indicati nella seconda parte di questo libro (“Manua­
le di autodifesa").

Che cos’è la dipendenza fisica


"La dipendenza fisica (in linguaggio giornalistico 'assue­
fazione' o ‘schiavitù’) è un fatto molto preciso, senza nes­
sun contorno psicologico o soggettivo: è un fatto biolo­
gico," scriveva il biochimico Robert De Ropp, nel 1956, in
un importante trattato di divulgazione (Drugs and thè Mind,
New York 1956).
Un fatto biologico: dunque, qualcosa che non dipende
assolutamente dalla volontà dell’individuo o dalla sua per­
sonalità. Il gran parlare che si fa dei moventi psichici e
personali delle tossicomanie, o le chiacchiere sulla sua ori-

66
Che cos'è Veroina

gine sociale (emarginazione, politica, ideologia, ecc.), sono


spesso soltanto un'enorme cortina di fumo che copre e
sopprime una informazione elementare, biologica. Anche
da sinistra, qualsiasi discorso o assemblea, non preceduto
da una semplice spiegazione del fatto macroscopico della
dipendenza fìsica, è mistificante: pur portando avanti dei
discorsi magari intelligenti, ricchi di analisi, si imbrogliano
gli ascoltatori, privandoli dell’informazione più importante:
che non a caso viene accuratamente nascosta dalla Bayer
quando produce l’eroina nel 1898, o dalla Roche (il colosso
multinazionale) quando diffonde i tranquillanti (Librium,
Librax, Vallium, ecc.) in tutto il mondo. Prima di ogni ana­
lisi, la gente ha il diritto elementare di sapere che cos’è la
assuefazione e quali sono le sostanze che la producono.
Dato che la dipendenza fisica non è un fatto soggettivo,
ne consegue che qualunque individuo ingerisca, per un de­
terminato periodo di tempo e con una certa frequenza una
determinata sostanza, diventa assuefatto a questa sostanza:
compreso l’individuo più resistente, o più duro, o più di si­
nistra, o più allergico al misticismo. Per ogni farmaco va­
riano i tempi e i modi necessari a "contrarre" questa as­
suefazione, ma l’assuefazione non risparmia nessuno. Per
l’eroina, i tempi soho relativamente brevi: alcune dosi al
giorno di eroina di buona qualità per due-tre-quattro setti­
mane; per l'alcool, ci vogliono dosi molto abbondanti per
un periodo di tempo molto più lungo.
Nei vari individui, ci può essere una differente risposta
nei tempi: qualche organismo può aver bisogno di un nu­
mero maggiore di dosi e di un tempo più lungo di altri;
i fattori in gioco sono molti (dal peso corporeo al meta­
bolismo), ma il risultato finale non cambia: assuefazione.
Cambia anche l'intensità della dipendenza fisica: anche
questo è un fatto biologico; per esempio, per la morfina,
la massima intensità della dipendenza si raggiunge con un
consumo giornaliero di 500 milligrammi: consumi mag­
giori danno una dipendenza fisica della stessa severità.
Esistono spiegazioni chimiche e biochimiche della di­
pendenza fisica, basate su meccanismi cellulari e neurolo­
gici: ma si è ancora in attesa di un quadro sufficientemente
chiarificatore.
Al punto che, a tutt'oggi, non esiste una spiegazione
propriamente farmacologica della dipendenza fisica, ma
solo una definizione operativa: più che sufficiente però a

67
L’eroina

far capire a chiunque di che cosa, in pratica, si tratta.


Dipendenza fisica: una definizione operativa. — “La di­
pendenza fisica è uno stato fisiologico determinato da una
droga (o da un farmaco), che si manifesta in una serie di
sintomi caratteristici quando viene sospesa la somministra­
zione della droga stessa (o del farmaco)": questa l’autore­
vole definizione della Commissione nazionale sull’abuso
delle droghe del Governo Canadese (Interim Report, Ot­
tawa 1970). In altre parole, abbiamo questa dipendenza,
quando un individuo, che fa uso regolare di un certo far­
maco, smette improvvisamente l'uso e si trova di fronte a
una serie di sintomi dolorosi: sintomi che spariscono im­
mediatamente se viene somministrata una dose della droga
stessa. Questi sintomi sono talmente seri che con alcune
sostanze possono addirittura portare alla morte: per esem­
pio con l’alcool e i barbiturici. Il complesso dei sintomi è
chiamato "sindrome da astinenza.”
In che senso il corpo può “dipendere fisicamente” da
una sostanza fino a morire se questa sostanza manca?
L’unico paragone comprensibile è quello formulato dal bio­
chimico De Ropp: "Possiamo paragonare la sostanza chi­
mica al cibo: esattamente come con la nutrizione, il corpo
non può funzionare senza l'ingestione della sostanza. Se
non si ingerisce più nessun cibo, si muore; se si è fisica-
mente dipendenti da una sostanza, e non la si ingerisce più,
il corpo non può funzionare.” I sintomi sono serissimi
e gravi: tremori, vomito, delirio, crampi fortissimi, e con
alcuni farmaci, convulsioni epilettiche; la durata di questa
crisi, nel suo apice, va dalle 72 ore (3 giorni) in avanti.

La crisi da astinenza. Cosa succede se si smette improv­


visamente l'eroina
8 ore dall’ultima dose di eroina: sudore, lacrimazione,
gocce acquose dal naso;
12 ore: qualcuno cade in un sonno agitato; si sveglia
dopo diverse ore più inquieto di prima;
20 ore: tremori, pelle d’oca, pupille dilatate, super-
nervosismo;
24 ore: sbadigli violenti (possibile slogarsi la mascella),
nausea, vomito, starnuti;
verso le 36 ore: esplodono i dolori al ventre, si vomita
sangue; diarrea (fino a 60 volte); brividi violenti, pallore

68
Che cos'è l'eroina

("cold turkey”: tacchino freddo è l’espressione di gergo in­


glese; da noi si dice "in rota”); il male all’addome è sempre
più forte, contrazioni paurose; qualcuno è costretto a scal­
ciare violentemente. Impossibile mangiare, bere, dormire.
da 48 a 12 ore: c’è il massimo di intensità di tutti gli
effetti precedenti. Depressione respiratoria. L’abbondante
sudorazione, la mancanza di cibo, acqua e sonno, il vomito,
la diarrea, provocano perdita di peso e disidratazione. Si
può verificare un collasso cardio-vascolare.
In ogni momento della crisi, basta una delle solite dosi
di eroina (o di un sostituto, morfina, metadone, ecc.), per
sentirsi, quasi subito, quasi bene. Ma se otto-dodici ore do­
po non si prende un’altra dose, ricomincia tutto daccapo.
Se non c’è nessuna assistenza medica, dopo 7-10 giorni,
tutti i sintomi più gravi spariscono, ma l'equilibrio fisiologi­
co è sconvolto: secondo alcuni ricercatori, ci vogliono sei
mesi per ristabilirlo quasi completamente (W.R. Martin &
D.R. Jasinsky, Physiological parameters of morphine depen-
dence in man: Tolerance, early abstinence, protracted ab-
stinence, in "Journal of Psychiatric Research,” 7, 1969, pp.
9-17). Ma la maggioranza degli studi concordano nel con­
cludere che una decina di giorni non bastano a “ripulire"
il metabolismo: diverse variabili fisiologiche restano sotto
ai valori normali; per esempio, c’è una risposta più bassa
agli effetti stimolanti sulla respirazione del C02, uno dei
test classici.
Studiando migliaia di "disintossicati" all’Addiction Re­
search Center di Lexington (Kentucky) il dottor William
Martin e i suoi collaboratori (Eades, Sloan, Jones, Wil-
ker) hanno osservato una "sindrome a lunga durata" di
anormalità fisiologiche; il nucleo centrale psicologico è
dato dalla depressione e da una forte ipersensibilità agli
stimoli stressanti. Per chi è provvisoriamente uscito dal­
l’eroina, dopo uno stadio di seria dipendenza fisica, esiste
questa maggiore sensibilità ai dolori, ai malesseri, agli
stress; una maggiore fragilità e debolezza: ma non sono
sintomi psicologici, ricostruibili con motivazioni; sono
stati fisiologici, della stessa natura di quelli che esplodo­
no durante la crisi vera e propria. È anche l’ipotesi del-
l’Addiction Research Unit, dell’Istituto di Psichiatria di
Londra (M.A. Hamilton Russell, Cigarelte Smoking: Na­

to
L'eroina

turai History of a Dependence Disorder, in “British Jour­


nal of Medicai Psychology,” 44, 1971, p. 35).
In una società in cui essere consumatori regolari di
eroina vuol dire essere costretti a una "vita di merda
per procurarsi tutti i giorni la roba,” è giusto chiedersi
perché esiste una tendenza cosi generale a "ricominciare"
dopo le disintossicazioni. In un altro capitolo esaminiamo
le motivazioni sociali di questo comportamento, che non
bastano però a spiegare tutta la portata del problema;
gli studi clinici ci danno un importante suggerimento:
se è possibile che vi siano una serie di anormalità fisio­
logiche dopo l’interruzione di un forte consumo di eroina,
è logico dedurre che molti o alcuni ricominciano, conscia­
mente o no, per eliminare questi sintomi di disagio.
Del resto, mentre sarebbe assurdo pensare che un po’
di eroina possa rovinare irreversibilmente un organismo,
è giusto riflettere sulle conseguenze organiche di una di­
pendenza fisica seria, cioè accumulata con un consumo
di lunga durata di diverse centinaia di milligrammi di eroi­
na al giorno (o più) per molti mesi o anni. Se le ri­
cerche sono insoddisfacenti nel farci sapere quanti mesi o
quanti anni, e quali dosi giornaliere ci vogliono per pro­
vocare dei danneggiamenti organici, magari non irreversi­
bili, ma seri e delicati, noi possiamo lo stesso tirare alcune
conclusioni operative:
a) niente prova che un uso di lunga durata di eroina
in forti dosi provochi una dipendenza fìsica maggiore di un
uso meno prolungato nel tempo e a dosi minori (abbiamo
visto come il "tetto” dell’intensità della dipendenza fisica
è fissato, ad esempio, per la morfina, a 500 milligrammi
giornalieri: dosi superiori non aumentano la dipendenza
fisica);
b) alcuni dati suggeriscono però che una dipendenza fi­
sica seria non viene eliminata completamente da un’inter­
ruzione dell’uso, con o senza disintossicazione;
c) se esiste questo rischio (anche se non è sicuro),
dobbiamo accreditarlo tra i guai seri a cui si va incontro
quando si passa da un uso modesto di eroina (qualche
dose ogni tanto) a un uso frequente, quotidiano o quasi;
d) senza essere pessimisti, senza cioè pensare che esi­
stano dei danneggiamenti organici irreversibili per cui la
dipendenza fisica è ineliminabile ("se uno ci è cascato
una volta, non potrà mai più uscirne”: il che è contrad-

70
Che cos'è l’eroina

detto da diversi casi reali), dobbiamo mettere in conto il


rischio che, a determinate condizioni o per alcuni indi­
vidui, diventi un fatto difficile non ricominciare con l’eroi­
na; e questo non per motivi psicologici o sociali, ma
per motivi fisici, indipendenti dalla nostra volontà o dal
fatto che siamo riusciti a risolvere alcuni dei problemi
(psicologici e sociali) che ci avevano portato all'eroina;
e) questa prospettiva, unita a tutti gli altri guai, ci con­
siglia di stare parecchio lontani dall'eroina; ci dice che
conviene, a tutti i costi, evitare di arrivare al punto della
dipendenza fisica;
f) sul piano “terapeutico," conviene guardare con molti
dubbi alle teorie degli esperti nostrani, per i quali la di­
sintossicazione fisiologica non è un problema, e tutte le
grandi difficoltà consistono nella psiche del "malato,” o
nella società che è da cambiare. Dobbiamo guardare con
dubbio e con sospetto a queste teorie riduttive perché ven­
gono da una classe medica nota per la sua ignoranza e
incapace, per disinformazione e cialtroneria, di curare
correttamente anche un raffreddore. Figuriamoci in che
modo potrebbe curare correttamente sul piano fisiologico
un’intossicazione su cui anche i laboratori scientifici più
raffinati hanno i loro dubbi;
g) sul piano terapeutico alternativo è necessario quin­
di studiare in modo molto approfondito tutti i problemi fi­
siologici della disintossicazione:
— i tempi, cioè la scelta tra un’ "uscita” relativamente
veloce (un paio di settimane), e una molto più lunga (un
mese o alcuni mesi), più graduale, dall’eroina;
— i sostituti; l’eroina stessa, per un certo periodo, o
altri oppiacei, anche per bocca;
— l’opportunità di usare o meno gli psicofarmaci o al­
tre droghe di appoggio: per dormire; come sedativi-tran­
quillanti; nelle situazioni di stress: come antidepressivi;
come divertimento (alcool, hashish, coca);
— i farmaci di appoggio (epatoprotettori, disintossi­
canti, ecc.);
— l’opportunità di sospendere o meno comportamenti
"tossici" abituali: come l'uso di sigarette (nicotina);
— l’alimentazione;
— il posto: montagna, campagna, mare; caldo, freddo;
— il comportamento fisico: molto riposo o qualche

71
L'eroina

lavoro; di che tipo; molto confort; abolizione degli stress


(città, autobus, folla, rumori, ecc.).
Tutti questi punti hanno indubbiamente intense conse­
guenze fisiologiche e neurologiche; si tratta di valutare
anche col buon senso, nelle varie esperienze, a seconda
della persona, l’opportunità delle scelte.
È ovvio che la stragrande maggioranza dei medici ita­
liani non si pone nemmeno questi problemi (l’unica que­
stione è: se abbiamo un letto vuoto teniamo il ragazzo
molto tempo, se non abbiamo neanche un letto faccia­
mo una cura ambulatoriale), allo stesso modo come non
ha neanche sentito nominare i più efficaci antidoti ai co­
mi da eroina (che le case farmaceutiche italiane nemmeno
producono).
I punti di cui sopra costituiscono una scaletta mini­
ma con cui impostare il problema, tenendo d’occhio la
ricerca internazionale (che dopo la scoperta del metadone
come panacea, sembra un po’ stagnare); non sono uto­
pistici, perché presuppongono un discorso chiaro con il
"paziente" (tipo: se vuoi fare una disintossicazione radi­
cale, siamo a tua disposizione, se vuoi solo una pausa, non
c’è problema, diccelo subito che è più semplice e si può
fare senza investire molte energie); in base a questo di­
scorso, si può organizzare un "programma,’’ utilizzando
i collegamenti interni alla "comunità dei compagni” (casa,
fuori città, soldi, "tecnici” a disposizione: medici, compa­
gni informati sui farmaci, ecc.).

La crisi: morire perché manca l’eroina


II 10% degli alcolizzati che interrompono bruscamen­
te l'uso, e non sono seguiti da una prudentissima assi­
stenza medica, muoiono; il 50% è investito da convulsioni
epilettiche o dal delirium tremens. Cosi il professor Joel
Fort (.The Pleasure Seekers, Grove Press, New York 1969),
responsabile dell’Organizzazione mondiale della sanità per
gli Stati Uniti, sintetizza gli inconvenienti della sindrome
da astinenza da alcool negli intossicati. La dipendenza
fisica alcolica è una delle più severe: paragonabile solo
a quella da barbiturici, in cui anche sono stati riportati
casi mortali. Entrambe più severe — in questo tutti i ri­
cercatori concordano — della crisi da eroina.
Anche la crisi da eroina però può, in casi limite, esse­

72
Che cos'è l'eroina

re mortale: "Si sono verificati casi di sindrome da asti­


nenza di eroina particolarmente severi in cui il tossico­
mane è morto: i decessi sono tuttavia molto più rari di
quelli da ipnotici (barbiturici) o alcool” (Canadian Commis-
sion of Inquiry, op. cit., Ottawa 1970, p. 154). Non è
chiaro se per l’eroina la morte dipende dalla qualità della
dipendenza fisica come per l’alcool, o da una particolare
debolezza organica di alcuni intossicati, deperiti al punto
da non poter sopportare fisicamente i sintomi più severi
(convulsioni, ecc.) della crisi.

La crisi: i sostituti
Una sindrome d’astinenza anche gravissima da eroina
viene eliminata come d’incanto da una singola dose di
eroina iniettata endovena.
Ma lo stesso effetto è prodotto da una dose equipo-
tente di morfina o codeina o metadone, o un altro op­
piaceo o narcotico con le stesse proprietà analgesiche:
in pochi minuti, un'iniezione endovena elimina tutti i
sintomi dolorosi. Il termine tecnico con cui viene indi­
cato questo fenomeno è "cross-dependence" (dipenden­
za incrociata). Psicotropi potenti come i barbiturici pos­
sono alleviare i sintomi, ma non abolirli. È ridicola la
credenza (diffusa soprattutto nelle carceri italiane) che
possa essere di qualche utilità un qualunque sedativo o
tranquillante. I barbiturici possono essere utili per fa­
cilitare il sonno a un intossicato a cui vengono date dosi
decrescenti di eroina, morfina o metadone. Burroughs, un
autore da prendere con le pinze, suggerisce l’utilità dei
tranquillanti in Junkie (Rizzoli, Milano 1976); ma le ri­
cerche cliniche indicano che alcuni tranquillanti, come i
derivati della reserpina (una specialità italiana conosciu­
ta è il Serpasil, della Ciba) aggravano la sindrome da
astinenza.

Quanto tempo ci vuole per diventare "assuefatti" all’eroina.


L’ “assuefazione strisciante." Come si fa a scoprirla
Due settimane, con un paio di iniezioni al giorno di
eroina abbastanza pura; è il termine minimo perché il
consumatore, smettendo improvvisamente l'uso, realizzi
sensibilmente una certa dipendenza fisica, abbia cioè una

73

4
L’eroina

serie di disturbi sufficientemente percettibili e collega­


bili direttamente a questa astinenza. Con dosi molto pic­
cole (o mai aumentate) e prese molto saltuariamente, i
disturbi sono quasi impercettibili e quando sono coscienti
somigliano a quelli di un leggero raffreddore. I ricerca­
tori hanno però scoperto delle tecniche per individuare
i disturbi "impercettibili,” e accertare cosi clinicamente
lo stato e l’intensità di questa dipendenza fisica "nasco­
sta.”
Una persona a cui sono state somministrate per due-
tre giorni di seguito 4 dosi di morfina quotidiane (poco
più che analgesiche, tipo 15 milligrammi) non dovrebbe
in genere sentire nessun disturbo sensibile da astinenza,
se le somministrazioni vengono interrotte; i farmacologi
però gli iniettano una sostanza, scoperta nel 1951, la na-
lorfina che produce, in chi ha fatto questo uso modico di
morfina, una serie di effetti uguali a una piccola crisi di asti­
nenza. Con un’altra sostanza ancora più potente, il naloxone,
riescono a provocare una crisi di astinenza grave in sog­
getti ex eroinomani che hanno preso una sola dose abbon­
dante di metadone (40 milligrammi, circa il triplo di una
dose normale) cinque giorni primal Una sindrome della
stessa gravità è provocata dal naloxone in un soggetto che
ha preso 24 ore prima una singola dose (notevole) di
morfina. Una dose modesta di naloxone intramuscolo rie­
sce a provocare in un farmaco-dipendente da eroina una
sindrome di astinenza in pochi minuti, anche se il consu­
matore ha appena preso l'eroina. La durata della crisi in­
dotta dal naloxone è di due ore, ma sia la durata sia
l’intensità possono essere aumentate aumentando la dose
di naloxone. Una delle rassegne più recenti è quella for­
nita da J.G. Nutt e D.R. Jasinski, che si sono serviti del
naloxone anche per dimostrare definitivamente che il me­
tadone produce, come eroina e morfina, una dipendenza
fisica certa rilevabile con metodi clinici.
Le sostanze come il naloxone (che i farmacologhi chia­
mano "antagoniste" degli oppiacei) hanno in pratica il
potere di agire come “spia” del processo di dipendenza
fisica, anche nella fase in cui non è avvertibile dall'or­
ganismo umano, né da altre tecniche cliniche; è una con­
ferma del fatto che la dipendenza fisica si instaura con
una certa gradualità; non è escluso che in modesti consu­
matori di oppiacei, che non presentano sintomi di asti­

74
Che cos'è Veroina

nenza, questa pre-fase di dipendenza fisica si manifesti


in stati psichici poco percettibili (né, forse, rilevabili cli­
nicamente) sfumati, semi-inconsci, che il soggetto non
collega assolutamente alla droga. Questi stati possono
creare un ritmo, una sensazione ("feeling"), che spinge
inconsciamente il soggetto a cercare di ripetere l’espe­
rienza analgesica; non è chiaro se si tratta di un leggero
malessere inconscio o di un desiderio, di un’immagine
quasi onirica, o di tutti e due. La scarsità di informazioni
di questo tipo deriva dal fatto che la maggioranza degli
studi è stata condotta dalla farmacologia clinica o da una
psichiatria rozzamente meccanicistica, mentre quasi nullo
è stato l’apporto della psicoanalisi e della fenomenolo­
gia esistenziale. Ad ogni modo, il discorso è importante
non tanto per un completamento accademico delle in­
dagini sulla tossicomania, quanto per l’autocoscienza delle
persone che hanno già deciso o decideranno di provare
l’eroina e di consumarne “poca.”
Nella storia di moltissimi tossicomani, ci sono delle
fasi in cui il consumo di eroina resta moderato, non as­
siduo, ai limiti della farmaco-dipendenza; "potevo smet­
tere quando volevo e poi ricominciare” raccontano molti.
“L’eroina non è vero che dà assuefazione," ci hanno detto
alcuni ragazzi che consumano un po’ tutte le droghe che
gli capitano a tiro (dall’anfetamina all’LSD all'optalidon:
"sballo continuo") e che girano, soprattutto l’estate, vi­
vendo sulla strada. Erano ragazzi che non consumavano
l’eroina da anni, ma solo da qualche mese, saltuariamente.
Nel diffondere informazioni sulla dipendenza fisica, non
è corretto lasciar credere che l’eroina produce automa­
ticamente dipendenza: molti ragazzi, fatta l’esperienza
che abbiamo riferito, possono pensare che la dipendenza
fisica non esiste, e continuare a usare eroina dando per
certo che la dipendenza non esista. In questo modo pos­
siamo essere sicuri che entro qualche mese (se il mer­
cato gli offre la "roba” a un prezzo abbastanza1basso)
saranno farmaco-dipendenti o tossicomani.
È importante invece che ogni consumatore sia al cor­
rente delle varie fasi della pre-dipendenza, e interpreti
con più attenzione i "segni” del suo rapporto con l'eroina.
Oltre alla conoscenza dei meccanismi fisiologici illustrati,
un esperimento pericoloso potrebbe essere quello di sot­
toporre un pre-consumatore all’esperimento volontario con

75
L'eroina

naloxone. I farmacologi Wikler, Fraser e Isbell (N-Allyl-


normorphine: effects of single doses and precipitation of
“abstinence sindromes" during addiction to morphine,
methadone, or heroin in man, 1953) iniettarono naloxone
a soggetti a cui era stata somministrata eroina (o mor­
fina o metadone) in dosi equivalenti a quelle terapeutiche
(3 milligrammi o più) quattro volte al giorno per 2 o 3
giorni di seguito: la crisi di astinenza si scatenò subito.
Un esperimento con naloxone — ovviamente fatto volon­
tariamente — potrebbe essere utile a un consumatore
non tossicomane per rendersi conto fisiologicamente dei
processi dell’eroina e per capire — se non è convinto di
quanto ha letto o gli è stato raccontato o se è convinto
di essere “diverso" dagli altri — a quale tipo di problemi
andrà incontro una volta "assuefatto" all’eroina: cioè,
innanzitutto, al problema n. 1 di evitare (comprando eroi­
na) la crisi che gli viene rivelata dal naloxone. L’esperi­
mento è pericoloso: solitamente la crisi indotta dal na­
loxone è più severa di una normale crisi di astinenza; in
più, non può essere bloccata da dosi normali di oppiacei;
la durata però è molto minore: il massimo dell’intensità
arriva dopo mezz’ora e i sintomi spariscono dopo due ore.
Con dosi minori, i sintomi sono meno gravi. Con altre dro­
ghe (quelle a lunga durata) come il metadone, a parità
di dosi, la crisi indotta dal naloxone è più violenta. La
stessa dose di naloxone somministrata a una persona qua­
lunque che non fa uso di narcotici, non produce nessun
effetto, né fisico né psichico, mentre gli effetti prodotti in
un piccolo consumatore di oppiacei sono sempre clamo­
rosi. È chiaro che l’esperimento personale in questo caso,
se uno è disposto a farlo, non lascia dubbi. Mentre in un
farmaco-dipendente, inoltre, la dose sufficiente a scate­
nare la crisi è 0,5 milligrammi di naloxone, in un soggetto
“astemio” ci vogliono addirittura 24 milligrammi intra-
muscolo (48 volte il “drogato”) per provocare soltanto
una leggera sonnolenza. Per bocca, si è provato a som­
ministrare anche un grammo di naloxone senza ottenere
notevoli effetti fisici o psichici su soggetti normali.
Per un certo tempo, la serie degli "antagonisti" della
morfina e dei narcotici (naloxone, nalorphina, naltrexone,
levallorphan, cyclazocina, propiram, ecc.) è stata usata
dalla polizia e dagli istituti di medicina legale, ospedali
psichiatrici, ecc., per scoprire i consumatori di droghe

76
Che cos'è Veroina

oppiacee: i tossicomani, già alle prese con i primi sintomi


di astinenza ma che cercavano di nasconderli, venivano
aggrediti anche con la "crisi artificiale” del naloxone e
simili. Alcuni medici hanno sostenuto l’opportunità di
usare questi farmaci nei centri antidroga per tossicomani
che praticano terapie a base di metadone o altri narco­
tici, per scoprire, fra gli individui che si presentano, chi
non è tossicomane. Ma, dato che questi farmaci fanno
scattare le crisi anche dopo tre-quattro giorni di consu­
mo di oppiacei, la procedura diventerebbe molto com­
plessa.
La legge antinarcotici in California ha utilizzato in
modo fascista questi "detector”: tutti gli arrestati per dro­
ga, in libertà provvisoria oppure condannati col beneficio
della condizionale, venivano ogni tanto sottoposti coatti­
vamente alla prova con Nalline (il nome della prepara­
zione americana a base di nalorfina); al test venivano
sottoposti i consumatori di tutte le droghe illegali, men­
tre con la Nalline si accertava solo il consumo di narco­
tici oppiacei; con le analisi, si stabiliva se un tossico­
mane era "recidivo": se lo era, tornava in prigione.
Il comportamento della polizia californiana era tanto
più fascista in quanto la crisi di astinenza artificiale in­
dotta dalla nalorfina e dagli altri antagonisti è più severa
della crisi d'astinenza normale da eroina o da altri nar­
cotici, già di per sé micidiale: e mentre una crisi natu­
rale è immediatamente bloccabile con un’iniezione endo­
venosa di eroina (o altri oppiacei in dosi stabilite), la
crisi "artificiale” non può essere eliminata nemmeno da
■forti dosi di eroina: la si può solamente alleviare, ma
bisogna usare dosi estremamente forti, con il grave ri­
schio di provocare una depressione respiratoria (che può
essere letale), appena finisce l’azione dell'antagonista (un
paio d’ore).

Intensità della dipendenza fisica


Non è possibile arrivare oltre un certo livello di dipen­
denza fisica. È una favola il tossicomane all’ultimo stadio
che diventa “sempre più schiavo."
È vero che non ci sono limiti al tipo di aumento di
dosi di cui un tossicomane ha bisogno per soddisfare la

77
L'eroina

sua dipendenza fìsica: ma la qualità della dipendenza a


un certo punto si arresta: non va oltre un certo massimo.
In questo senso, ci si ferma anche abbastanza presto: a
500 milligrammi di morfina giornaliera. È una "tappa”
su cui si assestano molti tossicomani. Anche chi consuma
una dose giornaliera più alta ha una sindrome d’astinen­
za della stessa severità.

Bisogna aumentare sempre più le dosi: la “ tolleranza”

Che cos’è la tolleranza


In genere, bisogna aumentare la dose di un farmaco,
quando la dose abituale non fa più effetto: ciò non pro­
duce nel soggetto gli stessi effetti nella stessa misura. È
il caso di moltissime medicine comuni, per esempio i las­
sativi: una pillola al giorno è sufficiente per defecare,
ma dopo un certo periodo una non basta più, bisogna
prenderne due.
Nel gergo farmacologico, questo fenomeno si chiama
tolleranza: sui foglietti illustrativi, le case farmaceutiche
usano la parola assuefazione (che i medici conoscono,
ma i consumatori di medicine ignorano), che ha esatta­
mente lo stesso significato.
Con l’eroina, non c’è problema di aumentare la dose,
se viene ingerita (non importa come) una volta la setti­
mana o con una frequenza ancora più diluita. I problemi
arrivano se si comincia a prendere l'eroina tutti i giorni:
e in questo caso, bastano pochi giorni di seguito per ac­
corgersi che le stesse dosi non fanno più lo stesso effetto.
Per la morfina, il fenomeno è velocissimo: sono stati stu­
diati casi in cui alcuni soggetti passavano in soli dieci
giorni di uso continuato a un consumo giornaliero di 500
milligrammi (da notare che in un individuo normale una
dose anche solo di 100 milligrammi può essere mortale).
Con un uso intermittente, saltuario, è possibile ottenere
gli effetti desiderati da dosi sempre uguali per un pe­
riodo praticamente illimitato. Se invece l'uso è frequente,
costante, con eroina o morfina, è necessario, sia per il
malato di cancro contro i suoi dolori, sia per il consuma­
tore non terapeutico, aumentare progressivamente le dosi,
fino ad ottenere, per il primo, l’eliminazione del male.

78
Che cos’è l’eroina

per il secondo il raggiungimento, con pari intensità degli


stati fisio-psichici desiderati.
Mentre si sviluppa la tolleranza, cambia anche la dose
"mortale" (che in un individuo normale varia tra i 100
e i 200 milligrammi di morfina per bocca; fino a pochi
anni fa la letteratura scientifica indicava in 120 milligram­
mi la quantità massima sopportabile senza decesso, ma
gli ultimi dati sembrano essere più pessimisti): è stato
registrato un caso (indubbiamente eccezionale), di un tos­
sicomane di lunga data che, lungo un arco di tempo di
poco più di due ore e mezzo, era riuscito a iniettarsi 2.000
milligrammi di morfina senza un cambiamento signifi­
cativo nei segni vitali (pressione, pulsazioni, respirazione);
la dose abituale per ciascuna iniezione di questo soggetto
era 250 milligrammi. Una "quota” giornaliera su cui molti
tossicomani si fissano sono i 400-500 milligrammi. Di­
versi arrivano al grammo e lo superano. In un altro caso
assolutamente eccezionale registrato dai clinici americani,
un tossicomane era arrivato a 5 grammi di morfina al
giorno. Per tutti comunque, esiste, in ogni momento
dello sviluppo del fenomeno tolleranza, una dose capace
di provocare il decesso da depressione circolatoria.

Tolleranza e dipendenza fisica sono due cose diverse


Si confonde spesso la dipendenza fisica con la neces­
sità di aumentare le dosi ("tolleranza").
Si tratta di due fenomeni sostanzialmente diversi: certi
farmaci provocano dipendenza fisica, ma non provocano
nessuna necessità di aumento delle dosi. Oppure il fe­
nomeno è ancora più complesso: con l'alcool per esempio,
che dà assuefazione, i farmaco-dipendenti hanno la ten­
denza ad aumentare le dosi: sono necessarie dosi mag­
giori per produrre un’intossicazione; sul piano psicofisico,
è stato accertato che gli alcolisti possono eseguire compiti
difficili con una concentrazione di alcool nel sangue dop­
pia di quella di individui normali; come per i barbiturici,
tuttavia, anche per il tossicomane la dose mortale è solo
leggermente superiore a quella di un soggetto normale.
Il fenomeno sorprendente si verifica con l’alcolizzato: una
piccola dose di alcool gli produce grossi effetti di stupore
e euforia. Cioè, a un certo stadio dell’uso, non c’è più

79
L'eroina

necessità di aumento, ma anzi dosi minori provocano gli


stessi effetti: una tolleranza "rovesciata."
Altri farmaci provocano necessità di aumento di dosi,
ma nessuna dipendenza fisica: è il caso dei lassativi.

Nascono drogati i bambini dei drogati

È una tipica scoperta medica che fa "notizia" e molte


colonne di titolo. Si tratta però di una questione su cui
gli scienziati non sono d’accordo. La morfina e l’eroina,
come l’alcool e la nicotina, dovrebbero, secondo molte
teorie, passare attraverso la placenta e arrivare nel feto.
Tuttavia, il dottor George Blinick, alla Terza conferenza
nazionale sul Metadone, promossa dall'Istituto nazionale
per la Salute mentale (National Institute of Mental
Health), alle dipendenze del Ministero della Sanità USA,
sostenne che "i metodi biochimici ordinari non sono in
grado di rilevare le piccole tracce di morfina eventual­
mente presenti nella placenta.” Non è escluso che ciò
sia possibile con apparecchiature più perfezionate. Se­
condo le teorie citate, l’eroina, l’alcool e la nicotina, oltre
che nella placenta, dovrebbero arrivare anche nel latte
materno: questo spiegherebbe come spesso i figli di tos­
sicomani allattati dalla madre non presentano nessun sin­
tomo di astinenza.
Teorie a parte, esistono numerosi rapporti dagli ospe­
dali, dai reparti ginecologici che descrivono crisi di asti­
nenza in neonati da madri tossicomani. Secondo il dottor
Saul Blatman, responsabile del reparto pediatrico alla
clinica Beth Israel, i sintomi descritti potrebbero non de­
rivare da mancanza di eroina. Non ci sono prove certe in
proposito; bisogna pensare che molti neonati partoriti da
tossicomani, come del resto da madri in cattiva salute
o con un pessimo tenore di vita, soffrono di una serie di
sintomi di immaturità e hanno un peso inferiore al nor­
male. Secondo Blatman, è possibile che i sintomi attri­
buiti all’eroina derivino invece da questa generale imma­
turità del sistema nervoso. Purtroppo, "molti medici trag­
gono dai sintomi la conclusione che bisogna sommini­
strare oppiacei o barbiturici o tranquillanti maggiori a
questi neonati: invece in ogni caso la cura dovrebbe es­
sere personalizzata, con molta prudenza, c solo nei casi

80
Che cos’è Veroina

più gravi bisognerebbe usare farmaci depressivi" (S. Blat-


man, in Proceedings, Third National Conference on Me-
thadone Treatment, United States Government Printing
Office, Washington 1971). Ciò che è dubbio, secondo molti
studiosi, è il rapporto tra l’ipereccitazione e l’iperirritabi-
lità di alcuni neonati e un’eventuale dipendenza fisica da
eroina o altri narcotici.
I dubbi nascono anche dai risultati di una ricerca con­
dotta su 100 neonati partoriti da madri eroinomani alla
Beth Israel; Wallach e Jerez scoprirono che 88 bambini
su 100 erano in condizioni normali di salute; eppure, ol­
tre all’eroina, molte madri erano in pessime condizioni fi­
siche: malattie veneree, denutrizione, epatite, diabete, feb­
bri reumatiche. Molte avevano usato anche altre droghe
pesanti oltre all’eroina (tranquillanti, barbiturici, anfeta­
mine); quasi tutte erano consumatrici "pesanti” di siga­
rette (tabacco). L’unico difetto presente in molti neonati
era un peso corporeo inferiore al normale, un fenomeno
normalmente associato all'indigenza della madre, e alla
farmaco-dipendenza da nicotina.
Secondo molti rapporti, nei gruppi di neonati figli di
madri tossicomani, esiste una percentuale maggiore di
malattie neonatali e di mortalità. Mancano però degli stu­
di controllati per capire quali siano i fattori responsabili
di questo fatto: l’eroina, oppure le pessime condizioni fi­
siche (extra-eroina) delle madri (super-povertà, denutri­
zione e malnutrizione, infezioni, e scadente assistenza sa­
nitaria durante il parto). Lo stesso discorso vale per i
frequenti disturbi delle madri tossicomani durante la gra­
vidanza e il parto, compresa l'emorragia post-parto.
I dati esposti, diventano particolarmente utili quando
si vuole costringere (contro la sua volontà) una eroino­
mane incinta ad abortire, spaventandola con la sicurezza
che nascerà un mostro, o un "altro" drogato. È importan­
te invece, che, se la donna desidera il figlio, le venga data
la possibilità di avere una gravidanza tranquilla in buone
condizioni igieniche e di nutrizione; e che esistano le
condizioni psicologiche e fisiologiche perché durante la
gravidanza non vengano ingeriti farmaci in genere, legali
o illegali: è noto che, mentre per molte medicine (anche
di uso comune) è accertata la "teratogenicità," (danneg­
giano il feto; fanno nascere neonati con anormalità con­
genite, per esempio il talidomide o l'aspirina) per la

81
L’eroina

maggior parte dei farmaci "non si sa”: cioè non ci sono


prove che siano innocui, e quindi c’è il rischio che siano
nocivi.
In altri termini, se la donna pensa che durante la gra­
vidanza potrebbe essere costretta a usare farmaci o dro­
ghe (tabacco compreso), ci sono rischi maggiori. Cono­
scendo questi dati minimi, sarà poi lei a valutare sogget­
tivamente la sua situazione e a decidere.
Se con l’eroina c’è qualche dubbio, la massa delle ri­
cerche cliniche ha stabilito per certo che con altre so­
stanze i bambini nascono drogati al 100%:
— con l’alcool: "I neonati di madri che bevono note­
voli dosi di alcool durante la gravidanza non solo fanno
l’esperienza di una sindrome di astinenza da alcool, come
se fossero alcolizzati, ma in alcuni casi dimostrano segni
di ritardo mentale cronico e permanente” (K. L. Jones,
D. W. Smith, A. Streissgut, N.C. Mirianthopulos, Outcome
in offspring of cromie alcoholic women, in "Lancet,” 1974, 1,
pp. 1076-77).
— con i barbiturici: "I neonati di madri che hanno
acquisito una dipendenza fisica ai barbiturici manifestano
sindromi da astinenza di severità variabile” (M.M. De-
smond, R.P. Schwanecke, G. S. Wilson, S. Yasunaga, I.
Burgdorff, Maternal barbiturate utilization and neonatal
withdrawal simptomatology, in “Journal of Pediatry," 1972,
80, pp. 190-197).
— con il metadone: “I neonati di madri sottoposti a
trattamento terapeutico con metadone manifestano sin­
dromi da astinenza più severe di quelle riferite per l’eroi­
na” (S. S. Wilmarth e A. Goldstein, Therapeutic Effec-
tiveness of Methadone Maintenance Programs in thè V.
S.A., Offset Publication n. 3, World Health Organization,
Ginevra 1974). La pediatra dott.ssa Myriam Davis, una pe­
diatra neuroioga responsabile del Distretto deH'Ammini-
strazione della Columbia per la cura delle tossicomanie
da narcotici, ha rilevato che su 50 bambini nati da madri
trattate a metadone, a Washington nel 1971, 35 "mostra­
vano sintomi di astinenza, da quelli minori (irritabilità,
ecc)., a quelli maggiori: convulsioni epilettiche.” “Un bim­
bo aveva le convulsioni tre mesi e mezzo dopo la nascita”
(cit. in “New York Post,” 28 febbraio 1972).

82
Che cos’è l'eroina

Le malattie dell’eroina

Gli eroinomani hanno molte malattie che non hanno


niente a che fare con l’eroina. Una parte dell’opinione pub­
blica, sulla base dei resoconti giornalistici, pensa invece
che questi ulteriori guai siano inerenti all’uso della droga.
Malattie veneree. — Fra le ragazze e le donne assue­
fatte all’eroina, c’è un’incidenza maggiore di malattie ve­
neree: ma non è che l’eroina spinga alla promiscuità. La
realtà è molto semplice: molte eroinomani si procurano
i soldi per la droga con la prostituzione; in più, non sono
"professioniste" e nel mestiere usano meno accorgimenti
delle "professioniste."
Infezioni. — Setticemia, epatite, tetano, e ascessi pol­
monari, cerebrali, e sottocutanei: dipendono dall’uso di
siringhe non accuratamente sterilizzate e da modalità anti-
igieniche di somministrazione. Il motivo di questa tra­
scuratezza è dato spesso dal fatto che il tossicomane è
costretto a farsi l’iniezione in fretta, per non essere visto,
in un portone o in una toilette.
Embolie, granuloma. — Dipendono dalla presenza, nel
liquido iniettato, di impurità.

Morire di eroina

Come si muore con l'eroina


New York, 1910. I giornali di tutto il mondo riportano
una notizia drammatica: "Il dott. Baden, direttore del­
l'Istituto di medicina legale di New York, ha rivelato che
quest’anno 1.047 persone sono morte a causa dell’uso di
eroina.”
Il '70 è stato l’anno della famigerata "Operation In-
tercept”: l’amministrazione Nixon ha ordinato il blocco
della frontiera col Messico; deve essere stroncata ogni im­
portazione di marihuana. I risultati si misurano alla fine
dell’anno, calcolando il numero di autopsie all’obitorio di
New York.
Ma il "boom” delle morti da eroina non è spiegabile

83
L'eroina

semplicemente con l’espansione del consumo. Dal 1918 al


1959, il tasso di mortalità da eroina nella città di New
York non subisce variazioni rilevanti: l’Istituto di medi­
cina legale segnala un numero di decessi sempre inferiore
ai 200 annui. Dal ’60 al ’69, un "boom’’ progressivo: si su­
perano i 200 nel ’61, si superano i 600 nel ’68, e dal '70
in poi siamo stabilmente sopra ai 1.000.
"Overdose" è la parola d’ordine: dosi eccessive. Abbia­
mo visto che i tossicomani e i farmaco-dipendenti più as­
suefatti all’eroina possono ingerire dosi di narcotico che
ammazzerebbero un soggetto normale o un "drogato” alle
prime armi (cfr. il paragrafo Tolleranza nel capitolo Cosa
■fa l’eroina). Ma gli esperti dell’Istituto di medicina legale
di New York dichiarano: "Quasi tutti questi decessi da
eroina si sono verificati in consumatori di lunga data, as­
suefatti ad alte dosi della droga” (Michael M. Baden, Me­
dicai Aspects of Drug Abuse, in "New York Medicine,”
24, p. 466).
Cosa dicono le autopsie e gli esami condotti dai tos­
sicologi?
— primo: nei casi in cui sono state ritrovate buste, o
dosi di eroina vicino ai cadaveri, o ai soggetti vittime del
coma, "non è stato possibile accertare nessuna differenza
quantitativa e qualitativa con l’eroina in circolazione in
città";
— secondo: gli esami del contenuto delle siringhe ri­
trovate accanto alle vitime risultavano contenere una mi­
stura di eroina con le percentuali usuali;
— terzo: l’analisi delle urine dei cadaveri non dimostra­
va nessun indizio di "dose eccessiva”;
— quarto: l'analisi dei tessuti intorno al punto in cui
era stata praticata l’iniezione mortale non dava segni di
concentrazione di eroina superiore al normale;
— quinto: nei casi in cui l'eroina veniva iniettata in
gruppo, nessun altro partecipante ai "fix” mostrava segni
di dose eccessiva.
Nella maggior parte dei casi, la morte non è dovuta
alla "depressione respiratoria," tipica fra gli effetti dei
narcotici, e causa prima dei decessi per dose eccessiva
(vedi paragrafo successivo): il tossicomane muore invece
improvvisamente, dopo pochi minuti, o addirittura pochi
secondi, dopo l’iniezione; quando si è in presenza di una
depressione respiratoria, c’è un periodo che va da un’ora

84
Che cos’è l’eroina

in avanti, di coma, stupore, letargia. Ma in tutti questi


casi, "la morte era cosi rapida che spesso veniva trovata
la siringa ancora nella vena; oppure a fianco del cadavere,
con il laccio ancora legato all’avambraccio’' (Milton Hel-
pern e Yong-Myun Rho, Deaths from Narcotisme in New
Ybrk City, in "New York State Journal of Medicine,” 66
[1966]: 2393).
Niente, quindi, depressione respiratoria: ma edema
polmonare; cioè un improvviso e massiccio flusso di li­
quidi nei polmoni. In molti casi, non è nemmeno neces­
sario aprire i polmoni o sottoporli a test coi raggi X per
accertare l’edema: "una schiuma abbondante di liquido
bianco cola dalle narici o dalla bocca" (Helpern e Rho,
op. cit., p. 2403).
Da cosa deriva allora l’edema polmonare? Il Diret­
tore generale dell’Istituto di medicina legale di New York,
dottor Milton Helpern, ha cercato di rispondere prudente­
mente a questo interrogativo al Congresso internazionale
della Società britannica per lo studio della tossicomania
(Londra 1966): "L’edema polmonare è una reazione che
si verifica quando vengono iniettate per via endovena mi­
scugli che non contengono eroina, ma altre sostanze. Op­
pure miscugli che contengono eroina in parti minime"
(Milton Helpern, in Pharmacological and Epidemiological
Aspects of Adolescent Drug Dependence, Proceedings of
thè Society for thè Study of Addiction, a cura di C.W.W.
Wilson, Pergamon Press, London 1968, p. 228). Tre anni do­
po il dottor Badén, al Congresso dell’American Medicai As-
sociation, a Palo Alto, California, poteva essere ancora più
preciso: "La maggioranza dei decessi sono dovuti a una rea­
zione acuta all’iniezione endovenosa di un miscuglio con­
tenente anche eroina, ma a base di chinino e zucchero. È
un errore pensare che queste morti siano dovute a dosi
eccessive di eroina” (Michael M. Badén, Pathological A-
spects of Drug Addiction, Proceedings of thè Committee
on Problems of Drug Dependence, División of Medicai
Sciences, National Academy of Science - National Research
Council, Washington, D.C., 1969, p. 5792).
Il chinino era usato per tagliare l’eroina fin dagli anni
'40. Per due motivi: a) ha un gusto amaro, facilmente con­
fondibile con l’eroina; è impossibile, in una busta confe­
zionata con chinino, capire la concentrazione di eroina;
b) molti tossicomani hanno raccontato che il chinino con-

85
L'eroina

tribuisce a dare il "flash,” la sensazione particolare eh


prova un consumatore quando il liquido contenuto nell
siringa gli entra nel sangue (vedi il paragrafo Effetti, n
capitolo Cosa fa l'eroina). Anche in Inghilterra il respo,
sabile della Commissione del Ministero degli interni,
caricata di indagare sulle morti di eroina "illegale" in In­
ghilterra, il patologo F. E. Camps scopri il chinino come
causa dei decessi: “L’unico farmaco che può causare, un
edema polmonare con morte improvvisa è il chinino”
(Conference of thè Society for thè Study of Drug Addio
tion, in Helpern, op. cit., p. 248). Anche preso per via
orale, il chinino può provocare gli stessi effetti: “Negli
Stati Uniti,” ha rivelato il patologo prof. Rudolph J. Muel
ling, della Medicai School, University of Kentucky, “ab
biamo accertato questa lesione polmonare in parecchie
infermiere che avevano tentato di abortire ingerendo chi
nino. La morte sopravviene rapidamente" (Helpern, op. cit.
p. 248).
Il chinino non è il solo eccipiente usato per tagliare
l’eroina. Anche la stricnina è stata probabilmente una delle
cause di diversi decessi: è usata nelle miscele perché non
è possibile riconoscerla sciogliendo la polvere con un po’
d’acqua: un inconveniente in cui casca invece il lattosio,
per questo usato solo con gli acquirenti più ingenui.
Chinino, stricnina, e gli altri eccipienti hanno avuto
un "boom” negli anni 70: non tanto perché i grossisti
hanno interesse a turbare il mercato con partite di droga
sempre più inquinate, quanto perché si è sviluppata, con
l'espansione e la capillarizzazione del consumo, una rete
di piccoli venditori dilettanti e di consumatori-spaccia­
tori, che aumentano sempre più il numero dei “tagli”: il
prodotto finale è sempre meno puro. A New York, nei
quartieri suburbani circola addirittura un’eroina al 3%.
Gli eccipienti spiegano fino a un certo punto il "boom”
dei morti: in un'ampia quota dei decessi, le analisi hanno
dimostrato che l’eroina era di una purezza pressoché nor­
male. Prendiamo due di questi casi.
Primo caso. — C.G., una lunga abitudine all’eroina, si
inietta endovena una delle sue solite dosi (eroina a pu­
rezza normale), e muore dopo pochi minuti. Autopsia:
edema polmonare. Ma questa volta, i medici, Silber e
Clerkin, trovano la chiave del mistero: ricostruiscono le

86
Che cos’è l’eroina

ultime ore del morto, tramite testimonianze, e scoprono


che quel giorno aveva bevuto molto; tramite le analisi cli­
niche, accertano il tasso di alcool nel sangue (Robert Sil-
her e E. P. Clerkin, Pulmonary Edema in Acute Heroin
lyisoning, in "American Journal of Medicine," 27, 190).
; Secondo caso. — A San Francisco, un tossicomane muo­
re pochi minuti dopo un’iniezione; la diagnosi è la solita:
“dqse eccessiva di eroina"; ma il dott. George Gay e col-
labpratori della Haight Ashbury Medicai Clinic vanno più
a fondo e scoprono che, prima dell'eroina, il giovane si
era iniettato dei barbiturici, la cui presenza nei tessuti
viene accertata dall’ulteriore autopsia.
Un individuo normale ubriaco è allergico alla morfina
e agli altri narcotici: negli ospedali sono stati riportati
casi di pazienti portati al pronto soccorso in seguito a
incidenti che avevano prodotto ferite gravi, e a cui era
stata somministrata una dose normale di morfina (10 mg):
“Dosi terapeutiche di morfina possono essere mortali se
somministrate a pazienti che hanno ingerito bevande al­
coliche” scrivono i tossicologi Deichmann e Gerard. “È
sufficiente un tasso alcolico nel sangue compreso fra
0,22 e 0,27." (Deichmann e Gerard, Toxicology of Drugs
and Chemicals, Academic Press, London 1969, pp. 407-409).
Il 43 % dei 549 “morti di eroina" a New York, nel
'67, che erano stati sottoposti al test alcolico, avevano dato
un esito positivo (Charles Cherubin, Jane McCusker, Flo­
rence Kavaler, e Zilu Amsel, The Epidemiology of Death
in Narcotics Addicts, in "American Journal of Epidemio­
logy,’’ 1973).
La ricerca si è quindi orientata nello stabilire se gli
eroinomani degli anni 70 facciano un certo uso di barbi­
turici e alcool; l’abitudine è nuova perché negli anni '20,
'30, e '40, c'era una nozione diffusa della pericolosità di
questo consumo misto, completamente scomparsa negli
anni ’60. Il 37% degli eroinomani in cura alla Haight
Hashbury Medicai Clinic di San Francisco nel 1972, aveva
usato barbiturici; il 24 % alcool. I barbiturici vengono
usati soprattutto come sedativo e come ipnotico quando
non c’è eroina; consumo simile, ma più raro per l’alcool.
Janis Joplin e Jimi Hendrix, i due miti più grossi della
stagione d’oro californiana, sono probabilmente due vit-

87
/ L’eroina
/
time della disinformazione diffusa negli anni '60 a pro­
posito delle droghe. "Tornando dopo una serata di ab­
bondanti bevute con amici, Janis Joplin ha riempito una;
siringa di eroina, e se l’è iniettata nel braccio sinistro/
QuelTiniezione l’ha uccisa ” scriveva "Time," il 19 otto­
bre 1970. Hendrix "era noto usare sia alcool sia barbi­
turici” dichiarò il doti. George Gay, alla National Confp-
rence on Heroin, tenuta a San Francisco nel giugno del ”7l.
Ma l’ignoranza del pericolo non è la sola spiegazione:
negli ultimi dieci anni, il prezzo dell’eroina è stato so­
stanzialmente in aumento: non è cambiato il costo della
singola "busta,” ma è diminuita la percentuale di eroi­
na; per avere lo stesso numero di dosi, il tossicomane
deve essere in grado di comprare un maggior numero di
buste. Questa realtà drammatica induce un numero cre­
scente di consumatori a cavarsela come possono, (con
alcool, ipnotici, o altri farmaci) quando non riescono a
mettere insieme i soldi per l’eroina: e i morti aumentano.

La dose eccessiva
Una delle cause degli avvelenamenti acuti da eroina
(e da altri oppiacei) è la dose eccessiva. Dato che ogni
persona ha una sensibilità diversa e tende ad aumentare
rapidamente le dosi (vedi il paragrafo Tolleranza nel ca­
pitolo Cosa fa Veroina), i medici non sono riusciti a sta­
bilire quali sono le dosi mortali per i consumatori abi­
tuali di eroina.
Un caso particolare di sovradosaggio si verifica quan­
do si inietta una dose normale di narcotico a un paziente
con bassa pressione e shock, oppure in una zona epider­
mica a bassa temperatura; allora succede che il farmaco
non viene assorbito del tutto e, per ottenere l'effetto anal­
gesico, si inietta un’altra dose. Quando ritorna la circola­
zione normale, si può verificare un assorbimento imme­
diato di entrambe le dosi, con conseguente avvelena­
mento.
Chi ha preso una dose eccessiva di eroina presenta di
solito al medico un aspetto addormentato o stuporoso.
Se la dose eccessiva era molto potente, non lo si può nean­
che alzare: è in coma profondo. Respiro al minimo (a
volte solo due-quattro al minuto), e cianosi. Insieme al
crollo della respirazione, si abbassa progressivamente la
88
Che cos'è l’eroina

pressione del sangue, che al principio del coma, invece,


resta quasi normale. Se si riesce a ristabilire l'ossigena­
zione, migliora subito anche la pressione; altrimenti, bi­
sogna passare a misure anti-shock. Le pupille sono sim­
metriche, piccole, a spillo; se però l’ossigeno manca in
modo grave, possono dilatarsi. La temperatura corporea
si abbassa, la pelle diventa fredda e umida. I muscoli
dello scheletro sono flaccidi, la mascella rilassata, e la lin­
gua può cadere all’indietro e bloccare il canale respira­
torio.
Se sopravviene il decesso, è quasi sempre dovuto a
un’insuilìcienza respiratoria. Qualche volta, anche se si
riesce a ristabilire la respirazione, la morte arriva come
conseguenza di complicazioni che si sviluppano durante
il coma: shock o polmonite. Anche edema polmonare: in
qualche caso, non sembra provocato da impurità o da
reazioni speciali al tossico, è stato osservato dopo dosi
elevate di eroina pura.
Quando si è in presenza di un paziente con questi tre
elementi: coma, pupille a “spillo," e depressione respira­
toria, è molto probabile che si tratti di eroina o di un
narcotico analogo. Gli stessi sintomi si rilevano se c’è
un’intossicazione mista (eroina+ barbiturici o alcool); pur­
troppo, il tempo necessario a fare una rapida analisi del­
le urine o dei succhi gastrici, per accertare la presenza dei
vari farmaci, è troppo lungo per una situazione clinica che
deve essere affrontata subito.
La dose eccessiva non è un regalo fornito con molta
frequenza dal mercato nero. Ecco i casi più comuni:
Dose eccessiva a scopo di omicidio. — È uno dei truc­
chi usati da dettaglianti a un certo livello per sbarazzarsi
di eroinomani che cominciano a diventare pericolosi:
perché fanno troppe sciocchezze o perché non stanno ai
patti. In Italia, questa realtà è talmente ignorata da po­
lizia e carabinieri, che, nelle dozzine di decessi per eroi­
na, non è mai stata svolta un’indagine per vagliare indizi
in questo senso. Un altro sistema molto più usato dai
"pushers” è mettere stricnina o altre sostanze nella "bu­
sta".
Dose eccessiva a scopo di suicidio. — È riportata dal­
la letteratura americana (Fort, op. cit., p. 170); in alcuni

89
L’eroina

casi, è un'ipotesi attendibile: deve essere controllata con


cura, perché è dimostrato che l’organismo dei consuma­
tori abituali può reggere dosi molto alte di "ero."
Dose eccessiva involontaria. — Può succedere con dei
novizi, deboli in qualche funzione vitale, a cui gli amici
tossicomani somministrano la prima iniezione con una
dose che a persone normali non provocherebbe nessu­
na conseguenza negativa. Ma molto più frequente è il
caso di un eroinomane abituato a un’eroina molto taglia­
ta, e a cui viene venduta della droga molto più pura. “Suc­
cede a volte che anche a New York circola della buona
eroina al 40%, e la comprano anche ragazzi della perife­
ria, abituati a un’eroina super-tagliata (3%). Qualcuno
ci lascia le “penne” hanno dichiarato ufficiali della Squa­
dra Narcotici di New York.

Morire di classe
I cadaveri “da eroina" che finiscono negli Istituti di
medicina legale appartengono quasi tutti alle classi infe­
riori: negri, portoricani, emarginati, sottoproletari, di­
soccupati.
Un minimo di controllo medico è più che sufficiente
a un tossicomane appartenente alle classi medie, e me­
dio-alte, a evitare i rischi e i ricatti del "mercato nero
selvaggio." Un minimo di consulenza medica lo salva da­
gli errori più comuni. La debilitazione del suo organismo
non arriva mai al punto critico; il rapporto col sanitario
gli evita le "malattie secondarie" da eroina: dal tetano
all’epatite virale, dovute alle condizioni di vita e di igiene
disperate del "tossicomane povero.”

Morire di classe per legge


In Inghilterra, la legge sull’"eroina gratis,” che per­
mette ai tossicomani di rifiutare il mercato nero, e di ri­
fornirsi di eroina pura, somministrata in modo controlla­
to dagli ospedali autorizzati, per superare le crisi da asti­
nenza, "ha permesso di evitare quasi completamente gli
incidenti mortali legati all’uso degli oppiacei” (scrivono
il prof. Luigi Cancrini, dell'Istituto di psichiatria dell’U­
niversità di Roma, e la dott.ssa neuropsichiatra Marisa Mo-

9.0,
Che cos'è l'eroina

lagoli Togliatti, in Droga: chi, come, perché, Firenze 1972,


pp. 56-57). Negli Stati Uniti, l’applicazione di una legge mol­
to severa nei confronti dei tossicomani ha coinciso con un
aumento brutale degli incidenti mortali da eroina, giunti
a costituire la causa di morte più importante della po­
polazione giovanile. "Il rapporto tra rigore della legge e
incidenti mortali è immediatamente comprensibile riflet­
tendo sulle cause intermedie della morte in gran parte
legata alla clandestinità in cui si svolgono il commercio
del farmaco e il decorso della tossicomania."

91
4
Oggi: al posto dell’eroina

La droga degli eroi


Seconda guerra mondiale: la Gran Bretagna, per mi­
gliorare la resistenza dei soldati, per combattere la fa­
tica, per tirarne su il morale, distribuisce 700 milioni di
pillole. Sono anfetamine. Dimensioni più o meno equiva­
lenti sull'altro fronte: tedeschi ("pillola Goering”), e giap­
ponesi (particolarmente i "kamikaze”). Conosciuta già
negli anni '20 e '30, la famiglia delle anfetamine trionfa
solo nei '40, come droga di guerra. Con un’eccezione: in
Svezia, nel 1942, nella popolazione "civile," si vendono già
6 milioni di dosi, il 3% della popolazione ne fa uso. “Due
pillole sono meglio di un mese di vacanza,” dicono la ra­
dio e i giornali a studenti, lavoratori e madri di famiglia
(citato in Cancrini, op. cit., p. 89).
Come stimolante, le anfetamine sono, in tutto il mon­
do occidentale, la grossa scoperta del dopoguerra: la co­
caina, negli anni '20, era ristretta a un’élite; le anfetamine
sono invece diffuse a livello di massa, fra i lavoratori e
gli studenti, come droga di aiuto per il lavoro: in questo,
si affiancano al caffè e al tabacco. La pubblicità industria­
le punta però anche sull'aspetto "voluttuario”: e le anfe­
tamine diventano anche "droga da week-end," con uno
straordinario "boom” proprio nei paesi dove erano sta­
te più usate durante la guerra fra i militari: Gran Breta­
gna e Giappone. In Giappone si arrivò nel 1948 a 11.000
casi di psicosi all’anno. In Svezia, Giappone e Inghilterra
la diffusione “voluttuaria” è notevole fra i giovani, sia a
livello di massa "normale,” che fra le prime "bande" di
devianti: "teddy-boys" o "teppisti," con un modello di
consumo particolare, quello che sociologi e psichiatri
chiamarono "violenza gratuita.” In pratica, si trattava di

92
Oggi: al posto dell'eroina

giovani proletari delle periferie urbane, per i quali l’an-


fetamina era un grosso sfogo delle serate di libertà, con
o senza alcool; e la “violenza gratuita" (distruzione di ca­
bine telefoniche, ecc.) un modo ovvio, senza inibizioni, di
sfogare la super-eccitazione da anfetamina. Altre bande
di destra agivano invece con violenza su negri o stranie-
■ ri di colore.

Il dopoguerra. L’era della droga scientifica

Dopo il barbiturico nell’intermezzo tra le due guerre,


l’anfetamina aveva inaugurato la nuova era della droga
di farmacia: lo psicofarmaco, cioè un prodotto specializ­
zato (stimolante) e di massa. Ma l’era degli psicofarmaci
inizia in modo più concreto e capillare solo negli anni
'50: la ricerca psicofarmocologica, in cui le industrie in­
vestono grandi capitali, esplode; e le grandi ditte lancia­
no sul mercato intere famiglie di prodotti potentissimi,
adatti a tutti gli usi e a tutte le circostanze. È la "cultura
della droga” del neocapitalismo: Inghilterra, Germania,
Francia, Svizzera, Stati Uniti sono all’avanguardia nella
produzione e nella ricerca; e in concorrenza per spartirsi
un mercato di centinaia di milioni di consumatori, in
Europa, e in America, con spiragli promettenti verso il
Terzo Mondo.
Ed è all’inizio dei '60, che dei protagonisti del "boom-
droga," come Delay e Deniker (due psichiatri francesi pio­
nieri della ricerca nel campo dei tranquillanti maggiori)
sono costretti dai fatti a teorizzare addirittura un nuovo
campo della farmacologia: la psicofarmacologia, e a cer­
care di definirlo rigorosamente.

I farmaci “psicotropi"
"II termine psicotropo è valido, per designare l’insie­
me delle sostanze chimiche, d’origine naturale o sinteti­
ca o artificiale, che abbiano un tropismo psicologico, va­
le a dire che siano in grado di modificare l’attività men­
tale, senza distinzione tra i vari tipi di queste modifica­
zioni." "Conviene ripartirli in tre gruppi: depressivi, sti­
molanti, e devianti, e precisare in ciascuno di questi grup­
pi se l'azione predominante si esercita sull’umore o sulla

93
L'eroina

vigilanza, sullo stato affettivo o sullo stato intellettuale..."


Il 28 marzo 1966, il prof. Jean Delay poteva inaugurare
trionfalmente il V Congresso internazionale di Neuro-psi-
cofarmacologia di Washington con queste parole (cfr.
" La presse Medicale," n. 22-29, aprile 1966).
La teoria costringe la farmacologia borghese a una
confessione: signori, è vero, queste sostanze su cui stia­
mo lavorando non sono altro che Droga: pillole, scirop­
pi, pasticche, liquidi, per modificare la coscienza e il com­
portamento. Una confessione naturalmente ristretta agli
addetti ai lavori: per medici, infermieri e pubblico di
massa, i preziosi psicofarmaci sono soltanto medicine.

Tranquillanti e antidepressivi

Tranquillanti
1952. I tranquillanti Number One. — Gli psichiatri
francesi Delay e Deniker iniettano a un po' di ricoverati
in cliniche psichiatriche dosi variabili di cloropromazi-
na; è un nuovo preparato della famiglia delle fenotiazine.
È un super-calmante. Delay e Deniker, soddisfattissimi
degli esperimenti, concludono che è il migliore prodotto
anti-ansia a disposizione; cura benissimo paranoici, schi­
zofrenici e psicotici vari (Delay, J. e Deniker, P., Tren-
te-Huit cas des psychoses traités par la cure prolongée
et continue de 4560 R.P., Le Congrès des Al. et Neurol. de
Langue Fr. In., Compte rendu du Congrès, Masson et Cie,
Paris 1952).
Un paio d’anni dopo, Lehmann e Hanrahan riportano
per la prima volta nel mondo occidentale i benefìci ef­
fetti di queste sostanze nel trattamento dell’eccitazione
psicomotoria e degli stati maniacali. Pubblicano la ricer­
ca sulla più prestigiosa rivista psichiatrica americana, gli
"Archives of Neurology and Psychiatry" dcWAmerican
Medicai Association, e il gioco è fatto: l’anno dopo gli
Stati Uniti lanciano sul mercato il nuovo super-tranquil­
lante, da iniettare in massa a tutta la popolazione degli
ospedali psichiatrici e, con qualche cautela, anche ai ci­
vili (cfr. Lehmann, H. E., and Hanrahan, G. E., Chlorpro-
mazine, a new inhibiting agent for psychomotor excite-

94
Oggi: al posto dell’eroina

meni and maniac States, AMA "Archs. Neurol. Psychia-


try,” 1954, 71, pp. 227-257).
Bisogno di aumentare le dosi e dipendenza fìsica so­
no le conseguenze più vistose dell’uso di queste droghe,
scrive il prof. Robert Byck, cattedratico di farmacologia
all'Università di Yale (in Goodman and Gilman, op. cit.,
p. 163). Ma il guaio maggiore è un altro: e si vede in quat­
tro diversi momenti drammatici: a) paralisi della faccia
e delle braccia. Tremiti; b) non si può restare fermi un
secondo. Ci si agita in continuazione, dalla bocca alle di­
ta delle mani e dei piedi; c) torcicollo. Il volto bloccato
in smorfie assurde, inintenzionali; d) una catena di mon­
taggio di smorfie con la lingua, le labbra e la mascella,
penose, irrefrenabili.
Questi sintomi mostruosi, assolutamente cronici e in­
controllabili, che trasformano un individuo in un parali­
tico-mongoloide, vengono gentilmente chiamati dagli psi­
cofarmacologi sindromi extra-piramidali: un eufemismo
per illustrare dei fatti fisici conosciuti in medicina sotto
il nome di "morbo di Parkinson"; a differenza del morbo
di Parkinson, queste manifestazioni, provocate dai tran­
quillanti, sono irreversibili. Cioè, il paziente se ne sta tut­
ta la vita semiparalizzato a sbattersi con le braccia e la
bocca.
Gli stessi effetti micidiali sono provocati dai “butir-
rofenoni,” un’altra grossa famiglia di tranquillanti "mag­
giori," introdotti in Europa nel 1958. Dopo la scoperta dei
tranquillanti cosiddetti "minori," tipo Librium (vedi ol­
tre), i "maggiori” sono riservati soprattutto agli sfortu­
nati reclusi in manicomio, sia in Occidente che in Rus­
sia: il "Corriere delle Sera” nel '73 ha riportato in prima
pagina la notizia, diramata da Sacharov, che negli ospe­
dali psichiatrici russi “si trattano i pazienti ’politici’ con
una terribile droga, che li riduce a vegetali incapaci di
pensare e agire"; il "Corriere” non diceva però che la
droga è usata anche in tutti i manicomi italiani e si chia­
ma Largactil (prodotta dalla Farmitalia). Poco dopo, nel
giugno '73, al primo Congresso nazionale "Libertà e dro­
ga," il prof. Luigi Cancrini rendeva noti i risultati di una
ricerca condotta all’Ospedale Psichiatrico S. Maria della
Pietà di Roma. Cinquanta "pazienti” trattati con fenotia-
zina, reserpina, e gli altri tranquillanti maggiori da oltre
cinque anni: lesioni epatiche, alterazioni cardiovascolari,

95
L'eroina

lesioni degli occhi (il 38°/o), obesità, oltre alle "sindromi


extra-piramidali,” cioè le paralisi e i disturbi tipo morbo
di Parkinson descritti sopra: il 64°/o aveva tremori agli
arti.
Tranquillanti maggiori: fenotiazine. — Specialità com­
merciali in Italia: Torecan e Mellerii della Sandoz (il
Melleril ha un fatturato annuo di 316 milioni); Lar-
gactil, Stemetil e Neuleptil della Farmitalia; Anatensol
(Squibb); Talofen (Pierrel); Taractan (Roche).
Tranquillanti maggiori: butirrofenoni. — Psicoperi-
dol, Serenase (453 milioni annui) e Vesalium (247 milio­
ni) della Lusofarmaco.

Antidepressivi
All’inizio degli anni '50, gli psichiatri alla ricerca di
qualche psicofarmaco con cui sostituire l’elettrochoc nel­
la "cura” della depressione, si mettono a lavorare su una
strana sostanza, usata per combattere la tubercolosi: si
chiama iproniazide e fa parte della classe degli "anti-
MAO” (inibitori delle monoaminoossidasi). Nel '57 i ri­
cercatori concludono che il farmaco ha ottime qualità
antidepressive o di "stimolante psicomotorio," e lo intro­
ducono in terapia e sul mercato: sia per i ricoverati nel­
le istituzioni psichiatriche ("depressi psicotici") sia per
i depressi meno gravi (“depressi nevrotici”). Naturalmen­
te, gli effetti negativi saltano fuori abbastanza alla svelta
(tra l’altro, crisi da depressione troppo alta se ingeriti da
un paziente che mangia ai pasti formaggi naturali o fer­
mentati, tipo Camembert o Gorgonzola, nonché altri ci­
bi, tipo birra, caffè, vino, ecc.: cfr. Marley, E., and Blac­
kwell, B., lnteractions of monoamine oxidase inhibitors,
amines, and foodstuffs, "Adv. Pharmac. Chemother.,"
1970, 8, 185-239): cosi le case sono costrette a far lavora­
re gli studiosi alla ricerca di qualcosa di nuovo. Si arriva
cosi alla famiglia degli "antidepressivi triciclici," meno
micidiali ma con una serie di effetti negativi più o meno
simili: sul mercato, si impone questa seconda categoria
(in Italia, nel 75, 1’ "Informatore Farmeceutico" indicava
24 prodotti, contro 9 della prima).

96
Oggi: al posto dell'eroina

Tossicità
Famiglia n. 1 (Anti-MAO). — Diversi casi mortali in
pazienti che mangiavano formaggi o usavano psicofarma­
ci stimolanti: la scoperta della tossicità in relazione ai
formaggi è naturalmente venuta (come col Talidomide)
molti anni dopo l’introduzione sul mercato dei farmaci;
casi mortali anche da interazione con altre medicine (ti­
po barbiturici o altri depressivi).
Vertigine, mal di testa, debolezza, malattie della pelle,
eritemi, stordimenti; tremori, insonnia, agitazione e com­
portamento maniacale; convulsioni; sono effetti che capi­
tano in pazienti qualunque, “ipersensibili," o in seguito
a un’ingestione frequente o abbondante.
Lesioni. — Gravissime in seguito a uso prolungato: so­
no le più gravi fra tutte quelle prodotte dai farmaci psi­
cotropi (cfr. Byck, op. cit., p. 182). Lesioni cerebrali, le­
sioni del fegato, effetti tossici sul sistema cardiovasco­
lare.
Famiglia n. 2 (Triciclici). — Dipendenza, fisica: la sin­
drome da astinenza consiste in vari malesseri fisici, e (so­
prattutto dolori muscolari), brividi. Necessità di au­
mento delle dosi, che si manifesta in tachicardia, stiti­
chezza, vista offuscata, secchezza delle fauci.
Effetti minori comuni a tutti i consumatori: tachicar­
dia, stitichezza, vista offuscata; debolezza, sensazioni di
fatica, mal di testa, sudore, tremori muscolari, disturbi
gastrointestinali.
Il 10% dei pazienti consumatori soffre di tremori acuti;
moltissimi soffrono delle stesse sindromi extra-piramida­
li descritte per i tranquillanti (parkinsonismo); e convul­
sioni epilettiche. Itterizia. Malattia grave del sangue in
certi soggetti (agranulocitosi: vedi la "famiglia delle aspi­
rine").
Un disastro prendere queste medicine appena dopo
aver lasciato la cura con quelle della famiglia n. 1 (anti-
MAO): una dose molto bassa, presa per tre giorni di se­
guito, provoca una gravissima reazione a base di convul­
sioni e coma.

97
L'eroina

Specialità commerciali
Famiglia n. 1 (anti-MAO). — Pur essendo notoriamen­
te un pericolo pubblico, circolano tranquillamente in Ita­
lia: la Roche sforna il Marplan; la Zambeletti, il Rivivol;
Angiolini: Nardii; Pfizer: Niamid.
Famiglia n. 2 (triciclici). — Diffusione massiccia: la
Geigy con il Tofranil (318 milioni di fatturato) e il Per-
trofran; la Roche con il Laroxyl (267 milioni di fatturato
nel ’74) e il Limbitryl, 573 milioni; Farmitalia: Surmontil;
Lilly: Vividyl. Lepetit: Adepryl; il povero Antonio Alecce,
presidente dell’Istituto farmacoterapico italiano (IFI), è
finito in galera su mandato di cattura della Pretura Pe­
nale di Roma perché aveva un po’ passato il segno: nel
suo "antidepressivo" che doveva essere simile al Laroxil
della Roche e aW'Adepril della Lepetit, non aveva messo
nemmeno un milligrammo della sostanza-base (amitriptili-
na), ma solo un po’ di economicissimo litio (che anche i
medici più asserviti alle industrie non adoperano più da
decenni); Alecce è stato poi condannato al processo per
questa truffa.

La reserpina
Derivata da una pianta indiana (la Rauwolfia serpen­
tina) la reserpina viene introdotta dagli psichiatri per
la "cura” degli psicotici e per il trattamento dell’ansia
nel ’55. È un tranquillante potente: ma dato che gli ef­
fetti secondari sono ancora più clamorosi di quelli delle
fenotiazine (oltre al parkinsonismo, una sindrome depres­
siva nel 6°/o dei casi, cosi grave da richiedere il ricovero),
viene messa un po' da parte nei paesi piu civili. In Italia,
circola tuttora in molti prodotti cocktail e più raramente
da sola; il più famoso è il Serpasil, della Ciba, denunciato
da 18 medici e giuristi milanesi, fra cui Giulio Maccacaro
e Ennio Amodio, per "somministrazione di medicinali pe­
ricolosi per la salute pubblica” (cfr. I fogli della discordia,
"Panorama,” 4 dicembre 1975); fra gli altri, il Raucomplex
(Manetti e Roberts); Raudixin e Rautrax (Squibb); Rauf-
talin (Sharper); Raunova (Zambeletti); Raupina e Rau-
visan (Boehringer).

98
Oggi: al posto dell'eroina

Crisi dei barbiturici e tranquillanti minori


Il vero “boom" della super-industria della droga di
massa ha una data precisa: il 1961 è l’anno di nascita
del Librium e del Valium, cioè di quello che oggi è il tran­
quillante più diffuso nel mondo, Italia compresa.
La scoperta di questa nuova famiglia di stupefacenti,
che godono tuttora di un'ottima fama, come innocui se­
dativi, nasce in seguito alla grande crisi dei barbiturici.
Nel '49, un rotocalco di massa ("Collier’s ”), lancia la
campagna in USA: “Le pillole del sonno vi possono rovi­
nare”; è il segnale di allarme, i giornali si scatenano su
un doppio filone, quello della nocività (tutti gli esperti
delle case sanno che i barbiturici danno assuefazione e di­
pendenza fisica grave) e quello del sesso (i barbiturici co­
me eccitanti, specie se insieme all’alcool). Il risultato è
che dopo le prime misure "all’americana’’ (inserimento
nelle tabelle dei narcotici, leggi di polizia, ecc.), i barbitu­
rici raddoppiano il mercato: quello legale (basta una sem­
plice prescrizione medica) e quello "nero" (dalle indu­
strie e dai farmacisti sottobanco): nel '69 la Commissione
sulla delinquenza giovanile del Senato ascolta allibita il
dottor Sidney Cohen, dell’Istituto nazionale per la salute
mentale, "Dieci miliardi di dosi di barbiturici vengono
prodotti ogni anno nel nostro paese, 50 dosi all’anno per
persona, compresi donne, vecchi, bambini” (in Hearing
Before thè Subcommittee to Investigate Juvenile Delin-
quency of thè Committee on thè Judiciary, United States
Senate, 91st Congr., lst Sess., September 17, 1969, Wash­
ington, D.C., U.S. Government Printing Office, 1969, p. 293).
Per correre ai ripari, saltano fuori alla fine dei '50 e
all’inizio dei '60, quattro nuove classi di sonniferi "buo­
ni”: la definizione "scientifica" per tranquillizzare le mas­
se è "ipnotici non barbiturici”: nelle riviste mediche la
pubblicità è massiccia, "prescrivete questi nuovi farmaci
senza preoccupazioni, non sono barbiturici." Lo stesso
trucco che con eroina e morfina nell”800: i nuovi farmaci
infatti danno dipendenza fisica e la sindrome da astinen­
za è simile a quella da barbiturici o alcool: delirium tre-
mens e convulsioni epilettiche.
Metaqualone. — Ha avuto un enorme successo in USA
negli anni ’60, fino alla proibizione; in Italia è stato messo

99
L’eroina

fuorilegge solo nel 76 (nella tabella III - droghe pesanti -


della nuova lege antidroga). Famoso per il caso Vulcano e
per i 366 morti in Usa nel 72; specialità italiane più note:
Fa dormir (Bouty), Revonal (Bracco), Qualude (Rorer),
Mandrax (Maestretti), e Oblioser (Serono).
Glutetimide. — Introdotto sul mercato nel ’54, arrivò
in un anno al sesto posto tra i sonniferi più venduti in
USA, dove fin dal '64 furono denunciati pubblicamente i
pericoli di questa droga. In Italia, è stato messo negli
stupefacenti solo nel 76: tabella III. La specialità più
nota è il Doriden, della Ciba.
Etclorvinolo. — Storia simile a quella del Doriden, ma
minor successo. In Italia: il Normoson, della Abbott. Ta­
bella IV nella nuova legge antidroga.
Visti i guai dei sostituti dei barbiturici, gli scienziati
inventano una nuova classe: i “tranquillanti minori." Per
anni, medici e farmacologi di tutto il mondo hanno credu­
to di trovarsi di fronte a "un’aspirina della mente.” Fino
al 1975, in Italia si è creduto a una quasi completa inno­
cuità di Valium, Librium e soci: nel luglio del 75, la maz­
zata; la Food and Drug Administration, il massimo orga­
nismo statale di sanità pubblica americano, inserisce tutti
i tranquillanti "minori" (benzodiazepine) nella tab. 4 degli
Stupefacenti, insieme a barbiturici e anfetamine, con con­
trolli e pene simili a quelle dell’eroina e della morfina.
Niente di nuovo per la Roche, la maggiore industria
mondiale produttrice, i cui ricercatori erano perfettamen­
te al corrente da anni dei pericoli del Valium, e ne in­
formavano in via riservata addirittura i medici amici (non
certo il pubblico), con uno speciale depliant:
Dipendenza fìsica e tossicomania. — L’interruzione
del consumo del diazepam (la sostanza con cui è fatto
questo farmaco) provoca una sindrome (crisi) da astinen­
za simile a quella da alcool e barbiturici: convulsioni epi­
lettiche, tremori, crampi muscolari e addominali, vomito,
sudore. La dipendenza si instaura dopo un certo periodo
di tempo di dosi quotidiane.
Effetti tossici. — Gli effetti collaterali più comuni sono
sonnolenza, spossatezza, e incapacità di coordinare i mo­

100
O g g i: al posto dell'eroina

vimenti del corpo (atassia). Altri effetti: depressione, con­


fusione mentale, stitichezza, disturbi della vista, mal di
testa, ipotensione, nausea, tremori, vertigini e itterizia"
(Roche Laboratories, Valium package inserì, September
1971, Nutley, New York).
Controindicazioni. — Da non usare assolutamente quan­
do si devono eseguire dei lavori manuali con macchinari
che richiedono attenzione e lucidità; e quando si deve
guidare l’automobile (stessa fonte).

L’eroina di massa

Lo sviluppo dell’industria della droga nel ’900 può es­


sere compreso solo con un raffronto con la situazione del-
1”800; ai giorni nostri ci sono due mercati, il "nero" e
il legale. Il “nero" è un’appendice del legale, con un fat­
turato mondiale di decine di migliaia di miliardi; nel
nero confluiscono, periodicamente, i farmaci troppo scre­
ditati di fronte all’opinione pubblica, anche se con indici
tecnici di tossicità simili o peggiori di quelli dei farmaci
legali. A dare un nome, un’immagine pubblica al mercato
nero, l'eroina, con la sua fama di super-droga che uccide;
e, nell’opinione pubblica che ancora ci crede, gli stupe­
facenti, la droga.
Il mercato della droga legale si caratterizza per una
fascia di funzioni: le stesse funzioni che alta fine dell”800
erano svolte in esclusiva dall’eroina (e prima ancora dalla
morfina e dall’oppio).
Mal di testa, emicrania, mal di denti: aspirina, "fami­
glia dell'aspirina” (fenacetina e fenazone, vedi Cibalgina
e Coricidin), e cocktails con queste sostanze e barbitu­
rici, caffeina, altri oppiacei, codeina, belladonna, atropi­
na, ecc., per esempio VOptalidon: i cosiddetti antidolori­
fici.
Reumatismi, febbre, febbri reumatiche: come sopra
("antipiretici").
Tosse: sciroppi, gocce, pasticche, ecc., a base di codei­
na (oppiaceo).
Dolori forti, coliche, ulcere, ecc.: pillole, supposte e
iniezioni a base di "supermiscugli," con antidolorifici del

101
L'eroina

tipo descritto per il mal di testa insieme a barbiturici,


belladonna e oppiacei in forti dosi. Termine tecnico: an­
tispastici, spasmolitici. Anche tranquillanti (benzodiaze-
pim) in associazione (Librax, Valpinax).
Depressione: anfetamine e simili, psicotonici; antide­
pressivi (anti-MAO e triciclici); alcool, tabacco.
Esaurimento, anemia: anfetamine e simili, associate
con vitamine e tonici; antidepressivi.
Per dormire (sonniferi): barbiturici, ipnotici non bar­
biturici (tipo Doriden, metaqualone, ecc.), tranquillanti
maggiori, tranquillanti minori tipo Librium (benzodia-
zepine) e Perequil (meprobamati) e soprattutto Mogadon
(Nitrazepam); più cocktails con dentro di tutto, compreso
scopolamina, belladonna e codeina.
Mestruazioni e dolori "femminili": i miscugli antido­
lorifici tipo Optalidon.
Ansia, tensione: tranquillanti maggiori, tranquillanti
"minori" (Librium, ecc.); meno usati i barbiturici; e an­
cora "cocktails" con dentro un po’ di tutto; alcool, ta­
bacco.
Per lavorare (di più o di notte), contro la fatica: sti­
molanti; anfetamina e simili; psicotonici; ricostituenti e
pasticci vari; caffè, tè, bevande a base di caffeina (coca-
cola, ecc.); tabacco; certi cocktail (Optalidon)-, antide­
pressivi; alcool.
Lo specchietto riassuntivo indica chiaramente come
l’eroina sia stata sostituita nella società legale in tutte le
funzioni che assolveva alla fine dell”800, e, come abbiamo
visto, con droghe molto simili quanto a tossicità, e in
molti casi peggiori: perché se una donna americana nel
1905 si faceva passare il mal di testa con l’eroina (senza
diventare tossicomane), aveva evidentemente meno danni
di una signora italiana che si ammala in modo forse mor­
tale il sangue (agranulocitosi) prendendo la Cibalgina o
VOptalidon anche solo poche volte.

La diffusione e I nuovi dati delle ricerche sulla tossicità

Aspirina. — Centinaia di milioni di persone nel mondo


occidentale usano senza precauzioni l’aspirina e i "cock-

102
O g g i; al posto dell'eroina

tails" antidolorifici, al minimo segno di influenza o mal


di testa; in Canada, nel 1968, sono stati consumati tre
miliardi di pillole, solo di aspirina pura (su 20 milioni di
abitanti): dozzine e dozzine di pillole a testa, compresi
neonati e vecchi e milioni di persone che si fanno pas­
sare il mal di testa con altri antinevralgici (Interim Re-
port, cit., p. 184). In Italia, la sola aspirina rappresenta
l’I e mezzo per cento del mercato farmaceutico.
Alcool. — Sempre in Canada, l’80 % della popolazione
sopra i 15 anni usa alcool; gli alcolizzati sono aumentati
di oltre il 60 % dal 1951, e ammontano a 2.400 ogni 100.000
abitanti sopra i vent'anni (ogni dieci milioni di abitanti
sopra i vent’anni = 240.000 alcolizzati); le condanne in
tribunale per reati e contravvenzioni riguardanti l’uso
di alcool sono state 302.278, oltre il doppio di quelle del
1951 (Addiction Research Foundation of Ontario, Eigh-
teenth Annual Report of thè Alcoholism and Drug Addic­
tion Research Foundation, Toronto 1969). Negli Stati Uniti,
nel '69 sono stati spesi oltre 7.500 miliardi di lire in be­
vande alcoliche; e bevuti 11 miliardi di litri di birra e 6
miliardi di "lattine”; 2 miliardi e 400 milioni di litri di
liquori super-alcolici; 740 milioni di litri di vino e 370 mi­
lioni di litri di whisky clandestino.
Sempre nel '69, ogni americano, compresi i neonati, ha
bevuto 66 litri di birra, e 7 litri di super-alcolici, come
informa il Social Research Group della George Washing­
ton University. Ma nel ’70, il consumo era ancora aumen­
tato, per una spesa totale di oltre 9.500 miliardi di lire
(Summary of 1970 Consumer Expenditures, in "Supermar-
keting,” 26 settembre 1971, 39). Circa 80 milioni di ame­
ricani bevono; 6 milioni sono alcolizzati gravi o tossicoma­
ni cronici, con un modello di consumo che danneggia la
loro salute, riferisce l’Organizzazione Mondiale della Sa­
nità (in Fort, op. cit., p. 36). Solo in California, gli alco­
lizzati sono 750.000; in tutto il paese 30.000 morti all’anno
in incidenti d’auto a causa dell'alcool, oltre un milione di
feriti gravi. Nel '65, il 31 % dei cinque milioni di arresti
negli Stati Uniti era per ubriachezza: lo rivelò la Com­
missione del Presidente sull’Amministrazione della giu­
stizia (Task Force Report, pp. 120-131). Uno studio su
tutti gli omicidi commessi nell’Ohio stabiliva che il 43 %

103
L'eroina

degli assassini aveva bevuto prima dell’omicidio; su 588


omicidi a Philadelphia, nel 55 % dei casi l'omicida aveva
un elevato tasso alcolico nel corpo; l’alcool era presente
nel 72% delle coltellate mortali, e nel 69% degli omicidi
per percosse.
In Italia, le case produttrici di liquori e la Federvini
hanno provato a contestare alcuni dati esposti dal pro­
fessor Luigi Cancrini, dell’Istituto di Psichiatria dell’Uni­
versità di Roma al seminario internazionale sull’alcoli­
smo (cfr. La droga dell’alcool, in "La Stampa," 17 febbraio
1976, p. 17). Cancrini aveva indicato in venti litri annui
prò capite il consumo di alcool anidro; gli industriali ri­
battono — (dandosi la zappa sui piedi) — con una rela­
zione del dottor Luigi Papo presentata al V Simposium
di medicina e chirurgia del Collegium Biologicum Euro­
pa (La Maddalena, Sassari, settembre ’75). "Si confonde
la produzione col consumo [cita una nota dell’Istituto
italiano per la difesa del Brandy] è vero che ogni anno
produciamo 7 miliardi di litri di vino, ma l'esportazione
è comunque massiccia." Vediamo le cifre, fornite dagli
industriali del "goccetto" che hanno anche a disposizione
uno splendido mensile in carta patinata ("Civiltà del Be­
re,” in copertina Barbara Bouchet, con una lussuosa bot­
tiglia): nel 1974 abbiamo esportato 130 miliardi di lire
di vino e liquori. Facciamo i conti: a un prezzo folle-
mente generoso (130 lire al litro) vuol dire che abbiamo
esportato un miliardo di litri; togliamo pure questo mi­
liardo ai 7 miliardi prodotti, restano 6 miliardi di litri di
vino bevuti dagli italiani, cioè la bellezza di 120 litri di
vino a testa ogni anno; a cui bisogna aggiungere i 13 litri
di birra a testa segnalati dalla relazione citata dagli in­
dustriali; resta incerta la cifra dei superalcolici: i dati uf­
ficiali parlano di 33 milioni di litri all’anno importati,
pari a 1 miliardo e 320 milioni di dosi (“bicchierini"), cioè
una trentina di cin-cin a testa, quasi una bottiglia intera;
ma bisogna aggiungere le cifre della grappa, dei brandy
e di tutti i liquori prodotti in Italia, con in testa i fami­
gerati digestivi, spacciati come medicina: un consumo di
massa almeno venti volte superiore a quello dei costosi
liquori esteri; i 20 litri prò capite di alcool anidro all’an­
no citati da Cancrini e tratti dalle cifre dell’Organizzazio­
ne Mondiale della Sanità equivalgono a 200 litri di vino:

104
Oggi: al posto dell’eroina

oppure a 120 litri di vino e a 20 litri di super-alcolici a


quaranta gradi (quattro volte più forti di un vino medio
da dieci gradi): i conti tornano.
Le conseguenze sono quelle esposte dagli studiosi al
seminario di Roma: 750.000 alcolizzati in Italia; il raddop­
pio del consumo di alcolici negli ultimi dodici anni; una
spesa più che triplicata negli ultimi sedici anni: 696 mi­
liardi nel '59, 1126 nel '64, oltre 2.000 nel 75; 17.330 morti
per cirrosi epatica da alcool nel 1972 (contro i 10.490 del
1962, dati ISTAT): in Francia, che è al primo posto nel
mondo, sono oltre 30.000. A cui bisogna aggiungere oltre
10.000 cadaveri da incidenti stradali per colpa dell'alcool:
su 22.174 morti (Istat, 71), oltre il 50 % è dovuto all’alcool,
come nota l’Organizzazione mondiale della Sanità, che ha
condotto rilievi statistici a livello internazionale e in base
a cui tutti i paesi tranne l'Italia hanno messo in moto si­
stemi di prevenzione, come l’alcool-test agli automobilisti
(cfr. Comitato scientifico "Libertà e Droga," a cura di,
Droghe e marihuana, Stampa Alternativa ed., Roma 1976);
per finire con il 50 % dei ricoverati in ospedale psichiatri-
co: alcolisti, come informa già nel '69 la ricerca del Ser­
vizio Alcolopatie della provincia di Milano a cura del
professor Giuseppe Mastrangelo (/ problemi dell'alcoli­
smo in Italia, in Atti del XIV Seminario sulla prevenzione
e il trattamento dell'alcolismo, Milano 1969).
Questa drammatica catena di fatti è considerata da
tutti gli studiosi più grave non solo dei guai dell'eroina,
ma di quelli di tutte le droghe illegali messe insieme: "A
parte il tabacco [scrive il professor Jerome Jaffe, Diret­
tore della Ricerca Psichiatrica del New York State Psy-
chiatric Institute (in Goodman e Gillman, op. cit., p. 300)]
l’alcool è di gran lunga il più serio problema di droga
negli Stati Uniti e nella maggior parte degli altri paesi. In
termini di incidenti (mortali e no), crimini, ore di lavoro
produttivo perdute, e danneggiamenti alla salute, il costo
sociale dell’alcolismo per la società è di 15 miliardi di dol­
lari all’anno (pari a oltre 10.000 miliardi di lire).’’ E an­
cora: "L’alcolismo è un problema più grosso di tutte le
altre forme di abuso di droghe messe insieme" (ibid.).
Le cifre italiane, i morti, i malati, non devono certo
stupire (secondo posto nel mondo): il capitale spinge in
modo particolare il consumo selvaggio di alcool: il 18 %
della pubblicità radiotelevisiva (inclusi tic-tac e Carosel­

105
L'eroina

lo), da "Se la squadra del vostro cuore ha perso consola­


tevi con Stock 84" a “Niente bevande ma nei bicchierini....
China Martini, China Martini") è per bevande alcoliche,
per un bilancio di centinaia di miliardi. Se ogni italiano,
compresi vecchi e neonati, fa fuori ogni anno 120 botti­
glie di vino e 20 bottiglie di liquori forti, vuol dire che gli
otto milioni di italiani che bevono di più, si scolano a
testa in un anno 360 litri di vino (una bottiglia al giorno)
più 60 litri di super-alcolici a 40 gradi: questi otto milioni
di italiani superano, chi più, chi meno, la soglia di intos­
sicazione, che si raggiunge oltrepassando il litro al gior­
no; in altri termini, hanno un problema alcool; mentre
non ce l’hanno gli oltre venti milioni di consumatori che
comprendono sia i super-occasionali (solo qualche bic­
chiere durante tutto l’anno) sia gli occasionali (un bic­
chierino la settimana) sia i regolari "leggeri” (un paio di
bicchieri al giorno) sia i regolari "pesanti" (parecchi bic­
chieri al giorno, ma sotto il litro).
Caffeina. — Forse il primo posto, come droga di massa,
spetta alla caffeina: il sondaggio nazionale del National
Institute of Mental Health ha rivelato che solo il 9 % de­
gli americani adulti non usa tè o caffè; purtroppo il son­
daggio non ha stabilito se questo 9 % di “astemi" non usa
magari Coca-Cola (o altre bevande con caffeina), cioccolata,
o medicine in libera vendita (tipo la Cafiaspirina della
Bayer) contenenti caffeina. L’84 % si fa almeno due tazze
al giorno, il 60% tre o più, il 25 % sei o più! Nel 70, si è
venduto abbastanza caffè per rifornire tutti i cittadini
americani al di sopra dei dieci anni con due tazze e mezzo
di caffè al giorno: 180 miliardi di dosi di caffeina all’anno.
Un miliardo di chili di caffè all’anno: 40 etti a persona.
In Italia, spendiamo 800 miliardi di lire in caffè, tè,
ecc., all'anno; calcolando solo il caffè consumato in casa e
non le consumazioni al bar, ristorante, ecc.
La caffeina è quasi sempre una droga per lavorare:
come tale non ha assolutamente senso che venga usata
tutti i giorni lavorativi e anche le feste; l’uso festivo e
l’uso forzato nei giorni feriali deve insospettire: per quale
motivo i consumatori di caffè si sentono male la mattina,
non riescono a svegliarsi, senza il caffè? Dipende dal fatto
che dormono meno di quanto hanno bisogno o da altri
fattori?

106
Oggi: al posto dell’eroina

I ricercatori hanno cercato di rispondere a queste


domande con un sondaggio fra 239 giovani casalinghe: il
73 % usava caffè tutti i giorni; tutte le consumatrici pren­
devano almeno una tazza di caffè la mattina; il 72 % dava
come risposta "perché mi piace” o "ha un buon sapore.”
Ma erano state preparate anche altre domande: "Vi aiuta
a svegliarvi?"; il 46 % rispondeva di si; "Vi fa funzionare
la mattina?”: 42 % di si; “Vi tira su?”: 28 % si; "Vi sti­
mola?”: 24 % si; "Vi dà energia?: 21 % si; la maggioranza
rispondeva cioè di ottenere un effetto psicostimolante.
Quasi un terzo ammetteva di essere dipendente: di non
poter fare a meno di prendere il caffè la mattina.
II 27 °/o usava 3 o più tazze ("dosi”) di caffè al giorno;
il 26 °/o, cinque o più tazze. A questo gruppo di consuma­
trici "moderate” e “pesanti," fu chiesto cosa succedeva se
non prendevano il caffè la mattina: mal di testa, irrita­
bilità, incapacità a lavorare con efficienza, nervosismo e
letargia.
La prova scientifica che la caffeina dà assuefazione,
dipendenza fisica, fu cercata dagli studiosi in seguito a
queste risposte (la ricerca è stata pubblicata nel 1969:
Avram Goldstein, Sophia Kaizer e Owen Whitby, Psycho-
tropic Effects of Caffeine in Man III e IV, A Question-
naire Survey of Coffee Drinking and Its Effects in a Group
of Housewives, e Quantitative and Qualitative Differences
Associated xvith Habituation to Coffee, in "Clinical Phar-
macology and Therapeutics," 10, 8 luglio 1969, pp. 478497).
Furono scelti due gruppi: uno di non consumatrici e uno
di consumatrici di 5 o più tazzine al giorno; a ciascun
soggetto venivano date nove fiale contenenti una polvere
solubile all'istante. In alcune fiale c’era il caffè; in altre,
una polvere che formava un liquido assolutamente indi­
stinguibile per odore, sapore, consistenza, dal caffè. Tre
fiale contenevano la sostanza neutra; tre, una dose (150
milligrammi di caffeina); tre, due dosi (300 milligrammi).
L’esperimento andò avanti per nove giorni: ogni mat­
tina, ogni donna si preparava il caffè senza sapere cosa
c’era nel liquido; a tutte venivano fatti dei test prima e
dopo l’ingestione.
I risultati furono matematici: le “tossicomani" avevano
una vera e propria sindrome da astinenza tutte le volte
che bevevano il falso caffè: nervosismo, mal di testa, tre­
miti, e tic, crescenti col passare delle ore senza caffè

107
L’eroina

vero; nei giorni in cui capitava la fiala "buona," questa


crisi da astinenza scompariva miracolosamente e imme­
diatamente appena finita la tazzina; gli effetti erano più
marcati con la dose da 300 milligrammi di caffeina.
Le casalinghe astemie ebbero invece effetti esatta­
mente opposti: nervosismo e tic, più disturbi gastrointe­
stinali con il caffè vero; tutto tranquillo col caffè falso.
Dato che resperimento era clinicamente perfetto (dop­
pio-cieco, doublé blind: né le casalinghe né gli sperimen­
tatori sapevano se ogni fiala conteneva caffeina o no e
tutti i rilievi dei sintomi — 9.240 risultati — furono ana­
lizzati da un cervello elettronico); gli ambienti scientifici
non ebbero dubbi sul fatto che la caffeina desse assuefa­
zione nelle persone (e sono almeno un quarto dei consu­
matori) che ne usano cinque o più dosi ("tazzine") al gior­
no. Al punto che solo un anno dopo, il più diffuso ma­
nuale di farmacologia di tutto il mondo, il Goodman and
Gillman, era costretto a tirare le stesse conclusioni in ima
rassegna a cura del professor Murdoch Ritchie, cattedra­
tico di farmacologia all'Università di Yale: “Non c’è dub­
bio che l’eccitazione del sistema nervoso prodotta da dosi
notevoli (cinque o più al giorno) è seguita da depressio­
ne.” "Gli effetti della caffeina (e delle sostanze simili, xan-
tine, ecc.), specialmente l’azione diuretica e vaso-dilatato-
ria sviluppano un notevole livello di tolleranza”: cioè
(vedi capitolo Cosa fa Veroina) in consumatori regolari
le stesse dosi non provocano più gli stessi effetti, feno­
meno che nei narcotici come la morfina produce la famosa
necessità di aumentare le dosi. Inoltre “l’uso eccessivo
provoca un'intossicazione cronica che si manifesta: ai li­
velli del sistema nervoso in agitazione, irrequietezza e di­
sturbi del sonno; rispetto al sistema cardiocircolatorio,
in irregolarità cardiache, specialmente del ritmo cardiaco
(sistole prematura), palpitazioni e tachicardia (velocità
dei battiti del cuore). Gli olii del caffè possono causare ir­
ritazioni gastrointestinali e diarrea. Nel tè, l'alto con­
tenuto di tannino può causare stitichezza.” Di caffeina si
può anche morire: la dose necessaria è 10 grammi (da 70
a 100 tazzine di caffè). Ma bastano 7 tazzine per un’intos­
sicazione acuta: "Insonnia e nervosismo, fino a un leg­
gero delirio. Disturbi sensoriali come ronzìi nelle orecchie
e lampi di luce. Tensioni muscolari e tremiti. Tachicardia,
respirazione affannosa." (J. Murdoch Ritchie, The Xanthi-

108
Oggi: al posto dell'eroina

nes, in Goodman e Gilman, op. cit., ed. 1970, pp. 360-368).


I primi a capire che la caffeina è una droga sono stati
gli industriali farmaceutici americani; uno dei farmaci col
maggior fatturato è il No-Doz, in vendita libera dapper­
tutto, nei supermercati, nella stazioni di benzina: è caf­
feina pura. Nel 1936 sul "New England Journal of Medicine"
è stato riportato il primo caso di intossicazione: una casa­
linga a cui il medico aveva prescritto citrato di caffeina
perché si sentiva stanca e non riusciva a lavorare. Dopo
sei mesi dovette essere ricoverata in ospedale (M. C. Mc-
Manamy e P. G. Schube, Caffeine Intoxication, in "New
Engl. J. Med.,” 215, 1936, pp. 616-620).
Nicotina. — Stati Uniti, 1929: quest'anno gli americani
hanno fumato 80 miliardi di sigarette; ma si fa presto a
passare ai 270 del 1940; ai 400 del 1950; ai 523 del 1963;
poi, l’il gennaio 1964, la bomba: la massima autorità
sanitaria americana, la Commissione sul tabacco del Sur-
geon General, rende noto il rapporto sul fumo e la salute
pubblica in USA: ogni anno muoiono 360.000 persone a
causa delle sigarette; il fumo è una causa diretta del can­
cro; e degli infarti (60.000 morti all'anno). Il Public Health
Service, due anni dopo, compie un’indagine fra i fuma­
tori: il 71 % è convinto che il fumo è dannoso alla salu­
te, il 57,5 % è d’accordo sul fatto che le sigarette provoca­
no il cancro ai polmoni; il 33 per cento ammette che il
fumo danneggia il cuore (in Use of tobacco, National Clea-
ringhouse for Smoking and Health, U.S. Department of
Health Education and Welfare, Washington D. C., 1969,
pp. 137 sgg.). Per due mesi dopo la pubblicazione del
rapporto sulla nocività, i consumi crollano: le vendite di
sigarette calano del 25 °/o; ma dopo pochi mesi, si ritorna
ai livelli precedenti, e nel 1970 si arriva a 542 miliardi
di sigarette fumate.
Pochi smettono: nel '55, i fumatori sono il 41,8 %
della popolazione adulta (sopra i 18 anni); nel '70 sono
il 38 %, quasi 80 milioni di persone che fumano a testa
6.500 sigarette all’anno, pari a 325 pacchetti da 20.
Fra i fumatori, il 28 % degli uomini e il 50 % delle donne
fuma mezzo pacchetto al giorno o meno; il 44 % degli
uomini e il 45 °/o delle donne fuma circa un pacchetto al
giorno; il 28 % degli uomini e il 5 % delle donne fuma
più di 30 sigarette al giorno.

109
L'eroina

I consumatori di tabacco sono meno numerosi dei be­


vitori di caffè: ma anche i più moderati (mezzo pacchet­
to al giorno), ingeriscono un numero di dosi maggiore (10
sigarette contro qualche tazza di caffè).
Anche in Inghilterra non si riesce a smettere di fu­
mare: dal '58 al '68, il numero dei fumatori fra i maschi
adulti non è cambiato, spiega il dottor Hamilton Russell
deft’Addiction Research Unii di Londra (Centro studi tos­
sicomanie): 69 %. Il 61 % di quelli che smettono, ricomin­
cia (M.A. Hamilton Russell, Cigarette Smoking: Naturai
History of a Dependence Disorder, in “British Journal of
Medicai Psycology," 44, 1971, 11). La maggior parte dei di­
sintossicati con successo, sono persone anziane a cui il
medico ha tassativamente ordinato di smettere.
Perché questo insuccesso, dato che la maggioranza dei
fumatori è cosciente dei pericoli del fumo? I fumatori
credono ai rischi per la salute: ma quando cominciano
a fumare, ignorano completamente un fatto fondamentale,
che non è stato propagandato né dalle autorità sanitarie,
né dalle industrie: e cioè che la nicotina dà assuefazione.
Chi fuma regolarmente è un tossicomane, né più né meno
di chi si fa regolarmente l’eroina. Russell e Dunn (1971 e
1973) hanno analizzato con l'elettroencefalogramma i fu­
matori, subito dopo l’interruzione del "vizio”: le altera­
zioni elettroencefalografiche erano evidenti e costituisco­
no la prova matematica della dipendenza fisica. Che si
osserva, d’altra parte, anche a "occhio nudo”: la crisi di
astinenza si manifesta in depressione, irritabilità, nervo­
sismo, aggressività e difficoltà nella concentrazione.
È la nicotina la causa dell’assuefazione: già nel '42, un
medico inglese, Lennox Johnston attuò un esperimento
con 25 volontari. Li fece smettere di fumare: e gli iniet­
tava piccole dosi di nicotina (equivalenti a una sigaretta,
un milligrammo). A ogni iniezione i fumatori stavano be­
nissimo; la sensazione era molto piacevole anche più della
solita sigaretta; dopo 80 iniezioni, quasi tutti i fumatori
preferivano l’iniezione alla sigaretta. Gli stessi risultati
furono ottenuti da due medici svedesi, Ejrup e Wikan-
der, nel 1959.
All’Università del Michigan si adottò una tecnica anco­
ra più raffinata: i volontari non sapevano che gli veniva
somministrata nicotina, gli veniva applicata sul braccio
un’endovena in cui i medici facevano filtrare acqua o ni­

no
Oggi: al posto dell'eroina

cotina, i volontari non avevano la possibilità di accorger­


sene. Con l'acqua, fumavano dieci sigarette ogni sei ore,
con la nicotina sette (e con un ritmo di "tirate" molto più
basso). Il dottor Frith dell’Istituto di Psichiatria dell’Uni­
versità di Londra fece un esperimento: preparò sigarette
con un "carico" diverso di nicotina. Le conseguenze erano
matematiche: con molta nicotina i soggetti fumavano di
meno, con poca nicotina fumavano di più. Lo psichiatra
dottor Levinson, alla Harvard University, provò a ridurre
il numero di sigarette quotidiane a un gruppo di fuma­
tori: tutto bene finché si arrivava a 12-14 "cicche" al gior­
no; più giù non voleva scendere nessuno: "per l’evidente
timore dei sintomi di malessere, causati da un certo tipo
di dipendenza fisica.”
La nicotina è l’eroina del fumo: alcune notazioni folklo-
ristiche su tossicomani che si fanno un enorme numero
di iniezioni al giorno, e hanno l'ansia del "buco," cadono
miseramente se si pensa che nella maggior parte dei casi
si tratta di tossicomani proletari e sfortunati, a cui viene
venduta eroina di pessima qualità e con una bassissima
potenza; logico che per non sentire i malesseri da asti­
nenza debbano farsi molte iniezioni, esattamente come le
decine di milioni di tossicomani da sigaretta devono fu­
marne molte di più se sono a contenuto basso di nicotina.
Gli interessi industriali hanno evidentemente frenato le ri­
cerche sulla dipendenza fisica da nicotina, tanto che po­
chi medici o tecnici ne sono al corrente: ma alcuni de­
gli studi citati e soprattutto il fatto macroscopico che de­
cine di milioni di persone (non certo tutte disperate o
emarginate) non riescono a smettere pur conoscendo bene
i gravissimi danni del fumo, può essere considerato suffi­
ciente (cfr. Lennox M. Johnston, Tobacco Smoking and
Nicotine, in "Lancet," 243, 19 dicembre 1942, 742; B. Ejrup
e P. A. Wilkander, Fòrsòk med Nikotin, Lobelin och Pia-
cebo, in "Svenska Lakartidningen," 56, 27 luglio 1959, 2025-
2034; B. R. Lucchesi, C. R. Schuster, e G. S. Emley, The
Rote of Nicotine as a Determinant of Cigarette Smoking
Frequency in Man with observations of Certain Cardiova-
scular effects Associated with thè Tobacco Alkaloid, in
“Clinical Pharmacology and Therapeutics," 8, 1967, Ta-
ble I, p. 791; C. D. Firth, in "Psychopharmacologia," 19,
1971, pp. 188-92; B. L. Levinson, D. Shapiro, G. E. Schwartz,
e B. Tursky, Smoking Elimination by Graduai Reduction,

111
L’eroina

in "Behavior Therapy," 2 ottobre 1971, pp. 477-487).


Oltre ai due rapporti del Surgeon General (Smoking
and Health, Report of thè Advisory Commission Commit-
tee to thè Surgeon General of thè Public Health Service,
U. S. Government Printing Office, Washington, D. C., 1964,
e 1967), probabilmente lo studio definitivo, che taglia la
testa al toro è quello effettuato dal Public Health Servi­
ce dello stato americano. Le tesi contro la realtà dell’as­
suefazione da fumo lamentano la mancanza di sintomi fi­
siologici nella crisi da astinenza: i ricercatori ne hanno
trovato invece una serie impressionante: il 59 % degli
uomini e il 61 % delle donne lamentano una pesante son­
nolenza; il 41 °/o dei maschi e il 47 % delle donne, mal di
testa; il 27 % dei maschi e il 38 % delle donne, disturbi
alla digestione. E non finisce qui: spossatezza (38 % M,
42 % F); stitichezza o diarrea (27 °/o M, 38 % F); inson­
nia (29 °/o M, 32 % F); vertigini (26 % M, 25 % F); sudori
(18 % M, 10 % F); crampi (16 % M, 23 °/o F); tremori
(15 % M, 15 % F); palpitazioni (12 % M, 21 % F) (Joan
S. Guilford et al., Factors Related to Successful Abstinence
from Smoking: Final Report, American Institutes, Pitts­
burgh 1966, pp. 114-117).
La nicotina costringe anche ad aumentare le dosi, in­
duce un’evidente tolleranza: i novizi non possono soppor­
tare più di una sigaretta, dopo poche settimane però so­
no in grado di fumarne dieci o quindici, e dopo qualche
anno un fumatore è in grado di fumare sessanta siga­
rette al giorno che ammazzerebbero un "novizio." Una dif­
ferenza tra nicotina e eroina che può colpire la gente è
che l’eroina porta a comportamenti devianti (furto, pro­
stituzione, ecc.), sia pure per procurarsi la droga, e la ni­
cotina no. Siamo molto lontani dalla verità: in Germania
alla fine della seconda guerra mondiale le sigarette fu­
rono razionate drasticamente, massimo due pacchetti al
mese per gli uomini e massimo uno per le donne. Il dottor
Arntzen del Centro di Ricerca Psicodiagnostica di Munster
effettuò una approfondita ricerca fra centinaia di citta­
dini tedeschi durante questa "carestia": "La maggior parte
dei fumatori abituali preferiva fare a meno del cibo an­
che in condizioni estreme di sottonutrizione piuttosto che
rinunciare al tabacco. Nei campi di concentramento, quan­
do il razionamento di cibo era a 900-1000 calorie, i fuma­
tori arrivavano al punto di barattare il cibo in cambio

112
Oggi: al posto dell’eroina

di tabacco. Su 300 civili, 256 si erano procurati tabacco


al mercato nero, 37 tabacco e cibo, e solo cinque avevano
comprato cibo e non tabacco. Molte casalinghe fumatrici
barattavano grasso e zucchero con sigarette. I fumatori
andavano addirittura in giro per le strade a raccogliere
per terra mozziconi usati, persone normali che in altre
circostanze avrebbero sentito il più profondo disgusto
per un simile gesto; molti fumatori andavano nelle strade
a chiedere un po’ di tabacco in elemosina [...]. L’80 %
degli intervistati dichiarò che si sentiva peggio senza ta­
bacco che senza alcool. Durante la guerra e nel dopoguer­
ra, vengono riportati molti casi di donne che si prosti­
tuivano per ima stecca di sigarette e uomini che rubavano
e scambiavano la merce con tabacco" (F. I. Arntzen, Some
Psychological aspects of Nichotinism, in "American Jour­
nal of Psychology,” 61, 1948, p. 425). Oggi il problema non
si pone: ma ci si può accorgere del fenomeno se un “tos­
sicomane” si trova per caso, per esempio di sera, senza
sigarette; diventa subito ansioso e cercherà in tutti i modi
di procurarsele, anche facendo cose che abitualmente non
fa (uscire di notte, fermare qualcuno per strada, ecc.). Lo
psicologo William Hunt, e il professor Matarazzo, del
Dipartimento di Psicologia Medica dell’Università dell’Ore-
gon, hanno passato in rassegna i casi di fumatori che era­
no riusciti a smettere, presso diciassette cliniche, dove
erano stati seguiti per molti anni dopo le dimissioni. Dopo
48 mesi, più dell’800/o di quelli che erano riusciti a smet­
tere, avevano ricominciato a usare la droga; anche tra
chi era riuscito a stare lontano dalla droga per un anno
o più, un terzo subiva la ricaduta entro i tre anni succes­
sivi; il tipo di grafico è praticamente identico a quello
della ricaduta dei tossicomani da eroina: stessi tempi,
stesse percentuali.

L’eroina della mamma: I tranquillanti

“Psicofarmaci" e antidolorifici. — Le droghe di stato


assommano a un terzo delle vendite sul mercato farma­
ceutico italiano (2.000 miliardi nel 1975); ma siamo solo
agli inizi: l’Italia deve ancora conoscere il "boom" dei
tranquillanti minori (Valium, ecc.). La nostra situazione
è l'equivalente di una decina d’anni fa in USA (45 milioni

113
L’eroina

di ricette): nel 70 si è arrivati a 82 milioni di ricette e


nel 75 il Valium è diventato il farmaco più prescritto
d'America. Il National Council on Drug Abuse ha condot­
to una ricerca sui cittadini che ricorrono al medico: il
65 %, una percentuale enorme, riceveva prescrizioni di
Valium per sei mesi o più; a Chicago, un terzo di tutte
le morti da sovradosaggio riguardava il Valium-, un quarto
dei tossicomani di eroina è assuefatto anche al Valium,
fa abuso cronico di Valium ("New York Times," 19 otto­
bre 1975, p. 63).
Secondo il sondaggio condotto nel 72 dal National In-
stitute of Mental Health, dal 60 al 70 % degli americani
adulti, pari a una popolazione di 80-90 milioni di persone,
usa psicofarmaci (definiti nel senso tradizionale, ristret­
to a tranquillanti, ipnotici e antidepressivi, senza contare
cocktails, antidolorifici, ecc.). Un'enorme fetta del mer­
cato è costituita dagli psicofarmaci senza ricetta; e una
fetta altrettanto notevole dal "mercato grigio": il marito
usa le pillole della moglie o i figli quelle dei genitori e
degli amici. Nel '68, barbiturici, tranquillanti, ipnotici e
antidepressivi fanno oltre venti miliardi di pillole l’anno;
nel 71, siamo a 65 miliardi di pasticche (G. Lojacono, Il
farmaco come bene sociale, in La salute e il potere in
Italia, De Donato, Bari 1971, p. 176; Fort, op. cit., p. 42).
Quando oltre a un mercato “grigio” si forma anche un
mercato “nero" (perché scatta qualche legge speciale) c’è
un’oscillazione nel mercato legale e diventa difficile cal­
colare la somma dei mercati; in Canada nel ’64, 60 milioni
di dosi di anfetamine; nel '66, 100; nel '68, dopo la legge,
56, più una quantità imprecisata nel "nero." Il Canada ha
conosciuto il massimo sviluppo dei barbiturici nel '67:
600 milioni di dosi (Interim Report, cit., p. 191); e 478 casi
mortali (contro 197 nel ’61); per i tranquillanti, un fat­
turato di 300 miliardi nel 70, quadruplicato rispetto al­
l’inizio dei '60, e 973 morti (63 nel ’61). I morti americani
complessivi sono 10.000. Negli USA i barbiturici hanno
avuto uno sviluppo ottimo: dieci miliardi di dosi nel '69
(una crescita dell’800 % dal ’42). "50 pillole a testa per
ogni americano, compresi i neonati" dichiarò al Senato
il dottor Stanley Yolles, Direttore del National Institute
of Mental Health, il 17 settembre ’69.
L’ascesa al potere delle droghe di stato ha forse qual­
che possibilità di sconfitta in Italia; il caos e la cialtro-

114
Oggi: al posto dell'eroina

neria nei rapporti fra industria farmaceutica e democri­


stiani al ministero della Sanità, ha fatto si che il "boom"
dei tranquillanti arrivasse con dieci anni di ritardo: pro­
prio nell’anno in cui Valium e Librium vengono messi in
USA nell’elenco degli stupefacenti. L’impasse per i tran­
quillanti è nato dal fatto che le mutue (INAM compreso)
non vogliono pagare per gli psicofarmaci: chi li vuole,
deve sborsare in moneta sonante senza aspettarsi niente
dalle mutue; in Italia questo vuol dire in pratica boicot­
tare un farmaco. Le case hanno naturalmente cercato di
escogitare qualche truffa: cioè di "cambiare etichetta” ai
tranquillanti, smerciandoli come "antispastici” (o anticoli­
nergici). È il caso del Librax (della Roche) e del Valpinax
(della Crinos), che cosi sono stati inseriti nel "librone d’ar­
gento," il cosiddetto "Prontuario Terapeutico Inam,” con
diritto al rimborso: "il Valpinax, inserito nel 72, ha visto
aumentare le sue vendite del 999 nota Giuseppe Loja-
cono, dcllTstituto Studi per la Programmazione economica
(ISPE) (cfr. G. Lojacono, L’invasione degli psicofarmaci,
in "Sapere,” n. 785, agosto-settembre 1975, p. 13).
Anche senza la complicità del sottobosco di stato i
i tranquillanti, come il Valium, hanno comunque avuto un
primo successo: nel 74, il Valium è riuscito a vendere
per un miliardo e 346 milioni di lire.
Lo scontro tra la Roche, produttrice dei tranquillanti
più famosi, e i gruppi più combattivi della nuova sini­
stra è incominciato nel 75: dopo il primo Congresso na­
zionale "Libertà e Droga,” in cui l’attacco ai tranquillanti
era stato centrale, dopo le pubblicazioni di Cancrini, e
dopo il già citato numero monografico di "Sapere," i nodi
vengono al pettine con la nuova legge sulla droga. L’Isti­
tuto superiore di Sanità, nella relazione ufficiale richiesta
dalle Commissioni riunite Giustizia e Sanità del Senato,
nel maggio 75, completa la redazione delle tabelle delle
droghe pericolose. Il "rospo” arriva al Senato e al mini­
stero della Sanità; i comunisti, dopo anni in cui il proble­
ma è agitato nei convegni del partito sulla sanità, hanno
deciso di chiedere la nazionalizzazione degli psicofarmaci.
Le industrie e i democristiani rabbrividiscono; il tira e
molla è estenuante. E sfocia in un compromesso: il PCI
rinuncia, per il momento, alla nazionalizzazione, in cam­
bio dell’inserimento nelle tabelle degli stupefacenti degli

115
L’eroina

psicofarmaci. La DC accetta (a parole): è una mazzata


per l’industria farmaceutica.
Quando si passa al dunque, il "golpe”; il senatore De
Carolis, giovane democristiano emergente, cerca di sfumare
i termini della questione: "Certo, ce li mettiamo gli psi­
cofarmaci, ma bisogna tenere presenti le esigenze della
legislazione internazionale, ecc. ecc.”. Il dettagliatissimo,
inesorabile, elenco di sostanze dell’Istituto superiore di
Sanità, redatto sulla base delle convenzioni internazionali
ONU e dei dati dell'OMS (Organizzazione mondiale della
Sanità), si sfalda, si nebulizza. Al posto di nomi e cognomi
entrano espressioni di fantasia: nella tabella III (pene e
controlli severi, droghe pesanti) invece del lungo elenco
di barbiturici pericolosi preparato dall'Istituto, si legge
"le sostanze di tipo barbiturico che abbiano notevole ca­
pacità di indurre dipendenza fisica o psichica o ambedue,
nonché altre sostanze ad effetto ipnotico-sedativo ad esse
assimilabili"; ma tutti i barbiturici provocano una seria
dipendenza fisica. Nella tabella IV, lettera a) "le sostanze
di corrente impiego terapeutico, per le quali sono stati
accertati concreti pericoli di induzione di dipendenza fi­
sica o psichica di intensità e gravità minori di quelli pro­
dotti dalle sostanze elencate nelle tabelle I e IH ”: per
questa tabella, controlli e pene sono meno severi. Tabel­
la V (controlli pochini, pene quasi nulla), lettera b):
"prodotti ad azione ansiolitica o psicostimolante che pos­
sono dar luogo a pericoli di abuso e alla possibilità di
farmaco-dipendenza.” De Carolis riesce a costringere i co­
munisti ad accettare questa formulazione: in aula, al Se­
nato dichiarerà che è incostituzionale fare un elenco pre­
ciso e che le organizzazioni internazionali suggeriscono di
lasciare all’autorità amministrativa (cioè, in Italia, al mi­
nistro della Sanità) il potere di decidere come "riempire”
le tabelle, che nomi e cognomi mettere dentro. Questo
modo di procedere è migliore “per una ragione pratica
molto importante, e cioè che è necessario aggiornare tem­
pestivamente e rapidamente queste tabelle. Tale necessità
— l’iter di questa legge sta a provarlo — non può essere
soddisfatta con un iter parlamentare, anche perché trat­
tasi di una valutazione di carattere prevalentemente tec­
nico piuttosto che di carattere politico e legislativo" (Atti
Parlamentari, Senato della Repubblica, 30 settembre 1975,
p. 22869).

116
Oggi: al posto dell’eroina

Pura follia: il discorso vale per le droghe di cui an­


cora non si conoscono i pericoli o non ancora scoperte;
con questa logica, altrimenti, si poteva per esempio nella
tabella I (droghe pesanti) scrivere "i narcotici nocivi,”
senza nominare l’eroina e la morfina, cosa che invece è
stata fatta; poi il ministro, se voleva, avrebbe potuto metter­
cela dentro. Oppure, alla voce droghe leggere (tabella II),
scrivere "le piante indiane cattive,” incaricando il ministro
di decidere quali: naturalmente, si è scritto invece “ca­
napa indiana,” ecc. Tuttavia un discorso del genere passa
per gli psicofarmaci e in particolare per i tranquillanti:
in che tabella vanno? II? IV? V? nessuna? Sono tutte ipo­
tesi probabili e realistiche: il potere assoluto di decidere
è lasciato al ministro de.
Il Watergate dei tranquillanti inizia in estate con la
farsa delle tabelle. Il secondo episodio è in autunno. Il 30
settembre, quando si discute la legge al Senato, De Caro­
lis domanda di parlare: "Onorevoli colleghi, illustro l’e-
mendamento 12, 4: con esso si inserisce la tabella VI.
Nella tabella VI devono essere indicati i prodotti ad azio­
ne ansiolitica, antidepressiva o psicostimolante che posso­
no dar luogo al pericolo di abuso e alla possibilità di far­
maco-dipendenza. È evidente che queste sostanze non sono
sottoposte alle norme che riguardano le sostanze stupe­
facenti" (Atti Pari, cit. p. 22864). La DC non si è acconten­
tata di una legge in bianco per il suo ministro: c’è il ri­
schio che qualcuno protesti se poi il ministro non mette i
tranquillanti e certi psicofarmaci da nessuna parte, cosi
come la legge gli dà diritto; quindi De Carolis inventa un
astuto marchingegno: mettiamo nella legge antidroga, una
tabella fantasma dove possiamo ficcare le droghe che ci
piacciono e che non vogliamo che siano considerate dro­
ghe, niente controlli, niente sanzioni penali.
C’è qualche protesta: interviene il sottosegretario alla
Sanità (ministro della Sanità Pinto):
“Onorevoli colleghi, voglio rassicurarvi che sul fatto
che l'emendamento in questione è stato sofferto, pensato,
e non sospinto dall’industria farmaceutica. Vorrei pregare
i colleghi di tranquillizzarsi su questo punto perché si
tratta di sostanze a larghissimo uso. E credo che ognuno
di noi abbia preso a sua volta un ansiolitico senza per
questo divenire un tossicodipendente. L’ansia è una malat­
tia di questo secolo, di questa società e se blocchiamo

117
L’eroina

il medico per quanto riguarda queste prescrizioni non


sarà possibile neppure scaricare l'ansia accumulata duran­
te la giornata attraverso una pillola presa per poter
dormire."
Rincara la dose il senatore Pittella, socialista che ha
presentato l'emendamento insieme con De Carolis:
"In questa tabella vanno inclusi prodotti che solo in
astratto possono costituire pericolo di dipendenza. Quindi
attualmente queste sostanze non sono pericolose. Quando
si fa una legge non si può imbrigliare la medicina che es­
sendo una scienza in continuo divenire non può essere
imprigionata in precisi atti matematici; altrimenti nes­
sun medico sarebbe in grado di svolgere la propria atti­
vità e anche il Mogadon [della Roche, il tranquillante più
usato per dormire - N.d.R.] dovrebbe rientrare nella V ta­
bella” (Atti Pari., cit., p. 22871).
Queste affermazioni, "pericolo astratto" ecc., quando
la Roche stessa, quattro anni prima, era stata costretta a
scrivere nei depliant per i medici (cfr. p. 100-1) che Moga­
don, Librium Valium & Company provocano una accer­
tata dipendenza fisica; e tre mesi dopo che gli USA hanno
messo questi farmaci insieme ai narcotici nella legge an­
tistupefacenti.
Ma a dare man forte a De Carolis arriva anche il se­
natore Petrella, del PCI, che di fronte alle proteste, di­
chiara (Atti Pari, cit., p. 22866):
"Una drammatizzazione del genere non è assolutamente
necessaria. Dobbiamo ben ricordare la storia di questa
legge e, se lo faccio io che sono dell'opposizionee, lo fac­
cio a giusta ragione perché non voglio assolutamente pro­
porre la difesa deH’industria dei farmaci di cui addirit­
tura avevamo chiesto la nazionalizzazione, sia pure in un
arco di tempo abastanza rilevante. [...] Quando diciamo
che questi farmaci 'possono dar luogo [...] alla possibilità
di farmacodipendenza,’ non facciamo riferimento al pe­
ricolo; quando diciamo possibilità ci riferiamo soltanto
ad un oggetto di considerazione e di studio. Possibilità
significa soltanto teorica possibilità da vagliarsi attraverso
la raccolta dei dati, attraverso gli obblighi che poi stabi­
liremo nell’apposito capo che riguarda la stessa tabella.”
Petrella e De Carolis proporranno che le industrie farma­
ceutiche mandino dei rapporti al ministro con notizie su
abusi e effetti nocivi: questa "autoinchiesta” sarà l’unica

118
Oggi: al posto dell’eroina

forma di controllo, l’articolo 69. "È perciò” prosegue Pe-


trella, "che diamo atto ai relatori di aver tradotto ciò che
la Commissione aveva pensato e voluto e annunciamo il
nostro voto favorevole." Anche per Petrella, ciò che la
Roche aveva dato per certo quattro anni prima, è una
possibilità teorica.
Protesta anche un socialista, non legato ai giochi di
De Carolis, il senatore Cavezzali (p. 22868): sostiene che
se si vuol fare una nuova tabella per i tranquillanti, do­
vrebbe avere comunque controlli e sanzioni rigorosi co­
me la V: “Direi che sotto questo punto di vista le osser­
vazioni sempre attente e diligenti del senatore Petrella
sono effettivamente un po’ semplicistiche...”. Non si de­
vono dimenticare “tutti i doveri che devono incombere per
la tutela di coloro che sono soggetti (spesso giovani o
altri infermi di mente) all’uso o all’abuso di questi stimo­
lanti, psicostimolanti, o antidepressivi o ansiolitici, di cui
ormai è nota la generalità, l’abbondanza e la facilità di
prescrizione medica, limitata alla cosiddetta presenta­
zione di una semplice richiesta. Ciò mi ha lasciato estre­
mamente perplesso." “Certo questa presentazione di un
emendamento," continua Cavezzali, "per una tabella VI
che verrebbe ad essere sottratta a tutti i controlli pone —
non dico il sospetto, lontano da noi —, ma certo la valida
preoccupazione, senatore Petrella da lei più volte con­
divisa..." Il tortuoso accenno a corruzioni delle case far­
maceutiche viene subito troncato dal senatore del PCI,
Petrella: "L'abbiamo proposta noi la VI tabella!” (p. 22869).
E cosi l'emendamento passa, sostenuto da governo, PCI
e DC, si oppone un senatore della sinistra DC, di Brescia,
Martinazzoli che nella dichiarazione di voto contrario
chiede a De Carolis e Pittella: "Come mai avete sofferto
questa decisione? [chiara allusione al discorso del sotto-
segretario Pinto sulle povere case farmaceutiche, ripor­
tato prima. N.d.R.']. Attraverso quali ripensamenti, in che
modo vi siete accorti cosi tardivamente che quello che ab­
biamo stabilito in commissione due mesi fa [gli ansioli­
tici nella tabella V] non c’entra niente con gli stupefa­
centi?” Dubbio abbastanza legittimo. "Vi debbo dire che le
risposte di oggi sono abbastanza preoccupanti, non già
sotto il profilo di sospetti che sarebbero del tutto arbi­
trari e improponibili ma per un motivo preciso," prose­
gue Martinazzoli: "Delle due l’una: o queste cose [i tran­

119
L'eroina

quillanti] non c’entrano per niente con gli stupefacenti,


ed allora non vedo perché debbano essere scritte nella
legge in esame; o c'entrano qualcosa, come voi pensavate
e come tutti pensavano in Commissione quando fu fatta
la tabella V. “La risposta è diffìcile. Il vero rischio, prose­
gue Martinazzoli, non è fare un controllo in più ma “com­
piere scelte che vanno a svantaggio della salute dei citta­
dini; il rischio vero è che qualche cosa in meno sia con­
trollata” (p. 22873).
Nessun giornale parla di questa interessante discussio­
ne, le notizie non vengono diramate alla stampa: il golpe
di De Carolis viene approvato e la legge passa con la “ta­
bella fantasma”: Librium e Valium in libertà, si compra­
no con la ricetta facile in farmacia, se il farmacista si di­
mentica di chiederla o di segnare sul registro l'acquisto
rischia una multa da 50 a 500.000 lire.
Ma le pressioni della Roche non sono finite: il 10 di­
cembre 1975 è la data d’inizio dello scontro diretto tra il
gigante multinazionale e i "piccoli” gruppi di controinfor­
mazione. II “Corriere della Sera” esce con cinque colonne
in seconda pagina (Nuova denuncia sull'abuso dei tran­
quillanti): "Cinque righe cancellate dal testo della nuova
legge sulla droga," scrive Antonio Padellaro, "renderanno
più libera la circolazione dei tranquillanti, di quei farmaci
cioè che gli studi più recenti hanno classificato come stu­
pefacenti pericolosi. Ad annunciarlo è stato un gruppo di
ricercatori che fa capo all’agenzia di controinformazione
Stampa Alternativa." Non contenti dell’istituzione della
tabella fantasma al Senato, gli industriali sono riusciti a
ottenere dai parlamentari delle Commissioni riunite Giu­
stizia e Sanità della Camera, un’ulteriore liberalizzazione:
quando si va in farmacia a comprare tranquillanti, il far­
macista non deve nemmeno registrare la vendita e il nome
dell’acquirente; in questo modo, può vendere sottobanco
tonnellate di psico-farmaci e chiunque può usare ricette
false senza il rischio di essere “pizzicato": la polizia non
può effettuare nessun controllo (i deputati hanno elimina­
to il comma terzo dell’art. 70: annotazione obbligatoria dei
dati sul registro copia-ricette). I metodi degli industriali
per interessare le autorità ai loro problemi non sono cer­
to ortodossi: il 10 marzo ’76, l’agenzia Associated Press in­
forma che tre colossi farmaceutici americani (la Merck, la
Johnson and Johnson e la Sterling Drug Incorporated),

120
Oggi: al posto dell’eroina

hanno ammesso al senato USA di “aver consegnato som­


me a dipendenti di governi stranieri in maniera impropria
e illecita per sollecitare provvedimenti in favore dei pro­
pri prodotti. La Merck ha ammesso di aver speso quasi
tre miliardi di lire, la Johnson (è quella del famoso Baby’s
Shampoo Johnson) un miliardo, la Sterling ha dichiarato
di aver pagato funzionari in 19 paesi" (cfr. "La Stampa,"
11 marzo 1976).
Per la cronaca, l’emendamento prò tranquillanti è sta­
to proposto dai due relatori in Commissione, il socialista
Zaffanella, e la democristiana Maria Eletta Martini, con
l’appoggio del ministro della Sanità del governo Moro,
Gullotti, rappresentato dal sottosegretario Foschi (DC); i
comunisti si sono astenuti, e l’emendamento è stato appro­
vato nella seduta del 19 novembre 1975 (cfr. "Bollettino
delle giunte e delle commissioni parlamentari," 19 novem­
bre 1975, n. 636, p. 4), senza informare la stampa. L’aver
premuto per un’ulteriore liberalizzazione alla Camera è
stato un errore tattico da parte degli industriali: probabil­
mente pensavano che la notizia non sarebbe filtrata dalle
riunioni segrete in commissione (proibita la partecipazione
di giornalisti e osservatori): le rivelazioni di Stampa Al­
ternativa e l’articolo del "Corriere della Sera," molto duro
verso i tranquillanti, sono una mazzata per loro, perché
mettono il ministero nell’occhio del tifone: i burocrati
sanno che se verrà dimenticato qualcuno dei tranquillanti
più popolari, scoppierà uno scandalo. Se gli industriali non
fossero stati ingordi, sarebbe stato molto più diffìcile, per
la stampa e per la controinformazione, scatenare una cam­
pagna.
In seguito alla clamorosa denuncia, il sottosegretario
alla Sanità Foschi tiene una riunione tempestosa all’Isti­
tuto superiore di Sanità; ormai il ministero della malat­
tia non può bluffare: la legge gli consentiva di dimenticare
tutti i tranquillanti. Ma ora la situazione politica lo obbli­
ga a mettere nelle tabelle tutti quelli della Roche e tutte
le benzodiazepine e i meprobamati: Mogadon, Librium,
Valium, Librax (tutti della Roche) in testa; il 29 dicembre
1975, il ministro della Sanità Antonino Gullotti, firma il
Decreto ministeriale; il 13 gennaio 1976 le tabelle vengono
pubblicate sulla "Gazzetta Ufficiale” e diventano esecutive.
Non è un gran guaio, dopo il golpe di De Carolis e il
golpe alla Camera, che hanno ridotto a zero i controlli:

121
L'eroina

ma è un guaio per la Roche, per l'immagine pubblica del


tranquillante. Molti italiani cominciano a dubitare che il
Librium o YAnsiolin siano graziose pillolette verdi o aran­
cioni, magari zuccherate, e perfettamente innocue; tra il
Librium e l’eroina non c’è più un abisso. I prossimi cin­
que anni decideranno l’esito dello scontro: all’inizio degli
anni ’80 sapremo se decine di milioni di italiani saranno
drogati, passivi e docili, come in un romanzo di Huxley,
usando frequentemente le benzodiazepine, e magari guar­
dando alla televisione gli orrori dell’eroina; oppure se la
Roche avrà perso la sua battaglia.

Le cifre: quanto si spende

15,7 miliardi di dollari per l’alcool, 9 per il tabacco, 3,2


per le bevande a base di caffeina (caffè, tè, ecc.), 3,8 per
psicofarmaci (tranquillanti, stimolanti, cocktails, ecc.), 2
per marihuana (oltre 30 milioni di consumatori), 6 per
eroina ("Time," 8 settembre 1972): sono quasi 40 miliardi
di dollari, pari a oltre 26.000 miliardi di lire. È il bilan­
cio-droga degli Stati Uniti.
E in Italia? Il bilancio di marihuana e eroina, con un
numero molto limitato di consumatori, è sicuramente in­
feriore ai 300 miliardi; ma le altre droghe ci fanno spen­
dere un totale annuo di quasi 4.500 miliardi, pari al bilan­
cio multinazionale della Montedison, superiore del 50%
al bilancio del ministero della Difesa. Per la droga di stato,
gli italiani spendono l’8% di tutta la spesa complessiva
(74.336 miliardi all'anno); solo il 15% in meno della spesa
per l’abbigliamento e solo il 20% in meno della spesa per
la casa (affitti). Un dato esemplare per il tabacco: mentre
il Nord - Ovest, la zona più ricca, con una spesa prò ca­
pite mensile di 92.000 lire, spende 1.500 lire al mese in
sigarette; il Sud, con una spesa prò capite mensile di
57.000 lire, il 40% in meno, spende in tabacco la stessa
cifra del Nord: 1.500 lire al mese prò capite. Il totale an­
nuo per il tabacco è di 1.731 miliardi, per l'alcool 2.157 mi­
liardi, per caffè, tè, ecc., 418 miliardi, per i farmaci-droga,
800 miliardi (dati ISTAT 1975, cfr. "Corriere della Sera"
9 aprile 1976).

122
Oggi: al posto dell'eroina

I consumatori: chi sono

Queste cifre, in continuo aumento, per quanto stupe­


facenti, non devono meravigliare: non possono meravigliare
se si pensa chi sono i consumatori e quali sono le classi so­
ciali implicate; è qui che si chiude il cerchio che partiva
dalle uniche droghe (e medicine) disponibili nell’ '800: al­
cool e eroina (e altri oppiacei).
Le masse "borghesi." — Il '900 e gli anni '60 hanno
chiarito, anche in Italia, le enormi dimensioni numeriche
che il cosiddetto neo-capitalismo ha assegnato ai "ceti me­
di”: classi privilegiate ma non dominanti, sono il terreno
a cui l’industria riesce a smerciare prodotti di ogni tipo a
prezzi medio-alti e alti: masse "borghesi" senza una cul­
tura di autodifesa, ma condizionate esse stesse dai mass­
media e dal consumismo. Masse che l’industria ha pochi
scrupoli ad avvelenare a loro insaputa, con alcool, con
nicotina e farmaci, che si inseriscono nel caos che la vita
comunque alienata delle città provoca nei piccolo-borghesi.
Il proletariato. — Come nell’ '800, è l’interlocutore prin-
pice di tutti i prodotti che in qualche modo aiutano il
lavoro o diminuiscono la tensione sul lavoro: non importa
a quali rischi per la salute. A Torino negli anni '50 e ’60,
trionfa il Cachet-Fiat: un cocktail, preparato dall’industria­
le Alecce dellTFI, pseudo-stimolante e antidolorifico, che
aiuta a reggere i ritmi della catena di montaggio. Verso
la fine dei '60 e all'inizio dei 70, acquista peso il medico
di fabbrica: uno strumento ideale per imporre l’uso dei
farmaci. L’operaio non si sente bene? non sopporta i ru­
mori, il casino della fabbrica, è stanco? Non è il caso di
accennare a periodi di riposo o vacanze in montagna: il
medico di fabbrica prescrive il Valium o un altro ansio­
litico; non importa se la Roche informa dal 71 i medici
con pubblicazioni patinate che queste sostanze (da lei pro­
dotte) sono pericolosissime nei lavori a contatto con mac­
chinari che richiedono attenzione, e sono causa di grande
parte degli incidenti e degli omicidi bianchi. A fianco dello
psicofarmaco, il consumo di calmanti e antidolorifici: so­
no chiaramente le condizioni di lavoro che fanno venire il
mal di testa, ma non si cambiano quelle, si cambia la sen­
sibilità a quelle condizioni. Ad "aiutare" la produttività.

123
L’eroina

i caffè per restare svegli quando si avrebbe bisogno di son­


no; le sigarette per tirare avanti con la tensione. E, nel
tempo libero, per "divertirsi,” l'alcool.
La donna. — Indagine DOXA, agosto 1970: "I consuma­
tori regolari di sonniferi cioè coloro che li prendono quasi
tutte le sere, sono il 2,6% dei maschi e il 6% delle fem­
mine, cioè almeno mezzo milione di uomini e 1 milione e
duecentomila donne” (Insonnia e sonniferi, in "Bollettino
Doxa,” XXIV, n. 16, 27 agosto 1970, pp. 195-201).
La condizione di sfruttamento della donna, in tutti i
sensi e nel lavoro domestico, è la causa principale del ri­
corso ai sedativi e ai tranquillanti, soprattutto da parte
delle casalinghe. In tutti i paesi d’Europa, l'uso di tran­
quillanti da parte delle donne è quasi doppio rispetto agli
uomini: in Germania il 19,2% delle donne contro l’8,4%
degli uomini; in Olanda il 16,8 contro l’8,5; in Svezia, il
21.5 contro il 9,9; in Inghilterra il 19,1 contro l’8,9; in Da­
nimarca, il 19,9 contro il 10,2; in Belgio, il 20,9 contro il
12,0; in Spagna, dove il mercato degli psicofarmaci è solo
all’inizio, c'è già comunque una prevalenza femminile: il
12.5 contro il 7,0.
In Italia, dove siamo in un momento decisivo per i
tranquillanti, il 14,4 delle donne tra i 25 e i 34 anni li usa
contro il 10,9 degli uomini della stessa età; tra i 35 e i
44, il 15,1% delle donne contro il 9,2 degli uomini; tra i
45 e i 54, il 14,2 contro il 10,7; in totale, il 12,6 delle donne
contro il 9,8 degli uomini. I dati per l’Italia e l'Europa,
resi noti da Lojacono sulla rivista scientifica “Sapere” (cit.,
pp. 15-16), sono stati tratti da una rassegna pubblicata sul
"New England Journal of Medicine" (4 aprile 1974, p. 769)
e sono stati elaborati nel corso di un sondaggio su scala
mondiale del National Institute of Mental Health.
Ma il rapporto droghe-donna non si limita ai tranquil­
lanti. Negli USA, il 59% di tutte le visite mediche è per le
donne; medici e case hanno perpetuato e allargato "l’in-
dustria della donna malata e dei disturbi femminili”: non
prescrivono più eroina per le mestruazioni, ma Optalidon;
il 60% di tutti i farmaci prescritti è per le donne; per gli
psicofarmaci in genere, il 68% è prescritto a donne; per i
barbiturici, il 63%; per i tranquillanti, il 68%; per seda­
tivi e ipnotici, il 66%; per gli antidepressivi, il 71%; per
le anfetamine, addirittura l’80%: sono i dati presentati

124
Oggi: al posto dell’eroina

al V Congresso mondiale di Psichiatria, 30 novembre 1971


(Mitchell B. Balter e Jeròme Levine, Character and extent
of Psychotherapeutic Drug Usage in thè United States).
Alla fine dell' '800, le donne consumavano i due terzi
dell’eroina e degli oppiacei: negli anni '70 consumano la
stessa percentuale delle droghe di stato. Eppure, a diffe­
renza dell' '800, sono caduti i tabù, le donne bevono e fu­
mano (il 10% degli alcolizzati ha rivelato Cancrini al Se­
minario Internazionale di Roma, è di sesso femminile);
ma a livello di massa, l’industria e le condizioni di vita
impongono loro anche la "prigione chimica" dello psicofar­
maco.
I reclusi. — Gli ospedali psichiatrici, gli ospizi per vec­
chi: centinaia di migliaia di persone drogate dalla mat­
tina alla sera dai carcerieri scientifici; cosiddetti malati
di mente rovinati per sempre fisicamente e psichicamen­
te dai tranquillanti maggiori: fenotiazine, butirrofenoni;
è ima buona fetta del bilancio delle industrie, un consu­
matore sicuro e massiccio, quotidiano, che non smette per­
ché ogni giorno i suoi carcerieri gli iniettano a forza dosi
regolari. Come il professor Pietro Sarteschi, direttore del­
l’Istituto di Psichiatria dell’Università di Pisa, incrimina­
to dalla Procura della Repubblica di Pisa per l’omicidio
del giovane Pietro Benvenuti, assassinato col Valium en­
dovena nella clinica del professore. Il giovane soffriva di
un disturbo alla vescica (orinava molto): i responsabili
della clinica decisero che pisciava troppo perché era paz­
zo: non si accorsero (bestie) o non vollero accorgersi del
disturbo fisiologico e ordinarono il ricovero in clinica psi­
chiatrica.
Dato che, anche ricoverato, continuava naturalmente a
orinare in modo eccessivo, lo imbottivano di Valium; ri­
sultato: dopo poche settimane Pietro Benvenuti muore,
ucciso dall'ultima iniezione. Il caso è significativo per tre
motivi: primo) avviene non nel manicomio giudiziario di
Aversa o in qualche sputtanato manicomio parastatale di
cui siamo abituati a vedere le fotografie; ma in una clini­
ca psichiatrica universitaria, una categoria di “manicomi
scientifici" di cui non si sono mai visti reportage; secon­
do) il professor Sarteschi è insieme al professor Lorenzo
Cazzullo (Clinica Psichiatrica Università di Milano), al
professor Giancarlo Reda (Clinica Psichiatrica Università di

125
L’eroina

Roma), al professor Cornelio Fazio (Clinica Psichiatrica n. 2,


Università di Roma: a Roma per accontentare tutti ne han­
no fatte diverse), al professor Adriano Marino (Direttore
Istituto di Farmacologia Università di Bari), al professor
Emilio Trabucchi (Direttore dell’Istituto di Farmacologia
dell’Università di Milano), membro della Società Italiana
di Neuropsicofarmacologia (SINPF), che organizza con­
gressi internazionale ufficialmente con giganti dell’indu­
stria farmaceutica come la Farmitalia per lanciare gli
psicofarmaci sul mercato. Tutti questi professori sono
stati denunciati da Stampa Alternativa per truffa e as­
sociazione a delinquere alla Procura della Repubblica di
Roma per aver inviato, durante la discussione della leg­
ge antidroga, ai presidenti del Senato e della Camera un
documento per escludere i barbiturici dalle tabelle de­
gli stupefacenti (motivazione: non danno dipendenza fi­
sica!) ottenendo un buon successo (cfr. “Panorama,” 18
dicembre 1975, pp. 50-51); terzo) il professor Sarteschi è
stato rinviato a giudizio (peculato) dal giudice istruttore
Nannipieri del Tribunale di Pisa per aver rubato UN
MILIARDO E MEZZO all'Università insieme a 15 col­
leghi: sono i soldi versati dai malati a pagamento nelle
varie cliniche universitarie e che i professori si sono trat­
tenuti, invece di darli all’Università (cfr. Antonio Ferra­
ri, Tacciono i “baroni" della medicina dopo l'accusa di
peculato a Pisa, in "Corriere della Sera,” 17 febbraio
1975, p. 11).
I bambini. — Un milione e 684.000 bambini in Italia
sono colpiti da una serie di disturbi "gravi” (cerebropa­
tie, epilessia, spastici, cecità, sordità, subnormali, han­
dicappati, ecc.) ha rivelato il professor Bollea, direttore
dell’Istituto di Neuropsichiatria infantile dell'Università
di Roma; e un milione e 500.000 bambini sono "disadat­
tati del carattere e del comportamento." Totale: tre mi­
lioni e 184.000 bambini, più di un terzo dell’infanzia ita­
liana (cfr. Cancrini, op. cit., p. 17).
Le centinaia di migliaia di bambini “disturbati" o
orfani ricoverati in istituti vari, sono insieme ai reclusi
negli ospedali psichiatrici, la gallina d’oro n. 2 dell’in­
dustria farmaceutica; per farli star buoni che c’è di me­
glio del Librium e del Valium, o dei vecchi tranquillanti
maggiori (quelli che provocano il morbo di Parkinson)?

126
Oggi: al posto dell'eroina

Se poi sono disadattati del carattere e del comportamen­


to, cioè non gli piace la scuola, non gli piace la mamma,
e magari neanche la televisione, gli scienziati non si
preoccupano: sono riusciti a far tornare alla ragione cani
di laboratorio ribelli, che non volevano lasciarsi ammae­
strare, cosi come topi, gatti e scimmie; con un po’ di
iniezioni di psicofarmaci diventano "buoni," obbedienti.
Cosi, "i bambini con difficoltà di apprendimento scolasti­
co o con disturbi caratteriali, vengono assimilati a rat­
ti e topi di particolari ceppi, che data l’incompatibilità
tra le loro abitudini e i comportamenti richiesti dallo spe­
rimentatore incontrano difficoltà ad acquisire determina­
te reazioni condizionate” scrivono i neuropsicofarmaco-
logi Giorgio Bignami e Valerio Giardini, dell'Istituto Su­
periore di Sanità. "Cosi si razionalizzano e si giustifica­
no i trattamenti farmacologici di massa in neuropsichia­
tria infantile" (La scienza della devianza, in "Sapere,” cit.,
p. 22).
In un rione di 40.000 abitanti della Napoli più povera,
un ricercatore, Colucci D’Amato, accertò 154 casi di bam­
bini con seri disturbi psichiatrici; oltre il 50% aveva
genitori alcolizzati; e oltre il 20% (32 bambini) erano re­
golari bevitori di alcool; addirittura undici con episodi
di alcolismo (Colucci-D'Amato, Considerazioni su alcuni
fattori ambientali nell'alcolismo infantile, in Atti del XIV
Seminario sulla prevenzione dell’alcolismo, Milano 1969).
Nelle famiglie "normali” invece i bambini danno fa­
stidio sin dalla nascita; i pediatri consigliano medicine
per non farli piangere; dall'aspirina al sonnifero tutto
va bene; e funziona ancora alla perfezione lo sciroppo
per la tosse che "è buono e fa bene"; i funzionari del mi­
nistero della Sanità, interpellati dai parlamentari duran­
te la preparazione della legge antidroga, hanno dichiara­
to che “in Italia vi è un consumo straordinario di scirop­
pi contro la tosse alla codeina; ogni italiano consuma o-
gni anno due bottiglie di sciroppi i cui componenti di
base sono derivati dell’oppio” (in Atti Parlamentari, Se­
nato della Repubblica, 25 settembre 1975, p. 22742).
Anche coi bambini, il cerchio si chiude: allevati a
laudano o elixir all’oppio e all'eroina nelle famiglie o-
peraie dell’ '800, che non avevano la possibilità di occu­
parsi di loro in modo umano, vengono sfruttati nello
stesso modo nelle famiglie di oggi; alle famiglie e agli

127
L'eroina

istituti, l’industria della droga offre con mezzi ben più


potenti di queli del secolo scorso, una gamma di farma­
ci truffa anti-bambini.
I giovani. — È il boccone più succulento per l'indu­
stria, che mancava nel secolo scorso. Per i problemi spe­
cifici delle altre categorie, i giovani inghiottono le stesse
droghe di stato: cioè i giovani proletari sul lavoro (ca-
chet-Fiat, alcool, caffè, sigarette, ecc.), le ragazze in quan­
to donne (dai tranquillanti alle pastiglie per le mestrua­
zioni), i giovani reclusi in quanto reclusi (ospedali psi­
chiatrici, istituti di correzione, e servizio militare: dove
i medici militari rispondono allo squallore insopporta­
bile della vita di caserma — con un tasso di suicidi al­
tissimo — prescrivendo fiumi di pillole, e i sergenti ri­
corrono a trucchi tipo i bromuri nella minestra per smor­
zare i desideri sessuali).
Ma oltre a questi filoni, l'industria ha individuato nei
giovani una categoria speciale di consumatori: bambini
coi soldi. Soldi e libertà (relativa) sono i due fattori che
differenziano i "giovani’’ dai bambini; meno soldi e me­
no libertà sono i fattori che differenziano i giovani dagli
adulti; il giovane tipico è il minorenne, mentre il mag­
giorenne è già più simile all’adulto (guadagna di più, può
guidare l’automobile, ecc.). Il minorenne è condannato al
motorino (il minorenne proletario al motorino rubato).
L’operaio di quarant’anni, con moglie e figli, la sera ha
più voglia di riposarsi che di divertirsi; la maggioranza
guarda la televisione, ima minoranza va al bar; per i gio­
vani proletari, è tutto il contrario: anche se sono stan­
chi, vogliono vivere. Gli adulti dei ceti medi in maggio­
ranza fanno vita casalinga; gli adulti borghesi con più
soldi si danno più da fare per divertirsi. I giovani dei ce­
ti medi tendono a somigliare di più agli adulti alto e me­
dio borghesi; i minorenni, ai giovani proletari.
Che cosa significa questo per l’industria? Incremen­
tare una serie di sottoconsumi per minorenni e giovani
proletari: dal "Monello” ai blue-jeans, dai fumetti alla
musica pop. E, per la droga, dare un segno diverso al
consumo: cioè proporre esplicitamente come droga ciò
che alla maggioranza degli adulti viene spacciato come
non-droga (gli alcolici come digestivo o come sapore ge­
nuino o prodotto di marca; gli psicofarmaci come "utili”).

128
Oggi: al posto dell'eroina

Per i giovani anche ad altri consumi, viene dato un


segno esplicito di droga, sottolineando i fattori "ecci­
tanti” dove per gli adulti si sottolineano altri pregi (li­
vello tecnico o culturale, funzionalità, ecc.): per esempio
la musica (“questo disco vi darà buone vibrazioni") o le
moto ("è una bomba”; “Yamaha: è un trip”).
L’industria ha esaminato scientificamente due fatto­
ri: il proibito e il “polverone" (l'informazione). I genitori
vedono di malocchio il fumo di sigarette da parte dei fi­
gli: le industrie hanno organizzato per oltre due anni
una vasta campagna pubblicitaria (illegale) sull'unico set­
timanale giovanile italiano ("Ciao 2001"), in cui pacchet­
ti di Peer e Marlboro apparivano accanto a ragazze in
minigonna o cantanti.
In USA, tutta la pubblicità rivolta ai giovani che li
è permessa dalla legge, è puntata sull’associazione fumo/
sesso-gioventù-musica-felicità. Un sondaggio su scala na­
zionale, promosso dalla Società americana contro il can­
cro, ha accertato che il 65,7°/o dei fumatori minorenni e
l’86 % dei non-fumatori era convinto che le sigarette
provocano il cancro ai polmoni: una percentuale supe­
riore a quella degli adulti (Lieberman Research Ine.
The Teenager Looks ai Cigarette Smoking, ricerca con­
dotta per l’American Cancer Society, settembre 1969). Tut­
tavia, l’85% dei giovani comincia a fumare prima dei 15
anni! I motivi, ben noti alle industrie, sono due: primo)
le case hanno tenuto ben nascosto il fatto che il fumo
dà dipendenza fisica; secondo) la pubblicità anti-fumo ha
convinto la stragrande maggioranza dei genitori america­
ni a proibire ai propri figli le sigarette o quantomeno a
diffidarli (addirittura, il 59,5% dei fumatori adulti maschi
"spera che i propri figli non fumeranno mai,” riferisce il
rapporto già citato del Surgeon General).
Un’esigua minoranza di giovani (il 15% sotto i 15 an­
ni) si rifiuterà di fare una cosa proibita dai genitori e
consigliata dalla stragrande maggioranza degli amici e
dei coetanei: tutti sicuri che "è vero che il fumo fa ma­
le, ma tanto si può smettere.” Solo il 21% dei minorenni
dichiara che continuerà a fumare per oltre cinque anni (in
Ricerca Lieberman, sopracitata): tutti sono sicuri di smet­
tere prima che l’abitudine cominci a diventare pericolo­
sa. E invece nessuno ci riesce.
Questi dati, stranoti a tutte le grosse industrie di ta-

129
L’eroina

bacco o psicofarmaci, hanno suggerito la strategia del


proibito e la strategia del polverone. L’informazione de­
ve essere caotica e sbagliata: cosi i "giovani," oltre che
ai genitori, non crederanno più neanche ai giornali; se ci
crederanno, meglio, perché tanto, prima o poi, provano,
e l’esperienza personale gli dice chiaro e tondo che tutto
ciò che sta scritto sui giornali sono balle.
Questa strategia, è stata il punto di forza nella dif­
fusione scientifica dell’eroina (vedi il capitolo L'Eroina
in Italia)-, e nella diffusione degli psicofarmaci fra i gio­
vani. Nessun medico prescriverà psicofarmaci stimolanti
a un minorenne (anfetamine, stimolanti sessuali a base
di sostanze cocaino-simili, afrodisiaci); nessun genitore
dirà al figlio "tieni queste 5.000, comprati un po’ di ma­
rihuana.” Conseguenza immediata: i minorenni adope­
rano i tranquillanti (facilmente reperibili) insieme al whi­
sky come stimolanti! Conseguenza immediata n. 2: na­
sce un enorme mercato nero o grigio-nero dello psico-sti­
molante. Con due vantaggi favolosi per le case farmaceu­
tiche: vendere tranquillanti ai giovani che altrimenti non
li comprerebbero; e realizzare profitti di mercato nero
con gli psico-stimolanti; all’ingrosso, mille dosi di anfe­
tamina, costano 500 lire; al dettaglio "nero," una dose
costa da 500 in su.
Il terzo risultato della strategia della droga giovane
è politico: mandando i giovani al mercato nero per pro­
curarsi stimolanti o "divertirsi" con le droghe proibite,
sotto il fuoco della polizia, si ottiene la criminalizzazio-
ne dei minorenni e in particolare dei giovani proletari.
Il quarto risultato è invece l’asso nella manica per
l’industria della droga legale: le masse adulte tendono a
identificare "le droghe" o "la droga" nelle sostanze usate
dai giovani; cosi non sono coscienti di usare droghe esse
stesse (magari micidiali come i sonniferi o i tranquillan­
ti), e in questo sono aiutate dal bombardamento dei
mass-media, che storicamente nel '900 alimenta il fol­
klore intorno ai giovani; negli USA fin dagli anni '20 (le
atmosfere raccontate da Fitzgerald); in Europa soprat­
tutto dopo gli anni '50 (dai teddy-boys, alla “gioventù bru­
ciata," ai beats, agli "hippies"), in Italia a partire dai ’60
(con il “boom” economico: e con lo “yé-yé” e i "capelloni”).
Le case farmaceutiche (per esempio la Sandoz, pro­
duttrice di Optalidon, Bellergil — barbiturico — ecc.:

130
Oggi: al posto dell’eroina

a Milano, 13-14 ottobre 72, presieduto dal prof. Carlo Caz-


zullo, promotore della campagna pro-barbiturici, vedi pa­
ragrafo: “I reclusi") organizzano, spendendo decine di mi­
lioni, congressi su "La droga e i giovani.” I drogati sono
i giovani; noi adulti in droga spendiamo solo 4.500 miliar­
di di lire all'anno.

131
5
L’eroina in Italia

Com’è arrivata l’eroina in Italia: dal noan all’anfetamina

Roma, 1970. — 560 tossicomani al di sotto dei 25 an­


ni. Nessun eroinomane. L’eroina, a Roma, è sconosciuta.
Roma, 21 marzo 1970. — Il Nucleo Antidroga dei Ca­
rabinieri, diretto dal capitano Giancarlo Servolini, del
SID, irrompe in un "barcone" sul Tevere: 90 arresti. Mo­
tivo: la droga. "2.000 giovani si drogavano sul barcone"
spara "Il Tempo,” quotidiano romano in cui la cronaca
era diretta da Franz D’Asaro, attuale direttore dell’orga­
no dell’MSI, “Il Secolo d’Italia." È lo scandalo dell’anno:
in sei mesi escono sui giornali nazionali, oltre diecimila
articoli sulla "droga,” un quantitativo pari al totale de­
gli articoli usciti nei sette anni precedenti.
Roma, novembre 1975. — Gli eroinomani sono miglia­
ia: lo ammette anche il centro Antidroga del Comune
("Panorama," 27 novembre 1975, p. 63)
Che cosa è successo tra il '70 e il 75, a Roma e in Ita­
lia? Il 75 è Tanno dei primi morti di eroina: l’opinione
pubblica è traumatizzata. Ma l’eroina non è arrivata mi­
steriosamente, a caso, tutto d’un tratto. Le tre notizie
che abbiamo riportato sono legate a filo doppio.
Nel 1970, l'équipe di ricercatori presso il Centro per
le tossicosi da farmaci stupefacenti e psicotropi ha avu­
to modo di accostare un vasto campione di giovani tos­
sicomani romani: 142. Il Centro aveva note garanzie di
riservatezza e vi si rivolgevano senza problemi tutti i tos­
sicomani dei ceti medi e inferiori (gli alto-superiori han­
no la possibilità di usare strutture specializzate private
a costi elevati).

132
L'eroina in Italia

Tutti questi ragazzi (meno di 25 anni) usavano "dro­


ga pesante": non oppio e morfina, ma anfetamine, barbi­
turici e ipnotici non barbiturici; tutti erano "tossicomani”:
avevano un livello notevole di dipendenza fìsica ed erano
pesantemente coinvolti nell'esperienza, spesso travolti da
essa. Gli stati mentali in cui una persona viene portata
da dosi "pesanti” di anfetamina e barbiturici (o ipnotici
non-barbiturici, come il metaqualone) sono fortemente
confusionali; molto raramente un individuo, anche mol­
to "allenato” riesce a controllare l’esperienza o a mante­
nersi lucido. Nei barbiturici e negli ipnotici, gioca il
meccanismo farmacologico: la differenza con gli analge­
sici narcotici come la morfina è proprio la perdita di co­
scienza, o la riduzione di coscienza. L'anfetamina, che a
basse dosi, quando non si è ancora instaurata la dipen­
denza, è uno stimolante cerebrale forte ma non ecceziona­
le, ad alte dosi (e per giunta endovena), è una bomba in­
controllabile.
Perché, "cercando droga,” questi giovani trovavano
anfetamina e barbiturici? Ci vuole un passo indietro, al
periodo ’65-’67. In quell’epoca, un numero enorme di gio­
vanissimi (decine di migliaia) si familiarizza con lo psi­
cofarmaco; nelle farmacie si trova di tutto; in casa, le
madri cominciano a usare tranquillanti. Quando nasce
lo “yé-yé,” il piacere proibito della maggior parte dei ra­
gazzi è la sigaretta (di tabacco) e il whisky; cinque an­
ni prima, in Francia, migliaia di giovani già si “diverti­
vano” con le anfetamine. E anche gli "yé-yé,” con molto
ritardo, scoprono che il whisky è "più buono” con la pa­
sticca. Noan, Valium, Ansiolin, non sono stimolanti, ma
con un bicchiere di whisky fanno un certo effetto, fan­
no sentire diversi; per i ragazzi, lo stato normale, il com­
portamento normale è una “rottura.” Nessuno pensa a
drogarsi, alla droga: gli psicofarmaci sono solo “pastic­
che," siringhe non se ne vedono. Nasce un linguaggio, un
gergo. I prodotti preferiti sono i prodotti in quel momen­
to lanciati dall’industria farmaceutica: non perché i ra­
gazzi sono sensibili in modo particolare ai contenuti del­
la pubblicità, ma perché vanno in farmacia e chiedono
specialità che hanno sentito nominare. Oltre al cocktail
tranquillanti-alcool, vanno a fiumi il Revonal (della Brac­
co) e gli altri sonniferi a base di metaqualone; i barbitu­
rici; e, nettamente al primo posto, le anfetamine: per le

133
L'eroina

anfetamine, vale senz'altro il condizionamento dell’indu­


stria, sono famosissime e reperibili sotto diverse etichet­
te, psicotonici, ricostituenti, ecc.; l’uso è comune anche
per motivi di “produttività” (studio e lavoro) e la gente
si abitua a familiarizzarsi col farmaco.
Per l’anfetamina, valgono molti discorsi che si fanno
sulle droghe e che non si attagliano, per esempio all’eroi­
na; il mito della droga che quando si comincia non si può
più smettere ha una parte di verità per l’anfetamina:
grosse dosi di anfetamina provocano una tale confusione
mentale e depressione, che chi "ritorna” daH’esperienza
non è molto in grado di scegliere lucidamente; e, per
eliminare la depressione, prende un’altra dose abbon­
dante. Quando nel '67 e nel ’68, comincia, soprattutto fra
gli studenti e fra i primi gruppi di controcultura, a girare
l’hascisc, ci si aspetterebbe una vasta diffusione fra le de­
cine di migliaia di giovani consumatori di pasticche, se
non altro per motivi banali, come provare una droga
nuova. Ma non si fanno i conti con la logica di mercato:
la diffusione artigianale dell’hascisc (giovani che vengono
da Istanbul o dal Marocco) non conta su protezioni ma-
fiose o di polizia; e incontra subito una dura repressione,
con pesanti condanne in Tribunale, soprattutto a Roma e
Milano nel ’68 (oltre duecento arresti). La domanda di
ma$sa di droga nel mercato viene soddisfatta solo dalle
farmacie: si crea una separazione di fatto fra giovani pro­
letari e giovani della nuova sinistra che "fumano”; il rap­
porto è troppo rischioso, e i giovani proletari vengono "av­
viati” dalla logica del mercato alla farmacia. La Wellcome,
rappresentante italiana della gigantesca Burroughs Well­
come inglese, vede arrivare la Metedrina (Methedrine
Wellcome), un’anfetamina pura, all’8 % del suo fatturato.
Con la formula "anfetamina alle masse" e hascisc ai
pochi, non c’è da stupirsi se nel ’70 soltanto a Roma si
contano 560 tossicomani. Ma il momento determinante
nello sviluppo del modello delle tossicomanie, in Italia,
è il "Barcone.”
In seguito alla clamorosa operazione dei carabinieri
romani, si scatena un’eccezionale repressione di massa:
nel ’70, gli arresti hanno un boom e superano le 1.000 uni­
tà (cfr. M. Rusconi e G. Blumir, La droga e il sistema, Fel­
trinelli, Milano 1972, pp. 209-226); perquisizioni e retate ar­
rivano dappertutto, come nella villa di Praiano (Salerno)

134
L 'e r o i n a in Italia

dove l’attore William Berger e sua moglie Carol vengono


arrestati insieme a 15 amici per mezzo grammo di hascisc,
e restano in carcere più di un anno tranne Carol, che muo­
re al manicomio criminale di Pozzuoli. Il giudice istrutto­
re Verasani aveva rifiutato le cure (Carol era malata di
diabete) con la seguente motivazione: "questi drogati di­
cono di essere malati perché vogliono la droga." Il fatto,
famosissimo, rende l’idea del clima incredibile della re­
pressione post-"Barcone": retate di trenta-quaranta per­
sone a volta; titoloni sulle prime pagine dei giornali. Nasce
in Italia la “psicosi” droga: per decine di milioni di ita­
liani la droga diventa un “male oscuro," per centinaia di
migliaia di giovani, una tentazione proibita.
Solo tre anni dopo, l’opinione pubblica viene a sapere,
da un dossier di controinformazione di Stampa Alterna­
tiva (La droga nera) che la storia del “Barcone” era una
truffa: i carabinieri avevano dichiarato ai giornali di aver
reperito nel "Barcone” mezzo chilo di hascisc, siringhe,
eccitanti, e decine di giovani in stato confusionale; in
realtà, come risulta dagli atti dell’istruttoria, il corpo di
reato era mezzo grammo di hascisc “trovato" in un cesti­
no della spazzatura, e "nessun giovane fu incriminato per­
ché agli esami medici nessuno risultò aver consumato stu­
pefacenti." La colossale montatura, del “Tempo” e del
SID, aveva scopi politici precisi: tenere le decine di mi­
gliaia di studenti medi, in un periodo particolarmente
combattivo, sotto il mirino della repressione, coi poliziotti
davanti alle scuole, e genitori, comitati e presidi mobili­
tati in funzione antidroga; e, sul versante droga, determi­
nare il modello di sviluppo del mercato. I carabinieri co­
stituiscono Nuclei Antidroga in tutta Italia; lavorano go­
mito a gomito col Narcotic Bureau; intrattengono rapporti
continui con l'Ambasciata americana, diretta dal filo-gol­
pista, ambasciatore Graham Martin, amico del generale
Miceli (a cui ha fatto versare 500 milioni, secondo il Rap­
porto Pike del Senato USA); e inviano uomini in USA ai
corsi specializzati nelle tecniche di infiltrazione; il capi­
tano del Nucleo, Servolini, è stato numerose volte presen­
tato come fascista e non ha mai smentito: per esempio,
nella controinchiesta La strage di stato e su "Notizie Ra­
dicali"; secondo "Lotta Continua,” avrebbe protetto la
spedizione delle guardie forestali contro la RAI-TV nella
notte del golpe di Borghese (cfr. “Lotta Continua,” 4 ot­

135
L’eroina

tobre 1975, p. 2); la caserma di Servolini sta a pochi metri


dalla RAI; il famoso proclama agli italiani di Borghese
cominciava ricordando un’Italia ridotta a "popolo di dro­
gati, devastata dagli stupefacenti e dal comunismo." Siamo
nel periodo d'oro del generale Miceli e dei suoi rapporti
privilegiati con i politici e con l'ambasciata americana.
La grande paura della droga scatenata dal caso "Bar­
cone,” provoca degli effetti scientificamente prevedibili:
interessa alla droga, artificiosamente, centinaia di mi­
gliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla curiosità; è il
concetto, teorizzato in America di "scare"; "nella storia
della droga in America — dice Victor Pawlak, Direttore
della Do It Now Foundation — abbiamo visto che i grandi
boom dell’uso di certe sostanze sono stati provocati da
qualche campagna di stampa che ha fatto detonare un
panico di massa nella popolazione adulta e una curiosità
artificiale nella popolazione giovane." Successe cosi per la
colla degli aeroplanini: all'inizio degli anni 70 alcuni gior­
nali americani spararono sulle prime pagine la notizia
che un certo numero di ragazzini usava la colla come
droga inalante; un anno dopo, i "drogati" di colla, erano
passati da poche centinaia a centinaia di migliaia in tutto
il paese.
L'effetto del "Barcone" in Italia, fu il "boom" clamo­
roso dell’uso di anfetamina: non le pasticche dei ragazzi
"yé-yé," ma le iniezioni endovena. Nel 1970, i tossicomani
negli Ospedali Psichiatrici milanesi, sono meno di dieci;
nel 71, trentuno’, nel 72, centoquaranta; sono quasi tutti
casi di anfetamina e tutti casi di "bucomani,” abituati a
iniettarsi i farmaci; il "boom” dell’anfetamina coincide
con il "boom” del buco, con l’inizio della "cultura del
buco”: esattamente il modello corrispondente alle imma­
gini droga sparate dai giornali: il capellone con la siringa.
Le migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla droga,
trovano, a bassissimo prezzo e in libera vendita, l’anfeta-
mina: e trovano alla luce del sole e non disturbati dalla
polizia, gruppi di tossicomani pronti a insegnargli la tec­
nica dell’iniezione e fargli le iniezioni direttamente. Non
trovano invece la droga leggera, perché i prezzi comin­
ciano a essere alti (anche più di 2-3.000 il grammo), la
qualità scadente e la reperibilità scarsa: la caccia alle
streghe di Servolini e soci, è in pieno corso.
Cosi, decine di migliaia di ragazzotti in tutta Italia, co­

136
L’eroina in Italia

minciano la loro esperienza-droga dall’anfetamina in vena.


È il massacro. Dopo due anni, i casi di psicosi cronica
sono migliaia. I quartieri centrali come Brera e Campo
dei Fiori, ritrovo di compagni del movimento, ma già tar­
tassati dalla repressione, diventano teatro dei guai deli­
ranti dell’anfetamina; si inserisce il mercato grigio, che
specula sulle difficoltà di alcuni tossicomani cronici, guar­
dati male dai farmacisti, e fa circolare l'anfetamina a
prezzo maggiorato. "Vi siete mai chiesti dove sono finiti
alcuni vostri vecchi amici — si, di quelli magri — quelli
con gli occhi fuori dalle orbite — quelli matti — alcuni
sono morti. Vi ricordate il ‘Polacco’ e Peter, ovvero 40
pastiglie in due." "Se mi sputtano è perché vedo i miei
migliori amici che stanno male” scrive "Sballo,” un ra­
gazzo molto "dentro" alla Metedrina (Droga e sistema,
cit., p. 121), proprio in quel periodo, a Brera.
Nella primavera del 72, l'anfetamina è una piaga di
massa: oggi i ricercatori sanno che la rapidità e la vio­
lenza con cui è cresciuto il fenomeno sono una conse­
guenza diretta della campagna politica nata a Roma nel
marzo 70: la dottoressa Maria Grazia Cogliati, dell'équipe
psichiatrica dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia, diretta
dal professor Franco Basaglia, ha dedicato una lunga, lu­
cida e sconcertante analisi a tre annate del quotidiano
"Il Tempo” (1968-1970), compreso il caso "Barcone.” Il
lavoro, capillare e massiccio, dei "giornalisti d’assalto,"
funziona su un doppio livello: a) Influenzare direttamente
la burocrazia statale, i carabinieri e le forze di polizia,
sensibilizzandoli ancora di più alla repressione dura con­
tro i capelloni drogati e fornendo loro una copertura po­
litica. b) Influenzare l’opinione pubblica, a livello di mas­
sa, imponendo anche in Italia il mito della marihuana
come droga assassina: criminalizzando tutti i capelloni
come sospetti consumatori; l’effetto sul pubblico è pro­
fondo, perché "Il Tempo" funziona da direttore d’orche­
stra in tutta la campagna e le sue veline vengono riprese
da tutta la catena dei giornali di Monti e anche dalla stam­
pa nazionale: il risultato è "un atteggiamento basato sulla
paura, sul disprezzo e sull’intolleranza. " Si crea il tossico­
mane, perché chiunque inizia con le droghe nocive viene
sbattuto in un vicolo cieco, "impossibilitato a trovare un
lavoro o un alloggio o una solidarietà." Rendendo la vita
impossibile a decine di migliaia di freaks, capelloni e gio­

137
L’eroina

vani proletari, che vengono arrestati e fermati in conti­


nuazione dalla polizia, solo perché si ritrovano insieme
nelle piazze o nelle case e respinti e visti come drogati
dalla gente, costringe una parte di loro a darsi alla droga
pesante (Analisi del comportamento comunicativo di un
giornale romano, in Esperienze di una ricerca sulle tossi­
comanie giovanili in Italia, a cura di L. Cancrini, Monda-
dori, Milano 1973, pp. 194-230).
L'alleanza opinione pubblica-polizia è fondamentale per
rendere possibile e credibile la repressione dei giovani
proletari e delle droghe leggere; in società dove la gente è
più informata sulla nocività delle varie droghe, sui modi
efficaci di affrontare un eventuale problema di tossico-
mania, si crea automaticamente una rete di protezione,
dalla famiglia agli amici, intorno a chi usa droghe illegali;
in Italia, il caso tipico dopo il 70, è quello del genitore
che denuncia il figlio alla polizia e che chiede ai carabi­
nieri di salvarlo dalla droga. È un risultato eccellente, vo­
luto: la trasformazione della famiglia in una rete capil­
lare di spionaggio gratuito per la polizia. Una pacchia:
solo a loro spese, naturalmente, i genitori sprovveduti, che
hanno chiesto “aiuto” ai carabinieri, scopriranno che ciò
vuol dire mandare in galera il loro figlio per due anni e
trasformarlo in un rottame. Un’équipe dell’Istituto Supe­
riore di Sociologia di Milano, coordinata dal professor
Guido Martinotti, ha analizzato, valendosi di tecniche di
elaborazione elettronica, tutti gli articoli sulla droga ap­
parsi su sei quotidiani significativi ("Corriere della Sera,”
“Giorno,” "L'Unità,” "La Notte,” "La Stampa," "L’Avve­
nire”); ecco come vengono caratterizzati, nella maggio­
ranza dei casi, i consumatori di droghe leggere arrestati
dalla polizia: "devianti,” "squallidi," "disumani,” "violen­
ti," "sprovveduti,” (C. Caraccia, C. Costa, G. Martinotti,
La stampa quotidiana e la droga, in Droga e società ita­
liana, Indagine del Centro Nazionale di Prevenzione e di­
fesa sociale, Giuffré, Milano 1974). Nella ricerca condotta
per l’Amministrazione provinciale di Milano, gli psicologi
Quadrio e colleghi hanno rilevato statisticamente che nel
73, la stragrande maggioranza della popolazione aveva ac­
cettato le idee reazionarie diffuse dalla stampa: il 50,8 %
riteneva che individui particolarmente attirati dalla droga
fossero gli omosessuali; tra i problemi ritenuti "attual­
mente preoccupanti” in Italia, il 70,2 % dei giovani indi­

138
L'eroina in Italia

cava "la droga," e solo lo 0,9 % l’alcolismo, e il 3,8% l’a­


borto clandestino; l’83 % del campione riteneva che "le
droghe hanno solo effetti negativi,” il 38,4 % riteneva che
"tutte le droghe sono egualmente dannose,” il 23,9 % in­
dicava l'hascisc fra le droghe giudicate più dannose, il
33,2 % rispondeva "si" alla domanda "le darebbe fasti­
dio se un drogato venisse ad abitare nel suo quartiere,’’ il
45,1 % rispondeva "si" alla domanda "le darebbe fastidio
se un drogato venisse ad abitare nel suo caseggiato?" e
addirittura un 82 % di si per "se volesse imparentarsi con
la sua famiglia?" (A. Quadrio, B. Barbero Avanzini, F. Doga­
na, M. Sacchi, Il problema della droga nella società contem­
poranea. Indagine sulla opinione pubblica milanese, in Dro­
ga e società italiana, cit.).
Grazie al "Tempo" e ai carabinieri del SID, chi fuma
qualche sigaretta di marihuana è visto dalla gente peggio
di un lebbroso. È chiaro anche che nei giovani con queste
opinioni, basta un momento di esperienza personale con
una qualsiasi droga non schifosa, per far crollare tutte le
resistenze: il 33,5 % degli intervistati tra i 16 e i 20 anni
indica l’hascisc fra le droghe più pericolose. Sono masse
"predestinate" all'eroina.

I primi morti. L’anfetamina è una droga pesante

Il primissimo è Gianni Favero, 20 anni, di Mestre, as­


sassinato dalla Squadra Narcotici di Milano e dal carcere
milanese di San Vittore: i funzionari della questura lo
arrestano con un paio d'etti di hascisc in seguito a una
spiata. È la solita storia: i poliziotti di Milano e Roma
sono dei precursori del clima post-barcone degli anni ’70;
il capo della Mobile milanese, il dottor Beneforti, si sca­
tena contro i compagni che portano un po’ d’hascisc da
Istanbul, e intanto, invece che alla lotta contro gli evasori
fiscali o i truffatori alla Felice Riva, si dedica allo spionag­
gio telefonico, insieme a Tom Ponzi (fatti per cui finirà in
galera nel 73, nel corso dell'istruttoria sulle intercetta-
tazioni). II ragazzo arrestato questa volta è un consuma­
tore di anfetamina: in carcere non lo curano e muore
dopo pochi mesi per nefrite.
La seconda è Carol Berger, senza nessuna malattia di

139
L'eroina

droga: assassinata da un giudice istruttore di Salerno, che


le nega le cure (vedi paragrafo precedente).
I primi morti "diretti” sono del 72: e sono quattro;
Fiorella Nicolato, a Vicenza, in febbraio, uccisa da un bar­
biturico in associazione (lo Strofosedan); Pietro Lagomag­
giore in marzo, a Milano: anfetamine; Elisa Toso, 16 anni,
in settembre, a Trino Vercellese: anfetamine; Patrizia
Paolucci, a Milano in dicembre: anfetamine. Sono solo i
morti apparsi sui quotidiani nazionali: poi ci sono gli al­
tri, quelli che muoiono come cani, in una toilette o in una
soffitta, per una dose fatale di anfetamina; quelli di cui
parla "Sballo," non registrati dai medici o dalla stampa:
Tanfetamina non è una droga.

Dall’anfetamina alla morfina

Il 17 maggio 1972, il ministro della Sanità del governo


Andreotti, il democristiano Athos Vaisecchi (incriminato
nel 74 per lo scandalo del petrolio) inserisce nell’elenco
degli stupefacenti le anfetamine: ben 34 anni dopo la
Svezia e dopo una polemica di venti anni delle Nazioni
Unite contro lo stato italiano.
II provvedimento arriva all'improvviso, quando i con­
sumatori di anfetamina endovena sono in tutta Italia al­
meno diecimila, e i tossicomani non meno di cinquemila.
Il lancio pubblicitario della nuova legge è notevole (prima
pagina sui giornali); in parte è un provvedimento-truffa,
perché vengono messe fuorilegge soltanto un terzo delle
anfetamine, che le case ritirano dal commercio. Restano in
circolazione dozzine di specialità, dal Preluditi Compo­
situm della Boehringer al Magriz della Pierrel al Magrene
della Ravasini, al Tenuate della multinazionale Richard­
son and Merrell. Sono prodotti a fatturato altissimo per­
ché usati da centinaia di migliaia di persone, in mag­
gioranza donne, come dimagranti.
Gli effetti sul mercato della proibizione delle anfeta­
mine sono clamorosi; nell’autunno del 72, arriva, a Roma,
la morfina. Prezzi bassi, ottima qualità: è cloridrato di
morfina della Mercks, un’industria tedesca che si è sba­
razzata di enormi scorte (diverse tonnellate) di morfina
in pasticche, con un sistema originale. Le organizzazioni
internazionali di soccorso al Bangla Desh mandano viveri

140
Veroina in Italia

e medicinali; e acquistano le pastiglie (che la Mercks non


saprebbe come usare perché ne è stato proibito il com­
mercio). Milioni di pasticche finiscono a Peshawar, nel
Pakistan, e vengono rivendute al mercato nero agli euro­
pei di passaggio: 30 lire a pasticca.
Molti freak europei in viaggio verso l’India comin­
ciano a bucarsi con questa morfina; la voce si sparge, e
nell’autunno del 72, Roma, ai concerti pop, a Campo de’
Fiori e in numerosi quartieri, è inondata di morfina.
“Sono uscito di carcere nell'inverno 72, dopo un anno
e quattro mesi. Mi avevano dato la libertà provvisoria con
la legge Valpreda. Mi aveva arrestato il capitano Servolini
dei carabinieri antidroga, per una pastiglia di LSD, na­
scosta in una biro: l’hanno trovata per una soffiata.”
Comincia cosi il racconto di Roberto Canale, uno delle
centinaia di ragazzi e compagni romani, arrestati nel 70
dal Nucleo antidroga.
"Quando sono uscito, Roma non era più la stessa: Tra­
stevere completamente rovinata, Campo de’ Fiori piena
di spie, di mafiosi [...]. Quando sono entrato in carcere, a
Roma c’era qualche bucomane: sballati che si facevano
l’anfetamina; oppio o morfina nei giri di Trastevere e
Campo de’ Fiori non se ne vedevano quasi mai. Adesso,
arrivo sulla piazza e vedo dei ragazzi che vendono pasti­
glie di morfina davanti a tutti, come se fossero sigarette
di contrabbando. 'Ma non avete paura?’ Alcuni li cono­
scevo, erano ragazzi delle borgate. Si misero a ridere. 'A
te ne diamo gratis, prendila, è molto buona.'
"Credevo che fossero gentili perché erano vecchi ami­
ci e io ero appena uscito di prigione: mi sbagliavo. Face­
vano cosi quasi con tutti: gratis o per 200-300 lire.”
II memoriale di Roberto Canale, in possesso di Stampa
Alternativa e pubblicato in esclusiva in stralci da "Paese
Sera" (Sono un drogato, ecco la mia storia), un paginone
del 24 aprile 75, e 1’"Espresso” (Cosi funziona l'industria
della morfina, 27 aprile 1975), è il documento fondamen­
tale per capire la storia dell'eroina in Italia. Gli spaccia­
tori di morfina non erano grossi boss mafiosi o professio­
nisti: ma ragazzotti di periferia entrati in un’impresa più
grande di loro. Nella parte inedita del memoriale, Roberto
spiega di aver conosciuto in carcere parecchi ragazzi tos­
sicomani e amici di tossicomani: tutti, quando venivano
fermati da carabinieri del Nucleo Antidroga, venivano ri­

141
L’eroina

cattati. "Servolini e i suoi uomini,” racconta Canale, "gli


facevano questo discorso: ‘se fate gli informatori per noi,
vi lasciamo stare; altrimenti, due anni al gabbio (in gergo:
prigione) non ve li toglie nessuno.’ Il ricatto scattava an­
che quando i ragazzi venivano fermati senza droga. ‘A
quella ci pensiamo noi,’ diceva Servolini, 'i giudici tra la
nostra parola e la vostra credono a noi.’ [...]. Alcuni tos­
sicomani finivano nei guai per aver fatto delle ricette fal­
se: se i carabinieri fermavano un tossicomane, Servolini
gli faceva lo stesso discorso; però con una promessa in
più: 'Se lavori per noi ti diamo morfina gratis.’ Dopo che
ho cominciato a bucarmi, ho visto anch’io qualche volta
questa morfina: era diversa da quella del Pakistan (lo­
gico: Servolini non poteva arrivare al punto di conse­
gnare ai ragazzi droga uguale a quella che veniva vendu­
ta sul mercato dagli spacciatori, il gioco sarebbe stato
troppo scoperto), e si diceva che veniva dai Laboratori
farmaceutici che la forniscono in dotazione esclusiva al­
l’esercito. La chiamavano Palfium." Del Palfium abbiamo
già parlato: fu lanciato dall’industria belga alla fine degli
anni '50 come l’analgesico del secolo che non dà assue­
fazione, in realtà era una specie di morfina sintetica
con le stesse proprietà tossiche; i laboratori sono quelli
dell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze
(autorizzato a produrre sostanze stupefacenti dal mini­
stero della Sanità: aut. 1/860) che lavora esclusivamente
per le Forze Armate: i Carabinieri ricevono i medicinali
direttamente da loro.
Nel 73, tra la morfina del Bangla Desh e quella del­
l’esercito, Roma è inondata di droga pesante. Le pasticche
vengono soprannominate “Peshawar,” i clienti cominciano
ad arrivare anche da altre città, Milano, Bologna, Firenze.
La morfina fa strage fra i tossicomani da anfetamina,
già abituati alle iniezioni, e contenti di passare a una tos­
sicomania apparentemente più tranquilla dei continui de­
liri dell'“anfe”: le prime centinaia, migliaia, di reclute,
sono ex anfetaminici.
Gli spacciatori sono una trentina, ma lavorano parec­
chio, in una decina di "piazze," dal centro, Campo de’
Fiori, a zone come piazza Quadrata (il Piper), piazza Bo­
logna, la Balduina, Monteverde, a zone di periferia come
Boccea o Montesacro. I più importanti sono una decina
e non hanno difficoltà ad andare e tornare dal Pakistan

142
L’eroina in Italia

con decine di migliaia di pasticche; ogni giorno ne smer­


ciano centinaia, alla luce del sole: “I 10 pushers sono tutti
informatori dei Carabinieri del Nucleo Antidroga, vende­
vano sotto gli occhi dei carabinieri in borghese," accusa
il memoriale Canale. Il Nucleo non ha mai smentito: e
non ha reagito nemmeno alla clamorosa denuncia contro
il suo titolare (capitano Mazzotta) per “corruzione e spac­
cio di eroina” presentata il 2 luglio 1975 da Stampa Al­
ternativa alla Procura della Repubblica di Roma, in base
al memoriale ed a un voluminoso dossier.
D’altra parte, già nel 73, il "Corriere della Sera” aveva
pubblicato in prima pagina una clamorosa (quanto invo­
lontaria) rivelazione dell’ambasciata americana, racchiusa
in un libretto ad uso e consumo esclusivo dei turisti ame­
ricani, per metterli in guardia contro le leggi italiane, in
cui si affermava testualmente: "I giovani americani non
sanno che in Italia gli spacciatori di droga sono anche
spie del Nucleo Antidroga e vengono ricompensati in cam­
bio di informazioni dettagliate sugli acquirenti-consuma-
tori” (Alfonso Madeo, La droga trabocchetto per i turisti a
Roma, "Corriere della Sera,” 23 maggio 1973). Una chia­
ra accusa di protezione e connivenza, anche questa mai
smentita, anzi, in seguito alla quale il gran capo del-
l'Antidroga, il capitano Servolini, venne subito dopo desti­
tuito dalle sue funzioni e trasferito.
Gli spacciatori agiscono indisturbati; mentre conti­
nuano al solito ritmo gli arresti per hascisc, non un solo
arresto viene effettuato per detenzione o spaccio di mor­
fina tra il 72 e l'estate del 73.
Dal febbraio 1973, il Centro Antidroga del Comune
di Roma comincia a ricevere i primi casi di intossicazio­
ne da morfina: nel settembre 1974, è possibile fare i
conti. Sono passati dal centro, 160 giovani: tutti consu­
matori abituali di oppiacei; nel 1970, su 142 tossicomani
contattati dal Centro per le tossicosi da stupefacenti e
psicotropi gestito dall'équipe di Cancrini (e ora chiuso),
nessuno era morfinomane o eroinomane, tutti erano far­
maco-dipendenti da psicofarmaci (cfr. L. Cancrini, M. Ma-
lagoli-Togliatti, G. Meucci, Droga: chi, come, perché, San­
soni, Firenze 1972, pp. 53-54). La situazione si è com­
pletamente ribaltata: l’escalation dall’anfetamina alla
morfina è documentata in modo evidente. Il neuropsi­
chiatra dottor Riccardo Zerbetto, dell’équipe del Centro

143
L'eroina

Antidroga, segnala un 36 % di ex consumatori di anfe­


tamine, più di un terzo del totale (in L’impiego del meta­
done nel trattamento della morfinodipendenza, in "Ras­
segna di studi psichiatrici,” voi. LXIII, fase. 6, novem­
bre-dicembre 1974, p. 875).

Dalla morfina all’eroina. L’inverno dell'eroina: 74-75

Quando le scorte pakistane di morfina della Mercks


finiscono, il giro cambia: è il momento dell’eroina, che
ad Amsterdam (74) si trova anche a 10.000 lire al gram­
mo. Tutti i morfinomani passano senza difficoltà all'eroi­
na: l’inverno 74-75 segna l’inizio della diffusione di massa.
"Ormai a Livorno, quelli del giro bucano quasi tutti.
L’eroina si è fatta viva già da un pezzo, da parecchi mesi
(prima era un fatto sporadico) con regolarità. Costa 10.000
lire a busta e i ragazzi incastrati la rimediano con furta-
relli o vendendo altra 'ero.’ Per quanto riguarda l’hascisc,
il discorso è quello che si fa in moltissime città: per pe­
riodi relativamente lunghi sparisce del tutto e appare la
roba pesante; e dopo un po’ l’erba ricompare ancora, ma
a prezzi assurdi: per 5.000 lire ti danno un ‘joint’ [si-
garettone a base di hascisc, iV.d.R.], un 'joint' e mezzo.
Arresti, per il fumo, ce ne sono sempre. Per l’eroina, uno
0 due: chi ce l’aveva per venderla, è subito uscito; l’altro,
un ragazzo di 18 anni preso nel giro, è ancora dentro,”
scrive all’inizio della primavera una studentessa di Li­
vorno.
"A Genova (da sempre una buona piazza per l’acqui­
sto di droghe leggere provenienti dal porto) circa tre
mesi fa quei figli di puttana mafiosi hanno fatto sparire
quasi completamente la 'merda’ (è la parola di gergo
per l’hascisc)” scrive un compagno anarchico. "All’inizio
l’hanno distribuita anche gratis o comunque a un prezzo
bassissimo. Adesso sono passati a 90.000 lire il grammo;
per quanto riguarda la ‘merda,’ i prezzi prima dell’inver­
no erano questi: marocco: 60.000 all’etto; libano rosso:
80.000; pakistano nero: 90.000. I prezzi delle stecchette
partivano da un minimo di 1.500-2.000 al grammo. Adesso
1 prezzi sono cambiati ed è difficilissimo trovare della
roba che non sia una fregatura: marocco: 90.000; libano:
100.000; pakistano nero, minimo minimo 170.000. In cer­

144
L’eroina in Italia

te strade il nero va addirittura a 270.000, 250-300.000.”


L’operazione eroina si basa su tre fattori:
a) Senza nessun problema, sparita la morfina, sosti­
tuirla con l'eroina; anche se i prezzi sono piu alti, i mor­
finomani non hanno scelta, e l’eroina è anche farmacolo­
gicamente un sostituto adatto.
b) La manovra di mercato: i mafiosi dell’eroina con­
trollano una quota del mercato della droga leggera; non
hanno nessuna difficoltà a fingere una carestia della mer­
ce o ad alzare artificiosamente il prezzo; contemporanea­
mente, immettendo sul mercato eroina a basso prezzo
0 semi-gratuita, si compie un’operazione promozionale
verso i "neofiti" della droga, le migliaia di ragazzi, che,
stimolati dai meccanismi che abbiamo descritto in pre­
cedenza, si avvicinano al mercato nero per “provare" la
droga; nella misura in cui, come documentano le inda­
gini di Quadrio e della sua équipe di psicologi, questi ra­
gazzi ignorano i pericoli dell’eroina, o hanno un’immagine
confusa della droga in generale, non esistono resistenze
specifiche all’uso di eroina. Inoltre, la migliore pubblici­
tà è quella del prezzo basso: ciò è particolarmente vero
per i giovani operai, proletari e sottoproletari. Nell’in­
verno ’74-75, nelle grandi città operaie come Torino e
Milano, quello del prezzo è il fattore-chiave con cui ven­
gono agganciati i giovani operai.
c) Chi controlla il racket dell’eroina ha la necessità
per potere alterare i prezzi del mercato delle droghe leg­
gere, o per poter limitare drasticamente la disponibilità
di hascisc, di influire sulle quote di mercato dell'hascisc
controllate da altri, non legati al racket. L’unico modo
di influire su queste quote sono gli arresti e i sequestri,
che non possono, per evidenti motivi, essere operati diret­
tamente dai trafficanti. Tuttavia il trimestre novembre-
gennaio segna un "boom” clamoroso negli arresti per
droghe leggere: oltre 2.000 in tutta Italia, pari a una me­
dia annua di 8.000. I "fumatori" vengono arrestati a doz­
zine alla volta, compreso piccole città come Monza, dove
il 16 dicembre (cfr. "II Giorno") vengono arrestati dodici
ragazzi di Lissone, Macherio, Sovico: di cui 8 operai e
1 meccanico; l’epidemia coinvolge molte regioni e città
dove per anni gli arresti sono stati rarissimi o inesistenti:
l’Umbria (Spoleto, Foligno, Temi, Perugia), la Calabria
(decine di arresti a Catanzaro), il Veneto (Vicenza, Pa­

145
L'eroina

dova e molti centri minori), la Sardegna (Sassari), Friuli


(Trieste: 13 arresti in un colpo solo; Udine: 31 a gen­
naio); i centri minori della Lombardia (Bergamo, Trevi-
glio), la Puglia (Bari, Mola), la Sicilia (Catania, Palermo);
nelle grandi città (Torino, Firenze, Bologna, Roma, Mi­
lano, Genova) c’è un'intensificazione delle retate e so­
prattutto a Milano si cerca di colpire le quote più vistose
dell'importazione : il 26 gennaio, i carabinieri sequestra­
no 41 chili di olio di hashisc, il cui valore è dieci volte
superiore all'hashisc semplice (stimato in mezzo miliar­
do). Le operazioni nel Nord Italia sono promosse dal
Nucleo Antidroga dei carabinieri di Milano, diretto dal
capitano Guarnotta, braccio destro di Servolini nel caso
del "Barcone" sul Tevere (e autore in proprio della fa­
mosa provocazione contro Re Nudo: 67 arresti in un cir­
colo privato); al centro fra Roma-Umbria-Firenze-Napoli,
dal Nucleo Antidroga dei Carabinieri di Roma.
I Nuclei Antidroga ritornano a farla da protagonisti
nell’operazione eroina: soltanto col loro aiuto i trafficanti
di eroina possono infatti controllare le quote di mercato
(droghe leggere) non in mano loro; l'operazione "inver­
no dell'eroina," con ritiro delle droghe leggere e massicce
immissioni di eroina a basso prezzo funziona e riesce
perché con i 2.000 e passa arresti e con gli importanti
sequestri delle medie e grosse importazioni, i carabi­
nieri hanno bloccato il mercato dell’hascisc, dando via
libera ai trafficanti dell’eroina.
II Nucleo Antidroga di Milano di Guarnotta aveva
addirittura anticipato la vicenda: informando la stampa,
in dicembre, che “i giovani stavano passando dalle droghe
leggere all'eroina," e coinvolgendo, con molto clamore
sui giornali, il prefetto Petriccione e le autorità milanesi:
in pratica, qualche mese prima delle sinistre, i carabi­
nieri fanno trapelare lo "scandalo eroina.” È una specie
di copertura, quasi un mettere le mani avanti per quello
che — non possono non saperlo — succederà entro pochi
mesi, e di cui dovranno giustificarsi dinanzi all’opinione
pubblica: ma le scuse ante litteram sono penose:
a) Il picco degli arresti per I’hascisc viene spiegato
cosi: "Si arriva al punto che gli spacciatori di droghe
pesanti denunciano a polizia e carabinieri i colleghi delle
droghe leggere per toglierli dalla circolazione."
b) La strada aperta all’eroina è inevitabile perché "le

146
L'eroina in Italia

sostanze stupefacenti minori aprono la via all'uso delle


droghe più micidiali” (cfr. “Il Giorno,” 30 settembre 1975,
p. 19, per una ricostruzione della vicenda).
I risultati dell’inverno "eroina e carabinieri" si fanno
presto sentire: quattro ragazzi muoiono di eroina. A Bo­
logna, Borgo Panigaie, il 24 dicembre Enzo Piras, 19 anni,
di Nuoro; a Milano, 7 gennaio, Giovanni Longoni, 23 anni;
a Udine, 19 gennaio, Moreno Venturini, 19 anni (morfi­
na); a Genova (febbraio), un minorenne.

Dalla marihuana ei passa all’eroina

Il mito che dalla marihuana si passa all’eroina è stato


diffuso negli anni '50 dal capo del Federai Bureau of
Narcotics, Harry J. Anslinger, legato alla destra mac­
cartista, per un motivo preciso: dopo che la Commissio­
ne del Sindaco di New York, Fiorello La Guardia, aveva
escluso i pericoli comunemente attribuiti alla canapa
dalla propaganda del Bureau (criminalità, violenza, psi­
cosi, assuefazione, ecc.: cfr. Mayor La Guardia’s Commit-
tee on marihuana, The Marihuana Problem in thè City
of New York, J. Cattell Press, Lancaster, Pa. 1944) e una
serie di studi successivi avevano confermato le tesi della
Commissione, il Narcotic Bureau non aveva più argo­
menti per giustificare la repressione anti-"erba.” Cosi
Anslinger inventò letteralmente questo nuovo mito in
una celebre seduta al Senato, rispondendo al senatore
Daniel che gli chiedeva perché, dato che il vero pericolo
è l'eroina, conveniva conservare le leggi antimarihuana:
"Il nostro grande problema è che la marihuana può por­
tare aH’eroina" risponde Anslinger (Illicit Narcotics Traf-
fic: Hearings, U.S. Senate, 1955, part. 9, p. 4193).
Pochi anni prima, il bugiardo Anslinger aveva detto alla
Camera, in piena campagna per la proibizione della ca­
napa: “Non ho mai sentito neanche un caso di progressio­
ne dalla marihuana all’eroina. Il drogato di cannabis non
va mai in quella direzione” (Hearings before thè Com-
mittee on Ways and Means, U.S. House of Representati­
vos, 75th Congress, lst Session Aprii and May, 1937, p. 24).
Negli anni Settanta, i fatti hanno contribuito a stron­
care definitivamente la teoria dell’escalation: gli eroino­
mani in America sono 720.000, un numero più o meno

147
L'eroina

uguale a quello degli inizi del ’900, e che si è conservato


costante lungo tutto il secolo; e i fumatori di canapa
sono passati dalle poche decine di migliaia nelle comunità
di colore degli anni ’20, agli attuali 20 milioni.
In Italia, i consumatori abituali di eroina sono sti­
mati in 20.000 alla fine del 75; un'indagine della sezione
sociologica del Comitato Scientifico "Libertà e Droga"
ha permesso di valutare in modo inequivoco l’ampiezza
del consumo di marihuana.
Il sondaggio dell’Istituto di Ricerche Demoscopiche
"Slamarle'’ di Roma, condotto per "Panorama” nel giu­
gno 75, ha accertato che almeno 300.000 giovani dai 14
ai 18 anni fumano con una certa frequenza; l’indagine
del "Libertà e Droga” è stata condotta su un campione
di giovani dai 19 ai 29 anni, all’inizio del 76: il 3,1 °/o
"fumava” con una certa frequenza: da "raramente” (due
volte al mese) a "spesso” (più di una volta la settimana),
per un totale di 270.000 consumatori; agli intervistati ve­
niva anche rivolta la domanda “Hai un fratello con più
di 28 anni che fuma?", il 9 °/o rispondeva affermativa-
mente, individuando in tal modo oltre 24.000 "fratelli
maggiori" consumatori. I 270.000 consumatori fra i 19
e i 29 anni non devono stupire: chi ha oggi 29 anni ne
aveva 20 all'inizio del fenomeno hascisc in Italia; la per­
centuale dei consumatori è comunque meno della metà
di quella delle generazioni dai 14 ai 18 anni; i "fratelli
maggiori" di 34 anni, infine, avevano 25 anni nel ’67.
Il totale dei due sondaggi comporta una cifra di 594
mila consumatori accertati: a cui vanno ovviamente ag­
giunti le migliaia di consumatori delle generazioni più
anziane.
600.000 consumatori in Italia: un numero non certo
sbalorditivo se si tiene conto che equivale all'1,1 % del­
l’intera popolazione contro il 10 % degli Stati Uniti (20
milioni di consumatori accertati nel 75), e l’8,5 % del­
l’Inghilterra (4 milioni di consumatori accertati nel 74)
stimati dai sondaggi BBC-TV.
600.000 consumatori di marihuana contro 20.000 con­
sumatori di eroina sono anche per l’Italia una secca smen­
tita al mito dell’escalation (il volume degli eroinomani è
appena il 3,3 %).
Consapevoli di queste prove schiaccianti contro le loro
tesi, i sostenitori dell’escalation, che attraverso questa

148
L’eroina in Italia

teoria cercano in qualche modo di esorcizzare il feno­


meno marihuana, di definirlo come comunque negativo,
al di là dei pericoli intrinseci della sostanza, hanno pro­
vato ad autolimitarne la portata: è la tesi del Movimento
Lavoratori per il Socialismo e dei suoi comitati antidro­
ga: "Si, la marihuana non costringe a passare all’eroina,
però in certi soggetti, specie se proletari crea una predi­
sposizione all’uso di droghe pesanti.”
L’unico modo di verificare questa tesi è vedere, nei
gruppi di persone che, da un punto di vista cronologico,
"passano” all’eroina, se esistono dei fattori presenti in
misura notevolmente più rilevante che nei gruppi che
"non passano”: se non c'è nessuna differenza, oltre alla
condizione proletaria, possiamo dare ragione al Movi­
mento Lavoratori per il Socialismo.
I ricercatori del Comitato Scientifico "Libertà e Dro­
ga” hanno elaborato un questionario che è stato sottopo­
sto a 400 giovani, dai 17 ai 22 anni. Si trattava di due
gruppi, campionati con gli stessi criteri: 200 ragazzi che
fumavano marihuana da tre anni e non erano passati al­
l’eroina; e 200 ragazzi che "avevano cominciato” dalla
marihuana, dopo due anni erano "passati" all’eroina, e con­
sumavano eroina regolarmente da almeno un anno, con
un grado elevato e indubbio di dipendenza fisica.
I due gruppi erano il terreno ideale per vedere il peso
del fattore marihuana in un’eventuale "escalation” alla
eroina; praticamente due gruppi che per due anni ave­
vano avuto lo stesso comportamento (uso di marihuana)
e poi si erano divaricati: uno aveva continuato con la
marihuana, l'altro era "passato” all’eroina.
Le domande del questionario comprendevano pratica-
mente tutte le situazioni sociali e psicologiche e le moti­
vazioni che vengono chiamate in causa quando si vuole
spiegare l’uso di eroina. Le domande venivano poste di­
rettamente (“sei mai stato in istituto di rieducazione? per
quanto tempo?”) senza metterle in relazione all’uso di
eroina (tipo: usi eroina perché sei stato male con l’espe­
rienza del riformatorio?). In questo modo saltavano fuori
i fatti, senza l’interpretazione personale del ragazzo, che
veniva raccontata invece in un dialogo più personale (in­
tervista). Tutte le risposte venivano raggruppate in una
serie di fattori-chiave:

149
L'eroina

"Guai." — Fogli di via, espulsioni dalla città ove si


vuole abitare; ricercati dalla polizia, latitanti, renitenti
alla leva, costretti a nascondersi e a vivere in stato di
semi-clandestinità col rischio continuo di essere arrestati;
schedati dalla polizia per droga e tenuti d’occhio dalle
squadre narcotici; perquisizioni, retate per droga; rico­
veri in ospedale psichiatrico (non per droga); reclusione
in riformatorio e istituti di correzione per minorenni.
"Prigione." — Arresti in base alla legge antidroga;
processi; condanne; uno o più mesi di detenzione per
droga o per reati minori.

Conflitti con la famiglia


"Dipendenza economica dalla famiglia.” — I casi in
cui è vissuta in modo angoscioso: perché costringe il gio­
vane a vivere coi genitori quando non li può sopportare
nemmeno fisicamente; "va in paranoia” se sta con loro
anche solo pochi minuti; e d’altra parte non ha assoluta-
mente alternative, o non riesce a trovarle. Qualche volta
dorme fuori casa ma è costretto a tornare in continua­
zione perché altrimenti andrebbe alla rottura con i suoi
e invece non vuole rompere definitivamente perché non
ha un’alternativa economica.

Problemi sessuali gravi


"Famiglie rotte." — Genitori separati, situazioni per­
manenti di tensione tra genitori; ecc.

Cattivo rendimento scolastico e problemi con la scuola


"Senza casa." — Sulla strada, senza un "buco" dove
andare a dormire; solo nei parchi, case abbandonate, ecc.
Nessuna possibilità di comfort e di rilassamento in una
stanza o su un letto neanche di giorno.
“Senza soldi." — Rottura totale con la famiglia (fuga
da casa, ecc.) e situazione senza nessun lavoro e nessuna
entrata; condizioni di fame, sopravvivenza chiedendo le
cento lire o qualche amico che offre un panino; abbando­
no del posto di lavoro o licenziamento e impossibilità as-

150
L'eroina in Italia

soluta di trovarne uno nuovo, e situazione economica co­


me sopra.
“Paranoia.” — Nessun ricovero in manicomio; ma una
situazione personale "al limite": idee di suicidio, crisi
grave, sofferta, nel rapporto con la propria ragazza/ra-
gazzo, con angoscia e paranoia; crisi esistenziale di fon­
do, "non me ne frega più di niente."
Tutte le domande per gli eroinomani riguardavano il
periodo di tempo precedente all’uso di eroina.
Sono stati naturalmente esclusi i due fattori esami­
nati a parte: cioè la disinformazione e l’uso di psico­
farmaci.
Risultati: nel campione “marihuana," il 9 % aveva la
famiglia "spezzata," T8 % problemi sessuali "notevoli,” il
13 % guai con la scuola, il 28% conflitti significativi con
la famiglia. Nel campione "eroina,” famiglie "rotte” 11%,
problemi sessuali 8 %, scolastici 16 %, conflitti coi geni­
tori 30 %. Per questi fattori, sesso, famiglia, scuola, che
vengono elencati comunemente fra le "cause” delle dro­
ghe pesanti, non c’era nessuna differenza fra marihuana
e eroina; e nessuna differenza consistente con un cam­
pione di giovani appena limitatamente "non conformisti”:
problemi di sesso, scuola e famiglia sono cioè presenti
fra i consumatori di droghe (leggere o pesanti) in mi­
sura simile a quella dei coetanei non consumatori.
Le differenze fra marihuana e eroina erano invece cla­
morose negli altri fattori; "senza casa”: 6 % marihuana,
28 % eroina; "guai”: 6 % marihuana, 35 % eroina; "di­
pendenza economica dalla famiglia iper-sofferta”: 3 %
marihuana, 40 % eroina; "senza soldi”: 5 % marihuana,
36 % eroina; "paranoia”: 4 % marihuana, 42 % eroina;
“prigione": 4 % marihuana, 30 % eroina. Per la marihua­
na le percentuali sono di poco superiori a quelle che si
riscontrano in un campione "normale” di giovani, cioè
non consumatori; alla voce "guai,” la percentuale alta è
ovviamente determinata dalla situazione legale partico­
lare dei consumatori: 20.000 arresti dal ’67 ad oggi. Le
voci "senza casa,” "senza soldi,” sono più cospicue del
normale per la notevole incidenza quantitativa del feno­
meno "freak” in Italia dopo il '69: praticamente tutti i
"freak” fumano e la maggioranza è senza casa e senza
soldi. La voce "paranoia” è simile a quella dei giovani

151
L'eroina

"normali.” Il fattore "dipendenza economica dalla fami­


glia” è leggermente inferiore a quello dei non consuma­
tori: in numerose interviste, i consumatori attribuiscono
questo fatto a certi effetti de-nevrotizzanti della marihua­
na. Rispetto a un campione normale di fumatori di ma­
rihuana, va notato che si tratta di ragazzi tutti consu­
matori regolari abituali, con un’esperienza di tre anni:
ecco perché vi sono molti "freak”; se si fosse preso in esa­
me un campione normale, comprendente anche fumatori
saltuari, occasionali e giovani che fumano da pochi mesi,
sarebbe stato più allargato il numero degli studenti.
Per l’eroina, la maggioranza rispondeva si a due dei
cinque fattori (casa, soldi, dipendenza economica, guai,
paranoia); il 16 % rispondeva si solo a "paranoia.” Le
percentuali per questi cinque fattori sono enormemente
superiori a quelle di un campione normale di giovani; e,
come abbiamo visto, enormemente superiori a quelle dei
"fumatori.” Nelle interviste personalizzate, i "tossicoma­
ni," raccontando la propria storia, mettevano in evidenza
una situazione critica che a un certo punto li aveva in­
dotti a cominciare con l'eroina; come abbiamo accennato,
si tratta di ragazzi che hanno cominciato a "bucarsi,"
sapendo che l'eroina dà assuefazione. Alla voce "guai,”
molti hanno raccontato di aver cominciato con l’eroina
dopo essere stati in galera; o addirittura durante il pe­
riodo di detenzione; parecchi hanno cominciato perché
dei loro amici o la loro ragazza/ragazzo, era in prigione
0 doveva scontare una pena lunga; frequentissimi i guai
con istituti per minori; quasi tutti riferiscono di aver
usato l’eroina anche per sfuggire a una situazione di an­
goscia continua per gli arresti e la repressione. Il modo
di vita “sulla strada" (senza casa e senza soldi) crea, se­
condo gli intervistati, una situazione psicologica partico­
lare: la mancanza di alternative rende disponibili a espe­
rienze come l’eroina; soffrendo in continuazione la fame
e il freddo e la scomodità, l’eroina offre sensazioni anche
fìsiche meno spiacevoli. I ragazzi della marihuana in con­
dizioni simili raccontano una grossa differenza: cioè la
loro scelta non è obbligata, vivono sulla strada per un
certo periodo perché hanno deciso di fare questa vita;
1 ragazzi dell’eroina qualche volta hanno cominciato per
una decisione, ma poi, anche quando avevano voglia di
cambiare, si sono trovati senza alternative: cercavano un

152
L'eroina in Italia

lavoro e non lo trovavano, cominciavano qualche attività


artigianale ed erano costretti a smettere per mancanza
di licenza, e cosi via.
Una piccola minoranza (6 %) non ha risposto si a nes­
suna domanda sui cinque fattori; e nelle interviste ha
dichiarato di aver iniziato e continuato perché trovava
l’eroina, nel complesso, una "buona droga” o una sostanza
interessante. Il 15 % aveva cominciato per motivi solo
esistenziali (voce “paranoia"). Nelle interviste nessuno
ha dichiarato di aver cominciato l’eroina a causa del pre­
cedente uso di marihuana e tutti hanno sottolineato una
differenza sostanziale tra le due droghe: la prima, in
molte situazioni, rende più sensibili, anche alle cose nega­
tive (interiori o esterne); la seconda, "stacca” compieta-
mente dalle situazioni esterne, e fornisce quasi automa­
ticamente una certa calma anche se si è agitati o nervosi.
I risultati della ricerca sono molto chiari: chi sa che
l’eroina dà assuefazione comincia ad usarla in seguito
a una situazione molto precisa; cioè un malessere origi­
nato da fattori sociali molto grossi. Quando un paio di
questi fattori si combinano, per esempio “guai” con "pa­
ranoia,” in molti individui "salta" la possibilità materiale
o fisica o psicologica di resistere al disagio, e allora l’eroi­
na è vista come una soluzione. Solo una minoranza co­
mincia per motivi solo esistenziali. La maggioranza dice:
"ho cominciato perché ero nella merda,” e quando si sca­
va, si scopre che la "merda" è rappresentata da una serie
di guai: al primo posto, la repressione spietata (familiare,
sociale, economica) contro chi tenta di vivere in modo
diverso e la repressione contro la marihuana.
La ricerca conferma ciò che è successo anche nel re­
sto d’Europa: in un certo momento, negli ultimi dieci
anni, in tutti paesi, si è scatenato lo "scandalo droga”;
con due conseguenze: uno, la diffusione di miti assurdi
sulla “droga," compreso la favola della marihuana come
droga di passaggio; due, una repressione formidabile con­
tro le droghe leggere e contro i "capelloni” o gli "hip­
pies." "II risultato," spiega il sociologo inglese Jock
Young, "è che la stupida profezia della marihuana come
droga di passaggio diventa vera: cioè migliaia di giovani
vengono talmente tartassati con gli arresti e l'emargi­
nazione economica, che diventano, per queste condizioni
schifose di vita, disponibili all’eroina” (cfr. anche Young,

153
L'eroina

J., Poliziotti e drogati, in "Comunità,” n. 168, dicembre


1962; e The drugtakers, Paladín, London 1971).
Scheda. — Francesco Nicoli, detto "Giasone" è morto
a Roma, nei pressi di Campo de’ Fiori, in una casa ab­
bandonata, per una dose eccessiva di anfetamina (Prelu­
diti, un dimagrante), il 20 settembre 1974. Una controin­
chiesta fra i suoi amici ha permesso di ricostruire "come”
era arrivato all'anfetamina usata in modo massiccio. "Gia­
sone” era un freak come tanti di quelli che vivono sulla
strada, che si spostava di città in città, a seconda di dove
trovava un ambiente adatto alle sue esigenze. Venezia,
1969: fermato e perquisito dalla Questura. Foglio di via,
con diffida a tornare a Venezia, pena l’arresto. Roma,
1972: retata della polizia, interrogatorio, altro foglio di via.
Ma Giasone ha trovato un lavoro a Roma e non si può
spostare: quindi, due mesi dopo, viene arrestato a Roma
per contravvenzione al foglio di via, due mesi a Regina
Coeli. Scarcerato, colleziona altri due fogli di via a Mila­
no e a Bologna. Torna a Roma, viene incastrato di nuo­
vo, in carcere un mese e mezzo. Passano sei mesi, torna
a Roma, ricercato. La polizia lo trova, in una soffitta,
cadavere.

Eroina ’76

Firenze: una testimonianza esemplare (inverno 75)


Qui a Firenze fino a un paio di anni fa, l'eroina era
praticamente sconosciuta, salvo casi isolati. A livello di
droga pesante, arrivava di quando in quando portata da
qualcuno proveniente dall’India o Thailandia, la morfina;
a volte circolava anche oppio, ma sempre in quantità
modiche. “Fumo" (cioè droghe leggere, marihuana, ha­
scisc) se ne trovava abbastanza di frequente.
Ai primi del 1974, cominciarono ad arrivare i primi
quantitativi di eroina, e la morfina anche si diffondeva
molto di più. Piazza Santo Spirito diventa decisamente,
per l'ovvio motivo di essere frequentata da un gran nu­
mero di freak, il centro di ritrovo: i piccoli spacciatori,
in numero limitato, ma in compenso molto attivi, capi­
scono che possono fare affari lucrosi; manca una reazione

154
L’eroina in Italia

a livello di "opinione alternativa,” in piazza ai vecchi fre­


quentatori si vanno sostituendo ragazzi sempre più sban­
dati, minorenni scappate di casa, mafiosetti, ecc. Trovato
il loro terreno ideale, gli spacciatori si mettono all’opera:
arrivano i ragazzini in cerca della "droga" e loro gli pro­
pinano l’eroina. Sono in molti a cascarci: nell’estate del
1974, l’eroina comincia decisamente a diffondersi, a prezzi
di facile accessibilità.
Il processo di espansione è continuo, e ora come ora
è difficile trovare qualcuno che non abbia "bucato” in
molti degli ambienti simil-freak; ho notato anche che
molti militanti della sinistra rivoluzionaria hanno comin­
ciato coi "buchi.” Poi ci sono i vecchi "bucatori” di an­
fetamina e "speed” in genere [tutte le sostanze anfeta-
mino-simili, N.d.R.], che per le difficoltà di procurarsi
la materia prima (con decreto del ministero della Sa­
nità, nel 1972, sono state vietate molte specialità medi­
cinali a base di anfetamina), passano all’eroina come so­
stitutivo, rimanendo spesso agganciati.
Al momento attuale, i bucatori fissi, spesso in cattive
condizioni di salute, sono varie centinaia. Al reparto tos­
sicologico degli Ospedali riuniti di Careggi e S. Maria Nuo­
va, attualmente ne sono ricoverati circa duecento, e l’as­
sistenza è inadeguata; clinicamente i casi di guarigione
sono al momento due, quelli di tossicomania accertata,
oltre mille.
L’espansione dell’eroina è in pieno "boom” insomma;
sono pressoché spariti, a livello di spaccio sulla strada,
erba e "hasc,” che continuano ad arrivare, in quantitativi
molto più ridotti, portati da gente di ritorno dal Marocco
o dall’Oriente o molto più raramente dagli Stati Uniti
nel caso dell’erba. Rarissima l’erba sudamericana; ci sono
anche quantitativi, di erba coltivata in Italia. Esempio
classico di questa evoluzione una città come Livorno,
dove, fino a un paio di anni fa, era molto facile trovare
il fumo a livello di piccoli "spaccia," e ora è compieta-
mente sparito.
La nostra impressione è che invece qui a Firenze non
esiste un vero e proprio racket di grosse dimensioni: i
tipi che spacciano sembrano in genere autosufficienti, si
fanno una volta o due al mese il loro viaggetto ad Amster­
dam e tornano con la roba che poi rivendono a prezzi
piuttosto alti. Un grammo di eroina "bianca” [in teoria

155
L’eroina

dovrebbe essere la più "pura," N.d.R.] costa sulle 100-


120.000 lire, il "brown sugar” (l'eroina tipica di Amster­
dam, con una purezza relativamente alta, il 40 %) sulle
80-100.000 lire. Per procurarsela, basta andare in Piazza
Santo Spirito, chiedere a qualcuno che se la procura dallo
"spaccia” e te la porta di li a poco. La busta sui 40-50
milligrammi costa mediamente sulle 10-15.000 lire, il che
porta il costo del grammo (e quindi incrementa il gua­
dagno) a oltre 200-300mila lire.
Spesso gli spacciatori sono a loro volta consumatori:
in ogni caso il numero degli spacciatori di professione,
pur non alto, continua a crescere: qui faccio dei nomi,
sono certo che si tratta di spacciatori di professione; ho
condotto una specie di indagine tra i bucatori e conosco
personalmente parecchi "agganciati," ed anche le per­
sone di cui vi do per certa l'attività di spaccio. Il loro
centro è Piazza Santo Spirito, ma da un po' si sono spo­
stati anche al bar "Le Colonnine.” Guardarsi assoluta-
mente da Mario, detto "il biondo,” che pare certo sia
anche un confidente della polizia: a Firenze, è il più noto
spacciatore e sicuramente vende anche buste più che ta­
gliate (di solito, talco). Da un paio d’anni fa il bello e
il cattivo tempo in Santo Spirito e rifila anche notevoli
porcherie. Altro personaggio notevole è Rocco, corriere
della droga nel vero senso della parola, anche se non ri­
sulta che sia confidente. Personaggi super-sospetti di con­
nivenza con la polizia sono anche Remo detto "Patrizia,”
e il suo amico-amante Tonino, che detengono e spacciano
la peggiore eroina tagliata in maniera assurda. Tipi che
vanno e vengono dalla questura, per intenderci.
Un altro grosso giro ha per base Modena, e qui biso­
gnerebbe chiedere informazioni a qualcuno del luogo: di
certo molta dell’eroina passa per questa città prima di ar­
rivare a Firenze. Mi hanno parlato di un giro di cinque-sei
persone, sui trent’anni, che vanno e vengono dalla Thai­
landia, ma so soltanto che a Firenze circolava un certo
Gianni che pare sia un loro galoppino. Guardarsi anche da
lui, comunque. Un notevole stronzo è anche Ezio, ultimo
arrivato nel novero degli spaccia, ed ora detenuto in Ger­
mania (l’hanno beccato con alcuni grammi di eroina al con­
fine con l’Olanda). Questo tale è uno che bada al soldo e
ti rifila roba incredibile.
La squadra narcotici di Firenze ha per capo il dottor

156
L'eroina in Italia

La Sorte; spesso con lui il famigerato brigadiere Mercal-


do, che fa coppia fissa con l’agente scelto Zaccaria: sono
loro i responsabili degli arresti di un gran numero di
gente, quasi sempre per fumo. I magistrati che si occu­
pano di questi casi sono in genere Fleury, Vigna (in fama
di duro); quasi mai Margara, che è conosciuto come il
migliore e il più aperto (responsabile per Magistratura
Democratica qui a Firenze, è un giudice che si è compor­
tato molto correttamente verso freak e compagni arre­
stati per droga o invischiati in altre provocazioni poli­
ziesche).
Gli arresti per fumo sono numerosissimi: bisogna fare
qualcosa per avvertire i freak e i compagni che ingenua-
mente ancora numerosi cercano il fumo in Santo Spirito;
infatti è rischiosissimo anche solo chiedere informazioni:
come vi dicevo, mi risulta che in almeno un paio di oc­
casioni questo Mario il biondo abbia fatto un paio di sof­
fiate; inoltre un personaggio quanto meno dubbio è il
cameriere della pizzeria-tavola calda di Piazza Santo Spi­
rito, soprannominata "Napoli"; il cameriere, infatti, noto
come “baffino," è un ex carabiniere e ha orecchie attente
un po’ più del normale a quel che si dice fra i tavoli.
Spesso c’è qualche agente provocatore: a me personal­
mente è capitato di incontrarne un paio, eppure non mi
occupo di eroina. Quindi, attenzione.
Sulla efficienza della squadra narcotici della polizia,
solo questo: un solo arresto per eroina negli ultimi mesi
del 75, e varie decine di arresti per fumo nello stesso
periodo.
Per quello che riguarda la possibilità di cura dei dro­
gati veri e propri, un esempio, che a Firenze è divenuto
assai famoso. Un certo Antonio, 21 anni, bravo ma con
"il braccio d’oro," è finito in carcere ben cinque volte ne­
gli ultimi due anni; al reparto di Careggi la cura è natu­
ralmente fallita, dal momento che c’è stato solamente 24
giorni; poi di nuovo dentro, fuori, dentro e infine adesso
a Montelupo Fiorentino, nel manicomio giudiziario (uno
dei peggiori d’Italia). Pur essendo un tossicomane abi­
tuale, gli è stata continuamente rifiutata qualsiasi assi­
stenza, con la giustificazione che risulta senza precedenti
penali in quanto ancora non è stato giudicato definitiva­
mente dal tribunale. Quindi (sic/) sarebbe un individuo
in condizioni normali, non importa che buca tre volte al

157
L'eroina

giorno. In infermeria, al carcere, passano mezza o una


pastiglia di Valium al giorno (forse per risparmiare). A
Careggi (l'ospedale psichiatrico), passano il Metadone,
ma mancando qualsiasi assistenza a livello psicologico e
sociale, spesso si finisce con l'usare il Metadone (com­
mercio incluso) allo stesso livello dell'eroina.
Esiste concretamente la possibilità di fare qualcosa
contro la droga, quella vera? A Firenze, a cura del co­
mune e della Croce Rossa sono apparsi manifesti del tipo
"Guardati dalla marihuana" oppure "Non abboccare, la
droga non scherza” (nel manifesto c’è una trappola e den­
tro la trappola, a mo’ di formaggio, una sigaretta di ma­
rihuana) che parlano di tutto fuorché della droga vera e
propria (buco e speed) [si tratta di manifesti stampati a
a cura dell’assessorato democristiano alla Sanità del co­
mune di Roma per una campagna terroristica divulgata
a Roma nel 71 dall'assessore Sacchetti, N.d.R.]. Un'opera
valida di controinformazione qui è pressoché inesistente,
centri medici di assistenza pure, e a livello individuale
non siamo in molti a cercare almeno di sputtanare gli
“spaccia" e mostrare il loro ruolo.
Situazione brutta insomma, e in via di peggioramento.
L'eroina intanto si sta diffondendo anche tra i liceali e i
giovani operai; si moltiplicano i piccoli spacciatori; biso­
gnerebbe cercare anche di sapere qualcosa di più sul giro
di Modena, misterioso ma efficientissimo a quanto pare.
Le conseguenze si vedono: avete letto sui giornali il
caso della ragazza americana morta per overdose (dose
eccessiva) di eroina: è il primo caso a Firenze, ma da
quanto possiamo constatare minaccia di non essere l'ul­
timo: c’è gente che tira l’anima coi denti, e parecchia.

Eroina, aprile 75

Il 23 aprile 1975, il comitato scientifico "Libertà e


Droga,” dopo i primi quattro morti, dopo l’inverno del­
l’eroina, fornisce le prime cifre: in una conferenza-stam­
pa con Marco Pannella, che minaccia, se non viene cam­
biata la legge entro il 30 giugno, di farsi arrestare fu­
mando pubblicamente hascisc, si fanno i conti, si som­
mano i ricoveri dei vari centri antidroga, i sondaggi delle
varie città; gli eroinomani hanno raggiunto in pochi mesi

158
L’eroina in Italia

la cifra di 5.000; l'anfetamina è praticamente sparita dal


mercato; continua il fenomeno pauroso di periodiche ca­
restie di hascisc; tutto indica che il consumo di eroina
aumenterà ancora nei prossimi mesi. Il motivo è tecnico:
i 5.000 neo-eroinomani costituiscono una pattuglia di la­
voratori a tempo pieno dell’industria dell’eroina. Sono co­
stretti, ogni giorno, a trovare 15-20-25-30.000 lire per com­
perare le dosi di cui hanno bisogno per non avere crisi
da astinenza. E, a parte i furti e la prostituzione, il modo
più comune, più facile, in questo momento in Italia, è la
vendita dell’eroina stessa. Quindi, saranno gli stessi eroi­
nomani nei prossimi mesi ad allargare l'area dell’eroina.
"Se non verrà fatto nulla, i consumatori saranno 10.000
entro pochi mesi."
La previsione si rivela tragicamente fondata. A fine
giugno, l’eroina è in prima pagina: conferenza-stampa del
Comitato "Libertà e Droga" a Roma, con il magistrato
Giuseppe Di Gennaro, 26 giugno. Eroina: 10 morti in pochi
mesi titola la “Stampa"; Ora siamo a un morto al giorno,
"Corriere della Sera”; Diecimila giovani fanno uso di eroi­
na, "Il Giorno." Sono i dati emersi nel corso della confe­
renza: in poco più di due mesi gli eroinomani sono rad­
doppiati.
Mentre si discute la nuova legge, piovono, durante
l’estate altri dieci morti: dieci in tre mesi, un ritmo dop­
pio del periodo cruciale gennaio-giugno. Lo denuncia Stam­
pa Alternativa, il 24 settembre, insieme ai risultati di un
viaggio-inchiesta nelle città e nelle province di diverse
regioni, per tastare il polso all’eroina, e ai risultati di
un questionario nazionale; durante l’estate, l’eroina è ar­
rivata nei paesi con meno di ventimila abitanti; in pro­
vince sperdute, si è passati da quota zero o da un paio di
bucomani, a venti, trenta, quaranta consumatori rego­
lari. È un bilancio impressionante, che fa salire a 20.000
la stima dei consumatori a livello nazionale: cifra che
verrà confermata pochi giorni dopo dalla Drug Enfor-
cement Administration (DEA), il massimo organismo an-
ti-narcotici statunitense, che ha aperto una sede a Milano.
"Tutti i bucomani sono gente che si è fatta fregare,
nessuno ha scelto di bucarsi per tutta la vita, nessuno
sapeva le conseguenze e lo sfruttamento che ci sono die­
tro l’eroina," scrive Giampiero, uno dei compagni che
hanno occupato Villa Gioiosa, a Cormano, centro dell’Hin-

159
L’eroina

terland milanese ("Lotta Continua," 5 marzo 1976, p. 4).


Su un campione di 200 eroinomani “recenti,” consu­
matori regolari di eroina da almeno otto mesi, che hanno
cominciato in data successiva al novembre 74, il 78 % non
sapeva che l’eroina dà assuefazione: è il risultato, dram­
matico, di un’inchiesta commissionata nel nostro paese
dalla Do It Now Foundation, la più importante organiz­
zazione americana di diffusione di informazioni scienti­
fiche sulle droghe ai giovani; del rimanente 22 %, il 9 %
era convinto di essere sufficientemente forte per liberarsi
dall'assuefazione con la forza di volontà o in qualche
modo.
Un tragico equivoco: il cliente-tipo dell’eroina nel 75,
nel 76, non è più il freak, l’emarginato, volontario o
non, che vive sulla strada; né un piccolo borghese nevro­
tico incasinato con la famiglia. È un ragazzotto qualun­
que, piccolo borghese o proletario, che non ha mai visto
altre droghe, a cui nessuno ha mai spiegato che l’eroina
dà dipendenza fìsica e che cos’è la dipendenza fisica. È
una vittima della disinformazione.
Nel 75, c’è un grosso passo avanti nell’informazione
a livello giovanile: il 57% degli studenti delle medie su­
periori giudica poco grave il consumo di hascisc e mari­
huana (Inchiesta Slamark, citata), contro il 7% degli adul­
ti. Tuttavia, il 43% lo giudica grave o molto grave: e non
per motivi morali, ma per motivi medici; infatti, il 57%
ritiene che chi fuma queste sostanze dovrebbe essere di­
sintossicato in ospedale, cioè ritiene che hascisc e mari­
huana diano una qualche forma di assuefazione clinica.
Gli sforzi di alcuni operatori dell’informazione, di alcuni
scienziati democratici, dei gruppi di controinformazone,
certe brecce aperte nel cuore delle organizzazioni di sini­
stra, una crescita generale del movimento su questo proble­
ma; hanno provocato effetti vistosi negli ultimi tre anni:
siamo lontani dall’allucinante 73,4% dei giovani al di sotto
dei vent’anni convinti che gli effetti delle droghe siano solo
negativi, riscontrato nella ricerca citata di Quadrio e col­
leghi. Ma la disinformazione coinvolge evidentemente an­
che oggi, malgrado i progressi, più del 50% della popo­
lazione giovanile: è su questo terreno, in primo luogo, che
si innesta il pericolo dell’eroina. Più disinformazione ugua­
le più eroina.

160
L’eroina in Italia

Eroina fra gli operai della Fiat

Domenico, operaio, capelli lunghi, vent’anni. Da due


lavora alla Fiat, a Mirafiori. "Quando esco dal lavoro,
vado alla stazione, faccio un paio di marchette fra i tra­
vestiti. Due, tre, quattro. Poi vado a comprare la roba:
15.000 lire, 20.000, secondo com’è andata." "Smettere, non
saprei da che parte cominciare.” "La prima volta che ti
sei bucato, sapevi che poi con l’eroina ci si resta?” "No,
non si sapeva niente di queste cose, nessuno mi ha detto
niente, io ho continuato per un po’ perché non costava
molto, solo poi mi sono accorto che ci stavo male se non
ce l’avevo; ma cosi tanti sai, anche che continuano a la­
vorare alla Fiat, qualcuno ha smesso." "No, non avevo
mai preso altre robe. L’ero al principio me la sono sen­
tita buona, adesso la prendo per non stare male. No, non
è che ci ho cominciato perché avevo dei casini. Si, dei
casini come tutti, insomma si fa tutti una vita di merda.
Non è che ero disperato; è capitata l’occasione, non ave­
vo paura."

Una tossicomania involontaria di massa

Quasi tutti i primi 5.000 eroinomani (quindi, fino alla pri­


mavera 75) avevano delle caratteristiche abbastanza preci­
se: ex-anfetaminici, freak balordi, rovinati, all’ultimo stadio,
massacrati da una vita da cani e dalla polizia, sottoproletari
"sconvolti”; insomma, un universo di gente che fa la felici­
tà del letterato americano alla William Burroughs o alla
Jack Kerouac, tra il beat, il picaresco e il guardone.
Ma i "nuovi,” i 15.000 reclutati dall’eroina nei mesi
del "boom” nel 75, sono come Domenico della Fiat:
dei giovani qualunque, che all’eroina ci sono arrivati per
caso e per sbaglio. I motivi personali, psicologici, o so­
ciali, di modo di vita, passano in secondo piano; diven­
tano patrimonio di una minoranza: tirare in ballo la fa­
miglia, la scuola, o anche la mancanza di spazi sociali per
i giovani, la disoccupazione, la mancanza di alternative,
diventa mistificatorio, una serie di cattive allucinazioni
sociologiche più o meno di sinistra. La realtà è un’altra:
nel 76, chiunque, qualunque ragazzo, fra le centinaia di
migliaia di giovani (lavoratori o disoccupati) come Do­

tti
L'eroina

menico, fra i 14 e i 25 anni, può diventare eroinomane:


basta che non sappia che cos'è l’assuefazione e non sap­
pia che l’eroina dà assuefazione. E il fatto drammatico
è che una volta assuefatto, ha l’80°/o di probabilità di re­
stare tale: perché in Italia, nella maggioranza delle si­
tuazioni, per colpa dei medici e degli ospedali, non ha
a disposizione gli strumenti minimi (le fleboclisi, i me­
dicinali) per una semplice disintossicazione fisiologica.
Molti operatori sociali — di destra e di mezza-sini­
stra — continuano a mettere l'accento sugli aspetti psi­
cologici, culturali, sociologici delle tossicomanie da eroi­
na: fanno il loro gioco, che consiste nel presentarsi al­
l’opinione pubblica e ai finanziatori pubblici o privati,
come salvatori della patria. "La tossicomania è diffici­
lissima da guarire, le ricadute sono quasi certe." Ci vo­
gliono nuove strutture, magari copiate dagli americani.
"Per fare una comunità terapeutica di cinque eroino­
mani, occorrono 20 milioni all'anno," ha dichiarato don
Gino Rigoldi, cappellano dell’Istituto di rieducazione per
minorenni "Cesare Beccaria” di Milano: un bilancio che ha
sconvolto dei giovani compagni presenti, "nella nostra
comune, paghiamo un affitto abbastanza alto, ma tra
mangiare e tutte le altre spese di casa, non spendiamo
in tutto più di 6 milioni all’anno: e siamo in otto!" Per
don Mario Picchi, coordinatore dei Centri italiani di So­
lidarietà, e fondatore del CEIS di Roma, protetto dal
cardinale vicario Poletti, un progetto serio per qualche
decina di tossicomani ha bisogno di centinaia di mi­
lioni. Si fa pensare alla gente che per "guarire" un tos­
sicomane, siano necessarie strane e lunghissime procedu­
re i cui segreti sono in mano soltanto dei "guaritori."
L’ideale di questi terapeuti è il tossicomane inguaribile,
cioè che non vuole guarire perché in fondo l’eroina gli
piace o comunque la preferisce ad altri modi di vita o
che se non avesse l’eroina si suiciderebbe: con questo
"soggetto," il guaritore ha buon gioco nel presentare l’as­
sistenza difficilissima, nel chiedere quindi finanziamenti
spropositati e nel giustificare qualunque fallimento. “Scien­
ziati laici" e sarcerdod illuminati mirano a capeggiare car­
rozzoni inutili sovvenzionati alla democristiana.
Necessità di fare chiarezza. — Di fronte alla presenza
di numerosissimi “sciacalli dell’eroina," che propaganda-

162
L'eroina in Italia

no la tesi secondo cui i problemi dell’eroina sono com­


plicatissimi, misteriosissimi, insolubili, va fatta chiarez­
za. E cioè, accettando il fatto che esistono, in Italia come
in tutti gli altri paesi del mondo, alcune migliaia di per­
sone per cui, nel dato sociale attuale, la tossicomania è
una necessità: e accettando l’unico modo di affrontare il
problema, cioè fornendo loro le dosi di eroina che sono
loro necessarie, come in Inghilterra, stroncando la loro
"pericolosità" sociale che consiste nel fatto che il merca­
to nero li strumentalizza facendoli diventare spacciatori
a tempo pieno.
Ma il secondo punto, molto più importante, deve esse­
re denunciato con la massima decisione: la grande mag­
gioranza delle tossicomanie è involontaria; e soprattutto
è involontario il restare eroinomani; e questo non per mi­
steriosi motivi psicologici, ma perché medici e ospedali
non funzionano.
Negli USA il National Institute on Drug Abuse, diret­
to dal professor Robert Du Pont, ha esaminato un cam­
pione di 20.000 soggetti che avevano provato l’eroina:
uno su 20 aveva continuato: gli altri 19 avevano smesso.
Dopo decenni di discussioni, questa è certo la prova
migliore che la tossicomania di eroina non ha niente di
fatale.
In Italia, invece, la tossicomania, oltre che involonta­
ria, è anche fatale: perché è praticamente impossibile tro­
vare un medico che pratichi una disintossicazione fisiolo­
gica in modo corretto; negli USA, invece, è sorto un nu­
mero enorme di piccole strutture alternative autogestite
di quartiere (anche nei ghetti neri) che pratica una disin­
tossicazione corretta. In Italia, anche quando alcuni in­
gredienti della disintossicazione sono giusti, vengono usa­
ti psicofarmaci come i tranquillanti: e la depressione, la
mancanza di lucidità, l’alienazione provocata dal tranquil­
lante (tipo Valium), è terribile per l'eroinomane che si
sta disintossicando. Infinitamente meglio, le dosi decre­
scenti di pastiglie a base di oppiacei, in modo molto gra­
duale e senza sofferenze fisiche assurde.
Nella disintossicazione, c’è tuttavia un grosso elemen­
to psicologico, per il quale però non servono certo le co-
muni-lager degli aspiranti padri Eligio, o gli psicofarma­
ci degli psichiatri, o altri psico-guaritori. Quando una per­
sona normale prende l’eroina alcune volte, e ne ricava

163
L'eroina

delle sensazioni intense o del piacere intenso, si trova in


una situazione singolare: qualunque piacere sufficiente-
mente intenso procura a uno sfruttato, a uno che fa una
vita di merda (cioè, nella società italiana, a milioni di per­
sone) un handicap. I condizionamenti, fisiologici e psico­
logici subiti fin dalla nascita, riuscivano a fargli vivere
realtà atroci, come la fabbrica, la famiglia, il lavoro, l’au­
tobus, in modo spiacevole, ma sopportabile. Queste co­
razze, fisiologiche e cerebrali, rischiano di saltare dopo
aver passato un po’ di tempo (per qualcuno anche un pe­
riodo brevissimo) in un'altra dimensione: anche quelle
di una droga, in un certo senso stupida, ma potente co­
me l'eroina. Saltate le corazze, una realtà schifosa fa an­
cora più schifo: il mondo, dalla fabbrica all’autobus, può
essere vissuto in modo lancinante, con un'intensità lanci­
nante, per quello che è e che tutti sappiamo, ma che però
ci siamo abituati a sopportare. I "buoni motivi" per smet­
tere l’eroina diventano solo quelli politici: se a uno non
gliene frega nulla, allora anche gli aspetti più squallidi
(dalle marchette ai ricatti) della vita di "un eroinomane-in-
regime-di-mercato-nero-con-ogni-dose-che-costa-5.000-lire, ’’
diventano meno squallidi.
Un tranquillo studente medio-borghese, aderente al
Movimento Lavoratori per il Socialismo, è evidentemente
critico verso la società borghese; tuttavia, proprio verso
questa società, è piuttosto vaccinato: cioè questa società
non lo fa soffrire o lo fa soffrire in modo generico, non in­
tenso e non lancinante: non a caso va a vedere Lo Squalo,
o la Rinascente, o riesce a reggere senza crisi schizofreni­
che i pranzi di nozze con la figlia della cugina della ma­
dre. Cinque minuti di una parte di tutto questo bastano
invece a far andare in paranoia tanti eroinomani soprat­
tutto compagni: ed è giusto, è umano. In chi all’eroina ci
è arrivato non per una scelta esistenziale, ma involonta­
riamente, deve essere fatta chiarezza su questo schifo: de­
ve essere chiaro che l’alienato è chi va a vedere Lo Squa­
lo, e non chi sta male nel solo vederne i manifesti. Se, in
misura maggiore o minore, l’eroina ha provocato in mol­
ti questa ferita umana, è un problema che va affrontato
molto umilmente: e non da chi questa sofferenza la sen­
te in modo generico, tipo "Espresso" o "Panorama," o ti­
po grandissimi striscioni rossi col nome dell’organizzazio­
ne; ma da chi ha vissuto, con altre droghe o con altre e-

164
L'eroina in Italia

sperienze la stessa lancinante ferita. Autodifesa psicolo­


gica, coscienza lucida dello sfacelo, dello squallore, della
morte che ha prevalso per secoli sulla vita: è solo un fi­
lo, da cui vale la pena di partire per fare la rivoluzione,
per trasformare la realtà in piacere e il desiderio in realtà.
"Solo se la speranza di comunismo è pratica, il desi­
derio non si trasforma in autodistruzione. Parlare con un
eroinizzato, è come parlare con un terrorista: lo convin­
ci solo se interpreti l'intensità del suo odio e dai alla ric­
chezza del suo desiderio una speranza di espansione col­
lettiva" ha scritto Tony Negri (“Re Nudo,” n. 37, dicem­
bre 1975, p. 9). Vero. Ma l’espansione collettiva non può
essere solo speranza: deve essere una realtà e chi è de­
presso perché la realtà fa più schifo dopo aver provato
l’eroina, deve capire che lui, in prima persona, senza tes­
sere e senza chiedere permesso, può essere il protagoni­
sta dell'espansione.
Se non lo capisce, o se lo capisce in modo non abba­
stanza lucido da metterlo in pratica, oppure se questa
espansione non è “tecnicamente possibile," allora non ci
sono alternative all’eroina. Da queste premesse, sembrereb­
be che centinaia di migliaia di persone siano condannate al­
l’eroina nelle società capitalistiche. E invece no: se l’eroina
rimane proibita, deve restare per forza minoritaria; se l’e­
roina costa al mercato nero 5.000 lire a dose, l’eroinoma­
ne può lavorare solo nell’industria dell’eroina e consuma­
re solo eroina; e a vivere cosi deve essere una minoran­
za, perché se no nessuno produrrebbe e consumerebbe le
merci delle altre industrie. L’eroina può essere consuma­
ta da centinaia di milioni di persone nelle società capita­
listiche solo se è legale e ha un prezzo relativamente bas­
so; è un discorso che può andar bene al capitalismo se
riesce a creare un uso di eroina di massa che non va con­
tro la produzione. A perderci, sarebbero solo le industrie
che producono altre droghe, dall’alcool al Librium: ma
potrebbero sempre sostituirle con sciroppi, elixir, pastic­
che, e (perché no?) sigarette all’eroina.

L’eroina In carcere. Testimonianza

San Vittore - raggio femminile. — 16 dicembre 1974 a


mezzanotte: perquisizione personale integrale, poi in cel-

165
L'eroina

la. Sotto Natale c’è superaffollamento, e vengo messa al


terzo piano, quello delle puttane e delle zingare, ma c'è
di tutto, adesso, grazie al pienone: scopro l’indomani che
una tipa delle mie due compagne è accusata di "traffico”
di auto rubate, l’altra è americana, stava con un egiziano
quando la pula ha arrestato tutti gli stranieri dell’alber­
go dove alloggiavano, dopo avervi trovato roba. Dentro
da un mese, senza neanche la soddisfazione di capire ve­
ramente perché. È contenta di scoprire che parlo inglese,
l’altra invece si preoccupa: "Anche tu una drogata? Guar­
da che se stai male cambia cella, perché io voglio dormi­
re tranquilla." Chiamano "drogate" chiunque sia dentro
per roba, senza sapere che chi fuma non sta male quan­
do smette. Le celle sono a tre letti, ma in tre ci si sta
strette; su tre piani ce ne sono una cinquantina, circa
quindici per piano, ma non tutte sono abitate. Un cesso
per piano. Di solito le "ospiti" oscillano fra le 50 e le 70,
ma adesso ce ne sono 106. Le drogate formano un grup­
po nettamente distinto, perché le altre le evitano e per­
ché preferiscono cosi; stanno al secondo piano, con ladre,
truffatrici, e altre di passaggio. Al primo piano c’è la "bi­
blioteca,” le celle d'attesa e di perquisizione, le celle di
punizione, e le "singole” delle assassine. Ecco perché il se­
condo e terzo piano sono pigiati.
Le guardiane, o vigilatrici, hanno le chiavi e le adope­
rano; alcune fanno rapporto se ti ribelli anche solo a pa­
role o gesti, o se t’incazzi quando è il momento di essere
chiuse. Ma chi detiene il potere nel raggio femminile di
San Vittore sono le suore. C'è quella che recita il "padre
nostro” mattina e sera, ad alta voce girando per i corri­
doi, quella che ti fa fare la spesa (e quando può ci ruba
sopra), quella che vende lana e uncinetti, mutande e cal­
zini, la suora che prepara i canti della messa, quella del
laboratorio, dell'“officina,” le suore dell’infermeria e quel­
le della matricola, che si occupano anche della contabili­
tà. Insomma, le suore si occupano di tutto, e c’è la Ma­
dre Superiora che si sbatte per non farsi sfuggire nulla.
Dall'anno scorso però è entrata in scena una nuova ed
inquietante figura: una vicedirettrice che si è offerta di
occuparsi in pianta stabile della sezione femminile. Una
giovane e bella donna sui trent’anni, neosposina con pu­
po di neanche un anno, laureata a Palermo in legge, do­
po un paio d'anni come avvocato (tutta la sua famiglia

166
L’eroina in Italia

è del ramo) ha vinto un concorso, e siccome il marito


è di Milano e lei ormai vive qui, coglie l’occasione per accet­
tare questo lavoro che nessuno vuole (tra l’altro è mal paga­
to). Dovrebbe starci sei mesi, ma se le cose vanno come
vuole lei potrà starci qualche anno. Legge Bisaglia (L’isti­
tuzione negata), conosce l'I-Ching, lo Yoga e la Macrobio­
tica, e cerca umanamente di agevolare le richieste delle
donne, migliorando le condizioni del "nido" (la sezione
delle detenute-madri con bimbi fino a tre anni che non
vogliono affidare i figli ad istituti e li tengono in carcere
con sé); infine tenta di comunicare, cosa più difficile di
tutte, superando la diffidenza delle detenute. Ci riesce so­
prattutto con le "drogate,” perché, come afferma lei stes­
sa, sono le più capaci e disposte a recepire il dialogo. Ma
in poco tempo si rende conto che a nutrire ideali utopi­
stici ci si rimette di persona, e più volte si scoraggia e at­
traversa delle crisi. Le supera perché tutto sommato è
convinta di ciò che fa, ma ormai è molto più moderata e
"diplomatica.”
I problemi delle “drogate” sono comunque assai gros­
si: sempre, appena entrate, si è sottoposte a visita medi­
ca, ma questo non significa che si sia curate in caso si
soffra di qualcosa. Conviene essere sani come pesci, a San
Vittore, e di forte costituzione. Altrimenti sono cazzi tuoi.
Una con la "scimmia” può contare più sul padre nostro
delle suore che sulla cura del dottore, somministrata dal­
la suora-infermiera. Questa è una che, per esempio, con
una che aveva i polsi lacerati da un tentato suicidio,
quando il medico aveva ordinato una "farfalla” (speciale
graffetta per cucire la pelle) le aveva messo una benda
col fiocco a forma di farfalla. Le sue intramuscolo rendo­
no il culo violaceo, a colabrodo, e qualche volta zoppichi
per una giornata: lede qualche muscolo, evidentemente.
Quando arriva una nuova “drogata,” è una tragedia
per tutti: non c’è assolutamente nessuno che sappia cosa
fare per ridurre i dolori dell’astinenza, cosi le nuove si
fanno tutte un bel "cold turkey," che varia di durata ed
intensità a seconda del fisico e del grado di intossicazio­
ne. La ragazza che ho visto più conciata aveva 17 anni,
per due giorni e due notti è rimasta immobile nel letto
al buio da sola senza mai aprire bocca, né per parlare né
per mangiare o bere: riusciva solo a vomitare sangue e
bile. Quindi hanno deciso di portarla su in infermeria per

167
L'eroina

farle delle fleboelisi, ce l’hanno portata a braccia dopo


24 ore già riusciva a stare in piedi, e col caratterino che
aveva, aveva già mandato a cagare suore e superiora, ed
era scesa ancora al secondo piano, per stare in compa­
gnia. Per dodici giorni ha vomitato sangue e bile, beven­
do solo tè, e ha perso 10 Kg. Le facevano, come alle al­
tre, punture di Fargan, Talwin, o Tallofen, gocce di Va­
lium da bere alla sera e vitamine epatiche. Tutti questi
medicinali, somministrati a casaccio ("Dottore, sto male,”
"Ah si, cosa vuoi che ti faccia dare?’’) spesso provocano
effetti secondari, apatia, gonfiori, e qualche volta strane
tensioni muscolari, che in certi casi sono dolorose e spa­
ventano. Durante una crisi di questo tipo, questa ragaz­
za aveva tutto il collo tirato e non riusciva più a regger­
si in piedi: sentiva male dappertutto e aveva paura che
le venisse una paralisi, il cuore batteva all’impazzata.
Quando è arrivata la superiora, dopo mezz’ora che la si
chiamava, la poverina era sul letto tutta tirata e storta,
respirando a fatica, rossa e sudata, piangeva e siccome
diceva di avere caldo l’avevano spogliata. La superiora ha
cercato di distenderla senza riuscirci (prima aveva lavo­
rato come assistente in ospedali, tipo i mutilatini, i vec­
chi, etc.) e allora ha chiesto: "Ma cos’hai, vedi il diavo­
lo?” Poi se n’è andata sdegnata perché era nuda, e le ha
ordinato la solita puntura di tranquillante.
A richiesta, si può parlare con lo psichiatra. Ma non
serve a niente, forse può aiutare a farsi ricoverare a Mom-
bello, da cui si può magari scappare, li non ci sono guar­
die con mitra sui muraglioni. C’è pure una psicoioga ap­
posta per drogate, ma la sua eventuale azione comincia
solo fuori, quando nessuno la vuole più. In breve, non e-
siste alcun sistema di recupero valido, né fisico né men­
tale, e le “drogate" pensano solo al buco che si faranno
appena fuori, di solito. Chi smette, forse il 2%, lo fa per­
ché già convinto, non certo grazie al carcere. Anzi, in cer­
ti casi alcune si incazzano talmente che magari una vol­
ta fuori si "fanno” come non mai prima. Quando infine
si cominciano a collezionare denunce, di li a poco arriva
l’etichetta di "pericolosità sociale,” che impedisce la con­
cessione della libertà provvisoria, e infine la "tossicoma­
nia abituale" può portare al manicomio criminale, tanto
per sbarazzarsi di un caso delicato.

16S
Parte seconda

Manuale di autodifesa
6
Per non morire di eroina

In Italia, morire di eroina è fin troppo facile, se si pen­


sa che quasi nessun reparto di rianimazione è dotato del­
l'unico serio antidoto ai collassi da eroina, il naloxone,
che non è nemmeno prodotto dalle case farmaceutiche.
È necessaria perciò una lunga serie di indicazioni alter­
native, a partire dall'esperienza di altri Paesi.
Dal 1969, funziona a Phoenix una struttura alternati­
va, "Terros," che riceve 150 telefonate al giorno ed effet­
tua 550 interventi diretti al mese. È dotata di autoambu­
lanze ed è in grado di effettuare tutte le operazioni di
pronto soccorso per tutti gli incidenti da droghe. È pro­
babilmente, in tutto il mondo, una delle istituzioni con più
esperienza negli incidenti tipici dell'uso di droghe fra i
giovani. Dal loro Manuale di istruzioni (Study Guide for
Emergency Medicai and Drug Abuse Technician, che può
essere ordinato alla Do It Foundation, P. O. Box 5115,
Phoenix, Arizona 85010 — USA) riassumiamo i punti re­
lativi ai collassi da eroina.
Una premessa fondamentale: chi, amico o no, si tro­
va vicino a qualcuno che ha un collasso da eroina, non de­
ve assolutamente lasciarsi prendere dalla paranoia. Pa­
recchi ragazzi sono stati arrestati e denunciati per omis­
sione di soccorso quando qualcuno è morto. Di fronte al
rischio di morte, bisogna assumere un atteggiamento mol­
to lucido: la cosa migliore da fare, non avendo a dispo­
sizione un medico privato competente, è rivolgersi con la
massima prontezza a un’autoambulanza o a un ospedale.
Anche se si è coinvolti in qualche modo nella vicenda-dro­
ga di chi sta avendo il collasso, se ci si presenta in ospe­
dale senza imbarazzo, è molto difficile che nei medici o
nella polizia nascano dei sospetti: che sono invece inevi-

171
Manuale di autodifesa

tabili se si fa tardi o se le condizioni della vittima del col­


lasso peggiorano. Di fronte a qualunque contestazione,
comunque, è bene mettere in chiaro che ci si è mossi fa­
cendo il proprio dovere di cittadini. È una parte difficile
per chi magari ha i capelli molto lunghi o è vestito ma­
le, ma è anche fattibile: ad ogni modo, il 10% di rischio
di avere qualche guaio (interrogatori, ecc.) è sempre mi­
nore del rischio di lasciar crepare l’amico o il compagno.
Per tutti, il paragrafo sui collassi ribadisce una neces­
sità: essere preparati in anticipo a questa evenienza. Pri­
ma che succedano i guai, bisogna informarsi, presso gli
ospedali, presso i medici amici, su quali siano gli stru­
menti clinici a disposizione dei vari reparti e se sono at­
trezzati per trattare questi casi.
Infine, per usare meglio queste informazioni, è indi­
spensabile leggere il paragrafo Morire di eroina.

I collassi.
Di solito, la vittima di un'overdose (dose eccessiva) di
oppiacei, è svenuta, in coma, fuori coscienza.
La prima operazione da fare assolutamente è accer­
tarsi se la persona respira. Se non respira, un assistente
deve immediatamente incominciare la respirazione arti­
ficiale, mentre un altro comincia a controllare anche il
ritmo della carotide. Se anche il battito della carotide è
assente, bisogna iniziare, contemporaneamente alla respi­
razione artificiale, anche il massaggio cardiaco. Se c’è una
pulsazione nella carotide, si può usare una tecnica di ria­
nimazione con bombola ad ossigeno, invece della rianima­
zione bocca-a-bocca.
Anche se la vittima del collasso sta respirando e ha
pulsazioni cardiache, bisogna controllare che non sia in
stato cianotico. Ce ne si può accorgere dal colore azzurro
chiaro della pelle, specialmente intorno alla faccia, che è
dovuto a un insufficiente assorbimento di ossigeno nel
sangue. Se si è in presenza di questa condizione, bisogna
dare ossigeno.
Quando chi ha avuto il collasso da oppiacei respira
un po’, non è cianotico e ha pulsazioni, un membro dello
staff dovrebbe controllare in che misura reagisce al dolo­
re. Se l’assistito non ha nessuna reazione a uno stimolo
doloroso (tipo premergli il nervo sopraorbitale — localiz­

172
Per non morire di eroina

zato sopra il bulbo oculare, appena sotto l’arcata sopraci­


liare — vuol dire che è in coma profondo e bisogna por­
tarlo all’ospedale.
Se il paziente ha qualche reazione al dolore (gemiti o
movimenti tipo tirarsi indietro), bisognerebbe misurargli
la pressione sanguigna e il polso, e lo staff dovrebbe ten­
tare di sollevarlo, con prudenza, guardando ogni segno di
peggioramento delle sue condizioni. Bisogna restare col
paziente finché tutte le sue funzioni vitali si sono asse­
state. Se i segni vitali peggiorano, il paziente deve essere
trattenuto in ospedale.
Appena si è accertato in che condizione è il paziente
e si è dato avvio a tutte le operazioni necessarie, l’équipe
di assistenza dovrebbe riuscire a accertare che droga ha
preso, quando l’ha presa e con quale modo di sommini­
strazione. Avere questa informazione è importante sia per
l'équipe, per capire tutti gli eventuali miglioramenti o
peggioramenti del paziente, sia per i medici, nel caso che
si sia reso necessario il ricovero.
Con tutti i pazienti in stato di incoscienza, bisognereb­
be ricordare che c’è un grossissimo pericolo che si verifi­
ca quando il soggetto vomita e poi inala nei polmoni una
parte del liquido. Questa aspirazione è estremamente pe­
ricolosa perché i liquidi contenuti nello stomaco sono
molto dannosi per il tessuto dei polmoni, e il risultato,
di solito, è una "polmonite chimica." Se il paziente ha già
aspirato liquido quando voi arrivate, accertatevi che le
sue vie respiratorie (bocca e naso) siano pulite e portate­
lo subito all'ospedale. Se non ha aspirato nulla, bisogne­
rebbe vigilare affinché non succeda. Si può fare cosi: se
il soggetto respira fatelo giacere sul fianco, preferibilmen­
te con la testa più in basso del resto del corpo. Se non sta
respirando e dovete rianimarlo, ricordate molto bene que­
sto pericolo, e restate sempre pronti a fargli girare la te­
sta se vedete che sta per vomitare. Cosi facendo, fate usci­
re il vomito dalla bocca ed evitate che venga inalato nei
polmoni.
In tutti questi casi è molto importante restare molto
calmi. Non mettetevi in uno stato d’ansia e di fretta ec­
cessive che potrebbero farvi dimenticare qualche opera­
zione essenziale. Non sempre è necessario portare all’o­
spedale il paziente che non respira più. Se ricomincia a
respirare e ritorna cosciente e resta in questo stato, pro­

173
Manuale di autodifesa

babilmente non ha bisogno di ospedalizzazione. E molto


probabilmente la rifiuterà. Il punto importante su cui
concentrare l'attenzione è il miglioramento o la stabi­
lizzazione dei segni vitali (respirazione, pressione). Quan­
do questi restano stabili per un’ora o più, e il paziente
ha ripreso conoscenza, vuol dire che si trova in un buono
stato.
Nei collassi da droga ci sono due generi di arresto
delle funzioni vitali.
Il primo è l’arresto cardiaco — quando il cuore si
ferma prima della respirazione. Questo tipo di arresto è
raro; quando il cuore si ferma per primo, passano da 20
a 30 secondi prima che si fermi anche la respirazione.
L’arresto della respirazione è invece molto più co­
mune, perché la depressione indotta dalle droghe narcoti­
che o sedative colpisce molto più sensibilmente la fun­
zione respiratoria che la funzione cardiaca.
Nel caso che il cuore o i polmoni cessino di funzio­
nare, il risultato è una grave carenza di ossigeno per tutto
il corpo e particolarmente per il cervello. Se al cervello
manca ossigeno per un lasso di tempo fra i 4 e i 6 minuti,
si verifica un danno cerebrale grave e irreversibile. Se
l'ossigeno manca per un tempo ancora più lungo, il danno
cerebrale grave è quasi certo.
Quando ci si trova di fronte a una situazione in cui c’è
la possibilità che le pulsazioni o la respirazione del pa­
ziente si siano arrestate, il problema più importante è
di verificare con esattezza questi dati. Il respiro c’è an­
cora oppure no? C’è ma è estremamente debole? Il cuore
batte ancora — magari appena appena — o si è fermato
del tutto? Le pupille sono dilatate o rimpicciolite? Tutti
questi quesiti sono estremamente importanti. Infatti, per
esempio, la respirazione artificiale non porta nessun be­
neficio a un paziente a cui si è arrestato il cuore, e il
massaggio cardiaco fatto a un paziente a cui non serve,
può addirittura danneggiarlo gravemente.
Se un paziente non respira più o respira debolmente,
la prima cosa da fare è aprirgli i canali respiratori. Pu­
lirgli bocca e gola da ogni intoppo e inclinargli all’indie-
tro la testa. Il respiro può ricominciare spontaneamente
dopo questi accorgimenti. Se il respiro non torna da solo,
fare la respirazione artificiale e misurare le pulsazioni.
Misurare le pulsazioni della carotide (collo) dato che

174
Per non morire di eroina

quelle del polso possono essere troppo flebili per essere


avvertite. Se non ci sono più pulsazioni, bisogna comin­
ciare immediatamente il massaggio cardiaco.
Spesso due o tre respiri possono essere sufficienti per
rianimare una persona: per questo bisogna seguire con
la massima attenzione ogni accenno di ripresa del re­
spiro e delle pulsazioni.
Quando è necessario fare il massaggio cardiaco, bi­
sogna mettere il corpo del paziente su una superficie
dura (per esempio, il pavimento). Una superficie d’ap­
poggio cedevole (come per esempio un materasso) an­
nulla l’efficacia del massaggio. Si comincia cosi: localiz­
zate lo sterno, e misurate da due a tre dita di larghezza;
poi usate il dorso della mano (non il palmo) per premere
sul torace: fatelo abbassare di 4-5 centimetri; assicura­
tevi che state facendo pressione sullo sterno, non sulle
costole. Esercitate la pressione con un ritmo rapido: 60
volte al minuto. Se tutto è stato fatto correttamente, le
pupille dilatate dovrebbero contrarsi e il colore della
pelle migliorare. Dovrebbe esserci un po’ di pulsazione
nelle arterie della carotide.
Una volta iniziate le varie operazioni di pronto soc­
corso, non dovete fermarvi fino aH’arrivo di un dottore.
Se tutte queste misure di emergenza sono eseguite
scorrettamente, possono nascere molte complicazioni. Co-
stole fratturate, lesioni del fegato, frattura dello sterno,
e rottura cardiaca. Ovviamente, questi danni tolgono gran
parte del beneficio arrecato al paziente con le varie ope­
razioni. Prima di usare queste tecniche, è necessario aver
già avuto una certa pratica e aver raggiunto un buon
grado di efficienza.

Segni vitati
Sono, fra gli altri, le pulsazioni, la pressione del san­
gue, la respirazione e la temperatura. Sono tutte fun­
zioni estremamente sensibili a ogni variazione dello stato
normale del corpo.
Le pulsazioni. — Si possono misurare in molti posti,
ma i punti più rapidi e facili per sentirle sono la caro­
tide (sul collo) e il polso. Le pulsazioni si possono sentire
mettendo due o tre dita sopra un'arteria e facendo pres­

175
Manuale di autodifesa

sione. Ogni contrazione del cuore produce un’onda di


pressione nel sistema circolatorio che si può sentire men­
tre passa nel punto dove si stanno prendendo le pulsa­
zioni. Non bisogna usare il dito pollice perché si ha una
percezione sbagliata, si può cioè sentire le pulsazioni del
proprio pollice e fare confusione. Normalmente le pulsa­
zioni dovrebbero essere fra le 72 e le 80 al minuto. La
media può essere un po’ più bassa fra le persone alte e
magre e più alta fra le persone basse di statura e pesanti.
Se il polso scende sotto i 40, o sale sopra i 160, vuol
dire che lo stato del paziente è grave. Se le pulsazioni ri­
mangono per un lungo periodo di tempo fra 40 e 60 o da
140 a 160, siamo anche qui in presenza di una situazione
grave.
La pressione del sangue. — La pressione sanguigna è
rappresentata da due indici: la pressione massima e la
pressione costante nel sistema circolatorio. Cioè, la pres­
sione sistolica e la pressione diastolica. La pressione nor­
male del sangue è tra 120-180.
Respirazione. — Il ritmo della respirazione si può re­
gistrare osservando il respiro del paziente: il ritmo nor­
male è di circa 20 respiri al minuto.
Temperatura. — Si può misurare in bocca o sotto
l’ascella. La temperatura normale è tra 36,6 e 37 gradi in
questi posti. Una temperatura sopra i 40 gradi o sotto i 35
gradi, anche per un tempo minimo, può causare un danno
cerebrale permanente.
Bisogna sempre ricordare che le misure indicative che
si sono citate variano da un individuo all’altro. Il fatto
che ci sia una differenza tra i dati del paziente e quelli
standard, non deve necessariamente essere considerato
un segnale di allarme. Solo una registrazione complessiva
dei livelli e delle tendenze di tutti i sintomi fornisce una
idea migliore delle condizioni del paziente.
Se la pressione sistolica scende sotto i 100 o sale so­
pra i 160, siamo in presenza di una situazione potenzial­
mente pericolosa che dovrebbe essere valutata diretta-
mente da un medico. Inoltre, un altro segno di pericolo
si rileva quando la differenza fra la pressione sistolica e
quella diastolica è maggiore di 60 punti o minore di 30.

176
Per non morire di eroina

Gli antidoti
In caso di depressione respiratoria provocata da eroi­
na, è necessario usare, con alcune cautele, un gruppo di
farmaci chiamati "antagonisti dei narcotici,” che com­
battono e annullano gli effetti degli oppiacei.
Sono gli stessi farmaci che (vedi Dipendenza fisica,
nel paragrafo Cosa fa l’eroina) vengono usati quando si
vuole capire a che punto è una persona con l'eroina: cioè
rilevare clinicamente il grado di intossicazione di un con­
sumatore, saltuario o abituale, di oppiacei. Iniettati a un
consumatore anche in dosi modeste, anche poco dopo
l'assunzione di una delle sue solite e preferite dosi di
droga, questi "antagonisti” gli provocano una grave, ter­
ribile, sindrome da astinenza, che dura un paio d’ore:
una crisi anche più forte di quella che avrebbe se smet­
tesse di colpo il consumo di eroina.
Questi "nemici dell’eroina" servono a smascherare
l’eroina quando sta per "agganciare” il consumatore; ma
servono anche a "uccidere" l'eroina quando sta per am­
mazzare qualcuno.
Quando si è accertato che il paziente svenuto ha in­
gerito eroina (o un altro narcotico dello stesso tipo: mor­
fina, metadone, ecc.) e che l’eroina è la causa della de­
pressione respiratoria, si possono usare questi “anta­
gonisti.”
Il preferito è senz’altro il naloxone (i motivi sono spie­
gati nel paragrafetto successivo Alcune precauzioni asso­
lutamente indispensabili). Il trattamento più sicuro con­
siste nella somministrazione endovenosa di piccole dosi
di naloxone (per esempio, tra 0,4 e 0,8 milligrammi) da
farsi ogni 20-30 minuti, con prudenza. La risposta a que­
sto trattamento è cosi matematica, che se non si vede
nessun effetto dopo la somministrazione di 10 milligram­
mi di naloxone vuol dire quasi sicuramente che la dia­
gnosi di depressione respiratoria era sbagliata.

Alcune precauzioni assolutamente indispensabili


Gli "antagonisti” dei narcotici, come la nalorfina e il
Ievallorphan, che hanno anche un’azione simile a quella
della morfina ("agonista”), possono essere usati, in caso
di coma da eroina (morfina, ecc.), solo con la massima

177
Manuale di autodifesa

prudenza. Se la depressione di cui è vittima il soggetto


in coma è stata causata da alcool o barbiturici o altri de­
pressivi, la nalorfìna e gli analoghi possono inibire ancor
più la respirazione provocando un peggioramento delle
condizioni del paziente.
Invece il naloxone non ha nessun effetto depressivo
sulla respirazione: è il farmaco da usare quando ci sono
dei dubbi sulle cause della depressione respiratoria. La
presenza di alcool e barbiturici non si oppone all'effetto
benefico dell'antagonista se la depressione respiratoria
è stata causata dall’eroina: nei casi di intossicazione mi­
sta la situazione viene migliorata dall’antagonista nella
misura in cui la depressione respiratoria è dovuta alla
eroina.
Gli antagonisti dei narcotici contrattaccano anche gli
effetti sedativi dell’eroina (oltre che quelli di depressione
della respirazione): tuttavia non bisogna cercare di risve­
gliare il paziente: c’è il rischio che tomi in coma. Infatti
la durata d'azione degli antagonisti è solitamente molto
più corta di quella dell'eroina (e degli altri narcotici);
per cui il paziente deve essere continuamente controllato
con molta attenzione. Il controllo accurato e prolungato
è ancora più importante nel caso di coma da metadone,
o 1 - acetilmetadolo: queste droghe hanno un’azione di
lunga durata e gli effetti depressivi possono persistere
per un arco di tempo da 24 ore a 72 ore (tre giorni): si
sono verificati casi mortali come conseguenza di un’in­
terruzione prematura del trattamento con l’antagonista.
C’è un altro motivo di prudenza nell'uso dell’antago­
nista contro l’avvelenamento acuto da eroina. Se il pa­
ziente è un tossicomane, l’antagonista gli può scatenare
una grave sindrome da astinenza che non può essere con­
trollata nel periodo di tempo in cui l’antagonista è in
azione: il problema è che in alcune situazioni questa crisi
di astinenza può essere più pericolosa per la vita del pa­
ziente che non la stessa depressione respiratoria. Una
soluzione in questi casi è somministrare una dose mo­
desta di naloxone che funzionerà da antagonista alla de­
pressione respiratoria, ma non produrrà la sindrome da
astinenza.
Gli stessi principi sono applicabili nel trattamento di
avvelenamenti acuti da codeina, da tutti i narcotici semi­
sintetici, e da quasi tutti i narcotici sintetici. Gli effetti

178
Per non morire di eroina

tossici dovuti ad alte dosi o a dosi eccessive di pentazocina


(Talwin, Pentalgina) e di droghe del gruppo ciclazocina
possono essere parzialmente alleviati solo da alte dosi di
naloxone che, a differenza della nalorfina, antagonizza gli
effetti “agonistici” di questi farmaci.
In Italia, non sono prodotti preparati a base di nalo­
xone. Qualche medico se lo fa mandare dall’estero op­
pure se lo porta dietro tornando da qualche paese euro­
peo; il nome della specialità americana a base di nalo­
xone è narcan. In Italia è invece disponibile la nalor­
fina, che non è nell’elenco degli stupefacenti ed è distri­
buita dalla Lusofarmaco, con il nome commerciale di
norfin.

Disintossicazione

Premessa
Il metodo migliore per la disintossicazione è, nelle at­
tuali condizioni degli ospedali italiani, il ricorso a un
medico privato.
Contrariamente a quanto si pensa, infatti, una disin­
tossicazione clinicamente corretta può essere attuata sen­
za nessun ricovero in clinica o ospedale; le teorie che
insistono sul ricovero sono una evidente proiezione della
"paura dei drogati," che porta a ritenere pili tranquilliz­
zante un loro internamento, più o meno coatto, in qual­
che struttura più o meno chiusa. Negli aspetti più im­
pliciti della teoria del ricovero, questo rappresenta un
mezzo sottile di condizionare il tossicomane, di fargli
credere che la sua “guarigione-salvezza" dipenda da tec­
niche complicate e dalla presenza continua del “guaritore-
salvatore," cioè il medico o lo psichiatra. Con diversi stili,
che vanno dalla "pacca sulla spalla,” alla chiacchierata
introspettiva, il medico o lo psichiatra ottengono lo stesso
effetto, quello di far credere al “paziente" che il sanitario
sia una "figura-chiave” nella disintossicazione.
L’unica funzione utile del medico è invece quella di
fornire le informazioni minime indispensabili per pren­
dere i farmaci disintossicanti: dosi, frequenza, ecc.: la
disintossicazione clinica è infatti un processo molto sem­
plice, che materialmente non richiede competenze supe­

179
Manuale di autodifesa

riori a quelle di un infermiere. L’intera fase della disin­


tossicazione fisiologica deve essere drasticamente demi­
stificata: e di questa demistificazione deve essere coscien­
te soprattutto il "paziente.”
È molto raro (vedi anche la ricerca dell’Istituto di
Psichiatria dell’Università di Roma citata più oltre nel
paragrafo sui ricoveri) trovare dei medici con una cono­
scenza anche minima delle tecniche di disintossicazione:
nel caso in cui non si trova un dottore preparato, con­
viene ripiegare su una di queste due soluzioni; a) si cerca
un medico con un minimo di garanzie di serietà e più o
meno democratico; ci si mette d’accordo con lui e lo si
manda a uno dei centri antidroga esistenti (vedi schede
successive) o a qualche reparto specializzato di ospedali
che hanno esperienza di disintossicazione: in pochi mi­
nuti (se è bravo, basta anche una telefonata), il medico
può ottenere tutte le necessarie informazioni sui dosaggi
e sui farmaci da utilizzare; sia per i centri sia per le tec­
niche può usare anche come controllo, le tracce e le no­
tizie fornite in questo capitolo; b) si va direttamente in
un centro o in un ospedale, e ci si fanno dare diretta-
mente queste notizie, facendosi fare anche le ricette per
le medicine, e, se i medici lo ritengono opportuno, anche
una visita, per valutare meglio i dosaggi, a seconda dello
stato di intossicazione o delle particolarità fisiologiche
di ciascuno.
Una volta saputo che farmaci usare e in quali dosi e
con quale frequenza, la disintossicazione si può fare a
casa, con qualche controllo medico periodico; è impor­
tante sottolineare che le spese complessive di una disin­
tossicazione "a domicilio" sono relativamente basse.

Le fasi della disintossicazione


Come già accennato nel capitolo sull’assuefazione al­
l’eroina, le attuali conoscenze scientifiche su questo mec­
canismo non sono del tutto soddisfacenti; anche le tec­
niche di disassuefazione risentono pesantemente di que­
ste lacune. La maggior parte degli psichiatri, soprattutto
quelli reazionari, che si sono occupati di droghe, insiste
che la disassuefazione fisiologica non è un problema, e
mette l’accento sul lato psicologico o sociale, che può
essere risolto solo tramite i loro servizi. In realtà, tutti
Per non morire di eroina

gli esperimenti col naloxone e gli altri antagonisti indi­


cano che ci sfuggono molti aspetti fisiologici dell'assuefa­
zione e che non esistono sostanze in grado di disassue­
fare un organismo: si ricorre a interventi "cocktail,” che
mirano a curare l'intossicazione del fegato, e a “staccare”
l’organismo dall’eroina e dagli oppiacei facendogli man­
care la droga. È una cura con i suoi limiti, in quanto
non ha niente di specifico rispetto alla cura di altre intos­
sicazioni; a moltissimi consumatori di eroina è bastata:
è possibile che non sia del tutto adeguata per alcuni or­
ganismi e che sia ancora più carente per consumatori
di forti quantità per periodi di tempo particolarmente
lunghi. L’autocoscienza dei limiti delle cure fisiologiche
deve essere un punto di partenza nell’informazione per
chi prende eroina, e un punto fermo per il medico o per
chi assiste un consumatore che si vuole disintossicare.
Questo senza concedere nulla a concezioni magiche sulla
“schiavitù" all’eroina, e sugli ultrapoteri di questa so­
stanza; esistono semplicemente dei fatti che consigliano
cautela: e se dei medici, dopo una o due settimane di
cure, considerano un soggetto "clinicamente disintossi­
cato,” ciò può dipendere dal fatto che non sono state ela­
borate tecniche di analisi abbastanza raffinate per sco­
prire il permanere di elementi di disturbo o di intossica­
zione. Conoscenze limitate, limiti della terapia: questa
è la situazione della scienza internazionale. Ma non si
deve assolutamente credere che la cura nota, coi suoi
limiti, sia qualcosa di complicato, costoso, e che richieda
grandi specialisti; la cura nota, che è prassi in tutto il
mondo, è la stessa che viene applicata nelle cliniche più
lussuose, ed è particolarmente semplice.

“Voglio disintossicarmi"
Molti consumatori di eroina a un certo punto si rivol­
gono a un amico, a un medico, o a un centro, con questa
frase. Spesso è un’intenzione abbastanza precisa: "Ne ho
le palle piene dell’eroina.” Ma ci sono molti casi in cui
credere che si tratti di una situazione cosi semplice con­
fonderebbe completamente il rapporto.
Uno dei più frequenti è il caso in cui un consuma­
tore si sente molto debilitato, ha paura di essere andato
troppo oltre, ha paura di sentirsi male, di “rovinarsi”:

181
Manuale di autodifesa

allora per lui la disintossicazione rappresenta un momen­


to di sicurezza, dopo il quale ricominciare con meno pa­
ranoia e stando meglio fisicamente, è anche un modo
per “sentire” di più l'eroina, che dopo un uso eccessivo
e molto prolungato, aveva un effetto più sfocato. Il peri­
colo dopo la disintossicazione è quello di collassi, anche
mortali, per dosi perfettamente simili a quelle usate pri­
ma della terapia: le dosi a cui il consumatore si era abi­
tuato (per il fenomeno della “tolleranza”) erano molto
più alte del normale, cioè della dose sufficiente per un
"novizio"; e il consumatore disassuefatto può avere un
organismo ancora più sensibile di quello di un novizio
all’eroina; la morte di ragazzi appena disassuefatti quando
si fanno il primo "buco," è una delle più comuni. Pur­
troppo è pericolosissimo quanto possono dire in giro ra­
gazzi a cui, facendosi un "buco" grosso, è andata bene an­
che dopo ima disintossicazione: sono casi fortunati, an­
che se non infrequenti, in realtà il rischio è molto forte.
Questa motivazione alla disintossicazione è abbastanza
comune nelle classi agiate dove un ricovero in una cli­
nica confortevole non è un problema: in gergo, si dice
che ci si disintossica per "farsi meglio.” Un’altra moti­
vazione, più frequente, ed estesa soprattutto alla massa
dei consumatori proletari, nasce quando uno che si buca,
“non ce la fa più": non ce la fa più ad andare avanti col
tipo di vita, “il casino, la paranoia, la polizia, i soldi...”,
anche lo star male fisicamente (per esempio, le vene in
condizioni pietose). Il “non farcela più” non è radicale
rispetto all’eroina: i consumatori in questa situazione
hanno bisogno essenzialmente di una pausa, anche se
non hanno un'intenzione precisa di riprendere a bucarsi
dopo (nella maggior parte dei casi però riprenderanno).
Altre motivazioni possono essere più specifiche: per esem­
pio, pressioni insostenibili della famiglia o del partner,
che mettono di fronte a un aut aut (in questo caso, la
cosiddetta "ricaduta" è quasi sicura); situazioni limite col
mondo del lavoro, con problemi economici, soprattutto
in persone abituate a un impiego fisso e a entrate fisse
(non certo nei “freak di strada”).
La reazione, sia dei medici che degli amici (o parenti),
quando si accorgono che l’esigenza di disintossicazione
non è "pulita e definitiva” come loro vorrebbero è isterica.
L’errore qui è di fondo, metodologico: prima dell’ini-

182
Per non morire di eroina

zio della terapia va chiarito col consumatore l’obiettivo


della disintossicazione. E senza metodi inquisitori: cioè
dirsi il perché non deve significare nessun ricatto, come
"Ah, se è per questo che vuoi essere curato, allora niente
da fare.”
Per ciascuna di queste situazioni di "disintossicazione
provvisoria," oltre a chiarirne tranquillamente i motivi
senza assurde colpevolizzazioni, deve essere programma­
ta una strategia ¿ ’intervento adeguata, sia tecnicamente
(sul piano clinico) sia socialmente. Per esempio, se nella
motivazione alla disintossicazione di un consumatore, pre­
domina il fatto che non ce la fa più a fare una vita da
"topo” per procurarsi i soldi dell’eroina circondato da
incubi paranoici di polizia, mentre è in secondo piano il
deterioramento fisico o non c’è affatto, si può risolvere
temporaneamente la situazione somministrando dosi pu­
lite di oppiacei (morfina o metadone o simili) e togliendo
quindi il consumatore dalle giornate paranoiche nel mer­
cato nero; si tratta di una somministrazione a scopo te­
rapeutico, e perfettamente legale, in quanto è clinica-
mente necessario che il consumatore si tolga almeno per
un po' dal "giro" e d’altra parte è clinicamente necessario
fornirgli dosi di oppiacei per evitargli crisi pericolosissi­
me da astinenza.
Nella stessa situazione, naturalmente, si può anche
procedere a una disintossicazione normale: la scelta do­
vrebbe comunque essere lasciata al consumatore, senza
eccessive pressioni o discussioni; una disintossicazione
accettata a malincuore, in cui gioca un elemento di pres­
sione esterna, è di solito un fallimento e preclude poi, al
momento giusto, una disintossicazione con buon esito.
In una situazione in cui, invece, nella motivazione pre­
vale più il dato fisiologico (intossicazione un po’ pesante,
vene ridotte a pezzi, ecc.), può essere preferibile puntare,
più che su un periodo di somministrazione controllata
di droghe analoghe (in condizioni igieniche ottimali), su
una fase di disintossicazione.
Per tutte queste situazioni, comunque, l’eventualità
di una "disintossicazione provvisoria” o di altre tecniche
di appoggio, va vagliata e chiarita serenamente col con­
sumatore, senza pregiudiziali di principio per l’una o l’al­
tra soluzione, che devono nascere dall’autocoscienza del
consumatore.

183
Manuale di autodifesa

Un’altra questione preliminare riguarda l’atteggiamen­


to psicologico di alcuni consumatori "ansiosi" di liberarsi
al più presto possibile della “schiavitù" dell’eroina. An­
che qui si rischia di partire col piede sbagliato se non
diventa chiaro nel consumatore e in chi gli sta vicino
che non ci può essere fretta nel mettere in moto un pro­
cesso che, anche fisiologicamente, ha necessità di tempi
per lo più meno brevi. Il consumatore che vuole sbaraz­
zarsi al più presto del vizio è da una parte, spesso, vit­
tima di esperienze molto spiacevoli, dall’altra vittima
della cultura dominante sulle droghe, irrazionale, vittimi­
stica, fumettistica; in altre parole, il consumatore è domi­
nato da un’angoscia, “si sente un drogato,” con tutto
quello che ne consegue in Italia dopo otto anni di miti ter­
roristici. Nel rapporto deve essere chiaro che non ci sono
individui sani e drogati: ma solo persone che hanno o
non hanno avuto esperienze con droghe, e che, se le hanno
avute, le hanno avute più o meno positive o più o meno
negative o "incasinate." Un atteggiamento irrazionale, come
"sono un drogato, qualcuno deve guarirmi,” va assoluta-
mente demistificato, dando con completezza, prima della
disintossicazione, tutte le informazioni più importanti sul­
l’assuefazione, sull’eroina e sulla "cura.” Una disintossi­
cazione che parte con l’angoscia di essere (magari tau­
maturgicamente) disintossicati corre il grosso rischio di
finire in un fallimento, ancora più grave perché crea nel
consumatore-ingenuo la “paranoia dell’inguaribilità.”

Disintossicazioni fallite
Sono la norma nella pratica medica mondiale: anche
perché la prassi è stata finora, nell’ambito delle esperien­
ze pubbliche o ufficiali, o anche di certe comunità tera­
peutiche, delle quali si conoscono i dati, sempre condi­
zionata da un certo grado di coattività; a parte le case
di rieducazione, i manicomi, ecc., anche i luoghi dove
le cure non sono imposte risentono fortemente del condi­
zionamento sociale: in realtà, la maggior parte dei con­
sumatori si reca in questi posti perché è sottoposta a
mille ricatti del proprio ambiente sociale (da quelli pe­
santi: “se non ti curi ti denuncio," a quelli sentimentali:
"se non smetti, non sto più con te,” a quelli economici:
rischio di perdere il posto di lavoro). Inoltre una grossa

184
Per non morire di eroina

quota dei ricoveri o delle richieste di assistenza è fatta


da consumatori che non hanno una intenzione precisa
di smettere decisamente l’uso di oppiacei, ma che aspi­
rano a una "disintossicazione provvisoria,” e non rendono
esplicita questa intenzione per paura che altrimenti non
verrebbero aiutati.
L’aspetto più grave delle disintossicazioni fallite (come
si è visto, in gran parte per un equivoco di fondo) con­
siste nel provocare una generale sfiducia e diffidenza
verso il problema della tossicomania nella classe medica
(anche nella parte più attenta) e negli operatori sanitari,
che porta alla divulgazione di una cultura mistificata del-
l’inguaribilità e delle difficoltà metafisiche, enormi, con­
nesse all'impossibile recupero dei "drogati”: una mentali­
tà, che, facendo diventare la "malattia” metafisica, porta
a dimenticare anche elementari regole di buon senso nel
rapporto, a rifiutare l’assistenza, a fornirla solo dietro
una serie di ricatti, e a ignorare la necessità vitale di in­
formarsi e aggiornarsi, da un punto di vista clinico e
neurofisiologico, sui dati reali dell'assuefazione e della di­
sintossicazione: il tutto si innesta su una cultura della
droga già catastrofica ("un’anticultura”). Allo stesso mo­
do, le disintossicazioni "fallite” nell’ambiguità portano
gravi confusioni ai consumatori, che si sentono sempre
più isolati e "condannati" (stigma già gettato loro ad­
dosso dall’anticultura della droga), e giungono alla con­
clusione (già pubblicizzata da “Famiglia Cristiana” o da
"Selezione dal Reader’s Digest”) che "gli stupefacenti
sono un abisso senza ritorno," che "dalla droga non ci si
libera,” oppure di essere loro stessi "segnati” e senza
speranza: e alla base di tutto magari ci sono macrosco­
pici errori (dosi, farmaci) del medico che ha impostato
la cura.

Il medico
Per non correre rischi legati a dosaggi sbagliati delle
medicine, in relazione all’organismo di ognuno e al suo
stato di intossicazione, il medico resta indispensabile.
Per una pratica corretta, è meglio pretendere una vi­
sita generale molto accurata, fatta anche in base a un
consulto completo su tutto il curriculum droghe del con­
sumatore, alcool, tabacco, e psicofarmaci compresi, con

185
Manuale di autodifesa

notizie su tutte le possibili cause di intossicazione e de­


bili tamento: alimentazione, nocività sull'ambiente di la­
voro, fatica, stress, ritmi del sonno. In base a tutto que­
sto, possono essere decisi, con ima certa precisione, far­
maci e dosaggi.
Problema legale: nella sua formulazione, la vecchia
legge del 1954 sugli stupefacenti era molto più favore­
vole, in quanto obbligava il medico a ima denuncia al­
l’autorità giudiziaria solo nei casi di "intossicazione cro­
nica." Questa formulazione giuridica dava quindi modo
a qualsiasi medico di buona volontà di considerare il con­
sumatore "non cronico” e di giocare su questo margine
assicurandogli comunque discrezione. La nuova legge, se­
guendo il modello del famigerato “fermo di droga” del
governo di centro-destra Andreotti, prevedeva addirittura
la denuncia al pretore obbligatoria per il medico nei con­
fronti dei pazienti che non si fossero sottoposti a cura
volontaria o la interrompessero (art. 95). Solo i tre mesi
(settembre-dicembre) di battaglia democratica del Comi­
tato scientifico “Libertà e droga" sono riusciti a cancel­
lare questa ignominia: alla Camera dei deputati il socia­
lista Signorile è riuscito a imporre l’emendamento del
Comitato, cassando l’obbligo di segnalazione al pretore
(cfr. Camera dei Deputati, stampato n. 4042, 26 novem­
bre 1975, e, per un raffronto, i due testi sinottici pub­
blicati dal Senato, dopo la trasmissione del Presidente
della Camera dei deputati al Presidente del Senato il 5
dicembre 1975)). Resta, per il medico, l’obbligo di segna­
lazione ai famosi "centri” previsti dalla legge: ma qui
la volontà repressiva di chi ha fatto la legge e la compli­
cità di chi l'ha approvata o non combattuta, franano in un
tipico meccanismo all’italiana: al momento in cui scri­
viamo (30 giugno 1976) è scaduto il termine (sei mesi:
art. 107, comma 2) per l’istituzione di questi centri da
parte delle Regioni; e non risulta che nemmeno in una
regione italiana sia stato istituito un centro. La legge pre­
vede che in caso di inadempienza delle Regioni, la com­
petenza passa, in via provvisoria, al Ministero della sa­
nità (art. 107, comma 3). Finché non è istituito nessun
centro (ci vuole una legge regionale) e finché nessun cen­
tro esiste fisicamente, è ovvio che il medico non ha nes­
sun obbligo di segnalazione. Nel momento in cui i centri
esistono, il medico ha due possibilità di sfuggire all’ob-

186
Per non morire di eroina

bligo di segnalazione: 1) non fare nessuna segnalazione


in nessun caso: la legge parla di obbligo ma non prevede
nessuna pena particolare per il medico che contravviene
all’obbligo, in nessuno dei suoi articoli; 2) se un consu­
matore è semplicemente in cura, la segnalazione non è
obbligatoria, perché il paziente può chiedere l’anonima­
to (art. 95, comma 6); la segnalazione è obbligatoria, con
nome e cognome, se "la persona non si sottopone a cura
volontaria o la interrompe”: qui il medico può sfuggire
all'obbligo (oltre che con la disobbedienza civile) con ima
impostazione scientifica del concetto di cura; cioè può
impostare un piano di cura (accettato ovviamente da qua­
lunque paziente) che contempli la ricaduta; un progetto
con limiti di tempo molto ampi e che contempla periodi
di ricadute, previsti dal medico. In questo modo, nessuno
può poi contestare al medico di essersi sottratto all'obbli-
go di segnalazione, in quanto il paziente non ha rifiutato
la cura e non l’ha interrotta. Un cavillo, se si vuole: ma
anche una corretta applicazione delle conoscenze scien­
tifiche in materia contro norme assurde.
La giusta preoccupazione manifestata da esperti, me­
dici e magistrati (compreso Psichiatria Democratica) degli
obblighi dei medici ("medici-poliziotti”) dopo l’approva­
zione della legge, nasce dal fatto che i centri hanno, se­
condo la legge, una funzione di "polizia-sanitaria": cioè
passano le schede sui "drogati-recalcitranti” all’autorità
giudiziaria ed è loro il primo giudizio sugli individui se­
gnalati dalla polizia "questo è drogato," "questo è recal­
citrante.” Passare le schede al tribunale vuol dire non
solo permettere al tribunale di decidere terapie coatte,
ma anche permettere alla polizia giudiziaria di aprire
un'inchiesta con convocazioni e interrogatori: chi ti dava
la droga? dove la prendevi? a chi l'hai venduta?, scavan­
do nella vita del paziente per scovare amicizie, agendine,
precedenti.
Per un'immediata consultazione, pubblichiamo i passi
della legge che riguardano gli "obblighi” del medico:
Legge 22 dicembre 1975, n. 683: Disciplina degli stu­
pefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura e ria­
bilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza ("Gaz­
zetta Ufficiale della Repubblica Italiana,” n. 342, 30 dicem­
bre 1975).

187
Manuale di autodifesa

T it o l o XI: Interventi preventivi, curativi e riabilitativi


Art. 95 (comma 4). — Cura volontaria e anonimato. —
I sanitari che assistono persone dedite all’uso non tera­
peutico di sostanze stupefacenti o psicotrope possono, in
ogni tempo, avvalersi dell'ausilio dei centri di cui all’ar­
ticolo 90.
Essi debbono in ogni caso inoltrare ai centri compe­
tenti previsti dall'articolo 90 una scheda sanitaria conte­
nente le generalità dell’interessato, la professione, il gra­
do di istruzione, i dati anamnestici e diagnostici ed i ri­
sultati degli accertamenti e delle terapie praticate.
Coloro che hanno chiesto l’anonimato hanno diritto a
che la loro scheda sanitaria non contenga le generalità
e ogni dato che valga alla loro identificazione.
Art. 96. — Obblighi di segnalazione — L'esercente la
professione medica che visita o assiste persona che fa uso
personale non terapeutico di sostanze stupefacenti o psi­
cotrope deve farne segnalazione ad uno dei centri di cui
all'articolo 90. L’esercente la professione medica, prima
di procedere alla segnalazione, deve interpellare l'interessa­
to se intende sottoporsi a cura conservando o meno l’anoni­
mato secondo le disposizioni dell’articolo precedente.
Ove la persona non si sottoponga a cura volontaria
o la interrompa, l’esercente la professione medica ha l’ob­
bligo di fame immediata segnalazione al più vicino dei
centri previsti dall’articolo 90 allegando la scheda sanita­
ria di cui al precedente articolo.

Gradualità
Testimonianza. — Assuefatto all'eroina in Vietnam,
durante la guerra (1972):
"Non credo che per smettere l’eroina dobbiamo sof­
frire il 'cold turkey' [la sindrome d'astinenza]. Per me
è andata meglio in un altro modo, un po’ rozzo magari;
prendevo dosi sempre più piccole di una medicina cinese,
pillole con una tintura d’oppio a circa il 20 %: mi hanno
aiutato moltissimo a venirne fuori. Tipo che il primo gior­
no ne prendevo quattro, tre il secondo e cosi via. L'ultimo
giorno solo un pezzetto di una pillola. Alla fine stavo an­
cora male, sono stato ancora male per qualche giorno,
ma almeno queste pillole mi avevano tirato fuori da quel­
l’assurdo trip di spararmi eroina nelle vene due volte al

188
Per non morire di eroina

giorno. Era quel tipo speciale di trip assillante dell'eroi­


na, da cui mi ero allontanato un po'. Le altre volte, dopo
aver smesso in altri modi, avevo sempre ricominciato.
Questa volta no.”
Un caso personale, certo. Ma anche un’indicazione che
per molte persone, per molte situazioni, può essere più
adeguato un distacco progressivo dall’eroina, tramite un
oppiaceo (non necessariamente il metadone) e magari
senza la smania del buco. È opportuno anche ricordare
le ricerche scientifiche citate nei capitoli sulla storia del­
l'eroina che dimostrano come, per esempio, l’oppio fu­
mato abbia una capacità di assuefazione meno violenta,
meno agganciante degli shot di eroina o morfina. Una fase
intermedia, nel distacco, o anche combinata gradualmen­
te con le altre cure. Una fase, che soprattutto nei ghetti
dei quartieri e delle grandi città occidentali può favorire
un passaggio dal trip violento dell’eroina a un momento
di uso piu tranquillo, meno nevrotico di qualche sostan­
za simile.

Modalità di somministrazione dei farmaci


Le fleboclisi sono il sistema d'elezione nei centri an­
tidroga e negli ospedali. Sono usate anche perché permet­
tono una razionalizzazione: le medicine da dare sono di­
verse e possono essere tutte diluite in una soluzione glu-
cosata (piu nutritiva di una soluzione semplicemente fi­
siologica a base di acqua e sale). Alcuni esperti sono con­
trari sia alle fleboelisi che alle endovenose perché ripro­
ducono il rito del "bucarsi"; non sembra utile però pre­
tendere che il consumatore adotti questa o quella tecni­
ca; secondo gli esperti, anche le iniezioni intramuscolo
dei farmaci sono equivalenti.
Il posto. — La scelta di una disintossicazione a domi­
cilio, oltre che terapeutica nei confronti di una demisti­
ficazione delle proprietà taumaturgiche del ricovero, delle
cliniche e degli ospedali, è indubbiamente utile, nell’at­
tuale situazione italiana, per avere meno problemi legali.
Inoltre, fuori dall’ambiente spersonalizzato dell’ospedale,
è possibile un rapporto con i propri amici e con se stessi
in modo molto più tranquillo e umano.
Tecnicamente, anche le fleboelisi possono essere fatte

189
Manuale di autodifesa

tranquillamente a domicilio: per la prima volta, è sen­


z’altro meglio che sia un’infermiera o il medico stesso a
seguire la fleboclisi, per dare un esempio dei tempi e
della velocità con cui far scorrere i liquidi dentro le vene
(negli ospedali può capitare il peggio: che per la fretta
0 il casino di un reparto, il liquido venga fatto scorrere
in vena troppo alla svelta). Per l’allestimento, non ci sono
problemi: basta un attaccapanni vecchia maniera o un
qualunque supporto abbastanza alto dove appoggiare la
boccia delle flebo e far scorrere il liquido verticalmente
verso la persona sdraiata. Dopo i primi esperimenti coi
tecnici, il malato stesso con un amico possono far funzio­
nare l’aggeggio.

Le medicine
Nei centri antidroga come il CAD di Milano, si usano
di solito delle fleboclisi con soluzioni glucosate: come epa-
toprotettori e disintossicanti sono usate fiale dei seguenti
farmaci: Coxanturenasi - Ditta Falorni - una scatola di 3
fiale L. 3.000; Detoxicon - Schering - 10 fiale L. 1.480; Exe-
pin - Zambeletti (estratti epatici e Vitamina B 12) - 5 fiale
L. 2.300; Glutestere - Maggioni - 5 fiale L. 1.200.
Nelle flebo vengono anche messe dosi variabili di psi­
cofarmaci tranquillanti (scelti fra quelli solubili nella
soluzione glucosata, come il Vatran, della Valeas di Mi­
lano, 3 fiale 500 lire). Ogni soluzione glucosata costa cir­
ca 2.000 lire.
I medici privati democratici possono usare, oltre a
prodotti simili, una combinazione per esempio intramu-
scolo, di diverse iniezioni di Cytepar - Carlo Erba - 5 fia­
le L. 1.150; Buscopan (non compositum) - Boehringer - 6
fiale L. 750. Il Cytepar contiene Vitamina B 12, che è utile
per i dolori e i disturbi dell’astinenza; e più efficace an­
cora è il Buscopan, che è un potente antidolorifico (usato
anche nelle coliche); il Cytepar è anche disintossicante e
epatoprotettore.

1 tranquillanti
Sia negli ospedali sia nei centri antidroga si fa un uso
massiccio di tranquillanti: ormai quasi esclusivamente
benzodiazepine (vedi paragrafo La droga di massa). Que-

190
Per non morire di eroina

sti psicofarmaci sono un perfetto alibi per l'istituzione:


servono a far dormire il paziente, a farlo stare tranquillo
(e inebetito) durante il giorno; e si fa credere al malato
che sono indispensabili e, praticamente, un’alternativa
all’eroina. Come effetti psichici, non c’è dubbio invece che
l’eroina mette in uno stato psichico che ha una maggiore
lucidità di quello indotto dai tranquillanti. E non c’è da
stupirsi che con cure del genere quasi tutti i pazienti ri­
comincino con l’eroina. È evidente che in molti momenti
precisi della disintossicazione, il tranquillante per dormi­
re o in un momento d’angoscia può essere utile: è idiota
istituzionalizzarne l’uso, imbottendo il povero consuma­
tore di eroina, senza lasciargli scelta. Fra i medici demo­
cratici, sembra molto più opportuno affidare dosi mode­
ste di tranquillante al consumatore perché le prenda nei
momenti in cui ne sente il bisogno: sono momenti sem­
pre più radi se concorrono i due veri fattori-chiave della di­
sintossicazione: una combinazione di farmaci adeguata,
che riduca al minimo o abolisca i disturbi d'astinenza,
con molta attenzione a questi disturbi (sono molto con­
creti, mentre per molti medici sono solo una scusa del
consumatore per ottenere droga), con una procedura gra­
duale in cui entrino anche dosi decrescenti di oppiacei; e
un clima e una motivazione in cui avviene la disintossi­
cazione distensivi, favoriti, e armonici (vedi paragrafo
successivo). È sicuro che l’uso del tranquillante come
sostituto dell’eroina rende praticamente impossibile una
disintossicazione seria, che ha bisogno anche di un con­
sumatore autocosciente, che si renda conto dei propri
bisogni e dei propri stati, fisici e psicologici.

Posto e tempi
Coi sistemi tradizionali (interruzione brusca dell’eroi­
na e vigorosa cura disintossicante) in una settimana o due
il paziente è considerato disassuefatto; e secondo alcuni
sistemi di analisi e rilevazione può sembrarlo. Le cono­
scenze attuali in tema di eroina e dipendenza fisica in­
ducono invece a essere un po’ più prudenti; e il decorso
della disassuefazione, a parte lo stacco iniziale che certa­
mente non sempre è opportuno, anche psicologicamente,
che avvenga in modo brusco, sembra avere bisogno di
un appoggio più prolungato e seguito.

191
Manuale di autodifesa

Per chi non dispone di una casa "tranquilla" (la mag­


gioranza dei proletari) sembra opportuno darsi da fare
per trovare un luogo con un minimo di confort: sia per
le iniezioni o le fleboelisi, sia soprattutto per mangiare,
dormire e stare un po’ in pace; poiché tutto questo non è
facile, ci deve essere uno sforzo concreto, comunitario,
intorno al consumatore: come per esempio, fare qualche
colletta, al limite durante una manifestazione in un centro
sociale o una festa popolare; è anche un modo per politi­
cizzare in concreto l’intervento sull'eroina, oltre le di­
scussioni (o chiacchiere) meramente ideologiche.

Altre tecniche di disintossicazione


Quando è praticamente impossibile trovare un medico
e non si riesce a organizzare fisicamente una disintossica­
zione autogestita, la soluzione intermedia più indicata
è la cura ambulatoriale, cioè usare gli ospedali, i centri
antidroga e gli ambulatori per la terapia; qui è molto più
difficile controllare i contenuti della cura. Bisogna sot­
tolineare che è un diritto di ogni cittadino essere infor­
mato sul tipo di farmaci che gli vengono somministrati
(vedi anche AA.VV., I diritti del malato, Feltrinelli, Mi­
lano 1975); le cautele devono anche essere molto maggiori
sul piano della vigilanza: negli ospedali molti medici sono
conformisti e si ritengono obbligati alla segnalazione; per
ora il fenomeno non si è verificato che in minima parte,
perché ancora non sono stati istituiti i centri previsti
dalla legge, ma in futuro è opportuno usare molta pru­
denza. Esemplare al riguardo la situazione alla Clinica
tossicologica dell'Università di Firenze (vedi scheda).
Se anche un intervento ambulatoriale richiede molta
vigilanza, il ricovero espone a pericoli molto più seri:
meglio cercare un medico per qualche settimana che en­
trare subito in ospedale senza garanzie. Se comunque non
ci sono alternative, accettare il ricovero (che nella stra­
grande maggioranza dei casi è inutile) solo dopo una se­
rie di incontri preliminari con i medici dell’ospedale per
vedere che aria tira; cercando anche di ricostruire le loro
opinioni politiche per vedere in che misura ci si può fi­
dare, facendosi comunque aiutare e informare da opera­
tori sanitari democratici. Oggi in quasi tutta Italia esi­
stono alcuni riferimenti di tecnici vicini a Medicina Demo­

192
Per non morire di eroina

cratica o Psichiatria Democratica, rintracciabili tramite


i gruppi politici, i collettivi di base, o gli avvocati demo­
cratici o i giornalisti di sinistra. Il ricovero, tranne casi
di assoluta sicurezza o casi in cui un consumatore è ri­
dotto proprio malissimo, resta un po' l’ultima spiaggia.
Dal punto di vista economico, per chi non ha mutua
(le mutue principali, comunque non rimborsano le spese
per alcoolismo e tossicomanie: ma è possibile mettere
le cure sotto una voce diversa, come epatite, per esem­
pio), bisogna ricordare che nessuna legge obbliga a pa­
gare, quando si esce da un ospedale o da un ambulato­
rio; mentre invece i sanitari sono obbligati alla cura dal
Codice Penale (vedi paragrafo successivo). Un sistema in­
termedio è rappresentato dall’iscrizione all’ECA (Ente
comunale di assistenza) un po’ complicata e lenta, ma che
permette cure gratuite senza “scontrarsi” coi sanitari.
Infine, anche quando ci sono pressioni della famiglia
o della polizia per un ricovero in ospedale psichiatrico, è
indispensabile il contrattacco: la nuova legge infatti, gra­
zie a uno dei tre (su oltre trenta) emendamenti presentati
dal Comitato "Libertà e droga” e accettati dal Parlamen­
to proibisce esplicitamente in ogni caso il ricovero in
ospedale psichiatrico per la cura delle tossicomanie. Si
possono minacciare denunce per sequestro di persona e
abuso di atti d’ufficio; e, anche quando l’internamento in
manicomio è solo ventilato, si può contrattaccare con de­
nunce-esposti per minacce e violenza privata; è comun­
que quasi indispensabile (se un atteggiamento deciso non
dà i suoi effetti) contattare al più presto un avvocato de­
mocratico. Il trucco degli "internatori” più raffinati con­
siste nello spedire in manicomio un consumatore non in
quanto tossicomane ma in quanto "disadattato o schi­
zoide"; non regge, perché (a parte che la psicosi deve es­
sere dimostrata) si può sostenere che qualunque anorma­
lità, anche di comportamento, è causata dalla tossicoma­
nia; e su questo punto la legge è chiarissima:
T i t o l o X. — C e n tri m e d ic i e d i a ssiste n za sociale -
(art. 90): "La cura e la riabilitazione dei soggetti che fan­
no uso non terapeutico di sostanze stupefacenti o psico-
trope sono affidate ai normali presidi ospedalieri, ambu­
latoriali, medici e sociali localizzati nella regione, con
esc lu sio n e d eg li o sp ed a li p sich ia tric i".
L’espressione "esclusione degli ospedali psichiatrici” è

193
Manuale di autodifesa

ripetuta in tutti gli articoli che fanno cenno alle cure,


coatte e non. Anche gli assessori regionali che per legge
nel periodo in cui non ci sono ancora i centri speciali,
devono stabilire gli ospedali che si devono occupare delle
cure, hanno rispettato le nuove norme, non includendo
nessun ospedale psichiatrico.
Per evitare ricoveri abusivi è opportuno contattare,
oltre a uno psichiatra democratico, anche un pretore di
sinistra, direttamente, o facendogli arrivare un prome­
moria scritto. In genere, in tutti i contatti, è utile rivol­
gersi a qualche gruppo politico, sia per chiedere informa­
zioni (indirizzi di medici, avvocati, ecc.), sia per infor­
marli di una situazione che può diventare un caso repres­
sivo e su cui loro possono intervenire e dare un minimo
di appoggio.

Sindrome d'astinenza (“rota"), epatite, infezioni


Oltre alla disintossicazione e ai collassi, almeno tre
situazioni legate all’uso di eroina, presentano alcuni pro­
blemi tecnici seri: la sindrome d’astinenza, quando il
consumatore non riesce a trovare l’eroina (in gergo si dice
che uno è "in rota”) perché non ha soldi o perché sono
stati arrestati i suoi fornitori (caso quest’ultimo sempre
più raro perché il ricambio è ormai immediato nel mer­
cato nero), l’epatite (curabile nei reparti per malattie in­
fettive dei grandi ospedali), e la setticemia.
Sindrome d’astinenza. — Per la sindrome di astinenza
può essere opportuno rivolgersi (con cautela) ai centri
specializzati che forniscono il metadone; un medico pri­
vato può legalmente fare una ricetta per il metadone (vedi
oltre l’elenco delle specialità commerciate in Italia) o per
qualunque altro oppiaceo reperibile in farmacia: sono
diverse decine, contenenti morfina, codeina o altri nar­
cotici di sintesi. È inutile pensare di risolvere una sin­
drome di astinenza con tranquillanti, in dosi più o meno
massicce: il consumatore soffrirà lo stesso come un cane
(vedi il paragrafo sulla sindrome d'astinenza nel capitolo
Che cos’è l’eroina). Se una sindrome scoppia in modo
grave, indichiamo qui di seguito le regole minime di
pronto soccorso, in attesa dell'intervento di un medico

194
Per non morire di eroina

con la dose di narcotico, che farà passare immediatamen­


te, se iniettata endovena, i sintomi più gravi.
Da un punto di vista legale, il consumatore può ricor­
rere anche a un ospedale o a un medico privato qual­
siasi, che non conosce; secondo il Codice Penale, entram­
bi sono obbligati a prestare assistenza (altrimenti si con­
figurerebbe il reato di omissione di soccorso) e l’unica
assistenza in questo caso è quella di somministrare un
oppiaceo. In un ospedale, però, si corre il grosso rischio
di andare incontro ad abusi da parte dei sanitari (in ogni
ospedale bisogna tener presente che c’è anche la polizia),
come ricoveri forzati o violenze o denunce; in qualche
caso conviene provare con le buone, magari mandando
qualche amico in avanscoperta, per spiegare la situa­
zione. Se gli amici hanno tutti paura, si può spiegare loro
che possono recitare la parte del bravo cittadino che ha
appena incontrato per strada un tossicomane bisognoso
di aiuto; in ogni caso è assolutamente sconsigliabile an­
dare in un ospedale da soli per questo problema. Il me­
dico privato può essere convinto un po’ con le buone,
un po’ con le cattive, facendogli presente che la legge non
gli consente (come in certi paesi per l’aborto) il diritto
di obiezione di coscienza: bloccare i sintomi della crisi
di astinenza è un suo preciso dovere; d’altra parte il sa­
nitario non si può tirare indietro col pretesto che magari
il consumatore non ha nessuna crisi e vuole solo della
droga, perché i sintomi sono evidenti anche a un profano
(vedi il paragrafo sulla sindrome di astinenza). Infine,
il dovere del medico non è tanto quello di compilare una
ricetta (anche qui ci potrebbero essere obiezioni; "questo
drogato va a comprare la droga e poi magari la vende")
ma di assistere il consumatore: quasi tutti i medici han­
no della morfina o delle sostanze morfinosimili in studio
o in casa per una vasta serie di situazioni di emergenza.
Specialità a base di metadone segnalate dall’“Infor­
matore Farmaceutico," edizione del 1975:
Eptadone: prodotto dalla Tosi (Milano); scatole di 5
fiale da 10 milligrammi: L. 350.
Mephenon: prodotto dalla Spemsa (Firenze): fiale da
10 milligrammi.
Physeptone: prodotto dalla Wellcome (Pomezia - Ro­
ma); tre tipi di confezione: a) 25 confetti, da 5 mg.,

195
Manuale di autodifesa

L. 650; b) 3 fiale, da 11 mg., L. 500; c) 12 fiale da 11 mg.,


L. 1.600.
Cosa fare per le convulsioni epilettiche: mettere un
panno annodato o un fazzoletto nella bocca per evitare
che si morda la lingua o gli si rovesci in gola. Slacciare
subito tutti i vestiti, specialmente intorno al collo. Con­
trollo continuo per evitare che si faccia male. Se ha
molta febbre, passare con una spugna dell'alcool o del­
l'acqua tiepida.
Epatite. — Attenzione all'epatite: è una malattia molto
contagiosa e piuttosto pericolosa.
Come si trasmette: è abbastanza facile. Si può pas­
sare a un altro usando la stessa siringa. E trascurando
alcune norme di igiene.
Ci possono essere anche tre mesi di incubazione. Sin­
tomi: per esempio, un principio di itterizia: pelle ingial­
lita e bianco degli occhi ingiallito; intestino molto in di­
sordine e odori corporali sgradevoli. Si può prendere man­
giando o bevendo dagli stessi bicchieri, piatti, tazze, cuc­
chiai o mangiando cibi che sono stati in mano a dei ma­
lati. Nei casi gravi si può prendere anche respirando
l’alito che viene da un malato. Si può prendere anche fu­
mando la stessa sigaretta (o "spinello") di uno che ce l’ha.
Insomma, pare che l’epatite sia una malattia abba­
stanza comune fra i freak o la gente che usa droghe in­
sieme. Alcuni la prendono in India (o nei viaggi in Orien­
te) e senza saperlo la passano ai loro amici, anche con
contatti minimi, tipo fumare insieme uno "spino.” Da
un punto di vista strettamente medico, l'epatite è una
malattia molto contagiosa.
Infezioni da siringhe infette o non pulite (setticemia). —
Sintomi principali: febbre alta, mal di testa, macchiette
sopra gli occhi e dolori abbastanza forti (o molto for­
ti) al fegato (sintomi notevoli, in stadio avanzato: cosi
come pupille a spillo, e sangue nelle urine). Due ore dopo
una iniezione con una siringa infetta, stare super-attenti:
è possibile crepare anche due ore dopo una iniezione.
Se uno si "buca,” dovrebbe stare piuttosto attento a
tenere tutte le sue attrezzature abbastanza pulite. Insom-
ma, bollirle, o lasciarle un po’ nell’alcool, o etere, o altri
disinfettanti, prima dell’uso.

196
Per non morire di eroina

Una siringa di vetro non costa molto: può salvarvi da


un’infezione perché è meno soggetta a inquinamento. An­
che la pelle, le mani, pulitele con etere o alcool prima di
farvi un buco, e anche dopo.

Disintossicazione. Istruzioni per genitori e consumatori di


droghe pesanti

Il ricovero
A breve e media distanza dall’approvazione della nuo­
va legge, gli ospedali civili delle grandi città tendono a ri­
fiutare, in genere, il ricovero di persone che dichiarano
di essere intossicate.
È lo stesso tipo di rifiuto che viene opposto a decine
di migliaia di cittadini bisognosi di assistenza sanitaria
anche minima ("non abbiamo posti-letto”). Vi si aggiunge
una riottosità ulteriore: un drogato, un eroinomane, è
considerato una "grana." Come conferma la ricerca con­
dotta nel 1970-71 dall’équipe dell’Istituto di Psichiatria
dell’Università di Roma (Cancrini e coll.), che ha portato ai
seguenti risultati:
a) ai questionari, distribuiti negli Ospedali Civili, nei
reparti neurologici, e negli Ospedali psichiatrici di Roma,
ha risposto: il 70% dei medici in servizio presso l’Ospe­
dale psichiatrico, e il 30% dei medici in servizio presso i
reparti di Pronto Soccorso e di Accettazione degli Ospe­
dali Civili;
b) alle domande di carattere tecnico che chiedevano
quale assistenza di pronto soccorso fosse da fornire agli
intossicati vittime di un collasso o di una crisi, i medici
di ambedue le categorie rispondevano allo stesso modo:
“la percentuale di risposte errate si avvicinava a quella
di un campione scelto a caso” (Cancrini e coll., p. 145).
Il che significa che ricorrere a un ospedale per un’as­
sistenza di pronto soccorso in caso di collasso da eroina
(o altre complicazioni gravi da droghe pesanti), equivale
a un salto nel buio; ed è questa situazione in primo luo­
go collegabile alle numerose storie anomale di decessi da
eroina in persone regolarmente ospitalizzate (vedi capi­
tolo Morire di eroina).
I medici degli ospedali civili (come quelli degli psi-

197
Marmale di autodifesa

chiatrici) hanno una certa coscienza della propria asso­


luta impreparazione: secondo la ricerca di Cancrini e
coll., la stragrande maggioranza risponde di ritenere ne­
cessario l’intervento di uno specialista.
Eppure, non si tratta di problemi raffinati, di tecniche
interdisciplinari: è necessario solo sapere quale farma­
co o quale terapia somministrare in caso di collasso o di
crisi, una nozione rintracciabile in qualunque manuale
di farmacologia a livello europeo, e riassunta in poche
pagine.
Il rifiuto al ricovero di tossicomani di droghe pesan­
ti da parte dei medici, denunciato anche dagli specialisti
dell'Ospedale psichiatrico provinciale di Limbiate (Mila­
no), non è quindi soltanto un rifiuto psicologico, sociale,
di soggetti da emarginare; è una confessione della pro­
pria incapacità di assistenza a livelli minimi: un livello
non più complicato del siero antivipera, o di una gastri­
te, largamente meno complicato di un attacco di appen­
dicite.
L'enorme spazio sociale e politico dei consultori auto­
gestiti è consentito anche da questo livello paradossale
di incompetenza dell’ospedale civile.
Problema legale. — Le famiglie e gli “intossicati" che
ricorrono all’ospedale civile devono avere un quadro mol­
to chiaro dei loro diritti e dei doveri dell’ospedale.
Nessun ricovero può essere rifiutato. È indispensabi­
le recarsi all’ospedale civile, anche in casi di urgenza, con
almeno due-tre amici. Se il ricovero viene rifiutato, biso­
gna assolutamente prendere nota del nome e cognome
degli autori materiali del rifiuto. La direzione dell’Ospe­
dale e le persone fisiche autori del rifiuto possono essere
denunciate per “omissione di soccorso”: articolo 593 del
Codice Penale (comma secondo), che prevede la reclusio­
ne sino a tre mesi; nel caso in cui dal fatto derivi una le­
sione personale (è la situazione in cui una intossicazione
viene perpetrata dalla mancata cura, con ima lunga se­
rie di conseguenze in ordine ai danni organici), la pena
è aumentata.
Caso per caso, si può valutare se convenga accenna­
re ai medici che rifiutano il ricovero, all’eventualità del­
la denuncia; in alcune situazioni, è possibile che il singo­
lo, per evitare grane, faccia marcia indietro e ordini in

198
Per non morire di eroina

qualche modo il ricovero. È importantissimo comunque


chiedere nome e cognome prima di una eventuale minac­
cia. Per la denuncia, vedere la scheda pubblicata alla fine
del Manuale di autodifesa: se viene fatta nei termini sug­
geriti, non c'è assolutamente nessun rischio nel presen­
tarla.
In tutti i casi, è molto importante presentarsi all’o­
spedale con un gruppo folto di accompagnatori: l’intimi­
dazione (minaccia di denuncia, p.e.) risulta in tal modo
molto più efficace. Un'altra carta da giocare è la minac­
cia di uno scandalo: se si è in rapporto con un giornali­
sta democratico, conviene dirlo ad alta voce ("faremo u-
scire la notizia sul giornale x”). Se non si ha questo con­
tatto, conviene comunque minacciare lo scandalo: "se
non fate il vostro dovere, noi andiamo immediatamente
alla redazione del giornale x, con la persona ’intossicata’
e faremo il vostro nome e cognome” (per il problema dei
contatti con i giornalisti in genere vedi scheda al paragra­
fo successivo). Un accorgimento ulteriore è andare con
un fotografo.
L'intimidazione popolare o proletaria, sempre accom­
pagnata da ima serie di minacce concrete, ottiene, nella
attuale situazione ospedaliera italiana, migliori risultati
delle trattative "morbide." Clamoroso il caso di un grup­
po di donne che a Napoli sono riuscite a far ricoverare
dei loro parenti malati (che avevano già fatto il giro dei
vari ospedali ed erano stati rifiutati con la solita scusa
del “non abbiamo posti-letto”), portando di forza nell’o­
spedale materassi, lenzuola e coperte e mettendoli nel
corridoio.
Contatti coi giornalisti. — Oltre a seguire il giornale
della propria città (soprattutto nella sezione "cronaca”)
per individuare i giornalisti più aperti, un sistema molto
semplice per contattare degli operatori dell'informazione
che possono servire al momento opportuno, consiste nel
contattare i membri del Comitato di redazione, ormai
presente in quasi tutte le testate e che funziona come un
sindacato interno dei giornalisti. Per sapere i nomi, è
sufficiente una telefonata alla segreteria di redazione (o
al segretario di redazione). Quasi sempre, il Comitato di
redazione è formato da giornalisti di sinistra, attivi sin­
dacalmente, e il problema può essere spiegato loro, an-

199
Manuale di autodifesa

che nei casi più delicati, magari in termini un po' sfuma­


ti, per non creare eccessivi allarmi; il membro del Comi­
tato può suggerire qualche nome di cronista democratico
che lavora nel giornale.

I centri specializzati più importanti. Scheda


CAD - Milano
Il CAD (Centro aiuto drogati), nato nel 1971 come or­
ganismo essenzialmente di opinione, è passato all'assi­
stenza pratica a partire dal '72. Come centro di opinione,
ha prodotto un testo di legge (nel ’72), che è stato presen­
tato alla Camera dal democristiano Sorgi e da altri 32 de­
putati democristiani; la proposta era elaborata da un giu­
dice cattolico-moderato milanese (dr. Romeo Simi De
Burgis), da avvocati e giuristi, con la collaborazione di
funzionari della squadra Narcotici di Milano, della Crimi-
nalpol e dell’Arma dei Carabinieri. Il progetto era analo­
go al disegno di legge Gaspari-Gonella, proposto dal go­
verno Andreotti nel dicembre 72 (il cosiddetto "fermo
di droga,” vedi capitolo “Leggi"); per un confronto, vedi
anche La droga in Parlamento in La droga e il sistema, nuo­
va edizione, Feltrinelli, Milano 1976.
I tecnici del centro sono: il prof. Alberto Madeddu,
viceprimario dell’Ospedale psichiatrico di Limbiate (cioè
Mombello), che è in Italia il più acceso sostenitore della
teoria dell’escalation (la marihuana è pericolosa perché
poi si può passare all’eroina) fin dal 1970. Ha aderito alla
Campagna nazionale contro la droga, indetta dal Movi­
mento Studentesco ed è l'unico degli esperti del CAD che
ci tiene a presentarsi, nei dibattiti e nelle interviste, co­
me “uomo di sinistra”; il prof. Enzo Gori, dell'Istituto di
Farmacologia dell’Università di Milano. Sostiene che sul
problema della marihuana, la scienza è divisa; nell’incer­
tezza, bisogna essere contrari; è uno dei pochi che cono­
sce la dozzina di pubblicazioni che negli ultimi 6 anni
hanno sollevato ipotesi di dannosità specifiche di uso mo­
derato di marihuana; le ha riassunte in un lavoro per la
rivista dei gesuiti milanesi (La marihuana fa male?, in
"Aggiornamenti Sociali," n. 11, novembre 1974); cattolico
moderato, ha curato per il CAD i rapporti diplomatici
con i funzionari democristiani del Comune per ottenere

200
Per non morire di eroina

finanziamenti, che sono stati concessi: 90 milioni per tre


anni.
Il CAD è aperto tutti i giorni, dalle 21 alle 24 (zona
Città Studi, via Apollodoro 5, telefono 71.59.60) e i suoi
operatori più specializzati hanno una sufficiente infor­
mazione sulle tecniche di disintossicazione più comu­
ni. Di recente, si è attrezzato per poter offrire anche
un’assistenza ambulatoriale: cioè le fleboelisi disintossi­
canti possono essere fatte in sede, con certi limiti. Non
risulta che vengano effettuate schedature trasmesse alla
polizia, né risulta che la squadra narcotici abbia trovato
un modo per identificare i "pazienti" che si recano in sede.
Il centro non appare consigliabile sotto il profilo psi­
co-terapeutico e d’altronde i componenti (fra cui molti
volontari e dilettanti) ammettono di non essere in grado
di rendersi utili sotto questo profilo.
A molti visitatori viene offerto, per una cura più se­
guita e incisiva, l’ingresso nel manicomio del prof. Maded-
du, con la possibilità di un’uscita volontaria nel momen­
to desiderato.
Nelle apparizioni in pubblico, i responsabili non han­
no mai parlato dell’uso di metadone: secondo l’assesso­
re provinciale alla Sanità, doti. Fausto Boioli (PCI), il
centro e l’ospedale di Mombello ricevono periodicamente
grosse forniture di questa droga.
In casi di emergenza (crisi di astinenza o gravi males­
seri fisici), può essere consigliabile, a Milano, rivolgersi
a questo centro. Per chi si vuole disintossicare con cal­
ma, sembra più opportuno organizzare le operazioni pra­
tiche spiegate in questo manuale di autodifesa.
Al CAD, viene praticata, anche ambulatorialmente, la
cura standard (uno dei medici più preparati è il dott. Lo-
vati), con somministrazione di tranquillanti (come il Va-
tran Valeas).
In una intervista al periodico dell’editore di destra Ru­
sconi, "Il Settimanale," il prof. Madeddu ha affermato di
usare nelle terapie un farmaco speciale, di origine sve­
dese, non ancora commerciato in Italia, molto utile, se­
condo questo psichiatra, nella disintossicazione. Si tratta
di un potente psicofarmaco, l’Heminevrin, a base di clo-
rometiazolo; secondo il foglietto illustrativo allegato dal­
la casa farmaceutica produttrice ASTRA, l’Heminevrin è
"un ipnotico-sedativo di un modello chimico completa-

201

s
Manuale di autodifesa

mente nuovo. Si è dimostrato particolarmente efficace


nella cura delle sindromi da astinenza da alcool, nel de­
lirium tremens e nell’epilessia.”
Secondo la ditta gli inconvenienti (“effetti collaterali”
nel gergo farmacologico) sarebbero “insignificanti." Si sa­
rebbero osservati solo casi isolati di cianosi e trombofle­
bite localizzata sul posto dell’iniezione.

Firenze
A Firenze, c’è l’Ospedale Careggi (Clinica Tossicologi­
ca dell’Università di Firenze, servizio autonomo di tossi­
cologia - viale Morgagni 65, tei. 2774, interno 244; aperto
dalle 8.30 alle 10.30 tutte le mattine); dal 1972, si applica
il metodo del metadone, a cura del prof. Francesco Man­
naioni. "Il centro funziona piuttosto male,” dice Sergio
uno studente che segue da qualche tempo delle vicende
dell’eroina in città e che abbiamo intervistato in aprile,
"ma per lo meno dispone di un personale medico abba­
stanza capace. Il numero dei casi di 'guarigione' è bassis­
simo, ma questo dipende anche dai continui ostacoli frap­
posti all'attività del centro, e dal fatto che in definitiva
tutto quello che possono fare in questo reparto è sommi­
nistrare metadone.” Ma il guaio più grosso è un altro:
"La polizia che sembra inerte di fronte al traffico di eroi­
na acquista un'improvvisa solerzia quando si tratta di
mettere nei casini gli intossicati che cercano di curarsi
a Careggi. Non sembra che ci siano problemi legali dentro
al reparto; ci sono però al di fuori, dove due solerti po­
liziotti hanno arrestato tre volte in due mesi un giovane
di 22 anni, Gianni, in cura presso il reparto perché aveva
contravvenuto alla diffida a ritornare a Firenze; la stes­
sa cosa è successa due giorni fa a uno di Torino, Gian
Guido, 30 anni, accusato di detenzione che è stato arre­
stato al momento di entrare al reparto tossicologico."
N.B. Un’altra segnalazione riguarda il cappellano del
reparto chirurgico dell’ospedale di Careggi. "La Nazione”
del 20 marzo 1976 riferisce, in un trafiletto in cronaca di
Firenze, che il sacerdote, vedendo parlottare un giovane
tossicomane, in cura presso l’ospedale, con due ragazze,
e notando "qualcosa di sospetto” ha immediatamente
chiamato la volante; la pattuglia ha portato il ragazzo in
Questura, dove è stato arrestato per "detenzione di stu­

202
Per non morire di eroina

pefacenti”: aveva in tasca cinque grammi di hascisc e del­


le pastiglie di metadone. Processato per direttissima, il
consumatore, Marco Frosini, è stato condannato una set­
timana dopo dal Tribunale di Firenze a otto mesi di re­
clusione (“ La Nazione,” 26 marzo 1976).

Centro Antidroga - Roma


A Roma, esiste dal 70 il Centro antidroga del Comu­
ne, che ha recentemente cambiato nome in Centro per le
malattie sociali (Centro Antidroga o Centro per le Malat­
tie Sociali, presso l'Ufficio di Igiene - via Ariosto 3 - tei.
73.67.96/73.72.10). È stato fondato dall’assessore alla Sa­
nità) in carica dal 70 al 75) Marcello Sacchetti, democri­
stiano, sull’onda dello scandalo del Barcone sul Tevere.
L’assessore e i collaboratori del centro, hanno partecipa­
to per anni a conferenze e convegni antidroga a Roma, in
cui venivano "sparate” cifre pazzesche. A Roma si droga­
no in 140.000 (in "Il Messaggero," 26 novembre 72); L’età
della droga scende dai quindici ai dodici anni (in "Tem­
po,” 26 gennaio 73). Sacchetti è però scivolato su una buc­
cia di banana quando si è lasciato sfuggire in una sonno­
lenta riunione di genitori e insegnanti una "rivelazione”
ad effetto: "Abbiamo anche scoperto una quinta elemen­
tare drogata.” Era presente anche un giornalista e il gior­
no dopo la notizia viene sparata in prima pagina dal "Mes­
saggero”; sei ore dopo. Sacchetti viene denunciato alla
Procura della Repubblica per notizie false e tendenziose
dalla redazione di Stampa Alternativa. Da allora, Sacchet­
ti sarà molto più cauto.
Come intervento, il centro usa il metadone, che gli
viene fornito direttamente dalla Wellcome, che ha sede
a Pomezia (Roma). I responsabili del centro hanno am­
messo, in una pubblicazione riservata agli addetti ai la­
vori (Zerbetto, R., op. cit., p. 907), di schedare i consu­
matori che si presentano e di inviare le schede alla que­
stura. A ciò, si ritengono obbligati dalla vecchia legge su­
gli stupefacenti, che invece non impone affatto questo ob­
bligo (solo in caso di "intossicazione cronica," art. 20: un
medico di buona volontà ha, in base a questa definizione,
un ampio margine). Con la nuova legge, i medici non han­
no nessun obbligo di denuncia (è saltato con gli emenda­
menti socialisti), ma evidentemente, dati i precedenti,

203
Manuale di autodifesa

non ci sono molte garanzie di discrezione da parte di que­


sto centro. “Però dato che sono medici e non questurini,”
dice Marco, un eroinomane del quartiere Garbatella, "gli
si può dare un nome falso, o un documento falso, loro
non ti sgamano e cosi almeno non hai casini con ma­
dama."
Il Centro antidroga di Roma si è recentemente scoper­
to in modo brutale: invitando centinaia di operatori sa­
nitari da tutta Italia ha organizzato addirittura un con­
gresso internazionale per lanciare nel nostro paese il
metadone (Roma, 5-7 maggio 76). Le virtù di questa eroi­
na di stato sono state propagandate dal suo scopritore,
il prof. Vincent Dole, che negli Stati Uniti ha imposto il
metadone fin dal 1962; come se non bastasse, il Congres­
so (la notizia è confermata da diversi partecipanti ai sim­
posi) è stato organizzato nell’Hotel di Villa Pamphili, di
proprietà della Wellcome, la casa produttrice della specia­
lità di metadone più usata negli ospedali e nei centri ita­
liani (compreso naturalmente quello di Roma): il Phy-
septone.

Come si fa una denuncia. Scheda


Dal '58 in poi moltissimi compagni o giovani democra­
tici, che hanno subito delle violenze da parte di poliziot­
ti (in questura o in piazza) o di picchiatori fascisti, han­
no tentato la strada delle denunce penali contro i respon­
sabili dei fatti.
Si tratta di una procedura con cui si possono ottenere
grossi risultati: il primo, più immediato e più importan­
te, è quello di poter usare il dato di fatto della presenta­
zione della denuncia a livello di propaganda e di opinio­
ne: sui fogli della controinformazione (dal ta-tse-bao al
volantino, al manifesto, al periodico) e sulla stampa bor­
ghese. Una denuncia giudiziaria, con tutti i crismi della
legge, può servire a convincere di un certo fatto e di una
certa situazione e a provocare reazioni.
Per l'eroina, esistono senz’altro diversi casi in cui l'u­
so dello strumento-denuncia, può essere efficace: quando
ci sono indizi di connivenza tra determinati spacciatori e
i nuclei antidroga; quando medici privati o ospedali civi­
li rifiutano l'assistenza sanitaria; quando le istituzioni re­
pressive (famiglia, polizia, psichiatri, ecc.) tentano il ri-

204
Per non morire di eroina

covero coatto in manicomio o in clinica psichiatrica;


quando vengono identificati spacciatori di eroina o infor­
matori-provocatori al servizio dei nuclei antidroga (un in­
formatore commette un reato se, per procurarsi informa­
zioni, cerca di convincere dei ragazzi a cedergli droga).
Molti cittadini o compagni hanno paura di fare una de­
nuncia giudiziaria perché credono che l’unico metodo sia
andare al commissariato e quindi esporsi a interrogatori,
intimidazioni: non è affatto vero ci sono modi molto più
semplici di usare questo strumento quando si decide che
serve.
Probabilmente il più indolore è addirittura la posta:
chiunque può inviare per posta, anche per raccomandata
con ricevuta di ritorno, o con espressi, telegrammi, ecc.,
una denuncia o un esposto alla Pretura o alla Procura
della sua città o anche di un’altra città (dove si sono svol­
ti i fatti). In questo modo, non si corre il rischio (per
molti notevole), di doversi scontrare fisicamente con com­
missari o marescialli insopportabili. E tutta la procedura
è perfettamente valida.
Volendo avere addirittura una ricevuta, con tanto di
numero di "protocollo,” basta recarsi in tribunale o in
pretura: esiste un apposito ufficio, dove lavorano sem­
plici impiegati, che registrano tranquillamente le denun­
ce e gli esposti, segnandoli in un quaderno, chiedendo il
documento a chi li presenta (può essere un delegato, non
necessariamente il firmatario della denuncia), e lascian­
do una specie di ricevuta: cioè il numero di registrazione
della denuncia stessa.
Dato che esistono questi metodi, in genere è un gros­
so errore recarsi in questura o in commissariato o in ca­
serma per una denuncia: può significare in molti casi e-
sporsi a ogni genere di minacce o vessazioni o interro­
gatori.
Se si ha paura di un’eventuale controdenuncia o que­
rela per calunnia da parte delle forze dell’ordine o dei
colpiti dalla denuncia, non bisogna assolutamente preoc­
cuparsi. Se non si ha una massa di documentazione suf­
ficiente a incastrare chiunque, anche grossi papaveri, ba­
sta presentare, invece di una vera e propria denuncia,
un "esposto": è praticamente la stessa cosa, e può es­
sere giocato allo stesso modo sul piano giornalistico, po­
litico e della controinformazione, ma non fa correre nes­

205
Manuale di autodifesa

sun rischio. La differenza è solo formale: in una denun­


cia, uno accusa il tal dei tali di un certo reato; in un
esposto, è un cittadino che si limita a raccontare certi
fatti (visti da lui, o letti sui giornali, o riferiti da qual­
cuno), e a chiedere al magistrato “se non ravvisi in questi
fatti un certo reato.” In questo modo, si è in una botte di
ferro: assolutamente al sicuro da ogni querela, anche
se in pratica si è ottenuto lo stesso effetto: cioè portare
sul piano giudiziario accuse che altrimenti sarebbero ri­
maste solo a livello di voci e chiacchiere.
Segue un "modulo” adatto a qualunque tipo di
esposto:
A lla P r e t u r a d i ...................... (n o m e d e lla c i t t à ) .......................(d ata)
I l s o t to s c r it to (n o m e e c o g n o m e ) ........................... re s id e n te (o d o ­
m ic ilia to ) i n .......................... ( c ittà e v i a ) , .............................
e s p o n e q u a n to segue:
(esp o sizio n e d e i f a t ti d i c u i s i è a c o n o sc e n z a e degli in d iz i).
V e d a r i ll .m o G iu d ic e se i f a t ti o r a e s p o s ti c o s titu is c a n o o m e n o
re a to . I n c a so a ffe rm a tiv o , v o g lia p ro c e d e re a n o rm a d i legge n e i
c o n fr o n ti di t u t t i i re s p o n s a b ili, d e i q u a li, s e e sisto n o , c h ie d o la
p u n iz io n e , p ro p o n e n d o q u e re la , (segue firm a ).

Una forma di denuncia assolutamente da privilegiare,


nei confronti dei Nuclei antidroga dei carabinieri o di
forze dell'ordine o anche magistrati a carico dei quali
esistano indizi per reati come connivenza, omissioni di
atti di ufficio, ecc., nel giro della droga, sia come prote­
zione, sia come abuso di potere nei confronti di com­
pagni innocenti, è senz’altro la denuncia collettiva.
Può essere formulata anche nei termini dell’esposto:
pubblicitariamente, può essere molto valido portarla in
tribunale tramite una delegazione; si presta inoltre per­
fettamente a una raccolta di firme, spiegando alla gente
e ai compagni che non si corrono rischi concreti a sotto­
scriverla, dato che si tratta di un semplice esposto, per
di piu basato su fatti.

Il giallo della nuova legge antidroga

Una presa per il culo: questo giudizio "estremista"


è apparso il 14 dicembre 1975 sul numero 44 di "Fronte
Popolare," il settimanale del Movimento Studentesco (ve-

206
Per non morire di eroina

di la scheda "I documenti drogati"). È il giudizio dei


"Collettivi autonomi autodifesa e lotta droga" sulla nuova
legge antidroga, approvata definitivamente dal Senato il
17 dicembre 1975 e ora in vigore. I Collettivi sono gruppi
di compagni particolarmente vicini a quelle decine, cen­
tinaia di migliaia di giovani proletari che fanno uso, sal­
tuario o frequente, dei derivati della Cannabis Indica,
hascisc e marihuana.
Giudizio estremista, provocatorio, isterico, si è detto
da più parti. Ma vediamo i fatti.
Martedì 30 dicembre, Roma. — In mattinata, la “Gaz­
zetta U-fficiale," una pubblicazione quotidiana su cui ven­
gono pubblicate tutte le leggi della Repubblica, esce nelle
librerie specializzate con il testo della nuova legge anti­
droga, approvata dal Parlamento, con voto favorevole di
tutti i partiti tranne il MSI. Otto ore dopo, a tempo di
record, l’appuntato Augusto Ceccarelli e le guardie Pa­
squale Punzi e Gennaro Juliano, "fermano" al bar Ciam-
pini, via Gregorio VII, Roma, due ragazzi, Marco Lacchi-
sani, studente universitario, anni 20, residente a Pisa, e
Marius Raymond Duttweiller, americano, anni 20, nato a
Monaco di Baviera, Germania, e residente a Roma.
Che cosa avevano combinato i due giovani? L’appun­
tato Augusto e le guardie Pasquale e Gennaro trovano
nella macchina dell'americano cinque dosi di eroina. “So­
no mie," dice il ragazzo, “le ho comprate per 30.000 lire
[il prezzo medio dell'eroina a Roma per questo quanti­
tativo, N.d.R.], servono a me perché consumo questa roba
da diverso tempo e sono assuefatto."
L’arresto è effettuato per "detenzione di stupefacenti”;
i due vengono sbattuti in prigione e denunciati al magi­
strato di turno alla Procura della Repubblica. Si chiama
Francesco Fratta, sostituto procuratore, e in base al rap­
porto di polizia, non ha dubbi: incrimina l'americano e
l’italiano in base alla nuova legge antidroga; “detenzione
di eroina," articolo 71 della nuova legge, pene da 4 a 15
anni di prigione. Il difensore, avvocato Remo Volpato,
protesta: "Ma come, la nuova legge depenalizza i consu­
matori, non potete emettere un mandato di cattura"; va
addirittura dal Procuratore Capo, il dott. Siotto, che lo
accoglie gentilmente; tempo un paio d’ore, consulto al

207
Manuale di autodifesa

vertice di magistrati: "caro avvocato non c'è niente da


fare, la legge parla chiaro, il processo è già fissato, il
capo di imputazione non fa una grinza."
È il 4 gennaio: lo stesso giorno "L’Unità,” organo uf­
ficiale del Partito comunista italiano, pubblica un lungo
ed esauriente articolo del senatore Generoso Petrella,
membro delle Commissioni Giustizia e Sanità del Sena­
to, uno dei principali responsabili per il Partito della po­
litica che ha portato a scegliere di approvare senza tante
discussioni la nuova legge: “I magistrati devono coglie­
re lo spirito di una riforma che ha ripudiato medioevali
concezioni intese a confinare nel carcere malattie socia­
li." "Una delle leggi più moderne dell’Europa occidenta­
le,” aveva scritto qualche giorno prima lo stesso giornale,
"a cui ha contribuito in modo essenziale il nostro partito.”
A questo punto il lettore, extraparlamentare o rifor­
mista che sia, strabuzza gli occhi: come è possibile che
i fatti (arresto e carcerazione e mandati di cattura e in­
criminazione) diano ragione a "collettivi autonomi" che
per motivi "populistici e propagandistici" avevano fatto
previsioni pessimistiche, e avevano parlato di "presa per
il culo,” e diano torto al più importante partito della si­
nistra italiana, il meglio organizzato di Europa, con cen­
tinaia di tecnici del diritto e della scienza e operatori
specializzati, che parla invece di riforma ultramoderna?
La risposta sta nella complicatissima vicenda che ha
portato il Parlamento ad approvare quasi all'unanimità
una “riforma” che nei fatti si sta rivelando una beffa
atroce.
Primavera 1975, atto primo. — Per molti anni, a par­
tire dal famoso scandalo del "Barcone” sul Tevere (“2.000
ragazzi drogati": una montatura anti-giovani e anti-stu-
denti del Nucleo Antidroga dei Carabinieri di Roma), il
problema-droga era stato un monopolio della destra: di
quella più becera e scatenata, che vedeva drogati dap­
pertutto, soprattutto fra i ragazzi di sinistra e/o capel­
loni; e non si limitava a "scandalizzare," usando spre­
giudicatamente i giornali e la televisione, ma riusciva
a mobilitare polizia e carabinieri in migliaia di incursioni,
retate e perquisizioni negli ambienti giovanili, che si tra­
ducevano in "secoli e secoli di galera.” A partire dal '72,
nasce, sulla spinta di gruppi di controcultura e scien­

208
Per non morire di eroina

ziati democratici, un movimento di controinformazione


e di opinione che ribalta l'ottica reazionaria sul proble­
ma e cerca di approfondirlo anche marxisticamente. Ov­
viamente anche i gruppi della sinistra rivoluzionaria sono
coinvolti nel dibattito.
Ma è nella primavera 75 che le condizioni del paese
permettono un salto di qualità al discorso: una prima
fase di "leadership” nella battaglia viene assunta dal Par­
tito radicale che insieme al Comitato scientifico "Libertà
e Droga” e a Stampa Alternativa affronta in termini con­
creti il problema di una riforma. Sono i fatti a lanciare
l’iniziativa: è iniziato il lancio dell'eroina in Italia, pos­
sibile perché i consumatori, in massima parte ex drogati
di psicofarmaci "pesanti,” come le anfetamine, sono or­
mai passati a 5.000. Nasce cosi il progetto di legge di
emergenza (eroina gratis ai tossicomani e depenalizza­
zione delle droghe leggere) per stroncare al suo inizio il
mercato della droga pesante.
È un ultimatum al Governo e al Parlamento: o si cam­
bia la legge sulla droga, o Marco Pannella, con la forza
della sua figura ormai affermata nei mass-media, fumerà
pubblicamente hascisc e si farà arrestare. In questo qua­
dro politico, si susseguono per un paio di mesi le denun­
ce sul dilagare dell'eroina, portate avanti dai tecnici del
Comitato scientifico "Libertà e Droga” (culminate nella
clamorosa conferenza-stampa col magistrato Di Gennaro
del 25 giugno), e quelle più concrete, di controinformazione
e di denunce giudiziarie di Stampa Alternativa contro i
protettori del mercato: i corpi separati dello stato, e, in
particolare, i carabinieri del Nucleo Antidroga di Roma,
accusati addirittura di spaccio di eroina, che stretti alle
corde, non smentiscono e non querelano.
E siamo al 27 giugno: sono 50.000 o più i compagni
presenti alla manifestazione nazionale organizzata a Piaz­
za Navona da Stampa Alternativa e "Muzak” contro l'eroi­
na e per la depenalizzazione della marihuana. L'eroina
— e i suoi morti — sono in prima pagina sul "Corriere
della Sera”: e pochi giorni dopo Pannella, visto che lo
stato non si è mosso a livello legislativo, si fa arrestare.
Estate 75, si muovono i partiti parlamentari. — È il
segnale di allarme per il Parlamento; in quella fase il
Senato (Commissioni riunite Giustizia e Sanità), che sta

209
Manuale di autodifesa

esaminando stancamente da ormai 19 mesi i progetti di


legge presentati da un senatore democristiano (Torelli)
e dal governo di centro-destra Andreotti (disegno di legge
approvato il 22 dicembre 72 dal Consiglio dei Ministri).
Lo scandalo dell’arresto di Palmella trasforma i senatori
in lepri. Ecco le cifre: il Governo ha "passato” la riforma-
droga al Senato il 2 maggio 1973; le Commissioni riunite
Giustizia e Sanità del Senato si sono riunite per la prima
volta il 28 novembre 1973; da allora al 24 aprile 1975 si
sono riunite a lavorare 8 volte, in 17 mesi; dal 24 aprile
— data della prima conferenza-stampa con l'ultimatum
di Pannella e Stampa Alternativa — al 19 giugno si sono
riunite 6 volte, in due mesi; dal 19 giugno, dopo le mani­
festazioni e gli arresti, al 24 luglio si sono riunite ben
8 volte, in solo 1 mese. In un anno e sette mesi (fino al
20 giugno) sono stati approvati 10 articoli; in 4 settima­
ne dopo le manifestazioni e gli arresti, 96 articoli, alla
media di 24 articoli la settimana contro la media prece­
dente di 1 articolo ogni 2 mesi). Addirittura tre settimane
dopo viene annunciato in una conferenza-stampa alla
presenza dei capigruppo di tutti i partiti democratici che
è stata approvata in sede preliminare la nuova legge, che
depenalizza il consumo di droga. I radicali, scarcerato
Pannella e ottenute alcune promesse dal governo sulla
rapidità di messa in vigore delle nuove norme, rinunciano
alle azioni di disubbidienza civile, che avevano ottenuto
un successo cosi clamoroso; il segretario Spadaccia, con
qualche riserva, esprime un giudizio positivo sulla nuova
legge.
Ma questa legge nessuno l’ha vista: e quando riapre
il Parlamento, a settembre, tutti i giornali, compreso
“Notizie Radicali,” organo del partito, con un titolone,
Fumare non è più reato, annunciano trionfalmente che
il Senato sta votando la nuova legge, moderna, civile,
umana, giusta, ecc. A rompere le uova nel paniere arri­
vano i "provocatori” di Stampa Alternativa che in ima
conferenza-stampa a piazza Navona il 24 settembre pre­
sentano un dossier con lettura ragionata della nuova
legge, di cui finalmente si vengono a conoscere integral­
mente gli articoli principali: "è una vera e propria truf­
fa, le cose andranno anche peggio di prima, la truffa
maggiore è il fatto della depenalizzazione del consuma­
tore, che non viene arrestato per il fatto di avere della

210
Per non morire di eroina

roba in tasca, ma viene condannato ad anni e anni di


galera per aver acquistato, trasportato, importato, ecc.”.
Il Senato non batte ciglio: e il Io ottobre tutti i partiti,
tranne il MSI, votano a favore della legge; il segretario
nazionale del Partito radicale, Spadaccia, chiede addirit­
tura, con un telegramma al Presidente del Consiglio Moro,
pubblicato dall’agenzia quotidiana "Notizie Radicali” l’I
ottobre 1975 (p. 2, n. 145), che la legge entri immediata­
mente in vigore con decreto-legge.
Da ottobre a dicembre però le critiche diventano una
valanga: prima il Manifesto, poi LC e AO, poi Magistra­
tura Democratica e Psichiatria Democratica, e anche per­
sonaggi dell’establishment, tecnici e operatori, come il
giudice Di Gennaro e il commissario Di Francesco, at­
taccano duramente la legge (per un elenco di pareri di
esperti, vedi il volume Tutti in galera di Stampa Alter­
nativa).
Il Comitato scientifico "Libertà e Droga” e Stampa
Alternativa preparano un piano di emendamenti che ven­
gono presentati alla Camera dal Partito socialista e soste­
nuti dall’on. Claudio Signorile: è una battaglia che sem­
bra persa in partenza perché il PCI e la DC non paiono
disposti ad accettare nessuna modifica. Ma le mostruo­
sità della legge sono troppo evidenti, e cosi la Camera
accetta alcune modifiche: per esempio viene esclusa la
terapia coatta in manicomio.
Intanto le case farmaceutiche mettono in moto i loro
strumenti di pressione per togliere i controlli sugli psi­
cofarmaci (tranquillanti, sonniferi: le droghe di mamma
e papà): anche su questo punto si scatena una battaglia,
ma pochi giorni prima di Natale, il Senato chiude la vi­
cenda approvando definitivamente la legge, con la via
libera agli psicofarmaci e con tutti gli aspetti aberranti
non modificati.
È una sconfitta della democrazia: il movimento, i mi­
lioni di giovani favorevoli all’abolizione dello strumento
repressivo contro i giovani proletari fornito a polizia e
magistratura dalle leggi antidroga, e anche la maggio­
ranza degli elettori che, sia pure non bene informati, sono
per la depenalizzazione, hanno subito una dura sconfitta.
Sulla pelle degli ormai 20.000 tossicomani da eroina e su
quella delle centinaia di migliaia di giovani che occasio­
nalmente o no fumano la marihuana, è infatti passata

211
Manuale di autodifesa

una legge micidiale, che anche meglio della vecchia, col­


pisce gli strati sociali malvisti dalle istituzioni, aumentan­
do anche l'ingiustizia di classe.
Come è possibile che in poche settimane una partita
di tale importanza si sia risolta a favore delle forze rea­
zionarie? Oltre all'analisi del nuovo quadro politico a li­
vello istituzionale (rapporti tra DC e partiti di sinistra),
il fattore chiave è rappresentato dai problemi interni al
movimento: la divisione della nuova sinistra sulla que­
stione droga. In piena discussione parlamentare, l’ex Mo­
vimento Studentesco di Milano, ora Movimento Lavoratori
per il Socialismo, lancia una Campagna nazionale contro
la droga, e nei primi numeri di "Fronte Popolare” (il set­
timanale dell’organizazione) pubblica degli interventi a
favore della nuova legge. L’operazione si inserisce nella
già vasta spaccatura esplosa in seguito al festival di Li-
cola sulla questione droga.
L'attenzione di grandi masse di compagni viene quindi
spostata sul problema droga in generale (fa bene? fa
male? è controrivoluzionaria?) invece che su una legge su
cui, come per la legge Reale sull’ordine pubblico, si gio­
cano questioni fondamentali di diritti civili e difesa dalla
repressione.
Nella confusione si inserisce anche il pasticciaccio del
Partito radicale, un momento-chiave dell’equilibrio delle
forze in gioco: la stragrande maggioranza della base ra­
dicale vede nella legge un duplicato solo un po’ annac­
quato del "Fermo di droga” contro cui il partito aveva
lottato duramente nel 73; i più ottimisti vedono una
legge-bidone. Ma il segretario del partito, Spadaccia, è
ferreo su una linea trionfalistica: "questa legge l’abbiamo
imposta noi con la nostra lotta," "non è la nostra legge,
ma è una nostra vittoria”; “presenta gravi ambiguità, ma
è un grosso passo avanti.” In sostanza, la stessa posi­
zione del Partito comunista (naturalmente meno disposto
a lottare per modifiche migliorative) e anche della DC,
che sogghigna sotto i baffi, brindando all’anno nuovo coi
suoi Procuratori generali e Comandanti di Nuclei anti­
narcotici. La bomba, che covava da mesi, esplode in ri­
tardo fra i radicali: sette giorni dopo che il Presidente
della Repubblica ha firmato la legge, Adele Faccio, Pre­
sidente del partito, fondatrice del CISA, e presidente del
Movimento di liberazione della donna, e altri tredici mi­

212
Per non morire di eroina

litanti della sede radicale di Milano, insieme al Collettivo


universitario milanese, scrivono a "Notizie Radicali" (che
pubblica la lettera), una durissima protesta. "Una nostra
vittoria" aveva scritto l’organo del partito. "Per aumen­
tare il nostro prestigio si vuol vendere come vittoria
quella che invece è una nostra sconfitta, una sconfitta di
tutti," sostiene la lettera. "La situazione-droga non è mi­
gliorata, casomai è identica, anzi per molti aspetti (tera­
pia coatta, punizione del proselitismo, dei circoli, delle
comuni) peggiore”: questo il succo dell'appello.
Ottusità dei vertici radicali, campagne drogofobe del
Movimento Studentesco, diffidenza del PCI ad affrontare
con slancio la battaglia, debolezza del PSI, astuzia (rela­
tiva) delle manovre DC: il movimento nuovo (quello del
"il personale è politico” nato da poco, e che non è una
semplice riverniciata data alle forze politiche emerse o
consolidate tra il ’69 e il 75), scopre che per vincere le
sue battaglie deve scegliersi molto bene alleati e compa­
gni di strada.
Il giallo della legge antidroga è infatti ben lontano dal­
l’essere finito con la pubblicazione della legge sulla "Gaz­
zetta Ufficiale": da allora ogni caso concreto di arresto, in­
criminazione e condanna in base alla nuova legge sulla
droga diventa un caso politico. Ogni arresto diventa un
atto di accusa non solo contro il Parlamento e la DC,
ma anche contro il PCI, il PR, e i parlamentari che hanno
approvato la legge.

I documenti "drogati"
Ecco un elenco, necessariamente parziale, dei princi­
pali documenti per capire le posizioni della battaglia-
droga:
Partito comunista. — "Una delle leggi più avanzate
dell’Europa occidentale”: è la tesi de "l’Unità” (21 di­
cembre 1975, p. 7; 24 dicembre 1975, p. 7). Il pezzo del
senatore PCI Petrella da noi citato è apparso su ‘TUnità”
del 4 gennaio 1976. Richiedere le copie (lire 300) a ‘TUni­
tà," servizio arretrati, via dei Taurini 19 - 00185 Roma.
Stampa Alternativa. — Tutti in galera, 24 settembre
1975: controinchiesta e lettura ragionata di tutti gli ar­

213
Manuale di autodifesa

ticoli importanti della nuova legge, con commenti di


esperti (lire 500), quinta edizione aggiornata con le mo­
difiche introdotte dalla Camera dei Deputati, richiedere
(importo anche in bolli) a Stampa Alternativa, casella
postale 741, Roma. Gratuitamente invece i numeri del
bollettino quindicinale con la posizione politica e le no­
tizie della situazione-droga.
Lotta Continua. — Oltre a due articoli descrittivi nei
tre mesi (fine settembre-fine dicembre) di discussione par­
lamentare della nuova legge, LC ha pubblicato una lunga
presa di posizione politica il 4 gennaio 1975: "La nuova
legge e il PCI: le cause, il mercato, l’ideologia della dro­
ga rimangono fuori della porta” (Lotta Continua, Ammi­
nistrazione e diffusione, via Dandolo 10, 00153 Roma).
Non sono ancora usciti invece documenti sul lavoro nei
quartieri fra i giovani proletari. Per chi abita a Milano,
può essere utile andare a trovare i compagni di LC a
Baggio, nella caserma occupata.
Partito Radicale. — Prima vittoria sulla droga, in "No­
tizie Radicali," prima pagina, articolo del segretario na­
zionale Gianfranco Spadaccia (“Notizie Radicali,” n. 151-
155, 28 novembre 1975) che illustra la vittoria radicale.
Quando esplode il dissenso nella base del partito, NR
pubblica una durissima lettera di protesta firmata da
Adele Faccio (presidente del Movimento di liberazione
della donna MLD), e da quasi tutti i militanti del Par­
tito radicale di Milano: Vittoria o trionfalismo? ("Noti­
zie Radicali,” n. 240, 31 dicembre 1975, p. 3). Da segnalare
anche l’ormai umoristico Fumare non è più reato, del ca­
poredattore Enzo Zeno (NR, 15 settembre 1975). Le copie
si possono richiedere al Partito radicale, via di Torre
Argentina 18, 00186 Roma (lire 150 Tuna). La risposta
non è sempre garantita. Una fotocopia degli articoli si
può chiedere al Centro Documentazione del Comitato
scientifico “Libertà e Droga” (vedi sotto, rimborso spese
in bolli).
Comitato scientifico "Libertà e Droga.” — Fotocopie
del testo completo del pacchetto organico di emenda­
menti alla legge (con relazione) presentato alla Camera
insieme ai socialisti (10 pp., rimborso spese: quattrocen-

214
Per non morire di eroina

to lire in bolli). Indirizzare le richieste a: Comitato scien­


tifico "Libertà e Droga”, c/o Varone, v.le Trastevere 224,
Roma (indirizzo esclusivamente postale).
Il Manifesto. — È stato l’unico quotidiano che ha se­
guito regolarmente e con attenzione lo sviluppo della vi­
cenda. Gli articoli più importanti sono usciti il 25, 27 e 30
settembre, il 2, 18, 30 ottobre, il 14 novembre, il 12 di­
cembre, il 19 dicembre, tutti del ’75; più il 4 gennaio 1976.
Richiedere al "Manifesto,” Amministrazione, via Tomacelli
146, 00186 Roma.
Psichiatria Democratica. — In un’assemblea al club
Turati di Milano, è stato elaborato un documento con­
tro la nuova legge. Per informazioni, Segreteria nazionale
di PD, c/o dr. Gianfranco Minguzzi, via Galliera 3 -
Bologna.
Movimento Studentesco. — A partire da ottobre, in
tutti i numeri del settimanale “Fronte Popolare," sono
stati pubblicati servizi e interventi della Campagna nazio­
nale contro la droga. Sulla legge, due articoli positivi
all’inizio (prof. Madeddu e avv. Malcangi), e solo uno du­
ramente negativo mentre la legge veniva approvata defini­
tivamente (14 dicembre 1975). “Fronte Popolare," piazza
S. Stefano 10, 20122 Milano.
Avanguardia Operaia. — "Il quotidiano dei lavoratori"
ha pubblicato qualche articolo (non grosso) sugli sviluppi
della legge; il giornale si è poi interessato con rilievo ai
problemi degli psicofarmaci e della loro esclusione dalle
tabelle delle droghe controllate rigidamente. Vedi arti­
coli del 12 e 21 dicembre. "Quotidiano dei Lavoratori,"
via Ruggero Bonghi 4, Milano 20141 (numeri arretrati
lire 300).
Stampa di Controcultura. — Grandi attacchi alla legge
da parte di: Katù Flash, corso Como 6, Milano; Re Nudo,
casella postale 1526, Milano; Una Tazza di Thè, casella
postale 51, 12084-Mondovi (Cuneo).
Dopo il clamoroso arresto a Roma, sei ore dopo la
pubblicazione della riforma, di due consumatori, si svol-

215
Manuale di autodifesa

ge nel primo semestre del 76, una lunga sequenza di cen­


tinaia di arresti e processi in base alla “nuova" legge.
Milano, 5 gennaio 1976. — Siamo nella terza sezione
del tribunale penale. "Signor giudice, noi siamo arrivati
mentre l’imputato, il Calaprice, confabulava con alcuni
giovani. Appena hanno visto la nostra pattuglia, si sono
dati alla fuga; siamo riusciti a catturare solo il Calaprice,
che aveva gettato un pacchetto contenente la droga" di­
chiarano alla Corte gli agenti della volante che la sera
del 26 dicembre hanno fatto irruzione davanti a un ci­
nema di via Paolo Sarpi. "Noi pensiamo.... si, insomma
questo Calaprice deve essere imo che la droga la tiene
per venderla..." Nessuna prova, nessun indizio. Luciano
Calaprice, 19 anni, capelli lunghi, è un ragazzo come de­
cine di migliaia di altri nella periferia di Milano. Il Pub­
blico Ministero (Ottavio Colato, di Magistratura Demo­
cratica), chiede che venga dichiarato non punibile, in
quanto, allo stato degli atti, risulta un semplice consu­
matore. Il Pretore, a cui è stata sottoposta la droga se­
questrata, ha dichiarato che la quantità di hascisc (36
grammi, equivalente a un paio di settimane di "spinelli”)
è "modica." Ma la Corte non ha dubbi: condanna Lucia­
no Calaprice a otto mesi di reclusione in base all'arti­
colo 72: "Chiunque detiene modiche quantità per uso di
terzi"; è bastata, per la condanna, l’insinuazione di un
semplice agente (cfr. Droga: 8 mesi all’imputato, in "Il
Giorno,” 6 gennaio 1976, Cronaca di Milano) .
Udine, 8 gennaio. — Tribunale Penale: presidente Diez,
giudici Pedretti e Mansi. Due anni di carcere a Maurizio
Coccolo, anni 20; 1 anno e quattro mesi a Giuliano Li-
rutti, anni 24 (è stato riconosciuto seminfermo di men­
te). Erano stati arrestati insieme a un altro ragazzo, con
diecimila lire di hascisc; il terzo ragazzo, Giuliano Mauro,
21 anni, di Piaino di Pagnacco (Udine) invece viene as­
solto: negli interrogatori ha sostenuto che la droga era
stata comprata dagli altri due (La nuova legge sulla dro­
ga applicata per la prima volta, "Il Messaggero Veneto,”
8 gennaio 1976).
Sanremo, 8 gennaio. — "Giovanni La Greca detto 'Ba­
rabba/ un ventenne di origine siciliana abitante a San­

216
Per non morire di eroina

remo, imputato di aver fornito una dose di eroina ad al­


cuni giovani, è stato condannato dal tribunale a tre anni
di reclusione e 900.000 lire di multa nonché all’interdizio­
ne dai pubblici uffici per cinque anni" ("Corriere della
Sera," 9 gennaio 1976). È l’art. 72, lo stesso per cui a Mi­
lano e Udine gli altri sono stati condannati a otto mesi e
a due anni. "Con questo articolo,” dichiarò il senatore
Agostino Viviani, socialista. Presidente delle Commissioni
riunite Giustizia e Sanità del Senato al momento del varo
della legge, "abbiamo inteso differenziare il piccolo spac­
ciatore, cioè il tossicomane costretto a vendere un po’
di droga per poter acquistare le dosi necessarie al suo
uso personale, dal grande e medio trafficante che ven­
dono gli stupefacenti solo per profitto. Le pene sono mi­
nori, e soprattutto si è stabilito come minimo della pena
solo due anni: in tal modo il giudice può infliggere il mi­
nimo della pena [appunto due anni - N.d.R.] e concedere
cosi la condizionale, evitando il carcere al drogato.” È
vero che il minimo è due anni, ma i giudici di Sanremo,
dato che il massimo è di sei anni, hanno preferito dare
tre anni per una dose, quindi senza la sospensione con­
dizionale della pena; e non hanno concesso nemmeno la
libertà provvisoria. Gli emendamenti del Comitato “Li­
bertà e Droga” e dei socialisti alla Camera, prevedevano
un massimo della pena di due anni, in modo che la con­
dizionale fosse sempre applicabile.
Sanremo, 8 gennaio. — Tre anni anche al tedesco
Guenther Wakotz, venticinque anni, abitante a Monaco
di Baviera, di ritorno dal Marocco in automobile, con
una scorta di canapa indiana (un chilo: in Marocco co­
sta circa 50.000 lire). La quantità non è giudicata modi­
ca, d’altra parte non c'è nessuna accusa di spaccio: il te­
desco sta passando la frontiera italiana solo per tor­
narsene a Monaco; inoltre tutti i consumatori di hascisc
quando tornano dal Marocco trasportano uno o più chili,
dati i prezzi bassi e posto che i rischi per tre etti o per tre
chili sono gli stessi: è anche logico che i consumatori di
hascisc acquistino in paesi come il Marocco queste quan­
tità dati i prezzi 20 volte superiori sui mercati neri euro­
pei; ed è anche logico che non vadano in Marocco (spen­
dendo 200.000 lire solo di benzina) per procurarsi una
“modica quantità.” Ma, per la nuova legge, l'importazione

217
Manuale di autodifesa

di quantità non modiche ricasca nell'articolo 71, che per


le droghe leggere prevede da due a sei anni di carcere.
L’importazione di una quantità non modica anche per
uso personale viene parificata allo spaccio di grandi quan­
tità. I giudici di Sanremo danno tre anni: quindi niente
condizionale, il tedesco deve trascorrere tre anni nelle
nostre prigioni, più o meno quello che succede in Iran o
in Turchia, dove i governi reazionari hanno incarcerato
migliaia di europei che avevano acquistato qualche scorta
di hascisc e li ha condannati a tre, cinque, dieci anni di
carcere: pene draconiane ("Corriere della Sera,” 9 gen­
naio 1976).
11 gennaio. — A Milano, un giudice istruttore dichiara
non punibile un giovane arrestato con un grammo di
eroina (Libero il drogato: aveva poca eroina, in “Il Gior­
no,” 11 gennaio 1976).
12 gennaio. — A Verona, 1 anno e 4 mesi per Giam­
battista Spedina (un etto di hascisc): per i giudici vero­
nesi la quantità di hascisc (pari a un centinaio di dosi)
non è modica; ergo, le pene sono maggiori che per lo
spaccio di quantità modiche, e lo Spedina viene accomu­
nato a un trafficante di quintali di eroina. Entrambi infatti
ricadono sotto l’art. 71: da due a sei anni per le droghe
leggere, da quattro a quindici per quelle pesanti. Quat­
tro giorni dopo a Milano, tre eroinomani sono più for­
tunati: il sostituto procuratore della repubblica Corrado
Carnevali, dichiara non punibili Maurizio Fabbris, Guido
Leonardo Lottieri e Vittorio Scalvini trovati in una pen­
sione di via Washington con 18 grammi di eroina (pari
a 300-400 dosi): secondo il procuratore la quantità è mo­
dica (Droga come medicina: scarcerati tre giovani, in “Cor­
riere della Sera,” 17 gennaio 1976). E a Torino, il sosti­
tuto procuratore Sciarada scarcera tre giovani con otto
grammi di eroina pura a testa (pari a 120-180 dosi) im­
portata da Parigi: la quantità è giudicata modica, e il pro­
curatore fa un piccolo salto mortale dimenticando che
l’unico articolo della legge che sostiene la non punibilità
(l’80) parla solo di detenzione, non di importazione (Non
punibili i giovani con otto grammi di eroina, in "La Stam­
pa,” 22 gennaio 1976). La legge è stata invece impietosa
con Maffeo Dottori e Giuseppe Turturo: i carabinieri del

218
Per non morire di eroina

Nucleo antidroga di Milano li hanno arrestati con 10


grammi di eroina (la stessa quantità per cui a Torino si
è assolto) considerata dai giudici che hanno convalidato
il mandato di cattura come quantità non modica (Arre­
stati con droga nella zona di Brera, in "Il Giorno," 4 gen­
naio 1976). A proposito di questo primo grappolo di sen­
tenze e arresti, il "Corriere della Sera," aprendo un’in-
chiestina in Cronaca di Milano, commenta: "Si può finire
in carcere perché trovati in possesso ad esempio di 5
grammi di marihuana mentre un altro non viene arrestato
anche se addosso gliene trovano dieci grammi. Questo
perché la legge lascia in pratica alla discrezione dei fun­
zionari dei vari nuclei antidroga e ai singoli magistrati la
decisione di applicare o meno i rigori del codice.” È il
massimo della giustizia arbitraria, una legge classista:
avvocato bravo e ben pagato, perito di parte preparatis­
simo, eventuale "bustarella" al giudice poco onesto nei
casi piu spinosi; una legge per ricchi: impunità a questi,
galera ai proletari sfortunati. Peggio dei peggiori pro­
getti col medico-giudice del corpo della donna sull'aborto.
Pescara, 18 gennaio. — Una brutta storia quella di
Antonio D’Alfonso, di Lettomanopello, anni 23, “pizzicato”
davanti a un cinema di Pescara dal vice questore dottor
Cacioppo (un personaggio molto noto per la repressione
nei confronti della sinistra e autore di un clamoroso as­
salto a base di lacrimogeni e botte alla folla del Festival
Jazz dell’estate '75: 36 feriti). L’edizione abruzzese del
quotidiano di destra "Il Tempo,” all’avanguardia nelle
montature antidroga, spara in prima pagina su sette co­
lonne, con due grandi foto: Spacciatore colto sul fatto -
Vendeva hascisc agli studenti. Anche alcuni insegnanti
del locale Istituto Tecnico "avevano notato il losco perso­
naggio in inconfondibile abbigliamento beat aggirarsi tra
gli studenti, per mostrare la merce." Cosi i funzionari lo
avrebbero sorpreso "mentre offriva un panetto di hascisc
a un minorenne." Il magistrato non ha dubbi nell'imme­
diata convalida del mandato di cattura. Ma ecco i fatti:
durante una retata nella piazzetta antistante il cinema,
viene trovato, a poca distanza dal giovane arrestato, un
pacchetto di sigarette; contiene, secondo la polizia, un
pezzettino di hascisc "lungo tre centimetri" (!): insomma,
circa tre-quattro grammi massimo. Di chi è? I poliziotti

219
Manuale di autodifesa

sono sicurissimi: l’arrestato, Antonio D’Alfonso ha dei


precedenti per furto, ha in tasca ben 142.000 lire (dovreb­
bero, secondo lui, servire a riparare la sua 850 coupé), e
in più viene da fuori Pescara; un’ottima occasione per far
credere ai lettori del "Tempo” che la droga non viene
portata in città da certi ambienti locali ben identificati
(su cui però la polizia non indaga da anni) ma da miste­
riosi figuri e loschi personaggi provenienti dall’esterno.
Invece arrivano segnalazioni sempre più fitte che il vero
problema a Pescara non è l’hascisc, ma l'eroina, spac­
ciata al Bar Gattopardo, locale il cui proprietario, guarda
caso, è il nipote del questore.
Il "nuovo clima" della legge antidroga, in cui l’opinio­
ne pubblica è stata tranquillizzata ("c’è stata una riforma,
non preoccupatevi, sono finite le ingiustizie”), trapela da
una tipica operazione antidroga a Macerata. "Il Messag­
gero,” nell’edizione locale, esce il 24 gennaio con un'in­
tera pagina-droga: il Comando gruppo dei carabinieri fa
irruzione in una casa frequentata da decine di studenti.
Alle dieci di sera i quindici militi bloccano tutti (una de­
cina di studenti riuniti) e "iniziano una minuziosa perqui­
sizione." "Nell'appartamento sono stati svuotati tutti i
portacenere, è stato rovistato ogni angolo, anche il più
recondito. Infine, dalla soffitta, è saltato fuori un sac­
chetto di plastica contenente foglie, che dovrebbero es­
sere di un tipo di marihuana sempre della famiglia della
più nota 'canapa indiana.’ Questo sacchetto apparterreb­
be appunto all’affittuario della casa, lo studente olandese
all’Università di Urbino Adrian Petronello Van Rijn.” Nes­
suno dice che il sacchetto con le foglie è dell’olandese,
ma naturalmente questi finisce in carcere, in attesa di ac­
certamenti e perizie. La sera stessa le sezioni locali di
PdUP, AO, LC, distribuiscono un volantino Con la scusa
della droga, di denuncia della provocazione, che ha fatto
scattare decine di perquisizioni nell’ambiente studentesco,
con un giudizio durissimo sulla nuova legge, definita “fer­
mo di droga."
Gennaio, il primo mese della nuova legge, si è aperto
con molti settori della repressione antidroga incerti. Una
confusione di poteri ha preso in contropiede alcuni nuclei,
permettendo a giudici democratici di interpretare in sen­
so progressivo la legge, proprio come avveniva nel '68,
quando all’inizio della repressione antidroga, la polizia

220
Per non morire di eroina

arrestava e alcuni detenuti finivano per essere processati


da magistrati democratici, che assolvevano "perché il
fatto non costituisce reato,” dando un'interpretazione cor­
retta della vecchia legge. Ma bastarono un paio d’anni
perché i procuratori-capo, e i dirigenti degli uffici istru­
zione togliessero a quei magistrati i processi, lasciandoli
a giudici dalla condanna facile. Tipico ed esemplare il
caso di Michele Coiro, presidente della Prima sezione pe­
nale del Tribunale di Roma, che assolveva regolarmente
i consumatori imputati per droga. Intervista a Coiro del
giornalista Piero Vigorelli del "Messaggero" (in L’indu­
stria della droga, Marsilio, Padova 1973): (Coiro) “Da
circa due anni non mi succede di trattare casi di deten­
zione per uso personale." “E perché?” "Semplice: pro­
cessi di questo tipo non me ne sono stati assegnati. Nel
nostro ordinamento infatti i processi vengono assegnati
con provvedimento discrezionale e insindacabile del capo
dell’ufficio. Si potrebbe quindi pensare che il capo del­
l’ufficio cui appartengo non condivida la giurisprudenza
del collegio da me presieduto.”
La stagione ’76 si è aperta con questi margini, con
questi spiragli. Ma nei mesi successivi le squadre narco­
tici della polizia, prendendo l’ispirazione dalle operazioni
più riuscite in alcune città, e soprattutto i Nuclei Anti­
droga dei carabinieri hanno elaborato semplici tecniche
con cui eliminare tutti i pochi svantaggi della nuova legge,
e con cui utilizzare in modo sempre più proficuo i nume­
rosi nuovi vantaggi.
Milano, 4 febbraio. — A Brera, tre ragazzi, Moreno
Mian, Ambrogio Ubbiali e Michele Mammolo vengono fer­
mati da una pattuglia dei carabinieri antidroga; hanno
con sé 28 grammi di hascisc, una quantità ridicola per
tre persone. Confortati dalla propaganda trionfalistica
sulla nuova legge, si sentono tranquilli: ma sbiancano in
volto quando i carabinieri li dichiarano Io stesso in ar­
resto. "Ventotto grammi sono troppi come quantità per­
sonale: questo è spaccio, due anni di prigione non ve li
toglie nessuno.” ("Il Giorno,” 5 febbraio 1976.) "C’è un
modo però per venirne fuori: diteci chi ve l’ha dato, e
noi vi lasciamo andare." Sotto il peso del ricatto, i ragaz­
zetti parlano: e in prigione finiscono Franco Addis e Re­
nato Sartori, due “fumatori” come loro che a loro volta

221
Manuale di autodifesa

avevano comprato da qualcun altro. In questo caso, i


carabinieri possono stare tranquilli: hanno schedato tre
"fumatori" e hanno creato ima situazione ideale per ri­
cattarli e trasformarli in informatori; e in più possono
portare al magistrato altri due fumatori qualunque per­
fettamente incastrati come pericolosi spacciatori. L'epi­
sodio mostra chiaramente come è possibile mettere i fu­
matori uno contro l’altro (con più correttezza tecnico­
giuridica, i carabinieri avrebbero potuto utilizzare l'art. 81
che costringe — pene da sei mesi a tre anni — i consu­
matori a testimoniare contro altri consumatori che hanno
ceduto loro un po’ di droga), ottenendo un risultato ec­
cezionale, che è quello che i Nuclei dei CC perseguono
scientificamenute da qualche anno: mettere il mercato
dell’hascisc completamente in mano alla mafia e alle or­
ganizzazioni criminali e protette, stroncando il merca­
tino studentesco o artigianale, che rappresenta un peri­
colo per il grosso mercato nero in almeno due sensi: im­
pone prezzi più bassi sulla canapa indiana, ed evita le
manovre di mercato che mirano a imporre la merce eroi­
na anche fra i fumatori facendo sparire l’hascisc.
Roma, Suprema Corte di Cassazione, 26 gennaio. —
Nel '57 la Cassazione era riuscita, con una famosa sen­
tenza, a stravolgere la vecchia legge del ’54; per tre anni,
giudici di tutte le tendenze politiche assolvevano senza
problemi i consumatori nei processi per droga: la legge
non prevedeva la punibilità della detenzione di droghe;
senatori e deputati, relatori compresi (cfr. Atti Parlamen­
tari), avevano chiarito che la legge, approvata in fretta
in seguito a grossi scandali di commercio di stupefacenti
scoperti in Italia dal Narcotic Bureau americano, servi­
va ad adeguare il sistema italiano (il fascismo non aveva
predisposto leggi antidroga) alla legislazione internazio­
nale e ai dettati delle convenzioni delle Nazioni Unite:
una legge esclusivamente contro il commercio, la produ­
zione clandestina, e l’importazione-esportazione. "Essen­
do le norme dirette contro il traffico, non ho obiezioni
a che le pene siano rese severissime," dichiarò alle Com­
missioni il ministro di Grazia e Giustizia i relatori demo-
cristiani Bartole e Alberti furono concordi che anche
contro i viziosi andava preparato qualcosa, e, che, non
essendoci tempo, lo si sarebbe fatto in futuro: "Altri

222
Per non morire di eroina

provvedimenti dovrebbero stabilire speciali pene contro i


partecipanti, anche neofiti, alle orge a base di stupefa­
centi." Per tre anni nessun consumatore viene condan­
nato. La Cassazione, su pressioni politiche e clericali, rie­
sce, in una seduta a sezioni unite (novembre ’57), a in­
ventare un cavillo diabolico, quasi un’interpretazione
"progressiva" della legge, ma in senso contrario, cioè re­
pressivo. Estrae due parole dal testo ("comunque deten­
ga," riferite a chi commercia, produce, ecc.) e stabilisce
che possono funzionare da passepartout per mettere in
prigione chiunque, anche chi usa droghe. E i giudici,
tranne pochi democratici, si adeguano e condannano.
A vent'anni di distanza, la Cassazione è ancora chia­
mata a dare la sua interpretazione di ima nuova legge an­
tidroga; questa volta non c’è bisogno di acrobazie giu­
ridiche: la nuova legge fornisce un’ampia scelta di arti­
coli per giustificare le condanne più assurde. Cosi Sandro
Masella e i suoi amici Max, Francesco e Carla, di Ospe-
daletto, condannati in primo grado e in appello con la
vecchia legge, vengono condannati anche con la nuova:
1 anno e quattro mesi di carcere. Nella loro comune in
campagna, la polizia aveva trovato un paio d’etti di ha­
scisc (quantità non modica): quindi, condanna a un anno
per l’art. 71 (quello dei grandi spacciatori e produttori),
più 4 mesi di aggravanti. Le pene infatti sono aumentate
da un terzo alla metà "se il fatto è commesso da tre o più
persone, in concorso tra loro” (art. 74, comma 2): in
questo caso i giovani erano in quattro... Quello della Cas­
sazione è il primo esempio di utilizzazione degli aspetti
"sottili" della legge, quelli che creano vaste possibilità
repressive. La condanna, per i quattro, è definitiva; con
la vecchia legge avevano fatto tredici mesi; gliene man­
cano tre, li faranno quando gli arriverà la notifica della
condanna; al commissariato gli hanno detto che prima
non possono entrare in prigione (cfr. intervista a "Mu-
zak,” febbraio '75, Non è reato, condannatelo, p. 53).
Firenze, autunno '74. — Un salto indietro. La solita
casa in campagna, quasi una comune. La solita perquisi­
zione. "Essendo una delle giovani aderente a Potere Ope­
raio c’erano stati dubbi sulle eventuali attività eversive
che potevano avere come centro quella casa colonica"
{Nel cascinale si fumava ma l’esplosivo non c’era, in "La

223
Manuale di autodifesa

Nazione," 8 febbraio 1976). Salta fuori qualche grammo


di hascisc. Vecchia legge, tutti in galera; poi libertà prov­
visoria. Il 7 febbraio di quest’anno, il processo. Nuova
legge. I quattro imputati ammettono di aver fumato. E
il tribunale infligge a tutti e quattro otto mesi di reclu­
sione; motivo: hanno fumato insieme, quindi ciascuno
deteneva per uso proprio, ma anche per l’uso degli altri.
Conclusione, tutti e quattro ricadono nell’art. 72 (da imo
a quattro anni di carcere): "chiunque detenga per uso
di terzi."
Con questa sentenza, il Tribunale di Firenze compie
un salto di qualità nella condanna ad ogni costo del con­
sumatore: non ha bisogno di inventarsi uno spaccio pre­
sunto o di credere a una velina insinuante della polizia;
ai giudici basta usare bene lo strumento-legge: formule
che si adattano a tutte le circostanze. È chiaro che se si
fuma insieme, ciascuno detiene per uso di terzi; nessuno
è spacciatore ma tutti vengono condannati. Nella sen­
tenza del Tribunale di Firenze emerge una perfetta sinto­
nia col legislatore, il democristiano De Carolis, perfet­
tamente consapevole della funzionalità delle dozzine di
commi e articoli all'uso repressivo.
Un elemento ulteriore di preoccupazione: i nuovi arre­
stati possono cercare di cavarsela in qualche modo, for­
nendo versioni che cercano di sfuggire alle maglie ferree
della legge (in questo caso del tipo: “avevo la mia roba,
la fumavo per conto mio, non so nulla degli altri”); ma
le migliaia di imputati in processi per droga, incriminati
prima della nuova legge, hanno già fornito versioni e te­
stimonianze che non tengono conto delle nuove trappole:
proprio come i giovani condannati di Firenze.
10 febbraio, Cagliari. — Di scena il giudice istruttore
Angelo Porcu, che ha in mano una voluminosa inchiesta
contro 25 fumatori cagliaritani, un grosso scandalo citta­
dino scoppiato nell’estate del '75. Quattordici hanno ot­
tenuto la libertà provvisoria, nove sono ancora in galera.
E altri due entrano in carcere proprio adesso grazie alla
nuova legge: Porcu spicca infatti un mandato di cattura
contro i fratelli Umberto e Antonio Vallifuoco. La quan­
tità è riconosciuta modica, sono entrambi riconosciuti dal
giudice come semplici consumatori, però c'è un "ma”:
negli interrogatori precedenti hanno ammesso di aver

224
Per non morire di eroina

comprato all’estero la quantità modica di hascisc: e il


giudice allora li incrimina per importazione. Negli emen­
damenti respinti alla Camera da DC e PCI, si era cercato
di far piazza pulita di queste trappole: trasformando l'ar-
ticolo-truffa "non punibile chi detiene modiche quantità”
in "non punibile chi detiene, trasporta, importa, modiche
quantità." Si trattava dello stesso emendamento che il
PCI aveva presentato in commissione al Senato e che
era stato respinto. Presentato alla Camera dai socialisti,
è stato respinto anche dal PCI (cfr. anche Trasferiti i fra­
telli arrestati per droga, in “Paese Sera,” 11 febbraio
1976, p. 6).
16 febbraio, Reggio Calabria. — Anche a Reggio Ca­
labria, tre fumatori assolti in base alla nuova legge; erano
stati sorpresi a fumare insieme in macchina (Assolti tre
giovani che fumavano hascisc, in “Il Tempo,” 17 feb­
braio 1976, p. 17).
11 febbraio, Pescara. — "Luci psichedeliche rosse e
verdi, qualche lettino, un pacco di riviste pornografiche”:
gli ingredienti per montare l’atmosfera "giusta.” È un
casolare di campagna nei pressi di Tocco Casauro, in pro­
vincia di Pescara. "Qui si fuma" sostengono i carabinieri;
perquisiscono e non trovano nulla; ma arrestano lo stes­
so Antonio D’Alfonso e Nello Spicca "per aver favorito
l’uso di droga mettendo a disposizione il casolare preso
in affitto da un contadino e che funzionava come luogo
di intrattenimento.” Secondo i militi "nel casale si svol­
gevano periodicamente riunioni di giovani nel corso delle
quali, probabilmente, veniva consumata droga leggera”
(Droga-party caserecci nelle campagne di Pescara, in "Il
Tempo,” 18 febbraio 1976, p. 8). È la prima applicazione
dell’articolo 73 della nuova legge ("Chiunque adibisce o
consente che sia adibito un locale a convegno abituale di
persone che ivi si danno all’uso di sostanze stupefacenti":
da tre a dieci anni), copiato dalla legge Gaspari-Gonella
(fermo di droga).

225
Libri-droga utili per ricerche, tesi e attività militante
di dibattiti e controinformazione

Arnao, G. Rapporto sulle droghe, F e ltrin e lli, M ilan o 1976, p p . 276, li­
r e 3.000. U n a v a s ta d o c u m e n ta z io n e su g li p s ic o tro p i, e le ric e rc h e
sc ie n tific h e in te m a z io n a li, p a rtic o la rm e n te la c a n n a b is.
Atti del Congresso Droga e Società Italiana, G iuffré, M ilan o 1975, p p .
720, lir e 12.000 (c o n s u lta re in b ib lio te c a ). M olte scio cch ezze, q u a l­
c h e ric e rc a in te re s s a n te (M azzocchi, M a rtin o tti, ecc.).
B ianco, P ., Droga di classe, S av elli, R o m a 1973, p p . 103, lire 1.000.
C o n tro in c h ie s ta s u l N u m b e r O ne: A gnelli, M a rg a re t, G u id o C arli
e la d ro g a .
B l u m ir , G., R usconi, M ., La droga e il sistema, n u o v a ed izio n e, F e l­
trin e lli, M ila n o 1976, p p . 224, lire 1.800. R is ta m p a ta q u e s t’a n n o la
p r im a ric e rc a su lle d ro g h e in Ita lia : c o n s u m a to ri, p o liz ia , tr ib u ­
n a li, leggi, s to ria .
B l u m ir , G., La marihuana fa bene, T a ttilo , R o m a 1973, p p . 250, lire
2.400. L ’u n ic a a n to lo g ia d e lle ric e rc h e d i C o m m issio n i sc ie n tific h e
g o v e rn a tiv e su lla m a rih u a n a .
B l u m ir , G., Con la scusa della droga, G u a ra ld i, F ire n z e 1973, p p . 132,
lire 1.500. S ag g io so c io -p o litico : la d ro g a c o m e s c u s a p e r c o lp ire
n e m ic i d i classe.
C ancrini , L. e al., Esperienze di una ricerca sulle tossicomanie gio­
vanili in Italia, M o n d a d o ri, M ilan o 1973, p p . 230, lire 1.800. U n
la v o ro d i tag lio p s ic h ia tric o s u l c o n s u m o di d ro g h e p e s a n ti in
Ita lia .
C ancrini L „ M alagoli-T ogliatti, M ., M eucci G .P., Droga, S a n so n i, F i­
re n z e 1972, p p . 255, lire 3.000. T e o ria d elle to s sic o m a n ie , q u a d ri
clin ici, in te rp re ta z io n i so ciali.
C atania, E ., V igorelli P., L'industria della droga, M a rsilio , P a d o v a
1974, p p . 420, lire 3.800. 300 p a g in e s u l tra ffic o e 120 su lle m o n ­
ta t u r e d e i g io rn a li in Ita lia .
Droga e fermo di droga, in " C ittà f u tu ra ," o p u sc o lo m ilita n te c o n
m o lte n o tiz ie .
L amour , C., L amberti, M .R, Il sistema mondiale della droga, E in a u d i,
T o rin o 1973, p p . 307, lire 2.500. S ag g io s u lla p o litic a in te rn a z io n a le
d e l traffico a d a lt r o livello (serv izi se g re ti, g o v e rn i, ecc.).
M e C oy, La politica dell'eroina nel sud-est asiatico, R izzoli, M ilan o

226
1973, lir e 5.000. In c h ie s ta d i u n ric e rc a to re d e ll’u n iv e r s ità di
H a rv a rd s u lla fo n te d e ll’e ro in a : la CIA e i g o v e rn i filo -am erican i
d i L ao s, C a m b o g ia , T h a ila n d ia .
" Q u a d e rn i p ia c e n tin i,” u n sa g g io d i J e rv is , te o ric o , e u n a rtic o lo di
D ’A rcan g elo s u lla s t o r ia p o litic a d e lla n u o v a legge a n tid ro g a it a ­
lia n a .
"Q u e stio n e c rim in a le ," n . 1, g e n n a io -a p rile 1976, Il M u lin o . S u lla p r i­
m a riv is ta ita lia n a d i c rim in o lo g ia , u n im p o rta n te sag g io d i sp e ­
c ia lis ti s u lla n u o v a legge c o m e a n a lo g a a lla legge R eale: c rim i­
n alizzazio n e.
“S a p e re ,” n u m e ro sp e c ia le m o n o g ra fic o su lle d ro g h e c o n in te rv e n ti
d i sp e c ia listi.
M a te ria li d i c o n tro in fo rm a z io n e a d isp o siz io n e p re s s o S ta m p a A lte r­
n a tiv a , c a se lla p o s ta le 741, R o m a :
— Il fermo di droga, D o ssie r n. 1 (legge G a sp a ri-G o n n e lla ), lire 500.
— La droga nera, D o ssie r n . 2, C o n tro in fo rm a z io n e su lle p ro v o c a ­
zio n i d e l S ID e d e i g io rn a li, lir e 500.
— La droga nera e democristiana, D o ssie r n . 4, C o n tro in c h ie s ta s u l­
le p ro v o c a z io n i d i d ro g a in t u t t a I ta lia n e l 1973, lire 500.
— Superdroga 76, a c u r a d e l C o m ita to S c ie n tific o " L ib e rtà c d ro g a ,”
lire 500. D ue lib ri in u n o : Droghe e marihuana, r a p p o r to c o m p le ­
to su t u t t e le d ro g h e , q u a li s o n o , c o sa fa n n o , e Tutti in galera,
le t tu r a ra g io n a ta d e lla n u o v a legge, c o n te s to in te g ra le .

227
Guido Blumir
EROINA
Storia e realtà scientifica. Diffusione in Italia.
Manuale di autodifesa

New York, 1970: millequarantadue cadaveri all’Istituto di medicina


legale: causa del decesso, EROINA. Italia, autunno 1974: muore
di eroina a Udine un ragazzo di 21 anni; è il primo. Giugno 1975:
negli ultimi nove mesi, 10 morti, rivelano gli esperti. Autunno:
i morti sono triplicati: 10 in tre mesi, denuncia Stampa Alternativa.
10.000 consumatori che aumentano in progressione geometrica:
quattro anni fa invece l’eroina era introvabile. Che cos’è successo?
perché l’eroina uccidè? perché il mercato è esploso quest’anno?
che cos’è l’eroina e qual è la sua storia? Queste le domande che
decine di milioni di italiani si sono posti quando sono stati colpiti
da una valanga di notizie angosciose pubblicate in prima pagina
da tutti i quotidiani.
Sono le domande a cui risponde, per la prima volta in Italia,
questo libro, che fornisce in modo serrato l’informazione sull’eroina,
alla luce delle più recenti ricerche scientifiche internazionali, e che
documenta in modo completo sul problema in Italia, offrendo
i dati deila prima ricerca sociologica al riguardo.
Ma non è sufficiente avere i dati: per questo, la seconda parte
del libro è dedicata esclusivamente alle forme di lotta e autodifesa
che si possono sviluppare, qui ed ora, in ogni “punto caldo"
dell'eroina (ormai diffusa in quasi tutto il paese). È indispensabile
cioè lo s tru m e n to con cui ogni quartiere, ogni scuola, può
intervenire direttamente contro quella che è stata definita ’’un’arma
del capitalismo contro i giovani"; l'ultima parte del libro è un
vero e proprio “manuale" con tutte le informazioni tecniche e
pratiche per lavorare: contro gli spacciatori (controinformazione),
per stroncare direttamente un mercato che polizia e carabinieri
hanno lasciato e lasciano crescere in modo mostruoso; e per gli
eroinomani (volontari o no), per assistere e per prevenire.
Questa parte del libro, indispensabile a tutti I collettivi d’intervento,
e anche ai centri ufficiali previsti dalla nuova legge, è basata sulle
esperienze più avanzate e riuscite già condotte.
Una documentazione organica sul dibattito e le posizioni delle
varie forze politiche, PCI, PSI, radicali, PdUP, Avanguardia Operaia,
Lotta Continua e i gruppi di controcultura, completa il quadro del
problema nella realtà sociale attuale.
Il sociologo Guido Blumir, presidente del' comitato scientifico * Libertà e
Droga," è uno dei maggiori esperti italiani del problema. Ha pubblicato
con Marisa Rusconi nel 7 2 la prima ricerca scientifica sulle droghe in Italia
(La droga e il sistema, Feltrinelli), e una serie di monografie: sulla
repressione (Con la scusa della droga), sulla marihuana (La marihuana fa bene),
sull'uso di allucinogeni su ricoverati-cavia negli ospedali psichiatrici italiani
(Droga e follia) e sull'informazione di massa.

L. 3.000
(2.829)